GRICE ITALO A-Z S SCI
Luigi Speraza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Scipione: la ragione
conversazionale del circolo degli Scipioni – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Si trova al centro del più antico portico romano. Console, distrugge
Cartagine, ottenne la censura, dirige un’ambasciata in Oriente, e di nuovo
console, distrugge Numanzia. È un appassionato lettore della
"Ciropedia" di Senofonte e ha tendenza del Portico. Forse, anche per
questo motivo, da alle sue orazioni contenuto morale e vi dipinta la corruzione.
A statesman,
military leader, and scholar. More a patron of philosophers than a philosopher
himself, he is particularly close to Panezio. Cicerone regards him sufficiently
highly to include him as character of some of his philosophical works. He is
much admired for his courage and moral integrity. C UM in Africani veniftem, M.
Manilio z Confuti ad quartam legionem Tribunus, ut fcitis, militum ; nihil mihi
potiusfuit, quam ut $ Mafmiffam convenirem, regem farri il \x noftrsejuftis
decauflis amicìfllmum * Ad quem ut veni, complexus me (enex collacrymavit :
aliquantoque polì (ulpexit in calum, Grate (inquic) tibi ago, furarne Sol,
vobifque, 4 rel qui Caelites; quod, antequam ex bac vita migro, confpicio in
meo regno et histe&is P. Cornelium Sci* pionem, cujus egO nomine ipfo
recreor .* ita numquam ex animo meo difcedit illius Optimi atque invitìiffìmi
viri memoria, Deinde ego illum de fuo regno, illemd denofìra Repub. percontatus
eft : multifque verbis uttro citroque habitis, i 1 le nobis confumptus eli dies
« Poftautem regio apparatu accepti, fermcnemin multata nodem produximns;
cumfenex nìtiil nifi de Africano loqueretur, omnìaque eius non fafta folnm, fed
ttiam di&a m^miniflet; deinde, ut cubitum difcedi. mus, me et de via
fefl'um, et qui ad multam noflem vi t Seipio . Figliuola di Lucia Emilio Paolo Macedonico, adottato da
Scipittne figliuolo dell* Affici cano il maggiore, che diflrutfe Cartagine e
Numanzla nell'anno 609 Or etto nella difputa di Repubblica follenea cotitra l'
oppln Ione di Filo, che tanto era falfo non poterli lenza commettere
inglnftiiie la Repubblica governare, che anzi dicea non poterli reggere Lina
una » fornirla gluftizia Sant* Agoftino di clb ragiona nel libro il cap. 21. de
Civltate D I, a' cui tempi quelli libri di Rtpubl. fi leggeano, come pare, ed
andavano attorno. 1 Confuti ...... tribunus militum. Ulata maniera, nort
Confuti. Diccafi fimilmente Ir* gatus confuti non confuti . I Maftnifj'am . Re
d' una patte d' Affrica . Solleone in prima 11 partito de* Cariaginelì contra i
Romani, nell' anno di Roma 541. Ma quattro anni apprelfo, avendo Scipione
niello in rotta l'armata d'Afdrubale, rimandò fé u za prezzo di rifcatto 11
nipote a MalTìnilfa ; per tale eciierofo ano sì ptefo e per taf modo fu quello
principe, che poi fu fempre cffezionjiiflimo a' Romani . Con erti congluofe l
lue forze, e nell'anno 55I. di Roma lì trovb alla battaglia, che quelli
guadagnarono contro N SCIPIONE PARLA, / K . E Sfendomi portato in Affrica,
militar tribuno, co» me fapete, alla quarta legione fotte il Confole Manio
Manilio; non ebbi cofa, che piò a cuor mi folle, quanto il far vifita a
Maflìniffa re per giu» Hi titoli aftezionatiflìmo alla noftra cafa* Al qua!
come fui giunto, il vecchio abbracciatomi, versò lacrime : ed alquanto appreflo
levò, gli occhi al cielo, e, Grazie, difTe o fommo Sole, ti rendo, ed a voi al*
tri, celefti Dii, che, prima di pa (Tare di quella vita, nel mio reame veggio,
ed in quelli foggiorni Pubblio Cornelio Scipione, pel cui nome i He ITo prendo
riftoro: s\e per tal modo dall’animo mio non fi diparte giammai la memoriadi
quell’ottimo, ed invittiffimo uomo Apprelìò io gli feciftudiofe ricerche del
reaméluo, ed egli Culla Repubblica noftra . Accolti pofeia in reai trattamento,
menammo per la lunga irragionar lioftro fino a gran pezza di notte;
conciofoffèchè il vecchio non avelie alla lingua altro che 1* Africano, è
ricordane non folamente tutte le azioni di lui, mà i detti altresì: come ci
fummo fu levati per andare a letto, e per efier dal viaggio fianco, e perché io
vegliato ayea fino a notte molto inoltrata, mi prefe cm Tonno più ferrato, che
nonfolea. In quefto a me (credo veramente da ciò procedeffe, di che avevacn
parlato ; • O o a che Afdrubale, e dì Si face . Dopo, la pace conci «fa tra.*
Romani ed i Carraginifi ebbe la fovfanirà di diverfe provincle d* Affrica, e
vide Tempre amico de* Romani . Morì di qo. anni, e lafciò 44. figliuoli di di
vetfe conferii . Dicefi che nell’ ultima malartia pregafle Mal Ho generale
dcll'armata Romana, ad Inviargli il giovane Scipione, affine d* aver la conio
lezione di morire nelle Tue braccia, e per dargli gli op* portunLordioi, che
offcrvati vo lea fui rìpaftimento del fuo regno .\E da quella contezza per,
avventura s’accatta I’occalìone data al fogno . 4 Reìt^ui Calìtes . Accenna la
luna e gli altri pianeti e delle del elei fu premo, annoverate dalla pift parte
degl’Antichi tra gli Dei. Di che Lattanzio ragiona nel de Fal/a Religione .
Platone nel Cratilo deride sì beftiaJe oppimene vigilaflem, ar&ior, quam
folebat ; fomnuscomplexus eft. Hic mihi (credo equidem ex hoc» quod eiamus
Jocuti : 1 fit enim fere, ut cogitationes fermonefque noflri parfant aliquid in
fonino tale, 2 quale de Homero fcribit Ennius, de quo videlicetj faepifTime
vigìJans folebat cogitare et loqyi) Àfricanus fe oftendit illa forma, qua: mihi
3 ex imagine ejm, 4 quam ex ipfo, erat notior. Quem ut agnovi, equidem
cohorrui. Sed ille, Ades, inquit, animo ; et orni tee timorem, Scipio ; et,
quae dicam, trade memori. V Idefne ilfamurbem, qu* parere Pop. Roro. eoa da per
me, renovat priftina bella, nec poteft quiefeere (oftendebat aurem Carthaginem
5 de excelfo, et pieno flellarum, illuftri, et darò quodaro loco) ad quam tu
oppugnandam nunc veois piene miles? hanc hoc 6 biennio Conful evertes : 7
eritque cognomen id tibi per te partum, quod habes a nobis adhuc heredita x Fit
enim fere iti cogitaiiona <y c . Socrate appretto Platone nel 1 bro 9. de
Repub. di quelle cagio.ù, il fognar generanti, va nobilmente filosofando. a
Squali de Homero fcribit Bnrtiuf . Leggendo Ennio % e meditando 1 verfi d*
Omero e fluitandone con premura Pihritaiiene, fognò <1* effere divenu'O O
nero, e che l’ anima di colui (offe pattata m etto gialla il Pitagorico domina
. A ciò allude Orai. uell’Epift., Ennius et f api Citi, for «* tis (5 f alter
Homerus . ÌJt Critici dicunt, leviier curare vìdetur. Ut pronti fa cadant,
<y fo» mai* Pytbagorea w v Oc. nel Luculìo cita un etrffU cMo del luogo,
dove Ennio >1 fuò fogno narrava . Fifus Homr. rus adejfe poeta. j Ex imagine
ejus &c. Allude a que* ritratti degli antenati, che fottenuto a reano curut
ma* gittrato,oche tener fi folcano appetì uell* atrio. Quam ex ipfo . Vuole 11
Sigonio che nell' anno, che trapafsò 1* avolo Scipione Affocano il Maggiore,
venitte a htee il nipote adottivo 1' Affricano il Minore, cioè nel 571. fotto 1
confoli Apjlo Claudio Pulcro, e Marco Sempronio Tuditano . Altri però lo fanno
nato due anni prima : e* pare che ciò piò confuoni all'efpref* fumé, che nel
prefeme luogo fi adopera . 5 De exctlf» . 1/ Affocano parlava dal cerchio ^
della via Latea, gremita di piccole ttel* le, come dicono Ariftoti le 1 thè d*
ordinario fuccede che ipenfamenti e difcorfi no* Ari generano un non fo che di
Tinnii nel Tonno, come Ennio Tcri ve a lui Tu d’Omero avvenire, del qual
fovente Tolea nel Vero penfar vegliando e parlarne) in quello, dilli, a me mi
fi fe l’ Affocano vedere in quel iembiante, che più dal ritratto di lui, che da
elio medefimo, m’era noto* Cui come ravviato l’ebbi, fentii del ribrezzo. Ma
egli dà qua mente, prefe a di* re, o S., e caccia via il timore; ed a memoria
manda quel, che dirò* Q Uella città vedi tu, cheper opera mia cofirettaa
predare ubbidienza al popolo romano, le guerre prilline rinnovella, nè può
racchetarli (ed additava Cartagine da un certo alto lungo, e pien di flelie,
illuminato, ed arioTo) a cui oppugnare ora tt| ne vieni quali faldato? quella
tu interinine di due anni con podellà conlolare diroccherai: e ti avrai quel
cognome per tua opera procacciato, che d^noi fina do* ra pofliedi ereditario.
Quando avrai poi fllrtag'n di firutto, menato trionfo, e Tara illato Cenfore, e
legato avrai cerco attorno T Egitto, la Siria, .T Alia, e la Grecia, Tarai di
nuovo eletto Confole Tenza cohcorre. re, e recherai a fine una poderofiffi ma
guerra, rovine* O 0 ì rat ^ } Eritrite càgnomin &c. Dite 1* Affricano il
Maggiore ; t* acq unterai per tue valorofe Opere II cognome d* Africano, che
firtadora da me avolo tuo 1* hai ereditarlo . Ottervano che 1* A Africano il
Maggiore fu il primiero -tra* Romani comandanti, dopo terminata la seconda guerra
Punica, che fregiato forte del ritolo formato da natiorte foggìogata da lui .
Su tal prorofi'o Liv. nel fine del llb. 3CXX. riflette . Exemplo fèittdg hujus,
tìffHaquàm V'&ori* p*-, tei •> infignes, imaginum tiiulot tlaraque
cognomina f amili* fi* cin le e Toìommeó, la qUale pef coiai fimiglianza od
apparenza, che ha col ìatte, fa da Greci detta a (• Svariate furono le
oppiniont della cagione di cotal comparfa, ma la piA naturai pare « quel color
fifultare dalla moltttudin folta di quelle piccole «elle .. Biennio tonfai .
Ottervà il Slgonio che 1* Affrica no fu ben confole due anni appretto, ma
pattaron tre anni prima di compier r imprefa, e la città ditteutte In carattere
di proconsole, come egli dimoftra ue* commentar j de' ratti . . tanurn, Cum
aurem Carthaginecn deleveris, triumphum egeris, Ceniorque fueris, et i obieris
legatus Egyptum, Syriam, Afìam, Grgciam, deligere iterum conful x abfens,
bellumque maximum conficies » Numantiam exfcindes: fed, cum eri* curru
Capitolium inve&us, offencles Renripub. perturbatane confiliis $ nepotis
mei • 4 Hic tu, Africane, oflendas opcrtebit patri» lumen animi, ingemì,
confiliique tui . Sed ejus temporis aneipitem video quafi fatorum viam. Nam,
cut» aetas tua feptenos otììes 5 t Solis anfratìus, reditufque converterit ;
duoque .hi numeri (quorum utetque plequs, alter altera de caufla habetur)
circuicu naturali fummam tibi fatalem confeceriot ; in te unum, atque in tuuic
nomen, fe tota con verter civiras : te Senatus, te omnes boni, te focii, te
Latini intuebuntur : tu eris unus, in quo mtatur civitatis falus: ac, ne multa,
6 diélator Rempub. confti. tuas oportet | fi impias propinquorum manus
effugerìs. Hic cum exclamafTet Laelius ingemuiflentque ceteri vehementius,
leniter arridens Scipio. Qn^fo, io* quit, ne me e fonino excitetis ; 8 pax ;
audite ce* tera. W 1 Oliar is legatus. Scrive Giuntino nel ìib. j8« che per
esplorare gli animi de re, e de comuni fu mandato legato con Spurio Mummio, e
Lucio Metello . Oc. però dice nel I.ucullo che quella lega, rione feguì prima
della esercirata ceuftira, e così pur fente il Sigouio . Che qui poi prima fi
accenni la ce n fura, fi P u h cib riportare al cumino, do della efpouzione,
alla quale tornava piti in acconcio il mct. terla prima. z Abfens . Giulia la
maniera, d-: Ila qual parla fovente .Livio, quando fi ragioni dell* elezione
de* magiftrad 1* ai» fetts importa 11 non concorrervi ed il non proiettarli
candidato coll'andare in quel mimerò nel campo Marzo • Glb ben ritrae fi dal
conte fio di molti luoghi degl’istorici, ed olcraccib il comprova la propria
forza di abejj*, il qual verbo importa non l'efier lontano, ma il non efier
prefente. ? Nepotis mei . Intende Ti. berlo Gracco, figliuoi di Cornelia
figliuola dell* lAiTrjcano il Maggiore, il quale, colla legge agraria taflarsu
i 5 0. ju« ger! di poflefTo, voleva abbattere lo fiato già corroborato degli
ottimati *11 fatto t coìrti Itinio nella llorfa Romana, del quale abtiam già
fatto pai volte ricordo. 4 Hic tu, Africane, Vuole. s ui rai Numanzia; ma
quando in cocchio farai condito al Campidoglio, troverai la Repubblica
fcompigliau per le màcchine del nipote mio. Qui converrà che tu, o AfFricano,
facci alla patria vedere il la^reddl* animo, ingegno ed accorgimento tuo . Ma
di quel tempo io veggio ambigua effer quafi la traccia de’ fati . Imperciocché
quando la età tua voltato avrà per otto volte fette tortuofi giri e ritorni del
Sole: e queRi due numeri (che amendue per pieni tengonfi qual per una cagione e
qual per altra) come con periodo naturale t* avranno compiuta renduto la fatai
fomnru : tutta la città in te folo rivolgeralTì, ed a| tuo nome: in te Afferà
lo (guardo il fenato, in te tutti i buoni, in te gli alleati, ed i Latini: tu
farai 1’unico, nel quale la fai vezza della città foflerraffi: e, per non farla
più lunga, d’uopo è che tu dittatore metti in buon ordine la Repubblica, fe ti
verrà fatto di fcanfare 1 empie mani de’ tuoi parenti In quello avendo Lelio
levato alto la voce, e dato aceefi gemiti gli altri, S. per maniera piacevole
(or? ridendo, deh, difTe, non mi rifcotcte dal foono: fiate chieti : fentite il
refìo. qui il Sigonio accennato il facto di Cajo Carbone tribuno della plebe,
quando condii fle fu’roftri Scipione, ed il coftrinfe a dire, che gli parerle
dell* uccisone di Tiberio Graccp, al J [uale egli con franchezza rifpo-e, eum
[iti fare cafum videri. 5 Soli* anfratti* s Cosi nomina i giri del Sole per la
obliquità del' Zodiaco, per cui vigore il fole or piega a fettentrione ed ora a
meriggio . Cosi pur chiamanti le curve e sinuose vie de* fiumi e de lidi con
rutta proprietà latina. 8 Dittator rempub. Significa, che fenza fallo farebbe
ft.uo dittator creato, per acchetare gli fcompigU della Repubblica, te non
folle flato tolto di vita da* parenti con infidie, ed in O 0 4 HL Affetto fu
trovato morto fui fuo letto. Hic cum exclamafjet . Si finge che nella leena del
fogno v Intervenirle Lelio e gli altri perfonagoj accennati di fopra, che
deputavano di Repubblica. Or qui Cic. l’erba il carattere decoroso di S. .
Perciocché mentre alPafcoltarfi de futuri rifichi di lui gli alcolcnnci
dimoftrano conimozion d* ani-mo: folo l’eroe, a cui appartengono, ferba
intrepidezza e cofanza % Pa . Voce da Latini concici ufata ad accennare
filenzio. Terenz, Eavtont. 4. j* Unus eiì dits, dum argentarti eripio, pax, ni
AH amplia s . U fai la pur Plauto. C*ED; quo fis, Africane, alacrior
adtotandamRemò pub. fic habetoi omnibuJ, qui patriam confervarint, adjuveriot,
auxerint, certum effe incacio ac definitum locum, ubi beati aevo ftmpiterno
fruantur. Nihil eft enim illi principi Deo, qui omnero hunc mundum regie, quod
quidem interrii fiat, acceptius, «pian» concilia caetulque hominum ajure
lodati, qu* civitatesappellantur : harum redloresS confervatores ahinc
profefti, huc revertuntur. Hic ego, etfi eram perterritus non tatti metu mortis,
quam infidiarum a meis, quaefivi tamen, viveretne ìpfejPauIlus pater, salii,
quosnos extinflos arbitraremur . Imo vero, inquit, 11 »ivunt, qui 4 exeorporum
vinculis, tamquam e carcere evolaverunt . Veftra vero, qua; dicitur vita, mori
eft. Quin tu afpictas ad te venientem Paullum patrem. Quem ut vidi, equidem vim
lacryroarum profudi. Jlle autem me amplexus, atque ofculans Aere proh.bebat
Atque ego ut primum ftetu repreflo loqui polle 1 cce- t 1 Jure focidti. Si
accennano tutte le raguuanie, che risultano dal conienio ed offervauza di legpl
. Dà buon lume all* efprcllìone un luogo di Macrobio. Servili s quondam, die*
egli f et gladiatoria manus concilia, CcBtufque hominum fuerunt, fed non jure
{odati . JUa autem fola eli jufia multitudo, cujus vnitfrjitas in legum
tonfentit otfequium. E quella definizione conviene con quella» che Platone ci
da della legittima moltitudine ne' J'hfl della Repubblica, ed Ariflotile nel
ljb. II. de* Poikic*. I Bine profetili Già nel llb. de'Senec Spiegammo la
fentenza Platonica Sulla origin di tira delle anime, ammetta pure da Cic. Qui
aggiungo in conferma un patto tratto dal V. l* b » delle Tufculane . Bumanus
ani-f ntus decerptur ex mente divi- i *4, cum alio nullo, nifi cum \ tpfo Deo %
fi hoc fas e fi diflu, comparar i potefi . Or in quello luogo Spezialmente
attribuisce il ritorno in Cielo a quegli Spiriti, che /landò in quella vita,
dirittamence prefederono alle Repubbliche . 3 Vaullus . Che fu naturai padre di
Scipione Affricano il Minore, il quale foftiene il Sogno . Quegli chiamoflì
Lucio Emilio Paolo, che Soggiogò Perfeo Re di Macedonia . L* adottivo fu
Pubblio Scipione figliuolo dell* Affricano il Mag* giore : quello Affricano ha
dato principio all* iftruzione del, fogno ; la quale è fiata Inter. rotta da
Paolo . 4 Ex cor forum vitteulis Ella 1 . v M A, oAflfrictno, acciocché
pibcoraggiofofii a fofìcner la Repubblica, Tappi, che a tutti coloro, i quali
confervatohan la patria, aiutata, e vantaggiata, v’ha in cielo uo fitto e
determinato luogo, dove godan beati un eterna vita. Imperciocché a
quelprincipale Dio, che tutto queir univerfo governa, di quello, che fi opera
almen nel mondo, nulla v’ha di pih accettevole, che le ragunanze ed i ceti
degli uomini per leggi aflTociati, che città fi appellano : i reggitori, e confervatori
di quelle quinci partiti, quafsh fan ritorno. In quello io, febbene mi trovava
(paventato, non tanto dal timor della morte, quanto dall’ infidie, che
m’ordirebbono i miei, ricercai tuttavia Te vi veflfe l’ifteffo mio padre Paolo,
ed altri, cui noi cedevamo eflinti • Che anzi, loggiunfe, e(Ti vivono, i quali
da’ corporali legami, come da carcere, fono via volati La voftra poi, che vita
dicefi, ella è morte. Che anzi volgiti a vedere il padre Paolo, chea te ne
viene. Il qual come veduto ebbi, verfai veramente gran copia di lacrime, Maegli
abbracciatomi, ed imprimendo baci, il piangere mi vietava. Maio come prima,
ripreffo il pianto, cominciai a poter parlare, deh, dilli, o fintiamo, ed
ottimo padre, poiché quello egli é vivere (come lento dire all’ Affricano) che
fio a fare nel mondo? perchè non m* affretto a venire da voi quaf. sii ? Non va
così la faccenda, replicò egli. Se quel Dio, del quale è tutto quello
profpetto, che vedi, non t'avrà dal corporal carcere liberato, non ti fi può
aprire ac ceffo Ella è dottrina ed efpreltìone Socratica . Nei Fedone di
Platone Sando Socrate per ber la cicuta, tra le altre cofc, cui viene
introdotto a dire full* anlma, prefenti 1 difcepoli; afferma il corpo efierc
una carcere dello fpirlto, che ivi con violenza dimora come legato, il di lui
naturai luogo, e plft puro elTere 11 cielo, e la morte altro non elTere che un
difcloglinienro da quello carcere, ed un ritorno alla maggion celefte . E
coerentemente nd ' Fedone, nel Ostilo, ed in altri dialogì di Platone il corpo chiamali«
7 a vi»» cui a animi, e lèCfduvnpiOf career . Che ami alcuni vogliono che
ìsutui corpus tragga Parlino logica origine da Ai? f/os, coltcch<è Ha come
Vinculum animi, ed al corpo li a 0Uìlihp&vn 'luXt! colli» gatus animus
capi, Quasfo, inquam, pater fan&iflìme atque optime, quando hasc eft vita (
ut Africana m audio dicerc) quid - luoror in terris? quia huc ad vos venire
propero ì Noti eft ita, inquitille. NifiOc*usis, i cujus hoc templum eft omne,
quod confpicis, iftis te corporis cuftodiis Jif beraverit, huc tibi aditus
patere non poteft . Homines cairn funt hac lege generati, qui tuerentur ilium
globunri, quem 2 in hoc tempio medium vides, quae terra dicitur . Hifque animus
datus eft ex illis lempiternis ignibu9, quas 5 fiderà et ftellas vocatis ;
4quae globo» fae et rotundae, divi nis animata^ mentibus, circos fuos orbefque
confìciunt celeritate mirabili. Quare& tibi, Publi., et piis omnibus
retinendus eft animus in cuftodia corporis: nec injuftu ejus, a quo ilie eft
vobis da tus, ex hominum vita migrandum eft ; ne munus humanti m aflìgnatum a
Deo, defugifte videamini. Sedfic, Scipio, ut avus h*ic tuus, ut ego, qui ce
genui, juftitiam cole et pi età te m ; quas cum fit magna in parentibus et
propinqui, tum in patria maxima eft . Ea vi* ta via eft in caelum, et in hunc
ccetum eorum, qui jam vixerunt, et corpore iaxati illum incolunt locum, quem
vides (erat autem is fplendidiflìmo candore in» t ter ffommas circuseluceni )
quem vos, ut aGrajisaccepìftis, $ orbem la&eum nuncupatis. Ex quo omnia mihb
contemplanti preclara cetera et mirabilia vide» bantur. Erant autem eae
ftellas, quas numquam ex hoc loco vidimus; et eae magnitudinesomnium, quas erte
numquam fufpicati fumus . Exquibus erat ili* minima, qua ultima cacio, citima
terris, luce lucebat aliena. Stellarum autem globi terrae magitudinem facile
vin* cebant . Jam ipfa terra ita mihi parva vifà eft, ut me 1 Cu fui hot
templum e fi o* mnt, Tutto il ciclo dicefi t*m~ plum con proporzione, cbe I
luoghi rilevati, per tenere le Kf elioni degli auguri, dicean* v tempi a % che
viene a. Tigniti* care laogo, che da ogni parte ha profpetto c veduta . D* onde
nato è il verbo tontem» flavi. Così pure Terenzio chiama 11 cielo tempia nell*
atto HI. dell'Eunuco • v*;: -1 .• Ai quem Dtum, qui lem pia cali fumma fonitte
coifcutit . 1 In toc tempio medium . Cioè la terra, che da ogni parte dal cielo
è circondata, come punto da fmifurara circonferenza tujvs templi di quello
hnmenfo profpetto. ì Sidera. Propriaménte fono 1 fegni celefti componi di più
Itelle, quali fono T Ariete ceffo quafsà . Imperciocché fono gli uomini con
quella condizion generati, che quel globo guardino, cui col* locatovedi nel
mezzo di quello profpetto, il qual globo r dicefi terra. Ed a quelli è flato
dato lo fpirito da quei fempiterni fuochi, cui voi codellazioni e delle
chiamate ; le quali eflendo globofe e rotonde, e da divine menti animate, i
cerchi e i giri Tuoi compifconocon mirabilecelerità • Laonde ed a te, o
Pubblio, ed a tutte le pie pedone dee lo fpirito rimanere nel carcere corporale
: nèfenza il beneplacito di colui, da! quale vi fu compartito, non fi deedalla
vita, che menan gliuomini, diloggia re; per non parere di volere sfuggitela
umana incombenza da Dio afTegnata, Ma in quefla condizione, o S., come fatto ha
quello tuo avolo, ed io, che t’ ho generato, la giudizia pratica e la pietà ;
la qua. le ficcome ne genitori efercitata e ne’ parenti è di gran pregio, così
verfo la patria è d’eflìmazione grandinima. Queftotenor di vita firada è pel
cielo, ed in quello ceto di coloro, che viffergià, e dal corpo difciolti, quel
luogo abitan, cui tu vedi (ed era quello un cerchio tra le fiamme lucente d’un
candore rifplendentifTimo) il qual voi, come avete da’Greci apprefo, il
chiamate la via lattea. Dal quale io ogni oggetto contempiando, nobililTimemi
fembravan le altrecofee ma. ravigliofe. Erano poi quelle flelle, le quali
nonabbiam giammai da quedo luogo veduto ; e di effe tutte tali le grandezze,
quali non le ci damo immaginategiammai Infra le qua ! i quella era di minor
grandezza, che nell’ ultimo cielo, e pih vicina alla terra, rifplendeadi luce
accattata . Ma' i globi delle delle la grandezza della terra vinceano lenza
fallo. Orla terra mededma co. tc, l’Andromeda, 11 Leone ec. 4 . J£ud globofd .
Crede Ari. dotile che le ftelle fieno di forma sferica, sì perchè In qualunque
lor progre filone noti ci dinioftran couiparfa d* alcra figura, sì ancora,
perchè, fiecome la luna, che annoverar fi dee tra le ftelle, è di forma
sferica, egli è arresi vorifimilc, che le altre ftelle pure portin P Iftdfa figura
. Oltracciò gli Stoici appretto Cic. nel de Nat. Deorum furon d* avvita aver le
ftelle la forma e figura ìftetta dell* Uni verfo, perciocché quefta è la pi fi
bella, la piA univerfale, che le altre comprende, ina fen* za 1 difetti . Orbem
laHeum . Della via httea già parlammo di (opra » Per dottrina degl] antichi
filo, fofi quella era deftinato feggio de* beati {pirici imperii nofì ri, quo
quali punftum ejusattingimus, pae* niteret. Quam cum magis intuerer, quacfo,
inquit Africanus, quoufque humi defixa tuamenserit? Nonne aipicis, quae in
tempia veneris? i Novem cibi orbibus, vel potius globis, connexa lune omnia,
quorum unus eft cfleftis extimus, qui reliquoSvOmnes compie-élitur, 2 lummus
ipfeDeus, arcens& continens ceteros; in quo infixi funt illi, qui
volvuntur, ftellarum curfus fempiterni,• cui fubjeéli funt feptem, qui ver.
fantur retro, $ contrario morti, acque Cglum, ex qui* bus unum globum
pofTidetilIa, 4 quam in terris Saturniam nominane; deinde eft hominum generi
prosperus et falutaris i Ile 5 fulgor, qui dicitur Jovis ; tum rutiJus
horribilifque terris, quem Martem dicitisi deinde 6 fubtermediam fere regionem
Sol obtinet, dux& princeps, et moderator luminum reliquorum, mens mundi et
7 temperano, tanta magnitudine, ut cunéta (uà 1 Movent tìii orbi bus . 1 cerchi
Tono nove, comprefa la terra, la nual non fi muove: l’uno e l’altro è giuda
1’oppìnion degl’antichi . Sicché sopra I’ottavo cerchio celefte altro non ne
poneano, e quello {limavano che tatti gli altri comprendere e deiTe Ior confiftcma,
come Oc. viene qui dichiarando. 1 Summus ipfe Devi . Quefta. fuprema ed .
ultima sfera regolatrice delle altre chiamai» Dio per ecce llema, come Cic. ta.
lora cotal titolo attribuire ad uomini fingolarmente valenti in alcun genere .
V. G. nel Ut. I. de Orat. Te fetnper in dicendo putavì Deum . Ad Art. IV. 15.
Feci idem, qvod in Tolitia fu a Detti 'tilt nofler Flato . Altri interpreti poi
credo no ( ed è il plfi verifimile ) che qui Oc. parli fecondo l'oppìnione non
tua . ma di molti Antichi, che I* Onlverfo, 11 Cielo e le Stelle riputavano
divinità . Nel de Nat. Deor. esponendo Clc. la fem tema fu di cib di Platone
così feri ve . Idem in Timeo Jrcit in legiius fy murtdum Deum effe, et célum,
et 4Jira, fV terram, animo t . Nell' iftetfa opplnione fu Senocrate, e Cleame,
come ivi riporta fi poco appretto. j Contrario motu atquè Ca 0 lum . U atqtte è
particola correlativa di contrario, polla li» cambio di quam . 4 jQuam in
tetris Saturni dm, La della di Saturno » la piil alta delie erranti : chiamata
é da' Greci QctiVCùV j Uccome quel così piccola mi fembrò, che (enea mi
malcontento del noftro imperio, nel quale ne tocchiam come un punto di quella.
LA quale io vie maggiormente riguardando, deh, l’ Affricati foggiunfe, e fino a
quando farà la tua mente in terra fida? E non vedi tu in che profpetti fei
venuto? ogni cola ti viene concatenata in nove giri . o piuttofto globi, de 1
quali l’uno è il celefte nell’ultima efterior parte, che tutti gli altri
contiene, in sé fommo Dio, che tutti gli altri lega e comprende : nei quale
fermati fono que’ (empitemi corfi di delle, che fi vanno aggirando; al quale
fot topofìi fono i fette globi, che indietro fi volgono, con moto contrario a
quello ; che fa il cielo, de* quali un ne poftiede quella della, che nel mondo
chiaman Saturnia; fuccede appretto quel fulgore profperoe (aiutare all'uman
genere, che chiamali Giove; quindi ne viene il rodeggiante pianeta,
fpaventevole al mondo,. cui dicono Marte; il Sole occupa pofeia la regione,
colà intorno a lotto mezzocielo, guida, e capo, e direttore degli altri
luminari, fpirito, e temperamento dell’univerfo, di sì fmifurata grandezza, che
colla luce illumina, ecorapie ogni cola. Tengono a quedo dietro, comecompagni,
l’uno il camino di Venere, e l’altro di Mercu quella il Mercurio c/ h/?àtv voci
latinamente per Aufonio adoperate . Tempori qua StiU von volvat, qua facula
Pia. i io* . Queita ftclla crederi mandare influenze gelide e torpide : oude fu
rlpurato iL^lancta de* vecchi,* che però ueno tantalici e fartidiori . Compie
il Tuo cerchio iu anni ig. f iorii! 1 6t. ed ore iz. Cic. pel uo tardo
procreilo nel de Nat. Deor. vuole che così chiamili quod •fdturrtur attui s .
li Ricciolio peri» nell* Almegirto dà al dì lei corfo ip. anni c ipo. giorni •
5 Fulgor, qui dieitur Jo* v'tt . Quanto alla difporizion rio; grammaticale, o
Jovis i genie. retto da fulgor, ovvero è nomin. giufta 1* ufo, nel qual era
nell* antichi (limo Lazio . Quefta rttlla fu da* Greci detta (pctttitùv da /«-
• cto, ardto . Da Latini fu detto Jupittr Jovis da j uvando, atteri gi’influflì
fuol temperati e falutarl : onde da Cic. chiamali prosperus (gf f alutaris . 6
Subttrmediam . Vocfe ottima, ma pure dal Calepino riformato non ricordata punto
nè popo . 7 T tmperat io . Perchè il Sole col calor fuo comcmpera il deio e la
terra. ; sua luce iUuIIrer et compleat. Hunc ut cornice» conte» quuntur alter i
Veneris, alter a Mercurii curfus ; in infirooque orbe Luna radiis Solis accenta
convertitur infra autem jam nihil ed > nifi mortale et caducum, praster
animos generi hominum munere Deorum datos» fupra Lunam funt aeterna omnia. Nam
ea, quae media et nona tellus, j neque movetur : infima eli, in eam feruntur
omnia 4 nutu luo podera. Q xjk cum intuererflupens, utmerecepi, Quishic,
inquarti, quis ed, qui complet aures meas tantu$ et tam dulcis fonus < Hic
eft, inquic ille, qui intervallisconjunfìusimparibus, fed tameng prò rata parte
ratione diftin&is, ó impulfu et motu ipforum or» r bium t Veneris . Quello
pianeta fi difttngue per la fua lucidezza, e biancheria « onde avatua tut* tl
gli altri pianeti » ed è si notabile, che in un ofcuro luogo fpòrge ombra
fenfibìle • 11 fuo luogo e tra la terra e Mercurio . Egli accompagna
collantemente 11 Sole, e mai non fene dilunge più di 47. gradi. Quando quella
ftcjla va innanzi al Sole, che fi leva 9 dicefi Fosforo, Lucifero o Ileila
mattutina t c quando gli tien dietro, e che tramonta dopo di lui, chiamali
Espero, o Vesper, o stella Vespertlna . 1 Mercurii . Il piò piccolo de* pianerf
inferiori,< ed il piò vicino al Sole. La mezzana diltanza di mercurio dal
Sole per rispetto a quella della ter* i;a al Sole tiene la proporzione di 387.
a I00O. Giulia il fentimento di Neuton, fondato fulle prefe efperienze per
mezzo d’un termometro, il calore del Sole fulla fuperficle di Mercurio < 7
volte più Intenso, che fulìa fuperficle della terra . La rivolnzion di Mercurio
attorno al Sole, ovvero il fuo anno compie fi in 87. giorni e 17. ore La
rivoluzione diurna poi, ovvero la lunghezza del fuo giorno non è ancora
determinata . Per iò altre contezze vedi gli A ronoml . ì Neque movetur, Fa
oppininne comun degli Antichi che la terra non fi mo velie, cd anche univerfal
de* moderni, Ma non fono mancati filofoli e ne* vetulll tempi, e ne' moderni,
che ne folteneflero il fuo continuo moto, e fpezlal* mente al prefcntc . Furon
tra* Filofofi ' antichi Filolao Pittagorico ed Eraclide Pontico ec. ed Ecfanto
pur pittagorico, Clc. ' nel Lucullo riporta I*opplnione di Niceta da'Siracufa
con quelle parole . Nicetas Si racupus, ut aìt T beophrafius % c eel urti,
folem, lunam, f ìellas % fupera dentque omnia (tare ten fet t neque pr^ter
ieh*m, rem ul«•IL SOGNO DI SCIPIONE. 5*1, rio; e nell’infimo cerchio la Luna da
raggi del Solé accefa raggirali: di foteo poi nulla pili altro v’è, it toon
mortale, t cadevole, dalle anime in fuori, pet grazia degli Dii all’uman genere
compartite; foprala Luna le fòftanze tutte fono immortali. Che quanto aU la
terra, eli 5 è in mezzo ed è la noni, nè muovefi t élla è 1* infima, e verfò di
ella viene ogni pefo per propria inclinazione portato. I Quali oggetti io
attonito rimirando, come in me fui ritornato, che è egli n a*, dirti, quello sì
grati* dee sii foave fuono, che m’empie le orecchie ) Quello, ti loggiunfe, è
quel fuoho, che da intervalli dilpari venendo a un tempo, ma con avvedimento
però diflin ti fecondo la debita proporzione, per impullo e moto delle orbite
illelTe fi forma; il qual fuonoagli acuti tuoni co* gravi contemperando,
proporzionatamente forma fvariati lonori concerti. Imperciocché movimenti di
tanta mole non poflòn ertère chetamente incitati ; e itìlam in mundo mtverì :
qud tum circa axem jumma fe et licitate -tonvertat, torqueat, tadem effici
omnia, qua, fi fi ante terra, cdlum movéretur, Àtque hoc ttiam Platonem in
Timeo dicere quidam arbitrantur. Sed pattilo obfcwìus. Ma «toppo pift foro i
moderni, iCopernico GALILEI ec. Di quella fi fica controversa, quali che fieno
quinci e quindi i fondamenti il certo fi, che ogni vero ed ubbidiente cattolico
dee contenerli a norma delle ordinazioni dalla Romana chiefa emanate, ciò* che
il moto della terra foftenere 1ppteticamente fi pofiTa, in quanto, fe tale
fikppofizion fi faccia * fi fpicgherebfcutio agevolmente molli fenomeni della
natura : ma cl vieta il sostener ciò, come tefi . Ma por Ì3;0 voglia che
alenili non facciali pafiaggio dalPjpotcfi a difender la tefi 1 4. Nutu fuo .
Importa indinazion, tendenza, ed affézion naturale. E’ di frequente ufo in Cic.
Pro rata parìe fattone, Col Gronóvlo riconofeo quella lezione non punto
sconciata, perciocché ben consuona con tutto il cancello del sentimento. E
viene a dire che quelli difpari intervalli delle sfere, che ne loro moti rendon
fuo110, fono proporzionati a diversi gradi de tuoni, che formano: né fono
quelle diflanze fatte a cafo, ma catione con avvedimento, come appunto ricerca
la natura di quello concerto armonico . 6 ìmpulfu et mota . Ancor Platone
ammife quell 1 armonia dello s9 2 biuro conficitur; qui acuta cum gravibus
temperans, variòs^quabiliter concentus efficit . Nec enim filentio tanti motus
incitari poffunt ; et natura fert, ut excrema ex altera parte graviter, ex
altera auteni acute fo. nent. Quam ob cauflam funimus ille ftelliferi Cfli
curfus, cujus converfio ed concitatior, acuto et excitato movetur fono,
graviamo autem hic lunaris arque indmus Nam terra nona imobilis manens, ima
fede femper haeret complexa medium mundi locum . Il ! ì autem o&ocurfus,
inquibus eadem vis ed deorum i Mercurii, et Veneris, septem efficiunt didintìos
ìntervallis fonos: qui numerus rerum omnium fere nodus ed . Quod 2 dodi homines
nervis imitati acque cantibus, aperuere fibi reditum ad hunc locum; ficut alii,
qui f traedantibus ingeniis in vita humana divina fludìacauerunt. Hocfonitu
oppletae aures hominum obfurduerunt; nec ed ullus hebetior fenfus in
vobisjficut, ubi Ni. delle sfere celelH, colicchè nella Repub. deputò a tutte
le eelefti orbite ciafcuna firena, che fopra dj effe dandoli giraffe con
quelle, acconpugnandone col canto loro la rivoluzione. Altri poi appreffo
Aridotile nel lib. 11. de Carlo cap. 9 . c di Plin. nell* Iftor. Nat. vollero
quello fuono non procedere dalle celeftl orbite, ma dalle (Ielle medefime in
quelle fide, che nelle orbite fanno loro ri voltinone . Quindi è che i
Platonici filofofi credettero che il uiov imeneo de corpi celefli una vera ed
effettiva armonia formaffe s al qual errore drè luogo la feutenza de*
Pittagoricl, i quali per formare giudizio de* tuoni ad_ altro non aveati
riguardo che alle ragioni delle proporzioni efatte, che perfette appari van ne
numeri, i quali furon 1’ìdolo di Pittagora, fenza punto attendere al giudìzio
dell' orecchiò • Ma quella oppinione ne con» feguenti tempi, a proporzione che
abbracciata era la dottriua Platonica, fece i Cuoi progredì . Quindi è che
Filone Ebreo, i>. Agoftino, S Ambrogio, S. lddoro, Boezio 9 ed altri molti
furono molto impegnati per quella celcfte armonia, cui attribuivano alle varie
proporzionate impreffioni de* globi celefti, che fan 1 un fopra l'altro t le
quali comunicate per certi giudi intervalli formano cotale armonia . Non ut>
far, dicon* efli, che sì erminar! corpi con tanta rapidità movendoli, cheti
(fieno ed In filentio . Ed all* Incontro 1 ' atmosfera di continuo da que'
corpi fofpinta dee produrre una ferie di fuoni proporzionati alle itnpulfioni
che la riceve : e per confeguente, conciodìachè tutti i globi ce ledi non
facciano la medefrma m perù il altura 1 ordine delle cofe, che gli eftremi fi
et* dall* una parte rendano grave Tuono, dall’ altra poi il rendano acuto. Per
la qaale cagione i! Tu premo corio del cielo ftellifero, la cui rivoluzione è
più concitata, vien molto con acuto ed elevato (uono, c con graviffimo quefto
lunare ed infimo corfo. Che quanto alla terra, nona d’ordine', ilandofi
immobile, rimanfi Tempre nel feggio infimo, occupando il luogo di mezzo nell 5
univerfo. Quegli otto corfi poi, infra i quali il tuono de* due Mercurio e
Venere fi èd’un tenore me. defimo, formano Tette fuoni difpari per intervalli
diversi: il qual numero fi è, quali come il legamedi tutte le cole. Cotal
concerto i dotti uomini colle corde da Tuono avendo imitato, e co 5 canti,
fiaperfero il ritorno a quello luogo ; ficcome altri, che per loro eccellenti
ingegni nella umana vita coltivarono divini ftudj. Diquefio ftrepito ingombrate
le umane orecchie fi fono aflordite ; nè vi è in voi alcun feotimento più
ottufo : a quella guila che, dove il Nilo in quelle parti, cheCatadupe fi
appellano, da altiffimi monti precipita, quella gente, che intorno a quei luogo
abita) P p per ma rivoluzione, né colla medesima velocità, 1 tuoni differenti t
che provengono dalla diversità de moti, dall* Altiffimo Indirizzati, formano tm
ammirabile musicale concerto. Il difeorfo par ragionevole r ma noni effondo
foftenuco dall’efperienza delle nostre orecchie, che pur parrebbe dovcSTero
averne alcun femore, cosi concludo il mio debole fen timento fu di tale
oppfnione. Quell* armonia de* cieli fe ridur SI voglia a muftcal tuono è una
bella e fpeciofa favola degli antichi fi Io Toft, che pretendeano alle
oppinlonl loro dare aria e fembiania di maravlgliofe . Ma quefta celaste muSica
ed armoniofo concerto altro non è veramente che le proporzioni, cui I dotti
moderni astronomi han riprovato nelle mifure e quantità, che foco portano i
movimenti di questi oeleSli corpi ; i Mer curii (f Ventri s . I quali pianeti
accompagnando il Sole, fi comprendono elfere dell* IfteSfo fuono t ficchè gli
otto globi formano fette diversi fuoni . z DoRi hominet . Ritrovatori
'dell’eptacordo, cioè dei mnltcale iftrumento di fette corde, annoverati perciò
tra» Semidei. Macrobio e Severino furono in opinione che costoro col numero
ferteunarlo di queftè corde IntendeSTero d* imitare il moto armonlofo de* fette
pianeti . L’Affrlcano però qui intende da costoro imitato il. fuono delle, otto
orbite già divlf.ite. Su di costoro non vo* tralafciare 1* oppiatone, che n:
portò Quintiliano usi Nilusad illa, qu^e | Catadripa nominantur, prscipitat CI
altiflimirThontibus, ea gens» quae illum Iocura agcolie propter magnitudi bear
fonitus> fenfu audiendi caret. Hic vero cantu* eft totius mundi incitati rti
ma, converfioneionitus, ut euoi aures bominum capere noti portine: ficut
intuerì folem nequitis adverfum, ejufque radiis acies vedrà (enfufque vi nei
tur- Hate ego admìfans » referebam tamen oculos ad te&rain ideutidem. T UM
Africanus, Sentio, inquit, te fedem etiarn dune bominum ac domum contemplali:
qusefitibi parva, ut et!, ita videtur, haeccaeleftia femper (pelato, illa
Humana contemnito. Tu enim quam celebritatem fermonis hominum, aut 2 quam
expetendam gloriam confequi pote$> Vides hab tari iti terra rana et anguftis
in !oci$, et in ipfis quali maculis, ubi ha- bjtatur, vaftas folitudines
incerje&as; hofque, qui in-, colunt terram,»non modo interruptos ita erte,
utnihil incer Jpfos ab aliis ad alios manare portìt ; led par. tim£ obliquos,
partim 4 averfos, parcim etiam 5 adverfos flare vobis ; a quibus expeéhre
gloriam certe nullam poteftis. Cernis autem terram eamdem, quali 1 quibufdam
redimitami circumdatam òcingulis, equibus • t nel lib. I. io. Claror dòmini
fapitnt'ue viros rtemo dubita* Vtrit Jìudtofor tnuficis fuifft tum * Vytb
agoras, dtque tum fittiti acce pt am fitte dubio antiquituf opittionem vulgati*
itint f mundum ipfum tjm ra fiotti ifit rompo jltum, quam Pojlta fit lyra
imitata . Quindi cred* io che procedcfie la cftimation grande J od anzi la
venerazione, che gli antichi Greci Nerbavano per, |a molici! che però I mutici
dic^nfi pare tatts e fapitttttsi e T^fepiilhcle effendi» inesperto in toccar la
cetera, gli folte imputato a difetto d* imperizia. Catadupa . Le cataratte fono
del Nilo dette da Xaf<T«J ovvric* dt or furti cado, 2 fhfdm txptttttdam
gloriam . Cic. ne* lib? ! della Repubblica fu di, parere, che dovefle chi
maneggia la Repubblica effe re fomentato, ed eccitato alle generofe imprefe
colla gloria, e credc'a che ciò folle alla Repubblica vantaggio^», - rifle
Alone t che altresì de* Romani fece S Agoftino nel Uh. V- c*.- ij. de Cl. Ir.
Dei . Or coerentemente 1 # Atfricano non condanna del •tU'to 1' appetito della
. lori a, ma vuole a quello rlufcire, che qualunque umana gloria i pef enrro ad
auguttl tifimi confini rirtretta, e non pur non e ter 1 5 p* per U grandezza
dello flrepito, priva è d’udito. fVfa quello Crepito di tutto l’utiiverfo con
rapidiffima rivoluzione è di tenore sì fatto > che le umane orecchie noi
poffon comprendere: ficcome non potete fiflar gii occhi del Sole 5 quando Ila
di rincontro, e da’raggidì lui l’acume voftro e’1 (enti mento del, vedereè
lover. chuto. Quelle cofeie con ammirazione afcoltando, ri* volge» pure di
tanto in tanto gli occhi alla terra. Vi. . # i A Llora T AfFricano, ben m’ accorgo,
logp^iunfe, che tu anche al prefente il faggio contempli e l’abitazione degli
uomini; la quale fé piccola ti pare, com’è ineffetto, tieni (empre rivolto
l’occhio a quelle celefti magioni, e quelle non curare, che umane fono • Im*
perciocché tu qual mai confeguir pool ftrepitofa fama dell’uman ragionare, o
qual gloria, che da appetir (la ? Vedi che nel mondo abitazioni fono in rari ed
retti luoghi, ed infra quelli medefimi, come fparfe macchie, dove fi abita
valle folitudini vi fono interpone; e coli oro, che abitan la terea, non pure
edere per tal maniera feparati, che tra elTì nulla dagli uni polla trapelare
agli altri; ma parte rifpetto a voi dare a fgembo, parte alle (palle, e parte
ancora di rinccntroal di fotto ; da quali certamente fperar non potete veruna
gloria. Vedi poi la medefima terra, come coronata di certe zone ed intorniata,
delle quali due fommamente tra 1 or* dittanti* e quinci equjndt fugli fletti
celefli po* P p a li eterna, cria neppur durevole lungo tempo. Quelli rifletti
peri» a chi per la evangelica Fede crede una eterna immortai vita, in elei
prometta a chi dirittamente opera, debbono eflere podetofi incitamenti a . non
curare la umana gloria dei tutto, ed a prendere àccefi ttimoli per rivolgere
ogni aiion noltra a promuovere la gloria divina I Obliquo * . Qaefti fur detti
da* Greci 9rfpi oi xf f * 4 /ìdterfos . Coloro fono che tfgaafd;in diverfo
polo, e di coivi» * vvoixOt . Quelli fono, :hc abitano nella cont rapporta na
temperata fotto il rontrappcflto paralello, ma nell* Irte fio' fenutircolo
meridiano. 5 Adterfos . Sono gli antipodi, così de^ti per li piedi o veftigj,
che fi rifpondono di rincontro . t)i qoett! termini vedine fplegazioite pift
ampia appretto gl/ A Urologi 'ed I Geografi. 6 Cittguljs . Divifa le di,* ode
zòne, delle qual! le portreme frigidi ttìme fono, la aie# dia caldi Éfi ma . %
> bus duos maxime intet fe diverfos, et iceji «ertici* bus ipfis ex utraque
parte fubnixos obnguiffe pruina vides: medium autem lllum et maximum folis
ara?'"® torreri. a Duo funt habitabiles, quorum a udrai is «Ile tin quo
qui infiftunt, 3 adveria vobis urgent veft.gia) 4 nihil ad veftrum genus . Hic
autem alter (ubieflus Aquiloni, quecn incolitis, cerne, 5 quam tenui vosparte
contingat • Oronis enim terra, quac coli tur a vo* bis, 6 anguQa verticibus, 7
laterìbus latior, 8 parva quaedam infoia eft; circumfufa ilio mari, quod
Atlanticum, quod Magnum, quod Oceanum appellatis m terris: quitamen tanto
nomine, quam fit parvus, vi» des. Ex his ipfis cultis notifque terris, nutnaut
tuum, aut cojufquam noftrum nomen, vel Caucafum nunc, quem cernì*, trascendere
pctuit, vel illum Gangem tranfnare? Qui* in reliquis orienti*, aut abeuntis
folis ultimi*, aut. Aquilonis* Aufirive partibus tuum nomen audiet^ Quibus
amputatis, cet ni s profeto, quanti* in .anguftiis veflragloria fedilatari
velie • IpOautem, qui de nobis loquuntur, quamdiu loquentur ? * Y va ; . ', Q
Uinctiam fi cupiat prole* illa futurorum hominum deincep^ laudes uniufcujSque
noftrum apatribus acceptas pofteris prodere, tamen prepter eluviones
exuftitionefque terrarum, qua* accidere tempore certo necefle eft, non modo
aeternam, fod ne diu turnam quidem gloriano affequi poffumus. Quid autem in ter
t % Cai* Virtìcibur. Ai p»U . 1 Duo furtt Jbabit abile s . Vie* tic efponendo
le due zone temperate intermedie quinci e quindi da' lati t auftrale l* una
boreale 1’altra* $ Adverfa vobis . Perciocché dimorano dall* altra parte
dell*’eccliptica folare . Niktl' ad vefitum genus . Perciocché «è voi a loro nè
efli a voi trapalano . JQuàm tenui vos parte, Vedi quanto fi a piccolo fpaxio
quello ) dove fi aggirano le Volbe glorie . Angui a vertieibus * ' In brevi
parole accenna la latitudine della terra fottopofta a’ Romani, la quale coi.
fitte nella dittatila d * un luogo dall* Equatore ed un arco del meridiano,
comprefo tra *1 Zenit h del luogo, e l'Equatore. (Quindi la latitudine dlctfi
efiere fettcRtrionaie 0 meridionale, fecondo che li luogo del qual fi parla è
fett^ntrionale, 0 meridionale . Or 4a parola wrticibus fignifica i poli Artica
Afr .; fp 7 ii pofàndo, vediefTere per la brina irrigidite ♦ equeila di mezzo»
e la più ampia edere dal folare ardore avvampata* D.ie le abitabili fono, delle
quali l’audrale ( dove chi dà (opra imprimon veftigj di rincontro a noi ) alla
vodra fpecie non appartiene . Di queO” altra poi all* Aquilon foggetta, cui
abitate, guarda come tenue parte a voi ne tocchi * Imperciocché tutta quella
parte di terra, che da voi fi abita, da vertici rifìretta, più diflefa da
fianchi, è come una piccola ifola; bagnata intorno da quel mare, che in terra
chiamate Atlantico, Magno, ed Oceano: il qual però comecché di si gran nome,
pur vedi quanto picco! fia. Da quelle idede coltivate e note regioni o*l nome
tuo, ovvero il nome d* alcun de’ nodri potette egli forfè o queft’Oceano
valicare, cui tu vedi, o traghetfarequel Gange? Chi mai i]\nome tuo afctìlrerà
o nelle altre parti del nafcente fole, o nefl’eftreme del medefimo tramontate,
ovvero nelle parti dell’Aquilone, edell’Aulirò? Le quali regioni edendo
feparate, certamente fcor* gi in che augufli fpazi la vodra gloria alpi ri ad
ed'er didefa. Quelli poi, che di noi ragionano, finoaquan* do il faranno? G HE
anzi fe quella gènéraxìone di futuri uomini bràa mera fuceeflìvamente di
trafmetterea’poderi legione di ciafcun di noi da* padri loro fentite, tuttavia
ber le inondazioni, e divampamenti de'paefi, i quali Fora* è che in determinati
tempo fuccedano, nonpoflìamò acquiflar gloria, non che fempiterna, ma neppuf
lungamente durevole. Or che mónta che da colorò, i quali nafceran dappoi, fu di
tefìterran difcorfimen Pp - j tre fe Aritattlco t che fono 4 ter, mini, per cui
rapporto fi mi. fura r eftenfione della latitudine ' Ì Ut tribù s f Attor.
Viene efpretta la longitudine dell* Imperio Romano, cioè 1’eftenfione, che area
da Ponerite a Levante fecondo la direzione dell' Èquatore . E quindi fi viete a
concludere che maggior nc forte ia longitudine che la la tir udinè •8 Par va
quaJatn ihfulA efb &c- Dal Cielo additando l'im* perfo Romano lo dlmoftra
come una piccola ifola conirtefa e bagnata dall’Oceano. Ma quella è una mani
fetta efagerazld<* ne per efprimerne la piccolezza, chfe dal cielo all*
Affrica* no appariva . Aulì, a dir vero, non fi potea ncppor chiamar ifola . r
tereft ab iis, qui poftea nafcentur, fermonem fore de te, cum ab iis nuilus fuerit,
qui ante nati fint ; qui nec pauciores, et trerte 1 meliores fueruntviri? cam
pradertim apud eos ipfos, a quibus a udiri nemen no. flrum poteft, nemo
uniusanni memoriam confequi pof. fit . Homines eoiro populariter annum
tantummedo SoJis, ideft unius aftri rHitu metiuntur ; cum autem ad idem, unde
femel profeta funt, cun£te aftra redierint, eamdemque tetius cadi deferiptionem
longis interva!Jis retuleriot, tum ille 2 verevertens annusappellari poteft; in
quo vix dicere audeo, quam multa incula, bominum teneantur- Nacnque, $ ut
olimdeficereSoi •bominibus extinguique vìfus eft, cumRomuIi animus baec ipfa in
tempia penetravi; ita quardoque eadem parte So^, eedemque tempore iterum
defecerit, tum fibus ad idem principium ftellifquerevocatis, ex«1 Meliores fuerunt,
I coftumi degli’antichi, la fede, gli andamenti ec. univerfalmente dagli
fcrittori commendane : quello è vezzo comune anche a eh! è vecchio, deferitto
da Orazio con quelle parole. Laudai or tempori s afri . Onde quello giudizio
non Tempre al ver corrifponde . 1 Vere verterti annus . Quelle maniere verterti
annus, verterti menfis fono pagamente prefe per un anno, .per un mele trafeorfo
. Altri parcirlp j n'arreco di voce attiva in forza partiva alla nota 7. nella
vita d* Agelìlao apprettò Nipote. Qui però mi 'pare pift coturnoda V
interpretazione in forza attiva, actefe tutte le parole ed il contefto. Or qui
li parla •* dell' anno grande, che\ ebte più e dlvcrfi titoli . Fu chiamato, or
ma gnu s, or fidereus, quando mundanus, tal Hata Platonìcus, e comprende tutta
l’efteulion di tempo, ovvero il perìodo di tanti anni, quanti li richiedono
perchè i corpi celefti torniti tutti a Quella poli» zion primiera, nella quale
furono al principio del mondo. Cic. acconciamente il divlfa nel lib, 11. cap.
de Nat. Deo-. rum . Maxime vero funt ad*n ir abile s mot us earum quinqete
jtellarum, qua falfo vocantttr errante s $ nihil enìm trat, quod in omni
eetemitate conferva progreffus, regrejjus t reliquofque motus confante s (jf
ratos .... jQuatum ex dijpnribus Motiombur magnurn anriunì mai he mutici
nominaterunt, qui tum efficitur, tum folis fy lume, et quinque errarti ium ad
earrtdem itJer fé zompar ationem.y tonfi fòt) 0 ntniuru fpatiis, ejl fatta
convergo. Pare che qui nel coffo di que(|' anno inetta in confide razione i
Ioli pianeti . Ma gli alt» i fcrìttoti, e Cic. ifteflb nel prefen.t fogno palla
.di tu^tc le ftellc u*b ver Talmente -\ Quale poi lia il numero precifo degli
auul ella è controverfìa non 1 V * i $. * . m tre nonfen’è fatto pur parola da
quelli, che negli ante• riori tempi vennero a luce; i qua!» nè furono in mirtor
numero, e certamente uomini furono più valenti? maffime che apprerto quegli
flerti, da’ quali fi può il nome noftro afcoltare; niiino ne può la ricordanza
ottenere d'un fole anno. Imperciocché g li uomini giulia J’eftimazion popolare
dal rirorno (oltanfo del Sóle mifuran l’anno, cioè d’una fola (Iella : quando
poi faran tutte le (Ielle al punto medefimo ritornate, onde una volta fi modero
; ed avranno ne* lunghi loro intervalli riportato il drvifamento medefimo di
tutto il Cielo, allora quello fi può veramente appellare anno, che opera
rivolozione: nel quale appena d’efprimer ro* attento quan. ti fecoli umani
fieno comprefi. Imperciocché, ficcome una volta agli uomini parve che il Sole
foftenedè ec. elidi, e fi ammorzarti;, quando l’anima di Romolo penetrò in
quelli (ledi profpetti ; coslallor quando il Sole nella parte medefima, e nel
tempo irteffo da capo avrà (ottenuto ecclirtì, allora ertendo tutti i celetti
corpi, etutte le (Ielle al lor principio medefimo richiama, re, terrai l’anno
erter compiuto . E Tappi chedftjueft* anno non n’ è per anche la‘- vigefima
parte trafeoria % Che però (e difpenerai di far ritorno in quello luogo, ; ...
y a r P p 4 nel non per anche decffa . Clc. Iftetfo parlando di quella rivo» In
z. ione foggi agile appreflb .. Quaquam longa fit, 'magna quelito ejl, ejfe
Viro cirtam defintiam necejfe eji . Si cita perb un frammento dell* Opera
intitolata l'Orccnfm, dove chiaramente efprime il fuo Tenti, mento. 1s eft
magnai et Virus annus, quod i aderti pofìtìo cali fiderumque cum maxima ifi,
rurfum exijigt j ifque annui horutn, quoi tocamui, annorum Xll. . compie Bit ur
9 cioè dodici mila novecento quatir' anni . In. cib fono fvariatiifime le
eppinioni degli altri-, che ci danno argomento ad affermar con certeira non
effor ancora 1’agronomia pervenata a tanto, eh» pocefle fame probabile decifìo.
ne. Sicché quel, che fi foggiti, gne pift innanzi in quello cipo, hu)us anni
nondum vieejimatn partem itfi cot/Virj'am, fb. vuol prendere per piccolo, c
fcarfo tempo, non per determinata mifura trafeorfa . Ovvero fe Clc. ha pretefo
di far dire * all* Affricano il preclfo fpazio del trapalato tempo, non fi
vuole attendere in cofa cotanto incerta. j Ut olim. Ferma il principiò dell* anno
grande dalla morte di Romolo, cu! dicono che moriffe nelPecliffe del fole . Per
altro da ogni punto di tempo fi pub dare cominciamento al computo di quello
anno Platonico. Qxpietum aonum habeco. Hujus quidem anni nóndulft vicefimam
partem fcitoeffe converfam. Quocirca fireditum iit hunc locum deiperaveris, in
quo omnia fune magnis et praeflantibus viris ; quanti tandem eft ifta hominuui
gloria, quae pertinere vix ad unius anni partemexiguam poteft ? Igitur alte
(pelare fi voles,. a tque hanc fedem et aeternam domum contueri, neque te
fermonibus vulgi „ dederis, nec in praemiis humanis fpem pofueris rerum tuarum
; fuis te oportet iilece brìs ipfa virtus trahat àd verum decus, Qui detealiì
loquantur, ipfi videant, fed loquentur tamen. Serma autem omnis ilie, et
augufliis cingitur iis regionum, quas vides, nec umquam de ullo perennis fuit ;
et obruitur hominum inceritu, et oblivione pofteritatis extinguitur. Q UiE
cumdixiflet, Ego vero, inquam, oAfricatie* fiquidem bene mentis de patria, i
quali limes ad cali aditum patet, quamquam a pueritia vedi* giis ingreflus
patriis et tuis, decori vefìro non defui; nunc tamen, tanto praemiopropolìto,
enitar multo vigilantius. Ét ille : Tu vero enitere, fitfic habeto, non esse te
mortalem, fed corpus hoc: 2 necenim i9 es, quem forma irta declarat ; fed mens
cujufque, is eft quifque,* non ea figura, qua? digito demonOrari po* teli. 1 Deum te igitur
fcitoeffe; fìquidem 4 Deused, qui viget, qui fentit, qui meminit, qui provider,
qui tam regie et moderatur et movet id corpus, cui P**1 lima. Sono propr lanterne le ftrade, che fervono di’
cfivifionc alle campagne, e per confeguente fono od hanno anche T. varchi per
enrrare né * campì . Quindi fi accatta la metafora, e fi trafpórca al cielo. a
Nec e» im is es, quem &C. Qucfii rifleffì e dottrine con aU tre, che
fieguono, fono Platoniche. Socrate appretfb del divi» filofofo dìmoftra al fuo
Alcibiade che I* uomo noli £ il foto corpo, ne il corpo colla mente, ma ta fola
mente . E nell* Affoco cosi ferivi Hgeif uiV yip tVjuiv * «d tf VOtOZfV y tv
•Sl'l/ <7» xat$HpyfjisvGÌr Qpoupta Imperciocché noi pani lene V 44 stinta,
immortale animale, rat • eh tufo in mortai cufiodia . SIniigliantc fu 'il
fenthnento d* Arnobio e di Lattanti©. ^ ' 3 Deum te igitur jtito effe . Gli
Stoici definivano 1* nomo animai rationale mortale, e Diù t 6o i hel quale per
li grandi ed eccellenti uomini v'è ogn * bene ; alla fin fine corefta gloria
degli uomini a che valore monca, la quale appena comprender fi può in una parte
piccola d' un folo anno? Se vorrai pertanto fi (Tare l'occhio dell’intelletto
in alto, e quefto feggio rimirare, e quella eterna magione, non ti farai
fervente a’ parlari del volgo, nè Tulle ricoropenle umane la fperanza riporrai
delle imprefe tbe; conviene, che la virtù medefima cogli allettativi fuoi ai
decoro vero ti tragga . A quello, che gli altri fieno per parlare di te, ci
penfino erti, ma pur parleranno . Ma ogni lor difcoirere e vien compralo tra le
anguftie delle regioni, cui vedi, nè fu d’alcun foggetto fu perenne giammai; e
riman fepolto dal morire degli uomini, e nellaoblivione della pofterità vien
meno . « o - t è »*’ 1 a* . Y* ~ l * i 1 » VHI. • % r ', * ! * • L E quali
contezze avendomi efpofto, or io, fog. giunfi, o Africano, giacché a’ foggetti)
bene mefiti della patria è come quafi aperto il varco all' ingreflo del cielo,
febbene fin dalla puerizia mefTomi ìu i paterni vefiigj e fu de’ tuoi, non ho
al decoro voftro mancato j pur nondimeno al prefence, portomi avanti cotanto
premio, con troppo maggior vigilanza farò miei sforzi . Ed ei replicò : Metti
pur tuoi sforzi ; e pervaditi, cbfc tu non fei mortale, ma quello corpo fibbene
* che non fei dello, cui la fembianza tua dimoftra; ma Io fpirito di cialcuno è
quello, che fi è ciafcuno ; non è tal la figura f che accennar fi polla col
dito * Sappi adunque che tu lei Dio: poiché Dio è chi ha vivacità, fentimento,
memoria, provvidenza, e che tanto regge, e modera, e muove quello corpo, cui è
a governar deputato, quanto quel principale Dio queil’universo; e ficcome
l'iddio eterno Dio animai rationalt immortaìe . Sicché giuda la loro dot* trina
1* uomo per quella pondo ne di fc, ond’è immortale, non farà da Dio differente
k 4 Ùeus e fi qui Iftitulfce la parità tra Dio e l’uomo e la ragione, onde
provati l’immortalità deirefTema divina, l’eftende a provare rìnynortalità
dell'anima, eziandio anteriore. prstpofitus ed, quam hunc tnuodum princeps ille
Deus: et ut mundum exquadam parte mortalem ipfe Deus asterifus, fic fragile
corpus animus fempirernus nrovet. Nam i quod femper movetur, «ternani eft: quod
autem motum affert alicui, quodque ipfum a. gitatur aliunde, quando finem habet
motus, vìvendi *|faemUiabe*t neceflè est. Solum igitur quod iefe mo* •vèt, quia
1 numquam deferitur a fé, numquam ne moverì quidem definii : quin etiam
ceteris, qu« moventur, hic fons, hoc principium eft movendi. Principio autem
nulla eft origo: nam ex principio oriuntur omnia; ipfum autem nulla ex re: nec
enim id efl’et principium, quod gigneretur aliunde . Quod fi numquam oritur, uè
occidit quidem umquam Nam principium extinàum, nec ipfum ab alio renafcefur,
nec ex se aliud.creabit: a fiquidem neceffe eft a princi* pio oriri omnia. Ita
fit, ut motus principium ex eo fit, quod ipfam a fe^ roovetnr ; ìd autem nec
calci poteft nec mori: v *el concidat omne caelum, omnifque natura confiftat
necefl'e eft ; nec vira ullam nancifcatur, qua prime impulfu moveatur. CUM
pateat igitur, aeternum id esse, quod a fe ipfo moveatur; quiseft, qui hanc
naturai» ariimis effe tributam neget ? Inanimum eft enim omne, quod pulfu
agitatur externo. Quod autem animai est, id mota cietur interiore et fuo. Nam haec eft natura
propria animi atque vis*; quae fi eft una ex omnibus, quae fefe moveant, oeque
nata eft certe, et atterri eft. Hanc tu exerce in' optimis rebu 9 . Sunt autem
hae opti ma? cura? de falute patriae, quibus agitatus et exercitatus animus, i
velocius in nano fedem et domum fuam pervolabit . Iraque ocyus faciet, fi iam
tu, cum erit inclufus in corpore, croincbit foras; et ea, - i jQuotì femper
movetur tye. Quefto argomento lo
efpóne quafi colle iftefle parole nelle Tumulane 1. 2 $. Latta mio. v ancora
.lo tratta con principi ancor più forti 2 Yel tonciÀAt omne tàtìum &c. $ no
Dio T univerlo muove per alcuna parte cadevole, così l’immortale spirito muove
il fragile corpo. lm* perciocché eterno è quello, che Tempre muovei: quello
poi, che communica moto ad altra cofa, e che pure impulfion foftiene da altra
cagione, quando il moto ha fine, egli è di neceffieà, che al fin pervenga del
viver Tuo . Quel foio adunque, che le Hello muove, perciocché non è mai da sé
abbandonato, nep* pur cella giammai di muoverli ; che anzi alle, altre cole
àncora, che muovonfi, egli è origine, egli -è principio di moto. Ma il
principio non riconofce ortgine i che dal principio tutte le cole traggono lor
nalcirrienio;.e(To poi da ninna il trae; imperciocché non farebbe principi®
quello, che generato folle d’ai* tronde. Che fe giammai non nalce, neppur muore
giammai. Concioflìachè il principio edendo venuto meno, nè eflo da un altro
rinalcerebbe, nè di sé potrà creare un’ altro ;* poiché egli è forza che tutto
nafea da un principio . Per tale maniera n’avviene, che il princìpio del moto
da quello fi a, che da le lleflb fi muove; or quello nè nafeer può nè morire:
ovvero di necelfìtà è che rovini giù tutto il cielo, e l’universa natura fi
arrefti; nè trovi alcun vigore, onde colla impulfion primiera fi muova. E
Sfendo pertanto manifeflo quel lo effere eterno 9 che da le ftelfo fi muove,
chi negar potrà che quella naturai proprietà fia fiata alle anime conceda» ta ?
I mperciocchè- inanimato è tutto ciò, che foftien moto da impullo eflerno .
Quello poi, che è anima Te, viene per interiore e proprio moto rifeoffo. Im-,
perciocché quella è la natura propria e la virtù dell* anima ; che fe P una é
infra tutte quelle nature, che fe ftcflfe muovono, non ha certamente avuto
prin-ci&c. Il fentimento e le parole 1’anima più facilmente da fe altresj,
fono di Platone nel - fcocerà il mortale e torpido Tedro. ' ' pefo del còrpo, e
pift fpedita-; V elotius fife. Con quello niente voleranne alla celeitc ma
cfcrdifo e moto d' ojcraiìonl gione. } éo ea, quae extra erunt, contemplans,
quam maxime (e a Corpore abftrahet . Nam eorum animi, qui (e corporis
voluptatibus dediderunt, earumque (e quafi mi* ni (Ir os praebuerunt,
impuifuque libidinum voluptati* bus obedientiurti * Deorum et hominum jsra
violavo* runt, corporibus elapfi i circum terram ipfam volo, tantur, noe in
hunc locum, nifi multis exagitati (aeculis, revercuntur « Iile diiceffìt : ego
(ornilo folutus fum. i Circum terrdm ipfdm . Quella 6 oppiatone dì Socrate, da
Platon f ragionata nel Fedone dove dice che le anime de* malvagi rimaugonfi In
terra condannate a divagare intorno a* fepolcri, dave pagan le pe« ne della
vita malvagiamente menata . £d alla fatta oppi* ninne dà pure alcuna compatta
di fondamento 1’apparire ta« lora in si fatti luoghi fpcttrf cd ombre 60$ cipio
dì nafci mento, ed eterna è. Quella tu eiercita in ottime operazioni . Ed
ottime lono le premure fall* falvezza della patria, {ielle quali Panima meda in
moto ed efercìrata, piò velocemente a quello leggio e magion (ua ne volerà E
ciò pib fpeditamente farà, Te già fin d* allora, quando farà nel corpo
raccbiufa, fi loileverà fuori di sè, e contemplando quegli oggetti, che
eftranei faranno, fi difiorrà, quanto può mai, dal corpo. Imperciocché le anime
di colo, ro, che fi fono a corporali piaceri dati, e fi rendettev ro quafi
minidri di quelli, e che, per impulfo delle didemperate padroni a* piaceri
fatti obbedienti, le leggi ruppero e degli Dii e degli uomini, da' corpi ufci
te fi vanno intorno alia terra medefima ravvolgendo, nè io queflo luogo, fe non
dopo d’edere (late tribo late molti fecoli, fan ritorno. Egli dipartirti; edio
mi difcoHi dai fonno.INTERLOCUTORI P. C. SCIPIONE TENORE
LUCEJO, principe de' Celtiberi SOPRANO C. LELIO, duce romano .TENORE ERNANDO,
re delle isole Baleari .. BASSO BERENICE, prigioniera . SOPRANO ARMIRA,
prigioniera SOPRANO La scena è in Cartagine nova.All'eccellenza..Scipione
All'eccellenza..di Carlo Lenos duca di Richmond e Lenos, conte di March e
Darnly, barone di Setterington e Methuen, e cavaliere del nobilissimo Ordine
del bagno. My lord, nulla meno dell'eroico deve dare pubblico divertimento alla
britanna nobiltà per interamente compiacerla. Gli antichi Romani sono il
modello di questa in armi e in lettere floridissima nazione: e non può trovarsi
soggetto più nobile delle loro gran geste, per un teatro ove la medesima vegga
rappresentati i personaggi a' quali i suoi più gloriosi figli somigliano. P. C.
Scipione che fu poi nomato l'africano, vittorioso, amante, e vincitor di sé
stesso, comparisce al pubblico, e mi dà una
giusta occasione di
attestar pubblicamente l'interno
mio sentimento di stima e devozione verso l'e. v. con dedicarglielo. Io sin da
che v. e. tornò da' suoi viaggi, la stimai, l'ammirai, ed ottenutone l'accesso
ed il patrocinio, la ritrovai adorna delle più belle doti e naturali e
acquistate: prestanza di persona, vivezza d'Ingegno, nobiltà di costumi,
grandezza di maniere, affabilità di conversazione, conoscimento di lettere,
buon gusto nelle belle arti ammirai nell'e. v. e godei vederla felice presso a
nobile gentile e bella consorte. Negli affetti di padre e di marito dio
prosperi il corso de' suoi floridi anni,
al quale se non mancheranno occasioni, non potranno mancar fatti che lo
rendano ancor più simile a quegli eroi, che d'uno de' più Illustri de'quali, io
presento la più ragguardevole azione all'e. v. in questo mio novo dramma. Ed
ossequiosamente mi rassegno di v. e. umilissimo servitore ROLLI. P. Rolli Händel,
Argomento Argomento. Publio Cornelio Scipione proconsole nelle Spagne prese per
assalto Cartagine nova signoreggiata dalli
Cartaginesi: s'innamorò d'una bellissima
prigioniera, ma trovandola già
promessa a Lucejo principe de' Celtiberi, gliela rese generosamente con tutti i
doni portati dal di lei padre per suo riscatto. N.B. Il solo primo motivo ed
alcuni pochi versi di questo dramma sono stati tolti da un vecchio dramma del
medesimo titolo. Il celebre signor Federico Handel ne compose la musica, al
sommo espressiva ed armoniosa: ed il tutto fu eseguito in tre settimane.
librettidopera.it Atto primo Scipione ATTO PRIMO [Ouverture] Scena prima
Piazza con arco trionfale. Scipione su carro trionfale seguìto dall'Esercito
vittorioso, Schiavi d'ambo i sessi, e Lelio duce romano. [Marcia] [Arioso]
SCIPIONE Abbiam vinto: e Iberia doma, par che dica il fato a Roma, serva Egitto
ancor sarà. Recitativo SCIPIONE A Tiberiolo e a Sesto porgo egualmente la mural
corona, ché noto è a me, ch'ambo saliro i primi sovra il muro scalato. Lelio,
al roman senato fia noto il tuo sommo valore, in tanto segno d'illustre militar
decoro splendati al crin questa corona d'oro. LELIO Scipione, grazie ti rendo e
del dono e del merto: ché se i doveri adempio; di tua grand'alma sol seguo
l'esempio. Di tanti illustri prede, queste stimai degne di te; cui rende rare
amabil beltà che i cori accende. SCIPIONE (Numi! Che gran bellezza!) Bella, nel
vago petto ad un vano timor non dar ricetto: cadesti in sorte a vincitor
cortese. BERENICE Ah mia sorte infelice! SCIPIONE Il nome? BERENICE Berenice.
librettidopera.it P. Rolli / G. F. Händel, 1726 Atto primo SCIPIONE Non ti
lagnar: tu nel bel volto porti armi che il vincitor rendon già vinto. (ad
Armira) E tu chi sei? ARMIRA De' predatori all'ira tolta da Lelio illustre, io
sono Armira. SCIPIONE A te duce fedel consegno queste sì preziosa spoglie.
BERENICE A te Scipione confido l'onor mio: tu che le leggi sai tutte di virtù,
tu lo proteggi. [N. 3 Arioso] SCIPIONE Scaccia o bella dal seno il timore, di
tua vaga beltà, dell'onore la virtù a difesa starà. Abbiam vinto, e Iberia doma
par che dica il fato a Roma, serva Egitto ancor sarà. (parte) Recitativo
BERENICE Oh Lucejo! LELIO E qual nome con dolor proferisti? BERENICE È forse
noto tal nome a te? LELIO Del generoso parli principe de' Celtiberi? BERENICE
Deh come t'è noto? LELIO Prigioniero un tempo io fui del re suo padre, e
generoso ei volle rendermi libertade, e il cor m'avvinse. BERENICE Destinato in
mio sposo egli a me fu, ma di nemica sorte il barbaro furore cangiò in dure
ritorte i bei lacci d'amore. Oh prence amato che fia di me! Di te che fia!
LELIO Non darti in preda al duolo. librettidopera.it Atto primo Scipione ARMIRA
Io spero, che il vincitore ancor sì generoso libere ne farà. BERENICE Misero
sposo! LELIO Nella regal magion ricetto avrete vaghe illustri donzelle: nei
giardin dilettosi troverete riposi al vostro affanno. BERENICE Ahi qual riposo
i miei tormenti avranno? [N. 4 Aria] BERENICE Un caro amante gentil costante
mi diede amor, e un empio fato me 'l tolse allor che amante amato venia fedele
in braccio a me. Infin che porto tal piaga al cor, senza morire al mio martire
altro conforto no che non v'è. (partono) Scena seconda Lucejo in abito di
soldato romano. Recitativo LUCEJO Quando vengo alle mie nozze bramate con
Berenice l'idol mio, ritrovo Cartagin presa d'improvviso assalto, e cerco invan
l'anima mia: mi vesto qual soldato roman: vengo alla pompa trionfal di
Scipione, e per mia sorte la veggo, oh dèi! ma prigioniera. Udii che Lelio n'è
custode: ne' giardini reali m'introdurrò: seconda amor la frode. Oh con quai
fissi sguardi l'ammirò il vincitore! Ahi! La perdo per sempre s'ella non
fuggirà. M'aita amore. librettidopera.it P. Rolli / G. F. Händel, Atto primo
[Aria] LUCEJO Lamentandomi corro a volo, qual colombo che solo solo va cercando
la sua diletta involata dal cacciator. E poi misero innamorato prigioniero le
resta a lato, ma la gabbia pur l'alletta perché restaci il su' amor. Scena
terza Giardino. Scipione, e poi Lelio. Recitativo SCIPIONE Oh quante grazie
amore in quel bel viso accolse! Ma non son io già preso da quel celeste
sguardo? La mia gloria è in periglio. E si dirà. LELIO Signor, le due vezzose
prigioniere lodar tua cortesia. SCIPIONE Lelio, alla vaga Armira troppo spesso
girar ti vidi i guardi. LELIO Perché celarlo? Il cor per lei sospira; ma il
vincitor tu sei... SCIPIONE Molto l'avanza di beltà Berenice. LELIO E pur
soggiace all'altra l'amor mio: d'ogni bellezza è più bel quel che piace.
SCIPIONE A te la cura d'ambe già diedi. Capital delitto sia l'ingresso a
tutt'altri in queste mura. Armira tua sarà. (parte) LELIO Generoso Scipione!
Ecco la bella. librettidopera. Atto primo Scipione Scena quarta Armira e detto.
LELIO Armira, e perché mesta? ARMIRA Oh quante volte in questa selvetta amena a
mio diporto venni! Chi mai creduta avria le delizie cangiarsi in prigionia?
LELIO Dal momento che tu fosti mia preda, che t'affanna? ARMIRA Il pensar che
serva io sono. LELIO Ma di questa crudel sorte al rigore involar ti potria.
ARMIRA Chi? Dillo. LELIO Amore. [Aria] ARMIRA Libera chi non è i lacci del suo
piè no mai, non porta al cor. Chi adora una beltà, le renda libertà poi le
domandi amor. (parte) Recitativo LELIO Indegna è inver di servitude un'alma di
sì bei pregi ornata: quand'ella in mio poter sarà concessa, risolverò. Scena
quinta Berenice e detto. LELIO Del vincitore, o bella, vittoria avesti co'
begli occhi tuoi: che t'ami un tanto eroe vantar ti puoi. BERENICE Onde
scorgesti l'amor tuo? librettidopera.it P. Rolli / G. F. Händel Atto primo
LELIO M'impose che a tutt'altri che a noi delitto capital sia qui l'ingresso.
BERENICE E tal segno è d'amor? LELIO Dirne potrei altri ancor: ti consiglio a
riamare il primo fra' Romani. BERENICE E ingrato sei. Che? Già ti prese oblio
dell'amico Lucejo? LELIO Ah! Che diss'io! BERENICE Giunger dovea l'istesso dì,
che presa fu Cartago infelice. Chi sa? Forse perì. LELIO No, Berenice: spera
miglior destino, e ti conforta. BERENICE Ah! Chi scampar può mai, quando a
ruina il fato inesorabile ne porta? [N. 7 Aria] LELIO No non si teme
d'incerto affanno quando la speme con dolce inganno l'alma che brama può
lusingar. Cangian vicende il male e il bene: spesso un s'attende, e l'altro
viene, se vuol temere, non disperar. (parte) [Recitativo accompagnato] BERENICE
Oh sventurati, sventurati affetti! Di Cartagin col fato periro le mie gioie,
cadder le mie speranze. Chi sa, chi sa, se mai rivedrete il mio bene, occhi
dolenti. Continua nella pagina seguente. librettidopera.it Atto primo Scipione
BERENICE Che fortunosi eventi hanno sempre delusa la speme (o dèi!) de' puri
miei diletti! Oh sventurati sventurati affetti! [Aria] BERENICE Dolci aurette
che spirate, deh volate all'idol mio, poi tornate a dir, dov'è. Aure dolci se
'l trovate, velocissime tornate: oh potesse ove son io, dolci aurette, far con
voi ritorno a me. Dolci aurette che spirate, deh volate all'idol mio, poi
tornate a dir, dov'è. Scena sesta Lucejo dentro la scena, e detta. Arioso e
recitativo LUCEJO Molli aurette v'arrestate. Sì malgrado al fato rio, idol mio,
pur vengo a te. BERENICE E che ascolto! Che veggio? LUCEJO Mia Berenice.
BERENICE Oh dèi! Quale ardir? Qual consiglio? LUCEJO Così accogli lo sposo? Che
turba la bell'alma? BERENICE Il tuo periglio. LUCEJO Son deluse le guardie
dall'abito mentito. BERENICE Ah se scoperto in finte spoglie sei, chi dall'ira
di Scipion ti toglie? LUCEJO Non bramasti vedermi? BERENICE Sì vederti bramai.
LUCEJO Che più, mio bene? librettidopera.it P. Rolli / G. F. Händel, Atto primo
BERENICE Ma vederti tornar liberatore, e non compagno delle mie catene. Parti,
se m'ami, e a quelle del mio padre unisci le tue squadre, e torna armato: e se
ingiusto anche il fato il tuo zelo tradisce, e il mio desire; vedrai se o cor
che nacque, se non teco goder, teco a morire. [Aria] LUCEJO Dimmi, cara, dimmi,
«tu dei morir» ma, o cara, non mi dir, «parti lontan da me». Pria di vederti,
sì forse potea partir: or che ti veggio, no no che non vuol non può partire il
cor e il piè. Recitativo BERENICE Ah t'ascondi: non lunge veggo Scipione: ahi!
di timor son morta. LUCEJO Non temer, ti conforta. BERENICE S'ami la vita mia,
prence t'ascondi. LUCEJO T'ubbidirò. (si ritira) BERENICE Numi 'l celate! Ei
giunge. Che improvviso timor m'ingombra l'alma! Lo scorgerà nel volto: altra
cagione ne fingerò! Scena settima Scipione, e detta, e poi Lucejo. BERENICE
Guardin gli dèi Scipione... SCIPIONE Bella, perché turbata ne' begli occhi
sereni? Non rispondi? Perché? Forse non lice saperlo a me? BERENICE Come
apparir può mai se non turbata ognor serva infelice? librettidopera.it Atto
primo Scipione SCIPIONE Deh rasserena i languidetti lumi: la servitù non ti
sarà penosa. Comanda al vincitore chi tanta ha in sua beltà forza amorosa.
BERENICE Ignoti senti a me ragioni. SCIPIONE Ancora a donzella di sì vago
sembiante, ignoto ancora è forse il parlar d'un amante? LUCEJO Soffrir più non
poss'io. BERENICE Oh ciel! SCIPIONE Qual calpestio? Che fai tu qui soldato? Chi
sei? Rispondi. LUCEJO Io sono uom qual mi vedi innanzi ad un altr'uomo e se fra
noi v'è differenza alcuna, non è merto, è fortuna. SCIPIONE (Sotto latine
spoglie straniera è la favella.) Qui che pretendi? BERENICE (Anch'ei si scopre,
oh dèi!) LUCEJO Io non pretendo in costei di te maggior ragione. SCIPIONE
Grand'ardire! Chi sei? LUCEJO Sono... BERENICE Scipione, lascia, ch'io parli: e
quale hai ragion sovra me? LUCEJO Sono... BERENICE Tu sei o folle o temerario,
che con finto pretesto insidi l'onor mio, cerchi la preda rapire al vincitor.
LUCEJO Sogno! Son desto! Librettidopera P. Rolli / Händel Atto primo [Aria]
BERENICE Vanne, parti, audace, altiero, menzognero. Ahi! Non bastan le mie
pene, ch'altri viene più infelice a farmi ancor. Taci, fuggi, non m'intendi? Mi
proteggi, mi difendi o cortese vincitor. (parte) Scena ottava Lelio, e detti.
Recitativo LELIO (Giunsi a tempo, si salvi.) LUCEJO (È Lelio.) LELIO Erennio,
che fai qui? Vanne al campo! Signor, folle soldato ti disturbò. (a Lucejo) Non
ubbidisci ancora? LUCEJO (Errai nel mio trasporto.) Ubbidirò. SCIPIONE
All'accento credei fosse un ibero. LELIO Servì Publio tuo padre, e restò
prigioniero, e nelle ostili tirannie perdette parte del senno, ma il mio cenno
teme, ed anche è pieno di valor. SCIPIONE Gran cura prendine o Lelio nella sua
sventura. Pietade inver l'amico abbi eguale al valor contro al nemico. (partono)
librettidopera Atto primo Scipione LUCEJO Gelosia,
m'ingannasti? Gratitudin d'amico oh quanto industriosa mi scampasti! Ma!
Soffrir chi potea sentir parlar d'amore alla sua bella? Non è costume ibero un
rivale soffrir: ma... menzognero! Audace! Vanne! Parti! Fur sentimenti d'alma,
o fur sol arti? Ahi! Con troppo diletto ella certo sentia parlar d'affetto.
[Aria] LUCEJO Figlia di reo timor, freddo velen d'innamorato sen, o gelosia
crudel esci dal cor, lasciami in pace. Gelo ed ardor, smania ed affanno,
dubbiosa fé, nascosto inganno porti con te, e alfin così di vita e amor spegni
la face. librettidopera.it P. Rolli / G. F. Händel Atto secondo ATTO
SECONDO [Sinfonia] Scena prima Porto con nave approdata. Ernando padre di
Berenice, che sbarca, e poi Lelio. Recitativo ERNANDO Mercé del vincitor mi fu
concesso pacifico lo sbarco. Se i tutelari numi che veglian d'innocenza alla difesa,
scampar la figlia dal furor di Marte, le portate ricchezze ne renderanno facile
il riscatto. Vadano diligenti esploratori subito sulla traccia: ma fino a sua
scoperta l'infortunio si taccia. Un roman duce s'appressa. LELIO Al forte
Ernando che alle due Baleari isole impera, manda Scipion salute. ERNANDO Al
proconsol romano la gloria e l'armi cedo, offro tributo, ed amistà gli chiedo.
LELIO Grata a Scipione sia l'amistà d'Ernando, ma il tributo maggiore anzi il
sol ch'ei ricerca, ad offrir vieni, a Roma e a lui pien d'amicizia il core.
[Aria] ERNANDO Braccio sì valoroso core sì generoso il mondo vincerà. E senza
usare il brando, co 'l nobil cor pugnando tutto vi cederà. librettidopera.it
Atto secondo Scipione Scena seconda Appartamenti delle due prigioniere.
Berenice e poi Scipione. [Arioso] BERENICE Tutta raccolta ancor nel palpitante
cor tremante ho l'alma. BERENICE Ah! pria di rivederti adorato mio sposo in tal
periglio, prendi dagli occhi miei perpetuo esilio. Quanto propizia sorte ebbe
il regal mio genitore Ernando non approdaro per contrario vento! Ch'abbia già
Lelio il fido amico, io spero, persuasa la fuga al prence amato: ma so che
disperato soffre di gelosia le pene amare, e fuggir non vorrà. Gravi tormenti
alfin cadrò sotto la vostra salma. BERENICE Tutta raccolta ancor nel palpitante
cor tremante ho l'alma. Recitativo SCIPIONE Di libertate il dono, prigioniera
gentil, grato ti fia? BERENICE Mi renderà del donator più serva. SCIPIONE
Spera, ma dimmi pria tuo vero stato: i nobili sembianti spiran grandezza.
BERENICE Io son d'Ernando figlia re delle Baleari isole. SCIPIONE E come in
Cartagine? BERENICE Il principe Sitalce che n'è morto a difesa, era germano
della mia genitrice, ed in sua corte vissi gran tempo, ah! librettidopera.it Rolli
Händel Atto secondo SCIPIONE Deh non darti in preda a vano duolo: è inesorabil
morte. Libera tu sarai, ma libertà per libertà si chiede. Del suo laccio più
forte per te già strinse amor. BERENICE Signor, t'arresta, non mi dir che tu
sei... SCIPIONE M'odi. BERENICE No, ascolta. De' Celtiberi al prence, che meco
un tempo visse, il cor già diedi. Riamar non poss'io se non... SCIPIONE
(Spietato spietato mio destin! Misero core scoppierai di tormento e di furore.
[Aria] SCIPIONE So gli altri debellar, ma porto nel mio cor chi mi fa guerra.
Che giova trionfar, se tirannia d'amor l'onor ne atterra.) [Aria] SCIPIONE
Pensa o bella alla mia speme e il desio non ingannar. (Ahi che l'alma troppo
teme, e comincia a disperar.) (parte) Recitativo BERENICE Troppo qui noto è il
mio natal, celarlo era timido e vano: dissimulare affetti è di me indegno.
Scena terza Lelio, Lucejo, e detta. LELIO Ecco o prence la bella cagion del tuo
dolore. librettidopera.it Atto secondo Scipione LUCEJO Tu per me le favella: io
non ho tanto core. BERENICE Oh numi! E questa di Lucejo è la fuga? Ah folle! Ei
torna a turbar l'alma mia. LELIO (Sì mi dicesti 'l vero, o gelosia.) BERENICE
Lelio, da me l'invola. LELIO E non vuoi tu? BERENICE Voglio che parta, e che
non torni più. LELIO Ei brama sol..BERENICE Folle colui che vuole perdere le
pupille per rivedere una sol volta il sole. LUCEJO Lelio andiam. Vado a morte.
BERENICE A morte! Ah no. Lelio l'arresta. LELIO A morte. Sirena ingannatrice,
che importa a te? L'amor la fé giurata son questi? E qual ragione puoi dirmi
ingrata? BERENICE Ahimè! Verrà Scipione. LUCEJO Verrà il novello oggetto
dell'amor tuo? BERENICE Cieco, e non vedi? LELIO Io vidi già ne' tuoi lumi
infidi il cor fallace. In vana ambizion cangi il tu' amore, e il mio divien
furore. Resta con quella pace che a me dai, ma la falsa alma poi tema piangere
del rivale o dell'amante o d'ambo a un tempo sol, fu l'ora estrema. Ma no,
risolvo abbandonar. BERENICE Rivolto ogni pensiero in te... LUCEJO Va', non
t'ascolto. librettidopera.it Rolli
Händel Atto secondo [Aria] LUCEJO Parto, fuggo, resta e godi di tue frodi, tu
sarai felice altera, menzognera. Sventurato io resterò sventurato sol per te.
Resta ingrata, e che puoi dire? Quando invece di fuggire, vuoi restar co 'l
vincitore. Quest'è amore? Questa è fé? (parte) Recitativo BERENICE Seguilo o
duce. L'agitata mente lo trasporterà certo al suo periglio. LELIO L'orme ne
segue, e penserò allo scampo. (parte) BERENICE Misera Berenice! Ah già preveggo
il fine della tragedia mia tutta infelice. [Aria] BERENICE Com'onda incalza
altr'onda, pena su pena abbonda, sommersa al fine è l'alma in mar d'affanno. E
tutt'i miei momenti oh come lenti lenti di dolore in dolore a morte vanno!
(parte) Scena quarta Armira, e Lelio. Recitativo ARMIRA Importuno tu sei.
Quando in tua man sarà il darmi libertà, penserò allora di riamarti. LELIO Ed
ora perché amor non prometti? ARMIRA Sarian forzati e men sicuri affetti. librettidopera Atto secondo
Scipione [Aria] LELIO Temo che lusinghiero il labbro menzognero amor prometta
per ingannar. Pur benché finga, sì dolce è la lusinga, che più m'alletta sempre
a sperar. (parte) Recitativo ARMIRA Lusingarlo mi giova, finché del mio
servaggio a Indibile il mio padre giunga l'infausta nuova, onde s'attenda
soccorso tal, che libertà mi renda. [Aria] ARMIRA Voglio contenta allor serbar
del piè, del cor, la cara libertà. L'amante avvezzo a dir che sol volea servir,
tiranno poi si fa. Scena quinta Lucejo e detta. Recitativo LUCEJO Qui torno, e
qui vuo' pria morir, che mai lasciar. ARMIRA Qui che vuoi tu? LUCEJO Vuo' quel
che vuole la mia disperazione. ARMIRA Chi cerchi? LUCEJO Berenice. ARMIRA Ancor
non sai, che l'adora Scipione? LUCEJO E corrisposto credi il romano amante?
ARMIRA E tu qual cura ne prendi? L'ami ancor? librettidopera.it P. Rolli / G.
F. Händel, 1726 Atto secondo LUCEJO Per mia sventura. ARMIRA Del vincitor
latino non paventi lo sdegno? LUCEJO Alma che nacque al regno non conosce timor.
ARMIRA Dimmi chi sei? LUCEJO Ora de' casi miei non mi lice dir più. ARMIRA
M'offendi: in pegno di fé, la destra mia prendine. LUCEJO O bella, tu mi
conforti. (si danno la mano) Scena sesta Berenice, e detti. BERENICE Bella! Mi
conforti! Ah traditore! Ah indegno! LELIO Oh van sospetto! BERENICE Sospetto il
ver? Ma il tuo decoro, Armira? Sì l'audace correggi? ARMIRA Lascioti sola con
quest'altro amante, così titolo avrai d'insegnar di modestia a me le leggi.
(parte) LUCEJO E la mancata fede? Con finta gelosia pur si colora? BERENICE Va'
traditor. Scena settima Scipione, e detti. SCIPIONE Tanto s'ardisce ancora,
contra gli ordini miei? LUCEJO Scipione, a te costei diede fortuna, a me la
diede amore. BERENICE È quel folle soldato. www.librettidopera.it Atto secondo
Scipione LUCEJO Io son Lucejo de' Celtiberi il prence: un vil timore non mi
celò: tentai ritor la preda, se si potea, con onorata fuga, ma la crudel non
m'ascoltò. SCIPIONE Tentasti, prence, un delitto: e prigionier già sei.
BERENICE Ah misera! Il previdi. LUCEJO Se qual duce roman parli, ti cedo. Ma
come un mio rivale, so ch'hai nell'alma onor, se non m'abbatti; prigionier non
son io: ceder non voglio fin che vivo, il mio ben. SCIPIONE Deggio al senato
risponder della mia, della tua vita. LUCEJO Disperazion non t'ode: il ferro
stringi. Scena ottava Lelio con Guardie che circondano Lucejo con l'aste al
petto. BERENICE Numi, lo difendete... Io manco... Io moro... SCIPIONE Olà? Non
m'offendete. Non temer principessa, ei salvo fia. LELIO Cedi amico quel ferro.
LUCEJO Avverso fato! Lelio m'uccidi tu... Son disperato. [Aria] LUCEJO Cedo a
Roma, e cedo a te. Questi dica innanzi a me, s'ebbi già romano il cor: ma in
amor, no non ti cedo no, ti sfido all'armi. E se rival tu sei, esser duce più
non déi: l'onor ti vieterà privar di libertà chi non disarmi. (Lucejo, Lelio e
guardie partono) librettidopera.it Rolli Händel Atto secondo Recitativo
BERENICE Signor, del tuo fisso pensar pavento. SCIPIONE Sì sì Roma altro sposo
sceglierà del tuo merto ancor più degno. BERENICE Lucejo è nato al regno.
SCIPIONE Merta però di posseder tuoi pregi un che dia legge ai regi, un romano.
BERENICE In vil core han sempre forza ambizion, fortuna; nel mio non già, dove
ha sol forza amore. SCIPIONE Del senato a' decreti forza è chinar la fronte, ed
ubbidire. BERENICE Forzata esser non può, chi può morire. SCIPIONE Odi tanto i
Romani? BERENICE Io n'ammiro il valor, n'amo il bel core, e se mia fede e
l'amor mio non fosse avvinto altrui, sì n'arderei d'amore. [Aria] BERENICE
Scoglio d'immota fronte nel torbido elemento, cima d'eccelso monte al tempestar
del vento, è negli affetti suoi quest'alma amante. Già data è la mia fé:
s'altri la meritò, non lagnisi di me; la sorte gli mancò del primo istante.
librettidopera. it Atto terzo Scipione
ATTO TERZO Scena prima [Sala magnifica.] Scipione e poi Lelio ed Ernando.
Recitativo SCIPIONE Miseri affetti miei! Tutte le vie d'onore saranno chiuse
all'amor mio? LELIO Scipione a privata udienza Ernando vedi, secondo i cenni
tuoi. ERNANDO Del vincitore l'alta presenza onoro. SCIPIONE A cortesia amistà
corrisponda: accetta Ernando la destra in pegno. Fortunato evento pose tua
figlia in mio poter. ERNANDO Già Lelio tutto narrommi: dal tuo nobil core spero
sua libertà. SCIPIONE La sua bellezza l'alma m'avvinse: in casto nodo io spero
ottenerla da te. ERNANDO Sì grande onore, per mia sventura, troppo tardi è
giunto. La promisi a Lucejo principe de' Celtiberi. SCIPIONE Ma questi è nostro
prigionier. ERNANDO Con la sua vita la mia parola irrevocabil vive. La mia
vita, il mio regno son tuoi, né per serbarli unqua io vorrei mancare all'onor
mio. Corso è l'impegno, memore sino a morte animo grato n'avrò. SCIPIONE Vanne,
e ci pensa. ERNANDO Ho già pensato. librettidopera.it P. Rolli / G. F. Händel,
1726 Atto terzo [Aria] ERNANDO Tutta rea la vita umana saria sol brutale e vana
senza il freno dell'onor. Dar parola, è dar sua fede: e la lingua che la diede
fu ministra sol del cor. (parte) Recitativo SCIPIONE Degni amici di Roma son
questi Iberi. Il saguntino onore sparso di tutti è nelle vene! Vanne, qui
conduci Lucejo e Berenice, e a lui dirai, che deve gir prigioniero al novo
giorno a Roma. LELIO Esperienza, e senno ai più ch'io possa consigliar. Fia
tosto eseguito il tuo cenno. (parte) [N. 24 Recitativo accompagnato] SCIPIONE
Il poter quel che brami, il bramar quel che puoi sono in tua forza, e tu goder
non vuoi? Della vita i diletti non sono che momenti, se brami... pensi... e
speri, fuggono come venti. Chi meno gode, vive men. Virtute è tormentosa
opinion per cui muor di sete il desire al fonte appresso. Sì sì voglio... ma...
no...torna in te stesso. Puoi non usar tua forza, puoi non voler, giusto perché
tu puoi posseder quel che vuoi. Questo è un piacer che non avrai comune co'
bruti e co' tiranni. Qual fama di virtù! Ma no. Per fama ben oprar non si dée.
Ben far verace è quel ch'uom fa, perché al su' interno piace. Oh fecondo
pensier, sei generoso, tu riporti, lo sento, il mio riposo. (parte)
librettidopera.it Atto terzo Scipione Scena seconda Lelio, Lucejo, in proprio
abito, e Berenice e Guardie. Recitativo LELIO In questo luogo o prence, ov'io
dovrei renderti quel che tu a me desti, in questo devo darti un annunzio aspro
e funesto. BERENICE Numi! Che fia? LUCEJO L'alma ho maggior dei mali. Di' pur.
LELIO Prence, tu devi... ah! LUCEJO Da un romano con sì lungo esitar, morte si
noma? LELIO Gir prigioniero ero al nuovo giorno a Roma. LUCEJO Questo è più
fier che morte. BERENICE No non andrai senza di me, mio bene. Il dolore o la
mano l'alma mia scioglierà da sue catene. Ti seguirò nud'ombra. LUCEJO Oh fida!
Oh cara! Di cieca gelosia perdon ti chiedo! Oh compensati affanni miei! Deh
resta, deh vivi sì amorosa, e sì costante alla memoria mia sola, e poi serba
serba a fato miglior tua nobil vita. Amico un solo da te aspetto, un solo segno
di gratitudine infinita, deh fa che cangi il vincitore in morte l'aspra
sentenza della mia partita. [Aria] LUCEJO Se mormora rivo o fronda, sussurrano
venticelli, di', che i sospir son quelli, ho l'alma mia che viene, mio bene,
intorno a te. Dia vita o morte il fato, fian' ambe ugual tormento: sarò sol
consolato pensando alla tua fé. (parte) librettidopera.it Rolli Händel Atto terzo Recitativo LELIO Più
resister non posso. Il cor si spezza. Se a sì teneri affetti, se a lacrime sì
belle può resister Scipione, il cor romano ei non ha, ch'esser dée grande ed
umano. (parte) [Recitativo accompagnato] BERENICE Ah! Scipion dove sei? Ascolta
i pianti miei: o rendimi il mio bene, o avvinta in sue catene, mandami seco, sì
spietato vieni saziati delle mie lagrime amare. Scena terza Scipione e detta.
Recitativo SCIPIONE (Tenerezze del cor, cedo, son vinto.) BERENICE Non dovevo
sdegnarti, ma non potevo amarti. La rea sola son io; mortal sentenza deh fa
ch'io sola dal tuo labbro senta. SCIPIONE Bella non pianger più. Sarai
contenta. (parte) [Aria] BERENICE Già cessata è la procella e la calma tornerà.
E ne' rai d'amica stella l'amor mio scintillerà.librettidopera.it Atto terzo
Scipione Scena quarta Sala con trono. Scipione assiso che riceve Ernando
preceduto da Mori che portano vari presenti d'argento e d'oro. [Sinfonia]
[Sinfonia] Recitativo ERNANDO All'invitto proconsole romano, all'inclito
Scipione, e al Campidoglio offro tributo e pace. SCIPIONE In nome del senato
l'amiche offerte accetto, e patrocinio ed amistà prometto. ERNANDO Queste
ancorché inuguali al tuo gran merto ricchezze accetta ancor: prezzo al riscatto
della mia figlia Berenice. Oh degno cui tutto il mondo ceda, rendimi della vita
il conforto migliore. SCIPIONE Venga la bella. Scena quinta Berenice e detti.
ERNANDO Oh dolce figlia! BERENICE Oh genitore amato! SCIPIONE Libera sei: ma le
ricchezze tutte del mondo, prezzo eguale a te non sono: ti rendo al caro
genitore in dono. BERENICE Ho il cor da gioia oppresso. ERNANDO Vieni al
paterno affettuoso amplesso. Cortese vincitor, pregoti almeno d'accettare in
legger segno d'affetto i nostri doni. SCIPIONE Accetto le preziose offerte: ma
in tuo volto tutta non veggo scintillare ancora l'anima lieta o Berenice.
librettidopera.it Rolli / Händel Atto terzo BERENICE È vero. Troppo timida
ancor l'alma paventa. SCIPIONE Spera, non sospirar, sarai contenta. [Aria]
SCIPIONE Gioia si speri sì, sol voglio in questo dì letizia e pace. Marte
riposo avrà, e lieto accenderà amor la face. (partono) Scena sesta
Appartamento. Lelio ed Armira. Recitativo LELIO Tu d'Indibile figlia tanto
amico a' Romani? E perché mai tacermi il tuo natal? ARMIRA Bastante asilo
pareami aver nel tuo cortese affetto. LELIO In risponder così, mostri chi sei.
In piena libertate or vivi, ed io rimango in tue catene. ARMIRA Qual Berenice,
io non ho dato ancora ad altri il cor. LELIO Se a fedeltà sincera vorrai darne
possesso. ARMIRA Amami, e spera. (parte) [Aria] LELIO Del debellar, la gloria,
è il bel piacer d'amor, sono del mio valor pregi immortali. Del par con la
vittoria un corrisposto ardor è il sommo del gioir, ch'è senza uguali. (parte)
librettidopera.it Atto terzo Scipione Scena settima Berenice e Lucejo.
Recitativo BERENICE Dove o principe amato? LUCEJO A te mio bene. BERENICE
Veggoti al fianco il nobil ferro. LUCEJO Dianzi per man di Lelio, Scipion me 'l
rese, ed a sé m'invitò. BERENICE La gioia intera speriam da un cor generoso.
LUCEJO Oh cara, abbiasi il mondo tutto, mi lasci del tuo cor libero il dono, e
il più felice io sono. BERENICE Anch'io dovea senza vederti ire a Scipione, ma
volli, principe amato, rivederti pria. Vo piena di lietissima speranza. LUCEJO
Oh fida! Oh dolce? Oh cara anima mia. Aria] BERENICE Bella notte senza stelle
chiaro sole senza rai tu vedrai, non il mio core senz'amore e senza te.
Mancheranno al mar le sponde, mancheranno ai fiumi l'onde, pria che manchi la
mia fé. (parte) Recitativo LUCEJO Squarciasi 'l fosco vel del mio sospetto, e
qual fra nube il cui torbido seno rompa e dilegui il vento, veggo apparir più
chiaro il ciel sereno. .librettidopera.it P. Rolli Händel Atto terzo [Aria]
LUCEJO Come al natio boschetto augel che vien dal mar vola nell'arrivar,
l'anima mia così impaziente già se 'n vola al caro ben. No più non è crudele la
bella mia fedele: anima mia sì sì vattene innanzi a me posati nel bel sen.
(parte) Scena ultima Scipione, Lelio, Ernando, Armira, Berenice, e poi Lucejo.
[Arioso] SCIPIONE Dopo il nemico oppresso voglio esser di me stesso più forte
vincitor. (ascende il trono) Recitativo SCIPIONE Venga Lucejo... SCIPIONE
Prence, vinto dai primi sguardi arsi d'amor per la beltà che adori: la trovo
tua: vinco me stesso, e illesa pronto a renderla io sono, poiché d'ambedue noi
fia degno il dono premio da te si chiede a Scipio e a Roma d'amicizia e fede.
Lelio all'illustre tuo scampo tentato per l'amico Lucejo tutta la lode io do
d'animo grato. Ernando, i doni tuoi accettai per poter disporne poi: seguano la
vezzosa Berenice al possesso del suo sposo felice. LELIO Oh magnanimo core! ERNANDO
Oh virtù rara! LUCEJO Oh senza esempio anima grande! librettidopera.it Atto
terzo Scipione BERENICE Oh degno d'esser fra i numi accolto! [Recitativo
accompagnato] LUCEJO In testimonio io chiamo Giove e gli eterni numi, che la
mia vita e il regno a Scipione a Roma, in guerra e in pace, impegno. [ Duetto]
BERENICE E LUCEJO Si fuggano i tormenti, si vengano i contenti di bella
fedeltà. Non più crudel timore il dolce dell'amore amareggiar potrà. Recitativo
SCIPIONE Marte riposi, accenda amor la face sia questo un dì sol di letizia e
pace. [Coro] CORO Faran la gioia intera vittoria pace e amor. E sia l'Iberia
altera d'un tanto vincitor. librettidopera.it P. Rolli Händel, Interlocutori All'eccellenza
Argomento Atto Ouverture Scena Marcia Arioso]. Arioso Aria Scena Aria Scena
Scena Aria] Scena Aria Recitativo accompagnato Aria] Scena AriaScena
AriaScena AriaAtto SinfoniaScena AriaScena Arioso Aria Aria Scena Aria Aria Scena
Aria] Aria Scena Scena Scena Scena Aria Aria]. Atto Scena Aria Recitativo
accompagnato]. Scena Aria Recitativo accompagnato]. Scena Aria Scena Sinfonia Sinfonia
Scena Aria Scena Aria Scena AriaAria Scena ultima. Arioso Recitativo
accompagnato Duetto Coro Brani significativi Scipione BRANI SIGNIFICATIVI
Abbiam vinto: e Iberia doma (Scipione) Il poter quel che brami (Scipione)
Scoglio d'immota fronte (Berenice) Se mormora rivo o fronda (Lucejo) PIETRO METASTASIO / MOZART Il sogno di Scipione Azione
teatrale Scipio Costanza Fortuna Publio Emilio Recitativo Fortuna Vieni e segui
miei passi, O gran figlio d'Emilio. Costanza I passi miei, Vieni e siegui, o
Scipion. Scipione: Chi è mai l'audace
Che turba il mio riposo? Fortuna: Io
son. Costanza Son io; E sdegnar non ti
dèi. Fortuna Volgiti a me. Costanza Guardami in volto. Scipione Oh dei, Qualle abisso di luce! Quale
ignota armonia! Quali sembianze Son queste mai sì luminose e liete! E in qual
parte mi trovo? E voi chi siete?
Costanza Nutrice degli eroi.
Fortuna Dispensatrice Di tutto il ben che l'universo aduna. Costanza Scipio, io son la Costanza. Fortuna Io la Fortuna. Scipione E da me che si vuol? Costanza Ch'una fra noi Nel cammin della vita
Tu per compagna elegga. Fortuna Entrambe
offriamo Di renderti felice. Costanza E
decider tu dèi Se a me più credi, o se più credi a lei. Scipione Io? Ma dèe... Che dirò? Fortuna Dubiti! Costanza Incerto Un momento esser puoi! Fortuna Ti porgo il crine, E a me non
t'abbandoni? Costanza Odi il mio nome,
Nè vieni a me? Fortuna Parla. Costanza Risolvi. Scipione E come? Se volete ch'io parli, Se
risolver degg'io, lasciate all'alma Tempo da respirar, spazio onde possa
Riconoscer se stessa. Ditemi dove son, chi qua mi trasse, se vero è quel ch'io
veggio, Se sogno, se son desto o se vaneggio. Aria Risolver non osa Confusa la
mente, Che opressa si sente Da tanto stupor. Delira dubbiosa Incerta vaneggia
Ogni alma che ondeggia Fra'moti del cor. Recitativo Costanza Giusta è la tua
richiesta. A parte, a parte Chiedi pure, e saprai Quanto brami saper. Fortuna
Si, ma sian brevi, Scipio, le tue richieste. Intollerante Di risposo son io.
Loco ed aspetto Andar sempre cangiando è mio diletto. 2. Aria Fortuna Lieve sono al par del vento;
Vario ho il volto, il piè fugace; Or m'adiro, e in un momento Or mi torno a
serenar. Sollevar le moli oppresse Pria m'alletta, e poi mi piace D'atterrar le
moli istesse Che ho sudato a sollevar. Recitativo Scipione Dunque ove son? La
reggia Di Massinissa, ove poc'anzi i lumi Al sonno abbandonai, Certo questa
non'. Costanza No. Lungi assai É l'Africa da noi. Sei nell'immenso Tempio del
ciel. Fortuna Non lo conosci a tante Che
ti splendono intorno Lucidissime stelle? A quel che ascolti Insolito concento.
Dele mobili sfere? A quel che vedi Di lucido zaffiro Orbe maggior che le
rapisce in giro? Scipione E chi mai tra
le sfere, o dèe, produce Un contento sì armonico e sonoro? Costanza L'istessa ch'è fra lorto Di moto e
di misura Proporzionata ineguaglianza. Insieme Urtansi nel girar; rende
ciascuna Suon dall'altro distinto; E si forma di tutti un suon concorde. Viarie
così le corde Son d'una cetra; e pur ne tempra in guisa E l'orecchio e la man
l'acuto e il grave, Che dan, percosse, un'armonia soave. Questo mirabil nodo,
Questa ragione arcana Che i dissimili accorda, Proporzion s'appella, ordine e
norma Universal delle create cose. Questa è quel che nascose, D'altro saper
misterioso raggio, Entro i numeri suoi di Samo il saggio. Scipione Ma un armonia si grande Perchè non
giunge a noi? Perchè non l'ode Chi vive lá nella terrestre sede? Costanza Troppo il poter de'vostri sensi
eccede. 3. Aria Ciglio che al sol si
gira Non vede il sol che mira, Confuso in quell'istesso Eccesso di splendor.
Chi lá del Nil cadente Vive alle sponde apresso, Lo strepito non sente del
rovinoso umor. Recitativo Scipione E quali abitatori... Fortuna assai
chiedesti: Eleggi alfin. Scipione Soffri
un istante. E quali Abitatori han queste sedi eterne? Costanza Ne han molti e vari in varie
parti. Scipione In questa, ove noi siam,
chi si raccoglie mai? Fortuna Guarda sol
chi s'appressa, e lo saprai. 4. Coro
Germe di cento eroi, Di Roma onor primiero, Vieni, che in ciel straniero Il
nome tuo non è. Mille trovar tu puoi. Orme degli avi tuoi nel lucido sentiero
Ove inoltrasti il piè. Recitativo Scipione Numi, è vero o m'inganno? Il mio
grand'avo, Il domator dell'Africa rubello Quegli non è? Publio: Non dubitar,
son quello. Scipione Gelo d'orror!
Dunque gli estinti.... Publio Estinto,
Scipio, io non son. Scipione Ma in
cenere disciolto Tra le funebri faci, Gran tempo è giá, Roma ti pianse. Publio Ah taci: Poco sei noto a te. Dunque tu
credi Che quella man, quel volto, Quelle fragili membra onde vai cinto Siano
Scipione? Ah non è vero Son queste Solo una veste tua. Quel che le avviva Puro
raggio immortal, che non ha parti E scioglier non si può che vuol, che intende,
Che rammenta, che pensa, Che non perde con gli anni il suo vigore, Quello,
quello è Scipione: e quel non muore. troppo iniquo il destino Sraia della
virtù, s'oltre la tomba Nulla di noi restasse, e s'altri beni Non vi vosser di
quei Che in terra per lo più toccano a'rei. No, Scipio: la perfetta D'ogni
cagion Prima Cagione ingiusta esser così non può. V'è doppo il rogo, V'è merce
da sperar. Quelle che vedi Lucide eterne sedi, serbansi al merto; e la più
bella è questa In cui vive con me qualunque in terra La patria amò, qualunque
offri pietoso Al publico riposo i giorni sui, Chi sparse il sangue a benefizio
altrui. 5. Aria Se vuoi che te
raccolgano Questi soggiorni un dì, degli avi tuoi rammentati, Non ti scordar di
me. Mai non cessò di vivere Chi come noi morrì: Non merito di nascere Chi vive
sol per sè. Recitativo Scipione Se qui vivon gli eroi... Fortuna Se paga ancora
La tua brama non è, Scipio, è giá stanca La tolleranza mia. Decidi... Costanza Eh lascia Ch'ei chieda a voglia sua.
Ciò ch'egli apprende Atto lo rende a giudicar fra noi. Scipione Se qui vivon gli eroi Che alla
patria giovar, tra queste sedi Perchè non miro il genitor guerriero? Publio L'hai su gli occhi e nol vedi? Scipione É vero, è vero. Perdona, errai, gran
genitor; ma colpa Delle attonite ciglia É il mio tardo veder, non della mente,
Che l'immagine tua sempre ha presente. Ah sei tu! Giá ritrovo L'antica in
quella fronte Paterna maestá. Gia nel mirarti Risento i moti al core Di
rispetto e d'amore. Oh fausti numi! Oh caro padre! Oh lieto dì. Ma come Si
tranquillo m'accogli? Il tuo sembiante Sereno è ben, ma non comosso. Ah dunque
non provi in rivedermi Contento eguale al mio! Emilio Figlio, il contento Fra
noi serba nel Cielo altro tenore. Qui non giunge all'affanno, ed è
maggiore. Scipione Son fuor di me. Tutto
quassù m'è nuovo, Tutto stupir mi fa. Emilio Depor non puoi Le false idee che
ti formasti in terra, E ne stai si lontano. Abassa il ciglio: Veddi laggiù
d'impure nebbie avvolto Quel picciol globo, anzi quel punto? Scipione Oh stelle! É la terra? Emilio Il
dicesti. Scipione E tanti mari E tanti
fiumi e tante selve e tante Vastissime province, opposti regni, popoli
differenti? E il Tebro? E Roma?... Emilio Tutto è chiuso in quel punto. Scipione Ah, padre amato, Che picciolo, che
vano, Che misero teatro ha il fasto umano! Emilio Oh se di quel teatro Potessi,
o figlio, esaminar gli attori; Se le follie, gli errori, I sogni lor veder
potessi, e quale Di riso per lo più degna cagione Gli agita, gli scompone, Li
rallegra, gli affligge o gl'innamora, Quanto più vil ti sembrerebbe ancora! 6. Aria Voi collogiù ridete D'un fanciullin
che piange, Che la cagion vedete Del folle suo dolor. Quassù di voi si ride,
Che dell'etá sul fine, tutti canuti il crine, Siete fanciulli ancor. Recitativo
Scipione Publio, padre, ah lasciate Ch'io rimanga con voi. Lieto abbandono Quel
soggiorno laggiù troppo infelice. Fortuna Ancor non è permesso. Costanza Ancor non lice. Publio Molto a viver ti resta. Scipione Io vissi assai; Basta, basta per me.
Emilio Si,ma non basta A'disegni del fato, al ben di Roma, Al mondo, al
Ciel. Publio Molto facesti e molto Di
più si vuol da te. Seza mistero Non vai, Scipione, altero E degli aviti e
de'paterni allori. I gloriosi tuoi primi sudori Per le campagne ibere A caso
non spargesti; e non a caso Porti quel nome in fronte Che all'Africa è fatale.
A me fu dato Il soggiogar sì gran nemica; e tocca Il distruggerla a te. Va, ma
prepara Non meno alle sventure Che a'trionfi il tuo petto. In ogni sorte
L'istessa è la virtù. L'agita, è vero, Il nemico destin, ma non l'opprime; E
quando è men felice, è più sublime. 7.
Aria Quercia annosa su l'erte pendici Fra'l contrasto de'venti nemici Più
sicura, più salda si fa. Chè se'l verno le chiome le sfronda, Più nel suolo col
piè si profonda; Forza acquista, se perde beltá. Recitativo Scipione Giacchè al
voler de'Fati L'opporsi è vano, ubbidirò. Costanza Scipione, Or di scegliere è
il tempo. Fortuna Istrutto or sei; Puoi
giudicar fra noi. Scipione Publio, si
vuole Ch'una di queste dèe... Publio
Tutto m'è noto. Eleggi a voglia tua.
Scipione Deh mi consiglia, Gran genitor! Emilio Ti usurperebbe, o figlio,
La gloria dela scelta il mio consiglio.
Fortuna Se brami esser felice, Scipio, non mi stancar: prendi il momento
In cui t'offro il crin. Scipione Ma tu
che tanto importuna mi sei, di': qual ragione Tuo seguace mi vuol? Perchè
degg'io Sceglier più che l'altra?
Fortuna E che farai, s'io non secondo amica L'imprese tue? Sai quel
ch'io posso? Io sono D'ogni mal, d'ogni bene L'arbitra collagiù. Questa è la
mano Che sparge a suo talento e gioie e pene Ed oltraggi ed onori, E miserie e
tesori. Io son collei Che fabbrica, che strugge, Che rinnova gl'imperi, Io, se
mi piace, In soglio una capanna, io quando voglio, Cangio in capanna un soglio.
A me soggetti Sono i turbini in cielo, Son le tempeste in mar. Delle bataglie
Io regolo il destin. se fausta io sono, dalle perdite istesse Fo germogliar le
palme; e s'io m'adiro, Svelgo di man gli allori Sul compir la vittoria ai
vincitori. Che più? Dal regno mio non va esente il valore, Non la virtù; chè,
quando vuol la Sorte, Sembra forte il più vil, vile il più forte; E a dispetto
d'Astrea La colpa è giusta e l'innocenza è rea.
8. Aria A chi serena io miro Chiaro è di notte il cielo; Torna per lui
nel gelo La terra a germogliar. Ma se a taluno io giro Torbido il guardo e
fosco, Fronde gli niega il bosco, Onde non trova in mar. Recitativo Scipione E
a sì enorme possanza Chi s'opponga non v'è? Costanza Sì, la Costanza. Io,
Scipio, io sol prescrivo Limiti e leggi al suo temuto impero. Dove son io non
giunge L'instabile a regnar; che in faccia mia non han luce i suoi doni, Nè
orror le sue minacce. É ver che oltraggio Soffron da lei Il valor, la virtù; ma
le bell'opre Vindice de'miei torti, il tempo scopre. Son io, non è costei, Che
conservo gl'imperi: e gli avi tuoi, La tua Roma lo sa. Crolla ristretta da
brenno, è ver, la liberta latina Nell'angusto tarpeo, ma non ruina. Dell'Aufido
alle sponde Se vede, è ver, miseramente intorno Tutta perir la gioventù
guerriera Il console roman, ma non dispera. Annibale s'affretta Di Roma ad
ottener l'ultimo vanto E co' vessilli suoi quais l'adombra; Ma trova in Roma
intanto Prezzo il terren che vincitore ingombra. Son mie prove sì belle; e a
queste prove Non resiste Fortuna. Ella si stanca; E alfin cangiando aspetto,
Mia suddita diventa suo dispetto. 9.
Aria Biancheggia in mar lo scoglio, Par che vacilli, e pare Che lo sommerga il
mare Fatto maggior di sè. Ma dura a tanto orgoglio Quel combattuto sasso; E'l
mar tranquillo e basso poi gli lambisce il piè. Recitativo Scipione Non più.
Bella Costanza, Guidami dove vuoi. D'altri non curo; Eccomi tuo seguace.
Fortuna E i donni miei? Scipione Non
bramo e non ricuso. Fortuna E mio
furore? Scipione Non sfido e non
spavento. Fortuna In van potresti,
Scipio, pentirti un dì. Guardami in viso: Pensaci, e poi decidi. Scipione Hò giá deciso. 10. Aria Di' che sei l'arbitra Del mondo
intero, ma non pretendere Perciò l'impero D'un'alma intrepida, D'un nobil cor.
Te vili adorino, Nume tiranno, Quei che non prezzano, Quei che non hanno Che il
basso merito Del tuo favor. Recitativo Fortuna E v'è mortal che ardisca Negarmi
i voti suoi? Che il favor mio Non procuri ottener? Scipione Sì, vi son io. Fortuna E ben, provami avversa. Olá venite,
Orribili disastri atre sventure, Ministre del mio sdegno: Quell'audace opprimete;
io vel consegno. Scipione Stelle, che
fia? Quel sanguinosa luce! Che nembi! che tempeste! Che tenebre son queste? Ah
qual rimbomba Per le sconvolte sfere Trerribile fragor! Cento saette Mi
striscian fra le chiome; e par che tutto Vada sossopra il ciel. No, non
pavento, Empia Fortuna: in van minacci; in vano Perfida, ingiusta dea... Ma chi
mi scuote? Con chi parlo? Ove son? Di Massinissa Questo è pure il soggiorno. E
Publio? E il padre? E gli astri? E l'Ciel? Tutto sparì. Fu sogno tutto ciò
ch'io mirai? No, la Costanza Sogno non fu: meco rimase Io sento Il nume suo che
mi riempie il petto. V'intendo, amici dei: l 'augurio accetto. Licenza Recitativo Non è Scipio, o signore
(ah chi potrebbe Mentir d'inanzi a te!) non è l'oggetto Scipio de'versi miei. Di
te ragiono, Quando parlo di lui. Quel nome illustre É un vel di cui si copre Il
rispettoso mio giusto timore. Ma Scipio esalta il labbro, e di Girolamo il
core. 11a. Aria Ah perchè cercar degg'io Fra gli avanzi dell'oblio Ciò che in
te ne dona il Ciel! Di virtù chi prove chiede, L'ode in quelli, in te le vede:
E l'orecchio ognor del guardo É più tardo e men fedel. Coro Cento volte con
lieto sembiante, Prence eccelso, dall'onde marine Torni l'alba d'un dì sì
seren. E rispetti la diva incostante Quella mitra che porti sul crine, L 'alma
grande che chiudi nel sen. Publio Cornelio Scipione Emiliano Africano
Minore. Keywords: Silio, il sogno di Scipione. Scipione.
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