GRICE ITALO A-Z S SER
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Serbati:
la ragione conversazionale del divino nella filosofia italiana – la scuola di
Rovereto -- filosofia trentina -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Rovereto). Filosofo italiano. Rovereto, Trento,
Trentino-Alto Adge. Important Italian philosopher. Frequenta l’imperial regio ginnasio. Studia a Padova. A
questo proposito i famigliari raccontavano come, fin dalla più tenera età,
legge alla luce della sua aureola. E in occasione della venuta a Rovereto
del vescovo di Chioggia per consacrare le chiese di S. Maria del Carmine e di S.
Croce, appartenente all'omonimo monastero, che, prendendo parte alla cerimonia,
ottenne il diaconato. Mostra una profonda inclinazione per la FILOSOFIA,
incoraggiato in tal senso da Pio VII. Si trasfere a Milano dove strinse
un profondo rapporto d'amicizia con Manzoni che di lui ebbe a dire -- è una
delle sei o sette intelligenze che più onorano l'umanità. Manzoni assistette S.
sul letto di morte, da cui trasse il testamento spirituale "Adorare,
Tacere, Gioire". La sua filosofia destarono l'ammirazione, tra gli altri,
anche di Stefani, Tommaseo e Gioberti dei quali pure divenne amico. Dopo
aver dovuto lasciare il Trentino, per motivi di forte ostilità per le sue
posizioni incontrati da parte del vescovo di Trento fonda al Sacro Monte
Calvario di Domodossola la congregazione religiosa dell'Istituto della Carità,
detta dei "S.ani". Le Costituzioni della nuova famiglia religiosa,
contenute in un libro che cura per tutta la vita, sono approvate da Gregorio
XVI. A Borgomanero svolge la sua attività di insegnamento e di guida spirituale
in un collegio S.ano, il "Collegio S.", regolato dalla Congregazione
della Provvidenza S.ane. Svolge una missione diplomatica per conto del Re
di Sardegna Carlo Alberto presso la Santa Sede. E presidente
dell'Accademia Roveretana degl’Agiati ed il suo posto, anni dopo la sua morte fu
assunto da Paoli, suo segretario ed esecutore delle volontà, già direttore di
Casa S.. Tra le sue volontà del vi e anche quella di donare a Rovereto un terreno
nell'attuale zona di S. Maria per costruirvi l'ospedale cittadino, e Paoli onora
tale decisione. Porta avanti tesi filosofiche tese a contrastare sia
l'illuminismo che il sensismo. Sottolineando l'inalienabilità dei diritti
naturali della persona, fra i quali quello della proprietà privata, entrò in
polemica con il socialismo e il comunismo, postulando uno Stato il cui
intervento fosse ridotto ai minimi termini. Nelle sue teorie il filosofo seguì
le concezioni di Agostino e AQUINO, rifacendosi anche a Platone. I suoi esordi
filosofici si ricollegano a GALLUPPI, sia pure polemicamente, in quanto S. avverte
con ogni chiarezza come risulti insostenibile una posizione di integrale
sensismo gnoseologico. La necessità di concepire una funzione ordinatrice
dell'esperienza, e a questa precedente, porta S. a guardare con interesse la
filosofia di Kant. Tuttavia non è soddisfatto di ciò che lui chiama l'innatismo
kantiano, legato ad una pluralità imbarazzante e precaria di categorie. Le
quali, d'altra parte, gli sembrano fallire lo scopo di far conoscere il reale
quale esso è, per la necessaria introduzione di modifiche soggettive nell'atto
stesso del conoscere. Il problema filosofico di S. si configurava perciò
come quello di garantire oggettività alla conoscenza. La soluzione non potrà
essere trovata, stante il rifiuto della trascendentalità kantiana e dei
connessi sviluppi, se non in una ricerca ontologica, in un principio oggettivo
di verità, che riesca ad illuminare l'intelligenza in quanto le si proponga con
immediata evidenza, universalità e immutabilità. Questo principio è per S.
l'idea dell'essere possibile, che da indeterminato contenuto dell'intelligenza,
quale originariamente è, si fa determinato allorché viene applicato ai dati
forniti dal senso. Essa precede e informa di sé tutti i giudizi con cui
affermiamo che qualche cosa particolare esiste. L'idea dell'essere, dunque,
costituisce l'unico contenuto della mente che non abbia origine dai sensi, ed è
perciò innata (“Saggio sull'origine delle idee”). Ma qui i problemi del
kantismo, che sembrano superati o almeno messi da parte, si riaffacciano con
urgenza: di fronte al mero ricevere dati, di cui parlava il sensismo, ha
chiarito che la mente umana nel suo uso conoscitivo formula giudizi, in cui
l'idea dell'essere ha funzione di predicato, cioè di categoria, e la sensazione
è il soggetto, di cui si predica qualche cosa. Nel giudizio, inoltre, il
predicato si determina e la sensazione si certifica: se questa è la funzione
propria del giudicare, ogni concetto non può sussistere che come predicato di
un giudizio; né a questa necessità sembra potersi sottrarre il concetto di
essere, che è dato solo nell'attività giudicante, come forma del
giudizio. Tuttavia non accetta tale riduzione, ed esclude proprio il
predicato di esistenza della funzione del giudizio, continuando ad attribuirgli
una natura oggettiva e trascendente. È l'essere trascendente che si rivela
all'uomo, lo illumina e gli permette di pensare. Chi lo nega come il nichilismo
cade in una vuota posizione nullista. Accanto a questa ontologia la sua etica
si sviluppa come etica caritativa (Principio della scienza morale). Dedica alla
politica una breve ma intensa fase della sua vita. Seguì Pio IX riparato a
Gaeta dopo la proclamazione della Repubblica Romana, ma la sua formazione
attestatasi su ferme posizioni di cattolicesimo liberale e tale per cui e
costretto a ritirarsi sul Lago Maggiore, a Stresa. Tuttavia, quando Pio IX vuole
istituire una commissione incaricata della preparazione del testo per la
definizione del dogma dell'immacolata concezione, nonostante ben due suoi saggi
(Le cinque piaghe della Chiesa e La costituzione secondo la giustizia sociale) sono
all'Indice. Chiamato a prendere parte a tale commissione, e favorevole allo stato
liberale (vagheggiando la monarchia costituzionale), al costituzionalismo e
anche alla separazione tra stato e chiesa, sebbene non assoluta. Critica lo
Statuto Albertino proprio per il suo porre ancora il cattolicesimo come
religione di stato, elogiandone comunque il tentativo distensivo nei confronti
della Santa Sede. Critica la legge laicista ed anti-clericale. Si convince della
sostanziale bontà della maggior parte delle conquiste dell'età moderna,
criticandone solo le modalità: in tale ottica, critica sia la rivoluzione
francese che l'Ancient Regime, riconoscendo invece la sostanziale bontà dei
princìpi sanciti, distinguendoli dalle successive de-generazioni rivoluzionarie,
in polemica con chi, da una parte e dall'altra, sostene una società perfettista.
Continua a vivere a Stresa, fecondo nel perseguire il perfezionamento del suo
sistema di pensiero con saggi come “Logica” e “Psicologia”. Ratzinger, quando
la questione S.ana era ancora ben accesa, nell'ambito di una serata organizzata
a Lugano, dice. Nel confronto con le parole classiche della fede che sembrano
così lontane da noi, anche il presente diventa più ricco di quanto sarebbe se
rimanesse chiuso solo in se stesso. Vi sono naturalmente anche tra i teologi
ortodossi molti spiriti poco illuminati e molti ripetitori di ciò che è già
stato detto. Ma ciò succede ovunque; del resto la letteratura dozzinale è
cresciuta in modo particolarmente rapido proprio là dove si è inneggiato più
forte alla cosiddetta creatività. Io stesso per lungo tempo avevo l'impressione
che i cosiddetti eretici fossero per una lettura più interessante dei teologi
della chiesa, almeno nell'epoca moderna. Ma se io ora guardo i grandi e
fedeli maestri, da Mohler a Newman a Scheeben, da S. a Guardini, o nel nostro
tempo de Lubac, Congar, Balthasar quanto più attuale è la loro parola rispetto
a quella di coloro in cui è scomparso il soggetto comunitario della
Chiesa. In loro diventa chiaro anche qualcos'altro: il pluralismo non
nasce dal fatto che uno lo cerca, ma proprio dal fatto che uno, con le sue
forze e nel suo tempo, non vuole nient'altro che la verità. Per volerla davvero,
si esige tuttavia anche che uno non faccia di se stesso il criterio, ma accetti
il giudizio più grande, che è dato nella fede della Chiesa, come voce e via
della verità. Del resto io penso che vale la stessa regola anche per le
nuove grandi correnti della teologia, che oggi sono ricercate: teologa
africana, latinoamericana, asiatica, ecc. La grande teologia francese non è
nata per il fatto che si voleva fare qualcosa di francese, ma perché non si
presumeva di cercare nient'altro che la verità e di esprimerla più
adeguatamente possibile. E così questa teologia è diventata anche tanto
francese quanto universale. La stessa cosa vale per la grande teologia
italiana, tedesca, spagnola. Ciò vale sempre. Solo l'assenza di questa
intenzione esplicita è fruttuosa. E di fatto non abbiamo davvero raggiunto la
cosa più importante se noi ci siamo convalidati da soli, ci siamo accreditati
da soli e ci siamo costruiti un monumento per noi stessi. Abbiamo
veramente raggiunto la meta più importante se siamo giunti più vicino alla
verità. Essa non è mai noiosa, mai uniforme, perché il nostro spirito non la
contempla che in rifrazioni parziali; tuttavia essa è nello stesso tempo la
forza che ci unisce. E solo il pluralismo, che è rivolto all'unità, è veramente
grande. Pio VIII dice a S., in udienza. È volontà di Dio che voi vi occupiate
nella filosofia. Tale è la vostra vocazione. Ella maneggia assai bene la
logica, e la Chiesa al presente ha gran bisogno di filosofi. Dico, di filosofi
solidi, di cui abbiamo somma scarsezza. Per influire utilmente sugl’uomini, non
rimane oggidì altro mezzo che quello di prenderli colla ragione, e per mezzo di
questa condurli alla religione. Tenetevi certo, che voi potrete recare un
vantaggio assai maggiore al prossimo occupandovi nello scrivere, che non
esercitando qualunque altra opera del Sacro Ministero. Gregorio XVI, successore
di Pio VIII, in risposta alla lettera che S. gli aveva indirizzato. Diletto
Figlio, a te il nostro saluto e la nostra Apostolica Benedizione. Abbiamo
volentieri e con animo lieto ricevuto la tua lettera con i sensi della tua
devota sommissione a Noi e alla Sede Apostolica in cui ci parli della pia
Società, chiamata Istituto della Carità e che con le tue fatiche è stata
fondata nel territorio della diocesi di Novara con l'approvazione del Vescovo.
E soprattutto ci hai anche informato che il medesimo Istituto è stato da poco
chiamato anche dal Vescovo di Trento nella sua diocesi e che qui molti
ecclesiastici, di provate virtù, vi hanno aderito. Per questi fatti davvero
rendiamo il nostro umile grazie a Dio autore di ogni bene. E quantunque questo
Istituto non sia stato ancora confermato dall'autorità di questa Santa Sede, tuttavia
speriamo in bene di esso e ci allietiamo che lo stesso si dilati con il
consenso dei nostri Venerabili Fratelli nell'Episcopato. Quindi, per quanto
riguarda le Sante Indulgenze connesse a questo istituto, che domandi siano
concesse, ricevi diletto figlio il nostro Rescritto unito a questa lettera, da
cui sicuramente comprenderai che rispondiamo positivamente alla tua richiesta.
Ti assicuriamo anche che ci è pervenuto il libro sopra i Principi della
Dottrina Morale da te edito e mandatoci in omaggio e ti dichiariamo il grazie
del nostro animo per il dono. Tuttavia per la tensione nelle gravissime fatiche
del Governo Apostolico non abbiamo ancora letto lo stesso libro, ma siamo
certamente persuasi che esso sia in tutto conforme alla più sana dottrina e utilissimo
alla sua difesa. Continua dunque, diletto figlio, lo studio e prosegui a
spendere le tue fatiche ad onore di Dio per l'utilità della Chiesa; in Cielo
sarà copiosa la ricompensa per la tua opera. Frattanto la paterna carità con
cui ti abbracciamo nell'umanità di Cristo sia pegno dell'apostolica
benedizione, che sgorgante dall'intimo del cuore ti impartiamo.» (Da
Breve pontificio di Gregorio P.P.XVI,) Pio IX rivolgendosi al Vescovo di
Cremona dopo il decreto Dimittantur opera omnia parlando di S. disse:
«Non solo è un buon cattolico, ma santo: Iddio si serve dei santi per far
trionfare la verità. Leone XIII, al tempo delle aspre e dolorose lotte che si
svolgevano intorno al pensiero S.ano sul finire del diciannovesimo secolo, in
una lettera indirizzata agli arcivescovi di Milano, Torino e Vercelli, fra
l'altro scrisse: Ma non vogliamo che con questo abbia a patir detrimento
il religioso Sodalizio della Carità; il quale come per lo innanzi spese
utilmente le sue fatiche a beneficio del prossimo, secondo lo spirito
dell'Istituto, così è desiderabile che fiorisca in avvenire e prosegua a
rendere ognora più abbondanti frutti. Col decreto del Sant'Uffizio "Post
Obitum"firmato da Leone XIII, vennero condannate, in quanto "non
conformi alla verità cattolica", XL proposizioni contenute nelle opere del
S., le quali la sacra congregazione romana "giudicò doversi riprovare,
condannare e proscrivere, nel proprio senso dell’autore", chiarendo
inoltre che non era lecito "a chicchessia di inferire, che le altre dottrine
del medesimo Autore, che non vengono condannate per questo decreto, siano per
veruna guisa approvate". Giovanni XXIII, negli ultimi anni della sua
vita, meditò in ritiro spirituale le S.ane "Massime di Perfezione
Cristiana", assumendole come propria regola di condotta. Anche Paolo VI
prestò interesse nel S.: in occasione dell’anniversario di fondazione
dell'Istituto della Carità inviò un messaggio all'allora padre generale, in cui
elogiava l'intuizione del S. nel dare un grande peso alla missione caritativa
già nel nome del nativo istituto religioso, appunto l'Istituto della Carità.
Pubblicamente Paolo VI lo cita durante il discorso tenuto alla Federazione
Universitaria Cattolica Italiana
riguardante la cultura cattolica e l'Europa. Inoltre sotto il suo
pontificato venne tolto il divieto di pubblicazione dell'opera Dalle Cinque
Piaghe della Santa Chiesa. Alla morte di Paolo VI venne eletto Giovanni
Paolo I, laureato in sacra teologia alla Gregoriana con il saggio, “L'origine
dell'anima umana”. È bene precisare che Luciani e fortemente critico nei
riguardi del pensiero S.ano, solo successivamente cambiò opinione, rivolgendo
nei riguardi di S. parole di ammirazione e stima. Tuttavia fu con il
pontificato di Giovanni Paolo II che il pensiero S.ano ha potuto liberarsi
delle aspre critiche e delle condanne che accompagnavano l'Istituto della
Carità fin dai tempi della sua fondazione. Nella Lettera Enciclica Fides et
ratio, Giovanni Paolo II l’annoverato tra i pensatori più recenti nei quali si
realizza un fecondo incontro tra sapere filosofico e Parola di Dio». Ne ha
inoltre concesso l'introduzione della causa di beatificazione, conclusasi nella
sua fase diocesana novarese.
Ratzinger da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede
emana il famoso documento Nota ai Decreti dottrinali sul Rev.do sac. S.. La
nota si concludeva confermando la validità del decreto Post obitum sulle
quaranta proposizioni, e allo stesso tempo con la riabilitazione di S.:
«Il Decreto dottrinale Post obitum non si riferisce al giudizio sulla negazione
formale di verità di fede da parte dell'Autore, ma piuttosto al fatto che il
sistema filosofico-teologico del S. era ritenuto insufficiente e inadeguato a
custodire ed esporre alcune verità della dottrina cattolica, pur riconosciute e
confessate dall'Autore stesso. Si possono attualmente considerare ormai
superati i motivi di preoccupazione e di difficoltà dottrinali e prudenziali,
che hanno determinato la promulgazione del Decreto Post obitum di condanna di quaranta
proposizioni. E ciò a motivo del fatto che il senso delle proposizioni, così
inteso e condannato dal medesimo decreto, non appartiene in realtà alla sua autentica
posizione, ma a possibili implicanze. Resta tuttavia affidata al dibattito
teoretico la questione della plausibilità o meno del sistema S.ano stesso,
della sua consistenza speculativa e delle teorie o ipotesi filosofiche e
teologiche in esso espresse. Nello stesso tempo rimane la validità oggettiva
del Decreto Post obitum in rapporto al dettato delle proposizioni condannate,
per chi le legge, al di fuori del contesto di pensiero S.ano, in un'ottica
idealista, ontologista e con un significato contrario alla fede e alla dottrina
Cattolica. Il documento ribadisce la diversità di linguaggio e apparato
concettuale del sistema S.ano rispetto al tomismo, l'assenza di apparato
critico nelle opere postume e la permanente "difficoltà oggettiva di
interpretarne le categorie, soprattutto se lette nella prospettiva
neotomista". Benedetto XVI autorizza la Congregazione delle Cause
dei Santi a promulgare il decreto sul miracolo della guarigione di Ludovica
Noè, attribuito alla sua intercessione. Tra quelli portati dalla postulazione
dei padri S.ani, si è scelto di dare maggiore impulso a quello della guarigione
della suora sopracitata, poiché il medico che la curò si convertì in seguito
all'accaduto. Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della CEI, a
margine del Convegno sulla sfida educativa tenuto a Milano, ha tenuto un
intervento intitolato "Istanze educative e questione antropologica"
in cui riconosce le sue istanze pedagogiche. A. Bagnasco ha presieduto a Stresa
la celebrazione eucaristica per il suo Dies Natalis. Nel corso dell'Angelus
domenicale e ricordato per la sola carità intellettuale e perché testimonia la
virtù della carità in tutte le sue dimensioni e ad alto livello. Avversario del
sensismo e dell'illuminismo e mentore e maestro intellettuale di quattro pontefici
eletti consecutivamente: Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e II.
Nulla osta della Congregazione per la dottrina della fede che consente l'inizio
della causa di beatificazione. Apertura del processo informativo diocesano dopo
la nomina dei censori teologi e delle commissioni storiche in Novara. C. Papa diventa
postulatore della causa succedendo a Belti, storico dell'Istituto e già
Direttore del Centro di Studi S.ani di Stresa. Chiusura del Processo
informativo Diocesano. Consegna del Trasunto alla Congregazione per le cause
dei Santi. Apertura del Trasunto. Decreto di Validità del processo diocesano.
Schema per la stesura della Positio. Consegna del lavoro sul Post obitum curato
dal Postulatore. Il Relatore generale approva il lavoro sul Post obitum e il
lumen oculorum tuorum Consegna del lavoro sul Post obitum alla Congregazione
per la Dottrina della Fede.Il giorno dell'anniversario della morte di S. viene
pubblicata sull'Osservatore Romano la Nota della Congregazione per la dottrina
della fede sul valore dei decreti dottrinali concernenti il pensiero e le opere
del Rev.do sacerdote S., a firma del cardinal Ratzinger e di mons.
Bertone. Rilascio del Nihil obstare per
la Causa di Beatificazione. Il Relatore
approva e firma la Positio. Conclusione
della stampa e consegna alla Congregazione per le cause dei santi della
Positio. Consegna del Trasunto super miro alla Congregazione per le cause dei
santi. Validità dell'inquisizione diocesana sul processo super miro.
Presentazione fattispecie super miro. Revisa della fattispecie con firma del
sotto-segretario. Relatio et vota del Congresso Storico (con esito positivo).
Relatio et vota del Congresso teologico super virtutibus (con esito positivo).
Ordinaria della Congregazione per le cause dei santi: esito affermativo.
Ponente della Causa Fisichella. Benedetto XVI autorizza la Congregazione per
le Cause dei Santi a promulgare il decreto di esercizio eroico delle virtù. La
Consulta medica della Congregazione per le Cause dai Santi, si esprime con
esito affermativo (all'unanimità 5 su 5) circa l'inspiegabilità scientifica
dell'evento di guarigione avvenuto a Noè. Il presunto evento miracoloso è
avvenuto. Al termine del dibattito, i Consultori si sono unanimemente espressi
con voto affermativo (7 su 7), ravvisando nella guarigione in esame un miracolo
operato da Dio per intercessione Benedetto XVI autorizza la pubblicazione da
parte della Congregazione per le Cause dei Santi del riconoscimento della virtù
eroica di S.. A Novara si celebra la beatificazione dando lettura del decreto
di Benedetto XVI che l’iscrive tra i beati. La beatificazione è avvenuta a
Novara: appositamente è stato fatto allestire il Palasport della città, unico
luogo capace di raccogliere un numero di fedeli così significativo. Con
il pontificato di Benedetto XVI le beatificazioni vengono preferibilmente
celebrate dai cardinali, per rendere ancora più piena la comunione tra loro e
il successore di Pietro, e viene privilegiato il luogo in cui il candidato agli
onori degli altari ha vissuto. Così, in qualità di delegato pontificio, la
celebrazione è stata officiata da J. Martins,
allora prefetto della congregazione per le Cause dei Santi. A fianco
dell'altare erano disposti gli spalti da cui hanno concelebrato circa 400
sacerdoti, non soltanto S.ani. A prendere parte alla processione e
celebrare sull'altare, insieme al preposito generale Flynn c'era il segretario
generale dell'Istituto Domenico Mariani con gli allora componenti della Curia
Generalizia dell'Istituto della Carità, il Vicario per la Carità
SpiritualeCrish Fuse, il Vicario per la Carità Intellettuale Taverna Patron, il
Vicario per la Carità TemporaleDavid Tobin, l'allora preposito della Provincia
Italiana don U. Muratore (profondo conoscitore di S.) e il postulatore della
Causa di Beatificazione, Papa. Hanno partecipato alla celebrazione anche
il cardinale ex prefetto della Sacra Congregazione per i vescovi Re, il
cardinale arcivescovo di Torino S. Poletto, il vescovo di Novara, mons. R.
Corti, l'arcivescovo di Trento, mons. Bressan, il vescovo S.ano mons. Antonio
Riboldi e fra gli altri anche G. Zaccheo (che sarebbe improvvisamente scomparso
due giorni dopo), vescovo della Diocesi di Casale Monferrato, mons. Luigi
Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea (che durante la III sessione del Concilio
Ecumenico Vaticano II fece per primo il nome di S.), l'allora segretario
generale della Conferenza Episcopale Italiana G. Betori, G. Lajolo, presidente
del Governatorato della Città del Vaticano, l'allora rettore della Pontificia
Università Lateranense, mons. Rino Fisichella, il Vicario Episcopale per la
Vita Consacrata dell'arcidiocesi di Milano monsignor Ambrogio Piantanida e il
preposito generale dei barnabiti, padre Villa. Tra i numerosissimi fedeli
(più di diecimila) accorsi da diverse parti del mondo per presenziare alla
celebrazione, hanno preso parte anche personalità politiche. Tra queste
il senatore a vita Scalfaro, l'allora presidente del Senato, Marini, e Parisi,
al tempo Ministro della Difesa. S. è il primo beato della Provincia del Verbano
Cusio Ossola. In occasione della beatificazione sono stati moltissimi i
quotidiani e periodici italiani e esteri che hanno dedicato articoli, pagine e
interi numeri alla figura di S.. Sono numerosissimi i suoi saggi. Certamente
il più importante a livello ascetico e spirituale e le “Sei massime di perfezione”,
su cui anche Giovanni XXIII fa delle riflessioni prima di morire. Gli costarono
la messa all'Indice dei libri proibiti le opere "Delle cinque piaghe della
santa chiesa" e "Dalla costituzione secondo la giustizia
sociale". In filosofiia meritano di essere ricordato il “Saggio
sull'origine delle idee”. Altri saggi: “Principii della scienza morale”; “Filosofia
della morale”; “Antropologia in servigio della scienza morale”; “Filosofia
della politica”; “Trattato della coscienza morale”; “Filosofia del diritto”; “Teodicea”;
“Sull'unità d'Italia”; “Il comunismo e il socialismo”. Le sei massime di
perfezione sono formulate per definire il fondamento spirituale sul quale ogno
uomo puo avere un cammino nella perfezione. Siate perfetti come è perfetto
il vostro Padre celeste (Matteo 5,48). Desiderare unicamente ed infinitamente
di piacere a Dio, cioè di essere giusto. Orientare tutti i propri pensieri e le
azioni all'incremento e alla gloria della Chiesa di Cristo. Rimanere in
perfetta tranquillità circa tutto ciò che avviene per disposizione di Dio
riguardo alla Chiesa di Cristo, lavorando per essa secondo la chiamata di
Dio. Abbandonare se stesso nella provvidenza di Dio. Riconoscere
intimamente il proprio nulla. Disporre tutte le occupazioni della propria
vita con uno spirito di intelligenza. Di particolare interesse e “Le cinque
piaghe della santa Chiesa". Mostra odi discostarsi dall'ortodossia
dell'epoca. Per tale ragione il saggio fu messo all'Indice e ne scaturì una
polemica nota col nome di "questione S.ana". L'opera eriscoperta al
Concilio Vaticano II. Il primo a parlare al Concilio di S. e Bettazzi. Mi sia
consentito ricordare S., molto legato ad Aquino. Ma anche studioso e amante del
suo tempo, e che certamente guadagna a Cristo non pochi uomini. Tutto questo mi
sembra si accordi con le cose che sono state già dette da non pochi padri su
questo schema in generale, che cioè gl’uomini non si aspettano dalla Chiesa
soluzioni particolari, ma piuttosto la presentazione di valori che li aiutino a
trascorrere questa vita umana più nobilmente e con maggiore sicurezza. Parlando
della libertà, esaltare i valori dell'umiltà. Parlando del matrimonio, il ruolo
della fortezza. Parlando dei problemi economici e di molti altri problemi,
l'efficacia di un certo disprezzo delle cose. Occorre dunque mettere in luce la
necessità dell'ubbidienza, della castità, della povertà, non solo nella vita e
nell'esempio (e nella Bozza di Documento!) dei religiosi, aiuto agl’uomini di
questo tempo, perché possano vivere la loro vita umana nel modo migliore e più
efficace. Il primo e principale compito dunque per gl’uomoni che coltivano la
sapienza dev'essere, alla luce del Magistero, l'amore delle Scritture e l'amore
di questo mondo in un colloquio franco e aperto. Paolo VI dice. I suoi saggi
sono pieni di pensiero, una filosofia profondo, originale che spazia in tutti i
campi: quello filosofico, morale, politico, sociale, sopra-naturale, religioso,
ascetic -- filosofia degna di essere conosciuta e divulgata. È stato anche un
profeta. Le Cinque piaghe della Chiesa (una volta la chiesa non aveva piacere
che si mettessero in luce le sue mancanze, le sue debolezze). Previde
partecipazione liturgica del popolo. La sua filosofia indica uno spirito degno
di essere conosciuto, imitato e forse invocato anche come protettore dal Cielo.
Ve lo auguriamo di cuore. “Delle cinque piaghe della santa chiesa” è suddiviso
in cinque capitoli corrispondenti ciascuna ad una piaga, paragonata alle piaghe
di Cristo. In ogni capitolo la struttura è la medesima: un quadro
ottimistico della Chiesa antica segue un fatto nuovo che cambia la situazione
generale (invasioni barbariche, nascita di una società cristiana, ingresso dei
vescovi nella politica) la piaga i rimedi. La prima piaga e la divisione del
popolo dal clero nel culto pubblico. Nell'antichità romana, il culto era un
mezzo di catechesi e formazione e il popolo partecipava al culto. Poi, le
invasioni barbariche, la scomparsa della lingua dei romana, la scarsa
istruzione del popolo, la tendenza del clero a formare una casta hanno eretto
un muro di divisione tra il popolo e i ministri di Dio. Rimedi proposti:
insegnamento della lingua romana, spiegazione delle cerimonie liturgiche, uso
di messalini in italiano. La seconda piaga e l’nsufficiente educazione del
clero. Se un tempo i preti erano educati dai vescovi, ora ci sono i seminari
con piccoli libri e piccoli maestri: dura critica alla scolastica, ma
soprattutto ai catechismi. Rimedio: necessità di unire scienza e pietà. La
terza piaga e la disunione tra i vescovi. Critica serrata ai vescovi
dell'ancien régime: occupazioni politiche estranee al ministero sacerdotale,
ambizione, servilismo verso il governo, preoccupazione di difendere ad ogni
costo i beni ecclesiastici, schiavi di uomini mollemente vestiti anziché
apostoli liberi di un Cristo ignudo. Rimedi: riserve sulla difesa del
patrimonio ecclesiastico, accenni espliciti di consenso alle tesi dell'Avenir
sulla rinunzia alle ricchezze e allo stipendio statale per riavere la
libertà. La quarta piaga e la nomina dei vescovi lasciata al potere
temporale. Compie un'approfondita analisi storica sull'evoluzione del problema
e critica i concordati moderni con cui la S. Sede ha ceduto la nomina al potere
statale (e, accenna prudentemente, per avere compensi economici). Rimedi:
propone un ritorno all'elezione dei vescovi da parte dei fedeli. La quinta
piaga e la servitù dei beni ecclesiastici. Sostiene la necessità di offerte
libere, non imposte d'autorità con l'appoggio dello Stato, rileva i danni del
sistema beneficiale, propone la rinuncia ai privilegi e la pubblicazione dei
bilanci. A Rovereto gli ha dedicato il liceo che frequentò quando ancora
si chiamava Imperiale e Regio Ginnasio. Borgomanero ospita l'Istituto S..
Domodossola ospita il liceo delle Scienze Umane "S. (istituto parificato).
Roma ospita la sede dell'Istituto Comprensivo. Torino ospita la biblioteca
Antonio S. del polo biomedico universitario che in passato fu un istituto
scolastico attivo fino alla fine del XX secolo. Trento, dove si trova il liceo
"S.". Farina, Prosser Prosser
Bonazza, L'Accademia Roveretana degli Agiati, su agiati, Accademia Roveretana
degli Agiati, «Paoli artefice della
rinascita dell'Accademia e suo president. Ragionamento sul comunismo e
socialismo, Grondona, Genova, Questa tesi fu messa in discussione da Abbà a cui
S. controbatté nel Diario filosofico di Adolfo, Riv. S.ana, Pagani Rossi. Nota
sul valore dei Decreti dottrinali concernenti il pensiero e le opere). Angelus: S., esempio per la Chiesa, su
agensir, Biografia di S. su vatican. Istituto S., su S. borgomanero. Liceo delle
Scienze Umane su cercalatuascuola.istruzione. Istituto Comprensivo S., su ic-S.
Biblioteca S., su biomedico campusnet.unito. su vivoscuola. M. Farina, Gl’Agiati, Brescia,
Morcelliana Edizioni, Italo Prosser, El
pra' de le Móneghe: cronistoria del monastero di S. Croce nell'antico comune di
Lizzana, Rovereto (Trento), Stella, Approfondimenti Sciacca, La filosofia
morale di S., Torino, Bocca, Pusineri, S. (Edizione riveduta e aggiornata da Belti), Stresa, Edizioni S.ane Sodalitas,
Dossi, Profilo filosofico di S., Brescia, Morcelliana, Valle, S. Il carisma del
fondatore, Rovereto, Longo Editore, Marangon, Il Risorgimento della Chiesa.
Genesi e ricezione delle "Cinque piaghe" di S., collana Italia Sacra,
Roma, Herder, S., Frammenti di una storia della empietà, a c. di Cattabiani con
una nota filologica di Albertazzi, Trento, La Finestra, Giorgi, S. e il suo
tempo. L'educazione dell'uomo moderno tra riforma della filosofia e
rinnovamento della Chiesa Brescia, Morcelliana, Dossi, Il Santo Probito, La
vita e il pensiero di S., Trento, Il Margine, Gomarasca, La forma morale
dell'essere. La poiesi del bene come destino della metafisica, Milano, Angeli,
Paoli, S., Virtù quotidiane, Verona, Edizioni Fede e Cultura, Paoli, Maestro e profeta, Milano, Edizioni San
Paolo, Sapienza, Eclissi Dell'educazione? La sfida educativa nel pensiero di S.,
Roma, Libreria Editrice Vaticana, Giuseppe Goisis, Il pensiero politico di S. e
altri saggi fra critica ed Evangelo, S. Pietro in Cariano, Gabrielli, Comunità
di San Leolino, Una profezia per la Chiesa. Verso il Vaticano II, Panzano in
Chianti, Feeria-Comunità di San Leolino Muratore, S. per il Risorgimento. Tra
unità e federalismo, Stresa, S.nane Sodalitas, Bergamaschi, S. La perfezione
della vita cristiana, Stresa, S.ane Sodalitas, Malusa, S. per l'unità d'Italia.
Tra aspirazione nazionale e fede cristiana, Milano, FrancoAngeli,. Domenico
Fisichella, Il caso S. Cattolicesimo, nazione, federalismo, (Roma, Carocci); Muratore,
Apologia della fedeltà. In difesa dei valori etici e spirituali, Stresa, S.ane
Sodalitas, Malusa, Stefania Zanardi, Le lettere di S., un "cantiere"
per lo studioso. Introduzione all'epistolario S.ano, Venezia, Marsilio, Zanardi,
La filosofia di S. di fronte alla Congregazione dell'Indice Milano, Franco Angeli.
Treccani Dizionario di storia, Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Crusca. In S.
l'attenzione ai fatti di lingua e la speculazione sul fenomeno del linguaggio
furono non meno vive di quelle di Manzoni, esercitate però con sensibilità,
impostazioni e modalità differenti26. L'origine del linguaggio, in particolare,
seppur poco appariscente, è un tema delicato e importante del suo sistema
filosofico e ricorre a varie riprese lungo tutta la sua opera, talvolta con
brevi cenni indiretti talaltra in forme più estese. Una trattazione piuttosto ampia si trova già
nel saggio Sui confini dell'umana ragione ne' giudizi intorno alla divina
Provvidenza che costitusce il primo libro della Teodicea, ai capitoli 17-21,
sotto la rubrica della 'quarta limitazione dell'umana ragione', la quale
recita: «La mente umana non può produrre
a sé medesima veruna scienza, senza che gliene venga dastraniera cagione
proposta la materia»27. Questo implica che prima della azione degli esseri
sussistenti' la mente umana è una tabula rasa, incapace come tale di astrarre
senza lo stimolo di segni che in qualche modo rendano sussistenti gli astratti
(88-89). In altre parole, «l'uomo conosce
solamente quello che a Dio piace di manifestargli naturalmente
soprannaturalmente, ossia il mondo fisico e i contenuti della
rivelazione. Dono di Dio non può che
essere anche il mezzo per passare dall'uno agli altri, ossia il lin-guaggio,
perché la rivelazione - principio paolino - si fonda sull'udito e inoltre
presuppone già esistente la facoltà di astrazione: pertanto «l'uomo non potea
dare a se stesso il linguaggio: onde egli ripete dal Creatore anche questo
mezzo di conoscere. La funzione semiotica
è condizione necessaria della conoscenza, in quanto l'uomo «senza i segni non
potea né pure concepire gli astratti; e qui, diversamente che altrove, segni
vuol dire senz'altro parole, e precisamente i nomi di qualità. È questo il
punto cruciale della questione: non c'è astrazione senza segni-parole, ma i
segni-parole presuppongono le astrazioni. Evidentemente, dunque, l'uomo riceve
dall'esterno, cioè da Dio, il primo nucleo motore, già formato, di
segni-parole. La tesi dell'origine divina, già nettamente delineata, trova così la sua enunciazione
esplicita: Erano necessarj all'uomo
segni esterni a' quali la mente associasse e legasse le astrazioni: né egli
poteva dargli a se stesso, mentre per inventarli sarebbono state necessarie
quelle astrazioni medesime, che, senza i vocaboli, egli non può, come dicevamo,
possedere. Dunque Iddio donò all'uomo una lingua, quel Maestro supremo gli
insegnò l'uso d'alcune voci, nelle quali apparissero quasi sussistenti
all'esterno le astrazioni insieme con esse contemplate; queste voci poterono
chiamare a sé l'attenzione dell'umana
mente. Tali 'voci', prosegue S., poterono essere i nomi che, conforme al
racconto biblico, Dio attribuì a ciascuna delle opere della creazione al fine
di renderle conoscibili, e costituirono le prime astrazioni, in grado di
mediare tra il visibile e l'invisibile.
Non dovette trattarsi insomma di un insegnamento esplicito del
linguaggio, bensì della sua trasmissione indiretta unitamente alle verità della
salvezza: «Quindi le eterne verità furono, io mi credo, al linguaggio
incorporate e con esso insieme insegnate, e con esso altresì, «nella forma
materiale della lingua quasi in arca ben chiusa», custodite e tramandate di
padre in figlio pur nel variare storico dei sistemi linguistici. La sapienza e
il linguaggio,dunque, «furono dati all'uomo congiunti nella stessa guisa, sarem
per dire, come furon creati congiunti alla materia i suoi accidenti. Non per
nulla la Bibbia attribuisce allo Spirito santo il dono delle lingue: Pare
adunque che l'ispirato scrittore voglia farci intendere con tali parole, come
l'invenzione del favellare non poteva esser opera proporzionata alle brevi
forze dell'uomo, giacché richiedeva nell'inventore universale sapienza. Di
vero, egli è tutt'altra cosa usare della favella dopo averla apparata, ed
inventarla senza che alcuno insegnata ce l'abbia. Chi avesse dovuto inventare
l'umana favella, non avrebbe forse incontrato insuperabile difficoltà nella
nominazione delle cose sensibili e sussistenti; ma un passo insuperabile, come
dicevamo, avrebbe dovuto trovare nel dare le voci agli astratti, giacché gli
astratti non li percepiva, non li sentiva né in se stessi, né in qualche loro
segno che a lui li mostrasse. Nel Nuovo saggio, com'è ovvio, quello delle
funzioni del linguaggio e della sua origine, nel senso gnoseologicamente ed
epistemologicamente più pregnante, è un tema cruciale che sarebbe interessante
seguire analiticamente lungo le quattro edizioni dell'opera curate dall'autore
stesso. Non potendo farlo in questa sede, e riconoscendo che «S. non è tutto
nel saggio», mi limiterò a qualche annotazione utile nel prosieguo del
discorso. Intanto, occorre rilevare che
la critica alla teoria sensista dell'origine del linguaggio non è sviluppata
nel capitolo espressamente dedicato a Condillac (del quale lì viene discusso
unicamente il Traité des sensations) bensì di fatto nel capitolo su Dugald
Stewart, dove S. avverte che il discorso svolto contro di lui, ovvero contro Smith,
vale né più né meno per tutti i sostenitori del romanzetto di questo selvaggio»
inventore e segnatamente per Condillac, al quale peraltro riconosce il merito
di «aver chiamata l'attenzione de' filosofi sulla mutua relazione della favella
e del pensiero. E notiamo per inciso che alcune delle contestazioni al «misterio
metafisico del lockismo, e il tono ironico con cui sono avanzate, torneranno
molto simili nelle pagine di Manzoni.
Per mostrare come nel 1830, data della prima edizione, l'impostazione S.ana
siaancora sostanzialmente quella del saggio poi confluito nella Teodicea,
riporterò soltanto due brani. Il primo è la conclusione di una nota facente
parte della lunga critica alla teoria della precedenza dei nomi propri sui nomi
comuni, sostenuta da Stewart sulla scorta delle Considerations concerning the
first formation of languages di Smith; il punto, osserva S., è sapere come la mente possa pervenire
alle prime astrazioni, e conclude: Ora
la mia opinione sopra di ciò la espressi già nel Saggio sui confini della
ragione umana. Io dimostrai in quel luogo, che l'uomo avea bisogno d'essere
ajutato e mosso a ciò da qualche segno esterno (lingua), che segnasse la cosa
astratta da se sola; e tale che fosse atto a eccitare e tirare la sua
attenzione e nella sola qualità astratta concentrarla. E fu di qui che io dedussi
l'impossibilità che avea l'uomo d'inventare da se stesso un linguaggio completo
e accomodato a' suoi bisogni. Il secondo
brano, anch'esso in nota, rientra nella dimostrazione del linguaggio quale
ragion sufficiente per l'astrazione, e accanto alla presa di distanza da
Bonald, presenta una distinzione molto importante. Avvertasi - scrive S. - che
qui non è mio intendimento d'investigare, se il linguaggio sia d'origine divina
od umana; avvegnaché da quanto fin qui ho ragionato la cosa manifestamente
apparisca»; ed ecco la nota: È
impossibile inventare il linguaggio da una mente umana che non possegga idee
astratte; perciocché nessuno può mai dare un segno ad idee che non ha. Quindi è
vera e bella la sentenza di Rousseau, «che non si poteva inventare il
linguaggio, senza il linguaggio»; se non che conveniva restringerla entro i
confini di quella parte di linguaggio, che le idee astratte riguarda, la quale
è la più nobile, e formale parte delle lingue. Non essendo stata fatta questa
divisione, Rousseau potè intravedere una verità rilevantissima, ma non
dimostrarla; né a me è noto che alcuno n'abbia, dopo di lui (né pure il
sig. Bonald), data una rigorosa
dimostrazione. Ma restringendo la proposizione di Rousseau alle idee, e
vocaboli astratti, io credo che mi sia riuscito di dare quella dimostrazione
rigorosa che può tor via ogni dubbio dalla questione; ed il lettore può ben da
sé ravvisarla e comprenderla ne' principi che espongo in questo articolo sul
linguaggio, e da ciò che ho scritto nel Saggio sui confini dell'umana
ragione. La distinzione in realtà apre
nel tessuto teorico della tesi una smagliatura le cui conseguenze vedremo poco
oltre; e Manzoni avrebbe potuto ripetere che nelle 'condizioni necessarie per
essere una lingua' non si danno gradi, nemmeno di astrazione: si è o non si è
una lingua».apparire fra le pieghe del discorso nell'Antropologia
soprannaturale, dove l'autore sta al gioco condillacchiano di immaginare la
condizione umana primordiale, e scrive:
Supponiamo adunque l'uomo nelle pure condizioni naturali, non privo però
degli stimoli esterni, senza i quali le sue potenze inerti e quasi
raggomitolate in sé non avrebbero potuto avere nessuno sviluppamento; e fra
questi stimoli esteriori uopo è che gli supponiamo data altresì la favella
colla qual solo vien tratta all'azione la sua potenza di riflettere e
d'astrarre, e quindi esce in atto la sua libertà ligata senza di ciò e nulla
operante; la qual favella tale che gli bastasse, non potrebbe mai trovarla egli
medesimo. La fictio speculativa si
prolunga - poco manzonianamente, in verità! - in una minuta discettazione
intorno alla lingua primitiva dell'umanità, «argomento bellissimo. Basato
sull'ipotesi «che Iddio abbia il primo parlato all'uomo primitivo insegnando in
tal modo agli uomini ad astrarre, il gioco ha termine con la conclusione
secondo la quale «la lingua primitiva è parte divina, e parte umana. Una
conclusione conciliatoria e però rischiosa, ma che permette a S. di non entrare
in contraddizione con se stesso, perché se è vero che la parte umana è, come
aveva scritto nel Nuovo saggio, la più nobile e formale', la parte divina è
quella primaria e fondamentale. Pur con
qualche sfumatura, dunque, la posizione iniziale del saggio è mantenuta lungo
tutti gli anni Trenta, e la si ritrova immutata ancora al momento della
riedizione come primo libro della Teodicea. Senonché di lì a poco tale
posizione risulterà modificata in un modo assai significativo, se non
capovolta. Possiamo fare un primo tentativo di ricostruzione, se non di
spiegazione. Se torniamo ai due brani
già citati della Teodicea e li rileggiamo con le correzioni apportate a mano
dall'autore (praticamente le sole modifiche di contenuto in tutto il libro) su
un'esemplare dell'edizione Pogliani, troviamo un ragionamento più articolato e
in definitiva una tesi differente. Primo brano della Teodicea (le modifiche
sono evidenziate in corsivo): Erano
necessarj all'uomo segni esterni a' quali la mente associasse e legasse le
astrazioni: né egli poteva dargli a se stesso fin ch'era solo, ché per
inventarli sarebbono state necessarie quelle astrazioni medesime, che, senza i
vocaboli, egli non può, come dicevamo, possedere. E dato ancora che, aggiunta
la sua compagna per le necessità del convivere, avessero i due coniugi trovati,
con un solo attocomplesso, i segni e gli astratti; qual lungo tempo ci sarebbe
bisognato ad arricchirsene in qualche copia? e con quella scelta che era
necessaria pel progresso morale, e per elevare le loro menti alle cose
invisibili? Dunque Iddio donò all'uomo una lingua, quel Maestro supremo gli
insegnò l'uso d'alcune voci, nelle quali apparissero quasi sussistenti
all'esterno le astrazioni insieme con esse contemplate; queste voci poterono chiamare a sé
l'attenzione dell'umana mente. Secondo
brano della Teodicea: Pare adunque che
l'ispirato scrittore voglia farci intendere con tali parole, come l'invenzione
del favellare non poteva esser opera proporzionata alle brevi forze dell'uomo,
giacché richiedeva nell'inventore universale sapienza. Di vero, egli è
tutt'altra cosa usare della favella dopo averla apparata, ed inventarla senza
che alcuno insegnata ce l'abbia. Chi avesse dovuto inventare l'umana favella,
non avrebbe forse incontrato insuperabile difficoltà nella nominazione delle
cose sensibili e sussistenti; ma un passo difficilissimo, come dicevamo,
avrebbe dovuto trovare nel dare le voci agli astratti, ché gli astratti non li
percepiva, non li sentiva né in se stessi, né in qualche loro segno che a lui
si mostrasse. Come si vede, la conferma dell'origine divina si accompagna
all'ammissione di una pos-sibile, seppur poco probabile, formazione umana.
Resta fermo che ai segni-parole l'uomo non può pervenire con le sole proprie
risorse né da solo (entrambe le condizioni sono importanti); ma ai fini
dell'innesco della conoscenza, oltre all'intervento esterno da parte di Dio
mediante il dono dei primi segni-parole, in linea di principio è sostenibile
l'ipotesi che l'uomo acquisisca i segni-parole in società coi suoi simili
mediante degli atti unitari complessi semiotico-astrattivi. I due brani tratti dal Nuovo saggio, rimasti
inalterati lungo le prime tre edizioni, subiscono nell'edizione definitiva un
adattamento analogo, e anzi più marcato, per apprezzare il quale il solo
corsivo non è sufficiente ma bisogna leggere insieme le due versioni. Primo
brano del Nuovo saggio: Ora l'uomo ha
bisogno di essere aiutato a ciò da qualche segno esterno (lingua) che segni la
cosa astratta da se sola; e tale che sia atto a fissare la sua attenzione, e
nella sola qualità astratta concentrarla. Di qui l'impossibilità che l'uomo
solitario inventi da se stesso col suo puro pensiero un linguaggio, che a ciò
gli serva. Nel secondo brano del Nuovo
saggio cambia anche il testo a cui la nota è apposta: Avvertasi, che qui non è
mio intendimento d'entrare nella questione del fatto, se il linguaggio sia
d'origine divina od umana; e né pure nella questione filosofica della
possibilità»; ed ecco la nuova nota: È
impossibile inventare il linguaggio ad una mente umana prima che posseda delle
idee astratte; ché nes-suno può dare un segno a idee che non ha. Quindi la
sentenza di Rousseau, «che non si poteva inventare il linguaggio senza il
linguaggio» si deve restringere entro i confini di quella parte di linguaggio,
che le idee astratte riguarda. Non essendo stata fatta questa distinzione, Rousseau
potè intravedere una verità, ma non dimostrarla; né a me è noto che alcuno
n'abbia, dopo di lui (né pure il sig. Bonald), data una rigorosa dimostrazione.
Restringendo dunque la proposizione del Rousseau alle idee, e vocaboli
astratti, ell'ha un fondo di verità. In primo luogo non si può inventare il
linguaggio da alcun uomo segregato dalla società de suoi simili, nel quale
stato né egli ha l'occasione di comunicare i suoi bisogni e pensieri agli
altri, né gli altri possono comunicar i loro. Ponendo poi un individuo umano
coesistente con altri uomini privi di linguaggio, due questioni si possono
fare. La prima, se quegli uomini potrebbero inventare un linguaggio prima
d'aver formate alcune astrazioni, o potrebbero formare queste astrazioni prima
d'avere inventato qualche linguaggio o de' segni, e rispondiamo negativamente.
La seconda, se potrebbero fare queste due cose contemporaneamente, cioè trovare
de' segni e coll'atto stesso formare delle astrazioni», e questo non lo
crediamo impossibile. Una considerazione
più attenta della natura costitutivamente sociale e altresì sistematica della
lingua ha condotto S. a modificare il proprio convincimento iniziale: non si
tratta più di singoli individui alle prese con singoli segni-parole, bensì di
comunità che danno forma a un sistema linguistico. Scrive infatti
nell'Antropologia soprannaturale: Se prendiamo una parola isolatamente
dall'altra non mostra veruna similitudine coll'idea, che per essa si esprime.
Ma all'incontro pigliando l'intiero discorso, cioè una serie di parole
avvedutamente ordinate, trovasi tosto una corrispondenza colla serie de' pensieri.
Egli è per questo, che le lingue sono sistemi di segni così eccellenti che
possono esprimere tutte le cose. Può
aver contribuito al ripensamento in questa direzione lo studio attento delle
prime produzioni linguistiche della nipotina Marietta, consegnato nelle analisi
e riflessioni - semplicemente straordinarie - del paragrafo del Rinnovamento
della filosofia. Ma non escluderei un'eco teorica dell'insistenza manzoniana
sul concetto di 'interezza' delle lingue; la si sente risuonare ancora, per
esempio, nella definizione di lingua data nella tarda Logica: un sistema di
segni vocali o vocaboli stabiliti da una società umana, adeguato a significare
i pensieri che i membri di quella società si vogliono comunicare
reciprocamente». Con il brano dall'edizione definitiva del Nuovo saggio siamo
già alla posizione assunta e sostenuta nella Psicologia, che del resto la
precede. Sappiamo già che la funzione dei segni è quella di «offerire dinanzi
allo spirito uno stimolo e termine che lo muova a concentrare e fissare
l'attenzione», permettendo in tal modo la formazione delle idee astratte. Ora S.
è interessato a scoprire come questo avvenga, a vedere cioè «con qual progresso
e fin dove l'uomo, o piuttosto gli uomini conviventi insieme, possano andare
nella formazione del linguaggio. Il
momento iniziale è dato dall'istinto, che spinge l'uomo ad esercitare le
proprie facoltà vocali naturali e, mediante esse, a produrre dei suoni
indipendentemente dalla loro capacità significativa, la cui scoperta avviene in
un secondo momento; «questo - osserva S. - è già un passo grande al suo
sviluppo intellettivo, ma l'astrazione propriamente detta non c'entra ancora.
Che tipo di parole sono queste prime emissioni verbali umane? Riprendendo la tesi lungamente sostenuta nel
Nuovo saggio, S. ripete che la loro natura è di nomi comuni, salvo a precisare
però che vengono u s a ti come nomi propri: una concessione di non poco conto
all'opinione che Stewart aveva tratto da Smith, precedentemente avversata. Da
qui la ricostruzione, al tempo stesso filogenetica e ontogenetica, di come «un
po' alla volta verrà a stabilirsi un suono, che sarà il nome comune di tutti
gli oggetti » di una stessa classe, un tipo di nomi che andrebbero definiti
sostantivi qualificati anziché aggettivi sostantivati. L'attribuzione dei nomi comuni però non
comporta ancora l'attività eminentemente intellettuale dell'astrazione, che è
successiva e richiede altre condizioni. Per illustrare le quali, S. esplicita e
spiega il proprio ripensamento sull'origine del linguaggio: Noi abbiamo altrove espressa l'opinione che
gli uomini non potessero venire a pensare e a denominare le pure astrazioni,
per non avere in natura alcuno stimolo che a ciò li muova; di che deducevamo la
divina origine di questa parte della lingua. Di poi abbiamo fatto più maturi
riflessi, ed ora non ci sembra quella dimostrazione irrepugnabile. Distinguiamo
adunque la questione del fatto da quella della semplice possibilità. È
indubitato, quanto al fatto, che il primo uomo ricevette l'avviamento a parlare
da Dio stesso, il quale, parlandogli il primo, gli comunicò una porzione della
lingua. Ma trattandosi d'una semplice possibilità metafisica, se l'umana
famiglia (non l'uomo isolato) potesse col tempo giungere a pensare almeno
alcuni astratti, contrassegnandoli nello stesso tempo e con una stessa
operazione complessa, colla voce o con altra maniera di segni, ci pare oggimai
di poter rispondere affermativamente di aver trovato quello stimolo che indarno
avevamo prima cercato, dal quale fosse mosso l'umanointendimento. I pochissimi astratti (forse di divina
origine) rinvenibili nelle lingue antiche non esimono insomma dal domandarsi
come «l'umana famiglia potesse giungere da se stessa agli astratti puri, almeno
ad alcuni di essi. La risposta di S. consiste sostanzialmente nel fare appello
al meccanismo cognitivo elementare della metafora a base metonimica: avendo già
gli uomini coniato un nome per il braccio in quanto arto anatomico, per
nominare la proprietà della forza che distingue quell'arto dagli altri, invece
di inventare appositamente un nuovo nome, adoperano la designazione primitiva
estendendone il significato. Un'illustrazione nobile di questo meccanismo
semiotico la si trova nel commento al prologo del vangelo di Giovanni: Pare, che primieramente gli uomini abbiano
nominata la parola esterna e sonante come quella che cade sotto i sensi. Più
tardi si sono fermati a considerare che la parola esterna non era che un segno
che esprimeva una cosa interna, un oggetto pronunciato dalla mente. Volendo
dunque nominare questa cosa interna significata in vece di imporle un nome
proprio, vi adattarono lo stesso vocabolo che significava la parola esterna,
lasciando, che il contesto del discorso chiarisse quando a quel vocabolo
convenisse dare il significato antico di parola, suono proferito cogli organi
della voce a significare; e quando gli si convenisse dare il significato nuovo
della cosa interna nello spirito colla parola significata. Questa maniera di
estendere alle parole vecchie il significato di mano in mano che gli uomini
estendono le loro cognizioni, è più comoda che inventare vocaboli nuovi, perché
esigge uno sforzo di mente minore e adattato a tutta la comunità degli uomini,
oltrediché le idee o cognizioni nuove ritengono in tal modo la relazione con le
idee o cognizioni precedenti onde furono derivate, e così meglio si conoscono,
e più agevolmente si prestano al ragionamento; giacché i nessi fra esse e le
notizie più antiche e più famigliari sono pronti. Solamente più tardi, quando
la mente è già sviluppata, e non ha più bisogno di tali dandine, ella inventa
parole nuove e proprie per quelle cognizioni che non le sono più nuove; ovvero
le parole vecchie da comuni diventano proprie perdendo il primitivo
significato, e ritenendo solo il nuovo 38.
Ma restiamo sul testo della Psicologia, che nel procedimento descritto
vede la chiave naturale per poter accedere alle astrazioni: Ed ecco già trovato
il segno, a cui la mente può legare veramente un concetto astratto; e via più
apparisce che quel nome già significa un astratto, quando quel nome vada
perdendo, come talora avviene, il suo primitivo significato, e rimanga
unicamente significativo dell'astratto. Giunge così a termine l'indagine sul
modo in cui «comincia a formarsi naturalmente una lingua. Ora, pervenuta la
mente a fissare alcuni astratti coll'aiuto di tali segni sensibili
somministrati dalla natura,quindi denominati, applicando ad essi il nome
imposto da principio a cotali segni, già il cammino della mente non trova più
impedimenti insuperabili, e però tutto il suo svolgimento rimane n a tu - ral ment e spiegato. Nessun ostacolo logico dunque impedisce di
ritenere la lingua un prodotto umano, inventato al doppio fine, cognitivo e
comunicativo, di dare slancio al pensiero individuale e di socializzarne le
acquisizioni: Nel che - conclude S. - è da ammirare la sapienza del Creatore,
il quale non ha abbandonato questa invenzione della lingua al solo operare
libero e calcolato del pensiero umano; ma ne ha messo nell'uomo l'istinto, e di
più gliene ha egli stesso comunicati i primi elementi. La conseguenza del nuovo
atteggiamento di S. è che il linguaggio sparisce progressivamente dal suo
orizzonte speculativo. Anche a non volersi spingere così oltre nella
spiegazione del fatto, il fatto resta: non c'è paragone tra la ricchezza e
l'importanza delle riflessioni semiotico-linguistiche disseminate nelle sue
opere fino alla Psicologia, e — se ho visto bene - la scarsità di spunti, pur
interessanti, presenti al riguardo nell'immensa Teosofia, che lo impegnò negli
ultimi anni. Torniamo ora per finire allo scambio epistolare da cui siamo
partiti. La mia convinzione è che, dopo il silenzio seguito, non sia stato
Manzoni a convertirsi all'idea dell'essere, della quale poteva già essere ben persuaso,
salvo ad esitare davanti alla 'question di cominciamento'; è stato piuttosto S.
- messo in allarme, grazie ai dubbi di Manzoni, circa il possibile esito
pansemiotico della propria posizione gnoseologica (evitato in maniera del tutto
estrinseca mediante il ricorso all'origine divina del linguaggio), che in
sostanza avrebbe identificato pensiero e linguaggio compromettendo la ricerca
sulle idee la cui origine, risolvendosi linguisticamente, non avrebbe più
costituito un problema - a ridurre la portata cognitiva del linguaggio
esteriorizzandolo e tenendolo sotto il controllo della ragione in modo da
poterne postulare l'origine umana, sia pure in uno con la capacità di
astrazione. Non per niente il ruolo del
linguaggio ai fini della formazione delle idee astratte passa dalla necessità
nel Nuovo saggio («necessità del linguaggio per muovere la nostra intelligenza
a formare gli astratti) alla utilità nella Psicologia («fu da noi provata
l'utilità del linguaggio, o per dir meglio, di segni per la formazione degli
astratti), per di più con la restrizione: «utilità che in altro non consiste se
non. E pur considerando che questo paragrafo della Psicologia
iniziadistinguendo il problema della pensabilità di un'idea dal problema della
sua formazione, la sua conclusione sull'errore dei nominalisti consistente nel
ritenere che le idee astratte non siano «né possibili a formarsi, né pensabili
senza i segni del linguaggio» è in palese contrasto con l'enunciazione netta di
Teodicea 100 secondo la quale «senza i segni non potea neppure con c e pir e
[che qui equivale a formare] gli astratti»; un contrasto non sanato e forse
nemmeno rilevato, che del resto si mantiene nella stessa Psicologia: «gli
astratti sono pensabili per se stessi senza bisogno dei segni, e contra: «le
astrazioni hanno bisogno di segni per pensarsi. S. passa così in qualche modo
dalla coimplicazione di pensiero e linguaggio, o quanto meno da una loro
stretta correlazione, alla strumentalità del secondo rispetto al primo,
chiaramente attestata dalla Logica dove chiama i segni, o meglio i sistemi di
segni, le gambe e anzi le stampelle o i trampoli del pensiero. Per quanto riguarda specificamente il nostro
tema, riprendendo i termini degli studi recenti di storia del pensiero
linguistico moderno, possiamo dire che, dietro la spinta di Manzoni, S.
parrebbe convertirsi dal 'genetismo' alla 'storicità'40; ne potrebbe essere un
indizio la progressiva presenza nelle sue pagine di diverse sfumature:
l'insistenza sulla socialità quale fattore costitutivo dell'essere umano,
l'accento sulla totalità strutturata del linguaggio, l'attenzione verso il
funzionamento del linguaggio in atto. Si
tratta però di una conversione non perfettamente articolata. Il suo esito
paradossale è infatti che nella Psicologia S. finisce col pervenire, come s'è
visto, a una tesi di sapore condillacchiano: il linguaggio nasce su base
istintuale dai segni (vocali) naturali, che solo in un secondo momento si
istituzionalizzano nella loro funzione semiotica, con applicazione
all'ontogenesi); e Manzoni avrebbe poturo ripetergli la stessa postilla apposta
a un passo di Condillac: «Si tratta proprio di sapere come le grida possono
diventare segni» (Postille) 41. Ciò facendo S. capovolge anche, di fatto -
malgrado la distinzione fra 'natura' e
'uso' di essi -, la successione dai nomi comuni ai nomi propri originariamente
sostenuta nel Nuovo saggio. Pur mantenendo l'opinione che i «pochissimi
astratti» delle lingue antiche siano «forse di divina origine, spiega
l'astrazione come un processo di metaforizzazione di metonimie dal referente
fisico: ecco «n a tu ralm ent e spiegato» il «cammino della mente. Questa
attitudine appare palese nella conclusione già citata di Psicologia, dove cerca
di salvare l'unione di entrambe le tesi genetiche asserendo che l'origine del
linguaggio è umana e che Dio ha assistito l'invenzi on e immettendone l'istinto
e fornendone «i primi elementi». In
conclusione, mentre la propensione storica orientata sui 'fatti' linguistici,
al fondo,faceva negare a Manzoni non tanto e non solo l'origine umana del
linguaggio ma in primo luogo la legittimità stessa di una questione di origine
a proposito del linguaggio, l'impulso alla confezione di un 'sistema' filosofico
complessivo fece passare S. da una tesi ad un'altra ma sempre all'interno di
un'ottica di ricostruzione genetica originaria delle 'proprietà' del linguaggio. Ma è la prima
prospettiva quella che nella svolta dal genetismo del Settecento alla storicità dell'Ottocento si è
rivelata vincente e ha dato nuovo impulso allo sviluppo delle scienze del
linguaggio.Antonio Francesco Davide Ambrogio Rosmini Serbati. Antonio Rosmini.
Rosmini. Serbati. Keywords: gl’agiati, Agostino, Aquino, la tradizione Latina
italiana. Refs.: Luigi Speranza, “Rosmini e Grice,” per il Club Anglo-Italiano,
The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria,
Italia. Serbati.
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