GRICE ITALO A-Z S SIC
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Siciliani: la ragione conversazionale e la critica della
filosofia zoologica e la psico-genia di Vico – la scuola di Galatina -- filosofia
pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Galatina).
Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Galatina Lecce, Puglia. Studia a Otranto,
Lecce e Napoli, dalla quale fugge dopo essere stato segnalato alla polizia a
causa delle sue simpatie liberali. Si laurea a Pisa sotto STUDIATI, stringendo
inoltre un proficuo rapporto di collaborazione con PUCCINOTTI, che influsce
molto sua filosofia. Sringe rapporti di profonda amicizia con personalità
importanti e influenti della cultura, quali: CENTOFANTI, PACINI, CAPPONI, e
BUFFALINI. Seguendo la sua vocazione, orienta i propri studi verso le
discipline filosofiche e ottenne la cattedra di filosofia nel regio liceo di
Firenze. Iniziato in massoneria nella loggia fiorentina "La Concordia.”
Nominato professore di filosofia a Bologna. Divenne docente ordinario della
stessa disciplina sempre nell'Ateneo felsineo. A Bologna tenne anche un corso
di sociologia. Qui, inoltre, strinse amicizia con CARDUCCIi, anch'egli
accademico a Bologna ed entra in contatto con FIORENTINO e SPAVENTA. Dirige la
Rivista bolognese di scienze, lettere, arti e scuole. Ne abbandona la direzione
per divergenze maturate in seno alla direzine generate, probabilmente,
dall'impostazione eclettica che S. intende dare alla rivista e che contrastava
con l'indirizzo idealistico voluto da FIORENTINO. A Bologna istitue un centro
di studi pedagogici, contribuendo all'elevazione della pedagogia al rango di
scienza. Convinto assertore della valorizzazione della persona e perciò la sua
azione educativa, per giungere alla conquista della libertà e del carattere
morale da parte del soggetto da educare, prevedeva l'intervento della famiglia
e della società. Altro sua filosofia fondamentale e il principio
dell'autodidattica che, pur non escludendo l'azione dell'educatore, mette in
primo piano il protagonismo del soggetto da educare. Ricevette onoranze e
attestati di stima da parte di molti studiosi europei e americani, mentre in
Italia la sua fama fu oscurata da giudizi negativi, espressi anzitutto da
Gentile che vede in lui un'espressione benché autonoma del positivism. Di
recente è stata rivalutata l'influenza vichiana sul suo pensiero. A lui è
dedicata la biblioteca civica di Galatina, nella quale è conservato il
"Fondo S." la raccolta, cioè, dei libri appartenuti al filosofo. A
lui è dedicato anche il Liceo di Lecce. Di formazione giobertiana, si accosta a
VICO, tentando di inaugurare una filosofia mediana -- detta della terza via --
che individua una sintesi tra opposte e differenti discipline. Dal suo punto di
vista, infatti, ogni filosofia contiene del buono e delle esagerazioni. Metodo
della filosofia mediana e dunque, quello di salvare ciò che c'è di buono della
filosofia per rigettarne le astrattezze e le esagerazioni. Con il saggio
“Zoologia filosofica” (Napoli) approde nel più ampio dibattito, ricevendo
apprezzamenti e pareri favorevoli dai più illustri scienziati internazionali.
Nel frattempo approfonde e da il suo contributo speculativo alle nuove
discipline che muovano alla ricerca di un'identità epistemologica: la
sociologia (“Socialismo, darwinismo e sociologia” (Bologna); “Teorie sociali e
socialismo” (Firenze) e la psicologia – “Prolegomeni alla psicogenia”
(Bologna). SANCTIS confere a S. la presidenza di congressi a Firenze, Venezia,
Genova, Milano, e Roma. Queste esperienze lo portano a un approfondimento
sempre maggiore della filosofia alla quale contribue a conferire un indirizzo
scientifico, positivista e ampiamente laico (v. le sue opere Rivoluzione e
pedagogia moderna, La scienza nell'educazione). “Filosofia della scienza”
(Firenze); “Il metodo numerico e la statistica” (Firenze); “Della legge
storica” (Firenze); “Della libertà ed unità organica della filosofia”
(Firenze); “Della fisiologia sperimentale” (Pisa);” “Medicina filosofica”
(Firenze); “I principi metafisici di VICO” (Firenze); “Il triumvirato:
ALIGHIERI, GALILEI, E VICO” (Firenze); Ai popoli salentini e al gonfalone di
Galatina un saluto e un augurio (Firenze); “Il criterio filosofico” (Bologna);
Critica del positivismo (Bologna); Le fonti storiche della filosofia positiva
in Italia in GALILEI (Bologna) Gli hegeliani in Italia (Bologna); La condanna
del positivismo (Bologna); Della pedagogia all’educazione in Italia (Bologna);
L’educazione (Bologna); Sul rinnovamento della filosofia in Italia (Firenze);
“La scienza dell'educazione nelle scuole italiane come antitesi alla pedagogia
(Bologna); Dei massimi problemi della pedagogia (Roma); Il sacro secondo i
dettami della filosofia (Firenze); L’nsegnamento della pedagogia (Torino);
Della pedagogia scientifica (Milano); Rivoluzione e pedagogia moderna (Torino);
Storia critica delle teorie sociali (Bologna); Fra vescovi e cardinali (Roma);
Rivoluzione e pedagogia (Torino); “L’educazione secondo i principi della
sociologia” (Bologna); Rinnovamento e filosofia internazionale (Bologna); La
nuova biologia (Milano) Le questioni contemporanee e la libertà morale
nell'ordine giuridico (Bologna). CALOGERO, Enciclopedia Italiana, Gnocchini,
L'Italia dei Liberi Muratori, Mimesis-Erasmo, Milano-Roma, Gentile, Le origini
della filosofia contemporanea in Italia. Calogero. Enciclopedia Italiana, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Invitto e Paparella, “Ri-leggere S.”
(Lecce); Capone Galatinesi illustri, Guida Biografica, Galatina, Tor Graf
Galatina, Carteggio familiar, Luceri, Centro Studi Salentini, Lecce, P. S. e
Pozzolini. Filosofia e Letteratura, Convegno Galatina Treccani L'Enciclopedia
italiana, Psicologia filosofica. SUL RINNOVAMENTO DELLA FILOSOFIA POSITIVA IN
ITALIA PROFESSORE DI FILOSOFIA NELLA R. UNIVEBSITÀ DI BOLOGNA, QlX PB0FES80BE
NEL B. LICEO DI FIBENZE, FIRENZE, G. BARBÈRA, PRINTBD IN
ITALY-;atana.Quest'opera è stata depositata al ministero d'agricoltura,
industria e commercio per godere i diritti accordati dalla logge sulla
proprietà letteraria. G. BarbI'.ra. !', (rcnuitifi TERENZIO MAMIANI DELLA
ROVERE (vedasi). Mio SiQsoR Conte. Ella è primo tra i moderni italiani a
tentare un rinnovamento della filosofia e a Lei pure spetta il vanto d' aver
continuMa e compiuta la nobile tradizione de' Galuppi, de Rosmini e de'
Giobertij della quale per fermo rimarranno durevoli tracce nella storia dd
pensiero nazionale. A chi dunque meglio che dUa, S. V. Potrei intitolare questo
mio saggio j il quale mira al fine medesimo cui Ella indirizza il suo primo
lavoro? Che se talora per quella libertà di giudizio alla quale Ella stessa
educa le nostre menti colle sue dotte scritture troverà contbaittUi in queste
pagine akuni jprincijpii da Lei propugnati non vorfà perciò reputare scemato
qud senso di schietta riverenza chcy come ai pochi sommi onde si onora U paese
nostro, le professano tutt^ i cid tori degli studi severi. Anzi novella prova
di questa larga tolleranza io m’èbbi testé, quando, colla squisita gentilezza
che in Lei è natura, Le piacque accettare V offerta di questa mia fatica. La
qualeio spero vorrà giudicare benignamente: al che mi conforta pure il ricordo
di certe argute parole ch^ Ella dicevami ima volta chiudendo un lungo
conversare circa le gravi divergenze delle diverse scuole filosofiche: «porro
unum necessarium ! coscienza e fervore nel lavoro: il resto verrà da sé. » Suo
deditissimo P. S. BiTiglìano presso Monte Senario In questo salutare innovamento
politico d'Italia cui assistiamo trepidanti, un saggio di rinnovamento
filosofico dovrebbe giugnere opportuno e gradito. Perocché se tutti oggi
andiamo ripetendo l'arguta frase d’AZEGLIO fatta ormai l’Italia, Insogna far
gl’taliani parmi sia d'uopo cercare di rifarci innanzi tutto nell'intimo di
nostra coscienza, nella radice, nella sorgente stessa d'ogni umano e civil
progresso, eh' è dire il pensiero filosofico. Andare a Roma, grazie agl’eventi
fortunati e al nostro buon diritto nazionale, non è stato guari difficile, né
sarà difficile, speriamo, potervi restare. Ma vi staremo senza dubbio
materialmente, se Roma, la vecchia Roma, il pensiero cattolico non si verrà
anch'esso riformando e svecchiando. La qual cosa certo conseguiremo per gradi e
colle arti che dovrebbe saperci dare la sapienza politica, civile e
amministrativa ; ma gioverà non dimenticar mai come l' espediente più
d'ogn'altro efficace e sicuro ad opera siffatta, sia per appunto una rinnovata
filosofia n bisogno di restaurar la filosofia surse di buon'ora neir animo
degl’italiani; il che parrebb'essere un d^' caratteri speciali della storia
della nostra speculazione, sino da quando gli scrittori del Rinascimento,
scosso il giogo della scolastica, mandavan fuori i lor libri col titolo De PhilosophÙB
renovatione. Né quindi è a meravigliare se cotal necessità sia venuta crescendo
sempre più nelP animo e nella mente nostra col succedersi degli anni, tanto che
a siffatta impresa nobilissima abbiam visto provarsi gV ingegni più illuminati
e fecondi: primo fra tutti, in questo secolo, il Mamiani col Binnovamento della
Filosofia antica italiana e, poco appresso, SERBATI col Binnovamento della
Filosofia in Italia; indi il Gioberti con la Introduzione aUo studio dèlia
Filosofia, con la quale mirava anch' egli ad una restaurazione filosofica nel
nostro paese; e, per ultimo, il professore Spaventa ha procacciato volgere
anch' egli al medesimo intento le sue dotte scritture, in ispecie quella su la
Filosofia dd Gioberti. Se non che rinnovare, pel filosofo di Pesaro, altro non
voleva dire se non restaurare certi principi! e richiamare in vigore alcune
industrie metodiche de' filosofi appartenenti, la massima parte, all'età
gloriosa del nostro Risorgimento. Talché, quando Rosmini gli fece toccar con
mano i pericoli ne' quali s' era messo mostrandogli come il Binnovamento
proposto da lui conducesse diritto ad una maniera di sensismo, e' venne
modificando siffattamente le dottrine propugnate nel suo primo libro, che dopo
trenta e più anni s' é studiato nelle Confessioni d'un Metafisico d'inaugurare
un novello Platonismo, siccome forma di filosofare acconcia air indole della
mente italiana. H Roveretano poi non solo mirò a restaurar cose vecchie, ma
volle produrre altresì qualcosa di nuovo. E pur nullameno, chi guardi ben
addentro ne' copiosi e disameni volumi che seppe darci quella mente
potentissima, tranne il • problema psicologico eh' ei giunse ad illustrare in
guisa davvero originale, ogn' altra cosa in lui parrebbe invecchiata e quasi
stantia. Della stessa menda riesce offesa la Introduzione di Gioberti. Che V
ardente e generoso autore del Primo^ intendeva svecchiare (come diceva,
gloriandosene, egli stesso) le idee cardinali di quattro o cinque filosofi
cristiani, il cui sussidio e autorità invocava quasi ad ogni voltar di pagina.
Non parlo qui del rinnovamento eh' e' veniva meditando nella protologia: nella
quale senza dubbio avremmo avuto germi fecondissimi di vera e solida
ristorazione filosofica, se a queir ingegno privilegiato e supremamente
italiano fosse stato pur conceduto imprimere valore diffinitivo, forma netta e
coerente, alle diverse dottrine che con ansia febbrile andava saggiando e
trasmutandosele in sangue. Per contrario SPAVENTA, del quale abbiamo in
grandissimo pregio l'ingegno e l'amicizia, intese dare anch' egli nuovo
indirizzo al pensiero italiano, ma battendo ben altra via; la via
dell'Idealismo assoluto. E studiossi d'inserirci nell'animo e nella mente i
principii dell' Hegelianismo, per due ragioni: sì perchè egli pensa esser
questo il vero e compiuto sistema di speculazione, almeno secondo che viene
interpretato da lui; e sì perchè gli è parso d'averne rintracciato i germi in
certi nostri filosofi a cominciare dal Telesio, per esempio, fino a Gioberti.
Fer noi rinnovare non vuol dir solamente richiamare, instaurare, svegliar dalP
antico, né solamente importare dal di fiiora; che sì nelF un caso come nelr
altro il rinnovamento, anziché naturale, spontaneo, autonomo, storico,
riescirebbe artifiziale, imposto, incosciente e, dirò quasi, meccanico. Vuol
dire bensì far da noi: far da noi con elementi che ci appartengano, ma tali che
serbino (ciò che più monta) ^virtù d' originalità e di verace modernità. Vuol
dire » insomma esplicare; né si può esplicare senza correggere, compiere,
inverare. Avremo sbagliato strada anche noi? Potrebb' essere! Non saremmo i
primi, e, certo, neanche gli ultimi. In qualunque modo . ci sembra che, pure
sbagliando, noi non resteremo troppo indietro fra le mummie, né avremo corso
tropp' oltre col pericolo di fiac \ card '1 collo. So ben io che i Positivisti
fan presto; ad innovar la filosofia radiandola addirittura da' libri ^ e
dandole il ben servito dalle nostre scuole grandi e mezzane, quasi fosse un
trattato di teologia dommatica. Ma costoro avrebber fatto i conti senza Toste.
£ r oste in tal caso é lo stesso pensiero, anzi la mente stessa, dalla quale
per nostra fortuna mai non riesciranno a sradicare il profondo e sempre più
acuto bisogno del filosofare: senza dir già che, s' ei riescissero ne' loro
intenti, scambio di sciogliere V intricato nodo, altro non avrebber fatto che
tagliarlo di netto; e che potessero giugnere a tagliarlo con sicurezza ninno il
crederà, pensando come la spada eh' e' ci brandiscon sul viso non par che
somigli quella del gran discepolo d'Aristotele! Accennato il carattere generale
ed il proposito del mio saggio, toccherò della sua forma e del suo disegno. Mi
si potrà chiedere: È egli cotesto vostro saggio un lavoro di genere critico,
storico, monografico, ovvero dommatico? A parlar proprio non è nulla di tutto
questo. Un lavoro d' indole dommatica, per solito, dee racchiuder l'esigenza
d'un sistema nuovo, d'una dottrina originale, se pur non voglia esser vana
ripetizione ed increscevole imitazione del passato. Ora un novello) sistema
filosofico oggi sarebbe impresa da muovere a riso, od a pietà. Sono ormai
ventidue secoli, e noi, tardi nepoti, ci andiamo pur sempre aggirando, ivi
sostanza, fra il Platonismo, e l'Aristotelismo. La qual cosa non recherà
maraviglia a chi consideri bene la storia del pensiero filosofico, nella quale,
volta e gira, non si può esser che con l' uno o con l' altro sistema, ovvero
fra l' uno e l' altro, e però con tutt' e due, se pur non vogliamo smarrirci
inevitabilmente e miseramente in una forma di scetticismo, o di nullismo. Ai di
nostri, dunque, un nuovo sistema filosofico p^rmi utopia, sogno e, stavo per
dire, ciarlatanismo. L’ingegno filosofico oggi deve assumer valore di funzione
critica rintegrativa, nella quale si faccia luogo alla concorde attività di due
forze, la storia e'1 pensiero, che vuol dire il fatto e'1 da fare. La
monografia poi, o è d'indole semplicemente storica e obbiettiva, ovvero d'
indole critica. Se storica obbiettiva, ella avrebbe a essere, dirò così, un
fedel ritratto, una perfetta immagine della mente d'un filosofo, 0 di tutta una
scuola di filosofi. Or cotesto immagini e ritratti, se da una parte tornano
inutili e infruttuosi stantechè non facciano che ripeter sott' altra forma cose
che potremmo leggere nella stessa lor fonte, dalP altra mi paion quasi
impossibili, perchè è impossibile penetrar davvero nelle intime viscere del
pensiero altrui, e farai dentro alle occulte pieghe della mente d'un filosofo.
H notissimo detto di Kant si può e devesi applicare anche qui: quidqtUd
recipUur, ad modum recipietUis recipitur. Che se poi la monografia è di genere
critico, ella riesce assai pericolosa; perchè trattandosi d'interpretare, è pur
facilissimo affibbiare agli altri quel che invece frulla nel capo nostro; nel
qual vizio intoppano, com' è noto, gli Hegeliani, sì per la natura stessa del
loro metodo, e sì per le secreto esigenze del loro sistema. Da ultimo, un
lavoro di genere puramente istorico oggi non dovrebb' essere impresa molto
ardua fra tanti libri storici che ci piovon da tutte le parti. Basta sposare un
sistema, una dottrina da farla servire qual criterio giudicativo; basterà un
po' d' acume critico, un po' di tedesco per le citazioni obbligate a pie di
pagina, e poi molta e molta dose di pazienza e di sgobbo per raccogliere e
adunar notizie e teoriche da farle servire al criterio giudicativo che ci torna
comodo. Per me l'ideale d'un buon libro, l'ideale d'un libro serio, coscenzioso
e positivo di genere filosofico, oggi dovrebb' essere, diciamo così, una
sintesi di tutt' e quattro cotesti aspetti o condizioni le quali, guardate
disgiuntamente e solitariamente, si palesan manchevoli tutte e difettose. Ha da
essere perciò, nel medesimo tempo, monografico, isterico, critico, e anche
dommatico sino a certo segno. Cotesto ideale (negozio non molto agevole, come
sanno coloro che se ne intendono e che possiedono quel che dicesi gusto de^
lavori filosofici), non può essere un ricamo sovra una stoffa altrui, e neanche
un parto assoluto del nostro cervello; sibbene ha da essere il risultamento di
due forze combinate, come dicevo poco fa; ciò è dire della mente di chi scrive,
e di chi per avventura possa più spiccatamente rappresentare il corso
tradizionale della scienza. A questo sol patto sarà dato pervenire al connubio
fra la teorica e '1 fatto, tra la scienza e la storia della scienza, portandole
entrambe ad un fiato^ come direbbe il filosofo nel quale io amo attingere
ispirazioni. Laonde chi volesse oggi filosofare con coscienza, dovrebbe saper
costruire, come dicon gli Hegeliani (e qui dicon benissimo); ma dovrebbe co ^
struire senza tradire, che è per V appunto il gran guaio della critica
hegeliana. Questa grave difficoltà parmi d' averla superata, s' io molto non m'
illudo, E mi pare d' averla superata, perchè il mio libro è come la sintesi e
vorre' dir la fusione razionale e organica de' quattro aspetti quassù
rammentati; e tal sarebbe la novità Cquant' al disegno e alla forma del lavoro)
alla quale vorrei pretendere, se avessi coscienza d' aver raggiunto lo scopo.
Cotesto scopo, lo veggo da me, io non ho potuto raggiugnerlo, perchè ho dovuto
costringere e rannicchiare il mio pensiero entro un dato numero di pagine,
affogando in nota molte e molte cose alle quali avre' voluto pur dare ben altro
svolgimento e fisonomia. Però chiedo un po' di compatimento quant'al modo col
quale ho incarnato il disegno, ma domando severità di giudizio quant' alle
idee. Le quali, meditate da me per tempo non breve, sento di poter difendere
contro chi vorrà farmi l’onore d' una critica non leggiera, non velenosa, non
da scuola, né da sacristia (alla quale non saprei rispondere, né risponderò),
ma d'una critica seria, onesta, profittevole. Il Gioberti scrisse che il
critico onesto e coI scienzioso deve durar la metà della fatica spesa dall'
autore nel meditare e scrivere un' opera di scienza. |Leibnitz andava molto più
in là, e richiedeva da'lettori quasi '1 medesimo lavoro sostenuto dallo
scrittore. Io non pretendo, né davvero posso pretender l' una cosa, né r altra:
ma certo potrò desiderare che, chi voglia giudicarmi con qualche serietà, debba
leggere e (se oggi non fosse troppo) meditare un po' le cose ch'io dico. 11 che
ho voluto qui avvertire, perché, se può dubitarsi che in politica esistano le
cosi dette consorterie, certo é che tra' filosofi cominciano a far capolino certe
fratellanze le quali giudicano d' un lavoro a priori, guardando solo al titolo
e al nome dell'autore. Dio ci liberi dalle fratellanze filosofiche! Esse per
me, a dirla schietta, sono altrettante Compagnie di Gesù negli ordini del
pensiero e della libera speculazione metafisica. Questo mio saggio, e l' altro
che terrà dietro su' principi della Sociologia^ non é l' espressione di nessun
partito, di nessuna setta, di nessuna scuola. Non é frutto di speculazioni e
ricerche passionate, perche io non mi sento schiavo di nessuna scuola, servo di
nessun nome, né milito sotto nessuna bandiera più 0 meno germanica, italica o
francese che sia. \Baiùmem, quo ea me cumgue ducete sequar: ecco tutto. Neanche
sarebbe una di quelle novità sbalorditole alle quali siamo avvezzi da dieci
anni a questa parte. Esso anzi è la più modesta cosa del mondo: che per quanto
il titolo paia ardito, non sarà tale per chi ripensi, come la sostanza delle
dottrine eh' io propugno non mi appartenga in modo assoluto. S'altri mi darà
dell' ecclettico, risponderò d'esser tale precisamente, ma nel profondo
significato che costumava dare il Leibnitz a questa usata e abusata parola. E
se qualcuno poi trovasse, che questa o cotesta dottrina alla quale verrò
accennando non sia propriamente dell' autore eh' io dico d' ormeggiare nel
metodo e Dell'indirizzo filosofico, tanto meglio per me. Rispondo come in un
caso simile rispose egli medesimo a certi suoi avversari: Che se finalmente non
volete » ricevere questa sentenza come di Zcìione^ mi dispiace » di darlavi
come mia; ma pur la vi darò sola, e B non assistita da nomi grandi. » € Le cose
fuori del loro stato naturale non dnrano né s' adagiano. » Vico. Non intendo
scrivere la storia, e tanto meno far la crìtica minuta del Positivismo;
indirizzo che, come ognun sa, non senza buon§ e diverse ragioni invade oggi e
pervadeTa mente di molti filosofi, di scienziati, di storici e scrittori d'ogni
maniera. Altra volta m'avvenne d'accennare alla parte debole di cotesto,
diciamolo pure, sistema filosofico. E allora parvemi, fra 1' altro, di provar
questo: che il Positivismo, secondo il concetto che se ne sono formati
segnatamente i Francesi, non pur mancava di storia, ma non può averne avuta di
nessuna sorta.* Oggi poi dovrò intrattenermi a ragionare su le dir. verse forme
che il Positivismo ha preso e può prendere in avvenire, giacché ormai comincia
ad avere anch'egli una storia, per brevissima che sia, da raccontare; e [quindi
rilevare certa parentela ch'egli ha con l'Hege'lianismo. Nel quale riscontro
probabilmente meriterò anch' io, dall' alto giudicatorio su cui siedon gli
Hegeliani, la solita commiserevole sentenza che, com'è pur [Vedi Critica del
Positivismo, Bologna, Monti]. 5ICILUM. 1 troppo noto, suona così: Pover'uomo,
non ne capisce niente di niente; non Im dramma di potenza speculativa, ne
briciolo di nerbo dialettico! Mostrerò, da ultimo, se . una vera forma di
Positivismo, ch'io chiamerò Filosofia Positiva italiana, sia per avventura
i)ossibile; e] in qual maniera si possa, mercè sua, pervenire a corregger r uno
e compiere l’altro de' due sistemi suddetti, accogliendo quelle parti veramente
pregevoli che in essi certamente non mancano. Comecché il Positivismo non sia
ne voglia essere un sistema, pure quant' all' origine psicologica, per così
dirla, non mi sembra eh' e' s'abbia a distinguere gran fatto dagli altri
sistemi filosofici. La ragione immediata del suo apparire parmi risegga nell'
esigenza di contrapporsi ad una forma contraria di filosofare creduta affatto
erronea; e questo filosofare in tal caso è il dommatismo metafisico. (IJom' è
chiaro, cotesta in sostanza è l'origine stessa dello scetticismo, secondo che
c'insegna tutta una storia di ventidue secoli, ne' quali affermazioni risolute
souosi contrapposte a risolute e persistenti negazioni. Il Positivista,
infatti, reputa inconcludente ogni speculazione! trascendentale. Positivismo
quindi vuol dire esigenza! della prova, esigenza, bisogno della dimostrazione;
maC della prova di fatto, della dimostrazione sperimentale. Se non che, a
guardarci bene, lo stesso Positivismo manifesta già senz'addarsene un bisogno
filosofico, una tendenza speculativa, un'attività trascendente là dove, per
dirne una, procaccia di raggiungere la così detta complessità crescente nel
coordinamento de' fatti, e nel volere imprimere forma gerarchica all'insieme
delle particolari discipline. Col che non intendo dire che il Positivismo sìa
già una metafisica; ma è per lo meno una metafisica incosciente, come un
illustre scrittore francese, non senza cert' aria di meritato rimprovero, ha
detto al Littré. Per la qual cosa paimi, che il Positivista contraddica*^
apertamente a sé stesso quando vien su gonfio e pettoruto a dichiarar guerra
sino all' ultimo sangue contro a ogni maniera d'indagini metafisiche; tanto che
la tendenza de' Positivisti a filosofare, tendenza del resto naturalissima e
necessaria, diventerebbe atto, facoltà, vo'dire diventerebbe metafisica vera,
quando potesse avverarsi una condizione. Mi spiego subito. Io non credo
offendere anima viva osservando che fra' Positivisti irancesi sia un bel po'
difficile trovare un solo che abbia studiato con amore, per esempio, la Ragion
Pura di Kant, segnatamente la Critica dd giudizio: difficilissimo poi ritrovare
uno solo, fra'Positivisti italiani militanti ^ sotto le bandiere del Comte o
meglio del Littré, che con pari amore e spassionatezza d' animo abbia letto,
per esempio, il Nuovo Saggio di SERBATI. Prescindendo dalle mende svariate di
che non va esente il Criticismo e nemmanco il metodo psicologico rosminiano, io
non so persuadermi come, dopo aver letto e inteso a dovere lei due scritture
mentovate, si possa essere o dirsi Positivi vista, secondo il concetto volgare
che di questa parola ci ha dato e ci dà oggi chi piti ne parla. Se non che
nessuno immagini eh' io qui intenda far \ un fascio del Positivismo Francese,
del Positivismo In \ glese e, se vogliamo, anche del Positivismo Germanico; 1
benché quest'ultimo, assumendo sempre più forma di schietto e nuovo e ardito
materialismo, mostri esser già un sistema beli' e buono, checché se ne sia
detto o voglia dirsene in contrario. Ma di questo, fra poco. Quant' all' altre
due forme di Positivismo, ninno sarà che ' ignori le polemiche tanto gravi,
pacate, esemplarmente ' serene fra Mill e Littré avvenute or fa un anno. \ E molti
conosceranno le obbiezioni che quel robusto ingegno di Herbert Spencer ha
saputo muover contro certe dottrine del Comte. Chi abbia vaghezza poi di sapere
qual sia il carattere e il resultato di queste due maniere di Positivismo,
potrà innanzi tutto guardare alla forma, al fine, persino al titolo delle opere
nelle quali tale dottrina è insegnata e propugnata. Così, mentre Stuart Min ha
fatto una logica, o, a dir meglio, un ft Sistema di Logica, che potrebbe
riguardarsi addirittura \ come un contr' altare al sistema della logica
hegeliana;; il Comte, almeno nei primi volumi delle sue opere, ci ha lasciato
(chiedo perdono a tutti gV iddii della Senna) una specie di rassegna, ma di
rassegna ragionata, giudiziosa e, dicasi pure, ingegnosa, delle particolari discipliiie,
massime di quelle che a lui tormivan più familiari. Ho detto nei primi volumi,
perchè nelle opere posteriori, com' è noto, desiderando compier V edifizio,
egli ammannì un sistema di politica, un sistema di religione e d' educazione,
un sistema di morale positiva, e financo d'igiene: morale senza principio, se
pur non vogliamo appellare così certa regola di condotta eh' egli espresse con
quella brutta parola d' Altruismo: religione senza Dio, se pur non vogliamo
piegare il ginocchio e dar incenso a quella divinità chiamata il Grand*Essere;
intomo alla quale, com'è noto, il fondatore del Positivismo francese finì per
fantasticare alla maniera de' neoplatonici Alessandrini e del FICINO. Checche
ne sia, può dirsi ch'egli predicasse bene quant'a metodo, ma razzolasse male
quant'a sistema, perchè affermava, anzi esagerava nella pratica ciò che
sdegnava e risolutamente negava nella teoria e nell'ordine speculativo; intendo
il concetto dell' unità o Sistematismo nd sapere, secondo il suo linguaggio. Da
questo primo riscontro, che diremo esteriore perchè riflette la forma generale
delle opere e un po' anche il valore del metodo ne' due filosofi, si può
ai^omentare che Mill guardi la scienza sotto l'aspetto subbiettivo, cioè come
una serie di concetti, mostrando così d'aver piena fiducia in una logipit che
sia atta a risolvere un problema distinto sì cJaT problemi e sì dal soggetto in
che versano le speciali discipline/ Esiste infatti, egli dice, una conoscerla
scientifica déWuomo in quanfè un essere intéUettude, morale e sodale, e quindi
una dottrina delie cognidom détta coscienza umana.* Agli occhi del Comte, per
contrario, non esiste logica tranne che intrinsecata con la natura stessa di
ciascuna scienza. Se volete conoscere, per esempio, la logica della chimica
(egli dice), studiate la chimica. Ecco la scienza sotto r aspetto puramente ed
empiricamente obbiettivo; in quanto che considera le cose in sé, e solamente
come oggetti. Tal difiFerenza, com' è evidente, non è lieve, massime quando
tengasi conto de' risultati. Il risultato cui giugno il Positivismo inglese è
questo: la} metafisica esser possibile, ma solo come ricerca logica,! come
investigazione e analisi di concetti. Il che, s' è| pregio nella logica del
Mill per la fede eh' e' ripone nelle forze del pensiero, è auche il suo difetto
massimo, stante che siffattamente ei chiudesi tutto nel formalismo logico,
secondo che altrove mostrai.' So che il Mill se ne vuol difendere, facendo
vedere qual divario corra fra la logica formale e quella eh' e' dice logica
della verità. Ma la pecca di nominalista in lui è chiara. Ed è chiara per chi
abbia convenevolmente considerato quelle quattro teoriche, nelle quali il
filosofo inglese vuol darsi addirittura per innovatore: intendo ' le dottrine
della dimostrazione, della definizione, degli assiomi e della induzione. In
tutto questo egli è per* Vedi Stuart Mill, A. Comte et U Pontivitme, Paris.
Vedi la Ont, del Po9ÌHv. innanzi citata, VI, pag. 19. fetto Baconiano, checché
ne dica egli stesso. Perocché, se la inente ne'suoi concetti, secondo questo
filosofo, è superiore ai fatti; non però cessa d'essere un artifizio, logico,
un artifizio psicologico, un intreccio a cui nulla; d' obbiettivo potrà mai
rispondere. E di qua proviene i poi un' altra conseguenza, eh' è questa. Se
nella logica la posizione di Mill riesce evidentemente unilaterale e
subbiettiva, è pur d' uopo eh' ella si manifesti impotente anche nella scienza
storica, eh' è dire nell'organamento ^ razionale de'fatti storici. Ora se il
metodo positivo giunge a legittimar 1' analisi de' concetti e la critica delle
idee, non bisognerà dire che, come esigenza critica, ei contraddica a sé
medesimo quando dichiara di non potere in alcun modo studiare idee e concetti
nell'obbiettivo lor significato? E donde questa impotenza? Dalla natura stessa
della mente, si può rispondere. Ma, s'egli è così, la possibilità della scienza
si traduce in impossibilità vera. Che poi questo non sia e non possa essere, ne
porge guarentigia sicura il processo istorioo delle scienze tutte, e l'
incessante progresso ond' elle ci dan prove luminose. La ricerca in senso
obbiettivo, adun-? que, è possibile; dove che per Mill è addirittura
impossibile. Questa è la parte debole del Positivismo inglese.; L' errore
opposto è il Jifetto del Positivismo francese. Se per Mill psicologia e logica
sono scienze che s' alimentano di sé medesime; per il positivista francese, al
contrario, elle non sono che appendici della biologia, al modo stesso che la
sociologia é come un allargamento della storia, ciò é dire una generalizzazione
del fatto istorico, ma del fatto verificato mercè la deduzione delle leggi
della natura umana. Qui, ripetiamo, la differenza è profonda. La scienza della
civil società, secondo il' Positivismo inglese, pone radice nella così detta Etologia,
li' Etologia è la vera scienza dell'uomo, egli dice. . Essa è una
generalizzazione non già verificata, ma sì primiti/vamente suggerita dalla
deduzione détte leggi della natura umana.^ Ora la funzione deduttiva, nel
Positivismo inglese, non è operazione immediata, non è operazione secondaria
alla induzione, com' è nel Positivismo francese, ma è funzione a priori, è
funzione i cui risultati vonn' esser giustificati con T osservazione, e con la
scrupolosa ricerca delle leggi empiriche. Brevemente, dunque: pregio singolare
del Positivismo inglase è il metodo deduttivo-concreto (per usar la frase di
Mill) applicato alle scienze morali in generale. Questo metodo è costituito di
due processi che si svolgono, per così dire, di fronte; non già di due parti d'
un medesimo processo, l’ una delle quali sia conseguente all' altra, com' è per
i Francesi positivisti. Per tal prerogativa massimamente parmi che il
Positivismo di Mill mostri accostarsi all' indole della filosofia nostrana, e
molto allontanarsi dal baconianismo alla maniera che questo metodo s'intende
da'più.* Carattere e pregio poi del Positivismo francese, parmi stia nel
credere alla j)ossibilità d'una filosofia come risultato di tutto quanto il
sapere umano, e quindi nel porre come inevitabile o sua condizione la necessità
della storia. L'indagine storica, il metodo di filiazione: ecco il distintivo
del Comtismo, eh' è anco il massimo suo pregio.' Contro Comtismo è facile
muovere la medesima difficoltà, quantunque in senso contrario, mossa testé
contro Mill. Se infatti è possibile una ricerca e una critica storica; perchè
non sarà possibile una ricerca logica, una critica dei concetti, come tali?
Perchè dunque negare una logica e una psicologia supef * Vedi Mill, Sy^time de
Logique. Vedi CoMTB, Pha. Pontive. Voi. V, Lez. 48". . riore alla storia?
Se non che delle due maniere di Positivismo, quella de' Francesi va piii
facilmente soggetta a contradizione; la qual cosa tiene alla doppia origine
storica per cui si distingue cotesto sistema. Parecchi scrittori francesi
infatti hanno avvertito, che ove il Comte parla di natura e di scienze fisiche,
è decisamente sensista, materialista e nominalista; mentre che ove parla di
filosofia politica e storica si mostra panteista, ma senza dar prova di quella
speculazione ingegnosa, di quella mirabile unità razionale, cui sanno poggiare,
bene o male che sia, i Panteisti moderni.' Donde tal contraddizione?
Dall'essere il Comte, } per una parte, figlio del Sensismo francese; dall'
altra ì poi figlio del Sansimonismo, che, com' è noto, è forma j grossolana di
panteismo. Per questa doppia tendenza | i Positivisti di Francia non possono
salvarsi dal cadere j nelle conseguenze d' uno de' due sistemi: materialismo, 0
panteismo. So eh' e' fan presto a difendersi dall'una taccia come dall' altra.
Ma la logica vale qualcosa più delle parole e delle calde proteste. E veramente
checché se ne possa dire, uno degli scrittori poco fa citati ha fatto toccar
con mano al Littré, che inevitabile resultato del Positivismo è il
materialismo.* E d'altra parte sappiamo, come tutti i Positivisti oggi, e
propria ' mente i Comtisti, faccian causa comune con que' della \ sinistra
hegeliana, co' quali hanno intimo legame, se-l condo che mostreremo. Ho detto
come per ragion d'origine al Positivismo francese tomi più facile inciampar
nelle contraddizioni. Ne poi^o qualche esempio. Non si vuol sapere nulla di
cause finali! Ma non è forse il medesimo Lit[Vedi Rbkocttibb, Annuairephìl Q
nell^altro . VaohbBOT, Metaphi9iq\w potive. ; Trattenim. Jakbt, Onte phiL *
Vedi Janbt] tré quegli che, mentre grida contro il principio della finalità, lo
afferma là ove dice, per esempio, l'essenza stessa della materia oi^anizzata
esser la causa prima della finalità? Eccoci in pieno materialismo, e in pieno
sistema; tutto che i Positivisti non vogliano esser detti né materialisti, né
sistematici. Ancora, io domando: se per domma del metodo positivo nulla è da
accettare che non sia guarentito immediatamente o mediatamente da' fatti;
perchè, al di là de^ fenomeni e dell' esperienza e delle leggi che se ne
traggono, voler credere in un obbietto il quale, per inconoscibile che sia, é
sempre un' affermazione della ragione? Domando: è egli atto di metodo positivo,
di critica, di ricerca, il parlare di certo grande oceano qui vieni battre
notre rive, et pour lequd nous n'avons ni barque, ni voiles, mais doni la dcdre
vision est aussi sahUaire que formUàble? È egli atto di Posh tivismo e di
ricerca che sdegni qualunque spiraglio di soprassensibile e di soprannaturale,
parlarci così d'un Infinito, comecché non se ne riconoscano tutti quelli air
tributi che il fanno tale? E se ponete la possibilità di conoscere cotesto
vostro inconoscibile per il quale dite di non aver barca né vele che bastino,
ma la cui cMaroi visione é pur tanto sàkiiare al pensiero; in che maniera non
accorgervi come tutta la storia della filosofia non altro sia stata per tutt'i
secoli scorsi fuorché una serie di risposte, per così dire, a cotesta medesima
domanda che neanche voi dite illegittima, né strana? Sarann'elle erronee tali
risposte: ne potrò convenire. Ma saran tutte errori da farne proprio tavola
rasa? Da siffatte considerazioni ci é dato trarre una conseguenza. Nel
Positivismo oggi avverasi una legge; quella legge che accompagna sempre ogni
novello indirizzo nella filosofia, eh' é dire l' opposizione nel seno % stesso
del sistema. Ecco una ragione di più per dichiarare, che dunque il Positivismo
è un sistema come tutti, gli altri ! La cagione profonda, dice il Littré, che
divide / Comte da Mill, è il punto di vista psicologico e logico nel quale s'è
messo il filosofo inglese, e la definizione reale, obbiettiva, non già formale
né psicologica, con che si presenta la scienza nel filosofo francese.^ Ora se
il Positivismo inglese è principalmente un formalismo logico, e il Positivismo
francese è essenzialmente un empirismo ! storico; ne viene di conseguenza che,
in virtiì della stessa critica positiva, noi dobbiamo riconoscer legit-^ tima
una terza forma di Positivismo, la quale sappia sebi Vedi Op. di Vico, ediz. Predar!,
pag. 762. Vedi Risposta a FINETTI] cosmologici sparsi nel LS}ro Metafisico, e
in questi attingere forza a meglio interpretare e propugnare le applicazioni
fatte dal Vico nella Sdenisa Nuova. La contraddizione, dunque, passata dal
maestro al discepolo * e il non aver saputo cogliere il principio cosmologico
del Vico, fece sì che tale polemica, nel modo ch'era sostenuta da DUNI,
apparisse inefficace e manchevole. Debole e manchevole infatti ci sembra questa
maniera di ragionare: « Voi vorreste che i primi fondatori delle nazioni
fossero stati dotati d' innocenza di costumi. Ma, caro signor censore, come
potete voi spiegare le origini dell’idolatria, la barbarie, l’immanità negli
usi delle orride loro religioni piene di duro materialismo? Come l'immanità
delie loro leggi e costumi, le cui religioni si sono per lungo tempo conservate
finanche nei tempi della maggior loro cultura, per qui tacere le origini delle
lingue, delle poesie, della frode e cose simili? Come finalmente i progressi di
tali nazioni di cui ne abbiamo le memorie troppo sicure, e non soggette alla
minime dubbiezze? Ma, giacché i monumenti e la storia degli antichissimi e de'
presenti barbari popoli sono per voi sogni, favole e delirii, perchè non ci
dite con quali altri principii, origini e progressi di cose umane debbasi
ragionare di questo mondo, degli uomini, deUe nazioni, delle tante umane
istituzioni, delle origini e progressi delle umane industrie nelle colture
delle cognizioni,alle tante maravigliose invenzioni, nei governi e polizia de'
popoli ed in tante altre maraviglie che osserviamo nel gran teatro di questo
mondo degli uomini? Come non sapete che i costumi e le leggi umane debbano
necessariamente trarre loro origine e progressi daUe idee degli stessi uomini?
Come potete negare il vario corso di tali costumi, che di grado in grado
spogliandosi del materialismo, li troviamo di fatto più puri nell' età avanzata
che nella fanciullezza di tutte le nazioni.* Io non dico che tutto ciò non sia
vero: dico * Vedi Risp. a FINETTI che DUNI, a difendere invittamente la
sentenza del suo maestro, avrebbe dovuto movere dai principii cosmologici e
psicologici, i cui germi non mancano certamente nelle opere di Vico. Gasuista
acutissimo, quanto insolente, il Finetti sorrideva a sentir elogiare e difendere
questa dottrina della Scienza Nuova; e tutto pieno d'entusiasmo religioso
rispondeva con XXIII obbiezioni cavate dai libri santi.' Quindi esclamava:
Dottrine veramente altissime ! religiosissimi e ammirevoli pensamenti ! Tra le
varie cose onde pretende il Vico di far grandemente spiccare la divina
Provvidenza, una è quel capriccioso di lui corso delle nazioni sulle regole,
diciam così, del trel II Duni andrà in estasi a tal pensamento; e pure a me è
soggetto da ridere, spezialmente quando si pretende con à costante ternario di
far spiccare la divina Provvidenza ; essendo chiaro eh' ella rìsplende nella
grandezza ed importanza de' fini e nella idoneità e giusta proporzione dei
mezzi, e non già nel far correre le nazioni pe' numeri di tre o quattro. Un
tale giuoco non sembra certamente degno dell' infinita sapienza di Dio. » E
altrove, allargando la sua critica, aggiunge: « La maniera di filosofare
inventata dal Vico è tale, che può porgere delle armi per oppugnare la
Religione. e non poco corredo a chi voglia farne uso per impugnare e mettere in
dubbio la Sacra Scrittura e la divina rivelazione....; » tanto che
paragonandolo al Boulanger, uno. degl'increduli de suoi tempi (com' egli stesso
nota), non dubita porre a riscontro le dottrine dell'uno con quelle dell'altro
per otto diflferenti capi. Com' è chiaro, FINETTI non ebbe tutt' i torti se gli
venne in grave sospetto la Scienza Nuova. Avea torto bensì nel confondere, come
ROMANO, tale dottrina del Vico difesa da DUNI, con quella de' filosofi francesi
Vedi Sommario delle oppoeizioni del Sietema Ferino di Vico alla Sacra SeriUura,
de' suoi tempi. Ed è a confessare che questo medesimo torto hann' avuto di poi
parecchi altri critici, anche viventi, laddove parlano della dottrina su lo
stato ferino propugnata nella Sdeiiza Nuova» Avvertiamo una volta per sempre
che lo stato di natura di Vico noa ci ha che vedere con quello de'
giusnaturalisti. E tornando a FINETTI, a meglio capire la maniera della sua
critica, nonché il carattere delle sue opposizioni, giova qui rammentare certe
parole, da lui stesso riferite con aria di trionfo, d'un personaggio"^
napoletano. Il quale, stato già scolare per più anni di Vico, raccontava come
il suo maestro in Napoli fosse ritenuto per uomo veramente dotto, ma che poi fosse
stimato pwsfjso a cagione delle sue stravaganti opinionL Finetti si degna dirci
d' aver chiesto a quel gentiluomo partenopeo se quando Vico scrisse la Scienjsa
Nuova fosse dotto, 0 non più veramente pazzo. ediz. Siena] ligente fu, al pari
di DUNI, PAGANO, di cui il solo nome è ricordo pietoso ad ogni anima gentile e
aperta ai sensi di libertà. Come in DUNI, così pure in PAGANO le idee vichiane
leggiamo esposte con chiarezza e facilità, ma anche con troppa imitazione; che
anzi è da confessare come in lui faccian difetto alcuni pregi di DUNI, per
esempio là dove pone questi principii: che lo stato della primitiva barbarie
non fosse generale ; che la gelosia, piuttosto che un certo vago senso
religioso, spingesse l’uomo al matrimonio; e che tra la barbarie originaria e
la barbarie medievale Vico non iscorgesse divario di sorta: il che a noi non
sembra punto vero. Ma grave errore di PAGANO è quello di volere interpretare la
storia in un senso troppo fisiologico; e questo tiene alla efficacia che nella
sua, mente esercitò la filosofia francese di quell'età. E alla stessa cagione
forse è da riferire s' ei non seppe vedere come il processo storico non sia .
né possa essere unilaterale, ma complesso, organico, dovendo abbracciar tutte
le manifestazioni e tutti gli elementi d' una data storia e civiltà. Per le
quali cose non possiamo accettare la sentenza ond' altri ha pronunziato, che i
Saggi del PAGANO siano la interpretp,zione più fedele della Sciema Nuova: tanto
piii che il Pagano, intendendo in maniera grossolana al pari dello Stellini la
dottrina del corso e ricorso, non dubita sostenere che le nazioni tutte a per
lo stesso movimento onde son rimenate alla luce della cultura, ricadono nelle
tenebre della natia barbarie. » Nel che non s'accorge quel nobile e sventurato
ingegno come il ricorso di Vico sia anche progresso, e come il suo svolgimento
abbia luogo in età diflFerente da quella in che accade t il corso della
civiltà; mentre al contrario in un medesimo popolo, per esempio nel greco, egli
vede insieme un | eorso e un ricorso storico.* Il Pagano dunque non iscorge *
Vedi PAGANO, Op. edlz. Capolagro, il modo con che il suo maestro intese
coordinare i diversi momenti de' grandi periodi della storia eh' ei disse corsi
e ricorsi storici. Non riesce a salvam dall'errore, nel quale intoppò lo
Stellini, d'ammettere una prima età storica non ferina, ma innocente. Non sa
vedere l' errore di VICO, oggi assai grave, delle catastrofi e dei cataclismi
fisici onde gli uomini furon da prima scossi e menati a civiltà. Finalmente, come
origine assoluta delle famighe ponendo il ratto delle donne per opera degli
uomini forti, non s' avvede che nelle dottrine del maestro, più che cagione,
cotesta era semplice occasione, non altrimenti che le suddette catastrofi e
cataclismi di natura. Ma è da notare che fra tanti errori egli talora sorpassa
il maestro, non che i mitologi suoi contemporanei, quando sostiene, per
esempio, che i Greci, \ quant' a mitologia, non facevano che vestir
poeticamente racconti d' origine primitivamente orientale. Né a quel tempo
erasi ancor difi'usa quella febbre, che tutti oggi invade, dell' orientalismo
indiano. E CUOCO, benché seguisse Vico nelle esagerate, interpretazioni del suo
Platone in Italia, romanzo fatto sul gusto délVAnacarsi del Barthélemy; ne
divina talora qualche idea originale come quando pone, a dirne solo
quest'esempio, un'origine spontanea anzi che comunicata e artificiale alle
manifestazioni storiche, religiose, mitologiche, poetiche e poUtiche. Così
mercé PAGANO e CUOCO, entrambi ingegnosi discepoli di Vico, temperavasi quella
dottrina del maestro che, come vedremo in altro luogo, potrebb'essere
interpretata con opposti e contrari significati. E vuoisi che CUOCO meditasse e
anche scrivesse un lavoro sulla Sdenta Nuova, ma che da sé medesimo avesse poi
distrutto, forse per que' motivi politici che sì crudelmente gli funestaron
l'animo, il quale, non meno di PAGANO, egli ebbe pieno di carità patria. Di
CUOCO in sostanza non abbiamo ne interpretazioni, né esplicazioni del pensiero
che informava la Scienza Nuova, degne d'esser rammentiite. È bene anzi
avvertire com' egli ne accogliesse alcune idee al tutto erronee: quella, per
esempio, d' un' antichissima sapienza italica, anteriore alla romana e alla
greca per cui riteneva che gli Etruschi, sparsi un tempo per tutte le terre
italiane, avessero costituito un popolo solo. Non pertanto CUOCO dà s^ni
evidenti d'avere studiato la Scienza Nuova ed essersene giovato, chi consideri
quanto egli imitasse e ripetesse le idee del Vico, ma sempre in modo ingegnoso,
acuto, geniale, sul corso della civiltà, su la co-l stituzione di Roma e su la
legislazione in universale. Chi dovea più d' ogn' altro valersi di Vico in
fatto I di principii legislativi fa il Filangieri. Il quale, se stu• diasse le
opere del nostro filosofo, e se in grande venerazione avesse alcuni principii
di lui, ce lo attesta, da una parte, una lettera del Goethe scritta da Napoli,
e dall'altra le citazioni ch'egli stesso £a e le dottrine eh' e' non di rado
toglie dalla Sdenta Nuova. Dalle opere del Vico infatti esce luminosa la prova
dell' esistenza d' un elemento universale e assoluto nelle leggi guardate lungo
il processo istorico, e per cui la legislazione nella storia non è altro che la
incarnazione dell'idea del Diritto; della quafe egli aveva additato, come
vedremo, il principio -nelr opera sul Diritto Universale. Perciò nella Scienza
Nuova avverte che la filosofia del Diritto considera Vuomo guai ddb' essere
mentre la legislazione censi ' dera V uomo quale è per farne buoni usi neW
umana società} Ora appunto la seconda parte di questa sentenza tolse a studiare
il Filangieri, e però diciamo che la . scienza della legislazione altro non
sia, chi ben guardi, ' che un' applicazione di questo concetto vichiano. E
veramente, se ad applicare ottime leggi al civile consorzio * Vedi nel Cintohi,
Studi oritiei, ec. Vedi Degnità VU. è necessaria l'esperienza; e se l'arte
dello sperimento non è possibile in siflFatt' ordin di cose tranne che mediante
la storia; perocché se la storia elevata a filosofia è atta a mostrare che i
fatti legislativi, guardati nella loro idea e nelle attinenze con altri fatti
pos8on essere considerati come altrettanti esperimenti che la civiltà va seco
medesima operando: se tutto ciò è vero, .è da concludere che l' antecedente
logico della Scienea deUa LegislcusAone sia per l' appunto la Scienea Nuova.
Laonde non parmi che il Lerminier s' apponga, dicendo FILANGIERI seguace del
Montesquieu,* per la semplice ragione che il medesimo Filangieri ebbe coscienza
di non dover battere le vie già con tanta gloria calcate dal filosofo francese,
com'egli stesso ci assicura. FILANGIERI non intese a ricercar leggi, né a
descriver | costumi: volle anzi levarsi alla teorica dei costumi e • delle
leggi. Ora cotesta teorica, come vedremo, è inutile cercarla nel Montesquieu;
ed è inutile cercarvela anche per confessione degli stessi Francesi. Ripeto
quindi che la Scienza della Legislazione, chi la guardi nella originalità del
suo disegno, è di fattura tutta italiana, e possiamo designarla perciò come una
pagina (splendida pagina in vero!) della Scienza Nuova. Ciò non pertanto è da
confessare come FILANGIERI talvolta s'accosti, forse anche troppo, al fare di
ROMAGNOSI, il cui pensiero mostra d' avere tanta affinità con la filosofia
francese. In gran parte meccanica e artificiale riesce infatti la sua dottrina
storica, alla quale si riferisce la legge ch'egli espone su le Religieni e eh'
è pure una debole imitazione attinta in Vico; 1 ma è tal legge, ch'io starei
per dirla disorganata. Filangieri è da lodare per piil conti, massime per aver
I saputo cogliere il vero di quel principio vichiano sulla incomunicabiUtà
originaria dei miti presso popoli differenti: * col che mostra d' aver
attinenze sempre piiì ' ItUroduction generai eo. Vedi Scienxa ddla Legialanone,
apffini con gli altri seguaci e imitatori d' un comune maestro e d' un
ispiratore comune, quali abbiam visto essere stati per differenti guise DUNI,
CUOCO, PAGANO. Se non che, come la tendenza alla pura imitazione eccita spesso
la critica, parimenti la critica efficace! e produttiva viene più spesso
eccitata dalla critica infeconda e negativa. Così DELFICO CIVITELLA quantunque
più volte citi Vico e ne accetti perfino al ) cune dottrine su la
Giurisprudenza romana, si presenta come negazione dì lui quando si pensi che
Vico e primo interprete critico del Diritto Romano, e dicasi pure della Storia
romana. Il dubbio critico e fecondo dell'uno su le origini di Roma e delle XII
Tavole, diventò dubbio scettico nell' altro. Egli infatti giunse a dire che la comune
opinione sulla grandezza romana devesi ridurre al solo ingrandimento de'
confini, ottenuto spesso con mezzi rei ed infami.* E se GRAVINA appoggiandosi
all' autorità di CICERONE appella Diritto per eccellenza il Diritto Romano; il
Delfico, in su lo scorcio 1 dello stesso secolo, non teme affermare che Roma,
tuttora barbara e ignorante, avea già veduto a' suoi fianchi gli Etruschi, i
Sabini, gli Umbri, celebri già per leggi e per giustizia, gli Equi e gli
Equicoli, così appellati perchè giusti. Che cosa ne fecero i Romani se non
distruggerli, piuttosto che imitarli?' Le grandi lodi poi fatte in ogni tempo
ai frammenti delle XII Tavole, egli chiamava letterario fanatismo. Il tanto
encomiato Diritto Civile riguardava come risaltato delle interpretazioni dei
Giurisprudenti e delle dispute forensi. Incertezza, arbitrio, volontà di
conservare r aristocratico dispotismo diceva essere il carattere proprio del
Diritto Romano. Che se Roma cadde, Vedi Riocrehe nU vero earattere della
Oiurttprudenxa Romana e dei \ 9uoi cultori. Firenze, Introd. non cadde perchè
oppressa dal pondo dell' estrema sua grandezza, ma per mancanza di base e
difetto di solida architettura nell'edifizio. E conchiudendo poi la prima parte
del suo libro, afferma che: (c la giustizia di Roma fu in principio quale può
essere neUa barbarie; d'indi| quale dev' essere nell' anarchia, nella
confusione delle leggi, e nella generale corruzione. Talché in ogni età al
pensiero del Delfico CIVITELLA Roma si presenta in antitesi con la ragione e
con la umanità: la giurisprudenza per lui è il fatale retaggio eh' ella ci
lasciò, e i secoli ne hanno moltiplicato le specie.* Vedremo altrove, che se
Vico fu primo a studiare con riservatezza guardinga e saviamente scettica la
storia del popolo e del Diritto Romano assai cose distruggendo accolte già e
sanzionate dall' autorità di molti secoli; non però cadde in quell' aperto e
desolante scetticismo che, uccidendo i fatti nella storia, spegne ad un tempo
la fede nell' animo di chi ne interpreta il significato, com'è appunto il caso
del Delfico CIVITELLA. Vico anzi pervenne a dimostrare, come vedremo, una legge
d' intimo progresso nelle successive manifestazioni storiche ' del diritto
romano. E questo evidentemente contraddice al dubbio scettico del Delfico. Così
può dirsi chiuso il primo periodo degli scrittori che han discorso di questa o
quella dottrina del nostro filosofo. Nel qual periodo, ciò che ha molto valore
| per noi, è la polemica fra Duni e FINETTI: il resto è lavoro d'imitazione
piii o meno fedele che solamente nel Filangieri comincia ad assumere forma d'
esplicazione ' originale. E questa tendenza imitativa, che finisce con lo
scetticismo giuridico e storico del Delfico, ci mostra poi quanto sia vera
quell'osservazione fatta da parecchi storici nostrani, che la snervata
filosofia firancese principalmente scemasse originalità agli scrittori italiani
d' allora, togliendo loro il poter discemere qual novità di principi! avesse
introdotto il Vico nel regno della scienza e della storia umana. Possiamo dire
che corra un abisso. Nell'ordine puramente speculativo ci è di mezzo il
Criticismo; e nell'ordine delle idee stori 1 che e giuridiche, come in quello
de' fatti politici, abbiamo i filosofi giusnaturalisti francesi, e la grande
Rivoluzione. Con la Scienza Nuova noi avevamo già prevenuto l'esigenza critica,
dal puro mondo dell'attività psicologica trasferendola e compiendola nel regno
dell' attività storica; e nell'ordine delle idee avevamo sorpassato al-tresì la
Rivoluzione, perchè, ammesso il processo istorico al quale, secondo la Scienza
Nuova, deon soggiacere tutti i fatti e tutte le idee, non v'è pagina in questo
libro dove non si senta la necessità, e non si tocchi con mano, per così dire,
lo scoppio d'un radicale innovamento negli ordini del consorzio civile,
politico e sociale.* Brevemente: nei tempi moderni veggiamo accadere nel nostro
pensiero quello stesso che venne verificandosi nell' età del Risorgimento. Co'
nostri vecchi filosofi noi avevamo arditamente sorpassato la Riforma, nel modo
stesso che con le nostre scuole politiche (sempre nell' ordine dell'idee) *
Nella Sociologia mostreremo che co*principii del suo Diritto C7ni-1 vende il
nostro filosofo Compie la dottrina della Socialità di Orozio, corregge i
prìncipii e quindi le consegoonze der Naturalimno speculativo e wteta/meo di
Spinoza, inrera il Natwali«mo empirico di Hobbes, contraddice al
TeoeraiÌ9wu> della scuola di Bossuet, alio Scetticismo giuridico di Bayle,
di Pascal e di Montaigne, e previene le idee principali di Montesquieaj e di
Rousseau legittimandole nel suo concetto istorico. avevamo già sorpassato le
tendenze nonché i bisogni politici di quell'età.* Col primo schiudersi del
nuovo secolo, adunque, non può non ischiudersi un periodo novello di studi
assai più severi circa le dottrine del Vico; talché V abisso fra' due secoli
poco fa accennato per noi non esiste, e in ogni modo la Scienza Nuova avrebbe
trionfato nelr animo nostro come nelle nostre menti: avrebbe trionfato nella
nostra storia civile come nel nostro pensiero filosofico, quand' anche il gran
fatto della Eivoluzione non ci avesse scosso. Ci saremmo arrivati da per noi J
forse più lenti, ma certo più securi. D segnale dunque de' nuovi studi
s'inaugura cqu coscienza più chiara sul valore delle dottrine vicinane, e tal
segnale ci è dato innanzi tutto da im poeta assai splendido nella forma quale e
MONTI, e da un poeta assai potente e insieme potentissimo prosatore quale si e
FOSCOLO. In una delle nostre più illustri Università, MONTI pronunzia quella
beUissima sentenza che poi tutti hsìn ripetuto e ripetono parlando di Vico: La
Scienza Nuova è come la montagna di Golfonday irta di scogli e gravida di
diamanti. E quindi soggiungeva: Chi amasse di chiamare a rivista le idee
generatrici e profonde delle quali si è fatto saccheggio nel Fico, tesserebbe
lungo catalogo, e nuderebbe a moUe riputa^zioni.* Ma MONTI sente la verità e
grandezza delle idee vichiane com' un poeta. FOSCOLO dà un nuovo passo e va
molto più innanzi allora che nel celebrato discorso d'apertura all'insegnamento
letterario nella stessa Università Pavese, piglia a trattare con l' usata
maschiezza d'ingegno il vasto soggetto dell' origine e dell' ufficio della
letteratura; nel quale prova insieme quant' avesse studiato le opere del nostro
filosofo, e come sotto novelle forme si possa applicarne le dot* Ferbari,
Cforto augii aeriUori Politiei italiani^ V. Monti, Proluaùme agli atudi delV
Univeraità di Pavia, MUano, trine anche nei temi letterari. FOSCOLO ha colto il
valore d'alcune sentenze psicologiche sparse nei lihri del filosofo napoletano;
e da queste appunto ei seppe trarre il concetto posto come principio
fondamentale del suo ragionamento. Egli, infatti, ricorre ai bisogni dell'uomo
nel rintracciar l’origine delle lettere; e quindi reputa necessario
investigarne la natura psicologica studiando le facoltà stesse dell' uomo.' Che
poi avesse meditato e inteso le altre dottrine del filosofo, lo mostra il modo,
per dire un esempio, con che egli discorre \ ea l'origine e su la natura della
parola; la quale, traducendo quasi lo stesso linguaggio dinVico, dice essere
ingenita in noi e contemporanea dia formazione dei sensi estemi e delle potente
mentali. Seguace del nostro filosofo anche si palesa quand' accenna
fuggevolmente a certe idee (per esempio a quelle del diritto e del dovere) le
quali, manifestandosi dapprima idoleggiate con simboli ed immagini, si snodano
poscia e parlan quasi da sé stesse nella nuda verità di ragione. Seguace
altresì quando tocca delle origini del consorzio sociale e dell'imperio civile:
del che poi egli stesso ci assicura dove, accennando a' poeti filosofi, dice
che delie verità sui principii di tutte le nazioni vedute dal VicOy egli s' è
studiato dimostrare e applicare le conseguenze alla storia dei nostri tempi}
Dottrine del Vico, finalmente, applica nel discorso su le De^cazioni nella
Chioma ' di Berenice, secondo che confessa da sé medesimo. Ma alla Scienza
Nuova volge tosto gli occhi con ben altro acume di critica il napoletano
Cataldo lannelli; la qual critica, come vedremo, esagerandosi nel Romagnosi,
finisce per esser perdutamente scettica nel Ferrari. Di tutte le opere o studi
fatti su la Scienza Nuova quella che più d'ogn' altra merita d'esser letta e me
! ditata è appunto l' opera del modesto impiegato della • Vedi Ditearto
dell’origine e deW ufficio detta LettercUura^ nel volume deUe Lesioni Queste
osservazioni hann' anch' elle un aspetto di verità; ma se ROMAGNOSI avesse
meditato la Sdevusa Nuova con più amore e men disprezzo e meno boria a lui, del
resto, tanto naturale, avrebbe visto che Vico altro non intese dire, come
vedremo, se non quello precisamente eh' egli stesso ha detto qui assai male e
senz' alcun metodo filosofico. E perchè poi reputa impossibile la similarità
de' circoli storici? Perchè intese anch' egli, in modo volgare, come parecchi
altri, il valore di cosi fatta legge. Ei non poteva persuadersi come nella
storia ci sia ritorni e ripetizione di forma (meccanismo); ma non s'avvide che
se pel Vico nella storia ci è ripetizioni, cotesto ripetizioni non sono
possibili senza veraci innovazioni (dinamismo). Io non so capacitarmi come l'
ingegno potentissimo di ROMAGNOSI non penetrasse nell' intimo della Scienza
Nuova. Non so capacitarmi com'ei facesse una critica Certo U Romafirnosi non
TÌde che se Vico prevenne Roasseau e tutti qnei giasnataralisti dell’epoca, i
quali sì volentieri ciarlavano sa lo ttato di natura, li prevenne
correggendoli, cioè legittimando razionalmente cotesto stato natarale, col
porre in opera ben altri prineipii di psicologia e di storia cho non eran quelli
de' saddetti filosofi. debole e scucita cosi che gira sempre attorno senza mai
coglier la sostanza delle dottrine di Vico. U che senza dubbio terrà alla forma
della sua filosofia, della quale il Rosmini pose in evidenza i molti e
sostanziali i difetti, e, nonostante le calde e lunghe difese del Nova, i
giudizi del Roveretano restano pur oggi intatti e verL Romagnosi, in ima
parola, non poteva pregiar la Scienza Nuovii, perchè le sue dottrine putiscon
di meccanismo. Artificiale e meccanica è in lui la dottrina sul governo dello
stato, ch'ei paragona al cervello dell'animale. Artificiale e meccanica la
dottrina dei Tesmofori in politica e in religione; le quali per lui sono bensì
strumenti benefici al popolo, ma nelle mani dello stato. E dottrina presso che
meccanica quella de' suoi Fattori dell' incivilimento. Perfino la terminologia
eh' egli adopera ne palesa l' indole della mente e delle idee: storia naturale
dei popoli, fisiologia degli stati, funzioni meccaniche e dinamiche della
società, dinamica e meccanica morale, e simiU. Come passaggio della critica
empirica e negativa del Romagnosi alla critica scettica di FERRARI, si presenta
la traduzione e l' anaUsi che della Sdenjsa Nuova die alla Francia 6 alla eulta
Europa l' illustre Michelet. Agli occhi degl'Italiani questo scrittore ha due
grandi meriti: d' aver fatto conoscere il nostro filosofo isin dal 1827 fuori
d'Italia, e, che più monta, d'averlo fatto capire nella sua verità mercè quell'
arte facile, disinvolta e con quel fare schietto e rapido con cui, traducendola,
seppe imprimere alla Scienga Nuova forma netta e fedele. Se non che, per quanto
Michelet non sia crìtico interprete (né egli vi pretende) ma critico
espositore, non pertanto i suoi giudizi son tutti co* Si yegga la definizione
che ne dà nello Leggi dtlV ineivUimento, FERRARI ha rilevato con molta
esattezza la differenza tra Vico e ROMAGNOSI nel lihro La menu di Romagnoti. E
noE a torto poi il chiarissimo FERRI pone Romagnosi come primo ponHvi^ta In
Italia. Ved. RÌ9t. de la PhU. lud., scienziosi e pressoché tutti pieni di
verità. Eccone un saggio. Ci ha due Scienze Nuove, egli dice; ma se le Scienze
Nuove son due, la prima d' esse è insieme I r ultima parola dell' autore;
ultima quant' alla sostanza delle idee. Un'altra osservazione è questa: carattere
e intento supremo di codesta Scienza Nuova è quello d'essere una filosofia, e
nel medesimo tempo una storia dell'umanità. E un'altra riflessione che merita
sia ricordata, è la seguente: il concetto d'una perfezione stazionaria
accennata dal Vico nella Scienza Nuova e riprodottasi poscia in tanti libri,
non riappare altrimenti nella seconda Scienza Nuova. Mi giova notare con
ispedalità quest' ultimo pensiero del Michelet, per corregger la sentenza di
tutti quegl' interpreti i quali per d lungo tempo ci han detto e ridetto che
dei corsi e ricorsi entro cui Vico chiuse V umanità (per dir la parola
consacrata), ei non abbia parlato fuorché nella seconda Scienza Nuova. Non ne
ha parlato mai, in nessun libro, in veruna pagina de' suoi libri I La stazionarietà
(sia detto unU buona volta per tutte) non è concetto vichiano. Io noi trovo
esplicito, né implicito in lui; e non iscaturisce in verun modo dall' insieme
delle sue dottrine. Il concetto del corso e ricorso storico, adunque, alla
maniera volgare ch'é inteso da' più, è concetto che assolutamente ripugna al
pensiero e alle scritture del nostro filosofo. Ma non tutti i giudizi del
Michelet ci paiono ugualmente giusti. Ei non giugno a spiegar convenevolmente,
per esempio, il concetto storico del nostro filo1 sofo su la forma del governo
monarchico; tanto meno que'due principii accennati piii d'una volta nella
iScien^^a Nuova e nel DvrìUo Universale su la necessità in che può ritrovarsi
un popolo di consentire a lasciarsi governare ov' ei non sappia governarsi, e
su l' affidar l' impero del mondo alla solerte prudenza dei migUorì. Il
Michelet seppe delle opere del Duni, ma forse non potè leggerle: così parrebbe
almeno dal modo con che lo SrnuAiii. ff cita fiiggevolmente solo una volta. Se
quindi avesse conol scinto DUNI, avrebbe dato al Jus Gentium del Vico il suo
proprio valore. E s'inganna poi quand' aflFerma, che il Libro Metafisico sia la
sola scrittura, le cui dottrine non fossero state trasportate nella Scienza
Nuova, del che lo riprende giustamente il Predari. Ma il Michelet ci compensa
di cotesti erronei giudizi laddove con acume non ordinario confessa di
riconoscere nel Vico U metafisico sottile,e profondo. E poi ci dà prova sicura
d'animo spassionato e libero da ogni boria nazionale, quando, egli francese,
francamente dichiara essere Vico r antagonista per eccdlenaa del CartesianismOy
l'avversario più illuminato e più eloquente dello spirito del secolo XVIII.'
Anche quest'osservazione è d'ogni parte vera e luminosa; perocché se carattere
di quel secolo, come giustamente si crede, fu la negazione assoluta, la
negazione in tutto e di tutti, distintivo, al contrario, delle dottrine del
Vico si fu quello di tutto restaurare, e tutto affermare mercè l'opera del
metodo isterico.* E poiché siamo a parlare de' Francesi, occorre far menzione
degli altri che in quel paese, nell'epoca di che trattiamo, non reputarono
tempo perso volger la mente al nostro filosofo. E primo fira tutti il
Lerminier, * Vedi Prtncipet de la PhU. de VHiat, traduite de la Scietua Nuova
de J. B. Vieoy BruxeUes La ridazione fatta dal Michelet détte occasioce iu
Italia ad una critica del Kicci pubblicata nell’Antologia del Vieusseax RICCI
mostra come lo storico francese altro non desse alla Francia che ì frantumi
della Scienza Nuova, e per cinque diversi capi ne rileva la incompiutezza.
Oltre a questo pregio, negli articoli del Btcci re n' è un altro; l’aver posto
in chiaro, meglio forse che non facess^i il Dani, il significato della parola
Autorità^ che ne* libri del nostro filosofo non è di lieve momento, e mostra
che talora egli assume questa parola nel senso del Gius Komano come sorgiva de*
diritti pubblici e privati; talora com*effotto del consenso d’una nazione in un
dato principio; tal* altra come potestà, come potere ch*ò negazione di ragione
e di coscienza speculativa. Notiamo altresì come il Ricci è quegli, fra*
critici, che più insiste su l* ufficio del Seneualiemo nelle idee storiche delj
Vico. Ved. Art. I, pag. 85. come quegli che nelle due principali sue scritture
ne discorre sempre con entusiasmo, con amore e grande venerazione. Ben s'
appone a designar la Sciema Nuova come il monumento sublime e hieearro^ in cui
è viva la impronta delle fofrme e dei colori dd medio evo, e che fa del Vico
centro dette antiche tradizioni, e insieme precursore déUa Scienza Nuova:
talché non a torto fino dal 1829 lo considerò come il vero predecessore de'
Wolf, de' Niebuhr, e degli Hegeliani. Se non che non sempre questo dotto e
simpatico scrittore dà nel vero, come quando lo dichiara padre dell' JEfcfewswto
moderno,^ o come laddove osserva che nella storia del mondo egli trasportasse
quella di Roma. Lerminier non vide che di questa seconda istoria ei gioV06SÌ a
meglio intender la natura della prima, alle storie tutte e perfino alla storia
universale trasferendo gli elementi essenziali, originari, universali
costituenti la natura umana. Assai meglio avrebbe detto d'aver egli trasferito
la psicologia nella storia, anzi che la storia di questo 0 quel popolo alla
storia di altri, ovvero a quella di tutt'i popoli in universale. Né, d'altra
parte, il Vico intese applicare una legge alla storia in generale; errore, come
vedremo, dei Teologisti e degli Hegeliani: intese bensì applicarla ai popoli
considerati nelle individuali lor tradizioni e civiltà. Tanto meno poi é lecito
creder eh' egli ponesse identità fra' tempi eroici primitivi e' '1 medio evo:
bensì è vero eh' e' vi discemesse un moto perenne di ripetizione essenzialmente
progressiva. Altrove il Lerminier, parlando del Machiavelli, osserva come r
autore* della Scienza Nuova correggesse lo spirito storico del Segretario
fiorentino, mercé una pciitica ideale e platonica. ' Questa sentenza in parte è
vera; e dico in parte, poiché si può chiedere se co' suoi principii applicabili
alla politica, il Vico abbia • Vedi Introd. gin. à VHitioire du Droit, cap. Xm. *0p. cit. pag. 167. • Vedi JKrt. de la Phtl, du
Droit, Tom. U, pag. 102. corretto, o non piuttosto compiuto
ciò che nel Machiavelli è solamente arte politica. Tutt' insieme dunque può
dirsi, che se la critica del Lerminier non è molto acuta né molto sicura in
alcuni giudizi, ella riesce nondimeno a cogliere con lucidezza tutta francese
la natura e '1 fine della mente e deUe opere del nostro filosofo.' Su' giudizi
del Lerminier riguardanti le idee giurìdiche e politiche di Vico torneremo in
altra occasione. Qui giova notare come in Francia, quasi nel medesimo tempo in
che gli scrittori di cui abbiamo accennato facevan conoscere il nostro
filosofo, altri presero a parlame come il Gousin, Teodoro Jouffroy, il
Ballanche. Tutti ripeton le usate lodi, e qualche giudizio del Gousin, al
solito, a volerlo sottilmente esaminare, non riesce molto esatto. Quando vuol
fard credere, per esempio, che Vico, benché combattesse Gartesio ne seguiva
nuUameno la filosofia generale^* ognuno capisce com'ei si studi attaccare al
gran carro del cartesianismo perfino il Vico; quasi che, anco a detta del
francese Michelet, non ne fosse stato anzi V avversario piii terribile. E va
lungi dal vero quand' osserva, che tutto ciò che è nel Bossuet e in Vico
trovasi in Herder; quasi che si possa ignorare che Fautore della Metacritìca
contro il Kant non fosse altro che un buon sensista, il quale ' perciò non
dubitava credere che dall' organismo pullulasse ogni nostro pensiero e
facoltà:^ nella quale sentenza ci conferma il suo traduttore francese il
Quinet. U Gousin poi dice il vero laddove pone l'Herder ' come compimento del
Vico quant' al concetto della natura e della efficacia che la natura dispiega
sulla storia. Ma avrebbe dovuto avvertire che s'egli è compimento * Eccone, per
esempio, una prora nella seguente arguta osserraxione: w/tico più che scettico,
con la sua critica egli comincia a riprender V andamento pacato e sereno dello
. lannelli. Il Cattaneo è come Y anello fra FERRARI e TOMMASEO. Noi non
possiamo, egli dice, studiare con profitto lo spirito umano in sé, nella sua
essenza, bensì nelle sue elaborazioni storiche, e nelle situazioni più numerose
e diverse che si possa. Però bisogna studiare il poliedro ideologico nel
fluissimo numero di sue faccey e da questo terreno tutto storico e
sperimetitàle dovrà sorgere la vera cognizione dell'uomo; la quale indarno si
cerca nei nascondigli della coscienza. Lo studio dell' individuo nella società,
l’ideologia sodale: ecco una sentenza piena di verità per cui CATTANEO si
chiarisce assennato seguace di Vico. E che egli abbia inteso il pensiero del filosofo
napoletano lo pruova l'altra osservazione su le successive trasformazioni
storiche del diritto, per cui nella Scienza Nuova a troviamo fusa la dottrina
d^l' interessi come campeggia nel Machiavello con la dottrina della ragione i
esposta da Grozio, togliendo eoa la contraddizione che divideva la storia dalla
filosofia.' » Che se anche il Cattaneo s' addolora al pensiero dei Circoli
fatali che Vico ebbe in comune, secondo lui, col Machiamipremi principii
d'umanità, PuDOR e Libbrtas, che sono il cardine della ' Scienza Nuova, e per
cui anch* il servo, anch’il bimane un bel giorno diventa uomo, personalità ?
é'* Cade col Machiavelli nd »iHema delU dué fati, V ima harharay V altra eivtU,
No, introduce nn nuovo sistems nelle due differenti fasi, Tuna tpantanea e
raltrart^faMo; e questo non è circolo fatale, identico, ma progressivo. Dice
poi che il Vico eroit que la vdonU peut eorrompre Vceuvre de la roMon. Qui
evidentemente FERRARI non ha saputo, né poteva col suo scetticismo, intender* e
comporre in organismo i principii psicologici del suo maestro. * Firbàri, Vieo
et VltaUe. Paris CiTTRinBO, nel Politeonieo. Vedi Periodico oit velli e col
Campanella, una consonanza mirabile però sa trovare fra i più recenti sistemi
umanitari e quello del Vico, agli occhi del quale la Provvidenza, con V
occasione degV interessi delle inique passioni, trae la giustizia effettuandola
gradatamente nel mondo delle nazioni. Laonde osserva come prima di Fichte,
segnatamente prima di Schelling, a lui fosse dato riguardar la ragione ' qual
facoltà che occasionalmente si sveglia nell'uman genere.' •CONTINUA IL PERIODO
DE' CRITICI E DEGLI ERUDITI. Co' suoi Studi Critici V illustre TOMMASEO segna
il passaggio al terzo periodo, e quindi ad una terza classe di scrittori che si
sono occupati di Vico. Critico e filosofo, infatti, egli stabilisce V anello
fra i puri critici e gì' interpreti filosofi negli studi riguardanti il nostro
autore: Imitazione e riproduzione, come negli scrittori del primo periodo, non
era possibile nell'ingegno versatile, duttile, acuto ed elegante del Tommaseo;
e tanto meno possibile in lui una critica scettica alla maniera del Ferrari.
Piena la mente e l'anima di fede e di profondo sentire, questo scrittore è
anche filosofo, e vi pretende. Egli ha scritto libri di filosofia; ha
interpretato, e non di rado con sottigliezza scolastica ha difeso il princìpio
speculativo del Rosmini, e propugnatolo con ardore giovanile. Nessuno dunque
può negare a quest'ingegno artistico e severo buona dose di virtù speculativa.
Sarà filosofo scologizzante, sarà filosofo più che rosminiano, ma è filosofo,
oltre che critico de' più sottili: è filosofo e critico, e, senza conNel
PoUteenico trasto, quant' a proprietà di linguaggio occupa oggi 1 primo seggio
fra i viventi scrittori del nostro paese. Nessuno meglio di lui poteva farsi a
rilevar le bellezze nella parte letteraria ed estetica delle idee del nostro
filosofo. E, facile a spigolare ne' campi altrui, anche in questo egli è andato
scegliendo fior da fiore, e ne presenta cotal mazzo che lascia scorgere l'arte
di chi n' ha fatto la scelta. Chi, prima di lui, avea saputo ritrar r indole,
per esempio, di certe composizioni poetiche del Vico, additar la possente
originalità nello stile, la selvaggia lobustezza della parola, la forma
singolare dell' ingegno, e segnatamente l' animo e tutto il carattere morale
dell'uomo? Una delle più notevoli pagine della prosa italiana, egli osserva, è
la nobile immagine di donna egregia lodata dal Vico: ed è verissimo; e vere ed
argute non meno ci paion quelle considerazioni su la storia del Caraffa, nella
quale spesso questi è dipinto non qncd era ma guai doveva essere, per meritare
le lodi di VICO. La dignità del lodatore si vendica per tal modo della
indegnità del lodato j e la lode diventa condaivna.^ Ma il Tommaseo, ho detto,
è anche ingegno speculativo, e spesso è felice nell'intravedere il vero di
certe idee filosofiche del Vico. Ecco un'acuta riflessione: Fólibio e gli
antichi deducono osscì-va^ioni generali da* fottio U MACHIAVELLI trae consiglif
Vico determina leggi. Ma le SUE LEGGI NON PANNO FORZA ALLA PRATICA, anzi egli
dice cìie l'uomo dee nelle teorie r attenersi come cavallo aìiimosoy per poi
nelle pratiche cose correr di maggior lena} Altra bella osservazione è quando
nota come da Platone egli traesse non l'idea, sì la ispirazione della sua
storia ideale. Il che mi piace avvertire col Tommaseo contro chi pretende
rimontare sino al filosofo ateniese a ripescarvi un antecedente alla Scienza
Nuova! Verissimo altresì che le due Scienze Nuove paiono entrambe due grandi
edifici secondo la medesima idea architettati: Tommaseo, Studi Critici.
Venezia, questo avverta chi ha creduto vedere nella seconda di esse non so che
stravaganze, follie o puerilità. Con salde ragioni poi contro parecchi critici
del Vico egli dimostra come nelle opere di lui si manifesti potente, vera,
chiara l'idea del progresso; perchè se aUe cose umane vide un corso e ricorso
in orbita fissa, non disse che V orbita non si potesse più e più sempre cól
volger de' tempi allargare^ E non meno della critica che riguarda per diretto
il Vico, preziose paionmi anche quelle undici appendici indirizzate ad
illuminare il testo dove il filosofo napoletano sorge principal figura: dico le
appendici sopra STELLINI, Grozio, ROMAGNOSI, FOSCOLO, sul gius sacro e sul gius
romano, su le origini sociali, su gli Sciti, Illirici, Slavi, sul Niebuhr ed
altri. Il Tommaseo vuol esser rammentato ed encomiato eziandio per un altro
lavoro speciale sul Diritto Univer1 sale,^ È un esame critico, al solito, assai
condensato e sparso di riflessioni ingegnose, d'opportuni e fedeli riscontri e
di felici divinazioni nel penetrare le idee del filosofo. Ma è pur d'uopo
confessare che se come critico nessuno può entrargli innanzi per sobrietà e
giustezza di giudizi, come filosofo non tutti sapranno accettarne ogni
sentenza. Molte interpretazioni e parecchie confutazioni eh' ei move al Vico
noi non potremmo accogUere: quella per esempio dove, accennando alla luce
metafisica del nostro filosofo, si studia vederci non pili che Tessere ideale
di SERBATI,' e T altra onde presume che dal concetto della Trinità egli traesse
l' ordinamento delle facoltà umane, e nel medesimo concetto scorgesse radicarsi
la metafisica, la morale e fin la giurispruden• fe anche di TOMMASEO quesV
altra bellissima osseryazionc: Dalle proprie averUure Vico dedusse H mondo
invecchiato: ma ^gìi medesimo ci vieta di crederlOf egli che pronunziò: mundus
enim jaTenescit adhuc; interpretazione luminosa deUa sua /rantesa dottrina
delh* legje de ricorsi, e risposta sufficiente a dà lo accusa di negare al
genere umano ogni forza (T avatuamenfo. Dizionario Estetico» ^kudi Filosofici,
Venezia mdoooxl, . l« Stwli OrUici, ] za. Sbaglio grave, dice, Taver negato la
trasmigrazione I delle civiltà da popolo in popolo innalzandovi mura di bronzo.
Errore gravissimo poi da restame scandalizzati, più che uno, mille Tommasèi,
gli par la sentenza, che dopo il diluvio gli uomini si disumanassero 1 * E qui
r illustre critico si fa forte delle censure di LAMI, di ROMANO e di FINETTI e
di tutti gli oppositori del primo periodo, co' quali dopo un secolo e mezzo par
ch'ei si trovi in pieno accordo. TOMMASEO non poteva penetrare nelle dottrine
speculative di VICO, e da quéste trarre, più che dai due o tre passi d'autori
lettini o dagli urli dell'uomo bestiale assordante l'aria e le selve, nuove
dottrine e vere su le origini dell' umanità, non discordanti oggi co' risultati
delle scienze naturali. Come si vede, con una critica sempre acuta nelle sue
osservazioni tuttoché non sempre vera ne' suoi giudizi, il Tommaseo è stato il
primo fra noi ad esprimerci '1 bisogno d' interpretare in maniera filosofica le
dottrine del nostro filosofo; ma non vi giugne, né il poteva, perchè non gliel
permettevan né le esigenze della fede tanto salda e vigorosa nell' animo suo,
né la filosofia schiettamente Kosminiana nella quale è uso attingere i
principii filosofici e i criteri metodici. Usciamo ora un'altra volta dal
nostro paese, e vediamo se nel giro degli anni di che parUamo gli studi, i
giudizi e la stima circa il nostro filosofo sian venuti sempreppiù progredendo
anche presso altra letteratura come presso di noi. L'illustre Renouvier avrebbe
stimato manchevole la sua storia della filosofia moderna ove anch' egli non
avesse accennato all'autore della Scienza Nuova. Vico, egli dice ripetendo
un'aflFermazionedel Michelet, ToMMAsio, Studi Filotojiciy Studi Gritici, Due o
tre pa$9Ì d* autori latini e H troppo reU^oto rispetto di tutu torta tradizioni
in tali togni tmarrirono tale ingegno. del CDUsin, del Lerminier, dello
JoufiFroy e d'altri francesi, ha fatto alla scienza una rivelazione nuova
creando la filosofia della storia; talché dopo la morte de' due martki suoi
compatrioti Bruno e Campanella, ei ci si presenta davvero qual rivelatore d'un
mondo nuovo.* Un' altra osservazione, di cui è bene prender nota, è quella dov'
egli afferma che, quant' a Cartesio, il Vico ebbe pieno diritto a biasimarne
l'incompiutezza del metodo, egli che, considerando come scienze la poesia, la
storia e la filologia, potè gettar -le basi d'un metodo novello supremamente
sperimentale, storico e comprensivo. Ma quali sono propriamente i principii
filosofici del Vico? Ha egli una serie di principii metafisici? Renouvier non
risponde a questa domanda, e si tiene contento nell' affermare solamente eh'
egli ama/va la metafisica di Descartes. Sarebbe questo il luogo di rammentare
il Bouchez; * ma, fra tutt' i francesi, questi è l' unico scrittore che del
Nostro abbia parlato in guisa assai meschina, tanto che a veder come lo cita e
come n' espone le idee, farebbe sospettare di non averlo letto, o che ne abbia
solamente discorso per sentita dire.«£ noi non avremmo tirato fuori il nome di
questo debolissimo filosofo della storia e tenutone conto, se nel suo libro non
si vedesse confermata certa notizia della quale giova prender nota. Citando un
vecchio periodico di Francia, Bouchez dice come le opere di Vico fossero quivi
note già sino dai primi lustri del secolo passato. I francesi dunque molto
probabilmente non ignoravano il primo libro del Diritto \ Universale e, che più
monta, neanche il secondo nel ' quale è racchiusa, com' è noto, la sostanza
della Scienza Ifuova. La qual cosa abbiam voluto qui avvertire col fine di
rinfiancare vie piii la sentenza d'alcuni critici su l'origine delle molte
affinità fra alcune idee del Vico, * RBiroinriBB,Jfaraii««Z de PhUot. moderne;
Paris et Uipsig BouoHBZ, Inltrod. è la Scietkce de VHiet, ec. Paris, e quelle
di certi filosofi e storici francesi anteriori alla rivoluzione, massime del
Tm^ot e di Condorcet. Nel tempo di cui parliamo novella traduzione comparve in
Francia per opera dell' autrice anonima del Saggio sulla formaeUme dd damma
eaftólico. E anche qui e' è progresso; perchè se la traduzione det Michelet,
come si disse, è una riduzione non molto fedele e mancante di critica, la
traduzione di che discorriamo, oltre d'esser propriamente traduzione, è poi
fornita d'un lungo lavoro su le opere e su le dottrine del Vico, pregevole
soprattutto per V analisi cui è sottoposto il pensiero del nostro filosofo.* L'
autore di questa prefazione s' accorge subito ov'è il nodo delle dottrine e del
metodo vichiano. Cotesto nodo, evidentemente, è nella distinzione e insieme
nella relazione tra il vero e il certo, tra la ragioìie e Vautoritcu^ E innanzi
tutto osserva come la parola autorità pel Vico voglia dir volontà, coscienza, 1
voce interiore, sorgente di quel conoscere ond' all'uomo non riesce additar le
ragioni scientifiche e universali. Brevemente; la coscienza è autorità anzi la
piìi grave delle autorità. La ragione poi è facoltà che giugno a dimostrar la
cosa scientificamente, e quindi produce il vero. E poiché tutto ciò che 1' uomo
dimostra è fatto da lui e però ha natura finita, ne segue che il vero debb'
essere inferiore al certo. V è pertanto differenza tra il vero metafisico e '1
vero matematico: questo è nostra fattura, e quindi è vero; quello, in vece, non
ci appartiene come nostro effetto, e in conseguenza riguardo a noi è solamente
un certo. Ora siccome conoscere vuol dire scomporre ed astrarre per cavarne gli
elementi; così di Dio non potremo aver nozione vera, ma certa, stantechè non ne
sia dato scomporre ciò eh' è essenzialmente uno, né ritrovar cause di ciò che è
causa per sé. È necessario adunque un modo nuovo di conoscere Dio; La lunga ed
elaborata prefazione a coi alludiamo si vaole scrìtta da un celebre storico
firancese, A. M., amico della traduttrice. La Seience NouveUe, trad. etc.,
Paris, e però necessaria una nuova facoltà. Questa facoltà è appunto il volere,
che si rivela col mezzo della coscienza. La nozione di Dio quindi è un fatto di
coscienza e di autorità, perchè autorità e coscienza tornano il medesimo. Ho
voluto accennar brevemente queste osservazioni non solo a mostrare che la
prefazione di cui parliamo non è da annoverarsi fra le solite ampolle messe in
fronte alle traduzioni delle opere di grandi autori, ma a far Tederò altresì
come in essa racchiudansi interpretazioni davvero ingegnose. Il traduttore poi
avverte la confusione fatta da VICO tra Zenone lo stoico al quale è attribuita
la dottrina del punto metafisico, e quel Zenone a VELIA che riguarda i corpi
siccome aggregati d'infinito numero d^ atomi o di punti. Nota essere esclurivo
di VICO quel concetto per cui si considera il corpo siccome |?wn^o metaifisico
esteso. Osserva (e qui prego gli altri critici H tener conto di tale
osservazione) che il Vico non volle né poteva respinger l' idea del progresso,
attesoché avrebbe contraddetto alla propria metafisica: le$ cercle4 doni il
entoure l’hutnanité doit nécessairement marcher en avant.^ La qual sentenza,
che cioè nel padre della scienza storica rifulga chiarissima, chi sappia
discemerla, l'idea del progresso, è sostenuta in modo splendido da un altro
francese vivente, dal De Ferron come appresso vedremo. Fra le idee originali di
Vico il traduttore pone anche questa: V uniformità originaria di civiltà appo
differenti popoli più come eftetto della comune natura e dell' unità di fine
che ne presiede allo svolgimento, anzi che come resultato di comunicazioni
dirette avvenute fira popoli diversi.' Riferisce al Vico la scoperta de' tipi
fantastici di differenti classi d'uomini contro chi non vi sapeva scorgere
altro fiiorchè personificazione di forze naturali. À lui medesimo riferisce l'
aver dimostrato storicamente il processo delle tre forme politiche generali, [
La Science Nouvdle OVli. aristocrazia, democrazia, monarchia; V aver avuto
coscienza come né l’eloquio né la civiltà latina fossero provenute di Grecia;
e, anziché divinato (come vorrebbero alcuni tedeschi), aver egli dimostrato in
gran parte i suoi principii storici, né solamente dato impulso alla presente
filosofia della storia, ma avere concorso propriamente a svolgerla, a
costituirla: al qual proposito notiamo come il traduttore giustamente
rivendichi a Vico il merito attribuito a Champollion, d' aver interI pretato e
svolto le conseguenze del celebre passo di San Clemente Alessandrino. Fa vedere
poi come in pili cose ei mirasse più giusto e più sicuro dei suoi successori
quant' alla storia del Diritto; per esempio, su la tanto vitale distinzione fra
popolo e plebe, non veduta da ! Livio, e comprovata dopo il Vico dal Beaufort e
da Niebuhr. Mostra quindi essere assolutamente nuovo il modo con che V autore
della Scienza Nuova considera e risolve la questione circa l'origine delle XII
Tavole; nel che lodiamo la forza e la maniera ingegnosa ond' anch' egli sa
difenderne la verità. Verissimo, finalmente, quel giudizio su la dottrina
risguardante Omero e i poemi omerici, accorgendosi come il Vico non intendesse
con tal dottrina negare un Omero personale che 'impresse forma esteriore ai
suddetti poemi, ma negare bensì, nel che egli ebbe ed ha ragione, un Omero che
fosse creatore de' medesimi, come vedremo a suo luogo. Tali sono i pregi di
quest'assennato lavoro critico che va innanzi alla seconda traduzione della
Scienza Nuova. Ma non vi mancano difetti; e ne cito qualche esempio. Come non
iscorger l' attinenza fra il vero e il certo di VICO? Come non veder che 1'
autorità altro non è che la stessa ragione considerata quale obbietto che propone
sé a sé medesima, essendo due termini cotesti che, come altrove diremo, van
soggetti anch'essi alla legge di conversione? Se questo avesse inteso il
traduttore, non avrebbe affermato che dell' assoluto non si possa aver nozione,
ma sentimento. Nella Ragione e jìeW Autorità del Vico egli forse ha voluto
scorgere qualcosa della Ragion pura e della Ragion pratica del Kant, ' G certo
non s' è intieramente ingannato. Ma non s' incanna egli quando si piace di
scendere a conclusioni cosi immediate col Criticismo? Che poi tanto in
metafisica quanto in geometria il punto sìsl principio d^ estensione; che però
la matematica, sia come dire, copia materiale atta a farci conoscere il tipo
immateriale eh' è appunto la r»i avverato dopo la pubUicaiione di tale storia, aTcndo
questo scrittore poeto il gran princìpio per cui la storia è aommesea {dVimpero
di leggi univeraali. Ma non è questa per l’ appunto la grande scoperta della
Scienza Nuova almeno quant*al suo principio? E tutte le leggi su la costanza
de* fatti sociali trovate da Buckle e più dal Quetulut, non sono forse
altrettante applicazioni sociali di quel princìpio? Ma prima di procedere
innanzi giova rispondere ad mia difficoltà non diffìcile, a nascer nella mente
di qualche pedante. Si domanderà: perchè insieme co' puri critici ed eruditi in
questo secondo periodo avete messo filosofi di gran nome? La risposta è facile
e chiara: primo, perchè tale è l'ordine cronologico di cotesti filosofi;
secondo, perchè costoro han parlato o accennato alle dottrine del Vico, adoperando
una critica più presto erudita e storica che filosofica. Qui non potevamo
disporre e coordinare gli autori in ragione delle opere scritte e per gli studi
eh' essi han coltivato e per la forma del loro ingegno, bensì pel valore della
critica ch'essi hanno esercitato su le dottrine del nostro filosofo. Nessuno ha
dato segno d'elevarsi ai veri prindpii di queste dottrine, non perchè non
sapessero, ma sia perchè alcuni di essi non ebbero tal fine parlando dinVico,
sia perchè non han creduto ad una filosofia ' di quest'autore. Nondimeno a
contar dai primi fino agli ultimi scrittori appartenenti a questo secondo
periodo, dallo Jannelli, per esempio, al secondo traduttore francese della
Sdenta Nuova, è evidente un progresso mercè cui la critica sul nostro filosofo,
da erudita e sto \ rica e filologica, viene assumendo gradatamente valore
sempre più filosofico; di modo che T ordine logico, in questo nostro saggio di
storia sulla Scienza Nuova, risponde perfettamente all' ordine cronologico. La
critica nel senso d' interpretazione filosofica sarà quind' innanzi il
carattere per cui si distingueranno gli autori a' quali verremo accennando nel
seguente capitolo. periodo degl' interpreti filosofi. Il terzo periodo degli
studi sul filosofo napoletano, se è vero che ha da risolversi logicamente, come
s'è detto, in una critica filosofica, doveva esser dischiuso propriamente da'
filosofi come quelli i quali, più che fermarsi alle applicazioni, costumano
anzi risalire ai principii e alle ragioni di esse. Or le ragioni e i principi!
( della Scienza Nuova giacciono sparsi, quasi germi fecondi, nelle opere latine
del nostro filosofo; e a queste vediamo accennare più spesso, e ad esse
volgersi più che ad altro la mente degli scrittori che noi verremo adunando ed
esaminando in questo terzo periodo. Primo di tutti, infatti, al Libro
Metafisico ricorre r illustre ROVERE; e, trovatovi il criterio del vero e del
fatto che è come il nodo vitale di tutte le teoriche vichiane, nel Binnovamento
dell' antica filosofia I italiana viene applicandolo a quella dottrina ch'ei
disse della hvtuijsione. Sennonché, un criterio qual è questo di valore
essenzialmente universale, come vedremo, un criterio che nelle più elevate
questioni di metafisica assume qualità e forma di principio; nelle mani del
filosofo pesarese invece piglia natura e proporzioni, per cosi dire, di norma
psicologica, o ideologica che sia: né quindi ebbe torto il Rosmini se in
cosiffatto innesto operato dal Mamiani vide annidarsi difetti non pochi, né
lievi magagne, confessate oggi tacitamente e nobilmente dall' autore delle
Confessioni d’un metafisico. Vedremo a suo luogo se quando Vico propose quel
criterio, non intendesse né punto né poco uscir da' termini della Intuizione,
come allora pensavasi '1 Mamiani.* Il quale, ove oggi tornasse a parlarne,
certo ne discorrerebbe in ben altri sensi e co' riguardi di buon platonico, più
che di filosofo naturale seguace della filosofia del comun senso, al modo che
con sì acceso entusiasmo prese a fare trentacinque anni addietro.* Del • Vedi
Del Rinnovamento della FU. antica Itah, Parijri. 1 Difatto nelle Con/esnoni
ROVERE designa il filosofo napoletano come il vero e ardito rinnovatore della
teorica delle idee, ma non dice come, non dice perchè, e non giustifica in
alcun luogo ed in vernn modo tale affermazione. Nò Teramente il poterà,
stantechè rimanente il merito a cui egli può e dee pretendere panni questo.
Primo d' ogni altro ei richiamò alla mente degl'italiani non pur la dottrina su
l'anzidetto criterio, ma eziandio alcune teorie cosmologiche sparse nel libro
De Antiquissima Itàlorum sapientia. Tale si è quella de' punti metafisici come
generatori di solidi, in quanto ci significano una forza unica che in ciascun
corpo meditiamo sotto la concezione d' un punto: tale queir altra su la
continuità che questa forza infonde a tutte cose: * tale anco la idea del
conato motore identico per tutto: tale il concetto della incomunicabilità del
moto onde ogni particola materiale si può dir che possieda in proprio il
principio motivo già ricevuto da tutto il subbietto, talché il moto sia da
ritenere per al tutto spontaneo:' tale, finalmente, l'idea della impossibilità
del vuoto assoluto, e 1' altra che il divisibile accusi r indivisibile, l'
indefinito e l' immutabile in seno alle fenomeniche e divise realtà.' Ognun
vede quanto ROVERE del Rinnovamento cogliesse giusto in queste idee
cosmologiche di VICO. Dopo trenta e piii anni però egli è ritornato a parlarne,
ma troppe cose nella nuova cosmologia scordandosi della vecchia. Ristringendoci
infatti, per ora, al concetto istorico, se dell' antico maestro invocato sei
lustri innanzi ei pur si rammenta, se ne rammenta sol per addolorarsi anch'
egli che il Vico fosse stato l' autore della dottrina Corsi e ricorsi storici
(malaugurata dottrina!) né sa darsi pace pensando come mai nella mente di quel
sommo tal gravissimo errore fosse potuto capire. Al contrario oggi egli stima
d'aver gettato le basi alla filosofia storica, mercè l' idea dell' finità
organica del mondo isterico. Ma, diciamolo con buona pace dell'illustre U sua
teorica neopIatoDìca delle idee sia diametralmente opposta a quella che, come
redremo, scaturisce dall* insieme delle dottrine richiane. Dd Rinnovamento^ ec
pai|^. 297. nomo, cotesto a noi sembra ed è un concetto assolutamente vìchiano.
Per tre fattori, infatti, dice il Mamiani, il mondo de' popoli forma unità
organica; e sono questi: 1* natura comune e perpetua negli uomini; 2 È una
relazione * Vedi negli Atti dell’Accademia di Torino, celesta, tra Kant e Vico,
della quale giova tejier conto; e abbiam voluto farlo citando le parole del
valoroso BERTINI. CONTI, pensatore profondamente cattolico e altrettanto onesto
e sincero nelle sue convinzioni, ha voluto consacrare intera una lezione alle
dottrine del I nostro filosofo nel suo Specchio della storia generale della
filosofia. Chi conosce i principi! filosofici dell' illustre ed elegante
scrittore toscano saprà indovinar subito quale esposizione egli faccia di VICO,
e sospettare in che senso ne interpreti le dottrine. Può dirsi eh' e' sia il
rovescio degli hegeliani; perchè si studia di tirar tutto dalla sua parte l' A.
della Scienza Nuova, segnalandolo naturalmente com' uno de' tanti anelli della
sua filosofia perenne. Io non istarò qui a negare ne che il Vico sia cattolico,
né che la critica del prof, pisano sia fatta male. Sarà anzi critica savia e
coerente: ma è tutto Vico della prima maniera quello eh' ei ci dà, perocché
niente vi sappia discemere che non si ritrovi più o men palesemente in
Agostino, in AQUINO, in AOSTA, e simili. Però in VICO nulla ci é di nuovo, nel
senso del filosofo samminiatese, salvo che il concetto d'una filosofia civile.
Né potrebb' esser diversamente, ammessa la maniera con che suol procedere in
tale esposizione critica appoggiandosi per lo pili in certe aflFermazioni
generali e duttilissime del nostro filosofo, qual è, per esempio, questa: Dio,
com'è U principio ddV essere, così è anche del conoscere. Quante mai
conseguenze non si potrebbero far rampollare da cosifiatto principio ! Un
giobertiano, per esempio, vi mostrerebbe com' ei si sgomitoli tutto nelle note
formolo e cicli creativi e concreativi assoluti e relativi di cui al solito
egli ha piena la bocca; dovechè un hegeliano non mancherebbe darvi pruova di
tal destrezza, da sciorinarvi sotto gli occhi a fil di logica tutta la rete
delle sue leggi dialettiche. In VICO c'è parecchie di cpsi fatte sentenze; né a
CONTI poteva riuscir difficile tirarle alla sua filosofia comprensiva. Ma egli
dice benissimo dove osserva che i prìncipii del Vico, anzi che condurre al
panteismo, lo combattono; e in ciò noi conyeniamo pienamente. Or non sarebbe
stato mestieri dimostrar come non vi condncano e conte lo possan combattere?
Consentiamo altresì col dotto scrittore in tutte quelle saggio riflessioni eh'
e' sa fare su l'indole comprensiva e storica del metodo vichiano. Ma non
sapremmo concedergli che la dottrina dei corsi e ricorsi apparisca solo nella
seconda Scienza Nuova. È quistione di fatto eh' ei potrà risolvere col ridar
un' occhiata al sommario della 1* Scienza Nuova. Farà male anche a lui cotesta
dibattuta e combattuta dottrina; ed è forse per questo ch'egli procaccia di
trovar modo a scusarne l'autore: ma, più che scusarlo, avrebbe dovuto e potuto
difenderlo. Crede anch' egli poi, erroneamente, come FERRARI, che VICO
s'ispirasse alla teorica delle monadi di Leibnitz; ma contro il Ferrari mostra,
e fa benissimo, quanto il Vico fosse lungi dal confonder la causalità con l'
identità ideale. Finalmente osserviamo che i principii ond' il Vico resiste al
Cartesianismo e che il Conti riduce a tre, sono da lui debitamente
interpretati, meno T ultimo poco fa menzionato; che Dio, cioè, essendo
principio dell' essere, è anche principio del conoscere. Accettando questa
sentenza accetta anco l' altra tanto familiare al Vico, per cui la metafisica,
la matematica e l'etica siano da Dio. Anche cotesta è afi'ermazione generale,
onde nnlla può concluderai finché non si giùnga a mostrare come precisamente
accada che quelle scienze rampollino da Dio. Per ciò medesimo accoglie e ripete
quelr altro pensiero che il sommo della certezza risegga nella metafisica;
contraddicendo cosi a ciò eh' egli stesso ana pagina innanzi aveva accettato da
Vico: la certezza somma potersi l'aggiugnere unicamente con le matematiche.
Bisogna pur confessare che con la sua critica il Conti ha lasciato il Vico dove
appunto l' avean A. CoNTf, Storia della Filotofich Firenze condotto, per
esempio, il Duni, Tlannelli, il Tommaseo, r Amari, il Rosmini e tutti
gl'interpreti filosofi cattolici. E noi non sapremmo fargliene carico: con la
sua maniera di filosofare non poteva far diversamente. Anche l'illustre
Franchi, scettico ingegnoso, onestissimo, sincero, e critico furibondo, pare
talora siasi data la pena di leggere qualche libro del Vico; e ne parla I in
due luoghi neUe sue Letture sulla storia della filosofia moderna. È noto come
il Vico più volte accenni a Bacone, nella Scienza Nuova, nel Libro Metafisico,
nel^ r Orojsiotie sugli studi, e fin nelle sue Vindicue contro gli Atti degli
eruditi di Lipsia. Lo rammenta sempre con parole amorose e riverenti,
annoverandolo, com'è noto, fra' suoi maestri. Il valoroso Ausonio reputa
esagerati cotesti elogi, massime, die' egli, quando si pensi a GALILEI. Non
possiamo qui intrattenerci sul valore speculativo di Bacone: il divario e le
somiglianze fra lui e il nostro GALILEI accennammo altrove.* Ma gli elogi del
Vico al filosofo che primo ebbe coscienza della teoria sperimentale (dico della
teoria) non dovrebbero parere esagerati a nessuno: Franchi anzi avrebbe dovuto
chiamarsene contento, se avesse badato all'indirizzo storico e però
sperimentale cui è tutta volta la Scienza Nuova. Né qui giova gran fatto
invocar l'autorità di Cartesio, dicendo ch'ei fece appena menzione di Bacone;
del Newton che noi nominò mai; del Locke che lo citò solo una volta, non come
filosofo, bensì come storico. Questa anzi è una ragione di più per apprezzare
gli elogi che ne fa VICO. Qual è il motivo principale onde r autore della
Scienza Nuova encomia tanto spesso r autore del Nuovo Organo? Questo, parmi; l'esigenza
in Bacone a dimostrar con esperimenti la verità già concepita, e quasi
preveduta col pensiero.* La ragione dunque ond' al Vico piaceva Bacone, ci
mostra com' egli sapesse intendere e pregiare la mente del filo[Vedi la nostra
memorìa su GALILEI. Bologna. Vico, Vindìeke^ nve NoUb in Ada erudiUìrvm
lAptitnna] sofo inglese. E dico intendere e pregiare, perciocché -egli non
iscorgeva nel Nìmvo Organo quel rachitico sperimentalismo che ci san vedere i
positivisti, e per cui solamente e con tanto calore costoro invocano a maestro
il conte di Sant'Alban. Di che proviene poi un'altra riflessione ; ed è che
dalla citazione di VICO testé riferita è manifesto, come gli sperimenti non
sieno la sorgiva, bensì la riproduzione, la conferma di ciò che in qualche '
maniera si è innanzi concepito; e per cui i diritti dello spiritò restano salvi
di fronte a qualsiasi forma d'empirismo. D'altra parte, poiché senza sperimenti
ciò che s'è speculato riesce al tutto sterile e vuoto, ne segue che non senza
buone ragioni nella Scienza Nuova il metodo di iilosofare del Nuovo Organo è
detto essere il metodo più accertato. Avea dunque torto il Vico nel profondere
•encomii al Gran Cancelliere? Esagerazione é il dire, nell' Autobiografia,
essere stata grande fortuna per lui aver avuto notizia del libro del Signor di
Verolamio? Ma e' é di pili. Il Franchi reputa Bacone padre di quella storia che
l' autore del nuovo Organo disse letteraria, e senza cui la storia del mondo
pare vagli come la statua* di PoUfemo priva dell' occhio. Or come va che l'
acutissimo critico non s' è accorto esser la Scienza Nuova precisamente cotest'
occhio dato dal Vico al Polifemo di Bacone? E non é ella cotesta un'altra
relazione fra' due filosofi? E non è in questa relazione appunto il motivo
degli encomii esagerati? FRANCHI parla di VICO anche a proposito del Cogito di
Cartesio. È noto come l' autore della Scieìiea Nuova, ragionando di questo
criterio, facesse menzione altresì del detto di Sosia: quum cogito, equidem
certe idem sum qui semper fui. Ne parla €ome fatto inconcusso inverso a cui le
lance dello Scetticismo, per acutissime che paiano, rimangono spuntate appunto
perchè il dubbio, essendo anche pensiero e quindi importando identità
personale, racchiude certezza. Il Franchi domanda (e nel domandare, dà segno di
stupire in che maniei'a la penna d'un Vico abbia potuto scrivere tali
enormezzel): che cosa mai ci ha che vedere il motto volgare di Plauto col
principio filosofico di Cartesio? Ma, buonissimo e valoroso Ausonio, trattasi
per T appunto di questo I La posizione Cartesiana è ella davvero un principio,
o no? È egli un vero, o non piuttosto un certo? Tra i filosofi vi è anche
MAZZARELLA, che in quest' nltim' anni ha parlato di Vico nella sua Storia della
Critica, e ne ha considerato l'ingegno critico in relazione alla critica
anteriore e posteriore all'autore della Scienza Nuova. Con la solita chiarezza
e semplicità e dirittura di pensiero egli ha saputo mostrar che cosa
rappresenti il filosofo di Napoli nella Storia della Critica: !• il disprezzo della
critica meramente erudita: 2 zioni poco fa rammentato, niun altro fra noi ha
parlato del Diritto Univermle tranne roi:rregio prof. Luchini nella sua Critica
della penalità^ condotta secondo i principii del filosofo napoletano. Egli ha
messo a riscontro ia dottrina del Nostro con le teoriche di Kant, del Bentham,
di ROMAGNOSI, di ROSSI e della Scuola toscana, e se ne dichiara seguace.
Vedremo nella «Socto^ofTtd s'egli siasi apposto nello mterpretar la teorica
della penalità dell* autore del Diritto Univtrtale, anteriori. Di fatto, porre
a fondamento della società un doppio bisogno materiale e morale, eh' è dire
l'istinto al bene essenzialmente morale e all'utile tolto nel significato di
equo-buono; dimostrar Funo anteriore logicamente all’altro e questo mostrar co'
fatti anteriore a quello per sola ragion cronologica; trame quindi il principio
giuridico ed etico d' una doppia società (soci^as veri e sodetas (squi-boni);
far consistere la natura d'entrambe in uno scambio di beni materiali e morali
fra gì' individui; porre il concetto di giustizia come proporzione onde questi
beni vonn' esser distribuiti, ri che quand' anco non esistesse un bene di
genere morale ma solo beni materiali ci avrebbe a essere ciò nullamanco una
misura secondo la quale siffatti beni devano andar ripartiti, e quindi la
necessità del medesimo concetto di giustizia anche nelle attinenze puramente
materiali fra gli uomini: presentare siffattamente la scienza del diritto, dice
il Franck, vuol dire creare addirittiu*a la filo ' sofia delie relimoni civili
e sociali, la benintesa Sociologia. Due sono perciò le regole fondamentali
dell'umana condotta che scaturiscono da'principii di VICO: operare di buona
fede rispettando la verità in tutto, ed esser utile ai propri simili.
("onvien confessare, diciamolo di passata, che ove il Franck avesse tenuto
conto principalmente di questi criterii, non avrebbe speso molte parole a
biasimare il Vico a proposito dell'esagerato concetto che questi ebbe intorno
alla carità, la quale talora, com'è noto, egli confonde con la giustizia. Altro
pregio insigne di questo scrittore è l'aver saputo cogliere i veri principii
del Diritto punitivo del ' nostro filosofo, mostrando com' egli, col tener d'
occhio nella sua dottrina non pure il colpevole ma anche i diritti e gì'
interessi della società, compia nel medesimo tempo le due opposte teoriche
penali; quella, cioè, dei sistematici platoneggianti che nel comminar la pena
mirano soltanto all' ammenda del colpevole, e l' altra degli ntilitarii e
positivisti che della parte morale non ^ sanno tener conto, ne punto, ne poco.
Ma sopra tale argomento ci rifaremo altrove di proposito. Seguitando intanto,
parmi che il pregio massimo della crìtica di questo scrittore stia nel modo col
quale considera i principiì delia politica; prìncipii che, quantunque nello
stato di germe, possiamo rintracciare nel Diritto Umversale. La politica del
Vico, egli osserva giustamente, è tutta fondata sul Diritto, ma in armonia con
la storia. Sentenza verissima e feconda, che Franck avrebbe dovuto rifletter
meglio dove censura il Nostro per alcune applicazioni eh' ei venne facendo alla
storia. Laddove il Vico, egli dice, s' accinge ad applicare il metodo allo
studio del Diritto, urta evidentemente ad un doppio scoglio; da una parte,
quand' egli chiede soccorso alla sola ragione, risica di confondere e spesso
confonde il dominio della giurisprudenza con quello della metafisica;
dall'altra poi, quando chiede aiuto alla storia, altro non fa che aggirarsi in
mezzo alle istituzioni e ai destini del popolo romano, quasiché la storia di
questo popolo fosse la storia universale. In altre parole il Franck dice così:
VICO da una parte, svapora nell'a priorismo e dà nelle astrazioni; mentre poi
dall' altra intoppa nell' empirismo. Il Franck dice benissimo. Nel filosofo
napoletano questa doppia tendenza è manifesta. Ma anziché difetto cotesto,
perché non dirlo pregio? Non é egli stesso, infatti, che non rifinisce
d'incelare il metodo vichiano appunto perché consiste nel connubio della
filosofia con la filologia, della metafisica con la giurisprudenza, della
ragione con l'autorità? Or l'esigenza d'un doppio organo, d' un doppio
strumento nel metodo, non é la condizione legittima, e propriamente la parte
vitale d' una dottrina, doveché gli errori d' appUcazione hanno valore Affatto
secondario? Il non aver poi riflettuto a questo ha fatto sì che il Franck
giugnesse ad una conseguenza non vera, dicendo che il Montesquieu, quant'al
metodo, vinca e superi il filosofo italiano. Paragoni, somiglianze, analogie,
riscontri fra questi due scrittori non sono possibili. Montesquieu non ebbe
neanche sentore àeV n metodo vichiano; ed ecco perchè l'opera su lo Spirito
ddle leggi non è una filosofia della storia, non è la Scienza Nuova, né quindi
credo che lo scrittore francese siasi ispirato né punto né poco neir italiano,
come inchinerebbero a supporre Lerminier, Carraignani, Amari ed altri. Il senso
delle storicità, come primo fra tutti osserva FERRARI, manca affatto nel
Montesquieu; e manca in lui, come tutti oggimai ritengono, il compimento
razionale filosofico; vi mancano insomma i principii, 0, per dir la parola che
usano gli stessi Francesi a tal proposito, vi manca il carattere détta
raziofialità. ^j L' ultimo libro nel quale si parli cou serietà scientifica del
nostro filosofo, è quello di Ferron, ingegnoso e abilissimo filosofo. Nessun
francese meglio dì 1 lui ha saputo cogliere il significato razionale della
Scienza I Nuova, comprenderne il metodo isterico, e pome l'autora in quel
seggio che gli spetta fra i pensatori dell' evo moderno. Tracciata la storia
dell'idea del progresso,^' egli entra a discorrer su la scienza de' fatti
storici qual' era concepita prima di VICO, sul DIRITTO ROMANO rispetto alle
dottrine di lui, su la Scienza Nuova di fronte alla critica moderna, e con
erudizione eletta, acconcia, sobria e non affollata, prende a trattare la ' Il
Canuignani dice benissimo dove affernia che il metodo del Mon ) tesqaien
rassomiglia al microscopio, in mentre che quello del Vico rende imagine del
telescopio. (Storia della FU, del Diritto) Che poi il difetto di razionalità
costituisca la parte debole deiropora del filosofa francese, è cosa ormai detta
e ridetta e provata fino dal secolo passato, e confermata sempreppifi dai
moderni. Non potendo trattenerci in questi particolari, rimandiamo i lettori al
giudizio che in proposito danno i seguenti scrittori, e che torna conforme al
nostro espresso poco fa: Duxi, Saggio mila Giuritpr. univ., FlLAKOlRRI, Se.
della Legialaz.^ lotrod. MaCKINTOSH,
Vige, nur Vétude du Droit de la nature, ec. RoTTBSKAg, Emil, Fra i moderni poi
cons. Lebminirr, Biat,^ ginér, Barkt, Hiwf. dea idéen morale» et politiquea en
France Jakrt, Hiat. ec. yol. II, pag. 516. DaFAO,^; De la méth. d*olaervation
aux aciencea mor. et poi.,. Qneit* ultimo anzi dice
mancare affatto nel Montesquìon una teorica. quistione su Tetà dell'oro, e
l'altra su T orìgine e sul valore de' poemi omerici. Il buon senso di Ferron
nel saper rilevare in siffatte quistioni il merito del nostro filosofo a me sembra
davvero mirabile. Con dirittura di giudicio intende la relazione fra il diritto
civile e '1 diritto filosofico; e con tal chiave nelle mani riesce ad
interpretar debitamente la storia ideale che l' autore della Scienza Nuova
seppe cogliere nello svolgimento del gius romano. Uno per lui è il sistema del
Vico; onde le due Scienze Nuove non sono da riguardarsi altrimenti che come
detix rédadions éCun ménte sujet: al che dovrebbe por mente il nostro Cantoni.
Ritiene egli pure che lo Champollion non discoprisse, bensì confermasse pienamente
la dottrina del Vico su la storia della scrittura, tale essendo infatti la
triplice scrittura egiziana geroglifica, jeratica e demotica. Dimostra ch'egli
prima d'ogn' altri ritrovò e compose in armonia parecchie dottrine accettate
oggi e rassodate difinitivamente dalla scienza, quali sono, per citarne
qualcuna, la formazione del dramma satirico riguardato come sorgente d'ogni
poesia drammatica, l'anteriorità del linguaggio poetico al linguaggio prosaico,
e simili. Da ultimo fa rilevare come, non contento d' avere scoperto la legge
secondo cui si vanno svolgendo nel corso isterico le grandi civiltà nonché le
forme semplici del reggimento politico, profondasse la mente nel ricercare e
determinare il carattere d' un' epoca anteriore alla città ed alle aristocrazie
feudali, epoca che costituisce appunto l'età divina. La quale osservazione,
fatta da un francese, dovrebbero oggimai spassionatamente meditare i
positivisti francesi che non rifiniscon di celebrare la scopei'ta della legge
sociologica del loro maestro! Ma nel De Ferron incontriamo riflessioni che non
ci è venuto fatto ritrovare in verun critico. Base della città, die' egli,
fondamento del formarsi delle nazioni per r A. della Scienza Nuova non è Y
istinto della sociabilità, come credevano i giusnatnralisti suoi contemporanei.
Se tale istinto può aver creato la iaiiiiglia e le tribiì, non però basta a
fondar la città, non riesce a condurre un popolo ad una data costituzione
politica. È necessaria dunque una l'orza estrinseca, senza cui r uomo rimarrebbesi
nello stato pastorale. Ora cotal forza estrinseca e tutta naturale consiste nel
fatto del successivo migrare delle tribù da alcuni centri; nel loro successivo
aggrupparsi in dati luoghi; nel fissare lor sedi, ond' è resa possibile
l'agricùltura; e finalmente) nel fatto delle conquiste, le quali hanno virtù di
creare e rendere sempre più stabili e quasi organiche le nazioni sedentarie.
Tutto questo, dice benissimo il De Ferron, scaturisce a fil di logica dalle
dottrine del Vico. Diciamolo ora con parole nostre: l’organismo sociale, la
società, è da natura; è nella natura: l'organisiifo dello Stato, in vece, è
sottoposto a processo; questo processo tiene ad arte; ma quest' arte è fondata
aqch'ella in natura. La relazione storica, dunque, ecco il concetto del Vico
che il De Ferron ha interpretato a meraviglia., Altra osservazione assai
notevole parmi questa. Non v'è stato né v' è, die' egli, chi i;on abbia
celebrato il filosofo di Napoli qual padre della filosofia della storia; mais
on se garde d'exposer sa méthode historique, aristoteliemie, i cui principii
son oggi venuti applicando, in diverse ricerche storiche Macaulay, Michelet,
Guizot.' Con queste parole il De Ferron mostra d' aver pienamente compreso il
metodo della Scienza Nuova; metodo essenzialmente aristotelico, checché ne
abbian' detto e si piaccian dire certi hegeliani. Ed ecco perché egli s'
allontana da parecchi altri critici nell* apprezzare il concetto vichiano sul
progresso; rispetto al quale consente con Y anonimo traduttore francese, col
Tommaseo, con lo Spaventa e con altri, per citare qui ' È uno de' principii su'
quali è fondata la Sociologia del Comte e ch'eglif spesso appella contenBo,
cospirazione {Coum de PhiU posity voi. V). Sarà anche questa una scoperta del
Positivista francese? Db Ferron, tre nomi che, quantunque discordanti nel
resto, convengono ciò nondimanco nel credere che in Vico esista r idea del
progresso. E a chi neghi o dubiti che cotesto concetto ritrovasi nella Scienza
Nuova, il De Ferron è pronto a rispondere: cela parati impassible a PRIORI, car
le progrès décovUe de son sy stèrne; mais en otUre U le prodame formellemeYU}
Si dirà che il Vico non vide 1' elemento, la molla principalissima
delprogresso, cioè la trasformazione dei rapporti econo spirito. Uno de' suoi
pregi, come s' è detto, è la posizione del pensiero qual inizio di scienza
indipendente da ogni qualunque autorità: ma di ciò, com' è noto, Cartesio non
può vantarsi d' essere stato primo divulgatore e sostenitore nel regno della
scienza.' Vero pregio, pregio massimo dell'autore delle Meditazioni sta neir
aver considerato come originaria virtù dell'anima l'attività stessa del
pensiero; aver posto r anima come il pensiero stesso, e però come soggetto e
obbietto.' Senonchè il pensiero per lui non era altro che rappresentazione, e,
come tale, unione a dir cosi meccanica, incosciente, immediata di due oppositi
elementi, dell'universale e del particolare, dell'infinito e del finito. Come
dunque potev' egli riuscire al vei'o organamento del sapere filosofico, posto
un fatto empirico, Dt$c et le Cartinanimne, Introd. Franchi, St. detta FiL
mod., Tol. 1, letlnrs Jaitbt, (Euw, phiL de LeibnitZj ToL I., Introd.
TrnmtiiAinf, Su ddla FU. La riforma cartesiana, cosa arvertita presso che da
tutti gli storiografi, non giunse nuova fra noi, tanto clie la si riguardi come
rinnoramento filosofico, quanto che come reazione scolastica. ATevamo avnto già
PETRARCA, poi VINCI, la scuola Telesiana – TELESIO (si veda), poi la scuola
Galileiana – GALILEI (si veda). (Vedi Libri, HUt. de» •eienc, math., ~
PncoiiroTTi, Sl della Med,^ voi. ult.) Potremmo dire altresì che TAconzio, come
osserva giustamente il Franck [Diet, de» »eiene. phiL) fosse stato in ITALIA il
devander \ del metodo cartesiano. Avevamo avuto anche BRUNO; e segnatamente CAMPANELLA,
le cui opere non dovettero esser del tutto ignote a Cartesio, come nota il
Bitter {Hi»t. de la phU. mod.). Ma anche qui, al solito, s* inciampica neir
esagerazione quando si vuol risalire fino a sant'Agostino a ripescar 1*
antecedente del pronunziato Cartesiano ! Nò io mi ci vo' opporre, sapendo che
in quel Santo Padre e' è pur troppo r esigenza cartesiana (Vedi per es.: De
Lib. Arò., e specialmente De Civii. Dei). Ma il valore della posizione è tanto
diversa ne* due filosofi, quanto diversi i tempi in ch*ei vissero, trattandosi
ben più che di certezza d'esistenza. Il Cousin poi, com'è noto, va fino al
No»ee te ipeum di Socrate ! Contentiamoci di questo, che non è poeo: un
eclettico ne potrebbe far di peggio. • DiBOARTBS, Médit., Lettre», U II, U».
Obi. répotue», I, 4. posta una dualità empìrica? E in che maniera spiegare nel
pensiero l'unione del finito con l'infinito? Ma che davvero l' idea di Dio sia
innata e a priori nella nostra mente com' egli stesso afferma, * al modo eh' è
innata, non nata, cmmcUa l' idea di noi medesimi (ciò eh' è proprio la novità
di Cartesio) è ancor cosa da dimostrare. È ella possibile nel nostro pensiero
l'idea dell'infinito veramente detto? L'essere adegua il conoscere, dicono
certi interpreti hegeliani; e poiché nel conoscere v'è r infinito, il pensiero
è dunque infinito: ecco la novità vera di Cartesio, su la quale s' imbasa
propriamente la filosofia moderna. Ma il pensiero è egli propriamente l'essere,
come si vorrebbe darci ad intendere? Non potrebbe stare che cotesta fosse
un'affermazione arbitraria di Cartesio, fatta legittima, più che altro, dal
desiderio, nonché dall' artifiziosa interpretazione che gli hegeliani porgono
all'entimema cartesiano? Diranno non ci essere artifizio di sorta in questa
loro interpretazione. Ma non è forse egli stesso, Cartesio, il quale a chiare
note ci dice in che senso parli d'innatismo, afiermando, la natura stessa
averci fornito d'una facoltà mercé cui produceìido queUPidea possiamo conoscere
Dio?* Checché ne sia, era d'uopo rivedere, chiarire e correggere in gran parte
la posizione cartesiana del pensiero. Questo quant' al Descartes, come
iniziatore del novello indirizzo. Quanto poi agli esplicatori del
Cartesianismo, in generale, era d' uopo restituire alla scienza'' il concetto delle
cause finali invocando segnatamente lo studio della storia; porre l'assoluto
come obbietto • Descartes, Médit. 8«. Vedi nella Troinhn. oljection9f Z"
Rép,: e nella Rép. à M. Begiut. Non ignoro che nella Meditaz. 3^ e 5" egli
dice apei-tamente, Tidea di Dio essere innata in quanto ci ^ imprenta da lui
medesimo. E qoi è chiara la contraddizione tra ciò eh* egli afferma in queste
Meditazioni, e le illustrazioni ch’egli stesso ne dà nelle Risp. alle
obbiezioni poco fa indicate. Bisogna dunque levarla di mezzo tale
contraddizione; è fuori dubbio. Ma perchè pretendere di leTarla con T
identificare Dio e pensiero, facendo contro cosi a tutte lo esigenze della
metafisica cartesiana ? anziché come principio di ricerca; accomunare in un
subbietto dinamico universale tanto la costituzione del mondo fisico, quanto
quella del mondo morale; e quindi statuir le norme d'un metodo non geometrico,
non puramente psicologico, né assolutamente a priori nella, costruttura della
Scienza Prima. Questo per V appunto presero a fare il Leibnitz in Germania e,
poco appresso, VICO IN ITALIA. Non vorrei che i lettori stimassero
inconcludente il ravvicinamento di questi due nomi, e inutile e vuoto un
riscontro delle loro dottrine. Non è cotesto, intendiamoci, uno de' soliti
riscontri onde rigurgitano certi libri odierni appo cui non di rado si dà per
concreta, storica, reale un'attinenza meramente logica, o ideale che sia. Il
riscontro tra il filosofo di Napoli e il filosofo di Lipsia è tutto ideale; ma
la ragione di esso pone radice, meglio che in qualche riposta e fatai legge
dialettica, in queste due ragioni principalmente: !• nella forma e natura
stessa di lor mente: 2* nelle condizioni della filosofia del secolo XVII. E
innanzi tratto ricordo anche qui, non esser possibile dimostrare che il
filosofo italiano siasi ispirato nel filosofo ) di Lipsia ormeggiandone metodi
e dottrine, com' altri hann' affermato.' Nullamanco l'affinità fra alcune
dot[Vico ha coscienza della propria posizione specalativa, e scientemente
opponevasi alP esagerazioni ed errori cui ruppero le diverse direzioni e scuole
nate dair indirizzo cartesiano. £gli conobbe lo opere di Spino}^, di Locke, di
Malebranche, e Tisi oppose. Quant'a Spinoza, cfr. Op. voi. QnanV a Locke,
Quant'al Malebranche, INon è dunque niente vero ciò che è stato affermato da un
hegeliano che il Vico, posto eh* abbia speculato, speculasse incosciamente e
senz" alcuna relazione alla storia della scienza. * In tutte le suo
scritture ne rammenta il nome appena appena due volte a proposito, non già di
qualche dottrina filosofica, ma delle controversie fra Newton e Ldbuìtz. Una di
queste citazioni è nella seconda Sa meth,, ec, Leibnitz, Meth, nova ditte,
dpcend. juritpr,, P. II, § 29. Amendne si presentano al pubblico con questioni
di metodo; ricerca degl* ingegni veramente grandi, anziché da filosofi pedanti
e scolastici, come si crede. ' Nella Ragion degli Hudi v' ha i criteri per lo
studio della ginrisprndenza. *
Vedi quant' al Leibnitz Mimoire» de VAeadfmie de Berlin^ voi. I,art. 1. ' Leibnitz, Xouv. Et», . il sustrato della Scienza Nuova, si
che vede svolgersi cotale idea anche attraverso gli antichi poemi. Quant' alla
fisica poi, alla res extensa di Cartesio, agli atomi fisici del Gassendi,
contrappongon gli (domi di sostanza, gli atomi metafisici,^ i punti, i momenti
metafisici e lo sforzo impedito nell'essenza stessa dell'universo.' Per questa
medesima ragione entrambi parlano linguaggio somigliante circa la natura delle
matemati-i che. Di fatti contro Cartesiani e Hobbesiani Leibnitz mostra la inefficacia
di siffatte scienze nelle indagini propriamente filosofiche, e al di là del
calcolo aritmetico e geometrico crede esserci luogo ad un altro e più rilevante
calcolo che tiene all' analisi delle idee; stantechè nella sostanza, die' egli,
ci abbia sempre qualcosa d' infinito.' La medesima insufficienza del metodo
geometrico scorge anche il Vico in più luoghi delle sue scritture; e lo reputa
difficile, anzi impossibile alla mente del metafisico.^ Col che essi anticipano
alcune idee di Kant in proposito. * Lbibnits!, %ff. noìit;. etc, Vico, Risp. 1«
al GiomaU de' Letterati, L* affinità de*dne filosofi, come si vede, è mirabile
anche nel linguaggio: punti metaJUici, conato («VTf^i'X^'av) tramezzante la
potenza e Tatto (Lbibkitz, Op.), 0, come direbbe il Vico, la Quiete e il Moto;
per cai la matteria, anziché passiva, ò per entrambi una forza viva. Anche i
punti matematici per entrambi non sono che simboli de* metajitici; e i punti
jieiei per tutt'e due riescono indivisibili, ma solo in apparenza. La ragione
poi ond*essì adoperano la parola punto è la idedesima; ed è, che il punto
racchiude infinito numero di relazioni. Finalmente si potrebbe dir propria
anche del Vico la nota sentenza del Leibnitz: eonatue e*t ad motum, ut punctum
ad epatium; e pel Vico vedi nelle Risposte al Oior. de* Lett.). In omnibu»
èubetantiis aliquid eet infiniti; unde fit ut a nobie per/ecte intelligi potint
sciite notionee incompUtfr, qualee eunt numeromm, figurarumj aliorumque
hujuemodi modorum a rebus animo abstractorum. Lkibxitz, Op., Vedi neW
Autobiografia, AìtroY e dice che la matematica è la più certa di tutte le
scienze, perchè prova per cause [De Antiq, Ital.), ma il metodo di essa riesce
esiziale, sterile e pericoloso quando si voglia adoperare nelle altre
discipline (Risp, a Gaeta), disastroso poi nella fisica, neir educazione degT
ingegni (/&»', passim), utile solamente neir ordinare anziché nello
scoprire (De Antiq., Ital. Entrambi poi riconoscono in Dio le stesse primalità:
potenza, volontà, intelligenza;* e se nell'uno troviamo il principio che Dio
creando non possa produrre altro che il migliore e il più perfetto de' mondi,
in Vico tale dottrina si lascia argomentare, come vedremo, dall' insieme delle
sue dottrine. Quant' alla storia, V un d' essi riconosce un progredire continuo
nel tutto, e la possibilità del regresso nelle parti;' dovechè l'altro, meglio
determinando e dimostrando cotal concetto, pone la dottrina dé*c(/rsi e ricorsi
storici, in cui sono racchiuse le idee di progresso e regresso, governati da
una medesima legge. Che se è stato detto esser d'uopo risalire, meglio che al
celebre Discorso del Bossuet, alla metafisica del Leibnitz per ritrovare un
concetto spe! culativo che fosse come il vero antecedente della filosofia della
storia, s'è detto giusto; atteso che veramente il filosofo di Lipsia, col
sommettere al principio della ragion sufficiente l' ordine delle cose fisiche e
morali, dischiuse la via alla dottrina del Determinismo universale, perocché
tutto per lui si annodi nel mondo, tutto si corrisponda, tutto armonizzi. In
Vico veggiamo questa medesima esigenza; ma nello stesso tempo ne troviamo la
correzione. Perciocché se anche per lui il passato è gravido del presente, al
modo stesso che il presente partorisce il futuro; non tutto però nel mondo delle
nazioni é avvinto a leggi fatali e cieche, perché nel regno dello spirito vi è
agli occhi suoi la ragione, v' è pur la libertà, sicché tutto il processo
isterico per l'Autore della Scienza Nuova non é altro, in sostanza, j che la
soluzione del problema della libertà, sia che tu la consideri negl' individui,
sia che negli Stati. Dinanzi alla mente d'entrambi, dunque, risplende chiara la
legge della continuità nel giro de' fatti umani e storici. Né si creda che l'
affinità fra ^ i due filosofi non si Lribnitz, MonaU., Op., ediz. Erd., Vico»
De Univ. Jur, Idem, Theod., 8. * Idoin, eod., 8. lasci scorgere altresì nelle
contraddizioni e non di rado anche nelle strettoie fra cui gi resta impigliata
la coscienza religiosa. Ei cominciano a scrivere innanzi d'aver fissato,
determinato e organato le proprie idee; di modo che, se l' uno fin quasi ai
quarant' anni, fino alla comparsa delle Meditazioni,* va fluttuando non libero
da incongruenze, l’altro va tentennando fino alla terza edizione della Scienza
Nuova. Onde non è a meravigliare se tutt' e due si contraddicano quant' al
concetto di creazione; perchè, se V uno ponendo la moltiplicità delle monadi
come primitiva ed esistente per necessità metafisica, dice nullamanco esser Dio
quegli che sceglie r ottimo fra i mondi, e immagina delle monadi create par des
fidgurcUiotis continudles dalla divinità; l'altro poi, stabihto il criterio
della conversione in senso metafisico, non dubita parlarci del miracolo della
creazione, e dell'annullamento del mondo! Quanto aiprincipii, in generale, si
palesano entrambi eclettici; ma è d' uopo intenderci nell' applicar loro
cotesto nome. Sono eclettici appunto nel significato e nel valore che lo stesso
Leibnitz dav' a tal voce; nel qual valore ci confermerebbero molte sentenze del
Vico. Sono eclettici, io dico, non perchè raccolgano in un tutto ciò che si
presenta come vero squadernato ne' differenti sistemi, eh' è precisamente il
fiacco e volgare eclettismo sfornito d' ogni originalità; ma sì perchè,
aggiugnendo anch'essi qualche altra cosa di proprio, riescono a comunicare
novello impulso a tutti gli ordini delle scienze. Rispetto alle fonti del
conoscere, o fondamenti del sapere, alla doppia sorgente vichiana del vero e
del certo risponde ' Meditationea de cognitionet veritate et ideiti f 1684.
Lribnitz, Monad,f Vedi questa sentenza del Leibnitz nelle Lettre* à Rémond de
Montmort, edlz. Erd., e ne* Nouv, £»»., Hb. I. Nel Vico poi troviamo molte
affermazioni del tenore seguente: Chi ai trae fuori da questi prineipii, guardi
clC ei non traggati fuori deìV umanità, E eh* egli poi sia eolettico in questo
senso, anziché nel significato voluto dal Cousin, dal ristica e popolare col
suo concetto della monade. (La FU. di Oiohertif ) Più chiaro e più accoucio di
tutti sembraci il modo col quale il Chalibosus pone relazione fra' successori
di Leibnitz. Kant, egli osserva, col concetto della cosa in s?, col noumeno,
nega Leibnitz; la scuola di Jacobi con r ide& d* un contenuto razionale
accessibile solo al sentimento, s' oppone all'idealismo critico di Kant, e nel
medesimo tempo all'idealismo subiettivo di Fichte; mentre la scuola di Herbart
col realismo delle monadi e col realismo psicologico, si oppone all'idealismo
obbiettivo e assoluto di Schelling e di HegeL (Willm) Questi due gruppi rappresentano
un doppio svolgimento del pari esclusivo del concetto moMen fortunato del
Leibnitz il Vico non ispiegò grand' efficacia in Italia, nettampoco in Europa,
per le ragioni ormai dette e ridette da' suoi critici ed espositori. Ma anche
in questo gioverebbe guardarci dal cadere in esagerazioni. Posta la storia
della Scienza Nuova da noi tracciata, nessuno, crediamo, vorrà più oltre
dubitare che l'azione del filosofo italiano fosse stata nulla, così ne' suoi
contemporanei, come ne' suoi seguaci. Legami intimi, vincoli speculativi
necessari, storici, nou vi sono; e quindi è inutile cercarvi continuità e
processo veramente detto. GENOVESI e GALLUPPI, per dire un esempio, tuttoché
non ignorassero, in ispecie il primo, le opere di lui, scrissero non pertanto
come s' egli non fosse esistito al mondo mai. Verso il sesto lustro del
presente secolo, in quella che co' seguaci di Hegel comincia a declinare il
moto filosofico originale di Germania, e in Francia come in Inghilterra odonsi
i primi rumori del Positivismo, vedemmo come anche fra noi si cominciasse a
sentir più acuto il bisogno al filosofare. E cosi il Mamiani (il Mamiani del
Rinnovamento), e quasi nel medesimo anno il Rosmini, si provano a rannodar gli
anelli della nostra tradizione filosofica, ma con efficacia assai lieve. E dico
lieve, perchè, quantunque ella ingagliardisse vie più col crescer degU anni e
col succedersi de' nostri filosofi, non pertanto pretendere di stabilire in
essa tradizione un vero processo ed una continuità logicamente progressiva, a me
sembra vana impresa e, fino a certo punto, anche infruttuosa. Giova ripeterlo:
a voler rintracciare alcun filo di cotesta tradizione in maniera positiva, ciò
è dire storica, né soltanto ideale, io per me non iscorgo altra via tranne
quella che noi abbiamo, anziché percorsa, additata; intendo la via che dal Vico
ci mena ai nostri ultimi filosofi, ma per mezzo de' giusnatuoadologico; ma vi ò
certamente un progresso fra 1 rappresentanti del primo e qaelli del secondo.
Vedi per le notizie particolari di questo periodo fllotollco tedesco il Barohoc
dr Ponhoem, Hìh, de la Phil. depuU UibnitK juMqu'à Hegel. BuuLE, Hi9t. de la
PhU,, voi. Vili. ralisti, de'sociologisti, de'critici e degli storici
attraverso i tre differenti periodi già discorsi. Altre vie ci saranno, io lo
so; ma tutte artifiziali, tutte pericolose, tutte vuote 0 rigonfie de' soliti
riscontri ideali che agli occhi dello storico e del critico positivo valgono
fin' a certo segno. Con la qual cosa non è a credere che noi pretendiamo dare
alla filosofia italiana caratteri e prerogative eh' ella non ha, né può avere
di fronte a quella di Grermania. Il professore Spaventa osserva, che la
filosofia italiana non costituisce processo, né assomiglia, per così dire, ad
un filo che si sgomitoli necessariamente e razionalmente, com' é quello che in
organismo vivente e palpitante annoda l' Idealismo critico con l' Idealismo
assoluto, mercé l'Idealismo subbiettivo di Fickte e l'Idealismo obbiettivo di
Schelling: non é, in somma, unevolturìone strettamente logica, un dispiegamento
serrato, compatto, e come chi dicesse inquadrato e chiuso tutto in sé medesimo
com' una severa dimostrazione geometrica. Il professore di Napoli dice
benissimo. Questo oggi dicon tutti; e questo medesimo ripetiamo anche noi.
Solamente chiederemmo: non potrebbe stare che cotesto filar compatto e
processuale; che coteste filiamoni seriali, com' ha detto lo Spencer ai
Positivisti francesi; che, in somma, coteste annodature organiche, considerate
(già s'intende) nell'ordine istorico, fossero per avventura altrettante
immaginazioni del nostro cervello, meglio che relazioni di fatto a cui ci
spinga la ragione, meglio che attinen/ie concrete in cui ci confermi la storia?
Annodamenti, giunture, articolazioni intime formano di certo il pregio massimo
della Scienza; costituiscono r essenzial condizione del sistema; sono la vita
della ragione, avvisata come funzione filosofica e metafisica. Ma si vorrà dire
che tutto ciò sia anche pregio e condizione vitale ove dall'ordine astratto e
teoretico e individuale si discenda in quello delle applicazioni e della
storia, per esempio ad un periodo storico nel quale ci sia dato assistere
all'opera svariata di molti ingegni, al lavoro molteplice di più menti fra loro
diverse per infinito numero di condizioni, condizioni differenti per luogo,
tempo, educazione, carattere individuale, e civiltà? È egli pregio, di grazia,
o non più veramente difetto il prendere un dirizzone e andare sino in fondo
diritto come fil di spada? E dov'è, dunque, la necessaria moltiplicità di direzioni,
e quella ricchezza d'aspetti differenti, e quella varietà di vedute e di metodi
e dottrine in cui risiede, a dir proprio, il moto e l' essere e la vita feconda
della storia? I quattro filosofi di Germania costituiscono, come dire, una
mente sola, un sol pensiero; formano quasi un sol uomo che svolga e determini
la propria attività: e, in effetti, come un sol uomo essi hanno saputo filar
sillogismi e tesser la scienza cosi da comporre, sto per dire, una catena salda
e compatta di soli quattro anelli.* Per contrario la filosofia italiana non ci
pone sott' occhio nulla di simile. Ella non è un processo, o al più è un
processo distratto, rotto, saltellante, fatt'a pezzi e a bocconi, Qual
relazione mai tra VICO e GALLUPPI? tra GALLUPPI, SERBATI e GIOBERTI? tra
GIOBERTI e lo scettico Fer? fra Ausonio critico radicalissimo, e il
cattohcissimo Conti? fra il neoplatonico ROVERE e il severo storico BERTINI ?
fra' nostri Hegeliani e i nostri redivivi Tomisti? Riconosciamo francamente i
pregi del periodo filosofico germanico; e non meno francamente riconosciamo i
difetti della nostra moderna filosofia considerata sotto r aspetto storico. Ma
ci si permetta una confessione, ed è che noi saremmo tentati a scegliere più
presto questi difetti, anziché que'pregi; per la semplice ragione accennata
poco fa, che gli uni, nella mancanza d'unità e d'un'euritimia stecchita e
geometrica, ci presentano il fecondo moto * Ecco come il Remnsat riduce quasi a
forma geometrica V andamento progressivo del pensiero germanico, o meglio, de*
quattro filosofi in discorso: L* idea^ dice Kant, non prova che «d «fe««a:
l’idea^ ripigìiè Firkte^ produce Veuere: Videa, soggiunte Schelling^ riproduce
V e«itcrc: V idf^, eondwe Hegel,, > Vetsere. (De la Phil. ÀUem,) del fatto
istorico, dovecchè gli altri, nell' evoluzione serrata e compassata di loro
speculazioni, ci traggono e e' incatenano allo spirito dommatico, esclusivo,
unilaterale del filosofare, e perciò medesimo racchiudon la morte del pensiero
appunto perchè presumon di chiudere il circolo dello stesso pensiero. Non
dimentichino gli amatori de' periodi storici filati e serrati, come la storia
della scienza e delle grandi età, presso cui rifulse più splendido il pensiero
filosofico, stia tutta contro di loro. Si rammentino che nell' età gloriosa del
Rinascimento in Italia cotesto filar sottile di speculazione, cotesto fitto
annodarsi di più scuole e stringersi e allacciarsi di più filosofi
impersonandosi quasi in un sol filosofo, non ebbe luogo. Non ebbe luogo,
checché se ne dica, nel più celebrato periodo che ci presenti la storia del
pensiero umano, il periodo della filosofia greca, né prima né dopo Socrate; ma
in esso il critico vede una moltiplicità sempre più crescente e feconda da'
primi Ionici agli ultimi Stoici, agli ultimi Scettici, agU ultimi Neoplatonici,
tuttoché quelle scuole così differenti si fossero succeduta sotto l' impero
d'una legge universale, storica e psicologica insieme. Questa legge conforme
alla quale si venne svolgendo il pensiero speculativo nelle scuole greche, possiamo
trovarla accennata dal Laerzio (come hanno osservato il Brandis e il Ritter) là
dov^egli afferma che presso quei popolo la filosofia sMniziò con la nozione
d*una pluralità^ indi venne progredendo con quella d* un' assoluta um'rà, e
appresso cercò di stabilire una relazione fra' due concetti. E questi
caratteri, in generale, ci additano veramente la scuola ionica e pitagorea, la
scuola eleatica e poi quelle d'Anassagora e d'Empedocle; ma sempre in maniera
esclusiva, grossolana, oggettiva e naturale. La comparsa di Socrate segna un
ricorto della medesima legge, ma con ben altro significato e indirizzo
razionale. Accanto a lui vediamo sorgere la Sofistica: il che vuol dire che,
oome in ogni ritorno istorico, nel 2fi periodo della filosofia greca ha luogo un
doppio lavoro di demolizione e di ricostruzione; l'uno rappresentato da'
Sofisti» l'altro da' Socratici. Ond'è che la sofistica né vuol esser avuta in
dispregio, come' fanno alcuni fra'quali il Ritter, e nemmanco esagerarne il
valore e l'importanza isterica secondochò fanno altri, per esempio l'Hermann,
col porre i Sofisti a capo d'un periodo novello di filosofare. Nella storia del
pensiero greco (passaggio al 2o periodo), tanto vale un Sofista, quanto un
Socratico; appunto perchè se la negazione del primo non è annullamento di
speculazione, l'affermazione del secondo non Un vincolo storico, reale,
positivo, cosciente, lo troviamo fra Platone e Aristotele. Al di qua e molto
più al di là de' due luminari non ci ha che relazioni ideali, gran numero delle
quali è, piò che altro, l'effetto della critica armeggiona di certi
storiografi; essendo già note le spostature a comodo che son venute mulinando
certe fantasie hegeliane dietro l'esempio del maestro, ponendo, per dime una,
dopo la scuola Zenoniana d' Elea quella d' Eraclito, con aperta smentita della
storia, de' fatti, della cronologia e de' dati storici più sicuri, e
considerando Socrate, per dirne un'altra, come logicamente posteriore ai
Sofisti, mentre è noto .come il gran figliuolo dell'umile Fenareta fosse loro
contemporaneo! Rammentiamoci che cotesti lambicchi e distillatoi, cui si
pretende sottoporre la storia, non ti può dir neanche posizione sistematica,
ovvero esplicazione organica d'nn dato ordln d' idee. Ma la ricostmzione
rappresentata da Socrate è essenzialmente psicologica ed etica, non più
naturale, empirica ed estrinseca; stantechè in loi, come incontra in ogni
ricorto ttoricOf ripetesi il carattere della pluralità oggettiva (però come
eoncetH, i quali importano la coscienza), e quindi in Platone ed Aristotele si
ripetono, ma trasflgorati, gli altri due caratteri. Platone infatti pone V
unità assoluta in 8Ò, mentre che Aristotele si studia ritracciare una relazione
fra quella mmo e il moluplieet sforzandosi di levare il dissidio fra 1*
immanenza deU*a8ffoInto nel mondo, e la permanenza del mondo neir assoluto
avvisato in sé stesso. Dopo il *i0 la Log, d^Ari»U^ T. U, 19^. ' n Barchou de
Penho^ln dice anche lui non di rado, come il Boullier, qualche enormità tutta
francese. Per esempio questa, che Cartesio, Spinoza e Malebranche formino una
mrd4>nlmn icuofa^ e una ntf^itm dot' trino/ Vedi Op. cit., p. 101.
discredere ad ogni processo istorico nel pensiero filosofico? Tutt' altro!
L'esigenza del processo, in tutto, non è meno salda e men vivace nella nostra,
che nella vostra mente. In noi non sistematici assoluti eli' è piii vera, più
legittima, più pratica, positiva: ecco la nostra pretensione. Sarà puerile o
troppo ardita cotesta pTetensione: ma, fra tante pretensioni che c'è al mondo,
e delle quali si mostrano cotanto ricchi gli annali della filosofia, non ci
potrà capir anche questa? Un processo nel pensiero filosofico, tanto nella
storia universale come ne' suoi differenti periodi e sin nelle diverse scuole
d'un sol periodo, ci ha da essere; e ci ha da essere appunto perchè la storia,
anche agli occhi nostri, è sempre l'opera d'un disegno. Ma poiché
l'incarnazione di cotesto disegno non è soltanto effetto di pensiero
incosciente, ma è la risultante di condizioni molte, svariate, complesse per
numero e complicate per natura, fra cui signoreggiano le intuizioni, prevalgono
i sentimenti, primeggiano le tendenze istintive; ne seguita che il processo non
può manifestare, come si pretenderebbe, una forma squisitamente organica e
seriale, Ei debb' essere incompiuto, com' avviene d' ogn' altro fatto storico.
Or s'egli è incompiuto, non bisognerà pur compierlo? E chi potrà compierlo, chi
potrà integrarlo fuorché il pensiero che lo studia e sommette alla propria
speculazione? Un processo dunque ci ha da essere; ma ha da essere insieme
obbiettivo e subbiettivo, storico e speculativo, essendo l' opera combinata non
già dalla nostra fantasia, com' è vezzo di certi storiografi che annodano, per
esempio, Cartesio e Kant co' fili ch'ei sanno maestrevolmente rimaneggiare a
tutto lor profitto, bensì r opera combinata fra il pensiero che fa, e il
pensiero che, facendo, vede, scopre e progredisce e sale sempre più in su.
Spieghiamoci meglio. Non si tratta di combinare fra loro le diverse menti de'
filosofi d'un dato periodo: si tratta di combinar tutto il periodo, o, per lo
meno, i risultati di tutta la speculazione d' un dato periodo filosofico, con
noi medesimi, cioè con la nostra mente, co' bisogni della presente
speculazione. Nel primo caso, plasmando a nostra immagine e simiglianza una
data serie di dottrine e di filosofi, la storia sarebbe fatta da noi: nel
secondo, invece, ella sarebbe fatta mercè una doppia forza, in virtù d'una
doppia leva; cioè da sé stessa, e anche da noi. Non è quindi la storia, la
storia come storia, quella che possa e deva render compatto organando appuntino
il processo; il quale perciò non può esser costituito nella sua forma organica
da più scuole e da più menti considerate queste alla maniera d'una scuola od'
una mente; bensì dev'esser fatto tale da chi, venendo dopo, è deputato a
raccoglierne l'eredità. Se non fosse così che cosa ne seguirebbe? Ne seguirebbe
che per nessun miracolo al mondo sapremmo salvarci da questa conseguenza: che,
cioè, la storia della scienza s' identificherebbe, si compenetrerebbe con la
scienza stessa;* e quindi per inevitabil necessità dovremmo giungere ad uno di
questi due corollari: credere, cioè, o che il sapore filosofico 1' avremmo oggi
beli' e conseguito, o che noi conseguiremmo giammai, essendo indefiniti i limiti
della storia. Dimodoché dovremmo, com'è evidente, imbrancarci o con gli
Hegeliani, ovvero co' Positivisti. E, se co' primi, non avremmo torto
dijicantar su tutt'i tuoni d'aver già piantato le colonne d'Ercole; né, se co'
secondi, c'inganneremmo menomamente nel predicare illusorie le speranze d' un
sapere propriamente scientifico e metafisico. La condizione dunque del processo
istorico del pensiero filosofico non istà nell'esserci fUicusione e continuità
ne' suoi rappresentanti: basterà che ci sia svolgimento e progresso, e quindi
vincoli ideali ove sieno impossibili gli storici; i quali non di rado è impresa
ben vana il cercare, non potendo esistere, o, pur esistendo, non * È questo,
coni* è noto, ano de* dommi supremi deU* Hegeliauismo, (Tedi Hrocl, Logique) e
del Positivismo, tuttoché il significato ne sia diverso.Vedi CoirrB e Littbì
nelle Op. innanzi citate. sarebbero che eccezioni. Anche noi quindi crediamo
che nella storia della filosofia c'è attinenze; ma aggiungiamo che c'è anche
salti: e se c'è attinenze e salti, la conseguenza (conseguenza buona solamente
per noi, anziché per gli aggomitolatori e sgomitolatori de' periodi storici) è
questa, che una critica è necessaria; necessaria una critica filosofica atta a
scoprire le une, e colmare gli altri. Tornando ora al proposito, nella storia
della filosofia italian«r ci è salti, per esempio, fra BRUNO e VICO, fra VICO e
GALLUPPI, fra GALLUPPI e SERBATI e GIOBERTI: ma non ce ne maraviglieremo per
ciò, sapendo che se questo non è pregio, non può dirsi nemmanco difetto. Poiché
il punto, ad ogni modo, sta nel vedere se tomi possibile scoprirvi una
progressione ideale; e questa per appunto debb' esser l'opera concorde de'
viventi filosofi, e il frutto d' una storia saviamente critica. Nulla infatti è
inutile nella storia della scienza, e tantp meno in quella della filosofia.
Agli occhi dello storico spiegano egual valore tanto il moto speculativo
attuatosi dal Leibnitz ad Hegel, quanto quello che, pur con varietà
d'indirizzi, è venuto effettuandosi fra noi da VICO a GIOBERTI Nello svolgersi
di*questi due periodi filosofici potremo verificare una gran legge; la legge
medesima che presiede alla storia generale del pensiero filosofico. Mi spiego
subito e in brevi termini, anticipando un' idea che altrove giustificherò.
Platonismo e Aristotelismo sono due parole di significato altamente comprensivo
per la storia della filosofia occidentale. Non solamente elle racchiudono una
legge che ritrae la natura del processo isterico della filosofia, ma cotesta
lor legge è anche principio, un principio d'indole teoretica. Non v' è infatti,
né v' è stato filosofo, il quale non si possa dir seguace dell' uno o dell'
altro indirizzo, ovvero d'entrambi, ma accordati e accostati insieme in uno de'
tanti modi tentati e ritentati già fino da antico, a contare da CICERONE a
BOEZIO, da BOEZIO a BESSARIONE, e dagli altri molti che nel Rinascimento si
provarono in simili accordi, fino al Rosmini. D'altra parte chi pigli per poco
a filosofare con serietà scientifica anziché da burla, come par che vogliano
fare oggi critici e positivisti, non può a meno di non riconoscer nelle cose un
fondamento assoluto. Ora tal fondamento assoluto non può esser posto tranne che
in uno di questi tre modi: o nel senso dell' idea platonica, o nel significato
della categoria aristotelica, ovvero in una terza maniera nella quale tomi
possibile un accordo fra l'esigenza dell'uno, e quella dell' altro indirizzo.
Qual debba esser la natura di tale accordo e come porlo in opera, diremo
altrove. Qui giova avvertire che siffatta legge non solo racchiude il nodo, per
così dire, della storia della filosofia, tanto guai-data neir insieme del suo
svolgimento universale quanto nei suoi particolari periodi, ma costituisce ad
un tempo la vera scienza della storia del pensiero speculativo, appunto perchè
forma il triplice aspetto sotto cui può esser considerata in sé medesima la
mente del filosofo nella soluzione del problema metafisico. Si dirà per
avventura che cotesta maniera di considerare la storia del pensiero filosofico
sia merce hegeliana? Può darsi che in apparenza la si dimostri tale. Ma fin
d'ora avvertiamo che cosiffatto principio è superiore all' hegelianismo stesso,
in quanto costituisce il criterio col quale potrà esser giudicato il valore
speculativo di quel sistema. Tornando al proposito, posto il Cartesianismo,
Leibnitz e Vico non potevan essei-e, e nel fatto non sono, né puri platonici,
né puri aristotelici. Essi bensì ci esprimono il conato verso un accostamento
scambievoli dei due indirizzi; tale essendo il valore della loro universalità,
e di quella sintesi confusa ond' inaugurano, come avvertimmo, i due periodi
moderni della filosofia tedesca e italiana: i quali perciò, rappresentando
l'analisi, costituiscono il lavoro a cui necessariamente conduce quella sintesi.
Invero dopo Leibnitz in Germania e dopo il Vico in Italia, la filosofia assume,
tanto nell'uno quanto nell'altro paese, il vecchio contenuto, ma sotto novelle
forme: da una parte, la filosofia fondata nel sentimento, e l'idealismo
assoluto; dall'altra, lo psicologismo scolastico, e l'ontologismo: indirizzi
più o meno esagerati del platonismo e dell' aristotelismo. E lasciando qui de'
due aspetti vieti della filosofia germanica e dell'italiana, le due forme che
in esse addimostrano più spiccata originalità rassomigliano quasi a due
correnti che riescono a due punti fra loro opposti e contrari, e sono la
filosofia ctisiologica, e quella dell'assoluta identità. Se nella prima vi è,
come s'è detto, processo e continuità di sviluppo; nella seconda non manca già
un carattere comune tra i suoi propugnatori, n Teismo fra noi è venuto
assumendo evidentemente forma sempre più netta, meno impacciata, men
grossolana; perchè se il concetto religioso, per dime un esempio, agli -occhi
di GALLUPPI e di SERBATI e di GIOBERTI costituisce un elemento essenziale
nell'organamento del loro sistema, la rdigion civile di cui ci parla ROVERE, è
una parola com' un' altra; una parola che non dice nulla, o pochissimo; e pure
ha fatto e fa tanto comodo all' autore ! Questo processo e questo risultato
della filosofia itaUana è come una risultante di più forze: fra cui è da notare
innanzi tutto r educazione storica tradizionale e cattolica, la forma e natura
speciale dell'ingegno italiano non così facile, come dissi, a dar negli estremi,
e segnatamente gl'influssi della stessa filosofia germanica. Queste ed altre
cagioni partoriscono il movimento filosofico in Italia nel nostro secolo. Il
pensiero filosofico nostrano (e qui han ragione gli Hegeliani) è venuto
promosso, eccitato dal pensiero germanico; a quel modo, potremmo dire, che le
diverse forme di filosofia del nostro Risorgimento vennero eccitate dal sùbito
risvegliarsi della filosofia greca e platonica; da' comAatori arabi e
aristotelici delle scuole di Padova, di Bologna, di Firenze. Il Criticismo
esercita grande Zone sili GALLUPPI; e le tre forme dell'Idealismo gern/anico,
subbiettivo obbiettivo ed assoluto, spiegano alla lor volta influssi potenti,
immediati sul Gioberti e sul Rosmini, come ci dimostrano la Protologia del primo
e Ja Teosofia del secondo, e anche in gran parte sul Msaniani. Ma se è vero,
com' è verissimo, che i nostri filosofi han procacciato d'ormeggiare i
Tedeschi, e questi sono valsi ad eccitare in quelli piìi gagliarda la virtù
speculativa; è altrettanto vero che gì' Italiani mai non cessaron di combattere
le pretensioni sistematiche assolute del Germanismo; e questo è un altro
carattere comune che li distingue. Si può dire, in somma, che il pensiero
italiano sia venuto affilando le armi nella fucina dello stesso avversario:
ecco tutto. Di chi sarà il trionfo? Chi canterà gl'inni della vittoria ?
Parliamoci tondo e netto. Il trionfo dell' Ontologismo e del Neoplatonismo,
come ci è dato da' nostri filosofi, è un' illusione; ma non sarà meno illusione
il trionfo dell' Idealismo assoluto. Noi dunque non faremo festa ne all' uno ne
all' altro, né batteremo le mani alla vittoria del Grermanismo né
dell'Italianismo, per la semplice ragione che in siffatt' ordin di cose le
credute vittorie ci paiono sogni di menti ammalate. Queste due scuole, queste
due filosofie (ci sia permesso stringerle entrambe sotto due concetti o
indirizzi distinti) ci rappresentano la speculazione ardita del nostro secolo;
ma per opposte ragioni si dilungano entrambe dalla castigatezza della sintesi
ontologica, discostandosi in pari tempo dalla severità del metodo istorico e
psicologico. Sennoncthè, oggi segnatamente, chi ben le guardi, elle cercano
allearsi e compiersi a vicenda, giusto perchè rappresentano e riproducono
anch'esse l'antica lotta fra r Aristotelismo e il Platonismo, tanto in sé
stessa e nel loro insieme, quanto nelle loro particolari divisioni,
esprìmendoci perciò il bisogno perenne e crescente di quell'accordo sperato
sempre, ma non attinto mai. Questo panni, dunque, tutto il significato del loro
svolgimento; e questo mi sembra il problema alla cui soluzione elle s'
affaticano da un secolo e mezzo a questa parte. Non è egli giusto quindi
affermare che chi spera nel trionfo assoluto dell'una su l'altra spera invano,
e chi s' affida in certi accordi e temperamenti in sostanza esclusivi e
unilaterali non ispera peggio? Citiamone un esempio. Il Gioberti dello
Spaventa, lavoro (checché se ne dica dagli hegelianissimi) d'una potenza
critica veraramente singolare fra noi dopo i libri del Rosmini, nelle
intenzioni dell' autore dovrebb' essere un accordo tra la filosofia italiana, e
la così detta filosofia moderna Europea. Lasciando stare quel moderna e molto
piii Y europea (frase, la quale a me rammenta quella che han su la punta della
lingua i Pontefici di Roma quando costoro menan vanto de' creduti e desiderati
dugento milioni di cattolici), io chiederei, se il fare assorbire à quel modo
eh' egli ha fatto il filosofo italiano dal filosofo tedesco, sia da dirsi
accordo, o non più veramente un solenne trionfo del secondo sul primo, e quindi
'1 trionfo assoluto del divenire sul creare? ¥* allora dov'è mai l'accordo fra
le due filosofie? Un accordo, come suona la parola, è necessario, ed è
razionale; che posta l'analisi, posto il lavoro analitico di quel doppio
indirizzo, una sintesi ne dovrà sgorgare di necessità. E il fatto stesso ce ne
porge prova e guarentigia. Il Mamiani, l'autore delle Confessioni^ ha
pronunziato, fira le altre, questa gran verità: d'aver egli concluso e chiuso,
fra noi, un periodo filosofico nel quale egli stesso, con GALLUPPI e con
SERBATI e con GIOBERTI, è venuto cogliendo allori molti, e ben meritati. L'À.
delle Confessioni ha detto benissimo: ha chiuso davvero un periodo; ma solo ha
dimenticato avvertirci che in esso egU ha chiuso anche sé medesimo. Chi
consideri infatti il suo neoplatonismo, per quel tanto che contiene di
correzione verso gli altri nostri filosofi, l'illustre Pesarese ha merito
grande; ma avvisato in sé stesso cotesto neoplatonismo, specie quant' alla parte
psicologica, è già morto in sul nascere. E doveva esser così, almeno per chi
voglia ammettere che la storia della filosofia non possa esser ripetizione
inutile e infruttuosa di teoriche trascendentali. D'altra parte l'Hegelianismo,
checché se ne voglia dire, ha oggimai esaurito la propria vitalità con lo
scindersi nello tre note scuole di destra, sinistra e centro. Oggi dunque non è
impossibile raccorre i frutti di così lungo, di così ostinato lavoro, e di
lotte e contrasti e discussioni infinite attuatesi nei due paesi, appo cui l'
ingegno europeo serba piii acconcia e vigorosa virtù speculativa. A tale
impresa hann' influito efficacemente i nostri hegeliani, r opera dei quali
riguardata stòiicamente, io non dubiterei chiamarla provvidenziale. Nelle mani
di questo infaticabile artefice che appelliamo storia, i nostri hegeliani sono,
mi si lasci dir così, un istrumento, un mezzo, acciocché nel possibile accordo
delle due filosofie abbia a trionfare il vero. Più che apostoli e messia e
predicatori della buona novella, com' essi medesimi si piaccion segnalarsi, sia
col tradurre le opere di Hegel, come fa VERA (si veda), sia col modificarne e
interpretarne le dottrine, come fa SPAVENTA (si veda), e' mi paion la
condizione imprescindibile, efficace, perché il pensiero filosofico possa
innovare sé stesso nella pienezza d' una coscienza speculativa chiara, intima,
vivace, sceverando dal vero quel carattere arbitrario di costruzioni dommatiche
il quale accompagna i pronunziati dell' Idealismo assoluto. L' Hegelianismo é
cosa nostra: lo ha detto SPAVENTA (si veda); ed é verissimo. Ma é cosa nostra
in quanto è anche un assoluto realismo; realismo obbiettivo nel vero senso
della parola, non già campato a mezz'aria, com'è quello di Hegel, il quale
perciò usurpa, non legittima il significato della obbiettività. Ripetiamolo: se
la filosofia ha bisogno d'innovarsi esi i stro \ ica. i diventando positiva e
razionalmente positiva, tale esi genza del pensiero italiano e tedesco, pia che
dal nostro cervello, ha da scaturire dalla stessa ragione istorica Osservando
lo svolgersi di queste due forme del pensiero filosofico moderno, è facile
accorgersi com'elle assomiglino (ci si permetta un paragone) al cammino di due
linee le quali, partendo lontane fra loro, nondimeno si vadano accostando
sempreppiù. L'una s'è mossa prima dell' altra; e assai più spedita e più rapida
ne' suoi passi e difilatamente ha percorso assai più lungo tratto che non abbia
guadagnato la seconda. Questa poi s' è mossa dopo, e spesso è venuta sviando e
svagando per più e diverse ragioni; ma, non altrimenti che ne' fenomeni
elettrici d'induzione, passo passo ne ha sentito gì' influssi, e le si è venuta
più e più avvicinando. Un punto di coincidenza, dunque, fra queste due linee
convergenti è necessario; ma la grave difficoltà sta nel trovare cotesto punto.
Usciamo di figura. Se i due periodi filosofici nel dischiudersi per opera di
Leibnitz e del Vico mostrano, come vedemmo, cert' affinità spontanea e
incosciente, è pur mestieri che cotest' affinità s'abbia da palesare altresì
nel loro chiudersi; ma s' ha da palesare cosciente, riflessa, e quindi
promossa, eccitata, ricercata e partorita dalla stessa ragione come funzione
filosofica. E pensiero moderno debbe aver coscienza di tale affinità: né può
averla se non la cerca; né può cercarla efficacemente se non la pone. Ninno si
meraTigli se fra* vari indirìzzi moderni della filosofia noi qui non abbiamo
tenuto conto altro cbe della speculazione tedesca, e dell* italiana. L'
ingregno inglese procede sempre a un modo, ne da due secoli A questa parto ò
mai uscito dalle orme segnategli dal suo Bacone, e poi dal Locke, da Hume e
dalla Scuola scozzese. Spencer e Mill ce *1 dicono chiaramente; ne* quali
filosofi è pur chiaro un progresso rispetto ai loro antecessori, ma è un
progresso monotono, omogeneo. L’ingegno francese poi, dopo le grandi tracce
lasciategli dal Cartesianismo, si è svolto sempre fra il Sensismo eil un
acquoso Spiritualismo; né la scuola eclettica, i cut ultimi rappresentanti oggi
fan tanto onore alla Francia, ha nulla di veramente originale. )£ una bella
eccezione in quel paese la scuola e gli studi iniziati dal Main^de Biran. Se
dunque originalità di Italia e Glermania, madri d'ogni grande filosofia e
dìvinatrici delle più ardite concezioni metafisiche, per necessità isterica
hann'a risalire alle loro primitive sorgenti moderne, Leibnitz e VICO; ma
risalirvi (intendiamoci) con tutta quell'opulenta ricchezza che a noi porge il
lavoro di specukzione compiutasi nello spazio di due secoli. Il trionfo ha da
esser comune, perchè comune, quantunque diviso, è stato il lungo lavoro. Se non
fosse cosi, la conseguenza, per le menti che con ansia febbrile e con ignorati
e crudeli tormenti ma con altrettanta fede si travagliano invittamente nella
ricerca d'ogni parte spinosa della verità, sarebbe dura davvero, sarebbe
sconfortevole. E la conseguenza è, che la storia sarebbe un' ingiustizia:
ingiustizia altrettanto manifesta e insopportabile, quanto inesplicabile.
Ancora: se questi due periodi, queste due filosofie di cui si parla, non
avessero quelle attinenze e quel valore e quel fine che noi diciamo, elle
assomiglierebbero a due forze distratte, inconsapevoU, naturali, sciolte da
ogni legge, libere da ogni ragione; sì veramente che le analogie e le
differenze e l'intero loro svolgimento sarebbero tutte cose accidentali,
estrinseche, meccaniche, fortuite, e perciò stesso empiriche, perciò stesso
inesplicabili, perciò stesso insignificanti, non altrimenti che que' riscontri
ingegnosi ma vani, ma inconcludenti, che alcuni storici sanno scorgere fi-a la
storia d'un popolo, e quella d'un altro, fra la China, per esempio, e l'Europa,
tra Confucio e Pitagora, fra il Celeste Impero e il Teocratismo papale, come fa
il nostro FERRARI Or noi domandiamo alla coscienza di tutti gl'indefessi
indagatori del vero; domandiamo alla coscienza degli amici sinceri e de’sinceri
nemici della filosofia : È egli mai possibile speculazione oggi è possibile, è
d' uopo ricercarla, quantunque sotto forme diverse e con risultato e valore
differente, nell* ingegno tedesco e italiano. So che gli Hegel ianissimi
sorrideranno di gran cuore a queste parole. Ma io qui vo’restringermi a
chiedere, se da quarantanni a questa parte fuori d’Italia ci sìa stato filosofo
che possa reggere al paragone dell'ingegno del Rosmini, miracoloso per acutezxa
speculativa. che la storia, massime la storia del pensiero filosofico, abbia da
essere, o un' opera cotanto ingiusta, ovvero un artifizio cotanto sterile,
infruttuoso e meccanico? Concludo per ciò che riguarda il nostro filosofo
nonché la seconda parte del nostro lavoro. Si è detto e si dice che il Vico non
ispiegò efficacia di sorta nel soQ. secolo. E poi s' aggiunge che, quand' ei
venne scoperto (e fu vera scoperta) noi già l' avevamo sorpassato. Sarà vera V
una cosa e l' altra. Ma gli uomini grandi e ì grandi ingegni, se vogliamo stare
all' osservazione di Mill, i quali per difetto di favorevoli occasioni non
poteron lasciare traccia alcuna di sé nella loro età, spesso sono stati di gran
valore per i posteri.* Tale per noi è Vico; e tale si é pure la sua Scienza
Nuova. S'ei nulla valse pe' nostri padri (il che non è vero), vale moltissimo
per noi. Solamente in lui potremo rannodar gli anelli della nostra tradizione
scientifica: in lui ricongiugnere il nostro Rinascimento col nostro moderno
Risorgimento. Per andare avanti debitamente, come suona il motto volgare, è d'
uopo dare un passo indietro: Chi vuol salire, pigli V aire. Se questo é vero,
se questo é necessario in tutto; non sarà altrettanto vero, altrettanto necessario
in filosofia? Con sifi'atti intendimenti noi prendiamo ad interpretare il
principio filosofico della Scienza Nuova. L' acuto Littré lia detto benissimo:
Tout annonce gu'on ne verrà plus aucune grande éruption métaphysigue,
comparàble à celles qui otit signaU Vére moderne depuis Descartes, et qui ont
abouti à HegeV Ma la conseguenza vera non è quella che ne trae il positivista
francese, bensì quella che ne ricaviamo noi: e tal conseguenza é la necessità
di critica, la necessità di ritomo critico su la feconda speculazione degli
ultimi grandi filosofi, e quindi la necessità d'un accordo fra essi. ' St. Mill. SytL de Log., LiTTRi, Princ de Phtl. Poeit., Pré/,, pag. 59, Paris, 1868, Il concetto della Scienza e '1
concetto del Criterio si richiamano a vicenda, poiché non si può determinar
l'uno senza additare nel medesimo tempo il significato dell' altro. La prova
più facile e megUo convincente di tale affermazione ci è data dalla storia
della filosofia; non v'essendo sistema, non dottrina filosofica, nella quale
que' due concetti non rispondan fra loro per caratteri comuni, e per note
affini ed omogenee. E poiché applicare il criterio vai come imprimere forma al
conoscere, onde poi risulta il metodo; è naturale che, tanto l' idea della
scienza, quanto quella del criterio, abbiano a racchiudere altresì la nozione
del metodo. Se non che, scienza metodo e criterio sono tre concetti dipendenti
dalla soluzione d' un medesimo problema, del problema della conoscenza: nel
quale perciò si radica propriamente, direbbe il Trendelemburg, l' ultima
differenza de' sistemi. Sono dunque tre aspetti diversi, sono tre diverse
determinazioni d'un medesimo subbietto; le quali noi non possiamo definire, ma
espUcare, stanteché la definizione, secondo il detto di CAMPANELLA, sia come la
conclusione e quasi l' epilogo della scienza stessa. Nel circolo della
riflessione infatti la mente, ripiegandosi in sé medesima si compie, si pone,
si determina, cioè si definisce; e si definisce perchè si è venuta esplicando;
e con r esplicarsi mostra col fatto che cos'è mai l’intendere, quali vie abbia
percorso, e con che guarentigie si possa pervenire ai risultamenti più sicuri
del sapere. Nondimeno ci è cose che noi potremo sapere fino da ora; voglio dire
le condizioni del sapere. In che mai dobbiamo fondare la scienza? In che porre
i limiti del sapere metafisico? I più de' filosofi, com' è noto, si fanno tosto
a rispondere: « su la natura e sul valore dell'uomo stesso. » Ma il punto è
precisamente questo: qual' è mai la natura, qual è il valore dell' uomo ? La
risposta più seria e positiva a tale domanda, se non vogliamo perderci nelle
solite ciance trascendentali, panni questa: che l'uomo, l'uomo quale ci è dato
da' fatti e dalla storia, non l' uomo concepito sotto forma di spirito del
mondo {der WéUgeisf), non sia tutto, e nemmanco nulla: di che ci porgono
guarentigia nel medesimo tempo la coscienza, l'esperienza e la ragione. Ora se
questo è vero, due conseguenze n'emergono innegabili; la prima, che la scienza,
tolta nel significato di sapere metafisico, non può esser né propriamente
negativa, né propriamente assoluta; la seconda, che non si può esser
sistematici e dommatici, non essendo noi tanto fortunati da possedere una
formola assoluta entro cui mostrar chiusa la ragione ultima e propriamente essenziale
delle cose. Ma diremo perciò che il filosofare altro non possa essere fuorché
una pura e semplice ricerca sfornita di qual si voglia risultamento metafisico
che sia positivo, sicuro, determinato?' Che se anche per noi filosofia suona
ri' Homo quia neque nthU e«(, neqite omnia^ nee nihil percipit, nec in,'
Jinitum, De sntiqaiss. Italoram sapientia, Filosofo dommatieo e filosofo
nttematioo a$8oluto per noi suona il medesimo, anche ammesso che un sistema
possa esser costruito per sola Tìrtù di ragione, e innalzato (se fosse
possibile) ad evidenza matematica, secondo che pretendon gli Hegeliani. Il
dommatismo volgare, teologico, fondandosi in un principio estrinseco alla
ragione, è da ripudiarsi per difetto; ne conveniamo. Ma il dommatismo sistematico
de* metafisici assolati col pretender troppo, anzi tutto, non è da ripudiarsi
per eccesso ? Différiscon ne' mezzi infinitamente, io lo so; ma il risultato è
il medecerca e amor di sapere, nondimeno è ricerca effettiva, è ricerca non
solo atta a raccogliere il fatto, ma tale che sia un fare altresì ella
medesima, cioè una funzione critica, ma efficace, positiva, attuale, come può e
debb'essere dopo il Kant; funzione quindi capace non già a rimandarci al
futuro, cioè ai risultati della storia, sibbene a saperci dire qualcosa anc'
oggi su' grandi e terribili problemi di nostra esistenza, del mondo, della
vita, della società. Se la scienza è possibile, come alcuni, positivisti
cominciano a credere,* non vuol essere in qualche maniera attuale? Poiché,
giova bene ripeterlo anche qui, un possibile che mai non esca dalla nuda
possibilità, in realtà non è alti*o che un impossibile! È da dire perciò che
tanto V idealista assoluto o l'ontologista Giobertiano, i quali in una formola,
tuttoché diversissima, ti assommano la ragione d'ogni umano e divino sapere,
quanto il positivista e il puro critico che ogni sapere metafisico dichiarano
impossibile, escano tutti dal positivo, perchè chiudon l'indagine, e spengono
siffattamente ogni bisogno critico nel pensiero. E così neir uno come nell'
altro caso, la mente si rimane impigliata in un' affermazione supremamente
dommatica: dommatica positiva (sistematica) nel primo, dommatica negativa
(esclusione della metafisica) nel secondo. Or la filosofia intanto può assumere
forma e valore di speculaziope positiva, in quanto riesce a schivare non pure
il donmiatismo (il sistema assòluto propriamente detto), ma eziandio l'assoluto
positivismo (scetticismo, nullismo metafisico). Fra questi contrari il filosofo
che Simo, perchè Tano con la credenza e l'altro con la dimostrazione presamono
darci tutto il vero. Entrambi quindi negano 1* attività speculatÌTa; il primo
la nega dichiarando la ragione impotente, il secondo la nega reputandola
esauribile anzi esaurita e soddisfatta. Che nel]* insieme delle dottrine del
Vico non vi sia pretensione di gUtema propriamente detto, Tabbiam visto
riportando alcune parole della Conchu. del Libro MetaJUieot e meglio si può
vedere laddov*egli accenna ai dommatici del suo tempo ch'erano i Cartesiani. De
Antiqui^, etc., Vedi la Conclus. dell'ultimo libro del Taine suìV Intelliyenza,
voglia esser davvero positivo, sa di non esser dommatico; ma poi sa qualche
altra cosa. Egli sa di non poter esser mai dommatico, non mai sistematico
assoluto. Sa di non saper tutto, e, che più monta, può giugnere a conoscere la
ragione per cui deve ignorare qualche cosa. È il caso del sapere del non
sapere, appunto perchè se ne ha coscienza. E non è ignoranza cotesta? mi si
dirà. Sì, certo, è ignoranza: ma è ignoranza dotta, direbbe il Cusano. Tre ci
sembrano adunque le condizioni, tre i caratteri precipui del filosofare che
voglia riescire seriamente e razionalmente positivo; e sono questi: La
speculazione filosofica non può esser fondata sopra elementi che non siano
sperimentali, ma di esperienza intema ed esterna. Tutto è processo, genesi,
attività nel pensiero; stantechè tutto in lui sia generato, tutto edotto mercè
i dati sperimentali. Né questo vuol dire sensismo, psicologismo grossolano,
nettampoco materialismo ed empirismo, come potrebbe parere a tutta prima;
perocché non per nulla ne' ricchi annali della moderna filosofia esistono, chi
voglia meditarli sul serio, i Nuovi Saggi del Leibnitz, la Critica della Ragion
pura e quella sul Giudizio di Kant, il Nuovo Saggio del Rosmini, e qualche
altro libro di questo genere, ma non certo d' egual valore. Fatti dunque
(ripetiamo anche noi co' Positivisti) e leggi de' fatti; ma, aggiungiamo, la
ragione anche degli uni e dell'altre. La filosofia non meriterà titolo di
positiva, dove pretenda procedere scompagnata dall' altre scienze, e far da sé.
Come nella soluzione de' grandi problemi queste non bastano a sé stesse,
parimenti non v' è ragione a credere che anche quella da sola non abbia a
soggiacere alla medesima condizione. Che se mossa da antico orgoglio presuma
d'essere scienza di tutto, per ciò appunto eli' abbisogna di tutto; abbisogna
di tutt'i fatti, di tutta r esperienza, del concorso di tutte quante le sfere e
discipline dell' lunana enciclopedia. Il perchè non si può dire in modo
assoluto esser la metafisica quella che generi le scienze; vecchia pretensione
del teologismo che ci ricaccerebbe nel più fitto medio evo: ma neanche si può
aflFermare esser le scienze quelle che, come altrove notammo, possano di per sé
sole partorire la filosofia. A due patti la funzione filosofica riesce
positiva: quando sia generata dalle scienze, e quando, generata che sia in qual
si voglia modo, possa e sappia come ogni produzione organica viver da sé, e far
vivere. Non è dunque vero che all'altre discipline ella porga principii e
dispensi metodi e partecipi criteri. Riceve anzi dal di fuori tutte queste
cose; ma per legittimarle, organarle, ricrearle: il che non può esser
riconosciuto dal positivista conseguente a sé stesso, senza ch'egli inciampichi
in contraddizioni per quanto evidenti altrettanto inevitabili. Il terzo
carattere, conseguenza da' due primi, è questo; che concepita così la filosofia
di fronte alle altre scienze, ella riesce positiva, ma non però cessa di
possedere un valore metafisico. Diventa metafisica, non metafisica teologica,
né metafisica a priori e tutta d'un pezzo; orditura dialettica ideale
somigliante a rete d' acciaio che stringa, affoghi e strozzi tutto ciò che
tocca o ricopre. Diventa bensì metafisica atta a costruire sé stessa, ma in
quanto costruisce anche le scienze; in quanto, in somma, é attività filosofica
d'un' attività anteriore, dell'attività scientifica, sperimentale, molteplice,
essenzialmente analitica e particolare. Non é quindi lecito confondere, né
identificare queste due sorgenti d'attività, sia riducendo la prima alla
seconda, sia facendo che questa venga tutta assorbita in quella. Evidentemente
contraddiremmo ad un fatto; contraddiremmo al bisogno potente in ogni tempo, in
ogni luogo per la speculazione. Perocché non è possibile (per dirla con le
memorabili parole di Kant) che V uomo rinunei alla metafisica, come non
rinunzia cMa respiratone anche con la paura di respirare uri aria malefica.
Queste condizioni che noi poniamo alla ricerca filosofica sono, quanto
semplici, altrettanto positive. Non è a dirsi eh' elle precludano e arrestino
in modo alcuno la funzione critica, secondo che incontra tanto ai nemici d'ogni
sistema, quant’ai sistematici assoluti. Nel determinare infatti la natura e '1
fine della scienza, i primi ci dicono: « non bisogna tentar l’impossibile
prefiggendoci '1 fine di conoscere VinconoscìbUe, l’assoluto. Ecco posta al
sapere una condizione essenzialmente negativa, perchè contraddice alla natura
stessa del pensiero e dell’attività critica.* I secondi poi, cioè i
sistematici, sostengono che la scienza non solo può e deve attingere r
assoluto, ma ha da ridurlo trasparente così da adequarlo, da conoscerlo sicuti
esty altrimenti vai come nulla conoscere.* Ma se cotesto conoscere (metafisicamente)
il tutto, fosse un bel sogno; non ne verrebbe che nulla * I poBitWisti credono
anch* essi no fatto il bisogrno specalativo; e come fatto noi negano. Ma dopo
aver distinto quel che in esso ?* ha di permanente, cioè la presenza perpetua
dell'infinito nollo spirito, da ciò che è transeunte, eh' è dire 1* inutile
sforzo a risolverò problemi per se medesimi insolubili, sogrgiungono : e Se
l'Assoluto è qualche cosa, non può essere che una realtà. Ora og^ni realtà si
conosce mercè l'esperienza, la quale, del resto, non potendosi applicare
all’assoluto, ci fa piombare In un circolo senza uscita. Dunque la metafisica e
una fase tratmtorta dello spirito umano (Littré, Prineip. de Phtl. Posiu
Prófac.) Innanzi tutto domandiamo, se condizione permanente del fatto, che nel
caso nostro è il bisogno della speculazione, ò la presenza nel pensiero d'un
infinito, non sarà appunto per ciò possibile una ricerca metafisica?
Quant'all'inutile sforzo poi non approda fondarsi nella storia, non potendo in
siffatt' ordin di cose indurre legittimamente dal passato al futuro.
Finalmente, quant'al circolo senz'uscita, osserviamo che l'assoluto è reale,
realissimo, ma non di realtà sensata e tangibile; e non è vero che ogni realtà
non si possa altrimenti conoscere se non per l'esperienza; errore capitale del
Positivismo. Queste ed altre risposte han dato al Littré i medesimi francesi,
specialmente Janet, Caro, Vacherot, Rénouvier, Pillon, Reville, Laugel. A noi
piace rammentargli un'altra bella sentenza d'un filosofo poco fa citato non certamente
benevolo ai matefisici: Una metajinca è tempre enttita e tempre eneterà nell*
umanità^ perche etto ì inerente alle invettigagioni della ragione umana che
epecìda. Kant, Critica ddUi Ragion Pura^ noli' Introd. alla 2.* odiz. Niente ni
conosce te tutto non ti conotce. SPAVENTA, Lex. di FU. Vrba, specialmente nell'
/n6 resultato d'azioni e reazioni fra il mondo fisico e quello dello spirito, e
quindi d' una doppia serie di leggi, naturali e psicologiche, modificate dalle
diverse, attribuendogli caratteri e valore non propri: avrete falsato la natura
delle scienze; le avrete confuse; ne avrete guasta V ìndole, turbando cosi
tutta r economia razionale del sapere. Questa dottrina, essenzialmente
psicologica e quindi razionalmente positiva, contraddice, com' è evidente, alla
distribuzione enciclopedica de* sistematici, per esempio a quella del Gioberti
e di Beerei; e nel mentre racchiude i pregi della classificazione de*
Positivisti inglesi e francesi, ne corregge insieme i difetti. Ma i pregi e la
verità d* un criterio ordinativo non può vedersi altro che nelle sue diverse
applicazioni, nelle •quali non possiamo intrattenerci. Solo notiamo che tal
dottrina ò un* interpretazione de* principi! psicologici del nostro filosofo,
come vedremo. * T. BuCKLS, History of OivUiMation in England . fa benissimo. Ma
nella sua dottrina cotal distinzione à un'inconseguenza. La costituzione d'una
scienza muove dalla ragione: la evoltmone di essa, per contrario, è frutto
della storia. Or se F una cosa non è V altra, è da concludere che la scienza è
superiore alla storia. Perchè dunque compenetrarvela? D'altra parte, non è
punto vero che, vuoi nella genesi ideale o psicologica delle scienze, vuoi
nella lor genesi storica, procedasi dalla parte al tutto, dal semplice al
composto, dal rudimentale e irreducibile al complesso, come vogliono i
Francesi. È vero bensì che dal tutto si va al tutto, cioè dal tutto iniziale al
tutto attuale, o, come direbbe lo Spencer in suo linguaggio, dall' omogeneo
slVeferogeneo,^ La genesi storica del sapere, infatti, rassomiglia quella della
società stessa: nella quale dapprima i poteri dello Stato, per esempio, anziché
distinguersi fra loro, formano un potei'e unico; e, anziché individui liberi,
vi esiste un solo individuo. Parimenti le scienze forman dapprima una scienza;
uno le possiede, uno o pochi le insegnano, come uno è quegli che comanda. Però
diciamo che la genesi storica di esse procede per tre momenti (vecchio concetto
aristotelico) cioè: Sintesi iniziale e confusa, poi Analisi, e poi Sintesi
finale. Nel primo di cotesti momenti non s' ha una data serie di scienze, come
dice il positivista francese. S' ha bensì tutte le scienze, ma fomite d' un
carattere comune ; il qual carattere sta nel comporre il sapere traendone le
ragioni da tutt' altra fonte che non è Y intimità stessa dello spirito. In
questo primo momento, in somma, [La legge secondo cui Spencer chiarisce la sua
teorica del progresso con tanta sapienza ed erudizione da lasciar maravigliata
la mente d*ogni lettore, si potrebbe applicare benissimo alla genesi delle
scienze intesa storicamente. Egli, come 8*ò detto, non ha fatto
quest'applicazione. Ma ci è da sospettare che, facendola, rieacirebbe
incompleta, com’è incompleto il principio su cui è basata. Il procedere daW
omogeneo alV eterogeneo è davvero un processo: ma è processo che non risolve,
mancandoci un terzo momento necessario a compiere il primo e 1 secondo. Oltre
questo difetto, il principio di Spencer ha l’altro di non esser nuovo, anzi
vecchissimo, perchè risale ad Aristotele: *Aft 70?^ sv tw iffS^C \jncf.p^st To
vfpÓTtpov, De An. II, m. lo spirito è, come dire, fuori di sé, nella natura,
nelr autorità, e quindi la scienza è quasi indotta; ma tale induzione dapprima
è affatto empirica, naturale, grossolana, divina, direbbe il Vico. Nel secondo
momento ci ha distinzione, analisi, astrazione: e qui la mente, accostandosi a
sé medesima, deduce. Nel terzo, finalmente, il pensiero possiede sé stesso,
perchè possiede l'altro: egli é filosofia perchè è scienza; ed è scienza vera
perchè è filosofia. Ci è dunque rispondenza, ci è armonia fra la genesi ideale
e la genesi stòrica della scienza, non già compenetrazione, come vorrebbe
Comte. Anche noi quindi crediamo in una legge di successione nell'attività del
pensiero; né respingiamo una disposizione gerarchica e genealogica del sapere.
Ma né r uua è assoluta filiazione, né 1' altra è composizione organica e
compatta sì che le scienze che seguono altro non possan essere fuorché semplici
appendici di quelle che precedono. È vero: il pensiero nella storia assume
innanzi tutto forma teologica. £ quando accada eh' egli abbia carattere
metafisico, il suo contenuto sarà sempre di natura mitologica, religiosa,
tradizionale, rivelata, essendo sempre un prodotto d' autorità. Appresso
riveste forma naturale; stanteché sorgano le scienze le quali, svolgendosi com'
elementi particolari del papere, si vanno liberamente determinando con metodo
appropriato a ciascuna di esse. In un terzo periodo, finalmente, piglia forma
complessa e insieme universale come nel primo; toa non più sotto forma
teologica, né metafisica ed a priori, bensì filosofica; appunto perché è
deputato a raccoglier la ricca eredità accumulatasi negli antecedenti periodi.
Or se è vero, come dicemmo, che il pensiero è superiore alla storia tuttoché
emerga dalla storia, non è men vero che la speculazione riflessa trascende
anch'olla le scienze, comecché dalle scienze sia venuta germogliando.
CJondanniamo dunque, anche noi, la metafisica che si presenta com' elaborazione
teologica riflessa. Condanniamo, per dirla col Littré, quel punto di vista
metafisico eh' è trasformaeiane del punto di vista teologico. Ma potremmo
condannare quella metafisica eh' è insieme critica e inveramento del punto di
vista positivo? In altre parole, condanniamo rìsolutamente la metafisica fatta
a priori; ma non meno risolutamente neghiamo che la terza fase^ il terzo stato
della scienza, abbia da esser positivo nel senso che i Francesi tolgon questa
parola. Lo staio positivo de' Gomtiani, afferma un giudice non sospetto, non è
che un'ignoranza confessata della causa: an avowed ignoring of cause
àltogether^ Ed è veramente così. L'attività riflessa della ragione intanto
giugno ad esser funzione critica feconda e profittevole, in quanto riesce a
superare il positivo mediante il positivo. Or è tejnpo d' interrogare il nostro
filosofo. Che cosa ci lascia indurre Vico tanto riguardo al concettx) della
scienza in generale, quanto rispetto alla costituzione e coordinamento delle
umane discipline? Rifacciamoci da questo secondo punto. Ei non parla di formolo
dommatiche, né d'alberi genealogici. Anzi ci avverte come in certo senso la
metafisica abbia da esser subordinata aUa fisica; la quale dà per vero ciò che
sperimentalmente possiamo imitare} Sennonché qui è da far piìi osservazioni.
Una scienza è indipendente nel metodo e autonoma nel processo. Questo è il
nostro pensiero. Ma potrebb' esser ' Sprncrb, The daasif. of The Scienc,, De
Anttq. hai, Sap,^ nella Condunone, Si dirà che per lai la scienza tovrana sìa
la teologia: ed è t ero; ma è sovrana solo in quanto è la piil oerta. Ora il
eerto nelle sue dottrine non è il vero, ciò ò dire un prodotto di ragione,
bensì un effetto di persuasione, un prodotto di natura empirica inseritoci
nell* animo dall* autorità. Quanto egli poi si mostri avverso alle
scompartÌEioni sistematiche delle scienze, vuoi nel senso pontivteta, vuoi nel
senso metajUieo dommatico^ può vedersi là dove con sottile ironia parla de'
Cartesiani (dommatici del suo tempo) i quali unum Metaphyeicam «Me docent qua
notte indubium det verum^ et ab eOf TAKQUiM a fontr teeunda in aUa» teientiae
derivari.»,, quare metaphyeieam eeterie »eientu9 fundo»^ euique 9uum aatedere
exietimant. anche tale nelle sue ultime conclusioni? No, certo: stantechè
queste, essendo di natura universale, hann' a dipendere dal lavoro, anziché
d^una, di tutte quante le umane discipline. Più ancora: potrebb'ella dirsi
indipendente rispetto alle condizioni logiche e formali? Nettampoco: se così
fosse, tornerebbe impossibile l'unità della enciclopedia. Finalmente si
potrebbe osservare, con Spencer, che a sapere se i corpi esistano la fisica non
abbisogni nuli' affatto della metafisica. Ed è vero. Ma evidentemente cotesta
notizia, più che razionale, è notizia empirica. Or bene, quando il fisico
volesse darsi dimostrazion razionale del soggetto o della materia eh' egli ha
fra mano, e cod legittimare il postulato onde move il suo pensiero, non
diverrebbe per ciò solo un filosofo? Diverrebbe, io credo. Nel processo della
scienza, dunque, v'ha un momento nel quale il fisico, od altri che sia, non può
far a meno della speculazione metafisica. Se a tal esigenza egli sappia e possa
per avventura soddisfare da sé, tanto meglio: vuol dire che, oltre d' esser
fisico e fisiologo e geologo e simili, egli è anche filosofo. Ma ov' egli non
senta questo bisogno, con che diritti e ragioni disco)ioscere ogni valore alla
ricerca filosofica? Il vincolo che tutte aduna e stringe le scienze son le
norme logiche ; la necessità logica che scaturisce dall' intima costituzione
dello stesso pensiero. Intesa quindi come logica, la filosofia precede e
accompagna le sfere diverse del sapere; ma, in quant'è metafisica, ella tien
dietro ad esse, e ne é il risultato finale. E anche in ciò siamo Aristotelici.
Mei., Tal si è pure la sentenza del Vico. In questo senso egli afferma che
ninna geienta bene incomineia »e dalia mektfieiea (logica) non prenda i
prineipii; perchè ella ì la eeienna che ripartieee alle altre i lor propri
eoggetti; e poichi non pud (in quanto metafisica) dare U 9W>, dà loro
immagini del euo. Onde la Geometria ne prende U punto e V dieegna; VArUmetiea V
uno, e *l moltiplica; la Meccanica il conato, e V attacca ai corpi. (Risp. al
Oiomale de^Lett.) In queste parole parmi chiaro T ufficio della filosofia, in
generale, rispetto alle altre scienze. Filosofia è logica. Veniamo al concetto
della scienza; ma gioverà fare innanzi tratto un' osservazione storica. Dicemmo
com' Vico sia tra Cartesio e KAnt, vuoi storicamente, vuoi teoreticamente.
Posizione puramente psicologica è quella del primo; puramente logica e
psicologica quella del secondo, la cui dottrina perciò molto acconciamente è
stata detta Idealismo crìtico, o Criticismo ideale. Nella posizione cartesiana,
avvertimmo anche questo, il pensiero non è altro che un fatto: la coscienza
trascendentale di Kant poi tiene doppio rispetto; è una e molteplice, è
diflferenza e medesimezza, in quanto importa il doppio elemento formale e
materiale nella cognizione. Ora, per quanto diverse, queste due posizioni han
comune un carattere; quello d'esser solitarie, astratte, puramente suhbiettive,
e quindi insufficienti; nel che ci confermerebbe, s'altro mancasse, il
resultato puramente speculativo cui pervennero le scuole diverse inaugurate da
que' due filosofi. L' analisi della Ragion pura alla fin fine a che mai riesce?
A metterci in guardia dell'assoluto di ragione, rilevandone i paralogismi e le
antinomie, e facendoci assistere scontenti e umiliati a quell'inutile ideale
che ci rende immagine, a dir cosi, dell' acqua di Tantalo: per cui s'è detto
che l'autore del Criticismo, sempre per quell' esigenza d' un ideale rimastogli
in tronco, scambio di chiudere, apri anzi le porte ad una varietà di
scetticismo, come osserva il B. Saint-Hilaire: nel che tutti convengono,
perfino Hegel, il quale appunto con l'idealismo obbiettivo e assoluto cercò
soddisfare aU' insoddisfatto bisogno della Ragion pura.^ Cartesio poi dove
psicologia, metafisica e simili. Come logica eli* è scienza madre, in quanto è
universale condizione d* ogni disciplina. Che poi in senso di metafisica debba
riguardarsi come risultato finale, ci è avvertito dnl medesimo filosofo dove
accenna alla relazione ch’ella ha, per esempio, cou la geometria: Geometria e
Metaphy$iea mum verum tMccipity et aecepttun (e però elaborato) in iptam Metaphynctim
refundit. De Antiq.y Giusta quindi, per tal motivo, l’accusa fatta al
criticismo dallo stesso B. Saint-Hilaire: Kant a voulu /aire une revolution} il
na guère en/anté qu'iine anarokie plue fatale. Log. d' Axist., Pref. si riduce
egli? Alla necessità d' invocare il solito Deus ex machina, tornatogli
insufficiente il criterio delPevidenza e deir idea chiara e distinta; senza dir
già eh' egli medesimo annunziava il Cogito qual semplice ritrovato atto a
soddisfare il bisogno di sua mente, non già pel fine d' insegnare agli altri un
metodo a ben governare il pensiero: seulement (son sue precise parole) de faire
voir en quelle sorte fai tàché de conduire la mienne. Nella posizione di Vico,
per contrario, è schivato nel medesimo tempo tanto il fatto empirico di
Cartesio, e quindi V indirizzo dell' ecclettismo e di quel timido spiritualismo
che da lui hann'oggi redato i Francesi, quanto lo scetticismo al quale pur
tiene aperto il fianco il criticismo, nonché quella serie di posizioni che,
nate da Kant, riescono all' Idealismo assoluto. Con qual mezzo? Con un mezzo
semplicissimo. Col criterio del vero e del fatto; ma elevato a dignità e valore
di principio. L'osservazione che Vico fa a Cartesio è, quanto agevole,
altrettanto efficace. Neanche gli scettici dubitano di pensare, egli dice: essi
aifermano solo che del pensiero non si possa avere scienza, bensì cosdensa} Ora
il pensiero cartesiano è un eerto, non già un vero; quindi ha natura di segno,
d'indizio certo (rsxfxyj/jtov), della cui certezza ninno al mondo non ha mai
saputo né voluto dubitare. Di qui si vede come la sua posizione speculativa non
istia già nell'aflFermare una verità di fatto, sì nell' indagarne l'origine, la
genesi, la guisa: cioè nel far la critica del vero che appare alla coscienza, perché
sdre est tenere genus seu formam qua res fiat. E si vede come il criterio
vichiano del fare il vero acchiuda una dottrina schiettamente aristotelica, eh'
è dire la ragion vitale di quel* Yed. le bello riflessioni del Rsnottvzkb in
proposito. EnsaU de Oritiqne generale^ toni. Il, part. 3. ' I difetti che nella
posizione Cartesiana scorge il nostro filosofo gli abbiamo già riferiti.
GIOBERTI non s'ingannava nel dire che Oarteno non ebbe il menomo sentore de*
teeori che n acchiudono nel SUO Cogito. (Protol. VOLTI) l'artifizio logico
secreto, naturale, onde la mente nel discorso rinviene il medio termine. La
mente sa perchè fa: AtTtov Sort vójfjffef >? i^épytia} Or di cotesta
attività occulta, superiore ed essenzialmente eduttiva, sensisti, scettici, empirici,
positivisti non hanno coscienza. Essi ignorano cogikdionis causs€e, seu quo
poeto cogitalo fiai^ * ilTTff ff9.ittpòit OTt ra ?ov«p£i ovra tiQ ivspysiav
àva'^òiJLstfx gUjOtcxerai. Airtov 5'ò?i vónii^ >j èvipynx. ÌItt' $5 ève py e
loti >i Sxivafii^' xa« Antiqui^. ItaLf Anch' egli quindi è scettico la sua
parte: e debb' essere, in forza del suo medesimo criterio. Ritiene infatti che,
quantunque la mente conosca sé stossa, ignora nondimeno la propria genesi: Dutn
«e mens cognoscttp non facit; et quia non /acit^ neacit genvs quo «e cognoscit.
Con la qual sentenza potrebbe sembrare cb'ei cada in contraddizione con sé
stesso; ma riflettendo che la mente che «» conotce qui ya intesa non come
facoltà, bensì come potenza (della qual distinzione ragioneremo appresso), la
contraddizione si dilegua. Così pure è da intendersi quell'altra sentenza ove
dice che l'occhio Tede le cose, e pur non vede sé stesso; che a veder so
medesimo egli abbisogna d'uno specchio; e però chiama insufficiente l'idea
chiara e distinta di Cartesio. Dal tutt' insieme quindi possiamo argomentare
tre conseguenze: 1° Che la posizione del Vico non è né dommatica nò scettica,
ma essenzialmente critica; e Critica del vero per eccellenza egli definisca,
ricordiamolo anche qui, la metafìsica: 2» Che a pervenire al sapere scientifico
non basti il eerto, il fatto, l'indizio, nò il criterio che il vero sia il
fatto; ma è d'uopo che cotesto criterio sia levato anche a principio: 3"
Che a Ini non manca il nuovo pensiero, il nuovo Cogito reoo bum, come vorrebbe
Spaventa; anzi possiede chiara l'esigenza, per lo meno, della critica
psicologica, bastevole a prevenire il Kant. Dico esigenza, perché il problema
critico a lui si presenta sotto 1' aspetto isterico, ciò che forma la sua
novità; e avvertimmo come V aspetto storico importi già r esigenza psicologica.
Se poi si vuol dire che a lui manchi il Cogit*» nel significato di mediazione
assoluta e però di perfetta trasparenza deWesaercf Spaventa ha ragione. Ma
questo per noi, anziché difetto, é pregio grandissimo. E qui il filosofo di
Napoli é tanto dappresso a quel di Kcenisberg, quant' altri non s' immagina.
Dommatici e sistematici, hegeliani e ontologisti cattolici, unisconsi ad una
voce nel battezzare scettico l'autore del Criticismo. Perciò gli Hegeliani credono
compierlo dicendo, che la ragion pratica ò siffattamente collegata con la
Ragion Pura, che la prima in sostanza non sia altro che l' incarnazione, il
complemento della seconda, ma che questa di per sé stessa inevitabilmente meni
allo scetticismo. Io non vo' negar tutto questo. Osservo solo che due sono i
grandi concetti di Kant: che non si possa giungere al vero sistema, alla
dottrina propriamente dommatica^ che, ciò non Non si può ridire il mal governo
che s' è fatto e seguita a farsi del criterio vichiano. In molti libri
leggiamo: criterio del vero è il fatto; e da tutti è stato inteso • 0 in modo
materiale ed empirico, ovvero in significato trascendentale e assoluto. Se così
fosse, quel filosofo avrebbe consacrato, da una parte, ogni sorta d'empirismo e
di materialismo; e dall' altra avrebbe fatto ragione ad ogni maniera di
panteismo. La formula vera, la vera posizione della scienza e del pensiero, per
lui, non è questa: Criterio dd vero essere il fatto; bensì quest' altra: La
conversione del vero col fatto. Fra la prima e la seconda ci è un abisso
addirittura. E per veder cotesto abisso e ritrarsene, è mestieri penetrar
Bell'insieme delle sue dottrine con la luce del medesimo principio. La chiave
di volta d' ogni positiva speculazione, e quindi il vero Deus intus adest della
mente di questo filosofo, e però il bandolo a strigar tanti nodi che
avviluppano il suo pensiero, è appunto cotesto criterio, secondo che noi lo
interpretiamo. Il criterio ha da esser egli un segno, un indizio del vero, 0
piuttosto un primo vero? Ha da esprimerci un dato, un fatto, o pur V essenza
del vero, la condizione originaria e trascendente del conoscere? Intendendolo
al primo modo, la scienza tornerà impossibile, e trionfa lo scetticismo;
perocché non ci salveremo dal noto circolo eh' è questo: per conoscer la
ostante, non si cada nollo scetticismo, appunto perchè egli non crede che il
non esser sistematici Teglia dire essere scettici addirittura. (V. Critica dtUa
Ragion Pura) Per me la riyoluzione operata dal filosofo prussiano nel regno
della speculazione, cioè quanta alla natura del sapere, sta tutta qui. Il Vico
in ciò lo prevenne: almeno era su la medesima strada. Quindi può dirsi che
entrambi condannino le due posizioni esclusiye del Si^temaH^mo e dello
Soetticinno. verità è necessario il criterio; e per ayer il criterio è
necessaria la verità. Pigliandolo poi nel secondo modo, difficilmente
schiveremo un sistema esclusivo e dommatico. Il vero criterio, dunque, ha da
esser Tuna cosa e l'altra; indizio e principio. Come indizio, come postulato
atto a conquider lo scetticismo e inaugurare la scienza, e' consiste nel porre,
come si è detto, il fatto qual criterio del vero; né e'' è altra via. Come
principio, sta nel porre, dall'una parte, la conversione del vero cól fatto, e
dall'altra, come appresso mostreremo, la conversione del fatto nd vero,
applicandolo all' essere e a tutte le categorie dell'essere. Or in questa
seconda forma assume egli davvero natura di principio? Di certo, l'assume;
giusto perchè importa l'essenzial condizione dell'essere stesso. Ma non
anticipiamo. Abbiam detto che di questa dottrina del Vico s' è fatto mal
governo. Mostrammo già come primo fra tutti ne discorresse il Mamiani, e, poco
appresso, SERBATI. Giova qui riassumer le ragioni della controversia fra' due
filosofi. Il Mamiani accogliendo questo criterio, come si disse, osserva che
con esso il Vico non intende propor nulla che esca da' termini della intuinone
(secondochè allora diceva l'A. del Rimiovamento), ma considerare in essa, oltr'
a' caratteri universali, alcune doti più particolari, col fine di proferire a
un tempo medesimo il criterio della certezza, e '1 criterio della scienza. In
altre parole egli dice: col suo criterio il Vico intende guardare non pure al
formale della cognizione, ma eziandio al materiale obbiettivo.* Tutto questo è
vero; ed è verissimo che, tranne la natura fisica e quella degli atti del mondo
estemo, tutt' altro pel filosofo napoletano sia produzione del pensiero,
com'avviene dell'algebra e della geometria. È fuori dubbio altresì che il
criterio per lui non pure ha da esser segno del vero, ma anche principio. « Nee
ulla »ane alia patct via qua eeepticit re ipaa convelli poétit, niti ut veri
criterium 9Ìt id ip»um fecitte* t De Antiquisi, Ttaì, • ìiAìttAVif Rinnovdm,
ec, Sennonché FA. del Rinnovamento non vide allora ciò che avria potuto e
dovuto veder oggi V A. delle Confessioni. Non vide che l'aspetto originale di
tal dottrina non istà nel riguardare il criterio vichiano qual semplice segno
ed inizio di scienza, ma qual principio, qual legge dell'essere stesso in
universale. Laonde non avendone còlto altro che il significato psicologico,
accadde che alla possente lima di Rosmini non poteva tornar guari difficile
ridurre in polvere cotesto criterio al modo che maneggiavalo il Mamiani.' Se
non che è da confessare come neanche il Rosmini dal canto suo valesse a cogUere
né la dottrina in discorso né quella parte di vero che, con altrettanta verità
quanto calore, propugna il Pesarese. È noto che il criterio pel Rosmini ha da essere
un principio, e dev' esprimere la verità prima, l'essenza della verità. Or qual
è l'essenza del vero? Eccotelo ricorrere al solito rifugio àeW Ente idmle! Ma
se cotesta potrà dirsi condizione di conoscenza, non però é principio di
scienza, criterio del sapere per via di scienza. Che cosa potrà insegnarci mai
con la sua vuotaggine l'essere possibile? l^ou è dunque cotesto il criterio di
cui parlava il Mamiani, e tanto meno quello del Vico. Non potendo indugiare in
minute osservazioni sul modo con che il Rosmini interpreta la dottrina di che
parliamo, osserveremo solamente che sapere il vero, pel filosofo di Napoli, non
é solo un conoscere il vero, come vuole il Rosmini, ma è porre, è fare, é
creare il vero; altrimenti per nessun miracolo al mondo giugneremmo ad averne
notizia. Conoscere per Vico non RosMiKT, Rinnovami, ddla FU. in Ttalia, Milano.
Gioverebbe Ieg(?ere in questo copioso volarne del Roveretano qnel lungo
capitolo e que* prolissi cementi nonché quelle sette conseguenze che la invitta
dialettica Rosminiana seppe cavare dal criterio secondochè intendevalo il
Mamiani. A lui bastò congegrnare, al solito, una di quelle sue tavole
sinottiche nelle quali ei dimostra di quanta e qual vena analitica fosse ricca
la sua mente, per metter Tavversario col suo criterio accanto ad Elvesio, ad
Epicuro e ad altrettali! Ved. Tav. Sinottica (WSitt. FU.j intomo al criterio
della cert&ma^ voi. è vedere, non è patire, non è semplicemente apprendere.
È vedere, patire, apprendere, appunto perchè il pensiero è essenzialmente un
conoscere. In una parola, se il vero non si conosce facendolo, non si conosce
nuU'aifatto; non s'intende.* Quand' è infatti che diciamo di pensare? Giusto
quand'abbiamo idee. Avere idee importa cólligere dementa rei; ex quibus
perfecHssime exprimatur idea. Il vero è l' idea, ma l' idea innanzi che sia
tale: è l'idea germe, l'idea potenza, la stesso spirito in potenza, il pensiero
non per anche attuatosi come tale: in una parola è il senso che si leva a
dignità d' intelletto. Raccolta l' idea, fatta l'idea, cioè dispiegatasi la
meìite, eccoti il vero-fatto. Mi si domanderà in che maniera il Vico chiami
esterni gli elementi onde risulta l'idea? Perchè, rispondo, l'eduzione
dell'idea suppone la formazione del concetto; e il concetto suppone una serie
di atti induttivi che appresso determineremo. Tutto ciò è come estemo all'idea;
è condizione, non causa del suo processo. Senonchè col raccorre gli elementi
esterni la mente pone qualcosa di proprio: pone se stessa come pensiero;
diventa ella stessa le cose; diventa tutte le cose. Ond' è agevole vedere come
il criterio del Vico sia il principio del metodo geometrico, che per lui,
ricordiamoci,, suona genetico. Mi spiegherò con un esempio. Come si hanno gli
assiomi, le verità prime e necessarie, secondo i positivisti? Mercè 1'
esperienza, risponderebbe il Mill. L' assioma che due rette non cTiiudono
spazio [Leggere è raccogliere gli elementi della tcriUura onde le parole tono
composte; con V intendere è COLLIORBB elbmbnta RBI, KX QUIBUS PRRrBCTis-31VA
RXPRIMATOR IDRA. Donde è lecito conghietturare che gl’antichi itttliani
conveniseero in queeto pensiero : Vbrum rssr ipsuv factum.» Qual è cotesto
fatto? È il pensiero, il vero-fatto: perchò ricevuto, indotto, raccolto, e
anche edotto dalla mente. In tale questione il nostro filosofo, contro il
solito, non manca di chiarezza. Egli infatti dice: e AUora il vero 9Ì converte
col /atto, quando trae il 9uo essere dalla mente d^ lo eonoece; HI QDOD YERUM
00GNO8CIT0R SUUM K8SR A MBNTB HABBAT QUOQaR A QOA cooKosci'TOR.» De Antiqui^,,
De Origine et ventate Scientiaruni.. Sgorga immediate dall'esperienza. Che se
apparentemente si origina dal pensiero, cotesto pensiero in tal caso non è
altro salvochè una ripetizione dell'esperienza : è r immaginazione che allarga
i limiti del fatto. Ma questa, evidentemente, se è una maniera di sapere, non è
il vero conoscere; perchè cotesto conoscere non sarebbe una mia fattura,
sibbene imitazione, copia dell'esperienza. Che cosa, invece, vi direbbe il Vico
a tal proposito? Direbbe: non istate a immaginarvi due rette portevi già dall'
esperienza e poi prolungate all'infinito: fatevele da per voi medesimi coteste
rette. Ma come farle ? Generandole entro voi, per voi stessi, con elementi
sperimentali; e così, più che l' immagine del fatto, avrete la vera
definizione, e però la genesi del fatto. Concepite il punto come prolungato
verso un altro punto: eccovi la linea. Or se due rette hanno in comune due
punti, potrann'elle chiudere spazio? Non potranno. Questo precisamente è il
vero-fatto, il vero da me stesso fatto, da me stesso prodotto, da me stesso
generato.* Per non chiamare il vero fattura di nostra mente, il Roveretano si
puntella nel solito argomento de' caratteri della verità: immutabilità,
assolutezza, eternità, necessità, università e simili. Ma ci sarà lecito
chiedere Men« humana eontinet dementa verorum quce digerere et eomponere
poMt'ti et ex quibu$ dUpontU et compoeitie, exittit verum quod demoiutraiU
{teientice) ut demontiratio eadem ae operatio «i/, et verum idem ao faetum.
> Ve Antiq.f cap. Ili, 4. Né Yale che SERBATI, chiamando in soccorso lo
stesso Vico, dica, questi elementi esser le idee e coteste idee crearti ed
eccitarti da Dio negli animi degli uomini. Per questa frase VA., della Scienza
iVuova è stato battezzato Malebranchiano ! Ma come non vedere che in quel luogo
il filosofo intende parlare del senso dato a questa dottrina da coloro che
eteogitarono tali locuzioni, le quali ei non accetta perchè non sempre accetta
il significato delle parole latine, come osserva lo stesso Rosmini a proposito
del verum e del factum f Bastino queste parole: e Par, igitur eet ut qui ha»
loeutione* excogitarint, ideas in hominum animi* a Deo oreari exeitarique eunt
opinati, Fa meraviglia che il Rosmini non siasi accorto come quattro righe più
giù l’autore contraddica apertamente a Malebranche {Malebranckii doctrina
arguitur): e come, se fosse vera V interpretazione eh* ei ne dà, il Vico
avrebbe sciupato addirittura il senso verace e originalissimo del suo criterio.
una proposizione d' Euclide serba ella questi ed altrettali caratteri perchè ve
li abbia inseriti la mente di Euclide come tale, o non piuttosto il pensiero
medesimo, il pensiero in quanto è identico appo tutt' i pensanti, identico
nelle sue leggi essenziali, identico nelle condizioni logiche originarie? Nella
proposizione 4 -j 4 = 8 havvi necessità. Perchè? Perchè lo stesso pensiero ne
ha messo gli elementi. Ma perchè vien fiiora 8 e non 10? Precisamente perchè ci
abbiam posto il 4 -h 4: cangiate questo, e avrete cangiato anche quello. E perchè
serberà egli un valore universale tanto da non parer fatto né d' ieri né
d'oggi, né intuito solamente in Francia o in Australia, nell' età della pietra
ripolita 0 nel bel mezzo del secolo XIX? Appunto perchè il pensiero è anch'
egli necessario, universale nelle sue native condizioni in ciascun individuo
che in qual si voglia tempo o luogo sia capace di pronunziar 4 -f 4. Le
critiche dunque che altri potrebbe trarre dal RoHmini là dov' ei si studia d'
interpretare a suo modo la mente del Vico rispetto al problema del conoscere,
tornano tutte vane, tutte manchevoli. Ma veniamo al più sodo. Il criterio del
nostro filosofo si porge altresì come il fondamento più saldo della dottrina
della prova. Nel conoscere per cause, egli dice . seguendo lo schietto Aristotelismo,
sta la vera scienza: il che si riduce al medesimo criterio della conversione
del vero col fatto.* Che cos' è in sostanza il provare per cause? Al solito è
un raccoglier gli elementi della cosa.* Provar dunque per cause, e convertire
il vero col fatto, suona il medesimo. Un esempio. Il principe Alberto, dice St.
Mill, morirà. Perchè? Non perchè tutti gli uomini (egli risponde) sian mortali
; si perchè tutti quelli a me noti e che son vissuti, * « Probare per cauMaat
e/Jhere eat, Effecttu eH verum quod eum facto eonvertitur. (De Antiq.
}TCx>j, ri x fitriy^o^Tx ti ^caviac, ntpi aiTcaec xxt ^px^i sVtiv, if
o^xpi^ivripa^, -il dn'koìjvripaiy {Mttaph.\,\), Or questo precisamente ò U
metodo che il Vico, certo in modo assai confuso, esitante, arruffatissimo,
adopera nelle sue ricerche; nò quindi il De Ferron s' ò apposto male nel
dichiararlo, come vedemmo, metodo essenzialmente aristotelico. * Dice anzi
così: H mio criterio i in me aeeieurato daUa eeienga Hi Dio, eiCl fonU e
regalia dT ogni vero. (Risp. II al Oior. de^Lett.) eh' ella non possiede, ma
che pur va con infinito processo e per gradi accostando sempre più. Talché
quando sentiamo il metafisico teologista e Tontologista affermare la scienza
divina essere norma e regola dell' umano sapere, mostrando credere con ciò
d'averne contezza vuoi per virtù d'un rapido volo d'intuito, vuoi per notizia
chi sa come e da chi graziosamente rivelataci, e' non dicon nulla di serio,
nulla di positivo addirittura. Per affermar tutto questo con tanta sicurezza,
non dovremmo possederla cotesta scienza? Non dovremmo anzi dominarla e
rimaneggiarla a nostra posta così come l'agrimensore fa del suo compasso? Norma
vera, norma che noi dominiamo davvero, norma già nota al mondo prima d'ogni
altra, semplice, evidente, inconcussa, è per l'appunto la matematica. Della
quale l'A. della Scienza Nuova, non altrimenti che Leibnitz, GALILEI, BOEZIO,
CICERONE, Aristotele, Platone, Pitagora, è grandemente innamorato, e sempre ne
parla, e sempre con passione viva ne esalta i pregi* La contraddizione ch'altri
vede nel porre ch'ei fa qual modello del sapere or la scienza divina or la
matematica, è affatto apparente. Che nell'un caso parla, o intende parlare,
deìVidea massima della scienza, della scienza divina, la quale altro non potrà
essere salvo che la perfetta conversione del Vero col Fatto, la compenetrazione
assoluta dell'oggetto col soggetto. Nell'altro, invece, discorre non già
dell'idea massima, bensì d'un tipo, d'una forma che, più d'ogni altra
accostandosi alla prima, più fedelmente la esprima e la rappresenti. Tal si è
per appunto la matematica. Tipo infatti del sapere squisitamente razionale per
lui è la scienza dell'astratta quantità; tant'è vero che Dio stesso, die' egli
in suo linguaggio, non altrimenti opera nel mondo delle forme reali, di quel
che faccia il matematico nel mondo delle figure.* Questo parmi '1 significato
più acconcio da dare Ved. Risp. n al CHorn. de' LetU, § IV. a tal sentenza del
Vico se non vogliamo farlo cadere in aperta contradizione con seco medesimo; non
già che Dio e la sua scienza abbian da esser davvero norma immediata, origine e
sorgente del sapere umano 1 È un paragone, è una figura e nulla più. E poiché
intende a questa maniera la scienza divina, perciò riesce a salvarsi dagli
estremi cui per vie diverse rompon l' idealista assoluto e il teologista
ontologo. Pel primo scienza umana e scienza divina son tutt'uno: pel secondo ce
n' è tal divario quanto fra il finito e V infinito. Se non che Rosmini e
Gioberti nelle opere postume, ormeggiando gli aprioristi, pongono anch'essi
medesimezza fra V una e Y altra scienza, distinguendo solamente, specie il
Rosmini, la materia dalla forma, e questa reputando identica, e quella diversa
nelle due scienze.* Ma, s'egli è così, divario essenziale non ci è, né ci può essere;
stanteché l'essenziale nel conoscere, più che nella materia, stia nella forma.
Invece secondo la dottrina del Vico può dirsi, che se tra l'una e l' altra
scienza non corra assoluta identità, non vi possa esser nemmanco assoluta
difi'erenza. Il pensiero divino conosce, perché raccoglie gli elementi; e nel
raccorli reci' meivte li pone. Il pensiero umano va raccogliendoli anche lui, e
nel raunarli idealmente li pone. E tale veramente appare la sua sentenza là
dove osserva che il conoscere umano si discerne dal divino quanto il solido dal
piano, quanto 1' effige in rilievo dal monogramma. SERBATI, Teosofia^ GIOBERTI,
ProtoUy Altra difficoltà, secondo alcuni critici, sarebbe questa. Se vero
sapere è il sapere per cagioni, se conoscere Tal produrre, se pensare è fare;
com* è possibile arere scienza dell* assoluto senza farlo, senza produrlo?
Conoscere Dìo a questa maniera non è un assurdo? anzi una bestemmia, a detta
del medesimo Vico? Per tutta risposta io to* riferire alcune sue parole le
quali racchiudono, panni, il significato sincero di sua mente, checché ne possa
dire in contrario egli stesso: (Hist. ) E altroTO, parlando del perìodo della
filosofia greca, dice il suo processo esser e eon/orme au déveloj^ment
iiUelìeetuel de Vhofinne, don» Vindividu eomme dan» Veipèoe, ear la
civili»ation tend toujour» de la circonférence au oenlre, periodi storici
perchè la materia si presta a tal fine, come farebb'egli, il Ritter, a rilevare
e ponderare acconciamente i caratteri delle differenti scuole e sistemi senza
il sussidio d'una norma anteriore e superiore alla storia? Eccoci ricascati
nella solita necessità d'un criterio che valga ad imprimere forma razionale
alla storia: senza di che lo storico potrà esser pregevole per erudizione,
prezioso per esattezza storica, saggio e conscienzioso per fedeltà critica, ma
non per questo avrà valicato i confini dell' empirismo. Tale è il Ritter fra
gli storici contemporanei della filosofia. Egli è critico savissimo, checché ne
dica la scuola di Hegel. È interprete coscienzioso, indipendente, scrupoloso,
accuratissimo; ma non è filosofo. A lui fa paura il dommatismo; fa paura il
sistema nella interpretazione istorica: e non ha torto. Ma non si può essere
storico filosofo senz* esser dommatico e sistematico? Il gran pregio di Ritter
sta nel carattere d' indipendenza eh' ei dà alle differenti scuole. Ma un
principio sopra cui s'incardini la sua critica, e gli porga ragione di tale
indipendenza, a lui manca assolutamente. 11 criterio mercè cui lo storico potrà
render utile lo studio della storia ed elevarla insieme a dignità scientifica,
sta neir interpretar la successione e la genesi e le attinenze de' sistemi
filosofici ponendo in opera il criterio delle tre posizioni che noi abbiamo
accennato. Queste tre posizioni (e altre non sono possibili) invocate a
chiarirci nel magistero della critica e della interpretazione della storia, non
costituiscon già un criterio empirico, né un criterio d' indole eclettica;
tanto meno un criterio dommatico, sistematico, ricostruttivo. Non è criterio
empirico, perchè non sono i fatti storici (e nel caso nostro i fatti storici
sono i sistemi filosofici) che lo partoriscano, 0 lo spieghino; ma egli stesso
è che spiega la comparsa delle^differenti scuole e dottrine filosofiche nel
regno della storia. Non è poi criterio eclettico perchè non iscaturisce dalla
storia, né da' sistemi; anzi ci fa capaci d' interpretar V una e giudicar gli
altri senza esser sistematici: sentenza che per taluno avrebbe faccia di
paradosso, ma non è.* Finalmente il nostro criterio non è sistematico, perchè
non isgorga dalle viscere stesse di alta metafisica, né quindi importa ombra di
necessità dialettiche, a priori, metafisiche. Ma qui dobbiamo intenderci con
gli storici hegeliani. Qual è il criterio storico di Hegel? È il principio
stesso cella sua filosofia; V identità assoluta. Una infatti per lui è la
filosofia, uno il sistema; e le dottrine particolari non altro che forme
diverse d' un medesimo contenuto. 11 dommatismo sistematico nella storia de'
si* La H;nola del Cousin scimmiottando Hegel, com'è noto, Terrebbe far
germinare la filosofia dalla storia, o considera perciò come elementi organici
necessari, aempiici e irriducihili solo quattro sistemi; Sensismo, Idealismo,
Scetticismo, Misticismo. Da questi fa risultare la storia d'ogni tempo e ln)go;
o da essi medesimi vuol far germogliare la filosofia: La teoria deve emergere
dalla storia. [Court ec. Ber.) Or 80 la storia in ogni grand’età e in ogni
periodo filosofico presenta qne soliti qiattro demetiti organieif ne segue che
la teoria, dovendo pullulare appuiÉo da essi, altro non potrà esser che un
accozzo eterogeneo e, meglio che un eclettismo, un sincretismo. Se gli elementi
infatti sono contraddittorìi ed eterogenei, non dovrà esser tale altrosì
l’insieme che ne verrà fuom V Che se per tale accozzo è mestieri d* un
criterio, eccoci tosto fuori della storia; e allora non sarà altrimenti vero il
gran domma che la teoria abbia da emerger dalla stessa storia. Altro difetto di
Cousin è, che iella sua divisione non trovan luogo parecchi sistemi, come per
es. il Critclsmo, e Y Idealismo assoluto: 1’uno perchè non è sistema, e
nemmanco icetticismo; l'altro perchè, sotto il riguardo psicologico, sarebbe l’
unione di due sistemi, secondochè avverte egli stesso. Inoltre non giunge a
determinar nettamente la fiinzione dello Scetticismo nella storia, e
distinruerla dalla funziono che esercita il Misticismo, il quale definisce, le
eotf> ds désespoire de la raièon humaine: quasi che il secondo fosse un atto
legativo cosciente, com'è il primo, e non già positivo in qnanto che imprta
fede, contemplazione, sentimento e simili. Finalmente chi non vorrà legare p^li
Eclettici che il Misticismo, il Sensismo e lo Scetticismo siaio da riguardarsi
come altrettanti sistemi V Ecco a che mena un criteri) erroneo su la divisione
e genesi de' sistemi filosofici. Non s' intende h storia, e poi si precipita
senza rimedio in una teoria affatto sincretici e però assurda. La storci della
filosofia mani/estaf ne* vari sistemi che sono apparsi, una sola i medesima
filosofia che ha percorso diversi gradi, e prova che i prineipii particolari di
ciascun sittema non sono che parti d’un solo e medesimo utto. > (Hbgel, Log.
Introd. trad. Vercu Wilmx, stemi non potrebbe risaltare più evidente, più
rigoroso, più universale, più assoluto. Noi innanzi tutto neghiamo
risolutamente che le vario dottrine non possan essere altro fuorché momenti
diversi d* una filosofia. Dov'è identità di contenuto, a dirne un esempio, fra
Idealismo e Materialismo? Tra Teismo e Panteismo naturale o ideale che sia? Ci
vuol davvero la pupilla lincea degli hegeliani a vedere, o meglio, a travedere
siffatte ideatità di contenuto ! D' altra parte, se posta la evoluzione della
idea 0 contenuto dello spirito ne seguita (come dicono) che la filosofia ha da
esser identica alla storia: non è egli codesto un principio degno d' un
eclettico francese? Non è la negazione più aperta, più schietta del progresso
in filosofia, meno, s'intende, epoca memoranda in che con la sua bacchetta
d'acciaio il gran negi-omante del Nord ebbe diffinitivamente segnato e chiuso
in perpetuo il circolo della filosofia? S'egli è così, la dottrina ^é* circoli
e de' ricorsi storbi che il Vera dice esser l' errore madornale della Sdenzii
NuovOj per me sarebbe anzi una conseguenza logica, immediata, inevitabile dell'
Hegelianisrao, almeno quant' al pensiero speculativo.* Hi9t., voi. IH). La
successione istorica de' sistemi perciò riesce identica a quella delle
determÌDazioui logiche della Idea: il perchè in fondo a tuttM sistemi non si
occulta altro che un medesioo oontenuto. Chi consideri bene le dottrine e
applichi con acciiiatezza le esigenze del metodo vichiano alla storia de'
sistemi, si accorgerà tosto corno nella filosofia, guardata storicamente, ci
abbia da esser moIiipUcità di momenti, e, che più monta, diversità di
contenuto; del che /a storia dt'Ila filosofia greca, come accennammo porge
splendido esempio. Ma, si badi, ciò non toglie punto che ci abbia da esser»,
come di fatto ci è, differenze di forma. Se i ritomi e i rieorgi «tarici nm
importassero anche in filosofia un contenuto nuovo pur occultato sotto vecchia
forma, che cos' altro sarebbe la storia del pensiero filosofico salvo che an'
og;,Mo8a e sterile ripetizione d'un medosiuio uggiosissimo spettacolo'? Nella
storia de' sistemi, più che in altre, il moto e lo svolgim4Qto storico non
somiglia ad una linea retta, come dicono alcuni, e mmmanco ad un circolo, come
pretendono altri. La storia della filosofia 3 linea retta e circolo
insiememente. È linea retta, chi guardi al contenuto; ed è poi circolo, chi
consideri la forma, cioè la parto meccanica do' fatti; giacche la storia, lo
dicono e lo credon tutti, ò fornita alch'ella del suo Un' altra osservazione
contro gli Hegeliani poiché ci calza. Se V ingegno filosofico (quello, ben
inteso, degl' imperturbabili e severi negromanti in filosofia) racchiude in sé
tanta virtù e tal vena architettonica da costruire con lavorio tutto a priori
il sistema della scienza dell'essere e del conoscere; la conseguenza parmi
chiara, irrepugnabile: ed é che la storia della filosofia non potrà non
riescire affatto inutile e insignificante. A che sciupar tempo, a che sprecar
la nostra attività critica a studiar ne' bozzetti piii o manco smorti e melensi
e sconci e abortivi che ci presenta la storia, se abbiamo già dinanzi agli
occhi in marmo vivo e quasi palpitante il Davide e '1 Mosè? Dicono: « Noi
invochiamo la storia de' sistemi, é vero, ma per semplice guarentigia del
sistema: la invochiamo com' una riprova di fatto, com' una conferma sperimentale....
» Conferma di che? Della costruzione a priori,^ Dunque codesta vostra
costruzione è una congegnatura inefficace! D' altra parte, se il sistema giace
ascoso e beli' e apparecchiato nella storia e non fa che germinare da essa, in
questo caso non sarà inutile la vostra costruttura ideale, a priori?
Brevemente, una delle due: La costruzione a priori del sistema é ella assoluta?
Dimque è faccenda inutile la storia de' sistemi. Il sistema giace egli beli' e
apparecchiato nella storia? Dunque inutile ogni alma meccanismo. Ora dunque per
noi il pensiero fllosofico ò daTvero progressivo; è progressivo sul serio;
progressivo noi verace senso della parola progresso, appunto perchè si svolge
anche, e sopratutto, nel suo contenuto. £ qui, com* è chiaro, noi rispetto agli
Hegeliani siamo addirittura a:rU antipodi; e non è altrimenti il nostro povero
don Giambattista quegli che non ebbe la fortuna (sic) di scoprire la gran Ugge
dd progredire della utnanità, ma è proprio il loro Hegel cui toccò la sventura
(abbiano pazienza!) di non conoscerla, anzi di negarla cotesta legge; o almeno,
riconosciutala da Talete, Tha poi negata a tutt*i secoli avvenire,
condannandoli senza scam(H> a ruminare eternamente la medesima formola
metafisica! Il concetto del vero prògre99o è concetto propriamente impossibile
nella mente degli Hegeliani, come vedremo nella Sociologia. MiOHKLiT, Exam,
Crit, de la Mèi. d'Arisi., Paris] nacchìo architettonico dialettico a priori.
Nel primo caso voi sarete altrettanti Dii; e noi non v'intendiamo, perchè confessiamo
di non esser capaci d' intendere un linguaggio e un pensiero sovrumano. Nel
secondo poi sarete eclettici, o positivisti; e noi vi superiamo. Non v'è
scampo. Se la storia de' sistemi ha da servire di per sé sola a darci la
filosofia; se, d'altra parte, la congegnatura a priori ha da essere assoluta e
tutta d'un pezzo: come legittimarle entrambe? perchè invocar la necessità
d'entrambe? Intendo l'eclettico che, non sapendo rinvenir filo d' energia
speculativa ne' bisogni intimi del suo pensiero, viene a chieder soccorso alla
storia. Intendo non meno il positivista che con le mani sotto le ascelle tutto
aspetta dalla storia appunto perchè non ha briciol di fede nelle native forze
della ragion filosofica, e sorride agli sforzi ne' quali nobilmente altri si
prova. Ma come potrò intender gli hegeliani che invocan la storia nel momento
istesso che vantano la singoiar pretensione di costruir l' edifizio scientifico
a priori rifacendosi dal tetto ? Che cosa dunque è da concludere? Precisamente
r opposto di ciò eh' essi pretendono: che ne la storia contiene il sistema, né
la mente può costruirlo e dedurlo a priori. Né induzione, al solito, né
deduzione neanch' in quest' ordin di cose. La possibilità d' una dottrina
metafisica può germinare dall' azione combinata delle due forze; dalla storia
de' sistemi interpretati a dovere, e dalla energia intima del pensiero
speculativo. Or tutto ciò potrebb' egli esser possibile, se questo pensiero non
fosse ad un tempo e dentro e fuori della storia?* Schmidt divìde la storia de’
sistemi filosofici morendo dal concetto della filosofia elio per lui è teienza
del fondamento ultimo del nottro pentierOf e delV a$§oluto, E poiché cotest'
obbietto si può concepire in tre gaise, cioè obbiettivamente, sabbio ttiv
amente e neirun modo e nell* altro riconoscendoli entrambi come identici, però
ne deduce 1’opposizione de* sistemi, e la divisione della storia. La prima e
più generale divisione è questa; 1» filosofia grreca; 2o filosofia nuova avanti
Kant; S*" filosofia Il nostro criterio non è niente di tutto questo. Non è
empirico, non è eclettico, non è sistematico, non è dommatico. E positivo, e
razionalmente positivo. Ed è tale perchè piglia di mira non già i sistemi
propriamente detti, anzi le posizioni ultime, più semplici, irreducibili del
filosofare, squadrandole sotto doppio rispetto; sotto il rispetto della
scienza, e del suo oggetto. Le posizioni possibili dell' ingegno filosofico, di
fronte al sapere metafisico, dicemmo esser tre: !• impossibilità della
metafisica (Scetticismo); 2» sua attualità (Sistema beir e compiuto); 3» sua
possibilità (Critica). Anche tre, dicemmo, le posizioni del suo oggetto, cioè
le possibili soluzioni del problema metafisico. Dunque tre han da essere i
sommi generi sotto cui la storia può venir adunando, disponendo, ordinando le
dottrine, gì' indirizzi, i metodi, le esigenze speculative formanti le specie e
sottospecie, le recente dopo Kunt {St, della FU.). Innan^ù tutto questa è una
diTisione essenzialmente sistematica, e riesce alla filosofia dell* identità:
il che solo basterebbe a condannarla. Il concetto inoltre nel quale è fondata •
è superlativamente esclusivo; tanto cbe rimaui^on fuori del corso isterico
interi periodi di speculazione occidentale, per non parlare della filosofia
orientale. Così precisamente egli tratta, per esempio, la scolastica: la quale,
tuttoché non si possa dire speculazione metafisica, non però cessa d'essere
8peéulazione,quantunque in servigio della teologia e del domma. K poi, come mai
dalla filosofia greca, con un salto più che mortale, si piomba a Cartesio? Dov*
è qui, non dico la verità, ma la realtà del processo storico della filosofia?
Un'altra domanda. Schmidt pone Videntìtà come contrassegno del 8^ periodo della
filosofia. Ma, con qual diritto, con che verità qualificar tutt* i filosofi di
cui egli parla nel suo S"* periodo col carattere dell* identità? Come si
vede, lo Schmidt cade nel1’ a pr»art«mo hegeliano, ma senza far pompa de*
grandi pregi di Hegel. Tranne V opposizione fra' sistemi, nonché la triplice maniera
onde in essi è concepito l'assoluto, ei confessa dì non saper altro per via a
priori di concreto, di particolare circa la storia delle scuole e delle
dottrine filosofiche: doveccbò Hegel non pnr move dalla logica, come s'ò detto,
e dalle alture logiche procaccia dedurre i sistemi ed i momenti della storia,
ma più ancora li costruisce; li costruisce indipendentemente dalla storia. Il
metodo dello Schmitd, quindi, avrebbe una parte accettabile, un aspetto vero;
che, cioè, r indagine storica, per lui, non riescirebbe un di più affatto
inutile, come in sostanza dovrebb' essere per Hegel. Se non che cotesto bel
pregio svanisce, tostraf«, appresso il vero metafinoo. Or questa genesi a cui
egli accenna, si applica evidentemente tanto al processo delle scienze, quanto
a quello della filosofia; e, di più, risponde appnntìno alla storia e al
processo ideale de' metodi. I metodi per lui sono ìtq;V Induzione^ il
Sittogiemo, il Sorite. {De Antiquiee.) È bene avvertire com'ecfli, discorrendo
del Sorite^ sbagli nell'attnbuire a Socrate quella forma. d'induzione cui
allude nel Libro metafìtico; e non meno sbaglia, come osservammo, quando chiama
sillogistico il metodo aristotelico. Ma questi, com' ò chiaro, sono sbagli di
storia, inesattezze di fatto, non già di dottrina. Ciò che importa è che sin
nel Libro metaJUico egli sa scorgere un vincolo, un processo, e quindi un
progresso fra le tre posizioni metodiche del pensiero: Induzione, Dedazione,
Eduzione, rispondenti alla storia delle scienze, come a quella della filosofia.
Giova perciò intenderci bene. L' Induzione, per lui, è un artifizio sintetico,
ma d'indole empirica; ondo la mente non facendo che raccogliere, adunare,
procede dall'effetto alla causa, e quindi è analisi, diremmo, sintetica.
(Inductio, pioura ànalytica; Stllooismus, stntrtioa. Ved. De Conet, PhUologim)
Il Sillogismo invece è un artifizio deduttivo, è ainteei analitica per cui la
mente procede dalla cagione all'effetto; ma è incerto nel euo procedimento e
però inetto a scoprire {De AntiquÌ9$., cap. II, VII, 4). Questo è quel metodo
eh* ei condanna ne' Cartesiani, ed è quel 9ÌUogi»mo debole oÌ79iv'/ì^
i7uXXo7(7]txo; che Aristotele biasimava in Platone (>lna/. Poet.,!,)
Finalmente il Sorite, per lui, è tutt' altro di ciò che ne dice la logica
ordinaria. II Sorite non è, a dir proprio, nò sintesi, né analisi. Non è
analisi sintetica che dall'effetto ealga alla cagione, e nemmeno è sintesi
analitica che dalia causa eeenda all'effetto. Invece è funzione che oofuxitena
caute con caute: Qui utitcb borite gauss ab oaussis, ouiqur proxiMAif ATTBXIT.
{De AntiquÌ89„ De certa /acultate eciendi, ) Perciò il Sorite essendo la
funzione sillogistica nella forma pid compiuta, presuppone e racchiude in sé
l'analisi e la sintesi, la deduzione e l'induzione, e di fronte a queste debb*
esser superiore e posteriore. Dunque la funzione discorsiva che egli appella
Sorite e che pone nel terzo momento della storia Se tutto questo che noi siamo
venuti sin qua discorrendo è vero, quale ne sarà la conseguenza? Sarà che tanto
nella storia deUa filosofia, quanto nel succedersi de' sistemi, il progresso
non è, come ci predicano i positivisti, un' illusione de' filosofi di mente
ammalata e nebulosa, ma un fatto storico e psicologico ad un tempo; una storica
e psicologica necessità. I diff'erenti sistemi, ci dicono i filosofi deW
avvenire^ possono conferire al progresso non come cagioni determinanti, ma come
semideale de* metodi, non è altro che il processo ednttiro di cai altrove
abl)iaino discorso. Neir annodar cau»e con carne sta V invenzione del termine
medio, e perciò la conversione dd vero col fatto. Se non che talora anche in
ciò egli si contraddice ! ifferma, per es., che V analisi (la qaale abbiam
visto essere per lui posteriore alla sintesi, e però, come artifizio deduttivo,
posteriore ali* induttivo), sia il metodo puramente critico de* Cartesiani; e
non senza ragione lo condanna, perchè esclusivo e solitario. Ma più volte poi
dice esser tale anche il Sorite; cioè un artifizio puramente critico e
analitico. {De AnUqxUss,^ Ds Nos. Temp.
Stud. Jiat,, Argum. RUp, i* al Glor. de' Lett., § IV. - /?« Oonst. PhiloL, Sec. Se. Nuo.) Ma non abbiam vist ) com'egli medesimo
ponga il Sorite dopo Vlnduzimie che è analisi-sintetica, e dopo il Sillogismò
che è sintesi-analitica? Come, dunque, se è posteriore e superiore, potrà esser
non altro che pura critica e pura analisi, e perciò anteriore e inferiore? Non
è contraddizione palpabile cotestaV A levar di mezzo siffatti controsensi,
bisognerà stare alla definizione eh' ei medesimo ne porge del Sorite: funzione
che concatena cause con ca«we, non già effetti con causcy o eause con effetti.
Ella compenetra, come dicemmo, in un medesimo circolo l'analisi e la sintesi,
l'artifizio induttivo e '1 deduttivo]. fe insomma il nwtodo ch'egli sposso
appella geometrico (Risp. al Oior. de' LcU.). È, ripetiamo, il metodo ednttivo,
genetico, il quale non è geometrico in quanto debba essere tolto cosi com' è
dalla matematica, ma nel senso che dalla geometria s'ha da pigliar la
dimostrationCf cioè la guisa per far la scienza. Lo dice egli stosso; non
m^hodus geometrica^ sed demonsb'otio. E dopo ciò auguriamoci che alcuni suoi
crìtici non vorranno maravigliarsi più oltre ch'egli abbia voluto appellar
geometrico il metodo proprio della sua Scienza Nuova! {i^ Se. JVuo.). Uno de' continovi
lavori di questa scienza d dimostrare FIL PILO.... lo spiegarsi delle idee
umane . Concludendo: Col porre la genesi psicologica de* metodi e '1 processo
isterico delle tre funzioni metodiche, il nostro filosofo ci ha dato insieme la
dottrina su la genesi positiva delle scienze, secondo l'interpretazione che noi
altrove abbiamo accennato (p. 230), e sopra questa legge si modella eziandio la
storia ideale della filosofia^ com'egli dice, o la storia naturale de' sistemi
JUoéoJtci. Sono germi cotesti, io lo veggo; ma germi fecondissimi. plici
condizioni del progredire; cioè com' errori che si combattano, e che nel
combattersi a vicenda si correggano. La contraddizione qui è palpabile; e non è
la prima né l'ultima nella quale intoppino i positivisti. I sistemi filosofici
non sono che errori, e pur si correggono ! Ma, so correggonsi, in clie maniera
saran tutti un errore? È possibile correzione senz'una parte di vero? Or se
racchiudon parte di verità, certo non avrebbe a parere impresa disperata
poterli assommare; per la semplice ragione che se la mente umana è quella che
ha potuto partorirli e poi di mano in mano correggerli, ella medesima potrà
venirli adunando in organismo, nel che, come si disse, è necessario un criterio
superiore/ Abbiamo detto esser triplice il processo delle cose governato da un
medesimo criterio, il quale perciò assume valore di principio: la Conversione
del vero col fatto. Ora il primo processo a cui è d' uopo fare cotesta
applicazione è appunto la storia, perocché lo spirito nasce nella storia, e la
fa. E poiché nel medesimo processo isterico é racchiuso il processo psicologico
il quale n' è il fondamento più immediato in quanto é la I sistemi si
combattono, è vero: essi rappresentano il transito a verità; e anche questo è
verissimo. Ma ciò fanno non tanto perchè sono errori, non tanto perchè lottano,
qaanto perchè racchiudono in sé medesimi un elemento di speculazione e perciò
di verità metafisica. In una parola, essi lottano, ma non per distruggersi a
vicenda, sì per legittimarsi, e compiersi. Giova ripeterlo anche qui:
Positivismo e Idealismo assoluto mancano del vero concetto del progresso nella
storia de' sistemi. L* uno considerandoli come produzioni fantastiche della
mente, crede che poco alla volta essi finiscano per divorarsi a vicenda senza
verun incomodo degli spettatori; dovecchò l'altro, avvisandoli come organi e
vegetazioni d' una medesima pianta, nega loro ogni ulteriore progresso giunto
che sia a vedere sbocciato quel fiore nel quale sono contenuti in atto rami,
fronde, foglie, tronco e radici della pianta. Questo fiore, si sa, non può
essere altro che la filosofia dell'identità. Ora a me pare che, se hegeliani e
positivisti vorranno per poco tenersi conseguenti a sé stessi, la storia della
filosofia agli occhi loro non potrà essere altro che un caput mortuum; sempre
per la solita ragione, che gli uni hanno intera fiducia nella costruzione
ideale della metafisica, mentre gli altri non ne hanno punto, anzi la negano.
Caput mortuuml nò più, né meno. La logica è inesoraWle. stessa nostra
coscienza, perciò la prima applicazione di quel principio riguarda la genesi
psicologica. Ma, innanzi tutto, che cosa ci dice la storia della psicologia
rispetto al problema psicologico? Capitolo Quarto. platonismo e aristotelismo
nel problema psicologico. Il nodo al quale per ragioni più o manco immediate si
rappicca la soluzione de' piii vitali problemi delle scienze morali, e stavo
per dire anche quelli della metafisica, è il problema psicologico, che un
moderno filosofo ha giustamente appellato problema generatore.^ La psicologia
segue anch' ella una legge cui vediamo soggiacere ogn' altra parte della
filosofia. Pigliando a considerare il problema psicologico sotto l' aspetto
teoretico, ci accorgeremo tosto della possibilità d' una doppia soluzione, che
si riferisce a due sistemi fra loro opposti e contrari: i quali sistemi, per
quanto si voglian fregiare di titoli vistosi e facciano pompa di nomi pili 0
meno appariscenti, ci rivelano sempre alla fin fine l'esigenza del
materialismo, ovvero quella dello spiritualismo. Se pigliassimo poi a guardare
il medesimo problema sotto r aspetto isterico, sarebbe agevole il vedere come
quelle due soluzioni mettan capo a' due maggiori filosofi dell'antichità,
Platone e Aristotele, ne' quali s'imbatte sempre la mente dello storico quando
meno se '1 crede. Che se oltr' ai due massimi filosofi di Grecia togliessimo ad
esame anche la teorica psicologica degl' insigni rappresentanti della sapienza
cristiana. Agostino ed AQUINO, i quali non fanno che ormeggiare i due Fichte,
Doetrine de ki Seienetf trad. Grimbl^t,] greci quanto le necessità del domma
comportavano, avremmo beli' e fissato l' obbietto e determinato i confini della
critica intorno alle principali soluzioni date sul problema in discorso, e
fors'anco avremmo tirato le somme linee d' un intero disegno isterico della
scienza psicologica fino all' età del Rinascimento^ I quattro filosofi
menzionati comprendono in germe tutte le posizioni psicologiche possibili, meno
una; meno quella, cioè, che, nulla serbando di filosofico e di psicologico, si
riduce tutta a negozio di biologia, come vorrebbero certi moderni fisiologisti.
Nella storia della filosofia, infatti, avviene quel medesimo che in ogn' altr'
ordin di cose morali: le prime tracce dello sviluppo, i germi del processo,
come germi, s'annidan tutti nelle origini. Nelle origini la virtù spontanea e
divinatrice dell' ingegno emerge vigorosa e potente così che basta ad
alimentare i' attività analitica di più secoli, ed eccitar 1' ansia e '1
bisogno speculativo di più e più generazioni. Le origini . riflesse della
speculazione occidentale pongono lor prima radice nel pensiero greco; massime
in quel perìodo in cui Platone e Aristotele rappresentando, per così dire, 1'
analisi in cui sdoppiossi e ingagliardì la sintesi socratica, giungono a toccar
l'apice della riflessione metafisica sotto duo forme distinte; distinte
nell'idea, diverse nella forma e anco nello stile, ma atte ad integrarsi e
compiersi a vicenda. Il vivente storico inglese della Grecia ha detto che la
speculazione europea, nonché gran parte dell'orientale, altro non sia stata in
sostanza fuorché un commentario intricato e perpetuo de' due massimi filosofi.
A compiere il concetto avrebbe potuto •e dovuto aggiugnere che in cotesto
commentario, in cotest' analisi, tanto più evidente appare il progresso, quanto
più intenso é lo svolgersi delle dottrine, e più fitto e più variato il
succedersi delle scuole. Chi dunque pigliasse a far la storia critica del
Platonismo e dell'Aristotelismo, e' sarebbe già in grado di far la storia della
filosofia: in cui lo scetticismo avrebbe quella funzione e queir ufficio che
gli spetta; ufficio senza fallo assai rilevante, ma, come dicemmo, di semplice
strumento più che d' artefice; funzione di mezzo, d' espediente, d'incentivo
piii che d'elemento vitale della scienza. Se infatti v' ha cosa nella quale
consentano appieno i due massimi filosofi, è questa: che il concetto del
sapere, del sapere per via di scienza, debbasi appuntare neir universale,
stante che dall' universale possa emergere unicamente la possibilità della
metafisica. Ecco perchè tale possibilità è già beli' e dimostrata, s' altra
prova mancasse, dal fatto storico, dalla storia della filosofia. Ecco perchè lo
scetticismo, siane qualunque la forma, è distrutto, o meglio, è ridotto al suo
legittimo valore, dall'esistenza atessa e dallo svolgimento cui son venuti
soggiacendo il Platonismo e l'Aristotelismo. Ed ecco perchè, ripetiamolo,
questi due grandi sistemi racchiudono un significato supremamente comprensiva
per due rispetti diversi, l'uno storico e l'altro teoretico, e per due diverse
ragioni altrove accennate. Sul carattere precipuo del Platonismo ci sarebbe a
sperare che né critici, né storici qund' innanzi avessero a discutere più
oltre. Volumi in foglio scrissero antichi e riscrissero moderni, sia per
determinare il concetto platonico del Bene, sia per isgroppare que' tanti
viluppi su la natura delle idee, sia per ispecificar l' attinenza peculiare fra
esse e Dio, o per lumeggiare il processo della dialettica e chiarir la forma
verace del metodo filosofico platonico, o, finalmente, per additare il rapporto
fra '1 pensiero e l' obbietto sovrassensibile di esso. Pare che i più oggi
consentano a ritenere, il distintivo platonico star nella teorica dell' esemplarismo,
e quindi nella dottrina (vera o no che sia) delle idee avvisate oom' eteme
conoscibilità, e com^ eterne e assolute specie delle cose, 11 che tanto più
avrebbe a parer vero, in ^Ytìov wjTTioòc To (zé^iov (iTxpct^ityt/y.) iS\tntv.
Tm. Cfr. quanto che il punto attorno a cui s'aggira la critica dello Stagirita
sta tutta qui: Videa non pure esser Buperiore alle cose, ma tutta al di là e
tutta al di fuori delle cose. Né le tre scuole d' interpreti che hanno a capo
Herbart Hegel e Bitter, e che in Germania oggi dividonsi '1 campo della critica
sul significato essenziale e speculativo de' dialoghi platonici, dissentono
guari intorno a cotesto particolare, quantunque tutt' e tre riescano a dissidii
profondi nell' applicar la critica non tanto erudita, quanto d'interpretazione
filosofica. Difficoltà pili gravi porge l’Aristotelismo; col qual nome intendo
abbracciare tanto Aristotele, quanto la interminabile tratta de' suoi
commentatori. Queste difficoltà senza fallo tengono all' indole stessa della
dottrina aristotelica, all'esser eUa, per così dire, bifronte, racchiudendo i
germi di due contrarie ed opposte direzioni speculative: cosa che, ove non
fosse universalmente riconosciuta, basterebbe a comprovarcela, s' altro
mancasse, la critica che neanc' oggi ha smesso e certo mai non ismetterà la
speranza di porre in accordo lo Stagirita con sé medesimo. Eertanto,
riconosciuta l' ambiguità e r indeterminatezza del sistema aristotelico nonché
il difetto d' impasto omogeneo in parecchie sue teoriche; considerato come Aristotele
uscito del tirocinio platonico dovea serbare, come serbò evidenti, alcune
tendenze già inseritegli nell' animo dalla viva e potente e drammatica parola
di chi seppe concepire e scrivere il Protagora e '1 Filébo; tenuto conto
sopratutto dell'opposizione gagliarda e severa ch'ei mosse contr'al maestro; e,
finalmente, considerato lo svolgersi così vario, così intricato, così opposto
ne' suoi resultamenti cui r Aristotelismo andò «oggetto attraverso civiltà
diverse, tempi diversi, luoghi divedi : non avrebbe a parer Stallbacm, ne*
ProUgom, al Parmenide di VELIA, SERBATI, Aritt. eep. ed esam.f Introd. Zkllbr,
DeU^ espogiz. aritt, della fil, di PUxtone, c. rV. Tbbndelsnburo, Plut. de id., Mabtik, Éhui. mr le Tim.,
Àrgom, CousiN, Du vrai, du beau et du bien, loz. IV.
troppo ardito T argomentare, come dal tatt' insieme delle sue teoriche, in
ispecie dalle tendenze molteplici degli esegeti d'ogni età, cotest' indirizzi
devan essere tre, meglio che due. De' quali indirizzi noi chiameremo il primo
ip&rpsicólogko; il secondo. Triturale oàempirico; e il terzo medio, ovvero
aristotelico-platonico propriamente detto. Dal significato stesso di queste
parole, ognuno s'accorgerà come il nostro criterio diflferenziale, e la
divisione riguardante gì' indirizzi della dottrina aristotelica nonché le
diverse esegesi a cui elle conducono, sia per noi principalmente di natura
psicologica; e non può non esser tale. Aristotele, infatti, non cessando d'
essere Aristotele, è anche mezzo platonico. Un criterio diflFerenziale, dunque,
circa le dottrine de' due filosofi, non potrebb' essere attinto in altra
sorgente salvo che in quella della psicologia, dove appunto riluce piii netto
il dissidio, checché ne dica il Ravaisson,* tra i due filosofi della Grecia. D'
altra parte cotesta nostra divisione non solo si porge come criterio a
discemere e giudicar le diverse scuole aristoteUche, ma ci somministra modo
altresì per valutare l' esplicazione storica del Platonismo al lume di quel
terzo indirizzo che noi pensatamente abbiamo appellato medio. 11 quale, se con
gli altri due l' abbiam detto aristotelico, non è meno platonico perciò.
Cotesto indirizzo medio, infatti, non è originario, ma secondario. Non è nato
fatto, ma capace di farsi, di generarsi, d'assumere fattezze proprie e fisonomia
sempre più individuale e spiccata nel corso della storia. Però più d'uno
storico della filosofia ha paragonato 1' Aristotelismo e '1 Platonismo a due
fiumi che risalgono verso due sorgenti diverse; e meglio avrebber detto due
correnti distinte d' un medesimo fiume, le quali, scorrendo, sempre più si
rimescolano e conifondono per entro a un medesimo alveo. Nelr Aristotelismo
quindi ci è il Platonismo, o meglio ci * E9$ai de Ifitaph, d' ÀrUt, Tom. I,
Introd. p. Y. è germi di due maniere di Platonismo, legittimo e spurio. Il
Platonismo spurio in sostanza è Arabismo; e la cagion prossima, X origine
immediata di esso non risale già alla dottrina platonica, come altri ha creduto
cogliendo a frullo qualche sentenza qua e là sparsa ne' dialoghi del filosofo
ateniese; ma risale al medesimo Aristotele; e ciò per due diverse ragioni. La
prima delle quali, come ha osservato un illustre storiografo,* si radica
nell'opposizione che lo Stagirita ingaggiò contro il maestro; e questa, più che
cagione, noi diremmo sia stata occasione, incentivo alla dottrina averroistica.
La seconda poi vuoisi riferire, come toccammo, all'indeterminatezza e ambiguità
della stessa dottrina aristotelica su l'intelletto; tant' è vero che Alessandro
d' Afrodisea, intendendolo in parte sotto l'aspetto empirico, potrebbe aver
fatto più sdrucciola, per parte sua, la strada all'Averroismo.' Se dunque tale
è l'Aristotelismo di fronte al Platonismo, si può dire che, ove altri pigliasse
a far una storia compiuta del primo conforme al criterio che noi diciamo,
farebbe anche la storia del secondo, cioè del Platonismo vero, del Platonismo
legittimo, appunto perchè nell'uno e' è, anche 1' altro, ma corretto, o a dir
meglio, compiuto per più d'un rispetto.' Ora che i tre indirizzi non siano per
avventura tre fantasie del nostro cervello, potrebb' apparir manifesto dalle
sentenze diverse che noi potremmo agevolmente venir adunando nel medesimo
Aristotele, se potessimo, anche a far bella mostra di peregrina ma non
difficile erudizione, ingolfarci in esami di esegesi minuta e particoleggiata,
e se il Rosmini non avesse già, meglio che * Renan, Averrhoé» et VAverr.^ pag.
42. * Ravaisson, Bonghi parlando della metafisica d'Aristotele osserva, c^
tutti qtianti % »Ì9temi fino a Carteno ei »% »ono tpecehiati dentro^ e ci hanno
jwù o meno riconoeciuto il proprio vieo, (Lett. al Rosm., Trad. della Metaf.i).
Nourisson dice fino a Leibnitz. {Tabi, de» progrU, ec., 2* ediz, 1S59 nella
Condu$,) Perchè non dire fino ad Hegel addirittura? ogn' altri, posto in sodo
con maniera davvero magistrale r esistenza nello Stagirita de' due primi
indirizzi. Ma una prova più chiara potrebbe averla chi guardasse al modo con
che sonosi venute svolgendo e diramando e poi intricando e vie più
ravviluppando fra loro le varie scuole aristoteUche non solo per tutte quelle
dieci età che il nostro Patrizi distingue nella storia degli esegeti
aristotelici, ma eziandio per tutto il periodo che corre dall' epoca del
Rinascimento fino agli ultimi critici tedeschi hegeUani e non hegeliani,
Michelet, Pranti, Zeller, Trendelenburg. Da Teofrasto, per eserapio, a Stratone
di Lampsaco incomincia a prevalere di già r indirizzo naturale, pigliando forma
sempre più empirica di guisa che si potrebbe dire non v'essere stacco assoluto
fra questo indirizzo aristotehco, e quelle scuole che vi tenner dietro,
segnatamente l'Epicurea e la Stoica.* 11 Nominalismo del medioevo che SERBATI
più acconciamente appellerebbe Bealisfno aristotelico, nonché il naturalismo
d'alcuni peripatetici, ci palesano anch' essi l' indirizzo empirico. ' I
Positivisti, finalmente, credono anch' essi oggidì potersi agganciare allo
Stagirita, ne in verità avrebbero gran torto se troppo facilmente non
dimenticassero come accanto all'Aristotele positivista ci sia un Aristotele
filosofo anzi metafisico propriamente detto. D'altra parte, il Neoplatonismo e
più l'interminabile serie dei commentatori arabi o arabeggianti che smarrivansi
in quella grossolana forma di panteismo ])sicologico annidatasi nella dottrina
dell'intelletto agente così balordamente interpretata in Aristotele, non ci
palesano schiettissimo l'indirizzo iperpsicologico? Fra questi estremi quanto
evidente nella storia al[Ravaisson. SERBATI, ArUu eiip. ed etam.y Introd.
Roussblot, Étud^ tvr la Phil. dan» le moì/en àgef l» Saint-RinÌ Taillak>
DntB» Seot Erigene et la Phil, Seolwtt., CousiN, Fragni, de PkiU du fnoyen Age,
[trettanto necessaria in teoria è la posizione mediana. Ella si studia porre nn
accordo fra l'esigenza fondamentale del Platonismo, e quella dell'
Aristotelismo; fra l'uniTersale in sé, e Y universale anche nel mondo. Se non
che è facile vedere come questa posizione abbia a rendere immagine, diremmo
quasi, del ferro magnetico il quale senza posa oscilla fra mezzo al polo
positivo e al polo negativo. Tale davvero è l' indirizzo medio, un ferro
magnetico: per cui non è impresa agevole stabilire, per esempio, se certi
realisti e certi nominalisti dell' evo medio, de' quali il Rosmini con l' usata
pazientissima industria andò scovando più e diverse famiglie, sLin da
dichiararsi aristotelici meglio che platonici. L' indirizzo medio nelle
dottrine filosofiche, massime parlando di Platonismo e d' Aristotelismo
avvisati nel loro svolgimento istorico, spicca per questo contrassegno: d'
esser la molla maestra, per così dire, del progresso nello sviluppo del
pensiero speculativo. Or s'egli è tale, non debb' esser rappresentato da que'
filosofi che Pretendono alcuni storici ctie il nominalismo non dlfForìsca punto
dal Concettualismo (per es. il Cocsin, (Euvres cT Abelardo Introd., in ciò confutato
meritamente da SERBATI, Atìm, ec.) Meno a?7entato degli altri il Roverotano si
contenta designare il secondo com* una gpecie del primo. E sia pure. Ma se fra
Tun sistema e T altro non fosse alcun diyario, dovremmo porre in un fascio, non
diciamo con quanta verità, i nomi di Roscellino, di Guglielmo di Champeaux e
d'Abelardo? Per noi la differenza delle tre direzioni filosofiche medievali è
precisamente quella che esiste fra le tre posizioni dell' universale rispetto
alle cose: ante rem, in re, poH rem. Non dico già che tra Nominalismo e
Concettualismo corra quel medesimo divario che pur troppo intercede fra essi
presi insieme, e quella specie di Realismo per cui si distingue, 'per es.,
Anselmo d* Aosta. Ma la differenza è pur evidente, essendoci differenza, parmi,
tra V ammettere e 'I negare Vunivenalenel concetto. Checche se ne dica, la
scuola di Roscellino è nominale pura. Quella di Guglielmo di Champeaux è
schiettamente realista. Ma un barlume di vero progresso nella scolastica
traluce nel concettualismo. Esso ci rappresenta, almeno compera possibile in
quell'età e in quelle condizioni della scienza, l'indirizzo aristotelico medio.
Il Concettualismo è tanto superiore al Nominalismo, quanto Io spirito
all'esperienza, -le idee ai fatti, il senso al pensiero. Il Rimuaat e il
Nouritaon han saputo rilevare a meraviglia i meriti di questo indirizzo nel
periodo scolastico. (Abìlakd, Tahleaux de» progrì») la critica non radamente
finisce per battezzare con titoli diversi e disparati e talvolta anche opposti,
non altrimenti che gli zoologisti adoperano riguardo a certe specie zoologiche
le quali, in via di formazione specifica, non possiedon per anche caratteri
netti, spiccati e ben determinati? Tal si è agli occhi nostri, per dire un
esempio, Afrodisio; il quale, tuttoché meritasse titolo di secondo Aristotele,
ninno però vorrà dichiarare schietto aristotelico. S'egli infatti, combatte la
dottrina atomistica degli Epicurei nonché quella delle forme seminali degli
Stoici, é questa una buona ragione perché non sia detto seguace dell' indirizzo
aristotelico empirico. E, inoltre, se contro Avveroé piglia a corregger la
dottrina dell' intelletto possibile, ciò dimostra com' ei non sia nuli' afiatto
un iperpsicologista, e per la stessa ragione non é a confondersi co' puri
platonici. Che se, finalmente, opponendosi allo stesso Aristotele procaccia
dimostrare come la specie anziché nell'individuo sia nel pensiero, con ciò si
manifesta chiaramente seguace dell'indirizzo mediano. L' Afrodisio dunque, se
potessi designarlo così, sarebbe il concettualista per eccellenza fra gli
esegeti ellenici, e quindi potrebbe rappresentarci l'antecedente ideale del
Concettualismo mediqevale. Egli per primo nella storia dell' Aristotelismo ci
esprime il bisogno d' accordare le due opposte direzioni aristoteliche,
restando egli stesso aristotelico, e però non arabo, né sensista. Si potrebbe
facilmente dimostrare, se qui fosse luogo, che il medesimo indirizzo ci esprime
e la medesima funzione esercita san Tommaso nel medioevo; talché nell'età
medioevale AQUINO rappresenta ciò che l' Afrodisio fra' primi commentatori
greci.* * Parlando d’AQUINO BONGHI dice: Quello che m'ha fatto molto
maravigliare, e di cui non mi $on reso cofUo pienamentef come •' accordi in
tanti luoghi coW A/roditeo^ tema perft citarlo mai, ìé accordo ^ tale che non
pud ewer casuale. (LeU. al Rosm.) È vero, AQUINO non conoscerà che di nome
rAfrodisio. Lo conosceva per mezzo d’Averroé; eppure tanto spesso trovasi
d'accordo con lui neir inAltri esempi più spiccati potremmo averli nel
Rinascimento; esempi di filosofì che a tutta prima non paiono stare né di qua
ne di là. Tali per noi sono, a dime questi, PORZIO, ZABARELLA, LAGALLA,
CASTELLANI; e non esiteremmo annoverarvi anche il Sessano, come quegli che finì
per combatter l'Averroismo e dar molto da pensare a' seguaci dell' indirizzo
empirico fra' quali in cima a tutti siede il Pomponazzi * Che se il Patrizzi e
più FICINO, fra gli altri, si palesano schietti neoplatonici, cotesto lor
platonismo non va certamente confuso con l'Arabismo. Anche noi crediamo che
certi Platonici e certi Peripatetici arabeggino la lor parte, e tanto
s'assomiglino fra loro quanto due gocciole d'acqua. Ma perchè pretendere porli
in un mazzo? La lor mente muove da sorgive diverse; così che, interpretando a
lor modo Aristotele e Platone, gli uni spesso vaporano, come s' è detto, in una
forma confusa di panteismo psicologico, in mentre che gli altri svolazzano sì
da restare immersi e balordicci in mezzo agli splendori d' un misticismo il
quale se non è panteismo poco ci corre. Arabismo quindi non è Platonismo; 0, se
si vuole, è i) fiacco, è il grossolano Platonismo venuto fuori, come to^tommo,
attraverso la critica male interpretata d' Aristotele contro il suo maestro. Se
dunque la storia dell'Aristotelismo è lì pronta a mostrarci incarnate nelle sue
scuole tre diverse tendenze, ciò vorrà dire più cose. Vuol dire che queste tre
tendenze debbono esistere, ma esistere come in germe nelle dottrine e nella
mente stessa del Caposcuola. Vuol dire terpretare il JUo$ofo, che davvero tale
consenso non può esser ccituale. Quale n' è, dunque, la ragione? BONGHI non ne
avrebbe fatto le meraviglie se avesse pensato eh* eran tutt' e due nel medesimo
indirizzo, nelr indirizzo aristotelico mediOf per quante possano esser le differenze.
Molti filosofi italiani, che d'ordinario sono mossi iu fascio con POMPONAZZI 0
con gli schietti averroisti ovvero co' puri platonici (come appunto NIFO) a noi
paion seguaci più o mono spiccati dell'indirizzo medio, quando siano
interpretati con benignità di giudizio, e senza le traveggole d'una critica
sistematica. ch'elle hann'a distinguersi e sdoppiarsi e correre il palio del
processo istorico. E vuol dire, perciò, che a questo ior successivo
distinguersi ha da presiedere una legge di progresso che per passi lenti, ma
sicuri, valga a ricondurre r analisi alla verità della sua sintesi primitiva.
Aristotelismo e Platonismo, ripetiamolo, non sono a dir proprio due filosofie;
né sono due serie di filosofi gli Aristotelici veri ed i veri Platonici. Sono
ben due filosofie que’due commenti così opposti fra loro e contrari, che,
fondandosi in un concetto b empiricamente naturale o esageratamente
iperpsicologico del pensièro, vennero fabbricandosi col succedersi de' secoli,
con l'incalzarsi de' filosofi, e con 1' avvicendarsi delle scuole. Non
seguiremo perciò, a questo proposito, la sentenza del Buhle, del Bitter, del
Renan tb d' altri storici che altro divario non sanno scorgere, fra'
peripatetici del Rinascimento, se non quello eh' è possibile riconoscere fra'
commentatori d' un medesimo caposcuola. Come confonder ACHILLINI con PORZIO? e
PORZIO con NIFO? e NIFO con ZABARELLA e con GONTARINI? e tutti questi con
ZIMARA e con altri di simil tenore? Il criterio innanzi stabilito ci può far
comprendere perchè mai tutti quelli che han sempre sospirato un accordo fra l'
uno e l' altro sistema, risentano piii dell' indirizzo platonico anziché dell'
aristotelico; e perchè accanto a BESSARIONE, a PICO Mirandolano, al citato
Gontarini, al MAZZONI, e a tutti gli altri che credono toccar col dito il
vagheggiato accordo, non manchino i Donato, i Folieta. i Buratella che reputino
pazzia cosiflFatto accordo. I primi ci dimostrandoci fatto che nell'Ari[Una
prora estrinseca che fra il Platonismo e l’Aristotelismo primitivi non V* è,
masdme in certi ponti di metafisica, divario sostanziale, potrebb* esser tolta
dalla maniera ond' Aristotele conduce la crìtica inverso alla fllosofia del sno
maestro. Lo Scbleiermacher Tha chiamata critica da maestro di scuola: e, per
alcuni rispetti, non a torto. Zeller infatti ha mostrato ad evidenza come il
discepolo stiracchi non di rado il maestro per meglio abbatterlo. Ved. Op. cìt.
trad. da BONGHI specialmente nel Cap. iV. stotelismo c'è il Platonismo, e però
l'indirizzo medio; i secondi poi che nello Stagirita ci ha i germi delle altre
opposte e contrarie direzioni. Un accordo è possibile; ma non fatto a maniera
^meccanica e per sovrapposizione, come si pensano certi viventi neoplatonici
col trasferire all'un filosofo ciò che si crede faccia difetto all' altro, e
dando per esempio ad Aristotele l' idea platonica, e a Platone il concetto
della Juva^c? o della ytvevii aristotelica. Il discepolo ha pur egli la sua
idea, cgme al maestro non manca la virtù del fatto e il valore dell'esperienza.
L'accordo quindi è opera della storia; ed è r opera travagliosa della critica
rintegratrice. La quale, rotondando le sporgenze e ammorbidendo le angolosità
che pur troppo si lasciano scorger ne' due filosofi, li modifica, li rimpasta,
li trasfonde 1' uno nelr altro e li trasfigura siffattamente che ci scompaian
dagli occhi Aristotele e Platone, senza che perciò abbia a scomparire ed
estinguersi quell'eterna e vivace esigenza cui levossi il pensiero indoeuropeo
fin da' primi momenti della sua riflessione speculativa e metafisica.
Ripetiamolo anche qui. Il risultamento finale dell'Aristotelismo e del
Platonismo non è già il trionfo dell'uno su l'altro, od al contrario. È il
trionfo d'entrambi, per una ragione altrove rammentata a proposito delle due
moderne filosofie. E que' critici che tanto sudano e s' arrovellano a mettere
in trono vuoi un Aristotele passato attraverso i lambicchi d'una critica
infedele ed eunuca, vuoi un Platone rimpannucciato co' cenci d'un troppo vieto
tradizionalismo, negano, senz' addarsene, la storia. Negano la storia, perchè
disconoscono gran parte del lavoro storico già compiutosi per opera degli
esegeti ellenici, arabi, alessandrini, latini, italiani del Risorgimento. Reca
marayiglia davvero il pensare come in questa maniera di critica incappino
perfino, parlando d'Aristotele^ gli hegeliani più assennati quando affermano,
per esempio, che aìVidea topra le cose di PlaUme AnstoteU SOSTITUÌ Videa delle
coae^ o la forma. Basterebbe già la parola 909Htu\ a far cangiare ftsonomia,
non pure airAristotelismo e al Platonismo, ma a tutta Premesse queste
considerazioni generali, veniamo alla quistione psicologica. U problema
psicologico al quale si connette ogn' altro, è quello che risguarda la
relazione fra V anima e '1 corpo. Se cotesta relazione interviene fra mosso e
movente, per usare l' antico linguaggio, s'ha l'indirizzo platonico; il quale
j>wò trovar riscontro con la posizione iperpsicologica della esegesi de'
commentatori averroisti. Se è relazione di potenza e Aleuto, pigliando l' atto come
determinazione o semplice la storia della scienza. B tal si è infatti il
linguaggio tenuto nella ìot critica da Hegel, dal Michelet, dal Franti, dallo
Zeller, ne' quali attingono ispirazione i nostri hegeliani. Ma dicendo che
Aristotele sostituì oc, non sembra che lo Stagìrita abbia inteso di negare
addirittura V idea platonica? Giacché a poter sostituire bisogna innanzi
negare; e per mettere qualcosa, è d^uopo averne levato qualche altra. Ora il
vero si è che Aristotele, oltre la specie come predicabile, il che costituisce
proprio la novità sua di rimpetto a Platone, riconosce altresì la specie
separata^ la specie in sé, là forma in sé, spoglia di materia. La qual forma in
sé (s Zi poi aurvj x^-^' aur^fv vj uo^^tj) è altrettanto chiara in Aristotele,'quanto
la forma mista alla materia (ùtgjùti^jvvj (uterà rrì; vItiq). lì divario fra*
due ftlosoft perciò non risguarda la prima, vo* dir la specie per eccellenza,
ma si la seconda, cioè la cosa contenente la specie. Di che si vede come per lo
Stagirita, oltre l'insieme de' due elementi (to au voXov) ci sia ben altro
ancora. Al di là del to' slSoz sv fn uXv), infatti, vi ha l'essere, vi ha la
ragion delle cose, tÒ tìSo;, (Ved. Metaph.). Intanto, che cosa ti fanno i
critici hegeliani ? Essi pigliano quel che loro toma comodo. Pigliano il to'
oùvoXov, e il resto considerano come un caput mortnumj o sentenziano: Ècco qua
il vero Aristotele! Che sia l'Aristotele del loro cervello, è chiaro, né vi
cape ombra di dubbio. Che sia l'Aristotele che ci porge la storia, lo neghiamo
risolutamente; né ci mancherebbe modo a darne dimostrazione, se questo fosse il
luogo. Si dirà che quel caput mortuum sia come il Deus ex machina dì Cartesio?
una contraddizione? Innanzi tutto potrebbe stare ch'ella non fosse tale: e tale
infatti non la reputarono i nostri vecchi critici del Rinascimento, né tale è
creduta oggi da' massimi e più severi interpreti moderni, qual è Trendelenburg
in Germania, SERBATI in ITALIA, Ravaisson e B. SaintHilaire in Francia. Checché
ne sia, la critica seria e feconda starebbe appunto nel levar di mezzo la
contraddizione, ma senza negare nò radiare in Aristotele l'esigenza platonica;
se no, risicheremo d'incespicare nel solito scoglio, quello cioè di far la
storia zoppicando, e far camminare la macchina con una sola ruota. Nessuno de'
quattro critici poco fa rammentati, fra' moderni, e neanche fra gli antichi il
nostro Simone Porzio per esempio, avrebbero detto, né dicono, sostituì.
Avrebbero dette aggiunse, a/mpìè, eon-ewT, iiirern, t' simili. modificazione della
potenza, avrai la posizione empirica dell'Aristotelismo, il cui rappresentante
più logico, più originale nell' età del risorgimento dicemmo essere il
Pomponaccio. Se cotest' attinenza, per ultimo, è quella di forma e di matefia,
ma intesa in maniera che la prima tuttoché rampolli dalla seconda non però sia
come assorbita da questa e ne dipenda in modo assoluto, ma anzi la superi, la
informi di sé e basti ad alimentarsi di sé medesima; in tal caso avremo una
terza posizione, la cui esigenza é pur manifesta in Aristotele, e nella quale
pone radice la soluzione più acconcia del problema psicologico. L' indirizzo
iperpsicólogico, nome che d' ordinario scambiasi con l'altro di platonico, ha
natura deduttiva, e costituisce il metodo degli spiritualisti di tutt' i tempi:
nelle cui mani la psicologia assorbe siifattamente la fisiologia, da ridurla
alle umili condizioni di sem.plice appendice della prima. L'indirizzo
aristotelico empirico ha natura puramente induttiva; ed é il metodo
de'mateiialisti d'ogni età, nonché di certi moderni biologisti e positivisti,
agli occhi de' quali la scienza dell' anima é com' un' ultima pagina, una
modesta appendice della fisiologia, ovvero una specie d'enumerazione, come
direbbe Hegel, di ciò che é l'anima, di ciò che in lei avviene, di ciò eh' ella
opera. * L' indirizzo medio, finalmente, facendo giusta parte e ragione tanto
alla psicologia quant' alla fisiologia, interpreta il rapporto fra la potenza e
l' atto col sussidio del metodo genetico; e così giugno a salvare ad un' ora medesima
i diritti dello spirito e quelli della materia. A siffatto risultamento ci mena
la critica e la storia delle differenti soluzioni date a quest' arduo problema.
Rifacciamoci brevemente dal Platonismo. Il concetto psicologico del gran
figliuolo d' Aristone, se é parso profondo a molti in quanto che mira, come
direbbe Cousin, a congiugner la natura intelligibile * Phil, de VEnprit, trad.
VERA, con la materiale maritando due mondi opposti nell'anima razionale e
sensitiva [cf. Grice, The power structure of the soul], pur nullameno e' riesce
manchevolissimo chi pensi come anima e corpo al filosofo d’Atene
s’affacciassero dislegati, scissi, e solamente appaiati così fra loro com' il
nocchiero col suo naviglio.* Nessun vincolo secreto, adunque, nessun nodo, né
ombra di processo nelle funzioni psicologiche pel padre del Platonismo.' Di qua
proviene che per lui la mente, vivendo d' una vita superiore, non abbisogna, a
dir proprio, di pareli^; il pensiero essendo già per sé stesso un discorso con
sé medesimo: Sto^UyaSat^ Perciò stesso una divisione razionale e organica degli
atti psicologici teoretici nella dottrina platonica è impossibile: laonde
quant' all' essenza propria e specificante l' anima, piuttosto che generarsi,
si compone; o, come osserva acconciamente un acuto scrittore, si raccozza, non
si esplica.® Il concetto psicologico dunque del primitivo Platonismo é tanto
incompiuto, quanto incompiuto si palesa quello della sua cosmologia, nonché l'
altro delle relazioni fra il mondo e gli etemi paradigmi. Il processo
psicologico é assai meglio determinato neir Aristotelismo. Ed é tale in grazia
della dottrina dell'entelechia, e della relazione fra la materia e la L' anima
uriiana è formata alla stessa maniera dell* anima del mondo. {Tim., trad.
Coubin) È qualcosa d' intermedio fra il mondo sensibile e V idea. (Zeller,
Eapo»tx. arìatotelica della jUoBofia platonica) * Di qui la celebre definizione
dell* uomo alla quale han fatto e fauno buon viso tutti gli spiritualisti:
Avro^f tu toO» (Tw^aro; OLpy^ov (àjÀo'koyTntTafisv «vO^owttov govai etc. Ved.
nel Primo Alcib.f 51. • Chaigkbt, De la Paycologie de Platon^ Paris, Ved. nel
Soph,, trad. del Cousin, La classazione accennata nella Repub. si riferisce
agli atti morali; e lo stesso può dirsi dell'altra simboleggiata nel mito
poetico del Fedro. Solo nel Teeteto havvi un principio di divisione teoretica
delle funzioni psicologiche, ma anche questa manchevole. • BONQHI, Storia del
concetto deWAnipia neUe varie scuole antiche e del medio-evot, nei Saggi di FU,
Civile^ Genova' Arist., 2)« i4»., : W\j'/ri sanv «vtc>«x*** **^/'**'''*'
arà^y.roc yuTtprou Sovy.jjLH Zwvj'v j^^ovto?. forma. Tale anche dove si
rifletta al valore che Aristotele porge al senso come rappresentazione com'
elemento essenziale del pensiero,* nonché all'ufficio eh' egli attribuisce
all'immaginazione (>3stxaT«a) come facoltà mediana fra senso e ragione;*
anticipando così la dottrina su la relazione che il Kant stabilì fra questa
facoltà e le altre due estreme funzioni dello spirito. Con queste idee fondamentali,
checche ne dicano coloro che col B. Saint-Hilaire non rifiniscono d'incelare la
psicologia platonica," Aristotele creò la psicologia come scienza
indipendente dalla biologìa, gettando insieme le basi della zoopsicologia che,
nelle mani segnatamente del Darwin e dell' Agassiz, oggi comincia ad assumere
dignità e significato razionale. Ecco dunque uno degli esplicamenti, una delle
correzioni dell'Aristotelismo verso il Platonismo neU' àmbito delle ricerche
psicologiche. Nel Timeo Platone riguarda l'animo qual moto originario e
spontaneo fàuToxtv»Toc); Aristotele, meglio avvisandosi, estende siffattamente
cotal virtii da riferirla altresì all' animale.^ E questo, senza dubbio, fu un
passo gigantesco. Ma se nel filosofo di Stagira vi ha passi cCoro ad ogni pie
sospinto, non per questo vi manca la scòria. La sua psicologia, come quella del
suo maestro, è manchevole ; ed è manchevole, perchè riesce tale altresì la
costituzione della sua cosmologia. Il sistema dell'universo per lui è quasi una
catena di cui gli anelli principali ' rappresentati dalla forma e dalla
materia, dalla potenza e dall'atto (5uvx/:xtc ed ivtpyéia), si ripetono, s'
ingradano e moltiplicano viepiù col distendersi di essa. * Akist., Ve An.f lib.
I, cai). L ^ * Idem. Ta y.iv ovv e*trìvì rò vokjtcxov «v toìc (por.vróÌ9fia9t
voti. De An., B. SAnrr-HiLAiRK, Tmité de VAme^ Introd. * Abist., Melaph. X. *
Intendiamo accennare a* due princìpii intemi che per Aristotele costituiscon r
essere e sono anzi Tessere; a differenza degli altri 4no ntemi che ne
costituiscono i Jimiti. (Meutph. ) È una scala in cui per moto continuo, dallo
stato di sonno e di stupore, la potenza s'aderge al più alto grado
dell'attività pura. In cotesta relazione trovasi precisamente la materia
corporea di fronte agli esseri vegetabili e sensitivi; il vegetabile e '1
sensitivo rimpetto all'essere intellettivo; e T intellettivo inverso agi'
intelligibili.' Ma in che risied'egli cotal passaggio? Tutto ciò che agisce non
può non essere un ente in atto, cioè la specie che operando sopra un ente
potenziale vien così traendolo dal nulla.' La forma dunque che germoglia dalla
materia è davvero il passo d^oro nella cosmologia aristotelica; come il
passaggio empirico e al tutto materiale e puramente generativo dall' uno all'
altro, n' è la parte inaccettabile ed erronea. La potenza non movesi da sé per
intima energia, ma solo in virtii del movente, della forma. Il potenziale, in
una parola, non giugne all'attualità, salvo che per mozione d'un attuale.* Or
com'è possibile che la potènza riesca anteriore all'atto, se in realtà è sempre
un atto quello che ha da movere il termine correlativo ? Che se l'atto è
antecedente alla potenza e la precede altresì di tempo; ^ non è egli chiaro che
cotesta potenza abbia a riescire affatto vuota e sterile e infeconda, posto eh'
ella abbisogni sempre d' un atto che la tragga ad atto? • Ma c'è di più. Se
l'originalità d'Aristotele risiede neir aver visto l' elemento formale
intrhisecarsi col materiale ; e la forma in quanto reale costituire perciò la sostanza
(ouVJa); e questa esser non altro che processo. V? fuo-c;, wTTff rin trvvtyjia
XavOoévscv to' TtsBóptov aur&ìv xat tÒ ^ttjoy wOTi/Owv ««TTt'v. Hi»U Anim.f Vili. Arist., Metaph., De Oenerat.
Aninu. O ffTTÌv VI xcv)}(7(; «V Tw xtv>jTw, Stj'koy'
i'»Ts\éyr^siwc, 7ivj(T5a£ rt): la parte fiacca di sua dottrina, invece sta
nell'aver posto, com'ho toccato, medesimezza di natura, fra le due supreme
determinazioni degli enti nell'ordine delle sensate realtà, onde poi accade che
rimanga difettosa tutta la cosmologia. La potenza avvisata in sé medesima è
Sivafii^, In quanto fluisce verso l'atto è tvspysia. In quant'è atto, stato,
riposo, stasi, è 5VT«>ex«ta. In quanto poi transigi ad atto novello ripiglia
valore d' Bvspyùv., e così di seguito. Il moto (KlvYiTit:), il conato^ come
direbbe il Leiljnitz, il conato 0 lo sforzo, come direbbe il Vico, costituisce
l'essenza di tutti questi tennini diversi; in lui s'incentrano potenza ed
atto;* il perchè formando fra loro continuità, compongono un sol ente capace di
passare attraverso stati o momenti in sé stessi diversi per intrinseca
eccellenza. La produzione si fa sempre nella medesima specie, ed all' univoco.
* Or se cotest' appunto è la natura del passaggio, non è egli chiaro che le
cose devan liescire identiche nella sostanza? Non é chiaro che, ov' elle
progrediscano, cotesto lor progresso altro non sarà che trasformazione, ninno
potendo affermare che trasformarsi vai progredire ? E s' é così, a qual fine e
con che ragioni mover critica al maestro, nella cui dottrina il mondo non è che
parvenza, fenomeno, ombra vaniente e passeggera? Nella dottrina cosmologica
aristotelica, dunque, il pròcessus è al tutto apparente. Apparente e fallace la
spontaneità e r intrinseca attuosità delle forze. Né AQUINO ebbe torto d'
affermare, contro gli arabeggianti dell'età sua i quali così appunto
interpretavano Aristotele, che una forma sostanziale novella mai non appare, *
"iÌTxs \sins70n TO 'key^Biv slvxc xat ivépystav xat fivj 9* ecyae,
Metaph,, Mrtaph. ove la vecchia non isparisca; e che la generazione, concepita
qual moto continuo e come incessabile trasformazione d' un subbietto identico,
renda le forme novelle affatto accessorie e accidentali.' Se quindi il genie
possente d'Aristotele seppe scorgere e dimostrare una delle grandi leggi della
realtà, vo' dir la continuità tra forma e materia (tò (ruv-^sf), la relazione
intima fra la ^uvaj^xì; e r £VTf>èX5*«» P^rò il profoudo concetto della
£V5/>7sia; non però giunse a vedere quell'altra condizione, non meno
imprescindibile della prima, la quale seguendo una vecchia frase pitagorica
potremmo appellar legge ddV intervallo {StitTTviiia), I medesimi pregi e le
stesse manchevolezze nella sua psicologia. L' uomo è tu vo>ov: dunque è
materia e forma ad un'ora medesima. L'anima intellettiva, quindi, è atto. E la
potenza di quest'atto? È il senso.... Lasciando le induzioni favorevoli che si
potrebbero fare circa tal dottrina d'Aristotele interpretando il concetto del
senso ch'ei chiama generale, si potrebbe domandare: in che sta la relazione, e
qual' è mai la natura del passaggio fra' due -termini? Se ci è continuità, in
che maniera il senso può diventar ragione, l'esteso inesteso, la materia
pensiero? Se poi non v'.è continuità (né ci può essere una volta eh' ei
medesimo invoca la mente dal di fuora^), com' è che alla fin fine si ritrovan,
por cosi dire, sovrapposte le tre anime che sono anch' elle forma e materia,
atto e potenza? Trendelenburg e Rosmini, fra gli altri, han messo a nudo, com'
è noto • Summa e fe bene arvertire come gli storiografi hegeliani, imbattendosi
in questa dottrina Aristotelica, credano scoprir le Indie e vi s'aggancino
tenacemente, senz'addarsene ch'ei s'agganciano, anziché al vero e genuino
Aristotele, ad nn tronco arabo ! E' non s'accorgono come già da sette secoli
siano stati mlnerati da quel modesto fraticello che, primo e meglio d' ogn'
altri, mise a nudo le magagne dell' Averroismo ove dimostra Averroè
peripatetiofn philotopJUm depravatore Ved. Opusc. Contra AverroytUy; e nella
Somma q. LXXIX. * Aribt., Or Gerterot, Anim., questo sconcio aristotelico. L'
un d' essi non capisce in che maniera lo Stagirita interrompesse la serie
preclara, e però si studia correggerlo facendo che la mente in potenza (tw
Travra 7£vsf cor*»;), ma anche potenza del corpo (d^jv^im tow jw/xaro;).' E
nello stesso metodo fu poscia ormeggiato da parecchi filosoh del Rinascimento:
da quelli segnatamente che tra V anima e '1 corpo introdussero un' attinenza di
causalità reciproca, stante clie la natura partorisca la forma in quanto é
potenza anch' ella, ma potenza attuosa; e la forma (juinci rigeneri e ravvivi
la materia in quanto la compie. Se non che il Tomismo, scordando spesso
l'ottimo indirizzo d'Aristotele, tìgge gli occhi nella materia, e in questa
presume riporre talora la ragione e '1 principio dell' individualità. Errore
del quale secondo alcuni storici tornerà sempre vano il voler difendere il
dottore Angelico, quando si consideri che la materia, perchè si ' Idem, eoci.,
XG: educitur e potentia imtterice. Ved. ueirOp. cit. del RAyAiSHUN, porga qual
principio d'individuazione, ha pur bisogno d'esser determinata, suggellata,
segnata: or da che cosa mai può esser ella improntata sadvo che dalla forma?
ciò che formava appunto il nòcciolo della opposizione degli Scotisti.* Del buon
indirizzo aristotelico inoltre si dimentica san Tommaso dove, rasentando
l'aristotelismo emJ)irico, si mostra così titubante su la verace natura del
senso, che la potenza per lui non è così piena e così feconda come pur
domanderebbe la produzione dell'atto; e quindi sente necessità di chieder
sussidio a un lume piovutoci addosso non sai dir come * Io qui non intendo
propugnare la teorica sa T indìvidnazione di san Tommaso. Son anch' io del
parere che gli Scotistl non aressero poi tatt* i torti neir opporrisi, perchè
davvero non mancano sentenze nel Tomismo che debbano andar soggette ad una
critica severa. Ma fa meraviglia il pensare come non tutti che ne han parlato
siansi dati cura d' interpretare con benignità siffatta dottrina; e più
meraviglia il vedere come r abbian trattata male anco i più versati nella
filosofia scolastica e nello studio deir Àquinate, qual* ò, per esempio, lo
Jourdain che tanto nel 1® quanto nel 2* voi. Dell’opera poco fa citata, si
mette a sfatar l’Angelico AQUINO (si veda) in modo poco serio per le
contraddizioni nelle quali secondo lui, cade 1* autore della Somma, e per V
inanUà con che tratta siffatta questione. Si dice e si scrive che il principio
d* itulividwuione per TAquinate stia nella materia; e se davvero fosse così,
non s* avrebbe torto a dargliene biasimo. Ha, a voler interpretare con
dirittura di giudizio la dottrina tomistica, non è proprio e sempre la materia
quella in cui è da riporsi tal principio, slbbene ciò che in un ente ha ragione
di primo subbietto. Ecco le parole deirAquinate: Ulud qntodtenet rationem primi
tubieeti, est oausa individuationie et divieionin tpeciei in euppoeitis. E
qual' è questo primo «ubbietto t Est id quod in alio recipi non potesL Or le
forme separate, per ciò che non ponno esser ricevute in altro, hanno ragion di
primo subbietto; però s'individuano; e però In et« tot »unt epeeies, quot eunt
individua, (Ved. De nat. materia, e 8.) Or la materia è ella principio di
distinzione? Si, certo: ma in quanto e sin dove ha funzione di primo subbietto.
Nella dottrina tomistica, dunque, il principio d' individuazione non sarebbe nò
la forma né la materia, ma or l'una or l'altra secondo che quella o questa
esercita funzione di primo subbietto. So che i dubbi non per questo si
diradano, né gli oppositori cessano. Ma io, ripeto, non difendo in tutto tal
dottrina, sibbene chiarisco la interpretazione da darsene, e la critica da
fame. Vedi in proposito le lettere dell' egregrio Aless. Bbrntazzoli assai
dotto nella filosofia d’AQUINO: Di un ulteriore e definitivo esplicamenio ddla
FlIoHofin /tcnlasttra ec, Bologna, ISCl. né perchè,* invocando così un atto
immediato di creazione. Se l'anima è forma, atto puro, potrebbe esser generata
dal corpo? Non potrebbe, risponde AQUINO: ciò eh' è immateriale è impossibile
che rampolli per via di generazione; la quale non è altro, a dir proprio, che
trasformazione. Ma potrebb' esser fatta della sostanza divina? Tanto meno;
perchè questa non è che un atto purissimo.' Eccotelo dunque anche lui all'
intervento del solito DetAS ex machina; alla necessità d' un atto peculiare di
creazione ex niMlo, Or non vi sarebb'egli altra via al nascimento dell'anima
fuori di queste due, generazione o creazione estranea e divina? CJom'è evidente
l'A. della Somma (non altrimenti che l'A. della OUtà di Dio risguardo a
Platone) eredita, co' grandi pregi, anch' i difetti della dottrina
aristotelica. Il concetto della individuahtà è concetto capitale nella storia
della psicologia. È propriamente la radice prima onde pullula, chi ben guardi,
tutto il pensiero moderno filosofico, politico, religioso. La teorica della
individuazione, perciò, è l' addentellato più acconcio per cui, nella storia
delle soluzioni riguardanti il problema psicologico, il medioevo, segnatamente
il Tomismo, si congiugne con l' età e co' filosofi del Rinascimento. Non
ostante i pregi e i meriti grandi che l'Aquinate può vantare verso
l'Aristotelismo e più verso il Platonismo, la sua dottrina doveva esser
corretta mostrando che il principio d' individuazione non istà, a dir proprio,
nella forma, né tampoco nella materia, ovvero nell'una o nell'altra secondo la
ragione del primo suòbietto. Meglio ponendo il problema psicologico si dovea
mostrare che 1' anima è individuale non perchè informi una materia, ma sì
perchè, materia ella medesima, diventa forma; perchè l' anima si fa coscienza;
perchè la coscienza empirica attinge valore d'autocoscienza e di libero
pen[Summa, !• 2», CXI, art. 2: impre9no divini luminii in noòw, refidgentia
divincB cIoritoiM in anima, • Summa] siero, nel cui regno non v' ha materia e
organismo che lo spirito non vinca e sorpassi, né fantasma o immagine eh' ei
non superi e sottoponga a sé stesso. Ora produrre, o almeno compiere cotal
dimostrazione in maniera positiva ponendola sotto novelli punti di luce, non
era possibile senz' il concetto della storicità, essendoché appunto in seno
alla specie, in seno al comune e alla moltiplicità appaia e si determini e
spicchi vie più la nota della differenza, tuttoché cotal differenza germogli
nelP individuo, e sempre per natia virtù dell' individuo. A tal' opera
spiegarono grand' efficacia innanzi tutto i nostri filosofi del Risorgimento.
Altrove mostreremo come in tal' epoca si riproduca il medesimo triplice
indirizzo della scolastica, ma con esigenza ben diversa, perché la storia è
tale artefice che mai non ricopia sé stessa. Qui notiamo solamente che nel
medioevo le tre tendenze aristoteliche, le quali abbiamo appellato
iperpsicólogica, empirica e media, riproducono nel Risorgimento l'esigenza del
Realismo, del Nominalismo e del Concettualismo, ma trasformandola. Se per
queste tre scuole la ricerca filosofica versava su la natura dell' universale
dapprima, e poi, massime con r Aquinate AQUINO, su la natura del medesimo
universale ma in relazione col particolare (principio d' individuazione); per i
filosofi del Rinascimento, in vece, ella risguardava in modo precfpuo la natura
intellettiva dell'anima, nonché il rapporto fra il pensiero e l'organismo. Essi
modificano profondamente tanto il Platonismo quanto l' Aristotelismo; così che
alcuni, specie quelli che rappresentano r indirizzo medio, non intendono
ristringere l'intelletto nel puro senso, ma lo allargano si che, 'ricollegando
il problema psicologico al problema cosmologico, si sforzano di rannodar
l'anima in quanto intelligente con la natura in quanto intelligibile.* * Noi
avremmo buono in mano a dimostrare, se qai fosse luogo, che r indirizzo medio
aristotelico nel Rinascimento fa rappresentato, sebbene in maniera incerta e
assai confusa come portava il carattere di quelIl Rinascimento apparecchiava la
moderna psicologia, ma non la costituiva. E non la costituiva perchè il
problema psicologico non può ricevere acconcia soluzione quando sia troppo
confinato nelle pure indagini psicologiche. V'era, per esempio, chi studiavasi
di pro* vare V immortalità dello spirito e chiarire le ragioni e i modi ond' il
pensiero nel suo operare s' addimostra indipendente dal corpo. E v' era poi chi
facevasi ad invocare il sussidio de' soliti influssi divini come fanno
anc'oggi, a tre e quattro secoli di distanza, i nostri neoplatonici. Or io non
dirò che il problema su' destini dello spirito possa esser risoluto così
facilmente quant' altri s' immagina. Dirò che alla psicologia potrà dirivare
qualche sprazzo di luce non già mostrando (inutile tentativo!) che l'anima sia
indipendente dal corpo, ovvero che Dio faccia piovere il suo influsso su r
intelletto arzigogolando in che guisa lo irraggi, lo il^ lumini e lo riscaldi;
ma procedendo per altra via; procedendo per una via men soggetta alle angustie
dell'empirismo, 0 meno aperta alle facili speculazioni dell' a priorismo. Se
Dio influisce, comunque si voglia, su l'anima, altro ei non potrà fare che
modificarne l'operazione: cangiarne la natura non può davvero. Che se, d' altra
parte, si giugno a dimostrare l' indi-pendenza dal corpo, non per questo s'
avrà dimostrato ch'ella sia proprio immortale, se pure non vogliamo r età, da
parecchi filosofi; fra' quali notiamo il Contarini, PORZIO, ZABARELLA, VIO,
SPINA (si veda), SCAINO (si veda) fra gì' interpreti, 0 anche SESSANO. Il
quale, nella forma ultima da lui data alla dottrina 8U r anima, si può dire che
si rannodi con AQUINO e perciò anche con TAfrodisio; onde BONGHI ha detto
benissimo affermando che, nell' interpretare Aristotile, il Sessano segue
appunto il commontatore greco {Meta/, rf'Arwt., Leti, ed Roam.). Questi ed
altri vecchi nostri filosofi andrebbero studiati, interpretati, e naturalmente
anche corretti secondo il criterio che abbiamo appellajto medio. Specialmente
andrebbe studiato il povero Nìfo cosi malconcio e sfatato dal nostro collega
Fiorentino: al quale il Franck, del resto, ha saputo dire che il Sessano non
pure fu il piò, Maggio metafisico del suo tempo, ma, più ancora, che il
Pomponazzi trovò appunto nel Nifo un contraddittore imbarazzante, e d'una
grande autorità. (Joum, dee Sav. Magg. 1869.) acconciarci alla celebre quanto
inutile distinzione del Pomponazzi dell'Io fisico e dell'Io intellettivo, e
dell' anima propriamente mortale e impropriamente immortale! Al pili potremmo
giugnere a dir questo; che r anima non finisca così come finisce il corpo, cioè
disgregandosi e trasformandosL. Ma cotesta soluzione non è affatto negativa?
Tutt' insieme dunque la speculazione del Rinascimento, per quanto riguarda il
problema psicologico, era piuttosto negazione anziché affermazione: negazione
del medioevo, e apparecchio a novelle affermazioni. Neanche il Pomponaccio, il
più schietto seguace dell' indirizzo aristoteUco naturale^ potrebb' esser detto
materialista nello stretto senso della parola. Il significato vero del suo
libro su la immortalità, diciamolo di passata, è quello di porre sott' occhio,
da una parte, le magagne delle viete dimostrazioni su la natura, e sul fine e
su r origine dell' anima; e manifestare, dall' altra, il bisogno di prove più salde,
e però la necessità in cui trovavasi il pensiero filosofico di tentare ben
altre soluzioni, e schiudersi altre vie. Qual' era una di queste vie? La durata
dello spirito, come personalità, doveva esser indagata nella medesima essenza e
costituzione intima del pensiero. £ a tal fine che cos' era necessario? Era
necessario lo studio del processo isterico; appunto perchè l'intima
costituzione del pensiero si rivela da sé medesima nello svolgimento della vita
dello spirito; e la vita dello spirito è appunto la storia. In altre parole:
era necessario vedere per via di fatto, cioè col processo storico, come l'
essenza dello spirito tutta nelP esser egli un conato, un'attività profonda che
sempre più si estrica da'viluppi di natura e di sé stesso; che sempre più si
determina in sé, e si compenetra con la natura e con sé medesimo; e come per
siffatta qualità egli sia capace di trascender la natura, di sorpassare
l'organismo, di superare anche sé medesimo, pur rimanendo sempre una
personalità. Ed eccoci pervenuti alia conclusione dove in questo capitolo
desideravamo giugnere, e per la quale abbiam dovuto fare sì lungo giro da
risalire fino alla doppia sorgente storica del concetto psicologico. Se per più
e diverse ragioni ne il Platonismo né l'Aristotelismo primitivi non pervennero,
in generale, a determinare il vero concetto dello spirito quantunque ne
apparecchiassero gli elementi da secoli molti, il che non è poco; se i due
massimi rappresentanti della filosofia cristiana, tuttoché introducessero due
nuovi concetti in siffatta questione, non però giunsero a salvarsi da
incongruenze manifeste; se, da ultimo, cop lo sdoppiarsi dell'Aristotelismo nel
Risorgimento fu messa a nudo la fallacia delle vecchie posizioni,
l'insufficienza d'im argomentare fiacco e barcollante esprimendoci così
l'esigenza di prove novelle in siffatte indagini: è chiaro come all'uscire del
medio evo importasse rannodare i quattro concetti attorno a' quali vennero
travagliandosi per sì lunghi secoli co' lor proseliti i quattro filosofi cui
siamo venuti accennando, correggerli, esplicarli, compierli, e statuire una
dottrina positiva circa la genesi psicologica. In altre parole: importava
accettar l'esigenza psicologica platonica risguardante il connubio del doppio
mondo sensato e razionale: ma occorreva anche correggerlo mercé il concetto
della triplicità intima, originaria cui poggiò, primo fra tut^i. Agostino.
Importava altresì accettar r esigenza aristotelica del processo psicologico, e
nel medesimo tempo modificare profondamente e trarre a maggior compimento il
concetto della generazione psichica dello Stagirita mercè il concetto di
creazione; il che tentò fare, e lo fece da par suo, AQUINO (si veda): ma più
ancora importava correggere il concetto creativo de' Tomisti e de' filosofi
cristiani, in generale, cancellando in esso queir immediatezza divina eh' è un
dato di fede anziché di ragione, avvisandolo invece com' essenzial condizione
dello spirito. Questo, possiamo dire, si studiaron di fare tutt' insieme
parecchi filosofi italiani de| Rinascimento, o per lo meno ne sentivano la
necessità. ^ Nessuno vi riesci compiutamente, per la ragione qua ^ dietro
accennata, d' aver voluto ristringer tale ricerca ^^ negli angusti confini
della psicologia. Ad essi mancava un altro grande concetto. Mancava un'altra
posizione, per cui si distingue infinitamente il Rinascimento dal tempo
moderno. Mancava l'esigenza di riguardare il pensiero innanzi tutto come genesi
psicologica, e questa genesi psicologica poi considerare qual fondamento
immediato della genesi storica. Però non è da meravigliare se alla scuola de'
nostri politici facesse difetto la vera nozione del diritto sopra cui si
puntella unicamente la scienza politica, nonché il concetto vero della
individualità, senza cui non può sorgere né perpetuarsi lo Stato libero. Né fa
meraviglia se i teologi assorbissero il gius nella morale, e se una riforma
religiosa allora non potesse fra noi essere effettuata nelr ordine civile,
comecché fosse già in gran parte penetrata nella mente de' nostri filosofi.
Mostrammo come il Vico si colleghi col Cartesianismo; e dicemmo che co' nostri
filosofi del Risorgimento ei si congiugne logicamente, più che per le quistioni
metafisiche, per la ricerca psicologica. In lui si compie la posizione
cartesiana, e si riproducono e ringiovaniscono i vecchi principii improntati
del sentimento della viva realtà. Vi é dunque un' attinenza ideale, vi é un
legame logico tra la posizione di VICO, della Scienza Nuova, e quella de'
filosofi del Risorgimento. Alla ricerca psicologica nuda, astratta, empirica e
subbiettiva, deve tener dietro necessariamente la ricerca informata alla
esigenza della storicità. Ecco perchè a ricostruire la storia del pensiero
italiano non avremmo guari bisogno né di Cartesio né del Cartesianismo, se non
fosse per alcune questioni cosmologiche e ontologiche. Egli si ricongiugne co'
filosofi del Rinascimento in tre modi, come nel prossimo capitolo mostreremo;
ma di più li trascende infinitamente, perchè se è vero che nel medio evo il
pensiero filosofico riponeva l'essenza dello spirito, a così dire, furori di
§è, mentre nel Rinascimento, attraverso forme diverse, inchinava a riporlo
sotto di se; è naturale che, col sentire la necessità del processo istorico,
novello sentiero egli avesse a dischiudersi, rintracciando quell'essenza nel
seno stesso dello spirito siccome centro e insieme processo della storia. Gli
storici della filosofia italiana, ripetiamolo anche qui, non potranno far a
meno, quando voglian discoprire un vincolo ideale fra le due epoche, di questa
relazione alla quale siamo venuti accennando, e su la quale ci rifaremo più
riposatamente in luogo più acconcio. ORGANISMO E PROCESSO PSICOLOGICO.
{Fxmdamenio razionale del processo istorico.) I punti sostanziali ne' quali
possiamo stringer la dottrina psicologica, seguendo le orme del nostro
filosofo, son questi: !• Concepire in maniera compiuta e vera la natura della
facoltà psichica in generale. 2« Distinguere nelle funzioni psicologiche due
processi, conoscitivo e operativo, ma formanti unico organismo, unico circolo.
Riguardar gli atti psicologici come una moltiplicità di funzioni distinte e per
sé stesse irreducibili; ma nondimeno determinate e recate in atto dalla virtù
d' unico principio originario. Finalmente, porre siccome base razionale e
immediata del processo istorico lo stesso processo psicologico. Col primo di
questi concetti il nostro filosofo si collega dirittamente con Aristotele, e
con gli Aristotelici del Rinascimento seguaci dell' indirizzo medio; e nel
medesimo tempo corregge, in ordine alla psicologia, quel vecchio domma del
falso Aristotelismo e del malinteso Platonismo che suona così: niente moversi
da sé, che non sia mosso. Col secondo e col terzo imprime forma razionale e
organica alla scienza dello spirito tanto contro Averroisti e Neoplatonici che
troppo distaccano i due elementi onde risulta V ente umano, quanto contro
quegli Aristotelici empirici che, troppo affogando r uno neir altro, finiscono
per confonder la sfera della psicologia con quella della biologia: ma, sì nel
primo come nel secondo caso, egli serba Y esigenza psicologica platonica che
dicemmo consistere nella distinzione dei due elementi, nonché V esigenza
aristotelica la quale riguarda il processo nelle funzioni psicologiche. CJon
gli stessi concetti onde corregge nella quistione psicologica il Platonismo e
l'Aristotelismo, previene l' esigenza del Criticismo intomo al doppio ordine
della Ragion teoretica e della Ragion pratica, e insieme la invera e la compie.
Col quarto concetto, finalmente, imprime significato razionale e positivo al
fatto storico, e crea la Scienza Nuova. Innanzi tratto intendiamoci sul metodo
acconcio a simili indagini. Tommaso Buckle osserva che i filosofi, parlando su
la natura dell'anima, non sanno pigliar le mosse altro che o dalle sensazioni,
o dalle idee; riuscendo così, nell'un modo e nell’altro, ad un metodo
solitario, astratto, inefficace, inconcludente.* Sennonché egli stesso, il
Buckle, non giugno a salvarsi dal primo difetto. 11 suo metodo isterico,
differente dal deduttivo inverso raccomandato dal Mill, é addirittura un metodo
empirico; onde inciampa in quel sensismo ch'egli condannando vorrebbe causare.
Checché ne sia, l'osservazione é degna d'un * HUtory of Civilization in
England]. positivista inglese; e noi, pur correggendola, non dubitiamo farla
nostra. A schivare infatti tanto le conseguenze d'un gretto empirismo, quanto
le arditezze d'un magro e sfumante idealismo, è forza movere non dal fatto
della sensazione, eh' è cosa estrinseca e quasi sopravvenuta allo spirito, e
nemmanco dalle ideej le quali in sostanza non sono, per noi, fiiorchè
produzioni di lui; ma da lui stesso; dallo stesso spirito in quanto pensiero.
Bisogna movere, in somma, dal centro, anziché dalla circonferenza; dalle
facoltà, ma dalle facoltà concepite quali sono in realtà, cioè come funzioni. A
tal uopo è necessario adoperare un metodo che non escluda, ma che sappia
includer le esigenze di tutt' i metodi; empirico, naturale, sperimentale,
psicologico astratto, fisiologico, e simili. In una parola, è necessario il
metodo genetico; il quale, rispetto alla psicologia, è ciò che il metodo
eduttivo è rispetto all'ordine del conoscere.' * Il metodo col qnale i
Positiristi presamono di far la scienza psicolosrica è al tutto empirico e
artificiale; ma qui non intendo porre in nn fascio psicologi positÌYisti
inglesi e francesi, com*ha fatto il Vacherot. {Betf. de» Deux MondeSf die.)
Spencer, Mill e Bain stimano che la psicologia è superiore, indipendente dalla
biologia, precisamente come la deduzione è indipendent-e e superiore air induzione
pel Mill, e come la Sociologia è indipendente dalla storia tanto pel Mill
quanto per lo Spencer. I Francesi, al contrario, facendo della Psicologia una
semplice appendice della Biologia, non sanno concepir r nna senza 1’altra. lì
ri'y a point de p9yeolog%e en déhors de la biologie. (LiTTRÉ, A. Oomte et St.
Mill) Tale anche è per la deduzione rispetto air induzione, la psicologia
rispetto alla storia, la Dinamica rispetto alla Statica Sociale. Sennonché,
qualunque ne sia la differenza, le due scuole intoppano in due errori diversi;
nel formalismo empirico Tuna, e nel materialismo Tal tra: e così entrambe
rendono impossibile la scienza della psiche. Rifacciamoci brevemente dagP
Inglesi. Qual debb* essere, secondo St. Mill, il fine della psicologia? Non
altro che la ricerca diretta delle ntceeeeioni mentali, (Sjfét, de Log,) E quaV
è la legge più semplice, più generale cui si riducono i fenomeni psichici?
Quella àéiV anaoeiazione delle idee; la grran legge osserrata da Hume. [La PhU.
de Hamilton) Innanzi tratto si può osservare: La legge dell’associazione è
legge empirica, e quindi ò un fatto: ma qual n'è la ragione? Senza questa
ragione potreste uscire dall'empirismo? st. Mill non ispiega cotesto fatto, ma
1’accetta dair esperienza. Altro difetto gravissimo, conseguenza del primo, è
questo; che Il metodo genetico applicato alla ricerca psicologica attinge valor
positivo e insieme razionale, quando la legge d* associazione nou racchiude
necessità psicologica di sorta. È una legge men che empirica, e può mancare.
Dunque una notizia scientifica circa la natura psicologica, per lui, è
impossibile. Più ancora: il prodotto ddV anaociaziowi è un fatto «t* generi»:
egli stesso ne conviene. {DUaertation and DiicuMiona) Or bene, come spiegare
cotesto 9ui generi» con la pura legge d’associazione? Ci ò qui rispondenza, ci
ò proporzione tra l’effetto e la causa? Finalmente, come spiegare con la
semplice associazione il gran fatto della coscienza f Bisognerà dunque
concludere che la legge, la quale St. Mill dice esser la più semplice e
generale fra tutte quelle d' ordine psichico, importi qualche altro fatto
anteriore, 0 irreducibile. La psicologia contemporanea inglese quindi cade nel
formalismo empirico. E se riesce a distinguer la psicologia dalla biologia e
dalla storia (eh* è il suo pregio), non riesce a trovare fra V una e le altro
vincolo di sorta. Tocchiamo ora della scuola psicologica de’ Positivisti
francesi. Il Littré riguarda la psicologia qual semplice appendice ed
applicazione della biologia; e vuol quindi trattarla con metodo analogo. Ma fa
una distinzione acuta e ingegnosa di cui giova tener conto, perchè forma la sua
stessa condanna. Egli pone un divario profondo tra la facoltà e il suo
prodotto. Logica, ideologia, psicologia (egli dice) non si distinguon menomamente
dalla biologia quando siano avvisato come funzioni; ma, guardate nei lor
prodotti, se ne differenziano in infinito. Parimente il linguaggio, come
facoltà, è faccenda biologica; ed ha la sua ragione in una delle
circonvoluzioni anteriori del tessuto cerebrale, secondochè ci assicuran oggi
gli sperimenti fisiologici: ma, come grammatica, se ne discosta per grand*
intervallo, o nou ci ha che veder niente con la biologia. Che cosa rispondere?
Rispondiamo, troppo antica e troppo vera esser oggimai la sentenza
aristotelica, che tra la natura della causa e quella dell' effetto non possa
esserci divario essenxiaie. Or negli esempi quassù arrecati il divario
essenziale e* è: gli st>essi positivisti non ardiscono dubitarne. Come
dunque spiegarlo cotesto divario? È egli possibile spiegarlo senza riconoscer
la differenza fra le due scienze non solo quant' a’ prodotti psicologici, ma
anche quant*alle facoltà? Como funziono il linguaggio non appartiene egli anche
al quadrumane? Ora in forza di che cosa riesce tanto profondamente diverso il
risultato nel bimane che ha pur comune col quadrumane la funzione? Si dirà in
forza dell' unione, del numero, dell* attrito nella specie, nella società? Ma
non vivono in società anche alcune famiglie di quadrumani? Eppure quella funzione
non ha dato, e mai non darà il risultato che pur dovrebbe! Àncora: se il
prodotto fosse tant^ diverso dalla facoltà solo per ragion dell' associazione e
del contatto, che cosa ne verrebbe? Che 1* uomo sarebbe fornito di qualità e
doti essenziali non per so stesso, cioè non perchè individuo, ma per altri e da
altri, cioè perchè membro della società. Or tutti sanno che la £eicoltà della
parola, cosi intimamente annodata col pensiero, non e dote accidentale ìn&
eÈsenziffova;i^«i!l; \iytxaiy to xvpiov in fvTf>f;i^sta jctc. (Id. Eod.) È
Vachu in aetu degli Aristotelici del Risorgimento segnaci deir indirizzo medio,
per esempio ^del Gontarini, come aTrertimmo. RàTAiBSOX, Métaplu d'Aritt.,.
psicologica. Lo spirito è essenzialmente processo, è generazione, ma non
trasformazione. Non va dalla parte al tutto, come avviene delle combinazioni
meccaniche; ma dal tutto al tutto, dal tutto potenziale al tutto attuale, dal
di dentro al di fuori, da una sintesi originaria e confusa, ad una sintesi
analizzata. Voglio dire che il processo psicologico s'inaugura non già con
questa o cotesta facoltà, anzi con tutte le facoltà. Le quali perciò non sono
funzioni determinate e specificate sin dalla loro origine, ma convengon tutte
nell'essere altrettante potenze, e, come tali, formano unica potenza
originaria, eh' è conato essenziale, sforzo incessante.* Che cosa sia questo
conato, si vedrà nell' altro capitolo. Qui dobbiamo considerar le facoltà
psicologiche come ce le presenta il fatto, cioè come una moltiplicità di funzioni.
Che cos'è la facoltà psicologica? È un passaggio dalla potenza all' atto. Ella
ci esprime la pronta necessità di fare, di determinarsi, d' attuarsi; e quindi
vuol dire facilità, prontezza, solerzia, agevolezza di fare.' Or la facoltà
intanto significa pronta e spontcmea solerzia di fare, in quanto fa il proprio
obbietto; in quanto si fa come funzione; in quanto si pone come [Anche in ciò
la psicologia somiglia alla fisiologia, ma non tì si confonde. L’organogenia s'
inaugura, meglio che con uno, con tutti gli organi ad un tempo. Per esempio i
centri primitiTi multipli del sistema nervoso, che la microscopia ci pone sott*
occhio, chiarisce e conferma quest' assunto. Cfr. Vulpian, Physìologie gfn. et
comp. du syaL nere. LhittS, SyH. New. cerebro-spinale. Glkibbrrg, Intinto e
Libero cwbitrio trad, del Langillotti, Nap. Oonatum uni menti attrihuimu»f quce
libero arbitrio prcedita pottH BUB8TARB.... eoque pacto potett motitm
subsistrre et stare in conato [De Univ.). Ne* corpi e* è moto, secondo il
concetto cosmologico del Vico, ma nell* animo e è moto e eoncUo: o meglio, il
moto qui assumendo natura di conato è moto del moto, e quindi è aetw in actu.
Expedita seu expromtn f'iciendi solertia (De Antiquisn, TtaU Sap.^ . Facoltà
suona anche proprietà, ma proprietà cosciente: distinzione confermataci dal
comun linguaggio che attribuisce la proprietà alle cose, ma predica dell* nomo
\h facoltà. Vedi le belle riflessioni dello JouFPRoy in proposito {^filang.
Phil., ed. Bruxelles attività: FacuUaùes sunt eorum, quce fadmus. Ecco il
concetto psicologico piìi originale di VICO (si veda). Il germe di questo
concetto è schiettamente aristotelico; ed è la chiave ond' egli, anticipando la
moderna psicologia, preveniva il Fichte, e insieme ne correggeva V
esagerazione. Dunque la facoltà posta come funzione psicologica che fa sé
stessa in quanto fa il proprio obbietto, è il ' passo d'oro del Libro
Metafisico. Ad esso rispondono altri due che troviamo nel Diritto Universale e
nella Scienza Nuova; e tutt'e tre riescono a comporre l'organismo del processo
psicologico. Tale organismo, infatti, parmi racchiuso in queste due sentenze:
!• che r uomo è innanzi tutto SensOy appresso Immaginazione e quindi Ragione:
2*» che l'uomo è un Potere, un Volere e un Conoscere potenzialmente infinito.
ÀRlST. De an. DoTe stanno, a mo* d'esempio, i colori, i sapori, gli odori, il
tatto? Se il senso è facoltà, ne segue che tu in sostanza hai a far i colori
nel vedere, tu i sapori nel guastare, tu i suoni nelP udire, tn gli odori nelr
annusare, tu stesso il freddo e '1 caldo \iel toccare. Nam si «enatu facultates
sunt, videndo colore», sapores gustando, sono» nudiendo, tangendo frigida et
calida rerum facimua. {De Antiquisa) Parimenti con le immagini e con le
rappresentazioni la yirtù fantastica partorisce il proprio obbietto, e si fa;
di modo che scegliendo il meglio di natura ed elevandolo a valore di tipo, a
questo vien conformando V opera d* arte. De medio lectam {formam) ttupra fidem extoUunt, et ad eam auos heroaa
con/ormant. (Ibi, 2.) E la memoria, potenza che rifa e penetra
so medesima, non potrebbe rifarsi e penetrarsi ove innanzi non si fosse fatta;
ne quindi può esser quella magra e sterile ritentiva di che ci parlano i
sensisti. L' intelletto è facoltà anche lui, perchè col determinarsi viene a
geminarsi nel giudizio, e perciò vede; e vede, perchè occhio dell' intelletto è
il giudizio: Judicium eat oculus intellectu; né potrebbe intellettivamente
vedere, se non intendesse; nò intendere, ove anch'agli, al solito, non facesse
il proprio obbietto. Intellectus
verna faeultaa est, quo quum quid intelligimua, id verum facimua, . In tutto questo il Vico ormeggia Aristotele. Per es. la visione, secondo
lo Stagirita, è Vatto dd colore; l'udito è V aUo del auono. (Ravaisson Metaph,
d^ Ariat., Aeist. De An.) Il primo di questi due principii è evidentemente
aristotelico, perchè dall* ou^SvitTiq al voù^, com' è noto, ricorrono parecchi
gradi e sfumature componenti tutte un unico processo: ^ója, ^àvTacr|ua, se V
Intelligenee^ Lauoel, Probi, de V Atne, Litthé, Revue de Phil. Potit. Consulta
anche le op. «it. di VuLPiAN e di Lhuts. dell' immaginazione, cioè all'
intendimento, nonché il passaggio dall'intendimento alla ragione? Fra il
termine sensato dell' intuizione e '1 fantasma e' è un abisso. Un abisso tra il
fantasma^ tra il fantasma anche salito ad universale poetico^ ed il concetto.
Un abisso ancora fra il concetto, e la nozione, l' idea, V universale
propriamente detto. Bisogna credere, perciò, che dall' un gruppo all'altro di
funzioni psichiche non esista continuità, ma transito; non passaggio immediato,
ma intervallo. Or bene, come, altro che per miracolo, l' una facoltà potrebbe
trasformarsi nell'altra? Non è dunque la facoltà che si trasforma e diventa; ma
è lo spirito che si forma, che si determina nel multiplo e mediante il multiplo
delle facoltà. Laonde attraverso e al disotto a questa multiplicità di
funzioni, è mestieri supporre una facoltà madre che, come facoltà deUe facoltà
compia i diversi passaggi e intervalli, e sia come il principio dinamico dell'organismo
psicologico. Ma di questo faremo parola nel prossimo capitolo dove ricercheremo
la genesi del processo psicologico. Seguitiamo. Quel che s'è dettò del processo
conoscitivo, dicasi pure del processo operativo e pratico dell' organisriio
psicologico. Una medesima legge governa tanto la genesi del conoscere, quanto
quella dell'operare. I diversi gradi e momenti del processo operativo
rispondono a' diversi gradi e momenti del processo conoscitivo. L'operare
infatti è determinato dal conoscere per necessità tutta psicologica. Come
dunque potrebbe non riprodurre la medesima legge? Il processo pratico suppone
il teoretico, stantechò la funzione yolitiva, alla quale si riferisce ogn'
altra facoltà d'ordine operativo, sia funzione essenzialmente secondaria.
Accenneremo qui i diversi passag^ di questo processo secondo i tre gruppi
(no««ey oeU«,^oMe) additatici dal Vico; ma ci ristringeremo a notarne i
difTerenti gradi seguendo l'ordine ascensi vo, tuituraU e, per cosi dire,
cronologico. L a) Istinto fisiolooigo. Risponde alla Sensazione; anzi è la
sensazione stessa, ma sotto l'aspetto riflesso, attivo, comecché incosciente.
In esso quindi si ripeton le medesime condizioni, non altro essendo fuorché
unità incosciente e confusa fra Vagente e'I motivo dell'azione. Additato così
con fuggevoli tocchi il doppio aspetto onde risulta il processo psicologico,
potremo intendere ormai quella dottrina del nostro filosofo a cui più di una
volta venimmo alludendo nelP abbozzar la storia della Scienza Nuova: dico la
dottrina del Vero e del Certo, che ha riscontro con V altra della Bagione e
ddVAidorità, 11 vero è produzione di Ragione; il certo è produzione d^
Autorità,^ Ma come nelP ordine conosci[Istinto uitano (il poste del Vico nel
sao primo grado empirico). Si ripeton le condizioni della Percezione sensata. I
due termini qui cominciano a distingaersi; ma VigUnto non è por anche
desiderio. L'istinto anche qui è immohile, è cieco, e pnr nonostante è umano.
Ed è umano principalmente perchò non può rimanere istinto^ ma dehb* esser
superato dal desiderio, dee diventar desiderio. e) Dbsidebio. ~ Risponde alla
Rappresentazione, e n' è l’attività. Il motivo dell* azione è determinato,
particolare. Quindi fra questo motivo e r agente havvi necessità empirica,
immediatezza. d) Passignk. Risponde ai primi gradi deirimmaginazione, e, come
questa, è mobile e varia; e perciò è meno indeterminata che non sia il
desiderio. Il Desiderio è uno,' la Passione ha più forme. L'obbietto che la
determina non è il particolare, e neanche il generale. Appartiene al-r
individuo considerato non come individuo, ma com' elemento di società. Segna
dunque un passaggio; il passaggio dal desiderio al libero arbitrio. II. e)
LiBRRo ARBITRIO. L* obbietto è generale, astratto; perciò è più mobile della
Passione, e quindi costituisce il passaggio dalla necessità empirica alla
necessità razionale (libertà volgarmente intesa). Risponde alla Immaginazione
imitatrice e riproduttiice eh* è tuttora schiava della natura; al modo istesso
che il libero arbitrio è dominato da un motivo tuttora eteronomo.)
Dbtkrminazionk (passaggio del libero arbitrio alla Libertà).Risponde, più che
all'Immaginazione (combinatrice), alle varie forme dell' Intendimento. Varietà
d* obbietti. g) SuK DIVBRSR POBMB {contrarietàf contraddizione j dezione).
Anche qui ha luogo un processo come neU* Intendimento. L* elezion razionale non
ò più libero arbitrio, ma Libertà. ) Libertà. È determinata dalla Ragione:
perciò importa la necessità razionale. Libertà quindi è dovere appunto perchè è
ragione. Ma può tornare ad una delle tre forme d'arbitrio, stantechè la
necessità, ond'è signoreggiata, sia necessità morale. ») Personalità. È
l’Autorità che si converte con la Ragione. È il risultato del processo
psicologico, e rappresenta il circolo delle facoltà perchò le suppone tutte, e
le contiene in atto. 1& dunque la circonferenza, cioè rio pienOf attuale.
Qual n*è il centro? (Vedi nel Gap. seg.) * n concetto à^ÀtUorità è una delle
idee cardinali dell'opera sul Piritto UniversaJle. Noi' qui ne parliamo per incidenza;
perchè questa tivo è mestieri che il vero si converta col fatto, così nelr
ordine pratico il certo fa d'uopo che si converta col vero. In altre parole, se
il processo teoretico guardato psicologicamente è una conversione del vero col
fatto; il processo operativo, al contrario, guardato storicamente, è una
conversione del certo col vero. La relazione che Vico pone tra il vero e '1
Certo, somiglia quella che nell'Aristotelismo tiene la forma verso la materia,
ma considerata nel processo isterico. Risponde altresì alla relazione eh' egli
medesimo scorge tra la filologia e la filosofia. La filologia porge i placiti
dell' umano arbitrio (placita humani arbitri); la filosofia indaga i principii
necessari di natura (necessaria naturcey Perciò][aiferma. La Filosofia
contempla la Ragione onde viene la Scienza del Vero: la Filologia osserva
l’Autorità deW umano Arbitrio onde vien la Coscienza del Certo.^n Or la
Ragione, producendo il dottrina dovendo esser considerata principalmente sotto
T aspetto istorico (nel che sta tutto il suo pregio e la sua norità), dovrà
quindi formare oggetto d' interpretazione e dì studio nella Sociologia. Qui
dobbiamo avvertire solamente che, quantunque i siguiiìcati della parola
Autorità pel Vico sian diversi (Autorità polìtica, religiosa, monastica,
incononiica, civile e simili) nullameno tutte le specie d'autorità, chi
interpreti bene la sua mente, hanno d' aver per fondamento originario queir
An^ontò alla quale, propter rerum novitateìn^ ei volle dare un titolo nuovo, e
V appellò AUCTOttlTAS NATURALIS, ACCTOEITAS ì>tATURMj[De Univ. Jur., XCI).
PerciÒ la definisce: Humana: natura: proprietae. Perciò non dubita chiamarla
divina. Perciò la designa come T unità vivente delle tre funzioni costituenti
l' ordine pratico psicologico: noBsCf velie, posse. Perciò, finalmente, la dice
Suitas; e la Suitas nell'uomo vale, per lui, ciò che in Dio VAseitas. Vedremo
altrove esser questa una dottrina originale onde l'autore della Scienza Nuova
prevenne la moderna filosofia del Diritto. Del che niuno de' critici di cui
parlammo ha avuto sentore, tranne il Carmignani e l'Amari; ma l'uno, come
dicemmo, ne parla superficialmente, e l'altro in senso tutto cattolico e
tradizionale. De Constantia Jurispr., Proem., Sc. Nuova, Si noti qui, a
maggiore schiarimento del metodo vichiano, che la Filosofia è quella che
contempla, e la Filologia quella che ossava. Secondo il nostro linguaggio,
quella deduce, e questa induce. Or la Scienza Nuova non fa propriamente l'una
cosa, né l' altra. Essa pone in opera entrambe cotoste funzioni, e le
couipenctra in una terza che dicemmo essere il ma),àstoro eduttivo. vero^
costituisce il processo della coscienza; in mentre che r Autorità, producendo
il certo e legittimandosi nella ragione, forma il processo dell'autocoscienza, e
partorisce il concetto della personalità (Proprietas sui; Suikis). Sotto
l'aspetto isterico, perciò, l'Autorità è il libero arbitrio che diventa
libertà, e quindi Ragione: sotto l'aspetto psicologico è lo stesso libero
arbitrio già divenuto ragione. Ond' è che come il certo non è il vero ma una
parte del vero così V Autorità non è Ragione, ma è partecipe di ragione. Che
cosa è da concludere da tutto ciò? Che il processo pratico, riguardato
psicologicamente, comincia là ove finisce il teoretico. Questo, infatti, s'
inaugura col senso, e, sempre più ascendendo, si risolve nella ragione. Quello,
invece, move dalla ragione avvisata come semplice colioscere, e, transitando
pel volere, finisce nel potere; ma nel potere divenuto già attività concreta,
piena, reale, vivente, stantechè il libero volere importi la ragione. Che se
tra conoscere ed operare, fra coscienza e autocoscienza, 0 (per usare il
linguaggio del nostro filosofo) tra Ragione e Autorità, fra il Vero e il Certo
e tra filosofia e filologia havvi un processo; è necessaria, è inevitabile una
conversione fra' due termini. Dunque 1' Autorità devesi poter elevare a dignità
di Ragione; al modo istesso che la ragione operativa debbe aver coscienza di sé
medesima anche come ragion conoscitiva. Or che è ella mai cotest' Autorità
convertitasi in ragione se non l'autocoscienza? E non è appunto quest'Autorità
autocoscente quella che, assolvendo l' uno e l' altro pro' Ut autem VBRUM
constai RATiONE, ita criltuu nititur auotoritate, vd noHra $en»uum quat dicitur
aUTO^i'a, vel aìtorum dicti», qua in tpeei^e dicitur AUOTORlTAS, cx quorum
alterutra naicitur PRRSCASIO. Sed ipta auctoRITA8 e«t ^ar» ^rwofrfam RATiONis.
{De Univ. Jur.y Proloq.) Vedi le diverse applicazioni del Vero e del Certo. Il
primo scolare del Vico. Emanuele Dani, come arrertimmo, fin dal secolo passato
colse giusto in questa dottrina del suo maestro, massime quant* al valore e
alla relazione de' suddetti concetti. (Tedi Saggio di Oiuriprndenza Unirrr^aU,
ed. cit., p. CVIII). cesso, costituisce l'essere veramente umano (universale)?
E che cos' è l' ente umano, che cos' è VHumaniiaSj per cui l'individuo è
davvero individuo, subbietto veracemente universale, fuorché la personalità? E
che cos'è la persona se non queir unità vivente e operante del triphce diritto
originario (tutèla^ dominio e libertà) nella quale s' incarna e s' impersona la
triplice funzione del Potere, del Volere e del Conoscere?* Col concetto su la
relazione fra il processo conoscitivo e '1 processo operativo dell'organismo
psicologico Vico non solo previene l' esigenza Kantiana del doppio ordine di
ragione, ma, che più monta, la supera. La previene distinguendo la Ragion pura
(Batio) dalla Ragion pratica (Autoritas). E dovea distinguerla, perchè i due
processi conoscitivo e pratico, tuttoché formanti unico organismo, hanno, come
s' è visto, origine, natura, e andamento diverso. La supera poi, in quanto che
scorge la conversione (ripetiamolo) non pur fra l'una e l'altra ragione, ma
eziandio nell'una e nell'altra guardate ciascuna in sé stessa. Come processo
conoscitivo la Ragione dee convertirsi con sé stessa; e non potrebbe, ove non
divenisse anche Autorità. Come processo pratico l'autorità non potrebbe neanch'
ella convertirsi con sé medesima, s' ella stessa non divenisse Ragione. Li altre
parole: il conoscere non potrebb' esser vero conoscere, ove non fosse un
processo, una conversione de' tre gruppi di funzioni teoretiche innanzi
discorse. L'operare non sarebbe vero operare, se anch'egli non fosse una
conversione de' tre gruppi delle funzioni operative. Finalmente il processo
conoscitivo De Univ. Jur. Di qui nasce il concetto del gitu e della libertà
secondo le dottrino Yichiane, come altrove mostreremo. Ma già i lettori
prevedono qnal uso noi saremo per fare di cotesta dottrina nelle questioni
polìtiche, giuridiche, religiose e pedagogiche. Posto il concetto àdV
Auctoritcu naturalU^ e dell’Autorità in generale come particeptf RaHonUy cioè
come facoltà che devesi convertire con la Ragione, ognuno saprà argomentare
qual valore giuridico abbian per noi r autorità politica e 1’autorità religiosa
nelle teoriche sociologiche. e'1 processo operativo non sarebbero tali, ove non
fossero essi stessi una conversione tra se medesimi. Così il circolo è
compiuto; e così rimane sbandita ogni maniera di dualismo e di formalismo nel
regno della psicologia. Or la mancanza di processo è precisamente il tarlo che
rode le dottrine del Kant. Posto il noumeno come un'incognita, posta la
conoscenza com'una specie di combaciamento meccanico anziché come processo dinamico
del fatto con l'idea e della materia con la forma; non poteva non chiudersi
ogni via per intendere il fenomeno, e salvarsi dal cadere in quella specie di
scetticismo metafisico del quale altrove toccammo (p. 238). Senza esempio nella
storia della filosofia egli dimostra la necessità di certe condizioni superiori
all' esperienza nel fatto del conoscere. Ecco la massima sua gloria. Ma non
perviene a spiegar cotesto fatto, perchè non giunge a risolvere il dualismo tra
la sensibilità e l' intelletto col discoprirne il germe comune eh' egli stesso
)ion dubita chiamare sconosciuto. D'altra parte, dal disegno della Critica
della Ragion Pura egli trae quello della Critica della Ragiofi Pratica,
Nell'una move dal senso, e, attraverso l' intendimento, giugne alla ragione.
Nelr altra tiene un cammino opposto, perchè dal concetto di libertà scende
nelle facoltà inferiori. Or 1' errore non istà, certo, in questo cammino, in
questo circolo; ma piuttosto nell' aver interrotto cotesto circolo. Donde
avrebbe dovuto partire nell' organar 1' edifizio della Ragion Pratica ?
Precisamente da quel punto ove' pon termine la Ragion Pura, Egli invece fa un
salto; salto mortale; perchè voltando le spalle alla ragion pura (né poteva
altrimenti), si basa nel concetto di libera causalità.* Ov' è dunque il
processo fra l' un ordine e l' altro? Ov' è r unità, r organismo del circolo
psicologico? Nella distinzione Kantiana e' è del vero. Ed è che la Ragion Pura
è facoltà passiva in quanto ha per Kant, Crit, de la Raiaon Aire, Tissot. >
Idem, Crit. de la Maieon Pratique, termine il fenomeno, tuttoché s' addimostri
attiva nel concepire e disporre e costruir questo fenomeno mediante quella
mirabile tela delle categorie. La Ragion pratica, al contrario, è profondamente
attiva, stanteche con r atto del puro volere ella ponga il noumeno^ Se non che
il grand' uomo non vide che né la Ragion pratica è assolutamente attiva, né la
Ragion pura è assolutamente passiva. Il conoscere, certo, serba carattere di
passività; non altrimenti che V operare ha carattere d' attività. Ma sono tali
in modo relativo. Sono tali, cioè, in quanto T ordine pratico sopravviene a
compiere il teoretico, non già nel senso che nel secondo abbiasi a conseguire
ciò eh' è riescito impossibile nel primo, vo'dir la* posizione del noumeno. Che
cos'è infatti cotesto noumeno nell'ordine pratico? Perchè la Ragion pratica s'
ha da porre qual puro volere, cioè com'un fatto a priori? Insomma, che cos'è
questo rolere che vuole sé stesso? A tal grave quesito il Criticismo non
risponde, checché ne abbia detto poco fa uno della scuola della Morale
Indipendente che in ciò crede poter ormeggiare il filosofo prussiano. Che anzi,
se la legge morale procede dalla libertà come volontà indipendente e superiore
a qualsivoglia motivo, cioè come autonomia che trascenda ogni eteronomia; è da
confessare che un principio siffatto è condizione ni tutto subbiettiva, e
quindi sorgente mutabile appunto perchè assolutamente libera. Un atto assofuto
di volere, il volere come volere, io non l'intendo. Non intendo il voglio
perchè voglio^ giusto perchè non capisco un atto che sia razionale e insieme
scisso e quasi staccato dalla ragion pura. Brevemente: non intendo una Ragion
pratica che non sappia né possa convertirsi con la Ragion teoretica.'' Se la
radice del [Kant, Orìt, de la liaison Pure, Orit, de la Raiaon Pratique,
Secondo Kant la Ragion pura, oltr'esser fornita dell’uao tpeculiiivoy ha
eziandio un tntereaae pratico; il quale consiste semplicemente dovere sta nel
sapere; la volontà di sua natura sarà sempre una funzione secondaria, non mai
primaria: si che, ove nel processo istorico si svolga da sé, in tal caso ella
si determina non già come libertà, ma come potere, come desiderio, come
passione, come libero arbitrio. Laonde se il filosofo prussiano sente la necessità
d' un reale nel suo formalismo critico, cotesta necessità per lui non può
racchiudere il vero concetto del dovere, perchè importa una tendenza cieca. Non
è dunque un atto etico veramente detto, ma un bisogno assolutamente empirico.
Dal che si vede agevolmente non essere al tutto vero ciò che aflFermano due
serie di critici rispetto alla natura de' due ordini di ragioni poste dal
Criticismo. Alcuni credono esserci contradizione perchè, mentre Ja Ragion pura
è indirizzata solamente (tuttoché con artifizio formale) a regolare V
esperiènza, la Ragion pratica, invece, è destinata a ricostruire, a costituire;
e costruisce mercè la posizione del noumeno, del libero volere, reintegrando
siffattamente i postulati distrutti nell'ordine teoretico. Altri pensano, fra
quali Spaventa, che la contraddizione non istia già fra le due Ragioni, ma in
ciascuna d'esse. Per noi è vera l'una e l'altra sentenza, ma in questo senso;
che la contraddizione del Criticismo non istà, come abbiam detto, nel porre due
sfere diverse di ragioni; due ordini di processi psicologici, ma si nel non
aver risoluto nessun de' due. La contraddizione esiste non pure in ciascuna
delle due sfere, ma anche tra l'una e l'altra ad un tempo; con la differenza,
che nell' un caso eli' è essenziale, dovechè nell'altro è secondaria. Togliete
quella, e avrete insieme levato questa. Togliete il dualismo e '1 formalismo
nella Ragion pura, avrete parimente riparato al formalismo e al dualismo della
Ragion pratica. Perciò sommettete a processo nel determinaref non già ne)
eogtituire la Ragion pratica. La Ragion pura pratica »i eoHituiace da «2. Ecco
il grave difetto del kantismo nell’ordine morale. FU, di Kant e «uà relaxione
coUa FU, /tal., Torino, Puna e 1' altra, e avrete schivata la contraddizione; e
invece delle Idee sulla Storia Universale idee che paion come disorganate,
avrete l'organismo della Scienza Nuova.Or la contraddizione, che per tre
divers^e maniere offende il criticismo, potrà essere tolta unicamente quando
dalla dualità, onde non si potè liberare il Kant, sappiasi risalire all' unità
sua. Qual sia questa radicale unità da cui move, ed alla quale ritoma il
processo psicologico, diremo fra poco. Torniamo a Vico. La Ragion pratica,
l'Autorità, VAuctoritas naturalis^ che per lui costituisce la base del processo
pratico in tutt'e tre i momenti in che questo si svolge, non è già un primo
staccato da un altro primo al tutto formale, ma è un secondo che si converte
con un primo^ e per tale conversione formano entrambi, anziché dualità
irresoluta, unidualUà, Per l'Autore della Scienza Nuova la ragione, in quanto
ragione, è una non due,^ Non due perciò le sorgive onde rampollano i
ragionamenti; bensì Il significato della storia per Kant si riduce a questo.
Come gli uomini si son costituiti in società per ischivar la guerra, cosi tutt*
i popoli tendono a stabilirsi in federazione universale {Idée de eeque pourrait
ètre Vhiètoire universelle dana le» vuee d^n eitoyen du monde). La P sentenza è
un errore degno degli Hobbesiaui: la 2" è un'utopia la quale partorisce
1’altra della Pctce universnlcf e V altra ancora d* una Chiena filoeofica il
cui fine dovrebb' esser quello di sorvegliare alla morale del genere umano
(Vedi nella Relig, dana lee lim. de la raiwn). Sennonché è impossibile spiegar
la stona col porne V origino in una condizione accidentale, in una necessità
euipirica qual' è appunto la guerra. II fatto isterico può essere spiegato col
risalire alle leggi psicologiche, e scoprirne il processo. Or poteva egli, il
Kant, prefiggersi tal fine s* ei non seppe levare il dissidio fra le due
Ragioni e mostrarne la conversione V Da ciò anche dipende quel proporre, air
attuazione del progresso, mezzi affatto artiflziali com'è la federazione
universale, la chiesa filosofica, e simili. « Con lo apiegarai delle umane
idee^ i fatti, i diritti e le cose umane si andaron sempre più dirozzando,
prima dalla acrupoloaità delle auperatìzioni, poi dalla aolennità degli atti
legittimi e dalle angustie delle parole, finalmente da ogni eorpìdenxa; per
ridursi al loro puro e vero principio che è loro propria aoatanza. Or qual è
questa aoatanza propria, qual è questo principio vero e puro àe^ fatti e de'
diritti umani^ eh' è dire dell' ordine pratico? È la aoatanza umana, la noatra
volontà determinata dalla noatra mente con la Forza del Vrbo che ai chiama
Coscienza. {Prima Se. Nuova) due le maniere del ragionare. Di fatto, se lo
spirito in quant' è conoscere (Batio) produce il vero e dà la scienza; e in
quant' è operare (Auctoritds) produce il certo e cosi esplica e conferma la prima,
ovvero la prenunzia e Y anticipa ; ne viene che tra Y ordine teoretico e Y
ordine pratico una conversione è necessaria. In che risiede r intima natura
della volontà? Intelletto e volontà, nelr ordine psicologico spontaneo, hanno
radice comune: per cui se r atto del volere non è propriamente atto d'
intendere, e nondimeno lo sforzo d' intendere: è lo stesso conoscere, ma in
quanto si realizza come Ragione universale, come operare umano, autonomo,
razionale. La ragione dunque è facoltà di conversione per eccellenza ; e quindi
lo spirito dee conformarsi al naturale ordin delle cose. E che è mai il
naturale ordin delle cose? È la Datura, l'essenza, il valore, l' essere stesso
delle cose.* Ora, conformarsi all'essere delle cose, non vuol dire convertirsi
con lui, diventar lui? Col concetto d' ordine adunque il Vico determina la
natura non del solo conoscere ne del solo operare, ma la natura d' entrambi;
cioè della Ragione vivente e concreta; della Ragione comune, universale,
imiana. La quale, supponendo già il concetto d'ordine, cioè dire supponendo il
processo Qpnoscitivo, importa anche il processo operativo come risultato
necessario dell' essenza umana. Con/ormatìo eum ipso ordine rerum e$t et
dicitur batio. {De Univ, Jur.^ Proem.j ) Questa con/ormatio mentis suppone già
il processo conoscitÌTO, e quindi il criterio della Convernone del vero col
fatto. Ella dunque è risultamento delle funzioni teoretiche, e insieme
principio delle funzioni pratiche. È la sostanza umana determinata con la Forza
del Vero. Rosmini nella FU. del Diritto fa la critica del concetto d* ordine
com' è inteso dal Vico. Il Finetti area fatto lo stesso fin dal secolo scorso
nelle sue polemiche col Dnni e col Concinna. {De Prineip. Jur. ) Ma né V uno nò
1* altro s*è accorto come la facoltà, che per Vico dee conformarsi air ordine
naturale, non sia il puro conoscere e neanche il solo operare; cioè non la
Ratio e nemmanco VAuetoritas, ma la Ragione per eccellenza, la Ragione in
quant' è risultato finale e quindi princìpio del doppio processo psicologico. £
la ragione, insomma, in quanto è conversione essenziale con la natura, con la
storia, con lo Stato, col supremo suo fine, e della quale il Duni dice che dove
Concludiamo quant' al processo pratico. La ragion pratica non contraddice alla
teoretica. Intanto eli' è pratica, in quanto è comando; ma è comando della
ragione fondata nel concetto del fine razionale, che vuol dire d' un fine il
quale iraponesi come legge, e perciò come imperativo. Cotesto fine imperante,
manifestato o imposto dalla ragione (e tutto ciò per noi è ragion pratica),
inevitabilmente importa la necessità etica, il cui soggetto è la volontà: ond'
è che tra la volontà e il suo fine, eh' è appunto il bene morale, òorre una
sintesi necessaria. Che se l' imperativo per Kant è la stessa volontà in quanto
è libera da ogni movente particolare e d'ogni particolare interesse; anche per
noi cotesto imperativo è il volere libero da ogni qualunque motivo, meno da
quello che scende dalla ragione, o per mezzo della ragione; ma di quella ragione
pura o conoscitiva la quale, essendo il vero convertentesi col fatto, intende e
legittima il fenomeno. Fra lei e’1 noumeno non esiste un abisso, com' è pur
troppo pel Criticismo. E in questo senso non ha torto Hegel d'affermare che
libertà è ragione, e ragione è libertà. Il motivo dell' azione, infatti, è
intrinsecato con la ragione; scaturisce non già dall' estemo, come incontra
nelle azioni di natura meccanica, ma dall' intemo. L'agente dunque è
razionalmente libero; e però è liberamente necessario. Il perchè se una sintesi
necessaria annoda il volere col suo fine, è pur mestieri che la volontà si
converta con la ragione, e produca la virtù. Così nella sfera pratica, non
diversamente che nella teoretica, il criterio è sempre il medesimo: la
conversione del vero col fatto, eh' è dire della legge con la volontà. E poiché
la legge neir ordine etico partorisce il dovere, e la volontà nelr ordine
giuridico produce il diritto; perciò accade che la Morale, nella dottrina del
nostro filosofo, deve stare al Diritto cosi come il vero sta al fatto, come la
Ra-non c'^ uniformaziont,, non e'? ragione, (Vedi noi Saggio di Giuritprw denzn
Umvermle^ .> gione air Autorità. Sono due sfere di fatti diversi; due ordini
di scienze differenti per origine, e per applicazione. Il Diritto non
iscaturisce dalla Morale, ne tampoco la morale puo emerger dal Diritto. Se cosi
fosse, l'una di queste scienze annullerebbe l'altra, assorbendola. Esse dunque
non s'identificano, ma si convertono.* Tal si è, come rapidamente l'abbiamo descritto,
l'organismo psicologico ne' suoi elementi e nella sua natura. Ma quest'
organismo può e debb' esser considerato riguardo a due soggetti, che sono
l'individuo e la specie, cioè dire psicologicamente e storicamente.
Nell'individuo ci è dato studiarlo, come chi dicesse, nella condizione statica,
cioè nel suo equilibrio, nella sua compiutezza, a cagione delle mutue relazioni
onde i due processi richiamansi a vicenda. Psicologicamente, infatti, il
pensiero inaugura, determina e compie il processo pratico. Lo inaugura come
senso in quanto eccita il potere: lo determina come rappresentazione,
immaginazione, intendimento che sveglia e sprona il volere: lo compie,
finalmente, come ragione, la quale costituisce l'essenza stessa della libertà.
La Ragione dunque è l'atto, la forma dell'Autorità; come l'Autorità è la
potenza e la materia della Ragione. Io voglio ed opero perchè conosco: né per
altro potrò conoscere se non perchè debbo operare. La ragion del volere pone
sua radice nel conoscere ; come la ragione e '1 fine del conoscere altro
potrebb' esser che Y operare. Chi vuol conoscere per conoscere è un mezz' uomo.
E la scienza per la scienza è frase ch'io non intendo, come non la intendeva
nemmeno Aristotele.^ I due processi, adunque, ne' quali si sdoppia e determina
l' organismo psicologico nell' individuo, s' importano a vicenda, e tutt'
insieme compon• Sotto il rapporto psicolosrico può dirsi, come più d*una volta
arverte il nostro filosofo, che ex Rottone Auctontas ipm orta ett. (De Univ. Jur.) * Rayaisson, Em, 9ur la Mitaph. ec.
gono un sol circolo. In questo circolo per 1' appunto sta
l'autogenesi dello spirito. Al contrario nella storia, che vuol dire nella
specie avvisata come un individuo attraverso il tempo, l'organismo psicologico
ci è dato considerarlo quasi in via di formazione, cioè sotto il rapporto
dinamico, e perciò nelle condizioni del movimento. Avviene infatti' in
quest'ordin di cose quel che la scuola di Lamarck pensa del REGNO ZOOLOGICO.
Nell'organismo compiuto, nel mammifero, ci è tutta la scala zoologica, ma in
atto; al modo istesso che nelle differenti specie d'organismi inferiori abbiamo
l'organismo perfetto, ma come squadernato nella successione seriale de' diversi
momenti del suo sviluppo. Se questa dottrina, secondochè altrove diremo, non è
al tutto vera in ordine alla storia naturale, è verissima nella storia umana.
La condizione statica non può verificarsi nell' ordine de' fatti, massime de'
fatti storici. Nel regno della realtà, anziché quiete ed equilibrio, tutto è
moto incessante, sviluppo, attrito, disequilibrio perpetuo: onde la Statica
sociale de' Sociologisti non è che un' astrazione del pensiero. Il processo
psicologico adunque, avvisato staticamente, è tipo, è realtà compiuta, alla
quale c'innalziamo scrutando la natura dell'individuo, investigando le leggi
della psicologia. Un processo psicologico in via di formazione non è altrimenti
Statica, ma Dinamica. Ora il processo psicologico è r atto, il tipo del
processo isterico; e quindi vana impresa è il pretendere d' imprimer ÌForma di
scienza alla storia, senza porvi a fondamento immediato la psicologia. La
storia non fa che ripeter la psicologia; ma al modo che la circonferenza ripete
il centro. Che è mai la circonferenza fuorché lo stesso centro considerato,
direbbe il Gioberti, fuori di sé? Tal è la specie rispetto all’individuo; tal
si é pure la storia di fronte alla psicologia.* Ciò che nell' una si compie *
Vedi le belle riflessioni del Noubisson in proposito. (La nature humainef Ess.
de Fsycol. appliquée, Paris) attaraverso lunghi secoli, nell' altra, cioè nell'
individuo, s' assolve attraverso una serie d' anni e di differenti età. E ciò
che sono i secoli per la storia e gli anni e le diverse età per l' individuo,
sono per la coscienza attuale que' diversi momenti necessari aftinché ella
possa recare in atto la doppia fimzione del conoscere e dell' operare. Ma per
quante sian le differenze, la legge è sempre una; non essendo possibile che le
note essenziali alla specie manchino ai membri, manchino agli elementi di essa,
ciò è dire agP individui.* Perciò nella storia tanto il processo teoretico
quanto il processo pratico s'inaugura cod come nell' individuo. U senso, lo
vedremo in altro luogo, sale a ragione attraverso le funzioni intermedie
dell'immaginazione e dell'intendimento. Il potere, l'istinto (il che
verificheremo nella sociologia) assume valore di Ubertà mercè la successione
delle moltiplici forme cui soggiaccion le passioni e le determinazioni del
libero arbitrio, e siffattamente crea il Diritto e lo Stato. Così la storia è
una correzione lenta ma incessante, ma progressiva di due forze che mai non
posano, Autorità e Rag^ne. La
molla occulta del[Ce qui 9e paage dan» Vévolvtion 4e Vindividu est la tacine de
ce qui se passe dans VévoìuHon de Vétte eoUectii*. (Littbé,
PatoUs de Phil. Posit.) Ognan vede che questo principio non è, come ci dicono i
Positivisti di Francia, una loro invenzione peregrina. È uno de* concetti
fondamentali della Scienza Nuova; ed è insieme la correzione del Comtismo, per
la ragione più volte rammentata che la psicologia pel Vico non iscatnrìsce
dalla storia, ma è anzi la storia, cioè la scienza istorica quella che dee
tórre a modello, a criterio la psicologia. * Tutte le opere del Vico sono una
dimostrazione continua di quésto concetto. Lasciando delle facoltà d* ordine
conoscitivo, basta meditare le diverse forme attraverso cui procede VAutotità,
per vedere come davvero ella sia potenzialmente ragione. Vi è progresso, per
dime un esempio, fra le tre forme d* autorità monasHcOf economica e eivUe (De Univ.
Jut.); e vi ò progresso nella storia dell* autorità considerata nelle diverso
maniere del reggimento politico {Ptima Se, Nuova Sec. Se. Nuova) Scoprire la
conversione dell' Autotità con la Ragione, è una delle sue principali esigenze,
e quindi uno de' precipui aspetti della Scienza Nuova. r umano progredire,
infatti, sta nella faticosa conversione d' entrambe. Perchè sé la storia è la
vita del genere umano,* il processo di questa vita, lo svolgimento di
quest'organismo altro non potrà essere fuorché il ridursi di quella dualità a
valore d' unità. Il processo istorico adunque non fa che ripetere, ma sotto
forme sempre diverse, il processo psicologico: talché se la psicologia, come ha
detto il Michelet, é quasi la storia in miniatura, cioè la storia come raccolta,
adunata e quasi concentrata in un sol punto; la storia alla sua volta, secondo
l'osservazione altrove accennata del Cattaneo, altro non sarà che la psicologia
stessa in più vaste proporzioni, e sotto aspetti molteplici e svariatissimi. Ma
quel punto, quel centro (ripetiamo la figura), vai tutta la circonferenza; vai
più che la circonferenza. Se la psicologia infatti nasce dalla storia, chi
vorrà dire che la prima non possa essere altro fuorché una semplice appendice
della seconda? La psicologia è superiore alla storia, come il presente è
superiore al passato. E le leggi psichiche sono anteriori a quelle del fatto
istorico, al modo istesso che il criterio e la norma, in generale, sono
anteriori alla materia interpretata e giudicata.' Perciò dice che il suo libro
è anche nn». JUotoJia deW autorità {Sec. Se. Nuova) atta a ridurre a leggi
certe V umano arbitrio di ma natura incertÌ9»imo. * Vita generila humani Hiètoria est, [De Univ. Jur.) * Il
Taine dice benissimo dove osserva che la pttyeologìt «« à ehaque départentent
de l’hintoire humaine ce que l^i physiologie generai^ e»t h la phyaiologie
partictdiire. de ehaque esplce ou doAèe animale. {De
Vlntelligence, Pref.) Che oggi la psicolog^ia debba esser condizione essenziale
alla scienza del fatto storico, ninno è che ne dubiti. Ma la questióne ò ben
altra, e di ben altro valore che non crede il Taine. Come s' ha da considerar
la psicologia rispetto alla storia, e perciò r individuo rispetto alla specie'?
Ecco il punto! Predicarci la necessità della psicologia nella indagine del
fatto storico è un bel nulla, se innanzi tratto non si stabilisca qual
relazione corra fra le due scienze. Mi spiego subito. Se Io svolgersi delle
concezioni religiose, delle creazioni artistiche e letterarie e delle scoperte
scientifiche in un dato periodo istorico e presso un dato popolo non sono in
realtà altro che un’applicazione, un caso particolare di quelle medesime leggi
che in ogn'istante regolano lo svolgimento psicologico di ciascun nomo;
brevemente, se il fatto storico H nostro filosofo non pure colse, ma dimostrò
la relazione tra r uno e l’altro ordin di fatti, e fece quel che non giunsero a
fare i nostri platonici e aristotelici del Rinascimento; ciò che non fece tutto
il Cartesianismo; ciò che dopo di lui non seppe fare il Criticismo in ordine
alla storia; ciò che non han fatto, né sanno fare i Positivisti e gli Idealisti
assoluti; i quali trascendono il positivo perchè disconoscono la difficile arte
de' confini nella scienza del mondo e della storia. Alla sua mente lampeggiò il
vero concetto dell' ente umano: il concetìo àeW individuo universale vivente,
concreto, reale; e sotto doppia forma venne applicando il suo massimo criterio
della conversione del vero col foHo nel conoscere, e del certo col vero nell'
operare. Recò in atto quindi non una, ma due grandi leve, la psicologia da una
parte, e la critica de' fatti storici dall'altra; la filosofia e la filologia;
e perciò un a priori di natura puramente psicologica, e un a posteriori
indagato pazientemente con oculata osservazione: e così gettando le basi del
vero metodo storico razionalmente positivo, riesci a comporre la scienza dello
spirito. Però Storia e Psicologia non sono due cose, ma una. Esse formano la
vera scienza dello spirito, quando sian portate ad un fiato, com' egli dice con
significantissima frase. Ecco il grande valore della Sdensfa Nuova, per quanti
possano essere i suoi difetti nella forma, nel disegno, nelle conclusioni,
nelle applicazioni. Lo dichiara egli stesso: il mio saggio è wrxR filosofia deW
umanità. Perchè filosofia? non è che un'applicazione delle lejrgi psicologiche:
ne viene che nella psicologìa solamente possiamo ritrovare il criterio, il
principio, la teorica da applicare nella intorpretaziono del fatto isterico.
Dnnqne? Danque (mi par chiaro) la psicologia è anteriore, e superiore alla
storia. Or io non so davvero come siffatta conseguenza possa accordarsi
co'princìpii di Taine, specie con quello ond'ei ci dichiara, che il fatto della
coscienza non è altro che vm fantamna metajinco! Il problema storico è problema
psicologico: lo sappiamo anche noi da un secolo e mezzo a questa parte. Quel
che non sappiamo è il modo col quale il valoroso estetico francese potrà
giugnere a risolvere cotesto problema col suo Positivismo. perchè ne inve^iga
le coffionV Or le cagioni immediate e positive del processo istorico, non
s'hann' a radicar tutte nel processo psicologico, eh' è, dire nella natura
umana? Volere investigar le ragioni della storia nonché i principii della
sociologia invocando la dicdeUica immanente détta Idea come fan gli Hegeliani,
ovvero r opera della Provvidenza immediata come fanno Ontologisti e Teologisti;
è uscir dalla Storia, dalla natura umana, dalla psicologia; ed è rendere il
processo storico un processo affatto meccanico e arbitrario. Un principio
estrinseco e superiore che non emerga dalle viscere stesse della storia, ma che
alla storia si sovrapponga e s'imponga, che cosa dee produrre? Da una parte,
meccanismo, e arbitrio dall'altra. Ed è anche un uscir dalla storia, dalla
psicologia e dalla natura umana, queir invocare i soU fatti siccome leggi
empiriche riferendole a cagioni tutte estrinseche, tutte mutabiU tutte
acddentaU, come sono il clima, la razza, l'educazione e cento e mille
condizioni esteriori e secondarie di cui ci parlano i positivisti e i filosofi
dell’avvenire. Il fondamento razionale positivo del processo istorico dunque è
l'organismo psicologico, ma ravvisato come processo. Questa precisamente è l'
esigenza più legittima, la condizione più salda del metodo istorico che
scaturisca dalle opere, dalle dottrine, dalla mente del Vico. Metodo isterico è
anch'esso metodo genetico, metodo eduttivo. E metodo genetico vuol dir metodo
essenzialmente psicologico. Ne segue perciò che la legge isterica delle tre età
-divina, eroica, umana), pone sua ra[Ved. Prim, Se Nuav.y Le tre/any o stati
del Positvismo francese non sono che un fatto, una legge empirica, non la
ragione, non il principio delia storia. Lo confessa lo stesso Littré; il quale
perciò avendo visto la necessità di correggere e compiere anche in questo il
maestro, alle tre fasi del Comte sostitoisce le cinque forme di civiltà calcate
sopra altrettante facoltà psicologiche. (Vedi A. Comte et la Phil, Pont.) Cosi
il Littré ritoma a VICO, cioè al concetto psicologico, quantunque sbagli nella
scelta della strada. dice non già in un fatto parHccHare quale sarebbe il
nascere, il crescere ed il perire dell'individuo, come vedemmo pretendere VERA,
ma sì neljo stesso organismo, nello stesso circolo delle funzioni psicologiche.
Ciò che dunque è processo teoretico e pratico deUe facoltà e quindi conversione
del vero col fatto e del certo col vero nell' individuo; nella specie, nella
comunanza civile, assume forma e valore d' organismo e di processo isterico.
Ecco perchè nello svolgimento della storia e delle diverse civiltà, lo stato,
la fase, o (secondo il linguaggio del Vico) V età divina ritrova sua ragione
intima, immediata, nel predominio ed esplicazione deUe due funzioni elementari,
empiriche e naturali, che sono il Senso ed il Potere. La fase eroica per
contrario, è l’incarnazione del volere e dell' Immaginazione. E, finalmente la
fase umana è V attuazione e quindi il trionfo e la signoria della Ragione
spiegata, la quale neU' ordine della vita civile, politica e sociale si traduce
nel trionfo della libertà. La storia dunque è un organismo come la psicologia;
e quindi le leggi psicologiche sono il criterio interpretativo principale del
fatto isterico. Questo è il vero concetto della VoUcer Psycólogie per VA. della
Scienza Nuova. Dove sta il difficile? Appunto nel far cotesti interpretazione;
appunto nelr applicare le leggi psicologiche alla storia. In tale applicazione
occorre schivare (come vedremo in Sociologia) que' due gravissimi errori ne'
quali rompono Hegeliani e Positivisti: cioè l'universalismo nel comporre la
filosofia della civiltà, e il particolarismo e '1 determinismo nel fissarne le
leggi. Due perciò sono le condizioni razionali per la scienza della storia: V
applicare al fatto isterico le leggi psicologiche; ma applicarle, non già all'
umanità, come fanno i seguaci di Hegel, bensì a' popoli, alle schiatte, alle
tradizioni: 2 tener conto delle mille cagioni estrinseche ed irraziouaU che in
modi infinitamente diversi e molteplici turbano lo svolgimento della storia;
ond' emerge la necessità, ripe* tiamolo, della psicologia e della crìtica
storica nello stabilire i principii deUa filosofia dello spirito. Or cotesto
metodo, oltreché nelle dottrine metafisiche, anche nelle teorie storiche e
sociologiche risulta logicamente, come vedremo, dallMndirizzo medio
dell'Aristotelismo rappresentatoci, ne' tempi moderni, dalla Sdenta Nuova.
Nella Scienza Nuova, e perciò nel metodo isterico e psicologico del Vico,
abbiamo la condanna più severa e la confutazione di fatto degli estremi indirizzi
aristotelici rinnovatisi in questo secolo per opera dell' Hegelianismo e del
Positivismo nel regno degli studi storici e sociologici. Ma qual è la genesi e
quindi la teleologia del processo psicologico? That is the question! Re la
genesi e teleologia psicologica. Lo spirito ha le sue leggi come la natura; ed
è anch' egli un organismo come la natura. Perciò dapprima è Sintesi iniziale,
come si disse, poi Analisi, poi Sintesi finale. Spencer direbbe che l'
organismo psicologico procede dall' omogeneo indeterminato, all' eterogeneo; e
dall'eterogeneo (avrebbe dovuto aggiungere;, fa ritomo all' omogeneo, ma all'
omogeneo determinato e universale. Fin qui abbiamo studiato la psicologia nel
fatto. Movendo da una dualità empirica, cioè dal senso che iniziando il
processo teoretico s' eleva a dignità d'intelletto, e A^X potere che preludendo
al processo pratico assume valore di libera volontà, abbiamo sorpreso
l'organismo psicologico nel momento stesso dello sviluppo, dell'analisi,
dell'eterogeneità, della diflFerenza e moltiplicità delle sue funzioni. Or è d'
uopo rimontare all'origine psicologica. È d' uopo ricercar la cellula madre di
quest'organismo. È d'uopo investigare il centro di questo cìroolo, la sintesi
origìiiaxia di quest'analisi che a noi porge la coscienza. La genesi dello
spirito vuol esser guardata in tre modi, sotto tre forme, per tre fini diversi:
psicologicamente, logicamente, ideologicamente. La Psicologia studia lo
spirito, ma in quanto è un multiplo di funzioni, d’operazioni, di facoltà. La
Logica studia lo spirito, ne ricerca le funzioni psicologiche, ma in quanto
producono, generano, partoriscono. L' Ideologia, finalmente, studia anch' essa
lo spirito, ne indaga le funzioni psicologiche, ma guardandole ne' lor prodotti
generali La Logica dunque siede in mezzo all' una e all' altra scienza. Ella
studia non altro che relazioni: studia le relazioni fra la causa e l'effetto,
le attinenze tra la forza e le sue produzioni, e quindi raccoglie leggi
universali, attinenze necessarie, poiché se lo spirito si differenzia appo
gl'individui per attività ed energia di potenza e per moltiplicità di
risultati, non differisce menomamente per le leggi alle quali dee soggiacere
ciascun individuo. La Logica è universale, obbiettiva; e quindi indipendente
dal soggetto, non altrimenti che la matematica. Or queste tre scienze che r
analisi immoderata delle scuole ha ridotto a frantumi, non sono che tre aspetti
d'un medesimo subbietto: d'un subbietto, cioè, avvisato P come forza e potenza:
come atto e risultato; finalmente come potenza in quanto diventa atto, e però
come relazione dell' un termine verso l'altro. Psicologia, dunque. Logica e
Ideologia dovranno condurci ad una medesima conseguenza nel problema su la
gencHi psicologica. Nel processo psicologico dicemmo esserci un primo ed un
ultimo atto. Questo primo e quest'ultimo atto, anziché facoltà, come pretendon
gU Spiritualisti, anziché semplici condizioni psicologiche riducibili alla fin
fine alle funzioni biologiche, come ci predicano i Positivisti,* sono invece
facoltà delle facoltà. E son tali per[Per esempio Mill [cf. Grice, “More Grice
to The Mill”] {La PhU, de Hamilton, trad. CazeUes). H. Taink (2>«
VintelUgence). che runa d' esse è originaria, e V altra è complementare; perchè
la prima è potenza, e la seconda è atto: perchè, in somma, quella è T Io in
quant' è coscienza primitiva, e questa è V Io in quant' è pienezza di
personalità, auto-coscienza. Or è mestieri ammettere che la coscienza, in
quant' è facoltà détte facoltà, esista dapprima come potenza originaria;
preesista com’energia irreducibile; preceda come atto che sia tutto, e nulla; e
vaglia quindi a costituir la natura stessa di quell'ente che nella scala
zoologica diciamo ente umano, E innanzi tratto, s'egli è vero che le fimzioni
psicologiche convengon tutte nell'essere un conato di natura essenzialmente
teleologica, è d'uopo che, attraverso a tutte e in fondo a ciascuna, si occulti
un atto rudimentale, radicale, comune, essenzialmente generatore, contenente
universale e indeterminato del doppio processo psicologico teoretico e pratico.
D' altra parte, se il fatto ci addita una dualità empirica, concreta ed
elementare, cioè il senso e il potere; ne viene che queste due facoltà, sia che
le si guardino nel loro obbietto e natura, sia che nel fine cui sono
indirizzate, ci rappresentino due opposti, ci esprimon due contrari; e, come
tali, abbisognano d'un soggetto comune in cui (secondo l'esigenza
dell'Aristotelismo) elle sussistano originariamente. La duaUtà empirica e, per
così dirla, sensata, ci rimena infatti $ui una dualità superiore e
trascendente, la quale a sua volta non può non essere altresì unità, unità
confusa, unidualità anteriore, e della quale possiamo dire ciò che Aristotele
afferma delle parti avvisate in riguardo al tutto. Se la parte potenzialmente e
cronologicamente precede il tutto; attualmente e logicamente il tutto dee
preceder la parte.* ^Xou xai >f uX>i TT^c ouVtac" Jtar' «vT«Xj;^tiav
5' u^7«/oov 5«aXxtBivroi y(/.p x«t* £vTi>JX«*av «(T']at. (Met.) Ecco la
ragiono (sia detto di passata) onde la Psicologia differisce in immenso dalla
Zoopsicologia, checché ne dicano il Darwin, V Agassiz, il Vogt ed altrettali.
Neir ordino zoopsicologico la dualità empirica del »etuo e dell' i»Hnto esiste;
ed è unità confusa, è unidualità: ma riman sempre tale, sempre Questo tutto
originario, quest' unità la quale anche come primigenia è numero, cioè
unìdualità e però facoltà déHe facóUà, è ciò che con antica ma significativa
parola il Vico suole appellar mente, mens.^ Alla medesima conseguenza ci conduce
la logica e r ideologia. Rammentiamoci della dottrina su la conoscenza. Se neir
ordine del conoscere il fatto è il dato, il fenomeno, ciò eh' è posto, la cieca
percezione; insomma, ciò che non può esser conosciuto di per sé stesso: il
vero, per conta'ario, è l’elemento ideale, astratto, vuoto, formale, a priori;
ma a priori in quant' origina immediate dal seno stesso del pensiero. In che
sta, dunque, il nello stato potenziale: mentre neir ordine psicologico, cioè
umano, ella diventa atto, numero, e quindi il Senso e il Potere vi assumono
anche valore di sentimento e di coscienza. Se dunque è così, chi vorrà credere
che quella dualità sia puramente animale come nella Zoopsìcologia ? Se fosse
tale, non dovrehhe restar sempre la medesima, come incontra nel soargetto
zoopsicologico? Dunque (la conseguenza parmi chiara) quella dualità nell’ente
umano deve importare qual cos'altro che non sia puro Senso, né puro Istinto. *
Quel che latinamente egli chiama men« cmimi è essenzialmente pensiero; e
pensare per lui è manifestare sé a sé medesimo: Mens cogitando se extbet {De
AsUiqHÌ9.). Or la mente è principio unico di tutte le facoltà: principium unum
Men»; e I’occhio di lei é appunto la ragione: eujw oculua Ratio {De Univ.
Proem.). Dunque ciò eh' è di là e dentro e dietro a quest' occhio eh' é la
Ragione, é appunto la MenU; la quale perciò è anteriore a tutti i gradi, a
tutti i momenti del processo conoscitivo. Se non che lo spirito, in quant'ò
menUf vede anch'essa; altrimenti come si farebbe a dirla mente? Ma allora
soltanto ella disceme, allora soltanto é oechiof e perciò era visione, quando
diventa ragione epiegata, e quindi processo teoretico. Per intender meglio il
significato della mente, ricordiamoci del »ene%u intemtu, del eennu eui, della
eoecienta, cwn-eeientia, di cui egli parla in più luoghi delle sue scritture.
In ispecie è da riflettere quando afferma, la coscienza essere insieme
univereale e particolare; e il senso intimo, individuaUt e insieme comune, fi
da riflettere dove accenna ad una facoltà naturale e epontanea ond' é fornita
la eomuiune natura degli uomini. È da riflettere, finalmente, e specialmente,
ove parla di certi giudizi istintivi eh' egli chiama giudizi fatti sknza
bifles8I0NK. (Vedi Prim. e See. Se Nuow% passim.) Or di sotto a questo linguaggio
esce chiara una conseguenza; la necessità, cioè, di riconoscere come,
attraverso a tutte le diiferenti forme psicologiche, esista un punto centrale
onde s' irradiano e dove si riconducon tutte le funzioni dello spirito.
Quest'esigenza psicologica nel Vico parmi evidente per ciò che s* è detto, e
per ciò che ancora diremo. conoscere? Nella conversione de' due elementi.
Intendere è legere; e legere è cdligere dementa rei, cioè coUigere il vario
sensato, il fatto. Questo fatto dunque vien raccolto e innalzato a dignità di
vero e quindi ad unità, appunto quando la mente, generando sé stessa, conosca
insieme la guisa onéPtma cosa è fatta. Or in cotesta genesi hawi un intimo
vincolo per cui V eiFetto è anche causa, e la causa eflFetto; ed è questa
quella tal funzione eduttiva onde la ragione, annodando cause con cause, e però
convertendo il vero col fatto e viceversa, rintraccia il medio termine, e fa la
scienza. Se intanto il conoscere è un atto di sintesi ond'il vero è forma,
predicato, categoria, ma non per anche attributo e però cognizione, mentre il
fatto è materia e parvenza fenomenale; ne segue, esser davvero una grande
scoperta della moderna psicologia quella fatta dal Kant e legittimata in gran
parte dal Rosmini, ma presentita dal nostro filosofo; che, cioè, pensare sia
essenzialmente giudicare.* Che cos' è infatti il giudizio fuorché il predicato
assumente forma evalore d'attributo? Dunque, anziché nel cogliere il puro vero,
o nell'apprendere il puro fatto il giudizio risiede nel concetto. Ma che è egli
mai il concetto salvochè la conversione del vero col fatto, considerati questi
com' elementi essenziali nella sfera dell'intendimento? Ora, tornando al
proposito, comecché il vero e '1 fatto, convertendosi, generino il concetto e
quindi il giudizio, e col giudizio facKant, Orit. de la Raùon Pure. Log,
Tra»cend., BosMiin, Nuo, Sagg, L' atto del conoscere ò m'rtò di vedere il tutto
di eitueheduna omo, e dì vederlo tutto ineieme^ ehi tanto propriamente tuona
intblliobri, e allora veramente ueiam Tintblletto. (Vedi Lett. al Sotta.) È
agevole scorgere, por tutto ciò che abbiamo detto qui e altrove, quanto in Vico
sia chiara Tesigeriza kantiana deirunirà eintetica detTappereezione, non che
quella della percezione intellettiva Rosminiana, e meglio ancora (per qaèl che
diremo), V altra del Sentimento fondamentale. Ma in grazia del suo criterio, al
solito, si può riuscire a schivare il tubbiettiviemo e il formaliemo dell'uno e
delPaltro filosofo adoperando il metodo deduttivo. cian possibile ad un tempo
la coscienza e l'esperienza; nuUamanco, a somiglianza delle funzioni ond' essi
rampollano, restan sempre una dualità, ma dualità originaria; stantechè non
potendo T uno emerger dalP altro, né r altro dalF uno, debbano coesistere
entrambi nella coscienza. Se non che, una dualità originaria non è forse un
assurdo? Senza dubbio, un assurdo. Dunque è necessaria certa unità iniziale,
intima, primigenia, appo cui 1 vero e il fatto sussistano germinalmente come in
grembo ad una sintesi confusa. Alla medesima conclusione potrebbe giugnere chi
pigliasse a guardar Y intero processo logico, cioè le funzioni teoretiche tanto
nel lor movimento, quanto ne' lor risultati. Percezione, Giudizio e Sillogismo
son tre gradi, tre momenti, tre forme distinte d'una medesima funzione eh' è la
Mente.^ Nella percezione la Mente si manifesta come unità immediata appo cui
oggetto e soggetto sian tuttora confasi. Nel giudizio, invece, predomina
l'analisi, la differenza; perchè i termini standovi fra loro di fronte l'un r
altro e quasi irresoluti, avviene che la mente debbasi palesare come dualità.
Ma poiché il giudizio importa necessariamente un ritorno sopra sé stesso, e
questo ritomo appunto costituisce il sillogismo; accade che in questo ritomo,
nel sillogismo, la mente si palesi come unità e dualità in atto, come
triplicità attuale, come mente spiegai'a. Or se l’organismo logico e
l'ideo-logico son anch'essi un processo non altrimenti che l'organismo
psicologico; se il risultato finale di cotesto processo, la funzione
terminativa di cotest' organismo è • € Tre» mentit operationes: Pkroiptio,
JUDIOIDM, Batiooinatio. Tribua artilM diriguntvr: Topica, Critioa, Mbthooo. {De
AntiquUe.? aavT6)v, Met.). E s'aggira poi attorno alla seconda, cioè al senso e
all' esperienza, perchè dee verificar la prima, cioè dove inverare il
principio, o, eh' è il medesimo, dee convertire il vero col fatto^ il voù;
potenziale con l'esperienza. Perciò il voù; attuale è la conversione per
antonomasia, massime quando assuma valore di Ragione, Perciò stesso la scienza,
diciamolo anche una volta, non può essere un magistero deduttivo, nettampoco un
artifizio meramente induttivo. * e Metaphtfatei enim claritat eadem eat numero
ae illa lueÌ9 quam non nin per opaca cogno»eimu». Si enim in clathratam
fenestram qua lucem in aedee tuimittitf intente ac diu intueari»; deinde in
eorpue omnino opacum aciem oculorum eonpertae; non lucem «ed lucida ckuhra tibi
videre videaria. Ad hoc imitar metaphtfeieum verum illustre c«(, nullo fink
ooNOL0Drr(TR, NTTLLA FORMA disorrnitur; quia est infìnitìim omnium formorum
principium: phy9Ìea mtnt opaca, nempe formata et finita in quibu» metaphyeid
veri lumen videmue (De Antiquie) Come si vede, anche in ciò il Vico non fa che
inverare l' Aristotelismo. Che in Aristotele infatti ci sia il concetto del Noùc
potenziale come noi l' intendiamo, e però anziché passivo, come parrebbe, sia
fornito anch' egli d' attività stantechò possieda un oggetto somigliante alla
luce che fa essere in atto i colori, si può vedere dalla seguente sentenza: xa
la mente in potenua d'Aristotele, 2** V ettere ideale di SERBATI; ma levando 1
difetti che certo non mancano nelle loro dottrine. Difetto d'Aristotele, come
avvertimmo, ò la mente che vien difuora. Difetto del Bosmini, poi, è V
immobilità originarla e la presenza non legittimata del suo Ente poetibile
dinanzi alla mente. Anche per noi la mente vien di fuori; ma questo di fuori è
la natura in generale. È un di fuori nel senso eh' ella serba intimi vincoli
con la natura e col sensibile, e sorge per virtù propria, ma col mezzo del
sensibile. Tal si è l'interpretazione che potremmo dare a questa celebre frase
aristotelica, nò ci mancherebbero testi in proposito per confermarla; tanto la
natura non può essere intelligibile in quant' ò semplice realtà, ma in quant' è
potenza attuosa, conato, processo, divenire. Or in che maniera potrebb' esser
tutte queste cose ove non includesse una legge, un ritmo, una misura, una forma
di moto, un moto ordinato? Che s'ella è per sé stessa intelligibile in quanto
che esplicandosi mostra sé medesima e si fa intendere; evidentemente non
potrebbe fai-si intendere ove non importasse tre condizioni, ciò è dire un
principio, un mezzo, ed un fine. Se dunque la natura è potenza attuosa e quindi
per sé stessa intelligibile, ha da essere altresì))otenzialmente intelligente.
E sarà intelligente attuale ove quelle tre condizioni siano insieme
compenetrate in unità: quando, cioè, il principio sia soggetto, il fine
oggetto, il mezzo relazione. Che cos'è dunque lo spirito nell'atto suo
radicale, nel suo momento originario? È soggetto, oggetto e relazione:
pensante, pensato e pensiero. Però l' intima sua struttura è insieme dualità e
unità, difi'erenza e medesimezza, e quindi, come si disse, triplicità; ma
triplicità sotto forma di sintesi iniziale e confusa. Ne segue perciò che l'
intuito, la mente, il NoJ; potenziale altro non possa essere, per noi, fuorché
il momento istesso in che la natura diventa pensiero; il momento per cui
l'anima attinge forma e sostanza d'intelletto. Ora il primo pensiero non
potrebb' esser triplicità, non potrebb' esser sintesi primitiva, quando non
fosse l’intelligibile divenuto altresì intelligente. Dunque la Mente è la
natura incarnatasi come individuo; l'intuito è l'individuo che, trascendendo sé
medesimo, assume valore di coscienza. più che interpretazione somigliante ne
dettero alcuni aristotelici del Rinascimento, fra cai meritano d* esser
menzionati PORZIO e ZABARELLA come quelli che considoramno la luce
intelligibile quasi di8»eminata tuHle /arme materiali^ e Dio come influente sa
V irUdletto potnbihf non in quanto intéUigente, ma solo in quanto
intelligibile. (Vedi SERBATI, Peieol,, Ddle Sentenze de' FU Rinnooam.) Possiamo
dire perciò che cotesto Noù? potenziale ci renda immagine della testa di Giano.
Con una delle sue facce ccrtesto Giano guarda al processo della sostanza;
guarda alla natura in quanto piglia valore d'individuo: dovechè con l'altra
inaugura, geminandosi, il processo psicologico, del quale son due forme
essenziali il processo sociologico, e il processo storico. Se non che,
lasciando per ora del processo della storia e della sociologia, importa notare
come dalla costituzione primitiva del pensiero, secondochè noi l'abbiamo
designata, emergano, fra le altre, alcune conseguenze risguardanti l'essere
individuale, l'origine e'I fine dell'anima. lUfacciamoci dalla prima. La
triplicità originaria, o, eh' è il medesimo, il secreto vincolo fra oggetto e
soggetto, costituisce la radice prima della individualità, e però il fondamento
cardinale della libera determinazione. Se infatti il N^uc potenziale è due cose
e non una, cioè mente e luce, ne segue che in quant'è niente è soggetto; e come
soggetto non può non esser reale, moltiplioe, diverso, individuale: in quant'è
luce, poi, è oggetto; e come oggetto deve serbar carattere indeterminato,
comune, universale. Ora il concetto di persona risale appunto al connubio di
questi due elementi primitivi. E invero, come mai l' individuo potrebb' esser
individuo se non fosse oggetto, fornito perciò della nota d'universalità? E
come, d'altra parte, potrebb' esser davvero universale ove non fosse nello
stesso tempo un soggetto concreto, vivente, particolare? Il particolare è il
fatto; e al pari del fatto e' sarà vero, quando assuma valore universale, non
ismettendo d'esser particolare. Similmente l'universale è il vero; e al pari
del vero sarà un fatto, quando rivesta, anche come universale, natura di
particolare. La conversione del particolare e del generale non può farsi che
nell'origine stessa del pensiero. Or se tutto ciò è indubitato, come potranno
salvarsi dall'errore più esiziale all'umano consorzio, eh' è l'annuilamento del
vero concetto di persona, tutte quelle diverse famiglie di filosofi che altrove
riducemmo ai due indirizzi estremi dell’Aristotelismo? Gli aristotelici
empirici e naturalisti e positivisti, infatti, distruggon la personalità perchè
negano il Nou; potenziale come diverso dal senso; perchè lo riducono al senso.
Ma la distruggono altred gP iperpsicologisti antichi e moderni, cioè gli
Averroisti e gli Hegeliani: i primi perchè separando i due elementi credono il
soggetto abbia a partecipare deir oggetto posto fuori e sopra dell'individuo; i
secondi perchè fanno assorbir l'individuo entro a quell'oceano immobile e
sconfinato, ch'essi addimandano Spirito Universale. La quale affinità di
risultati non avrebbe a recar meraviglia, chiunque sappia come la dottrina
dell'in^eZZ^^ agente, e l'altra non meno speciosa dello Spirito Vniversàlej
rappresentino, sotto forme diverse di speculazione, l’iper-psicologismo
aristotelico. Da questa prima conseguenza poi nasce una seconda di massimo
rilievo. Posto il Noù; potenziale non già come passivo, anzi come fornito
originariamente d'attività spontanea in quanto che nella sua nativa
indeterminatezza è pur determinato da un oggetto; si riesce a schivare così
quell'errore supremo a cui rompono, per vie diverse, i suddetti filosofi
seguaci de' due opposti indirizzi aristotelici, e che riflette i destini
dell'anima e dell'umana personalità. Se infatti nella mente, nel NoJc
potenziale risiede la ragione della individualità e quindi la radice prima
della personalità, ne segue che lo spirito, essendo coscienza originaria e
quindi soggetto superiore all'organismo, non può, tuttoché sgorgato
dall'organismo, finire così come finisce la funzione organica. Se l'organismo,
come dicemmo, è numero che diventa unità, o meglio, unione d'indole dinamica, è
chiaro com'ei non possa altrimenti finire, salvo che disgregandosi e
trasformandosi. Il suo fine è semplice ritomo; è ritomo propriamente detto: il
suo progresso è regresso nel significato di monotono rifacimento. Per contrario
lo spìrito è unità e numero sin dal momento ìstesso eh' egli è pensiero. Dunque
non può altrimenti finire fuorché attuandosi vie piii e compiendosi come
individuo, come coscienza, anziché annullandosi come tale per vivere in grembo
all' universale d' una vita che non é vita. Il suo finire non significa
ritornare, ma persistere. 11 suo progredire non è regredire, ma incessante
determinarsi. Non è insomma un monotono rifarsi, un ripetersi come la specie: é
uà perpetuo farsi: un perpetuo rinnovellarsi dell' individuo in sé, e per sé
medesimo. Che sia così, ce ne fa capaci l’essenza stessa del finito, delle
forze, della natura. Perché, davvero, se la natura é conato essenziale, non
verrebbe evidentemente a contraddire a sé medesima ov' ella non superasse il
senso e, trascendendo il fantasma, non se ne distaccasse rendendosene
indipendente?^ * A questa maniera di prora intende accennare Platone dove
afferma che r immortalità non è nò un eato di cui saremmo felici ore ci
toccasse, nò una aperanM della quale è pur bollo lusio^^are noi medesimi:
x3c).oV 7a/9 o' xtv'Tuvoc, X3tì jr^vj rà roiavra tò^mp ffTroé^scv eaurù. {Fed.^
ed. Stallbanm) Che se altri ci chiedesse notizia su la pecnliàr forma della nostra
esistenza sovramondana e sul modo con che il NoJ; attuale sarà unito
coll’assoluto, noi risponderemmo francamente di non ne saper nulla. WpoaithOfW
razionalmente poA/etVo, in siffatta quistione in che consiste? Consiste in ciò;
che il Noù; attuale, in quanto pienezza di coscienza e di personalità, finisco
di necessità neir Assoluto, cioò finisce col non finire; e quindi il soggetto
j>of«»ùifmeiUe tn/ìntro, qual si è appunto lo spirito, non può finire come
finiscon gli altri soggetti finiti, i quali finiscono appunto perchò non sono
propriamente aoggeui. Orda cotesto pentivo si dipartono tanto coloro che nella
soluzione di siffatto problema ci vogliono dar troppo, quanto quegli altri che
finiscono col non darci nulla addirittura. Escon dal positivo razionale o
fecondo, per cadere nel dommatico tradizionale, i Teologistt col loro inferno,
paradiso, purgatorio, eternità delle pene, e che so io. Escon parimenti da
questo positivo, per cadere neira priorinno dommatico e sistematico e nel
Nullismo, gli Hegeliani con la teoria dell* individuo accidentef fenomenico e
pataeggiero, £d escono finalmente dal positivo gli stessi Positivisti per
cadere nel negativo, sia che dicano col Littré esser davvero impossibile
indovinar nulla intomo a siffatto problema, sia che affehnìno col Feuerback di
saperne ogni cosa quando sia risoluto co* principii dello schietto
materialismo. 31a sopra questo tema ci rifaremo altrove. Qui ci basti d'aver
accennato ad una maniera non troppo usata di provare la immanenza necessaria
della personalità come coscienza individuale. Questo quant'al destino
dell'anima umana. Che cosa potrà dir la filosofia positiva nuant' all' origine
sua? Tutto nell'ordine psicologico move dal senso; ma nulla non può nascere per
ragion del senso. Se lo spirito è essenzialmente pensare e giudicare, e quindi,
come s' è detto, luce metafisica, intuito, mente e però triplicità; ne
conseguita ch'ei nasce a sé stesso, ch'ei genera sé stesso come pensiero. Ecco
il vero significato dell'innatismo, dell'idee innate, dell' innate facoltà.
Questa conclusione, circa l' origine psicologica, contraddice, al solito, tanto
al Materialismo che non sa elevarsi più oltre delle pure leggi meccaniche,
quanto a quell'astratto e nebuloso Spiritualismo che, incapace di scendere nel
regno de' fatti, non sa penetrare nell' esperienza, ed alimentarsene. Però la
filosofia positiva, nel problema su l' origine del soggetto psicologico, non
vuole, non può accettare il principio della trasformazione della materia come
pretendon gli aristotelici empirici rappresentati oggidì dagli Hegeliani di
parte sinistra; e non può del pari accettare il principio (pur ridotto a forma
squisitamente razionale e metafisica) d'una creazione estrinseca, immediata,
superiore, secondoché stimano, il tomista, il teologist^, l' averroista, il
neoplatonico, r ontologista. Dottrine ipotetiche entrambe, elle non sanno
reggere al martello della critica. La prima riesce insufficiente a spiegare il
fatto del penciero: la seconda torna inutile a legittimarne la natura. Tra il
senso e l’intelligenza ci ha intimo nesso ; ma ci ha da essere pure
indipendenza e diversità. Anche qui si verifica ciò che ha luogo attraverso a
tutti i differenti gradi della scala de' sommi generi cui si riducon le forze
di natura: si verifica, vo'dire, quella doppia legge che altrove appellammo
della continuità ideale^ o degl' intervalli reali, Havvi continuità perchè,
posto il senso, posta la natura, è possibile, anzi è necessario l'intelletto:
si che può dirsi che dall'uno scaturisca l'altro. Ma ci è pure intervalli,
perocché se l'intelletto germina dal senso, o meglio nel senso, non per questo
potrà esser lecito confonderlo col senso. Ci spiegheremo brevemente. Dicemmo
come l'esigenza massima, il principio che qualifica l’Aristotelismo sia quello
che si riferisce alla relazione tra la potenza e Tatto. Gli Aristotelici
empirici (per esempio gli Hegeliani di parte sinistra), ci dicon che la potenza
diventa atto; e, applicando siffatto pnncipio alla psicologia col fine di
determinare l' attinenza fra l'anima e '1 corpo, affermano che l'anima debba
rampollare dal corpo in forza della leggQ del diventare. Che cos' è per essi il
diventare? È il to 7$ vo? tolto in significato al tutto empìrico e
sperimentale; il quale perciò vuol dire trasformazione, generazione, ripetizione
e quindi passaggio incessante (attraverso infinito numero di forme) d'un
soggetto identico, d'un fondamento universale ma concreto e sensato, qual è
appunto la Materia.^ Gli Aristotelici iperpsicologisti poi (fra' quali sono
d'annoverarsi gli Hegeliani di destra), ci dicono an' È questa la teorica
propugnata, come altrove toccammo, da* moderni Materialisti tedeschi. Essa,
com' è noto, è rappresentata dal Feuerbach, è divulgata e sostenuta con
incredìbile superficialità dal Di' BUchner (Foror ei Matth-e, trad. Gamper,
Leipzig Science et Nature etc trad. Delandre, Paris), ed è applicata dal
Moleschott alle scienze fisiologiche. Ho appellato Arùtoteliei empirici questi
moderni materialisti usciti dal fianco sinistro doirHegelianismo, perchè davvero
considerati st>orlcamente e* non fanno che svolgere l’indirizzo naturale
deirAristotelismo. Bel qual fatto hanno coscienza essi medesimi, segnatamente
il Moleschott, il più ingegnoso fra tutti, quando afferma che Vunion de
laphilosophie et de la acience ne e^eH rialieée qu'une foie don» ArÌ9tote, {La
Oirculation de la Vie, Paris) Ora s'intende agevolmente comò pel Moleschott
questo connubio della Filosofia con la Scienza nella mente dello Staglrita si
compiesse tutto a scapito della metafisica. Aristotele, egli dice, è
conoscitore delle .opere d* arte, degli uomini e degli animali [Ibi).
Evidentemente il dotto fisiologo riconosce in Aristotele l'autore d'una
Rettorica, d' una Storia degli animali, e degli otto libri su la Politica. Ma
perchè dimenticar r autore della Ptieologia, della iSi'HoywKca, dell' £Wea e
segnatamente della Metafisica t Non è vero dunque che l’Aristotelismo de'
Positivisti, do' Materialisti e degli Hegeliani di sinistra è addirittura
falso, erroneo, mutilato storicamente o teoreticamente V ch'essi che ìsl
potenza diventa atto; ma il loro diventai^e, anziché grossolana ed empirica
trasformazione, è, per cosi dire, un' addizione ideale, cioè posizione e
contrapposizione, determinazione, individuazione progressiva, ma d' un soggetto
unico, universale, intimo, trascendente, assoluto, eh' è appunto l' Idea.^ Ora
il soggetto del diventare, tanto per l'empirismo quanto per l'iperpsicologismo
aristotelico, cioè tanto per la sinistra quanto per la destra hegeliana, è
sempre uno, sempre identico a sé stesso, chiamisi Idea, chiamisi Materia. Ecco
dunque la ragione per cui ne' risultati, massime nella soluzione del problema
psicologico, le due scuole s' accordano a meraviglia. Di fatto, l'anima per gli
uni na^e dalla materia, è materia, e finisce nella materia: per gli altri nasce
in virtù dell' idea, è l' idea, e finisce nell'Idea. Qual è dunque il fine
supremo dell'anima? Non altro che un ritomo, un estinguersi nell' Idea, o nella
Materia: ecco tutto. L'intima parentela tra il Positivismo e l’Hegelianismo non
potrebb' esser più evidente I Seguaci dell' indirizzo medio dell'
Aristotelismo, a noi pare che l' interpretazione legittima della sentenza
aristotelica in discorso non sia questa, che cioè la potenza diventi atto; ma
quest' altra, che la potenza passi ad essere atto. Se non fosse così, tutto
affogherebbe sotto il pesante domma dell'identità assoluta, né vi sarebbe
differenza di contenuto fra le cose in generale, e nemmanco fra il senso e
l'intelletto in particolare. Or se questo fosse, anziché progresso avremmo
processo; e ' La materia e la forma, la pot&Ma e V atto, la forma e il
contenuto, non ooetitHÌacono altro che due momenti deWIdea, (Hbgsl, Log., Vedi
anche neir Introd. di VERA) L’Idea perciò s’occulta eeaenxialmenu in entrambo i
momenti; con questo semplice divario, che nell* atto essa è piìi determinata,
più individuata, più enudeata (direbbe con parola significantissima Vittorio.
Imbriaui) di quel che non sia nella materia e nella potenza. Dunque, io
concludo, la difTerenia non istà nel quali, ma nel qoaktvm; e perciò diventare
non altro Tale, a dir proprio, che traeformanL Ecco il punto di coincidenza de*
due estremi indirizzi aristotelici; ed è pur quello nel quale per logica
necessità debbono consentire (checché se ne dica) la destra e la sinistra
Hegeliana. quindi monotonia, eterno e indefinito cangiamento di forme. Tutto
quindi si ridurrebbe ad un meccanismo materiale, ovvero ad un meccanismo
ideale; e leggo universale del mondo sarebbe o la necessità empirica e
fisiologica, ovvero la necessità dialettica: fatalismo cieco nell' un caso come
nelF altro. Invece l' essenza del processo cosmico per noi, come vedremo, sta
nel canato secondo eh' è inteso dal Vico. Ma come il conato potrebb' esser
conato ove non includesse l' intervallo, la diversità vera, cioè la diversità
di contenuto? Conato è passaggio nello stretto senso della parola (irjìpytx
otTf)>?;); è transito, non trasformazione; eduzione (edu* dio entis ad
a4ium) ma eduzione intrinseca, e quindi conversione del fatto ìid vero, cioè
dire conversione della potenza nell’atto, creazione intima, creazione
spontanea. La potenza dunque recasi ad atto non in quant' è potenza, ma in
quanto cessa d' esser potenza, e passa ad esser atto; cioè in quanVè potenza
feconda. E come potrebb' esser feconda (tò ^warov), ove non fosse privajsfione
(«rrf/jvjTc;)?» Or tutto ciò, come sarebb' egli possibile senza la doppia
condizione della continuità ideale e dell'intervallo reale? Torniamo all'
assunto. L' intelletto nasce dal senso: è vero. Ma forse che nascere vài
risultare? Se così fosse, r intelletto non essendo altro che un risultato,
starebbe rispetto al senso così oomQ precisamente nella storta del chimico sta
un sale rispetto agli elementi onde risulta, cioè all' acido e alla base. Or
questo (chi noi ' Questo è il senso che noi diamo al principio aristotelico
della pn«astone. {Metaph.) Anziché principio negativo^ la pr«ea«ira posto
oggimai nella sua massima evidenza sopratutto da Rosmini. A niuuo è lecito
dubitare della necessità d’una forma oggettiva originaria nella sfera de* fatti
psicologici. Con salde ragioni il Kant ha dimostrato, contr*ogni maniera
d'empirismo psicologico, che lo spirito intanto pensa in quanto giudica; e più
ancora Rosmini ha posto in chiaro che lo spirito giudica appunto perchè è
toggeito e oggetto insiememente. Vedi Nuo. Saggio passim. Rinnowm, Psicologia,
Introd, alla FU.) I difetti della teorica Rosminiana li accenneremo in
quest'altro capitolo. Qui osserviamo che in tale dottrina il filosofo italiano
si ricollega con AQUINO (si veda), e, chi volesse andare più in su, anche con
Alessandro Afrodiséo, e quindi con Aristotele. Nello Stagirita infatti ò chiaro
questo principio: NotjtvÌ ^i in iTÌpcK. do. Ma nemmanco è presupposta al corpo,
come dice lo stesso Platone, 0 piovutagli addosso dal di fuori e dall'alto in
certo mese e in certo momento della vita intrauterina, come affermano tomisti e
teologi, senza dirci ne come né perchè: e tanto meno potrebb* esser venuta
fuora e venir fuora qual risultamento di leggi meccaniche e fisiologiche.
L'anima è creata; o, per dir meglio, l'anima crea sé medesima per una legge
profondamente dinamica che si confonde e compenetra con l' essenza stessa della
natura e del finito. Perciò alla domanda, se fra l'anima e '1 corpo come fra il
sentire e l'intendere oi è salti ed abissi, rispondiamo subito che sì; ma tosto
aggiungiamo, che, a colmare cotesti abissi e varcare cotesti salti, né la
psicologia positiva ha punto bisogno d' invocar l’atto immediato d' un deus ex
machina, né r ideobgia ha mestieri d' un a priori che, dardeggiando all' anima
il raggio dell' intelligibile sovramondano, svegli ed ecciti in essa la virtù
dell' intelletto. Questo, e solamente questo, noi potevamo dire 'quant' alla
genesi e quant' alla teleologia dell' anima umana, puntellandoci unicamente su
la natura dell' atto essenziale, dell' atto radicale onde vuol esser costituito
il pensiero. La psicologia non sarebbe famMndoèi bel bello diventa
miracolosamente intelletto, ignorando cosi o facendo le Tlste d'ignorare gli
studi profondi e le parti accettabili deUa psicologia Rosminiana; sì serva
pure: noi non istaremo a perderci ranno e sapone. Ma non sarà certamente
villania il dover dire di lui con Aristotele: uoeo; yixp f^fw o toiowtoc y,
toéoùtoc 'A^ril davvero positiva, non sarebbe razionalmente positiva, quand'
ella presumesse di risolvere diffinitivamente, donimaticamente,
sistematicamente questi due problemi, che non senza ragione Leibnitz appellò
terribili. Ella deve saper contraddire a due estremi opposti e contrari. Da una
parte dee contraddire allo Spiritualismo e al materialismo; dall'altra al
positivismo. Dee contraddire al volgare spiritualista e al materialista, perchè
entrambi pretendono, tuttoché per vie e risultati assai diversi, d'aver
risoluto in maniera invincibile cotesto doppio problema, mentre nel fatto l'un
d'essi disconosce il valore intimo, l'autonomìa dell'anima, e l'altro finisce
per impugnanie perfino l'esistenza. Deve poi contraddire al Positivismo, perchè
questo, al solito, non volendo sapere di siffatti problemi, ne dichiara
impossibile tal soluzione, e quindi inutile il parlarne. Il filosofo seriamente
positivo può fare qualcosa di più che non sappia il Positivista. Ma confessa di
non saper giugnere fin dove, con volo icario e fatale, sanno spingersi materialisti
e spiritualisti, empirici e tradizionalisti, hegeliani di destra ed hegeliani
di sinistra, mistici e ontologisti. I principìi della psicologia positiva che
abbiamo interpretato nell' autore della Sdenza Nuova ci possono far capaci di
determinare siffattamente la genesi e la teleologia dello spìrito, da chiuder
l'adito allo scetticismo e al nullismo. Il che non dovrebb' esser poco, anzi
dovrebb' essere moltissimo, agli occhi almeno di coloro che modestamente sanno
e voglion riconoscere i confini del pensiero umano. Abbiam visto come la genesi
del processo psicologico sia essenzialmente genesi teleologica. Ella dunque ci
vieta d'essere scettici per sistema, ci vieta d'esser nuUisti circa il sapere
metafisico. Se il mondo della natura e quello dello spirito, come altrove
toccammo, sono processo e conversione, stantechè il primo sia numero che volge
ad unità e il secondo unità che, in sé medesima attuandosi, divien numero;
anche l’assoluto, serbando medesimezza di legge, ha da esser non altro che conversione,
processo, mediazione. È dunque possibile che la mente penetri in qualche
maniera nel regno delle realtà metafisiche. Ma se la legge è comune, sarà pur
tale il contenuto? Agli occhi del modesto indagatore del vero la metafisica è
la scienza de' confini. Or questi confini appunto ignorano tanto i Neoplatonici
quanto i Neoaristotelici per opposite ragioni. Di fatto anche qui, e sopratutto
qui, navighiamo fra Scilla e Gariddi: siamo fra que'due soliti estremi, come si
disse, in che travagliasi '1 pensiero filosofico fino da' tempi in cui
sovraneggiarono i due grsmà'' istitutorì déW uman genere, come il vivente
filosofo berlinese non dubita chiamare Platone ed Aristotele.' Qual è, in
generale, l'esigenza e quindi '1 distintivo de' Platonici e del Neoplatonismo
di tutte l'età nell'afifermar l'assoluto? È il propugnare la conoscenza
immediata e primitiva dell' obbietto metafisico, qualunque ne sia 1' ampiezza,
il grado, il valore dell'intùito. Qual è, invece, l'esigenza degli Aristotelici
e del Neoaristotelismo? È il * 1|I0HIL«T, Metaph, d'ArUL. mantenere la
mediatezza del conoscere metafisico, ovvero menomarla cosi da renderla
inefficace, e talora persino affatto negativa.' I metodi de' Neoplatonici nelP
attinger l'assoluto ' In armonia con le idee accennate già nel Gap. Ili di
questo secondo libro sa la storia generalo del pensiero filosofico, noi
togliamo in sig^nificato largo le parole Neo-platonismo e Neo-aristotelismo. In
esse comprendiamo più e differenti scuole di filosoft. E quindi non sono
soltanto filosofi Neoplatonici gli Alestandrini o quelli àeXht scuola Toscana «
od altri simili tra' filosofi cristiani. Filosofo neoplatonico è chi, pur
modificando il Platonismo, ne sorbi, come notammo, due esigenze, di cui 1’una ò
p9Ìeologtea e 1’altra è tnetaJUica. La prima consiste nel porre un* attinenza
primitiTa, e quindi una connessione originaria Tra la mente e l'obbietto
metafisico. Secondo tal criterio, fra* neoplatonici andrebbero annoverati
parecchi filosofi arabeggianti, avvegnaché per ragione isterica ei risalgano,
come toccammo, allo Stagirita. La seconda esigenza poi risiede nel riguardar le
idee siccome entità aottanxialmente eaemplatrici; il che costituisce davvero il
distintivo del Platonismo in generale. Or le diverse famiglie o varietà di platonici
e di neoplatonici possono esser coordinate, nella storia della filosofia,
secondochè queste due posizioni si presentano più o meno modificate. Per
iVeoameoCetùn poi intendiamo qne'filosofi che contraddicono, in generale, ali*
anzidetta esigenza psicologica e metafisica. E poiché il Platonismo, come
dicemmo e come avverte il Barthélemy Saint-Hilaire {Phif9. d*ÀrÌ9t., Pref.), si
riproduco e si trasforma in Aristotele non pure quanto alla filosofia ma
eziandio quanto ad ogni altra sfera di scibile, cosi noli' Aristotelismo è
d’uopo saper rintracciare i germi del triplice indirizzo speculativo da noi
altrove accennato, massime deirindirìzzo mediof nel quale unicamente è
possibile rinvenir la correzione del Platonismo e dell’Aristotelismo.
Ripetiamolo anche qui: tutta la storia del pensiero filosofico occidentale
consiste nelJo svolgimento fecondo e svariatissimo di questi tre indirizzi; ciò
ò dire nella lotta perenne delle due estreme posizioni, e nel trionfo lento e
faticoso, ma immancabile, della posizione mediana. Se questo è vero, ne segue
(almeno per chi serbi alcuna fiducia nel progresso della ragion filosofica) che
se nessun filosofo oggi può dirsi od essere un puro platonico od un puro
aristotelico, tutti invece dobbiamo essere e dirci neoplatonici, o
neoarìstotelici, ovvero seguaci del terzo indirizzo; il quale, sia
storicamente, sia teoricamente, vien fuora tostochè sian dati i due primi. Noi
non possiamo intrattenerci sopra questa materia e corredar di prove isteriche
tale assunto, essondo ben altro il compito del nostro lavoro. Ma riteniamo per
sicuro che una storia particolare 0 generale della nostra scienza, la quale non
sia condotta con silEatti criteri, altro alla fin fine non potrà esser che un
lavoro d* intarsio, come tanti se ne vedono, ovvero un arbitrio sistematico,
dommatico e fftntastico dairnn capo ali* altro. (Vedi tutto ciò che abbiamo
discorso a tal proposito ( potranno differir nella forma più o manoo arbitraria
con che ci è data la dottrina delP immediatezza. Ma tutti ci palesan lo stesso
difetto: l'esser dommatici, Tesser sistematici; poiché tutti trascendon T
esigenza d'un positivo e fecondo psicologismo. L' esagerazione di cotesto
indirizzo è rappresentato da chi presume conseguir la notizia dell' assoluto
con la ragione, ma con la ragione che si lasci guidar dalla fede, e sorreggere
dal sentimento. Con siffatta maniera di speculazione noi non ci abbiamo che
vedere. Essa ci rappresenta quella posizione metafisica che altrove appellammo
DommcUismo empirico. Dobbiamo dunque rifiutarla. E dobbiamo rifiutarla, sia
perchè in sostanza ella riesce a negar la speculazione trascendente, ùa perchè
s'oppone alle condizioni più elementari della scienza Le altre forme di
Neoplatonismo afferman l'immediatezza dell' oggetto metafisico ponendo l' intùito,
ma l' intùito che legittima sé stesso in quanto che, assumendo virtù riflessa,
diventa ragione. Secondo tale indirizzo appunto è venuta svolgendosi la
speculazione italiana nel moderno periodo della nostra filosofia. Talché noi
dovendo, come richiede l'indole stessa del nostro lavoro, tener conto non pur
della ragion teoretica, ma eziandio della ragione isterica, verremo accennando
alla dottrina di Rosmini, Gioberti e Mamiani, che ne sono i più legittimi
rappresentanti. Rifacciamoci dal primo come quegli che per ragion cronologica e
per valore di speculazione va innanzi a tutti. A SERBATI s' é voluto dar titolo
d' idealista piatonico. * Con egual ragione altri potrebbe dargli titolo di
realista aristotelico. Il Roveretano corregge davvero il neoplatonismo nella
ricerca psicologica; ma v' è un punto vitale nel quale, come si vedrà, ei si
palesa più che ne* È un titolo in gran parte sbagliato. Quelle eh' ei dice
propriamente idee per lui sono eeemplari delV eetenxa inteUigibiUf non' già
eeemplatrici per «è medeeime, {ArieU E«p. ed eeam,, Pref.) Come dunque ò
idealista platonico ? platonico. Con ingegno potentemente analitico, temprata
alla severa speculazione d' Aristotele e dell’Aquinate egli ha dimostrato ciò
che in modo assai vago eran venuti affermando gli aristotelici su la necessità
d^ una forma oggettiva nella mente. Ma egli non si contenta dell'essere in
quanto essere: lo dichiara altresì immobile, immutabile, obbiettivo,
inalterabile, se^nplice, uno, immescibile, infinito^ necessario, insussistente,
ideale} Ecco il puntello ond' egli s' augura di spiccare il volo inverso ali
Assoluto. Ma innanzi tutto guardiamo tale dottrina sotto il rispetto
psicologico eh' è appuntò il tema precipuo del presente capitolo. Col porre
l'Essere come oggetto primitivo della mente, e col dichiararlo fornito del
carattere d' universalità, il Rosmini taglia i nervi, come dicemmo, ad ogni
maniera di sensismo, e nel medesimo tempo corregge il Criticismo: lo corregge
non già mondandolo (com' ei si vanta) della magagna della subbiettività di cui
non sa neppur liberare sé medesimo, bensì dimostrando quant* inutile fardello
sia quella moltitudine di categorie originarie ond' il Kantismo si distingue
fra' moderni sistemi di filosofia. Ecco ciò che forma l'onore della psicologia
rosminiana. * Ma qual è il suo difetto? È il non aver indagato fino alla più
fonda radice quel eh' egli stesso appella il minimum della cognizione; e quindi
l'aver fatto pesare su l'obbietto originario un ingombro di note e d'attributi
cotanto copioso, da fargli smarrire affatto il carattere dell' originarietà. E,
davvero, cotest' oggetto è egli ideale? Dunque è già beli' e determinato. Ór
come un obbietto determinato potrà esercitare fun-[PAGANINI mostra 1’affinità
fra SERBATI od AQUINO quant'alla teorica del lume intellettivo. {Sagg. 9opra
«an Tomm, éC Aquino e t7 Roeminif Pisa) Vedi Rinnovam. Ptieologia, Nuo. Sagg.
SPAVENTA ha pasto in sodo questo gran merito del filosofo italiano di fronte al
Criticismo nel prezioso opuscolo altrove citato so la ' FUo9ofia di Kant e la
tua relazione con la FUotoJia Italiana, Torino. 2Ìoni di Primo psicologico? Non
verremmo cosi a turbare e confonder l'ordine primitivo della conoscenza col
riflesso? Dunque Y essere ideale nell'organismo della psiche, anziché Primo
psicologico, sarà il Primo logico. Quanto poi air attributo della infinità,
egli ha ragione dove aflerma con san Tommaso, la natura del soggetto dover
partecipare a quella dell'oggetto: e quindi se a questo appartiene il carattere
della infinità, non si vede perchè non debba appartenere anche a quello. Or s'
egli è cosi, è dunque infinito il pensiero? Lasciamo agli hegehani cotesta
innocua pretensione finché non ce n' abbiau dato valide e serie
dimostrazioni." Se, inoltre, cotal forma innata è immobile, immutabile, immescibUe
e inalteràbile, perciò non le sarà dato moversi di per sé stessa. Ella si move
bensì, ella diventa, ma in virtù d' una determinazione, in forza d' un'
oppliccunone. Chi recherà ad atto cotest' applicazione? La [SPAVENTA ha
ragione: « V errore di SERBATI non ì il fare ddV eteere come eeeere il primo
eeientijico o logico, ma di fame jil primo peiedogieo: non U primo pensabile,
ma il primo eonoeeibUe, » (Le prime categorie della Log, di Hegel, negli Aui
dtUa B, Accad, di Nap.) SERBATI stesso prevede questa grave difficoltà, e tenta
rispondere in più modi riparando al solito arsenale delle distinzioni; ma
questa volta con assai poca fortuna. {Peieologia) In altre opere, e anche nel
Nuo, Sag., avea chiamato infinito il pensiero, non però eotto tuui gli aepeUi.
Ma un inAnito di cotesta foggia chi vorrà accettarlo? La creduta infinità dell*
oggetto primitivo non ò infinità, ma indeterminatezza, E di fatto la nota
epeeijicante della Ittee metaJUiea^ secondo la sentenza di VICO (si veda)
altrove riferita è appunto la indeterminatezza, la potenzialità, ma la
potenzialità non vuota e subbiettiva de’ AQUINISTI AQUINO e de* Peripatetici,
bensì piena, feconda, oggettiva, essendo nella sua essenza un eonato. Or se
questo ò il carattere dell* oggetto, e se la natura del soggetto ha da
rispondere a quella della sua forma, ne seguita che alreggette indeterminato
dee far riscontro una facoltà d*indol6 somigliante. Ma che cos*ò un pensiero
indeterminato nel suo oggetto salvo che un essere potenzialmente infinito, un subbietto
che tendit ad infinitum, come lo deRnisce lo stesso VICO? Dunque 1*
indeterminatezza è il carattere precipuo della luce metafieiea, tuttoché in so
stessa ella sia determinata In quanto che non cessa, ripetiamo, d’essere un
oggetto; mentre che la potenzialità feconda è il carattere del pensiero inteso
come soggetto. S. 2Ì ragione. Or bene, la ragione non vi potrebb' essere mossa
tranne che da sé stessa, ovvero dal senso. Dal senso, no; che saremmo sempre
impigliati in una forma più 0 meno schietta di sensismo, dal quale indirizzo il
filosofo di Rovereto rifugge ad ogni patto. Dunque da sé stessa. Ma, si può
chiedere: muovesi ella da sé in quant' è soggetto, ovvero in quant' é oggetto?
In quant' è soggetto, no. Un soggetto spoglio di forma è una pò* tenza vuota; è
la pura potentia, la purafaeultas degli scolastici: e come tale riesce incapace
d'esercitar funzione di Primo psicologico. Movesi dunque siccome oggetto;
movesi in quant' è luce fnetafisica. Or come si potrà movere s' ella é
immobile, immutabile, immescibUe, iikiZterabile? Da ultimo, il difetto che in
tale indagine egli ha comune con parecchi altri aristotelici, e pel quale vuol
esser segnalato come neoplatonico, risguarda l' origine di cotesta forma
ideale. Donde mai cotal luce? Piove dall' alto, 0 piuttosto rampolla dal basso?
Non dall'alto, non dall' assoluto in maniera diretta, egli risponde; nettampoco
dal basso, cioè dall'esperienza. Rosmini qui ha ragione: nessuno, crediamo,
vorrà fargliene carico. Donde e come, dunque, ella viene? ' • Vedi Antropologia.
Sistema FUotofieo, p. 82. ' Bisogna confessare che nel punto più vitale delle
sae dottrine, eh* è Torigine dell* obbietto primitiro della monte, questo
filosofo fu sempre titubante anche ne* suoi lavori postumi. In alcune opere
evidentemente 8* accosta a san Tommaso, dove dice, per esempio, che Tessere
ideale è un cotal raggio ddla divinità, il quale noi tftdremmo in modo
ineffabile identijì earai con etaa quando ci si potesse disvelare la divina
e$»enMa. (Atto. Sagg., vol. II.) Altrove ritiene che la forma intellettiva non
ci abbia che vedere con Dio; e • dove pur ci fosse un* attinenza, difficilmente
(egli sogin»?"®) ci salveremmo dal panteismo. {FU. dd Diritto, voi. II, p.
195.) E con tutfaO questo el non dubita alTermare, additando la nota scappatoia
della distinzione tra forma reale e forma idecUe, che Dio si comunica al
pensiero idealmeìUe, non già realmente ! Ma che cosa ò mai, e come avviene
cotesta eomunieagione ideale f Che 8*ella è possibile, come, in tal caso,
potrete salvarvi dal panteismo ideale? Il Rosmini parla chiaro (Teoeojia, su la
Partecipazione del divino nella inteUigmza) ove dice che 1* essere iniziale
della mente e 1* estere divino sono addirittura identici. Dunque non v* è
scampo: o egli non riesce a salvarsi dal panteismo, ovvero deve attribuire all'
obbietto della mente la 11 Rosmini crede potere attinger la notizia dell'
assoluto ponendo in opera alcuni espedienti, per esempio il processo d'
dimincunone, d' intcgrcmone e slmili. Ma sopra qual fondamento si basano cotesti
processi? Appunto sul concetto dell'Essere ideale. Da cotesto concetto egli
stima possibile trar gli elementi a comporre quello dell' obbietto metafisico.
Perciò dagli attributi dell' ente ideale vuol concludere a quelli dell' essere
in sé: perciò dal simile vuol procedere al simile. Or cotesto è un processo
senza processo: è un processo apparente, illusorio, perchè dal simile non si
procede al simile, ma si è nel simile. D' altra parte, per isquisiti che si
voglian supporre i metodi eh' egli adopera a tal proposito, mai non avverrà che
gli attributi dell' ente ideale possano porgere quelli del reale. In che
maniera convertir le note d'assolutezza, d'universalità e d'infinità, che son
proprie dell'uno, con quelle dell'altro? E dove e come poi andare a ripescar
l'attributo della realtà? Checché se ne dica, a tale domanda ei non risponde, o
ricasca nel ginepraio delle viete argomentazioni scolastiche. E mentre crede
compiere o correggere il celebrato argomento di sant'Anselmo, non s' accorge il
grand' uomo come restino tuttora incrollabili le gravi difficoltà affacciate
dal Criticismo. Pur non ostante egli reputa negativa l' idea di Dio. Or come
negativa se ci avete saputo disasconder tante peregrinità a questo riguardo? E
s'ella é davvero negativa, non siamo già nel Positivismo? E se non é
assolutamente negativa, perchè non è tale? perché non può esser tale? nota
della realtà alla maniera del Gioberti. In altra opera postuma {Ari9t, Etp, ed
etam,) le titubanze non iscemano; perchò quantunque modifichi in alcune parti
la sua dottrina l’essere nondimeno ^W si prosenta sempre come ideale^ e crede
confermar la propria sentenza con r autorità d'Aristotele. Dalla prima ali*
ultima opera del Rosmini, dunque, il problema su la conoscenza s’aggira sempre
nelP equivoco tra il Primo pticologieo 6 il Primo logico; ne qnindi crediamo
che l’Idealismo Rosminiano siasi di mano in mano accostato air Ontologismo del
Gioberti, come pensa il eh. FERRI (Est. tur VHist. de la Phil. en Italie) La
guisa ond^ il Boveretano crede poter penetrare nel mondo metafisico non
sarebbe, a parlar proprio, un processo, una mediazione. Nessuna conversione
sarà mai possibile fra due termini simili appunto perchè fra questi, ripetiamo,
non è possibile un intervallo. £ dato ci sia cotesto intervallo, è poi
necessaria una continuità ideale; la quale, unzichè per comunicazione dell'
oggetto, com’egli pensa, avviene per eduzione per parte del soggetto. Né è
maraviglia eh' ei non abbia visto tali necessità, chiunque pensi come la
filosofia di SERBATI partecipa a quel difetto che, come altrove notammo, è il
verme pia micidiale che roda il kantismo. Tutto in lui sembra immobile, freddo,
sterile come il suo ente ideale. Psicologia, ideologia, cosmologia, storia,
diritto, politica e religione, nel loro insieme, paion quasi altrettanti
organi, anziché un organismo, perocché uiun soffio vitale imprima forza e
movimento a tutte queste membra. A lui, in somma, fa difetto l’esigenza del
processo. Eppure air A. del Nuovo Saggio non sarebbe mancato il fondamento positivo
sopra cui avrebbe potuto innalzar r edifizio della psicologia, e apparecchiare
cori la soluzione d'alcuni problemi cosmologici. Avrebbe avuto una gran chiave
nella sua teorica sai Sentimento fondametìicde, intomo a cui nessuno, dopo
Aristotele, ha saputo discorrere con eguale acume e accuratezza, come
saggiamente osserva il Ferri.^ Ma neanche in questo ei potè pervenire a
disascondere quel secreto vincolo che in seno all'unità primigenia del Noù;
potenziale annoda [Però Gioberti non a torto rassomigliò ad uno ttaUauUe il
sistema Rosminiano. La forma stessa del suo iugesrno mostra cotal difetto. Kcco
perchè non gli fa dato cogliere, come accennammo il valore del metodo Tichiano.
Ecco perchè altra lllosoila della storia agli occhi suoi non dovrebb* esser possìbile,
fuorché quella d* Agostino, del Bossuet, dello Schlegel, del De Maistre. Non
altro concetto sociologico, salro che quello della società divina naitirale.
Non altra cosmologia che quella del Tomismo. Non altra fisiologia e patologia,
tranne che quella de* Tocchi vitalisti. . la visione ideale, la percezione
empirica, nonché il sentimento fondamentale.' I difetti del Rosmini prese a
correggere GIOBERTI; ma die neir esagerazione. In maniera invitta egli mostrò
la fallacia della posizione dell' ente ideale, ma cadde nell’arbitrario anche
lui quando ingolfossi nel mare magno del suo intùito. Se infatti havvi dottrina
psicologica la quale più spiccatamente contraddica al criterio della
conversione, e quindi all' esigenza metodica aristotelica della Sdema Nuova, è
appunto quella del Neoplatonismo che con entusiasmo senza pari, con ingegno
mirabile e con vena fecondissma di speculazione egli prese ad innovare fra noi
con anima ITALICAMENTE generosa. A nessun italo oggi potrebb’esser lecito
disconoscere i grandi meriti del filosofo subalpino: a nessuno i benefizi
grandissimi che in età assai triste sepp' egli operar nella mente e nell'animo
di tutti con le sue scritture. ' fi noto come per SERBATI sia U tentimeruo
intimo e perfettamente uno che uniece la eeneitività e V intelletto. {Nuov.
Sagg. ; Ariet.). Ma in che maniera poi accordare questa sentenza con
quell’altra ove dice, la ragione eeeer quella che unieee il eentibile e V
intelligibile f {Pncologia). L* anità de* due elementi qui sarebbe posteriore,
mentre sarebbe ante^ riore la dualità, e quindi, come dualità primitiva,
inconcepibile. Il che ci è confermato da lui stesso dove afferma, la vitione
ideale non aver relazione di torta con la percezione empirica, {Antropologiaf
C. VILI). Ora a me pare che il Sentimento fondamentale avrebbe potuto porgrersi
a lui come base d* una dottrina psicologica razionalmente positiva, quando
avesse pigliato a considerarla come unità Iniziale, come sintesi originaria del
doppio elemento della conoscenza: il che non apparisce in alcun luogo delle sue
scritture. Che cos*è, infatti, il Sentimento fondamentale f te V atto onde V
anima vivifica il corpo, {Antropohf.), Or bene, checché se ne possa dire,
cotesta evidentemente è psicologia neoplatonica, e però tutt' altro che positiva.
Invece per noi il Senso fondamentale ha natura di conato, e quindi rappresenta,
anzi incarna il momento in che la vita, la ^uvauc; biologica, superando so
medesima, passa ad assumere anche valore di pensiero. In altre parole: l'anima
pel Rosmini è energia primordiale, ò una originariamente (Ibi, e. IX); ma è una
come anima, non già come anima e corpo, come vita e pensiero. E con questo
difetto, eh egli ha comune co' platonici e con sant'Agostino come v^emmo,
contraddice evidentemente all'indirizzo medio arittoulico secondochè noi lo
intendiamo. Ma chi è oggimai che vorrà propugnare sul serio la sua teorica
psicologica tuttoché sia da accogliere e svolgere non pochi principii della sua
Protologia? ^ Fra le molte e gravi obbiezioni mosse contro V ontologismo
giobertiano, noi ci restringeremo a ripetere quella semplicissima affacciata
poco fa contro il Rosmini, e che con assai più ragione s' attaglia a GIOBERTI.
Come oggetto primitivo del pensiero, la formula dell' Etite creante è un
oggetto determinato, sia che si tolga a considerar la natura de' suoi membri,
sia che la specie di relazione che li rannoda in organismo. In che maniera
dunque può essere inizio, principio della genesi psicologica? Anziché il
minimum del pensabile, qui s' avrebbe il maximum del conoscibile. Or s' egli é
così, la scienza, io chiedo, sarà ella generazione, conversione, eduzione, o
non più veramente copia, imitazione, ritratto d' un vero che non ci appartiene?
La posizione dell'Intuito giobertiano è dunque arbitraria, ipotetica, oscurissima,
come primo d'ogn' altri ebbe a mostrare lo stesso SERBATI. Perciò la formula
non può essere riguardata, secondochè pretendon gli ontologisti, come sorgente
d' ogni scienza, criterio d' ogni scibile, fondamento d' ogni dimostrazione,
come Primo ed Ultimo del pensiero. Il Nov; degl’ontologisti italiani è la
vecchia dottrina dell' Intelleito agente^ ma passata attraversò la scolastica,
e ricorretta dal pensiero filosofico cristiano. È r IntelligibiHtà, la VerUà di
sant'Agostino, ma determinata, concreta, reale. È la Reminiscenza platonica, ma
fatta viva, presente, parlante al pensiero. Egli dun* Ved. il nostro opusc.
Introduzione allo ttttdio delle acìenxe naturali e ttoriche, Firenze, Celiini,
Ved. GIOBERTI e il Panteismo, Lucca. Dopo il GIOBERTI di SPAVENTA è impossibile
difendere l’intuito del filosofo di Torino: se ne persuadano gli ontologisti.
Noi accettiamo la sua critica: ma chi ?orrà accettar le conseguenze eh «i ne
trae, o la relazioni eh' egli pone fra Io Ctisiologismo, in generale, o l’Idealismo
assoluto? Anche qnant*al concetto creativo della /Vo(o/o^ fra Tuno e r altro
sbtema, come avvertimmo, corre un abisso. ' « que è r esagerazione del
Platonismo. È un iperpsicologismo avente il suo primo puntello nel catechismo,
né può quindi essere accettata dalla ragion filosofica positiva.* Sennonché gli
ontologisti si fan forti, come accennammo, della celebre sentenza vichiana su
la rispondenza fra r ordine logico e Y ordine ontologico." Il nostro
filosofo non parla d' ordine logico e ontologico, ma sì d' un Primo logico, e
d' un Primo Vero Me[Qui abbiamo inteso accenDare alla dottrina deir Intuito
come ci è data nelle prime opere di GIOBERTI. Ognuno sa che nelle scritture
pòstnme egli Tiene talora a modificarla sì che s* accosta a SERBATI, o meglio,
ad AQUINO. Per esempio, dice: {De Univ, Jur. Da questo lemma è agevole
argomentare che Dio è Primo, sia che tu lo consideri come essente, sia che come
conoscente. Qui non v* ha luogo ad interpretazioni. Ma vi è il lemma VII che
dice: Itaque Primum Verum Methaphysieum et Primum Verum Lo ' gicum, unum
idemque esse. Qui la critica interpretativa è necessaria, perchè qui la
contraddizione con l' insieme delle altre sue dottrine è pur troppo evidente.
Se la rispondenza cai allude il nostro fosse da interpretarsi come pretendono
ontologisti e nooplatonici, olla contraddirebbe alla dottrina del conoscere e
del metodo; la quale in siffatte ambiguità dee prevalere nel pensiero del
critico, come quella che costituisce propriamente l’originalità di VICO. Se
dunque in forza del suo criterio la scienza debb’esser frutto d’uno s?olgimonto
riflesso e di ricerca e di critica essenzialmente eduttiva, parmi evidente come
il rapporto fra r ordine delle cose e quello delle idee, anziché di
corrispondenza originaria e di parallelismo primitivo, abbia da essere invece
di rispondenza derivata, e di parallelismo riflesso. In una parola: cotesto
parallelismo,cotesta equazione, non è un principio, è un risultato. Nel che 11
fliosofo di Napoli, com* era da sospettare, interpreta ed invera il beninteso
Aristotelismo, perchè è lo stesso Aristotele quegli che osserva come la radice
di tutti gli errori de' Platonici sia per l'appunto la confusione dell'ordine
logico con l'ordine dell'essere, e però delle causo reali dell'essere, con lo
cause formali della scienza: KW ou TtdvroL o€a tu \6yù» zjporepoiy xaì tVì
oÙTc'a vipÓTspx^ {Metaph.). tafisico, considerandoli entrambi come unum
idemque. Siamo dunque nel panteismo? ovvero in una dottrina neoplatonica?
Intendiamoci. Qual debba essere per lui il Primo psicologico, s' è visto. Or
quali han da essere, in armonia con le sue dottrine psicologiche, il primo
logico e '1 Primo ontologico? Il Primo logico sarà, né vi cape dubbio, un
principio mediato, risultante, secondario, cioè posteriore al Primo psicologico.
Se infatti il processo della psiche s' attua ingradandosi in pili gruppi di
facoltà componenti fra loro un organismo; e se il processo conoscitivo importa
una serio di leggi atte a governare le diveree funzioni, che vuol dire le
facoltà stesse avvisate in relazione co' loro prodotti (rappresentazioni,
fantasmi, concetti, nozioni, idee, giudizi ec.); avviene che come, data una
funzione, è già beli' e dato logicamente il suo prodotto e quinci una serie di
leggi che ne regga lo^'svolgimento; così, posto il Primo psicologico, non
potrebbe a verun patto mancare il Primo logico. Ora se il Primo psicologico è V
essere indeterminato, eh' è dire il Nov; potenziale, in quant' è luce
metafisica; quale sarà il Primo logico? Non altro che l’essere nella sua prima
determinazione riflessa: l'essere in quanto ideale; il quale perciò suppone,
sotto il riguardo cronologico, il sensato reale, il fatto; stantechè il senso,
come toccammo, resti incluso nel circolo psicologico. L'ente ideale adunque è
un primo: qui ha ragione SERBATI. Ma è anche un ultimo; uUimo psicologico, e
primo logico. Al qual proposito giova notare che ove il Roveretano avesse
riguardato a questa maniera 1' Ente possibile, non sarebbe caduto nell'aperta
contraddizione di considerar l'essere come ideale^ e come immobile ad un tempo;
stantechè se in quanto è luce metafisica, cioè in quanto originario ei non può
non essere indeterminato, come ideale invece è mobilissimo, essendo già beli' e
determinato, e come tale ci esprime lo stesso moto della facoltà, la facoltà in
quanto è funzione. Quale sarà intanto il Primum Verum Metaphysicum? Posto il
primo logico e quindi '1 processo della logica e r orditura de' concetti, il
lavoro speculativo della mente non può ad altro pervenire fuorché ad uno di
questi due risultati: o air essere indeterminato riflesso qual è, per esempio,
l’indeterminato secondo eh' è posto dall’Hegelianismo quasi chiave di volta
dell'edifìzio dialettico; ovvero all' essere determinato mercè Tartifizio del
metodo compositivo sintetico, d' integrcurìone; voglio dire, all'essere pieno,
all'essere fornito delle note più eminenti o delle primalità cui sappia
poggiare il pensiero speculativo soccorso dall'esperienza. Ora il Primo vero
metafisico al quale accenna Vico non può esser l' ente indeterminato inteso
come luce metafisica, perchè questa, essendo essenzialmente indeterminata, cioè
indeterminata per necessità di natura in quant'è oggetto primitivo della mente,
è quindi un Primo psicologico anrichè metafisico. Non può esser neanco l' Indeterminato
così detto dialettico al quale, come voglion gli Hegeliani, per un' assclida e
subitaifiea astrandone si levi la mente e vi si estingua, e in grazia di
siffatta estinzione scoppi la prima scintilla dialettica. E non può essere, sia
perchè cotesto Indeterminato contraddirebbe al con* cetto che il Vico ci porge
dell'assoluto, sia perchè, frutto d'un lavoro onninamente astrattivo, manca
necessariamente d'ogni condizione d'obbiettiva e metafisica sussistenza. Se
dunque non è l' indeterminato né come luce metafisica né come posto
dall'astrazione, che eoe' altro sarà fuorché l' ente concepito come determinato
nelle sue primalità essenziali, l’ente trascendente, il Nosse-Velle-Posse
infinUum? Sennonché, per metafisico che sia cotesto essere, ninno vorrà dirlo
reale. Donde trarre siffatta determinazione? Forse da un intuito primigenio?
Ipotesi! Dal regno de' fatti e della ' Il Primo Hegeliano, dice Spaventa, ò
queUo che non ha altra denominanione che di non averne alcuna, {Ddle prime
Categ. della Log. di Hegti, Hbqil, Log., trad. VERA) esperienza? Impresa vana!
Dalle viscere dello stesso pensiero per astrazione assolila e subitanea?
Illusione! D' altra parte, tuttoché entità ideale, non per questo sarà lecito
credere che il Primo metatìsico abbia da essere assolutamente astratto, poiché
come determinato, cioè come concepito e costruito dalla mente, è pur mestieri
eh' e' risponda ad una realtà. Egli dunque è metafisico ma non per questo può
cessare d'essere identico al primo logico. Perchè? Perchè da questo appunto lo
trae la virtù speculativa. Vico dunque ha ragione: il primum verum metaphysicum
è unum idemque col primum logicum, giusto perchè il pensiero vien costruendo
l'uno mediante l'altro. Brevemente: egli è metafisico, perchè ha valore
obbiettivo; ed è poi unum idemque con l' essere logico e però col Primo
psicologico, perchè non è, a dir proprio, una realtà, quantunque per necessità
metafisica abbia un riferimento alla realtà. Ma qui si può chiedere: dunque il
Primo metafisico non sarà egli né assolutamente reale, né assolutamente ideale,
né obbiettivo, né subbiettivo? Precisamente così. Non è l'una cosa né l'altra,
ma è r una e l' altra insieme, stantechè sia potenzialmente infinito. E poiché
come infinito potenziale non è perfetta conversione di sé con sé medesimo, però
fugge, quasi diremmo, sé stesso. EgU è, in somma, un essenzial conato; e come
tale non può non riferirsi necessariamente ad una realtà, e in questo senso
possiede natura metafisica. Dico necessaria tale oggettività, perchè il Primo
metafisico, quando sia determinato dal pensiero speculativo, non è altro che la
stessa triplicità psicologica, ma riguardata nella sua universalità. Che cos'è
mai cotesta triplicità universale? È mentalità in sé, è dialettica in sé, è
oggettività in sé. Ella dunque non può esser considerata nell' individuo, ma
fuori dell' individuo, in un soggetto appo cui le primalità dell' essere si
convertano e compenetrino: il che è davvero impossibile nell' individuo, come
quello che non è il pensiero (voùc) ma la facoltà del pensiero (vouc ^wa^ust)
secondo la sentenza aristotelica. Se il Primo metafisico, inoltre, fosse
indeterminato, non avrebbe alcun opposto, quantunque serbasse distinzione come
oggetto di pensiero. Al contrario éoncepito come determinato, e' tosto diventa
obbiettivo ; e così da Primo vero metafisico assume virtù di Principio
metafisico. Or che cos' è questo principio metafisico? Che cos'è la realtà alla
quale ei si riferisce? È l'Assoluto: ma l'Assoluto che è davvero assoluto, come
appresso mostreremo. ÀR1ST., De An.t li, iv. Cfr. anche la Metaph. Secondo
l'interpretazione che noi qui abbiam dato alla sentenza del Vico 8i può dire
che il Primo Metafisico, essendo il vero in attinenza col realtf sia il fatto,
cioè il fatto del pensiero speculativo, il fatto della scienza che convertesi
col Vero assoluto, il quale, come vedremo, è il primo fatto per eccellenza.
Accade perciò che il Primum Verum Metaphysicum debba riguardarsi come anello di
congiunzione fra la Logica e la Metafisica; ond'ò che fra queste due scienze,
anziché esserci quella mediazione Hegeliana la quale in sostanza ò una
compenetrazione assoluta, ci è invece conversione; e la conversione esprime non
già identità nella difTerenza, ma identità e insieme differenza. Vi è, in altro
parole, medesimezza di legge, di forma, e qnìndi continuità ideale; ma ci è
pure differenza, differenza essenziale, differenza di contenuto, e però
intervallo retde. Ecco perchè il Vico, svecchiando un principio aristotelico,
afferma: « Qìullo eh* è metafisico in quanto contempla le co»e per tutti i
generi delV eteere, la steesa è la logica in qwanto considera le cose jìer
tutti i generi di eignificarle. Questa relazione fra la Logica e la Metafisica
fu dal nostro filosofo incarnata sotto forma simbolica nella IHpiniura ; e nell'
Introduzione alla Scienza Nuova la venne determinando nel concetto del M(»ndo
DILLE Menti r di Dio. Menti pensiero spirito, e perciò Psicologìa Logica e
Ideologia, come vedemmo, formano tutt*un processo. Un processo ha da essere
anche l’Assoluto. Ma le Menti e Dio formano anch' essi un processo, un
organismo, un Mondo: in quanto che fra que'duo termini ci ha da essere
conversione. Questo tutto organico lo dicemmo proceeto ideale per parte del
primo termine, cioè delle Menti, nel senso che ha da essere mediazione
razionale, conoscitiva. Perciò Primo vero metafineo e Principio metafinco.
Logica e Metafisica, Menti e Dio, compongono un Mondo; un Mondo superiore a
quello della Natura nonché a quello dello Spirito, inteso questo come sviluppo
isterico, come storia che è Vita Humani Qeneri, Dal tutt' insieme quindi si
vede come il suo Primo Vero metafisico non sia nient' affatto una vuotaggine,
un’entità formale e puramente astratta. È la sua luce metafieica^ non già
indeterminata, anzi determinata mediante sé stessa; determinata mediante il
processo eduttlTO. È il risultato estremo del Noùc attuale e Veniamo al vivente
rappresentante del Neoplatonismo in ITALIA. L'illustre ROVERE ha visto la
necessità d'imprimere novella forma e rigor logico alla dottrina platonica
della conoscenza, modificando la teorica di GIOBERTI, e correggendo quella del
Rosmim'. A spiegare perciò l'elemento universale del pensiero ei si raccomanda
alla solita àncora di salvezza, l'Intuito del l'Assoluto, ma con l’interposmone
delle idee; le quali per lui somiglierebbero quasi ad altrettanti spiragli
ond'alla mente lampeggia la Divinità. Tutto ciò, del resto, non toglie eh' egli
abbia da ammettere doppio ordin di conoscenze, percezioni e intellezioni, assai
diverse fra loro e pur fra loro collegate per via di rappresentansia. Ma non
potendo intrattenerci a riassumer le ragioni sopra cui si regge cotal dottrina,
ci ristringiamo a far poche osservazioni guardandola segnatamente sotto
l'aspetto psicologico. Due ne sembrano i difetti principali: l’nvocare
l'intuito dell'Assoluto nello spiegar l'elemento universale della conoscenza;
2** non dimostrare per che mai ragioni l' ordine delle percezioni abbia a
rispondere a quello delle intellezioni. Se ne l'intellezione, come vuole il
Mamiani, può rampollare in modo alcuno dalla percezione, uè questa ci ha che
vedere con quella tuttoché entrambe devano esser congiunte in armonia; la
dottrina psicologica del rifleASo; epilogo della scienza psicolo^^ica, e però
Defìnwione e Principio della Metafisica. Or la luce in quant’è oggetto del Noù;
potenziale no! la dicemmo metafitioa perchè, quantunque superiore al sensOf è
nondimeno po9ta da natura, ò originaria, e quindi essenzialmente obbiettiva. La
conclusione dunque parmi chiara: Primo pticologico, Primo logico' e Primo vero
metaJUioo non sono tre entità ruote e formali, giuochetti d'astrazione,
indovinelli da algthritiij come direbbe lo stesso Vico, ma sono tre anelli
d’una medesima catena, tre momenti dinamici d* una medesima energia
essenzialmente obbiettiva. Questa (per concludere contro i Neoplatonici
ontologisti) parmi V interpretazione più acconcia del rapportoche il filosofo
di Napoli pone fra il /Vìnto logico e’1 Primo vero metafisico, e quindi fra
l’ordine logico e l’ordine ontologico. Ogn' altra non riescirebbe a salvarlo
dalle contraddizioni col proprio metodo, e tanto meno poi dalle incongruenze
con la ragion filosofica positiva. Pesarese parrebbe, come ad altri è parsa,
una specie d'alcliimia. Per quanto diverse, le percezioni e le intellezioni hann'a
convergere si da appuntarsi quasi due raggi in un centro comune, cKè V unità
sostaiìzUàe dello spirito. Or non è questo precisamente ciò che da ventidue
secoli va chiedendo il pensiero filosofico: come mai, cioè, se diverse, elle
compongono fra loro unità? Abbiamo un intùito di qua, e un intùito di là: la
percezione che avvertendo un termine estriìiseco lo apprende siccome forza, e
la visione, l'intùito ideale^ che con T interposizione delle idee coglie
l'Assoluto. Non siamo già in una forma di dualismo psicologico che fu ed è
sempre la pietra d^nciampo d'ogni fatta platonici? Non abbiamo qui sott' occhio
Y etemo e gravissimo difetto del Neoplatonismo, la mancanza di processo? Oltre
l’alchimia (col dovuto rispetto al grand' uomo) qui veggiamo una macchina a
doppio retaggio: senso e concetti, esperienza e luce divina, fatti e Assoluto
splendente cui lo spirito inerisce con marginale adesione, e per via di
contatto spiìituale. Chi fa tutto ciò? Come avviene tutto ciò? L'illustre di
Pesaro ci dice e ripete a sazietà, che fra l'ordine delle intellezioni e quello
delle percezioni ci ha corrdaeione ordinata e continua, rispondenza
puntualissima^ squisitissima armonia. E sta bene: chi non è scettico
sistematico non penerà gran fatto a riconoscere e sentire cotesta e ben altre
armonie. Ma quel che ignoriamo, e pur vorremmo sapere, è appunto il motivo di
cotesta squisita rispondenza. Or questo motivo, non ci è, o almeno è impresa
non molto agevole rinvenirla nelle Confessioni d*un metafisico Perocché s'io ho
da coglier l'Assoluto mercè l'idee, o, meglio, se è l’Assoluto quegli che ha da
comunicarmele Mamiaki, Con/ftioni d'un mttaJUieOf Idem, eo: € come avvenga che
ad una data pereenone rieponda una daUx idea? non già graziosamente, anzi
inevitabilmente, quale ne sarà la conseguenza? Sarà che la ragione onde questa
0 cotesta percezione ha da rispondere a quella o quell'altra intellezione, in
altro non si potrà occultare fuorché in un vieto occasionalismo, od in una
vieta e grossolana armonia prestabilita. Non v'è scampo. No' parecchi
cangiamenti cai è andata sogrgetta la mente del Mamiani, sol una dottrina è
rimasta immutata nelle sue scrìttnre, e della quale ei si loda più d* una
volta. È la dottrina su la percezione, che il nostro egregio amico prof. Ferri
dichiara bellissima. Bellissima sarà: ma è altrettanto salda? Forse che Ano
SERBATI con r acuta lama della sua crìtica non la ridusse a polvere nel suo
Rinnovamento f Intendiamoci bene. La percezione del Mamiani non è senso, e
nemmanco, a dir proprio, giudizio. Che cos*ò dunque? È e im intuire V atto
involto nella 8en9axione die congiugne in uno due termini^ oggetto eentiio e
avvertito come fortOy e soggetto tentenìe. » {Oonfeasionif ; Meditazioni
Carte»). Or bene, che è egli mai cotesto intuire? Quar è la natura intima di
quest'atto? È difficile averne risposta ben determinata. L'animn, dice il
Mamiani più d*una volta, è dotata d^una veduta it^eriore di ti medeaimaj e
questa interior veduta è quasi occhio mentalcf pupilla spirituale, anteriore al
fatto della percezione. Che cos* è, di grazia, cotest oeeAio, cotesta pupilla,
cotesta veduta interiore f È forse un giudizio? No, risponde: che alla funziono
giudicativa devq andare innanzi la percezione. {Confeenoni). Che cos*ò dunque?
Per quanto altri voglia andar ricercando no' copiosi volumi di questo
Neoplatonico, mai non gli verrà fatto ripescarne risposta. Ora a noi pare che
tal veduta interiore di si altro non possa essere tranne che un ritorcersi, un
geminarsi primitivo, e perciò un insieme d'oggetto e di soggetto, una
triplicità iniziale, uu giudizio. Sarà giudizio sui generis; sarà giudino fcUto
stnxa riflessione come direbbe il Vico; ma, in sostanza, ò giudizio. Se dunque
è tale, non importa un oggetto? Or quale sarà l'oggetto dell' infmor veduta,
cioò la luce di queir occhio, dì quella pupilla t V Ente possibile no, certo: e
il Mamiani con dialettica stringente e per quattro differenti capi s' accinge a
far minare dalle fondamenta la teorica rosminiana, e in parte vi riesce. Che
cosa dunque sarà? A quel che ne pare, neanche qui egli risponde. E, checché
possa dirne, certa cosa è che so l'anima è davvero dotata d'una interna veduta
(la quale perciò è logicamente anteriore alla percezione), a spiegar questa non
si può prescindere da quella. Se la cosa infatti non procedesse così, in che
maniera la percezione verrebbe capace di trascendere i limiti del puro sensato
? Brevemente: l' Io non percepisce, V Io non avverte un termine esteriore
siccome /orsa, senza eh' e' /)ereept«ca e avverta so medesimo. Or che cos' ò il
percepire sé stesso, tranne che un atto giudicativo ? Dunque anteriormente al
fatto della percezione (com' ei la intende), ci ha da Se non che, la più fresca
novità delle Confessioni è r intuizione dell'Assoluto; quindi la invitta prova
che ne scende, secondo ROVERE (si veda) Mamiani, su l'esistenza di Dio; quindi
la salda costituzione a priori della Metafisica. Innanzi tutto: se cotesta
intuizione non è altro fuorché una semplice contiguità, un' adesion marginale
del pensiero con l'Assoluto, non è chi in essa non sappia ravvisare quel
toccamento spirituale de* Yecchi Neoplatonici, dottrina rinverdita, quindici
anni avanti '1 Pesarese, dall'illustre neoplatonico Pomari. Vero è che la
sentenza la quale a tal proposito risulterebbe dall'insieme delle sue dottrine
potrebb' esser questa: che il suo intùito non sia già un atto originario,
potenziale, essenziale, bensì tutt' un ordine d' intuizioni per quante potrann'
esser le idee attraverso alle quali avvien che traspaia l' Assoluto. Or s' egli
è così (né sappiamo dir davvero s' e' sia così), perché aflFermare più d'una
volta, esser necessaria, inevitabile uxìl intuizione perenne e immediata délV
Etite sortitaci da natura e dalla essenza dd nostro spirito? * Se l' intuizione
dell'Assoluto é un atto essenziale, come potrebbe non esser primitivo? E s'
egli é primitivo, non è a reputarsi anteriore logicamente alla percezione? In
sostanza, se l’Assoluto é quegli che ^presenta al pensiero, e' s'ha a mostrare
fino dal primo atto della mente; la quale perciò sarà mente, sarà penessere
qualcos'altro che ne sìa la vital condizione. Evidentemente r acuta pupilla
speculativa del Pesarese non s’è profondata nolla natura di siffatta
condizione. E puro con quest* alchimia e' non dubita credere d* avere una buona
volta composto in armonia 1* antica lotta fra Platonismo ed Aristotelismo ! '
ROVERE dice: « balena con evidenza V intuito cT una poeitiva, immota ed
universale realtà^,, indeterminata e inqualiJiiMta e perciò oeeura e non
deecrivibile, > {Meditaz, Carte».) Non è egli cotesto V ohbiette
intelligibile colto dall* intùito, nulla interpoeita creatura, di che parlano,
per esempio, i seguaci di sant* Agostino, e, fra questi, il Fornarì? (Ved. VelV
Armonia Univ.). Meditai, Cartee, Questa sentenza, come ò chiaro, è in aperta
contraddizione con quell'altra onde il Mamiani afferma e ripete, nulla non
v'esser nolla sua dottrina d'innato, nulla di primitivo. Vedi Riep, al eig,
dott, Akt», Brentazzoli, Bologna] siero, solo in grazia di chi le sta dinanzi.
Ora se il yero, metafisico o no che sia, non è fatto dalla mente, ma da essa
ricevuto, evidentemente il Neoplatonismo di ROVERE viene a contraddire alla
dottrina psicologica del Vico, rompe contro alle severe obbiezioni mosse al
Gioberti, e massimamente soggiace a quella grave difficoltà che Aristotele
oppose al suo gran maestro circa la inu* tilità deir esperienza e de' fatti e
delle percezioni, posto che il vero e l'universale, in che risiede propriamente
la scienza, debba ne' suoi principii derivarci dall'alto e dal di fuori, meglio
che dal didentro/ Se non che, ingegno elegantissimo e ricco di vena poetica,
questo filosofo spesso indovina. Talora infatti sembra non esser l'Assoluto
quegli che determina e significa se medesimo nelle idee; bensì la mente stessa
la quale, generando cotesto idee, determina idealmente, esprime e significa l'
Assoluto : tanto che non sarebbe altrimenti lo splendor divino che penetrando
quasi attraverso gli esilissimi spiragli delle idee ne promoverebbe l'intùito,
ma la stessa virtù riflessa ne verrebbe argomentando r esistenza e la natura
per necessità eduttiva. Ora solo * AbisTm M«iaph.y Mamianì potrebbe dire: il
mio intiiito sta in ciò, che ogn* idea, avendo a significare per propria natura
un obbietto, debba importare un' enistenza etema, ed una $peciaU determinazione
ddVente aMolìtto e infinito. Accettiamo anche questa posizione. Che cosa ne
Terrà? Poiché gli obbietti tignijiecuiei dallo idee non potranno esser altro
salvo cho determinazioni ad intra o determinazioni ad extra delr assoluto,
sorge la necessità di spiegare se 1* intuito s* appunterà verso le une, meglio
che verso le altre. Stando alla dottrina della maboinalb ADS8I0NR e del
toecawtento epirituale, V intuito, non essendo un atto penetrativo, coglierebbe
le seconde anzi che le prime: e quindi, innanzi ogni altra determinazione dell*
assoluto, dovrebbe afferrar quella dell* atto creativo. Or se questo è vero,
parmi evidente come la dottrina del Mamiani su la conoscenza non si discosti
neppur d*un apice, quanValla sostanza, dalla dottrina di Gioberti, il quale non
ha mai preteso che il suo intùito abbia da essere un atto penetrativo. Ma il
termine esterno, il sensato (egli dirà) si ha per via di percenone, Ad un acuto
Qiobortiano qui non tornerebbe guari difAcile cogliere l’autore delle
Oonfe99ioni in aperta contradizione con so medesimo. Nelle Con/e99Ìoni è sempre
T Assoluto quegli che s'affaccia ed eccita e promovo lo spirito al pensiero, e
solo in qualche luogo (per per cotesta via egli avrebbe potuto correggere il
Gioberti, e riconoscere insieme la parte di vero che è pur nelle dottrine
Rosminiane. Solo per cotesta via avrebb'egli inverato il Platonismo, e
dischiuso fra noi un periodo novello di speculazione feconda, razionale,
positiva e, che più rileva, conseguente alla storia della scienza. E solo per
cotesta via non sarebbe incappato nella incoerenza di porre l'assoluto come
uiroOt^tc, e in un'ora medesima dichiararlo oggetto d'intùito. Perocché se con
l'analisi delle idee ci è dato risalire per logica necessità fino a cotesta
uttotsjc;, a me pare che una dottrina psicologica 0 ideologica, la quale
invochi '1 sussidio d'un intuito, sia un fuor d'opera addirittura. Con ciò
stesso avrebbe corretto il valor rappresentativo delle idee, eh' è r altra
originalità cui pretende il Neoplatonismo di ROVERE. Quale attinenza è mai fra
l'idea e l'ideato? Non quella di somiglianza come han creduto balordamente i
Malebranchiani, egli risponde; ma si quella d'una vera e propria
significazione. Eccolo dunque anche qui, senza addarsene, alla famigerata
wa/jo^ix platonica tanto invocata da Gioberti nella sua prima maniera di
filosofare. Nel che il Pesarese, anziché progredire, è rimasto molto indietro
all' autore della Protólogia nella quale, com' é noto, il concetto della
piOiSi; rivelasi improntato d'una forma novella, e, fino a certo segno,
originale. Ma lasciando stare del regresso e dello scadimento notevolissimo che
nella specuhizione italiana ci segnano le Confessioni d' un metafisico ove si
ponga a riscontro lo dottrine del ROVERE (si veda) Mamiani coll’ultima forma
cui s' era levato r ingegno potentissimo del Gioberti, è bene qui accennare
un'ultima osservazione su l' attinenza che il pesarese pone fra le intellezioni
e il loro obbietto) fa trasparire la nuora tendenza cni allodiamo. Ma noU*
opuscolo dì risposta ni BONATELLI (si veda) (Bologna) questa tendenza è pid
chiara, tuttoché manifestata foggevolmente e forse Inconsapevolmente. Dico
inconsapevolmente perchè nelle Meditazioni rinnovate e* ricasca nella solita
presenaialità, nella tolita marginale ndenone^ come ci attestano le sentenze
qna dietro riferite. Le idee importano il divino, egli dice; poiché non sono
fuorché altrettanti simboli, altrettante significazioni dell' Assoluto. Se
questo è vero ne segue che, in quanto simboli e segni, elle non avran valore
infino a che cotesti simboli non siano intesi e interpretati. Macome la mente
potrà giugnere ad intendere e interpretare siffatti segni? Mercé l'ordine delle
percezioni. Or bene, se l' idea non basta a significar sé medesima né a farsi
intendere da sé, evidentemente per noi ell'é come un chiaror confuso, vago,
indeterminato, insignificante, e quindi al tutto inutile alla scienza. D' altra
parte, se l' ordin delle percezioni é di sua natura cosiffattamente limitato da
essere incapace a darci r universale, non potrà non riescire anch' egli
d'ingombro inutile alla mente. Si dirà di poter superare il fenomeno e attinger
la scienza mercé il connubio dell'ordine percettivo con l'intellettivo? Questo
é per l'appuntò ciò che pretende il Mamiani. Ma, se eoa fosse, non vedremmo ad
assomigliare il regno della scienza e delle idee a quello di natura e delle
fisiche efficienze, ove se a due cavalli non vien fatto di tirarsi dietro un
carro vi potranno benissimo riescir quattro? Mamiani afferma non dimostra la
platonica 7ra/)0Tc«: afferma, non dimostra la platonica xotvwvèa. E per tutta
dimostrazione ci annuns^ia che l'idea é significativa, perché? perché havvi un
obbietto nel quale debb' ella necessariamente terminare.Or in che modo
legittima egli cotesto obbietto? Lo legittima, come s' é visto, dichiarandolo
presente^ ponendolo presente! Questo é proprio il nocciolo magagnato del
Neoplatonismo. La preserunalUà dell'Assoluto è un'ipotesi, un'affermazione
arbitraria: ecco tutto.Corte dottrine di ROVERE ci ricacciano addirittura fra i
Plotino, i Proclo e gli Ammonio, appo cai facilmente troverebbe riscontro il
sno concetto del Bene. E chi pigliasse poi a rovistare attentamente nelle
antiche scuole, per esempio nel vecchio e anonimo autore della Teologia
(Rayaibson), potrebbe ritrovar più che un germe della dottrina sn \*influxu$
divintu che neir Arabismo e anche nella Sco[Concludiamo. Noi abbiam dovuto fare
una critica rapidissima del Neoplatonismo italiano considerandolo segnatamente
sotto l'aspetto psicologico, perchè i tre filosofi di cui abbiamo toccato ci
rappresentano le posizioni più serie, le forme principali ond'il Platonismo
crede attinger l'obbietto metafisico. Rosmini è il meno dommatico, il meno
arbitrario, il piii positivo e quindi il meno platonico fra tutt' i platonici.
Egli pecca nel porre l' essere della mente come ideale; e lo sbaglio di
siffatta posizione vale a spiegarci le contraddizioni in cui spesso ha
inciampato nella psicologia, nonché le gravi manchevolezze nel suo disegno
ontologico su le tre forme dell' Essere. Assai piii di SERBATI pecca GIOBERTI
nella dottrina psicologica affermando l'essere come reale e, che più monta,
come recde determinato. Non meno di GIOBERTI e di SERBATI pecca ROVERE ponendo
cotesto reale come infinito in se, e come presente al pensiero mercè l'
interposizione delle idee. Si direbbe dunque che il Neoplatonismo italiano, in
questi tre filosofi, abbia progredito su la via dell' a priorismo e dell'
iperpsicologismo. Essi han dato tre passi, ma indietreggiando sempre più;
perchè con l'esagerare l'esigenza platonica han trascurato l' esigenza
aristotelica, tuttoché ciascun d' essi abbia creduto d' aver impresso oggimai
un accordo definitivo fra' sistemi de' due vecchi filosofi. L'ultimo
segnatamente, il Mamiani, mostra d'aver progredito assai più di SERBATI e di
GIOBERTI in questa via. Sotto certi rispetti, infatti, il Neoplatonismo del
Pesarese par che confini col Teologismo: talora anzi vi si confonde, chiunque
ripensi a quelle cinque differenti maniere (oltre la sesta della comunione
ideale ond' abbiamo parlato) mercè cui egli stima debbansi attuare gV influssi
divini. E Dio che crea l' anima, e la fa esistere. Ma è anche Dio che le fa
intendere presentandosi a lei attraverso le idee. È Dio che le fa ammirare il
bello, e incarnarlo. È Dio che lastica tien luogo del processut.Vedi lo stesso
Rayaisson. Vachebot, Hi8t, critique de VÉcole d'^Alexandrie, T. II, iv.) le fa
operare il bene e la virtù. Che più altro? È Dio perfino che, disponendola
ineffabilmente, la eccita, la trae all'adorazione. È proprio il regno di Dio su
questa nostra terra 1 E Y illustre Mamiani potrebbe oggi ripetere le pietose e
calde parole del Malebranche: 0 Dieu! exaucez ma prière, après que vous Vaurez
formée en mai! Capitolo Ottavo, continua lo stesso argomento. {Critica del
NeoarigtoteUsmo), Notammo come il principio del conoscere metafisico immediato
ponga radice, per dirla con le parole di Hegel, nel rapporto d' un nesso
primitivo ed essenziale fra il pensiero e T Assoluto, fra il soggetto e T
oggetto/ Àbbiam visto come il Neoplatonismo italiano moderno propugni questa
connessione sotto tre forme più o manco razionali; e come abbia quindi a
tornare assai difficile al Rosmini, e molto più al Gioberti e al Mamiani, li
potersi difender dair accusa di panteismo ideale. Gli estremi si toccano anche
qui. Con la teorica dell' intuizione e deir immediatezza i nostri Neoplatonici
riescono, checché se ne dica, a' risultati cui perviene la dottrina della
mediazimie propugnata dagli altri nostri viventi filosofi, seguaci caldissimi
dell'Idealismo germanico. Dicemmo qual sia la doppia esigenza onde il
Neo-platonismo si divaria dal Neo-aristotelismo quant'al conoscere metafisico.
Per la natura istessa di questa doppia esigenza avviene che, come nel primo,
cosi pure nel secondo indirizzo sono possibili più forme, più maniere, più
metodi, sia che si tolga di mira il modo con che si crede poter attinger
l'assoluto, sia che il risultato ultimo a cui si potrà giugnere. Non « Hegel,
Log. volendo tener conto di quella vieta e volgar maniera di mediatezza che,
quantunque sotto aspetti differenti, fa sempre un salto mortale quando presuma
levarsi dall'effetto alla causa e dal dato alla condizione del dato; possiamo
ridurre a due le forme più generali e comprensive di tal mediazione. Esse, al
solito, risalgono a que' due estremi in che dicemmo sdoppiarsi r Aristotelismo:
perchè anche nella quistione metafisica il primo di cotest' indirizzi ci è oggi
rappresentato dal Positivismo e dal Materialismo; l'uno affermando, nulla mai
non potersi conoscer di metafisico, e l'altro innalzando a dignità d' assoluto
la stessa materia, senza legittimarne menomamente il concetto. Il secondo poi
vuol essei^e anch' egli avvisato sotto doppio rispetto, potendo assumere due
forme che, per due differenti ragioni, rivestano entrambe carattere
iperpsicologico. Si può infatti mantener la posizione d' un. immediato
irradiamento per virtù d'un principio superiore, generale e comune e s' ha uq
indirizzo averroistico; il quale, benché storicamente sìa come un virgulto
sbocciato nel giardino dell'Aristotelismo, può siffattamente svolgersi e
grandeggiare, come nel fatto è avvenuto, da toccarsi e talora confondersi col
Neoplatonismo. Ma, d'altra parte, può assumere forma squisita di scienza, e s'
ha, come ne' tempi moderni, una delle tre maniere dell'Idealismo germanico
appellate subbiettiva, obbiettiva, assoluta. Sennonché è da notare come fra
tutt'i sistemi quello dell'assoluta identità serbi '1 distintivo d'esser
naturalismo e ipei-psicologismo insieme, e racchiudere, co' molti pregi, i
moltissimi difetti dell'uno e dell'altro indirizzo. In metafisica l'Hegeliano è
iperpsicologista. Perocché quantunque non attinga l' assoluto per opera d' un
intuito e d'un'immediata visione più o meno spiccatamente neoplatonica, dice e
crede mostrare di poterlo cogliere quasi d'assalto, come toccammo, cioè per
stibitanea ed assoluta astraeione dd pensiero puro. Dice e crede mostrare di
poter dedurre a tìl di logica la dialettica che per lui costituisce la chiave
di volta d' ogni scibile e d' ogni ordine di realtà.. Anch' egli dunque
trascende; e però anch' egli vizia l'esigenza d'un positivo e severo
psicologismo. Ma, oltreché iperpsicologista, l'Hegeliano è anche naturalista.
Checche se ne dica, la sua logica obbiettiva, la dialettica intrinsecata e
compenetrata con la stessa metafisica, non è altro alla fin delle fini che
imitazione e ripetizione della stessa natura, delle stesse leggi di natura,
tuttoché ridotte al grado più universale e squisito di trasparenza ideale,
pura, assoluta, per cui la forma costituisce lo stesso contenuto, e viceversa.
Il perché se l'Idealismo assoluto, come altrove notammo, è stato detto con
felice espressione esser l’àlgebra dd naturalisino, con altrettanta verità può
dirsi essere un' algebra della psicologia, del pensiero e delle idee; tanto che
ci sarà lecito designar come indovinello d'algebristi (direbbe Vico)
quell'assoluto che gli Hegeliani con miracolo non mai visto fanno venir fuora
dalle nebbiose alture della dialettica. Possiamo dunque affermare che
Positivisti e Idealisti assoluti oggi rappresentino gli estremi indirizzi dell'
Aristotelismo. E queste due forme neoaristoteliche, tuttoché fra Joro si
differenzino toto cedo nel metodo e nel concetto della scienza, nuUameno si
toccano ne' risultati, massime in quello risguardante il valore e '1 destino
dell' umana personalità. Chi tien conto della necessità d* ìndole tutta
fisiologica ed empirica secondochò è intesa da' positivisti e da*
niaterìalisti, e della necessità tntta dialettica ideale assoluta com'è
concepita dagli Hegeliani, tosto 8* accorgerà d' un* altr’ attinenza fra queste
due tendenze della moderna speculazione. Il dinamismo noli* essere, nelle cose,
nella scienza e nella storia, sparisce cosi per 1* una come pet 1* altra
dottrina. Meccanismo ideale, come dicemmo, e meccanismo fisiologico e
materiale: necessità logica e formale, e necessità empirica e meccanica; ecco
tutto. Oggi dunque potremmo affermare dell'una e dell'altra scuola ciò che
Aristotele diceva de' pittagorìci e de' platonici: 'A).Xa yiyovi roì
fiscBrifixrcx. To?c vvv >j ^tXoao^ia {Metaph.) Cosi Hegeliani e Positivisti,
come avvertimmo nella Introduxione, tuttoché movano da due punti Uh loro
interamente diversi ed opposti, riescono pur nullamanco fid una medesima legge.
E come al Platonismo primitivo tenne dietro la scuola di Rifacciamoci da'
Positivisti, i quali, ove discoiTono intorno al problema del conoscere
metafisico, non mostrano quella serietà scientifica della quale non pertanto
vanno lodati quando parlano de' principi! metodici da applicarsi alle scienze.
Quant' al problema d'una realtà metafisica e' non sofirono d'esser messi in un
fascio con gli scettici sistematici e co' nullisti; e, davvero, non han torto.
I Positivisti infatti ci parlano d' un Inconoscibile. Dunque essi confessano V
esistenza d' un obbietto trascendente. Ma come legittimano cotest' obbietto?
Come ne determinano l'idea tosto che ne parlano? I Positivisti francesi ne
discorrono, ci piace ripetere anche qui la frase, come d' un oceano immenso
doni la daire vision est amsi salutaire que formidable.* I Positivisti inglesi
poi ci porgono un concetto più determinato di cotesto Deus àbsconditus,
àicenàoìo potenza, forzc^ di cui V universo è simbolo e manifestazione} Il
positivista francese qui, com' è evidente, s' addimostra pili positivo, 0
meglio, più negativo dell'inglese, e quindi più timido, più circospetto, più
scettico di di Speusippu cbe radiò addirittara il numero ideale (yortroc,
sc^yjtcxo;) sostitueodoTì il nunioro sensibile appunto perchè queir idea come
astratta e generale parevale cosa inutile (Arist. Metaph,, Rataibbon,
i!^>eu9ippe); parimente oggi Positivisti e Materialisti, in luogo dell*
/iea, pongono' II Fatto e la Materia; e cosi mentre negano V Idealismo
assoluto, mostrano d'arer con osso doppia ed intima relazione, una storica e
l'altra teoretica. La storia del pensiero filosofico progredisce, non v'ha
dubbio: ma anche nel progredire si ripete. Ecco qua -una prova, chi vuol
vederla. E. LiTTBi, A, Comte et la Phil. Poeit. Per quanto negativo, nullameno
questo concetto del Littré su V Assoluto è una correzione deir idea del Orand'
Eetere intorno alla quale con tanta vuotaggine avea finito per arzigogolare
Comte. Spencer, Firft Prìnci^ee^ Alcune idee di questo scrittore su V obbietto
metafisico superano quelle di St. Hill. L’Autore del Sietema di Logica parla
del soprannaturale, come notammo in altro luogo, da schietto formalista, senza
poterlo quindi legittimare in altra guisa che per empirica credenza. (Ved. A,
Comte et Le Potitivitme) La relatività del eonoecere per lui non è, a dir
proprio, quella di Spencer, e neanche quella de* Positivisti francesi. Vedi il
novero eh* egli stesso fa de’diversi modi con che può intendersi la relatività
della conoscenza nella PhiL de Hamilton, ed. cit. e. I. fronte alla scienza: ma
le contraddizioni in che restano entrambi avviluppati son le medesime. Anch'
essi infatti, i Positivisti, obbediscono e rendono omaggio al bisogno
speculativo che punge ed eccita continuo il pensiero filosofico, stantgchè non
solo riconoscono la realtà d' un oggetto trascendente, ma lo determinano, lo
pongono, lo specificano in qualche modo. Che cos'è, per esempio,
l'Inconoscibile onde ci parla l'illustre Spencer? È il fondo occulto delle
religioni, e insieme l'estremo termine a cui riescono le scienze. Le religioni
pongono tale obbietto per virtù d'istinto: le scienze lo subiscon per legge del
proprio svolgimento. Tra fede e ragione, perciò, non v'è antagonismo:
l'Inconoscibile n'è l' obbietto comune. Conciliarle dunque è possibile, tosto
che s'abbia diffinito le idee madri onde scienze e religioni sono inviluppate.
E poiché le une in sostanza Aon fanno che riconoscere ciò che le altre
contengono ed esplicano istintivamente, ne segue che lo spirito umano' per
mezzo della scienza perviene là ond' egli stesso era partito con la fede, cioè
all'Inconoscibile. Il pensiero del filosofo inglese è chiaro e spiccato, ma non
altrettanto vero. Innanzi tutto: perchè le religioni e molto più le scienze non
potranno pervenire a render conoscibile in alcun modo l' Inconoscibile di cui
pur confessate la realtà? Forse che tale impossibilità, ripetiamolo, non
contraddice apertamente all'attività critica del vostro pensiero speculativo,
alla stessa esigenza del vostro metodo critico e positivo? Non dubitate
affermarlo esistente cotesto Inconoscibile. Giungete anzi a determinarlo come
forza di cui l’universo è manifestojsnone. Or bene perchè non dare un altro
passo? Perchè non ispecificar l'attinenza eh' è tra l'Inconoscibile e '1
conoscibile? In altre parole, domandiamo: col porre i termini, non siete già
nella necessità logica di mostrarci in qualche maniera la relazione di essi,
dirci quale attinenza interceda per avventura tra la forjsfa e la sua
manifestazione, quale sia il vincolo che annoda insieme la potenza e l'universo
onde quella potenza è simboleggiata? Brevemente: siete qui in una forma di
panteismo, o di teismo? Il Positivista non risponde; e pur dovrebbe: dovrebbe
se davvero amasse mostrarsi ed esser positivo. Inoltre, l'Inconoscibile onde
move la fede, e Finconoscibile cui giugno la scienza, dice lo Spencer, sono una
cosa. Ma perchè? Perchè col prodotto confondere due facoltà fra loro diverse?
L'Inconoscibile della fede incontra un limite invalicabile in questa o cotesta
intuizione particolare in cui l'Assoluto è compreso dal sentimento religioso
appo un dato popolo, e presso una data civiltà. L' Inconoscibile delle scienze,
invece, è l' inconoscibile di ragione; e, come tale, non può restare
perpetuamente indeterminato, pel solito motivo che, ove rimanesse cosi
necessariamente, l' indagine positiva annullerebbe sé stossa; e annullerebbe sé
stessa perchè r esigenza critica non sarebbe altrimenti un' esigenza invitta,
naturale, un irresistibile e crescente bisogno speculativo. Ora se il contenuto
della fede è condizionato ad una forma speciale; se per la natura stessa della
funzione psicologica ond' ei rampolla riman chiuso e quasi cristallizzato nella
particolarità d'un sentimento: perchè, domandiamo, voler condannare alla
medesima sorte l’Inconoscibile delle scienze? Perchè così inesorabilmente
pretendere di segnare i confini alla ragione ponendo limiti all' attività del
pensiero speculativo, eh' è pur la forza più libera dell'universo? Non è anch'
ella, cotesta, una forma di dommatismo? 11 PositiTÌsto dirà: tosto che voi
pigliate a determinare Vlitcono9cihile, siete già beli e uscito dalla scienaa^
e cadrete nella metafisica. verissimo: questo accade, e questo appunto deve
accadere. Altrove mostrammo come ciascuna scienza, come tutte le scienze, riescano
inefftcaci nel tentare la soluzione di certi problemi, segnatamente nel
determinare il concetto dell’Assoluto. Il Positivista che è tutto scienza e
solamente scienza, da una parte ha paura della speculazione, mentre dall* altra
sente il bisogno di determinare in qualche modo cotesto assoluto, e lo
determina, per esempio, alla maniera di Spencer o del [Concludiamo quant' a’
Positivisti. Il Positivismo gallico rispetto al conoscere metafisico ci dà un
Immenso indeterminato; un Incondizionato reale, il positivismo inglese poi,
facendo un altro passo, determina vie più cotesta ignota realtà, e giugne ad
affermare che le forze, la materia, il movimento, la vita e l'universo non
siano fuorché simboli e rappresentazioni. Altre affermazioni d'altre maniere di
Positivismo che pongano T assoluto senza penetrar nel regno della metafisica^
io non conosco;ne, a dir vero, sono possibili.* Littré con offesa apertissima
della logica. Ora, chi non voglia offendere non pur la logica ma neanche il
hnon senso, e insieme salvarsi dalla contraddizione, dove altro può penetrare,
uscendo dal regno delle «ctetue, fuorché in quello della tiietajUiea^ ma della
metafìsica intesa non già come scienza/>rtma, anzi ultimaf Determinare in
qualche modo la Potenza di cui r universo è manifestazione; specificaro questo
Immento formidàbile e pvr •alutare oltre cui non sa penetrar rocchio dello
Scienze ma della cai realtà nessuno che abbia mente sana potrà dubitare;
cotesta impresa, diciamo, non è né impossibile nò puerile, altro che per gli
animi volgari, incuranti e stupidi. La relatività nel conoscere non ò muro di
bronzo; non è oceano assolutamente sconftnato. Il conoscere metafìsico è
possibile; ma ò possibile come aesolato e come relativo insiememente. È
a«eolutOf nel senso che salva il pensiero dal nullismo metafìsico; ed è
relativoj nel senso che non istringe la mente entro la rigida catena d* una
formola sistematica. Se intanto ò vero, come dice Spencer, che tra V
Inconoscibile delle religioni e V Inconoscibile delle scienze non esiste
antagonismOy no viene che, fra gli altri fini, la speculazione metafisica debba
pre» figgersi anche questo: trasformare la fede, interpretar la credenza, porre
a nodo il germe delFidea che pure si s voi ve attraverso le produzioni mitiche,
superare il sentimento riducendo l'immaginazione a ragione secondochò richiede
il processo psicologico, e siffattamente porgere guarentigie sperimentali
all'inveramento della scienza mercè le applicazioni storiche in generale. In
questa rapida critica su la tendenza metafisica del Positivismo non abbiamo
tenuto conto dell' Umanismo di FRANCHI, e del suo Dio ddV Umanità che nega il
Dio detta Bibbia {Razionalismo del popolo, Ginevra), e neanche del Fatto della
vita, àeW Istinto ài cui parla FERRARI {Filosofia della Hivol.), perchè non ci
paion concetti scrii, né degni di critica seria. Quando s' è detto che il Dio
Umanità^ che la Vita della storia con tutte le sue leggi non sono che due fatti
i quali perciò abbisognan d'una spiegazione, s'è detto tutto. Ora a cotesta
qualsiasi spiegazione non sanno e non vogliono accostarsi questi due
arditissimi scrittori per paura della metafisica; e però non sono positivisti,
L' uno è critico, non Criticista, com' egli pretenderebbe giacOr bene, la
filosofia positiva, la speculazione razionalmente positiva, accetta, deve
accettar l' una e V altra posizione de' Positivisti inglesi e francesi, perchè
ci rappresentano entrambe uno sforzo di metafisica, perchè sono entrambe un
preludio alla metafisica. Se non che esse sono una metafisica incosciente, una
metafisica negativa, perchè sentono ma non soddisfano l'esigenza speculativa.
Come dunque soddisfare all'esigenza davvero positiva nella speculazione
trascendente? Evidentemente bisognerà appagarla superando il negativo,
superando quel sazievole non so, quel non mi preme sapere quel non si può
sapere che ad ogn' istante e con incredibile noia ci ripetono i Positivisti, ma
nel medesimo tempo restare nel positivo. E qual è il positivo in metafisica? Lo
dicemmo già, e lo ripetiamo: schivare gli estremi; perocché il nemico mortale
della positività metafisica son le colonne d'Ercole del tutto sapere, e del
nulla sapere metafisico. Se quindi la vera filosofia positiva ha da accettare
quel che il Positivismo ci dà e nel medesimo tempo superarlo in forza dello
stesso metodo positivo, deve accogliere l' esistenza che il crìticista, il vero
Kantiano affinchè sia tale, dehb' esser tutto d*un pezzo, dero accettare anche
i sommi pronunziati della Ragion Pratica, Ausonio dunque è un puro critico, un
critico sottile, è il doctor mbtilissimwi de* dì nostri, abile scaltri mai a
trovare il pel neir uovo neMibri altrui, ma non così nel dare una dottrina, una
teorica propria, fosse pur la teorica del giudizio. FERRARI invece è scettico
sistematico meravig^lioso nell’accatastare erudizione come nel distrugger
sistemi, ma nullista in metafisica al pari d’Ausonio. Costoro perciò son fuori
d’ogni forma di platonismo e d'ogni forma d'Aristotelismo; e se ne vantano; e
se ne gloriano: e si sortano pure! Ma non sono fuori della storia, chi sappia
che cosa voglia dire storia della scienza e della filosofia. FRANCHI e FERRARI
hanno esercitato fra noi quella funzione, parte benefica e parte malefica, che
viene esercitando lo scetticismo in certi dati periodi storici; funzione al tutto
negativa, ma necessaria. Ma la storia dovrebbe insegnar loro due cose: che il
l)Ì80gno speculativo è uu gran fatto, e che la possibiltà d' una metafisica
positiva non è un sogno. A questi critici e scettici, di cui fra noi oggi non è
penuria, opponiamo un dilemma invincibile do) BERTINI su la possibilità di
rintracciare un principio metafisico. (Ved. La\ FU, Greca prima di Socrate,
esposiz, storicocritica) d' un* ignota realtà in quanto è Potenza e virtù dell'
universo, ma legittimarla. Così il metodo positivo, assumendo valor critico e
razionale, non più sarà l'esagerazione d'uno de' due estremi indirizzi
dell'Aristotelismo, ne contraddirà'altrimenti alla sua posizione media, anzi
varrà a confermarla, ad inverarla, ad esplicarla sempre più.* L'opposto
indirizzo del Neoaristotelismo dicemmo esser THegelianismo. L'Hegeliano si
oppone al Neoplatonico, perchè non accetta veruna sorta d' immediatezza nel
conoscere metafisico. Si oppone al Positivista e ad ogni maniera d' empirismo,
perchè non può accoglier la nozione d' un assoluto portoci dalla coscienza
volgare, empirica o dommatica ch'ella sia. Qui egli ha pienamente ragione. Ma
qual è la sua via? Qual è il suo metodo? Dov'egli mira? L'abbiamo detto:
l'Hegeliano riconosce l' assoluto, ma lo riconosce ponendolo, facendolo;e lo
legittima per necessità tutta dialettica. Lo pone e lo fa non perchè ci è, anzi
perchè ci ha da essere; e per ciò nessuno potrà dire eh' e' ci sia prima che il
pensiero s'accinga a farlo. Di qui una conclusione singolarissima: Tutto ciò
che esiste, è anteriore a quello per cui virtù solamente egU è possibile e
reale! Ma non anticipiamo. Che cos' è dunque l'assoluto per i neoaristotelici
iperpsicologisti? Là risposta non è sì facile per noi quant' avrebbe da essere
per loro. L' Assoluto è il Tutto: è l' assoluta e immanente relazione: è la
relazione della relazione: lo Spirito. E così pure ?a in forno T affermazione
del Littbì: c qui e»t mitapKyne»«n, iCe»tpa9 po9ÌiivÌ9U; qui ett
positiwtefn'ett pa$ métaphyiieien (Princip, de Phil. Ponit. par A. Comte, Préf.
d^un ditdple) Noa senza ragione un nostro acutissimo hegeliano (Dr Mris, Dopo
la r^aureOf voi. I.) chiama Hegel V ArÌ9ioule moderno. Ma qual ò proprio V
Aristotole rappresentato dal filosofo di Stoccarda V Ecco il punto! U nostro
valoroso e carissimo professore, questo Oariholdi deW Hegdianimno come altrove
r abbiamo chiamato, non ammette che un solo Aristotele, il suo Aristotele!
'L'assoluto, dice un fodol ripetitore di Hegel, non è questo o quello, r
identità o la differenza, ma il tutto nella differenza e neil' unità tua, E il
conoscere assoluto poi sta nel porre i termini, nel mostrar Sennonché, in
cotest' assoluta relazione, in cotesto centro eh' è anche circonferenza, è pur
d'uopo cominciare. Da qual parte rifarci? Qual è il Primo? Eccoci nel cuore
dell' Hegelianismo: nella più alta e nascosa fortezza dove già da un pezzo la
breccia è stata ajiertaper opera degli stessi tedeschi, massime dal
Trendelenburg. All'assoluto, essi dicono, si perviene solo per medicunone. Ma»
cotesto lavoro di mediazione, come s'inaugura e perchè? A siffatto processo va
innanzi un momento d' assóltUa e subitanea astrazione} Col subitaneo astrarre
il puro pensiero pone. Che cosa? Pone Vinse, l'Essere, o meglio
l'Indeterminato. L'indeterminato non è soggetto né oggetto; non è pensante né
pensato: ma è qualcosa oltre cui non si può andare, e senza cui nulla non sarà
mai possibile, e mercè cui tutto sarà attuabile: l' idea assoluta, l' etema
nozione {der ewige Begriff.y Ecco Vàbsólute Prius, il Vero primo, e però il
vero Fatto.* La prima osservazione che qui sorge spontanea è la seguente.
Cotesto Indeterminato è cosiffatto, che non si può nemmanco pensare: perocché
ove accanto a lui fosse come s* oppongano fra loro, e come e perchè, opposti,
si concilino. (Vkba, Introd, alla Log. di ffegel). ~ 1/ assoluto, dico un altro
Hegeliano, non è Tldea, non la Natura, non lo Spirito, ma è VldeaNatura-t^rito;
la rdoMÌone dtlla relaztotie; VindifferenMa differenxiata indifferentemente
(Spaventa, Le», di FU.) Il vero abeolute Priue è 1* attività, il pensiero, lo
spirito: non TEnte che come puro essere è PremppoHo cominciamento; ma il
Ponente, vero Principio, che ò lo Spirito. FiL. di GIOBERTI. SPAVENTA ne
chiarisce il pensiero cosi: Io mi levo aU^eeeere per una riaoluMtone immediata
f per un'auoluta a$trazione. {Le Categ. della Log, di ffegd). Hrgbl, Log, voi.
I, Jntrod. L* Indeterminato per SPAVENTA è il È proprio uno scherzo, un
indovinello da algebristi ! Dunque, mi si chiederà, nel ^an sistema è egli
ripudiato V elemento della differenza? Tutt* altro. 611 Hegeliani anzi in ogni
lor libro, in ciascuna lor pagina s* affannano a mostrare e giustificar co*
fatti cotesta legge tanto necessaria air organamento della dialettica. Ma
quanto i Gesuiti non s’arrapinano anch^essi a parlarci di libertà di pensiero e
di coscienza? K pure chi non sa come la libertà vera per costoro sia la
schiavitù al Sillabo e al Domma, per cui la ragione è libera solo in quanto è
assorbita dalla fede? Tal si è il diverso per gli Hegeliani: un fuor d* opera.
E* ne parlan sempre, ma alla fin delle fini poi si trovano ingoiati nelr
identico. L'alterità che scorge Hegel nel suo pensierpuro è (ripeto la sua
frase) ineffabile e assolviamente vuota. Or una differenza assolutamente vuota
non è forse indifferenza, cioè non differenza, identità, vuotaggine
addirittura? E dato ci sia cotesta differenza, sarà ella di natura metafisica,
o non piuttosto logica? E una differenza non metafisica, domanderò, sarà ella
vera differenza o non più veramente semplice distinzione? Ecco la ragione per
cui l'Idealismo assoluto non può riescire a dimostrare l'oggettività della
conoscenza, e salvarsi dal pretto formalismo ond' è tutto magagnato. Che se poi
la gran pretensione sta nel volerci dare la scienza assoluta, e 'sarebbe d'uopo,
ripeto, che la logica, proprio come logica, fosse la metafisica; talché col far
l'una si farebbe anche l' altra, e così potrebb' esser risoluto l' arduo
problema dell' oggettività. Invece il più valoroso de’nostri Hegeliani come
rispond'egli a questo proposito? Se n'esce pel rotto della cuffia dicendo. Tale
oggettività non d un problema logico: la logica ami la presuppone, (SPAVENTA)
La presuppone? Mi par di sognare! Se dunque è così, la conseguenza chiara come
il sole, almeno per noi imbarbogiti sempre più nella vecchia logica
aristotelica, sarà questa: che la logica, grande o piccola che sia, subbiettiva
od obbiettiva che si voglia, non sarà e mai non potrà esser quella che ci si
vuol dare ad intendere, la chiave, cioè, del grand' edlfizio, il fondamento a
priori dell'enciclopedia, la vera metafisica del conoscere. Nò qui vale invocar
la Fenomenologia qual propedeutica atta a dimostrare 1’oggettività, come fa' lo
stesso Spaventa. Cotesta invocazione anzi è una ragione di più per dichiarar la
logica degli hegeliani una tela di ragno. Perchè se la Fenomonalogia ha da
esser la propedeutica necessaria della Logica, il processo a priori e assoluto
nel costruire la scienza diventerà una parola [LIB. H. della nuova loj^ica, s'
è provato a schiacciarlo. Ci è riescito? Un vizio magagna tutta la logica
hegeliana, dice anch' egli; ed è vizio d'origine, in quanto che pone radice
nelle viscere stesse del momento astratto, e propriamente nel concetto
dell'Indeterminato. L'Indeterminato è un equivalente comune dell' Essere e del
Non-essere, dell'Idea e del pensiero, dell'astratto e dell'ASTRAENTE. Di fatto,
che cosa mai sono cotesto Essere e cotesto Non-essere? Ei son cosa
indeterminata; ma non sono lo stesso Indeterminato. Se fossero, la difiFerenza
tornerebbe davvero impossibile (difetto radicale dell'Idealismo obbiettivo
dello Schelling), perchè avrebbe a sgorgare dall'identità. Che se non fossero
la stessa cosa, tornerebbe impossibile il contrario, cioè l'identità. Essere e
Non-essere, dunque, sono un medesimo, è vero, ma solo in quanto indeterminati,
non già in quanto indifferenti. Essere e Nulla sono lo stesso, ma non come
essere e Nulla. Una prima osservazione potrebb' esser questa. Se tra r Essere
e'1 Nulla havvi identità e diiferenza; idenYuota di senso, an a priori che non
è a priori, e perciò un* ironia, come dlcovamo poco fa. Ancora: se la Logica in
cotesto processo a priori ha da pretuppoire la Fenomenologia, ne segrue che
l’una di queste due scienze non potrà essere altro che imitazione, ripetizione,
copia, copia anche ridotta al grado supremo di trasparenza ideale, ma sempre
copia deir altra; e quindi s'intoppa nella solita conseguenza, che cioè la
conge?natura dialettica hegeliana, anziché una metafisica, sarà un pretto
formalismo, un assoluto soggettivismo. Che se la Logica prewpponendo
necessariamente la Fenomenologia non può non essere altro che una copia
trasparentissima di questa, non sappiamo dir davvero che cosa gli Hegeliani
avranno da opporre al metodo di certi Teologisti i quali pigliano a discorrere
della natura di Dio appoggriandosi nelle leggi psicologiche, ricopiandole,
ripetendole e trasportando così la psicologia nella teologia. Del resto, sul
significato e sul fine e sul valore della Fenomenitlogiat i seguaci di Hegel,
com*è noto, navigano pur troppo in opposte correnti neir interpretar la mente
del maestro. È d' nopo dunque che innanzi tutto e s’accordino fra loro e ci
sappian dire se la Logica sia davvero la scienza madre, la scienza davvero o
priori, ovvero abbia da presupporre qualcos'altro dinanzi a sé. In entrambe i
casi le difficoltà saranno insormontabili. * Spatbmta, Le prime Categ, ecc.
loc. cit. tità perchè entrambi indeterminaéi, e differenza perchè entrambi
indifferenti; io domando: cotesto indifferente non è già di per sé stesso un indeterminato,
cioè non differente, cioè non determinato? Dìinqne Isl differenza di cotesto
indifferente è una parola com' un' altra; un pio desiderio: perocché,
ripetiamolo, se l'indifferente è irrélativo, sarà per sé stesso irrazionale,
sarà il nulla, sarà il nulla addirittura: quel nulla che, come dice il Vico,
non può cominciar nulla, e nulla terminare: vuotaggine, e voragginel Ora
piuttosto che dirlo un absclide Prius cotesto Indeterminato, non vuol esser
anzi ritenuto come un vero capui mortuum, incapace a costituir la scienza
perchè incapace a far cominciare il pensiero?" Sennonché il Professore di
Napoli, nel corregger V Hegelianismo, par che voglia uccidere il verme velenoso
procacciando mostrare che il diverso ponga radice nel Nulla, ma nel Nulla
inteso non già com' essere purissimo, astrattissimo, scioperato, bensì come
astraente, come NuHa-pensiero il quale, perciò, non cessa né può cessare d'
esser pensiero. Or bene, l' illustre uomo così non risolve, ma sposta la grave
difficoltà del Trendelenburg. Egli riesce a mettere un po'di calcina alla
breccia, è vero; ma senz'addarsene poi n' apre un' altra non meno fatale della
prima, perché l' intrusione del diverso è sempre lì duro a chiedergli ragione
di sé. Infatti, s'egli considera l'Essere come un in sé, e considera come un in
se anch' il Non-essere; non v' è nessuna ragione al mondo perchè non abbia da
riguardare anche come un in se il connubio de' due termini. Intanto che cosa fa
il dotto filosofo ? Giusto nel momento che s' hann' a decider le sorti della
logica obbiettiva, giusto nell' istante supremo RÌ9p, al Oiom, de* Leti., T,
IL. Si dirà: è indeterminato anche il vostro intelli^bile, la {«ce metafisica
del vostro filosofo. Verissimo, io rispondo: ma tra il nostro indeterminato e
quello degli Hegeliani corre tanto divario, quanto fra un oggetto posto da
natura, e quello colto d'oMatto; fra T oggetto originario intuito, e r oggetto
afferrato por risoluzione astrattiva. Veggasi quel che s*ò discorso nella
sezione in cui la logica dee poter rivestire natura e valore di metafisica,
egli cangia bruscamente posizione, e invoca il pensiero, invoca 1' astraente,
invoca l’astrazione, e cosi dileguatasi a un tratto V obbiettività, ci fa
divagare nel mondo delle pure forme, ed eccoci di bel nuovo ricacciati e ravviluppati
per entro alle fitte maglie della tela di ragno! Dunque (mi si chiederà) a
voler penetrare sul serio nel regno metafisico, nel mondo delle Menti e di Dio
con metodo razionalmente positivo, chg cosa è da fare? Il da fare è manifesto:
bisognerà che il connubio de' due termini, cioè il divenire, sia quel medesimo
che sono cotesti suoi termini, dal cui annodamento esso dee pullulare. In altre
parole, bisogna eh' e' sia da sé, che sia per sé, che sia mediante se. Fa d'
uopo, insomma, che r Essere (ripetiamo volentieri la bella frase del
Trendelenburg) sia dialettico, ma dialettico davvero, non da burla; dialettico
nel verace significato della parola, e quindi atto a moversi da sé medesimo,
anche senza il vostro pensare, anche fuori del vostro pensare. Cosi gli
Hegeliani potrebbero schivare qualvogliasi intrusione; e così (e solamente
così) potrebbero conseguir quella che tanto essi desiderano, la scienza
assoluta. Ma questo non ha fatto Hegel; e questo non ha fatto Spaventa benché
con tanto acume siasi adoperato a rammendar lo strappo micidiale che con
abilità di grande maestro ha saputo operare il dottissimo Trendelenburg nella
logica hegeliana. E perciò il sistema delF identità assoluta è, e resterà in
perpetuo, come é stato appellato nella stessa Germania, il monismo del pensiero
(monismi^ des Gedenkes). Abbiam detto che l' impossibilità di mostrare il
principio della difierenza nel regno della logica fa sì che il passaggio al
mondo della natura si manifesti arbitrario, illusorio, fallace. L'idea logica,
dice VERA, è la Idea cieca, l’Idea senza coscienza né pensiero, la nuda
possibilità: in somma é l'Idea, ma non l'Idea dell' Idea. In cotesta
imperfezione logica sta proprio la ragione del passaggio alla natura, e quindi
la sua legge, e la sua necessità.* Dunque, in altre parole, perchè r
inderminato è indeterminato, perciò diventa determinato ; perchè è possibile,
perciò diventa reale; perchè è privazione, perciò h posizione. Eccoci alla
tt-ostc? aristotelica. Ma dicemmo che la privazione non è negazione, non è vaga
e astratta indeterminatezza, non è pretta potenzialità, ma energia, principio
positivo, e potenza feconda (to' ^uvarov). Or l’idea dell’Idea di cui parla
VERA, è qualcosa d'assolutamente potenziale e d'indeterminato; è una
possibilità logica, il to' ev^e^opevov, non già il tò ^uvktov, e quindi, meglio
che principio positivo, è negazione d'ogni principio. Come dunque principia e
fa principiare? Come passa e fa passare? In-, somma, com'è che diventa?* *
Hegel, Log., Introd. n divenirey osserra il medesimo traduttore, compie la
a/era ddV E98ere e del Non-esaerey e forma ti passaggio alla sfera ptù concreta
dell' Idea, dove per novelle addizioni V Essere e il Non-essere diventanoy o
meglio son divenute qualità, quantità, essenza. (Log..) Ma come fatte, da chi
Jhtte e perchè fatte coteste novelle addizioni? Data la sfera dell* Essere, del
Non-essere e del Divenire, si passa tosto e necessariamente alla sfera concreta
del medesimo e del diverso... Ma come si passa? Chi vi dà il diritto
d'affermare cotal passaggio? Torniamo a domandarlo: siamo qui fra*
contraddittori, ovvero fra* contrari? Siamo fra nn termine posto ed un altro
opposto, o non più veramente fra il puro pensiero e il soggetto
determinatissimo e vivente che dicesì naturai Per quanto si faccia, la sola
relazione logica e la sola necessità logica torneran sempre inefficaci, e però
Hegel (secondo la severa critica dello Stahl) non giunge mai ad un mondo reale.
Egli passa dal puro pensiero alla Natura perchè? Perchè l'uno dee negare sé
stesso ponendo l'altro, l' opposto. Ora il carattere dell'opposto, della
Natura, non è la realtà, la sostanzialità, la causalità (attribuiti già allo
stesso pensiero puro), ma è la negazione dell'essere sostanziale, reale,
causale. Che cosa dunque rimane alla Natura? La semplice determinazione del
tempo e dello spazio (Ved. Enciclop). Or per qual ragione si dovrà ammettere
che questa natura estesa e temporanea debba esistere attualmente, che, cioè,
sia reale e non semplicemente pensata come estesa e temporanea, socondochè ci
accade ne' sogni? L'opposto del pensiero puro è la Natura solo come temporanea
ed estesa: ma per aver 1' opposizione forse che non basta pensarla come tale?
L^ Idealismo oggettivo di Hegel (conclude lo Stahl) non è meno di quello
soggettivo di Fichte un puro mondo di sogni: Tunica differenza ì che vi manca
ehi sogna, » {FU. del Diritto. A. quest' ultimo e severo giudizio dello Stahl
ci piace qui aggiungere quello d' un altro Parlando dell'Idealismo assoluto non
possiamo dispensarci dall' accennar poche cose, quant' occorre al nostro
proposito, sul suo organamento generale, e su le sue relazioni storiche col
Platonismo e con V Aristotelismo in generale. Gli Hegeliani riconoscono che il
mondo si svolge per una legge interna anziché per un caso o per necessità
ineluttabile e geometrica, come pensano gli Spinozisti ne' tempi moderni, e
come pensavano gli Epicurei in antico. L' Hegelianismo racchiude una grande
idea; l'idea del processo, che vuol dh-e d'un fine da conseguire con pienezza
di coscienza, di libertà, di razionalità. L'Idealismo assoluto, quindi, anziché
cieco meccanismo e fatalismo ineluttabile, parrebbe un essenziale e profondo e
universale dinamismo. Ma eccoci al punto 1 Al di là della natura, ci si dice, è
l' Idea che per ogni conto è indeterminata e potenziale: al di qua poi ci é lo
Spirito, eh' é l' Idea dell' Idea. Ora abbiam visto come la Natura non si possa
movere per l' Idea, perchè ninno potrà mai dare quel che non possiede. Tanto
meno poi si potrà movere per lo Spirito, perchè lo Spirito vien posteriore alla
natura, e le si sovrappone. Ck)me dunque movesi cotesta Natura? Per necessità
logica. E quale è il fine, quale il motivo ond'é spinta, eccitata, illuminata?
La razionalità. Or non è ella cotesta una forma di fatalismo cieco e geometrico
che, quant' a' risultati, non si divaria né pur d'un apice dallo Spinozismo?
Qual differenaotoreTole scrittore su* difetti sostanziali deiridealismo
assoluto. « Non 9% pud leggere Hegel tenxa chieder9Ì ei ragioni ttd terio.
Spesso cade ntl fatalismo y nella personificazione, e, leggendolo, par
d’assistere alla /ormatone d’una mitologia, alla genesi di un mondo che
somiglia qtuilo degli Gnostici, in cui avviene che le idee piglino corpo,
marcino^ e subiscano le piti svariate vicende. (SoBRRERt M^langes rf* Histoire
religieuse). A proposito della Logica hegeliana poi ci sembra notevole questa
sent-enza d*ano che se ne intende, e che per il solito è temperatissimo ne’suoi
giudizi: Higd n’a pas renouveU la seience, comme Venthow situme de ses
disciples Va parfois prodanU; il Va dénatwée, malgri les avertissements de
Kant, et en la faisant la premiare des seiences, ou pour mieux dire la seuU
scienoe, U Va tuée, (I. Babthìlkmt Saikt-Hilaibie Logique d^Arisiote, GL,
Pré&ce.) za, infatti, fra la necessità dialettica e la necessità
matematica, fra lo Stoico l’ Epicureo lo Spinoziano e l’Idealista assoluto
fuorché la coscienza, in quest' ultimo, della razionalità, eh' è dir la
coscienza e la trasparente visione di cotesta superiore, arcana, invincibile,
ineluttabile necessità?^ Quanto poi alle sue relazioni storiche, notammo già
come r Hegelianismo distinguasi da ogni altro sistema per la«pretensione di
volerli tutti accordare e tutti compiere e tutti inverare. E poiché guardando
al modo generale onde si suol determinare il fondamento assoluto delle cose,
tutte quante le soluzioni metafisiche possono esser rimenate ai due indirizzi
del Platonismo e deir Aristotelismo, così gV Idealisti assoluti, con la
dottrina delia Idea e quindi del metodo dialettico, reputano d'esser finalmente
pervenuti ad accordare l'esi[Nò Tale che alcuni fra i più intelligenti
Hegeliani^ stimando dMnterpretar meglio la mente del maestro, riguardino i tre
momenti del processo assoluto, nonché i tre termini del gran sillogismo, come
in un sol momeìUo^ cioè nella loro immanenza, nell'attuale ed assoluta
relazione, vomire nella immanenza àeWIdea della Natura e dello Spirito dandoci
così a credere che cotesta non è altrimenti la metafisica della Idea immobile e
irrigidita, e neanche della Mente, e tanto meno poi dell* Ente, ma si la
metafisica Tera perchè metafisica dello spirito. Con l’aggiugnere al concetto
del processo e del reale divenire quello dell’immanenza, panni che le
difficoltà, anziché scemare, crescano. Fra que*tre momenti e que*tre termini,
infatti, una relazione caueale è ineyitabile, essendo verità troppo antica ed
altrettanto irrepugnabile, che la catua ì per la tua e$9enta avanti V effetto
(Twv yàp fiéd^v^ wv coriv l5« xt etrj^oirov xae' o/BOTfjOov, ocva^xacov givat
tÒ zrpórspoy airtov t«5v /xct' auro. Arist., Metapk.). E questo principio
rlbadiscon oggi per Tia sperimentale tutte le scienze naturali e fisiche,
mostrando ad evidenza come la natura fisica, nello svolgimento cosmico, preceda
alla comparsa del regno vegetale, il vegetale (secondo alcuni) all'animale, e
air animale rumano. Come dunque persistere a farci erodere aW immanenza del
ternario f Come scaldarsi tanto per darci ad intendere che V Idea i insieme
Natura e Spirito e che la Natura è insieme Idea e Spirito f È metafisica
positiva cotesta? o non più veramente un abuso di logica nonché un'ingiuria ai
pronunziati più sicuri della moderna scienza di natura? L'opposizione più
salda, più seria, più invitta all' Idealismo assoluto la fanno oggi le
discipline sperimentali. R pure gli Hegeliani non se ne accorgono! Felicissimi
loro! genza metafisica dell' uno, con quella dell'altro sistema. Or è in questo
preteso accordo eh' ei si palesano iper-psicologisti per doppio rispetto.
Osservammo come uno de' massimi concetti dell' Aristotelismo sia quello del
moto; fondamento e sintesi di tutte le categorie, ou xoivóv. Metaph. TóSe yy.p
rt tÒ f^soóiievov >? Si xcvyjaiC} ov. Phys,, * Twv a^à^ffwv Z"» e)
xévvjo'cc); oX>) ^%p ri zapi fVT£(ai (TXSìpi? ÒLV^p7)T0Lt. Melaph.y ' Tal è,
per esempio, il ciottissimo Felice Raraisson, il quale, segnatamente nel 2**
yolame dell* opera che noi più Tolte abbiamo citato, si mostra critico assai
poco benigno verso le teoriche platoniche nel porre a riscontro la Dùdettiea e
la Metajitùsa, E di questo difetto è stato giustamente ripreso dagli stessi
francesi fra* quali Janet. {ÉhuL tur la DialecHque dant Platon et dans Hegel,
Paris) come nota lo Zeller, che le idee abbiano da esser lo stesso che i
sensibili; onde poi la conseguenza su l'inutilità di ciò che Aristotele chiama
sensibili etemi, la facilità di rilevare T assurdo delle essente separate,^ il
rimprovero su la necessaria vacuità degli eterni parodigmi, e la irrisa e,
certo, ridevole mitologia delle idee come reminiscenze d' un' altra vita.* Ora
il Platonismo espostoci da Aristotele arieggia, per più rispetti, al sistema
dell' assoluta identità: di guisa che ov' altri desiderasse elementi per una
severa confutazione della dottrina hegeliana, dovrebbe intendere Platone così
come lo intese il suo celebre discepolo e come lo stesso Platone si rivela
talvolta nel Parmenide e nel Sofista, e saperne quindi ritrarre gli assurdi.
Anche nel Platonismo passato per la trafila dello Stagirita si può dire esser
la logica quella che crea il mondo, essendo la nozione, il generale, Punita
indeterminata che pone il multiplo. Fra il finito e l'tw/ìnito, fra l' Ente ed
il Non-ente, fra 1' Uno e V Altro (rauToi, 5dÌ7spoy) nou ci ha chc uu rapporto
di natura logica; sia che si parli di fx^juviacc, sia che di fisOf^ic, ovvero
d'una relazione intima ed essenziale emergente "Ere Sol^iisv av aSiivarov
ywpc'c stvae tìj'v ouT^av xai OH VI o\J7iOL' wt7« ctw; «y ac cosai ovacat t»v
apxyfAOiTta'» oZdOLi X^P**"^ suv. Metaph, Quanto al vaJore della critica
Aristotelica cons. lo Zbllkb {Eapo•inone arittotelica ecc.). Vedi anche
Tbendblbkbubq come intende i n^ùròc àpt^fAoi {PleUonU de idei» et numerie
doetrina ex Ariet. iUtutrata, Lipzia, Stillbaum, Prolog, in Parmenide di VELIA,
ove tocca dell* esposizione aristotelica. !. Simon, Étnd. tur la Théodieée de
Platon et cT Artet, Cuosiir, note al Tim. dorè Platone è difeso dall* accusa
riguardante la causa finale. Jacqitks,
Thior. dee Idée* réfutiee par Ariet, Lkvbano, De la Critique et Ice Idéee
Platonicienne» par Ariat. au premier liv. de la Métaph. Lrclf.bc,
Penniee de Platon preceduti da una Hist. abrégie du plaumieme, Oggimai dunque
le interpretazioni e la difesa in favore di Platone sono tante e così evidenti,
che la crìtica aristotelica è ridotta ai suoi legittimi confini. Molte obbiezioni
Aristotele andò cercando col lumicino; ma alcune reggono e reggeranno contro
ogni forma di Platonismo come altrove toccammo, e come vedremo meglio nel
prossimo capitolo. dalla natura stessa delle idee secondochè appare nel
Parmenide di VELIA. Non è questo il luogo per dire qual possa essere il
significato sincero di questo celebre dialogo e quale il metodo più acconcio
onde vuol essere interpretata la mente di Platone. Ripetiamo che per lo
Stagirita, come per alcuni critici francesi, sembra che il filosofo Ateniese
rimonti all' assoluto mercè gli artifizi dell' astrazione, dispogliando le cose
de' lor caratteri individuali, risalendo gradatamente a' rispettivi prototipi,
e giugnendo così al minimo della realtà, cioè al generale che per sé stesso è
cosa indeterminata e vuota.*Ora, dare al Platonismo cotesto valore tornava
comodo al discepolo per meglio combattere il maestro; ed era altresì naturale,
atteso che il metodo adoperato da Aristotele, anziché iperpsicologico ed
astratto, come dicevamo, si palesa essenzialmente psicologico, sperimentale,
induttivo nell'ampio significato di questa parola, per cui la sua metafisica
riesciva al massimo delle realtà eh' è l'Atto puro. Così ciò che per questi
interpreti è il minimum pel malinteso Platonismo, è il maximum pel beninteso
Aristotelismo. Questo fa oggi l'idealismo assoluto, ma il fa con quella
ricchezza d'espedienti, come giustamente osserva r illustre traduttore di
Hegel, e con quella possente vena di speculazione, che sanno dar venti e più
secoli di storia e di profonda attività filosofica. L' Hegeliano condanna il
metodo aristotelico, lo dice empirico, e si studia invece di seguire e compiere
il metodo dialettico dell'autore del Parm^enide; ma nel fatto non fa che
perpetuare la vuota posizione del Sofista in quanto che col TÒ ov di questo
dialogo, che è precisamente il suo Indeterminato, e' si riman sempre nelle
secche della logica. Rayaisson. Vera, V Hegelianifime tt la PhUoBopkie. Ma è
poi davvero Y Indeterminato la posizione del Sofista? È egli tale forse r«»«er«
che ì realmente e aaeolvUamejUe : rw travre^wc ovt«? {Soph.) L'Idealista
assoluto non riesce al minimum platonico, è vero: ma comincia dal minimum
dell'essere, perchè salendo di slancio, come dicemmo, air Indeterminato, coglie
immediatamente (es egreift) l'In -sé {dans ansich) che è Nulla ed Essere, e poi
con metodo dialettico e generativo egli viene sgomitolando, a così dire, ogni
cosa con ritmo costante, immutabile, invincibile, matematico, monotono, per
indi riuscire al medesimo punto onde era mosso per l' innanzi. E con ciò pensa
d'aver conseguito il vantato accordo fra l’Aristotelismo e il Platonismo,
mentre in realtà ad altro non riesce che ad una forzata compenetrazione e
meschianza del melenso e indiscerniljile tò cv con quel Noùc immobile,
solitario e tutto chiuso entro sé stesso di cui Aristotele parla nel XII libro
della Metafisica. L'Hegeliano quindi é iperpsicologista per doppio conto. Egli
incarna, esplica logicamente e compie mirabilmente uno de' due indirizzi
estremi dell' Aristotelismo, e insieme interpreta il Platonismo con una critica
che somiglia non poco a quella d' Aristotile. Concludiamo. Abbiam visto come la
forma di mediazione onde i Positivisti mostrano d'aver coscienza dell' Assoluto
sia contraddittoria. Essi protestano di non saper nulla, di non poter nulla
sapere di metafisico; ma nel fatto confessano un nescio quid, la realtà d' un
obbietto trascendente. Lo confessano in maniera empirica, e si contraddicono
anche qui, perché, dichiai'andolo Inconoscibile, negano così l' esigenza più
vivace della ricerca, negano il metodo positivo, negano la critica severa e
feconda. Positivisti, Critici, Scettici o com’altrimenti si chiamino cotesti
filosofi déW avvenire, non hanno e non vogliono aver fede nell' indagine d' un
sapere metafisico. Essi dunque condannano sé medesimi, il proprio metodo, la
ragione e la storia della scienza, poiché non fanno che perpetuare un
aristotelismo fiacco, empirico, unilaterale, impotente, negativo. Ad un opposto
resultato riesce il neoaristotelico iperpsicolggista. L'idealista asBolnto dice
di conoscer l'Assoluto, d'intenderlo nel senso più stretto di questa parola,
perchè lo fa solo in pensandolo, e ripensandolo il rende a sé stesso
trasparente. Chi conosce Bram è già Bram, dice il filosofo indiano. Chi giugne
a pensar Dio, l'infinito, ci dicon gl'Hegeliani, egli è già Dio, è già
l'infinito. Ma il modo con che pervengono a pensarlo, il processo di
mediazione, non è processo, non procede, non cammina, ma sé in sé rigira,
direbbe l'ALIGHIERI, poiché riman sempre nel mondo del più puro pensiero, del
subbiettivismo, in quel letto di Procuste appellato formalismo logico, come
dell' Hegelianismo dice un illustre scrittore vivente di Germania.' Cotesto
processo quindi é una mediazione bugiarda, perchè non é vera e legittima
conversione. Quell'ombra, dunque, di dottrina metafisica, quel vano conato di
conoscenza trascendente che ci porgono i Positivisti col confessare la realtà
d'unDews absconditus ci rappresenta una delle forme costituenti la prima
|)0sùnone speculativa; la quale perciò, chi guardi alla legge istorica
aristotelica secondo cui si svolve il pensiero filosofico, s'addimostra tutt'
altro che positivo, in quanto che ci rappresenta l'esagerazione del Dommciismo
empirico. La dottrina hegeliana poi neir attingere a modo suo l' Assoluto e nel
determinarlo, ci rappresenta invece la seconda posizione speculativa, ed è
l'esagerazione del processo deduttivo, in quanto é dommatismo sistematico
assoluto; e neanche questo merita nome di positivo. I Neoaristetelici moderni,
dunque, sia che per necessità di sentimento e d' opinione e d'istinto pongano
l' Inconoscibile, sia che a furia di speculazione trascendentale pongano
l'Indeterminato come un absdute Prius, partono dall'ignoto; partono dall'
impensabile. Essi movono dal buio, o riescono al buio: talché rassomigliano a
que' filosofi di cui parla Aristotele, i quali fanno nascer tutte cose dalla
notte: ol * CoLEBBOOKE, PhiL dea HindotUf Ess. II. Gbbvihub, Hìh, du
IHx*Neuviéme SihUe, Paris. fx vuxTo'c 7fvvo3vTic. Perciò i Neoaristotelici, s'
appellinQ Hegeliani o Positivisti, meritano, comecché per ragioni diflFerenti,
il titolo di filosofi della notte; mentre i Neoplatonici con le vantate
visioni, intuizioni, splendori, irradiamenti e influssi divini, ben ci figurano
i filosofi del giorno e della luce. Il positivo nel conoscere metafisico non
istà nella immediatezza de' Neoplatonici, e neanche nella mediazione de'
Neoaristotelici. In che dunque vuol farsi consistere? Re LA RICERCA
DELL'ASSOLUTO SECONDO LA RAGION FILOSOFICA POSITIVA, altrove notammo come
l’essere s' incarni e sostanzii ne'tre processi, ideale^ naturale,
istoricO'Sociologko: e come il Vico, a significare l'indipendenza di ciascuno e
insieme la comune legislazione, siasi ben apposto nel chiamarli a Mondo delie
Menti e di Dio^ Mondo della Natura^ Mondo dello Spirito. Avvertimmo altresì che
le scienze le quali studiano lo spirito in sé stesso indipendentemente dallo
svolgimento isterico, si adunan tutte nelle tre discipline fra loro distinte
eppur connesse in unico organismo, i cui tre momenti, per così esprimerci, sono
il primo psicologico, il primo logico e’1 primo vero metafisico. Ora il
processo ideale è la dialettica; la quale volendo essere avvisata sotto doppio
rispetto, ideologico e metafisico, è davvero, come l'han sempre designata i
Platonici ed i neo platonici, una scala; ma una scala a doppio congegno; una
scala ascensiva e discensiva, come direbbero certi viventi critici francesi
nell' interpretare il Parmenide di Platone,' In qnanto ascensiva, è ideologia;
e V ideologia, se non avesse alcun valore dialettico, altro non sarebbe che una
serie di norme logiche e un cumulo di leggi e d'attinenze onninamente formali.
Essa dunque rappresenta il processo eduttivo. Questo processo muove dal Primo
logico, e riesce al Primo vero metafisico; e vi riesce col mezzo delle idee
(ntpi iSé(av) che sono il medio per eccellenza, lo strumento pili acconcio, più
legittimo, e perciò la prova razionalmente positiva per potere attinger la
notizia dell'Assoluto. In quanto poi la dialettica è discensiva, è metafisica;
ed è metafisica perchè, giunti, come accennammo, al sommo della scala, il Primo
vero metafisico assume valore di principio metafisico che è anch'egli .processo
e conversione con sé e col fuori di sé. In Vico é abbastanza chiara l'esigenza
di questo doppio rispetto della dialettica laddove, nella simbolica Dipintura
della Scienza Nuova, pone il pensiero e l'essere come formanti un organismo, un
sol mondo, il Mondo delle Menti e di Dio. Vedi per es. Jankt, Étude »ur la
Dicdectìque ecc., ed. cit. p. Vaoherot, HÌ9t. critique de VÉcole (TAlex.^
NoCTRlsSOir, Expo8Ìtion de la Théorie pUUonieienne de$ idée», PftHs, Simon,
HìH. de VÉcole d'Alex. Perchè le idee tornino fruttuose han d' avere un valore
dialettico. Cons. a questo proposito Plat., De Rep., Sop}i.\ Abist., Metaph.,
Proclo, Comm, in Parm. Il metodo dialettico beninteso risale, secondochò
notammo, a Socrate, come quegli che trasferi tale parola dagli usi della vita
(^ta'kéyt'jBxL^ eonvereare), agli usi della scienza. Però dialettica, nel suo
razionale significato, indica la convenione della mente, vuoi con sé medesima,
vuoi con altro. Vico intende a meraviglia tale origino istorica, nonché
Tapplicazione speculativa alla scienza, laddove afferma: V ordine delle umane
cote i d* ouervare le cote SIMILI, prima per ISPIROASSI, dipoi per provabr; e
ciò prima con V ESKMPLO che ti contenta d* una coea^ finalmente con V INDUZIONE
che ne ha hi' eogno di piò: onde Socrate, padre di tutte le eitte de*filo9ofi,
introdueee la Dialettica con l’Induzione che poi compiè Aristotele col
eillogiemo eJte rum regge senza un universale, {Se, Nuo.) Veggasi quel che
abbiamo discorso quant* al metodo. Ricordiamoci che per noi la metafisica non ò
sdema aeedlmUi, bensì Il nodo gordiano della filosofia, e però la chiave della
metafisica, son le idee. Se il lettore ha badato al processo e alla genesi
psicologica che assai fuggevolmente venimmo tratteggiando, avrà potuto indurre
qual sia e qual debba essere, secondo V esigenza del filosofare positivo, r
origine e la natura delle idee. Coteste idee non sono entità puramente formali,
né puri concetti dello spirito. Non sono essente sparate, almeno quelle intomo
alle quali (come usava dire GALILEI) possiamo discorrer noi umanamente; e però
non sono sostanze esteriori, come Aristotele interpreta i napaStiyyiotrx del
filosofo Ateniese. Non sono concetti innalzati ad universalita determinata ne^
quali col chiudersi il circolo dell' essere si esauriscano ed assolvano le
ragioni delle cose, com' è per gl'Idealisti assoluti. Non sono, a dir proprio,
le cose stesse nelle assolute lor qualità. E, finalmente, non sono quasi
altrettanti simboli, o spiragli attraverso cui si affaccia al pensiero
l'Assoluto. Le idee costituìscono il prodotto del processo psicologico. Elle
dunque sono una fattura di nostra mente: son la mente stessa, direbbe Vico, ma
la mente in quanto è Magione spiegata. Ecco le idee umane, sul cui svolgimento
s'imba&a tutto l'edifizio e tutto il valore della Scienza Nuova.* Mcienxa
ddP à»9oIìUo in quanto è Critica del Vero. Però accettiamo anche qui la
sentenza che costituisce, diremmo, la chiave dell* indiriuMo medio dell*
Aristotelismo. Per Aristotele la Metafisica è «ciennadeU^AatolìUo; e questa
scienza dell'Assoluto è anche logica, logica in «2, logica in quanto considera
l'essere »n «è, realmente: to' sgw ov xai x^/^'^l^v. {Metaph.): il che consuona
con la sentenza di Vico riferita altrove: Quello che è metafiaica in quanto
contempla le cote per tutti i generi delV e»aere, lo tteseo è la logica in
quanto considera le coee per ttUti i generi di Bignifienrle. Col pensiero
d’Aristotele poi rinverga il concetto del suo maestro. Platone, come ò noto,
appella filosofi quelli a’ quali ò dato asseguir la notizia di ciò che è
costante e assoluto (^cXóaoooc jiasv oc toù àcc xxT« rauToè wc«i»tw; e;^ovTo;
5«và^«ovi SfxnrtfrOxt. Bep.y). A prima giunta parrebbe che nella dottrina delle
idee il Vico fosse un filosofo arciplatonico, ma non è. La dialettica
platonica, intesa in un certo senso, non può menomamente prescindere, come
osserva il Simon, dalla dottrina della reminiscenza: La euppreseion de la
remini»cenee en peycologie ut la négation de la dialectique et de la tkéorie
de» idée. Ma se le idee sono il moto stesso e lo stesso esultato della energia
psichica, e, come tali, chiudono il circolo della natura e dello spirito, non
però chiudon sé stesse, anzi dischiudonsi, e col dischiudersi ci mostrano di
lor natura un intimo riferimento all' Assoluto. Se r uomo, lo spirito, secondo
la nozione del nostro filosofo, non è, a dir proprio, Y infinito attuale e
nemmanco r attuale finito, ma una potenzialità infinita, una potenza che tendU
ad infinitum, ne seguita che anche, le idee, sue determinazioni, voglion esser
fomite del doppio carattere della finità e della infinità, sia che le si
considerino nelle intime lor attinenze organiche, sia che nella lor solitaria
immanenza. Dunque l'idea è genm, è forma metaphysica, e, come tale, somiglia
alla forma del plasticatore, anziché a quella del seme. Ma anche come genere, anche
come forma metafisica l' idea è finita e infinita: finita in ampiezza e
universalità; infinita in perfezione.' Però tiene del finito, in quanto che un'
idea non è l'altra; e tiene poi dell'infinito, perchè è). Or la dottrina
psicologica del Vico, secondo che noi siamo Tennti interpretandola, contraddice
ad ogni platonica reminiscenza, ad ogni maniera d’intùito iperpsicologico; anzi
non mancano luoghi ne^qaali egli condanni questa dottrina. (De Univ.j'ur.)
Quanto alla scienza e alla virtù, dice esser cose che hisogna edurle dalla
mente e dairanimo come fa T ostetrico (De Coruu PhiL, e. I). Non è poi
nniraffatto platonica nò quant’alla natura, né quant’all’origine delle idee,
perchè le idre, per lui, non sono gli eterni veri (essenze separate ed
esemplatriei)^ ma sono entità che significano l'assoluto in quanto si
riferiscono a ]uì [De Univ.). Non sono quindi appreso direttamente, ma fatte.
Vedi, per es., quel che dice sul generarsi de* generi e delle forme
metafisicke, le quali a nostris pueris primulum bua spontk «xpZtcantur. E ciò
non pertanto gli hegeliani V han battezzato o seguitano a battezzarlo per
platonico sviscerato ! Neil' altro capitolo vedremo fino a qnal segno e per
qual ragione egli possa meritarsi questo titolo. Forma» intelligo metaphysioas (pice
a physieis ita diversce sunti « forma plaatm a forma seminis. Plastce mim forma
dum ad eam quid fermatur, manet idem et semper formato perfeetlor; forma
seminis, dum quotidie se esplicai, demutixtur ae perjicitur magie: ita ut
formfn pkysicct sint ex formis metaphysieis formatw {De Antiq.). Vedremo fra
poco qual valore abbia quest'ultima sentenza. Genera esse formas, non
amplitudine, sed perfezione injìnitas. l'altra e, sotto certo rispetto, tutte
le altre. La legge dialettica, dunque, è la stessa legge universale dell'
essere; legge di conversione; legge d'alterità e di medesimezza. Sennonché
cotesta conversione ideale non è semplice opposizione, e neanche
compenetrazione, conciossiachè la ragione dell'un termine non istia solamente
nell'altro. Il dialettismo si radica, non già nelle idee come opposte fra loro
o come generate, ma, innanzi tutto, nel soggetto che le genera. Un'idea non è
universale perchè perfetta, ne perfetta perchè universale. E non è finita
perchè infinita, né infinita perchè finita. Questo è l'errore delle dialettiche
a priori che, levando a principio l' opposizione per r opposizione, riescono ad
un pretto meccanismo ideale. Un' idea è infinita, o finita, principalmente per
sé, e anche per l' àUra. Se dunque la lor conversione non è equazione, né
semplice opposizione, ne conseguitano due cose: V ch'elle non chiudono il
circolo; 2*" eh' esse importano l' ideato nella pienezza di sua realtà. Si
vorrà supporre che anche cotesto ideato sia un'idea? un'idea madre? E allora
avrà luogo il medesimo discorso, e saremo sempre daccapo. Si vorrà giugnere
all'idea dell'essere mercè i soliti lambicchi de' raffinamenti e
assottigliamenti astrattivi? E avremo la nuvola, non Giunone! Certo, l' idea
dell' essere non è come le altre, finita nell'ampiezza, bensì infinita,
universale; ma è vuota, è vacua, né altro è capace di dare fuorché yffi'kÒLi
evvoiaf. Ella comprende tutto, ma non racchiude nulla: è un Primo logico, non
già un Primo vero metafisico. Dunque vuol esser determinata; stanteché debba
cessar d' essere infinita per universalità, e assumer valore d'idea infinita
per perfezione. L' ascensione dialettica perciò è incalzata dallo stesso
principio della conversione; e la mente deve posare in quell'ideato che, a dir
proprio, sia un ideato dialettico, ciò è dire conversione piena, assoluta,
vivente, reale. 1 Generi f dice il Vico, aono non per univer»alità, ma per
perfezione inJiniH: e questo eeeere U brieve e vero 9en§o del lungo e intricalo
F€tnn&' Se r idea è infinita non per ampiegm ma per_perfmone, perciò non va
confusa col concetto; al modo nide di Platone; e questo intendimento doverti
dare alla famosa Scala ddle Idee onde i Platonici pervengono alle perfeUianime
ed eteme (Bisp. I, al Oiom. De’ Lett.). Quanto al brieve e vero senso del Parmenide
toccheremo più giù. Dove poi Vico dice: Genera esse formasy non amj^itudinef
sed ptr/ectione injinitas^ tosto SOggiugne: et quia injinitas in uno Deo esse.
Come va intesa questa sentenza? In quanto le idee possiedon carattere dMnfinità
e d* assoluta perfezione, elle sono in Dio; e sono in lui perchè forman tutte
assoluta unità, e assoluta totalità: unitotalità. Lo avea detto GALILEI che non
era un metafisico: Le idee, perchè inJinitCf sono una sola ndV essenza loro e
nella mente divina (Op., ed. Albóri, Dial. de* Mass. Sist,). Ha in quanto
possiedon Tubo e r altro carattere, elle si producono e rìseggon nello spirito,
nel pensiero; sono il pensiero; e sono finite e infinite perchè tale è,
ripetiamo, la natura stessa dello spirito, cioè potenzialità infinita. Ne viene
perciò che, ove le idee fossero infinite in atto, non potrebbero essere altresì
finite. E dove fossero solamente finite e puramente universali, sarebbero forme
vuote e astratte, e però, contraddicendo air intera dottrina psicologica del
nostro filosofo, cadremmo nel pretto sensismo. Or le idee, le nostre idee, non
sono infinite e perfette perchè siano lo stesso Dio o pertinenze di Dio, ovvero
spiragli ond’ei s’afikccia al pensiero, come dice il Mamiani col suo linguaggio
tinto di certo color poetico; ma son tali perchè tale per T appunto è il
soggetto che le partorisce; il quale perciò, mediando sé stesso come potenziale
infinito, deve per necessità eduttiva concludere alla notizia dell’Assoluto. Di
qui nasce che le idee non possono essere infinite di fatto, e ce *1 dice egli
stesso: enim vero ista genera nomine tenue infinita, homo enim ncque nikil est,
ncque omnia. Quare nee de nihilo nisi per aliquid negatum, neo de infinito,
nisi per negata finita cogitare potest. Ai enim omnis triangulus habet angulos
cequales duobus rectis. Ita bene: sed non id miìU infinitum verum, sed quia
habeo trianguli formam in mentGot imprcssam, cujus hanc nosco proprietatem, et
cu mihi est archetypus ceteroruh. Fatta dunque l’idea, tosto in essa io
riconosco, non già l’infinito, ma il carattere della infinità: hanc
proprietotem nosco. Per questa proprietà essa diventa un archetipo, diventa una
misura {archetypus ceterorum); e come archetipo e misura ella, per me, è un
assoluto; e così è vero, che Vuom tende a farsi regola deW universo,che vuol
dire tende a farsi assoluto. E qui toma acconcio il riconfermare quella
relazione che tra le opere di Vico altrove procacciammo chiarire. Nella Scienza
Nuova Tuomo è regola e misura in tre maniere, secondo i tre momenti dello svolgimento
isterico; 1° nella fase 0 stato divino, per credenza e per sentimento; 2« nella
fase eroica, per arbitrio, forza, potere, volere; 3 nella fase umana, per
magistero logico e scienziale, cioè per la ragione spiegata,^eT le idee {idee
umane). Ecco dunque una prova novella che ci mostra come la Scienza Nuova,
anziché contraddire al Libro metafisico, lo esplichi e lo legittimi sempreppiù,
al modo istesso che questo riassume le ragioni metafisiche di quella. istesso
che l'intendimento, secondochè mostrammo, non è da confondersi con la ragione.
Tanto Videa quanto il concetto sono una dualità, perchè T una e l'altro sono
conversione, giudizio, e però medesimezza e distinzione. Ma la dualità dell'
idea è l' universalità e \2l perfezione; dovechè quella del concetto è l'
estensione e la comprensione. Nel concetto come vedemmo, ci è sempre un'orma
del fantasma; e nell' idea v' è sempi-e un' orma del concetto^ cioè il comune,
l'universale. Or chi dirà che il concetto abbia carattere d'infinità solo
perchè sia comune e universale?* Il circolo, a mo' d'esempio, in quanto è
universale, è concetto; ma in qijanto racchiude la nota essenziale ond' e' si
discerne da ogn' altra nozione, è quello che è; è perfettissimo; è infinito; e
così lo pensa Dio come l'uomo. Si vero id contendane etse injinitum gentu (cioè
che i tre angoli d*aii triangolo rettilineo siano eguali a due retti, eh' è
l'esempio riferitopoco fa dallo stesso Vico), quia ad eum trianguli
archettfputn accommodari innumeri trianguli po«8unt, id tibi habeant per me
licet; nam vocabulum iÌ9 lubens condono, dum ipti de re mecum eentiant. Sed
enim perperam loquuntur, qui decempedam dixerint injinitam, quod omne extenaum
ad eam normam metiri poannt, > {De Antiq.) ' Galileo nota stupendamente
questo privilegio del pensiero là dove distingue V intendere extensive dair
intendere intensivCf confermando così la dottrina di Vico. Vintenèive del
filosofo pisano è il perfettamente^ com* egli stesso dichiara. Ora v* ha
cognizioni, egli dice, le quali, guardate sotto il rispetto della inteneìtà e
della perfezione, agguagliano le di-rine neUa certezza obbiettiva^ perchè con
essa arriviamo a comprenderne la nec€99Ìtà sopra la quale non par che posta
essere sicurezza maggiore, {Dial. de' Mass. Sist,j) Gli esempi co' quali
GALILEI procaccia chiarire tale idea, son tolti dalla matematica; e la
matematica, anche per lui, è una fattura della mente; e però la certezza e la
necessità ond'ei parla scaturisce immediatamente dalle leggi stesse della
psicologia. So che il Neoplatonico neanche qui si darà pace, ed opporrà la
solita inTitta necessità di certi yeri che, vada o Tenga il pensiero, sono e
saran sempre quello che sono. A questa difficoltà ahhiamo già risposto. Il due
e due fan quattro (direbbe un neoplatonico alla Maminni) gli è un vero assoluto
e necessario, né io posso pensare il contrario; dunque T*ha in lui qualcosa che
non m' appartiene; e però,o è Dio, o è pertinenza di Dio. Nient' affatto! Io
non posso pensare il contrario; ed è yerissimo: ma perchè non posso pensarlo?
Perchè non posso contraddirmi; ecco la ragione immediata. Il regno della logica
non è il regno Or se tale è l’organismo delle idee, è impossibile che il
pensiero partorisca e generi un'idea laquale sia infinita così nelF ampiezza
come nella perfezione. Se potesse, e' già sarebbe V infinito in atto. Se
potesse, egli, col farsi, già sarebbe un fatto. Ma così non si contraddirebbe?
Non annullerebbe sé stesso anche qui? La conseguenza, dunque, parmi chiara: il
pensiero, questo nostro pensiero con tutto il suo ^contenuto, non possiede l'
essere, non è l'essere, non si compenetra con r essere. Questa invincibile
manchevolezza d' essere, questa insuperabile impotenza d' essere, come ci si
rivela? quand' è che ci si rivela? Precisamente nella stessa impossibilità
d'afferrare e fermare il pensiero nell'o/to. Ed è impossibile poter cogliere e
fermare quest'atto, appunto perchè lo spirito, pensando, è già un atto, è già
faUo (actum). Or se non è atto, non ci ha da esser r atto ? Io penso l'essere;
io son l'essere: eppure non sono la realtà dell'essere! Dunque la stessa
impossibilità a dedurlo come tale, mi dà il diritto a concluderne la realtà. Il
che accade per una ragione detta e ridetta, che, cioè. Essere e Pensiero non
sono l' uno in due (come direbbe lo Spaventa), non sono l' identico nel
diverso, ma sono il due in wwo, sono piuttosto il diverso nell’identico. E qui
ci è dato scorgere sempre più nettamente V errore degl’intuitisti e ie^
mediatisti. Cotestoro, come vedemmo, voglion rintracciare la ragion
dell'assoluto e dell' infinito nel pensiero, e ricorrono ad espedienti opposti
e contrari. Gli uni ci dicon che la mente colga immediate l’Assoluto; gli
altri, che lo faccia. Ora chi dice di vederlo, per me, sogna ad occhi aperti; e
senz' addarsene resta impaniato nel panteismo. Chi poi dice di farlo, sogna
anche lui e, per di più, diverte la doli* arbitrio. E perchè poi non posso
contraddirmi? Giusto perchò lo stesso pensiero è quello die nel due e due fan
quattro pone gl’elementi e le condizioni del giudizio: le quali io non potrei
negare, senza distruggere il mio stesso pensiero. Se potessi, ne verrebbe che
io farei, e non farei: cioè /arci il nulla t gente con indovineUi da
algebrista, e finisce per immergersi nel nulla: talché anniillando cotesto
assoluto, la sua deduzione riesce davvero ad \m3i bestemmia. Il neoplatonico s'
affida ad un intùito; e così esagera l’impotenza in cui è il pensiero d' esser
l’essere. Il neo-aristotelico hegeliano, al contrario, s'affida a sé stesso; e
così esagera la potenza del suo pensiero adequandolo all' essere. Entrambi
dunque deducono; ma l'uno appoggiandosi neh' obbietto intuito, o nell’Ideato
presente al pensiero; l’altro,movendo dsàll’indeterminato cólto o posto per
astrazione immediata e subitanea. Illusione l' immediatezza dell' uno! illusione
e arzigogolo logico la mediatezza dell' al trol Non intùiti, ne posizioni a
priori: non immediatezza, né mediatezza, ma conversione, ma processo del
pensiero con l'essere. Le idee non sono r Assoluto significativo, l' ente in
quanto sigtii/ica, in quanto presenta sé stesso al pensiero:' ma é lo stesso
pensiero quello che per sé medesimo é significativo dell'Assoluto, in quanto é
Bagione spiegata. Brevemente: se r idea è mezzo, eli' è il pensiero, ma è il
pensiero in quanto rappresenta l'Ideato, non già l'Ideato in quanto s' affaccia
al pensiero. Or qui si compie nella sua vera forma la funzione eduttiva.
Parlando della genesi e classificazione delle varie discipline dicemmo, le
scienze eduttive ridursi ad una sola, ed esser la filosofia. La filosofia s'
intrinseca con tutte le scienze; e però é anch'olla induttiva e deduttiva la
sua parte. Ma anch'essa é autonoma, anch'essa è trascendente, e come tale è di
natura eduttiva; poiché non cessando d'alimentarsi de' tesori adunati dalle
altre discipline, nondimeno sa e può trovare alimento in sé stessa, e per sua
propria virtù. Se le idee infatti hanno lor fondamento in natura, nessuna
funzione basterebbe * Hine adeo impiat euriontatit notandi, qui Deum Optimum
Maximum a priori probare ttudeiU: nam tantundem ettet, quantum Dei Deum «e
/aoere, et Deum negare, quem quixrunt. (Vico, De Antiq.) ROVERE, Lett. al DoU.
BrentoMMoUf 424 DILLA DOTTBiNA ulosoiioa. [lib. n. a scioglierle da' viluppi
delle sensate apparenze, ove la stessa mente non sapesse pai*torirle. Tra il
fantasma e l'idea, tra la forma metafisica e la fisica^ c\ è quel medesimo
intervallo esistente fra il senso e la ragione. Or tuttoché le idee pongan
radice nella natura e si muovano in questa, nondimeno con lieve soccorso del
senso elle possono esser generate dalla mente, poiché a concepir r idea del
circolo, o meglio, a fissare il concetto del circolo nella nota che costituisce
la sua perfezione e trasformarla in idea o forma metafisica, non v' ha mestieri
di prolungati lavori d'astrazioni e di generalizzazioni. La mente perciò nel
concepirle fa altrettanti giudizi eduttivi. Il giudizio eduttivo è diverso,
così nella forma come nel contenuto, dal giudizio induttivo, e dal deduttivo.
Il suo carattere specificante dicemmo radicarsi innanzi tutto nella relazione
de' suoi termini, e quindi nell' origine dell' attributo. L' attributo non è
dato dal fatto; e però non è sintetico a posteriori. Non è ricavato dal
soggetto e applicato al soggetto stesso come parte del suo contenuto; e quindi
non è di natura analitica. Non è ripetizione del medesimo soggetto; e quindi
non è identico. Il giudizio eduttivo serba in' Se pensare, come altrove
mostrammo, è giudicare, e giudicare è un atto di conversione in quanto che
convertire è scorger la medesimezza e la differenza ad un tempo; ne viene che
il giudizio è la sintesi di due elementi, convertione del vero col fattOf
sintesi della medesimezza generica (vero) e della diversità specifica (fatto).
Ora guardando alla funzione speciale onde la mente forma concetti e giudizi,
ricavammo esser tre i sommi generi a cui essi potranno rimonarsi, e li
appellammo induttivi, deduttivi, eduttivi. Questa divisione è essenziale,
perchò si fonda principalmente nella differenza del contenuto de’ giudizi, e
perchò dà origine alle tre funzioni metodiche. Si fonda dunque su la dottrina
della conoscenza e della scienza, e perciò è razionale e cpmpiuta. L'atto del
giudicare, Infatti, ò sempre identico nella sua forma logica, poiché è sempre
una conversione al pari del concetto ond' emerge; ma differisce nel contenuto,
ed ecco r origine delle tre differenze di giudizi. Tutte quelle innumerevoli
distinzioni e classi e divisioni e suddivisioni di atti giudicativi fatte da
Aristotele sino al Kant e a SERBATI, sono spartizioni secondarie, le quali riguardano
l' estensione, la quantità, la relazione, la forma e l'indole de' giudizi; ma
riescon tutte incompiute. dole essenzialmente sintetica, e però sgorga dallo
stesso pensiero per virtù e necessità eduttiva. Ma qual sorta di sintesi è
cotesta? Non è sintesi a priori nel senso de' Neoplatonici, perocché l'obbietto
non è dato da nessun intùito o visione trascendentale. Non è sintesi nel senso
dell' Idealismo assoluto e del criticismo, perchè r obbietto non è posto per
mera legge dialettica, e neanco per non so qual cieca necessità subbiettiva. Il
giudizio eduttivo è un vero atto sintetico, un atto sintetico trascendentale
per eccellenza perchè l'attributo non è nel soggetto, e nondimeno è posto dal
soggetto. Qual è l'oggetto di questa sintesi trascendentale? È appunto ciò che
le forme metafisiche possiedon di comune. È ciò che nel concetto e nelle
determinazioni ideali scopriamo d' infinito, non già nell'ampiezza, ma sì nella
perfezione. La funzione eduttiva dunque è funzione dialettica, dialettica
ascensiva. Perciò eduzione delle idee non vuol dir la pura e semplice
generalizzazione delle qualità dell'essere: vuol dire accrescimento dell'
essere; vuol dire concentramento dell' essere nella [I griudizi iintetici a
priori di Kant non sono propriamente apriori, ma si riducono a giudizi
analitici. Il processo conoscitivo è, per dir così, nna catena, gli estremi
della quale sono due sintesi, e però due forme di conversione; l’una di esse è
originaHay e l'altra finale. Quella precede, come si disse, ogni riflessione, e
costituisce il primo psicologico, l’unidualità primitiva; la quale, facendo
possibile la formazione de' concetti mercè il processo psicologico, toglie
queir apparente petizion di principio tra la necessità per cui ogni giudizio
deve importare il concetto, e la necessità ondMl concetto debb' essere un atto
giudicativo. La sintesi finale poi riesce al Primo vero metafieico^i] quale
devesi convertire col Principio metafisico. Avviene perciò che la sintesi
originaria sia costituita dal pensiero e dal suo obbietto che è l’essere in
quanto indeterminato; e però è sintesi naturale essendo posta dalla stessa
natura. La sintesi finale per contrario, ha per oggetto 1’essere determinato
ideale, e determinabile in quanto reale; e )»er ciò è sintesi superiore alla natura
essendo prodotta dallo stesso pensiero. Queste due sintesi dunque sono due
giudizi d'indole sintetica, ma diversissimo n'è il contenuto; per la ragione
che, se nel primo d'essi l'obbietto è posto da natura, nel secondo è posto
dalla stessa mente. sua idealità. Or se tale è la natura di questa funzione
accade che il principio ond' ella è governata non possa esser quello d'
identità, di repugnanza, di causa e simili; stantechè qui non si tratti di
logica formale la cui materia è costituita, in generale, da' giudizi deduttivi,
ne di logica induttiva, i cui giudizi riposano sul principio di causalità e di
sostanza empiricamente intesi. Se il fine della logica formale sta nel fissar
le norme del ben pensare, e il fine della logica induttiva nel porgere i criteri
a fruttuosamente sperimentare; è chiaro esser necessaria una logica la quale
sappia ritrovare il vero facendolo, se pure s' ammette che la metafisica abbia
da essere una critica del vero. Ed è chiaro altresì esser necessario un
principio che sappia guidarci nel processo di siffatta critica, il qual
principio è appunto, come altrove toccammo, quello della conversione. Or questa
funzione eduttiva, di natura essenzialmente dialettica, non va dall'effetto
alla causa, né dalla causa all' effetto: non va dalla sostanza alla
determinazione, né dalla determinazione alla sostanza. Le idee non sono
effetti, non sono risultati, né determinazioni dell'Assoluto. Se così fosse,
come sarebbe possibile il transito dialettico? Il passaggio dialettico
(nopsisi) è solamente possibile dov'è possibile medesimezza e differenza; dov'è
possibile intervallo e continuità; dov'è possibile, insomma, conversione di
termini. I termini in quest' ordine di cose, da una parte, sono le idea, la
Eagiotie spiegata; dall' altra sono le stesse idee, le stesse forme
metafisiche, ma in quanto concludono nel loro ideato, neir ideato come
Principio e Mente reale, nell' ideato che basti a sé stesso (ro^izavov),
nell'ideato che nulla suppone, ma che si pone (ro ocvuttoOstov). Intanto la
ragione, tuttoché secondo le leggi altrove notate del processo psicologibo
debba mover dalla natura e dal senso, nondimeno, come tale, è caussa sui
(suitas); e l' effetto di tal cagione è la scienza, le idee, le quali, in
quanto forme metafisiche, si riferiscono all'Assoluto. E cotesto Assoluto alla
sua volta è Caussa sui (Aseitas), ma è anche cagione del mondo in quanto è
mente; e l'effetto di tal cagione è lo spirito, non già come Ragione spiegata,
come Nove, come attualità, ma come virtualità, potenza, materia, natura,
conato. Ora questa evidentemente è conversione, e quindi è sintesi eduttiva. Ed
è tale in quanto procede da causa a causa, in quanto concatenando caussas
caussis le annoda e distingue ad un tempo, perchè in realtà le s'immedesimano e
si distinguono anche fra loro. Il perchè, se da una parte qui abbiamo le idee,
le forme metafisiche, la ragioìie spiegata, la coscienza, il vero; mentre
dall'altra abbiamo r Assoluto, r Assoluto in quanto è mente, in quanto è la
Mente, in quanto è il Fatto per eccellenza; in una parola, se da una parte
abbiamo quel che VICO (si veda) dice le Menti, e dall'altra Dio: ne viene che
in questo Motido delle Menti e di Dio, in quest’organismo del pensiero con r
essere, il passaggio dall' un termine all' altro non è processo deduttivo, né
tampoco induttivo, ma è processo essenzialmente eduttivo, perchè anche qui ha
luogo la conversione del vero col fatto, cioè la conversione delle Menti con
Dio, della logica con V ontologia, dell' ideologia con la metafisica. Sarà un'
alchimia anche questa ? Potrebbe stare. Ma chi ben la consideri, anziché
un'alchimia, scorgerà in essa il fondamento della prova legittima, vera,
positiva intorno all'Assoluto. Le tre ordinarie maniere d’argomentare
resistenza di Dio furon ben cento volte dimostrate deboli, incompiute, fallaci,
per la solita ragione che, non racchiudendo processo, mancano perciò di valore
propriamente dimottratico. Il cosi detto argomento ontoìogicOf per es.,
qaalanque ne sia la forma datagli da Anselmo d’AOSTA, Cartesio, Malebranche, Fénelon,
Leibnitz, Gerdil, SERBATI, GIOBERTI, ROVERE e simili, non può concludere alla
realtà assoluta, perchè, comunque e' si squadri, ha sempre nn valore deduttivo.
Gli argomenti poi dettiyì«ico, moralcf ootmologieOf sono sfomiti d* ogni rigor
di prova razionale, in quanto che si riducono alla forma induttiva, la quale,
in tal caso, racchiude nna petizion di principio. Laonde se la deduzione move
da un /ntùtto, siamo nella ipotesi; e la scienza non può accettar le ipotesi
come principi], tnttochò se ne possa e debba giovare È dunque vero, è verissimo
che l' uomo da sé e con la propria mente faccia Dio. E lo fa dapprima col
senso, poi con r immaginazione, da ultimo con la ragione. Col senso lo vede
immediatamente nella natura, lo sente nella natura. Con l'immaginazione lo vede
attraverso alla natura, ma lo sente in sé medesimo. Con la ragione lungo il suo
processo come d'altrettanti mezzi. Se poi muove da un Indeterminato f siamo nel
formalismo psicologico, nell* arbitrio logico, e però si riesce agi* indovintUi
da algebristi, l’una forma di deduzione perciò non dimostra, cbè anzi invoca
appunto l'Assoluto per dimostrare: T altra invece dimostra troppo, e perciò non
dimostra nulla. Dunque l’argomento eduttivo o della eonveraionef che noi
contrapponiamo a qualunque forma di deduzione e d* induzi one, è prova
legittima, stantechè racchiuda il vero termine medio, il vero m«szo tra il
mondo e l’Assoluto. Il solo Trendelenburg ha parlato d' una forma di prova
ch’ei chiama argomento logico, il quale potrebbe avere alcun riscontro col
nostro. Ma non poche sarebbero le difficoltà nelle quali intoppa il dotto
tedesco, chi guardi al concetto del moto ch’ei pone a capo delle categorie.
Neil* ordine psicologico noi moviamo dal vero che per necessità eduttiva si
converte col Fatto: e ne ricaviamo che cotesto FaUo non è già moto, anzi
pensiero per eccellenza, mentalità assoluta. Or bene s* e* fosse moto, corno
saria possibile una conversione f E mancando la possibilità della conversione,
come farà, l’illustre autore delle Bioerche Logiche, a salvarsi dal pericolo
d’un vuoto formalismo? Giova qui rispondere ad un'obbiezione. Si dirà: cotesto
vostro peregrino argomento, in somma delle somme, si riduce ad una forma d*
induzione. Dall' effetto, andate alla causa; dal particolare, al generale;
dalla determinazione, alla sostanza; dal finito, all'infinito. Brevemente, dal
mondo salite a Dio, sia che consideriate la natura, sia che lo spirito, ovvero
le idee. Rispondo: induzione pura o semplice, 'no; ma processo induttivo: il
quale, compiendosi nel processo eduttivo, assume quindi valore d'argomento
razionalmente positivo. Dio, a parlar proprio, non è pura sostanza, causa,
essere infinito solitario; nò il mondo è pura qualità e determinazione, puro
effetto, puro finito posto dall'infinito. Se Dio fosse cagione semplicemente
presa, il mondo (l'effetto) ne sarebbe l'atto. Se fosse sostanza, il mondo ne
sarebbe la modificazione. Chi ci salverebbe dal panteismo? Se poi fosse
infinito ut «ie, perchè, domanderò io, se basta a so stesso ha da porre il
finito ? Dio è tutte queste cose, infinito, causa, sostanza e simili, ma è
tale, perchò principalmente è idea, pensiero, mentalità. Or non è anch' egli
mente e pensiero l’universo? L’argomento della conversione, dunque, non va dal
mondo a Dio, non procede dall’effetto alla causa (ohe non procederebbe
davvero), ma va, ma procede da causa a causa annodandole insieme. E le annoda,
perchò serbano medesimezza e diversità; le annoda, perchè adopra il mezzo delle
idee; le annoda, perchò educe le idee, e perchò queste idee converte con
l’ideato. Un’ultima osservazione che avrei dovuto fare già in altro luogo: meIo
vede nelle sue stesse idee, perchè lo fa come idea; e così r uomo (ripeto la
bella frase di GIOBERTI) giunge a rendere a Dio la pariglia. L'idea dell'Assoluto
ha anch' egli i suoi annali ne' diversi momenti della storia e del processo
psicologico. Ma nel far cotest'idea, e proprio quando l'abbiam fatta, noi
somigliamo a quell'artefice che s'affatica e suda e si travaglia nell'
incarnare il tipo che gli splende dinanzi alla fantasia, mentre la stessa
natura potrebbe offrirglielo vivo e palpitante nella infinita ricchezza delle
sue creazioni. Novello e arditissimo Prometeo, il pensiero del filosofo non
abbisogna d' alcuna scintilla: la scintilla della vita s' agita già vivissima
nell'opera stessa delle sue mani. Perocché quando il pensiero abbia prodotto
l'idea dell'Assoluto, e' tosto s'accorge d'aver prodotto quello che già e' era,
quello che è il Fatto per eccellenza, e che non può esser fatto perchè di sua
essenza è il Fare, E così pure ci accorgiamo di far Dio con la scienza e con l'
attività riflessa, solo perchè è egli innanzi tutto che fa noi come potenza,
perchè siamo potenza, perchè siamo termine del suo atto. * glio tardi che mai.
GIOBERTI accenna una sola volta (quant’io sappia) al metodo eduttivo, e lo fa
consistere nell* andare dal particolare al particolare, dal generale al
generale (Protei). £ precisamente la funzione deduttiva come la intende, per
esempio, Miìl. La eduzione di GIOBERTI f com* ò eTìdente, non ci ha t;he vedere
con la nostra. ' Questa precisamente è la facoltà della quale, come dice
Cartesio, ci ha saputo fornire la stessa natura, e con la quale noi, produeendo
Videa di Dio, conosciamo Dio. (2Ve ossiano forme dell" infinito, e disponendole
le conosce, e in questa sua cognizione le fa, e questa cognizione d' Iddio è
tvMa la ragione della quale l’uomo /m una porzione per la sua parte, E poiché
l'Ente è assoluta conversione del Vero col fatto interno (Generato) e col Fatto
propriamente detto (Mondo), ne viene che debb’essere altresì conversione come
pensiero e come forza, come Causa e Mente, appunto percJiì unica causa quella
che per produrre l’effetXo non% ha di altra bisogno; come quella la quale
contiene dentro di sì gli elementi delle cose che produce, e li dispone, e sì
ne forma e comprende la guisa, e comprendendola manda fuori l’effetto, (Ved.
liisp. al Giom. de' Leu.). Per quanto questo lingruaggio possa sembrar vieto e
coperto di muffa scolastica, nullameno tornerà agevole all'accorto lettore
potervi scorgere come in germe la soluzione positiva del problema metafisico.
In queste tre usate e abusate parole. Vero, generato e fatto, abbiamo, per così
dire, i tre punti ne' quali s* imperna e gira il processo idealo che, considerato
in se proprio, costituisce la dialettica discensiva. Qui è la sostanza, com' è
noto, e, sto per dire, il nocciolo della teorica cristiana, ma ^levata al
supremo valor razionale e speculativo oud'è capace: ed è il fine (chi ben
consideri la storia della filosofia cristiana e non cristiana, ortodossa ed
eterodossa) a cui par che convergano insieme e riescano il Platonismo e
l'Aristotelismo nello differenti loro forme isteriche. Sennonché si badi a non
pigliar come ripetizioni vano certe analogie e somiglianze di H Vero dunque è
l'essere; e cotesto essere-vero non sarebbe tale, ove, anziché identità
sostanziale deiTessere e del conoscere, anziché assoluta unità e assoluto
monismo, non fosse invece un' essenzial dualità e ^nità, essenzial conversione
del soggetto con l’oggetto, e quindi medesimezza e differenza attuale. Qui
dunque, innanzi tutto, il nostro filosofo corregge Aristotele come quegli il
quale disconosce una condizione eh' è l'interna necessità della stessa natura
dell'Assoluto. Lo Stagirita pronunzia: ecTTtv >j vó>?o"ec vovìtso;
vó/jtc?. Ma fo^c che l' eccellenza del pensiero starà nel pensar solamente sé
come sé, e non anche sé come altro? Una Visione veggente Sé stessa non ^ un
atto sterile e solitario? Vedere non è anche operare? Pensare non è generare?
Ov'è dunque il gran linguaggio, che qui il Vico potrebbe aver con altri
filosofi. Mi spiego subito. Per sant'Agostino, per es., intelligibilità e
realtà si compenetrano insieme, e danno luogo alla natura assoluta formando
così il Vero-EnU fVed. SolU?(T«oc proprio in sé, e s' avvilirebbe: Tò 9st6xarov
Y.ot.1 to' rifxtwTatov vote, xa/ ou fAsra^aXXci * «t;;^«t/90v 7à/9 ^
/x£Ta6o>KÌ. Metaph. pensiero aristotelico della facoltà che pone il proprio
obbietto e se ne distingue ? E perchè, mai non applicarlo anche all' Atto, e
soprattutto all'Atto?* U Essere-Vero dunque è mestieri che sia anche Verbo,
anche Fatto intemo, anche Generato. Che cos'è il generato? Non è luce
metafisica, non è oggetto indeterminato e primigenio posto da natura, come
nella genesi psicologica; ma è luce e colori, è oggetto determinatissimo,
perchè è insieme la natura e ciò che è sopra alla natura. È dunque il diverso,
il diverso dell'identico; al modo istesso che il vero è l'identico del diverso.
Perciò è l'intelligibile che, mentre adequasi con l' intelligente, se ne
distingue. Perciò è il pensante che, convertendosi col pensato, è pensiero, e
quindi è in sé medesimo il trinuno. Se dunque l'Assoluto è generazione e
dinamismo interiore, per ciò stesso è Mente: prindpium unum, Mens. Or come
potrebb' esser mente senza esser cagione, attività, energia,e quindi idea,
possibilità, relatività, infinità, moltiplicità ideale? Ma se qui il nostro
filosofo corregge l'Aristotelismo, invera nel medesimo tempo il Platonismo. Il
Generato del Vico, in quanto è termine di generazione ad intra, è appunto la
benintesa idea platonica. Cote$ta idea platonica non è assoluta Unità, né
assoluta Moltiplicità. Ma, si badi: il difetto metafisico dell* Aristotelismo
non è tale che 1* annnlli e distrugga addirittara, ed è appunto per questo che
Aristotele non potrà esser mai in etemo, né un idealista assoluto, nò un
positivista, anzi così egli si presenta come una confutazione parlante deir
Hegellanismo, e del Positivismo. Voglio dire in sostanza che il principio
metafisico dello Stagirita non è, propriamente parlando, erroneo, ma
incompiuto; e però è tale che corregge benissimo sé stesso. In che modo? Se
l’Atto ha da esser davvero quello che dice Aristotele, ne viene che,
metafisicamente e logicamente, è impossibile un Actu» pwru» ab^olute. Gli
Alessandrini se ne accorsero; e questo è precisamente e principalmente il lor
merito di fronte air Aristotelismo. La verità della Scuola d'Alessandria e
dell’antico neoplatonismo sta chiusa in questo poche parole: [0,in ptaiix
JfiTai Twv ci^wv xarà to tv caurw voitjtov o' vou?. Vod. Proclo in Parm. Lo
stesso dicasi, come vedremo, del Platonismo; e così può affermarsi che
Tesigenza della correzione, nel concetto metafisico deU'ano o dell* altro
sistema, sia reciproca. in sè. Non è l'identico, ne il diverso. Non è il moto,
ne la quiete. È dunque l'una e l'altra cosa ad un tempo istesso. È dunque il tò
E?a/yv>?; senza cui ella riescirebbe affatto inintelligibile, e assurda; e
quindi ci significa il momento nel quale è insieme numero, senza cessare
d'esser altresì unità essenziale: talché costituendosi centro e circonferenza
ad un tempo, rende siffattamente possibile l'accordo de'contrari. E tale
accordo sarà possibile a questo sol patto: che il momento sia non pur la Nó»Ttc
vóvjTswc dello Stagirita, ma eziandio Mente, e perciò Mente e Verbo, Vero e
Generato, e quindi fornito della virtù onde lo fa ricco il filosofo Ateniese.
Così interpretando il to' E^otéipvvjc (senza confonderlo col fjura^y.l'kety che
sarebbe confonder la condizione col condizionato, il Generato col Fatto), non
verremo a contraddire al contenuto degl’altri dialoghi, massime al Sofista ove
la natura dell'assoluto ci è determinata come pensiero, come mente, e perciò
come pienezza di vita e d'assoluta realtà.' FICINO traduce 1* 'E^ai^vvj^ per
momentum indimduum; mii in questa parola e* è qualcosa di più, esprimendoci
propriamente l’istantaneo; ed ecco perchè Platone lo dice di natura mirabile e
etrana: ^ tUTcc aroTróf tc^. Partn., , E; 157, B. * *AjO ouv ìttì to' (xxoTTtìv
TOUTO, sv w tÓt' av ety?, ots fiSTa^dXktfj Tò TToìov 5vi; To' e^at^vyj?. rò
ydip i^at^vrjc Toeòv^j ti Jfocxf a^juatvecv wce? «xatvou ^«TaSaXXov sìq
ixoirspov, ov yxp i'A ye Tov io-Tavai sttùtoì in asTa^séXXst, ou5'«x tkj;
kiwitsoì? xtvovfx«v>ic «TI fj.tr OL^iWti' àW Tn i5at^v«c auT>j fvtriz
oironóz Ttf iyìndBrirat jExcTa^u tt^C xiv>jo'««c rt y.olI «rTOCTEwc, iv
XP^'*^} orjSsvi ouTa, xat te; TavTvjv 5vì xai e'x TauT>JC to rs
xtvov'jEXffvov fjitra^oiWsi ini tò éo-Tavai xa« tò écTOc «Vi tÒ xivelo'dae.
Kcv^uvsùst. Kat to ?v 5v7, etnsp «a"Tv?x/ Te xat xivjÌTat, /xsTa6a^^oi av
if éy.drtpOL' fjLÓvwi ydp av outo? àp^ÒTSjoa Trotot'y»* /xeTa6a).>ov 5'
sfat^vvjf /xsTaéai^ft, xac ot£. /xsTa€a»e£, ev ou^evt XP'^'^V *^ ^^^'j ou5«
xtvofT* av tòts, ou5' àv ^rxirt. (Parm. 156., d.) * Te 9:; TO 7t7vwTXJCvì5 to
yiyvtàTìLsv^^ai fCt.TS noinuoc I Tra^o;:^ àfifòrspov; -^ to' asv 7ra3-/?aa to'
^s 5aT£^ov; ì^ ttzvTCCTra^tv ou5sTg/30v ouJiTfi^ov TOUTwv ^fTaXau/Savsev*
(Soph.) ^ ' Té dai itpò% Atò;; wc a^>J'9'wc x«vT7Ttv xat ^w>jv xat
>/'vxiQv xa* ^^óv>70'iv tJ paSi(ùi 7re£j3>jo"ò|txjOa t« TravTsXw;
«?vti /x>: Ma se r Idea è il Generato, e quindi rispetto al vero è il
diverso dell'identico tò jts^oov, ciò nondimeno ravvisata in sé medesima ella è
un possibile; e, in quanto possibile, è anche il medesimo d' un altro diveiso.
Poiché se di sua natura eli' è possibile, deve importare una moltiplicità
opposta, estrinseca, reale, determinata; deve necessariamente importare il
diverso, il quale sia tale, non solo di fronte all'ofóro, cioè rispetto al
Generato, ma anche in sé stesso tò aXXo. E se non includesse cotesto diverso?
Se non l'includesse, finirebbe d'esser possibile, e negherebbe sé stesso.
Perciocché un possibile, il quale non si potesse mai recare ad atto,
evidentemente sarebbe un impossibile addirittura, o al più un possibile
infecondo e fantastico. Laonde, poiché il generato é infinita idealità, e
quindi infinita possibilità, però devesi necessariamente convertire col fatto:
é si converte in quanto lo fa; si converte in quanto lo pone. VICO (vedasi)
dunque ha detto giustissimo: Il vero si converte ad intra col generato, e ad
extra col fatto. Or che cos'è mai cotesto fatto? È anch'egli il diverso
dell'identico, il diverso del generato; ma é il diverso in sé proprio tò
a).Xo), il mondo. Poiché quantunque il fatto e il generato sono moltiplicità,
nonpertanto l'uno é, moltiplicità reale, e 1’altro ideale; talché se la prima
si 7r«/oetvac, innari K^v aiiro ^>j5s (ppovelv ùWoi (rtfj.'^òv zat oiytov
voùv oux f §e twv 7r/)afg&)v xa^' coìpidrMv xac à.'k'kri'Koìv xotvwvta
navrot^^v yavTa^ópsva no'kXd yatvff^at Ixa^Tov. Qui pare che r idea 8i divida,
si rompa, si spezzi nella moltiplicità fenomenalef e costituisca il positivo
del fenomoDO, ma nella forma inadoquatadeir estensione: e siamo quasi all'idea
hegeliana che passa ad tsaer natura, che si contrappone nella natura, che
jiiventa natura. Perciò la metessi de’platonici mostra sempre un carattere di
passività anzichò di attività, appunto perchè viene di su, mentre dovrebbe
partire di gii, ed estrinsecarsi per opera e virtù del Fatto in quanto è
infinita potenzialità. Questo carattere passivo della metessi platonica si
scorge anche, e non dovrebbe, nel Parmenide di VELIA: tÒ elvat ^Wo 7t eTTtv ri
p.:'0s5'C ouTicz; ^era ^povoìj 70Ù Tra/oovTOff. La metessi dunque spiegherebbe
troppo; perchè il nesso tra l'idea e la cosa verrebbe ad esser cotanto
immediato, da non farci discernere fra 1'una e l'altra nessun divario
essenziale; e così avremmo l’identità come essenziale, e la diversità come
fenomenale. Or se l'Assolato, perchè davvero sia tale, ha da ossero innanzi
tutto una conversione di sé con sé stesso, deve risultare indivisibile e
imparabile nella sua stessa moltiplicità infinita: e se il mondo ha da essere
anche lui una conversione di so con sé, ne segue ch'egli debb' essere
essenziale moltij^icità, moltiplicità in sé, diversità in sé; tanto che l'unità
progressiva, che in lui s’agita e vive e spicca sempre più ne'diversi gradi
della realtà cosmica, sia ben altra cosa dell'unità che dimora in seno
all'assoluto. Dunque il vero che si converte col fatto, cioè per parlare la
lingua degl’ntologisti l'infinito che pone il finito è anche finito, ma non si
confonde per vorun modo con lui. E non può, per queste duo semplicissime
ragioni: perchè, se cosi fosse, ne'due termini avremmo una ripetizione
sostanziale inutile, e quindi potremmo cancellar l'uno o l'altro addirittura, e
così finirebbe per aver ragione il panteista; e perchè un infinito avrebbe a
partorire-, produrre o porre un altro infinito, e cosi negherebbe sé medesimo.
D'altra parte, se il fatto devesi convertire con sé medesimo facendosi vero,
cioè facendosi infinito essendo potenMialità in/inUaf non per questo si potrà
credere eh'ei si possa identificar con lui, pelle due ragioni detto poco fa.
Dunque stiamo contenti al quia ! né identità oMolutaf nò aseotuta diversità, ma
conversione. E però le idee platoniche non sono da intendersi né come
7ra/9a^u7/xaTa, né come vov}^KTa, secondo che vogliono due schiere
d'interpreti. Se fosse così ne verrebbe, nel primo caso, che Vid^a
dovrobb'esser presente alla cosa in maniera, che questa, tanto nella sostanza,
quanto nel movimento, tanto nella materia, quanto nella forma, dipenderebbe
onninamente dalla prima, ed altro non sarebbe fuorché una semplice sua copia; e
allora non avremmo bisogno d'un Dio artefice, non del SnfAioxjp'yoi del Timeo,
non del deus ex macchina dall'ontologista, né della magna Idea degli Hegeliani.
Nel secondo caso poi r idea sarebbe un termine del soggetto, ma un termine,
dirò così, meramente soggettivo: somiglierebbe quindi, anzi 8areb))e
addirittura pretare in modo razionale e positivo l'intuizione religiosa del
Ternario cristiano. La cognizione immediata e divinativa, in questo e in ogn'
altr' ordine di conoscenze, previene, come V ombra la persona, i portati della
speculazione metafisica. Così prima ancora che la Scuola d' Alessandria si
profondasse nelle ardite e vaporose elucubrazioni su la triplice ipostasi
Plotiniana, il mistero della Trinità alberga di già nella coscienza popolare
siccome oggetto d' intuizione, e cominciava a rivestir forma e valore dommatico
mercè la Riflessione teologica. L' assoluto è uno e trino; è trinuno: e noi
ormai lo sappiamo.* Ma è egli un trino ipostatico? E qual n'è l'essenza?
L'assoluto importa tre ipostasi: ecco il mistero, ed ecco la fede.^ Quanto a
determinarne l' essenza, la speculazione occidentale, anche sotto forma di
speculazione teologica, non poteva non interpretare le divinazioni altrettanto
spontanee quanto ricche e feconde della coscienza orientale essenzialmente
religiosa, con l'inV inteìligìbile del Dio aristotelico, con l’intelllgrente
formerebbe identità essenziale; e allora le idee non sarebbero essenzialmente
relative quali appunto sono richieste dall' economia del sistema platonico, e T
esigenza vera e giusta della metafisica platonica sparirebbe. Dunque cotesto
idee plaioniche come s'hanno da intendere? Le idee platoniche sono T'Egac^v;?
stesso, ma concepito come essenzialmente relativo &\VaUro, ma iiValtro non
già come tò trspoif puro, assoluto, bensì come 70 ìrspov in quanto abbia un
riferimento necessario al rò àWo, A questa maniera non è altrimenti vero che,
accettando le idee platoniche, debbasi accettare altresì la dottrina dell'
avajtzvYiTcCt come han detto certi critici moderni: e neanche si è costretti ad
accettarla> nelle forme nuove ond' è stata presentata da' moderni
neoplatonici, dal Malebranche fino al Mamiani. « SiMOX, ffitt. de l’Ecole
d'Alex. Il tre è il numero che assolve tutte le condizioni della perfeziono, ed
è perciò che tutto è definito del tre: to' Tràv y.(xt to Travra rof; TùtTiTt
(fìptfTTat (Arist. De Coelo). Vedi le belle riflessioni di GIOBERTI sulla
Trinità considerata razionalmente {FU, della Rivelaz.., XVIII) e di ROSSI
(Regno di Dio naturale, ecc. li Studi di Zocehif) ' Prendiamo la parola tpostcm
nel significato:' istiano non già nel senso neoplatonico e alessandrino.
dirizzo, al solito, dell' Aristotelismo e del Platonismo. Il peripatetico
nominalista ripone la divina realtà ed essenza nelle triplicità di persone, e
riguarda l' unità come un puro nome. Tre sostanze indipendenti e separate, ma
congiunte in unità mentale. Perchè congiunte? Perchè fomite d' egual potere, d'
egual volere, d' egual conoscere. Il realista platonico, per contrario, vuol far
consistere l'essenza divina nella realtà in quanto è unità determinantesi nella
triplicità di persone. Agli occhi del primo, dunque, l' Assoluto è il tre in
uno: agli occhi del secondo è l’uno in tre: ecco la lotta interna della
riflessione teologica del medioevo. Ora giusto perchè questa riflessione è di
natura teologica e dommatica, avviene eh' ella non supera, non può superare il
sentimento, né trascender l'intuizione, né solvere il mistero, né
disimpacciarsi dall'aperta contraddizione. Laonde Nominalisti e Realisti vecchi
nuovi, avvegnaché discordi nella maniera di determinare l' essenza del Ternario
cristiano, non sanno rimuoversi d'una linea dall'insegnamento dommatico su l'
unità assoluta nella separazione delle tre persone. Se il ternario cristiano,
in quanto germina dall'intuizione rehgiosa, è come l'immagine anticipata della
ragione, in esso deve acchiudersi un vero che la ragion filosofica dee saper
disvelare, correggere e legittimare. Questo vero non risguarda già l'unità
nella triplicità ipostatica: riguarda il trinuno assoluto, l'assoluta
triplicità considerata, come abbiamo toccato, nella medesimezza di subbietto.
Perocché l' unità di sostanza mai non tornerà conciliabile con la pluralità di
persone; e se così non fosse, il panteista avrebbe già trionfato nel regno
della scienza, né io davvero so dirmi che cosa mai potrà rispondere il sottile
teologo all'arguto hegeliano, il quale pretende precisamente questo: che la
diversità delle persone non dimostri nuli' affatto la pluralità delle sostanze.
Il perché pigliando alla lettera il domma della Trinità, la teologia cattolica
non si salva dal precipitare nel tenebroso vuoto dell' assoluta identità. Il
contenuto del ternario cristiano adunque ci significa le tre primalità del
conoscere, del volere e del potere, ma nella relazione del vero che,
convertendosi con sé medesimo, diventa generato, e, come generato, come verbo,
è infinita idealità e possibilità del Fatto. Interpretandolo così accade che
l'intuizione religiosa, generatasi per leggi inerenti allo stesso processo
psicologico, rinverghi col concetto metafisico a cui può elevarsi la ragion
filosofica positiva; e quindi può dirsi che, come la religione è il preludio
naturale e necessario alla filosofia, di pari modo la speculazione metafisica
sia la interpretazione critica e Tinveramento delle intuizioni spontanee e
comuni della coscienza religiosa. Il cristianesimo è la religion razionale per
eccellenza, e con essa oggi chiudesi il corso e ricorso delle creazioni
propriamente mitologiche e delle grandi rivelazioni e divinazioni religiose. Ed
è razionale perchè è in sé medesima processo, e svolgimento. Che se anch' ella
come tutte le manifestazioni della storia é un processo, é mestieri applicare
ad essa la universal legge storica e sociologica della Scienza. Guardata
infatti nella sua storia ideale, anche la religione é innanzi tutto divinay
indi eroica, appresso umana. E giugne ad essere umana quando la forma siasi
potuta elevare a cotal grado di trasparenza, che il simbolo palesi da sé
medesimo l'idea, e il mito siasi venuto elaborando così che rac[Non poco 8*
illudono perciò quo' filosofi ohe, come il Cusano fra gli antichi e il Rosmini
fra i moderni, si sforzano d'applicare a Dio il concetto delle categorie col
fine di spiegarsi in qualche maniera il mistero della Trinità. Io potrò
intendere il Cardinal di Cusa dove mi dice che Unitcu, Iditas e Identità siano
quasi i tre momenti dialettici interiori dell’assolato. R potrei forse
intendere il Roto retano quand'ersi studia mostrarmi che Realtìk^ Jdeaìità e
Moralità sieno le tre forme in che si determina l'essere. Ma come intenderli
quando il primo d'essi afferma che Vvnità è il Padre, Vegtiaglian Ma il Figlio
e la connessione lo Spirito, e quando il secondo applica alle tre persone
quelle sue tre sparute /orm« ontologiche f chiuda un vero metafisi(X) o morale
che sia. Or se è tale il valore del sentimento religioso nello svolgimento
isterico della civil società, perchè dirlo morbo della mente, fiacchezza della
coscienza volgare, abberrazione della fantasia? Se dunque la ragion filosofica
vorrà attingere anche qui forma razionalmente positiva, ella vi potrà giugnere
a questo sol patto; che il concetto metafisico ond' è capace, non abbia a
contraddire in modo assoluto ai portati della coscienza religiosa. £ se la
religione dal canto suo vorrà essere anch' ella positiva e razionale e perciò
rispettabile e santa, potrà essere tale a questo sol patto; che sappia porgersi
alla ragion filosofica siccome riprova e guarentigia, tuttoché di natura
istintiva ed empirica, ai pronunziati della speculazione metafisica. Anche qui
regna la gran legge del concorso di forze combinate, e del loro corrispondersi
tanto necessario alla eccellenza del risultato. E in tal caso religione e
filosofia, serbando entrambe valor positivo e medesimezza di contenuto,
formeranno un criterio al cui lume potrà esser giudicata ogn' altra filosofia e
religione. Una critica religiosa che si diparta da questo principio, sarà
critica infeconda ed erudita, com' è quella de' Teologisti cattolici, ovvero
critica esiziale e sistematica com' è quella de' mitologi hegeliani. Tal si è
precisamente il nostro concetto metafisico rispetto al ternario cristiano, che
è il mistero piii comprensivo cui abbia saputo elevarsi la coscienza religiosa.
L'uno è correzione dell'altro, al modo istesso che questo è, per così dire,
guarentigia sperimentale del primo.' * Qui abbiamo dovuto accennare solamente
al simbolo della Trinità, ma nella Sociologia mostreremo di proposito come la
dottrina del Vico su la natura ed origine del mito in generale, sia fondata
anch'ella nelle leggri del processo psicologico, e quindi racchiuda il concetto
e la necessità della interpretazione morale nell'ordine delle intuizioni
religiose, e mitologiche; deHa qual necessità il Kant, dopo Vico, ebbe assai
chiara coscienza {Rdig, daiu le» lini, de In raiton). Ora ciò che qui preme
osservare questo: s^ col concetto metafisico del nostro filosofo si può
acconciamente interpretare il simbolo del ternario cristiano, ne scendono due
Concludiamo. Se è vero che la metafisica è scienza non assoluta ma dall'
assoluto, stantechè sia possibile attinger notizia razionalmente positiva circa
il fondaconseguenze: P che il Libro Metafisico f nel quale troviamo depositato
il germe del concetto riguardante il procesto ideale, sia intimamente collegato
con la Seiema Nuova, appo cui la teorica sul mito (superiore sotto più
riguardi, come vedremo, a quella de* mitologi e filologi Tiventi), non è che
un' applicazione della sua dottrina psicologica, della quale noi ahbiamo svolto
i tratti principali: che interpretando col suo concetto metafisico il simbolo
cristiano, in generale, e, in particolare, quello del ternario, si viene a
contraddire in modo serio e positivo al panteismo. Anche per gli Hegeliani il
mistero della Trinità, come ogn' altro mistero, shnboleggia una verità
filosofica. (Heobl, Phil. de VEaprit, ItUrod. del Vera); nel che siamo
perfettamente d'accordo. Ma l'interpretazione alla quale costoro sottopongon la
simbolica religiosa, anziché legittimare in qualche maniera la credenza
elevandola a significato filosofico, l'annullano addirittura, perchè la rendono
assai più inintelligìbile e paradossastica ch'ella stessa non sia come
credenza. Idea, Natura e Spirito: Padre, Figlio e Spirito Santo! Ma che cosa ci
ha che veder la Natura? Non è egli questo precisamente ìl vecchio concetto
degli Alessandrini, di Plotino, che pretende ritrovare nel Parmenide di VELIA
le tre famigerate ipostasi dell' Unità, del Multiplo, e dell’Unità-multiplo,
riponendo quest'ultimo appunto nell'anima e nella natura V (Enn., tBoulliet).
L' interpretazione davvero potitiva e non già fantastica del contenuto
religioso, non deve e non può contraddire al simbolo (almeno per quel tanto che
esso contiene di filosofico), perchè contraddirebbe alla stessa ragione. Or
quest' elemento di verità, contenuto germinalmente nel simbolo cristiano,
riguarda per appunto il ternario considerato in sé; riguarda il ternario
assoluto, il ternario com'è richiesto dall'esigenza metafisica positiva, e non
già il ternario trasportato anche nel processo della natura, e nello
svolgimento della storia. Questa enorme confusione fanno i Teologi, e la fanno
anche gli Hegeliani con la lor teorica e critica della simbolica cristiana. Che
cos' è il Dio che eeende nella natura? Che cos'è il Figlio che si parte dal
Padre per umanar»if Che cosa mai sono il popolo eletto, i profeti, gl'ispirati,
il mondo latino-cristiano? E che cos' è la Idea che dall' astratta mansione
dialettica scende anch' ella e passa mediandosi nella natura e penetra nella
storia? Che cosa sono \6 funzioni storiche speciali de' popoli privilegiati,
àQ* privilegiati personaggiy del mondo cristiano-germanico? L' Hegolianismo è
davvero una contraffazione del più grossolano Cattolicismo! ò una mitologia
anche lui! E quanti punti di contatto anche in questo, e specialmente in
questo, con la dottrina sociologica dei Comtiani! VERA ha detto bene: il
positivismo i una contraffazione dell’Hegelianismo. E noi alla nostra volta
crediamo dir benissimo (col permesso dell' illustre traduttore) che r
Hegolianismo è una contraffazione evidente del cattolicismo. Ma di ciò basti:
ce ne rifnrorao altrove più riposatamente. mento e la ragion delle cose; se è
vero, d'altra parte, che il significato esteriore della storia della filosofia
occidentale sta nella lotta fra il platonismo e l’aristotelismo, mentre il
significato interno ed essenziale di essi risiede nella correzione vicendevole
de' due estremi indirizzi aristotelici in quanto concorrono al trionfo
dell'indirizzo medio: ne viene che nel concetto del processo ideale e nella
relazione de' tre termini costituenti la dialettica discensiva che abbiamo sin
qui rapidamente interpretata nel nostro filosofo, trovasi non pure il risultato
e insieme l' inveramento delle tre posizioni unicamente possibili in metafisica
delle quali altrove toccammo, ma l' inveramento altresì della doppia esigenza
deU'ùZga platonica e della categoria aristotelica. Trovasi la correzione, come
ci sarà dato meglio vedere fra poco, del Dio platonico previdente e
provvidente, e dell' immobile Dio aristotelico che nulla vede, nulla prevede e
niente provvede nel mondo. E per tutto ciò troviamo l'accordo fra il principio
della medesimezza che prevale nel padre della Dialettica, e'I principio della
diversità che predomina nel padre della Metafisica. Cìotesto accordo per noi è
vero accordo, è vera conciliazione, appunto perchè, come dicemmo, è vera
correzione: correzione dell'Idea, dell'essenza che, pur sparata, dovrebb' esser
l' essenza della cosa: correzione dell' Ji^o il quale, non ostante l'assoluta
immobilità sua, dee muovere il mondo come causa finale. Quest'accordo e questa
correzione trovano lor saldo fondamento nel criterio della Conversione, elevato
a dignità di Pilicipio metafisico. E questo medesimo principio metafisico può e
deve assumer natura, come si disse, di principio speculativo, di norma, di
criterio essenzialmente isterico, universale e comprensivo, a poter saggiare e
acconciamente ponderare la verità delle soluzioni che intomo al problema metafisico
han dato le diverse scuole, e le differenti filosofie. Se ci fosse dato
fermarci in siffatti riscontri storici, non sarebbe guari difficile mostrare
come in esso trovi correzione, per dir qualche esempio, 1’Alessandrinismo; il
cui rappresentante, Plotino, interpretando erroneamente il metodo dialettico di
Parmmide di VELIA e abusando dell' Unità parmenidea, non potè coglier la
ragione del vincolo che insieme annoda i suoi differenti generi del sensibile,
co' suoi generi dell'intelligibile, e siffattamente sfumò nell'iperpsicologismo
platonico pur credendo d' inverare l' Aristotelismo. Questo vincolo e questo
passaggio non potè scorgere l'ingegno profondo d'Erigena con l'ardito concetto
della yuVic e con le quattro diverse maniere onde per lui s'attua la Natura;
poiché giunto all'assoluta essenza, com'è noto, ei se ne ritrasse invocando in
sussidio la teologia rivelata. Né il Cusano, per citare un esempio del
rinascimento, tuttoché con mirabile acume giugnesse a cogliere il concetto àéìT
alteritcLS e delle determinazioni dell'Assoluto, bastò a dedurre acconciamente
e necessariamente l'attinenza verace onde il mondo è a Dio congiunto,' e anche
lui finì con intender l'atto creativo al modo che è posto dalla coscienza
religiosa. Tanto meno l'arditissimo BRUNO puo imbroccare nel segno, con la
dottrina de' tre intelletti, quant' all'attinenza tra l'intelletto divino e
l'intelletto che tutto fa; e quindi sfumò in quel suo naturalismo che potrebbe
dirsi un aristotelismo cui manchi il concetto dell'Atto in sé. Né il Campanella
giunse ad applicare in maniera dialettica le sue tre primajità psicologiche
all' Assoluto,' come il Vanini non superò guari la dottrina della natura e
della forma de' peripatetici. Nello Spinoza poi, meglio che dialettica, ci è
meccanica e geometria; poiché il concetto della sostanza unica' è negazione
della tripli* Simon, BUt. Haubiau, PhU. Sool. ' Nio. DB Cusa, DicU. cU Pot§e9t.
* Bbono, Dial., De Prine.j oc. Camparblla, MetapKt SpurosA, £th.t I, n. U, cita
e d' ogni processo intimo e dinamico nelP Assoluto; onde il pensiero, che è uno
de' due modi universali della sostanza, riesce, con evidente assurdo, molto
piii che non sia la medesima sostanza. In opposizione alla sostanza spinoziana
sta la monade del Leibnitz. Ma se nel concetto monadologico del filosofo di
Lipsia vi è una divinazione originale che la scienza moderna è venuta
semprepiii confermando, voglio dire il concetto dinamico, niun vincolo
razionale e dialettico esiste tra la gran Monade e T universo delle monadi,
come altrove dicemmo.' E per toccare finalmente de' moderni, niuno, tranne gli
adepti, vorrà creder sul serio che Hegel col suo ternario assoluto ci abbia
dato un concetto metafisico positivo. Egli anzi ha cancellato aftatto il
concetto della conversione ad intra^ riducendo siffattamente il dinamismo
ideale ad un ideale meccanismo; talché il processo geometrico della Sostanza
spinoziana avrebbe più d' un' attinenza col processo formale e dialettico
dell'Idea hegeliana. Alla vera nozione del processo ideale non sono pervenuti
poi né GIOBERTI, né SERBATI. Il principio ctisologico del primo è senza dubbio
un processo, come vedremo fra poco: ma, appunto perchè processo, non dovrà
supporre forse un altro processo anteriore, e superiore? La dialettica
giobertiana é Una dialettica a metà; e il creatore del filosofo subalpino è
troppo accosto al suo concreatore, alla sua iitBì^ic^ al suo Intelligihile
relativo che, coni' egli dice, è l' Idea redw^ata, V Idea per soìiificata;
talché potendovisi facilmente confondere, non poteva àgli hegeliani riescir
guari difficile tirarlo all' Idealismo assoluto.' Il Rosmini finalmente, col
concetto dell' ente iniziale e comunissimo determi[Vedi ciò che abbiamo
discorso del Leibnitz e se^. Gioberti, FU, ddla Rivdaz. Al GIOBERTI manca e
deve mancare, come vedremo fra poco, il vero concetto della dialettica; e Io
confessa egli medesimo là dove si prova a distinguere una dialettica interiore,
ed una dialettica esterna (Protologia) nantesi nelle tre forme dialettiche, non
è giunto, e non poteva giugnere neanch' egli a sciogliere e poi rilegare il
vero nodo dialettico. Com'è possibile un processo fra quelle sue tre forme?
Com'è possibile la distinzione categorica reale del suo essere? Le cose
discorse ci menano a due conclusioni quanto chiare, altrettanto irrepugnabili:
P L'assoluto è il vero che si converte ad intra col generato, e ad extra col
Fatto: dunque la posizione del Fatto è razionalmente, liberamente necessaria: 2
U Fatto è V aUrOj è il diverso: ed è tale per doppio rispetto; come termine
^05^0, cioè come fatto semplicemente detto, e come fatto che si fa; come
sostanza e come causa: dunque il fatto è estemo al Generato, è indipendente da
lui, non come termine posto, bensì come Fatto che s'invera, come Fatto che si
converte con sé stesso e perciò nel vero; insomma come sorgente perenne
d'attività. Diciamolo in altre parole. Dio crea il mondo in quanto lo pone; e
il mondo, in quanto è posto come fatto, si crea. 11 mondo, adunque, appunto
perchè ha natura di Fatto, appunto perchè ha natura di altro sotto gemino
aspetto, è insieme posizione e creazione. È posizione, in quanto è termine di
conversione con l’altro, ciò è dire con Dio: ed è creazione, in quanto è
subbietto di conversione con sé e per sé medesimo. Perciò se il Fatto non è
creato ma è postOy ne viene eh' egli ha da essere il vero pònente, il vero
creante sé medesimo. SERBATI, Teotojia. La parola ponzione è brutta, io Io
veggo; ma qui non saprei come dire dÌTersamento per non restare avviluppato
negli equivoci ed esagerazioDi in che sono caduti gli ontologisti con l’uso ed
abaso deUa parolA Il mondo nel processo cosmico ci si presenta sotto tre
aspetti. Riguardato come Fatto, egli è in Dio. Riguardato qual fatto che
s'invera e converte con sé stesso, è fuori di Dio. E, finalmente, considerato
qual Fatto che si converte col vero nel regno della storia e della psicologia,
non si può dir propriamente eh' e' sia fuori di Dio né in Dio, ma Dio è in lui:
é in lui nel senso che il mondo è pensiero, scienza. Ecco la correzione e
insieme l'accordo del dualismo e del panteismo. Non vi é unica ed assoluta
sostanza: né vi sono due sostanze poste empiricamente. Vi è bensì una dualità
formante unità: vi é due sostanze formanti organismo. ertaMÌ4me. Nel g^reco non
ini pare ci sia una voce che possa rendere il concetto: anzi non ci può essere^
chi consideri come al pensiero ellenico manchi r idea alla quale accenniamo.
Tra l’Atto puro e la dateria prima deir Aristotelismo non ci è vincolo nel
signifioato di potìnofu; ma t* è solamente relazione di finalità, perchò VAtto
non pone, ma attrae; e attrae la materia in quanto essa è jiotoiua, cioò in
quanto è opi^i; e però in quanto nelle cose Tiene inserito il deeiderio con
perpetua in/ueion% che è 1’interpretazione erronea de’vecchi aristotelici e
antiaristotelici (Rjlvaisbok, Metaph, ec. Neanche nel Platonismo ci è V idea
della posizione, e quindi nò pur la parola che vi risponda; essendo noto come
pel filosofo d’Atene la materia sia anche eterna e al tutto indipendente
dall'ùlea, cioè un'assoluta recettività, iimeno intendendo Platone come si fa
d'ordinario: nò poi la fii9t^i^ e la yLl^junii come toccammo, bastano ad
esprimerci il concetto della conversione. Il pensiero ellenico dunque non
pervenne a determinar nettamente l'attinenza originaria, non finale tra
l'indeterminato e l'Idea, tra l’infinito e il finito, tra la forma e l'Atto; e
quindi non riusd, com'ò noto, a superare il dualismo. Ora trascendere il
dualismo è uno degl’aspetti e però uno de'fini della lotta fra il platonismo e
l’aristotelismo. L'alessandrinismo tenta superarlo, ma evapora nel concetto
dell'identità assoluta: e però neanche presso gl’alessandrini sarebbe facile
trovare nò il concetto, nò la parola che significhi '1 vincolo originario tra
il mondo e Dio. Gli Hegeliani usano anch'essi, fra le altre non meno brutte, la
parola poeizione, che anzi costituisce il lor pane quotidiano. Ma pell'
Hegelianismo poeizione vale determinazione, medùizione, compenetrazione; e
perciò, checché ne dicano, esprime un rapporto di natura, per cosi dire,
meccanica e formale. La nostra posizione è diversa dalle loro quanto il nostro
generato dalla loro Idea; quanto la nostra convereione dalla loro
contrappoeizione^ negazione, med̀tzione e che so io. fe inutile avvertire che
le parole bara, asa, vasàb della letteratura ebraica, esprimon tutt'altro
concetto di quello che noi intendiamo significare colla parola poeizione.
Quest'organismo è vita, non è morte fqueet' organismo è profondo dinamismo, non
è meccanismo. Ed è vita e dinamismo, perchè non è monismo assoluto; non è monismo
inintelligibile, assurdo, esiziale alla scienza come alla civil società. E qui
ci corre il debito di rendere giustizia alla mente straordinaria di GIOBERTI, e
correggere nel medesimo tempo la sua formola ctisologica. Anch'egli è tal pasta
d'ingegno che si svolge e s'allarga e s'invera e si corregge; ma non per questo
si contraddice. La novità della protologia non stà nel concetto del creare
inteso come divenire, secondochè vorrebbe Spaventa. Se così fosse, egli, in
verità, non avrebbe detto nulla di nuovo; come nulla di nuovo dice nella
Introdu' jrìone col rinverdire l’idea della creazione. La novità vera, la nuova
esigenza del filosofo subalpino sta nel concetto della concreojgione, com'ei
suol dire; della cancrecunone intesa non già come fxsOf5«; dell'Idea verso il
mondo e rispetto al mondo, ma si del mondo verso r Idea, e rispetto all'Idea.
Perciò l'ontologismo giobertiano va corretto; va fatto più conseguente con sé
stesso: e, scambio della celebre formola dell'Ente creante l' Esistentey è
forza porre la formola metafisica di VICO (vedasi) nella quale è racchiuso quel
vero e compiuto dialettismo che r ardente scrittore del primato anda sempre
cercando con ansia febbrile, e non trovò mai: cioè il vero che, convertendosi
ad intra ed generato si converte anche ad extra col fatto. La sua formola
teleologica, poi, vuol essere anch' ella corretta; e invece d'aflFermare che
l’esistente ritoma alV ente (prima maniera), o che l’esistente concrea Venie
concreando se stesso j è d'uopo dire che il Fatto si converte nel vero e col
vero, e perciò si crea, e perciò si fa divino. Il concetto ctisolo^'oo di GIOBERTI
della prima maniera (e dico marnerà per dir forma nello stiluppo, non già
diversità di contenuto nella sua dottrina, come Terrebbero gli Hegeliani), sta
nel presentar V’atto creatiro siccome prodaconte T esistenza in quanto la individua. Nella
IntroMi si chiederà: la seconda forinola, la formola cosmologica esprimente il
vero concetto della creazione, cioè il fatto che si converte nel vero, esiste
ella in VICO (vedasi)? Esiste, io rispondo, per chi la sappia ritrovare, e
dedurre; e dedurla e trovarla è negozio agevolissimo. Come la si deduce?
Considerando con accuratezza la sua formola metafisica. Quando egli pone il fatto
siccome termine di duzione il creare suona, a dir proprio, individuare. Che
cosa in£atti ò r individuo? È l’dea pasMta dalla potenza alTaUo. Qui t;* ò dol
neoplatonismo, e anche buona doso di panteismo. Della prima maniera altresì è
queir afTermare con tanta sazietà che l’uno crea ti mi«ltiplof e che ii
tntdtiplo ritoma aU^tmo: concetti yaghi,
indeterminati ed erronei che ci fanno pensare a Proclo e a Plotino. Se GIOBERTI fosse rimasto qui, non sarebbe stato ingegno
potente ed essenzialmente correttivo di sé medesimo. Non sarebbe stato ingegno
progressivo, fecondo ed esplicativo. Ma se nella protologia fosse giunto al
concetto del divenire, più che esplicarsi e si sarebbe data la zappa su' piedi;
si sarebbe codtradetto: sarebbe passato
dal bianco al nero, dal no al sì, da Dio alla Idea, e siffattamente sarebbesi
mostrato ingegno leggiero, pensatore sghengo e anche un pò vanesio. Era egli
tale T ingegno di GIOBERTI? Lo dica chi può! Dunque l'A. della Protologia, se
per nostro conforto fosse vissuto, non sarebbe divenuto Hegeliano; anzi avrebbe
inaugurato novello periodo filosofico in Italia conforme all'indole di nostra mente; ciò che non ha
fatto, e non poteva faro MAMIANI. FERRI ha detto benissimo: la teconda JUoaofia
di GIOBERTI {che racchiude non già un nuovo 9Ì9tema, eibbene uno epirito
nuovo)^ inaugura un altro periodo, la cui aorte i rieeronta al futuro Hist. E
davvero, se fosse vissuto, ci avrebbe dato un Btnnovn mento filosofico, al modo
stesso che ci dìo il rinnovamento civile col quale inaugura la nuova ITALIA, e
del quale Cavour, dovremmo esserne ormai convinti, non fece che attuare il
programma. Ciò non pertanto anche nella protologia si scopre l'uomo vecchio,
VintuitUta, e però il neoplatonico schietto. Non dubita affermare, per esempio,
che Videa pone il finito, e 8i COMUNICA): che le idee formino in Dio una gela,
la quale 9Ì «quaderna e pa^aa dalV
as9oluto ed relativo merde l’atto della
creazione: che l’infinito attuale e l’infinito potenziale, anziché due cote,
formino una sol cosa, ma sotto doppio aspetto: e che l'infinito potenziale non
è né il finito né 1’infinito, ma la sintesi di essi, non {scorgendo il
grand'uomo come finitò, e infinità potenziale non siano già due cose, ma due
aspetti d’un medesimo subbit'tto, ciò è dire il fatto in quanto è alterità
verso il Generato, e verso se stesso. Or le contraddizioni da cui bisogna
salvare Gioberti nella sua seconda maniera di filosofare sono queste, non
quelle che ci veggon gli Hegeliani. E bisogna salvamelo appunto, per liberarlo
dalle tracce d’iper-psicologismo, di neo-platonismo, d’alessandrinismo,
d'arabismo e d'hegelianismo che pure
contiene. conversione col Generato, cioè il Fatto come Fatto, come
posto; con ciò stesso ei ci dà questo Fatto come subbietto che essenzialmente
si converte con sé medesimo; cioè come creante sé, come autogenito, come
conato, E come poi ritrovarla cotesta formola? La ritrova chi abbia occhi in fronte;
cioè leggendo la Scienza. La quale è per l'appunto un'applicazione di essa, ma
è un'applicazione al mondo de' fatti
umani, eh' è dire d'ima parte, d'un genere, del sommo genere del fatto. Che
cos'è il certo che diventa vero? Che cos'è l’autorità che a grado a grado
assume forma e valore di ragione? Che cos'è la filologia che diventa filosofia?
Che cos'è la storia, l'uomo, lo spirito che dalla fase divina passa alla fase
eroica, e dall'eroica all'wwana. Che cos'è il pensiero, la Mente che è Senso poi Immaginaeione e poi
Ragione? Taluno potrebbe dire: di cotesta formola VICO (vedasi) non fece
applicazione al mondo della natura. Neanche questo è vero. E non vero, perchè
non solamente quest'applicazione ci è dato dedurla, al solito, dal suo
principio metafisico, ma, che più rileva, ei n'ha lasciate tracce
visibilissime, germi assai fecondi ne'suoi principii cosmologici, come vedremo appresso. Torniamo
al proposito. Dato alla creazione il significato e il valore che noi diciamo,
ne vengon fuora parecchie conseguenze le quali verremo accennando man mano. La
creazione non è, per parte di Dio, né una deduzione, per dir così, né un'induzione.
Per dedurre il mondo, egli dovrebbe cavarlo da sé: assurdo grossolano. Per
indurlo, poi, dovrebbe cavarlo da una materia preesistente, ovvero dal nulla.
Una materia preesistente senz'alcuna idea, un ricettacolo indeterminato, come
lo concepisce il platonismo, riesce inintelligibile, e ci lascerebbe in pieno
dualismo. Dal nulla come tale, nel che sta il concetto balordo dal pietoso
credente, tanto meno. Si dirà esserci la potenza Vedi a questo proposito quel
ohe abbiamo discorso nel Cap. V del Ub.
U. infinita attuale? Benissimo: quest'Atto ha da esser Oenerato; e, in quanto è
Generato, pone il fatto, educe il fatto per necessità razionale, e quindi per
legge di conversione. Se dunque lo educe per necessità intima e razionale,
veggiamo scaturire una seconda conseguenza, ed à che un mondo particolare,
contingente e d'ogni parte finito e mutabile e scorrevole, senz'altra necessità fuorché quella d'un beneplacito
divino, contraddice apertamente alla ragion filosofica positiva, nonché ai
risultati sicuri della moderna scienza fisica, geologica, cosmologica,
astronomica. Se il mondo, anche in sé medesimo, é una conversione di sé con sé
stesso, non può non esser necessario nella sua esplicazione e nelle sue leggi,
appunto perché essendo termine di conversione
d'una causa eh' é mente, debb'essere anche lui causa, mente,
razionalità. Il mondo, in somma, é posto razionalmente. Dunque l’atto col quale
Dio pone cotesto mondo é liberamente necessario, e necessariamente libero. Dicemmo
qual relazione corra fra libertà e ragioue. Se l’atto volitivo guardato nella
sna radice, secondo la legge del processo psicologico, non è altro in generale
che uno «/orso (Tintenderef cotesto
sforzo, che in noi ò impedito perchè essenzial conato, nell’assoluto non può
aver luogo, e quindi è speditissimo. £cco il fondamento della necessità della
creazione. Ma la sapienza infinita! si dirà: chi ne misura gli abissi? Lasciamo
gli abissi: qui la faccenda è chiara, perchè ce ne porge guarentigia la
psicologia: gl’abissi ci sono, pur troppo, ma non qui; e qui ci sono, perchè ce Than messi l’ignoranza,
il pregiudizio e l’immaginazione. Nò si creda che togliendo a Dio la libertà
anche quella a n«oem(ate natura, ella rimanga distrutta altresì nell’uomo.
Innanzi tutto non è vero che si tolga a Dio U libertà; anzi gli si dà la
libertà vera, dal momento ohe si concepisce come vera e compiuta ragione. L’uomo è ^rt»eep«rous.
Non v'è dunque destino: il destino è la natura e la ragione; e appunto perchè
il destino è natura, perciò è lungi d'esser cieca necessità. Tutto quindi è
provvidenza nella mente di VICO (si veda), perchè tutto è creazione, attività
intima, profonda, spontanea si nel mondo fisico, e rì nel morale; né senza
ragione volle metterla in cima alle sue discor verter La provvidenza agl’occhi
suoi apre e chiude il circolo della
scienza, non meno che il processo della storia. Ella perciò è innanzi tutto
naturale e divina, appresso eroica, da ultimo umana. La provvidenza umana è la
stessa ragione, la quale non può non essere libertà: essa dunque importa
pienezza di responsabilità. La provvidenza è il primo de'tre grandi principii,
0 sensi comuni dell’umanità: ed è
altresì l'ultimo corollario della mente
del filosofo. La provvidenza dunque è principio e fine della storia
umana, al modo istesso eh' è dedica e conclusione della scienza. E anche quest’altra:
ab ipta rerum humatuxrum natura. De
Oon$t, Philel Il coDCotto di Vico
è concetto aristotelico; e così infatti 1‘Afrodìsio interpreta la neceasìtà
Jinea e naturale d'Aristotele. Ved. NooBI8S0N,
De la UberU et du Haaard,
E$8a% sur Alexandre d'Aphrodina» ec. Paris Ved. Tavola
delle Diteoverte nella Seien»a Perciò chiama il soo libro una teologia civile e
ragionata della Prowedema divina Se.; e più d' ana volta si dà Tanto d'aver
prodotto una nuova dimostrazione, una dimostrazione di fatto ittorieo circa l’esistenza
di Dio. Che cor' ò questa dimoetratione
di fatto ietoricot t! la provvidenza in
quanto è Fatto, in quanto è creazione. et
il Fatto che si converte con so stesso, e mostra quel che è, quel che contiene,
quel che debb'essere; e così, mostrando sé stesso, mostra anche Dio. Perciò la
provvidenza non ò Dio che si mostra, Dio che interviene; ma ò il mondo delle
nazioni che attuandosi, che creandosi e edébrando così la propria ìvatwra, si
mostra sensatamente, e si manifesta come
termine di conversione. Indi è che la
provvidenza per lui non può essere un argomento induttivo dimostrante
l'esistenza di Dio, appunto perchè ella nel mondo, anziché effetto, ò una
causa. Questa sua dimostrazione di /atto ietorico, dunque, è una forma dì
eduzione, non già di semplice induzione: col che confermiamo anche una volta la
natura del metodo vichiano. Ora se questo è il significato significato davvero nuovo e originale del
concetto della prowidenaa n^U' A. della scienza, n concetto ctisologìco
inteso al modo che noi lo interpretiamo nel nostro filosofo, si presenta come
il risaltato del mondo moderno. È la vita stessa della scienza moderna: è il
gran secreto della filosofia positiva: ed è l'esigenza massima della Sdenea.
Chi non Faccetta, deve negare il presente,
dee dare una smentita alla storia; e sarà condannato a indietreggiare
sino al medio evo, per non dir già sino alla Grecia. La formola cosmologica del
nostro filosofo corregge e trascende, anche in questo, il neoplatonismo
italiano moderno, ponendo non è a merarigliare s’egli in ciò sia stato franteso
e interpretato assai male, come vedemmo, da certi saoi critici. JOMMELLI
(vedasi) e il primo ad osserrare che
nella scienza tale concetto può intendersi in dne sensi; e l’acato archeologo
napoletano non s’ingannata. Talora infatti sembra che la provvidenza, per VICO
(vedasi), abbia a consistere solamente nell’azione di Dio. È la provvidenza,
per dirne un esempio, che eccita Atejo Capitone e Lahtone; il primo nella gdoèa
e tenace cuttodia de^ vecchi diritti, e il secondo nel propugnare interprc tOMioni tempre nuove
affindii la romana ffiurieprudenMa potetèc evtdgerai. De Univ,
Jur,. La provvidenza egli invoca per iepiegare la rapida e univereale
comporta del Cristianesimo merco la civiltà romana; la quale perciò altro scopo
non avrebbe avuto nel mondo, fuorché quello di schiuder la via all’idea
cristiana. Or tutto ciò contraddice all’esigenza del suo metodo, ed è in aperta opposizione colla
sua dottrina metafisica. Lo stesso religiosissimo JOMMELLI (vedasi), il quale
del resto non avea nò punto né poco subodorato il valore della filosofia del
suo maestro, non dubita affermare, che se per prowidenxa nella scienza vuole
intendere eolo l’axione di Dio eugli uomini, Mora non pare che n faccia altro che una lemone di
teologia poco neeeeearia ai Cattolici,
ami ai Crietiani e a tutti gli eneeri ragionevoli. Provvidenza dunque, per VICO
(si veda), vuol dire natura. Provvedere è fare, è creare, ò attuare. Dunque è
incessante e vivace conversione del fatto nel vero. Per lui quindi è prowidenxa
l’itetnto, laddove, parlando dell’origine della
parola 2ex, dice che gl’uccelli
nidificano pretto le fonti. De Vniv. Jur.
provvidenza il pudore, onde procede la frugalità, la temperanza, la
giuttÌMia, e simili De Contt. Juritpr.,
I[I). È provvidenza la storia della poesia, e le false religioni. E
provvidenza la forma monosillabica delle lingue. È provvidenza lo teoppiar de’primi tumulti deUe plebi nella terza età del tempo oscuro.
È per provvidenza rebut iptit dietantibut che le religioni cominciano a venire
in dispregio. È prorvìdenn rebut iptit
dietantibut, l’origine dell’arte della guerra e della pace. fe provvidenza che
le Centi Minori apprendano dalle Centi Maggiori; ed è provvidenza la templieità e naturalcMM Oud*ò condotto il corto ddC umanità Se..a nudo le magagne del concetto
creativo del Teologismo, nonché dell' Hegelianiamo e del Positivismo: che vuol
dire, al solito, corregge i due estremi
del filosofare, iperpsicologismo ed empirismo. Di fatto che cos' è per
l'Hegeliano la creazione? È l’identico in guanto si differendo. Dunque non è
vera creazione, svolgimento, processo; ma ripetizione ritmica e, come dire,
inquadrata sovra un medesimo fondo che è la Idea. Pel Positivista il moto, la
vita e l' essere
delle cose non
è che trasformazione di forze,
o di materia; trasformazione fisica, meccanica,
biologica; determinismo affatto meccanico, affatto accidentale, affatto cieco.
Dunque anche per lui la creazione è ripetizione monotona d'un identico
subietto. Colla formola cosmologica del nostro filosofo, inoltre, si giugne a
conciliare le esigenze legittime del teismo e del panteismo sulla natura del
mondo. Nel Panteismo vi è un'affermazione
giusta e ragionevole; ma vi è pure una negazione iriragionevole, erronea
ed esiziale. L'affermazione risguarda lo svolgimento d'un principio interno e
divino nel mondo, e nella natura. La negazione poi riguarda un'efficienza
sovramondana, che come intelletto amore e potenza ponga il mondo e la natura, e
sia presente al mondo e alla natura. Il Teismo grossolano e volgare
contraddice al Panteismo col porre l'efficienza
sovramondana; ma non sa intendere per nulla il divino della natura; non capisce
il divino anche nel mondo. L'affermazione del Panteismo è l'esigenza
dell'Oriente, e, in parte, dell'Occidente; della scuole jonica, eleatica,
pitagorea, stoica, alessandrina; poi delle grandi intelligenze d'.Erigena, di
BRUNO, dello Spinoza; ed è anche l'esigenza
dell'hegelianismo. L'affermazione poi del Teismo beninteso, è
principalmente un portato della speculazione occidentale, perchè è l’esigenza
profonda della metafisica platonica, e della metafisica aristotelica. Panteismo
e Teismo, dunque, oggi sono di fronte; perchè essendo pervenuti entrambi al più
alto grado di speculazione, ci porgono due forinole nette, chiare, spiccate:V essere,
il non-essere e il divenire, da una
parte. Il vero, il generato e il fatto, dall'altra. Or l’affermazione, r
esigenza ragionevole del panteismo è inclusa nella formula cosmologica di VICO
(vedasi), e, che più importa, vi è anche corretta. L'affermazione e l'esigenza
ragionevole del teismo, poi, trova correzione e inveramento nella formola
metafisica dello stesso filosofo. Quant'alla parte negativa,
cotesti sistemi sono da ripudiarsi entrambi. Se il teismo ignora il vero
concetto di natura e però disconosce il divino e perciò stesso disconosce la
creazione autonoma del mondo; il Panteismo, alla sua volta, disconosce la vera
natura di Dio, e perciò disconosce la vera natura dell'uomo, e cosi viene a
distruggere la grandezza e l'eccellenza dell’umana personalità. Se intanto la
creazione è un processo, cioè dire il fatto
che si converte nel vero, si può domandare: in che maniera s' attua cotesto
processo? In altre parole: come avviene che la creazione diventa provvidenza?
Il modo con che s'attua la creazione potrà dircelo solamente l’esperienza: ce
lo potran dire le scienze di natura, e le discipline storiche in generale. Ma
anche nella soluzione del problema cosmologica
sbagliano, tanto quelli che tutto vogliono indurre, quanto quegli altri
che tutto pretendono dedurre. Oggi non è permessa una dottrina cosmologica
empirica; e tanto meno è permessa una cosmologia che, fabbricata a priori, si
rimane campata a mezz'aria. La filosofia cosmologica potrà attinger valore
positivo e razionale ad un sol patto; che, cioè, il pronunziato generale
ch'ella potrà fornire alle scienze le
quali si travagliano intorno alla ricerca delle leggi da Mill appellate
empiriche, sia del pari, o possa essere, il risultato complessivo e finale
delle scienze stesGiastissime qaiodi le parole d*aii valoroso sorltlore moderno.
(Tttt
ùonire le panthéitme que tou» eeux qui retUM ^i>rit
de la vrai grandéur de l’homme doivent »e riunir et eombattre (Tooqukvillk, De la
VemoeraHe, Paris) se. La metafisica positiva altro non sa
darci, salvo che la legge della conversione come principio della essenzial
costituzione del fatto. Quant’al modo poi, ella non sa, ella non può assegnar
né regole ritmiche, né tricotomie a priori di nessuna sorta. Che se anche qui
per avventura è possibile un accordo e una rispondenza tra la speculazione del
filosofo e l’osservazione induttiva e
deduttiva dello scienziato, in verità non si cerca di meglio. In cosiiFatto
accordo si avrà la guarentigia più sicura dell'ottimo indirizzo cosi dell'una
come dell'altra sfera di scibile. Se il Fatto à il diverso, non solo
considerato qual termine di conversione col generato, ma anche avvisato in sé
stesso, avviene che, nel convertirsi con sé medesimo, e' debba manifestare
varietà di momenti e passaggi e
transiti, e quindi intervalli e tjontinuità nell’esplicazione delle sue forze.
Vuol essere insomma, ripetiamolo, un vero processo, che è dire svolgimento,
conversione, creazione, anziché una serie di semplici trasformazioni e
d'increscevoli rimutamenti di forma. Vuol esser quindi un passaggio incessante
ed essenzialmente dinamico dalla potenza all'atto, dall'omogeneo all'eterogeneo,
per usare anche qui la frase di Spencer, dall'indeterminato al determinato, e
però dal genere alla specie, e dalla specie all'individuo, per finire
nell'individuo capace d'essere o di rappresentare insieme nella sua virtù il
genere e la specie. Tre sono i sommi generi del processo cosmico; e altrettante
le fermate o, per così dire, i momenti dell'attività creatrice. Tre sono
dunque i processi speciali e differenti
attraverso a cui il Fatto si fa, e che potremo appellare fisico, orgor
nicOf e storico-sociologico od umano; e
tre sono quindi gli anelli della gran catena; Forza, Vita e Pensiero. Fra
questi tre processi ci ha differenza e medesimezza, e però intervalli e
continuità: ma né questa continuità è di natura materiale, né quell'intervallo
é un semphce passaggio alla maniera che
lo intendevano e lo intendono, come notammo, gli aristotelici empirici, ed i
moderni materialisti. Fra il processo fisico e il processo organico, per
esempio, ci è continuità ideale, e quindi intervallo reale; stantechè non sia
la Forza che diventi Vita, né la Vita che diventi Pensiero, ma è la forza che
passa ad esser vita, e la vita pensiero. E nel pensiero compenetrandosi
non già sovrapponendosi od assomandosi le prime, abbiamo nel medesimo
tempo r attuazione della forza, e della vita. Il passaggio quindi, come
accennammo, non è semplice trasformazione, ma è transito, è passaggio nello
stretto senso della parola (iyipyetò:
aTi>>i;), eduzione eductio
entìs ad actum y e perciò creazione. Se
intanto nel passaggio vi ha intervallo, cotesto intervallo non è egli davvero un salto che fa la natura?
L'intervallo superato dalla stessa natura è precisamente la conversione del fatto
nel vero; è r energia creativa; è il vero passaggio dal nulla all'essere, dalla
potenza all'atto: ed ecco il significato della creazione ex nihilo. Dunque
l'intervallo per noi non è come altrove toccammo quel che per gli antichi era
i) diastema e il cenon; negazione, vuoto,
nulla. È anzi pienezza d'essere, attuosità vivace, conato (to Juvarov), perocché ci rappresenta il momento
in cui la continuità ideale tende a diventar reale. Ai due capi della catena
poi vedemmo esserci due intervalli; psicologico l'uno, e metafisico l'altro. U
primo dicemmo potersi superare mercé la dialettica ascensiva, poiché qui il fatto,
già convertitosi con sé medesimo e perciò
divenuto forza vita e pensiero, si converte quinci col vero, eh' é dire
col primum verum metaphysicum: mentre il secondo é superato dall'essere stesso
colla dialettica discensiva, secondochè ci addimostrano la formola metafisica e
la formola cosmologica di VICO (vedasi). Queste sono le due leggi universali, o
meglio, le due condizioni dell'attività creatrice di natura. In virtù di esse
é possibile una scienza cosmologica
razionalmente positiva, poiché in esse sta il nodo di que'dibattati e YÌtali
problemi sulla generazione, sulla genesi spontanea, sull'origine delle specie.
Né il Platonismo, né l’Aristotelismo, né alcuna dottrina che risalga a queste
due sorgenti, ci potranno dar mai questa doppia legge. Nell'uno fa difetto il
concetto del processo; nell'altro questo processo, ripetiamolo, è passaggio empirico>
meccanico, generativo, ovvero logico e formale. Ammessa quindi la legge
dell'intervallo nell’attività creativa di natura, verremo capaci di correggere
il vieto concetto cosmogonico del teologismo e dell'empirismo. Il vecchio
naturalista contro il teologista pronunzia, che natura non fadt saltum. A
salvare il deus machina il teologo risponde, che natura fadt sattum; e questi salti per lui sono
altrettanti atti immediati del Demiurgo. Ora la verità non istà dall'una, né
dall'altra parte. Naturalisti, sperimentalisti, deterministi, positivisti hanno
ragione a non credere ai salti; ma non ha torto il teologo se dice che la
natura procede per creazioni ed atti creativi diversi. Il positivo qui dove
sta? Neil'accettar l' una e l' altra affermazione, e correggerle entrambe. La natura, certo, non fa salti; non
v'essendo ragione perché ella non proceda continua nella ricchezza e fecondità
delle sue produzioni Ma eccoci al punto Questa continuità continuità
materiale, fisica, sensata ha luogo
entro la sfera. Ma anche in questa dottrina Aristotele potrebb essere difeso,
chi lo interpretasse benignamente. Se
pel Platonismo il divenire e il generarsi, ha
luogo per l’essenza, pell'idea che attua la cosa e la scorge e la
determina; per Aristotele, al contrarlo, l’indeterminato procede al tUterminato
qucdUativo per sua propria energia. Fra i molti passi che potrei addurre mi
contento di questo che si legge nella Metaph.:
Uòrtpov ouv iv^i
tic (Ttfatpa uxpot. raqSi
Xf oixiu vK^pct TOtc
oXcvdouC} i 01» J*
av aoTf iytyvexoy
ti ovtwc tJv,
róSt ri; àXXa tÒ
Toióv^c vrifjLaivtiy róSt
Sé xai (upurixivov
oux tf(r7(v, àWà trotcì
xac' 7evvà ex
totJ^s rotov^s •
xat orav 7«vv>30i7,
Ìt^i ro$t rotòvBt. È nna
prova di più, come si
vede, della possibilità
di rintracciare e dimostrare
nell'Aristotelismo, anche in
siflbtta ricerca, r indirizzo
medio della speculazione filosofica
contro gì* interpreti
empirici e contro gì*
iperpsicologisti che il
generarsi delle cose
in Aristotele traggono
in due e
contrarie sentenze opposite d'una
specie, d'un genere, d'un ordine, anziché nel passaggio dall'uno all'altro. Se
così non fosse, la natura non sarebbe guari natura, non sarebbe creazione,
sibbene ripetizione sazievolmente monotona d'individui. E non meno ragione ha
il teologo o il neoplatonico che sia, nel pretender che la natura procede a
salti; ma non ha niente ragione a predicarci essere il demiurgo, proprio lui,
quegli che la fa saltare. È ella stessa, è la stessa potente e feconda natura
che si muove. E si muove per qualcosa che non sopraggiugne dal di fuora, anzi
sgorga dal di dentro. Cosi, e solamente così, è possibile l'autogenesi del mondo.
Chi non sia disposto ad accettarla, romperà senza rimedio contro Scilla, o
Cariddi; che vuol dire contro uno de'due soliti estremi. Come intanto
s'inaugura, come si svolge e come s’assolve egli il processo cosmico? Dell’attività
creativa ne'diversi momenti del processo cosmico, se l’attività creatrice di
natura è una conversione del fatto nel vero,
ella non può esplicarsi altrimenti che per gradi, per momenti diversi, e quindi per intervalli
e per continuità ideale. Il processo cosmico, dunque, è universale. Ed è universale principalmente perchè, secondo la
frase di BRUNO, racchiude in sé, quasi circolo più ampio altri piccoli circoH,
il triplice processo fisico, organico e sociologico. Così la legge che governa
il tutto come le parti è sempre la stessa: è la gran legge del trasformarsi e
del rintegrarsi perpetuo, progressivo, incessante delle forze universali e
comuni di natura. Perciò è il numero che
[lIB. H. sempre più volge ad unità; è l’indeterminato, l’omogeneo,
l'indefinito (tò uopiiTòv) che procede al determinato,
all'eterogeneo, al perfetto (tò
TsXitov). Se tale dunque è la natura di quest'universal movimento che
dispiegasi nel tempo, in che maniera potrebb'esser un incessante cangiar di
forme e di fenomeni? Se cosi fosse, quest'universo sarebb'egli un cosmos o non
più veramente un increscevole ed eterna monotonia d'apparenze fenomenali,
ovvero un caos? La legge del processo cosmico dunque è legge di creazione; è
legge di coixyersione, anziché di semplice trasformazione. Col processo fisico
si genera la forza; e la forza è subbietto omogeneo, sintesi confusa, numero e
unità generale, unitotalità vaga e indeterminata. Cotesto processo fisico
si sdoppia nel processo organico nel
quale si genera la vita; e la vita è numero, eterogeneità essenziale, essenzial
dualità -- vegetale e zoologica. Nel processo
storico-sociologico, finalmente, SI GENERA LO SPIRITO, il pensiero; ed è un
ritomo all'unità, ma come triplicità. La forza quindi si converte nella vita,
come la vita si converte nel pensiero. Unità, dualità, dualunità: Forza,
Vita e Pensiero. Ecco il processo
cosmico, ed è sempre il fatto che si converte nel vero, perocché è sempre il
conato, il medesimo, che si fa diverso per intervallo. Come intanto. È il
vecchio principio per cui si distingue l’indirizzo medio aristotelico
nella dottrina sulle forze fisiche,
organiche ed organizzate: *H $i fxJffi^
ffivyet tÒ aTrci^ov
* to fiiv yoip
anstpov otTtlsq, Si «vece
«s( K^Ttt TsXoc
(I>e (7en. an.).
E più chiaramente ancora: 'Aft
yàp €v Tw
efslivii vppxst xo
upOTspov De An..La scienza moderna non ha fatto e non fa che confermare
questo principio aristotelico; ed è quel medesimo pronunziato che Spencer
considera siccome chiave del processo cosmico. Ma avvertimmo già l’aspetta
manchevole delle dottrine dell’illustre scrittore inglese;
che, cioè, se il processo cosmico è davvero una creazione, è forza che
nella sua natura altro non possa essere che uua teleologia, un processo
essenzialmente teleologico, a partire dall'etere, dalla materia nebulare
indeterminata, e scendere giù giù fino all'atto estremo, alla forza che
diciamo pensiero. Questo dato
vitalissimo manca a Spencer nonché ai Positivisti e, come vedremo, a' naturalisti
Darwiniani. E pure, chi ben rifletta, è un concetto essenzialmente
poeitioo^ perchè è un fatto.rivelasi la prima conversione del fatto? In altre
parole: in qual modo s'inaugura l'attuosità creativa dell'universo? La natura
comincia con l’esser conato. Ella dunque comincia come sintesi iniziale e
confusa: ella s'inaugura come materia metafisica Vico, De Antiqui^. La nuiteria metafisica alla qaale
più voite accenna confasimente VICO (vedasi) e che SERBATI, come toccammo, non
interpreta convenevolmente, ò neill/ordine cosmico e naturale ciò che
nell'ordine psicologico ò la luce tnetaJUica. Nel passaggio, nell’intervallo in
generale, ha luogo nn novello conato, eh' è il momento creativo, il parto
a/orno impedito della natura; e quindi
racchiude qualcosa d’intimo, d’universale,
di metafisico, d'iperfisico, di soprassensibile. Ecco perchè talora in VICO (vedasi) nonv'ha
divario nelle parole conato, momentOf
t/orto impedito, luce meta/i»
nea^mcUeria metaJÌ9Ìca,virtue^vi», dvvxfJLi^y
«vT«).ffXJeav, e simili. Però è facile incontrarvi qualche sentenza di
questo tenore: Lux metaphyeica §eu eduetio virtutum in actue conatu
gignitur. Perciò se si vuole
interpretare a dovere la sua mente, il valore della parola conato, nella quale
pone radice la novità della cosmologia vichiana e leibniziana, è questo: che il
conato per lui sia il principio concreto, reale, vivente della natura: che sia
perciò relazione la qual comprenda e annodi in organismo vivente i tre
processi, e per cui risulti come la
molla secreta deir intero Proceeeo
eoemólogico, È la relazione concreta, e reale del fatto col vero; cioè
del fatto che, in quanto divereo in sé, diventa Vero. In una parola, è la eoetanxa della natura, come fra
poco vedremo, e perciò è Vdpx^ xivKj
Tcwc d'Aristotele (AfetopA) ma corretto profondamente, e però trasfigurato e
legittimato, stantechè non sia altrimenti un principio di movimento
ipercosmìco, ma nn principio
essenzialmente eoemico, essenzialmente naturale; e perciò è lo stesso
movimento che, in quant'è motOf si
rivela come autogenito. GIOBERTI che ha un senso storico divinativo tutto suo
nel saper cogliere in certe sentenze l'aspetto originale d’una dottrina, non
dubitò scrivere che la teorica de'punti e del i eoncUo di VICO (vedasi) ì il perno del tuo eietema; aggiungendo che
per questa parte egli è arietotelico e platonico ad un tempo Protol.. Che la
dottrina del conato sia il perno della sua cosmologia, nessun dubbio; ma la
cosmologia non è la sua metafisica. È dunque il perno, è la molla della sua
formola eoemoloffica, non già della sua formola metafiica: il perno di questa
seconda è ben altro. Che poi in questo egli sia aristotelico e platonico
insieme, è vero; ma è tale in quanto
corregge, trasforma e compie i due filosofi, e perciò in quanto li accorda. Nel
platonismo il concetto del conato, al modo che è inteso da VICO (vedasi), non
ci è, e non ci può essere, come si può ricavare da tutti que'luoghi ne'quali
siamo venuti accennando rapidamente a quel sistema. Può esserci, e vi è di
fatto in Aristotele, ma confuso e indeterminato cosi che non si lascia riconoscere facilmente. Al qual proposito mi
sia qui lecita nn* osservazione storica. Ma se la natura comincia coll’esser
conato, appunto perchè conato ella dev'esser riguardata sotto doppio QualcQDo
potrebbe confondere questo conato del filosofo napoletano colla monade
leibniziana, o, pegfifio, col1’
?pe$(? aristotelica. Lasciamo
della prima perchò ne dicemmo qualcosa in altro
luog^o. Qnant'al secondo osserro che tra Voptl^ii dello Stagirita e il conato àe\ nostro
filosofo, ci è profondo divario. Accennammo già qualcosa riguardo alr aspetto
esagerato della «aiMo y!iMi2«
d'Aristotele. L'ó^e^cc certamente
è designato da lui qual moto 9pontaneo; e basti per tutti questo passo:
Kcvftrac yoLp to' xivouufvov t?
òpiysrat^ xat 17
xévTio'c; rtc opsl^ti t»spytia.
{De Xn,)! Ma ò poi veramente
tale, voglio dire essenzialmente spontaneo cotest’opegi^ d'Aristotele? Non
sarebbe più tosto un residuo del maestro passato nella mente dello scolare?
Aristotele, avvertimmo, rompe la terie predara in due modi; col1'intdllgibUe
venuto di /uorOf BvpstOiv, e colla causa
finale, cioè, col dender€tb%le [70 òptxTÒv
xat to' voutÓv).
Luce per ribtelligenza, dunque, e calore pella volontà vengon
d'altronde; e però chi determina tanto il peneiero, quanto la tendenna, è il
pensiero divino. Eih, Eud.. Ora dunque 1*opeHc'c per Aristotele non può esser
davvero spontaneo, se no si contraddice. E tant*è vero che la natura per lui
non ò propriamente attiva per so, che non mancò, fk'a' vecchi aristotelici, chi
pigliasse a dimostrare come in Aristotele,
in forza del suo medesimo sistema, debba aver luogo la causa efficiente.
Se Dio infatti ò canea finale^ per ciò stesso ha da essere anche canea
efficiente; tanto pare ad Ammonio, il primo a dare tale interpretazione, che
Aristotele dove mettersi in accordo con Platone (Yed. Rayaisson). Dunque l’ops^i^ noir Aristotelismo ò ?^e^cc non per essenza propria, ma in grazia
d’un determinante estrinseco, d’un’infiuenza
eeteriore; la quale influenza non essendo stata chiarita nettamente nella sua
natura dal filosofo di Stagira, ha fatto e fa si che molti i quali si studiano
d’interpretarlo benignamente, credano d'aver buono in mano per assumerne le
difese, e fino a certo punto riescono ad aver ragione. Sennonché il vero
concetto dell'o^sHcc, che
in parte risponda al conato di VICO (vedasi) e
rappresenti perciò r indirixMo medio in siffatta questione, sarebbe da riporre
piuttosto nella nozione di svipyna
aTf>>i:, la quale è appunto attiva per sé, ò attiva per virtù
propria, essendo ciò che esiste in potenza, ma in quanto s'avvia all'atto; e
s'avvia per sé medesima, non per un
altro; s'avvia e procede per propria essenza: 'O^óc ttQ
ouTiav {Metaph.) In altre parole è ciò che, imperfetto, non ha il fine in so
stesso, e quindi lo cerca. E lo cerca non perchè ne sia attratto (platonismo 0
aristotelismo platonico), ma k1 perchè ne ha bisogno. E se lo cerca e ne
abbisogna, vuol dire che questo fine non potrà essere un'illusione addirittura.
Perciò Aristotele determina il concetto del moto cosi: Twv apy.^£Mv eiv «tt/
taipoc ov^sjMca tjXoc, àWà
t«v tapi To TsXo;. {Metapk.). Ci slam voluti intrattenere
un momento su questo particolare non solo per chiarire il concetto di VICO
(vedasi) sul conato ma anche por mostrare l’attinenza ch'esso ha col concetto
del rispetto. Anche del primo cosmologico possiamo dire qael che dicemmo del primo
psicologico: egli è una testa di Giano; ha due facce. Il conato adunque è due
cose, non una: è punto e momento (cf«7ft*i^ v) materia e moto, estensione e
forza: ma e punto e momento di natura metafisica che vuol dir di natura
potenziale, virtuale, soprassensibile, semplice, indivisa, universale. In altre
parole, il conato e attuosità concreta e reale; ma non è, a dir proprio, né
moto, né estensione, bensì virtii di moversi, e d'estendersi: e come virtù,
come potenziaUtà, esso in generale é un soggetto identico. Punctum et momentum
unum sunt, e quindi é nel medesimo tempo numero e unità, dualità e unità,
polarità originaria, e perciò é unitotalità originaria, concreta, universale.
Ora il conato in quanto é punto, materia, cioè in quant' é soggetto potenziale,
recettivo, indeterminato, omogeneo, indefinito e indefinibile, é il ro Ssrspov;
è la wa/xcc come pura capacità; in somma
é il fatto semplicemente detto; il fatto in quanto è termine di
conversione dialettica coi Grenerato. Al contrario, in quanto é momento, ciò é
dire materia e moto, estensione e forza, to'
Strtpov e to' notilo e però to warov, é il fatto in quanto è termine di
conversione cosmologica; è il fatto in quanto é conversione di sé con sé
stesso; e quindi é sostanza semplice,
sostanza universale, sostanza indivisibile in sé, ma divisa nelle cose
che sostiene. Brevemente: il conato, guardato come puro fatto, cioè come termine posto, é potenza in potenza,
come direbbe Aristotele (^uvfltfii;
^uvot^n); guardato invece come termine che si pone, come soggetto che si
fa, egli, per dirla con le significantissime parole di VICO (vedasi), é for/pa
che si fa dentro moto aristotelico, il
quale, inteso a doTere, nono tale quale d’ordinario Tiene interpretato dagli
hegeliani. £ ci siamo trattenuti anche perchè quest'ultimi non abbiano a
pigliare il concetto del conato per Vopt^i^ giacché nel conato del nostro
filosofo non ci è necessità dialettiche, nò relaiioui di finalità come neiriperpsicologismo
aristotelico fecchio e nuOTo. Il conato di VICO (vedasi) non è propriamente VEatcre, nettampoco il
NoH-ctnrc; dunque non sarà nemmanco U Divenire: ecco tetto.di sè medesima:
perchè? precisamente perchè SFORZARSI È UN CONVERTIRSI IN SÈ STESSO; 0 perciò è sostanza che si sforsa a mandar
fuori le cose. Che il ùonato nel concetto vlchiano sìa la sostanza delle cose e
costituisca perciò il nerbo della sna formola cosmologica, si pnò rìcaYare agevolmente da queste sentenze. Che
cos*è la sostanza? Sattanza, in genertf
d ciò eke »ta 9otto e
90$tiene la eoaa; indivitibile indivisa nelle cote eh* ella fottiene, e
$oUo le dìvite cote, quantunqtu disuguali, vi §ta egualmente, Risp. al Giom. de
Lett,. Questa deflnizione non ha che vedere colla definizione spinoziana: id
quod existit a te et per «e. Sono entrambe definizioni nominali, e però vere o falso flnchò non se
ne faccia applicazione. Dal modo con che applicolla Spinoza, venne fuora il suo
panteismo acosmico geometrizzato, con quella lunga sequela d’assurdi che
ognuna conosce. VICO (vedasi) 1’applica
al fatto in quanto si fa vero, non già al vero che si converte col generato; e
perciò riesce a schivare ogni maniera di panteismo. Infatti egli dice: Quello che i moto ne*corpi particolari,
neiVunivereo moto non è; perchè V’universo non ha con ehi altro possa mutar
vicinanze. Dunque è una forza OHB fa
DRNTBO DI sà MBDESiifo: questo in s^ stesso sforzarsi, ì uno in sa strsso
convertirsi. Ciò non pud eseere del corpo, perchè ciascuna parte del corpo
avrebbe a rivoltarsi contro di sè medesima. Onde questo sarebbe tanto, quanto le parti dd corpo si replicassero.
Dunque, dico io, IL CONATO non è dd OORPO, ma deU* UNI
Visse del corpo. Tutto ciò è
chiarito e confermato da quest'altra sentenza; Virtus est extensi, e perciò
prior extenso est, soUicet inextensa. De
Antiq.. E spiegando altrove il valore di quest’ultimo concetto, dice: Io mi
servo eie* vocaboli di virth e di potetaa appunto come se ne servono i meeeaniei, appo i quali sono voci
oelebratissime: con questo perciò di vario; cA' essi (parla de’Cartesiani seguaci detta dottrina
meccanica) V’attaccano ai corpi particolari, ed io dico esser dote propria e
sola dell’universo. Risp. al Oiom. De’ LeU., E tornando al suo concetto gradito
del conato, dice plh aperto: Nel mondo vero e reale vi ha un che invisibile che
produce tutte le cose. Ancora: Uno è lo
sforzo delC universo, prrob2 dell’univrrbo:
ed è l’indivisibile centro cui non è lecito trovare nell’universo esteso, e cAe
dentro le linee deUa sua direzione tutti i disuguali pesi sostenendo con egual
forza, tutte le partieo' lari cose sostiene insiememente ed aggira. Questa è la
sostanza che si SFORZA mandar fuori le cose. È impossibile commentare queste sentenze. Ci vorrebbe un capitolo per parola;
e alla fin fine poi non riesciremmo che ad una freddura, ad una ripetizione
fiacca e sbiadita. Bisogna dunque farle soggetto di meditazione severa,
tramutarsele in sangue, e col loro sussidio interrogare! fenomeni e le leggi
del mondo sensibile. Posti intanto questi principi! cosmologici, ecco alcune
norme metodiche pella filosofia della natura
e delle scienze naturali: In fisica si trattano le cose per termini di
eorpo t di moto; in m^afisioa trcUtar si debbono per qudli di sostanza e di
conato, E come U moto non è altro
realmente che eorpo, cosi il conato altro realmsnU non sia che sostanza, L’altro
domma metodico riSe questo è il cardine della cosmologia del nostro filosofo,
le conseguenze e le applicazioni che se
ne traggono riescono supremamente feconde, positive, originali in tutte
quante le sfere delle scienze di natura, dalP’astronomia alla fisiologia, dalla
meccanica celeste alla zoologia e alla zoopsicologia. Noi non possiamo
intrattenerci in queste applicazioni, e ce ne duole. Ci ristringeremo ad
accennarne qualcuna, e rilevarne l’aspetto originale; e innanzi tutto quella
risguardante la dottrina del Cronotopo.
Se la sostanza cosmica è una, indivisibile e divisa nelle cose a cui sta sotto
egualmente per diseguali che queste siano, i modi essenziali e primigenii in
che ella si determina, sono lo spazio e il tempo puri: punto e momentOj virtus
extendendi e virtus movendi. Sennonché la virtii d' estendersi, logicamente, va
innanzi alla virtù del moversi, al contrario di ciò che pensa il GIOBERTI (vedasi); poiché, al solito, se il
fatto come diverso in sé vuol essere un processo autonomo, avviene che la prima
forma di conversione, la prima individuazione cosmica, debb'essere il punto che
divien momento; debb' esser la virtù d'estendersi che si gemina, e assume
valore di virtù motrice. Perciò la sostanza in quant'è virtus extendendi,
inquant'é pura capacità, è V’altro, è il diverso, è il fatto come posto, e però
è lo spazio infinito, la cui prima determinazione è ciò che domandasi etere
da’moderni. In quanto poi è virtus movendi, cioè atto, diverso gniardante lo
stadio delle leggi fisiche ò questo: L’unica ipoteti cioè finzione speculativa
per la qwd dalla MetaJUica ndla Fisica discenda giammai ti po99a, netto le
matematiche; e che il punto geometrico eia una SOMIOLIANZA del metafieicOf dot
della sostanza; e ch’ella aia coea che veramente t, ed i indivisibile; che ci
dà e sostiene distesi uguali con egual /orza: perche per le dimostnxzioni di
BONAIUTI Galilei ed altre piene di meraviglittf le disuguaglianze quanto si
vogliono grandi, ritirandoci al lor principio indivisibile, cioì ai puntiy
tutte si perdono e si confondono., ti appena bisogno d’avvertire che colla sua
dottrina cosmologica ei non fa che interpretare ed elevare ad altezza
metafisica positiva l’esigenza del metodo galileiano. Nelle lor relazioni
ideali BONAIUTI Galileo e VICO (vedasi) si richiamano a vicenda. (Ved. il
nostro Disc. DanU, Galileo e Vico, Firenze, Celliul). L'esistenza dell’etere od
abaro (come con ragione vuol chiamarlo il nostro valoroso e valente Colonnello
Pozzolinì) che per i fisici è una in $èj 0 Fatto ohe si fa, la sostanza è il
cominciamento originario, autogenito della natura, e perciò indipendente da
Dio. Ed è affatto indipendente da Dio nel suo svolgimento, e però nelle sue
leg{2p, appunto perchè, come fu mostrato, Dio pone il mondo non già come
attuale, anzi come potenziale. Perchè dunque il punto diventa momento? Per necessità
della propria essenza: vo'dire perchè è diverso in se; perchè è sformarsi che è
uno in sé stesso convertirsi. Se adunque come materia il conato è confusione,
impenetrabilità, pura capacità; come virtù di moversi, invece, è cominciamento
d'ordine, inizio di cosmos finteli'atomo, nelP’esteso metafisico il quale,
essendo medesimezza e differenza in atto, rappresenta perciò la prima dualità
in cui forza e materia formano un medesimo subbietto. ipoteti della quale non
possono in yenin modo prescindere, nella fonnola cosmologica di Vico, invece,
assume valore di teti. Essi non sanno dir che cosa sia quest'eeere. Noi sanno
oggi e noi potranno saper mai: perchè? Per la semplice ragione ch*ei trascende
la mente: e la trascende in quanto che riguarda un’attinenza della sostanza
come potta, non già della sostanza come causa, come forza. Perciò riguardando
il dato della creazione, ne Tiene che, por intendere questo dato in qualche
maniera, bisognerà filosofare; e per filosofare in modo serio e positivo e
razionale bisogna ricorrere alla formoUi cosmologica del nostro filosofo. Non
V’è scampo: o questa formola, oppure il concetto inintelligibile, grossolano e
balordo d’una materia concepita qual ricettacolo assoluto e generativo d’ogni
cosa: eh' è propriamente (chiedo perdono a tutti i materialisti e meccanicisti
vecchi e nuovi) un concetto da cretini! Dunque il cronotopo non è, come
pretendono i Leibniziani, la successione e coesistenza di punti e di momenti;
teorica al tutto empirica la quale non ispiega nulla di nulla, perchè non
addita la ragione della coesistenza. Non si può dir nemmeno pertinenza deir
Assoluto in quanto ì l’Idea ad extr(h Videa come potnbUità infinita (GIOBERTI,
ProtoU, Sagg. Ili); ì° perchè non s'intende che cosa mai sia codest'Idea ad extra;
2 perchè s*ella è pottihilità infinita, come tale appartiene al Fatto, il quale
in quanto conato è precisamente un' infinita po$9ÌbilitiL Non è poi relazione
tra U finito e linfinito (FoRNABi, DeW Arm. Univ. DiaL I) perchè, se così
fosse, dovendo i termini partecipare alla natura della relazione, ci avrebbe a
essere spazio e tempo anche nell' infinito! Finalmente non è la prima e
immediata esistenza detta Idea (SPAVENTA, Mem, mi Tempo e tulio Spazio, negli
Atti dell'Accad. di Nap.), perchè l’Idea è incapace di rivestire spazialità e
temporalità per le ragioni altrove accennate. Dunque che cos'è cotesto
cronotopo? È precisamente il conato; Abbiamo detto che l’atomo è l'esteso
metafisico. Esso dunque è la compenetrazione del punto, e del momento: è il
punto divenuto momento; è la virtù d'estendersi che s'estende in quanto si
move. Neil'atomo perciò, neir esteso metafisico, trova pienissima applicazione
il pronunziato di VICO (vedasi): ptmctum et mofnentum unum sunt In altre
parole: che cos'è l’atomo? È l’estrema realtà (non astrazione) cui possa
poggiar la mente. Dunque è la prima realtà onde move la natura. Anche in seno
all'atomo quindi si dee verificare ciò che i fisici oggi riconoscono in molti
fenomeni; il principio della polarità. L'esteso metafisico è un'essenzial
dualità; è forza e materia in atto; è la determmazione originaria, autonoma
della doppia virtii estensiva e motrice. Dunque è la prima conversione del
fatto, in quanto il fatto è un subbietto diverso in sé. Perciò è il primo
momento della creazione propriamente detta: il momento solenne in cui la forza,
nascendo nella materia (non dalla materia), si crea.'ma il conato in qnanto ò
polarità essenziale, essenzial dualità. È la sostanza stessa del mondo in
quanto ha una doppia faccia: estensione e forza; wirhu extendendif e virtù»
movendi. Ora se il conato è un subietto essenzialmente duplo^ essenzialmente
polare, ì moderni fisici non possono, non debbono menomamente ripudiarne il
concetto, che anzi accettandolo, giungerebbero a spiegare più d'una loro
ipotesi. Chi dunque dice fona, dice ereazione: ecco il rero dinamismo, il
dinamismo positi?o. Perciò erra tanto il materialista grossolano quando afferma
ch/D la forza naaea dalla materia, o ne sia una pura e semplice determinazione;
qnanto il dinamista puro (Hibn, Cotuiquence» phil. et mHaph. de la
Thirmodinamique, Paris) che pretende concepire la fona anteriore alla materia!
La forza Don nasce dalla materia, o per la materia. La forza si pone, e perciò
si crea nella materia. Il suo nascere è creare nel Tero senso della parola; è
uscire ex nihilo, E qual è il nulla f Il nulla del filosofo cattolico, no:
cotesto nuUa ò impossibile, perchè ò inconcepibile. Dunque è la materia, ma la
materia considerata come puro Fatto, come pura capaciti, come possibilità.
Platone la diceya ricettacolo, e diceva benissimo. Dov'errava? Errava
gravemente nel determinare il modo con che nel contenente sorga il contenuto. È
precisamente l’errore del materialista moderno. La forza, dice questi, suppone
la materia. Certamente! ma non ò pnra e semplice trae/ormanane o modiJicoMione
o qualità di materia. La materia in qnanto diventa forza è conato: e perciò
(ripetiamolo) ò intervallo già superato; ò atto propriamente detto, e Se
intanto l'atomo è an'essenzial dualità, in esso è l'esigenza dell'altro atomo,
delle molecole, del corpo, dell'organismo atomico. Ma ecco tosto nn dilemma: o
l'atomo è semplice, o è composto. È egli semplice? Dunque non può dare il
composto. È egli composto? Dunque richiede il semplice. Dilemma seriissimo, davvero.
L'atomo non è l'una cosa ne l'altra; o, più veramente,, è r una cosa e l'altra
insieme. Se l'atomo, è conato, momento in cui la materia e la forza si
compenetrano; come dirlo semplice? come dirlo composto? Pertanto se l'atomo è
conato, perciò racchiude l'esigenza degli altri atomi. Dunque? dunque l'atomo
non ha figura in quanto è un esteso metafisico, ma ha figura in quanto si
marita e si converte con altro atomo: la figura è un risultato. Or se l'atomo è
virtii d'estensione che si attudij avviene che, come tale, e' debba essere
attrazione: e s'egli è virtii di moversi in atto, avviene altre che, come tale,
e'debb'esser moto essenzialmente rotatorio} Se dunque 1'atomo in quanto conato
è insieme identico e diverso, perciò è in sé, e fuori di se; è per sé, e anche
per l’altro; abbisogna dell'altro. Per questa comune proprietà gl’atomi ci
rendon quasi immagine delle idee platoniche, la cui vita sta nell'essere
essenqaindi è atto naovo, atto creatÌTo. Eccoci al miracolo! sento grridarmi.
Precisamente al miracolo: ma gli è nn miracolo essensialmente naturale,
unlversaie, necessario; e per consegnenza non ò miracolo. Se dunoue VeaUto
metafinco è la forza in quanto si genera nella mcUeriiif ne viene cne VaUnno ha
da essere tutt*altro che inerte. Anzi è la materia, è l’etere, è l’abaro, è
quel quid nebulare primitivo che, da unità indeterminata, passa ad essere anche
forza, profonda energìa in cui e per cui sMnaugura il Prooeeeo fieieo. Se così
non fosse, io domando, come farebbe il chimico ad intender le leggi deir
affinità? E se così non fosse, la moderna dottrina delTatonicità non andrebbe
in fumo? Questo è il moro etemo e continuo dell’Aristotelismo, cagione d'ogni
moto, il quale perciò non può non ettere un moto circolare nello epaxio {Phye,,
Vili, ix), e come tale è moto naturale d'un elemento eempliee du non ha
contrari {De Cod., I, li). Al motore motto bisogna sostituire il conato. E il
moto circolare non avente contrari bisogna darlo all’essenza stessa dellatomo,
dell’eeteeo metafisico. Ecco una delle correzioni vitali della cosmologia
aristotelica richieste logicamente daU'indirimco medio. zialmente relative.
L'atomo qaiadì, in quanto è medesimezza, è attrazione; in quanto è medesimezza
e diversità, è rotazione e circolarità. Dunque può dare origine al moto per
induzione e rivoluzione, che à moto secondario e derivato. Or questa legge si
verifica in una lunga serie di fenomeni; luce, elettrico, calorico, magnetico.
Si verifica ne'grandi coi*pi dell'universo. Perchè non dovrà verificarsi
altresì, e principalmente, in seno alla stessa vita intima degl’atomi?
Attrazione e rotazione, dunque, riduconsi ad un sol fatto primitivo,
universale, assoluto. Il conato è moto essenzialmente rotatorio; e quindi è la
sorgente prima d'ogni e qualunque forma di moto. La legge di rotazione perciò è
legge universale; ed è la sostanza stessa cosi delle grandi, come delle piccole
masse: Questo in se stesso sforearsiy è uno in se stesso convertirsi.* Le
conseguenze di questa dottrina cosmologica sono evidenti, originali, modernissime.
n vuoto è un assurdo; perchè è un assurdo il nulla. Esiste dunque l’universo
infinito; ed è tale non come mondi, ben^i come conato, come sostanza universale
determìnantesi ne'due attributi essenziali della spazialità e temporaneità
pure. È un assurdo il moto comunicato, perchè è un assurdo che la forza si
rompa, si scinda, si divida: senza dir già che, se è vero che la forza
debb'essere anche materia, la comuniccmone del moto importerebbe la
compenetrazione e insieme la inerzia degli atomi, ciò che costituisce un doppio
assurdo. È uYi ' Ved. a questo proposito la bella Mem. di POZZOLINI (si veda)
{Indumone delU forte finche, Bologna), Baudrimoni, Atomologie e le tre Memorie
eu la atrtUtura cUi* Corpi. Bordeaux * Ved. la Mem. su la Legge univeraale di
rotazione del nostro amico prof. Bàrbera, della quale accettiamo in gran parte
la dottrina perchè ci sembra un'applicazione rigorosa de*principii cosmologici
di VICO (vedasi). Di BARBERA merita esser letto il discorso stupendo su Newton
e la Filoeofia Naturale Napoli. La memoria poco fa citata di POZZOLINI, come
questi due saggi del BARBERA, sono i primi segui d'una riforma seria delle
scienze astronomiche e della filosofia naturale in Italia. Abibt., PAy«., Tiii.
assurdo che il moto universale cominci e finisca, poiché è un assurdo che il
mondo, che è pur egli necessario come termine di conversione dialettica abbia
principio e fine. È un assurdo un impulso primitivo impresso da Dio alla
materia, ciò che è l’esigenza illegittima del fiacco Peripatetismo, dell'Aristotelismo
platoneggiante: perciò assurda e gratuitamente ipotetica la base nella quale
s'appoggia la teorica newtoniana sull’origine del moto. È un assurdo che la
materia diventata forza, ciò è dire l’atomo, tomi ad esser pura materia; perciò
assurdo che la forza cessi d'esser quella che è nella sua essenza, e che si
sperda, che decresca, o si menomi in qual si voglia modo. Sono dunque un
assurdo, sono indovinelli da algebrisH quei conti e racconti di certi facili
calcolatori matematici che, come il teologista e il millenario, segnano già
ne'secoli futuri la fine e lo spegnimento della terra. Ne'loro problemi essi
dimenticano che la forza è creazione: e dimenticano troppo facilmente, che
creare vuol non dire annullamento. Il conato adunque, è il vero motore immobile
e mobilissimo dell'universo; è l'universo stesso in quanto è infinita
potenzialità; è l’àpxrì xcv)ic intrinsecato, essenziato con l'universo stesso.
Come tale l'universo procede di numero in numero, secondo la frase di Bruno,
svolgendosi come mondi nelle successioni, e perciò è infinito nel tempo; e come
tale anche l'universo, come il pensiero nel formarsi il concetto dell'Assoluto,
rende a Dio la pariglia. Cosi il principio cosmo' LìtìQUB, Le premier moteur et
la nature dame le tyetòme tTArietote Paris. V. a questo proposito con che
assennatezza crìtica Barthélemy Saint-HUaire dÌMOm sula cosmologia aristotelica
(PAyttgiM trad, en /rangaie et aceompagnie dCune paraphraee et de note»
perpetueUe», Paris, Introd. V. L) Cosi resta lesrittimato il concetto
sull’Universo e sullo Spaaio del filosofo nolano. Egli pone Io spazio come
infinito e però infinito anche l’universo che è nello spazio [DeW Infinito
Univereo e Mondi, DinL I.) L’unverso certamente ò inAnito, ma, ripetiamo, ò
tale in quanto è eonaio; e così pure lo spazio. Perciò Mondo, Universo, Spazio
ec., sono infiniti nella successione, che tuoI dire nella lor potenzialità.
logico, o meglio, il Primo cosmologico di VICO (si veda), in mentre che
corregge la cosmologia de'Platonici e degli Aristotelici, condanna ad un tempo
quella de’neo-aristotelici empirici e degl'iperpsicologisti, legittimando r
esigenza de'meccanici e de'dinamisti, de'Cartesiani e de'Leibniziani, che vuol
dire della materia e della forza. I moderni cosmologi avran fatto moltissimo
quando avranno ridotto ogni fenomeno ad un ultimo fenomeno. Essi così
dimostreranno, o meglio, verificheranno la divinazione aristotelica. Ma si
dovrà arrestar qui la cosmologia razionalmente positiva? No, certo. U suo
grande problema sta nel dimostrare (e dimostrare non vai mostrare) come
quest'ultimo e irreducibile e universal fenomeno, sia precisamente la sostanza
stessa delle cose, la vita stessa degli esseri, la vita dell'universo che Vico
rassomiglia ad una fiumana onde sgorga acqua sempre nuova e perenne: H(BC est
vita rerum, fluminis nempe istar quod idem videtur, et semper alia atque alia
aqua profluit} Se il Processo fisico s' inaugura col conato in quanto è un
esteso metafisico e risolvesi coll'estrinsecazione della forza nel seno stesso
della materia; ne viene che tal debba essere altresì il corpo nella sua
sostanza; È inutile mostrare come il concetto del nostro filosofo sul Conato
sia una correzione del conato leibniziano. Mostrammo già raffiniti tra Leibnltz
e VICO (vedasi). Colla dottrina del conato questi filosofi ci rappresentano
entrambi r indirizzo medio dell’aristotelismo negli studi cosmologici. Ma il
nostro supera quel di Lipsia, perchè il suo conato è essenzialmente un e«(e«o
reale, metafisico, non già fenomenico, ed apparente. Questo concetto manca
assolutamente nella monadologia, Gens, il LoYR {Essai sur l’identité de» agentt
qui produigent ec., Paris Obovr {Correlation de» force» phi/9Ìque§, trad.
Moigno. E. Saiqry {E8»ai»nrVunité de» phenomène» nature!», Patìs) A. Sroohi
{Unità ddle forze fiticke ec. Roma),
Dr BoocHRPORif [Du principe generale de la PhU. naturale, Paris. A. Obuyrb
Principe de PhU, Phyeiqtte ec. De Antiqui»». Gom* è evidente, è il concotto
fisico dell’indirizzo medio aristotelico: La vita universale della natura non conosce
riposo, nò morte: Kac toOto flèOxvarov xac an'auTrov xinapytt roi^ ouTtv^ otov
^a)>j Ttc ouffa toì; fxivtt ^uvio-tùtc notvtv. Phy».,
Vili, i. S. 8f forza attuata; monodinafnia; e però sorgente perenne di forze
fisiche, meccaniche, chimiche, dinamiche. L'atomo è sfornito di centro, perchè
è centro egli stesso. Il corpo lo possiede cotesto centro; ma è di natura
ideale, e perciò rende immagine dell'universo stellare nel quale il centro non
è in alcun luogo, e pure è dappertutto, il moto nel corpo è monotono; è
un’etema produzione di forza; e questa forza non è, a dir proprio, LA VITA (cf.
Grice, “Philosophy of Life”). Però è un conato onde l’analisi delle forze
omogenee e de’comuni agenti di natura tende ad elevarsi alla sintesi; ed è lo
sforzo del numero che volge ad unità. Or la necessità di questo conato non
importa egli un altro intervallo? Il centro dunque si manifesta nel vegetabile
LOGICALLY DEVELOPING SERIES GRICE, e s'inaugura il mondo degl’organismi. Posto
il processo fisico, la forza, nata già nella materia, qui nasce in sé stessa,
qui rinasce, qui si rinnova, e qui è vita. Ma neanche il vegetabile, a dir
giusto, possiede un centro reale. Dunque il vegetabile non è vita, bensì
passaggio, e quindi strumento di vita. Il processo fisico perciò trae seco il
processo geologico; e la genesi della forza importa la genesi della terra. Il
processo geogenico alla sua volta importa il processo organico -- vegetale e
animale -- e quindi il processo paleontologico, entro cui si vengono
accumulando e sovrapponendosi cento e mille faune e flore. Dalla roccia
cristallina non istratificata e non fossilifera alle più recenti produzioni
geologiche; dal jeriodo antizoico al post-pliocene e all'attuale, rivelasi
tutto un processo di forza. È il fatto che si fa come forza, ma in quanto è
altresì conato alla vita. Dall’epoca eotoica nella qaale s’annunzia la prima
aara vitale, e molto più dair epoca paleozoica alla oenozoiea e da questa
all’età potiUrxtarifi quaternaria, accade che col processo fisico e g^logico si
marita il processo paleontologico, e così ci si manifesta la continuità della
vita attraverso le forme organiche passate o presenti. Or se tutto ò processo e
conversione e perciò successione costante di fatti regrolati da lejrgi
necessarie ed immutabili, ne viene che i cataclismi, riferiti a cagioni
ipercosmiche, contraddicono evidentemente alla ragion filosofica positiva, nò
l’ha interpretazione benigna ed ingegnosa della critica teologica che sappia
legittimare la cronologia mosaica ed il racconto biblico. Ma a Ma come avviene
egli il passaggio del processo fisico air organico, e quindi il passaggio della
forza alla vita? Avviene per legge di conversione; la quale perciò, supponendo
r intervallo, importa la differenza. S'invocano, al solito, anelli intermedi
nel r^no vegetabile. Ma forse che il vegetabile rappresenta il transito
eflFettivo tra il minerale e l'animale? SMnvocf no analogie esteriori fra certi
minerali e certe piante. Ma forse che accanto alle analogie non sorgono
diflFerenze profonde? S'invoca la eterogenesi, e se ne traggono disparate
illazioni secondo il sistema che si vuol propugnare, come se la generazione
spontanea possa soggiacere a dimostrazione noi non ci ò permesso intrattenerci
intomo a questa particolarità. Solamente ci preme d’aTfertire che il concetto
del procetio^ nella Geologia e nella storia naturale, forma oggi l’onore di
Lyell e Darwin. Ma se la Scienza Nuova ò la dimostrazione, o, per lo meno,
l’esigenza del processo istorico, in essa è racchiusa la verità della moderna
geologia e zoologia. Quando VICO (vedasi) dice che i fllosoA prima di lui
avefaii ricercato Dio, la scienza, il divino nel mondo della natura e non per
ancho in quello della storia, ei s'ingannava. La vera scienza di natura, in
generale, sta nel conoscere principalmente due cose: i il doppio processo
geogenico e organico paleo-zoologico, in modo affatto sperimentale; 2*
nell’annodarli entrambi in guisa razionale col processo storico. Or la scienza
di natura condotta a questa maniera è posteriore a lui, essendo nata e
cresciuta principalmente sotto gl’occhi de' due dotti inglesi poco fa
mentovati, mentr' ei non faceva che inaugurarla prevenendone i grandi
risultati. E questi insigni risultati preveniva non già producendo scoperte
geologiche, zoologiche e paleontologiche, ma incarnando i^el processo de’fatti
umani l’esigenza del metodo storico, e gettando i germi d’una dottrina
cosmologica nella quale è racchiusa la necessità del processo universale, e, iu
questo, la necessità del triplice svolgimento fisico, organico e storico. I
vecchi naturalisti pretendeno rintracciare argomenti in favore della continuità
reale fra questi due processi, notando la struttura mirabUe e squisita, per
es., deirArragonite cotanto affine a quella d’uno de’più elementari vegetabili;
come se nel cristallo la composizione semplice, uniforme, immobile cosi nel
tutto come nelle parti e senza centri ne’suoi nuclei ed elementi, avesse che
vedere col composto organico più rudimentale! Il fatto della eterogenesi è
tuttora un’ipoUsi, e probabilmente resterà sempre tale nel campo della
osservazione, ma è ten nella mente del filosofo. Gl’eterogenisti s'affaticano a
dimostrare coi fatto ciò che già di per so stesso ò fatto! La genesi spontanea,
appunto perchè tale, non è un fenomeno di trasformazione d’indole meccanica
della /orna alla vita: essa importa già un transito, e quindi un intervallo.
Come Per la medesima legge avviene il passaggio dal vegetabile all’animale. È
vecchio il pregiudizio per cui si è creduto che Tun ordine d'esseri si
congiunga all'altro col digradarsi del processo superiore, e col perfezionarsi
deU'inferiore. Il pesce si congiugne coll'anfibio; gl’anelli zoologici
inferiori s’annodano co’vegetabili superiori, e simili immaginazioni. Oggimai è
d'uopo raccomandarci alla paleontologia, e alla geologia. Queste scienze ci
additano un processo quasi parallelo ne'due ordini in che viene sdoppiandosi la
vita sin dalle sue origini primitive. Il processo organico dunque non può
danque potrà esser possibile in tal caso una prova sperimentale seria e
irrepugnabile? Ti sono parecchi sperimenti, io lo so. Ma come fatti? Quante e
quali cautele sono state adoperate? La questione della genesi spontanea ò mal
posta. E poiché il naturalista non ò in grado di porla diversamente di quel che
fa, sarà quindi necessario abbandonarne la soluzione ad altro metodo, ad altra
maniera d’investigazione. In somma è una questione essenzialmente filosofica:
si diano pace i travagliati seguaci di Pasteur e di Poullet! Neir epoca
j9aZ«oltKeaapparÌ8con le grittogame superiori: indi, nell'epoca nuéoUtica le
piante conifere: appresso, nell’età oenoUtica le fanerogame; e, finalmente,
nell’età antropolUica, o meglio pott-terxiarta, si manifesta la flora attuale.
Ecco qui un processo nella flora primitiva. Il medesimo reggiamo nello
svolgimento della fauna. Co* più modesti tipi vegetabili s’accompagnano i più
bassi tipi zoologici negli strati inferiori che ci rappresentano l'età
originaria; e, nella medesima epoca negli strati superiori veggiamo lu prime
forme di pesci, accanto alle quali appariscon le grittogame. Colle conifere
appaiono i rettili; e negli strati superiori additatici dal periodo eenolitico,
appariscon gl’uccelli. Ai rettili ed agl’uccelli, dappresso alle fanerogame
teugon dietro e si manifestano le forme inferiori de’mammiferi; e negli strati
superiori del perìodo terziario si rivelano le primo tracce del regno umano.
Alla flora attuale poi s’accompagrna l’attuale FAUNA. Il processo riesce
evidente anche qui, e il riscontro ne'caratteri generali, nella flsonomia e nell’insieme
delle relazioni geografiche e biologiche, toma evidentissimo. Vegetabile e
Animale, dunque, sono due correnti, per cosi dirle, che movon da una medesima
sorgente. Elle si rassomiglian nella semplicità ed omogeneità delle forme
primitive; e tal riscontro è più spiccato in ragione che il panteologista
ascende verso il centro comune. Sennonché il processo nella serie GRICE
LOGICALLY DEVELOPING SERIES zoologica è assai più compatto e variato; lo
svolgersi è più rapido, e l'attuarsi di questo svolgimento è più intricato
quanto più ci accostiamo alle recenti formazioni. Tal è, per es., lo sviluppo
che ci palesano gl’articolati e i vertebrati, a differenza del modo con che si
vanno svolgendo le classi de’vermi, de’molluschi, de’celenterati, degl’echinodermt
non esser di natura essenzialmente polare. Il vegetabile e l’animale ci
rappresentano incarnata la legge universale della dualità; la quale movendo
dalF unità sintetica iniziale – il vertice della V della vita -- e confusa e
passando pell’analisi, riesce ad una sintesi concreta, determinata, analizzata.
La vita è vita in quanto si diversifica: è vita in quanto s’etereogenizecu^ Ma
dov'è la radice primitiva ond'emerge questa doppia scala in cui e per cui la
forza, incarnandosi, diventa vita? Non si discerne cotesta radice: non si
verifica; né si può verificare. Fin negli strati primigeni dell'età
archeolitica vi è tracce di vita animale e vegetale. Dunque il fatto,
r’osservazione, ci pone sott'occhio una dualità. Ma una dualità originaria,
ripetiamolo anche qui, non è un assurdo? Dunque l'analisi, il fatto, suppone
già una sintesi rudimentale, in cui sia germinalmente contenuta la doppia forma
di vita vegetale ed animale. Or questo comune stipite, che con felice
espressione un illustre vivente naturalista ha chiamato unità astratta, o non
esiste come realtà sensata, ovvero, esistendo, non può essere, a dir proprio,
ne vegetabile, né animale, ma l'una cosa e l'altra insieme. ALICE MUSTARD GRICE
S' ella é una realtà, è destinata a scomparire dal regno della vita, appunto
perché non é forza né vita. S'ella é una realtà, sarà un soggetto di natura
indeterminata, fisica e organica ad un tempo. In essa la forza diventa vita; e
quindi, più che anello di continuità reale, ci rappresenta una continuità
ideale; e perciò coll'intervallo reale ci significa la virtù e l'efficacia del
conato, Ved. H. SpBircRR, E$$ay$ $ei€ntifìe, polUicalf (md 9peeulativef ed.
cit. Veramente ingegnosa è l’analisi che quest’autore fa circa il modo con che
avviene il procetso zoologico il quale egli talora chiama |7roee««o di
di//erenziafzione: e non meno ingegnosa è quella sul processo geologico,
etnologico e paleontologico. Jl difetto sta neir applicare la sua legge al
processo èoeiologieOf dov* egli evidentemente abusa delle analogie estrinseche
col. mondo zoologico. Si vegga, per dirne una, come considera il fatto de’fili
telegrafici che abcompagnauo sempre le vie ferrate, in relazione a certe leggi
biologiche degl’organismi zoologici inferiori. VoQT, Le lib. del diritto
universale, e segnatamente nella storia delle cinque età del tempo oscuro;
dalla quale storia risulta la legge storica e sociologica che, portata a pii
largo sviluppo, costituisce la scienza. Noi consacreremo apposito capitolo
intorno a questa teorica del tempo oscuro perchè in essa troveremo il
fondamento legittimo della sociologia davvero filosofica e positiva. L’altro
strumento poi che VICO (vedasi) ha fra mano e sa maneggiare in guisa che non ci
ò dato nò pur sospettare alla lontana, costituisce propriamente la parto geniale,
originalissima del suo metodo storico; ed ò quella che noi dicemmo di natura
psicologica, e che di fironte alla prima serba indole a priori; ma è un a
priori positivo, positivissimo, perchè di natura psicologica. Ella in somma
cojitltuisce, se cosi potessi esprimermi, un lavoro mentale da geologo, da
paleontologo. Se infatti lo spirito dell'uomo in una data epoca storìca
somiglia, vorre dire, ad una caverna ossifera, bisogna studiarlo analizzandolo,
anatomizzandolo, decomponendolo. Perciò è necessario dimenticar noi stossi, e
lavorare attorno ad esso in modo tutto ideale dÌ8cendendo da questa no$tra
umana ingentilita naturaf a queUe affatto fiere ed immani, U quali oi affatto
negato d’immaginare, e eolamente a gran pena ci i permeeeo cT intendere, Se.
Breremento: bisogna aver presenti noi stossi, ma nel medesimo tempo
dimenticarci: bisogna etordire ogni eeneo «T uwtanità -- sono sue parole -- e
ridurei in uno etato di eomma ignoranjta di tutta l’umana e divina erudizione.
Questo è precisamente ciò eh egli dice portare ad un fiato il vero e il certo,
la filosofia e la filologia. Questo è il metodo istorico davvero positivo, che
è propriamente metodo di natura eduttiva. E questo dovrebbero mediterò ed
applicare i nostri sazievolissimi predicatori di certi metodi storici e critici
che al postutto riduconsi ad un meschino empirismo I perciò medesimo è scienza
del presente, scienza dell’oggi, e, fino a certo segno, anche del domani. Ma
senza quella filosofia che non le è incorporata ma ch'ella presuppone necessariamente,
cotesta scienza non sarebbe niente di tutto ciò. Posta infatti la doppia
formola metafisica e cosmologica, i cui germi giaccion nel libro metafisico;
posta segnatamente la gran legge del processo cosmico, ella è davvero un poema,
è un gran poema, un poema sul serio, ma un poema sui generis. Perchè? Per
questa ragione principalmente: perchè è una storia naturale della umanità
nell'uomo: perchè in lei si scruta l'originaria formazione dell'ultimo sommo
genere; perchè eli'è la celebrazione solenne dello spirito che si crea nel
regno stesso della vita; perchè è la creazione parlante, vivente, reale del
pensiero ch'esce dal caos delle forze brute fisiche, meccaniche, biologiche;
perchè, insomma, rivela il fatto che, convertitosi con sé stesso come forza e
come vita, ora convertesi col vero come pensiero. Ecco l'originalità della
filosofia di VICO (vedasi). È una filosofia d'una grandezza e d'una potenza,
sto per dire, titanica ! un pensiero nuovo, nuovissimo, anche dopo due secoli I
La Scienza, dunque, rappresentandoci la genesi del processo storico e
sociologico, fra le altre cose pronunzia, legittima, compie e insieme corregge
il darwinismo. Una delle degnila sulle quali è innalzato il suo grandioso
edifizio è lo stato ferino dell'umanità; cagione certamente non puerile delle
dispute e delle sètte de'ferini e degli antiferini surte fra noi, come
toccammo, sotto gli occhi del Papa e de’cardinali nel bel mezzo del secolo
passato. Il suo problema dunque è il gran problema ond'è agitata e mossa la scienza
odierna. È lo stesso problema che, con significato assai pili comprensivo,
assai più razionale, assai più sintetico e profondamente sintetico, agita e
muove sotto gli occhi nostri la filologia, la zoologia, la geologia, la
paleontologia, l'antropologia, la sociologia, la filosofia e la storia del
diritto, la filosofia e la storia delle arti, la filosofia eia storia delle
religioni, come saggiamente ha detto Fèrron. Il suo problema quindi si collega
con quello stesso di Lamarck, Couvier, Saint-Hilaire, Herbert, Mathew, Omalius,
Halloy, Rafinesque, Schaaffausen, Hooker, de'viventi naturalisti, de’viventi
filologi, de'viventi mitologi, e degli storici d'ogni maniera. Nella scienza
infatti il processo storico-sociologico nasce, sorge o si produce nel processo
zoologico; ma nasce, sorge o si produce creandosi. Dunque il bestione, l’uomo
ferino, per quanto ferino e bestione vogliasi immaginare, importa già un
intervallo. Come ci si rivela egli cotesto intervallo? In altre parole: com'è
che s'inaugura il processo istorico? Com'è che s'inizia il regno dell'umanità?
Al solito s'inaugura con la gi an legge delle polarità, ma nel medesimo
individuo: s'inizia colla legge della dualità, ma nella coscienza stessa
dell'individuo. Ciò che nell'ordine psicologico è senso e intelligenza, potere
e volere. Autorità e ragione; qui, nell'ordine sociologico e storico, è libertà
e pudore: ecco i due principii éC’umanità; principii essenzialmente
sociologici. Lo stato ferino per VICO e GRICE è an fatto accidentale, ed è
accidentale perchè non è universale; ma questa dicemmo essere un’aperta
contraddizione in che cadde tanto VICO, se non GRICE, quanto il suo discepolo
DUNI (si veda). Ed ò contraddizione, perchè fa contro non solo ai suo principip
cosmologico, ma anche all’esigenza stessa del suo metodo, fe-una delle
contraddizioni duoque dalla quale ei pì libera da so medesimo. Nessuno prima di
VICO impreme valore ed importanza storica a questi due iftm o principìi
d’umanità. Grozio, per citare un esempio, parla anch’egli del pudore; ma non
sospetta nò la necessità sociologica e storìca di questo fatto, nò il
significato psicologico di questa tendenza, e però non ne fa uso di sorta'. Dt
Jwr. M. et paeitf Disse la libertà madrt di qualsivoglia diritto civile; ma
perchè madre? Citiamone un altro esempio. Anche l’accademia parla de’due beni.
Pudore e OiuetÌMÌ€L, che Giove imparte agl’uomini Protag., ed. Cousin: ma pella
filosofia dell’accademia tale tendenza ò partecipata, è comunicata, mentre per
VICO è affiatto naturale. Pell’accademia riiman»tà si manifesta nella CVttèt,
nella iSepubò^tca; dovecbè Qual valore, infatti, qual significato hanno queste
due parole nella mente del nostro filosofo? Considerate sotto il rispetto
storico e sociologico, pudore libertas non sono idee, concetti, nozioni,
astrazioni; sono bensì condizioni efficienti originarie, intime, spontanee,
istintive di nostra natura. Sono i due principii che principian l’umanità
nell'uomo; principii ch'ei pone quasi geni tutelari alle porte della storia e
delle cose umane. Sono facoltà, ma facoltà involute, potenziali; stantechè
l’obbietto d’esse non sia per anche fatto, noh sia per anche elaborato. Perciò
sono giudizi, ma, al solito, giudm sentUij come direbbe egli stesso; giudm
fatti senza riflessione. Sono dunque tendenze primigenie, sono esigenze
autogenite; e però ci rappresentano anch'elle ima sintesi confusa, entro cui si
racchiude infinita virtù esplicativa. Qual è infatti il principio d'ogni
socialità? Qual è la radicedella socialità? £ il concetto stesso d' umanità. £ come
si determina, come s’esplica dapprima questa tendenza innata e originaria ad
umanarci? Appunto col gemino sentimento del pudore e della libertà Questa
originaria dualità costituisce la natura stessa dell'uomo, giacché l’ente umano
intanto è animale umano, in quanto non è una cosa, ma due: (ùov fiU7Ttxoy, e
(wov ttoXctcxov. £d egli è tale fin dalla sua prima origine, questa essendo
pell'appunto la invitta necessità del processo iper-zoolo per VICO ò
originaria, tanto che si manifesta anche nello stato di natura: il quale
perciò, come altrove accennammo, non ò quello do' giusnaturalìsti. Fra la
ReptMdiea del filosofo ateniese, quindi, e la SeienMa, anche per questo
rispetto t*è un abisso, checche ne abbiano detto o possano dime certi
hegeliani. Per questa medesima ragione non ò da confonder menomamente l’uomo
ferino della scienza, con gl’uomini selvaggi di cui parlano tanto spesso
gl’antichi, segnatamente r A. della RepubUica, Aristotele, CICERONE e simili.
una posizione affatto diversa, a cui bisogna por mente. HumaniUu ett hominU
hominum juvandi affedio, De Conti, JurUprudenHt, Sed ex latiori genere
humanitatie heie a nobU aoupta a duobue prineijnù ootMtal, pudori et libebtatk.
gico, e della legge di conversione: rèbus ipsis didantìbus. Or qual è la
relazione che stringe insieme i due Principii d'umanità? È quella medesima che,
posto il processo isterico e sociale, congiugne in armonia la società di
ragione, Societas Veri, e la società dell'utile, Societas qui boni. È appunto
la relazione che corre fra il certo e il vero, tra la forma e la materia. Ma se
questa dualità di principii inauguratori dell'umanità nell'uomo è originaria,
accade che, appunto perchè originaria, debba rivestir forma d'unitotalità e
d'incosciente unità. Or come potrebb' essere unità ove, al solito, non serbasse
natura di conato? Pudore e Libertà quindi sono un conato; sono dualità e unità
insieme; sono perciò triplicità. Se non che, questa triplicità non è
inaugurazione del processo psicologico teoretico, bensì pratico; non del
processo conoscitivo, bensì operativo. E dunque una triplicità originaria di
natura pratica, empirica, istintiva, e dee quindi serbare, nel medesimo tempo,
valore psicologico e sociologico. L'ente umano adunque è di sua natura un
soggetto essenzialmente relativo. Egli è in un'ora medesima in sé stesso, e
anche nell'oZ^ro: è sé stesso, e insieme debb'essere anche l'altro. Egli
insomma, ripetiamolo, non è una, ma due cose in sé stesso: uomo e cittadino. E
dovendo esser tale fin Qai risiede, come Tedremo, la condanna della dottrina
sociologica del positivismo, e della confusione eh ella fa tra la storia e la
sociologia, tra la sociologia e la psicologia, tra la psicologia e la biologia,
nonché l’erroneo concetto della statica toeiale de’positivisti. De Univ. Jwriè
PrineiptOj Ex vi ip$iu9 humanct natura de duobu$ hit HumanitcUit prineipii»
di«8eramìt$f ^orutn unum, ceu forma, erit Pudor, alterum, vduti matebia. erit
LiherUtf, {De CoMt, Jur.) Trasportando questo concetto dall'ordine sociologico
a quello delle idee e della scienza, possiamo affermare che in tal modo VICO
pone nella stessa coscienza, nello stesso individuo, la distinzione, oggi
vitalissima, tra la morale e’1 diritto – H. P. GRICE moral justice,
politico-legal justice --, salvando così l’autonomia d'entrambe queste
discipline. Perciò nò la morale può dedursi dal diritto, come farine i
giusnaturalisti hegeliani e positivisti, nò il diritto dalla morale, come usan
fare i teologisti e, in generale, i filosoft dell’accademia. Di queste cose
discorreremo nella Sociofogicu dall'origine sua, fin da che apparve naturale,
sdvaggio, ferino bestione; perciò in lui il pudore è conato, stantechè col
conato incofninciò in esso a spuntare la virtù dell’animo, Per la stessa
ragione è tale anche la Libertà, la quale è conato proprio degl’agenti liberi,
onde que’giganti si ristettero dal veezo cT andar vagando pella gran sélva
della terra, e s’aweisearono ad un costume ttdto contrario, Ma se la relazione
che annoda i termini di questa originaria dualità è quella che corre tra la forma
e la materia in generale, avviene che il pudore sia logicamente anteriore alla
libertà, e la libertà, alla sua volta, sia cronologicamente, empiricamente
anteriore al pudore. See, Scienza Idtmf eod, Perciò dice che il pudore l U
primo antiehitnmo principio d’umanità. Sec. Se, E gaardADdo agl’effetti di
questo sentimento, osserva che il pudore arreeta la vaga venere origina la
eocictà matrimonÌ€i!e, donde emerge la soeietà Prim. Se.; e come inizia la
società, così pure inventa la religione: Pudor inventar religionie. De Conti.
Jur. Additando poi la priorità logica del pudore di fronte alla libertà, dice:
Pudor euetoe jurie naturalie De Univ. Jur,; «Tura a pudore oria, ad pudorem
redeunt, et a contemplatione nata, in contemplatione poetremo deeinunt Ihi, OC
Vili: Pudor omnie divini kumanique Jurie parene Ihi, GIV: Pudor Jurie naturalie
/one e. Ili: Pudor exoitator virtutie. Il senso di libertà, poi, assume
dapprima nna forma affatto empirica e naturale; assume forma di potere poeee di
volere sfornito di ragione, d'arbitrio, di passione; e, come tale, riesce
cronologicamente anteriore al pudore nò potrebb’esser diversamente ammessa la
relazione intima fra il processo zoologico e il processo storico. L'anello vero
perciò fra questi due processi, l’anello reale fra i due mondi, òr «OMO stesso;
ma l’uomo considerato come un poro poeee potenza, potestà naturale. Sennonchò
cotesto ò un momento indiscernibile; è un intervallo che tosto ò superato, e il
potere già diventa voUre e il volere diventa oonoeeere sempre per la solita
legge del rehue ipeie diotantUnu, àéìVipea rerum natura. Libertà e pudore
quindi son come le due facce del conato umano: l’una ò intima, secreta,
individuale; l’altra ò sensata, estrinseca, e perciò di natura essenzialmente
sociologica. Or come tale la libertà ò il primo punto di tutu le eoee umane
Se.; e perciò ex libertate eommereiay ex eommereiie humanitae excuUa, De Conet,
Jur,) E poichò ò una condizione primitiva, perciò la dice dote proprissima
dell’uomo: NihU hcmini magie proprium quam oo2imto; ed essendo proprissima
proj>rM(o^va del filosofare, quanto le forme negative. Ogni maniera di
speculazione soccorre al progresso e alla ricostruzione della metafisica, a
contare dalla piiì grossolana affermazione dommatica, alla negazione del più
volgare ed em])irico pirronista; dalla più ardita formola sistematica, al più
sottile sofisma dello scetticismo sistematico. Ma neanche qui ci poteva esser
concesso dimostrare, senza trascendere i confini del nostro disegno, il modo
con che in mezzo allo svolgersi de'due estremi indirizzi siasi venuto
incarnando e pigliando quasi persona l'indirizzo medio. Mostrare insomma come
le forme positive della metafisica siansi venute svolgendo, sarebbe stato
lavoro di storia, e di crìtica: al modo istesso che sarebbe stato lavoro di
esposizione far vedere la monotonia con che si sono succedute le forme negative
del filosofare. Solamente ci fu mestieri accennare come nell'età moderna, dopo
le divisioni del Cartesianismo nel quale ripetesi, con elementi di novella speculazione,
la vecchia sintesi aristotelica, l'indirizzo medio ci sia rappresentato dal
Leibnitz in Germania, e, più spiccatamente, da VICO in Italia; e come ne' tempi
a noi piii vicini siansi ripetuti gli estremi, e si ripetan tuttora sotto
novelle forme, così nell'uno come nell'altro paese. È iper-psicologismo il
neoplatonismo italiano moderno: ma forse che sarà meno iperpsicologismo il
sistema jdeir assoluta identità? È empirismo e nullismo metafisico il
positivismo di Francia ed il materialismo di Germania: ma sarà meno empirismo
lo scetticismo sistematico di FERRARI e certa ibrida forma di criticismo di
FRANCHI e il nullismo metafisico de'nostri filosofi dell’avvenire? Vedi qael
che altrove abbiamo discorso circa le forme negative e le forme po»Uìve del filosofare
e circa la storia della filosofia in generale. Lo scetticismo non è da
pigliarsi a gabbo, come par che facciano tutto giorno dommatici e sistematici.
La sua funzione storica ha grande importanza, essendo quasi la molla efficace,
tuttoché negativa, del progresso in filosofia, né y*,ha periodo storico in cui
lo scetticismo non accompagni sempre lo STolgrersi del dommatismo. Il
dommatismo è syariatissimo nelle sue forme, e quindi possiede una storia. Lo
scetticismo invece è immobile, è immutabile; e questo è insieme il suo pregio,
e la sua condanna. Perciò lo scetticismo non ha né può avere una storia,
appunto perchè non importa un processo; e non è processo appunto perchè è
negazione. L’arma dello scettico infatti è sempre identica a sé stessa. Nel nostro
Ausonio rivive Enesidemo, e nel nostro FERRARI vi è tutto Sesto Empirico. Chi
si voglia quindi provare o siasi provato, come il Bissolati (Ved. Tntrod. alle
fgtituxioni Pirroniane^ Imola), a fare una storia dello scetticismo, altro non
fa, altro non potrà mai fare, salvochè una rassegna, un racconto monotono e
sazievole d'argomenti identici. L'esigenza scettica, il metodo teettieOf potrà
benissimo cangiare i punti di m«(a, come fann'oggi gli schietti positivisti, ma
la sostanza rimane e rimarrà sempre la stessa. Invece l’esigenza dommatica è un
fatto al pari dell'esigenza scettica: ma ò un fatto che si muove; è un fatto
che sì fa. Hegel ripete Platone, e ripete Erigena; ma non è nò Platone, né
Erigena. ROSMINI ripete Aristotele o AQUINO, ma non è né Aristotele, né AQUINO.
GIOBERTI ripete Malebranche, ma non è nient'affatto Malebranche. FERRARI
anch'egli ripete. Ripete Sesto Empirico. Ma come lo ripete? Facendone la
fotografia! Ora se il dommatismo conta una storia essendo un processo storico,
e lo scetticismo n'é al tutto sfornito, com'è possibile che il trionfo stia pel
secondo anziché pel primo? La funzione storica dello scetticismo dunque è
necessaria, essendo »na ruota della macchina; ma badisi a non confonder la
macchina con la ruota, ciò che costituisce appunto l'errore di chi spera (vana
speranza!) nel trionfo definitivo del pirronismo. Se non che, lasciando di
Leibnitz e del moto filosofico d'Alemagna, peculiar proposito del nostro saggio
e quello d'additare la correzione e l’inveramento delle due estreme tendenze
(scettica e dommatica) che nascono e rinascon parennemente nella storia, e che
oggi, assunta forma pia conseguente e razionale, s’addimandano Positivismo e
Idealismo assoluto. Il fondamento di tal correzione e '1 criterio di siffatto
inveramento, per ciò che spetta al nostro paese, pone radice nelle dottrine del
filosofo napoletano, interpretate e ricercate con metodo critico rintegrativo.
Ma, a far questo, che cosa era d' uopo mostrare innanzi tutto? Era d'uopo
mostrare la possibilità di rinvenire in lui cotal fondamento. In altre parole,
era d'uopo mostrare se in lui per avventura fosse alcuna originalità di
speculazione razionalmente positiva: il che ci parve opportuno innanzi tutto
far vedere in maniera indiretta e per via storica, abbozzando una storia de'
critici e degli espositori delle dottrine vichiane. Che poi davvero esistano in
lui germi d'originalità metafisica, r abbiam chiarito nel secondo libro di
quest'opera, interpretando le sue teoriche con una forma di critica che scaturisce
logicamente dalla stessa triplice paiiizione de'periodi ne'quali abbiam diviso
quel nostro saggio istorico. Se pertanto un rinnovamento del pensiero
filosofico italiano è necessario e inevitabile perchè richiesto dalla ragion
filosofica positiva, perchè domandato dall'esigenza del sapere moderno, e
perchè imposto dalle rinnovate condizioni politiche, civili, religiose del
nostro paese; si domanda: come innovarci? introducendo forse il Positivismo, o
perdurando nello Scetticismo? Evidentemente contraddiremmo all'indomabile
istinto verso la scienza: contraddiremmo al bisogno sempre più acuto e profondo
di nostra ragione: negheremmo la ragione. Vorremo innovarci seguitando a dirci
ed essere iperpsicologisti? In tal caso dovremo accettare due condizioni: costruire
la scienza con la ipotesi, con Va priorismo; e disconoscere i limiti del
pensiero e della scienza stessa, dando così alla ragione un valore dommatico,
sistematico, assoluto, anziché critico e positivo. Chi vorrà oggimai accettare
siffatte condizioni? Dunque Positivismo e Idealismo assoluto, negazione
assoluta di sistema e assoluto sistematismOy son le colonne d’Ercole che la
moderna Francia e la moderna Germania ci vogliono imporre: esse non ci
appartengono, e a noi sarà lecito abbatterle, non per vana horia nazionale, ma
si per necessità di ragione. Forse che un rinnovamento in senso hegeliano non
ha ormai fatto fra noi le sue prove per quindici anni, per vent'anni? Non è
stato favorito con ogni guarentigia di libertà? Non è stato e non è rappresentato
così nel privato come nel pubblico insegnamento? E pure l’Idealismo assoluto,
almeno quant^alla peculiare esigenza che lo distingue, cioè come Sistema delP
identità assolata non ci è passato in sangue, ne poteva; e nonostante gli
sforzi nobilissimi di egregi scrittori, egli è rimasto ne'libri, e rimarrà ne'
libri. Altrettanto impossibile riesce un rinnovamento dsL positivisti. Piii
deir Hegelianismo il Positivismo è stato accarezzato, favorito per ogni verso,
predicato privatamente, talora persino officialmente. Ma gF ingegni severi vi
han reagito, vi reagiscono; e l’infinita moltitudine di que' filosofanti che
han su le labbra cotesto nome pomposo e bugiardo, è lungi dall' averne
ponderato il valore, le conseguenze, le applicazioni. Rinnovamenti di cotal
genere, dunque, sono impossibili fra noi: e' non sarebbero legittimi,
coscieuti, naturali, autonomi, efficaci, intimi, storici.Vogliamo finalmente
ritentare un rinnovamento d'iperpsicologismo da ontologisti neoplatonici?
Resteremmo quel che pur troppo siamo stati, e siamo: non andremmo avanti;
torneremmo indietro. Se dunque la necessità del nostro innovamento filosofico
deve poter germinare dalla passata speculazione, noi dobbiamo rintracciarne gli
elementi nelle opere e nella mente di chi è capace di rappresentare non pure il
passato, ma, più ancora, il presente e l’avvenire. È d'uopo attingere
ispirazione nelle opere e nella mente di chi può soddisfare l’esigenza positiva
e l’esigenza ideale del sapere, ma correggendole entrambe. È d'uopo invocare
gl’auspici di chi, incarnando il medio indirizzo della speculazione, valga a
rannodarci colla nostra tradizione scientifica, e collo svolgimento dell'intera
storia della filosofia. Chi potrebb'esser questi, fra noi, salvo che l’autore
della Scienza? Ecco l'addentellato piii sicuro e tutto nostro, dal quale è
mestieri s'inauguri il presente rinnovamento filosofico italiano. Ma,
nell'invocame gli auspicii, noi dobbiamo interpretarlo colla coscienza del
sapere moderno: noi dobbiamo correggere anche lui; e correggendo, lui
correggeremo poi stessi, e gli altri: correggeremo il neoplatonismo, l'
hegelianismo, il positivismo. Brevemente: se rinnovarci è suprema necessità, di
tal necessità è d'uopo aver pienezza di sentimento e di coscienza storica.
Abbiamo dunque bisogno d'una base per muoverci, d'un punto a cui mirare, d'un
segno per orientarci, d'una guida tutta nostra in cui la nostra mente riconosca
sé medesima. Chi potrebbe risponder meglio a cosiffatta esigenza tranne colui
che seppe concepire il sublime per quanto rozzo e incompiuto disegno d'una
scienza? Il nostro quesito adunque era semplice e chiaro; ed è questo: Come
penserebbe il nostro filosofo ov'ei tornasse a vivere in mezzo a noi, nelle
nuove condizioni politiche, sociali, religiose, co'nostri nuovi bisogni, con le
nostre nuove tendenze? In altre parole: come farebb'egli a risolvere oggi, col
suo stesso metodo, i grandi problemi della scienza? La risposta riguardante i
problemi speculativi, è nella seconda parte del presente libro. La risposta poi
che concerne i problemi d'ordine storico, politico, religioso e pedagogico, la
daremo nella Sociologia. È che sia questa per l'appunto l'esigenza del suo
pensiero; che sia questa la necessità del nostro Rinnovamento, ce ne porge
guarentigia e conferma la storia, e il modo con che s'è venuto attuando e
svolgendo il nostro pensiero filosofico. Noi non possiamo intrattenerci a
lumeggiare in qualche maniera cotesto svolgimento. Non possiamo rilevarne i
caratteri, ritrarne la necessità ne'passaggi, e dichiararne il progresso ne'
differenti periodi, dando così forma determinata e compiuta al nostro assunto.
Questo faremo quando che sia con apposito lavoro, di cui abbiamo già in pronto
la materia. Ma accennare di volo al risultamento del nostro pensiero senza por
tempo in mezzo, è cosa che possiamo fare anche ora; tanto piii, che tal
risultamento, chi ben guardi, traesi facilmente dalle cose discorse in piii
luoghi del nostro libro. La storia della filosofia italiana, dunque, a noi
sembra doversi dividere in tre difiFerenti periodi, de'quali stringiamo in
pochissimo i caratteri e le tendenze peculiari: Primo Periodo
(Scolast%c(hteologico), S'inaugura con Boezio Severino (Marciano Capella,
Cassiodoro ec), e finisce con Tommaso (Tomisti e Scotisti inclusive).Vi è chi
col Gioberti divide la storia della filosofia italiana in cinque epoche Ved.
Prìmnto, ed.; e v'è chi la divide in quattro età, cominciando dal VI sec avanti
Cristo Babtolom I M RS, Dici, den teienc philot. Divisioni di cotal fatta
evidentemente peccano d'eccesso, in quanto che abbracciano più e diverse
civiltà, e però non riescono ad imprimere valor razionale e forma omo^renea
allo svolgimento del nostro pensiero fllosoftco. La storia della filosofia
italiana s’inaugura quando il popolo di Roma, cessando, secondo il detto di
Hegel, d’essere essenzialmente umanitario e univertale, comincia ad essere
italiano. Il suo cominciamento amare il concetto del metodo, cioè la industria
induttiva, ma ne' fatti d'ordine fisico sensato, e in parte filologico ed
erudito. L'indirizzo medio perciò s'inaugura con ricercare e determinare il
metodo, non già coll'edificare un sistema. Questo è il lor merito comune; e
questo è anche il loro difetto, stantechè manchi ad essi la nozione compiuta
del mesi pretende imprimere ralore a tutta la storia, quando s’interpreta, cosi
com’es8Ì fanno, la scuola platonica toscana, e le si vuol dare quel valore
ch’ei le danno. Un altro esempio sono gli studi di Spaventa su Bruno e su
Campanella: studi bellissimi e pieni di vedute profonde dall’un capo all’altro,
e come monografie noi H accettiamo, e ne caviamo il nostra prò: ma com’elemento
di storia generale, la Agnra e la Asonomia di Bruno, per esempio, ò delineata
siffattamente, che quando siamo al significato della storia generale della
filosofla, si toccan con mano lo Gonsognense sistematiche e parziali della
critica monografica. In una parola io; voglio dir questo: la monografia ò boli
e buona, ò supremamente utile, ma è sommamente pericolosa; perchò se come
studio monografico ella può esservera, come parte, com’elemento di storia pu^
riescire falsissima. Altrove noi proveremo largamente e con esempi mostrani
tale assunto. todo com'è applicato oggidì da metafisici. Se non che l'indirizzo
medio nel rinascimento ci può esser più convenevolmente rappresentato da
que'filosofi che, travagliandosi attorno alla questione dell’anima intesa come
problema puramente di psicologia filosofica, fanno ad un tempo ogni sforzo per
interpretare con benigna critica la dottrina dell’inteletto possibile e
dell’inteletto agente e fra questi, come altrove notammo, van rammentati NISO
(si veda), PORZIO (si veda) (il quale non è nient'affatto un seguace di
POMPONAZZI (si veda), come pretende il nostro collega FIORENTINO (si veda),
ZABARELLA (si veda), CASTELLANI (si veda), ed altri di simil valore. Costoro
sorpassano i confini del senso; trascendono in parte la modesta indagine della
psicologia filosofica introducendo la ricerca cosmologica, e rannodano così il
problema dell'anima intelligente coll’altro della natura intelligibile. Nessuno
ha I pensato a rilevar nettamente questo aspetto, e segnalare questa tendenza
tanto evidente in parecchi filosofi di quell'età. E pur ci sarebbe tanta mèsse
damietere, i quando non fossimo signoreggiati dalle prevenzioni sistematiche
dell’accademia, o dell’idealismo di Hegel. Ma l’eterogeneità, il contrasto,
l’opposizione cresce sempre più. Da una parte ella s’esagera, per esempio, con
ZIMARA (si veda), CESALPINI (si veda), VANINI (si veda) e simili; i quali
rappresentando, diremmo quasi, una mischianza di naturalismo e d'
iper-psicologismo, palesano la fiacchezza del LIZIO: dall'altra poi s’esagera
con que'filosofi che presumon d'interpretare convenevolmente il LIZIO e
l’ACCADEMIA, mentre arabeggiano la lor parie; e tali per esempio, sono LAGALLA
(si veda), LICETO (si veda) ed l’altri di simil fatta. È l’accdemia toscana, è
il naturalismo di POMPONAZZI (si veda), è l'arabismo di PADOVA che si
prolungano pur sempre svigoriti e indeterminati. Bruno e Campanella
rappresentano anch'essi debolmente l’accademia e il lizio, ma per una ragione
assai diversa. L'esigenza della psicologia filosofica, razionale, propria del
rinascimento, nei due arditissimi frati assume ben altro valore, e si allarga a
sistema; e così vediamo i due estremi modificarsi di guisa, che Bruno e
Campanella ci paion quasi filosofi moderni, e modernissimo Galilei BONAITUI
rappresentante dell'indirizzo medio nella scienza fisica, in quanto ci esprime
assai vivacemente l'esigenza induttiva nelle discipline sperimentali. BRUNO (si
veda), CAMPANELLA (si veda), e BONAIUTI (si veda) Galileo Galilei, infatti, non
ripetono Aristotele del Lizio e Platone dell’ACCADEMIA, e neanche intendono ad
accordarli. Essi piuttosto tendono a correggerli, e credono correggerli, come
altrove mostreremo, in tre diverse maniere. Perciò non a torto il filosofo
nolano è riguardato oggi siccome antecedente isterico di Spinoza; il filosofo
di Stilo è ritenuto come antecedente di Cartesio; e di Galilei BONAITUI viene
invocato da'positivisti come uno ùe'padri del positivismo, secondo che ci han
fatto grazia dirci Comte ed Littré. Or tutto questo sarà vero; sarà vera
cotesta novità ne'tre filosofi: ma sarà vera nel senso che a tutti e tre manchi
qualcosa. Essi ci rappresentano, vorre’dire, tre esigenze solitarie, esclusive e
quasi inorganiche. In CAMPANELLA, per esempio, vi è il concetto della COSCIENZA
e della storia; ma non vi è quello dello spirito come storia. In BRUNO vi è il
gran concetto della natura; ma è un concetto sifl'attamente annebbiato e
indeterminato che riesce affatto irrelativo, e nulla non ha né dietro, né
avanti a sé. Talché con l'avere affermato che la prima causa dove essere
insieme efficiente, formale e finale, e'si chiarisce seguace, non già
d'Aristotele del LIZIO, come vuole Michelet, ma dell'indirizzo naturale
dell'Aristotelismo del LIZIO. Il metodo di BONAIUTI Galileo Galilei,
finalmente, é quello che dove’essere; un processo induttivo e critico, ma
solamente applicato allo studio delle leggi fisiche. D'altro canto il filosofo
di PISA ha grandissimo valore quando si pensi com'egli, riducendo le leggi di
natura fisica o meccanica a fenomeni piÌL 0 manco generali, giugnesse a
scacciare dal regno degl’agenti naturali ogni fantasia astrologica del falso
Aristotehsmo LIZIO (“Only he wrote his own horoscopes!” – Grice): ma chi dice
eh' e'pervenne a darei Métaph, us ipsis dictantibus. Però non più individui
predestinati; non più famiglie, né razze privilegiate. Non più popoli eletti –
i galilei: ma privilegio dell'intelligenza, ma trionfo della libertà in ogni senso
e sotto qualunque forma, nella famiglia, nello stato, nella chiesa, nella
scuola, nella società. Dunque, formola suprema della vita e della storia, della
natura e della speculazione, de'fatti e delle scienze e di Dio stesso: la
conversione del vero cól fatto, e del fatto col vero. Il terzo periodo della
nostra filosofia ci rappresenta l’età umana: rappresenta l'età delle idee,
l'età della ragione spiegata. Quale sarà dunque la conclusione? La conclusione
è chiarissima. Questo terzo periodo importa l'esigenza, la necessità d'un
rinnovamento: racchiude l'esigenza e la necessità d'una filosofia razionalmente
positiva. La sintesi confusa del primo periodo si ripete anche nel terzo; ed
ecco le contraddizioni evidenti, manifeste, grossolane, talvolta puerili di
VICO (vedasi). La medesima sintesi veggiamo ripetersi ne'nostri ultimi filosofi
dell’accademia; ed ecco le contraddizioni di SERBATI (vedasi), ecco i
contro-sensi di GIBERTI (vedasi), ecco l’incongruenze dell’accademia di ROVERE
(vedasi). Ma cotesta sintesi tien dietro ad un'analisi, tien dietro all'analisi
del rinascimento. Dunque, tuttoché erronea, ella già segna un progresso. Perciò
le contraddizioni dei nostri filosofi si risolvono di per sé medesime; si
risolvono e correggono per necessità storica: le risolve e corregge la storia
ella stessa; rebt4S ipsis dictantibus. In altre parole, il terzo periodo è un
ri-corso, dice l’Autore della Scienza Nuova; è un ri-corso d'uà corso, cioè un
ri-corso del primo periodo. Ma cotesto ri-correre non è già un semplice
ri-petersi, bensì é un ri-petersi che si rinnova necessariamente, ciò è dir
razionalmente: ecco la ragione del suo verace progredire. Quale é dunque il
problema che la storia del nostro pensiero filosofico tende a risolvere? È
sempre l'antico, l'antichissimo problema, or divenuto novissimo: la correzione
e l'accordo della doppia e vecchia esigenza naturale e iper-psicologica,
empirica ed a priori, positiva e ideale. Quale n' è poi il risultamento? È il
trionfo dell'indirizzo medio; è Finveramento successivo, progressivo e
razionalmente necessario di tale indirizzo; ed è quella perennis philosophia di
Leibnitz la quale non è fatta, ma si fa, e sempre più si farà. H. P. Grice: If philosophy generated no new problems,
it is dead. Abbiam detto che in questa terza età la ragione
sommette l'autorità, trionfa dell' Autorità, e la riduce ne'suoi giusti
confini. Or nell'ordine de'fatti che cosa veggiamo? Ci è dato osservare (noi
fortunati la medesima legge. Il grande spirito nazionale trionfa di Roma;
riduce a ragione l'Autorità; la fa ragionevole. E questo gran fatto accade
anch'egli per necessità e provvidenza storica: rebus ipsis didantìbus. Accade
senz'av vedercene; accade senza grandi rumori; accade senza grandi strepiti
guerreschi; accade senza i temuti fiumi di sangue. Evidentemente il pensiero
filosofico italiano è provvidenziale I Egli è già penetrato nella gloriosa ma
altrettanto ardua, altrettanto spinosa e travagliosissima età umana! La legge
de'tre periodi, che noi abbiamo a fuggevolissimi tocchi tratteggiato ne'suoi
caratteri essenziali e differenziali, non è, al solito, una legge dia-lettica,
non è legge a priori, non è legge sistematicaj non è legge organica nel
significato che vorrebbero darle gli Hegeliani. È una legge, ripetiamolo,
essenzialmente storica e psicologica: e la necessità a cui ella è informata,
anziché dialettica, è anch'essa di natura storica e psicologica. Non è dunque
una tricotomia ideale, dialettica, logica e trascendentale applicata alla
genesi del nostro pensiero filosofico; ma è una divisione risultante dal fatto
stesso della storia, e qì è confermata dalla genesi delle funzioni
psicologiche. Interpretando così la storia della filosofia italiana, il nostro
rinnovamento speculativo non pur si presenta come un'esigenza della ragion
teoretica, ma come un profondo bisogno altresì della ragione storica, I fini
perciò a' quali potrà e dovrà pervenire lo storico della nostra filosofia
saranno questi: 1"Egli così avrà dato forma razionale al movimento
filosofico del pensiero italiano, a contare dalle sue proprie origini fino ai
dì nostri: Avrà legittimato la scolastica e la riflessione teologica facendole
servire entrambe allo svolgimento isterico del nostro pensiero filosofico. Avrà
schivato le pretensioni esclusive, l’interpretazioni erronee, infedeli e
parziali degli storiografi hegeliani che altro non veggono, sì nella nostra
come nell’universale storia della filosofia, fuorché il trionfo d'un
aristotelismo o d'un platonismo interpretati, rimaneggiatie rimpastati a tutto
lor comodo e favore: Potrà giustificare la rinnovata filosofia positiva
italiana correggendo l'arabismo vecchio e nuovo, correggendo il vecchio e’1
nuovo positivismo, legittimando la vera esigenza platonica e la vera esigenza
aristotelica, e dimostrando col fatto il progresso nel corso del nostro
pensiero filosofico mercè il trionfo dell'indirizzo medio. Finalmente potrà
porger modo alla storia politica, alla storia civile e alla storia letteraria
del nostro paese d' attingere significato razionale e razionalmente positivo,
elevandole a dignità filosofica legittima. Fuori di questi principii è impresa
vana pretendere d'imprimervalore scientifico alla storia del popolo italiano.
FILOSOFI CHE DI PROPOSITO O PER INCIDENTE TRATTANO DELLE DOTTRINE DI VICO
Giornale de’Letterati oT Italia, Osserrazioni al De antiqtuissima italomm
sapìentia, Venezia, Clbbioo, JBihl anL e mod. Concinna, Originia futidamenta et
capiUi prima JurÌ9 Naturalie. Padova, Romano, Difeta storica delle Leggi Oreche
venute a Roma contro l’opinione di Vico, Napoli, Lettere evi terno principio
della Scienza Nuota ec. Napoli, Ganassoni, Memoria in difesa dd principio dd
Vico tu l’origine delle XII Tavole. Opasc. del Galogerà. RoOADEl, Saggio del
diritto pubblico o politico del regno di Napoli, DdV antico stato de’popoli
d’Italia Cistiberina. Vedi anche ColanOELO, Biblioteca analitica ec. Diamo qui
tale indice tanto in servigio e compimento della storia e della critica fatta
nel primo libro sn gli scrittori che parlano di Vico, quanto per ehi amasse di
ripetere i medesimi studi, e far le medesimo ricerche da noi fatte. D’alcuni di
questi autori, come aTrertìmmo, non ahhiam creduto prezzo deir opera far cenno;
d'altri poi non abbiam potuto, segnatamente d’alcuni venuti alla luce quando la
prima parte del nostro lavoro era già in corso di stampa, come per esempio del
Qalatio, del D§ luca, del Sarchi, traduz. del saggio ì Mstafisieo, del Laurent
e di qualcun altro. Tutti gli’abbiam letti o consultati o studiati secondo che
richiede non solo il proposito di questa nostra opera, ma piti ancora quello
della seconda che pubblicheremo intorno ai prineipii della sociologia. Non
abbiam potuto.leggere gl’articoli di Wotf e dell' Or««t, la Prefatiom del Wsbsr
alla trad. della Sdenta Nuovuy ì Fogli $parsi del QOichet e gli scritti di
MUller e del Cauer; ma ne abbiam dato giudizio traendone notizia da fonti
sicure. Disporremo qnest'indice, quant'ò possibile, secondo l’ordine
cronologico, affinchè sia fatto più chiaro il pensiero a cui è informato il
presente lavoro. Laui, Novelle Letterarie, Firenze. Vedi pure nelle note al
Meursio. FlKETTi, De PrineipiU Jurx$
Naturce et Oentiam adver$tu Bòbbeatum, Pu/endorjium, Woljium et alio. Venetiis, Bettinellus, Sommario dell’opposizioni del Sistema ferino di
Vico alla Sacra Scrittura. La faUità dello stato ferino: appendice al diritto
di natura e delle OentU E. DuNi, Op., edi?. completa per cura di Gennarellì.
Roma Scienza del Coetume. Saggio sulla giurisprudenza Universale. Origine e
progressi del Cittadino di Roma. BuoNAFEDR, Istoria critica del diritto di
Natura e delle Genti: la ediz. E fatta a Perugia in sa lo scorcio). Stbllini,
Opera omnia. Padova, specialmente nell'Opera, Do Ortu et Progressu morum. M.
Delfico CIVITELLA, Ricerche sul vero carattere della giurisprudenza romana
de’suoi euUori. Napoli Pagano, Op. Capolago. I Saggi PoliHei sono pubblicati in
Napoli. Cuoco, Platone in Italia. Milano, FiLANGiBBl, Scienza della
legislazione. Firenze, Monti, Prolusione agli studii ddV Università di Pavia.
Milano, Foscolo, Discorso dell’origine e dell’ufficio della letteratura. Vedi
nelle lezioni d'eloquenza, ediz. di Napoli, WoLP, nel Museum der
Alterthumwissenschafi. Berlino, Orblli, Vico e Niehuhr. Museo Svizzero,
Anonimo, Dell’antichissima sapienza degl’italiani, versione dal latino. Milano,
Silvestri, Iannblli, Sulla natura e necessità della Scienza delle cose e delle
Storie umane. Napoli, Anonimo, nell’Indicatore di Gottinga COLANOELO, Saggio
d’alcune considerazioni sulla Scienza nuova di Vico. Napoli, RoifAGKOSi,
Osservazioni sulla scienza nuova. Weber, traduzione della Scienza Nuova.
Lipsia, G. Db Cbsarb, Sommario delle dottrine di Vico, compilato sull’ediz.
della scienza nuova fatta dallo stesso Vico e pubblicata nell’ediz. dello
stesso saggio in Napoli. Gallotti, Principii «T una Scienza Nuova di Vico,
prima edizione pubblicata dall'autore riprodotta e annotata. Napoli, CHE
TBATTANO DEL VICO Michelet, Prineìpca de la PkiloBophic de VHUtoìre, traduits
de la Scienza Nuova, Paris; ripubblicata colle altre opere a Bmzelles Ricci,
nell’Antoloffia del Vleussenx, Firenze, studio critico sulla tradazione fatta
da Michelet). lìivitta Enciclopedica f Fascicolo (art. sa la tradazione di
Michelet). LBBXiinEB, Initoduction
generale à VBittoire du droit. Paris Bietoire de la Philotophie du droit. Bruxelles. Ballanchb, Opere. Paris, JouFFBOY, Mélangea Philo$opMqu€$.
Bruxelles CousiK, Oaurs ec, 2« serio, Paris Introductxon b. VHieioire de la
Phil.f Lea, II, T. Maviani, Rinnovamento della Filonofia antica italiana,
Paris, L. T. (LniQi Tonti), Saggio sopra la Scienza Nuova di Vico, Lugano,
PREDABI, Op. di Vico con traduzioni e commonti. Milano, Bravette, Febbabi, Op.
di Vico ordinate ed illustrate coW analisi détta MenU di Vico ec. Milano, Società Tipografica, Édit. compllte dee
oeuvre de Vico, Paris, Vico et r Italie. Paris, Eeeai sur le principe et le$
limites de la Philoeophie de VBittoirt Paris, Joubert Vico et VItcdie (nella
Recue dee Deux ^fond€9, Cattaneo, Vico e l’Italia, nel Politeniico. St. MrLL, Sifithne de Logique, RosviNT, Il Rinnovamento della Filosofia
in Italia propoeto dal Conte Terenzio Mamiani della Rovere, Milano Vedi pure
nella Filo•ofìa del Diritto, e nella Filosofia politica.) G98CHEL, Zerstreute
Bldtter, nella Rivista Giuridico-filosofica. SchlousSingen, A. Cosmc, Lettera a
Mill (vedi Littrì, Comte et la Philosoplie Positive, Paris, loLA, Studio su
Vico e sulla filosofia della Storia, letto nell’Accade-mia filosofica di
Sassari, Torino Maviani, LrUere intomo alla filosofia del diritto. Napoli,
Mancini, Intorno alla Filosofia del Diritto, Lett. al conte Terenzio Mamiani.
Napoli, Re.kouvieb, Manuel de PhU, moderne. Paris Gioberti, IiUrocU allo studio
della Filosofia. Losanna, ToMMAsio, Stridii critici, Venezia, Studii
filosofici, Venezia, BonCHEZ, Jntrod, à la Science de VHist, Paris, Anonimo, La
Science nouvélle par Vico, trad. par Tautear de Tessa! sur la formation da
Dogme Catholiqae. Paris, Della Valle, Saggi exdìa Scienza della storia, ossia
Santo della Seiema Nuova di Vico.Napoli, Eocoo, Elogio storico di Vico. Napoli
Farina, Storia (L’Italia, narrata al popolo italiano. Firenze, Poligrafia
italiana, Prefazione. S. Centofakti, Una Fortixola logica della filosofici
della storia, Pisa, TomiASào, Notizie sulla vita e sull’opere di Vico. Vedi
nell’edizione della Scienza Nuova fatta a Milano dal Silvestri F. CARyiGNANl,
jStona deUe origini e de’progressi della Filosofia del Diritto, Lucca Mancini,
Intorno alla nazionalità come fondamento del Diritto delle Genti. Torino Ondes
Begqio, Introduzione ai principii deUe umane società, Genova, Vannucci, Storia
antica d’Italia, Firenze, Marini, Vico al cospetto, Napoli MUller, Vico Oleine
^c^/ten Neuhrandehurg. BouLLiKR, Hlst. de la Phil, CartUienne, Paris Poli,
Manuale della Storia della Filosofia del Tenncmann, Milano. A. De Carlo,
Istituzione filosofica secondo % principii di Vico, Napoli, Giani, DeW unico
principio e deW unico fine dell’universo Diritto. Oper.a di Vico tradotta e
commentata coir aggiunte d’appendici relative alla materia dell’opera stessa.
Milano, Della eguàU autorità e naturale amicizia di tutte le scienze. Milano
Caubr, nel Museo tedesco Amari, Critica d’una Scienza dille Legislazioni
comparate, Genova, Tipografia de’Sordo-Muti, FORNARi, Dell’armonia universale,
Napoli; Firenze, Faonani, Ddla neeessità e ddT uso della Divinanione tettifieata
dalla Scienza Nuova di Vico. Alessandria, Ristampata a Torino. CHE TRATTANO DI
VICO GIOBERTI, Protoloffia, Ediz. del Massari (Saggio ITI), B. ll&zzARELLA,
La Critica dtUa Scienza. Genova, tipi Lavagnino, Spavrnta, Carattere e sviluppo
della JUoBoJia itàliajut d IL Periodo de' critici e degl’eruditi Continua il
periodo de' critici e degl’eruditi. Periodo degl’interpreti filosofi Continua
il periodo degl’interpreti filosofi. Conseguenze. Forma della mente, e
carattere delle opere di Vico. Valore della nostra critica.) Vico, Leibnitz e
il Cartesianismo delle due moderne filosofie, Germanica e Italiana i
INTERPRETAZIONE DELLA DOTTRINA FILOSOFICA. Preambolo Dottrina della scienza e
del criterio IL Del criterio e del metodo nella scienza Òtà Posizione e critica
del Principio speculativo n Platonismo e l’Aristotelismo nel problema
psicologico Organismo e processo psicologico. Fondamento razionale del processo
storico. Genesi e teleologia psicologica. Del conoscere metafisico. Critica de’
moderni Neoplatonici. Vin. Continua lo stesso argomento. Critica del
Neoaristotelismo: Positivismo ed Hegélianismo, Su la ricerca dell’Assoluto
secondo la Ragion filosofica positiva Del Principio metafisico Sul moderno
concetto della Creazione e della Provvidenza Xn. Deir attività creativa
ne’diversi momenti del Processo cosmico XnL Darwinismo, Scienza Nuova e
Sociologia. Idea sulla Storia della Filosofia Italiana Indice degl’Autori che
di proposito o per incidente trattano delle dottrine di Vico operazione
immediata, per operazione mediata, e^non potrebbe non rieecire, per e non
potrebbe rietcire, quel certo Jiloeofoy per certo, quelfloeofo. tuo*dirc, per
vo^ dire. Crieto quel centro maeeimo, por Cristo, qvidl centro massimo,
jUosofia fisiologica, per Jìlosofia etisologica, assommano la ragione, per
assommano le ragioni, T&g. Firtz, per iVr««.v. 13. degVim-, ponderabili suW
esistenza, per degV imponderabili e dell’esistenza. Sft^rji vrr(xpx,tt to, per
fyi?:?? V7ra^;^«e to'. Sovsifiit, per juva/xee. tovto, per toùto. Jiaviafjperxat
Jtavoiat;.7rauTt, per Travri. affermazione promessa, per affermazione promossa,
ù^iirpòi, per wc irpò^. x**^' auTvJv, per xar' auTvjy. Avto7s tv, per Auto yt to. Sovo^iisi Zwki'v s^'V' ^®^
SvvdfjLii ^w>7v ?yovTOf.. rsOo^tov, per fAi9óptoy. tfivafjicf, per Svvafiig,
TdJ ^9vzx 7tvgG'5a, per to' nuvroc yiviaOxAi.. altro
potrebb* essere, per altro non potrtbV essere.. e perciò era visione, per e
perciò visione. aXXov «^eu/xaTOtiv, per aXXwv a?to/iaTwv. tololtyi?, per
Tuvxng. gL Tra/DOff ta, p«r Tra^ou^ca. che le fa iìUendere, per che la fa
intendere. di coglierne concetto, per di coglierne il concetto. es egreift, per
es ergreift, dans an sich, per das an sich. Jtvoljixffovt, per ^vva/X8VG(. e s^
avvilirebbe, ^r e* s* avvilirebbe. ytuVe?, per f^J7t(. /*v?5>j, per iit$è.
^a£va-5ae, por yaevjo'^'at. rxpoi^vy' |xaTa, per 7ra^a?£t7fAaTa. del Dio
aristotelico, con; per del Dio aristotelico che con,, y. 40, in due e cantra-
rie sentenze apposite, per in due apposite e contrarie sentenze yjppxsi ro,v^r
vnapxst to. to (^trepov, per TO 5«UTe/)0v. to' rra^Xo, per tÒ oiWo,
dell’atonicità/dell’atomicità,, creare vuol non dire/creare non vuol dire; ci
son addate/ci son additate; e correggendo, lui/e correggendo lui; chi, davvero,
ragion teologica/che, davvero, la ragion teologica. Pietro Siciliani.
Siciliani. Keywords: la psico-genia di Vico, ateneo felsineo, l’unita organica
della filosofia, zoologia filosofica, psicogenia, “I principii metafisici di
Vico”. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Siciliani” – The Swimming-Pool Library.
Siciliani.
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