GRICE ITALO A-Z S SAR

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sarapione: la ragione conversazionale al portico romano – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosopher of the Porch imprisoned by the Romans, Grice: “for no other reason than the Romans deeply detesting the Porch!" Sarapione

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sarlo: la ragione conversazionale dell’idealismo – la scuola di San Chirico Raparo – la scuola di Firenze – la scuola di Potenza – la scuola della Basilicata -- filosofia italiana – Luigi Speranza (San Chirico Raparo).  San Chirico Raparo, Potenza, Basilicata. Filosofo italiano. Muore a Firenze. Filosofo e psicologo italiano. Vince la cattedra di filosofia teoretica presso il Regio Istituto di studi superiori di Firenze. È in questa città che frequenta i seminari tenuti da Brentano presso la biblioteca filosofica. Nel 1903 fonda a Firenze il "Laboratorio di psicologia sperimentale" che fu inizialmente annesso alla Facoltà di Lettere e Filosofia del Regio Istituto di studi superiori. Allievi di S. sono, tra gli altri, Aliotta, Borgese, Bonaventura, Lamanna, che sposa sua figlia, Garin e Marzi. S. si trova in aperto contrasto con Croce e Gentile che ritenevano si dovesse separare il metodo della filosofia da quello della scienza. Per S., invece, il metodo conoscitivo doveva essere comune in quanto sia il filosofo che lo scienziato si occupano dello stesso campo d'indagine. Per questo considera come unico metodo quello rigorosamente sperimentale di Wilhelm Wundt e quello esperienziale di Brentano. Nello stesso anno pubblica, nel capoluogo toscano, il saggio: I dati dell'esperienza psichica. La novità introdotta da De Sarlo è il concetto che i fenomeni fisici esistono in quanto diventano fenomeni psichici, contenuto della nostra coscienza. Dunque, l'oggetto di studio della psicologia doveva essere l'esperienza intenzionale del soggetto. L'unica vera esperienza diretta è quella psichica. Esperienza interna ed esperienza esterna vanno così a configurarsi come due aspetti dello stesso fenomeno; non c'è un'esperienza più vera dell'altra poiché nessuna delle due è indipendente dall'altra. Per De Sarlo è imprescindibile studiare la coscienza: a suo avviso, gli "oggetti" arrivano necessariamente alla nostra coscienza attraverso gli organi sensoriali. Essi vengono ordinati, studiati, usati, catalogati sia dal singolo nella sua esperienza quotidiana sia dalle varie scienze che ne approfondiscono lo studio. Siccome tali "oggetti" sono complessi, cioè pieni di proprietà, attributi etc., S. si chiede come accada che si compongano nella coscienza dell'individuo e stabilisce che due sono le modalità: o l'oggetto equivale al contenuto della coscienza oppure che la percezione del soggetto dipende dalla relazione del soggetto stesso con l'oggetto percepito. Nel primo caso S. parla di "esperienza con carattere statico", nel secondo di "esperienza a carattere dinamico". In entrambi i casi non si può prescindere dal ruolo del soggetto. La differenza tra esperienza psichica ed esperienza pura è l'aggiunta del significato ai dati primitivi. Per S. sono possibili solo due modi di studiare tutto questo: il metodo sperimentale e il metodo introspettivo. Fonda il periodico La cultura filosofica, che darà spazio alla discussione di problemi psicologici e presterà attenzione a quanto avviene in campo psicologico ed epistemologico negli altri paesi. L'impostazione filosofica di questa rivista fu più volte criticata da Croce e Gentile. È tra gli autori della rivista fiorentina Psiche, il cui redattore capo è Roberto Assagioli: altri redattori sono Agostino Gemelli, E. Bonaventura. Le teorie di S. sono influenzate molto dalla concezione della conoscenza scientifica e dalle teorie di Brentano. È tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali anti-fascisti redatto da Croce. Nello stesso anno pubblica, per i tipi Le Monnier, Gentile e Croce. Lettere filosofiche di un superato. Nel sagio S. prende atto della sconfitta culturale dell’idealismo italiano, ma al contempo rivendica le ragioni della sua prospettiva filosofica. L'obbiettivo polemico sono senza dubbio sia Croce che Gentile, ma a quest'ultimo sono dedicate le pagine più aspre. Infatti S. e Croce erano legati dal comune sentimento anti-fascista e convinti della necessità di misurarsi con ricerche concrete, quali quelle di Croce in ambito storico che S. aveva sempre apprezzato. Non a caso Croce fece passare sotto silenzio questo testo mentre sul Giornale critico della filosofia italiana, fondato e diretto da Gentile, apparvero varie recensioni critiche del volume. Opere S., I dati dell'esperienza psichica, Galletti e Cocci, Firenze, S. e Calò, Principi di scienza etica, Sandron, Palermo, S., Gentile e Croce. Lettere filosofiche di un «superato», Firenze, Le Monnier, . F. De Sarlo, Introduzione alla filosofia, Ed. Dante Alighieri, Milano . F. De Sarlo, Il metodo naturale nella ricerca scientifica, Ed. Dante Alighieri, Milano 1929. F. De Sarlo, L'uomo nella vita sociale, Laterza, Bari S., Vita e psiche: saggio di filosofia della biologia, Le Monnier, Firenze. V. Russo, Filosofia e psicologia nell'attività psichiatrica di Francesco De Sarlo, Il Mulino, Bologna . Studi per Luigi De Sarlo, Giuffrè, Milano . L. Albertazzi, G. Cimino, S. Gori-Savellini (ed.), Francesco De Sarlo e il laboratorio fiorentino di psicologia, Laterza, Bari. Sava, S. e la psicologia filosofica, Il Veltro, Guarnieri, fupress, Firenze University Press, Firenze S. su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. De Sarlo, Francesco, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana S. su sapere.it, De Agostini. Modifica su Wikidata Patrizia Guarnieri, DE SARLO, Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, . FS., su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Modifica su Wikidata Opere di Francesco De Sarlo, su MLOL, Horizons Unlimited Portale Biografie Portale Filosofia Portale Psicologia Categorie: Filosofi italiani Psicologi italiani Nati a San Chirico RaparoMorti a Firenze [altre] Sarlo, nato in un paesello della Basilicata, San Chirico Raparo, venne alla filosofia dalla medicina filosofica. E ve Io condusse intima vocazione, oltre, e più, che esterna vicenda di casi. Già durante gli studi universitari, a Napoli, si compiace di frequentare, colle lezioni della facoltà cui era iscritto, quelle di filosofia: ed è, tra l’altro, uditore di SPAVENTA negli ultimi anni del suo insegnamento. La stessa sua prima pubblicazione — un volumetto di saggi su Darwin attesta la tendenza di lui a studiare, anche nel campo delle scienze biologiche, le questioni più generali, quelle che sono poi stimolo e offrono motivi alla speculazione filosofica. Questa tendenza divenne in lui sempre più consapevole durante gli anni che passa, come medico, nel manicomio di Reggio Emilia, dove compì ricerche psichiatriche che, mettendolo a contatto più diretto con i problemi dell’anima, determinarono il suo passaggio alla psicologia e alla filosofia. In questo campo non ha maestri. È un autodidatta: dove cercar da sè, come a tentoni, la sua strada, ed è naturale che la trova solo attraverso deviazioni, incertezze, ritorni. La sua educazione naturalistica e l’influenza dell’ambiente culturale del tempo, impregnato di positivismo, lo portano dapprima a seguire questo indirizzo di filosofia: e in uno degl’organi della filosofia positivistica, la rivista d’ANGIULLI (vedasi), SARLO fa le sue prime armi. Ma non tarda ad allontanarsi dal positivismo, a mano a mano che venne acquistando coscienza delle deficienze di quella dottrina cosi in ordine all’interpretazione del fatto conoscitivo come in ordine alla fondazione della moralità e religiosità umana: deficienze, che illustra poi in quelle Note sul positivismo in Italia, pubblicate in appendice ai saggi sulla filosofia, una delle critiche più penetranti e conclusive che della gnoseologia positivistica siano state fatte in Italia. La sua coscienza filosofica si venne formand. Concorsero a questa formazione lo studio di SERBATI, i rapporti personali o spirituali con alcuni dei più cospicui rappresentanti italiani dello spiritualismo e del criticismo, come FERRI (vedasi), MASCI (vedasi), e, in particolare, BONATELLI (vedasi), e, più specialmente, lo studio diretto delle correnti più significative della filosofia, alcune delle quali egli per primo, o tra i primi, fa conoscere in Italia. E di questa sua attività sono frutto due saggi su SERBATI: La logica di SERBATI e i problemi della logica e Le basi della psicologia e della biologia secondo SERBATI, considerate in rapporto ai risultati della scienza, Roma, poi rifusi in altri lavori; volumi di Saggi filosofici, Torino, Clausen, posteriormente anch’essi rielaborati e rifusi; studi su filosofi sparsi in varie riviste, alcuni dei quali furono poi, con altri di epoca posteriore, raccolti nel volume Filosofi, Firenze, La Cultura Filosofica; saggi di psicologia; il volume Metafisica, Scienza e Moralità, Roma, Balbi, e il volume già ricordato Studi sulla Filosofia : La filosofia scientifica, Roma, Loescher. L’esigenza che si rivela come fondamentale in questi studi di SARLO (vedasi), è quella di mostrare le vie per le quali le scienze positive, e più particolarmente quelle naturali, sboccano, per una necessità imposta dalla logica a loro immanente, in una concezione filosofica nella quale il naturalismo è superato, cosi per il riconoscimento dei poteri originari e irriducibili dello spirito quale soggetto conoscente e quale persona morale, come per il coronamento del sapere filosofico in un’interpretazione teistica della realtà universale; mentre, dall’altro lato, la filosofia stessa, come sistemazione e critica del sapere, riceve dalle scienze particolari continuo alimento e stimolo. E la necessità di questo connubio fecondo, nella loro reciproca azione, della scienza e della filosofia, è rimasta come uno dei motivi principali della filosofia di SARLO, anche quando, nel periodo di piena maturità della sua attività di studioso, tratta i principii del suo filosofare non più dal criticismo, di cui si sente l’influsso neghi scritti sinora citati, ma dallo sperimentalismo, da Locke a Mill; dall’intuizionismo, specie per il rilievo costantemente dato agl’assiomi così gnoseologici come etici, costitutivi dello spirito umano, e apprensibili con evidenza immediata nell’esperienza e infine dal realismo dell’Herbart e del Lotze. Conseguita la libera docenza in filosofia a Roma, insegna questa disciplina nei licei di Benevento, di Torino, di Roma, quando ottenne per concorso la cattedra di filosofia teoretica a Firenze, cattedra ch’egli ha tenuto e tiene ancor oggi con l’autorità e l’efficacia di un maestro. Fonda un gabinetto di psicologia sperimentale, il primo del genere in Italia, e che è rimasto anche oggi il più ricco di apparecchi. Molte e importanti ricerche vi sono state compiute sotto la sua direzione, sebbene, in questi ultimi anni, la potenzialità scientificamente produttiva del gabinetto sia stata assai ridotta per le condizioni materiali veramente miserevoli nelle quali si è venuto a trovare. Sarlo diretto la Cultura Filosofica, una Rivista che ebbe un programma ben definito e, specie nei primi anni, fu vivacemente battagliera cosi contro il positivismo ormai declinante, come, e più, contro il risorgente idealismo. La sua operosità di studioso ha dispiegato con assiduità e intensità instancabile nel campo della psicologia, dell’etica, della filosofia generale, pubblicando poderosi volumi, ai quali specialmente noi ci riferiremo nella esposizione e caratterizzazione della sua filosofia. Il valore della sua opera ha avuto riconoscimento ufficiale nel premio Reale per la filosofia, conferitogli dall’Accademia dei Lincei, della quale egli è socio nazionale. Elenchiamo qui le opere principali del De Sarlo, escluse le prime già citate che poi sono state rifuse nelle successive: Metafisica Scienza e Moralità. Studi di Filosofia morale. Roma, Balbi: Contiene: Il naturalismo Il telismo L’idealismo e la moralità Il socialismo come concezione filosofica — Vita morale e vita sociale]. Studi sulla Filosofia contemporanea. Prolegomeni : La « Filosofia scientifica ». Roma, Loescher. Sarlo d’ordinario è presentato come un teista e uno spiritualista. Tale egli stesso ha sovente dichiarato esplicitamente [Contiene : Du Boys-Reymond, Helmholtz, Darwin, Il positivismo contemporaneo in Italia ]. I dati dell’esperienza psichica. Firenze, Pubblicazioni del R. Istituto di Studi Superiori. L’attività pratica e la coscienza morale. Firenze, Seeber, Principii di Scienza etica, con un’Appendice su La patologia mentale in rap- perto all’etica e al diritto. Palermo, Sandron, in collaborazione conCalò). II Pensiero Moderno. Palermo, Sandron, Contiene: studi che possiamo dire introduttivi: La formazione della coscienza filosofica odierna — Uno sguardo alla filosofia. I compiti della filosofia. Altri tre studi che costituiscono come la parte centrale del volume, la più vasta per il contenuto che abbraccia e per l’estensione che ha: ! problemi gnoseologici nella filosofia contemporanea. Lo psicologismo nelle sue principali forme. I diritti della metafisica, nel quale ultimo specialmente sono sottoposti a un rapido e vigoroso esame critico i principali indirizzi della filosofia. Altri studi su particolari problemi o correnti filosofiche. Il significato filosofico dell'evoluzione. Filosofia e scienza dei valori. Stillo spiritualismo. Filosofi. Firenze, La cultura filosofica. Contiene saggi su Paulsen, Hodgson, Ward, OXONIAN Bradley, Reitike, Hartmann, Zeller, e BONATELLI – l’uniico italiano. Psicologia e filosofìa. Studi e ricerche. Firenze, La cultura filosofica. Contiene: Alcuni saggi di filosofia generale, importantissimi pella comprensione della posizione di S. nel campo filosofico, e della concezione dei rapporti tra filosofia e psicologia: Psicologia. La psicologia e le scienze normative. L’esperienza psichica. L’individuo dal punto di vita psicologico. Il soggetto. La causalità psichica. Sensazione e coscienza. Ampi saggi di psicologia metafisica – o psicologia filosofica, come la chiama Grice: il concetto dell'anima nella psicologia. Idee metafisiche intorno all’anima. Saggi contenenti la materia per un organico trattato sulle funzioni psichiche. La classificazione dei fatti psichici. L’attività conoscitiva. L’attività immaginativa. Vita affettiva ed attività pratica, con i quali saggi è strettamente connesso un amplissimq saggio intorno alle determinazioni formali della vita psichica, e più particolarmente all'azione dell’esercizio e dell'abitudine su tutte le funzioni fisiologiche e psichiche. Appartengono a questo gruppo altri saggi. Sulla teoria somatica delle emozioni. Sullo studio dei sentimenti nella psicologia. Sulla percezione delle forme. Saggi di psicologia fisiologica e patologica. Cervello ed attività psichica. L’attività psichica incosciente, Sulla psicologia della suggestione. Le alterazioni della vita psichica. La psicologia degl’animali. di essere. E tale, certo, egli si rivela nei suoi scritti, dai più antichi ai più recenti. Ma, è da aggiungere subito, non è data così la caratteristica più saliente della sua figura di pensatore: sfugge a quella designazione gran parte, e forse la più significativa, della sua opera filosofica; viene, comunque, lasciata cosi nell’ombra quella concezione della filosofia e del metodo di filosofare che, meglio d’ogni altro elemento, vale a individuare la sua posizione personale nel movimento filosofico italiano contemporaneo. Uno dei suoi primi lavori, anzi il primo veramente organico che l’ulteriore sviluppo del suo pensiero abbia lasciato immune da quelle rielaborazioni più o meno sostanziali cui, come abbiamo già detto, egli ha sottoposto altri suoi scritti di quel tempo, voglio dire il volume Metafìsica, Scienza e Moralità, è tutto una riaffermazione dei princìpi fondamentali della dottrina teistica cosi contro il naturalismo come contro l’idealismo assoluto. La concezione di Dio quale Ragione che si esprime continuamente ed eternamente nel mondo, e non come legge o ordinamento astratto, bensì come soggetto concreto e vivente, è in quel libro svolta e presentata come la sola concezione metafisico-religiosa, che, gravitando sulle esigenze morali più profonde della coscienza umana, sulla considerazione del valore assoluto della persona, contenga di queste esigenze il riconoscimento e la giustificazione più piena, e fornisca per ciò stesso il principio di quella sistematica unificazione di tutta la realtà, a cui la mente umana tende per sua natura, e in cui possono essere inverate le particolari connessioni di frammenti di realtà che le scienze della natura stabiliscono mediante le serie causali dei fenomeni. E tra gli scritti meno antichi, due saggi, dei più elaborati e ricchi d’idee, I diritti della Metafìsica (nel volume « Pensiero Moderno ») e Idee metafìsiche intorno all’anima (nel II voi. di « Psicologia e Filosofia »), giungono, attraverso l’analisi dei concetti di causa e di sostanza, alle medesime conclusioni teistico-spiritualistiche intorno a Dio e all’anima umana. Dio è la Causa prima, la causa che non è effetto, postulata qual condizione essenziale della comprensibilità di qualsiasi fatto particolare in quanto anello di una serie causale: causa la quale non può esser concepita, se non come analoga alla sola causa vera a noi nota, che è la nostra stessa volontà in quanto libera, in quanto costitutiva d’un cominciamento assoluto; non può quindi esser concepita se non come volere essa stessa, e quindi come causa finale. E Dio è la Sostanza Assoluta. l’Essere nel quale trova compiuto soddisfacimento l’esigenza del pensiero a cui risponde il concetto di sostanza: che è il concetto di essere che non è in altro nè per altro, ma è essere per sè, condizione e presupposto di ogni altra determinazione, principio e unità reale di ogni molteplicità. E anche per questo rispetto esso non può venir concepito se non in analogia con quella che è per noi l’espressione più immediata e genuina della sostanzialità, ossia la coscienza, che è appunto esistenza per sè, l’io che è immediatamente percepito come principio unico di una molteplicità di funzioni e di atti, in cui manifesta la sua realtà. E le sostanze finite possono anche esser considerate come pensieri di Dio, e quindi come atti di quest’Essere per sè per eccellenza, purché però l’atto e la funzione di Dio siano intesi come tali che il termine di essi abbia un essere almeno parzialmente indipendente e sia fornito della capacità di esistere per sè, di spontaneità e di libertà. Appunto queste proprietà degli esseri finiti rileva e illustra il De S. nel tentativo di determinare cosi l’origine come il destino delle anime. L’origine dell’anima la quale implica, per un lato, la produzione di qualcosa di nuovo e, per l’altro, la conformità a un ordine di leggi immutabile, può, secondo il De S., esser posta in rapporto con l’azione divina, purché questa s’intenda appunto come sostrato reale in cui ha il suo sostegno quell’ordinamento di leggi, per il quale, in date condizioni, nuovi fatti accadono o nuovi fini e valori vengono realizzati. E poiché quell’ordinamento è eterno, anche delle anime può dirsi che esistono ab aeterno, come principi potenziali, i quali aspettano che i destini si maturino per poter divenire attuali. E una volta divenuti attuali, i centri reali di vita e di coscienza sono, secondo il De S-, indistruttibili, appunto in forza del pregio intrinseco che essi posseggono come sostanze: onde l'affermazione dell’immortalità di tutte le anime. È innegabile, dunque, che del problema metafisico per eccellenza S. presenta costantemente una soluzione conforme, nei suoi principii fondamentali, al teismo e spiritualismo tradizionale. Ma bisogna subito aggiungere che nella trattazione di questo problema della realtà egli è sempre consapevole del carattere meramente congetturale di quella soluzione, quantunque questa gli sembri meno inadatta delle altre a dare dei fatti e della realtà conoscibile una certa quale interpretazione sistematica. Egli non si nasconde mai le oscurità che si oppongono alla piena intelligibilità dell’Assoluto: non dissimula le antinomie tra le quali la ragione umana si dibatte ogni volta che pretende di dare della realtà ultima una definizione esauriente. E’ troppo persuaso dello scarso valore dimostrativo che possono avere le analogie in base alle quali noi trasportiamo dal finito all’infinito o estendiamo da una ad altra sfera di realtà i nostri concetti, perchè si possa credere che egli s’illuda sulla portata effettiva di quelle ipotesi, anche se l’intimo convincimento suo della preferibilità di quelle ad altre ipotesi dia talora alla sua trattazione un tono che può parere alquanto dommatico. Le riserve prudenziali che spesso interrompono la sua trattazione di tali problemi potrebbero anzi indurre a ritenere ch’egli sia in fondo un agnostico in fatto di metafisica: ed egli non disdegnerebbe certo questo epiteto, se per agnosticismo s’intende la persuasione che il mistero dell’universo è e rimarrà ineluttabilmente un mistero per la mente umana. Agnosticismo, che ben si concilia in lui con la fede — questa, si, veramente dommatica nel senso migliore delia parola con la fede sulla validità assoluta dei princìpi razionali, con l’affermazione che nel fondo della realtà è la Ragione : si concilia, perchè, data appunto l’ind'pendenza relativa delle coscienze finite dall’Essere assoluto di Dio, possono da ognuna di quelle essere colti soltanto frammenti della razionalità in cui questo si rivela come immanente all'universo. È uno dei caconi della maniera di filosofare del De S. questo, che l’esigenza dell’unità, la quale è essenziale alla ragione e si esprime nel suo grado più alto nella posizione del problema metafisico, non può e non deve essere sodisfatta con l’eliminazione delle differenze che la realtà presenti e la ragione stessa riconosca come irriducibili, anche se non riesca poi facile o possibile alla mente umana stabilire come questa molteplicità irreduttibile possa esser ricondotta o comunque messa in relazione con quel principio reale di unità assoluta che è Dio. Cito due esempi caratteristici, relativi al concetto fondamentale di sostanza. Della sostanza, come s’è visto, noi abbiamo, secondo SARLO., una conoscenza immediata nell’apprensione del nostro io, in quanto questo è un essere per sè e si manifesta nei fatti psichici come in atti suoi, senza esaurirsi in nessuno di essi. Da ciò parrebbe lecito dedurre che il mondo sia costituito di sostanze omogenee, ossia di esseri che siano per sè come unità di coscienza, anche se tra le varie sostanze si debba stabilire una differenza di grado: parrebbe cioè giustificato il monismo spiritualistico. Invece il De S. dedica due saggi ad una critica stringente di questa soluzione del problema metafisico, che pur parrebbe la più conforme ai suoi supposti spiritualistici (// monismo psichico e Sullo spiritualismo odierno, nel volume « Pensiero Moderno »). È vero, egli dice, che tutto ciò che esiste, per il fatto che esiste, agisce in una data maniera, e noi non possiamo rappresentarci codesta attività che facendo uso di nozioni attinte alla nostra esperienza intima, e che quindi in ultimo siamo sempre spinti a identificare l’esistenza con una forma, per quanto attenuata, di psichicità. Ma l’analogia non deve far perdere di vista le profonde differenze esistenti se non altro tra il modo di comportarsi degli obietti e fatti costituenti la natura esterna e quello degli esseri e processi psichici. Anzi, per il De S., a rigore non basterebbe opporre al monismo, sia esso materialistico o immaterialistico, il dualismo : sarebbe più logico parlare di pluralismo senza aggettivi, esprimente una pluralità di energie e di attività tanto differenti tra loro,' che a rigore non possono essere accomunate nè sotto la rubrica spirito né sotto qualsiasi altra rubrica. Come e perchè esista quel dato numero di principii, cornee perchè esistano quelli e non altri, non è possibile dire: è un fatto che va constatato, e non si può e non si deve spiegare; come vanno indagate, constatate e descritte le varie maniere di agire e reagire reciprocamente di questi vari esseri, ma non si può presumere di spiegare, nel vero senso della parola, come e perchè si stabilisca la connessione reciproca di tali esseri che sono esistenti per sè, sebbene nelle maniere speciali di agire e reagire essi affermino e rivelino la loro esistenza. Ma vi ha di più: la sostanza vivente e, più in particolare, la sostanza psichica esiste ed agisce in quanto si sviluppa. Ora uno dei saggi più penetranti del De S. (Il significato filosofico dell'evoluzione, nel volume Il Pensiero) è dedicato all’analisi del concetto di evoluzione, ed è uno dei più significativi per dimostrare come nella concezione metafisica del De S. si conciliino un temperato razionalismo e un prudente agnosticismo. Il concetto di evoluzione, lungi dall’essere — come vuole, ad es., l’hegelismo — un principio esplicativo, e lungi dal dare un’espressione compiuta della realtà ultima, ha bisogno esso stesso di venir reso intelligibile. E l’analisi critica di tal concetto rivela la presenza in esso di vere e proprie contradizioni, che non possono essere eliminate se non considerando lo sviluppo non già come il prius della realtà, ma come qualcosa di accessorio e di secondario. Il processo evolutivo, mentre implica necessariamente il tempo, esige l’illusorietà del tempo; mentre vuol essere creazione, implica già la preesistenza del termine a cui arriva; si può leggere in esso, almeno post factum, la rispondenza a un ordine razionale, ma chi dice razionalità, dice estra- temporaneità. Ogni evoluzione implica dunque qualcosa di assoluto, di perfetto, di stabile, che rappresenta il principio vero dell’evoluzione. Ecco il risultato, positivo, certo, cui conduce l’analisi del concetto di evoluzione: ma è una certezza che fa sorgere nuovi interrogativi: allora, ci si domanda, come e perchè i reali concreti e finiti sono cosi fatti da dover attuare i fini solo mediante il processo evolutivo, come e perchè l’ordine si realizza per gradi e attraverso lo sviluppo? Il che equivale a domandarsi come e perchè esistano esseri finiti che si trovano con l’assoluto in quegli speciali rapporti. E a questi interrogativi non è possibile rispondere: ed ecco come, conclude il De S., l’evoluzione è un aspetto del « my- sterium magnurn » della realtà. Il problema dell’evoluzione reale conduce al problema del tempo, e come questo resulta dalla connessione del flusso con la permanenza, della successione con la durata, così l’evoluzione poggia sul rapporto del divenire o variare con ciò che è immutabile, permanente e eterno. Compito df;fa filosofia, dunque, di fronte al problema più propriamente metafisico sembrerebbe essere, per SARLO, quello di rendere chiare e in un certo senso acuire e dimostrare insuperabili, piuttosto che superare, le difficoltà che quel problema offre alla mente umana; di illuminare i limiti di essa, piuttosto che additarle un varco alla conoscenza piena dell’Assoluto. Ma non è questo, per il De S., l’unico compito della filosofia: o meglio, per assolvere questo stesso compito, per condurre la mer*e umana appunto a queste posizioni che sono al margine del mistero, a queste che possono dirsi frontiere della conoscenza umana, e per dimostrare che sono frontiere invalicabili, la filosofia deve, secondo il De S., percorrere il dominio stesso che innanzi alla conoscenza si stende, di qua da quelle frontiere: ed è il dominio dell’esperieza nel senso più pieno e più ampio di questa parola. Prima della dialettica trascendentale e quindi prima della critica della ragion pratica con i suoi postulati, vi è e vi deve essere una « Estetica » e una «Analitica», per servirci della terminologia usata da Kant, a designare un atteggiamento di pensiero analogo, per questo rispetto, a quello criticistico, anche se, come vedremo, muova da supposti e segua un. procedimento e giunga a risultati profondamente diversi. L’attività filosofica di SARLO ha avuto sempre, sin dalle sue prime manifestazioni, un’impronta di positività, disdegnosa di ogni audacia speculativa, derivante così dalla tempra del suo spirito come dalla sua educazione scientifica, oltre che dal convincimento del valore nullo di ogni concezione che non sia un portato necessario della critica della conoscenza positiva e non abbia quindi una larga base empirica. Ma questo convincimento, si può dire, si è venuto in lui sempre più radicando col maturarsi del suo pensiero, sino a divenire il motivo fondamentale sempre più insistente del suo filosofare; sì che con questa designazione appunto di filosofia dell'esperienza egli ama contrassegnare la sua dottrina e il suo metodo, in recisa opposizione alla speculazione idealistica dei neo hegeliani, che si è andata sempre più affermando in Italia. Si direbbe che il diffondersi di quell’antiempirismo dialettico ch’egli considera un vero « contagio » delle menti, l’abbia indotto ad accentuare sempre più la necessità di ricorrere a cautele immunizzatrici, in un contatto sempre più stretto, e più esclusivo, della filosofia col sapere empirico; di ricondurre la filosofia, come in rifugio sicuro, in quei confini entro i quali essa possa mantenere il carattere di scienza, essere, ai pari delle altre scienze, un prodotto dei processi logici comuni della mente umana, anziché l’espressione — mistica o lirica che sia, notevole quanto si voglia per novità e originalità, ma non suscettibile d’una dimostrazione razionale — l’espressione, dicevo, di una coscienza e quasi d’un temperamento individuale traverso il quale la realtà si rifranga. E inaugurando, nello scorso ottobre, l’ultimo Congresso italiano di filosofia a Firenze, giunse alle affermazioni estreme che le attuali condizioni della cultura filosofica in Italia esigono un più o meno lungo periodo di astinenza dall’alta speculazione, e che non il problema filosofico, quello metafisico intorno alla natura della realtà ultima e assoluta, ina / problemi filosofici particolari, o meglio questi prima e con più fiducia e anzi con più sicurezza di successo che quello, e come condizione per la stessa impostazione non che per ogni tentativo di soluzione di quello, meritano di essere oggetto dell’indagine filosofica. Ma con ciò, si può osservare, non è stato sacrificato proprio quello che è il carattere distintivo del sapere filosofico rispetto alle scienze particolari, e che è appunto la determinazione della relazione dei distinti, il riferimento della molteplicità delle distinzioni a un principio unitario? SARLO risponde che la filosofia è aspirazione alla unità dell’Essere, senza che perciò il filosofo debba trasformarsi in un allucinato dell’unità. La varietà e la inconciliabilità dei tentativi compiuti nella storia della filosofia per unificare i reali e-le conoscenze e per dedurre la complessità dei fatti da un unico principio, sta a dimostrare, secondo lui, che all’unificazione si giunge colmando con l’immaginazione le lacune della conoscenza certa e dimostrabile. Gli si può replicare con l’obiezione consueta, che la vanità di quei tentativi risulta dall’aver cercato la unità nell’oggetto invece che nel soggetto, nella natura (o in Dio, che è lo stesso) invece che nello Spirito. Ma il De S. ribatte che anzi appunto attraverso quel riferimento degli oggetti al soggetto conoscente, appunto attraverso quella unificazione, diremmo, metodologica e gnoseologica, di tutto il reale nell’io — che è propria del sapere filosofico —, si rivela la irriducibilità, diremo, ontologica degli oggetti e dei valori. Infatti, per il De S., se da un lato la filosofia non può non scindersi in una molteplicità di discipline, fondate su principii irriducibili (essere e valere, p. es.), dall’altro lato queste hanno caratteri comuni, che valgano a fare di esse appunto un unico gruppo, quello delle disciplini; filosofiche. E questi caratteri comuni sono: I) determinazione dei concetti universali, attraverso i quali la realtà può essere razionalizzata; 2) riferimento di tutta la realtà allo spirito del soggetto, in cui e per cui l’esperienza in ogni sua forma si costituisce. Due caratteri, questi, che sono per il De S. strettamente uniti e come interdipendenti: perchè le idee universali — ossia le nozioni metafisiche fondamentali — intanto assurgono a quel grado di fecondità per cui rappresentano i mezzi di razionalizzazione della realtà, in quanto o sono il risultato della giustii.jata estensione a tutta la realtà di concetti che abbiamo direttamente appreso nella coscienza (sostanza, fine, causa), ovvero sono il prodotto della riflessione sui modi in cui la realtà diviene intelligibile e acquista consistenza nella mente umana. Lo spirito, in quanto termine comune di riferimento di tutti gli elementi e fatti della realtà, viene ad occupare una posizione centrale nel mondo, e la psicologia, come scienza dello spirito, costituisce il terreno di incontro delle diverse discipline filosofiche. Si è detto, la psicologia come scienza dello spirito : e di questa determinazione v’è bisogno per non cadere nei facili equivoci cui può dar luogo la parola psicologia o psicologismo. Già nei 1903, nel suo poderoso volume I dati dell'esperienza psichica, il De S. insisteva sulla profonda differenza esistente tra la psicologia come scienza empirica e la psicologia coinè scienza filosofica. La prima, quale si è venuta costituendo negli ultimi decenni, studia l’anima umana come un « obietto» tra gli altri obietti della natura, ha aspetto e procedimento di una scienza naturale e non mira che alla spiegazione causale dei fenomeni. Per essa la vita psichica è un complesso di « stati » di coscienza: i quali, sì, implicano tutti una certa coscienza dell’io (in maniera che per il De S. non è possibile una psicologia « senz’anima », anche se sia psicologia empirica): ma il soggetto non è còlto, da questa, in funzione, ossia nella sua attività tendente a determinati scopi. Si tratta di una considerazione statico di dati, a cui il concetto di atto è necessariamente estraneo; di una considerazione che tende a fissare i rapporti condizionali dei vari ordini di stati psichici e a ridurre il complesso al semplice. La psicologia empirica deve quindi limitarsi all’«analisi morfologica» della coscienza, escludente qualunque funzionalità e quindi qualunque dinamismo. Ora « lo spirito — dice Sarlo — non è una cosa tra le altre cose, ma è il mezzo di rivelazione della realtà. Come tale lo spirito è universale: universalizza sè stesso nelle sue funzioni ed universalizza per ciò stesso l’obietto a cui è rivolta la sua attività ». Ecco perchè lo spirito può considerarsi come in una posizione centrale rispetto a tutte le cose: e la scienza che lo studia, ossia la psicologia come “ fisiologia „ dello spirito, è necessariamente scienza filosofica. Nella considerazione funzionale dello spirito s’impone il concetto di valore e quindi di fine. Le funzioni dello spirito mercè i loro atti oggettivano i dati e stati soggettivi; perchè sono determinazioni che qualificano, sì, il soggettò, ma lo qualificano in rapporto all’oggetto, e danno quindi luogo a ciò che è universalmente valido, a quelli che sono i valori oggettivi. La verità, il bene, il bello non sono dei dati o dei fatti: sono degl’ideali, sono appunto valori, distinti da ogni altro valore unicamente soggettivo per questo carattere, che sono forniti di una speciale necessità che è la necessitàdi diritto ben diversa dalla necessità di fatto degli stati psichici. Quest’ultima denota soltanto che uno stato è inevitabilmente determinato, nella sua insorgenza, da certe condizioni, una volta che queste siano date, cioè siano determinate da altre condizioni, e così via; denota cioè che uno stato o un fatto psichico ha sempre la sua ragione d’essere in altro. Ma è indifferente al valore di quello stesso stato o fatto, se per valore s’intende ciò che ha la ragion d’essere in sè e non in altro ossia un valore incondizionato e assoluto, ciò che deve essere anche se le condizioni dell’essere non sussistano e quindi la realtà non sia ad esso adeguata. La necessità psicologica abbraccia indifferentemente nella sua spiegazione così il valore come il disvalore, così il vero, il bello, il bene, come l’errore, il brutto, il male. Una tale distinzione di valore, come distinzione obiettiva e universale, non si può avere se non mediante il riferimento alle leggi costitutive delle funzioni originarie ed essenziali dello spirito, leggi non meccaniche, superiori anzi al meccanismo psichico, perchè essenzialmente teleologiche, indicanti cioè la maniera in cui quelle funzioni agiscono ogni volta che raggiungono il termine che è costitutivo della loro natura spirituale, leggi rivelanti la loro natura attraverso una forma di evidenza che è indizio della loro necessità e universalità. Le leggi logiche e gnoseologiche definiscono la natura del pensiero, le leggi etiche quelle della volontà, le leggi estetiche quelle della fantasia. Sono principii o assiomi i quali significano che il pensiero, il volere e la fantasia in tanto meritano veramente questo nome e in tanto raggiungiamo il termine che ad esse è proprio, in quanto si esplicano nel senso indicato da quelle leggi piuttosto che in altro senso. La distinzione tra psicologia empirica, come scienza dell’anima — morfologica, naturalistica e la psicologia come scienza dello spirito — funzionale e filosofica, così nettamente affermata dal De S. nell’opera su citata del 1903, è forse stata successivamente attenuata in altri scritti, nel senso che, a suo giudizio, la conoscenza del meccanismo psichico risulta utile alla determinazione dei modi in cui lo spirito si eleve al di sopra di esso r e reciprocamente la conoscenza dei fini dello spirito è indispensabile per l’apprensione esatta del meccanismo che serve di mezzo al raggiungimento di t'°i. Ma l’attenuazione si riferisce ai rapporti tra le due considerazioni dell’anima e non elimina con ciò la distinzione. E comunque il De S. non ha mai cessato di differenziare nettamente ed energicamente il suo psicologismo da quello naturalistico, che considera i valori dello spirito come « o applicazioni di leggi psicologiche già operative in altre direzioni, ovvero particolari, originarie manifestazioni dell’attività psichica, le quali però attingono il loro significato dall’essere effetti necessari di certe cause psichiche o risultati inevitabili di processi mentali naturali, e non già dal rispondere a certi fini od esigenze valide anche se non mai realizzate». Si leggano specialmente, in proposito, i saggi Lo psicologismo nelle sue principali forme (nel voi. < Pensiero Moderno »), Vecchia e nuova psicologia, La psicologia e le scienze normative, e La classificazione dei fatti psichici (nel I voi. di « Psicologia e Filosofia »). Lo psicologismo di SARLO . non è dunque naturalismo, ma non è neppure immanentismo: offre anzi a lui il mezzo per affermare e dimostrare, contro ogni forma d’idealismo immanentistico, il suo realismo gnoseologico. Se nella determinazione di ciò che è l’essere e, in genere, di ciò che è oggetto di conoscenza, il De S. ritiene di dovere attenersi ai criteri generali su esposti del suo psicologismo, non è già perchè egli ritenga che la psiche e i processi psichici costituiscano la stessa realtà, anzi lo stesso essere, ma è solo in considerazione delle prerogative che, in ordine alla conoscenza, sono proprie dell’esperienza psichica di fronte ad ogni altra forma di esperienza. E queste prerogative sono due: 1) innanzi tutto la così detta esperienza estèrna si rivela e acquista consistenza sempre attraverso l'interna, perchè ciò che è direttamente percepito, anche in quelli che sono comunemente detti oggetti esterni, è sempre il contenuto d’un atto psichico; l’esperienza interna presenta la nota dell’evidenza (evidenza di fatto) derivante dalla coincidenza del percepire col percepito; e perciò l’esperienza psichica rappresenta il vero fondamento per la constatazione di qualunque esistenza reale, e quindi di ogni sapere empirico. 2) In secondo luogo, l’esperienza psichica è il solo tramite attraverso il quale tutto ciò che è (reale o pensabile che sia), l’essere in generale ci si può rivelare. L’io distinguendosi da tutta la realtà traspare a sè medesimo, e insieme tutta la realtà diviene trasparente attraverso di esso. Nulla esiste che sia propriamente nell’io, tranne l’io stesso, e insieme, in un certo senso, nulla di cui si può discorrere esiste al di fuori dell’io, perchè la cosa, per essere affermata e riconosciuta, deve in qualche maniera esser presente alla coscienza. In questo consiste ciò che si può chiamare funzione rappresentativa della mente. Ma proprio da questo carattere essenziale alla mente il De S. deriva la necessità di affermare la trascendenza dell’oggetto rispetto alla mente che lo afferma e lo pone. Noi, egli dice, arriviamo, è vero, al concetto di essere e di obietto solo mediante la riflessione sull’atto di riconoscimento: ma questo in tanto è tale, in quanto è provocato da qualcosa di diverso da sè. La mente, non contenendo la realtà come tale, nè identificandosi con essa, non può giungervi se non attraverso qualcosa che rappresenti o sostituisca la realtà medesima. Le rappresentazioni mentali forniscono i segni in base a cui l’intelletto costituisce la realtà. La realtà, si può anche dire che sia « percipi « e « intelligi », purché con ciò non si voglia significare che l’essere si esaurisca nel fatto di essere percepito e inteso, ma solo che non si ha modo di definire quest’essere prescindendo dalle sue rivelazioni nella coscienza individuale. La conoscenza vale sempre per altro, si riferisce sempre ad altro. Non che si tratti di una specie di corrispondenza tra l’obietto trascendente e la rappresentazione mentale — come grossolanamente si ritiene da molti critici di tale concezione —, quasi fosse ammissibile un’apprensione dell’oggetto qual’è in sé al di fuori della coscienza e quindi un confronto tra la Cosa e 1 idea- L affermazione della trascendenza è imposta dal bisogno di dare un senso alla funzione conoscitiva qual’è còlta in atto, al fatto conoscitivo nel suo significato e nell’intendimento che lo anima. Certo, per il De S., non si deve con Jiò pregiudicare la soluzione del problema metafisico della costituzioile intima della realtà ultima. La metafisica può anche giungere alla conclusione che la realtà, divelta da qualsiasi rapporto con la coscienza, è un non senso, che tutto ciò che esiste, esiste in quanto è connesso con una coscienza. Ma questo rapporto metafisico non può essere identificato col rapporto gnoseologico tra obbietto e coscienza in quanto conoscente. La coscienza nel riferimento alla quale può farsi consistere la realtà di tutto ciò che è, non è certo la coscienza individuale del soggetto che conosce questa realtà e la conosce riferendola a sé come altro da sè: anche quando si sia ridotta metafisicamente la realtà a coscienza, tale coscienza rispetto al soggetto conoscente, a questo o quel soggetto, è sempre un reale, un oggetto, è sempre appresa da esso come altro da sè. Il quale ultimo punto non potrebbe essere negato se ì.'in dimostrando che la distinzione delle singole coscienze è illusoria e che i rapporti tra gli obietti costituenti l’universo sono identici ai rapporti tra i fatti psichici di ciascuno. Questa dimostrazione, per il De S., non può essere data: e ne vedremo il perchè, tra poco, a proposito della natura del soggetto come reale. E, comunque, allo stesso modo che la soluzione del problema gnoseologico non deve accogliersi come tale da contenere o assorbire in sè la soluzione del problema metafisico, cosi questa — che, d’altronde, può essere solo punto d’arrivo dell’indagine filosofica, e irta, come s’è già detto, di difficoltà e oscurità d’c^ni sorta —, non può e non deve pregiudicare la soluzione del problema gnoseologico, sino a eliminare ciò che è costitutivo del fatto della conoscenza, la dualità di soggetto e oggetto. L’esperienza psichica — l’abbiamo già detto — è, per il De S., costituita di atti : e perciò anche il pensiero è atto. Ma chi dice atto, dice qualcosa che accade nel tempo, qualcosa che sorge e si dilegua in un determinato punto della durata. E allora, secondo il De S., non si può sfuggire a questo quesito: se tutta l’esperienza psichica si risolve in un complesso di atti e se in conseguenza tutto ciò che può essere conosciuto non lo può che attraverso atti, come é possibile arrivare al concetto di ciò che non è atto, al concetto, poniamo, di una relazione universale e necessaria tra idee, com'è possibile arrivare al concetto del mondo della pensabilità, che esclude qualsiasi elemento di efficienza, di azione reale, e che non è nel tempo? Appunto per rispondere a questo quesito, occorre negare l’immanenza o l’inclusione dell’oggetto nell’atto psichico corrispondente. Mentre vi sono contenuti di coscienza i quali si moltiplicano come si moltiplicano i centri di coscienza, ve ne sono altri che, pur essendo in speciale rapporto con i primi, rimangono unici e anzi non sono concepibili che come unici. E anche quando agli obietti in quanto parvenze non è attribuibile nessuna consistenza reale, non è lecito affermare che essi si identifichino con gli atti stessi, giacché anche in tali casi è sempre necessario presupporre ddle condizioni indipendenti atte a provocare l’esplicazione dell’attività psichica riconosciuta poi come illusoria. L’esistenza di siffatte condizioni è un presupposto ineliminabile : o l’attività psichica ch’esse hanno provocata è adeguata alle condizioni medesime, e allora si è autorizzati a identificarle con obietti reali, aventi un’esistenza indipendente; o tale esplicazione è inadeguata, e allora s’impone la necessità di ricercare quale forma di realtà e di esistenza possa essere attribuita a quelle condizioni. Ma come si può decidere se vi sia o no adeguazione dell’atto all’oggetto? Qui il De S. insiste sulla distinzione tra i due ordini di oggetti conoscibili: gli obietti concreti e individuali (con le loro qualità) da una parte, e gli elementi ideali o intelligibili, dall’altra. L’esistenza è fornita sempre dall’esperienza: o è dato sensoriale, o è dato della coscienza, e non può non occupare tempo ; l’intelligibile, invece, è sempre formulabile per mezzo di un rapporto o di un complesso di rapporti, ed è estraneo alle vicende del tempo. E il fondamento della cognizione, in rapporto a questi due ordini di obietti, è da un lato la percezione dei fatti psichici e di ciò che è relativo ad essi, e dall’altro la conoscenza di certi principii e assiomi costituenti come l’ossatura della ragione; da un lato, cioè, l’evidenza di fatto, fornita, come si è già accennato, dalla diretta esperienza che abbiamo di noi stessi, e, dall’altro, la necessità razionale, qual’è còlta nei principii logici. Questa distinzipne, però, non è da intendere, secondo il De S., nel senso che l’apprensione dell’esistente e della sua qualità possa farsi indipendentemente dal pensiero logico. Il fatto individuale non è caratterizzabile che mediante nozioni universali; e 1 intelligibile, se può essere considerato per sè (astratto) solo per opera della mente, è tanto intimamente connesso (consubstanziale) con resistente, col puro fatto, che questo non può formare oggetto di conoscenza se non per ciò che contiene di inttj ligibile. È il pensiero che deve in certo modo investire di sè i dati'dell’esperienza psichica per og- gettivarli affermandoli, facendone cioè termini di atti giudicativi, e trasformarli così in reali conosciuti. Più in particolare, è il pensiero che fa di quella sfera dell’esperienza psichica che è la sensibilità, il tramite di una realtà trascendente la coscienza, e fa delle qualità sensoriali non soltanto contenuti psichici — aventi la realtà stessa di altri contenuti psichici, come sentimenti, volizioni ecc., aventi cioè resistenza che è propria degli stati o atti di quel prototipo di realtà individuale che è l’io —, ma fenomeni d’una realtà trascendente. Il pensiero pone e risolve il problema della realtà di un correlato obiettivo delle q alità sensoriali, in quanto da un Iato queste non sono meri contenuti di coscienza o creazione del soggetto — come dimostrano la coerenza e permanenza che presenta l’esperienza sensibile e le variazioni a cui questa può andar soggetta indipendentemente da qualsiasi rapporto con la coscienza individuale — ; e dall’altro lato non sono cose in sè — come dimostra la loro relatività alle condizioni subiettive, per cui è impossibile dire chiaramente in che cosa consistano, per sè prese. D’onde risulta che esse hanno una forma di esistenza speciale che è appunto l’essere proprio dei fenomeni. Ora questo correlato obiettivo delle qualità sensoriali può essere raggiunto solo per opera del pensiero e non è determinabile nei suoi tratti essenziali che in base ai principii razionali. Il pensiero rappresenta, pertanto, il solo mezzo per distinguere l’apparenza dalla realtà, anzi il solo mezzo per attribuire un significato a tale distinzione. Le parvenze sensoriali, i puri fenomeni e le forme intuitive dello spazio e del tempo non possono non essere constatati, e quindi come pseudo-esistenze, non possono non divenire obietti di conoscenze immediate, nella forma di giudizi percettivi (pensiero tetico, immediato, concreto). E quando i dati così affermati si trovino in contrasto col sistema delle conoscenze organizzate intorno ai principii razionali, il pensiero medesimo è chiamato a decidere in ultima istanza su ciò che va affermato come reale e ciò che va riguardato come apparenza, è chiamato a decidere intorno all’obbiettivo e al subbiettivo. Se già l’esistenza come tale esige, secondo il De S., l’intervento del pensiero logico, s’intende che anche l’essenza del reale non possa, e con più forte ragione, esser determinata che dal pensiero. Essa consiste in relazioni, nelle quali la mente traduce ciò che dapprima è soltanto sperimentato e vissuto (somiglianza e differenza, nesso di dipendenza, rapporti quantitativi, rapporti di azione e passione, rapporti spaziali e temporali atti a fornire le coordinate per l’individuazione). L’intelligibile, distrigato dal reale per mezzo dei processi intellettivi, finisce per assumere l’ufficio di segno rispetto a ciò che è posto come indipendente dal soggetto e come sussistente. E il progressivo sviluppo della conoscenza è determinato dal bisogno di fissare ciò che nella realtà vi ha di conforme alla ragione e quindi di assimilabile da essa mediante la traduzione della realtà stessa in rapporti razionali. La credenza che l’obietto sia sempre risolubile in elementi intellettuali è il presupposto e anzi l’anima di qualsiasi conoscenza. La realtà esistente, dunque, non può essere posta che dal pensiero in quanto giudizio tetico; e non può essere conosciuta nella sua struttura se non nella misura in cui il pensiero la traduce in un complesso di rapporti intelligibili. Ma — e con ciò Sarlo riafferma il carattere nettamente realistico del suo razionalismo — i termini di questi rapporti e il contenuto di quelle « tesi » non sono risolvibili in pensiero.Vi è sempre distinzione, secondo il De S., tra lo sperimentare e il pensare, nel senso che quello non è derivabile da questo, anche se non possa divenire sperimentare «obiettivo », e quindi conoscere, che per mezzo dell’attività del pensiero; vi è distinzione tra il pensiero come oggetto di conoscenza, come pensabile o pensato, e il pensiero come attività d’un soggetto, volta a raggiungere la verità — sia questa un dato di fatto o un’idea —, come pensiero pensante. È questa la natura dei rapporti, il cui complesso costituisce la pensabilità del reale: da un lato essi sono il risultato di atti (riferimento) compiuti dal soggetto, sì che, come tali, parrebbero immanenti a una mente e quindi il prodotto di un soggetto. Ma dall’altra parte non sono posti arbitrariamente; sono, più che suggeriti, imposti da esigenze obiettive. Nè l’inlelligibiiità dei rapporti viene ad essere facilitata dal riferimento di essi ad una Mente universale. Con ciò i rapporti vengono consideratifcome creazione arbitraria di tale Mente ? E allora ogni analogia di questa con la mente umana verrebbe ad essere cancellata, e il ricorso ad essa diverrebbe inutile allo scopo. Vengono, invece, i rapporti considerati come espressione di una necessità intrinseca alla natura delle cose? E allora la Mente universale non è che il nome per esprimere la coerenza logica, l'intelligibilità nel suo aspetto obiettivo; i»/telligibilità che può condurre la mente ad ammettere un’Intelligenz.l! assoluta, senza che però questa sia assunta a principio esplicativo della razionalità: la razionalità vale per sè, indipendentemente dall’essere insidente in una mente. Quel che noi possiamo dire, conclude in proposito il De S. t è che i rapporti, quali possono essere studiati dall’intelletto finito individuale, suppongono obietti (termini) nella cui proprietà hanno il loro fondamento, e che le relazioni, realizzate in questa o quella coscienza mediante gli atti di riferimento, sono il riflesso delle relazioni obiettive. Il problema gnoseologico, s’è visto, non può, secondo il De S., essere convenientemente trattato se non quando si tenga presente che il soggetto a cui, nel fatto conoscitiva, vien riferito l’oggetto, è il soggetto individuale; e la soluzione réalistica ch’egli ha dato al problema potrebbe essere compromessa esclusivamente nel caso che si fosse riusciti a dimostrare, in sede metafisica, non solo che la realtà non può esser resa intelligibile che quando sia considerata come il pensiero di una Mente Universale, ma anche che la distinzione delle coscienze individuali tra loro e dalla Mente Universale sia illusoria. La dimostrazione di questo secondo punto è per il De S. impossibile. Intanto l’aver riconosciuto che l’esperienza psichica è costituita essenzialmente di atti, non significa per il De S. affermare che il soggetto dell’esperienza psichica si risolve in null’altro che in un complesso di atti. È il concetto e l’esperienza stessa di atto che rinvia per necessità al concetto di soggetto come di un reale distinto da ogni altro reale e quindi da ogni altro soggetto. Certo, non è possibile determinare la natura del soggetto (unità reale) senza riferirsi agli atti ch’esso compie: ma alla variabilità degli atti non corrisponde la variabilità dell’unità del soggetto. L’individuo non può non aver coscienza di essere in rapporto con altro da sè per mezzo di atti da sè stesso compiuti; ma se esso non distinguesse sè (come principio degii atti) dagli atti stessi, e questi dagli obietti a cui gli atti sono rivolti, non potrebbe parlare di atti suoi numericamente distinti da quelli degli altri individui. Inoltre il soggetto si fa, si crea con i suoi atti, ma perchè possa farsi e crearsi, occorre che vi sia un principio reale, un dato iniziale e quindi qualcosa di già fatto. La creazione non è ex nihilo; e la stessa potenzialità o capacità è concepibile soltanto come inerente a qualcosa di attuale, come funzione possibile di un essere. Non può, dunque, la coscienza essere ridotta al mero complesso degli atti e fatti psichici. Ma non può neppure, d’altra parte, — sostiene il De S., confutando in svariatissime occasioni la tesi idealistica —, non può neppure essere ridotta a una mera equazione di pensante e pensato, alla pura relazione formale d’identità tra conoscente e conosciuto. L’idealismo afferma che la suicoscienza è il grado supremo dell’evoluzione d’un principio ideale, d’una legge, d’un universale; quello in cui la realtà, che negli stadi inferiori si presenta come scissa dall’idea, come essere distinto dal pensiero, come oggetto opposto al soggetto, rivela invece la sua più intima natura, che è appunto unità e identità di soggettivo e di oggettivo, di pensante e di pensato, di essere e di pensiero. Quest’affermazione è per il De S. risultato d’una confusione derivante dal significato equivoco EQUIVOCO GRICE della parola coscienza. Quando si parla di coscienza e di suicoscienza, egli dice, bisogna distinguere tra la suicoscienza vera e propria, fondata sulla capacità che ha l’io di ripiegarsi su se stesso e di percepire il complesso dei fatti psichici come incentrantisi in un punto; e la coscienza, in senso largo, come espressione dello speciale rapporto che può esistere tra l’oggetto e l’io come conoscente. Quanto alla prima, l’equazione di pensiero e di pensato non è che l’espressione, in termini intellettuali, d’una esperienza vissuta sui generis, di un fatto che può essere indicato ma non definito, perchè per sè preso oltrepassa il pensiero, e non può assumere carattere di necessità razionale. E quanto alla seconda, la identificazione dei due termini del rapporto conoscitivo non può ottenersi se non sostituendo all’io empirico il cosi detto io universale o coscienza in generale o io trascendentale. Ma osserva il De S., o con ciò s’intende quello che è comune alle menti individuali ; e allora non si vede come si possa distinguere il soggettivo psicologico dal soggettivo gnoseologico. 0 s’intende qualcosa che vale indipendentemente da questa o quella coscienza empirica, che esprime il modo come lo spirito deve operare perchè sia veramente tale, le esigenze dell’intelligibilità significanti veri e propri compiti impditi da ciò che è indipendente dal soggetto; e allora non v’è più ragione di parlare di io, di soggetto, quando la soggettività si è identificata/con la razionalità, con l’intelligibilità, che è anzi l 'oggetto della conoscenza e del pensiero pensante. Ma da tale concezione della coscienza come di categoria delle categorie, questo solo, secondo il De S., si ricava, che la realtà in tanto può essere conosciuta ed essere compenetrata dal pensiero, in quanto è concepita essa tessa come implicante pensiero. Il che poi significa che la realtà è fcosì fatta da imporre certe esigenze alla mente individuale, ossia che nell’obietto vi è qualcosa atto a provocare il riconoscimento. Ma il passaggio dalla intelligibilità in quanto esigenza del riconoscimento da parte del soggetto, alla riduzione della realtà a un processo di autocoscienza, all’affermazione che nella realtà stessa non si trovi niente di più di ciò che è in noi stessi quando giungiamo a identificarci e a riconoscerci, non è affatto giustificato. L’autocoscienza, piuttosto, è già nel fondo della realtà, indipendentemente da noi: non è dunque l’autocoscienza, quale si presenta negli individui singoli, l’espressione genuina e compiuta della realtà. Nè vale ammettere l’autocoscienza come potenzialmente esistente ab aeterno e attuantesi poi negli individui: si riaffaccia allora quella suprema difficoltà contro cui, come già si è accennato, urta sempre il pensiero umano, la difficoltà d’intendereA:ome da ciò che è puramente pensabile, ideale, estratemporaneo, uno, si passi a ciò che è reale, attuale, temporaneo, contingente, diverso, mutevole. Non è possibile considerare soggetti molteplici che sono nel tempo e hanno uno sviluppo e sono direttamente impenetrabili e incomunicabili, come determinazioni, differenziazioni o sezioni dell’Uno, sol perchè essi hanno il potere di superarci limiti del tempo idealmente e di elevarsi al mondo della pura razionalità. E una riprova di questo è l’esistenza dell’errore logico, etico, estetico che dimostra, come già si è visto, la possibilità d’una discrepanza fra le funzioni psichiche e le categorie o principii ideali, di qualunque ordine siano, tra la necessità psicologica e quella deontologica. Questa distinzione tra la necessità di fatto e la necessità di diritto, tra ciò che è ed è per opera di un soggetto reale e quel che dovrebbe essere in virtù di principii razionali, è il presupposto da cui, è naturale, muove più particolarmente il De S., nelle sue indagini di etica (per cui v. specialmente VAttività pratica e la coscienza morate e i Principii di scienza etica). Per lui tutta la vita morale ha il suo fondamento in certi principii valutativi che si rivelano alla coscienza come forniti d’evidenza immediata analoga a quella logica: veri e propri assiomi morali, la cui azione pervade le particolari contingenze della vita pratica. Compiti dell’Etica sono perciò questi: a) determinare la natura del- Vevidenza pratica (necessità e universalità) e- il contenuto di queste condizioni essenziali nella vita morale (e per il De S. tali principii si riducono a quelli della dignità e della perfezione personale, della giustizia e della benevolenza); — b) porre in luce lo svolgimento storico di tali principii, in quanto, pur essendo stati sempre operativi, hanno dispiegato variamente la loro efficacia in relazione con il variare delle condizioni della civiltà; — c) considerare tutte le istituzioni — per qualunque via primamente sorte — alla luce degl’ideali etici, come organi dell’attuazione di essi. II De S., nella trattazione di questi problemi, afferma l’autonomia dello spirito nel senso che il soggetto è tratto dalla sua stessa natura a dare l’assentimento a principii superiori al suo io empirico. Egli quindi ammette una forma di esperienza morale specifica e distinta da ogni altra forma di esperienza spirituale, scientifica, estetica, religiosa ecc. La specificità di questa esperienza è la condizione che rende possibile una scienza etica: della quale egli insiste nel rivendicare l’autonomia e la priorità rispetto a qualsiasi concezione propriamente metafisica. La Metafisica ha nell’etica una delle sue basi più solide — e a tal principio è ispirato, come abbiamo visto, tutto il volume del De Sarlo "Metafisica, Scienza e Moralità „ — ; ma nessuna teoria morale può, secondo lui, essere costruita alla luce di una determinata concezione generale dell’universo, piuttosto che sulla base dell’analisi dell’esperienza morale. Come si vede, di fronte al problema etico il De S. mantiene fermo quello stesso atteggiamento — che abbiamo più particolarmente illustrato a proposito del problema gnoseologico — di stretta aderenza all’esperienza, come tramite traverso il quale soltanto ci si rivela nella sua efficienza e nella pienezza del suo contenuto ciò è che universale e razionalmente necessario. A coloro che trovassero troppo modesto il compito cosi assegnato alla filosofia, il De S opporrebbe volentieri le parole che Kant scrisse all’indirizzo dei «metafisici» del suo tempo: «Il nostro disegno può mirare a costruire una torre alta fino al cielo: ma il materiale è appena sufficiente per una casa, spaziosa tuttavia abbastanza per le occupazioni nostre sul piano dell’esperienza e alta a sufficienza per abbracciare questa d’uno sguardo ». E comunque « le alte torri e i grandi metafisici simili ad esse, intorno a cui (sia le une che gli altri) generalmente spira molto vento, non sono fatti Der me. Il mio posto è la feconda bassura dell’esperienza. SAGGI DI FILOSOFIA La Vecchia e la Nuova Frenologia. La nozione di Legge L’origine delle tendenze immorali. Il senso muscolare. L’ohbietto della Psicologia fisiologica. La filosofia dell’attività : Paulsen. TORINO CLAUSEN Roma. Tipografia di G. Balbi Via Mercede. La vecchia e la mura Frenologia Fatto psichico e fatto fisiologico o fisico sono denoaminazioni esatte, precise e intelligibili, meglio che le parole spirito e corpo, le quali, come già ebbe a notare il Renouvier, peccano per la loro indeterminatezza e pre.suppongono già un’opinione formata sulla natura del sostrato dei fatti psichici e di quelli fisiologici. La distinzione tra detti fatti porta con sè la ricerca della relazione esistente tra loro: nè può essere altrimenti, data l’intima connessione di entrambi. Non deve quindi far meraviglia se da vari punti di vista, sia stata indagata tale relazione e mentre dapprima sì fissò l’attenzione sull'azione che lo spirito in genere può esercitare sul ‘corpo preso nel suo insieme e viceversa questo su quello, negli ultimi tempi in seguito al progresso delle scienze positive e della critica della conoscenza si è badato massimamente alla relazione tra singoli fatti psichici e de‘terminati fatti e processi fisici (1). In ogni modo la relazione esistente tra l’anima e il corpo può formare oggetto d'indagine da due diversi Chi voglia avere un esatto, comunque riassuntivo, ragguaglio .delle varie maniere con cui successivamente è stato considerato dai filosofi, il rapporto tra spirito e corpo, può consultare il volume del Bain L'esprit et le corps. Paris, Germer et Bailliére. LA VECCHIA E LA NUOVA FRENOLOGIA punti di vista: i° Si può considerare il rapporto esistente tra determinati stati di tutto il corpo coi suoi vari organi e dati fatti psichici, si può in altri termini considerare l'azione che il fisico esercita sul morale e viceversa il morale sul fisico: esempi di tale trattazione ci vengono forniti dai classici lavori del Cabanis e dell’Hack Tuke; 2° si può limitare l’indagiue al rapporto esistente tra il fatto psichico e la corrispondente variazione dell'organo rivelato dall'esperienza in precipna connessione colla psiche (sistema nervoso). La prima indagine non ha interesse. particolare e decisivo per la soluzione del problema filosofico concernente la natura dello spirito : ed infatti l’azione reciproca, come si dice, tra fisico e morale non è negata da nessuno in tesi generale, comunque: possa essere variamente interpretata, ed aggiungeremo che le descrizioni che di quella possediamo sono pressochè complete e definitive. Per l'opposto la seconda indagine riguardante il rapporto tra sistema nervoso e fatti spirituali non solo costituisce un elemento importante per poter risolvere il problema capitale della psicologia che è quello della natura e del modo di esplicarsi dell’attività spirituale, ma è causa delle maggiori discrepanze tra i vari filosofi. È nostro intento di fermarci appunto su questa seconda indagine per vedere se nello stato attuale della fisiologia e della psicologia sia possibile venire ad una soluzione definitiva e razionale. Bisogna risalire al secolo XVII per trovarele prime indagini fatte allo scopo di cogliere il rapporto esistente tra il cervello e l’anima: e ciò sì comprende dileggieri, se si pone mente al risveglio delle scienze naturali caratteristico di quel tempo: già il sistema copernicano aveva portato una trasformazione nelle idee generali riflettenti l'universo; la meccanica aveva ricevuto da Galilei ‘una base solida, donde la tendenza a ridurre i fenomeni fisici a fenomeni meccanici; e Harvey colla scoverta della -circolazione sanguigna aveva presentato il principale motore della vita, il cuore, come una pompa aspirante e premente. Non è quindi a far meraviglia se agli occhi di Cartesio, il quale cercò di formare un sistema completo delle cognizioni naturali del suo tempo, la natura .sî sia presentata sotto l'aspetto meccanico, il corpo animale come una macchina naturale e il cervello come un congegno atto a contenere in un dato punto l’anima -di natura semplice ed inestesa. Non bisogna però credere che prima del XVII secolo non fosse stata messa in alcun modo in chiaro la connessione esistente tra il cervello e l’anima: non poteva non fermare l’attenzione di chiunque il fatto per sé ovvio che animali sd uomini, dopo aver ricevuto una lesione al cervello, mostrano un mutamento notevole nelle loro condizioni psichiche, C’è stato chi è arrivato a Democrito, Eraclito, Areteo, Ippocrate, ecc., i quali avrebbero fissato in astratto che ad ogni manifestazione e modificazione della natura corrispondesse una pacticolare organizzazione cerebrale. Aristotele nel :onfrontare la intelligenza deli'uomo con quella degli animali, vedendo nell’uomo la testa più piccola che negli altri animali, ne inferì che fra gli uomini la intelligenza è in ragione del minor volume del capo. Gregorig Nisseno faceva il seguente paragone del cervello umano: È una città, in cui tante strade di andata e ritorno pegli abitanti non fanno confusione, perché ciascuna ha il suo punto di partenza e di arrivo determinato . È un antichissimo accenno alla divisione delle funzioni. Ma le prime ricerche sperimentali che si conosca essersi fatte sul cervello umano, sono di Galeno, il quale disse che la forma del cerebro era quale con‘viene, e quale sarebbe se, prendendo una palla di cera in forma rotonda perfetta, la si premesse leggermente ai lati per modo che rse-atasse la fronte e la calotta con un po’ di gobba. In conseguenza colui big isdihy SAGGI DI FILOSOFIA. La Vecchia e la Nuova Frenologia. La nozione di Legge. L’origine delle tendenze immorali. Il senso muscolare. L’ohbietto della Psicologia fisiologica. La filosofia dell’attività: Paulsen. TORINO CLAUSEN Roma, Tipogratia di G. Bulbi. Via Mercede La vecchia e Ta nova Freologa. Fatto psichico e fatto fisiologico o fisico sono denominazioni esatte, precise e intelligibili, meglio che le parole spirito e corpo, le quali, come già ebbe a notare il Renouvier, peccano per la loro indeterminatezza e pre.suppongono già un'opinione formata sulla natura del sostrato dei fatti psichici e di quelli fisiologici. La distinzione tra detti fatti porta con sè la ricerca della relazione esistente tra loro: nè può essere altrimenti, data l'intima connessione di entrambi. Non deve quindi far meraviglia se da vari punti di vista, sia stata indagata tale relazione e mentre dapprima sì fissò l’attenzione sull'azione che lo spirito in genere può esercitare sul corpo preso nel suo insieme e viceversa questo su quello, negli ultimi tempi in seguito al progresso delle scienze positive e della critica della conoscenza si è badato massimamente alla relazione tra singoli fatti psichici e determinati fatti e processi fisici. In ogni modo la relazione esistente tra l’anima e il -corpo può formare oggetto d'indagine da due diversi Chi voglia avere un esatto, comunque riassuntivo, ragguaglio delle varie maniere con cui successivamente è stato considerato dai filosofi, il rapporto tra spirito e corpo, può consultare il volume del Bain L'esprit et le corps. Paris, Germer et Baillière essere adempiute con scrupolo nei loro più minuti particolari. Se nou che tutto questo, a dire il vero, piuttosto che ai tempi primitivi dell'umanità si riferisce a quelli in cui gli uomini si sono già organizzati in gruppi più o meno vasti con capi politici e religiosi. Questi capi sì finsero o si credettero effettivamente ispirati da esseri sovrannaturali e legiferarono: e le loro leggi furono varie secondo le condizioni dei popoli e i criteri politici e religiosi, dai quali i detti capi furono guidati. Riassumendo, nell’inizio, in qualsiasi aggregazione umana non esiste dritto nè legge nel vero significato della parola’ ma bisogni umani che possono essere sentiti e riconosciuti di necessaria soddisfazione. Se per comune volontà la soddistazione di quei bisogni con talune modalità o limiti riconosciuta legittima, viene conseguita, si hanno allora alcune consuetudini che non possono a rigore dirsi giuridiche, perchè manca un potere tutelatore, ma preparano l’apparizione delle forme giuridiche, dei dritti, iniziando la trasformazione dei rapporti bio-etici in rapporti giuridici. Se poi quelle consuetudini si formano sotto la direzione di colui che sta a capo dell'associazione, allora esse meritano il nome dì giaridiche. E posto che il dritto, subbiettivamente inteso, sia la facoltà di operare in una maniera determinata, riconosciuta legittima e necessaria dall'autorità sociale, obbiettivamente sì presenta sotto questi due aspetti: 1° sotto quello della garentia o protezione che ha vita appunto con le disposizioni legislative, con leleggi; 2° sotto quello di un insieme di azioni umane, svolgeutisi nei limiti e con le modalità stabilite da queste leggi. Di guisa che il dritto è il complesso delle norme generali dell'operare umano necessarie al conseguimento dei fini sociali ed individuali dell'uomo. Se non che qui giova notare che non è perfettamente conforme al vero affermare sic et simpliciter che le consuetudiri sì fissino nelle leggi giuridiche, ma invece occorre dire che dopo la separazione delle consuetudini propriamente dette dal dritto, quest’ultimo si vale dei mezzi di obbligazione esterna, mentre le prime adottano i mezzi più blandi dell’imitazione e del ri. spetto dell'opinione pubblica. Le consuetudini ed il diritto hanno però per lungo tempo questo di comune che il valore delle loro norme è fondato tutto sull'uso e sull’abitudine. La /egge (lex) espressamente ‘formulata e quindi letta e quella scritta (Vorschrift, prescrizione) sono di origine molto più tardiva ed anche dopo che sono sorte, abbracciano in modo molto incompleto il diritto che vige nella società: dritto che si differenzia dalle pure consuetudini per la costrizione fisica di cui effettivamente si serve. Presso i Romani queste leggi non scritte, da cui però attingeva la legislazione scritta, queste consuetudini si dissero 120res per accennare all'assenza in esse di ogni forma di promulgazione esterna reputata caratteristica della legge vera e propria (lex da legere). Presso di noì moderni la differenza tra consuetudini e leggi s'è andata sempre più accentuando per il fatto che le prime sono andate perdendo di valore a misura che si è lasciato maggior campo alla esplicazione della libertà ed iniziativa individuale e che in riguardo ad esse è venuto meno ogni mezzo di costrizione. Per contrario è divenuto molto più sensibile il carattere obbligatorio delle norme giuridiche basato appunto sui mezzi di costrizione esterna. Come si vede, nel concetto originario di legge non era incluso per niente il significato che oggi si dà alle leggi naturali, quali rapporti costanti esistenti tra dati termini, ma bensi, quello di norme o regole dirigenti l’attività umana. In questo senso Empedocle considera il divieto di uccidere gli esseri viventi quale legge applicabile fin dove si estende la luce del sole e lo spazio infinito e Sofocle fa dire ad Antigone che i comandi divini non scritti, ma imprescindibili, hanno valore non da ieri o da oggi, ma ab aeferno e nessuno sa da quando sono stati rivelati. In Eraclito troviamo solo un accenno a concepire la legge divina quasi come una legge naturale, quando dice, che tutte le leggi umane tendono ad avvicinarsi a quella divina, in quanto questa è onnipotente e forte abbastanza per dominare tutte le altre leggi ; qui la legge divina non solo è considerata come una norma dello svolgimento dell’attività umana, ma come fattore essenziale dell’ armonia universale chiamata anche da Eraclito col nome di Dike. Decorse però molto altro tempo prima che la nozione di legge fosse libera dagli elementi ad essa inerenti nel suo significato originario: basta pensare che i sofisti riguardavano il Nomos ela Fise, la legge e la natura delle cose come antitesi inconciliabili, per convincersi che in quel tempo il concetto di legge (intesa questa quale forma dell'ordinamento naturale) non poteva in alcun modo prendere consistenza ed acquistar valore ed anzi va notato che gli autori di quel tempo ponevano ogni cura a differenziare la legge dalla natura, osservando che la legge era stata data dagli nomini, mentre la natura di tutte le cose era stata ordinata dagli Dei. E quei filosofi che riconoscevano le leggi naturali nel senso moderno si guardavano bene dal chiamarle con tal nome: Democrito, per esempio, chiaramente espresse il concetto che niente di casuale avviene nel mondo, ma tutto ha la sua ragione necessaria; se non che egli non parlò mai di leggi naturali, bensi d ella necessità di ogni evento, anzi fu egli che pose la legge di rincontro alla natura delle cose. Del pari Platone ed Aristotele parlarono della necessità a cui sottostanno tutti i fatti della natura, comunque la subordinassero poi all’ attività finale di questa, ma non ci fu caso che essi considerassero tale necessità quale legge della natura. Questo nome fu da essi conservato esclusivamente per designare le norme dell’operare umano, distinguendo le leggi particolari dei singoli stati, suddivise poi alla lor volta in leggi scritte e non scritte, dalla legge morale universale per cui gli uomini son tratti istintivamente a giudicare (uivtevovta:) del giusto e dell’ingiusto. Teofrasto più precisamente disse che per tale via tutti gli uomini, in forza dell'unità della loro natura, sono spinti a considerarsi come affini o aventi una medesima origine. Tale legge, diciamo così, naturale però sta a significare soltanto un'esigenza pratica della natura umana, non una necessità incorabente al modo di agire delle forze naturali: e se Aristotele una volta si avvicina ad un tale concetto, non tralascia di osservare che è solamente in senso improprio che si può parlare di legge naturale (1). Bisogna arrivare a Zenone per trovare adoperata la (1) V.a tal proposito, Zeller: Philosophie, der Griechen, Vol. I, pag. 1005 e segg., Vol. II pag.865 e segg.; V. inoltre Zeller: Vortrige u. Abhandlungen. Dritte Sammlung. Leipzig prima volta la nozione di legge ad esprimere l' ordinamento della natura, il che parrà logico a chiunque conosce la struttara del sistema stoico. Dagli stoici infatti fu affermata la necessità di ogni evento, l'inviolabilità dell’ordine naturale tanto più decisamente in quanto Epicuro aveva ammesso l’arbitraria declinazione negli atomi e il libero arbitrio nell'uomo. Se Democrito ed Epicuro rifuggirono dal designare il corso necessario degli eventi naturali col nome di legge, perchè ciò poteva far considerare l'ordinamento della natura quale opera di un volere superiore e di un'intelligenza plasmatrice dell’universo, gli stoici avendo ricondotte tutte le cose ad una sola causa riguardata non soltanto come sostanza materiale, ma come Forza creatrice o Ragione, furono spinti a considerare il concatenamento delle cause naturali e il necessario svolgimento dei fatti come mezzi per cni la Ragione universale potesse attuare i suol fini. Da tai punto di vista tutto l’ordinamento dell'universo sì presentò come un prodotto del volere di detta ragione, in altre parole come la legge che essa aveva dato ; ed anzi essa stessa fu chiamata legge naturale, e se qualche volta la natura piuttosto che la ragione figurò come legislatrice, | se sì parlò di leggi della natura a cui tutto doveva sottostare, compreso l’uomo, ciò avvenne perchè la natura nella sua intima essenza era fatta coincidere colla ragione universale (divinità) (1). In tal guisa è giustificato il detto di Zenone che la legge naturale è una legge divina. Quid enim aliud est natura quam Dcus et divina ratio toti mundo ct partibus cius inserta ? Seneca, De Benef. La legge universale fu riposta nella Ragione somma, la quale penetra da per tutto, onde Cleanto nel suo inno, dopo aver detto che Giove tutto regola in conformità di una legge, chiama le esigenze morali egualmente leggi. Qui non troviamo differenza notevole tra la legge naturale e la legge morale. Del resto tutta la dottrina morale stoica è fondata appunto sul principio di dover vivere in conformità della natura, principio, il quale non dice altro. che la legge morale è legge naturale dell'’operare umano. La nozione di legye naturale qui nor appare delimitata in modo netto da non poter essere confusa per l’origine e per la forma colla legislazione positiva e per il contenuto colla legge morale, essendo guidato il volere divino dal fine di procacciare il maggior bene agli esseri ragionevoli. Sembra adunque che fosse dalla scuola stoica che l'espressione di legge naturale passasse nell'ordinario linguaggio, tanto più che l’indeterminatezza del suo significato rimase immutata per il resto dell'evo antico e medio. Le leggi governanti la natura al pari di quelle obbligatoriamente regolanti le azioni umane figurarono come comandi divini : e senza badare se tutti gli enti avessero la capacità propria dell'uomo di dare ascolto ai detti comandi, le leggi naturali furono presentate quali ordini positivi provenienti necessariamente da una Volontà superiore. A questo punto giova notare che il sentimento mitico della natura per cui i fenomeni di questa furono riguardati espressioni di impulsì e di tendenze interne, trovò il suo appoggio nell’analogia esistente tra il corso invariabile dei fatti naturali e l’indirizzo, regolato da norme fisse, degli atti della vita umana; indirizzo alla sua volta fondamentato almeno in parte sul succedersi ritmico dei bisogni fisici. Alla costrizione esterna si sostitni l'esigenza interiore emotiva per cui si fu tratti a conformare il proprio modo di operare all’operare della natura. Il divino dall’uomo posto nella natura si riverberò sull'uomo stesso quando gli atti divini (fatti naturali) furono posti come modelli della condotta umana; cosi l'ordine della natura divenne esemplare dell'ordinato svolgersi delle consuetudini umane e la nozione di legge che ricevette la sua prima determinazione nella società umana e che fu trasportata allo studio della natura in seguito ad una tardiva riflessione, appare derivata nei suoi fondamenti primitivi ed originarii dalla natura stessa (natura fisica dell’uomo). Del resto il nesso esistente tra l’ordine naturale e quello delle consvetudini si rende manifesto nelle intuizioni religiose degl'indiani. Negli atti simbolici religiosi di questi è espresso il sentimento di regolarità fissa e immutabile dominante dapertutto nell'universo. In alcuni sacrifici sono ‘simboleggiati i fenomeni celesti svolgentisi con regolarità costante. I sacrifici fatti ad Agni corrispondono ai fenomeni naturali (dappriina adorati essi stessi come divinità) in cui per così dire, quel Dio s’incorpora. E i detti fenomeni son reputati atti religiosi compiuti dalla divinità. Di qui il rispetto pauroso per la natura che raggiunge il massimo grado presso i Greci, come provano i miti di Prometeo, di Icaro, di Fetonte, e il riguardo usato agli animali, i quali rappresentano un elemento dell'ordine e del sistema della natura. | In tal guisa, dallo stadio mitico primitivo in cui sono confusamente rappresentati l'ordinamento naturale e morale dell'universo si passa allo stadio estetico in cuì l’ordinamento esterno delle cose è presentato come simbolo o manifestazione dell'ordinamento morale interiore, stadio che coincide colla trasformazione degli dei della natura in potenze morali. La natura è sempre riguardata come qualche cosa di divino, ma i singoli obbietti naturali cessano di essere considerati come dèi, simili agli uomini (V. il Timeo di Platone). Col suddetto stadio coincide l’inizio della conoscenza delle leggi fisiche dell'universo, in quanto la contemplazione estetica non considera più i fatti naturali come prodotti puri e semplici del capriccio e dell’arbitrio di esseri divini simili in tutto all'uomo, ma bensi come segni, accenni a qualcosa d'elevato, di razionale, di assoluto, di necessario e quindi di permanente che è degno di essere conosciuto ed indagato, per quanto si celi all’occhio volgare. Di qui l’inizio e l'avviamento alla comprensione razionale dell’universo, la quale giunta al suo completo svolgimento menò allo sconoscimento di ogni valore etico obbiettivo nella natura, sia perchè questa non fu più contemplata nel suo insieme, data l'esigenza della divisione del lavoro, sia perchè gli effetti emotivi suscitati dalla detta contemplazione essendosi rivelati variabili e incostanti, furono riguardati un prodotto del soggetto, da questo trasportati nella natura. Bisugna arrivare ai secoli XVI e XVII per trovare delimitato nell’ultimo modo anzidetto il contenuto della nozione di legge naturale, per la quale s’intese appunto il rapporto costante di dati termini, la relazione fatalmente necessaria esistente tra condizionato e condizione. Talchè la nota caratteristica della legge naturale fu allora riposta nel suo valore assoluto, universale, privo d’eccezioni. E la conoscenza di essa si rivelò tanto più perfetta quanto più chiara appariva la conoscenza degli eventi e delle loro condizioni determinanti, raggiungendo il massimo grado di perfezione colla possibilità di esprimere matematicamente il rapporto implicato nella legge in modo da poter senza fallo prevedere un dato evento, una volta note le rispettive condizioni. Che si riuscisse per la via induttiva o per quella deduttiva a fissare e ad enunciare determinate leggi, ciò che sopratutto si ebbe di mira fu che la legge avesse ‘n valore assoluto e incondizionato ; il che poteva avvenire solo - nel caso che tra le circostanze accompagnanti un dato evento e quest'ultimo fosse riconosciuto un nesso causale, comunque la conoscenza di una legge naturale potesse essere indipendente da quella delle cause determinanti il nesso espresso nella legge stessa. Molte leggi empiriche furono infatti fondate su ipotesi scientifiche. Il modo di comprendere la causalità in genere esercitò però sempre una grande azione sulla maniera d'intendere l’assolutezza delle leggi naturali. Fu notato poi che per poter ammettere la possibilità di strappi alle sudette leggi, per poter ammettere in alcun modo delle deviazioni dal corso naturale delle cose, per poter accettare in altri termini i miracoli, occorreva implicitamente od esplicitamente tornare a considerare le leggi naturali quali leggi positive derivanti dall'arbitrio di una forza saperiore. Una volta infatti affermato che intanto si può parlare del corso regolare degli eventi naturali, in quanto sotto date condizioni sempre si presentano fatti identici non è più possibile risguardare come naturali eventi, i quali si sottraggono ad ogni spiegazione naturale. Le leggi naturali interpretate secondo i concetti dominanti nella scienza in stato di progresso e di svolgimento, appaiono assolutamente inconciliabili e irriducibili a quelle precettive o normative, in quanto le prime hanno il carattere precipuo di essere necessarie in sè stesse e prive di eccezioni, mentre le altre esprimono delle regole, dei precetti a cui si può sempre derogare. ]ua necessità nell’ultimo caso è sempre relativa ad un dato scopo da conseguire. Dicemmo di sopra che lo svolgimento della nozione di legge e la sna formale enunciazione e introduzione nel dominio della scienza andavano differenziate dal fatto reale ed obbiettivo formulato ed espresso in un periodo tardivo nella legge stessa. Invero fin da quando fu riconosciuto un rapporto ‘costante e necessario tra due fatti (Matematica e Astronomia), fin da quando sì cominciò ad enunciare un giudizio universale ed a ricavare da date premesse date illazioni ordinando il tutto in modo chiaro e preciso, fin da quando fu riposta la ragione dei vari eventi in un processo matematico-meccanico svolgentesi in modo incondizionatamente necessario, fin da quando il mondo in tutte le sue manifestazioni anche le più esigue, fu considerato come wn organismo governato da un concatenamento di cause, fin da quando pose radici Ia convinzione che conoscere equivale a determinare e che pertanto conoscere un oggetto equivale a ricercare in che modo questo nella sua essenza ed esistenza dipende da un altro, fin da quando adunque la scienza intesa in senso lato ebbe la sua prima origine, il contenuto .reale della nozione di legge s'imponeva alla considerazione dello spirito. Dal momento che lo spirito senti il bisogno di distinguere il permanente e l'essenziale dal contingente e dall’accidentale, attribuendo al primo maggior valore e significato, dal momento che andò in traccia dell'unità al disotto della varietà, pose perciò stesso la necessità della ricerca della legge. Questa ha radice in una necessità del concepire umano, in quanto nel fondo del nostrointelletto, è insita la tendenza ad andare in cerca di qualcosa di assoluto, d'immutabile e d'identico : ond'è che dagli antichi filosofi Ionici, o meglio dagli antichi matematici ed astronomi dell’oriente fino a noi fu un continuo affaticarsi del pensiero umano per fissare gli elementi invariabili di tutte le cose e per sostituire alla concezione mitica, e antropomorfica quella della connessione necessaria e incondizionalmente regolare dei vari eventi. Ed è cosa degna di nota che parallelamente all’interpretazione teleologica della natura si conservi con un numero maggiore o minore di variazioni e di ondeggiamenti la tendenza a ricercare i puri rapporti causali tra le cose e gli eventi. Chi segue lo svolgimento storico della scienza in genere constata subito che la corrente che potremmo dire materialistica decorre parallela a quella idealistica, attraverso tutto il mondo antico e tutto l’evo medio fino a che nel rinascimento s’iniziò quel movimento che ebbe per esito l'abbandono di qualsiasi veduta teleologica nel dominio della scienza vera e propria. Se non che qui si presenta la questione: Se il fatto reale espresso mediante la legge è antico quanto la scienza, perchè la nozione di legge vera e propria sorse così tardi ? Al concetto di necessità naturale che cosa si deve aggiungere perchè si abbia il concetto di legge ? Finchè la conoscenza umana sì portò, per così dire, in modo diretto ed immediato verso il suo obbietto che d'ordinario era la natura, senza curarsi di determinare l'essenza generale, il concetto dei fenomeni, senza ferinare l’attenzione sulle relazioni stabilite mediante l’intelletto umano, era impossibile che sorgesse la nozione di legge, la quale è resa possibile piuttostochè dalla considerazione delle cose per sè stesse, da una veduta esatta in ordine alla natura della nostra conoscenza. Finchè i principii delle cose furono riposti nelle cose e non nei concetti, ognun vede che di leggi non era possibile parlare. Ma tostochè per opera segnatamente della filosofia stoica, la ragione fu reputata immanente al mondo e fine a sè stessa, e il mondo nel suo progressivo svolgimento fu reputato la manifestazione di una logica che sta nella sua stessa essenza, anzi fu reputato la ragione stessa che si determina, per ciò stesso fu posta la base del principio fondamentale delle leggi della natura. Queste, infatti, esistono, sono necessarie e sono intangibili, perchè sono la natura stessa; non possono esser tolte alla natura, perchè non furono poste alla natura. Se fossero tolte, sarebbe tolta la natura, il mondo. L'esistenza è la giustificazione di quello che esiste; esiste perchè non può non esistere. Ora è questa idea la garanzia della scienza, la quale non può reggersi quando si ammetta la possibilità dell’arbitrio: l’azione di una volontà esterna al mondo. Senza il concetto o palesamente affermato o inscientemente ammesso di una logica immanente, il pensiero brancola nel vago e nel buio e la nozione di legge, che implica ordine, regolarità, e fissità, non può prendere origine. In conclusione perchè si arrivi a concepire la legge, all'idea della necessità naturale si deve aggiungere quella della logica immanente: la nozione della necessità interiore o logica, ecco il presupposto dell'insorgenza della nozione di legge. Una volta entrata nella mente degli scienziati la persuasione che pensare è fissare in forme costanti la cangiante materia delle rappresentazioni, è cercare, come il saggio di Schiller, den ruhenden Pol in de Erscheinungen Flucht, una volta ammesso che, giusta l’espressione dell’Helmholtz, das erste Product des denkenden Begreifens ist das Gesetsliche, è chiaro che i filosofi dovettero essere spinti a penetrare per vie differenti la natura intima della legge la quale appariva come il risultato ultimo delle varie forme d'indagine scientifica, come l’espressione pi esatta e completa del lavoriointellettuale intorno ad un dato contenuto. Noi crediamo chetutte le idee emesse dai filosofi su tale argomento possano essere raggruppate in tre principali categorie, contrassegnate coi seguenti tre nomi: concezione intellettualistica, concezione animistica e concezione dualistica delle leggi in genere. Se non che qui si potrebbe obbiettare: stando a tale divisione, parrebbe che le leggi, le quali in sostanza non sono che il risultato ultimo della conoscenza umana e quindi un prodotto dell’intelligenza, possano essere inter pretate anche non ricorrendo all’attività intellettuale; a fianco alla concezione intellettualistica, infatti, si pone quella animistica ; ora, non racchiude tale affermazione una contradizione? A ciò si risponde che senz’alcun dubbio la semplice determinazione ed enunciazione di una legge è già un fatto intellettuale; il quale però può essere valutato e interpretato diversamente a seconda che esso vien rapportato alle funzioni semplicemente intellettive e quindi ricondotto sotto il dominio esclusivo dei principii supremi del pensiero puro (principio d'identità, ecc.), ov| vero viene considerato come implicante un elemento che non ha a che fare coll’intelligenza pura e semplice. A. tal proposito giova far distinzione tra la natura propria delle leggi (il loro significato reale ed obbiettivo) e la conoscenza di esse. Riguardo a quest’ ultimo punto tutte le leggi a qualunque categoria appartengano figurano, si, comes trascrizioni in termini intellettuali (in giudizi universali) di rapporti reali, figurano cioè come il risultato dell’applicazione dei processi intellettivi agli obbietti reali; ma a seconda che i detti giudizi universali enuncianti le leggi sono ridotti tutti a giudizi d'identità o analitici, ovvero (almeno in gran parte) a giudizi di dipendenza o sintetici, irriducibili ai primi, si avranno due forme fondamentali d’'interpretazione delle leggi. Riguardo al primo punio a seconda che l'essenza delle leggi è riposta tutta in un processo di equazione obbiettiva tra ì due termini della coppia legge, ovvero in una determinazione dell’attività propria delle cose e nell'azione reciproca delle stesse, si avranno del pari due forme principali di concezione della legge. Va notato qui che d'ordinario le dette quattro forme si corrispondono in modo che l’interpretazione, diciamo così, analitica coincide con quello dell'equazione obbiettiva e la sintetica con quella dell'attività. Sicchè noi ci siamo creduti autorizzati a partire per prima in due grandi categorie le concezioni circa la natura delle leggi in genere, dando loro i nomi di concesione intellettualistica, e di concezione animistica, nomi che filologicamente considerati non hanno alcun valore e sono delle semplici denominazioni atte a contrassegnare due forme di concepire le leggi. Siccome poi si hanno delle concezioni miste in cui le leggi sono interpetrate, per una parte intellettualisticamente e per un'altra parte animisticamente, così noi abbiamo creduto di ammettere una terza forma di concezione detta dualistica. Aggiungiamo infine che in questa terza categoria vanno compresi quei casi in cui tra le leggi esplicative e quelle normative viene ammessa, una differenza essenziale e fondamentale. A seconda che è ammesso adunque il concorso di uno piuttosto che di un altro elemento per la genesi della nozione di legge, a seconda che il valore di questa si fa o no dipendere esclusivamente da un fatto di conoscenza e a seconda che la causalità è riposta semplicente nell'essere, ovvero nell’identità dell'essere e dell'agire, si avrà un vario modo di concepire l’essenza delle leggi. E la concezione meriterà il nome di intellettualistica ogni qualvolta le leggi o sono considerate come legami per così dire estrinseci alle cose (veduta meccanica), ovvero come enunciazioni di rapporti d’identità. Meriterà invece il nome di animistica ogni qualvolta le leggi vengono considerate come determinazioni primitive e originarie dell’attività delle cose, o come espressioni di ciò che vi ha d’interno in queste ultime. Meriterà infine il nome di dualistica ogni qualvolta la natura delle leggi viene interpretata per una parte intellettualisticamente e per un'altra parte animisticamente. Sui particolari concernenti queste tre concezioni c'intratterremo in seguito, quando tratteremo partitamente di ciascuna di esse. Secondo la concezione intellettualistica, o meglio secondo la forma predominante di essa, chi dice legge dice rapporto, dice, cioè, legame esistente tra due caraiteri generali, i quali non sono mai staccati l'uno dall'altro in natura e si richiamano, o tendono a richiamarsi a vicenda; ed anzi si può dire che i due caratteri, dei quali ora il primo richiama il secondo, ora il secondo richiama il primo, formano una coppia, che è poi una legge. Pensare, formulare una legge equivale a legare insieme due idee generali; e formare un giudizio generale, è enunciare mentalmente una proposizione generale. Ogni pezzo di ferro esposto all'umidità si arrugginisce : tutti i corpi immersi in un liquido perdono una parte del loro peso eguale al peso del liquido spostato ; ecco delle leggi, ciascuna delle quali consiste in una coppia di caratteri generali ed astratti collegati tra loro: da una parte la proprietà del ferro d’essere esposto all'umidità, dall’ altra l'origine del composto chimico detto ruggine, da una parte la quantità del peso perduta dal corpo immerso e dall'altra la quantità eguale del peso di liquido spostato. Niente di più utile allo spirito umano di questa struttura delle cose, giacchè una volta scoverta la legge, il primo carattere appare l’indice del secondo. Prima però di considerare le leggi in sè stesse e nelle loro applicazioni, giova ricercare la natura di detti caratteri generali o astratti, sempre secondo i detti intellettualisti. Lungi dall’essere creazioni della nostra mente, semplici mezzi di classificazione o strumenti di mnemotecnica, quelli esistono di fatto al difuori dì noi, al di là della portata dei nostri sensi e delle nostre congetture; sono efficaci, anzi sono gli agenti più importanti della natura, in quanto ciascuno di essi trae seco uno o più altri, sono la porzione fissa ed uniforme dell’esistenza per sè frammentariamente dispersa e successiva, giacchè allo stesso modo che vi sono dei caratteri comuni la cuì presenza continua collega tra loro i diversi momenti dell’esistenza individuale, così vi sono dei caratteri comuni la cui presenza moltiplicata e ripetuta collega tra loro i vari individui della classe. Senza i caratteri comuni e le idee generali ed astratte che loro corrispondono nell’intelligenza umana non solo non sarebbe a parlare di scienza (cosa già notata da Aristotile), ma non esisterebbero nemmeno individui, i quali in sostanza sono come obbietti particolari che durano, che serbano nel tempo e nello spazio qualcosa di comune e di permanente, una data forma, cioè a dire un gruppo di caratteri fissi aventi importanza capitale e costituenti la parte essenziale. Abbiamo detto che ai caratteri comuni obb'ettivamente esistenti fanno riscontro nell’intelligenza le idee o i concetti, 1 quali lungi dal confondersi colle rappresentazioni sensoriali o cogli schemi fantastici o rappresentazioni generali che sono un fatto semplicemente concomitante, vanno riguardati come nomi di classe, nomi significativi ed atti ad essere compresi, in modo che essendu questi uditi, svegliano la rappresentazione sensibile più o meno chiara e circoscritta d'un individuo della classe e esistendo invece la rappresentazione sensibile di un individuo della classe, appare subito sull’orizzonte psichico l'imagine del suono del nome di questa e la tendenza a pronunziarlo. Talchè i caratteri astratti delle cose sono pensati per mezz di nomi astratti (idee astratte) che sono specie di sostitutivi dell'esperienza sensibile che noi non abbiamo, nè possiamo avere del carattere astratto presente in tutti gli individui simili. Essi lo sostituiscono, adempiendo al medesimo ufficio. L'origine di tali nomi astratti e generali va ricercata in una forma particolare di associazione tra un dato suono e la rappresentazione o l’immagine non solo di individui assolutamente simili, ma anche di individui a volte differenti in tutto, trannechè in un carattere. Il potere di trovare analogie tra le cose più o meno disparate, il potere di cogliere dei rapporti è appunto la caratteristica dell’intelligenza umana e insieme ciò che rende possibile la formazione di nomi astratti e generali. L'idea nasce col segno, ma perchè sia adattata in modo completo all'oggetto, perchè risponda al carattere comune, è necessario che sia rettificata a gradi, giacchè nel linguaggio ordinario e nella esperienza volgare è incompleta e vaga: è soltanto per mezzo dell'osservazione attenta, dell'esperienza variata ed estesa e della comparazione ripetuta, che noi riusciamo, tralasciando tutti i caratteri inutili e accidentali, a conservare quelli essenziali e permanenti. Non tutte le idee generali vengono formate con detto processo: vi sono, infatti, quelle che agiscono come modelli, perchè hanno per obbietto non il reale, ma il possibile, ed esse piuttostochè adattate all'oggetto, vengono costruitte, E il carattere comune di tutte le idee che noi costruiamo è che esse si riducono a schemi, a cornici in cui può venire inquadrata la realtà, comunque esse siano formate senza tener presenti determinati oggetti reali. La conformità delle costruzioni mentali colla realtà può e non può aver luogo: in ogni caso essa non è lo scopo a cui si mira. Lo adattamento non è sempre esatto e vi sono dei casi in cui è soltanto approssimativo; e ciò perchè il fatto reale è molto complicato, mentre la costruzione mentale relativamente semplice: sbarazzato dei suoi suoi elementi accessori e ridotto a quelli principali il primo si presenta come una copia della seconda e tanto più entrambi coincidono quanto più o mediante l’astrazione praticata sulla realtà tutto ciò che è accessorio vien tralasciato, rimanendo conservato ciò che è primitivo ed essenziale, ovvero mediante il processo contrario, la determinazione, tutto ciò che manca agli schemi mentali vien loro attribuito dall'immaginazione. Tre condizioni sono richieste perchè le costruzioni mentali abbiano un certo valore obbiettivo : 1° bisogna che gl’elementi mentali di esse siano calcati esattamente su quelli delle cose reali: 2° che gli stessi elementi siano generali e possibilmente universali: 3° che le combinazioni mentali siano le più semplici possibili. Tale processo costruttivo si può applicare alle varie classi di obbietti, giacchè in tutti noi possiamo riscontrare e isolare i caratteri generali atti ad essere combinati tra loro. Tra i tipi mentali per tale via costruiti ve ne sono di quelli che c’interessano in modo particolare e aì quali noi vivamente desideriamo che le cose si conformino, tanto che il bisogno e l'esigenza di tale conformità diviene stimolo all’azione. Noi costruiamo l'utile, il bello e il bene e operiamo in modo da far coincidere, per quanto è possibile, le cose colle nostre costruzioni. Avendo noi scorto ora in uno, ora in un altro degli individui che vivono in società con noi e con cui noi siamo in continuo rapporto dei segni esterni che sono l'espressione di qualità interiori atte a svegliare la nostra attenzione, perchè benefiche all'individuo o alla specie, quali l'agilità, il vigore, la alute, l’energia ecc., siamo tratti a mettere insieme i detti segni, affine di potere contemplare un corpo umano in cui siano appunto manifestati i caratteri da noi giudicati i più importanti e pregevoli: ond'è che se un artista giunge ad avere la visione interiore, la immagine viva e intensa dell’insieme di queste note, egli prende un blocco di marino e v'imprime la forma ideale che la natura non era riuscita a mostrarci per l’innanzi. Del pari essendo dati i vari motivi del volere umano, noi constatiamo che l’individuo opera più di frequente in vista del suo bene personale e quindi per interesse, molte volte per il bene di un individuo da lui amato e quindi per simpatia e rarissimamente in vista del bene generale senza altra intenzione che di essere utile alla società presente o futura di tutti gli esseri forniti di sensibilità e d'intelligenza. Noi isoliamo quest'ultimo motivo e desideriamo vederlo preponderante in ogni deliberazione umana, lo lodiamo tanto da raccomandarlo a tutti gli altri e da fare ogni sforzo per dargli il predominio in noi medesimi. Formatosi così l’ideale del carattere morale, noi cerchiamo ogni mezzo per adattare a tale modello il nostro carattere effettivo. Di guisa che le opere d’industria, d’arte e di virtù sorgono allo scopo di colmare o discemare l'intervallo che separa le cose dalle nostre concezioni. Vediamo ora in che consistono, sempre stando alla concezione intellettualistica, i rapporti o i legami esistenti tra due caratteri comuni (leggi). Notiamo subito che essi sono di varie specie: a volte i due caratteri collegati insieme sono simultanei e allora due casi si possono presentare o il primo carattere trae seco il secondo senza che l’ultimo tragga seco il primo: così ogni animale fornito di mammelle ha vertebre, ma non ogni vertebrato è fornito di mammelle (legame unilaterale o semplice): ovvero la presenza del primo carattere trae s eco quella del secondo e alla sua volta la presenza del secondo trae seco la presenza del primo; in ogni mammifero i denti incisivi accompagnano sempre un tubo digestivo breve e lo svolgimento di istinti carnivori e reciprocamente (legame bilaterale e doppio). Altre volte dei due caratteri collegati, l'uno, chiamato antecedente, precede e l’altro detto conseguente segue; al primo si dà il nome di causa ed all’altro quello di effetto. E anche qui due casi si possono presentare o il primo carattere provoca colla sua presenza l'insorgenza del secondo e alla sua volta il secondo per prodursi, esige la presenza del primo : ogni mobile al quale s'applicano due forze divergenti di cui l’una è continna, descriverà una curva; ed ogni mobile per descrivere una curva richiede l'applicazione di due forze divergenti di cui l'una è continua (legame bilaterale o doppio): ovvero il primo provoca colla sua presenza il secon:lo senza che il secondo per prodursi esiga la presenza del primo le vibrazioni di una certa celerità trasmesse al nervo acustico provocano la sensazione di suono, ma quest’ultima può prodursì in noi spontaneamente nei centri sensitivi (legame umilaterale o semplice, nesso di causa ed effetto) (1) Ma in che consiste il legame esistente tra due caratteri ? Vi è qualche virtù o ragione segreta che risiedendo in uno di essi, trae, provoca l'altro? Su questo punto i filosofi fautori della concezione intellettualistica non sono d'accordo, come si dirà in seguito; per ora basterà notare che per la più parte dei filosofi e scienziati moderni intellettualisti le parole provocazione, legame, produzione, esigenza non sono che metafore abbreviative. La sola nozione dice Stuart Mill sulla traccia di Hume, di cui a tal proposito noi abbiamo bisogno può esserci fornita dall'esperienza, la quale c’insegna che nella natura regna un ordine di successione invariabile, e che ogni fatto vi è sempre preceduto da un altro fatto. Noi chiamiamo causa l’antecedente invariabile, effetto il conseguente invariabile. La causa reale è la serie delle condizioni, l’inTAINE -- De VPIntelligence. sieme degli antecedenti, senza i quali l'effetto non può aver luogo. Sicchè la causa è la somma delle condizioni positive e negative prese insieme, la totalità delle circostanze e contingenze di ogni specie che una volta date, sono invariabilmente seguite dal conseguente. E la volontà produce i nostri atti corporei come il freddo produce il ghiaccio o come una scintilla produce un'esplosione di polvere da cannone; vi è li del pari un antecedente, la risoluzione, che è un carattere momentaneo del nostro spirito, e un conseguente, la contrazione muscolare che è un carattere momentaneo di uno o più dei nostri organi; l’esperienza collega insieme i due fatti in modo da render possibile la previsione che la contrazione terrà dietro alla risoluzione, non altrimenti che l'esplosione della polvere segue il contatto della scintilla - In modo più preciso si può dire che qualunque siano i due caratteri, simultanei o successivi, momentanei o permanenti, la forza colla quale il primo trae, provoca o suppone il secondo come contemporaneo, conseguente o antecedente, si riduce ad una particolarità del primo considerato solo e separatamente. S'intende dire con ciò che esso ha per sè la proprietà di essere accompagnato, seguito o preceduto dall'altro. Del resto niente di meraviglioso in tale costituzione delle cose, se si riflette che non è più strano trovare delle concomitanze, dei precedenti e dei conseguenti rispetto ed un carattere generale di quello che sia il trovarne rispetto ad un individuo particolare o ad un fatto attuale. Non alrimenti che gl’individui e i fatti particolari, i caratteri generali sono forme dell’esistenza non ditferenti dai primi, se non perchè sono più stabili e più diffusi. La difficolta è tutta nel poter osservare separatamente un tale carattere che si riscontra sempre frammisto a molti altri c-ratteri. Due metodi ci conducono allo scopo, a seconda che si tratta di caratteri generali reali o possibili. 1 primi essendo formati per estrazione vera e propria vengono stabiliti con processo graduale: e i rapporti intercedenti tra loro sono scoverti per via induttiva e formano l’obbietto delle scienze sperimentali. I secondi essendo costruiti per combinazione, sono come a dire delle forme, degli schemi in cui possono essere inquadrate le cose reali. I rapporti esistenti tra loro sono rintracciati mediante il processo deduttivo e formano l'oggetto delle cosidette scienze costruttive. Il metodo induttivo nelle sue varie forme è un processo molto lungo, perchè suppone la raccolta, la scelta e la comparazione di più casi. Va notato poi che più una legge è generale e più richiede del tempo per essere scoverta, presupponendo essa l'acquisto di diverse leggi parziali : come anche che al di fuori della cerchia ristretta dell’esperienza compiuta, una data legge ha soltanto un valore di probabi lità. Le proposizioni delle scienze costruttive, o deduttive invece sono contrassegnate da caratteri di natura opposta. In ciascuna di queste scienze, infatti, vi sono certe idee primitive che una volta presenti allo spirito si collegano istantaneamente tra loro e con un vincolo necessario ed universale. Tali giudizii primitivi, fondamentali, irreducibili si dicono assiomi,la cui validità può essere dimostrata mediante un processo lento, approssimativo, sperimentale (induttivo), ma d’ordinario la è mediante un processo breve, esatto ed analitico (deduttivo). Qnesta seconda specie di prova è resa possibile per questo, che i cosidetti assiomi sono in fondo delle proposizioni ANALITICHE – cf. Grice, Method in philosophical psychology --, in cui il soggetto contiene l'attributo o in modo molto appariscente, il che rende l’analisi inutile (1), o in modo molto implicito, il che rende l’analisi pressochè impraticabile. In ogni istante noi sentiamo l’efficacia di dette proposizioni analitiche (idee latenti regolatrici): cosi affermiamo che una data persona non ha potuto agire così, ovvero che tale condotta non mena allo scopo, che tale atto è lodevole o biasimevole, senza che il più delle volte noi possiamo assegnare la ragione di tuttociò, comunque questa giaccia nascosta nel fondo del nostro animo. Tali sono per taluni (Mill, Taine ecc.) i principii d’identità e di contradizione “ Le premier, dice il Taine (De l’Intelligence, Vol. 2°, Lib. 1V, pag. 336), peut s’exprimer ainsi: si dans un objet telle donnée est présente, elle y est présente. Le second peut recevoir cette formule; si dans un objet telle donnée est pr':sente, elle n’en est point absente: si dans un objet telle donneé est absente, elle n°’y est point présente. Comme les mots présent et non absent, absent et non présent sont synonymes, il est clair que dans l’axiome de contradiction aussi bien que dans l’axiome d’identité, le second membre de la phrase repète une portion du premier; c'est une redite; on a piétiné en place. De là un troisibme axiome metaphysique, celui d’alternative moins vide que les précedents, car il faut une courte analyse pour le prouver; on peut l’enoncer en ces termes: dans tout objet telle donnée est présente on absente. En effet supposons le contraire, c'est à dire que dans l’objet la donnèe ne soit ni absente, ni présente. Non absente cela signifie qu’elle est présente, non présente cela signifie qu'elle est absente: les deux ensembles signifient donc que dans l’ohjet la donnée est à la fois présente et absente, ce qui est contraire aux deux branches de l’axiome de contradiction, l’une par laquelle il est dit que si dans un objet telle donnée est présente elle n’en est pas absente et l’autre par laquelle il est dit que si dans un objet telle donne est absente elle n’y est pas présente. Maintenant, reprenons l’axiome d’alternative et observons l’attitude de l’esprit qui le rencontre pour la première fois. Il est sousentendu dans une fonle de propositions; c'est parce qu'on l’admet implicitement qu’on l’admet explicitement. Par cxemple quelqu’un vous dit: Tout triangle est équilateral ou non; tout vertebré est quadrupede ou non, Sars examiner aucun triangle ni aucun vertebré vous réconsono tali che il primo racchiude il secondo, e questo è come parte di quello, noi stabiliamo per ciò stesso la necessità della loro connessione. EÉ=si non sono che una cosa sola considerata sotto due aspetti, onde l’ universalità assoluta del loro legame. Le proposizioni che esprimono quest'ultimo, comunque in fondo ipotetiche in quanto aftermano soltanto che data l'esistenza della prima idea ne consegue l’esistenza dell'altra, non sono passibili di dubbi, di limiti, o di restrizioni. E qual'è l’ essenza delle leggi scientifiche che formano l'oggetto delle scienze sperimentali? qual'è la ragione dei rapporti esistenti tra le cose e tra le corrispondenti idee del nostro spirito ? La ragione di ogni legge è riposta in quel qualcosa che essendo comune ad entrambi i dati (intermediario esplicativo di Taine), forma il loro legame vero ed essenziale. Tale intermediario o mezzo termine esplicativo in qualunque modo si presenti, semplice o multiplo composto alla sua volta d’intermezzi successivi o simultanei, di mezzi termini differenti o d-llo stesso mezzo termine ripetuto con elementi dissimili, sì mostra sempre come carattere o insieme di caratteri più generali (e considerati separatamente) racchiusi nel primo elemento della coppia detta legge. S'intende che i detti caratteri sono separabili coi nostri processi ordinari di isolamento e d' estrazione Allo stesso modo che nelle scienze costruttive, ogni teorema enunciante una legge è una proposizione analitica; e dei due dati collegati insieme, il secondo è in rapporto col primo in modo oscuro o chiaro, diretto o indiretto per mezzo di un terzo dato detto ragione, o mezzo termine esplicativo che contenuto nel primo elemento, contiene esso stesso una serie d’intermediari racchiusi gli uni negli altri; per modo che se si cerca la ragione ultima della legge, il perchè ultimo dopo di che la dimostrazione è completa, si trova che esso si riduce ad un carattere compreso nella determinazione dei fattori o elementi primitivi, il cuì insieme forma il primo dato della legge, così in ogni legge sperimentale il primo dato è, come a dire, un contenente più grande che attraverso una serie di contenenti sempre più piccoli racchiude come contenuto ultimo il secondo dato. Va notato però che nella legge sperimentale non basta, come nel teorema matematico, metter la mano ogni volta sul contenente per trovar ciò che si cerca (intermezzo esplicativo), ma è necessario uscir fuori dal proprio spirito e andare a ricercare il detto intermedio nella natura e trarnelo fuori a furia di reiterati esperimenti ed induzioni. Anche le scienze sperimentali a forza di generalizzare arrivano a formulare delle leggi fondamentali che fanno riscontro agli assiomi delle scienze deduttive, ma vi è questa ditferenza che nelle ultime gli assiomi essendo ottenuti per costruzione, possono, mediante l’ analisi, sempre essere ridotti a qualcosa di più semplice e di più generale fino ad arrivare al principio d'identità che è la loro sorgente comune, mentrechè nelle prime, essendo le luggi fondamentali ottenute per mezzo dell'induzione, non si può risalire più in alto che col seguire un metodo analogo, fino ad arrivare anche per questa via ad un assioma ultimo o principio supremo; cosa che potrà verificarsi solo in un avvenire più o meno lontano. Tanto nelle scienze di esperienza quanto in quelle di costruzione l' intermediario esplicativo e dimostrativo è un carattere o un insieme di caratteri differenti o simili inerenti agli elementi del fatto complesso. Qualunque siano le proprietà di questo, è sempre sulle particolarità dei suoi fattori.che devono vertere le nostre osservazioni e congetture. È chiaro pertanto che ogni nostro sforzo deve tendere a trovare gli elementi generatori di ogni fatto, per poterne considerare i loro caratteri e dedurre da questi le proprietà di ciò che ne risulta. Ed anche per risolvere le questioni di origine occorre andare in traccia del mezzo termine esplicativo e dimostrativo, in quanto la maniera di riunirsi degli elementi ha anche la sua ragione di essere. Quella non è che un risultato e trattandosi di un fatto storico, racchiude un elemento dippiù, cioè l'influenza del momento storico, ovvero delle circostanze e dello stato antecedente.. Si domanda: Vi è una legge universale e d'ordine superiore che, per così dire, regola ogni altra legge? Dopo tutto quello che precede, la risposta non può esser dubbia: essa esiste ed è il principio d'identità che non è un semplice prodotto della struttura del nostro spirito, ma è valido in sè, avendo il suo fondamento nelle cose: proseguita l'analisi fino all'estremo limite, si trova che il composto (effetto) non è che l'insieme dei suoi elementi ultimi disposti in un dato modo, onde è evidente che ogni efficacia ed attività appartiene ai detti elementi o alla loro disposizione. Il detto principio può ricevere i nomi di principio di ragione esplicativa (ragione sufficiente) e di causalità a seconda che si considera come principio e regolatore supremo della conoscenza ovvero della realtà. Ammesso (e non si può non ammetterlo, perchè equivarrebbe a negare il principio d'identità) che la presenza delle condizioni genetiche di un dato fatto trae seco il fatto stesso, è chiaro che ogni alterazione, nel fatto presuppone un mutamento nelle condizioni: di qui il principio che ogni evento ha una causa, la quale è alla sua volta un altro evento. Tale è il modo di concepire la natura delle leggi in genere da parte di quei filosofi che non essendo disposti ad accordare alcun potere originario, alcuna spontaneità all’intelligenza umana, fanno coincidere la realtà coll’intelligenza, l'essere col pensiero, in modo che il principio d’ identità figura come il principio supremo della conoscenza e dell'’esistenza. Ora, si domanda: Tale veduta intellettualistica è atta a soddisfarci in modo completo? Nel caso negativo, dove è manchevole e per che via si può rimediare al suo difetto? (l’intellettualisti considerando Je leggi come nessi di caratteri o proprietà comuni ad oggetti molteplici, ai quali nessi corrispondono poi nello spirito coppie di idee generali, mostrano di attribuire maggior valore alle astrazioni che alla realtà concreta : e infatti essì a più riprese ripetono che i caratteri comuni, e quindi astratti, costituiscono ciò che vi ha di più stabile e di più solido nelle cose: ciò mostra che essi confondono l’universale coll’ astratto. L'universale è per sna natura obbiettivo in quanto la validità obbiettiva di un determinato contenuto della coscienza è data dal fatto che esso si rivela identico a qualsivoglia coscienza simile; ed è per mezzo dell’evidenza della percezione o del pensiero che l’universale si stabilisce. L'universale riguarda la forma, non il contenuto delle idee e dei giudizi, il quale riducendosi ad un complesso di proprietà, esistenti solo nella mente del soggetto per mezzo delle nozioni corrispondenti, figura effettivamente come qualcosa d’astratto. Dal che consegue che trovare il carattere ola proprietà comune ad una serie di oggetti non equivale ad acquistare cognizione perfetta della natura stesa degli oggetti, come classificare le cose non equivale a determinare le leggi che le regolano. Se noi in seguito alla comparazione di molti caratteri e di molte nozioni riusciamo a significare con un'espressione astratta ciò che essi presentano di comune, non possiano dire di aver formato con ciò un nuovo concetto nello stretto. senso della parola. Per mezzo della comparazione delle leggi naturali fra loro e dell’astrazione logica di ciò che esse offrono di comune, noi non scovriamo nessuna legge naturale nuova, ma abbiamo semplicemente un nuovo nome generico, un segno mnemonico riassuntivo delle leggi che noi già per altra via conoscevamo. Pertanto va distinta la interpretazione induttiva dei fenomeni dalla generalizzazione della interpretazione stessa; e la definizione data dal Mill e dai suoi seguaci dell'induzione, che questa si riduca ad un processo per cui sì conchiude da ciò he è vero di alcuni individui di una classe ciò che è vero di tutta intera la classe, o da ciò che avviene in un dato tempo ciò che avviene sotto circostanze eguali in tutti i tempi, non può non rivelarsi assolutamente insufficiente. Il metodo induttivo nelle sue varie forme si fonda da una parte sul principio di ragione sufficiente che sarebbe vero ancorchè nella natura non sì presentassero neanche due casi eguali, e dall’altra sul principio dell’eguaglianza della causalità o dell’uniformità della natura che, come il primo, da una parte esprime un'esigenza del nostro pensiero e dall’altra nn dato di fatto fornito dall'esperienza; dato di fatto che non sarebbe mai stato constatato se la natura propria del nostro pensiero non avesse per tale via indirizzato il processo sperimentale. I caratteri comuni e le idee generali corrispondenti non possono dunque costituire la struttura della realtà, giusta l’atfermazione ‘egli intellettualisti. Già i caratteri o proprietà comuni e le idee generali vanno profondamente differenziate tra loro; i primi riguardano il contenuto delle nostre rappresentazioni e sono null'altro che astrazioni del nostro spirito: le altre non sono che dei giudizi potenziali e quindi implicano in sè le leggi, anzi sono le leggi espresse e riassunte in un segno o simbolo che è la parola. Il nome significativo pertanto lungi dall’essere un semplice prodotto l'associazione tra date rappresentazioni e moti corrispondenti (associazione che non si saprebbe dire come e perchè nata) è un prodotto della collettività, i cui membri sono legati tra loro dai vincoli della simpatia e dell'attività comune. Le prime parole espressero atti compiuti în società, e 1 primi nomi i prodotti di detti atti quali furono percepitt e rappresentati dai vari individui. Onde consegue che le parole non sono da considerare quali semplici SEGNI O SEMBOLI d’associazioni di rappresentazioni, ma bensi come SEGNI O SIMBOLI del modo di prodursi di una data cosa, delle maniere di operare di una data forma di attività; è chiaro quindi il nesso esistente tra concetto, legge e parola: il primo è una legge o giudizio potenziale in quanto è il centro delle relazioni che congiungono una data cosa colle altre che agiscono su di essa, la seconda è il concetto esplicato in forma di giudizio e la parola il simbolo esterno del concetto e insieme della legge. E qui giova notare che al di fuori della mente che concepisce e ragiona non è lecito parlare nè di proprietà, nè di loro legami: è nel soggetto che hanno la loro radice questi fatti. Nell’unità della nostra coscienza noi abbiamo il tipo e il presupposto di ogni unità empirica, sia questa dell'universo nella sua totalità, sia di una cosa singola. Ogni forma particolare di esperienza, ogni legge dei fenomeni porta in sè l'impronta della natura sintetica del nostro pensiero. A parlare propriamente le leggi della natura esistono soltanto per la ragione che pensa la natura stessa. É la ragione che per prima riduce la stabilità e l'uniformità dei fenomeni a premesse generali e quindi a leggi da cui conseguono ì tatti singoli. Parlare di leggi naturali al di fuori. dell’intalletto equivale a cadere in un antropomorfismo logico che non è meno irrazionale di quello teleologico. Certamente il concetto dell’universalità delle leggi naturali é occasionato e rafforzato dall'esperienza in quanto senza il corso regolare dei fatti constatabile empiricamente non sarebbe stato mai possibile applicare la nozione di legge alla natura e la ragione sarebbe rimasta una potenza vuota, ignota a sè stessa; ma d'altra parte la medesima nozione di legge non sarebbe mai potuta provenire dalla semplice osservazione esterna, giacchè la natura accanto aì fatti succedentisi regolarmente ne presenta di quelli che in apparenza non seguono nel loro accadere alcuna regola. La nozione di legge è un portato del riflettersi del nostro stesso pensiero, applicato di poi alla natura. Gli antichi infatti chiamavano /ogos della natura ciò che noi diciamo legge. E per convincersi come la struttura della realtà quale viene presentata dalla scienza, sia una elaborazione del nostro spirito, basta pensare che a seconda del predominio che in un'età viene assegnato ad una facoltà psichica piuttosto che ad un'altra, si ha un concetto diverso del corso naturele dei fatti e della costituzione intima della realtà. A ciò si aggiunga che noi in fondo in fondo scovriamo nella natura quelle leggi che in certa guisa vi abbiamo poste: nelle interpretazioni scientifiche le leggi da principio assumono la forma di anticipazioni che vengono soltanto appoggiate dai fatti piuttosto che esserne addirittura derivate o, come si dice, estratte. La percezione non ci mostra mai casi perfettamente eguali e noi passiamo dall'esperienza sensibile a quella intellettuale, riducendo eguali i casì col pensiero e coll’esperimento allo scopo di trovare una conferma ai postulati logici riflettenti l'universalità delle leggi regolanti il corso dei fatti, e l'uniformità della natura. Un altro errore della concezione intellettualistica è quello ‘diaver fatt o delle leggi tante ipostasi. Gl’intellettualisti, infatti, presentano le leggi come premesse a cui, a guisa di conclusione, sono subordinati i fatti particolari, dando a quelle più o meno celatamente una sussistenza, ed una priorità rispetto ai fenomeni che assolutamente non hanno. Quando si dice che il rapporto di causalità si riduce alla proprietà che ha un carattere di essere preceduto, accom pagnato o seguito da un altro, in fondo si atterma appunto che una legge esistente per sè possa dominare e regolare le cose. L’ espressione differente non deve porre ostacolo alla giusta valutazione delle cose, giacchè dire che un carattere è fornito della proprietà di essere in un dato rapporto con un altro carattere equivale a dire che la legge determina il corso dei fatti. Soggiungiamo che per quel che concerne i rapporti delle cose, l’azione reciproca che e=se esercitano tra loro (dati di fatto innegabili), o noi ci contentiamo di constatarli semplicemente, di descriverli e allora non è lecito parlare d’ interpretazione dei fatti, giacchè in tal caso l’esigenza propria del pensiero d’indagare il perchè delle cose rimane insoddisfatta, ovvero si procede alla ricerca delle cause ed allora la semplice constatazione del modo di operare delle cose si rivela insufficiente ed occorre trovare un nuovo termine in cui sia riposta la ragione del detto modo d’agire. E chiaro poi che la concezione intellettualistica presentandoci la realtà come un mosaico di caratteri e proprietà comuni cuì l'intelligenza sì deve contentare di riprodurre e di descrivere, è nell'assoluta impossibilità di spiegare il cangiamento, il divenire, il moto delle cose e l’azione che queste reciprocamente esercitano fra loro : è vero che parecchi di talì filosofi negano l'esistenza di questi fatti o li dichiarano prodotti illusori della mente, errori di prospettiva mentale ; ma chi vorrà appagarsi di simili affermazioni sfornite come sono di qualsiasi fondamento ? Inoltre tali filosofi che, come si è visto, dànno un'importanza ed un valore speciale ai caratteri astratti, non dicono donde verrebbe a questi la proprietà di presentarsi moltiplicati e ripetuti nei fatti particolari. Se si vuol negare loro qualsiasì attività, se non si vogliono essi considerare come energie, e ciò facendo, si ritornerebbe a qualcosa di simile alle idee platoniche, non è giocoforza confessare che una simile struttura della realtà, non ci spiega la realtà stessa? Le interpretazioni scientifiche, affinchè siano esatte, devono essere contrassegnate dalle note dell’universalità e della necessità; ora l’universale, non l’'astratto, in tanto ci può dar ragione del particolare in quanto contiene le condizioni genetiche dei reali (es.: l'attività rispetto agli atti singolì); l’astratto invece può essere un indizio, una manifestazione dell’universale, ma non mai la stessa cosa di questo. I filosofi intellettualisti per dar ragione dei rapporti delle cose espressi nelle leggi non hanno saputo far di meglio che ridurre queste a giudizi analitici o d'identità più o meno manifesti; in tanto il secondo termine della coppia legge, essi hanno detto, è connesso col primo, in quanto più o meno direttamente, più o meno implicitamente vi è contenuto. Allo stesso modo che la realtà non fa che ripetersi continuamente esplicando in una data forma ciò che era implicito in una forma antecedente, così le leggi non fanno per cosi dire, che distendere ciò che era involuto in uno dei caratteri del primo termine della legge. È ciò ammissibile ? Noi sappiamo che i rapporti fondamentali che possono intercedere tra i concetti sono due, quello di identità e quello di dipendenza (spaziale, temporale, condizionale): ora essi sono irriducibili l’uno all’altro e se a taluni logici è sembrato facile riguardare la dipendenza come un'espressione diversa dell’identità, ciò è avvenuto perchè in virtù di una interpretazione speciale data alle formole matematiche e logiche si sono considerati come equivalenti i rapporti d'identità e di dipendenza: ma è chiaro che il mutamento di una espressione simbolica quale A F (funzione) B in A f B non può avere la virtù di rendere identici i concetti di A e B. Nella seconda formola il simbolo della funzione cela il rapporto di dipendenza. Non è lecito considerare il rapporto di dipendenza intercedente tra A e B come equivalente all'affermazione di una identità parziale di A e B, giacchè il simbolo dell’eguaglianza in tal caso piuttosto che voler significare che una parte di A coincide con B vuol dire che una parte dei casi in cui A si presenta è uguale all'insieme dei casi in cui si presenta B. Ciò che noi effettivamente poniamo come parzialmente eguali non sono A e B, ma i casì del loro apparire. Ed ogni eguaglianza matematica che pone come identiche due relazioni funzionali è valida soltanto sotto la condizione di un analoga interpretazione logica. È solamente l’attività sintetica del nostro pensiero che può generare in noi le convizione della verità della tesi che gli angoli di un triangolo equilatero sono eguali e che due grandezze eguali ad una terza sono eguali tra loro: in tutti questi rapporti noi abbiamo a che fare con dati irriducibili ad identità, sia questa parziale che totale: l'eguaglianza degli angoli di un triangolo è la condizione dell’eguaglianza dei lati, ma si può dire che i due fatti siano identici? Il giudizio condizionale o ipotetico Se À è B è , può indicare una dipendenza unilaterale, onde può venire espresso in termini di sussunzione – cf. Grice, reductive/reducctionist -- e d'identità parziale; tutti i casì in cui À si presenta sono eguali ad alcuni dei casi in cui B sì presenta : come può indicare nna dipendenza reciproca ed in tal caso il suddetto. giudizio condizionale può essere trasformato in un giudizio d'identità totale del seguente tenore: tutti i casì in cui A si presenta sono eguali a tutti i casi in cui si presenta B : dal che si desume che tutt’ e due le volte non si tratta dell’ identità propriamente di A e B, ma bensi dell'identità dei casi del loro presentarsi. Appenachè A e B sitoccano nello spazio, nel tempo o nel nostro intendimento è lecito affermare che il loro apparire coincide, con che sì esprime soltanto la dipendenza nella sua forma locale, temporale o condizionale. La dipendenza lungi dall’essere distrutta, ha assunto un’atra forma. D'altra parte il giudizio d'identità parziale A è una parte di B si può trasformare nel giudizio ipotetico Se A è questo è B come quello d’ identità totale Ax-B nell’ipotetico Se A è, questo è Be se Bè questo è A: in entrambi i casì l'identità espressa già nel collegamento dei due membri del giudizio di identità, è passata nel conseguente del giudizio ipotetico, nel quale il soggetto è sostitituito dal pronome dimostrativo. L'identità parziale diviene così una semplice sussunzione e quella totale una sussunzione doppia, che è poi equivalente nel fatto. In ciascuna comparazione di A e di B l'esistenza di questi è già presupposta e mediante la trasformazione del giudizio d’idenità in giudizio condizionale ciò che era sottinteso viene messo in evidenza: invero a fianco ad ogni identità è da ammettere il pensiero implicito di una condizione come a fianco ad ogni condizionalità un'identità totale o parziale. Nell’un caso è l’esistenza o la posizione dei concetti sottintesa come condizione del loro rapporto, mentre nell'altro ad ogni rapporto di condizionalità -corrisponde la frequenza della coesistenza dei dati condizionantisì, frequenza che può essere significata soltanto con un giudizio d'identità totale o parziale Una delle caratteristiche principali della concezione intellettualistica è data dalla maniera con cui essa dà ragione delle leggi normative e quindi delle costruzioni ideali che ne sono l’espressione. Noi conosciamo perfettamente per che via siè giunti a all’enunciazione delle principali leggi normative logiche, estetiche e morali e in base a ciò possiamo affermare con tutta sicurezza che come esce non ebbero la loro radice nell'adattamento dell’intelligenza,del senso estetico e della volontà a determinati rapporti esteriori, cosi non furono prodotte dalla semplice combinazione e costruzione di elementi ricavati dal di fuori; tanto è cio vero che i fatti esterni sono giudicati alla stregua delle dette norme, le quali quindi devono essere considerate come aventi un’ esistenza propria indipendente. D'altra parte i principii della Logica, dell’ Estetica e dell’Etica non sono innati, ma vengono appresi, e richiedono uno sforzo per esser seguiti e ciò perchè essi non sono l’espressione di leggi naturali dello spirito, come sarà più am. piamente svolto in seguito, ma di leggi normative. E lo stesso va detto delle nozioni fondamentali della matematica, la quale ha questo di comune colle scienze normative, che non ha per oggetto ciò che è, ma ciò che ha da essere, che quindi può o deve essere: così il concetto della retta è un prodotto puro dell’attività del nostro pensiero che invece di esser derivato da molteplici rappresentazioni particolari, serve come norma per valutare le intuizioni sensibili. Gl'ideali di qualunque genere siano, a qualsivoglia dominio appartengano, non vanno considerati quali estratti dalla realtà, giacchè servono all'opposto per misurare, regolare, apprezzare questa. Per formarsi un chiaro concetto della natura delle leggi normative o precettive, giova tener presenti i caratteri che contradistinguono le regole estetiche, in cui salta dippiù agli occhi da una parte la differenza esistente tra le leggi naturali e le precettive in genere, e dall'altra quella esistente tra le precettive ricavate da un complesso di fatti (regole dietetiche, igieniche, ecc.), e le leggi che hanno la loro origine in una determinazione primitiva della volontà e dell’emotività dell'anima umana. Una regola estetica ancorchè ricavata, mediante l’astrazione, da tutte le opere artistiche esistenti non è valida in modo incondizionato : un’opera sola che si mostri felicemente superiore ai dettami della detta regola può limitare il valore di questa: non è il numero di date produzioni artistiche, non è la frequenza con cui esse si presentano che le rende belle : ogni opera artistica porta con sè la regola, la stregua con cuì deve essere giudicata. Sicchè ogni valutazione estetica presuppone qualcos'altro che non siano le regole astratte, e questo qualcosa è il gusto estetico (che corrisponde al senso morale nella valutazione morale). Se non che non bisogna credere che l'opera d’arte vada giudicata alla stregua pura e semplice del gusto individuale, il quale per contrario dev'essere basato sulle norme richieste dalla natura propria di una data produzione artistica, natura propria che non è in rapporto coll’attività spirituale di questo o quell'individuo, ma dell’uomo in genere. Il gusto estetico non è la fonte, ma l'indice della bellezza, la quale emerge dalla concordanza dell’opera d’arte coll’ideale estetico, che, come tutti gl'ideali, è un prodotto della collettività e varia al variare delle circostanze. . Der wahre Kunstrichter , diceva Lessing, folgert keine Regeln aus seinem Geschmack, sondern hat seinen Geschmack nach den Regeln gebildet, welche die Natur der Sache fordert . Ogni creazione artistica, come ogni prodotto spirituale è un fatto originale che va considerato per sè e che in opposizione all’uniformità del corso della natura ha motivi e fini propri. Ond'è che essa non può essere valutata in modo giusto che rapportandosi ai detti motivi e fini. Sicché il giudizio estetico come quello morale non può limitarsi a considerare semplicemente il prodotto spirituale opera d'arte o azione morale , ma deve tenere il dovuto conto della natura propria dello spirito umano, delle sue tendenze ed esigenze. La valutazione estetica e morale non può essere fondata soltanto sugli effetti degli atti spirituali, ma segnatamente sulle determinazioni primitive della volontà e dell'emotività che diedero loro origine. E qui occorre fare un'altra osservazione della più alta importanza. Se i risultati delle costruzioni compiute dalle scienze che hanno per obbietto il possibile, possono essere presentate in forma di giudizi, nel cui soggetto è già implicito il predicato, si può sempre domandare, a quali esigenze risponda (e con quali norme e criteri) la formazione originaria di tali costruzioni ideali, quali appaiono nel soggetto dei sumentovati giudizi. Se il principio d'identità può essere valido a farci scomporre sussecutivamente e secondariamente ciò che è già composto, non può mai valere a darci la chiave per intendere la costruzione degl'ideali, per spiegare i processi sintetici primitivi. Per convincersi della differenza esistente tra i prodotti della conoscenza e le costruzioni ideali basta riflettere che mentre ì primi sono veri o falsi, reali o non reali, le altre sono rispondenti o pur no ad un dato scopo, onde includono un apprezzamento, possibile soltanto col riferirsi ad un ideale che funge da pietra di paragone. Si dicono vere o false bensi anche le costruzioni matematiche, come d'altra parte le costruzioni logiche, ma la verità o falsità in tal caso non sta a significare la rispondenza di un dato processo mentale a qualche cosa di già esistente come accade nella conoscenza della realtà, ma esprime la rispondenza di una data costruzione alle norme generali del pensiero. La caratteristica della concezione animistica è riposta nella tendenza a penetrare nel cuore delle cose: mentre la concezione intellettualistica nella sua forma più diftusa si arrestava alla classificazione degli obbietti, andando in traccia del carattere generale, astratto e comune a più individui, mentre essa quindi cercava di presentare delle ‘ormule, degli schemi in cui potessero essere compresi molteplici fatti concreti, mentre faceva giungere la sua analisi tanto in alto da arrivare al principio d'identità, senza curarsi della genesi dei fatti diversificati e particolari, mentre essa poneva all'origine delle cose l’ universale senza darsi pensiero del principio del movimento, mentre insomma essa si contentava di catalogare la realtà, la concezione animistica ha l'intento di esaminare i vari presupposti delle nozioni tanto adoperate nella scienza, di legge, di rapporto, di necessità, ecc. ha di mira di non fermarsi alla considerazione della superficie delle cose, ma dì spingere lo sguardo nella loro interiorità per arrivare alla conchiusione che le leggi sono niente altro che determinazioni di questa. Nel linguaggio ordinario, quando si vuol dar ragione di una cosa se ne formula la legge, mostrando di considerare questa come una potenza, una forza, la quale posta al di fuori o tra le cose costringa queste ultime a presentarsi in un dato modo; ora nulla di più falso; come possono le leggi, come può qualsiasi forma di necessità atta a regolare il corso delle cose, esistere per sè ? Niente è concepibile al di fuori o tra gli esseri, non una forza costruttrice, non una potenza ordinatrice antecedente o staccata dalle cose da ordinare. Si crede di poter dar ragione delle azioni che le cose esercitano tra loro, considerandole coie effetti di determinate proprietà esprimenti la loro natura, colla cooperazione di determinate circostanze: ma, se ben si riflette, vi è ragione a convincersi che vuoi il rapporto reciproco delle cose, vuoi gli effetti particolari che in ogni singolo caso sì notano in seguito alla coincidenza di varie cause rimangono misteri inesplicabili senza la presnpposizione di un potere sostanzialmente unico, il quale in luogo di una legge o formula (che, si noti, non può non essere inattiva data l’impossibilità di spiegare la maniera in cui agisce sui fatti ad essa sottoposti e da essa regolati), colleghi le varie cose in modo che la modificazione di una possa riflettersi sulle altre. L'attività unica del principio supremo, fondo dell’ universo, svolgentesi in maniere e con tendenze determinate, dà ragione della corrispondenza e delle molteplici relazioni esistenti tra le cose. L'unità della vita del Tutto spiega il nesso delle sue varie parti costitutive. I fatti reali e le leggi che non sono separabili tra loro, essendo la medesima cosa considerata sotto due punti di vista, non sono chè determinazioni interiori, momenti dalla vita universale. Non è più a parlare quindi di necessità estrinseca alle cose, ma bensi di spontaneità interiore, non di leggi costrittive, o di rapporti o di legami congiungenti le cose, esistenti per sè, ma bensi di modi di operare o di processi aventi origine nell’interiorità del Tutto. Non si tratta più di moti o di urti trasmessi dall'esterno, ma d’impulsi, di tendenze interne, di forme dell’attività interiore. Per formarsi un chiaro concetto della veduta animistica, giova tener presente che essa non fa distinzione tra leggi fisichè è leggi precettive o normative, riguardando le prime come riducibili alle ultime. Allo stesso modo chele leggi regolanti i rapporti sociali, dicono gli animisti, non vanno considerate come esistenti in modo indipendente, al di fuori o tra gli uomini, come potenze atte a costringere e a guidare questi in date maniere, ma cone esistenti solo nella coscienza degl’ individui, come aventi valore e forza solo per mezzo degli atti degli esseri umani, così le leggi naturali vanno risguardate quali particolari direzioni della vita interiore dell’universo. In entrambi i casì le leggi sì riducono all’ indirizzo assunto in modo concorde dall'attività dei vari esseri, indirizzo che all'osservazione esterna e posteriore appare come effetto di un potere superiore regolante estrinsecamente i fatti singoli. A convincersi della necessità di riguardare le leggi in genere quali determinazioni o forme dell’ attività interiore degli esseri, è bene (sempre secondo i fautori della concezione auimistica) tenere a mente che ogni specie di rapporto in tanto realmente esiste in quanto ha radice nell'unità della coscienza che l’apprende, o meglio, che lo stabilisce, formu landolo, la quale coscienza passando appunto da un termine all’altro li abbraccia insieme entrambi, e li congiunge intimamente colla sua attività sintetizzatrice : onde consegue che ogni ordinamento, ogni disposizione, ogni legge che noi poniamo nelle cose indipendentemente dalla nostra conoscenza, non ha la sua origine e base che nell’ Unità del Reale, che tutte cose comprende, e che per tale via si presenta come il vero mezzo termine esplicativo di tutte lc leggi, di tutti i rapporti e legami esistenti nell'universo. Come nell'anima individuale la relazione reciproca dei vari stati interni dipende dalla base comune in cui tutti hanno la loro radice, cosi l’' azione reciproca delle cose è fondata sulla loro comune natura : ciò che fa e produce ogni singolo elemento non lo fa e produce in quanto è questo e non altro, in quanto é formato così è non diversamente, in quanto è fornito di queste note e proprietà e non di altre, ma in quanto è parvenza, simbolo, espressione dell’ Uno-Tutto. Ogni forza e attitudine ad agire emerge non da determinate proprietà delle cose che non si sa donde provengano e su che poggino, ma dal fondo interno che per loro mezzo si manifesta, 1’ intima verità, ragionevolezza e salda struttura del Reale, si esprime nella concatenazione, nella coerenza e costanza dei fenomeni richiesta dal significato che la serie fenomenica ha appunto come momento della vita interiore universale. E molti di quegli assiomi, di quei giudizi universali reputati per sè evidenti, lungi dall’ essere delle necessità del pensiero, lungi dall'essere fondati sull'intima organizzazione dello spirito, sono un prodotto dell’ esperienza, la quale col presentare in modo costante dati rapporti finisce coll’ ingenerare nella mente la convinzione che si tratti di rapporti logici: così il principio dell’indistruttibilità della materia sì crede a torto fondato sulla categoria mentale della permanenza della sostanza. I dati dell'esperienza però stanno ad indicare le particolari direzioni in cuil’attività dell’Uno-Tutto tende a svolgersi per rispondere alle esigenze inerenti alla sua natura. E chi crede di poter stabilire le leggi regolanti il corso dei fatti naturali, basandosi esclusivamente sull a imperfetta cognizione del finito, senza considerare questo quale espressione della Realtà universale, somiglia a colui che volesse formare una teoria dei movimenti delle ombre, facendo astrazione dal moto dei torpi, da cui quelle son proiettate. Se gli animisti. pongono l’esseuza della legge in genere nel diverso modo di determinarsi dell’attività interiore del Tutto nei suoi vari momenti, non è a oredere che essi intendano di affermare che le leggi singole quali vengono formulate ed enunciate dalle scienze particolari vadano senz'altro considerate come espressioni complete, esclusive ed immediate dell’interiorità dell’ Uno-Tutto. È da tenere a mente che le le leggi generali, le classificazioni, gli schemi della scienza se servono come mezzi di riproduzione e di richiamo delle cose concrete, non valgono ad esaurire la natura del reale, tanto è ciò vero che a seconda del vario punto di vista degli scienziati, un medesimo gruppo di fenomeni può dar origine a leggi ed a classificazioni di ordine diverso. Nessuna delle forme e delle leggi presentate dalla scienza può essere considerata come perfettamente corrispondente al reale ordinamento delle cose, le quali si rivelano come una totalità atta ad essere rappresentata nei modi più diversi a seconda del punto di vista da cui la si considera. Spetta alla filosofia di riguardare l'insieme valendosi delle vedute parziali offerte dalle scienze particolari. (1) Secondo una delle forme della concezione animistica, le leggi in genere vanno considerate come funzioni dei principii reali ed insieme come norme, come tipi, come modelli a cui i fenomeni tendono a conformarsi; beninteso che tali norme non sono al di- fuori, ma immanenti nei reali stessi. In altri termini ogni cosa deve avere un dato ufficio, deve rispondere ad una data esigenza nel sistema universale, deve essere in un dato rapporto col Tutto : ora CITAZIONE IN TEDESCO DA SARLO: DER WANDERER, der einen Berg umgeht,, nota molto 2a propoSito il Lotze (Microcosmus, dritt. b. 217), “ sieht, wenn er wiederholt vor-und zuciick, auf-und abwirts gcht, eine Anzahl verschiedener Profile des Berges in voraussagbarer Ordnung wiederkehren. Keines von ihnen ist die wahre Gestalt des Berges, aber alle sind giltige Projectionen derselben. Die wahre Gestalt selbst aber wilrde eben so wie alle jene scheinbaren, in irgend einer Lagerung aller seiner Punkte zu einander bestehen. Diese eigene Gestalt, der wirkliche innere Zusammenhang der Dinge lisst sich vielleicht auch finden, und gewiss wirrde man dieses wahre objective Gesetz der Wirklichkeit allen abgeleiteten und nur giltigen Ausdriicken desselben vorziehen. .in questo legame dell’elemento singolo del Tutto consiste appunto la legge, la quale considerata per sè assume la forma di una regola astratta e quindi di qualcosa di universale, di eterno, d'immutabile, capace d'avere un'attuazione ed una concretizzazione più o meno complete (1). Di leggi o di forme se ne possono poi distinguere tre diversi gruppi: 1° quelle che hanno la loro piena ed Teichmiiller, Philosophie u. Daricinismus, Dopart. Qu sorge spontaneo un quesito della più alta importanza : le leggi o norme considerate nella loro universalità hanno la prima origine nell’ intelligenza umana, ovvero presuprongono un’altra intelligenza d’ordine superiore ? Se le leggi sono un prodotto dell’ intelligenza umana, non si vede come possano essere considerate quali norme, tipi, modelli a cui i fatti particolari e concreti tendano a conformarsi. D'altronde se la legge vien considerata obbiettivamente come una funzione del reale, non può essere più riguardata come norma o tipo, a meno che non si vogliano identificare tutti i reali collo spirito umano quale si presenta in un grado avanzato di svolgimento, quando cioè ha acquistato l’attitudine ad operare secondo principii o rappresentazioni di leggi. Non si vede poi come le leggi normative concepite quali funzioni, quali disposizioni specifiche, possano essere considerate modelli o tipi dei fatti reali. Un fatto può essere modello rispetto ad un altro fatto, ma non lo può mai una funzione o un’esigenza che in tanto è reale in quanto è in azione, in quanto riceve la sua completa esplicazione dal concorso di svariati fattori. Eppoi come si fa a conciliare l’assolutezza, l’eternità, l’ immobilità delle leggi normative col fatto che esse vengono riguardate quali modelli atti ad avere un’attuazione più o meno completa? La concretizzazione di un tipo, la realizzazione di un ideale racchiude necessariamente un processo reale nel tempo, tanto più se si considera la norma, il tipo come un’esigenza immanente nella realtà concreta; diversamente bisognerà ammettere la disgiunzione dell’ idea dal fatto: concetto codesto che implica una quantità di problemi insolubili: p. es. l’idea come, dove e perchè esiste disgiunta dall’esistenza concreta ? Il fatto è che le leggi nel loro significato reale sono funzioni dei reali e come tali non avendo alcuna esistenza separata da questi, non sono modelli o norme determinanti i fenomeni: è solamente il pensiero umano che riesce a separarli dall’esistenza e a riguardarli per sè come elementi intelligibili e quindi nenessari, universali, eterni (su) specie aeternitatis) della realtà, assoluta attuazione nei fenomeni (leggi fisiche e chimiche), perchè non sono che funzioni semplici dei reali; 2° quelle che si presentano solo come regole che non hanno un'applicazione necessaria (leggi biologiche, etiche, ecc.), in quanto presuppongono la co-operazione di molteplici reali determinantisi vicendevolmente in svariate funzioni rispondenti ad uno scopo in rapporto alla loro dipendenza da un principio unico, centro della sintesi; 3° quelle forme della realtà che d'ordinario si chiamano accidentali risultanti dalla cooperazione. di molteplici fattori non sottoposti però ad alcuna regola o norma. Onde sì hanno forme necessarie, normative ed accidentali. Da tuttociò consegue che la legge presupponendo l’azione reciproca dei reali, presuppone per ciò stesso il loro nesso, la loro unità reale che è concepibile soltanto come sistema, e quindi come coordinazione di elementi diversi in vista del conseguimento di un fine unico. Accennavamo già disopra al modo di considerare il rapporto esistente tra leggi naturali e normative da parte degli animisti: giova ora insistere su ciò, notando che il modo di concepire l'essenza della legge in genere ha spesso il suo riflesso nella maniera di valutare la differenza esistente tra ì vari ordini di leggi. La concezione animistica pone su una stesssa linea le leggi fisiche e quelle morali o precettive dando ad entrambe uno stesso valore. Il rapporto di causalità (sempre secondo tali filosofi) è il fondamento delle regole pratiche nella Morale, nel Dritto, come lo è delle leggi sperimentali: rapporto di causalità che nelle sue modalità sta ad esprimere la natura propria delle cose. Le leggi non devi rubare; non devi mentire (leggi morali): ovvero: chi ruba, chi mentisce è punito (leggi giuridiche) poggiano sul seguente rapporto causale che non differisce in nulla da qualsiasi legge naturale : il rubare, IL MENTIRE, ecc. RENDONO IMPOSSIBILE LA CONVIVENZA SOCIALE E CIVILE [argomentazione trascendentale debole]. Si dice d’ordinario che le leggi precettive o normative a differenza di quelle naturali esprimono il DOVER [Grice on the dullness of the IS versus the rationalist interestin of OUGHT] e non l'essere e possono soffrire eccezioni – CAETERIS PARIBUS -- GRICE. Se non che, rispondono i fautori della concezione animistica, approfondendo l'analisi delle leggi pratiche o precettive – o MASSIME O DESIDERATA – GRICE -- , seguendone Jo svolgimento storico, è agevole persuadersi che il dovere, il precetto è in ultimo fondato sulla cognizione anteriore di dati rapporti tra le cose, sugli insegnamenti forniti dall'esperienza in antecedenza compiuta. Infatti, nota Paulsen, si pensi a ciò che accade nelle regole grammaticali – cf. Austin/Grice, rule, SYMBOLO -- , il cui carattere normativo attuale si presenta come l’espressione dell'evoluzione storica del pensiero e della lingua. Il grammatico considera le forme grammaticali antiquate (le quali un tempo erano anche normative), non in modo diverso da quello in cui il paleontologo studia le forme fossili. Quanto alle eccezioni, queste si presentano nelle leggi precettive con una frequenza maggiore che non nelle fisiche, perchè le prime esprimendo rapporti senza confronto più complessi, lasciano adito all'intervento di numerose condizioni pertarbatrici; il che si può constatare anche nelle leggi biologiche, rispetto a quelle fisiche o chimiche. Non va dimenticato che, anche queste soffrono degli strappi dovuti a condizioni atte a neutralizzare l’azione di date cause; si pensi al modo di comportarsi dei corpi più leggieri dell'aria rispetto alla gravità. La ragione ultima per cui la concezione auimistica non ammette differenza di sorta tra le leggi esplicative e quelle precettive va ricercata in ciò che per essa tanto i fatti naturali quanto gli atti umani non rappresentano che forme dell’attività o spontaneità interiore, e mentre il fondamento prossimo di entrambe le specie di leggi va riposto nell' esperienza, quello ultimo risiede nel significato che hanno per lo Spirito universale date forme di attività. L’imperativo delle leggi precettive è dovuto al fatto che esse si rapportano in modo immediato e diretto all'attività pratica umana e solo in quella forma apportano vantaggio allo sviluppo umano, mentre le leggi dichiarative esprimono dei rapporti estrinseci a noi ed hanno l’obbiettivo di constatare semplicemente dati di fatto. Le prime insomma considerano gli eventi dal punto di vista del valore pratico, lasciando nell'ombra le basi di questo; le altre si fermano sulle premesse, trascurando ciò che ne consegue; le prime mirano a porre sott'occhio i mezzi senza curarsi dello scopo ultimo, le altre invece fondate segnatamente sulla conoscenza, esaminano la ragione e la base di quei mezzi. Trattando della concezione animistica merita una particolare menzione l'opinione sostenuta dal Trendlenburg Citeremo tra i fautori della concezione animistica, Lotze, Fechner, Teichmiller Paulsen. La discussione critica di essa sarà fatta in seguito, trattando della concezione dualistica che è la più completa e comprensiva, comunque non risponda a tutte le esigenze, come vedremo. È qui notiamo che non bisogna aspettarsi di trovare in ciascun autore l’interpretazione della natura dei vari ordini di legge nel modo tipico e quindi schematico da noi tratteggiato, giacchè è facile comprendere come ciascun filosofo abbia un modo proprio di considerare e di risolvere i problemi. Si tratta solo di cogliere il concetto dominante e il principio direttivo. Trendlenburg, Logische Studien. Leipzig che sia soltanto per via della nozione di movimento che s’intendono le varie forme di rapporto esistente tra le cose, l’azione reciproca che queste esercitano tra loro e sopratutto il nesso dicausalità in cui propriamente è riposta l'essenza della legge. Il movimento per il filosofo tedesco è per sè stesso attività creatrice, tanto è ciò vero che da esso provengono lo spazio, il tempo, la figura e il numero : ora nel rapporto dell'attività produttrice colla grandezza prodotta consiste appunto il nesso di causalità ; il movimento genera delle forme e in tale azione si rivela primitivamente causalità. E la necessità del rapporto causale trae la sua prima origine dalla coscienza dell’ identità e continuità della nostra attività produttrice. Il nesso causale estendendosi poi fin dove arriva il movimento, e un certo movimento trovandosi in ogni forma di pensiero, non è a meravigliarsi che la causalità appaia una legge del pensiero a cui fa riscontro il moto di generazione e di attività che si lascia constatare nella realtà esterna. Del resto la Fisica riduce l'essenza della causalità a movimento, il quale colle sue molteplici trasformazioni può dar ragione delle più svariate potenze della natura: ed è mediante il movimento che noi intendiamo la formazione di qualcosa a sè che è considerata come effetto: questo invero è concepito quale moto arrestato, quale prodotto esistente per sè e a parte dal flusso dei fenomeni da cui ésso proviene e che d’altro canto ad esso fa seguito. Riassumendo, per il Trendelenburg l'essenza della legge va ricercata nel moto del farsi o di prodursi di una cosa, quasi diremmo nel cammino che percorre l’attività generatrice del reale e per lui la conoscenza delle leggi in tanto è possibile in quanto l'intelligenza rifà mediante i giudizi il medesimo movimento, dando origine ad un prodotto intellettuale esprimente l'essenza o ciò che val lo stesso la legge della cosa: tale prodotto logico è il concetto vero e proprio o universale concreto. Nulla vi ha di dato nel mondo, ma tutto si fa, tutto si costruisce in vista di un fine: ond’'è che tale movimento di costruzione nel cui fondo giace sempre un pensiero, è la legge obbiettivamente considerata, mentre che il medesimo moto o attività costruttrice formulata in un giudizio ci dà la legge quale viene enunciata dal soggetto pensante. E il concetto è un sistema di giudizi mediante i quali lo spirito pensa fuse e compenetrate tra di loro tutte quelle condizioni che rendono necessaria l’attuazione del processo. Se una di quelle condizioni si pensa in sè e come capace ad unirsi con condizioni diverse di gruppi diversi, cioè capace d'intrecciarsi in altri processi egualmente necessari, si ha, secondo il Trendelenburg, l'universale della reale condizione. Ciò che non va dimenticato è che lo spirito non giunge alla vera conoscenza scientifica, al regno della necessità, prima di esser pervenuto al concetto (legge); stantechè in esso non solamente egli informa l'essere della sua universalità, ma scorge il processo necessario per cui questa universalità si pone, si attua e sì svolge. Ond’è che non basta avere la rappreseniazione, la percezione o anche la nozione astratta di una cosa qualsiasi per dire che se ne ha una notizia scientifica, ma occorre averne il concetto, vale a dire occorre conoscerne la legge o l’essenza. Così io dopo aver percepito la rugiada posso averne la nozione, pensando la rugiada quale è da sè a prescindere dalle determinazioni accidentali di spazio o di tempo: in tal caso nel puro pensiero non ci sarà quella data rugiada, ma la rugiada in generale di cui posso dare una definizione nominale, buona per tutte le specie di rugiada: ma me ne manca ancora la notizia scientifica, il concetto: per il che devo ridurre quel fenomeno particolare alla categoria dei fenomeni affini e che provengono da un disquilibrio di temperatura, conoscere il limite della quantità di vapore acqueo che può contenersi nell'atmosfera, e come esso limite vada restringendosi a misura che la temperatura vada abbassandosi; come dallo intrecciarsi di queste condizioni con l’altra della gravità per la quale i corpi non sostenuti cadono, riceva il fenomeno della rugiada compiuta spiegazione. Ciò che vi ha di vero, secondo noi, nell'opinione del Trendelenburg è che se si vuo] dar ragione del divenire delle cose, del loro modo di farsi e di generarsi non è possibile astrarre dal fattore dell'attività, la quale si può estrinsecare in vari modi e tra gli altri per mezzo del movimento. Questo anzi si può considerare come l’estrinsecazione per eccellenza, la forina intuitiva dell’attività stessa. Noi però non possiamo per nessuna via considerare col Trendelenburg il movimento come qual cosa di primitivo e di originario, giacchè esso non è che una rappresentazione complessa derivata dai rapporti di spazio e di tempo delle nostre sensazioni, onde non è lecito invertire i termini at‘tribuendo a ciò che è sussecutivo e derivato l’ufficio di principio atto a dar ragione di ciò che almeno relativamente è originario. Per poter considerare il movimento in sè © per sè, bisognerebbe poterlo osservare o sperimentare, senza ricorrere all’azione dei sensi, il che è assurdo: ed anzi vi ha dippiù: a seconda delle varie formé di sensibilità si ha di esso una notizia diversa: p. es. al senso tattile esso si rivela con proprietà diverse da quelle con cui si rivela al senso della vista. E ciò che noi percepiamo mediante l’azione di uno, o di un altro senso non è il modo con cui un oggetto in moto inizia e prosegue il passaggio da un sito all’altro dello spazio, ma bensi il fatto che l'oggetto stesso è già passato in un altro posto: percezione codesta che ci vien fornita dalla constatazione dei nuovi rapporti in cui l'oggetto si trova. In tanto è possibile considerare il moto come qualcosa di primitivo e di originario in quanto ad esso vengono meta foricamente e simbolicamente attribuiti i caratteri propri della nostra attività interiore. I caratteri che contradistinguono la concezione dualistica sono due: 1° stando ad essa le leggi sono una elaborazione anzi sì potrebbe dire addirittura una produzione dello spirito sulla base dei dati provenienti dall'esperienza, dati che son sempre qualcosa di profondamente diverso dall'attività intellettuale capace di apprenderli, trasformandoli ed enunciandoli in forma di leggi. E qui va notato che a seconda che si ammette o pur no affinità o identità tra le forme del pensiero e quelle della realtà si avranno, come si vedrà più tardi, delle suddivisioni nel seno stesso della concezione dualistica. Ciò che in ogni caso forma il tratto caratteristico di detta concezione è che secondo essa il contenuto dell’esperienza, la costituzione intima del reale essendo inaccessibile all'intelletto, non può per ciò stesso essere espresso ed intrinsecato nelle leggi, le quali ci danno così nelle loro enunciazioni la forma del reale, ma non mai la sostanza. Così mentre per la concezione intellettualistica e per quella animistica le leggi figurano come dei semplici riflessi di fatti e nessi reali nell’intelligenza umana, perla concezione dualistica le stesse si presentano come vere costruzioni e creazioni dello spirito. 2° Stando alla medesima concezione, vi sono due categorie fondamentali di leggi irriducibili l’una all'altra, le leggi esplicative (leggi naturali) e le leggi normative (leggi pratiche): le prime esprimono l'essere, le altre il dovere, e mentre quelle sono delle formule, degli schemi che ci aiutano a richiamare in mente i casì concreti e a catalogare la realtà, il cui contenuto è impenetrabile, le ultime indicano le direzioni, o meglio, le esigenze della nostra attività. É naturale che se il contenuto obbiettivo delle leggi esplicative rappresenta un'incognita per lo spirito, non sì può dir lo stesso del contenuto delle leggi normative, le quali riferendosi alla nostra attività figurano come l’espressione di ciò che è intimo a noi ed ha la maggiore realtà. Il primo sostenitore della veduta dualistica, la quale, come si è veduto, implica in fondo il distacco del dominio dell'intelletto da quello dell'attività e il riconoscimento della spontaneità interiore che appropriandosi dei dati dell'esperienza, li elabora e li trasforma in determinate guise, fu E..Kant. Ogni cosa, disse Kant, è regolata dalle leggi che nell'apprenderla e nel conoscerla vi ha impresse l'intelletto umano, ma solainente un essere ragionevole opera secondo rappresentazioni di leggi, ossia secondo principii ed ha quindi un volere. Ora il volere può essere deterininato d_lla ragione in modo assoluto e imprescindibile, ovvero no: nel primo caso le azioni riconosciute come obbiettivamente necessarie, diventano pur tali subbiettivamente, perchè allora il volere sta nella sola facoltà di eleggere ciò che la ragione riconosce come buono, nel secondo caso, il quale ha luogo quando il volere può esser mosso da impulsi soggettivi e quindi non è interamente conforme a ragione, le azioni sono obbiettivamente necessarie e subbiettivamente contingenti; cioè la legge obbliga e rivolgendosi al volere di un Essere ragionevole gli prescrive una determinazione conforme a ragione, ma senza costringervelo. Però i precetti che la ragione porge al volere e quindi le formole che li esprimono e che vengono da Kant chiamati Imperativi, possono essere di due maniere. La ragione cioè può prescrivere un'azione come buona per se s‘essa, e quindi come obbiettivamente necessaria senza aver riguardo ad alcun fine e allora l'imperativo che formola questo precetto è un imperativo categorico; oppure la ragione può prescrivere un'azione come praticamente necessaria ad ottenere un fine reale o possibile e allora gl'imperativi che ne formulano i precetti si dicono Iporetici; (potetici problematici, se il fine è possibile, cioè può soltanto avvenire che l’uomo se lo proponga, ipotetici assertori, se il fine è senz'altro e sempre voluto. È facile il vedere come, secondo il pensiero di Kant, sebbene non sempre chiaramente espresso, al solo Imperativo categorico debba propriamente attribuirsi la facoltà di obbligare, di prescrivere un dovere, mentre gli altri non ci dànno propriamente che delle regole e dei consigli. Gl’imperativi ipotetici assertori prescrivono i mezzi ai fini svariatissimi (moralmente buoni o cattivi) che un Essere ragionevole può proporsi: questi imperativi non sono propriamente che regole e potrebbero chiamarsi gli imperativi dell’abilità (Geschicklichkeit). Se non che tale veduta kantiana fu fatta segno ad obbiezioni di varie sorta. I)a una parte Schleiermacher, Paulsen e in genere i fautori della concezione animistica, opposero che tra legge naturale e legge normativa non esistono differenze apprezzabili, ma a ciò fu risposto che l’affermare una tal cosa equivaleva a confessare di non aver un’idea chiara di ciò che sia nè una legge naturale, nè una legge precettiva. Una legge naturale infatti esprime solamentu ciò che sotto date condizioni accade sempre senza che sia possibile il presentarsi di una eccezione : è naturale che le condizioni divengano complesse a misura che dalle leggi naturali di ordine generale si scende a' quelle speciali: ma non vi è caso che un dato fenomeno enunciato in una legge naturale si presenti immutato o costante se le condizioni corrispondenti o non si presentano del tutto, ovvero sl presentano in modo variato o imperfetto. Ora è lecito porre sopra una medesima linea le deviazioni degli obbietti singoli dal loro tipo generico (ammesso pure che le dette deviazioni possano essere identificate colle deviazioni dalle leggi naturali, il che non è) e gli strappi fatti dalla volontà individuale ad una legge precettiva ? O nella nozione generica s’introduce una forma di valutazione, intendendo per quella l'ideale verso cui gl'individui di una data specie tendono, date le condizioni favorevoli, e reputando o gni allontanamento dall’ideale come qualcosa che non doveva essere, come una imperfezione, e in tal caso si avrà il perfetto riscontro colle deviazioni della volontà individuale dalla legge normativa, ma ci si troverà agli antipodi della legge naturale: ovvero si considera il tipo generico come l’insieme di quelle proprietà che in una pluralità d’individui, data l’uniformità e la relativa immutabilità delle loro condizioni d’origine e d'esistenza, sì presentano in modo costante, ed in tal caso le variazioni del tipo generico prodotte dall'azione di date cause hanno un certo riscontro colle apparenti modificazioni delle leggi naturali, ma sono agli antipodi delle deviazioni della volontà della legge precettiva. Per considerare le leggi naturali come identiche in fondo a quelle morali, bisogna ridurre queste ultime a pure descrizioni del modo come gli uomini si conducono sotto date condizioni, ma con ciò il concetto vero del dovere viene ad essere tolto via, giacchè le azioni umane in tal caso come i fatti naturali vengono ad essere sottratte al giudizio valutativo vero e proprio. Il difetto della concezione animistica sta tutto qui: nell’aver creduto di poter cancellare qualsiasi differenza tra le leggi esplicative e quelle norinative che invece sono controdistinte da caratteri diversissimi: le prime esprimono le condizioni sotto cui la realtà diviene pensabile e intelligibile, stanno a significare le peculiari maniere in cui la ragione umana reagisce di fronte all’apprensione del reale, nulla dicendo della natura intima e del significato del reale, mentre le altre sono esigenze proprie dello spirito rivelantisi immediatamente alla coscienza ed esprimenti la natura propria di quello ; le prime pur accennando necessariamente a qualcosa d'interno, non l’estrinsecano in alcun modo, arrestandosi alla considerazione della parte formale della realtà, le altre invece esprimono le direzioni dell’attività umana: le prime infine possono far pensare ad una forma di attività che è il riflesso di quella interiore, mentre le altre sono le determinazioni immediate di tale attività. Confondere le leggi dichiarative colle precettive è come confondere la causalità esterna (trasmissione di movimento) con quella interiore (motivazione dell’attività). Dall'altra parte fu obbiettato a Kant: se la necessità obbiettiva si differenzia da quella puramente subbiettiva per questo che la prima fondata com'è sulla natura delle cose, é valida egualmente per tutti gli esseri, mentre l’altra fondata su particolarità individuali e subbiettive è valida soltanto per i soggetti che son forniti di queste, come mai può avvenire che tutto ciò che è necessario per gli esseri forniti di ragione, non è poi più necessario per una parte di essi? Ciò accade, risponde Kant, perchè l’uomo risulta di varî elementi per modo che ciò che è necessario per l’uno di questi, può benissimo essere accidentale per l'altro. È necessario così l'adempimento della legge morale per l’uomo considerato come essere ragionevole, il quale colla ragione appunto conosce la necessità della legge stessa ; ma all'opposto non è necessario per l’uomo considerato solo come essere fornito di volere, perchè come tale non è spinto all’azione solo dalla ragione, ma anche da altri impulsi. E la legge morale è appunto una legge della volontà, in quanto pone come necessario che l’uomo segua col suo volere una determinata direzione. Riconoscere questa necessità e insieme affermare che la volontà umana non concorda necessariamente con la legge morale non include nient'affatto contradizione, se sì pensa che nel primo caso si tratta di una necessità diversa da quella del secondo caso: donde la distinzione della necessità obbiettiva della esigenza morale da quella subbiettiva basata sul rapporto della volontà con la detta esigenza. Se non che tale distinzione, si è notato dagli oppositori, non regge in quanto la neeessità obbiettiva si riferisce appunto alla voloutà e quindi abbraccia la necessità subbiettiva. In seguito a ciò, pure ammettendo che il concetto li legge sia suscettibile di due interpretazioni diverse a seconda che si tratti di leggi esplicative o precettive, si è cercato altrove il fondamento della detta distinzione. Si è cominciato col notare come non soltanto nel campo della morale, rua in tutti i dominii dell'attività umana, nessuno escluso, accada che gl’individui in casi numerosissimi non seguono leggi, che pure si presentano col carattere più accentuato dell’universalità. Così per quanto incondizionatamente valide si presentino le leggi logiche e matematiche, ciò non impedisce che conclusioni false ed errori di cali colo abbiano luogo : e lo stesso si può dire delle leggestetiche, grammaticali, ecc. V'ha dippiù : ciò che si rileva in opposizione alle leggi normative generali, non solo è possibile e reale, ma è in un certo senso necessario : come al fisiologo sembra naturale la sanità allo stesso grado che la malattia, così al psicologo l’errore e il male sembrano naturali come il vero e il bene. Del resto le leggi precettive non esprimono tutto ciò che è possibile, ma bensi ciò che è giusto o rispondente ad un dato scopo. È evidente che la parola neccesità non ha un valore eguale trattando di leggi esplicative o di leggi normative: nel primo caso la necessità implica che un dato fenomeno risulta necessariamente dal complesso delle sue cendizioni, nel secondo caso invece indica ciò che si deve fare perchè l'obbiettivo di una data forma d'attività, la conoscenza del vero, la produzione del bello o la pratica del bene, sia raggiunto. Dall’un canto la necessità serve a contrassegnare il nesso del conseguente colle sue condizioni quale sì presenta partendo da queste ultime come da ciò che è dato; dall'altro canto la necessità serve a contrassegnare lo stesso nesso quale si presenta dal punto di vista del conseguente, partendo cioè come da ciò che è dato dalla rappresentazione dell’intento da conseguire, per mostrare sotto quali condizioni, con quali mezzi ciò è reso possibile. Ora mentre colle cause son dati sempre e necessariamente anche gli effetti, non si può dire che col fine o meglio colla rappresentazione del fine sia dato sempre e necessariamente l’impiego di dati mezzi e le modalità dell’impiego stesso, onde consegue che le leggi naturali hanno un valore universale, mentre quelle pratiche dicono, sì, che incondizionatamente certi scopi possono essere raggianti solo con un dato ordine di mezzi, e in tale rapporto, se esse sono giuste, non temono smentita dai fatti; ma dell'applicazione effettiva dei detti mezzi nulla ci dicono, per modo che non è esclusa la possibilità che i mezzi non siano applicati e che per conseguenza lo scopo non sia neanche lontanamente raggiunto. Le leggi dichiarative dicono: date queste condizioni deve necessariamente conseguire questo effetto: quelle pratiche invece: se un dato scopo deve essere raggiunto, bisogna operare in tale maniera e non diver samente. Se poi nei casi particolari si procederà effettivamente così e se quindi l’obbiettivo corrispondente sarà aggiunto non è certo appunto perchè ciò dipende dal modo in cui sì determina l’attività individuale ed è tale incertezza che trasforma la legge in una forma di esigenza umanae. la necessità che l’esprime in dovere. Qui si presenta une questione: É giusto mettere tutte in un fascio le leggi normative o precettive? Noi crediamo di no, in quanto alcune di esse si presentano come regole dedotte da determinati rapporti offerti dall’esperienza, mentre altre figurano come l’espressione della natura propria del soggetto e quindi vanno considerate come funziori di esso : così le leggi precettive igieniche, dietetiche ecc. in tanto sono valide in quanto sono fondate su determinati nessi causali constatabili per mezzo dell'esperienza e quindi contingenti, per contrario le norme logiche e morali sono anteriori a qualsiasi esperienza, s0no esigenze dell’attività umana e stanno a significare ciò che vi ha di proprio nella natura del soggetto pensante sia dal punto di vista teoretico che pratico. Ma di ciò sarà trattato più diffusamente in seguito. Dicemmo di sopra che Emmanuele Kant va considerato come il vero fondatore della concezione dualistira, avendo egli ammesso, dopo aver profondamente differenziato le leggi normative da quelle esplicative, che ì giudizi necessari ed universali intorno alla realtà occasionati dall’esperienza, in tanto sono possibili, in quanto lo spirito umano è fornito della capacità di apprendere i fatti concreti per mezzo di forme a priori o appercettive, le quali servono ad universalizzarli e ad obbiettivarli. Sono queste nozioni appercettive, o predicati universalissimi o categorie, o forme a priori, o funzioni dell’intendimento umano che unite, mediante giudizi di ordine speciale (giudizi sintetici a priori) coi dati percettivi concreti, rendono possibile .la scienza, cioè a dire la trasformazione del fatto subbiettivo del sentire in qualche cosa di obbiettivo esistente in modo ordinato nello spazio e nel tempo e insieme l'enunciazione in formule universali delle varie sorta di azioni e di relazioni esistenti tra le cose. Non è nostro intendimento ora fare la storia e la critica delle vedute kantiane intorno alla possibilità dei giudizi sintetici a priori, in quanto ciò ha formato oggettò di svariatissime e importantissime ricerche il cui risultato è stato la trasformazione del primitivo kantismo. I mutamenti che ha subito il pensiero kantiano, passando attraverso ia mente dei vari Logici moderni sono stati molteplici e non sempre si fu d'accordo intorno al modo d’interpretare, di completare e di svolgere il pensiero del maestro: tuttavia non è impossibile collegare insieme le varie opinioni emesse, considerandole da un punto di vista superiore. Per quanto numerose e rilevanti siano le discrepanze tra i filosofi criticisti intorno alla estensione ed al significato dall’a priori kantiano, vi sono dei dati ammessi da tutti e su cui non cade alcun dubbio o disparere. Così tutti concordano nell’ammettere il corrispettivo obbiettivo dell'elemento formale di ogni conoscenza, vale a dire la cooperazione della realtà nella genesi delle forime appercettive, in modo che questo lungi dall’esser considerate come semplici funzioni o obbiettiva trai zioni dello spirito umano, sono ritenute il risultato della cooperazione di due fattori, del fattore subbiettivo e di quello obbiettivo. D'altra parte si è d'accordo nel riguardare le forme appercettive (le nozioni di uguaglianza e di differenza, di tutto e parti, di grandezza, di rapporto causale tra i fatti successivi e di connessione reciproca tra fatti coesistenti e di fine) come acquisti dello spirito umano avvenuti sotto la guida di alcuni principî supremi comuni al pensiero ed all'essere, quali il principio d'identità, quello di contradizione e quello di ragione, ecc. E qui va notato che non tutti i filosofi son disposti ad attribuire un egual valore ai suddetti principii, giacchè per taluno, come per il Riehl, il principio regolatore supremo è quello d'identità, mentre per altri è quello di contradizione colla cooperazione però più o meno valida degli altri principii : questione codesta che a noi non compete di esaminare. Conchiudendo, possiamo dire che il neo-kantismo non considera più le varie leggi scientifiche quali giudizii sintetici aventi il loro fondamento ultimo nei giudizii sintetitici a priori, costituenti poi i veri principii delle scienze, ma come il risultato della trasformazione dei nessi e rapporti puramente sperimentali in nessi e rapporti logici. Non è dunque riposta l’essenza della legge nell’applicazione di determinate categorie ai fatti concreti, ma nella trascrizione dei fatti o processi sperimentali in fatti e processi aventi organismo e struttura logica. Tra i filosofi criticisti quegli che più e meglio di tutti ha trattato la quistione della natura e delle forme della conoscenza scientifica è certamente il Riehl], il quale nella sua pregevole opera // Criticismo filosofico, ha emesso delle vedute degne di essere conosciute. Egli comincia coll'’ammettere una profonda differenza tra le leggi normative e quelle esplicative in quanto le prime esprimono il dovere in rapporto al conseguimento di un dato scopo, mentre le altre esprimono l’essere; in base alle prime giudichiamo del valore, dell'importanza di una data cosa, mentre in base alie altre della realtà o della verità : le prime denotano tendenze e s’indirizzano all’avvenire, le altre dati di fatto e vertono su ciò che è ed accade: le prime infine sono una determinazione del gusto, del sentimento e della volontà umana, mentre le altre sono emanazione della ragione e dell’attività coroscitiva. Dal che consegue che la scienza, la quale si può considerare come l'ordinamento razionale delle leggi esplicative, presenta l’uomo quale un prodotto della natura, quale risultato delle leggi generali di essa, mentrechè la filosofia pratica riferendosi al possibile e all’ideale, risguarda l’uomo nella natura come causa, come un essere cioè che in base alla conoscenza delle leggi natarali può proporsi dei fini e mettere in opera tutta la sua attività per raggiungerli. Ma se la filosofia pratica può avere il suo punto di partenza nella conoscenza della natura umana fornita dalla scienza (Antropologia, Pisicologia, Storia ecc.), rapportandosi poi a ciò che deve essere, esplica la sua azione, ponendo sempre nuove esigenze al sentimento, al volere ed alla coscienza umana. Nell’approfondire la natura della conoscenza scientifica il Riehl nota che la legge esplicativa che è sinonimo di rapporto necessario, esprime l’azione esercitata sulla ragione dalla stabilità ed uniformità del corso dei fenomeni. La relazione esistente tra la realtà e il pensiero costituisce l'esperienza propriamente detta: e le leggi scientifiche sono il prodotto da una parte della regolarità con cui sotto condizioni eguali si presentano fenomeni identici, o della stabilità delle proprietà fondamentali delle cose, e dall’ altra dell’ attività concscitiva del soggetto. Onde la legge è per l'intelligenza ciò che è il fine per il volere e il bello per il senso estetico : in tutti e tre i casi i due termini s'implicano a vicenda; tanto é ciò vero che le cosidette leggi naturali lungi dall'essere in rapporto, come a dire, accidentale colle leggi del pensiero, sono il risultato, quanto alla loro forma, di queste ultime. Pertanto l’affermazione che in natura tutto av. venga in modo meccanico è falsa, se s'intende dire che per tale via si riesce a comprendere la natura propria, e le qualità intime del processo naturale; il meccanismo delle cose lungi dal manifestare l'essenza di un qualsiasi fatto naturale, rappresenta la forma di questo; e la meccanica ricercando l'equivalente dei cangiamenti svolgentisi nella natura, non svela nient’affatto la natura propria delle cause dei detti cangiamenti. É per questo che le leggi esp imenti i rapporti delle cose devono presentare i termini connessi in modo continuo e immediato nel tempo e in maniera intelligibile per l'intendimento, vale a dire congiunti secondo il rapporto dell'uguaglianza quantitativa, riducibile al principio d'identità. E a che ai riducono le leggi del pensiero, le categorie logiche, che applicate alla realtà, rendono possibile la formazione delle leggi scientifiche ? Le condizioni logiche dell'esperienza, dice il Riehl (1), le categorie della Rienc, Der philosophiscrie Kriticismus. Zw. B. Leipzig. sostanza, della causalità e dell’unità sistematica della natura, non sono, come insegnò Kant, forme primitive diverse e irriducibili del nostro intelletto, ma derivano da un unico principio saperiore, da quello dell'unità e conservazione della coscienza in genere, il quale dà loro origine quando viene applicato ai rapporti generali presentati dall'intuizione. L'Io è cosciente della suna unità e della sua identità con sè stesso, condizione prima di ogni altra conoscenzà, sia che scompone una molteplicità simultanea di impressioni (la cui forma intuitiva è lo spazio), sia che connette una serie successiva di impressioni, sia finalmente che scompone e congiunge insieme, vale a dire che unisce i due atti precedenti, affinchè emerga il concetto dell’unità sistematica del tutto. Noi possiamo quindi distinguere tre diverse funzioni pertinenti alla coscienza (una ed identica con sè stessa), una funzione analitica (che ci dà la categoria di sostanza), una sintetica (che ci dà la categoria di causalità) ed una sintetica ed analitica insieme (che ci dà la categoria dell'unità sistematica); mediante la prima è differenziato il permanente dal mutevole, mediante la seconda è collegato il cangiamento colla sua causa, mediante la terza finalmente tutto il reale, cose e processi, viene considerato come un sistema organico composto di varie parti. È questa l’espressione più completa e più perfetta della concezione dualistica; e non si può non convenire che essa segna un notevole progresso rispetto agli altri modi d’interpretare la natura delle leggi; ma possiamo noi dichiararci soddisfatti appieno ? Notiamo subito che il difetto di tale veduta sta tutto nel ritenere che la natura propria della legge si riduca all’affermazione di un rapporto di natura quantitativa; ora la legge oltreché l’espressione di una equivalenza, è l’espressione dell'attività di una cosa sull'altra. L'ideale verso cui tende la scienza nel fomulare le sue leggi non è l'affermazione esclusiva dei rapporti quantitativi, ma l'indagine delle condizioni determinanti dati fenomeni, condizioni che diventano spesso visibii all'intendimento e vengono fissate per mezzo dei rapporti quantitativi non altrimenti che in un quadro è pel colore che diventano visibili le linee, i punti e fino la mancanza perfetta di linee, il nero, la tenebra. É evidente però che l'essenza della legge non può essere riposta in un momento subordinato ed ausiliario, per quanto necessario. Con le sole leggi della meccanica, con le sole ridistribuzioni della materia e del movimento non s’in'ende come si possano produrre forme così diver:e della realtà. La concezione meccanica, come quella che è solamente quantitiva, non soddisfa al bisogno che la conoscenza ha del sistema, non rende ragione della Zinitazione e direzione delle forze. Con la materia e col movimento soltanto noi abbiamo una possibilità affatto indeterminata, la possibilità di mondi innumerevoli diversi: che cosa determina la genesi del mondo della nostra esperienza ? Ciò posto, come mai si può affermare che la scienza abbia per compito essenziale d' indagare la costituzione meccanica del Reale? La scienza tende invece a conoscere la natura propria delle cose quale sì manifesta per mezzo delle loro azioni o funzioni e per mezzo del numero maggiore o minore di attinenze (delle quali le quantitative sono una sorta soltanto) che esse hanno col rimanente della realtà. L'essenziale della conoscenza scientifica non sta nel delineare semplicemente le variazioni spaziali e temporali di una cosa, ma nel cercare di studiare le proprietà, le qualità e le relazioni di essa, tanto è ciò vero che la scienza seria ed esatta lungi dall’abbandonarsi a ricercare la spiegazione e la ragione di tutti i fatti nei semplici spostamenti spaziali e temporali, studia ciascuna categoria di fenomeni separatamente senza lasciarsi fuorviare dalle analogie o somiglianze astratte e va in traccia sempre delle condizioni peculiari concorrenti a determinare una data classe di fenomeni. E tutte le ipotesi scientifiche non hanno la loro ragione di essere nella esigenza imperiosa della scienza di approfondire la natura propria delle cose, prescindendo dalla esclusiva considerazione della grandezza e della quantità ? L'errore del Riehl è di aver identificato ogni forma di cansalità con quella esterna o meccanica (1), chiudendosi cosi la via di interpretare i fatti di cristallizzazione, di coesione, ecc. ecc,, buona parte dei fatti chimici e biologici e tutti i fatti spirituali, ove vige in modo evidentissimo ‘0 principio dell’ aumento dell’ energia ; ora si (1) La causalità fisica è profondamente diversa da quella psichica, in quanto ciò che è causa nella prima e quindi fa essere una cosa diviene motivo nella seconda, cioè, giustifica la cosa, ciò che in quella è azione meccanica proveniente dall’esterno (causa ed effetto son considerati come l’una fuori dell’altro) ed è quindi accessibile alla osservazione esterna e alla comparazione quantitativa, nell’altra è azione interiore proveniente, anzi da ciò che vi ha di più profondo nell'essere ed è accessibile soltanto all'osservazione interiore. La causa agisce per ciò che è in sè, mentre il motive per il valore che gli vien dato dall'insieme della vita spirituale, valore che può variare moltissimo, donde la varietà delle determinazioni volontarie nei varii individui e le reazioni subbiettive diverse ad un medesimo fatto, Da tutto ciò consegue che è una conpuò affermare che in tutti questi casi non è a parlare di leggi, vale a dire di maniere costanti ritmiche di operare, di rapporti necessari e universali, di funzioni determinate, quindi di scienza? Aggiungiamo che se il principio di identità fosse l'esclusivo principio supremo della intelligenza e se quello di ragione non fosse inerente alla natura propria dell'intelletto, non si vede come e perchè la cosidetta identità sintetica potrebbe entrare in azione. Secondo il Riehl, infatti, noi siamo tratti a identificare sempre ciò che è straordinario o inusitato con ciò che già sappiamo: ora in questo caso l’identificazione non rappresenta che il messo di poter rispondere all’esigenza di ricercare la ragione di ciò che ci sì rivela come nuovo e irriducibile al resto. Il fatto prinitivo è sempre il principio di ragione e l'identificazione non è che un mezzo, nè necessario, nè universale. Noi potremmo riferire numerosissimi esempi per provare come la essenza della legge non vada riposta nell’enunciazione di un rapporto quantitativo. Citeremo qualche fatto soltanto tolto dalla Biologia, Così è noto che il ricambio materiale se può ra ppresentare una delle condizioni indispensabili al funzionamento degli organi, non ne è la causa determinante ed essenziale, la quale deve essere ricercata nell’ organizzazione, tradizione parlare di leggi naturali della volontà in quanto questa opera, trasformando le cause in motivi, rendendole cioè un fatto interno. L’operare in seguito a motivi non rende possibile l’operare secendo leggi, m a l’operare secondo norme e regole, dal seguire le quali è agevole sottrarsi una volta ammesso che la forza dei motivi dipende dal valore che vien loro dato dal complesso della vita psichica, la quale essendo diversa per ciascuno individuo, produrrà diversità anche nel modo di operare dei motivi e quindi nella maniera di attenersi alle dette norme, nella morfologia dei tessuti: quand’anche conoscessimo e sapessimo determinare quantitativamente tutte le innumerevoli reazioni chimiche che si svolgono nel nostro organismo, ci resterebbe a conoscere come l’ energia che esse sviluppano si trasformi in funzione, come nei complicati ingranaggi dei nostri tessuti la stessa possa estrinsecarsi sotto forma di calore, di elettricità, di moto, di secrezione, di attività nervosa, ecc. Nell’atto chimico si deve riconoscere la causa dell’energia disponibile, ma la funzione si determina trasformando quell’energia, plasmandola in mille modi, presentandola sotto diversissime manifestazioni. E qui giova notare che non selo i risultati delle reazioni chimiche che avvengono in un organismo, ma anche le condizioni che le determinano hanno qualche cosa di speciale e di e clusivo agli esseri viventi, all’organizzazione, cioè ed ai suoi prodotti. Noi possiamo infatti riprodurre alcuni di quei processi chimici che si svolgono nella trama dei nostri tessuti, ma per ottenere gli stessi risultati dobbiamo impiegare delle altissime temperature, delle enormi pressioni, delle correnti elettriche assai potenti o l’azione di reattivi di tale violenza da distruggere qualunque organismo, Negli esseri organizzati invece si hanno gli stessi effetti ad una temperatura egnale o di poco superiore a quella del''ambiente, alla pressione atmosferica ordinaria, sotto l'influenza di correnti appena dimostrabili ed approfittando di debolissime affinità. Ora forse dal fatto che la vita non può ridursi al ricambio materiale puro e semplice, determinabile quantitativamente, deriva l'impossibilità di pailare di leggi fisiologiche o biologiche ? Tali leggi saranno indeterminate dal punto di vista quantitativo, ma sono determinatissime dal punto di vista qualitativo. L'essenziale non è la fissazione quantitativa, ma quella qualitativa delle condizioni genetiche di un fenomeno. L'opinione di Kant che si possa parlare di scienza soltanto nei casi in cuì sia applicabile il calcolo ha ormai fatto il suo tempo, perchè anche i rapporti qualitativi formando obbietto d'indagine, possono essere formulati in leggi. Le leggi intese in largo senso non rappresentano soltanto il prodotto della fusione del fattore subbiettivo dell’ unità ed identità della coscienza (e categorie logiche che ne derivano) con quello obbiettivo dell’ uniformità e rego larità dei fatti esterni, ma figurano anche come il rifiesso o meglio l'applicazione delle varie forme di attività psichica (tra le quali merita particolare attenzione l'esigenza della ragione e del fondamento delle cose e la tendenza a rintracciare la loro reciproca dipendenza) all’azione reciproca che presentano le cose. La scienza naturale, è vero, s'arresta alla valutazione dei rapporti quantitativi, che sono quelli accessibili alla misura, perchè i suoi obbietti quali determinazioni spaziali e temporali e quali limitazioni di qualche cosa d’identico e di continuo sono paragonabili quantitativamente, ma ciò non toglie che una forma di conoscenza superiore e più completa debba tener conto delle varie forme di azione esercitate dalle cose tra loro. Ed anche nelle scienze che hanno per obbietto la natura, le leggi puramente descrittive e basate esclusivamente su rapporti quantitativi tendono a divenire genetiche e condizionali, segno che l'esigenza della scienza non è quella di trovare semplicemente dei rapporti di equivavalenza, ma di mostrare come le cose sussistenti solo in quanto sono attive, operino nelle varie contingenze. Ciò che ha il maggior interesse per l’intelletto umano non è la pura fissazione di rapporti quantita‘ivi, ma la determinazione dei rapporti di condizionalità e di causalità, rapporti che se sono resi visibili per mezzo delle variazioni concomitanti quantitative, non implicano nient'affatto l'equivalenza dei termini dei detti rapporti. D'altra parte le varie funzioni di analisi, di sintesi, e di analisi e sintesi insieme non s'intende come possano esser ascritte all'unità della coscienza che è sempre un concetto puramente formale e quindi vuoto : è necessario la sostituzione di qual cosa che dia ragione della possibilità di differenziare e diidentificare i vari fatti psichici e insieme della possibilità di scomporre e successivamente comporre i singoli fatti per poter fondere in ultimo i due processi in uno. Ora il concetto che risponde a tali requisiti per noi è quello dell’altività, la quale può divenire sorgente di atti molteplici; atti che mentre da una parte si differenziano tra loro, sono però congiunti per questo chehanno un'origine comune. Di guisa che la funzione analitica della (1) RieuL: Op. cit. Fr. B. Schluss Qui è bene riferire un passo del medesimo Riehl: “ Es kinnte in der Natur nichts auch nur relativ Selbstindiges geben wenn es in ihr nicht wahre, sondern immer nur ùbertragene, mithin scheinbare Thàitigkcit gàbe. Nicht bloss im Moralischen, auch im Physischen wurzelt die Selbststindigkeit in der Selbsthiitigkeit Obgleich wir uns die Elemente nicht auf psychische Art wirkend zu denken haben, also nicht als Monaden vorstellen, so weist doch, “ie FErscheinung der physischen Thiitigkeit auf eine wahre von den Elemznten ausgehende, nicht blos denselben 4usserlich eingeprigte Action zuriick. Nur was fàhig ist zu wirken ist und heisst wirklich. In d r Empfindung, die nicht blosse Receptivitàt ist. sondern Reaction gegen den empfangenen Reiz haben wir den Typus der Wechselwirkung auck in der nicht empfindenden Natur vor uns, coscienza è resa possibile dall'avvertimento dei molteplici atti emergenti dall'attività psichica, quella sintetica dall'’avvertimento della loro identità d'origine e quella sintetico-analitica dalla fusione dei due processi o dal congiungimento dei due momenti del medesimo fatto. Da tal punto di vista l'essenza della legge in genere è riposta nel tentativo d’interpretare l'azione reciproca delle cose presentateci dall'esperienza, basandosi sul modo d'operare della nostra attività interiore. Del resto ciascun individuo nell'’enunciare una legge, per quanto non l’esprima, sottintende tale concetto fondamentale dell'attività. Ed è questo il sulo mode di poter comprendere l’unità delle cose. Il detto fattore dell’attività non trova espressione adequata, perchè ciò che è qualitativo e interno non può essere obbiettivato e insieme universalizzato come i rapporti quantitativi, spaziali e temporali che rappresentano il contenuto della coscienza intesa in senso universale e non di quella individuale soltanto. Al di fuori del Criticismo, la concezione dualistica della legge assunse una forma particolare nel Wundt, la quale merita di essere mentovata (1). Il filosofo di Lipsia dopo aver messo in sodo che il concetto di legge in genere originariamente derivò da quello di norma, riconobbe che esso sì andò sempre più allontanando da questo a misura che i fatti costituenti l'oggetto delle scienze esplicative non furono più considerati quali estrinsecazioni d’ impulsi interiori, a misura cioè che furono presi in considerazione dalla scienza le relazioni formali delle cose e non Wundt. Etk:k, Stuttgart, Id. Logik. il loro contenuto e significato obbiettivo. Pertanto la nozione di legge-norma divenne estranea da un pezzo alle scienze naturali, contrariamente a ciò che accadde nelle scienze psicologiche e storiche. Il processo delle scienze esplicative, nota il Wundt, s’intreccia spesso con quello delle scienze normative, per modo che in queste si hanno delle leggi dichiarative a fianco alle normative e viceversa: ciò che non va dimenticato è che spesso il punto di vista esplicativo è anteriore e quindi presupposto da quello normativo, il quale ha soltanto in esso la sua base. In ogni caso le scienze normative si differenziano profondamente da quelle dichiarative e descrittive per questo che nelle prime predominando le leggi-norme, alcuni fatti sono differenziati da altri per mezzo del momento valutativo, in base al quale i dati sono riguardati come conformi o contrari alla norma. La contrapposizione del normale all’anormale mena alla differenziazione del dovere dall'essere. Ora il punto di vista esplicativo conosce semplicemente l'essere, onde le scienze che hanno per obbietto la natura considerano ciò che è già dato e se esse accolgono anche la nozione di norma e di dovere, l'essere in tal caso coincide col dovere per modo che non vi può essere contradizione tra i due: il so/len diviene mdassen. Col toglier via adunque ogni forma di valutazione viene ad essere tolta ogni possibilità di differenziare i fatti in regolari e irregolari, in normali e anormali. Ma la valutazione in tanto è possibile in quanto gli atti singoli che sono obbietto della valutazione, sono considerati come un prodotto del volere umano, ond'è che essi vengono distinti in atti conformi o non conformi alle esigenze (norme), alle direzioni fondamentali del volere stesso. Ed è su ciò che è fondata anche la distinzione del dovere dall’ essere. D'altra parte la norma di fronte alla volontà può assumere la forma di comando, di regola riferentesi non soltanto alla valutazione di atti già compiuti, ma alla produzione di fatti avvenire. Però ogni uorma è originariameate una forma d’attività, una determinazione, una regola del volere, e come tale, una prescrizione; è solo secondariamente che può divenire una specie di stregua, di misura indispensabile all’apprezzamento di a'ti già compiuti. Qui va notato che il carattere normativo non sì rivela identico e costante in tutte le così dette scienze normative : così di tutte le norme o regole grammaticali, una sola conserva il suo carattere obbligatorio ed è che le forme grammaticali delle varie lingue devono esser conformi alle leggi logiche del pensiero. Tutte le altre regole grammaticali figurano coine il risultato di svariate condizioni psicologiche e fisiologiche. In modo analogo, mentre la più parte delle norme giuridiche hanno la loro origine nelle mutevoli e particolari condizioni storiche della società, alcune soltanto indipendentemente da queste cause posseggono forza obbligatoria dovuta alla natura morale dell'uomo. Anche nelle norme estetiche va distinto l'elemento transitorio prodotto dalle influenze storiche della moda e delle consuetudini da quello permanente, a cui noì siamo disposti ad attribuire il massimo valore. Dalle molteplici radici del sentimento estetico emergono le norme estetiche che prendono due direzioni diverse : da una parte quella riferentesi ai principii della regolarità, della simmetria, dell'armonia, dell'ordine che sono un prodotto del pensiero logico: e dall'altra quella relativa alle bela Li et e i e "e _m..{i-_ b-°’’ _ieccosieliani esigenze ed emozioni etiche, per il cui mezzo il bello parla al. cuore, assumendo le forme più elevate. Logica ed Etica, ecco le due scienze normative vere e proprie: formando la prima la base normativa delle scienze teoretiche, la seconda quella delle pratiche (1). Le norme della Logica possono estendersi a tutto ciò che ci è dato dalla intuizione e dalle nozioni da questa derivate ; ma nella loro applicazione non involgono un giudizio valutativo intorno agli oggetti del pensiero logico ; può solo tanto il soggetto considerato in rapporto alla sua attività cogitativa costituire la base di un apprezzamento valutativo; le norme dell'Etica si riferiscono immediatamente agli atti volitivi dei soggetti pensanti ed agli oggetti solo inquanto questi debbono la loro origine agli stessi atti volitivi: come si vede, in tal caso è il soggetto agente che nello stesso tempo forma oggetto della nostra valutazione. Onde è chiaro che il subbietto del pensiero logico in tanto può essere in qualche modo apprezzato in quanto è insieme obbietto etico : il pensiero logico infatti come libero atto volontario può essere subordinato all'attività morale. E la Logica avendo fra gli agli altri compiti anche quello di trattare e di esaminare i criterî del pensiero vero e il valore dello stesso, può benissimo essere chiamata Etica del pensiero. Di guisa che il concetto del dovere non ha un significato eguale nella Logica e nell’ Etica, giacchè per questa il dovere emerge dall'obbietto stesso della sua considera (1) Teoretica è la ricerca scientifica vertente sul nesso reale dei dati di fatto; pratica quella che ha per obbietto le produzioni della volontà umana e le creazioni dello spirito. zione, mentre che nella Logica il dovere nasce soltanto quando il processo logico è sottoposto ad un giudizio valutativo, vale a dire quando è annoverato tra le azioni etiche. In tal guisa per il Wundt la sorgente ultima della nozione di norma è nella moralità, e la scienza normativa per eccellenza è l'Etica. Dipoi l’idea di norma prende due direzioni, da una parte è applicata a quei dominii scientifici che per le loro condizioni d'origine subbiettiva (atti volontarii) sono più affini ai fatti morali, dall’ altra parte è applicata a tutti gli oggetti dell’esperienza esterna ed interna, i quali sono apparsi sottoposti ad una costante regolarità riguardo al loro modo di presentarsi, di svolgersìi ecc. Si comprende agevolmente che la prima trasformazione ed applicazione dell'idea di norma ha preparata la seconda, giacchè il pensiero logico, è stato tratto con molta facilità a trasportare il suo proprio carattere normativo agli obbietti ad esso sottoposti. D'altra parte il carattere normativo del pensiero logico non avrebbe mai potuto svolgersi completamente senza la corrispondente costanza e regolarità degli obbietti, la quale però, giova tenerlo a mente, non sarebbe mai stata appresa senza il concorso dell'attività del pensiero sottoposta a date norme: sicchè possiamo ben dire che i due indirizzi presi dall'idea di norma, intrecciandosi, sì sono aiutati a vicenda nel loro svolgimento, l’azione preponderante pur essendo esercitata dal carattere normativo del pensiero logico. E qui si potrebbe osservare che considerando la norna quale regola della volontà, quale determinazione primitiva di questa, non si spiega come essa possa assumere la forma di comando, senza implicare costrizione, necessità subbiettiva. Se la norma rappresenta una determinazione della volontà, perchè si può e uon si può seguirla? Donde la scissione, lo sdoppiamento del dovere dall'essere, dell'ideale dal reale ? Ogni difficoltà sul riguardo viene a sparire, se si tien conto del fattore sociale nella genesi della norma. Questa è, sì, una determinazione della volontà, una forma d'attività, ma una determinazione della volontà sociale, una forma dell'attività collettiva, rispetto alla quale la volonta individuale si può benissimo trovare in antitesi per svariatissime ragioni. Il carattere normativo ha la sua sorgente nell’intima relazione esistente tra i varii individui (soggetti pensanti e volenti) componenti una società, i quali sono come parti organiche di un Tutto d’ordire superiore. È il volere e la coscienza sociale che si può imporre al volere dei singoli individui (1). Tutte le norme e regole che hanno un valore obbligatorio sono da considerare quale prodotto della coscienza e della volontà sociale. Invero le varie forme di società (1) Recentissimamente taluno ha affermato che i prodotti della collettività sono inferiori alle opere compiute dagli individui isolati: riunite insieme, si è detto, i più grandi ingegni, in modo che tutti cooperino alla produzione di un’opera collettiva, e vedrete che ne verrà fuori qualcosa d’ imperfetto. Se ciò sia vero o no, non importa discutere qui: ciò che voglia no mettere in evidenza è che le produzioni collettive naturali non vanno identificate colle produzioni artificiali, arbitrarie di una qualsiasi riunione d'’ individui, giacchè in quest’ultimo caso la collettività lungi dal presentare i caratteri dell'organismo assume l’aspetto di qualcosa di meccanico. È per questo che le note antagonistiche presentato dai vari individui invece di essere armonizzate in un’unità superiore, si elidono a vicenda. umana, costituiscono delle vere e proprie .unità organiche, le quali hanno delle funzioni determinate, superiori a quelle degl'individui, adempiono ad uffici più elevati e rispondono ad esigenze, per cui sarebbe inefficace l’attività individuale. La connessione degli spiriti, l’azione reciproca, la solidarietà vera, perché fondata su rapporti spirituali, dei varìl membri delle società è un fatto che ci dà la chiave per spiegare taluni prodotti psichici complessi, che altrimenti rimarrebbero un mistero. Così il lavorio intellettuale dei diversi individui componenti la società umana ha avuto per effetto di fissare lo scopo ultimo, l'ideale della conoscenza, togliendo dalle direzioni particolari dell’ attività spirituale tutto ciò che vi era dì accidentale, di subbiettivo, d’incoerente, d’inefficace e determinando una direzione unica e consistente, atta cioè a connettere insieme i varii momenti del processo cogitativo e a stabilire il rapporto del pensiero individuale con quello universale. La volontà e la coscienza sociale hanno universalizzato il pensiero, fissando l'ideale e quindi le norme a cui si deve conformare il prodotto psicologico individuale, affinchè possa adempiere al suo vero ufficio. Tutto ciò che non può essere messo in rapporto col sistema di relazioni stabilite dalla vita storica e sociale dell'umanità non ha consistenza, e quindi non è reale nello stretto senso della parola, nè vero: e le norme o le leggi del pensiero non rappresentano che il modo, la via da tenere per poter connettere il fatto singolare col sistema universale; sistema che d'altra parte alla conoscenza riflessa si rivela come generato appunto da quei postulati della conoscenza. Ciò non toglie che si possa presentare un fatto psichico il quale, pure essendo un prodotto naturale e quindi fornito di una certa realtà, non possa però essere messo in connessione col sistema di relazioni fissato dallo spirito sociale, cnde proviene che esso è rigettato come erroneo, come falso, come non rispondente all' ideale della realtà e verità. Con questo, intendiamoci, non sì vuole escludere la parte che la costituzione psichica individuale ha nel determinar: le norme logiche ; così l’unità e l'identità della coscienza rispetto alla molteplicità e diversità dei suoi atti e del suo contenuto, la cos‘anza della sua attività rispetto alle varie direzioni di essa concorrono a far considerare come norma e legge dell’attività psichica un determinato modo di operare che sembra sottratto a variazioni arbitrarie e accidentali. Onde consegue che ammesso il caso che l’unità e l'identità della coscienza non sia conservata o che il sistema di relazioni tra i varii fatti psichici, costituente la continuità di tutta la vita mentale non siasi peranco formato (bambini, stati particolari dello spirito, sogni, ecc.), sì potrà avere un prodotto psichico naturale si, ma non logico, e quindi una violazione delle leggi che furono dette costituire l'ossatura del nostro essere spirituale. Ma la nozione completa di norma coi caratteri che la controdistinguono, tra i quali primeggia l'obbligatorietà, non si sarebbe potuta avere senza la cooperazione del fattore sociale. Da qualunque punto di vista si voglia considerare la natura dello spirito umano, lo si faccia pure identico nella sua origine all’assoluto e al divino, il certo è che a questo spirito il sapere costa sforzo e fatica e che sulle cose a noi bisogna pensarci e ripensarci su, prima di intenderle, La cosa fuori di noi, se reale, diversa essenzialmente da noi, se ideale sta da una bande, il pensiero nostro sta dall'altra. Questa opposizione, almeno immediatamente nella esperienza ordinaria, è innegabile, quando pure si accordi che la speculazione possa perimerla ed annientarla. Ora in un tal distacco della cosa dal pensiero, a questo non riesce d'’acquistare tutta la cognizione della cosa per un atto d'intuito o per una deduzione continua da un intuito primigenio o da una qualunque astrazione ultima. Il pensiero tenta e ritenta, cerca e ritorna a cercare, prova e riprova. La cosa sta lì come a dire immobile; il pensiero, come nota un arguto filosofo contemporaneo, le si agita intorno per ghermirla e farla sua: il che vuol dire per pensarla tutta e rendersela intima. Il prodotto di questo moto del pensiero intorno all'oggetto è la scienza. Un fatto si complesso non è a meravigliarsi che dia origine a problemi diversi. Infatti, si può ricercare : Quali sono i presupposti psicologici e logici di tale movimento del pensiero ; Che cosa nell'oggetto occasiona il detto moto del pensiero ; 3° Come il pensiero riesce a rendersi suo l'oggetto e a pensarlo qual'è; 4° Che cosa è il pensato: che cosa, cioè a dire, è in sè il prodotto mentale di questo moto del pensiero intorno all'oggetto. E dalla soluzione di questi problemi che dipende la de terminazione dell'essenza della legge, Cominciamo dalla discussione del primo. È evidente che il primo presupposto psicologico della scienza è l’esistenza dell'intelletto o facoltà di pensare esplicantesi nel riunire o separare mentalmente i fenomeni secondo certi rapporti (potere di sintesi o di analisi). Come il senso ci presenta il risultato di operazioni aritmetiche e geometriche inconsapevoli sui movimenti esterni, così il pensiero, il quale fu detto la facoltà di confrontare le cose e di vederne i rapporti, con un secondo lavoro ordina ed elabora le sensazioni; la qual cosa fu espressa metaforicamente dicendo che il senso fornisce la trama con cni l'intelletto tesse la stoffa del pensiero. I rapporti stabiliti dall’intelletto sono stati distinti in semplici e composti: come l’analisi chimica ha mostrato che il numero infinito dei corpi naturali si riduce a combinazioni di una sessantina di corpi semplici, i quali potranno forse ancora ridursi ad un numero minore, così l’ analisi psicologica ha trovato che le nostre idee possono ridursi a poche idee elementari. Talchè se i rapporti composti sono in numero infinito, quelli semplici sono pochi: si riducono ai seguenti: rapporto di spazio e tempo (forme dell’intuizione), rapporti di numero (unità e pluralità), di qualità (identità e differenza, di sostanza e di causalità. Come si vede, i detti rapporti si riducono in parte alle categorie. A noi ora non compete di passare a rassegna ì tentativi fatti dai vari filosofi per ridurre il numero di essi e per dare a ciascuno un valore determinato in rapporto alla sua genesi; a noi basta di aver messo in sodo che il pensiero non potrebbe intendere la realtà, se non avesse l’attitudine a stabilire dei rapporti fonda:nentali tra gli oggetti e ad ordinare e classificare questi in date maniere. Un secondo presupposto psicologico della conoscenza scientifica è l’esistenza della ragione propriamente detta, dell’attitudine cioè del pensiero a riflettere, a ripiegarsi su sè stesso, è l'esistenza della coscienza di secondo grado per cuì il fatto psichico concreto viene idealizzato. Mentre gli animali non riescono a distingnere il caldo dalla sensazione del caldo, l’uo.no distingue la parola dal pensiero e il pensiero dalla cosa pensata. Ora ognuno comprende che l’astrazione e la generalizzazione che sono i due principali istrumenti di cui lo spirito umano si serve per fissare l’essenziale e il permanente in mezzo agli accidenti, in tanto sono possibili in quanto esiste la coscienza di $econdo grado. Cosi facciamo un’astrazione quando separiamo mental nente le cose dalle loro qualità : p. es. pensiamo al tringolo facendo astrazione dal corpo triangolare e pensiamo al corpo (cioè ed una estensione tangibile), facendo astrazione dalla sua figura e dalla materia di cui è composto : e facciano una generalizzazione quando riuniano mentalmente in un'idea sola delle cose che hanno delle somiglianze, ossia delle qualità comuni: coll'idea di corpo ci rappresentiamo in qualche modo tutti i corpi nello stesso tempo. Ora è evidente che queste operazioni non si possono fare sulle cose sensibili, ma bensi sulle idee delle cose, sui pensieri; per compiere queste operazioni dunque bisogna sapere che pensiamo. Si aggiunga che è mediante l’astrazione e la generalizzazione che noi possiamo pensare le cose per via di concetti veri e propri, i quali sono come a dire delle presentazioni di cose non imaginabili; infatti sì può immaginare un dato color rosso, ma ciò che pensiamo colla parola colore non è imaginabile, perchè non è nè bianco, nè nero, nè di alcuno dei colori dello spettro. Un terzo presupposto di pertinenza della psicologia e insieme della logica è quello riflettente il criterio dell'evidenza e della verità obbiettiva. Se lo spirito umano non avesse la capacità di far distinzione tra il pensare obbiettivamente necessario e quello non necessario mediante la coscienza immediata dell’evidenza, se esso non potesse differenziare in modo sicuro un giudizio necessariamente ed universalmente valido da uno subbiettivo ed individuale, se insomma il pensiero umano non potesse elevarsìi al disopra dell'esperienza e in base alla permanenza, alla unità e identità della coscienza e in base alle norme che da queste derivano andare in traccia del concatenamento logico delle varie leggi regolanti lo svolgersi dei fenomeni dell’universo, la scienza non avrebbe mai potuto esistere. Ora un tale criterio si trova in ultima analisi nel peculiare sentimento di evidenza che accompagna un dato modo di pensare, nella necessità subbiettivamente sperimentata, nella coscienza che noi abbiamo di non poter pensare diversamente in date circostanze. La fede nella giustezza e nella validità di una determinata maniera di pensare è la base di ogni certezza, onde chi non ha una tal fede non può ammettere veruna scienza, ma solamente un npinare. Sicchè l'universalità del nostro pensiero poggia in ultimo sulla coscienza della necessità, e non viceversa. È evidente quindi che solo il pensiero possiede da una parte la capacità di conoscere e dall'altra la regola per valutare la realtà di ciò che non è prodotto dal soggetto, ma figura come esistenza extramentale. La validità obbiettiva del contenuto del nostro pensiero scientifico è l'effetto della concordanza criticamente stabilita tra le forme del pensiero e quelle della realtà, la quale non è prodotta dall’ attività dello spirito (realtà esterna): da tal punto di vista la verità non figura come concordanza iniziale, primigenia del pensiero coll'essere, sopratutto non figura come armonia tra un atto del soggetto ed una qualità dell’ oggetto, ma bensi come concordanza criticamente giustificata del contenuto del nostro pensiero, reso subbiettivamente certo, con una realtà che almeno in parfe oltrepassa l'attività puramente subbiettiva. Non dalla molteplicità accidentale, dice il Sigwart, del contenuto su cui si affatica il nostro pensiero, ma dall’attività del pensiero stesso deve emergere il criterio della verità . Dall'esame critico che il pensiero fa di sè stesso emerge la convinzione della verità di ciò che è posto necessariamente come reale dal pensiero, la fede nella verità obbiettiva, e invero quale fatto psichico particolare potrebbe condurci al concetto della realtà se non il pensiero che pone sè stesso? L'identità e l’immutabilità delle determinazioni logiche foudamentali rispondono all'unità della coscienza, la quale unità sparirebbe, se le funzioni nelle quali sì esplica non si compissero sempre nello stesso modo. Dopo aver parlato dei presupposti psicologici passiamo a quelli prettamente logici. Questi son dati da quei postulati, da quei principii indimostrabili che se possono essere violati di fatto non lo sono mai di dritto nella coscienza e nella riflessione umana, da quei principii riconosciuti anche dalla logica veri per una forza intima, per un sentimento. Se rifiutiamo infatti i detti principii noi rinneghiamo il nostro stesso pensiero, struggiamo noi stessi come esseri pensanti. Essi fanno la loro comparsa nel pensiero, allorchè questo di fronte al prodotto delle leggi psicologiche (meccanismo interiore) s'accorge che l’ultimo è manchevole, incompleto, non quale dovrebbe essere in rapporto sempre all’ideale dell'attività cogitativa. Ond'è che essi si mostrano dapprima sotto forma negativa e relativa, ossia come esigenze di ciò che manca al prodotto psicologico, di ciò che è ne. cessario per renderlo accettabile. Il processo psicologico, poniaino, ha addotto nel nostro pensiero una contraddizione ? Noi non possiamo accettarla e in questo rifiuto di riconoscerla apparisce la legge logica dell'identità. Tra i detti postulati merita anzitutto menzione quello dell'unità razionale del tutto. Noi nello svolgere le nostre cognizioni procediamo come se tutti gli oggetti si potessero e si dovessero ridurre ad una sistematica unità, comunque non sia lecito asserire dogmaticamente che tutte le cose stiano realmente sotto principii comuni ed abbiano una ragionevole unità. Questa non è richiesta dagli oggetti come condizione assolutamente necessaria e determinata, ma vi è solo presupposta da noi. Però se con un principio trascendentale, come Kant lo chiama, noi non presupponessimo questa unità sistematica come esistente negli oggetti stessi, allora questa non sarebbe nemmeno più possibile, o almeno perderebbe ogni valore anche come principio logico. Nè tale principio trascendentale si può derivare dall'esperienza, poichè la ricerca di quell’unità è per la ragione una legge necessaria: e senza di questa non vi sarebbe più ragione, senza ragione nessuna attività connessiva dell'intelletto, e senza quest'unità niun criterio sufficiente della stessa verità empirica. Per il che noi dobbiamo rispetto a questa considerare quell’unità sistematica come obbiettamente valida e come necessaria. Questa presupposizione dell'unità della natura si trova, notò già Kant, nascosta in molti principii dei filosofi senza che essi talora se ne siano accorti. Cosi il principio logico che ci fa ridurre la varietà degli oggetti a generi determinati, si fonda naturalmente sopra un principio trascendentale, in forza del quale noi presupponiamo sempre una certa uniformità nei variì oggetti dell’esperienza, perchè senza di quell’uniformità non sarebbe possibile nessun concetto e quindi nessuna esperienza. E qui è necessario accennare al postulato dell’ uniformità della natura, il quale si può formulare cosi: in circostanze uguali gli stessi antecedenti sono seguiti dagli stessi conseguenti e reciprocamente. In fondo esso afferma che tutta la natura è soggetta a leggi. Passiamo ora a dire degli altri principali postulati della conoscenza, quali quello d'identità, di contradizione, del mezzo escluso e di ragione sufficiente. La legge d'identità significa in ultima analisi che è possibile fare dei giudizi, i quali abbiano un significato e siano veri : essa quindi, nonostante le differenze riscontrabili nel contenuto di un giudizio, enuncia l’identità o l’unità reale di questo : stabilisce, in altre parole, che l'affermazione sintesi delle differenze riferita alla realtà, è vera. La legge d' identità esprime l’ unità della realtà, in quanto ogni affermazione esclude la discontinuità nel mondo reale, per modo che un giudizio non può essere vero da un lato e falso dall'altro, ciò che è una volta vero è sempre vero senza riserva; la quale può però sempre rapportarsi al contenuto del giudizio. L'affermazione come tale è incondizi onata, cioè non è limitata da condizioni differenti dalla determinazione del proprio contenuto (in relazione al tempo, p. es.), il quale se è vero, è vero senza riserva. Non vi è una realtà di cui una data affermazione sia vera, ed un'’altra di cuì sia falsa. La legge di contradizione è il complemento di quella d'identità, giacchè essa pone la realtà come unità consistente, vale a dire come unità che poggia su sè stessa e le cui parti od elementi si mantengono a vicenda. Ciò che è vero non solo rimane sempre vero applicato alla realtà, ma ha una sfera d'azione estesa, giacchè produce effetti attì a limitare cose che sono prima facie al di fuori della verità enunciata. Inferire dall’affermazione A è B che A non è nox B equivale a dire che A è determinato da B rispetto a C e D. . La legge del terzo escluso è il principio essenziale della disgiunzione, la quale implica l'alternativa assoluta tra due O più membri positivi e significativi. Un dato giudizio e la sua negazione non solo non possono esserè entrambi veri, ma o l’uno o l’altro dev'essere vero e quindi significativo; dunque la negazione implica conseguenze affermative. In tal guisa il principio del medio escluso afferma che la realtà non solo è unità consistente, ma è un sistema le cui parti si determinano reciprocamente. Dicendo che una negazione può menare ad una conseguenza determinata ed esplicitamente positiva, e non soltanto, come afferma la legge di contradizione, che una verità può trar seco conseguenze definite negative, la legge del medio escluso presenta la realtà come un tutto avente la sua ragione in sè stesso. La legge di ragione sufficiente emerge, per così dire, dal punto di vista da cui è stata considerata la realtà mediante le sudette leggi negative del pensiero. Essendo, infatti, la realtà un sistema di parti determinantisi reciprocamente, è chiaro che ogni elemento può essere considerato come conseguenza, effetto, prodotto di uno o di più altri elementi e in ultimo del tutto preso nel suo complesso. Ogni fatto, dice la legge di ragione sufficiente, ha un fondamento o ragione da cuì necessariamente deriva. La necessità però non significa altro che una volta dato l’antecedente, la causa, la ragione è perciò stesso dato il conseguente o l’effetto. Qui è bene notare che l’assoluta necessità è una contradizione în adjecto, perchè ogni necessità è condizionata ex hypothesi all'esistenza del fatto. La necessità di cui si vuol parlare qui è quella reale, che ha il suo fondamento ultimo nel dato di fatto elaborato. dal pensiero, elaborazione che si riduce a porre in relazione un fatto particolare col tutto. Che cosa nell'oggetto occasiona quel moto del pensiero che costituisce la scienza? ecco il problema che ci tocca ora di esaminare dopo aver rapidamente passato a rassegna le varie condizioni subbiettive. É necessario che noì qui facciamo una distinzione tra le scienze che hanno per obbietto il reale, e quelle che hanno per obbietto ciò che può essere o che deve essere, le prime costituendo le scienze esatte o sperimentali, le altre le scienze normative o costruttive, quali la Logica e la Matematica, l' Etica e l'Estetica;e ciò perché il suddetto moto del pensiero è occasionato in modo differente nei due casi : nel primo è in funzione la variazione successiva in qual cosa di unico, il modo costante e regolare di operare di determinate cause, il ritorno ritmico di dati fenomeni sotto date circostanze, nel secondo la constatazione di fatti interiori presentantisi con una forma di necessità che manca ai dati sperimentali. Come si vede, il fatto obbiettivo che agisce, quasi diremmo da stimolo del processo scientifico è diverso a seconda che si tratta di scienze puramente esplicative, ovvero di scienze normative; nè può essere diversamente se si pensa al profondo divario esistente tra i due ordinidi sapere. Il primo ha la sua base nella costanza e regolarità dei fenomeni ed esprime il rapporto di causalità quale si offre all'osservazione e alla sperimentazione esterna, rapporto giustificabile unicamente coi fatti e non significante altro che il modo costante con cui i medesimi fatti avvengono: ed a tal proposito notiamo che anche le cosidette scienze pratiche in quanto prescrivono i mezzi necessari, perchè un dato scopo sia raggiunto, hanno la loro base obbiettiva nella costanza e regolarità dei fatti, giacchè esse in fin dei conti enunciano le regole con cui certi fatti si debbono compiere, regole fondate sopra un ordine particolare di fatti; tale è il caso dei precetti dell’ Igiene, della Dietetica, ecc. L'altro ordine di sapere, che lungi dal rappresentare la semplice generalizzazione. ricavata da un complesso di fatti empirici, esprime l'ideale verso cui tende la conoscenza e l’attività umana, deve necessariamente avere il suo punto di partenza obbiettivo da una parte nelle tendenze, nelle aspirazioni, nelle esigenze primitive dell'anima umana e dall'altra nell’ esperienza scientifica, artistica, storica e sociale dell’ uman genere tutto quanto. Cosi, ad esempio, il carattere proprio dell'obbligazione morale non può esser derivato dalla pura esperienza, dal fatto p. es., che taluni uomini e siano anche molti, si son prefissi questo o quello scopo, ma da una necessità interna indipendente da qualsiasi esperienza e risiedente nella natura propria del soggetto volente, 1n altri termini va derivato da leggi o funzioni a priori dell'essere umano, la interpretazione delle quali può essere ricercata dalla psicologia, ma il cui valore ne dipende così poco come quello delle leggi matematiche o logiche. È vero che recentemente si è cercato di derivare tutte le determinazioni etiche e giuridiche dai cosidetti rapporti bio-etici, dai bisogni sociali e quindi dall'esperienza e non dalla nozione formale della volontà; e non v'ha dubbio che in realtà ogni determinazione giuridica concreta risponde ad uno scopo particolare e che ogni forma di dritto piuttesto che esser sorta originariamente da riflessione filosofica, è sorta dalla necessità di regolare le azioni di una parte grande o piccola della società umana: ma la trasformazione di tale necessità in fatto di dritto, il riconoscere come cosa conforme al dritto e come necessariamente giusto ciò che l’esperienza mostrò rispondente ad uno scopo, e ciò che l’abitudine, mediante le consuetudini, fissò, è cosa che può essere compresa soltanto, tenendo presente la natura morale dell'uomo in genere e non dell'individuo singolo. Il contenuto delle leggi giuridiche e morali, lo scopo a cui esse servono è determinato dai bisogni dell'individuo e della società, ma la loro forza obbligatoria può essere fondata solo sopra una necessità interiore ed universale risiedente nella costituzione propria dalla ragione umana:ragione umana che non si può ridurre ad una funzione dell’individuo, ma va considerata come l'espressione dello spirito umano inteso nella sua universalità, come il riflesso della connessione intima delle anime umane. Le esigenze morali sono una emanazione di quell’elemento della nostra natara che c’innalza al disopra della sfera individuale o subbiettiva. Tale elemento è appunto ciò che chiamiamo spirito, in quanto con questo nome vogliamo ntendere ciò che ci rende atti a riflettere sulle cause e natura delle cose, a godere del bello per sè, e a porci davanti dei fini diversi da quelli riguardanti il nostro benessere individuale. E il sentimento di obbligatorietà, non può sorgere insino a tanto che il ben operare non è stimato qualcosa di necessario all'uomo come uomo, qualche cosa di richiesto dalla sua propria natura e d’implicito in essa, qualcosa che, trascurato, mette in contraddizione l’uomo con sè stesso, insino a tanto cioè che non prende origine in qualsivoglia forma la coscienza della necessità morale. Quello che abbiamo detto delle leggi normative morali può esser ripetuto, mufatis mutandis di tutte le altre leggi normative (logiche, estetiche, matematiche, ecc.) : ond' é che crediamo più opportuno passare al fattore obbiettivo delle leggi esplicative. Queste in quanto causali hanno principalmente il loro fondamento obbiettivo nell’ azione che una cosa esercita sull'altra; azione che in principio è ammessa soltanto quando si osserva continuità spaziale e femporale di movimenti o di altri cangiamenti. La semplice successione di due fatti non esaurisce il significato del concetto di azione, il quale implica il passaggio dell'atto, dell'agire da una cosa in un'altra, producendo in quest'ultima un cangiamento che senza di ciò non si sarebbe mai prodotto. L’idea primitiva vaga e indeterminata che vi possa essere qualche cosa come causa, atta cioè a produrre qualcos'altro ha il suo fondamento in tale concetto dell'agire. Se noi esaminiamo con attenzione le particolarità dei fatti fra i quali intercede in modo chiaro una reciproca azione, noi troviamo che la continuità spaziale e temporale dei cangiamenti svolgentisi nelle cose porge la prima occasione a considerare queste come parti di un unico fatto o processo. Se la vanga penetrando nella terra rimuove le parti ad essa vicine, se la scure divide un pezzo di legno, se la mano, premendo, spinge un corpo innanzi, nol non possiamo rappresentarci l'uno dei movimenti senza l'altro, giacchè per l'assioma che dice che in uno stesso luogo non possono trovarsi simultaneamente due cose, ogni movimento di un corpo richiede lo spostamento dell'altro: e poichè l'impulso e lo spostamento si presentano in intima connessione, è chiaro che l’imagine complessiva del processo è ciò che primitivamente si rende evidente Di esso poi vengono separatamente considerati, in rapporto alla duplicità delle cosein movimento, due fatti, il moto del corpo che spinge e quello del corpo spostato. Emerge chiara così l'idea che l’atto del primo corpo va considerato come continuantesi nel cangiamento del secondo attraverso lo spazio e il tempo insino a che tutto il continuo dei cangiamenti sì arresti. Nell'’azione va ricercato adunque il fondamento reale delle connessioni che la nostra coscienza continua nel tempo e comprensiva nello spazio stabilisce tra due fatti che si congiungono spazialmente e temporalmemente. E allo stesso modo che rispetto ai cangiamenti delle cose singole, noi troviamo che la continuità del cangiamento non permette di considerare cessata d'un tratto l'esistenza di una cosa e iniziatane un'altra, l’avvicendarsi continuo delle sensazioni presupponendo anzi un fondo unico, così la continuazione ininterrotta delcangiamento di una cosa in quella di un'altra è indizio sufficiente che l'atto della prima passa nella seconda, e che quindi in quella risiede il punto di partenza dell’azione. Oltre l’azione reciproca delle cose, in seguito alla continuità spaziale e temporale, fanno parte del fondamento reale ed obbiettivo della legge naturale esplicativa il corso mutevole delle cose, il presentarsi ritmico di un fenomeno, specialmente se questo, non potendo essere riferito all'attività interna della cosa che sì muta e si muove in modo ritmico, deve essere riguardato come prodotto da qualcosa d'esterno ; il cangiamento insomma nelle sue varie forme e colle sue molteplici caratteristiche da una parte e la regolarità e costanza dall'altra. Si aggiunga infine la necessità esistente nella concatenazione dei mutamenti, la quale nell’ inizio si presenta sotto la forma di costringimento esterno subito dall'obbietto dell’azione e poi come necessità interiore proveniente dalla natura propria delle cose. 3° Il terzo problema verte sulla maniera in cui il pensiero riesce a rendersi suo l’ oggetto e a pensarlo qual’ è.. Se l’uomo fosse fornito di una coscienza di infimo ordine i cui atti non avessero continuità psichica nel tempo, ma fossero come chiusi nell'istante nel quale accadono, è chiaro che il pensiero vero e propriò sarebbe impossibile. L'intelletto in tanto può impadronirsi dell'oggetto che gli sta davanti in quanto, distaccato il fatto psichico dalla sua matrice reale, che è poi l’atto del sentire e del percepire, lo trasporta nel campo dell’idealità, vale a dire lo pensa nella” sua essenza o possibilità o quiddità: ora come può avvenire ciò? Quale è il processo per cui un fatto psichico concreto diviene pensabile ? Se l’oggetto è semplice, irriducibile, esso viene afferrato con un atto elementare, e tutto è finito ; non si potrà tutt' al più che ripetere un numero di volte quella medesima percezione; ma se l'oggetto sopra un fondo identico presenta una molteplicità di aspetti, se le variazioni successive di qualcosa di unico si presentano in modo ritmico o in guisa da descrivere un ciclo ripetentesi necessaria- ‘ mente, occorrerà che anche la coscienza né percorra a cosi dire il contorno e lo segua nei suoi scompartimenti e mutamenti. Questa operazione che il Trendelenburg, come si vide a suo luogo, figura come un movimento del pensiero il quale riproduce il movimento generatore dell’ oggetto, rappresenta appunto il processo con cui il pensiero fa suo l'obbietto : processo che da una parte suppone l’azione delle leggi fondamentali del pensiero che sono le forme primitive della coscienza, e dall'altra l'esame dei vari caratteri costituenti il contenuto dell'obbietto stesso. Sicchè il pensare un oggetto equivale a fissarne e a connetterne i caratteri per mezzo delle leggi del pensiero, dal che risulta la determinazione della forma o della legge dell'oggetto stesso, giacchè la legge non è che la forma considerata come mezzo di riproduzione della cosa che ha quella data forma. In altri termini, noi per pensare una cosa, di cui abbiamo avuto una percezione, dobbiamo obbiettivarla, universalizzarla, tra. sformarla in idea, il che può avvenire soltanto, se noi la facciamo divenire centro di un sistema di relazioni fisse e determinate, cioè a dire di relazioni logiche e non puramente empiriche e psicologiche. È per questo che è stato detto che la conoscenza è data dall’appercepire un dato contenuto per mezzo di date forme, dette categorie. La conoscenza in tanto è possibile in quanto una data rappresentazione è messa in rapporto (e di qui la necessità dell'unità della coscienza) con qualcos’ altro, che vale come misura, regola, stregua. Così noi volendo pensare un oggetto, cominceremo dello studiarne i vari caratteri e proprietà, azioni e relazioni, per vedere se attraverso la varietà delle circostanze, la molteplicità dei mntamenti, ci vien fatto di cogliere qualcosa di identico, di stabile e di permanente che valga appunto come misura delle apparenze fenomeniche e che in tal guisa renda possibile la pensabilità dell'oggetto stesso, giacchè non va dimenticato che obbietto dell'intelletto è appunto il fissare l'unoe il permanente attraverso il molteplice e l’ accidentale. Se le cose non presentassero nulla di uniforme, se il modo di aggrupparsi di dati caratteri non fosse costante, se la maniera di succedersi di dati eventi giammai si ripetesse, se insomma le funzioni e le relazioni di ciascuna cosa sì mostrassero dipendenti soltanto da contingenze empiriche e casuae il permanente attraverso il molteplice e l’ accidentale. Se le cose non presentassero nulla di uniforme, se il modo di aggrupparsi di dati caratteri non fosse costante, se la maniera di succedersi di dati eventi giammai si ripetesse, se insomma le funzioni e le relazioni di ciascuna cosa sì mostrassero dipendenti soltanto da contingenze empiriche e casua li, non sarebbe a parlare nè di pensiero nè di scienza. Noi dunque possiamo rappresentarci il processo con cui il pensiero s' appropria l’ oggetto come un moto tendente a determinare ciò che vi ha di fisso in un complesso di fenomeni; per il che i mezzi che devono esser posti in opera saranno quelli di scomporre o analizzare il complesso fenomenico per differenziare l'essenziale dall’ accidentale, unendo insieme l’identico e il simile e sceverando il diverso. È chiaro poi che ciò che agisce come nozione appercettrice (che è sempre una funzione della coscienza variamente eccitata da dati empirici) può divenire in una ricerca posteriore essa stessa obbietto d'indagine, per cuì avrà bisogno di una forma appercettiva di ordine superiore, fino ad arrivare alle forme logiche supreme, oltre le quali il pensiero non può andare. Anche queste però possono formare oggetto di riflessione, tanto è ciò vero che sono considerate quali regole o norme logiche e ciò per il ripiegarsi perpetuo che il pensiero fa sopra di sè medesimo, sicchè al sopravvenise di ogni nuova riflessione pare che quello che ne forma l’oggetio entri allora per la prima volta nel dominio della coscienza. È naturalè che a seconda dell’obbietto verso cui l’intelletto si volge varierà il processo con cui vien conseguito lo scopo che è l’intellezione delle cose. Cusi mentre nelle cosidette scienze normative lo spirito tenderà ad isolare, mettendoli in forma di giudizi, gli elementi intelligibili che sono a così dire incorporati nelle tendenze primitive dell'attività logica, etica ed estetica, nelle scienze esplicative si cercherà di mettere in evidenza sotto forma di giudizi universali i rapporti costanti e regolari in cui si trovano gli oggetti. Nel primo caso si avrà di mira di obbiettivare, di universalizzare, di idealizzare le direzioni fondamentali dell'attività umana, il che può avvenire staccando mediante la riflessione dal fatto concreto la rappresentazione o la forma dell'attività stessa, mentre nel secondo caso si tenderà ad idealizzare, ad obbiettivare ciò che le cose presentano d’identico e di permanente (le loro azioni e relazioni), considerando questo come la causa generatrice dei vari fenomèni appartenenti ad una data categoria. Cone si vede, nel primo caso si universalizza effettivamente il modo di farsi delle cose, mentre nel secondo caso solamente il modo di presentarsi a noi delle cose stesse. Vi è stato chi ha sostenuto che il processo per cui il pensiero può effettivamente far suoi gli oggetti, segnatamente nelle scienze naturali, sia da ridurre al processo con cui vengono stabiliti dei rapporti di eguaglianza, per modo che, stando a tale opinione, allora soltanto si può dire di comprendere una cosa quando può essere stabilito un rapporto di equazione tra quella cosa e qualcos'altro di già noto. A noi sembra che non soltanto per mezzo del rapporto d'identità, ma anche, e sopratutto per mezzo del rapporto di dipendenza si riesca a riconoscere le forme e ì caratteri che valgono a fissare le leggi di dati fenomenf, Riassumendo, noi diremo che il processo con cui il pensiero riesce a far suo un obbietto è quello di andare in traccia delle condizioni genetiche dell'oggetto stesso, mediante la determinazione delle relazioni essenziali (logiche) che esso ha cogli altri obbietti. Pensare un oggetto equivale a considerarne la sua possibilità, la quale è data dalla rappresentazione od obbiettivazione non didati caratteri o di date funzioni, ma dall’obbiettivazione del modo costante di presentarsi dei medesimi caratteri, dall’obbiettivazione della forma regolare permanente che essi presentano. Dal che consegue che effettivamente ogni conoscenza è puramente formale : solamente va tenuto presente che la forma della conoscenza non può ridursi a quella esclusiva dell'equazione. La conoscenza di un obbietto, giova ripeterlo, è data dalla conservazione ed obbiettivazione, mediante la riflessione di tutti i rapporti logici fondamentali considerati a sè, a preferenza dei fatti particolari tra cui intercedono, giusta la determinazione fattane dall'intelletto. Lo spirito umano iu tanto può compenetrare e far sua la realtà in quanto fissa gli elementi costanti e regolari (vale a dire ripetentisi in modo ritmico) in essa contenuti come quelli che valgono a misurare e a valutare gli elementi variabili e accidentali. Quanto più di costanza e di regolarità si riscontra in una cosa tanto più vi ha di essenziale e di razionale, onde si è tratti a considerare l’elemento fisso ed immutabile come ciò che rende possibile, condiziona, genera la realtà concreta e varia nelle sue manifestazioni ed estrinsecazioni. Se non che va notato che se l'intelletto nmano si arrestasse qui non potrebbe dire d’essersi veramente impadronito dell'oggetto, giacchè mancherebbe ancora la prova della necessità dell'elemento costante quale generatore della realtà, prova che si può ottenere soltanto ricorrendo all'esperimento come mezzo appropriato a mettere in evidenza le condizioni essenziali della produzione di un dato fenomeno. Co:ne sì vede, la mente umana per conoscere una cosa deve determinare la natura propria di questa mediante le relazioni d'identità e di condizionalità ; deve dunque cercare nelle cose il corrispettivo delle relazioni logiche, il che può avvenire soltanto determinando e fissando le azioni reciproche delle cose in funzione di quei dati obbiettivi che presentano delle proprietà logiche evidenti, quali lo spazio, il tempo, la quaatità, ond'è che la scienza enuncia le relazioni delle cose da essa rintracciate in funzione di spazio, di tempo, di numero che contengono insieme i due momenti della identità e della differenziazione, dell’attività continua e degli atti per sè esistenti. S'intende che il suddetto processo è proprio delle scienze esplicative, giacchè quelle normative non fanno che estrinsecare, anzi trascrivere in forma di giudizi (massime) le determinazioni dell’attività ed emotività umana, obbiettivando mediante la riflessione e la parola ciò che dapprima è soltanto sentito. È naturale che si possano ricercare i fondamenti e le ragioni delle determinazioni primitive della volontà ed attività umana e in tale indagine le scienze normative non si allontanano dalle altre scienze esatte, in quanto non fanno che dedurre conseguenze da dati di fatto o da principii. Il risultato del moto del pensiero intorno all’obbietto costituisce la scienza propriamente detta, la quale è un sistema logico di leggi, ossia di verità generali. La legge, ecco il prodotto del pensiero riflesso, ecco il mezzo con cui l’uomo pensa e ragiona.Che cosa è la legge? La legge può essere definita nna forma logica, atta a fare appercepire nna data categoria di oggetti non da questo o da quell’individuo, ma dalla coscienza in genere. La legge rappresenta ciò che vi ha d'intelligibile nell'universo, in quanto si considera la possibilità per sè e nonl'esistenza, il was e non il dass. Il rapporto del fatto concreto colla sua legge può essere schematizzato mediante un giudizio il cui soggetto è il fatto concreto e il cui predicato esprime il sistema di relazioni o di condizioni genetiche atte a spiegare e a dare ragione del fatto concreto stesso. Una ragione nota poi è nello stesso tempo una spiegazione ed una premessa, o piuttosto prima una spiegazione e poi una premessa; trovar per induzione la spiegazione di un fatto è trovare quella premessa dalla quale si poteva dedurre il fatto, se non l’avessimo saputo prima. Così la causa del movimento d'un pianeta è nella sua posizione rispetto al sole; la legge del suo movimento è il modo costante con cui si muove; la ragione del suo movimento è una legge generale scoperta da Keplero, mediante la quale (come premessa maggiore) si può argomentare dalla posizione del pianeta rispetto al sole (come da premessa minore) in che modo esso si muove, anche se non lo sappiamo dal telescopio. Le leggi formulano i rapporti esistenti tra le cose, espri mendo le modalità dell'azione di queste e la maniera di connettersi tra loro. Esse però in tanto hannc valore (contrariamente a ciò che gli scienziati specialisti e i dilettanti credono) in quanto simboleggiano, accennano alla natura propria, all'essenza delle cose. Le leggi insomma hanno bisogno di un fondamento reale che le giustifichi e le renda valide, e quanto più esse riescono a manifestare in qualche modo e a far intravedere tale base, che è riposta in fin dei conti nell’interiorità delle cose, tanto più rispondono alle esigenze dello spirito umano, che tende a comprendere e a compenetrare la realtà. Le leggi adunque sono nient'altro che mezzi di espressione dell’intimità dell'essere, ed hanno l’ufficio da una parte di farci orientare in mezzo al continuo divenire ed alla instabilità delle cose facendoci classificare, ordinare e prevedere gli eventi, e dall’altra hanno l’ufficio di rendere possibile la comunicazione e l’intendersi reciproco degli uomini nella ricerca del vero. E quanto più le leggi figurano come segni delle determinazioni primitive dell'attività interiore delle cose come nel caso delle norme logiche, etiche ed estetiche, tanto più esse perdono il carattere di puri schemi per divenire mezzi acconci a farci penetrare nel fondo della realtà. Le leggi naturali, infatti, che d'ordinario s'arrestano a formulare i rapporti esistenti tra le cose senza curarsi dei presupposti di tali rapporti e senza quindi curarsi di penetrare nell’interiorità di quelle, sì presentano come qualcosa di estraneo allo spirito, come qualcosa di manchevole e di provvisorio che esige un completamento. Pertanto le leggi normative appagano il nostro spirito, perchè fondate in modo diretto sull’intimità dell'essere, mentre che quelle esplicative non avendo -un legame evidente coll’ interiorità delle cose, ci lasciano insoddisfatti. Non intendiamo con ciò di scemare il valore o l’importanza delle leggi naturali, giacchè queste hanno sempre l’afficio di schematizzare il corso degli eventi, ma vogliamo soltanto affermare che esse per sè sono insufficienti, onde presuppongono qualcosaltro, un certo concetto intorno alla natura propria del reale. Affermare che accumular fatti e formular leggi debbano costituire gli obbiettivi esclusivi dell'attività dello spirito umano equivale a confessare di non avere un'idea chiara nè della realtà, nè dello spirito e insieme di non aver mai riflettuto sulla natura della legge in genere. I giudizi leggi, costituendo i soli punti fissi in mezzo al fluttuare continuo ed ai cangiamenti molteplici e svariati delle cese, sono i veri legami per cui è resa possibile la solidarietà intellettuale umana, e sono in intima relazione non soltanto colla condotta dell’individuo, ma eziandio colla vita sociale dell'umanità. Per darsi ragione del fascino che le leggi in genere esercitano sulla mente dell’uomo, ‘nonostante la loro manchevolezza nell’esaurire e nel manifestare il contenuto del reale, è bene tenere a mente la profonda analogia e l'intimo legame che esiste tra legge e linguaggio, in quanto questo serve ad esprimere gli elementi della realtà, mentre quella i rapporti tra i detti elementi. Le legge è come a dire una formazione (naturale collettiva, possiamo dire) simbolica, schematica della realtà di second’ordine che completa il linguaggio, formazione di prim'ordine. A tale uopo giova ricordare l'ufficio della denominazione e della parola che trovano il più perfetto riscontro nella determinazione e fissazione delle leggi. La denominazione invero è il mezzo più acconcio affinchè lo spirito passi dalla sfera del particolare a quella dell’universale, stantechè quando la cosa è determinata pel suo nome, essa si colloca per lo spirito nel luogo assegnatole nel gerarchico conserto degli esseri, cioè si subordina alla categoria in cui è inchiusa e si rivela per le attinenze che la collegano agli altri esseri, in una parola apparisce nella sua universalità. Riproduciamo sul proposito le seguenti parole del Lotze: Anche dopo avere osservato un oggetto e le sua proprietà sotto tutti gli aspetti, dopo essercene formata dentro di noi una imagine completa non ci pare ancora di conoscerlo perfettamente, finchè non ne sappiamo il nome. Il suono di questo, (come il semplice formulare una legge a proposito di un fatto, soggiungiamo noi) sembra dissipare tutto a un tratto quell’oscurità E donde mai questa meravigliosa virtù della parola? Non ci basta che la cosa sia obbietto della nostra percezione, essa esiste a buon diritto solo quando fa parte di un ordinato sistema di cose, il quale ha un proprio valore e significato indipendentemente affatto dall’averne noi contezza o no. Se noi non siamo in grado di determinare effettivamente il posto che un avvenimento occupa nel tutt’insieme della natura, il nome (come la legge) ci accheta. Esso è almeno un indizio che l’attenzione di molti altri nomini si è fermata su quell'oggetto che ora viene a colpire i nostri sguardi. Esso ci assicura almeno che la intelligenza universale si è occupata di assegnare anche a questo oggetto il suo luogo determinato in un tutto maggiore. Perciò un nome imposto da noi a capriccio non è un nome: non basta che la cosa sia stata denominata da noi comechessia, bisogna che essa sì chiami proprio così. Lotze, Mikrokosmus. Il linguaggio supplisce in parte all’inevitabile limite dell'’umana attività, stantechè ci agevola a maneggiare e ad adoperare come fossero compiuti e perfetti certi prodotti del pensiero ancora incompiuti ed imperfetti e che non possono giammai uscire da tale incompiutezza e imperfezione. Avvegnachè gli è certo, nota il Bonatelli, da un canto che noi si pensa e si ragiona assai volte con perfetta dirittura e sicurezza per mezzo dei vocaboli senza che ci occorra di svolgere nei loro elementi, ossia di pensare esplicitamente i concetti che a quelli corrispondono e dall'altro è pure un fatto innegabile che il più delle volte non son quei con| cetti, per così dire, se non abbozzati in noi. Il che se è un vantaggio inestimabile per l’uorao, rendendogli agevole e breve un'operazione che altrimenti tornerebbe lentissima e penosa, non è men vero che può essere eziandio fonte di superficialità, di sofismi, di errori e sopratutto di quella vacuità di pensare che è vizio funesto non meno dei filosotanti che dei saccenti volgari che si atteggiano a dottori dei popoli. E qui è il luogo di domandare : Che cosa corrisponde nella realtà alle leggi? In altre parole, le leggi in genere sono un prodotto esclusivo dello spirito umano, ovvero il riflesso di qualcosa di obbiettivo? L'universo è realmente razionale, come lo mostra la scienza, ovvero quest’ultima è da considerare come una fantasmagoria del cervello umano ? È evidente che se le leggi fossero interamente soggettive, mancherebbe ogni criterio della loro applicazione all’esperienza e ogni delimitazione del loro dominio ; non resta dunque che ammettere le leggi quali segni, trascrizioni di: qualcosa d’obbiettivo. E questo non può consistere che nel nesso essenziale esistente tra le varie parti costituenti la realtà, la quale va concepita come qualcosa di organico nel senso che gli elementi costitutivi sono mezzi e fine nello stesso tempo. Dal che consegue che l’intima ragionevolezza che anima il tutto non soltanto tiene connesse le varie parti, ma le fa agire in modo determinato, costante e regolare. Le leggi obbiettivamente considerate si presentano come funzioni di vari ordini di reali aventi un’ estensione maggiore o minore. Non altrimenti che accanto allo spirito individuale si ammette lo spirito collettivo, il quale ultimo senza alcun dubbio determina l'altro, così si devono ammettere nella realtà tutta quanta diversi ordini di unità collettive le cui funzioni costituiscono poi il corrispettivo obbiettivo delle varie leggi, a cominciare da quelle particolari ad andare a quelle universalissime che contengono in sè tutte le altre come loro casi concreti o momenti di differenziazione. Le leggi infatti sì mostrano tra loro in ordine logico, per modo che quando fossero trovate tutte, si potrebbero disporre in tale maniera che partendo dalle più generali si dimostrerebbero deduttivamente tutte le altre. É naturale poi che le varie forme di relazione in tanto sono possibili in quanto in ultimo sono per così dire assorbite in una unità suprema armonica e insieme comprensiva. A misura che le dette unità collettive crescono in complessità e che la vita psichica mediante la coscienza e la riflessione diviene predominante, le dette funzioni perdono i loro caratteri di necessità e d'immutabilità per acquistare quella spontaneità e quello sdoppiamento dell’essere e del dovere che caratterizza le forme dell’attività umana. Sicchè possiamo conchiudere che la legge-essenza ha il corrispettivo obbiettivo nella funzione; ma si potrebbe domandare : nella funzione di chi ? giacchè la funzione, come l'atto, l’azione e la qualità suppongono qualcosa a cui ineriscono o di cui sono una produzione : ebbene, noi rispondiamo che le essenze delle cose vanno appunto considerate come funzioni, atti di un reale d'ordine diverso (d’ ordine più elevato) e questo va alla sua volta considerato come funzione di un reale di ordine ancora più elevato fino a giungere al Reale che tutto in sè contiene e di cui l'universo è funzione. Obbiettivamente l' elemento intelligibile è una cosa sola coll’ elemento esistenziale, il was è inseparabile dal dass, l'ideale è nel reale, sicchè legge e funzione, pensiero ed azioue (se possiamo cosi dire) coincidono; ma mediante l'intelletto umano avviene la disgiunzione, onde è resa possibile la formazione delle leggi esistenti per sè nella mente umana. Dopo aver esaminato i fattori che concorrono alla formazione della nozione di legge, ci sembra opportuno porre sott'occhio un tentativo di classificazione delle varie sorta di legge che nello svolgimento del sapere umano ci si presentano. Noi già per lo innanzi accennammo alla divisione fondamentale delle cosi dette leggi esplicative o dichiarative da quelle normative; ora scenderemo a maggiori particolari, ricercando le principali forme che le suddette categorie alla lor volta possono assumere. E per prima è necessario chiarire il significato logico delle parole osservazione ed induzione, giacchè pare che quando sì dice osservazione si dica esperienza, che tutto quello che è obbietto dell'una sia anche obbietto dell'altra, dal che deriverebbe l'esistenza di una sola specie di leggi qualunque fosse l’obbietto della conoscenza umana. Ora ciò non è nient’affatto esatto, in quanto vi sono delle osservazioni alle quali non è possibile attribuire la qualità di essere empiriche nel senso in cui questa qualità si considera come opposta all'essere 4 priori. Empiriche sono senza dubbio tutte le osservazioni che ci rivelano le proprietà e leggi delle cose esteriori, empiriche quelle che ci mostrano il nascere lo sviluppo e l'intreccio dei fenomeni psichici, empiriche quelle dalle quali apprendiamo la realtà dei fatti storici: epperò la scienza della natura esteriore, la psicologia e la storia sono scienze a posteriori o empiriche, comunque i metodi di dette scienze variino in rapporto alle particolarità presentate dagli obbietti e in rapporto alle difficoltà di esaminare questi ultimi. Ma non sarebbe giusto qualificare come empiriche quelle scienze delle quali sono oggetto o il pensiero, o l'intuizione, o la volontà o l’emotività, diremmo così, in azione, La dimostrazione e l'induzione scientifica in casi siffatti è l'esplicazione della stessa attività di queste funzioni e le conoscenze particolari coincidono coi prodotti particolari di queste funzioni. In tali scienze ha certamente luogo l'osservazione, ma nou si esercita sopra un obbietto estraneo, il quale sia bell'e fatto indipendentemente dall’ attività del soggetto: ogni osservazione in esse non è passiva, ma attiva; è una nuova produzione del fatto osservato che non è diversa dalla dimostrazione e dalla spiegazione scientifica. Ciò accade in quelle scienze che hanno il pensiero come oggetto, cioè nella logica e nel calcolo, in quelle che studiano le funzioni dell'intuizione costruttiva, cioè in quelle che hanno il tempo, le spazio, il movimento come oggetto e in quelle infine che hanno per oggetto le funzioni etica ed estetica dell'anima umana, in quanto ogni fatto etico ed estetico può essere studiato in modo esatto soltanto salendo alla categoria dall'effetto, mediante cioè l’analisi del fenomeno psicologico in cui quell’ effetto consiste. I fatti estetici ed etici non sono, come i fenomeni della natura esterna, indipendenti dal soggetto, ma accadono in esso, sono imaginì obbiettive si, ma passate attraverso il mezzo della coscienza, della fantasia e del sentimento umano. L' induzione etica ed estetica deve analizzare prima di tutto il fenomeno psicologico, perchè esso è il solo criterio sicuro, la sola base positiva per determinare e definire il concetto, In secondo luogo è bene intendersi sul significato della parola induzione. L'induzione scientifica è una sola : quella che da n casi sperimentati conchiude a tutti i casi omogenei possibili, in virtù del postulato della uniformità delle leggi naturali e del principio di causa. L' induzione scientifica non può dunque aver luogo se non per leggi causali, epperò è affatto estranea alla logica, alla atematicam, all’ etica, all’estetica ecc., le cui leggi non sono punto causali. Resterebbero l'induzione per semplice enumerazione e l’induzione descrittiva, ma la prima non ha valore al di là dei casi osservati e quindi è perfettamente inutile nelle summentovate scienze (matematica, etica, estetica ecc.),0 se è adoperabile, vale soltanto ad apparecchiare la materia delle costruzioni scientifiche, può talvolta indicare la via, ma è destituita di qualunque valore di prova. Per ciò che riguarda l’induzione descrittiva, essa è adoperata nella geometria elementare, allorchè la somiglianza di due figure si dimostra dalla loro congruenza; ma in geometria ha un valore diverso da quello della prova empirica; perchè la dimostrazione dell’ uguaglianza suppone la invariabilità e la congruenza dello spazio con sè stesso (come del resto i casi d' applicazione dell’ induzione descrittiva in etica, estetica ecc., suppongono una determinata natura dell'animo umano e la sua identità con sè stesso) che non potrebbero essere dimostrate empiricamente A ciò si aggiunga che le verità matematiche, logiche, etiche, estetiche non sono leggi della natura in quanto sarebbero vere anche se una natura hon esistesse e la loro certezza è indipendente dal numero delle esperienze, onde tutti si terrebbero autorizzati a correggere l’esperienza, se questa paresse in qualche mado loro contraddire. Infine va ricordato che l'induzione non è ritenuta mai prova sufficiente nelle scienze normative: così un teorema che si trovi vero praticamente per una serie di numeri non si ritiene per ciò solo dimostrato e non si estende al di là dei casi osservati. Non si può, come vuole il Mill, il Taine ecc. spiegare la certezza assoluta che hanno le verità del calcolo, col carattere ipotetico di questa scienza; perchè la perfetta eguaglianza delle unità elementi dei numeri non è un'ipotesi, ma una proprietà della natura puramente logica del numero, la quale rende possibile di riferirlo ad uua unità di misura che non è quella di nessuna grandezza reale avente questa o quella qualità, ma l'unità in senso puramente logico. Sicchè noi in base a ciò che precede siamo autorizzati a partire per prima le leggi in due grandi classi: Leggi funzionali (Leggi logiche, matematiche, etiche, estetiche). Leggi causali (Leggi naturali, psicologiche, storiche ecc.). Per formarsi un concetto chiaro delle differenze che controdistinguono le sudette due classi di leggi basta comparare le leggi logiche e matematiche con quelle naturali. L'oggetto della conoscenza, dagli elementi sensitivi in fuori, è una costruzione della quale le idee di sostanza, di causa, di numero sono gli artefici e il principio di contraddizione è la regola e la garenzia di verità: i sudetti principii costituiscono appunto le leggi logiche fondamentali o le categorie dell’intelletto umano. Diconsi infatti categorie quei concetti che sono determinazioni dell'essere perchè sono determinazioni del pensiero, e vieevecsa, che sono impliciti nel pensiero di qualunque ente reale perchè reale e non perchè è questo o quell’ente, cioè perchè sono le maniere necessarie di concepire la realtà. Tali forme del pensiero o categorie sono concetti, da differenziare però da quelli che vengono studiati dalla logica ordinaria e che hanno il loro corrispettivo nelle leggi empiriche o causali. Invero gli altimi sono essenzialmente concetti rappresentativi, mentrechè quelli sono giudicativi; e i concetti rappresentativi sono formati mediante la comparazione o l’analisi dei dati oggettivi delle percezioni e mediante l’astrazione, i giudicativi per contrario sono l'elemento soggettivo della percezione e delle forme così statiche che dinamiche del pensare. I primi sono concetti di oggetti, di classi di oggetti e di rapporti indifferentemente, i secondi sono concetti di rapporti intelligibili ; gli uni hanno un'estensione determinata, gli altri un'estensione indeterminata. L’universalità e necessità dei concetti rappresentativi è condizionata e limitata all’esistenza dei loro oggetti: quella delle categorie si estende quanto si estende l'essere e il pensare; quelli funzionano da soggetti e da predicati dei giudizi : questi possono funzionare soltanto da predicati. L'originalità poi delle leggi o funzioni logiche sì appoggia a ragioni logiche, non psicologiche. Noi conosciamo mediante i concetti, i giudizi e i raziocinii : la materia è data; ma il concepire, il giudicare, il ragionare sono funzioni. E queste funzioni debbono pure avere una forma, perchè una funzione senza una forma determinata è impossibile. Ora quali sono le forme di queste funzioni, cioè quali sono queste funzioni in loro stesse, prescindendo dalla forma logica che rivestono ? Evidentemente se pensare è porre una relazione, le funzioni saranno i pensieri di quelle relazioni, di.natura intelligibile, nelle quali e mediante le quali il pensiero sa e si muove, cioè le categorie. Ora sono questi da repntare daccapo concetti empirici? Se sono, qual'è la funzione mediante la quale sono formati? In breve, se il pensare suppone una materia e una forma, come si può intendere che la forma sia presa da fuori, cioè sia materia essa stessa? Non saremmo da cupo nella necessità di supporre una forma per la funzione di concepirla e così in infinito? Passando alle leggi matematiche, noteremo anzitutto che l’ idea di numero non sorge, come i concetti generali per un procedimento conscio e riflesso del pensiero, ma per un procedimento spontaneo ed inconscio. I teoremi sui numeri ed anche un sistema di numerazione sono, è vero, prodotti, riflessi, ma l'idea di numero pur nascendo all’occasione delle sensazioni e percezioni d'ogni maniera e non perdendo mai il suo significato oggettivo, non esprime mai, neppure per la coscienza più comune, una classe di oggetti reali, un genere sommo, ovvero una proprietà delle cose dello stesso genere di quelle che diciamo qualità. Ed è per questo suo isolarsi dalle cose in virtù di un procedimento non artificiale, bensì spontaneo, pur conservando un valore oggettivo, che si rende possibile alla riflessione scientifica di studiare il numero come un' entità a sè non solo separabile dalle cose, ma completamente indipendente da queste, come un' entità di tal natura che le sue proprietà e leggi si possono trovare e verificare indipendentemente da ogni constatazione che non sia quella stessa di pensarle e di produrre, pensando, tutte quelle analisi e sintesi in cui consistono lo studio che ne facciamo e la scienza che per essa veniamo ad avere. E qui va notato che il fondamento del calcolo aritmetico, che è il sistema di numerazione, ha la sua radice nella funzione sintetica del pensiero formale, senza contenuto qualitativo. Il primo modo di formazione da esso espresso è una sintesi successiva indefinita ; il secondo è una sintesi con una certa norma, per gruppi uguali di unità; ma la norma è puramente arbitraria, perchè non c’è nell'esperienza niente che determini la composizione di un gruppo, per esempio la serie binaria o la decimale. Stabilita nel sistema di numerazione la maniera uniforme di formazione dei numeri, si possono deduttivamente trovare tutti gli altri. I modi composti sono innumerevoli, ma poichè essi sono combinazioni di più modi semplici, suse Pra A o ripetizioni dello stesso modo semplice, l'importante è di determinare questi ultimi. I quali rispetto ad un numero qualunque x sono riducibili alle forme segnenti : a zta,x- a, cr X_ a, x:x,2, Vi, 108.2 (alla base a). Difatti un numero è o somma o ditferenza di un altro numero, quindi le maniere semplici di formazione sono tante quante sono le maniere del sommare e del differenziare. Tutte le maniere di sommare si riducono a tre: addizionare numeri diversi (addizione), lo stesso numero un numero qualunque di volte (moltiplicazione), lo stesso numero un numero qualunque di volte, ma sempre ad esso uguale (elevazione a potenza). Similmente tre sono le possibili forme del differenziere: togliere da un numero un altro numero qualunque (sottrarre), togliere da un numero quel numero di volte che è possibile lo stesso numero dividere (divisione), togliere da un numero uno stesso numero un numero di volte a questo uguale e che lo misuri esattamente (estrazione di radice). Però l'elevazione a potenza e l'estrazione di radice non sono i soli modi possibili del calcolo delle potenze. Il primo risolve il problema di trovare la potenza, data la base e l'esponente; il secondo di trovare la base dato l'esponente e la potenza; resta un terzo problema; date la base e la potenza, trovare l'esponente (logaritmo), cioè dato il prodotto di un numero indeterminato di fattori uguali, e dato il loro valore, determinare il numero dei fattori. È evidente che ognuna di queste operazioni è una funzione e non un'esperienza. Ai sostenitori della teoria empirica si potrebhe chiedere con ragione d’indicare la testimonianza o base sensibile delle idee di radice e di logaritmo. Ma senza dubbio una prova anche più concludente della teoria del numero-funzione ci è data dalle estensioni dell'idea di numero, alle quali conducono le operazioni inverse. Giacchè taluni dei problemi che queste ci propongono si mostrano insolubili col concetto primitivo di numero reale. Cosi, allorchè il numero delle unità sottratte è eguale al numero delle unità dalle quali si sottrae, si ha lo zero, e se è maggiore, il numer negativo. Similmente, nella divisione, il quoziente può essere non un numero intero, ma corrispondere al concetto di un numero posto tra due numeri contigui. E poichè questo può non corrispondere nè a un numero intero, nè a un numero frazionario, nè a un intero unito ad un fratto, cosi rende necessaria un'altra estensione del concetto di numero, il numero irrazionale, il quale non esprime propriamente un numeco, ma il rapporto di due operazioni; la radice di 2 non corrisponde a un numero, ma indica un rapporto di due specie di calcolo, quello di formazione del numero 2, e quello di estrazione della radice. E questa può condurre in casì speciali ad una terza estensione del concetto di numero, perchè se il numero di cui si cerca la radice è negativo, sorge la nozione di numero imaginario, cioè di un numero che diventa reale mediante l'elevazione a potenza. Ora come potrebbero i numeri negativi, irrazionali, imaginari derivare da rappresentazioni empiriche? É chiaro che essi sono funzioni, o più propriamente rapporti di funzioni e che il loro concetto implica che la funzione è materia a sè stessa. Sicchè nel: calcolo il pensiero lavora su dati che sono suoi, come nella logica formale: per modo che il calcolo si potrebbe ben dire, la logica formale della quantità. Il còmpito del calcolo è di concepire la quantità, come abbiamo già visto, ma appunto perchè è rivolto soltanto alla quantità, il calcolo è un pensare estrinseco e meccanico. Hobbes ebbe dunque torto di ridurre il pensare a nume. rare; ed èillogico attribuire alle matematiche una illimitata potenza educatrice della mente. Esse servono soltanto per una parte alla educazione e disciplina della mente, perchè la quantità è la realtà nella sua parvenza esteriore, non nella sua essenza. Ora se noi consideriamo le leggi matematiche in rapporto a quelle propriamente naturali noi troviamo che i due ordini di leggi si presentano intimamente connessi tra loro; e ciò per parecchie ragioni: 1° perchè essendo la quantità una proprietà essenziale della realtà e il numero l'espressione logica della quantità, è naturale che quello che l'intelletto matematico determina col semplice discorso si trovi vero nella realtà; 2° le leggi indagate dalle scienze che hanno per obbietto la realtà essendo leggi causali e le stesse operando secondo leggi matematiche, è chiaro che il calcolo debba essere, astrattamente parlando, applicabile a tutta la scienza del reale. La proporzionalità dell'effetto alla causa, un corollario dell'assioma di causalità, importa che l’effetto è sempre una funzione della quantità della causa e per la realtà spaziale, anche della sua posizione, ond'è che se possiamo determinare con precisione gli elementi numerici dei fenomeni, il calcolo vale come mezzo potentissimo per discendere dalle cause agli effetti o per risalire da questi a quelle. Esso non solo formula Je leggi naturali, ma le connette altresi e non solo sintetizza le altre parti della matematica, ma anche le scienze della natura e non appena si può adoperarlo completamente cangia il carattere di queste, trasformandole di induttive in deduttive. Se non che qui va notato che in tale funzione sintetica si trovano due limiti, uno nella possibilità molto limitata finora di determinare gli elementi numerici dei fenomenìi; un altro nella piccola potenza sua rispetto alla crescente complessità dei medesimi. Non basta. Le leggi matematiche non possono essere identificate con quelle naturali anche per altre ragioni. Le leggi numeriche, essendo puramente formali, sono le più remote che si possano imaginare da ciò che diciamo natura ed essenza Per es. le leggi: la forza viva è uguale al prodotto della massa per la velocità; il momento statico della leva è uguale al prodotto del peso per la lunghezza del braccio di leva; la grandezza del moto uniforme è uguale al quoziente dello spazio per il tempo; nel moto accelerato gli spazi sono come i quadrati dei tempi, ecc., sono leggi di rapporto geometrico le prime, di rapporto di potenze l’ultima: ma in nessuna di esse la legge aritmetica vale a dare ragione del fatto, ma soltanto a formularlo nel modo più esatto. Non basta che il calcolo formuli e connetta le leggi della natura per dimostrare che la natura ha essenza numerica; la dipendenza che il calcolo dimostra trala egge di Coulomb sull’attrazione e repulsione dell'elettricità positiva e negativa, e la legge elettrostatica, secondo cui l’ elettricità nei corpi conduttori come i metalli si raccoglie tutta alla superficie : la splendida applicazione della teoria delle funzioni ellittiche nella meccanica e tutta la fisica matematica provano bensi che la natura obbedisce a leggi numeriche, e che conosciute queste, la scienza della natura si può cangiare da induttiva in deduttiva, ma non provano punto che le leggi della natura sono conseguenza delle leggi dei numeri. Se anche fosse realizzato quell’ideale di conoscenza scientifica che il Du Bois Reymond chiama astronomica, se cioè tutto quello che è e accade nell’universo fosse completamente rappresentato da uno sterminato sistema di equazioni differenziali simultanee, questo sistema sarebbe uno dei sistemi possibili e non avrebbe altra realtà che la realtà di fatto; sarebbe impossibile dedurlo dalla essenza numerica della realtà, epperò non ne darebbe la prova. La metafisica numerica non potrebbe trovare la sua prova sufficiente nella funzione sintetica che il calcolo esercita o può esercitare in ogni dominio di scienza se non quando il sistema delle idee numeriche e il sistema della realtà fossero affatto coincidenti, ovvero quest'eltimo fosse parte di quello e trovasse nel tutto considerato come sistema di entità numeriche, la ragione del suo essere non solo cume parte della scienza del calcolo, ma come realtà e natura. Ora è vero perfettamente il contrario : il calcolo spazia e può spaziare molto più largamente della natura; questa, ad esempio, non conosce né il sistema di numerazione dell’ aritmetica elementare, nè gli spazi ad ” dimensioni della geometria superiore. Verifica bensi sempre delle leggi numeriche, ma la ragione di verificarle non è nelle stesse leggi dei numeri, ma nelle proprietà e nell'intreccio delle cause del reale. Neppure una Raqione matematica assoluta alla quale tutte le proprietà e le leggi dei numeri, tutt il sistema compiuto delle verità numeriche fosse presente, potrebbe dedurre da questo assoluto sapere non diciamo il sistema della realtà, ma una sola legge reale. A. ciò si aggiunga che leipotesi ultime nelle scienze naturali hanno in sè sempre dell'arbitrario, del non ispiegato e che il carattere scientifico nella spiegazione dei fenomeni della natura consiste appunto nella riduzione e limitazione dell’arbitrario e del non ispiegato. Così l'inerzia e l’attrazione, le due propietà fondamentali della materia nella fisica moderna, sono esse stesse inesplicabili. Per ispiegarle e in generale per fondare una teoria fisica su principii che non solo non siano ipotetici, ma reali e necessari, bisognerebbe ricorrere ai principii e teoremi della logica e matematica ; se non che dedurre da principii puramente formali, come son questi, una dottrina fisica sarebbe come se un architetto intendesse innalzare un edificio con le sue cognizioni di meccanica pratica, senza il materiale occorrente. Di contro alle leggi logiche e matematiche sono quelle naturali o causali. Queste sono generalizzazioni esatte, non approssimative. appuntoin quanto hanno il loro fondamento in un rapporto causale. Fu detto che bisogna distinguere tra la necessità di una legge causale empirica e la necessità della legge causale in genere, la prima non essendo mai assoluta come la seconda: ora è vero bensi che di una legge empirica di casualità si può pensare che avrebbe potuto anche non essere o essere altra, ma solo in un altro ordinamento della natura. Poichè questa è intessuta e dominata nel tutto e nelle singole parti della legge di causa, tutto è in essa dipendente e determinato; onde per pensare che qualche cosa possa accadere diversamente, bisogna pensare che tutto l'ordine di natura muti. Se non si pensa questo e nondimeno si pensa come possibile un fatto contrario ad una legge, non è negata soltanto una legge empirica, ma la stessa legge causale logica che può essere appunto enunciata anche cosi: che cause simili producono in condizioni identiche effetti simili. Del resto l’éssenza della legge naturale viene abbastanza bene lumeggiata dal concetto del caso, il quale implica la negazione della legge vera e propria e non della causa. Il concetto della caso, infatti, non è in realtà così opposto al concetto di causa, come pare a prima vista. Nel pensiero comune pare che sia, perchè diciamo casuale quello che non possiamo ridurre ad una legge e ad una causa; nascendo dall’ ignoranza della causa, il caso sembra tutta un’ altra cosa da essu. Ma se si riflette, si vede che invece di essere una negazione, è una conferma della funzione necessaria dell’ idea di causa nella conoscenza: il principio ignoto sì sostituisce al principio noto che manca. In logica poi il casnale è definito come un fatto di coincidenza di fenomeni, che non si può elevare a legge. Taluno esce di casa e incontra un amico o gli casca una tegola sul capo, sono queste coincidenze casuali, perchè non si può dire che cosi avverrà anche pel futuro La teoria del caso come incidenza delle serie risale ad À ristotile che primo lo defini a quel modo. È infatti se una sola serie causale esistesse, il casuale non sarebbe possi bile; ma perchè le serie causali sono innumerevoli e sì svolgono contemporaneamente, è possibile che ue coincidano due o più. Così definito, il caso non è in contraddizione con la causa, perchè non soltanto ciascuna delle serie in: cidenti è determinata in ogni sua parte, ma è determinata anche la loro coincidenza. Difatti, perchè coincidano, le loro direzioni debbono formare un angolo, e perchè coincidano piuttosto in questo che in quel punto debbono formare determinati angoli. Dunque il casuale é effetto di un doppio rapporto causale, di quello che determina i fenomeni coincidenti ciascuno nella sua serie e di quello che determina la loro coincidenza. Questa seconda determinazione causale non è per lo più una costante e nonè mai una legge, non dipende cioè dalla natura e qualità delle serie, ma dal loro essere insieme. Adunque il casuale può definirsi: una coincidenza che non autorizza l’inferenza d'una uniformità che sia una legge causale . La definizione è dello Stuart Mill, il quale la spiega e chiarisce cosi. La coincidenza si dice casuale quando i fenomeni che coincidono non sono effetti l’uno dell'altro, nè effetti della stessa causa, nè effetti di cause collegate da una legge di coesistenza, (cosi le leggi di Keplero non sono casuali, perchè dipendono dall’azione combinata della forza contripeta e della tangenziale necessariamente coesistenti nel sistema solare); nè effetti di una determinata proporzione delle cause che i logici inglesi dicono collocazione (p. es. non è casuale la varia velocità dei pianeti per ciascun punto delle loro orbite, perchè dipende dalla varia collocazione o rapporto delle forze contripeta e tangenziale). È necessario aggiungere poi che vi possono essere delle coincidenze uniformi e prevedibili, le quali nondimeno sono casuali appunto perchè l’uniformità in tal caso non è l’espressione di una legge causale: es. i fatti umani coincidono l1 4 16 12 12 ©” 10 19 13 7 838 7 141 10 19 5 In ordine alle cause che determinarono la loro chiusura in Casa di custodia vanno distribuiti nel modo seguente: Per assassinio 1. Per incendio (10 volte) 1 individuo di 141 anni. Per ferimento 2 (uno involontario), Per atti contro il buon costume 1. Per furto 30, dei quali uno dell'età di 11 anni, recidivo per .7 volte. Per ozio e vagabondaggio 16. Per discolaggine 38. Gli 89 giovinetti ricoverati nell’Istituto di Beneficienza vanno distribuiti per età nel modo che segue: Di anni 10 11 bambini Di ann i15 10 bambini lil 8 16 13 12 14 17 7 13-- 7 18 5 2a 14-12 19 2 Di essi, 34 andavano a scuola e 55 passavano le ore del giorno in diversi opifici della città per apprendere ciascuno il mestiere che gli garbava. Per ciò che riguarda i caratteri fisici od antropologici diremo che quelli raccolti non ci autorizzano a trarre alcuna conclusione definitiva. C'è stato chi un pò affrettatamente ha negato ogni valore all'esistenza dei caratteri esteriori; e certamente il limitarsi all'esame di soli tali caratteri è un difetto, giacchè essi non sono che l’espressione, l'estrinsecazione delle anomalie interiori. La loro esistenza rappresenta un éulizio più 0 meno sicuro e non altro, di un disturbo nell’euritmia morfologica e fisiologica dell’organismo preso nel suo insieme e la loro mancanza certamente non autorizza ad affermare sane le condizioni morali e mentali dell'individuo; onde non è lecito destituire d'ogni valore la ricerca di detti caratteri esterni. Nei 178 giovanetti esaminati non riscontrai in alcun modo caratteri degenerativi speciali per numero, qualità o grado; non posso dire, in altr? parole, di aver trovato che la curva dei caratteri anormali morali e psichici in genere coincidesse perfettamente con quella dei caratteri fisici anormali, ma posso però asseverare con convinzione che l’esistenza di questi ultimi caratteri deponeva, accennava quasi sempre a particolari condizioni ereditarie, siano queste morbose semplicemente (pazzia, alcoolismo, turbecolosi, ecc.), o anormali dal punto di vista sociale (tendenze antisociali dei genitori p. es.) e per conseguenza ad una predisposizione generica allo sviluppo di uno stato psichico anormale. Passando all'esposizione dei risultati forniti dall'esame psichico diremo che la più parte di tali giovanetti pur essendo andati per parecchi anni a scuola, a mala pena sapevano leggere e scrivere. Pochi giungevano a fare una moltiplicazione. L'attività dell'attenzione era debole in quasi tutti. La debolezza della memoria del tempo era quella che sì constatava più frequentemente ; pochi, cioè, sapevano ripetere l'ordine di successione di avvenimenti loro occorsi da poco tempo. Il pudore difettava nella più parte di essi. Rarissimamente si trovava quel senso di soggezione che molti bambini bene educati mostrano al truvarsi per la prima volta dinanzi a persone di età maggiore. La più parte mancavano di volontà ferma e persistente. Una tendenza molto diffusa era quella di negare ogni cosa: il no era il monosillabo che più prontamente e più frequentemente veniva da loro pronunziato. Molti s'emozionavano facilmente, ma passavano con pari facilità dal pianto al riso come da qualunque emozione alla sua contraria. Il contegno appariva ordinariamente scomposto, prendevano le pose più strane e nei movimenti erano per lo più goffi e sgarbati. Erano in genere noncuranti della persona e della pulizia. Parlavano soventi in modo laido: spesso si lanciavano a vicenda delle amare invettive e si davano dei sopranomi. C'era una certa gerarchia fra di loro; ci erano i capi, i potenti e i seguaci, i deboli. Predominava lo spirito di ribellione a qualunque obbedienza. Il carattere però che spiccava sopra gli altri era indubbiamente l'egoismo inteso nel senso più stretto. Pur di fare il loro comodo, pur di fare paghe le loro brame erano pronti a tutto osare. Per loro l'io era il centro dell’universo: al di fuori del proprio io nulla poteva destare il loro interesse. Non solo non mostravano di sentire affetti oltre l'inclinazione al soddisfacimento delle loro basse voglie, ma rimanevano sordi a qualsiasi lamento, freddi a qualunque soffererenza degli altri. Avevano quindi ciò che d'ordinario si dice istinto della malevolenza, godendu dei dolori degli aitri, e mostrando di provare un intenso piacere a far dispetti ai compagni ed a martirizzare i più innocui. Appar.va, è vero, in loro, un certo spirito d’associazione, in quanto parecchi tandevano ad unirsi per forinare combriccole : ma il cemento di tali unioni non era l’ aftetto reciproco, disinteressato, non lo scambio di idee e di emozioni, non il sentimento dell'unità di natura su cuì soltanto può essere fondata qualsiasi forma di vera solidarietà, bensi la tendenza ad appagare le proprie voglie, il bisogno di dominare, la smania di usare prepotenze. Erano, infatti, i grandi, i forti che cercavano di circondarsi dei piccoli per poterli fare loro istrumenti e per potersene servire a loro agio. I piccoli e i deboli d’altra parte li subivano, perchè non avevano l'energia di reagire e di ribellarsi e perchè trovavano il loro tornaconto ad essere protetti, ed a rimanere sotto l'egida dei capi. E tale asserzione vien comprovata dal fatto significantismo che non fu mai possibile osservare un segno di generosità o di abnegazione. Erano capacissimi di accusarsi a vicenda presso il Direttore, sempre però di nascosto e in segreto, il che depone della loro vigliaccheria. E se si presentava il caso che per un fatto qualunque fosse minacciata di punizione una classe intera, dato che non si riescisse a conoscere il colpevole, non accadeva mai che questi si svelasse confessandosi reo, non fosse altro per non far soffrire i suoi compagni. Era sempre una massima quella che dominava : ciascuno per sè. Per ciò che riguarda i sentimenti estetici sì può dire, per quanto le condizioni miserrime in cui tali ragazzi sono ordinariamente mantenuti autorizzano a dirlo, che questi mentre presentavano poca attitudine per il disegne, con una certa frequenza mostravano invece attrattiva per la musica. Giova osservare che lo svegliarsi in essi delle tendenze estetiche, fossero pure elementarissime, coincideva col miglioramento del loro carattere morale. Dove si potè avere propriaraente il riflesso della loro anima fu nelle corrispondenze reciproche, avendo essi una straordinaria tendenza a scrivere delle lettere, dei biglietti che per mezzi svariati giungono a destinazione. Circa le caratteristiche della loro scrittura non fu possibile pronunziarsi in modo positivo, giacchè le ripetizioni, i tremori, ecc. provenivano da ignoranza. Qualche rara volta poì si notò la somiglianza della loro scrittura con quella dei vecchi. Si osservaruno molte cancellature, molti errori dipendenti da disattenzione. Erano rare le asteggiature dritte e decise, abbondavano le curvature e le paraffe; sopra uno stesso pezzo di carta spesso si notava la tendenza a scrivere la medesima cosa in diverse guise, prima in lungo, poi di traverso, prima con una specie di caratteri e poi con un'altra; e di frequente le parole, specie i nomi propri, erano circondati da ghirigori e nella scrittura erano imitate le lettere a stampa. Si notò pronunziata la tendenza a servirsi di simboli più o meno strani per non essere intesi, come anche di altabeti convenzionali. Qual’era il contenuto di quelle lettere? L’amore. Si è già di sopra fatto cenno della loro tendenza all’o. scenità, ma i casi di una degenerazione sessuale vera e propria sono in genere rari. Si direbbe a prima giunta che l'inversione sessuale formi uno dei caratteri che contradistingue i corrigendi, ma, per giudicare rettamente, bisogna tener presenti le condizioni strane, stranissime in cui sì trovano agglomerati tali giovinetti, proprio negli albori della loro vita sessuale. Se per un momento pensiamo a ciò che accade non raramente in taluni dei nostri collegi, ci convinceremo che non si può parlare nel maggior numero dei casi di una degenerazione sessuale congenita, ma di un vizio acquisito, transitorio, dipendente dalle condizioni di antigiene sociale in cui quei ragazzi sono allevati. I grandi vivono coi piccoli, i buoni coi cattivi: che cosa c'è da aspettarsi? La dilatazione della macchia del vizio. Del resto a questo proposito è bene notare che sulla natura e caratteri dei così detti vizii od appetiti congeniti bisogna intendersi bene, giacchè non sì deve credere (toltine i casi di malattia mentale e di degenerazione vera e propria) che l'individuo nasca con un determinato vizio : ciò che in realtà si eredita è la predisposizione, vale a dire il bisogno vago ed indeterminato di procurarsi un dato ordine di piaceri: ora tutto ciò non implica nulla di fatale e di necessario : fornite Je condizioni opportune, vale a dire un’educazione morale intesa a spingere l’individuo coll’esempio, coll’abitudine, colle suggestioni appropriate, a cercare l’appagamento di quel tale bisogno in modo lecito e voi avrete trasformato una tendenza al vizio in una tendenza alla virtù o almeno avrete arrestato lo svolgimento di quel germe che o dall’eredità o da altra influenza malefica era stato deposto nella psiche di un giovinetto. Citerò un esempio concreto per essere più chiaro. Un fanciullo, poniamo, perchè discendente da individui affetti da quel vizio funesto che è l'inversione sessuale, viene al mondo con una certa tendenza vaga ed indeterminata a compiacersi (nient'altro che compiacersi) della compagnia di dati individui del suo sesso: se verrà educato in modo che da una parte i suoi bisogni sessuali trovino la loro soddisfazione in maniera normale e che dall'altra l’azione del volere sociale su lui abbia per risultato di farlo rifuggire dal solo pensiero di ciò che è meno che conveniente in rapporto alla condotta verso i suoi compagni, come fatto oltremodo abbominevole, cosa accadrà? Che la primitiva attrattiva verso gl’individui del proprio sesso piuttosto che dar luogo al vizio, si trasformerà in un sentimento nobile ed elevato qual: quello dell'’abnegazione, dell'amicizia vera e profonda, della generosità e via di seguito. Lo stesso dicasi di tutti i vizi, di tutte le abitudini malsane: esse non vengono ereditate bell'e sviluppate, fisse e rigidamente conformate, ma quali predisposizioni, quali esigenze, quali tendenze che possono essere dirette al bene come al male. Come si vede, tutto ciò è da tenere a mente per formarsi un concetto esatto non solo della genesi dell’immoralità, ma anche della portata dell'educazione morale nei bambini. Notiamo fin da ora, comunque avremo agio diritornarvi sopra più tardi, che l'insorgenza e la fissazione delle tendenze immorali in tantosono possibili in quanto il volere sociale o non agisce o agisce in modo non appropriato sul volere individuale : il segreto dell'educazione morale sta tutto qui, nello stabilire la necessaria comunione dello spirito individuale con quello della società. E naturale poi che i caratteri psichici antisociuli in genere sì trovino riuniti nei cosi detti cattivi soggetti (pochi per fortuna, una diecina su 150), nei quali i germi dell’immoralità sono abbastanza sviluppati. Questi hanno tutti i vizi, son bugiardi, ipocriti, testardi, prepotenti, irruenti, maneschi, svogliati e formano la disperazione dei superiori. Uno di questi p. es. ha solamente 10 anni, ma già fin dall’età di 8 anni ne faceva di tutti i colori; non è buono a imparar nulla; va a scuola da 2 anni ed a mala pena sa leggere; non ha nozione dell'anno e del mese in cui siamo; passa da un'officina all'altra senza riescire a trovare un mestiere che gli garbi. Nè è a pensare che sia sfornito d'intelligenza, chè anzi si rivela abbastanza svegliato. Le punizioni e gli avvertimenti in qualunque maniera fatti non hanno presa sul suo animo. Un altro a 10 anni diede mentito nome alle guardie. Un terzo che presenta un aspetto di una dolcezza serafica ha percosso varie volte la madre. E mì fermo, perchè non vedo l'utilità di fare l’'enumerazione di tutte le deficienze morali che si possono riscontrare. Aggiungerò solo che tali tipi cattivi sì fanno conoscere fin dalla prima età. *# # * Esporrò ora i risultati ottenuti dall'esame psicologico praticato sugli 89 giovinetti chiusi nell'Istituto di Benificenza. Non mi fermerò molto sulle somiglianze che l'esame rivelò tra i caratteri psicologici dei corrigendi e quelli propri degli orfani per fissare l’attenzione massimamente sui caratteri differenti. Per ciò che riguarda le somiglianze dirò che negli 89 orfani riscontrai nelle medesime proporzioni e, direi anche, nel medesimo grado, se a ciò mi autorizzasse la circospezione di cui bisogna circondarsi ne'l'emettere giudizi circa l’intensità dei fenomeni morali, i caratteri della fisonomia, la tendenza al riso smodato e senza causa proporzionata, le tendenze all’oscenità, agli abusi del vino e del fumo, la frequenza nei disordini del l'attenzione e della memoria, l'indifferenza per la famiglia e la diminuzione dell’intelligenza. Con frequenza press'a poco eguale riscontrai la rapidità del passaggio da uno stato emotivo al suo contrario, la mancanza di pudore, la furberia, l'irascibilità, l'arroganza, la tendenza all’ipocrisia, ed a mostrare di comprendere più di quello che realmente comprendessero coll'apparire noncuranti della religione, degl'insegnamenti che venivano forniti dai preti, ecc. Accanto a questi caratteri simili sì possono porre dei caratteri differenziali, quali 1 seguenti: 1° il numero maggiore di quelli che coll’ età sogliono migliorare; molti che fino all’età di 15, 16, 17 anni erano giudicati cattivi, raggiunta tale età, divennero buoni: 2° la poca frequenza con cui sì nota il contegno scomposto e la trascuratezza nella pulizia della propria persona: 3° la mancanza di ogni tendenza alla ribellione, a fare delle combriccole, ecc.: 4° l’assenza di quell’egoismo ributtante che si notò nei corrigendi : tanto è ciò vero che non c'è caso di poter strappare una confidenza, una confessione ad uno di loro, sia pure il più semplice, a danno degli altri: 5° la tendenza meno pronunziata a cambiar mestiere, a mostrarsi svogliati ed a rimanere nell’ozio. Ora di questi caratteri dovendo ricercare l'origine, diremo che alcunì di essi evidentemente dipendono dall’organizzazione diversa del Ricovero di mendicità, rispetto alla Casa di custodia che pare costituita a posta per sviluppare le tendenze antisociali meno accentuate, ma altri dipendono dall’ indole propria dei corrigendi. Esistono adunque, sì può qui domandare, dei caratteri psicologici originari, primitivi, i quali controdistinguono il candidato all’immoralità ed alla delinquenza, facendone un tipo a parte, per modo che chi ha la sventura di sortire da natura caratteri psichici cosiffatti inesorabilmente, fatalmente è destinato alla delinquenza ? Per rispondere a tale domanda fa d’uopo tener presente l’enumerazione dei carat. teri psicologici già fatta, per vedere quali sono i più costanti, i.più universali ed anche i più importanti dal punto di vista cell’interesse della società. Ed in tale disamina fa d’uopo scegliere i caratteri anormali prettamente originari come quelli che sono del più alto significato : così gli atti di malevolenza per sè, senza tener conto dei motivi e della loro genesi psicologica non ci autorizzano a fare un tipo a parte dell’individuo che li compie. *% *% % Se noi ben riflettiamo sulla psicologia dei candidati, diciamo cosi, al vizio ed alla delinquenza e sulle cause che determinarono la loro chiusura in Casa di correzione, ci accorgiamo subito che le note psicologiche veramente caratteristiche si riducono alle seguenti : 1. Tendenze anormali (tendenza a rubare, a incendiare ecc. ). Deficienza dell’intelligenza. 2. Tendenza all’ozio. 3. Tendenza alla menzogna. 4. Deficienza della simpatia quale fondamento dello spisito sociale. | b. Assenza di spirito sociale. 6. Insubordinazione. Mancanza di disciplina e di rispetto e quindi impossibilità di apprendere. 7. Assenza di poteri inibitori e quindi debolezza della volontà. La discussione intorno all'origine di tali caratteri mostrerà fino a che punto possono essere considerati come congeniti o come acquisiti sotto condizioni determinate. Prima però di cominciare ad occuparci partitamente di cia scuno di essi notiamo che nei casi concreti lungi dal presentarsi isolati appaiono variamente intrecciati e fusì insieme; Non potendosi ridurre la psiche ad un fascio di facoltà e di attività giustaposte, non dobbiamo aspettarci di trovare l'alterazione isolata, poniamo, degli istinti o delle tendenze o dell’emotività e non dell’intendimento : gli stati e le modificazioni delle varie attitudini intimamente compenetrate tra loro si devono necessariamente influenzare reciprocamente, producendo soltanto un risultato complessivo differente a seconda della potenza psichica alterata in modo più accentuato. È indabitato che parecchi, molto precocemente e molto insistentemente, nonostante le punizioni loro inflitte, mostrano tendenze speciali al furto, all'incendio, al suicidio, all’assassinio : non altrimenti che molti altri mostrano una deficienza notevole nelle facoltà intellettuali. Individui di tal fatta sono certamente dei psicopatici e la ricerca accurata dell’ anamnesi individuale ed ereditaria, qui soprattuto necessaria ed indispensabile, ci darà dei lumi in proposito. Un individuo che all’età di 14 anni è già stato incendiario 10 volte, che interrogato sugli atti da lui commessi, risponde che ve lo spinse il diavolo, che si mostra impulsivo, dedito a tutti i vizii, svogliato, è giudicato molto presto uno psicopatico. Se non che individui siffatti, i quali si potrebbero dire candidati al manicomio, si presentano di raro: e le tendenze veramente morbose (cleptomania, piromania ecc.) non sì osservano con molta facilità nei bambini, ond'è che bisogna andare molto cauti nel pronunziare giudizi di tal fatta, tanto più se si pensa che i reati che più spesso vengono commessi dai bambini e per cui gran parte son chiusi in Casa di custodia, sono i furti. Ora, se la cleptomamia è indubbiamente morbosa e rientra nell’orbita della psichiatria, la tendenza ai furti ordinari (tra le due vi è un abisso, se si pensa ai caratteri differenziali esistenti, e basta accennare solo di passaggio all'assenza di qualsiasi veduta d'interesse nel caso della cleptomania) è in rapporto colla cattiva educazione e col cattivo esempio avuto nella propria casa e fuori o colla mancanza di qualsiasi forma di educazione, è in rapporto colla miseria e cogl’incitamenti a rubare che i bambini ricevono molte volte dai proprii genitori, dai compagni, ecc. Avendo io ricercato con molta cura le cause dei furti commessi dai minorenni corrigendi, mi son dovuto convincere che la più parte di quelli non sono imputabili ai minorenni stessi, ma alle loro famiglie ed alla società in cui sono nati ed educati. È indubitato che molte caratteristiche dei corrigendi trovano la loro origine e sono fondate sulla tendenza all’ozio e al vagabondaggio. Qual'è la base di questa ? Essa è una delle espressioni, uno dei segni di quella debolezza, di quella incoordinazione e di quel sussecutivo disgregamento dell’unità della vita psichica che costituisce il fondo su cui germogliano le varie tendenze immorali. Noi sappiamo che tutti gli organi normalmente costituiti sì trovano di solito, ma in modo senza confronto più accentuato prima della funzione, in uno stato di tensione che figura come l'esponente della forza ir essi accumulata; è chiaro che quanto maggiore e la energia in essi contenuta, tanto maggiore sarà la tensione in cui essi si troveranno, tensione che subbiettivamente si rivela come bisogno di mettere in opera le proprie risorse, come bisogno di lavorare. E tuttociò appare evidente non solo nel tono dei muscoli, ma eziandio in tutti gli apparecchi fisiologici e quindi anche nel sistema nervoso. Dato che questo si trovi in uno stato di debolezza dipendente da cause svariate, p. es. dalla insufficiente nutrizione, dal poco o inadatto esercizio ecc. : per modo che in esso sia di molto difficoltato l’accumulo delle forze da una parte e la possibilità dall'altra di dirigerle e di farle convergere tutte ad un dato scopo, si comprende agevolmente che in tali condizioni debba manifestarsi la tendenza all'ozio. La debolezza dell'organismo in gen ere e del sistema nervoso in ispecie si renderà palese massimamente call’impossibilità a persistere in un dato lavoro, coll’incapacità a fissare e a mantenere l’attenzione sopra nn dato obbietto. Gli oziosi sono distratti, svagati, disordinati, incostanti, perchè presto sì esauriscono. Volgarmente si ritiene che alcuni individui divengono presto stanchi perchè sono oziosi, ma è vero proprio l'opposto. La tendenza all’ozio adunque va riferita ad uno stato anormale dei centri nervosi per cai la loro capacità nutritiva non è tale da permettere l’accumulo di forza di tensione indispensabile al lavoro persistente e vantaggioso. Si può rimediare in qualche modo ad un tale stato di debolezza? Certo rafforzando l'organismo e segnatamente il sistema nervoso, e più di tutto, mettendo in opera i mezzi atti ad operare come potenti stimoli alla funzionalità intensa e insieme regolata dei centri nervosi stessi, si potranno ottenere dei vantaggi. Qui l'educazione bene intesa, l'esercizio, l'esempio, la rimunerazione equa, la messa in gioco dell’ amor proprio e il rendere le condizioni della vita tali che rendano possibile la nutrizione e lo sviluppo degli organi, produrranno senza dubbio il loro frutto. Se non che non bisogna troppo illudersi sui risultati che si possono ottenere, nè esagerare l’uso e la portata dei mezzi che si mettono in opera. Agire sui singoli individui puramente e semplicemente non basta: fa duopo ricorrere a mezzi di natura sociale, atti cioè a modificare l’ambiente sociale in genere e i rapporti sociali in ispecie, atti quindi ad esercitare l'influenza su tutti gl’individui componenti la società. Occorre cancellare dalla mente del comune degli uomini l’idea falsissima che il lavoro sia in sè un’infelicità o una maledizione e che quindi il minimo di lavoro coincida col massimo di felicità. Fa duopo per contrario ingenerare nell’anitno la convinzione che il lavoro è un elemento indispensabile e integrante del godimento umano e che senza alcun dubbio una vita tutta piaceri ed ozio renderebbe infelice l’esistenza che la parte più preziosa della vita umana è data dal lavoro stesso, il quale rende possibile lo svolgimento delle migliori facoltà umane in quanto ci è di sprone a sormontare gli ostacoli ed a sacrificarci, iniziandoci così alla vera moralità. Questa invero consiste appunto nel lavorare coroggiosamente per il bene di tutti, rinunziando, se ciò è necessario, volentieri e con piacere al proprio benessere e alla propria parte di felicità. Ma per che via si può ciò ottenere? Prima di tutto contribuendo coi precetti e coll’esempio a riformare i cattivi costumi esistenti nella società attuale e cercando soprattuto di colmare l’abisso artificiale che si è scavata tra le varie classi, donde la necessità di modificare i metodi educativi; si potrebbero citare una quantità di fatti validi a dimostrare che la tendenza all’ozio e l’abborrimento per il lavoro nella più parte dei casi riconoscono la loro origine nel dispregio che la gente altolocata in genere mostra per tutti i mestieri ed occupazioni ritenute d’ordine inferiore, circondandosi così di molte persone che potrebbero essere adibite alla produzione di lavoro più proficuo. Poi, facendo partecipare le classi lavoratrici alla vita intellettuale delle classi colte, il quale desiderato forse non rimarrà per sempre lettera morta, come ce ne fornisce l’esempio l'Inghilterra, dove si è iniziato un movimento tendente a colmare tale lacuna. Alludiamo al movimento di espansione delle università, allo sforzo compiuto da queste ultime per mettersi a contatto delle masse operaie, comunicar loro una parte del proprio patrimonio intellettuale, educarle moralmente e intellettualmente e spingerle ad acquistare il sentimento della dignità umana. A tal uopo anzi sono stati messi in opera due mezzi: da una parte vanno ad abitare dei giovani usciti dall'università nei quartieri operai delle grandi città manifatturiere, passando una parte del loro tempo in mezzo ai lavoratori e interessandosi dell’amministrazione e del miglioramento delle condizioni igieniche dei detti quartieri; dall’altra parte gli stessi professori d’università consacrano dei corsi speciali o delle lezioni agli operai, iniziandoli alla comprensione delle que=tioni che possono loro interessare. Infine ed è forse il mezzo più efficace e più importante mettendo in opera tutti i mezzi atti a dare all'operaio una cultura tecnica per modo che egli riesca a comprendere le condizioni generali della vita industriale e si renda conto della comunità sostanziale d'interessi esistente tra operai e padroni. A tale esigenza rispondono le associazioui sul tipo delle 7’rades - Unions, nelle quali il sentimento di solidarietà esistente nei membri dell’associazione, contribuisce a frenare l'egoismo e a tener desto il sentimento del dovere, dell'onore e della dignità. Le nostre conchiusioni sì possono ridurre alle seguenti. La tendenza all’ozio deriva massimamente, non esclusivamente dal poco valore attribuito al lavoro per sè, onde è necessario che gli sforzi della società siano intesi ad ovviare a tale inconveniente. A tal uopo sì richiede un sistema sociale d’educazione destinato a trasformare non soltanto ì padroni, ma anche gli operai, preparandoli ad una vita novella. Se è necessario combattere nei primi l’egoismo e lo spirito di dominazione, negli altri occorre fare scomparire la diffidenza, l'invidia, la cupidigia. A. proposito della menzogna è bene notare che molti dei caratteri psicologici riscontrati nei corrigendi, riconosciuti nocivi alla società, non sono loro patrimonio esclusivo. E già su questo fatto è stata richiamata l'attenzione da altri, specie da Lombroso. La tendenza alla menzogna p. es. è carattere che si trova con molta frequenze nei bambini; se non che nei corrigendì non solo raggiunge un grado massimo, ma può produrre gli effetti più disastrosi, trovandosi in connessione con condizioni che lungi dall’opporsi, ne favoriscano lo sviluppo, rivolgendola sempre a produrre del male. La tendenza alla menzogna, che certamente è favorita da un’educazione difettosa e non rispondente allo scopo e che per sè sola non costituisce un carattere distintivo del candidato al vizio, va tenuta in conto quale espressione di un'organizzazione mentale non perfetta. Donde proviene la tendenza alla menzogna, quale ne è il meccanismo di produzione? Che cosa sta essa a significare? Un giorno nel fare l’esame psichico di uno dei minorenni chiusi nella casa di custodia, intelligente abbastanza, invitai costui a leggere attentamente un periodo facilissimo ad intendersi, affinchè dopo potesse espormi a memoria ciò che ne aveva compreso. Ed egli pronto a leggere e dopo svelto a dirmene il senso. Nemmeno un’acca di ciò che effettivamente dice il libro: il suo discorso era del tutto differente. A domande improvvise riflettenti il contenuto vero del passo letto, a domande cioè intese a ricercare se effettivamente aveva compreso nella maniera in cui si esprimeva, rispose in modo da generàre in me la convinzione che in sostanza aveva interpetrato a dovere il senso generale, comunque l'esposizione dapprima fatta fosse totalmente diversa. Questo aneddoto mi pare significantissimo per l’interpretazione del meccanismo della menzogna, le cui essenza sta appunto nell'antagonismo, se così posso esprimermi, esistente tra ciò che è percepito e ciò che s'estrinseca : antagonismo che dipende originariamente dal perchè le vie e i modi di esprimersi non sono agevoli, data la mancanza di esperienza, ovvero dal perchè gli elementi mentali non sono ancora disciplinati per una regolare e coordinata funzione e questo è il caso dei bambini : e dipoi, da questo che la volontà individuale a ragion veduta, per un dato scopo cioè, fa da forza inibitrice, realizzando così le condizioni dell'impedita estrinsecazione di ciò che sé ha dentro. È la mancanza di corrispondenza tra il di dentro eil di fuori, è la difficoltà di esprimersi ciò che impedisce al bambino di dire quello che pensa, spingendolo a girare intorno alla verità. Una volta fatto il primo passo, una volta insorta quella tendenza, l’educazione e i motivi in genere che spingono a MENTIRE – Grice: “MENTARE, MENTIRE” --, come sarebbe quello di fuggire le punizioni e le minacce, fanno il resto. È indubitato però che, data un’organizzazione (sia fisica che psichica) debole, imperfetta a tal segno che le risorse, per quel che concerne l’estrinsecazione siano scarse, la tendenza alla menzogna dev'essere accentuata. È per questo che i degenerati, e i bambini in tesi generale sono oltremodo bugiardì; ed È TALMENTE FISSATA IN LORO L’ABITUDINE A MENTIRE – ‘cry wolf’ -- che molte volte è soltanto dopo che hanno detto la menzogna che ne acquistano la coscienza chiara. La tendenza alla menzogna a volte diviene un automatismo che funziona indipendentemente ed anche malgrado la volontà. In conclusione io credo che della tendenza alla menzogna oltremodo pronunciata nei giovanetti vada tenuto conto come d’un sintoma di debolezza dell'organizzazione mentale, in quanto in tal caso i fatti [Stando alle recenti indagini sull’origine del linguaggio, la parola e la rappresentazione, il SEGNO e l’imagine dell’oggetto si svolgono parallelamente, seguendo leggi proprie. Ia prima è un prodotto in via di formazione e di svolgimento, mutevole quindi, variabile in rapporto allo stato dell'animo individuale e sottoposto alla volcnià indivi. vali (‘n potestate nostra), mentre l'altra apparisce come qualcosa di già costituito e quindi di stabile e di rigido, È naturale che le due serie, quella delle parole e quella delle rappresentazioni non coincidano, essendo differenti la loro origine e le condizioni di loro svolgimento. Si aggiunga che la parola quale SEGNO è una semplice estrinsecazione dell’attività iteriore, estrinsecazione che si riferisce ad una sola forma di sensibilità (udito). La percezione sensibile invece rappresenta il prodotto di svariate forme di sensibilità, donde la sua maggiore stabilita e permanenza di fronte al flusso dei sunni vocali. V. a tal proposito l'opera di Noiré Log908 Ursprung und Wesen da Begriffe, Leipzi ig. interni non riescono a trovar la via per estrinsecarsi in modo giusto e deviano da una parte o dall’altra, provocando l'attività d’elementi che per condizioni particolari sono più disposti all’estrinsecazione. La tendenza alla menzogna intanto ha importanza in quanto accenna ad una coordinazione irregolare, o meglio ad una forma d’IN-co-ordinazione alla incompleta unità, identità e continuità di tutta la vita psichica, e quindi ad una forma d'incapacità a governare sè stesso. Non v'ha dubbio che l'educazione, l'esempio, specie se intesì a rimuovere qualsiasi forma di duplicità nella vita e i bambini hanno ben di sovente occasione di osservare due diverse maniere di condursi da parte dei GENITORI – cf. H. P. Grice, “The Genitorial Programme” -- e degli altri educatori a seconda che questi sono in famiglia, nel circolo degli amici, ecc., ovvero al di fuori della vita intima, nella società possono mettere un argine all’invadente tendenza alla menzogna. Vanno però sempre tenute d'occhio da una parte le condizioni che favoriscono lo svolgimento dell’energia individuale e del carattere e dall'altra i motivi che d’'ordinario spingono a mentire. Si è già detto che uno dei caratteri psichici dei corrigendi è il freddo egoismo, per cui essi non hanno altro di mira che il proprio utile. Non hanno amici nel vero senso della parola, nè sentono affetto pei pareuti. Ordinariamente sì dice che individui di tal fatta hanno il prepotente bisogno di far male agli altri e provano un intenso piacere a vederli soffrire. Ora per dar ragione di tali fenomeni, alcuni si sono arrestati all'affermazione che codesti individui sono sforniti del senso morale, quasichè questo fosse qualche cosa di semplice e d’irriducibile (press'a poco come qualsiasi senso percettivo, vista, udito, ecc.): ma, prima di tutto nei bambini in genere non si può parlare di esistenza di senso morale vero e propriu, ma di teudenze morali, presupponendo quello lo svolgimento completo della vita psichica sia dal lato della conoscenza che dell'attività, e poi esso è cosa tanto complessa che, per giustificarne e interpretarne la presenza o la mancanza, vanno prima considerati gli elementi di cui si compone. A me pare che le caratteristiche antisociali suesposte riconoscano almeno in parte la loro origine nella diminuzione della simpatia, intendendo per quest'ultima la proprietà che ha l’animo di un individuo di riflettere i sentimenti che sì rivelano nell'espressione del volto delle persone che lo circondano. Per essa, intesa in senso largo, la vista di un movimento. come l’assistere ad una sofferenza desta fenomeni analoghi nella psiche dell’ osservatore (1). Questa impressionabilità individuale che ha un fondo organico e corrispettivo fisiologico consistente nell’attitudine di taluni centri nervosi ad entrare in funzione anche se agisce da stimolo la percezione di date espressioni emotive (2), questa simpatia istintiva che (1) Maudsley ed altri notarono a tal proposito che l’uomo comincia il suo sviluppo colla sinergia (contagio dei movimenti, imitazione), poi arriva alla simpatia (contagio dei sentimenti) e infine raggiunge la sintess (comunione delle idee) Si è stabilita tale connessione intima tra determinate espressioni emotive e le emozioni che basta la semplice percezione delle prime come i1 altri casi la insorgenza delle stesse per richiamare le seconde, onde il proce-so nervoso espressivo che dapprima figura come conseguente o concomitante del processo nervoso costituente il corrispettivo fisiologico delle emozioni, diviene l’ antecedente. negli esseri forniti della medesima organizzazione provoca il simile col simile, fondata psicologicamente sull’associazione già stabilitasi in noi tra le manifestazioni espressive e il corrispondente sentimento altre volte provato per cui la percezione di quei segni provoca il fantasma del sentimento, fantasma che contiene già un iniziamento dsl processo reale di cui è l'immagine, questa disposizione che fa concentrare l'attenzione dei bambini sull’espressione del volto e perfeziona, come dice il Perez, il dono innato di leggere nelle fisonomie, è quanto vi ha di congenito, di originario e, diremo anche, di organico nelle tendenze sociali o antisociali che l'uomo presenta nel corso della sua vita. Noi possiamo simpatizzare con qualunque essere, il quale presenti qualche analogia con noi e tanto più quanto maggiore è lu rassomiglianza; quindi più facilmente e più fortemente cogli altri uomini e tra questi sopratutto coi parenti, coì connazionali, con quelli della medesima razza e cosi di seguito: poi via via in grado sempre decrescente cogli animali più simili all'uomo, scendendo fino a quelli in cui la differenza dell’organizzazione è tale che le loro manifestazioni ci riescono quasi affatto inintelligibili e cilasciano indifferenti. - Ora che i bambini in genere abbiano attitudine a simpatizzare non è a dubitare, come dimostrano i numerosi esempi riferiti dagli autori che si sono occupati della psicològia infantile e specialmente dal Galton, il quale ha soggiunto che i bambini sono più disposti a sentire la simpatia per gli animali che non gli adulti .(1). (1) Riferirò a tal proposito un esempio riportato dalla signora Mana. ceine, la quale racconta che mentre nel giardino zoologico di Pietroburgo una folla numerosa stava ad ammirare la destrezza e i giuochi eseguiti da un elefante e tra le altre cose una scena nella quale il guardiano si Vediamo qual'è l'origine di questa proprietà psichica congenita che abbiamo detto simpatia. Molti hanno messo in rapporto la simpatia collo sviluppo della riflessione individuale, ecc. : quasichè la simpatia nascesse nell'individuo dal semplice ricordo dei dolori provati e fosse quindi come il risultato di un calcolo egoistico o di un ragionamento. La vista di una data sofferenza in tanto desterebbe dolore in quanto provocherebbe il ricordo di una sofferenza analoga già provata dall’individuo o susciterebbe la paura di provarla. La simpatia sarebbe cosi un egoismo mascherato e poggerebbe tutta sulle emozioni già provate o imaginate o in qualche modo comprese. Ed è così che accade d'imbattersi non di raro in espressioni come queste: Noi non siamo veramente pietosi se non per le miserie che possiamo chiaramente comprendere. Le altre non cì ispirano che ribrezzo e dispregio. Per questo i fanciulli sono generalmente crudeli . Ora tutto ciò non è esatto; la più parte dei bambini nascono col dono della simpatia e non è necessario che comprendano in modo chiaro e cosciente i dolori, perchè in essi si desti la simpatia, e se con uua certa frequenza appaiono crudeli, è in grazia di un'educazione falsa loro impartita ed anche in grazia delle condizioni di debolezza in cui si trovano, per cui sono costretti a ricorrere necessariamente alla crudeltà per difendersi e vincere. Co ciò non s'intende negare l’azione che lo svolgimento dell'intelligenza e della coricava per terra e l’clefante si metteva a camminarvi per disopra, una bambina di due anni, seduta sulle braccia della balia cominciò a piangere tanto forte ed a protestare coi suoi gesti e col suo irregolare linguaggio infantile contro quella vista per lei ributtante, che non fu pos+Sibile renderla tranquiila pruma che il guardiano si levasse in piedi. riflessione può esercitare sulla simpatia, rendendola più fine, più squisita e più differenziata, ma si vuole affermare che la simpatia non è a considerare quale prodotto della ragione e dell'esperienza individuale. Finchè in psicologia dominò la veduta individualistica, finchè si credette di poter dare ragione di tutti i fatti spirituali per mezzo delle attitudini della psiche individuale e finchè questa fu considerata come qualcosa d’indipendente, di completo, di esistente per sè e di chiuso in sè stesso, non sì potè non considerare la simpatia come un prodotto sussecutivo e secondario. Da tal punto di vista il centro di ogni vita psichica essendo l'io individuale, questo non poteva figurare come momento e parte di una vita psichica superiore, nè la simpatia poteva esser riguardata come una attitudine originaria, In tale ordine di idee rimasero i psicologi darwiniani quando cercarono di determinare il tempo in cui la simpatia fa la sua coinparsa nell'anima umana (età di 5 mesi) e nella serie animale (/menotteri). Se non che qui è bene notare che gli scienziati su tale argomento non son punto d’accordo : così Sir John Lubbock ritiene le formiche da lui osservate sfornite di affezione e di simpatia almeno relativamente allo svolgimento delle emozioni di natura opposta, mentre altri naturalisti come Maggridge, Belt asseriscono di aver potuto constatare in talune specie di formiche un' attitudine particolare alla simpatia. Gli stessi dispareri s'incontrano a proposito delle api e di altri insetti (1). (1) Cfr. Romane8s, L'’intelligence des animaux, trad. fr., Paris, Alcan, 1887, Tom. I, pag. 41 e segg. e pag. 145. Cfr. anche Romanes, L’evolution mentale ches les animaux, trad. fr., Paris, Reinwald, 1884, pag. 352. Il s Il disaccordo esistente tra gli scienziati sta a provare la mancanza di consistenza del loro punto di partenza, avendo essi prese le mosse dal presupposto che la simpatia sia qualche cosa di secondario, di derivato e di accidentale che possa e non possa esistere, e che quindi possa sorgere in un dato momento piuttosto che in un altro; ora, nulla di più infondato. L'’attitudine alla simpatia è universale, primitiva, originaria in tutto il regno animale e sono soltanto le sue Romanes pone la benevolenza tra i sentimenti posseduti dagli animali, p. es. dal gatto, riferendo i seguenti esempi: “ Au sujet d’un chat domestique,, dice quest’autore, “ voici ce qu’écrit M. Oswald Fitch. Il dit que l’on vit ce chat “ prendre des arétes de poisson et les emporter de la maison an jardin: on le suivit et on le vit les déposer devant un chat étranger mistrablement maigre et évidemment affamé, qui les dévora; non satisfait encore, notre chat revint, prit une nouvelle provision et recommenca son offre charitable qui sembla étre acceptée avec autant de gratitude. Cet acte de bienveillance accompli, notre chat revint à l’endroit où il prenait d’habitude ses repas, près de l’évier où se lavent les assiettes, et mangea le reste des débris de poisson, (Nature, 19 avril 1883, pag. 580). Un cas presque identique m’a été communqué par le docteur Allen Thomson, membre de la Société royale de Londre. La seule différence est que le chat du docteur Thomson attira l’attention de la cuisinière sur un chat étranger affamé, en la tirant par la robe et en la menant à l’endroit cù se trouvait le chat. Quand la cuisinière donna è celui-ci quel jue nourriture l’autre se promena tout autur, tandis que le premier faisait son repas, en faisant gros dos e ronronnant bruyamment. Un autre exemple de bienveillance chez le chat suffira. H. A. Macpherson m'écrit qu’en 1876 il avait un vieux matou et un jeune chat de quelques mois. Le vieux chat qui avait longtemps été un favori, était jaloux du petit et lui témoignait une aversion notable. Un jour, on enleva en partie le plancher d’une chambre du sous-s0l pour réparer quelques tuyaux. Le jour qui suivit celui où le planches avaient été remises en place, le vieux “ entra dans la cuisine (il vivait presque entièrement è l’étage au dessus) se frotta contre la cuisinière et miaula sans tréve ni cesse jusqu’à qu'il eft attiré son attention. Alors courant de ci, de là il la conduisit dans la chambre où le travail avait été fait. La domestique fut très-intriguée jusqu'’ à ce qu'elle estrinsecazioni, le sue manifestazioni che variano a seconda delle circostanze e massimamente a seconda del maggiore o minore grado d’intensità dei sentimenti di natura opposta, dei sentimenti che potremo dire egoistici, i quali sono del pari originari e universali. È naturale che lo svolgimento diverso dei sentimenti dipende dalle differenti condizioni di vita: così s'intende da sè che negli animali in cuì l'ordine sociale è bene entendît un faible miaulement venant de sous ses pieds. On enleva une planche et le jeune chat sortit sain et sauf, mais è moitié mort de faim. Le vieux chat surveilla toute l’opération avec beaucoup d’interét jusju’à ce que le jeune fàt remis en liberté : mais s’étant assuré que celu-ci était sauf, il quitta la chambre aussitòt sans manifester la moindre satisfaction de le revoir. Ultérieurement, non plus, il ne devint nullement amical pour lui., Se il Rumanes e gli altri vogliono chiamare gli atti surriferiti atti di benevolenza, padronissimi, a patto però che tale banevolenza sia considerata come nient’altro che espressione di un sentimento di simpatia. Tra la benevolenza mostrata dai gatti e quella umana corre un abisso, giacchè la prima non include la coscienza dell’obbligatorietà del compimento degli atti di benevolenza, nè presuppone alcun principio o massima fondamentale come l’altra: gli atti provengono immediatamente, saremmo tentati di dire automaticamente da una tendenza, da un’esigenza, da un bisogno dell'organismo fisico-psichico e qui finisce tutto. Perchè gli atti compiuti dai gatti divengano identificabili coi corrispondenti compiuti dall'uomo, occorre che la coscienza dia loro le note di necessità e di universalità, occorre che l’individuo compiendoli sappia di compiere un'azione che deve essere compiuta, onde vi concorre con tutta la propria energia individuale. I gatti son tratti ad operare in tale o tale altro modo, mentre l’uomo opera così, perchè crede che così ss deve operare. L'’essersi i gatti adoperati a soccorrere i loro simili prima di appagare i loro appetiti lungi dal poter essere citato come una prova del loro rpirito di sacrificio s’interpreta benissimo al lume di quella nota legge psicologica, secondo cui i sentimenti e gli appetiti che si presentano fuori del consueto assumono un’insolita intensità e vivacità in confronto di quelli usuali, ordinari ed insorgenti ad intervalli fissi e determinati. Si aggiunga poi che dalla psicologia moderna gli animali non son più considerati come incapaci di qualsiasi iniziativa e sforpiti di qualsiasi forma di aitività individuale, organizzato, poggiando sul principio della cooperazione, i sentimenti di tenerezza e di affezione reciproca devono giungere ad un grado notevole di sviluppo, come quelli che stanno a significare l'accordo esistente tra l'interesse dell'individuo e quello della comunità. Del resto lo stretto e rigoroso individualismo non è più ammesso nemmeno in biologia, in quanto si è andata sempre più accentuando una reazione benefica alle vedute prettamente darwiniane colle ricerche compiute sulle varie forme di associazione presso gli animali. Basta ricordare qui le accurate indagini dell'Espinas, del Cattaneo e del Perrier, le quali tutte hanno mirato a porre in sodo che l'associazione, l'assistenza reciproca, la divisione del lavoro (la cui influenza fu dapprima in modo cosi evidente posta in luce da H. Milne Edwards) e la solidarietà che ne risulta hanno esercitato un'azione preponderante sulla formazione, sullo svolgimento e perfezionamento degli organismi. Se l'esistenza della simpatia nel regno animale quale fatto primitivo ed universale può formare oggetto di discussione trai naturalisti psicologi, ogni dibattito cessa di essere g'ustificato per quel che riguarda l'uomo. Noi conoscia:no questo soltanto come essere sociale e quindi come determinato nelle sue azioni ad uno stesso tempo dal suo proprio volere e dal volere della collettività a cui l’individuo appartiene: la relativa indipendenza e separazione del volere individuale appare solo come il risultato di uno svolgimento tardivo. Si pensi che il bambino diviene solo gradatamente cosciente della forza della propria volontà, mentre da principio a mala pena si distingue dall'ambiente da cui è come a dire trascinato. Del pari nello stato naturale I n= “© Redi a ee ; e e e i . @1’oo@-@ a e e il predominio e la preponderanza appartiene al sentire, volere e pensare collettivo. L’ uomo, per così dire, s' individualizza a poco per volta emergendo da uno stato d'indifferenza sociale, senza separarsi però mai completamente dalla sua comunità. Il dire che noi abbiamo bisogno della riflessione e del calcolo e dell'esperienza per poter agire a favore degli altri è tanto assurdo come voler dar ragione delle azioni egoistiche, ricorrendo agli stessi mezzi del calcolo, della riflessione, ecc. : in entrambi i casì la volontà agisce in modo immediato; ed anzi possiamo aggiungere che ogni complicazione avrebbe per effetto di paralizzare o di rendere meno pronto l'operare. Ogni forma di riflessione e di calcolo piuttosto che precedere segue gli atti. D'altra parte l'affermare che la simpatia nasce dal riflettersi dei sentimenti altrui nell'anima nostra in rapporto alla loro intensità, e in qualche maniera alla loro qualità, non . implica nient'affatto l'identità del sentimento originario e di quello riflesso. Tra la sofferenza o il dolore originario e la pietà, o la compassione vi è una profonda differenza dal punto di vista qualitativo : è lecito forse identificare rispettivamente l'angoscia di colui che sta per annegarsi o la sofferenza dell'operaio disoccupato che teme la fame coi sentimenti che producono in modo riflesso in chi osserva la coraggiosa risoluzione di salvare il primo e l 'atto di carità tendente ad alleviare la miseria del secondo ? Se così stesse la cosa, nota molto a proposito il Wundt (1), il sentimento riflesso perderebbe appunto quelle (1) Wundt Ethik, Stuttgart. proprietà che lo rendono un motivo di soccorso attivo. Insomma l’anima umana è cosiffatta che non rimane indifferente di fronte all'apprensione dei fatti psichici dei suoi simili, ma in certa guisa se li appropria, rendendoli parte del contenuto rappresentativo ed emotivo della sua propria psiche : i fatti psichici altrui però penetrando nella. nostra coscienza conservano qualcosa di proprio, come a dire un segno della loro provenienza estrinseca, per cui assumono uno speciale valore emotivo per il nostro spirito. Di guisa che da una parte i sentimenti altruistici sono originari allo stesso titolo degli egoistici e dall’altra ciascuna delle due categorie di sentimenti presenta delle qualità specifiche irriducibili per cui non può non fallire ogni tentativo di derivare gli uni dagli altri. Allo stesso modo che non v'è caso altro che nel sogno e in talune forme d'alienazione mentale che noi scambiamo la nostra propria personalità con quella di un altro, così non è possibile un'identità originaria dei sentimenti riferentisi a noi stessi e di quelli relativi ad altri soggetti. Da ciò consegue non solo che il conflitto degl’inpulsi egoistici con quelli altruistici è una delle forme più frequenti di contrasto tra i motivi della volontà, ma anche che in tale lotta vincono ora quelli di una specie, ed ora quelli di un' altra. Del resto se le tendenze sociali fossero qualcosa di secondario e di derivato non si vede come e perchè non sarebbero sempre vinte e superate dai sentimenti originari. Nessuna riflessione e calcolo avrebbe la virtù di produrre un tale effetto. Di maniera che l’ individualismo psicologico mena dritto all’ egoismo morale. Fortuna che la forza dei fatti è maggiore di quella delle teorie ! (Wundt). Il fondo dell’individualismo è una concezione meccanica del mondo morale ; esso isola l’uomo nel bene come nel male, facendo poggiar tutto sull’individuo e non vede in ogni associazione umana che un aggruppamento artificiale ed essenzialmente transitorio. La veduta collettivistica concepisce il mondo come un vero organismo, alla cui vitalità collabora l'individuo come membro e parte. La società in quanto produce e consuma non è più considerata come un aggregato d'atoii isolati, ma come un sistema organico nel quale la produzione e la distribuzione delle ricchezze rispondono alle funzioni di assimilazione e di circolazione proprie di ogni essere vivente. Onde la conservazione dell'organismo apparisce alla coscienza dell'individuo come il dovere più alto e imperioso, o alineno quest’ultimo dovere prende posto accanto al dovere di conservazione personale. È evidente che tale concezione dello spirito sociale racchiude l'idea più alta della moralità, la quale è una produzione della società di cui segue i progressi e le vicende. Del resto anche nell'individuo isolato la moralità non consiste soltanto nel verdetto interiore della coscienza (tanto è ciò vero che le buone intenzioni non bastano a sostituire una buona azione), bensi nella collaborazione reale all’organizzazione della natura secondo la ragione, o nella contribuzione al bene generale a cui l'individuo ha il dovere di sacrificare senza esitazione i suoi interessi ed anche la sua persona. La disfatta dell’individualismo e dell’egoismo per mezzo del principio morale, ecco adunque l’ideale: se non che vincere non equivale a distruggere completamente : l’io è l'io, e rimane tale necessariamente : e si trova da per tutto, anche, come sì è veduto, nei sentimenti di simpatia e di pietà che si provano per gli altri. Onde se si vuole che un individuo cooperi al benessere degli altri bisogna fargli occupare nella società il posto che gli compete; così egli potrà svolgersi interamente e spiegare liberamente, ma sempre legittimamente la propria attività. n'e Dopo aver determinato la natura e i caratteri della simpatia che va considerata come il fondamento organico dello spirito sociale e quindi della moralità, s'affacciano alla nostra mente parecchi quesiti: 1° E ammissibile l'assenza completa della simpatia o anche una deficienza notevolissima di essa, e nel caso affermativo, si possono porre in opera dei mezzi per accrescerla, o per produrla addirittura? Che significato ha la deficienza della simpatia e quali sono le cause determinanti di un tal fatto? In che rapporto si trova la simpatia colla morale vera e propria ? 4° La tendenza alla malevolenza è spiegabile solamente con l'assenza pura e semplice della simpatia, ovvero bisogna ammettere auche l'antipatia come determinazione originaria primitiva e positiva ? 1° Che l’attitudine a simpatizzare possa mancare del tutto non è ammissibile, almeno fino a tanto che non si esce dai confini del normale; è soltanto in stati morbosi o semplicemente anormali che si può riscontrare la preponderanza, e nemmeno allora assoluta, dell’egoismo. In casi determinati però sì può osservare una notevole diminuzione di detta attitudine, ed è impossibile negare che l'animo dei bambini alle volte non appare, giusta le parole di Heine, come lo specchio fedele dei sentimenti che si producono intorno a lui. Se non che qui occorre osservare che il contagio dei sentimenti può avvenire tanto nel s:nso buono quanto nel senso cattivo, onde da tal punto di vista tra i giovani chiusi in una Casa di custodia bisogna distinguere quelli che avendo attitudine alla simpatia e all’imitazione e che trovandosi a contatto dei tipi sfornitine completamente son divenuti malvagi anche loro, rotti al vizio e sordi alla voce di qualunque sentimento sociale, da coloro che effettivamente nacquero deficienti in fatto di simpatia e di attitudine ‘all’imitazione. Son questi ultimi i tipi che si potrebbero dire gli originali dal punto di vista antisociale. Essi non intendono conformarsi a nessun modello e a nessuna regola, il che non esclude che possano avere del talento. Sorge spontanea la domanda: Ci son dei caratteri differenziali tra chi è divenuto antisocievole in seguito all'esempio ed alla suggestione e chi è nato tale per deficienza di attitudine alla simpatia ? I dati anamnestici accuratamente raccolti possono fornire dei lumi a tal proposito, ma è l’esame psicologico fatto ripetute volte e l'osservazione diligente del soggetto fatto a sua insaputa che potranno fornire il bandolo della matassa. Un bambino che non ha nessuna tendenza ad imitare ciò che vede fare dinanzi a lui, un bambino che tende a starsene isolato in un canto e che non sente il bisogno di ripetere i giuochi e di trastullarsi, un bambino che rimane estraneo a tutti i sentimenti degli altri e che risponde alle osservazioni fattegli col silenzio o con frasi prive di senso, con repliche amare e con scuse false, un tale bambino deve destare sospetto, giacchè le note suesposte depongono per un carattere, il quale per natura ha poca attitudine alla simpatia. Bambini di questo genere, specie se in età precoce, nelle ore di allegrezza si gettano su di voi e magari vi stringono con furore, vi tirano le braccia con tutta la loro forza e vi tormentano in mille modi e sembrano d’ignorarlo ; se li avvertite si meravigliano . e se insistete perchè vi lascino in pace, continuano a molestarvi e nel caso che prolighiate loro delle carezze non sentono il bisogno di ricambiarvele. Del resto si può dire che il carattere persistentemente egoistico si riconosce da una quantità di nonnulla, dei quali ognuno preso per sè val poco, ma messi insieme difficilmente ingannano il pedagogo ed il psicologo sagace. Aggiungiamo che colui che è fornito del dono della simpatia naturale si mostra più passibile di miglioramento e di educazione. L'individuo, infatti, il quale in forza del contagio morale è divenuto cattivo, ma che ha l’attitudine alla simpatia e che perciò presenta un carattere modificabile può d'un tratto, date le condizioni opportune, presentare mutata la sua fisonomia morale, può divenir buono appunto perchè la sua psiche è organizzata in modo da sentire l’azione della suggestione e dell'esempio, mentrechè l'individuo in cuì predomina l'egoismo rimane sordo a qualsiasi stimolo, epperò si rivela incapace di notevole miglioramento, s'intende nelle ordinarie Case di correzione (1), giacchè la cosa muta sott A lui si possono rivolgere le parole di Mefistofele (GOtbc, Faust): Du b'st am Enda was du bist Setz dir Perruecken auf von Millionen Locken Setz deinen auf ellenhohe Locken Du bleibst doch immer, vas du hist . condizioni diverse, come vedremo in seguito, parlando del rapporto della simpatia colla moralità. S'intende da sè che di tipi siffatti fortunatamente se ne riscontrano pochissimi: ed è chiaro del pari che l’uducazione, l'esempio come tutti i mezzi atti a spiegare la loro azione sull'individuo si dimostrano inefficaci a produrre o ad accrescere quella disposizione psichica che, come abbiamo veduto disopra, ha una base organica e fisiologica molto manifesta ; non altrimenti che chi sorte da natura una qualsiasi deficienza organica, per quanti storzi faccia, non arriverà mai ad acquistare ciò di cui manca, così chi è nato manchevole in riguardo, diremmo quasi, del senso so.ciale, deve rassegnarsi a rimanere tale, senza sperare che in lui avvenga un radicale mutamento, s'intende sempre dal punto di vista della sensibilità sociale. Vediamo che significato vada attribuito alla deficienza della simpatia e quali ne siano le cause. Già Maudsle;- dichiarava che la posterità degli uomini le cui azioni durante la vita si ispirarono ad uno stretto egoismo manifesta maggior predisposizione alle malattie mentali che non la discendenza di uomini, i quali durante la loro vita ebbero degli ideali morali e sociali elevati. Stando allo psichiatra inglese, l'amore esclusivo del guadagno e per conseguenza una vita dedicata al conseguimento del proprio vantaggio esclusivo ha per effetto dapprima che le attidudini nobili ed elevate divengono rare e dipoi che i fenomeni della degenerazione cominciano a predominare. Ed il medesimo autore aggiunge che il cammino della degenerazione in certe famiglie attraversa le seguenti tappe: 1° sviluppo notevole, sotto l'influenza dell'ambiente sociale, delle passioni egoistiche ; 2° apparizione di qualche forma leggera di disturbo psichico che però può raggiungere anche il grado di una vera psicosi; 3° ulteriori passi della degenerazione che per lo più sono rapidi e funesti. Senza stare ora a ricercare la parte di verità contenuta in tale asserzione del Maudsley, noi ci crediamo autorizzati ad affermare che la deficienza della simpatia è indizio di un disordine abbastanza profondo dell'attività psichica e quindi anche del sistema nervoso o di tutto l'organismo addirittura. Essa rivela un'anomalia ancora più profonda che non le tendenze all’ozio ed alla menzogna, tanto più se si pensa che l'attitudine alla simpatia ed all'imitazione è un dono che noi abbiamo comune cogli animali superiori. Si comprende agevolmente che le cause, le quali hanno prodotto un tale effetto hanno dovuto essere persistenti ed oltremodo importanti. Per noi sono determinate condizioni d'esistenza sociale, le quali hanno imposto all’uomo civile di mettere in opera tutti i mezzi egoistici a sua disposizione per poter vincere nella lotta per la vita che accompagna l’individualismo. La scuola del successo non insegna altro che ad appuntare ed affilare le armi dell’egoismo. Non è in una forma determinata di degenerazione patologica del cervello, ma nelle condizioni d'’esistenza sociale, specie delle grandi città, che il delinquente può trovare la più forte, quantunque sempre incompleta, scusa. E le pene applicate nelle prigioni e nelle case di correzione sono, com'è noto, completa nente inefficaci a migliorare i colpevoli. E appunto perchè la miseria è la grande sorgente dell'immoralità e del vizio, la produttrice dei falli e dei delitti di ogni sorta, s'impone il dovere di combatterla e di farla scemare quanto più è possibile. La ricchezza, è vero, rende il cuore duro, si accompagna con l’'avarizia, la cupidigia, la lussuria, l’accidia e la superbia come d'altra parte la povertà ha le sue virtù proprie e la sua grandezza morale particolare, ma chi oserebbe negare che l'estrema povertà e la squallida miseria sono oltremodo favorevoli al rigoglio della delinquenza e che insieme costituiscono le più potenti cause per cui l'uomo si dà all'ubbriachezza, Ja donna alla prostituzione, onde il bambino, rimanendo privo d'educazione, d'istruzione, di assistenza, di buoni esempi, diviene precocemente ipocrita, mendico ed anche ladro? E chi oserà inoltre porre in dubbio che la cattiva azione compiuta nella prima generazione sotto l'impero della necessità e del bisogno passa con molta facilità sotto forma di tendenza nel sangue della seconda generazione, presso la quale si esplica anche spontaneamente e naturalmente ? E chi negherà infine che sopratutto nelle grandi città, date le orrende condizioni di abitazione, la perversità e il vizio entrano come elemento necessario e inevitabile della esistenza ? Da tutto ciò consegue che una ripartizione più equa della ricchezza, il miglioramento generale della vita di famiglia e dell’educazione infantile, l'aumento delle ore di libertà concesse all’ operaio e l'aumento del suo salario contribuiranno necessariamente a far decrescere il numero dei criminali e dei predisposti alla delinquenza ed al vizio. 3° Ma, si può qui domandare, chi non ha attitudine alla simpatia, è perciò stesso condannato alla immoralità, al vizio, è un candidato alla delinquenza ? A tal uopo prima di tutto bisogna ricordare quello che noi abbiamo detto di sopra, vale a dire che l’assoluta mancanza della simpatia è inammissibile, onde deriva che una delle basi naturali della moralità non viene mai a mancare del tutto e che la sua deficienza può essere compensata da una cooperazione maggiore degli altri fattori : poi è necessario intendersi snl significato esatto da dare alla parola simpatia: se questa è presa in senso lato, vale a dire come l'attitudine a ricevere qualsiasi influenza proveniente dal di fuori, di qualsivoglia natura questa sia, se essa è scelta a designare un rapporto qualsiasi, anzi la possibilità di ogni rapporto intercedente tra l'attività dell’individuo e quella della collettività in cui egli vive, opera e si muove, allora non vi è dubbio che il dominio della simpatia coincide perfettamente con quello della moralità, in quanto spirito sociale (simpatia) e spirito morale sono espressioni che si equivalgono. Ma la simpatia intesa così non può mai mancare: l’uomo sfornito di spirito sociale è un'astrazione bell'e buona, giacchè la caratteristica dell’uomo sta appunto nel suo essere intimamente collegato per natura coi suoi simili, come la caratteristica vera del folle è nell’essersi liberato dai vincoli che legano l'individuo alla società. Ed ancorchè lo spirito sociale si mostri alquanto affievolito, non mancano i mezzi per ratforzarlo, come si vedrà in seguito. Se invece la simpatia è presa in senzo stretto, vale a dire come l’attitudine dell'individuo a provare sentimenti analoghi a quelli dei suoi simili in seguito alla percezione dei segni o rlelle espressioni dei detti sentimenti, allora la debolezza della simpatia non trae seco l’immoralità : ed è la simpatia intesa così che se si sorte debole da natura, non può per nessuna via essere rafforzata con mezzi artificiali di qualunque genere questi siano. Insomma l’attività od il volere individuale può essere indirizzato al bene o perchè spintovi dalla percezione delle estrinsecazioni dei sentimenti esistenti negli altri, i quali per tale via si riflettono nell'anima dell'individuo, ovvero in virtù dell’azione esercitata sulla vita psichica individuale dal volere sociale. L'uomo più o meno consciamente, più o meno riflessivamente come più o meno intensamente si lascia influenzare dall'ideale umano, che rappresenta il prodotto della società presa nel suo insieme attraverso il corso della storia, anche quando l'attitudine a simpatizzare è deficiente nell'individuo. Nè può essere diversamente, se si pensa che ciascun individuo è legato all'umanità tutta quanta da comunità di natura, di vita, di bisogni, di tendenze, di principii. L'esistenza dell'individuo è così strettamente congiunta con quella della società che tuttociò che è favorevole ad essa torna a vantaggio dell’individuo, mentre soffrendo essa, una parte delle sue sofferenze ricade necessariamente su quest'ultimo. Interesse generale, maggior felicità per il più gran numero, bene supremo son tre espressioni diverse d'uno stesso principio. Ciascuno sente in modo più o meno vivo, più o meno chiaro che il bene supremo non ha la sua sede nell’individuo, ma al di fuori di lui nelle grandi opere collettive, nei grandi risultati sociali ai quali l'individuo deve collaborare, e su cui ha anche il dritto di prelevare la sua parte di benefici. Se non che il bene supremo non è per il genere umano una proprietà stabile, fissa e definitiva, un bene acquisito una volta per sempre, ma un ideale non mai totalmente attuato, che ciascun individuo, anche il più umile deve sforzarsi di far trionfare. Di qui la grande contradizione, l'eterna antinomia che, come dice lo Ziegler (1) nessun Dio, nessun miracolo faranno scomparire : l’antinomia dell'individuo e della collettività, della felicità individuale e della moralità. Da una parte l'individuo per sua propria natura tende alla felicità. dritto assoluto per lui e dall’altra il dovere sociale gli prescrive di sacrificare questa felicità al bene dei suoi simili. Ora ciò che va tenuto in considerazione è che il volere sociale ha efficacia sugli individui non solo in quanto havvi tra loro comunità di sentimenti per via della percezione reciproca delle manifestazioni di questi, ma anche e sopratutto perchè gl’individui son atti a sentire l’azione dell’ideale sociale per qualsiasi mezzo ciò intervenga. Da una parte adattare la propria vita individuale alle esigenze dell'esistenza sociale, compiere il proprio dovere equivale a salvaguardare nel miglior modo i proprii interessi e dall'altra separarsi dai suoi simili, voler brutalmente far trionfare la propria personalità a detrimento di quella degli altri (il che propriamente costituisce l'egoismo e la malvagità) equivale a non possedere nemmeno la felicità individuale, in quanto la vita di colui che si sente solo è necessariamente vuota e triste. Tale è l'ordine delle cose, quale risulta non da una legge esterna e trascendente, ma dail’essenza (1) Ziegler. La question sociale est une question morale trad. fr., Paris, stessa dell'uomo e della società umana. Tale è il fondamento sul quale poggia la fede ottimista nel trionfo del bene; trionfo che pur non essendo mai definitivo e completo, riceve sempre una conferma dalle lotte che si sostengono e dagli sforzi che si compiono in suo nome. È qui il luogo di accennare ai mezzi che devono essere messi in opera affinchè lo spirito sociale si svolga anche là dove il dono naturale della simpatia si presenta a mala pena accennato : e ognuno intende che il primo posto a tal riguardo tocca all’educazione, la quale deve essere tutta intesa a rafforzare i rapporti tra l'individuo e la società, per modo che questa agisca incessantemente e in modo preponderante su quello, deve essere intesa, cioè, a generare nell'animo individuale l’intima convinzione che al disopra del proprio volere havvi una volontà ed un potere d’ordine superiore a cui è impossibile sottrarsi, deve dunque mirare ad abituare l’individuo a sentire il proprio volere modificato e determinato da un altro volere superiore. À. tal uopo va ricordato che nella prima età è su tante piccole cose, su tante minuzie che si edifica spesso il carattere morale dell’individuo. Gli atti che si eseguono, le parole che si pronunciano in presenza dei bambini, tutto ha una importanza grandissima in un'età, nella quale propriamente avviene l’organizzazione della vita psichica e lo spirito acquista l'impronta propria (1). Magni interest, diceva Cicerone, quos quisque audiat quotidie domi, quibuscum loquatur a puero quemadmodum Bonfigli. Dei /attori sociali della pazzia in rapporto con l'educazione infantile. Roma 1894. Cicerone, De claris oratoribus. Id. De lege agraria od popul. VIN patres, paedagogi, matres etiam loquantur. Senza che l’intelligenza difetti, senza che vi sia la cosidetta anestesia morale, l'individuo, in virtù dell’ educazione si può rendere per abitudine moralmente insensibile, perchè nell'infanzia le di lui relazioni coi parenti e con la società non si son volute accompagnare con sentimenti piacevoli corrispondenti, nè sono state dirette a svegliare in lui interessamento per tutto ciò che varca il proprio io. Nei casi di mancanza di affetti, d’anestesia morale spesso l'organizzazione non ha coloa, ma si deve tutto a circostanze esteriori, delle quali tocca all’educatore tener conto. Von tngenerantur hominibus, diceva anche Cicerone, mores tam a stirpe generis et seminis, quam er its rebus, quae ab ipsa natura loci et a vitae consuetudine suppeditantur. La volontà, come tutte le funzioni psichiche, può essere coltivata e condotta a maggiore sviluppo mediante l’esercizio: onde nei bambini hanno un'importanza speciale gli esercizii di detta facoltà. Il Perez ha scritto pagine importantissime su tale argomento, insegnando al pedagogista come anche nelle più piccole circostanze questi possa trovare il modo di esercitare nel bambino questa nobile attività dello spirito. Noi non terremo dietro al citato autore nell’ indicare i varii mezzi con cui la volontà può essere ratforzata: diremo solo che egli molto opportunamente not a che le decisioni e ie convinzioni del bambino sono /ragilissime, non tanto per la sua inesperienza quanto per la sua impulsività (data la poca coordinazione, la diversità e il numero relativamente piccolo dei motivi che spingono all'azione) e per aL ansi rr iz _la debolezza relativa del cervello e dei muscoli, ond’è bene che gli esercizii della volontà siano fatti quando essa non è stanca e quando il bambino è fresco e vivace. Ciò sopra tutto riguarda gli esercizi della cosi detta volontà repressiva, in cuì si concentra la forza d'inibizione. Il fatto d'inibizione incosciente per cui i gridi di dolore di un bambino vengono arrestati da un rumore improvviso, c’insegna come si debba da noi esercitare nel miglior modo questa specie di volontà repressiva. Così potremo arrestare ì movimenti di collera in un bambino, producendo in lui un nuovo stato di coscienza, mercè una sgridata; e fra quei due stati si stabilisce un'associazione che rende più facile l'arresto nell’ avvenire. Nello stesso modo si può esercitare la volontà repressiva, facendo si che il bambino moderìi l’ istinto della fame e della sete col prestare attenzione ai preparativi che si stanno facendo pel desinare e così via dicendo. È cosi dice il Perez che la ‘ volontà comincia a poco a poco e dolcemente, a trionfare degli istinti più potenti ed a sopportare le punizioni più penose . Oltrechè con i mezzi che si possono dire derivatici e in certo modo preliminari, applicabili specialmente ai bambini di minore età, la volontà viene e rafforzata favorendo certi dati sentimenti, quali l’ amor proprio, l'amor dei parenti, l'orgoglio di far bene, ecc. e lo svolgimento di determinate facoltà quali l’attenzione e la riflessione. Il vivere nella famiglia, il conversare coi parenti e coi compagni, la società intera, le leggi civili ecc., debbono concorrere coll’esempio, coll’approvazione e disapprovazione, coi comandi, coi divieti, coi premi, coi castighi a produrre nel giovine la convinzione che la sua propria volontà è sotto l’azione di un'altra volontà d’ordine superiore. Importantissimo sotto questo rispetto è l’influsso della religione: perocchè il rappresentarsi certe azioni come approvate o disapprovate, prescritte o vietate, premiate o punite dal più alto e perfetto degli esseri, dal potere e dalla santità suprema, non può a meno d'imprimere nei sentimenti relativi una forza, una profondità, un carattere sacro ed inviolabile che senza questa credenza difficilmente a vrebbero. Se poi sì considera come la prima relazione morale che si presenta tra i genitori e il fanciullo è quella dell'autorità da un lato, della dipendenza, soggezione dall'altro, s'intende facilmente che il primo passo nella via di questo svolgimento è dato dall’obbedienza da parte dei bambini. Per ottenere tale virtù varî sono stati i metodi posti in opera dai filosofi. e pedagogisti. Così Locke aveva fiducia nell'amore e nella’ paura, Fénélon nell’ autorità, Rousseau nell’efficacia degli” ordini e delle proibizioni, fondati entrambi questi sulla necessità delle cose e sull’effetto morale prodotto dalla conseguenza naturale degli atti, Spencer parimenti nella teoria disciplinare delle conseguenze, Bain nella paura temperata dall’ affetto, nell’ autorità che s'impone persuadendo, e talora anche nella correzione e Perez ed altri nell'azione del piacere e del dolore adoperati insieme da chi presso il bambino gode di simpatica autorità. Noi crediamo che nessuno di questi mezzi sia sufficiente se adoperato in modo esclusivo; tutti devono esser messi in opera nei casì in cui la simpatia naturale si presenta debole; ma certamente la preferenza tocca a quello dell’autorità, purchè questa sappia mostrarsi fornita di pregio e di valore agli occhi del bambino. Il segreto sta tutto qui: nel sapersi imporre al bambino non con la semplice forza, ma con questa circondata da tutte le doti atte a suscitare l'ammirazione e l'interesse, ed anche la curiosità di lui. Sicchè nei casi suaccennati l’educazione morale ha bisogno del soccorso delle rudimentali tendenze estetiche ed intellettuali del bambino. È naturale che un individuo sfornito anche di queste non entra più nel dominio normale, ma in quello prettamente patologico. Chi pone una barriera insormontabile tra un individuo e l'altro dal punto di vista dello spirito e considera oghi forma di attività spirituale come esclusivamente legata al corpo dell'individuo ed anzi ad un punto dello stesso corpo si chiude la via per poter intendere la realtà dello spirito sopraindividuale che non riconosce la sua base negl'individui come tali, ma nelle associazioni di questi e insieme si chiude la via per intendere l’azione che può esercitare lo spirito collettivo nelle sue varie forme su quello individuale, Eppure è un fatto che dalla vita puramente organica si è svolta una vita sopra-organica, il cui primo grado è rappresentato dalla famiglia, composta di individui o membri che sono parti dello scopo a cui tende quella forma collettiva e insieme mezzi appropriati a raggiungere lo stesso. E questa associazione spirituale degli uomini non sì presenta come un‘ aggregato, nel quale l'individuo rimanga immutato nelle sue proprietà, ma come un sistema per cuì egli acquista caratteri che diversamente non avrebbe mai ottenuto. Le potenze superiori dello spirito della vecchia psicologia descrittiva (ragione, volere, ecc.) sono da riguardare appunto è quali facoltà psichiche acquisite solo per mezzo della vita sociale, a differenza di quelle inerenti propriamente all’individuo che sono di ordine inferiore (intendimento, appetito, ecc.). L'uomo pensa il suo istesso pensiero e lo sottopone a norme universali, come valuta il suo volere rapportandolo alle leggi morali; e ciò perchè egli ha, per così dire, una doppia vita interiore, una individuale ed una comune cogli altri uomini, la quale ultima è sopra-ordinata all'altra. Riassumendo, quando la simpatia (intesa in senso stretto) è debole, l'educazione morale può essere sempre compiuta a patto che il bambino venga abituato a sentire la sua propria volontà influenzata da una volontà d’ordine superiore. A ciò conseguire è necessario che sia lbene fissato un peculiare rapporto implicante autorità da una parte e soggezione dall'altra : rapporto che alla sua volta non può divenire stabile e regolare se non sotto la condizione essenziale che l’autorità, l'energia si circondi di una certa aureola atta a rispondere alle rudimentali esigenze este tiche ed intellettuali del bambino. È evidente però che l'educazione non potrebbe mai produrre simili etfetti, se non esistesse in ogni uomo (a prescindere dall’attitnnine alla simpatia affettiva) il germe della moralità, vale a dire l'attitudine ad avere ed a sentire la propria volontà in dipendenza di un'altra volontà : attitudine che, come si è visto, costituisce l'essenza propria dell’uomo qual’essere ragionevole e socievole. L'educazione non può creare la moralità allo stesso modo che l'educazione artistica non potrebbe creare il senso del bello e l'educazione del palato il senso del gusto in chi da natura ne fosse sprovvisto. Quello che noi abbiamo T Tr_r*0- T Da quando sì cominciò a riflettere sui vari poteri dell'anima umana, si notò che almeno due grandi categorie di attitudini passive o recettive le une, attive o appetitive le altre bisognava assolutamente distinguere. Nè poteva esser diversamente dato il fatto che ogni processo psichico realmente presenta due aspetti, quello recettivo da cui germogliano tutte le funzioni conoscitive e quello attivo da cui germogliano le varie fore dell’attività pratica. Lo spirito umano d'altra parte, spinto dalla tendenza a tutto unificare ed armonizzare, a misura che progredi nella riflessione e nella speculazione, cercò di isolare i caratteri e le proprietà comuni ad un complesso di fenomeni nella credenza che in questi prodotti della sua facoltà astrattiva potesse trovare i principii veri delle cose: nè si curò di vedere se i detti elementi comuni esprimessero altro che caratteri puramente formali. Onde avvenne che fin nella filosofia greca noì troviamo itentativi più audaci per porre il principio di tutti i principii in qualcosa di puramente formale : cosi per Aristotele il fondo dell’universo è il movimento, mentre per Platone, segnatamente nel Fedone, è il mondo delle idee concepite come forze, e in tutto il corso della storia della filosofia noi troviamo sempre ripe (1) Questo Saggio che ora rivede qui la luce con molte modificazioni ed aggiunte, fu pubblicato la prima volta col titolo “ Il fattore della motilità nelle dottrine gnoseologiche moderne, nei Rendiconti dell’ Accademia dei Lincei. tute queste due intuizioni in modo più o meno chiaro ed evidente. L'attività, ecco la formola atta ad esprimere la sostanza dell'universo. Ognuno vede che l’attività, la forza, il movimento essendo concetti puramente formali potettero essere applicati agli usi più disparati in rapporto al vario contenuto ad essi attribuibile. Da tal punto di vista gli assiomi logici furono considerati impulsi atti a muovere la mente in date direzioni, impulsi che se ostacolati producono un senso di disagio, il quale alla sua volta cessa coll'appagamento di quelli. Il pensiero adunque fu ridotto al tentativo di soddisfare ad un impulso speciale incitante ad una forma di movimento spirituale diretta a produrre appunto l'appagamento e quindi la quiete. È evidente che in tal caso le parole tendenza, movimento, impulso, ecc., hanno un significato differente da quello in cui sono ordinariamente adoperate per indicare mutamenti nelle relazioni spaziali, ovvero mutamenti nei rapporti della vita pratica. Ciò che va notato è che noi abbiamo degli impulsi, delle tendenze di natura differentissima, i quali vengono poi aggruppati in una sola categoria soltanto per mezzo di un carattere espresso dal nome, il che, è evidente, non basta per dichiarare identico e neanco affine il contenuto delle cose che si vogliono significare. Certamente voi potete esprimere il processo intellettuale per mezzo di una tendenza al movimento, ma in tal caso dovete ricordare che si tratta di un movimento di ordine speciale ; infatti l'imperativo logico può assumere la forma di opera così ma l’ opera così equivale in tal caso a pensa così e il pensa così significa è così >; l'imperativo pratico opera così invece non mira all'affermazione della realtà, ma solamente al raggiungimento dello seopo speciale prefissosi a cui è inerente l'appagamento. Se io non sono soddisfatto dal punto di vista teoretico, se io cioè non ho operato in conformità delle leggi logiche la cosa non sta in realtà come mi appare, ma se io non sono soddisfatto dal punto di vista pratico la stessa conchiusione è evidente che non è ammissibile ; in altri termini l'insoddisfacimento pratico non implica alcun giudizio sulla realtà, ma soltanto sul valore di essa. Quando adunque in filosofia si parla di attività, di forza, di energia, di movimento come di concetti atti a darci la chiave per risolvere i più ardui problemi, in sostanza non si dice nulla di concreto e di determinato; vi è sempre luogo a domandare in ogni singolo caso in cui una di tale parola è adoperata, di che sorta di attività, di che sorta di forza s'intenda parlare. E forse il fascino che spesso tali espressioni esercitano sui metafisici dipende appunto dal vago e dal nebuloso che esse contengono, onde ognuno vi può sottintendere ciò che vuole. In ogni modo l’analisi di dette nozioni, per quanto vaghe ed indeterminate, meritava di esser fatta; e in questi ultimi tempi la psicologia esatta, e la teoria della conoscenza hanno cercato di rispondere tale esigenza, col ricercare la loro origine e gli elementi concorrenti alla loro formazione. Il concetto che più degli altri ha attirato l'attenzione dei filosofi è stato quello di forza o di attività, la cui base psicologica è stata riposta nel cosidetto senso muscolare. Pertanto questo ha formato oggetto di studi accuratissimi da parte dei psicologi e dei fisiologi in modo che senza tema di esagerare si può affermare che tale ordine d’indagini forma una parte interessantissima della psico-fisiologia moderna. Noi ci proponiamo appunto di ricercare che valore abbia effettivamente il senso muscolare per sè considerato e in rapporto ai vari uffici che gli si vogliono attribuire per lo svolgimento della vita psichica in genere. Cominciamo dall’indagare la natura delle sensazioni muscolari. Le sensazioni muscolari. Esistono le sensazioni muscolari? Parrà strano, ma pur troppo è così; dopo tanto discutere sull'ufficio delle sensazioni muscolari nello sviluppo della psiche umana, ancora c' è bisogno di porre il problema circa l’esistenza di esse. È già da molto tempo che la questione delle sensazioni muscolari è dibattuta, sia in fisiologia che in psicologia ; e anche coloro che concordano nell’ammettere tali sensazioni sì scindono per quel che concerne la natura e la sede di esse: si ha così la teoria dell'innervazione centrale (Bain, Wundt, Ludwig ecc.) e quella dell’ innervazione periferica ovvero la teoria efferente o centrifuga e quella afferente o centripeta : secondo la prima, all'esecuzione del movimento precederebbe la coscienza dell'impulso dato e dello sforzo fatto per compiere il movimento stesso: e sostrato di tale coscienza sarebbero i centri e i nervi motori, la cui funzione precedente all’ esecuzione del movimento non potrebbe non rivelarsi alla coscienza. In favore di tale opinione parlerebbe massimamente la coscienza che si ha dello sforzo per muovere vn arto paralitico. Stando alla seconda opinione, il senso della forza sarebbe dato dai nervi sensitivi che dai muscoli e dalle placche esistenti tra i nervi e i muscoli trasmettono ai centri notizia delle varie condizioni in cui i muscoli si possono trovare prima e dopo la contrazione e dopo una fatica maggione o minore. In favore di tale opinione starebbero poi le osservazioni (Gley e Marillier) cliniche e sperimentali, le quali provano che con un arto paralitico non è possibile valutare nè il peso nè la direzione dei movimenti, nè la posizione degli arti, semprechè, bene inteso, gli occhi siano bendati. Qui dobbiamo notare che l'opinione del Wundt si è andata modificando ed ormai egli non ammette più la coscienza pura e semplice della innervazione centrale, ma per conciliare in certa maniera le due vedute, egli è d’avviso che il senso dello sforzo da principio fu di origine prevalentemente periferica, e come tale trasmesso e registrato nei centri cerebrali; ma poichè si trova connesso coll’immagine del movimento compiuto, è naturale che riproducendosi quest’ultima, si debba presentare anche l’imagine mnemonica delle sensazioni muscolari che l'hanno per l’innanzi accompagnata. In tal guisa sarebbe spiegabile come il senso dello sforzo e la misura della forza necessaria precedano l'esecuzione di un dato movimento. Del resto la questione non è definita in modo decisivo, ed anche oggi si pubblicano dei lavori in appoggio dell’ una e dell’ altra tesi. Parrebbe, ad esempio, dalle ricerche di Mosso e di Waller, che il senso della fatica non sia solamente di origine periferica, tanto più che volendo ridurre quella ad una forma di avvelenamento, è naturale che quel medesimo veleno, il quale agisce sulle terminazioni periferiche nervose, possa agire anche sui centri da cui deve partire l'impulso. Il Waller applica i risultati ottenuti dagli esperimenti fatti sul senso della fatica allo studio del senso dello sforzo, comunque questo sia una sensazione che accompagna l’ azione muscolare, mentre la fatica una sensazione chè segue l' azione muscolare : esse hanno però una causa ed una sede comune. La fatica, stando ai risultati offerti dal Mosso, si manifesta con segni tanto centrali che periferici : se l'attività volontaria di un muscolo è protratta fino al suo limite estremo, l'eccitazione diretta del muscolo può farlo agire ancora, il che prova che l’esaurimento centrale interviene prima dell’ incapacità ad agire da parte del muscolo : donde si è dedotto che se la fatica è dovuta ad ogni esaurimento tanto centrale che periferico, il senso dello sforzo del pari accompagnerà tanto l'attività centrale quanto quella periferica. Vi sarà un senso centrale d'innervazione motrice che aiuta e regola i movimenti muscolari. Al Waller però si è obbiettato che egli ammette come provati tre fatti, i quali effettivamente non lo sono: 1° i segni obbiettivi dell’esaurimento in un data parte non depongono sempre per il consumo di energia nella medesima parte: gli esperimenti del Mosso, infatti, provano che il lavoro intellettuale ol’ attività di alcuni muscoli fa scemare la forza dei muscoli in riposo ; 2° il senso subbiettivo della fatica non indica un previo sforzo nella stessa parte, come vien provato dal fatto che il senso di fatica e di peso nelle palpebre non è niente affatto proporzionato al lavoro che quest'organo ha compiuto, specie molte volte il mattino, dopo il completo riposo di quei muscoli; 3° i segni obbiettivi dell’ esaurimento non corrispondono per il sito della loro origine al senso subbiettivo della fatica, e lo stesso va detto dei segni obbiettivi dello sforzo rispetto al senso subbiettivo dello sforzo stesso. Il senso di fatica non accompagna necessariamente l'esaurimento obbiettivo, nè esso è localizzato dove questo ha luogo : lo stesso va detto del senso dello sforzo, il quale, sia mentale o fisico, non è localizzato negli organi centrali, ma in vari muscoli della testa e del corpo. Gli oppositori recisi alla teoria dell’ innervazione centrale vogliono che le sensazioni muscolari non siano per niente differenti dalle altre sensazioni speciali; il senso muscolare per loro è un sesto senso specifico proveniente dai muscoli che dà il sentimento dell’ attività, come l'’or| gano della vista dà il senso della luce e del colore. Non è ammissibile quindi che i centri e nervi motori entrino in simile meccanismo, come quelli che hanno una funzione diversa, ben definita da compiere. Il senso della forza e dello sforzo come precedente al movimento da eseguire, considerato come centrale, è un'illusione : è dai muscoli che quando già sta per incominciare il movimento, partono quelle eccitazioni, le quali danno il senso dello sforzo (1). Se non che molte obbiezioni sono state rivolte a coloro che hanno ammesso sen’altro le sensazioni muscolari periferiche. L'argomento che doveva presentarsi per il primo alla mente degli oppositori doveva essere quello dell’assen?a di ogni rivelazione della loro esistenza all’introspezione. Al che i sostenitori dell’esistenza delle dette sensazioni hanno risposto che essi ammettono solo la cooperazione, il concorso (1) V.atal proposito Bastian, “ L’Attention et la colonté,, Recue philosophique. di elementi muscolari nello svolgimento dei fatti mentali, in quanto i muscoli in contrazione (contrazione che accompagna i diversi stati psichici) agiscono come stimoli delle terminazioni nervose periferiche : la loro esistenza viene perciò mascherata dai molteplici fatti concomitanti. Allo stesso modo che, secondo James, la sensazione di rosso non si combina con quella di violetto per produrre il purpureo, ma i due stimoli agiscono nello stesso tempo in modo da dar luogo ad un processo cerebrale di una terza specie, il cui fatto concomitante è la sensazione purpurea, così noi possiamo benissimo avere una gran quantità di stati mentali, nei cuì processi organici concomitanti entrino degli elementi muscolari, mentre non possiamo dire di avere stati mentali che contengano sensazioni muscolari come parte della loro composizione. I processi nervosi derivati dagli stimoli della contrazione muscolare si uniscono coi processi nervosi provenienti da altra sorgente per produrre degli stati coscienti che sono irreducibili, come avviene della sensazione purpurea quando è considerata per sè. Gli atomi delle sensazioni, sempre secondo James, non possono combinarsi per produrre delle sensazioni più complesse, non altrimenti che gli atomi della materia non compogono i corpi fisici: è vero che quando essi sono aggruppati' in una certa maniera, n0: li chiamiamo questa o quella cosa, ma la cosa nominata non ha esistenza fuori della nostra mente . Qui si potrebbe obbiettare che noi possiamo otte. nere sensazioni separate del rosso e del violetto, e possiamo scovrire anche la somiglianza del purpureo con entrambi ì suol costituenti : ora come avviene che noi non percepiamo gli elementi muscolari come sensazioni separate ? Ma a ciò si risponde che uno stato mentale si può solamente analizzare e scomporre in quegli elementi che sotto condizioni diverse possono essere sperimentati come fenomeni separati; vi sono molte ragioni, perchè le sensazioni muscolari non possano essere sperimentate o solo con grande difficoltà. L' esplorazione colla vista e col tatto, che in altri casi aiuta e rende necessario il processo di localizzazione, qui appare impossibile. Noi impariamo, dice 1’ Hellemholtz, a dirigere l’' attenzione sopra quelle sensazioni separate, le quali servono come mezzi per stringere i rapporti col mondo esterno. Ora ognuno vede che non presenta alcun interesse pratico la distinzione delle sensazioni muscolari come tali, mentre è di grande importanza che le eccitazioni sensoriali provenienti dagli organi interni si combinino con quelle dei sensi specifici per formare quei processi nervosi complessi i cui concomitanti coscienti sono i sensi dello sforzo, della grandezza spaziale, ecc. D’ altra parte in casì speciali le sensazioni muscolari si rivelano all’introspezione : i crampi, la tensione muscolare giunta all'estremo, la fatica ecc. sono sensazioni localizzate nei muscoli. Infine Goldscheider ha mostrato che se lasciando passare per un muscolo anestesico una corrente elettrica, lo facciamo contrarre, abbiamo una certa sensazione somigliante a quella ottenuta colla pressione del muscolo, e localizzata non in tutto l’arto che si muove, ma solo nelle parti più profonde. Un secondo argomento degli oppositori è questo, che pur ammesso che nervi sensitivi esistano nei muscoli, questi serviranno solamente a darci notizia del grado di stanchezza dei muscoli stessi. Ma qui è facile rispondere che il senso di tensione è molto differente da quello di fatica e che taluni esperimenti fisiologici mostrano che l'attività muscolare diviene presso che impossibile senza la regolarizzazione apportata dalle sensazioni muscolari. Un'obbiezione fatta per prima da A. W. Volkmann dice che il senso muscolare può al più darci notizia dell’esistenza del movimento, ma difficilmente un’informazione diretta sulla estensione e direzione di questo. Noi non possiamo sapere se la contrazione del supinafor longus ha un'estensione maggiore di quella del supinator brevis ecc. Qui occorre ricordare che gli elementi muscolari essendo fusi con altre eccitazioni, non possono essere riconosciuti come tali e non possono essere localizzati nei muscoli, da cui traggono origine, ed è perfettamente vero che in molti casì è impossibile aver nozione dell'estensione e direzione del movimento muscolare; associati però con altri elementi sensoriali rappresentativi, possono essere di aiuto nella determinazione delle differenze esistenti tra i movimenti di varie parti del corpo. Miller e Schumann richiamarono l'attenzione sul fatto che ad un certo grado d'intensità dell’ eccitazione nervosa muscolare non sempre corrisponde una stessa posizione delle membra. Una stessa pressione sui nervi sensitivi dei muscoli può esistere nel caso di un grado notevole di contrazione, e di un grado leggero di tensione, come nel caso di un grado leggero di contrazione con: giunto con un grado notevole di tensione . A ciò si risponde che noi abbiamo imparato colla propria esperienza a distinguere esattamente tra una pura tensione muscolare non accompagnata da movimento ed un’ eccitazione capace di produrre il medesimo : e ciò perchè in ogni movimento le sensazioni sia mmnscolari, che tattili, visuali ecc. differiscono a seconda della resistenza incontrata da parte degli oggetti esterni o dei muscoli antagonisti; e tutte le combinazioni possibili di estensione, resistenza e rapidità sono associate con complessi di sensazioni differenti. Nel caso della semplice tensione la resistenza incontrata è minima, mentre è massima nel caso del movimento attuale: nei due casi le sensazioni concomitanti a quelle muscoluri devono per necessità essere differenti; e pur non considerando le sorgenti dei vari elementi sensoriali, l'impressione totale prodotta dalle loro differenti combinazioni è avvertita e differenziata Se moi avessimo solamente le sensazioni provenienti dai muscoli in contrazione l’obbiezione anzidetta reggerebbe, ma il nostro giudizio è sempre aiutato da elementi provenienti dai muscoli antagonisti e dalle parti connesse : pelle, tendini, ecc. Si è obbiettato che noi comparando i pesi paragoniamo in generale solamente la rapidità dei movimenti che ne risultano, e pensiamo che il peso leggero sia quello che più agevolmente sia stato alzato, come vien provato dal fatto che se un individuo è stato abituato per qualche tempo a sollevare alternativamente dei pesi di 600 e di 1200 grammi, solleverà con grande rapidità il peso di 800 grammi | sostituito a sua insaputa a quello di 1200 grammi, giudicandolo anzi più leggero di quello di 600 grammi. Tale fatto contraddice, a sentire. taluni, non solo alla teoria dell'innervazione centrale, ma anche a quella secondo cui le sensazioni muscolari c’informerebbero della resistenza, giacchè se così fosse, i pesi sollevati con impulso più energico dovrebbero essere maggiori. Se non che, come si è detto, é l’insieme delle sensazioni concomitanti che rende possibile la distinzione tra movimentoe resistenza: è la fissità di quelle associazioni che produce talune illusioni, quando le condizioni di esperimento non sono le abituali. Nel riferito esperimento il maggior adattamento all’ impulso può essere rivelato allo spettatore solamente per via della maggior rapidità che ne risulta, ma per la persona sottoposta all'esperimento la cosa essenziale non è la maggiore rapidità, nè l'impulso preparato, ma l’accomodamento maggiore dei muscoli nel momento di sollevare il peso minore. Si è notato ancora che la sensibilità muscolare non differisce nel caso che i movimenti siano prodotti attivamente da quando sono passivi. Bernhardt dapprima e poi Ferrier e Goldscheider stabilirono degli esperimenti facendo sollevare dei pesi per .mezzo della stimolazione elettrica dei nervi, e trovarono che la valutazione dei pesi è esatta ed accurata ogni volta che il movimento è prodotto da stimolazione elettrica o riflessa. Inoltre fu sperimentalmente provato che nel caso di movimenti passivi il minimum dell'escursione percettibile difficilmente differisce da quello dei movimenti attivi. Ma ciò non prova nulla contro la importanza delle impressioni muscolari nella percezione dei movimenti: pure ammesso che i movimenti attivi differiscano dai passivi non solo perchè l’immagine di essi precede e produce direttamente i movimenti, ma anche per molti fatti concomitanti periferici, in quanto nei movimenti attivi agiscono gruppi più estesi di muscoli, e vi è un maggior grado di tensione nei muscoli antagonistici e nei tendini, rimane sempre vero che nei movimenti passivi gli elementi essenziali per giudicare del grado e della direzione di quelli non mancano, ond’è che la ditferenza nei due casi non può essere grande. Si è cercato di spogliare quasi completamente di sensibilità i muscoli, attribuendola alle parti annesse, pelle, tendini, ecc., e Goldscheider sì è creduto autorizzato ad emettere formalmente una tale ipotesi, dopo aver constatato che nei casì di diminuita sensibilità delle parti an nesse la valutazione tanto dei movimenti attivi quanto di quulli passivi apparisce minore. Certamente la sensibilità delle parti annesse-è un fattore importante dell’accurata percezioné del movimento, ma non è il solo; e l’introspezione in dati casi ci rivela così l’esistenza di sensazioni localizzate puramente nelle parti annesse come delle sensazioni puramente muscolari. L'intervento delle impressioni provenienti dalle parti annesse può, secondo Delabarre, esser necessario per distinguere una pura tensione muscolare da un movimento attuale; ma taluni fatti provano che le medesime impressioni hanno poco o nulla a che tare con la valutazione dell’estensione del movimento: di due movimenti p. es. di eguale estensione è stimato più breve quello nel cui inizio i muscoli sono più attivamente contratti : ora le impressioni provenienti dalle parti annesse non possono spiegare questa illusione, giacchè esse non differiscono nei due casi, che il braccio sia più o meno contratto al principio del movimento. Miller e Schumann, essendo discesi ai particolari, hanno negato che le sensazioni muscolari provenienti dall'occhio possano spiegare le localizzazioni delicate ed. accurate che noi facciamo nel campo della vista. Noi certo non abbiamo coscienza dei movimenti oculari come tali, ma ciò era da aspettarsi riflettendo, che una tale notizia essendo di poco interesse per l'individuo non vale a svegliarne ed a fissarne l’attenzione. Le impressioni muscolari formano un insieme colle sensazioni della luce ; il che rende debole nella coscienza non solo la nozione dell'eccitamento di una data parte della retina, e la nozione della posizione o dei movimento del globo oculare, ma la nozione di una posizione particolare del punto di fissazione nello spazio a tre dimensioni. Altri autori finalmente per provare come le sensazioni muscolari non hanno niente a che fare colla nostra facoltà localizzatrice, riferirono il caso di un uomo, il quale era stato completamente cieco per sette anni: se a costui si volgeva la parola dalla parte destra, i suoi occhi si muovevano verso questa parte senza divergenza, ma se gli si parlava da sinistra, si notavano bensi degli accenni a movimenti associati in entrambi gli occhi, ma questi finivano poi col restar fissi nel mezzo delle orbite ; tuttavia il soggetto aveva l’idea che i suoi movimenti fossero della massima estensione verso sinistra. Ma i fautori delle sensazioni mascolari hanno interpretato tale fatto, dicendo che il citato individuo attribuiva il senso di tensione proveniente da altri muscoli a quelli oculari; cosa che può avvenire con molta facilità. Dopo aver mostrato per mezzo dell'esposizione e discussione delle principali obbiezioni fatte all'esistenza delle sensazioni muscolari, la possibilità teorica di ammetterle, è giusto ricercare se l’Istologia e la Fisiologia sul terreno dei fatti e degli esperimenti siano nel caso di dare una risposta decisiva, Nel tessuto connettivo superficiale che involge i muscoli furono scoverte delle fibre nervose sensitive, le quali terminano nei corpuscoli di Pacini; ma nella sostanza muscolare contrattile non sono state osservate finora fibre sensitive; ed ora nessuno crede più alla scoverta del Sachs. Golgi scovri un organo muscolo-tendineo situato nella zona di passaggio dul muscolo al tendine, connesso colle fibrille dell’uno e col tessuto dell’altro e fornito di nervi sensitivi. Il Cattaneo crede che questo sia l'organo della sensibilità muscolare. Anche le ricerche fisiologiche starebbero a provare l’esistenza di nervi sensitivi nei muscoli. Sachs afferma che molti dei nervi intramuscolari possono essere stimolati senza produrre contrazione, e che dopo la sezione dei tronchi motori solamente una parte dei nervi muscolari degenera. Francesco Franck avendo ripetuto i medesimi esperimenti, arrivò alla conchiusione che i muscoli contengono fibre centripete. Altri esperimenti mostrano che sì può aver paralisi tanto tagliando i nervi sensitivi che finiscono nella regione muscolare, quanto tagliando i nervi motori stessi ; il che prova che la sensibilità è indispensabile per regolare i movimenti. Bell, Magendie, ed ultimamente Exner arrivarono al medesimo risultato. Allo Chauveau però va attribuito il merito di aver provato in modo luminoso che le impressioni sensitive necessarie alla motilità provengono dal muscolo stesso ; egli infattì trovò nel cavallo due muscoli forniti di due branche nervose distinte, l'una sensitiva e l’altra motrice: A) un muscolo volontario striato, lo sterno mastoideo ; e B) un muscolo involontario striato, quello dell'esofago: ora la sezione della branca motrice produce paralisi in entrambe ; la sezione della branca sensoriale di A) non sospende la reazione agli stimoli volontari, essendo associata nella sua funzione motrice con altri muscoli forniti dei loro nervi sensoriali; la sezione delle fibre sensitive di B) produce disturbo delle funzioni motrici. La stimolazione elettrica delle fibre sensitive di A) e di B) produce tetanizzazione o contrazione. Da tutto ciò il Chauveau dedusse che i muscoli sono forniti di nervi motori e sensitivi, e che i filamenti terminali dei nervi sensitivi probabilmente non hanno relazione diretta cogli elementi muscolari, ma contribuiscono a formare le anastomosi preterminali o reti dei nervi motori, dove essi sono direttamente eccitati dalla corrente motrice: si verrebbe così a formare un completo circuito sensitivo motore necessario all'azione dei muscoli. Volendo riassumere, diremo che le questioni relative alle sensazioni muscolari si riducono principalmente a due, se esistano delle sensazioni muscolari e se esse vadano localizzate nella periferia o nei centri motori. Ora che esistano delle sensazioni muscolari capaci di farci valutare il peso, la pressione, la tensione, l'estensione e la direzione dei movimenti, ormai è fuori dubbio: una quantità di esperimenti lo provano, e d'altra parte è naturale supporre che la funzione muscolare si riveli in qualche maniera alla coscienza, come tutte le funzioni degli altri organi corporei in un modo più o meno vago e indeterminato. Certamente quando si parla di sensazioni muscolari non bisogna credere che esse provengano esclusivamente dai muscoli ; è più ragionevole pensare che secondo i casi, con esse si denoti un complesso di sensazioni provenienti da parti differenti. Già il Lewes notava che la sensibilità cutanea ha una parte importante nella coordinazione dei movimenti tanto che un'anestesia provocata nella pianta dei piedi può dar luogo (cosa notata anche dall'Heydt) a fenomeni d'incoordinazione muscolare. Ma anche senza seguire il Lewes, il quale ammetteva le sensazioni muscolari come provenienti: 1° dagli impulsi motori; 2° dalle intuizioni motrici; 3° dalle contrazioni muscolari vere e proprie; 4° dagli effetti di queste contrazioni sulla pelle; 5° dalle coordinazioni muscolari, cioè dalle sensazioni che suggeriscono o accompagnano i movimeuti ideali non eseguiti e quelli reali, è indubitato che quando si parla di sensazioni muscolari dobbiamo sempre intendere un insieme di sensazioni di origine diversa. D'altra parte è possibile ammettere senza alcuna riserva l'opinione di coloro che vogliono fare del senso della forza, come del senso della fatica un senso specifico proprio dei nervi centripeti muscolari? È ciò che vedremo orora passando ad esaminare i vari uffici attribuiti al senso muscolare. Per mezzo di questo infatti si è voluto dar ragione del senso peculare di energia interiore, della valutazione dell’intensità, della genesi psicologica delle rappresentazioni di movimento, di tempo, di spazio, e della percezione della realtà esterna. Si è tentato adunque per prima di derivare dalle sensazioni muscolari il senso di energia o la percezione dell'attività inferiore sotto qualunque forma si presenti. Si è detto: ad ogni sensazione e percezione segue in modo reflesso un movimento, ossia una contrazione muscolare, la quale di rimando trasmette al centro le notizie circa le modalità della sua contrazione, trasmette cioè le sensazioni muscolari afferenti o ceutripete: queste poi si associano intimamente colle sensazioni provocatrici dei movimenti conservandosi e registrandosi in appositi centri cerebrali. Da ciò consegue che al presentarsi di una sensazione o percezione identica o simile alla primitiva, per associazione si ridestano le immagini dei movimenti compiuti, immagini che, guidando i movimenti da ripetere, costituiscono l’essenza dello sforzo. Va notato qui che un tale schema ha subito molte variazioni da parte dei fisiologi e dei psicologi (1): recentemente, p. es., si è negato financo che nella corteccia cerebrale esistano dei centri psico-motori, la zona rolandica a cui era stato per lo innanzi attribuito tale ufficio, conterrebbe solamente i centri delle sensazioni muscolari. I centri motori, alla cui funzione è stato negato in modo assoluto (contro l'opinione segnatamente del Bain) la possibilità di divenire cosciente, sono posti nella base del cervello e Per una chiara e precisa esposizione dello stato attuale della questione v. Bastian, L’Attention et la Volonté, Revue philosophique. nel bulbo. C'è però chi (Ferrier), pur escludendo la coscienza (come tali scienziati dicono) dai centri motori, ammette nella corteccia l'esistenza di centri motori puri a fianco a quelli cinestesici. Questi ultimi poi per tutti non si troverebbero solamente in una determinata regione corticale del cervello ma frammisti ai vari centri sensoriali (1). Sicchè tali psicofisiologi credono di poter ridurre le funzioni psichiche fondamentali ai movimenti reflessi, senza punto dar importanza a taluni fatti che evidentemente contradicono alla loro opinione, come per es. l'insorgenza di taluni movimenti spontanei, che non si possono in alcun modo rapportare a stimoli esterni, e l'impossibilità di spiegare per via del puro meccanismo i movimenti reflessi rispondenti ad uno scopo, in mezzo ad una molteplicità di stimoli esteriori. A ciò sì aggiunga che voler dare ragione dell'attività psichica vera e propria, fondandosi sulla fisiologia, è impresa presso che disperata, giacchè senza l’osservazione interiore, quella sola del sistema nervoso non ci potrà mostrare che dei mutamenti molecolari, non mai psichici. Ma anche lasciando da parte tali considerazioni, il senso muscolare può dar ragione di quella forma di attività interiore che si esercita sul corso delle nostre idee ? Molti :1) L'origine della forza adoperata a produrre le contrazioni muscolari appropriate dovrebbe essere cercata, secondo tale teoria, nell’attività molecolare dei centri sensitivi e cinestesici. Ed in appoggio si riferisce il caso di persone, che volevano, ma non potevano eseguire con successo certi movimenti d’elocuzione in seguito alle impressioni visuali appropriate e tuttavia conservavano la facoltà di produrre questi movimenti in risposta ad eccitazioni uditive corrispondenti. D'altra parte si racconta di persone incapaci di effettuare i movimenti della scrittura quando lo stimolo era uditivo, mentre erano capaci di compiere immediatamente gli stessi movimenti in risposta alle impressioni visuali. tra i quali il Ribot, il Richet ed altri, non esitarono a rispondere in modo affermativo, ma altri più circospetti dovettero concedere che il senso muscolare non è un fattore costante dell’attività interiore, soggiungendo però che quest'ultima in tanto si rivela come tale alla coscienza, in quanto mediante la riflessione e la memoria è messa in rapporto con sensazioni muscolari in antecedenza provate. Ognuno' però vede l'errore che è in fondo a questa affermazione: la riflessione e la memoria non possono mutare qualitativamente nessun fatto psichico. Inoltre le sensazioni muscolari possono solamente essere un indice dell'intensità della volontà, allo stesso modo che in un atto di scelta la forza dei motivi in contrasto guida il nostro giudizio sull’intensità della volontà chiamata et scegliere : ma esse non possono mai dar ragione del caso semplicissimo in cui una rappresentazione per la prima volta ecciti l’attenzione. Coloro che hanno riposto l'essenza della volontà come di ogni attività psichica nelle sensazioni muscolari, non si sono mai domandati, perchè noi consideriamo (il che è un fatto) un'azione, un movimento, o una contrazione muscolare come voluta, ma non come parte essenziale della volontà, dal che sì deduce che le sensazioni che accompagnano la contrazione muscolare non possono essere comprese quali elementi della volontà : è ciò che precede ad esse che forma il nocciolo dell’attività. Non basta : Perchè alle rappresentazioni dei movimenti, si può domandare, non sempre tengono dietro i movimenti effettivi corrispondenti? È vero che Miinsterberg risponde che in tali casi un impulso più forte impedisce a quelle di effettuarsì : ma donde e in che consiste questo impulso più forte? E qui l'opinione del Miinsterberg si confonde con quella dello Spencer e dello Steinthal, i quali alla lor volta non possono dar ragione del disaccordo che si nota spesse volte tra la rappresentazione di un movimento e la sua esecuzione, del perchè anche nell’assenza delle condizioni di arresto, non sempre una rappresentazione di movimento produce un movimento reale, e del perchè fra molteplici rappresentazioni di movimento anche non contradicentisi fra loro, una sola riesca a produrre di preferenza un movimento effettivo. Senza dire poi che rimane sempre da spiegare in che propriamente consista l'arresto. Il senso di energia non rivela una qualità particolare del mondo esteriore come, poniamo, il suono, la luce, ecc., ma è essc stesso una qualità generale, applicabile a tutto il contenuto della vita psichica. E in ciò proprio, secondo noi, sta la ragione principale per cui il senso di forza non può avere un organo speciale, nè può appartenere alla proprietà della nostra mente che si chiama rappresentativa. Nessuno penserà mai di applicare una sensazione tattile o luminosa ad una sensazione sonora, ma tutti crederanno di poter applicare la nozione di forza ai vari elementi psichici: dal che si deduce che una tale nozione ha la sua base in una proprietà generale di tutta la psiche, la quale proprietà come la vita, si rivela immediatamente alla coscienza. Coloro che hanno creduto di poter ricondurre il senso di forza alle sensazioni muscolari, non hanno in alcun modo provato come queste possano ottenere il privilegio di divenire regola e misura di tutte le sensazioni. Se esse sono sensazioni come le altre, se esse hanno i medesimi caratteri, non potranno dare che effetti affini, vale a dire. una notizia più o meno precisa delle impressioni che si producono nelle parti periferiche, in cui vanno a finire le terminazioni nervose. Da ciò al poter salire al grado che occupa nella nostra coscienza e nel nostro sviluppo psichico il sentimento di energia molto ci corre: non basta che talune sensazioni variino in una certa maniera ed in minor grado rispetto ad altre con cui sono in stretta relazione, perchè le une diventino misura delle altre. Quelli che hanno attribuito alle sensazioni muscolari l'ufficio di divenire forma di tutto il contenuto psichico non hanno riflettuto che perciò stesso venivano implicitamente ad ammettere un'attività o spontaneità interiore, capace di ordinare e disporre in una certa guisa taluni fatti psichici rispetto agli altri. L'attività interiore non diviene cosciente solamente in seguito alle sensazioni muscolari, ma anche in seguito a tutti gli altri fatti psichici, dai più semplici ai più complessi, nei quali la contrazione muscolare non ha niente a che fare. La vivacità con cui irrompono nella fantasia di un artista le imagini di cui egli compone l’opera d'arte e le varie forme d'intensità con cui reagisce lo spirito agli stimoli esterni sono altrettante modalità con cui si rivela alla coscienza l’attività interiore. I’altronde la tendenza ormai accentuata a spiegare il senso dell'attività per mezzo delle sensazioni muscolari ha un fondamento solido, positivo, sperimentale, o non è piuttosto un'ipotesi comoda per velare la nostra ignoranza ? Oramai è notorio che taluni psicologi attribuiscono alle sensazioni muscolari tutto ciò che non è spiegabile per mezzo delle altre sensazioni periferiche e in ciò sono seguiti dagl'inesperti, i quali non si domandano se le sensazioni provenienti da organi come i muscoli possano dare tanti effetti strordinari. L'argumentum crucis di tali scienziati in fin dei conti è che se un individuo è reso privo della sensibilità nei muscoli di un arto, non’ può valutare nè il peso, nè l'estensione, nè la direzione dei suoi movimenti e nemmeno la forza necessaria per compiere questi ultimi. Ma, domandiamo noi, è lecito da un tal fatto dedurre che il senso della furza e dell'attività è dato dai muscoli senz'altro ? Un tal ragionamento non somiglia forse a quello per cui si considera il pensiero una funzione del cervello, sol perchè pensiero e cervello mostrano di essere in connessione fra loro ? Se ciò fosse esatto, si dovrebbe dire che l’idea è una funzione o un effetto della parola, sol perchè l’idea e la parola che l’esprime sono intimamente connesse fra loro. A noi sembra più positivo affermare che l’attività dello spirito, come la vita, lungi dall'essere riposte in una parie sola dell'organismo, compenetrano tutto quest’ultimo ed hanno bisogno di esso per attuarsi, deterininarsi e concretarsi, come l’idea dell’artista ha bisogno della materia (marmo, colore, ecc.) per tramutarsi in qualcosa di reale. Noi certo non possiamo dire, come credette Maine de Biran ed altri, di aver coscienza immediata dell’energia in quanto motrice, ma semplicemente in quanto mentale, cioè in quanto sforzo di volontà per produrre un mutamento di stato : sforzo mentale che si accompagna 1° con una scarica cerebrale di cui si ha un sentimento particolare (senso di sforzo cerebrale); con una corrente centrifuga attraverso l'organismo, della quale non abbiamo coscienza; 3° con movimenti muscolari che ci sono noti per via di sensazioni afferenti. E ciò che esiste nella coscienza non è il movimento come mutamento di relazione nello spazio, ma il principio reale del movimento, il suo fondo interno, cioè un'azione od una reazione che ha per conseguenza dei cambiamenti interiori e dei cambiamenti locali. Il movimento effettuato è una rappresentazione della memoria, la quale ha bisogno di essere interpetrata. Coloro che credono di poter fare a meno di ammettere una forma di attività originaria dello spirito, credono di poter spiegare l’azione che ha la volontà sul corso delle idee mediante le ordinarie leggi dell’associazione. Essi dicono p. es. : se noi intendiamo di modificare. o di mantenere o di sviluppare una serie di pensieri determinati, noi non dobbiamo far altro che richiamare per via di associazione quelle impressioni che ci sembrano utili al nostro scopo : impressioni di natura differente, se si tratta di cacciar via o d'interrompere un seguito di ricordi, della stessa natura quando noi desideriamo di fortificare e di sviluppare le associazioni, alle quali ci siamo fino allora applicati. Jl sentimento di sforzo per costoro è connesso col conflitto delle idee e dei motivi, il quale deve produrre la preponderanza di uno di essì. Tale sentimento di sforzo nou può che essere l’appannaggio dell'attività dei centri sensoriali e dei loro annessi concorrenti all'esercizio dei nostri processi intellettuali. Ognuno vede qual'è l'errore di ‘ coloro che ragionano nel modo sudetto ; essi elidono la difficoltà che è riposta appunto nel dover dar ragione della nostra capacità di richiamare in soccorso quelle impressioni che ci fanno comodo (1): essi ammettono come provato quello che era appunto da provare, la possibilità di dire io voglio , e quindi di interrompere un dato corso di idee e di cominciarne un altro o di sviluppare quello già esistente. Nel passaggio dallo stato di- distrazione a quello di attenzione vi è aumento di lavoro, vi è dunque trasformazione di forza di tensione in forza viva, di energia potenziale in energia attuale : ora è questo un momento iniziale molto differente dallo sforzo sentito che è un effetto. Il rapporto del desiderio colla sensazione piacevole o dolorosa costituisce la reazione della volontà ed in quanto noi riteniamo ciò che è piacere e respingiamo ciò che è dolore abbiamo un senso di sforzo volontario, di sforzo mentale che è ben altra cosa dello sforzo ordinariamente sentito. Tale momento iniziale è precisamente la volizione, la tensione del desiderio dominante, la vera attenzione : è qui la coscienza dell'attività; mentre il preteso sforso sentito non è che la sensazione della resistenza degli sforzi contrari al nostro e differenti da esso. La coscienza della passività o della resistenza subita risponde alle sensazioni venute dai muscoli. Cosi anche l’attenzione muscolare non è che quella, la quale, avendo incontrato una resistenza, è obbligata a riflettersi su sè stessa, divenendo più chiara, più distinta, come nota il Fouillée (2). Non ogni forma In tanto lo spirito, dice Emanuele Hermann Fi.:hte, può prenlere un dato in'lirizzo, in quanto può volgere il sorso dell: sue idse nel senso che maggiormente lo interessa ; ora l'interesse non è che una tendenza, una direzione dell'attività volitiva che se si trova in rapporto soltanto col g‘ado di chiarezza cosciente può essere chiamata attenzione volontaria dipendente dall’intenstà di dati fatti psichiri. Revue phlosoqhique. d'attività però si può ricondurre alla ripercussione dell'ostacolo. Non va dimenticato che l’attività di cui abbiamo coscienza in modo permanente in mezzo a’ tutti i mutamenti può essere rappresentata da noi solo dopo che è stata apapplicata a produrre determinati effetti, nel qual caso diviene tale o tal altro sforzo ; e di ciò si comprende la ra | gione: l’azione, rappresentando il fattore subbiettivo che concorre alla produzione di un fenomeno, è cosa soggettiva per sua natura e deve quiudi sfuggire alla rappresentazione propriamente detta. Volersi rappresentare obbiettivamente l'azione subbiettiva è come voler rappresentarsi l’attività sotto la forma della passività. Ferrier e Ward dissero già che non è esatto nemmeno affermare che noi ignoriamo i caratteri dell'attività, giacchè non vi può essere ignoranza se non di ciò di cui si può acquistare scienza: questo noi possiam dire, che abbiamo coscienza immediata del subbiettivo, dell’attività. Del resto valenti filosofi affermarono le mille volte che la critica della conoscenza riconosce due limiti, ciò che è troppo lontano da noi (Assoluto) e ciò che è troppo vicino a noi, troppo noi stessi per esser posto dinanzi a noi. Il soggetto è presente a sè stesso, ma non è rappresentato a sè stesso: noi siamo certi di esistere e di vivere, ma non possiamo rappresentarci in modo astratto e generale che cosa è esistere e molto meno che cosa è vivere. È Münsterberg, se non andiamo errati – Grice: “In fact, the first was Cicero!” -- , il primo ad emettere l'opinione che l’unico fondamento psichico delle nostre misure d’intensità è la sensazione mus colare, in quanto ogni misura riflettendo o la estensione, o la durata o la massa, la stessa non è possibile che sulla base della sensazione muscolare. Misurare è constatare l’esistenza in maggior quantità nel tutto, in minor quantità nelle parti di un elemento identico; ora in ogni percezione la sensazione muscolare è il solo elemento che quando si divide in parti l'oggetto della percezione stessa, sì ritrova in ciascuna parte, ma in minor quantità che nel tutto. Ciascun pezzo di carta rossa, p. es., dice il citato autore, resta tanto rosso quanto tutt’intera la carta, e però il rosso del tutto non può essere misurato per mezzo del rosso di un pezzo preso come unità. D'altra parte ogni sensazione provocando una reazione centrifuga muscolare, al solito s'associa con una sensazione determinata di tensione muscolare che vale a conferirle un dato grado d’intensità e nello stesso tempo a renderla misurabile. Solo la sensazione muscolare offre il carattere della sensazione debole contenuta nella forte, giacchè l’una e l'altra non sono qualitativamente differenti, ma differiscono solo per la durata ed estensione. C'è stato chi a tale teoria esclusiva e si può dire anche Minsterberg, Beitrige zur experimentellen Psychologie H. III.Freiburg. eccessiva del Miinsterberg ha rivolto delle obbiezioni, notando come anche per altre sensazioni si possa dire che la debole è contenuta nella forte (es. : gusto, odorato, senso terinico ecc.), tanto è vero che quando uno tocca l'acqua d'un bagno caldo con la mano prova una sensazione di calore molto meno forte che quando visi immerge tutto intero dentro. Inoltre, ed è questa l’obbiezione più seria, se veramente solo le sensazioni muscolari potessero essere misurate, ne conseguirebbe che le altre non lo potrebbero in alcun modo, il che non è; è innegabile, infatti, che vi è l’equivalente di una misura diretta del calore per mezzo del calore, come si verifiva quando noi paragoniamo diversi gradi di calore a cul ci troviamo sottoposti. Ora supponendo che nella pratica solamente le sensazioni muscolari associate alle altre potessero essere misurate, il principio che a ciù ci autorizzerebbe sarebbe il postulato che le variazioni delle sensazioni specifiche sono sottomesse alle medesime leggi delle variazioni muscolari a loro corrispondenti. In tal guisa si presuppone che gli aumenti di calore progrediscano secondo una legge identica a quella della progressione della dilatazione: si presuppone non solo la misura diretta delle dilatazioni, ma anche la misura diretta o la comparazione delle temperature fra loro. E poi, se i gradi d'intensità sono delle qualità, se le intensità delle sensanzioni muscolari si riducono a variazioni nella durata, se non vi è posto per le intensità delle sensazioni particolari, perchè anche nel linguaggio comune sono distinte nettamente le intensità, le qualità e le durate? Donde viene la nozione d’intensità e con qual diritto si può più parlare della intensità dello stimolo ? Si aggiunga che il Munsterberg non distingue sufficientemente l'intensità della sensanzione muscolare dalla percezione dell’ampiezza del movimento effettuato. Or tali divergenze non devono essere considerate come senplici opinioni contradittorie, atte a provare soltanto la difficoltà delle indagini psicologiche e la impossibilità di giungere a risultati positivi : esse per contrario di:nostrano come attualmente s’imponga alla mente del filosofo l'’esigenza di considerare e di valutare i rapporti esistenti tra i fatti psichici e l'a‘tività originaria dello spirito. Il Miinsterberg ha ragione fino a tanto che ricerca nella estrinsecazione della spontaneità dello spirito la misura comune di tutti i fenomeni psichici, i quali effettivamente in gran parte, com'è stato luminosamente provato dal Berg. son, presentano delle differenze di qualità più che d'intensità o di quantità. E se noi ci limitiamo a considerare la mente come una coordinazione di vari elementi psichici, di varie sensazioni rispondenti agli stimoli esterni, non ve. diamo realmente la possibilità di arrivare alla nozione del l'intensità di varie sensazioni appartenenti ad un medesima senso specifico e molto meno vediamo la possibilità di paragonare le intensità di sensazioni specifiche differenti. Ond'è che per noi il merito del Miinsterberg è di avere intraveduto due verità : 1° che la valutazione e la misura dei varî gradi d’intensità di una sensazione è possibile solamente ammettendo nel fondo un’unità coordinatrice che renda possibile il riferimento tra cose differenti; 2° che questa unità si rivela mediante la percezione immediata della propria attività. Ma il suo errore comineia quando crede di poter ridurre tutta l'attività psichica al movimento (senso muscolare), il quale non ne è che uno dei fenomeni concomitanti, ovvero consecutivi. Ciò non esclude però che qualche volta in via indiretta possa il senso muscolare esserci di valido aiuto nella comparazione dell'intensità di sensazioni provenienti da sensi diversi. Infatti, delle sensazioni di luce, di suono, di peso di un dato grado d'intensità sono state paragonate da una parte coi moviinenti del braccio e dall'altra coi movimenti degli occhi; e sì è ottenuto il risultato che l'aumento dei movimenti coincide con quello dell' intensità degli stimoli: vi è rapporto adunque tra l’accrescimento dell'intensità propriamente detta e quello della reazione muscolare concomitante. In ogni caso però non si può limitarsi a considerare le sensazioni muscolari come misura dell'intensità delle altre sensazioni, se non ponendo ‘ il postulato che ciò che è vero di esse sotto certi rapporti lo è anche delle altre sensazioni. La valutazione dell'intensità presuppone un'attività originaria differenziatrice e insieme assimilatrice la quale da una parte distingue qualitativamente gli effetti prodotti da varî stimoli sugli organi dei sensi e tutti i fatti psichici aventi come concomitanti fenomeni organici diversi, e dall'altra stabilisce, intuendoli, quei rapporti dati dall’identità o somiglianza della forma ed estensione della reazione psichica agli stimoli esteriori. Noi non potremmo valutare come gradi differenti d’intensità le sensazioni appartenenti ad un medesimo senso, nè potremmo stabilire dei rapporti tra le intensità di sensi differenti, se non fossimo in grado di avere una percezione immediata dell'attività psichica che pur essendo unica e identica nel fondo, spiega in guise differenti la sua azione a seconda delle numerose e variabili circostanze. Per la rappresentazione il movimento è fin da princinio un continuo cangiamento di luogo; quindi l'origine sur deve ricercarsi nelle sensazioni geometriche, visive e tattili, e specialmente in quelle che conferiscono ad esse la continuità, l’uniformità e la misura, cioè nelle sensazionmuscolari. Queste si dicono e sono sensazioni di movi mento; ma da ciò non si potrebbe conchiudere che il movimento sia una sensazione. Se esso è un'intuizione coordinata con quelle del tempo e dello spazio, che non sono sensazioni, se la sensazione muscolare per se stessa è una pura successione interna, il movimento non può essere il suo con tenuto immediato più di quello che possa essere il contenuto immediato delle sensazioni uditive, Le sensazioni muscolari diventano dunque sensazioni di movimento, come diventano sensazioni di spazio; e poiché esse sono anche il fattore psicologicn più importante delle percezioni di spazio, si vede come la coordinazione delle intuizioni dello spazio e del movimento risulti anche dalla loro origine psicologica. La quale, a volerla studiare più a fondo, si mostra dipendente da varie condizioni. Anzitutto, perchè ci sia percezione di movimento, occorre che il mobile e lo spazio (visivo o tattile) restino identici, almeno quanto è necessario, perchè sia conservato un punto di riferimento, dal quale si possa apprezzare il cangiamento di luogo. Se tutto mutasse nella stessa direzione, lo spazio e il mobile, non ci sarebbe percezione di movimento. Inoltre bisogna che il cangiamento di luogo sia insieme continuo e percettibile. Continuo, perchè se vedessimo una cosa ora in un luogo, ora in un altro, senza vedere il passaggio, non potremmo avere percezione di movimento, ma solo argomentarlo qualora avessimo già idea di quello che è il movimento. Percettibile, perchè se non ci riuscisse di vedere cangiar luogo, ma solo di vederlo cangiato, non ci potremmo formare la prima volta l'idea del movimento. Continuo e percettibile insieme, perchè la continuità senza la percettibilità sarebbe immobilità apparente, e la percettibilità senza la continuità sarebbe cangiamento di luogo senza transizione. E non basta, perchè nasca l’idea del movimento, il continuo e percettibile cangiamento di luogo d'un oggetto su un fondo invariabile; bisogna ancora che la coscienza ponga unità tra i luoghi, e tra essi e il mobile. Siccome il movimento è il rapporto di due o più collocazioni che si succedono con continuità, accade per esso quello che accade pel tempo, che la sua rappresentazione suppone la funzione unificatrice della coscienza o del sentimento dell'organismo. Queste sono le condizioni generali dell'origine della rappresentazione del movimento, ma ce n'è un'altra, costante anch'essa, ma che può subire piccolissime variazioni da individuo a individuo, ed anche nello stesso individuo per effetto dell’esercizio, e che possiamo designare col nome di limite della percettibilità. Cotesto limite dipende dalla misura individuale del movimento come rapporto del tempo e dello spazio, la quale è nna grandezza finita, che non può misurare qualunque movimento oggettivo, ma lascia senza misura, e quindi senza percezione corrispondente, tanto i movimenti estremamente lenti quanto gli eccessivamente rapidi. Non vediamo crescere il filo d'erba, nè volare il proiettile; e non avremmo nessuna percezione di movimento tanto se la nostra misura individuale fosse troppo grande quanto se fosse troppo piccola ; nel primo caso i tempi geologici ci parrebbero un istante, nel secondo qualunque successione ci parrebbe infinita. E poichè per apprezzare una successione, e quindi anche un movimento, è necessaria una certa continuità nella coscienza, così la nostra misura soggettiva deve avere una certa grandezza, che non corrisponde a nessuna misura che sia oggettivamente asso luta, ma che è rispettivamente somma o parte delle grandezze oggettive minori o maggiori. È facile intendere che quella che è un'unità di misura indivisibile per la sensibilità, non è tale oggettivamente o per l'intelligenza. In questa unità l'elettricità p. es., percorre uno spazio grandissimo, e l'accrescimento di una pianta secolare percorre uno spazio piccolissimo. Quindi noi giudichiamo che si è svolta nel primo caso una serie di unità obbiettive che sono parti dell'unità soggettiva, e che nel secondo caso questa è una frazione di quella. Di qui si vede che il movimento non solo non è una sensazione, ma non è neppure una conoscenza, una rappresentazione, la cui origine si possa riportare interamente all'esperienza. Certo la misura psicologica dipende dall'organismo, ed è impossibile che sia la stessa pel pachiderma 19ole e rmen = _r___ror _ rr m1r.rr E ::]5h5I:5D anch'esse il risultato di un processo in cui l'intelligenza e la cultura figurano come fattori determinanti. É notorio d'altra parte che le rivoluzioni compiute nel campo della scienza a lungo andare. finiscono per mutare anche il punto di vista morale e religioso. Il fatto è che in ogni religione va distinto l'elemento invariabile ed inalterabile da quello caduco e variabile, ma ì detti due elementi nello svolgimento della vita religiosa sono inseparabili e s'influenzano a vicenda: è soltanto la nostra facoltà di astrarre che viene a separarli ed a considerarli isolatamente. Così l'evangelo stesso, è vero, non involge alcun sistema cusmologico ; ma involge bene un giudizio intorno al valore della vita e dello spirito umano. L’ amore per il prossimo, lo spirito di sacrificio non son fondati forse sull’idea dell’eguaglianza degli uomini e sul concetto che l'io è nulla di fronte al Tutto ? Ora i concetti dell’eguaglianza degli uomini e della piccolezza dell'io non rappresentano per una parte un portato della Ragione e non poggiano sopra una base speculativa? Del pari chi vorrà più sostenere che la filosofia socratica non ha un fondamento metafisico, quando Socrate stesso ci parla della sua preparazione speculativa? Sicchè possiamo dire che è bensi vero che la religione ha la sua radice nel cuore uinano, ma ciò non implica che essa sia un prodotto esclusivo del sentimento: perchè il cuore abbia e riconosca in sè tracciate le vie da seguire, occorre bene l’azione dell'intelletto, in quanto quello non fornisce una specie di rivelazione immediata e prodigiosa, ma anch'esso si forma ed alla sua determinazione concorrono parecchi fattori, tra i quali l'intelligenza. Anche nel modo di concepire la finalità il Paulsen appare dominato dal preconcetto del sistema. Egli, infatti, afferma che la veduta teleologica è un prodotto del sentimento e della volontà e non dell’intelligenza : ora se egli intende dire con ciò che la concezione teleologica non è conoscenza nello stretto senso, ma contemplazione, ha ragione ; ma in tal caso, è necessario osservare che il bisogno del sistema della razionalità del reale, al quale risponde appunto la considerazione teleologica, è un bisogno eminentemente intellettuale, e non un bisugno puramente subbiettivo ed arbitrario. La veduta teleologica è la sola forma possibile di rappresentarsi il tutto e di superare l’infinità mostruosa del naturalismo meccanico che nega ogni natura ideale della realtà. Se l’esperienza ci presenta realmente un ordine di fenomeni che è un ordine di valori pel pen| siero, non c'è ragione di ritenere che quest'ordine non sia una cognizione, solo perchè non sappiamo determinatamente come l’ordine causale, effettuandolo, si subordini ad esso e gli serva. Possiamo noi forse pensare un'altra maniera di esistenza oltre quella che è soltanto, e quella che è e _ 8a di essere e vuole, e crea dal suo sapere e volere un mondo superiore a quello della semplice natura? Edè egli possibile di non scorgere un progresso dall'una all'altra forma d'esistenza, un progres;o che pone in ordine di valori razionali una serie di fatti e di forine naturali ? Questo valore dell'esistenza dipende forse dal modo di sentire di un individuo ? Non è piuttosto anch'esso un fatto, la cui constatazione (giacchè non è possibile la determinazione del modo d’operare della finalità) figura già per sè come una forma di cognizione ? Veramente qui le idee del Paulsen non sono chiare ed anzi in un certo senso sembrano contradittorie. Da una parte egli dice che la cone cezione teleologica è un prodotto delsentimento e del volere individuale (del volere e del sentimento del soggetto umano che si trova di fronte Dopo tutto quello ‘che precede non abbiamo bisogno di. spendere molte parole per discutere del rapporto posto dal Paulsen tra la filosofia e la religione, e tra la filosofia e le scienze particolari. Una volta che lo spirito umano è uno e che le sue funzioni non sono compiute maiisolatamente, quando si vuole determinare il compito della filosofia rispetto a quello della religione non basta affermare che quest'ultiina risponde alle esigenze dell’emotività, mentre la prima a quelle dell'intellisenza. Nella filosofia vi è il momento dell’emotività e del volere come nella religione vi è necessariamente il momento della conoscenza. Si tratta appunto di determinare fino a che punto ed in che senso il momento della conoscenza interviene nella religione e quello del sentimento nella filosofia. Ora noì di passaggio notiamo che mentre per la filosofia il fine ultimo è la conoscenza, ond’essa mira appunto a trascrivere in termini di conoscenza le esigenze emotive e le aspirazioni del volere, formando un tutto armonico intelligibile, per la religione lo scopo è di trovare un appagamento ai bisogni dell'animo per il che si serve della conoscenza come di mezzo appropriato a raggiungere il suo intento. Ciò che. all'universo) e dali’ltra crede di poter dare una certa idea del modo di operare del principio teleologi:0, riferendosi a ciò che ci presenta l’esperienza interna in quei casi in cui la nostra attività raggiunge un dato < risultato (fine), senza che esista alcuna rappresentazione dello scopo a cui inconsciamente essa tende (Zielstrebigkeit). Egli si riferisce ad una tale esperienza in forza del parallelismo psicofisico e dell’animazione universale da lui ammessa, Noi osserviamo che una volta ammesso che l’attività opera in modo cieco, non è possibile parlare di cognizione te leologica vera e propria, ma di contemplazione nel senso di Kant e di Lotze. in un caso vale come mezzo e come un momento subordi. nato, nell’altro diviene fine 0 momento essenziale. Quanto al rapporto poi della filosofia colle scienze particolari osserviamo che è impossibile confondere il compito della filosofia con quello delle scienze per due ragioni: 1° Non è vero che le singole scienze si possano e sì debbano occupare dei presupposti da cui le loro indagini prendono le mosse, che, p. es., la fisica si debba occupare della natura dello spazio e della materia. La filosofia bensi ha bisogno di fondarsi sulle leggi e propretà scoverte dalle scienze, ma elabora i detti risultati a suo modo, ed elaborandoli, li trasforma. Quel che è certo è, che si può essere . scienziati senza esser filosofi, ma non si può essere filosofi senza avere una base scientitica. 2° Il cultore di una scienza particolare non varca quasi mai i limiti della propria specialità e, se li varca, rimane sempre entro i limiti delle scienze vicine ; non mira mai a ricercare il nesso, il rapporto che esiste tra i vari ordini di sapere, sia di quelli che sono affini tra loro che di quelli che sono lontani; ora ciò fa appunto il filosoio. Ciò che vi ha di esatto nell'opinione del Paulsen è che il vero in ogni parte del nostro sapere sta in un processo di approssimazione indefinità ad un ultimo senso, ad un significato delle cose impossibile a conseguirsi da noi, e che i sistemi metafisici non sono, come direbbe il Barzellotti, che le cèntine immense su cui i grandi . architetti del pensiero voltano uno dopo l' altro l’ edificio ideale compiuto dal sapere del loro tempo. Notiamo infine che una volta ammessa quale parte della filosofia la metafisica, come si può dire che la biologia, la fisica e la chimica sono anche parti di quella? Ciò che LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 453 vi ha di filosofico in dette scienze è preso dalla metafisica. Il compito della filosofia è sciogliere il problema nella sua totalità. La filosofia pertanto ha un obbietto proprio e non è più lecito affermare che essa sia una semplice sintesi riassuntiva del lavoro compiuto dalle altre scienze. Dall'impossibilità di derivare il fenomeno fisico dal fatto psichico e questo da quello il Paulsen fu tratto ad ammettere il parallelismo psico-fisico e quindi l’ animazione universale, con cui egli volle esprimere evidentemente l’unità fondamentale della natura e dello spirito. Ora si domanda: Vi è una vita psichica superiore, più elevata, più comprensiva, come ve ne è una di grado inferiore a quella d'ordinario ammessa ? Il Paulsen risponde di sì ed è questo, a noi pare, uno dei punti importanti, o almeno caratteristici, della sua metafisica. Per risolvere una tale questione occorre tener presenti i criteri che noi abbiamo per giudicare della realtà psichica. Noi sappiamo che tanto più di realtà una cosa ha quanto più di valore possiede e quanto più di forza, di efficaciaè atta a spiegare: così noi siamo disposti ad ammettere un volere ed una coscienza collettiva, perchè noi siamo in grado di constatare gli effetti che essi producono sulla vita degl'individui e sullo svolgimento della società: per contrario le unità psichiche d'ordine superiore, quali vengono ammesse dal Paulsen, che effetti psichici producono ? Per quanto sappiamo noi, nessuno. I fenomeni esterni che noi osserviamo nella vita degli astri in genere, avranno anch'essi il corrispettivo interiore, ma questo sarà di natura semplice ed elementare, come sono i fenomeni esterni (movimenti più o meno complicati) da essi presentati. Quale ragione noi abbiamo per ammettere una vita psichica differenziata, complicata ed insieme armonica negli astri? Se per lo svolgimento dello spirito è richiesto un sostegno esterno così complesso, se in tutta la distesa dell'esperienza la natura è giunta a maturare in sè il frutto dell’esistenza spirituale quale a noi attualmente e nel processo storico si presenta, se la vita spirituale ha bisogno di svariati istrumenti complessi (tra 1 quali basta citare il linguaggio che rappresenta una delle condizioni di essenziali ogni forma di esistenza psichica d'ordine elevato), con che dritto attribuiamo noi una vita psichica superiore agli astri, iquali si presentano cosi monotoni e indifferenziati nel loro modo di operare ? Notiamo in ultimo che l'argomentazione a cui è ricorso il Paulsena tal proposito è quella per analogia; ma ognuno sa che questa in tanto ha valore in quanto i caratteri riscontrati simili in due serie di fatti sono essenziali; ora tra i fenomeni presentati dai pianeti e quelli presentati dagli esseri spirituali veri e propri non si può in alcun modo dire che vi sia corrispondenza essenziale. Passiamo alla teoria della conoscenza. Si è veduto che la parte essenziale della (inoseologia del Paulsen è che in un punto solo conoscenza e realtà coincidono, vale. a dire nella coscienza, giacchè i fatti interni noh possono essere fenomeni, ma sono la sola e vera realtà. I fatti psichici, infatti, in tanto esistono in quanto sì rivelano alla coscienza; la loro natura sta tutta appunto nell' apparire nella coscienza la natura del pensiero è tutt’ una collo sperimentare e coll’avvertire il pensare, come la natura del sentire è tutt'una collo sperimentare e coll’ avvertire il sentire. È impossibile, in altri termini, separare la vita psichica dall’avvertimento della stessa, come è impossibile separarla da ogni forma d’'interiorità : togliete questa ed avrete per ciò stesso annullato la vita psichica vera e propria. D'ultra parte per poter affermare chei fatti psichici suno fenomeni bisogna ben sapere in rapporto a chi possono essere essi feno meéni; e per tal via non sì viene ad ammettere come a3sodato ciòche è un problema, vale a dire l’esistenza dell'anima come sostanza semplice ? Ma da ciò consegue forse che di reale nella vita psichica non vi siano che i singoli fatti psichici, quali le rappresentazioni, i sentimenti, come mostra di credere il Paulsen? A noì non pare: invero, ciascun fatto psichico, esso sia una rappresentazione o un sentimento o qualsiasi altro elemento, lungi dal rivelarsi qualcosa di semplice, d’ irriducibile, di primitivo e d'indipeudente, si manifesta come qualcosa di derivato dalla cooperazione di parecchi fattori, tra i quali primeggia il soggetto, intendendo per questo ciò che costituisce il punto di appoggio, il punto di riferimento, e quindi il fondamento e il sostegno di ogni singolo fatto psichico. L'esistenza del soggetto figura ‘come la condizione essenziale del prodursi di un fatto psi. chico. Ciò è stato riconosciuto anche da coloro che negano la realtà del soggetto; ma essi hanno cercato di eludere la difficoltà, dicendo che il punto di riferimento del nuovo fatto psichico è dato dall’insieme della vita psichica svoltasi per lo innanzi: se non che va osservato che si vada indietro quanto si vuole, bisognerà bene arrivare al punto in cui il primo fatto psichico si presenta: ed in questo caso è evidente che è presupposta del pari l'esistenza del soggetto, l'esisteuza di qualcosa d'interno che non può più consistere nell’ insieme dei fatti psichici antecedentemente svoltisi. Da tuttociò emerge chiaro che non è possibile considerare i singoli fatti psichici come i soli elementi reali, giacchè presuppongono necessariamente qualcosaltro che concorra alla loro produzione; in caso contrario si rimane chiusi in un circolo; per dar ragione dei singoli fatti psichici si ricorre ail'esistenza di un soggetto, all’ esistenza di un punto di riferimento, e dall'altra parte per dar ragione di quest'ultimo si ricorre ai sentimenti, alle rappresentazioni. Aminessa come innegabile la realtà del soggetto, si può domandare quale concetto dobbiamo noi formarcene : ora noi crediamo che tale questione non si possa risolvere altrimenti che ricorrendo a similitudini, ad analogie atte a farci intendere che la realtà del soggetto non deve essere ri posta in una sostanza semplice, in una sostanzaatomo, in un'ipostasi insomma, ma in quel qualcosa che rende possibile l’esistenza delle parti che costituiscono la vita psichica. Noi per denotare questo qualcosa siamo costretti a ricorrere ad espressioni vaghe ed indeterminate, come la parola sostanza, le quali sono soltanto valide a celare la nostra ignoranza. Allo stesso modo che la lingua non è reale come semplice aggruppamento di suoni e di parole, le quali, anzi, in tanto esistono in quanto vi è la funzione del linguaggio, ailo stesso modo che un organismo non figura come il puro risultato dell’ aggruppamento delle sue parti, le quali anzi presuppongono l’attività del germe da cui si svilappano, così l’anima lungi dal risultare dall'insieme dei fatti psichici va considerata come ciò che rende possibile l’esistenza di questi. La realtà vera e piena non appartiene agli elementi ultimi acuisi perviene mediante l'analisi, ma al tutto, o meglio, all'universale concreto e individuale, il quale può essere considerato come funzione di un universale concreto più elevato e questo di un ultro universale più elevato an‘cora fino a giungere alla Totalità che tutto in sè comprende. L'anima, si dice, è null'altro che la sintesi delle forze o potenze psichiche, vale a dire dei fatti psichici possibili; d'accordo: ma chi dice sintesi dice perciò stesso attività sintetizzatrice, perchè altrimenticome avverrebbe tale sintesi? E forse da sè stessi, ez /eye che gli elementi dei tatti psichici si riunirebbervo 2? Non basta : si dice inoltre: L'unità dei fatti psichici riferentisi l'uno all’ altro, richiamautisi, implicautisi a vicenda, ecco che cosa è l’anima: ma tuttociò non trae seco la conseguenza che l’anima è più che un semplice aggruppamnento di tatti psichici ? Perchè un fatto psichico possa richiamarne un altro, bisogna che vi sia qualcosa che colleghi entrainbi, bisogna che un'identità tondamentale sia il sostrato di entrambi: e per convincersi di ciò basta pensare che anche i collegamenti spaziali e temporali in tanto sono possibili in quanto vi è un soggetto capace di ordinare le rappresentazioni appunto secondo l’ordine spaziale o temporale. Dall'inerire di a, 6, c, ad A, domanda il Paulsen, conse gue forse la coscienza delle loro unità ? Certamente, rispondiamo noi, posto che A abbia la coscienza, comunque il’ rapporto intercedente tra i fatti psichici e il soggetto non sia nient' affatto un rapporto d'inerenza. Dire che cosa. è la coscienza è impossibile, essendo essa un fatto nltimo e irriducibile: dire che è attività, forza, sintesi, riferimento e distinzione ecc. equivale a metterne in evidenza delle note, ma non a significare che cosa in realtà sia. Osserviamo infine che il Paulsen sembra quasi che riconosca il suo errore, quando a proposito dell'anima esce. in affermazioni come questa: Il tutto precede le parti, l’Anima non è un Compositum ecc. Ora in tal guisa evidentemente abbiamo due’ concezioni dell'anima chenon possono per nessuna via concordare insieme : se essa. non è un aggregato, un compositum , non è lecito affermare che la realtà competa soltanto ai singoli fatti psichici, quali le rappresentazioni, iî sentimenti, ecc. Se il tutto precede le parti, come si può negare la realtà del soggetto, come si può asserire che l’Anima è un' ipostasi a seconda potenza? Per ciò che concerne l'Etica del Paulsen, cominciamo dall’osservare che il principio fondamentale di essa si trova. in contraddizione con l'essenza della moralità quale è in-. tesa dall'Autore, Se, infatti, la morale è una produzione del volere e del sentimento e non della intelligenza umana, come mai si può affermare che la valutazione degli atti” si riferisce sempre agli effetti da questi prodotti ? In tal caso l'essenza della morale è intellettualistica in quanto la considerazione degli effetti delle azioni è un processo essenzialmente intellettuale. Nè vale il dire che occorre far distinzione tra vita morale e scienza della vita morale, giac-chè prima di tutto la base della valutazione degli atti è un elemento della vita morale nella coscienza umana, in cui la riflessione, non si disse, agisce sulla volontà ; poi una delle due, o la considerazione del fondamento obbiettivo dell'imperativo morale, vale a dire la considerazione del tine ultimo verso cui tende lo sviluppo della moralità obbiettivamenie considerata, è da riguardare sempre ed in ogni caso motivo pressochè esclusivo dell'operare morale (nel qual caso è giusto fondare il giudizio valutativo sui risultati etfettivamente raggiunti mediante le azioni morali), ed allora non è più lecito parlare dell’ esistenza della vita morale indipendente dalla conoscenza, chè anzi in tal caso la moralità è fondata sulla conoscenza e sulla riflessione ; ‘ovvero la vita morale si è in certa guisa svolta indipendentemente dalla considerazione degli effetti delle azioni, ‘considerazione, la quale si è rivelata soltanto a chi si è posto a riflettere sull'insieme della vita morale, ovvero cioè gl’ individui hanno cominciato coll'operare in un dato modo per seguire gl’ impulsi del loro animo, senza aver di mira ‘alcun risultato obbiettivo che è divenuto evidente solo posicziornente, e allora ia veduta teleologica non ha nell'Etica un ufficio differente da quello che ha nella scienza in genere. In questo caso non è ragionevole fondare la valutazione degli atti morali sugli effetti obbiettivi. Ed anche qui la considerazione teleologica non è una conoscenza nello stretto senso della parola, ma è una forma di ‘contemplazione. L'Etica del Paulsen rimane impigliata nel suddetto dilemma. Il Paulsen ha ragione di respingere il puro formalismo kantiano, in quanto l'analisi dello spirito umano. mostra che la volontà non può entrare in azione se non avendo in vista un fine determinato e concreto, ma ha torto di affermare che la valutazione morale debba essere fondata soltanto sulla considerazione degli effetti consecutivi all’azione, senza tener conto della natura propria del volere (ovvero tenendone conto in modo secondario e subordinato). La volontà non è qualcosa di accessorio alla moralità, nè questa è fuori della volontà, allo stesso modo che il bello non è al di fuori dell'anima che lo sente e lo gusta. E mentre il prodotto artistico va giudicato alla stregua dell’ emotività estetica umana (sensoestetico), il fatto morale senza cessare di essere tale, non può essere considerato a parte dalla determinazione del volere che gli diede origine: e ciò perchè l'essenza del fatto estetico è nell’emozione estetica, mentrechè l'essenza di quello morale è nel volere. Un fatto staccato dal volere che l’ha determinato non può mai essere obbietto di un giudizio morale, come un bello che non è sentito non può essere oggetto di un giudizio estetico. In tanto è lecito parlare di moralità in quanto è in causa il volere che è quanto di più intimo abbia l'uomo, in quanto è in causa l’uomo stesso: e la considerazione degli effetti di un'azione in tanto può entrare nel giudizio valutativo degli atti umani in quanto gli effetti spesso, ma non sempre, sono: l’espressione del volere, sono il volere umano obbiettivato. L’Etica non si può limitare ad esaminare semplicemente la forma del volere e dell’ operare umano, ma deve anche prendere in considerazione il contenuto di questa, vale a dire il fine da raggiungere mediante il volere e l’azione. Ora lo scopo dell'attività umana non può essere determinato che con la guida della necessità morale e non può essere valutato che in base alle norme morali stesse. Per il che occorre che all'attività umana venga proposto non un fine qualsiasi, ma uno che sia in armonia colla naiura propria dell’uomo. Onde è che l’esperienza, il fatto cioè che questo o quell’individuo in questa o quella circostanza sì è proposto un dato fine e l’ha raggiunto, non ci autorizza niente atfatto a considerare senz’ altro lo stesso fine come morale e come degno di essere ricercato; è necessario per contrario che il detto scopo sia fondato necessariamente sulla natura dello spirito umano e derivato dalle leggi priori dello stesso. La psicuiogia potrà fornirci un'interpretazione adeguata della natura di queste leggi, ma nulla potrà dirci del loro valore e della loro importanza. In sostanza noi possiamo dire che ogni precetto morale O giuridico contiene ad uno stesso tempo elementi empirici ed a priori. Il contenuto particolare e determinato non può esser fornito alle norme etiche che dai bisogni e dalle contingenze in cui l’uomo si può trovare, mentre i caratteri dell’universalità, della necessità e della obbligatorietà non possono ad esse venire se non da questo che le varie forme dell'attività umana vengono considerate come processi e stati aventi la loro origine e il loro svolgimento in esseri ragionevoli e liberi. Non altrimenti che noi consideriamo come logicamente necessario solu ciò che, seguendo le regole del pensiero logico, deriva da dati presupposti, così diciamo moralmente necessarie quelle maniere di operare che per necessità logica derivano dai seguenti presupposti: che l’uomo è un essere ragionevole e che la parte spirituale della sua natura paragonata con quella animale, non solo ha un valore maggiore, ma ne ha uno incondizionato. Quanto più l'individuo riconosce tale necessità, tanto più squisito è il suo senso morale e quanto più la condotta di una persona si lascia guidare dal sentimento della medesima necessità, tanto più moralmente puro sarà il suo operare. L'adempimento del proprio dovere produce la pace dell’anima appunto perchè in tal caso la condotta è in accordo con ciò che all'agente sembra necessario alla conservazione: cd elevazione del proprio vaiore personale, di guisa che le leggi morali non esprimono chele condizioni nelle quali la nostra volontà è veramente funzione dello spirito ed è degna dell’appellativo di volontà ragionevole. È evidente che a misura che si va svolgendo la nostra vita spirituale e il suo valore ci si rende manifesto, acquistiamo coscienza delle esigenze che in rapporto a ciò ci si impongono e quindi acquistiamo chiara cognizione delle leggi morali. Fintanto che in noi non mette radici la persuasione che il comportarsi in un dato modo è da considerare come esigenza universale della natura umana, non è lecito parlare di moralità: onde consegne che l'uomo trae la nozione di ciò che deve fare non dalla esperienza, ma dalla considerazione di ciò che trova di più nobile ed elevato nel suo animo e dalle esigenze che una tale considerazione trae seco. Non si vede poi su che base si potrebbe costituire una norma fis:a ed universale per giudicare del valore morale di un’ azione, una volta che la determinazione del volere fosse considerata come unelemento accessorio e subordinato, tanto più se si pensa che la valutazione degli effetti è pressochè impossibile ad effettuarsi in modo esatto, tenuto conto delle svariatissime circostanze che possono concorrere a far variare l’importonza di essi; vero è che si dice che il giudizio morale ha come punto di riferimento gli effetti .che normalmente derivano da determinate maniere di operare, ma non si vede che in tal caso sono le maniere di operare, vale -a dire ledeterminazioni della volontà, che costituiscono la base vera dei nostri giudizi, mentrechè gli effetti figurano come una semplice conseguenza, unaspecie di estrinsecazione di quelle? Si obbietta che il giudizio morale fondato sull’intenzione dell'agente, è pressochè impossibile, tenuto conto delle insuperabili difficoltà che si oppongono ad un esatto esame psicologico, ma in tale asserzione vi è molto dell'esagerato. In ogni caso, una volta che si fa dipendere il giudizio morale esclusivamente dagli effetti consecutivi alle azioni, bisogna poi dire secondo quale norma noi valutiamo i detti effetti. Le idee del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto non si sarebbero mai potute formare, se nella natura propria dell'uomo e segnatamente nella sua ragione, non avesse radice il bisogno e la capacità di paragonarsi cogli altri uomini, di valutare i loro stati analogamente ai propri, e di estrarre dalla esperienza propria e da quella degli altri leggi generali aventi l'ufficio di regolarlo nei vari suoi atti; se insomma l'attitudine morale non avesse il suo fondamento ultimo nella ragionevolezza umana. Senza di questa condizione sarebbe stato impossibile trarre regole universali dai vantaggi o danni derivati da determinate azioni: ciascuno avrebbe evitato ciò che gli recava nocumento ed apprezzato ciò che gli giovava. Ancorchè sì voglia ammettereche l'esperienza delle conseguenze di dati atti abbia dato il primo impulso alla formazione delle idee morali, riman sempre da spiegare il loro completo svolgimento, giacchè ogni progresso morale ha come base la ragionevolezza umana. Da ciò deriva che i precetti morali, se traggono il loro contenuto dall'esperienza, devono la loro forza di obbligatorietà a leggi universali dello spirito umano indipendenti da qualsiasi esperienza. Ond’è che la scienza morale o l’etica non può avere altro obbietto che quello di rintracciare gli elementi della natura unana, dai quali deriva la tendenza ad anteporre a tutto gl'interessi spirituali e il benessere della società, nel che propriamente consiste la moralità. Come si vede, ciò che reude assolutamente difettosa la concezione morale del Paulsen è l'asserzione che basti l'esperienza per determinare i precetti morali. Infatti, si può domandare: Perchè ciò che è utile alla società deve essere praticato ? Perchè lo svolgimento delle varie attività e funzioni dell'individuo e dei suoi simili costituisce il fine umano? Si risponde: Perchè la coscienza sociale, perchè lo spirito collettivo così comanda; ma, si può domandare ancora: E perchè lo spirito collettivo dà di tali comandi ? Perchè esso è fatto cosi? E che dritto ha esso di dare dei comandi ? E che prove abbiamo della esistenza e della superiorità ci un tale spirito? E le domande non sono finite ancora: Perchè esistono quei tali istinti sociali che sono la radice di taluni costumi e consuetudini ? Da qualunque. lato sì consideri la questione, emerge chiaro che non è possibile trarre esclusicamente dall'esperienza il contenuto della moralità senza tener conto delle direzioni primitive ed originarie del volere umano illuminato e conpenetrato dalla ragione. È curioso che il Paulsen ammette che il problema della determinazione del fine ultimo della vita non possa esser risoluto dall’intelletto e quindi dall'esperienza, mentre quello riguardante i mezzi per raggiungerlo (virtù e doveri) sì. Ora se le virtù e i doveri sono insieme parti del fine ultimo della vita e mezzi per raggiungerlo, come mai possono essere determinati con metodo diverso da quello con cui è determinato lo scopo finale della vita ? L'esperienza non ci può presentare che fatti concreti collegati insieme, ma non potrà :nai darci la necessità per cui i dati fatti si collegano, nè il perchè così si collegano, come non’ può darci mai alcuna norma o regola, che abbia valor necessario ed universale. È innegabile che per quanto sì osservino fatti e si notomizzino, non sì caverà mai da essi una norina assoluta ed universale di operare. Convien dunque riconoscere in noi una facoltà o una disposizione primitiva per la quale, sotto l'impulso di alcuni fatti, sì. sveglia in noi l’idea del dovere, l'idea di un qualche cosa che si deve assolutamente fare. Questa coscienza del dovere considerata nella sua generalità quale coscienza d’un fine obbligatorio, superiore al nostro benessere individuale è, come abbiamo veduto, il fondamento comune e generale della natura morale degli uomini: ma a questo fondamento meramente formale si aggiunge necessariamente, nella coscienza di tutti, una determinazione materiale, varia secondo i popoli, i tempi e gli individui. Per ciò che riguarda la superiorità attribuita allo spirito collettivo nelle sue varie forme rispetto allo spirito individuale, giova notare che non ogni forma di collettività. è superiore all'individuo, come non in ogni caso l’indivi duo deve seguire i più. È da questo punto di vista che le idee emesse dal Paulsen sulla natura del dovere meritano d’essere completate. Le unità collettive che hanno un valore più elevato sono quelle che condizionano l’individuo, quali la famiglia e la società presa in senso lato. È evidente che senza la famiglia e la società non vi sarebbe nè individuo, nè cittadino, il quale dapprima è per cosi dire una cosa con esse, e se ne distacca soltanto in un tempo posteriore, quando il volere individuale ha acquistato tanta forza da poter vivere e svolgersi in modo autonomo. Le dette unità collettive condizionando la vita individuale, sono universali, nel senso che non vi è uomo, il quale non appartenga ad una famiglia, o ad una società. È chiaro che le stesse collettività lungi dall'essere un prodotto . dell'astrazione, sono quanto vi può essere di concreto, e vivono ed operano negli individui ; è evidente del pari che iascun individuo sì sente intimamente legato ad esse, ri flette nel suo animo le loro tendenze ed aspirazioni, e le ri . conosce come qualcosa di superiore. Una volta che l'individuo ha nella collettività il suo punto d'origine, il suo fondamento, @ il suo sostegno, non può non attribuire ad essa un po tere ed una forza stragrande. Non basta. ciascun individuo come elemento isolato, sente prepo:ente il bisogiio di com. pletarsi, congiungendosi col Tutto, onde il suo volere quanto. più è compenetrato dalla ragione tanto più è tratto a compiere quelle azioni che lo fanno sentire uno col Tutto, e che, togliendo ogni restrizione, contribuiscono ad allargare l'Io. Le forme particolari ed artificiali di collettività non sempre hanno un valore superiore e più elevato, in quanto non contengono ciò che vi ha di essenziale negl'individui. Le unità collettive naturali lungi dall’eliminare le differenze individuali, le armonizzano e le elevano ad una . potenza maggiore. Gl'individui possono (ed è bene che avvenga) fare a meno dal seguire i dettami della collettività quando questi non si riferiscono a ciò che vi ha di universale nella natura umana È soltanto a questa condizione che l'individuo, seguendo la collettività, si sente’ più che sè stesso, si sente parte di ciò che vi ha di meglio nel mondo, in modo da trovare un appagamento calmo e completo alle più profonde aspirazioni del suo cuore, e. alle intime esigenze di tutto il suo essere. Prima di finire noterò che chi si fa a considerare l'insieme delle dottrine morali del Paulsen, s'accorge subito che in esse si ha come il riflesso della psicologia quale venne trattata dal nostro Autore. Vedemmo, infatti, che per lui il fatto psichico primitivo ed originario è dato dall’attività, dall’energia, mentre tutte le altre potenze non rappresentano . che dei mezzi adatti a far raggiungere all’attività il maggior dispiegamento. Da tal punto di vista ciò che è pura-mente subbiettivo, quale il sentimento, figura come il semlice riflesso o come l’intertoriszazione del fatto obbiettivo dell’operare, che è l'essenziale. Una tale dottrina psicologica fondamentale trasportata nel campo morale che cosa. doveva darci? La trasposizione della base della valutazione, diremo così, dall'interno all'esterno. Infatti, una volta che l'essenziale è l’ attività, e che questa nonsi può misurare che dal lavoro che compie, dagli effetti che produce, è naturale che il giudizio valutativo debba . riferirsi agli effetti consecutivi alle azioni, invece che alle- determinazioni subbiettive del volere e dell’emotività, i - quali rappresentano qualcosa di accessorio, di sussecutivo . © di incidentalmente concomitante. L'importante per il nostro Autore non è la genesi subbiettiva dell’atto, ma . l'attività, per così dire, obbiettivata. Ma non è questa, domandiamo noi, una maniera di snaturare la moralità ? Non è l'essenza di questa riposta nel processo per cui l'ideale si attua, per cui ciò che non è ancora tende a tramutarsi in fatto? Non ha essa la sua nota caratteri. stica nel procedimento per cuiil mondo veramente uinano siva formando ? Togliete l’ideale dal dominio morale ed avrete annullato la moraità : ora, non si viene a destituire d'ogni valore l'ideale, una volta che si pone come obbietto della ‘ valutazione morale l’effetto che consegue all’azione, cioè a dire quella parte dell'ideale che è stata già tramutata in fatto? Bisogna ben tenere a mente che l’ideale è un pro. dotto del soggetto, prodotto che ha valore ed efticacia per sè, a prescindere dalla sua attuazione, la quale può essere arrestata o di molto diminuita per cause svariatissime. E la scienza morale si differenzia da tutte le altre scienze appunto per questo, che essa non sì riferisce a fatti, ma ad ‘idee ed a sentimenti che tendono a tramutarsi in fatti : in caso contrario la scienza morale quasi quasi non ha ragione di esistere. La classificazione, l'ordinamento ed anche la valutazione degli effetti di date azioni sono di spettanza di altre scienze. Aggiungiamo in ultimo che, ammesso il teleologismo alla maniera di Paulsen, si viene a destituire d’ogni valore la volontà, la quale è quasi considerata come una forza, le cui determinazioni per sè possono essere trascurate, tanto è ciò vero che il giudizio morale principale si riferisce .agli etfetti consecutivi all’azione, iquali possono essere maggiori o minori in rapporto a numerose circostanze che non hanno niente a che fare colla volontà vera ‘@ propria; per contrario le determinazioni primitive di questa e i loro motivi vengono lasciati da parte come qualcosa di superflno e quindi d'insignificante. Non si ha cosi una nuova forma di fatalismo, una volta che più o meno manifestamente viene ad essere ammesso che la volontà presa per sè non è degna di considerazione ? È degno di nota il fatto che i sistemi filosofici, ì quali pongono il volere come fondo e sostanza dell’ universo, sono costretti dalla forza delle cose a negare ogni efficacia al volere vero e proprio: diciamo al volere vero e proprio, giacchè il volere aminesso dai filosofi pantelisti è qualcosa di così chimerico e di così inconsistente che non può esistere, se non nella fantasia di quelli che ne hau fatto il doro Dio. Chi si fa a considerare tutto il movimento della filosofia contemporanea non può a meno di notare che le varie direzioni di questa hanno i loro nuclei di origine nella filosotia kantiana. I germi delle varie forme che ha assunto l’attività del pensiero filosofico nel secolo nostro si trovano tutti nel Kantismo, tanto è ciò vero che ciascun filosofo prende come punto di partenza qualche veduta kantiana, e non fa che trarre da essa tutte le conseguenze possibili, svolgendola nelle varie sue parti. Nè ciò deve far meraviglia, se si pensa che Kant piuttosto che darci un sistema filosofico vero e proprio, ci diede una critica della conoscenza e della metafisica anteriore, ond'egli, qua e là potette emettere delle vedute forse non perfettamente atte ad esser coordinate in un tutto armonico non atte cioè a divenire elementi di un sistema unico, ma atte a divenire punti di riferimento di concezioni posteriori. Non è nostro intendimento ora di passare a rassegna i vari sistemi filosofici che presero le . mosse da Kant: notiamo soltanto che tra le varie direzioni del pensiero speculativo contemporaneo due si possono segnalare in modo spiccato come germinazioni dirette del Kantismo: alludiamo alla filosofia critica propriamente detta o al cri. ticismo e alla filosofia dell'attività o pantelismo nelle sue varie forme. Le dette due direzioni presentano dei caratteri netti e delle note speciali, per cui non sì può non: considerarle separatamente: il criticismo, infatti, ha, per cosi dire, il suo centro di gravità nella teoria della conoscenza. che costituisce per esso l’obbietto speciale dell'indagine filosofica ; il pantelismo invece è concezione essenzialmente metatìisica e lungi dal limitare le sue ricerche alle discussioni gnoseologiche, ha di mira di penetrare la natura intima della realtà sia fisica che psichica. Entrambe queste direzioni del pensiero filosofico, dicevamo, si rapportano a Kant; ma mentre il criticismo cerca di dare il più ampio svolgimento alle vedute d'ordine teoretico, il pantelismo ha l'intento di accentuare e di esagerare il pensiero fondamentale della filosofia pratica del grande filosofo di Kénigsberg. É noto che mentre nella critica della ragion pura Kant, dopo l'esame e l’analisi del potere della conoscenza umana,. affermò l'impossibilità di oltrepassare il fenomeno, nella critica della ragione pratica ammise una sola via di penetrare nel regno del Reale e questa per lui era il volere umano. È del pari noto che si volle trovare un’antitesi tra il pensiero e il metodo della ragione teoretica e il pensiero e il metodo della ragione pratica, onde avvenne che alcuni seguirono Kant nella teoria della conoscenza, mentre altri nella metafisica che poteva esser dedotta dai presupposti della sua Etica. Avendo il grande filosofo tedesco proclamato il primato della ragion pratica ed avendo ammesso nel volere umano una specie di accenno all’Assoluto, era da aspettarsi che i filosofi, i quali non si appagavano delle semplici discussioni gnoseologiche, dovessero cercare di costruire una metafisica, dando svolgimento e trasformando pressochè completamente i postulati della ragion pratica. Tale fu il caso dello Schopenhauer. Non abbiamo bisogno di esporre la metafisica di questo filosofo per mostrare come essa abbia una delle sue radici nel pensiero kantiano. È necessario piuttosto domandarsi a questo punto se il pantelismo abbia in realtà interpretato e svolto il pensiero . kantiano: fa d'uopo, cioè, ricercare se in fondo i presupposti della filosofia morale e religiosa di Kant siano proprio quelli che formano il caposaldo della metafisica pantelistica. Ora a tale questione non si può che rispondore negativamente : chi ben considera, infatti, l'insieme della filosofia kantiana nota subito come l’antitesi tra la filosofia teoretica e pratica in realtà non sussista; giacchè in entrambe domina quella che si potrebbe dire veduta formaliatica, nel senso che tanto nella conoscenza quanto nell'attività pratica si distingue l'elemento a priori o formale, che dà le note essenziali della necessità e dell'universalità dall’ elemento materiale, il quale è empirico e quindi contingente, vario e relativo. Se non che Kant, intendendo di costruire un sistema di morale pura ed elevata, volendo dare alla morale un fondamento assoluto, comprese che bisognava ridurre al minimum l'azione dell'elemento empirico per riporre ìil carattere normativo della legge morale in qualcosa di fermo e di stabile; solo cosi il dovere era fine a sè stesso. In tal guisa fu indotto a porre l'essenza dell’imperativo categorico in una determinazione primitiva del volere umano, la quale non poteva non esser formale. Sicchè mentre egli aveva considerato l’ elemento formale della conoscenza (forme dell’intuizione e categorie), una volta separato dall'elemento materiale, come vuoto, nella morale, per timore di contaminare in qualche modo la purissima concezione etica, attribui un valore assoluto all'elemento formale considerato per sè separatamente da ogni determinazione derivante dall'esperienza. Da tal punto di vista è innegabile il divario esistente tra la filosofia teoretica e quella pratica di Kant, ma chi ben riflette sul principio dell'Etica kantiana s'accorge che il detto principio formale implica in fondo un contenuto materiale, giacchè l'universalità della regola nun può contenere per sè forza obbligativa, ma solo perle conseguenze buone che ne derivano, cioè per l’accordo generale degli animi e per lo svolgimento dei sentimenti disinteressati. In ogni caso il detto divario autorizza forse a considerare giusta l'opinione di chi sostiene che il pantelismo è niente altro che la continuazione e lo svolgimento di ciò che vi ha di essenziale nella filosofia di Kant? Per risolvere una tale questione fa d’'uopo ricercare quale sia l'essenza del pantelismo, affinchè dopo si possa vedere se le vedute kantiane realmente coincidano con essa. Ora il pantelismo .&fferma che fondo e sostanza dell'universo è il volere, ma, si noti, non il volere umano, il volere cioè intimamente <compenetrato dall’intelligenza, bensi il volere-forza, l’azione, l'operare per l’operare: ed afferma inoltre l’assoluta supre.mazia della attività di fronte all'intelletto. La fanzione ‘conoscitiva, infatti, nelle sue varie forme e gradi non è per esso che qualcosa di sussecutivo e di secondario, una specie di istrumento creato dall'attività. É evidente che questa seconda affermazione è una conseguenza della prima, nella quale propriamente sta il principio fondamentale del pantelismo. Ciò posto, chi conosce lo spirito della filosofia kantiana non può far a meno di constatare la profonda differenza esistente tra essa e il pantelismo, in quanto Kant ammette, si, il primato del volere, ma del volere che è tutt'uno colla ragione, tanto è ciò vero che egli parla di ragione pratica, onde non è lecito considerare come propria della filusofia kantiana l’ affermazione della separazione assoluta del volere e del sentimento dall'attività conoscitiva. Per quanti sforzi si facciano non si riuscirà mai a togliere all'etica kantiana la caratteristica sua propria che è quella di essere un'etica trascendente; ora chi dice ‘etica trascendente dice etica che ha un fondamento speculativo ; il che alla sua volta include l'affermazione dell’indissolubilità della morale dalla metafisica. Non è giusto adunque riferirsi a Kant quando si afferma l'indipendenza assoluta dellu morale e della religione dalla metafisica; in fondo il pensiero kantiano è questo, che la conoscenza e la ragione per sè isolatamente considerate non bastano a darci il fondamento assoluto dell’etica e della religione, per il che si richiede la cooperazione di altre funzioni dello spirito o di altri momenti della vita psichica (sentimento e volontà). L'etica e la religione però non possono esistere senza che sia ammesso, sia pure in forma di postulato, un qualche fatto d’ordine speculativo. Ciò che Kant ha affermato quindi non è la supremazia o anche l'indipendenza assoluta del volere cieco di fronte alla ragione, ma l'insufficienza della ragione isolatamente presa a farci penetrare nel regno dell'assoluto e quindi la necessità della cooperazione del volere. Dire adunque che il pantelismo è una conseguenza necessaria e legittima della filosofia kantiana e dire che la concezione etica e religiosa propria del pantelismo è nel fondo quella kantiana equivale ad affermare cose non perfettamente conformi al vero. Noi ci siamo alquanto dilungati nell'esporre il rapporto esistente tra il pantelismo ela filosofia kantiana in quanto le idee del Paulsen, le quali, come ha potuto vedere chi ci ha seguito nella esposizione analitica fattane, si riducono ad una forma di pantelismo, non possono essere considerate come una vera e propria germinazione della filosofia kantiana, ma vanno riguardate piuttosto come il prodotto della fusione di svariati elementi, ai quali brevemente accenneremo. Per sintetizzare in brevi termini il nostro pensiero intorno alla genesi storica delle vedute del Paulsen diremo che i germi deposti nella sua mente dallo studio delle opere di Kant e di Schopenhauer maturarono e si svolsero in modo particolare per la cooperazione di molteplici altri fattori, quali i lavori compiuti dai neocritici, i progressi delle scienze particolari, specialmente di quelle biologiche, e l'allargamento della cultura in genere avvenuto negli ultimi anni. Secondo noi, il Paulsen, spirito fornito di una grande potenza assimilatrice, ha preso da Kant la purezza dell'intuizione morale, e la profondità del sentiment) religioso, dallo Schopenhauer il concetto del primato dell’ attività di fronte alla conoscenza e dalla cultura contemporanea la tendenza a considerare la filosofia come la sintesi delle scienze particolari. Qui, si può domandare : Ha il Paulsen fuso questi vari elementi in modo armonico da formare un'opera sotto qualche rispetto originale ? È riuscito il Paulsen a presentarci una sintesi vera dei vari tentativi fatti dallo spirito umano per dare una spiegazione dell’enigma dell’universo ? A noi pare .che l'opera del Paulsen, notevole per larghezza di vedute € per chiarezza e perspicuità nell'espressione, sia più che una semplice introduzione o guida al filosofare, ma sia d'altra parte meno che una concezione filosofica originale e. meno che una sintesi nuova e prcfonda di sistemi anteriori. Sul modo di filosofare del Paulsen oltrecchè gli elementi accennati disopra esercitarono una grande azione le speculazioni di Teodoro Fechner. Questo filosofo (1), il quale è massimamente noto per aver fondato in compagnia di Weber la Psicofisica, ebbe un modo proprio di considerare e di Fechner, professore deli0’Università di Lipsia. risolvere i problemi filosofici che merita di essere conosciuto.. Ed è notevole anzitutto che la Psicofisica lungi dall'essere qualche cosa di estraneo, come a prima vista si potrebbe supporre, alle sue idee speculative, non è che una parte integrante di queste: il che apparirà chiaro dopo che avremo esposto ì punti principali del sistema fechneriano. Secondoil detto filosofo adunque dal lato interno e psichico,. la realtà piena e vera si trova nell’Unità suprema della coscienza divina, mentre dal lato esterno o fisico vanno considerati gli atomi quali elementi ultimi reali. L'Unita suprema della coscienza che tutte le altre unità di ordine inferiore contiene in sè, si deve pensare analoga a quella umana; ed allo stesso modo che vi sono delle unità di coscienza inferiori alla umana, come quelle degli animali, delle piante, dei cristalli, ecc., così ve ne sono di ordine superiore, intermedie quindi tra l’umana e la divina. Tali sono quelle delle stelle, dei pianeti e degli astriin genere. L'Uno-Tutto abbraccia colla sua coscienza tutte le unità di ordine inferiore, mentre queste non sanno di essere comprese nell'unità superiore. La nostra vita terminata quaggiù, entra a far parte di uua vita superiore e più elevata; non altrimenti che nella nostra psiche una intuizione, quando sparisce come tale, sì conserva, o meglio rinasce come ricordo in una sfera superiore dell'anima, così tutto il nostro spirito perdura in un'esistenza spirituale superiore. Nel mondo di là gli spiriti non sono più collegati mediante determinazioni spaziali, ma sono in un rapporto reciproco più elevato, più intimo e insieme più libero. D'altra parte l’atomo vero e proprio non può essere percepito, ma soltanto dedotto od astratto dal complesso dei fenomeni corporei, e figura come il punto di riferimento di tutti i nostri calcoli nelle scienze esatte. La prova della realtà degli atomi risiede nella necessità di farne uso; e noi intanto arriviamo a concepirli, in quanto l’analisi dei fenomeni corporei, spinta agli ultimi limiti, pone davanti alla nostra mente questi elementi assolutamente semplici, i quali appaiono condizioni essenziali dell’ interpretazione e del calcolo dei vari fenomeni svolgentisi nell'universo. Il Fechner chiamala sua concezione idealistica in quanto per essa è ammessa l’esistenza di una coscienza universale o totale, la quale è come la condizione im:nanente dell’esistenza della materia ; la chiama matertalistica in quanto con essa viene ad essere riconosciuto che non vi è attività dello spirito, sia umano che divino, che non sia accompagnata da un fenomeno materiale o di movimento ; la chiama dualistica in quanto per essa anima e corpo appaiono irriducibili l’una all’altro; la chiama finalmente concezione dell'identità in quanto per essa spirito e natura sono due modi differenti d'apparire di uno stesso processo fondamentale. Ciò che vale a controdistinguere la veduta del Fechner di fronte alle concezioni di altri filosofi del nostro tempo, quali l'Herbart, il Lotze, è che egli non ammette in alcun modo l’esistenza di sostanze finite, di reali indipendenti, ovvero anche in connessione reciproca tra loro, ma aventi valore per sè. Per lui la realtà è nel processo, nella vita, nell'attività universale ; le sostanze finite, o le monadi non sono che fatti o processi di un ordine inferiore, i quali devono la loro esistenza ad un processo simile, ma di ordine superiore. Una volta poi ammessa così dal Fechner la dottrina dell'animazione universale e quella della continnità e accrescimento graduale e ininterrotto della vita psichica e una volta riposta l’essenza di quest'ultima non nella qualità semplice di un reale o nella reazione di una sostanza inpenetrabile, bensi nello svolgimento del processo universale attraverso a una quantità di momenti di vario ordine, è chiaro che s’' imponeva l'esigenza non solo di mostrare la possibilità della esistenza di una vita psichica latente, ma anche di rappresentarla, diremmo, graficamente, andando in traccia delle condizioni, per cuì si rendono possibili quei centri concreti di attività psichica che nella loro ordinaria funzione ricevono il nome di anime. In altri termini, in base ai suoi concetti speculativi, il Fechner fu spinto a ricercare una legge, poggiata possibilmente sul calcolo e sull'esperienza, atta a dar ragione della discontinuità rivelantesi nella ordinaria vita psichica. A tale esigenza risponde appunto la legge psicofisica, colla quale viene enunciato il fatto che la sensazione non comincia con uno stimolo infinitamente piccolo, ma solo con il valore limite dello stimolo e che l'accrescimento della stessa cessa del tutto quando lo stimolo ha raggiunto il limite clell’altezza che è il suo limite massimo. E qui va notato che se si fa crescere l’ intensità dello stimolo, rimanendo fra il limite minimo e quello massimo, non ad ogni accrescimento di stimolo tien dietro un accrescimento di sensazione; lo stimolo deve crescere di un certo grado, cioè del limite della differenza, perchè noi lo avvertiamo. Codesto limite di differenza però non è una grandezza costante, ma dipende dal grado d'intensità già raggiunto dallo stimolo e relativamente dalla sensazione, per il che si può dire che il limite di differenza dello stimolo è proporzionale all'intensità dello stimolo stesso. L' accrescimento della sensazione rimane indietro all’ accrescimento dello stimolo, in maniera che l’intensità della sensazione cresce solamente nel rapporto aritmetico (come 1, 2, 3, 4, ....); laddove l'intensità dello stimolo cresce nel rapporto geometrico (come 1, 2, 4, 8, 16.....). | È chiaro che l’esistenza del limite inferiore ci guarentisce una certa insensibilità, e perciò anche una certa indipendenza dai piccoli ed innumerevoli stimoli, i quali, per così dire, senza posa ci vanno ronzando attorno e che altrimenti ci sarebbero cagione di continue molestie. Dall’altra parte il limite di differenza assicura alle sensazioni che entrano nella nostra coscienza una certa durata, in quanto le preserva dalle variazioni degli stimoli. L'impressione piacevole che si prova all'udire un pezza di musica si fonda essenzialmente su questo fatto, che noi non percepiamo le leggiere deviazioni dei suoni dalla consonanza e dalla partitura, giacchè esse sono al di sotto del limite di differenza. I valori dei limiti inferiori sono l’espressione della sensibilità per gli stimoli e per la loro distinzione, e come tali, mutano non solamente da persona a persona, ma anche da tempo a tempo, secondo il grado di stanchezza, di esercizio, di eccitamento o di paralisi. La concezione fechneriana ha un'importanza superiore a quella che d'ordinario le viene attribuita in quanto rappresenta uno dei più audaci tentativi fatti in questi ultimi tempi per coordinare i risultati delle scienze particolari con una costruzione quasi totalmente fantastica della Realtà. Il Fechner in sostanza dice: il meccanismo da qualunque punto viene considerato, figura come qualcosa di relativo; tutto ciò che é esterno in tanto ha valore in quanto appare a qualcos'altro: pertanto l'essenziale va ricercato appunto in questo qualcos'altro, l’esteriorità essendo semplicemente come un elemento fenomenico concomitante. Ammesso: il principio che a tutto ciò che è tisico corrisponde un lato psichico, è agevole pensare che a tutte le varie formazioni fisiche (astri, pianeti, ecc.) debbano correre parallele delle corrispondenti formazioni psichiche fino a giungere alla Coscienza universale che tutto in sè contiene e comprende. Ora si domanda: Il fatto di dover ammettere un lato interno, corrispondente a tutto ciò che appare meccanico o esterno autorizza a porre senz'altro l’esistenza di determinate unità di coscienza intermedie tra l’uomo e Dio? Che dritto abbiamo noi di credere che la coscienza universale diffusa sì sia, acosì dire, differenziata in tali unità di coscienza particolari, quando pur sappiamo che la formazione della nostra coscienza richiede condizioni e processi speciali e di ordine complicato? Noi crediamo che si possa é si debba accettare uno stato di psichicità o di interiorità diffusa, 0scura, ma non crediamo che ciò tragga seco la necessità di ammettere dei centri di coscienza distinti, intermedi tra l'uomo e Dio, giacchè i fenomeni presentati dai vari sistemi di astri non possono essere risguardati quali manifestazioni di coscienze determinate. Anzitutto notiamo che qualunque speculazione a tal riguardo appare priva di valore, sia perchè essa siriduce a un modo soggettivo e arbitrario di rappresentarsi ciò di cui noi non possiamo avere che conoscenza astratta e incompleta, e sia perchè la conoscenza dell’interiorità in tanto può aver significato in quanto giova al conseguimento di fini pratici, agevolando il rapporto e il nesso reciproco degli esseri e il perfezionamento che ne consegue. Quando per contrario l’interiorità figura come qualcosa d’indifferente, come qualcosa di sfornito d'importanza, quando insomma per poter utilmente agire sulle cose basta la conoscenza esterna fenomenica che di esse abbiamo, la ricerca dell’interno va posta a livello di qualsiasi altro gioco della fantasia. Noì in tanto ricerchiamo ed apprezziamo la conoscenza dell'interno degli altri uomini in quanto da tale conoscenza ci ripromettiamo dei vantaggi d'ordine teoretico (cognizione della natura dello spirito umano e delle sue leggi) e d'ordine pratico. È per mezzo di essa che noi possiamo utilmente agire sui nostri simili e su noi stessi, indirizzandoci a vicenda verso il fine a cui crediamo che il genere umano tenda. Il Fechner poi crede che ogni sistema di forze, che ogni determinato aggruppamento di elementi possa essere considerato espressione di una distinta unità di coscienza; ora ciò evidentemente non è ammissibile, giacchè occorre far distinzione fra quelle coordinazioni di elementi che sono indizi o estrinsecazioni di unità di coscienza realmente esistenti (unità di coscienza tn sé) e quelle coordinazioni di elementi che hanno il loro fondamento nella coscienza del soggetto che contempla i detti elementi. Così i vari sistemi in cui la mente umana ha ordinato l'immensa molteplicità dei fenomeni, non depongono per l’esistenza di unità di coscienza corrispondenti, ma hanno per presupposto l’esistenza di una coscienza, diremo cosi, estrinseca, la -quale li ha formati, contemplando i fenomeni: invece le coordinazioni presentate dagli organismi in genere sono forme di estrinsecazione di unità di coscienza distinte. Il Fechner, avendo identificato le due sudette maniere di coordinazione, si è creduto autorizzato ad ammettere un'’unità di coscienza in ogni sistema. Ma si può qui domandare: Vi è un criterio per distinguere quei sistemi che hanno per fondamento una unità di coscienza estrinseca da quelli che ne hanno una intrinseca? Ognuno vede la grave difficoltà di un tale problema; noi però crediamo di poterlo risolvere, ponendo il carattere distintivo nella pro| prietà che ha l’unità di coscienza veramente distinta (obbiettiva e di ordine elevato) di poter non solo produrre | ed avere vari stati, ma di poter agire su questi. Noi solo allora siamo autorizzati ad ammettere come espressione di un’ unità di coscienza distinta un sistema di elementi, . quando abbiamo degli indizi sicuri non solo che in tale sistema domina un'unità armonica e coordinatrice, ma che questa . produce e modifica i vari stati in cui il detto sistema sì può ‘trovare. In ogni altro caso si può parlare di coscienza universale diffusa, ma non di coscienza distinta e molto meno . di coscienza di ordine superiore. Ciò posto, se noi esaminiamo i fatti presentati dagli . astri, dai pianeti e da tutti quegli oggetti che, stando a Fechner, sono manifestazioni di unità di coscienza intermedie tra l’umana e la divina, noi troviamo che essi non presentano alcun indizio dell'esistenza di qualcosa di superiore e di elevato capace di agire sui propri stati; onde non è lecito estendere la coscienza distinta al disopra dell'uomo che presenta in modo evidentissimo la caratteristica suaccennata. | Concludiamo coll’osse rvare che la metafisica del Fechner, come quella del Paulsen, non sfugge al rimprovero che si fa atutte quelle metafisiche che sforzano la realtà, preten.dendo che l’ordine ideale di questa si realizzi per una via diversa da quella che l’esatta ricerca scientifica dimostra vera. Tutte queste metafisiche hanno in comune di esser modi di rappresentazione dell’incondizionato, onde il meglio è di considerarle come mere ipotesi che nei loro concetti e nelle loro linee più generali è bene tener presenti senza lasciarsene dominare, affidandosi al progresso lento, ma sicuro dell’esatta ricerca scientifica, la quale mentre da una parte insieme con tutta la cultura, influisce sulla loro formazione, è dall’altra atta a decidere, con la cooperazione. di altri elementi, del loro valore. La Vecchia e la Nuova Frenologia La Nozione di “ Legge, L'origine delle tendenze immorali . Il senso muscolare . L’obbietto della Psicologia fisiologica . La Filosofia dell’attività F. Paulsen SAGGI FILOSOFIA SAGGI DI FILOSOFIA. LA MORFOLOGIA DELLA CONOSCENZA IL PROBLEMA ESTETICO. IL PROBLEMA FILOSOFICO SECONDO BRADLEY TORINO CLAUSEN Chl 4225:2,3) HARVARD COLLEGE LIBRARY OC JACKSON FUND (1,49 2 / ro Li te nn a A SI, io ae i Pa e - & &__cse-@hctemurrr nd TARA sr AIA CI I TTI AT E I O A I I ZI I O i = 1° r_r_ it (i 7 E | vB8 AA ANI TE RE IE lr LA NOZIONE DI LEGGE. La Classificazione delle Leggi o la Morfologia della conoscenza 0. Si è concordi nell’ammettere distinzione tra la cono‘ scenza in generale e la scienza, in quanto la prima implica semplice qualificazione della Realtà, mentre la seconda include qualcosaltro ancora, include cioè la connessione necessaria degli attributi caratterizzanti il Reale. Se la conoscenza in generale verte sul particolare e sul concreto, la scienza si muove nell’ universale, nel necessario, nel. Per ragioni che qui non è necessario esporre, fui costretto ad anticipare di molti mesi la pubblicazione del 1° volume di questi Saggi, nel quale è contenuta la Nozione di Legge La trattazione di questo importante e difficile argomento rimase come strozzata; difatti l’ultima parte, da pag. 123 a 139, dove si parla di una classificazione delle Leggi, non è bene coordinata col rimanente e, più che una discussione ampia sul detto argomento, è l'eco di una serie di note prese per la più parte dalle Lezioni di Filosofia fatte dal Masci all’ Università di Napoli negli anni accademici 1890-91-92. Riprendo ora l'argomento interrotto, coll’ intento di dargli quello svolgimento che a me pare che meriti. permanente, avendo per obbietto non il dato puro e semplice, ma i concetti elaborati sul dato. Parrebbe adunque che la conoscenza esprimesse un rapporto o un contatto più immediato colla realtà, essendo come l’ apprensione diretta di questa, mentrechè la scienza fosse come una forma di appercezione mediata, compiuta, cioè, attraverso i concetti della nostra mente; parrebbe di conseguenza che tra conoscenza e scienza vi fosse una differenza sostanziale in modo da essere pressochè impossibile rintracciare, diremmo, la morfologia, o la figliazione dei vari ordini di caratterizzazione della realtà. Ora per veder chiaro in tale questione a noi pare opportuno determinar bene anzitutto in che propriamente consista la conoscenza. Questa in tutte le sue forme, a cominciare dalla semplice percezione a venire al concetto più astratto, lungi dal presentarsi come un contatto, diremmo, mistico, di due sostanze - il reale e la mente - poste l'una di fronte all'altra, figura come un processo di appercezione, mediante il quale ogni elemento nuovo viene come assimilato dagli elementi affini già esistenti nella psiche, di guisa che la legge della relatività è la legge psichica fondamentale. Ciò posto, noi vediamo che tra conoscenza pura e semplice e conoscenza scientifica non vi è differenza sostanziale, essendo due stadii di un processo fondamentale identico: conoscere equivale appercepire, assimilare, riferire l’ elemento nuovo ai già preesistenti ; se questi ultimi, distaccati dal processo psicologico e sottoposti ad un' elaborazione speciale, vengono considerati come simboli, come segni per riconoscere ogni elemento affine che sopraggiunge, sì avrà la scienza, in quanto i detti simboli sono appunto i concetti, gli universali che rendono possibile l’ appercezione del singolo e del particolare: se per contrario la forma appercettiva è incorporata nel processo psicologico si avrà la semplice conoscenza. Onde consegue che qualsiasi forma di conoscenza implica la cooperazione di un elemento universale (forma appercettiva), di un elemento intelligibile, di qualcosa che trascende il fatto concreto particolare attualmente in rapporto immediato col soggetto e insieme che non vi è e non vi può essere una esclusiva conoscenza di fatti singoli e isolati: questi son sempre appresi attraverso qualcosaltro che in certo modo li rischiara e li illumina, che, in altre parole, li rende intelligibili. E che cosa è questo universale attraverso cui noi appercepiamo qualsiasi fatto singolo? Se la sua funzione è quella di rischiarare, di rendere intelligibile il dato, idealizzandolo e in certa guisa universalizzandolo, esso si confonde con ciò che propriamente si chiama legge. Questa infatti, come fu ampiamente discusso altrove, è ciò che rende intelligibili i fatti singoli e concreti, o, ciò che torna lo stesso, rappresenta ciò che vi ha d'’intelligibile negli ultimi, è la loro stessa intelligibilità. Eccoci condotti adunque al risultato finale che il dominio della legge si estende fin dove si estende quello della conoscenza e che pertanto una classificazione razionale ed esauriente delle varie forme di legge in tanto è possibile in quanto le varie specie di conoscenza sono intimamente connesse tra loro da formare un tutto organico. Nè sembrerà inutile estendere in tal modo la nozione di legge , se si pensa che in tal guisa soltanto s' intende la natura vera del processo conoscitivo ed è resa possibile una vera e propria morfologia della conoscenza. E poichè lo spirito umano non ha soltanto la funzione conoscitiva, ma ha anche quella emotiva e volitiva, non è priva d'interesse la ricerca dei rapporti esistenti tra queste ultime e la funzione conoscitiva, per vedere fin dove estende il suo dominio il fatto conoscitivo e per ciò stesso la legge. Ora vi sono dei prodotti dello spirito umano, quali l'Arte, la Morale, la Religione, i quali sono da parecchi considerati come estranei assolutamente alla conoscenza: l'Arte, la Morale, la Religione, si dice, sono un prodotto del sentimento e della volontà e non già dell’intelligenza umana; rella vita estetica, morale e religiosa proviamo delle emozioni ed operiamo, ma non conosciamo. È vera l’affermazione di caloro che pressochè escludono il momerto conoscitivo dai succitati prodotti dell'anima umana? Noi crediamo che pur non essendo riducibili a meri sillogismi i fatti estetici, morali e religiosi, non cessano però di contenere come lero momento essenziale quello conoscitivo. Ed invero l'Arte e la Religione, esprimendo e simboleggiando, ciascuna alla sua maniera, il Reale, che cos’altro fanno se non qualificare lo stesso Reale? E la vita morale che sì esplica, mirando all'attuazione di un certo Ideale di perfezione, che cos'altro fa se non caratterizzare come progressiva e perfettibile la realtà stessa? L'Arte, la Morale, la Religione non sono certo un prodotto esclusivo del ragionamento reflesso, come credevano ì razionalisti, ma non sono nemmeno un prodotto esclusivo del sentimento e della volontà, come vogliono gli avversari della conoscenza, giacchè per poter significare e simboleggiare il Reale n i i it .$. + nm ©" - _ >= .,.>-bisogna aver una certa idea del Reale stesso, altrimenti l'espressione manca di ogni punto di riferimento e quindi di ogni significato. Ammesso anche che l’idea artistica, l’idea morale e l’idea religiosa sia come il portato di date tendenze ed esigenze dell'anima umana, ciò non esclude che qualsiasi determinazione estetica, religiosa, ecc. sia come una maniera di conoscere e di sperimentare il Reale, giacchè le dette tendenze ed esigenze (sentimenti e volizioni) involgono sempre un elemento intellettivo o appercettivo. L'Arte, la Religione, ecc. sono poi come vari punti di vista, come varie posizioni di prospettiva per poter ap-. percepire la realtà, per modo che attraverso le differenti forme che esse assumono noi possiamo comprendere i singoli fatti riferentisi alle rispettive sfere estetica, religiosa, morale. D'ordinario si crede che un fatto estetico o religioso sia qualcosa d’ individuale, di concreto, di singolare, qualcosa di chiuso in sè stesso; ora ciò mal si concilia colla funzione universalizzatrice, tipificatrice e idealizzatrice attribuita alla funzione estetica, religiosa e morale. Lo spirito umano quando crea il bello e foggia il simbolo religioso o pone l'ideale morale, attua i mezzi attraverso cui può intendere la molteplicità dei fatti concreti e particolari riferentisi alla sfera dell’arte, della religione e della morale. Nei casi suddetti adunque la mente umana da una parte conosce, ha un certo concetto (comunque formatosi) del reale, e dall'altra porge i mezzi attraverso cuì possono essere appercepiti una quantità di fatti singoli e concreti che si presentano nella vita ordinaria. Allo stesso modo che, perchè sia scoverta una legge scientifica occorre il Genio scientifico, perchè sia scoverto un punto di vista: nuovo da cui appercepire la realtà in ordine alla morale, alla religione e all'arte - punto di vista che fissa l'orientamento in ciascuna di queste orbite sì richiede l'influenza del Genio. In entrambi i casi il processo è sempre quello di appercepire e di fare appercepire in un dato modo la realtà, di ordinare la molteplicità caotica dei fatti singoli, il che equivale a dire che lo scopo è sempre quello di caratterizzare e qualificare la realtà. In fondo ad ogni opera estetica, morale e religiosa si trova poi un giudizio in cui vengono enunciate le diverse manifestazioni o differenze di un’ identità fondamentale, un giudizio in cui vengono esposte le maniere di articolarsi tra loro delle parti componenti un tutto e in cui infine vengono enunciate le determinazioni possibili o ideali e non attualmente reali. Si dice che mentre l'ipotesi scientifica è formata per spiegare i fatti reali che da essa conseguono, le costruzioni ideali dell'Arte, della Religione e della Morale sono prodotti arbitrari dello spirito, i quali hanno la loro ragione in sè stessi; ora ciò è vero entro certi limiti per il fatto che scopo dell’Arte, della Morale e della Religione non è quello di spiegare il dato, bensì quello di presentare sotto nuova luce il Reale, di mostrare cioè le varie direzioni entro cui lo stesso è concepibile. Sarebbe erroneo però supporre che le costruzioni ideali summentovate siano destituite di qualsiasi fondamento reale: esse poggiano invece sulla natura propria dell’ anima umana; e se non sono costruite in vista degli effetti che da esse conseguono, stanno però sempre ad indicare le maniere in cui i dati della realtà possono essere armonizzati tra loro. Anche l'Arte più spontanea e immediata ha l’ufficio di sistematizzare, di portare un certo ordine nel caos della realtà empirica. L'Arte produce un godimento più o meno intenso per il fatto stesso che è espressione armonica di ciò che la vita contiene. La realtà passata attraverso l’anima dell’artista assume una certa forma , per cui vengono ad esser tolte le asperità dei dati reali e vengono ad essere come smussati gli angoli presentati dal decorso delle cose. Non temiamo di metter fuori un paradosso dicendo che le contradizioni più stridenti dell'universo espresse dall’artista si trasformano in qualcosa d'armonico e di sistematico. Sta in ciò il vero incanto dell'Arte, la quale per esprimere le dette contradizioni, deve per forza renderle in qualche modo intelligibili, trasfigurandole e facendone intravedere l’unità armonica, Si dice inoltre che la scienza prova e dimostra, mentre l'Arte, la Morale e la Religione semplicemente costruiscono : ciò è vero ed ha la sua ragione nel fatto che la scienza vive e si muove nel mondo delle astrazioni e delle formule, mentrechè le altre produzioni dello spirito umano si muovono nel mondo dei tipi concreti, delle individualità. Ciò che è astratto e formale è immutabile e necessario, mentrechè ciò che è concreto, ciò che vive, sfugge sempre per una parte alla misura ed all'analisi quantitativa. A tal proposito giova ricordare che ogni forma di prova e di dimostrazione in fondo è riducibile ad un rapporto di identificazione. Provare, dimostrare equivale a valutare quantitativamente, equivale a ridurre e ad identificare tra loro gli elementi formali (le forme) di due cose o eventi. Può essere identificato solo ciò che presenta una medesima qualità variabile quantitativamente, non già ciò che presenta qualità differenti e irriducibili. Riassumendo, noi diciamo che in fondo ad ogni fatto estetico, morale e religioso, non altrimenti che in fondo ad ogni fatto scientifico, si riscontra un’idea, un concetto, il quale per essere accompagnato nel primo caso da sentimento (interesse) non permane quale concetto, ma col calore del sentimento si tramuta in fantasma, in rappresentazione concreta, e ciò perchè il sentimento tende al concreto, al rappresentabile e rifugge dall’astratto. Onde è chiaro che la diversità tra l’appercezione del reale fornita dalla conoscenza scientifica e quella che ha luogo nel processo estetico, religioso, etico sta in questo, che la scienza sia che muova dai fatti singoli, o da concetti (ipotesi) o da principii generali, mira a spingere o a far rientrare il particolare nel generale, mentre l'Arte, la Morale e la Religione tendono sempre ad obbiettivare in forma di tipi o di sistemi concreti, i concetti o i principii generali: tipi e sistemi che operano come ideali, a cui si deve rapportare la realtà empirica ordinaria. Va notato qui che la vita morale, estetica e religiosa da una parte e la scienza dall'altra, pur seguendo una via diversa nel loro modo di procedere, concordano in questo che in fondo tutte idealizzano l’esperienza o il dato e per tal via simboleggiano il Reale; l'idealizza la Scienza riducendo i fatti a concetti e l’idealizza l'Arte, la Religione e la Morale col presentare i concetti non incorporati in una data rappresentazione singola, ma in una rappresentazione generale, in una rappresentazione tipo atta a raccogliere ed a sintetizzare in sè molteplici dati particolari. Giacchè a tal proposito non bisogna dimenticare che l’Arte, la Religione o la Morale, se da una parte non volgono su concetti, dall'altra non volgono su dati di fatto (come fa la storia e in generale le cosidette scienze descrittive come la geografia, la cosmografia, la geologia), ma su tipi, su ideali, su fatti dunque concreti universalizzati, considerati sub specie ceternitatis. Per noi insomma la scienza elabora concetti (universali astratti), le scienze narrative o descrittive riproducono fatti concreti determinati col maggior numero di particolari possibili in modo da richieder però sempre un ulteriore complemento, l’Arte, la Religione e la Morale. hanno a che fare con tipi (universali concreti), con individualità. Possiamo conchiudere col dire adunque che non vi ha funzione dello spirito umano che non implichi il momento della conoscenza e che quindi tutte le produzioni dello spirito- umano ci forniscono qualche maniera di appercepire la realtà nelle sue svariate e molteplici determinazioni singolari. Alle varie forme di appercezione corrispondono le varie specie di leggi. Dal fatto che il processo della conoscenza è fondamentalmente uno e che esso si estende per tutto il dominio dell’attività dello spirito non consegue che esso non presenti delle notevoli differenze in modo da giustificare l'esistenza di varie categorie di leggi. E invero, vi sono delle forme appercettive, le quali agiscono come leggi nel senso che rendono possibile la comprensione e l'intelligibilità dei dati singoli concreti, ma non possono essere distaccate dal processo psicologico in seno a cui operano e quindi non possono assumere la forma di giudizi, come le leggi vere e proprie, per modo che esse mentre agiscono inconsciamente ed organicamente nella mente degli individui, non si rendono appariscenti che ad uno stadio tardivo della riflessione. Di tal fatta sono le forme appercettive inerenti agli stadii iniziali della vita psichica ed ai prodotti elevati dello spirito quali l'Arte, la Morale e la Religione. Volendo però presentare una prima (1) classificazione completa delle forme appercettive o leggi, le divideremo in quattro grandi categorie, in forme o leggi di riferimento o assimilative, in forme o leggi rudimentali, in forme o leggi relazionali e in forme o leggi sistematiche. Queste non possono essere formulate per via di giudizi, perchè sono anteriori alla formazione delle idee quali segni del reale, anteriori al linguaggio significativo, anteriori al distacco cosciente e voluto del significato dal fatto. Parrebbe a prima vista che questa classe di leggi non avesse ragione di esistere una volta che esse non possono essere enunciate, ed una volta che l'essenza della legge è stata riposta appunto nel was, nel significato, nell’ elemento intelligibile distaccato dalla realtà; ma, se ben si Diciamo prima classificazione, perchè, come vedremo in seguito, sì può fare una seconda classificazione delle forme appercettive, tenendo conto delle varie maniere in cui la conoscenza è acquistata. + s- n ®* re i fi n e ca riflette, nel caso delle leggi assimilative il processo d’idealizzazione esiste sempre, il was, pur non avendo ancora trovato un'espressione decisa, e pur non essendo stato staccato dalla matrice psichica, è attivo, è sempre in funzione, tanto è ciò vero che la conoscenza di nuovi fatti è resa possibile appunto da tale modo di operare dell’attività psichica. Se per legge si deve intendere ciò che rende possibile l’appercezione di un nuovo elemento, perchè non dovrebbe meritare il nome di legge ciò che rende | possibile qualsiasi forma rudimentale di conoscenza ? Siffatte leggi concrete operano in tanti modi diversi in quanti si può esplicare l’attività tipificatrice e assimilatrice della psiche. Lo studio di queste forme è di esclusiva spettanza della Psicologia, la quale dà ragione del nesso o delle relazioni esistenti tra i vari elementi psichici e della ricognizione, fondandosi sulla funzione identificatrice della mente. Per esprimere nel modo più chiaro il nostro concetto in ordine alle dette leggi, diciamo che esse non sono propriamente leggi, ma funzionano come le leggi. 2. Leggi rudimentali. Se il dominio della conoscenza coincide con quello della legge, se cioè ogni forma di conoscenza implica una certa universalizzazione del dato, è evidente che anche i giudizi enuncianti fatti singoli vadano considerati come leggi rudidimentali o iniziali universalizzazioni dei fatti percettivi. Ed invero, per convincersi come qualsiasi giudizio racchiuda come a dire, in modo rudimentale una verità universale, giova tener presente in che propriamente consista il giudizio. Molto si è discusso a tal proposito e non intendiamo far qui la storia critica delle varie teorie emesse : a noi basta richiamare l’attenzione su questo, che il giudicare non può ridursi all'affermazione o al riconoscimento di una relazione tra due idee, come non può ridursi senz’ altro all'affermazione di un dato nesso tra due cose. In entrambi ì casi viene ad essere sformata la natura vera del giudizio, in quanto, se ben si riflette, in tali casi le nozioni di verità e di falsità inerenti alla funzione giudicatrice non ricevono alcuna spiegazione. Il giudizio nasce dal riferimento di un contenuto ideale alla realtà, contenuto ideale che può essere o non essere appropriato ad un dato fatto (verità o falsità di giudizio), per il che il giudizio da una parte si eleva al di sopra dell’esperienza attuale e dall’altra non è tutto nella sfera delle idee, avendo un punto di contatto colla realtà. Il giudizio consiste nell’idealizzazione del dato. Rendere intelligibile il reale, ecco l'ufficio del giudizio. Ora la legge che altro ufficio ha se non quello di rendere intelligibile l’esperienza, estendendola e rendendola continua nelle sue varie fasi o stadi? Se non che si potrebbero fare due osservazioni: 1° non è chiaro come il giudizio che è costituito di termini ideali, possa riferirsi al reale, al fatto obbiettivo che è sempre qualcosa posto al di fuori della mente che giudica: 2° se si riesce perfettamente a capire l’identificazione dello leggi coi giudizii universali e ipotetici i quali poi sono ì più lontani dalla realtà concreta, in quanto si riducono a connessioni di attributi o di qualità, d'idee e quindi di astratti , non si riesce nient’affatto a capire come i cosidetti giudizii categorici (giudizii singolari, impersonali, dimostrativi, ecc.) possano essere considerati come leggi rudimentali, come fatti, diremo così universalizzati, considerati sud specie aeternitatis. | Esaminiamo le due suesposte obbiezioni. 1° Come mai ogni giudizio, sia percettivo o universale, può essere schematizzato nel modo'seguente. Il reale è tale che... 0, Il mondo reale è così qualificato che... +, come mai il giudizio si può ridurre ad un riferimento al reale, al reale indeterminato in un caso e designato per mezzo di idee nell’altro? Certamente, se noi consideriamo lo spirito umano come un’ entità a sè posta al di fuori della realtà che gli sta di rincontro, se noi imaginiamo la psiche e l'universo come due mondi staccati, estranei l’ uno all’ altro, non arriviamo a concepire come possa stabilirsi il contatto dell’io col reale: ed oltrechè appare incomprensibile la conoscenza quale peculiare relazione tra due mondi separati, perchè si introduce il concetto di spazialità e di estensione e di uno fuori dell'altro, dove non vi è ragione d'introdurlo, si è costretti poi a considerare i fatti spirituali, i processi psicologici come una reduplicazione del reale. Da tal punto dì vista il mondo ideale della psiche, pur essendo in corrispondenza col mondo reale, è come qualcosa d’autonomo, di chiuso e completo in sè, per modo che l'atto giudicativo p. es., lungi dal rappresentare la qualificazione del reale, il prodotto del contatto del reale col subbietto, è un processo del tutto ideale, avente soltanto il suo corrispettivo nel reale. Ora tale veduta è del tutto erronea: lo spirito non è posto al di fuori del reale, ma è, vive ed opera in esso: allo stesso modo che il fiore non è fuori dell'albero, e questo non è fuori dal terreno e dall'ambiente esterno, da cui anzi riceve nutrimento e tutto ciò che gli è necessario per la vita, così la psiche non è fuori, anzi è intimamente collegata col reale, dal quale essa trae la vita vera. Occorre aggiungere però che la mente, avendo per sua natura l'ufficio di dare un significato, di obbiettivare il reale, il quale vive nel soggetto, da una parte è contenuta nel reale e dall'altra lo contiene, in quanto ciascuno costruisce il suo mondo coi materiali forniti dall'esperienza, diremo così, psicologica, subbiettiva. Da tutto ciò consegue che il contatto del reale col soggetto non è qualche cosa di accidentale, e di temporaneo, ma rappresenta la condizione essenziale della vita di quest’ ultimo. L'individuo sente continuamente tale contatto e per quanto mostri di allontanarsene col qualificarlo, col determinarlo e specificarlo in varie guise mediante segni, ipotesi, ecc., che sono sempre in ultima analisi astrazioni, .con tali processi non ha altro obbiettivo che di trovare un’cspressione intelligibile e schematica della realtà che vive, agisce ed opera in lui. Se noi seguiamo il processo graduale con cui si passa dal soggetto (reale), quale è espresso in modo indeterminato nei giudizi rudimentali (giudizi impersonali), al soggetto espressu mediante indicazioni, ma sempre privo di qualificazioni e di specificazioni (giudizi dimostrativi), per venire al soggetto designato da un'idea (giudizi universali ipotetici), noi troviamo che lo scopo ultimo a cui sì mira è di illuminare la realtà a cui noi ci sentiamo legati mediante la nostra stessa vita. Con ciò non si vuol dire che la realtà consiste esclusivamente nel contatto che noi abbiano con essa nella percezio..e sensoriale: la realtà si estende in modo continuo oltre tale. punto; ma vogliamo affermare che il reale così sentito è come il punto di ritrovo per formare la base di operazione ideale che ha per risultato la concezione generale o la costruzione dell’universo. Noi possiamo conchiudere che la realtà, essendo primitivamente la realtà quale è pusseduta da ciascun di noi, in ogni giudizio è rappresentata da una data percezione o idea atta a designare il fondo reale, che così viene ad essere in qualche modo determinato. Se ciò non avvenisse, il reale rimarrebbe qualcosa d'inesprimibile e d’innominabile. Quando ciascuno di noi formula un qualsiasi giudizio, certamente non ha coscienza di fare delle distinzioni nel reale per riconoscere la loro identità fondamentale: quando io dico la neve è bianca , certamente non penso che il processo logico vero è questo : quella cosa, quel reale che è neve è bianco , oppure -la realtà è qualificata anche dall’idea complessiva neve-bianca ; ma ciò avviene, perchè noi fondiamo il reale con quella parte di esso, che noi in un dato momento riesciamo a distaccare dal fondo totale in virtù dell’ interesse che la detta parte suscita in noì. Se il nostro potere appercettivo non fosse limitato, e se il processo mentale non si riducesse in fondo ad una simultanea sintesi ed analisi, noi non formuleremmo i giudizii nel modo in cui facciamo. Noi, in sostanza, da un complesso percettivo per ragioni di varia natura, separiamo una parte e questa qualifichiamo col riferirle un dato contenuto ideale: ma la parte anzidetta non è un semplice aggettivo, un'idea qualsiasi, un universale ‘astratto, ma è come il sostitutivo abbreviato della realtà, è come la realtà contratta in punto, perchè ciò agevola la nostra operazione. In qualsiasi giudizio adunque ciò che forma il nerbo dell'operazione logica è l’idea, onde sorge la necessità di determinare in che consiste l’idea o contenuto ideale, che mediante la funzione giudicatrice vien riferito alla realtà. La vita psichica fin dall'inizio è controdistinta dalla tendenza a tipificare. Dal momento che il contenuto della psiche dapprima indistinto e indeterminato, comincia ad essere differenziato, analizzato e riconosciuto suscettibile di determinazioni di vario genere, degli elementi vengono, per così dire, staccati dall'insieme: e son questi elementi astratti ed universali che rendono possibile l’ apprendimento di nuovi fatti particolari e concreti, in rapporto all'eguaglianza od all’ identità che taluni elementi di questi ultimi presentano coi primi. Come si vede, fin dall’inizio l'attività psichica si esplica universalizzando, fissando, cioè, l'elemento essenziale, e comune ad una serie di rappresentazioni concrete diverse, ripetentisi un certo numero di volte, per servirsi di esso come mezzo di intelligibilità di altri fatti particolari. Non è a credere però che tale elemento universale e identico sia da considerare come qualcosa di sostanziale, come un fatto avente sede in un sito della psiche: una tale concezione mitica deve essere assolutamente bandita: siffatto elemento universale si riduce ad una funzione della mente, ad una forma di attività più facilmente esercitata, ad una specie di abitudine, ad una facoltà, ad una potenza viemaggiormente disposta ad ‘entrare in azione in seguito a dati stimoli ed a particolarizzarsi variamente secondo le condizioni. Ma finchè l universale contenuto nella mente non si fissa e sì determina in un segno (nome), e fin che questo colla imagine psichica (rappresentazione particolare) concomitante, non è risguardato qual simbolo avente un significato relativo a qualcosa di permanente, per sè esistente al di fuori della mente, non è a parlare di idea nè di funzione giudicatrice. Per modo che noi possiamo affermare che, affinchè si abbia l’idea e il giudizio (i quali sono inseparabili fra loro, giacchè l’idea in tanto è idea in quanto, mediante il giudizio, viene considerata come segno, come | qualità, come attributo riferibile al reale, in quanto, cioè, mediante la funzione giudicatrice l'elemento ideale viene consciamente riconosciuto separabile dal fatto), è necessario che l' universale, che dapprima operava inconsciamente nella mente, essendo per così dire incorporato nel fatto o processo psichico concreto, venga ad essere riflessivamente distaccato da questo e considerato per sè, venga ad essere riconosciuto mezzo appropriato a rendere intelligibili i fatti concreti. Tale universale è particolarizzato e concretizzato in un'imagine psichica (nome e rappresentazione particolare), la quale è riguardata come sostituibile da qualsiasi altra omogenea e quindi fornita di valore vicariante. Riassumendo, noi possiamo dire che l'idea si riduce a quell’elemento universale, astratto ed addiettivo (qualità o relazione) che, particolarizzato in un segno (nome o imagine psichica sostituibile per mezzo di una qualsiasi altra), vien considerato come simbolo avente un significato obbiettivo. È evidente che le idee come idee non possono esistere al di fuori della mente del soggetto: se esse sono degli astratti universali (aggettivi), non è possibile che esse abbiano un'esistenza indipendente. Lo spirito umano, non potendo penetrare nel cuore della Realtà, non potendo ‘vivere la vita del Tutto, sì contenta di analizzare e di determinare il contenuto di essa mediante qualità e relazioni, le quali se si riferiscono, se accennano, se simbo leggiano il Reale, non vanno identificate con questo. Sicché le idee da una parte non sono semplici fatti psichici e dall'altra non sono realtà, ma sono segni del Reale. Il fatto psichico concreto diviene idea logica non appena esso è fissato e riferito, il che può avvenire soltanto mediante la denominazione, denominazione che indica obbiettivazione, e che è da considerare piuttosto un segno dell'atto intellettuale (giudizio) che l’atto stesso. Vien data così la forma esplicita del giudizio a ciò che prima era soltanto un fatto psichico concreto, una rappresentazione forse persistente, perchè identica in sè stessa attraverso i mutamenti e le differenze, ma sfornita di qualunque riferimento cosciente a qualche cosa di obbiettivo. Da tal punto di vista idea e giudizio sono coevi e proce dono di pari passo, giacchè il secondo lungi dall’essere una combinazione meccanica di parti esistenti l'una fuori dell'altra (impressioni, idee, concetti), è l’espressione, forse la sola vera espressione, come dice il Bosanquet, dell'unità della coscienza ed è il generatore di ogni idea o concetto. Il giudizio può contenere idee complesse, ma in quanto giudizio, presenta il contenuto di una sola idea, la quale esiste solo nell’atto del giudicare. É l’astrazione che separa i due elementi intimamente compenetrati tra loro. E qui cade in acconcio notare che quando noi abbiamo dei dubbi circa l’esistenza di un giudizio vero e proprio (negli animali p. es.), il miglior modo d'assicurarsi è di ricercare se in ciò che sì suppone attività giudicatrice vi sia qualche cosa che possa essere in modo intelligibile negata (di cui sia possibile la negazione e la falsità); invero ciò che rende possibile .il giudizio è il distacco dell'ideale dal reale, del vas dal dass, si è la formazione dell'idea quale esiste nella nostra mente, idea che è vera soltanto se effettivamente compete alla realtà. Fino a tanto che noi non abbiamo ragioni per credere che nell’ intelligenza degli animali esistano delle imagini aventi un dato significato obbiettivo, dei fatti psichici atti ad essere riferiti a qualche cosa che trascende l'attualità psichica, noi non possiamo parlare di attività giudicatrice: niente, infatti, in tali casi. può essere intelligibilmente negato, non l’esistenza dello idee adoperate nel giudizio, non l'affermazione del loro significato. | 2° Passiamo ora alla seconda obbiezione. Come è possibile considerare i giudizi categorici quali leggi rudimentali? L’obbiezione a prima vista presenta delle difficoltà insormontabili: da una parte abbiamo i giudizi universali ipotetici, i quali effettivamente enunciano dei principii, delle verità d’ordine generale e possono essere considerate delle vere e proprie leggi, e sono quanto di più lontano si possa immaginare dalla realtà determinata e concreta , dall'altra abbiamo i giudizi categorici, i quali sono realmente qualificazioni del reale, ma esprimono verità contingenti, particolari. Per convincersi se e fino a che punto i giudizi che asseriscono semplici fatti (giudizi categorici) siano da considerare come leggi rudimentali, è bene anzitutto enumerarli rapidamente, affinchè possano essere resi evidenti i caratteri che li contraddistinguono. Qui, prima di andare innanzi cominciamo col notare che non esistono giudizi enuncianti la semplice esistenza del dato, ma sempre giudizi enuncianti qualche maniera di presentarsi di esso, enuncianti quindi qualche qualificazione, qualche attributo o relazione: anche i cosidetti giudizi storici non esprimono puramente l’esistenza dei fatti, ma, se non altro la relazione dei fatti in ordine al tempo ed allo spazio, per modo che questi figurano come forme appercettive atte ad ordinare ed a caratterizzare in qualche modo l'insieme dei fatti accaduti. Questi ultimi vengono riprodotti in maniera particolare in rapporto allo spazio ed al tempo, i quali così vengono a dare una rudimentale universalizzazione ai dati concreti. Occorre notare chie il sapere di una cosa di fatto è vero nel momento in cui si formula il giudizio: in un altro momento potrebbe cessare di esser vero, ma in tal caso il sapere che se ze aveva prima non sarebbe divenuto falso, pevchè esso si riferiva allo stato di cose che aveva luogo nel primo di quei momenti e rispetto a tale stato di cose il sapere che se ne aveva e che se ne ha è sempre vero, esprime un nesso, rudimentalmente quanto si vuole, ma sempre necessario ed universale tra il soggetto e l’attributo in quel dato punto del tempo e dello spazio. Dicevamo adunque che non esistono g.udizi puramente esistenziali e ciò si comprende agevolmente se sì pensa che l’idea della realtà o dell'esistenza, come l’idea del dato, del questo, non è un'idea come le altre, non è riducibile ad un ordinario contenuto simbolico, il quale, distaccato da una determinazione attuale del reale, possa essere adoperato senza tener conto più di questa, ed essere riferito, diremo così, a qualcosaltro. Le idee d'’ordinario sono per così dire estratte da un dato fatto o da una serie di fatti e poi possono essere riferite ad un nuovo fatto (simile, analogo o identico) che sopraggiunga: ora ciò per l’idea del dato non può avvenire, appunto perchè in tal caso l'idea è inconcepibile per sè presa: l’idea del dato non può riferirsi che a ciò che è dato: ma, si domanda, a quale dato? al dato con cui il soggetto si trova attualmente in contatto? ma questo è un processo ozioso, inutile e insignificante, perchè non vi è alcun bisogno di asserire che la realtà è reale quando io mì trovo a contatto della realtà: si può sentir bisogno di qualificare in qualche molo la realtà presente nella percezione, ma non di affermare che è reale. E, se ben si riflette, tutto le volte che si ricorre all’ enunciazione grammaticale di un giudizio esistenziale è sempre per asserire in modo più o meno celato e inconscio qualche attributo o qualche relazione del dato. È inutile aggiungere che l’idea del dato non può essere riferita a ciò che non è dato, perchè in tal caso si cadrebbe in contradizione. Da ciò emerge chiaro che l’idea di esistenza non è mai un vero predicato. I In altre parole, l’esistenza non è una nota, una qualità, una determinazione che si possa aggiungere idealmente ad una cosa. La realtà, il dato, l’esistenza è sostantivo e non aggettivo, vale a dire, non è elemento astratto ed universale atto ad inerire,. a caratterizzara qualcosaltro. La nostra niente può - formare anche l’idea della realtà, ma questa è infeconda, non può estendere nè ampliare il nostro sapere: essa non ha consistenza come elemento isolato e per sè preso, essendo inseparabile dal fatto da cui la nostra mente l’ha per un istante disgiunta. Vi sono delle note, delle determinazioni, degli universali astratti, delle idee che noi possiamo o non possiamo attribuire ad una cosa, e ve ne sono anche di quelle che non possono essere negate senza sformare la cosa, ma non ve ne sono di quelle che qualificano la cosa come cosa, come reale. L'essere cosa (l’esser reule) non è una nota come un’altra: tolta essa non rimane più nulla, non già che rimanga qualcosaltro che non sia quella cosa. Essa può essere per un istante considerata come nota, ma come nota d’un ordiae speciale, come nota sostanza che trae seco per forza il dato. Reale non può essere che l'aggettivo della realtà: l'essere una cosa non può essere predicato che di una cosa; mentrechè una qualsiasi altra idea può essere predicato di questa o di quella cosa. Nell’enumerazione dei giudizii somme ai semplicì fatti seguiremo lo schema di BOSANQUET – citato da H. P. Grice, “Prejudices and predilections, which become the life and opinions of H. P. Grice” -Giudizio qualitativo propriamente detto, enunciante una qualità sensoriale: es. ‘COME’È CALDO’ -- sott’intendi l’acqua, la stanza, ecc.; giudizio interiettivo esprimente un'emozione, o meglio, l’idea di un’emozione, nei quali, dal fatto psichico emotivo è distaccata l’idea come SEGNO di esso: es. ‘Cattivo!,’ ‘Che dolore!’. Al giudizio propriamente interiettivo fa d’uopo aggiungere il giudizio o meglio, la proposizione imperativa, precativa, ammirativa, interrogativa, ottativa, ecc., con le quali espritiamo un comando, una pres -- Giudizio impersonale. Es. ‘Piove.’ Giudizio percettivo, enunciante un fatto presente che viene esteso per mezzo di idee, rappresentazioni, imaginì, ricordi riferentisi a ciò che non è attuale. Es. quando noi riconosciamo un individuo e lo chiamiamo per nome, not vediamo chi egli è , abbiamo la percezione di lui, Giudizio dimostrativo, il quale ha per soggetto questo ora qui . Es. ‘Questo è freddo’, ‘Ora piove’, ‘Quì è buio,’ Tutti questi giudizi presentano a prima vista la caratteristica comune di riferirsi direttamente al reale, qualificandolo variamente. Il loro soggetto esprime, in modo indeterminato, senza alcuna specificazione, cioè, per mezzo di idee, il contatto del reale col soggetto; dal che si sarebbe tratti a conchiudere che siffatto giudizo è agli antipodi di ciò che ordinariamente si chiama legge. Questa, infatti, è universale e astratta in quanto esprime la sintesi di attributi, di due aggettivi e viene formulata per mezzo di un giudizio ipotetico : il giudizio categorico della specie summentovata è invece individuale, concreto in quanto caratterizza, qualifica direttamente il dato e viene ad esser riferito a ciò che esiste per sè. Il giudiziolegge, come ordinariamente è inteso, non esprime che la ghiera, un sentimento di meraviglia e così via. Questi giudizi non vanno confusi con le espressioni emotive corrispondenti, giacchè essi sono resi possibili dal distacco dell'idea dal fatto psichico concreto. Il fatto psichico è individuale, soggettivo e affatto incomunicabile (è sentito), mentrechè l’idea formata mediante il giudizio, mediante il riferimento di una qualità od attributo comune ad un fatto psichico concreto sentito, è comubicabile, universale, obbiettiva (è intesa). conseguenza di una data supposizione senza dir nulla circa. la realtà dei suoi termini; che esista o no nella realtà un triangolo, che esista o no nel fatto in un dato momento e agisca o no nell'organismo un dato veleno, la legge matematica riferentesi al triangolo e la legge biologica relativa all’ azione di un veleno sull'organismo è sempre vera. Lo stesso non si può dire del giudizio categorico, il quale enuncia, qualificandolo, un fatto quale è attualmente, non nella sua possibilità, tanto è ciò vero che in esso il soggetto non può essere negato in modo intelligibile, vogliamo dire che il soggetto non essendo specificato e determinato in alcuna maniera, non può subire alcuna alterazione senza cessare di esistere del tutto, e non soltanto come tale e tale altro. A prima vista adunque si direbbe che tra i giudizi categorici summentovati e quelli ipotetici o leggi vi sia assolutamente un abisso: il che poi menerebbe alla conseguenza che mentre i giudizi, diremo così, rudimentali, esprimerebbero effettivamente delle qualificazioni del Reale, i giudizi ipotetici universali enuncierebbero soltanto delle relazioni tra idee. Ora è ciò vero? Prima di tutto richiamiamo alla mente qual’è l’essenza e l’ufficio della funzione giudicatrice. L'essenza e l’ufficio del giudizio è, per così dire, di simboleggiare il fatto, di trasformare il solido fatto (mi si passi la similitudine) nella volatile idea, di sostituire a ciò che non può essere oggetto di scambio un qualcosa che ha valore in quanto segno, e che è facilmente comunicabile : ora ognun vede che, affinchè ciò avvenga, è necessario che il fatto sia universalizzato : e che cos’ altro è mai la legge se non l’ universalizzazione e il processo ideale (astrazione) praticato sul fatto? Ciò non basta: noi abbiamo detto che il giudizio si riduce al riferimento di un contenuto ideale alla realtà, il che vuol dire che il giudizio non è la semplice espressione di una modificazione soggettiva sopravvenuta in seguito al contatto della realtà col soggetto, come sarebbe il grido erompente dalla bocca di chi sì trova in un stato emozionale, ma è un processo per cuì la modificazione del soggetto a contatto del Reale viene appercepita per mezzo di qualcosa di universale che mediante l’atto giudicativo stesso assume una certa configurazione per mezzo della parola, passando dallo stato di potenza o di funzione virtuale in atto funzionale. Ora l'importante è questo, che quando l'atto giudicativo più rudimentale si compie, non è a credere che il fatto rimanga, dopo che ad esso è stata riferita l’idea, sempre fatto inalterato: un tale modo meccanico di concepire il giudizio non è ammissibile, perchè non esiste il fatto da una parte e l’idea dall'altra : l’idea esiste in quanto si riferisce al fatto e questo messo in rapporto con l’idea, non è più un semplice fatto qualsiasi, ma è come a dire idealizzato, è alterato in rapporto al contenuto dell’ idea. Alcuni dei molteplici, innumerevoli elementi costituenti il dato vengono lasciati da parte ed altri vengono ad emergere, perchè armonici coll’idea. Insomma quando un qualsiasi giudizio si formula, il contenuto reale reagisce sul dato, trasformandolo in qualcosa di universale e di astratto, per modo che in ultima analisi si ha sempre una sintesi ideale di addiettivi. E del resto, se ben si riflette, si vede subito che, tolto al giudizio il carattere di universalità, esso non ha più ragiono di esistere, in quanto diviene un atto del tutto soggettivo, individuale e quindi qualcosa d'inesprimibile, d'incomunicabile e d’inintelligibile. Quando formulo un giudizio sensoriale qualitativo o interiettivo, quando io dico, ad esempio, ho dolore al dito , io in sostanza af-_ fermo un qualcosa d’universale, nè può esser diversamente, giacchè in caso contrario primamente non sarei inteso da nessuno e poi tale giudizio difficilmente potrebbe essere ripetuto, mentrechè è innegabile che esso viene enunciato innumerevoli volte nelle condizioni più diverse. Il mio dolore al dito non è quello di un altro: se ne differenzia per rapporti di tempo, di spazio e per una molteplicità di circostanze, per modo che io dall’ insieme della realtà quale mi è presente in un dato punto, astraggo un elemento per metterlo in rapporto con un'idea (segno). Tale elemento astratto è indeterminato; non è specificato o qualificato in alcun modo e quindi non è un’idea, ma d'altra parte non si può dire che sia senz'altro il fatto, il reale nella sua grande complessità di elementi; è piuttosto la configurazione della realtà quale è in me in un dato momento. Da ciò consegue che i cosidetti giudizi rudimentali in quanto sono manier e di rendere intelligibili i fatti concreti mediante idealizzazione ed astrazione, sono delle vere e proprie leggi. Con ciò non si vuol dire che il giudizio è fuori la realtà, giacchè esso anzi è impiantato in questa, ma, poichè al suo compimento è necessaria la determinazione e la configurazione del reale, esso, pur avendo le sue radici in questo, cresce, si ramifica, si svolge nell’ atmosfera dell’ ideale. In breve, noi crediamo che i giudizi categorici rudimentali siano delle leggi iniziali, perchè i loro soggetti pur indicando, per così dire, i punti in cui la realtà è presente all’individuo, non esprimono questi nella loro complessità e compiutezza, tanto è ciò vero che io adopero siftatti soggetti, anzi formulo gli stessi giudizi in condizioni diversissime: e non basta ; li adopero e li enuncio io come li adoperano e li enunciano gli altri uomini in circostanze disparatissime: il mio questo , il mio qui , il mio ora , non è quello di un altro, pur venendo denotati in modo identico. Ma da ciò si deve forse trarre la conseguenza che i giudizi categorici rudimentali e gli ipotetici universali siano perfettamente identici tra loro e che pertanto qualsiasi forma di giudizio sia una vera e propria legge scientifica? No certo: noì dicemmo che i giudizi concreti categorici sono da considerare come leggi rucimentali, val quanto dire come germi di leggi e non come leggi addirittura: ed infatti quando noi in tali giudizi poniamo in relazione un'idea con un soggetto indeterminato, siamo nell’impossibilità di indicare la natura, le condizioni e i limiti della sintesi del predicato col soggetto. E il compito della scienza è appunto quello di analizzare, di determinare e quindi di idealizzare il soggetto indeterminato, di andare in traccia e porre in evidenza quegli elementi di esso che formano un tutto indissolubile col contenuto ideale espresso nel predicato. Con tale processo è evidente che ci veniamo allontanando dal fatto concreto complesso, giacchè l’analisi, come la dissezione dell’organismo, mentre ci allontana dalla vita vera e propria, ci fa conoscere gli elementi dalla cui cooperazione la vita stessa risulta. Noi coi giudizi categorici di cui ci occupiamo, esprimiamo, si, una sintesi ideale fino ad un certo punto tra due universali, ma detta sintesi non è necessaria, non è permanente, non è generale, nè assoluta appunto perchè, essendo indeterminato il soggetto, questo può presentarsi sotto le forme e le condizioni più svariate, per modo che un medesimo contenuto ideale, una volta si trova connesso con un dato soggetto, ed un'alira volta con un soggetto molto differente. Un dato contenuto ideale una volta sì trova connesso con un questo , con un qui , con un ora >, ed un’altra volta con un questo , con un qui e con un ora , il cui contenuto è differente da quello del primo. Conchiusione: i giudizi qualitativi‘ in generale non sono leggi vere e proprie, non sono cioè giudizi universali astratti ed ipotetici, ma leggi rudimentali, giudizi implicitamente universali ipotetici, in quanto non volgono sulla realtà nel suo insieme, ma su alcuni elementi di essa che non hanno un'esistenza propria per sè considerati. La legge, come il giudizio, serve a qualificare ed a rendere intelligibile il reale: ora le leggi ed i giudizi di cui . ci siamo occupati finora hanno per compito di riferire, di attribuire una qualità al Reale: le leggi e i giudizi di cui c’ intratterremo al presente hanno l’ufficio di predicare del Reale una relazione. Una volta che il giudizio è tale un’ operazione logica che ha necessariamente per risultato l’azione reciproca del soggetto sul predicato e di questo su quello, è evidente che se i giudizi-leggi categorici sono intimamente connessi con i giudizi o leggi ipotetiche in quanto entrambe rendono intelligibile il dato, dall’altra si presentano con note distinte in quanto i primi attribuiscono al reale una qualità e gli altri una relazione di qualunque genere quest’ultima sia, sia, cioè, una relazione di quantità, di ragione o di causa. È in questa seconda categoria che vanno comprese tutte le leggi scientifiche propriamente dette, quelle connessioni necessarie ed universali che sono come la struttura di tutte le scienze speciali. | Prima di discorrere partitamente delle varie sottospecie delle leggi relazionali (leggi causali, leggi razionali e leggi puramente quantitative), analizziamole in ciò che hanno di comune, ponendole in rapporto con le leggi che potremmo dire ora qualitative, In queste ultime si attribuisce una semplice qualità al reale, per il che questo viene ad essere come limitato in un punto, viene ad assumere la configurazione del campo attuale della coscienza, del campo su cui è fissata l’attenzione in un dato momento: finchè noi non abbiamo che qualità da attribuire al reale non sentiamo il bisogno di fare distinzioni entro il contenuto della coscienza, e di stabilire in modo cosciente dei rapporti tra i termini distinti. Esso nella complessità ed indeterminatezza in cui appare al soggetto, è senz’ altro qualificato; e poichè nessuna distinzione, o determinazione sì è praticata, l'affermazione non può varcare ì limiti di tempo e di spazio in cui è fatta ed ha carattere prettamente categorico. Essa si rapporta in modo più diretto all'esistenza, perchè non compie alcun atto di astrazione su ciò che immediatamente si presenta al soggetto; il fatto, essendo semplicemente qualificato, non è per così dire allontanato dalla sua matrice reale, come avviene nel caso che molteplici operazioni logiche hanno contribuito ad idealizzare il dato, distaccandolo più o meno completamente dai rapporti di tempo, di spazio e dalle condizioni svariate che contribuiscono alla concretizzazione. Nelle leggi relazionali, al reale non è più riferita una qualità, qualcosa di semplice, un termine isolato, ma una relazione, val quanto dire un nesso di due termini, il che suppone che il dato sia stato obbietto di determinazioni e di distinzioni e quindi obbietto di un processo di astrazione ; per il che si è entrati nel dominio dell’universale, nel dominio di ciò che non si riferisce ad un punto determinato dello spazio e del tempo, ma ha valore sempre e dappertutto. E poichè l'attenzione è segnatamente fissata su ciò che ha il maggior interesse attualmente, vale a dire sulla relazione, sul nesso esistente tra i due termini in cui è stato distinto il contenuto ideale del dato, è chiaro che la detta relazione deve essere significata in modo da informare tutto l'atto giudicativo. Il centro di gravità della funzione giudicatrice si sposta, in quanto è una data forma di caratterizzazione, è la connessione che viene ad essere obbietto del giudizio : il dato, avendo perduto la sua concretezza, entra come nell’ ombra della coscienza, mentrechè il nesso, la relazione viene ad occupare il primo posto nella visione mentale. Il dato è come presupposto e la forza del giudizio si esplica nell’ affermazione del nesso, Se la legge dell’ economia non avesse vigore nelle funzioni spirituali e nelle espressioni del linguaggio, avremmo nel giudizio l’esplicazione chiara di tutto il processo nelle varie sue parti; si preferisce invece di tacere, di sottintendere ciò che non è assolutamente indispensabile di esprimere (il dato) e di significare in maniera completa il nesso in cui sta propriamente il nerbo del giudizio. Ma donde e come sorge tale relazione che vien riferita al reale? Perchè il contenuto ideale viéne analizzato e distinto in termini, tra cui è riscontrata una determinata relazione ? Il motivo per cui il contenuto ideale viene al essere analizzato nei suoi elementi o in termini tra cui poi intercede un rapporto fisso, è la percezione di un mutamento concomitante e coordinato nelle varie parti componenti il tutto qualitativo o il contenuto ideale. Finchè questo non presenta alcuna variabilità nei suoi fattori e finchè questi ultimi non variano in modo coordinato, in modo che la determinazione dell’ uno tragga seco quella dell’ altro, non ha luogo alcun processo di analisi, di distinzione di termini, nessuna relazione è riconosciuta e fissata, e quindi nessuna relazione può essere riferita al reale. In seguito a ciò sì comprende perfettamente come le leggi relazionali siano dei veri e propri giudizi ipotetici universali, coi quali si viene ad affermare la connessione del conseguente con l’ antecedente fondata sopra una qualità riconosciuta inerente al reale. E qui sorgono parecchie questioni degne di essere attentamente esaminate. Prima di tutto si nota: Siffatti giudizi ipotetici avendo per termini degli universali, sono lontani dalla realtà, sono come sospesi în aria e non asseriscono alcun fatio concreto: da tal punto di vista si sarebbe quasi tratti a dare il posto d’ onore ai giudizi categorici anche rudimentali, i quali esprimono il nostro immediato contatto con la realtà. Che i giudizi ipotetici non enuncino fatti è innegabile, ma da ciò forse consegue che siano più lontani dalla realtà di quei giudizi che vertono semplicemente su fatti? La realtà non è costituita da semplici fatti per quanto questi siano complessi e complicati, come non è costituita da termini isolati, per così dire, da elementi atomi o da qualità semplici, ma da qualità e da relazioni variamente intrecciate tra loro. Ogni qualità è riducibile a relazioni, come ogni relazione è fondata su qualità: dal che consegue che quando noì enunciamo delle relazioni lungi dal trovarci lontani, ci troviamo più vicini alla realtà in quantochè ciò che perdiamo in complessità, in concretezza, lo guadagniamo in estensione, in precisione. Con la determinazione delle relazioni necessarie ed universali vengono rimossi i particolari privi d'importanza e di significato. Noi siamo a contatto della realtà tanto se predichiamo di essa qualità, quanto se ne predichiamo relazioni, col vantaggio in quest'ultimo caso che le relazioni purgate di tutti gli elementi inutili, hanno un valore assolutò, perchè esprimono la struttura del reale quale può essere trascritta e delineata dalla mente umuna. Poi si osserva: i giudizi ipotetici esprimono delle semplici possibilità, non mai dei fatti reali. Con essi in sostanza si dice: supposto che una tale con:lizione si verifichi, l’ effetto ne conseguirà necessariamente, e di qui il carattere della relatività inerente a siffatti giudizi, ma nulla si dice intorno alla realtà della supposizione. Sono pertanto delle enunciazioni che non escono dal relativo e dall'arbitrario. Qui occorre fare due osservazioni. 1° La realtà della supposizione è presa, nor data nel giudizio ipotetico per questo che il processo di analisi ha sformato il dato, togliendone tutti gli elementi insignificanti. Con tale operazione la connessione affermata non viene ad esser più vera in un dato punto dello spazio e del tempo o in un dato complesso di condizioni, ma viene ad esser vera dovunque e dappertutto, per modo che la supposizione lungi dall’essera un prodotto arbitrario della mente, un qualcosa che viene ammesso senza nulla sapere se esso corrisponda alla realtà, figura quale elemento (si badi, diciamo elemento e non già fatto) eminentemente reale. Essa non si trova nella realtà come ‘elemento isolato e quindi non si trova in un dato punto dello spazio e del tempo, ma si trova commista con svariati altri elementi, si trova nei contesti più disparati a seconda delle circostanze. La supposizione non è una mera possibilità, ma è, per così dire, una possibilità reale, un elemento che è stato e che può divenire attuale ogni volta che noi ci mettiamo nelle condizioni di prospettiva necessarie alla percezione del detto elemento particolarizzato. Ognun vede del resto che il giudizio ipotetico se non avesse una base reale, se non esprimesse sub specie aeternitatit un nesso constatato e constatabile nell’ esperienza ogni volta che si vuole, verrebbe ad essere destituito di ogni valore. Una supposizione puramente arbitraria non val nulla: rappresenta un prodotto accidentale dello spirito individuale e null'altro. Il giudizio ipotetico lungi dall’ esprimere la possibilità come contrapposta alla realtà sta a significare la capacità, la facoltà che noi abbiamo di constatare il nesso, la rela zione esistente tra due termini semprechè lo vogliamo in condizioni determinate. Esso pertanto piuttostochè esprimere un qualchè di meno, esprime un qualchè di più del ‘reale attuale, un qualchè che è reale non ora e qui, ma ovunque e sempre. Allo stesso modo che l'idea che simboleggia il fatto, qualificandolo, non è un prodotto arbitrario e subbiettivo della mente, ma ha valore reale in quanto si riferisce al dato di cui esprime l’essenza e il significato, così il giudizio ipotetico è da riguardare come segno di un modo di essere del dato. L'idea e il nesso ipotetico non hanno valore per sè, ma in quanto si riferiscono al reale del quale sono simboli nella nostra mente. Il giudizio universale ipotetico pur non esprimendo alcun fatto particolare nella sua complessità concreta, è però sempre sostituibile da una molteplicità di fatti. Possiamo, è vero, fare delle supposizioni illegittime, come possiamo enunciare dei nessi necessari, ma non reali in quanto il supposto da cui muovono non è reale, ma i casi in cui ciò si verifica sono relativamente rari e son ben determinati. | L'antecedente dei giudizi ipotetici poi in tesi generali si rapporta più o meno direttamente ad un fatto: così una legge fisiologica o biologica che non enuncia nessun fatto reale esistente, ma semplicemente possibile, esprime però sempre un nesso constatato e constatabile nell’ esperienza. E mentre 11 giudizio ipotetico pone in vista le condizioni genetiche del fatto, il giudizio categorico enuncia semplicemente il fatto. L'enunciazione delle condizioni genetiche suppone già il fatto, anzi una seme di fatti dalla cui comparazione ed analisi esse sono state estratte. Riassumendo, diciamo che il nesso enunciato in una legge relazionale non soltanto esprime un nesso che è stato constatato nell’esperienza (leggi causali), ma esprime la coscienza della possibilità di constatarlo ogni qualvolta si vuole; dal che emerge che essa penetra nel cuore della realtà molto dippiù che la semplice enunciazione di un fatto isolato, 2® La connessione e relazione affermata per mezzo dei giudizi ipotetici non è, nè può essere una connessione arbitraria ed accidentale; il che vuol dire che essa deve avere una ragione, un fondamento: ora la coscienza di questa ragione e fondamento è necessariamente implicita nell’enunciazione di una legge razionale? È questo un problema della più alta importanza, ed è stato risoluto variamente dai filosofi: per non citare che i più recenti, mentre il Bradley ammette che la qualità del reale che rende possibile una legge di relazione può rimanere ignota, il Bosanquet è di parere che ogni giudizio ipotetico ha radici in un sistema, in un fatto, in qualcosa di categorico. Ora, tenendo conto della maniera in cui le leggi scientifiche sono state scoverte attraverso lo svolgimento del sapere umano ed insieme del modo come tuttora vengono rintracciate le condizioni genetiche dei fatti naturali, noi siamo autorizzati ad affermare | che effettivamente non solo un nesso, una relazione del genere di quelli enunciati nel giudizio ipotetico devono avere una base, devono cioè essere due elementi appartenenti ad un unico sistema, devono essere correlativi nel senso che emergano da un unità fondamentale (e altrimenti perchè sarebbero in rapporto di dipendenza reciproca? perchè l'uno varierebbe nella misura che varia l’altro, e perchè infine l'uno agirebbe sull’altro ?), ma tale base deve essere conosciuta o almeno in qualche modo intraveduta. Se ciò non avviene,le così dette leggi naturali lungi dall’ enunciare dei rapporti necessari ed universali, enunciano delle connessioni di fatto che hanno un valore empirico, provvisorio. Finchè non si arrivi a conoscere il perchè di una legge, finchè cioè una data relazione non sia considerata come prodotta da una qualità inerente al reale, per modo che la stessa entri in un dato sistema, essa non avrà niun valore assoluto. Ogni scienziato quando si pone a sperimentare e va in traccia di una legge muove sempre da un dato sistema, da un dato ordine d’idee che avrà un colore diverso a seconda dell’ obbietto di una data scienza - vi è un mondo chimico, come ve ne è uno fisiologico ecc.; e quando una nuova connessione constatata non si collega in modo chiaro col detto sistema, si possono presentare due casi: o il sistema fondato su basi solide e razionali, resiste e in tal caso la legge non è considerata come un principio universale e necessario, ma come l’ enunciazione di un fatto empirico che richiede ulteriore esame, ovvero il sistema cede e d allora è sostituito da un altro sistema consono alla nuova connessione osservata. Insomma noì crediamo che il punto di partenza sia sempre qualcosa di categorico, un sistema, un fatto, un dato ordine d'idee e che le connessioni che si vengono man mano mettendo in chiaro non siano che ulteriori determinazioni del detto sistema; e nel caso che ciò non avvenga è giocoforza costruire un nuovo sistema entro cui possano entrare le nuove connessioni. Dal sistema non possono e non devono essere dedotte a priori (dialetticamente) le leggi, giacchè esso è come un principio regolativo, nel senso che non vi può essere una vera e propria legge, la quale non faccia parte di un sistema. L'ufficio del giudizio ipotetico e della legge relazionale è appunto quello di mettere in evidenza alcune parti o differenze o determinazioni del sistema, lasciando da parte la considerazione dell'insieme, il che non toglie che l'insieme vi sia e operi attivamente attraverso le differenze; anzi si può aggiungere che se il sistema non esistesse non verrebbe nemmeno in mente di andare in traccia delle leggi. i ‘Ciò che sopratutto occorre ricordare è che non vi sono sistemi fissi ed immutabili, bensì progressivi nella misura in cui progredisce l’insieme delle nostre conoscenze, e che se da una parte la scoverta e il significato delle leggi di‘pende da vedute sistematiche, dall’ altra parte le leggi reagiscono sui sistemi, contribuendo alla formazione di questi e dando anche ad essi un'impronta ed un colore speciale. Concludendo, diremo che nell’opinione ordinaria le leggi vengono considerate come maniere di operare di date cause, maniere di operare che dipendono dalla natura delle stesse cause: ora, che altro è la natura di una causa, se non la sua posizione in un sistema? Pertanto nui possiamo affermare che ogni necessità e relatività è fondata in ultima analisi su qualche cosa di categorico, su qualche dato, sopra un fatto irriducibile. Aggiungiamo in ultimo che le leggi riguardanti un dato fatto esprimono sempre il ritmo della variabilità di una data cosa, il ciclo entro cui il fatto, la cosa, il dato si muove, esprimono, cioè, le parti o le articolazioni di un sistema. Le leggi appaiono in tal guisa comele funzioni di varie © forme d’individualità del reale: le leggi di gravità, le leggi di una data sostanza chimica vanno riguardate come le funzioni, le maniere di operare di quella data forma d'individualizzazione del reale che è il mondo della gravità, ecc. E le dette leggi esauriscono, per così dire, la natura, la essenza di una data cosa. Noi dicemmo che le leggi relazionali hanno l’ ufficio di qualificare il reale per mezzo di una relazione: ora si può domandare : Di che natura è questa relazione ? Per risolvere una tale questione è bene passare prima rapidamente a rassegna le varie forme di relazione che possono caratterizzare la realtà, per vedere quali sono le note differenziali di ciascuna di esse. La prima forma di relazione che viene attribuita al reale è quella che risulta dalla comparazione quantitativa, è quella intercedente tra le differenze, o gradi di una stessa qualità : noi formulando giudizi come questi: ora è meno chiaro d'allora , qui è più freddo di lì , questo è più rosso di quello , ovvero questo è più rosso ora che non fu antecedentemente , questo è più caldo in questa parte che in quella , questo è più chiaro qui che lì (nei quali ultimi giudizi, come nota il Bosanquet, i dimostrativi di altra specie assumono l'aspetto di condizioni), veniamo a qualificare il reale per mezzo del rapporto quantitativo (più o meno) esistente tra due termini, i quali pertanto si devono implicare a vicenda: dal momento che una data qualità è distinta nelle sue variazioni, nelle sue differenze S'intende agevolmente che un dato sistema può essere alla sua volta analizzato e scomposto in relazioni in modo da rientrare come parte in un sistema più vasto e comprensivo e così via. Ciò che in un caso figura come sostantivo può divenire aggettivo di un sostantivo d’ordine più elevato. o gradi, ciascuno di questi in tanto ha un significato in quanto è connesso con un altro, Come si vede, il giudizio comparativo qualifica il reale per mezzo della relazione esistente tra la parte e il tutto, il quale ultimo differisce dalla parte per mezzo di altre parti omogenee. Notiamo qui che secondo che l'attenzione è richiamata precipuamente sulla qualità variabile quantitativamente messa in rapporto coi vari punti dello spazio e del tempo variabili in modo continuo, ovvero è richiamata sulle variazioni quantitative delle qualità sensoriali (es. sensazioni muscolari) che determinano le costruzioni dello spazio è del tempo, il giudizio comparativo coopererà alla formazione della cosa e di una specie qualsiasi d’individualità, ovvero alla costituzione delle forme intuitive (spazio e tempo). La comparazione quantitativa precisata, resa esatta si trasforma in misura, la quale consiste nel considerare un oggetto come un tutto contenente un certo numero di unità : unità che viene fissata, riscontrandola identica nei vari aggregati in cui entra come parte. In tal modo dalle relazioni quantitative concrete si passa a quelle astratte e perciò stesso aventi significato generale e quando la misura degli oggetti è praticata, riferendosi ad unità di misura estrinseche ed è espressa per mezzo di giudizi generali, diviene una vera e propria proporzione in quanto essa è applicabile a casì in cui i terminì corrispondenti sono grandezze differenti. La proporzione, infatti, si riduce all'’eguaglianza di due rapporti. La semplice proporzione diviene poi una vera e propria legge proporzionale non appena viene introdotta nel soggetto una specificazione, un attributo (condizione), la cui esistenza sì mostra intimamente connessa con quella del predicato: es. questo pezzo di un metallo e questo pezzo di un altro metallo, che hanno lo stesso volume, stanno in rapporto al peso come 5 : 9 . Con la misura noi siamo entrati nel dominio della quan tità astratta; vediamo ora da tal punto di vista per via di quali relazioni il Reale è qualificato. In primo luogo vanno annoverate le relazioni numeriche. Il tutto riguardato dal punto di vista puramente quantitativo, è caratterizzato da ciò, che può essere costruito mediante la ripetizione ideale di unità o parti fisse. Tale ripetizione ideale costituisce l'enumerazione. Nella misura si muove dal tutto caratterizzato per mezzo delle sue differenze, mentre che nell’enumerazione si parte da un’ unità distinta, per arrivare a costruire una somma totale, o un aggregato. Nell’enumerazione il tutto, che è predicato, si presenta come una forma, diremo così, molto attenuata di quell’ individualità sistematica che nella misura fu da soggetto. Il tutto dell’ enumerazione poi è un vero aggregato; e la parte è ridotta al posto che, come unità, può occupare nella somma. È per questo che in un sistema numerico, la somma delle unità rimane la stessa, qualunque sia l’ordine in cui queste sono contate; due parti possono mutar di posto senza che consegua alcuna modificazione da parte del tutto. Va notato però che in ogni giudizio enumerativo sono impliciti i due elementi dell'unità e della comune natura o identità che fa da sostrato delle differenze rappresentate dalle parti enumerate. L'unità deve fornire la regola e insieme il limite dell'enumerazione, la quale si ridurrebbe ad un processo sfornito di significato, se fosse senza limite e sarebbe impossibile addirittura, se fosse senza regola. L'identità fondamentale d'altra parte è indispensabile in quanto, mancando essa, non si avrebbe uno degli elementi essenziali del giudizio; l'unità numerica, infatti, è nient'altro che la differenza o part: presa come distinta dall’identità fondamentale solo mediante un atto del giudizio. Ciò che noi contiamo nell’ enumerazione sono gli atti del giudizio, come atti di distinzione e di riferimento in una qualità continua, identica. Se il processo di enumerazione suppone necessariamente l’esistenza di una natura propria ben definita e jualitativamonte determinata nell’obbietto del detto processo, è innegabile d'altra parte che l'atto del contare tende ad assumere indipendenza, quasi che potesse avere un significato proprio a parte dalla qualità continua e identica delle unità componenti il tutto. É in forza di tale processo di astrazione che avviene ogni progresso nel calcolo. Lo svolgimento di questo, infatti, si compie col costruire totalità numeriche, mediante la sostituzione di relazioni di unità ideali a unità positivamente concrete; relazioni che formano un totale numericamente identico, ma generalizzato e ideale. L’unità quantitativa per sò, o piuttosto l’astrazione unilaterale dell’unità quantitativa, il solo posto numerico che non è collegato per mezzo di una qualità identica e continua (unità organica. o sistematica delle parti) cogli altri posti della serie, non può avere in sè alcun principio od esigenza di totalità, cioè a dire, non può avere alcuna ragione per finire in un punto più che in un altro. Vogliamo dire che l’'enumerazione delle unità come tali può esser continuata a piacere ed un tale processo ci conduce al concetto dell'infinito numerico. L'infinito numerico, trascurando il fattore della natura delle unità, omette l'elemento che può arrestare il computo ad un punto piuttosto che ad un altro. Chi può dunque trattenersi dal considerare l'infinito numerico come un prodotto soggettivo, a cui nulla di realmente obbiettivo corrisponde? Le relazioni numeriche e quantitative in genere sono controdistinte dalle seguenti note: 1° esse sono universali, necessarie o relative in quanto l'un termine in tanto ha valore in quanto è connesso con l’altro, per modo che rientrano nella formula del giudizio ipotetico. Se A è B allora è C ; 2° talì relazioni non sono unilaterali, ma reciproche, il Se A è B allora è C può divenire Sc 4 è C allora è B ; 3° la ragione di tali connessioni non si trova nell'esperienza, nel dato, comunque l’esperienza possa presentare delle applicazioni di tali connessioni: il valore di queste ultime però non .dipende dalla maggiore o minoreapplicabilità nell'esperienza. Ora tutte queste noto che cos'altro stanno a significare se non che la relazione attribuita in tal guisa alla realtà è un nesso o una relazione puramente razionale? Se il fondamento del nesso non fosse nella ragione, potrebbe il detto rapporto essere necessario, reciproco e valido indipendentemente dall’esperienza? Se non che dire che la relazione è puramente razionale, che il fondamento del nesso si trova nella ragione non è risolvere in modo completo il problema: rimane sempre da spiegare in che consista un nesso razionale e in che modo la razione possa essere fondamento di un nesso, Quando noi vediamo che tra due termini esiste un legame necessario, per modo che uno implica o trae seco l’altro, che cosa dobbiamo pensare? Qual'è il concetto che noi in tal caso ci dobbiamo formare della dipendenza o del nesso ecc.? Per rispondere a tali quesiti occorre tener presente che il nesso necessario, reciproco e indipendente dall'esperienza tra due elementi, non può esser dato che alternativamente da due condizioni principali: o dal fatto che i due termini sono perfettamente sostituibili in quanto | sono equipollenti, in quanto cioè sono espressioni diverse di una stessa cosa: in tal caso i due termini s' implicano a vicenda perchè sono termini di un’eguaglianza e di una identità: ovvero dal fatto che i due termini della connessione sono parti di un tutto organico o di un sistema: in tal caso gli elementi tra cui ha luogo il nesso non sono identici, ma si completano a vicenda quali fattori di una identità sistematica. Ora si domanda: il giudizio ipotetico tipico è espressione della prima specie di nesso, ovvero della seconda? Finchè non si esce dalla pura identità, da quella che si potrebbe chiamare identità formale, non è a parlare propriamente di giudizio ipotetico come non è a parlare propriamente di nesso, il quale involge sempre transizione da un contenuto ad un altro, rapporto di due. parti integrantisi a vicenda e non semplice tautologia: anche quando noi affermiamo 50 X 3 = 25 X 6, la ragione di tale connessione non va ricercata nella identità dei termini, ma nella costituzione propria del sistema numerico: è il sistema di numerazione che rende possibile la identificazione di 50 X 3 con 25 X 6: In fondo adunque ogni nesso razionale implica l'esistenza di un’ identità sistematica, di una totalità, le cui parti sono organicamente congiunte, perchè ciascuna di esse figura come differenziazione, come determinazione o come manifestazione dell’unità fondamentale. Qui però sorge il problema: Come è mai possibile la esistenza di una totalità le cui parti s’implicano a vicenda? Come è mai possibile l’esistenza di un sistema organico i cui elementi poi s’ implicano a vicenda? È evidente che ciò è possibile solo nel caso che il sistema figuri come un’individualità, come un fatto categorico fornito di un certo grado di assolutezza, avente quindi la sua ragione in sè stesso. Ora siffatte condizioni si riscontrano: 1° in quei prodotti dell'attività umana, i quali rispondono ad un fine cosciente. È in vista di questo che i vari elementi sono armonicamente coordinati tra loro. L'idea fine agisce come unità regolatrice ed organizzatrice dei vari elementi componenti il tutto; in tal caso le varie parti sono intimamente connesse tra loro, perchè si completano a vicenda e perchè sono funzioni determinantisi reciprocamente; 2° quindi anche in quelle costruzioni numeriche e geometriche che presentano uno spiccato carattere d’individualità in ragione della proporzionalità che si riscontra nelle loro relazioni interiori e in ragione della scelta arbitraria delle condizioni primitive e fondamentali determinanti poi l'andamento generale delle costruzioni stesse (1); e 3° in quei casi in cui dopo che è stata scomposta una totalità aggregato considerata quindi dal semplice punto di vista quantitativo nei suoi componenti, Vedi a tal proposito quello che noi, sulle tracce del Masci, scrivemmo intorno alle varie operazioni numeriche: Za mozione di Legge , vol. I di questi Saggi. ciascuno di questi si mostra dipendente dagli altri. Da tuttociò consegue che il nesso razionale qual'è espresso dal giudizio ipotetico tipico che non trae seco alcun rapporto di tempo, ha la sua base nel fatto che i due elementi tra cui intercede la relazione di dipendenza reciproca necessaria sono parti di un unico tutto, che questo sia considerato dal semplice punto di vista quantitativo, ovvero dal punto di vista sistematico o organico implicante un processo di differenziazione qualitativa. Ora chi uon vede che la totalità, il sistema, l’individualità vera, implicante una relazione necessaria tra le parti, non può essere che un effetto dell’attività costruttrice umana, giacchè è solamente ciò che è fatto, costruito dal soggetto umano che può da una parte essere completo in sè stesso e dall'altra avere una struttura prettamente razionale e quindi avere quel grado di assolutezza e di apriorità che guarentisce la necessità del nesso intercedente tra gli elementi contenuti nel sistema? Ma possiamo d’altronde affermare che tutti i caratteri suaccennati di un nesso razionale e necessario sì riscontrino nei prodotti umani? Come si vede, il punto essenziale da dilucidare sta qui: se il nesso razionale implica sistema, totalità e se questa non può aversi che da ciò che proviene dal soggetto umano, è necessario precisare se tutti e nel caso negativo quali i prodotti umani racchiudano una relazione necessaria tra i loro elementi o fattori. A ciò si risponde che una totalità, un sistema implica una relazione necessaria tra gli elementi solo in quei casi in cui questi elementi figurano come determinazioni essenziali del sistema o della totalità. I vari fattori o componenti di un tutto non hanno un valore eguale, in quanto alcuni di essi sono essenziali, indispensabili quasi si direbbe che in essi sotto varie forme è la natura stessa del sistema , mentrechè altri sono fino ad un certo punto indifferenti al sistema stesso: è evidente che tra i primi vi è una relazione necessaria entro il sistema dato, non già tra gli altri. Non basta. Non tutti i prodotti o le costruzioni sistematiche del soggetto umano hanno un valore ed un significato eguale: ve ne sono di quelle che si riferiscono ad una funzione primitiva, universale e costitutiva dell'anima umana in genere, e ve ne sono di quelle che si riferiscono a funzioni variabili ed arbitrarie della coscienza: ora è chiaro che i legami necessari si riscontrano in quei sistemi prodotti dall’esercizio delle funzioni inerenti propriamente alla natura umana. In questi ultimi casi il sistema a cuisi devono riferire i nessi necessari è sempre posto dallo spirito, mentrechè negli altri casi il sistema può e non può esser posto, può esser posto in un modoe può esser posto in un altro. La base dei giudizi ipotetici in quest’ultimo caso non viene ad esser fissa, ma mutevole in rapporto ad una quantità di circostanze. Concludendo, noi possiamo dire che ogni nesso razionale o necessario è fondato sopra l’esistenza di una totalità o di un sistema, per modo che i termini del nesso figurano come le parti o le differenze della totalità e del sistema. Due cose in tanto si possono implicare a vicenda in quanto sono parti di un tutto. Ora un tutto, una totalità non è mai data, giacchè tutto ciò che è dato è sempre relativo: il fatto stesso di esser dato fa sì che agli occhi del soggetto non possa apparire che come qualcosa che si riferisce a qualcos'altro, e ciò che è dato in tanto assume a volte l'aspetto di qualcosa d'individuale e di totale, in quanto noi proiettiamo, o riflettiamo in esso la nostra stessa attività, lo informiamo della nostra stessa vita. Solo ciò che è fatto, ciò che è costruito da nuvi è un tutto completo, è un vero sistema, ha la sua ragione in sè stesso. Sicchè il nesso razionale non si può trovare che tra gli elementi di un tutto, di un sistema costruito dal soggetto: il giudizio ipotetico tipico in tal guisa non soltanto ha una base categcrica, ma questa sua base è nell'attività del soggetto umano. Se non che va notato che non tutti i sistemi e le totalità prodotte dall'attività umana servono di fondamento a nessi universalmente necessari e quindi a giudizi ipotetici reciproci, ma soltanto quei sistemi derivati dallo esercizio delle sue funzioni costitutive. Tali sono i sistemi della quantità o della grandezza, dei numeri, dello spazio che forniscono la base dei nessi razionali e dei giudizi ipotetici (leggi) di tutte le cosidette scienze esatte o formali. La realtà non è soltanto qualificata per mezzo di nessi razionali, ma è anche qualificata per mezzo dei rapporti causali. Quali sono i termini tra cui inteircedono siffatti rapporti? Sono qualità od attributi che vengono astratti dalle complicate relaziouii del reale, perchè sono invariabilmente ed universalmente congiunti tra loro in qualsiasi contesto o sistema essi si trovino. Prima di ricercare la natura del nesso causale e le note che lo controlistinguono dovremmo passare rapidamente in rassegna le varie forme in cui esso si presenta nei principali, rami del sapere: ma l’enumerare le leggi, sia Le relazioni del tempo e del movimento sono espresse sempre per mezzo di grandezze, di relazioni spaziali e numeriche, anche fondamentali di tutte le scienze sperimentali leggi fisiche, chimiche, biologiche, psicologiche, storiche, sociologiche e filologiche non ci sembra di alcun vantaggio, in quanto tutte presentano un’eguale struttura logica. Tutte si riducono a rapporti di attributi e quindi a legami astratti, a generalizzazioni ricavate da sistemi di fatti concreti: gli attributi connessi mediante l’indagine fisica sono incommensurabilmente differenti dagli attributi connessi mediante l’indagine chimica, e gli attributi connessi mediante l’indagine di siffatti due processi scientifici sono, lo ripetiamo, incommensurabilmente differenti dagli attributi connessi mediante le indagini biologiche in genere. Se gli attributi non fossero in ciascuna serie di scienze qualcosa a sè, qualcosa d’irriducibile, noi non saremmo propriamente autorizzati a parlare di scienze differenti, ma di una sola scienza, la quale, per comodo didattico o per l’esigenza della divisione del lavoro, potrebbe essere divisa, ma in sostanza le varie scienze non sarebbero che capitoli diversi di una sola scienza. Ora ciò non è, e chi ha qualche dimestichezza con le scienze speciali lo sa; del resto è per questo che i metodi delle varie scienze sperimentali, pur avendo dei caratteri comuni, variano profondamente tra loro. Gli attributi o qualità adunque connesse nei vari ordini di scienze sono irriducibili le une alle altre, ma esse per sè prese sono indeterminate e il sapere scientifico va in cerca di qualcosa di fisso, di stabile, di coerente e di necessario. Gli attributi son fatti, son dati, ecco tutto: onde è che essi sono materia di elaborazione scientifica, non sono scienza. Perchè ciò avvenga è necessario che gli attributi o le qualità ricevano delle determinazioni quantititive (numeriche), I nessi o le relazioni intercedenti tra le qualità possono essere fissati e posti in evidenza soltanto per mezzo delle determinazioni spaziali e temporali, le quali alla lor voita hanno bisogno di essere specificate per mezzo del numero. Nessi e qualità devono adunque esser prese in funzione, devono essere schematizzate per mezzo della quantità, e per mezzo dello spazio e del tempo quantitativamente presi. Come il colore è necessario a delimitare l'estensione, così il numero, lo spazio e il tempo sono necessari a delimitare le qualità e le relazioni. È per questo che l'esattezza e la precisione scientifica dipendono dal grado in cui è applicabile la matematica. Questa trasforma le scienze empiriche da induttive in deduttive, e quindi in razionali appunto perchè fa considerare le qualità sotto l'aspetto della quantità. © Da tutto ciò consegue che tutte le leggi delle scienze sperimentali si riducono a relazioni di qualità espresse nelle loro variazioni quantitative e spaziali e temporali le quali due ultime vengono espresse alla lor volta per mezzo della quantità. Vediamo ora in modo più particolareggiato quali sono i caratteri che controdistinguono i nessi sperimentali... Anzitutto si nota che essi sono necessari ed universali e poì che lungi dall'essere forniti dalla ragione indipendentemente dall'esperienza, sono tratti da quest'ultima, nei cui limiti sono validi. Ora che i nessì costituenti, diciamo così, la struttura delle scienze sperimentali debbano essere necessari ed universali, ognuno lo comprende, pensando all'obbietto proprio del sapere scientifico che è appunto quello di trasformare le semplici congiunzioni di fatto, per sè sfornite di qualsiasi valore, in connessioni di dritto, in coerenze fisse, stabili, aventi cioè un fondamento che le giustifichi: non è egualmente chiaro fino a che punto i nessi in questione siano un portato dell'esperienza : è oltremodo importante, infatti, mettere in chiaro entro quali limiti vada ristretta l'azione della ragione di fronte all’esperienza, se si riflette che la coerenza ela necessità non possono venire che dalla ragione. Qual'è la differenza essenziale tra i nessi puramente razionali e quelli sperimentali ? La differenza sta in questo, che i primi sono fondati sull’ esistenza di sistemi costruiti dall'arbitrio dell'uomo, e quando diciamo dall’arbitrio dell’uomo non vogliamo dire dall’arbitrio assoluto, vale a dire sfornito di qualsiasi riferimento a qualche proprietà o qualità inerente al reale, ma vogliamo dire che l’attività costruttiva dell’uomo è estremamente preponderante, come avviene nei sistemi numerici, nelle determinazioni spaziali ecc.; gli altri invece sono fondati su sistemi che hanno il loro principale punto di appoggio su qualche fatto o dato. Se si passano a rassegna ì vari ordini di leggi e di sistemi corrispondenti, si vede che essi vanno a metter capo in ciascuna serie in qualche dato, o fatto ultimo inesplicato e inesplicabile, il quale non è posto dall’arbitrio dell'uomo, ma è propriamente subito. Se anche questo sparisce, viene ad esser rotto ogni legame colla realtà e ci troviamo nel regno della pura forma, dell'astratto e del razionale. I nessi razionali presentano in tal guisa un grado di assolutezza, di compiutezza che invano si cerca nei nessi sperimentali, in cui domina sempre il riferimento a qualcos'altro. Il fondamento dei nessi sperimentali adunque si trova, sì, nell'esistenza di sistemi che contengono i termini in connessione, ma i Abbiamo detto che ogni opera d’arte figura come l’ espressione di due sorta di leggi sistematiche, di una riferentesi alle determinazioni del mondo estetico in genere (è quella di cui si è parlato), dell'altra riferentesi ad un dato fatto estetico, ad un dato prodotto artistico compiuto in un momento determinato. Ogni opera d’arte, infatti, incarna un'idea, sì presenta come un'individualità, come un sistema fornito di date parti o differenze: ora prima che essa sia eseguita, nella mente dell'artista esiste il concetto dell’ opera caratterizzata da date qualità suscettibili di determinazioni disgiunte o escludentisi a vicenda. Il processo della elaborazione artistica insomma si compie sempre particolarizzando, determinando, specificando un contenuto ideale di cui si hanno nettamente i limiti e il contorno; se ciò non avvenisse l’opera d' arte non avrebbe unità, nè armonia organica, nè individualità, perchè non avrebbe la sua ragione in sè stessa. Ciò che abbiamo detto della vita estetica si applica prefettamente alla vita morale. Ogni azione morale suppone la cooperazione di due leggi o giudizi sistematici, col primo dei quali il contenuto della vita psichica viene considerato dal punto di vista della moralità, viene cioè ordinato in guisa da costituire un tutto organico, un sistema armonico a cui si dà l’ appellativo di morale: sistema che ha questo di proprio, che per esso tutti gli clementi e fatti psichici acquistano valore e significato dal modo in cui contribuiscono al raggiungimento dell’ ideale morale, che è quello della comunione spirituale di tutti gli uomini. Il Genio morale, il Santo appercepisce il reale come sistema morale in genere di cui coglie tutte le differenze o determinazioni e le loro relazioni dì reciproca esclusione. D'altra parte ogni singola azione morale rappresenta l’espressione di un concetto etico, di un'idea morale determinata: difatti un'azione morale si presenta sempre come qualcosa di armonico, di organicamente uno, di individualizzato, avente la sua ragione in sò stessa : il che suppone nell'animo dell'agente l’esistenza di un concetto sistematico analizzato nelle sue determinazioni essenziali in ordine ad una data condotta. Ogni fatto morale presenta coerenza ed unità d'indirizzo, il che vuol dire che esso emerge dall’ analisi di una concezione sistematica determinata, proprio in quella maniera in cui le proprietà, i rapporti e le specie dei triangoli derivano dalla natura di quella particolare limitazione dello spazio che dicesi triangolo, limitazione dello spazio che è resa possibile dalla natura dello spazio in genere. Vogliamo dire insomma che come il mondo estetico così il mondo morale hanno come loro precipuo fattore una costruzione sistematica della realtà, caratterizzata e delimitata in guisa da presentare determinazioni esclusive e disgiunte. Varia il principio informatore, l'universaie concreto, la funzione, la forma appercettiva, ma permane il processo di sistemazione e di determinazione. È per questo che tanto il mondo estetico quanto quello morale presentano uno spiccato carattere categorico; le esigenze estetiche ed etiche piuttostochè essere ricavate dalla realtà, dai fatti, anticipano, regolano quella e questi. Anche la vita della conoscenza in generale si esplica per mezzo di leggi sistematiche. Ogni processo conoscitivo è fondato sull’esigenza di fissare, di qualificare e di determinare il reale per mezzo di simboli o segni variamente connessi tra loro (idee, giudizi, inferenze), in maniera da risultarne una forma di coerenza totale o di sistema. Sicchè appare chiaro che la conoscenza adempie a due uffici, a quello di rendere chiaro per mezzo di simboli la realtà (di costituire delle formole o degli schemi in relazione reciproca tra loro), e di connettere tali simboli in modo da formare un sistema. Ora ciò in tanto è possibile in quanto la mente agisce come potenza universalizzatrice, come potenza tipificatrice : essa infatti, opera idealizzando il fatto e l’esperienza (staccando cioè gli attributi e le relazioni dall’esistenza), andando in traccia del principio informatore di un dato ordine di reali per mettere poi in evidenza le determinazioni essenziali di questo. Ed ogni progresso nella conoscenza è contrassegnato dalla maggiore prevalenza della tendenza alla sistematizzazione : quanto più la mente riesce, cioè, a individualizzare il reale tanto meglio adempie al suo còmpito. Come si vede, la forma generale di ogni conoscenza è la forma sistematica e le varie categorie non sono che momenti, manifestazioni diverse di tale funzione o categoria fondamentale; la sostanza, infatti, implica l’individualità, la causalità implica la finalità o l’ ordine, il numero implica la totalità e l’unità: la finalità e la totalita non sono che espressioni diverse del sistema. D'altra parte è agevole intendere che in qualsiasi forma speciale di conoscenza è in azione l’idea sistematica con le sue varie determinazioni; se pensare è porre in relazione, e se la relazione non è possibile che tra termini, ì quali abbiano qualcosa di comune, tra parti di un medesimo tutto, tra differenze di un'identità sistematica fondamentale, è evidente che qualsiasi conoscenza implica determinazione di un sistema, val quanto dire riduzione dell'ignoto al noto, riferimento del non spiegato a ciò che è spiegato. Le leggi o giudizi sistematici formando come l'ossatura della vita estetica, morale e conoscitiva, operano quasi diremmo celatamente nelle produzioni artistiche e scientifiche, e nelle azioni morali; le scienze invece che hanno per obbietto appunto di tradurre in termini puramente intellettivi, di trasformare in concetti, ordinandoli in modo ‘ sistematico, di rendere insomma intelligibili i fatti estetici, morali e conoscitivi, mirano a presentare isolate, separate da tutti gli elementi con cui si trovano miste, le dette leggi o giudizi sistematici. L’Estetica, l’Etica e la Logica coincidono in questo che tutte e tre tendono a costruire il mondo estetico, etico e conoscitivo per mezzo di giudizi disgiuntivi completi. Invero qual'è l'obbietto dell’ Estetica ? È quello di stabilire, in base allo svolgimento storico dell’arte e della coscienza estetica e in base all'osservazione psicologica della funzione estetica sia produttiva che recettiva o contemplativa (genio e gusto), il retto concetto ‘dell’ ideale estetico. Fissando il concetto si viene per ciò stesso a determinarne le manifestazioni in maniera completa ed adequata. Le leggio norme estetiche sono le direzioni o le maniere secondo cui l’attività o funzione estetica dell’ anima umana, in genere, cerca di raggiungere l'ideale estetico. Ond'è che le norme o leggi estetiche avent i una base categorica nelle proprietà dello spirito umano (atte quindi ad anticipare ed a regolare l’ esperienza), non vanno confuse con quelle forme di leggi finali empiriche (aventi cioè il loro fondamento nei dati forniti dall’esperienza) che rispondono a problemi pratici del tenore seguente: Come ottenere un dato effetto estetico in una data circostanza ? Come condursi moralmente in una data situazione della vita? Qual è l’obbietto dell’Etica? È quello di stabilire in base alla osservazione psicologica della funzione etica, in base allo svolgimento della cultura e della civiltà, allo svolgimento storico della coscienza morale e della vita morale il retto concetto della moralità. Ed una volta fissato e delimitato tale concetto, è chiaro che vengono determinate le manifestazioni e le estrinsecazioni essenziali del principio informatore della vita etica; basta a tal uopo rapportarsi alle qualità fondamentali che contradistinguono il suddetto concetto o principio. In ultimo qual’è l’obbietto della Logica? È quello di stabilire in base all'osservazione psicologica della funzione conoscitiva, in base allo svolgimento storico della scienza e della dottrina della conoscenza il retto concetto della conoscenza stessa. Trovato il principio informatore di questa e caratterizzato per mezzo di date qualità, è facile precisarne le determinazioni, le manifestazioni ed i limiti di variazione. Le norme etiche, logiche ed estetiche stanno ad indicare le diverse maniere in cui è possibile rispondere alle esigenze etiche, logiche ed estetiche dello spirito umano; norme che hanno la loro ragione ed origine nell'ideale rispettivo, il quale alla sua volta non è tratto dall'esperienza, non figura come un dato, ma è posto da ciò che vi ha di più intimo nell'essere nostro. Sta in ciò appunto il carattere distintivo delle leggi normative suaccennate. Da tuttociò consegue che l’ Estetica, la Logica e l’Etica (1) sono fondate su giudizi sistematici o disgiuntivi tratti dalla vita estetica, logica ed etica dell'anima umana. Esse mirando a mettere in evidenza la struttura logica o intelligibile del mondo estetico, conoscitivo ed etico, ci pongono dinanzi agli occhi le diverse maniere in cui il principio informatore, l’universale concreto e individuale si presenta in ciascuna delle tre sfere più elevate dello spirito umano. Nessuno confonderà poi le norme con i giudizi disgiuntivi o sistematici, giacchè quelle non indicano le parti del sistema articolate tra loro, ma bensì le vie per cui l’attività umana attua il sistema ideale espresso nelle sue articolazioni per mezzo della legge sistematica. Le norme si riferiscono all’attuazione, al modo di procedere nella realizzazione dell'ideale e quindi sono leggi della volontà umana; le leggi sistematiche invece esplicano nelle loro determinazioni i sistemi ideali, per il che non escono dal mondo ideale. Stando ad alcuni (Bradley, Bosanquet), l’ultima e più perfetta fase della conoscenza è rappresentata dal giudizio disgiuntivo in generale, in quanto per mezzo di questo il principio informatore di un dato ordine di realtà viene ad essere proseguito nelle sue determinazioni essenziali o nelle sue manifestazioni, le quali poi si escludono a vicenda. Nè potrebbe essere diversamente; una volta che il princi (1) Quello che abbiamo detto dell’ Etica, dell’ Estetica e della Logica sì potrebbe dire della Matematica. pio informatore, attuandosi, assume una data forma, viene ad essere esclusa ogni altra forma in cui esso può anche presentarsi; e poichè tali forme sono definite ed enumerate invirtù della conoscenza che sì ha di tutto l'ambito del concetto, è chiaro che dal trovarsi attuata una data forma si deduce la non attuazione delle altre, e dalla non attuazione delle altre si deduce l’attuazione di quella sola che rimane. Col giudizio disgiuntivo si vengono ad enumerare tutte le possibilità, ond’esso è l’espressione di una certa onniscienza da parte dell’uomo, onniscienza fondata però sempre sulla cognizione di una data qualità o attributo, il quale per natura sua ngn può ammettere che un numero determinato di variazioni, oltrepassate le quali, esso stesso viene ad essere annientato. Possono variare le occasioni immediatamente determinanti la formazione dei giudizi disgiuntivi, ma le loro caratteristiche non variano. Un giudizio schiettamente disgiuntivo riflette sempre un contenuto o sistema completo in sè stesso, onde proviene che esso, come ogni giudizio generico, è quasi categorico. Il giudizio assume la realtà del soggetto ed enuncia nel predicato le varie forme sotto cui quello in condizioni diverse si può presentare; forme che esaurendo la natura del tutto posto come reale, si presentano articolate tra loro mediante giudizi ipotetici o negativi. Ciò che sopratutto è necessario e indispensabile si è che il contenuto-soggetto, l’individualità o l’ universale, entri come tutto in ciascuna delle, forme enumerate, per modo che ogni differenza figurando come determinazione essenziale dell’ universale viene ad escludere tutte le altre differenze; è soltanto sotto questa condizione che ogni congiunzione si trasforma in disgiunzione, La disgiunzione, sempre secondo tali filosofi, è la sola forma giudicativa che può stare da sè, giacchè ogni connessione è entro un sistema e si può dire completo solo quel giudizio che enuncia insieme un sistema e le relazioni o determinazioni contenutevi. Certamente non ogni disgiunzione è completa, indipendente ed assoluta nello stretto senso della parola, ma ciascuna presenta sempre un certo grado di assolutezza rispetto al numero dei giudizi ipotetici che in essa trovano il loro fondamento. Così la disgiunzione che enuncia la natura e le specie dei triangoli contiene la base di tutti i giudizi ipotetici esprimenti le proprietà di tale figura. Ciascuno di detti giudizi, se completato e fatto esplicito, metterebbe capo nella detta disgiuzione, la quale alla sua volta è compresa nel giudizio fondamentale che espone la natura e i caratteri dello spazio. | | Ora, possiamo noi ammettere che la forma disgiuntiva sia la forma giudicativa più completa e quella meritevole veramente del nome di sistematica per eccellenza? Noi crediamo che vada fatta una profonda distinzione tra il giudizio effettivamente sistematico, il quale qualifica il Reale per mezzo di una identità sistematica organicamente articolata nelle sue varie parti e il giudizio disgiuntivo vero e proprio, il quale lungi dal presentare un sistema attuato, presenta le forme o le manifestazioni possibili di un principio. Il giudizio sistematico ci mette sotto gli occhi un tutto organicamente costituito e reale, mentrechè il giudizio disgiuntivo ci mette sotto gli occhi le maniere in cui il tutto si può attuare. Ora da ciò consegue che dal punto di vista ideale, dal punto di vista dell’elaborazione mentale il giudizio disgiuntivo appare più perfetto, perchè da una parte ci dice che un dato sistema, se attuato, deve essere determinato in una data guisa e dall’altra ci fa sapere tutte le maniere in cui può essere attuato e determinato; dal punto di vista invece della conoscenza come qualificazione di ciò che è reale è il giudizio sistematico vero e proprio quello che appare più perfetto e completo; l’ultimo invero ci mette davanti l'attuazione di un tutto organico contenente in sè delle differenze non escludentisi, ma implicantisi a vicenda. È desso che costituisce la base di una parte importante di giudizi ipotetici, i quali enunciano la connessione delle differenze contenute entro un sistema e il rapporto necessario degli attributi o parti di un tutto. Lo schema del giudizio sistematico è : S è cosîffatto che a implica b; quello invece del giudizio disgiuntivo è: S è cosiffatto che si può attuare 0 determinare in a o in b o in c. È vidente che il giudizio sistematico e quello disgiuntivo non vanno identificati tra loro; sono due processi conoscitivi collaterali, i quali adempiono ad uffici differenti ; il giudizio disgiuntivo allarga e completa idealmente la conoscenza, in quanto esaurisce le possibilità della realizzazione; quello sistematico invece pone in evidenza la struttura organica e i rapporti interni di un sistema reale. Con'ciò non si vuol. negare che vi possano essere e vi siano anche molteplici interferenze tra i detti due processi e che il giudizio sistematico possa essere fondato o esser riferito a una disgiunzione resa possibile dalle variazioni di una qualità essenziale, ma quello che non va dimenticato si è che la disgiunzione non rappresenta qualcosa di reale, come la struttura sistematica, che essa è un processo perfettamente ideale e che il tutto o il sistema che fa da soggetto nei giudizi disgiuntivi è un prodotto dell’astrazione. Esso non esistendo per sè, non avendo la sua ragione in sè stesso, non essendo qualcosa di sussistente e di completo, non esce dal dominio del necessario e del relativo; esso si riferisce necessariamente ad una delle determinazioni enunciate nel predicato. Il contrario si verifica nei giudizi prettamente sistematici nei quali il soggetto è qualcosa di categorico, di completo e d’indipendente. | La verità di ciò che si è detto intorno al giudizio disgiuntivo viene provata anche da questo, che esso è attivo in tutti quei processi dello spirito relativi all'attuazione di ideali concepiti dalla mente umana ; prima questa, per ragioni su cui qui non importa insistere, forma un concetto e poi dello stesso vengono rintracciate le determinazioni principali, basandosi sopra una sua nota essenziale; il giudizio disgiuntivo in tal guisa è attivo soltanto ogni volta che si ha a che fare con costruzioni ideali, con costruzioni di possibilità fatte da noi (di cui conosciamo le qualità essenziali e le loro variazioni), mentrechè quello sistematico mette in luce la struttura organica di un sistema reale per via della vicendevole dipendenza delle parti di esso. Tuttociò che è organicamente costituito, tuttociò che, attuato, o risponde effettivamente perchè opera dell’intelligenza e dell’attività umana o sembra corrispondere (funziona come corrispondente) ad un fine, può formare oggetto di un giudizio sistematico vero e proprio, o finale o generico che si voglia dire. Il giudizio disgiuntivo lungi dal rendere più perfetta la nostra conoscenza della realtà della quale noi conosciamo soltanto dei frammenti non fa che rendere esplicito ciò che era implicito perchè nostra fattura , non fa che metterci sott'occhio sotto altra forma ciò che già sapevamo. Avendo noi costruito il concetto soggetto non possiamo non trovarvi dentro quello che noi stessi vi abbiamo posto. É soverchio aggiungere che il giudizio disgiuntivo non può avere alcuna applicazione seria nella conoscenza del reale, del dato, giacchè noi dei vari ordini di questo non conosciamo il principio informatore (la natura propria) in modo da poterne indicare tutte le manifestazioni possibili. Noi finora abbiamo classificato le leggi, tenendo conto della forma e della natura dei giudizi con cui esse vengono enunciate; è evidente che possono ancora essere classificate, tenendo conto della loro varia origine, della maniera cioè con cui vengono rintracciate. Esse invero assumono caratteri diversi secondo che variano i processi logici messi in opera per scovrirle. Da tal punto di vista le leggi possono essere classificate in leggi costrattive, leggi analogiche, leggi induttive è leggi deduttive. Cominciamo dal ricercare per quale via vengono messe in luce le leggi matematiche, vediamo cioè qual'è il processo logico che le rende possibili e che quindi le contradistingue. L'inferenza (1) di cui si fa uso in matematica, è una vera e propria inferenza sussuntiva? | Ogni calcolo aritmetico, e quindi ogni specie di calcolo, può essere ridotto ad enumerazione o ad enumerazione di enumerazioni. Tutto il processo poggia sulla concezione del tutto quale somma delle sue parti, dell’ universale come risultante da determinazioni e differenze eguali ed omogenee quantunque distinte e separabili tra loro. È evidente che in tali casi l’universale non si presenta come un sistema concreto, per modo che le inferenze da esso emergenti non sì sa se siano da considerare come correlative dei giudizi, Qui è bene intenderci sul concetto che ci dobbiamo formare dell’inferenza dipendentemente dal modo come venne interpretata la natura del giudizio, L'inferenza, come il giudizio, mira a qualificare la realtà, con questo di proprio che la detta qualificazione non è immediata, ma mediata nel senso che il contenuto ideale viene riferito alla realtà in modo indiretto, coll’intermezzo di un altro contenuto immediatamente qualificativo. Ora com'è mai possibile un tale processo ? Come è mai possibile il passaggio da un contenuto ideale ad un altro? È possibile, perchè entrambi questi sono differenzia zioni di un fondo identico, momenti diversi di un unico universale. E qui va notato che quando sì parla di universale non bisogna correre con la mente all'universale astratto, alla nota od alla proprietà comune e ripetentesi in un certo numero di casi, la quale non significa nulla, ma all’universale concreto, al carattere significativo che, implicando il modo con cui è connesso con altri caratteri o momenti sì presenta come fattore generatore della realtà concreta Un esempio dell’universale concepito in modo siffatto ci vien fornito da talune proprietà delle figure geometriche; dato, per es. un arco di cerchio, noi abbiamo il raggio, onde possiamo descrivere tutta la circonferenza; e perchè ciò? Perchè l’arco dato non è semplicemente ripetuto, ma è continuato secondo la natura propria (universale concreto) della ovvero come delle inferenze esplicite. Così l'equazione, poichè risulta da una comparazione di relazioni numeriche astrattamente considerate, pare che corrisponda al giudizio universale e più specialmente a quello ipotetico : il che è già sufficiente a porre in evidenza il carattere sintetico o inferenz ale di essa. Se non che l'equazione non presuppone, non implica nulla, ma distende, per così dire, in modo completo gli elementi su cui verte l’attività giudicatrice. Mentre l’ordinario giudizio ipotetico omette o presuppone l'esistenza di tutte quelle condizioni che o sono ovvie addirittura, o implicite o completamente inattive, l'equazione, il cui contenuto è omogeneo appare ipotetica sulla base di detta figura piana, natura propria che regola le parti e che, quantun que implicata gia nell'arco dato, è nondimeno distinta da questo. La cosa riuscirà forse più chiara ancora se invece di un cerchio noi consideriamo un’ellissi, in cui il frammento della curva dato non può essere soltanto ripetuto senza mutamento nel rimanente della costruzione: vuol dire che nella curva data vi è qualcosa che può dettare la modalità della continuazione e completamento di essa. Sicchè noi possiamo definire il giudizio mediato, o inferenza, come il riferimento alla realtà (entro la sfera di un dato universale) di determinazioni per l’intermezzo di altre determinazioni direttamente riferite alla Realtà, ed esprimenti la natura propria dell’universale; ovvero, come il riferimento di alcune parti alla realtà per mezzo. di altre parti esprimenti la natura propria di una totalità determinata. Perchè si abbia l’inferenza è necessario adunque che l’universale si presenti come un sistema le cui parti siano in necessaria connessione tra loro e che la semplice unità delle differenze, quale si manifesta nel giudizio, sia sostituita da una maggiore o minore complessità di determinazioni e da una congiunzione più o meno articolata di attributi e di relazioni (nelle quali vanno comprese le relazioni di spazio e di tempo). Cfr. BosanQuET [citato da H. P. Grice, “Prejudices and prediletions, which become, the life and opinions of H. P. Grice” --, Logic. un processo intellettuale, o di una sintesi di differenze esplicite. Noi nel giudizio ipotetico affermiamo la connessione necessaria esistente tra due termini senza mettere in chiaro la maniera in cui tale connessione si stabilisca e si generi, senza cioè rondero esplicito nel processo logico il fondamento o la ragione della connessione: nella equazione invece o nella combinazione delle equazioni i rapporti tra i varii termini, le loro proprietà e la loro derivazione vengono tutte messe sott'occhio per modo che appare evidente il fondamento del loro legame. È per questo che l'equazione presenta una connessione di ordine inferenziale in modo molto più chiaro che non l’ordinario giudizio ipotetico. | La combinazione delle equazioni messa in rapporto con una singola. equazione si presenta poi come la combinazione dei giudizi messa in rapporto con un singolo giudizio: in entrambi i casì è pressochè impossibile tirare una linea netta tra l’atto singolo e la combinazione degli atti. Il ragionamento matematico, stando al Bosanquet, può assumere varie forme, delle quali le principali sono: quella seriale (per cui è possibile l’apprensione delle connessioni spaziali e temporali), quella sostitutiva, quella costitutiva (equazioni costitutive) e quella proporzionale. Tutte le dette forme hanno questo di comune che non implicano un processo di vera e propria sussunzione, vale a dire che la conclusione, emergendo da una relazione quantitativa esistente tra le premesse, ovvero dalle modalità della funzione costruttrice espressa nelle stesse, non può essere considerata come un caso particolare compreso nella premessa maggiore, o come un elemento di un’ individualità concreta, ovvero come una determinazione della natura generica espressa nella detta premessa maggiore. Così nella cosidetta inferenza per sostituzione Premessa maggiore M = a + br tcr8. Premessa minore S =sMon Conelusione S =8 at be + cer8 noi abbiamo due connessioni equazionali riferite ad un identico tutto e quindi atte a dar origine ad un'ulteriore connessione. Ma M non è, nel caso sucitato, generico, nè S è specifico, nè infine Ja connessione di S con s (a +bx ecc.) è nota in grazia della connessione o della subordinazione dello stesso S all’ individualità concreta M. M, non v’ha dubbio, figura come il centro delle relazioni, come una forma dell’universale quantitativo che, per così dire, pervade tutta ‘l'equazione, ma da ciò non consegue punto che .S sia un caso di M piuttosto che M di $S. Insomma la sostituzione è una conseguenza derivante dall’ identità del tutto con sè stesso nelle sue varie forme (essendo obbietto del calcolo appunto il ritrovamento di detta identità), e non un principio di relazione inferenziale. Da tal punto di vista l’inferenza sostitutiva che merita propriamente il nome di inferenza per identificazione equazionale, costituisce il fondamento del computo aritmetico e algebrico. D'altra parte le inferenze esprimenti le connessioni spaziali e temporali: A è a dritta di B, Bè a drittadi C.-. A è a dritta di C: o A è anteriore a B nel tempo, B è anteriore a C.*. Aè anteriorea C, sono agli antipodi della vera sussunzione in quanto esse piuttostochè attribuire ad un fatto, al reale un contenuto ideale per mezzo della connessione di quest’ultimo con un altro contenuto ideale direttamente attribuito al reale, esprimono la maniera in cui si stabiliscono le relazioni spaziali e temporali, esprimono il modo di procedere della funzione costrpttrice. È se si vuol per forza fare in tal caso un’inferenza, si deve commettere l’errore di prendere il principio attivo, l’elemento generatore, o ciò che rende possibili tali inferenze, vale a dire la funzione mentale che ci dà l’ ordinamento costruttivo spaziale e temporale e considerarlo come parte del contenuto da cui è tratta la conclusione, nel qual caso sarebbe da porre come premessa maggiore delle argomentazioni costruttive un principio suî generis, un principio generale di costruzione che può essere espresso nel modo seguente: Ciò che è a dritta di una cosa qualsiasi B è a dritta di ciò, di cui alla sua volta la stessa cosa B è a dritta, e porre poi come premessa minore tutto il contenuto nell’inferenza suddetta; giacchè lo costruzioni e le connessioni astratte si riducono a relazioni sistematicamente necessarie, nelle quali si prescinde pressochè totalmente dalle qualità caratteristiche dei punti di riferimento assunti come perfettamente noti e indifferenti (se A è a dritta, ecc. vuol dire che A è un punto o un corpo nello spazio, altrimenti l’inferenza non avrebbe senso). Le stesse costruzioni tramutate in inferenze non possono presentare premesse fornite di prerogative speciali. | Come si vede, in tali casi non vi ha processo d’inferenza, perchè quella che dovrebbe essere premessa minore è la pura ripetizione, senza alcuna variazione, di quella che è posta come premessa maggiore; a ciò si aggiunga che la stessa premessa minore racchiude tutto, per modo che manca la conclusione. In siffatta inferenza le modificazioni reciproche delle relazioni sono costruite -nell’atto che si argomenta e non vengono presupposte nella natura del soggetto reale, a cui si riferisce l’inferenza. In altri termini l’argomentare non ha per scopo già di rendere esplicito, di distendere ciò che è già involuto nel soggetto esistente per sè, ma nell'atto stesso che l’argomentare ha luogo, si costruisce o si forma il soggetto dell’inferenza. I processi costruttivi spaziali e temporali adunque non sono dei processi d'argomentazione sussuntiva, ma esprimono in forma ideale il riferimento reciproco dei vari punti dello spazio e del tempo, riferimento che è basato sulla identità e continuità dello spazio e del tempo. I processi delle equazioni costitutive, delle equazioni, cioè, enuncianti i rapporti numerici esistenti tra le parti componenti determinate totalità presentano due aspetti. Da una parte figurano come sémplici calcoli o combinazioni di rapporti simili alle equazioni mediate, o sistemi di equazioni numeriche, le quali non hanno alcun significato all'infuori di un dato sistema numerico: infatti quando si stabilisce una proporzione tra due quantità variabili, dando a queste un valore determinato (coefficiente) per vedere quali modificazioni ne risultino, è evidente che non vi è premessa maggiore, ma bensì descrizione generalizzata di un identico tutto in due casi, i quali devono essere attuati rispettivamente con determinati fattori e l’inferenza consiste nel presentare la costruzione di un tale tutto appunto rispettivamente sulla base di tali fattori; dall’altra parte il calcolo, le combinazioni delle equazioni in taluni casi sono ° fatte in base a certi presupposti, e con regole determinate, onde esse figurano come mezzi per raggiungere uno scopo definito, il quale poi sì può ridurre alla determinazione delle proprietà di una data figura nello spazio: così p. es. la forma spaziale del tipo curvilineo (la curva poi può essere aperto o chiusa, simmetrica o asimmetrica ecc.) è come il contenuto quasi generico, secondo il linguaggio del Bosanquet, ovvero l’idea-in base a cui la costruzione di una particolare figura curva avente proporzioni numeriche, assume proprietà caratteristiche. L'unità organica o sistematica presentata dalle figure geometriche, per la quale esistono rapporti definiti tra i vari elementi che le compongono, è data appunto dal fatto che le dette figure non risultano da un semplice aggregato di parti, ma dalla coordinazione numericamente proporzionale di queste. E nell’atto stesso della costruzione di date forme spaziali si possono venir scovrendo le loro proprietà, ond’esse non figurano come qualcosa di dato, come un fatto, ma come qualcosa che si vien facendo. In ogni case il passaggio da una combinazione equazionale numerica alla costruzione (proporzionalmente corrispondente nelle sue parti) di una data figura fornita di date proprietà può esser fatto solo in base ad un principio racchiuso nella natura caratteristica della detta figura quale emerge dalle qualità fondamentali dello spazio . È chiaro che col fare entrare in campo l'elemento del tempo e quindi col rappresentare il movimento come una lunghezza e col riguardare le nozioni astratte di forza e di massa come elementi determinanti in modo correlativo il movimento, noi abbiamo tutti gli organi del puro meccanismo e della scienza costruttiva astratta. Fu detto dal Lotze che l’inferenza proporzionale costituisce l’ultimo limite della conoscenza e che presenta un carattere perfettamente sussuntivo: ora ciò non è esatto fin tanto che essa non esce dal campo del calcolo puro e semplice (2:4::3:%.0.x=6), poggiando in tale caso sopra un rapporto inerente ad un dato sistema numerico. Nè vale a provar. niente al di fuori di questo. Quando per contrario si applica alla determinazione di un contenuto concreto, di una individualità definita, allora essa non ha valore e significato per sè, ma l’acquista dal fine a cui serve o dall’obbietto a cui si riferisce, o infine dai presupposti su cui si eleva. La proporzione non definisce, ma mette in maggior evidenza, determina, fissandoli quantitativamente, misurandoli, i caratteri dell’individualità, le qualità del sistema o della totalità concreta dopo che ne è nota per altra via la loro natura, ovvero accenna ad esse perchè la conoscenza ne sia completata con mezzi più appropriati. Noi possiamo dire che la proporzione acquista tutto il suo valore dall’eterogeneità dei suoi termini, in quanto questa implica sempre l’esistenza di un sistema speciale di relazioni e di connessioni. La detta eterogeneità dei terminidella proporzione può essere di varie sorta, secondochè i due obbietti comparati sono o no misurabili con un’identica unità, ovvero uno dei due è misurabile e l’altro no, ovvero infine nessuno dei due è misurabile; nel quale ultimo caso non è più a parlare di proporzione, ma di analogia o di sussunzione, mentrechè nei casi antecedenti si hanno varie forme e combinazioni. di giudizi ipotetici, i quali rappresentano i veri punti di passaggio dalle forme astratte d’infevenza a quelle concrete (4). Le leggi costruttive hanno adunque questo di proprio che sono leggi funzionali in quanto esse non vengono estratte da ciò che esiste, da ciò che è dato, ma indicano le maniere in cui la mente opera in date circostanze. L'universale concreto in base a cui avvengono i nessi tra gli attributi espressi nelle leggi è attivo nella mente e viene attuato mentre si enunciano le dette leggi: non è qualcosa che esiste per sè di rincontro alla mente. Pertanto in esse vanno comprese tutte le leggi riguardanti il pensiero, la emotività e la volontà umana in azione. Le leggi logiche fondamentali, le leggi etiche, estetiche ecc. non esprimono il modo di comportarsi di cose esistenti al di fuori del soggetto, non sono ricavate da fatti, ma esprimono le maniere in cui i fatti vengono disposti, ordinati, appercepiti dal punto di vista logico, estetico ed etico. Siffatte leggi non possono essere ricavate da principii generali in cui siano come contenute, perchè questi principii non potrebbero essere che le funzioni dello spirito umano, le quali, messe in azione, determinano appunto le leggi logiche, estetiche ed etiche. Le dette funzioni dell'anima umana espresse o tradotte in termini intellettivi, separate dal fatto e idealizzate (guardate nella loro intelligibilità o possibilità, nel loro was) costituiscono appunto le leggi logiche, estetiche ed etiche. Onde consegue che questa prima classe di leggi leggi funzionali o costruttive da una parte non sono induttive, in quanto  Cfr. BosanQuET [citato da H. P. Grice, “Prejudices and predilections, which become the life and opinions of H. P. Grice” -- non vengono ricavate da fatti e dall’esperienza, e dall'altra non sono deduttive i in quanto non vengono ricavate da principii generali o da individualità, sistemi o totalità date. Ciò sarà più evidente in seguito quando avremo parlato delle varie forme di sussunzione. Qui notiamo che va fatta distinzione tra le leggi emergenti da un dato fatto estetico o da un dato sistema scientifico o da un complesso di fatti psicologici occupanti un determinato punto deilo spazio e del tempo le quali possono essere deduttive o induttive secondo che sono state ottenute prendendo le mosse dall’universale, ovvero dalle determinazioni particolari di questo e le leggi che indicano per così dire la via tenuta dalla | psiche nelle sue principali funzioni. Queste leggi sono stabilite ed enunciate nell’ atto stesso che vengono formati i principii da cui dovrebbero essere ricavate, principii che sono come l’espressione intellettuale delle PHAGIPLI funzioni dello spirito umano.Le leggi analogiche che si potrebbero anche chiamare leggi morfologiche o leggi classificative, sono quelle per mezzo di cui unoggetto o un caso particolare è reso intelligibile, facendolo rientrare in una data classe e quindi descrivendolo, caratterizzandolo. Descrivere e classificare sono atti che. s’'implicano e si completano a vicenda: io in tanto classifico in quanto descrivo e viceversa in tanto descrivo in quanto classifico, in quanto faccio rientrare il particolare nell’ universale, in quanto guardo il nuovo, l’ ignoto attraverso il noto. È vero che d’ordinario si fa distinzione tra i giudizi propriamente descrittivi (i quali, si dice, hanno per predicato un aggettivo esprimente una proprietà, un attributo del soggetto) e quelli esplicativi (i quali, si dice, hanno per predicato un sostantivo più generale, nella cui estensione è comprese il soggetto), ma in sostanza tale distinzione è soltanto grammaticale, giacchè nel secondo caso il predicato-sostantivo è adoperato in un certo senso aggettivamente come nel primo il predicato aggettivo è adoperato in un certo senso sostantivamente : in entrambi i casi, infatti, il predicato ha l'ufficio di far appercepire, di rendere intelligibile il soggetto, in entrambi i casi cioè il predicato è un contenuto ideale atto a qualificare il reale quale si presenta nel soggetto grammaticale. Del resto fu già notato da altri che tale processo classificativo del pensiero può presentare parecchi aspetti, pur conservandosi uno nel fondo: così esso può avere una doppia direzione, cioè o va dalla nuova (attuale e singolare) alla vecchia rappresentazione (generica, o schematica o classe) e in tal caso la seconda è riconosciuta e affermata come un carattere della prima (giudizio analitico); oppure va dalla vecchia alla nuova, e questa apparirà come una particolarità novella della prima (giudizio sintetico). Che il giudizio classificativo (assuma la forma propriamente classificativa o quella descrittiva o quella storica), sia sempre uno nel fondo viene provato anche da questo che le scienze così dette classificative sono descrittive e storiche insieme: così la così detta Storia naturale comprende la Zoologia, la Botanica, la Mineralogia, le quali sono eminentemente classificative e descrittive: non vogliamo con ciò affermare che tali scienze non siano anche esplicative, su che ebbe già a richiamare l’attenzione il Wundt, ma esse sono esplicative, perchè sono insieme genetiche e morfologiche, perchè, cioè, classificano e descrivono gli obbietti naturali, ricercandone la evoluzione. Le leggi analogiche adunque sono della più grande importanza in quanto rendono possibile l’apprensione ordinata delle cose, in quanto rendono intelligibili gli obbietti, facendoli rientrare in date classi e in quanto, ciò facendo, mettono in evidenza l'affinità, lo svolgimento e la genesi dei vari ordini di realtà. Vanno considerate come una categoria a parte di leggi in quanto uno è il processo di loro formazione processo logico detto dell’analogia e della verosimiglianza, il quale consiste nel conchiudere dacchè parecchi oggetti e fatti si somigliano in alcuni punti, che si somigliano probabilmente anche in altri punti, L’analogia ha questo di proprio’ che la sua conclusione non è fondata sul numero dei casi in cui i suoi termini (il soggetto e il predicato) si presentano connessi, ma è fondata sull'esame, sull’analisi e quindi sulla valutazione dei caratteri riscontrati connessi in un gran numero di casi; analisi e valutazione che è fatta col ricercare ciò che i detti oggetti e fatti presentano di comune, col ricercare le proprietà e gli attributi, i quali, qualificando entrambi, valgono a mettere in evidenza la loro vera natura. Ora se tutti i giudizi potessero essere considerati come reciproci l'analogia diverrebbe ipso facto un’ inferenza da condizione a condizionato, come è inferenza da condizionato a condizione: due antecelenti che hanno ùn medesimo conseguente devono essere intimamente connessi tra loro ecc. è la formola esprimente l'analogia qual'è realmente, mentrechè la formola due antecedenti che hanno un merlesimo conseguente devono essere conseguenti di un medesimo antecedente, per il che devono coincidere , rappresenta l'ideale a cui tende l’argomentazione, ma che essa per sè è impotente a raggiungere. Se il fatto di riscontrarsi i medesimi caratteri in A e B non basta a provare che A sia specie e B genere o viceversa, indica però sempre che tra loro vi deve essere una correlazione e una corrispondenza ; sicchè se non potremo attribuire a B il carattere M potremo attribuirgliene un analogo M'; si ha così la proporzione: A: B= B:M Il carattere M' figura come il prodotto di ciò per cui A coincide con B (appartenendo ad un medesimo genere) e di ciò per cui ne differisce. Ha ragione pertanto il Drobisch di considerare l’analogia come il mezzo con cui vengono messe in evidenza le corrispondenze, le umologie e le analogie esistenti tra specie congeneri, coordinate quindi tra loro e subordinate ad un genere superiore comune, come îl mezzo con cui viene posto in luce il differenziarsi di un'identità fondamentale sistematica, l’unità morfologica di un dato sistema e l'ordinamento esistente nei vari ordini di reali, i cui ritmi di attività mentre si corrispondono tra loro, sono d’altra parte contenuti in un ritmo superiore generale. Così un naturalista che ha scoperto in una specie animale o vegetale un dato carattere, p. es. un certo organo, non attribuisce ad un'altra specie congenere alla prima l’identico carattere, ma piuttosto uno analogo 0, come si dice, omologo, cioè tale che raccolga in sè la natura del genere e risponda insieme alla particolare natura della specie. Il valore del ragionamento per analogia dipende da due condizioni: 1° che tra i caratteri simili e il carattere che si tratta di attribuire ad una delle due cose comparate esista un rapporto naturale e non una semplice coincidenza fortuita : 2° che le due cose comparate non differiscano per caratteri tali che ogni analogia riguardante il carattere che si tratta di attribuire ad una di esse sia allontanata dal bel principio. Come si vede, la validità dell’analogia poggia tutta sull’importanza attribuita ai vari caratteri e sul rapporto esistente tra le note comuni e quelle differenti, sempre in ordine ad importanza: pertanto il nodo della questione sta tutto qui, sul fondamento e sui limiti di applicabilità del nostro giudizio apprezzativo circa l’importanza dei caratteri di dati oggetti. Vi fu chi affermò che il rapporto tra i caratteri simili e quelli differenti (base della validità dell’analogia) fosse rapporto puramente numerico : in tal caso l'analogia sarebbe stata più o meno valida secondochè fosse preponderante la somma dei caratteri comuni, ovvero quella dei caratteri differenti, tenuto conto della conoscenza totale che noi abbiamo delle proprietà degli oggetti in questione. Ma ognuno vede che la validità dell’ analogia non può dipendere dal numero, bensì dalla qualità dei punti di somiglianza, i quali derivano il loro significato dalla loro relazione col sistema totale di cui fanno parte. Ed il sistema non può essere ridotto ad un aggregato di parti indifferenti, giacchè queste, per l'opposto, hanno un valore differentissimo dipendentemente dai reciproci rapporti in cui si trovano. Chi è pratico dei processi analogici, i quali rendono possibile la classificazione morfologica degli obbietti naturali, sa benissimo che essi poggiano non sulla enumerazione, ma sulla valutazione dei caratteri: già non si avrebbe un’unità di misura per enumerare i caratteri, e poi che cosa vorrebbe dire un punto di identità o di somiglianza ? come si farebbe a circoscrivere i limiti dell'identità e della somiglianza ? | L'analogia non è fondata proprio sulla identità, ma sulla corrispondenza dei caratteri, e sulla importanza ad essi attribuita, corrispondenza ed importanza che possono essere scoverte, basandosi sopra un insieme di considerazioni di ordine diverso, le quali però mirano sempre a ricercare la connessione in cui si trovano i caratteri in questione con tutto il sistema degli organi che rendono possibile la vita dell'individuo, mirano cioè a ricercare l’ ufficio a cui gli stessi caratteri adempiono e a tracciarne la genesi e lo svolgimento. Chi dice analogia dice comparazione dei caratteri in owdine alla loro importanza ; e chi dice comparazione in tal senso dice ricerca del significato che i detti caratteri hanno per la vita dell'individuo. Dall'altra parte chi dice determinazione della corrispondenza csistente tra i caratteri di due specie, dice esame del molo di funzionare e di operare, esame dell’ ufficio degli stessi caratteri e insieme indagine della loro genesi e sviluppo. spaziale possono essere ridotti a sillogismi, il cui termine medio (il fine da raggiungere) determina il rapporto degli estremi. In ordine alle costruzioni meccaniche è stato notato che esse non acquistano la loro consistenza dall'ufficio a cui servono, giacchè questo è qualcosa di aggiunto, col che si vuol dire in sostanza che una costruzione meccanica è qualcosa d' indipendente dalla sua funzione, tanto è ciò vero che essa può e non può compiere la detta funzione, la può compiere più o meno bene, e può anche essere incapace di compierla affatto: tuttavia la macchina è sempre un prodotto necessario delle forze o leggi meccaniche che la rendono possibile ed esiste come tale in ogni caso. Da ciò conseguirebbe poi che i rapporti dei vari elementi componenti la macchina sarebbero qualcosa di necessario e di fatale ed andrebbero formulati per mezzo di leggi costruttive, piuttostochè sussuntive. Ora noi osserviamo che l'ufficio, la funzione della costruzione meccanica è tale elemento essenziale alla sua struttura che non può in alcun modo esser considerato come un epifenomeno : l’individualità, vale a dire la ragione d'essere della macchina non è riposta tutta nello scopo che essa deve raggiungere? Le forze o leggi meccaniche per sò prese sono un’astrazione, sono un prodotto dell'analisi scientifica; nella realtà sono sempre combinate dall’intelligenza “umana in vista di un fine, il quale non solo contribuisce ad accrescere la consistenza del fatto meccanico puro e semplice, ma gli dà realmente valore e significato. Del resto ognuno comprende che tra una macchina, la quale risponde ad uno scopo che questo poi sia o no raggiunto in modo completo, poco importa ed una composizione qualsiasi di forze meccaniche corre un divario essenziale in quanto quella forma un tutto, un sistema che ha la sua ragione determinante nella funzione, mentrechè la semplice composizione di forze nei suoi rapporti necessari si rivela completamente inorganica. Possiamo d'altra parte affermare che tutte le leggi teleologiche vadano confuse insieme, possiamo cioè dire che il procedimento per cui vengono enumerati i rapporti esistenti tra i termini di un sistema sia sempre uguale? Noi crediamo che a tal proposito vada fatta distinzione tra gli scopi e le maniere di raggiungerli dettati dall’ esperienza e dall’osservazione che col Masci si potrebbe chiamare passiva, e gli scopi e le maniere di raggiungerli dettati dalla osservazione attiva. Le prime si potrebbero chiamere leggi finali empiriche o a posteriori, perchè fondate su rapporti empirici; le altre si potrebbero chiamare leggi finali a priori, perchè fondate su determinazioni primitive della nostra attività spirituale. Quelle non implicano nessun grado di assolutezza nel senso che ì relativi sistemi sono fatti forniti solo dall'esperienza e quindi aventi un valore contingente: le altre invece sono assolute, perchè si riferiscono a sistemi inerenti alla natura umana. Le leggi finali empiriche sì riferiscono a sistemi che vengono costruiti da noi con materiali forniti dell’ esperienza e in virtù di scopi suggeriti del pari dalla pratica della vita: le leggi finali a priori si riferiscono per contrario a sistemi ideali formati da noi per rispondere ad esigenze interiori e profonde del nostro essere, indipendentemente dalla convalidazione dell'esperienza esterna. Tali leggi finali, anzi, lungi dall’ essere ricavate dall’ esperienza, servono a regolarla. I rapporti morali, logici, estetici e matematici sono inerenti a sistemi aventi il loro fondamento e la loro radice nella costituzione, nella natura propria dello spirito umano e non nell’ esperienza esterna, ond’è che il fine logico, morale, estetico e matematico non può esser raggiunto che nella maniera suggerita dalla stessa natura dello spirito, al di fuori della quale maniera non è più a parlare di funzione conoscitiva, morale ecc. Le suddette leggi teleologiche mostrano pertanto la loro base categorica a preferenza di tutte le altre. E a tale proposito giova notare che le costruzioni meccaniche in tanto appaiono in modo evidente sistematiche in quanto sono come a dire incorporazioni di leggi matematiche. Le leggi finali empiriche possono essere ridotte alla formula seguente : Dato un sistema cosiffatto, vi deve essere questo rapporto determinato tra i suoi elementi: ora in tal caso il sistema presentato è un dato dell’ esperienza, che potrebbe anche non esseré o essere differente, perchè non risponde a nessuna necessità intrinseca ; per contrario la formula delle leggi finali a priori è: L'anima umana è cosiffatta che non può non produrre il tale sistema (logico, etico, estetico e così via) con questi rapporti ecc.: è evidente che in questo caso non si ha a che fare con qualcosa che può e non può essere dato, e che può essere dato indifferentemente in un modo piuttosto che in un altro, ma si ha a che fare con ciò che è inerente all’anima umana in generale, tolta la quale non rimane più nulla. Conclusione: le leggi finali empiriche sono contingenti, perchè fondate su dati empirici, mentrechè le leggi finali a priori sono assolute, perchè fondate su funzioni del soggetto. Noi dicemmo che le leggi deduttive o sussuntive sono quelle derivate dall'analisi di un sistema. Ora è evidente che il cosìdetto sillogismo disgiuntivo non può non figurare come uno dei processi atti a darci le suddette leggi, secondo la formula: A è o B o C, A non è B, .-. A è C, ovvero A è B.'. A non è C. Recentemente però Bradley e Bosanquet hanno osservato che mentre la disgiunzione è l'espressione più completa e perfetta del grado di chiarezza e di determinatezza a cui può giungere la conoscenza umana, in quanto essa esaurisce il contenuto di un sistema, di una totalità, mostrandone le varie parti e il modo in cui queste si articolano tra loro (e a tal proposito va notato appunto che ogni congiunzione si può ridurre a disgiunzione, giacchè una volta che vengono assegnate con esattezza e precisione la condizioni sotto cui ciascuna determinazione è attribuibile al soggetto reale, rimane esclusa ogni altra determinazione che non possa essere compresa nella prima per la contradizione che nol consente), dall'altra parte la disgiunzione stessa è tutta racchiusa nella premessa maggiore del sillogismo disgiuntivo quale viene ammesso dalla logica tradizionale: quando, infatti, la detta premessa disgiuntiva è bene determinata nelle sue varie parti, e nelle relazioni intercedenti tra gli elementi, essa contiene tutto quello che verrebbe detto nella premessa minore e nella conclusione, le quali così sono ripetizioni superflue e quindi inutili. Il sillogismo disgiuntivo della logica formale è valido soltanto nelle disgiunzioni per ignorantiam o in quelle relative ad un punto del tempo, nei quali casi la premessa minore vale a risolvere un dubbio relativo ad un membro di un’alternativa o ad affermare l’esistenza di questo in un dato momento: ma dette disgiunzioni lungi dal significare l'organizzazione vera di un sistema, hanno la loro origine in una condizione accidentale riguardante l’attività conoscitiva di chi parla e ragiona in un dato . periodo di tempo. In sostanza il concetto del Bosanquet è questo : la conoscenza umana, specie la conoscenza scieatifica, non verte sui fatti, ma sui concetti dei fatti: ora che cosa vuol dire ciò? Che l'ideale della conoscenza è quello di apprendere le possibilità di fatti, val quanto dire le condizioni in cui gli eventi reali possono aver luogo, tanto è ciò vero che la legge, la quale enuncia il modo di agireti una data sostanza non afferma in alcun modo l’azione attuale della detta sostanza sopra un organismo ; e che cos'altro fa la disgiunzione se non porre, sott'occhio tutte le possibilità, tutte le determinazioni (con le loro condizioni) che può presentare un universale concreto? In vista di ciò appunto la disgiunzione rappresenta la forma più perfetta e completa della conoscenza. Ci sia lecito fare alcune osservazioni : Anzitutto non vediamo perchè si debba destituire di ogni valore il sillogismo disgiuntivo, secondo l’intende la logica tradizionale, il quale adempie ad uffici importanti nella conoscenza umana. La cognizione perfetta, la cognizione strettamente disgiuntiva rappresenta un ideale a cui l'intelletto tende ad avvicinarsi senza poterlo mai raggiungere, specie nelle conoscenze riflettenti la realtà esterna, il dato dell’esperienza; e la vita della conoscenza reale ed effettiva è riposta appunto in tale processo di approssimazione indefinita, giacchè ammesso pure che possa l’uomo giungere a racchiudere tutto in una disgiunzione completa, con ciò verrebbe a scomparire l’attività conoscitiva. Ma su ciò torneremo or ora: diciamo piuttosto che il sillogismo disgiuntivo quale viene ammesso dalla logica tradizionale esprime un momento interessante del processo conoscitivo, giacchè oltre la conoscenza per concetti vi è quella di fatti (conoscenza storica), in cui la determinazione del tempo ha un'importanza speciale. Ma il sillogismo disgiuntivo oltrechè esser valido a definire la realizzazione di un contenuto ideale nel tempo, vale anche a determinare quale di parecchie anticipazioni fantastiche, di parecchie possibilità ipoteticamente enunciate trovi il suo riscontro nella realtà. Che il dominio del possibile sia più vasto del reale nessuno vorrà negare: onde la necessità di limitare quello per mezzo di quest’ultimo. Nè vale il dire che la disgiunzione per ignorantiam rappresenta un fatto accidentale, ‘ transitorio, perchè d'origine subbiettiva, giacchè, non esistendo l’onniscienza, la suddetta disgiunzione per ignorantiam figura come un processo inerente essenzialmente ed organicamente alla funzione conoscitiva. Poi, il sillogismo disgiuntivo quale viene ammesso dai citati filosofi inglesi è ammissibile? Per rispondere a tale quesito occorre vedere quali siano ì presupposti su cui esso sì fonda; esso nientemeno presuppone che sia conosciuto il principio informatore con tutte le sue possibili determinazioni di un dato ordine di reali, presuppone la conoscenza completa di tutte le differenziazioni possibili di una qualità, il cui contenuto deve essere completamente esaurito. Ognuno vede che un tal genere di onniscienza che è la conditio sine qua non della disgiunzione se è conseguibile nelle conoscenze formali, nei processi razionali (logica, calcolo ecc.) e in tutti quei fatti che hanno la loro radice nella natura propria del nostro spirito, in quei fatti che sono prodotti da noi, appare un sogno nelle conoscenze riferentisi alla realtà empirica. Inoltre le differenziazioni del dato appaiono come fatti, i quali non possono essere derivati razionalmente l'uno dall’altro in forza di uno stesso principio, non possono cioè essere riguardati come variazioni necessarie di una stessa qualità: noi, infatti, possiamo ben dire che di triangoli non ve ne possono essere che di tre specie, equilateri, isosceli, e scaleni, ma non possiamo dire che di colori non ve ne possono essere necessariamente che sette, o cinque o tre. Il fatto è che la disgiunzione in tanto è applicabile alla conoscenza della realtà, in quanto è applicabile la matematica. E come questa è valida a formulare i fatti nel modo più esatto, senza dar la ragione di ciò che avviene, così la disgiunzione enuncia, illustra i fatti, ma non li spiega: e quand anche nel sillogismo disgiuntivo vengano espresse tutte le condizioni determinanti i vari termini dell’alternativa, le stesse condizioni non emergono mai dalla disgiunzione, non emergono cioè mai dalla necessità inerente al sistema di determinarsi assolutamente in una di quelle maniere esclusive tra loro. Perchè ciò avvenisse, bisognerebbe che noi fossimo al caso di dedurre in maniera razionalmente necessaria da una data qualità empirica le sue varie determinazioni, bisognerebbe non soltanto che l'universo fosse qualcosa di eminentemente razionale, ma che noi fossimo come a dire nel centro dell’universo da essere a parte del suo ritmo e processo evolutivo. Pertanto la disgiunzione più completa non può servire che a formnlare e ad illustrare in modo preciso ciò che noi per altra via già conosciamo. E che il processo disgiuntivo per sè sia insufficiente a darci una definizione reale o radicale, vien provato da questo che quando esso è praticato mena a definizioni imaginarie (non riferentisi a obbietti reali). Le divisioni stesse in tal caso o hanno il loro fondamento in preconcetti che già esistono nella mente di chi fa la divisione, ovvero appaiono puramente arbitrarie. Riassumendo, in ordine al sillogismo disgiuutivo pos-. siamo dire che esso quale viene inteso dal Bradley e dal Bosanquet, vale a dire come contenuto tutto nella premessa maggiore del sillogismo disgiuntivo della logica tradizionale, trova un'applicazione giustificata solo in quei casì in cui è il nostro spirito che dà origine a prodotti razionali compiuti, a costruzioni ideali, delle quali poniamo noi i principii informatori e noi stessi razionalmente (indipendentemente dall'esperienza) deduciamo le variazioni di cui i detti principii sono suscettibili. Bisogna tener fisso in mente che il giudizio-sillogismo disgiuntivo può essere adoperato solo quando è completamente nota la natura propria di un essere, di una qualità, per modo che si sa entro quali limiti la qualità, l'ente deve necessariamente variare, varcati i quali limiti, non si ha più quell’ ente, quella qualità. E non basta; occorre che ciascuna determinazione sia tale che, spe ha luogo, non lasci posto alle altre. Come si vede, siffatte condizioni si possono verificare solo in ciò che è opera nostra, in ciò che facciamo noi e di cui conosciamo, per così dire, l'intimo meccanismo. Il mondo della conoscenza in genere, ed un dato sistema di conoscenze circoscritto nello spazio e nel tempo, il mondo etico e una data condotta morale, il mondo estetico ed una data opera d’arte, il mondo religioso ed una data religione, l'ordine politico sociale in genere e un dato ordinamento politico-sociale, ecco i campi in cui può avere un uso fecondo il sillogismo-giudizio disgiuntivo: e perchè? Perchè in base alla conoscenza che abbiamo delle diverse funzioni della coscienza umana possiamo determinare le diverse maniere in cui ciascuna di esse si può, anzi sì deve estrinsecare e possiamo anche precisare i modi in cui ciascuna estrinsecazione può alla sua volta variare. Ma possiamo far ciò anche in modo completo? Il sillogismo-giudizio disgiuntivo può avere un uso illimitato nel campo dello spirito? A tale domanda dobbiamo subito rispondere negativamente, giacchè noi crediamo che la causalità psichica non implicando equivalenza dei termini causa ed effetto, sia regolata dalla legge generale detta dell’aumento progressivamente indefinito dall'energia spirituale: onde consegue che è assolutamente impossibile racchiudere nella formula disgiuntiva tutte le possibili manifestazioni dell'attività spirituale e tutte le possibili ulteriori determinazioni di ciascuna di dette manifestazioni. Perchè la coscienza umana potesse costruire intellettualmente il mondo per mezzo di una disgiunzione, bisognerebbe che essa fosse, come diceva Lotze, nel cuore della realtà, bisognerebbe che il dato non fosse dato, vale a dire che non fosse, o che fosse riducibile a pura forma, ma questo è un sogno: già per poter applicare la formula disgiuntiva occorre bene che vi sia qualcosa, che vi sia il reale a cui applicarla: e questo reale, questo qualcosa questo dato non potendo essere ottenuto mediante la disgiunzione da un sistema d’ ordine superiore, sfugge alla disgiunzione, per modo che quest’ultima viene a figurare in ultima analisi come qualcosa di formale che per sè altro non può fare che illustrare, enunciare ciò che già esiste: ma perchè ciò che esiste possa essere in tal guisa illustrato occorre che sia contenuto nella sua totalità (anche virtualmente) nella mente di chi pensa: ora la realtà, per la mente umana almeno, non è riposta in qualcosa di idealmente finito, di compiuto, ma in un processo in cui si notino solo dei punti di arresto o di concentramento, dei nodi di svolgimento che sono via via sempre sorpassati. Che la struttura logica dell’ universo non metta capo in ultima analisi in un giudizio-sillogismo disgiuntivo vien provato anche da questo, che non ogni concetto generale consta degli stessi elementi dei concetti specifici più vicini ai reali concreti e particolari (di attributi schematicamente rappresentati entro i limiti di loro variabilità); per contrario le astrazioni più generali si mostrano a volte sfornite completamente di note che esistono nelle specie subordinate, nel qual caso le dette astrazioni generali figurano piuttosto come un gruppo di leggi o di condizioni riferentisi ai fatti concreti, che come note inerenti ai sistemi od individualità d'ordine più esteso ed elevato. Ciò che sopratutto non va dimenticato è che va fatta distinzione tra la possibilità o l’idealità estratta dall’esperienza e la possibilità che si potrebbe chiamare capacità funzionale : la prima presuppone sempre l’esperienza e non è mai completa in modo da poter essere racchiusa in una formula disgiuntiva, mentre l’altra che esprime il nostro potere, la nostra facoltà, è indipendente dall'esperienza, è completa potenzialmente nelle sue parti e può all'occorrenza essere espressa per mezzo di una disgiunzione. La prima possibilità è rappresentativa o passiva, l’altra è facoltativa o attiva: la prima mentre è fondata sull'esperienza non è realmente attuale; è puramente ideale, proviene dal di stacco del was dal dass ed esiste nella intelligenza e per opera della stessa; l’altra che ha le sue radici nella nostra vita interiore e che implica l’ unione del was col dass, è sentita come capacità, come forza interna che può tramutarsi in atto dipendentemente dal nostro volere. Che concetto dobbiamo avere della conoscenza in genere considerata nel suo insieme? ecco il problema fondamentale a cuì sì cercò di preparare una soluzione per” mezzo dello studio evolutivo nelle varie forme di conoscenza. Il primitivo problema ne ha fatto subito sorgere degli altri e prima di tutto questo: È possibile una morfologia della conoscenza, è possibile cioè determinare l'affinità e lo sviluppo organico delle varie forme di conoscenza per modo che queste figurino come parti essenziali di un unico tutto, come vari rami svolgentisi da un unico tronco? L'espressione vita del pensiero ha soltanto un valore metaforico, o ne ha uno reale? E poi l’altro: In che si differenzia la morfologia della conoscenza o la unificazione organica delle sue varie forme dalla genesi psicologica di queste ultime? Ora a quest’ultima domanda si può rispondere subito coll’osservare che la genesi psicologica ha il suo fondamento nel corso dei fatti interni quale è determinato da contingenze subbiettive ed accidentali e quindi variabili da soggetto a soggetto, mentrechè la morfologia della conoscenza ha la sua base nelle tappe che attraversa e nel ciclo che descrive il pensiero in genere a contatto dei vari ordini di realtà, o, diremo meglio, ha la sua radice nelle diverse maniere in cui la realtà viene determinata non da questo o quel soggetto, ma da tutti i soggetti ben pensanti, onde è resa possibile la comunicazione reciproca tra gli uomini e la loro solidarietà intellettuale. La genesi psicologica rappresenta il mezzo, l’istrumento, la via che tiene l’anima per arrivare allo scopo finale, che è appunto la qualificazione del reale nelle sue varie modalità, quali vengono appuntodescritte dalla logica evolutiva o morfologia della conoscenza. Circa la questione se sia possibile la morfologia della conoscenza osserviamo che se, tenendo presenti i vari ordini di conoscenza, noi riusciamo a descrivere il passaggio evolutivo dall'uno all’altro, senza che alcuna discontinuità appaia, e se nello stesso tempo noi riusciamo a rintracciare un unico principio evolutivo fondamentale che figuri come il filo conduttore, o come il leitmotiv atto a guidarci attraverso le molteplici variazioni, considerate in tal caso quali emergenze di un fondo identico e permanente, allora non vi ha dubbio che noi siamo autorizzati ad ammettere una vera e pr opria scienza logica evolutiva. Ora l'escursione, comunque rapidamente fatta di sopra, attraverso i varii dominii della conoscenza ci ha messo da una parte nella condizione di osservare che le forme logiche sono intimamente connesse tra loro, in guisa che a volte riesce sommamente difficile delimitare in modo netto e preciso ciascuna di esse, e dall'altra ci autorizza a riconoscere ed a formulare il principio fondamentale che regola lo sviluppo della conoscenza. Questo invero può essere enunciato come la tendenza ad obbiettivare, ad esprimere in forme definite e insieme significative (atte, cioè, ad agire in modo identico ed a suscitare quindi una medesima reazione in tutti i soggetti), ciò che dapprima è percepito in modo vago ed indistinto, come il bisogno e l’esigenza adunque di qualificare, di caratterizzare, di definire ciò che a bella prima si rivela come qualcosa d’ indeterminato. La conoscenza adunque non è un epifenomeno, non è qualcosa di sopraggiunto o di secondario, ma un elemento essenziale ed integrale della realtà. Già non si arriva quasi nemmeno a immaginare che cosa mai diverrebbe la realtà sfornita della conoscenza e quindi del potere obbiettivante e determinante proprio del pensiero: il contenuto della vita non venendo in alcun modo fissato in forma stabile sarebbe come non esistente, perchè svanirebbe continuamente coll’attimo fuggente. Pertanto la conoscenza quale mezzo di fissazione del reale implica sempre universalizzazione e insieme determinazione, implica sempre il ritrovamento dell’essenza, ovvero della legge in genere, giacchè questa fu appunto da noi altrove definita come La nozione di legge nel 1° volume di questi Saggi. l'espressione di ciò che vi ha d' intelligibile nell’universo. Dal che sì deduce che il giudizio vero e proprio equivale alla legge presa in senso generale e che l’evoluzione della conoscenza deve coincidere con l’evoluzione della legge . Ed invero qualsiasi giudizio, in quanto giudizio, è necessario ed universale: ogni giudizio ha l'ufficio di comprendere il particolare nell’universale e di interpretare quello con questo. Una volta formulato un giudizio, esso è quello che è, e permane identico attraverso tutti i mutamenti del contenuto obbiettivo, del tempo ecc. È per mezzo della funzione giudicatrice che le cose vengono considerate sub specie ceternitatis. Il giudizio, è bene tenerlo a mente, non rappresenta una copia e forse nemmeno una semplice trascrizione ‘della realtà in termini ideali, ma un modo di fissare la realtà o il modo di avere una particolare visione di essa. Come si vede, la legge in genere non presenta caratteristiche fondamentalmente differenti da quelle del giudizio; e le note differenziali d’ ordinario ammesse (come l’immutabilità delle connessioni espresse dalla legge e quindi la prevedibilità del corso degli eventi) non valgono a caratterizzare la legge in genere, ma una specie di leggi, quelle che sono state dette leggi naturali, riducibili per la più parte a giudizi ipotetici. Ora è evidente che non vi è alcuna ragione di limitare la denominazione di legge alla sola legge naturale; nè d'altronde è possibile considerare, come si vide a suo luogo, la legge espressa dal giudizio ipotetico come qualcosa di completo in sè stesso e di per sè stante, giacchè essa trae sempre seco necessariamente la significazione o almeno l’accenno al sistema rispetto a cui i termini del giudizio ipotetico figurano come parti di un unico tutto e quindi in necessaria dipendenza ira loro. Non è lecito adunque staccare una forma della conoscenza dalle rimanenti, considerarla per sè, prescindendo dalle intime connessioni che presenta colle altre e dare ad essa anche un valore ed un significato caratteristicu o sui generis. In ogni caso se una differenza si vuol mantenere tra legge e giudizio occorre dire che la prima è il giudizio divenuto complicato nel senso che l'ordine o la sfera di realtà, avendo perduto la primitiva semplicità e indeterminatezza, può esser qualificata soltanto con molteplici riserve, per modo che il tutto primitivo è scomposto e analizzato nelle sue parti di cui vengono messi in evidenza i necessari rapporti. Non abbiamo bisogno di spendere’ molte parole per dimostrare ora che l’evoluzione dei giudizi coincide con quella della legge. Le varie classi di leggi da noi studiate possono essere aggruppate in tre categorie, leggi quantitative, leggi causali, leggi normative o funzionali; ora a tali tre categorie corrispondono appunto le forme di giudizii e d’inferenze dette rispettivamente enumerativa, ipotetica, concreta sistematica o disgiuntiva. Tutte le leggi in quanto sono la trascrizione in termini intellettuali del corso degli eventi o della natura e proprietà delle cose e delle nostre tendenze, presentano una forma comune che è quella di un giudizio universale ipotetico; per quanto diverso si presenti l’aspetto esteriore e la connessione verbale nelle varie leggi, queste dal più al meno son tutte riducibili a giudizi ipotetici. universali; tanto è ciò vero che non è mancato chi ha respinto qualsiasi differenza tra le così dette leggi esplicative o dichiarative e quelle normative o precettive. Ora se tuttociò è realmente giustificato dal fatto che la funzione intellettuale procede in modo uniforme nel suo esercizio e che non esiste un abisso tra le cosidetta necessità reale e quella finale (applicata al mondo umano, beninteso), in quanto quest’ultima non si presenta che come il risultato della fusione di due forme di necessità, di quella logica intercelente tra il pensiero del fine c quello dei mezzi (chi vuole il fine deve volere anche i mezzi, il volere un dato scopo rende necessario il volere i mezzi appropriati) e di quella causale intercedente tra i mezzi (causa) e il fin: (effetto), tuttociò non può essere sufficiente a rendere valida l'opinione di chi vorrebbe identificare tra loro le varie specie di leggi. Queste, infatti, pure emergendo da un tronco comune, figurano come le principali direzioni in cui la mente umana si può muovere per costruire il mondo dal punto di vista dell’intelligibilità. E le tre formo fondamentali di leggi sono determinate dai tre principii che ci servono essenzialmente di guida e di regola nell’ordinamento e nell’obbiettivazione dei nostri stati psichici, il principio d'identità, quello di condizionalità nelle due sue forme di ragione e di causalità e quello di finalità o di organizzazione o di sistematizzazione. Finchè noi qualifichiamo la realtà esclusivamente dal punto di vista della quantità e quindi finchè abbiamo di mira di stabilire dei rapporti di eguaglianza, di equazione o anche di propor. zione, non avremo che delle leggi quantitative, o numeriche, o di calcolo, o proporzionali; quando invece tendiamo a rintracciare i rapporti di condizionalità, di connessione reciproca tra gli elementi della realtà senza occuparci gran fatto della comparazione quantitativa o coll’occuparcene solo nei termini in cui essa ci può essere d'aiuto a fissare la natura propria delle cose ed a porre in evidenza il loro ritmo di attività, avremo le leggi causali, o esplicative o dichiarative che si vogliano dire; quando infine abbiano di mira di esaurire in modo completo la determinazione di un dato ordine di realtà, quando noi vogliamo porre in chiaro il sistema entro cui sono contenuti i rapporti sia di ordine quantitativo che causale, quando insomma noi oltrechè di descrivere, di spiegare intendiamo di specificare il valore ed il significato dei fatti, noi avremo le cosidette leggi normative o categoriche, o, forse meglio, categorico-disgiuntive. Il fatto che alcune di queste si riferiscono alla volontà individuale (onde il nome di normative) è secondario rispetto a quello che esse presentano un grado abbastanza pronunziato di assolutezza, di compiutezza e d’indipendenza in rapporto alla loro natura sistematica. Di tal fatta sono le leggi logiche, talune di quelle matematiche, quelle estetiche e quelle morali, le quali poi tutte sono controdistinte da forme di necessità affini tra loro. L’ordine morale p. es. come si presenta in un uomo morale che occupa debitamente il suo posto nella società, la necessità razionale che connette insieme le premesse e la conclusione di un raziocinio per cui l’ultima esiste per le prime come queste per essa, la coerenza e razionalità del prodotto estetico, il quale quantunque non analizzato dal punto di vista discorsivo (giacchè in quanto esteticamente attivo si rapporta direttamente ad una forma di sentimento spiritualizzato e non è costruito per via di combinazione di relazioni astratte, come non è apprezzato per mezzo di una costruzione intellettuale), implica sempre da entrambi i lati, dal lato dell’obbietto artistico e dal lato di chi contempla un processo fondamentale razionale e finalmente la costruzione sistematica di un tutto geometrico per cui l’universale colla sua pervadente natura determina le parti, hanno tutte la loro base nel particolare rapporto esistente tra gli elementi e la totalità, rapporto che trae seco le note dell’unità armonizzatrice, dell’individualità e quindi della correlazione reciproca delle parti fornite di funzioni ed uffici determinati per il raggiungimento di un risultato unico. La conoscenza poi, come qualunque fatto che presenti i caratteri dell'organismo o le note della vita e del sistema, può formare oggetto di studio da due punti di vista: 1° da un punto di vista puramente analitico nel caso che, essendo mediante l’ astrazione separatamente considerati i singoli fattori della totalità, gli stessi vengano distinti come elementi concorrenti all'unità del complesso, o al raggiungimento del risultato finale; 2° da un punto di vista genetico, fisiologico o, meglio, morfologico nel caso che vengano distiptamente considerati gli elementi soltanto per ravvisarvi la necessità obbiettiva della concorrenza loro al risultato e insieme per studiare le modalità della loro cooperazione al conseguimento dello scopo ultimo. Ora se lo studio della conoscenza da noi fatto altrove (1), fu compiuto dal primo punto di vista, la ricerca in ordine alla morfologia della conoscenza ne è stato come il complemento eseguito dal secondo punto di vista, col rintracciare lo sviluppo organico della legge nel suo insieme e nelle sue varie determinazioni. V. vol. 1° di questi Saggi: La nozione di legge. Noi siamo tratti ad enunciare la conclusione finale che l'essenza della conoscenza piuttostochè nell’applicazione di una data forma ad un corrispondente contenuto va riposta nell’obbiettivazione ed universilazzione dei fatti psichici; obbiettivazione che implica la fissazione in date forme e questa alla sua volta la connessione e la coerenza col sistema o colla totalità delle qualificazioni e caratterizzazioni della realtà. Tale sistema o totalità costituisce il mondo com’ è da noi conosciuto, vale a dire, il mondo qual'è nella sua reàltà intelligibile per noi (41). E per formarsi poi un chiaro concetto dell'origine, della natura e del significato del distacco della mente dal mondo per cui questi vengono d’ordinario consideratà come due mondi separati, posti l’ uno di contro all’ altro (onde poi la considerazione meccanica del processo della conoscenza) è bene richiamare l’attenzione sul fatto che bisogna arrivare alla filosofia stoica e epicurea per trovare le prime parole che accennino a tale distacco. La più tipica di tali parole è xoitrptov: furono gli stoici che per prima furono intenti a fissare il criterio della verità, segno che cominciava a mettere radice la veduta formalistica nella conoscenza. A misura che si andò innanzi crebbe la terminologia concettualistica quale espressione della scissione della mente dal mondo, e per mezzo degli scrittori latini essa passò nella nostra scienza mentale. Si tratta di termini indicanti per lo più l'atto di prendere, di afferrare l'oggetto e di penetrare in esso (mpodnt:s, ratdiniis, Evvota, Evvonua, pavtarua, dravora. DioG. LAER.). E mentre in antededenza si era adoperata la parola forma 0 genere (:dia, std0:, Yivos) quale designazione dei fatti intesi nel loro ordine sistematico e nella loro essenza (nella loro legge), in tale giro di tempo cominciò la fioritura dei vocaboli esprimenti sempre più il La detta parola s'incontra anche in Platone (Repubd.), ma non per denotare la pietra di paragone della verità, bensì per indicare la facoltà o le facoltà con cui la verità è appresa. contrasto tra pensiero e cosa: es. impressione mentale , la comparazione della mente alla tabula rasa , ecc.; tutte espressioni atte a presentare la conoscenza come una relazione meccanica. I termini latinizzati, impulso proveniente dal di fuori, assentire, comprensibile, comprensione, nozioni impresse nella mente, dichiarazione, o giudizio dichiarativo, declaratio, gr. tvacyeta), che sono divenuti comuni nella scienza odierna, si trovano riuniti la prima volta in quel passo di CICERONE, Acad. Post., in cui spiega la teoria stoica della percezione sensoriale. Ora, se noi ci rappresentiamo le condizioni storiche in cui la scuola stoica e quella epicurea fiorirono, non possiamo far a meno di notare che la contrapposizione della mente al mondo coincide colla contrapposizione dell’ individuo alla società. Quando la solidarietà civica fu rotta, quando le nuove condizioni politiche e sociali distrussero l’antica centralizzazione ateniese e quando in conseguenza sparve ogni corrispondenza tra la ragione interiore e quella esteriore, come tra l’organizzazione sociale e il volere sociale, l'individuo fu tratto a ripiegarsi su sè stesso e a farsi da una parte centro dell’ universo e a cercare dall’altra, in una sfera molto più vasta, nell'umanità, l’appagamento de’ suoi bisogni morali e sociali. Da ciò che cosa conseguì ? Che l'individuo cominciò a sentir vacillare la sua antica fede nella ragione e quindi nel bene, e, mentre dapprima il problema morale aveva avuto questa forma: Quale è il fine da raggiungere in un mondo che risponde alle esigenze del volere ragionevole? nel tempo in cui si si parla assunse l’altra forma: In che maniera può l’ individuo vivere in modo conveniente o felice in un mondo indifferente o anche ostile al volere individuale ? E del pari mentre il problema della conoscenza dapprima volse sulle forme di conoscenza (più perfetta o meno perfetta, più completa o meno completa, ecc.), dipoi mirò a rintracciare il valore e il significato della conoscenza individuale presa nella sua totalità di fronte alla realtà. Fu adunque il distacco dell'individuo dalla collettività che rese possibile il distacco della mente individuale dal mondo e l'accentuazione sempre maggiore dell’antitesi trail mondo quale viene rappre sentato nell'anima individuale e il mondo in sè; dal che poi provenne la riceca degli elementi o dei fattori subbiettivi e di quelli obbiettivi, della forma e della materia di ogni conoscenza: ricerca che mentre rappresenta una necessità per la trattazione analitica, richiede il complemento di una trattazione morfologica in quanto matoria e forma, fattori subbiettivi ed obbiettivi sono du? lati di uno stesso processo. È la nostra facoltà d'astrarre che li separa allo scopo di studiar ed ordinare meglio i dati; ma essi non esistono gli uni fuori degli altri. Il vederli isolati è effotto di prospettiva. Allo stesso modo che l' indagine esplicativa isolata va completata colla ricerca sistematica, così la considerazione dell'elemento formale trae seco quella dell’elemento materiale della conoscenza BosanQquET – citato da H. P. Grice, “Prejudices and predilections, which become the life and opinions of H. P. Grice” -- , History of .Esthetie, London, Swan Sonnenschein. La Filosofia che ha per obbietto precipuo di trascrivere in termini intellettuali l'insieme dei fatti della realtà e della coscienza umana, non può trascurare l'indagine dei fatti estetici, i quali costituiscono appunto dei tratti essenziali dell'anima umana. Il Bello accanto al Bene ed al Vero coi sentimenti e le idee che ad essi corrispondono, figurano come i fari che illuminano la vita umana mentre si trova immersa nella realtà sensibile. Ed allo stesso modo che la Logica e l’ Etica non vanno considerate come scienze pratiche, come guide al ben conoscere ed al ben fare, ma bensì come le scienze dei concetti a cui mette capo l’analisi dei fatti di conoscenza e di quelli dell’attività umana, così l’Estetica non ha per compito di fornire i precetti da seguire perchè il sentimento estetico e la produzione artistica divengano migliori, ma risponde al bisogno di conoscere la natura dei fatti estetici. Essa come le altre due non è scienza pratica, ma essenzialmente teoretica e speculativa: è una branca della Filosofia atta a far intendere il processo estetico e ad illuminare dal punto di vista intellettuale il mondo dell’ Arte. Da ciò consegue che il filosofo, pur non essendo artista, può benissimo essere atto ad assegnare un posto ai fatti estetici nel sistema delle sue concezioni e conoscenze, semprechè, s' intende, non sia assolutamente sfornito di qualsiasi forma di gusto estetico, nel qual caso egli non avrà poi nemmeno’ alcun interesse intellettuale per la comprensione del bello. Non avviene lo stesso per chi si occupa di Logica e di Etica? E*forse necessario che il primo sia uno scienziato specialista, uno sperimentatore, un conoscitore profondo di ogni ramo del sapere, e il secondo un santo, un martire del dovere ecc. ? Le scienze teoretiche non fanno che illuminare mediante la riflessione i fatti dello spirito umano; e basta la sola presenza di questi perchè l’ interesse speculativo sia svegliato, ancorchè s' ignori il processo genetico ed evolutivo dei fatti stessi, o meglio, ancorchè i fatti stessi non siano completamente vissuti: altro è vivere, altro è trascrivere in termini intellettuali, in formule, in schemi il vivere stesso, che può essere anche contemplato negli altri. Ad ogni scienza teoretica corrisponde poi una scienza d’ordine pratico che si potrebbe chiamare scienza pedagogica o metodologica in quanto ha per obbietto di rintracciare la via per cui possa essere ottenuto un perfezionamento in tutte le produzioni ed attributi dell'anima umana. E siffatte scienze pedagogiche hanno la loro base da una parte nelle conoscenze in ordine allo spirito umano (psicologia) e dall'altra nella conoscenza di tutte quelle condizioni che favoriscono la genesi e lo svolgimento dei fatti, poniamo, etici, estetici e logici: conoscenza che allora soltanto può essere completa quando i fatti in discorso non sono stati solamente contemplati e considerati ab extra, ma sono stati per così dire almeno parzialmente vissuti, e quando si sia rettamente stabilito il concetto dell’ ideale estetico, etico, logico ecc., e si abbia cognizione perfetta delle condizioni di fatto esistenti in un dato giro di tempo. È chiaro d'altra parte che l’ Estetica non va confusa colla Critica, giacchè questa per avere valore e significato deve essere anzitutto una ricreazione, una riproduzione riflessa e cosciente del fatto estetico dapprima compiutosi inconsciamente e quasi diremmo, istintivamente, e poscia deve assegnare al prodotto artistico il posto che gli compete nella coscienza estetica di un dato periodo di cultura. Talchè la Critica lungi dall'avere per obbietto l'applicazione delle regole o leggi estetiche ai casi concreti, ha per compito di ricercare sino a che punto e in che grado un-dato prodotto estetico è espressione della coscienza estetica di un dato periodo storico : l’Estetica per contrario determina il posto che la coscienza estetica in genere occupa nella coscienza umana e il fatto estetico nel sistema totale delle nostre concezioni e conoscenze. Le due indagini sono assolutamente indipendenti, in quanto la Critica poggia sopra una triplice base, cultura artistica, cultura psicologica e cultura storica, mentrechè l’Estetica poggia sopra una duplice base: da una parte sopra una data concezione filnsofica, una data intuizione dell'universo e dall'altra sopra l'elaborazione dei dati forniti dalla critica intesa nel modo anzidetto, dati che vengono messi in rapporto con la veduta generale intorno al mondo, vengono messi, cioè, in connessione con un determinato sistema filosofico, L’ Estetica adunque è una branca della Filosofia allo stesso titolo dell’Etica e della Logica: ma vi ha dippiù: essa merita di occupare un posto centrale tra le varie discipline filosofiche: e se finora la più parte dei filosofi non hanno veduto ciò, è stato perchè essi non hanno esaminato a fondo la natura specifica del problema estetico. Questo, infatti, ha la sua origine nel bisogno di spiegare come ciò che alla ragione, all'analisi compiuta mediante i processi logici si rivela fornito di dati caratteri (unità nella varietà, armonia, simmetria, individualità, rapporti numerici costanti, proporzione ecc.) all’emotività umana, all’apprensione immediata e diretta si rivela come rappresentazione concreta sensibile, accompagnata da un sentimento piacevole disinteressato, da ciò che si dice emozione estetica. Il problema estetico emerge da questo, che da una parte non vi ha bellezza al di fuori della percezione e dell’imaginazione, per modo che anche quando si distingue il bello della natura da quello dell’arte si viene ad implicare sempre l'esistenza di chi contempla, percepisce e valuta il bello stesso, la natura e l’arte in tal caso essendo entrambe nella percezione ed imaginazione umana e differendo tra loro solamente per grado le cose non sono fornite della proprietà della bellezza indipendentemente dalla percezione umana, come son fornite della proprietà della gravità, della solidità,e in generale delle forze, per cui agiscono reciprocamente tra loro ; e dall’altra parte l'essenziale nel fatto estetico non è il processo percettivo per sè considerato, ma ciò che la percezione o l’ imaginazione serve a richiamare alla mente e per cui essa sta, di cui essa è simbolo. Il bello insomma in tanto è percepito come tale in quanto significa, esprime qualcosa, in quanto è la manifestazione di tuttociò che la vita contiene: on:l’è che esso può essere definito come ciò che ha un significato caratteristico per la percezione o imaginazione umana, dopochè il contenuto ideale da significare ha assunto quella forma che può solamente essere espressiva attraverso la percezione o imaginazione. È evidente adunque che il problema estetico consiste nel ricercare come sia possibile che ciò che si presenta direttamente alla percezione ed all’ imaginazione sotto condizioni determinate, sia da considerare come espressione o manifestazione di ciò che si rivela in altro modo per altra via. Ma non basta: il problema estetico verte non solo sulla possibilità che un dato contenuto percettivo sorpassi per così dire l’attività percettiva el accenni a qualcos’ altro che non si manifesta per mezzo della percezione, ma volge ancora sulla possibilità e sulle condizioni che un dato contenuto espresso per mezzo della percezione dia luogo ad un sentimento speciale di godimento, dipendente, secondo alcuni, dal valore espressivo e significativo del contenuto della percezione. Finalmente il problema estetico può volgere sulle condizioni e sulla natura della produzione artistica per sè considerata allo scopo di mettere poi in evidenza i rapporti che essa ha colle varie formazioni di ordine naturale, siano o no queste capaci di suscitare l’emozione estetica,Ora il problema estetico sotto qualsiasi forma si presenti, si connette intimamente coi problemi fondamentali della Filosofia generale: invero, se esso sorge come ricerca intorno alla possibilità che ciò che all'analisi intellettiva si rivela con dati caratteri appaia alla percezione come bello, il problema estetico assume l’aspetto di un problema gnoseologico. Se invece sorge come indagine intorno ai caratteri propri dell’emozione estetica che è elemento essenziale del fatto estetico, il problema estetico figura come problema essenzialmente psicologico. E se infine esso sorge come ricerca intorno al processo genetico, intorno ai caratteri e alle proprietà e intorno al valore e significato dell’obbietto estetico per sè considerato, astrazione fatta dal soggetto che lo contempla, il problema estetico si presenta come problema essenzialmente metatisico ed ontologico. È evidente adunque che il problema estetico può essere considerato come il problema centrale della filosofia e che la soluzione di esso può riflettersi sui vari campi della filosofia stessa. E qui occorre notare che i rapporti esistenti tra problema estetico e problemi filosofici sono di un genere particolare, in quanto la storia dell’Estetica mostra che l’interpretazione del fatto estetico non è sempre in dipendenza semplice e diretta di una data concezione filosofica, ma viceversa la soluzione del problema estetico ottenuta | con la cooperazione di svariati fattori (fenomeni storici, scoverte archeologiche, filologiche, progressi nella critica ecc.), se non deter- | mina addirittura, contribuisce alla formazione di un dato sistema filosofico, o almeno vale a dare a questo un colore ed un tono speciale. Un tal caso si verificò in Schiller, in Schelling e quindi in Hegel. La storia dell'estetica poi ci mostra chiaramente che il problema estetico nelle varie età assunse differenti forme a seconda che fu considerato come problema essenzialmente e prevalentemente, se non esclusivamente, metafisico, come avvenne presso i Greci, i quali videro nell'Arte un’imitazione della natura e nel bello riconobbero il solo carattere formale dell'unità nella varietà, ovvero fu considerato un problema essenzialmente gnoseologico, come avvenne nella filosofia kantiana e postkantiana, nella quale si nota molto accentuata la tendenza a presentare il mondo estetico come espressione della Realtà coordinata alle altre manifestazioni dell'ordine razionale, di quello morale, ecc. ; ovvero infine fu considerato un problema essenzialmente psicologico, come è avvenuto presso gli estetici odierni da Herbart a Stumpf, da Zimmermann a Fechner, da Grant Allen a Sully, le cui ricerche ebbero per iscopo di risalire dagli effetti psicologici dei fatti estetici, e quindi dalla natura propria e dalle condizioni fisiologiche e psichiche del piacere estetico alle proprietà di tutto intero il processo estetico. E il difetto delle varie teorie estetiche che si sono succedute attraverso i secoli è appunto quello di non aver tenuto esatto conto della complessità del problema generale. Ciascuna delle forme sotto cui esso si può presentare non esaurisce tutto il suo contenuto. La considerazione di una sua forma non esclude la considerazione delle altre: e solo allora si può dire di avere approfondita la natura del problema estetico quando ciascuno dei suoi aspetti viene riguardato in relazione cogli altri, vale a dire quando il problema estetico viene ad essere trattato come un caso particolare del problema fondamentale di tutta la filosofia. Consideriamo. ora in molo particolareggiato le varie forme sotto cui sì può presentare il problema estetico per vedere sino a che punto sia vera la nostra asserzione che quelle corrispondono esattamente ai principali problemi della Filosofia generale, problema gnoseologico, problema psicogico e problema metafisico. E cominciamo dal vedere come il problema gnoseologico sia implicato in uno degli aspetti del problema estetico. Per la scienza estetica greca l'essenza del bello è riposta nell’armonia e nella regolarità: nè ciò deve recare meraviglia se si pensa che la scienza, la riflessione comincia sempre con ciò che in modo più facile ed ovvio si presenta all'osservazione. Quantunque l’ arte greca (decorazione scultura, poesia), contenesse ben altri elementi che non la semplice unità nella varietà, in modo da poter trovare in essa applicazione e convalidazione anche la più complicata teoria moderna estetica, tuttavia l’attenzione dei filosofi greci si fermò sulle qualità espressive più generali ed astratte. Quando però nel mondo moderno ebbe origine il senso della bellezza romantica, quando cioè in tutta la natura si videro riflessi i sentimenti più vivi e profondi dell'animo umano e insieme si sentì il bisogno dell'espressione libera delle più forti passioni, non fu più possibile consìderare il bello come una semplice espressione regolare ed armonica o come una semplice espressione dell'unità nella varietà. A ciò si aggiunga che tanto il sublime quanto il brutto ed il deforme cominciarono ad essere analizzati e messi in rapporti cogli altri elementi della coscienza estetica. Per il che il bello fu definito cume ciò che è individualmente caratteristico, come ciò che costituisce qualcosa d’indipendente fornito di dati caratteri, attributi o qualità significative, capaci di essere apprese per mezzo della percezione Ora è evidente che l'indagine estetica giunta a questo punto doveva dare origine al problema: Come è possibile che ciò che ha un significato e valore ideale può essere appreso per mezzo della percezione e del sentimento ? Come la sensibilità può apprendere cio che è razionale e ideale? E chi non vede che un tale problema risponde esattissimamente a quello gnosenlogico: Come ciò che è intelligibile o razionale può essere appreso per mezzo del senso, può rivelarsi alla coscienza come fatto di sensibilità? Come si possono conciliare tra loro il mondo sentito e sensibile e quello ideale? Come ciò che è razionale può agire sul senso e come è possibile la conoscenza, la quale risulta appunto dalla cooperazione -dei due elementi della intelligibilità e della sensibilità ? | La soluzione del problema presentata dall’ Estetica fu questa, che l'ideale in tanto si può estrinsecare per mezzo del sensibile in quanto ideale e reale non sono due mondi staccati, ma elementi di uno stesso processo. Elemento intelligibile ed elemento sensibile sono intimamente compenetrati tra loro, per modo che l’uno non esiste senza dell'altro : è solamente mediante l’astrazione che vengono considerati separatamente. L'obbietto estetico essendo nient'altro che l'attuazione, la concretizzazione, la particolarizzazione di un'idea, non può non svegliare un’altra idea nel soggetto che lo percepisce. Se l’ideale esistesse da una parte e il reale dall'altra, s la ragione e il senso fossero due facoltà staccate, non si arriverebbe a capire da una parte come l’idea potesse arrivare a divenire qualcosa di sensibile e dall'altra come la percezione potesse divenire significativa : ma il fatto è che il Reale è uno, sostantivo e insieme uggettivo, vita e insieme idealità, fatto e insieme idea, onde non è a meravigliarsi se l’ileale possa essere significato per mezzo del sensibile. L'unione intima del reale coll'ideale fu facilmente constatata nel processo estetico, giacchè quivi si coglie il tramutarsi dell’idea in fatto e quindi si coglie l'elemento intelligibile od universale contenuto nel fatto stesso. Nel caso del processo estetico si assiste per così dire alla genesi del fatto da una parte in chi produce e all'idealizzazione del dato concreto in chi percepisce. Il punto di partenza della creazione artistica è un'idea, vale a dire un universale che esiste soltanto nella mente dell'artista : poi quest’'universale si va concretizzando col diventare centro di numerosissime relazioni e col fissarsi e determinarsi completamente, prendendo posto in un dato contesto. L'elemento universale (idea artistica) divenuto qualcosa di concreto e di particolarizzato, si estrinseca in modo da generare nel soggetto che contempla un fatto di ordine speciale detto percezione estetica e non può non essere operativo nella mente dello stesso soggetto che percepisce l’obbietto estetico. Ed è appunto per l’attività di tale universale che la percezione e il sentimento divengno espressivi e significativi. Se la percezione e il sentimento non contenessero il lievito dell’universale non potrebbero mai avere alcun valore e significato. Comeil germe rende possibile l’individualità della pianta, così l’universale (ciò che determina la natura propria di una cosa, ciò che determina la formazione di una totalità) rende possibile la costituzione del prodotto estetico come qualcosa di compiuto, come un sistema le cui parti sono reciprocaniente coerenti e si svolgono in ordine necessario in guisa da formare una totalità. Se non che qui si potrebbero fare due domande: In che propriamente si differenziano le percezioni estetiche da quelle non estetiche? Quali sono le particolarità dell'espressione estetica ? In ordine alla prima domanda diremo che le percezioni estetiche (uditive e visive) si differenziano dalle altre per questo che presentano qualità nettamente determinate, che non sono attaccate al fatto subbiettivo del sentire attuale. Di tutte le sensazioni sono esse che possono essere conservate nella memoria e che insieme presentano delle determinazioni qualitative molteplici e nettamente distinte. D'altra parte gli elementi delle percezioni visive ed uditive possono essere ordinati e aggrup‘ pati variamente dall’ uomo, in modo che il potere intellettivo che questi può esercitare su di essi è senza confronto superiore a quello che può esercitare sugli elementi olfattivi e gustativi. Nella più parte dei casi i godimenti del gusto, dell’odorato e del tatto non escono fuori di sè stessi e quando sì accompagnano con idee e sentimenti, ciò accade per mezzo del ricordo di impressioni antecedenti di altra natura. Per contrario le sensazioni della vista e dell'udito si collegano direttamente e sponzaneamente con sentimenti e idee. Il carattere particolare degli organi dell'udito e della vista ha fatto di essi per mezzo della parola e della scrittura gli ausiliari indispensabili dello svolgimenlo umano e i depositari dei suoi successivi acquisti. Oltre a ciò vi è un certo numero di sentimenti e d'idee che appartengono esclusivamente ai così detti sensi estetici e che perciò si potrebbero chiamare idee e sentimenti estetici. Le nozioni di ordine, di armonia, di proporzione, di varietà, di unità, sono occasionate da sensazioni visive ed uditive : e se più tardi queste nozioni più o meno incoscienti si trasformano in idee capaci di regolare la produzione artistica, ciò è dovuto al. lavoro d'analisi che trova e distingue mediante l’astrazione ì detti elementi dalla impressione primitiva complessa. Se tutte le percezioni poi hanno un significato in quanto implicano qualcos'altro oltre il fatto psichico attuale della loro esistenza fatti esterni e contenuto della coscienza con cui esse vengono sempre messe in rapporto , quelle estetiche si riferiscono a ciò che ha maggior interesse per l’anima umana e traducono rapporti esternì di natura speciale. Si aggiunga che mentre noi abbiamo fino ad un certo segno coscienza della natura simbolica, significativa delle percezioni d'ordine estetico, non sappiamo nulla naturalmente del simbolismo delle ordinarie percezioni. È solamente dalla riflessione naturale e scientifica che impariamo a considerarle come segni, accenni a qualcos'altro. Va notato infine che le percezioni estetiche, oltre ad essere simboliche consciamente e liberamente, sono espressioni, per così dire, a seconda potenza, implicando già esse il simbolismo incosciente delle percezioni sensoriali VeRON, Esthetique, Paris. pure e semplici ed allo stesso sovrapponendo il sinbolismo estetico. In ordine alla seconda domanda diremo che la percezione di natura estetica ha di proprio che essa non è un semplice fatto o evento psichico esistente in un dato momento, ma contiene qualche qualità od attributo atto a universalizzarla, facendola assurgere al grado di segno o di simbolo del Reale, ed è per tale qualità od attributo (che viene distaccato dall’esistenza psichica attuale e che viene portata in un altro contesto) che la percezione estetica diviene suggestiva, espressiva ed atta a svegliare molteplici associazioni. | Conchiusione : l’opera d’arte si presenta come una speciale fusione del reale e dell’ ideale: ora tale fusione in tanto può avere luogo in quanto reale ed ideale sono elementi costitutivi di qualsiasi fatto. Ed il fatto estetico poi consiste in ciò che un dato elemento intelligibile diviene qualificazione di un'esistenza psichica (percezione sensoriale) che non corrisponde esattamente ad essa, donde il carattere di trascendenza inerente alla percezione estetica. Se contenuto ideale ed esistenza attuale fossero una stessa cosa, 0 se ciascun was non fosse mai disgiungibile dal proprio dass, il fatto estetico non avrebbe luogo. Ciò che è razionale e ideale può divenire oggetto di percezione e di sentimento estetico solamente perchè la mente umana è cosiffatta che può operare la separazione di un dato. contenuto intelligibile dalla sua propria esistenza e poscia operare la congiunzione del medesimo contenuto con una altra esistenza. L’ ideale, il razionale, l' intelligibile non può agire come tale direttamente sulla sensibilità umana: perchè ciò avvenga è necessario che l’ intelligibile, l'ideale divenga contenuto di qualcosa di sensibile. Prima d’andare innanzi però è bene discutere i seguenti quesiti. Come è possibile la disgiunzione del contenuto ideale dal dato reale? E che cosa è propriamente il primo distaccato dal secondo? Come è possibile d'altra parte l’incorporazione di un elemento ideale in una data esistenza particolare? Ed infine come è possibile il sentimento e la valutazione estetica ? Cominciamo dal primo. La disgiunzione del was dal dass in tanto è possibile in quanto vi è l'intelligenza, la quale ha appunto l'ufficio di qualificare, di caratterizzare la realtà simboleggiandola, traducendola, per così dire, in termini ideali. È evidente che una tale traduzione in tanto sì può fare in quanto la mente umana attraverso le differenze delle manifestazioni estrinseche, attraverso le differenze dei fatti coglie l'identità del contenuto. Per intendere bene il processo si richiami alla mente ciò che avviene quando noi traduciamo da una lingua in un’altra: noi allora tendiamo a stabilire l’ identità di significato tra espressioni differentissime. E come non è possibile tradurre da una lingua in un’altra se queste non sono entrambe note, così non sarebbe possibile qualificare la realtà in termini pschici, se mondo e psiche non avessero radici in un’ unità fondamentale. La mente umana riesce a simboleggiare il reale, perchè essa è capace di presentare sotto forma subbiettiva ciò che vi ha di indiscernibilmente identico tra la realtà ed il soggetto. Sicché noi possiamo conchiudere che la disgiunzione del contenuto ideale dal fatto avviene perchè vi è la mente, la quale, per così dire, coglie nel reale ciò che è identico a sé stessa e, sottopostolo ad una specie di elaborazione psicologica, lo presenta sotto forma di fatto psichico 6 quindi di fatto subbiettivo riferentesi però sempro a qualcosa di obbiettivo. Ma che cosa è tale contenuto ideale o significato per sè preso? Rispondere a questa domanda non è facile, giacchè l’idea separata dal fatto è un’astrazione, è un. aggettivo, come direbbe il Bradley, non un sostantivo, è un universale astratto e non un individuale concreto : ond’ è che essa, non potendo stare da sé, è costretta sempre ad appoggiarsi a qualcos' altro e questo qualcos’ altro per lo più è un'imagine o rappresentazione psichica particolare. Noi possiamo dire però che il carattere precipuo per cui il contenuto ideale, il significato, l'elemento puramente intelligibile si distingue da tutto il rimanente della vita dell'anima, è che esso ha la proprietà di essere ricordabile. Tuttociò che è ricordabile è intelligibile e per converso ciò che è intelligibile è ricordabile. È stato detto che gli attributi o le relazioni in cui la realtà concreta è analizzabile sono appunto elementi intelligibili: ora gli attributi e le relazioni non sono che la ricordabilità stessa guardata da un altro punto di vista, guardata cioè dal punto di vista logico, 0 gnoseologico, o obbiettivo (riferentesi alla” Realtà), mentrechè la ricordabilità si può considerare come l’ insieme degli attributi e delle relazioni guardate dal punto di vista psicologico o subbiettivo. Che cosa è ricordabile? Gli attributi e le relazioni : e che cosa sono gli attributi e le relazioni? Ciò che è ricordabile; non vi è attributo o relazione che non sia ricordabile: come non vi è elemento ricordabile che non sia un attributo, ‘una proprietà o una relazione. Ma onde siamo tratti a scomporre la realtà in attributi e relazioni ? Dal bisogno di fissare, di determinare la realtà. Noi viviamo ed operiamo nel reale, ma chi dice vita, attività, dice flusso continuo di fatti, dice continuo passare per il presente, senza che nessun punto stabile si possa precisare e senza che nessuna costruzione. ideale (riferentesi al passato o al futuro) si possa formare. La vita, l’azione per sè prese sono qualcosa d’ incomunicabile e quindi d'inesprimibile, sono un fatto, ecco tutto. Appenachè la vita della realtà raggiunge un grado notevole di forza e di complessità, il sentimento stesso della vita e dell’esistenza si fa più complesso ed eterogeneo, per modo che sorge il bisogno di specificare, di determinare, di fissare, di dare una forma alla realtà quale è sentita e rappresentata: bisogno che può essere soddisfatto solamente astraendo dalla realtà ciò che in essa vi ha l'ideale, e d’intelligibile, scomponendo quindi Ja realtà stessa in attributi e relazioni. Onde consegue che gli attributi e le relazioni non esistono come tali nella realtà (nella quale esistono delle individualità e delle funzioni), ma sono costruite da noi per simboleggiare, universalizzandola (considerandola dal punto di vista della coscienza universale o della coscienza in generale), la realtà quale viene percepita e rappresentata. Noi di sopra per dare un concetto della disgiunzione del ras dal dass siamo ricorsi al paragone della traduzione da una lingua in un’altra : ora è giunto il momento di osservare che quella non è e non può essere più che una semplice metafora, in quanto tra i due fatti corre un profondo divario. La traduzione da una lingua in un'altra implica la cognizione refiessa, cosciente dell'identità di significato esistente tra le espressioni appartenenti alle due lingue e in tal caso la cosa non può stare diversamente, tenuto conto che è già avvenuto il distacco del :cas dal duss per opera dell'attività intellettuale di molto progredita , mentrechè la disgiunzione dell’elemento intelligibile dal fatto attuale e la consecutiva idealizzazione o significazione della realtà implicano bensì l'identità di natura e di elementi tra il mondo e lo spirito, ‘ma non la chiara appercezione della stessa identità, e insieme implicano l’esistenza dell'identità attraverso le differenze, non l’identità delle differenze. Così gli attributi e le relazioni non esistono come tali nella realtà, ma sono una differenza di quella stessa identità che nella realtà - avrà una differenza corrispondente. Il contenuto ideale oltre ad avere la caratteristica della ricordabilità, ha quella di essere comunicabile, obbiettivo (riferentesi alla Realtà) ed esprimibile per mezzo del linguaggio. Ora che vuol dir ciò? Vuol'dire che ciò che è intelligi- Giova notare che quando si dice che solamente l’intelligibile è esprimibile per mezzo del linguaggio si vuole intendere csprimibile per mezzo di segni, i quali sono riconosciuti tali, riferentisi, cioè, ad una realtà obbiettiva. Anche i fatti di volonta e di sentimento sono esprimibili per mezzo del linguaggio, ma in tanto sono tali in quanto vengono intellettualizzati; non sono propriamente i sentimenti, e gli atti volitivi, sono le idee, le rappresentazioni di essi che vengono significato per mezzo del linguaggio. Le espressioni emotive (interiezioni, espressioni mimiche e fisiognomiche), i gesti e in generale i moti esterni sono qualcosa d' istintivo, che se vengono intesi e interpretati è perchè sono anch'essi intellettualizzati. Chi contempla i segni espressivi li interpreta in virtù dell'esperienza propria e dei legami associativi. bile non è patrimonio di questo o di quel soggetto, ma è patrimonio di tutti gli esseri pensanti, vuol dire che la mente è universale, non individuale. L’uomo, pensando, si universalizza, si accomuna con tutti gli altri uomini. E la solidarietà intellettuale umana è possibile, perchè in ordine al pensieru tutti gli uomini sono identici, sono, cioè, una cosa sola, sono come a dire, un solo essere. Ogni distinzione, ogni differenza è cancellata : è l'identità degl’ indiscernibili. La comunione delle anime, anzi l’unità, l’identità delle anime lungi dall'essere qualcosa di incomprensibile appare chiara : ciò che è oscuro piuttosto è l’anima individuale in ordine al pensiero. Tuttociò che è ideale e intelligibile adunque è identico in tutti gli uomini: o, a dirla altrimenti, tutti gli uomini sono una cosa sola in un certo punto, mentre si differenziano più o meno profondamente in tutto il rimanente. Il razionale, l’intelligibile, la forma permane identica sia che assuma differenti determinazioni (o che presenti manifestazioni o estrinsecazioni diverse), sia che appaia alle mente di singoli individui. È insomma l’unità del Reale, che rende possibile l'identità di ciò che è intelligibile e quindi la sua comunicabilità. Se tutta la realtà non formasse un tutto, un sistema, un'identità variamente differenziantesi, da una parte la mente non sarebbe universale e dall’altra l'intelligibilità delle cose sarebbe impossibile. Che cosa è invero l’ intelligibilità se non la forma distaccata dalla materia, la coerenza, il nesso, la relazione per sè presa? Ora la forma, la coerenza, il rapporto implicano unità e identità nel fondo. Noi quasi diremmo che ciascuna mente non si appropria che ciò che riconosce come inerente alla mente in generale. Il dato, come dato, il fatto le è estraneo ; esso è reale, e basta. Ciò che è intelligibile è uno, identico e quindi comunicabile, e in quanto comunicabile obbiettivo. Ciò che è subbiettivo (sentimento, azione) non è comunicabile (se non a patto di essere intellettualizzato), e per ciò stesso non è intelligibile. i D'altra parte il carattere della comunicabilità inerente a ciò che è intelligibile ha il suo fondamento ultimo nel fatto che la realtà non s’identifica e confonde con la vita subbiettiva. Il reale non è il soggettivo, ma è distinto da esso. Se l'essere o la realtà s’identificasse colla vita subbiettiva e individuale la cognizione si ridurrebbe al sentire, nel qual caso il vero starebbe tutto nella relazione col soggetto che sente: reale, non reale, vero, falso sa.rebbe quello che a ciascun di noi parrebbe tale; misura, giudice sarebbe ciascun di noi. Nulla fuori di noi sarebbe, o almeno nulla sarebbe senza di noì. Se non che la cognizione lungi dall'essere riducibile a sensazione sta agli an tipodi di questa in quanto, riferendosi a ciò che è obbiettivo, implica giudizio, apprendimento di ciò che non siamo noi, di ciò che non è la vita nostra, implica affermazione, mediante la qualificazione, di ciò che è. Dal che consegue poi anche che mentre ciò che è subbiettivo, ciò che vive, fluisce sempre, muta sempre, si muove sempre, si altera sempre, è fenomene mero, vario, continuo ; per contrario, ciò che è intelligibile e comunicabile, è immutabile, inalterabile, fisso e determinato (elemento astratto). L'ideale o l’intelligibile è universale, astratto, addiettivo; come può divenire fatto, vale a dire, come può divenire qualcosa di concreto e di sostanziale? Particolarizzandosi, individualizzandosi, vale a dire identificandosi con una dello sue differenze, o determinazioni, o manifestazioni. Allo stesso modo che il tipo si concretizza nel fatto singolo e che il significato si esprime per mezzo di un simbolo particolare, così l'attributo o la relazione ideale divengono fatto, incorporandosi in un’ imagine sensibile. La congiunzione di un was con un dass diverso dal proprio è resa possibile dacchè tanto il contenuto ideale e significativo quanto l'elemento della presenza attuale tostochè sono separati tra loro cercano di ricongiungersi n di trovare ciascuno il suo complemento in qualcosa di corrispondente. L’imagine psichica attuale, il fatto psichico isolatamente preso è un prodotto dell’astrazione : ciascun elemento psichico acquista valore dai nessi in cui si trova e dall'azione che su di esso esercita l’esperienza psichica antecedente. Non è stato le mille volte ripetuto dai psìcologi moderni che il fatto psichico riceve tutto il suo valore e la sua efficacia dal contesto in cui si trova, che la vita psichica non è posta nell’elemento singolo, ma nel corso, nel nesso, nella serie dei detti elementi ? Noi not abbiamo bisogno di richiamare l’attenzione sui processi di fusione, di identificazione delle rappresentazioni, i quali rendono possibile qualsiasi forma elementare di cognizione e di ricognizione (1), perchè si tratta di fatti ormai comunemente noti. Risulta evidente che la connessione di un was con con un dass diverso dal proprio è un processo che si verifica attraverso tutta la distesa della nostra esperienza conoscitiva : dietro ogni fatto psichico si trova il signi (1) V. Wunpr, Vorlesunyen ib2r Menschen n. Thierscele. Leipzig. ficato proveniente dal dispiegamento che l’attività psichica ha antecedentemente avuto: nel fatto estetico il processo non è essenzialmente differente, comunque appaia senza confronto più complicato. Il was in tal caso è rappresentato dal concetto artistico che figura come un tutto ideale coerente e il duss è dato dalla rappresentazione sensibile o simbolica del detto contenuto ideale. L'espressione rappresentativa o per via d'imagini (per opera della fantasia) di un contenuto idcale, ecco la migliore definizione dell’opera d'arte. Una costruzione razionale incorporata in imagini ed una ricostruzione del pari razionale rifatta in seguito alle suggestioni ricevute dalla percezione delle immagini, costruzione ce ricostruzione accompagnate da una forma peculiare di emotività, ecco il meccanismo di produzione e di contemplazione estetica. L'opera d’arte in tanto è espressiva e suggestiva in quanto ha la sua radice nella congiunzione di un ws più o meno esteso, più o meno complesso con un duss estraneo, ma corrispondente, e relativamente semplice tenuto conto della capacità percettiva dell’an'ma umana , in quanto ha la sua radice, possiamo anche dire, nell’ estrinsecazione di un sistema ideale per mezzo di dati sensibili. La proprietà che controdlistingue siffatta congiunzione od espressione è questa, che oltre al essere volontaria, libera e selettiva, è eminentemente suggestiva, il che dipende dalla concentrazione coerente degli elementi ideali avvenuta dictro l'espressione sensibile simbolica. © Possiamo conchiwlere questa parte col dire che l’uomo è capace di congiungere un was con un dess estraneo allo stesso modo che è CAPACE di parlare, vale a dire DI SIGNIFICARE E SIMBOLEGGIARE LA REALTÀ. La lingua d’ITALIA è una opera d'arte compiuta dalla COSCIENZA COLLETTIVA, mentrechè i capolavori estetici sono espressione dei genii individuali. Non è senza ragione che in origine lingua ed arte si trovano confuse tra loro. Passiamo ora a rispondere brevemente all'ultimo quesito. La valutazione e il sentimento estetico dipendono dalla funzione espressiva dell’arte. Quanto più in un’opera si trova espresso ciò che per noi come uomini, ha il maggiore interesse, quanto più in essa troviamo l'eco di ciò che ha radici più profonde nell'anima nostra, di ciò che ci attrae come di ciò che cì ripugna, di ciò che ci appassiona come di ciò che cì turba, quanto più vi troviamo. l'eco di ciò che è veramente umano, tanto più la valutazione estetica avrà luogo in senso positivo. L'arte espressiva che è l’arte veramente moderna, è fondata in grandissima parte sulla simpatia, manifestando in forma artistica l'interesse particolare che l’uomo prende per l’uomo. Il fine a cui si tende è l'uomo, quale microcosmo, è lo studio dei suoi sentimenti accidentali e permanenti, delle sue virtù o dei suoi vizi. É questo che distingue il teatro e il romanzo moderno, riannodando questi due generi alla più alta branca dell’arte. L’opera d'arte perchè sia debitamente apprezzata ed eserciti efficacia sugli animi nostri, deve esser valida a portare il nostro sguardo lontano, deve apparire come punto di concentramento di molteplici raggi suggestivi, deve essere come il riflesso di ciò che vi ha di più profondo nella realtà e nella coscienza. L'opera d’arte veramente grande deve raggiungere i più grandi effetti coi minimi mezzi possibili, facendoci intravedere ciò cho diversamente non vedlremmo. E l’intuito dell'artista sì rivela appunto nell’attitudine a scegliere ed a porre in evidenza quei tratti significativi che hanno la potenza di generare tutto un sistema d'imagini. Saper mostrare l’universale concreto, la legge, la natura propria, il ritmo d'attività di un ordine di reali per via di tratti, o li segni, o di imagini che mentre per sè non possono esaurire il contenuto dell’universale concreto, son tali da suggerirne con facilità il complemento, ecco in che consiste il magistero della creazione artistica. Ed ora è tempo di considerare il problema gnoscologico che risponde alla forma del problema estetico esaminata e discussa fin qui. Il problema gnoscologico fondamentale è ricercare come ciò che è pressochè esclusivamente intelligibile possa diventare oggetto delle varie forme di sensibilità : o tale problema, posto così, appare effettivamente insolubile: ma esso è fondato sopra il falso presupposto che l'elemento intelligibile preso per sè possa esistere come un fatto attuale. II processo per cuì si è giunti a tale concetto è il seguente : una volta bipartita la vita psichica primitiva, la coscienza complessa e indefinita iniziale nelle due serie rappresentative dell’io e del non io, è stato notato che le rappresentazioni, prese come qualcosa d’obbiettivo e d’in.lipendente dal soggetto, non solo non formavano un tutto coerente e completo in sè stesso, ma si rivelavano così piene di contradizioni da richiedere necessariamente un complemento, l’esistenza di qualcosaltro che desse ragione di ciò che al soggetto appariva come sensazione o come fatto psichico in genere. Di quì la necessità di andare in traccia dell’ universale, del necessario e del permanente che costituisse il punto di riferimeuto delle nostre rappresentazioni subbiettive proiettate all’ esterno e che insieme fusse il mezzo di stabilire la solidarietà intellettuale e la comunità spirituale degli uomini, Si andò in traccia così dell’essenza o dell’ elemento intelligibile delle nostre rappresentazioni, elemento che fu fatto consistere in qualità e rapporti inerenti ad elementi ult.mi sottratti al dominio diretto dell'esperienza sensibile, elementi ultimi che alla loro volta dovevano risultare di qualità e relazioni, procedendo così all’ infinito. Qui accadde che per evitarne una sula si ricadde in molteplici altre contradizioni, giacchè di questi elementi ultimi (atomi) bisognava pur dar ragione, determinandone la natura, bi‘ sognava, cioè, renderli intelligibili. Ora, ciò facendo, era necessario 0 dire che essi andavano ammessi come un fatto, come un dato ultimo il che era impossibile, perchè gli atomi sono concepiti dalla scienza come qualcosa di non percepibile, di non sperimentabile (e del resto se essi devono dar ragione delle rappresentazioni s :nsibili in genere, non possono essere appresi mediante la percezione) , nè è a parlare di centri di forza, perchè la forza per sè presa è un bel nulla, è anch'essa un uggettiro ; ovvero bisognava ridurre essi stessi a qualità e relazioni: ma le qualità e le relazioni (elementi intelligibili e quindi anch'essi aggettivi) hanno bisogno di qualcosa a cui inerire, onde la necessità di porre come postulato l'esistenza di reali ultimi, sostanze spirituali, le quali poi impiicano le medesime contradizioni degli atomi materiali. Atomi materiali ed atomi spirituali sono prodotti della nostra fantasia, ipostasi di concezioni mentali astratte. Gli atomi erano stati creati per spiegare i rapporti intelligibili determinanti i fenomeni subbiettivi, i fenomeni sensoriali : ora essi, non potendo essere considerati come fatti (e ancorchè potessero essere considerati come tali, si sarebbe daccapo, per chè sarebbero anch'essi fatti percettivi, fatti cioè dell’istessa . categoria di quelli, per spiegare i quali erano stati imaginati), è giuocoforza analizzarli in elementi d’ordine intelligibile (qualità e rapporti), in elementi cioè, per fondamentare i quali essi stessi sono stati proposti. È naturale che giunti a questo punto doveva sorgere il problema riguardante la trasformazione dell’ elemento intelligibile in elemento sensibile, riguardante la possibilità che l’ ideale diventasse obbietto della sensibilità. Ora è vero che l'elemento intelligibile esiste per sè ? No, perchè esso, preso a parte dal fatto, dall’ esistenza attuale, è un prodotto dell’astrazione. L'universale, l’idea non esiste al di fuori della mente. Sicchè noì vediamo qui che il problema gnoseologico è nato per un processo analogo a quello che diede origine al problema estetico, per un processo cioè di disgiunzione dell'elemento intelligibile dall’ elemento fattuale dell’esistenza. La realtà vera, la vita vera del reale è data dalla congiunzione ‘dell’ elemento ideale col reale, dall’incorporazione dell'ideale nel reale: ond’è che attribuire l’esistenza di fatto agli elementi intelligibili è un processo del tutto falso ed arbitrario. L’intelligibile o l'universale è un puro aggettivo che ha bisogno del suo sostantivo. E come sostantivo dovrebbe fungere l'immediatezza della percezione sensoriale, l’ immediatezza del fatto psichico quale si svolge nel soggetto umano, ma i due elementi, l’ universale e il fatto psichico individuale non sì corrispondono, non fanno una cosa sola, non sono, diciamo così, l’uno per l’altro. Il fatto psichico non è qualcosa di obbiettivo, d'ilentico e di comunicabile, ma varia da soggetto a soggetto; esso non può esser tutta la realtà. È stato a causa delle molteplici contradizioni, delle insufficienze e manchevolezze rivelantisi nella vita psichica e subbiettiva che si è ‘dovuto costruire ipoteticamente un mondo obbiettivo intelligibile di contro a quello subbiettivo. E poichè un tal ripiego, come si è veduto, non approda a nulla, sorge la necessità di trovare il complemento esistenziale dell'intelligibile in qualcosa che trascende il contenuto della coscienza individuale. Tale complemento non può esser trovato che nella vita del Tutto (Io epistomologico e ontologico o Bewusstseyn tiberhaupt di Kant) nella Coscienza universale in cui non vi è separazione di intelligibile e di sensibile (la quale separazione è compiuta dallo spirito individuale finito), d’ideale e di reale, di contenuto e di fatto, ma vi è fusione perfetta di entrambi. La questione sta tutta qui: la percezione appare dato concreto immediato e quindi reale, ma è dato subbiettivo e quindi pieno di contradizioni: l'intelligibile è obbiettivo nel senso che è inteso in un modo identico da tutti gli uomini, ma è ipotetico, astratto, non dato, ma posto dall’intelligenza umana : ciò posto, siffatti due termini si possono conciliare, si possono unire e formare una cosa sola completa, la realtà viva e vera ? Ciò non è possibile insino a tanto che non sì esce dalla coscienza individuale, perchè il reale subbiettivo che non è completo in sè stesso, che è solo un frammento della totalità, non può avere per contenuto adeguato l’universale, non può avere per essenza il tutto. Come nel processo estetico avevamo: 1° disgiunzione dell’intelligibile dal fatto, e poi, 2°, ricongiunzione dell’elemento intelligibile con un fatto che non gli corrisponde, e di qui la trascendenza, il significato, l'espressività della percezione o imaginazione estetica, cosi nel processo gnoseologico abbiamo la disgiunzione del was dal dass del fatto percettivo e l’ipostasi del was, la considerazione di questo come un fatto, come un dato. E poichè ciò si rivela impossibile e contradittorio, si tende a congiungere di nuovo l'elemento intelligibile universale (il quale per sè preso non è reale nel senso che non è concreto, non esistente per sè, non immediatamente appreso, bensì effetto di un’elaborazione psicologica e logica, una semplice concezione dello spirito, un'ipotesi formata in vista delle conseguenze che da essa, dato che esista, necessariamente derivano) col dato percettivo della coscienza individuale, il quale è reale, ma ha una realtà subbiettiva, non obbiettiva, non comune a tutti gli uomini. Se non che la detta coscienza non è capace di contenere di fatto l’ universale, ma solo virtualmente, cioè come esigenza, come aspirazione, come idea. Onde la necessità di trascendere incessantemente il fatto psichico subbiettivo e l'esigenza di una Realtà obbiettiva individuale e insieme universale, cioè sistematica. Vi ha però una differenza tra processo estetico e processo gnoseologico ed è, che la disgiunzione e la ricongiunzione dell'elemento intelligibile col fatto nel primo sono atti arbitrari, sono atti sottoposti al volere individuale, mentrechè nel secondo sono una conseguenza, diremo, necessaria delle contradizioni e delle insufficienze che si rivelano nella percezione sensoriale dei vari individui e nei fenomeni della vita subbiettiva. Le ricerche dell’Ottica e dell’Acustica fisiologica, della Psicologia fisiologica furono promosse dall'impossibilità di considerare le percezioni sensoriali come fatti per sè esistenti all’esterno. Uno degli aspetti sotto cui il problema estetico si può presentare è il seguente: Qual'è la natura e le condizioni dell’ emozione estetica? La soluzione di tale quesito ha formato e forma oggetto di tutta l’Estetica esatta coltivata ai giorni nostri in Germania ed in Inghilterra. Da tal punto di vista è evidente che il problema estetico assume un aspetto prevalentemente psicologico: esso, infatti, vale la domanda: Come e perchè talune percezioni sensoriali producono sentimenti di natura speciale (emozione estetica)? Il che alla sua volta vale domandare: In che rapporto stanno le varie forme dell'attività psichica? Ovvero: Tra le varie manifestazioni della vita psichica vi è una correlazione intima in modo da poter esse venire considerate come vari lati di uno stesso processo fondamentale, ovvero sono delle funzioni giustaposte che possono solo in date circostanze agire l’una sull'altra? Vediamo ora quali sono i risultati ultimi a cui l'indagine estetica esatta è pervenuta. E qui, prima d'andare innanzi, ci sembra opportuno notare che il problema estetico psico logicamente considerato è della più alta importanza in quanto dipende dalla sua soluzione il determinare per che via il significato può essere congiunto col dato attuale , (rappresentazione sensibile) con cui non è connaturato, per che via ciò che è universale ed astratto (l'elemento intelligibile) può concretizzarsi în modo da divenire obbietto piacevole. I risultati delle ricerche summenzionate furono di due sorta. Da una parte il sentimento estetico fu intellettualizzato nel senso che fu fatto dipendere dall’apprensione di determinati rapporti astratti: e invero, comunque lo spirito, diciamo così, dell'estetica psicologica e del formalismo vada riposto nella tendenza ad andare in traccia della causa attuale del piacere estetico, della causa inerente alla percezione sensoriale, tuttavia nel fatto essa indaga la ragione nella causa: una volta che siamo spinti ad oltrepassare la percezione sensoriale, noi troviamo l'elemento intelligibile, la ragione. Del resto se la percezione della bellezza presuppone l’esistenza di dati rapporti, questi da una parte non figurano che come ragioni , e dall'altra possono essere, se non sostituti, messi in connessioni con proprietà meno astratte, più vicine alla realtà che viviamo, e quindi più atte a suscitare il nostro interesse e la nostra simpatia. La maniera di operare delle relazioni è invero di natura così generale e così poco caratteristica, che non si vede come l’effetto estetico possa essere ottenuto, se un altro elemento non vi concorre (il significato cioè di tali relazioni astratte). Vogliamo dire che i suddetti rapporti formali non hanno per sè nulla di caratteristico che possa spiegare il fatto estetico, tanto è ciò vero che si presentano anche dove nessun effetto estetico si riscontra. D'altra parte l'origine del sentimento estetico fu posta in una specie di affinità latente (che non ha niente a che fare colla pura stimolazione sensoriale) esistente tra la semplice forma estetica e l’anima del soggetto percipiente (conformazione dello spirito individuale). Ed il famoso principio fechneriano dell’economia della forza quale fonte di piacere (il quale principio poi fu considerato in rapporto al contenuto delle nostre rappresentazioni come in rapporto al corso delle stesse) non è che l’espressione astratta di ciò che implica la detta armonia latente. L'economica distribuzione della forza considerata dal punto di vista dell’obbietto trae seco il principio dell’ unità organica e l'assenza di qualsiasi elemento superfluo: assenza di superfluità che equivale ad esigenza di significato e di valore, in quanto solo ciò che è insignificante è veramente superfluo. L'applicazione del principio dell'economia fatta all'attività del soggetto percipiente implica concentramento non faticoso dell'attenzione, in modo da riuscire agevole e quindi piacevole il fatto psichico stesso dell’apprensione. Avviene così che l’appercezione di un contenuto piacevole, perchè organicamente costituito, diviene essa stessa fonte di piacere. Se si considera che la rispondenza quanto più è possibile esatta ed adeguata dell’attività appercettiva al contenuto appercepito non è una accidentalità, ma costituisce un elemento essenziale della emozione estetica, tanto è vero che tutto ciò che richiede uno sforzo mentale è antiestetico, non sì può non trovare naturale la connessione esistente tra le modalità della nostra attenzione e le proprietà dell'oggetto estetico. Quando uno sforzo speciale è richiesto per l'appercezione di un contenuto estetico, vuol dire che l’espressione, la rappresentazione (forma) e l'obbietto significato, l’idea (materia) non sono in armonia, nel qual caso appunto non è più a parlare di bellezza. È stato notato poi che il principio dell'economia non è in contradizione con quello dell’ esuberanza, del lussureggiamento ecc., che sono inerenti ad ogni obbietto estetico e che contribuiscono a imprimergli la nota del disinteresse presa'in senso largo, giacchè ciò che è superfluo considerato da un certo punto di vista e in rapporto a dati scopi, a scopi di utilità pratica p. es., non lo è più, una volta che è riferito ad un dato sistema armonico o ad una data unità organica che ha valore per sè come esprimente il contenuto della vita nella sua complessità e la Realtà nelle sue molteplici e svariate determinazioni. L'origine e il fondamento dell'emozione estetica se non vanno posti adunque nell'apprensione di rapporti formali ed astratti (ma nel contenuto che gli stessi contribuiscono ad esprimere, nel loro significato), non vanno posti neanche nel principio formale e quindi vago ed indeterminato dell'economia della forza sia questa considerata obbiettivamente che subbiettivamente, il quale riceve gran parte del suo valore dal fatto che esso depone per l'esistenza di un'unità organica nell’obbietto estetico: ciò che è con parsimonia costituito e con facilità appercepito ha evidentemente i caratteri del sistema, della totalità, dell’individualità organica. Da qualunque punto si voglia considerare la cosa è chiavo pertanto che l'emozione estetica deriva la sua caratteristica propria dal contenuto (significato) espresso ed appercepito dal soggetto. Quando lo spirito appercepisce espresso in modo adeguato ciò che ha radici più profonde nell'intimo suo essere, quando lo spirito arriva a trovarsì a contatto con qualche cosa di completo, di individuale e di sistematico e quando arriva a riconoscere sé stesso, le sue aspirazioni, le sue esigenze, i suoi sentimenti, nella natura o nell’arte, quando vede raccolti per opera dei Genti in un punto solo e quindi intensificati tutti i raggi della sua attività, quando insomma vede rispecchiato in un’opera tutto il fondo della sua anima e quando si sente una cosa sola colla Realtà universale, non può non provare una intensa emozione, che è appunto l'emozione estetica. Dopo aver accennato alla soluzione del problema estetico nella sua forma psicologica, passiamo a trattare del problema psicologico fondamentale quale si presenta nella filosofia generale. L’ indagine intorno alle proprietà ed al rapporto esistente tra le varie funzioni psichiche (funzione rappre sentativa, funzione emotiva, funzione volitiva) è della più grande importanza e del più alto significato, in quanto da essa dipende il concetto che ci dobbiamo formare della vita psichica in genere e della costituzione dell’anima. La funzione emotiva in che rapporto sta con quella rappresentativa? il sentimento in che rapporto sta con la rappresentazione? Che cosa è il piacere o il dolore che accompagna qualsiasi elemento della coscienza ? Ecco il problema generale, a cui gencricamente si può riferire il problema speciale dell'origine e delle condizioni dell’emozione estetica, salvo poi a determinare le caratteristiche proprie del piacere estetico, tenuto conto che non tutti i piaceri sono di natura estetica. Ora noi vediamo che la Psicologia moderna tende a risolvere il problema circa la natura del sentimento in conformità della soluzione data dall’Estetica al problema corrispondente. Nessun psicologo crede più all'esistenza delle cosidette facoltà dell'anima: tutti concepiscono i fatti psichici come manifestazioni diverse della vita ad attività psichica prosa nel suo insieme. Ora questa attività spirituale si esplica in due forme principali irriducibili tra loro, in quella di modificarsi in modo indistinto in totalità e in quella di apprendere, di appercepire delle qualità distinte, degli attributi determinati e delle relazioni. Nella sua prima forma essa si rivela essenzialmente una, identica (senza che mostri alcuna differenziazione in sè stessa) ed intimamente connessa con tutto il reale, che essa per così dire, avverte indistintamente nella sua totalità: nella seconda forma invece essa appare variamente determinata in sè stessa e nelle maniere di apprendere la realtà : nella pritma forma è vita emotiva o sentimentale, nell’altra forma è vita wappresentativa o intellettiva. È un errore pertanto voler intellettualizzare il sentimento col farlo derivare da un qualsiasi rapporto : noi possiamo, sì, scomporre il sentimento e tradurlo in rapporti, ma in tal caso noi avremo trasformato il sentimento vero e proprio in un fatto. intellettuale. Il sentimento è un modo di essere dell’attività psichica che si origina ogni qualvolta il contenuto della coscienza è cosiffatto che, non potendo essere scomposto in qualità c relazioni determinate, figura come qualcosa d'’ indistinto. E qui giova notare che anche quando il sentimento stossos viene differenziato nelle sue principali determinazioni di piacere e dolore nel caso che queste vengano nettamente distinte ed appercepite cessa di essere puro sentimento per divenire un fatto d’oriline intellettivo. Un sentimento qualificato, caratterizzato e discriminato da tutto il complesso della vita psichica è la chiara appercezione di una qualità psichica, non un sentimento. L'appercezione di un piacere, di un dolore suppone l'atto della mente con cui una qualità viene separata, distinta dal rimanente, suppone quindi una funzione intellettiva sia anche d’ ordine rudimentale e l'atto o la funzione discriminatrice si confonde col suo prodotto per molo che ciò che prima non era un fatto intellettivo riesce ad essere, per così dire, trascritto in termini intellettivi, e quindi viene ad essere snaturato. Piacere e dolore sono due qualità sensoriali come il bianco e il nero, come il liscio e lo scabro, come il grave e l'acuto, come il caldo e il freddo. Che essi siano determinati dalla forma dello stimolo piuttosto che da proprietà inerenti (contenuto) allo stimolo come tale, che essi siano determinati dal modo come lo stesso agisce, o dal modo in cui la sua trasmissione avviene, o dalle condizioni in cuì l'organismo fisico e psichico si trova mentre ha luogo tale azione, poco o nulla importa : dal punto di vista psicologico il piacere e il dolore sono qualità, e come tali, appartengono alla funzione rappresentativa dell'anima umana. Sosgiungiamo che il piacere e il dolore, come il suono alto e quello basso e come il caldo e il freddo sono sensazioni relative e variabili linearmente in quanto presentano. duo sole determinazioni opposte. In altre parole : il sentimento per sua natura è indistinto, è stuto psichico totale : non sì tosto in esso vengono delimitate differenze, non sì tosto esso viene circoscritto e qualificato, non è più a parlare di sentimento vero e proprio : ma di funzione intellettiva e rappresentativa. Il sentimento in tal caso viene come ad essere intellettualizzato, viene ad essere compenetvato dall'attività discriminativa che è inerente all’ intellezione. Quando il sentimento stato psichico totale vien ad essere analizzato e scomposto in qualità diverse e quando queste vengono appercepite, il sentimento non esiste più, ma esistono le qualità sensoriali. La vita psichica non si presenta più come sentimento, ma come apprensione di qualità, l’attributi e di relazioni. Ma si può dire che il piacere e il dolore siano qualità del sentimento, come si dice p. es. che il suono alto e basso sono qualità del suono ? Noi crediamo di no, perchè parlare di qualità del sentimento è un parlare contradittorio; è come se si dicesse qualità di ciò che non può avere qualità, ovvero determinazioni di ciò che è per sua natura indeterminato. Il piacere e il dolore sono qualità che possono essere pro:lotte in parte dalla totalità della vita psichica, dallo stato in cui la stessa totalità si può trovare, ma non sono qualità della totalità La totalità è reale, ma non ha qualità, caratteri distintivi, differenze, le quali implicando sempre relatività, riferimento, possono essere differenziate entro la totalità. Uno stato di piacere o di dolore totale non significa nulla: un piacere o dulore suppone la distinzione, la differenziazione. Il sentimento o stato psichico totale può contribuire a generare uno stato di piacere o di dolore, ma non può presentarsi come piacere o come dolore: già un piacere o un dolore totale, assolutamente totale, non sarebbe nemmeno avvertito, perchè non potrebbe cs-ere distinto: distinto da che, invero? E il piacere e il dolore sono considerati d’ordinario come qualità del sentimento appunto perchè esse sono determinate in parte dalla totalità della vita psichica, Sorge la questione: Perchè una tinta di piacere o di dolore accompagna qualsiasi fatto psichico? Perchè ogni singolo fatto psichico è messo in rapporto si noti, è “messo in rapporto è appercepito quasi attraverso lo stato complessivo in cui l'organismo fisico e psichico si trova in un dato momento: è da questa appercezione che è un fatto d'ordine intellettivo è dal suddetto rapporto del fatto singolo coll’insieme che vengono fuori le due qualità di piacere e di dolore, le quali vengono a sovrapporsi 0, meglio, a fondersi cogli attributi propri dei singoli fatti psichici. Ed è avvertita la qualità di piacere ovvero quella di dolore, secondochè si ha l’appercezione di un rialzamento o di un abbassamento dell'energia psichica e delle condizioni da cui essa dipende. Come si vede, il sentimento non va ilentificato con le determinazioni qualitative del piacere e del dolore : il primo è uno stato totale dell’anima, le altre sono prodotte dal. l’appercezione (fatto intellettivo) delle differenze (qualità) osistenti nella detta totalità. E noto che l’apprensione di un dato contenuto psichico richiede il dispiegamento di una certa quantità di energia mentale (attenzione), la quale pui non è illimitata, ond’è che quando ha luogo un consumo di energia psichica superiore a quello di cui sì può disporre sarà avvertita una sensazione sgradevole, mentrechè quando lo stesso consumo è proporzionato alle risorse si avrà una sensazione piacevole. È il rapporto, la proporzione che deve esistere tra attenzione e area della coscienza che ci può dar la chiave per rendercì conto in gran parte delle determinazioni qualitative del piacere e del dolore. si Abbiamo detto che il sentimento è la vita psichica presa nella sua totalità : è evidente che a seconda che la detta totalità è più o meno ricca di contenuto, a seconda che è di ordine superiore o inferiore, che è complessa, ovvero semplice e rudimentale, si avrà o no un sentimento nobile ed elevato. Ma, si può qui domandare, se il sentimento è la stessa vita psichica presa nella sua totalità, come mai potrà essere avvertito? L° avvertire implica distinzione e questa riferimento e quindi esistenza di qualità diverse entro la totalità. A ciò si risponde che il sentimento non è avvertito come qualità ; il suo ufficio è quello di rendere reale, attuale, presente, immediato qualsiasi fatto psichico: esso rappresenta il coefficiente dell’ esistenza psichica. Il problema estetico nella sua forma psicologica e il problema psicologico fondamentale si: corrispondono, in quanto là soluzione data ad entrambi è questa, che il sentimento ha la sua origine nella vita psichica indistinta, nella quale non soltanto vengono ad essere fusi insieme i vari elementi costitutivi di.essa, ma viene ad essere tolta ogni contrapposizione del soggetto all’ oggetto. E qui sorge la necessità di andare in traccia del carattere differenziale per cui il sentimento estetico sì distingue da qualsiasi altro sentimento. Tale carattere si trova agevolmente, se si riflette agli attributi dell’obbietto estetico, il quale non solo è un sistema di parti (unità nella varietà) oltremodo complesso, ma ha un significato deri vante dal riflettersi in esso di tutte le aspirazioni ed esigenze più profonde dell'animo umano, per modo che nella contemplazione estctica il soggetto si trova come in rapporto con la parte migliore di sè stesso. Si aggiunga che l’unione del soggetto con l'oggetto è molto più intima nel caso dell'emozione estetica che nel caso di qualsiasi altro sentimento. L'attività del Reale, la Realtà come vita differenziantesi, spezzantesi e rivelantesi in modo immediato nelle coscienze individuali, ecco la radice comune delle varie sorta di sentimenti. Come vi sono varie forme od apparenze di totalità, come vi sono varii ordini d’incentramenti individuali così vi sono vari ordini di sentimenti più o meno definiti (ogni definizione proviene dall'elemento rappresentativo e relativo concomitante), più o meno complessi, più o meno interessati, perchè più o meno direttamente riferentisi all'attività pratica. Il carattere d'individualità che controdistingue il sentimento proviene dal fatto che la totalità è, per così dire, incentrata nella vita del soggetto, in ciò che differenzia l’io quale determinazione speciale del Reale, avente un posto proprio nello spazio, nel tempo e nella serie causale. Non ci sembra inopportuno, poichè servirà a-dilucidare le idee suesposte, richiamare qui, prima di finire, l’attenzione sul rapporto esistente tra sentimento e volontà, o meglio, tra sentimento e attività; rapporto che è diverso da quello che ordinariamente è ammesso. Il sentimento non produce l’azione allo stesso modo che non è prodotto da essa e che non ne è il riflesso subbiettivo. Un tale rapporto e A ii cir iii cdi ee n può esistere tra l’attività e le qualità sensoriali del piacere e del dolore, non gia tra l'attività e il sentimento, Questo come stato psichico totale è tutta la vita psichica senza alcuna determinazione speciale, ond’è che mentre da una parte esso contiene, trasformati e fusi insieme tutti gli elementi psichici, non è in rapporto particolare con nessuno di essi. Tutti però quando divengono reali, quando appaiono distinti sull'orizzonte psichico, emergono come dal fondo della vita psichica, che dal punto di vista soggettivo è appunto il sentimento stesso. Questo pertanto appare come il sostegno, ceme ciò che dà attività, consistenza ai vari fatti psichici. Al di fuori del presente, del momento attuale non vi ha sentimento, ma bensì rappresentazione : e vi ha una rappresentazione riferentesi al passato, come ve ne ha una riferentesi al futuro : ed è chiaro che è possibile avere una rappresentazione del sentimento, quando questo, distaccato dalla matrice reale, viene idealmente costruito e proiettato nel passato per mezzo della memoria e nel futuro per mezzo della immaginazione. Il sentimento però in tal caso viene snaturato, trasformandosi in un fatto d'ordine conoscitivo: un sentimento rappresentato è una rappresentazione e non un sentimento, o meglio, ò una nostra costruzione ideale che non si riferisce a nulla di reale e di attuale. La forma, diremo così, metafisica del problema estetico è: Qual'è la natura della proluzione artistica ? L'arte in che rapporto sta con la natura ? Si deve ritenere con gli antichi Greci che l'Arte è una imitazione pura e semplice della natura in modo da dover essere essa collocata al disotto di quest'ultima? Come si vede, un tale quesito non poteva ricevere un'adeguata risposta se non dopo che la coscienza estetica del genere umano cbbe raggiunto un grado notevole di svolgimento, dopo, cioè, che il gusto estetico si fu di molto raffinato c che la valutazione estetica fu molto progredita. La riflessione filosofica dovette giungere al punto da sentire il profondo divario esistente tra il mondo empirico e quello ideale, tra le esigenze del] intendimento e quelle della Ragione presa in senso stretto, vale a dire presa come la facoltà del Categorico, dell'Unità e della Totalità. E infatti il problema estetico nella sua forma metafisica non fu risoluto in maniera adequata prima che Emanuele Kant ponesse in evidenza l’antitesi esistente tra la relatività inevitabile della ragione teoretica e la assolutezza dell'imperativo morale implicante l’esistenza della liberta. Il problema circa la natura della produzione artistica non s'impose fino a tanto che gl’immensi progressi della Filologia classica, dell’Archeologia, della Critica non ebbero per effetto di produrre il rinnovamento di tutta la coscienza estetica e quindi di tutte le vedute anteriormente dominanti inordine alla valutazione estetica. Fu allora che non fu più possibile considerare il prodotto estetico come una semplice imitazione della natura. Vediamo ora come il problema estetico fu risoluto sotto tale forma metafisica per ricercare poscia le caratteristiche del corrispondente problema attinente alla filosofia generale, il quale può essere così enunciato : Che concetto dobbiamo formarci dell’ incessante produttività della natura? ovvero: Che cosa stanno a rappresentare le infinite * forme in cui l’attività della natura si esplica? La produzione artistica fu considerata come l’effetto del libero, ordinato ed armonico esercizio delle facoltà umane: ma si può qui domandare: di tutte le facoltà umane? No, bensì di quelle facoltà soltanto che possono dare origine a prodotti che hanno una data forma, intenlendo per quest’ ultima l'insieme delle proprietà per cui una data cosa è valutata, non per il suo uso, non per lo scopo determinato a cuì l’ oggetto avente quella data forma risponde, ma per ciò che la forma sta a rappresentare, in quanto in essa si riflette l’intendimento, il sentimento e la capacità in genere di chi l'ha concepita ed eseguita. La forma implica adunque l’esistenza dell’ elemento razionale: ed è lecito parlare di forma ogni volta che nell'oggetto o nel fatto vien messo in evidenza appunto l'elemento intelligibile. Ogni qualvolta nuvi ci troviamo di fronte ad un obbietto .che mentre figura come un prodotto dell’intelligenza dell'attività umana, dall'altra parte non pare serva ad uno scopo pratico, o a un uso determinato, pur non essendo scevro di significato noi siamo spinti a giudicare come estetico il detto obbietto. Sicchè l'essenza della produzione artistica fu posta in ciò, che l’anima umana è così fatta che sente il bisogno di estrinsecarsi, di esprimersi in fatti, i quali mentre portano l'impronta delle facoltà che loro diedero origine, non hanno l’ufficio nè di appagare un desiderio, nè di far raggiungere un fine estrinseco, nè di procurare un gudimento egoistico e interessato. La creazione artistica ha in sè stessa il suo scopo, che è quello di completare la realtà sensibile, dando l’esistenza ad un mondo di forme atte ad appagare le aspirazioni e le esigenze più profonde e più elevate dell'anima umana. Il bisogno del completo, del perfetto, dell’ individualità armonica, della totalità sistematica può solo esser soddisfatto per mezzo dell'Arte, la quale rende possibile la sovrapposizione di tutto un mondo supra il mondo della esperienza ordinaria. Il vero artista è quegli che crea per creare, è quegli che spinto dal bisogno di porre in opera il soprappiù delle sue esuberanti energie, produce spontaneamente e quasi istintivamente, senza aver dinanzi alla mente uno scopo estrinseco od interessato da conseguire. Egli crea per dar forma definita a ciò che gli si agita nel fonito dell'anima. L’opera d'arte è bella quando porta nettamente l'impronta della personalità dell'artista e quando esprime l'impressione in lui prodotta dalla vista dell'oggetto o del fatto che egli traduce. La Natura è bella quando noi in essa riconosciamo nol stessi con ciò clie abbiamo di veramente umano, come esseri felici e miseri ad un tempo. Ognun vede che il bello non può essere in alcun modo confuso nè col piacevole, nè col bene ; il piacevole infatti, risponde ad una esigenza subbiettiva ed interessata, implicando l’appagamento di un bisogno egoistico, e il bene involge il concetto di attuazione di un fine chiaro e cosciente, sia questo estrinseco all’obbietto come nel caso dell'utilità o immanente all’ oggetto stesso come nel caso della perfezione. L'espressione libera e spontanea in forme concrete, di un contenuto.ideale e la realizzazione irreflessa di ciò che vi ha di razionale nella nostra natura, ecco che cosa è invece la produzione artistica ; un’espressione necessaria el obbiettiva della vita umana nella sua complessità e dell'unità della natura, ecco che cosa è invece l’arte. Onde consegue poi che non vi è ragione di limitare la cerchia delle sue manifestazioni, le quali hanno tutte egual diritto alla nostra consilerazione, a patto che mettano in evidenza in modo completo un lato della vita umana con tutte le proprietà, siano pregi o difetti ad essa inerenti. E " x Il problema che in filosofia generale corrisponde a quello estetico or ora esaminato è il problema teleologico. Che significato ha l’inesauribile produttività della natura ? Che valore va attribuito alle svariatissime forme naturali? Ora la risposta lata dai filosofi almeno da taluni filosofi coincide con quella data dagli estetici in quanto viene ammessa l’intima razionalità della natura, a cui accennano già le leggi naturali. Tale razionalità può da una parte non esaurire il contenuto della natura, giacchè questa oltre ad essere compenetrata dalla ragione 'è qualcosaltro ancora, e dall’ altro non è tale da far considerare i fatti e gli obbietti naturali come prodotti da un’Intelligenza cosciente identica all’umana. In altri termini, la natura è, sì, espressione di qualcosa di razionale, ma non può essere considerata come il prodotto di un'attività intelligente che si esplichi come quella dell’ uomo. La natura esclude il dominio del caso e insieme una veduta antropomorfica qualsiasi. E poichè del rimanente la produttività della natura presenta i caratteri propri della produzione artistica (libertà, spontaneità, molteplicità di forme definite, unità organica delle parti costitutive di ciascuna forma, esuberanza di energia, apparente assenza di utilità, ecc.), è ragionevole pensare che il mondo ideale dell’arte e quello reale della natura siano prodotti da un'attività fondamentalmente identica: la quale però nel secondo caso si esplica in modo chiaramente incosciente e nel primo in modo, diremmo semicosciente o cosciente addirittura. In entrambi i casi la ragione è in azione, ma (ci sia lecito esprimerci così) senza averne Vl aria: in entrambi i casì l’idea di fine non è costitutiva dei fenomeni, ma puramente regolativa, giacchè come il fatto estetico non è prodotto, nè sentito in vista del raggiuugimento di un dato fine, in vista di. un vantaggio da ottenere, o di un risultato pratico da conseguire, così il fatto naturale non può essere interpretato o spiegato mediante il concetto di fine. Il fatto estetico e quello naturale però implicano, ciascuno alla sua mauiera, l’esistenza dell'elemento intelligibile e razionale atto a dar ragione della loro forma determinata: tanto l’ uno quanto l’altro pongono l’esigenza dell’unità sistematica atta a dar ragione delle relazioni esistenti tra le varie parti od elementi componenti il tutto, unità sistematica che include il concetto di fine intrinseco ed organizzatore, comunque incosciente. É evidente poi che tra natura ed arte, tra bello natu: rale e bello artistico non può esistere antitesi di sorta, ma soltanto differenza di grado, in quanto l’arte non fa che presentare come raccolti in un punto quei raggi che nella natura vanno dispersi qua e la, in quanto cioè l’arte concentra e rende continuo ciò che nella natura si presenta discontinuo, sconnesso e quindi pressochè sfornito di alto significato. Allo stesso modo che la scienza coordina, correggendo, modificando (sceverando l’ essenziale e il necessario dall’accidentale), i fatti dell’osservazione percettiva ordinaria e li presenta sotto nuova luce, così l’arte ha per intento di mettere in evidenza i tratti caratteristici della natura e della vita, ordinandoli, fissandoli e organizzandoli in modo che salti agli occhi di tutti quel sigrificeto che diversamente o non sarebbe avvertito addirittura, ovvero in modo incompleto e confuso. L'opera del genio si esplica appunto nell’idealizzare la natura, vale a dire nel rendere appariscente ciò che senza di Lui all'occhio volgare sarebbe per sempre rimasto nascosto. L’opera d'arte quale espressione di un contenuto ideale, di un universale concreto (natura propria di ciò che si vuol rappresentare) ha la sua ragione in sè stessa: e il suo valore sta tutto nell’ essere essa parvenza perfettamente distinta dalla realtà. Essa invero è apprezzata per sè; è un sistema, un'individualità, qualcosa di organico esprimente la Realtà sotto un punto di vista determinato. Qualsiasi altra cunsilerazione non riferentesi alla contemplazione di una rappresentazione concreta, compiuta di quella medesima Realtà, che alla Ragione appare come Vero ed al Volere come Bene, le è estranea. Onde con BOSANQUET [citato da H. P. Grice, “Prejudices and predilections, which become the life and opinions of H. P. Grice” --, Zistory of Esthetic. London. It is plain that nature in this relation differs from art principally in degree, both being in the medium of human perception or imagination, but the one consisting in the transient and ordinary presentation or idea of average ind, the other in the fixed and heigtened intuitions of the genius which can record and interpret . segue che l'appercezione estetica si riferisce al modo come è rappresentato, come è espresso, non come è costituito, nè come agisce il Reale per sè. E evidente che una medesima cosa è giudicata bella o brutta a seconda che è considerata o pure no espressione completa di un dato ordine di realtà: espressione che figurerà come completa o come incompleta secondo che un oggetto è guardato nella sua possibilità e in generale dall’uno o dall'altro punto di vista. Un esemplare di una specie di animali nota uno scrittore recente, sarà brutto p. es. se considerato come espressione dell’ animale in generale, perchè in quel dato esemplare (forma) la vita animale (contenuto) non si rispecchia nella sua pienezza: potrà esser bello se considerato come espressione tipica di una data specie di animale,. giacchè in tal caso esso è considerato come espressione o forma di un altro contenuto , dass di un altro was. Insomma un oggetto è bello o brutto secondo la categoria con la quale lo appercopiamo. Nell'arte tutta la realtà naturale ed umana che è bella o brutta secondo i punti di vista relativi diventa bella, perchè è appercepita come realtà in generale che si vuol vedere espressa completamente. Tutti i personaggi, tutte le azioni, tutti gli oggetti, entrando nel mondo dell’arte perdono (artisticamente parlando) le qualificazioni che sogliono avere per ragioni. diverse nella vita reale, e son giudicati sclo in quanto l’arte li ritrae più o meno perfettamente. Taluni dei Cesari sono giudicati mostri guardati nella vita reale, ma non sono mostri come figure d’arte. PERGEA PSR i ie ina Pr fa L'uomo nella vita ordinaria accetta il dato come immediatamente gli si presenta senza che faccia alcun tentativo per armonizzare tra loro gli elementi discordanti. Possiamo aggiungere che la discordanza non è neanco avvertita. In tale stadio l’uomo non conosce per conoscere, ma conosce per operare, per soddisfare cioè nel modo più appropriato i suoj/ istinti o le sue tendenze; onde avviene che le cognizioni, le quali meglio rispondono alle esigenze pratiche, appaiono complete, perfette. Se non che un tale stato non è duraturo; ben presto con lo svolgersi della cultura e della civiltà la funzione conoscitiva acquista un certo grado d'indipendenza, emancipanilosi dai bisogni pratici ed acquistando valore e significato per sè. È in tale stadio che cominciano ad essere avvertite le contradizioni esistenti tra i vari elementi dell’esperienza ordinaria, dapprima considerati come essenzialmente costitutivi della vera ed ultima Realtà. È in tale stadio che si formano le scienze, le quali per dar ragione dei vari fatti sperimentali e per eliminare le contradizioni dagli stessi presentate ricorrono a concetti d'ordine particolare. In tal guisa questi sono come il sostrato della realtà, mentrechè i fenomeni empiricì stanno ad indicare le varie maniere in cui il detto sostrato si può presentare al soggetto, stanno ad indicare le varie forme che esso può assumere. Ma siffatti concetti fondamentali delle scienze particolari sono in realtà qual-. cosa di ultimo e d’irriducibile e (ciò che sopratutto importa) sono privi assolutamente di elementi contradittori, sono cioè perfettamente intelligibili? Questo problema che sorpassa evidentemente i limiti di ciascuna scienza speciale, forma il punto di partenza del filosofare. Ora BRADLEY, il filosofo oxoniense, nel suo saggio di metafisica intitolato “Appearance and Reality” – Appearance and reality: a metaphysical essay. London, Swan Sonneschein. Tale opera di Bradley è accolta con molto favore nel mondo filosofico inglese. Mackenzie non si perita di affermare nella Rivista Mind che il saggio di metafisica di Bradley è una delle migliori opere filosofiche. Bradley del resto è autore di parecchie altre opere pregevolissime, quali i “Principles of Logic” (London), “Ethical Studies” e svariatissimi articoli per la più parte d’argomento psicologico pubblicati nella “Mind.” -- muove appunto dal quesito: La realtà quale ci viene presentata dalle scienze singole è consistente, ovvero è contradittoria e quindi non realtà vera, ma apparenza? Le scienze per costruire un mondo intelligibile sono ricorse a vari espe-. dienti o mezzi; che valore hanno questi? Sottoposti alla critica, esaminati alla luce del principio di contradizione appaiono consistenti? Ognuno vede che per risolvere tale problema occorre anzitutto passare a rassegna i materiali che compongono l’edifizio della scienza per potere di poi ricercare fino a che punto ciascuno di essi sia coerente con sè stesso e coi rimanenti. Si fa presto ad enumerare gli organi che renduno possibile alla scienza la costruzione della mechanica rerum; essi sono: divisione delle qualità sensoriali in primarie e secondarie, i concetti dì sostrato o sostantivo, di qualità, di relazione, di spazio, tempo, movimento, cangiamento, causalità, forza, attività. Tutto il mondo per la scienza è composto di cose , di qualità , di relazioni e, se si vuole, anche di forze . Le qualità possono essere divise poi in primarie (estensione, resistenza) e secondarie (colori, suoni ecc.). Dalle varie combinazioni di qualità e di relazioni di differente ordine risultano lo spazio, il tempo, il movimento, il cangiamento, la causazione. Possiamo dire che i concetti propriamente primitivi sì riducono a quelli di sostanza, di qualità, di relazione e di azione, mentrechè tutti gli altri concetti di cui si fa largo uso nella scienza, non sono che derivazioni e combinazioni diverse di quelli primitivi. Si domanda adunque: La Realtà è effettivamente costituita di sostanze, di qualità, di relazioni? Il Bradley risponde subito di no, perchè tutti questi elementi, implicando contradizioni, sono apparenza e non realtà. La sostanza , la cosa non è che l'insieme, l’unità di tutte le qualità che caratterizzano, 0 como altrimenti si dice, ineriscono ad essa: ma che cosa è mai questo rapporto d'inerenza? Da una parte la cosa non s'identifica con nessuna delle qualità per sè prese (così lo zucchero non è identico alla qualità del bianco, o a quella del dolce per sè presa), e dall'altra parte se si dice che la cosa rappresenta l’uni ficazione, l'aggruppamento delle varie qualità non s'intende in che cosa possa consistere questa unificazione od ordinamento che sia. Chi tiene unite le qualità? Perchè, come, dove queste si uniscono insieme? Qui sì tira in ballo il concetto di relazione e si dice che la sostanza, la cosa, è data da particolari rapporti esistenti tra le varie qualità, ma ciò non serve affatto a chiarire la questione, perchè che cosa mai vuol dire che una cosa è uguale al rapporto di una qualità: con un’altra qualità? Così se si dice lo zucchero è eguale ad un dato rapporto del bianco col dolce non si dice nulla di serio e di significante, non si sa che cosa voglia dire una qualità in rapporto con un'altra: la prima qualità non è identica alla seconda, e non è nemmeno identica alla relazione con la seconda . Come si vede, al problema concernente la sostanza, la cosa, sì connette intimamente quello riguardante la natura della qualità e della relazione, problema che esaminato a fondo, dice il Bradley, dà luogo ad un cumulo di contradizioni. Ed invero qualità e relazione anzitutto si presuppongono a vicenda in quanto con ogni qualità si connette intimamente un processo di distinzione, di differenziazione e quindi un rapporto (ogni qualità in tanto esiste in quanto emerge, distaccandosene, da un dato fondo), processo e rapporto che sono parti essenziali della qualità come tale e non qualcosa di sopraggiunto: chi dice qualità dice molteplicità e chi dice molteplicità dice con ciò stesso rapporto; e in quanto ogni rapportu d'altra parte implica la esistenza di termini e quindi di qualità tra cui esso intercede ; poi non c'è verso di poter intendere come qualità e relazione agiscano o si comportino reciprocamente. Noi, ricordiamolo bene, siamo a questo: la relazione è nulla senza la qualità e viceversa la qualità è nulla senza la relazione: da un canto sembra che la qualità consti di relazioni, e dall'altro che queste non siano che forme di qualità. Si direbbe che in ciascuna qualità siano da distinguere due elementi, uno che rende possibile una qualsiasi relazione e l’altro che risulta dalla relazione stessa, elementi che appartenendo ad una stessa cosa (qualità), bisogna che siano in relazione tra loro per modo che a’ proposito di ciascuno di essi si renda necessario il medesimo processo di distinzione dell'elemento che rende possibile la relazione da quello che ne risulta. Il che, come è chiaro, I mena ad un processo ad infinitum. Il fatto è che il Bradley non vede come la relazione salti fuori dalla qualità, nè come la qualità possa saltar fuori dalla relazione lasciata così sospesa per aria. Da una parte la relazione pare che non si distingua dalla qualità, e dall’altra la presuppone: e viceversa da una parte la qualità pare che s'identifichi con la relazione, e dall'altra ne derivi. | Come mai si può affermare adunque che la realtà è fatta di sostanze, di qualità e di relazioni, se tali tre elementi implicano contradizioni e sono affatto incomprensibili? Presi separatamente o in unione essi appaiono sempre impenetrabili all’intelligenza. La relazione non può essere considerata un addiettivo, una proprietà della qualità, giacchè viceversa questa appare qualcosa di inerente alla relazione. Oltrechè il rapporto di inerenza è quanto di più oscuro si possa immaginare, la relazione e la qualità non possono essere sostantivi ed addiettivi nello stesso tempo. Se non s'intende come le qualità possano unirsi per dare la cosa , non s'intende del pari come i rapporti siano proprietà, siano come a dire inerenti alle qualità. Si ode dire che la tale cosa ha la proprietà di essere in rapporto con la tale altra cosa, ma una tale espressione implica una quantità di controsensi. Che cosa è il rapporto per sè preso? Non sì può identificare con la cosa e d’altra parte per sè è nulla. Il nodo della questione è tutto qui: la relazione non essendo una cosa nè una qualità, non sì arriva a comprendere che cosa mai possa essere, giacchè essa infatti nell’ uso ordinario e scientifico è adoperata ora come sostantivo a cui ineriscono le qualità vere o proprie ed ora come addiettivo, come un derivato delle qualità stesse. Se non c'è modo di intendere l’unità delle qualità e degli attributi costituenti la cosa non c’è modo neanche d'intendere l’unione delle relazioni con le qualità. Da un canto il rapporto deve essere qualcosa per sè, qualcosa di distinto dalla qualità e dall’altra fuori la qualità esso appare nulla. Una volta dichiarati iniutelligibili perchè contradittori i concetti di sostanza, di qualità, di relazione, non potevano non apparire del pari incomprensibili lo spazio, il tempo, il movimento, l’attività, il cangiamento, la causazione, ecc. Tutti questi concetti invero non risultano che di qualità e di relazioni variamente combinate tra loro. In ciascuno di questi casi riappare l'impossibilità di considerare la relazione come qualcosa di esistente per sè in quanto essa presuppone delle qualità e insieme l’impossibilità di considerare le qualità come cause produttrici delle relazioni, perché le qualità si risolvono alla loro volta in relazioni. Da un canto le qualità sembrano constare di relazioni e queste di quelle e dall'altro non s'intende come in ogni caso le une possano emergere dalle altre. Ognuno vede quale sia la conclusione a cui perviene la critica del Bradley : i concetti fondamentali delle scienze particolari non sono che mere apparenze. Ora è giusta una tale affermazione, in base, s'intende, all'analisi da lui fatta delle qualità e relazioni in genere e poi del mutamento dello spazio, del tempo, della causazione, del cangiamento, ecc. ? In sostanza Bradley ragiona così: Poichè la sostanza o la cosa da una parte non può essere identica a ciascuna o anche a tutte le qualità per sè prese e dall'altra non può essere considerata come il sito d’unificazione, come l’ unità di tutti gli attributi, poichè in altre parole è incomprensibile il rapporto d'inerenza o il nesso del sostantivo con l'aggettivo bisogna dire che questi ultimi concetti non costituiscono la realtà. Poichè è inconcepibile la natura della qualità e della relazione come della loro unione, bisogna affermare che anche siffatti concetti non sono che apparenze, errori di prospettiva mentale, i quali vengono ad essere eliminati in un’ esperienza più elevata. Il filosofo inglese, come si vede, prende i concetti di sostanza, di qualità e di relazione come se fossero qualcosa di esistente per sè, come se fossero degli elementi indipendenti, delle vere e proprie entità: ora ciò è un errore. Non è lecito considerare la sostanza, la qualità e la relazione separatamente dal fattore della coscienza in generale (Bewusstsein iiberhaupt, direbbe Kant) che ne è il vero sostegno e fondamento. La sostanza, la qualità e la relazione in tanto appaiono concetti contradittori in quanto sono stati distaccati dalla loro matrice, da ciò per cui sono e a cui devono per conseguenza esser riferiti, la coscienza, il soggetto in genere. Considerati come obbietti non reggono alla critica sicuramente, ma considerati come fatti esistenti per un soggetto in generale e non per questo o quel soggetto particolare divengono comprensibilissimi. Ed invero l’ unificazione delle qualità costituenti la cosa non è un atto compiuto in un sito al di fuori del soggetto, ma ha la sua radice nell'unità della coscienza. Non esistono delle qualità per sè prese che poi in un bel momento si uniscano tra loro per formare la cosa , ma esistono degli elementi astratti (che dal punto di vista obbiettivo sono funzioni), i quali si concretizzano, completandosi a vicenda, per opera della soggettività in genere. La cosa, la sostanza insomma è ciò che è per la coscienza in genere. La cosa la sostanza adunque è una funzione del soggetto. Ricordiamo che una funzione è sempre una ancorchè gli atti di cui essa si compone siano molteplici. La cosa o la sostanza non è la semplice unità delle sue qualità, ma è questa unità più il soggetto : nè è a dire che la sostanza sia identica ad una sola qualità (come parrebbe quando si dice, ad esempio, che lo zucchero è dolce o al rapporto esistente tra le varie qualità : queste in tanto appaiono costitutive della cosa, in tanto possono essere attribuite separatamente o complessivamente alla cosa stessa in quanto sono presenti ad una coscienza. Il rapporto d'inerenza in tal guisa cessa di essere qualcosa d’impenetrabile e di misterioso, riducendosi ad una funzione della coscienza o della soggettività in genere per cui le varie modificazioni vengono ad essere riguardate come elementi di un unico processo. Parimenti la qualità e la relazione, come la sostanza, non sono delle entità, ma vivono, agiscono e si muovono nella e per la coscienza in generale: tolta la quale, non s'intende sicuramente nè la qualità, nè la relazione, nè la loro unione. La qualità non esiste che come determinazione, differenziazione della coscienza o soggettività in genere, e questa stessa mentre è attiva dà luogo a relazioni di vario ordine. Qualità e relazione adunque non sono due fatti distaccati, o meglio, l'uno di essi non è qualcosa di aggiunto all’altro: la relazione presa per sè, come la qualità presa per sè non esistono, ma vengono per così dire, generate ad uno stesso tempo dalla coscienza, la quale nell'atto che dà luogo alla qualità dà luogo anche alla relazione, per modo che qualità e relazione da una parte si appoggiano a vicenda e dall'altra hanno entrambe il loro fondamento ultimo nell'unità e attività della soggettività; tanto è vero che ciò che da un punto di vista figura come qualità, può presentarsi da un altro punto di vista come relazione e viceversa Se si fissa l’attenzione sull'atto o processo con cui la coscienza genera e costìtuisce la qualità si ha la relazione: se invece l'attenzione è fissata sulla modificazione generata nella coscienza dall'atto si ha la qualità. La relazione pertanto non è un addiettivo della qualità come questa non è un prodotto della relazione, ma sono due lati di uno stesso processo fondamentale compiuto dalla soggettività in generale. E si comprende ‘agevolmente come la relazione distaccata dalla -sua matrice che è la coscienza in generale presa quindi per sè, presupponga i termini o le qualità e viceversa queste considerate per sè traggano seco l’altro lato del processo, implichino cioè la relazione: esprimendo la qualità e la relazione due punti di vista differenti di uno stesso fatto, l'uno implica l’altro: ciascuno è vicendevolmente risultato e condizione, secondochè si muove per primo dall'atto della coscienza (relazione) con cui si produce una modificazione di essa qualità, ovvero da questa modificazione. I concetti di sostanza, di qualità e di relazione adunque in tanto implicano un cumulo di contradizioni in quanto vengono considerati separatamente dal fattore della coscienza, della soggettività in generale in cui hanno la loro radice e ragione di essere. Una qualità che non si riferisce ad un soggetto è nulla come una relazione che non esprime un’ azione di un soggetto è parimenti nulla. La scienza fa uso dei concetti di sostanza, di qualità, di relazione senza andare in traccia di ciò che siffatti concetti implicano: la filosofia per contrario trova che essi si riferiscono alla coscienza in generale con le sue note di unità, di attività e di modificabilità. La sostanza, la qualità, la relazione sono elementi costitutivi della realtà non nel senso che esistano per sè, ma nel senso che sono una produzione, anzi, meglio diremo, sono elementi costitutivi della coscienza o della soggettività in generale che è quanto di più reale possa esistere. E la sostanza, la qualità e la relazione in tanto s’implicano a vicenda in quanto come funzioni integrantisi a vicenda formano la struttura organica della coscienza. La sostanza non è identica ad un complesso di qualità o di rapporti tra qualità come la relazione non è un prodotto della qualità, come la qualità non risulta dalla relazione, e come infine la relazione non è un attributo della qualità e viceversa, ma sono tre differenti funzioni della coscienza, tre vie che la coscienza tiene nell'adempimento del suo ufficio che è quello di costruire l’esperienza intesa in senso largo. Per Bradley giudicare equivale semplicemente ad identificare stabilire un'identità formale ed astratta tra i termini del giudizio, facendo astrazione dal fattore della coscienza necessariamente supposto dall'atto giudicativo. Ora il giudizio non è la pura identità di due teriini, ma è l'identità più l’azione del soggetto che rende possibile e in cui si compie il riferimento espresso nel giudizio. Sicuramente l’un termine del giudizio non è identico sic et simpliciter all'altro, ma è identico a questo più il fattore del soggetto. Si è veduto come la difficoltà d’intenlere la natura propria delle qualità e delle relazioni derivi dal considerarle come dati invece che come funzioni della coscienza o del soggetto in genere, ond’ è che esse non figurano come attributi della realtà, ma bensì come atti della coscienza : qualità e relazioni avendo la loro ragione di essere nella e per la coscienza è chiaro che non sì tosto esse vengono distaccate da tale fonlo appaiono concetti contradittori. Del resto lu realtà presa nel suo insieme non è veramente tale che per una coscienza : tolta questa, la realtà stessa scompare. Una realtà posta al di fuori di qualsiasi forma di coscienza per noì è inconcepibile n almeno è come se non esistesse, è nulla. Ora la realtà riferita ad una coscienza è costituita di vari ordini di qualità e di relazioni, che rappresentano per così dire i materiali .con cui il soggetto fa o costituisce la realtà. Lungi dal poter essere le stesse considerate come apparenze costituiscono la realtà vera. Ciò posto, ognuno vede che le contradizioni riscontrate dal Bradley nello spazio, nel tempo, nel movimento, nel cangiamento, nell'attività, nella causazione che in fin dei conti rappresentano delle differenti combinazioni di qualità e di relazioni, scompaiono appenachè esse non vengono più considerate come dati, ma funzioni della coscienza in generale. Le contradizioni esposte dal Bradley poggiano per la più parte sulla difficoltà o impossibilità di intendere il continuo, il quale sotto differenti forme si presenta nello. spazio, nel tempo, nel movimento, nel cangiamento, nella causazione ecc. Ora il con/înuo effettivamente non è concepibile che armettendo una coscienza o soggettività che in certo qual modo sia come la forma permanente della Realtà, rispetto alla quale cioè la realtà venga costituita e uni‘ficata. Il continuo dello spazio, del tempo, del movimento, del cangiamento, è come a dire, il riflesso della continuità, della permanenza, e della identità dell'attività della coscienza, e, si badi, della continuità della coscienza in generale e non di quella individuale. A tal proposito giova ricordare che la conoscenza, la costruzione della realtà e l’esperienza in genere in tanto sono possibili in quanto la funzione o l’attività della coscienza individuale s' identifica con la funzione della coscienza in genere. Ma si può domandare: Che concetto dobbiamo e possiamo formarci di tale coscienza in generale ? 0 meglio,. che esperienza ne abbiamo noi? Siffatta coscienza in generale è quell'elemento subbiettivo che viene sottinteso in ogni esperienza e quindi in ogni realtà. L'esperienza divenga obbiettiva finchè si. vuole, si attenui fin che si A proposito del movimento rimandiamo il lettore a ciò che ne dicemmo sulle tracce del Masci nel I° volume di questi Saggi. vuole il fattore subbiettivo, non si riuscirà mai ad annullare, come già si fece notare disopra, il riferimento ad una coscienza qualsiasi: tolto il quale riferimento è annullata per ciò stesso l’esperienza e la realtà. Noi in tanto possiamo parlare di fatti obbiettivi in quanto ad una determinata coscienza individuale sostituiamo una forma differente di coscienza senza riuscire mai a far senza di una qualsiasi: così si parla dei fatti di movimento come di fatti essenzialmente obbiettivi: ora i detti fatti di movimento non sono fenomeni riferentisi ad una coscienza? L'uomo come essere pensante è cosiffatto che non può in nessuna maniera, semprechè non voglia annullare sè stesso, fare astrazione da una qualsiasi forma di coscienza. Ed è in ciò posta appunto la realtà dell’ io non già nel vario contenuto della coscienza individuale, il quale è qualcosa di mutevole e di accidentale. Il Bradley per mostrare come anche l'io sia apparenza e non realtà passò in rassegna i vari significati in cui l’ io può essere preso per dedurne che nessuno di tali significati è scevro di contradizioni; nessuno ci dà la realtà: ma egli non accenna al significato dell’ io quale condizione prima di ogni esperienza e quindi di ogni realtà : ora è appunto in tal senso che l'io è ciò che vi ha di veramente reale. Non è l'io empirico, l’io individuale per sè preso che ci dà il reale, ma è quell’elemento dell’ io individuale per cui questo identificandosi coll’io, e la coscienza in genere si presenta come elemento costitutivo e quindi come condizione di ogni realtà ed esperienza. Aggiungiamo infine che una volta che lo spazio, il tempo, il movimento, il cangiamento ecc. non vengono presentati come dati, ma come funzioni della coscienza in generale è chiaro che nelle loro parti costitutive appaiono come qualità o come relazioni a seconda che varia il punto di vista da cui vengono considerate: appaiono relazioni guardate dal punto di vista dell'atto costruttivo, mentrechè appalono qualità dal punto di vista delle modificazioni nell'atto stesso prodottesi sempre nella coscienza in generale. L'analisi del Bradley mena adunque a questo risultato, che i concetti fondamentali delle scienze particolari, involgendo contradizioni, non possono essere elementi costitutivi della realtà, ond’è che essi vanno considerati quali mere apparenze. Come si vede, il criterio per distinguere la realtà dall’apparenza è il principio di contradizione. Regola generale: ciò che si contradice non è reale, o, ciò che val lo stesso, la realtà ultima non può essere contradittoria. Tale criterio è assoluto e supremo, perchè tutti gli altri ne dipendono e perchè anche negandolo o dubitandone, se ne ammette tacitamente la validità. Il principio di contradizione però non va considerato come un criterio puramente formale in quanto chi pone l’ inconsistenza tra gl’ indizii della non realtà viene ad affermare la consistenza quale segno del reale : se ciò che Stimiamo opportuno riprodu-re, italianizzandole, le parole inglesi consistency e inconsistency per donotare l’ identità e la contradizione, in quanto esse esprimono bene i concetti della presenza 0 della mancanza dell’appoggio reciproco delle varie parti di un tutto, si rivela inconsistente e contraditturio non è reale, la Realtà dev'essere per forza consistente. Ma, si può qui domandare, se i concetti fondamentali di cui si fa uso nell’esperienza racchiudono contradizioni e se ciò che è contradittorio non è reale, tuttociò che ci circonda e noi stessi siamo come a dire al di fuori di ogni realtà, siamo non enti? No, risponde il Bradley, noì e tutto il resto siamo, e come tali siamo apparenze, vale a dire che abbiamo un certo grado di realtà. Il carattere fondamentale del reale è dato da ciò, che esso possiede ogni specie di apparenza, ma in forma armonica. Sicchè la Realtà è una nel senso che esclude qualsiasi contradizione e comprende tutte le svariate apparenze fino a tanto che non si contradicono. Per conseguenza il Reale non può essere che individuale e tale da abbracciare tutte le differenze in un’ armonia secondo che questo è o no reale. La consistency significa in modo chiaro il fatto che ciascun elemento esige la presenza degli altri per modo che è reale quel termine che si connette, che è in relazione con tutto il resto. Qui si può porre la questione: Ma i principii d'identità e di contradizione per sè considerati implicano la connessione reciproca delle varie parti di un tutto? Dal fatto che due termini non sono in contradizione è possibile dedurre che sono in relazione reciproca e che sì appoggiano a vicenda? L'assenza di contradizione può essere indizio di una connessione, di una relazione, ma perchè questa sia ammessa effettivamente, si richiede qualcos’ altro ; sì richiede una determinazicne positiva, la quale non ci può essere fornita che dalla esperienza. Ritorneremo su questo punto quando parleremo del rapporto esistente tra realtà e possibilità, tra l’esistenza e l’intelligibilità. Quì vogliamo solo notare che non va confusa la funzione dei principii supremi della ragione (identità ecc.) quali criteri per giudicare della realta e della verita col loro ufficio quali postulati, esigenze, norme della conoscenza. comprensiva d'ordine superiore. È a questo Uno-Tutto, a questo Sistema, a questa Unità che supera le differenze, che vien dato il nome di Assoluto. Prima di determinare la natura e i caratteri positivi e le manifestazioni dell’Assoluto è bene soffermarci un momento per indagare da quali ragioni sia stato indotto il Bradley ad ammetterne l’esistenza : ricerca della più alta importanza codesta in quanto per tale via noi penetreremo nel cuore della filosofia del nostro autore. Tuttociò che in qualche maniera racchiude contradizione non è reale, è apparenza che può divenire reale solo allontanando da sè l'elemento contradittorio, vale a dire cessando di essere determinatu in un dato modo e trasformandosi in qualcos'altro : onde consegue che la realtà dev'essere caratterizzata dall'assenza di contradizioni, dalla consistenza con sè stessa, il che può avvenire solo nel caso che essa sia unità individua e sistematica. Tuttociò però non implica che la Realtà effettivamente esista, ma soltanto che, se esiste, non può esistere che in tale maniera, sotto questa condizione, che sia una e consistente: condizione che determina la possibilità, non l'attualità. Ciò che è possibile è forse reale? Una possibilità asserita, risponde, ha sempre un significato e finchè non sia contradetta o non appaia contradittoria, qualifica il Reale, presentandosi sempre accompagnata con qualche idea attuale: quando voi non avete che un'idea e di essa non potete razionalmente dubitare, siete nell’obbligo di affermarla, giacchè, è bene tenerlo a mente, qualsiasi cosa serve a qualificare il Reale e finchè una idea non appare inconsistente seco stessa isolatamente considerata, o presa colle altre cose, è da riguardare vera e reale. A ciò sì aggiunga che la possibilità è sempre relativa e implica sempre un inizio di attualità, giacchè la possibilità assoluta o incondizionale equivale all’inconcepibilità o impossibilità. Essa è data appunto da ciò che contradice alla conoscenza positiva piuttosto che da ciò che appare insufficientemente connesso con la Realtà. Come si vede, occorre determinare bene il rapporto esistente tra pensiero e realtà, e insieme fissar bene il concetto che bisogna formarsi della realtà e verità in genere. Ora al Bradley sembra assolutamente inconcepibile un pensiero, per così dire, sospeso in aria, che non sia connesso con una qualsiasi forma del Reale, con uno de suoi aspetti o con una delle sue sfere. Per quanto ciò possa sembrare un paradosso, è inammissibile che la realtà sia circoscritta a ciò che esiste nello spazio e nel tempo: questa non è che una delle tante forme, delle tante manifestazioni od apparenze della realtà; tanto è vero che ciò che è reale da un dato punto di vista, non lo è da un punto di vista differente. Vi sono tanti mondi, tante realtà quante possono essere le prospettive da cui può essere guardato il tutto, 0 meglio, ciascuno dei suoi frammenti. Così vi è il mondo dell’arte, come vi è il mondo della religione, della moralità e via di seguito, e tutti questi mondi sono differenti tra loro per modo che ciò che è vero e reale in uno di essi non lo è del pari in un altro ed ogni idea appartenente a questi singoli mondi qualifica in qualche modo il Reale preso nel suo insieme. Il fatto immaginario qualifica la Realtà alla propria maniera. Ciascun elemento occupa un posto nel sistema totale. L'importante è determinare il vero posto che gli compete, L'oggetto del nostro desiderio certo non esiste attualmente, ma è sempre però riferito alla realtà ed è anzi tale riferimento che rende l’impedimento al soddisfacimento del desiderio incresciosissimo: ciò che io desidero non esiste per me attualmente, ma io sento vagamente che è in qualche parte, in una regione, per dir così, lontana, per il che il suo non attuarsi in un dato momento produge una tensione oltremodo spiacevole. Va notato però che se quilsiasi idea può essere riferita alla realtà, d'altra parte perchè ciò avvenga, è necessario che la stessa idea sia più o meno alterata (1), della necessità, del grado delle quali operazioni noi siamo d’ ordinario completamente all’ oscuro. In conseguenza di ciò il Bradley fu tratto a discutere della validità della celebre prova ontologica. Se s’identifica la realtà coll’esistenza spaziale e temporale è evidente che dal fatto che una cosa si presenta, per così dire, solo nella nostra testa non consegue che essa esista realmente; ma lo stesso non si può dire quando si ammette che qualsiasi idea qualifica in qualche modo la realtà; in questo EVERY IDEA CAN BE MADE THE TRUE ADJECTIVE OF REALITY, BUT ON THE OTHER HAND, AS WE HAVE SEEN, EVERY IDEA MUST BE ALTERED. MORE OR LESS THEY ALL REQUIRE A SUPPLEMENTATION AND RE-ARRANGEMENT. BUT OF THIS NECESSITY AND OF THE AMOUNT OF IT WE MAY BE TOTALLY UNAWARE. WE COMMONLY USE IDEAS WITH NO CLEAR NOTION AS TO HOW FAR THEY ARE CONDITIONAL, AND ARE INCAPABLE OF BEING PREDICATED DOWN RIGHT OF REALITY. TO THE SUPPOSITION IMPLIED IN OUR STATEMENTS WE USUALLY ARE BLIND, OR THE PRECISE EXTENT OF THEM IS, AT ALL EVENTS, NOT DISTINCTLY REALISED. TO THINK IS ALWAYS IN EFFECT TO JUDGE, AND ALL JUDGEMENTS WE HAVE FOUND TO BE MORE OR LESS TRUE, AND IN DIFFERENT DEGREES TO DEPART FROM, AND TO REALISE, THE STANDARD HARMONIOUSNESS SELF-CONSISTENTY, INCLUSIVENESS AND HARMONY. caso anche ciò che si presenta soltanto nella mia testa deve avere qualche punto di contatto col Reale. Giova ricordare a tal proposito che una pura idea separata da tutto il mondo reale è un’ astrazione, anzi vi ha dippiù: un'idea non riferita in qualche modo alla Realtà è una contradizione. Si tratta di vedere adunque in che maniera l’idea dell’assoluto possa esser riferita alla realtà. Perchè un’idea qualsiasi figuri come qualificazione della realtà occorre che essa sia armonica, completa, organicamente connessa col sistema totale, per il che deve essere priva di qualsiasi elemento contradittorio. Ora l’idea dell’assoluto che è l’idea dell’unità, della totalità, della coerenza del sistema, da una parte è inerente alla natura propria del pensiero, tanto che si può dire che ne costituisca l’essenza e dall’ altra è contradittoria solo nel caso che essa si consideri come non avente niente a che fare con la realtà ; invero aver l’idea dell’ unità, del sistema assoluto e non riferirla alla Realtà quando si è detto che il grado di realtà si misura dal grado di armonia, di comprensività ecc. è assolutamente contradittorio. Se chi dice pensiero dice sistematizzazione, e se d'altro canto il pensiero quale elemento integrante la realtà, è tanto più vero e reale quanto più è sistematico, armonico, completo, non si può non affermare che il pensiero o l’idea del sistema totale (Assoluto) è il più reale di tutti. In questo caso l’idea è cosiffatta che essa è spinta, per così dire, a completarsi nella esistenza : in caso contrario si rivela contradittoria. L'idea dell’ assoluto, dell’ unità ecc. non è un prodotto accidentale, arbitrario dello spirito subbiettivo, ma è qual. cosa di essenziale allo spirito come spirito, per il che sempre che non si voglia annullare il pensiero (e quindi in ultima analisi la realtà stessa), non si può non renderla consistente. In sostanza negare l’esistenza all'idea dello assoluto equivale a dire che il criterio per giudicare del grafo di verità e realtà che è quello appunto dell'armonia e della coerenza non è reale; o, in altre parole, negare la realtà dell’ assoluto equivale a dire che il pensiero non è reale, che esso brancola nel vuoto addirittura, non riferendosi e non completandosi nella realtà. Pensiero e realtà essendo parti di un tutto, si completano a vicenda per modo che partendo da un lata si è costretti a muoversi per forza verso il lato complementare, Da tal punta di vista la prova ontologica va considerata come l'inverso di quella cosmologica. Una volta che il Reale è per natura qualificato dal pensiero esso deve per qualche via possedere ciò che implica l'essenza propria del pensiero. Il principio della prova ontologica allora si rivela erroneo quando si crede di poter con esso dimostrare che a qualsiasi idea formantesi nello spirito individuale debba corrispondere senz’ altro un contenuto reale obbiettivo; nulla di più falso e inesatto; qualsiasi idea caratterizza la realtà a patto che essa venga profondamente mo lificata cou particolari processi (addition, qualification, rearrangement, supplementation ecc.). L'idea dell’Assoluto che isolatamente considerata è inconsistente, è tratta a completarsi per mezzo dell’ esistenza L'esistenza non è la realtà, conchiude il Bradley, comunque la realtà deve esistere ; l’esistenza è una delle forme di apparenza del reale. Raccogliendo le fila, noi possiamo dire che per il Bradley l'Assoluto in tanto è ammissibile in quanto è riconosciuto come possibile (giacchè la possibilità implica inizio di attualità) e insieme come pensabile. Ciò che è conforme alla natura propria del pensiero (armonia, comprensività) è sempre in qualche modo reale. Sicchè il criterio della realtà è in ultima analisi posto nel pensiero. Nulla è assolutamente erroneo o falso, ma si distinguono numerosi gradi di realtà e verità in rapporto alla maggiore o minore armonia e comprensività del contenuto ubbiettivo. Come si vede, la questione ora si riduce alla ricerca del rapporto esistente tra pensiero e realtà. Ogni pensiero, anzi ogni fatto psichico (imaginazione, desiderio ecc.) caratterizza in qualche modo la realtà vera e propria? Stando al Bradley stesso, il pensiero ha la sua radice nella disgiunzione del what o contenuto intel ligibile (predicato) dal that o esistenza, reale immediatezza sensoriale (soggetto), epperò nasce da un disperdimento dell’unità reale concreta, per raggiungere la quale il pensiero deve annullare sè stesso; dal che consegue che ogni predicato o contenu‘o intelligibile, ogni idealità, ogni what implica sempre una realtà, un that da cui è stato distaccato; e l'errore, la falsità sta solo in questo, nel congiungere un what ed un that che non si corrispondono. Nel Tutto, nell'Assoluto ogni what trovando il suo that cessa ogni possibilità di errare e tutto appare giustificato perfettamente. Non vi è caso duuque che un pensiero per quanto strano si riveli considerato da un dato punto di vista o in rapporto ad una data regione del Reale, non abbia un punto di contatto colla realtà una volta che, dopo opportune modificazioni e trasformazioni, è introdotto nel regno dell’ Assoluto. Solo ciò che è contradittorio è falso, tutto il resto è in qualche modo e in qualche grado reale. I cardini della concezione bradleyana in ordine alla natura della realtà sono: 1° qualsiasi idea qualifica il reale; 2° l’idea dell’assoluto quale sistema armonico, quale indivi dualità è cosiffatta che deve completarsi nell'esistenza. Ora tali affermazioni sono state rese inoppugnabili dall'autore? Qualsiasi idea e quindi qualsiasi giudizio noi facciamo, nota l’autore, deve avere un punto di riferimento nella realtà: e ciò perchè un pensiero che non serva a caratterizzare in qualche modo il reale è una contradizione; il pensiero in tanto è pensiero in quanto si rapporta alla realtà: dal che però non bisogna trarre la conseguenza che ogni singola idea si riferisca ad un corrispondente obbietto; l'idea bisogna che sia prima sottoposta a processi d'ordine speciale atti a trasformarla in modo da essere essa armonica col sistema totale. Si può dire pertanto che ogni idea contenga una parte di verità e di realtà, parte di verità e di realtà che sarà tanto maggiore quanto minore sarà la trasformazione a cui dovrà essere sottoposta | perchè armonizzi coll’insieme. Sorge spontanea pertanto qui la domanda: Quali sono e in che propriamente consistono ì processi atti a dare un contenuto obbiettivo a qualsiasi pensiero? Bradley si contenta di enumerarli, denominandoli; sono processi di rearrangement, di addition, di supplementation ecc.: il che certamente non equivale a risolvere la questione concernente l’obbiettività del pensiero. Ammesso che l’obbiettività non si possa ridurre all'esperienza ordinaria e immediata sorge la necessità di determinare entro quali limiti e fino a che punto possa essere ascritta l’obbiettività ad un qualsiasi contenuto psichico o ideale e tale necessità non è davvero tolta via dalla formola del Bradley. Kant In tal guisa si idealizza l’esperienza in modo da congiungere in una sola realtà il presente e il passato e da assegnare, per così esprimerci, alla detta esperienza un posto nell'ordine temporale fisso. Una volta che l’anima non è oggetto di esperienza, nè un dato (essendo costruita e consistendo nella trascendenza di ciò che è attuale e presente), ed una volta che il suo contenuto non è uno col suo essere, è evidente che non può venire considerata come qualcosa di reale, ma come una specie di astrazione e quindi come una forma dì apparenza. In altri termini la posizione del Bradley rispetto all'anima è la seguente. Egli muove dal principio che la Realtà vera e quindi l'Assoluto è controdistinto da questo che in esso e solo in esso l'ideale coincide coll’esistente, l’intelligibile col dato. Il mondo invece si presenta come il risultato della formazione di centri finiti di sentimento, per mezzo dei quali è resa possibile la scissione e la contrapposizione dell’ elemento intelligibile alla corrispondente esistenza, nel che propriamente consiste ogni apparenza. Idea e fatto non possono formare una cosa sola finchè non scompare ogni finitezza ; chi dice finitezza infatti, dice dipendenza e chi dice dipendenza dice possibilità che una data coscienza venga turbata da qualcosa d'estraneo, vale a dire possibilità che ad una esistenza si congiunga un contenuto diverso da essa. Finchè si rimane quindi nel dominio del relativo e del finito il processo di idealizzazione non può che crescere e svolgersi. Esso però si completa con delle costruzioni, le quali lungi dall’essere qual cosa di reale, figurano come le maniere di disporre o di aggruppare i fatti psichici o gli elementi ideali in cui propriamente consiste la vita psichica. Non esiste adunque l'anima o lo spirito, ma bensì fatti, anzi, meglio, fenomeni psichici i quali hanno la loro radice nel processo di idealizzazione, di distacco dell’idea dal fatto, al che si riduce tutto l'accadere nel tempo. I detti fatti psichici non sono la realtà, ma la sua apparenza. Agli occhi del Bradley non è a parlare di una vita dell'anima, e ciò che ordinariamente si battezza per tale è la legge di distinzione e di aggruppamento, sotto il cui dominio stanno gli elementi ideali. La vita del tutto si svolge attraverso le apparenze, vale a dire attraverso la disgiunzione dell'idea dal fatto operata da quei centri finiti di esperienza psichica, i quali appunto in forza della loro finitezza sono spinti a trascendere la loro esistenza attuale, appropriandosi un contenuto estraneo. Ora tale operazione non può durare indefinitamente, giacchè in tal caso sarebbe sfornita di ogni valore e mancherebbe di un punto di appoggio per la serie intera: pertanto cosa succede? che lo svolgimento della serie dei contenuti intelligibili viene arrestato ad un certo punto e con essi viene costruito un qualcosa che è designato come la causa da cui proviene tutta la serie. È evidente che tale costruzione è puramente ileale, tanto è ciò vero che le proprietà di continuità ed identità ad essa assegnate non soi0 che puramente prodotti del pensiero riflesso, idee quindi e non fatti. Delle due l'una; o l’anima va considerata come un fatto ed allora deve avere un posto nella serie del tempo, deve essere un obbietto tra gli altri obbietti e poichè, sempre secondo Bradley, il tempo e le cose in esso svolgentisì non sono che apparenze, anche l’anima è un fenomeno; ovvero l’anima è posta fuori della serie temporale ed allora si rivela sfornita di qualsiasi contenuto e quindi si riduce al nulla, Per formarsi poi un concetto per quanto è possibile chiaro della detta costruzione ideale forse è bene rappresentare la cosa con un esempio: si pensi un po’ a ciò che avviene nei sogni: il punto di partenza, poniamo, è un sentimento con tono piacevole o dispiacevole preponderante (a cui fa riscontro nella questione presente il sentimento fondamentale): è intorno a questo nucleo primìtivo che la fantasia dispone una quantità di rappresentazioni che finiscono col costituire una cosa o un evento atto a dar ragione appunto del sentimento primitivo. Il processo con cui viene costruito il corpo non differisce sostanzialmente da quello che ci dà l’anima: la differenza sta tutta qui, che nel primo caso la costruzione ideale è fatta con elementi più astratti, nei quali si prescinde da qualsiasi interiorità e che sono posti l’uno fuori dell'altro. Non bisogna dimenticare che la connessione, la sintesi dei fatti psichici in tanto è possibile in quanto è riconosciuta la loro identità interiore: essi cioè possono essere collegati in modo da formare un insieme, perchè sono identici, mentre la congiunzione di ciò che è corporeo e materiale è resa possibile dall'intervento di un universale estrinseco che sono le leggi naturali, le quali però sì applicano ai casi identici e simili. Anche qui adunque interviene il principio di identità, pur avendo un valore subordinato a quello delle leggi. E di qui l'impossibilità di penetrare l'essenza della natura. Anima e corpo sono entrambi fenomeni, entrambi modì di apparire della Realtà, colla differenza che la prima presenta un grado maggiore di verità che non l’altro. Entrambi sono (ci si passi l’espressione) eiezioni del foco centrale del Reale; ma la prima è più significativa, perchè più vicina al Reale stesso. Al Bradley non poteva sfuggire l’obbiezione che si può fare al suo modo di concepire l’anima e il corpo: la prima, infatti, è considerata come il risultato di una costruzione ideale; ma questa non presuppone alla sua volta l’anima? Allo stesso modo il corpo è considerato come un prodotto della natura, ma questa viceversa non può avere consistenza senza la cooperazione del corpo. Ora il nostro filosofo risponde che siffatti circoli viziosi che si presentano ad ogni pie’ sospinto alla mente del pensatore, sono appunto la miglior prova che siamo nel dominio delle apparenze e non della realtà. Dicemmo disopra che la vita del Reale si svolge attraverso le apparenze, le quali hanno in fondo la loro radice nell'esistenza di molteplici centri finiti di esperienza psichica: ora nulla di più legittimo che domandare il come e il perchè dell'apparenza in genere. A tali quesiti il Bradley confessa di non saper rispondere. E allora si possono fare altre domande: 41° se la Realtà è un sistema individuale comprendente tutto in sè, che concetto dobbiamo - formarci del questo (this) e del mio (mine)? 2° Da che cosa siamo autorizzati a trascendere il proprio io, il proprio centro di sentimento e ammettere quindi una realtà universale in cui il mio sia contenuto? | 1° Il questo qui e il mio esprimono il carattere immediato del sentimento che sî sente e non di quello che si può studiare idealizzandolo, separandolo, cioè, dalla sua esistenza attuale, e insieme esprimono il modo di presentarsi della immediatezza in un centro finito. Ammesso che nella realtà significato ed esistenza coincidono, il questo, possedendo lo stesso carattere, va considerato come un centro di realtà immediata. Senonchè qui va notato che l'immediatezza della Realtà totale non va identificata con quella del questo, giacchè nel primo caso l'immediatezza comprende in sè ed è superiore alla mediazione, in quanto sviluppa ed unifica le distinzioni e le relazioni già formate, mentrechè nel questo l'immediatezza nasce dacchè le distinzioni non sì sono ancora prodotte. Nel sentimento fondamentale i vari elementi sono congiunti, e non connessi, onde il suo contenuto si presenta instabile e tendente essenzialmente alla scomposizione (disruption), tendente quindi per propria natura a trascendere l’esistenza attuale. Ogni singolo centro però mostra una parte impenetrabile, un fondo individuale incomunicabile e indecomponibile per cui passando dal mondo ideale a quello del senso, si prova un non so che di vivo e di fresco. Il che prova ancora una volta che la Realtà non è un puro sistema intellettuale, un organismo di idee, ma bensì una individualità concreta Non è a credere che l’opposizione delle varie individualità, dei vari this e mine sia insuperabile, giacchè niente vieta che vari sentimenti possano fondersi in una cosa sola nell’Assoluto. E se la Realtà ultima non può consistere solo in un aggregato di qualità (predicato), d'altra parte è innegabile che Essa non presenta alcun aspetto che non possa essere in qualche modo distinto dal resto e qualificato o idealizzato. 2° Accanto al carattere di immediatezza si riscontra in ogni singolo centro di sentimento la tendenza a trascendere 216 IL PROBLEMA FILOSOFICO la propria esistenza, e ciò perchè, essendo cesso finitu e trovandosi in relazione con qualcosa di esterno, possiede contenuti che non sono consistenti col dato e che pertanto si riferiscono, accennauo ad altro. È la natura interiore del this che lo spinge a sorpassare sè stesso, estendendosi verso ‘una totalità più elevata e comprensiva. Il suo carattere di esclusività poi implica il riferimento a qualcosa di estrinseco ed è una prova del necessario assorbimento nell’Assoluto. E appenachè cominciano a delinearsi delle distinzioni nel sentimento è evidente che la sua assolutezza e immediatezza scompare. La caratteristica vera delle vedute del Bradley si riscontra indubbiamente nel valove da lui attribuito al Vero, al Bello, al Buono. La Realtà suprema è l'Assoluto, il quale vive, opera e si muove nelle apparenze; queste che costituiscono l'Universo vero e proprio, hanno la loro origine nella separazione dell'idea dal fatto: separazione che si può seguire attraverso le varic sfere e province del Reale. Ed è a seconda che l'unione dell’elemento intelligibile col dato, a seconda che l'assunzione dell'apparenza al dominio della Realtà richiede una trasformazione maggiore o minore, perchè possa dar luogo ad un sistema armonico e CITAZIONE DA S. DI BRADLEY IN INGLESE: I DENY THAT THE FELT REALITY IS SHUT UP AND CONFINED WITHIN MY FEELING. FOR THE LATTER MAY, BY ADDITION, BE EXTENDED BEYOND ITS OWN PROPER LIMITS. IT MAY REMAIN POSITIVELY ITSELF AND YET BE ABSORBED IN WHAT IS LARGER. THE MINE – Harrsison, I, me, mine -- DOES NOT EXCLUDE INCLUSION IN A FULLER TOTALITY. comprensivo insieme, che si è autorizzati a parlare di un grado maggiore o minore di realtà contenuta nelle apparenze. Son questi i canoni fondamentali della concezione bradleyana: è da aspettarsi che alla stregua di essi siano valutati il Vero, il Bello e il Buono. Che cosa è la verità? La verità è pura apparenza, risponde il nostro Autor:: essa implicando la conoscenza, e questa la funzione giudicatrice, e l’ultima alla sua volta necessariamente la disgiunzione del what (predicato) dal that (soggetto), è chiaro che non può non essere apparenza: tanto è ciò vero che raggiunta (col riunire l'elemento intelligibile coll’esistenza) la vera e propria realtà, raggiunta, per così dire, la vita del Reale, è più lecito parlare di verità, ha più senso tale espressione? L'inconsistenza essenziale della verità può essere stabilita così: fin tanto che vi è differenza tra il dato e il significato o contenuto ideale, la verità non è realizzata in medo chiaro e completo: e tostochè la detta differenza scompare, la verità ha per ciò stesso cessato di esistere. Ma qui si può osservare: Si è riletto innanzi a proposito della realtà dell’Assoluto che a tale affermazione si è per intima necessità condotti dalla idea che noi abbiamo dell’Assoluto stesso, dalla conoscenza assoluta che in certo modo condiziona e rende possi. bile ogni altra forma di conoscenza e di verità finita quest'ultima sempre ipotetica e condiziona‘a rispetto a qualcosa di relativamente ignoto , ora, come è possìbile accordare insieme l'affermazione dell’esistenza della conoscenza assoluta con l’altra che la verità e. quindi la conoscenza è apparenza, perchè essenzialmente inconsistente e contradittoria? Il Bradley risponde che quando si parla di conoscenza assoluta non bisogna correre col pensiero ad una forma di conoscenza in cui si abbia la perfetta e completa compenetrazione del reale, l’ identificazione della verità colla realtà, ma bensì ad una forma di conoscenza vaga, indeterminata, potenziale o virtuale intorno al Tutto, che vale come incitamento alla conoscenza particolareggiata. Nella conoscenza del Reale preso nel suo insieme permane la differenza tra il predicato (verità o conoscenza) e il soggetto (Realtà), per modo che quello figura sempre come condizionato da quel qualcosa di più, che è nel soggetto e non nel predicato, Il tipo e l'essenza in altri termini non possono giammai raggiungere ed esaurire la realtà, giacchè l'essenza realizzata è troppo per essere semplice verità o conoscenza e l'essenza non realizzata o astratta è troppo poco per essere reale. Sicchò anche l’assoluta verità in fin dei conti da un certo punto di vista può essere considerata come erronea. Va notato però qui che la verità assoluta intesa nel modo anzidetto non è intellettualmente correggibile, giacchè essa può esser corretta e svolta soltanto trascendendo l’intelletto, nessuna alterazione di questo potendoci dare la realtà ultima. Può essere modificata solo tenendo conto di tutti gli altri aspetti dell'esperienza, con che la natura propria della verità viene a scomparire. La verità finita per contrario è sempre modificabile intellettualmente, potendo sempre essere estesa, armonizzata e completata mediante l’attività del pensiero; la verità finita insomma si può presentare come condizionata da un'altra verità d'ordine superiore. Anche il Bello va considerato a senso del Bradley come apparenza, in quanto esso racchiude del pari contradizione e quindi separazione od opposizione addirittura tra l’idea e l’esistenza, tra il what e il that . Considerando il bello per sè indipendentemente dalla relazione che esso necessariamente implica con un soggetto che lo contempla” noi troviamo che esso racchiude contradizione per questo, che mentre da una parte esige la piena concordanza e l'unificazione del contenuto col dato, dall’altra parte ciò riesce impossibile, trattandosi di un oggetto finito in cui i due aspetti del criterio della realtà l’armonia e l’estensione o la comprensività sempre divergono almeno parzialmente. Invero nel bello o l’espressione è imperfetta e inadequata, ovvero il contenuto espresso è troppo ristretto, troppo meschino; in entrambi i casi vi è differenza di armonizzazione o di comprensività, vi è discrepanza interiore e quindi un grado minore di realtà. Il contenuto del bello che già in quanto determinato da ciò che è al di fuori, non ha la sua ragione di essere in sè da un canto tende a trascendere la sua estrinsicazione attuale e dall’altro in questa stessa nel maggior numero dei casi non può non rivelarsi di molto inferiore alla Realtà. Ma il bello non può essere considerato indipendentemente dal soggetto che lo contempla, onde si può dire che è determinato da una qualità subbiettiva e quindi estrinseca ad esso. Dovendo essere rappresentata e dovendo insieme produrre un sentimento nel subbietto, la bellezza viene al essere caratterizzata internamente da ciò che è posto al di fuori. Ciò posto, come non parlare di apparenza quando la vita del bello implica una relazione estrinseca ? Vero è che la relazione può sparire col parziale o totale assorbimento dell’io senziente e percipiente, ma per codesta via la bellezza come tale viene a svanire. Passiamo al Buono È anche questo un'apparenza? Il Bradley non esita a rispondere di sì; anch'esso, infatti, come la verità, implica disgiunzione e quindi sforzo per unificare l’esistenza con l’idea ; con questa differenza che nella verità noi partiamo dall’esistenza per completarla idealmente, rendendola intelligibite, mentrechè nel buono noi cominciamo dall'avere un'idea di ciò che è bene e dipoi ci sforziamo di attuarla o di trovarle attuata nell'esistenza. Pertanto il buono come il vero implicano separazione del what dal that e un processo nel tempo. Le contradizioni presentate dal buono in genere e dalla moralità in ispecie sono numerose. Tra le altre meritano di essere ricordate le seguenti: 1° l'essenza del buono è riposta nella disgiunzione dell'idea dal fatto, disgiunzione che nel corso del tempo non scompare che per riapparire di nuovo; ed anzi giova notare che scomparendo essa definitivamente, non si avrebbe più il buono nel vero senso della parola. 2° Da una parte il buono appare atto a qualificare ciò che non è sè stesso, in quanto la bellezza, la verità, il piacere, le sensazioni possono tutte essere considerate come cose buone, ma dall'altra parte il buono non è tale da esaurire la natura della totalità delle cose, ciascuna delle. quali contiene qualcosa di proprio ; onde consegue che il buono non è nel Tutto e che il Tutto come tale non è buono. 3° Inteso il buono come la realizzazione della perfezione, e riposta quest’ultima nell’attuazione dell'armonia e insieme della comprensività di un sistema, sì presenta la questione se tra perfezionamento dell’individuo o affermazione dell'io e perfezionamento della Collettività o sacrificio dell'individuo che rappresenta solo una parte del Tutto non vi sia mai contradizione, nel qual caso è necessario determinare se il buono sia riposto nell’affermazione dell'individuo o nel suo sacrificio. 4° Tanto i fini puramente egoistici quanto quelli altruistici suno inconseguibili ; giacchè l'individuo per sè non può divenire centro di un sistema armonico e l’attuazione dell'ideale sociale non può avvenire in modo completo fin tanto che persiste l'affermazione del proprio io; e nel caso che l'individuo venga assorbito nel Tutto, non è lecito più parlare di Buono. | La moralità stessa considerata come l’identificazione del volere individuale coll’idea formatasi dall’individuo della propria pertezione implica contradizione; il volere individuale infatti è sempre determinato da qualcosa di estrinseco, è spesso relativo a contingenze naturali e dipendenti da fatti che non sono sotto il dominio dell'attività conoscitiva individuale; dal che cousegue che la moralità stessa è spinta a trascendere sè stessa in qualcos'altro che non è più moralità; questo qualcos'altro è la religione, per la quale tutto è espressione di una volontà suprema e per la quale quindi tutte le cose sono buone. Se non che dal punto di vista religioso l’io finito deve perfezionarsi, deve cioè conformare il volere individuale al Bene supremo; in caso contrario il male permane ed è qui riposta la contradizione della religione, ord’essa si rivela anche apparenza e non realtà. Il punto centrale della religione infatti, è la fede non meramente teoretica, ma pratica; per il che essa da una parte implica il credere puro e semplice e dall'altra l’operare come se non si credesse. La sua massima è: Esser certi della vittoria finale del Bene e nondimeno operare come se tale certezza non esistesse. Tale discrepanza interiore pervade tutto il campo della religione. Giacchè la religione è anche apparenza si può sperare salvezza nella Filosofia ? Se la religione fosse nient’ altro che una forma di conoscenza, la risposta non potrebbe ese sere che affermativa e per quel tanto che la religione contiene di conoscenza essa passa e in certo modo si'completa, consumandosi, nella filosofia, ma l'essenza delta religione non è riposta nella conoscenza come d’altra parte non è riposta nel puro sentimento, ma piuttosto nel tentativo di esprimere la realtà del Bene per mezzo deile varie forme del nostro essere. Da tal punto di vista I religione è qualcosa di diverso e di più elevato della filosofia. Del resto la filosofia avendo per obbietto le verità ultime, e la verità in qualsiasi forma essendo apparenza, essa non può non essere risguardata anche come apparenza, La sua debolezza è posta in ciò, che essendo un prodotto dell’attività intellettuale, non può non presentarsi quale manifestazione unilaterale e quindi inconsistente dell’Assoluto. La Realtà deve necessariamente soddisfare tutto il nostro essere; le nostre esigenze fondamentali in ordine alla conoscenza ed alla vita, in ordine al bello ed al buono devono in essa trovare il loro completo appagamento. Il che non può accadere che per via di una esperienza immediata e concreta nella quale tutti gli elementi dell'universo, sensazione, tono emozionale, pensiero e volere siano fusi in un sentimento comprensivo. E qui va notato che per gli esseri finiti è certamente impossibile sperimentare l'Assoluto : in altri termini è impossibile costruire la vita dell'’Assoluto nei suoi particolari, avere un'esperienza specifica della sua costituzione: ciò non esclude però che si possa avere una certa idea astratta e incompleta della sua natura. E le sorgenti di tale conoscenza sono: 1° Il sentimento in cui noi sperimentiamo un tutto complessivo che da una parte accenna a differenziamenti, mentrechè dall’altra non presenta relazioni e qualità nettamente distinte. É questa esperienza primitiva che per quanto imperfetta, è sempre valida a suggerirci l'idea generale di un'esperienza. totale e complessiva in cui pensiero, volere e sentimento siano fusi insieme da formare una cosa sola. 2. Le differenziazioni e le relazioni di qualunque specie siano, una volta sorte nella coscienza, mostrano la loro tendenza accentuata ad essere assorbite nell’Unità, nel Sistema. 3. Le idee del buoro, del bello ecc., menano per vie differenti al medesimo risultato, in quanto più o meno chiaramente implicano l’esperienza di un Tutto che trascenda le relazioni e le differenziazìioni. Con questi mezzi noi possiamo formarci l’idea cenerale di una intuizione assoluta în cui, eliminate le distinzioni fenomenali, il tutto si presenta in molo immediato e cenerale. In conclusione, Ja conoscenza reale e positiva dell’Assoluto è fondata tutta sull'esperienza psichica, una volta che questa venga estesa, armonizzata e completata. CITAZIONE DA SARLO IN INGLESE: “MY WAY OF CONTACT WITH REALITY IS THROUGH A LIMITED APERTURE, FOR I CANNOT GET AT IT DIRECTLY EXCEPT THROUGH THE FELT THIS, AND OUR IMMEDIATE INTERCHANGE AND TRANFLUENCE TAKES PLACE THROUGH ONE SMALL OPENING. EVERYTHING BEYOND, THOUGH NOT LESS REAL, IS AN EXPANSION OF THE COMMON ESSENCE WHICH WE FEEL BURNINGLY IN THIS ONE FOCUS. AND SO, IN THE END, TO KNOW THE UNIVERSE, WE MUST FALL BACK UPON OUR PERSONA EXPERIENCE AND SENSATION. – GRICE, -- BRADLEY, citato da Grice – Studies in the way of words --. Tali sono le ilee fondamentali emesse dal Bradley circa la Realtà e l'Assoluto, idee che sono ben lontane dal formare un vero sistema. Nel sottoporle ad un rapido esame critico nvi non scenderemo ad. analisi minuto e partico-, lareggiate, ma mireremo a determinare il valore e il significato dei punti salienti della dottrina, volgendo uno sguardo sintetico all'insieme, Cominciamo dal fissare quale è il punto di vista e quale il procedimento del filosofare del Bradley. Il filosofo inglese non ha preso le mosse nè dall'esperienza volgare, nè da quella propriamente scientifica, non è partito, cioè, da alcun ordine di fatti, ma sì è, per così dire, chiuso nel suo pensiero ed alla stregua delle leggi di questo ha giudicato delle idee fondamentali, ordinariamente ammesse dagli scienziati e dai filosofi. Egli non fa che passare a rassegna e sottoporre ad esame i punti di arrivo e di fermata dei suoi predecessori e dovunque riscontra contradizione, pronuncia la sentenza : Tuttociò è apparenza, non realtà. Parrebbe che egli prima di tutto dovesse approfondire la nozione di apparenza e quella di realtà, una volta che egli pone come base del suo filosofare la distinzione appunto dell'apparenza dalla realtà. Che cosa è l'apparenza? Qual'è la sua origine? Quali i suoi presupposti ? sono questioni che non possono essere trascurate da chi voglia filosofare sul serio. Dire semplicemente : tuttociò che non ‘è consistente o non si mantiene identico con sè stesso, tuttociò che si rivela contradittorio è apparenza, è dire pressochè nulla. Che tuttociò che racchiude contradizione non sia reale, non v'è chi possa metterlo in dubbio: ma da dir ciò ad affermare che il contradittorio implichi apparenza molto vi corre. Egli, è vero, ha affermato che l'apparenza è controdistinta da questo carattere, che la contradizione in essa esistente può essere risoluta in un ordine superiore e più elevato di esperienza, ma ognuno comprende che finchè non sì aggiunge altro, non vi è ragione di dichiararsi soddisfatti. Si può ad esempio domandare: È lecito parlare di apparenza quando non si ammette un soggetto a cui la Realtà appare e quando l’unica via per cui la Realtà stessa appare centro di sentimento, esperienza psichica ecc. è pur essa apparenza ? Il movimento, il cangiamento, lo spazio, il tempo, l'attività, l'io, la cosa ecc., si dice sono apparenze: ma qual'è la loro origine? Perchè ci appaiono con tali e tali altre proprietà ? Ognuno intende che finchè non si sarà dato ragione di ciò, nulla di positivo e di determinato è lecito affermare. E qui è bene notare che la più parte delle contradizioni riscontrate dal Bradley hanno la loro origine nel fatto che egli sostantiva i processi e le attività, nel fatto che reputa una cosa fissa rigida, ciò che, essendo continuo, incessante scorre. Ora ciò che è continuo non può essere misurato completamente che mediante il calcolo infinitesimale, e l' infinitesimo non essendo una quantità finita, non è possibile cogliere l'istante in cui le condizioni del presentarsi della contradizione veramente si verifichino, in cui cioè la dimostrazione per contradictionem sia sul serio applicabile. Così il movimento tra due punti dello spazio infinitamente prossimi avviene sempre nell’intervallo tra due momenti infinitamente prossimi, cioè mai il mobile è in due luoghi nello stesso tempo, mai in due tempi nello stesso Bradley presenta la Realtà come un sistema o inoltre pone come criterio per decidere del grado di realtà l’armonia, la comprensività, la consistenza reciproca delle parti componenti un tutto. È evidente che chi dice sistema, armonia, consistenza ecc. dice organismo e chi dice organismo dice relazione, interdipendenza degli elementi; ora l'Autore avendo affermato che la relazione è qualcosa d'inintelligibile, come mai può porre la stessa relazione quale criterio della realtà e intelligibilità e insieme presentare la realtà stessa come costituita da un insieme di relazioni? Le relazioni certamente implicano l’esistenza di un sistema: ma da ciò non si può dedurre che esse in genere siano qualcosa d’inintelligibilie. Il fatto è che il Bradley considerando a parte ed isolatamente ciascun concetto fondamentale (qualità, relazione ecc.), fa presto a riscontrarvi degli elementi contradittori. Tale procedimento è erroneo; i vari concetti vanno messi in connessione tra loro in modo da integrarsi a vicenda. Che cosa è la Realtà ? È l’esperienza, risponde il filosofo inglese. Di qui la necessità di domandare: E che cosa é luogo, ma sempre la serie dei punti e dei momenti si svolge con perfetta corrisponlenza nella continuità del movimento, Masci, Un metafisica anti-evoluzionista. Napoli. Lo stesso ragionamento può esser valido a dimostrare la falsità dell’affermazione che la causazione non esiste per questo che non è ammissibile nè un azione causale continua nè una discontinua, data la divisibilità infinita del tempo. E la difficoltà che l'Autore prova ad ammettere il continuo dipende dacchè non pone come punto di riferimento la coscienza in generale, Di ciò fu discusso disopra. l'esperienza ? Dall’insieme dell’opera del Bradley pare si possa ricavare che per lui l’esperienza è data dal complesso, dalla totalità della nostra vita psichica, prima che in questa sia sopravvenuta alcuna distinzione e differenziazione. Noi sentiamo di esistere, sentiamo di vivere; è in questo sentimento primitivo che è riposta l’esperienza immediata, la quale poi è l’unica via per cui noi possiamo penetrare nel Reale. Prima di ricercare quale concetto dobbiamo formarci di tale sentimento notiamo una contradizione in cui è caduto l’autore; mentre egli afferma recisamente che la Realtà si riduce all’esperienza psichica, alla sentience , non meno recisamente e ripetutamente afferma che tutti i fatti psichici non sono che apparenze, perchè tutti involgono separazione del what dal that, tutti tendono a trascendere sè stessi. Non dice egli che la Realtà si riduce all’unificazione e fusione dei vari fatti psichici, unità e fusione che noi non conosciamo e non possiamo neanche imaginare, data la trasformazione che subiscono i vari elementi mediante l'unificazione? Ora, come si può ad un tempo dire che la Realtà è l’esperienza ? (1) Se l’io empirico che è poi Ja medesima cosa dell'esperienza psichica presa nel suo insieme non è reale, come mai si può affermare che la Realtà è l’esperienza psichica ? Inoltre come sì può mettere d’accordo l’asserzione che il contenuto della Realtà è la sentient experience (sentimento) con l’altra che la Realtà risulti dalle attinenze, dalle relazioni che una cosa ha con le altre in modo che quanto maggiori son queste tanto maggiore è il grado di realtà attribuibile alla cosa stessa, chè in sostanza il criterio della realtà posto nell'armonia e nella comprensività (inclusivness, harmony), non dice altro? Il sentimento poi inteso come l’insieme della vita psichica in cuì nessuna distinzione sia comparsa di io © non io, di soggetto ed oggetto si presenta come qualcosa di così vago ed indeterminato di subbiettivo e di individuale , che non si riesce a comprendere come possa valere a fornirci una certa idea di ciò che sia la Realtà ultima, la Realtà, diremmo, ontologica. Esso già implica sempre il rapporto del soggetto con qualcosaltro, rapporto che è condizione essenziale della sua origine, comunque siffatto rapporto non sia avvertito come tale e insieme implica l’ esistenza di rappresentazioni, di imagini poste di rincontro o almeno distinte dal soggetto. Inteso quale cenestesi, vale a dire qualche risultato finale di una quantità di sensazioni organiche provenienti dai vari organi, ovvero infine come il grado infimo di psichicità, come sensazione e impulso iniziale ed elementare, non può mai essere presentato quale oggetto di esperienza atta ad esprimere la Realtà. A volte si direbbe che il Bradley prenda il sentimento come quel qualcosa che rende attuale un determinato contenuto psichico, ma, come tale, essendo qualcosa di eminentemente Notiamo qui come per il nostro Rosmini il sentimento proviene dal rapporto del principio senziente (che può essere considerato dal punto di vista del Bradley una sostanzializzazione del that ), col termine esteso che alla sua volta può essere considerato una sostanzializzazione del what . Per il Rosmini, si noti bene, il principio senziente e il termine esteso per sè considerati, separati l'uno dall'altro, erano astrazioni non altrimenti che il what e Îl that. Vedi. DE SaRLO : Le basi della Piscoloyia secondo Rosmini, Roma. subbiettivo ed individuale (individuum ineffabile) e avendo un contenuto particolare non può essere considerato quale simbolo di quella unità totale in cui il what coincide col that e in cui consiste la Realtà ultima ed obbiettiva. Da tal punto di vista il sentimento presenta tutte le contradizioni dell’esperienza sensibile. Non vi è via d'uscita: se si vuol considerare la Realtà come null'altro che la sentience, occorre considerare come reale l'io empirico quale si rivela per via del sentimento; occorre però sempre determinare e precisare la natura del sentimento. Notiamo qui che l’indeterminatezza del significato, la variabilità e contradittorietà del valore attribuito all’ io dipese sempre da ciò che si confuse l'io empirico fenomenico con la coscienza in generale (Io nonmenico, se così piace), e dacchè si credette di poter riporre la natura dell'io nell’ una o nell'altra funzione psichica, considerando le altre come secondarie e derivate; ora nulla di più erroneo e falso. Passiamo ora a discutere della natura della conoscenza a senso del Bradley. La conoscenza per lui non ha altro obbietto che quello di qualificare la Realtà (soggetto), il che si può soltanto conseguire, idealizzando la Realtà stessa, disgiungendo il what (predicato) dal that . L'ideale verso cui tende la conoscenza è di far coincidere l' idea col fatto: tale ideale però non viene mai attuato in modo completo : e se ciò avvenisse, non vi sarebbe più ragione di parlare nè di conoscenza nè di verità: avvenuta l’unificazione del what col that si avrebbe la vita vera e reale dell’Assoluto. La verità e la conoscenza in conseguenza di ciò non può essere che apparenza come tutto quello che involge separazione dell’ idea dall’ esistenza. E tutto lo svolgimento della conoscenza e della vita psichica sì compie partendo dall'unità imperfetta e incompleta del sentimento, procedendo per via delle distinzioni e differenziazioni del contenuto psichico che implicano una quantità di relazioni e tendendo infine alla scomparsa e trasformazione di queste ultime in un sistema organico ed armonico che tutto comprende in sè, tendendo ad una forma di intuizione e di vita universale di cui noi a mala pena possiamo formarci un'idea generale’ ed astratta. Da tal punto di vista gl’individui sono forme della vita universale che in essi si divide e insieme si concentra ner modo che non solamente possono apprendere a conoscere sè stessi, ma anche l’Universale e il Tutto che in essi vive, opera è si muove. E la funzione conoscitiva e cogitativa consiste nel qualificare, nel caratterizzare, nell’ analizzare il detto universale che si presenta nei centri del sentimento individuale. Ora, anzitutto non si riesce a comprendere in che cosa possa consistere lo stadio finale della conoscenza detto intuitivo, lo stadio in cui la conoscenza vera e propria sì annulla in qualcosa di superiore e di più elevato ; in ogni caso se ciò si verificasse, si avrebbe un regresso e non un progresso: il pensare discorsivo (il giudicare) lungi dal rappresentare un’imperfezione rappresenta la via, l’unica via per cui la Realtà acquista valore, consistenza e significato. L'unione del what col that non è che un prodotto della fantasia individuale. Oltre la conoscenza vera e propria non è possibile quindi ammettere uno stato superiore e più clevato. Si dovrà forse ammettere una doppia vita nel reale, la vita quale sì esplica nei centri di sentimento (vita del pensiero) ed un’altra vita d'ordine superiore? Ed una tale opinione come si concilia con l’altra che il Reale non è nulla al di fuori delle apparenze ? Poi, è assolutamente contrario al vero affermare che il progresso e lo svolgimento della conoscenza sia in rapporto diretto colla trasformazione del processo discorsivo e successivo in processo intuitivo ed - estratemporaneo. L'intuizione stessa infatti allora solo acquista l’ evidenza necessaria quando interviene l’attività del pensiero, per così dire, a scorrere dall'uno all’altro elemento della rappresentazione totale per compararli, misurandoli. L'essenza del pensiero e della conoscenza è riposta nella proprietà di stabilire rapporti tra le cose: tolti i rapporti non si avrà conoscenza, c nemmeno vita psichica, giacchè la psiculogia moderna ha messo in sodo che la legge della relatività è legge psichica fondamentale. E l'intuizione è soltanto la causa occasionale dell’ evidenza immediata, mentreché il vero fondamento di questa si trova nella natura collegatrice e comparativa del pensiero. Si direbbe che per il Bradley la conoscenza cominci coll’ analisi, collo scumporre il dato che vive in ciascun centro di esperienza individuale, ma è ammissibile ciò ? L'esistenza di questo dato non deve essere considerata già come un primo stadio di conoscenza ? Se si vuol rimanere sul terreno dei fatti che ci vengono suggeriti dalle accurate analisi psicologiche e gnoseologiche non vi ha dubbio alcuno che la conoscenza debba essere considerata come una specie di successiva sostituzione di una forma di coscienza ad un’altra forma di coscienza, di un contenuto psichico ad un altro contenuto psichico, di una forma di relazione tra soggetto ed oggetto ad un’altra forma: sostituzione che ha lo scopo di porre in luogo del subbiettivo, dell’individuale e del contradittorio, l’obbiettivo, l’universale, il coerente. La conoscenza in tanto è possibile in quanto il Reale assume una particolare esistenza nel soggetto individuale e da tal punto di vista è veramente lecito affermare che ogni conoscenza implica la separazione di un dato contenuto dalla propria esistenza: la sensazione, l’imagine, la rappresentazione ed anche l’idea o il concetto sono fatti psichici che non vanno identificati col fatto. D'altronle tutta la conoscenza non va forse riguardata come una costruzione fatta coi detti materiali o elementi psichici (sensazione, rappresentazione, concetto) ? La realtà in quanto conosciuta è successivamente e sempre più perfettamente sensazione, percezione, imagine, concetto, o per dirla altrimenti, qualità sensibile, cosa, essenza. L'elemento della conoscenza scientifica è il concetto : sapere scientificamente vale sapere per concetti: ma il concetto obbiettivo, il concetto reale e concreto è la verità della sensazione e percezione, e non vi è senza di queste. E ciò che dal nostro punto dì vista importa massimamente di ricordare è che la funzione relativista o di riferimento che compone i singoli elementi della serie non è diversa da quella che li connette poi nelle formazioni e processi logici e finalmente nei sistemi più vasti che sono le scienze: per modo che la conoscenza risulta omogenea nelle parti e nel tutto. Chiamare la conoscenza un'apparenza è per lo meno assurdo : se tale espressione può avere un senso, questo è che la conoscenza falsifichi in qualche modo la realtà; ma per poter affermare ciò prima di tutto bisognerebbe aver potuto apprendere per altra via la natura vera della realtà e di tale apprensione immediata non parlò mai Bradley, e poi conoscere l'apparenza come apparenza equivale a conoscere la verità; un'apparenza conosciuta come tale non è più apparenza. E una conoscenza che apprende la realtà può essere più chiamata ragionevolmente apparenza ? E come mai è concepibile una realtà sfornita di quella relazione essenzialissima che è la conoscenza, che è poi il riferimento ad una coscienza o ad un soggetto in genere ? Anzi come maisi può affermare una tale realtà? Separare assolutamente il vivere dal sapere di vivere è impossibile. La vita, la realtà implica una forma qualsiasi di interiorità e questa alla sua volta una forma di unificazione del molteplice che è la caratteristica ultima della conoscenza (processo di analisi e sintesi insieme). E che altro è questo se non il primo germe dell’ indissolubile legame che tien uniti la realtà, l’attività, l’interiorità e la conoscenza? In conclusione diremo che affermare che la conoscenza è semplice apparenza e che come tutte le apparenze, è manchevole, imperfetta, insufficiente, equivale a scindere Cfr. a tale proposito Masci, Lezioni di Filosofia teoretica fatte nella R. Università di Napoli. arbitrariamente la realtà in due parti ed a rendere incerta la conoscenza stessa dell’apparenza. Tutte le apparenze che formano come a dire la struttura dell’ universo, sono spiegate dal Bradley per mezzo del processo di disgiunzione dell'idea dal fatto, del what dal that corrispondente. Una volta che l'Assoluto si è scisso in una quantità di centri finiti di sentimento, il processo di disgiunzione si è andato sempre più estendendo e complicando fino a dare le forme di apparenze più svariate e notevoli, quali il Buono, il Vero, e il Bello Prima di vedere se il modo di concepire questi ultimi sia giusto, vediamo se il processo di disgiunzione del contenuto intelligibile dall’esistenza possa essere ammesso quale processo diremmo quasi, cosmico, giacchè la scissione stessa dello Assoluto nei detti centri di sentimento deve essere considerata come espressione dell’ inconsistenza iniziatasi in seno al Tutto. Il processo di distinzione e di differenziazione implica sempre questo, che il dato non coincide coll’idea. Se ciò non fosse, perchè la vita universale dovrebbe spezzarsi in forme individuali ? Il Bradley veramente non dà alcuna dilucidazione in ordine a tale questione, che pure è importantissima dal suo punto di vista. Il processo di idealizzazione o di disgiunzione del what dal that in tanto è concepibile in quanto sì compie in un centro finito di sentimento; come mai può dunque esso venir riguardato quale processo universale ed obbiettivo? È vero che l'Autore ammette un Pensiero, una Volontà, un Sentimento obbiet - tivo, elementi della Realtà ultima da differenziare profondamente dalle corrispondenti funzioni spirituali subbiettive quali appaiono nel tempo e nella serie dei fatti psichici, ma noi non possiamo formarci alcun concetto positivo di una Ragione vbbiettiva assoluta per sè presa è posta di. rincontro a noi; l’idea dello spirito obbiettivo e del suo svolgimento storico è giusta, ma ha valore scientifico solo rel caso che è intesa nel senso di esistenza e di processo storico, di processo civè che si compia nel tempo e nello spazio per mezzo dello spirito subbiettivo e individuale. Una delle contradizioni di Bradley è questa, che egli mentre considera la conoscenza come pura apparenza e toglie ogni realtà al soggetto, risguarda i fatti più importanti dell’esperienza psichica, quali è senso di spontaneità nelle sue varie forme, come qualcosa di derivato, come un prodotto della nostra riflessione. La nozione di attività, secondo Bradley, implica l’idea dell’ Io che riesce a produrre un cingiamento, previa la rappresentazione del detto mutamento ; il che poi non è possibile se non coll’ interpretare in modo largo molteplici esperienze passate. Sicchè non si può attribuire al senso d’energia maggior realtà che al senso del nutrimento nel caso in cui si provi sollievo, mediante l'opportuno cibo, dai dolori della fame (1). L’ori (1) Notiamo qui che la realtà non compete al senso di nutrimento, ma al senso della fame, come la realta primitiva o l'immediatezza non compete a ciò che consegue all’espansività, che è poi in fondo nient'altro che un’espressione dell’attività, ma al senso di espansività. In ogni caso il senso di sollievo prodotto dal nutrimento figura come indice dell’appagamento di un bisogno, di una tendenza, di una forma di attività che è quindi qualcosa di primitivo e di fondamentale. gine, infatti, del senso dell'attività è posta dall’Autore nel senso di espansione, di allargamento, per così dire, dell’ Io, il quale formato com'è di un gruppo di elementi intimamente connessi tra loro, tende ad estendere i suoi legami ad altri elementi. Non bisogna però credere che l’espansione sia identica alla coscienza dell’attività, giacchè è solamente dopo che l’anima ha raggiunto un grado notevole di sviluppo che si può avere tale coscienza, mentre l'espansione è primitiva. Quando dopo ripetute esperienze | siamo venuti a cognizione che a taluni modi del nostro Io conseguono dei mutamenti, noi allora cominciamo ad acquistare Ja nozione dell'attività o del volere. Insomma noi diciamo di essere attivi ogni qual volta il Non-Io (consistente in sensazioni esterne o interne, in percezioni o idee) subisce dei mutamenti in seguito all'idea ed al desiderio formato dall’Io. Tale espansione della nostra area, come dice Bradley, comincia dal darci un certo senso interpretato come qualcosa che dall’ Io passi al NonIo; è ih questo qualcosa che propriamente consiste l’energia, la forza, la volontà, ecc. Il Bradley prosegue ancora l’analisi dicendo che quando il gruppo dell’ Io è come a dire contratto dal Non-Io, mentre dall’altra parte un’ idea piacevole di espansione è suggerita, si prova un senso di oppressione ; e quando ì limiti di resistenza ordinaria son mossi e l'espansione ideale, progredendo sempre, è attuata solo in parte con varie oscillazioni si prova quel senso speciale detto di tensione e di sforzo. È naturale che da tal punto di vista l’attenzione nelle varie sue forme non possa essere più considerata né come una facoltà speciale, nè come funzione particolare della mente avente sede in un dato organo cerebrale ; l’attenzione al pari della memoria e dell'intensità viene ad essere riguardata come una qualità generale appartenente in vario grado a tutti gli elementi psichici: anzi si può dire che l’attenzione e l'intensità vengano pressochè a formare una cosa sola. Date certe condizioni che facilitino il predominio di un fatto psichico nella coscienza (in ciò sta il carattere essenziale dell'attenzione), deve avvenire che taluni elementi sensorali o ideali divengano prominenti ed emergenti rispetto al resto, e per ciò stesso appaia indebolita l’ intensità degli altri. Il Bradley poi non attribuisce un valore essenziale al fattore muscolare, prima perchè in molti casi in cui ha luogo l’attenzione quello è escluso, poi perchè anche quando è chiamata in esercizio l’attività muscolare o direttamente sopra un organo percipiente, ovvero indirettamente col movimento di tutto il corpo, la prima causa dell’azione muscolare va cercata in un’ idea o in un sentimento precedente. È l’idea, e più di tutto l'idea dell’ interesse che si può avere per un dato fatto psichico, che ci dà la chiave per intendere il meccanismo dell'attenzione dalla forma più semplice alla più complicata. E la coscienza dell’energia interiore è perfettamente riducibile al predominio nella coscienza dell'idea dell’ Io che attendè ad una data cosa. Che giudizio si può portare su tale veduta del Bradley? Certamente essa ha grande valore in quanto prova a sufficienza che l’attività psichica non va intesa come correlativo, per così dire, necessario dell’ attività motrice. Il Bain, il Miinsterberg ed altri avevano asserito che senza le sensazioni muscolari o almeno senza le sensazioni d’innervazione motrice lo spirito è incapace di sentirsi in alcun modo attivo ; per loro quindi la forza, l'energia psichica, base dell'individualità, non poteva avere che una sola origine, il movimento; il fatto interiore dell’attività era considerato come un semplice reflesso di un fenomeno esterno, quale è la mozione. Ora da tal punto di vista l’analisi psicologica del Bradley è stata utile, perchè ha mostrato che tutti i processi intellettuali sono per sè attivi, e, date certe condizioni, tutti indistintamente sono in grado di svolgere energia sotto le forme più differenti. Non soltanto nella forma in cui si rivela attivo alla coscienza, ma in molteplici altre forme lo spirito è causa agente. Cade così l’ ipotesi di un organo speciale dell’attenzione, o dell'attività psichica in genere: allo stesso modo che non vi è un organo particolare della vita, così non vi può essere un organo particolare dell'attività nelle varie sue modalità (sforzo, attenzione, volontà ecc.). L'attività psichica a dati stimoli e in determinate condizioni reagisce in vari modi e secondo che la percezione immediata di talo reazione si fonde con uno o coll’altro degli effetti che vengono prodotti nell'organismo (sensazione muscolare, p. cs.), assumerà un colore particolare. L'errore degli analizzatori superficiali fu quello di credere che i fatti organici, i quali servono in certo modo a fissare, a determinare e a dare un nome alle formé dell’attività psichica, costituissero il fatto essenziale ed ultimo. Il Bradley infatti mostrò che l’attenzione può assumere varie forme, da quella in cui si ha coscienza di un dispiegamento notevole di attività a quella in cui non se. ne ha alcuna coscienza; eppure l’attività psichica esiste sempre, ed è imprescindibile in tutte le funzioni mentali. Se non che due sono, secondo noi, i difetti dell’analisi del Bradley. Da una parte egli parla di idee e di rappresentazioni che possono avere il predominio nella coscienza, parla dell'interesse che si può avere per un dato obbietto o per una data operazione, parla della tendenza espansiva, ecc., senza porsi mai il problema se e fino a che punto tutto ciò sia compatibile col non ammettere la realtà del soggetto : egli infatti parla dell’ Io come di un composto, di un aggregato di elementi psichici; ora un tale concetto contradice necessariamente al concetto dell’ espansività come fondamento del sentimento : giacchè in forza di che ed a quale scopo quel gruppo di elementi psichici formanti l'Io tende ad espandersi ? E l’attività delle idee e delle rappresentazioni per cui esse emergono nella coscienza donde vien loro? E senza l’unità del soggetto come è spiegabile l'interesse che pure forma il caposaldo della teoria del Bradley? E qual'è il fondamento del legame esistente tra i vari fatti psichici? Non suppone forse agni nesso ed ogni rapporto un'unità ed identità fondamentale? Non basta ancora: egli ammette che si possa avere l’idea di un'idea in quanto l’idea pura e semplice di una cosa riguarda il suo contenuto logico, mentre l’idea d'una idea consiste in uno stato psichico che include un'altra esìstenza psichica attuale. Ora come mai sarebbe possibile un tal fenemeno senza la realtà ed attività od efficacia del soggetto capace di riflettere sul!e stesse sue operazioni e capace di rimanere identico a sè stesso attraverso: } cangiamenti Dall'altra parte il Bradley cade in errore quando tenta di ridurre l’origine del senso di attività ad un fatto meramente derivativo prodotto per mezzo dell’ interpretazione di esperienze passate, presentando così il senso di energia come un’appercezione del tutto illusoria. Niente di più falso. La percezione interna per cui noi giungiamo a cognizione di ciò che accade dentro di noi può avere un doppio senso, a seconda che noi vogliamo intendere con essa l’esperienza immediata, ovvero la riflessione su ciò che è offerto da quella. Dobbiamo distinguere per così dire il vivere dal sapere di vivere. L'esperienza immediata è la vera sorgente di tutti i dati di fatto, mentre la riflessione rappresenta il mezzo di generalizzare, riconoscendole, le no stre esperienze; e supponendo che nel corso dello sviluppo mentale siano state formate nozioni e parole per i singoli stati interni, la percezione interna intesa nel secondo modo, cioè come riflessione, consisterà nella sussunzione di un determinato fatto psichico sotto la nozione ad esso spettante; sussunzione che può esplicarsi in un giudizio vero e proprio, ma per lo più si riduce ad una semplice denominazione. La riflessione in ogni caso non può mutare il dato di fatto dell’esistenza di un fenomeno. Donde consegue che quando noi, mediante la riflessione, diamo un nome od anche giudichiamo un fatto immediato della coscienza, il quale offre dei caratteri distintivi da non poter essere confuso con altre sensazioni o sentimenti, noi non possiamo aggiungere nulla di nuovo. Il riflettere insomma non può creare nulla e quindi non può darci un sentimento quale fatto immediato della coscienza, ma solo può dare un nome e mettere in forma di proposizione ciò che già esisteva. nel co Ed in ciò sta la differenza tra l’esperienza immediata d e l’analisi, giacchè la prima ci mette in contatto con la realtà, mentre la seconda verte sulla scomposizione del fatto reale nei suoi vari elementi. Alla genesi del senso di i attività, concorrono, è vero, parecchi elementi, ma questi sE producono un qualcosa che si rivela alla coscienza in modo I semplice, immediato ed irreducibile; e, ciò che più imi porta, non è la ricognizione dei detti elementi quella che Ì ci fa provare il senso di attività: la riflessione o ricogni a zione è posteriore all’ insorgenza del fatto immediato della coscienza. Del resto si comprende agevolmente che tutte le interpretazioni, tutti i ragionamenti e tutte le riflessioni fatte sopra i dati psichici non potrebbero mai dare origine a nuovi dati. Pensare sopra le modalità dell’attività presuppone già la percezione immediata dell’attività stessa. Del resto il Bradley stesso, pur servendosi di altri nomi, non solo parla della coscienza e dell’io come di un'’attività, ma anche di un'attività che si propone dei fini e sceglie i mezzi per giungervi, di un'attività che può trovarsi in lotta con altre forze psichiche e resistervi e farle anzi concorrere al proprio intento. Nè poteva essere diversamente: la recettività e la reattività nella psiche non sono due fatti distinti, i quali possano venire studiati l'uno in disparte dall’altro, giacchè essi concorrono ad una sola operazione, per modo che l'uno rende valido l'altro, il quale da sè sarebbe nullo. Non si può concepire una forma qualsiasi di Attività, e sia anche l’espansività bradleyana, che non implichi un grado di coscienza: è parimenti la coscienza riesce impensabile separata dall'attività. Va notato infine che la percezione immediata si distingue dalla pura rappresentazione, da quella che potrebbe esser chiamata percezione mediata, derivata, reflessa per questo che la prima è più che semplice rappresentazione, è sopratutto sentimento derivante dalla cooperazione di tutto l'essere fisico e psichico: ora chi può negare che la percezione dell'attività lungi dal presentarsi coi caratteri di una semplice ilea o rappresentazione, di un contenuto distaccato dalla matrice reale, è invece in modo precipuo sentimento ? Dicemmo già disopra che il Vero, il Buono ed il Bello per il Bradley non sono che apparenze, le quali se accennano alla Realtà, non sono la Realtà. A noi sembra che tutto il ragionamento dell'autore poggi su presupposti falsi. Così egli muove dal principio che l'ideale verso cui tende la conoscenza è l’identificazione e l’uniticazione del pensiero con l'essere, ideale che, se raggiunto, mena dritto all'annientamento della conoscenza e quindi della verità stessa, giacchè in tal caso si avrà la Vita, il Reale, non più la scienza della Vita e del Reale, in altri termini sì vivrà il Reale e null'altro. In tal guisa la conoscenza è essenzialmente contradittoria : da una parte essa non è possibile che sotto la condizione che vi sia distinzione e differenziazione nella realtà (pensiero ed' essere) e dall’altra parte il suo svolgimento e la sua perfezione è riposta tutta nel togliere via qualsiasi distinzione e differenziazione, è riposta, cioè, nel suo annientamento. Ora è evidente che l’errore del Bradley è nell’aver creduto che la conoscenza miri all’ identificazione ed all’ unificazione completa del pensiero con l’ essere, mentre essa ha per intento di trasformare il contenuto subbiettivo e individuale della coscienza in contenuto obbiettivo ed universale; intento che può essere ottenuto non già annullando il fat-. tore della coscienza come dovrebbe avvenire se, giusta le idee del Bradley, l’ideale ultimo della conoscenza fosse l'identificazione e l'unificazione completa del pensiero con: l'essere, ma sostituendo, anzi aggiungendo al semplice ed esclusivo punto di vista della coscienza individuale il punto di vista della coscienza in genere. In tal guisa il fattore della coscienza persiste sempre, tanto è ciò vero che a misura che la conoscenza progredisce l’ individuo acquista coscienza della propria cooperazione all'edificio della verità. L'ideale verso cui tende la conoscenza adunque non è l'assorbimento di uno dei termini nell'altro, ma, diremo così, la maggior visione dell'uno per mezzo del predominio dell'altro. Il fatto è che io acquisto più coscienza di me stesso come essere finito, subbiettivo, individuale, quanto più mi pongo a considerare le cose dal punto di vista obbiettivo ed universale. La coscienza individuale quando guarda con l’occhio della coscienza universale non cessa di essere individuale, non si annulla nella coscienza universale. D'altronde la stessa coscienza universale non è fuori la coscienza individuale, ma concresce con questa non altrimenti che la vita generale di un qualsiasi essere organico cresce col crescere delle singole funzioni del medesimo essere. Il processo della conoscenza, a noi sembra, si compie proprio in senso inverso a quello indicato DAL FILOSOFO INGLESE – Grice: ‘inglese? I’d say, “dal filosofo oxoniense!” --: il punto di partenza infatti è il contenuto rappresentativo o percettivo primitivo in cui l’imagine psichica è identificata con l'oggetto, anzi è presa per la sola realtà, in cui insomma non vi ha distinzione fra oggetto e rappresentazione subbiettiva e si procede ponendo sempre più la realtà universale ed obbiettiva di fronte alla vita psichica subbiettiva ed individuale: ed a misura che l’edificio della realtà vien completato diviene più viva la coscienza dell'attività individuale. Ed invero chi, se non l’intelligenza dei singoli soggetti rende possibile la detta costruzione? È sempre l’individuo che opera anche universalizzandosi. E la mente umana lungi dal tendere a confondere insieme i due processi, il subbiettivo l’obbiettivo, l' indi. viduale e l’universale, tiene a tenerli distinti e distaccati: La conoscenza certamente implica una parziale identità del pensiero e dell'essere (del subbietto e dell’obbietto), ma insieme una parziale distinzione; nò ciò è in alcun modo contradittorio, giacchè l’ identità e la differenza sono condizioni della possibilità della conoscenza; non già condizioni contradittorie una della possibilità, l’altra dell'impossibilità. Se si bada che la conoscenza non s'intende per nulla se si prende come una mera rivelazione estrinseca, come una relazione meccanica (ed è questo l’errore principale, a noi pare, della filosofia del Lotze, il quale subordinò la relazione della conoscenza al rapporto causale) sì acquista la convinzione che la rivelazione della realtà alla coscienza, per essere soggettiva ed interna, non è meno oggettiva e vera. Dal fatto che la conoscenza implica due termini non deriva nient’affatto adunque che essa sia apparenza: tutt'altro: piuttosto la Realtà una, identica, immutabile che, secondo l’autore, dovrebbe assorbire tutte le apparenze, trasformandole, si presenta quale creazione della fantasia senza alcuna consistenza. Lo svolgimento e il progresso della conoscenza nun è nient'affatto in rapporto diretto della riduzione di uno dei fattori della conoscenza all’altro, essendo entrambi indispensabili, irriducibili o aventi uffici differenti. Nè si può imaginare o concepire cosa mai risulterebbe dall’ unificazione e identità totale dei due termini della conoscenza: il Bradley crede che ne risulterebbe la Realtà ultima: potrà essere: ma in tal caso bisogna dire che questa non solo è assolutamente inconoscibile, ma inconcepibile. Con che diritto adunque parla egli dell’Assoluto? La Realtà ultima si presenta come un grado inferiore di realtà, come qualchecosa sfornita per sè di valore e significato che le può venire solo da ciò che viceversa viene considerato come apparenza. Passiamo al Buono: anche questo, stando al Bradley, è apparenza e per ragioni affini a quelle per cui sono tali la verità e la conoscenza. Il Buono da una parte è condizionato dal distacco dell’ilea (che in tal caso riceve il nome d' ideale) dal reale, dal fatto, da ciò che esiste, e dall’altra ha l'obbiettivo di attuare l'ideale, di tramutare l’idea in fatto, vale a dire di annientare sè stesso. Ma oltre di questa il Buono implica una quantità di altre contradizioni dipendenti dalle sue varie determinazioni: così per quanti sforzi si facciano, il perfezionamento individuale non può sempre coincidere col bene della collettività, come d'altra parte il maggior perfezionamento dell'ordinamento sociale trarrà sempre seco degli svantaggi per l'individuo: la divisione del lavoro, per citarne uno, produce lo svolgimento parziale ed unilaterale delle facoltà umane: e via di seguito. Qui faremo due osservazioni: Bradley è spinto a considerare il buono come apparenza dal presupposto che la realtà sia solo da riporre nell'attuazione completa dell'ideale, attuazione che figura come l'annullamento del buono: ora ciò è falso, giacchè la realtà consiste iuvece nel processo continuo che tende all'attuazione di un ideale, senza che questo sia mai attuato completamente per la ragione che esso non essendo qualcosa di fisso, di s'abile e di permanente, assume sempre nuove forme, si eleva e si complica sempre dippiù. A misura che l’uomo s'avvicina ad un dato ideale, questo, trasformandosi e perfezionandosi, s' allontana ancora. E la realtà lungi dall'essere posta nell’attuazione completa dell'ideale che è irraggiungibile, risiede in tutto il processo : in caso contrario bisognerebbe confessare che la realtà è come se non esistesse. La vita è nel movimento, nel processo e non nell’equilibrio stabile che invece è la morte. La religione e anche l’arte cercano di dare una forma e di personificare l’illeale, ma tuttociò non entra nella considerazione del Buono dal punto di vista metafisico. Bradley considera il buuno preso per sè, astraendo dal fattore della coscienza in cui e per cui esiste. E certamente il Buono risguardato come una cosa invece che come un processo inerente all'anima umana cume tale, non può non apparire contradittorio. Non è il buono che tende all'annullemento li sè stesso, ma è lo spirito umano che ha tra le altre funzioni quella (che sostantivata costituisce il Buono) di proporsi incessantemente dei fini alla cui attuazione esso si adopera, è lo spirito umano che ha delle tendenze ed esigenze al cui soddisfacimento si affatica. E nessuno vorrà sostenere che nell’operare in tal guisa l’anima umana si contradica, ovvero tenda ad annullare sè stessa. È naturale invece che essa aspiri ad annullare, mediante l’appagamento, i suoi bisogni, che sono indizio di imperfezione e di manchevolezza. Se i detti bisogni rinascono sempresotto novelle forme, ciò avviene perchè la realtà vera non è in qualcosa di dato, ma nel farsi. Per quel che concerne l’ apparente contradizione e l'impossibilità apparente di derivare il bene individuale dal bene sociale e questo da quello, noteremo che tra le specie di cause c'è anche la causa reciproca, la quale è ammissibile purchè sia ben definita. La detta causa (che si riscontra in tuttociò che è organicamente costituito) non consiste in due cause di cui una produce l’altra ad ogni istante, ma di cui ciascuna ad ogni istante produce un effetto della specie della prima e così via. Così un perfezionamento nel sistema circolatorio può produrne uno in quello della respirazione e viceversa. Tra società e individuo esiste appunto un rapporto causale reciproco in quanto il perfezionamento individuale è condizionato da quello sociale e viceversa: i due si limitano, sì determinano a vicenda senza che a nessuno di essi possa essere attribuito un valore non diciamo assoluto, ma neanche preponderante. E lo sbaglio del Bradley è quello di aver pensato che potesse considerare un elemento facendo astrazione dall’ altro, dal che conseguì che egli trovò contradizioni dappertutto. La moralità poi presenta una natura contradittoria precipuamente per questo che essa è condizionata da qualcosa che non può csistere: tale è appunto la determinazione interna della volontà. Questa separata da qualunque elemento estrinseco è una pura astrazione : di qui la necessità nella moralità di trascendere sè stessa, passando in qualcos'altro che non è più moralità: questo qualcos'altro è per il Bradley la Religione, ove domina la fede che tutto sia ed accada come deve essere ed accadere. Ci asteniamo dal discutere se questi passaggi da una sfera di apparenze in un'altra siano comprensibili e se abbiano alcun significato, essendo passaggi verbali anzichè reali. Il nostro filosofo vede un complemento della moralità vera e propria nientemeno che nella rassegnazione fatalistica, la quale implica la separazione del volere dalla natura e l'affermazione che il volere stesso non può esercitare alcuna azione e produrre alcun effetto. Ognuno vede che in tal guisa il volere umano viene ad essere completamente snaturato, perchè viene ad esser distaccato dall'ordinamento sistematico delle cose. Ora non abbiamo bisogno di spendere molte parole per provare l'assurdità di una tale opinione e per mostrare le tristissime conseguenze che ne derivano: non solo non è lecito parlare in tal caso di progresso, di sviluppo e di perfezionamento, ma la storia stessa diviene un non senso. Tutta l’esperienza contradice ad una tale veduta. Dal fatto che il liberum arbitrium indifferentie è inammissibile non consegue l'annullamento dell’attività umana e di quell’energia personale che è un potente fattore di vita e di movimento nel mondo umano. La contradizione che Bradley trova nell'intima natura della religione si può eliminare con molta facilità ‘se si pensa che l'aver fede nel trionfo del bene non trae seco come logica conseguenza la paralisi della propria volontà, di ogni iniziativa individuale, l’annientamento di quella spontaneità che è la radice della personalità. Il trionfo finale del bene non è una quantità definita, fissa che, una volta ammessa, non è suscettibile di aumento, ma è invece una variabile che può sempre comportare l’azione di un nuovo fattore. Il trionfo del bene può essere assicurato per mezzo della cooperazione degli altri uomini; ma ciò forse trae seco l’inutilità della mia cooperazione? La coscienza della mia dignità non mi spingerà a concorrere al risultato finale? Perchè l'individuo dovrebbe forzare la volontà all’inazione e quindi all’annientamento? Anche qui il difetto appare nell’aver distaccato il volere dalla natura e nell’averlo riconosciuto incapace di produrre effetti. Quanto al Bello va notato che l'oggetto estetico considerato per sè indubbiamente è un'apparenza in quanto la sua essenza è riposta nella rappresentazione concreta e determinata di un’idea, ma un’apparenza che è avvertita, I, per ciò stesso l’apprensione della realtà? Considerato però l'oggetto bello sentita e riconosciuta come tale non inclu ed il soggetto senziente come parti di un tutto, come elementi di un unico processo, il fatto estetico non è più un’ apparenza, ma qualcosa di reale e di altamente reale. La realtà dell’arte e della bellezza così considerata va riposta appunto nel processo suggestivo o significativo che si voglia dire, per cui una data percezione o rappresentazione è il punto di partenza dello svolgimento di un corso di fatti psichici atti a riempire ed a rapire l'animo di chi contempla. La sproporzione tra l’' espressione e il suo contenuto lungi dall’essere un difetto da cui il Bello aspiri a liberarsi, forma la sua sostanza. Il Bello ha raggiunto il grado completo e perfetto di realtà quando una data espressione (parvenza), suggerendo un certo contenuto ideale, agisce in modo particolare sull’animo umano: onde consegue che non vi può essere tendenza a fare sparire o a trasformare in maniera più o meno completa quei rapporti e quei termini che costituiscono l’essenza del bello considerato come un tutto 0 come un processo sottoposto a parecchie condizioni variabili entro certi limiti di grado, ma non di natura o di qualità. Come non esiste un Vero e un Bene obbiettivo, così non è a parlare di un Bello obbiettivo: ed anzi possiamo aggiungere che tali espressioni non hanno nemmeno senso, L'errore del Bra:lley sta tutto nell’aver creduto di poter considerare per sè, sostantivandoli, il vero, il buono e il bello separatamente dal soggetto: quale meraviglia quindi se dopo aver ridotto le astrazioni ad ipostasi, s'è accorto che queste contengono numerose contradizioni? Sicuro; il Vero, il Buono, il Bello come sono costruiti dal filosofo inglese sono null'altro che apparenze, perchè sono astrazioni. Ed egli in fin dei conti non sa trarsi d’impaccio se non dicendo che le dette apparenze tendono a trascendere sè stesse, trasformandosi, completandosi, perfezionandosi e passando in qualcosaltro che è la Realtà ultima. Se non che questa non soltanto è un prodotto della fantasia, è una chimera, ma è essenzialmente contradittoria : infatti una. Realtà da cui viene esclusa la conoscenza, la tendenza a. porsi sempre dinanzi un ideale da raggiungere e la proprietà di sentirsi riempita l’anima da una rappresentazione concreta, atta a suggerire un processo ideale, una Realtà da cui è escluso ogni moto ed ogni vita, ogni esigenza di qualcosaltro, una Realtà che è pura immobilità e invariabilità, lungi dall’apparite allo spirito umano come la più alta e quindi come la Realtà ultima, si presenta come un grado infimo di realtà, se per giudicare di questa occorre fondarsi sul valore e sull’azione che è atta ad esercitare. Quello che ha valore è l’esistenza spirituale e il mondo che essa crea. Un mondo senza coscienza è come se non vi fosse (Lotze). La Realtà caratterizzata da ciò che dal comune degli uomini è riguardato come meno reale : ecco l’ultima espressione della filosofia del Bradley, il cui obbiettivo doveva esser quello di rimuovere le contradizioni di cui formicola il mondo delle apparenze. La Filosofia bradleyana in sostanza ha comune col naturalismo l’errore di considerare la vita dello spirito subbiettivo quale si presenta nella storia e nell’ esperienza umana, come un fenomeno secondario e passeggero. Così noi vediamo che la filosofia del Bradley, il quale finisce la sua opera con le seguenti parole: Outside of spirit there îs not, and there cannot be, any reality, and, the more that anything îs spiritual, so much the more is veritably real, portata alle sue ultime conseguenze e interpretata in modo completo mena alla negazione del soggetto e quindi dello spirito, dello spirito umano almeno che è quello chie noi conosciamo e che possiamo apprezzare. E la Realtà che doveva essere one experience, selfperviding and superior to mere relations, si mostra come trascendente ogni esperienza e quindi come una costruzione arbitraria e puramente fantastica. Una Metafisica che come questa del Bradley presenta molteplici elementi fusi insieme pone necessariamente l'e». sigenza della ricerca delle fonti. Notiamo anzitutto che le idee del filosofo inglese non si connettono con quelle della filosofia inglese tradizionale, la quale nelle sue indagini psicologiche e gnoseologiche segue un metodo prevalentemente empirico. La filosofia di Bradley è una emanazione diretta della speculazione tedesca svoltasi segnatamente nella prima metà di questo secolo. Se noi volessimo fare un'analisi minuta e. particolareggiata delle vedute bradleyane in rapporto alla loro origine potremmo agevolmente mostrare come lo studio di ciascun filosofo tedesco abbia lasciato delle tracce nella mente del nostro autore: così il suo concetto di riporre il fondamento e la caratteristica delle apparenze nella disgiunzione del what dal that ricorda evidentemente il corrispondente concetto dell’Hartmann per cui il distacco dell'idea dalla volontà segna l’ origine della fenomenologia dell’ Incosciente e insieme la condizione dello svolgimento della Coscienza ; il modo di considerare la realtà della natura ricorda evidentemente la concezione del Lotze per cui la conoscenza o la rappresentazione dell'universo non è un'aggiunta accessoria all'esistenza indipendente di esso, onde la luce e il suono lungi dall'essere copie delle ondulazioni e delle vibrazioni da cui derivano o dall’ essere pure parvenze o inganni o qualcosa di secondario e di sopraggiunto sono il fine che la natura si è proposta di conseguire coi movimenti e che non può conseguire da sola, ma mediante l’azione sua sopra esseri sensibili. Da tal punto di vista la magnificenza e la bellezza dei colori e dei suoni, la molteplicità e l’intensità delle emozioni suscitate dalla natura nell’ anima di chi la contempla sono il fine della sensibilità nel mondo. Racimolando qua e là potrei moltiplicare gli esempi atti a provare che lo spirito del Bradley si è, per così dire, modellato tutto sui grandi maestri della Metafisica alemanna: ma il mio compito è quello di ricercare piuttosto quali siano le fonti primarie e dirette del sistema, se così vogliamo chiamarlo, del nostro autore. Ora queste a me pare si riducano alle due correnti della filosofia dell’identità e della filosofia herbartiana : ho detto della filosofia dell’ identità e non dell'hegelismo, come a prima vista si potrebbe esser tratti a credere, giacchè egli pur avendo tratto molto del suo nutrimento vitale dal sistema dell’Assoluto hegeliano, ha cercato di porre insieme, se non di combinare e fondere in un tutto armonico, le vedute di Fichte, di Schelling e di Hegel, in quanto la Realtà per lui non è solamente pensiero, ma l’ unità del pensiero e dell’ altro (the Olher) l'identità del soggetto e dell'oggetto, del sapere e del volere (Fichte), della coscienza e dell’ inconscio, dello spirito e della natura (Schelling). Noi ci crediamo quindi autcrizzati ad affermare che le idee del Bradley sono state attinte dalla filosofia dell’identità in ordine ai seguenti punti: il passaggio o la trascendenza di un'idea in un'altra, di un grado di realtà in un grado più elevato fino a giungere alla Realtà assoluta, la cui vita armonica e comprensiva è considerata come una specie di esperienza intuitiva, di cui a mala pena possiamo formarci un'idea astratta e indeterminata; 2° la credenza nella più perfetta razionalità delle cose e quindi nell’ottimismo più completo per cui tutte le contradizioni che si presentano nel mondo delle apparenze quali 1’ esistenza del male, del brutto, dell'errore, dell’accidente vengono considerati come momenti transitori della Realtà, anzi, diremo meglio, come illusioni, le quali in un grado più elevato di esperienza scompaiono, perchè vengono radicalmente armonizzate col sistema totale ; il concetto che tutto, anche ciò che sembra più falso ed erroneo, possa avere un certo grado di realtà, che insomma tuttociò che è' possibile sia fino ad un certo punto reale; la concezione dello svolgimento della vita psichica come di una successiva posizione di limiti da parte dell'io, di una successiva e inin. terrotta trasformazione dell'io in non-io ; il disperdimento della vita universale in una quantità di centri di esperienza | psichica limitati spazialmente e temporalmente per cui è resa possibile l’esistenza psichica subbiettiva o cosciente. Ma abbiamo detto che la filosofia del Bradley non è una derivazione pura e semplice della filosofia dell’ identità, ma bensì della fusione di questa colla filosofia herbartiana. Infatti se si pensa che il motivo del filosofare per l’Herbart è l'eliminazione delle contradizioni presentate dal pensare comune e che per lui il compito della filosofia sta nel passare dall’apparire all'essere e nell’intendere le ragioni ‘così della differenza come della relazione che passa tra l'uno e l’altro, nel ritrovar l'essere nello apparire e nel vedere perchè apparisca in quel modo; se si pensa che a senso del medesimo filosofo tedesco, la guida, la base e la norma essenziale per poter filosofare con vantaggio è fornita dal principio di contradizione, e che le apparenze contradittorie, le quali più richiamarono l’attenzione dell’ Herbart furono appunto lo spazio e il tempo, l'inerenza o la cosa e le sue proprietà, la causalità e il cangiamento, l'io e la relazione; se si pensa che per lo stesso filosofo il reale va risoluto in relazioni fisse, riducendosi l’accadere apparente ad effetto di prospettiva, non sì può non convenire che il sistema herbartiano non meno della filosofia dell'identità hanno determinato le concezioni metafisiche del filosofo inglese da noi studiato. Questi prese da Herbart il criterio per giudicare della realtà (principio di contradizione) e il concetto dell’immutabilità e inalterabilità dell’essere, mentre dall’'idealismo. assoluto prese il concetto dell'unità armonica e comprensiva, il concetto del sistema totale delle cose. Herbart, infatti, mirava a intendere ed a spiegare il singolare, l’individuo e di qui il suo pluralismo delle sostanze, mentre l’'idealismo assoluto aveva per intento sopratutto d' intendere l’unità, il sistema, la finalità. Ora si domanda: La fusione compiuta dal Bradley in che modo propriamente avvenne? Perchè avvenne così e non diversamente ? É una fusione razionale ? Egli, appropriatosi il metodo dell’Herbart, non potè non giungere alla conclusione che l’ essere doveva essere inalterabile ed immutabile, ma d’ altra parte i concetti della zufallige Ansicht, il metodo delle relazioni, la ‘ perturbazione e la conservazione degli enti, il loro essere insieme, le loro mutevoli relazioni, il loro luogo nello spazio intelligibile rivelandoglisi idee oscure, inintelligibili e spesso contradittorie, lo spinsero verso l’Universale. Una delle analisi più accurate del Bradley fu infatti quella concer-. nente la qualità e la relazione per mostrare che esse si implicano a vicenda, ciascuna intendendosi soltanta per . mezzo dell’ altra. Respinti così come mere apparenze il pluralismo delle sostanze, le qualità semplici, il metodo delle relazioni, ecc., pose la realtà in un sistema individuale, in una specie di unità che tutte le apparenze comprende, ar- monizzandole e coordinandole tra loro. Una volta che le relazioni non sono delle essenze intermedie, nò vedute accidentali, riferimenti ausiliari che non importino punto alla natura della cosa, bisogna pensarle come stati delle cose stesse ed ogni cangiamento di relazioni come cangiamento di stati interni, ma perchè ciò sia possibile occorre che le cose siano concepite come modi o parti di un’unica essenza, di una sostanza ‘infinita; giacchè così ogni causalità non è causalità in altro, ma in sè stesso (Lotze). Il pensiero del Bradley determinatosi per così dire in contrapposizione al concetto dell'evoluzione ed alla ten- denza propria della scienza contemporanea a voler tutto ridurre a divenire senza fermare in alcun modo l’atten- zione su ciò che diviene e perchè diviene, e modellatosi d'altra parte sulle obbiezioni volte dalla critica herbartiana al concetto del mutamento e all’ assoluto predominio della categoria della causalità, non potè non considerare l'essere quale immutabile e inalterabile ed escludente quindi qualsiasi forma di divenire. Ma d’altra parte le obbiezioni rivolte da quegli stessi che originariamente appartennero alla scuola herbartiana (dal Lotze, p. es.) ai concetti fon- damentali del maestro, le analisi critiche fatte dai filosofi contemporanei in genere e segnatamente dai criticisti, delle nozioni di sostanza, di rapporto, di qualità, non pote- rono non influire sul nostro filosofo in modo da fargli respin- gere la pluralità delle sostanze e quel carattere disgregativo ed atomistico del realismo herbartiano per cui questo non riesce a dar ragione dell’unità e del sistema. E la difficoltà sta tutta nella 'possibilità di porre insieme, non diciamo di fondere, la concezione dell’immu- tabilità dell’ essere con quella dell’ unità armonica del sistema totale che tutto comprende in sè, del sistema orga- nico che sì fa e non può non farsi, giacchè il sistema, l’ unità armonica non è un dato. Il germe non si può dire che sia la pianta come non si può dire che sia la pianta questa stessa presa in uno stadio determinato. La realtà della pianta è posta nell’uniîtà e continuità del processo che la rende possibile. Ora come si fa a conciliare l’unità e la continuità del processo con l’immutabilità, l’immobilità e l’ inalterabilità dell’ essere? È evidente che questi sono concetti della nostra mente. Perchè le apparenze che come tali contengono già in sè un certo grado di realtà, possano assurgere al grado di realtà ultima, bisogna che trascendendo sè stesse, si trasformino in qualcosaltro: ora tuttociò non implica processo, non implica una forma di divenire? Nè vale il dire che detta trasformazione, detto processo è pura apparenza, è processo per quel centro finito di esperienza psichica che si trova in una data serie, ma non per l'insieme che è permanente, immutabile, inalterabile. Se l'Assoluto, come ripetutamente afferma il Bradley, non è fuori le apparenze, ma è le apparenze, se l'Assoluto è l'esperienza psichica interna, come mai può essere detto immutabile, inalterabile? In seguito a ciò è lecito affermare che nell’Assoluto non si compie alcun processo? Anzi pare che occorra dire che se ne compiono molteplici, infiniti for- s'anche. Che l’immutabilità riguardi le parti e non il tutto è un’altra questione; si varii, si muti pure una particella sola, ciò basta perchè vi sia processo e divenire vero, reale e non semplicemente apparente o effetto di prospettiva. É soltanto a chi contempla dal di fuori, a chi consi- dera, a chi medita sul Tutto, che questo preso nel suo insieme e quindi coi compensi reciproci che possono venire tra le varie parti, può apparire come qualcosa di immu- tabile: ma la realtà che vive, opera e si muove non può dichiararsi estranea al processo. L’immutabilità, la per- manenza sono concetti astratti, formati dalla mente, non fatti reali. L'uno e l'essere immutabile in tanto possono stare insieme in quanto sono considerati quali concetti logici astratti (a mo’ della scuola eleatica), ma nel fatto concreto l’ Unità sistematica comprendendo le differenze, non può non involgere processo, cangiamento e in conse- guenza moto e vita nelle parti. Delle due l'una; osi ferma l’' attenzione sull’ individuale e si avrà l’immutabi- lità, ma non si darà ragione del sistema e dell'unità totale, ovvero si ferma l’attenzione sull’ universale ed allora per poter dar ragione della differenziazione, dalla specificazione bisogna ricorrere al mutamento, al divenire, al processo. Aggiugiamo qui poi anche che posta la divisione della vita universale in particolari centri di sentimento o di esperienza, non è possibile non ammettere un modo qual- siasi in cui i letti centri siano ordinati e disposti: e non potrebbe consistere in questo appunto il corrispettivo reale ed obbiettivo della forma spaziale? Non s'impone così la esigenza dello spazio intelligibile? S Prima di finire, qualche osservazione ancora intorno all'azione esercitata sul pensiero del Bradley dai recenti . progressi della psicologia esatta, intesa questa come descri- zione ed analisi dei fatti interni. Il lettore che ha seguito con attenzione la nostra esposizione critica si sarà accorto che nei punti in cui si è allontanato dalla speculazione tedesca, presentando delle vedute originali, sì è mostrato appunto psicologo sagace e sopra tutto scevro di pregiu- dizi. Nelle pagine in cuì egli discute la questione se si possa ridurre la Realtà ultima e la sostanza dell’universo all'una od all'altra delle funzioni psichiche quali l’ intel- letto, la volontà ecc., egli dimostra a meraviglia che dai metafisici le dette funzioni psichiche vengono snaturate. Ed è in questa parte che si trova la sua originalità. Ora tutto ciò che è verissimo — al nostro autore è stato senza dubbio suggerito dalle analisi psicologiche accura- tamente fatte, ma possiamo noi dire che tali concetti concordano coll’ insieme delle dottrine da lui professate? Possiamo noi dire che la Realtà quale viene intesa da lui (Unità del pensiero, del volere, del sentimento estetico ecc., obbiettivamente considerati) concordi coi risultati della psicologia esatta? E la teoria della conoscenza fondata sui dati della stessa Psicologia può andar congiunta con la Metafisica bradleyana? (4) Forse non è inutile richiamare qui l’attenzione sopra una forma di Metafisica contemporanea che nacque anche come questa del Bradley in contrapposizione al movimento scientifico contemporaneo, inten- diamo parlare della Metafisica del Teichmiille», la quale se ha qualche punto di contatto con quella del Bradley, se ne differenzia essenzial- mente per il fatto che essa poggia sulla realtà del soggetto individuale Io sostanza. Non dobbiamo intrattenerci sulle ragioni di tale differenza : diremo soltanto che tra queste possono essere al diversa cultura psicologica dei due autori e l’azione che l'ambiente speculativo del proprio paese ha esercitato su ciascuno dei due metafisici. De Sarlo. Keywords: implicatura, Bradley, citato da Sarlo e Grice. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sarlo”.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sarno: la ragione conversazionale del sentire – scuola napoletana -- filosofia campanese – la scuola di Napoli – filosofia naoletana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Interprete di BRUNO e CAMPANELLA. Collabora al “Giornale critico della filosofia italiana” con saggi su BRUNO, CAMPANELLA, e VICO. Medita sulla violenza. Si suicida con un colpo di rivoltella. Si interessa a BRUNO e CAMPANELLA. Il suo punto di partenza è l’opposizione tra un sentimento sempre identico a se stesso, essenzialmente interiore -- sensus sui -- ed un sentire esteriore, che si tramuta nelle cose di cui ha esperienza, che si presta e si dona tutt’intero alle cose, affinché esse vivano in lui. Atre saggi: Pensiero e poesia (Laterza, Bari); Filosofia poetica (Laterza, Bari); Filosofia del sentire (Pescara, Tracce); Sulla violenza (Bari, Laterza); M. Perniola, “L’enigma” (Costa,  Genova); A. Marroni, Filosofo del farsi altro. Angelo, L'estetica italiana” (Laterza, Bari); Marroni, La passione per il presente in “Filosofie dell'intensità. un maestro occulto della filosofia italiana” (Mimesis, Milano); Marroni, "I carmina in foliis volitantia" in Agalma, Giornale Critico di Filosofia Italiana. Antonio Sarno. Sarno. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sarno” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sarpi: la ragione conversazionale della meta-fisica del fenice, o l’arte del bien conversar – filosofia veneta – la scuola di Venezia – filosofia veneziana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Very important Italian philosopher. Definito d’Acquapendente come oracolo, autore della celebre Istoria del Concilio tridentino, subito messa all'indice. Fermo oppositore del centralismo monarchico di Roma, difendendo le prerogative della repubblica veneziana, colpita dall'interdetto emanato da Paolo V. Rifiuta di presentarsi di fronte all'inquisizione romana che intende processarlo e sube un grave attentato che si sospetta sta organizzato dalla curia romana, "agnosco stilum Curiae romanae", che nega tuttavia ogni responsabilità. L'infanzia e una ritiratezza in sé medesimo, un sembiante sempre penseroso, e più tosto malinconico che serio, un silenzio quasi continuato anco co' coetanei, una quiete totale, senza alcun di quei giuochi, a' quali pare che la natura stessa ineschi i fanciulli, acciò che col moto corroborino la complessione: cosa notabile che mai fosse veduto in alcuno. Poi, così serve in tutta la sua vita, et all'occasioni dice non poter capir il gusto e trattenimento di chi giuoca, se non fosse affetto d'avarizia. Un'alienazione da ogni gusto, nissuna avidità de' cibi, de' quali si nutre così poco, che restava meraviglia come stasse vivo. Nell'anno in cui proseguivano le sedute del Concilio di Trento, Carlo V e in guerra con i prìncipi protestanti tedeschi e il Parlamento inglese adotta un Libro di preghiere d'ispirazione luterana. Figlio di Francesco di Pietro S., di famiglia di lontane origini friulane -- precisamente di San Vito al Tagliamento -- e mercante a Venezia eppure, scrive Micanzio, per la sua indole violenta più dedito all'armi ch'alla mercatura. La madre, veneziana, d'aspetto umile e mite e Isabella Morelli. Rimasta vedova, fu accolta con il suo figlio e l'altra figlia Elisabetta nella casa del fratello A. Morelli, prete della collegiata di Sant'Ermagora. Con lo zio, uomo d'antica severità di costumi, molto erudito nelle lettere d'umanità addottrinando nella grammatica e retorica molti fanciulli della nobiltà, fa i primi studi, imparando presto e con facilità. A dodici anni, nell’anno dell'istituzione, dopo la chiusura del Concilio, dell'Indice dei libri proibititra i tanti, vi finirono il Talmud e il Corano, il De Monarchia di Dante e le opere di Rabelais, Folengo, TELESIO, MACHIAVELLI, ed Erasmo, passa alla scuola di Capella, dell'Ordine dei Servi di Maria, seguace delle dottrine di Scoto. Capella gli insegna logica, filosofia e teologia, finché il ragazzo fece così rapidi progressi che il maestro istesso confessa non aver più che insegnargli. Con altri maestri veneziani apprese la matematica, la lingua greca e l'ebraica. Con la familiarità e co' studii entra Panco in desiderio di ricevere l'abito de' servi, o perché gli paresse vita conforme alla sua inclinazione ritirata e contemplativa, o perché vi fosse allettato dal suo maestro, malgrado l'opposizione della madre e dello zio che lo voleva prete nella sua chiesa, entra nel monastero veneziano dei servi di Maria. Continua ancora a studiare con il Capella, rimanendo alieno dalle distrazioni proprie della sua età finché in occasione della riunione a Mantova del capitolo generale dell'Ordine servita, mandato in quella città «ad onorar il congresso e far vedere che gl'ordini non sono oziosi, ma spendono il tempo in sante e lodevoli operazioni, difendendo 318 delle più difficili proposizioni della filosofia naturale. Il qual carico con che felicità lo sostenesse e con che giubilo e stupore di quella venerabile corona, si può dall'evento argomentare. Essersi così distinto agli valse la nomina a teologo da parte del duca di Mantova. Prencipe di grandissimo ingegno, così profondamente erudito nello scienze, che difficilmente si discerne qual fosse maggiore, o la prudenza di governare, o l'erudizione di tutte le scienze et arti, sino nella musica, mentre il Boldrino gli affida la cattedra. Stabilito nel convento di San Barnaba, perfeziona la conoscenza della lingua ebraica e inizia, col puntiglio consueto, ad applicarsi agli studi storici. E certo a motivo di quest'interesse che a Mantova frequenta Olivo, già segretario di Gonzaga, cardinale e legato pontificio nelle ultime sessioni del concilio di Trento, la cui caduta in disgrazia presso Pio IV coinvolse anche l'Olivo che fu dagl’inquisitori molto travagliato, col tenerlo longamente in carcere dopo la morte del cardinale suo signore, ma che ora, dopo la morte del pontefice, vive privatamente in Mantova. Il gusto principale che riceva in conversare con lui e perché lo trovava d'una moderazione singolare, erudito, e che, per esser stato col cardinale a Trento, ha gran maneggio in quelle azioni e sa tutte le particolarità de' negozii più secreti, et ha anco molte memorie, nell'intendere le quali riceve molto piacere. Sono gli anni in cui in Italia continua con vigore la repressione inquisitoriale di Pio V. P. CARNESECCHI venne decapitato. Gl’ebrei sono espulsi dallo stato pontificio tranne che da Roma e da Ancona, nei ghetti delle quali vennero costretti a risiederee. E impiccato l'umanista A. Paleario. Il papa scomunica Elisabetta d'Inghilterra, oorganizzò la Lega contro i turchi, ottenendo la vittoria navale di Lepanto e a Parigi, a migliaia di ugonotti sono massacrati. Fa la sua professione, entrando ufficialmente nell'Ordine servita. Anche di lui l'Inquisizione si occupa seguito della denuncia di un confratello che lo accusa di sostenere che dal primo capitolo del Genesi non si può ricavare l'articolo di fede della trinità. Ma, poiché effettivamente di trinità divina non vi è traccia nel vecchio testamento, l'inquisizione gli diede ragione, archiviando il caso. Dopo aver ricevuto nel convento mantovano il titolo di baccelliere, e invitato a Milano da Borromeo il quale, dopo aver ottenuto dalle autorità contro la volontà del Senato, il riconoscimento del tribunale e della polizia diocesana, avvia un processo di riforma del clero. Ottenne di essere trasferito nel convento dell'Ordine servita di Venezia, dove e incaricato dell'insegnamento della FILOSOFIA e continua i suoi studi scientifici. Nella grande epidemia di peste, che imperversa a Venezia, facendo 50.000 vittime tra le quali Tiziano frimase immune dal contagio. Dopo essersi addottorato a Padova, e nominato reggente del convento di Venezia e priore della provincia veneta. Durante il Capitolo a Parma, nel quale venne rieletto priore G. Tavanti, tenne una dissertazione di fronte ai cardinali protettori dell'Ordine, Farnese e Santori. Uno dei tre saggi, insieme con Franco e Giani, incaricati di preparare una riforma della regola. Il carico suo speziale e d'accommodare quella parte che tocca i sacri canoni, le riforme del concilio di Trento, allora nuove, e la forma de' giudizii quella parte tutta ove si tratta de' giudizii accommodatamente allo stato claustrale. Lascia in questo carico in Roma fama di gran sapere e di molta prudenza, non solo nelle corti de' due cardinali suddetti, co' quali, per ordine contenuto in un breve apostolico di Gregorio XIII, conviene conferire ogni legge che si fa, ma anco e necessario molte volte trattar col pontefice medesimo. Sbrigato da quale peso ritorna al suo governo. Si tenne a Bologna il nuovo Capitolo dell'Ordine servita e viene eletto procuratore generale, la suprema dignità di quell'ordine dopo il generale il carico porta seco di difender in Roma tutte le liti e controversie che vengono promosse in tutta la religione. Dove pertanto trasferirsi a Roma dove conobbe e prende strettissima familiarità col padre Bellarmino poi cardinale, e dura l'amicizia sin al fine della vita, grazie al quale forse puo prendere visione di diversa documentazione relativa alle istruzioni date ai legati pontifici durante il Concilio di Trento. Conosce anche il dottor Navarro, teologo difensore dell'arcivescovo di Toledo, B. Carranza, accusato di eresia, il gesuita Bobadilla e il cardinale Castagna, poi Urbano VII. Ha occasione di passare a Napoli per presiedere Capitoli e conversare con quel famoso ingegno Porta, il quale, anco nelle sue opere mandate in luce, fa onorata menzione del padre Paolo come di non ordinario personaggio. Scaduto il periodo di carica a procuratore generale dell'Ordine servita, ritorna a Venezia, frequentandovi i circoli intellettuali che si riunivano nella bottega di Sechini e nella casa del nobile veneziano A. Morosini, dove conobbe anche BRUNO. A Padova frequenta la casa di Pinelli, il ricetto delle muse e l'academia di tutte le virtù in quei tempi, dove iincontrare Galileo e Bruno, il quale s'intrattenne a Padova più di tre mesi, poco prima di essere arrestato a Venezia. Si dove scegliere il generale dell'Ordine servita, e fra i due principali candidati, Baglioni e Dardano, si espresse a favore del primo. Il rancore spinse Dardano a denunciarlo al Sant'Uffizio, accusandolo di negare efficacia allo Spirito Santo, di avere rapporti sospetti con ebrei e allegando una lettera che fgli scrive da Roma, nella quale sono contenute alcune parole in discredito della corte, come che in quella si viene alle dignità con male arti, e di tenerne esso poco conto, anzi abominarla. Senza nemmeno essere chiamato a Roma per discolparsi, e subito prosciolto da ogni accusa. Ma il cardinale di Santa Severina, G. Santori, protettore dell'Ordine e capo del S. Uffizio, mostrò però implacabile indignazione autilizzando tutta la sua autorità per escludere gli amici dalli gradi et onori con maniere così strane e fini così bassi, ch'io non ardisco poner i casi che mi sono stati dati in nota, perché troppo gran scandalo arrecherebbono al mondo. Continua i suoi studi mentre non cessano le rivalità nell'Ordine servita, del quale venne eletto priore, Montorsoli, che morì tre anni dopo, succedendogli così, Dardano, accanito avversario del S.. Questi, deciso a uscire dall'Ordine per sottrarsi all'inimicizia dalla quale si sentiva circondato, cerca di ottenere un vescovato, prima a Caorle e poi a Nona, in Dalmazia, che però gli vengono rifiutati a causa delle negative informazioni che di lui il Dardano e Gagliardi, preposito della casa veneziana dei gesuiti, diedero al papa. Esse ssente mormorare alle volte che egli con alcuni facci una scoletta piena d'errori. Non solo: nel Capitolo, Dardano l’accusa di portare una berretta in capo contra una forma che sino sotto Gregorio XIV disse esser proscritta; che portasse le pianelle incavate alla francese, allegando falsamente esserci decreto contrario, con privazioni divote; che nel fine della messa non recita lo Salve Regina. E assolto anche da queste accuse. La Repubblica veneziana, stretta a nord dall'Impero, in Italia dalla prevalenza spagnola e papale, in Oriente dalla potenza turca, e ormai avviata a quel lungo declino politico ed economico che a la sua sanzione. Alla prudente politica dei patrizi, rasseglla compromissione con l'Impero e il papato, si sostituì quella degli innovatori, i cosiddetti «Giovani», decisi a sottrarre la Serenissima all'invadenza ecclesiastica nell'interno e a rilanciarne le fortune commerciali nell'Adriatico, compromesse dal controllo dei porti esercitato dallo Stato pontificio e dalle azioni degli Uscocchi, i pirati cristiani croati appoggiati dall'Impero. Iil Senato veneziano proibì la fondazione di ospedali gestiti da ecclesiastici, di monasteri, chiese e altri luoghi di culto senza autorizzazione preventiva della Signoria. Un'altra legge proibiva l'alienazione di beni immobili dai laici agli ecclesiastici, già proprietari, pur essendo solo un centesimo della popolazione, di quasi la metà dei beni fondiari della Repubblica, e limita le competenze del foro ecclesiastico, prevedendo il deferimento ai tribunali civili degli ecclesiastici responsabili di reati di particolare gravità. Avvenne che il canonico vicentino S. Saraceno, colpevole di molestie a una nobile parente, e l'aristocratico abate di Nervesa, Brandolini, reo di omicidi e di stupri, sono incarcerati. Paolo V emana due brevi richiedenti l'abrogazione delle due leggi e la consegna al nunzio pontificio dei due ecclesiastici, affinché secondo il diritto canonico fossero giudicati da un tribunale ecclesiastico. Il nuovo doge Donà fece esaminare i due brevi da giuristi e teologi, fra i quali S., affinché trovassero modo di controbattere alle richieste della Santa Sede. Venne nominato teologo canonista proprio S. e lo stesso giorno il suo scritto: Consiglio in difesa di due ordinazioni della Serenissima Repubblica, venne inviato al Papa. Difese le ragioni della Repubblica con numerosi saggi. Sono di questi mesi la scrittura sopra la forza e validità delle scomuniche, il consiglio sul giudicar le colpe di persone ecclesiastiche, la scrittura intorno all'appellazione al concilio, la scrittura sull'alienazione dei beni laici agli ecclesiastici e altri ancora, poi raccolti nella sua successiva “Istoria dell'interdetto”. In quell saggio è contenuta anche un saggio sulla validità della scomunica, attaccato da BELLARMINO, al quale rispose allora con l'Apologia per le opposizioni do Bellarmino. Mentre Micanziosuo inizia a collaborare dopo che Paolo V scomunica il consiglio veneziano e fulminato con l'interdetto lo Ssato veneto, pubblica il protesto del monitorio del pontefice, nel quale il breve papale Superioribus mensibus è definito nullo e di nessun valore, mentre impede la pubblicazione della bolla pontificia. Obbedendo alle disposizioni del papa, i gesuiti rifiutano di celebrare le messe a Venezia e la Repubblica reage espellendoli insieme con cappuccini e teatini. Parteno la sera alle doi di notte, ciascuno con un Cristo al collo, per mostrare che Cristo parte con loro. Concorse moltitudine di populo e quando il preposto, che ultimo entra in barca, dimanda la benedizione al vicario patriarcale si leva una voce in tutto il populo, che in lingua veneziana grida loro dicendo "Andé in malora!". A Roma si spera che l'interdetto provocasse una sollevazione contro i governanti veneziani ma i gesuiti scacciati, li cappuccini e teatini licenziati, nissun altro ordine parteno, li divini uffizi sono celebrati secondo il consueto il senato e unitissimo nelle deliberazioni e le città e populi si conservano quietissimi nell'obbedienza. Venezia era alleata, in funzione anti-spagnola, con la Francia, ed era in buoni rapporti con l'Inghilterra e con la Turchia. Fingendosi veneziani, soldati spagnoli, per provocare la rottura delle relazioni turco-veneziane, sbarcano Durazzo, saccheggiandola, ma la provocazione e facilmente scoperta e i turchi offreno a Venezia l'appoggio della loro flotta contro il papa. L'Inquisizione l’intima di presentarsi a Roma per giustificare le molte cose temerarie, calunniose, scandalose, sediziose, scismatiche, erronee ed eretiche contenute nei suoi saggi ma naturalmente si rifiuta. Invano il papa che scomunica Sarpi e Micanziosi dichiara favorevole a portare guerra a Venezia. La sua unica alleata, la Spagna, minacciata da Francia, Inghilterra e Turchia, non puo sostenerla in quest'impresa e si giunse così alle trattative diplomatiche, favorite dalla mediazione del cardinale Joyeuse. Venezia rilascia i due ecclesiastici incarcerati e ritira il suo protesto al papa in cambio della revoca dell'interdetto, mentre le leggi promulgate dal Senato veneziano restarono in vigore e i gesuiti non possono rientrare nella Repubblica. Riceve Schoppe, molto intimo dei segreti affari della curia romana, il quale gli confide che il papa, come gran prencipe, ha longhe le mani, e che per tenersi da lui gravemente offeso non puo succedergli se non male, e che se sino a quell'ora avesse voluto farlo ammazzare, non gli mancavano mezzi. Ma che il pensiero del papa e averlo vivo nelle mani e farlo levare sin a Venezia e condurlo a Roma, offerendosi egli, quando volesse, di trattare la sua riconciliazione, e con qual onore avesse saputo desiderare. Asserendo d'aver in carico anco molte trattazioni co' prencipi alemanni protestanti e la loro conversione». Schoppe, ambiguo provocatore, intende convincerlo a mettersi nelle mani dell'inquisizione come miglior partito che puo prendere, tanto parvero strane le due proposte di far ammazzare o prender vivo il padre. I disegni omicidi sono reali. Circa le 23 ore, ritornando al suo convento di San Marco a Santa Fosca, nel calare la parte del ponte verso le fondamenta, e assaltato da V assassini, parte facendo scorta e parte l'essecuzione, e resta l'innocente ferito di tre stilettate, due nel collo et una nella faccia, ch'entrava all'orecchia destra et usciva per apunto a quella vallicella ch'è tra il naso e la destra guancia, non avendo potuto l'assassino cavar fuori lo stillo per aver passato l'osso, il quale restò piantato e molto storto. I sicari, fuggendo, trovano rifugio nella casa del nunzio pontificio e la sera s'imbarcano per Ravenna, da dove proseguirono per Ancona e di qui raggiunsero Roma. Si conoscono i loro nomi: l'esecutore materiale dell'attentato e Poma, già mercante veneziano, poi trasferitosi a Napoli e di qui a Roma, dove divenne intimo del cardinale segretario di Stato S. Caffarelli-Borghese e dello stesso Paolo V. E co-adiuvato da tre uomini d'arme, tali A. Parrasio, Giovanni da Firenze e Bitonto, mentre «a spia, o guida e Viti, solito offiziare in S. Trinità di Venezia, che non lascia dubitare quanti mesi precedessero questo bel effetto prima che fosse mandato alla luce. Poi che Viti la quadragesima antecedente, sotto specie d'aver gusto delle predicazioni del padre maestro Fulgenzio, anda ogni mattina in convento de' servi alla porta del pulpito, che risponde alla parte di dentro, e cortesemente tratta con lui, ricercandolo anco di qualche dubbio di coscienza. E continua di poi sempre a salutarlo et anco andar in convento a visitarlo, parlandogli sempre di cose spettanti all'anima. Il pugnale non ha tuttavia leso organi vitali e riusce a sopravvivere. Il chirurgo Acquapendente, che l'opera, dice di non aver mai medicato una ferita più strana, rispondendo allora con la famosa espressione. Eppure il mondo vuole che sia data stilo Romanae Curiae. Le conseguenze furono la rottura della mascella e vistose cicatrici nel volto. Il Senato, dichiarandolo persona di prestante dottrina, di gran valore e virtù gli concede una casa in piazza San Marco ove possa risiedere con il Micanzio e altri frati, e una sovvenzione affinché possa acquistare una barca e provvedere alla sua sicurezza personale. Rifiuta la casa ma si servì da allora di una barca che gli evita si pericolosi tragitti a piedi per le calli veneziane. Poco più di un anno dopo, e sventato un secondo attentato, ordito, sembra su mandato di Margotti, d’Antonio da Viterbo, i quali, fatta una copia della chiave della sua camera vuoleno secretamente introdurre nel monasterio due o più sicarii e la notte trucidare l'innocente. Inizia a corrispondere con personalità soprattutto di fede calvinista o gallicana. Fra questi ultimi, Leschassier e Gillot, che pubblica gli Actes du concile de Trente, dimostrando le pressioni papali sui vescovi riuniti a concilio, e fra gli altri l'italiano Castrino, i francesi Villiers, Casaubon, Thou, Mornay, i tedeschi Achatius e Dohna. Attraverso il dialogo diretto con gli intellettuali acquiesce quella straordinaria ampiezza di orizzonti e di interessi, quella solida conoscenza dei problemi dello stato che gli permite di arricchire la sua cultura storica, giuridica e scientifica e lo conduce a incidere sulla sua posizione filosofica, ad approfondirne la crisi, risolvendola poi con l'accoglimento di nuove prospettive e di nuove idealità; spalancandogli un mondo nuovo, che gli fac sentire più soffocante, più viziata, la vita italiana. Incontra a Venezia Bedell, che rifere di lui e del Micanzio come essi sono completamente dalla nostra parte nella sostanza della religione e, Dohna inviato da Cristiano I di Anhalt-Bernburg, e Diodati, per valutare la possibilità di introdurre a Venezia la Riforma. La traduzione in lingua italiana del nuovo testamento, viene diffusa a Venezia proprio in questo periodo. Altre polemiche suscitano, le prediche quaresimali di Micanzio che vengono interpretate a Roma come un attacco alla fede cattolica. -- è anche preoccupato per la tregua stipulata tra la Spagna e i Paesi Bassi, perché vede in essa un indebolimento di questi ultimi che, o prima o dopo, resteranno sopraffatti dalle arti spagnole, mentre gli spagnoli ne potrebbero trarre beneficio anche in vista del loro dominio in Italia. Spera in un'alleanza generale di Francia, Inghilterra, principi protestanti, Paesi Bassi, Savoia e Venezia che portasse alla guerra contro l'Impero cattolico ispano-tedesco e cancellasse il dominio papale e spagnolo in Italia. Se sarà guerra in Italia, va bene per la religione; e questo Roma teme. L’inquisizione cessa e l'Evangelio ha corso. E ha bene anche per le libertà civili di Venezia: qui, anche se il giogo ecclesiastico è assai più mite che nel rimanente d'Italia, in quella parte nondimeno che tocca la stampa è l'istesso appunto che negli altri luoghi. Nessuna cosa si può stampare se non veduta e approvata dall'Inquisizione. Dove si ragiona di alcun papa, non permettono che si dica alcuna di disonore, se bene vera e notoria. Non permettono che alcuno separato dalla Chiesa romana sia lodato di qualsivoglia virtù, né nominato se non con vituperio. Secondo la versione ufficiale, sebbene sfinito, volle alzarsi per il mattutino, come al solito, e celebrare la Messa. Fatto chiamare il priore del convento, lo prega che lo raccomandasse alle preghiere dei confratelli e che gli portasse il Viatico. Gli consegna tutte le cose concesse a suo uso. Si fa vestire, si confessa e passò il resto del mattino facendosi leggere da fra Fulgenzio e da Fra Marco i Salmi e la Passione di Cristo narrata dagli Evangelisti. Gli e quindi amministrato dal priore, alla presenza della Comunità, il Viatico. E visitato dal medico che gli dice che ha poche ore di vita. Sorridendo, rispose: Sia benedetto Dio. A me piace ciò che a Lui piace. Col suo aiuto faremo bene anche quest'ultima azione -- quella di morire. E udito ripetere più volte, con soddisfazione: Orsù, andiamo dove Dio ci chiama. Secondo alcuni le sue ultime parole sarebbero state. Esto perpetua, riferendosi a Venezia (v. Bianchi-Giovini, Esistono tuttavia altre versioni della sua morte che lo fanno apparire più vicino al culto protestante. Figura assai complessa di filosofo, occupa indubbiamente un posto di primo piano nella storia della filosofia italiana. Fu uno dei più grandi filosofi. La sua prosa è una delle più maschie ed efficaci di tutta la filosofia nostra, che non conosce lenocini né fronzoli, che scolpisce le figure con raro risalto, che ha un magnifico potere ri-evocatore allorché descrive dispute e contrasti, ch'è impareggiabile nel sarcasmo, tutto contenuto in un'unica espressione, tre o quattro parole. G. Papini, parlando della Istoria del Concilio di Trento, la define un modello di lucidità narrative e di prosa semplice, esatta e rapida. Lascia orme indelebili nella filosofia, nella matematica, nell'ottica, nell'astronomia, nella medicina ecc. Galilei e suo grande amico, e non disdegna di appellarlo: Mio Maestro. Dinanzi al primo avvertimento a Galilei, lui, che non visse abbastanza a lungo per assistere alla condanna scrive. Verrà il giorno, e ne sono quasi certo, che gl’uomini, da studi resi migliori, deploreranno la disgrazia di Galileo e l'ingiustizia resa a sì grande uomo. Scopre la dilatabilità della pupilla sotto l'azione della luce e le valvole delle vene. I suoi biografi parlano anche di scoperte nel campo dell'anatomia, dell'ottica, ecc. L'invenzione del telescopio dice Bianchi-Giovini il Galilei la dovette per certo ai lumi somministratigli da lui, se pure questi non ne fu il primo inventore, come pensano alcuni. Sopra la sua sapienza matematica si cita l'autorevole giudizio di Galilei. Galilei non esita a dire della ‘fenice’: del quale posso senza iperbole alcuna affermare che niuno l'avanza in Italia in cognizione di queste scienze matematiche contro alle calunnie ed imposture diCapra, in ediz. naz., Firenze, La teoria di GALILEI delle maree, successivamente dimostratasi erronea, riprende le sue idee, esposte nei Pensieri naturali, metafisici e matematici. Porta, dopo aver dichiarato di avere appreso alcune cose da lui, lo proclama splendore ed ornamento non solo della città di Venezia e dell'Italia, ma di tutto il mondo. (Magia naturalis). Passionei gli define dottissimo oltre ogni espressione. In uno studio il cui intento era quello di misurare il Q.I. di 300 personaggi famosi. si posiziona al quinto posto, al pari del più noto matematico Pascal. Alla grande intelligenza unì anchecome riconosciutagli da tuttiun'esemplare integrità di vita. Jemolo, dopo essersi rivolto varie domande intorno alla sua ortodossia, da questa risposta. Gli elementi ci mancano per una risposta perentoria: noi non possiamo dissipare l'alone di mistero che lo circonda. Questo non c'impedisce di ammirare l'uomo e l'opera. Fondamentalmente lo scontro con la Curia romana e legato ad un progetto politico volto a contenere il potere di Roma in ambito esclusivamente spirituale e a pro-muovere un'alleanza tra Venezia e la Francia in un'ottica anti-imperiale. Per questo intrattenne contatti con i riformati. Inoltre la sua visione di Roma e un vago ritorno verso la chiesa primitive. Egli quindi e indotto a condannare il potere temporale, il processo di mondanizzazione del clero, la superiorità del papa sul Concilio. Stringe amicizia con Dominis, arcivescovo di Spalato, che tende all'apostasia. La sua Istoria del Concilio Tridentino costituisce il suo capolavoro storico ed offre la prima imponente ricostruzione del Concilio di Trento. L’opera e ondannata dalla Congregazione dell'Indice e quindi posta all'Indice dei libri proibiti. Sono intercettate dal nunzio pontificio a Parigi Ubaldini compromettenti carteggi di lui con l'ambasciatore veneziano Foscarini e con l'ugonotto Castrino; carteggi ben presto inviati a Roma per essere messi a disposizione del Sant'Uffizio, ma anche da utilizzare per far ammettere una buona volta al governo veneziano quanto da tempo da Roma si viene denunciando, che lui che si proclamava più cattolico del Papa e come tale difeso ufficialmente dai responsabili politici veneziani. Altri non era che un protestante, al servizio delle forze ereticali europee. Dunque infedele e ipocrita. Una taccia di ipocrisia che non da tregua alla sua figura lungo i secoli, come stanno a provare innumerevoli esempi, da Aleandro, che ricevuta da Peiresc la sua Istoria dell'Interdetto appena edita risponde all'illustre erudito francese con fare perentorio che lui e nero ministro del diavolo che si dice esser padre delle menzogna, se ben egli veramente non credeva né nel diavolo né in Dio, al prelato friulano G. Fontanini con la sua velenosa Storia arcana della sua vita a Passionei, che crede di avere le carte per dimostrare che l'idea del furfante e di introdurre il calvinismo in Venezia, come ancora ricorda A. Mercati. Un parere analogo si trova anche nella recente Storia della Chiesa di Hertling e Bulla, dove viene definite un ipocrita che fino all'ultimo fa la parte del religioso, sebbene nel suo intimo si fosse da tempo allontanato dalla Chiesa. Saggi: “Trattato dell'interdetto di Paolo V nel quale si dimostra che non è legittimamente pubblicato”; “Apologia per le opposizioni fatte da Bellarmino ai trattati et risolutioni di G. Gersone sopra la validità delle scomuniche; Considerationi sopra le censure della santità di Paolo V contra la Serenissima Repubblica di Venezia, Istoria del Concilio Tridentino, Il trattato dell'immunità delle chiese (De iure asylorum), Discorso dell'origine, forma, leggi ed uso dell'Uffizio dell'Inquisizione nella città e dominio di Venezia, Trattato delle materie beneficiarie, Opinione di Servita, come debba governarsi la Repubblica Veneziana per havere il perpetuo dominio, Venezia, La storiografia recente attribuisce lo scritto al patriziato veneziano medesimo. Scritti giurisdizionalistici, Istoria del Concilio Tridentino (Geneua, Aubert); Pagnoni Editore, Milano, Gambarin, Scrittori d'Italia, Bari, Laterza, G. Gambarin, IScrittori d'Italia, Bari, Laterza, Gambarin, Scrittori d'Italia Bari, Laterza, Istoria del Concilio Tridentino, testo critico di Giovanni Gambarin, introduzione di Pecchioli, Collana Biblioteca, Sansoni, Firenze, Lettere a Simone Contarini ambasciatore veneto in Roma, pubblicate dagli autografi, Monumenti storici pubblicati dalla R. Deputazione veneta di storia patria. Miscellanea, Venezia, Fratelli Visentini, Pagine scelte, Arturo Carlo Jemolo, Vallecchi, Firenze, Lettere ai protestanti, Scrittori d'Italia, 1, Bari, Laterza, Lettere ai protestanti, Scrittori d'Italia, Bari, Laterza, Antologia degli scritti politici e storici. Roffarè, MILANI, Padova, “Istoria dell'Interdetto e altri scritti editi e inedita” (Scrittori d'Italia Bari, Laterza); Amerio, “Scritti filosofici e teologici” (Scrittori d'Italia, Bari, Laterza); “Pensieri naturali, metafisici e matematici. anoscritto dell'iride e del calore; Arte di ben pensare, Pensieri medico-morali, Pensieri sulla religione, Fabula e Massime e altri scritti. Edizione integrale commentate, L. Sosio, Ricciardi, Milano-Napoli, Scritti giurisdizionalistici” (Scrittori d'Italia, Bari, Laterza); “Lettere ai Gallicani, B/ Ulianich, Wiesbaden, F. Steiner, La Repubblica di Venezia la casa d'Austria e gli Uscocchi, Bari, Laterza, Scritti scelti: Istoria dell'Interdetto, Consulti, Lettere, Pozzo, Collezione di Classici Italiani, POMBA, Torino); Storici, Politici, e Moralisti, G. Cozzi, Collana La Letteratura Italiana. Storia e Testi, Milano-Napoli, Ricciardi, Istoria del Concilio Tridentino seguita dalla Vita, Corrado Vivanti, Collana NUE Einaudi, Torino, Collana Piccola Biblioteca. Einaudi, Torino, “Pensieri” Gaetano e Cozzi, Collana Classici Ricciardi, Torino, “Considerazioni sopra le censure di Paolo V contro la Repubblica di Venezia e altri scritti sull'Interdetto”, G. Cozzi, Collana Classici Ricciardi, Einaudi, Torino, “Lettere a Gallicani e Protestanti, Relazione dello Stato della Relazione, Trattato delle Materie Beneficiarie. Cozzi, Collana Classici Ricciardi, Einaudi, Torino, Gli ultimi consulti. G. Cozzi, Collana Classici Ricciardi, Einaudi, Torino, Dai Consulti, il carteggio con l'ambasciatore inglese Carleston. Cozzi, Collana Classici Ricciardi, Einaudi, Torino, Dal Trattato di pace et accomodamento e altri scritti sulla pace d'Italia. Cozzi, Collana Classici Ricciardi, Einaudi, Torino, Consulti, Corrado Pin, Pisa, Poligrafici, Letteratura e vita civile. Collana I Classici del Pensiero Italiano; Della potestà de' prencipi; Collana I Giorni, Marsilio, Venezia, Scritti filosofici inedita, tratti da un manoscritto della Marciana”; Papini, Collana Cultura dell'anima, R. Carabba, Lanciano, Manoscritti Consulti: in Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, Fondo manoscritti, Ceretti, Cinque pugnali non bastano a troncare la sua parola, in Historia, Touring club italiano, F. Micanzio, Vita, in «Istoria del Concilio tridentino, Torino F. Micanzio. Scrive tra l'altro nella lettera. E che volete ch'io speri in Roma, ove li soli ruffiani, cenedi et altri ministri di piaceri o di guadagni hanno ventura? I cenedi sono gl’uomini che si prostituiscono. Micanzio, cit. G, Cozzi, Sarpi, F. Micanzio, Istoria dell'interdetto e altri scritti editi e inediti, F. Micanzio, dove stilo può significare sia stile che stiletto Ivi Cozzi, Lettere a Groslot de l'Isle, in «Lettere ai protestanti», Lettera a Francesco Castrino, Lettere ai protestanti, Citato in C. Rizza, Peiresc e l'Italia, Torino, Giappichelli, Pin, Senza maschera: l'avvio della lotta politica dopo l'Interdetto; L. Hertling e A. Bulla, Storia della seconda Roma La penetrazione dello spazio umano ad opera del cristianesimo” (Città Nuova, Borgna Romain, Lucien, Micanzio, Vita, dell'ordine de' Servi e theologo della serenissima republ. di Venetia, Leida, in “Istoria del Concilio tridentino” (Torino, Einaudi); Griselini, “Memorie anedote spettanti alla vita ed agli studj del sommo filosofo e giureconsulto” (Losanna, Bousquet); Griselini, “Del suo genio in ogni facolta scientifica e nelle dottrine ortodosse tendenti alla difesa dell'originario diritto de' sovrani né loro rispettivi dominj ad intento che colle leggi dell'ordine vi rifiorisca la pubblica prosperita” (Venezia, Basaglia); Zerletti, “Storia arcana della vita servita da Fontanini in partibus e documenti relative (Venezia); “Cassani, Le scienze matematiche naturali” (Venezia; Bianchi-Giovini, Basilea, Morghen, Getto, Firenze, Olschki; Gliozzi Relazioni scientifiche con Porta, Cozzi, Tra Venezia e l'Europa” (Collana Piccola Biblioteca, Torino, Einaudi); Frajese, “Scettico. Stato e Chiesa a Venezia, Bologna, Il Mulino); Cacciavillani, I consulti sulla Vangadizza, Padova, MILANI, Cacciavillani, Venezia, Fiore, Cacciavillani, S.. La guerre delle scritture de la nascita della nuova Europa, Venezia, Fiore, Cacciavillani, S. giurista, Padova, Pin, Ri-pensando S., Venezia, Ateneo veneto, Concilio di Trento, Micanzio. Dizionario di storia, Dizionario biografico degl’italiani. OPERE VARIE DEL MOLTO REVERENDO S. DELL’ORDINE DE’SERVI DI MARIA CONSULTORE DELLA SERENISSIMA REPUBBLICA DI VENEZIA. 1 HELMSTAT Per Jacopo' Mulleri. Trattato delle Materie Benefiziarie cx)lle annotazioni del Signor D. Amelot, tradotte dalla lingua Francefe. De jure Afylorum. Storia degli Ufcocchi, Allegazione del Frangipane. Dominio del Mare Adriatica della Sereniflima Repubblica di Venezia. Dominio del Mare Adiiaticp, e fue ragioni pel Jus belli. Indice dei Libri proibiti dell’anno ijpd. Il Concordato. TRATTATO DELLE MATERIE BENEFICIARIE nel quale fi narra, col fondamento delle Storie come fi difpenfajfero le limofme de' Fedeli nella primitiva Chicfa. reddito il fervor antico della caritk, che non folo moveva i Principi, e a donar alle Chiefe copiofamentc ricmporali, ma ancora fnduceva i Mini(ìartici a difpenfarle faniamente in cam è-maraviglia, fc al prefente pare mancati i fedeli difpcnlatori, c fucluogo loro altri diligenti folo in ritcac almeno a tollerabile moderazione. I difetti che ci par di vedere al giorno d i oggi non fono entraci nell’ Ordine Chcricale tutti infieme, nè cos^ eccellivi in un ifteflb tratto di tempo ; ma da una fomma, anzi divina perfezione per gradi fono diIcefi air imperfezione che ora è manifcfta a tutti y c confeflara dagli fteffi Ecclefiaffici, e da alcuni tenuta per irremediabile. Con tutto ciò, piacendo a Dio N. Signore di donar a’ Fedeli fuoi tanta grazia,, quanta donò a’noftri Maggiori, non dobbiamo perdere lafperanza di vedetele medefime maraviglie anche ne’ noftrifecoli: è bennecef làrio che, ficcomepergradifiamopcrvenutiaqucftaprolbnditkdimifcria, Tomo . A cos^ coc\ per gli ilefì ci «ndumo ahEando | prr ritornare ve^o quella ioiQ' mit^ di perfezione nella quale fu la Chiefa Santa t- Il che non potendofi fare, fé non conofccndo qual folTe dapprincipio V amminiftrazione delle cofc temporali ; e come fia mancato quel buon governo ; a parte a parte è neceffario, innanzi ogni altra cola, dire come la Chiefa di tempo in tempo ha acquiftate le ricchezze temporali ; e come in ciafeuna mutazione deputaHc i Minidri per difpenfarle, o pofledcrie : il che ci Icoprirh gl’ impedimenti che in quelli tempi attraverfano una buona riformazione ; ^ moftrerli le maniere di lupefarli; c quello è il mio proponimento nel prefciue dilcorf^ delia ma-» teria Benefiziale tanto ampia. a I» Tu il printipio de beni Ecclelìallic! mentre ancora converfava in quello Mondo N. Signore Gesù Grillo ; ed il fondo loro non era altro, che le obblazioni delle perfone pie, c divote, le quali eranoconfervale da un Minillro, e diflribuite in due opere lolamente : Una per le nccelHth di N. Signore, c degli Appoftoii Predicatori del Vangelo; c l’altra per far limofina a poveri, Tutto ciò fi vede chiaro in San Giovanni, dove dice il Vangelilla, che Giuda era quello che portava la tafea, o borfa, (rf) dove erano ripolli i danari prclcntati al Signore; c che il medelìnio andava fpendendo, c comprando le cofe nccelTarie a loro, ovvero dillribucndo a’ poveri, (b) conforme a quanto il Signore alla giornata comandava Confiderà S. AgoUinoche, avendo Grillo il miniflero degli Angeli che lo fervivano, non era in nccelTith di confcrvar danari; con tutto ciò volle aver borfa, per dar ( ^efa di q uello ch’ella doveva fare; e per ciò Icmprc intefe la Cnicik fofle ìllituita la forma del danaro Ecclefìallìco dovclTe cavare, c in che cofa fi dovclic fpendere. È fc nc^em^roAri non veggiamo oflcrvato qucAo fanto iilituto, dobbiamo conlìdcrare che, per noftro ammaeAramemo, c per noHra conioiazione', racconta la Scrittura divina che all' ora anche Giuda era un ladro, (c) c ufurpava per sò i beni comuni al Collegio ApfpAoUco; e venne a tanto colmo d’avarizia, che, non parendogli aÙai quelle thè rubbava, per far maggior lomma di danari, pal^ li e elTcr comune della Chiefa, e de’ poveri, pafTì cosf innanzi, che venda anche, per far danari, le cole facre, c le grazie fpirituali, non dovremo riferir ciò a particolar mUeria dc’noAri,o d’ alcuni tempi y ma afcriverlo a pcrrailTione divina, per efcrcizio de’ buoni Loculo hibent, a qu« miuebintur por. ubit. cip. >>• LÌkuIo lubcbtc )o«ias, qnoJ auiflét ci jefus : Eme cu, opui &nt nohts sJ aiem Icllum, U( c^cnii ui tliqtiUi direi. (ip, ij. quM de egeo» pertinebut ad cum, cip. II. ftT(hi tr U funtìmi dtl fut m'mi Loculot > ti th fi tbismt Sftdsli il In0go -dovi (! rra«r dS d»’ (f> Fur erat. »p. u. ciuto. Digitized by GoogU MATER. BENEFIC. 3 buoni; ^nfìderando che il principio della Chiefa nafccnte fu fogget10 alle mcdefime imperfezioni: ben dovr^ ciafcuna fecondo il grado, e la vocazione Tua, proccurar il rimedio chi non può altrimenti, colle orazioni; e chi può impedire il male, con ovviare, e opporfi agli abuft ; confiderando che, febben Giuda non fu umanamente punito, pcrchò erano complici dcTuoi delitti quelli che dovevano,galligarlo; modrò nondimeno la divina Provvidenza qual pena meritalTe; c dil^le ch’egli ftelTo fofle Tefecutorc in sèmedefimo, per documento di quello che dovcflcro fare quelli che la Macftìi fua avrebbe netempi Icgucnti dati per tutori, c difenfori della fua Chiela. Dappoiché Crifto N. Signore Cili al Ciclo, i Santi Apposoli Icguirono nella Chiefa di Gerufalemme lo HelTo ìnituto, d'aver il daiuro Ecciefìaflico per Itdue effetti fopraddetti, cioè, perii bifogno deMiniftri del Vangelo, c per le limoline de’ poveri.- e il fondo di quello danaro era fìmilmente le obblazioni de’ Fedeli, i quali anche, mettendo ogni loro avere in comune, vendevano le loro polTelfioni, per far danari a quell’ effetto; ficchè non era dipinto il comune della Chiefa dai particolare di ciafeun fedele, {a) come fi ulà ancora in alcune Religioni che fervano i primi iHituci. Erano molto pronti i CriHiani in quei primi tempi a fpogliariì de’beni temporali, per impiegarli in limoGne, perche afpettavano prolTimo il fine del Mondo; avendoli Crillo N. Signor lafciati incerti.- e quantunque f(^c per durare quanto fi volcflc, non 1 ’ avevano per confiderabilc più, chefe fofle all’ora per finire; tenendo per fermo che la figura di quello mondo, cioè, lo fiato della vita prcfentc trapalfa; (c) per lo che ancora le obblazioni fempre più $’ aumentavano. Il cofiume però di non aver cofa alcuna di proprio, ma »l «utt© ùi comune, fioche non vi folfe alcuno povero, o ricco, ma tutti ugualmente vivefiero, non ufei fuori di Gerufalemme; anzi nelle altre Chiefe che i Santi Appofioli edificarono non fu ifiituico; nè in Gerufalemme durò molto lungamente: imperocché zò. anni dopo la morte di Crillo fi legge che il pubblico era didimo dal privato, conolcendo ciafeun il fuo, ra elTendovi anche il danaro fondato nelle obblazioni, le quali, polle in comune, fcrvivapo per li foli Minifiri, e perii poveri; nè era lecito viver di quel della Cliiefa a chi aveva del Tuo: laonde S. Paolo ordina che le vedove, le quali hanno parenti, fieno fpefate da’ loro proprj, acciocché i beni Ecclcfiafiici posano badar a quelle che fono veramente Vedove, c povere. ( ), III. La cura di quelli beni che N. Signore, mentre fu in vita mortale, diede a Giuda, dopo V Afeenfìone gli Apposoli per pochiiTimo tempo r ammtnìArarono eglino IfelTi; ma poi vedendo che, per la diAribuzione, nalccvano tra i fedeli mormorii, c fedizioni, ( ^ ) parendo ad alcuni di non participare quanto avrebbono voluto del comune, e credendo che altri avelTero più del dovere ; ficcome il male è comune in tutti i tempi nella diipenta de’ beni della Chiefa, conobbero gli Apposoli che non potevano attendere a quello perfettamente, ed inficme alla predicazione delta parola di Dio ; c determinarono di ritener ( c ) per se il minillero di predicare, e infegnare; ( ) ordinando per quelV uffizio di tener cura delle cofe temporali un altra Torta di Miniffri j ( ^ ) tutto al contrario di quello che veggiamo fare nc’ tempi noftri, quando al governo delle cofe temporali attendono i principali Prelati della Chiela; e l’uffizio del predicare, e infegnare la parola di pio, eia dottrina del Vangelo, è lafciato a Frati, o. ad alcuni poveri Preti iniimi nella Chiefa. Maque nuovi Miniffri che i fanti Appoffoli iffituirono per governo delle cofe temporali, fi chiamarono Diaconi; c cosi da tutto il corpo de Fedeli fu fatta elezione di d. a quell’ effetto, i quali gli Appoffoli ordinarono a tal minifferio; e dovunque effi fondarono Chiela, ordinarono anche Diaconi nellifteffa maniera, come anche ordinavano i Vcicovi, e Preti, e altri Miniffri Eccleliallici; cioè, precedendo digiuni, e orazioni, fulfeguendo f elezione comune de’ Fedeli; () fcrvando inviolabilmente quell’ ordine, di non deputare m al wiiwi -carica- Fxclcllallico perlAna, la quale prima non fofTe eletta dall’ univerlaie della Chiela, cioè, da tutti i Fedeli infteme. Quell' ufo continuò nella Chida in tal maniera circa zoo. anni, foftentandofi co’ beni pubblici i Miniffri Ecclcfiaftici, ci poveri ancora; nè eflendovi altro fondo, falvo che le ubbUztoni eh erano fatte da’ Fedeli nella Chiela, le quali però erano abbondantiflìme, perchè ciafeuno, per fervore di caritìi, offeriva tutto quello che poteva fecondo il proprio avere; ficchè, quando le facoltìi de’ Fedeli d’ una Cittk erano abbondanti per lupplire a bilogni della propria Chiela, fi facevano collette anche per 1’ altre Chicle povere : per lo che anche S. Jacopo, S. Pietro, e S. Giovanni, quando riconobbero per conforti e compagni nel Vangelo S. Paolo, e S. Barnaba, raccomandarono loro quell’ opera, di raccogliere qualche limofìna per la povera Cliiela di Gerufalemme, per la quale (g) anche narra $. Paolo aver fatte («) Per untm Sibòati, étt, unuf^utrqa \cltruni apiui (e fepuaAl, n«np4enf quoi ci bene plottiem. i.Cor. cap. ultimo. ( i ) faAum rft umrmur ijrccutuin adverfui Hehrjtoi, co cne s’ingannò quel Principe, credendo che i tefori folTero ammalTati, c confcrvati ; perche quel fanto Diacono, acconofi della rapacità del Tiranno, e prevedpndo la perfccuzione imminente, difpensò il tutto in ima volta, com’erano teliti di fare, foprafiando fimili pericoli. e la maggior parte delle perfecuzioni fatte alla Chiefa dopo la morte di C^ modo furono per quefia caufa, cioè, perchè i Principi, o i Prefetti, ritrovandofi in firettezza di danari, per quella via volevano impadronirfi di quelli della Chiefa Crìfiiana Dappoiché le Chiefe furono fatte ricche, anche i Cherici cominciarono a vivere con maggiori comodità; e alcuni, non contentandofi di quel vito comune della Chiefa quotidiano, vollero viver feparatamente nella propria caia, e dalla Chiefa aver la loro porzione feparatamente in danari ogni giorno, 0 per un mefe continuo, c ancora per un lunpo tempo : cola, che, febben declinava dalla prima perfezione, nondimeno era tollerata da’ Padri - Non fi fermò però in qucfto fiato il difordine;; ma incominciarono i Vefeovi a mancare delle folite Jimofine a poveri, c a ritener per se quello che doveva clTcr diftribuito,• e co’ beni della Chiefa comuni fatti ricchi, facendo anche delle ul'ure, per accrefcerli; e lafciando la cura dell’ infegnare la dottrina di Crifio, tatti fi occupavàno nell’ avarizia le quali cofe S. Cipriano (à) piange che nel fuo tempo folTero ufitate ; e conchiude che, per purgare la Tua . («1 rrnhitrrunr MAceJonia. Se Achij coll». iMMlcm sliqvtm licere in puiperei S^ndorum, qttt fuM m Jerufilem .... Cuoi confainnuvcrot Se iUtgiuvcm ei« fruótun hune, protit ikar in Roin. if. (A) De o(iauoiùs quxiluoCc nundinu sBcapari de Lapfis. U fua Chielii da qucfti errori, Dio permettefle quella gran pcrfccuzionc che fu fotto 1’ Imperio di Decio, perchè fempre la Maclli divina ha riformata la fua Chiefa, o foavemente col mezzo de' legittimi Magiftrati; o, quando gli eccefli fono paflaci troppo oltre, collo ftrumento delle pctfecuzioni. Ma febben la Chielà polTedeva tante ricchezze, non ebbe però in quelli tempi beni (labili ; prima, perchè non fe nc curavano per la ragione luddetta, che (limavano il fine prolCmo, e tutte le cofe mondane efler tranfìtorie, e di grave pefo a chi tende al Ciclo : poi ancora perche a neflun Collegio, o Comunità, (^) o corpo, fecondo le leggi Romane, poteva cfTcr donato, o lafciato per tedamenro ; nè quello per qualfìvoglia caufa poteva polfeder beni immobili, le non era approvato dal Senato, o dal Principe : nc ciò ft può metter in dubbio, febben vanno attorno alcune Pillole fotte nome di Papi vecchi, che rendono ragione perche gli Appodoli vendelTcro le pofTellioni in Giudea, c ìCridiani leguenti le conIcrvalTero, con dire che ciò fu, perchè prevedevano gli Appoftoli che la Chiefa Cridiana non doveva rimaner in Giudea, ma bensì fra le Genti; quafi che nel Vangelo la caufa del vendere non Qa mollrata efprdl'amentc, quando Grido dide alla fua Chiefa : Nom temete, 9 piccioU compagnia : vendete quello che pojfedere, e fatte limojìna’^ (è) e quafichè, febben Gerufalemme fu diltructa, alla fua riedificazione non avede una quantità di Cridiani, e anche non fieno date didrutte delle Città dove le Chicle fra Gentili avevano pofledìoni. Ma c fuperfluo travagliarfi a modrarc queda falfìtà, elTendo cofa certa che quelle Pidole iono fuppode ^ c date formate circa 1’ Soo. da quelli che aniepofcro, come fi fa anche al prefeme, le ricchezze, e le pompe alla moderazione Appodoiica, idiruita, e comandata da Grido: ma nella confiifionc che fu nell’ Imperio molto continuata dopo la prigionia di V ulw l wu poc o in olTervanza le leggi > madimc in Affrica, in Francia, c in Italia^ alcuni lafciarono, ovverodonarono anche degli Stabili alle Chiefe, i quali 1’ anno 302. furono tutti confifeati da Diocleziano, e MalTimiano; febbene in Francia, per la bontà di Codanzo Cloro Ccfarc che la governava, il decreto degl’ Impcradori non fi efegui ma avendo quedi Principi rinunziato Y Impcrb, Madenzio otto anni dopo reditul tutte le ponfedioni alla Chiefa Romana ; e poco dopo CoiUmino, (r) e Licinio, conceda la libertà di Religione a Cridiani, e approvati i CoUegj Ecclefìadici, che con voce Greca chiamavano Chicle, concelTe generalmente per tutto 1’ Imperio che potedero acquidare beni (labili, cos'i per donazione, come per tcdamenco, efentando ancora i Chcrici dalie fazioni' perfonali pubbliche, acciò poteiTero attendere più comodamente al lervizio della Religione. V. Cnl}e{iuni, fì nullo fpeciali pnviregio fiiboiKum (ìt, tùredirarciu capere non pofle dubiuai non ed. Lt.C.dc hzretiib. infiu leivlit. i bili r«, iu4, slh Chitfìi m.t farMi fiuti miglithi omnino nutneribuscxeurentur, ne iàerìle. tivtffe iiuutt mtnn ìmftrurhì ttglm» prt'r» Ro vigere efef, pr acmus boa non folum coritn Dco, feU etum corjm botninibuf. Ctr. i. c pnpillamm ilmuoi non aileiat, feti publicif ezeemunentar jadicm, ti coi i1>neemin. vel propinqui pirtimint deleren tot. Cenfèinu etùm ur mraiorari nthil ii« e|ui maliem, cui fe privituo l’ub prxtexru reJiRÌonu aJjunxcrinc, Uberxlince «ucuinque. vel cxircino judicio potlint adipiici leant aliquid vel donaiione, vel teAamento percipere. t. io. C. Thtid. de Seti. C 4 ) Ifli dite ehi ihEctlefixfiiti del fiulrm fi c«r«](Ì4t'4a a i ItUxmtrhi M«4Xir «i44« fattuali i a l'xtiéJI’axMna ìfia M artfmtxriara V «n«4Jerint inJigere prartìJio, erigunrur in fuperbinn i tn, t» «» I dalle fma lettere. ( 4 ) Ipli tanrum przdioratn riiaram redimi ronrequantr de quibua féi-vandi, abalienandi, dnaandt. dillrahendi, relinquendi, vcl quead fupereil. rei, cuin in ^ta conce.Ìit, 0e libera ei voluntat eft, inre^ Itt petelUt. Nihil de monilibuc, òc fiip«llev)ili i nihil de auro, argento, czietifque dare dotoui infignibui fab reJigiontt defciiHone contutrur ( fed anivtrra integra in libftòt, prazìnm, vel in quoteumque allo arbinii liii cziftiimrione mnfcrilMt. Ac et quando diem objerii. nullam Eeddìam, auU lun Cierkttm, nullum pauperem knbat hzredea. l- a- Cad. Thtad, Àmm. ( f ) TvCTid. in vita Au^A. taf. aq. Dìgitized by Google MATER. BENEFIC. 9 anche rifiuti delle ereditai lafcìate alla Chiefa Aia, dicendo apertamente che ’l miniAero Ecclcfiaflico non ifUva in diftribuire molto, ma in diilfibuire bene. Anzi riprendeva un nuovo modo d acquiftare alle Chicle trovato in que tempi AelTi; e queAo fu comperando (labili coll' avan 20 che fi faceva dell' entrate: il qual modo da quel Santo fu fcmpre abborrito ; nè mai egli io volle permettere nella fua Chiefa . anzi diceva nelle pubbliche prediche, eh' egli avrebbe piuttoflo voluto vivere delle obblazioni, e collette, come (i foleva lare ne’ primitempi della Chiefa, che aver cura di poflèlfioni il che gli era grave, e gl’ impediva 1 attendere interamente al carico principale del Vefeovo; cioè, delle cofe fpirituali; aggiungendo eh’ era preurato a rinunziare le poircffioni, purché a’ Servi di Dìo, e a' Miniftii folTe provveduto il vivere, come nel vecchio Teftamento, (a) per via di decime, o di altre obblazioni, fenza che dovelTero e(Ter foggecii alla didrazione che portava (eco 1' aver cura di cofe terrene. Ma con tutti i freni podi da fanti Padri colle buone efortazioni, e da’Principi colle buone leggi, non fi potè però fare che i beniEccledadici non crefccflero fopra il dovere redava pur il modo del governarli, e difpenfarli antico, il quale durò fino al 420. fenza notabile alterazione: ancora tutte le obblazioni, e altre entrate Ecclefiailiche fi cavavano da' Diaconi ; e in ajuco loro da’ Suddiaconi, e aU tri Economi ; ed erano didhbuite per mantenimento de' Minidri £cclefiadici, e de’ poveri: il Collegio de Preti, c il Vclcovo principalmente erano fopraintendenci ; e fi faceva in fomma ulta entrata, e una fpefa di tutto : ficchè il Vefeovo difponeva d' ogni cofa, i Diaconi efeguivano, e tutti iCherici vivevano di quel della Chiela, lebbene non tutti amminidravano. Fa menzione S. Gian Grifodomo che la Chiefa d’ Antiochia in que’ tempi a fpefe pubbliche nodriva più di 3000. perfonc t £an rk' i dtir MHH ftke fmt0’ mf$ n ititmtt ttmf» ^rim» éi hit. (^Lxtuer lutrm, tun de rtiiitu, qium de obtarione fideliom prout ruiuslibet Ercfelis ficoltiiei tdmotit, fin» diklBin »tioAaUliter cA decretum, ronvrmr fieri ponienes > quarum fii u . I. Cd.TW. d4 Mftt. ZuUJhsmm 9 Ué. Tarn SanfthuietB, quitn dudure in«r ruHle pcriiibetnim, et voa, et mancìpu vcllra nallut novia cotratioi^bus robiigavic, Ad Mrénone faiadebiài. pTJtiete neq«e horpitea pierii: de fialiqui de vobit alimoAÌc cauià natidaein cM»et ««luot, tmauRiMate pticiv tur. S. Ctrtlmme jrtd» ttntr» ffivtìttf, Negodatorem Ctenewn, dite, de ex innpe tflvi. tem, ex tgnobilt glorinfum, quali qmmdunpc iUm fiige Cui nundinxr, fiìt plicent, de plarex, ac Medicorans ubeteix. a. d (• )Vidt tre de’ Vcfcovi vicitii col confenfo di cflo, c degli altri alTenti : e dappoiché molte Provincie, per miglior forma di governo, furono po(le lotto un Primate, nell’ Ordinazione fu ricercato anche ti conlcnfo di quello. I Preti poi, c i Diaconi, c gli altri Cherici erano prclcntati dal popolo, e ordinati dal Velcovo ; ovvero nominati dal Vefeovo, e col confenfo della plebe ordinati da lui. Un incognU to mai non era ricevuto ; nc il Vefeovo mai ordinava chi non era approvato, e lodato, anzi propoOo dal popolo : e tanto era giudicato neceiTario il confenfo, c la prclcnz» ( »» ) del pispolo, che San Leone I., Pontefice, alla lunga tratta, non poter effcr valida, nè legittima 1’ ordinazione d‘ «« Velcovo che dal popolo non fofle richieflo, e approva il che anche dicono tutti i Santi di que’ tempi; e S. Gregorio riputò che non potclTc clTcr confccrato Velcovo di Milano Collanzo eletto da’ Cherici, (e non confentivano i Cittadini, i quali, fuggiti per le incurfioni, s’ erano ritirati a Genova ; e operò che fi mandaffe prima ad intender la loro volontà : cola degna da elTer notata per li tempi noftri, quando fi predica per illcgitima, e nulla quella elezione dove il popolo volelTc la parte fua : cosi le cole fono mutate, che lono palTatc in ufanza al tutto contraria , chiamandofi legittimo quello che all’ ora fi diceva empio; e iniquo quello che allora era riputato lanto. Alcune volte il Vefeovo, fatto vecchio, fi nominava egli il luccclfi>re : cosi S. Agofiino nominò Eradio : ma quella nominazione non era approvata dal popolo : le quali cofe tutte è neceiTario tener in memoria, per confrontarle co’ modi che,fi vedranno ulati nc tempi fulTegucnti. vili. Ora è neceirarlo lar tm pneo digjclTionc per una nuova caufa, la qual ha apportato aumento grandilfimo a’ beni Ecciefìaflici, e nacque in quelli fieflì tempi circa il 500. e quella fu un’altra Torta di Collegi Religiofi, chiamati Monalleri. 11 Monacato nacque inEgitto circa l'anno 300. fu formato nella maniera che ancora continua in que’ paefi. Ma in Italia circa il 350. fu portato a Roma da Atanafio, dove ebbe poco feguito, e appiaulo in quella Citt^, c neTomo II. B 2 luo ( « ) Cnm de Smnmi SeccrJwi» elezione treÀibimr, ille enmibut prxpnnitur quem Clerici, plcbildfle coafen&it roncoiditer poilulene, tu ut, (1 in eliam forte perfonam ur. tium divifonnc, Metropolitani fodicio it «iteti ptxforatur quim convenent, cui non licuent hati«re quem voluit. Ifjf oachorum namine ceniérenmr, qui ficut a beaTX meoiorùt Evangclilla Marco, quiprìmoa Ale nupdrìnx Urbi Pontife» prxtuie, nontvm foltepere «ivcndi, Atc M. a. dt mfiitMt. Cai- ^ c«p. ). N« nu Etclelia Olle mter ii’l' Fvenr.cUipnatipi! B. Marrum, B. Petti Apoiloli diinpulum. in omnibua ouque doftoris lui magitten» coivfontmem KiUm fondatoretn, o-c. Lt MégAAt tf. fT> f‘ 4- V- Mfiji- IO- d Viemn. fAf. 0. S. Anttni» « tl ftim eln fitt vivtrf i Uà»Ati in CcmnniiÀ s fnvs tht In Ctimfimiti Htn difirmffj In ftlituÀinei cmm t» di mcfitA d d' OffÀt A mn AiiAtt dt' Fé gliAAti, Vb Ktl^itft, die' igli, (ht inttrvitnt a’ inAttntini, ti Agli Altri n^t-firdiAAti, td imfiigA il TimAiuntt dii gitrim ndlt findu, t in Anslthr AltfA tmtfiA tttufAXi»A4, ) ftlUAtu «nxe. t'iftu Dtftrt» ì d CéNvento. Ql A»t$tht, tkìAmAnd« d Cenwnre Cxnobium, t i luch'», hAnn» fAita tbiAtAimAft vtdrrt tht m U fUMìs C«flMiii4rie. iz juoghi vicini fino al tempo ^1 500. quando S. Equizio, e S. Be« nedeitó gli diedero forma {labile, e lo diffufcro; {ebbene rillituzione di Sf Equizio poco fi flefe, e preflo mancò; e quella di S. Bencdctto fi allargò per tutta T Italia ^ e pafsò anche oltra i monti. 1 Monaci in que’ tempi, e per lungo fpazio dopo, non erano Cherici, ma fecolari, t ne’ Monaileh (i) che avevano fuori della Citili vivevano delle loro proprie fatiche d’ agricoltura, c di altri ariifizj, e inficme di alcune obbiazioni fatte loro da’Fedeli; il che tutto era governato dall’Abbate. ma nelle Citt^ vivevano delle loro opere; e oltra di ciò, di quello che loro era coilituito a fpefe pubbliche dalla Chicfa t Quelli ritennero la difciplina antica molto più lungamente.' i Cherici, dopo divifi i beni della Chiefa, percUttcro afiài duella divozione del Popolo; onde erano pochi che donalTero, o lafciafT«rd più beni a loro; 0 perciò farebbe fiato il fine degli acquifii della Chiefa; ma i Monaci, continuando il viver in comune, e le opere pie, furono caula che non fi efiinfe nel popolo la liberalità; ma, lafciati i Cherici, fi voltò Verfo di loro, i quali furono firumento grande di accrefcer le ricchezze Ecciefìafiiche ; e in progrelTo di tempo crebbero grandemente iri poflefiioni, e in entrate donate loro, e lafciate per tefiamento; effendo ben fpele all' ora da elfi in mantenimento di molto numero di Monaci, in ofpitalitH, in educazione, in Icuole di giovani, c inalcre opere pie^ Fa conto T Abbate Tritemio che i Monafteri de’ Monaci Benedettini erano fino al numero di 15000. oltra le Frepofiture, c i Conventi minori. I Monaci ftefli fi eleggevano 1 ’ Abbate, che gli governava fpiritualmente, e che reggeva anche i'beni, cosi gli offerti dalla carità de’ Fedeli, come anche quelli che fi guadagnavano colle opere, e coeI anifiizj dc’Monaci; c in progreflTo quelli ancora tho fi cavavano dagli fiabili. Ma i Vefeovi ne tempi che feguirono nel 500. clTendo fatti aflbluti difpcnfatori della quarta parte de beni della Chiefa, cominciarono anche a penlar un poco più alle cofe temporali, e a farli feguiio nelle Città; onde le elezioni fi trattavano non piùjcon fine di fervizio divino, ma con pratiche; paflando bene fpefib dalle pratiche alle violenze pubbliche : perlochè i Principi ^ che fino a quell’ ora non avevano avuto molto penfiero intorno a chi folTe eletto a quel Minifiero, incominciarono a penfarvi; effendo avvertiti da’ fanti uomini di quei tempi che IDDIO aveva commefià alla protezione loro la Chiefa, e però etano (l> jtltni tffn MtMsea, die» Mitra a^tra Cbtrua. Aiu Monacbonim eft cm(ì» ilii CTcnfonim. Carrieàfana fMjtari, ad Jda»ri fatta la pteara. Ctencip«&unt tivesi Ego paftor; rp. ad Hdiod. Ms « vie» idttamJheM faft •fatta deferratt dalia fiata SttUfiafika, alla ara fari mn grada fra faina al Claaruàta. Sk vìve, dir’igti ad «n Ùamaea, ut Cleritaj effe ire>t i»vtv dl frimnft, t‘ ffnffMmtmUMHalttterm di Déig»^rt9Ti(itit» ntlU mtd$fimts vie» di S. Drfidtn» tn enmiitii Juit» Civium peiitimem nortran» quoiju« concor nomine perfimiiir, Se Pontificali benKiifiinne fublimstu, peonobir, 8e prouniveritsOr«linibusBccleGx Jebeat exorare, ftaccepiabilesDeoholliM fiudeat otferre a. »d Brumule.Ui, f. tf. Il-, tom. I. Centi. GaU. ef. %r. md llttederit. (J. Tbtedtitrt, lei. 7 '• i>4 t« I, CAtil. CaII. ef. st. (« ) Siene iriiu me Pater, Se Ego mitco VOt. JtAA. IO, r>:.,;i; >ùz) che ras toccò loro niente, ma rutto iii divifo tra il Vefcovo, e i Cherici : anzi ancora dove la divifione fu fatta con dehtta proporzione, reflando tuttavia in mano d^li EcclefiaSici 1' ammioillrazione della fabbrica, e della parte de’ poveri, a poco a poco quelle fi diminuivano, accrelcendofi le altre due : e di quello ne lì fede il vedere che in pochiflìmi luoghi la fabbrica ha proprie entrate; e per li poveri non rollano, fe non gli Spedali; i quali però tutti fono di non antica illituzione. La parte de’ Cherici nel principio non fu tra loro divifa; anzi il Vefeovo aveva cura di tratiare ciafeuno fecondo i meriti: ma poi i Cherici alTunfero il carico di dividere, efclufo il Vefeovo : e poichò ebbero la loco parte, dove nò il Vefeovo, nè altri aveva che fare, cfli ancora fi divilèro fra loro, ficchè ogni particolare incominciò a conofeer il fuo, e fi lafciò di vivere in comune. Ma febbene le rendite erano cosi divile, rellavano però i fondi tutti in un corpo governati da’ Diaconi, e Suddiaconi, e le rendite rifcolTe da quelli, e confegnate al Vefeovo, e a ciafeuno de’ Cherici fecondo la pteporzione delie loro parti ; e in quelli tempi in Italia le polfelTioni delle Chiefe erano chiamate patrimonj.' il che ho voluto rammemorare qui, acciò nelTuno penG che quefto nome GgniGchi qualche dominio lupremo, o qualche giuriIdizione della Chiefa Romana, o del PonteGce. Le polfelTioni di qualunque famiglia, che venivano da’ loro Maggiori ne’ tempi de’ quali parliamo, fi chiamavano il patrimonio di quella ; e chiamavaG anche patrimonio del Principe A fondo eh’ egli pofledeva in proprieA; e per dillinguerlo da’ patrimonj de’ privati, G nominawa SarriM» Pturimoniiim, come in mtdte leggi del Itbro u- del Codjc» fi .lqg' ge; fi diede poi per le illefli ragioni il aeme di lèffioni di ciafeuna Chiefa : Gveggono nelle pilMe di S- Gregorio nominati noB foln i parrimcuii ChtcU n.uui.uia, ma anebe il patrimonio della Chiefa di Rimini, il patrimonio della Chiefa >dir Milano, il patrimonio della Chiefa di Ravenna. Alle Chiefe poGe in Citik di abitatori di fortune mediocri non erano lalcute pgfléirtqpi fuori del loro diflreiio; ma a quelle delle CitA Imperiali, ctmreRoma, Ravenna, Milano, dove abitavano Senatori, e altre fetloM.jir lullri, erano lafciaie in diverfe parti del Mondo. pa meniorc S. Gregorio del patrimoni» della Chiela di Ravenna in Sicilia, n d’,HP aluo patrimonio ùi Sicilia della Chiela di Milano.' la.jC|gì|fe:jf^|g%na avea patrimoni in più pani del^ando: fifa menaione^ì 'patri, monio, di Francia, d’ Affrica, di Sicilia^ delle AlpiCozie, e dimoiti altri luoghi : anzi in tempo dell' iftelTo S. Gregorip vi fu littitialui, e il Velavo di Ravenna perii patrimonj di amendqe le CMAèjiphe C accomodò anche per tranlazione. Per far anche rifpettare le poffcGioni della Chiefa maggiormente, folcvano dar loro il nome del Santo che quella Chiefa aveva in ifpcciale venerazione : coiì UChicfa di Kàvenoa nominava le poITcGloni fue di SantoApollinare; i^quella di Milano di Santo Ambrogio ; e la Romana diceva il patrimònio di San Pietro in Abruzzo ; il patrimonio di San Pietro di Sicilia, &c. al modo che a Venezia le pubbliche entrate G chiamano di S. Marco. Ne' patrimoni del Principe ( quando non erano alTcgnati a’ foldati) era pofto un Governatore (i) con giurifdizione nelle caufe che a queU la profe{Tione fpertavano. Alcuni Ecclefiailici della Chiefa Romana tentarono d’ nfurpare rimili ragioni ne’ patrimoni quella Chiefa, volendo far ragione da sè ftefii, e non ricorrere al pubblico giudizio; la qual introduzione S. Gregorio riprefe, e condannò, e proibì fotto pena di fcomunica che non fi faceife. Pagavano le poirelTioni Ecclefiafliche tributi a! Principe, come manifeltamente appare dal Canone 5# tribnt$tm, (#)ch’è di S. Ambrogio; ed è chiaro che Coflanlino, il barbuto, nel 6 %i. conceHè efenzione da' tributi che laChieia Romana pagava wl patrimonio di Sicilia, e Calabria ; e Giuflinìano il giovane (a) nel ^87. rimifc il tributo che pagavano i patrimonj di Abruzzo, e della Baniicata. Non riceveva la ChiefaRomana tanto grandi entrate da’ patrimoni Tuoi quanto alcuno crede ^ imperocché, narrando le Storie che Leone Ifaurico nel 732. confifcò i patrimoni di Calabria, e di Sicilia, fanno menzione che rendevano d’ entrata tra tutti tre talenti d’ argento, e mezzo d' oro, che fanno in nollra moneta, per non far m imito conto fopra la verith delle opinioni quanto precifameme rifponda ad un talento, fomma non maggiore di 1500. feudi; e il patrimonio di Sicilia molto ampio non pagava più di 2100. feudi. X Non è fuori del foggetto di cut parliamo faper quefli particolari che occorfero, mentre le poflefriont della Cht^a recarono tutte in un corpo, e fotto un governo fteflb, febbenc le rendite erano divife .il che non potè durare lungamente, per le contefe che nafeevanc tra quelli a’ quali appar teneva i’amminiftrazione, c gK altri che ftavanoalla loro difcrezione UmiCj; iì^duìon^., cìiftwi Minidro incominciò a ritener per sè le obblazioni eh' erano fatte nei fuo Tempio, le quali gtk fi folovano portar al Vefeovo, acciò le dividelTe; ma, per ricogniuone della fuperiortt^ Epifcopale, ciafeuno dava la terza parte al Vefeovo, e qualcne cofa di più per onore, che fu poi chiamato il Cattedratico (^), perchè era dato per riverenza della Cattedra Epifcopale. Divifero anche i fondi, e alfegnarono a ciafeunò la fua porzione. Quelle mutazioni però non furono fatte in tutti i luoghi infieme, nè con un pubblico decreto; ma, come avviene a tutti gli ufi, che principiano in qualche luogo, e fi comunicano fuccelTivamente agli altri, mafllmc i cattivi, che hanno corfo più veloce, e meno impedito. In que’ tempi, quando le cofe Eedefiafiiche furono ridotte a que ^ fio S tÌNtamMVM Cornei munì _MivÉnmm, ptt dihmmrtU dal Cornei Sucri Pimcnonii. Si fari di ammdmt A friwm Ut dt Ctditf. «de! frimt att fitti JJ. (iti fttfd »i titoU |r («) Si iribotum pem Impcritor, non ne(;imH., a^ri Eccktu( (olvant tributsmt $i egm« ilelìderit Imperator, poretUreoi hiMi Ten. t. if. (O traGi^^lm^aH, t»d[lmU 4 C^aafiH il iariat. ) Cathedratirumeriimnon i«ipIioi, quim venAi mr>tit effi conAitcrit ^ ab loci Pteibytcro norerit exigendum. Ctlafimi FaliaaMfiTtéf ama 4fii.Caa, i.f. Camfa lo.lUoJ te voUimurmodiianiùUiicuiiadirc^e^i EpiicofonitnSicilis de |»arochiis ad te pertinentibosno(Bìm Cathedratici aoiplius, quam duoi folidotj prvfunant accipere. aaa fto. Cam.i, Caafé I». Ud flato, erano dilribuiti Ja’ Principi agli uomini militari i fondi pubblici, con carico a chi di cuflodire i confini ; a chi di fcrvire il Principe ne’ governi civili ; a chi di feguirlo «dia milizia ; a chi di cullodire le Ci cù, o Fortezze; e quelli, che con vocabolo Franco, e Longobardo, fi chiamavano Feudi, nella lingua Latina, che ancora non era totalmente eilinta, fi chiamavano Beneficia, come donati per beneficenza dal Principe : ( 1 ) pel qual rifpetto anco alle porzioni de' fondi Ecclefiaftici, ovvero al ]us di poflèderli, fu dato il nome di benefizj > perchè erano donati dal Principe, come i Vefeovati; o dal Vefeoro di fuo comenlo, e concefiione, come gli altri ; e anche perchè i Cherici Ibno Soldati fpirituali,e fanno guardie, ed efcrciuno milizie facrc. Le Badie di Ik da’ monti erano ormai fatte molto ampi», e ricche ; per lo che i Maefiri di Palazzo alTunfero in sè T autorità di fare l’Abbate; e ciò con ragione affai apparente; perchè i Monaci all ora, come fi è detto, erano laici, lenza alcun ordine Ecclefiaflico Vero è che non Tempre lo davano elfi, ma anche alle volte concedevano per grazia a' Monaci che le lo elegelTero. Ma in Italia, non elTendovi Monafieri molto riguardevoii in ricchezze fino al fuddetto tempo del 750. i Re Goti, poi gl’lmperadori, ei Re Longobardi non ne fecero gran conto; onde la elezione refiò a Monaci colla fola fopraintendenza del Vefeovo. Ma i Vefeovi alle volte, intenti ad aggrandirfi, erano troppo molefii a Monafieri; perlochè gli Abbati, e i Monaci, dcfideroli di libejarfi da quella foggezione, trovarono il modo, ricorrendo al Pontefice Koiiiano, che li piglialTe fotto la fua immediata protezione, e gliefentalTe dair autorità de’ Vefeovi. Fu ciò lacilmente confemito da’ Papi ; fervendo loro, e per avere nelle Cittk d’ altri perfone immediatamente dipendenti da loro, e per amplificare la podeili loro fopra i Vefeovi ; importando molto che un membro cos^ notabile, come i Monaci, che in quei tempi quali foli attendevano alle lettere, dipendefiè toulmence dalia Sede Romana. XL Dato principio a quella efenzione, in brevilfimo tempo tutti i Monaficri reilarono congiunti colla Sede Romana, e feparati da’ loro Ve Icovi. ( 1 ) Timo IL cirearam, vel undenim. «pie ad prz#. ^rhfHtt Im f'ttnjtm di S. Pittri m mmunrm .tkt Mu ifrr» fiù fi mlUSMMtm Sidt. iit etm fii rwndMMM m vmutmffi» driU Certi di Ktmm, mtttf rie feeli rie •trrugtmi frivileif tmnu imurtjfedidiffudert F mmtirifm diihilitiu€idr. Ml il Pmf» mdff) Viirutieri mllm Urt fufflJtu, S- Btrnmrd, dettjfmud uevitm, fttt «edere fmfm Eufrm» HI. tb’ trm uu irmudeiiuu' Aibmti riemfmff d' ulhiim mi fmm Vtfavt, • Viftrvi mi fu» Mttrtfihtmn : rie tm Ciò m M«l^«iie devrvm rtiilmifi fui mmdilU detU trtemfmmti, dm ma' Au^tl tua bm mmi detti: Io C In Fran non voglio eflcrealdi ibeto deir Arcangelo. rè# mvreH mmi detti ifmifi trmm Smnt», fi ftfft vijfmti in mltmu d Settli fufijmtnii ì S. Birmmr. d», dice mvvtjmmril Meumei, e Ztlmm ej^«e ftr tm fmntm Stde, trmdmmmmvm mltmunutt ^ufJF iftHtitmi i M^«rri> ifturmri %U AUmti dmllm {lurifditient di' l^tftevi rie tefm ir», duevm iflt, fi meli emmmmdmrUri Im rìMliauì £ mm erm mmm difermiti A mifiiHtfm mi i»rf dilla Cbtifm r umirt mimdimtmimimti «« CafitiU, t mmm Mmdim mllm fmmtm Sedi, litm uil re^ «mm. m» l’MJiire mmdit mllm ttfim f Beli i hntefftrvmrt difmjfm^i ibi ^mijlm ifemùem ffiritmmU entri ftr Im fertm dell' tfim.iini dm'dirttu ttmfirmlì eHti. dmtm Itr» dm' mtdtfmi Vefetvi. Titnc cibi liciiuna cenlcat lùit Ecelefiat nmiilare raembrit. confundeK ordinem, perturbare termmoi, quoa poAieninc Pacm niif Monftrum £icii, G, manui (ùbmovendigitum, (uii pendere de cwite, fiiperiorem naaai, bciduo coilaKralcm.Taleed» fiiaChri,8 In Francia ì Vcfcovi fatti dal Re, c molto più i fatti da' Mac(Iri di Palazzo, iminuita ('autorità Regia, fì diedero tutti ade cole temporali; il che anche fecero gli Abbati, che coniributvAnu Suidati al Re, e andavano in periona alla guerra, non come Religiofi, per quivi far uHhzj di Minjllri di Grillo, ma armati, combattendo anche colle loro mani; perlochè(i) anche non furono contenti deU la quarta pane de’ beni, ma li tirarono timi a loro; onde i poveri Preti, che nelle Chicle amminiftravano a’Popoli la parola di Dio, e i Sacramenti, recavano lenza aver di che vivere; perlochè i popoli per loro divozione contribuivano loro parte dell’ aver proprio: il che facendoli in alcuni luoghi più largamente, in altri più parcamente, ne nafeevano alle volte querimonie; perlochè, irattandofì Ipeilo quanto folTc quello che fi dovellc dare al fuo Piovano, palsò in comune opinione, clTcr conveniente, ad efempio della legge divina nel vecchio tefiamento, il dare la decima ; la qual efiendo comandata da Dio a quel popolo, fu facil cola rappreientare (tf) come debita ancora folto il Vangelo di Grillo; febbene da efib N. Signore, c da San Paolo altro non è {b) detto, le non che al Mipifiro fi dee dal popolo il fofientamento (c) necclTario; che il MiniUro, o operajo, e degno della fua mercede; c chi ferve aU'Altare deve vivere deif Altare, (d) fenza prcfcriverc la quantità determinata; perchè in alcun calo la decima farebbe poco ; e in altro calo la cemefima bafterebbe ma perchè quella è cola chiara, e di lotto avremo bilogno di trattarla più diffufamente, non dirò altro per ora, le non che in quel tempo, e per qualche fecoio Icguentc, i Icrmoni che erano fatti nella Chiefa, iaiciate le materie della fede, non verlavano in altro, che in pruovc, cd elortazioni a pagare le decime: cola ch'erano sforzati i Gurati a fare, c pel bilogno, c per T utilità; c nell’ amplificare oratoriamente, come occorre, fpelTo palTavano tanto innanzi, che paicfa mtta.lu, perfezione nel paga re le decime (a); delle quali anche non contenti, nè parendo aliai le prediali, cominciarono a portare per necefiarie anche le pcrlonali, cioè, di quello che l’uomo guadagna colla lua fatica, e indullria, della faccia, di ogni artifizio, e anche dello lìipcndio militare. Di que C^l «luri delfrviuflt, cnm sicari fxriuù pane .... DotTM'iii tainivit iù, qui Evanj^rlium «onuncisnc, 4e Evsngelta vime i. Ctrmih. y. Vedi V drtttete  U» PrtdMétfre mi f.mfe di Ctrl» fredù tst’St (bt mm fiUmmtt «r nueffMne d$ f-i.ir le Drtim «’ ^rrfi, m» njjiadi dt ftrtsr’.e ufft Un O». Nec e:ic «ptasre k Clerici «111 decun» vobu rtquusnt, leJ dtriti tbt prtdtcàiM ttif. siitfp, ttmtrs il fmlt Aln dentiiaruin elabori qu'S novetit tniina ApolUitrc pietaus lade nucneiwit efl, donec trtiiat, convalelcar, t roboretar ad Kceptionem lUltdi cibi. (^iii im. ponemlum eli fugum cervkibnt idiorrem, quod n«c|cie noi, nei]uc fratrea Uullri lufre-rr {vnuelune ? £^iyf. i.éfud ìdAlilleif tim. 4. Ai torpore membra sliter torta, cjutm ciirpoiuit fplc Sicuc Sc'tfhire, 0 c Cberubim, tc c^eri quiepe ufquead Annloj, et A’rhtngctoordinanrur lub uoo capite Deoi lu hic quoque fob uno fummo Pont ibee prinìatei, rei Parriirr hx, Arrhiepircopi, Epiicnpi, prabyicri, velAiibaici, et re'iipii in bone modum Quod lì dicat tp Cupui.'NQloellélubArrhiepircopui tur Abbtsi Nolo obedire Epifccqo, hoc de Cxlo 000 eAj ailìcurone Angciorum quempum dicenrem audiHi? Nell fui Artk»irt“ jf, ^. dt Ctnfid, hi. }. iini lUtum taluberriffiii fiaerK. a mcisbrM Ecdeitz ooini tempore (èpareior. Cnm. f. m fin». (o, (]), « fmrldT froftuurnnut, ajjnjara, tfdtftfHt, ) ttnfflMHldt». ilz veilrz falubrt debeamu dirpoGtionc fÌKcitrme t de ideo leiundiire deSdenum vefirum, fratrem, 8c Coepitropiun oodnim euju! Eceleiìa eli ab noAiaui occupata, Cardinelnn «eftrz Ecclcltz, ficutperiftia, lonAituimui Sacerdorena» quitenua vot de propitio, At ordinando, de vigilando (óllìeitc Audrai gubcrnarc. cui dedimuiinmandatif, nemu{U3m ordinationet przfuinac Uticiua. Uitr. Dinrnm Smmm. I^unif. tir. II. cp. 1 (c) Hzc vox, diti Ontpto Ptnifint mtUm fniattrprttdJtr dt' mnmu IrrltS^nfiti, (vrquent ed in tegiliro D. Otrgoni, et Epiftoiis PontiScum R'munoruin, et decrrtalUMU, qutbutÌ! Cardinali! dicitUT Preibyter, vel Oiaconua, qui certz aliciri Ecciti, vel Diaeoeuz propria!, de adcMrtiaJicujau tituli,Ave Eccieliz miniAeriunordinatu», inferiot, atuiexui, de, ut iplc loqaitur, meardtnatm cA. Naia S. Gregorio idem eA Cardìnalcm conAituere in allquorituio, vel ficclcAa, quod incardinare alleai Ec(Idìz, vel io altqua Ecckita cardinare. Idem rriam drEpilcopit dirà, quod de tua EecleAa ad alìani. ncccATratii caufa, tramUtni^ EpitcopeM etoidem ficcieiàc fijz, iUius vero ad quana uaatUùlìuiri zo tu, eh erano le principali, più ricclie, e con più carichi, e rainifteri, ricorrendo per lo più cjuelli eh’ erano fcacciati da’ propr) luoghi ; e quelle Chiefe, come più ricche, e abbondati, ricevevano più di quefti foreftieri, e però avevano più Cardinali: il che anche era ricevuto dalle fuddette Chide, perche con quella via acquiUavano da ogni luogo i più infigni uomini; ficcome al tempo preicnce fifa, e però poche volte ordinavano de’ loro, ma [penilTimo incardinavano foreftieri’, onde in quelle due Chicle rcllò che tutti fi chiamalfero Cardinali. In quella di Roma dura ancora il nome , in quella di Ravenna durò fino al 1543. quando Paolo III. con una lua Bolla annullò il nome de’ Cardinali nella Chiclà di Ravenna : cos'ì il nome di Cardinali, che moflrava infermiti, mutata fignificazione, è fatto nome di maggior digniù, e viene detto che fieno Cardinali, cioè, Cardines Orbis tcrtaTum\ Ti) e quello che non fu nc grado, nè ordine della Chiefa, ma indotto per accidente, è ialito alla grandezza, e dignità nella quale oggi fi trova. Ma chi guarderà i Concili fatti in Roma, dove fono intervenuti Vclcovi Italiani, e Preti Cardinali Romani, vedrù che Tempre i Cardinali hanno fottoicritto dopo i Vefeovi , nc alcun Vefeovo era fatto Prete Cardinale anche ne’ tempi polleriori. I primi Vefeovi fatti Cardinali furono alcuni principali fcacciati dalle loro Chicle, come Corrado Magontino, (cacciato per ribello da Federigo I. Imperadore, fu abbracciato da Aleflandro III., c fatto Cardinale Sabinenfe. Non avevano nemmeno i Cardinali Romani alcun abito, o infegna dìfiinta fino ad Innocenzio IV., che nel 1244. la Vigilia di Natale diede loro il Capello ( 2 ) rolTo, a cui Paolo 1 1. aggiunfe anche la Berretta rofla, (3) eccettuati i Regolari ma Gregorio XIV. nel noftro tempo la conche ancora loro. £’ fiata necefiaria quefia poca narrazione, poiché verrà Ji§nir\ che al prelcnic è primaria nella Chic fa, e alla quale pare non trovarfi titoli fufricicntf. (4) Il Pontefice prefente, Urbano Vili, ha per Bolla propria conceduta loro 1 ' Eminenza. (3) XIII. Suenlotes, Uve Pamificct Cardinal«y vac» t t»44. Iug^uni,.in Concitio gm«ra!i la. Csr i«v‘ ) fin ft' incarJifure aliqocm S. dioslibui virii ctcelIeneinÌRn^ cr n»ìi. Sft frtmv.du pur lìium, li opu efliet, prò I-ccJeiuilira libertà. ifU, i CHTMti dt Rimi riiJvtffiri dt freadiriit te tuenda, gladio ofiène deberej et prxfettint tinti di Cirdunii, fif I mm co rempore quo Romana Etdctu a federilo H. tkt «ttfMi d'iffm i fi" vHimi mtmijhi atfifi, Imperaeore vcheioenter oppugnabumr, « ÀI firtieifitt dtU Jm» iUimhiì tJtUitmm' fanvM. fifta i ijmali gita tattiilgl- ta d'efftn agginan alii nijtn aaniritiiai, par cnu ! due lagiait ly. ita Tapcr hot Sede Apo- grmmditi ni Un muta, fi lUnarima dalia Un jloliea, touuf Ecclefur oftium, quiciùl, Ac iiu. dipraienia. ilencatur, (J) ^tjh "Itimi panie feaa finn ageimn (a) Hic in vigilia lutai» Domini anno aiP OtfiaaU Jialiaai, a da' Cifijh, • dagli Dal principio fino poco innanzi il 500. come li è detto, ogni Chierico era ordinato a qualche uffizio, c viveva a fpcfc comuni; dopo fatti i Benefizi, l'idefla cofa era ordinarlo, e alTegnargli Tuffizio da efcrcitarc, e il benefìzio dove cavar il vivere; nè lenza Benefizio fi ordinava alcuno ; ma in progrcflb di tempo, comparendo qualche foggetto atto al Chcricato, febbcnc non vi era luogo, c benefizio vacuo, per non perdere quella pcrlòna, i Vefeovi T ordinavano fenza certo uffizio, 0 titolo; c però anche fenza benefizio, per afpettare che alcuno nc vacafle; « quelli ordinati fenza titolo aiutavano i Benefiziar), da quali loro era dato trattenimento : ma in progrefTo di tempo crebbe a cosi ecceffivo numero quella fona di Cherict ordinati lenza titolo, 0 benefizio, e fi diminuì tanto la cariik ne’ Benefiziar) a dar loro foftentamento, che, naicendone infinite indecenze, e Icandali, bilognò provvedervi con legge, c coftringere i Vefeovi, che ordinavano fenza titolo, a fomminillrar il vitto agli Ordinandi ; ( V» ) c quelle provvifioni nel principio che furono Itatuice fopirono alquanto il difordine; il quale però non flette molto a riforgcrc ; e più volte repreflb, è fempre ritornato : al che due cote hanno data caufa infieme : Tuna, il defiJerio di molti di farli £cclefiaflici, per goder Tefenzioni, e liberarfi dalla foggezione de’ Principi : T altra, T ambizione de’ Prelati, di aver loggctti molti a’ quali poter comandare ; nè ancora è provveduto bene a quello dilordine, ficchè per tal caufa non fuccedano in diverfi Regni molte indecenze, che fono cagioni dì far perder al popolo il rilpetto della Religione. Nemmeno è fiato efentc da quello inconveniente T Ordine Epifeopalc, ficchc non fieno fiati ordinati Vefeovi chiamati titolari, 0 con voce deriforia : Nulla tenenti : ( i ) non fono però così volgarmente trattati, come gli altri Cherici non benefiziati; imperocché, febbene fi ordinano Preti, Diaconi, e altri Minifiri inferiori fenza carico, nè in fatti, nc in nome, non fi è però collumato fino al prelcntc d’ordinar i fraintrtimfjlt h.t9H0 frtf» Hit' 0itatst.i9iit fatta nrl maf^iat ftr maa tamtianaueat dttnjft; tatfatttthì F.e.ttU framtrt» iHnaat.1 V tfaltauMl al di U^ ^«>1# Vili Epiifoput, fi alivnec { nifi lalit oraioamt de Tua paterna hzreditste, Val alta, boncitsMi caufa, fubruliutn polite habete. CauMt i dtl C»ntiii lattraHtHjì fm» AÌt^amdn III., t fi trava ntl taf. 4. tg. tra ir fréhtnda. (i> yJaVrft^' ntICmfilt dìTrta ta difia, ehf ti Vtftavata rtetrra una Diattfi, a tk ti Vifeava, a la Ckitfa fatta rarrtlattvt, tth wta il hiariia, a ta hlagiu ia maniera, tha f una Mb fu» fiat ftnta Faltra’. tbr dì ^ntfiaarà:nazJam man fi vedeva fata un vafiigia in tmitn F Antitiiktìk, in rati i Vtftavi, tha aiiandanavama i lata nftavatt, a (he n'arana frnau, ntn arana fià témfiderati ftr (alt i in fatila {aifa affante, thè Ma \Jemaa, al faale fia eeeana la JUtfir, fià ii tn viem rm fidarata »er Uarira, Refltti nn Vtftava Italiana, thè i Weftavi' titelari, avende félamtntt la fedtfia dtU'Ordine, uan era nettfiaTia che mvefitfa ana Chìtfa t ebe fa una valta nen fi erdméva altun Vefeapa, fanza afftinar{lirat nnai rA derivava, ferrhi ntm fi ardmavana ne' Preti, ne' Diatam fenta tuaia: thè feftia era fiata rieantfuuta ^tr t^aumfati ante al fervitia di Itia, thè vi fafitTa Preti fenta titeia, ed in tenfremenza Vtftavi fiuta Dtattfi. Fra Paaia hh.t. del CentUea di Trentat Ftdi FArtitala la. zx dinar Vefcovo fenza Dioccfi dalla quale (ì denomini ; perlochè fé gli aflegna una Ci[t^ poflcduta al nrdènte dagl' Infedeli, dalla quale prenda il nome; dove non cHcndo alcun Criftiano, TOrdinato refta col folo nome, fcnza popolo; e vive fervendo qualche Vclcovo grande, il quale non polla, o reputi cofa inferior a sè, 1' efercitarc per se Hcdò le funzioni Epifcopali. Di tali Vefeovi titolari ve n' era gran numero innanzi il Concilio di Trento ; ma al prclente è molto riflretto. Ma perche adeflb i Padri Gefuiti propongono queffioni, fc il Papa poflfa ordinar Vclcovi fenza titolo alcuno, nè vero, nè finto, Jìccome fi ordinano Preti, e Diaconi, e decidono che pofia; piaccia a Dio che quella potenza non fi riduca in atto, e fia perduta la riverenza anche a quell’ Ordine, la quale gi^ era grande vcrlb tutti ^li Ordini Ecclefiafiici, quando non era ordinato, Ì^e non chi era iniìeme defiinato ad un’Uffizio, come lì è detto. per la qual cagione tutti riledevano al loro carico, perchè non fi poteva latciar vacuo; c non vi era chi potefle fupplirc, clTendo tutti occupati nel proprio, onde era incognito il difordine di non rifedere . fimilmcmc era incognita la difiinzione di benefìzio che ricerca rcfidenza, e che non la ricerca, e, o ricco, o povero che fofle il benefizio; o di molto, o di legger carico, conveniva che il poirclTore fcrvifle perfonalmente : ma dappoiché s’ .incominciò ad ordinare feoza titolo, avendo i Titolari chi mettere in luogo loro, lalciavano il carico ad uno, che attendeva con qualche poca provvifione, ed elfi attendevano ad altro. Così i Vefeovi in Francia Icrvivano alla Corte % come pure i Parrochi, fofiituito qualche povero Prete. S’incominciò a provveder al dilordine, non con legge, o con collituzioni, ma con gafiighi di cenfure, e privazioni in maniera, che ne’ tempi de’ quali parliamo, cioè, ne’ prolfimi innanzi P 800. con quelli gallighi erano tenuti in freno: ma co^ >> a>MÌfìr>ge dc’bcnefizj, come anche rordinazionc di non titolari, e le provvifioni per la rclìdenza, non pafiavano fcnza qualche diverfit^ da un luogo all’ altro, c anche nella ficlTa Chiela non paflavano fcnza qualche variazione, caufata sì per li diverfi pcnfieri de’ Vefeovi che lucccdcvano, come anche per lo divcrfe provvifioni fatte di tempo in tempo da’Principi, per ovviare a dilòrdini cagionati dal troppo volere di qualche Ecclefiaflico, o dall’ impazienza di qualche popolare, che non fi poteva veder efclufo totalmente dalle cofe Ecclefialliehe, XV, Molta variazione pafsò fino a Carlo Magno, il quale, ridotta fotte la fua ubbidienza l’Italia, la Francia, e la Germania, riformò anche le cofe Ecclefialliche, riducendolc ad uniformità, le quali in diverfi luoghi erano divcrfamcntc illituite; rinnovando molti de’ vecchi Canoni Concitiarj andati in difluctudine, facendo egli divcrfe leggi Ecclefialliche per la dìRribuzionc de’ benefizj fecondo rdìgenze dt quei tempi : reftituì in parte a’ Parrochi le poflclfioni che i Vefeovi, come fi è detto, avevano tirate a sè, ordinando ad ogni Prete Curato ne fofle aflegnata una della quantità che in quel tempo chiamava. x3 mavafi Mcnfa. (i) Pafsò allora in Italia il coflume di dare la decima alla Ghiera Parrocchiale, che gili molto innanzi era introdotto in Francia. Aggiunlc però Carlo di nuovo, che il Vclcovo, come Sopraincendente, e Pallore generale, potefle dare quell' ordine lopra la didribuzione delle decime, (a) che parefle a lui; pcrlochè i Vcl'covi, dove erano molte, c graffe, ne dil^lero in diverte maniere: ne attribuirono parte a sè llcffi, parte a’Preti della loro Cattedrale; c ne aOegnarono anche qualche parte a’Monafteri, con carico che cfli mctteOcro un Vicario alla cura, dandogli la porzione conveniente: c, oltre airaffegnazione del Vefeovo, alle volte le Chiefe non Parrocchiali fc ne appropriavano qualche parte, che in progreffo dì tempo poi difendevano colla preferizione. I Princìpi ancora ne applicarono alle Chicle verfo le quali avevano maggior divozione. Rcllitui Carlo la libertà a’ Popoli di eleggere i Velcovi, concedendo che il Clero, e il popolo doveffe elegger uno della propria Diocefi, il quale folte prefentato al Principe; e quando da quello foffe approvato, e invertito, dandogli il Partorale> e TAncUo, doveffe efler conlccrato da’Vcfeovi vicini. Kcrtitui anche a’ Monaci la facoltà di elegger l’Abbate del loro proprio Monartero : {if) rtaiuì ancora che i Vefeovi doveffero ordinar Preti quelli che foffero prefentati da’ Popoli delle Parrocchie, Stabili anche Carlo 1' elezione del Pontefice Romano in fimil ma niera, ficcome era anche irtituita, quando gl’ Imperadori Orientali dominavano Roma; cioè, che foffe il Papa eletto dal Clero e dal Popolo, e il decreto della elezione foffe mandato all’ Imperadore, il quale fe approvaflc (c) l’Eletto, foffe conlccrato. Vero è che, motto Carlo, quando gl’ Imperadori della Tua porterità fono ffati deboli di forze, o di cervello, i Papi eletti dal popolo fi fono fatti confccrare fenza afpettar il decreto dell' Imperadore : cosà fece Pafqualc con Lodovico, figliuolo di Carlo; febbene manJà poi a Icufarfi con elfo lui, che non era ciò proceduto per Tua volontà, ma per forza del popolo, che cosà aveva voluto. Sono ben alcuni i quali dicono Lodovico aver rinunziata la facoltà di confermar il Papa ; e perciò allegano il C. Ego Ludovicui^ ( ) quale altri uomini di molta 0) fwL ri) HUfffMrié ftrvivtrt, t»mt ntr 5 .Cr^iav# nell» vit» dt S.Ltfstié dArili. Ouncc omnn «l> iffo eflènt redempri co tTgento mo AaterriW ejui Conici Eccirlìa Menfa rcin^ucnt. HitU nMrrw ftmdaU mn c| firviMm» munr» dtll» farti» Urnf». ( .« ) Uc Derimz in pcreJkste Epiftopi Hnt, qiuiibét a PresEycerìi dilpcnientur. t»f.i4i.lti. 1. CsfirmUr. (i; Monichorum (ìipiiiiein caufam, Deo ojmuUiite, « pane liilporueninui. Ac cuomodo ex (é ipfu libi eligendi Uccntiam deaeritcui, Ac qualiter cjuiete vivere, propolitunique indetefli cutVdire valerent ordinaxenmui, in •lu libcdula diligenter idnotari feamuit At ut Bpud Suceellorei nofkr» ratum fbret, Ac invioUbiliter coniervarctur, conErmavimui. tf, ltiii. t- CtfitmUr.  i U fimrmtiir» tir fm dal Clrrt, « dad fafaU XMMa» frràata « il traigli», •d a Lttaru fu» fi'UmtU 1’ »n»» «14. Proemno ego Uk per Deuni t^nmipotenreir, Ac per iUa qusruor Evangelia, Ac per bone Cnicem Domini aoliri Jrfu Chndi, Ac per corpus BearilTìmi Petti, prinuj'ii ApoAolonim, quoo ab hoc die in lidtlu ere Dorainis nollr» Imperato dot tri ribus, Hludovico,Ac Hloario, dicbui vitjrnie«, }usr4 vim, Ac imelleòum meum, fine fi^ude, atqae malo ingemo. Ulva fide, quam rrprninifi Domino Apo^iicoi Ac quod non conlentiam ut alitcr in hsc Sede Romana fisi elegie Pontili(is, nifi ciaonue, Se julle, fctundum virci, Se intclledum meum, Ac iile qui elechii fiierh, me conUatiente, conlécvirui Poimiex non fiar, priurqu.''in tale làrtan>er.tuni U^iar in prskmia milG Doaùnici Smperaions, Ac populi rum paramento, quale Dominus Eagcoiui Papa Ip nte, prò coniérvaiione «^nnitun, Uftutri bibet per firiptum: nmai. CafiimUr. fag. «47 yid» Tb»gaa. ad aaaam tiy. ferduravit hxc confiietudo, dir Onifri», ufque ad BenediAum II., cujui fanfìiraie petmorus ConUmcmus Iniperator, Heradii pronepm, et'.i&o tuo julTit ut deincepc, quem ui, pnpululque Rotnanua Pontificcm aekgiQent, », nulla ampliui Imperatom confitnucmrtc expéò-.ia, more vcmiiifiimo, Aatim ab Epilirop» orduuretur Aa»»t. ad mam frlaga Jf. l) D Jtiaff. éj. Vidr Tltrmm dr rltHitnitMi i» fm tfrram Agttardt. taf. 6, fag. i{t., rAi Balnuam. tdt ttiam Tbtran. ad oao.liO., et 17. f i I Z4 dottrina mf più ragioni meflrano fatfo, e 6nto : (i) nel che è fuper6uo aflaticarfì, perchè certo è che Lotario, Figliuolo di Lodovico, c Lodovico iecondo, tuo Nipote, confermarono tutti i Papi elctti nelle loro etli. In quelli tempi, ne precedenti, e fulTeguenti, quando, per afpctlare la confermazione del Principe affenre, alcune volte paOava qualche mele innanzi che l’Eletto foife confermato, e poi coniccraio, egli innanzi la conlecrazione non il portava da Papa, nè amminiilrava, lalvo che qualche cofa particolare, a cui urgente necclTit^ collringefle di provvedere fui fatto; nè vi fbflc altri che vi attcnddfe; come avvenne a San Gregorio; nè fi chiamava Epifeopus, ma EltBus, Anzi nemmeno teneva il primo luogo, ma lo teneva 1 Arciprete ; il quale anche fi dava quello titolo, cioè : Servaas locnm Seda Apojìol'tc^: ma dappoiché i Principi furono elcliifi, come al fuo luogo fi dir^, pafiava Icmpre poco tempo dall’ elezione alla confecrazione, nè per quello fi diceva che 1' elezione fola deffe il Papato, ma la conlecrazione : perlochc, le alcun Eletto moriva innanzi d’effere conkerato, non era pollo nel catalogo, e numero dePontefici, come avvenne ad un Stefano eletto dopo la morte di Zaccheria nel 752. che non fu conlccrato; c però non fu pollo nel catalogo. Papa Niccolò II., (nufei fTriru'-, Hi"C ob ri(creiu, quoi ab hti vi too^ui rflet ^Aiifioutn irunitt nbì'e. Acirpu bsc tàmfaéionf, Lalovicui ‘«'pò i.Ui Clero, Irta)u;uRi ipiìini», St pitia M«v8ne drinrrp ouieftiTnR laelc eni : tu xitu fuf.bulit miti»- ^U4nt» gli Auttri fbt b^mm ftriitt rbt Lut^i, il btn^u», uxtfit rmmuti dtrittt di rtufiruurt t t'ti»9t dt fuftfiuii rr’trr tbt uufft ftrft dli' uxtf ttufuft (bt Hutiu» Ttftnftt util» mtitfimu vii«| tbt il H bli0tHuru Aatfiugi», itti, il CuuctHurt drHm feere Wr, rutttmt» tb taduvii» dttdt M fuifiMU f tturr» fdtfià d' titfgm i |V fini, a f •« Ptmifi-tm ft^ului fiatim eriafiit, fNi tmia dir Ptaiiftatmi fm, dumrtt dtmtjhcas diffcnttt uttifit, mtrb» àfifitxt» rrrrrfiut tnttrmt.. ^5 Papa riceva tutta V autorità : e perciò i Scrittori mi fmt mi ntlU fmm Cnmìcm Jt’PMfi. F ftiammn mtmxMm Ji ni in itrmm. Ante qnein tioxn Siephtnut qui«U fdf»^ fidi» Sttfdm Ili. f» V dltr» ftfu fidi» fdfd iftttiv», I rietmfrtiu» t ìi rkt damjh» tln dUr» tfftr Elcàuf n»m trm ifiir Epilcopui, « fdfivd drvtntdr F.pili« nel fm Ltxitm, in Cenfitrohoiubiu Imperatorits, enniverlétiam pearitatiooem, colUuòaetii, de prcAeaooem fi ! i nefizj molto ricchi, fi creavano Vclcovi i principali della Cone, c della Cittì, a quali il Principe ancora commetteva molta parte del governo politico, prima llraordinariamente; cpoi, vendcndofi che riuIciva bene, anche ordinariainenie; non perh in tutte le Cittì a!!'iflef|b modo, ma lecondo le occorrenze del luogo, e il valore, o la boctì del Vefeovo; e anche Iccondo la poca attitudine del Conte alle volte, al quale fi luppiiva col rimetter ai Velcovo. il che fu caufa che poi, degenerando la poflcritì di Carlo, che bnalmente fi affogò nel prctondo dell’ignoranza, i Vefeovi penlarono cITer meglio per loro non rl.‘him (redo bsc oppertunif(ce Htdriinum. tjuod CftTOius, {quejh tr» C«rI it rnffirì Iinpcraeor, sb ImIU cum «nrcitu diicMtiu, in Noroujinot rebeliintn moverat. Stiu vftM d' AdrUn» U. dtl mrdtfimtt PUi$ms fi 4 i R»mMÌ, ftr mtier »» P»nt>firMt9 ftmx,' sffttfri l (»nftrmst.iem dilT féiU, >r« etti i vttifimiU tb AdrUtu IH, mìU i'tftUdtrt P ìmftrmd» r4 dtl P»f»  Vidi PVitKhmd fég. tt. mtam. to. Omnia, dtrr ii d‘ Agmtfy»»», &unini deben ror PantiKibiu, 8c non C'boi^ilcopir, nula f»rt» Cbtltiahrta rmane Ckmi, quod lum failTc. cum )Un eo devemJtent Ecriclialìici, «tuh> (ine perratonis t^ualtlet dMtunùc.rc tem- ut, non cnadi. ut aniea, Icd ffKjnte, ^ laigi. pori de Erciedx rmuiBcraAonr pofTederint cum nonibuarootifiiium nmnutobuent Rea (>ef '^aucioriuie Klonotìtlimi Ptincipia nollti, in |ui finii «xempli, cum pndea ('ere (einper ferrata bare propnctarium praeCciiptione tempotit non vncen. conliictud» (il, ut a^priorum Pontifimin fe.p(en. tur, dummodo pateac Ercidix rem fuifTe; Nevi, tea aut infrinf^erent, aut omnino inlleenr. R#. deaiuiu eiiam Eprfiupi admimaraitonu prtjlizx, Manal.rra éStcfsMaVl. rii thi Sttfan vav«ut precatortaa, cuni «rdinici funi, faceredcbotC fAtia a tarmafa. Steptuni PonitHch Jerreta, Ae le, aut diu lentit Ecclefie ficultaTei prnpristati «tU ibtim tmprobat. abro^acque. dire iV R«rin« fux polle tr»nfuiderat buie «tati ut hotninum indullru in rnitnonc inutilaiui turpuer, alupundia vitam Ju. quovU cenere vittutia (oafeodlertc, nuliii calca zie, cum ob inhoitelia vulnera i frababilmeata libui aunibim, quibu» hmuinuiu ingeniaad lau' ftr tfitr^ii fiata tafliata il nafa, a la erieibu ) dein eiuiirentur. piodire in puliblitum mibcKcrct. Plaiina in (JStimphaDUtVI.dirr il Flaiina malia fna vi. vita, ta, tanto odio pcrfecuttis cd Formoli Homcn, ut anni Giovanni XL ch’era figliuolo (4) baluardo d’ un altro Papa (h) morto 18. anni prima’, e tanti inconvenienti nacquero in quelli anni, che gli Scrittori dicono in qiie’ tempi non cflervi flati Pontefici, ma Mollri. 11 Cardinal (c) Baronio, non fapendo Icufar alcuno di que’dilordini, dice che la Chiefa allora per Io più (lette lenza Pontefice, non però lenza capo; rellando il fuo capo Ipiricuale Grillo in Cielo, che non T abbandona: ed ò ben cola certa che Grillo non ha mai ialciato, nè lalcierh mai la Chiela Tua, ne può mancare alla Tua divina promelfa, eh’ egli lar^ con lei fino al fine del Mondo: (d) e in quello ogni Crilliano dee ientire, e credere quello che il Baronio dice, penfando anche che quello, che all’ora avvenne, fia avvenuto altre volte; c ficcorac in que’ tempi la fola alTiflenza di Grillo confervò la Chiefa, cosi l’ha confervata, e la conferverh in tutti i fimili accidenti in quel medefimo modo, con tutto che non vi folTe minillero di Papa, (i) Può ciafeuno da sè fleffo giudicare come folTero trattate le altre Ghiefe d’Italia, confiderando qual’ è lo flato di tutte le membra nelle gravi indilpofizioni del capo. («) Non flavano però meglio fuori d' Italia, dove i Grandi davano i Vefeovati a’ioro foldati, e ancora a’ fanciulli in età fanciullefca. Eriberto, Conte, Zio di Ugo Capeto, fece il fuo Figliuolo di etk di anni 5. Arcivefeovo ( a ) di Rems ; Papa Giovanni X. confermò quella elezione. In que’ tempi nefTuno riccorreva a Roma per divozione; ma Tempre chi di&gnava alcuna cofa contra i Canoni, e ufi Ecclefiaflict, fe non trovava nel fuo paefe chi 1 ’ approvaife, ricorreva (m) ^ejl fini ) riftrif i» mtl lArè frutto mi t»p» i J. Onofrio ?mmvitto itti tbt Ìfio Psfn moH n» di Pof Srrgto IH. tomo mfierms PUtiM. (^) Di Sorgio III., c di Unroxj, figìiuolA dtlis Mtrfttitt ToodorA, Ia tfmAle profiimivA U f" ’. Joinnei XI. dir pAmvimi. S^gii l'apx. Se aIsickix notuUilimr inter Rmiunof fiéminx {tlU n vtdovA di 0»ido ÀtArrbfft d T^trtnA"^ filius, vutri, qux cune in urbepoteouirima erat, uiàoriuc?, et ttudio rucceflìt.;.. poli Leuneni VI. 9c Steptunum VII. Pltuiti» U tbìAms CiovMMMiXll. patria Romanui, pane Sergio Ponriike &c. (r) Wi fMin ifS tpAmt, «fìea PlacÌBa nelii vita di BeneJetio IV. tAfrivir ttfit EìcUSa Dti, vttfir tfM! cnitorAtu a ftutritAt d lAftivurm, ffprrit Atiu tAutA lirtHtiA fttcAAdi btportt»tA, A ATAiniitn, et UtguioAt, fAitOiJimA P^ $ri ftdti nrnfAtA tfi forimi. feffrffA. Bm~ voiu rbiAAtA imefii PAfi ftdu AfofioUt mvAfnri, itom AfofiAitoi, frd Af^Atirot, a 4 Aaitmm pot. Jta Pool (a muA pmdttjoffiiimA imior Ito 0I dtftrditu dtll'ttrtnmi ai ami itmfo. Sitfpu, dx' gli ìm kha dtlft fu Itttrrt, u h» irnAto Arfomtnfo fori it provi tbt Ia fioTÌA dtllÀ PofiffA CttVAAAA fA VTr«i tott iitmPHn bo ttovAto TàifioAi AblofiAntA hmont tbt n mtfiuAo Ia fAÌfitÀi tilde, pr pArUr fiaertAmtmtt, io fmdt a trmnlA ftr fAljA, pia non pi ftr firAVAtAntt i poirkh i» fMaa«i X.)ulutptitiin, in execnplmn cito rtanfiic aliorum, ut cumplures hujus Ixculi Princt. fibi tinguine con^nftm adolclcencutos ia unaaC-aUicdraituravaim ^nvinovendos ad aem. paf. a Roma, dove fi davano difpenfe d'ogni cofa e Fambìzione, o F avarizia fi copriva con dilpenlazione Appdlolica. 1 Papi, eifcndo quali abbiamo detto di lopra, non Facevano didinzione di quello che poteffero; iiimando aumento delia lorp grandezza ogni cola che folTe ibftenuca da qualche potente : quelli, per loro iinerefle, difendevano quello che impetravano. Il popolo, parte per la lua lemplicitk, parte pel terrore de’ potenti, approvava quello che non poteva impedire; onde fi fiabill un’opinione, che di qualunque cofa, lubito che aveflc la confermazione da Roma, ogni errore paflato folle coperto. XX, Alcuno crederebbe che la poca cura che aveva V ordine Ecclcfial^ico delle cofe Ipirituali avclTe fatto rafl'reddar il fervore de’lecolari a donar alle Chiefe, ed avelTc pollo line agli acquilU nuovi degli EcclefiaAici; nondimeno non fu cos'i, imperocché, quanto era diminuita ne’ Prelati la cura Fpirituale, tanto più erano intenti a confervare j beni temporali, e avevano convertite le armi Ipirituali della Icomunica, che fi ufava folo per la correzione de'peccarori, a difela delle poflelTioni temporali, e per ricuperarle anche, Fe per calo la poca cura de’ PreccF(bri le avelfe lalciate perdere. e nel popolo tanto era il terrore delle cenfure, che nefluna colà, metteva maggior (pavento; e colà mirabile era, che i foldati, e i Capitani, fenza alcun timor di Dio, che ufurpavano quello del prolTimo Fenza alcun riguardo d’ offendere S. D.M., gutrdavano con gran rilpetio, per timor delle cenfure, le cofe della Chiefa: da quello molB molti di poco potere, dclìderofi d'afltcurar il filo dalle violenze, ne facevano donazione alla Chtdà con condizione che ella ^lielo^ delTe in feudo con una leggiera ricognizione. Quello afHeurava i beni, che da Potenti non erano toccati, come quelli, il dominio diretto de’ quali era della Chiela. Mancando poi la luccefllone mafcolina de Feudarar)-, ctTmc- per iè Frequenti guerre, e fedizioni popolari, i beni cadevano nella ChieU. Poiché (ino al prefente abbiamo detto in qual maniera fieno fiati acqiiifiati i beni Ecclcfiafiici fiabili, c la ragione di decimare quelli de’ Laici, quello luogo perfuadc che fi tratti, c rifolva, prima chcpalfar innanzi, la quifiione trattata ne' nofiri tempi, cioè, le i beni £cclefiafiici fieno pofleduti urc divino^ o humano'^ echi ne abbia il dominio. la comune opinione difiingue le poireifioni lafciatc alle Chiefe per teftamento, o per donazione dc'Fedeli, o in altra maniera da elTe acquifiate, dallc{ decime, primizie, e alire obblazioni. £ quanto alle polFefiioni, tutti concordano che fi debbano chiamare beni temporali, e che fono polTcduti dalla Chiefa jura kumano : imperocché cena cofa è, come di Ibpra fi è narrato, che, elfendo proibito a qualfivoglia Collegio r acquifiare ft.ibili, la Chiefa, prima con permiflìonc degl’ Imperadori ebbe facoltà d’ acquiftarc, e apprefib vi c il Canone : j«r^. d.S., do . 31 d. 8., dove fi afferma che col folo Fondamento delle leggi umane fi dice: quella poffeflìone èrnia: quello Fervo è mio: c che, levate Je leggi de’ Principi, nè la ChieFa,nè altri potrebbe dire che cola alcuna Foffe lua.  Neffuno può dubitare che la divifione delle ponTcffioni non fia per legge civile, e parimente i modi di trasferire i dominj dall'uno allaltro, la donazione, il teflamento, e tutti i contratti, e tutte le diFpofizìonì non fieno leggi umane. Sono flati nel mondo Repubbuche, e Regni, dove il tellamento era incognito. Jure Romano al iolo Cittadino Romano era conccflb di far teflamento: non c pofiibile che il modo di acquiflare fia per ragione umana, e la continuazione dcU’acquiflo fia per divina.’ quando alcuna cofa è donata, o legata alla Chiela, effendovi difficoltà, fc quei titolo fia valido, fi giudica con leggi umane, c tenendo legittima ragione, fi mette al poffeffo fecondo quelle. adunque anche in virtò di quelle, e non altrimenti, continua nel dominio, e nella poffeffione : ma poiché in quello ogn'uno concorda, non pafferò piò innanzi: lolo aggiungerò, come per corollario, che da quello fi rifolvc chiaramente, e fenza difficoltà, fe T elenzioni, che hanno le poffeffioni Ecclefiailiche, fono de jwc diviHo, ovvero bumano , poiché il poffedere, ed il modo di poffedere, vengono femprc daU’ifleffa legge, e i Giureconfulti dicono che dall’ illeffa viene la fervitù, o libertà de’ fondi, daquali anche viene il dominio. Sarebbe gran contraddizione dire che la Chiefa aveffe una poffeffione jure Veneto, la qual aveffe una libertà alio jure. Ma quanto alle decime, fono due opinioni: una de Canonifli, 1altra de’ Teologi, e Canonifli, che flndiano infieme la facra Scrittura, e la legge. Dicono i Canoailli che le decime fono miv divino, () perchè nel Teflamento vecchio Dio diede a’ Levili la decima, come {b) la Scrittura divina racconta. e non è maraviglia che dicano cos), perchè non fono vcrlati nelle lezioni de’ Libri facri, non effendo la loro profcillone d’intendere i nìifieri della Religione Crifliana, cioè, che Dio per Mosè diede al popolo Ebreo la legge, la quale, quanto alle oofe cerimoniali, t giudiziali, fofse propria di quella nazione fino alla venuta di Criflo, il qual’ era per levarle la virtù obbligatoria.- (r) ficchè la legge delle decime è ben legge divina Mofaica, ma non legge divina naturale, nè Crifliana, ed obbligava quel popolo folo di allora, adeffo non obbliga alcuno. Può bene chi regge una Repubblica far leggi fimill a quelle , ma non obbligheranno come divine, nè fi dovranno chiamare uli, ma bens'i leggi civili del Principe che le coflicuifce. Fu una legge divina Mofaieache il beflemmiatore fofse uccifo. quella adeffo non ci obbliga; nè chi non l’uccide pecca; e potrebbe il Principe imporre per la ^flemmia pena capiule; e farebbe giuda, e fi dovrebbe fervale; non però fi direbbe legge divina. («) Jure Kumano dkitar i h»c vilU mea cft: hcc dofnus mea - bit fervut renu eà. )ura au«m hunana, jura Imperatoram (uDt. Tolte )ura Imperatorum, 9t quii aud« dicere : mea eft ì0a Tiili, auc mnu eli itie fervui, aut dounii h«c IRM cft} ) Ctv»rmvi» »a» J d» ftmimtnt». Vt il il it, iti Itkn frtmt variarum refolutioeuin. H ) Filiii Lavi dedi omnes devimas Kraelii in pofleftìoneTn t>ro ininlfteTio quo ftrviunt mihi in tabamaculo nderis.... Decimarum nblatiem contenti, qiaas in uiùi eonim, de nereftàna Tnnilato Saoerdotio, necefle eft ut et le. il rranilatio fiat. Reprobano fit prxcedentif manB(i proptet iofinnitaccm c;iti, et inuniitatoui. Htèr.7. vina, febben Dio gi^ la dicale al popolo Ebreo , (rf) ma legge del Principe politico. In quelle, c in molte altre occorrenze, dove allegano quelli uomini la Scrittura vecchia a loro interciTi, e loggiungono ch\ è de jure divino^ bilògna diflinguer loro l’equivocazione, che quei eh è de jure divini) naturale, o Cnltiano, d obliga; ma quello eh’ è de jure divino Molaico non ci obbliga; e fc chi ha un governo fa uno flaiuto fìmile a quello, egli è de jure bttmano. Non poflb relìar di dire che non, per ignoranza, cosi trattano qucfla materia; mt per ingannare gl’incauti, c per convalidare le cole loro col nome dinr divma, e mctterfi in credito: ma fi potranno convincere qui, e far tacere. In quell’ iltefib tefio della Scrittura Dio comanda eziandio che non pollano pofl’cder terreno, e fi contentino delle decime.- (^) fé per quello precetto il popolo è de jmre divino obbligato a dar loro le decime, efii laranno obbligati a non aver polTclIioni. Ma apprelTo : Dio comandò le decime foio de frutti della terra, (r) e le leggi canoniche dicono che fi paghino ancora della milizia, della caccia, e di qualunque opera umana per la quale fi guadagni. Se Dio comandò ai popolo Ebreo le loia decima prediale, lono sforzati a dire che la pcrlonale non fia comandata, le non per legge umana. 1 Teologi, de’ quali io non nomino alcuno in particolare, perchè ndfuno è cldufo ; e molti Canonilli con loro dicono concordemente, clTer precetto della legge divina naturale, che il minifiro della Religione viva del fuo uffizio che prefia, fervendo .al popolo nelle cofe divine; ed elTere Ipeaiai precetto di Grillo N. Sigli, nel Vangelo, che al mìnillro, il qual lerve al popolo nella predicazione della parola di Dio, e nel minillero Ecclefiatli-o, ila lomminillrato il vivere: in che quantità non è determinato, perchè lecondo il numero delle perlone, la condizione dc’luoghi» c dc'tempi quei eh era molto una volta farebbe poco un’airra; ficch.' il far parte al Minutro dt Cri^0 è de Jure divino Che quella parte fia una decima, o una ventèlima, o una maggiore, o c_llatutiro per legge moana « o per confuctudinc; che vagliono rilttflb. E quando fi legge in ai^unc Dep-ciah che Dio ha illituita la decima, o j^e U decima è de jure divi^ no^ $' intende (ff) la parte determinata per una indeterminata, intendendo decima, cioè, quella pane che è debita, c neceflaria, ovvero che i)io ha iitituiu la decima nel Vecchio Teftamemo, ca lua fimilitudine la Ugge ha i^ituiio lo (leflb nel nuovo. Pcrlochc generalmente poffiamo dire che i beni Ecclefullici, di qualunque Iona fieno, lono lotto il dominio di chi nè padrone, e poflèduti per leggi umane. Nè alcuno muova dubbio fopra quella parte indeterminata che è debita per legge divina naturale^ e Vangelica; perchè, come ben narrano i Leg gittij (;) Ortinem meJutlani atei, viui, frame I I iiln ileJi, '•fe Die d Ar$ tn uni>erÉi hu^utn imrUf ()iih EK'' ^ Dunituo deportintur, cedcni ii\ aAit iuta. (dy (ilitt Levi, étti T)i, deiì aman drcimn f€o uiiolUerio quo femiuit milu m uberoetulo IcJeri. Nnm. >1. («) Dominili ordiittvtt iù qui gfiofcliun tonuncumt de Eviitgelw vivere, i. Or. i, elt^ lipoe e^ritelii vettra iDerimu»? Uni beoe |n«iuoi VrotiyteTi duplici honore difini hsbeinnir, m». jMice qui loborant in verbo. Ac d''i£iiiu «U «periTMf mercede Tua- i-T-fUi.I. PI ler cuni |v>pu!ui univeut, de iJ liliov Ifnel loqueru ; Hntu», qui blalphemaiem D'imen !>>• mini, OMrte nii>riAtari UptUibui e^lprmiet cuui mrme muliHud'', Zrwr. a,. Dixit O’unjnu. sd Aaron: in te rt eorum mhi! p>(T> c' itii, iKc habebuis piriem inier co: fi sltnst r$ar dt Nihil «l'ud pnili.!ebtini, dcrtouium ^!«none (unteixi. A'ana.il. Nontubebuni Saeerd.ne», et Levirit psreem. de h«re ertem eem rrliqno Itraci, quia bcrifiria D'xtunt, et oblatuinet eMi corpc-’^nr. V uim! aliud aeri, pieat de pofldliooe Irinumliiorum. Unii. ra. il. gilli, altro i che una cofa Ca debita; altro i che fé ne abbia dominio : la cola di cui li ha dominio C pud dimandare drittamente in giudizio, come fi dice, Mont rei wneleesmnh ; ni fi foddisfa con dargli r equivalente ; ma il creditore pud folo per azione perlonale dimandar il debiiOt efièndo il debitore obbligato a dargli tanto, ma non pid quello, chequello. Da quella rifoluzione rella anche con faciliti decito, le i benefizi lono ite m Rivinti, e Je ere pofit 'mù ; imperocchi, elfendo i (labili, e le decime poflèduti ite ere èemme, anche i benefizj fondati (opra quelli avranno la forza deirilteiTa ragione: olirà che dalle cole iuddette fi potrb pid agevolmente certificarfi di ciò; perchè, fe la Chiela è (lata tanti anni con beni (labili goduti in comune, e non divili in benefizj, come di fopn è fiato narrato, chiara cola è che i benefici tono (lati creati dagli uomini in progrelTo; e perciò in quello tutti concordano- Non mi ellenderd pid in lungo.- folo dirò che, Icbbcn quelle conlìderazioni pajono aliai lottili, tono però neccOarie, come le cole feguenti mofircranno. Dalla rifoluzione della prima quifiione farebbe facile rifponder alla fr' conda, cbi abbia il dominio de' beni Ecclefiaftici ; ( degli (labili fi parla, poiché de'Irutti fati il fuo luogo nel quarto quefiio) (l) imperocché, fe tono polTeduti per legge umana, non iella le non vedere a chi la legge gli abbia conceSl. Alcuni dicono che quelli beni fono di Dio; e lenza dubbio dicono il vero; perché la Scrittura divina apertamente dice che della Maellh fua divina é tutta laterta, («) e qualunque colà é foilentata da quella: ma in quella maniera ogni cola é di Dio-, e non pid quelli beni, che tutti gli altri: una fona di dominio univerlàle é il divino un' altro dominio ha ogni Principe fupreno nel filo Stato, il quale, fecondo Seneca, fi può chiamare dominio d'imperio, (é^ ovvero, fecondo 1 dottrina de'Gìureconfiilii, dominio dì protezione, e di giurìfdizione : (r) Un'altro n'ha ciatcun privato, che é il dominio di proprietà, dei quale parliamo, e del quale cerchiamo adeflb: né fi pud dire che Dio abbia l'unìverlàle dominio di tutto, ma che abbia infieme la proprietà di que'beni come il Re ha l'univcrlale in ratto il Regno, e nondimeno poQiede in privato, e ha la proprietà di quella porzione che é di caufz fua. Imperciocché al dominio univcriàle del Principe fi pud far aggiunu col partfoolare della proprietà, per la quale crefoe, e fi aumenta; ma il divino di Dio ha una univeriàlità cosi eccellente, e infinita, cin non pud ricever aggiunta, e alb quale ripugna I’ «fière particolarizzat^ ficcome anche ripugna che £a comunicata a qualfivoglia creatura; p^oà^ neffuno pud dire, efCendo Dio padrone di quem beni, io, che ho J'iAalE> tribunale, T ifieffi) confifloto, e rifieflà Corte con lui, fon io ancun fi^lrone. Egllé non meno fervo di qualfivoglia Uomo minimo. Teme li. E Peid l«t mprkm. fMb r. Cbìm eli, ttm9, U ^aiA^oiaefl omflÌMif «un&nt ita t m 4- Domiu cft wm, picaitado oÀù (cncnun, li unià-edi qui htbiwBC ta co. ffttim, ( noi» iwMa funi f;ti». vi mini. poflc^Torii, i. %. 100. «rr. 1. rrff, «U UiS.7‘ tr) rtpv rwo fed ciilV«nrater p«iun.« ■' pt doiiiinus, feiJi. fpeaCitwr, (èquitui quod de p!e ipiii ed dominai quìa don^iortM a«ii «litnant. trvmfetur^ >»ra loft tu rapunf .aut Pr^.(v«n, fc.i i« Zccielìim Kctnananij ve 1 ialem. (tvj r ttitadio tttf «a 4 r 1 f sdraiti, t ftmnfrmt luu d far Ur Is frnsrrtm Ncc pum, il, ^ojnetaa quod IV Pi hibec plnuiudmcm pdtcftnl? Ecctettimcx,Db bóc podlt de SottuZiLldis dtipi^eic^ fMt pqoelk Érclelia; quoiM.ini ‘pleniiudo p|itelUlii EiMletitltit mcciligttur in fptriuiahbos Onmnt. a 4. y «rr. 4 J.. # unsCtafrÀteraits in i’mtgJ», d\ tmtt ir Cta^sitrait fi (iusmsm dra«l«. \.i)L'A»trt dutdt'Frsn, tk'i li uem ft» (ai S (ìtuum» .olare, o universale, a favore di cui la donazione, o il legato fu fatto. Perlochè dovrebbe anche ogni Rettore di Chiela veder con diligenza le obbligazioni lafciaregli, per eleguirle; e fe altritnenti fi fa, biiogna imputare all impertezione umana : nè può alcuno perluaderfì che, per la lunghezza del tempo, pofla clTervi prclcriziunc; imperocché quella lup-pone la buona fede, la quale non è mai m alcuno; lapcndo ognuno in lua colcienza che quei beni non lono Aati Jakiati, acciò li faceta quello che fi fa. Ma chi avrk il dominio di quei beni Ecclefiallici de' quali non fi fa rillituzionc? la legge naturale, c civile è, che in qucfli a’quali è mancato totalmente li padrone privato lucccda la Comunità: adunque di quelli rcllerìi padrona la Chiela. In modo cKc in poche parole i Bc-' nefiztarj lono dii penlatori de beni dei betttftzio, ma padrone ne è quello a favore di cui è Hata fatta la donazione^ ovvero il tefiamento t quando non fi lappia, relìa padrona la Ghiefa» Non olla a quello che vi fieno leggi de’ Principi, ed Ecclefiaftichc, che proibilciino Valienazione; imperocché il pupillo è vero padrone del fuo, c pur non può alienare : il dominio è un jus di fare della cola quello che fi vuole, quando la legge permette; la qual legge obbliga alcune Ione di perlonc che baono bilogno di governo alieno : tafè 1Univcrfitk, o Comuniii. Non fi dovr^ maravigliare alcuno, fe tanti moderni Scrittori in fimili quiltioni, come in quella, che fa il Pontefice padrone alToluto di Tomo IJ, £ 1 tutti i Btnefìzj, nini i beni EcclcGaRìci, difendendo opinioni contrarie ali’ Antichiù, c a quelle ittkuzioni che ebbero origine eia’ medcGmi Af>polioli, e uamku Appoltolici, perche, come con gran fentimento n doleva S. Opriano, è una dette umane imperfezioni che, dove i colHimi fi dovrebbono conformare alle buone dourine, eleggi, per lo contrario le dottrine degli uomini intereffati s' accomodano a’ cofiumi; e fi potrb offervare io tutto il corlo di tanti fecolt, non eflcrfi introdotte novith, eziandio concernenti alla Religione, che immediatamente non abbiano incontrati difcnlori, Che maraviglia fark che ciò avvenga in quelle noviù, e introduzioni che icrvono a ricchezze, comodi, e umani incerefiì a'quali molti poiTano afpirare? La confufione che fu ui Italia nelle cofe politiche, per tanti che furono in quei tempi fatti Ré, c Imperadon, cagionò anche nelle altre Cictà^ efiremo dilordme nelle cole Eccicfiafiichc; elTendo i Vefeovi, egli Abbati ora fatti da' Principi, ora imrufi dalla potenza propria; e gii altri Miniliri Ecclefialtici fìmilmente fatti, ora da quelli che dominavano nelle Citù, e ora da'Veicovi; e alcune votte i benefizj anche occupati da chi aveva- potenza, o favor popolare. Nell' anno p&i- venne in Italia Ottone di Safibnia coll’ armi, () e fc ne impadronì ; e per dar forma al governo, congregato un pio ck)l Concilio di Veicovi, privò Papa Giovanni XII., febben della maggior Nobiiù Romana, e di gran icguito in quella Citù, il quale, fatto Papa in ctk minore di anni diecioito^ viveva nel Pontificato con eicrcicar adulteri, Ipergiuri, e altre maniere poco rcligiofc : fi fece rimmatar Ottone: dal popolo, (a) e da Papa Leone Vili, creato da lui in luogo di Giovanni, ramonù di creare il Papa, (^) e gli altri Wfeovii in Italia^; la quale ritenne efib, c il Figliuolo, e il Nipote fuo, dello fiefib nonir, fino ai looi. per gd. anni; c del numero di dodeù Papi che furono in quei rompo, due ne furono creati dal Principe quietamente, gH «W ùk.£edizioni periochè anche li primo. Ottone(i) TìC menò uno prigione in Germania; e Ottone III. ne menò un’altro.' uno fu lUangolato  da quello che volle effer fatto in luogo fuo; uno fuggì,  rubbaio il telerò degli ornamenti della Chiefa; e un’altro fi rmiò a voionurio cliiia; (d) di modo che anche in quefii an ni in StfnjH tr^Omnr,, jSgUtuJv litiP ftpfrtMMmo i ÙcctUmcrt. flmrin inlutf dì XÌI. XÒmMMit- AloWK» pai^u f^atì aufuiB occu^tti ho» An« onsubus {tfoom, u turpnuOifM conMiintuti «cfritionibus maj.f, C (rapo ' 19 a Itàndiniliw ruprt-iv noni a mUm»» dtft i P tli^McutUuia lU. n ciritKfu. Con .1 ina inJitit, fid Cjt^. I •. D mt J mt» V. •ìfttt ft d in Mf ttm n H d»lU jùoat, d»l fMTMt»d» aOi^i««rXl( Cuiu li». peraor. du il fUun», haAc clcàioMin omui. IWam prol’tKt. UoBtA'x compulit, putto BrneJiixo, vel diiàum ipluni duiit, qui oon iptilto poi) dolore animi «pud HamUirgum rooricur, um (elcgitm e»t. rtdi ImitfrMndt II. (OJMVfiitrrrr. • fi» ttfit, ferendo Stntdffii y. f»i(bì fmtlU di »«mt, tkt f» tfrtt» dulU jAtJmt di Cnvuniii Xtll. rra A»:ijMf. p thttt Tivrodr Irm» Vili. Itfittimémtne lìttté. UcMciiifhic Vi- diti il fUtin», a CiJinoltooiaoocive pra-pote(M «aptiH. in Omfti iKon inctuditur, eoOaiuque in loco noo niuUo polt Araneulacur. (f> oonffeiui vii- diri UyUtim», rcUnqueie «rbem coodut. pwiolìiCnu qujcque e Balìlira Tetri (ubtrahent. ConAaRonopolitn ronfucic. ubi landw fubihm, quuad, diveoditu qu« ucriteio abitulerae. imgnain viin pecunùmim cooparallet. l'ontite Romanus Ijcrorum Picer, 9cKcx, Ocra iplii hirto abftuliti et qui vindicari Acrilegij deWerat, taiiu OtriUg)! fiOus eA au>%or. liAui, dit» ilPìnùn ntU fm» vite, Joaiinì Aiehipreihytero S. Vanim ad po i^m Laimam, qui polle» Gregoriui VI- appeitaius eli, Ponuficium irnnai, ut quidam a.lìrmant, vendiditi td nl(M »4 Tgt dtfn; Dunt »nnn «lecexn per infciraU» Sedein l'etn occu^'allet, tandem moritur. Nec vataflé rum fedet dici poteft, curoPootificafum vendiderit. (f) Vide Otbun Frifing. ad ann. 1040. lib. 6. C.3». (f) Hu ob rei, diet t Plmin ntU vitn di CriftritVl. Henrteo li. ni ranca difli Attmnwmi i fama III. nitrimtntt dnt» JitnVa il Nrrt, in lialtam tum magno exercim vemei», habii# Synodo, eum bencdidum IX. Silvrfimtn IIJ. Gregorium Vi tinquam tria ier«TÌin» monftra abd» Papa c fece c^li tre Papi fuccefTivamcnte, tutti Tedefchi di nazianc ; i quali, eletti, dall Impcradore afTunfero Tlnlegne, e l'abito Pontificale fenza altro : il terzo, che fu Brunonc, Vdcovo di Tul, avendo afTumo per la deputazione deli Imperadore l’abito in Frcefingen, (i) e fatto con quello viaggio fino a Ctugn’l, Ildebrando Monaco, allievo della Chiefa di San Pietro di Roma, uomo di fingolar accortezza, voile con arte reftituire reiezione a’ Romani, c configli^ Brunonc, che, vefiito d’abito Pontificale, fi chamava LconIX. a vcflirfi da pellegrino, centrar in Roma (^) cosi, che farebbe fiato piu grato al popolo Romano. Acconfenti Leone, cd entrò in Roma vefiito da Pellegrino, c dal Popolo, a fuggefiione d'ildcbrando, fu acclamato Pontefice Romano. ma quell’ arie non impedì che, morto Leone, Tlmpcrador in Magonza non cleggelTe Geberardo Elchfiat, che immediatementc mife l’abito, e fi chiamò Vettor II. (c) L’ Imperador allora non folo donava i benefizj, ma fece anche Cofiituzioni contra quelli che gli ottenevano perfimonia; perdonando gli errori commcflTi fino a quel tempo; ma imponendo pene per l’avvenire. XXIII. Mori Enrico, il Nero,  lafciato P Imperio al figliuolo Enrico IV,, che gli fuccefle in ctb puerile; durando la minoriiii del quale, febbene i Papi erano creati col conIcJìfo de’ Tutori dell’ Imperadore, c i Vc rtre Se maglAiaiu Ascgliìtt, SviJegenmi, Eim- >i»m fcfti, jifrfttafere ttt, Jtpolìro l^ontificsli orbr^«nrefi) fpifcopum, a due. ùu luii, Puotificcm trtat. rem Hcnnrum nuUatn (reandi pontifieu ootelU m amtrUVI. U ùtnt fntmf lem • Deu habere, fei ad acnim. populuinque Itfnitm, dktnd» thè wtH ft$ ilett», fe ut» ra4}iur. Al vero Ronuauì denat, futdenacHil. r« def» «wr fc»ttt»to Si'tf^reTn.. SiìmmW. auuiidruu IkunneiH in Pcuuàhrem eligir, itr» Tifitmn iiPuirefifMftx dite, probo- co hbenttua, «)us7 oinucfu aunuritaceia eltgendo rutn hommeni precibuf, fteerdtiitrum fuvrum jw- rum l’i ;uiAevin ab lmpara(jte ad CicTUin traa. rtcedcniibu^, aiaartui fiiAcébut cA Josnim Grecia- tUcliflec. flatiM i« \>its. jiui, An.hipre»bjrccr S.Joanni ami poiiam Lati- (r) Vjòor II. -iut Qmtfri» mila faa Crtmua barn, Grrgortut VI. \o ab Imp. Hentko IH. tele- Calbeniii. Epifcop. EicAatculU. Henrici III. lai. cacai fiicrat, nioftuui eA. Amttti ad vir4« Or». ucratom Confilianns pcop liiquu, creami ab j(«rH Vi. t fi [futa amara ftm rkiaramtatt mtla HemicoIII. Mogumlc, coronami Komx idib. fma Cramta dt'Pafì. Culti fponieabdicalTet, dèe' Aprii, loid. ajb farlanda dt BtmdttiaVlU. ehiaokUaìX. dal (») llPtatmadìet th'tta fiati tletiePfèftradtrt tlafiea, in ejui Jocum fa Vcccor 11 Ma Zana IV. m» fueieta Cutà dtl J4rrjiio»jH» di 4- htirt m Trft i- avtva lafìsaid'ifiir tinti da lidtiraada, ftrfmt114, ab Imp.Hcorcco 111. toogregjtn, abdicavit ttdtrt alVlmftm, d ^»al ita aUtra rrrd«r4rà» : anno 1046. et ad MoaaAeriuDi ClUDÌare»rc relè- Cxfam. diti tìtUafit m rtft. fr» Imfent, t. 1 . gatui, ibidéoi Mulo poli obiit, et lepulcus ciì. ulque sJ Heniitum V. legitinia fucteAluRe Im jr É«, fruna di aemaart Citmrmt U. P imferadtr E» jutiu Imperarorit id faccrv cogeremur. PUtiaaim na li. ftr dnaanta Cinte di Bamitrta, Orco. vita Clrmmtu il. HI. fobrina», hxreditario fibi Jure impenttm ( I ) Città di Baxitra fitti l' Artiytftnate di deberi coatta Coloncenlèin lonwndeta. Lamfad. Saltabiars. Jltif. Rtmam. Ctrinaaua p4rr.|.r.4. Z frr altri, (i) Cui Ronum Pontificio habitu petenti, Ab- « attaccarifì anche ad una parte de’ Tutori, che vennero, per loro, a diflerenza, e fecero fa«. zioni . onde Niccolò 1 1. fece una Cofhtuzione intorno ali’ elezione del Papa, ordinando che pairafTe prima per li Vefeovi Cardinali; in fecondo luogo per i Cardinali Chcrici ; in terzo luogo pel Clero, c Popolo, c in quarto luogo fi ricercalTe il confenfo dell’ Imperadorc : nel qual modo (4) eflendo fiato eletto Aleflantlro II., fuo Siicceflbrc, ITmperadore non volle confermarlo, nè accertare la feufa che i Cardinali mandarono a fare coirambafceria di uno di loro, dicendo che ciò foffe fatto, per fuggire un afpra diflenfionc civile , e il tutto con gran rifpctto deir Imperadorc, clTcndo TEletto fuo amico, ed clefle ITmperadorc per Papali Vclcovo di Parma (i) ad ifianza di Gerardo di (2) Parma, fuo Cancelliere. Ma tre anni dopo, mutate le cofe nella Corte Imperiale, c depofio Gerardo Cancelliere, fu infieme depofio il Vefeovo di Parma dal Papato, e accettato Alefiandro, (j) il quale nel 1071. eflendo fiata fatta in Germania congiura da’Bavari, e SalToni centra Tlmpcradore, fi congiunle con loro, e entrò nella lega; e P anno fèguente citò rimperadore a Roma, come imputato di nmonia, (^) per aver conferiri Vefeovati per danari. Fu fazione Pontificia molto maravigliola, non eflendo mai alcun Pontefice paflato taiit’ oltre; ma prefio andò in filenzio, per la morte del Papa, dopo il quale pervenne al Pontificato Gregorio VII., Scnefe, Monaco, che fu Ildebrando (4) di fopra nominato dall’lmperadore.' ma nel 107^. eflendo fiato 3. anni nel Pontificato, ritrovandofi f Imperadorc ancora giovine, e con molti moti in Germania, deliberò di voler efcluderlo in tutto dalf elezioni de’Vefcovi, e degli Abbati, e gli fece un monitorio, che non dovefle per favvenire ingerìrfene. (5) Fece gran refifienza l lRiperadore; onde il Papa Io fcomunicò, aflblfc i Ridditi dal giuramento di fcdclù, (r) c lo fo Jmferédrt, aufioriticc J.ecariooif, rsmt diti U, fluii ti Pmft mrdtfimo »viVé fédtfiài Muu rtlniaii él ff tiifmdn JaUs timftrmjitUBI étir In^eradirt J  Occeruioiut, arque H^tuìnH» ur, obeuote blinda Rornaiu; Bcclelìjr Poniificc, in f nmii Car. dinalea J^itcopi .limul iIcclecuoaerraCuiHet, mox ChniÙ Clerìcn Carelì, crtcr.iqtae Roaoiillii uiagfli cincndaiusee purgaiMìt, tiipcr qciibui Rotbc erat delstui. Krama, bili. Sixon. pg. lod. Ac Abbai Ur(a di Siaaa, fkeuia Citta di Tiftaaa fHta ì' Aietvi(•tiatt.di Sitma. regta Comi. uUu Pitiluiu. deSossK. Mon^chm tc prioreiua CluiuaccntU- la Chn-a.V»f. Rum. tc ) il ì'iatiaa Axt tht (irifarw gU pretvt fai, menti di veaairt i i'iftivati, i i itàffiu ftn fama della tmari kfiiijlajhilit, aiUa mila diliii gmi VII. (a) li Platina tifTftt la farmiAala fommnir» d'£mrifo IV..MI tjurjh marni. R«aie Petre, Apoiluloram Priiuiq>'', «mIjiu, atam itiaa, tc me lèrruni tuuiu callidi. n in te fde odetunt. Se peiiccuti funt. fateer ego imbt graiu, Aoa mertiit mcii. populi Cbriftuaicuram dnioodamn eCc. «oflceBiinque ligandi. Ac blvendi pocdUteni. Hac itaque fiducu Imi», omnipotentu Dei nomme. Pairii, l-iltit&Sptrttus Sanai, Hcnrìcua Rc|cm, Henna quoùdam Inpeutorii lilium, qui atiiaUei nimium et uinera Io rofpefe dairamminHlrazione del Regno d’Italia, t di Germania: fcomimicò anche i Velcovi Cuoi Mininh, fi coUegò co'fiioi ribeiU % concitò U Madre pcopria deirimperapre centra il Figliuolo, e nel tempo in cui pafsò fino al 1085., quando il Papa mori efuJe in Salerno, komunicò Tlmperadoic 4. volte, e fece un decreto generale, clic, ie alcun Cherico riceverà Vefeovato, o Badia da mano laica, non fia tenuto per ClierJco da alcuno, e fia privato dall'entrar in Chicla, c il fimile a chi riceverà altri bendìzj: alb qual pena foggiaccia anche T Imperadorc, Re, Duca, Marchelc, c Conte, c ogni Podcft^i, o perfona fccolare, che ardiri di dare invelliture di benefizj. (^) Solienne la fua catifa V Imperadore colf armi centra i Collegati col Pontefice e fu ff^uito dalla isaggior parte de’ Vefeovì; onde il Pontefice fu in grevifUmo pericolo: ma egli, che gi^ aveva fcomunicati i Normanni come ufurpatorì de’ Regni dì Sicilia, e Puglia, fi voltò allajuto loro; lor confenti tutto quello per cui li perfeguìtava; e gli affoUe dalU fiuimunica. e fe per quella caufa Roberto (i) Re di Napoli, e di Sicilia; che per innanzi era perlècutore del Papa, non fi fofic voltato a Tua dtfeia, per far contrappelo aU Imperadore, egli avrebbe iofientata la Tua caula con intera vittoria. (a) ma per gli ajuti di Roberto, il Pontefice, febben efiile, fi fomentò; e morto quello, porgli ajuti ifiellì. e di tre Rugìerì dell’ ifiefla famiglia, continuò l’ tficna contefa anche co’ due Succ^Ibri di Gregorio, amendue Monaci deli’ ifieffo Ordine: f ultimo de’ quali, che fu Urbano II., in premio de’ fervizj prdUti da’ Normanni, diede ad un di loro la Bolla della Monarchia di Sicilia,  concedendogli in iatco maggior maneggio nelle cofe Ecclefiaftiche di quello che voleva levar alf Imperadore . perlochò, olcf» le &omuniche che più volte replicò colf Imperadore, e le ribel rie m EccIrGam eaun «nsiius igjecit, tmperàiorié Kegitwe manim|'«rio fi ì jm m jn iiii n a n illi •VMiamu ftdeot vexii R^ibut prsftarc confueverunt. AMm ritti nut, tb t»» tfutjf» fttmmiMM i fdfi bsMit ttmautmlt ftmutrt it gm« dtii' imfirstUri, 4t’ fiuti tTAtn PsfftiUn t ti tb'i fi», md mfumtrt il diritti di tmar U Crru tfuillt tbi fttafrt tnHtm U féiifià di dtptrU, ftumd» àtlF timtiriià fntiifi th. ( 4 ) A«Aorita« omnipotenrii Dei decernttntu ut «ii« m’ùn, t m’l»n Hmpfr%'. nofinuhì i! din cb, fertbi i nftim tngmi no biìfimpaPimh, tbifpttPtmgmt^iuÀtni ffirittnh full Im rnti4, ! p#rr«M no mlli im diti, per mipiMn ilt b»Hi eimtrirti mirriminié tilÌ4 lin ebufm, porr ibt i iri»(ipi xigiimmi mgtttrfi di d»n U p^mi,MffiritMAltcii« »« b4n»4, > m»m mftrfrtt»t.ii9i fifPira, tkitmfmdiil firn’ pirati dal biaifitii, imdi il friatifi ba la diffifi arimi, eeim frani Prifrittérii, irifgnfmUanti la fuftma tir ffaH, reW» f funmatt, ib^_mim ì riavmti, fi Mia rWi’iH^i^MNr dilli mam di tiliri ibi tenfaeraac iVtfrivi. C«eorroaMe, fbt firiih imititi, I dtrfirii, fi l’imvejhtma dii fri»tifi naftrtfi P aaiiriià ffimmale. ^0 X>«e Caifrhard, ttii, l'ahiti, Cij MittbiivtUi all libri arrove drU faa Stmia di Ftrtmai diti rht dalli eiattfi di guifii tmievadiri n'Pafiaaffairi U fatiimi diCmtlp, • drCbibtUiaii i pròni di’ f mah temrvami il Pierri' ti dii Fifa, ifli altri faitU diU’ ìmf traditi. ijì ibi il dtrkiarava Ligati dell» Saura Sedi, I nmt tali, U ttpitaiva Gimiin dilli Ca^i Etilifiajlubi- Awigmaihi amtla nmet^imi fia afitrifa, t al riodrti'v dieltxjimim dmìafitti JaU fa, il Rt di Sfagma prH. f i Cali Jdàayf ri ia Sicitia mi» laftiami di primalirfimi tim rmrti W rigiri, fimi a (iimamifan i Prati, i Frati, gli Abbiti, i Viftimi,td taiaaàu i CardinaUtbi rifiadiai mi JUgmi, t ad attribmirfi il tifili di Samtifiim Padri. Kiiramai USb. ilCùmtglii distati di Sieilia, il fmalt frrmdi altrui ia fmahtà di Saffi Ciihgii, fabbliti mm libri imiitAati la Me. fiatrhia, ftr aimritjtan fmifiafnraaìrÀ ^ritmale. Il Cardimat Sarimii vi ma firitti tmira mili’ mnduiimi lami de fan Ammali : ma rami i hmtam tb'igli firn rimftiti «» ri) rbt frttimdema, tbt amrj i Vfit pi diKafili, i di Sieilia, i il Omarmalm di ttifami prri^rma fari Filmimi, mm af tiliandi imai i limt^ti ibi il Càrdmali mi fin eia Itti tre al Re d: Sft^am, Fìliffi IH y Digitized by Google f MATER. BENEFIC. 41 ribellioni che gli eccitò centra, gli fece anche ribellare il fiio Primogenito ,j(x) e col mezzo di quello efclufe T Imperadore quali d Italia: ma morto quello, il Pontefice che fuccelTe, (2) replicate le feomuniche concra l'imperadore, e fufeitate molte ribelliont, fece anche ribellare T altro Figliuolo , co! quale venuto il Padre a guerra, una volta vinto, e l'altra victoriofo, finalmente venne a condizioni d’accordo, nelle quali fu ingannato, e ridotto in vita privata, lafciato V Imperio al Figlio, che pur Enrico fi chiamava. (3) Morto Enrico IV., Palquale, che così fi chiamava il Pontefice (4) quarto era quelli che, incominciando da Gregorio VII., combatterono con Icomnniche, c armi fpirituali, per levare T invefiiturc de Vefeovati, e delle Badie all’ Imperadore •, fece Concilio in Guadalla, () e poi a Trojà di Francia, e rinnovò in ambiduc i Concilj i decreti di Gregorio VII., e di Urbano II., che neflun Laico fi potelTe ingerire nelle collazioni de benefìzj. (5) In Francia non fu accertato il decreto dal Re; anzi egli continuò fecondo il cofiume; e anche Tlmperador Enrico V. fi oppofe; il quale finalmente nei ino. venne in Italia armato per la Corona dell’ Imperio : al che elTcndofi il Papa oppofio per le controverfie vertenti tra loro, convennero che Enrico andalTe a Roma per la Corona, meffa in filenzio la coniroverfia delle invefiiturc, delle quali nè l'una, nè Taltra parte dovelTe prlare. Andò Enrico a Roma, dove il Pontefice Palquale, parendogli elfer fuperiore di forze, non fiando fermo alle condizioni, voleva che rinunziafie le invefiiturc; e Enrico, confidato nelle forze Aie, ardi, in contraccambio, di proporre che il Papa rivocafie il decreto; dicendo di non voler efiér inferiore a Carlo Magno, Lodovico il pio, e ad altri Impcradori, che quietamente, e pacificamente avevano date le invefiiturc: () onde, crelcendo le contefe, l’ Imperadore fece prigione il Papa, e la maggior parte de’Cardinali; e con loro fi allontanò dalla Citt^ : fi trattò l’accordo; e finalmente convenne al Papa incoronarlo, lafciargli la collazione dc’bencfizj, (tf) e non ifcomunìcarlo; c perciò fu giurata roflcrvazione dell’accordo : Tomo 11. f il Pon ti) Ctffti. tht frtft il tU$lt di Rj d ItMlim, t fi fttt €»Mp^r»rt indi ^ììa fyhi» Is d$ R«am titin Kpifcopii, Caruvabo. Et do veram pscem Caiifto. Cinftx Komaax £cclelìar. 0c ocnnibui (|ui in parte iptìuifiint, vet Eierunti flcini^ibas banfta Romana Enletla aaiiliam poftulavcrit tidclKer juiabo. Ur^ffnìi imCirM, «Jrna 1 1 ss. iium, elcAU. maelKmtatn virgx, Se annali cwnterati pni) invellitionem vero, canonice conferranonrm iccipianr ab Epifropo ad quem pertmuerii. ifremi is CirMÌia ». iiu. aifmt yrffrim~ fit f»im mmn». (a) ConErmaito parit inter ApoRotinim, et tmperarorem, dum in eelcbratiotie mittx iradem ei Corpus de Sanguinem D. N. lefii ChriDi: Domine Impentor, hoc Corpus Domini natum ex Maria Vitgine, paflum in truce, damus tih) in cuiibrmacionens vere pacit inter me Jx ce. Stgebertiu in Chron.anno cit. Vide Juret. in nodi si ep. %ì6. Yvonts Carnm. pag. ipf. §l""»i V limftrMÌTi fi lamini dilla i#muinita fulminata ràdi i Cmalta: al iti larù» ltevarniican thi^meila fumumitatra ma fattidtlla fiifa t'af^mali, pttrM Ta^vva tenfermatm teìta tivaatitni dilli imfitnihi itati fu ttndini ih gli 4r> Heiiritu», Dei grana dovrebbe tener per invalido i[ confenfo predato dall' Imperadore, per timore di tante fcomuniche, e anatemi, di tante ribellioni, e macchinazioni. Perchè caula è (bctopodo a redituzione quello eh’ è facto per timore di prigionia, e non quello eh’ è fatto per timore d’anatemi, e per paura di veder tutto il (uo Suto, e popolo in confufione, e guerra civile? Ufavano alcuni in Concilio alla prdenza di Paf lenendo il Re la fua autorità, e difendendo l’Arcivelcovo coU'(2 ) a;uto del Papa la fua oppofizione. Credette il Re di poter perfuadere quello che riputava giudo al Papa; e gli mandò perciò un’ Ambafeiadore, il qual ebbe dal Pontefice cosi dure riipode, e minacce, che, per rintuzzarle, r AmbalcUdore fu necediiaco a «Urglì che il Re non voleva cedere la fua autoriili, fe avefle dovuto perdere il Regno .• al che arditamente replicò il Papa, che non lo voleva permettere, fc dovefle perdere il capo. (^) Stette il Re collante, e ad Anlèlmo convenne Tomo IL Fi.. 1 parti» Abbt, UrpergctiJit in Chron. ftnioiii&. ( I ) Is ìtfft JrvmmHMtmralt fi 0 tf f» Ìmm, ti immutmMt, t tttMitis eftmmtntt metffarit sii» frrtti, jttsnis S. i irmsndsrmnti iìDit MItgsm sfl»xsmtHtti il rirt ss» smMo i etmsnismttti itil» Chirfs, i, nem »rii»»it rffr sffolutstmntt ttterff’sru sii» fàlttU, fsffitm» s\tri ^nsltbt imfi. titimst» tht difftsji islV ^trosrlt. () VHe OolTnxl Vindocin. rrift. 1. et 4. 4} Vide Ivoo. Ornot. ep. 60 \ Endcm anno ( oij. ^ Aaiétma Cintuayieofii Epirco,‘a- hibcre le rewuni opjKimmum, Epircopomm libi min L^alaiu, tu PsUiio Regu. prfluicnic Ar> relUtui invcAinirti, quw ib ejuCicm prcdecefloie chiipifirepo AuiÙmo, cui innuit Rei Hetukus» Inip.Hciuico per qvuiìdoi libom RmiuiuEccU6t lUiuit u{ ab co (emport mtciiqnum nunquam iU vnulicant. Exjpave&entibut Ratnanh Rcgii poper donationcBt bànlipuAoralia, vclaAsali, quiC nnnani, munim k oppniùit Abbai fanflui. Auquam de Epil'copMu, vel Abbaiia per Rcgem, dadei CQlm rclìiteni Regi, verbaoi oulignum mivel qutmlibcf Ijicam manuBi inTefliretur in An. ra libertace redarguii, min auftoruate cotnpercuii: glia, concedente Archieptkopo ut nullui ad pr«. iitil fuA vù» é» Aìm», Vtfen» d' A m» lattonem eteCiiu, prò nutntgiu «)ttad Regi lare- Ktrm, tMf.it. rei, conkcratMne lukrpti huootu privaretur .Afa (c) Mtltdù, din Tacito, ftr fuM rifmriirtt il Mtttfi» t il fttfn»- Am. y m$9t n«M »rs, cbt dirr>wj; im- (d) E0ij adbucvìfliaviresi ambiguta, fijelibera ftfteM làifrtlMMmMggié t diftMdtÀMt- nati aerei, (ì delperifleiu; vidoriiiu conEliu, de Im ftrffMM mìU ^»mU k prroi msiU vii» di tf- latione pcrEci. uìfi.i. iiffM AMt»ft». () Abbai Urlpergcniìt, anno usi. ( I ^ ri auslt, ftt»d OM^rta, f» ftiMit ml (a) Zn 9itg»U» »»n dar» ftiamtat» fiaa mlU jierna mtdifmiM i» i> f» rrana lamoteMtJi IJ, tuauMmi iti Satctfftrt, m» fa ti'ifli »Sh» fri# ttam U fidi» fiut »»•, a nava mtfi. J». fiali W ainrnaaana di ftitU» »l Xa, td mìAi» aeBMitmtM f» ilitt» d» >r) colla privazione del Re, e colla conceflione del Regno ad Alberto Imperadore, fe l’avcfTe acquillato, fu pollo in gran pericolo, (i) Nel principio, quando s’affenti da quelli a’quali tornò conto in conceflione Appollolica di confervarfi quello ch’era proprio del Principe, non fu ben penfato che i Pontefici pretendono poi di poter rivocare i privilegi concefli da’ Predeceffori, anche fenza caufa •, febben mai non mancano pretelli, Kr finger caule', e chiunque poflcde per titolo proprio, e fi contenta di riconofcere per grazia altrui, è come chi, lalciando il proprio fondo, va a làbbricare nell’alieno. Ma all’ incontro, quando alcun Principe, rotta la pazienza, conferiva qualche benefizio principale; il che i Re d'Inghilterra, e di Sicilia facevano Ipefle fiate; i Papi, per non attaccare contefe, non dicevano altro al Principe : ma, per non lafciarfi pregiudicare, colle pratiche per mezzo de’ Monaci operavano che 1 ’ Eletto rinunzialfe in mano del Papa ; (i) promettendogli che farebbe dal Papa invellito, e cosi avrebbe quietamente quello a cui, fe non fi fofle contentato, il Papa fi farebbe oppollo, e gli avrebbe meflb tutto in difficoltìi. Di quella pratica ufata all' ora frequentemente da’ Pontefici ne fanno lunga menzione Florenzio Wingerinenfe, e Ivone Camotenfe, Scrittori di que’tempi, () come di cofa ordinariamente fatta in Germania, e in Francia con quella forma di parole, che i Pontefici con una mano pigliavano, e coll'altra rendevano. Quello partito era facilmente accettato, come quello che faceva ufeire di travaglio; e il medefimo Re, fc lo veniva a rifapere dopo, lo tollerava, come cofa ehe non faceva mutazione in effetto, fenza confiderare quello che importalfe per l’avvenire: del qual modo fi vogliono anche adeffo contro i Vefeovi Cattolici di Germania che non ubbidifeono alle loro rifervazioni, come a fuo luogo fi dirh. (') In Spagna la natura quieta, e prudente della Nazione infieme col buon governo di quei Re furono caufa che in un moto cosi univerfitle efli («) Miflb io FnncilR Ar(bi 4 ixoAoNirbonen(ì, Philippum «me ( Booibciui ) qaid Ha( Tatiooe, atque ordine PoniificatDs Ca. (tiedruD feandere coadùa, qntdem, flc emn otuiu hzfitatione confralic, propter eontcntiostaa iUam qux «rae inter Regnum, Se SacerJerìum ’»care, Ebiqite vindicare plus zquo imebacur Impetialit auMritas. Rur^t autcoi vciebatur, flon iìne Diriaicatii Doeu, jun terno (ibi auteni Epiicopatum, «oinque, (i tertio repudiarci, pofle in ipfem competere ilU (cmentiam; Noluit bencdi&ooeni, Se elongabitur ab eo. (mcr hai igicQC aagultiis poiims, qued «iwm bluure eiilUinabat, ad SaudjtSe Apo(iolic« fedU auzilium eoit&ig«re decrevit. In ipro igitur Artieulo, adhuc in Aula Imperatoriieflet, wmm tmKmptvit DriRr#, mo. fuam ft im nifi tanfim. titntt, ^ ftflmlmnl Etdtfin f»n, Faniiieh Uxi»imétni, {^ftnftffari, ^ invtjUturnm enft^mi wnTtrttmr. Ananym. io viuS. Ottoo» anoo 1 ioa. (•> EpiRipo. ipt. Sca»}. t'»nni%'-\7- inno fìstmurn eli Rome i Dumino Papi, Ce frnribu, CiTdinilibcs, qui vigittnter flit letnp 'ralla prò. corant commoda, 9c emnluinen», slie.ia non ramei, ut qatlibet. qui la Abhaiem exem['4UiQ ex tUBc cligereiar, RgnuMmCurt'.in adirei coivSruundut, et bcneZiceudiu. in HmritiiM. TA dirpofizionc Epifcopak. Rcflava tl Pontificato Romano, che, efdulo il Principe, pareva doveffe ritornar alla libera eiezione del popolo: ma nel ii45> venuto Innocenzio li. a dilferenza co' Romani, ed dTeDdo da loro tcacciato dalla Citili, egli, in contraccambio, privò lorodella podeltk d'eleggere il Papa, (a) Nelle turbolenze che lucceltero, per le caule fuddeiie, molte Ciiik lollevate da'Velcovi confederati col Papa fi ribellarono dairimperadore, e i Vefcovi le ne fecero capi, onde ottennero anche le pubbliche entrate, e le ragioni Regie: e quando le differenze fi compolero, (i) avevano prefo cosi fermo- poflefiTo, che fu necefiìcato il Principe a concedere loro in feudo quello che di fatto avevano ulurpato, (z^ onde anche acquifiarono i titoli di Duchi, Marchefi, Conti, come molti ne lono in Germania, che reltano anche tali, e in nome, e in fatti, e in Italia di nome I0I0. il che fece EcclefiaRici gran quantitli di ^nifecoiari; e fu aumento molto notabile, non folo nelle turbolenze delie quali abbiamo parlato, ma in quelle ancora che feguirono folto gflmperadori Svevi. XXVI. I Monaci in queRo tempo s' erano imromefli grandemente a favorire rimprete de' Pontefici contra i Prìncipi; (3) perlochè anche perderono affai della riputazione di fantiù anzi fi perdette anche ia vehth molto della dilciplìna, e ofiervanza regolare ne' Monafieri, poiché s’tntromifiero ne’negoz) di Stato, e di guerra; onde anche celarono gliacquifii loro, le non in alcune picciole Congregazioni ifiituiie nuovamenmcnte in Tolcana, le quali non s' intromilero in quelli moti, e coiv fcrvarono la dilciplina ; (4) e però, continuando la divozione del popolo verlo loro, furono Itrumcnti per acquifiare nuovi beni, ma non molti parò, eflendo eifi pochi. XXVII. Ma un'altra occafione pafsò, la quale fece fare grandi acquifii ne’ fecoli de'quali fi è parlato, e fu la milizia di Terra lama. Fu allora cosi intenfo il fervore d'andar, c contribuire a quell' acquillo, che le pcrlo («) l»nMns.ì» tl.iUtOtufnt, quiptcfm, ^nìZì } eh U Karnma^ v$ltv» UutttT ii (Uff di’Prni, $ rifiékUiT$ f mu itvtrnt In qutbui rant'ovcr. fin po^lat Ronunot, quod pontifici rebelli tC (et, aimheinaie nttrinit, tunc primuni a rnntifitm comxiii onmjno ezclufineii, dca .1 (nIoaCarZiniles poaiilkn eleOio putlatim. Cleri etbm primoribua ooinine eac’utu, revlaUs. P’itrur porro, fine olio popoli inteircnru, Papa creanti eli. inutiuo Innoceniioll. Czlctlinui ( 1. A»n$t. aiwtém l»e. Tn€it» dUt tk'ì 1 ftlt» d^it mf»TfstwTÌ t MH lmai§, td tnpufi» fir mm ritWe ùgutumi Regi! Apioni>t|trr mialcrani. diiitjnic{ue luentia. Se mforia. ujli jore. ft Jc«fao nitebancur. en. 14. Gre». I '■«»« meu d ffrtfrutffi >»&» ir r» tht Ut ttr»» hn. A régUa dì futdi, melti Vtfervi, 0 AlfT"0>i»f, 0 FfSHfri, 07000 0t4hf0l f 0 rt»rfi a» mUm 0 U 0 ft 0. --Ve) Utxjray di(0 tbì, in rtc«i«»iN'4 d'ftrvìgi nel tempa dtUt ceaeV d0ll» fdnt» StJf etgf lr»ftrsd0TÌ, 1 f»f> Mer4.fiM f^i Akhati friniifaìi dtfb frnnmiali Efift 0 faU, (mÌ, dilln Uut». dIU ThuH», dignmnu, dt'SnndnUt 0 fH dt! f»fl 0 TmU ! nella nta Zi tiiippo Au.utló. (4) t- fa0l0 Ud» tMiismné POrdint mt'Str~ vi, U tni 0Ùit0 f0rrsvMi imffT0hqìulinrxli par tuum (e-ixerat.Quod ia laudibui D.Vir^inn raatandU adìdue occuparentur. .. . a vulgo tunc Stnd B. Mmti0 vocati, onde ad ooa fuccclTorea domen. perfonc, non tenendo conto delle robe, delle Mogli, e de Figliuoli, fi mettevano in nen> coueiUin«i>, et domot. et ftmiliaa, sti^ue orniti» bnn» enrunt 10 b. I^ri, Oh Romaix firdclic (ìroMOtOBC. lìcu( Ormino noAro Pipi Urb«no tUtuiutn hiit, tufitpimu. Ijuiiumque rrgo ciaulrahcfei veiigterre, qjeitidiu in vu ili» mor.-.rinir, prae&mplc. nnc, eKooMitunKiuoni» uluone pieitannir. Ctir. Csìixi» tl. 't»i. cxf. n. yrJt 11 fitand C«ai«« dtl di ChisrsxMtttt, t U 4$0iutsi.uMi del JjjMr di, ) 4 r (0, Ivemt di Chtrtra. ntlU fi. 4 'y. xÌMfMm» Artivtft» ve dt Tir# ntl Ore pum» e»p. «f (irnslulau di Sen^MfS nl IH.}. Knitfr» Utvvtdr» aìU Urtn fArti mill'Mnx» Oiiem di Fiijiagim di itfu Ffiàtrtri fep.Jf. IU pi fi»U \97. d' ÌHHoteatM III- »tl lil >4 15. S»0, pmfsmd», tht i'Auivtfttv» di Tir» dirt ebt mtlfi GtBliliiemuu fitte ftùmentt il Mitigi di Tter» $4040, per effAtéra dml ptfsre i Ite dtiii al th fi rifteifee U leils IX. Si S t vero pioStitrtiuiuai liluc, du' ^'VJVJR« 4 fna tipi d'smlMrfi { rirfmev4Bt il fiiprtm» » •fmtgU « i.iiiri wM dt'lM i t fi TtvdlX4. 44 I» tm» mule i Spatri di imiti iCrteimin 4»m fpjamtme ptrihi m'tfiirvAB» uUiduntA, rm ptriht h premdrvmmt felte Im lrt prtitKxhr fi»4 I Ur» eiier»:lt f»»ìi ttft era» ie»at Ittieri di Star, fbt jifptmdnan» pmalfifia tfumxttue tivtle, 4 tnmnaU. Nell» tiu ..i I tiippo Augulio. (^> TempUrionim tmlitbm Ordo inftiiutus anM Mi. Jernlblnmt ab Hugne de Pagana, Ac Gaafredo de S. Aldeniaro : n>irunim>e a.1 làlutein pe'cgtmoram contea Ucrnnufa et incurlàntiuni iRlidut prò viribuicoiktervarciu. Cumautem n >eot annit peli corum tniliiuitoneni in habiiu fuiflcnt lèculan, ini oncilio Trccenli data (iuit eia regub, Ac habitut alTignicus albut, vtdeliret, de mandato Hononi l'ipat. Ac Stcphani jctorulùiiita' m PatruTchx: poilmixiuin tetu fub Eugenio Pa. pa crucci de panno rubeo, ut intct ccieroi eflent noiabiliùrei, zlTuereccEperui't, tamEquiies, cjiunt eorum fiaim infcnotcì,,um militei, quacn al(er:iii condiiionit, ut in ea, relinu parcrtibut, Ac p-opriii patrimnfliii, regularicer tivereat .ncitavit, actraait. Ac illene I i;uorum qui.iiia Holpiuloiii, (ìvc {ratrei battere contra i Saraceni ; la qual cola, fcbbcn nuova ^ che folTero irtituite Religioni, per fpargcr fanguc, fu però ricevuta con tanto fervore, che in brevUTimo tempo acquiftarono ricchezze grandi : tutte quelle maniere portarono grande aumento alle ricchezze EcdefiaAiche. XXVIII. Fu anche un modo di dar accrcfcimento affai notabile a’ beni Ecclefiaffici il riveder bene la materia delle decime; c dove non erano pagate procedere con cenfure, che fi pagaffero non folo le prediali de frutti della terra, ma le mifte ancora, cioè, de’ frutti degli animali, e ancora le pcrfonali deirinduftria, c fatica umana. Alle decime aggiuofero le primizie ancora, le quali furono primieramente iftitnite da Aleffandro II.; iraiwndo in ciò là legge Mofaka, nella quale furono comandate a quel popolo. la quanriih di clic da Mosè non fu Aabilita, ma lafciata in arbitro deli’offerente: ì Rabbini pofeia, come S. Gerolamo teAifica, determinarono la quantità, che non folsc minore della fcfsagefima, nc maggiore della quarantèiima; il che fu ben imitato da'noilri nel piò profittevole modo, avendo Aatuito la quarantefima, che ne’tcmpi noAri fi chiama il quartefe. Determinò Alcllàndro III. circa il 1170. che fi procedefse con Icomuniche, per far pagar interamente le decime de’Mulini, Pefchicrc, fieno, lana, (i) e delle api ; cchc(2) la decima foffe d'ogni cola pagata prima che fofsero detratte le fpele fatte nel raccogliere i fruttile (?) CclcAinoIII. nel 1275. Aatu'tchc fi proccilefse con Icomuniche, per far pagar le decime non folo del Vino, dc’Grani, Frutti degli Alberi, Pecore, Orti, e Mercanzie, ma ancora dello Aipendio de’ l'oldati, della caccia, (4)6 ancora demulini a vento: (5) tutte qucAe cofe fono elprclw nelle E)ecrctali de Pontefici Romani: ma i CanoniAi fono ben pafsati più oltre, dicendo che il povero è obbligato a pagar decima di quello che trova per Umofìna, mendicando alle Porte; e che la meretrice è tenuta a pagar decima del guadagno meretricio; e altrettali cofe, che il mondo non ha mai potuto ricever in ufo. Le decime erano pagate a'Curati pel fervizio che preAavano al 'popolo nell’ infegnare la parola di Dio, amminiArare i Sacramenti, e fare le altre funzioni EcclefiaAicbe, onde per queAi miniAeh non fi paT om 9 IJ, G gava ItafpitAlU S.Ja3Anii ahi, frarrci nulitic templi^ «In, fratte» HoIpiiahfSar^ IttjrixTeutonicotam IO lerufUem nuntupoomr. Jm 0Ì dt Ktrist» tsf. l'Ordmt d'TtfMt»r'i, i Uro hmi fmrono doti ifU SptdsUtri : il tho ) ntritt diffitUmetni di CfUtUmolOTi Vrfftrjtnfii it. ( I ) Miniimus eaiitperte]JÌ. Volumut ergo, flcdiilrifte prxcipirnui.quatenu» dccimatEcclelìii CUOI iiKegntate ddbita pctiblvatti. tini. t. ta. (f ) Quia fidelii homo de ornnibui, quv Ikiie poieA ficquircre, dceimis erogare cenetur i MaivdamuN. (Maeenm H miJitem ad tblutionem decimaium de hit. qux de inokndiiio ad ventutn provemunt. (ine diminurioDcaliqua. comptUatii. UfJ.f.i. 5Q I ^ava cofa alcuna: qualche perfona pia, e ricca donava, fe le piaceva^ per la lepulrura de’luoi, o nei ricever i Sacramenti, qualche cofa, c palsò COSI innanr.i l’ulo, che la cortefia fu convertita in debito, e simrodufTc anche in conluctudine il quanto fi doveffe pagare, c fi venne alle controverfie, negando i S'ccolari di voler pagare cola alcuna pel miniftero de’ Sagramenti, pcr#hè per ciò pagavano le decime, c gli EcdcfiafUci negando di voler far le funzioni, le non fì dava loro qiieh 10 eh’ era in uiànza. Rimediò a quello dilordinc Innocenzio III. circa 11 1200. proibendo veramente a' Chetici di pattuire cola alcuna pel imnidero; e di negarlo a chi non voleva pagarli; c comandò che lenza altro faceflero le funzioni ma dopo quelle -lòflero i Secolari con cenlure sforzati a fcrvarc la lodevole conluctudine (così dice il Papa) di pagar quello eh era (olito; (i ) mettendo molta ditierenza tra lo sforzare innanzi per patto, e sforzare dopo con cenlure; approvando que« fto per cola legimraap proibendo quello come fimoniaco. (2) XXIX, Ifn altra novità ancora fo introdotta centra 1 Canoni vecchi, la quale fece molto per 1 ’ acquido : era proibito per i Canoni di ricever alcuna cofa per donazione, o per tedamemo, da diverlc forte di pubblici peccatorf; da fagrileghi ; da chi redava in diicordia col proprio Fratello; dalle meretrìci, e altrettali perfone: (4) furono levati affatto quedi rilpetti, c ricevuto indifferentemente da tutti. anzi appunto i maggiori, c piò frequenti legati, c donativi fono di meretrici, c diperlone, (3) che, per difgudi co lor parenti, lafciano, o donano alla Chtefà. Così i Pontefici Romani ufavano gran diligenza, per ajurare gli acquifti, quanto anche per confcrvarc la podeM di didribuire gf acquilli ; la quale, come fi c detto, era con tanta opera, e tanto fanguc cavata di mano de’Principi, c ridotta nel Clero. A ciò, per proprio intereffe, tutto r ordine Scctefìadìi» «Ma £olo acconfentì, ma fi ajutò colle predica fanftjin EtcleOun iDiroduàam niiumor idringere. Qut propter pr«vu «uàionn 6en prohibeniuj, de pis« confuetudinn pweipimut obfervvi, enefiziarfì nel loro Regno, iiebbcn erano beirignamehte ricevute, ed eleguite da’Vdcovi, i quali, attenti loio ad clciiidcre i Principi f non penlavano mai che altri, col privar clH, potelìe al trronim, ft pIftNinqftediKmttMi, ac benefirù it. tabiluarc perionit cuniciuaiiir iMWcutit.ft iran probdm, ia oifiicin b«ti«C(Jii uon fedìent i ticque aultui ftbi roauiuili nonaRooteuM. IjnRutm altquaod» a»» iaicfliauetr qmn tiimw. taiatram cura ncglcóa, \eiat mmaaarii»^ htxmiMiio TcmpoMla locra. Praevu Prarinancr Saad. p»g. $a. l’aaarm. av%»atk't tt altana, fi ìatatatm altra\ di qatfPéktlft. Effer, dù'aiti, vsidc boatHum, ft Intcauwrum, ut qoiT. qoc in Puria fua ben«fium me feci. Lon|;e-eft iflud a te. Nam par iniqòitsran filionm boAitDam, qaonuin ia t«c«npen tUa fu taamilata dal fua PmIm Mjar a f fLaimauéa di fmmaftrt, Oatutmtaaa, dd rfi b mitrati tkitm»t» 1 Caapilasiaa. di I vecchi Collettori dcCanoni, Graziano parricolarmcncc, raccolfe tutto quello che (limò proprio alla grandezza Pontifìcia^ eziandio non fenza mutazioni, alterazioni, e anche falfifìcazioni de'luoghi onde cavava le lentenze; (i) e credette d’aver innalzata qucirautoruh al fommo dove po tefTc afccndcre; e per quei tempi non s’ingannò.- ma, mutate le cole, quella compilazione non fu a propofito, ma al Tuo chiamato Decreto (uccefle quella Decretale, che poi anche non ha lodJisfatro : ma, fecondo che di tempo in tempo i Pontefici fi lono andati avanzando in autorità, fono (late formate nuove regole; onde nella materia benefiziale particolarmente non hanno più luogo, nè il Decreto, nè la Decretale, nè il Sedo, (3) ma altre regole, come fi dirk. XXXII. I! modo grande di beneficare della Corte Romana col donare tanti benefizi tirava Ih ogni lotta diChcrici; quelli che non avevano benefizi, per acquillarnc; quelli che' ne avevano, per afpirar a maggiori, o migliori; onde, oltre alle caule vecchie, s’ag^iiinfc anche quella a fare che molti non rilcdelTcro. La Corre non potè dilTimularlo, perchè ogni Diocefi fi doleva che le Chiefe fodero fenza governo ; c del male ne dava la caufa a chi veramente l’aveva. perlochè fu rifoluco di farvi qualche provvifionc. Non parve però a’Pontcfici di quelli fecoli che fofle bene procedere, come il dilordine era troppo comune; come anche perchè quello era un modo di mandare fuori di Roma tutti : il che quando fodc dato fatto, la Corte redava vota; c ogn’uno avrebbe atteib ad acquillare i benefizi dal fuo Vefeovo predo al quale perlonalmente fode dato, più todo che mandare ioidi, c medi a Roma, per acquidare alpcitativc : fi trovò per tanto un temperamento, che fu, far leggi che comandadero la refìdenza a quella lorta di Beneficiati che poco potevano afpcttare dalla Corte, non parlando niente degli altri: (4) cosi Alcdandro III. nel 1 i7p. coman^lò la rcrulenza a tutti i Benefiziati che avevano cura d’anime: () furono poi aggiunti anche tutti quelli che avevano dignith, amminidrazione, 0 Canonicato: d'altri Benefiziati inferiori non m mai detto che non fodero obbligati a rcfidcnza; non fu però nè meno comandato loro che riiededero; perlochè a poco a poco fi riputarono non obbligaci in modo, che anche nacque una didinzione di benefìzi che ricercano refideiua, e d’altri lemplici, che non obbli do. £’ thisimitM, Extra, m téfìtBt tk'tU l» i imi Dttrot tmnfilttù iaUrBttMB-, t leattcvtieaa, ftrrhi trntrrm4 Uiri tfrffi Am Aifiu$:Ti\idtx, Judiciarti, Cleriu, Spon. en : Harc tik>i ddìgnant quid quinqnc volumina li^nam. £llm md tffirt in nfr Bt ixji. Grti»i 0 IX. trm nifut d'InmmrwiiMUl. td nmtndmt deHm fmmijii» d'Cmnti, arffdì «n-t dtUt ifMmttn fbt ftrimn il nttlt di Uarooi Romani. ( I ) U» GìMTttmafnìtm Trmnttft diti (ht il IVttttg, it OttrtimU fuftt compiUtiOACt, ac larraginn tatn bunanini,, rum privarum r«'uni, incnitdite a‘trtt», tmmt mffrrv» tUrtÙ it PUtmm Mrl medrfim Imm^m liU > mn Mrm rari fhumfm, ftrfbi ftrva di fMffirmratt m’ nm^ut libri dtUt tìttritmii. Fm pmbblKAtm dm BmnifmtMWill. layH. de i deamminmtc Codrx BonilMiinitt. (4) iiUnttm, diublii.e cumplcinnir. ài ftmp U di RriiHàiu, jfmttrt iti itrtm» fm»U, mt! taf» mK. ItirafrimpàttlM (»• rstttlt» C$re r»r dciU Vetrmt —f f_ diti tbt n»n fmrpn »réiM»te, fi m kiU'akm loyi. Anno Di>mtni lopf. Urhanut Pa|M,tn OalliK venieaa, Gregom l^px d«crm rcnovat, ti confInnK. .. . Claromoa'c, in Arveraia Con cilium te^elnat, meofe Novembri hoc anno (écjaenu, in qno Ihmtum cil, ut Horx Beate Mane c^yotiilic Jicantur, otfitiumque eiut, diebui Sabbali fiat. Jm Ckrmui, taftt. tr. (ONt'^rinNeMipi, dieeF.Poolo, i ^radULnUfisfitti »étt iTMH» dignità, «e’Mvri, timi futa d uniti fettfi, m» tstubt, t mntfhn, tbt S. ì'nalt ehmtnn tftri, t fmntitai, i tìifi Grifi» Oftrni. Opus fac EvangelilUr. minillenuni tuuin imple. a. Tinvx, 4. Si (|uit bmU auinopus dtlìdctat. i. t. Wma quulem multa, operarli tuiem )«auei. Man- 9. et Luc.ie.> im m^niertbt U»rM »piiv pTomorcntut. il Parroco è impedito kgittimamente, egli può deputar un Vicario che lèrva per lui, dandogli conveniente mercede: fi ritrovò che fipotefle, coll'autorità del Papa però, crear un Vicario perpetuo, ( i ) alTegnatagU una porzione badante, e lafciando il rimanente al Rettore; obbligando quel Vicario alla refidenza, febben il Rettore tira la maggior parte deir entrate, redando libero; della porzione del quale è fatto un. Benefizio, come femplice, e quella del Vicario feda per la provvifionc del Curato. £ ficcome fu incognito alla Chiefa antica che alcun Benefìzio fode dato, falvo che per luffìzio, e affinchè ciafeuno fode obbligato a fervire nel Tuo carico perfonalmcnte; cos^ non fu mai deputato uno a due carichi, non folo per efler impodìbile, quando s’hanno da cfercitare in diverfi luoghi; ma anche perchè reputavano quei fanti uomini che non folTe poco il fame uno bene; e vi fono molti Canoni, dove fi riferifeono le idiruzioni antiche, che uno non pofla clTcr ordinato a titoli, nc fcrvirc in due Chiefe. In quedt tempi, quando fi didtnfero i Benefìzj in quelli che hanno annefla la refidenza, ed in quelli che non l’hanno, confeguentemente fi pafsò a dire che di quelli, dove non era neceflarìo in perfona propria fervire, fi poteva averne ph't d’uno; () e nacque la didinzione de' Benefìzi compatibili, e incompatibili: quelli che vogliono refidenza fono tra loro incompatibili; non potendo l’uomo dividerfì in due luoghi; ma quedi cogli altri, e clTi tra loro, poiché non è neceflarìo fervire perfonalmcnte, fono compatibili. Nel principio però fu proceduto in queda materia con gran rìfpctto, e non fi paCÀ piò oltre, che a dire folamente, quando un Benefizio non fofle fufficicncq, per far vivere il Cherico, le ne potefle aver un'altro compatibile; ma non ardirono di paflàr al terzo mai; nè meno al fecondo, fc il primo foflc dato badarne. Al Vclcovo non fu dela mai rautoriù più oltre, ma al Papa fu aggiunto che avefle autorità di concederne anche più di due, quando i uuc non badaflero per vivere; e queda fufficienza per vivere da’ Canonidi è tagliata molTom» . H to lar  Ttimp n dtilji SttrUdì tt9 fjìrù, th Vmft di tjmrJH nesristi etmMcii dir iKfbUnrré p tfmnUht ttmfo frtmM dtl CtmedU LétttMMmf» f»it» jiltffMKdr» III. Ptrni i trtfti-, Extra de Officio Victrii, ft»o tmdiritiéti •'Vtfrnid'h^ftUttrrA. Vedi ritlwuadcip. I. bxira, de Odìcio Vicirii « Ttmméfi VvAlfiit^ 17^. in ilio titolo perfeTereat « d quem confetnii funt, ifìiut nulinm de altetiiu tmxlo I>rabiteniin, aot Diaconatn, &(ciperc przfliout. CotKil. Csichuicoié. ann.7>7. cjp, «. Coor. Retuenle aon.li}. up. te. Conr. Mctenfe, ann.sn. On.|. Cui. 1. peni;, t. difìiod. 10. ex Ceacilio Utbaiii li. (ubilo riicentijc finw lopf. 8c C&n. 1. CauE XI, qn. t. ex f, Syiiodo, cxp. if. ano. fi7> Prtffi m'titMhli »ntfA i Pnti trMa ti mUm Tj!dn$tA. QuorJsiB exilix, dk Srntt4 «juofdxm (xcerdotix uno loco tcnetu. Oc irxnouiUiute vite. Virus eft libi quis, iitt ma Itr» Gamtilt, xd firraunennun tempii Nepnini ruent ahigitos «fi;; £idui di CKerdfosNeptuAÌ: opottc. bit enito ipfiun infÓMnbiIen elTeCicerdoieni.'Ar. ttmidor. Iib.f. de tomnionim evcatibui, Ibmnio t. Vide Ulpianom in 1^. x. if de in jus recxndoi &tcg. pea.ir.de Vicit.dc excude. Muaer. ( ) Vide Caput, dudum. 54. exerx de eie. Alone, Se ibi glolT. et Girciam de Benef. pene underinu tip. (. p«rag.x. et y (O L’Autore coù rarcontt Torigine delle piurtlità de Benefizi nel libro fecondo delle fux Storia del Concilio di Tremo. Sktatm, dir' egli, aatv» gli ttniithi Cexani, t»(i u Citrita VM fatava ^rt dmt titaii, »> im ttafi[uant.» dtta Bttuft.)'. raminàmnda « iùeMiiMr-. fi la rtadiit, a ftr U firagi dtlU gmarra, a ftr linandatkaiti, fi taaftrivm »» BamfixJa tjasltUt Cherka il amala ma fafftdtva già mma, fmrtUì tifii atraadtrt ad amamdtta ; il tUt fi fraaki faf(ia, ma» già im favara dal Stn^Uàaia, «4 da!U Ckiafa, m^mtb^, ma» fattida fremdtrt m» iiimifira farikalara, far mamtant.» d'm»a raadù ta Jmffiaknta aumttmttla, alla m» laftuaffa d‘ afera firait» : ma tal fraifia, tha w inafiztm to larga, () perchè nc’femplìci Preti dicono «he comprenda il vivere non lolo del Benefiziato, ma per la iua famiglia, de’ Parenti, e per tre Servitori, e un Cavallo, ed anche per ricever fordlicri; (i) ma quando il benefiziato folTc nobile, o letterato, («) olcra quello, tanto più, che fi uguaglialTe alla lua nobiltà. Per un Vclcovo poi è maraviglia 3 ueIlo che dicono; (a) che de’ Cardinali () baili il detto comune ella Corte: JEquiparantur Regibtts. (3) Ma tutto quello procedendo co’ termini ordinar), e per dilpenla, ogni Canonilla tiene che il Papa polU conceder ad uno di tener Benefizj fino a che numero gli piace ; e in fatti le difpenle della pluralità de'Bencfìzj paflarono tanto oltre, che circa il 1310. le rivocò tutte, rillringendo le diipenlc a due ioli benefizj: {b) il che elTcndo fatto con rilcrvare a sè la dilpofizione degli altri, (come, parlando delle rilcrvc, () fi diri) non fu creduto allora che folle fatto, per levare l’abufo; ma pel guadagno, mafiimamente perchè quel Pontefice fu lottil inventore de’ modi, per accrelccr l’erario : e ne fece fede il tempo; imperocché fi tornò non lòlo alla pluraliti di prima, ma ancora a maggiore; e fino a’ tempi nofiri abbiamo veduto, e veggiamo dilpenfe lenza mifura Concordano tutti i Canonilli, e Cafifii, che tali dilpcnle debbano efier anche date per caulà legittima; e che pecchi il Papa, fc lenza quella le conceda ma fe chi fi vale della dilpenla lenza legittima caufa concefia fia feuiato, non fono d'accordo: () altri dicono che quella lulfraghi innanzi agli uomini; altri, che ferva, per fuggire le pene delle leggi Canoniche, e che in cofeienza, e prefib a Dio non vaglia punto. Quello parere ^ feguito dalle perlone pie. (r) li primo è più grato alla Corte, alla " quale nt» ftr, th nìum^ {Mrftm li t»TU0, fi fftfi il fsrtitQ di d^tnt nwti sd H» ftU, SMitrthì ti0 ara fnnta MnfSdrié fti ftrvmm dtiU Cbt^u 0 « f0 fafiaaa tffe re malti fia tara, e tagli altri. ()Cloflà td On. Ctericat. l. CmC ii. qu. I. (O i» tftimmavaaa in ^mefia rmada Ir taft, t»i fariHaaa al • d’mi fim freti, tbt Laùi ; td i ^imafi 0 fartilaaa, fa maa $ Caudatari dtfafi. Tatti ì Camaaifii frri Barn fiat dt qarjla fiwiimata. Vide Oomei de expe^t. num. 1&7. llioùn. I‘am de rdtgn. beneC lib.5. qu. 4. num. lj>. Asor. p. 1. Iil> 4. »p. le. qu. I. {fc PvMenoch. de Arbitrar, iìb. ». cafu N^rarr. Mi kellen. 61. de Orif. dt ClotH »d cap. 5. citi» de petulio Clericonim. (a) Vide cap. de molta al. ia fine, extra de prxbcadii. t a) fatila tha aaaQurmeatt farfrtndi ì il vrdart il fata eaaaa rha la Carta di Kaaaa fa da't'ifeavi italiaai dalla Stata Zalrfiajhtt, i ^ati nam falaaaaata fiamma ia fiadi alla frafaata da' Cardiaaii, aia aatara aaa fiiaaaaa difaaara il fatvirli a tavaUi (aait il Vaftava di Ciafaa Cbiaa, Atrafimfiiadart dalT iaftradara al Ciatilia di Trtmta, la rirpfrantra al Vefiava di Mirti ia piana Ca^r» faziaaa : fra Paolii, lib. tf. della Tua Sicria del Contili». Oleta di fki, i lata Viftavaii fama tairmnit taiuki dt ftnfiaai, tht fi npmtartbbaaafaliti^mì, fa il Papa valafia raaetder tara il rapar ‘ere, aha i Caatnifii afi^mana a'ampiuà Prati. () Vide Nicol, de Clemangit de comipteEc» cleux Uaiu cip.it. dt Pet. «ieAlliico de reliorni. tapiti», ieu ilatus I^palù, de lue Rooi. Cutis, dt Cardioalium. ( } ) Damdr atnthimiana, dìc’ egli ibidem, rbt aajfmaa ramdita i frappa grandi pir tara, fa naa ì faprahhaadamta ptr gli fit$ Rii 1 ptrtA il Papa ha tenetdata lata il frivilapia d' axar aa apemm ad omnia beneficiai dai, ìù pater gadtrt apti fatta di irnafiz), a fataUrt, a rtgaUri. (^4) fai>,parhfia dalla Diaetfe di Caari tnFriifl. tia. figitaala d'ma pevere Ciahattina. ih) Noi omnn, et lìngulu difpenlatiofld litper receptione, aut reteitnoAC plurium digniutvui, aut beneficierum, dee. quinis cura animaruna Ut annexa .... cuieuntpte perlóaz concellas, (Cardinaiibui ramen cxcepm J duiimuitahtcf moderando, qood per nttMeraioefl .noiìruin clinnatam nliuni beneficioruni nmltnudinem re. Irertemui. Siatuipiu itaque quod obuncntn piu raliMtnn hujurmodi beneficiorum unum tantum ex bencfliiii, quibui cura unmmcc animarucn, aim beneficio Itnecura, quod haberenuhiennc, polTint licite rcttaere. Zxtrav- tit. da prahtndU, tap. Emarrahtlit, () Fedi r attirala 37. a ramattazieaa terza. Vide OloQiun a.1 capii. pi' CÌoTanni di Verdun 1 Bencdinino, Franccfe. dille molto di?erÌBiDeiRe il (ùo parere. Ki leggi umnt, difiegli, fnt ft’Srtt U dif^nf, rafien dtir ìmnirfttMi del Ltfitlntirt, il mmU nin fui frevidm tutti i tufi frtitlrt t£ dimundn» mnìietn.ini ; m deve Oia 1 i7 Leiitlntin, tjlH ^ fent. eteiniimit ferrh tuffnnn tfs hm ftui» Im nnftmdrrfì. Chi difnenf n»m fu mi dtfUti(ri U firfin th'i eUligt, uà UftUr »Uligt» »ll foalt i ingiuUmunt l dtffenf : à un rrnr fefiinrt tl rrtdtri th il difftnfnr fi fnrt nn» gruu, pàthi U iiffmf i un tt di pmjliti» diJhUmtiv», ft tu n fu limmmeli feer thi nn U d IU ftrfini nlU quali ì dtvut. L» Cbi^u um ì un Jtrv, ni il Puf i il fmtPudran. Tet l Pf, ilqu‘ U nt» à, rii ri firvidtrt di thi th» frtfijl» sii» Tumigli Crifiiun», U drt tiufthtdun l» f» fr»fri mffur, eiii, quella th gh ì devut. Quem confliruirDoininiu &per familiam fitam, ut det illia in lempcte tritici mnifuram. Lnczia. L àfffeufm M tigliezza umana, volendo dare due Benefizj incompatibili ad una perlòna, unirne uno all’altro, durante la vita di quella ( i ) in maniera, che, dandole il principale, era dato in conleguenza anche Tunito; di modo che fi Ulva va benifiimo la legge di non aver pjù, che un Benefizio in apparenza; ma in efifienza non era, fe non oflcrvanza delle S arole con iralgrcnione del fenio; la chiamano i Giureconfulti fraudo ella legge, (a) Quello fervi ancora per poter dare un Benefizio Curato ad un fanciullo; o ad altra perlona fenza lettere, e lenza obbligo di ricevere gli Ordini facri : unendo il Benefizio Curato ad un lemplice, durante la vita; e coHlerendo il iemplice in titolo, rellava il Benefiziario padrone anche di quello Curato; e le parole della legge erano bcnilTimo olTcrvate. Ma il poter unire Benenzj ad vitam non fu mai concelTo a'Velcovi per caufa alcuna, anzi rilervaco ai folo Pontefice Romano. Alcuni Leggilti la chiamano unione in nome, ma in fatti è rilalfazione della legge; e l'hanno per dannabile: (3) perlochè anche in qualche Regno è Itata proibita. Fi; lungamente utata dalla Corte Romana. adelìb non è più in ulo ; (4) come nè anche molte altre cautele^ per non le chiamar fraudi, come quelle, che parlano troppo le? galmemc, per le caule che fi diranno, venendo a'noitri tempi. Anche la Commenda ebbe una buona ifiltuzione antica ; imperocché, vacando un Benefizio elettivo, un Velcovato, una Badia, ovvero un Benefizio che fofic julpatronato, al quale l’Ordinario per qualche rifpctto non poiclTe provvedere immediatcmente, la cura di quello era raccomandara «M- nnal r.hg losectto degno, () fintantoché la provyifionc fi facefle, il quale peri non ivéVa racoiift' dl valcrfi dell’ entrate, ma foto di governarle, c a quello fi pigliava perfona eccellente, e perciò d'ordinario era un Benefiziato, al quale la Cura commendata era di pelo, perchè |>ilognava che la prendefle per lolo lervizio delia Chiela. Quelli non fi poteva dir avere il Benefizio commendatogli, le non molto impropriamente; c perciò in realtà non aveva due benefizj: («) con tutto ciò, per non far diificolt^ di parlare, nacque una maflìma tra’Canonìlli, che uno poteva avere due Benefizj, uno in titolo, l’altro in commenda ()• Non durava la Commen etra ptionltt defit «noli. Yfl lUqaid deCt cq Ctrtt. Quid da aniooibaf bcflcficioniiii,4 tìcub t» fslioru. Immt.Wl. tf- fa. mk. a. unmi, tf, nt, dilicct, obAct iDa bent» fttxunfrm. fifiontm pleralitsa ad obnnenda lacompstìbilU d ftmf» dtfrmmdmt», fHthi ilCtmm9»dmtmti» isvi. (cm CommcDdim, ut przmtmtur, ntc (ifhinde tm n» trm diftrnut im vrrm» reati dmlTùmlmrt: cbrjBmt ultn femeAm temporit fpscium non da- tijlimnié mt Jm fa^a fmmmU dlU Mit dtUm rsrei lUtuenrct «juiccjaid iecui de Cotnmcadu Ec. Ctt mum dm i Curim mofMAern. tc tegicnen, de deiìanim {Mrceciilium adiun Aieht eiTe irrirum «dminillritìoDent libi m rpirtcualibus, de retnpoip(b jar«. CaÌA Ctmatrmis. Ma i fApt, fAttwiefi fuptrttri aUa U^ t, pr$luaiATAt%t i tirmiu itllt CAAvuatit, • AAmetdttrtr Mmtf it' frutti 0^1, ArnuumprAttrii ÌAÌi fAg Attua fini a itnurt — i it ia vi4 ttm tutti It lari rtuitlt | étp di tbt muturiut uUrtJÌ It Jlilt dtilt Un MU, iumdf ti rvconuiiduaio «yuclU Cbielà, uKachi tu poiTi (ulleanre ii tuo iUio ) DtlU FauuiIia Fiifeki, it’ Cauti ii LaVàfnA, liuti ««Ì114J ikiAmAti il pAifl uimifii. (i) Circe idein tempm milìc dommtu aovut Iepe quemdpRi nomm in Angliam pecunie eetorlotem. Megittrum, videlieec. Meninuin aaten. tkum pipale delìrteniem. de habentem poteiUtcìn eecommunicendi, fialpeBdeadi, de multipliciter vu. lunati fii2 refiilenrn punieadi. Idem. £' do ifferVAtfi, tké i Aoi priuàmua uum A grAuii autpriiA r«r «fbilrrrro i» virtù à'uu uutua diruti fiuuAti JulU d«e4e.i4«e di Cifiumiiui, par ttd tutti l’«lr, par nutUt tkt pritiuiavAut, uppurtiuavAui uliu Ckufu JUaioAo. Ad precei meu illoUn Regi Angloram Henneo II. cooeellit, da dedite Haarianui)Hiberniun fare bicrediterio poC (idendain. Nem omne» infiilx, de jgrc anoipw, tx dooecKine Confbnrini, qui eun bindevM • d( dotavit, dicuntur ad Rotneaun EcclefUm pettinere. Joaaods Surobcticniii |ib. 4. MetèlB|ici, ta del Re, cioè, doooo. marche. Propofe  il Re di ciò querele nel Concilio di Lione, lamentandofi de' fuddetti aggravj. al che rifpofe il Papa, che ij Concilio non era congregato per ciò, e non era tempo di attendervi. Nella flelTa Cirù di Lione, al tempo del Concilio, il Papa volle dar alcune prebende di quelle Chiefe a’iuoi Parenti; di, che fu moto grande nella Citt^, e fu il Papa avvertito che fareb^ro flati gettaci nel Rodano;  perlochè il Pontefice li fece occultamente partire. Non reftò per quello la Corte dalle fuc imprefe; () anzi nel 1153riftefib Papa comandò a Roberto Vefeovo Lincolienfe, uomo in quei tempi celebre in dottrina, e bonù, che confcriflc certo Benefìzio ad un Genovefe contra i Canoni.' il che parendo al Vefeovo inconveniente, c ingiuHo, rifpofe al Papa, che onorava i comandamenti AppolloUci, conforme alla dottrina Appoftolica; ma che quel abftam'tbu% era un diluvio d' incollanza, un mancamento di fede, una perturbazione della tranquilliti del Crifiianefimo, ch’era grave peccato defraudare le pecore del loro pafcolo, che la Sede AppoHolica aveva ogni podelli in edificazione, nelTuna in dillruzione. Ricevuta quella rifpolla, il Papa fi fdegnò grandemente.-  ma il Cardinal Egidio, Spagnuolo, uomo prudente, ten (i ) Il mdtfimt Sttrir» diti tfn Ì0 rtmdìtM dt' aràqiftMi UmUmì fi»ktlitt in dm» fii di 70. imt» manh d'rgtntii t tht tv. »vn» fi» imfmrrita l» Ckitf» di Jh$, dt tht »vtv »4 jfattp tufri $ V»fi d» S.fittn. Epifcoout Kobenus Liflcolnienl» ficit A io'u Clertcis ailigemer cooipumi Alienoram pmeann in An^lù, Bc invennim rft. Se vert caniibua qao£lam alicfugenas ronfàoguineoa, vel affìnea fiiM, inconEiho Capitulo, iocrudere, re. fiitcrunt « in brie Canonici Lagdunenfès. coot' ffitaaiiTcì, Se eum juramentoobteltintei, qood, iì tiki ipud LugduBucn apparerenr, non pòilét eoi velArchiepilcopuf, vel Canonici, pro(c|;^re, Mat. Vvtfiaaaafiar. Oroflet «ft. (S) Mandatu ApoAolicit, du'aili valla fa» tifpafla al Fapa, aSedioue filiali devou Se reveren. ter oMio : hit qno^ qiaae nuodatia ApoAoìiria adrcrtiintur, paternum xclani honorem, adverìor Scobftoi ad Drmmque enitn teneorei dirtnomn. dato.,» Non «là igitor Itterz renor Afoftolica fimAitati cxmibniu, r«l abionua pluràmutn Se di» icort. Priioo, luparbo animo aitr Quia eft ifte fenex delirua, furdua, St ablurdua, qui fii^ mudar, imo tetnerariua judiear} Chi atai di ^aafii daa vaatfriav», il Papa, akt walava i Caaaai, a Lineala, rlta li. difandtvaì Cki di ^aafii daa tra fardat tÀaaala, r« «». dava Jt iaat la vaca dal Sigaara, a laaartatia aUa aam vaiava aftaltar gatlla d'm» Variata Appa^aìtta, tkt rl'^agnava il far davart ì Per Petratti, Se PauTuma yi. giarava par Saa Piatta, a Saa Parla marre Listtain, tha gli fatava aliar» l» settdafim» eaTrtt.iaaa tha Sa» Patir avtva fatta a Saa Pittra, quia repreniibilii erat, Se non fede itnbulabn ad \erttatem Evangeliii Galat.x. la xsatt i' imitata le» PUtra, il qaala prtfiul sii grufi» earrttàaati nKì moveret noa innata ingenuitaa, iplàim in lanrain conliilìancm przcipitir«m, ut coti munds bbula loret Se exemplum. Ihtdtm. t«, tentò di mitigarlo, moflrandoglt che il procedere contri un uomo cosi riputato, per fiuia tanto abborrita dal mondo, non poteva partorir buon effetto. (4) Ma mentre il Papa penfava al modo di rilcmirn, s'ammalò Roberto; e in fine della vita tenne gli ftefli ragionamene ti: (^) Mori con opinione di fanritli, e fu fama che facelTe miracoli. Il Papa, udirà la morte, fece formar un proceffo al Re, che il morto fodè difotterrato , ma la notte feguente ebbe il Papa in vifione, o in fogno, Rcberto veflito in Pontificale, che lo ripreie della pcrlecuzione alla memoria fiia, e lo percolTe in un fianco col calcio dei pafiorale ; (c) fi dcflò il Papa con ccccflivo dolore in quel luogo che lo colpi fino alla mone; la quale {d) fcgul indi a pochi mefi nel 1^58. Alcffandro IV. fuo fucceifore, () fcomunicò TArcivefcovo di Jorck per una caulà fimilc; il quale, perfcverando nella fua deliberazione, fopportò la pcrlècuzionc con molta pazienza; () c avvicinato alla morte, IcrifTc • al Pa tti) Nt^n ctpcdim, Donrin, ut altqaid daruin contri i|>tum epifc(i«in ^'ini«rctna>{ utenim vera fateainur, vera Ciat cmx duit • noo poC fnntui cum condemam. CaiholKUi eft, nno Ik (mdiCriotiii, eol>U religiufìor, nobù (indlior, eice{Ìenùor, de ecccHeRnorti ritz ita, ut non credatur inter oenno l'rckioj inajorem, imo noe parem habert. NoTÌt bnc GiUicaiu, Se Anglicana CUn Univerlìiaij noan nou przvalem coniradiAio. Hojuftnodi epillslx vtritas, quzjam torte muUis innocuità muicoi centra no poterit cominovere. Kzc difcrunt Dominut iEgi-Uut • Hifpanut Cardinalif, dr atu. coniUium diucei Div mino Pape, ut oninu hzc conaivearibui oculit fub dilTimulatton ttontire pcrmitieret, ne fuper hoc tamuiiuf eiritamur. Ui^- ^t« « ir mtdtjimt Psris, tra m» fran ptrftaafs»' carCD. iu' t^U, coluntRa in Curia Komartn veriutn Se iuftiar. et muneTum aTperaaiar, qux ngernii «quirarh fleAere uL w r.T,! .. PrivilMia (kadonim pomibcuBi Romane. rum prxdKcIwum fuorum Pipa impudenter in. nulisrc per hoc rrpagulum, m« tSfiaatt, noo •rubefeit: qaod non b( line corum przudKÌe, et incuria rmniielia k cniru reprobat, et dirute quod unti) St tot (anAi xdificarunt. Nonne di. cu Papa de fu» plerilque PratJerclToribu, iìU, vai tUt fu rttirdaritai PraJtttftr ntfitr, tc fzp«: adhartam fanUi ^Tadtttfftrn aaht vtftuiis, Sei. (^are ergo, quz lecenint, duuant iundamenta qui lequuniur Nonne pluiti, divina grata klirati, majotet funt uno fi>lo adhuc perieli. tanK? Uode ergo hre injuriok lemeritss, prmlegia laiiquorum Sartftorum multcrrum in irrituni levonre ? Ciaè i il Pafa aaa ta rtfftri di aafart, a d’aaaaUar cmm Nonobtlance la Ce»atfiami, a {U atti dt'fmai fanti Aattctffari, fiata tta^trar il sarta, a‘l difaaara rlt'tfli fa alla lira mimaria. gaitaada a urta tutta tl lata tdtfetta fairianaU. jhj^amda ài Pafa farla nalla ftta Balla d' aitami ddjiai Aatrttffar$, ma dita il nolìro Aniccelotc N. di Dia memotia? volen do (egujr le TeftigM del oofiro Ciaio AnteccTortf Pttik!dma^naaaiuart i faadamemti fat dagl' altri ì ideili Pafi, i gmah, ftr la Dia gratta, fama arrivati ftUtamanta u» Mrre, nam iuamamaggiar tradita, t^a ama fata, il gnal ì mmtara im ftrirala dt far naafragiaì Damda maftt dmagaa tka Jmaatantia vaala tan una uaaaritd ftifmaliufa raimavart i friviltgi aamtadmti da tanti Saati Pamttfui Bamant t Paria nella BKdefima TÌri. (c) Hoc anno (ttf4-) D'tniinut Papa, dum, imut fnpra modum, vellrt oQa Epi£:ofH Lincotaicniis exua Ecclelìam mojkere..... Juint taleni litenm fcribi Domino Regi Angliz tranfinirrendam; fcieni quod ipr# Rex libentcr dcCrvirei in ipfucDtMiprracri&è, fir fatila tbiditi il aalra Starila fai, a futi fagina immamti, ila^rre tra Do. mini Papi, de Rzgii redargutor nuaifellui.)Seil no^ léqucnii appiruit CI idem Epilcoput LtiiroU nieotU, pontiScaitbua redimiti» i ac voce icrri. bili tpÉim Papam in ledo fìoe quiete quiekecu rem aggredUur, Se aAiiurt pungenv iplum in lateff iUu impetuofo cufpide bacuLi fi» palloialit: Et «liait et: Simbnldo, Papa miièrriiM, propoTui. iUoe oda mea extra E. mneni, 8c molclUin. J^d. (e) Ftrfa il fina diU'anna iaj4> awdrjCew Matita Pari nfcrua tha lanatiatia, travaadafi uà fama di marie, « vrdtada fugatri i faai f èrtati g iar Jiffa t Quid piangiti!, milen I Nonne voe otnnea divitrv relinquol quid ampliiia exigitia t id eli: faribf mai fiagaitt, a ftmfluiì ia vi taftia talli rtecbij tht vaia a di fitti ( ) J^l‘ ara di Cafa Canti, tama Xatatiatia III-, Urigaria IX () Anno ix{p. aggravxvic manum luam Dominus Papa in ArchicoikopQm Eboraccniètn, pif. fitqoc eum ijnoiriinioie nimii in tota Anglu exronunurucari. Ipk lauwn Archiep. excmplo B. TiMuz Durtim, nec non B. RoIkiu Epilc. Lin. colnienlis, fidelitata «rudkua, ^ lolatio csdcaa mirtendo minime dclpeiDvit, oennem ppalem ryrannideiB piuenier lullinendo: t atta fagut dtfai Remili genuaSeUere Baal, et indignis berbarii opima beneficia Eccidìc lux, quafi margaritai por. eia, imo rpurcia^ diHribueie. IbuUn, iero dichiararfì affoluti Padroni in tutte le collazioni de' benefìzj per tutto il mondo ; e levarG dal bifogno di trovar Tempre modi, e arti, per tirare le collazioni a Roma; e fece una Bolla la quale non conchiude altro, l'alvo che la .rifcrvazionc de’ vacanti in Curia; dicendo che le collazione di quelli per antica confuetudine è rìfervaca al Papa; e però ch'egli approva quella confuetudìitc, e vuole che Aa olTcrvata : ma, per conchiudere folo quello, intanto fa un proemio ipotetico, dicendo: benché la plenaria dilpoAzione di tutti i BeneAz) appartenga al PontcAce Romano, Acchè non folo può conferirli quando vacano; ma anche può, innanzi la vacanza, conceder ragione per acquillarli ; nondimeno lantica confuetudine più fpezialmenie ha rifervati i vacanti in Curia: perlochè noi approviamo tal confuetudine. (^) Se il Papa avelTe fatto un editto conchiudente che la difpoAzione di tutti i BeneAzj toccava a lui, il mondo A làrebbe melTo in moto; e, cosi gli Ecdenaflici, cornei Principi, e gli altri Patroni Laici avrebbero detto le loro ragioni ma quella propoAzione meffa in una condizionale, fenza conchiufìone, pafsò facilmente lenza che foflè avvertito quanto imporiaCTe. Anzi due anni dopo, cioè nel iz6$, fenza aver alcun rifpctto a quella Bolla, S.Lodovico. Re di Francia, vedendo che le provvifioni fatte dalla Regina fua Madre Reggente, mentre durò la fua minoriili, c TalTcnza in Terra (anta, non giovavano, per levar le confuAoni introdotte nella materia bencAziale, fece la fua celebre prammaticha, () dove comandò che ieChiefe CatteTomo Ih I dralt tri, 0 tinijMt P0tÌ0 dtf0t N« «enfi» prartereon. dum qaod B. Hdmandus, Le^r in TheologuOXODiali, t ^ Arrhrrfr»V0 i C»Mttrifty, et direre roofticeK i O Servale» fWjfd rr H rum di Artrvtfttx^ di erlc, nuttr ab hoc Ixotio tnnlinterabU| kao» vel làltem gravibut, St inCàperabilibut in muodo tribnietionibiu impemits, He trucidami. ì^itm »d et tifi. (4) In anurt(sdi.e amiu« fctipùtl'apz, esem. I loRobeni Liocolnientif Epiùopi pntvo.uua» do!M ioconlbUixliter quott camraauifirmicertplum fttigarat, co quod iacxpcrioi de ltngu« AaglKanx igxan» renate accepure» nane tulbentieoda, nane tb iiedetìa eliminando, nuoc Craeem aakrendn, dee. U pnii't 0I ftu frtm> Umùfi’ ntttr dt f 0 rt 4 rgU ù Crtrt po. teli de ^re mnrerre» Tcnim eium juj in ipTrt tnbuere vacatami colUrionem carnea Bccldia. tum» dignittnim» de beneficiontni «pud Sedem ApotlolKim vartunuin ^cialiin cxterii antiqua oon^uctudo Ronunii Poatititìbui rdervavu. itaque laudabilcm reputante hojuftnoii cojkòetadiiieiii, de eam auclònuie apoUolica approbanrei» ac niltilominiu volentet ipkin innolabiter obkr. vari, ead^ auAoritare ftaruimus ut beneficia qux apod Sedem iptàm dcinccpi vacare conrigrnt ali. quia» OTxter Romanutn Pcimifi^m, coninre aliOli. icu afiquibai, non prefunut. Sarti Owrar. m.j. tu. dt praitBdit. taf. a, () Si dmku» tmité tbt ^utta framxtatitx ffa di Sa» Ltd0vtt0, ma» m farUmda im eamta vtfitMt gli Sfrittari r«reiM#r«»n : altra di tha »t» fi vaia tkt il Pafa, il ^xalt Tignava alt», ra, aUia avuta altn» dtffartrt ea» fati Ut ; il tbt fariUi ttrtaaaatt» attadmta, fa da la» fafa vernata una tal ardatatiaat. diBamr itìlUt tht la rigHta «al ttxafa dt tadbanr# jdrali aveflero reiezioni libere, e i Monaderi fìmilmente, e che gli altri Ber neiizj tutti folTcro dati lecondo la dilpolizione della legge, c non potelTc eflèr levata alcuna impofìzione dalla Corte Romana Topra i Benefìzi fenr za confenfo fuo, e della Chiefa del Tuo Regno, (a) L’andata del Tanto Re in Affrica contea i Mori; la Tua morte, che TucceTTe nel iZ7o’, il biTogno che la CaTa d’ Angiò ebbe del lavare Pontifìcio, per idabilire il Tuo Regno in Napoli, e ricuperare quello di Sicilia, e la Tacoltb che il Papa concelTe al Re d' impor decime Torto pretedo della guerra di Terra Tanta, fecero che i Francefi facilmente lafciarono racquidare alla Corte 1 ' idefla autorità', onde  Bonifazio Vili. poTe la Codituzione di Clemente nelle Decretali, e fece che quello ch’era ipotetico, e incidentemente detto, folle il principale: e, per darle maggior autorità, la poTe fotta nome di Clemente, lafciando in ambiguo. Te follé il quarto, o il terzo", onde adedb in alcuni cTemplari fi legge in altri quario-, perlochè all’ora fu dato principio a creder queda prowjfizione, cioè, che la plenaria diTpofizione di tutti i Benefizi Ecdefiadici ap particne al Papa ", il che pretendefi intendere in TenTo non affatto perverto, cioè, che il Papa abbia piena podedb, ma regolata perb dalle leggi, p della ragione, (f) Clemente V. indi a poco fece ceflàre ogni buona intelligenza, con dire che 11 Papa abbia non fola piena podedb, ma anche libera Topra tutti i benefizi S W 1 ^ liberà ì intende da’ Canonidi piente da ogni legge e ragione: ficchè egli può, non odante la ragione, o l’interelfe di qual fi voglia ChieTa, o particolar perlona, eziandio Padrone Laico, farne tutto quello che gii piace. Queda propofizione con ogni occafione fi pone nelle Bolle", e non è Canonida che non la palli per cliiara, anzi per articolo di fede, dicendo che il Papa nella collazione di qualfivoglia Benefìzio può concorrere coirOrdinario, e anche prevenirlo ", e, piacendagli cosi, dar anche autoritli a chi gli piace di poter fimilmente concorrere coll’Ordinario, e prevenirlo, ficcome hanno poi data queda facoltà a' Legati con una Codituzione generale, NelTu te» »» Uhth iutìieUt» t Dc&n(brium CoiKortlAtoruffi iiucr Seitm ApoflolKun, et R«^ni tnncùr Ludovicum XI, tht Àu» th'^ di S. LnUviee, it ni psrli i» ttrmÌMi t Quod BUtsm etdem afcrioinir fecill« pragnurKAio, |«r qutiR quuiun juAi&cafe nituatur PraKiTuttcim per Scicaifi. Principem Ctroiiua Rc{[cni (VII.) donÌAi aoflri Lttduvici genKorem «ditam, Ot per «(undcin dominum naliruin Liidovkuin «• tboike aiiscr •bro^tMoi, nlhìl prtxietit cis, tie« qui prodenè fi tttendAnnir fingaU verbi ejufdeni benfli iùb tenore bnjas aferipue libi Prtgpunea bcani, et uoicuique faa jurildidio lérvetur .... Item prouMiioAca, MiUiionei, proTÌfiono, jlcdifpofìtionea prxlaturaxujB, digaitatam, St alioruin ouoraowiUDque bencficiontoi « et OtlUiorum fec(Wiaftk.aTuu Regni ootlri, (écutidum ddpofitiooetn, orduucioneis, Oc determinadtiacm juria (ooifuUAu, Sactorum Conci lionim ficclelùe Dei, ttqae infittutonia anitquorum Sarklnnitn rarruot, fieri ToJuatui, et ordinanu». Iretn eu^onct,& onera gravillìnu pccumarum per Cunam Roauoam Ecdefiat regni noflri impollta, tei impofirato quibu eiitcrabiltcer regnutn ooltrum depauperarum enitk; lìveeuam un^toneiub», vel inipocven. da, ievtfi. ast rolligi iwIIìucrui votiimut, nifi dumtucac prò rationabili, pia, &ura[e.’uiflìma cau li, il quale è con proibire ogni torta d’alienazione, cole per diame« tro contraria a quello che la primitiva Chiela olfervava. Imperocché, febben le Chiefe, quando fu lecito per le leggi de’Principi lacquiilare (labili, ritenevano quelli eh’ erano donati, o lalciati, era però in liber del Velcovo non lolo di valerfì dell’ entrate, ma di vendere anche i fondi fle(H, per fare le fpele necclTarie nel mantenere i Minillri, e i poveri, () c anche di donare, (ccondo l'efìgenza , e T autoritli di difpenfatore concelTa al Velcovo non fi llendcva lolo (opra i frutai, come adelTo, ma anche (opra i fondi llcin, e altri capitoli.' il che da principio era amminillrato con fìncertt^, lìcchè però non ne nafeevano inconvenienti, e durò anche lungamente nelle Chiefe povere, dove, per elTervi pochi beni, e i Vdcovt di non grande autoiritV ) non yi era materia di traigrellione : ma nelle Chicle ricche, e grandi, dove la riputazione dava ardire a Velcovi di tentare quello che ad ogn’uno non larebbe (lato permeflb; e l’abbondanza dava materia di poter vaicrfi di qualche parte ad arbitrio, i Velcovi cominciarono ad eccedere i termini della modedia, dal difpcnlarc pafTando al didìpare; onde fu neceffario provvedervi; nè la provviGonc venne dagli Écclefìadici, ma da’ Secolari, in pregiudizio de’ quali era : imperocché, diminuenJoG i beni pubblici della Chiela, non pativano t Cherìci, eh' erano i primi a cavare il loro vitto, ma i poveri, che fella vano nell’ ultimo luogo. () Nelle principalilTimc Chiefe, ch’erano Roma, e CoflantinopoU, la provviGonc fu anche primieramente ncceGaria; perloc he Leone Imperadore con una fua legge del 470. (i) proibì ogni-aliehazione alla Chiela di Codantinopoli e nel 4S31. PrAfetto Pretorio del Re Odoa ere in Ronta, (2) vacante la Sede di Simplicio, con un Decreto fatto nella Chiefa ordinò che non poteffero elTcr alienati i beni della Chiela llomana; il che da tre PonteGci Icguenti non fu trovato Urano: (3) nel 502. Simmaco Papa, effendo gili morto Odoacre, e Gnita ogni fua potenza, congregò (4) un Concilio di tutta Italia, dove propolc, come per grande ilravaganza, che un Laico avelTc fatte Colticuzioni nella Chiefa; e con affento del Concilio le dichiarò nulle: ma, per non parer che ciò facelTe per vbler feguire nel dilordine, fu nel Concilio fatto decreto, che il Ponte Gce Romano, e gli altri MiniGrì di quella Chiefa non potelTero alienare; (5) Ipccifi cando che il decreto non obbligalTe altra Chiefa, che la Romana lolamenre. 1 tempi feguenti moGrarono che vi era bifogno della GcHa legge in ^utee le Chiefe; perlochè AtutGagio Gele la legge di Leone a tutte le Chiefe (•) ViJe C»n- 1 }. ac I®. C4jt »• () Vidi Ititi r. $ 9. IO Sl»tfi i U Ufi 14. Co 4 Sact«CiD{^. £(Ueil»> tk'ì di Lttf, • di  dio; iJ MuchÙTcHi. tmfmdrtnifé fi dtll' hmffTM, dtft mtmr mmm»tXJU0 Ortfi, t imff» in j"i» AngmJhU, fm, Ufti» il pH i'Jmftrsdtrt, fi fnt tbimpur JU di Ktau, Urna tamtiafft tù^, tMH Hb ». dtlU fnm Sttfi di Timtt. ( } ) F flirt IL ftrtndp altri III. Qtlafit I. « Jlnafiélit IL  ^ Jtivrm. O) Qmtdt CiiHtmt > riftritt dMGriMBCsMf. t ». f w. ». Cm. ut» M. Chiefe foggette al Patriarca Coilantinopolitano, (i) alle quali tutte proibì il poter alienare. Ma Giuftiniano Imperadore nel 535. fece una Coftituzione generale a tutte le Chicle di Oriente, di Occidente, c di Affrica, c anche a rutti ì luoghi pii, con proibizione che non pote(Tero alienare ; eccettuato Colo per nutrir poveri in cafo di fame RraordU naria, e di rifeattar (2) prigioni, gli concelfe ralienazione, confórme air antico coRume del quale S.Ambrogio fa menzione, che non lolo le polTenioni, ma anche i vaA fi vendevano per quelle caufe. (4) La legge di GiuRiniano fu olfervata ne tempi feguenti nell’Occidente, (3) lino che Roma rellò fotto l'Imperio Orientale; e vi fono molte pillole dì S. Gregorio che fanno menzione de' beni alienati per rifeatto degli Schiavi, Anzi da’tempi di Pdagio II. fino ad Adriano I. (4) per an ^ ni 200. fu incredibile la fpefa che faceva la Chiefa Romana, per ricomperarfi da’ longobardi, così acciò levalTero gli alfedj, come acciò non molefiafTero il Contado : e S. Gregorio ne rende buon tefiimonio del fuo tempo. Non aveva credito all’ora la dottrina che corre al prefente, che da’birogni comuni (5) fieno efenii ì beni Ecdefiafiici ; anzi tutto il contrario, quelli erano ì primi ad elTere fpefi, innanzi che fi venifle a porre contribuzioni fopra le cofe private. Nè meno farebbe venuto in penfiero di porre in controverfia lautorìt^ de’Principi nel fare le leggi, perchè, oltra la perpetua olfervanza, vi era il lodo fondamento, che quelli erano beni delle Chiefe, cioè, del comune, e della congregazione de' Fedeli; (d) onde toccava al Principe procurarne la confervazione • Dappoiché fu fiabilito l’ Imperio in Carlo Magno, reflando le leggi Romane fenza autorità, tornò l’abufo; onde furono fatte diverfe proibizioni da diverfi Concilj,  in Francia malfime, dove la dilfipazione era maggiore. (8) dappoiché ì Pontehei Romani aflunfcro piò parte nel governo dell’ altre Chiefe, vedendo che la proibizione untveriale faceva poco efiètto, non mancando preteRi a’ Prelati, per eccettuare 17. Cod. de Sacro&oftù Ecclcfiu. (t) la Unitila 7 .eaf.l. tir. l. telLi, Pro redemptione Capeirumui. Jut S.Ttat’ maft, Se aliis n«ceirir«cibus ptuperam, vaTa cuU nii divino dieau duinhunrai', it AinWoiìu» dieie >• l. itf. mrr.7. m rtff. a 4 J. Vtde Tur. itet iìGatiami JMn», r « Ramat CardriMU Rcgibut zquipirantuT ) duiimu taliter modenndit, qood per cnodenmen noftmm eftrcnatain riUum beseiictoniia muintudmem refreneoMis, ipdque impeiramet tru^ dif^nrationutnhuiulinodi toulittr non AuArentur. btatuiv.uu itaqueqaod obtinencet nunc ei di^nUtione leginma plurali tatem huiul'inodi beaeheionim unum tantum ex bencEcna, quibui cara imininet antnurum, culli dinirite, vei beacEcìo line cura, quod hbere nuluerint. poflìac licite rvtiurre: t mna (i«a dtf. Qac omnia ScEngula beneEcia vacamra. rei diiruUi, noArc, 3t Sedi Apoft. dirpofinom reCervaimu: inhibenen ne quia, prcrer Ram. l>ontifieem, de hu^finodi benefciii difponere, vel circa illa per viam permiiutionit. vel alias. innovare quoquomodo praduoiat. ZjcrraMg. tit. dt frtk. tf. ZxtttMhHt, (t'i a fHsU immidiMtsmmtf gli fnettff]) Speculiter fiurdcgaleniem Erclefuni. 8c Moniilrrm— Cni.i> Buidegalentìi, C>di. eie UnCìi Henedidi Et generaliur Patria^ ctulea. Archi^'^.tcopalei Epilcopale^ Ecclefias. MonaAeria, Priurttui nec non Cinonicicat, Przbendai. EcrIetUs nia cura, velgna cura. Se aUa quziibet beoetìcia BcrleSalìica, qu« apud Sedea ApoAolicim vacare a itoiaiur ad prz^cu. et que toto aoliri potniEranu tempore vacare conticerK in Eirurum, pravitiofii, collationi, li difpofitio. ni nollrR, 8c Sedia c)urjem, lue vice aucioriate Apollolica relèrviimui. Extrsvtg. CummiB. 3. rùdf f^éttmdit, mp 3 C 4 ) Adeo rcboi oorìi fluduit. ditt U ?Uth M tuli» fu» wtm, ut Se timpticea Epitcnpami bi« iàruin diTitèric, ac dtvìfoi in unum rcdcgcrti. et Abbaiiw in Epikowruv, 8t Epifeopami inAbbaciai vinflim mnihilenc. Novat quoque digoitatet, nova collegii in Eededìt cooiluuit, &c. tgU dìvtf gmtlU d$ T»Uf» i» rnifiw. rrgtmjUU M Artivtferauté, t duuJpgli ftr l§ ^»ttr$ Cirri eh’tgU fmtmh»v» dll» fu» ’>w»U»9f»mSu», L»vu»r, fUtug, Ltmii». Gli uSrgiù aai-tadie Eumett.. tkt BmifuMà» Vili. uvtv» mtft f»tt» NArhtnu, di euìAUt, «S fwird$-Tt">itrt divtmutr» fuffAtunù et» mw "utvu ttezitut. Stmmifi Cuftrtt i»l nfetvtt» d'AUi^ S»i»tf»»r d»lU Cbir nrts U ^rnspiitm dtlU ms, uuutftkt rht ptrtUtmtltilpàttfsisrt il v— ufism dtlls mdfint n) nrts ts msmitrs, ftrtki M dttrrtUt fi mtm mtl fmt itlV enne. K Paole nel iib.t. del uo CoocUio di Trcnte. na; e tanto più per grave, quanto quella opera è congiunta con fpeic di Bolle, difpenl'c, c prefenti precedenti; che tutte levano il danaro, eh’ è il nervo delle forze, il quale non torna mai, come fa per via dell’altre mercanzie. Quando quella novicù fu introdotta dal Pontefice, le perfone ordinarie non feppero vedere che differenza fofle tra quello pagamento, e quello che fu cosi biafimato ne’ tempi in cui i Principi davano i BeHzj. Ma gli uomini letterati in que’ primi renapi univerlalmente la dannavano come cofa fimoniaca. ( o ) In progreflb di tempo alcuni iludiarono modi di giuili6carla in maniera, che lì divifero ; altri riprendendola come cofa illegittima, fimoniaca, e proibita dalle leggi divine, e umane ; altri lodandola come cofa lecita, anzi necclTaria, e debiu al PontcBce Romano; pollando quelli innanzi lino al difendere che il Papa, non fulo polla dimandar un’annata, ma anche più, come quegli che c aflbluto padrone eziandio di tutti 1 frutti, Bon che d’ una parte . e dicono che per qualunque contratto che il Papa faccia nella collazione de Benenzj, non può commettere limonia ; e certamente, (^) fe egli folTe padrone, come dicono, la confeguenza rollerebbe chiara ; perchè ogni perfona può contrattar il filo in quella maniera che più le piace, fenza far torto ad alcuno : ma nè Dio, nò il mondo pare che vi acconfentano. Quello Pontefice fU cosi intento a cavar danari (fogni cofa, che in 20. anni di Pontiiicato congregò incredibile teforo . certo è che nello fpendcrc, c donare non fu più riftretto, che i fuoi PrcdecelTori ; e pule lafciò alla Tua morte 25. milioni. Racconta Giovanni Villano che ad un fuo Fratello dal Collegio de’Cardinali dopo la morte del Papa fu dato carico d’inventariar il danaro, e che trovò iS. milioni in monca coniata, e 7. milioni in vali, e verghe da lui pefati. (1^ L'annata nella fua illituzione da Papa Giovanni XXII. non fi Refe, falvo che a’ Benefìzi che fì conferivano, e pagavalt nella fpedizione (ielle Bolle : cofa, che continuò Ano a quel tempo ; ma pòfeia fu anche impoRo obbliga di pagar 1 annata ogni quindici Tomo Ut IC a pnj C«} Separ qiurlltum eft, diti md frs» tiufulté, ui iure poffit eirip, Ac l»c Icre Tiiralogarum eft opiiuo, Junlque lQncilicM Coatilca. THm, Roimnum Poniiticcin irge (imonitet bitiu, ut c«(erm Epiliopof, tencr^ fi prò Sicrit mimàeriis {KCriaum accipiat. Not. la »p. 1. de Simon. Nam, pnrter ònon«t. tbf U frimrifmU i iAtm fm mri. tpmt mfitna t Tmmtff MtU'Mrunl» iht ha diati. A jMrftm riftfimi ma MfimfMiri Mrrro m» Mitra, U ^umI i, tht l» Chitfa CslUtMMM mam ì miai fiata firn MfnMvatM, «> fiù ifif mi""” dtritri tire» la iU’kintfit.1, fmanta da'fafi Traati^ fii t nt famta tifiimmiMin.a h talli di CltMunte IV. Ciemtnra V. a Giavanni XXII. rifirita dallAmtara, a eit iitvarajf dui dì Cltmnta VII. ?«• fa d’AvknMM. Sm paffaaa, dk'cgH nella vita di Carle Vi. ratimtarfi fnta fdifaa tutta t rfati«' ni, a la vMimia tht fi tamattuavana [afra ilctara, J trantafn CardinaU d’Aìainmt nana tanti TirMiuat • Sfalla avtvana fer tutta Vraumratati eam natia ii abitativa, tha raffmxaaa tutti i hm^tU fi Claufirali, la Caumniide; ri ftuavana i mifliari far ù mtdtfimi, a vndavana gh altri, 0 gli mfatmvana. Cltmmta firfa, altre tha %'imfadranìva daile f^lu di tutu i V^eavi, a di tutti gli Attuti età luanvana, e fttndn.M iim' annata dalla nudità da' tanafit) ad agni wu. tMtjaui di Titalare, a futftdife ftr varauta, far nfegna, a far ftrmuta, .malmnava la Chiifa CalUtama tan Urna guantità iufmua d' tfinfiani, a di tanfi (traariinaria. t«) l'rofiTcrea quod bcaeficia Onira Iiujufnmdi «itipliue vacare noi» fpenretur, 6c eainde CauKra, et Oscilla Sedit Apoil. «lenuneAfum non modicum MieteiKur. () Vam il taf, 4. « $. de Aonam in de(rcrtl.  Virfa .  Jata^ fmaia, Mmata deirOrdima dfirrtienfa, uatiiia dalla iÙatifi àt Pamirt, in Linamadata. tUtta utU’anna 1334. addì la Ditemfn. (i) Genmiu in n'illrit dendenh, ut tlebni'us, ejand per QQl\ra diligentix iludium ad cjui un>iide klpnadenoTuin r^innna. alu beneficia eccleiuàira viri sllumantur ubmei. AoruiD, d( thclàurcriorum. .. . nane vacauiia, et in antea vacanira, nbicumquediSoiLcptot, vclNuo. riot, leu leclom, aui cheiàurariae, antec^uten ad Rncn.CuHam redierint« leu venenoc, rebus eiimi contipr’'i( ab hamanu. Nec non ouoriialibet prò quibuiiuincpic negorìit aJ Rom. Curiim veuientiom, léa cTiam rcteJentìun ab cadcm.fi in locii a dida Curia ultra d»as durus legulei non di&antibui, cio^ in InagUi tha uam fitaa piiir diina tuanagmaatalantam da Rane. jam |ir>i&n obierint. vel eu in antea tramite icuitigcrtr de hac lu.c ... Nec non enim Bituzione, che incomincia . Paftoralis ^ la quale al prefente non fi trova, ma di elTa fanno menzione motti celebri Canonici : e l’iBelTo è avvenuto di unte altre, per le quali farebbono palefi gli abuiì, e le ufurpazioni, come anche dalle etolfe fu levato nulo CIÒ che non favoriva la Corte : ma peggio rooftrano gl Indici fpurgatori ( 3 ) fatti daDotcorì, per accomowU agrimereOt di Roma, prima ai lafctarli iilcire alla Campa. Tom» II. acionua coliuorum, a toBfamdomm inp» Acram, Mine « flc in aneti vteamra, àiffofnom, provilìosi noftrs, dnaec aiiferatinan dtvìMt dcatntia noe nnimiali Eeckfic TtgMÙni prsAatre emeeSatir, nfinvanus, acc. émnt$ > irf mtfi di CesMje dtlFMUt (0) Qes fnvh, atijae tneoleranda, féd imccC Cui arrooniin eicu&ca, criam in pace nuBiere, étti T»eit« fitf. a. ria! : Vifttim «rane ftmfmtt Mm» tiffima; e i benefiz; {b) fi vendevano alla libera, e A levavano di mano degli Ordinar; quanto A poteva. Sino a queAo tempo non A era fcopcrta la Corte Romana apertamente, che non fi miralfe ad altro, che al foldo : di tutte le cole che A facevano A rendeva la canfa eoa qualche apparenza, o di provvedere alle Chiefe meglio che gli'-Ordinar; non facevano; ovvero di provveder di Benefizio qualche perlona meritevole, (e) Ma Urbano VI. A dichiarò, perchè s’ incromcctcflc nc' benefìzj, ordinando che non valeife r impetrazione, le non era fatta menzione del valore del benefi lào . £ i 4 coTTÌgendum occurrit, pagi donati,, au( addili), cmendari poHc \ideaiur, fd Corredueei tancndum curent> lilii Biinut, oninina deIciciir. Df ttrriài» Mtvfmm, fr mrt nrt Mi «Mttinua egli, ftutttt, ft ffh it jiÀ ftt AMiM fiUmt», t p», e da 70. ««nirj» fit«t Jt Sertttri Mn fi trivt r tuaM^ Jaitrum f»vrn»l Mmtafitm rsU, rèi l’b» Icvmt i (t fi trtvrtb jia vart>U >rr TfLtthfi^itA, rkrt' 0 n t 0 Tf^fis$ td i» f$mm» papmma ijir ttrH di «m fvtr itira sUwté fimttfa. M Mi dam «. ti k pnftfftS' f tmirlinwltfWTyèma^ mmauà, 0 U iimifd$tjm0 ; 0 elf fi AratnSUfà ;«# tkt «•;ar »4 f 0 Ìttt tirsMte», fi 0 lfi 4 mmt 0 thtrmmtM itiiualnu Rnrtfn di SUU0. Expurgiod (iiat propoiltiones quxUnc, deluntur. Sm %»0fi0 {0idMmimt0 miti 0 triMcifi wM tiraami, imfi'arcLì, ftr T 0 ~ hgiéfi ibf firma, tmrri bm a 4 |(éa« «1 r 4 fai rou dH> 0 at di Stait ««» vi fmrtb Ì0 fnr MB0 rht f0t0fi0 mamtamarfi i' fimat Ì0iitin dittiti. Onda F. fa0Ì0 ka tutta la raii0U0 di dira ut ma Imait dtl libra ftfia dii [ma Cmtiiia dt Tftnta, ibi U Carta di Ramm niu uàwmaimm ftinta ftr imiafiardirt, a futt ti,Ì0 ftr far Jivntmr brfitt ilt \J animi, tamtt amila di »fiV 4 rii dilla (ffBittama tba lata imifiaria ftr dtjtadtrfi dalia fut mfmrfa t Mm, Cbt fmtiadarÀ dmn^me, fa i mafin kUnfirati tt^muana a (affriri tha fu ZccìaJUfim fraibJtttfU i bmami Mrit il Drttata, ibi £a mafia U imi dii CameiUa di Trama da F- FaaU mal Catubga rde'Zi^ri perdi Mtl ibif, Ì 4 fira svmta «a li^ x««i ma i ri mvwdmti dii tk^ma di frMttié hamaa detta ebeit fma tala maa ara fitamda la frmata } t tba m» BibliatHétta davrtbbt mamlta tatandarfi i» matana di flint a malli amaaraduanaebt, frrfianda mm iman farvigia alla Cyte di Hama, ma ha fnfiéta «■ faffima a rjmtlla a» C) PViif Nauticr. in Cfiroiricn, voi. %, gener. 46,61 Albert. Knukta. in Hin^.Suon. Ub-iu. cap. 4. et ia Hill. Viiidal. lib. p. caf.6.& Gigum. li». f. capti, ilt CamUVl. (4> riverì ia Romano Pootifirani alter. cit|o mali» itKotiimefs Ap>!t!ic« debtri Komini cnniendunt. Ctaium. fed.g. eaf.i- la Caratavi- Vide Nie- de C^uMngis de comipto bcclclìe flnu, ctunÌ3n otTereniìbu. «la. tentur. ^k^uc|er. ia Cliron. voLu gener.4p.anu. IjSp. {t) Elli, diti Ctaaeata V. in temporaliiun di. Ifolitionc bonorupi hsbcaJa fit diIrreiicHi» cauteu, precipue ut ea digne, 5 c iuuiabiliter dirponantuti in btclclUftivli tunen rebus BiuUofornu» iovigthre iiotìra debet intamio, ut peHboirum conditionei de Aami, ad (ìm dequibes his fiisntpro>ifum, T«J coAcefliim, aut minittucn providerì, vct«s anaaitt valor» per mare» argenn, aut iter» lingonini, vel libra taroncniìam parvocuin, (m flonnoa «urf, ant ducara» vcl anicat aan, leu iliam monetam, fimindum communem arlbmad^ oem exprinacor, nifi porfoos przdidc beneficia, qiuB luoc obtinueriat i aut in tjaibur» vel adquc fui eii compeiit» juita ip&rum ohligarioiiei, aur tbaa diniitrere teneanrur : atioqmn entir prs4itìjt film ullz. Jtfrfflt d UrS«»a > di mm» CanttlUris, tdi !» dtU l» nifi» itUa Ca'ttl{nta fadUttutt d Imnoteniit V- Vulc RebuL ail Rubric. de Aonatii in ‘ConcsrJam, Se feitn. ad caper Ad amnt S. no. 4. barn de Refiriptii. (t) Ci) fifa tanpMiUi fer aiilìgar tbt 'MW rhanna fmdtrt dtUt frtvvi^ firn» firn tan dtilt ffènm, frr apeararfi ad ttméfiM tatfttrat». Ch dirM diMfw ag^i jutlSaikt» Vtfnv» di Tamr 'aai, il tfaaìa, tbitdtad» ad u» fa» amin dtl danat», ftt taaiftrart dtl fmatia, a$a di tafrir la fa» Qkitfa, ali fcrivrva is amajft uraUa I Rogamuf, Se peiimus, ui alit^id de bcaevoiU, ac benefica liberaliate vellra Dgbsinnc tiiU, quo plumbuin euumur, nonRomanutn» litd AdcUcuiii i quoniani Anglico pluu^ teguntur Ecclefìz, mJimur Romano. Ztrjkan. Twmattafit ad Valdtmxfam, ( ) le tatti i frnuipi Crifiiaai avtjfrra fatta U fitffa, ftata iadart a dumjlrart fartialitm far ama dilli farti, ^mifta frifam, tha dm^ ria^attatamai, nan avfMa a»aj fatata darart tiaaaaata frttitaaa ; im f mik tU fw fafi mtm tfartÙaaa afiiaati a Wrr £t\wiadm favata »> atiU, lù aaan. Ciàfrhtdaaa pt u kttfn tfett» tht kaan» fradatta la liittfa di fttfPkU^ tht il Ri di ka faHluatt t mnt HuMCCBtiiu Papa Legarnm fiiamEnCcopum CalnitfMn prò (ùoGdio Camerz.» Scaedir CI poiellacMi^tMMoCmdi cam ClerìcU ad beneficia ninti, vai Bnerura, ad dignitiiet, aot elTtcM» qux tniRut tanonicehaberenc» aur fuifliant aJq^i, cum fructibua inde perrept». Enne ibi ciitm Saltarne, et Bm'izDu ci, vocavjtque Io. pertror Icgatum, Se au Adde Paralipdincna rentoi nemoè^ liuffl CtatoBìi Mylii an. ti7f. Se Chxoaictui Gmv ( naiu Mtttu ao. 1 3S0. gualche parte alla Camera : ma dovendo per tal caufa ufeire molto danaro di Germania, Carlo IV. Imperadore H oppole, e proibì letiraF zione, dicendo che bilo^nava riformare i coflnmi del Clero, non le borie. Tutte queièe confufìoni crebbero maggiormente quando fi aggiunte il terzo Papa nel I407. al quale tebbene ì Trancefì aderiTono, e rendettero ubbidienza, nondimeno tennero fermo un editto del Re (t) fatto Tre anni innanzi, () con cui proibivano le rìfervazioni, e altre dazioni della Corte, Hnchò da un Concilio Generale legittimo foITe provveduto. Non era il Re molto capace del governo, ma Lodovico Uuca d’ Orleans, che lo governava, era autore di tutti gli editti : perlochè, occiio quello, (3) fu facile a Papa Giovanni XXIII. racquiflar l’autoritìi di conferire i Benebzj in Francia, dando nominazione al Re, e alla Regina, e al Delfino, (4) e alla Cala di Borgogna per tutti i loro Servitori ; valendoli poi egli del rimanente. il che U Corte conlervò fino alla mone dì quel Re; imperocché Carlo VII. Tuo Figliuolo, che gli fuccedecte, rinnovò gli editti, (j) In Italia ancora furono fatte varie provvifioni da diverfi Stati diverlamcme, le quali tutte tendevano a levare gii abufi. Teftifica BaU do, che fino i fiolognefi fecero provvifioni benefiziali ; e in particolare ordinarono che non folTcro conferite, lalvo che a’ nativi di quella Città, e fuo Contado; nè i Papi erano molto Rimati all' ora; anzi, clfcndo Giovanni XXIlI. in Firenze colla iua Corte, nacque certo uilordine nella collazione di un Benefizio, perlochè quella Repubblica lo privò della podellk di conferir Benefizj nello Stato per cinque an» ni. (i) In quelli tempi s' inventarono claufule ineflricabili da metter nelle Bolle, come mettendo difTerenja tra le fupplichc lottukiriiie per cmcejfnm, e quelle che fono lottofcritte ptr fita; ( 5 ) tra le (pCf (lite con cla^fot. Mmh proprio « e le altre con cLnilula tmrtftrri, ( 6 ) Ù 1 1 ^ V. tUnt 4» C 0 rÌi»Mfi, Cru tmrt dtp'éUri dmtt (• «ir» JtlU ftttrmuw tht U CrMrt>» di hi» irdim mÌ ffrmfit di tr» fi»t» fmttM I» TrMmti». lt> ÌlQ»rdm»t dtTmr), JkeM«nrtreI«, a«v re roAtemporine i, S Ètrri a 4 enfili», rUnivttfitk, rt» ftrmttttfftf» Jllrjf»»dr 0, d4 fftrr frt m»ff !$rt tf»j»»i f»il» Ckirf» TtéiKiff, I U fmpflK» »« lU f» ftrtii dtir VbìvìtÌi» éili'tPfMtrr# fT tmtt» l» dittsClHtl», •Utr»ttT0 M»' Mut» in » iti fierue d«'i}. Afd» 14- ». ed i ryVft# nella CeafeTmta delie ardtaatetmi lei. I. tu. f. pert. ». fataf.i. (il rtorc.inni, proDter uairiun akifitm • Ps ft loatmillBin in ronwrerkio unirp Abb:nun &• um iB eoninr ditione, privavcrunt loannem ZXIIL Wpun, in «orun civitaie tuoi dn;Mtati. pur«. fiate rAn^erervdi beiveficia io enrom dnioM fit» ulque ad oumquennium. fdeUaeui i» aatii adSét maiat teaf»ltmm r«fa mette fiat ut peiimr, ì, eàt fatila teatrdam fempre fualdet fratta, e feae feetefttitte dt marna prep'ta del Papa cella prima Uttera dtl fa» aaata di iatttfim» fra la fauhca, e le tlamfale i taddeve l'aitre ma» fame fettefeture, tkt dal metaiha dtl Coocefiufi r«« fatfia fermata • CooceiTun ue petitur in pecientia Damini noRri nap« taUa prima lettera dei fae aame, e del fna eefmeema fra la fapplua, e le Àmafale ^ e CuAuffitn a late della tlaafmU talir dae lettere raatiali ile' fmat aam • Vedi la rtfeia }- di CeaeilUria, 16 ) ratte furfie rndrjri# rNW»ri«r#w fette II Pentifitatr de Rea tfatte IX. Rapa di Amm, e fetta faellt di Stmtdut XtU. Pa*» d' Avìfmaat. Pe«c che (i migliore la condizione; dalle quali invènzioni nafceva ch^ più Bolle erano impetrate fopra T ìflefTo Benefìzio, e oltre alle maggiori annate pagate, nalccvano anche liti, che bifognava poi trattare a Roma con benefìzio della Corte. Si aggiunfe il cofHtuir un’altro licigantC) fe uno moriva, acciò col Tuo 6ne non foffe il fine della lite; ma dalla morte di quello fi cavava un'altra annata, e la continuazione della lite, la qual anche moltiplicando, furono trovate le claufuIe:S'fiiteri : Si neutri : Si nulli ; per le quali fi dava anche il Benefìzio ad un terzo, durante pure la lite tra i due primi : il che coftrinfe i Principi, per levare le confufìoni, il difordine, e le liti tra i loro fudditi, a ripigliare nel foro fecolare la cognizione del poflcflorio de* Benefizi.- cola, che, (ebbene legittima, era fiata per connivenza de’Principi levata da'Magifirati Secolari, e alTunta dal Foro Ecclefiafiico. (i) Dalle provvifioni eh’ erano fatte da qualche Principe, per ritener il corfo delle introduzioni nuove nella materia benefiziale ne’ loro Stati, pigliava la Corte occafione di trovarne dell'aftre, xosi per fare gli fief(i eliciti lotto altri preiefii, come per moltiplicare modi dove potevano; e con quelli lupplire a quanto non fi poteva lare, dove era gilt provveduto. XL. « In qucfti tempi fi trovarono le rifegnaziont, non le buone, e lodevoli, che quefte fono antichiflìme; ma cene altre, delle quali il Mondo al prefente non fi loda. Non fu mai lecito a chi era pofio in U14 carico Ecclefiafiico di lafciarlo di propria autorith; ed era ben conveniente che chi s’era dedicato ad un lervizio, e ne aveva ricevuta la mercede, ch’era il Benefizio, pcrlevcrafic fervendo: nondimeno, (2) perche qualche legittima caufa poteva occorrere, per la quale foffe ncceffàrio, o almeno utiliih pubblica, o privata, che alcuno fe ne fpogliaflc, fu introdotto per cofiume, che fi pocchc con autorith del Superiore,  per qualche caufa legittima, rinunziare.* e le caufe cheli praticavano erano, fe per infermirh di mente, o di corpo, o vecchiezza, foffe fatto inabile; (4) fe, per inimicizia d’uomini potenti nel luogo, non poteflè fenza pericolo fare la refidenza. Quando la rinunzia era ricevuu dal Vefeovo, il Benefizio era tenuto per vacante. XIII. ditt Csrlt M Htlim ntUt fui «»»»• fmU'HUtl» fmtn l’émm» 1 40*. r»ntrm zmm* MIm fil.a. Se  I f0rlMmt»t» difmrigi, tr»infari tt di Ctnfigliart Gnriei, malto mlU dimutmxjom* drlf aHtortti Àt'Qiuàui £rrfr^Jfjrt. Icem Junldidio tecnporali» per rpirimalem non debet impediti 1 &, u contralìat, Curiaprcìtni coDfuevit compellrre fpirìtaslem ad reatovendum impedinicnn talia per captionem Ttue temporaliram. Ita dinnm luit per Arteilum Co« ri« in l’irlantento anni i|tf. contra Epifcopuoi Khemenlnii prò Capiralo di^EccleCs. Cup.apw pMuitl. filli Cane farlsm.  Cari, fì nui vero ■ (l'an. li quii preibfter. Se Cau. E^ihrt>pani f. an. 1, Ctn. Cleticut ai.qo.i.Can.Sannonun^o. dift. Et YvoUe. «or. ep. i I. (}) Vide rap. 4. estri de renannsrione.  Vide cap. io. extra de rcauntutioac. So «€, (é) c 4 Collatore a cui apparteneva, Io conferiva cogli ftcIG modi, come fc fofle vacato per morte, S'imrodufTc in quefti tempi il riounziare, non per alcuna caufa urgente, ma folo ad effetto che il Benefìzio fofle ccnferico ad uno nominato dal Rinunziante: (ò) e come a cofa nuova convenne anche dar nome nuovo, e chiamarla : Rejignatio ad favorente imperocché è fatta fòlo per favorir il Rifegnatario, acciocché abbia il Benefizio : c bcns'i in liberà del Superiore ricever, 0 no, la rinunzia ma non la può ricevere, fc non dando il Benefizio al nominato. Quello,‘ febben fu un modo d’introdur fucceflìone ereditaria ne’Bcncfizj, c perciò dannolo alfOrdine Ecclefiallico, riufci utile alla Corte, in quanto più frequentemente fi conferiva il Benefizio, e ella ne riceveva maggiori annate. L’avarizia, e gli altri affetti mondani infegnarono anche a molti d'impetrare, e ricevere Benefiz;, non con animo di perfeverar in quelli, ma con penfiero di goderli finché nc orrcneffero di migliori, ovvero finche mettcflcro a fegno qualche dilegno di matrimonio, o d'altro genere di vita: o pur finché qualche fanciullo pcrvenilfe all'etk, al quale ppi potcfTcro rinunziare :coia, che dagli uomini pii non fu mai Icuiata; e fi tiene per comune opinione, che chiunque riceve un Benefizio con diiegno di rinunziarlo, non pofla con buona cofeienza ricevere i frutti : il che alcuni di più larga cofeienza non vogliono dire cos^ ecneralmenie di tutt^, ma di quelli foli che lo fanno con diiegno d'abbandonare l'Ordine Chericate. Per le rinunzie ad fawrem riulccndonc emolumenti a chi le riceve, la Corte, acciò il frutto fofle tutto Igo, proibì a’Vefeovi di ricevere tali rinunzie, e riferfiò che il lolp Pontefice BLpmano le poieffe fare (l). £ perché molti Benefiziarii, quando fi fentivano vicini a morte, per tal via rifacevano un lucceflore, fu ordinato per regola di Cancellerìa, che non vaiefle la rinunzia fatta dal Beneficiato infermo a favore d’uno, le il ripunziante non fopraviveva venti giorni dopo preflato il conlenlo. (r) XLI, In quelli tempi pareva feemato il fonte delle obblazioni de’ Fedeli : pa mentre durò U guerra in Terra Santa, e durò per qualche anno, mentre Zignooi, «cl quu> ie indignua rehttamio judjcsVII, conatur altendcre, hoc fraterniraa nir re^udeo, quia jullum eXl ui in judicio, quod de K judietvit, permaneat, 0c fpoaUm quam rrpudiavit, rivcnie iratre qui ei leeitime ipcardittaiia eli, adultemc nonprztumu. YvoCarnot.ep.iri. .Vide cap. ). ettr. de renuntiat. (t) Bmlftmotu fulCamtmt jb, Apf*Mi, diti thf avtnd» W*« «»• Vtftrvt amu* nftfnart il fmt l'rfttvat» ad ma fmt amira, V di’ Vtftavi »am valli aamuiiri la ma rifiraa, ^7 pafft nadiifi i» latim», U^maU(itama jUtafim diri iffm di malia tanfidrratiami. Tu autem dìcquod, etiamfi non ad Uun (i«oatum Eptfeopuj Epitcopanlm traormilèrii, iéd ad aiteuum, idcmCTÌT • F.piicopM enitnaSyRodii fiendecreium eft. Et ideo ctiom vita fun^i lile urhia Phihppi Me. iropoUtanui itujiùtuu ^ lìiz Metropoli iiib bar cop diiiotic renoRtians, fi cju Occenoainin nrtniPkilippi Metropolitaouin prò ie ipio iiiafta SyaodM comthiuerct, non edeiaudinui Mtiadiiiquod, fi rciquai polì cleàMnrin ea Ecelefi* «edinbiM acqeàrtt, non potrAdare, vel ed quo» volt tnnlinutere, inulto m^uEpilVopanun. VideCan. ja. Cotte. Caribag.Se aj. Antioih.di Can. i,. Cwt.y.qn.)  ìteamda é Camamih, am ifitadavi aditi, ehi il Vafa, tha fifa efimtari dalla fimimia ■ Ve' di la Ulàfa ai taf. 4. racra de pa^i, verbo iUt 8c poAea inlra vinnti din, a die per iptun reUfnamcm {n^vdandi (onknlut cocnpoiandoa, de tptii infima laie dcceflcTji, ac ipium beneficrain coolìrrarur per relìgoertoneiB fic fadam, coILmio hapifinodi nulla fil, iplumque brnrficiuni per obiiujn vacare ceofirrtur. Vidi Malia, ad hmnt tei. aa.h^ mentre vi fu fperanza, per quella caufa mole' oro perveniva all’Ordine Ecclefiaftico; ma, perduta ogni fperanza, fi fermarono le obblazioni ■' fu nondimeno prclo efempio da quell’ opera, e fu introdotto il dar rindulgcnze, remilHoni, e conceflioni a chi porgelTe, e conrribuillè per qualche opera pia; c cotidianamente s’ idituivano nuove opere per ciafeuna Citch, per le quali era data Indulgenza da Roma; partorendo quello molto frutto all’Ordine Chericale, e alla Corte, che ne partecipava ; e ciò tanto innanzi pafsò, che nel 1517- nacque in Germania la novith che ciafeuno fa. ( 1 ) Papa Pio V. all’etli noflra provvide con una codituzione, con cui annullò tutte l’ Indulgenze concede colla claufula delle mani adjutrici, (a) cioè, con obbligo d’ofierir danari ; cola che non ha ancora fermato il corfo di queda raccolu- Imperocché, febbene le Indulgenze ora fi danno fenaa quella condizione, indimene nelle Chiefe fono mefie fuori le cadette, e il popolo crede di non ottener il perdono, fe non offerifee. XLII. Ma tornando a quedi anni della feifma, per quanto tocca all’acquiftar di nuovo entrate, e beni dabili alle Chiefe, pareva che fède affatto perduta la fperanza. Giò i Monaci non avevano più credito di fantith ; il fervore della milizia facra era non folo intiepidito, ma edinto; i Frati mendicanti, che tutti furono idituiti dopo il 1200. perciò avevano credito, perche s’erano Ipogliati adatto della podeflò d’;acquidar dabili, e avevano fatto voto di vivere di fole oblazioni, e limofine ; onde pareva che qui dovcilc icrmarfi l’aumento de’ bòli dabili : Iti però trovata una buona via, la quale fu il concedere per privilegio della Sede Appodolica a' Frati mendicanti il poter acquidare dabili; il che per voto, e idituzione loto era proibito. Molte perfone loro devote erano prontidime ad arricchirli; nè redava fe non il modo ; quello trovato, lubiio i Conventi de’ Mendicanti furono in Italia, in Spagna, e in altri Regni, fatti in breve tempo affai comodi di dabili : lolo i Francefi s’oppolero alla novità, dicendo che Cccome erano entrati nel Regno con quelle idituzioni di povertà, conveniva che con quelle perfeveralfero : nè mai lino al prelénte hanno voluto permettere che at^uidino; ( 3 ) dove in alcuni altri luoghi gli acquilli loro fono dati affai notabili, madime ne’ tempi dello Icifma; quando tutto il rimandate dell’ Ordine Chericale era in poco credito. Tomt II. L Fu le iì") Li frifmd ZMtm. (») Omne* fc Tinnlai induT^ntiu, «tiamrer ftniM qu>HranufM Ko«um« Pootibc noAm, *c «um mm, fiib cHBMde tenoribui, tc Satmis, ac cum cUuiuIii, tt decrtfU, ac ex ^mbaTm mia or. {cnnOimia canfii, ctiaiR caufa radoi^ionis capti, xerem, 0c alùa qimnoiiolibct coaceflaai prò qui. bai coofaqutadit laac purrigendu sdfmtri. ttt. Oc quu quftuadi facatrarem qunmode libet coatiftcm.... auAarktit apoAoIka, teoert pr». fauiium, ptrpcao rwocaimu, eairooos, irUTsinas, 6c aanulbuRM, ae vtribaa facaàRHH. VII. Dtrtrif. tf. C|) fsrummtt di Parigi, Ì 4 ÌU fma St0ri* dei Ctntilié dì Tmu », um previTM il dterH0 eh* jtrmttit MgCOrdini mnUh. tmati di f*S*dwr h*m fmhtU, diend* eh *, tftmdpmi futi il netymti 1» Trsnei* t*m mm'ikime» etmrmtit, wu trm etfm gimfl* iln** ^trU »l*rim*»t*i * td« ^mlU trm mnmntfitii U Ctrl» di Btmm, per tirmrt m li i hni dt’fm» Urti im pi r t e ehì fmtilm Ctrtt Imftim primtrmmiemtt mt^Mìfimr trtdu» «'frati raa fura vtit f**^t di ftvrrtà, ^ li fà tnfdtrmr* emme ftrftni ebt Ma hm»m» «iru* ÌMttrtS», fmMmt tmit» per rudi t fri, fa wd * fi ftwt ftmhiUii n etmtttt, tUm li mifimfm imi Itrt vttt, per dtr Urt U mt~ dt d'mrrieet^fi. Vedi U Cmifernim deil* trdtnit^ Miti W. t. tif.j. pmrt.t. pmrmg.f. 8xFu levato lo fcifma nel Coacilio di Coflanza, avendo uno de* Papi rinunziato, (i) ed eifendo (lati gli altri due (a) privati; e nel 1417fu eletto in Concilio Martino V. (j) Speravano tutti che dal Concilio, e dal Papa fofle polla regola a tanti difordini della materia benehziale ; e di fatto il Concilio propofe al Papa gli articoli da riformar le riferve, annate, grazie, afpetrative, commende, e collazioni : ma ddìderando il nuovo Papa, e la Corte (4) di tornar a cala; ed eifendo anche rutti i Padri del Concilio Aanchi, per la lungha a 0 enza dalle cafe loro, fu facilmente rimelTo il trattar materia cosi ardua, e che ricercava tanto tempo, al futuro Concilio, ch’era intimato per celebrarfi in Pavia cinque anni dopo : il che molfe i Francefi a non voler alpettare nuovo Concilio; onde fu per arredo del Parlamento ordinato che non fi predaife ubbidienza al Papa, fe prima non fofle intimato, e accettato da lui Teditto regio, (5) che Jevava le riicrvazioni, e ledrazioni de* danari perlochc, avendo Martino mandato Nunzio, per dar conto al Re della lua elezione, rilpole il Re che l’avrebbe accettato con condizione che i Beneflzj elettivi fofsero conferiti per elezione, e le riferve, e afpertative levate. Il Papa fi contentò per all’ora; ma nel 1422», acquidati alcuni deirUniverfitlt a fuo favore, tentò di far ricevere le rilervazioni con tutto ciò non potè ottener rintcnto; anzi fu proceduto contra i luoi fautori con prigione, (d) 11 Pontehee mite l’ interdetto in LionC, e il Parlamento ordinò che noti folse Icrvato;  e durò la contela fino al 1424- quando il Re fi compofe col Papa, che Sua Samii^ avelTe per legittime le collazioni fatte fino all'ora, e per l’avvenire foflfero accettati tutti i iuoi comandamenti: ma il Proccuratore, e Avvocato Generale con molti Signori fi oppofero airefecuzione; e rapprelentato al Re il danno dei Regno, fecero andar in fumo l’accordo fatto col Re In quedo mentre fi fece il Concilio di Pavia, (8) il quale, appena principiato, fu trasferito a Siena, (p) e fpedito con gran celerità ; (10) non eifendo data in elfo trattata cofa di momento, ma iolo data jperanza che nel Concilio da celebrarfi indi a fette anni in Bafilea lì farebbe riformato il tutto : nel line de'quali lette anni mori Martino, e lègul nel Pontificato Eugenio IV. (11) lotto il quale nel Concilio ^filenfe J431. fu (12) fatta la provvifìone tanto neceflaria, e tanto defìderau a* difordini della materia benefiziale : furono CittMUiì XXIII. Jgf* tjfrr fili*, $ def* ijfrtii fi*t» ftttmiuta fjT (») Crum* Xll> • Btntd*tt*^f^h l}) 0r«M CéUmm^ ert*t* éUS.M**’ tm*i • tntii fftf* fm*l a«mi ( 4 ) t'I * l» f"* CM* tfit é lm n t* t*tk» M Ctluilt* f' m awif t 0 ft, m*m Itiftgrtii im* dimuHAia»» U. Il fm tkimf* *idi la. Afttlt dtlV *•• w l4i>. 4 wr àmtM* irt sm* * miM.9*. O) D*l ttrmà d*Uj. Wfdi UC*m ftnkt* étti* OrdiMSM**mi j (« ) JUrtr* dtU’ V»rvrrJj4t, 4)1. rono proibite le rifervazioni, eccetto de' vacanti in Curia*, furono anche proibite iafpettaiive, le annate, e tutte l'altre efaziont della Corte. 11 Pontefice, vedendo che gli fi riUringevano la podell^, e le ricchezze, non potè fopportarc; fi oppoiè al Concilio. Tentò prima di trasferirlo altrove, in luogo dove potefTc maneggiare i Prelati: (i) il che, ripugnando e(Ti, non gli potò riufeire, e palTarono molte contefe tra il Papa, c il Concilio; alle quali alla giornata gli uomini pii, inrerponendofi, trovarono temperamento: finalmente cITcndo il O)ncilio rilòluto di provvedere airellcrfioni de’ danari, e il Papa di confervarc Tautoriik, e comoditi fua, vennero a rottura irreconciliabile. Il Papa ( 2 ) annullò il Concilio; e il Concilio privò il Papa, e n* elelTe un’altro*, (3) onde nacque feifma nella Chiefa. Fu accettato quel Concilio in Francia, e in Germania*, e nel 143^. fu pubblicata in Francia la prammatica tanto famofa, (4) per cui fi refiituirono reiezioni a’ Capitoli, e le collazioni agli Ordinar) *, e fi proibirono le rifervaziont come nel Concilio Baftlienfe. XLIV, In Italia quel Concilio non fu ricevuto, e tutti aderirono al Papa., onde le rifervazioni prefero piede : anzi ciafeun Pontefice le rinnova lenza difficoltk, e introduce ancora nuovi aggravj nella collazione benefiziale*, nefiun de’ quali mai fi modera, fe non quando fi trova modo di fare lo (le 0 b effetto per via piò facile. IntrodulTero Giulio II., e Leon X. le rifervazioni mentali, che cos\ le chiamavano, e con un altro nome, rifervazioni in pecore *, ( 5 ) le quali non fi pubblicavano come le altre., nè fi facevano : fe non che, vacando un Benefizio, fe T Ordinario lo conferiva, o alcuno andava per impetrarlo, rifpondeva il Datario che il Papa l’aveva in fua mente rtfervato : modo, che { 6 ) durò qualche anno, ma poi fi difusò, (7) perchè tornava incomodo anche alla medefima Corre di Roma. ( 8 J Gli altri modi pa(Tar«no tutti in eccenb *, imperocché circa le rilegnaziont in favorem gik introdotte, e praticate, s* aggiunfe il rifegnare folo il titolo del Benefìzio, rifervando a sé tuctTomo li. La i frutti Ut» vi fu m»i, dice MeiCrjy, tM ftrfttf fr» imi, ! i fmdu di putita SmntAjtmèUMi imftrmtrki, ft d*i Un tmmtt i fmdti ftttr$ ftmferr» tét vltvsm» f*r frtm* stU fmmmtmtà, fthntmd$ hrnmtMtt pttirémtttm Is, tht 1 C*mciUt e ti { tfU ^rimtmtt Ritmai*, ftr farfi Frtmua, td abbamdn^ fmtt il fm» trema, ftr tffer f»f* • f" aitila mill'aan» 1 43^ « ruamaftimra dalia framtia, dall' Aitmaarma a dalia jiMQwr farle deli'Oftidemii fi»» aita maiitd’£mSiate ( dafa la ifmale efemdeS nvaiti i friatìfi dalla farle di SuiaU V., fm aUligat» fané tea frirkiere, fané tan mimane ad attaafemiiri mila rtmmtaae della Cbiefa, tiamaajaad» al Pamtifiiaief li tht feti nel 1447. nel Centiii» tb' ili tf^tjfameaie iratferita da BaSlaa alamfama aag'i Svttjari, IXifa da ibe i Padri lanfermaraa» l'eiaAtMf di HiteaU fatta dma anni utaamii a Rea» da'Cardtaali dal fartit* iT Smseait Amedea, eh» aveva fref» il marne di Feiin V. f4) Mexerty U cbiaau tl rifar» dalla Cbiefa Gallitama. (O Ciri ternate i* futa. (tf) Giavaaai Smarei., Veftava di Cambra ha fartiallt, fartamd» mel Camelli» di Tremi» mtaraa alla rifirve mentali, U tbiamb fmrn \ a dift tba fattUe fiata mnlta lafnart al Fafa U eaJlatiana di tatti i btaifiti, ì» vaeedi faffartart eb'ishdiffe fatta ad mm ftmfirr» mtm rammairala, maa faiHirai», a fatava fimfiaamte eredarfi aaa ejfrr veanta al Taf a, fa aa» defa la fmetefa vmeaata. faaU fiar. dtl Carne, iti. t. tri La riferva fkrtat frtibit» dal CtaeiUt di Trtat». Caf.t^ Itila Rifatma. feff'.%4, . {t) La faale davava faffartart egmttlara» eaairarietà, U effafiaitm dalla farle ae’CalUtari erdiaai ). ì frutti d’efTo; il che in eHIicnza non era altro, fé non reflar padrone del Benefizio appunto come prima che folTe rinunziato, ma colìituen' dofi loio un lucceiFore, il quale folTe ben in nome di titolare innanzi la morte del riminziante, ma in fatti non avdfe ragione alcun^.- c ao ciò il nuovo liiolare, volendo raccoglier egli i frutti, e aflfegnarli al Kinunziantc, non fi potdfe far padrone di qualche colà, fu aggiunto anche che a! Rinunziante non iole foTero niervati tutti i frutti, ma ancora egli porelTc efìgerli con propria autorità. Non reOava al Rilegnante altro che lo facelTe diHcrcnte dal total padrone, le non che, le il Titolare folTc morto prima di lui, egli beni! relbva con tutti i frutti del Benefizio, ma non poteva più crearli un fuccclTorc; c il titolo poteva elTer dal Collatore dato a chi piaceva a lui che dopo la morte del Rinunziante folfc liicceduto. Non mancò alla Corte ottimo rimedio anche per quello, il quale fu il regreflb. (i) XLV» Ne’ tempi primi della Chiefa era un fanto, e lodevol ufo, che chi era ordinato ad una Chicla, mai in lua vita non iat eiava il carico, per aver Benefizio di maggior rendita, o di maggior {a) onore : pareva a cialcuno aOai fare T uffizio fuo al meglio .* per ncccfUt^ alle volte il Superiore, che non aveva periona atta a qualche gran carico, ne pigliava una occupata in altro minore, (*) e per ubbidienza U trasferiva al maggiore: cola che poi fu per maggior comodo, ovvero utile, ricercata da alcuni; onde la traslazione (a) inufitata fi fece ufitatijfima: e tanta era la follecitudine di ciaicuno di crelcer in grado, che IpefTe volte, lafciato il pofleduto, e impetratone un altro, riufccn .. do r impetrazione viziola, rdlava privato d'ambidue ; il che cflèndo in conveniente, l’ufo ottenne che, fc rimpctrazioue del fecondo luogo non poteva aver ritornafl'c lenza altro al primo; (») c quello fi chiamava regrefio. À TTriUTitudlnc d1ci6tu inventato di conceder al Rifegname una facoltà, che qualunque volta il Riiegnatario morilTe, o rinunziaflè il titolo, egli poieffe lenza altro riiornar al benefizio rilegnato, e con propria automi prender di nuovo la pofTcffione, e farlo luo, come le mai favcirc rinunziato : e quando anche non avefic ricevuta la pofTcffione priiiia deda rinunzia, (nei qual calo il regrcHo non può aver luogo ) potefle per accclTo, c ingrelTo  prender la poflcllionc fimilmeiuc di propria autorità, lenza altro mini llero H) Intclkitmut, C.Caaonioo retereiK*, ouoj tuoi tpiè L n (MilTeDt Eccldùiltta bcncEcù pernuj» r, ut taoieo lii»p>icniti ve.tu tnbiunif, mandanuii a uaiciiu) coaUueiu prxiavium O. uUier ‘uilfe eicf^unit amotu a prtebeiula Tua crtnLingUineo ipliua L. vei qoijlibet alto illicito deientore, e-in ledicui &CUU1 eiticin. Cip. >. ulta de tctiun perimit.  Cit^, eiur allei a. IcJ oicbie et propria^ ut ncc iJp-ò che, quando fi faceffe che il Coadiutore anche fuccedeffc, ne nalccrebbc maggior bene: prima egli farebbe più diligente, maneggiando cola che doveva cfTcr fua; gli altri ramerebbero, e riputerebbero più come proprio, che come alieno; onde fi fece il Coadiutore con futura fucceffione : cofa eh’ ebbe difenfori, c oppugnatori. Si oppugnava con dire che ogni fuccelfione nel Benefìzio Écclefiallico è dannabile; porge occafione di proccurar, o defìderar la morte altrui. Si difendeva col celebre efempio di S. Agoflino, che da Valerio, fuo antecefsore, fu fatto Coadiutore con futura fucceffione: il qual efempio non ferve troppo bene, perchè S. Agoliino flefso poi lo biafimò, e non volle imitarlo; e non fi vergognò di dire che da lui, e dall’Antecefsorc ciò fu fatto per ignoranza. (^) Ma i tempi, de’ quali parliamo, non folo davano i Coadiutori con futura fucceffione a’ Prelati, z altri che tengono amminiflrazionc; ma ancora ne’ Benefizi fempHci, dove non vi è a chi ajutarfi, in maniera che il Coadiutore reila col puro nome, e non vi e di reale, fe non la futura fucceffione; ch'è la cola cosi abborrira da’ Canoni. ( Dsl Cémntit, C*uf.T- U > H rjfw Vtf{» r fi tirdt tki CÀtdiMttfi m*M *r*i*«, ft ptrfém* fiiftndiMtt, ttucr Ac Coc(4fro||'ut Joinnei. ab hoc, nt oectflkrù cumpeccaii «lirponeiuc IÌKÌinJuufuut ..... vien«iue prclenti vobtt juiTioflc prsi ipimut Uf, lervsn priuxi in loco KpttVopo mcBiutato revoren», quieti w» convenit inculpibilucr cobi, bere, prbext» obcJientum ConlLtufo coDipccentnn, in nullo dif)«fitionti)ui ejua rpiritu conninuci rrfulianteii immo commenti vq;ihtiti« veihr (luJio c(uie prò EcclclMllifa utilitste gerencU Conflitumt- otonueric adimplenin i ut, hit iia dirprrntia, At etmttttm vt^ìJ JfiftudÌA minifirtnimr. Ac qujtcuinque in pixfaccfectdùe patruuonio, vel Si ufa de rebus ad cani perrinenrtbut repeten.:» tunc necelTari* conipleaniur. i fermtifiMJM quMleht vtllq s' Vtfltvt. di dlflt»»ri fHtfli C*»tmiér* ftt Ut» fqutfftriì t. ntlPHlMìtt flA ^tAXiA n* AfutTA TértfitmA, Vidi tl \T. O.Ce».?. I. S.Vé»Un» dkt Ut ttrmini ftrptaVt, firn fon» di C*Ad)mt»ris rr» aSat firandinat»* i Noa auiein, da t»!i, ranmiu line icribitnm gratdbndvm, quod Epircnpatiim Augudinut acceper», (èJ qiod Kanc Dei turato uirruerìt AfricaiiT rrcleuc, ut verbe teleilu AiguRjni ore perciperenc, qui ad wiJortQi Ocunìniei muiient gramin ntvt mtrt pro«ftu*, ita ronfecracos eJ>, uc non futeedem in Cacbeiri Ei'ilc'ipo^ léd actéderrc. Nam incolumi Valerio Hipponedit Ecrtefìr Coepitcoput Auguìhnus cA.ep.s7. num. a. Ae Cin. t so. r. Si tifava in quelli tempi da qualunque Benefiziano, che voleva farfi un fuccelTore indifferentemente, fecondo il divcrfo gullo, o fare un Coadiutore con futura (ucccifione, o rilegnar in favore di quello, rifervandoli i frutti, e con regreffo : ma peri quello era rifervato al foto Pontefice, e per neffuna maniera conceffo ad altri Collatori. In Germania il Concilio di Bafilea fu da alcun ricevuto, e da altri no; e per ciò diverfamente erano intefe le caule benefiziali. Per provvedere alle diverlitk, e diffenfioni, nel 1448. fu concordato tra Niccolò V. e Federigo Imperadore in quella guila : (i) che i benefizj vacanti in Curia foffero rilervati al Papa, e nel rimanente degli elettivi fi procedeffe per elezione quanto a gli altri i vacanti, in lei mefi foffero del Papa, negli altri lei foffero dillribuiti dagli ordinar] Collatori; aggiunto anche, che, fe il Papa non aveffe in termine di tre inefi conferiti gli fpettanti a sè, ne cadeffe(z) la collazione negli Ordinar]. Non fu per tutta Germania ricevuto il concordato; e alcune Diocefi fino dal 1518. fervano il Concilio Balìlienfe, che annulla tutte le riferve. Ma in prc^reffo di tempo anche chi ricevette il concordato nel principio, reltò poi d'offervarlo, e G difendeva, dicendo che il concordato non fu ricevuto generalmente, ed ha perduto il vigore per la diffuetudine in maniera, che (non trattiamo di quelle Citth dove i Velcovi, e i Capitoli fi fono divifi dalla Chiefa Romana) anche nelle Chicle, che rellano l'otto l’ubbidienza, poco, o niente era olTervato. Clemente VII. nel 1534- fece una leverà Bolla,- ma ebbe poco effetto : un’altra ne fece Gregorio Vili, nel fenza miglior fuc ceffo. E»m» y»,ffj afart, farai d» gt.'efi* tr»r, fiver» jta aaert,,n iaefki d,fi*au feiameif' dm puaate àt tammiae, e\i f^ij?dtti»i»lala re mette f at» f.^e ti huge delia tén étdì^^^ tauame f t fartmm* tatii i Seiufiai firmari, • gelati, thè ufedatfamte^temf» delia Irte f rum ae ifmelii ebt tem ftema^ alte dignità ta I narrali, Artiefìfti^U, ed £fiftofali et» varan fi, > tilt vae^rénat per i* 4 Vtr»*er«. Utile ciiefe ìdetr^alitaat, e CattrdraU, aia feetette èm me diat umn it alla Sede Appidthea, i Mftdeaahri ebt vi f»»a imnt.haiameate fe^tut, i' eUtitai fi faranae Uitrameste, e fai feraitanpet' tate alla dell» sede, eUe Uiea^iemer», fe fataant i»itaicit. £ et' àù^jteri tif,ie» fine lev»» diatameaie faggettì, ed altri Benifia.] ngrUri, ftt h guai* nam fi fati! ruarrtre alla faataSede, gli Utili aa» branma aUligati avtmra a Raau perita lrra.tamftrmat.iana, a prev9tfiame\ aUrp ditpigiiii' fii lentjin ma» laderanni futa tafptuatne, nè» hinfit.f dilla Uanaebe mam efeati fati* l» difpafium ma éa» Umfm « Qgaata arti ahrilantfit.) feealari, arnatarinaa eamprefi niile uftrve effriffi di fefra, ma* imptdirtau eh* hitramemii aaa nt fi» Caliatati ardinarl, fmaada vailùraiiHa ae'mtfi a» febbrai», ^rile, Gimgae, Agafia, Qet^rt, at>ttimbri, t m*(i di Gaamapa, Mara.», idaeei», Lm» gtu, btiitmbii, e Nnembre, faraana rifttbaii al fapa ; ma fe fmteedarà tba i aim^ai, eba vatbm raaa» f» ^mefii mefi, man fiea» fiati tamfenti dal Vapa mi‘i**m*fi, eamiaeiaada dal giama della va^ r«u« fepma atl larga del itaefitua, U CallaKÌaai niaraarà, a ad igni altra al fma le fprttird la difpt'fieiomt. Ma awd» gaefia ahima lameifìaitt aperta Fadna a malte Ini tbe aafervama di giara» im gura» fra fatili elee UVapa avena ueirntdiuiimaaaet tl termnae ffirata di tre mefi, e ameilitbeav»’ vaa» alienata la tallagdaae dagUOrdiaarf, ipimU teaftrivaaa i bi»rjfz.t dal gura» im tm fpiravaaa 1 tre uefi, per ^r«vritir« leprattvifieaitìeeelP*' pa pattfie aver fatte verfa 1 fiat del termaan Or^ garie X(ll. fiee ama fiali» m data del prema di Ha vtm br* ij6. tea tm iuftiarì eie ìd Camtefieme di Papa Pftttal» V. aaa dava altmm Imàgf Oreiear), «> agli altri Cellatari di difparrt forati i tre mefi de' beaefiat ama vetta teweprep fette fmefià brttifa teneijiami ( m» attriti thè fn V awtnaire gutUì, tbe il Papa avrà prevnednti di tfnrfit benefi».}, faranm» ttnmti a a fifaifitatelm lira impetranene a'CelLiteri atti» fpazia di tre mefi, fimianaada dal riama dtllav*eamKa fepnt» nr! h"« dtl lr-'f%ìT, o n p^nil.ttrln im fuiiffi cefib. Nella Dieta di Ratisbona de! 1 ^ 94. il Cardinal Madruedo, fi) Legato di Papa Clemente Vili, fece gran querimonie per nome del Papa fopra di quello; nè apparve frutto. Al prefentc rella ridcfsa varietà 9 e confuftone. La Corte Romana non ba^ le non due rimedj .uno per mezzo delie ConfelTioni de’Gefuiti, i quali operano per termine di cofeienza che i Benefiziar) provveduti da gli Ordinar) lì contentino di pigliare le Bolle da Roma; e alcuni lo fanno: l'altro rimedio ufato dalla; Corte, ma ne’Benefiz) importanti, e con perfone in parte dipendenti da loro, è, che, fatta una eiezione, o collazione centra il concordato, la Corte l’ annulla, ma conferifee poi elìà il Benefizio alla llcfia perfona : rimedio in altre occalioni ancora gi^ molto ulato; non perchè giovi neiriHelTo tempo; ma perchè, fervando quelle Scritture, le ne vagliene poi a’tempi feguenti, per mollrare che avelTcro ubbidienza, come tante altre Decretali, che non ebbero effetto: lono però ne’ Libri Decfetali per lo ftelTo difegno. XLVII. In Francia la prammatica > ebbe rigidi combatrimgpti da Pio IL, (2) acquali s’oppolero collantemente il Clero Francele, c rUnivcrfii^ di Parigi ; perlochè il Papa fi voltò al Re Luigi XI,, e gli mollrò comò era dildicevole a lui che nel Tuo Regno fi lervalfero i Decreti del Concilio Bafilienie, contra il quale egli, eflendo primogenito regio, (*) c partito dal Padre per dilgulli, andò con arme, ricevuti danari da Papa Eugenio IV. per dillurbar il Concilio: alle quali ragioni il Re Luigi nel 14Ò1. cefie, e rivocò la prammatica: (3) ma feguendo oppofizioni deinjniverfitk, e rimollranze del Parlamento, le quali ancora fi ritrovano, nelle quali rapprclcntavano al Re gli aggravj del Regno, c deir Ordine Ecclellallico con conto fatto minutamente, che in tre anni erano andati (4) per caule benefiziali a Roma 4. milioni dopo tre anni la prammatica fu daU’illcilo Re rellituita. Se le oppofc poi Siilo IV- c fece un concordato per diftruggcrla, il quale fi ritrova ancora; ma quello non fu ricevuto, e la prammatica reftò. Innoccnzio Vili. Aicflindro VI., c. Giulio II. fecero ogni sforzo, per levarlafg) nè mai poterono ottenerlo,. fi» nt mtdfm Imfé di i di ihin*ndo mmlU, t di nimns frZM, t VMÌ*rt tuttt t* àifftjiùeni, • frvvifiiti fsit dn'fnddetii CfUdttn dif» t»l fmUlitntjdnt ; t fej^ndtndn U t«U*t»nt di tmtu i, ed mjftf s ftuii iCeildferi rht Mrdirdnned’infrsngere t* fi»* duki*rdti»ni fin (he ne Minae thitfie ftrdene *11* f*at* Sede, ^tufi* téli* di GrtftrU XIII. iimtjh* tbt $ taf* ertJenó femfrt di fétte annutUre j Ceneerd*U, e [li Mitéimdamenti (he fanne te' trintifi. fer non f**mdé le frtttmfitni dell» Carte di Atm*, (he fer fre^tSene, e ftt mm rertt temfe, fin (he féff*»* ferviefi del lare diritta ta» intia it rym. (t > Zadewa, Nifete di Crifitfera Madrnfria, C*rìn*lt yiftava di Trtnta, a fma fnettfiera tm Viftevata.  Etti [Tidmv* gmirr*, gntrr*, iil({ue ad «• filloa. xLvm. (*) toQuif**-’ 9 p«rtl(o dal Psdn per di%s. fti; it tha né* f* niente mt frefefite. L'nmma 1461. »« [matta narft dat fma iUima. (4> ?a»Ulì. U [H*U fmtttfit *Ha, mandi al ta Gìavanmi Gwfftdi ^ CmràirnaU, V^eave dAldi, fer fatili vtr^ara la riveeauamt dilla prmnmatka. Ha faffatm [mefia ri^aaitna nelCaklUtta, [nefia CardiaaU travi nel Parlamenta Giàvanni di S.Rammna, frattutatar lemaraU, thè vi fece e^fitàaae-, e ntermata a tafa, PVmnerfità,tha pi nnifiti U fna affaUmmiana al futura oÌM, t fai mudi m farla regihari maiCafitUeum Vtdi t'aediMag,tme di Ladevka XI. dtl parmii^itf Srtttmdre >464. mtUa Cemfemza dilla OadpeanJnmi bh.i. tit.f.far.i.farng.i. (S*) Imfiratfhi avevmma mm pamdigllmi limmei (belli altri Prtarifi Criiiami, ad delia Stantia, mm femfafftra m far fttm ali,' amteritd Pafata tam fimli frammatuht. Viir. Fiiulmente Leon X fece un concordato col Re Francefco I. per cui fu annullata la prammatica, e fu lUtuito che a’ Capitoli delle Chiefe Cattedrali, e Conventuali fofle affatto levau la podeflk d'elegger il Vefcovo, e l’Abbate; ma, vacando ì Vefcovati, e le Badie, il Re nominalTe perfona idonea, alla quale fofle dal Papa conferito il Benefizio. Che il Pontefice Romano non potefle dar alpettative, nè far riferve generali, o fpeziali ; ma che i Bcnefizj vacanti in quattro meli deU’anno foflero conferiti dagli Ordinar] a' Graduaci delle Univerfirìi; e i vacami negli altri otto mefi foflero da efli Ordinar] conferiti liberamente ; che folamence ogni Papa nella Tua vita potefle aggravar qualunque Collatore de’Benefiz], fe ne avefle a conferire tra io. e 50. a conferirne uno fecondo la dirpofizione di fua S^tith e fe ne avefle 50. o più, a conferirne due : ( i ) e febbene neU'accettare il concordato vi furono molte diffìcolth, e TUniverfith appellò al futuro Concilio legittimo, vinfc nondimeno Tautorità, e utiliih del Re Francefco; e il concordato fu pubblicato in Francia, e pollo in efecuzione. (a) In maniera che, dappoiché canti Pontefici dal 107^. combatterono con fcomuniche d'infinite perfone, morte d’ innuraerabili, (3) per levar a’ Principi il conferire i Vefcovati, e dare reiezione a’ Capitoli ; per lo contrario Pio IL, e cinque de'fuoi Succeflbri (4) hanno combattuto, per levar a’CapitoU di Francia l'elezione, e darla al Re; e finalmente Leon X. l'ha ottenuto: cosi la mutazione degrinterefll porta feco mutazione, e contrarietà di dottrina. Hanno llimato gli Specolativi la ragione di ciò eflere, perchè l'efempio che il Vefeovo, e'I Clero conferilca, tiene viva la pratica, e dottrina univerfaliflìma della Chiefa, contraria alla moderna : altri perchè fia più facile levarla ancora d^e niMii d’ua Re, che fofle o di fpirito debole, 0 in bifogno del Pontefice, che da’Vefeovi, e dal Ocro. Il Re Francefco fece molte leggi ancora, per regolare il poflèlTorio de Benefiz]; e il concordato fu fervato da lui: ma dal Figliuolo Enrico IL quando fu in guerra con Papa Giulio III. per caufa di Parma, fu interrotta l’cfecuzionc per qualche anno; (5) imperocché nel i55 etere di Freéné, dice il medrlìmo ia un «Uro lu(^, le Umverfiie, i Pérlememet, e tétte ie ptreme dsHtee vi fi tfpefi'e tem iémté tif rèm^ééte, pretifietiemi, éffellét.'eéi el futmte Ceétilie. Tmttévié i« téfe e ime eent fm éK^érèe di tedtre siFéMerìti mfeimte, e di telifitéte 4 tenteedàte mel Fertééiemre. 1)1 Dm armerie VII. fime mi IheeeeniJe I V. ttei, rnelie fimeee di deigmte mméi feme flèti fette tmfermderi feemmmùmti, tiei, FétueW.Eérke V. Fedente I. FUiffe 1. Otteme IV. Fedetifell. e Cerrmde f, (4) P4«I*II. SiJhlV. léMettMàJe Vili. AJ^mmdreVl. e Gmliell, il Dme* di Fmréem ere ftifimee fette U frettfeeme deUm Ftétteim, fer fetet itfknierfi temtrm Fhmptrmdere, fme fmettre, 4 fémlt Vetevm imfédremttfi di fwi Dmtete, teme mvev* fette il Viettéà», Il fepm eite 4 Dmei e Reme, e fei l» dukimri riFnle, per mem tftrvifi prtfenimte. Lléepermdert, U f»«« 4vrtr« nfveelìet» le fé, prife i» lè le fmmfm rPii4, e'I EediTtméfirn fmèllé del Dite tentrm 4 Pepe, e F Impptpdere. 1550. il Re proibì che fi riccvcffe alcuna provvifione de’ Benefizi pjpa; e comandò che tutti folTero conferiti dagli Ordinar},• ma, fatta la pace, il tutto lì compofe, e tornò Tofiervanza del concordato. Ma nel 14Ò0. furono tenuti gli Stati in Orleans nella minoriti di Carlo IX. dove furono regolate le collazioni de' Benefizi, e levate molte delle cofe contenute nel Concordato.  Succeffero le gran confufiom, e guerre nel Regno; e fu mandato il Cardinal di Ferrara (3) Legato in Francia, il quale ottenne che fi foprafedefie nelle Ordinazioni d’Orlc.ins, ( 4 ) con promeffa, che il Papa avrebbe provveduto efib a gli abufi, per li quali le ordinazioni erano fatte : del che poi non fi fece altro; onde al prefente il concordato refla : cosi fono paiTate le cofe in Germania, ed m Francia. XLIX. Ma lo fiato d’Italia, che ultimamente abbiamo deferitto, fi è mutato in gran parte, per la celebrazione del Concilio di Trento, il quale fece molti decreti in quefia materia, per provvedere a gli abufi fopraddetti che dominavano e febbene dal Tuo principio, che fu nel 1547. incominciò ad attendere a quelle correzioni, e fece molti decreti, non furono però polli in efecuzione, falvo che dopo il fine, che fu nel 15^3. perloche fi può dire che tutte le provvifioni fi riferifeano a quello tempo. Fu intenzione di quel Concilio rimediare a tre cofe : prima alla pluralità de'Benefizj; Iccondo alla liicceflìone ereditaria; terzo all’ aflenza de’Benefiziati : c, per proibire ogni pluralità, ordinò che uno, eziandio che fofle Cardinale, non potelTe aver piò d'un Benefizio: e fe quello fofsc cosi tenue, che non ballafse per le Ipefe del Benefiziato, potefse averne anche un altro, che folsc però fenza cura d' anime.* (5) proibì le commende de'Benefizj di Curati advifam^ per efser un.i coperta di farne aver due : (rf) ordinò ancora che i Monafieri per l’avvenire non Tomo li. M folsc (i> dirns »*i fm$ eéifr», tktM*» fi» thr l* ftmminiftrrnfft dmnmr» si ftr fsrmt l» gmtTTM m'frtsetfi; eh» enfrf,Mt». t* fruhivM sjftlMtsme»» di f»rr»r »r», m* srM R»im», 9 m saslfifi» altr» lu»g« eh» fifi» fini» l'mdhiduatm d*l P.tfs, ftf dtfpenf», • altre grai.it, fette pna di t»mif{ai.ttni^ agL £ ) « ^aefit Stati il deputate del Cl»r» dìfie, eh' era fiat» èfitmat», eh» ' Eeefia di Lmter» era mata meli» fitf» ann» dii Ceuterdat». ig) tpfelii» fEfit della tafa de' Daehi di Ferrara, Ntpeet di Papa ^trfandreVl, (4) una delle guati prtthva di pagare le Aanate, e di mandare danare altane a Rema per htnefiny, e per difptnf». (f) Quoouin muUi «,r-chiilct ( rr eii.ts obtiitenc, tog:^n(ur ott-oinu, quibuftuitique frimnibut, c t>uin Icx u^nlium aimitrcre, A( line o.ltnlenuitic», ac in t)«iibu|ue iterfjnja, ct^oi C d'àiKai-tu^ Inm-i'e rulKentiuu>. Invitm h.leit ^ ]n 04 Ì)«.‘«>^iilqaoque eum futura,i‘W^ 14 *. rd frimi thè ritmmriareH» m r^veghart gii feriti la yreffitt fureae tÌMi D«mrr.iV4«i ifaruitali, BarulemmeeCaraKia, e Drmnue Sete, i ijttali frexarema feritmcai» eia l'all.' g» dt rtf diit è ór jure d vino. Ofi>iieHe tha il C.rediaal(jaetane, fariunate DemmUaHe, aravi ftfirnuia aleam mani frinai la ^nalt fi dna eh' egh mHie ^uande fi Vifteve, aeagieat thè a*» fi fa>t» atai a! fue f'.fravate. Nel teli" li'tro della (iia Storia del Con. tilni egli dite (he i L>‘ati Jeif'e lig-rre in mas lieagregatieee eea.rAle uà» fritte, aea fui i !*•dri tran» fregali a riCfeudtre teli* fila f*fela ptirtt, q phter, fi fi éerfirarafe la rf^ldtmjt,a de jiite ditiiia4 e fh'iffiade Jtarr raeedte U rati, 6(. f arena di pia ex, de aea phtct. ij. di plj«jii' ii». llro, c >7, di non pia et, iw.t p .us ccAt-ito SD.N. j' g.''n >7 dif’cr.ie-redt!. iT.ftr ^hA It ibe Ji’unr, ^avJH I* ai'L.i-atue'tt ce jjre devntef laJde-.t le i-, uja la l'.rvjw >a turte, me w Hirettiari^-tai, ft il T,ifa fi ei-'teiiuva, £ ex-vfg-iaial ‘jae.e d:!hax>eai •atrè afin metafifi'hr, le 1,t e le >j.nea lafiiava»* di ferieggiar egii.ilrmeate bear il Pafa. (6) l'soto Giov.c», diceoto il (uo pi-ere nel C««ipcFjff, »•»•« velia u, evale, teli « tVrew rr*e.’-J :'«• vrei-'eae nJ-ferata teme mae ffmd- temtra il fafa, quandi eie avrffe tinti a fti>vta, ftr rei,att leale delle lera atieai, e della Ì»re D.tiriaa, emme aveva fatta ma Arrivefiev* dii plana eeatra l'aele HI. th'tgh temeva aeelie thè aitaat Vefeard aea xe'.iffiit tei favere del )U» Divinuni fetttarfi dall' mhbtdientA del l'afa, da teu daiadevm Viemiaat della Chtefa, ma thè velevm aeae dir lare (he ^mefie fartiit ma tfamf'V thè dareidiina 4*C*rat!, fer fitmelrre ilgieg* l^iftefait 4 feribl, ejftade ì'ajlpri uamtdiatì, freUmdertLlmaa, thè U late greggia fftUafie fih ad rfì, ehi al lere Veftevei endt fai la Oer4ri.« atila i.htfa ira^nmerelrhe ta Aaattkia. Stcìia «.et ConciUo tmbe le parti foflenuta lopinione con grande ardire. Lacofapafsò alle pratiche; onde dopa 14. mefi fi comandò bensì la refidcnza, ma non fi dichiarò però quo jure il Curato folTc obbligato : folo furono aggiunte pene a* non refidenti; (i) nel rimanente furono le cote lafciate nello flato di prima. Quelli però che fi trovarono nel Concilio, e hanno lafciate opere fpezialmence di Teologia, hanno foficntata la refidcnza de jure Divlno^y pafiando tant’olrre, che raffermar il contrario l'hanno Rimato un deludere la facra Scrittura, e la ragione Refia naturale, (a) c tutta r Antichitk.’ ma, per non irritarli la Corte centra, hanno ritrovate delle eccezioni, per le quali il Papa polTa farvi delle difpenfe. Delle rifervazioni, punto principaliffimo, le quali erano crefeiu te fopra modo, il Concilio non parlò, perchè toccavano la pnmria perfona del Papa; perlochè anche rcRarono, anzi furono poi accrefeiure. (*) L. Pareva che con aver levate le unioni, e commende etdvìtamy ì regrefiì, e le Coadjutorie, folfe in gran parte provveduto, fe non al tutto, almeno a gran parte. 'Fu però trovato dubito un rimedio, che non folo fece lo RelTo, anzi ne fece un maggiore de’ quattro fuddetti ; e queRo fu la penfione. E’olTervazione delle perfone pie, che in queRi tempi mai la Corte non fi lalciafie indurre che venifie annullato, e corretto un abufo lucrolo, che non ne aveflc preparato un maggiore, e più utile ; ma in queRo è ben certo effere cosi : è però da fapere che non è cola folo di queRi noRri tempi il metter penfione fopra i Benefiz); folo è nuovo il modo, e la frequenza c propria de'noRri tempi. Quando i Beni EcclefiaRici erano in comune, il nome fu inaudito; dopo fatti in Benefizj,- la Regola, o il Canone praticato da tutti era, che i Benefizj fofTero interamente, e fenza diminuzione conferiti. Dappoiché i Chetici diedero principio a litigare, quando U caufa era dubbiofa, cedendo una parte fe ragioni (ue, le le concedeva una parte deir entrate con nome di penfione: ( *) ancora di due Benefizj quando l’entrace non erano uguali, fi rifarciva quello che lafciava il più ricco con una penfione* (T) Apprefib ancora, quando alcuno hlegnava IJ* M 2 con rut a (KroCinàx Sywlt meoee ahmo* trahancur. .. . Jalarat làcTolanàa SynoJua aannei Patrurchatibni, PrinwiaUbua, Meirofoliunii. ac Catheinlibua Bcdcfì» che lenza caufa alcuna il Papa può dare pendone lopra qualfivoglia benefizio a qualunque perfona che gli pare*, e colui che riceve eziandio fenza caufa veruna, ma !per fola volontà del Papa, in cofeienza è ficuro. Una volta fi teneva due benefìz) Curati*, uno in titolo, l’altro in Commenda*, ovvero fi univano ad vitam*, e il Benefiziato era co(fretto a ftipendiare chi ferviva in uno d' elh : al prefente il Benefiziato fa dare a quello il titolo, e a sè la pendone ch'egli ne cava*, la qual cofa è di maggior fuo vantaggiò*, perchè una volta era (oggetto a dar conto degli errori che il fuo Softituto faceva, e aveva pur qualche ncceftìtb di penfarci *, clic cosi niente ripofa fopra lui, e l'utilith è fifteffa. Similrnente chi faceva un Coadiutore, 0 rinunziava con regrelTo, doveva aver qualche penderò del bcncdzio di cui aveva parte*, e poteva tornare tutto fuo*, ma rinunziando, rifervaiafi una pendone, refta libero d’ogni cura, d'ogni penderò*, e fe il Rjfegnatario muore, o cede, a lui non importa, U quale la fua pendone Ubera, c lenza faftidio. Ancora è molto piu utile aver pendone, che benefizio. Prima molti Benefizi ricercano TOrdinc (acro, e l'ctb di poterlo ricevere; per la pendone bafta la prima tonlura, e Teth di fette anni. Anzi le pendoni fi danno a’ Laici* come per Tordìnario a’ Cavalieri di S. Pietro, iftituiti da Leone X. c a quelli di S. Paolo iftìtuiti da Paolo in. a’CavaUeri Pii, iftituiti da Pio IV. e a quelli di Loreto, iftituiti da Sifto V., i quali podono avere, chi 150., chi zoo. feudi di penfione; e a tutti quelli a’quaU vuoi darle il Pontefice. De’ Benefizi, anche ne’ tempi che fe ne teneva più d’uno, vi era fempre che dire : era necelTaria la difpenfa, che pur faceva fpcndere : con tutto ciò i Dottori mettevano in dubbio, ;le chi 1 * aveva ottenuta era ficuro in cofeienza. Delle pcnfioni fc ne poflbno avere fenza fcrupolo in ogni numero; e non vi è penfione incompatibile. Si può dare la pendone con autorità di trasferirla in un’altro a proprio beneplacito; cofa che non fi può fare ne’ Benefizi fenza paftare per li termini, e per le cerimonie delle rinunzie; c le rinunzie non vagliono, fc non fopravvive il Rifegnatario zo. giorni: la pendone fi può trasferire anche in punto di morte. Quello (•) vide C«p. ex parte it. ex»*, de ofCcio )udkit ileSeg. et ibi FcJio. oiim. i.Felin. ad Cip. »d audiemiam. num. i. extra de refenpe». (^) Vide RcbuC traó. de paciticu oudi. mo. DuareD. de Bene&c. Itb. 6. top. 4. Coni (acerd. paraph. i. cap.,. num. la. et Joau. Davean de penltooib. beuefic. psg. SI. Cap. per tu»i, «irra, de doiuitonibux.  Cap. ce multa, in fine. extra, de prsbeodu. DÙveun de renfiunib. p.l^. Digitized by Google MATER. BENEFIC. 93 Quello che foprattuto importa è, che la penlione fi può ellingucre ; il che in Italiano vuol dire farne pecunia numerata; e ogni contratto fatto nel Benefizio fi reputa fimoniaco. Eftinguere la penfione non vuol dir altro, che ricever una quantità di danari, per lilxrar il Benefiziarlo dal pagarla; la qual quantità fi tafla per accordo, fecondo la maggiore, o minor età del Penfionario. Non vi era gfa innanzi 1 * età nolira modo di fare d’ un Benefizio danari con un ti ; ciò farebbe fiato con affefa infinita di Dio, e degli uomini: adelTo fi fa lecitamente, lo ho un Benefizia di aoo. feudi; lo rinunzio ad Antonio, rilervandomi una penfione di loo. la quale, immediate ricevuu, con 700. feudi io efiinguo', ciò è la rinunzia', e così ho del mio Benefizio fatti doo. feudi contanti lenza peccato. Sono alcuni poco penetranti, a' quali pare che quefto circuito non fia rifieflb, come fe vendefli il mio Benefizio per 700. feudi ma mofirano ben d’ avere groHb giudizio. Malte altre cole fono nelle quali i molto piò comoda la penfione, come fi ulà adefib nelle unioni. Commende, Coadjutorie, e regreflì. Alcuni, magnificando la comodità di far danari che il Papa ha per li bifogni della Sede Appofiolica, dicano che, fe aprifle i regreflì, caverebbe quanto voleflc; e mofirano di non intendere la materia benefiziale. Non avrebbe per quefto quattrino.- i molto piò utile, e comoda la penfione perciò fu facile efeguir il Concilio, perchi tornò anche comodo ; ma il levare le Commende da'Monafierj, (2) che parimente il Concilio comandò, non è fiato pollo in efecuzione fino al prelente ', (3) anzi molti, che erano in titolo, fono fiati di nuovo commendati', non elTendofi trovato modo di farlo con comodo. La penfione non può efser impofta da alcuno, falvo che dal Papa ; cofa di grande emolumento alla Corte Romana. Quella mutazione ha fatto in Italia il Concilia di Trento-, il quale, non avendo trattato delle nfeivazioni, ed eflendo quelle anche crefeiute', e ogni giorno crefeendo, reftano bene cinque felli de’ Benefizj d’ Italia alla dilpofizione del Papa, con buona fperanza che il fedo che rimane fia per compire l’intero. Per le regole di Cancelleria fono rifervati al Papa tutti i Benefizj che fi rifervarono  Giovanni XXII. e Benedetto XII.; e in appreflò fono rifervati tutti gli ottenuti da qualunque perfona, efsendo Minifiro di Corte, febben dopo folte ulcito dell' Uffizio. Sono ancora rifervati tutti i Patriarchati, Arcivelcovati, Vefeovati, e Monafieri di uomini, eh’ eccedono il valore di dugento fiorini d’oro-, (») e ancora tutti i Benefizi che fpettano alla collazione di chi fi fia, e vacano per la ceflione, privazione, o morte del Collatore, finché il Succeflore avrà pigliato pacifico poflelTo .- ancora le dignità maggiori dopo le Pontificali nelle Chiefe Canedrali -, e le dignità principali nelle Chiefe Collegiate-, i Prio In^trtffliì gufili, i jmì gli «frrrri^Mw, rt i» C*mmmd», fétrwuu tffrrxi BM t >t* fDtrtiitmt ftTMÌrt, M Imfttsti. Or» i* pi» à» ttnt' »m»i i dt'ytftivt, t dt’ i ftpTMttmttt im «vrvM* mtfi ì»tii j BtmtjUf iw i dm it FstUmiMt di t»rigi h* ftw^é C»mmtad», tth im tln «m impidit§ di ricrvrrti, »veff*rt «vari lid dmt, « tf» CtmmmdjttMr) i td (t) Ntt r»p.tt. d*lU rifttm* dt'Rr*»ÌMfÌ d*lU i» tpuft^unt* fi trmtv» €b'tr»»» XXV. fitétt »tlU MMttMfdnu dtU'srtuti* fritti »d tfftrt ta Ctamiad ». aattitdtiitt. (’*) Vidi l» R^ri» di,C»a€tUtria d’IaimtwaJà  Jmftréttti la Ciati di Rama, fiacri f*ltù Riitla i. le i» difiiaùaaì, di dhi^hinfa ibi fa ro; o perchè fieno partiti; o perchè il Cardinale fia morto: ancora tutti i BeneBzj de’ Collettori, e Sottocollettori; tutti i Benefìzj de’ Cortigiani Romani che muojono in viaggio, quando la Corte cammina; lutti i Benefizi dc’Camerieri, Curfori .* (a) olirà tatti quelli Benefìzj, che comprendono tutti i principali, e una gran parte degli altri, It riferva il Pontefice tutti i Benefìzj di qualunque lotta che vacano in otto meli (h) dclfanno, lafciandone a gli altri quattro raefi folamente; e ciò quanto a gli altri Benefìzj non nominati di fopra * Oltre a quelli ancora lòno rilérvati per Collituzione di Papa Pio V. tutti i Benefizi vacanti per caufa d’erefia (i), o per confidenza ; (2) c tutti quelli che non faranno conferiti fecondo il decreto del Concilio di (3) Trento. Chi metterà infieme tutte quelle rifervazioni, [ritroverà che almeno cinque felli fono del Papa, e un fello di tutti gli altri Collalori inlìeme. Per render le lodi a chi fono debite, non è da tralafciarc la diligenza ufata da’ Pontefici Romani, per non lafciare che i Vefeovi, e altri Collatori de’fienefìzj, delfero luogo ad alcun abufo. Mai non hanno permeflò loro il poter unire Benefìzj aà vham\ nè parimente il commendarne ad vitam : non hanno permelTo che potefièro difpenfare fopra la pluralità degl’incompatibili; nè concedere regrelli, o Coadjutoric con futura luccelfìone : e ufando l’ ideffa diligenza adelTo, non concedono che pollano imporre penfione, eziandio minima, fopra il Benefìzio : medefimamente non ammettono che poflano ricevere le ril'egnazioni ad favorem : anzi ancho nel ricevere le rifegnazioni aflblute, che (ono date antichildmamence nella Chiefa ufate. Papa Pio V. nel 1508. (a) Rigti» ••‘t».. (*) 9. (t)Omma Se iln^U beneiUia Eecl«(uftici. rum (Ora, et due tura, recularit, te qunnimvit Or(Ìmum, ctiam S. J niiraln ma)ore$, rulia, prioratus, pi», potininr, prcpofiunti, dignitites, euam ronvennMJo, vef oiHcia eciam ciaullralia. ac hafpttaha, le pr jcceptorLc, ordiiuuioni ScdilpeaiàuoQiAOllrjr, At lèdU Apoftui. bac perpetuo valicari(on0ituttone. audontaie apojtolica. tennre prarientium, reierramut s Dcclsranrei emnet Ac quafeamque impeCTitior.et de beneikiii, quomodocumque quabiic&m, in iumrutn iàcieudas Ac obnneiidat, beneli(ia buiufinodi, propier iurreiltn vacaniia, At in fufurtim vatitura. non eomprcheodere, niiì fpeeiaii. ter vacuionu mndui propter crmxn hsrelìt exprciTui fueric. Oteretul. iet,?. rir.ii. )U Ctfittut**»* ) dii mtft di (a> Ad siires noftru perventt ut nonnuliiaon vereanrur. .. . beneficia CècuUria, Ac regularia in cMijUrnMD». qaam liinonuciin pravitaccm fapere ignorant. accepure. Ac retinere. Nm ne • burnì,,vel potila deiiAum tupiftnodt ukenui pr ny Jiawi, ceUrì mneJio pfoviJere ro!eafrt $ ptooinunnn omnium cognkioi>nn oubiii Ai SueccfToribu» nnAra Rom. Pontificibut refervaDtef, omnn Ac iijiguJa r««>tdrfirijr«M bafulKiodìcauùs. per no» (ùmmarie. limplkiter. Ac de plano ad«tiendat. toguofcendis, decidendai. Ac totaiiter eaequendas, ad noi avocamuii decifìoniqucAc termifutinni per boi ftipcr illts fiactendx lUndum, accjutei'cendum, Ac odidÌdo porenduen et obedientium tbre. lUtuiinui, Ac otaiinamii. DKfit.7-tit. IO. cap.io. rj) Noe, ad quorum nonriara pervenir, noonnJlof ex venrr. Irarribui aoilrii, ArchiepiCcopis. Al F-pircoptt. oceurrenre racatione paroebialUuta Ectletianim. «s ouljo, aut djiaui rite (ervato. cxtmine, prcl'eniui lUÓ qood per coacurfoin fieri debet, CI OmciJio Trideitrifto. veUuam riceter^ veto, neribnii ininui dicnii. camilititis. aut ahum liuirunx palTìonif a^*'tuni. non rationiiiu. deciunt fequente», cuniitUAct volcntei bujurmodi^ flc rtiam iunuii periculU octurrere. auOoritate apofiolita, tenore orgifcniium. emnet Ac fingulai collaxtonct, proviuonct, inlliiunonei. Ac quafva dirpofitioneti parochieliam Ecclefiaram ab eirdem Epifcupii, Ac Archtcptlcopis, acquibufirìseliKCoU iuurilma, prarter, Àc contra iurnum ab eodem Concilio Tndemino ptjrkriptsm, iaOai, aat infiiturum fiictcnilaa, Bullai. irnrM, ac nulliua robori» {ore. Ac ei)«, dcternimut. Se detUramui. ealqiie crRines fix cecantn nortri;, Se Sedia Apc^ flohee dilpo^inni rctcrvaiuua. ì^idm re.a 15^8. proibì fotto gnviflìme pene a tutti gli Ordinar;, che, ricevuta la rilegua d*uu Benefizio, non potefTero conferirlo ad alcun confanguineo, alfine, o familiare del Rilegnanre* avvertendo che nè con parole, nè con cenni, o altri fegni folle loro dimoArata altra perfona a cui il Rifcgname defideralTe che foffe fatta la collazione del Benefìzio. LI. Si afferma coftantementc da tutti i Canon irti, c Cafifli, che ogni patto in materia benefiziaic è firooniaco, rjuando fu fatto fenza participazione del Papa; ma con Tuo conlenfo ogni cola lìa legittima; avendo per coffame quella univcrlale propufizione, cioè: il Papa in materia benefiziale non può commettere fimonia*, la quale non ai troppo buona edificazione al mondo*, Icbbene i più modelli Canonìffi la limitano, diffinguendo effere alcuna Iona di Emonia proibirà per legge divina, c altra per legge umana*, aggiungendo che il Pontefice è elente folo dal commettere la fimonia proibita per legge umana ( 2 ) ma con tutto ciò inciampano nelle medcfime difficoltà*, perchè quello che non è male di lua natura, nè proibito da Dio, non merita quello nome*, ed è fuperduo far una legge umana, per non offervarU*, e chi mirerà Tinterno, c non fi farà prcielio colle parole, vedrà che tutto è proibito da Dio.* c certamente non fi può dire che in quella parte, di tenere gli altri Vefeovi in Uffizio, il Pontefice abbia mancato*, cd è (lata grazia divina molto grande fatta a'Pontefici, che abbiano potuto tener fincero da fimonia il rimanente UeiU Chiela ^ Icbhcnc nofv hanno potuto Rendere quello bene a sè meciefimi, nè alU loro Corte: c le un giorno, come vi è Ipcranza, ( 3) entrerà penfiero in alcun buon Pontefice di riformare la Corte, larà cola facilillima il farlo, col Iole ricevere anche per sè quelle leggi che fono date agli altri Velicovi*, c potremmo afpettare in breve una coA utile nformazionc, quando f adii, azione non la tencP'e lontana, col metter innanzi a’PonccDci, che, effeado eglino in pofleffo, almeno in lulia, c in altri pochi luoghi, di non dar loggetti a regola alcuna, non è bene che le ne privino, e facciano quello pregiudìzio alla Sede AppoRolica; eh* è il contrario appun (O Cav«»nr tpire>'{ii, ìtecmjue o«tin« tffSam, PrxreiiMìgrci. Oc Ì*jirr CKiin.t, ne ip!ì bpfcoi'i, aut aUiCollatoce», de bcscfiuis, Se o;1iui« te^fnanJiv, sut fui», aurjdmtnentium enpUn^ineu, eilìmbat, vel fiUDÌlianbu», etùm per lillà. em riminum inuliiphrata» rum in eztrsneof cullatifìnum, auCcnt providete ..i(iijne, camdiu.fiili'cnfi remaiteant, dvMX *e*tii(liofle:n K(Hn.roDtittrit»U ì tn'dMim dii 4' itfriUlfòt, ( ») ) Is dtìUCUf» ptlrMfi rum p-idem 4. vetb», llltcns, e*»ni de pacrt, U i figiit* d.t tulli gi$ orr4XfM««i.Kt d$ F«ia.3(l eap.ea patte t». lum. 1. extra, de oC fino jaditi» dckg'ti. mini mn, td n fami marra ni Stimdi t Mibi Mufkiu» CruLilìzu» cA, MjiiJo, Gm Ut. m't. 14) tmfrriffht Im Carli di Kimm kt 0JÌiHt» ptr faad.imrmtmU, iln il mm i il hdriu, na fjUmtmie il Drffitmiii dt'.l'uHlirih tÀ Pnt-,ftm’i, ! lU im tinfi;"t’>t.i mam fmì, •Ittiimminti, me vilidmmmte ttdirmi ftr ^mmlf^ TUgiimt virmm diruti. àppunto d^Ia dottrina profdTata dagli antichi Santi Pontefici, e Dottori. Ma dalie cofe di lopra dette è molto ben chiaro, fé il Pontefice Romano abbia pieniflima autorìtk fopra i beni, e fìeneifizj EcclefiaUici^ ficchè non fu (oggetto ad alcuna regola nel maneggiarli; imperocché, procedendo con ragione, fe la Chiefa di ciafcun luogo è padrona debeni che poiTede, perchè il dominio è fiato trasferito in lei da chi nera padrone, prima colla permifllone del Principe, il quale colla legge le ha concedo T acquifiare; refia che i beni medefimt debbano edere nel governo, e nella aiuminifirazione di quelli che lono deputati a tal carico, prima fecondo la difpofìzione della legge; poi lecondo le condizioni che hanno preferitto il Donatore, e Tefiatore, anteriore padrone; e finalmente lecondo che la Chiela, latta padrona, ha concedo; non però contrariando alla difpofìzione di quelli da* quali ella ha cauia .* e quefio è tanto chiaro, ed evidente, che non può edere medb in dubbio, fe non da chi o non ha lenlo comune; ovvero nel trattare, e parlare, non fegua quello che interiormente fente. I Cherici fono fatti amminifiraiori di quefii beni per leggi che hanno concedo a'CoHegj Criftiani il poter acquifiare fiabili; e per lì tefiamenri, e per le donazioni di quelli che hanno lafciati i beni loro ; e per 1’ autorità che la Chiefa ha data ad efli Cherici ne* Canoni: adunque cfli fono .obbligati a governare, e dilpenlare que*beni fecondo le leggi, dilpofìzioni, donazioni, e dìlpofìzioni tefiamentarie, e fecondo i Canoni; e quello, che in contrario fofle fatto, non fi può chiamare, le non ingiufiizia, ingiuria, e ufurpazione. Dicono i Canonifit, che il Papa fopra i beni, e Benefizi Ecclefiafiici ha pienifiima autorità, ficchè può congiungerli, fminuirli, iltituime de' nuovi, darli ad ttutum^ conferirli innanzi che vachino, impor loro « fervitù, gravezza, e penfioni;  e univerfalmente che nelle cofe be nefiziati la volontà del Papa è in luogo di ragione. Non balla quefio, ma* aggiungono che il Papa può permutare in altre opere Ì  legati ài pitts Càufes ’ e *pnC) *kcorBr« le dtfpofizioni de' Tc datori, applicando ad altro quello eh’ elfi avranno ordinato ad un o(>era pia : e non (i può negare cW quefia fia la pratica che ha mutato tutto il governo, c tutti grifiituti vecchi: ma refia lempre in dubbio chi faccia male, e (e errino gli Antichi, o i Moderni, le pure vi cade dubbio. Martino Navarro con alcuni de'Canonifii piò moderati limita quefia propofizione, che il Papa po0*a commutare T ultime volontà, rifirìngen dolo, «•« tìft, $ 4»l t ft mtr*»t Jitt iW « Tfli iti* tht il Tuf* «»■ i, tk* il {fi* natmraU ) ibi dà ttt» \»Urt. fi ri» fruKtfU tifftitfélirf, 1 rè* U tiMiim ì mmm r*m th* ftr uffmm» fU vi diu»»* MfféimtAMnn rutmfiM *t difftifsrtrt ^ bc- ÌMa»* AVtf$ mt»» d' f«tikìn*» cletuliK''rum bonoruoì, dit'nli, fjrÌMnd» dr y*- vt b», fe »»» U \ emaft il rni, fr* i ^mslt ttmfmdt tl \mfm mtdefmt, dm ifutfiA Itfgt, ^tund» e%h aUia mwolw dt f*r» iuQt dir['cnÌs(Oiei. tei prof unrores.. .. aJ té. O^a, ftttnd» S Pé»l«, i Xliaifiri di (Jtii Cr S» fatnreni autem rcuuifkur bona iù'e,.. «m hsmM aUia AmmnAifiTAx»«i*4, f* mtm ^mAl ite. ATt 7 Or4 lA Umiià, f ad DUtuni. *«« Qfitfruru, Àit» tà ftf. qu In Ec clcfinnun mm. 44. Eim de ConiUcuctnmb. nipecht benc6cioriuii (U poteftu Pipar, mn reljpeftu bonoram ip6ruin ficdefiinun tecni. Unire non PO smttrs fìi èà$$, 4* €Ui k* uittt im, fhi mm nvr«M« «A tuaA tmnt tu mìl* lei», « fr'mn. u, ft Rj fU ftgtu tmfrriti r DitUtmrmmimé ì'h» U#*» tk* mmi ni dtlU t^im* tk(f.z ni Ji fmitim tkt hm mUmmémmrm, fff d*Bt»t,Ìx.ii * fht f'» fh mkn m$ uff. dt U4t ds Im si CtUsnu m mm ^cu» dt fkfktff». i,t ( 4 % l.Csmn^, mm ttmttmti di dmrt e pmfm •t*s ftfr» tutti fUUmmm, t'ìmn ^ M* sfU Amitit. Vtdi Ftitmt u quell’ autorith, qual’è la cagione per cui i fuoi Antcccflori di mille, e piò anni, non l'hanno mai efcrcitata; nè alcun antico Dottore, nè Concilio, nè Storico, nè Padre, nè Canone, ne ha pur fàtta menzione? Non fi può attribuir ciò all’ elfervi più bifogno adelTo, che in quei tempi, imperocché ne’fecoli che pacarono dall’Soo- fino al Iioo. per 30a anni i difordini furono cosi grandi per tutta Europa, che, in comparazione di quelli, i prcfenti Ibno tollerabili; e pure neffun Pontefice dintromife m^am daU’altre Chiefe, eli quali avevano tanto bifogno d’ rifere governati. E ancora dappoicHt i n cuml i icim ii w i Papi ad intrometterfi in qualche parte, ncfluno prcfe mai, fino a Clemente IV., cosi ampia,' e alToluta podefili anzi lo fielTo Clemente non ha direttamente pubblicata tanta podefiì; ma trattando altro, e quaC incidentemente.- (*) modo, che non fuole far intera pruova, poiché le cofe incidentemente dette in un modo, diretumente confiderate, ed efaminate, bene ipelTo fono in altra maniera efpreffe. Nè meno fi può dire che ^uefi’ autoritk ferva a bene; imperocché per quello pare che fieno fiati introdotti quali mtti gli abul!. Di qua fono venute le Commende, le penfioni, i regrelfi, le unioni, le rifegnazioni, le afpettative, le riferya I* tb* bmmtt9 imfitmt tutti iS*MÌ. Ma^eftì dù‘ tflt, ittàQritw Hfipa. (]utfn S*nA»nun. ftr vuétn (•fru fin «fmtd*t» Im prttmfitintht iu.it fufut éiijiltt UPudmt» ài tuttu • terr», l*fiir*UC«mm$ittMrmà'Ìm u ef m *M IV. ftfrm il Cuf t. kitn de voto, devoti rodempt.iM umtjl» ftttnfimt i ii mfi tm fmfmtmt» du Ftfmuuiu K»« futi libai. Cdotromf. iUHA.ctp.hi. « àuGfttJ» tut }. d$i fu» Mire iibcrum. («) Tibi date, dira O'aii- Cnjfc a S, Fittr», tUves regni csloruni i Et quodcunvjtie ligaveni tHper cctnsi, ern liganiai et in c«lu. Maer.ié. ($•1*. Quorum rcmlfentu peccata « ramituiiiar all et quonitn minuerina, menta lóm. Jaamd ao. ^tr U citavi dtt Eejor dt'CitIfa imtiadtrt a $ ^trrrr, eia mn gh dà fl mammut pmnfduàam ffiritmala, attafa ria il fa* Wagaa i C amamtt ffirttmak. Regnum memn non «A d« Mniido. Juan. 1 1. ti tata luipta MWi è MtitpCH ralc. C*) ArtiraUta. gmaft.ì.  Vedi Partitala jf. r taDHratata di tt malta ammatautai. lifervazioni, le annate, i quindennj, e altri modi, che nelTuno difende, fe non il'cufàndolì colla corruttela generale de’ tempi. Reità ancora una terza dubitazione non meno confìderabile in quC' ita materia, ed è, che di quella autorità cosi aifoluca, dappoiché i Pontefici hanno principiato a valcrfene, i Regni CriHiani Tempre ft Tono doluti, e loro hanno fatta qualche oppofizione, come nella Storia di Topra fì è narrato; ficchè i Pontefici lono (lati necelTitati a moderarli. £ la moderazione non è fiata condeTcendendo elll a laTciare d’eTcrcitare l'autorità prctelà, ma per modo di tranlazione, ufaro nelle raVioni non chiare; concordando co’ Regni, e per forma di contratto rk ìolvendo fino a che termine la podeflli loro fi flendeire : cola che non s aVrebbe potuta fare in pregiudizio de’Succeflbri, quando foflfe nel Pontificato oueU’aurorit^ cosi lil^ra. Papa Leone X., per levare la prammatica,» il concordato*, e cos'l egli fleiro Io chiama nella Bolla. Non concorda chi (i) ha una pienilTima autorità, ma tratta co’Sudditi come Superiore, e per modo di conceflìone. Non To forza fulla voce, ma Topra tutta la cola ftelTa. Non Iblo Leone la dimanda Concordia y (a) ma dice ancora ; Iliant veri contraHuSy Ù" obligaeìonis inter Nos, et Seder» Apojiolicam pradidant ex unoy Ò" prefatam Regem ex altera partibus legirime initi- Dimanderà alcuno che ciò fia dichiarato; Eflendo il Pontificato Romano in differenza col Regno di Francia, pretendendo il Pontefice d’avere affoluta autorità Topra i Benefizj, per rifcrvarfcgli &c., e pretendendo il Regno, che l'autorità ila de’ loro Prelati, foraiano due parti litiganti; e per impor fine alla controverfia, fanno un contratto legittimo di obbligazione, con cui dichiarano qual debba efTere 1’ autorità dell' una, e quale dell’ altra: come potrà dir alcuno che la pretenfione del Pontefice fia legittima, e chiara? Non pofTo dire di Taper riipondere ad alcuna di quelle difficoltà; e rimetto al giudizio de’Savj, fe vi fia qualche riljpofia: dirò bens^ che, lervando quello che per più di mille anni è flato lervato, che i beni Ecclefiallici fieno amminiflrati in ciateuna Diocefi da’Mintflri proprj, fi fugge ogni difficoltà; e Te gli elempj ci debbono iflruire, laranno meglio, e più fruttuoTamentc diTpenlaci, che ora non Tono. Nelle tre QuiTlioni (*) prime fi è trattato de' fondi, e beni ftabili Ecclcfiaftici : ora rcfla la quarta, dove fegue il trattare de’ frutti, o delle rendite, ed entrate di quelli. 1 Santi Padri, che hanno Icritto innanzi la divifione de’ beni in quattro parti, tutti concordemente hanno detto, ì beni Ecclcfiaftici efler beni de’ poveri; c il Miniftro Ecclefiaftico non aver altro potere in quelli, falvo che di governarli, c diTpenlarli fecondo i biiogni di quelli; dichiarando non Tolo per ladri, ma anche per lagrileghi quei Miniftri che fc ne vaìeirero per altri ufi, fuori della loro iilituzione. Non maneggiavano tutti gli Ecclefiallici i beT omo II- N z ni ; c (t> > ftfft M guita la divifione, S. Gregorio, che fu poco piu di 100. anni dopo, e S. Bernardo, che fu quali mille anni dopo, efclamano gravilTimamente centra quelli che fpcndono in mali ufi l’entrate de’ Benefìzi, come con. tra perfone ufurpatrict de'beni comuni, e uccifori de'poveri,i quali dovrebbero eflcr follcntati da quelli, {a) Cosi fcriflero tutti i Dottori fino al 1250., quando s'incominciarono a trattare le cofe piò fotcilmente: e tenendo per cofa ferma, come da tutti i Vecchi era fiato detto, ch’era peccato IpendcTC malamente quello che fopra vanza al moderato bifogno del Chcrico, fu ricercato fe i Benefiziaci, non fpendendo negli ufi debiti quello che fopra il bifogno loro avanza, pecchino folapiente come chi fpcnde male il fuo, o pure fe anche, oltra il peccato, fieno obbligati alla refiituzione, come chi malamente confuma quel d’altri: le efii fono padroni de'frutti de’Benefìzj, o, come le leggi dicono, ulufruttuarj, quantunque pecchino mal amminifirando, però non fanno ingiufiizia contra alcuno, nè fono tenuti a rifarcirc alcuno, poiché non hanno mal governato quel d’altri, ma il loro propria ma fe elfi fono dilpeufatori con fola podefik di ricevere i loro bìiogni, che la legge chiama ufuarj, (^) quando non «U^mioao.rettamente, refiano con ' obbli. ( I ) ijfraia U Ctitf* iivntut» riee» ìm CafitsUi ut fffradB i t i Vtfttvi dijtraiti ialU r«r4 dtlSt ttft f» •rimato dal CaBùlia Caittdantnft, ih* i Vtfttvi ifiitmjtr» a2t*nam», faniò tura dtllt rndiit dtUt laro Ckieft. Quomiin, diet in noBouli» Bccleiiii Eplfcopi abfque Occonora» tnéUfiT rn EtddladKU, pltcuit ooinctn Ecc(«Jìitn Epiftopum habeotem «x propjio CJero Of. conomum qut!eo ret cius liilfipemur. Se ptubruin, ac dedetuf Cucrdotio iniiramr: fi ameni hoc non fecerit, eom diviob niam Cononibua fiibiict. VideCan.ii*CnnctU Nit^ni u GU £ù traat thiamati VicediMnini, tono* fi vtdf dat Caaoiù Volonuii a. et Diaconum J. difi. *9. i ^uali ftnt tavati da $. Grtftria. KircdxMMi dt'nftovi, duo la V*rromiama, fi thiamavaaa tmt Stgmari è ituali tra»» Vftar) it'Vtfttvt ntUa ttmftraluà àPlara V^tavan, M Sknari dtll» ttrra. l*; Vide Nooiocan. rhotti, tit. la cap. i. 8t ibi fialzamon. (a) 0» thiama^afi il CWijò if'Prrti, r do' Dlatami. Tatti iFafari p fartavaao a f» C*f>' Uri», affiuilt} fU ijAmmaHf, t fei m jaeifit la [ma Ttlavtnt allaÌ,»afTr^aiMa* giatraU, tUì, a tutta la dt'Ftdtli. ( 4 ) Cuoi BOSf diti S.Gr»i»ri» A4, j. dtUa faa fafi. amm. aa. neced'arU indif^niib”'intnillraiMut, luailUireddiimu, jui'(jirqucp«iiitdd>itum, quatu miièriciRdÙE opta, implemot. Cm^ -:.^* mai dtaaté il ntdrimtnt» afmri, nei rrmdiam.* Ura tà dt Uro, i facriama fia tifi» ma' tptra di pmfiitia, fhr ma aftra di «i^r«riÌ4 ■ Perciò dietro Cantore dice rbc i Stmefiuau a*» [anma lata Uatefima, frfiamda lor» afifimta, arttfótbi rii ehi donamo »«a > di Itr», ma di Gita Crifi», il rmi fstrimamta aoamiffian» im 9 « 4 netur Epifcopui duan nuanai ad miniu diftrìbaere ia pau[ unomembro. fciijcer, Clero, a uli coaununiq^, quia jaai tubet propnas pr» bendat loro fux poninnii, reminem bona epifio« palla cooimunta reliquia trtbua tu, quod p;itiperitma remaneat debita quaru portio, de Eecldùeitbricc fimiliier lua quatta pórttn. Camamat. a. a. }«. ilf. art, 7. ia raff. ad qaafitanam l. Sì aurem, aU'tgii mila ttf^a alla fttanda faifi. redirua Epifeopi untureti, ut rationabilitcr amareat quod non quali prebenda fibi refpondetr, led quia pater di paupenim, iRÌnit ranta bona lux funi fi. dei romnimt, ut diflribuenda ..... ita quod £pi« (icopui taiU male dirpenfaiu, de illi od quot hxe perveniunt, teivei^tur ad reilituuonem orni urnil. In^m f)ti« puuicnbut, vcl Ectlefij* dcbemur.R*. tiotubiie lUtem videtur quud, fi abuitdanter redi, tut ex eccl«nafiici( dRÌm», aut poflcfitonibuiroR. ftant, «ommilla line Erilcopii, ut pitribut pauperum.... PofleSìoaei aurem lepre, aatdonatx Ec. clcfix caibedfìtU in ranu abundanria, proculoubio tTcdendum eli quoti ut patri piupermn Epifcopo treditx fiiDcideo enim Epilcop» datx funr, quia occutara fide perlpjciebiiiif eoi effit pitres uupe. (*) Neepum, dit’tfli, propterea quod Papa ha. bet picnitudincm oorellatit Ecclefiaftir*, ^boe poflit de bonia Ecclefix dirpqnerej quoniam plenitudo potcHatit Ecciefiailica; intelliKìmr in ^frinii, libi» uiitum .... Unde ita tcnentur ad reniiutio. nem qui a Papa bona Ectlefix fra lihita fafa ha. buerunt, ut ditcotur, exaltennir, de magnifircn. cur, Cià tarea fUramaatt il Iftfatifmta, ataadaama faraaalaatata la Dattriaa dt'Qaaanifii, i ^mati dira» uà eha il Fafa fai dart i Bemfit) ad nurum, « a. fu. a. dUa tba papa p«c. rat monaliter, fi vult rei Eeclefialticas confiimere in turpe* ufiu, vel dare Contàniuineii, ut eoa dìvttes prz aliit vel ut ipfi con&nuoc p Io erodo che lenza una Cottile difputazione fi poITano risolvere tutti I dubbj occorrenti in quclU materia: e primieramente, per parlar a parte di quell’ entrate che per li teflamenti, o altre loro originarie iHituzioni lòno dedicate, e ordinate a qualche opera pia, io credo che fieno cosi obbligate a quella, che lo appropriarle a sè, o ad altri ufi mondani, po0a efier chiamato liberamente ufurpazione di quel di altri : e Ce alcuno de'Bcncfiziati Ecclefiallici refia di efeguire le ifiituzioni delle quali ha cura, applicando a sè, o ad altri quell’entrare, non credo che pofTa Cotto pretelle " t,• di non elTcr in pari grado ad a se quello eh’ è laCciato dal il quale non ingannerà sè Ilei altro canto il debito vuole, che chi è Cervito paghi la mercede all’opcraio, il quale polla fame quello che a lui piace : nè può efler dubbio, che il Cantore, l' Organica, e altri uli che fervono la Chiefa» non fieno padroni della mercede che perciò hanno. Non è incovenientc dire che anche i Preti, c altri Chcrici, per li fcrvizj che preflano alla ChieCa, debbano avere la loro mercede, della quale fieno padroni: e quando un Benefizio e ifiiruito con un particolar obbligo di lervirc in determinata coCa alla ChieCa, come fono molti Canonicati, manfionarie, ( 4 ) Prebende Teologali, e altri tali Benefiz;, non è inconveniente dire che fia mercede di quell’ opera. Sono cos^ antichi i Benefiz), ch’è perduta la memoria della loro ifiituzione; e però non fi fa, Ce aveitero obbligo alcuno, ovvero no: ma anche l’uomo di coCcienza Car^ ben certificato, quando confiderei^ la quantità dell’ entrate, e il fcrvizio ch’egli prefta alla ChieCa; perchè, le quelli due fi bilanciano, può credere che il Benefizio fia un luo faJ.irio; ma Ce l’entrate avanzano di molto, non potrà mai in sè ftcITo fingerfi cosi lemplice, che creda tante entrate cllergli fiate Ufc late per fame quello che vuole; c non Cappia clCer nccclfario che riftituzione portalfe Veco qoftlche obbligo; non elTcndo veriCimile che per lui lolo tanto folTe aflcgnaio.  La conirovcrfla tra ì Donori; ch’è difficile, dilputando in univerfale, da riColvcrc; è faciliflìma, e Cenza difficoltà, dilcendendo a particolari; c la coCcienza, a chi non l’ha per propria malizia foffogata,  fui panicolare rilolvc facilmente tutte le difficoltà ;  imperocché Dio non ha lafciato incertezza ad alcuno che voglia camminare fecondo i luoÌ conundamcnci.  ì di quaiiivogua icuia, o colia, ictiiam ogni elecutore di tefiamento che applica Tefiatore ad altri : e reputo che ogn uno, [fo. avrà per collante quella verità. Dall LUI. (f ) Minfjonjnu», Ourfrit HtlU fus imttr}t*t*u*m* it'nmn titiffimpin, difilli tft orti». * (onterraior acdium EccUfiiftkanim, te»pl^ inni, «c »lf«riuin. l«»n. et domeftì tu» • mtnfinne. Hodi* in nmltii Etflcnis Mwnt. curitnquf pÉilmodi*, fi «luriuBi hsbene OmJil r»fi*m$[liM m»ii» *1. ) Iniqua, iùt il cHn In decima nm in novo TdUuicRto, fi ultra hooorabilc fiipcndiiun MiniArorum Dei, fuica lenun aEAaeflón uni depueirerur cam ditnno rotiiu populi. aifiae patri poupcnim CMMwu.a.a. «mr. M uff. »d ».  Ck' > (!• tkt S. rirtmfft l vrnra nrrtMjmjfiun, ventoiem Dei in injulUiin detinent. X*». i (e) Intcllcfiai ben» ocnnibui fi^ientibui eum. Pu.tio. (d> Deui «nim iUit nuniieiUTÌc IUin.i. LUI. Quanto a gli acquifti nuovi, ogni perfona prudente avrebbe penfa. io che foflero al fine, ovvero almeno che poco più, e aflai lentamente fi potelic acquiftare. I Cherici, i Monaci, e le Milizie non hanno più petfona che porti loro divozione: i Mendicanti, che gii hanno avuta facoltli di acquiftare, non poflbno fperare d'efeguirla dove non 1 ’ hanno potato fare fin ora; e dove hanno acquiftato, fe infieme non hanno perduta la divozione, poflbno fMrar ancora qualche aumento, ma molto leggiero : quegli altri, che fi fono fatti deludere dal privilegio che il Concilio di Trento ha conceffo a tutti, dell’acquiftare, come 1 Cappuccini, coniérvano la buona opinione per caufa della loro povertà: laonde, fubito che mutaflèro in minima parte il loro iftituto, non acquifterebbeto ftabili, e perderebbero le limole. Adunque pare ebe non redi modo d’andar più innanzi. Chi vorrà iftimir Ordine con facoìtb di acquiftare, non avri credito: chi lo fari con vera mendicità, non può fperar acquifto, durante quella; nè 'credito, fe la muterà. Ma con tutto ciò non è mancato anche modo proprio, e fingolare al noftro fecolo, c non inferiore a tutti i paflàti; e quefto è fiato l'Iftitutp de’ Gefuiti, il quale, profeflando una miftura di poverrà, e di abbondanza, colla poverrà acquUla il credito, e la divozione ; .,e ha 1 altra mano capace di pofledere, la quale riceve quello che la Compagnia acquifta. Hanno iftituite le Cafe Profefle  con proibizione di poter poffedere ftabili; ma i Collegi con facoltà di acquiftare, e pofledere. (z) Dicono, e bene, che neflun governo femplice nel mondo è perfetto, ma che la miftura è utile ad ogni cofa: che lo flato di poverrà Evangelica pigliato da' Mendicanti ha quello mancamento, che npn fi pof-. fimo reggere con quello, fe non i giù incamminati il numero ' de quali non può effer grande : ma effi ne’ Collegi ricevono, e iftruiicono la Gioventù, e la rendono atta, dopo 1’ acquifto delle virtù, a vivere nella poverrà Vangelica ; pcrlochè U poverrà è bene lo (copo, e il fine loro effenziale, ma accidentalmente ricevono le pofleflloni : con tutto ciò è meglio fermare la credulitì fopra quello che Q ve. de in effetto, che iopra quanto lì predica in parole. Sino al prefente fcrivono elfi d’ aver Cafe Profefle zi. c Collegi zpj. dalla proporzione del qual numero ogn' uno potrb conchiudere, quello che ila loro effenziale, e accidentale. Certo è che gli acquifti fatti da loro fono grandilfimi, e che camminano ancora verfb l'aumento. Siccome il temporale tutto’, che la Chiefa poflede, viene da limofiae, e obblazioni de’ Fedeli, cosi parimente la fàbbrica dell’antico San• tuaiìo  NtlU fmali U Cm» JUmit. ttm éiktv* uG*mtrMlL*ì»*t. (s) Ifmdt fim$i ÌmàM% f«t «MMfwr* wutti fmdmm. l'htM tgtrvm fw MttUtmtélmtntt, tStt. tJuU ùdiév» mkt» i Gtfmùi, * e*mt imt» Vtmftrmtk'i un ftn» «Mi jf«ri »m*ti Vmnxi»t $ (tm ft (In il Urt IHttut,, fi» autmfmtkiìt etti MUMM. t f» MM itìU firn ftrti r»timù ìIh »U*ii il Ehi* 0 #M« mI C*ritM»l Jì Git)^0j il yiMr fMteitsv» il Ur» r 'utrm» um «M ttetfiv» frtmmrs mtir»m»* . « (à eh* U b* fti ffirit*, « dtfitfni. mtMt di tkt fi \»»U I» mm G«v#pm, vt tute* fs tmief!, *d etti imftrt» per etrt» editai di Stmto, eii* i Ireti, i twtuif i ftfUi tuario nel vecchio Tellainento fu fatta di UmoGne, e di obblazioni. All'ora quando fu offerto dal popolo quanto ballava, e tuttavia le obblazioni continuavano, i Ibpraflanti alla fabbrica ebbero ricorfo a Mosè, dicendo : il popolo porta troppo per raperà che il Signore ha comandato.- e Mosd fece un bando, che neffuno faccffe pià offerta al Santuario, perchè era flato offerta quanto ballava, e di piùtonde  fi vede che Iddio non vuole il fuperduo nel fuo Tempio; e fe nel Tellamenco vecchio, ch'era mondano, non volle tutto per li fuoi Minillri, meno lo vuole nel nuovo. Ma dove hanno da terminare quelli acquilli’ Quando s'ha da dire tra noi; il popolo ha offerto più di quello che balla è Alf ora che i Minillri del Tempio erano la 13. pane del popolo avevano la decima, e non era lecito di paffare 1 (r) adefe lo, che non fono la centefima, hanno forfè più della quarta pane. Non è conveniente che Taumento de' beni Eccfefiallici fia inlìiiito, e lìa ridotto tutto il Mopdo ad effere afiìttuaie. Le leggi umane tra'Crillia. ni non hanno determinata la quantità de'beni ad alcuna, perchè chi oggi acquilla, dimani aliena : £' molto Cngolare uno flato perpetuo di perfone che fempre polfono acquillare fenza mai poter alienare.  A'Leviti nel Vecchio Tellamento erano date le decime, perchè erano l'eredità di Dio; (d) e per ciò era proibito loro aver altra parte; (e) cofa, che conviene a chi vuol valerli de' privilegi loto, pigliandoli tutti, e non quel fo|o che conviene al proprio profitto, (a) LIV. I E' flato abbondantemente detto come fieno flati aoquillati i beni Ecclefiallici a chi foffe commeffa là loro cura; e come foffero difpenfati. Non fi è parlato niente di quello che £ faceffe, quando alla morte del Benefiziano fi ritrovano alcuni de' frutti non ancora difpoili, fe egli per tellamenco ne difponeva, 0 fe «è inttfttn pafiàvano in altre -. petto. $ 4vvitif(tn» vhs lUtntiét, t BiW f rsmtM.  Obt^tfnint meme prnffip*tffnu «qtte devota firimitÌA» Domino, ad facie^idum ofui ial>er. fàacuh ««ftimaiiit t ^ntcquel «id raltom neteditttim «rat «tri cun nialieribiif pr»buctrMa M mifmrs eh* il Ckr* fm\ KtddCsni fui Traicaco della Politica di Trao» eia. id) Ariff, dir* Di* ad Arem, da hù tfuar ànttiàuumir, ét oblau iunt Dotruno .... Ooioia obiniio, et ehi, dk'e^li, m mtdtjumt f*mt U trntft r utm, • U tmm nZlirÀ. It>l. emmf.tm. fw.i. con fiJcnuQ, lènza che vi folTe alcun ordine, o legge che ci& concedcfTe ; ma fempic con qualche mormorio, cosi degli eredi del Prete morto, come anche delle altre perfone, per le lèvere eftorTioni che ^cevano i Collettori, e $otiocollettori, i quali mettevano in conio di fpo^tie eziandio gli ornamenti delle Cbiefe, c davano molta molellia a gli eredi, anche fopra i beni acquillati con induftria, ocavati dal patrimonio; tentando di farli apparire come cavati da’ Bene6 zj; e io dubbio di qual qualità foflcro, fentenziando che apparteneffero alla Camera; e travagliando chi loro fi o^oneva con Icomuniche, e cenfure. In Francia l’ulb aveva introdotto che le fpoglie de’Vefcovi, e degli Abbati lì applicalTero al Papa : ma  Carlo VI. Iq proibì, ordinando che gli eredi fuccedcflèro, cosi in eflè, come ne’ beni patrimoniali > ( i J In molte Regioni fa l’ ufo introdotto, e continuato lino a quello lècolo ; quando per 1 ’ eUorfìoni de’ Collettori crebbe cosi la querimonia di molti, che alcuni ebbero ardire di opporfi apertamente, e negate che le fpoglie de’ Chetici morti toccaflèro alla Camera del Papa : Perlochi nel 1341. Paolo III. fu il ^rìmo che fopra quella maceria fece qpa Bolla, dicendo che alcum curìoli,  per ufurparfi 1 ; ragioni della Camera Appollolica, e defraudarla, mettevano in dubbio fe i beni de’ Prelati, e di alme perfone Ecclelìadiche, chiamati, Sfoglie, appartengano alla Camera, per non eRèrvi alcuna Coflituzione Appollolica che glieli applichi : febben dall’ aver mandati Collettori in diverli luoghi apparifee chiaramente cOcro fiata mente della Sede Appollolica di rìfervarli, e appropriarli alla fua Camera : per tanto dichiara, e ordina, e collituilce, che alla Camera Pontincia ( 3 ^ appartengano le 1 ^ glie é. Otltitt.. Ó.) OrJùisuétu > riftriis »IU iifiaf fart. ). luI.farlun'.TH. ar. tdm fittifm tlU t «»• fkMms, ft't ih^riu fmtln «• Jl éU4 Jtll* iJltrSni, $ d*lf4 tfif^fertsàUì rW TMifutmtt. ^od iptcwnabik, et irrauopabilc exiftit, Ikci deiure.ufa, Accoofuetu.dine, Ac rommunt obrervantia notorie obferritii. £piln>pÌ5 re^i noftri teftari iicest, Ae in IbU reftamentu ft^utore» ordinarv i qnt prediAi ex*cutorv*> kìtrm ipforuen EpidujB (afiu ereniunt, per iudicei i Ac ntEriarioi noilroe cocBpelluBiur, A( cocnpelli conl^aeruat. Et cam ita Est, zdiÉc», le poJTclKonea didonim adiEcieoim Epiftopaliiun in Qain non dcloniu pennanebuat onni ruins carvnen. Anatm. bboc> ^un Bpifeopum in recno noltro ab lufc migrare contingir, Cotleaaroi, sut ^bet^ledoret uumni Pontiiina tn provinciù, quibui iub&Qt hujnfiaodi Epiiropt, ipuiu fiimmt Ponriiitie auAonute, bona moWia, tnmobtlit, «x ^ceiTu talium ^iftoponun relìAa, ctiain illaoiij«r fuiot induQrum quaiìeraK • que aoipliiu ipfbnim EpiEopo un ncquecanfeanir, iéd ad (boa bereder, aiu comcn «aecutota rpcàaói, capiunt. Notum i|itur kcimut, Acc. Km i ^rfi titt» emrùfitm, *mmuU fi Lt « fart fM frntnpmi trttfivaf Carta di Sjms à* prattft tamta taft, rie fimsimtnta ì fimta tmtfisna dma»darU U rrrU. X# imtrapTifa da* «pi kmmffaffa ftfimui trimaipi « pmdar Taratj, r %U UanNor datti m fmndat la ptaaa, far liufiifitart l'armi. Cuoi a aonnuUir nimìum curìofìs, qui |u*•- OmiiiM Apafiilw uiiarpara, ac Caineium pr«fiuam illta detraudare vdleni, in dubiom reniga, tur, an rei. Ac bona, nur-ntpata. Prelatorum, catcraronqoe perióoarum Erclefiadica’ucu, iècuIariiLm, Ac rcgularìum, Mmpore obhua iptò-, rum rananentia, ex to quod Rom. Pontifici, Ac Camere prsteu rciervaii fore, aliqoa gencraJi i^ftolica cooftituriooc fbrfin non caveatur, a4 Camcnin predi Aam jure Iwititno tMftare Aeperlinerc debétne. Noi, età wu evidcatcr conibrc Ac appareat, prsdetsBonun noftronim Romao, ponnneum, Ac nollram indubiaro intentionem Ac voljtuatem faaper fuifle, ut haidaKiiti aa diebun Camerarn CpeAnreocAc ^rrinereiK, Acquod prò eadem Camera eiigcrcntur, Ac mqperaikm cur, mai Pnrrdeeenbm pnciiii divcrCa difiortim fpolioruu, ut ad Csmerapt rpcAanrìum Ac pertincimuin, Coltedom, Ac Exa&orci in variu pròvincili Ac loctt depataverint Ac rooiiituerinc, Ae noe depatavertmut Ac conlbnierinuis t ac (ftnper de tlUs diài PrndeceiTotei per picrai'que liter», lantnam de rebua adCanMram pemneoribut, dc^ naoM, vel craoilgendodifMAieriu, Ac noe di^ofaerioiga..,. dubrua huiolinodi enucleare, ac ia pt« que qatlitat», de ejaamitam exiftentu, aciaqnibufrii regionibui, de regnii, ae doenìniù, uni citta, quain oltra montei, de maria coadQeotia^ per quotTÙ Clericet, tam (ècatarei, qoatn tega, larei, dee. ex negonaiioae tlticita, aut aliai contra (icrot caooaei quomodoiibetacquifìta, ad eamdem CaiDcram, de non aliot, etom 10 quiboC vis CathedraJibiu, etiam Metropolicanif, de Collegiitit, ac aliii EetleGit, Monaftcriii, holpitaliboi, itvìIkì», dee. racceflbret fpeAare, ac fób no. mine rpeliorum veaire, ii!sqae oti ff^s ad Cameram pertinentia, perpetuo eolligi potuiffè, poC (tf oc debarc. tft vtm. . iM. taf. mltim. o8 do, e pagato quanto fi h convenuto, ogguno dice che del rimanente fia aflbluto, e lo poflà lecitamente tener come fuo, perchè il Papa è, come fi è detto, o padrone, o amminiflratore univeifale e quello chiamano compo^ colla Camera Appoilolica : il che viene anche llefo molto ampiamente, ficchè quelli che o fanno in cofcienza, o dubittno almeno di avere cofa che loro non appartenga, onon fanno a chi reftituirb, fanno la compofizione i DE JURE ASYLORUM LIBER SINGULARIS RETRI SARPI J. c. AUGERIUS FRIKELBURGIUS I- G. GERARDO MALDECHEMIO S. D. I NcidIt tiuper iti manus neas Itali cnjufiam traSatus De Jure Ajylorum, quo cuuSa qua hoc de re in memem wnirt pojfum non perpenduntur, «Ir examinantur nodo ; fed et definiuntur ex legum prefcripto clara profe3o -, doSaque^ (y perfacili methodo. Oper^ me pretium faSurum exijlimavi, fi, utcunque pojfem, Latine facercm qua nagnus vir Italice confivipfit, tum ut ekgontijjimum opus ab iis etiom, qui Italico nefciunt, legi, dr intelligi pojjit ; tum etiam ut tu ipfi, mi Gerarde, tuique fimiles, pietate aliquanto plus quam aMSit cogmfiere pi^ tis quid Itali-, nationum omnium religiofijfim -, hoc de re fentiant-, dum Ecclefiarum quidem immunitatem non filum tuentur., atque fartam teSam conjervant; fed au&am, &• ampl'ficatam quam maxime volunt. JuJUtian vero qua delilla pleSuntur, ó" publica quies-, eb* tranquillitas maxime fufinetur-, tantum abeft ut opprimani, ut etiam ubique adniniftrari, atque exerceri decernant. Quo egregio umperamento non Ecclefia minus, quam Forum, dy Tribunalia, fitum jus retinere ptffint. Vale. INSTITUTUM OPERIS ET SUMMA. Criptorum in Jurifprudentia gregcs, atque adeo rem quamlibet facilem 8c cxpcdìtam obruunu et abfcondunt, ut per mihi mirum videri non poU iìt, fi EcdeGanim, quam vocanc, immunius,tot Poniificum dccrctis* ftatuiifquc legibus clara, Dodorum adverfis opinionibus acqua fcntcntils mirum quantum di(ba£la, ac dilaniata, vix fpeciem reterai fui; fitque fxpius in esula, ut intcr Eccle^ fiaUicos, dcLaicos Magiftratus, muli* et mago*, immo vero inexplicabiles coatcntìoncs oriamur. Quam ob rem frequenter in mcntem venit quam re£le, et ex ufu publico faccret is qui rem tanti ponderis ac momenti, dilputationibus qu« vcritatem bue Uluc trahcrc lolcnc omiflìs, fine fpe, Scambitionc, gravitcr, et accurate traftarct. Sed quo niagis id optabam- fieri, eo quoque impenfius a fcriptione abhorrebac animus. Modo vero, cum mas accepi licteras, Prsful fan{lUIime, quibus me diu repugnantem, et inviium ad fcribendum hac de re lumma qua poUes au^orliate compellis potius, quam invitas, et aU lids; tuo quidem imperio, prout maxime dccet, obtempcrarc decrevi; fcd brevi, ccrtaque methodo, ut 1. Quid leges Principum, Quid EcclcfislHo» iuca. Aatuant primo videamus: 3. Rationes deinde, e quibus tot Scriptorum opiniones incer fe repugnames originem traxerunt, afieramus in medium ; ut deroum 3. Quid in judiciis, 5 c praxi oiimìno Hatuendum fic a quolibet cognofei polTic; nec valeant in pofterum nonnulli e dupondio Turifconfulti, aut verius, numeris omnibus abloluti aHentatores, tam preclare imponere, et fucum facere judicantibus» CAP. r. De Princl^ ìegìbas^ EcdeJiaJÌkif(jue eonJlU iutìonihus, T Otis quingentis annis poti Chriilum Jefum natum, nujlus cft Ecclefialticus Canon qui de hac iromunitate decemat. Imperatorumi tantummodo legibus Gatuitur; quarum fex a JulUniano in Juris Civilis corpus rciat* mnt. Harum primam Arcadius et Honorius, Augufti, anno poli Chriftum natura CCGXCVII. ftatucninc, qui reatu de Ut, qui ad Eccitf. . Ili no» diqm), vel ieihù fotigéti, fimdant fe CImJHau legi vtHt nojMgi, M, ai Ecclefua (mfiàgientn, evitate fojftnt crimma ^vel paniera iebitanm, aneti debire; nec ante fafcipi, quam ieiita varuttfa reiiiieritit^ vel fnerint, innecentia iemoaftrata, purgati. Poli hanc iMem idem Honorius cum Theodofio anno CDXIV. generatiin fanxiCy Netnini licere ai facrefaaSas Ecciejias confugientas abin. cere, ea condjtìone ^ ut ^ Ji quifquam cantra barn legem venire tentajfet ^ fchet fe Majtjiatis ctirnine effe retinenium. At anno CDXXXII. Tbeodofius ipfe una cum Vaientiniano leg«m tuUt, ut ( A ) fermi, fi in Ecclefiatn, altariave armatut trruarit, exinia prMinns abfirabatur, vel caniinuo Damine iniicetur, eUtmque max abflraien. ài capia nan negetnr ; imrao vero, fi armerunt fiducia refifienii anhuum canceperit, abripienJi, extraeniique quibut ii parafi efficert viribut, atqua pugnanda impune accidendi, Eadem lege Domino fàcultatem facic. Marlianus vero Imperator anno COLI, edita tege, {c) feditianet amnes, canctamarianei, tumultum, et impetum in facrafanSii Ecclefiit, et aliisvenerabitibus lacis, in quibut vara campetit celebrati, omnino vetuii ; ultmù fupplicii poena propoliu. Et anno CDLXVI. Leo Imperator (d) lege decrevit per amnia laca valitura, excepta urbe Regia, in qua degem ipfe, quatiet ufiu exigeret, preUntanea eanftituta prafiaret ; nullas penitut de facrafandis Ecclefiit expelli, aut trabi, vel,panabi canfigat, nec pra bis Epifcapas exigi qua ab ipfis debeantur- iis, qui bec maìiri at^s juerint, capitali, et ultimi fupplicii animadverjtane pleStendis : fed, ipju Jervata lacis reverentia, vadati paffint^ r^uga, (5* Judicum, quibut fuojacent, feneentiit maneri, atque earum arbitria, fiate per fe, five infiruRa felemniter pracuratare, in ejus judicis, cujus pulfatur fententiit, examine refpandere ■. Multis conftitutis tuiflionibus, ut credilores folvi pofTint a debitoribus ad Ecclefiam confugicncibus : Servar autem, 0* Calanas, ftmiliaret, five libertas, 0* alias amtefiicat perfanes, vel canditiani fubditas, fi ad faerafanSa fe laca contulerint, uhi remijfiane, venia, et ftcramenti interventiane fecuri fine, ad lacum fiatumque praprium reverri aebere. ^ Juftinianus deniijue ipfe anno DXXXVI. vcluti non minus jullam et reélam, quam ufu receptam, fanaionem refert, et conftituit; (e) Nequa, bamicidis, ncque adulteris, ncque Virginum raptaribus delmquentibui terminaram caueelam cufiadiendam; imma extrabandas, et fupplicium tis in. ferendumt Cum templarum cautela, nan nacentibus, fed detur 4 lege'. ir nata fa pajfibile, utrumque neri cautela facrmum lacarum et 1^tem, et lafum. Fiuta fune notabilia, qua: ex hifee legibus manifefte conlUnt.' L Ecclefiallicos Prsefules iis tempo^fana ne cogitaffe quidem ad ofiicium iuum pertinere ut leges, aut conllitutioaes conderent de Eccle. Carum immunitate; immo vero, cum certo Isiceot Principis eflè id (latore, ab eo leges accepilTe. Huc accedit quod aiuto CCX^XCIX. Concilium, ut vocant, generate Africanum mifit &ugonium, i(. Viocen^m, Epifeopos, ad Honoriust Csdàsem, qui i^^liciter petetent ut m qui ad Ecclelias AIricanas confiigecent, licer deli^ pcrpettaOént ab iis non extraberentur. IL De ( a ) Sai. I. rUclH. { b ) Ead. t. Si fcrvut. (c) Eoi. I. Dauaàamai. (.a) Ead. LVrt^l. ( e ) .autx Ite nuui frinc. tal,, De hac Ecclefìarum immunitatc ne vcrbum quidem faflum fuiffC) non modo dum Romani Imperatorcs Idolorum culrores fuerunt; fed ctiam centum annos poflquam fibi Chriftianam religionem ìnduerunc, nuUam omnino ejufdem immunitatis mentionem effe fa6lam; cum nulla hac de re lex repcriatur ConlUntini, aut alionim Imperatorum, ufque ad Arcadmm. Hujus autem rei ccrtilTima caufTa haud longe quzrenda eli. Etcnim, fi Chrifli fideles ea temperare, prouc omnibus confpicuum ed) nulla ratione in Ecclefiis admictebant eos qui cujulvis generis deli ab Ecclejie 'Atriit, vel Pomo Epifcopi reos abfirahcre omnmo non liceat; JeUna alteri coalgnare, nifi, ad Evangelia datis facramentis, de morte, p- tlcvilitate, O- Omni panaram genere fint fecari: ita tamcn »f ri, coi «* f"niinlfttS fiterit, da fatitfaHione conveniat : Servas etiim qai ad Ecriejiam confugerit prò qualibet culpa, fi a B m im. odtnifia colpa facramentim Mcepertt,fiatim ad fervitiam Domini fai rcdirt cogatae. ' Hifce in Conftituiionibus mulu funt animadverCone dignillima." Primo non effe in iuris Canonici corpus redaflas, temporis habita ratinw VTearum primam effe llerdcnfis Concil.i, Anno DVII. ouam Hifpaniz a Romano Imperio le fubtraxerant : qw faaum eft ut Episcopi il, qui certo fciebant quantum lua fe extenderet auilorius, EccleCallicis tantum viris imperarent; citeris non iiem; ut ex iploitiet Canone clariflimum, et cuique obvium eft. (g) Sed cenwm annis ut Laicos etiam includerent, Reges rogarunt, ut ad EcclefiM confuEientes, ob lacrt loci revercntiam. Regi* lolum committerentur : tandemque anno DCLXXM. in ea Conftitutione qu« decima eff ex iis qu* fupta adduil* fuetunt, omnibus commune dwretum fanxemnt; fcd Regis coiffenlu ^hibito : qu^ in tpt Conulu libris particularitet expreffum eft hu ipfit verbtsr Confenttcnie glortofijfi. no Domino Nofiro Eringio Rege, hoc fanaam Ceuciliam defintwt ;^ce( (1.) yr.Eod. Co mctuentei. ( b ) ^. Eoi C- ifxar. ( c ) WA C. miUui. (d) JX. £-iit,C.fi (e^X.Sod.CoiÌefir.m]to ({) Xo'o £od. Co ccrfiitmmuf o (g) meeo6.caf.tio in corporc Concilionim fcriptum fit folummodo, DcJfjiww C»»«e ut, fcilicet, reo avulfo ab Ecclefia, fit Ulico qui eum dirà devotus, et Chrirti-fidclium commumone privatus. Sed lunt OMnes. ut vocant, ferendo e«eW; ut, poftquam reus exiraaus fiieAt (ùbeat Prxlatus monete; et nifi fuerit reftitutus, aut,ufta det.nendi caufa aliata, lune demum polfit ad cnemnmnicatmm fententiam le rendam accedere. .,,. i Quatto confiderandum eft, Epiftolam Auguftmi nomine aUatam, ep.ldero cene non effe; ficut etiam 15. alix qux Sanai Ulius nomine feruntnr ad Bonifacium Comitem conlctiptx, «c Bonifacii ad Auguftmum, eujulvis potius, quam eorum, effe poflunt. Id vero cum ipfa rauo latis fuperque demonfttat; tum multo magis verbo illa, SpeH.»fil et Magnifici, honoris caufa Corniti tributa, abepis tempeftatis confuetudine ionge remota, n« ab ipfomet Auguftmo uni^uam adhibita iis in literis quas ad eumdem Comitem ipfe Mrfctipfit ; m quibus etum quammaxima Divus ille vir agit cum modeftia, non autem fuperbe, et arroganter, atque imperiofe, prout Sycophanta, quifquis ille, fcribere voluti. Quod vero multo magis earura falfitatem yel coeco demonftrat, Bonifacius Comes nunquam Hipponam incoiali Divi Augiiftini V«*>» Ji- ^ (a)lii.i.tjifl.S. civitaiem; ut fieri omnino nor luti fucfiiJi;, tìullibct eorum, prout fibi, atquc fcgionibiis fuis conduccrc vìtuin Canones confijtuit. Cum iiaquc varias rcgion« diverfas ctiaui Icgcs itquirercot, prout homìncs plus, minufve ad dclffla propenfì crant,^ uftufquifque proprias leger ad regionis lux nores adaptavit. Hi vero Canones omnesante annum a Crìilo nato MCC> promuU. gati funf;^ deinceps vero Romanorum Pontificuin Decretales, quas vocant, rc. uregorim autem, ejufdem norninis {b) Nonus, Pontifex, declaravìt Ecclejia y in qua divina myjìeria celebrantuTy licet adéuc non extiterit con^ ftcraMy nullo jure priviiegium immxnhatis adhnii ' Idcmque addiditf cum nonnulliy tmpunitatem fuerum exceffman per deEccleU obtinerè f perente^ y bomtcidiay tT mutilationet menu Trm-m fpjU Etcfejih y vai amum atme^eriìs. coipmiteere non veremtm f quey njji fer Ecclcjìamy ad quam refugfunty crederent fe defendi y^ nutìtu tenui fuerent commiffufy rales non debere gaudere privilegio quo faehuie fe indfgnos» ^ \ Hifce' Joannes, 'ejus norninis XXII., Pontifex Romanus, adjunxit etiam, (d) Hereticos fefe Ecclejiis tueri non poffe,. Nec alic in medium afierri poflunc ieges quibus Ecclefiarum kÉmunitas inniratur. Hz vero omnes adco clarz lunt, adcoque faciles, ut., fi in judiciis, aique Eraxi fincere, et prout verba exprimunt, adhibe ^enfur,^^' nihii oranino difficulratis fupereircr. At cum Jurikonfultorum òpinionU)US, et interpretationibus ad diverfa protrahantur, de his etiam, capOrque unde tot Scriptonim fententiz originem duxere, fingillatiiii diccndum eli. CAP. hnmmìtatm. Exnavag.De variis Scripeertm epiniomika órca Eniefimm mmunitafem^ Ó" tanm caujk, .Tanta profeto eft fententiamm vxrietas intet Jurìrperitos qui de Ecclefìarum immunitate hai^cnus fcriprenuit, iildemque Ugìbus innituntur, ut line dubio lAirmarì poHlt nullam omnino hac de re quz(tk>ncm proponi, aut Cafum accidere, in quibus in utramque partem res terminari non valeat, atque adeo Doélorem aliquem tefiem, et aufìorem laudare. Ex iis tamen non pauci funt qui non modo fxcufationem promereri, fed commiferationera etiam tommovere debent librifque vulgatis, non Auftoribus, nota quzlibct inurcnda. Etenim ficuti 'in rebus aHis quz Ecdefiafticam, aut fccuiarcm juriididionem attingunt, fic etiam in hac ipla, nov^ims imprefliones cum antiquis non convenHint* led quscnnque Principum jus, et audoriutera {M'onxv verent, ablata fuerunt; et fzpius negativa particula, ut Grammatici lo^ qnuntur, addita, ve! delcta, mifcellos libros, vd invitos, et centra Seriptoris mentetn, prò ConTflem arbitrio loqui cocgcrunt. Id vero non modo ex librorum ipforum variis impreflxonibus invicem collarìs manifcfto deprehenditur; fed Wcifair folummodo £x>argarorw infpedis, quibus facile fingala quz immutau funt uno afpedu v:deri po^funt. Qiiate, ut in re tam dubia rc£lam, tutamque viam amplefli iiceac, Ilatuendum eft ante omnia, quafnam rcjicere dcbeamus,,quarve icqui Dodorum interpretationes, Id vero fàcillime cognoTci poteri^, li vcratn illam, 3c germaham caufam, ex qua opinionucn varietas exona c(^, animadvcrtcrimos. Hac vero eft, quia noluerunt Doélorcs intra iegum ipfarum, 3t canonum verba luas opiniones, et dida contincre; immo vero amplifìcationibus, 8n exceptianibus, quas fslkHtiat dicunt, eas adaptarunr, prom aquitati convenire exiftimaverunt. Qua de caufa in nuU lam debent reppehenlioném incurrere.* omnes enim nihil anciquius habuerunt, qu.im ut communem iUam, aique difpatatìonibus cundis neceftariam, Reguiam jurk fervatene, qua ftatuitur.* fi juris ipfm difpofitio bene finum alferius^ prsmiumve refpiaat, fififue favorMis^ l^um verba y lì. cet prejfa, atque Jìr 't^a, ampl'tjìejntda, atqut entcndenda ejje } fi vero ptznaruTrty atque rìaerU rationem babet y fitque invidio fa y quam odioam appef hm y voces eafdcm quanhìis latmty Ò" uberius loquanfuty prejfe ta mtn y firi^imquey quatet^us jus patituty expiicattdas effe». • Qj 2 certe regala nanira maxime conlona. coovenienfque apparet.Et enim, ficut rerum hitmanarum fapientes coofìderant,, adiones omnes flint fìngulares; nec ulla ratione fieri poteft ut due qualibet ex parte fine inter fe fimilcs, atque omnino pares.* quo fit ut fingufis propria indiecant regola: lex vero, quz mi segula quxdam univerfalis omoino conftituenda eft, necelario ob id ipfutn, quod untverialis eft» manca quodainmodo fint, et imperfeda, aut comprehendens quas excipere, auc CTcipiens quz comprehendere deberec. Qnamobrem neceflàrìa omnino videcur benigna quzdam interpreutb, quz legem.dirigat, et ad zqui. tatem reducar. Hinc vero prolìcifciiv ut, fi zquius amplior. videtur, quam legis verba, hzc debeanc amplificari quamum «quicas ipTa po ftulat. Digitizad by Google Ii8 D E y>U R E Enlat. Ae fi lex eadem verbis extra «quluris fines, 8c limites egredia» tur, aequunt maxime eA ut interprecationibus intra eos coerceatur: Ut n lege lata pana impofita fueric iis qui Dei optimi maxiroi nomea yanfiiflìmum maledif^is, probrifque prolcindant, cum res ìpfa de qua decernitur, pietas, fcilicec, in Deum, maxime favorabilis exìAat; juAa intcrpretatione a nomen etiam facratiiTima! Virginis, epis matris, at« que SanBorum omnium extendicur» Quod fi lex altera excipiat, qui motu quodam animi violento percitus, atque ira prsceps furens, verba promleric igoominiolà in^eum ipfum; hoc invidiolum eA, nec de quavis ira intelligendum fed juAa interprctafione ad eam tantummodo rcdigendura qua celeri, atque inevitabili impetu fenur, mentifque et ratiunis uium ita impcdit, ut quid homo Abi velit, quidve dicat» aut fadat, omnino nefcire poRit« Quod vero IpeBat ad EccleAarum immunitatem, NonnulIi,cum animadverterent eam non alia ratione conAitutam effe, quam ob revereiv riam in locum Deo facrum, et ex co ad ipfius Dei maximi honorem, et cultum pertinere; bu)us przcipue rationem babueruni; idque veluii zquitatis regulam lìatuentes, cui legum verba adaptari debeani, estera cunBa fulque, deque daxerunt. Cumque nullus omnino reperiri poffic honor quo multo major Deo tribui non debcai, interpretati lunt eamdem pariter rcvcrentiam tribuendam efle non folum Deo l'acris lock,*fed omnibus etiam qus iis adhsreant; iifque cunBif habendam efte quantam maximam animus capere poieA, vel jultiùa ipla Aias fibi res habete juAa; atque, ut ajimt, quibulcumque pravorum hominum oppreflionibas tokraiis, ut iramunitatts honos iis omnibus tocis religiole concedatur qus Ecclefiarum fpecicm aliquam quomodolibet referre poHìnc. Hifce vero, quafi fundamemis, pofìtis, leges, et Canones omnes de Ecclefiis decememes, ad ea cunBa protulemnt qus Coemccefia, MonaAeria, Oratoria, Sacella, Holpitalia vocam, feu quovis alio nomine cenfeamur, ea in quibus pictatis opus gliquod peragi videatur« Ubi vero leges i|^x, le Canones Ecclefiis immuniiatcm concdTerunc iis tantum in rebus qus vel comimfenMìoaem movere, ve! ^Aa defendi exculatione poAint; idque honeAis, ac tolerabilibus conditionibus ; Urdem amplìAcarc, atque dilatare rem totam ita voluerunt, ut cnormia quae. que, et graviffima facinora comprehenderent quod A, ragione coaBi, aliquid exccperini, jnlHiis tamen, atque judicibus ipAs eas impoluerunc condiriones, ut, iis obiervatis, Aeri nuaquam omnino poAìc ut debifum juAitia Anem obtinere, vixque nomen Atum, aut ne vix quidem rctincre poAit : quodque caput eA, non modo perpetrata facinora, atque 4Bi^, EeeltAaruffl immunitate inulta, impunitaque remanerenr ; Icd novis etiam, iifdemque enormibus criminibus aditus tuiìAimus ape» ritur; ut qui jam oommiAlTcnt, fecuri in utramvis aurem dormire £a» Cile podent; 3t qui admitterc vellent, facilitate aìleBi, et lecurirace in» vitati, nihil prorlus tutum, aut a crimine vacuum relinquerent, Id enini imcr estera DoBores aflìrmarc auA funt, Principes ncque fententia da» fonare, ncque habere ^tisAionem poAecontra eos qui ad EcclcAam con» fugeruAt, ncque dum tnibi pcrmaneanc, nec poAquam ab ca difeefle» hot quodque rifum nagis, 8c Aomachum moveat, flatoerunt Ecclc» fiam i^m teneri ad alimenta feeleAis homimbus prcAanda, dum ad eam cònfagientes ibi reAdent. Alii Do£lores contri ei^inurunt iuflitum, atque deIi£lonitn pcelum, publicarque tnnquulitatis confcrvationem magis cITc Dea maxima graiam, quam EccIcGarum immunitatem : idque velati zquitatis fundamentum inrpicientes, legum verbis, ut iplà rem quamquc nount, aeceptù, non petmittunt ut leges, et canone: ad alia loca pcrtrahantur przter ea quorum rigillatim mentio fa^ fuerity EcclePus, fcilicet, ipfas, quz reapfe, non autem nomine tantum, Ecclefiz funt. His enim temporibus tanta eli ubique locorum frequentia quz piotati alicui mancipata vìdentur, ut, C omnia comprehenderentur, jam quzcumque incolimus Ecclefiallicz immuniutis privilegio donau eflent. Et quoniam gravium deli£lorum exceptio, in quibus nulb conceditur imminitas, fpectare jullitiam videtur quam zquitatis regulam llatuenint, exceptiones illas aut ufdcm rationibus, aut etiam firmioribus, k validioribus ad alia facinorum genera extenderunt quz a legibus, Se canonibus minime nominantur: idque tam ampie, ut nihil immunitas meri polGt, nifi ea quz mifcricordiam merentur, prout etiam antiquorum fuilTe videtur fitntentia. FaSlum eli etiam ut Doflores aliqui, cum, velati juris. Se zquitatis regulam, modo hanc, modo illam ex iis quz diximus fumpfilTent, varie loquuti fint, atque a femetipfis non femel del'civerint; alii vero, nelcientes cuinam precipue ex iiliem regiilis adhzreicere debeant, adeo confule. Se obicure pcrfcrlprcrini, ut nihil omnino ex eorum fcriptis elici poflit ; alii vero do^rinam fibimet repugnanicm habere viC fuerint, ex eo quod ii qui eorum libros, prout ipfis conducere vifum eli, interpolarunr, non mutaverint omnia : quamobrem alibi Cncerz, atque germanz Scriptorum opùiionis vcftigia permanent ; alibi vero eorum verba, Se fenientiz dumtaxat apparent qui Auflomm mentem detorquere prave voluerunt ; ut Dollores fzpius fibimetipfis contrarii. Se inconflantes, atqde volubilcs aliorum culpa exillimentur. Igitur qui velie ex Do£lorum leflione fruSlum colligere, facileque ftatuere quid ipfe judicare debeat, atque adeo in praxi executioni mandare, nccefie eli ut ante omnia certo fcìat quznam ex iis duabus regulis norma effe debeat, qua opinione: examinare, Se afliones inllimere, ac dirigere valeat. Id vero cum tanti ponderi:, atque momenti exillat, quanti unulijuifque facillime cognolcere pote|l, operz prcr tium eli ut exafle de ipfo trailemus. C A P. III. ^asnam tqmtatis norma in juJicìù, tf prJxi equendn J!t, XTOmines cunflos ad honorem. Se gloriam Dei Optimi Maximi non orane: modo, fed etiam languinem, Se vium profundere debere, adeo notum, naturzquc legibus in omnium animi: infcriptum eli, ut nihil magis; nobis autem Chrillifidelibus ipb quoque fide, ac Religione certiflìmum; ficuti paritcr clarum eli nobii, ac minime anibigmim, duo effe honorum genera quz Deo tribuuntur : Alterum eadem ipfii ratione aibuitur quam Deus ipfe nobis conllituit, quam qu« a Digitized by Google I^o DE J U R E que a nobis fé cxìgere dedaravit : Airerum ^vero ea forma qua nos Ipfi honorem habendum exiftimamus. Scatuit igitur facrofanéla Ecclefìa linumquemque utrifque teneri ; fed primis, Àvinis, fcUicec, praxeptis, multo magis : quod fi aliquando evenirec, prout rerum humanarum conditi© fcrt, ut non poflemus utraque fimul integre praeftare, iis exa6le parere dcbemus quae Deus manda vit, omiiTis iis quz pendent a nofira voiuntate, fi impedimento fint quominus divina prxcepta exequi poflìmus. Cum enim divinura przceptum foret Mofaica lege fìrmatum, Parentibus opem ferendam; cumque ex hominum pietate fponte induAum fuiflet, Tempio maxima dona elargiri y Chrifius jefus y Deus nofler, reprehcndit acerrime Fharifxos qui tempio munera olferre, quam Genitoribus auxilium ferre, atque fubvenire, impenfius laudabant : eamque divino ilio, atque fanétilTimo ore caufam adduxit, quod, fcilicet, hoc divinum, illud vero humanum przceptum elTet ; luofque docuit fideles nulla efic ratione laudanda munera quz tempio tribuuntur, fi impedimento fint quominus Parentibus auxiliari pofiìmus, prout Deus ipfe przcepit. Id vero ad ea quz nunc agimus mirum in modum conducere, atque accommodari pofle manifefio confiat. Exploratum fiquidem efi jufiitiam diferte, atque exprefie a Deo przcipi, eaque Deum fummum honorem fibi haberi declarafle: quz fi jufiitia defit, Principibus ipfis, ob id, atque Regibus regna, et imperia auferenda, atque in alios transferenda docce : cujus doflrinz innumeros polTem facrarum litterarum locos tefies laudare. Cercum pariter efi Ecclefiarum immunitatem ob innocentium fecuritatem, et eorum qui jufiam aliquam erroris excufationem afierre poflent, infiìtutam fuiiTe Principum legibus, et Ecclefiafiicis confiitutionibus fancitam, ob reverentiam qua profequi decet locum illum Deo lacnim ', non ut Ecclefiz ex orarionis domihusy fcclerum omnium rcceptacula, et Utronum fpclunca fierent. Ex his omnibus confequens efi neceflario ut jufiitiz habenda ratio, eaque veluti norma, et regula fpeflanda fit, qua legum omnium de Écclefiafiica immunitate fententiz, et verba tanquam tratii»» ponderanda fint; legefque omnes, et conftitutiones ita interpretentur, ut nulla ratìone Jufiitiz obdTc, aut impedimento quomodolibec effe pofiint. Quoniam jufiitia, ut diximus, honor efi in Deum, ab ipfo Deo nobis przcepius, et procul dubio femper optimus ; Ecclefiarum vero immunitas honor efi quem homines Iponte, ac fine ulla divina przeeptione, Deo tribuunt ; quique, nifi, prout maxime decet adhibeacur, Ecclefiam ipfam non honore, (ed ignominia quam maxima afficit, la$ronumfuc fpcìuncam reddit, et feeleftorum homimim infiune Alylum. Hzc vero cun£U clarius oftendit quod ait jeremias Propheta, dum populura reprehcndit, qui externis hifee revcrentiz fignificatìonibus erga Dei templum plus zqu« fidebat ; eumque monet, ne hac fiducia niteretur, fed in Deo fpem poneret, qui in genus hominum quodlibec jufiitiam exercc•rct. Quam ob rem rationi maxime confentaneum, tutum, atque optimis innixum fundamentis efi eorum confilium, atque fentenria, qui lacrorum Jocorum immunitatem tuentur quidem, fed intra ccrtos limites, ne jufiitia pereat, adeo necefiaria ad publicam tranquillitatem confervandam, tolleifdafque injurìas, et dethmenu quz prìvatis infih ntntur. M. i«« ninnr. X( in quotilxt -«vtiini jiMcrk fanc ««i» fivi,* &ChrttùuHM j» dex, fr ccntrarias jaiit-^nfaliorani a^ioiM* 'àri^crit, M la frót iacMadnm ftaiiien quod Eccldlanim ihioMninwlavnt, n tanna ntione, B« jaftiiiam ap[irimn. • • J Quilitiet auKcn, t]u( aenm actem inwpdeK t ^ la arit, dare cogndcet hanc éfle rationem qua cunda tolii poICnt oftenfiones, 8c mala qtn riginem craxeruM aa ipia vilrittaia aon opniònant’ laaxn, gnem privatarum rationum. ut qaivis bcitios po8w ' palpicene y aiTeram quid hac in Te Jtirta..€oiaài(i ftatubadan cenloerinc, qaodqua kì opiiniz juTta, atque neceflanlB titilioncm ‘atiqaan »hrte pofiìa* Ubi^veia ciitiÀi in eamden opiaionem non cdavemcac, AuAarum noauaav qoi lentcntiam ^uioMni’ paobaverìnt « adfcnbam ; 'ta i am qae tantaamuàia rocncìanem. t'aciam qui jhxioria, Bc cclebriarir fait aMoina, fc exiAV marionù : Seplua ' SpH'capuan Covaiùviaai M(le«a kiidaba, nim quia Pnrfbl Hil'pahua eft, qui ThdencàtatCaacilio i an a ^ ; tuia eAam- quia dodrina, probiure, 8i pietaK minime datus ab omnibua, fi ctadpicuut habctur : Sapinc Prolpemm Faaaaciiaai, qili diu Rena *nit, Advoeatus prima, max Audiioris .untai m aaiw, ft'Fifoi deniquc PatnHit», etiam iiib hoc ipfo Patito V. Pontifiet. Ad atam-wero cairanaiB Itbri, Bt Doh Viri Traufetlpini tnlciìt, loca ad n a t a hr i, ur, fiqaia oGÓnliliariis tuis, 6c Jurii-CatiUiltis inWe^A^are cupiat, Àcilidi cuaVa &i». venire, Se imdtigere pqffit. -Otania autem hac dilqailìtio facilliiaa ad cria capita ledigi potorie : m,. Primum ; Qnzmun fiat ea (acni lata qua ad fr aonfugiema Meatitur. . • j Seenndum': Qinenaai pcf(ó«aMai toaditia, tt qaodnaoi deliéKi gcnus loco facro pr»tegi,^aut ma paoxegi pOSit. ', .1 Teraium ; Quanaan ratioae a (acria locis eatrahi dafaeaat ii qui eiliiA tagi idvctios jullitiam non poflìiat,..,'u. ^.i t .r .. Ul ..1 I - .1 { ftet* Ik 4 td'fi amfiipmm ntmuwr. ’ -comprehendi; Ecclcfiamj- fcilieótiQmdEcdefix adhkrent, leu folum fuarit adificiia omnibus vacuum, Mi domibus tedhtm; ^ Xlwpafiiium Ipatibm, fi Ecdeha MetropoliiaBa fiicrit ; XXX. vero, fi co tinllo iiifignita Mn fit; Et Epifeopi domum. Nfee alind eli de quo raen-tio iis in legibut, A Canonibtts ftfia fit. Ecclefix nomine Haiuunt unanimea Dodores omnes Oranriu non coraprehendi ^ quanv^m in où aliquando rct (aera fiat ; aut ea qnc in privatomm doatibos, et in GoU^iìs hicorum, quas vulgo confntcniitates vocant, zdilicantur, quafque domini diruere, atque mutare prò votnntatii arÙtrio fàcile pofTunt. Ncque omini debet, immo attenta cura animadverti, quod EpiTcopus Covaruvias hac de re diflerit, (a) Hifce, videlicet, temporibus occurrendum maxime effe eorum temcriuti qui, Ecdefiarum immunitate confili, quodeunqua ddiflum perpetrare Tom» il. Q audent. fovaiwiar . i. var. r. io. i I1LA .D ;r joU' H ?E WI(Ì 4 M« coin «M! wwtowi» M W f w i h B i itnaiftmum Buciwriaia itcrMMacMi lubcnt. Ubi umen Prxiutcs hac juiU modowioM "ooii Ec ci«(ì«r«M iMfnin* «Mtemir ^«uKuii^e ùim «erto, ac pxe|x:f«w divino «litui dÌMMC-A nen lintiv n. uiPt dM sui «dbatet Eukfia Xt> (tu XXXi pi£>un fp*tio« ajuUnn àmaanitatrm Ecairrisàii 91M1. (dnt Mua Ctviiaiia, vd^Catorun-moeOlia., iwuil convwirai^actifiiciaa Has enin 4 c.ie-.Ca«on ex frede-ftamia, D a ft a r ar oanianitcMH nec .atla pottft ho mi èaUaatio; iauMi aero noa daiuiu i)ui id oiaat cuoi Urboi oouiim Mteoi» CIMI diaMK.eàtl«Mdi^jus ni sudtiiani ulu obtiiuUfe, ^ dine amlucBidinv, ik^u» fuac, danagaiuiD dk. Cauta me, cur neiMiiaierconclitdaM'dnMM ipMMn iUiid niiUana. pradua habere immiuiMiam^ilicH al>rMaM«aM iaafoa- aautem, cum «lio Canone Muntimi il qui tacMÀ hao paecat, eum laatj’-cujaajibeci laca immufocaia dafopfore ie J«nd pafla,-ridM|. et XI^ fadaun tpatuM focnin afot, ifov-iàciatn aliqnad in co ^mpetrarant, éideai ouliifei, ab EcclaEarna». {requantiaoi, Jcl» imaH«MaiaMcn pi^r. Sad ^ ea «unqiie fuerit canfa, parvi rrfert, cune illud cxpfomuini omniao fic in Cdfoan'ihaif et Calw buUmh anpina hujniceMÉdi. ffatiii immuoitaKin concedi, i-Htac- etiaai cafoUftiur, qwid Manfoi)iiiir aadde», An.-fohcat liflorej polTmt cura qui ad Ba:OViPtm, dura de Ecclefiarara traaiiiniuie apiau-, foe àia ^c||À« tfoinm tvmo cft qux extra Civicirà, et Caltronn* m#. ma poCuit inHOUilitatcìii _adj^ pafUmm ipatium portiguiit^ . Quod qfro atcinet.ad.E^ra^i im>m, non canveniust iatfrtiDodfoe«s{ rasici pamqqt. ex aaroni uimmo animadvcrcuni alia Caaont Un^iu»>aflà.fo Bpfoopm doraaira hum .£c«lefic ( e > proeimatn, de adhxremem hibcat. Quare neceforio intra XC pafitwai t)uiium efltt k .jfto certo «ondiiuuoi Kpdcafo ’domnra, fi loogius ab E«laAi dtjcc, rauiiam qsiniuq iqimumtiiteni obtiaeM. Cura ncro EL. [foruum fo càviiaubua, et qaftria qqn babeat kicura, conlaqindls ed ut Jfifdcapi domila raiUóra panici Munamcaiera babera potEm. ---c - iV* ... -V De eie-, '.ìu*' - •••'• ‘ tajAx. fi) (pr»f ia. a,*.™’ ^Ux*rat\,ilr. f*. TW a i«. . ria K to.' iy# •- *>. ihyCmhmHr.ir.ttem de ìmm- a^e. (c) 0 i.r 4 rf.«*|C yy. Clnf.e. CUnf. jo. DC(Uk. lìb, 6. e.zy. 5. 14- Farfn. .jS. fetw. yauUue,ioit:»s» De coemeteriis vero, Hofpiulibus, 8c ConcUvibut, ubi Fiatres doimiun[,-ae verbum quidem lex ulla fedi. Canoniitz taniummodo, qu« ignoramia f»pe, aut ambitio tranfverlbs rapir, Ecclefiarum nomcn amplificare, acque ad hJK eiiam pcrtrahcre voluerunt; plurimis tan-.en condiiionibus, iifdemque adeo variis, ac itucr fe repagnaniibus, ut vix duo conventant. Ex corum auiem lenccntiis confuetudo diverfa induda eft, prone iUi plus, minufve audoritatis habuerunt, et hujuicemodi locorum,iaal etiam deliftorum numerus exigere videbatur. Quo fit ut, ficuti ddiit locis nihil omnmo legibus làncitum eft, led conliietudine tanium, atque interpretationc eorum immunitas inirodufla, ita ubi contraria eft confuetudo, eadem a quocumque judice fervati debeat, citta uUam ertandi formidinem. Perfbnarum condì fio ^ et quodnam deìi9i genus loco jnero frotegi, mt non • pniregi po£it. E st omnium certilCma fententia, qui in loco facro deliquerit, («) licei leve delidum, nec atrox fadnus fuerit, eum tamen facro eodem loco non defendi; iitimo vero et ibidem, et quocumque alio fatto loco fifti a lifloribus, k in carcerem trudi polfe Cum aquum nullo modo fit ut Ecclefia eos tueatur qui, in ea peccames, injurias eidem intnlcrant; (i) nec Ecclefia: ca:tera! defendant ejufmodi teum, cum omnes unum, ideraque fint, ob earum in Chrilluro. Jefum conjunflionem. Quod ita clarum, atque certum eft, ut fupetvacaneum omnino iiierit pluribus confirmare. Hinc etiam illud confequitur, ut eadem Ecclefiarum immunitas nullo modo protegat eum qui verità legibus arma in Ecclefiam detulerit,ea naroque deferre peccatum eft quique ca in Ecclefiam defert, in Ecclefia peccar: quo fit ut in ea a lifloribus vinciti poflit, 8c in quolibet alio facro loco. Quod ob publicam tranquiilitatem judicarunt Doaores fingillatim monendum, et animadvertendum effe. Fnres etiam, qui aut in Ecclefia furtum fecerint, aut cum re ablata in ipfam confugerint, ex eo quod in Ecclefia peccant, ab eadem divelli queunt. . Poffunt. itidem ii a facris locis abftrahi qui in Ecclefia crimina traaare audent, quz fponfionum vocant, aut quodvis aliud negotii genus legibus prohibitum, ex eo quod in ipfa delinquunt. De fponfionibus vero przeipue adeft etiam Xyfti V. Pont. Max. dcclaracio, buie rationi, veluti fundamento, innixa. Nec differt an deliflum totum in Ecclefia perpetratum fit, an quod extra Ecclefiam initium babuerit, in ipfa finem, vel etiam contra. Pariter namque Ecclefia nec eum tegit qui, Hans in acro loco, aut extra cum, bominem in Ecclefia exiftentem interficit.- nec eum qui. Tomo II. Q. * CUOI (a) C.imnuaUotem. De trnmmiìtate. (b) Olìltnf.c.fm. de Inm. Eecì. .Aldus ìbitU TeUf. dec.^is. Faróueap.iS. Jitait. 66. Cler. ept.jo.Coceriev. Fsr.Ub. i. cap.io. p. iS. Iunior. Deciso, i. 6. e. x6. 0.1. HÒflieo.infum. Jo- de Fìf ct.de m.p.6s. Coofer. Con.io.FoUer. prioe.e.mUe iut.jO. feuuc.e.iS. ««. 154. Cox’ar. Fsr.l.tA.io.f.tS.1X4 D E J U R E nim Ct ipfe in EccIcRa, auc bellico tomenta, aut fagitta, aut miflilìbus aliis alienim inceriicic qui extra lacrum locum fuerit. Hac igitur certa, atque clariflim^t enunciaiione, abllrahendi a qua vis Ecclciia, et iacro loco cu|u(vis generis reos, quamplurimse dubitaciones e medio ablacx videmur. Etenim qui diligentìus attendere voluerit, cogoofeet &• carios omnes, qui ad Ecclefias confugiunc, arma fecum ferre, atque hahere, legibus etiam vetita, ut adverl'us juOitiam iplàm, fi ras ita ferat, fefe tucri podìnt. Quare ii omnes EccIeCarum immuniute uà nequeunt, et in quolibet facro loco prachendi pofTunt, lieet alia ratioAes non concurrercnt in id ipfutn. Statutum etiam exprellìs verbis Canonis ed, eot immunitatis privilegio protegi minime pofle (a) qui delizia commiferint ca fpe, atque confilio, ut facro le loco tueantur. Siquidem Ecclcliarum auxilio uri debemus, ut peccatorum veniam confequamur qua jam admifimus; non ut nova facinora perpetrare turo valeamus: quod etiam nullam habet omnino difficultatem. Verum enim vero, cum hominum mentes, atque co nfilia fint ab oculis omnium remota, atque penitus abdiu, non polTumus, nifi conieéharis decernere, an reus deliflum admiferit (i) fpe excitatus ad Ecclefiam confugiendi. Doflores vero dicunt, qui, llatim ut làcinus perpetravit, ad Ècclefiam fugit, eumdem eo confilio perpetrallé, ut co confugeret, datuendum elle. Et certe qui jam datutum, atque decretum habet ut facinus committat, necelfario ftatuendum videtur, eumdem etiam cogitalfe, non folum quanam ratione ìllud polfit admittere; fed multo magis, quonam fugete debeat, ut lefe tueatur : Skut etiam qui de improvifo in errorem incidii, ficut nunquam antea de fàcinore cogitavit, ita quoque alfirmandum ed ne de refugio quidem cogitalfe. Quare, quotiefciimque confilium, atque deliberatio deliSum preverterit, et reus ad Ecclelìam confugerit, id coniulto iàdlum; ideoque loci lacri immuniate defendi non pulfe certiflimi juris ed. At quoniam de conjedluris agitur, uirum impeto quodxm, fc perrarbaiiiMie; an potiusconfulto, et cogiato perpetratum delidium fuerit, Judicem ipfum pnidenter, atque ex animi fententia cognofccre oportebit. Hac autem immuniatis exceptio, qua reum cxcludit, cogitato, et confulto ad Ecclelìas et facra loca confugientem, quodeumque delidit genus ampledlitur gencratim. Quod vero dngillatim ad homicidia pertinet, frequ entius deliAi geBUS, eum non tegi ab Ecclelìa qui alfadinium, ut vocant, commifit, ceniflimi juris ed; nec Scriptor ed qui didèntiat. Etenim juda Canonis leveriate in (r) Lugduncnfi generali Concilio idiplum fuit diferte decretum. Veritas tamen eli ance CCCLXXVI. circiter annos, cura Canon ille latus fuit, aflaflìnos extitilfe quoldam Mahomecana perluaIkmis populos qui fìcarios le ptolicebantur; atque eorum caufa Canoa datutus fuit. Podca vero, cum Dodlorum omnium interpretatioBe, tura etiam ufu, atque adeo communi omnium locorum praxi, AlfafGnorum nomine delignaacuT hodie quicunque, padlo pretio et mercede, (a > C. ÌMminiifate. lìe ìmm. EctUf. (b) .rlWar.prrff. B. i6. Meno. pra. IO.. iC. jliictf‘Ponf.Ocf.;4.Cltr.4H.io.far.c.r8.f.ti.C>' t. Far, f.io. J. i.j.(c)0*j'.f'inr.s4. l.i.CjJfM. TrrcI'Salde Jrclì.c.f. de inju$ y ìgncv.$ TiÀoj. Bc«Mlii.'fgHardb>>J«« dclicluia-inpiiàa elfet, aquuBl viikn «•« pottA W £celeCa cat lanMuf qui toM, iSc batta) >Raipuhlic»f cum nulla omniMLilea OivUib, mila •Canonica, Ucaaniin im>ima MBaluaiuM itafcaiH ^uui-^iom laatoKia cUmnavii; led eiK 'iamuBHiraio 9U«ii%julli«a iata|intaur| antc^ttn- Icntemum fwci Eaal :)« jam.ilaaMaoB «A, Jn-.d«ÌMa opeta, a«]ue nulki4c'i>i>) v*uiae éuesringradùiKainaMa, praaar ìAcuìib catffa «aiI» mnlftatm eli, gr i mH cóam ddifliia hunnari vero ad uiraaMi, C.- dh p wn tt.mqBcanapaaber pdeAacum iamnnicatt defendi, atque ledcam ad. .paaMmpianna ab e« qua. diaiOMa, «aaatfaai 4 >bhmu lb(riat;riS«abru vera non damnans qiudem, •Acd.aoi aaatummodc^ii^ «MliMa itàtem» laiiidum damnati faB, «aecàipofliH «ci«B>A||iwldlmMHà' ad,iaanAra pape («dilicia.-làraiacdMbdMutilPadcgibuci, aiyi'tcìinnBibus (id'aiui ad Ecclcfiam confugicnies non polTunc Domini imperiiim excuier«;.Al.di>tuna-' ibMnanKateni a lu piaa a aijuttaa, vitate ladùic.'ad iocviiio,. fau ci admodom bac de ae-BuflorcK^-diribuot, cmi id cara,. de «te eiifi nantiiai) in Civitatibuc, qua L&uinicai amiare tgteK, 'accidat.-;«a vara (Muadfime liint. m al i tewiua Gramaui naa ialam’ m ca tioni conteain in mediura attect; (mL Miim ali ufii caed^tuai y dbdege^in Luiitania làacitiim, qood.aaaoi prafaat Vinccaduc f'Multa cctub qiua lìngillatiin baqtMnicr. ialeai accidere, utaB -Juga. neratim colligi pottii laacoraa fa facorura r~r~iif) cardcfàBdte osa putte qui quzvìt alia gravia tc enonaia deliba comai^mf drente, aut iildem, aut mcfarfaiis oiiam dtv eaulis, quu liipra leeenfainiu», quodeunque alind gnve.delttea cotapfafbaitur. Hac autam coaclidip in univerlite prolataraaura, (cilieaf, cupifais atroeis facinacic, A èd facra loca oonfugerit, ULproicgi haud potte| ima» a fattitia liaeMBipli violatione extrahi fas «dày probatia a Jacate Ravamts-^ Cyte Piftonenic, Petra Bellapeitica, ) n am « Igneo, Antonio a Buariai,.|facro Ancarano, Alphonlb Aivarea, Petta.Cetgorio Tofatano, Tibatefi^tcit' ■» ...lu *■-. néy Ab ( b ) Cam, dcf.^6, Fratr. ctefai jo. OUra, (c) ytw..i.r.* O^.' « mr.c.U ver* Dt Imm. f. iS. yintàr. codem. ^Izdre^ I» thef, t.i j. «. jo. Syittaj. l. j j, c.\ x. DerÌ4E.. nut mOud omnino EcoMiam Rofliz hu ai» imouinma;* ied .pudica ip4n tÌMuiora rat» a ^iW»« Ecclefi» vi «Mtiahi ) nh cw p ywd a iW tiic«>Manmo perantaenr, ae jalMiia’ priauniwr iJ>«snim diòtac ncUTamiai jndicaluf. fa^-Quacc Pnip«r Faritiacnifran« ulìaa ftcBia recepcuai, afirmat Bcoiofearim ipa uma ii in oai, cun ftaiufa inen» ab ddiSs qua' aalto coa61ào,,fcd impaa» quodim fiant. Siti rdugam» milòranim, non dcbei» KccleCas latnauw tpolaaca& c^cK, et «ornai ricapnculaa qui aooaia facàtera pcrpsir«\ c>iac ; aieaqnO talk,’ tap^rqua efloy iì Judkies miinoria >bibl«llii, qui Itvidia 4elii^ juilkant eam ' obloroeiu led OM^roi jndicni in aarooocibai ;ba non lencri; prave oiiam Veneti 1 k» logr contUtueiam ilL Noa.> Aprili» Md>CX. Mii. . '•io»l. .W.Ì Qnanam vero dtliAa aeibcianm luxnÌM otnfeaanr, peatar ùlqaeil ipfum delifli gcnui prafefert, k ic^bn». impafita fack «dtipi poteA; dnbet JtiMck tiomemia oagnoKly baiiiu aaiioBe flatus, comlkioniique, BM «jus qui inpriam iirfiae, lam «jua ctiam qui cam paflia fuity aVaMniBi ^i^ oanla, ccrapork, qua, fciUctt, de caufa, «by et quando, onaamifluaa fueric delkluni ; roran etiam qua ob id evenarunt, perflirbaeionisi, kfleniionisy tt aliafwn, qas ém majos angeni pctpeinoim làciau», iacmnique ut mugn, inagil^t in odio kabeaur ab oauMbnt. •« ’uU leu i ribus de eaufis, qa« iingni* fluir pon eflent, in enormu atqueatrocia facHioca evadunt. Cun» ver» iannnlaaabiies rmt.aalas qui flepius accidoIV |Mnva» vas aliquot opiniones habeant, baptiffiiatis tamen chara^ere infigniti, Chrifium Jclum aliqua faltem ratione venerantur, quem infideics averfantur, atque execrantur. Teme . R CAP. STORIA DEGL’USCOCCHI SCRITTA DA MINUCIO MINUCCI, ARCIVESCOVO DI ZAKA, Co' progreJi di qoelU gty»o, rnirìiauta fino alt anno MDcxri. DA P. M. DE’SERVI» della Serenijpma Rept$bbiica Vènn^a, JON mi pongo a fcriverc la Stona degli Ufcocchi per far celebre il nome di gente tale preiTo a quelli ebe la leggeranno; nemmeno per foddisfar l'emplicemcnce alla curiofìt^ di chi fi perfuaderli forfè di aver a vedere in quelli fcritti varj accidenti feguiti in molti anni nelle fcorreric di terra, edi mare, colle quali quella razza di ladroni ha fpo' gliati ì mercanti innocenti, e dilettate le Provincie, turbato il commercio, e cimentati in pericolofe guerre i maggiori -Principi dei Mondo con dubbio di maggior turbolenza nella Cridianitk, fe raltrui prudenza, e autoritlt non avelTe fempre attefo a divertirle. Non è quello il mio fine, nè per quello vorrei io perdere il tempo, che polfo, e fono obbligato a fpendere in pili giovevoli eferciz) fecondo lo dato, e la condizione nella qual verfo, con obbligo piuttodo di operare, che di fcrìvere.* ma penfo che fta fervizio di Sua Divina Maed^, e utile a’ Principi Cridiani, che fi fappia onde fieno derivate le ragioni, *che in fettanta anni non fi fia mai, potuto rimediare alle rubberie degli Ufcocehi; e come fi fia ritrovato il modo di farlo in quedi ultimi tempi, quando Tinfolenza loro era arrivata a tale, che non erapih pofiibile il folferìrla; ma dinecelTitk fi aveva a reprimerla, o ad adpettare un'aperta guerra fuor di tempo, colla Cafa dAudria, e la Repubblica di Venezia. Il difeoprimemo di quede faccende cred* io che tanto pofia fervìre a* buoni Principi, per tener T occhio alla mano, e agrinterefii de* maTomo II, S li Mi ; li Mipiflri in qaefta, o in altre limili occorrenze^ biffine di non UfciarG ingannare in pregiudizio della fama, e dello llato proprio, quan fogliano tener celau la verità altrui, preferendo ringiufliOìnio guadagno alla riputazione, e al buon fervizio de’ loro Padroni; ficcome anche una tal notizia far^ atta a far conofcere al Mphdo (he, quan^p i Principi dicqno,' e fennò daddovero, e fi fervono di flrumChto fecale, c valoròG), non pnffono. aver tempo i ladroni che inquietano, e danneggiano i vicini; e fono fpeiTo cagione di pericolofìflìme guerre. Quefli lono adunque tutti gli (limoli che mi han tevano agli fpetracoli luUe Forche, cominciarono per vendetta, o per rapacità, ad ammazzare, depredare, e ipogliare anche i Valcelli, le Ville, c le Terre, e i fudditi Veneti; onde Gnalmente fu coflfetta la Repubblica anche di perfeguitarli non folo lui mare, come aveva fatto per innanzi, ma anche nelle Terre, Caflella, c Città ove fi ricoveravano, fenza mirare a’ padroni de' quali erano; e lenza altro riipecto, che di levar dal mondo gli affailini, che ogni giorno diventavano più fieri, più barbari, c più ianguinarj : il che minacciava una manifeila guerra tra’Principi Cnfliani, le Papa Clemente Vili,, vedendo il pericolo, non vi aveffe a tempo incerpolla la lua autorità con graviflìmi configli, acciò, mentre fi guerreggiava in Unghcru contra il Turco con tante difficoltà, quelli nuovi femi di comefe non rocrceGero i Crifliani in maggior rilchio .* onde ne feguà in fine il defidcrato accomodamento, che farà anche il termine al quale ha da arrivare con l’ajuio di Dio quefla delchzione per l’ordine divifaio. GLI USCOCCHI SONO GENTE Diltnatinà, dallo Stato di iln Principe, o. per delitti commeni, o per impazienza del giogo tirannico, fuggiti ai Dominj di Principe vicino; e ciò fi dimoftra dall' ilielTa voce fioco, che in latino fi direbbe transfuga. Quello nome, lenza titolo però d’infamia, cominciò ad acquillar grido, non fono ancora cento anni, in quel tempo in cui l’arme Turchelche, eflendofi dillefe per 1 ’ Ungheria, e per la Grecia, nella Bulghcria, nella Servia, e nella Rafcia, travagliavano i confini della Croazia, e delta Dalmazia; perchè all' ora molti Uomini valorofi, non potendo viver fotto la tirannide Turchefea, ricordandoli di elTer nati nella vera Fede dei Vangelo, partendo dal paefe gib foggiogato da’ nemici, fi ritiravano a qualche luogo forte de’ Criiliani ; e di Ib, flimolati dal dolore delle cofe perdute, e della patria foggiogau, con molta ferocia ajuuta dalla notizia de i palli, e dalle legrete intelligenze de’ parenti, e degli amici, corfeggiavano ogni gbmo, e portavano a’ Turchi molti danni. La prima, e piò faraofa piazza che fi cl^gelTero gli Ufcocclii, come piò opportuna a quelli loro furtivi alulti, fu quella di Clilfa, Fortezza polla fopra Spalatro, poco difcolla dalle antiche rovine di Salona, in fito fortillimo, ove fi apre un fenticro flretto, e pel quale foto fi cala dalle vicine montagne della Morlacca verfo il mare ; ove portandoli diverfe mercanzie, chi è padrone del luogo ne cava anche dazio importante. Era all’ora Signor di Clilfa Pietro Crofichio, come feudatario della Corona di Ungheria, il quale, fidandoli nella qualitb del fito, che pareva inefpugnabile, dava volentieri nccrto agli Ufcocchi, giudicando incautamente di poter colf opra loro render piò ficure le cole proprie, e forfè dilatare i confini, e arricchire di fpoglie. Ma gli fucccCfe tutto il contrario; perchè, prov9cati i Turchi da’ continui danni, voltarono il penfiero alla efpugnazione di Clilfa nell’anno 1537. al che forfè non avrebbero afpirato mai per la difficoltb dell’ imprefa, fe il Crofichio fi folfe contentato di mantenere le cofe fue lenza fluzzicare il verpajo, come fi dice : il efie può fervire di avvenimento ad altri piccloU Signori, di non provocar l’ira del maggiore, confidandofi, 0 in forze, o in appt^gio ^ altri Potentati; per^è Umili fperanze rìelbono per ordinario fallui. Vedendo adunque il Crofichio la rovina che gli veniva addoflb, fu af tempo d’invocare, c ricevere gli ajuti di Papa Paolo 111. e di Ferdinando Imperadore, co’ quali elfendofi pollo a dillruggere due forti che fi fabbricavano da’nemici, a fine di llrignere Clilfa con alfedio lungo, fu con improvrifo affalto rotto da’Turchi, e uccifo; onde, mollrando la fua tella a’Clilfani, mifero unto Ipavcnto, che tollo rilolfero di arrenderfi, diffidandoli di poterli piò mantenere. Nell’ alfedio di Clilfa, che durò piò di un anno, occorfe un fatto memorabile, del quale non cifendo (lata fatta menzione da altri, non mi è paruto fuor di propofito il riferirlo in quello luogo : pafiò egli dunque in quella maniera. Nel campo di fuori fi trovava un Turco nominato Bagora, di natura grande, e di forze tremende, il quale, come un nuovo Golia, sfidava ogni giorno quei di dentro a fingolar batuglia, rimproverando loro la viltb, e la chiufura della muraglia : arroflivano i CrilliaTomo !!• S z ni di 140 ’ STORIA fii di vergogna; nu ritenuti forfè dalla prudenza del Capitano, e for« fé anche da ragionevol timore, non ulcivano da* ripari : quando un giovinetto, nominato Miloflb, il quale ferviva al Crofìchio di paggio, (t fece innanzi al padrone, diman^ndo il combattimento contra Bagora : ma riprefo come troppo audace, e dilugaule à tanto nemico, f^giunle ch’egli confidava in Dio di doverlo vincere.- c (c pur rimancfle perditore, farebbe poco danno, c poco dilonore de’Criftiani, che un Turco di tanto creato foire recato fupcriore ad un garzone : in fomma queOo era (laro detto da Dio, come un nuovo David contra Golia, a- domare la luperbU orgogliola di Bagora. Ufei egli adunque accompagnato da divote orazioni dc’Fedeti CrifUani, c con un colpo di feimitarra, che fu forlc il primo, tagliò netta una gamba al nemico; il quale, f^ermatofi nondimeno falla colcia manca, tutto rabbiofo fi andava girando con tanta furia, che l’ardito giovane, febben gli laltellava intorno, per venire a fine della vittoria, non poteva però avvidnarfegli per far alcun colpo; ma aveva che fare alTai a fchifar quelli dellinfuriato nimico, il quale nemmeno con tanto empito, che, Icaniando 10 il CrilUano coll’ agilità della perfona, non potè il Turco reggerfx luila gamba tronca, o lulla lana, ma cadde boccone, c nel medeGmo tempo gli cadde di mano la feimitarra; febben altri riferifeono che U gittò via fpontaneameme, con dire a MilolTo, che lo feriva di lontano con-fain, che non lo volciTè uccider come cane, ma come Uomo di guerra; o ooù colf arma propria gli fu troncata la tefla, la quale fu portata con allegre grida dentro a ClifTa; ma eirendoll ei 11 poco dappoi perdura*, non potè eifer lunga Taltegrczza di cosi nobil fatto. Venuta* Cliilà> ia mano de' Turchi, rellò loro libero il pafTo, per fare feorrerk in tutta la Dalmazia, e Croazia, lenza impedimento; e lì ajirirono il primo adito nel Contado di Zara, dfendofi loro io quei medefìmi gioni renduto anclic per tradimento Nadino, Camello importanre, poAo nel bellico del medefimo territorio di Zara: ma gli Ufcocchi a^'anzati alla infelice battaglia lì ricovenron» tu Segna, Citch polla in un'intimo rcccflb del icno Flanonico, oggi detto corrotumente QuarnaTo, o Carnaro, da’ monti di Gamia che l’inquietano con tempere continue, di rincontro allTlola di Veglia; giudicandola opportuna a’ difegni loro, per; la fortezza del fìto naturale, ajutaio anche aìTai con'arteiperchè per la via di terra, rilpetto a’bolchi, c monti, non vi fi poteva accoftarc cfcrcito, ne condurvi la cavalleria, non che le vettovaglie, o i arriglieria; e per mare non vi era porto capace, nè anche di poca Armata; c il tenerfi fu quel canale era perìcolofo eziandio in mezzo alla State, pel vento di ^rea che vi lòffia fpelliflìmo, c che, per comune opinione, (febben par favola il dirlo) li può concitare a voglia Perciò gli Ufcocchi tanto piò volentieri fi ridulTcro in quel ricetto, condotti anche con onorati liipendj militari dalfimperadore, perchè, eflendo ellt uomini feroci, e ufi non folo a camminare, ma anche a correre con piedi faldi per bofehi, e per balze, pensò, mediante l’opera loro, di tener lontani t Turchi da tutti quei confini, c far difabicare la Lica, e la Corbavia, dalle quali Provincie foprallavano 1 piu vicini pericoli. Nè gli riufe^ all'ora male il difegno, mentre gli Ulcocchì attefero con gagliadi ftratageromi, e con repentine lòrtite a battere il nimico: ma tolto cominciarono a convertire le onorare imprefe militari in latrocini, e rubbamenti de'Criltiani, onde fi rendettero odiofi a tutti i vicini. Li medefìmo MilolTo, che fottoClilTa nell' ammazzamento di Bagora aveva acquifiato tanto onore, corrotto in Segna col mal’ ufo delle ingiufle depredazioni, dappoiché era diventato Uomo di maravigliofa fortezza di corpo, contaminò la lua fama, e fìnt poi la vita in Zara con un capefiro. Gli altri, valcndofi della comoditi del Mare, e de'recefll fallaci, ne’ quali difficilmente potevano elTer feguiri, avevano introdotto rcfercizio di alcune Barche vclociffime, colle quali coiteggiavano le marine, e afficuravano le prede che facevano in terra da qualunque improvvifa furia de’Turchi; coftumando di nafconderlc ne’cefpugli, c anche di fommergerlc fotto l’acqua, per cavarle poi negli urgenti bifogni. Colle medefime barche affairavano anche! Vaiceli! de’Mercanti, o dentro i poni, o in altri luoghi opportuni con infidie notturne ; profelfando però dapprincipio di non voler toccare nè le robe, nè le pcrlonc dc’Crilliani, ma Iblo de’ Giudei, e de’Turchi; Icbben fpeflb trattavano tutti ugualmente. Onde la navigazione veniva impedita, e il commercio interrotto; c in Coftantinopoli fi facevano lamentazioni, c minacce contra i Veneziani, come quelli, a’quali, per le condizioni^ della pace, toccava di tenere netto il golfo Adriatico, e libera la navigazione per i Mercanti, e Sudditi Turchefehi,* onde Solimano fi la-' feiava intendere liberamente di voler mandar l’Armata propria alla eftirpazione degli Ufcocchi, e afficurazione del Golfo; cfib nei capellri, e nelle catene. In quelli tempi l’Ilole di Veglia, d’Arbc, di Pago, cogli Scogli di ^ara patirono tanti danni, che ne fegui poco meno che la defolazione : molte Ville fi abbandonarono, i greggi, c gli armenti, che erano numerofi, fi dilpcricro; c le genri, per difperazione, ftavano per abbandonar il paeie : quelli che erano atti alle arme, e alle fatiche, corfero tanto più prontamente ad alcrivcrfi fu le barche lunghe, che fino al numero di trenta s'andavano armando dalia Repubblica, come piò atte d’ogni altro Valceilo a Icguitar i ladroni per li ftretti canali, e per le Ipiaggie di poco fondo, colle quali ft veniva anche a metter gli Ufcocchi in maggior, dilperazione, a’ quali in Segna non fi pagavano gli ilipend) dalla Corte Cefarca; anzi di Ib proccuravaoo di addolTar qualche carico all’ Arciduca di Grata, per eflTcr Segna Frontiera particolare de’ fuoi Stati, lébben apparteneza del Regno d’Ungheria : e dall’ altro canto il pacle non dava comodità alcuna di agricoltura, o di altra induftria; le Icorrcrie di terra rilucivano di molto pericolo, c di poco frutto; c quelle di ntare, per le caule accennate, conducevano ben fpeffo alla forca, e non fempre alla preda: onde di pura rabbia gli Ulcocchi, non potendo faziar la fame col cibo, la sfogavano col languc, e colle uccifionì piene di crudeltà. J)a tutte quelle infolenze degli Ufcocchi, oltra il danno che ricevev.ano i fudditi della ScrcnilTima Repubblica, e le continue lamentazioni che portavano a Venezia elli, e 1 Mercanti che fpcflb erano fvaligiati, venivano ad irriiarfi maggiormente (come fi è giU detto) i Turchi- onde il gran Signore, c i Batà ne facevano in Collantinopoli continui rifentimcnii con protellazioni che, non provvedendovi la Repubblica, «fiì vi. provvederebbono da sè llcfli. I Veneziani all’ incontro, procèdendo colla iblita loro propria ^denza, olt^ la iòllecitudine che ufavano fempre maggiore di pcricguitar i ladri, e gafiigarli, facevano anche continui uffizj colf Imperadore', che non tolleraffe né' fuoi Stati una uni tana ingiufiizia; nè permctteOè contri quello che apparteneva alla dignità fui, e alla perpetua fama dell’ integrità della Cafa d'Auftria, che ne gli Stati fuoi fi deOe ricetto ad Uomini fcelleratilfimi, e a pubblici corfari congiungevano gli ufhzj a quello medefimo fine i Papi, moOi parte dal pubblico fcrvizio della Crifiianità, e dal peticolo di qualche guerra tra’ Principi fedeli ; vedendofi bene che a lungo andare non avrebbono potuta i Veneziani dar faldi a tanta ingiuria ; parte anche fpintì da' proprii intetelC loro, perchè nè anche fi portava rifpetto a' Mercanti d’ Ancona, e di altre Città della Marca, e della Romagna ; e veniva ad impedirli il commerzio, e il traffico con danno delle gabelle, e con rovina de’ Sudditi, Le quali tagioni movevano anche i Re di Spagna a concorrere nel medeCmo defiderio, e nelle medefime illanze per quello che pativano gli abiranti del Regno di Napoli, foliti a portar vini, grani, mandole, e altre preziofe merci a Venezia ; le quali medefimamente erano mal licure dalla rapacità di quella canaglia : oltra che il Re Rimava fua vergogna grande, che il mondo vedeffe elTer ricettati, e alTicurati nelli Suti di Cafa d'Audria i pubblj^ ci ladroni, oramai infami per le loro infolenze in tuta Europa, ? luori d’ Europa. Ma un’altro detrimento confiderabile moveva il Papa, come il Re Cattolico, a defiderare che foflc melTo freno a tante rubberie,* perchè, impiegandoli le Galee Veneziane nella perfecuzione di quelli ribaldi, non potevano elle a'tempi debiti ( come erano folite) feorrere U marine Pontificie, e Regie, per aflicurarle da’Cotfari, i quali, fatti perciò più arditi, volavano ciafeun anno di Barbaria, e di Grecia nella llagione delle Fiere, e ne riportavano fempre ricchiffime prede con numera grande di Schiavi, quafi a mano falva, non potcndofi tener netti quei mari con altri Vafcclli, parte per non elTere frequentati i porti ; parte anche per antico Dominio fempre lafciato libero a’ Veneziani di tutto il Golfo ; fotto il qual nome fi comptende quello fpazio di mare che fi rinchiude tra Otranto, e la Vallona, feorrendo verfo Ponente fino a Venezia. Tutte (quelle conliderazioni, e inierelli rapprefentati a Cefare con anta autorità della Sede AppoRolica, e della Corona di Spagna, non facevano altro effetto, che di Ipeziofe promeffe, e apparente indignazione, dichiarandofi di volervi provvedere in ogni modo; ma nel fegreto li vedeva che a’ Minillri corrotti piaceva il diflurbo che fi dava a’ Veneziani ; e forfè più la parte che loro perveniva -• delle prede. Si mandarono però alcune volte a quello effetto Comnicffarj a Segna con ordine di regolare quella milizia, o mafnada di ladroni ; fe n’ impiccò ul vola qualch’ uno, forfè de’ meno colpevoli ; fi reflituirono alcuni Vafcelli, e alcune merci di minor prezzo ; fi diedero ordini divulgati al Capitano di Segna, di non lafciar ufeire gli Ufeocchi per mare, e di non ricettarli dopo le lubberie : dopo i quali rimedj fi procedeva per alcuni mefi con qualche maggior modellia.- ma indi a poco, come ave llerò a rifarC del tempo perduto, fi faceva peggio, che prima. E febben, arrivando i malandoni con qualche groffii preda, il Capitano, per mofirarfi efecutore degli ordini, tal volta usò di chiuder loro le porte in facTomo II, T eia, e eia, e di fparar anche loro ianiglieria contra, (ma fenza danno per&) molìrando di non ammetterli, acciocché di tal Tua rifoluzione natidafle ravvilo all’ Ifole Venete, e da quelle poi all’ armata, e a Venezia ; nondimeno di notte s' [introducevano gl' Uomini, e le prede la maggior parte delle quali era del Capitano > c i predatori ne riportavano lode, e ciò che badava a trionfare colie loro famiglie per alcuni pochi giorni ; dopo i quali conveniva trionfare alla buIca, o morire di fame ; perché tanto contribuivano i mefehini in faziare l’ ingordigia del loro Capitano, e di qualche altro che co» mandava al Capitano ; c in mantcnerfi i favori d' alcuni Miniftri nella Corte Celarca, c dell’ Arciduca di Gratz, (che dovevano effer di quelli i quali, per mancamento di fede, fi curavano poco delta Bolla in Cccna Domini, o d’ altre cenfure ) che picciola parte ne rimaneva loro, come fi può argomentar facilmente dalia povertà, e milcria colla quale fono fempre vifTuti ; né mai fi è intcTo che alcuno fia divenuto ricco. anzi fi è fentito dir di un Ulcocco vecchio, fìorpiato, che, dando lèmpre a giacere in Ietto dedituto ^ ogni ajuto, confedava di efrerft ritrovato ne* fuoi d'i a tante preac, che le porzioni toccate a lui per certi conti tenuti cos'i di grof*. fo pafiavano ottanta mila ducaci; nondimeno era miferabilc, e mendico, cosi permettendo la divina eiudizia. £ fu detto piu volte, che alcuni mercanti fvaligiati, efifendo ricorfi alle Corti Audriache, per lamcncarfi, c per ottenere qualche reintegrazione de’ loro danni, avevano riconolciute intorno alle mogli de’ principali Minidri i giojelli, c altre cole prcziolé tolte loro. Cosi i Principi ottimi, e d’ imegriii, e giudizia incomparabile, vengono fpelTo ingannaci da’ mali configli, abulando della bontk, c clemenza loro, con denigrazione della* fama • c nel mondo fi celebra per gran gloria della Cafa d’ AudrU, che, dominando gìH 300. c più anni, cost lungo Impero, c cosi potenti Regni, abbia però rariffime volte, o non mai gadigato per qualunque fallo minidro alcuno, o nella vita, o nella roba mal acquidata : ma forfè meritano maggior nome di prudenza quelli che, ficcome fono liberali nel premialo i meritevoli, cosi gadigano .con feverii^ i mancatori : nè farò alcuno che polTa biafimar Rodolfo Imperadore della ientenza che fece contra Giorgio Popel, per nobiliò, c ricchezza tra' principali Cavalieri di Boemia, fc furono vere le colpe fiie, privandolo della libertò, e della facoltò : piò todo fi poteva dedderare che al mcdefimo rigore arrivane la giudizia contra altri due minidri che ultimamente fi fcacciarono di Corte, i quali forfè predo alla Maedù Cefarea furono autori di piu dannofi configli.' non fi è però anco ra pubblicato, fe edì fieno veramente dati anche fomentatori derubbimcnti degli Ulcocchi.* ma fc un giorno fi pubblicheranno i procedi che s* intende eder fiati fatti da’ Generali Veneti, cavando da diverfi cofiituti di rei condannati a morte t nomi de’ loro particolari fautori ; e con quali, e con quanti prclenti le li lenedcro amici ; forfè fi feopriranBo cofe che daranno cagione di arroflire a molli ; e apriranno maggior lume a’ Principi di conolcere le fraudi colle quali è fiata per tanti anni tradita. la fama, e il fervizio loro. Con qncfti mezzi fi foftenevino adunque gli Ufcocchi ; e reftando fruftatori tutti gl’ufliz; che fi facevano, per reprimere le loro infolenze, foddisfacendofi folo agl’ intereflati in parte con certe apparenti dimoftrazioni nel redo fi adducevano per ilcole l’ordinaria natura de’ confini, che produce lempre uomini di mal’ affare; e che in quello di Segna, tanto importante, che difendeva lunghe frontiere contra il Turco, non fi potevano cos'l vedere tutte le cole per minuto, nè gaftigar con rigor di giuftizia ogni misfatto, per non diftruggere gli Uommi forti, Lceffari a quella difefa: fi allegava l’efempio de’Cofachi, i quali, abitando alcune ifole forti, e inacceflibili del Borillene; effendo effi collegati de’Pollachi, e Mofcoviti, e de’ Tartari, danneggiano per mare, e ìtr terra fpezialmente le Citt'a, e i Vafcelli de Turchi; ne bafta dili«nza alcuna ad eftirparli: e lebben efft dipendono particolarmente da Pollachi, e da quel Re fono loliti di ricevere il Capitano al quale ubbidifcono, nondimeno, quando da Coftantinopoli, o dalla T«taria Precopenfe vengono querele delle depredazioni, e degli incendjloro, che fanno affai fpeffo verfo Moncaftro, e l’altre marittime terre della Moldavia che fi tengono con prefidj dal gran Signore, e fono mercati celebri’ il Re di Pollonia luole Tempre Icufarfi, che non è in lua mano di raffrenarli, dando nel rello buone fperanze, e parole. I Colachi, per aggiungere quello, (poiché fiamo venuti in propcnto delle condizioni loro) abitano, come abbiamo detto di fopra, I itole del Boriitene, che, febben’è fiume ncchiffimo d acqua, non fi naviga però per effer rapidifiimo, e pieno di Icogli, e di falfi eminenti; ma i Cofachi lo paffano parte con picciole barchette, o d’un fol legno durilfimo Icavato, o di cuojo cotto, acciò, urtando impetuolamente negli fcogli, non fi Ipezzino; pane s’ajutano co ’l nuoto; neaqueUi, che non fono ben pratici, è ficuro accollarfi alle loro tane, dove provvilli che fono di vettovaglie, non temono furia, o potenza di qualunque nemico- neirilole cullodilcono le mogli, e i figliuoli in mal compolle capanne- e quando elfi efeono, lafciano lempre alla guardia qualche pane della milizia. Sogliono effere intorno a 5000. combattenti in eredito di tanta virtù militare, e di tanta giullizia nella dillribuzione delle prede che alcuni nobili Pollacchi hanno quella per buona Icuola, ove n’allevino i figliuoli loro nelle arti della militar difciplina. quelli daMi Scrittori Pollacchi fono chiamati Niforj; perchè il Borillene, che da’vicini popoli è chiamato Nieper, da efli è detto Nis ; e Niforj fi nominano, come abitatori del Borirtene, effendo il nome de’ Cofachi m Pollonia più generale, col quale intendono la cavalleria leggiera. Ora i Cofachi o Nilotj, in tempo di guerra crelcono maravigliolamente di numero, 'perchè molti s’accollano volentieri alle b^e loro, o per la fama del loro valore militare, o per la fperanza della preda; onde fi unifeono anche de’medefimi Sudditi Turchelchi, non lolo Moldavi, e Vallachi, ma anche Tartari; delU qual nazione lono in gran parte gli abitatori delle circonvicine riviere del mar maggiore, fpezialmente di Orzunia, e di Balograd.. Ma tornando al nollro propofito, Cccome gl Impenah moftravano coll’efempio de’ Cofachi che ne’ luoghi de’ confini era neceflario tollerare anche le genti rapaci, e predatrici ; e che efli coll opera degli Ufcocchi difendevano queUe importantilfime frontiere, arte qu^, per Tom. II. T a lafprez-, lUfprezza de’ monti, niun’ altra Torta di gente farebbe ftau egualmente jitta ; così promettevano nondimeno di azi ordine tale al Capitano di &gna, che ptpibifle, e gaftigaflc quelli che danneggiaflTero > confini Veneti, o in alerà modo deflero molelHa a’ Cridiani .* ma U Capitano (ì fculava poi di non poterlo fare, per la tardanza, e pel mancamento de gli fUpendj, fenza i quali era impolfibile trattener quei prefìdj, nequali ordinariamente fi fpendevano venti mila Ducati all'anno; e niuno rilblfe di metter qualche fermo aflegnamento per quella poca fomma, onde cenfalfero le querele, e le feufe: anzi quando l'Arciduca Carlo rìfiedeva in Gratz, e poi l’Arciduca Ferdinando, Tuo figliuolo, moffi, o dagli interein de'loro Sudditi, o dall'onor della cafa d'Aullria, o dalla propria cofeienza, (come fono itati quei Principi dotati dì una ingoiar virtù, e zelo) facevano iflaoza alla Corte Cefarea che non fi tplieraflero i latrocin) infami, e che fi mandafiero a tempo le paghe, per levar quella feufa a' ladroni, e per metter loro il freno; fi nlpondeva che elfi, come più vicini, pìglUfTero la cura di pagar detti ihpendj, e poi regolalTero le cofe a modo loro.* ma gli Arciduchi fi Iculavano, che Seg-na non era dello Stato loro, ma appartenenza del Regno d'Ungheria; e che a quella Corona toccava la cura,* die elTi però non potevano addofiarfi quella fpefa di più, avendo da guardar tante altre Piazze centra il comun nemico. Con quelli trattaci, e con quelli fviamenii s’andava prolungando il rimedio, che con onore non fi poteva negare; ma, per altri rirpétti, non li penfava di applicare. Sopportavano nondimeno i Veneziani con una prudente pazienza tanti aggravi, e tanti pregiudizi, rifoluti di tentare ogni cola primacchè venire ad una manilefla guerra, la quale abborrivano per tre cagioni.prima perchè vedevano che la rovina cafchercbbc Ibpra grinnoccnti Sudditi degli Arciduchi, alla maggior parte de’quali lapevano fermamente difpiacerc le fcelleraggini degli Ulcocchi, ormai abl^miuaii da tutto il mondo ; nè fi poteva andar contra Segna, che ì primi a fentire le miferie della guerra non folTcro i vicini Fiumani, quelli di Lovrana, e di Novi, e altri non principali nella colpa. La lècoada caul'a, e più importante, era, che, movendofì i Veneziani per mare contra di Segna, i Turchi fi offerivano di movcrfi liibito per terra; nè clTi volevano in quel modo aprire la porta a’ Turchi da penetrare nelle viteere d'Italia, per non effer rei dinanzi a Dio, e nel colpetto degli Uomini, di aver voluto vendicare le private ingiurie con damo uiiiverfale di tutta la Crillianitk. Moveva gli Uomini prudentilTimi una terza ragione piti profonda, fondata nel loro panicolar lervizio; perchè, elTendo loro rimafie in Dalmazia, dopo l’ultima guerra de’ Turchi, le fole Citta marittime colle gengive di pochilfimi territori, dubitavano che i Turchi, gih invaghiti della bellezza e fertilità del paele, non s’ annidalTcro con villaggi, e palazzi fin fugU occhi delle lor Cittì»; con che i Sudditi farebbono fiati elclufì da tutto l’efercizio dell’ agricoltura, e le Cittù (àrebbono fiate fogeettc a continue infidie della gente di quella regione barbara, prelTo alfa quale non viene fiimata ragione alcuna di pace, di patti, o di leggi. Quefie furono adunque le confiderazioni, c le ragioni, per le quali s’andò portando innanzi il negozio, e proccurando il rimedio con pazienza, fenza prorompere in una aperta guerra; perchè in fomroa fi defiderava di vedere moderate le feorrerie degli Ulcocchi, ma non di vedere t buoni eftinti ; e fì aveva riguardo di non facilitare la firada alle maggiori rovine d’ Italia, e della Criflianit^ ; nè It veniva volentieri a partito di far patir a gl’ innocenti la pena de’ falli altrui .* onde da’ Sommi Pontefici, che Capevano U fegreto, fu grandemente lodata la pieù, e la prudenza del Senato Veneto, colla quale veniva anche moderato l’ardir di quelli che avevano Tarme in mano, e reggevano Tarmata; i qu^li', fecondo la loro natura militare, i più impazienti non potevano lòpportar tanti oltraggi. Ma era necelTario che tanti peccati di gente ribalda, tanti faccheggiamenti, e ammazzamenti di poveri, tante lagrime di miferi affUcd movelTero Tira delT eterno Dio, acciò, fé in terra andavano impuniti si gran delitti, ne moflrafTe vendetta il Cielo.* onde venne in penfieroad AfOm Bafsh della Bellina, regno che confina colla Dalmazia, di npprefentare alla Porta le molefiie, i danni, e le rovine continue che pativano i Sudditi del Gran Signore da quello poco numero di ladroni; e che con grandifilma indegnità d’un si grande Imperio, e di una tal potenza era il tollerarlo : che egli, fé gli foflfe data autorità, colle forze del fuo governo avrebbe non folo dillrutti gli Ufcocchi, ma allargati i confini per le reliquie del r^no diCrovazia, e de’ vicini Stati Aullrìaci fino a Segna, e piò innanzi folto i felici aufpicj Ottomani. Era Affan per vigore di corpo, e prudenza d’animo affai inclinato alTarte della guerra; nè contento degli onori, a’ quali da debole principio cosi olirà il corfo di mondana profperic^ era arrivato, che afpirava di farli flrada celle fatiche militari a primi gradi di quel barbaro Imperio: però difcorlè del negozio in maniera, che eli fu facile il periuaderlo alla Porta, ove fi defiderava grandemente di galligare la temerità degli Ufcocchi, ed erano inalpriti gli animi dalle continue lamentazioni de' Sudditi, i quali deferivevano in modo la crudeltà dc’iadroni, ei flrazj che pativano i fchiavi i quali capitavano in mano loro, che ormai fino in Cbllantinopoli, e nelle vicine provincie Europee, quando fi voleva pregare ad alcuno che non cadeffe in cllrema mileria, fe gli diceva cosi.* Dìo ti guardi dalle mani de’Segnani. Però furono volentieri afcoltaci dai gran Signore, e da i Bafsh i configli, e le proferte di Afian; onde gli fu data commilfione, che rómpelTe la guerra, la quale per tal caufa cominciofii Tanno 15572. e durò fino a quello del 1602, con variati luccelTi, ne’quali hanno avute continue occafioni i Crifiiani di riconofeere la particolare protezione dell’onnipotente Dìo, il quale, febben mollrò dapprincipio di volerli gallìgare, non ha però permeiTo che fin ora fieno affatto caipcflaii da’ nemici del fuo tanto Nome. £ quantunque ad Affan vcniiì'cro profperi i principj della guerra, poiché lenza molta difiicoltH s’impadronì di Sifacn, eBichiach, quefio fui fiume Una, e l'altro sò la Cupa, come oggidì lo nominano i paeiani; ambi luoghi opportuni a’fuoi difegni, a’ quali fi credea poterli dilficilmenre far conveniente refiflcnza colle forze dell’Ungheria, che s’ erano debilitate, per eflerfi colla fperanza della lunga guerra che avevano avuta i Turchi in Perfia diimelTo nel regno Tufo dell' arme ; ed erano annichilati i prelidj di cavalleria, e di Isteria, che per djfela delle frontiere fi folevano ne’ confini mamene;*e nuracrofiinmì colle contribuzioni dclT Imperio; le quali, parendo che gih ceiralfero ì pericoli, fi coovertivano in alui ufi. Ma quando cominciò la guerra, fi accofTcro tutti quanto farebbe Ilato utUe l’aver in tal occafione alla mano un corpo di milizia tale, ve^ terana, ed cfercitata; c fi vedeva che lalpctcar foccorfo da’Principi dellImperio, o da altri Potentati più lontani, era colà lontana, e incerta; ORoc fi temeva ragionevolmente che non andafie la Crovazia, e TUnghcrìa tutta in poter del nimico t però fi maledicevano UÌcocchi,e fi (kfiinavano loro gli ultimi lupplizj, come ad Uomini icelleraiiffimi, c autori di tutte le rovine. Ma ne’ maggiori mancamenti di forze, c di configli, volle la divina miiericordia loccorere i Crifiiani in modo, che tutti conofeefiero efler ugualmente facile a lei il vincer con pochi, o con molti: perchè, circndofi l'anno leguente condotto Afian collcfcrcito vittoriofo, c invigorito da i profperi luccefiì, vcrioSifach, c paffata la Cupa con dilegno di calate poi verfo il fiume,^e per quella via farli la lirada alia prcla di Segna, c all’ertirpazione degli Ulcoccht, e ad altri più valli progrefii, fu Icopcrto da alcune compagnie di cavaili, che*^ fi erano meflc infiemc de’ vicini prefidj Audriaci, con fine d’offervare gli andamenti del nemico, c di fargli alcun contrado in qualche anguilia dc’paffi, o d' impedirgli le vettovaglie, più tofto che di far teda, e di combattere a bandiere fpiegate in tanta dtiugiiaglianza di numero, efiendo i Turchi più dÌ40ooo., e iCrilliani intorno 4000. ma edendo quelli tnafpettatamciue avvicinati alla Cupa, e avuto l’avvilo che il nemico giù cominciava a paiTare, fi leniirono infiammare da un’inlolito ardore, che fi vide poi cnere miracolofo dono del Cielo; perchè, ove alla prima nuova della vicinanza deli’cfcrcito Turchefeo, tutti gli animi fi vedevano volti alla fuga con dubbio che nè anche quella fervide allo Icampo; ad una loia parola pronunziata dal Capitano, che meglio era combattere con quella parte che era giù pacata il ponte, e che le ne poteva Ipcrare qualche gloriofa vittoria, il gridar di tutti, che fi vciiilfe alla battaglia, e il marciare in dretea ordinanza arditamente contra il nemico. Tu tutto uno; ove T affalto improvvilo miie a’ Turchi tanto tpavenco, che, lenza far un colpo di lancia, o d’archibufo, fi mifero m una dilperata fuga : c perchè giù erano padati quali tutti per un pome non molto largo, (edendo il fiume crclciuto d'acque, che non fi lalciava gu^zare ) pei medelimo ponte conveniva ritomariene; il qual non era capace dì più di due cavalli al paro; e perniile Dio, per maggior dragc de’ nemici del Tuo l'auto Nome, che nel mezzo del ponte cadellè un cavallo ferito, che chiule il padb a gli altri; nè riirovandofi in tanta fretta chi fi pigliad'e cura di farlo rilevare, o di farlo cader nel fiume, fu cagione della morte di molti.perchè inanimiti dalla jnalpetraia fdicitù, attendevano co archibufi, e colle Ipade a farne drage; onde i Turchi fi i>ittavano prccipirofamente nel fiume. Le rive erano alte; l’acqua groda; il tumulto grande; la mano di Dio Idegnata; onde di tanto numero pochidlmi fi lalvarono; poohì morirono di ferite rìlpctto a quelli che fi annegarono; fi penderono ìt bagaglio tutte, e i cavalli; rimale morto, tra gli altri, Adùn con un fuo Iraicllo; c i Cridiani, allegri d* una si memorabile vittoria fcAza pur una minima perdita, carichi di preda, ricuperarono indi a poco Silach, c cominciarono fperar meglio di tutta la guerra, la quale ha portato in quedo fpazio di dieci anni varj avvenimenti certo, mù nondimeno uli, che ciafeuno è tenuto di confelftre, edeili «iTer(I manifeftamente fcoperti fegni evidenti della protezione deironoipolente Dio verfo i Crìdiani, perchè fono date efpugnatc le Cità xeaii, rotti gli efercìti formati, meifo in fuga il proprio gran Signore : nò fi può che nella prelà di Cliffa confifleffe la diffruzione de’Turchi; nè credevano altro, fé non che il Papa foffe per pigliarla per sè, e per quella via mandar efercitt Crifliant nella Boffina, e far follevare tutte le Provincie con fperanza di liberti: ma i difegni del Papa erano quelli che fono llaii accenn.ui di fopra; nè fi giudicava conveniente fcoprìrli per fola Cliffa; nè meno il manìfeflare a gente mal cauta la caufa della tardanza .però s’andavano trattenendo, con induUria afcoltando in tanto le pretenfioni eforbicanti colle quali ogni giorno fi facevano innanzi e l'Arcidiacono di Spalatro, fratello di Giovanni Alberti, diceva che la nazione Schiavona non voleva mettere mano in quella faccenda, fe non fi faceva un Cardinale della lua lingua ; e penfava che doveffe toccar a lui, o ad un Aio fratello Dottore. Era anche venuto per quello effetto Gaudenzio Canonico; ma più importuno de gli altri era il Cavalier Bertucci, uomo arrogante, e di pochiffima levatura, il quale dimandava il governo perpetuo di Cliffa con groffi Hìpendj; e già fi faceva padrone lolo del negozio; parendogli di meritar molto, (ebbene ne aveva pochiflima parte, perchè nè a lui, nè a gli altri fi rivelava il fegretò; ma le generalità del trattato erano in bocca, per la poca avvertenza di coloro, di tutti i Dalmatini che fi trovavano in Roma; onde pareva impQfiìbile che non ne arrivaffe il fentore a'Turchi; e che non faceffero le debite provvifioni per afllcurar la Piazza. Tutta quella gente negoziava col Segretario Minuzio; il quale, mentre afpetrava la maturità degli altri più importanti difegni, loffriva quelle impertinenze al meglio che poteva.* ma infallidito dalie contìnue moIcllie del Cavalier Bertucci, come egli era tenuto per natura, per la moltitudine delle occupazioni, e per la poca laniià, collerico, e impaziente, fe lo levò dinanzi, accufandolo di prefuniuofo, e dicendogli che forte il governo di Cliffa fi darebbe ad uomo di più merito di uii ., c che non conveniva innanzi tempo pattuire della pelle deU’Orfo non ancor prefo. Il Bertucci, il cui camino s’empiva di fumo con poco fuoco, fi voltò fubito verfo il Barone diNorad, all’ora Ambafciadorc dellImperadore in Roma, e gli efpofe tutto l’ordine della trattazione, motirando che ella era già matura; ma che il Minuzio, come fuddito della Repubblica di Venezia, la impediva co’fuoi configli. L'Ambafciadore fenz altro predò fede a quello gli fi diceva ; matfime che, per altre cagioni, era fofpetta a gli Imperiali la perfona del Minuzio, cosà per effer egli nato fuddito de’ Veneziani, come per effer dipendente da' Duchi ai Baviera, tra i quali, e la Cafa d'Auflria correvano all' ora alcuni difpareri ; onde egli abbracciò il negozio, e fubito fupplicò il Papa, che fi conccntaffe di lafciar andar il Bertucci alla Corte Cefarea, e che 1' imprelà di ClUIà fi tentaffe a nome di fua Tome if. V Maeflà:, .* il che non fii diflidle da ottenere, eifendo ormai infìilìidict fua, Beatitudine della prefunzione del Bertucci, e delle impertinenze di altri partecipi di quel maneggio., Il Segretario Minuzio, quando vide dalla pazzia d un'Uomo impedirfi U pubblico fervizio, e i concerti ben ordinati, cercò di divertire il mal configiio; e trattandone con Tua Santità^ fi sforzò di perfuadere che fi defie il Bertucci al Commendator Pucci, Generale delle galee Pontificie, il quale all'ora fi trovava in Roma, acciò lo cufiodifie lopra la ^alea, ove non potefie metter lòtto fopra materia di tanta importanza : tutto fu indarno, perchè, follecitando TÀmbafciadore da una banda, e il Bertucci daH’altra, egli fu Tpediio fegretanaence in fretu verfo la Corte ; nè fi perde tempo, che indi a poco fu forprela Clifia in nome di Cefare, fenza aver prima penfato al modo di provvederla di vecovaglie, e di munirla contrale forze Turchefche. Vi entrò dentro Giovanni Alberti, fecon Qiiello fucceflb di Clifia elaccrbò gli animi de gli Aullriaci, e de’lo ro Miniliri contra j Veneziani, verlò i qualli non parevano nè anche ben difpolli, parte per grinierclfi de’ confini, e per lunghi contraili frù dt loro; parte ancora per la mala inclinazione naturale che, portano i Principi alle Repubbliche ; ora pareva loro che i Veneziani avrebbono potuto provvedere CUllà di vettovaglie, o chiuder gli occhi, mentre i ludditi loro, affezionati alla cauta, le provvedevano; ma chi fi trovava fuor d'interelfe, ben vedeva, fc era pofiibile farlo: oltracchè, la vicinanza degli Ufcocchi farebbe fiata loro incomparibilmcme più molefia, e pià travagliofa di quella de’Turchi, co quali in tempo di pace fi vivequietamente con libero commerzio. Nel medefimo tempo, per la ifteffa cauta, crebbe anche la rabbia*, e il numero degli Ulcocchi : la rabbia, per la tagliata ricevuta folto ClifTa, e per non eficre fiati favoriti, come forte pareva loro di meritare, da’ Veneziani : il numero, perchè i fudditi Turchetchi che avevano avuto mano nel trattato, alcuni de’ quali erano propriamente di Clifla, altri di Polizza, temendo di gaftigo, fc ne fuggirono a Segna: il che fecero ancora non pochi fudditi della Repubblica, che imprudentemente fi erano ingeriti in quel negozio, e dubitavano però de’ cafi loro. Le quali faccende la Veneta prudenza non giudicò però doverfi andar più Ibttilmentc inveftigando, per non moltiplicar diffidenza, e difpcrazioni, e non aumentar di vantaggio il feguito agli Ufcocchi, i quali, dopo quefii avvenimenti, parte per isfogar Tedio conceputo, parte per certa opinione di far cofa grata a’ loro Superiori, da’ quali forfè anche venivano infiigati, fenza alcun riguardo fi diedero a danneggiare i fudditi Veneziani, Ivaligiando i Vafcelli de’proprj Dalmatinì, ove non poteva effer pretefto dei Turchi, o dei Giudei; levando dall’ Itole gli ammali, i vini, e ciò che vi era, e ammazzando anche gli uomini per qualunque minima refifienza, per caprìccio: onde fi vedeva che avrebiMno in breve dilolata la Dalmazia rutta, fe fi differivano le neceffaric provvitioni, la cura delle quali fu comn^effa in Venezia ad Ermolao Ticpolo con titolo di provveditor Generale, e con libera podefi^. Il Tiepolo fino da fanciullo sera efercitato fui mare, e aveva in diverfi carichi fatte cote maravigtìote contra Cortari, ed era grandemente temuto dagli Ufcocchi, perche era folito di fame irremiffibilmente impiccare quanti gli nc capitavano in mano; onde fi giudicava che fofle ora per far molto peggio. Si tapeva in oltre che era di parere che fi dovelfcro aflalire con aperta guerra i nidi de’ malandrini, e difiruggerli con ferro, e fuoco, c ne aveva dato principio, battendo Scriffa, terriccivola che gli Auftrfaci chiamavano Carlo Iwgo, porta fui canale della Morlaca, dirimpetto all’ Itola di Pago, la quale poiché ebbe prefa a furia di artiglieria, fece lubito impiccare quanti nè trovò dentro, cominciando dal Capitano, e Luogotenente con venti altri di quella ftirpe; e moftrava di dover feguitar nell’ ifteffa maniera in tutti i ricetti de’mafnadieri, fe dalla Repubblica non folfcro fiate temperate le ritoluzloni fue troppo ardenti, la qual era moda, dalle ragioni toccate di fopra a non correre ancora, tirata dalla neceffitli, in una manifejla guerra: ma ora aveva una confiderazione di più, che, effendo gi^ acccla la guerra tt\ T Imperadorc, e il Turco, non pareva convc^ nire alla pietk, e prudenza della Repubblica, fe aveffe nel medefimo tempo moffe le armi contra la cafa d’Aufiria; la quale fe in tanto foffe fiata afirecta da altri rifpetti, come grandemente fi temeva, di conchiuder la pace co’Turchi, eziandio con patti difavvantaggiofì, la colpa ne farebbe fiata rovefeiata tutta fopra i Veneziani ; onde efll prudentifiimamente fi aftenevano dalTapcrta guerra, febbene le fpcte, e le forze erano tali, che avrebbono potuto bafiare a farla, mentre i più prudenti volevano Tonu , V 2 pur por vedere fe la dilìruzione dt Scrifla pofefta ballare a metter pende' fo kd altri d’ovviare a maggiori pericoli; al che adoperava Papa Clemente tutta T autorità de' Tuoi configli; c vi s'impiegava anche il Rè Cattolico per zelo di giulhzia, e per riputazione della Tua cafa. Ma mentre che i Minillri di Tua Samitk cosi prafifo a Celare > come prelTo agli Arciduchi accufavano le rapine, ed i misfatti degli Ufccochi, efTì, per difcotparfi in qualche parte, avevano mandato a Roma il Padre Cipriano Guidi, Lucchefe, deU'Ordine di S. Domenico, uomo di qualche dottrina, ma di più audacia, di molle ciancie, e di gran vaniti, il quale e in voce, e con lunghe fcritture pretendeva di giudificar nel Mondo le azioni degli Ulcocchi, efaltandoli come tanti Maccabei, e actrì.buendo loro la falute d'Italia, è la difefa di quei conhni .* diceva che le depredazioni dc’Vafcelli di Levante erano idituite per zelo della fede, Up meme in «iw.fan»di ladaa fawodo upuione, efapata» vano aaiaanafi l'im falò», ni aliai potevano avanzare alcim di b>M. qnelb ara la fada na’p n bW ir i maneggi, c Belle aaminillcaaiaat del pafa biKO danaro.- ad ok» owlbaRino tempre ebe pili ia^rafie laro l’uiil» dei^ Patria, che le paiefte comodià; e tàiltir vera la doiniaa di IVh cidide, efie era magli» efiàr poveao Cictadiae in rioca Repubblica, eh» rioco Ctnadino i» paàeca Rcpubblica^Médema» gnelli mediocri làaa)tb, baftami però a fafiamaM onoramaeme le Ifato cndkario da gU Antca»ei e cen «jnelle vivevano modaniamete, fanza aadar con ^ aafiatb ocrcaad» quegli avanzamenti di factuaa che ia qaeftì u lt i mi Ma» pi hanno rnarinnitn pah n dafiderarfi in Venezia, per eflére erdeàna pib il lafln', e la pampa aaaoa i lodevolil&iiii coftarai de gli Antiche. Oia non patendo, per altre ocanaaaiatil, sbrigaifi à «aA» li da Vnnezia,-ad cftD^ d ai m a n di Bembo dalte-fae iadi%ofaiaai a totaarvi fubiaa, fa per deetea» .dal 9bnaa» eommAà ia ttam tuo* 1» cute dèi nagazio ad Anma i o Gii iftin iaaa, Cavaliere, Capita a o dalMfo, che, dopo eflèrC pebaatfo di iepa anni eootiau» eletcicaia oaaa». lamcat» in diverfi «pNcfci maaMmi falle Galea, fa aa taraava allBP»tra eoa gialia Iptt ml aa di maggiati aneti. U ^ftiaiajro era gbviaa^ e nvMNio vaduie fn dbaa le pih canuta talk fona agella faerigMìCaao nagaaio degli Ufooaahà, pcoo atl av a .eaa aaolm ai r aalp ea ioae, ma aon ima inifafa- ddigenaa» latpmlagli letvt pai coahere fapta l' Itoli di Ikav» niM*,'pregtnlifa«atc dd bada,, iaeiaat al numero di t^, pofia ia hmgo pabhiioa, diadan gmm daime iMtiaceU a gli oocbi. di gidlli ebe taaaivana ogai giafaoir t*a vidi delle nefande opemzieai di qalblU mala gente nd iè ri 1 11 É mm tTavarna vedute in thrt tempi mma in una \ml(»r‘ onde ibtmata ‘dal Ghifiiniano veniva ia Venenia alnaw fa|>ta le IbcHe; e parmra abdfa Ibn Wioiib poteflè pnrmr anche gunkbe iMg^ bene, pafcbb‘b>ga4 gfarni a' era aperta la (bada a% nranaaiooe d’aaaomodanmmo di tuoa il negotio. Perebi, avendo i’Aicivtfoovo di Zara ptapofti ab Papa dhreti! modi di Ttrminaelov ^ Santnb.gli c o m m dt chce’abaceaflà oel VdcBvadbSa. gna ' che faa loro vedifaio dt i nri ma pn are H mgnaioa qnalcha via di«oiSellane, per poterla praporte a gTfamc eff aii aa« nRipn fandaaiadco. n Vcleovo di Segaa àMitai» daU'Areivetehvo pw n Zatay 1 fii fora fi maaciD dirwle coafarnuc per plbigforni, la gadfLdI maao in maao fi eomumeavano al fopeaddetto Gin fii aiana. Per nadir la facili* della fa» faba y- M fiaa 4 delibati eba II IMòafa anddfc afa Ora di 4fcua, «‘ dì'dPtaga, per panar di fa gaalahe «onuneCaM famm iella rtffai xieac di'partiti, fafamma de’-gadi tra» che ipMHa amltitadiat # aaafan rapaai non fi dfafadfe tataa-mMa in fiagna, aia fa maggia»-]*». « fi omiddaefie a gaaidia.fa mrnf e -^aal».pacevaaa afiàe pifi alili *1. U fifiefa de’ coafiai, a amna atfa afle eabbama fi an fama da emgofa XbtI. par bene de’tlbagulei, i oaif il gnale ricusH 4’andarvi, # fg privato deibilttpcudio: per kicbe lùarrtò a Segua, ove viveva luetavb, «a meidiiinos e carico di. iigliualà, fcnia credito, e mezzo fcenip. di ccVvella, Ma tornando ah ptopofiio noAio, à Vaibovo di Sogna, arrivato aGratz, tiDvò in quella Com agni cofa beo ddpoAa, e unedbecra incUnazione all' acoooodamenro,' perchè il Priocipe, ottinio, t gioMfimo, era modo aon lob dalla -diminnzioac delb proprie gabelb, a dal pctimemo de'ludditi, w gl'interrotti con f erai, e per rimpedna vettovagUa; ma moim più palla prapiia caicicnta, e dall' intcìelb datb ripotaziasie della Cala d'Au. liru, che, onorata nel mondo per «ami imperadori, e tanti Re, veni va ora htad'xtia di fi>mentare nc'&ioi Stati pubblici Itdroat, crudalUiaw, miai imbranati di langtie Criiinno : ma perghi aon dipendeva raccomodamento daU' AicidiKa, il Vebovo 111 canfigliaio da lui di trasferirli olla Corte Celareai c lìi aecoorpagna» a quaU'sBciio con lettere a ' peopolito. Ma in Praga la dtfiicolih ota'era all'ora di veder la bccia delllmporadofc, eoo che di negoziare Icco, c il mal animo d'alcuni principali Minifiri, i quali godevano di vedere cos'l travagliala la Repubblica di Venezia, o' perchè avevano altra canb di bvorir le rapine degli Ulcocchi, fece perdere il tempo al Vcliavo, chi noe ne e^rh, le non buone parale, c dilcoifi di rmieiici tutta lo biKenda. oli' Arcidnea. In tanto era nllr‘"T'‘‘ Venezia il Genezal Uooato, e datb una occhiala al pacb y coniidefamfa i ptlTi per. h quali gli Ulcocchi potevano ufeire dal-Caneb di Segnlbforrerc pop I» IMmatia, riloile con pruden;ifli«no «anfiglÌÉ di cisiuderne con Foni oppartnni, e muniii dt geme, e di oriiglierin, l'tmqnell'Udla «NVeglb el canafeiefelb MorUgea, ove è I «panguAa hoese,.per la quale erano tolih-gli Ufeooahi di patfaroìèrequcMe benu. Qnelli Rccoam erano t più coowdi pofli a chi voleva ulcira, ed eaiatie.&nmmcnce,-«aai erano piu Acili a temi* per l'anguOia del fieove fehhene rimanevano o'hdrooi alcune altre pocboutcMc kherc, nopdimtno, quandafi davo fero b caccio nei ritomoy grantliflinio rifchio : però fi vide daircffetco che quel pmdentiflimo con. figlio mife i ribaldi in efirema difpcrazionc, malTimc che col primo forte di S. Marco s’impedì a’Segnani il commerzio di Fiume, donde erano fo. liti cavare le vettovaglie, e provvederfi de gli altri bifogni : con che fi può dire che fi toglicirero loro gli alimenti; però fi riduflero tofio all’e. flrcma necediih di tut^c le cote.* e come un'impecuofo torrente, a cui fia pollo innanzi un gagliardo riparo, è forza che sbocchi colla fua furia in altra parte; così cofioro, (limolati dalla fame, ne potendo più ufeire per mare fenza manifeilo jsericolo; vedendo che quanti di loro venivano alle mani a' Veneziani ( c ne venivano molti ) tutti s’ impiccavano verfo i confini de' Turchi; (dfendo giìt, come fi è detto, dilettata la Licca, e Ja Corbavia) non rcllando loro ipcranza, fc non di mii'eric, e diffìciiilTime prede, fi voltarono temerariamente, e rabbiofillìmameme (non mirando quanto importava tirar una nuova guerra addoflb alla Caia d’Auilria, come ?rano fiati foli autori deli’ altra co’Turchi ) fopra rifiria, e con terrore dì manifefia guerra, non che di rubberic, e laccomani, entrarono ne'iuoghi murati, e anifièro fiendardi imperiali; iaccheggiarono le terre, c le Caftclla, c fecero fino de’ prigioni ; onde fu ammirata la difcrczione, c fapien za Veneta, di iaper divorar oltraggi tali, e non venire, per le cagioni narrate di fopra, a manifefia rottura., Provvide ella bensì con fubtti foccorfi alla ficurezza de'fuoi fuddici, inviando quel numero di cavalli, e fanti che pareva necclTario al bifogno.il governo della qual gente, e di tutto il maneggio deli'imprefa fu dato a Francefeo Cornare, Gentiluomo giovine, ma che nel carico di Provveditor della Cavalleria di Dalmazia aveva dati legni chiari di maturo giudizio, e di una incorrotta fede nel negozio de' danari pubblici*, le quali virtù l’avevano fenduto maravigliofamcnce grato al General Donato, il quale lo predicava con continue lodi, ovunque occorreva : c inficmc colia commelfionc di provvedere alla ficurezza delie terre dell’ Ififia, e di quei, popoli, gli fu dato il comando di non afialtar però i luoghi dcU’Arciduca iu s^uei confine, ma di gafitgar i malfattori, di vendicar ringiiirie, c di rifarcire i danni, 0 pubblici, o privati a mifura colma: Il che egli andò efeguendo con tanta vigilanza, c con sì accorta maniera, che, feJgU Ulcocchi trionfavano di qualche preda, tofio ne piangevano i fudditi Arciducali, c maledicevano chi n’era caufa*, accorgendofi dì dover in breve (fe non fi accelerava il rimedio) rimaner tutti diftrutti; perchè non indovinavano che Tarmi Venete s'aveflcro fempre ad adoperare con quella rilcrva, e quella dilcrczione la quale negli fieUì lagrimofi danni veniva lodata, c ammirata da chi non s’internava neli’iiìternc caule d’im tal procedere. Quelle faccende fi maneggiavano in Ifiria col configlioj e coir autoriih del Capitano di Ralpo, ch’era ^rnardo Contarini, Sonator gravifilroo d’anni, e di prudenza, folendofi dar quel carico, benché di luogo piccolo, ad uomini tali, e benemeriti della Repubblica, alfine di rilàrcirli delle fpefe fatte in fervizto della Patria coll' utile importante che fe ne cava*, onde s’ era trovato nei medefimo Magiftraro il Ticpolo, quando egli fu creato Generale contra gli Ufcocchi: ma il Contarmi, alla fomma degli affari,^ e delle fatiche mon potendo refificre Perù fua, che palTava giù 80. anni, chiamò Giulio, luo figliuolo, che ne lo follevalfe in qualche parte; il quale, elTcndo d’ ottimo giudizio, e molto rifoluto ne gl’ importantidìmi negozj, Tpjw* il X a c con i 64 storia f congiunrifTiino in amore col Cornaro, ebbe la mira Tempre a portar (juella nuova, e infolita forma di guerra a quei fini che lono flati deIcritti con maniera molto accorra, e lodata. Ora mentre che in Iflria cos^ s'andavano bilanciando le cofe, c fì temeva che non riufcilTcro finalmente in una manifcfla guerra, il Donato aveva gili fatto Taccheggiar da' Tuoi l'oldati la Terriciuola di Lourana, non lontana da Fiume, con maniera tale, che ben fi vedeva effer lua intenzione, piuttollo di pizzicare, che di ferire, a finche altri fi rilvcgliaflcro al rimedio, c dopo aver con diligenza finiti i due forti fuddetti, e dopo averli provveduti cos^ di milizia, come d’ogni altra cofa necelTaria, e vedendo andar a lungo raccomodamento, il quale tuttavia fi trattava, aveva in animo di palTar ^ qualche maggiore progreffo. Nondimeno il Papa, il quale aveva per quello accomodamento già molti mefi 'contuinui in Corte CeTarca Flaminio Delfino, che non cavava rifoluzione alcuna, bens'i Tempre fperanze buone, e promefTe, fui fondamento di quelle continuava a pregare i Veneziani a procedere co’ foliii riguardi, lenza venire a guerra aperta, con rutto che parelTe loro grave la fpda, c ormai foflcro infafliditi dalle lunghe, c vane fpcranze; poiché efTì confumavano teforo tale, che avrebbe potuto ballare per una giufta guerra, ove almeno avrebbono potuto pretendere non folo di render danno per danno, ma di ridorarfi con qualche acquido dc’gravi patimenti. Ma elTendofi in qiieda congiuntura accampato l’cfercito Ottomano guidato da Abram Bals^, Cognato del gran Signore, fotto CanilTa, Piazza non lontana dalle Frontiere della Crovazia, e dellIdria, parve piucchè mai necelTaria la pazienza, acciocché, fuccedendo qualche finidro accidente, il Mondo non nc dede la colpa alla Repubblica, che avede in tempo d’un tanto bifogno tenute occupate altrove le forze Aullriache; onde non farebbe mancato chi 1' avede calunniata d’hueiligenza co’ Turchi. Per quedo il Donato attefe a regolar le milizie, ordinandole in modo, che un numero minore potedè predar il medefimo fervizio, e cosi fi diminuiffero Icfpcfc. Erano neH'armata diftribuite parte lopra le Galee, parte fopra le barche lunghe quattro divcrle nazioni, unte valorole, c acccfc di una onorata emulazione di virtù, Italiani, Cord, Dalmatini, e Albancfi, co’quali era opinione dì molti Capitani pratici, che s’avrebbe potuto tentare, c condurre a fine ogni ardua imprcià; madimc comandando loro il Donato, che era mirabilmente ubbidito da tutti, perchè, oltracchè li pagava a’tempi debiti di moneta con vantaggio, ufava di trattenere i Capitani di tutte le dette nazioni, coridlemente ammettendoli di continuo alla fua tavola, nella quale, febbene non voleva il ludo, biafimato in quelle d’altri, fi vedeva però un’ordinaria fplendidczza; c Tcbbene nel volto, e nelle parole lue fi feorgeva natura inclinata anzi a fcvcric^, che a piacevolcza, nondimeno fapeva temperarla in modo, che riufeiva grato z tutti.* ma principalmente i popoli di Dalmazia lo benedivano, per l’incorotta fua giulìitia; c i Magillraii inferiori lo temevano, per Topinione d' inviolabile integriti. Dilpoflc adunque le cofe nel modo che fi è detto di fopra, il Donato con buona licenza del Senato fe ne tornò alla Patria, edendofi in fuo luogo (con un giudizio univcrìale, non di Venezia loia, che lo elede, ma deU’armata inficme, c di tutte le Cittì» marittime, che molto pri ro prima Io prcdifTcro) commclTa la fafHdiofa cura degli Ufcocchi a Filippo Pafqualigp, ch'era all'ora Provveditore dell’ armata, ed era palTato, fi può dire, per tutti i carichi che comandano fui mare, nel quale aveva menata la maggior parte della Tua vita fìno dal tempo in cui dall' armata CriOiana fu rotta la Turchefca a Curzolari ; ed era flato riputato Capitano valorofo, vigilante, e rifoluto, mafTÌBie contra i Corfari, de' quali fi faceva conto, cha avea prefo fìno a quell’ ora gran numero di Vafcelli armati; onde tutti andavano indovinando che per mano lua dovefTero anche reflare domati finalmente gli Ufcocchi, contrai quali egli, conforme all' ordine ricevuto, fe n'andò colla Tua Galea vecchia, e veloce: ove fi vide toflo ch’era per camminar dietro a gli antichi configli, col perfeguitar i ladri, e impiccarli ovunque gli avefse colti; e con rifarfì de’ danni de’fuddìti fopra chi gli inferivano, fofscro chi fì voleffero: nella qual imprefa entrò, oltra gli ordini pubblici, con gagliarda rifoluzione propria, con si fatto fpa vento de’ malfattori, e con tanta fperanza dc’popoli afflitti, che la Dalmazia, e Tlflria cominciò fubito a credere che fofTero toflo per finire i loro lunghi travagli. Tenne egli bene cufloditi ì luoghi fortificati dal Donato, e ordinò le guardie a gli altri paffì di mc^o, che ogni ufeita fo(Te agli UIcocchi pericolofa; e perchè il porto di S. Pietro di Nembo neH’llola dOflcro era ordinario ricetto di molti vafcelli, t quali o dalle oppofle rive d’Italia paffavano in Dalmazia, o di Dalmazia navigando verfo quelle parti, o verfo Venezia, quivi fì fermavano, per afpettare tempo opportuno al loro paflaggio, onde gli Ufcocchi erano ficuri di trovarvi lempre occafìone di preda, quando potevano tirarfi fin 1^; Ì1 che facevano tal volta cacciati dalla fame, e dalla difperazione ne’ tempi piò fortunevoli di borea, quando nè le galee, nè le barche armate potevano reggerfi alla furia del ventosi! Pafqualigo, per toglier a’Iadri quella comoditi, e per aflìcurare a naviganti quella danza, fì fervi prima d’ una Chiefa vecchia, e derelitta, per collocarvi dentro a quello fine un prefidio di foldati; c poi vi fabbricò un forte in fito opportuno, con comoditi anche d’alloggio per qualche pafTcggiero che vi capitafle ; c ridorò la Chidà, provedendola delle cole necelTarie, con ordine che vi rifiedenc fempre un Cappellano, acciò a quei foldati nè anche mancaffero le confolazioni fpirituali : il che tutto l’efpericnza fin qui modra clTerfi latto con prudcntifllmo configlio. Con quede diligenze redò, (i può dir, aflicurata tutta la Dalmazia; e i ladri, fuor di qualche ben repentina fortita fopra Tllola di Arbè, e di Pago, ove depredavano qualche animale, poco ardivano di folcare piò i canali di Dalmazia; e per ogni poco danno che facevano a' fudditi Veneti, ne pagavano U ho, o cfli, o altri fudditi Arciducali con ufura; perchè il Pafqualigo faccheggiò primieramente Ledenici, poi Mofehenizze, c Terzato, c Belai, tutte Cadella del Contado di àgna : fpogliò altri vicini luoghi di animali, e di abitatori di maniera, che ogni cofa era piena di pianto, e di fpavento, nè alcuno fi teneva ficuro, fe non ben lontano dalle marine, 0 in fortiflìmi ricetti: gfinnocenti maledicevano i malfattori, che erano cagione della rovina loro; e i colpevoli reflavano confufì, confiderando a quanto incendio avelTero elfi data occafione In quello mentre co’medefimi paffi camminavano le cofe d’iflria, ove i ladroni, vedendofi ormai chiufe le firade in Dalmazia, cercavano di rimediare alle loro neceflitìi : ma il Cornar© vigilamiffimo, ficcome roetteva cura di non clTer il primo all’ ingiurie, e a i danni, cosi non era pigro di vendicare ogni minima ini'olenza; e gi^ aveva empiute \ timo quelle frontiere* di terrore, c arricchiti i loldati colle prede, colle quali s' erano anche rUiorati molti danni de’ poveri ludditi, e quelli di Marc'Anionio Canale, che, mandando le lue bagaglie a Zara, ove era desinato Conte, ne era Oato ipogliato da’ maledetti Uicocchi nel cammino: Onde i ludditi Arciducali di quei contorni, afflitti da si fatti danni, e temendo lempre di peggio, dopo il primo ricorfo che fecero all’Arciduca Ferdinando, che gli liberafle da tante oppreflioni, c provvedelTe che gli Uicocchi nqn fon'cro cauia delta dillruzionc di tutto il paefe; nel qual tempo era flato loro rilpoflo con termini generali, che non fi prometteva fc nop tardo rimedio, c incerto; ma fi confortava alla pazienza ; rinnovarono poi Tinflanza con concetti piti veementi, moflrando che non era pu'i pofllbilc fofferir tante rovine per colpa di pochi Matpadìeri; e che elfi làrebbpno sforzati a metter alle cofe loro altro compenfo, fc fi differiva la provvifione: c pareva veramente che, andando le faccende più in lungo, fc ne potefle temere qualche rivolta; però, eflendofi già per le molnpiiqate iflanze del Papa, c per le replicate propofte dell' Ambafciadorc, deliberato in Corre Celarea di commettere con un'affoluta autorità tutto il negozio all'Arciduca, fpediti furono finalmente i difpacci, dappoiché Celare s'aveva levati d’ attorno quelli che erano creduti ^iflu^hatori di buon configlio. L’Arciduca, fenza perdervi più tempo, avendo fempre dcfidcrato di liberar la lua Cala da un tanto obbrobrio, volle fra tutti i Miniflri fnoi Giufeppe Kabatta fuo Configliere, e Vicedomino nel Ducato di Camicia, di cui fi fece menzione di Ibpra; c centra l'iflituto della Cafa d’Auftria, lo deputò folo, c unico Commeflario, con libera podeflH all’ accomodamento degl’ invecchiati contraili « ai gafligo degli aflaflìnì; con ordine di dar ioddisfazione tale alla Repubblica di Venezia, che z' ormai fi ccflafl'c da’danni, cos\ nciriflria, come nella Dalmazia; fi le ' vaffero gli affedj delle Citt'a marittime, e fi rcfliiuiflc il commerzio a’ fudditi con fìciira navigazione. S* induflc f Arciduca a preferir quello foggetto a gli altri, conofccndolo Cavaliere d’ottima fede verlo Dio, e verlò il Principe, come l’aveva efpcrimcntato nell’ eflirpazione dell’ erefie per la C.arniola; nel qual negozio aveva Ipcffo moltrato di flimar poco i pericoli della vita, putehe adempifle compitamente i’iiflìzio fùo: cos'i fi ipcrava ch'egli folle per far anche in quello, il quale importava alla buona fama de’ Principi, alla lalure de* ludditi, e alla gloria di Dio, in cui ditonore facevano uomini Icclteraiiffimi patir tanti poveri innocenti, e perir tante povere anime. Il Kabatta era di languc Italiano, e i progenitori lùoi con carichi di guerra erano di Tofeana veruni al lervizio dell Imperador Carlo V-, lotto il quale colla virtù acquiflarono onori, e ricchezze.* nè egli degenerava punto dal valore de ’luoi Maggiori: però, volendo corritpondere all'opinione dell’Arciduca, c al giudizio che fi faceva della pcrtona lua, fi mife con tutto lo fpirito al maneggio impoflogli; e prima dogai altra cola deliberò dì abboccarfl col Cornar©; c per allicurar di poter anche levar da quei confini alcuni foldaii, c che in tanto non fi avclfc a proceder in quella parte con termi icrmùù d'oAilitì, ove il Coriuro mollrò che, purché non iolTm cUnneggiati i luddiii della Repubblica, egli Aon fi moverebbe di ui pelio, eflèlido tali gli ordini fiioi, e avendo caiqoiioWb fin eli’ ore -con qiiella diicmione che i Minifiri Auftriaci dovevano lodare: poiohi, Éebbenc aveva forze confiderabili foliemue con molu ^la, colle queU avrebbe potuto far infiniti mali in pacié poco (am, e poco prowifto, nundlnneno non s'era mofirato nemico; k neo ^ade l’infialeBxn degli Ulcocchi, e la difela, o follevameiuo de’propr) fàddiii l’ avevano indotta! perb provvedeflc pur U Rabatia ^e dal canto fuo non fi rinnovaifero l'ingiurie, che egli, tenendo le vecchie per ben veadican, a'alicrrebbe v^eniien da ogni altra oStfa. Il Rabana redi conteonfiinKi della riletta deldCniMio; e fi aaarayi|li& di vedeee un giovine coti valorolo peli' armi, ooai pendente ae’ configli, e caci accorto nelle rifpo{le; nè dubitò che potowc elTergli maBcato da ijaeila parte, vedendo che fi ptycedeva finceraoMOte : potò, avendo abbaftanaa prawifto che con nuove rubberie non fodero provocate quell' acme, levò ficuramente la gente di quella perù «he parve neccllària a' Cuoi fini, e coadfii, e con altra raccolta' in altre pani, fé ne venne verib Segna armato in modo di jntet ilbrzar afi'ubbidieoza quelli che voloncariamence non vi c' inehinailero. Giunto adunque il Commeirano nella tetta di Fiume con ul apparecchio; e fapaado che, per le molte pnwve, i Veneziani. hvrebbono potalo afpetiare poco ^ttO| della fua commedieoe ; poiché tutti glà.altri venuti in altri tcn^d cbn .fimil calicò avevano avuto poco penfiero di medicale il male della radice, ma s' erano oonteneati di dame un'apparente loddbfazione, non accomodamanio ; non coaando che poco dopo la partenza loro le facceuda risadpITaaa :oef^adoCau dilbrdioi; elferiio nwluta 4 é-drizar la paaunn.alU.via d’un reale, e fodoaecomodamento, il quale conycoiva alMl. dignità db' fiioi Principi, e alla ficurezza de'fuddfti, pensò eder necedàrid di levar primieramenM fot»bw, e i fofpetti, che potedeio aver, contrarii, e poco iinceri dilegni i Veneziani ; onde procciwò con lenere coufidenia predo at Generale PaIqualigo; che, per piti facilitare la trattazione, fi era trasferito con paiv re dcH'aamaia lopn Pifida di Veglia,, ove db da -Calici- Mufebào mira con p04n anicrvallo le .-vicine riviere de gli Auflriacia i Qpivi dunque fi portò il Vèicnvfli di Segna per oediae del CommUfario al Generale, per alficuraria-che fi faceva da davero; e par precario a cornfjpoodere dal canto fuo olla buona vnloacb degli Autteqtci,dove il Vclcovo riferi che i punti dé^ corameflione erano veramciur di galligare i ladroni fecondo i merici;>(a non tutti, almaio i capi ; difcacciar di Segna, e da tacco quel cragta> IduUjpi Veu^i sbandici, fuggitivi, e fallili, dalle Galee con perpetua peoihnMa di ano ricettarli per r avvenire; e, quplU che piò importa, dà levar gli ilfigocchà da Segna, e da' vicini luoghi marittimi, tralporunduli mdi.ulcuni .CallvUi fn terra, non raeim oppornini ajla difela de' confiìfi^ -eha .-dtaie àcsunudati alle rapine del mare;, e in fine. di proibire a quelli che nmt.nefiÌHo in o in altri luoghi mnrireimi, -ogni ule di bauahat-aa onare (VàevaMo l'autofitli anche aà Capitnnla.di Segna di far limili Ipediniiaàp imi • voiwo rirolvu-e; * f>rii bene, poiché fiams vewKi ia pnipofld), che qui li ne difeorra bravcoienlc la caràne. ’MoAcaThno i MùùAri Imperiali d'aver gran geloCa delia &ctena di Segna, • KrI'uadcvano i Principi, che, levando gli Ulcocchi da quel pnlidio, (quafi che altri non olièra atti alla difcla) o i Turchi l’occuperebbene, q t Veneziani, che gik podèdevano tutte l'liòle, e le parti marittime della Daloizain, fi iatebbono tetto padroni anche di quel pone, e che alla digiiitè della Cala d'Auttria, c della Corona d' Ungheria, impoKaea rnelto conlcrvaz quelle picciole reliquie di dominio marittimo, si per dipender da quelle la conlcrvazione d'altri Suti, come mobe percÀè mi giomo avrehbono potuto eflèr oppoRimc alla ricupe-nuimte deU'altre coe preiqfè; poicÙ cop eA Ièlle fi imaeerrebbe l ' mo della navigaziom per (didnatiao .. Qwttì, erano gli argementi apparenti co'quali fi andava divenmdo ogni innmmiione ne gli affitti di Segna, c per coniegnenza lotteuendo’ l’ io^natih da’ delitti i^li Ulcocchi: imehè in iàtio non latebbe mancata altra nazione molto pih atta aUa dileià di quella Piazza, la quale in mano- de' ladroni era anzi maUfiimo ficum, 'panc .per la loro inlèdelih, e per elTere la maggior par. te amefii a'iiimiti de'Tnrebi, e qmlla cittadinanza lenza alcun riguardo; cade facilmeatt avrebbono potuto entrarvi de' traditori ; pane per. che fpeSe volte FaaKir della prùda, e delle rapine aceva iaiciac vota attimo la Piazza, ulcendo tutti, or per terra, or par mare, alla bnicaf Bai qual calò rìmaneTa la Eiaaaa cpotta a i repeatini allkiti, e all'ii^die de'aemici.' eitre a che, le mbberic continue degli Ufcocchi anzi acctclcevano i pqticoli, irrimado caci i Turchi, come i Venaai»ni a tcacaiarli filari .di qaa^ iofimii nidi.- onde più volte avevano i Turchi ièna iftaaea a'VeBeziani, O'cke etti •’ impadioiiilièro di Segna, e permeitclièio kno di venir coU’ armata per mate, e pon> eli mii i di «cin aU'cfiirpiuioBc de gli allèilHii, comuni Bo a n ci. Ma i Ycaevaot, coafideianrio ^ pmiòadamcBte t’ùàaarfaBaa'di tal neg eai b ^ avevaao (emprc aolla toro pradona dtvartM iHilt B*ni|^, taiaa pammiifi, bob fido alta Cafa d’Aufirià, ma n taro itieiiefimi,.c a tutta Italia ‘liifiema; aè per sè ttcttb potrebbe crcdeie alcun iwmo bivio eh’ alpirattèn mai i Veneziani al daininio di Sopra, jxrchè con etto t'addottèrebboaa una grotta Ipeta, -c ua centhuiO rame di contraili enza guadagno, o utile otauao, o cantbdiih Verona di roomeato per tempi di guerra, o di pace t nè è venfimilc che Minittri Aullnaci non fofe» affiti bea note tutte la rag ioni a ma con quei fimi lòlpatii coprivano altre loco imerac pattanr, le qnali in alcuni pochi derivavano da un vii intgrefi le detta pamnpaatataa delle prede; e in miti da ua comune mal-MHa vcrlo il Baine VÒSiano, geneedio dalie amiche guerre, nelle qiuuoaàcrano in oumo dc'Vcaeziani molte colè che pfi altri pracemkaaiio ttièr di loro ragiaae ; d ita Mei naturali ttimuli che rcndoiw fenipre adiidè le fteanbUiclatini^ £aó tetti da un iolo, e loipcRi i Principi Manarebi a' fa^Fcaai-dr tnplùtudiaè ; fé pure di quelle avverta inclinoaiou non vàgleBaro ^ ta alla divetfitb deUe naaioai, eba, doennfMiaaafiMM èowana, lotto ioliaa a aoo miraifi con basm ocebéa, ara m». lan fcmpae i còKibbì dillihna^d'qgttb. mipànoatovnimno piglia baabta. o« lag ta naw tai, «prtMÉtéMaU cfitatrtalim^ aiaii, ed attiaaa la voimnb; M che fivpofièbboao adthace tabetai efempj, cos'i dc’noftri, come di altri tempi.* ma non facendo più che tanto apropofìto, li tralafcieremo. Il Kabatta a quelle ragioni ne aggiungeva un'altra piena di malvagità, e di fellonia, la quale nondimeno egli teneva per la più reale, dicendo che i Miniftri eretici, Ipezialmente di Grata, impedivano lo accomodamento cogli Ulcocchi, pcnlandò che per quella via avefle il Principe loro ad intrigarfì in guerra anche co’ Veneziani; e che, immerfo in tante occupazioni, avclTc finalmente a defUIere dalla riforina della religione, nella quale con vero zelo di Principe Crìiliano, e Cattolico egli procedeva, non olUnte i pericoli della guerra Turchefea. Veggafi di qua quanto importi valerfi di Miniilri di mala fede verfo Dio, i quali fono anche per ordinario infedeli verfo i loro Principi. Ma torniamo ormai alla Storia nodra, per dire come finalmente i Princip i, adretti dalle accennate ncccHitH, e follecitati da’continui uffizj del Papa, c inficme del Re Cattolico, non oiando i Configlieri cattivi contrapporfi alle neceffarie riloliizioni, deliberarono di rimediare leveramente alla malvagità degl' Ulcocchi, e di dar ordine il Commilfario Rabatta, che dopo il gadtgo de' capi riformane gli altri alle Cadclla fraterra, nè UrcialTe alle marine, fé non quelli da'qujli p')ceire promeiterf» più moderate azioni j c a’ mcdefimi impedifle ogni elcrcizio di corto, acciò tutto il dellderio, che avdfcro di preda, andadè asfogarfi fopra 1 Turchi. Col ledimonio di quede commedioni avendo il Commeffario data fperanza al Generai Veneto che le cofe centra la prima credenza fodero per palfar felicemente, e che egli per la pane fua rincamminerebbe con t^ni finceriih, ottenne all'incontro ficurezza, che in tanto nè in Idria, nè in Dalmazia l’arme Venete ofiènderebbero i fudditi Audriaci, e che a lui, alle genti fue, e alle munizioni, e vettovaglie, che d condiiceflcro in Segna, farebbero liberi i partì lenza alcuna molcdia: e con queda Ambalciata ritornò il Vefeovo di Segna a Fiume, dove tiittavra lì tratteneva il Commeflàrio, actenJijndo anecertarl apparecchi, e a prender quelle nccelfarie informazioni elio pòlevano ertcrgli di bitogno nel progrelTo del negozio; follecitamio iopra tutto copia di vettovaglie, delle quali fapeva dfer in Segna grandifftma penuria; la qitale fi farebbe accrclciura colla gente d'arnie che fi doveva introdurvi, c-di gi^ aveva cominciato ad entrarvi: c con quefto mezzo fece anche fegretamente trattato 'con fua Eccellenza, che volefi fc con qualche deliro uffizio provvedere che gli Ulcocchi, che fuggiffero dagli Stati Arciducali per timor de’ iupplizj, non avclTero ricetto prelTo a'I'urchi; parendo che così convcnifse, non tolo acciò non fiiggilsero il meritato galtigo, ma anche acciò i medefimi rifuggili in quella occafione non fcrvificro poi colla pratica de’ fui, c colla notizia tic’ parti a’ medefimi Turchi nella guerra contra i Cridiani.* il qual uffizio confermò maggior opinione che il Commiflario forte per camminare di buon parto. Del qual animo fi videro indi a pochi giorni fegni più certi; perchè non folo a richicrta del Generale fece rertituir un grippo di Licfina che, carico di lardelle, era fiato prefo poco prima da’ ladri, e condotto a Terlato; ma avendo il medcftmo Generale fatta ifianza che fc gli dcfl'ero in mano alcuni luddui Veneti, fuggiti' per misfatti, c annidati in Segna; egli, vedendo efler nuovo rclempio, c inlolito tra’Principi, e die a tanto non arrivavano forfè le fuecommirtioni, prefe parcitodi fcrivcrc al General di Tomo il. Y Crovazia, mo(\rando che fcnza cjueflo farebbe come imponìbile Taccomoiiamcnto ; c che perciò egli andava penlando di dar a’ Veneziani una tale foddisfazionC) poiché in ogni modo pareva miglior condglio il darla coTudditi loro, riiparmiando quanto piu potelfe t proprj. Di queAa lettera mandò anche copia alla Corte di Gratz con penfiero che il filenzio gli icrvilTe per licenza, per cosi elèguire; lapendo bene che, chiedendola, mai non l'avrebbe ottenuta; e fu partito di accortilTimo minillro : e quando mafìàme s’ha da far con Principe di carda riioluzione perchè cosi dalla tacitumitk fi prefuppone conlènfo, nè fi mette in difputa quello che maggiormente importa alla conchiufione depili iunportanci negozj. Dopo quelle preparazioni, il Commeflario rilolle di trasferirli in Segna, dove aveva già fatto intimare che tutti gli uomini della Città, c delle milizie dovclTcro ritrovarfi prclcnti alla fua venuta fotto gravi pene; i quali, ricordandoli che gli altri Commillarj ancora avevano dato principio a* loro uliìzj con certa apparenza di terrore, e con molta vetnicnza; credendo che quefta volta dovclTe fucccdcre il mcJcfimo, e fidandofi de’buoni amici che avevano nelle Corti, non cominciavano ancora a dubitare de* cafi proprj ; e pare che peniafTero che fi avelie ad impiccarne alcuno in («^disfazione degli altri.* onde i meno fccllerati fi confòlavano colla fperanza, che fi dovelTe cominciare da’ più ribaldi: e quelli, avendo coi più grofll bottini avuta comodità di farfi maggiori amici, e di acquiUare più credito, credevano pur di poter fuggire in qualche modo il laccio, almeno colla fedirione, c col tumulto: pcrlochc ordivano trame di lìar tutti uniti alla comune difefa, e di tenerfi in piedi colle minacce, o d’abbandonar i conhni, o di tradirli: colè che in fimili cafi aveva loro altre volte giovato a feanfar pene capitali: con tutto ciò fcntcndofi avvicinare il tempo della venuta del CommclTario, e rilèrcndo quelli che avevano trattato feco in Fiume, c altrove, ch’egli era Cavaliere molto rtloluto, c fevcro, alcuni Himavano miglior partito TeiTcr uccelli di bolco, che di gabbia, e fi aflentarono fino a do. fpcrando di potere, palTate le prime furie, feufar poi in qualche modo la dilubbidienza.* fu creduto che Daniello Barbo, Capitano di Segna, fautor degli Ulcocchi, e poco affezionato al Rabatta, li configliaire ad «feire; almeno è chiara cofa, che, avendo potuto, e dovuto proibir la loro partenza, non Io fece: onde fi cavò certo argomento, come poi fc n’ebbero de’ più chiari, della ina mala volontà.- lebben in quello egli venne a facilitar i difegni del Commiffario. Quelli, elfcndo indi a poco entrato in Segna con 1500, archibuficri, trovò che la partenza di pochi aveva impauriti gli altri, che non erano più di 300.; i quali maggiormente fi sbigottirono, quando videro perduta ogni fperanza di fuggire dalla Città, per la cudodia llrcttiflima delle porte; e udirono i rigorofi bandi che commettevano, lutto pena della vita, che ciafeuno deponefie Tarmi, nè fi laicialTc trovar con eflé nè di giorno, né di notte: che quando alcuno folfe chiamato al Caflello, dovdfc pretcntarfi fubito: che in termine di due giorni doveflero tutti unirfì a darfi in nota dinanzi al Commiffario, fc volevano fedelmente, e modeflamente fcrvjre alla Cafa d’Auflria: e che quelli, che fi ritrovavano confape voli di gravi delitti, veniifero fpoouncameme a chiedere pentono de’loro falli, per efperimentar la clemenza, la quale non fi IhKbbc negata a chi con opdre valorofe avefle prima prellaco, o foflo dHpollo di predare nell’ avvenire ntil» fervizio alla Patria: ma chiunque arj^aAé che la giuftizia gli metteflè la mino, indarno griderebbe poi mifericotdia, perchè fi procederebbe concia tutti coneilremo rigore. Quefte cosi gagliarde determinazioni attcrirono gK animi affatto; nè cofa alcuna pareva più «rana, che il depor l’arme, non effendofi quello mai più veduto in Segna. M f-'*pùano della Cictù, che di gih fccmrfva più chiaramente idifegni del Commifiiario, cominciò a' diflUaderlo dall'imprefa con apparenza di gravi pericoli, e di mille fpaventi dicendo che rederebbono abbandonati i confini ; e che quella gente ardita, e pratica del paefe fi potrebbe unir co’Turchi, e apportar a’ Principi qualche nocabH danno: onde egli non foto biafimava il configlio, ma protedava di non volerne parte in modo aienno. II Commillìirio, come quello chd conofeeva 1’ umore interno, non fi mode però punto dal luo propofito; anzi veduto un’Ufcocco in Chiefa con nna accetta in mano, gli fece una gran paura di tagliarlo fubiio -in pezzi, fé non foli: dato il rifpetto del luogo' facro, onde tutti rimafero sbigottiti, e facevano idanza, che fi liominìdrero i delinquenti dedinati al gadigo, acciò gli altri poteflcro ufeir di tema, e viver ficuri. ' Ma dfcndofi quel me^imo giorno cominciato a fiir la deferizione, e dar in nota quelli che fi 4trivano di viver modedamence, e di fervir fedelmente alla Cafa d’Audria; pel qual effetto comparivano in Cadello difarnlati, e umili; il Commiffario fece ritener prigioni Martino Conce di Poflidaria, che sera' latto capo de gli afiàffini, per l’aviditi delle prede, centra quello che richiedeva la nobiltk dei fuo lingue, e la virtù de'fuoi Maggiori; e iniìeme Marco Marchetich, che era Vaivo. da, o Capitano di Ledenizze, Cadello delle appartenenze di Segna: aveva dUegnato d'imprigionare nel medelimo tempo anche Giorgio Maliarda, Ragufeo, più Icellerato, e facinorofo de gli altri: ma egli nel delcriverfi era pallàto con nome fuppodo; nÒ il Commdfario lo riconofeeva di faccia: ma quando feppe la ftaude, mandò a chiamarlo, effondo gik intorno a due ore dt notte, oèe egli, che fi l'entiva reo di mille inauditi misfatti ; fpezialmente d' avere dopo lo iValigiamento della fregata colle fuppellettili delCanale, Conte diZara, confinati i macinai lotto le coperte, e alzando la vela, fpinta la barca in mare lenza governo, e, fenza cudodia, a difcrezione dell’onde, e deVenti» latto veramente barbaro, e orribile a raccontare; s'apparecchiava colla feimitarra alla refidenza: ma fu prevenuto da Odoardo Locatello, Capitano delle' milizie di Gorizia, ohe gli cacciò uno docco ne’ fianchi col quale lo pafsò da banda' a banda, lafciando poi che i fuoi foldatt lo faceffero in pezzi. Era il Maslarda fra i capi de’ladroni uno de’più Rimati e di maggior fegnito: nè la fua mone farebbe per avventura dala lenza qualche tumulto del popolo, fe gii non fi foffero trùvau gli animi ingombrati da draordinario fpavento. ° Il che intendendo prudentemente il Commiffario, per acerefeer terrore fopra terrore, fece la medefima notte appiccar alle mura del Odello il Puffidaria, e il Marchetich; il qual fpetiacolo la mattina fini d’atterrire la Citti retta; nè alcuno fi teneva più ficuro della vita, herebè ninno era Twio . Y a che 17 ?- ‘S ’T O .^R I A I che in propri*, cofùcozz non. Q conotccIT^ reo di loone ; k porte Aavano chiufe, k (Inde goard 4 te d* miìi»k ibrelUcre, oy* niuno aveva ardire d( ufcii di cau, ni di dormir ia notte netta propria ftaqea r però il CommilTario, per lakiar ad alcuni quaUlK fpecanza di, vita., fece loro intendere cbq, quando gli fòdero dati in mano alcuni capi, e reRituito tutto il bottino che s en ultimamente fatto in alcuni va6cUi dello Stato Eccleftajlico; di che il Papa faceva grandURmo romoit,' atta fi farebbe a tutti chiufa la ftrada del perdono. Con tal artifiaio ebbe in mano il Moretto, (araolò*(iapo di ladri, con un fuo compagne,- che furono con inganno prefi' da gl» altri, « prefenuii con certa l'peranza che 1( tcRe loco poteficro Xalyar -da vita a atolli.' nondimeno co' medefimi che fi^o f impala fu tifato con tqolu (evecià, lafciaadoH piò toRo t'n dubbio della morte, che ficari della viu; con tanto rigpre fi procedeva al uRigo,. de’ ribaldi, Aveva il Commìflàrio al Rio piiaio arrivo a S^na ricercato il Cenerai Veneto a mandar qualche perfonaggki che rifiedefle preflò iR .iui, conte teRlmonio-, e Ipfttaiore di cjò $he fi faceva fincerameme, e rilbluiamente, per. àcconodamento RablWv-q reale del, negozio ; .e acciò proppnede ancora ili mano in mano quello che gli par efle opportuno a tal fine. II. Generale deputi a quello .carico Veitor Barbaro, fno Segretario, come ben pratico di tali afiàiri, è cosi pet natura, come per elperienza prudente, e atrifiìmo a fimili maneggi.' ma fu in ^i giorni, come Ipcflb interveniva in quei canali, dS S^an furia di Becca, che il Segrcurio non. potò accoRarfi cosi predo, come defiderava: onde arrivò quando appunto i era dato cosi notabil principio alla faccenda, e nel medefimo tempo in co», fi conducevano -alU forca il.'Mnrettq, e Niccolò. ivo compagno;.! quali furano gratillimo fpeuacolo a gli Albonefi, che- avevano condotta, colle loro Mtche armare il SegRtario; nò poterono contcnerfi, c)^ verio la fera non troncalTero k loro tede ; parte per faziar l'odio particolare della nazione; parte anche per portarle con dio loro, affine di JcndCr ad altri tedimonio reale di tal effetto. U Barbato s'abboccò la prima volta col CommilTario alla prefenza del -Vcrcovo di Segna, che aveva in quei giorni appunto pigliata il poflefTo della fuz Chielà, e col cui configlio s'indirizzavana tutte k co, fa, per efler Furiato ebe nelle Scuok -de' Padri della Compagnia di G*. sò aveva acquidaic feienze profónde, che, accompagnate còli' rio delk cefe del mondo, T avevano reoduio grato a' -Principi Audriaci, e al medefimo Rabatut; ficcome,, per elTer della Fam^ia de Oominis, nobile d'Arbò; ma piò p» euerfi modrato bene affetto al negozio, ed cfférC per ben pubblico, e della patria fua molta affaticato intorno; e per cOer anche confidente dc'Vcoeziaoi, In quel primo colloquio il Erbato, paflati i Coliti termini di cortefia, feuiau In la fortuna del mare la tarda venuta, rapprefentò la fpcranza che ^ en conceputa dai Generai Pafqualigo, c da. altri, di veder ormai gadigate k fceltcratezze degli VHcoccha, poiebf s' en dato cosi buon principio; e, oomiticiando a dire gli afTaffinamenii, k trucidazioni d* uomini innocenri, le crudeltà di fiir. drazio de'corpi morti, « rii fiere il liuigue, di icorricarli, per far dringhe deUe,priH, li dnpri,. k rapine di .donzelle, e k infinite rubberk colle. quadi.t' era turfiata la quiete del mare, e della terra, modrò con malta eloquenza^ ed efficacia, eh' era -bidono di rimedia • celere. cckfe, e gagliarcki; e eonchiufe, che Tperava di vederlo appiicito oppertQnameate da mano cosi perita, e valorola. Il Commiflarìo andh nella rilnlb' fcufando in parte gli eccedi aecennati t come aggranditi dalia paffione de gli uontini, o c^ionati dall armata Veneta, che, quando anche non fi ofièndevano I fini fiid£ti, ara foiia di cercar gb Uicoahi a morte, e di tiior loro le prede finte nella giiifta guerra conira i Turchi; « finalmente commelB da altri, e poiqutribuiii a gb Ulcocchi; à quali confiifaiva però degni di graviamo gal^, coma turbatori dalia pubblica pace; e che peiciò egli ne aveva 'gib- tolti di via cinque de' principali, che aveva potuto aver nelle nani; lenderido in tanto le rea a gli altri, che ('erano polti alle Iclwi, 0 davano nafcodi nella Citth : nel che aveva fatto chiaramenK-conoKerc la fua diligenza. £ qmndi, come Cavaliere'di natura libera', e apena, incominciò ad aprir 'il foglio delle Commiffioni; e de' difegai fnoi; dicendo che teneva ordine primieramente di edertninar aflàtto i .capi de'ladri, e i priocipaU mafitadieri avvezzi a corfeggiar nel mare ; foeondariamente difcacciar di Segna tutti t Dalmatini o altri fiiddiii della Repubblica, chiudendo loro per fempre le fperanze di ricovrarfi in quel alido : poi 'di lafciar Iblo in Segha cento di queib nazione de' pih quieti, condiicendo tutti gli ahji piò addentro fra terra in altre Piazze di frontieia per difela de' confini; e uliiiqamentc di ridringer r nlb delie barche armate, che non poflàno ufeire lènza clpredà licenza del General di Crdvazia-. Il precario, al quale erano piaciuti gli altri pttnti, còme quelb da i quaU veramente dipendeva ogni Ccurezza del defidemo componimento, ripigliando pih di propofiio l'ultimo delle barche armate, difse che iperava che l’uto loro firirebbe dato proibito affatto, poiché la Repubblica non era por confentim in modo alcuno che con l^nza del Generale di.Crovazia, né feaaa, tranriafsero limili valcelli ndte appartenenze della bre incera, e invaiata giurifdizione. Il CommilTario replicò che quedo 'era incerelse non folo del Regno d'Ungheria, e di Crovazia, ma anche della Sede Appofiolica, e del Re di Spagna; però che a lui fob non- toccava di decidere controrcrfia cosi imponame, né di za pubblici larrocin;, e abboipinevoli aflà0ÌMamenti, era hfoluco dì continiiare dctenninatameare il rimedio, i-.. .. Per quello il Barbaro, quaniQ più vcdci^ infervorato il CommiflTario, unto più Io ifqportuqava, nè ^ mai moflrava di conrenurft di quello che fi faccvai aè di vederlo liooiikorcere come fatto in eompiacimento della. Repubblica, ma come a lervizio di necelfaria giuiUzia, e gallico 4e‘ privati delitti; dicendo ^e il Moslarda era fiato facto morire, per opwfto coll'arme a .chi.lp chiamava; il Pofiidaria per concetti fedixiofi iparfi da lui, quando fi ricercava T opera della milita, per ritrovare i colpevoli nalcofii frale cafe^ e il Marchetick perchè aveva abbandonato Ledcmzze, dove egli era Capitano, c aveva data oecafiooe che il luogo foflfè laccheggiato dal General Pafqualigo: ficcome ellèndogli fiati confcgnaii nove Iùdditi Veneti, di molti, e molti che erano dimandati, parte nominatamente, c pane con termini Onerali di mrti i Iùdditi, fi doleva che fe gli defiero Iblapienre poveri artigiani, e che a' maUatcori fi laicialse Ipazio di fuggire: febea in vero il Commcirario alava ogni diligenza per poterli avere tutti in mano; ma elfi ic PC Ila vano alla montagna, provviftì fcgrctamcnte da’ parenti, amici, e da quei medefimi, che fi mandavano a pcrfeguiiarli, delle cole ncceiTarie; nè era poffibile a rimediare a quello difordine, le non fi voleva difirug-« fiere tutta quella milizia: il che certo farebbe fiato cantra il pubblico lervizio della Cafa d' Auftria, anzi di juiia la Crifiianiti. Dolevafi però il Commefiario di non poter loJdisfare con tutta la fua lollccitudine; e fi rararharicava principalmente che erano fuggiti dalla^ Citik cinque Dalmatini, de più crifti, c de’ più defiderati dal Generale; onde teneva che refiafle forpetta la fua fioceriib; c fu per far appiccar due Capitani, alla neglkenza, e edeienza da’ quali s' imputava quella foga: nè avreb^ lafciato aefiguirjo, fc i parenti non gii aveflcro promcITo di portargli ovivo, o morto 9 kuno di quelli che fiavano alla montagna; come fobiio fo facto: perchè un fratello d’ uno di quei Capitani, ufeito con altri alla caccia, prefe up famòib de’ richiefii dal PafqtMligo, e lo condulTe in Segna ferito d' archjbugiata nel capo,d 9 vefu fobico impiccato lemivivo, egli fu data la teila; come indi a poco gli forqno conlègnati vivi quattro altri, acciò vedefle pure che fi faceva, daddovero. In Venezia quelle operazioni erano intelé con. grandilTmio gufio; e molti Senatori, nc paalavaqo con dolcezza col Rofii Segretario refidepte in queli^ Cictb ^pcr la Maefi^ Cefarea, dando lodi al Commefiario, e grazie a’Prmciu, che finalmente avevano leriamente rilolto di gafiigar i ladroni., II Commefiario avvifato dì ciò dal Rofl» lo riferì al Barbaro, Umenìandofi che tutti gli altri mofiraflero d’ efler contemì ideile operazioni fue, fuor che egli folo; pregandolo a confidcrare la importanza delU difelà di quei confiti anche per particoiar intcrefie deila Repubblica di Venezia; onde non conveniva annichilare «mua quella milizia, la quale, ridotta orp^i a difperazione, avrebbe potuto prendere qualche danoofo configlio^ Giudicando i medefimi>Segiij|iii che per gli ufiìzj del Segretar io crefccfie il rigore dèi Rabatta,, A' almeno aìmpedìfie il miiigamento fpcrato, riTolfcro di placarlo con uafcamune ambalcerìa, facendo capo il Vcfcovo medefimOf il quale accomp^nato da* più vecchi entrò nelle fìanze di cHo Segretario, recando gii altri lu la piazza; e quivi con molta umiltà, e lolpiri lo pregarono a contenrarH del fangue fparib, e di tanti condotti alle galee, e d’intercedere per un pcidono generale, riduceodogli alia memoria i Icrvizj che nelle paHatc guerre avevano i medefimi Ulcocchi latti alla Repubblica, e offerendo in altre occafioni di fpendere per T ifleffa cauta le vite che ora fì confcrvaflcro loro: in fine del qual ragionamento gli offerirono in dono due tappeti fini, non teffuii gi^ in Segna, nè comperati. 11 Segretario con brevi parole mofirò che egli, come lemplice minifiro, non poteva preterire i termini della fua commellione : nondimeno che averebbe giovato loro in quello che aveffe potuto: fiimò che foife mezzo afironto r obblazione de' tappeti ; nè al Velcovo fu di lode T efiere fiato ilfromento; febbene Icusò l'ufo del paefe, che non tollera acceffo dell’ inferiore al fupcriore fenza prelènte: cofiuine appunto da barbari, e che fra’ Turchi rare volte A tralalcia, ma che agli Ufcocchi era forfè fiato inlcgnato altrove. IDopo ciò il Segretario rifolfe però di procedere con qualche più di foaviti, anche perchè in quei tempi fu avvertito da Venezia di dover COSI fare: onde piacevano molto gli andamenti del Commiffario; e fi giudicava che non mettelTe conto tanto aflbitigliamento, per non metcerfi a rifehio di romperla; e che egli anzi, procedendo cos^ chetamente, meritaffe corrifpondenza di uguale finccrìtli: dall’ altro canto tornavano gli Ulcocchi a liipplicare il Rabatta che li levatfe di fpavento, e fi dichiarane, fc altri di loro erano defiinati alla morte; o lo in fine avevano da rimaner tutti efiinci; perchè il vivere con tale angolcia era peggio, che la morte fieffa. Quelli uffizj, e i continui pianti delle donne, molTero a compafiione il CommilTario ; onde rallencandofi dall'alero canto, per le caufe accennare, l'ardore del Segretario Veneto, ne fece proclamar venti de’ più colpevoli, lafciando cos'i fperanza di perdono a gli altri, e afiègnando a quelli un 'breve termine; dopo il quale cadeffero in bando capitale con taglia, e con grazia di poterli aiutare l’uno colla tefia dell’ altro. Poi, per venire al rimedio più fodo, più ficuro, e più atto ad impedire i corfeggtamenti, e i lacrocinj di mare, deliberò il CommilTarìo, di tutta quella milizia non lafciare in Segna più di cento fiipendiati, e con loro cento molchettieri Alemanni, e di trasferire il rimanente ad altre Piazze più fra terra, volendo a quefio fine che ufeiflero non foJo gli fiipendiati, ma anche dei proprj Cittadini tutti quelli che foffero conofeiuti aderenti nelle prede, e volonterofi di continuarle: pel Icro oafcere ma che avrebbe ben egli colla Tua autorità dato ordine che n iaiciaifero pafTarc liberamente tutte le barche non armate, fen21 pih rìconolcerle, o cercar dove andalTero, nè d’onde vcniflero, 0 cib che portaikro: e ciò doveva ballare alia lil^nU della navigazione, e del commerzto amichevole tra 1 luddici dell' una, c dell' altra parte; tra' quali, e ara'Principi raedefimi pareva che doveffe Correre ndiawenire migliore intelligenza, perchè V accomodamento epa piaciuto unto ^ a’ Veneziani, quanto agli Arciduchi : di che può addurli quello cerco argomento, che, dopo ravvilo che n'ebbero i Principi AuHriaci; quantunque lìa trerifimile che il Barbo avefle rapprcfencaiò gli avvenimenti lecondo la Tua propria palTtone; nondimeno fu al CommiiTario rinnovata laucoriik.; ^giungendoli alTolucanientc il Capicaniaro di Segna, del quale era gih fpogliato il Barbo, acciò tanto piò comodamente egli potefte perfezionare il negozio, e levar affatto l' infamia di cosh nefandi latrocinj dadi Stati della Olla d'AuHria. Onde fu chiaro l’error di quelli che ardivaho d-impucar a Principi così religiofi, gialli, e benigni, il confeqtimtnto di sì fatte iceileracezze, le quali li dovevano piucuillo atfribuire a gli inganni de’ mali roinilln Eretici, che nò temevano Dio, nè miravano aU’ooor de’padroni, o all'onor prozio; i quali co’loro artiBzj davano ad ìmendere che foflè ùnpolhbile rimediare a quef diJbrdìni ; e li dipingevano dinanzi a’Prìncipi come trafgrefioniordinarie, e neccBarìcde’conbni. Ma ficcome quelli tali rimafero cqpfufi nella loro malizia, e privi degl’ ingiulli emolumenti che ne folevano cavare i così arfero maggiormente di Idegno^ « invidia contra la virtù del Rabatu, vedendolo in difpregio loro colmo di gloria, e di premj da ogni parte: perchè anche i Veneziani, conforme all’ordinario loro collume di corteCa, io avevano facto regalare d una grolla catena dì cinque, o fei miladucìiti; i quali egli però non volle accettare fenza dame prima conto a’ Padroni, con offerta d’ impiegarla in pubblico fervizio, come aveva fatto di fonitna maggiore de’ fuot proprj danari nella tardanza delle prowifìoni, feufabile, per le più gravi urgenze delia guerra Turchelca: oltra di ciò li fabbricava in Venezia una barca di piacere, e da viaggio, per donarla al medefimo Rabatu, fornica di dtverfe comoditi, che a lui nel governo di Segna farebbe Hata di molto (èrvizio nell’andare innanzi, e indietro per quei canali, e per le vicine IfoIc. Tutte quelle cortefio, benché Ic^icrc, c difuguah a’ meriti di sì buon. Cavaliere, tervivano di materia a gU emoli ftx>i, per lacerarlo, c aecterlo in dtlgrazia de’ Principi: perchè li Bvtp, irovando nella Corte dìGratz accefi i cuori di molti Miniltri, fpexialmcnk Eretici, illrumenii reali del Demonio, c Rimici della pubblica quiete, cominciò ad acculare l'opero del Eabatta, affermando che egli, corrotto da’Veaeaani, non aveva avuto altro fine, che di lóddisfàrU in pregiudizio di Ctfkte, della Corona d' Ungheria, e della Cala d'Auflria; onde a fola riebiefta loro avevai^'fttio a iccare uomini valorofi, c benemeriti, dandone altri contra ogni onotJtu ime de' Principi in mano loro; e raettendoU in neceffith di volaaifi a fervile- negli «ferciti Turchefehi, con manifello pericnio che, perla notizia che elh avevano paele, e delle Piazze, av^ a cader ratto quel confine in mano de' nemici. k n Di i,ueft II- Z intcn Digìtized by Google 173 s. ’tT or n': T A. ’ intenzione, vero imitatore della vinti di Carlo fuo Padre, c Ferdioando Impcradorc ììk) Avo, crede del nome; ma, per Tei^, non ancora cipaxto deile fraudi cortigiaoelche, c degl' intcrefìì de’ mali Miniftri, febbeo per Datura, e per religione, nemicillìmo de gJi Eretici. Movevafi ffdunqur con tali artifìzj inganneroli Tanitno del Principe, ma più queU io dfif ArciduchelTa Tua madre, la quale più veniva combattuta da quelli che lapevano come elTa poco prima era rimafla difguflaia, per aver egli cercato d’ impedire il maritaggio dell' Arciduca colla Figliuola del Duca, di baviera, la quale era nipote delia medeOma ArciducheOa; pel quale .iinpcdimcnto fì dice che il Rabatta divulgalTc m Venezia che la luddetia Spola fofle macchiata di lebbra; il che lì trovò poi falfo, c Icguirono le nozze; nè al Rabatta fu facile a purgarfi dell’ imputazione; c gli convenne adoprarvi molti intcrce0bri; lopra la qual cicatrice' ieppefo beo dimenar 1* unghie i luci cnuilt : ónde gli accefero contra i'aniiTib della Madre, e del, Figliuolo in male maniere^ appoggiando tutte le loro macchine alle maligne relazioni del Barbo. Fu il Commtflario avviìato da gli amici di rezze fi raccordafìfero delle lamentazioni, e de' gemiti dc'Ioro poveri ludditi deinUria, e della Libnrvia; i quali, per le colpe di pochi ladroni, venivano Taccheggiati, e rovinati, ed erano (lati a termine, per pura difperazione, di vacillar nella Fede, perchè i Veneziani avevano gik prefa una riloluta forma intorno a quelle feorrerie, ch’era, di non rompere in mamfella guerra, per non iirarfi addolTo la malà fama nel Mondo d’aver molli) le armi centra i Principi CriJUani, mentre gucrreggiavano contra i Turchi; ma rifarfi d’ogni oltraggio, o danno che rlccvelTero i loro fudditi fopra i ludditi della Cala d’ Aulirla a buona mìfura : onde il fomentar le rapine de' ribaldi non era altro, che dillruggcr, c dìfabitarc le proprie terre delle loro Altezze, e neccflltar i Varialli a pigliar altri partiti : che cosi s’ intefe il negozio, quando a lui ne fu data commiflionc; c ch’egli, nell’ averla fapiita efegutre in quella maniera, pretendeva anzi merito, e mercede: che non bilognava dar orecchie a gli Eretici, i quali, vedendo procederfi contra con si gagliarde, c pie rifoluzioni, c che i bilo^ni della guerra Turchefea non badavano ad impedir Panimo zelante del Principe per rellcrminazioiic loro, volevano anche vederlo intrigato di più in nuova guerra colla Repubblica di Venezia, acciò folTe necelTìtato ad abbandonare V imprcla contra di loro; c ch'era ormai conolciuta per tutta ‘Alcmagna, e per tutta Europa la malizia fcellerata de’fettarj, i quali, per mantenerli nelle falfe opinioni, non fi guardavano di tradire i proprj Principi, e la Patria; e che di qua era forfè derivata la perdita di Giavarino, c poi di Canilfa .* che le loro Altezze foiTero certe, o che bìTognava reprimere la rapacità degli Ufcocchi per la via cominciata, ovvero didruggere, e dcrolare tutti i luoghi di marina, e gli altri de’ confini; perchè egli aveva affai bene penetrato che i Veneziani erano rifoluti di vendicar in quel modo le ingiurie degli Ufcocchi ; ovvero, fc in fine bifognaffe, pigliar con effo lóro un aperta guerra: \ la qual cofa in niun tempo poteva metter conto alle cofe delle loro Altezze; ma ora meno che mai, per li travagli maggiori ne’ quali (ì trovavano col Turco.* che a quedo fine i Veneziani avevano giudificata la caula preffo al Papa, e predò agli altri Principi Crilllani, aquali tutti pareva drano che fi voleffero fomentare nc'proprj Stati pub- blici, c infami Corfari a danno de’ vicini.* che in cau> tale non s'a- vrebbe da far fondamento negli ajuti del Re di Spagna, il quale, ol- irà i’effcr occupato in tante altre parti, e altre molte difficolà di pò- ter mandar armata in quelle bande, dimerebbe fua vergogna, per la pict^, e giudizi! fua, il favorire caufa tale .'il che fi poteva anche ar- gomentare dairefiio deir uffìzio che a fuggedione del mcdefimo Rabat- ta fece in Venezia Don Inico di Mendozza, Ambafeiador Cattolico, mi- nacciando le arme del Tuo Re, fe non fi liberava dallo drccto affedio Tricde, c Fiume.- di che fi dimò affrontato il Re; e per fame chia- ra la Repubblica, e il Mondo, levò todo il Mendozza da quell’ Am- bafecria .* che quanto a t pericoli che gli Eretici malignamente met- levano innanzi di perderfi Segna, foffero certe le loro Altezze che Temo II. Z % meglio era afiìcurata quella con poche genti quiete, e fedeli, che col numero maggiore di ladri; i quali, olrra il continuo irraiamenIO de’ncmki, erano loHii rpcffiHimo di abbandonar la Cicih, per atten- der alle rubbcric; onde non vi rimanevano per molti giorni, fé non le donne, e le genti inutili; co’ quali mancamenti s’ èrano a’ Veneziani aperte mille occafioni di lorprcndcrla, le v’ alpiraflcro : ma cfler cofa iroppo notoria tri gli uomini prudenti, che i Veneziani Jafeieranno Icmpre volentieri a fpefe, e carico di altri la difefa di quelle frontiere, eh' en medeìmi, confinando con loro paciBcamente, ajuterebbono Tempre, pel proprio intcrelTe, almeno fotte mano a difenderle. Onde non potendo i Turchi per terra avvicinarli a Segna, ne condurre artiglie ria; nè clTendo mai i Veneziani per conl'cntire ch’ivi s’ accodino per mare, fi poteva tener fenz' altro la Piazza per ficura, purché gli U- fcocchi colle loro rapine non ncccfiiraTcro i Veneziani ad accorJarfi per la dillruzione di quel nido co’ Turchi, che oe avevano più volte promoisa la pnitica; o elfi llcffi non la tradiTcro in mano de’ Turchi, de' quali lòno per la maggior parte fudditi,e molti hanno fotto di loro i padri, le madri, i fratelli, le foreile, e altri parenti: che in quefto confillcva il pericolo di qualche gran perdita, non nelle vane inven- zioni de gli Eretici. Aggiunte il Kabatia, che, per maggiormente affi- curare quei confini, e per la ipcranza di poterli allargare a danno de' Turchi, larcbbe lato utilifTimo il compartimento latto da lui di quelle milizie a i luoghi (oprannominaii di Otiolfaz, Brigne, Profor, e Bortog, mediante i quali fi metterebbero in ficuro fpazio di terreni fruttiferi, onde la gente potrebbe con giufie fatiche iofientar la vita lenza illecite rapine; conchiudendo, ch'egli avrebbe poi mofirato il mo- do di ridurre ì detti quattro luoghi in lìcura difcla lenza che fé n'ag- gravaflTero le Oincrc di Sua Maefi^ Cefarea, o delle loro Altezze. Furono alcoltate quelle ragioni, portate con molta eloquenza, e grand’efficacia, attcntiffimameme; e tolo fi accoriero i Principi che fuor d’ ogni Tuo merito veniva loro mefso in diicredito un tanto Mini- erò, pieno di prudenza, e di fede; onde lo reintegrarono collo nella prilina grazia: e per darne fegno in faccia di quelli emuli fuoi, eief- ièro luì medefimo con amplilfinia autoritli che andalse a ricevere a'con- fini Gian Francefeo Aldobrandinì, Nipote di Papa Clemente, che in quei giorni doveva sbarcare alle marine di Tricitc, e di Fiume con dicci mila fanti Italiani pagati da fua Santitli, e D. Gian de’ Medici, che ne conduceva due mila, pagati dal Gran Duca, iuo fratello, in fervizio della guerra contra il Turco; la qual gente della marina doveva guidarli a Zagabria, defiinara per Piazza della mofira, donde poi per acqua aveva a trasferirfi, come fece felicemente, airafscdio di Onilsa. Amminiflrò quel carico il Rabatta con intera loddisfazione, e de’ Principi, e de' Capi della gente Italiana; e sbrigatofi di III, non vide l’ora di tornar a Segna, per dar compimento a quelle faccende; nelle quali non pareva che rimanelse più difikoltìi alcuna ; poiché daPrincipi Aullriaci erano fiate approvate tutte le fue azioni, e tutti i partiti prefi per rimedio del male; e pareva che f autorità Tolse accrcIciuta tanto, ch’egli dovcfsc lofio elscr elaltato a più lublimi carichi, defiinandotegU gib il Generalato di Crovazia. Ma dopo la lua partenza, la malizia diabolica de gli Eretici s' afsor ligliò figliò ranto più a* Janni di Ini, e fi sfoderarono nuove calunnie, le quali, fe pure non erano afcohate da* Principi, almeno non erano ribuitate con quella fermezza che pareva convenirfi a’ meriti di un tal Cavaliere. Le cole arrivarono ad un tale lUco, che giù fi mormorava per le Corti che fi formerebbero procefli contro di lui, fpezialmente per dimandargli conto della morte del Conte di Poflidaria nella quale $* interefiiavano forte con poco onor loro alcuni principali, mofirandofi parziali d' un pubblico alsalUno, indegno d' elsere ufeito di quella nobile famiglia. Sentivano quelle voci, e quelli grandi roraori gli Ulcocchi, che per cauta loro veriavano nelle Corti; ne mancava chi loro feminalfe nell' orecchie che il Rabatta era in difgrazia de'Priiicipi, a* quali non era piaciuto il fangue di tanti foldatt valorofi ipario da lui furiolamente a compiacenza di altri. Qitdli ragionamenti fi rapportavano poi in Segna, c fervivano a dimmuir l’ ubbidenza al Commifsario; il quale, rrovandofi fearfo di danari, era anche llato sforzato a fpogliarfi di quei prefidj che I* avevano fino all’ ora renduto tremendo in Segna. Accadde in quei giorni che da’ Principi ebbe il comando di mandar al campo fotto Oinitsa quel maggior numero di gente che potefse ; colla qual occafionc pensò anche di Icvarfi dinanzi il retlo de* più inquieti, e più ingordi, per lalciar poi gli afl’ari di Segna meglio regolati rac llrema cura le Galee, e le barche armate, lenza impedir però il corto delle vettovaglie a Segna, per non metter la geme in maggior difperazionc ma vedendo per alcuni mefi che niuno fi moveva, c che fi olTervavano i patti, e che piU in Segna fi rendeva agli Aufiriaci la folita ubbidienza, e che i Principi erano rifoluti di mantenere gli accordi, e d’impedir l' ingioile rapine, ottenuu la licenza dal Principe, fe, ne ritornò a Venezist, gloriofo, per aver mcllk T ultima mano a così collol'o travaglio coll’ autorità, e colla prudenza fua; e tutto il Mondo s’avvide che in mano de’Principi Aufiriaci flava il raffrenar quei la- droni, con tutto che i mali MiniUri gli aveffero per tanti anni dato a credere altrimenti: onde non pareva verifimile che doveflero acconicntire mai più ad una tale infamia ; malTime avendo anche imparato i Veneziani il modo di far ad altri celiar caro il danno che fi dii alloro fudditi. Cqn tutto ciò molti uomini pratici dubitavano che, llando gli UfcocqIiì in quel luogo fenza altro follentamento, folTe quali impofiìbtle che fi follentalTero fenza danno de’vicini; malTimc cficodo gli llipendj leggieri, e difiicilmcnte pagati; nè participando di elTi tutta la gente. Per li quali rifpetti fu prudentemente confidcrato che T unico rimedio confilleirc nella traslazione di quella gente a’ luoghi dilcofii dalle naarine, come Ibno i foprannominati, opportuni alle tcorreric comra i Turchi, e capaci di qualche agricoltura; ne' quali ancora fi dice elTcre alcune veo# di ferro, nelle quali potrebbono efcrcitarfi, e nodrire le loro famiglie con utile induima quelli che eleggedero di preferire un'onello, e legittimo modo di vivere alle maledette, e Icomunicate rapite, calle forche, nelle quali, o prefio, o tardi, inciampavano poi tutti. Ma perchè di fopra fi fece menzione d’ un partito propello dal Rabatta all''Arciduca, fU fortificare alcuni luoghi di Frontiera fenza dìfpendio delle camera Ai'Ctducali ; e perchè nel punto della traslazione delle milizie Segnine a’Cafielli fra terra, e in quello che fi accenna, gli uomini vertati nel negozio hanno creduto (cnipre che coniìfietTe la certa fperanza di reprimere i latrocin; degli Uicocchi, e ovviare a’ pericoli che ^ l^tteUi venivano minacciati, (àrX bene, prima di metter fine a quefU. anche quella materia fi dichiari qui co iiioi o^amentf. .j. ^ •1*" ^ da fapere che il Vefeovo ^ Segna, Prelato ornato di pro« 'dotjrma, pratico del paele, e pmidenre, propofe che fi facefle unappalto co’ Veneziani d’alcuni bokhi vicini a Segna, abbondami tanto di per arbori, e antenne di qualunque genere di VafcelU, quanto anebe di faggi, del qual folo legno fi fanno i remi per le galee; e cbn proccuraflc di avere da loro un’anticipato sborlb di 50000. ducati, i quali fervirebbono abbafianza al difegno di fortificar i luoghi dc^ confini nominati di fopra. Il configlio era molto opportuno, perche i boTchi veramente abbondano di materia attifllma a’ bilogni luddctii,e fono cos'i vicini al mare, che con poca fatica, o fpefa, per fenticri declivi, ufati anche in altri tempi, fi poflbno condurre all’ imbarco; la qual copia, e comoditi efagerandofi un giorno in Segna dal Commiflàrio col Segretario Barbaro, e dicendo egli che quello era veramente un teforo, l’altro rifpole cos\ eOcr in effetto; ma teloro di metallo, o di moneu tale, che non avrebbe mai fpaccio altrove, che in Venezia; la qual prudente rifpofta fe foffe Hata ben confiderata da gli Auftriaci, non fi farebbono frappoffe nella conchiufione di un utililfimo partito tante difficoltà; ma mentre l’Arciduca fu collretto di darne parte alllmperadore, primieramente fi dubitò che quel taglio poteffe agevolar la (Irada a’ Turchi d’ infeffare i confini: ma chiamato alla Corte Cefàrea, per queffo effetto, il Vefeovo di Segna, con ordine di portar feco ddegni reali di tutto il paefe, egli colla Ina prefeaza, e con vive ragioni levò quel dubbio; onde gl'imperiali cominciarono poi a pretendere piò grofla fomma, e dimandavano sborfo anticipato di joo. mila feum, lenza penfiero forfè di fpendeme parte alcuna in fortiheaziune di quel conGne; non ponderando effi che i Veneziani, febbene poffono ricever qualche comoditìt da que’ legnami, non hanno però piò che tanta neceffitò, perchi non mancano loro felve che fomminiflrano materia fufficiente per le loro ordinarie, e flraordinarie armate. £’ vero che la condotta de' remi, che ft ugliano principalmente ne’bofchi d’Alpago, e di Cancerio, fi fa con dil^ndio, e con gravezza de’fudditi, a' quali li aifparmierebbe volentieri quel travaglio; nel retto la materia i inefaufla, tanto per remi, quanto per ogni altro bifogno di piò numerofe armate: è però verifimile che anche per folo rilpetio della fortificazione de’ luoghi tante volte nominati i Veneziani farebbono condefcefi allo sborfo di qualche mediocre lumma a coojp di detti legnami, per interefle proprio di veder ordinato in que'jconfini piò mimeroft, e gagliardi ritegni contea i Barbari che penlaffitro mai per quella Brada d’infettar 1’ Italia, come hanno fatto in altri tempi. \Ma il maggiore, e piò certo lérvizip, che fi farebbe cavato da quell’ accordo, conullcva nell’ occupare la gente di quel paefe nei taglio, e nella condotta ; che cosò ella fi lardffie avvezzata a vivere delle lue fatiche, nè avrebbe avuta feufa, ohe la fame, e la neceffitò fpingelfe in torlo • perchè que'bolèbi avrebbono data póftetua materia, non folo di foltentarfi, ma anche di arricchirli; perchè, oltra i legnami opportuni per le armate, fe ne làidlbBno tagliati infiniti per ogni altro bifogno di fàbbriche; la comoditti portar le travi, e le tavole per mare verfo Venezia, o agli oppolti lidi della Romagna, e della Marca, ove fono cariffirae, avrebbe iltituito un traffico di molta ricchezza; ove ora i bofehi Hanno inutili, e la gente oziolà ; elfendofi, perle caule accennate, dilmeffa già la pratica; ed effendo infieme, come fi diffe di Copra, ritornati gli Ufcocchi alla vecchia tana di Segna. In quelli due punti gli uomini prudenti, e pratici giudicavano c& confilleffe la llabilità de gli accordi, e del ripofo. Però è molto da temere che in breve tempo non fi rinnovino le miferie (febben farà Tempre in p oter de’ Principi il rimediarvi) a 'maggior danno della Criflianità ; perchè febben anche gli Ufcocchi s’ alleneffero per Tempre di non toccare le terre, i Vafcelli, o i fudditi de’ Veneziani, nondimeno le continue fortite che fanno verfo Obruazzo, Teme II, Aa ove •V pvt tcrmin* il canale della Morlapa, far^ fina lmente aprir gli occhi a’ Turchi, ^rr provvedere a’ fatti loro con un cpnfiglio non diflkile da cfeguire, che ritornerà in notabii {iregiudizio, e della Cafa d'Aullria, e d’altri; il quale non infegnerò gih io in quella parte, ma egli era ben intcfo dal Rabatta ; che pereti fi mollrava rifoluto di proibite che quel canale con barche armate non fi navigale pib oltre, che da Se^a a Scrillà, accib l’ingordigia di picciola preda di pochi animali, o pochi fchiavi, non Tenifié una vola a pagarli con amare lagrime, e colla perdita d’ infinite anime Crifiiane ; il che piaccia a Dio che non fegua, e che i Principi CtiUiani cohofeano a tempo, e attendano a divertite i pericoli, acci^ ad altri non relli campo di fcriveie pih dolorofe, e lagrimevoli Storie; dove qnella finifee con un’ incera fperanaa di non ^ fondaa quicw; la quale piaccia a Sua Divina Maeltk di rendere (labile colla Aia lana grazia, p terpreuzionc a cola che li polTa ricever per buona; e fon licuro che, -leggendo quelli fncceffi, ogn'uno fi c#tificheri che nei diiordini civili, noQ aliripemi che nei morbi naturali, i rimqdj lenitivi, lcb|iÀ pare che di pRfen^ giovino, ènafpidlcono nondimepo il male, e lo' rendano a 1 remp feguetlti più fiero, è atroce; e che, quando coH'nfeldc'iwidi e appropriati rimedj, il male è guarito, conviene per lungo tempo aver loipttto di recidiva, e governare il cor^, non meno il civile, che il naturale f non colle regole de’lani, ma con quelle degl'infermi; e Ibprattuito appa^rù chiaro, che' il buon'ordine in maceria fluttuante non può elTcr incedono, le avA ì£ cura di proaurarlo thi dal dilofdinc cava profitto, E per bene incamAinare la narrazione, mi i neccirarioriferiFe tutti infieme gl'ntaieoli (iabilici tra il Rabat», -e il Palqnaligo, che'dall’Arcivclcoto furono commemorati Iporlamcncc, acciò fi vegga in che, e guanto Intono oRervaii, o inìmrediti; d'onde ebbero origine le qaeAte feguite. Conteneva quell' accori»to lei capitoli, »• Che gli Ufcocchi non poteflcro' navigare, fe non nel canale dell» Morlaca, tra Segna, e Serdfa, con altro nome detta Carlobago. Che non poteflono accoftatfi all' Ifole della Repubblica, nè sbarcar fopra i territori di quella, Che a gl’ altri luddiii Aollriaci folTe Ubera la navigazione con VafelU difarmati, e il commerzio per tutto aperto, come per l’innanzi. Che non foficro riconofciuii, paflàndo innanzi il Forte di San Marer cuardia, col fcguitarli, 'ioapodivano loro f efecoaióné de'dilegni, avevano però trovato un lociit modo di fatvar sé fteflì, e le barche .proprie, ion aver far&> nel fbruio-'di ÉÌaicu^ un forame, il quale 'renevanotucato eoa una grap fpina; e,vedth leo le pcffiÉie, indi, po0ato il pericolo, ricuperavano le barche» Il Denaro, che im quei tempi fu rimandato in Dalmazia Generale per diveric prowifioni, vedendo ripullulare i troncati inconvenienti, fece tracrar col Capitano di Segna, e fargli apertamente intendere che, ficcoerte concedeva molto cortefemente il libero t&mfito alle barche per vtage mercanzie, cos\ non era per confemire che gli Ulcocchi [tranfiralfcro armari, come pareva che s’aveflcro arrogala facoltà dì fare nc*cgh emergenti che nacquero da quefte occorrenze, e come ebbero fine, non fa hilogno dirne di più; non avendo altra conncflTione colle cofe degli Ulcocchi, fc non che efiì allora, come Cavalli lenza freno, corlcro come per gradì et maggiori latrocini, eofi'cfb; fi diedero prima a fvaligiare le Caravane de’Morlachi, che conducevano vettovaglie, t mercanzie alle Città della Repubblica. Per miglior Comodo, fi ridncevano colle barche ne i porti delia Repubblica, opportuni per Icvarfi di là, e andar al bditino ip Narerfta, Obroazzo, c altri luoghi de’ Turchi : irw troduflero di corleft'iar anche nel Canale di Cattare; cofa da loro non più tenrara, fervendoli* altresì per forza dcllè barche de’ luddici Veneri per caricar ^l’animali, -e gli khkvi predati nel parie de’Tuixhi fi fermavano nelle Ilole Venete a partir le prede, c a dar rifeatto a’ prigioni con tanta libertà, e ardire, come le le operazioni loro foflcro di Icrvizio alla Repubblica, c di benefizio a’iuddiii di lei, c ne ntcritaflero commendazione. Aggianfero a 'ciò il levar le mercanzie, c t dinari agli Ebrei, e à’Turchi naviganti per Venezia, e far prigioni anche le j«crlunc; nè fedivano d’inferir qualche danno ancora lopra le Ilole di Pago, c d' Arbi.’ c acciò non rìmanelTc alcuno de capitoli accordati al quale non contravvcnillero, ricettarono nel loro conlorzio i banditi Dalmatini, e i fuggitivi di Galea ; onde il numero degli Ufcoccht crebbe grandemente; e i nuovi aggiunti, o per dcGderio di vendetta, a per modrarfi non meno fcellerati, lervivano a gl' altri d'incitamento a moltiplicar le olTele. Non racconterò in particolare le rapine, e violenze in quefto tempo occorfe, cosi per effer troppo in eran numero, come per non infallidire chi leggeri colla fimilitudine degl’ accidenti ; il che oflerverò anche all' avvenire, fc non quand o qualche fingolare qualità mi collringerh a farne particolar menzione ; e febben io fo thè le leggi della Storia ricercherebbono che folTero tralafciati molti de i particolari che fono per narrare, e che i narrati anche folTero più fuccintamente riferiti, per non caufare fazieth, e tedio; con tutto ciò fcrivendo io non per la poderitù, ma principalmente per notizia di quei che al prefente defiderano minuta cognizione ancora per altri riIpetti, che pel frutto che fi cava dalla lezione ;delle Storie, ho giudicato di dover trapanare i termini dello Storico, e più rodo allargarmi a far T uffizio di chi informa in controverfia giudiziale, affinchè ila pronunziata lineerà, e giuda fentenza. Le tante temerità, e cos'i ingiuriofe, codrinfero Andrea Gabrielli, all'ora Provveditor Generale in Dalmazia, a rimandare fuificiente cudodia in quelle acque, per levar a'malandrini il comodo di corfeggiarc, con feguitarli dovunque s’ incamminavano, e impedire T alfaltar barche in Mare, e lo sbarcar in qual fi voglia luogo in terra: cofa che all’ ora a i ladri non fu difeara, valendolene per pretedo di prevenire predo l' loro Principi, figurando loro di non effer dati i primi ad’ offendere ; e qiierelandofi che folTero a corco perfeguicati, e mal trattati, mentre andavano per li fatti loro fenza far danno ad' altri, che a’ Turchi; e alcrivendo a necelTaria difefa, ovvero a giuda vendetta gli fpogli, e le altre tngiurie inferite a i naviganti, e fudditi della Repubblica in mare, e in terra. E per le confeffioni d' alcuni di loro, che pofeia capitarono in mano de' Veneziani; fi ebbe per cofa ceru, che defidetavano, e proccuravano di edere non folo impediti, e feguitaii, ma ancora provocati con qualche afsalto, per poter con più gindificato colore impetrarne da i loro Principi licenza, e darli liberamente a faziare le ingordifiime voglie in qualunque modo. Nè è da tralafciar di dire che alcuni Pugliefi colla iiberth del tranlito incrcdulsero di andar a Segna per comperare la cole predace, c a quedi vendevano i Morlachi, e le Morlache Cridiane, predati nel paefe de'Turchi, accertandoli che non erano battezzatti, de' quali era facu pubblica mercanzia, come fe fofsero dati infedeli. Al principio di quede predazioni non è certo che il Capitana predafse conlenfo efprefso; ma bensù, dappoiché Giovanni Vularco, famofo capo degli Ulcocchi, ritornato da una gro^ preda infieme con Pietro Rofantich, gli donarono 1500. Tolleri, e un Cavallo di prezzo, fornito, fi moltiò aperto protettore del corfo. Mandò in qualunque ufeita generale un fuo famigliare infieme con loro alla preda, al ritorno participando la fua porzione del bottino: e pafsò tanto innanzi, che fi mife egli defso capo nella compagnia loto: la qual cofa anche un giorno gli ebbe a fucceder male; perchè, avendo congregati non folo gli Ulcocchi di Segna, ma tutti quelli del Vinadoli, e aven Digilized by Google I9^ S’ TORI A e avendoli fatti fcorrete nella I.icca, non foto reflò defraudato del difegno, ma gli convenne anche fuggire con qualche pericolo,- perchè i Turchi, avvifati, lo perfeguitarono; altri coriero ad alTaltar Segna, la(ciata lenza guardia fuflìcienre, che con difficolih fi difefe. Di tante ingiurie, e inlolenze a’ tempi opportuni furono dall’ AmbaIciadore della Repubblica fatti lamenti alla Cone Imperiale, e furono riportale fempre gran dimollrazioni dall' Imperadore, e da quei MiniUri, di léntirne difpiacere, e promelse di rimedj.- ma efsendo occorfa nel idoj. la prefa di una Fregata della Brezza nel Porto Cigalz, fopra la quale erano diverfi Mercanti con alcuni groppi di Zecchini, e altra buona quantità nelle borie, e flati Ivaligiati tutti con mal trattamen- gralirt fmontati alfaltarono Scardona, Città de' Turchi, c riulci loro lenza alcuna difficoltli I’ imprefa, avendovi trovata quella gente lenza nefiuna guardia; e uccifi quelli che, eccitati, fi oppolero, depredarono la terra, fecero grolTo bottino di merci, e robe, e prefero 300. Ichiavi, e accelo il fuoco nelle cafe da piò parti, partirono, e all'aurora predo arrivarono al Canale,- e quello jiatTaro colle barche proprie, e con quelle dc’Sebcnzani, ( le quali poi adoperate forarono, e milero a fondo) inviati per terra quelli che non capivano nelle barche molto caricate, gli altri per mare fe ne ritornarono colla preda. I Turchi imputarono i Sebenzatii per complici, e fecero querele a Collantinopoli; perlochè fu anche mandato un CiTiaus, e con molte difficoltà la cola fi pofe in negozio; c con maggior opera, e fatica, e fon lunghezza di tempo fu fatto conolcere che gli b'cardonefi, per la loro negligenza in guardarfi, furono principaliOima caufa del danno; « che i Sel^Dzani non ebbero alcuna parte. Gl'Ufcocchi, e i Minidri Audriaci difendono queda forte di azioni con dire che i Turchi fono nemici della religione Cridiana, e de’ loro Principi, e giudamente polTono offenderli, nè con ragione da altri poffono effere impediti; e fi lamentano che fieno impediti da' Veneziani. Ma elfi dall’altra parte rifpondono, che non appartiene in alcun conto loro attendere, o doleifi, le i Turchi fono danneggiati da' nemici loro: e ficcome non attendono a quello che facciano i Perfiani, ovvero gli Ungheri centra i Turchi, cos'i non attenderebbono a quello che gli Ufcocchi tentaffero dove co' Turchi confinano : ma quello che loro tocca, e che loro importa, è il tranfito pff^li loro territori, o pct le loro acque; non tanto perchè cos'i vieiM jioiata la giurildizione, quanto perchè i Turchi pretendono di elfer rifatti, come queda volta ; ovvero pij;liano di fatto il rifacimento fopra i Ridditi Veneti, come in altri tempi è avvenuto; imputando loro che tengano mano, 0 fieno complici, o almeno che fieno tenuti ad ovviare, e nonlo facciano. Se vi e tanto zelo di religione, c di perfeguitar i nemici della fede, vadano per li loro confini, che fono larghi, e fpazioC, e là efercitino il loro zelo, e va ore. Che, per offendere i nemici della fede, entrar violentemente in cala dell'amico, violarla, e metter le cole di quello in pericolo, e in danno, non è uffizio, ma pretcflo di religione, contrario g i fanti precetti di queda. Il Ba Digitized by Google di Pifino per li» lìcdrciaii, promife con lue lettere al Genera! iRTo che avtehbe ifancenuca la fua roldaéelca in difciplifia, fìcdKc ncfIbno avrebbe occafibne di querelarli. Diedè -principifi ili’ informazlonè per mandar alla CArce, e delle cofe predate ricijperb tre mila 'zecchini dc'gropii, perchè quelli erano capitali in ftunò de' priocipali' ^r qdellh 'dhe Tbccava la robe',* ficcoma per li tempi palTati 11' mandaf per informazione ilon pdrrorl Inai ahrd efrecn>,~fe non tfllazione', accioccU il rubbaro poteffe eflTer trafugato con comoAj; e TIldfi, per non fSV la rHRtiizione, ne facelTero parte a chi poteflé'prdl^crli; cds’i nelTocc*finne preftnte refe la ricoperzzSsne impoflibile. Imped'i il Baronè agli Ufebethi Pufeir allS peda; e ^1 tempó'di fei raefi, che dimorò in Segòa, le cofe panarono afiài Quiete Parti all’ improwflb pr Spagna, per la ’lffórte di un fuo -fratello, e lalc^ le trfè in cdhMone; e de 1 tre mila ‘zecchini de’groppì Hcòperari non li lepp mai che cofa ivvenilTe. Von Mterono i pdroni'Vitrame parte alcuna, quantunque, ajutati dagli nmaj de’Minilirr della RepaWiea, JafèlRro continuate iHanze in Se^af e aXìratt pef rtlHtuzfShe jdeW Ih line, ftanchi, non tornardfr piò loro il cifnlò di profeguire, ihbandonarom 1è loro ragioni. Fu un’ arcano ufato in tutti i tefpi da chi comanda agli Ufcoccnl^ di deibdere gli uffizj de" Minillri * della Repubblica, e If private iltanze', llancaido gf in tereffati colle diUèfimi, e nhtrehdo 1 pubblici MiniDri di fpranze d*^tera rèWruzIonc dei tolto, e galligo de’ifelinquenti, fili tanl tq che, fitccedehdo uh altro rubbamento, e dopo Quello un’altro, il parlare de’liiècelli frefcfii faccia porre prima in lilenzto, e poi in obblivione i primi. e fi può ftire generalmente che fempre hanno pollo in fiknzio, e coperto ogni 'fiìblnmenro con un'altro nuovo. Per la partenza del Barone, gli Ufcocchi, reflati liberi, fi avanzarono nelle iniblenze con dtqni di ‘tutti i generi di fopi^ raccontati ; e intraprefero -di più tih tentativo chO ne'feguenti tempi ogn’anno tentarono di metter ih effciro. E’ pollo in ufo che da "Venezia parte una Ga. le,!, che chiamano della mercanzia, per Dalmazia, donde leva le merci che fono portate aquella fotta.’ Gii Ufixcbhi penfanno che, venendo loro iicto di poterla una volta fpoglldfe, foiebbe (lato un' grofiìlfimo boKìno per loro, c gran fervizio a’Ioto Governatori, fe quel commerziO' foffe ftatn'- imcirotto ; però ile’ tempi dell'andata, e del 'iitomq maraviglia è quante. infidie*s'ingegnarono''di porle; ma non hanno mai potuto colòrir il difegnb, perche h Galea, per fila ficureiza, fempre i fiata da Galee, o barche armate accompagnata ; ma quantunque la mi andaflè fallace, ^on rdlavano di (jdiptrè in altro, Icbben non di tanto fratto, perdiè,- mentre fi attendeva alla cullòdia ’ della Calcai, conveniva in qualche luogo rallentare l^'guardie; e reftava qualche parte del mare non cullodita, e loto aperto il luogo datwtcr far de'mali pari a i loprannominati.- A queili Igginnferu apprefliptn nuovo, e lirano ufo di violenza dove era ^nalche figliuola da marito di buon parentado neU’Ifole, 0 Terre marittime (tf -Dalmazia; andati improwifamente,‘o di notte, o in ^Itfi tempi più opportuni, con inforzar lecafe,Ia rapivano in matrimonio di alcuno di loro; e poi co’congiuuti .(che al male palfato non potevano rimediar^’) iratiando {bee, e feofando il fatloj pròecuravano d’ indurli a ficonoftérli per. parenti, e favorire le cofe Tomo li. Bb z loto loro eoa intelligenze, zvyifi, e zltri zjaii- Pochi ne poteyzno periiiadcrc, |>er le gran pene cb'cleguiva la giullizia contri chi era trovato aver parte con lofi; ma citi contra qoclli che liculàvano oftilmentc procedendo, valendoli di preteOo della dote della moglie, tenevano in continua venazione le perlbne, c gli averi loro fin tanto che lioflcco eoodotii a mileria efttcma. Alle violenze, arrapine ovviava,Giam • Battifia Conntii^, Generale Veneto, guanto «jr’foflibile a chi non voleva ulare i mezzi proprj di alidar a i nidi dp’iadroni, per non difpiacer a' Principi confinanti; ma Iblo* difendere le cole proprie: il che riufeiva difficile, avendo a guaruna Riviera di joo. miglia con unte Itole, e fcogli, cooira gente ardita, veloce, e temeraria, che, fingendo andare in un luogo, paflàva ad nn altro, e con ellrema preftezza fi Ipcdiva da quello, c ririravaC in licuro. Occorfe nel (idod. che, ritrovandoli .nel porto di Veftria, rreCò a Rovigno in Ifiria, una Fregata Catearina, la quale portava Icttere del Principe, c. lei mila ducati di danari pubblici, e altra fomma ge' privati di circa quatira mila, con mercanzie, e robe di valore, te barche di quelli fccilcraii raffidtarono, e In lQ|p>gÌiorona di tutte le robe, e de' danari j, e, quello che peggio di luitoifu, afponate k pubhliche Iettare, e partendo di li, con maggior crudeltà Ihccheggiarano altri navilj ritrovati in altri porti della Rcpubhbca, levando a' ^danti,,o a' Marinai ic camicie, e le fearpe; e 1 capi, dopo aver prefo per sd (Icifi una grofià porzione della preda, il rimanente del botiino divife, IO in i$o., che tanto era il numero. 11 Coniarini, che fin allora fi era contentato di ftar loia alla difela, ed impedire ilenuiivi, cqnofcendo che per tal via era impolfibile conseguirne il fine, vedendo giornalmen. te crefccrc gl’ inconvenienti, coofidcniado il danno per la preti della Fregata, e, quc|ia che più filmava, il pubblico altronio per le lettere interceite, giudicò neceifario lerrar i palli a Fiume, Bttcari, e Segna, e impedire rufdca, e andata di ogni t>ru di valceUb a quei luoghi, acciò quegli abitanti folfero cofiretti a defiftere dal ricettare, e fitvoriK i predoni, ovvero trovar modo di conrenerli m uffizio. la fola perle, dizione de'ladroni nel mzre non può aver rimerò cilctto di reprimerli; imperocché, riduceqtlofi elfi, per dividere le prede, fono là monta, gna della Morlaca, fito fortifiimo, e molto comodo, per la moUipUciib dclté valli, e. de' porci, e per la proffimiib dcircmiiunae, d'onde colle ^ardie fcuoprono da lontano, ktuvano la maggior parte de' pericolì. Per tanto i Veneziani, ammaeftrati dall' efpcrìenza, hanno fiabilica una mafiima, che fia di poco frutto, cosi il pcrfeguitarli, come impedir loro l'ufcua; ma folo giovi l' impedire il ricetto che hanno |nellc terre, fon gafligarle, levando loro il commerzio. I^r quella caiÀ il Generale pybhlicò un leverò bandAv ohe nefiqno de j fumiti poteffic avere commerzio con quelle terre; e neffun Vafcello di qualunque luogo vi fi potelTe aaA^are; e per aggiunger la forza a' precetti, accreboc il numero delle bapchp frmaie ; a&ldaia molta gente Albancfe, chiamò altre Galee, e fece cosi potente annata, ^che fuor della fua inlenzione diede gelofia agli Arciducali di aver animo di efpugnar le Fortezze, Per quello timore Gian Jacopo de Leo, Vice-capitano (che il Capù rane Francol era allèntc) per, nome proprio, e della Citth, fi purgò con lettere predò al Ceotarini, mollrando dirpiacere di quello che alcuni pochi ribaldi centra il voler fuo, e della Ciiih, avevano operato; o&rendo foddisfazinne.- e il Baron di Khisii, Gcncnl di Crovazia, calò a Segna in diligenza, per rimedinte : fubito fece imprigionar quattro, i ^ calpevoli, e con léveri bandi et diede a ricuperar quanto poteva del bottino, fiteendo intendere al Contarini di aver ricuperata gran parte de' danari, e delle robe; e che attenderebbe alla ricuperazione del rimanente ; che darebbe il gaftigo a' colpevoli ; reftituireìdie i danari pubblici a ehi folTe mandato per riceverli; e i privati a' padroni che andalTcro con iuficienii giultificaziooi : léce ìmjMCcare un Albanefe, e uno di Segna, i due più colpevoli de' quattro prigioni. Al Segretario del General Veneto, che a tal efictto fu mandato a Segna, rellitu'i 7500. ducati, e la porzione di robe allora ricuperate, oiTerendoli di ricuperare il rimanente; che quanto a' danari non arrivava a 3000. ducati; rellando però ancora buona quantità di roba ; il che per eSèttuare', fece intendete a 150. che s' erano ritirati, che perdonerebbe loro, tellicuendo cufcuoo compitainente la parte toccata toro ; avvertendoli che lenza quello non av^bbono trovato perdono ’, e f ece pubblicar un fevero bando da tutti gli Sud di S. M., e di S. A. in pena della vita, e con taglia contea lèi aifentad de' molto colpevoli, ordtnando cheli differilTe a procedere contea gl’ altri, fe però refiituHTero, Ciò fatto, il Baron ricercò per corrifpondenza la rilaflàzione delle barche trattenute, la livoeazionc de’bAidi pubblicati, e la liberazione del commerzio. Il Contarini, quantunque teneflè per impoflibile, più tolto che diAcile, che dopo 1' aOédio levato lì dovcBe parlar più di ricuperar il rimanente, reputò nondimeno di dover contenmrfi della promeflà; foggiuogendo che ferebbe reltato laddisbcto, quando gli foBno coiifesnati i due prigioni intervennti nel mitfatto, che orano ludditi Ve. neti banditi; e folientava la fua dimanda, per efler loro flato dato ri. certo contea i Capimli eoncordad col Rabatta. II Baron non-poteva fentir a parlare di quello. Diceva che il ferlo era cola da sbirro ; ohe pretendeva r accordo in quella parte nullo ; riprendeva il Rabatta, che in ciò non fi foflè portato da Cfavalicie : e replicando le iflanze il Contarmi, ed egli le teufe, i Cittadini, anfiofi per aver il commerzio Kliero, fecero iflanze cflìcaciflime, acciocchò per due fcellerati canti aferi noti patilTero ; e quei di Bucati, e di Fiume, intendendo la difficoltà, mandarono i principali de’ loro ad unire le preghiere cogl’ altri. Il Barone, prclQ un partito, di fare la giufliaia, e infieme di loddistàre sè fleflò, clevar il modo al Contarini di far maggiori iflanze, una 'mattina, nella quale fi afpeitava il Segretario Veneto, innanzi la fua venuta fece atuccar amendne ad una forca. Non piacque al Contarini rdfer defraudato della fila iflanza, la quale repuuva giufta, e neccITaria, -per contener i fuoi in uffizio; tuttavia, non eflendo alcun rimedio a colà làia, mollrò di contentarli. Fu dì nuovo confermalo da ambe le parti che farebbono fermati i Capitoli concordati dol Rabatta ; c promife il Barone che innanzi la fua panenza avrebbe lafciaii ali comandamenti, e ordini dì procedere col rigor della giuAizia, che più non fi feniirebhono inconvenienti. Quello fuocefib lUede maggior Iperanza di vederi nerpetuau la quipte, che l’opOTto dal Rabatta; perchè, edendo queffli flato uccdiP, pareva che gli oiduti da lui polli reflaflero fenza protettore, e che quell' el'empio dovclTa ipaventar ognuno mandato per p{ov vedere. Ma rcflando m vita, e nel carioo lòtto la. fede ad abboccarli eoa loro, conduccndo leco i prigioni; dove, avendo loro dato rilcaiio per quello che poterono avere, fiabilirono una fer«ni0ima amicizia co* Torchi, avendo mangiato, e bevuto con loro, e fatte aliegreize, e fefle lolcnniUime per la riconciliazipneé-il Il Radich alla Corte Cclarea avendo inoltrato, elfcr’ impoffibtle che gli Uioocc|ii^reflairero in Segna lenza le prede, quando loro non' folTc dato ahro.modo di vivere, e mameneiTi; e avendo ritrovato ncllTinpcradore, non maniunientodi volontà^ ma di forza per poter far aflcgnamenio pervie paghe, fu|^licò che gli folTero cence^Ko k eonthbuuoni che da molti Yiikiggi de MorUchi di quel pack tnaù rifeo^ dal Gecerale 41 Crovam; modrando non eire(e neod&ria la fopraimqntkRza di querGéoem fcv. le, che con quegli alfcgnamenti li faceva ricchiHìnio fenza predar alcun lervizio a Sua Maefth ; ma che quelle con )wca cofa apprcITo làrcbbono badate per pagare la Guarnigione dì Segna, e per mantener un Capitano (opra tutto il paefe : al che fu predato orecchio dal Configlio Cefareo, e trovato buono di alTegnare le contribuzioni al pagamento della milizia : dì che il Radich fu molto contento, fperando di cavare dagli affegnamenti tanto utile, che fi potelTe fodentar il prefidio. E oiienute diverfe efenzioni per tutto quello che portadèro fuori, o dentro della regione, parti molto foddisfatto, con deliberazione di far ogni sforza, per racquidare la grazia della Repubblica; avendolo per cofa facile, quando fode adìcurata di non fentire moledìc da quella gente; difegnando, tralafciato il corfo, e accomodate le didcrenze, far ben i fatti Tuoi con mercanzie di legnami, Quedo era certamente un ottimo, e perfetto penderò per benefizia di tutti quegli abitanti, molto più riufctbìle, che l' introdurre negozio di quella mercanzia tra’ Principi ; al quale, per li rifpetti, e fofpetti, è impedibile trovare forma che non abbia infiniti contrarj; che tra privati l'introdurlo non averebbe difficolti alcuna; s’incamminerebbe a poco a poco ; e da sè dedb per le vie che gl’ accidenti giornalmente fomniinidralfero ; non vi farebbe bifogno di Ipedizione di CommilTarj, n^ di altre lunghezze, e fpefe fuperdue ma il mal codume di tjuegli abitanti, e la maggior dolcezza che porta il viver di quello d’ altri più todo, che delle fatiche proprie, non lafciava loro metter in efecuzione un canto buon penderò. Partito codui dalla Corte, e rifaputafi la deliberazione Imperiale a Gratz, dal Generale di Crovazia fu podo impedimento all’ eiccuzione del deliberato, perchè veniva levato un grand’ emolumento al carico di quel Generalato, che fi dava per rimeritare un l'erviiorc di Sua Altezza; nè gli Ufeocchi di ciò fecero rifentimento, attefo che, dfendo interrotta la trattazione delle tregue co’Turchi, per aver clli dato titolo Regio a Valentino Umonaj in Ungheria; e per confeguenza cedata la cauli della proibizione di predare, gli Uicocchi (tanto può la mala inclinazione aggiunta ad una coniuetudìne pcrverfa ) ebbero più cara la liberti de i foliti ladronecci, che 1’ alTegnamcnto delle paghe; onde ritornati all’ infame corfo, e ad infedar la navigazione, e le Ilble, codrinfero i Veneziani a prefeguitarli in mare, e a metter impedimenti all’ufcita loro. Dalle quali provvifioni febben era prevenuta gran parte del male che lenza que’ rimedj (irebbe fucceduta, non erano però luffi.' cienci di fare che i ladroni non pizzicalTero le Ifole, e che qualche Vafcello non capitaffe loro in mano. Il Generale Veneto, per ovviare interamente al male, fi voltò a inidi, dove fi falvavano colla preda, e proibì il commerzio a tutte le terre Audriache dove fi ricoveravano ; onde, riufeendo maggiore il danno de gl’altri abitanti, che de i medefimi Uicocchi, concorrevano perciò continuamente in Gratz le querele, e le efclamazioni de’ Citadini contro di loro, eleidanze, che finalmente una volta folle daddovero rimediato in modo, che non patilfcro ogn’ anno un’ affedio : e mentre a quella Corte moltipicarono i lamenti dei fudditi, quei Minidri opportunamente ebbero indizio, che i principali Ùfcocchì, 0 difgudati per la proibizione di non ufeir alla preda, ovvero intimoriti che non folfe rinnovata, rifpetto al trattata di tregua, eh’ erg LOO ch’era rimenb in negozio; o per loro maligna, t inquieta natura, avevano contratta qualche i'egreca intelligenza coi Turchi, e iemintvano pernizion, e fcdizioG concetti negli Ufcocchi minuti: per le quali cau« le unite inficmc fu deliberato in quel Configlio di mandare CommUTarj di tutta la Crovazia Lodovico Baron Diatriliain, e Giorgio Andrea Khazian; i quali, fatta inquifizione de’ colpevoli, c ritrovato vero più Jore di quattro mila ducati, fi ritirarono in Campagna prelTo a Segna, dove divifero la preda; e le loro donne, ufeite di Segna, come per an» «Ur a veder i mariti, e parenti, la portarono in quella Città. Quei di Segna, per timore che il commerzio non folte loro levato, mandarono a far lamenti di quello fatto con Gian* Jacopo Zane, Generale, che poco innanzi era luccelTo al Contarini, e a mofirar d' cirer in quello lenza colpa; poic^^ t malfattori erano banditi, e ribelli. Dallaltra par» te Rimavano i Veneziani quelli tutti artifici; anzi avevano qualche dubbio che i bamii tufferò finti; poiché permettevano che le donne abitaflero io Segna, e i Fuorukiti praiicaficro vicino alla Città, ^ forte anche dciiiro occultamente; e fe non davano ricetto a’ Predatori, lo davano nondimeno alle prede : però giudicò il Generale che l’aver ricevuto le donne colla preda folse cai^ fuBìciente per rilentirfi centra di loro. Foie l’armata in guardia alle bocche di Segna, che dava loro grand'incomodità; dal che nafeendo mancamento di vettovaglie, gridarono centra gl’ Ulcocchi, e vennero anche alle mani i Cittadini co' glUtcocchi; e tra' SegnaniJ, e Fiumani nacquero grandiilime difeorde, perché que(K pativano effi ancora, e dicevaao «iiifr de’ Segnani. Il bilbgno fece ulcir furiivamenit in una barca ad. Ufcocchi, i t^uali temen£> il Capitano di Segna che col far nuovi danni foITcro caufa di far rillringere maggiamente la Cittb ; e avendo avute comandamento di guardare che non fofféro fatti danni a i Turchi, acciò non foHe dato impedimenm alla tregua, eh’ era tornata in trattazione ; fece Caper alle barche de’ Veneziani che fi guardafleco ; onde gl’Ulcocchi furono perfeguitati, e combattuti, e ne refiarono i(. morti, prigio-' ni, e 3. falvati. Di ciò gli Ufcocchi entrarono in gran contefa col Capitano, il quale fi feusò con dire di aveva avuto ordine dalla Corte di coc\ fare ; e che qualunque volta ufeiranno lenza Ina licenza, lo farh intendere o con avvilì, o con tiro d'aniglieria, ficchè non faranno ficuri. Il che fe fofle fiato olTervato, era una via di fnidare i malvagi, 0 contenerli nei debiti termini.- non feguì più efempio tale, o perchè i comandamenti foflero mandati per apparenza; o perchè a i Minifiri bafiaife mofirare di dar loro efecuzione con ofiervarÙ una volta, 0 quanto meno folTe poffibilc ; ' I Segnani, per liberarfi totalmente dagl’ incomodi che fofienet-ario per l’impedito commeizio, vennero in riloluzione di congregar quello che poterono avere del bottino, e far andar a Segna Girolamo Barbo, Cittadino di Fola, per convenire con lui della rellituzione. Il General Veneto fece rifolnzione di fiat a vedere fe quelle dimoftrazioni erano reali, o pur de’foliti artifizj, per addormentare; e l’evento dimolirò che tali erano; perchè al Barbo non fu renduta fe non una poca pane di quello ch’era fiato tolto di fua ragione; quanto al rimanente ricercavano tante ginftificazioni, che fi vedeva chiaro che non volevano far- altro .- il che fece anche dubitare fe aveflero qualche intelligenza con GiurilTa, fe ben bandito, la 1 1 1. ' Ma fe'i bandi fodero veri, o finti, non fi può affermare.- certo è bene, che innanzi il fine di fei mefi dalla pubblicazione d’eflì, Giuriffa', e Vulatee con tutta la compagnia furono ricevuti in grazia dal GetKrale di Crovazia, e rimefli le colpe, ritornarono in Segna ; e Giilrilla fu anche nel medefimo grado di comando. Ma non fi venne gih ad alcun’effetto della rellituzione.- anzi a quei di Fola, alcuno delqoali andò per ricuperar il fuo, rifpondevano di voler relhtuire a perfona pubblica ; fe il Generale diceva di mandare per ricevere, rifpondevano effere neccITarie le giufiificazioni de’ privati; anrochè i poveri Polani, fianchi, celfarono dalle ifianze. . -u Stettero quieti gl’ Ufcocchi alcuni pochi mefi, edendo conchiufe le tregue co’ Turchi, c pubblicate in Segna infierire con una proibizione in r na della vita, che nedu'no andade a’ioro danni, nè ufeide per qual voglia caufa in corfo per Mare, con ammonizione di contentarfi delle paghe; e a chi non paredero badanti, o non bafiade l’animo di vivere fenza predare, fode libertk di portirfi. Non fu alcuno di loro che reftade contento ; perchè, aOiiefetti a vivere con abbondanza di bottini, fi conofeevano inabili a poterli foAenure, malfime non feorrendj le paghe; ma, attefa la liberth conceda di partire, utM parte di loto diede orecchie a perfona capitau a Segna, che trattava di condurli al fcrvizio del Gran Duca di Tofeana. Un’altra parte, ch’era de’ foldati vecchi, a i qbali non piaceva mutar paefe, e ufeire di D.ilmazia, Temo . Cc tratta ^o^ tniMrono di condurfi ^ liprvizÌ9 delU Repubblic*. Mandi rano per ciì Viaccnzo Sp^derich o trattarne per nome loro col Generale, oiièrendolì di fervile o nelle barche, 0 nell? tene, o tutti tenuti, odiviC, come (’ Principi lòde piaciitto ; ed cflcndo ftau oppolU loro la profeffione del corfo tanto odiato dalla Repubblica, ritpofero cbiaraiDcnte |ch' erano andati in corfo (piando chi loro comandava voleva che così £icedèro; e ch'emendo in fervizio d’altro Signote che loro comandaliè il vivere quieto, e ftare ne’ loro termini, ubbidirebbeno puntualmente. Si offerivano che, quando ben abitaflèro divilì, avrebbono fatta licurtb 1’ uno per l'altro, e tutti per cialcuno di qualunque male follé flato commeffot I-e parole certo erano molto belle, e meriuvano che foffero loro aperte le orecchie,- ma le operazioni di chi le urtava le chiudevano aJffatto ; e farebbe flato moltq femplicc chi avelfe creduto che uomini, vifTuti Tempre fcellerati, in un momento potefleio farfi buoni,- però il Generale non diede loro fperanza alcuna nò meno li lafciò in difperazione, che non poteffero ai'pettare colla mutazione delle operazioni qualche grazia, La condotta dal gran Duca fu maneggiata quali un’anno, della quale qual foffe la conchiufione al fuo luogo fi diÀ afflìtti i fudditi della Repubblica per U frequenza de’danni, c intimoriti per rafpcttazione de’ peggiori, indufTero Marc’ Antonio Veniero, Generale Veneto, ch’era lucceflo al Zane, a farne querimonia col Capitano, che contra le promefTc tante volte replicate, agii Ulcocchi foflc permeiTo il dannificarc i vicini ; c che i proprj Governatori delle terre, in luogo di mortificare l’ardire loro, lo fomentaiTero con permetter loro di fabbricar barche contra la promelTa, c l'ordinazione dì Sua Macfl^. Qiìefli lamenti non riufeendo di alcun giovamento, perchè il Capitano foddisfaceva Tempre colla medefima rilpolla, che non iifcivano con lua laputa, ma contra gl’ ordini di Tua Altezza.* ehegli non aveva forze per far loro impedimento, ma bensì che a(ipetriva 500. Alemanni per regolare quella milizia, la quale confcUava ch'era trafcorla troppo, e pih che mai che per lo paflaco. 11 Generale, certificato che tutte erano parole, c lufinghc, ricorfe al folito rimedio dì otturare le bocche di Segna, e di altri luoghi Audriaci. Un calo avvenne, che codrinlc gl’ Arciducali a porgere rimedio; perchè VuUteo, ufeito di Segna con grofia mano d’ Ulcocchi, alTaltò un Galeoncino partito d’Ancona, per pafTar a Raglili, carico di panni di feta, e lana, di valore dì 15. mila feudi; la maggior parte roba di Crtdiani; la qual tutta depredarono, fatti prigioni quattro Turchi, e quattro Ebrei che erano (opra il Valcetlo; al rittiedio della qual cofa, pel f rave lamento del Nunzio di Gracz, da quella Corte furono fpediti raimo Dìatridain, e Feliciano Rogato Commiffar;; i quali, giunti, prefero informazione delle qualiù di cialcuno de capi, e delle male operazioni commenb da alcuni anni fino allora, e ritolfcro di tornar a Graiz, per dar conto del tutto, e trasferirii di nusvo a Segna con forzc, per poter clcguire quello che giudicavano neccllàrio; avendo ordinato al Capitano che fino al loro ritorno non latciafTe ufeir alcun Ufcoccho di Segna. Fecero anche ridurre inficme tutte le barche da corfo, per mandarle a Fiume; affinchè foffero in quella terra abbruciate. E’ fama, che all’ arrivo di quedi Signori in Segna foHc loro prclcntato in dono una porzione della preda, c che da effi foiìc riculata con mormorio dc’ladri, che l’alcrivcvano al voler coftringerli, quando ritornati fofTcro, a farne loro parte maggiore; aggiimgcndo effer co%\ avvenuto ne tempi pafTati ; e qualche volta aver convenuto donare tutto il bottino. Non cosi predo furono i Commiflarj partiti, che gli Ufcocchi, eccitata fedizione, contra la voiontk dei Capitano ( che dopo l’ aver tenuto le porte tre giorni ferrate, fu codretto, temendo della Tua vita, o fingendo di temere, ad aprirle) ulcirono di Segna, e andati a Fiume, levate violentemente le barche ch’erano ridotte in terra, per c0cr abbruciate, c occupatene molte altre dc’Dalmatinì, che fi trovarono in quel porto, fi pofero in mare ; c lenza alcuna didinzione de luoghi depredarono nell’ldria il Territorio di Barbana ; c poi rivolti veiv lo le Ifole, e fatti molti danni, in Bue diedero anche fupra il paefe dc’Turchi : non riufeirono però loro profpcramcntc tutti i tentativi, ficchc poceflcro gloriarli d’ aver piò avanzato, che perduto. Incontrarono a cafo tre delle loro barche ben armate il Capitano di Golfo, dal quale lèguiti, furono codretti a combattere, e morti buon numero di loro^ gl’ altri, dati in terra, fi ùtvarono, abbandonare le barche turche, che furono abbnitiate; e liberati quindici Vafcelli, che da loro erano flati arredati nelle acque di Premoniore: un'altra bacca fu incontrata dagli Albanefì, c combattuta, dalla quale fu rkuperan buona preda fatta fopra una Fregata de'Padrovicchi, Il ritorno de' Commiffar; fi differì quafi un' anno ; durante l' affenza de'quali, erano frequenti le ufeite degli Ufcocchi alla preda, e in groffo numero, fino di 400. Con molte barche faceva dimodrazionc il Capitano, quando era nella Ciitb, 0 il Tuo Vicecapitano, quando egli era fuori, di refidcre : ma non i cola facile da perluadcre che refidclfcro daddovcro all'ufcita di quelli che al ritorno ammettevano nella Cittb fcnxa difficolth alcuna : che le avedéro avuti per contumaci quelli che lontra il loro volere ufeivano, con facilicb avrebbono potuto tenerli fuori al ritorno; o almeno punirli nelle cafe, e nelle robe che lafciavano nella Citib; ovvero far avvUare le guardie Veneziane, e in quella maniera vendicare gli fprezzatori dell'ordine del Principe, e dell' autoritli loro. In molte ulcitc di quel tempo non fecero prede di gran momento, per gl' impedimenti che l'armata della Repubblica loro attraveriàva,' nè occorfero cafi memorandi, falvo che uno ridicolofo, e due elemplari. Il primo fu, phe, avendo prefb un valccUo da Lanciano carica per Venezia, penfando d'aver fatto graa bottino, fi ritirarono predo 4 Segna, per dividerlo; e trovarono il carica tutto di mele con molto numero di Icattole di manna, della quale, parte per fdegno di eifer ingannati dalla Iperanza, e parte per appetito, credendo che folfe confezione, ne dtvurarunu quantitli grande : il che inte fo dal loro Medico in Segna, ebbe opinione di doverli avete tutti ammalati di fluflo : redò nondimeno l'arte dclufa, e ncOun di loto ebbe pur minimo moto di ventre. Ma degli accidenti confiderabiii uno fu, che, avendo prefa una Fregata, ed effeudo dati lopraggiunti da tre Galee Veneziane, fi diedero alla fuga, e li ritirarono verlo Buccari, terra del Conte di Sdrino, dove dalla Fortezza fn tirato un pezzo di ficurczza alle Galee; di che quelle fidandofi, fmoniati, e gli Ufcocchi fuggendo, le Galee ancora pofero foldati in terra; e non mefcolandofi m conto alcuno quei 'della fortezza, redando folamente alla guardia delle fue mura, furono combattuli, e uccifi parte de'ladri; il redo fi falvb con difordinata fuga ne'bolchi; c dalle Galeefu condotta via la Fregata, e la barca de' ladri col bottino, che però non eccedeva il valore di 400. ducati, e fu venduto a' padroni. Se dalia Cittb di Segna, e dalle altre terre dove gli Ufcocchi fono dati ricevuti, e lai vati, foffe dato ulaio quello jnedcfimo debito, per edirjMakine de' ladronecci, che fu quella volta uiato da quei (li Buccari, u male non avrebbe fatto pragreflb, ma farebbe da^ rimedialo nella fu» origine. L'altro accidente fu, che, fatta un' ufciia generale, avendo penetrato nella Licca, per rubbare, furono adaiiti da'Turchi, c Morlachi in gran numero; e rimanendo uccifi molti di loro de' pih principali, e pili arditi, e numera maggiere feriti, rellarono gl'aliri aldini molto, e con gran penfiero di vendicarfi wr la morte de' compagni. Sarebbono lueceffi molti mali edetti, fc u ritorno de'Commilfarj non avelie coftretti i Malandrini di peulare ad altro : i quali Commeflàrj, giunti in Segna, avendo fan» impiccare ad un merlo del Caltello Purilfa, uno de’ Capi molto infolonte, pofero tanto leriore, che molti fi ritirarono fuori colle bmiglie, pane nelle altre terre del Vinadol, c i più colpevoli alla monugna> Alcuni di cffi entrarono nel Callell o di Malvicino, non guardato, con penfiero di fortificarn dentro, e tenerfi finché paflallé 1' impeto della giullizia; né lo poterono elèguire, perchè in quell' illeflo tempo pallando di Ci la Galea Morofina, gli alEtltò colla miliaia polla in terra; e da mare eoa l'aniglicria, e li cofirioTe a ritirarfi alla montagna, efiendo rellati morti alcuni di loro. Mandarono i Conamifiari oidinii, e bandi per tutte le terre, che ao. nominaci da loto foliero prefi vivi, o morti. Quelli principi diedero fperanza di qualche buona provvifione : ma durò poco, e non ebbe efietti dillimili dagli occoifi altre volte. Imperocché i Commelsarj, lalciaci feverì ordini, e proibiaùni del coriéggiare, e predare, e latta una compofizione per l e paghe decorfe, con promefsa che in breve làrebbono fiati mandaci i danari, e che per l' avvenire le paghe làrebbono fiate a' loro tempi sborùte, partirono. Ma lenza riTpecto di quelle provvifioni, indi a poco tutti gli Urcoechi tornarono in Segna, e a vivere lecondo rufato; c di paghe decorfe, o correnti non fi parlò più ; ma al coriéggiare fi actefe, coma fe mai non fofse fiata ratta proibizione; non Colo non vietandolo- il Capitano di Segna, ma dando anche molti légni che vi acconfentifse : anzi la terra di Fiume col Capitano Tuo non prefiava loro minori favo, ri, che Segna, ricettando le prede, e fmaitendole di là per diverfi luoghi ; e pareva appunto che la provvifione foibe lana momentanea di concerto; poiché, paniti i Commifsar;, le cofe peggiorarono con danni maggiori del folicq a' naviganti, e agli abitatori delle Ifole. MoU tiplicando le ingiurie, non falò 1' armata Veneta accrebbe [la diligenza, per impedir quanto fi poteva i ladri, c perfeguitarli, quando funivameme ulcivano ', ma il Veniero ancora ebbe in confidenzio. oc che, conforme a quanto da’fiioi Ancecebori era fiato più volte fatto in fimili occafioni, era necefsario levare il vivere a t luoghi dove fi ritrovavano, e che li fomentavano : per lo che pubblicò nn bando, che neiruno de’ fudditi avellé ardire di portar robe, vettovaglie, o merci, né di avere commerzio, trafiìco, o pratica colle terre Arciducali, dw fono da Fianoaa nell' Ifliia fino incontro allo filetto di Gliuba fafa il Canale della Moriaca; e ordinò che faflé ritenuto ogni Vafcello che partilTe da quelle rive, o che cranfitaffe da luogo a luogo, ovvero d' alcrondc folTe inviato a quelle terre. Per quelle prowifiom reilavano impediti i ladroni dal fare tutto il male che in animo avevano; ma non era che alcuno de i tentativi non riulcillé loro; imperocché il Maro è come un Bofeo, impofilbile ad elTer cufiodito rotto, mafiime in quella tenone abbondate di ante Ifole,. e feogU; né le bocche fono coti angufie, come I difegni le Ggumno. L’ ofcuriià della notte ancora, e i tempi cattivi, c bnrrafcofi, prefiano comodo di fcanlàre le guardie, aaaflime a chi Ila attenta, come gUUfizicchi, ad afpettarli con pazioaza: nu bei) al certo ne fegui che a molti nuli fu ovviato; c quei, che non fi poterono impedire, furono vendicati, quanto le occafioni comporurono: e chi leggerò, che tante volte fieno fiati i ladri peifeguiuti, e fia fiata loro impedita l'ufcita, e il commerzio alle terre proibite, e infieme vedrà narrato che, con tutto ciò, fàcefléro grandi, c freqoroti danni, pòn dovrò credere che fia eoa lepagnaiiza nda nar mio zoS SI T O R I A razk>ne, ma che la condizione di quei tempi, e luoghi pm-taflc che queflir rimcdj baftaflero per fminuire, non per oftirpare gi’ inoovenienti. Fra gl' incontri in quefto tempo avvenuti uno dee efler narrato, per aver data caula a molti inconvenienti feguiti poi, che al loro tempo faranno narrati. Le barche Albaneh raggtunfero due degli Ufcocchi, e fi azzufTarono infieme; nè potendo gli Ufcocchi Ibflenere il valore, e maggior numero degli Albanefi, di^ero io terra, e abbandonarono le barche, e reftò in queffa zuffa prigione Giorgio Miianficich, Capicanio del Caffeilo di Brigne, uomo fagace, e di teguito; uno de i pih vecehi, e meglio apparentati Ufcocchi di Segna; il quale, febtm, per gli innumerabili misfatti commeOì nel corJo, e per le molte ingiurie inferite, era meritevole di mille morti, nondimeno per molti degni rifpetti fu rifervato in vita, e lotto cullodia. Da quello uomo fopratcucto dcfiderolò di liberti, e comoditi, ch'era confapevole di tutte le cofe più fcgrcte, s’ebbero informazioni molto importanti per dilucidazione de’ dilegni e palTati, e futuri; e la prigionia lùa fu a glt Ufcocchi ora freno, ora ipronc al far male; imperocché, quando fperavano di poter con trattazione ricuperarla perfbna fua, in buona parte lì contenet^no in uffìzio, e sì allenevano dalle ingiurie; e quando la fperanza fi feemava, facevano alla peggio, acceft allo (degno, e alla vendeKa. Ne* quattro anni precedenti non fu parlato degli Ufcocchi alla Corte Cclarea, per caufa delle diffìcoitb che fi maneggiavano tra i Principi della Cala di Aulirla, che non lafciavano dilccrnere con chi convenille trattare; delle quali non è ncceflario al prelente propofito far relazione, poiché non evvt perfona che tanto poco ne fappia, alla quale non fìa notiflìmo che T importanza di quelle non permetteva che colla Maeltà Imperiale, o con alcuno de gl' Arciduchi fi pronaovefle altro negozio : nè merto entrato l’anno del idii. fi aprì congiuntura* di farlo: anzi’ che al contrario, elTendo nel principio d’eflb hiccefib il tranfito a miglior vita deirimperador Rodolfo, per caufa del qoale quei priacipi reliaioao molto più occupari nelle occoivcnao che quella Corce^porfh in cOnleguenza ; vi era poca probabilità che per* più mefi avofiero potuto prcliar orecchie ad altro negozio : perciò i Veneziani, non el^dovi Ipcranza di rimedio per via di trattazione, tanto prik giudicarono Dcceisaria quella dell' operazione. £ per la ilelsa caufa prelero anche animo ^KUfcocchi di far H peggio, non temendo che potofsero, lecondo il lolito, andar Gommefrar) ad impedir loro le ulcitc, ovvero ad alportar loro, come aitrt volte era luccelso,' la maggior parte della preda : e per ordinarfi a far imprefa, e fuperare gl' impedimenti oppolli da’ Veneziani, follecitmnente preparavano materia in Fiume per la firuttura di molte barche; e diedero principio alla fabbrica di una di grandezza inufitata, divulgando che Sua Altezza era fiata concci» licenza di fabbricarne fei, (btm ^hrt pretefii afsai lontani dalla verifimilitudine. Comunicato il oohfiglio infieme da quelli dr€egna ad altri di Novi, Ledenizxe, e Brì^e, e prefi in compagnia alcuni fiKlditi Turchi, chiamati Garpoti, ovolo Carpochéani, che, nuovamente partiti colle famiglie dal loro paefe, invican dalla dolcécfea del vivere di latrocinj, Crino pafsatt ad abimr in quella ^>Marinf; iiomhù allevati dalla fanciuUetza duramente, atti a i fopportare ogni diiagio ; facili ad efporfi a qualiìvoglia manifeiìo pericolo, e gran Iprezzatori della vita; fecero divcrfe uicìte. Nè le provvilìoni del Generale Veneziano furono badami ad impedir loro in tutto» perchè, eflendo molti ì pa(& da guardare, e t tempi molto contrarj al pocervifi fermar in guardia, e elTi in coù groITo numero, che potevano tentar in un tempo AelTo diverfi palTt, e con riioluzione, maflìme deGarpoci, di efporfi ad ogni 'pericolo; quello che un giorno loro non riufeiva, fuccedeva T altro; e T impedimento che rifeontravano in im luogo, non lo trovavano nell' altro. Si riducevano ora in uno, ora in un'altro de i porci Veneti, che trovavano non eulloditi, come in quelle Ifole ve ne fono molti (dlirarj; di Ik partendofi a far li bottini, paf-fando ora per lo drettodi Novegradi, ora per li territori della Dalmazia cos'i all* im|>rovviro, che non potevano eflère prevenuti: inferirono molti danni a -1 Turchi, e fudditi loro CriOiani, con rapir loro gli animali; e, aiceli 1’ odinaztone che li conduceva, avrebbono fatte gran cole, fe le nevi, che furono quell'anno altiflime, e gl’ impetuofìfnmi» e continui venti boreali non avelTero combattuto centra di loro. Certa cofa è, che nella feconda ufcica, quantunque fieno corpi atti, e afluefacti al patire. Tei di loro redarono morti per li dilagi; e nel ritorno quaranta furono condotti cosi dal freddo maltratuti, che poca fperanza avevano di ric^perarfi. Il maggior bottino fu nell* apertura de* tem« pi, quando, fmomati in terra nella giuhldizione di Selenico, od internatili in quella de' Turchi, depredarono la terra di Gracevaz, uccid dieci Turchi, fktti molti prigioni, e carichi di robe, conducendo ancora 400. animali grolTi, e aooo. minuti, parte per terra, e parte pel Canale della Morlaca, ritomarono a Segna» Alle rapine aggìunfero in quedo tempo un* altra offefa, che per tutti i luoghi dello Stato Veneto, dove tranhtarono, c dovunque in quei de* Turchi fecero preda, lafciarono infieme fama d* aver intelligenza co* Minidri Veneziani a* danni de* Turchi; facendo correr voce che con loro confenfo, anzi convenzione contratta, erano ufeiti a predare: e fomentando, e confermando la voce, modravano patenti falle col nome loro con fìnti fìgillt, 0 fotiofcrizioni. Il che da* Turchi fu facilmente creduto, cavandone argomento, per edere alcuni mefì prima, come fuol’ avvenire tra’ confinanti, luccefle divcrfe prede, c rifacimenti fra le parti a quei confini, per li quali anche s’ inlanguinarono gl* uni contra graltri, fenza però che i pubblici Minidri de i Principi ne aveffero dato conlènfo; i quali, febb^n fecero ogni sforzo, per reprimere ciafeuno de' fudditi loro, e riconciliarli; non rinlcl però fenza diflicoltk, e col rimanere gl’ animi alterati, e pronti ad eccitarfì per ogni minimo foljpetto. £ non tanto t Turchi, quanto anche il numero maggiore degl’ Ulcocchi lo credeva, ingannati da t capi, i quali, congregati nella pubblica Piazza di Segna in numero di circa mille, affermando loro di avere parola da* Veneziani di andar liberamente a* danni de* Turchi per Mare, cforundoli a corrifpondere verfo loro in corcefia; e portato in quel luogo un Crocifìflb, fecero loro predar un folenne giuramento, di non offender in parte alcuna i luoghi, e i fudditi Veneziani; nè meno in Mare i Turchi, e gli Ebrei che fopra vafcellì Veneti tranfitaffero con mercanzie ; e di perfeguitar i contrafìacicori, quantunque foffem congiunti di parentado, e con ogni altro vincolo. £ ^ tutto ciò fecero A Dd iludio Z IO liudioramcntc andar la nuova per la Licca, e per le altre regioni vici ne in modo, che anche il Baisi di quei confini ne prefe Ibfpetto, e ne fece acerbe querele col Generale Veneto con elprcffionc di concetti molto rifentiti; e ne diede conto alla Porta in Collantinopoli. Per le congiunture di quei tempi, quando era incerto dove fofiero per voltarfi quell'anno le arme de'Turchi, a i Veneziani pareva di dover tenere grandilTimo conto di quelli tentativi ; (limando la fama diffeminata, le falle patenti, e il finto giuramento, elfer inviati tutti ad un medefimo fine di provocare farmi dei Turchi contra la Repubblica; e fi perfuadevano che gli Ufcocchi, nè foli, nè principali follerò autori di quei configli, perchè il giuramento pubblico in Piazza, la fabbrica delle barche a Fiume, patrimonio di Sua Altezza, facevano palefe che il primo moto proveniva da chi aveva il governo in mano ; maflime per la fama fparfa, che tra gl' arcani de’ configli de' Miiiillri Aullriaci una maflima folle (labilità, di far ogni cofa, per inviluppare la Repubblica in guerra co’Turchi, per quei fini che ad ogn’ uno poflono clser molto ben noti. Ma gli Ufcocchi, fidatili che quelle apparenze ingannafsero i' Dalmaiini, e che da loro non dovefsero aver alcun impedimento, anzi diverlì favori, fecero come una ferma dazione ne i contorni d' Almilfa, di l!i frequentemente palfando a’ danni dei Turchi. Quelli avendo mandato prima a protcllarc a gli Almilfani vendetta, e danni fopra le vigne, terreni, cale, e anime loro, non tralafciando la prima occafione che fi porfe loro innanzi, prefero per ragione di rapprelàglia nella terra loro di Macarfea do. fudditi Veneti, andati fa per negozj della Brazza, Lefina, Almilfa, e Pago; laonde in fine avvenne .quello che più volte anche era accaduto nei palTati tempi, che il danno lellò, non a gf infedeli inferito, ma (òpra i Cridiani caduto. Partorì nondimeno quello di buono, che, giunti i comandamenti venuti da Codantinopoli, fi compofero interamente le differenze tra' confinanti : e gli Ufcocchi, Vedendo di non poter più peniate che i fudditi Veneti li unilfero con loro, nè fi rompelfe la guerra tra la Repubblica, e i Turchi, depofero la jnafchera; e, non odante il folenne giuramento, corfeggiando intorno all' nòie, Ipogliarono una barca che da Venezia conduceva mercanzia per la fiera di Cherfo, e un Grippo Ragufeo carico per Venezia di merci di ragione d' alcuni Armeni Cridiani ; a parte de^quali tagliarono la teda, e fecero altri prigioni; e ridotiifi con 14. barche all'Ifola di Onia, prima che Agodino Canale, luccelfo Generale in luogo del Veniero, avvifato, potelTe mandare per ifcacciarli, fpogliarono tutte le barche de’ viandanti, eziandio quelle dove non era da fare preda, fef non di vedimemi, e drumenti da navigare, non perdonando a'pefcatori, e Uomini dell'Ifole, che per loro affari tranfitavano. Scacciati di lù, e ora in uno, ora in un’altro luogo ritirati, non celfavano dalle moledie', le quali lungo, c tediolb larebbe raccontare: ficcomc, per la deffa caufa, è bene tralafciar di dire come, feguiti, più volte furoiv) codretli ad abbandonar la preda, e le barche, e falvarfi ne’ bofehi con difficoltli', e altri ribaldi ancora fono nome loro non mancavano di comjnetter ogni fona di fcelleraggine. Un certo Giovanni Uibich, nativo di Gliuba, commife in quei giorni in territorio della Repubblica un’importante, e violentinijna latrocinio con diverfe male qualità*,: peclocbè il I&OVVC Provveditor Generale giudici neccBario di averlo in mano; e intendendo ch'era nelia viila di Artina, appartenente a Gliuba, mandi a quella il Govemator Paolo Gbini con loo. Aibanefi per prenderlo, come gli fuccefle. Ma mentre perfeguitava quello, vedendo un altro fuggire, giudicando qualche male di lui, lo fece feguire, e fermare. Quelli notifici al Governatore d' eflcre Uicocco, e che con lui erano nella terra llefsa cinque altri Ufcocchi. Il Governatore, avendoli per complici, deliberi di pigliarli; ma elTi, ritiratifi in certe cafe, in iito avvantaggiofo, lì prepararono a combattere. Il Governatore, che poteva o col fuoco farli ufeire, o alTaltandoli con numero unto maggiore, eollringerli, perdonando ailc abitazioni, e al fangue loro, o per qual fi voglia altra cauta, gli accetti con quella condizione, che non riceverehbono offelà; e fe il Provveditore non avefse approvata la fua promefsa, gli avrebbe ritornati nel luogo ficfso, e nello llefso flato, per combatterli. Il Provveditore fece efeguir quello ch’era di giullizia contra il Libieh. Quanto a i cinque Ulcocchi, nè approvi, ni riprovi la promefsa del Governatore, ma diifer'i la Tifpolla'^ e ordinò che frattanto fufsero cu-, floditi. Per quello ac'id.itiv .citarono quel tU multo efacerbati e feb ben da loro erano fiati ufati per lo innanzi tutti gli artilizj, c fatte promefse, per liberar il Milanficich, e riporuta tempre o poca fperanza, o la negativa; aggiungendo quello alla prefe de’ cinque, mandarono a far ifianza per la rilalsazione di tutti fei,* e mifero in opera il Vicecapitano di Leo, e i Giudici della Cittb per Intercefsori, a’qtiali non fu nè data, nè levata la f^ranza ; fu folo uu intenzione di dovervi far confiderazione, e gratificare dove fofse fiato conveniente. Ma gli Ufcocchi, non definendo per tanto dalle rapine, e da i latrocinj, fe erano impediti loro i grolTi bottini, non s'allenevano da i leggieri, e dal moltiplicare Pofiefe, che, non porundo loro militi confidcrabile, caufava. no fofpctti di difegni piò dd folico pemiziofi. Quelli movevano il Canale a continuare con piò diligenza ne’rimedj, conducendo numero maggiore di foldati, e accrefeendo l’ armata de' Vafcelii con rinforzo di gente ; onde le terre, elsendo ferrate gii piò raefi, fenza commerzio, e con ftrettezza di vivere, allora maggiormente riftrerte, refiarono quali private totalmente. Mandarono perciò aH’Arciduca a rapprefentare i loro patimenti, a far cl'clamazioni, amplificandoli piò del vero, e richie. dendo protezione, e follevamento. Era in quello tempo felicemente fucceduta la nuova elezione di Re de' Romani; onde l’Arciduca, follevato da quel grave penlìero, porfe orecchie ai lamenti de’fuoi piò volte replicati. Pensò prima dimandarcome altre volte, Commifsarj a Segna, che facefsero qualche dimofirazione, e ponefsero qualche freno, tenendo che, ficcomc per lo pafsato, allora fimilmente da’Veneziani gli farebbe corrifpofio. Ma da’ fuoì fu fconfigliato, acciò non parefse che, cofiretto, per timor delle forze loro, facefse la provvifione ; laonde prefe partito di mandar a Venezia Stefano della Rovere, Capitano di Fiume; il quale fpedito, mentre faceva il fuo viaggio, quantunque fofse di mezza fiate, una tempellofa, e grave fortuna apri l’adito agli Ufcocchi di ufeire con i6, barche, e con rifoluzione di cfporfi ad ogni pericolo, non folo per bottinare tanTima li. Dd I to, che ila tP, che fi rifaccfsero del perduto per grirapedimenti pafsati; ma anco, ra per prendere qualche perfona infigne, col rifeatto della quale pocef. fero aver alcuno de’ prigioni. Loro fu dato in ifpia che Girolamo Mo. lino in una Fregata ritornava da Cataro, dove era fiato Rettore di quella Citth. Furono allegri lòprammodo, cosi per l’occafione del bottino delle robe, come per la perfona, penfaudo di dovere certamente riavere il Milanficicb, e tutti gl’ altri uol cambio di un Magifirato Veneto, Volarono per la via dove furono indrizzati; rifeontrarono la Fregata, e l’afialirono, Non vi trovarono altro, che le robe, elfendo il Provveditore per buona fortuna prima fraonuto in terra, NelTuna cofa affligge più l’animo, che il vederfi defraudata d’una fperanza tenuta per certa, Quei ribaldi tanto certamente credevano di dover far prigione quel perfonaggio, che, non avendola travato, pareva loro che piit torto folTe lor fuggito, che non dato loro in mano, E tanto fu l’aidore d’ aver nelle mani un pubblica Minifiro Veneziano, che eccitatili l’un l’altro come a furore, immediate voltati, palTarono verfo Rovigno ;iell’Iftria, per far prigione il Podefth di quella terra; il quale non po. tendo avere, perchè fi falvè, alTalirono i Valcelli che nel porto fiavano afptitando vento per Venezia, e li fpogliarono, uccifi i Mercanti, C i Marina] che Inm .wOa, rifpetto ad alcu no, nè a grandi, nè a piccoli.- e più infervorati, perchè anche il fecondo tentativo f©nè loro riulcìto vano, ritornati con celerità, palTarono fopra l’Ilola di Veglia, dove ritrovandofi Girolamo Marcello, Prov. veditore ^ell’lfola iq vifita di Befca, terra deU’Ilola medefima, lo fecero prigione infieme co’fuoi miniftri, e l'ervidoti, e lo conduflcro eoa vilipendio, e indigniti grande in certe grotte vicino a Segna, tramutandolo fpelTo da una all’ altra, Nè è da tralafciar quella particolare, che la barca, colla qual fu condotto prigione il Provveditore, fu quella fabbricata in Fiume, della quale è fiata fatta menzione, Infieme coll’awifo di quello misfatto il Capitano di Fiume arrivi wì Venezia. Non poteva giunger in peggioe congiuntura, attefo che le ot. fole degli incocchi mai non furono cosi frequenti, come in quell’ an. no-, né meno cosi rilevanti, e malTime l’ultima-, la qual, intefa dal Capitano, poi giunto, lo fece reftare molto prerpleffo, fe doveva dar immediate principio alla negoziazione, ovvero alpettare fe da Grata, pel nuovo accidente, gli foflero mutate le iftruzioni; e fe doveva fama menzione eflb, o tralafciare di parlarne. In line, prefa rifoluzione, diede principio coll’afliftenza dell’ Àmbafciadorc della Maefià Cattolica al fuQ negoziato, incominciando dalla buona mente del Sercnillimo Arciduca, dall’ottima difpofizionc fua verlò i Principi confinanti, e la Repubblica malfime ; loggiungendo che perciò 1’ aveva mandata con ampliflima autorità, per pigliare fpedientp di foddisfazione di ciafeuno, e tranquillità de’ludditi; e aggiunta un’ affettuofa condoglienza del fucceffo di Veglia, con afiicurare che nè l’Arciduca, nè alcuno de'luoi Mipiftri, nè maggiori, nè inferiori, vi avelTero conlenfo, e participazione ; ma forte fiato motivo di quei di Segna difubbidienti a Sua Altezza,- dilcefe al fuo negozio, e per nome dell’Arciduca fi dolfe di tre particolari ; Che certi Mercanti, andati alla fiera in Albona fotto la pubblica fede, fortero fiati fpogliati delle merci da loro portate.- Che pofeia fatto in Segna da tutti gli Ufcocchi un giuramento tanto folennf di non offender I* cofe della Repubblica, cinque di loro, fudditidiSui Aueaza, fodero (lati preG, e tenuti prigioni contra la fede loro data : Che un Frate foffe flato porto prigione, e gli foflè flato tolto l’abito per pagamento delle fpefe; c con lunghe ampliflcazioni aeeravati quefli tre accidenti, ne richiefe foddisfazione. Quella forma di trattare da alcuni fu tenuta prudente perchi, quantunque dall’atra parte vi folTero da contrapporre non tre querele, ma trecento, nelTuno però è in obbligo di dire, falvo che le ragioni proprie. Ad altri pareva che quello non avefle luogo, fe non quando le ragioni di ambe le parti folTero del pari ma in quella occorrenza pareva, attefe le molte male operazioni degli Ufeocebi, che lo flato delle cofe - comportalTe più d’ufare feufa per lo paffato, e promelTa di rimedio per 1 avvenire, paflando poi a richieda di corrifpondenza ne’parncolari deliderati, Ma lafciando di ciò il giudizio a gli uomini lavi, per intera cognizione di quella che fi trattava, è necelurio narrare i particolari di Albona, e del Frate, che non fono flati raccontati a’ loro tem- pi, come non appartenenti agli Ufcocchi, e in foftanza leggieri. 11 latto in Albona pa6ò in quello modo. Dovendofi fare la fiera in quella terra il penultimo di Giugno, fecondo il confueto, i Mercanti di j I o j ni'’ P'"'“tvi le loro mercanzie licore, ottennero patenn dal Podelti del luogo,- portate le merci in fiera, i Dazieri preiefero contrabbando, non per ragione deUe perfone de i Meicanti, ma peri» qua ta delle merci, e vi pofero mano fopra. Il Segretario Celareo in ' ®’'Vifato, ne fece querimonia, dimandando la reftimzioiic ; ed ebbe rdpolla, che s avrebl^ fcritto p«, e fatto quello, ncercafle il giullo. Cosi fu efeguito immediate, con aver dato ordino di più, che le mercanzie li confervaflero tutte interamente; e di tanta, Segretario per all'ora, afpettando giullizia, venuu cho foffe r informazione ; nè aluimenti fi doveva procedere in negozio cho non fu tentativo di oflèfa, ma pretenlìone d’ordine dì mercanzìa e folito tra’ confinanti avvenire giornalmente fenza turbazione della 'buona intelligenza; effendo frequentiljime, e cotidiane le differenze fra’ Dazieri, e mercanti non folo foggetti a diverfi Principi, ma ancora quando ambe le parti fono del medefimo Suto, c anche delU medelima Cicti. Il Segretario avrebbe voluto che, prima di replicare alcuna cofaia quello negozio, fi aveffe afpettato che ferviffe il tempo di venire lari, fpolla.- nondimeno al Capitano, o perchè avelie quello particolare in commiflione, o per proporre maggior numero di querele, o per altra caufa, parve di non afpettare. L’evento mofltò buono il parer del Segretario, perchè al fuo tempo la informazione tichiefla venne, e il ne, gozio ebbe fine con intera rertituzione delle mercanzie. Il cafo del Frate fu in quella maniera. Fra Antonio da Fiume, dellOrdine de i Minori Offervanti, fi pofe fopra una barca d i làrina caricata in quella terra per Segna.: quella fq feoperta dal Forte chiamato di San Marco, c arredata, in efecuzione de i bandi del Generale di fopra racomaii. Il Frate diffe la farina effer fua, e portarla al Convento di Ipitir Ordine in Segna ma i Barcaruoli parlarono dlveriàmente • nominarono il Mercante di cui la farina era, e che il Frate era imbarcato per paffar in paefe de’ Turchi. In quel tempo s’era feoperta certa macchinazione di quelle alle quali viene preflato orecchie folto pretcfto di pieiV, (he terminano in fine calla morte dc’poveri Criftiani che fi lafciano follevare : perlochè il Frate, non rendendo buon conto del iuo viaggio, trovato in varie contraddizioni, fu filmato fpia, e trattenuto in quel Caftello, dove mentre dimorò, leggendo con quei foldati ne i libri fciolti che elfi fono foliti a fiudiare, vi lafciò qualche danaro, ed alcune robiccivole che aveva. Non fi trovarono fermi rifeontri per convincerlo, o per la fua fagaciii, o perchè non fofle fpia: fu rifafeiato, e condotto da una Fregata in Venezia, yeftito da frate; e cocomparve innanzi al Principe, richiedendo refiituzione del perduto nella Fortezza; allegando che. come Religiofo, non fe gli poteva guadagnate. Fu rimefib ad attender alla fua profelfione, e altro non fuccene in quello cafo, ». . La querimonia de i prigioni fu ftudiofamente dagli Aufiriact pubblicata per tutto, e la foflentavano con quelle ragioni : Che quelli erano fudditi di Sua Altezza, e fotto la protezione fua; ebe non poteva con fua riputazione abbandonare la loro dlfefa: eh’ erano fiati ritenuti contra la fede, fiante la quale, fi dovevano lafciare liberi; e fe quel Go. vernatore la diede, non avendo facoltà, eflervi obbligo, fecondo la ragione delle genti, di mettere lui in mano di Sua Altezza. Per lo contrario fi difeorreva, che gii tra il Rabatta, e il Pafqualigo fi era convenuto che gli U fiocchi ufiiti in corfo non folfero licuri, nè protetti: che Matteo Tomiz, fervitorc di Giurifla, nativo di Zara vecchia, uno de' cinque, fu bandito l'anno innanzi da tutto il dominio per omicidio commeflb nella perfona di Tommafii Malfiifich; però nè come bandito,' tiè come fuddito fuggitivo ooteva capitare nello Stato : che gli altri due èrano di nuovo venuti dal paefe de’ Turchi ad abiur in Segna; gl’altri t>cn nativi di quella Cittì, ma eSi ancora Ufcocchi, ufati al corfo : E quando, neffuna di quelle cofe fofiè, che la fede non fu loro data, fe non di ritornarli neinfielfo luogo, e fiato, e combatterli, fe il Generale non avefic voluto lafciarli liberi.- adunque non fi poteva per quella ragione pretendere che folfero rilafeùti allblutamente, ma ritornati, e combattuti.' E chi può dubitare che, ritornati con t oo. Albanefi attorno, non folfero refiati motti, anche fenza alcun danno degli alTalitori coll’ufo del fuoco; e non elfcre però alfolutamente, e univerfalmente vero, che il Principe fia protettore di tutti i luci fudditi che fi ritrovano nel paefe del vicino, ma filo di quelli che vanno in cafa dell’ amico per negozj, o per altro bene; non gii per far male, o per accompagnar banditi, o dare fofpetto: che in quelli cafi, per ragione de’ delitti, fono foggetti alla giuftizia del luogo; altrimenti per la ragione loro i Magillrati Arciducali non potrebbono mai giudicar alcun faddito Veneto colpevole, o indiziato di delitto, fe quelli colpevoli, e indiziati non erano foggetti alla giufiizia Veneta. Altri fi maravigliavano della nuova forma di trattare, poiché gii molto tempo era divulgato che negli uffiz) fatti a i tempi palfati, per la refiituzione del commerzio levato alle terre percaufa degli Ufcocchi, i Principi, e i Miniftri Aullriaci erano foliti a colorire la richiefia con dire che, fe la Repubblica era oftefa da quella gente, la facelfe perfeguitare in mare, la prendelfc, e la impiccalfe; ma non delfe molefiia alle terre per loro calila' il che pareva molto repugnantc a querelarli all’ora, perchè fof. feto prefi nelle 'erre deUa Repubblica, Ma ri Mi ritonundo alla ferie delle cofc, T Arciduca, immediate imefa U prigionia del Provveditore di Veglia, mandò Gian Jacopo Ccfglin Commidàrio EipreiTo a' Segnani, il quale con un leverò editto, pubblicato in quella Citth, comandò che il Provveditore folTc condotto innanzi, a lui; al quale ubbidirono gli Ufcocchi; c levatolo dalle Grotte, lo condulicro in Segna al CommiTario; ed egli, ricevutolo co rtefemente, lo liberò immediate, dicendogli che il Scrcniffimo Arciduca, intclà la fua pattivitli, aveva Ipedito immediate lui in pulU lolo per metterlo in libertb, e che larebbe feguitaio da altri CommilTarj, che venivano per punire i colpevoli. La preflezza, c prontezza di Sua Altezza a rimediar immediate alla tralgrclTione de* Tuoi; la diligenza, e rifoluzlone del Commiirario nell’ elecuzione; c l* ubbidienza pronta preiUra da gli Ufcocchi, eziandio ritirati nelle Caverne delle montagne, ad uno che fenza arme, e fenza alcuna forza andò a Segna col folo nome di ComlniffariQ Arciducale, ficcomc fono indizio della buona mente di quel principe, e che Sua Alrezza ha Minidri che, fe vogliono, fanno efeguirla; c che gli Ulcocchi, Icbbcn nodriti in tutte le fccllcratczze, non fono però ribelli, c cotumaci alloro Principe, quando cificaccmenle vuole circr ubbidito, o non modra contcntarfi d* effer difubbidito; cosi dimodrano che colia medcfima faciUù con cui fu provveduto a quel difordine, fi potrebbe, e ft avrebbe potuto provvedere a qualunque altro, quando gli interedì non avcflcro pr eponderato, c preponderadcro tuttavia al debito Cridiano, di lafciar ad ognuno il fuo, cd effere buon vicino. Nò da alcun’avvenimento più, che da quedo, fi può meglio penetrare nel fondo del negozio, c veder al chiaro le caufc de i mali padati; e conqfccrc con fondamento quale fu il vero, c proprio rimedio di queda pede Dopo la prigionia del Provveditore, i Minidri Veneti non fì contennero, come prima, nella fola difefa delle cofe della Repubblica, e nelcudodia de f paiTi; ma cercarono per ogni via, e modo il rifacimento : ma (eguita la liberazione, fi farebbono contentati di dare fu le loro guardie, come prima facevano, fe le cofc fuccede, mentre quella durò, non avedero tirato dietro altri accidenti; accadendo in quede occorrenze come avviene nel moto delle bilance, che, levate dall’ equilitrio, trapadano pivi volte dall’uno, c dall’ altro canto, prima che pof{ano ritornarvi. Elfendo ancora il Provveditore ritenuto nelle Grotte, alcuni foldati Veneti Imontarono otto miglia vicino a Segna, e diedero il fuoco a certi Mulini di ufo di quella Cittù, per fare danno fpe^ialmenie a Giorgio Danicich, padrone di parte di elTi, che fu principale nell’infulto di Veglia, e cuilodiva il Provveditore nelle grotte» Dall’altro canto gli Ulcocchi, non potendo vcndicarft, e far male iti 2 uei contorni, per le grandi, e diligenti guardie, padaco con viaggio i terra il Monte maggiore, ed entrati in Idria nelle Ville di Bergodai, e Lanilchie, abbruciarono gran numero di Calali con fieni, e imjnenti, conducendo via molta preda di robe, animali grodì, e minuti: dal qual accidente eccitate, e irritate le milizie Venete, che in Idria erano, deliberarono di non camminare più per via di ripetizione, tenendo che dalla fperienza di tanti anni fode abbadanza dichiarata fuperdua; ma fecero rapprefaglie nel Cadello di Bugliou, e in altri luoghi del Contado di Pidno; e dUendevanQ la loro azione, perché in quedo occor zi6 STORIA occorrenze la ripetizione caufa pemizie colla interpofizione del tempo, aicefochè, fe poi, quando l'ofTclo fì vede delulo colla lunghezza delnegozio, viene al rifarcimcnto di rapprel'aglia, valendoli gli offenditori di ogni vantaggio, e come le Toifela folTc dimenticata dal tempo interpollo, danno al tifacimento nome di provocazione: la onde, atteft quelli rifpetti, era commendata la celeriA nel rifarcitri, per evitare le moleItie di dovere, oltra il danno, far anche una ditela. Ma giunto a Venezia ravvilo della liberazione del Provveditore, come le con quella loderò emendati tutti i lalli degli Ulcocchi, e loderò cedate tutte le caule de i padati dilpareri, e i rilpetti di dare lulle guardie, il Capitano di Fiume colla medelima adiuenza dell’AmbaIciadore Cattolico, magnificata, come meritava, l’azione di Sua Altezza nel liberarlo, lece illanza che le lode corrilpodo colla liberazione de gli Ulcocchi prigioni, e coll’apertura del commerzio; cosi meritando la buona volontfi dell’Arciduca, e le azioni latte gi^ tanti anni in foddislazione della Repubblica. D’Albona, e del Fiate più non parlò. IMon è da tralalciare la narrazione de i concetti ulati da quedo Minidro per tre meli che dimorò in Venezia, potendo da quelli prenderli grande idruzione de i penfieri che nodrilcono quelli che hanno il governo degli Ulcocchi, e delle mallime colle quali li reggono. Egli diceva di richiedere i prigioni, e la redituzione del commerzio lolo per riputazione del luo Signore, figurandolo defiderolo di rimediare alle male operazioni degli Ulcocchi; ma impedito dal larlo, per non modrare di elferne codretto per la prigionia de i luoi, e pel commerzio levato alle terre; colla rediluzione dc’quali gli larebbe aperta la via, ptomettendo per nome di Sua Altezza, che all’ora fi rimedierebbe si fattamente, che mai più non fi femirebbe moledia alcuna. D^Ii Ulcocchi diceva, che fono gente fiera, e indomita; che non fi podono gadigate ; che, non fi polTono aver in mano, perchè fi ritirano a i Monti; onde ellere di bil^no con dolcezza mitigarli più, che reggerli con leveritll : chs colla rilaOazione de i compagni, e r^tuaione del commerzio, fi lareb-bono addolciti ; dove colle durezze fi larcbbono renduti più contumaci.- eh’ erano zooo. in numero, nati, allevati, e fortificati in qnei fili; che a sforzarli vi larebbe bilogno di ze. mila foldati; che non larebbe decoro di Sua Altezza, per leggiera caufa, far cos'i gran moto; nè me-i no poterlo fare, non effendo Segna lua, ma del! Imperadore : e quan-^ do folle fui, r avrebbe fpianata, non cllendole le non di Ipela col mandare fpello Commiflarj, che le codavano dooo. feudi alla volta; e tan-i te volte, che con quel danaro Segna farebbe due volte comperata ; che farebbe la provvifione conveniente aU'autoritk che teneva di Governatore.- ma volendo un rimedio totale, e durevole, fi doveva trattare C09 fua Maedù, eh’ era lupremo Signore. Che non però fi poteva cogli Vfcocchi tutto quello die fi voleva; nè conveniva metterli in difperaz ione, ellendo buoni Cridiani, e difendendo quella Citth, e quel paele da’ Turchi: che vi era bilogno di tempo, e opportunith; e conveniva fopportar qualche difetto, e alpettar quella provvifione che Sua Altezza farebbe, tubilo redimiti i prigioni, e il commerzio; e poi negoziar il di più con Sua Maedìi. Colle quali forme di parole dava ceru fperanza d’ intera provvifione ; prometteva gran cofe ; ma infieme inferiva che non ^rebbono cdctcuatc, mettendo al pari la caule, che fitrebbono ulate P" per prerelti ad ifcufarc il ttuncamento delle promeflè : pareva ehe diinandane un puariglio, e tuttavia dimand-ava quello ch’era il tutto nel negozio, cioè il commerzio; perchè col folo impedimento di quello era pollo qualche freno alle operazioni nefande. Ma, olita il modo di trattare luhrico, e in sè delio difeordante, la perfona ancora di quedo Minidro non era ad alcuni molto accetta, per edere cob certa che gran parte de' bottini li fmaltivano in Fiume, andando quei della Terra a pigliarli in Segna, per non lafciare che gli Ufcocchi medefimi vi eompatilTero; e il meglio fi riponeva in Cadello, dove il rafo, e’I damafeo era pagato mezzo tallero il braccio. Ed era anche fama, febben non tanto certa, quanto quedo, che i panni alti, de' quali la cab fua era fornita, fodero deUo Ipoglio fatto alb Fregata gb tre anni nel porto di Torcola, del quale s’ c parbto a fuo luogo. Ma avendo quedo Minidro prefo per ragione di feufare la tolleranza, per non dir approvazione, di tanto male, il numero grande, e le forze degl’ Ufcocchi, e il pericolo di perdere Segna, privandola delb loro cudodia; argomento ubto altre volte con maggior amplificazione, fino ad adermare che. fono un propugnacolo della CrilUanith ; e che altra milizb non brebbe atta a difendete quei confini, e quella regione da’ Turchi; predicandoli per buoni, e veri Cridiani, partiti dalU loggezione degl’ infedeli folo per blvare 1’ anima, e per educare b Poderità neUa l^ta religione,* che non è giudo fcaccbrli contra la lede data, con pericolo che rinneghino, c altretuli fciocchezze; quedo luogo ricerca che da narrata il numero, la qualitli, e k imprefe loro in queda etli; non potendofi trarne cognirione dalla notizia dello dato loro nelle eb (uperiori, edèndo geme che, per b mobiliti, cosi dell’ animo, come del corpo, è foggetta a |varie mutazioni,* nè Colltnte in altro, che in non voler guadagnar il vivere colb fatica, ma col l'angue; e da quedo apparirà chiaro che nè per numero, nè per valore fimo da brfi temere^ nè la cofeienza loro meritevole di dfere favorita, ovvero dimata Cridiana; nè il loro fervuto utile alb oonferyaziooe di quelle marine,. : Sono tre forte d' Ufcocchi in Segna, cos'i didimi, e nominati nelb Corte Arciducale.' Stipcndbti, Cafalini, e Venturieri. Caiàlini fon» ? ueUi che, nativi, o gik abituati nella Citb, hanno da pih. fucceSioiu èrmo domicilio in quella; i quali anche fi chiamano Ckadini, e fon» al numero di loo. Altri zoo. fono con titolo, e narae pih rodo, che in realb, di dipendiati, divill in quattro compagnie, a yx per cbfcuna, con quattro Capitani, da loro chbmati Vaivodi. Ma olm quelli quattro (vi fono altri Capi di Ufcocchi, col qual nome tòno chiamati tutti quelli che hanno ii modo di armar barche, per andar in corfo. A quedi aderifeono, e fono compartiti, come in comitive,! vagabondi, c quelli che, nuovamente partiti di Turchb, o banditi, di Dalmazb, 0 di Fuglb, non hanno fermo domicilio in ^na; e tutti li Chiamano Venturieri, e danno all’ ubbidieaza di quei Capi mentre fon» applicati alle barche codeqaali vanno, oca in poco, oca in maggior numero, rubbando, e predando fopra i vicini. Ix oidiuarie bacche degli Ufcoeahi bno capaci di 30. per una- Alb volte ne hanno bbbricata alcuna maggiore, capace lino 50. come quell’anno in Fiume. Fanno più fiate aie anno, fe non fono impediti, ulciu generab,* ma due Tomo II. E e bno fono piCt ordinarie.- per PaTqua, e per Natale, aggregandoli loro anche ^eUi che fono fparh nelle terre di Vinadol; e all' ora quei di Segna votano cosi la Gitth, che reità culladita d>' pochilTimi vecchi, infermi, dalle donne, e da’ fanciulli. Per le fpefe delle fpedizioni generali contribuifcono i Vaivodi, i foldati ricchi, anzi le'donnc ricche ancora, le V edove, e i Preti, e Frati, facendo la loro parte delle fpefe, c participando parimente la parte de' bottini. £' cofa notoria, che in quelli ultimi anni le loro ufcite fono Hate con 15. in 10. barche al pih, in modo che il numero, il quale ora è maggiore, ora è minore, fecondo che i Venturieri più, e meno concorrono ; più; quando il Mare i aperto; meno quando è chiufo, e ferrato, è di doo. in 700. uomini da fazione : ma volendo metter in conto i vecchi, fanciulli, e donne, fi potrìi dire che afcendano a aooo. Il numero crebbe quando lì congiunfero con loro i Carampotani, altra gente ufcita di Turchia. Crelcerebbono fenza dubbio giornalmente, fe il corfo non fofle loro contefo, e impedite; perchè molti Morlachi, allcttati dalla dolcezza del vivere di quello ed gli altri, fi adunerebbono con loro; e può, ben ciafcuno penlare, fe, accrefciuti di numero, farebbono darmi maggiori. I Veneziani fono flati coliretti a perfcguitarli, non tanto per li grandi, e frequenti danni inferiti da loro, cosi a'naviganti in mare, come a'fudditi loro in terra; quanto per li maggiori imminenti che avrebbono inferito, quando, tollerata quella licenza, folTero crefciuti a numero fpavcnievole, come farebbono: c non v’ha dubbio, che, quando la R^bblica non avclTe rimedia-' to giornalmente, come ha fatto, rillringendoli, e incomodandoli, le forze loro fi farebbono fatte filmabili; i Turchi; farebbono fiati cofiretti a rimediarvi da dovere, e per femore, come fogliono fare quando rifolvono : e fccome i ladronecci, eie incurfioni, che quella fona di gente ofava giù 80. anni, abitando in maggior numero nella Licca lotta il Conte Pietro Cmfiob vecchio, firono caofa che la Licca, e la Corbavia follerò occupate da’ Turchi; e quella medeCma caufa fece perdere Clifia al Conte Pietro Crufich giovine; cosi a quell' iflelTa fine farebbono ormai giunti i Contadi di Segna, Vinadol, e Fiumeancora, fe la Repubblica non fi folte colle forze oppofta al libero corfo degl’ Ulcocchi. 11 che febben da lei è fiato fatto per difefa delle cote proprie, è nondimeno feguka da quello la confervazione di quei Contadi alla Cala d’ Auftria, che da' Turchi fenza dubbio farebbono fiati occupati. Sa ognuno, che per caula degli Ufcocchi fu mollà da’ Turchi la guerra nel 1593. che durò 14, anni, nella quale, oltre alla perdita d' innumerabili foldati Crilliani, la CrillianiA con tanto detrimento refiò privata d’Agria con gran pane dell’Ungheria fuperìon, e di Canifla coi meglio della Grovazia ; e quelli tono i bàiefizj che dagli Ufcocchi riceve. Hanno aflài leggiera cognizione di quel paefe, e di quella gente, quelli che dicono eOere vadorola, c tener a freno i Turchi, e cufiodire quelle marine, che fenza loro fi perderebbono ; non elìéndo veto che mai dopo il 1540. abbiano tentato di fiu- ineurfione nel paefe Turco, nè depredare le loro Terre, ovvero combattere con loro a i confini del Contado di Segna, dove i Turchi fi guardano; ma contra di loro fono fempte andati paflàndo funivamente per mare, e per li tetritoi) Veneti, a i confini de' quali non compottandofi Icorrerie nè dall’una. runa, nè daU’altra parte, gli abitanti fbmno per rordinario non cnllodici. Se hanno cosi gran defiderio, che fieno predati, e pròvocati i Turchi, hanno comodo di farlo aMoro proprj confini, e non debbono palare pel paefe del vicino con pericolo, e danno dell' amico contra ogni legge divina, e umana, fervendofi del territorio di quello con detrimento di lui, avendo il proprio, e i proprii confini, per dove più da vicino polTono fare lo fteflb. Ma gli U. fcocchi non fono buoni di far imprefa fenza foperchiaria, nè per aU tro fine, che per alTaiTinare; e i Minifiri Arciducali non riceverebbono benefizio alcuno, fe combatteflcro a’ loro confini, dove trove« rebbono la refiftenza, e non comodo di rubbare. 11 valore degli Ufcocchi è infidiare i deboli; uccidere, e fpogitare chi non fi d^ fende. Non fi potr^ mofirar mai un* azione fatta in campagna da loro; nè che mai abbiano difefo un luogo afialito: ognun la con qual vigliaccheria voltarono le fpalle neirafialco di Petrina; e qual danno causò neirefercico Crifiiano la lor infame fuga. Non potrh alcun dire che abbiano mai fatto una fcaramuccia ; non fanno che cola fia fcaramucciare ; fe fono molto fiiperiori, danno la caccia; o fe non fuperano di molto, la ricevono : mai non hanno impedita una tncurfione de'Turchi: anzi è cofa meritevole da efiere laputa,' che molt e volte i Turchi hanno fatte delle feorrerie fino a Segna, e fatti de’ prigioni a villa della Cittb; e fempre in tempo, che gli Ufcocchi erano fuori alle prede, avendo i Turchi a bello fiu. dio elette fempre tali occafionì, che avrebbono dovuto indurre i Govematori di quella Citth a ritenere la guardia dentro, c levare r opportunità a* Turchi di feorrere fenza rifpetto, quando loro fofic fiata più cara la difefadel paefe, che la porzione delle nibberìe. Mai loro protettori, quando trattano con perfone non informate, dicono che gl’ Ufcocchi di Segna fono un propugnacolo della Crillia» nit^; che difende la Caxintia, ITllxia, e Vltalia ancora da’Turchi; febben la verith è incontrario, non facendo elfi fe non tirare i Turchi in quelle regioni .* i quali molte volte fono corfi fino a Gorbonich; nè pofiboo eflèr impediti che non corrano anche nella Cla« na, e Piuca, e più oltre ancora, fenza che da Segna pofla efiér loro Jimpedito. reftano i Turchi per li pericoU nel ritirarfi ^ eflendo aflaliti dall’unione che in quelle occafioni fznoo le genti dì Carlillot, e altri Crovacini del paefe; da’ quali alle volte fono flati rotti con grande uccifione: nè gli Ufcocchi fi fono mai trovati a quelU latti, occupati foto nelle rapine, in modo, che fenza gli Ufcocchi il paefe è ben cullodito : e da loro non fi^ha altro, che provocazioni. Ciò è raccontato affine di moflrare che, per difendere quei luoghi a fervizio della Crillianith, non vi è bifogno di loro; anzi dii^ ficulcano efiì la difefa; febbene i fautori loro, come feci racconta A fero favole d’india, dicono ch’efli difertano per fei giornate di paefe Turco; che da quegl’ infedeli non può efler abitato; che, quando effi non fodero, i Turchi abiterebbono quei terreni; e, fatti più vicini, fi darebbono alle incurfioni : però il mendacio non è facile da follenure in cofe permanenti, e vicine, che fi pofibno ogni giorno vedere. La Licca, e la Corbavla, regioni de’ Turchi a quei confini, fono pienC) e abiiaciffime. DaOttoiàz, ultima terra apTttno IL £e 2 parte lio parteiiente al Regno d’Ungheria, e lunghi 40. miglia da Segna, ad entrar in Corbavia ncU'abitato da’Turchi fono io. miglia; c quelle poche miglia lòno delle appartenenze d'Ottofaz; e non gl’Ufcocchi le rendono inabitabili a’Turchi, ma i Turchi a' Criftianj, a’ confini de’ quali appartengono; che il proprio de’Turchi è tutto abitato', e pur mai gli Ufcocchi non hanno ardito d’ entrare da quella parte in quello de^Turchi, ovvero far abitare il proprio confine, non che far a’ Turchi danno, falvo che paflando pel territorio Veneto, che non vogliono urtare, le non i dilarraati. Viene rapprefentata per cofa prelente quella che una volta avvenne innanzi il 1 540. nel tempo in cui gli Ufcocchi profelTavano la milizia, non i ladronecci, quando per tre anni diedero molta raoleftia a’Turchi confinanti; ma convertita la virtù in vizio, hanno pofeia foftenuto,e foflengono al prelente gli ftefii incomodi da’Turchi eh’ elTt inferivano loro, quando profelTavano di eflcre foldati, e non ladroni. Il corfo da loro è fiato efercitato con qualche profpcritù, non per valore, ma per la comoditi di tante Ifole, Icogli, e porti folitarj, de’ quali abbonda quel mare, opportuni a tender infidie; nel che foUmente gli Ulcocchi vagliono. E il folo confiderare le armi che portano, farà certezza che non fono foldati, nè abili per combattere. NefTuno di loro porta fona alcuna di armi difcnfivc non mortone, 0 celata, non arme in alla: portano folamente lin Archibufo a ruou, ben picciolo, debole, e leggiero, come bifogna a chi confida più ne' piedi, ehe nelle mani; c una picciola manna^. Alcuni di loro hanno di più uno fiiletto, tutte armi, ficcome proprie per la profelTione del rubbare, cos'i inette alla milizia, e per difendere nc'prcfidj, e per otfendere in campagna. Quelli particolari fono fiati efplicati cosi diffufamente, per levare la malchera a quelli che feufano colla impoflibilirà del remedio quel male eh' elfi fpontaheamente fomentano a proprio profitto. Se 1 ’ eferopio del Rabatta non fofle recente, folto gl' occhi di tutti fi potrebbe fingere, e palliare la verità; ma egli fenza ventimila jwrfone con una guardia di Tedcfchi, fece morire alquanti Capi di loro' diede in mano a i Miniftri Veneti i banditi dal loro dominio; fcacciò molti indifciplinabili ; trafportò ad Ottofaz due terzi de i rimanenti* ed era per mettere fine al tutto. Non fu uccifo quando molti Ufcocchi erano in Segna, ma quando erano ridotti al fuddetto poco numero; e le quei non folfero fiati fomentati da chi non poteva vederfi privato dell’utile, con molta lode del Sereniffimo Arciduca fiabiliva quel negozio in modo, che con quiete de’fudditi la buona intelligenza tra’ Principi non farebbe mai fiata feemata. Ma poiché fono anche lodati gl’ Ufcocchi di buoni Crifiùni, C ha da dire la verità. Non fono Luterani ; nè in Segna vi fono altre Chiefe, che della Cattolica religione; ne fi può dire ch’efii fieno miferedenti in alcuno di quegli articoli che fono controverfi co’ Protefianti. Però la purità della nofira Religione non comporta che fi pollano chiamare buoni Crifiiani quelli che non credono il furto, le rapine, i latrocini elfcre peccati ; nè fi ha da dire che lo credano quelli che, non per fragilità, non per ignoranza, non per qualche tempo, ma per tutta la vita loro, e come per profclTionc, c di padre in figliuolo, e con pubblico cortame di tutta h nazione, perle verano nel corfo, e latrocinio, non rertandone alcuno elclufo; poiché quelli, che non vanno in mare, vedove, vecchi, c Religiofi, come s’ è detto, fono alla parte; c le maritate fono d* incitamento a gli uomini di provvedere le cafe di quello d’altri a concorrenza: e, quello cb’c notabile, ciò fi efercita piò ordinariamente al tempo delia Fafqua, e del Natale, per diroortrare ben chiaro, ch'efìfL tengono i iatrocinj, e le rapine nel luogo che i Criftiani tengono le opere di penitenza. Nè fi polTono dir gPUfcocchi più buoni Crirtiani, che i Zingani, che profertano il furto: fe non che gl’Ufcocchi in tanto fono peggiori, che paffano alle rapine, c alle uccifioni, dalle quali i Zingani s’artengono. Ma tornando all’ordine della Storia, da cui il tertimonio della verità mi ha divertito, il Configlio di Gratz, vedendo che col negozio di Venezia non fi poteva ottenere la refiituzìone del commerzio, fe non fatta prima una provvifione durevole, che IcvalTe per fempre le molertic; la quale, o non potevano fare, per mancamento de’danari da pagare la milizia; o non volevano, per le private comoditìi, e forfè anche per mantenere la prctenfionc di poter corfeggiarc per l’ Adriatico; deliberò di voliarfi alla Corre Cefarea, e indurre quella Maertk a congiungerfi allo rtclTo fine. Perciò mandarono a Vienna a far querela degli aH^cidenti in Ifiria occorfi, e di fopra narrati, come fc i luoghi di fua Altezza fofiero fiati non folo i primi, ma anche foli afialiti; c foli aveffero fortenuto danno; eccitando fua Maefib ad afiirterli, così pel rifacimento, come per liberare i luoghi tuoi patrimoniali, e gli appartenenti alla Corona d’Ungheria, tenuti rirtretti, c privati del commerzio con indigniti di fua Altezza, e di fua Macllk, che n’è fupremo Signore. Ma dall’ altra parte efiènJo fiata fua Maefiì i-iforv mata dell’intiero; ed eflcndolc fiato mofirato Toriginc del male cflcrc provenuta dalla pertinacia del prefidio fuo di Segna, ofiinato a volerli arricchire colle facoliò de’ Mercanti, e popoli; c dalle terre così dcIP Ungheria, come patrimoniali d’Aufiria, c da' Governatori di effe, che fono fiati a parte della colpa; e che la Repubblica, non avendo altre modo d’ovviare a i danni de’fudditi fuoi, operava a necciraria difefa; che la cufiodia tenuta in quelle acque non era per pregiudicare alla dignitìi di lua Macftò, ne di fua Altezza, ma per proteggere le cofe proprie; c quanto alle cofe ultimamente feguite in Ifiria, che gl’ UIcocchi, non potendo ulcirc per mare a far danni, erano prima pafiati in quella Provincia, e avevano abbruciati, faccheggiati, e dclolati molti Calali; onde i foldati Veneti^, dopo i danni ricevuti, erano fiad cofirctti,pcr kidcnniù dc’popoli, a rifarcirli con rapprelaglie; Sua MaefPa refiò con loddisfazione, e fn molto bene conolciuto a quella Corte che non era poflìbile far cefiare il moto, fe non fermando la prima caufa d’eflb: e fu rifoluio in quel Configlio, che fi trovafiè rimedio per via di trattazione; c che Cefare pigltafie in sè i’aiTunto di fare le convenienti provvifioni; c che non fi doveva incominciar a parlare della reiUtuzione delcommerzio, ma folo fare che fi cefiaflc dalle ofiilitk da ambe le parti, defifiendo da nuovi danni. Deliberò Tlmperadore di mandar a Segna il Traumefiorf, perfonaggio di valore e riputazione, con danari, per rimediare fui fatto. Quefta deliberazione^ che farebl^ (tata un* ottimo principio, non fi mife in effetto^ perchè, eOendo ciò fìgnificato all* Arciduca, per farlo dì fuo confenfo, non vi alTenti ; ma fi offerì elfo di provvedere di perfona di comando, pra« tica dei paefe, e del governo degli Ufcocchi, che farebbe ogni necefiaria provvifione.* il che fu appunto il contrario di quello che il buon cfito del negozio ricercava, cioè, che gli Ulcocchi foffero per Tavvenire governati, non lecondo le pratiche, e i modi fino alfora ulati.ma ben fece chiaro in poded^ di chi foffe il rimedio; poiché immediate dopo la rifpol^a dì lua Altezza, la rifoluzione dì quelb quantunque pubblicata, e lodata, non ebbe luogo; anzi fi raffreddò anche l'ardore col quale il Configlio Celareo prele penOero di rcmedia^ re; e non fu più parlato che flmperadore affumeffe a sè il carico, ma che l’Arciduca deffe principio all’ora per mezzo di perfona mandau efpreiramente; e l’ultima mano s’avrebbe applicau, quando fu» Altezza foffe andata alla Corte. Fu in un’iffcffo tempo pubblicato neU'armata Veneta, per comandamento del Prìncipe, che, reffando i Vafcelli alle loro guardie, fenza punto rallentarle, s’affeneffero da metter in terra, e fare danno ia luogo alcuno.* e nelle terre Auffriache per nome dcU’Arciduca fu comandato che da'fuoi non folle inferito alcun danno a’fudditi della Repubblica. Deputò anche Tua Altezza due Commidarj, come per lo più nelle occorrenze paflate s’ era fatto. Non affermerò gii, a quello fine; ma dirò bene, cho dal numero di effi ne feguiva che Tefecuzione, per la varietà delle opinioni, era divertirà, o almeno allungata tanto, che idannificatì, Ranchi, deffiReffero dalle iRanze. Si fpedirono anche i Commiffarj lentamente pure, fecondo l'ufo ordinario, dal quale era fempre leguica una pretenfione di tralafciare il mal paffato, come troppo vecchio, e che mcrìtalfe effere poAo-in obblivìone. Ma ne* tre mefi che feorfero, pubblicata la fofpenfione delle offefe,’ fino al line dell' anno, eziandio dappoiché i Commiflarj di fua Altezza giunfero in paefe, non ceffarono grUfcocchi, per quanto poterono, fcanfate le guardie, d’ ufeire di Segna in picciol numero a far danni, riportata fempre la preda nella Citiù; poi paffarono con più groffe incurfioni fopra l’ilola di Pago^ ; e dappoiché fu provveduto col ritirar ne i luoghi fìcuri le robe, e gli animali, ritor narono all’ Ifola d' Arbe, Veglia, molcllando, e rubbando in più volte in divcrfi luoghi quantità d' animali, e di vini. Nel Mare ancora preffo a Zara vecchia facheggiarono una Marciliana; e nel Canale della Morlaca fpogliarono un Grippo, e una Fregata con robe, e danari, levando loro anche gli finimenti nautici. £cofa degna di fpezial relazione, che, ritornando col bottino dt una barca Chiozzou, e feguitati da una Galea, effendofi falvati nel porto della Cittù, non furono ricevuti dentro per la porta del mare, per dove era il folito entrare; ma., lafciate le barche in porto, c circuita la Cittù, entrarono per la porta oppoRa di terra, e poi partita la Galea, con comodo ricevettero b preda bfeiata nelle barche, e b porurono nelb Citti, In tante rubberle ebbero fortuna di non incontrar, (alvo che due volte, nelle guardie, che li conRrinfero a lafciare la preda e le barche, e falvarlì né’bofchi: e forfè maggiori incontri avrebono avuti, fe, caiifa della infermitìi, e morte del General Canale, non foffe Hata rallentata r riatta diligenza da lui ufata. I Commilfarj Arciducali, giunti, fi fermarono in Fiume lungamente^ dove attelero a far procefli, per verificare la quantità de’danni da'fudditi Aullriaci patiti in Kiria i quali, fecondo il loro conto, facevano afcendere a loo. mila feudi. Non farebbe alcuno che non fi molirafle creditore di molto, quando non mettefle in bilancio i debiti fuoi. Se i danni di quelli pochi anni inferiti dagli Ufcocchi, e non rifarciti, foffero contrappolli, fi troverebbono afcendere al decuplo di quella fommat ma i Comminàrj aggrandirono i danni ricevuti, e degli inferiti ne lafciarono la cura ad altri. Quello fatto, chiamarono a sì il Ca^ tono di Segna, i Vaivodi degli Ufcocchi, e altri principali di quella Città; intimarono loro comandamenti di fua Maellà, e di fua Altezza, che non doveflèro ufeire a' danni della Repubblica, fono pena della vita, con grandi, e feveri minacciamenti : levarono il Capitano dal carico, per aver avuta parte nelle turbazioni; quelle parole appunto tifarono. ferivendo a Venezia al Capitano di Fiume, e dandogli conto dell'operato, conchiudenda che i capi degf Ufcocchi, e i primi Cittadini avevano promelTo religiofamente di ollervare quei comandamenti; e ch'elTi Gommiflàrj avrebbono ufau ogni cura, che folTero ubbiditi ; aggiungendo che lellava fola il galtìgare feveramente i malfattori per li delitti pallàti; ma lo differivano a quando folfero compolle le differenze colla Repubblica,- che cosi fua Altezza aveva loro comandato; e parimente farebbe flato all’ora punita il Capitano; che avevano mandato a richiedere danari per pagar il preudio; e le cofe eflere tanto ben ordinate, che fenza dubbio gli Ufcocchi non farebbono pih danni. Perì la dilazione ad efeguire quelle deliberazioni fu cosi lunga, che mai fe ne vide effetto e poIcia fu rifaputo che il Capitano fu levato non fenza fuo confenfo, e pollo ad altro carico. II Capitano di Fiume, fatta quella relazione in Venezia, e ottehuto che Ibfle dato in commiflìone a Filippo Pafqualigo, che doveva andar Generale in Dalmazia, che, quando avelfe veduto chiaramente provvifioni che ballalfero per renderla ficuro di non poter ricevere danno, potelfe rallentare le flrettezze delcommerzio, o auolutamente, o quanto gli parefle potere con ficurezza; e vedendo ch'era irimeflb a Vienna il dar perfezione al negozio, fi parti ; e giunto in Fiume, riferì a i Commiliarj eflcrgli flato detto in Venezia nel licenziarli, che la mente delia Repubblica era, e farebbe fempre, d' eflér buona vicina di fua Altezza, mentre folfe rimediato a gl' inconvenienti degli Ufcocchi ; cafo che no, avrebbe anche fuperata quells difficoltà, come aveva (atto d'altre maggiori. Ma il Pafqualigo, giunto al fuo carico, pratico del modo, come doveva procedete in ul’aSue, volendo ular tutti i termini convenienti, in una lettera, ferita a i Commiflàr] a Fiume, fece intera narrazione di tatti i danai inferiti cantra la parola daa alla Corte Cefitrea, e in Venezia; e fece efficace ìllanza di provvifione per mantenimento dell» ripuazione loro. Rifpolero cortefemente i Commiflàr;, aver intele con difpiacarc le male operazioni degl’ Ufcocchi, non fapu te da ft»4 ' te ^ Jbrp finp > quel tempo ; p che fr» quattro giorni farébbono mdati ;> Segna, pee gaftigue i colpevoli, e (arrendere le cole depredate; inaOlme ie andalTerip neU’illeflp luogo grinterelTati per dar piiV chiara, e minuta informazione. Ma lenza andar a Segna, il Baron Aufpergct; principal GomraeKario, ritornb alla Corte, dato compimento a quello, perchè era venuto, cioè, di prender informazione de' danni inicciti, e in luogo fuo fi) mandato Daniello Gallo, il quale colf altro Commeilàtio Ghetlin andarono a Segna accompagnati da t50. (bldati; d’onde alla fama della loro andau erano gdi partiti Viccnzo Cragliaoovich, e Giorgio Danifich con circa altri 40. Fecero i Commel^j pubblicar un bando, che i Fugliefì, Dalmatini, e altri foreSierì, che avevano prelb domicilio in. Segna, dovefero partire in termine di otto giorni colle mogli, c famiglie; e crearono Capitano della Terra Niccoli Frangipane, Conte di Terlàtz, chiamato dagli Vfeocchi Micleo; Terfatzi, Orppierc diijba Altezza. La mutazione de’Capitani per li tempi addietro non causi fe non peggiori efietii; non avendo portato i nuovi minare difpofizione, che I rimuiS, a pariicipare de’ latrocini di quella gente ; ma bensì. fempre entrati in governo meno (limati dc’preceflbri, e pii avidi di arricchire,' con tutto cii di quella vi fu quiebe buona Ipetanza, clTendo giovane ben nato, c Signore di Novi, Caftello poco da Segna difcofto, che come inierclTato nella giurifdiziooe, faceva credere che dovefle regoUte il tutto bene; maflìme intendendofi che aveva penfìcri di far bene il fatto iuo con alcuni bofehi; quantunque refler naturale del paefe, e la maniera iua molto limile a quella degl’ altri Ulcucchi, rendelTe il giudizio iorpelo, £ egli )cr la prima fua azione, congregati tutti nella' Piazza, lue un pubblico ragionamento, preferivendo i modi del governo che voleva ulare; particolarmente afi'ermando di non dover permettere .l’andar a bottinare, nè far colà diverfa dall’ obbligo di buoni, Crilliani; giurando di voler ehim ubbidienza, quando ben credefle d’ aver perciò a perdere la tclla; promettendo che all’avvenire farebbono pagati ; olfereudufi, che, le non trevalTc danari da follentarli, fi lamemallero folo di |ui. In efecuzione del bando de’CommiUàrj mandò fiuiri di Segna too. Ufeocchi Venturieri colle mogli, e co’ figliuoli, i quali fi riduficro nelle marine di Selze, e Cerquinizza, tra Buccari,e Nuovi; che fu un cavar Colonie di ladroni dalla Metropoli de’ predatori, e di ua nido fame molti, c dar maggior comodo al mal operare. Poi egli infieme col Gallo, partito gih il Cheslin, congregati tutti gl’Uloocchi ftipendiati nella Piazza a luono di tamburo, fecero in loro pretensi pubblicare un lungo editto, o più tofto una diceria, con molli capitali, che in lolianza proibivano le prede contra i Crifiiani, e comra i 'Turchi, Efclamarono all’ora tumultuariamente, dolendoli come avrebbonn potuto colla poca paga, che loro era data, vivere; eh’ «ano coàilaiti colla facoltà di poterli procacciare ; t che quella fofle loco mantenuta, ovvero la paga accrefeiuta ad onefta qnantiih, Acquicuto alquanto il tumulto; rifpofe il Capitano, ehe la paga farebbe badante, c d’avvamaggio, quando s’aSenelIm dal. giuoco, e dall’imbriapirfi: che Totcndo l&e in Segna, conveniva che fi contentafleio; e chi pon fentiva di poterlo fare, £ n’andaOè, che la porta era aperta. Il tumulto fi fece maggiore, dicendo eh’ erano creditori di molte pagbe, che i^he volte corrono; e anche quelle poche fono defraudate, e diminuite; raccordarono che anche nel idod. fu fatto £mil editto, che non fi andalTe alla preda, con proroeflà, e giuramento di dar loro le paghe intere', nè però t'era mai elèguito. Bifognò, per la gran conhjfione, dar 6ne a queU’azione, acciò non terminaffe in qualche finidro; e quella difciolta, i tumulmanti furono facilmente acquetaci da iCapi, principalmente da Giorgio Danilìch più volte di fopra nominato, il qual inCeme co’ compagni effendo ritornato in S^na, ottenuto generai, perdono di tutti i falli commeflì, a' adoperò più degl’ altri nel dar loro buona fperanza. Compolle le cofe in quelli termini, parfi anche il Commillàrio Gallo, lafciata fama che altri Commilur) farebbono venuti per raa^iori provvilioni; nè della rellituzione, nè del galligo de i colpevoli ptomeflo in lettere al Pafqualigo fu detta altra colà. Quello fu il fucceffo della cosi lungamente preparata, e canto bramerà venuta de' Commifl'arj in Segna ; elTendoli tutta l’ opera loro rilblia in proibizioni, e minacce di gaftigo, e cSétti £ perdono ; non avendo efeguito una minima pena centra alcuno ( che pur molti furono, e manifelli ) de’.Concrafacicorì a i loro tanto Teveri bandi; ma folo, col tenere le porte della Ciiib ferrate tre giorni, tentata d’ aver prigione Andrea Ferletich, famofo Capo, e molto fceleraco, in maniera, che rellò quali chiaro che aveffe avuto lo fcampo da chi ordinò la cattura. Quelle cole lafciarono nell' animo delle perfone prudenti dubbio di vedere ridotto nell’ avvenire il negozio in peggion termini, come per li tempi pollàci fecero le altre azioni «’Commillàrj, offendo il collume de’ malfattori, che innanzi le proibizioni, e prima de' tentativi inefficaci di galligarìi, per timor di quelli, non làpendo i modi, come efentarfi traila giullizia, camminano cautamente, e riienutamente nel mal fare; ma dopo avere fpecimentato_che la giullizia non può, o non vuole raffrenarli da dovere, rimoffo ogni rifpetto, e certi dell’ impuniti, ardifeono quello a cui prima non avrebbono penfato; è tanto più confidentemente, quanto più volte la giullizia tenta fimulaiamente di proibirli, o galligarìi. In quello fiato di cofe nel principio dell’anno idi;, arrivò il Sereniffimo Arciduca Ferdinando in Vienna alla Corte, accompagnato dal Capitano di Fiume, daU’Echemberg, e da altri luoi C^nli^eri, rifoluti ttb loro di non raffare più innanzi, che quanto fin all’ora era fiato fatto da i Commiuàri in Segna, per dovere poi lafciargli avere quel corfo che altre volte ebbe, quando fu ridotto nel termine fteffo; a quello effetto vennero con due propofizioni non più- ptemeffe nelle trattazioni di quell’affare; l’una, CM i danni fatti dalle milizie Venete in Ifiria alle tene Arciducali foffeto pagati, e che degl’inferiti a i territor) della Repubblica non fi pariafiè; I’ altra, che a’fudditi loro folle concellà libera la navigazione. Quella feconda era ballante, per portare la tratazione, non folo in lunghezza, ma anche in diuturnità; poiché era pretenfione ritrovata dall’Impcradore Ferdinando, e a fua richiella trattau, e fatta conolcere poco fondata | e poi rinnovata dall’ Arciduca Carlo, e maneggiata alla Corte di Maffimigliano, e di Rodolfo collo fieffo fucceflò, Quanto alla priTanw i. Ff ma, ax(5 .ognuno avrebbe per inverifimile che foffe (tata fatta propofla -di hf^imemo per ima parte, elTcndovi parùK di ragioni da amcndue; però non è da tacere qual foiìe la differenza che pretendevano. Dicevano i danni dati a ludditi della Repubblica effere venuti da private pcribne contri la pubblica volontà; ma gl’ inferiti da loro agl’Ar. cidiicali, eflcrc con confcnlo de’ pubblici Miniffri; però qucfti dover effère rifarci dal Pubblico immediate ; c (opra quelli dovcrfi prima intendere le ragioni dcgl’interelTaii, Ma nel Confìglio Imperiale, mafflme negli aTunti a quel carico da fua Maeffk, non era riffeflo pcnOero; anzi una gran dilpofìzione dia(lopcrarG per compito affetramento; perchè, conbderando quante querelè erano (bee portate a fua Macff^, dappoiché a lua contemplazione fu pubblicato da ambe le pani che fi fofpendeffero le offde, e gli Ufcocchi mai non ceffarono dalle rapine, e da i latrocinj, facendofi fentire moleffiffimi, e infolentiinmi ogni giorno; e raccordandofi quante ne udirono gflroperadori, Padre, e Fratello fuoì, giudicavano effere bene libcrarla in tutto delle moleffie con un compito affettamento. In quello principio s'applicò fua Macffk, e il £uo Confìglicx per alcurii giorni ad intendere le ragioni di Sua Altezza, querelandufi i Tuoi Configlicri degl’ Ufcocchi ritenuti nella villa d’Arctina, che, pretendendo offela dagli Ufcocchi, aveffero penfato i Veneziani di rilarcirfì Ibpra altri fudditi fiioi particolari, e aveffero invafi gli Stati proprj d’efla, non appancnemi alla luogotenenza fuprema di Crovati, alla qual ^gna appartiene; che per danni fatti da private peribne folTero tenute afi'ediatc le terre. I^olcvanfi anche molto, che, avendo mandato a Venezia il Capitano di Fiume, non aveffe ricevuta foJdiffazione alcuna, con tutto che fua Altezza molte ne aveffe date ^ e tenendo perciò J' onore d’efla intereflàto, conchiudevano non poter fare di più, fe la riputazione fua non folTe reintegrata, e perciò richiedevano prima quattro cofe: che foffero riialciati i prigioni t che foflc liberato il comracrzio alle terre; che a’ luoi ludditi fbffc lafciaia libera la navigazione : che foffero rifarciti de’ danni ; le quali cole elcquire; Sua Altezza avrebbe compito quello che rimaneva per rimedio totale. Veramente è degna di maraviglia Y aflbluta promeffa di total rimedio, lenza parlar più, che foffe bifogno della regia autorità dell’ Imperadore; nè che alcuna parte del rimedio Ibfle rifervata alla Maeft^ fua, come Principe lupremo di Segna; il che tutto l’anno innanzi era flato jl colore, col quale il Capitano di Fiume dtpinfc le provvifioni fatte da’Commcffarj tutto quello che fua Altezza poteffe fare, effendo rilervato il foprappiù alla Maelb Cclarea, Dopo lunghe confultazioni, fua Maeffù fece intendere aU’AmbafctadorVeneto la buona volonb iua, che tutte le dilBcolb foffero accomodate, e la prontezza d'imerporG come mediatore, e amichevole compoGtore, e metter Gne a tutte le differenze: che le erano flati elpoffi tutti gli aggravj, e le richiede di fua Altezza; però defiderava d'intendere anche la volontà della Repubblica. L’ Ambalciadore non voile fare alcuna particolare querela di cofe paflaic, forfè perche, avendole per manifede, la giudicalTe fuperdua; ma G riffrinfe alle richiede. Della navigazione diffe, che quello cran^ozio altre volte trattato, del quale la Repubblica non avrebbe rkufato di trattare di nuovo; ma non avendo alcuna 5 connefTione cogli Ufcocchi, non era giuHo confondere infìeme materie diverfc ; del rifacimento rifpofe che conveniva fofle reciproco; fi conofce0e chi aveva participato nei danni, e a refHtuire incominciaffe chi prima aveva inferito danno. Dimandò egli in fofianza che di Segna folTero fcacciati affatto tutti i ladri, e la mala gente, che inquietavano i vicini; e gli fcacciati non foffero più ricevuti, nè foffe dato ricapito a' banditi dalla Repubblica, e a* ribaldi; che in Segna folTe pollo prefidio d'altra nazione, e pagato ordinariamente; che fofle provveduta per Governatore di perfona d’onore, e difintereflàta; che foffero abbruciate tutte le barche dacorfo, e airavvcnire nè in Segna nè altrove in quei contorni ne foflero fabbricate, poiché non poflbno averne bifogno perdifefa, non avendo moleflia alcuna in mare; e non fono più utù li, anzi molto meno delle comuni, per portar vettovaglie, e mercanzie. Dopo diverfe conferenze colf una, e coll’altra parte, lafciati i particolari che non era opportuno di trattare, parve alla Maelfù Cefarea che le difficoltà poieflero eflere compofie nella forma in cut di fotta fi dirh; e mandò il Vicecancelliere a darne conto all’ Ambafeiadore con dirgli, che r Arciduca aveva accecuci quafi tutti i Capitoli da lui propofli, « aveva data parola a fua Maeflh Cefarea, che la Repubblica non avrebbe più dtflurbo immaginabile, e che Tlmperadore era rifolutiflimo che ciò reflafle efeguÀo; il quale dava parola che rutto paflarebbe con quiete.* che mai non il era parlato cosi chiaramente; e che poteva ilare ficuro che il negozio farebbe ben accomodato; foggiungendo che anche dal canto della Repubblica conveniva corrifpondere con rimovere TafTedio, e con rendere i prigioni. Gli efib^ il Vicecancelliere una fcrittura, che conteneva le promefle di fua M. e di fua Altezza flela in lingua Italiana, la forma della quale è qui polla in copia. L'IlUflr. Sig. Vicecancelliere ha detto, per ordine di fua Maeflh Cefarea, che il Sereniflìmo Arciduca Ferdinando si ha dichiarato fopra i punti che cflb Illuflrils. Sig. Vicecancelliere fcrifle nel Configlio di Stato; che fua Altezza promette a fua Maeflà, che il mare reflerh netto, e libero da’ Pirati di Segna, e altri luoghi fotto il fuo coinando; e che non nfeiranno di Segna, nè di quei contorni perfone per danneggiare la navigazione, ne i vicini fotto pena dellaviu. I ribaldi faranno aflblutamente fcacciati di Segna. II Governatore gib è mutato, cd è perfona di valore, e difintereflata .* che avendo fua Altezza dato principio a rimettere in Segna prefidio Tedefeo aflbldato, ovvero pagato, continuerb anche ad ampliarlo; e che non lo fa ora puntualmente, perchè non vuole moflrare di efleme affretta. Ma fua Maefli Cefarea procurerb aflblutamente che ciò fegua, e che tutte le fopraddette cofe fieno interamente efeguite, quando la Serenifllma Repubblica rilafcierb i prigioni, e leverb 1' aflraio da lei meffo, dovendo reflare la navigazione de’ commerci nel folito termine, e mantenuta la buona vicinanza. Quanto alla libera navigazione del mare, fua Altezza non meno, che TAmbafeiadore l'ha rimefle ad altra trattazione. La ccnchiufione prefa in Vienna fu fenza alcuna difficoltb ricevuta in Venezia, e attendendo Toitìma volomh di fua Maeflh Cefarea, e la buona rifbluzione alia provvifione, per corrifponder a lei, e al Sereniflimo Arciduca, e dimoflrare la (lima verfo laCafad’Auflria, fu ordinato al Fafqualigo di ritirare le guardie da Segna, e da Fiume, e altri luoghi, Tèmo II. Ff a c la e lafcìar il conmerzio libero a’fuddici Aufbiaci, come era. innanzi gli accidenti occorfi; e di far coniegnare a chi Tua Maeilh comanderebbe i prigioni: fu anche commeflb airAinbafciadore, di darne conto del autto alla Maeflk Imperiale. Arrivò l’ordine al Pafqualigo il fecondo di Marzo, e quell’ iiìelTo giorno fu ei'eguito con molta allegrezza defuddiri Arciducali, e rilcontrò, per buon accidente > che il medefimo fu fatta Tambafciara alia MaeA^ Cefarea; alla quale rìufc^ tanto più grata, qtiando alla Corte non fi fpctava che doveflero le condizioni cilere accettate per iutheienci in Venezia, elTcndo in altre occafioni pm volte Hate oflerte, nè mai vi era (lato acconfemito. Della grati’ rudine ne fece fua MacfUi dimodrazione non folamente con lodare la deliberazione, e i’elècuzionc immediate data, ma con alTicurare fopra la parola Celarea che da quella parte non si avrebbe avuto per l'avvenire difgiido immaginabile. Fece del tutto dare avvifo a fua Altezza, ch’era già partita di Vienna, con una buona eforcazione all’ ofkrvanza delie cole promelTe. Comandò anche la Maefl^ fua al Conte di Sdrin, (otto pena di perdere il feudo, che ne’luoghi fuoì del Vina« dol non folle dato ricetto a’Piratì, o ladroni, e all' Ambaiciàdore fece dire che intorno a’ prigioni s’era fcritto a Gratz, e che sì avrebbe prefo ordine come riceverli, quando fofle venuta la rilpoda In confeguenza di ciò il Segretario Cefareo in Venezia per ordine efprelìb dell' Arciduca diede conto delle provvifìoni gih fatte ^ e degl’ ordini dati in Segna, per rimediare a’ mali palTaii; e della rifoluzione fua deliberata a dare perfezione al rimanente per. intera oifervazione delie cole promelTe in Vienna; e dell' ottima volontk fua a perfervcrarc in buona vicinanza; c del piacere, che fentiva, per clTcrc le palTatc differenze accomodate. Non farebbe facile diilinguere, fe i popoli di Dalmazia, gl’lfolani malTime di quella regione, o pure t fudditi Auflrìacì confinanti fentiffero maggior piacere di un’accomodamento così facilmente fucceifo dopo le molte diflìculTa, dalle quali furono ambe le parti per tanti anni travagliate, k non che dagli Aullriaci il frutto era goduto in realt^, i quali con l’apertura del commerzio recarono liberati delle ìncomoditk che lentivano ma i fudditi Veneti non godevano fc non la loia fperanza di quiete, la quale nè men ardivano di ben abbracciare, e tenere per ferm a, afpertando di vedere prima qualche principio di efecuzione che la confcrmalTe, o colTabbruciamento delle barche da corfo; o collo (cacciare gli Ulcocchi Venturieri non folo fuori di Selozione di non voler abbandonare il corfo. In poco tempo ancora vide pian piano ritornare i fuggitivi a Segna, ed elTere ricevuti in modo, che in termine di un mele furono ritornati tutti.- del che non intendendo la vera caufa, ni penetrando, fe fofle con ordine di fua Altezza per adunarli, e fervirfì di loro in altro luogo, rimafe in molta ambiguità dove il negozio dovefle terminare t ma predo redò chiaro a tutti che l' accomodamento -fatto non poteva fortir fine migliore degli altri in altri tempi conchiufi. Imperocché, avendo gli Ulcocchi la fettimana Tanta fatta deliberazione di far un ufcita generale, e avendo, Iccondo il lolita, contribuito anche i vecchi, le vedove, e i religiofi, a metter infieme una munizione di polvere, e viveri, e danari per comperarne, quando quella mancafle- ufeirono il di de' fette Aprile, giorno della Santidìma Refurrezione di nodro Signore, in numero di quattrocento in dieci barche; e avendo navigata per ito. miglia, fmontarono a Crepano, giurifdizione di Sebenico, e per quel territorio padarono nel paefe deTurchi, facendo preda di uomini, animali, e robe;c ritornati pel medefimo ter. ritorio, nelle marine di quello imbarcarono la preda, e la ridulfero in Segna; avendo lafciata fparfa voce, ch’erano accordati co’Veneziani di poter andar a' danni de’Turchi pel territorio Veneto, mentre non oifendedero le perfone, e i luoghi per li quali palfadcro, e ne’ giorni feguenti, palTando piu innanzi, all’ improvvifo fecero molti danni in Macarfea, e Narenta ; e internatili piò oltre per le terre de'Ragufei, depredarono la Villa di Trebigne, la migliore, e piò ricca che fia ne’ contorni di Gadel Nuovo, con grodo bottino d’ animali, e prigionia di uomini ; e nelle molto andate, e ritorni, fi ricoveravano ora in una, ora in un altra delle Ifole Venete dove intendevano non effervi armata; cosi per ripofare, come per provvedere i viveri; i quali ora pigliavano con violenza, ora pagavano. Durò per alquanti giorni quella imprefa, che tiufcf loro felicemente; perchè la fama All’accordo llabìlìto, e la credenza certa di non avere piò moledie dagli Ufcocchi, fecero redar i Turchi lènza guardarli, c quei dell’ Ifole Venete fenza la diligenza eh’ erano foliti ufare ne’ tempi de' pericoli. Ma i Turchi, podit in arme, e fatta calare moltitudine grande in ajuto, minacciavano di vendicarfi centra le terre del Dominio Veneto confinanti ; e mandarono a protedare a’ Rettori delle terre della Repubblica; e il Bafslt di Bodina, nuovamente venuto a quel governo, ne fece rifentimento gagliardo col Generale, ufando quedo concetto alla Turchefea, che la complicità non fi poteva negare, valendofi gli Ufcocchi della cafa della Repubblica, come della propria ; minacciando di avvifar la Porca in Codantinopoli ; e che farebbe mandata armata; per guardare quelle marine. Nel principio di quelli mfulci il Generale, non con fperanza di provvifione, ma affine che i Minidri Audriaci non poteUcro negare di averla faputo, mandò a Segna a dolerfi che centra la parola daa, non elfendo ancora afeiutto finchiodro del decreto Cefareo, e delle promilfioDi Arciducali, fi contravveailT* cosi manifedamente alle promede tanto confermate, violando le giurifdizioni col tranCto di gente tnnau; provocando con quede azioni, e con falfe didènunazioni, la flndctta de’Turchi fopra i fudditi innocenti. A quedi lamenti Gioan Deleo, Vicecapitano di Segna, rifpofe, fentire Tal»» . Gg gran 154STORIA graiì difpiacerc di cos'i finlftri avvcnìmemi, c che il vale era provenuto da perfone bandite da quella Cittk, alle quali egli non poteva comandare. Si fdegnò grandemente il Generale della rifpoda, come che foffe riputato tanto femplice, che fi potefTe fargli credere, quattrocento banditi eflèr entrati in una Cittlt; e valendoli delle barche proprie di quella, elTcr ufeiti dal porto, e ritornati colla preda più volte ; clTere i^aii Tempre ricevuti, e il tutto contra il volere di chi governa* Più fi riputava offelo per le vettovaglie pagate nelVlfolc, che per le rubbate, tenendo che foife cos"! latto, per metterlo alle mani co'Turchi* £ lebbcne in quella occorrenza era più urgente bifogno jl guardarfi di non ricevere danno da'Turchi, che r ovviare all’infolenze degli Ufcocchi, deliberò nondimeno di attendere all’uno, e alfaltroy e a quciìo effetto ordinò che dodici barche Albancfi fotto il Governatore Giovanni Dobracuich bene rinforzate di uomini trafeorreflero per tutto, con ordine erpreflb di non offendere i luoghi, nè meno i fudditi Aaffriaci che foffero ritrovati in barche da viaggio, o difarmate* irà folo ovviare alle rubberie degli Ufcocchi, e perfcguitarli, ritrovandoli ne’ mari, o altri diff retti della Repubblica. Ma gli Ufcocchi, che avevano fatti grpffiffimi bottini, tnaffime di fchiavi, fra i quali vi erano anche perfone ricche, e di conto, per cavare il frutto, levarono bandiera di rifeatto in Sabioncello, territorio de‘Ragufet,> dove andando i Turchi per contrattare con loro, effi ancora fpeffe volte tranfitavano trh Segna, e Sabioncello per le occorrenze che quella negoziazione portava, Avvenne che la lèra del giorno degli otto Maggio ritrovandofi con dodici barche armate da corfo, incontrarono a S, Giorgio, a capo di Tielina,'ialtrettante barche di Albanefi, e combatterono ferocemente inficme, attaccata una fanguinofa fazione, die durò Cnp alla notte, la quale li divife; e in quel combattimento reffarono prete due barche dt Ufcocchi con morte di feflanta perfone; e trh queffi Niccolò Craglianovich, capo principale di loro, t dal canto degli Albanefi reffarono uccifi otto loldati ‘con dicianovc feriti, tra* quali il figliuolo del Governatore le altre dicci barche prefero la fuga, falvandofi a Segna. Queffo conflitto fu dagli Ufcocchi, e dagl' Albanefi divetfamenic riferito. Quelli differo di efferc fiati aflìcuraiì dagli Albanefi di poter entrar in porto; e dopo entrata due barche, queU le efferc fiate affalitc, che le altre non potevano focorrerJe, e però fi ritirarono * Quelli affermarono di aver combattuto con tutte le dodici barche da buoni loldati, e di averne a buona guerra prefe due, adduccndo, per confermazione, che fc dodici barche di loro con cinquecento uomini eh’ erano, aveffero affali to a tradimento due fole, non larebbe refiaro morto, c ferito tanto numero di loro, Ma comunque quello fi foffe, certo è bene che il conflitto non fucceffe in porto, ma nel mare aperto tr^ ITlola diLiefcna, eia terra ferma* Gli Ufcocchi fuggiti per la vergogna, e per li compagni perduti, refiarono pieni di rabbia, e di appetito di vendicarli; e più di tutti Vincenzo, fi-atello di Niccolò Craglianovich, uccifo nella fazione. La mala ventura s'accoi^ò colla rabbiofa maligniti loro a far fuccedcrc un altro accidente di peffima confeguenza. In quel tempo fitffo parfi d’Ififia, per andar all’ubbidienza del Generale, la Galea di Cristoforo Veniero, ilquile, non avendo alcuna notizia del fucceflb occorfo a San Giorgio, lenza alcun Ibrpetto facendo il fuo viaggio, cri giorni dopo quel conflitto, capitò la fera nelportodi Mandre dell’Ifola di Pago. Gli Ufcocchi, avutone l’avvifo da una fpia,in gran numero fmontarono in terra, e fipofero occultamente fopra il monte che circonda il porto, in aguato,- e la mattina fet barche d' elli, entrate in quello, aflaltarono la Galea, e quelli eh' erano in terra, in molto numero con archibufate, e fafli uccidendo, e ferendo dalla parte fuperiore, levarono il modo di pocerfi metter in difefa, fene impadronirono; e preti ifoldati, e grUlBziali della Galea, ad unò ad uno, facendoli palfar alla fcaletta, gli accopparono crudelmente, e gettarono i corpi in mare. Fucofadi gran compaflione, chea fangue freddo folTero cosi barbaramente uccife quaranta perfone innocenti ; fecero vogare la Galea pel Canale verfo Segna, e nel viaggio cagliarono la teda colle mannaje a Lugrezio Gravile, Cavaliere, gentiluomo di Capo d’Idria, e al fratello, e nipote, ch’erano fo. pra la Galea per paflTaggio ; e fpogliarono delle perle, monili, anelli, e vedi Paola Stralbldo, moglie del Cavaliere, colle fue donne, ch’erano in compagnia del marito. Servarono vivo il Veniero folamente- Si conduflero lotto la Morlaca, pocolonunoda Segna, e quivi difcefi in terra, per flgillo della barbarie, fecero fmontare lui ancora, e gli troncarono il capo colla mannaia, c fpogliato il corpo. Io gettarono in mare, e apparecchiato il deCnare, poterò il capo deir infelice Ibpra la menfa, dove dette mentre durò il convito. Quede cofe tutte furono vedute dalle donne, e da'Galeotti redati fopra il Vaf. cello; alcuni de quali afiermarono ancora che dimandò con molta pieth la confelUone, e gli fu negata. Altri diOero che gli mangialfero il cuore; altri che folotingeflero il pane nel fangue, per certa fuperdizionetrìi lororadicau, che il gudar inficme del fangue del nemico Ga un'arcano, e una Gretta obbligazione di non abbandonarG mai, e correre la medefima fortuna. Finito il delinars, condulTcro la Galea a Segna, dove divifero le robe, e le munizioni di quella; rilafciarono i Galeotti con minaccia, e obbligazione di non ritornare nello Stato della Repubblica; e didefero l’artiglierìa fopra lemura della Cittk. Andati gli avvifi di cosi atroci fatti a Gratz, da’ fautori degli Ufcocchi fu perl'uafo l'Arciduca che tutto fatto dalarofofle con ragione; e alla provvifione fatta da’ Minidri della Repubblica fu data Anidra interpretazione, incitando fua Altezza alla rottum, e guerra; cofa da loro glh molto tempo defiderata, per una vecchia Iperanza di facilitò conceputa, che fua Altezza acquidezebbe, e aggrandirebbe, sò, e loro con quel mezzo : il che fu anche caufa, che fcrilTelua Altezza a tutte le terre fue diconGne, che delTero fopra le guardie, e A fortìAcadcro, dal qual comandamento nacque che a Segna con gran follecitudine portarono terra, e prepararono legname, per munire laFortezza. Il Capitano di Fiume ancora fece fpianare gli orti, le vigne, e gli uliri attorno le mura di quella terra, e in tutte le terre a’ conAni eziandio in iflria A dava qualche fegno di preparazioni militari, il che diede gran fofpetto a’ Veneziani che iblfe un’ apertura di guerra ; perchè, non parenw loro di vedere che, pel conflitto di S. Giorgio, caufato e riufeito in qual modo A iblle, i Miniftri Arciducali avefléro caufa alcuna di dolerA, non putendo, nè dovendo loro importare, fei violatori della giurìAUzione Veneta, e contumaci del Principe loro proprio, che centra la volonth, di quella erano andati in corfo, folfero flati ucciA fuori della fua giurifdizione in qual A Aa modo, tenevano d aver ragione di credere che quei preparamenti folfero, non peraflieurarfL, non cflendo preceduta occaGone da generar fofpetto, ma perdilegnodi mettetele cole loro in Acuro, e aflalure Io Stato della Repubblica. Toma 11. Gg ^ Ricevettero un gran difgafto, avendo intefo per la confeDìone d’ un Ufcoeco prefo vivo nel combattimenioa capo S. Giorgio, e di quattro altri prefi dopo in Arbe, chel’urcita fu con partecipazione del Vicecapitano, il quale centribui anche la fua parte; mcfirando chiaro l'evidenza del fatto che non potevano elTere ufciti alla preda in tanto numero fenza Caputa de'Minillri Aullriaci ; e i’alfalto, eia crudeltà commeflà contra la Galea, febben poteva eflère fatu fenza confenfo loro, per rabbia e vendetta propria di que' ìcelerati, nondimeno non fu fenza precedente caula, dau dalla pubbHca Autorità, col permettere l’ufcita al predare contra la promelTa del fuo Principe, tanto recente, e con fuccedente approvazione, dimollrata nell'avere ricettati i malfattori, Se gli Ufcocchi, per vendicare la morte de’ compagni, hanno ufata la crudeltà contra i foldati, e padrone della Galea, quando bene ciò valeffe per feufa loro, non farebbe buono per ifeufar il governo di Segna dal conceder loro la facoltà di predare; dal riceverli colla Galea; dal portare le robe, e munizioni nella Città; dal difiendere le artiglierie Culle muraglie. Quelle opere non pofTono aver il primo mo. to dagli Ufcocchi, ma da chi governa Segna; i quali, oltradi ciò, anche nella prela della Galea, e morte de’foldati, e del ^praccomito, non fi polTono feufare, di non aver parte, almeno in quanto hanno alficurato, e partecipato con chi hà commelTe le fceleratezze. Ma Niccolò Frangipane, Capitano di Segna, ch'era allora alla Corte, per aver danari da pagare i foldati, pafsò immediate a Novi, fua terra, e raccolti cinquanta buoni uomini, con quelli accompagnato andò a Segna. Chiamò a fé in Cafiello Cotto la fede i principali intervenuti alla prefit della Galea c da loro pigliò informazione del (ucceffo, e ne formò procelTo, il quale mandò alla Corte di Gratz in diligenza. Vifitò anche l'artiglieria polla Còpra le muraglie, non facendo dimofirazione alcuna di approvare, o non approvare il fau to. Il Generale Veneto, per bene certificarli le il Colo Vicecapitano Dcleo trà i Miniftri Coffe in colpa, udito l’arrivo del Frangipane, mandò in Segna perfona efpreffa con lettere lue, dimandando la refiituzione della Galea, e delle robe, e CfKcialmente delle artiglierie, anela la buona intelligenza, e amicizia tràiFrincipi,eraccordoultimamentcfeguito. Dal Capitano|fii rilpollo pel medefimo Meffo con lettere, le quali fono ancora in effere, dolcndofi del male fucceffo con molte parole di cortefia; e quanto alla refiituzione della Galea rifpondendo che già l’Arciduca fuo Padrone aveva ordinato che la Galea Coffe tenuta cosi; però egli non poteva far altra dilix>fizione;maavrebbeavvifaio fua Altezza della riebiefia fattagli, per efeguire ciò che da quella gli foffefiato comandato. Dopo molti giorni il Capitano, per qual caufa fi Coffe, mandò al Generale una caffetta colla tefiadel Venicro inclufa; egli feriffedi mandarla, per mofirare di non cffergli nemico; einfiemefoggiunfe che in materia dalla Galea nonaveva avuta riipofia alcuna; ma però mandò uno de'pczzi dell’ artiglieriadella Galea a Novi, Fortezza propria lua ; dalle quali azioni fi certificò il Pafqualigodell’animo fermoanonrefiituire; e giunto quello indizio alle frequenti ufcite,e a’paffaggi degli Ufcocchi pel Canale della Morlaca con maggior numero di barche fornite, di fuochiartifiziati,eaItri apprefiamenti, e provvifioni non piò da loro ufate, ebbe dubbio che vi poteffe effere qualche penfiero di fare un’occulu guerra alla Repubblica Cotto nome degli Ufcocchi.- laonde giudicò neceffario aflieurarfidi non ricevere qualche affronto maggiore; congregò le fue forze, per ferrar i palli, je impedirei foccorfi di munizioni, e vettovaglie a Segna, afienendofi però di sbarcare,o d'inferire alcun danno alla terra ifolo proibii ad ogni Corta di Vafcelli,chenon ufeiffero, ni entrafTero;e a'fudditi ogni fona di commerzio con Segna, ealtre Terre di quel Capitanato. La provvifisnenon fu di quel efficacia, come altre volte era rìufcia ; percbi, eirendò Fiume Ubero, di IV andava per terra vettovaglia, febben v’interveniva pib fpefa. Ma il Generale Veneto non giudicò condecente operaralcuna cofacontra Fiume, perché dopo raccordato di Vienna non l'aveva trovato in alcuna complicitV cogÙ Ufcocchi. Arrivò il Generale di Crovazia a Fiume, e raunò deToldati in quella Terra con difegno di paflàr a Segna, diceva egli, per dare rimedio a quegl' inconvenienti febbene poi non relegut, Mr la urettezza del vivere cbe in quella CittV era, la quale non comportava ette accrefcelTe numerodi gente; mV Tdegnatopel commerzio impedito, che la teneva in Urettezza, fece correr voce per tutto il paefe che Sua Altezza aveva deliberato di non accommodarle differenze co'Veneziani, fe non avendo libera la navigazione del Golfo, per andar a danni de’ Turchi: cofa della quale gli Ufcocchi furono molto contenti, e pieni di fperanza di dover vivere in felicitU. Da quello moflb il Ferletich, andò a Fiume, per divilare fopra il modo d'idiluire un corfo formato per l'Adriatico. Ma dopo diverfe trattazioni fu dal Capitano di Fiume, o di legreto ordine del Generale, o di proprio moto, pollo prigione. Corfe Tubilo la moglie del carcerato a Fiume ; portò in dono al Generale due pezze di panno d’oro, e un padiglione di prezzo ; donò anche a Volfango Frangipane, fratello del Capitano di Segna, una littiera di valore; i quali prefenti, uniti allalperanza d’averne de'maggiori, ebbero forza di conciliar l'animo del Generale in tal maniera, cbe tentava diverfe vie per levarlo di prigione.- al che non conlentendo il Capitano, oper zelo di giuflizia, o perchè gli pareffe Urano che il Generale godclTc il frutto dell’ opera Tua, palfarono uh loro gravi parole, e in 6ne il Capitano condannò il prigione a morte, e il Generale lofpele la fentenza. Scrilfero ambidue alla Corte, e venne rifpolla che foOc giudicato fecondo le leggidi Ungheria onde nefeguiva,chc non fi poteva far il giudizio in Fiume, non appartenente a quel Regno; e per non tornar a parlar piò né del prigione, né del Generale, dirò folamente che, elfcndo quelli dimorato in Fiume fino alla partenza dalla Corte Cefarea de'Commilfarj, de’ quali fi dirò a Tuo luogo, fenza far altro di piò, che udir piò volte la moglie del prigione, fe ne parti, menandolo leco in Crovazia. Mh nel mcdefimo tempo alla Corte Cclarea, fecondo chei difordini luccef(èro, furono rapprefentati a Sua Maellh dall’Ambafciadore Veneto con illanza di provvifione ; e fi dolle Cefare degl’ inconvenienti occorfi, e maflìme della morte crudele de’lóldati, eSopraccomiio della Galea con tanta atrocith epromife di dare fodddUfazione, e rimediare daddovero. Fece dire per nome fuo all’Ambafciadore da principale Minillro, che la Repubblica era in illatodi ragione e cbe Sua Maellh aveva inclinazione a levar quella gente dalle marine nel tempo delle palfate differenze ; ma incontrò divede opinioni de’Minillri, che non la lafciaronofpuntare: cheDioaveva permeflbpolcia queigrandifeandali, per porvi quell’ ultima mano cheli doveva porre all'ora. Alle illanze dell’ Ambafeiador Veneto s’aggiunfero quelle del Nunzio Pontificio,Mrché il P gior amplifìcaztonelc querele contri il commerzio interdetto a Segna, conrap. prefentarlo come una dimunizione di riputazione, e di ofiefa della dignità Im« penale, e di tutta la Cafa d’Aullria, acciò l'uà MaelU fi dichiarane congiunta ne« gl'intereni loro : ealcunide’ConfìglieriCerarei, da quelle propodc molli, entraTono in alcuni pareri marziali, per compiacere ai defìderio degli Arciducali. altri di loro ebbero per inverifimile che il Generale Veneto avelTe conceduta licenza agli Ulcocchi di ufeire contri iTurchi, acciò elll aveflèrole prede, ei fudditi le rovine; e pareva gran llravaganza, chegliaveire fatti combattere per quelloche gli avclTe ali ora conceduto. Ma quei di loro, che fi raccordavano che per ottanta anni continui i Veneziani s’ erano dichiarati di ricevere ugual danno, e offefa, quando gli Ufcocchi paflavano a predar altri per li diUrctci della Repubblica, come quando bottinavano i fudditi loro proprj; Tebberoper un’invenzione molto fctocca; e non pareva loro conveniente nè alla dignità, nèalla religione di tanto Principe, che movefle una guerra, per mantenimento di ladri infami. S. M., alla rapprefentazione del commerzio levato a Segna, H commoffe alquanto, come che foflc airediata una.fua Terra; ma, certiheato che non iì pretendeva di far offefa alla Citt^, ma folo di afncurarfi che nonfoflcro inferiti nuovidanni, comegrufcocchi giornalmente tentavano, reilòquieta; eavendo colla prudenza fua penetrato il vero, preflo conobbe che tutto il male era nato per rinolTcrvanza delle cofe prom effe ; e nel ConHglto fu conchìufo di mandare CommifTarlpernomediCefarechc con fuprema autoritli metceflero la mano,eapplicaflcro il rimedio proporzionato al bifogoo corrente ; e furono nominati il Conte Altani,il Baron Bech, e il Sig. fiuonomo, a’quali furono date commiifioni molto ampie, e chiare, di levare da Segna gli Ufcocchi, e mettervi prefìdioTedefeo, egafligare pofeia i colpevoli degli ecceflì commeflì. Il Sig. Buonomo fu fpedho immediate a Gratz, per conferire la rifoluzione prefa, e ricevere iflruzione anche da fua Altezza. Ma avvenne quello che piò volte eraoccorfo, c regnante ITmp. Rodolfo, che nel Confìglio Cefareo fu prefa rifoluzione, per rimediare al male, la quale in Gratz fu convertita fempre in quella forta di medicina che lo fa peggiorare : cosi occorfe nell’occafìone prefente, che gli Arciducali diflero eflfere cofa giuda il gadigare, e rimediare; ma, per farlo in modo che metta fine, efrerneceflarìocheiCommiirarjs'informaffero, cractafleroco’Minidri Veneti, e riferifTero a’ Serenifs. Imperadore, e Arciduca ; e non efeguiffero, fe prima da fua Maed^ eda fua Altez. non foffe deliberato quello che fi dovede mettere in effetto. In Venezia comeladeliberazionedegr Imperiali fu commendata di giudizia e finceriik, cos'i fu immediate intefo dove mir^e f aggiunta degl’ Arciducali, cioè, che, non potendo trovare pretedo di difobbligarfi dall’accordato di Vienna con allegare eccezione alcuna contra di quello, penlalTero difobbligarfi con idi mire una nuova tratuzione,nella quale obbliquamente fodero introdotte le medcfime cofe, e con qualche maniera, o hdrette, o glofate, fìcchè rimanedero fenza effetto: imperocché in altra maniera non vedevano pretedo, per dipartirfi dalle cole promeffc; poiché dall’altra parte era efeguito quello che le toccava, e in quelbche re^ dava far loro non potevano pretendere aggravio; non eflendo cola piò giuda, quanto proibirci! corfo, e nelle guarnigioni tenere mfidio pagato ; ch’era la fodanza delia promefTa;né avendo probabilità,perinodrare d'edere dati in pane alcuna gabbati; poiché lafcritturafufonnata,e defa non, come è folito, da ambo le parti, ma dallaloro folamente, fenza che v'imervcnilfero i Veneziani, da' quali poi fu accettato. Non fi venne in Senato a deliberazione di mandare perlona alcuna a trattare con quei Comminar], 0 per la ragione fopraddeita, o perchè era noto che il motivo non veniva dagl' Imperiali, ma da'medefimi Arciducali; o forfè anche perchè volellero alpettare di vedere le prime operazioni de'Commifiarj in efecuzioae delle cole promclTe, per regolarfi poi come quelle aveffero infegnato« Mentre i Commiflar) erano in viaggio, occorfe all’ Arciduca, per li Tuoi negozj, vifitare la Maefi^ Imperiale in Lintz, dove, conforme a quanto prima da Gratz era fiato fcritto, furono replicate le feufazioni degli Ulcocclii, e rinnovate le querele pel commerzio,levato alla Giuli; e propofio il progreflb che potrebbono fare le armi Imperiali in Ita^a colla fponda deirefercito che fi trovava ammafiàto in Milano; e furono anche fatti diverfi ulBzj, acciocché non foife difarmaco prima che fi vedelTc l’efito delle cole di Segna. Ma 1 CommilTarj, giunti a Fiume, chiamarono a sè i Capi degli Ufcocchi da Segna, i quali ricufarono di andarvi fenza falvocondotto. Furono i Commiflar] cofiretei a concederlo, parendo loro ciò minore Indignitk, che fe i chiamati foflero refiati contumaci. Col falvocondouo andarono a Terfau, e di 111 mandarono a richiederne un piò ampio, diffidando del primo; e ottenutolo, andarono a Fiume, dove furono ricevuti con termini amorevoli, e correli. I Comfniflàri prefero da loro informazione del conflitto cogli Albanefi a Liefina, 6 della prelà della Galea, e delle altre cole occorfe dopo il concordato, e fubito li licenziarono, per ritornar a cafa ; o perchè da loro altro non volelTero, o perchè, fiance il faivocondotto, non potelfera efeguire altro difegno. Dopo alcuni giorni mandarono il Segretario loro a Segna a comandare che folfero confcgnaii i Turchi fatti prigioni in Trebigne; e il Segretario non folo non fu ubbidito, ma git convenne partire fenza veder efletio alcuno degli ordini de' Commiflar]: e quantunque ufafie minacce di feveriffimo gafiigo contra i contumaci, nè meno gli fu data rifpofia per riportare a' Padroni.* le quali cofe dimofirarono in fatti quanto ditferente foflè la filma che da quei ribaldi era fatta de Minifiri di Celare fupremo Signore, dal rifpetto, e dalla ubbidienza che fu da' medefimt prefiata un' anno prima al Cheslin Commiffario Arciducale; e diedero materia agli fpecolativi di credere che, quando alcuna cofa da quei di Gratz èrimefla a quella Maefià, come eccedente la podefià concefTa, ciò fia per forma di apparenza, e coperta di Icufa Mentre che furono i Commiflar] in quel luogo, altro non fucceffe di conftderabile, fe non che i Kagufei Ipedirono Achille Pozza a richiedere loro rimedio, per li danni degli Ulcocchi, e per li perìcoli Turchefobi, ne' quali li gettavano, il quale non ottenne provvifione alcuna. Avvenne anche che la Galea, o per fortuna, o per malizia, andò a traverfo, efidifllpò in tal maniera, che fe ne vedevano le parti nuotare per la riviera; e finalmente il corpo fi ruppe Cotto la torre Saba : c quello eh' è di maggior confiderazione, fu gli occhi de medefimi Commiflar] fette barche di Ufcocchi ufeirono di Segna, camminando dietro terra lotto la Morlaca, e pizzicandt» le Ifole quanto poterono ; il che fu poco, per la fquifita guardia Ttmù IL Gg g, eh x3« STORIA ch’era in quelle, rirtirono i Commiflari nn dopo l' altro, mandata a Grata l’ informazione fenea aver fatta altra cofa che ibfle veduta, o faputa; non mancando gli Arciducali in Fiume di luggerire, e imprimere, eflère paflàto con loro dilbnorc che non fóllè ttato mandato a trattare foco ; e aggravando, con dire che altre volte fi era mandato a trattare cogli Commiliari Arciducali tanto inferiori degl'imperiali. Della dimora, e opera infruttuofa di tre perfone infigni fpiccate dalla Corte Imperiale era attribuitala colpa diverfamente. Altri l'afcrivcvano a mancamento del Senato Veneto, che non aveflc mandato alcuno per fu» nome, allegando che, quamfe fi tratta caufa comune, come fono tutte quelle di (Ubilire una buona vicinanza, conviene che fia per Miniftri da ambe le parte maneggiata, acciò riefea con reciproca fodditfazione: che i Cefarei non avellerò fatto colà alcuna, per elTere mandati, non ad operare foli, ma uniumente co' Veneziani : e quando bene avelièro veduto foli applicare qualche rimedio, non avrebbero potuto lark>, per eflèr incerti fe quello folTe poi piaciuto a'Veneziani, e gli aveflè renduti contenti; e però che con ragione dovevano eflèie feufati gli Aoftriaci di ogni inconveniente che fol^ potuto fuccedere. Altri dicevano che alfora fi tratta per comuni Minillri, quando vi ò bifogno di concordare diffèrenze; ma per efeguire le cofe concordate, ognuno dee fare la fua parte da fe fteBb: che quando il Generale Veneto refiàtul il comerzk), lo fece da sò, lènza alTiflenza di altri; che i prigioni erano fiati liberamente offèrti a chi fua Mael& avelTe comandato fenza tratare del modo di darli: che, quelle cofe fatte, i Veneziani non avevano altro che fare, fe non afpettare corrifpondenza coll'oirervanza delle cofe pròmeffe ; che il mandare la Repubblica Commiflàri, per trattare accomodamemo, non farebbe fiato altro, che rinunziare l'accordato di Vienna, nel quale, poiché la parte Arciducale era fiata tanto avvantaggiata, ed era efeevito interamente tutto il vantaggio di quella, nel nuovo congrelfo non n poteva propone, ni rilbivcre fe non qualche cofa di più per gl’Arv ciducali, e qualche maggiore difavvantagio per la Repubblica.- lenza, che fi poteva con cenezza prevedere che, non avendo avuto luogo qoello che fi era fermato colla Maeftà Imperiale, e coll’Altezza dell’ Arciduca, molto meno fi avrebbe potuto fperare della trattazione de’ Minillri, i quali fe erano andati per efeguire le cofe concordate, neflìin impedimento fi può diré che aveflèro ritrovato, il quale colla prefenza de’ Veneti poteficro fupetare.- ma fe con altro dife^ gno, che daU’alTenza de’ Veneti, folTe fiato difiurbato, non poteva quello eflère fe non pregiudiziale alla Repubblica. Gl’intendenti delle cofe di governo dicevano di più, che occorre fpeflb trà i Principi mandare Minillri per negoziare, ni mai quella fi fii altramente, che avendo prima rifoluto l’uno, e l’altro, che il bifogno vi fia, e concerrato quello che s’abbia a trattare, il luogo, e bene fpefia anche il modo a tenere. Ma che uno fpedifea Minillri dove, e con quelle commiflìoni che a lui piace, e fenz’altro dire, afpetri che l’ altro mandi a tratura con quelli, ficcome i cofa non mai ufata, cosi, quando avveniflè, più rollo avrebbe ragràoe di dolerli rinvinro lenza precedente concerto, che l’ invitante a cui non folTe corrifpofio.' non poterfi però aferivere a mancamento di fapienta, e prudenza in Cefare, che non fu autore di ut configlio, ma di chi T inventò, e aggiunfe in Gratz oltra le commiflìoni Imperiali. Partiti i Commiflkn, refta^oBo i kdfi alTicurati deli'impuiiiik per le cole facte^ e inanimiti a tenere ritafiTa (lile alPavvenire. Non racconterò le pertico lari prede di barche, o re(celli, e le incurfioni fatte l'opra le Ifole con una, ò due barche, perchè moh te furono; e futbbetedio, perl'uniibrmitb, commemorarle tutte.* narretò folo una generai ufeita fatta mentre il rigor del vento doofteinfe rallentar le guardie, nella quale prefero quante barche incontmroRò alle riviere d’illria; e in Dalmazia i due grippi con mercanzie, e da» nari; e alii fcogli di Zara tré marciliane cariche di pannina, renft, c fpczicric; e una Nave che poruva drappi di feta, lana, zuccheri, e altre merci di valore v Paflkrono dopo quelli Ipogii ad offefe non più da loro ternate. Si ritrova in faccia di Zara uno Scoglio, nominato di San Michiele, con un CalUllctto nella lòmmith, dove ne i tempi de’fofpetti 0 tengono guardie, e lentinelle, per ilcoprir il mare; ne i tempi tranquilli reità il luogo, come di leggier momento, lenza guardia 4 Quelli uomini, con molto ardire ivi montaci, e munito il luogo per quello che poterono repentinamente, pofero dentro guardia della loro gente, per ben ifcoprire il mare, e non folo ìnGdiare la navigazione, dando legni accompagni de* Valcelli di viaggio, ma ancora per awifarli di ichivar Tarmata chetrandea per guardia di quelle riviere; e ciò fatto, con incredibile audacia fi mifefo ìoGeme in forma digtulla guerra, e in numero dÌ 40 o.con lèi iiilègnc sbarcarono a Ro» iiaoze, vaia della medefìmaCitth, e predato in qirella quanto vi 0 ri» trovò, pailatt innanzi ad Islan, luogode’Turchi, preferoanimali, donne, e nnciudt; ritornali per la via Aefla, portarono tutto a Segna, linfbrzata prima la guardia, e la munizione di S. Michele ;donde per dilcac’ciarli, eflèndo lo fcoglio forte di Geo, fu bifogno di congregare la foldate» ica, e adunare molta gente, per paflare nello fcoglio, e alTaltarii : di che elfi avvedutifi, la notte fuggirono. A tanti inconvenienti avendo con0dcrazione, il Generale Veneziano riputò neceflàrio ufare più potente ri» medio, che T impedimento del commerzio a Segna, per confolazione dc’fudditi, che, ritrovandofi danneggiati e afflitti, erano vicini alla difperazione, e a gettarfi lotto la volontà degTUfcocchi. Era debole il rimedio ufato contra Segna folamente, poiché quella gente, con ar« rifchìarh ad ogni pericolo, luperava parte delle difficoltà; e col riee» vere per via di terra fbccorfo da altri luoghi Arciducali, rendeva io» fruttuola Topera impiegata nell’ incomodarli. Sino a qucRo tempo i’ era alìenuto di levar il commerzio all’ altre terre, per non diipiacere a fua MaeOà, c a fua Altezza: all' ora, vinto dalla ncccffità, pensò che quei (Principi colla prudenza avrebbono bene conofeimo che, quando fi foflè riientico con tutte le terre loro polle a quella marina pel favore preparo a cosà fceleraci ladri, non doveva cflère hcevuco per ofièfa da chi fi difendeva da cosà gravi olt^gi, mà da chi lì cotnmetteva fono T ombra loro; e perciò proibì ad ogni fona di perfone di poter andare cofi vafcelli, .0 barche di mercanzie, vettovaglie, e di ogn’ altra Ibrta diprovvifìoni a qualunque terra polla fopra il Quar. ner, c fopra il Canale della Morfaca dì Bcfezfino a ScriUà. Ancorché 0no al tempo prefente non fia mai (lato applicato rimedio proprio, che abbia potuto ovviare pienamente alle fcorreriedegrufcoccni, que00 nondimeno é Rato in tutti i tempi il più efficace ; perché, oltre al x 38 storia al levar a' ladri la comoditi di Ilare rutti uniti in uni uogo, pel mancamento delle vettovaglie, gli altri ludditi Audriaci, che per cauli loro pativano, fi Iòno concitati centra i ladri, ed efclamando alle orecchie della Corte Arciducale, hanno collretti quei Miniftri a fare qualche provvifione, per cllcre liberati dall’ incomodo per all’ora. Cosi in quella occafionc le querele, e i lamenti de’fudditi andati a Grata, giunti cogli lifliz) dall’ altro canto fatti da i Miniflri della Repubblica alla Corte Cclarea, indulTero gl’ Imperiali apenlàr di levare quella molellia a lua Maellb con rimedio perpetuo; e gli Arciducali a peniate di portar il tempo innanzi, con dare qualche apparente, 0 almeno leggiera loddisfazione : e communicati i configli infieme, rimilèro a trattarne unitamente al leguente Agollo, pei qual tempo avevano i Principi di Cala d’ Aulirla intimato un congrelTo dì tutti loro, e de’ deputati delle Provincie foggette in Lintz, dove l’Imperadore fi ritrovava, per rilolvere negoz) importanti de’ loro Principati. E per dar ingreflb a quella trattazione, fecero gl’Aullriaci per nome di lua Altezza querela coll’ Ambalciadore della Repubblica, Refidentc prcITo a lua Maellb, che il Generale in Dalmazia avelTe pubblicato un bando, proibendo il commercio alle terre, c a’ ludditi tuoi di quelle riviere; e con effetti avelie trattenuto diverfi valcelli che navigavano a quei luoghi, per fomminillrar vettovaglie ; e ne avelie anche gettati a fondo parte di elfi ; e che ciò folle non tanto con fua offefa, e danno dc’fudditi, quanto ( il che piò loto importava ) a pregiudizio della libera navigazione che pretendeva nel Mare.- al ch'era flato giullo, e neceflario rimediare; che gib in Vienna fi erano ptomoHe parole di quell’ ìflellà materia, e concordemente era fiata rimeflz ad altra trattazione: che quello era il tempo, e luogo opportuniflimo di trattarla, che facilmente non fi prelenterebbe una congiuntura ule, quando foffero prefenti in una raunanza tanto frequente tutti i Principi di Cala d’Aullria, e anche i Deputati degli Stati loro; deU’inicrelle de’quali tutti fi trattava: e che, decifo quello capo, infieme fi avrebbe trovato rimedio alle cofe degli Ulcocchi. A quella propofizione fu dall’ Ambafciadorc rifpollo in follanza.- che in quella materia dì navigazione non era fncceduta novitk alcuna; ma era fiata femjrfe libera ad ogni torta di perlonc lotto le leggi della Repubblica, che fono neccllaric per conlervarla; e tale cllece la men-, te di lei che fia mantenuta tempre. Elfere flato proibito nuovamente^ il commerzio alle terre, dove gli Ulcocchi erano ricettati, foccorfi, e favoriti, appunto per ovviare alle infellazioni loro maritime principalmento, e mantenere libera la navigazione, e a’ danni, e alle ollefe che inferifeono in terra.- che mentre gli Ulcocchi avellerò ricetto in quelle terre, nè elfi potrebbono allenerli da’ ladronecci, nè la Repubblica lafciare di perfeguitarli, e ribattere le offelc. Raccordò le promelfe fatte in Vienna con parola di fua Maellk, c di fua Altezza in ifcritto, e replicate molte volte in voce, che il Mare rollerebbe netto, e liberato da’Pirati di Segna; e che nè di la, nè da quei contorni ufeirebbono perfone a danneggiare la navigazione, nè i vicini: e recitate tutte le molcllie, e offelc dagli Ulcocchi inferite dopo il tratuto di Vienna fino a quel tempo, loggiunfe che per religione, ginftizia, e riputazione de i Principi, erano obbligati ad efeguire le pro melfe; melTe, con che anche per corrifpondenz» farebbe retiduto il commerzio alle terre, ficcome fu renduio l'anno innanzi per rifpetco, e offervanza verfo fua Maedb finceramcnte, fenza aver altra fìcurezza, che la fola fua promcfsa, quantunque le ingiurie ricevute dagli Ufcocchi fin’ all’ ora folTero da non fcordarfi facilmente; e che gli at;ticoU da fua Maeflli, e da fua Altezza promefli all’ara non conteheiTero, il total rimedio, e folTero flati conglciuti per molte fpertenze paflàte infufficienti ; laonde, per debita corrjfpondenza, fe la ragione, l’oneflb, e roITervanza della fede debbano aver luogo, fi dovrebbe ormai vedere Teffetto delle promelTe: ch’egli afpettava che da quella raunanza, fecondo la intenzione datagli, da Configlieli di Cefarc folfc pollo fine a tjucllo fpinolb negozio. E perciò riulcirgli cofa molto inafpettata l'udire in luogo di qnello, che fi trattafie d’ implicarvi altri negozj di lunga digeflione, che non potevano fervire ad altro, che a portar in lungo Tefecuzione delle cole promelTe; che il negozio degli Ufcocchi gik era in piedi, e fi ritrovava in tale flato, che non fi vedeva adito, nè apertura di ravvilupparlo con pretenfione di libera navigazione, ovvero con alcun’ altra fomigliante; ma bensì, terminato quella, che non aveva bifogno di trattazione, ma di efecuzione della parola, e fede data, la Republica non farebbe fiata aliena di trattare ogni altra difficoltb : anzi il metter fine alle moleflie degl’ Ufcocchi farebbe flato un facilitare la tratuzione di navigazione; che la Republica aveva fempre ricevute, e incontrate tutte le occafioni, per metter fine a qualunque differenza colla Cala d’Aullria,- e che in Vienna erano fiate conofeiute le urgenti ragioni, per le quali non fi poteva trattare, nè di libera navigazione, nè d’altro negozio prima che a quello degl’ Ufcocchi folTe rimediato; e perciò di comune confenlo era Hata rimelTa ad altra occafione: e rellando le caule le medefime, conveniva tener per decifo, che nelTuna opportunità di trattar altro poteva venire, (e non era levato di mezzo quello impedimento, che non concedeva T unire altra cola con lui. I Configlieri di Gratz per quello non fi molTero dalla loro rifoluzione; ma fi fermarono collantemente in quello, che non occorreva parlare degli Ufcocchi, fe infieme non fi parlava di quell’ altro punto; il quale tanto premeva a fua Altezza, che fenza quello non avrebbe potuto afcoltare ragionamento di altro; febben gl’imperiali non fecero fopra illanza alcuna. Quelli che fludiano, per indagare i fini delle deliberazioni, credettero lo feopo degli Arciducali non eflcre flato altro, che di fcanfare il parlare degli Ufcocchi; cofa molto abborrita da loro in ogni tempo; e la mira de’Celarei elTere fiata di vedere prima rifoluto un altro punto, che fu propollo, e rellò iniecifo nella raunanza, cioè, fe fi doveva attender alla guerra, o alla pace co’ Turchi, forfè a fine di cavar alcuna fomma di danari, quando fofle llau la guerra rifoluta, con negoziare qualche cola d; Segna. Quello che in ciò fólTe di vero non fi può affermare. Ma poiché il negozio della libera navigazione Tanno precedente in Vienna fu difgiumo da quello degli Ufcocchi, e rimelTo ad altra trattazione, e a quello tempo in Lintz fu promollb dagli Auflriaci, per riunirlo a quello degli Ufcocchi, e non fu trattato, avendo i Veneziani perfeverato m tenerlo difgiunto; quello luogo ricerca un poco di digreflione, per efplicarc che cofa fi pretendeva colla richief^a dì libera navigazione, e in che tempo ebbe origine la pretenfione; e qua^ li ragioni aironi ^fTero ufate da ambe le parti. Dopo una lunghiflìma pace trli i progenitori di Mafllmigliano I. Imperadore, e la {Repubblica dì Venezia nel 1508. ebbero principio leggiere perturbazioni, le quali fecero progrclTo a notabili, e memorande guerre ; e fu la Repubblica per zz. anni feguenti con quel Prin« cipe, c colla pofteriib lua per varj rifpetriora in guerra, ora in pace, e ora in tregua; nel fine de quali, l'anno 1528. furono compolle tut“ te le differenze, e conchiufa in Bologna una pace, la quale durò oltra tutto quel fecolo con Carlo V. Imperadore, infìeme con Ferdinando fuo fratello, Rè d’ Ungheria > e Arciduca d’AuRria, Perchè nella divìlìonc tra loro fratelli lette anni hmanzi fatta, tutte le Terre AuRriache conhnanti co' Veneziani erano toccate al Rè Ferdinando; \ confini delle quali colle Terre della Repubblica erano molto intrigati ; perlochè molte difHcolt^ erano da decidere, parte per le ragioni pubbliche de' Principi, e parte per quelle de’fudditi privati, che non poterono, per la moltiplicitb, e per la lunghezza della cognizione che ricercavano, elTere terminate in quel trattato di pace. Fu aU'ora il tut« to pollo in quiete con un capitolo, che dovefle elfer iRituito un tri. banale arbitrario, per deciderle. II tribunale fu eretto in Tremo, dal quale fu la Icntenza pronunziata nel 1535*) c tutte le differenze ( eh' eccedevano il numero centenario ) difHnitivamente furono terminate. Qui però non ebbero fine le diihcoltky imperocché, neU'eleguìre la Temenza, altre si attraverfarono, e col progrclTo di tempo ebbero origine da ambe le parti nuove querele; pretendendo ciafeuna che dalTaltra folTcro fatte varie innovazioni. Laonde, per metter fine a tutte le differenze, fu da Ferdinando, fuccelfo all’ Imperio per la cefllone del fratello, e della Repubblica dì concerto comune iRituiu in Friuli nel 1503. una raunanza di cinque Commìflàri, un Proccuratorc, c tre Avvocati per parte, i quali trattalTcro le dilhcoltli, cosi antiche, come nuove; e da’ Commilfarj folle poRo fine lotto la ratiheazione de’ Principi. QucRo cosi gran numero di giudici fu dall’ Imperadorè richieflo, per loddisfare a’fudditi fuoi di varie Provincie intcreffati in quelle caule. Per la parte Imperiale i Commillàrj furono, Andrea Pcghcl, Barone in AiiRria, MalTimigliano Dorimbergli, EIcngero da Gorizia, Stefano Sourz, Antonio Statemberg ; Procuratore Jacopo Campana Cancellier di Gorizia.* Dottori, Andrea Rapizio, Qervafìo Alberti, Gian-Maria Grazia-Dei « Per la Veneta CommiRàrj furono SebaRian Veniero, Marino de'Cavalli, Pietro Sanudo, Gian BattiRa Centanni, AgoRio Barbarigo: Procuratore Gian Antonio Novellò Segretario.* Dottori, Marquardo Sufanna, Francefeo Graziano, Jacopo Chizzola. Nella Radunanza furono da ambe le parti efprefle IcrichieRe; e dopo aver difputato, e parte compoRo, parte decifo le altre differenze pubbliche, fu prefa in mano una richicRa del Procurator AuRriaco in qucRa forma .* Ejufdem ÌIajejlatis nomine re^uiritur ut poft bac illm fubditisy atque ei'tis in Jìnu Adriatico tuth navigare ^ ac negotiari liceat» Jtem ut damna Tergejìitth Mcrcatoribus, atque aliis illata rejlituantw\ c accompagnò il Rapizio Avvocato la dimanda con dire che quella non era caufa da trattare fotttlmente : effer cofa notininia, che la navigazione doveva efler libera: con tutto ciò i Navilj de'fudditi di Tua Maefìò erano alle volte fatti andar a Venezia, a pagar dazj; che di queAo fua MaeA^ A doleva, e faceva idanza, che vi fì rimediafle. A ciò rifpofe il Chizzola, Avvocato della Repubblica, elTer coÌk chiara che la navigazione dee eflfer libera; ma a queAa libertà non eflere ripugnante quello di cui fi dolevano; poiché ne i paefi liberìflU mi chi domina rifcuote dazj, e ordina per qual via debbano tranfitare le mercanzie; e nelTuno fi può dolere, Tela Repubblica per li fuoi rifpetti ufa quoAa facoltà nel Mare Adriatico, eh’ è fotto il fuo Dominio: e foggiunfe che, fe intendevano di difputar la loro richieda, gli avvertiva che non poteva elfer introdotta tal caufa in quel giudizio, idituito folo per elecuzione delle cofe fentenziate; elTendo cofa notidima che la Repubblica, come Signora del Mare Adriatico, efercitava appunto c^uel dominio che da immemorabile tempo aveva fenza neffuna interruzione el'erciuto, cos^ nel rilcuoter dazj, come neU’adegnar luogo per la efazione.* e che la protenfione propoda era nuova, e mai piò da nedun antecefsore delflmperadore, nè come Rè d Ungheria, nè come Arciduca d'Audria,e delle Provincie adiacenti, nè da fua Maedà in tanti anni mai per innanzi permefsa. Interrogò ì Cefarei che diceffcro quando mai piò era data pretefa tal cofa.* che non fu pretefa innanzi la pace di Bologna, perchè la differenza farebbe data terminata all' era, ovvero nmefsa al giudizio arbitrario: che in Trento furono traratte piò di izo. controverfie, e di queda non fu fatta menzione: adunque fino a quel tempo non fu in piedi una tale pretenGone.* Mà s’era nata all’ora per innovazione fuccefsa dopo la fentenza di Trento, diceffero quale, e quando ebbe principio; perchè egli era pronto a modrare ogni cofa efsere di aniichidimo ufo, fenza una minima novità: però non doveva elser udito chi veniva con dimando non originate, o dalla fentenza, o dall* innovazione. A ciò il Rapizio rifpofe che non intendeva far il fuo principale fondamento fopra quello che a rutti è notiflìmo, cioè, che il Mare è comune, e libero; e che però a nefsuno poteva proibirfi il navigare per qualunque luogo gli parelse, e febbene alcuni Dottori dicono che la Repubblica hà preferitto il Dominio dell’ Adriatico col lungo pofsefso, però non Io provano; e a* Dottori che affermano una cofa di fatto non fì crede lenza pruova ; e perciò non voleva dimorar in quedo, ma venir al principale, cioè, che, quando anche la Repubblica folse padrona del Mare, i fudditi Imperiali potevano navigare Uberamente per le capitolazioni che trà i Principi tono dabilìre; e però cfser appartenente a quella Radunanza la richieda proMda; alla quale, poiché cosi era da' Veneti richiedo, aggiungeva per fondamento: ^ra libera navigaM mmris Adriatici cum Majejìatis fu€ Cefarex, tur» fttbditorum damno^ Ò" incommodo ab Jllujhijpmi Dominii Veneti triremimn PrxfeBis impedita ftmit cantra capttula Vorma^ tixy Bononix^ Andeeaviy et Venetiis inita, £ qui portò U pafso della capitolazione dì ^logna, la quale cosi dice: comune% fuhdito tiberey tutOy et featre pojjjint in utriuftpue StatibuSy et Domi niis, tam terra, tjuam mari moran, negotimi non bonis fuh ; be neqke (T umamter tradenìur y ac Ji cjjcnt imoUy tT fnbditi iUius Prit^ Tomo li. Hh r^ù, X Domlali, mui fratrias et imùaia rJihuu; pnvUexur^ ni va, auf alitfua iajuria ulta de caufa iis inferatur > celeriterque fvt adannijintar, Recitò anche i capitoli delle tregue d‘ Afigiers, e de Vomies, e della pace di Venezia, che fu regidrata a’fuoi tetnpi, benché non folTe bifogno, per elTere dello fteflb tenore. Ponderò la parola libere, confìderando che libere è aggiunto al verbo navigare ; perlochè fi dee intendere fecondo la legge comune, per cui ognuno può navigar liberamente: e non farebbe libero chi follie corretto andar a Venezia. Aggiunfe di più che la parola libere conveniva che non folfe fuperflua, ma bifognava che operalfe alcuna cola di più, che le due parole iati, et fecare ; nè altro poteva importare, falvo che, fenza impedimento, o molellia, o pagamento di dazio : a ciò aggiunfe che vi erano più di 400. ijucrele de’fudditi con vafcelli fatti andar a Venezia, e fatti pagar dazj, per elTere capiuti ne i Porti per fortuna, o per altro. Leflc una fentenza d’un Rettore di LieCna, che liberò una Nave capitata a quell' Ifola per fortuna; e narrò che alcune barche di fale erano Rate lafciate andare dall’armata Veneu al loto viaggio fenza mandarle a Venezia. Conchiufe che la fua richicRa fi Rendeva a quelli tre ponti.- Che i Ridditi AuRriaci poteflero navigare per tutto dove loro piaceva.- Che per andare ne i Porti della Repubblica per tranCto non pagaRero; E andando per mercantare in quelli non pagaflcro più, che i ludditi del Dominio. Replicò il Chizzola promettendo di rifolvere chiaramente le obbjezioni dall'altro introdotte, ficchè non rcRcrebbe luogo a replica; e di moRrare con ragioni vere, ed elhcaci, che quanto veniva operato da’MiniRri della Repubblica nel Golfo era fatto con legittima autorith. £ rifervandoR a parlare dei Dominio del mare dopo, ma prcfupponendolo, nel prmcipio incommeiò dalle Capitolazioni, e difse prima che la parola libere non Rava appoggiata, come il Rapizio diceva, al verbo Navigare; ma a' verbi .- marari, tS" negaeiari tàm terra, qudm mari ; e però conveniva intendere libere come la legge comune intende, quando fi dimora, o negozia in cala d'altri; ch'è olfervando le leggi, e pagando i diritti del paefe. So^iunfe poi che quelle capitolazioni trh la Cafa d’AuRria e la Repub^ca erano ugualmente reciproche, e che non vi ora convenzione più a favore degli AuRriaci nello Stato di Venezia, che de’ Veneziani nello Stato degli AuRriac^ nè cRer paniita maggiore liherth nel mare, che nella terra; ed edere chiare le parole colle quali fi dice che i Ridditi di ciafeuna delle due parti poRano (limo, rare, negoziare e mercantare negli Stati dell’ altro, cosi in terra, come in mare, e fieno ben trattati. In modo che i Ridditi Veneti non hanno d’avere minore liberih nelle terre AuRriache, che i Ridditi AuRriaci ne’ mari di Venezia; e per virtù di quelle parole, quello che Sua MaelHi vuole avere nello Stato della Repubblica, conviene che lo conceda a lei nel Rio.- e fe Sua MaeRù Cefarea nello Sato Rio di terra non concede a’fudditi della Repubblica fare la Rrada che loro piace, ma li coRringe paRare per quei luoghi dove fono pagati i dazj, non può dimandare che i fuoi poflàno andare pel mare della Repubblica per tutto dove l»r» piace, ma ded contentarli ohe vadano dovei rifpetti diRuelU che ne bù il dominio comportano. Se Sua Maeft^ fa pagar dazj nella Aia terra, la Repubblica faccia pagar nel Tuo mare. Gl'interrogò, fe pel capitolo volevano che foC» ie levata, 0 riAretta la facoltà all’ Imperadore di efigere dazj? le nò, perchè volevano che folTe levata, 0 rìAretta alla Repubblica per un capitolo che parla di ambi i Potentati colle Aefle parole? MoArò con narrazione particolare, che dalla pace Veneta del 1523. fino allora V Imperaaore aveva crefeiuto dazio con aggravio de’ ludditi Veneti alle vettovaglie, e mercanzie che palTano dall’ uno all* altro Stato in maniera, che ciò che pagava uno era aumentato in alcune a 16. in altre a 20. In particolare narrò che il ferro già a quel tempo aveva libero tranfito,| e non pagava cofa alcuna: che di nuovo Sua Mae Ah aveva impoAo per dazio lire 18. per miglia)o, e aveva ordinati i luoghi per dove fi paAalTc a pagarlo; fuori de’quali foAe contrabr bando, dove prima il mercante poteva fare che Arada gli piaceva; che fi pagava un carantano per manzo che fi conduceva per Venezia e l’aveva accrclciuto ad un ducato con danno delli Beccati di quella Città: e fe Sua Maellà Aima lecito nello Stato Tuo fare quello che le piace, fenza repugnar alle convenzioni, non può penfare che la Repubblica, facendo quello che le torna bene nel proprio, le contravvenga: aggiunfe che in ogni pace Aabilita trà due Principi dopo una guerra, h conviene che i fudditi poflano dimorare, e negoziare liberamente, non ad efclufione de’daz), ma bensì sì efcludono le violenze le oAiliià, e impedimenti ch’erano ulatt prima, durante la guerra, e non fi leva, o rìAringe l’autorità, nè dall’uno nè daU’altro Principe, nè in terra, ne in mare. Alla clùarezza, e forza di queAo dilcorld rcAarono così lotpefi gli AuAriaci mirandofi Tun Taltro, che il Chìzzola giudicando non elsere ncccfsario fermarfi più in ciò, pafsò alla pruova del capo prefuppofio che la Repubblica abbia il dominio del mare, e dìise; Efsere veriffima la propofizione che il mare è comune, e libero, ma non altrimenti di quello che fi dice ie vie pubbliche elsere comuni, e libere: il che s’intende, che non polsono etscr ufurpate da alcuni privati per loro proprio fervizio, ma rcAino alfulo di cialcuno;non però libere sì, che flon fieno lòtto la protezione, e l’ imperio del Principe; che ognuno pofià far in quelle liberamente tutto quello che gli piace, a dritto, e a torto; che tal licenza, e anarchia è abborrita da Dio, c dalla Natura, così in Mare, come in terra: che la vera libertà del Mare non el'clude la protezione, c fupcriorità di chi lo nunticne in libertà; nè la foggezione alle leggi di chi ne ha l’imperio; anzi ncccAariamenic le include; che tanto U Mare, quato la terra è foggetto ad elser divifo trà gl' uomini, e appropriato alle Città, a’ Potentati ; il che, già ordinato da Dio nel principio del genere umano come cola naturale, fu anche molto ben conofciuio da AriAotile quando diAc che alle Città marittime il mare è territorio, perchè da quello cavano l' alimento, e la difcla: cofa che non potrebbe elTere, fe non fofle loro appropriata parte di effo, non altrimcnte che al modo, come fi appropria la terra, la quale è divila trà le Città, non in partì uguali, nè proporzionate alla loro grandezza, ma quanto hanno potuto dominare, e guardare. Berna non è la maggior Città deU’Elvczia, e pure hà tanto territorio, quanto le altre dodici inficme, c la Città di Norimberga, molto grande, appena efee col territorio fuori delle mura. La Città di Venezia molti anni è vifiìuta lènza punto dipofiènìone in T0mo II, Hh 2 terra ferma. In mane parimente alcune Citt^ di molta fona, e vitti hanno occupato molto mare; altre di poche forze fi fono contentate delle proflime acque; nè Inno mancate di quelle che, (ebben marittime, avendo alle fpalle terra fertile, fi lono contentate di quella, fenza ulcir in mare; altre che, impedite da pii potenti, fono fiate coftrette ad afienerlene,- per le quali due caule una Cittì, febben marittima, può Aare fenza poOédcr mare. Aggiunfe che Dio ha ifiituiti i Principati per mantenere la giufiizia ad militi del genere umano : che quelli fono nccelfarj cosi in terra, come in mare. Che San Paolo dille per quella cauta eflère debite a’Principi le gabellee contribuzioni.- che larebbc una gran firavat ganza lodare le terre guardate, regolate, e difefe, e biafimaie ciò nei mari. Che fe qualche mare ^r la fua ampiezza, ed ellrema lontananza dalla terra, non può eflere protetto, e governato, quella è pena del genere umano, Cccome è anche, che vi fieno difetti cosi grandi in terra, che neflimo pollà proteggerli, come nei fabbioni di Affrica, e in molti luoghi immenfi dell' Atlante. E ficcome è dono di Dio che una terra fia colle leggi, e colla forza pubblica retu, protetta, e governata, cosi il medefimo avviene in mare ; che furono ingannati danna grolla equivocazione quelli che diisero, la terra per la fua llabilià poter elser dominata, ma non il mare, per efser elemento inconllante, ficcome nè anche l’aria; imperocché, fe pel mare, e per l’aria intendono tutte le parti di quegli elementi fluidi, certa cofa è che non polsooo eÈere dominate, perxJtè, mentre fi fervono gli uomini di una parte, l’altra fcorre.- ma quello avviene anche a’Fiumi, che non poflono elsere ritenuti. Quando fi dice dominar il mare, overo il fiume, non s'intende l'elemento, ma il fito dove quelli fono polli. Scorre ben l’acqua dell’Adriatico, e non può efsere ritenuta tutta,- ma il mare è l’illefso, ficcome il fiume; e quello è quello che flhfoggetto alla proiezione de' Principi. Interrogò gli Aullriaci, fc la pretenlione loro era che il mare fot fe lafciaio fenza protezione, ficchè ognuno potelse lare in elso, e bene, e male, corteggiarlo, depredarlo, e renderlo innavigabile? quello efser tanto firavagante, ch’egli voleva per loro rifpondere che nò.- adunque conchiufe che per necefsaria confeguenza la Maellh fua voleva che fofse guardato, protetto, e 'governato da quelli a’ quali toccava per dilpofizione divina: ma le cosi era, ricercò, fc loro pareva ginfta cofa che quelli tali lo facelsero con fola loro fatica, loro fangue, e loro fpefe; o pure che vi coniribuifsero quelli che ne godevano frutto? A quello anche rifpofe per loro, eh’ è troppo chiara la dottrina di San Paolo, per non alleare la Gmrifprudcnza, che tutti i governali, e protetti fono obbligati alle contribuzioni, e gabelle. Adunque conchiufe che, fe la Repubblica è quel Principe a cui appartenga dominare, e prot^ere l’Adriatico, fegue neccefsariamcnie che chi le navin debba Ilare foggetto alle fuc leggi, non altrimenti che a quelle «Ila rcgioiie ttrrellre chi tranCta per quella. Pafsò allora a moflrare che quefio dominio da immemorabil tempo era della Repubblica, e fece leggete da una raccolta i luoghi di trenta Giureconfàlti, che dal ijoo. fino all’eth fua parlarono del dominio della Repubblica fopia U mare, tome di cofa notilIima,e imme morabile ne' loro tempi, difcendendo alcuni fino a dire che la Repubblica hb dominio di eflb non meno che della Citth di Venezia; dicendo altri che l’Adriatico i il territorio, d il diftretto di quella Cittb, facendo menzione della legittima podeltti fua di lUtuire leggi alla navigazione, e d’imporre dazj a’ naviganti; e foggiunlè ch'egli non fi raccordava di aver veduta alcuno che diceflè in contrario; e rivoltoG al Rapizio, dilTe che, s’egli non voleva credere a quegli Scrittori i quali attcllavano, che il mare foOé de' Veneziani, poffeduto da immemorabile tempo, precedente la loro eth, perche non lo provavano, non però poteva negare di riceverli per telUmonj di quello che nel loro tempo vedevano; e averli per fuperiori ad ogni eccezione, efièndo uomini famofi, e che, da tanto tempo morti, non fono interelTati nelle cofe prefenti, e per 150. e più anni corrono dal più vecchio degli allegati all'ultimo, teda per l’attellazione. loro provato che giù più di unti anni la Repubblica hh dominato il mare, e per ciò non poterli negare l’immemorabile poflelTo al prefente. Indi rivolto a’ Giudici, li pregù che fopra le autorith allegate afcoltalTera una fua breve coqfiderazione, la quale lafcierebbe Toro compiutamente impreflà la verith. Ponderò prima, che febbene alcuni de’ recluti luoghi parlano con parole generali, dicendo, il mare de’ Veneziani, non efprimendo quale, e quanto quello fia, altri però lo Ijpecificano, ufando il nome di Golfo, e altri con termine più erpreluvo, dicendo l’Adriatico, che fpecifica non loia il fito, ma anche la quantità del mare poffeduto; e con quelli che parlano più cfprellàmente modrò doverfi dichiarare quelli che in termini più generali fcrivono, conforme al comune precetto, che co’luoghi chiari conviene illuminare gli ambigui. Confiderò apprefib che il varùi parlare di quei Dottori, facendo derivare il dominio della Repubblica in mare, chi da preferizione, altri da fervitù indotta, e alcuni da privilegio, è nato, perchè, ficcome erano inrormaiiRlmi del poOeflb, ed efercizio di quello che vedevano, e udivano ellèrc dato l’ideflb da tempo immemorabile; cosi, fcrivendo in quella materia, non ad idanza d’ alcuno, ma di proprio moto, e per forma di dottrina, ciafeuno giudicò erprimcre meglio il titolo, chi con un termine, chi coll’altro, fenza curarli di ufare il foln, vero, e proprio, come avrebbono fatto, dove fofl’ero dati condotti a fcrivcre per interede di alcuno; nel qual cafo i Confultori fono fempre conformi, ricevendo daU’intereffato la medefima idruzione. Soggiunfc che però quella varictb non diminuifee punto la fede, anzi faccrefee, come Sant’Agodino dice, parlando della diverfitli che trù i Santi Vangelidi s’odcrva; perchè dal modo diverfo, ufato da que’ Scrittori, può redare ognuno certificato che nefliino di elfi ha fcritto nè pagato, nè pregato; ne’ quali cafi non lì farebbono partiti dall’tinico modo, dall’ interede loro preferitto.- anzi da chi ben efitmina, vcderfi tiù quei Dottori una mirabile concordia in queda unica, e lineerà veritù; e che dopo la declinazione dell’ Imperio Codaniinopolitano, ritrovandoli 1 ’ Adriatico per più anni abbandonato ( come anche molte Ifole, e Cittù di quello Stato ) in modo, che redava non cudodito, c lenza protezione, e governo di Principe alcuno, c fodit la giurifdizione di neduno, fu dalla Repubblica, per ricevere il fuo vitto da quello, codretta a mantenerla netto, prelò fotta fua protezione, acquiilatone governo, e dominio nel modo in cui per diritto naturale, e delle genti le terre, i mari, e le altre cole che non fono lotto il dominio di alcuno, diventano di quello che prima le occupa; colla qual ragione furono fondati i primi Imperj, COSI in terra, come in mare; e alla giornata le ne formano de’nuovi, quando alcuno, per la vecchiezza, e per li vizj, indebolito, manca di forze, e cade. £ in quella cudodia, e in quel governo del mare cos'i acquidato, la Repubblica s"è andata avanzando con potenti e fempre maggiori armate; con fpefa di molti teforì, e con profufìone di molto languc de’ tuoi Cittadini, e fudditi, continuando lenza interruzione in colpetto di tutto il Mondo rincominciato domìnio, e cudodia, e fuperando, e rimovendo tutti gl' impedimenti che in prògrelTo, o da Pirati, o da Potentati, cos\ d’Italia, come dalfoproda riviera, le furono in diverfi tempi eccitati. Soggiunfc che ì Profcflbri del parlare con erquifui termini di gìurifprudcnza non codumano dire acquidato per conluetudine, falvo che il poter valerfi di quello che de jtrrc civili è pubblico ad alcun ufo privato, fenza impedimento dcirunivcrlàle, come di pefcarc nel fiume fenza impedire la navigazione; con tuttociò nem impropriamente fi dar^ anche titolo di confiietudine, dove lark acquidato, e continuamente tenuto in protezione e dominio, un didretto, o terredre, o marittimo, abbandonato, c da neduno pofleduto, come Bartolo, Baldo, Cadrò, e altri alTegnano. Ma bensì per virtù di prclcrizionc non poterfi dire propriamente pofTcduto, fé non quello di cui colf ufo fia dato un’altro IpogUato; il qua) titolo non cade in quedo luogo, poiché la Repubblica non hù ipogliato alcun poflcflbre del mare, ma l’ha acquidato, ritrovandolo abbandonato, e lenza Padrone, o podeffore; poterfi però dire in certo modo prefcrizionc, come fe un Falcone, abbandonato dal Padrone, e inlelvatichito, poi da un'altro prefo, fofle addomedicato, e per lungo tempo nodrito; lebbene non propriaaittnce, però non inconvenicntemente d*rebbc codui d’ averlo prelcritto. Similmente la proprietà di parlare non ammettere Tufo della voce, Servitù, fe non quando al proprio territorio è acquidato alcun particolar ufo in quello del vicino, il quale però redi Padrone del fuo: in quedo fenfo U Repubblica non ha indotta fervitù nel mare alla lua Cittù, perche non vi ha acquidato foio un ufo l'peztale, redando il dominio ad altro Padrone; ma vi ha aflunto l’intero, c totale dominio di quello ch’era abbandonato, nè da alcuno governato, o dominato.* poterfi nondimeno, per certa projxirzionc, chiamare lervitù, in quanto la Repubblica è data codrctta ad adlimcrc quel totale dominio, e governo per fervizio della fua Citr\, che nè aveva bifogno. Qiianio a privilegio, ceru cofa edere che qui non può avere luogo alcuno, poiché non vi era all’ ora chi lo potefTe concedere. L’imperador Occidentale in nedun tempo mai vi ha avuta podedk, nè autorità alcuna; nè i Principi in Occidente vi hanno avuta alcuna giurildizionc, o lupcriorith, tanto meno potevano darla ad altri. In Oriente queirimperadorc, per non avere forze da tenerlo, gii l’aveva abbandonato, e perciò fpogliatofi di ogni forta di podedi, c di quella podèdìone, che avvede potuto ritenere coir animo, ne fece cedione nelle paci, etranfazioni fuccede pofeia tri queir Imperio', c la Repubblica. Con tutto ciò i Giureconfulti Italia oi, come profeflbrì del jus CefareO) e giurati nelle parok di qudloi dcvotiflìmi della Maedà Imperiale^ come fc ancora regnafle Augudo) overo Antonino, G fono sforzati con ogni eftorGonc di verificar neUImperador Occidentale quel detto.* Imperata tft Dimtinm Mtindi^ il quale fino in quel tempo, quando Ga pronunziato, non era vero in, una centefima parte del Mondo, e al prefente non è in alcuna confiderabile proporzione e mentre vogliono far onore alflmpecidore, e dargli con parole quello che nè bk, nè può avere, non fi guardano dalla firavaganza di parlare: e ficcome diflero che neflun Rè pofiede Stato alcuno legittimamente, fé non per concefiione Imperiale, diflero ancora che la Repubblica pofledeva il mare per privilegio deirimperadore. Mli ben apparifee in che fcnlb fu da loro detto, poiché nefluno di elfi vuole che vi fia intervenuta mai conceflìone; ma chi lo figura privilegio prefunto dalla immemorabile pofleflìone; chi interpretativo dalla feienza, e pazienza deiflmperadore, che vuol dire tanto, che fe diceflero che i Rè Crifiiani pofleggono i loro Regni, e la Repubblica poQ'ede TAdriatico cosi legittimamente pel titolo del loro acquifio, come fe que' Regni, e quel mare foflero fiati deirimperadore, e da lui a quei Principi, c ad efla Repubblica conceduto. Cosi fi dilatò il Chizzola rpaziofamence in parlare de'Giureconfulti, per eflèrc campo di Tua proteflione; e conchiufe poter ognuno refiar certificato, che cosi in fatto, come in ragione) coll' autorità di quei Dottori erano pofii fodi fondamenti alia caufa che difendeva. Indi al tefiimonio de’Giureconfulti aggiunte gli Storici, i quali nar« rano che la Repubblica già più di 300. anni rifcuoceva dazj da’ naviganti, e teneva barche armate in guardia con ordine di far andar i NavUj a Venezia; tefiificando che continuamente dopo fino al tempo loro fi fcrvò i’ificflb; ma fopra le loro attefiazioni non fi fermò molto, dicendo che ficcome fono buoni tefiimonj de i fucceflì occorrenti, cosi, quando fi tratta di provare le ragioni de'Principi, o de’privatt, convien valerfi di fcritture autentiche, e ufar gli Storici con gran diicrezione; eflendone alcuni mofli, chi da amore, chi da odio, e da fperanze ancora, che li cofiringono ad ufare adulazione, ovvero iperMi, fopra le quali non fi può fare fodo fondamento. Portò ancora l’atto del Concilio generale di Lione nel 1274. dove l’Abbate di Nervefa, delegato dal Pontefice in una pretenfione degli Anconiuni, d« avere libera navigazione, fencenziò che la dimanda fofle rigettata, e che i Veneziani non foflèro molefiati nella difefa, e protezione dellAdriatico da’ Saraceni, e Pirati, ne foflero turbati nella pofleflìone loro d’efigere i diritti delle gabelle, e de’noli. Aggiunfe il Chizzola, non eflervi memoria quando primieramente fbfle fiata creato in Venezia un Capiuno di Golfo, perchè nel 1230. fi abbruciò la Cancellerìa colle memorie di tali elezioni: mà da quel temp o fino al fuo fi poteva mofirare da’regifiri pubblici la continua fucceflìone degl’ eletti fenza alcuna interruzione. Similmente aggiunfe ancou che refiano i regifiri da quel tempo fino all’ora delle licenze di tranfitare pel mare con legni armati, o con perfone, o con robe per loro ufo, da diverfi Principi poflelfi}ri di riviere fopra l’Adriatico xichieftc, da Pontefici Romani, Legati, Vicari, e Governatori, c Comunità delie terre di Romagna, e della Marca, da’ Rè di Napoli per la Ph 2.48 STORIA ti Puglia; delle quali molte furono concefle, alcune negate, e alcune anche in parte folamente concedute; mk elTere fuperfluo allegare i fatti di quelli, i fuccefibri de'quali non promuovono dillìcoltk. Difcenderebbe allo ipeziale folo de’ PrecelTori di Sua Maeftk, come de’ Rè d’ Ungheria, e dell’Arciduca d’Auftria. Recitò un breve di Papa Urbano Sello diretto al Doge Antonio Veniero folto la data in Lucca 14. Giugno I j88. in cui gli rende grazie che colle fue Galee deputate alla cuRodia del Golfo fia Rata liberata Maria Regina d’Ungeria, ritenuta in prigione a CaRel nuovo; e due altri congratulatorj; uno alla Regina fuddctta ; l'altrp al Rè Sigifmondo, che poi fu Imperadore, marito di quella, rallegrandofi parimente con loro deiriRcffa liberazione fatta per opera del Capiuno, c delle Galee Veneziane deputate alla cuRodia del Golfo. Indi fece leggere un falvo condotto conceflb a richicRa di Rodolfo Conte di Sala per nome di Ladislao Rè di Napoli, e di Guglielmo d’ AuRria del iì 99 - ta. Dicembre, che la forella del predetta Rè, fpofata al foprannominato Arciduca, fi poteflc condurre per Mare dalla Puglia alle riviere dello Spofo con Galee, e altri legni in tutto in numero circa di dodici, con condizione che, fopra quelli non folfe ricevuto alcan bandito da Venezia, o che avelfe operato contra il dominio cofa per la quale meritalfe la mone ; del qual làlvocon^otto fi valfcro gli AuRriaci, che a TrieRe s’imbarcarono per Puglia a quel fine COSI nell'andare, come nel ritorno. Non fu però la Spofa condotta, perchè avendo il Rè differito alquanto tempo la partenza della forella, in quel mentre ella s’infermò, e pafsò all’altra vita. Ancora portò due lettere dell’ Imperador Federigo al Doge Giovanni Mocenigo, la prima in dau di Gratz l’anno 1478. 24. Settembre, la feconda nel 147?. a. Aprile dal medefime luogo, nelle quali narra d’aver ordinato che fia portato di Puglia, e Abruzzo a’ fuoi CaRelli del Carfo, e dell’lRr», «srta quantitk di frumento, e richiedendo permiflione che fia portata liberamente; chegli fark unpiacere il quale riconofeerk colle maggiori grazie. Soggiunfe una lettera di Beatrice Regina d’Ungheria a Giovanni Mocenigo Doge nel 1.^1. ultimo Gennajo, dove narrato il fuo defiderio d’avere per ufo proprio diverfe cole da’ luoghi d’Italia; le quali non potendoli portare fenza permiflione della Repubblica, dimanda che per li^ralitk, e amicizia le fia conceflb, che loriceverk percola grau, e corrifponderk. E un altra del Rè Mattia d’ Ungheria alTiReflb Doge nel 1482. atf. Febbrajo, in cui dopo aver narrato che la Repubblica era folita a concedere licenza ogn’anno a’Conti Frangipanni, padroni di Segna, c altri luoghi marittimi, di portare dalla Puglia, c dalla Marca una quantitk di vettovaglia, e dappoiché erano paflàti quei luoghi in mano fua, s’era tralalciaio il farlo; pregava che folfe conceflb l’iReflb a lui, e fofsero fpedite le lettere fopra di ciò, e date alla perfona mandata efprefsamente per riceverle, che lo riconolccrcbbe in grazia e corrifponderebbe. E un’altra del medefimo Rè ad AgoRino Barbarigo Doge 1487. 18. Ottobre, nella quale, dopo aver narrato di avere bifogno di legname, per riftaurar una Fortezza nella bocca di Narenu; prega di poterlo condurre da Segna per mare, e che gli fieno fatte le lettere patenti, ofierendofi a gratificarne anche incofe maggiore. Aggiunfe aquefie una lettera di Anna, Regina d'Ungheria, nel 1502 30. Agofto, nella quale narrata la fterilith del paefe di Segna, pregat dipoter farcondurre inquella Citth cerca vettovaglia di Puglia, e della Marca, dando al portatore mandato erpreOamente la lettera della licenza, offerendo di riceverlo in gran piacere. Per ultimo portò una lettera del 1504. 3. Settembre, di Giovanni da Dura, Capitano di Pifino, Minilfro deU’Imperador Maflìmigliano, il quale ferivo al Doge Leonardo Lotedano, che Jacopo Croato, fiiddito di SuaMaefih, partito da Fianona, entrò, nel mare il qual i fàttopollo al dominio della Repubblica, per andar a Segna, e fu aflalito da una barca armata di violatori del Mare in vilipendio della Signoria; e fupplica che fia fatta qualche provvifione., Sopra tutti quelli particolari ponderò quello che meritava di elfere confidcraco, rifpetto a i tempi, alle pecione, e qnalich de’Principi: e per maggior confermazione deU’aflcnfo loro, raccordò, l’anniverlària cerimonia di fpofare il Mare in prefenza degli Ambafeiadori, e particolarmente di quello di fua Maeflh, e de’ tuoi Antecefibri, coile parale tifate : Dcfpmfamia te Mere in Jigman veri, et perpetui àominii. La qual cerimonia febben dagli Serheori è detto che avefle principia alfendo Alelfandro III. in Venezia; dagli llefli nondimeno ò aggiunto che folfe illituita in legno del dominio acquillato innanzi jme te! li. Alle 400. querele, e alla fentenza di Liefìna rìfpofe, ringraziando come di cofe portate a favor fuo, perché le querele prefiippongono la proibizione; e le fentenze, o condennatorie, o alfolutorie, provano la giurifdizione : e intorno alle barche di tale diffe che non furono fatte andar a Venezia, come non fi fa mai andar alcuna, per elfere proibito ch’entri in quella CitA l'ale forclliero; e fe non lu gettata in Mare, fu cortefìa, che non dee effer imputata a pregiudizio. Conchiufe di avere dato il vero fenfo alle capitolazioni, eprovata la poffelfione immemorabile dell'Adriatico; che avrebbe potuto dire più cole; ma gli pareva fuperlluo, rollando chiaro per quelli due punti che la pretenfione era nuova, e la richiella non poteva aver luogo. I Cefarei, dopo aver trattato infieme, vennero in rifoluzione di non. perfeverare nella dimanda per giullizia; e il Barone del Suora apertamente differo la Repubblica elfere Padrona del Golfo, e potere metter i dac) che le piace; • che cos'i fentivano in loro cofeienza: ma infieme aa 'be erano di opinione che, per l’onellh, e per l’amicizia della Cala H' Aulirla, dovefle farlo col minor incomode de’fudditi di quella che fjf. ;ogibile. DilTero gli altri tre, che non era tempo di approvare, nc «il contrailare il dominio del mare, ma bensì di ritrovare per curtefia qualche temperamento: che la Repubblica riceveflé i fuoi diritti da'UiJditi Aullriaci naviganti, e folfero levate quelle condizioni che lOno d’ iiieomodo loro, e di nelfun utile a lei. Furono efaminari diverfi partili, e fi conchiufe di riferire a’ Principi, ficcome convenivjTf^erire ogni altra cof.v determinata; eflendo lacommilCone fotta )aratilicaziomdiefli,elaraunanza ebbe fine. Ma la relazione arrivò in tempo T om, It ‘ li che rherimperadore,pcr gi«veinfennid,nonpoMviati«a animali, e grofli, e minuti. Quefto accidente difpiacque molto a fua Altezaa, per le circoftanze di efler occorfo nello Stato proprio, ej contra la fede daa da’fuoi Miniftri; e con indizio anche molto violenta di complicithcosl attefo il lungo viaggio fetto dagli Ufcocchi per la giurifdizione Arciducale feima elTer mai fiati impediti, n- divertiti; come anche attefa la refiituzione btu per ordine de’Magifttatia’fudditi.loro folaiqente, reftando tutto il danno agli altri. 1 Miniftri della Repubblica riputarono che per li danni inferiti non baftafle rifentirfi cantra gli Ufcocchi fojamente ; ma convenire appref lo in tal accidente, per debito delia protezione dovuu a’fuoditi, che si adoperalfeto per zilàrcirli con appreiaglie : opera, che fu fata da una, Galei che sbarcò veriò Fianona,emcoòvia, febben non uguale numero di animali, quanti gli Ufcocchi avevano predato, quei perù che fi poterono aver ne i luoghi vicini, i quali furono ìmmediate diftrihuiti a proporzione a dannificati per rifacimento. Per quefto fetto gli Ardwali rimaUi alla Corte. Ceferea, dopo la jarienza del lor» padrone, fecero grave lamento, che fua Altezza foT(e fiata provocata da’Veneti nelle terre fue patrimoniali lenza nelTuna olTela precedente dal canto fuo e de’fuoi fudditi; e rifpondendo a chi loro opponeva la prenarrala, che non era con violazione della giurifdizione Veneta; che toccava a liiaAlteaza rifentirlì come di malecommellb nello Stato Tuo proprio ; e che prima del partir fuo da Lintz aveva rifolnto di volerlo fare ; quefia rirpolla fece maravigliare ciafcun intendente delle leggi, e del diritto delle rapprefaglie, che appunto fi concedono,, perche quegli, cui tocca fare riTeniimento contra i malfattori colla giuflizia ordinaria, non lo là. Ma la Maefh Cefarea, acciò, moltiplicando le offeCe^ non nafceflè qualche grave fcandalo, fcrifle lettere all’ Aroiduca, cfonandolo efficacemente a mettere la mano, e provvedere. Mentre a Gtatz fi configlia come foddisfare alla volonà della Maeflk fua, accollatofi il verno, quando alle guardie riefce dannofo lo Ilare lungamente in mare, fecero gli Ufcoahi diverfe furtive,] e improwife ufcite. Diedero fopra l'Ifoh d'Ofléro con generale preda delle due Ville di Luffin, fpogliatt delle proprie vedi fino i fanciulli, e le donne ; baflonati, e feriti quelli che fi dolevano, e pregavano di mifericordia ; e fopra Pago fvaligiarono la Villa di 0>lune, e poi lo Scoglio di Proveechio appartinente all’ Ifola di Veglia. In mare non perdonarono a Valbello di qualGvoglia fora, non fo!u rubbando ; ma ritenendo i marinai più principali, e dando loro rl'-rtco. Tanti inconvenienti, e le lettere della Maellh Cefarea m..ro.o finalmente il Seteniffimo Arciduca a mandar a Segna il Signor Ha’:, Baron di Echembeig, General di Crovazia, accompagnato i! a buon numero di faldati, parte Tedefchi, parte del Contado di Gorizia, acciò potelTe sforzare i contumaci, e regolare quella Cittb. Qucito Signore, giunto in Segna, con fcvero comandamento fece adunare il bottino^ delle teire di Luffin, e altre del dominio Veneto ultimamente fatto, e fece pagar lire quaranta per tclla a cinquanutrè Ufcocchi che intervennero a quella preda, pel mancamento che fi poicffe trovar in efla • Fece un bando, che io termine di quindici giorni tutti i Venturieri fi prefentaflero a lui, altrimenti reflaflero banditi colle loro famiglie; de’ quali una parte ubbidì, e un altra fi ritirò alle montagne. Dopo aver fata più volte la moflra, e rafiegna di tutti, improwifamentc ne imprigionò noi CalleUo trenunove, nel qual numero furono i C^pi tutti, e alcuni anche di baffa lega, e degl’ infimi ; a’ quali tutti fece immediate fvaligiare le cafe da’ Tedefchi condotti ficco ; e per sé pigliò l'oro gli argenti, le fete, e altre cofe di prezzo ; immediate fece tagliare il capo a quattro Ufcocchi, ladri, ma uomini lenza feguito, di baffa condizione e de’ più miicrabili. Fu anche Autore che in Bucati foffero imprigionati da quel Governatore due Ufcocchi fuggitivi da Segna ; e ne| giorni feguenti imprigionò, e fvaligiò la cafà ad alquanti altri ad uno ad uno ; fece correr voce di volere lafciar in Segna pez guarnigione cento Tedefchi, e cento nativi di quella Citih lolamentc, e trafponar* gli altri in Ottofàz ; ma indi a pochi giorni gl' intTom, II. ' li I prt prigioiuti, eh’ erano al numero di trentarei, avendo dalle lorofacohì, e dagli amici, trovato modo di ricompetarfi, pagando tutto quello che poterono, furono liberati T Non ardf peri egli di liberare apertamente Vincenzo Carlinovicli, capo, e autore d'innumcrabili mali, particolarmente del barbaro trucidamento di tutti i faldati, e pafleggicrì della Galea, e dell’atroce, e hera uccifìone del Sapraccomito, febben donò grolTamentc per cjuefla caula; ma lolo gli diede modo di fi'^ire. Fatte queue elecuzioni, mandò il Conte Cefana a parlare col Generale Veneto, e dargli parte delle caufe della fua miflìone, e richiedere che foITcro aperti i palli,- folTe reflituito il commerzio, offerendogli, quando dcfiderafle alcuna foddisfazione particolare, far tutto il poflìbile, acciò la ricevelTc. A quell' uffizio il Generale corrifpofe, nar. rande la mente della Repubblica elfer tutta volta alla quiete, nò altro efla defiderare, fe non l'cfecuzinne delie promelfe fattele.- che i Venturieri toffero tutti fcacciati; non folfe dato ricetta a’banditi; e foOero levati i ribaldi dal nido dove ricevono comodo di offender il vicino: che, quelle cole fatte, egli troverebbe in tutti iMiniflri della Repubblica una perfetta corrifpondenza di buona vicinanza.- mi non fapeva gik come perfuaderfi di vedere melfo in opera quello debito, men. tre le reliquie della Galea erano nel porto di Segna, c Icartigliericfopra le muraglie, e gl' imprigionati gittflamente per quello, e per altri midatti, liberati, ^uell’ uflizio non ponò in confeguenza alcun buon'effetto; anzi i Capi gl'; tmtti di prigione Aitoiio onorati, e favoriti, particolarmente Vincenzo Carlinovich Ji fopra nominato; il quale, dopo effer fuggito, gli donò, oltra le cole dette, un prigion Turco, a cut era fiata impolia una taglia di quattro mila ducati. Non loto egli fu richiamato in Segna, ma gli fu dato uno de' quattro Capitanati, e fu pigliato tn protezione di- fua Altezza Fu. pgfta m -filenzio la traslazione in Òttolaz ; i rifuggiti alla a poco prefero annuo di ritornare e il Generale, dopo tfere idtlBoylftin quella Cittk circa cinquanta- giorni, parti ioicp ^ conto a fua Altezza delie cofe fatte, e ricever ordme mnllielle che doveva fare, lafciata parte dei prefidio de’ Tedcldtt che feco aveva condotto, e Iparla fama, che Ira due mefi farebbe ritornato. Pigliò in compaoM fua Vincenzo Carlinovich, per condarlo alla Corte, e fargli comennare il Capitanato. Candulfe feco dodici cavalli da foma, due carichi tra danari, e argenti,- dicci carichi dipanni; e altri lavori di leta, tappeti prcziolì, e cùmbelioti cavati, parte da’ prigioni che liberò, e ^rte dagl’altri cbe.^ «menda il medefuno, prevennero la mata .ortuna, avendo .reBdutaiquclla gente piò avida alle prede coll'inpoveiirla, aggtula impalilo di chi, ellratto dalle giumente tutto il latte, le manda. a PUtdo altrui, acc^ fi riempiano delle foflumze di altri'. S' ceno che in danari portò via cento cinqoanta mila fiorini: di quanto prezzo iblfcro le altre cofe afporiate li parlò variamente; c, quello eh' c notabile, appropriò anche a sè quello che,, raccolto aveva de’boitini fatti ultimamente a Lufiìn, e a Collane. ( Immediate dopo la fua partenza ritornò in Segna il rimanente di quelli «h’ èrano fuggiti alla. montagna, e iodi a pochi giorni parti la Campagoiade’Teddchi, da lui lafciata^ per mancamento di viveri ; fe però ciò non fu piuttonopretefto, cheveritli; e quello fu il fine limile in tutto a quello che le altre milfioni Je’ CommilTar j hanno cotifeguito; fe non che quello eccede, avendo non participato, come gl’ altri, ma prefo il tutto, e lafciati gli Ufcocchi dirguflatilTimi, che fi querelavano al Cielo dell’ ellorlioni fatte all’aperta, e fenza alcun riguardo; e a bocca aperta dicevano ch’egli aveva potuto operare con confidenza tutto quello che gli tornava meglio, confidato nella potenza del fratello, uno de’ piò favoriti Minillri di fua Altezza. Il medefiliao Capitano Frangipane rellò tanto difgullato, che rinunziò il Capitanato, e fi ritirò alla fua terra di Novi, feben la rinunzia alla Corte non fu accettata. Ma i Minillrà Ifeaeti, dopo il facco generale delle terre di LulTin, di Collane, c di Porpecchio, gih preparati al rifacimento de’ danni de’ fudditi, intefo l’ordine dato da fua’ Maefiò, e poi la rllbluzione di fua Altezza coll’attuale milfione deU’Echemberg, giudicarono bene fopralTedere, e afpeturo le provvilioni che folTero da lui fatte: e quando intefero ch’era raccolta quella preda per ordine fuo, tanto piò lì confermarono che convenifle veder feCto. Ma udita la fua partenza da Segna nel modo deferitto, irritati, maICme dall’ aver applicato a sò il bottino fatto io quelle terre, vennero in rifoluzione di rilarcire ì fudditi colle rapprefaglie, cosi per conlolazione loro, che, veduti i finillri andamenti, s’alìliggevano, difperati di poter vedere folievamento ; come ancora per gaitigo, e per metter freno a’ misfatti; e il Ca S itano del Golfo, pollato nella riviera di Valofca, e Lovrana, depreò quelle urre. Ritrovò tra le altre cofe alcuni maggazzini con molta quamitò di frumento, biada, e farina, che raccolta dal Contado di Pifino, era ivi polla in rilerva, per ellòre condotta a Segna; della quale riputaudo necelTario privarne quella terra, ricatto de' ladri, nè potendo afportarla, ordinò che felTe abbruciata; e palsò l’ incendio oltra quello che fu creduta, parte per la vicinanza degli edifizj, e parte per gli eccein de’lolJati, in modo che rellarono molte cale abbrociate; e fu maggiore il danno del fuoco, che delle robe tolte,* le quali elfendodillribuite a' danneggiati, non ballarono per rifarcirti iKlIa meth. Non rellò oifefo alcuno nella perfona, e leChiefc rellarano intatte per efpreflo comandamento del Capitano; e quantunque la principale li rìtrovalfe piena di frumento, quello rimale lalvo per rìverenaa del luogo. Un’altro accidente fuccelTe nella fortezza di ScrilTa, con altra nome chiamato Carlobago, eh' è uno dc'fcUi degli Ufcocchi dirin^petto, e tre miglia Iblamente lontana da Bagof Ctuata in luogo eminente della Morlaca, che domina tutta quell' Ifoia, la quale dagli Ufcocchi di quel prcfidio viene dannificata, non come gli altri luoghi, alle volte, c con intervallo, ma perpetuamente; avendo quelli della Fortnza comoditb, come da luogo* fuperiore, di veder dove li facciano le adunanze dì animali, andando appoftatamente a' luoghi, e fenza fallóe. Gli Ufcocchi che guardavano quella Fortezza, ben confapevoli deV^difperazione degl' iTblani, e quanto fitrrebbono Rati pronti ad attentaW|,ogm cola, per lìberarfi, penfando di ulare la miferia e femplicitò dt poveri uomini per mezzo di acquilbr premj da i loro Padroni, ouMuoaiono un trattata doppio. Negoziarono Con ogni for ta Digilized by Google Z54 STORIA u di apparai u di rcaltii, e promirero al Conte di Pago, che ad ua legno ravrcbbono introdotta nel Callello. Dall'altro canto mandarono a Segna ad avvilàre il trattato, donde fu immediate fpedito fegretamente Paolo Dianifi vich con 30. Ufcocchi. Al giorno deilinato il Conte, prefa una parte di una Compagnia di foldati, ch’era alla guardia ordinaria dell'Ifola, e buon numero d’ifolani, al fegno dato andò; ed elTendogii aperte le porte, lenza ufare le canzioni debite, e folite in fimili occorrenze, molto fcmplicemente entrò il primo, e fu feguito da tutu la gente con molta confufione: furono immediate colle archibulate alTaliti dagli Ufcocchi, che ulcirono dalle infidie, onde renarono morti il Conte, e il Capitano de' foldati, e alquanti de' primi; e degl' altri parte fuggirono, e altri circondati furono tagliati in pezzi, e reliarono morti quaranta foldati, e altrettanti uomini dellIlola, perduta la bandiera cosi degl’lfolani, come della compagnia de' faldati, le quali dagli Autori del doppio trattato furano portate prima a Gratz alla Corte Arciducale, e poi anche aH'Imperiale, per ricevere premio. Quello fecondo accidente fu fentito in Segna con piacere; nè è maraviglia, poiché fu operazione degli Ul.occhi; ma è ben maraviglia che fentUfera con gudo il fatto di Lovrana, quantunque folTero reftati privi della vettovaglia, (perando che per quello foffe loro concefla aperta liberà di Icorrerie dal loro Principe, 1 Miniftri di fua Altezza fecero gran lamento alla Corte CeOirea per tutti due quelli fuccelD, ehtgerando il primo per l'importanza del unno, e il fecondo pel rilpetto della Fonezza; e aggravando, che, per elTere terra della Corona di Ungheria, era flato tentato un’atta odile contra la Maelà Cefarea principalmente. Ma quanto al fatto di ScrilTa tre cofe dicevano i Veneziani.- Prima, per quello, che tocca gli Autori del doppio trattato, che le infidie tele a quei poveri innocenti furono effetto della perfida di quella gente, che tempre da nell' inventare modi di feminare dilcordie tra i Principi, per confervarfi nella licenza del far male : poi per quello che appartiene al Conte, e a gl'lfolani di Pago, che il loro hne di liberarli dalle molcdie degli Ufcocchi m qualunque modo fu buono, elfendo per necctfaria di^; ma il difetto di prudenza, in non faper dtfeernere un trattato finto, fu alfai pagato da loto colla vita. Ma per quanto tocca i Principi; che il tentativo, quando fofTe anche riulcito, non avrebbe avuto fine con ofiela della Maedi Celarea : e per fede di qtu-do, nartavano che nel I5pz, avendo gli Ulcocchi di Scnlfa fatti danni notabili in Pago, il General Veneto aflaitò la Fortezza, e la prefe; e pochi giorni dopo mandò a lignificare a’Commcflài; Celarci, che allora erano in Segna, non aver avuto altro fine, che di gailigare gli Ufcocchi con ogni rilpetto allaMaedli deU’Imperadore ; però mandafléro altri Soldati, che Ulcocchi, per guardarla, che l’avrebbe confegnata: il che quando non aveffero fatto, egli però non intendeva di tenerla, ma l'avrebbe fpianata, acciò i Turchi non fc ne impadroniffero,I CommelTarj mandarono nn Capitano Tedclco che con loro era, al quale fu coniegnaca immediate ; ficchè l’Imperadore non udì prima la piefa, che la confegnazione, e cosi fua Maellk, come 1 ' Arciduca Ernello, che allora governava per la minor eih di Ferdinanda, iniele le caute dd fuccelTo,nan riputarono che loffe coatta la buona intelligenza. Ma tm, cucilo che m yiieuQ» er* coavci^ito : e w u ui i»»** m fe cob impofllbile^' e «he le «ofe opecue ae',mfnifto Veneti so» Mfero i>er neceflitìi di fjcurexza, o per ^ullo riiarcu^to de duni dp fudditi, ccene predicaveng poifhe non era proceduto al,cim dannolgro dagli Ufcocchi, ma eia uea pigvof^iaM, e dUwne di oneUcw intacco della riputaaiooe di fua AIuim^ la |luaU> quando non joDe reintegrata colla relUtuzione, e con laftiare libero il naceva effer falvan, fe non colla guerra; non manundo chi loltenelle la parte de’ Veneziani, rifpondendo, non eflere biu^lp> di dilcono, ma d’infpezioae g dimollrare, fe Taccordaito fofc (lato adempiuto, vedeodofi tutti gli Ufcoecbi ritorngti in ^ nazioni, e incurlioni non pib per intervalli di Wpu, continua ferie di oSéfe; non i Qipi, ma alcuni miferi, S'“' lÙzìati per fola apparenza, eflere de’meno colpevoli ; che niente eia dato operato dai Miniftti Veneti, fe no" 8^*" prvocazione : u ìucccflo delle barche ptefe efler originato dalle prede, e da altre mgiuM precedentemente latte : quello di tovrana elfete dato una giuda corrifpendenza per li gravi danni di Lufm^ C Collane; eia dilazione ^r a(pettare, le TCctiemberg avefle provveduto, non dover pregiudic^.; ft il tempo ÙKcrpofto ildanno, e'J riiarcimento, che non amvòa tje meli, poteva date nome d’ illazione d’inporia a quello che tu ^ bcimento differito; mentre vi ea mgione d’afpettar® 1 *• • andava pubblicamente lettera del Vedovo m "S"*» fu-itm ad un'altro Prelato alla CorteCeiàrea, la quale attribuiva all Eehembere la caufa di ogn’ iuconvcnience,. • i. la Maedh Cebrea, eccitata dalle moltiplicate querimonie ^ ambe k P*^ti, oosi precedenti b mildone deU'Echemberg, come fmeguenti la partenza dì gnello, deMftnla di metter fine a cmi moleuo oMOaio comandà m fuo Gonfiglio c!« vi applicaffe 1' apirao con maggior ac^ratczza- e fu tifiJuto di tenere una confiiltazione, nella qi^ veniflè ancora l’Ambafcbdor Veneta, accib con difculjone di ambe If parti più beilmente foffe trovato lo fpediente. Furònoanclie rn^rnu in ConfinUo l’ Ambafciador Cattolico, e il Fiorentino, Minidti di Prìncipi cerumente colmi di bonth, e giudizb, c cosi «ingiunti cm SereiiiBimo Arciduca Ferdinando, che per fangue, e ^nith, umpoifeno effer più prollimi. Non è certo fc foffero inv.tar^ per «Viatori non parendo che nè delluna, nè dell’altra gualuh Vi toffe bilb to. In^lU Raunaiua, dopo tango dihaKimento di tag^, fio», fu conchiulbche, affermando una Wtte di condii, e negando 1’ altra, hifognava vederne U venb ; e perù cho l’impcradorc fpeditehbe immediate Comminino a Segna, P« •j?’’ cuziow aUe cofe concordate, quando nttovaffe ™ efeeuita msiù fi eSèttuerebbe in termine di un mef; Che la EepabWica pm irebbe manèbr Miniftti ivi, non per trattare, maperap^e >.f afficutarfi cha in acfiun conto fofte .mancato; nmeirouJo P*” mandar, u non ^uUlfcre, come' meglio le foITe parato ; e fn tanto da ambe le pari? fi fofpendcflero le oflefe. Fecero iftanea gli ArciducaU. che folfe dichiarato dovcrfi imendcrc lotto nome di fofpendeofTcfe, il celTare di tenere le terre rifirctte ; inretelTando qtiiden^ tn f-tmpenidqre con dire, non elTere dignità di Celare operare cola U'Rnubblica teneva la Ipada in mano minacciando, tóme fe per foni .'\^i^e. cnftringete foa Maefià ; e tanto maggior, mente, quanto elm ipcótnIiilMfva a far fatti colla milTione di CommilTario. Ma daU'ahta ^He era confiderato non potcrfi fperare che 'la Repubblica condifcendelTe ad allargar comodo a' ladri di faredam ni ma^iori, avendo tante volte veduto che mainon erano flati aperti i pam fenza quella confegnenza; e che larebbe difficile farla venir a fatto cosi importante, non dando in cambio altro che. parole: imperoccl)^ la miluone innanzi che il Commiflàrio aveffie eleguito con-, fiflcva in parole, e non i fatti; e che non teneva la Repubblica le arme in mano per minacciar Principe alcuno, non che fua Maeflh, fcmpre olTervata, come metiu tanu dignità ; ma folo per difendere lì flelTa, e i luoi fudditi.- che le continuate dimoflrazioni diperpetua olTervanza della Repubblica verfo quella Maeflà non lalcierebtono entrare Cmili conce tti ; e la virtù dell’ Imperadore renderebbe certo ognuno che farebbe molto folo dal fuo religiolo animo, e per puro zelo di giuflizia: anzi,pinttoflo che potelse el'ser alcritto a timore di quello ch'era per debito di religione, e di promelsa, potrebbe dar a molti maraviglia la dilazione neU’eleguirlo - I Celarci con^ chiufero che alla Repubblica fofsc rimelso il levare, o non levare le guardie ; e folo ballar loro che operalse in tal maniera, che il Commilsario potelse ftar in quelle terre con dignità di Sua Maeflà. Di quella riloluzione fu data parte all’ Arciduca con lettere Impe. riali; c lua Maeflà ordinù al luo Segretario refidente in Venezia, il quale accompagnò con fua fpezial lettera credenziale per quello particolare, d’ efporre, come anche, dopo aver prclentata Inietterà, efpofe,cbe Sua Maeflà aveva rifoluto di mandare Commilsario a Segna, per vedere, intender, e regolare tutto quel negozio, e fare quanto conviene alla buona vicinanza: che pregava Sua Serenità a dare que. gli ordini le parefsero concernenti pel .buon fuccefso, ed effetto, di quella fptdizione- A quello uffizio, degno della religione, e giuflizia di tanto Principe, iu corrifpofto con lignificare al Segreurio quanto fof.fe grata la comunicazione di mandare Commilsario a Segna; e con quanto maggior contento si avrebbono intefi gli effetti; aggiungendo, obblazionc di non tralalciarc cofa alcuna, per foddUlàre Sua Maeflà, e per far ogni dichiarazione co’ fatti dell’animo fempre diipoflo. a continuare in buona vicinanza: e con lettera di fpeziale creanza peri’ Ambafeiadore le fece dire lo fleflb- Fu gratiflìina a’Veneziani quella deliberazione dell' Imperadore, cosi per defiderio di veder il fine delle moleftie; come per efsere chiaro teftimonio che Sua Maeflà medcfima non feiuiva efsere flato mancato ad alcun debito di csnvenicnzaquaqdo non fu maudato alcuno a trattar col Conte Aluni, e coi CoUeghi a Fiume. Diedero immediate ordine al Generale di Dabnazia che fofse fatto ogni onore, edita ogni comodità a quello che per nome di Sua Maeflàandafse aSegna, einqualunquealtro luogo di quelle marine. Deliberò Su* Maeft^ mandare per CommiBario Giovanni Prainer, Governator di Giavarino, pcrfonaggio di gran qualità, reputato giu(lo, di valore, e con riroluzione; il quale lebben fi ritrovava allora in Ternavia per negoziazione importante (opra le cofe diTranfilvania, lo fece andar alla. Corte, e lo fpedi con iftruaione, dcU* if capo principale fu di vedere fe il trattato di V^nn* *t* eieguito; c fare quello che fofle neceflarip per total efie^uaione; con ordine che andaflc prima a Gratz, conferifle l’iftruzione coll’ Arciduca, e immediate paflàlTe a Segna per l’ cfecuzione ; tenendo per fermo che avelTe Sua Altezza lo lleflb fine, e defiderio di una buona provvifiione ; e folfe per coadiuvare ; aggiungendo alle iftruzioni imperiali le fue maggiori faciliti, e la lua fermezza. Andò il Prainer a Gratz, e dall’ Arciduca non gli fu ^rmeflò il palTare piò oltre; ma rifpedito indietro nel fine di Luglio con rifpolla in ifcritto alle cofe da Sua Maefti ordinate; la (oftanza della quale fu ; che non poteva aifentire al levate gli Ufcocchi, e fare le altre cofe ricercate dalla Repubblica, mentre quella (lava armata, per non dare fegno che lo facefie fer forza, e violentato; ma, levate le armi, (irebbe pronto a far il tutto: anzi che gii aveva incamminate le cofe ad ottima difpofizione, avendo ridotto quel prefidio, che richiedeva due cento mila fiorini per le paghe (corfe, fe doveva partire, a cento mila, con ifp«anM di ridurlo a molto meno : onde, levato lo fcrupolo di apparir violentato, metterebbe mano all' opera - Siccome il veder partire dalla. Corte Celar ea cjucl perfonaggio con tanta rifoluzione di Ccfare, del ConCglio. Imperiale, e fua propria, di metter fine all’ imprefa, fece tenere quello travggliofo negozio, per ridotto a buon yalTo; cosi la canfa, perchè fu rimandato indietro, diede gran maraviglia; poiché avendo confideratamente rifoluto la Maefti Celare*, Principe fupremo, e Padrone della regione, che la miffione d’ un CommiOàrio fuo non derogava alla fua dignità Imperiale, non pareva eOervi coperta di pretendere che derogane alla riputazione Arciducale. Non mancava chi artribuilfe il male a’Miniftri, che, non volendo il rimedio, nè per termine di buona vicinanza, nè di amicizia, nè di colcienza, nè in qualunque altro modo, non potendo addutrefcule apparenti, nonaveftèro rifpetto di dare nelle ftravaganti, purché in qualche modo impedilfero l’effetto. Il ritorno del Prainer non fu di gufto alla Corte Ccfarea, parendo che folfe con poca dignità di quella Maeftà, che una riloiuzione prefa da lei confideratamente, con aflìftenza, e approvazione ancora di Ambalciadori di altri Principi, e di uno 'cosi grande, come il Re Cattolico, c fignificata anche elprcltamente a Venezia, folfe attraverfata fenza ufar almeno qualohe colore di riverenza; e con chi ne parlava con loro non fapevano fcufarla, fe non con riftringere le fpalle, o divertire il ragionamento.- e ficcome a Venezia riufcl molefta, privando della fperanza conceputa, cosi certificò che, quando i Miniftri Arciducali rimettono qualche cola all‘ Impcradore, ‘lo fanno per futterfugio, ma tutto proviene da loro. In quello mentre gli Ufcocchi, che fono temerarj in ogni imprefa, e inconfiderati del fine che ne polla feguire, fecero molti Tom.'JJ Kk tenta x 58 storia tentativi; che, per la grande oppofizione, non poterono mandar ad effetto, le non in cofe leggiere, che non meritano di edere memorate particolarmente; ma ben occorlc quello che luole partorire la lunghezza de i negozj, quando ogni minima preparazione di arme fìa in edere; imperocché le lòfpezioni che nalcono, e la inquietudine defoldati, le minacce che alle volte imprudentemente cleono di bocca, aumentano le diffidenze ; e il lungo negoziare caula motivi di ofiefe,, e le nuove offde aUungano il negozio. Avvenne che Niccolò Frangipane, gih nominato per Capitano di Segna, e Signor di Novi, adunò in queffa lua terra, quindici miglia lontana da Segna, molte vettovaglie, e altre provvidoni; condulTe quivi le armi, e le munizioni, e tre pezzi di Artiglieria della Galea Veniera; e li fece mettere fopra le muraglie; e vi condufle numero maggiore di Uicocchì, che diede veemente lolpetto al Generale Veneto che avelfe in trattato qualche importante imprela; e fì accrebbe Ve fbfpezione, perché, dopo efler (iato rimandato il Prainer da Gratz, e pubblicato che fua Altezza non alTeniiva all' accomodamento, andò a Segna Groffredo Stodler, al quale davano titolo di Prendente, con numero di foldati, e aveva in compagnia il Frangipane. Quefh mandò a vedere la Fortezza di Scriffa; icorfe a Fiume, e a Buccari, trartenendofi in quelle regioni quindici giorni; ne ì quali furono molte andate, e ritorni di Ulcocchi da Segna, così verfo Scrifla, come anche a Novi, che milèro in gran timore glilolani di Veglia, {limando effì ciò cfTere fatto, o per qualche imprefa iopra di loro;o perfermarvi dentro per ordinario una cosi numeroLa guarnigione di Ufcocchijchefc^effata unacontimiadiftruzione deU'UoU. Ne fecero gran lamenti col Generale, pregandolo di liberarli da quel pericolo. A quello fi aggiunfe che 1* armata Veneziana, la quale (pedo tranntava di là, vedendoli quell' artiglieria dinanzi agli occhi, fi commofle talmente a fdegno, a vendetta, c a defidcrio di racquìflarla, che i Opitani, confìderata la facilità della ricuperazione, lo efqftarono all’ imprefa. Egli, per prevenire i mali desìi nolani, non fenza cauià temuti*, e per rilarcimento della pubblica dignità, le cui armi erano tenute come trofei degli Ulcocchi, venne in rifoluzione di alTaltar quella terra, e Imantellarla *, e diede gli ordini necelTarj, non loto per effettuare 1* imprela con ficurez21, ma ancora per farlo fenza danno degli abitanti Fu la terra, che é iìtuata lopra il mare, affaiita una mattina con pettardo, e Icalata così ordinatamente, che non morirono in quell* adalto di quei dentro le non venti che fecero olìinacamente refillcnza colle arme in mano ; rellarono intatte le Chicle, e 1’ onore delle donne *, fu ricuperata rartiglicria, e abbattuto il Torrione ; e le mura furono in divede parti aperte : ciò facto, il luogo fu abbandonato, e iafeiato in podelVà degli abitanti • La fama del lucceffo, come fpeffo avviene, paffò a Gratz amplificata, effendovi flato aggiunto, che foffe fiata ulata crudeltà contragli abitanti, conculcazione di reliquie, incendj, e diffruzione di Qiiele : rumore che predo Ivaì\\, cflinto dalla verità ; poiché fi videro reflatc le Chicle cogli ornamenti loro nell’ effer iftcflb ; c nella terra non vi fu veftigio di abbruciamento alcuno, Ma da quella Corte, immediate doporavvifo, fu fpedito un Corriera all'Imperadore, aggravando il fucceflb; e furono aggiunte alle querele, per qucDo accidente, altre ancora, per un'ordine dato antecedentemente dal Generale Veneto, col proibire il commerzio anche per terra; e una fama dagli Ufcocchi liudiofamente dilfeminata, che Segna dovelTe eOere aOaliu. Ulàrono ogni arte, affine di perfuadera che la demolizione di Novi folTe una rottura di aperta guerra. Alla Cone Cefarea non la tennero per tale ; piuttolio ebbero opinione che a Venezia, veduta la milTione del Frainer con ampie commillioni di rimediare, e come a mezzo viaggio era (lato rimandato indietro, fofle (lato giudicato necefsario fare qualche motivo, non per rompere, ma per eccitar al rimedio che (i andava procra(linando; non parendo che l'aver aperta la Fortezza, e 1' averla ab-, bandonata, mentre ft avrebbe potuto ritenere fenza timore che fofse ricuperau, folfe indizia di volere pafsare pid oltre.- anzi dicevano i Veneziani quello efsere chiaro indizio che lei mcC prima il Conte di Pago non ebbe penliero d' occupare Scrifsa, ma di levare folo a quella il poter offendere la fua Ifola. Ma lo Stodler, e il Frangipani, quelli, peldanno della fua terra, e ambedue forfè perchi folte prevenuto qualche loro difegno, fecero uffizi cos'i efficaci, che fu da Grata daa libera licenza agli Ufeocchi di far tutto quel male che potefsero; e a loro data facoltà di levare parte della milizia di Crovazia, per fare rifentimento : per lo che immediate in Segna rilarcirooo, e armarono tutte le b arche al numero di venticinque; unirono tutti gli Ufcocchi fparfi per I» altre terre della regione fecero diverte ù^e, ora in. molto, ora in poco numero.- non perb riulcl loro di poter metter in efietto dìfegno alcaao, perchi i Veneziani ancora erano beo preparaci, e avevano accrefeiute le lOTOforze; e quandonon potevano impedire gli incocchi daH'ufcire; ufeici. Li perlcguitavano fenza lafciarli fermar in luogo alcuno., Di tempo in tempo cha gli avvili degl' accidenti giunfero zGrat^ furono anche di Ut fpedite IlaRctte, per dar coniu all' Imperadore de'fucceffi, con interpretazione che fofscro oifele priucipalmence inferite a fua Maella; e che a lei coccalse mentirli colle armi; portando diverfe perfuafioni, per indurla alla guerra. Con tutto ciò a quella Corte non fi defilleva dal trattare negozio di accomodamento; • tutta la differenza era da qual capo cominciare; iltando i Celare!, conforme alla volonih dell'Àrciduca, che s' mcomincialse dall' apertura de'paffi; e i Veneziani dal levar gli Uliocchi dalle marine: quelli, comendando le opere fatte dall' Imperadore me la concordia, che farebbe (eguiu ; fe da altri non foire fiata impedita ; e la buona volontà di far il di piò che fi poiefse con lua dignità ; efortavano a corrifpondergli con quella dimoflrazione di onore ; confidando oeUa fua parola, acciò potelse proleguir innanzi, fenza far credete al Mondo che lo tacelie sforzato ; e dall' altra pane a' Veneziani pareva «(tc nefsuno fi potcfse dolete e di quello ch’era (lato fatto per difela, ei;blicarc il bando contra 41 Peuzzo co’medefimi termini da lui ulàti. Ma mentre era olirà il Itorrente della RoCanda, confine tra i territorj Arciducale di TricRe, e Veneto di Muglia, in dalle genti di quei luoghi avvertito «he in quelle marine erano certe faline del Pcuzzo fabbi icate, e che alla bocca della Rofanda erano fiate da chi fi fofie riedificate alcune, uhc già circa quarant’ anni di nuovo erette, furono in quel medeCnoi tempo tUfirutie come quelle che fpingevano il torentc lopra «onfiui del vicino con gravilfimo danno. Per quelle caule il Prov.veditort, non -parendogli avere iàttoalfai per reintegrazione dell’onorefuo cqiKra. if Petazzo ; e per levar le novità fitte a’ danni di quei «onfioi, deliberò di andare alla devafiazionc : e mentre chiamava in •jnio una Galea,, e congregava le barche che per l'opera erano necedàrie; difcele in quelle parti b geme che col Terlatz,e col Franco! veniva alla quale s’erano aggiunti altri ancora per viaggio, moffi dalb fperanza di rubbare : Andò il Frovvediiote con buon numeio di padani, per far l’opera, e co’foldaci, per guardarli, e difenderli. Il Petazzo s'aflaiieò per far loro impedimento,- ma non gli riufcl. Mentre però quelli fi trattenevano nelb difiruzione degli argini, b gente di ’Tcrfatz venne in loccorfo del Pcuzzo in numero di 3000. dalb -quale allaltato il Provveditore nel ritornarfi, eflèndo fopr^tto il numero tanto maggiore, non eOendo -con lui fe non 800. perfo' ne tra a piedi, e a cavallo, dopo aver combattuto, e fatto rcnUen. za a (juella milizia, gli convenne cedere alla forza maggiore, e ritirarfi in Muglia. Durò il conflitto due ore, nel quale intervenne la morte di 12». de’ tuoi con alcuni feriti, e dalla contraria con perdiu di alquanti mentre il combattimento durò dal qual lucceflb inanimiti gli Arciducali, eflendo loro anche fopraggiunto qualche numero maggiore di Cavalleria di Crovazia, fcorfero tutta l'illria ; mettendo ogni cofa a fèrro, e fuoco, e depredando, e fvaligiando tutto il paefe. Reitarono tutte abbruciate le Ville di Ofpo', Abrovizza, Bettovizza, e Lonchi; e in quella, ch’era aflai ben abitata, fpogliarono le Chiefe, guallarono le Immagini de’Santi, gettarono in terra il Santilfimo Sagramento, per afportare la pillide d’argento. Fecero l’illcfl'o ancora nella terra di Marceniglia, e ne’territor; di Barbane, e San Vicenzo ; Poche delle Ville non murate rellarono eienti dall’ incurfione di quella gente, c maflime dagli Ufcocchi, che ufarono ogn’ immanità contra le perfone, e ogni rapacità comra le cofe divine, e umane: il che loro fu ^cile, effondo la Provincia tutta aperta, ed efpolla alle fcorrerie. Per dodici giorni durarono gl’incendj, ne’ quali rellarono abbruciate, oltre alle terre nominate di fopra, Xafe, Grimalda, Rofarolo, Figarolo, Recatovi, Valmorola, Craficchia, Sacemo,Cerncza, e Barato, le Ville del territorio di Dignano, c molte di quello di Rovigno; e pareva quafi che tutto folle fatto affine di devaftare tutta la regione, acciò, combattuti poi i luoghi alquanto minuti, fblTe loro facile occuparli, e fortificali dentro. Tenurono a quello effetto l’oppugnazione del GaQello di Dra f uch, donde furono ributtati, e colli etti a ritirarfi, abbruciato il orgoj. Avvenne l’IlelTo alCaflello diColmo. Indi in maggior numero, con maggior ordine a bandiere fpiegate affaltarcno Ducallelli, come luogo- di confeguenza, dove diedero fcalata,e con tutte le forze tentarono l’oppugnazione; la quale durò quattro ore con. morte di molti degli aflaliiori, i quali in fine, coflretti a ritirarfi, polero fuoco in tutte le Ville del contorno per dove palfarano: Ma etTendo giunta milizia di Corfi, e AibaneG, fpediti immediate che capitò l’avvito delle prime devallazioni, furono coflretti gli Arciducali ad abbandonar l’imprefa difegnata di occupar l’I Uria; la quale i Veneziani, ai efa 1’ univerfale devaflazione del paefe tutto, e gli affalti de' luoghi forti, tennero per principio di guerra formale; e fi coiw fermarono poi per quello che legul pofeia immediate : imperocchi i Capi Aiiflriaci, perduta la Iperanza d’ impradronirfi d’ alcun luogo munito, lafciati in quella Provincia i Villani di PiCno, e ZiminofoDto Aianagij Callioti da Sogliaco, e alquanti Ufcocchi, e Tedefchi per dilcia delie cofe proprie, col rimanente della gente paflàrono le montagm del Carlo; epe! vallone di Vermigliano entrati nel territorio di .Monfalcone, che folo i nel Dominio della Repubblica oltre al Ulonzo, tra quel Fiume, e le radici del Carlo, e fvaligiace nuove Ville; e a fette di quelle dato il fuoco, colla llellà impieth verfo le chiefe, non perdonando alle donne, a’ fanciulli, e alle altre perfone innocenti; alTaltarono la Rocca per impadronirfene, e fermarfi quivi; fecero ogni sforzo per occuparla: il che veduto non effero STORIA riufcibile, e fopravvenuti foldati dì Palma per foccorfo, fi ritirarono nel Cario. Quelli motivi, non più di rubberie degli Ufcocchi, ma di eccelli militari dc'Capitani, e foldati Arciducali, collrinfcro i Minillri della RepubbUca, per ficurezza de i confini loro, fare camminar a Faima le milizie del paefe, c quei numero di altri foldati che fi potè raccogliere all' improvvifo quando ogni altra colà era afpettata, falvo che fentirc guerra in iftria, e molto meno in Friuli. Ma capitato l'awifo a Grata, eccitò maggior allegrezza della foUta in quella Corte; la quale qualunque volta ne’ tempi palTati ha udito avvifo che gl’ Ufcocchi avelTcro ufato qualche notabil infolenza, danno, o ingiuria, non fi è allenuta con parole, e con altri modi di moltrarne la giocondità interna, cosi pel benefizio che le veniva in parte ; come per l' invidia verfo il nome Veneto ; e pel defiderio di veder che fuccedeflero mali maggiori ; eccitando ì loro Principi a’medefimi aifetti, e a tutto quello che potelTe caufar rottura. Ma nella prefente occorrenza, parendo loro avere ottenuto colà da tanto tempo defiderata, l’allegrezza fu fomma, divifàndofi vana- ‘ mente vittorie, e aumento di Stato, e ricchezze immenfe. Rivolti però a’ configli della guerra, fu dato ordine alle genti del Contado di Gorizia, e della giurisdizione di Gradifca, che fi mettelTero in arme nelle cale proprie: Al Conce di Terfatz, e al Francol, che paflaifero ad alloggiar in quelle parti: Alle milizie paefane di Carintia, e di Stiria, che difeendefiero ne i luoghi medefimi. Conlìgliarono ancora di levar fei mila Aiduchi, che fono Villani Ungheri, con una paga fola, che non farebbe coflau -più di dicci milla fiorini; e pel Contado di Gorizia, e territorio di Aquilefa fpingerli in Friuli, nel paefe della Repubblica, e farli vivere in quello; penfando far anche cofa grata aH’Imperadore, al quale la partenza di Ungheria di quella geme fenza dtfciplina avrebbe fervito a levare gl’ impedimenti, per metter in efecuzione le cole convenute co’Turchi; e liberarlo da molti pericoli di fedizione; e a Sua Altezza farebbe flato di mollo utile, facendo la guerra fenza fpefa. Furono Icritte lettere all’ Imperadore con difcollarfi maggiormente dal modo del componimento trattato, e con avvifo eh era feguiio conflitto tra ambe le parti; nel quale ■ fuoi erano reflati fuperiori; amplificando molto il valore della fua milizia, e pregando S. M. di prendere la difefa di S. A. colle armi; mollnndo facilità di aver una preda, e intera vittoria. Ma a’Capitani, e Minillri della Repubblica ridotti in Palma, per prendere configlio fopra la difefa dc'fuoi confini, era data molta materia di conlultazione, e difficile, avuta la debita confiderazione fopra il tentativo delle genti Arciducali di foriificarfi in Monfalcone; e avvertiti del numero di milizia di Cariniia che già era giunto a Tolmino; che il Conte di Terfatz, alloggiato a Profeto colle fuq genti di Crovazia, e 'cogli Ulcocchi, fi ordinava per palfar innanzi; e intendendo che quei di Gorizia offerivano laro contribuzione con condizione che pafTaReco il Lifonzo; e che l’Arciduca aveva fpedite patenti per far joo. Cavalli in Audriay e ne i confini di quella Provincia fi congregavano di foldati a piedi i vagabondi', eponderato an- cora ancon il difegne di levare ì lei mila Aiduchi^ molto facile da efTertuare, e molto pericolofo, pofto in opera; e attefi i molti configli di guerra tenuti in Grata, e che il Conte di Sdrin s'era offerto di condurre Coliuhi, Cavalleria Unghera, lolita pure alle incurfìoni, c per queOo erano ordinate preparazioni di alloggiamenti nel Contado di Pifino; e che in Gorizia fi erano ridotti i Capitani Imperiali a configlio, correndo da più parti voci, che, quando foffero accrcfciuti du^nto Cavalli Valloni, ùtti dal Ferino in Vienna, e alcuni fanti raccolti a Gratz, che tutti erano in viaggio, larebbono palfati nel Friuli; e che eli abitami nel contado di Gorizia fi preparavano, per coadjjuvare; b videro in necelTith di prevenire tanti pericoli, e tanto certamente} imminenti perlocbè,coDchiudendodienereiniHato di necefìTaria difeia da una imminente, e certa incurfione, che, pereifereil Friuli paelc piano, c aperto, farebbe liau dannofìflVma; perù deliberarono di farfì innanzi ad occupare i podi Gtuati ne’confìni di quel Contado ac» ciò qualunque geme venifTe fode codrecta a femurfi in quello, e non potede far incurfìone nel Friuli; e il d\ xp. Dicembre fpinte le geiK ti raccolte a Palma, che fino alfora erano date tenute folo per foccorrere, e proibire le feorrerie dell' altra parte, furono occupati Medea, Sagra, Cervignan, Cormon&, Merian, Porpeto, ed altri luoghi aperti lenza violenza, nè ingiuria di perfona alcuna, mandati paciRcameme ad abitare in altri luoghi que foli che fii modravano mal contenti di quella mutazione; c furono quei luoghi trincerati, e vi fu pollo (dentro, prefidio fufiìciente per difenderli, e man^ tenerli. Alcuni giorni dopo eflendo partita quella poca guardia Arciducale ch'era in Maranuto, gli uomini della terra andarono fpontaneamcntei a darli ; e i^j^uìleja col terrkoiio. ^o fi diede, da lè ali’ubbìdìenza ien*^ za contraddizione di alcuno.. La Corte di Gratz, avuto avvifo che le miliziè della Repubblica la arano alloggiate nel Contado di Gorizia, prete di qui occafionc dà dichiarare la guerra elTer aperta; e di ciò darne conto^ a tutti i fudditi Aullhaci, e a* Principi di Germania amici, cosi Ecclefiallici, ce» me fecolari, con lettere contenenti in foRania, che avendo la Repub» blica. di Venezia inferìte diverfe ingiurie, a danni- alle terre, e lud» diti della Cafa d'AuHria fotto colore di rifarcirfi de danni dati dagl» Dlcoccht, quantunque gli efagerafiè oltre al dovere, fua Altezza, per levar ogni occafìone di difparere, aveva tempre ofata intera diligono za, per dar ogni IbdJisfazione, cosi galtiganck) i colpevoli, come meftendo buoni ordini, per impedire nuovi danni; ma che i Veneziana non crauo fiati di alcuna cola concenti.* anzi, proleguendo nelle offeie, uliMiainente avevano invaio il Contado- di Gorizia, e gliene ave» vano occupata pane lenza alcun fondamento di ragione; ma con dk fegno, e dcRderio di ulurpare Palmiì, com'era tuo ordinano cotlu» me, e icacciare la Caia d’Aufirja d'Italia; onde tua Altezza era ilata coltretu a pigliare Tarmi per confervazione del luo Stato e della riputazione propria.* Ricercava però da cialcuno alTillcnza, e ajuto, per onore della nazione, e favore della Giultizia. 1 Miniftrì prelcntatori delle lettere a^iunlero il loro uffizio, e{ponendo in panicoiare tutte le miffioni w Commifluj a Segna, e a Tom^ II LI Fuk 1 Fiume òz alquanti anni in qtia ; narrando fpezialmeote ì gaflighi, e gii ordini poAi da loro moUrando che da' Veneziani dovevano ciTer nimati baiUnti, perchè lenza quelli avrebbono gli Uifeocchi fatti danni maggiori, pretendendo di elTere provocati da loro.* maebequei Si J mori non fi erano contentati degli onelU rioicdj, infillendo in quel olo, che tutti gli Ulcocchi foflero levati da Segna; rimedio inumano, imponibile, e contrario al bene della Criftianith ; propplto non peraltro, a hne di trovar apparente preteso, per ect^iur una guerra contra la Cala d’Auflria; gii Stati, e le giurildizioni della. quale han no leinpre proccurato d’intaccare, com’ è manifedo per tante Citth» e Terre che tengono, levate a quella Sereniflìma Caia, Qhe Ugitti-, inamente le poiTedeva prima: e quantunque, per confervare la buona vicinanza, deno date dabilite da cento anni in qua diverfe capitolazioni in BrulTeUcs,in Vonnes, in Venezia, in Bologna, c in Trento, non fono mai date da’Veneziani olTervate ; e Xpezialmente, iebbene da ambe le parti fu promcITo che i fudditi dovdTero avere per terra, e per cotnmerzio libero, come le fodero di un’tdedo dominio, edi avevano aggravati i luddiii della C^la d'Àudria che negoziavano nel loro Stato con ogni iorta di novìth, con inufiuti da^ z): avevano impedito loro Tulo dei mare conira quel)’autoriilt che pretendeva iua Altezza di avere, che i iuddixi Audriacipoiedero navigare, contrattare, e corleggiare per TAdriacico con ogni li^rik, lenza che alcuno potede loro contraddire; e che i Veneziani non potedero adìcurare lopra i loro valceUi, nè in loro cau, Turchi, Giudei, e Mori dalle forze di fua Altezza, per li diritti, e ragioni che aveva in quel mare. £ in terra ancora, violando le convenzioni, avevaBo con falle pratiche, e aduzie ridotto lotto il loro dominio la For^ uzza di Marano*, e dnalmence edificata la Fortezza di Palma nel Territorio altrui centra le protedazioni del le|ittimo Signore dH Territorio t Fu anche mandato Gian Criftkao Smidlino Amhafctadore agli Sviz« zeri, per dar loro conto della guerra co* Veneziani aperta*, e richiedere a quella viaorola nazione il non permettere che alcuno fì conducede al lervizio della Repubblica : dal quale Ambalciadorc fu prefentaca in ileritto un'elpofizione, che per tutto fu pubblicata colle querele, e precenfioni di lopra narrate. E per pubblicar, e imprimere ì concetti delfi anche nelle menti de i )K>poU, fu dampata in lingua Tedefca una relazione contenente U mededme fcule de'Principi Audriaci, querele, e imputazioni nuo« ve, e vecchie contra la Repubblica, con difefa delle azioni degli Ulcocchi*, con particolare narrativa di divcrfi accidenti occorfi, accomodata però a’medenmi lenG con molta amplificazione. £ polcia ancora m lingua Spagnuola fu da pedona nominata con pubblica participazione di quel Governo mandata in luce una arttfìziola narrazione dclieiitcde cole, e ragioni co’medcdmi concetti del dominio del mare, della facoltà di corleggiarlo, della fabbrica di Palma, e in difela degli Ulcocchi. Ma i Minidri Veneziani, uditi grufiìz) eh’ erano fatti contra i lo ro Signori, elG ancora informarono i Principi prelTo a’ quali rifìdevano, e altri amei delia loro Repubblica, di quei lolo che alle co fc l DEQLI USCOCCHI z6^ fe allora profenti apparteneva*, giudicando che pienamente rcItafTe giuftificata la lua caula, quando folTe dimollrato ch'ella avefle prefe le armi per neceffaria ^fefà. Erpofero in foftanza che gli Ufcocchi hanno per un corfo di molte decine di anni diliurbato il commerzio, inquietata la navigazione, depredate le terre de’ vicini con cftrema inlolenza, e con ofTefa delle pcrione, fenza rifpetto diqualfivoglia qualità, fcnza rifguardoa’piibblici Rapprefentanti, e alle pubbliche lettere: Che oltra le ingiurie pubbliche, e i danni inferiti a’fudditi col palTareper li Territor) della Rpubblica a bottinare, hanno molTi i Turchi a rifarfi centra i Sudditi di quella, e le hanno eccitate diverfe difficolth alla Porta di Collantinopoli : die da’ Miniltri Aulliaci fono flati ricettati, confentendo loro dividere le cofe rubbate, e venderle, e donarle a' loro Fautori.- che non fi i veduto contra i colpevoli dimoflrazione alcuna, nè provvilione effettiva, per ovviare a nuove offele, quantunque piii volte l’uno, e l’altro rimedio fieno flati richiefli, e promeffi già dagflmperadari defunti, e ultimamente nel trattato di Vienna ; anzi tutte le miffioy de’ Commiffarj aver partorito contrario effetto, avendo coll’ efempio alGcurati i ladri, che mai i bottini non farebbono reflituiti, nè i depredatori gafligati,- anzi avendoli fpogliati, e refili piCi bifognofi, e avidi alle prede: ch’è colà indegna, contra ogni ragione divina, e umana, il foftentare gente cosà perverfa, e nimica della pace, e quiete: che da alquanti anni è flata fatta alla Repubblica una occulta guerra col mezzo di quei ladri nelle fue acque, Ifole, e marine del Quamer, e della Dalmazia; nelb quale, oltral’effere fiata difertau la regione, e diflurbati i commerzj, il Pubblico ha fpefo ogni anno non meno di quello che fi farebbe fitto in una manifefla guerra.- e che finalmente, veduu la rifoluzione deUa Repubblica a volerfene liberare, U guerra occulta fi è convertita in una iQoffa di arme manifefla con molte provocazioni, e oflilith inferite prima nell’Iflrb, e poi nel Friuli: per le quali, e per rifpetto delle molte prowiConi di arme ridotte in quei confini, i fuoi Capi di guerra fono flati coftretii, per ficurezza dello Stato, e per difefa dalle rubberie, e ìncurConi che loro erano minaccbte, e preparate, fpingerfi innanzi, e alloggiarfi in polli Ccuri pih prefló al Lifonzo. Non aver avuto la Repubblica in tutte le azioni fiie paflà^ te altra intenzione, fe non che le promeffe le faffero olfervatc; e k foffe finalmente corrlfpofto nell’ offervare una buona vicinanza co'fatti, e non con iole parole, per tanti anni efperimentate lenza effetti; e le cofe fue reltaffero alficurate: il che quando foffe efà fettuato in modo, che poteffe avere certezza di buona vicinanza, corrifponderebbe interamente, ritornando le cofe nello flato di prima con ogni fincerità. Fu anche divulgala una fcritimra in forma di manif» fio con fuccinta relazione delle frequenti rubberie', ingiurie, e crudeità degli Ufcocchi, e del conlcnlo., anzi della participazione de’ Mìnillrl Arciducali, e del mancamenia de’ Principi a porgere i debiti, e ptomeffi rimed); e gli artifizj co’ quali tòno fiate delufe, anzi derife le querimonie delU Repubblica e fu traitenuia dal provvedere all' indenti^ fua colb forza. Per quelli mezzi reflarone divulgati per r Europa iffi folo i motivi di guerra, ma lecaufe loro ancora colle ragioni, e prcmtCpai delle pani; onde cufeono fecondo ' b pror Ttm. Ù. LI a pria pcrfuiftoné, è inclinazione afpetrava Tcfito, c difcorreva dell^ èiuftìzia, ' >. A favore d’Auftrra, poiché gli Ufcocchi nòh potevano cITcr ftufati, le cólpe loro erano alleggerite con dire, che clTetido in padc ftcrilc, e fenza paghe, non potevano altrimenti vivere, che dclìotuni; non peri di quello poteva efler attribuito colpa a fua Altezza, che Icmpre gli ave^ va proibiti centra ’Criftuni; e che non poteva fare di piu, quando non tveflè voluto tentare di fcacciarli tutti colle mogli, c co’figUuoli, e vec-, chi ; che (arebbe (fato cola inumana: oltra che farebbe (lata impoifibile mandare ad eflèito, clTendo quella gente fiera, c indomita, c in pae(e di accélTo difficile: e quando bene folTc riufeito lo fcacciarli, farebbe (lato con difervigio della Crillianit^, alla quale era utile che fi conlcrvafTe queirantemurale contra gl’infedeli. Che a* Governato*, ri, o Capitani di Segna non potevano effer imputate a colpa le ufeite pcrmclTc loro nel mare, pferchè un capo della commilfione che fua Altezza dava ad ognun Capitano era formato con oueffe precife parole: Non pèrmetrfraì che JM fatto alcun pregiudezio alia ^iurtfdÌT^iohe nojha nelin naitigaifone ai quel tnare. E poiché altri non cranq che poteflero mantenere quella giurifdiziorie, fc non gli Ufcocchi, fi poteva dire elTere in facoltà del Capitano proibir Tulcita.* fe jpox ttfeendòv facevano dei (naie, la colpa era della rtiala confuctudi«e loro, non di chi fe ne valeva a bene : cosi avvenire in ogni luodóve i foldati dannificaho i popoli; nè però aferiverfi a colpa del Plihcipc, o del Capirano, collretti a valerfi dell* opera loro. Ma ^chè parevano tjuéfle giuflificazioni aver bifogno di c(Ter appoggia «d altre di maggior apparènza 1 acciò folTcro portate s’i, enepoteffero ^effer approvate, le accompagnavano per loftcniatnento colle prc\enfiohi vcctÀic delle convenzioni non fcrvate, de* (udditi aggravati contra i mpatti, della navigazione libera non concelfa, delle tette póflèdute dalla Re^bbUca^. ite erano d’Aultria, nominan do parte del Contado di *^Gorizia’,* C *Màftino, uliimamchte dopo le convenzioni (òttoihd!^, e Palma nel diltreito Auffriaco edificata ;còi\ Quelle fortificando le proprie nella caula degli Ufcocchi, e che (ola fi trattava, ' Ma per dìfefa de’ Veneziani difcorreva, che nel panicolate degli yicocchi ti poteva dire Iquanto ognuno voleva per iteufa dc’Govcrtetori, c di altri, che fìnalm ente rutto fi rilolveva con urta fola paòhe la caufa era di ladroni abbominevoli a Dio, e agl* nomi*%ii; ^He flon folo il proteggerli, ma anche il fopportarli, c il parlar % faVófe Cosi di loro, come di chi li fomentava, è tollerava, era \co(a it^egna ; e che la vcriA fi poteva tene palliare con àp|Ktrenza di parole -, ina in lóffanza fi vedeva ben chiaro la differenza elTcre, che unà parie dimandava di viver in pace, Taltra voleva foffentare ladroni a fpefe altrui. Che al rimediare alle (celleraggini loro coti levagli da quelle ma'rine non fi poteva dare titolo d’inumaflirti, eflèndo ufhanità grande verfb, ì miferi vicini, e i navigami, Kht da lóro 'erano (pogliati, uccifi, e coh ogni barbara fierezza trarrti. Che il levar lóro la comodici, e l’occifiohe di rubbarc eralervizio divino, c benefizio loro, cóftiii|gertdoti ad iftenerfi dall’ offende^ lua divina Maeffb: bendt^ «fipckhb de’ loro figliuoli, togliendo^ |()rq il comodo di allevarli nella itieddima {imfelinotie efccrandt; ^ levandogli dallo (lato di dannazione in cui fi Mantenevano effi, i 8, gli, e le mogli, e ogni altro abitante di quella regione. Che non fi poteva lenza ingiuria della verità dire che le donne, 0 glcuno dt loro foirero fenza colpa, poiché quelle hon fapevanti che cofa fbTe ago, o conocchia, ed ergqo incitamento a' mariti di fornire cafa col fangue alimi. Che gl’iftefli Religiofi nelle pubbiiche prediche efertavanq alle mbberie ; che del rubbatq le Chiel'e ricevevano la decima. Che in Segna, e iq rutta quella regione le pib onorate famiglie erano quelle che da pid difcoda eù traevamo Argine dg una continuata dircenden-; za d’impiccati, ovvero uccifi nell’eferciziq del ladroneccio. Che alti-' tolo d’ impoRìbilith era nuovamente inventato, e troppo' apparentemen-. te alieno dalle cole vedute; perchè, fe iólse impolfibile,' non farebbe flato tante volte promelTo. da due Tmperadori defunti ultimamen-, te .• perchè nella fcrittura del trattato di Vienna' non fi feusè Ina Altezza, della dilazione di rimoverli tutti per impqflìbiHth, nè tampoco per. difficoltà, ma diSè per non parere di farlo, coll retto. Chela pot fibilith, e fàcilith, t r utilità anche fu, mofhata dal Habatta; il che elTendo (lato da lui feoperto contra rintereffe di chi voleva mollrare impoffibilith, gli coflò la vita. Se il levarli di Ih folTe di danno al Crillianefimo, badava dire che, per cauta loro, veniva ogni giono minacciato da’Turchi di fare cofa che avrebbe meda in pericolo., non foto la Dalmazia, ma la Puglia, la Romagna, e tutta l'Italia. Che il confervare le pretenfioni del proprio Principato non era cbfa riprenfibile, quando non fofliiro volontarie, avelièro, qualche aj^taiea^ za di giudizia; ma il volerne acquidarè, e mantenere le inmagiim. rie a fpefe, e con danno del vicino amico, era cofa di chi reputava i propr; appetiti regola della ragione, e della Giudizia. Che del male fatto da^oldaci a'proprj, liidditi il Principe aveva da rendere conto a Dio folo; ma di quello ch’era dato a’iudditi del vicino, era in debito di renderne conto al danoificato; che poteva anche, feconlo il diritto delle gemi, rifare con rapprefaglie. Che l’attribuire a diicem di cacciare la Cala d’Audria d’Italia le azioni della Repùbblica, Smte per Uberarfi dalle inginrie, e moledie di quei ladri renduti incorrigibili, e intollerabili, era contrario a tutto quello che aveva vedalo il Mondo da'fucceflt di più centinaja d’anni, in qua; neflano de’ quali aveva modrato nella Repubblica avidità di dominare; ma bea rdbluto animo di mantenere quello che Dio le aveva donato. Non mancavano ancora di quelli che difendevano le azioni de’- Veneziani ne’ tempi palTati, fodentando che mai la Repi^lica non aveva mofla guerra ad alcun Principe Auftriaco, ma' folo. provocata prima, era data codretta a difenderli. Che farebbe molto difficile da mantenere. che il Contado di Gorizia, apperfcnentelalla Repùbblica per 1» motte dell’ ultimo di quella Cala, non fofre dato occupato lenza bu». na ragione. Che Marano particolarmente, foprail quale facevano, rame parole, era dato dal Re Francefeo Primo di Fnncia con ragione g>uda guerra occupato, e per più anni difelò. comra le forae di Culo Imperadcd^, e di Ferdinardo Re de'Romani unite, nnici anche i favori della Hh^nbUma. Ma quando l' elpugnazione parve impoffibile, e fucceflè pcrìedftelie cadeflc in mano di Principe, la cui vicinatnn in Digilized by Google DEGLI USCOCCHI gazione h reciproca, e debbono eflér trattati gli Aunriaci nello Stato di Venezia come i fudditi Veneti negli Stati Auftriaci; ma ben vedcrìì in quelli tempi in fatto, per non andare troppo lontano, che nel fola dillretto di Trieile fono aggravati i Negozianti Veneti pib de'fudditi AuHriaci incomparabilmente; poiché quelli per alcune merci 15. volte più, e per altre fino a ì 6. volte tanto come quelli pagano, cosi nell’ afportarle, come nell' introdurle nel paefe. Ma eh’ era ul'cir del cafo, e confelTare mancamento di ragione nella caufa degli Ufcocchi, il paflàr in altre materie; e tanto più, quanto in quelle non fi poteva dimandar efecuzionc di cofa decila, dove quella degli incocchi era ponchiula con accordato, e promilTioni. Ili quelle conirarietV di gSltri, e di dilcorfi a me non conviene il dare fentenza, né da qual parte abbiano origine i motivi di guera, ni quale d> effe fomenti caufa giulla; ovvero nelle antiche occorrenze fi fia portata con mancamento, ma bensì, come aggiunto, e lupplito alla Storia dell’ Arcivelcovo di Zara, affine di lomminiftrare materia, per ibrmaro (ano giudizio -fopra gl’ accidentu moderni, oiiginaii dagli Ufcocchi; cosi mi .vedrei invitato dall’oppartanith, anzi dalla neceOìtì dèi mio Atie coftreito a-telTerc una: bitve, e vera relazione delle guerre, e convenzioni, oflervanze, ed inolservanze delle capitolazioni per li tempi palsati occorfe tra quelli duePotentati; e in quella occafione rammemorarle, e rawiluppatle a colle prefenii, fe la Iperanza di vedere ben prello rinnovata la pace, c miona intelligenza tra i Principi, e la uanquilliih de'fudditi, non pii fàceite credere che làrebbe opera fuperflua, e importuna. ALLEGAZIONE, OVVERO, CONSIGLIO l'N IURE di Gl. Corndio Frangipane J. C. ftr la 'uiueria navale contro Federigo J. Im^adire, eJ Alto di Papa Alejfatidro III. PROPOSTA DA aRILLO MICHELE per Dominio i^Ia„Screniflìma Repub» blica di Venèzia fopra il fuo GOLFO, CONTEA ALCUNE SCRFITURE DE'NAPOUIANI. 1 TNtcnzion deirAutore di difender l’attcftazione che della StoX ria di Papa Alcflandro fa la Sedia Appoltolica nella Sala Regia, e la Repubblica in quella del maggior Coafiglio. 2 Autoritli che hanno gl’inferiori di buon zelo neirerror de’ Mag giori • 3 Dilcordia degli Storici circa la venuta di Papa Alcflandro a Ve nezia in che confìfla. 4 Modi Averli di provar una Storia I. ISCRIZIONE DE’ MARMI. 5 Stilografla deferive le Vittorie nelle colonne, e in altri marmi pubblici. Efempio di quelle di Augufto, di Irajano, ejdi Antonino, num.17. 4 Vittoria navale de Veneziani contra Federigodeferitta in un marino antico pubblico dove è intravenuta. Opere pubbliche fondano le Storie. 7 Colonne, c pietre pubbliche fanno fede certa di quel che è fcritro in elle. 8 Ifcrizioni pubbliche inducono il notorio, non eflendo contraddet te, num. 25. 5) Ifcrizioni pubbliche contraddette, num. i6. rp Pratica di contraddir alle memorie pubbliche pregiudiziali imparata da’Greci. ti llcrizioni nc’fepolcri non s’intendono pubbliche^ ma private nè fono affine di memoria pubblica y quando vi fono denuo 1 cadaveri. 12 Ifcrizioni deTepolai, fe non fanno prova certa, fono adminicolo di pruova*. (3 Maraviglia vana del Sabellico, perchè nel fepolcro del Doge Ziani non fia fatta menzione delia vittoria navale contra Federigo. Ragioni che ne’fepolcri de’ Principi, e Capitani non lì fuol far, menzione delle lor vittorie. Sepolcro del Doge Andrea Dandolo fenza narrazion delle fue imprefe. 14 Ulo de Dogi antichi, di non aver iferizione ne’lor fepolcri « 15 Sepolcro del Doge Andrea Contarini lènza menzion delle fue imprele, cos^ di fuo ordine. 16 Mctid.'icio di Giorgio Merula neU'Epitaflo del Doge Ziam a S. Giorgio maggiore. H. PITTURE. 17 Stilografla che fa fede pubblica delle vittorie è anche la pittixra. Vittorie degli Antichi ordinariamente defcriite in pittura. 18 Pittura è orazion che tace, ed è di maggior efficacia nel ri cordar, che la orazione. Tomo il. Mm 19 Pit 1 \ 2-74 ip Pitture pubbliche della Storia di Papa Aleflandro in Venezia, in Siena, in Germania, in Roma nclLatcrano, nella Sala Regia del Vaticano di quanu efficace fede fieno da per loro. (P^'Ilcrizione (otto la pittura del Vaticano. IO Congrcgazion de' Cardinali ifiiinita da Pio IV, per canonizzar la veriib di detta Storia avanti che fì dipingeflc nella Sala Regia da Giiileppe Salviati, at A’ Principi liberi fi dee creder, ne’ quali non cade mendacio, aa Dio non lalcia, che la Chiefa s'inganni per le male confeguenze, che luccedercbbono. a3 Repubblica di Venezia, che dica falfith affermano i Giureconfulti, che fia bellcmmia a peniate, non che a dire. Z4 Conluetudine di creder alle fcritture della Repubblica dove fi tratta anche del luo comodo, Autorità del Cardinal Tofco. 2 $ Pitture non contraddette dagl' intereffati inducono il notorio. a 5 Contraddizione di Federigo alle pitture fatte far da Innoc. II. nel Laterano. 27 Intelligenza del verfo d' Orazio fopra la licenza de' Pittori. 28 Effetto mirabile che operano le pitture a’ lifguardanti, autorità del Conc. Nic. II. ‘ III. C R O N I e H 2p Croniche fanno fede di quel che narrano quando è folito, che lor fi pretta fede. 30 Croniche che narrano la Storia di Papa AlelTandro conformi al le fuddette ttilografie. Cronica Delfina, e Sanuta. Cronica del Doge Dandolo allegata dal Cardinal Baronio. Cronica Alexandri/ fuo Sommario a S. Ciriaco^ in Ancona, ed a Parenzo, Cronica amica ritrovara nel Monatterio delle Vergini, num. 33. de' Ginonici di San Salvator, num. 75. Generale dell' ordine de’ Canonici Regolari, num. 32. 3 1 Epittola del Vefeovo Capitenfe fcritta al Doge Giovanni Delfino già anni 300. in circa, che fa '1 tranfunto di detta Storia da un libr 100 Libri fenza nome d’ Autore non ancora ricevuti fi chiamano apocrifi, e non fi debbono leggere. 101 Libro fenza titolo è come uno Strumento, lenza nome del Noe tajo, che lo ha fcritto, però non ha credito. tea Autor quando non vuol fodentar le cole, che dice nel libro lafciato fenza titolo, non può un altro fondarli sò detto libra per foficntarle efib. 103 Vangeli co’l nome d’ alcuni difcepoli, che furono prefenti agli atti di Grido rigettati come Apocrifi. 104 Libro di Romualdo prodotto dall’ Avyerfario ha molte, e gravi oppofizioni. 105 Stnanenti imperfetti non hanno nome di Strumenti, e non fi rilevano in pubblica forma. lei Volumi del Cardinal Baronio quando fodero imperfetti non fi potrebbono legger per le cofe, che dipoi tante volte muta, e rimuta. 107 Romualdo Autor allegato dall’ Avverfario facendo menaion d’ ecclide del Sole nel legno della Vergine, che accadede ai tempo della pace con Federigo prende grave errore, che lo dóno Ara poderior al Belluacenfc. log Regola legale per accordar gli Storici quando difeordano in un atto iterabile. Autorith, e precetto di Sant’Agodino fopra i Vangelj quando pajo. no dilcordi. lep Storie che parlano della venuta di Papa AleOTandro a Venezia incognito fcrivono, che ciò folfe avanti la vittoria fuccellà nel ii7d. Storici che fcrivono della venuta di Papa Aledandro trionfante, per quanto allega lo deflb Avvcrlario, dicono, che folfe nel 1177. L’ Avverfario per la regola legale aveva obbligo credendo a’ fuoi Storici di dire, che due fodero date le venute di Papa Aleffandro. Regola legale fopra gli atti iterabili in altre controverfie Pontificie gl. in cap. fi Petrus 8. q. i. 1. j. C. de fum. Trin. Card. Bellarm. 2-79 ^Ilarm. de Romano Pontifice lib. a. c. 6, verf. non (amen ral. dij. XIII. VERISIMILEI. fio. Argomento dal verilimile della venuta di Papa Aleflàndro a Venezia per rifugio. Ili Luoghi diverfi ricercati dal Papa per falvarfi. Ili Venezia fatta da Dio Cittì di rifugia per ialvezza dell’Italia ' contri ’l furor de' Barbari. 1 1 3 Venezia Paradifo di delizie dove i Papi ed altri Principi rifug' giti non hanno piii defìderato ni il Principato perduto, nè 4 Patria. 114 Auioritì de’Giureconfulti fonllieri. Autoritì del Petrarca, e d’altri. ilj Veneziani difendono Papa Gregorio II. e la venerazion delle facre Immagini contri Leon Imperador Iconomaco. 116 Cardinal Baronio in lode de’ Veneziani per la difefa del Papa, ' e delle Immagini, e per la lor religione. 117 Chiefa di San Marco carica di fante Immagini come trionfante contri rimperadore. 118 Certezza della Storia di Papa Gregario fa argomento verifmile di quella di Papa Aleffandro. VERISIMILE E SEGNO IL, lip Papa Onorio onora i Veneziani con titolo di Repnbblica CriftianilTima per difender la Religione, per la qual fempre crebbe. Trionfo della Chiefa per opera de’ Veneziani fopra Federigo la vigilia di San Jacopo a’ 24. Luglio 1177. Dall' ora in poi i Veneziani nel mefe di Luglio ebbero da Dio fingolari grazie. 111 Mele di Luglio per avanti infaulio a’ Romani, ed all’Italia per diverfi infortuni ^be occorrevano. Circuito d’armonia di Platone, che in certi tempi altera le Repubbliche come ne’ giorni decretar], ed anni climaterici i cotw pi umani. Ili Romani rotti due volte nel di XVII., di Luglio; nel XIX. due volte Roma abbruciata; oflervazione di Cornelio Tacito. 113 Due volte il Tempio di Getulalemme abbruciato nello ftelTo giorno di Luglio, che ora cade nel d’i di San Jacopo; ofler-, vazione de'facri Canoni, e di Giufeppe, 114 Chiefa di San Jacopo prima fondazion di Venezia per occafion di voto per cflinguer un’incendio. 113 Allegrezze, e felici avvenimenti alla Repubblica dal 11-7. in qui nel mefe di Luglio, nei quale indi ad anni 24. ella fece il primo acquifio di Coliantinopoli. (id Argomento della vendetta della morte di Crifio dal tempo mcdefimo, che intravenne f eccidio di Gerufalemme dopo anni quaranta, ed altri efempj. 117 Primo di Luglio celebrato da’ Veneziani per la fella di San Marziale, nel qual ebbero diverfe vittorie. 128 Fella della Maddalena per Tacquiflo fatto nel concluder la Capitolazione di pace co’ Genovefì ; della qual Angelo Aretino nel conf. 2Sp. I2p Fano d'arme del Taro adi 6. di Luglio, nei qual fi ccuninciÀ a ricuperar T Italia dalla man de'Francefi, e la preda che da efla gloriofi portavano via. 130 Prefa di Colfantinopoli la prima volta adì XVII. Luglio nel giorno di Santa Marina. 131 Feda di Santa Marina celebrata, nel qiul giorno la Repubblica acquidò due volte Padova, e diè principio ad acquidar il redo dello Stato occupatole dalla Lega di Gambrai. Parole della parte di celebrar detta fedivith. Prefa di Cadiglione, e Lodi dopo Tettava di Santa Marina, che cade nella vigilia di San Jacopo. 133 Capitolazion tra Collegati dove fi conferrnano gli Stati diTcrra ferma alla Repubblica fatta adi 2p. Luglio 1523. 234 La Serenidima Signoria vifita folennemente la Chiefa del Redentor la III. Domenica di Luglio, nella qual la Citt^ fu lù berata da una orribile, ed inaudita pede. Repubblica riceve vittorie, cd altre allegrezze da Dio nel mefé di Luglio in fegno di remunerazione d^l fetvizio predato a fanta Chiefa in detto mele. 1^6 Domenico Memmo, Procurator di S. Marcp, uno de’Capitani di galea che combattè nella giornata contra Federigo. 137 Filippo Memmo, Dottor, guidò Otton prefo nella giornata navale al Padre, che lo fè venir 3 Venezia ad umiliarfi la vigilia di San Jacopo, 138 Dio non ceda di dar premj a’difcendcnti difeendendo in edi S er ragion ereditaria la virrii, e meriti de’Maggiori. Sercnldimo M. Anronìo Mommo rapprcfcntantc,i fuoi Maggiori col merito, e colle virtù cfercitate ne’ fupremi carichi della Repubblica. 140 Creato Principe la vigilia di San Jacopo miracoloramente, nella quale per opera de’ fuoi maggiori Papa Aleffandro pofe il piè fui collo di Federigo. 141 Portato fuora il dì feguente dal luogo dove Papa AlefTandra fece il detto atto trionfante a Ipargcr oro e argento con /ingoiar applaufo di tutti gli ordini della Cittk. 142 Dio ha voluto dar fegno di raccordarfi del merito pel fervigio di Santa Chiefa. Efempio che di quanto ben fi opera fi crafmecta il merito an-^ che 3 i poderi ben lontani. // del Sommario^ PER LA storia DI PAPA ALESSANDRO IIL Pubblica nella Sala Regia a Roma, e nel maggior Configlio a Venezia, ALLEGAZIONE DI CL. CORNELIO FRANGIPANE J. C. Contrd h narraj^one contenuta nel Duodecimo Tomo degli Annali Ecclejiaftici. Deus aferiat labia mea ad veritateìi. Leu NI penfano fottrarre alla Sereni/Tima Rcpubblica di Venezia il fondamento delle Tue prerogative ) fé impugnano la veritk delia Storia di Papa Aleflandro III. venuto qui profu*. go dalla perfecuzion di Federigo I. Imperatore, rimeflTo in Sedia, dopp la vittoria navale centra quello ottenuta dal Doge Ziani. Nel che quanto s*ingannino ognun potrb veder, c coaolcer dalla noiira Allegazione del Mar Ubero fcritta centra il Valquio, e Ugon Grotto, Autore del libro intitolato : Mare liherum * e centra altri : tanto ancora s'ingannano, negando quella Storia, dove, in vece dì acutezza d’ingegno, cortezza, e ^arlitb ne mollrano • Alcuni con femplicc narrazione diverfa, altri con alTai poco penetrar di penna, ma a guila di Scorpione, la pungono; altri fcrivendo, non mano, ma calcio par che adoprino, cosV l^n calpedano. Aperto morte la impugna 1* Autor degli Annali Ecclefìadici, collantemente, intrepidamente tanto, che egli, come foldato gloriolb, avanti che combatta, Tuona la tromba, vantandoli di doverla far conofeer una impodura ; quafì, per ingannar il mondo, Te l’abbia fìnta; e dice di proporre una pietra Lidia da paragone, per conoicer la veritb dal mendacio. Ma fe fìa tale, o elitropia del mugnone, efamineremo nella prelente Allegazione. Non redo però di compianger PAutor in molte parti de’ Tuoi volumi, che, ùtrovatafi una teda come di acciajo a tanta fatica di Icrittura, Opera già grandemente defìderata ( come riferifee il Cario ) da’ Padri nel (acro Concilio di Trento; dovendofi impiega^v re in avvivar' le memorie di fanu Chiela, e de' Tuoi Fedeli, e Tomo IL Nn devoti, col raccontarle cofcfucccfle, come è oggetto de gli Scrit» tori delle Storie; fi è affaticato in alcune fcriver contra il co appiglia alla narrazione di due Autori uovati da nuovo, contemporanei ( com' egli dice ) del fucceflb ; 'uno i lenza nome, che [crive i fatti di Papa Aleflàndro ; l'altro i un Romnaldo Arcivefcovo di Salerno, che fcrive le Cconicke del Mondo; i quali Autori dice anche elfer Dati prefenti.- parò gli elàlta come tedimonj maggiori di ogni eccezione, che lor non G pofla dir in contrario; da’ quali cava che Federigo I. Impeindore l’anno precedente, che fu del tipd., vinto con gran (Irage da’Milanefi, non Papa Alelfandro, ma eUQ era che fuggiva ; e ili quel che mandò a dimandar pace al Papa in Anania; e che il Papa, aifcntendo, non profugo, .ma trionfante venifle a Venezia accompagnato da tredici galee dd Rè di Sicilia, che lo conduBcro pel mar Adriatico in lllria, e poi a San Niccolò del Udo, dove il Doge Ziani io andò a le-, ^ar, e io condulTe dentro a Venezia: indi che andalfe a Ferrara, e poi tornalTe, q che trattalTe coi Minillri Imperiali la pace ; vi venifle l’ Imperadore, e che la vigilia di San Jacopo andafle alla Chiefa di San Marco a baciar il piede al Papa; il quale il di feguente a richieda dell’ Imperadore cantalfe la Meda, e fermoneggiade in un pulpito ; e le parole che Latine diceva, acciò, r imperadore le intendede, un Prelato gli replicava in Tedefeo ; e vi narra di mofebe, e zanzare, e di altri liroili particolari accaduti, e la dimora, e la partita de’ detti Principi. Quedi due libri vuol che fieno una pietra Lidia da conofeer la verich dal mendacio delle cofe che narrano le Storie Veneziane. Ma quelle per principale, e in fodanza, dicono.- che Papa Alcdan-. dro fuggidc incognito per fua compiuta ficurth a Venezia che per lui, divotamente ricevuto, la Repubblica mandade AmMfeiadori all’ Imperadore per uffizio di Pace : che non folo non la conccdcde, ma che m andade un’ armata verfo Venezia, perchè gli fi dede nelle mani il Papa che la Repubblica armalTc, c gli mandade il Poge Ziani contra : che combattede, che vincede, c che menade cattiva l’armata con Otton Figliuolo dell' Imperadore, che ne era Capitano, prigion a Venezia : e che egli, mandata con compagnia di Senatori al Padre, fodc mezzo di coochiuder la Pace : che 1’ Imperador venide a Venezia a geitarfi a’ piedi del Pontefice, il quale gli mettede il piede fui collo, dicendo le parole del Salmo Super afpidem &c. che l’impeiadore gli Tomo II, Nn z rifpon. f irppndefTe che ’l Papa gli replicafle, per la qual azione folTe iHituita la folennick di Spofar ogn’anno il Mare. Narrano anche la conccITtoD delie infegne che in cerimonia la Sereninima Signoria porta, e delle Indulgenze: ma il lodo che vorrebbono elpugnar è la vittoria ottenuta centra l’Imperadore; chelaltre circoHanze poco rilevano, fe non in quanto che Ibno adminicolo della prova principale. 4 £ perché a provar le vittorie li fbgliono allegar opere pubbliche de’marmi, o delle pitture, dove, lucccfle, dcfcriverfi fogliono, o Croniche, o Storie, o felle pubbliche, ofatna, che, correndo, e Tuonando, a guila di fiume, nella poHerith fi diffonde, e ne perpetua la fede, e la memoria loro; benché una di quelle at*. tellazioni ci ballerebbe, le addurremo tutte; così ben e fondata la verità di quello iucceiro; e mollreremo che gli Autori i quali pare che ferivano fin in contrario, ne prellano il confenfo, dato anche che fufTcro legali, e degni di tffer creduti. 5 La prima pruova fi chiamava iStilograha, che é, quando, fuccelfa la vittoria, fi delcrive in colonna, o altra pietra che fi mette in pubblico. Quello titolo predò a'Settanu Interpreti ha •1 quinto decimo Salmo, dove Teodoreto dice: Columna Vincen „ TiBUS quoque nigitur ceeUta Uttem nefcìentibus, viCiorism^ indi-,, ctmtibus • Come anche ordinò Augullo, che le fue imprefe fece fcriver in colonne di mecalb avanti il Tuo Sacrario. Se ne veg^ gono anche di altri Impcradori, e Re per tutto il mondo. La vittoria contra Federigo l'abbiamo dcfcriira in una pietra a Salbore affida alla Chiefa avanti la quale fucceffe la giornata: le lettere fono antiche ; e quando fu polla, 1 ’ Iflria era nel temporale fotto il Patriarca d' Aquile)a .* in ella i feguenti verfì leggono: Hbus, porut. 1, celebrate locum cìuem Tertius olim Factor alexander donis coelbstibus auxit. Hoc ETENIM PELAGO VENRTAE VICTORIA CLASSI DbSUPER ELUXIT, CECIDITQUB SVPBRBIA MACNf Indvpbratoris Federici, rbddita sanctab ECCLESIAB pax; TVMQVB FVIT IAM TEMPORA MILLE Septvaginta dabat centvii, sbptemqve supernvs Pacifbr advbniens ab origine carms amictab, Quella pietra, a ragion di Scoglio, l’Autor degli Annali ha fuggito di toccare, perchè certo, le ci avede ben penfato fopra, non farebbe andato ramo oltre a fcriver come h^ prclunto; perché quello folo ballerebbe per piena fede, c tcflimonio, quando anche altro non ci fode: al che tutti gli uomini ragionevoli, e legali fon tenuti a prcfiir compita fede, perché quelle fono vere pietre Lidie da far conofeer laverith dal mendacio, fenza le quali è ncceflaiia alcuna Storia ^ per atiellarci la verità, fecondo „ Ciuleppe ad Apirne, che dice. Eo quod ab initio non fuerat jìud'tum apud Gr^cos publicas de bis qua femper agunttsr proferre con-,, fcriptioneSy bec etenim praeiput (T erroremy poteflatem merendi ^y pojìsris vetus aliquod volentibus fcfiptitare cencefpt\ però dicono le „ Glofe, c ì Dottori.* Sì in aliquo Lapide, vel columna inveniatu „fcripn. Jqriptyra ejì éàbihenéa, in c. fané in vcrb. dijiich 24^ q, 2, et in c, cum cavjja de probat. et ibi omnes Scribenres» Speatl. de prober. •ùidendumy num. 12. taf. in l. fané, num. 26, ff. fi cert. petat. Aret, infi. de eHion, §. psneles^ num. 2. H/ppol^r. in l. prenatn, §, in rationibus. C. de felfisy Ù" de probar. num. 191. Hier. de Monte de finib. cap. 61. per totum. Mefeard. de pròbar. conci. 105. pofieaquam, nu. IO. Ù" conci. ^99. confineSy num. 5. et allegata per Cagnol. in I. 2. num. 6y. ff. de orig. jur. Ò*pcr Potjfdorum Ripam obfervar. 6%, Craver.de antiq. tempor.par, l. verf. oB/rva daruTy man. 13. traB. ro, vj. fol. 141. ) dove dicono U 8 ragion dcllcfficacia di tal prova. Talis fcriprura in Lapidibus^ aut ^y cofumnis publice apparet y (T inducit nororium: ob id impuratfdum yy viderur et de cujut jnajudicio agiruTy cùr non contradixerir y come . fece lo ReiTo Fedengo, il qual contraddìlTe alla memoria, e iferi 9 zione che fì trovava nel palazzo Laterancnlè ; tenendo egli, roa centra ragione, che foffe pregiudiziale alllmperio.* di che lì ragionerà più ^ ^Hb; e come è il cafo che narra il Coppola. ( de fervir. urb. prted. c. 70. nu. 9. ) Quella pratica forfè fh apio prefa da' Greci, come da quelli da^ quali fì hanno, imparate le altre leggi; (A a. ^ de orig. /ur. T. Uvius dee. \. lib. 3. Dio. Halicarnas. lib. io. } perciocché i Mantinei, avendo fatta giornata con i Tegeati preifo Laodicea convittoria incerta; ìTegeari, a che chi leggeva le ifcrìziont de'fepolcri pcrdefse la memoria.* di che ne artefta Cicerone: ( de feneBurv in princip. ) „ fepulcbra legens vereoTy quod ajunty ne perdam memoriam: onde di certa forta di memorie ne'lalfi vicn detto ap prdfo Digilized by Google ^86 ALLEGAZIONE preflb Tacito* prò fcpulcèrh fpcmuntur ( lìb. 4. ) Con tutto ciò non fono tanto prive di fede, che non diano adminicoio di pruova; come, per provar il buon fucceflb del fano di arme delTaro, dei qual fi parlerà infra al num. jip, il Guicciardini addace la infcrizione del fepolcro di Melchiqr Trivifano qui nella Chicfa de’Frati Minori: per i’acquillo di Ceneda facto dalla Repub" blica, oltra altre pruove, fi adduce i’epicafìo nella fcpoìcura de! Doge Tommafo Mocenigo t S.S. Giovanni e Paolo. ( Mafcard, (ie probat. con. conpnes aum.n. Guicciard. bijì. lib. z. Onde, fe non li cava fe non tal qual pruova delle cofe dalle ifcrizioni de’lepolcri, non doveva il Sabellico, contrario a sé llcf^ fo di quanto ha ferite* nella Storia Veneziana, nella univerfai che fcrive ( lib. 5. Eneadc p. ) maravigliarn che nel fepolcro del Doge Ziani non li facefle alcuna menzione dì tal vittoria; perché loimlTione in fimilì luoghi può venir da diverfe caule; o da umiltà, o da grandezza, che balli a dir il nome del perlonaggio che fì rinchiude, come quel che, dettoli nome, dice carera norunr Ù" Tagus, et Cnages, Scrive il Guicciardini che Gian Jacopo Triulzio, tanto celebre Capitano, non avelTe altro Icritto nel fuo fepolcro, le non, in quello eflb ripofTarfì chi innanzi non s’era mai ripofato. (lib. pag.^po.) Può ancora avvenir una tal ommilTione per non render ingrati i fepolcri a’vinti, ed efporli alla loro ingiuria, col commemorar le vittorie oi'« tenute: perlochè Ciro, Rè de'Per/l, nel fuo (epolcro, dove loit „ narrate le fue gtandezze, vi fe in 6n aggionger : Jra^uc ne miI, hi ob hoc monurnentum invideas rogo. A quello fin nel fepolero del Doge Andrea Dandolo, che è nella cappella del BattiHerk> di S. Marco, fu tralafciato l'Elogio fattogli dal Petrarca, che £ l^ge nella pillola 25. foritia al Bcnimendi, Canccllier grande, che ne lo aveva richiello dove commemorandoli le fue im' prefe di Candia, del Tirolo, dciridrìa, di Zara, della rotta data a'Gcnovclì a Sardegna, fu tralalciato, e poHovi quel che al prefente fi legge, dove non fì Hi menzione veruna di quelle im14 prefe. Oltreachò, è flato ufo de Dogi antichi ne’ lor fepolcri non metter nè ornamento Ducale, nè anche il nome proprio, come neirillefsa cappella fì vede quel del Dcge Soranzo. Il Doge Andrea Concarini fepolto a San Stefano nel claullro non vi aveva ornamento Ducale, nè veruna lettera; e pur fu quello che liberò la Patria daÌi’alTedÌQ con vittoria cost fìneolaro, e al tutto "^ifognofa centra i GenovefìaChioggia. Scritte da me le fuddetee cofe, mi è venuto a mano il Libro della Repubblica del Cardinal Contarini, il quale nel Libro primo in quello propofìto cosi fcrive: „ Mk gli Antichi nollri tutti di uno in uno confenti-,, rono dì aggrandire la Repubblica fenza aver rifpetto dell' utilità pri-,, vata, e deironore. Da quello cialcun può far conghiettura, che,, nclTuna, o molto poche memorie di Antichi fono a Venezia, di „ uomini per altro chiarilTimi in cafa, e fuori: dirò un’efempio fo„ lo, tra molli, di Andrea Contarini Doge, mio parente, Al lem-,, pQ della guerra Genovefe, importantilfìma, e pericolofìfìima di „ tutte, con incredibU fapienza, e (ingoiar grandezza di animo, „ lalvò. z 87,) falvò la Repubblica; e data loro un^ grandifllma rotta, fracafsò yy i nemici gii vitioriofi, tutti, o ammazzati, o fatti prigioni. Confervata la Patria, ordinò nel Tuo tcllamenio che alla IcpoU yy tura fua, la qual ancora al «fi d* oggi fi vede a San Stefano, yy non fi mctteffero alcune infegne, nè armi della famiglia noUra; yy ma che pur ivi non vedrai fcritto il nome di $j gran Doge. Il nome, e adornamento, che ora fi vede, è per opera di Jacopo Contarmi, Senator di riverente memoria ^ il qual, tutte le buone arti, e ogni virtù amando, ravvivarle fi affaticava : Egli fù il promotor, coadjmor, e mantenitor del Bardi, che le la raccolta della Storia di Papa Aleffandro, alla qual però TAvverfajdrio non fi ha fapuio acquetare. Qu'i non debbo ommettere lo sfacciato mendacio che contra le predette cale dice Giorgio Menila ( Uh, 6, Ccograpb, Jivc anriq. Vicheom. ) che nell’ Epitafio del Doge Ziani, dopo aver numerate le vittorie ottenute da altri, di queffo fatto di Papa Aleffandro. non dica altro, fe non : kinos conjunxir gladios : fc quello folle vero, forfè avrebbe qualche ragion effo., e il Sabellico di dubitare. Ma la Icrittura è molto diverfa; la qual, avanti che fi. perdeffe nella nuova falbrica della Chiefa di S. Gregorio Maggiore, il Sanfovino, tanto benemerito di quella Citt^, nel dar conto delle fuc preclare cole memorande, l’ha regifirata nel libro quinto della fua Venezia; non mi difpiacerb, qui fcrivendola, farla legger, per convincer di tanto mendacio l’Autore, qualunque i verfi fiano, f/ic Dhx egregiwr, fapicnSy dives cenerefeity Vivir cum CbnJÌOy Mundo. fua famrn_ nhefeity Sebafìianus vochatus in orbe ZianuSy Cum Papay PrincepSy CleruSy ^tebs Jbunc rccolebaty JnJìut^ purusy cajìusy mìfisy cutque placcbap. Confitto poilcns, bona planrans, et mala tollens, Robur amicorumy patria luxy fpei mìferorum Et flos cun^orumy Duk eteClus Venetorum ', Binos eon/unxìt gtadioSy O' more rcfulfty Etoquìum fenfus, bonitas. degnila cenfus, liti parebanty nulla •virtute cartbat. Dove le parole : mundo fua fama nitefeh, cum Papa Prineeps Jbunc rccokbat \ bona planrans y et mala tollens, robur amteorum, fpes miferàrumy binos conjunxit gladios y non venendo a nomi particolari, per li rifpetti gi^ detti, ma applicate al fatto tanto notorio, come era allora, ed è al preleme, pur troppo ballano : maflime che fotte di Ini non vi è da raccontar altre vittorie, nè fatti notabili, come afferifee i! Merula.. II. Seconda fiilografia è la pittura roeffa ne’ luoghi pubblici, dove 17 fi deferivono le vittorie ottenute ; come quelle marittime di Agrippa, che le fè dipinger nel portico di Nettuno ; quella di Gracco nel tempio della Concordia .• ne’ pubblici, trionfi ancora fi poruvano .• di quella di Meffala, di L. Scipion, di Ollilio Mancino Ch menzion Plinio ( lib. 30. cap. 4. ) : quelle di Tramano, e di Antonino, lono defericte nelle loro colonne a Roina, ma con figure di mezzo rilievo in marmo, che ancora fi V veggo x vedono : quefla fk fede, come le lettere feoipire neTaHì, non efl^do altro la pittura, che orazion che tace, c Torazion pittura che parla* onde i Greci, non facendo differenza da Pittura a Scrittura, come confìdera il Cardinal Paleotto, ambe le chiamano yp^m : anzi per memoria ^ piu efficace la Pittura, che la narrazione in iferitto, come fi vede nell' uio della memoria sSartifiziale, che per via d’immagini lì fupplilce alla naturale .fopra che dice Qiiintilliano : ( Uh. ii. cap, 3. ) pidura taccns,, aÙus y Ù" babhui femper cofdem Jic ìntemos penarat affehius, uf „ ipjam vim dicendi nonnunquam fuperare videatur : „ dove i Padri nel Concilio Niceno fecondo differo : „ major tft intano, quam „ orario ; atque hoc providentia Dei conttgu propter idiotas bomiftes, perche fervono per lettere degli ignoranti. ( j^dion. 5. Concilior, rom, 3. foi, 501. c. ptriatum de confecr. dijì. 3. D. Tbom. %. a. q. P4. arr. 1. primum. CapcHa Tbolofan. q. 303. Ct* allegata per Cardinalem Paleottum de Jacris imaginihusy et profan. lHt*l. cap.^» Frane. Curt. de feud. par, j. in princ. num. i6. (T per Cepollpm de fero. urh. prsd, c. in f. ( 5 * per Dod. in c, l. in prin. ae pace Ijtenend. ) Dove l’Alvarotto, volendo addur teffimon; della verith di detta Storia, dopo aver allegate fopra ciò le croniche, e gli annali de' Pontefici, allega le pitture che la deferivono in Venezia, e in Siena.* „ Ut de prxdidis pa/ee in aula folemni Civitatit,, Venetiarunìy uhi bac bifiorta mirabÙiter pida ejl. Fraterea dieta,, bijioria fatU diffufa in aula Civitatis Senarum, ex eo quoà àidut „ Papa jilexander fuit nationc Senenfis. Così anche altri, come teffimonio degno di fede, allegano dette pitture; Ermano Schedel nella cronica ffampata in Norimberga, Giovanni Stella nelle vite de'Pontebci fotto AlefTandro; Erancefeo Modello nel libro z. della fua Venezia di Pietro McfTia nella vita di Federigo ; Remigio Pofliilator di Giovanni Villani, per fuppiir quel che ivi manca { Uh. 5. c. 3. ): ma Francefeo Sanfovino nella Ina Venezia vi aggiunge quelle di Roma coq le fue inlcrizioni : dice eh; ve ne era una nel Palazzo Laterancnfe con alcuni verfi ; gli ultimi de’qnali dicevano: Naw pRorucus Latet in VenetJs tandem manifejlus Regi Romano pacifeatus abit. La ifcrizione fotto la pittura del Vaticano nella Sala Regia così dice: „ Alexander Papa III. Federici I. Imp. iram, bt,, IMPBTUM FUGIENS, ABDIDIT SE VeNETIAS J COGNITOM, BT A,, SENATO I’ERHONORIFICE SUSCEPTUM, OtHONE ImP. Fìtto NA-,, VALI PROBLIO A VeNBTIS VICTO, CAPTOti. FeOERICUS PACB „ FACTA SUPPLEX ADORAT, FlDfeM,ET 0BE9IENTIAM POLLICITUS. 5, ITA Pontifici sua dignitas Venet* Reip. beneficio re„ STITUTA. MCLXXVII. ■2.0 B perchè non fi creda che ciò Ila flato capriccio del Pittore, come vuol inferir T Autor degli Annali, è da laper, prima che detta Storia foffe dipinta, c col predetto Elogio fottofcritia, fu da Pio IV. ordinata una congregazione di Cardinali, tr^ i quali entrava 1 ' Illuflriflìmo Cardinal Sirletio di veneranda xnemotia .di che me ne diede conto Marc’ Antonio Gadaldino, luo fapula m, c Digitized by Google DEL FRANGIPANE. z8p re, e gentil* uomo letteratiflimo : quefli fecero dìIigentUTimo proceffo degli Scrittori, e delle fcritture, come de’tcHimonj degni di fede, in guifa che fi dovefle far una canonizzacione, e in quella maniera che Dio non lafci fallar la Chiela nelle liie.aP ferzioni : pervenuto il Pontefice in fondatiilima cognizione di verità, ordinò la pittura a Giufeppe Salviati, Maeflro celebre, e ringoiare, che da Venezia fb chiamato, e di tal lavoro mi dilTe aver avuto mille ducati, che non fi fpendono cosi in meri caprieej de’ pittori* £ .perchè la pittura cosi ordinata dee far pniova, e piena fede; Aleffandro VI. fè dipingere in una loggia dì Cafiel Santo Angiolo rofTequio, e la riverenza di Carlo VIU. fervente alla fua Meflà Pontificale, acciò tal cerimonia fi confervafle nella memoria de'pofleri. ( Guicciard. lib. i. car. 35» ) 21 Quelli fono lenimenti pubblici rogati db Principi iit^ri, e che non co(^ofcono fuperiore; che la lor gloria, e grandezza è la liberti/ ne’ quali quando cadeffe mendacio, imbrattar il lo ro fplendore; perchè è qualitb quidditativa di chi è libero non dir, fe non verità; come è qualità fervile dir il mendacio. 12 Però dicono t facri Canoni che Pio non lafci mentir la Chiefa Romana, (e.srcHm, gi. m Z4. 1.) alla qual anche fi convien quel che fi dice delle perfone pefate, e. gravi; Nm éiirJ il fsljo effetti il fntdtntt. Qui corre la fleffà ragione che cade, fe occorrefTe feoprir un mendace nelle làcre Icttercj delle quali dice Sant’ Agollino {inEpifl, MdHi lamente, non fuggitivo, non è da tralalciarc il tdlimonio di Pietro dalle Vigne, il quale 6or'i in que’ tempi,, nè maneggi, c negozi dell’Impcradore con Sanca Chidà ; nel principio delle Tue piitolc, dove intieramente è regiArato il c. ad apojìoiico de te jud. in 4. dice!,, fece ( Federico ) uri altro Papa ^ e pìife altri „ Vejcovi nelle Chieje dell Imperio^ ma alla fine andh a ({inedia y ove,, il diritto Papa era FuciTO, e li fece fuo comandamento : “ la qual autorità (i può -aggiunger a quello che di quello dice di aver villo il Bardi; cioè, nella vita deU’Imperador che fcrive, fa menzion della prefa di Ottone. Con quella AclTa regola rela^'tum cenfttur in referente fi poObno legger i Commentatori di Dante, luoi fcolari, che furono gih trecento anni, nel commento del I^ndino al canto i8. del purgatorio, i quali egli afferma aver veduti, c ad unguem ferivo la detta Storia come i Venc. ziani la narrano e dipingono ; parte de' quali regìAra il Bardi con molto numero di altri Storici che in conformità fcrivono ; ^ al quale aggiungerò i feguenti da lui tralalciati colle confidera2Ìoni fopra alcuni che egli fimplicemente nomina : quanto agli ^paltri, che egli allega, intendo, per corroborazione della verità, che qui lì abbiano per rcpetiti. Benvenuto de’ Rambaldi, Autor di trecento anni, nel iuo AuguAal, che irà le opere latine del Petrarca fi legge lotto Federigo, Icgue detta Storia / e in fine dice: „ Alexandram Papam perfecutuSy apud Veneros vitlusy “ (?*r. 40 che è (guanto piò difiiiiamente fcrive il beato Antonino nella ivia 'Storia; ( p. 2. tit, 17. c. i. io. in fi, fot, 214. ) „ Cum Friyy deritut Imper, veniret ad Urbemy Alexander y timens ejus potentiamy „ Fernet ias refugity ut manut e/us evaderet : fuper quo indignatus Jm~ „ perator y armavit cantra Venetot claffem, cui prafeùt Otbenem fi»,, iium fuum ; 0 “ ad repofeendum AlexandrurH Pontifkem mijit. Fe~ rum Otbo fUius Imper. primo concurfu navali prodio fuper atw J yy Clajfc Fenetorum, qui juvabant partem E(cUf$te .SanSìx, Ù" Aleyy xanàri, captus, duéius ejì Fenetias. Anno autem fcqueuti, procurante Otbone filio Imp. qui captus erat, ablata e(l dijjeafto inter yy Papam, Imperatorem ; et faHa afì pax, indeque magnus ■ bonor,, et gloria fecuta funt Fenetos, quibus ad ptrpatuam tei memoriam „ Pomifex Jummus quadam injignia perpetuò ferendo donavd, Miror „ autem quhd nec Fincentìus in fpeculo bijìorialiy nec Joannes de Co. yy li faciane mentionem. “ Dove è da notar che fcrive la fuga di Papa Alclìàndro a Venezia; la vittoria avuta contra l'imperadore; e la prefa di Ottone fuo figliuolo. Si attenda ancora che la battaglia fu un’anno avanti la pace fatta ; e che in quello luogo non vi metta il calcar del piede del Papa fui collo dell’ Impcradorc; il che riferilcc poi in altra fcritiura, come diremo ai luo luogo, ai num. 55. Oltra ciò, la maraviglia che fa, che Vincenzo, nè Giovanni di Coli, non abbiano tocca queAa Storia. Confidcrafi poi la gravità dello Storico, che è Teologo, e verfati 01 ino in tutte le Storie, avendole fcrìtte dal principio del Mondo fino a i fuói tempi. 41 Nello fiefib tempo Laonico Calcondila, Areniefe, nella fiia Storia Greca al lib. 4. fcrive dello fiefiò fatto, come i Veneziani hanno meno in Sedia Papa Alefiandro dopo la vittoria ottenuta centra Federigo, il quale chiama Re barbaro, infinuando il fuo cognome di BarbaroUa. 42 £ perchè gli Scrittori delle Storie dicono : lUud veritash „ bijìoria Jifftum eertum effe y fi de iifdem tebus wmes confentiant : „ ( Jofepk. cMtTM Apptenem lib. j. ) emnes fcilicer y ^ued a pluribus yy dignieribus ( gl. in eap, de quibus. difiin. 20. r. in eanonicis. ^ fui dem de conjecr. difi. 1. Barbai, cmjtl. 12. illum num. 21. W. 4.) Reciterò alcuni, olirà i predetti, che feguono la detta Storia forelheri, e alfai interefiati per l'altra parte, che, non elTendo vera, dovrebbono piò lofio contraddire; e fono di tal graviti, che il Mondo lor crMer fuole ; anzi alcuni dì efll come tali fovente fono allegati dall’ Avveriario. Raffaello Volaterrano in due luoghi ne fcrive, ( Urbanor. •commentar, lib, ^ et 27, ) il quale è da attender, come quel che aveva alle mani, e verlava i libri della libreria Vaticana, come egli attefia nel lib. 3. nè fi è ptinto moflb dagli firaccioni de* libri, come ha fatto rAvverfario, fe pur vi eianoi al luo tempo : ha dedicata l’opera a Papa Giulio li. in faccia del quale, e di tutto il Mondo nell’ arringo di Roma fcrive detta Storia eOer fuccefia come la narrano i nofiri 43 Scrittori : così fono lo fieffo Giulio II. ha fatto Giovanni Stella nelle vite di 230. Pontefici che fcrive. ]acopo Spigellio, Tedefeo, parlando di Ottone dice : „ fttem cateri Scripteres y et e»*,, temi y ò" nofiri, ■ vi&um navali praiio a Venetis ajunt in caafit „ fuijfe fuibd fiater ex diutina difeordia in Alexandri Papa gratiam „ redierit. ^ ( >« Scbolm ad Gumermm lib. 1. de gefiU Fnderici ) Ertemano Schedel) Tedefeo, nel fuo volume De biflortis atatum mtmdi fol,t%i. Rampato in Norimberga, fcrive parimente la prefa di Ottone, e la pace feguita per opera de’ Veneziani. Alberto Cranzio, Autor diligemiffimo delle cole idi Germania, che Icrive, fpefib allegato dall’ Avverfario, fegue la detta Storia, e dice ( Metrop, Saxon. lib, 6. cap, 37. „ Annui erat feptuagefimus fe„ ptimnSy Ò" Eufebii contìnuator tradir, oSavus, ut AH nonni pofl „ mille eentumy cum- Imperaror y capto Otbone fiUo, quem rlajfi prg*. yy fecity Veneta classe intercefto, Vbnbtias, ubi erat fummus yy Pontifex Alexander y ebeoucto, de pace, Ò" reeonciliatione tffira*,, citer cogitavit. Il Contìnuator di Eufebio dice lo fieffo tutto di diretto contra quanto vuol affermar rAvverlario; come Martin Cromero nella Storia di Pollonia, ( lib, ii, p, 2. ) e gli al44legati dal Genebrardo nella Cronolt^ia. ( lib» 4. foL dii. ) Vi fi aggiungono altri forefiieri, Giovacchimo Becichemo, Scodrenfe, nel fuo panegirico; Gregorio Oldovino, Cremonefe, nella fua Venezia al lib. 3. Orlando Malavolta nella Storia di Siena p. i, lib. 3. car. 34. tien quefia narrazione per maggior verirh. Modernamente Giofeppe Bonfiglio, Cofianzo, Cavalier Meffinefe, nella Storia Siciliana p. i. lib. d. e p. 3. lib. 2. e per ultimo i Padri Digiti. by Googlc DEL FRANGIPANE. Padri Gefniti, nel cui feno ora unico refugio hanno tutte le fcienze, dottrine, e buone arti ( minalecito, quando allego uno di cflt che Icriva, allegarlo così in plurale; poiché i loro Icritti non cleono, le non purgati, ed approvati dagli altri) dicono per cola chiara, lenza veruna dubbierà, parlaiido de* Veneziani : „ licere Fi-,, itum F edntci Aembarbi Otbonem^ captumque ohulere AUx. Ul.Pon„ tifici^ ijui Vertetias Profug&rat. “ Marrmus del Rio diftfuijitio. Ultimo, lalciando altri moderni, non lafeierò di allegar anche i noltri Giureconfulti, i quali léguono la detta Storia, effendo Autori di profcHione, dove fi tratta di roba, e di vita, che gli uomini pih cauti, ed accurati; e Mrò degni di efler leguiti in quel che Icguono. Pietro Ancarano, IX}Cror antico, nelle lue letture canoniche {in c.i, nu.io. de conjìit.) facendo mcnzion di Papa AlelTandro, dice tanto, quanto balla per confcrmazion della Storia : „ prò quo Vr.NBTi arma fumpfere,, contro Imperatorem Federirum y Ò" ohinuerunt in beilo. ^ M. Antonio Pellegrini de ;wre fijci nel tib.Z. ai titolo de mari num. i8. fìt la iìefla narrazione. Camillo Borello nel volume fuo de RegisCa tboltci praftentiay al cap. ^6. num. a^4. allega, e iiegue Angelo Mattiaccio de vta jurisy nel lib. i. cap. ^6. e gli allegati dal Dottor Marta, i quali fìegue parimente (ri» Jlar.de /urifdiBione p.t. cap. i8. num. 21. ) : i Dottori Francefi parimente la feguono : Stefano Forcatulo J. C. { deCalUr.Jmper, fib. pag.q.ij.) yy Planb ^ Duch {Venetiarwn) ematus didici non parum aMÌàilfe Alexandrum „ III. Pontificem renmutrantem fcilicee Venetos y quiy SebapianoZia» „ noy Federkum AemAarbum Imp. navali pralio profiigarunt. Guglielmo Sodino nel luogo contra il quale fcriveremo infra al num. 67- fegue la detta Storia, come egli dice : „ qua omnibus,, omnium feri biftoricorum fctiptis eonsinetur : e da alcune paro le ivi molila di non creder sì facilmente certe cole ; e pur crede queOa. Crifioforo Sturcio, Dottor di legge, Tcdcico, nel luo libro de Imperio Gtrmanorum cap. 4p. num. 17. inerendo alla detta Storia, conferma la rotta dell' armata* di Federigo da' Veneziani; e giuda la dottrina legale di accordar la dilcordia de* tedimonj in quel che dicono alcuni, che non Ottone, ma Arrigo, phmogeniio di Federico, folle Capitano ; alTcrendo altri che Ottone non avelTc et^ abile a quel carico, egli Icnve che vi 45folTcio due hgliudi. Ma io non mi contento di quello accordo, perché non c é bilogno ; che punto non olla Tardilo argomento del Sigonio centra la detta Storia, il qual ha tralatuaca di narrare .* die* egli che Arrigo dei 117^. aveva anni undici ; onde Otton terzo fratello allora non poteva aver ec^ abile a trattar negoz;, pruova che Arrigo m quell* anno avvflc anni undici, perché di lopra ha riferito che ave/Tc anni cinque, quando fh fatto Ré di Germania, che fb del 1170. le lue parole così dicono .* ( de Oicident. Imper. lib.ì^ fub anno iiyó. fol. ^43.) „ Hcnricus fuit Rex Germania y ut fupra diximus y qui cum annis zi. „ ejfet natusy fatili quam atatem agere Federicus, Ù" Otbo pofì eum,, nati pofuerint, ìdefì, quam minhnè rebus agendis idoneam, „ vidersnt li, qui Otbonem ante bac tempora pralio navali eum Tom IL Pp,, Fade ipS ALLEGAZIONE „ Faderatìs nnflixijfe fmpfcrmt, con quii pruova poi di fopn abbia detto che Arrigo avelTe cinque anni quando fu latto Re, Dio ve lo dica; perchè egli non dice altro, che cosi. „ Henricum fi„ /ivi» Minmim gu'mquc punm Refem Ccrrnmit legi, tvmdem^uc „ per PhUippum CoUmieaJem jtrehiepifcepim Aqws currnit, “ Quello e quanto il libro del Battefmo adduce, per provar la fua etìiy con che intende aver a fcriver contri quella Storia contri le atte4$ dazioni di Roma, e di Venezia, e tante altre. £’ da notar ancora, che egli non vuol che Otton, il qual, elTendo terzogenito, poteva aver otto, o nove anni, ( al fuo conto ) non potefle effer Capitano, ma fh che Arrigo di cinque anni Ca dato fatto Re : al che non fi può rifponder altro, che un Regno può aver un fanciullino per Rè, e poi elTer governato da fapienti perfonaggi : perchè adunque un' elèrcito non può aver un fanciullo per Capitano per infegna, per dover poi efler retto col confìglio dei Veterani ; Mrlochè Caligola confidava ( come aveva in mente di fare ) di crear Confolo un fuo cavallo prediletta, ( Suet. in Calig. pag. ioa. Die. Ut, 6p. ptg, 830. ) Pofeia chè anche egli cosi era dato condotto nell' elercito Romano ; cosi anche i Rè di francia fono dati portati bambini. Non odan te la eth tenera di Corradino, i Guelfi di Tofeana non mancarono di far idanza per via di Ambafeiaduri in Alemagna di farlo venir contri Manfredo fuo Zio, che gli occupava il Regno di Sicilia, e di Paglia .■ al che non acconfentendo la madre, forfè impauriu dal cafo di Ottone, fi fecero dar un fuo mantellino, e lo portarono a’ Tuoi, che gran feda ne fecero; follmente ^ aver pegno, ed infegna da moQrar contri i nemici ; acciò fapelTero che fotto l' ombra dell' imperio combattevano ; venuto poi Corradino a maggior eth, ma pur ancora fanciullo, non redò d'andar contri Carlo. (PsuJns AemUius tifi. Sut. Edutrrdo.Jo, Pii. luna! Ut. 6. cup.8ì. ' M.p. eup.%ì. ) C «1 Otton non farò dato „ il primo, ut quem vet imperare jujjilìis., is Jiti Imperuterem etium „ queret, fimut eliqutm i pepulo meniterem effitii fui; SaJluJi. de teliJugureb. pag. no. } jdclla qual colà i nodri Giureconfulti dicono: htfant petejl effe miteif Ò" Rex, (Bar. ini, l. in prine. C.de muner.&bener.fii.io.O' allegat.per Hippet.de MarJU.in l. infans. nu.p.ff.ad l.Cem, de Jicar.iT S/lvan. de feudi recegnieienem q. jd. ma». 7. ) Ma che Ottone non poflà elTer dato abue a quel carico, fe cosi poca età avelfe di otto, o nove anni, l'argomento è da retorquer con• tra '1 Sigonio, che, eflendo dato Capitano in quella fazione, foflc dato di età abile; da ehe fi potrebbe argomentare che Arrigo avelfe molto piò anni, dopa che fi vuol argomentar la età di un fratello all'altro,' maflime di Arrigo fi potrebbe, non avendo altra pruova, che quella di fopra, la qual oltra che è leggeriffima, ha congettura che mollra certezza in contrario ; perchè nella Cronica ai Otton Frigingenfe, (lit.j.cap.fi.) ed in altri autori fi trova, che ad Arrigo nell'anno 1170. quando fìl coro47 nato il Padre, diede moglie Codanza, figliuola del Rè di Sicilia, di modo che in quellàmto, elfendo uomo da moglie, non poteva aver anni cinque. £fe il Sigonio fi feufa d’aver ieguito Gottifreddo Viterbienfe, ilqual ferivo che tal matrimonio foguifTe del tiSò. fi rilponde colle lue proprie parole ( lib, 15. de reg. haiyy f to meno lo doveva fare, quanto che il numero di quegli anni con corrilponde aU'indizione che vi mette i hcchè ragionevolmente li può fofpettar effeme errore ; però del tempo di detto matrimonio non h fidando il Nauclero, per la varietà degli Scrittoti, dice ; yy Vides bic qubd Scriptotts fantpji non folum diverfa, fed adverfa ferh yy pferunt. Utruu verius s(t Qbus novit. Qlcra ciò, fi lu un48 altro argomento contra ilSigonio, che Arrigo in quell’anno tiy6folfe molto maggior di età ; perciocché vi Hende l' illrumento della pace (atta da Federigo col Pap a, e della triegua col Ke di Sicilia, e co’ Lombardi/ dove il Padre, e Arrigo Tuo figliuolo giurano la manutenzion di dettò frumento: fe Arrigo adunque del 1176, • folfe (lato minor in quella maniera di undici anni, non avrebbe potuto giurar dante i capitoli dei Lombardi tranfunti ne’facri Canoni, e feguiti dalla Chicla, e oflèrvati ne’ comuni giudicj; (r, vuli. e, pu^i* 22. ^.5. S. Thomas, 2.2. 8p. arhc. 10. in, corpotc, (T allegata per AffitH. in cap> i. §• hem facramenta* mtnu 7, 8. de pace ptranu firmand. Socin, conjil, j 3. vtfis copJUiis, num, 3. voium, I. ) perchè fpccialmente i Lombardi non avrebbero accettato il Sagramento di un fanciullo di undici anni, fe fecero querimonia contra la legge promulgata da elfo Federigo, che i minori codituiti in pubertà di anni quattordici potedero giurar, per validar i contratti ; per la qual querin^nia Arrigo era rifoluto rivocarla; e non io avendo fatrq, ( percioochè 1^ da morte foprapprefo) molte Città di Lombardia le hanno derogato efpreflamente ne'lor Statuti, come le predette cofe attedano. ( Jifjlt8us in d, §. jin, nu, 8. Àtber. Fuìgof Paul, relat. per Igneum tn autben» Sjtcram. pub. C. fi adver. ven* d'u* Qumer. ltb.%, de uftisFridersci fot. 127. ) Avendo adunque i Lombardi accettato u giurameni» di Arrigo, è conghicttura fondata, che egli non avelTe quella età di undici anni; ma per aver fottoferitto, e giurato, fi dee creder, e tener che folfe molto maggiore di quattordici anni. ( per glo. in c. prttfentia de probat, allegat. per Alciat. de prxfumpt, reg. 2. prsfumpt. 14. nunu d. traS^. som* 4. foL 313. et per Mcnach. ^^prtefumpt. 50. nitnu 22. Uh. 2, ) Onde il Sigonio, fondandoli in cofa si dubbia, non folo non prova quel che intendeva di provare, ma s’incende aver provato tutto il contrario per r^ion legale, che dice : „ Dubia prchatio facn cantra prodttcentem. „ ( f. in prafemia de probat. Ò* ibi Card, col, 2. Abb. num. 34. „ Bero. nu. 138. Mafcard. concluf. ^71. Dubia res- num. 2. Sytag*com.,, mu». opin, Cod, fit, eod, num. et sìlegat. per Vincent, Annibat.,, m nddit. ad Albam confil. 244. dedu^um in fi. et per Cardin„ Ti^. pnabL conclufi in verbo probatio dubia conctuf. 766. num. 8. voi. 6, fai' 5P4. ) Però, tornando ad Ottone, e recorqueodo, come dicemmo, l’argomento, cheOccone, cflendo dato Capitano deirarmaia^ave> va età abile a qoel carico: quedo fi conferma, perchè egli reggeva Tomo II. Pp 2 la Borgogna, e tutto quello Stato, fuccelTovi per eredik mater-i na, del qual fcrive Guntero, Autor che feguiva la Corte di Fedcrigo. ( lih* I. de gcfìis Friderici /. ) „ Òubium puer incfyte dici,, Resene y Come/ne veln\ vererum nant Rcgné PoTBNTER,, AUobregutn materna R e G I s, regntque decore „ Dignns ab encelfo nomen deducit Otbone, 51 Dice, dnbittm, &c. perchè fi legge eh? il Ducato di Borgot gna per avanti folTc Regno, ma de’popoli fieri: ebbe Re piu di cento trenta anni fin a Rodolfo ; il qual, non potendo pih lopportar le continue fedizioni di qucTudditi, rinanziò il Regno a Corrado Impcradorc, che fh ridotto in Provincia, come era di prima • ora è Ducato, ma con potenza, e prerogativa regia. ^ r* vùìumvs. li. l* cap, cum Captila de privil. Cencil. Tridente cap. II. fejf. 24. de reformar. Abb. conf. 62, in controverjia p. 2. Cbejfan in princ. Juper confuet. Burgand, Ò" in catalog. p. l. conJider. 44. Sigibert. in cbronico fub anno 1032. lare Frane. Gnì/ìman. de reb. Heluet.^ lib. 2. c. 8, (Sr 13, Jac. de Ardi?^n. l. f. i. quibus mod. feud. amir. Petrus. Caiefat. de equeflr. dignitar, mmu 120. rraH. tom. 18. fot. 31. ) Ma il Sigonio dice che Ottone non aveva ek abile a maneggiar negozio tale di combatter coVeneziani; e ciò dice, come gli Storici diceflero, che fi abbia portato bene, e vinto ; c poteva penfare che quefia fofle fiata fa caufa, che egli non avendo eth di fperienza forte rotto, c prefo quafi dalla mek meno di numero di galee; fcrivendo Obon Ravennate : pars Otbonem increpare, qui inesplorato es IJÌriee ora foìvtjfer. Or lafciamo d’inveir piu oltre, come fi potrebbe, centra quell’ uomo in altro cosV benemerito delle buone lettere. 5iManco crror è quefto del Sigonio, che la sfacciataggine di Gior* gio Menila; il qual, icrivendo d# ansiquieare Viceeomitum al lib. ò. per tirar ancor erto che la concilìazion con Papa Alelfandro fia fiata per U vittoria de’ Milancfi, nega la vittoria navale de’ Veneziani, c la preCa di Ottone ; procura diverfi argomenti vaniffimi, c frivolìflimi; fpccialmente nega che Federigo averte alcun figliuolo nomato Ottone; e dice non aver letto che ne averte i'e non due, Arrigo, e Filippo : adunque le la Storia non è vera per lui, che non ha letto che averte altri, che i predetti due figliuoli ; farà vera per gli altri che avranno letto, c tutuvia leggono, che ne averte cinque, tra’quali il terzo genito era Ottone, come abbiam veduto di fopra jper Guntero, Corti^ano dì Federigo. L'Abbate Urlpergcnfc, viciniflSmo a quc'tempi, e for-, fe contemporaneo, nella lua Cronica fotte l’anno nytf.dice : „ Jm„ pcrator quinque jam gcnucrar filioSy Enricum^ videlicet y quem defu „ ^avir fieri Jmperatorem y Friderkum y quem effecir Ducem Sitevo^,, rum, ér Otbonem, qui poji modum babuir terram matris fine : “ poi tratta di Corrado, e Filippo : qui fi leggano tutti i l’edeIchi, la Cronica di Suevia, la fpofizion, la Cofmografia della Germania, il Teforo delle GeneaU^ie. Il Nauclero generat. 40. fot. 2^6. ) oltre ciò nega che pqtcrtc aver annata, perche non aveva erre marittime ; fopra di che dilcorreremo nella fecondi^ parte di quefb allegazione : il Bardi fopra ciò dice tanto che ba vi è quello connunaerato, che dice. „ Ante prin„ Cipem portam templi y inter angiporti ojìiay lapis ma^nus rubeus qua„ dratus tjìy in quo aris quadrata itidem lamina infixa foliis vefiitOy „ in qua Alexander IH. Federici Imperatoris Collo pedem imponi „ /wr; ubi propterea litterx incifas leguntur : Super Aspidem &c.I ( Itinerarium Ital. p. i. pag, 34. F. Sanfovinus in deferìptione Venet. lib. 1. pag. 34. Jofepb Bonfìl'tus Conjìantius in bijìoria SicuU p. I. lib. 6. pag. 241. ) Egidio Bellamera, Prefule di Avignone, vicino molto a quei tempi {in c. faerk de bis y qua vi metufque) dice:,, Alexander Papa y ponens pedem fuum fuper Cervi CEM j, Imperatori, ipfum cenando (iixie : Super ofpìdejn, Ò“ Bajilifeum 0'c. 11 Cardinal Giacobazio nel fuo libro de Concilio ( lib. i. art. 18. fol. ì6. col. I. ) „ Alexander III. pojìquam apud Claramontem ( Federicitm ) Imperatorem damnaverat, et Venetik ante fores S. Mor ii 3o^ ALLEGAZIONE ^ S, Marci frQjhatttm collo caUover^, QucfH fono PrcUti gn^i^ e Canoiiifli dotcilTimi, e por lo credono, e rifcrifcono, come fanno gli allegati dal Dottor Marta ( frsB, de /»« fifàid. p. a. e, antichi Qommentacori di Dance» che fi leggono rifioriti dal X^ndino, nel iS. canto dei Purgato» rio, per quel che dicemmo fopra al num. jS. riferifcono Io ftcRb atto. Lo riferifce Giovan Villani» tutti quelli vicini aquetempi, ( hb» i* bifi* ^»p* 3^ ) Gennadio, Patriarca di Collanti' nopoli ( de primatu Petri cap, i. fe 3. 6. ) COs!i dice.,» Romano^ »» rum Jmpcrator Aioxandrc Papa inclinata cerwe coUum ejus pedi „ fubmijit^ arm dteeret'. SupiR afpidem ^ tT bajilifeum, &€. et ille j» re/pondif : non (ibi fed peno obediemiam exbibeo : (Sr Pontifen : ^ Cjr mibi, et peno, “ Il B, Giovan Gerfone, fehben non loda quello atto, non rella però di crederlo.- de ponft, pcclejiaft. p.U conjiderat.^f» ) Il B. Antonino nell* orazion a Pio II. ( bi/ì.par,^, fif. 11. cap, 17. §. I. col, 4. foL 185. ) dice: „ Alexander III, „ ut juhar emicuit^ fridericum J, Imperatorem ut afpidcm ^ 0 ! baJUh, „ feum perfecuforem Ecclefie proprio pedo concjtlcam» “ Quello è lànto, e iettcratilQmo Teologo, e CanoniUa, e ciò riferilce per 5d trionfo della Chiefa, tanto è lontano che fi fcandalezzì, corno fa TAvverlario. Non fi fcandalezza manco l’Abbate Tritemio diligentifiimo io tutto quel che fcrive : dice che Chiliano, Arcicancellier di Federigo, ilqual dalla Storia di Obon, e da altri è mentovato eOer fiato prefente, abbia icricta un opera che intitola : Friderici Imper. gejia^ 0 vita ^ riferifce ( de feriptor. Ecclejié^. fub anflo xiòo- fol, p, ),, Alexander Papa IIL fedir in „ Cattedra Peni annis uno, et viginti .• multas in/urias d Friderieo », Imperatore fuftinuh ; ipfunufue Imperatorem tandem fuperans, in „ SiGNUM suBtECT(ON(s e/US COLLUM pcde eonculcovìf, dieens : I, fcriptum eft » Suptr a^idem, 0 e, Non fi fcandaleziano manca i Greci, i quali, aderendo a quanto è fiato conchiufo nel Concilio Fiorentino, che 1 Primato di Pietro continui ne’ Romani ^7 Pontefici che di tempo in tempo fuccedono, nella cenfura Orienule recitano la detta Storia per le parole che difle Federigo al Pontefice : non tibiyfed Petroy efiendogli mefib il piede fui collo ; unendo quelle a quelle di Cofiantino dette a S. Silvefiro : ( Cenfura Orientai, cap. 13. pag. 334. ) Però i Moderni che Icrivono le Vite de i Pontefici recitano la detta Storia in quella di Papa AlelTaodro^ ( Alpbonfus Ciaeonius fol, 470. } Lo recita medefimamente Lodovico DomenicKi nella Storia de’detti, e fatti de’ Principi. ( lib, 6, ear. 287. ) Non lo ha manco faputo negar Giorgio Menila, dove nega il refio della veritb di quella Stona; ( de antiq, Vkeeom,) il qual atto febben non è efpreflb cosi ben dagli Autori, che dice rÀvverfario efier fiati prefenti, non va la confeguenza, che non fia fiato vero : come non va la confeguenza di fopra al num. 48. il B. Antonino ^non lo riferilce, adunque non io ha faputo, nè creduto ; perchè lo riferifce por ( come abbiam mefirato ) in un’altro libro : ma i detti Au» 5Stori rlferifcono la umiltazion dell’ Inperadore con certe circoAaoze che non danno a creder che non fia vero il redo. L’Avverfarto riferifce che Romualdo Icriva: „ Cumque ad Papam apn y traBus divino fphiiu y D E U w in Akxandro vcne~ „ ransy Imperiali dignitate poftpojua ^ rejeBo pallio y ad pedes Papa,, rotum fe extenfo torpore iaclinavir. “ ( fol, 450. ) Recita parimente che l'Aucor degli atti d’Aleifandro dica : yy Depofito da-,, m/dcy proflrmjàt fe in terram y et deofculasis PontificiSy Tamquam „ Principis Apostolorum, pedibus'y *•*" che è ^uei che gli altri Storici raccontano elTer dato detto dall’ Imperadore : Hon eibi, fed Petto y di modo che quelle parole, tamquam, verranno ad eder dell’Impcrador, e non dello Storico. Provata con tanti te5pflimonj quell’azione, fi prova la vittoria antecedente; perchè metter il piè fui collo, 0 il giogo a i nemici, è ngiUo, e confermazion delle vittorie : onde i Grammatici dicono dare yy CoLLUM ejl BELLO viCTUM effe “ ( ejp Propertio ),• come fecero i Milanefì, che, vinti da Federigo, fi gettarono a’ Tuoi piedi co* coltelli al collo. ( Abbas Urfpergenjis in Chronieo fol, ipp. ) Scrivono di Marzian Imperadore, per modrar che vinfe i fuoi nemici,, omninmque inimicorum fuorum colla Domini virtute yy CALCANS, fex annis y me^e y regnans y in pace quievit, “ ( /ornandes de Re^torum fuctejpone fd, 78. ) perchè il vinto, jnre belli redando di ragion del vincitore con quell’atto fe ne toglieva il poflelTo; giuda quel che è fcritto nell’xi. del Deuteronomio :,, quem calcaverit Pet vqfter, erit : dal qual calcar de yy piedi è propriamente detta pjfejfioy quafi pedum pofirio,yy ( /. r. et ibi ff. ff, de acqtùr, fo^ef, Ù" Axp* nnm, Pad, de Caftr, nunu 5. Jaf. nwn. z, AffitB, decif. zpq, Rex nnm, 7. Facon, de^ dar. lib, 2. cap.^ 6. poft medium. Tbolofanus in Jj/ntag. /uris Itb.Xy cap. i3« num. q. ) In contrario di quede pruove 1 * Avverfario dice che Papa Aieflandro non puè aver fatto qued’ atto, edendo vergognofo, arrogante, e totalmente infoUto : cosi appunto egli dice. „ Magie indeeorumy qno ajferitury Factum iliud arrocans,,, Cr FENiTUs iNSUETUM, quhd bumiliatmn ad pedes Pontificit caput,, Imperatorie pedo ipfe prefferity acque infultaverit verbis ilìit e Super,, afpidem Ù'c. Come arrogane tT injuetum ?" Si legge nelle lacre di lettere che Giol'uè fì lece condur avanti i cinque Rè amili, e tremanti, i quali, rotto il lor elercico, fi aveano nafeodi in una fpelonca; ed ordinò a’fuoi Capitani: „ ItOy et ponite Pedes „ SUPER colla Rbguu ijlorwn, " ( Jofue io. ) Virgilio induce Turno a far qued* atto fopra Eumede vinto a mone. ( Aeneid. lib.io.) yy Semìanimie lapjoque fupervenity Pedb Collo iMtR&ESO£* da creder qued' ulo eder continuato, e fe non fe ne fa menzion nelle Storie tal volta, fia per efler dato tanto ordinario, che, fenza dirlo, s’intenda; perchè fi legge a’ tempi piò moderni queda dd& cerimonia col verfo del Salmo ; Super afpidem ( ferivo .Otcon Friimingeilfe, il qual dicono edèr dato Nipote di Federigo ) che fede mta da Giudiniano, ilqual, preib Tiberio Apfimaro, avendofi concia lui fatto Imperadore infieme con Leonzio, dice : „ Trberinm, Cr Leomium captat y ae in cateni^ „ pfuos pojttos per platees trabìy (JT pofiy univcrfo pepalo adamante y Suyy PER ASPiD^M et hejiiifcum y Ù'c. Ò*Pedibus COLLA corum CaLCANS. ( Cbronic* tib» 5. cop. 174 ) La ftefla cerimonia ferivo Zonara di Diogene Imperadore, quando fu prefo in battaglia da A(Tan Soldano, condotto alia fua prefenza: „ Sdtanusy nomine Axan y gayy vifus efi y ut natura fere, neque tamen fuperbia elatus y de cupu yy moderetione y Ù" jujìitia multa memorantury addudus ( Diogene! ) „ ad pedet fiens fe projìravif* Tum ( Ananas ) quafi numine j> ^ exiìtìt\ (T de MORE bumi jacentem calcavit : „ deinde erexity atque amplexus ejl eum bujufmodi verbis: Noli maeyy rerCy hnperator'y ita enirn fune res bumantr. Ego verh te y non ut yy captivumy fed ut hnperatoremy traSabo, Et Jtarhn ei tabernacula,, Imperatoria, menfafque adbibitum Juxta fe collocar y captivi! quot~ yy quot redditi!, ^ Qui è da notar che il metter il piè fui collo del vinto, per umile che fi apprefenti y è de more, Jtem che quefto è atto di poflefTo debito, non di Àiperbia ; perchè dice, ncque fuperbia elatus, Jtem che Alhm y avendo l’animo moderato, e volendo trattar Diogene da Imperadore, non reflò di calcarlo. Item che ciò fece come tnfpiraco da Dio, che dice : quafi numine affata!, da Lo fieno fecero i Romani, perchè T. Quinzio Cincinnato, volendo rilafciar gli Equicoli da lui vinti, volle però che fottometteffero il collo al giogo.*,, ut exprimatur tandem confe/fio fub^ „ oHam domìtamque gentem fub jugum abituro! ) come fecero anche I Sanniti a’ Romani : quoniam vidi, et y forrunam fate^ yy ri feirent. " ( T. Uvius lib, 3. Cf Itb. p, dee, i, ) In vece di piè, con che dovevan calcar il collo a* vinti, era il giogo dirizzato con tre afte in forma del Fi Greco, che forca, come ora, djfi chiamava. Era fatta quefta cerimonia, acciò non fi mettefle in contefa, cerne fpeflb fi fa, la vittoria ; dicendo Ennio ( ex Prifehmo hbro 4. ) vkit non eft viUory nifi vtdus fatetur, Dionifio AUcarnaffeo nel libro io. vi aggiunge che quefta era meda in cerimonia dì religione, dove, cosi pafl'andovi i nemici, toccando l’afta, di fopra, chiamata tigillo, era far confeffione, come di fopra, e reftavano Uberi, ed aflbiri; forì'e fu ombra di quel che, venuta la luce, fi vede nella Chiefa adoperato; come tante altre cofe fimiU fi veggono. Nè manco quella è fpiegata fempre dagli Scrittori, quando fanno menzion della confelTion devinti. Efleodo vinte le navi diAntioco avanti il porto di Efefo, non iferivono, fe non „ pofieaquam conftjjionem vidh fatti expref, yy ferum, “ f T. Livius dee. 4. lib. 6. inf, ) Vifto adunque che quell’ atto è ordinario, che il vincitor, per modello che fia, fuol ufar,. togliendo il poirelTo del vinto, ne vk confeguenza^ che fia preceda vittoria contra Federigo ; che non può elfer fiata, come fi dirV a baflb al nom. y 6,, fe non la Navale de’ Veneziani, dove fii prefo Ottone fuo figliuolo, Duca, anzi Rè' di d4 Borgogna. Ora veggiamo fe era lecito a Papa AleflTandro di pre. icrmctterlo : troveremo che no, dicendo i Giureconfulri : „ ij „ quod confuetum eft fitti non dicitur aréitrariumy fed neeeffarium, ( Bai Bill* if 9 /« qutatm^ue netnh, 4* Everard, in Topica /vrh y loco facit gl, in c, ad yipojìolicie in vcrò. fadtfoHionemy de re /ttd.iné, vide Novar. in terminis in c, inter verba, un. 47. 11. g. opewum ìom,u fol,io. Late Cenehardus Cronaleg, lib,^, fot, 50^.) Ma PaAieflandro bilognavache lo facelTe in efecuzion del precetto di Dio, per quel che è icritto nel 33. del Deuteronomio i „ Nega^ bunt te mimiri tui, (27* tu eorum Colla calcasis : ^ a nei Sai'1 roo 17. Cadent fubtus pedes meos, conforme al vedo che egli difTe : Juper ajp 'idem, dove dice Eufebio : „ Dig^atem propbetiyy ci fpirhus contemplare, qua pronùjjionem ArosTOLiS Salvator fe»,, citi Ecce^ da vobis porejlatem oalCaNdi fuper ferpentes > et fior»,, piones y (y [uper omnem virtuten» inimici, ( Catena Barbati fuperPfal.ty,) Ónde anche A può conghietturar che forfè per pre» 66 rogativi di quelU promiOione i piedi del Pontefìce fi dicono beati. Non far^ fuor della mia profelfion legale dir quello/ perchè i nofirì Dottori prendono argomento, come lor torna bene, non (blo dalle voci delta lingua Ebrea, e Greca, ma anche dalla Caldea v gl. in rubr. ff, fol, matrhn, Efièndo adunque quello un trionfo preordinato, • pronunaiato da Dio agli Apposoli, e alia dignità loro, Papa Aleflandro non lo doveva pretermeeeere lotto pretello di modefiia, per mio parere ; perchè avrebbe mancato, come Saul, il ^ual credè far meglio laJvar le pruniaie della preda pel lacrìfizio, e non le uccider, come Dio aveva comandato, (i.ileg. 15. r. fiiendumZ.q. i.) Gli Atcniefi, daquali i Romani, come dicemmo, hanno imparate le leggi, par che anche eifi decidano quello punto come riferifee Tucidide. y, Gli uomini, dice egli, dalla naturai ncceflìth fon modi a figno„ reggiare, ciafeun a colui il qual è fiato vinto da eflb. ^ Però Papa Alelfandro, trovandoli in quello fiato, gli conveniva dir, e ollcrvarquel chefegue: „ itane autem hgem ncs ncque tuUmusy „ nequCy ea latay primi ufi fumm\ fed jam reeeptam à Matoribui oc„ cepimus y O" ufarpemus, perpetuarti funtram reliHuri. ( T bweyd^ Itb.é, inf ) Onde fi v^ qual ragione abbia il Cerione nella fua Cronica, il Bodino, e altri, benché Cattolici, a dannar quello atto; tra’ quali danno maraviglia ilGerfon, quello Autor degli annali, e Francefeo Duareno ; {de beneficih lib. i. cap, 3.) uomini di caiua letteratura, a‘ quali lono da rii'ponder anche le coie (critte da Giuiep)>e Stevano, leguace anche egli di quefia Storia: (deAdoration. pedum Roman. Pont, cap. 5. col. 3« tr^^. tom, 1 3. p. 2. fot, 53.) „ Alcitandri III, fa&umy quoé tantopsrCy ut tjvannicum ^ elevat Fran„ cifius Duarenus, commendare pottfì cum jure, meritoque in religia„ nisy Ù’ Ezclejue infenfiffimum bofìem Federicum Barbarujfam, non „ ut in falem infatuatum^ quem jubet Cbriftus pedibus protereri, fed „ potius in borrendam belbtam calcibus infultaverit, ^ Però Papa Alcffandro non doveva mancar (h eiercitar il luo )u^, per la vittoria conceifagli da Dio colle felici arme di quella SerenilTima Repubblica; col qual atto ora ne vien a far foie al mondo a confufion de’luoi contraddittori. VI. L*Avvelario col Tuo argomento ci dk materia di far un'altra dppruova di detta Storia. Se il calcar del piede è atto unto infoTomo II. Qq lente) come egli dice „ uf gàb^ tanto hherc inàu^um Imperatortm y yy- Jttfifiim to modo exnfperfitum faHis y et di^is iwtrban 'n tnnJU „ taùsy dkrisy efptrisy ptr Pontificcm enacerbatum y cum a panìtentiee yy tempio procul abfgcm. “ ( eod, fol. 456. ) Se adunque, facendo detto atto, flmperador fe ne farebbe tornato addietro, e ritrat^ tata la penitenza di che era compunto, come egli fuppone, conflando chiaro per tanti tefUmon) che Papa Aleflandro lo fece ;ed avendolo tollerato i’imperadpre luperbiHìmo, bifogna che la cau(a fta prima, perché il Pontefice efercitava quel che gli competeva jure belli; fecondo, per ricuperar il figliuolo, il qual, non feguendo la pace, (lava ne’ patti di refiar prigione. Cos\ allegano i Dottori. „ ImperatOT FtdericMsBarbatubeay ut Kecupbraret ejus „ jìitumy pajjus cjì Paptm Aiexandmm JIJ, calcajfe ptdìbus ejui ca„ fmt, ‘‘ ( allegata per DoU, Martam d. C4p.l8. nu.2l,) Nè fi per7ofuada rAvveriario, come facciamo ancor noi, che ri' umiliazione deU’Imperador folle atto di vera interna penitenza, perciocché non lo inoltrano tale le parole dette al Pontefice: „ non tibiyfedPe„ tro ; Itantechc petnitemU cogit pcecatorem omnia libenter fufferre ; yy in tarde ejus conttitio, in ore ejus confejffo, in o^ere tota bwmlu „ “ ( r. perfeiia dìft, de panie. ) comC: ne (ù 1 efempio il Van gelo nella Cananea, che, più che era fprezzata, ed ingiuriata, più s’accendeva a dimandar la grazia della fanii^ per la figliuola a Crifto. ( Mattè» 15. ) Si accorda ancora che non vi folle 7icontrizion nella lettera rhe poco avanti i’imperador fcrilTe al Papa-, piena di accufe, e di iir^properj, fenza ninna confcfnon del iuo peaato ; della qual lettera, trovata a Roma nella Badia di S. Gregorio, ne regiftra parte U Bardi a car. 151. dove tra le altre dice.* yy Et quod manimwn eji y novijfme Vbnetos, 0“ Veneti a„ RUM ’Dmqs.vl adverfui nos dhrexijìi quorum ope y (T auxilio terre„ firn, Ù" maritimas noflfài copias in unum conera Mauros congregayy tot y Uffa cum F I LIO. /^fito. y qmm vi y Ù" dolo Coepf.runt, „ difperdere volutjìiy \. 55. Candinus in traila. moUf. fub ruèr^ qualiter Jit jidett, tortur, Ò" at^ togat, per lo. Baptifi, Bo/ard, in addition. ad Clar. ji, 64» nu, pi. Ó" per Tiraq. in Jnrtef. icgis Ji mnquam. C. de revoc. donat, nu, 7. Ò' fequen, Bernaràm Scardonius. de motejiiis conjugatorum. lib. 4. eap. 14. ubi.,, ^ippe nulla re parentet afficiuntur atrociui, „ qudm ntàloy et incommodis jilionmy ut qui /ape etiam ftviffimosfui „ corporU cruciatui neglexerinty eorum tormenta nequiverint iene: re„ pertìque Junt quiy ut feryarent viram filiisy fe ipfos perdiderunty vh „ ta ìaHura ìltis fuccunere non verentes. ) I Canoni Ai, da i caA feguentt confermando.* Che Bater diligit ma^s filiumy qudm feipfumy recitano un cafo imravenuto in Puglia fotto Carlo li. d’ un omicidio, dove il Padre, dopo efler Aato coAamiflimo ne* tormenti, trattandoA di liberare il figliuolo, confefsò aver egli commefib il delitto, e cos^ ne andò all'ultimo fupplizio • ( Aod. Barbat, i" c. atm in prefentia nu. 8l. de probat. alias eafus vide apud Dh.bifi. tìb. 15. de Àqudio fioro pag. 88d. Valer. Maxim, li. 5. cap. 7. Kavijiui Textor in officina, p.i. tit. amor parentum) Appreuo gli efemp) che add&cono i predetti Autori A da aggiunger queAo di Federigo, al qual non avendo potuto ammollir la ferocia dciraniroo tlpfut ricuperar il figliùolo, abbia ceffo, e A abbia umiliato a ricever gl* infoiti ordinar) che fanno i vincitori a i vinti, ma ordinati da Dio a i fommi Pontifici. Vili. Si dice per argomento^ legale :• La ciofa limitata produce effetto limitato; on^ da tal efietto A conofee la caufa, dr è con 77 verjo da tal caufa, l’ effetto. ( Bai. in rubr. ff, fi eert. pet. ver/Cr dÌBo de caufa,. Card, in 'c. cvm dilcBi verf. et nota argumentum de accifat, Thatml. trBat. ctjfante caufa §. z.nu. 147. et alleg. per Affi, in confit. fi quìs ahquem q. 5. in fi. allég. Card. Tufebum praB, concluf. in verb. effcBus regulatur conci. 47. et per Menoc. confi ^16. hi eadem. nvm. 6. Capo, confi. 133. multa, nu. 31* ) Se la rotta data da*MilaneA a Federigo aveffe caufaca la 78 pace, e la umiliazione a’piedi del Pontefice, ciò avrebbe caufato prima a’MilaneA.* e fe cAi ebbero appena fei annidi triegua, bifognava che il Papa aveffe triegua di altrcttantitonde, effendoque ' Ai effetti diverfi, bifogna che nonfia una la caufa, ma dìverfa.Oltra di ciò, non può Aar che chi ha vinto acquiAi manco beneficio di quel 77 che ha acqulAato chi non ha vinto; nafeerebbe una Aravaganza, dicendo i Giureconfolti:,,^! vicit ahum tnneit propter ficy non propter,, aliumy ( jBtf/d. in l, fi d^un^us nu. 4. C. de fiuis Ò* le^thn. liP^- • ' ••vvr „ Atfr. et in A y? ^uis vtt Jt que, »«.i, C. Tertul, Cam. conf, vjx „ ie ha nnltjiom m. 5. iW. 4. ) Altra era la conterà de’Milane.. fi, conte aUtiam deno, che era, per liberarli dal giogo de'niioifiri imperiali; altra era quella di Papa Alcflandro, che era, di eflér me&> in Sedia, erduii gli Antipapi ; però, combattendo i hdilanefi,pcr fe dovevano vincer, ed ottenere il fine per cui combattevano; non erano come i Veneziani, che combatterono, c vinfero, per metter in Sedia Papa AlelTandro. Però fe i Milanefi per la detta rotta aveflèro aftretto l’imperadore alla pace, ed alla umiliazione a' piedi del Pontefice, e a conceder la triegua di anni quindici ai Rè di Sicilia, avrebbono vinto per altri, e non per fe, che non ebbero, fe non i fei anni di triegua : blfognava ben dir loro ; per altri, e non per voi, avete arato, o buoi.Onde bea fi adagia la rotta che dietro con la triegua che ottennero, e la rou dell’armata, e prela del figliuola con la umiliazione, e pace col Pontefice. E fe fi vorrS trovar caufa, perchè, gonel trattar la pace con Papa Alcflandro, fi trattaflè la triegua co'Milanefi, e col Rè di Sicilia, fi trove^ che il Papa, favorendo i Milanclì, e le altre Citth confederate, e, vice verfa, cflè favorendo il Papa, ma non per ragion di Lega, non doveva coneluder pace fenza la ficurth di elfi: il che è arto proprio della Chiefa Romana, come ne fcrive Papa Innocenzio ( in diSo c, jfpi^nlicn, n». 3. Cr Hi Jom, Monah. nu. 3. de re jude. in d.) „ Nera fdeluetem Ecclefu Remmie, numjatm voluit hn-,, bere faem^ na pais /raèfanrm, niji prius exprimeret de pae ytfi „ ndhnreniium, 6 " de perpetue feenritate emtm. “ Oltra di ciò, fe i Veneziani, invigilando alla follevazione, e liberazione dcllltalia fecero far efli la Lega delle Citth di Lombardia, per liberarle dalla mala amminiflrazion de’minillri Imperiali, ma con patto, che oflervarfero la fede data aH’Imperadore; '( Blend. dee. 1. Hi. i. Siun.de Regna Itel. Lii. 13. ftd. 518. 6" JIJ. Bare», d. rem. iz, [tX. anno 1104. Jb/. jt^. ) è ben da creder che, trattandoli di pace in Venezia coll'lmperadore, non abbandonaflero la caufa di quelli che per opera loro erano fiati mclfi in guerra ; profelTando la Repubblica di non aver mai mancato di fede ad alcuno; come fegnalatamente narrano le Storie, ( Saiell. dee. i. li. i. c. 58. Gniceierd, li. 3. c. pp. ) IX. La pruova della detta vittoria la fella che s’incomincia a lòlennizzar la vigilia dell' Afeenzione colla Indulgenza nella Chiefa di San Marco, e colla cerimonia di fpofar il mare il di feguente, pel trionfo che in effa Chiefa celebrò, il Papa per detta vittoria; fopra che dicono i facri Canoni:,, ( trnnkxrferie recordetio „ repreefentet ^qnod elim foRum. efi^ et Jte not fait moveri^ tom^m „ ’tèdeamus, “ ) e. femel. difi.^ 2. de confecr. ) Per lo fieflb effetto di memoria de’ felici fuccelfi anche le genti infiituivano folennità di felle.- nel qual propolito fcrive Amobio net lib. 5.,, Acne illem „ ( bifìoriem ) vis tempority Ó" vetejlatis obfolejeeret ìongitudoy per. „ petuitais honore mandafìis: perocché quella folennith di fpofar il mare che fi faceflè col concorlb di tutti i popoli circonvicini, gih tKcento anni ne la fede il Petrarca ( Senilium lii. 4. epi/le ^ 4. ) A quV tempi, ne’ quali ancora il fatto era recente, ancor feguiva a giubbilarne I* Italia ridotta in liberti l'uor del dorainio de' Barbari per tal imprela, perchè per le vittorie acquillate è flato coflume de’ Popoli, ed è meflb in obbligo dalle leggi, idituir un giorno fedivo, (che ferve come Stilografia deirallegrez» za pubblica, e ferve per riconofeer il Sign. Dioche l'ha donata. ( L I. C. ae pubiic. lath. tib. xa. CT ibi And* de Band, man* a. Jo. de Platea in princip* lofepb. Moniard. verf nane tjuibttSy nnm. • 2. ) dove fcrivono: „ oh viHeriam^ quam Jibi gloriofam imp. confc',, curut fnijf^ì fa/li dtes celebrari confuevcrune ^ Jiqtt gentes fe iniùjìb „ faOuToSy Ji Diis dies In perpetuum opthd rei gejìay Ò" nmneris „ memoriam non dedicabunt: però conchiudono che della pace, che fegu'i a S.Chiefa, ed a tutta la Lombardia, nominata la pace di Codanza, che fu parto, e frutto della detu vittoria, le ne doveva far allegrezza pubblica folenne. ( allegat* per lo* de Platea ibi Refiaurus q. Ji. Cajlald, traHat* de Imp^at. ) Conforme a quelli dice il Card. Earonio, per la pace feguita.* ( tom* eod. fol. 4^5. B ) quis bac,, tanta nondejiciae admtrando Imgua^verb viBorialem „ occinat bj'mnum Cbrijìo FiHeri, etti Ù" erigat Jtmut de fuperatis bo‘ „ /iibuSj infuperabilibus inhnicis, tropbtea perpetM permanfura. Il che non fi vede fatto, fe non a Venezia, perchè ivi è fuccefià la vittoria, e la pace, effeodo fcritto neU’ApocalilTe. 2. Vincenti dabo calculum candidum: dove dicono i Teologi: y^conjlat apud Ve»,, teres VlCTORlARUM DIES publieit fajiorum talfulis infcriptos confuc" 51 candido lapillo pranotari, a quo elarius a caterif diebus difeef „ neretta', pofuit autem^ hoc loco calculum candidum^ quod ir nottts ef? yy Jet bity qui in tbeatrisy oc Jìadih certabanty et Vincentibus tra» „ debatur* ( Sixtus in bibliotbeca p. 1* Ìd>. 2. in •verb. calculus y faeie glc. in l. i. in yerb. errorem, C.de error. calcidi*)SQ adunque fi debbono celebrar le fede, fi debbono celebrar dal vincitore, perchè cos\ è confuetudinc; cd il tedo dice .*,, Vincenti dabo,, calculum candidum.^*- Ma della vittoria con tra Federigo, onde fe ? ;u'i la pace alla Chiefa ed a tutta la Lombardia, non fi celebra eda altrove, che a Venezia, viene la confeguenza certa, che i Veneziani abbiano ottenuta la vittoria, e non ^Itri: cos'i quelli che combattono, debbono aver la corona, non quelli che danno 82 a vedere. Se muove qualche fcrupolo perchè la commemorazion del trionfo intravvenuto 1 nella vigilia dì San Jacopo fi fia ridotta all' Afeenzìone, fi può dir con buona ragione, che ciò fia, acciocché in quel giorno nel giubbilo che la Chiefa colla mefn.oria deU'afcender di Cbrido in Cielo, efprimefTc anche quella del Trionfo che ebbe fopr» la perfona del iuo perfccuiore ; perciocché in quel giorno nella colletta de’ divini uffizj fi legge nelle lczioni(:.*„, bumilia refpicit, Ò" alta a longe cognifcit : ilìa utex„ tollaty bete ut deprimati le quali parole fanno memoria di. quel „ che l’imperador rifpofe aH'orazion del Papa, come riferifee il Ba„ ronio: ( to. 12. fub anno 1177. 45 ^ faHum efi qubd yy *^^^y 0 *** bumilia refpicit y et alta a longe cognofeity patientiant no^ „ Jlram, ( 5 " adverfte partii bumilitatem confiàeram, more fuo potem de ^ fede depofuity et bumiles exalavit* Oltre a ciò nella pidola alla mcl Digitized by Google DEL, FRANGIPANE. 51 r meATa, e ne" refpoiiforj fi legge,jifccn 4 ens in ahttm ceptiv*mi!u83x1/ captivitatcm ^ ch*é del Salmo ^7. nel qual avanci per canto tempo dallo Spirito fanco h ^A^ta dclcritia rninutamcme qucAa vittoria, come dime Areremo in altra carta; qui baAandoci dire che, ficcome il verfetto.* AfcewUf io altunty Icritto da David per una uittoria, che [doveva luecedcr, è ridotto dall'ApoAolo; e dalla Cbiefa airAfccnfìon dì CriAo, cosi al giorno di eAa c ridotta la celebrazion di detta vintala colla Aefla colletta^ che ferve aU’ur^a, ed k ali’ altra X. Perchè tutto l’ argomento dell’ Avverfario verfa fopra queAo, 84che gli Autori da cito trovati dicono che Papa AlelTandro fia venuto a Venezia accopipagnato da tredici galee mandategli dal Rè di Sicilia; che par Aa totalmente contrario a quei che noi alTcrimmo, che veniAc incognito in abito di Cuoco, e A accomodaffe nel MonaAero della Caritk; par di averci convinti di falfo in tutto; avendo per coAantc che qucAo Aa fallo: però ci reAa un’ altra pruoya, ch’è la indulgenza della Caritk, dove ogni anno concorre tutto il popolo a riceverla con queAo concetto ^ che Papa AleAandro la lafciaAe, per quando fconolciuto ivi capitò per refugio, come ne fa memoria e fede la Cronica di que'Padri memorata di fopra. Il Popolo concorre parimente alla porta della Chiefa di San Salvatore, dove. ha. per coAante, che il detto Papa, giunto la prima notte a Venenfa, vi dontniAe fotto la coppola che vi era.’ la qual memoria è regiArata in una Cronica di que’Padri, A trova copiata nella Cronica Sanuta, che cqsV dice: Alexanàcr III. Pontifex^ „ dum morem trsèerer tl^tnifiisy confecra„ vh AtMTf S. SAvaioris, prasjentc Federico Imptfatote, fuper cjftod „ etiam Mijfam ceUbravit anno 1177. die 2p. Augujìi, Ù" Ecclejiam „ dedicavit ù" multas indulgenttes conCeJJit i Ù“ in fc/ìo Transfigura^ „ tionisy 0“ omnibus tranfeuntibus per porticaU^ fub quo ipfe dotmierat „ prima noQcy quando Vcncnas applìcuit erat Prior D. Vivìanus^ qA „ pojìea anno 1180. menfe Martii fui$ eonfecratus Epi/copof Em«s» 8 5 QucAa continuata amica memoria di un Popolo A tiene per pruova di verità infallibile; fopra di che, come teAimonio ordinato da Dio lenza altr^ fcrittura, è fermo nel Salmo 77.,, ^anra mandavit paìribus nojìris noia facere eafiliis fuis^ ue cognofeas s^ene„ ratio Aia, Filii qui nafccntuTy 0 exurgenty 0 narrabunt filiis Juis, Per qcAa via i Principi mandavano i raccordi importanti a’ loro PaAori, come faceva Antigono;, qui pracepijje fiJis diceretury ut 0 „ ipji meminijfcnty 0 ita pofieris prederant,^ ( T. Livius dcc. 3. /zèlo p, 505. ) Però dicono i Giureconlulti: Longa^ 0 tenax Po-’ » putì, Jeu Republicae memoria prò vernate] bAetur „ ( BAd, conf, „ 48. ses. probibita, num. 2. vol.i.frquitur Ttraquel de prK pri, ma parte nu. 2 treB, tom. 17, fA 141. ) perchè dicono:,. Raro fi fAfum invenitur quod Universi dkunt\ però danno il precetto di Catone, che doveva cAcr oHcrvato dall’ Avverlario .* yy Judicium /•opULl nunquam contempferis unus. ( Alex, confi, 53. profpcHis num, IO. vA. 4. Barbato, in c, tertio loco num. 3Ò. de probat, AfjiiH. de pace tenend, quarto notabili num, 22. ) 11 che ferve per U il redo detto di fopra^eflTendo anche di quella tenace, e continuata memoria appreflo tutto il Popolo. 3 C 1. Seguendo ancor io l'antica memoria della Repubblica, e di Sd tutto il Popolo, ricevuta ancora da quelli che non fcrìvono punto della vittoria centra Tlmperadore; i quali dicono che Papa AlelTandro concede le infegne le quali porta la SerenifUma Signoria in cerimonia; dico eder ringoiar argomento di quanto i Venezianì hanno operato per lui, e per la Sedia Apodolica; perchè quelle infegne fono le itede che portavano gli Inmeradori Orientali, come fi può veder nel Curopalata, ( de official'thus Palatii Cenft. ] come altrove pienamente abbiamo dimodrato. Quedo dichiara che la Repubblica predaiTe l’uffizio d’Imperadore nel difender Santa Chiefa; che è proprio di chi ottien l* Imperio di effer fuo Avvocato, c difenfore. f c. vmerahileM^, tm. é, fot. }ó 6. ) onde dicono mem» nudifar i Ttgulis. j»TÌS,, Qiuncp all'ofinion di Giovan Andrea, sii che gli altri (i fondano, l’addizipna. l’Abba^ nel. detto capitolo aun inflmtis, e dice „ Std ofonte, io, jladrets femit oppa/imm, dnm dkit Regem „ frtmit ex frivilfgia jifeflolm mw» pojfe McemnmKrori 4 borni„ »e, mn à cmooxe^^ Scrivono di pib i Dottori Francefi efleie ftato pi^, dichiarato, che ta\ pivilegio li elienda ancor uli Uflìziali, five Magiftrari delKegno; perchè il privilegio cancello al Padrone comprende anche la ina famiglia.- ( r. ecdtfìa i%. p. a. glof. in c, etniconun 1 1. tf. I. re/»», lo, Rerctd. de /'«r. Cf prèvi/, Reg. Frane, m. p. Cero!. Degroffal. Regalium Francia d. verf. marna /»» §. hmc ejiy et fcemdo (T allegata per Prohan in addit. ad lo. Monacò, in c._ ne aiiqm de pnvil. in 6. ) \e quali cofe s'intendono qui introdotte remiffive con tutte le loro oppolizioni, eccezioni, c intelletti^ ^ «flèndo Hata bm una tal concdCone fuori delle tegole (di ragione, fi cavi argomento y efler giandillitno il merito ^Ua Kepnbhlica/ che vicino a ^ue' tempi fu combatter, e vincer in difela della Sede AppollqIjEa. Mi refian certi altri argomenti, i quali lin fin del prefente difeorfo^ pe-r finiilo in ricreazione, ho deliberaro riferbare; e dirò le (eguenti cofe, traponcndole come intercalari. Abbiamo vide tante pruove tratte da memorie pubbliche di marmi, di pitture, da Croniche, da Storie fcritte dagli Autori di quei tempo, e da’ vicini, e da tanti altri poderi, che han lor creduto.- oltra di ciò, da tanti altri argomenti neceUàrf, ficchè a Roma, nella fala Regia fc ne è filtra pubblica atteftazione. Non è però da prender maraviglia, che vi fieno così arditi, che la vogliono impugnare,' perche iìnahè vi farh Sannaflb al mondo, vi faranno miriti di 'contraddizione, che a vele piene urteranno, ed opporrano alla vcrià, come le tenebre s'agitano alla luce. Chi a P7CÌÒ guardafle, non leggerebbe mai Storia, fe non a ragion di Romanzi. Volendo il mondo anche neHe azioni palfiite de'miferl mortali aver mano con innalzarle, abbaflarle,ed a fuo arbitrio anche annoiarle, e come alle cofe future, non lafciarvi verith determinata. „ aidee mìnima ( dice Tacito IH, j. ) „ tfanfue amiigaa funt, dam ali/ quoque, ntode audiea pre corrtpertis baione/ ali/ vera,, «I! eentrarium vertunt, et gUfeit utnmque pmfieritaee. Cicerone nel Bruto imbrutta tutte le Storie Romane, dove dice.',, multa ferij, pta funt in eh quafaSa non funt ; fatji triumpbi plures confulatus,, genera ttìam falf‘y Arar beinngegnoj vpol moArar Dion Grildftomo, che Troia non lìa lUta iprela, contra la fama impennata da tahtt Scrittori, e anche dalle noAre leggi: {Lverbum in fi, ff, deverb,fign,Bórbat,m t rubr.deptobat.»u,29,) yoXgzxvttA'^cìst il detto'dì Paufania, e di > Licofìone, che Penelope non fìa fiata pudica': -1 • • I i che ferfe non fi pub leggere, dicendo di quelli libri i facri Canoni.- „JùigfJari ctuelt intRtr „ mau Enlejia «m Icguntiir, emm qi$i firiffirttìouitiA PeNiTua IcNoaANTUa.^ c, fanH» ^ item gefla fanHorum diji, 15. ) dove la gioia, e l’Arcidiacono dichiarano, che apocrifo fia quei libro nt/M mmen >gnm»r*r, I libti che non hanno il titolo del .nome loi dell’ Autore non hanno credito, perchè pub avvenire che l'ABtòre lo abbia lafciato, per non aver obbligo di difender )• cofe che vi narra ; cosi fcrive S. Girolamo in una fua pillola ( t4 Evopnm 1x1, j, fui, jg. cosi fcrivono i Canonilli ( /e. jiaJr. ia Diut. Iti. 6. max, a}, vaf, qumui quando id agii, ) Titolo, fecondo i Grammatici, vien detto a tiùndc; onde un libro lenza titolo viene a dir lenza difelà, che ne abbia a far l’Autore, tolto il traslato da’foldati, che fi chiamano Thuiiy quafi nndi, quad fatriam auartntur: ( Feflus, et Bhmdus mumfbanth Rema Hi. 6, a* Ulpiam { ait ) da militari teftamtn. ) ed è pallàto in comun parlare, che, riptovandofi un libro, febben fi sh l'autore, non ne avendo il nome, fi dice, che è fenza titolo, e cosi fenza autorità. ( Aueraet Hi, 4, phffic, nmm, 15. Baccachu in quarta ditta Decameranis in princ. ^ allegra in liiro nofiro; da aiuSoritattf Ò" Judic'tB paitorum tit, da liiris legati!. ) Dove un’Autore non volendo loilentar le cofe ch’egli nana, cab non pub lare un’altro; loacome quando uno rinunzia ad una lite occorla ibpra la fede di fuo illrumento, il qual fi prefume che abbia confellàto che poflà eflèr fallo, non può egli, nè altri mai ularlo: ( t. peftaquam liti C, da pad, (T t. }. C. da fide injhrum, Barèat. eanf iz. illud ififtram nu. g. voi. 4. ) di modo che, fe l’ Autor non ha voluto metter il nome, per non aver obbligo a foUentare le cofe che dice de i fatti di Papa Aleflàndro, per la incertezza che ne ha di effe, manco lo può far l’Avverlàrio. Le Oeffe oppofizioni ha Romualdo, perchè, ora ufeendo in luce, non ha ufo di effergli creduto; e non ha opera pubblica, come a’ è detto, che (t gli confórmi; nè farh che fe gli creda, febben dica effer flato prefente; perche chi finge un mendacio di un libro, finge anche il nome di Autore che fia flato prefente; lo conferma lo fleffoAvvertarìo in altra materia; Falieas oanas fiarent „ impofloret, fi e* falfo tantum fuper pafite titula quad cupereut fra„ batum iaberent { tam. iz. fui anna ligi. fai. 535. ) Però non fi 103 legge il Vangelo di Nicodemo, nè gli altri con nome di quelli che fono flati prefenti, di Taddeo, Tommafo, Barnaba, &utolommeo, Andrea; perchè, non fi avendo certezza che fieno flati feticci da elfi, come apocrifi, non hanno acquiflato fede; anzi fon rigettati da fama Chiefà. ( O. jbgufiin. da confenfu Evangelifl. Ili. t. cap, I. et d. cap. Romana. §, item Cbranicam. Candì. Trident. feff. 4. in prineip. cum cancardantis iU. Cardia. Bateaius tam, I, fui anno 44. fai, Z34. ) E fe il libro è di Romualdo, dove è fede che fedelmente Ila flato copiato; che non vi fia fla104 to aggiunto, o diverfificatoè Ma come fminuito fia, lo ftefio Avverfario il conferma; che di due copie, una trovau, dice, nella Libreria Vaticana, l’ altra a Salerno, ( fai. 444. nwr. iz, ) » in. Cadi 3i8 allegazione Ctniice LMgobarào Sakmhano ^ ubi àtfinit,, Impbrfectb, ftcut ^ tùem idem S. Pem-codex eft Imperfectus : cd altrove ( eod, » fol. 7^0. ) collarus cum codice S* Peni in Vaticano Haud inteGRÒ, SBD FiKE CARENTE* Abbiamo in jure che le cofe imperfette fi hanno per nulle/ ( /. cum Sillejanum, C. de iis quibus pt indign, per Canones concordantes ibi, Cravet. de antiqu. tem~ 'fot, p. 3* wr[, vidimuf. num.Ji. troBat, ìom.i'p, fol. iqp. Menocb, confai, /uris num. 13.) pcrlochè concludono. „ Imperia autem,, infirwnenta inflrumentorum nomen non retinent ob id in publicam,, Jormam bevati ^ Ù" redigi non poffunt ! onde fe quello libro era 1053! tempo del Volaterano nella Ebrerìa Vaticana da lui, come afferma, maneggiata, meritamente, e fanamente ha fatto a non hCr tener alcun conto, avendo ferino in altra forma, come lo abbiamo allegato fopra, al numero 42. Non ne hanno manco tenuto conio i Cardinali della Congregazione lotto Pio IV. che non abbiano perfaafo il Papa a far la iferizione di tale Storia nella Sala Regia; còme non hanno tenuto conto del libro degli Atti di Papa AlefTandro. loò Sb bene il Cardinal Baronio come riufeirebbono i Tuoi volumi de gli Annali, fe vi mancadè il fine di alcuni tomi, dove tante volte con appendici muta, e rimuta, aggiunge, e ridice quanto per avanti aveva detto, ed ingenuamente confeflTa Terrore. „ A priore fententìa recedere^ ^ et qm firmiter pabiliijfe vi„ debaty re&aHare minimi diffidam. £ pih oltre.,, Re autem vi» gdantiffimo fiudio exaBius pervefiigatay atque attentius difqui/tta a „ priore fententia volensj tibenfque difeendens ^ in eam potius vento, „ quam verteas perfnadet. ^ (Annoi, tom.j. fol. Sé.) Se il libro non ioffe Siterò, e vi mancafle quella pane, e quella delle appendici, fi direbbe che T Autore aveflc una opùiiono, k qual avendola retrattata, non ebbe per vera. 107 Nel margine che vi è meffó al teAo di Romualdo citato da-llAvverkrìo ( fol. 444. ) fi dice „ incìpiendo ab illh verbis’. in hoc,, eapitulo Fodericus Jmporator^ ò'c. ufque ad illa verbo; Eccl/fationes „ Solit. f. in figao Virginisì ^ le quali parole però fi è Icordato di porm; o che fi è Icordato di levar dal margine; non avendole polle nel tallo / forfè per non levar la fede all’ Autore, il qual pare attefii che fia in quel tempo fucceduto Eccliffi del Sole nel legno della Vergine; il che è fallo; perchè per quanto fi ha dal Calcola Allronomico non fon fuccefii tali Ecclifli, nè fucceder potevano, non fervendo alcun dei nodi a quel fogno. Secondo i Compuùlli del 1 177. furono due Ecclifiì della Luna ^ il primo fu nel di 2Ò. d’ Aprile, T altro a’ tp. d’ Ottobre : Ecclifli del Sole non fu fe non del iiSo. a’aS. di Gennajo, c del 1181. a1 3.' di Loglio ; nel qual tempo il Sol non poteva elTer in Vergine : di che TAvverfario, forfè avvifato, non ha polle le parole del teflo promefle nel margine. £* vero che fcritte le fuddecte cole, mi è occorfo veder d'un EcclifG accaduto in quellanno 1177* nel di 8. Settembre, prdfo Vincenzo Belvacenfe nello Speculo lllorkie lib. 2p. cap. ar* ma quello appunto ci pone il fofpetto, che il detto Autor Romualdo, feguendo l'error del Belva Selvtcenfc in queftn Tua Cranici, fìa autor |»fteriore al 1144. Ca dove ó:rifle il Bcivacenfe, e non prefente al fucceOb del 1177. come vuoi r Avverlario, Della ^ual falfià di Ecclillì non avendo veduto il tello di Romualdo, le non quanto fcrive l’ Avverbrio nel margine non fò alKduiamente fondamento fino che non lo vegga. Ora quelli Autori dicoaa che Papa Aleflàndra venilTe trionfante con tredici galee mandategli dal Rè di Sicilia, cosi negano che avefle bifogno dell'.ajuto de' Veneziani, per vincer Federigo, che gih era vinto, e ne ricluedefié la pace ; e vogliono far . mentir gli altri, che venilTo. profugo, e di nafcoHo; che fcoperto poi, la Repubblica toglieflè la Tua difefa, e ne feguiflero le cofe prenarrate. Qui laicio di confideiar le flat^ite, che dicono in numero aflai dove, dato che detti Autori fodero ftnza quelle mende che li modrano mendaci, e fenza credito, è in obbligo chi vuol por loro penderò, e tener conto d’adopnr le regole leloSgali, che infegnano quello G ha a bre, quando vi' fono tefti. monj difeordi, per fuggir la bIGth di efli, per rifolverd come G abbi a credere. Se trattano di atti iterabili, la contrarietà fa che ft abbia a prefumere eder lùccedi più d' una volta.- ( ri t»» ( 14. de ttflH, et lèi glaf. 0 ~ omnes ScrHe4U(i et m cap. m prafen(ia de proiat. Bar. (rriit, de ta/tii, coi, 1. jirtr, m fi 4»ima in p, Ittliu. dt efl». Ancbm. cm[, J35. /iree primt, imm. t, Frane, Care. tir. eod. p. 7. nam. 1^6. varf. ftcmi& rtdncrauar. Fot, Ant. pietra de fideicammifi. 4. ta. Nkelatts Lejènt, de ttjì 'ti, verf. eenfequttuer traS. rem.4. fol. Z37. dove G dico in torminis : Conetr. datar ficnt Bvangelifta, juiM quei dkitnr difihtgue ttntptra, et rencardaiis Scrtpttlras^ ite tttagii ahfervandttt» tttea dherfitatem Hifiericomm Ctrtmograpiemm. Quella Dottrina Circa gl' Evangelìdi infegnb Sant'Agodino molto avanti, de Certfenfu EvartgeUftarttm IH. a. cap. 50. oper. Toiei. 4. fot. 153. Sk nii fintile invenittr fatìttm a Dwnioe, qnaà in aliqne alteri Evongellfia ita eepttgrtare videtmr, ttt emnhii pdvi tiett pefftty triiil alind intelligittir, quam utrttmqtte faÉhm ejftj et alittd ab alio eonotterrteratttrH ^e. Cosi G dee far degl' altri Storici ; cosi doveva far l'Avverfario nel cafo di Papa AlelTandn) : il che non avendo egli fatto, lo faranno gl' altri, dando loro ampia materia, e teftìmonio i proprj Avvefarj. lop I Nollri affermano che Papa Alelfandro. venilTe incognito a Venezia avanti la Vittoria, la qual fia fuccedà del ityó. e Tanno feguente feguide la pace ; cosi lo atteftano anche i Foreflieri Beat. Anton. Hiftorico par. 2. eie. 17. Cap. i. §. io. Polater. IH. az. /e/. 234. Coritts par.i. fot. 51. La venuta poi, dicono, colle Galee del Rè di Sicilia fu del 1177. cioè nell'anno che fi fece h pacecosi per li fuoi Autori Tanefta T Avverfario l. D. Tiem. 12. pH anno 1177. Jot. 430. Gli Storici dunque, parlando di due anni dillinti, danno all' Avverbrio obbligo di dire che due Geno fiate le venate del Pontefice; una quando venne incognito, dove dimoraffe finché la Vittoria Giccelfe contro Federigo, ed il trattamento, e la conclufion delb Pace lo aflìcuralfe cb potefie andar libe lamente ninente dove pI 2 ì gli piacefle, poi dovendo venir Federigo ad umtliarA a’ Tuoi piedi a Venezia, il Papa venire la feconda volu trionfante con tredici Galee del Rè di Sicilia.* non oftante dunGue r improperio, e la oppofizione che hanno gli Storici addotti dall' Avverfario, concedendo ancora che integri fieno, punto non contraddirebbero alli nodri, quando l’Avverlìario ha un obbligo di credere, e dire, cóme infegna Sant'AgoiUno, Ihrumqut faHum ffffy Cr aytud alio omijfum. Stante le quali cofe, febbene allora per opera de' Veneziani fu levato quel fcifma, e conoiciuto il vece Pontefice, ed ottenuta la pace, ben farebbe conveniente ^n• cera che da qui folle levato Io fcifma trb gli Storici, e fermata concordia trb e0i; fofle conofeiuta la veritb certa di quanto apprclTo la Sede Appoftolica nella Sala Regia, e nella Regia del Maggior Conlìglio in Venezia è confermato. Alle predette cofe s'aggiunge per argomento più rìfervato, che fi cava dal veribmile, prova efficace, cera, econcludentene'Giudizj con che f( fanno le X^^i> e fi dlfinilcono i Litìgj, come fi ten« ga per vero quel che e verifimile. jfUcgtt. per lìipolit, im tvè. dt pnéét» num* lo8. et fea, Tiraq, in ptxfat, /. fi unquam «m. 37* et ftqq. C. de revoc» aonats 0 “ Mafcard, de pnbar, eencl. 1402. verijimiiie$tdù in prinàp, 0 nu^ 22. 0 feq, Parfan, de probat. lib, I, Cép. 8. 20. 0 fca* Mandof. in - regul. Camelb, in prafat» per $ 9 fum lat^ Card, Tufil, pad. Cenci, in verb, verifimHe quid fit 9 M. 0 feq. tom^ 8. fel, 375. Chi dià che un Vafcello travagliato da grave tempefia di Mare, o da perfecuzion de'Corlàrì, non fi fia ridotto in Porto ficuIO, che gli fia vicino ogn* altra pendice, minacciando cattivici, e storte? £ dove Papa Aleflaodro, per afficurarfi andò? prima raccontano: Pimijffe Lateranenji Pélatio^ ad tutor domet ìb^ngipanas ad Ciftemam Neronis, m qua latuit Nna fi*giem Rotnanos infequentes metu ab Urbe fugam, medhantem Cuglielmui Rea fuis Trf temibuky e Terracina in Franciam deduxit^ poftea Francia y 0 Anglia Regum Conjtlio Remam. Ex, Ottene Fringenfi de rebus geflis F rider, lib. X. cap, 66. Tbom, Favelli de rebus Skulis dee. 2. Uh. 7. fot. 410. 0 ex olieg. per Baren, D. Tbom. li. fd. 342. Di modo che è verifimile, e coti fi dee tener por vero quel che ferive Obon Ravennate.- Defperaiis rebus Vtltelmiy ad tamos Friderki Exercitus vires imbccillas fuadebanty ne illi falutem fuam facile erederefy PrefeBionem in Cahiam ut rnanimumy 0 qui prater fuga di^ verrkulumy nibil ei adverfus Friderkum praft intra effe damnabaty Venetam Chitatem liberam y 0 oh id minimi fufpeBam, quam ifem amicam potius, 0 fuarum partiunt fuifse cognoverat maxuni ad eumdum probabat. Chi può dunque in quella difperazidn di cofe non credere ehegli fi lift ridotto a Venezia, la qual Iddio, in vece delle Ciith di rifugio concefib al fuo popolo, ha fatta riforger per falvezza l'Italia contra il furor de’Barbari? Per lo che Leon IX. fuo PredecelTore, vi fi trasferì perfeguitato da* Greci, e da' Normanni, dove fono cacciati tanti altri Principi da' loro fiati iòccorfi, e ne hanno ricevuta tanta confoUiiooe nelle efireme loro miferte, che han Digilized by Google DEL FRANGIPANE. 311 tanno confelTaro non aver più defìderio nè della Pairia, nè del perduto Principiato SM. dee. 3. li. i. pag. 152. ne fuona la Tromba per tutto il Mondo. I nodri Giurc-Confulti, benché efteri, di lei dicono ; Urie prtelariffima, deevs. fplnidm eeiius Italia, v'trntihts, divitiis, ac Religione ornata, Paradifus delitiarum'. Bald. conf. 41 1. qu'tdam man. 2. voi. 4. Carnati, conf. 72. de fare Col. }. Menoei. conf. 75. tac /am dici nam. yS. Jaf in l. fi Infalam nam. y. ff. de veri, oiligat. Gomef. li. ft faerat tnjlit. de aHion. Kevii^n. Iti. 5. nam. jy, Catelian. Crfia Memorai, in Veri. Fenetis. Tomai Deplovat. in Mditio ad Cepoltam de fervit. raflic. prad, e. 16. Mandof reg. 1 3. qu. 6. in fine Pietro Antonio Petra de Principe Cap. 3. qa. 4. nam. 34, Ai quali fi aggiunge Pietro Bellino Configlicr del Serenilfimo Emanuello Duca di Savoja nel fuo trattato de re milit. lit. 5. i» princ. traCl. tom. tS. fol. 335. Il quale cosi dice, Urne Uriem Novam Romam dixie Falgofas, et Commanem Patriam vocat Cama, eamque, et noi non immeriii calme n, et decui Italia dieemas, ehm fola, nel exorieni conira Bariaricaa Gemei, et rapin.ti, er vifiationei tatiffimam praiuerit llalii refitgium, folaqae tedia halicam liiereatem, tr dignhatem confervet, et taeaiar. Il Petrarca che godeva lo ftefeo rifugio. Seniliam, hi. 4. Epiti. 4. Aagaflilfitma Fenelianim (Iris, qaa ana todie liiettatii, ac pacii, et tifiiHa Domai e fi, anam ioaorum refugiam, ama Portai, qaem IM vivere capientiam, tjirannitii andiqaeiellicii tempefiaiiim ipuafia rate: pelane, Urli, aari divei, fed ditior pradentia, poiens opiiai, fid vinate poteniior; folidii fandata marmor Hai, fed filidiori eiiam fand.imento Civili! concordia fiaiilita, falfit einSa fiaàiiat, fed falfioriita tata Confila! tee. Onde Sabba Calliglionc ne’fuoi ricordi num. 114. dice, Fenexia bonor, repataxion, ed ornamento dell afflitta, e fconfolata IiÀia : per la Cai confcrvaxione ogni iaon Italiano dovreiie pregar noftro Signor Iddio. E certo a me pare mirabile b continua conlervazione della prima liberti fino a’prefenti tempi, e per Mar, e per Terra, in Levante, e Ponente, col Senno, e colle Mani valorofamente confervata, mantenuta, e direfa, cosi poITiamo fperare in Dio che fi confervi per l’avvenire di bene in meglio per la vera Giu. flizia, per la Religione, pel cattolico Culto di Dio, e per le opere pie, e fante, ch’in queUa abbondano ad onor e fervizio di noftro Signor GESIT CRISTO; Onde in modo di profezia è introdotto a parlar l’Angelo neU'Italia ìibettu da Gin; Giorgio Trifin. Hi. y. Mira qaetla Cini, ci' a mexpep alt acque Sorge tri'l Sde, t Adige, e la Brenta I^uella è Fenexia gloria del Terrena Italico, e Rifagio delle genti Dalla Sevi-gia' Barbara percoffe. $mfla Regina è di late' il Mare Specchio di liberti. Madre di fede. Albergo di Giuflixia, e di qaiere. Le cui virtìt fempre faranno eccelfe. Ed ampie in ogni fan futura etade. Però la fama che con fimili Trombe fuona poteva invitar Papa Aleffandro ad aver quel ricorfo, coU'cfcmpio de’ fuoi Predcceffori, cb’ Tomo II. Ss ebbero foccorfo, e difesa coatra i Perfeemorì loro, e di Santa Chìcla Lo dovea fpcztalmente inanimar il cafo di CregorÌ0 //. qoaB fìmiquando JUcn Impttudort^ eiTendofi meflTo aD’imprcfa di diflruggef« tucte k Santi Immagini della CriHianit^ far ciò oOinatamente ne lo richiele; qual villo che il Papa non volle, come non poteva ubbidirlo, richiefe il PuceOrfo, cd i| Popolo di Venezia, o a dargli in man il Pontefìce, 0 che Tainmazzairero; arditamente gli rifpolero quel che è regiurato da Bernardo Giudiniano nella Tua Storia al Libro X. Refponftan iis magno animo advertero po$utJfc quanto femper fiudio^ et bonort omnU bus ttmporibui Imptraroriam enolZcrcMa/eJlatem : maximb ramtn nowjjima Ravenna Urbis retfptione ^ non verim in corum gratiam Regem amiÒ" ficderatitm belìo ìacefeere : efse tamen ita a Majoribns injìitur rum, Ht ubi de facrofanbia agatnr Religiotte Romanee Ecclejùe /aiuti y Cr bonari mtllo modo dejint, rum omnipottnti DeOy porìus quam tdli mortaliwn fit partndum, Jraqtte Romanum Pontificem non daferturos» Ma farh meglio feguitar il fatto con quel che regi&ra, e diceda fe per meraviglia il Cardinal Baroinio. Sub amo 7 ad. num. 37. tom, p. fol, 18. perrmti Venetiarum Esttreitus jujjioni Impcratorit re Jiituerunt \ Ijla ingenti prsjìantique animo Veneti Tkef terra y marique protrimi ejsenf Imperatori, a quo deieri timere ponti ffettt, fi adbuc viribus y adeò fortes prò Ponti/ce certamen èrme adveìfia ipfum atiquo modo prafumerenty fed ubi de Religione feient effe certamen y eun 3 a ei pojì babenda nterith cen/uerunt. Indi ne ebbero tal gloria che contrariando^ airimpieib deU’Imperadere, ne riportarono trionfo, ch*ad onta fua hanno fabbricata la Chiefa di San Marco carica di Santi Immagini didentro, e di fuori ùi (cultura di Marmo, d’oro, e d’ Argento, di Bronzo, di Molaico, nel letto, nelle Pareti, nelle Colonne (ino nel Pavimento, ma pròpor7Ìonatamefite collocandone. £d ivi contro la Pazza erefta deH'lmperador Iconomaco, che alTeriva ciò effèr Idolatria, fcrifle in Molaici verfo la Canonica. Nam Deus efi quod Imago docety non Deus ipfaHanc videaSy fed mente calasyquod cernii in ipfa. Chi è quello dunque, che avvuta un ardentilTtroa, e mortale febbre, fie tic rìlànato per opera d’un fuo valorolo Medico amorevole, cd affezionato, che trovandofi con gli flefli fegni, e parofilmi, non torni allo deflb Medico come certo di liberarfi. Però la Chiefa cd il Papa liberato dalla pcrlecntion d'un empio Imperadore per opera deVeneziani; chi dir^, che tornatagli li lleflì travagli non Ha ricorfo alli HelTi, 0 incognito per llar Ccuro; o feoperto per efler difefo? Certo il vcrillìmilc, c la prelunzione è per raffermativa ; perche dalle cofe pallate, ft conofeono le prefenti, C. mandata C.Scriban, de prO' fumpt, Menocb. eod. lib, i. prafump. 24. ir». 8. La Storta dt Papa Gregorio certamente vera lo fcrive il Bibliotecario allegato, e feguito dal Cardinal Baronio è regillrata nel Pontibcal Tom. i.conf. 410. è Icritta parimenti da Paolo Diacono nella Storia de’ Longobardi nel Libro 6. Cap. 4p. Se quella di Papa AIclTandro non foffe fiata vera, nè la Sede Apollolica 1 avrebbe fatta dipingere, nè i Veneziani lafciando quella ^ Gregorio vera, e^ tanta gloria; Ufquequb gravi cordcy ut quid iiligitis vanitatemy et quaritis mendaciumì Pfalm. 4. perchè giufla il proverbio, ]!le matici in favor di Papa Onorio, dice, cbe acquiilarono dal Papa titolo di Repubblica. CrilHaninima, e di Dominio ampio per Terra, e per Mare, perchè Nallum kommt mtpouneratum Tom, 5. fub tmM 6^0, n, 17. fol. 6i%, to, p. fub an. yi6, ». 37. fui. 58, quedo fi vede conlcguito fobico dopo la vittoria conF^erigo, e meìlb in fedia Papa Ai^lTandro, perchè oiiracolofamente la Repubblica collegata co’Francefi, fece l'acquida dell'Imperio d’Oriente, che di fopra al numer. 78. abbiamo narrato, e poi fempre piò crebbe. i Il trionfo, e fine quando il Papa milè il piè fui collo di Federi' go, e figillò la pace, fu adì 24. Luglio la ;VigiLia di San Jacopo come dicemmo del 1177. dall’ ora in poi il Signor Iddio G è compiaciuto di donare diverfe grazie, ed allegrezze immenfe alla Repubblica fino ad oggi giorno nel detto Mefe, che ben d^ fegno in rìcompenia di quanto merito 6a. Per avanti il Mefe di Luglio era infaudo a’ Romani, ed aH’Italia per li sfortunati avvenimenti, cbe loro intervenivano, e par che ave^e principio da peccato di Religione; per lo che alcuni Politici, e Qiure^Ionfulti, pcrGufi della Dottrina di Platone ofTervato che certi cafi G trovavano iterati quafi all'idefib tempo, differo, che era un Orcuito di proportion armonica cbe girava, e giunto alle corde dello deflb numero iterade lo deffo tener di cole, come nel Corpo umano, quando è infermo per lo perìodo degli umori fi fanno le crifi nelli giorni decretor), e l’altre alterazioni negli anni climaterici, allegar, per Valentin. Forjlerum de hifi, /ut, civiUs, ì. i. in prin^ cip, frati, tom. 1 fol. 25. AUi II. di Luglio i Romani ebbero due rotte d’Eferciti in diverfi tempi cioè f Alienfcy c la Gremercnfey però quel di fu chiamato ni j^uJÌOy ni infauflo Corm Tacir. tib, 18. Tir, Uvitn dee. r. Uh, 6, Macrob. Satttrnal. l, I. c, 16. alti II. Nacque Giulio Cefare che diè nome al Mefe prodigiofamente ufeito a guifà diferpe, tagliato il ventre della Madre, e ne fegui con tanta uccifione ledinzion della liberti della Patria, della qual ben dide il Voicì. ^ Socerque y Gener, que perdidijii omnia. Succederò poi a dominarla i Tiberjy i Cajy i Nereaiy e tanti altri ferpi. AUi ip» cominciò Tincendio in Roma, comandato come alcuni vogliono da Nerone che tutta Tarfe.’ nel qual giorno per avanti da Calli Senoni fu prefa, et abbruciata. Tacitò Tib. 15, AUi X. Tito, non valfe ad impedire che a fuo difpetto i fuoi Soldati non abbruciadero il Tempio di GeruQUcoime, abbruciato la prìma volta da Nabucodonofor nelb dedb giorno, che fu il decimo del Mele quinto, che appredb i Latini è il LugUo, però detto tilcy ma comandofi perKaIende,che retrocedendo, principiano a'feoici, fi chiama Agodo, il qual giorno per^edi incend) Giufeppo chiama Tomo il. Ss 2 fa 3^4 ALLEGAZIONE &ulc, e cadetcbbc a'i5> Coà lì Calva quel che dice San Girolamo Copra Zaccheria S. Tt/mfumpùvi i» r. jciimmm àifi. Jcfcpbo Je itilo Juào'uo Hi. 7> e. e dove in. tal giorno per meilizia era inftiruto U diurno. In contrario qu^ lì celebta la feda di San JacopO in Rialto, quella Chiefa la qual la Cùtìi volle che foflc prima Pietra, e fondameto della dia foodazionequando ottenne grazia Cubito Catto voto, che li eflingueflè rincendio appiccato, che di giìi abbruciate 14, Cale era per abbruciaala tutta; così avendo colle Cue Celici armi ottenuto che d edinguelCe l' incendio di tanta guerra con Federigo che affligeva la Chiefa, e cenCumava tutta l’Italia. Quel MeCe dall’ora in quh Dio condituì che folTe tempo di dar la paga a' tuoi Soldati benemeriti, perchi in elfo Ce che la RepubUica conùnciaOc a far il predetto aoquido, prima col romper l’armata dell’ fmptsadore nello AelTo Areno di Collaniinopoli, e dopo affediata, e prcià la Citth, fugato il Tiranno AlelTio, col rimetter in ie^ liàccio, ed AleOio, fuo h^Iiuolo, i quali Cubito uccili da Marcilo occupò, la feconda volta V Imperio, dico la Città, e l' Impcrio ; non ancora partito 1’ Efercito nè 1’ armata dalle mura, uccifo Marcirò, a lui rimafe la Grecia; del qual primo acquiflo, fcrive Niceta. Aniwlium Lii. 3. Col. i a. fri, 177. ABom toc tfi Menfe JuHo onno lyii. che rifponde all’anno del Signore izol. cioè anni 24. dopo la detta imprela; l’anno feguente fu poi il total acquiAo : la qual’imprefa ora^i man di Jacopo Palma rendè fplendida la fua arte colla Pittura nella Sàia del maggior Configlio a dirimpetto deH'imprefa fatta per Papa Alefiandro, quafi due partite de’ libri de Conti aU’incontro di dare, e d’avere. Dalla Morte di CriAo lino aU’imprefa, e diAruzione di Gerufalemme, che fcgu'i per vendetta, pallarono anni quaranta, e qui 24. Coli, volendo il Signor eAer affai piò preAo alla rimunerazione, eh’ alla pena, dove Eufebio In Cronico confiderando il tempo della PaCqua, nel quale per quella imprefa fei cento mila Ebrei furono uocifi, ne cava argomento che ciò Iblfe per divina vendetta dal fegno del tempo, come intendiamo ora di far ancora noi, e dice, Oportliif onim iifilcm ditha Pojcbtt coi mterfei in quihn Solvotorem crutifxcnmt. Però nel Mefedi Luglio la Città feAeggia per diverfi altri feliciffiini avvenimenti, come per avanti forfè per altre fimili caufe leinteivenivano il dì di San Pietro. Nel primo celebra la feAa di San Marziale per tre Vittorie da lei in diverfi tempi in detto giorno ottenute; Al che fi aggiunge che nello Aeffo giorno il Doge Andrea Contarini fi refe a Chiozza trionfiinte per la vittoria contra Genovefi narrata di fopra al num. 15. Contra gli Aefli alli 22. fi conclufe la Capitolazione, e pace con tanto onore, ed acquiAo della Repubblica, che ancor fi celebra per memoria di allegrezza pubblica la fella di Santa Maria Maddalena. Alli 6. fucceffe il fatto d'arme al Taro, nel quale il Rèdi Francia ricevè così buon accordo, che fuggito per voto, come riferifee il Guicciardini Hi. z. cor. jg. e sbigottito da queir angofeia, gli feappò la voglia di fapct dove piò fbAe l'Italia, intento all'ora folamente al Digitized by Google DEL FRANGIPANE. 32^ ai pafTàr avanti nonvolendo^mtender più pratica alcuna, con celeritk fegultanda il Tuo cammino, levandofi aguifa di vinto fcnzafaonar la Tromba* Gmcciard. lib, 3. car^ 5p. e 6 p. ed ivi queirifteflb giorno cominciò a ceder forzatamente i luoghi che teneva confederati della Repubblica richiel^ill dalli Provediiori Veneti nella rifpofU data al fuo Araldo quando richiefe U paiTo, Bentbus Hb. 2. cor. 44. j 4 lexanà, in diario ejuuUm belli y Jov/uilib» 2. car. 8^ per chè all’ ora angoTciato a difender la propria perfona più colla ferocia del fuo Cavallo, e colle orazioni,che da* fuoi eHèndo. anche eflì occupati nel difender la Tua,, cosi che io avevano abbandonato, non potè mandar come doveva la gente fui Genovefe,. però ufcita Tarmata di Genova,, prefo fenza difllcoltk il Borgo di Rapallo col prefidio de* Francelì che lo teneva, e prefa l'Armata loro che ritirata in quel Golfo di li a poco il Rè Ferdinando ricuperò il Regno di Napoli, ed il Duca di Milano Novara : pel qual fine la Repubblica s’armò e combattè, ed avendolo ottenuto da Dio, ne vicn aver avuta la vittoria all’ora felice per T Italia, colla ricuperazione della ricca, e gro 0 a preda, che dalla mifera Italia, fpoglìata in Francia gloriofi riportavano. Allt 17. che fi fece appunto U primo acquilo di CofianttnopoU y come di fopra al num. I20. fi fcfieggia la memoria di Sanu Marina, perchè in quel giorno fcrive il Bembo, fi fece Tacquifio diPadova due volte, ma la feconda Dio fece, che ficcome era d^ di Santa Marina foflc luce di Stella Marina per ralTèrenar le tenebre della Repubblica, in mezzo della fiera tempefia della Lega di Cambra;, fopra che dice la Parte prefa nel Sereninimo Senato per folennizzare detta Fella 1712. Die XXK Junij fide prhtcipiam Uberationis a eonventu maiignanìium y CT a fmcibus inimìcontm nojlrcrmn y Civi^ fas Padiue non bumana opv, aut ConJUtOy fed^ Divino auxilio fiiir cuperatay t per dame qualche argomento, e fcgnodicc, In cuyasetimt T'empio tppcnfn ClavesÒ" Sigillo Civitatit fitb feptdcro Serenifs. Dtteis D.Miibaei ’hSfeno in monwmntum prim^ %pfiu% acquifmonis, Quello giorno fu principio tale, che da indila Repubblica ricuperò tutto il fuo Stato, cho aveva perduto, c ciò con tanta gloria., che il Guicciardini dice /i^.4r. 327. Con ejini Icp^ieriy e poco dwrabili fi terminarono i movirnertm ti dell armi fen- 3 ^ utilità y ma non ferrea ignominia del nome di Cefore, e con accrtfeimento della riputatone de' yenezi^*** 9 ^be a ff aitati dagli Eferciti di CefarCy e del Rè di Francia mantenejjero alla fine le medefimt forze, ed il medefimo Dominio, Indi alTottava, che è la Vigilia di San Jacopo. Renzg da Ceri ufcico da Crema prefe Cafiiglione, e menò prigione Ì 1 Capitano, che Io teneva, e iubito prete Lodiy c confegnollo a’ Collegati. Aleman. Tinus in Hifi, Erement, lib, 8. AlU 2p. di Luglio del 1523. fu fatta la Capitolazione della pace, colla confermazione di quanto pofledeva la Repubblica in Terra ferma • La Signoria vifìta folennemente la Chiefa del Redentore la ter2a Domenica di Luglio, nella qual fu liberau la Citta da una gran pelle. Cof^ il Mefe, temperai per avanci degli Infortunj, è divenuto (Ragion Digilized by Google 3zo Raven. fih. 8. Bard^ cor. 24. FiJi(q>o Memo Dottor andò ad accompagnar Ottone, che fu prefo all’ Imperator Tuo Padre, Crontcs Samtìa M. S, fai. 84. ed ambi ebbero in tal fatto merito, uno per la Vittoria, l’altro per la con» clufion della pace col ridur T Impecadore a* piedi del Pontefice nel jnunesazione io quel giorno, e celcbrandofi 1* annuale dell’Afcenfione ravvivar la gloria della Repubblica con ravvivar la memo^ ria del trionfo, confeguito contra i Perfecutori di Sama Chiefa, c fpiegaic elempio a’prcfentt) ebe abbino a perfeverare, e non effere, degeneri a* luoi Progenitori, dovendo per le proprie confeguirne premio Gngolare in perpetuo, e trafmettere il merito anche a’ pofleri, per lo che ogn’uno dee defiderare, e pregare con devoto Inno di Policromo, che il Signor Iddio faccia perpetua quella bnta, gloriola, ed a lui gradita REPUBBLICA, che fia cuBodita flagl’ Angioli^ Grazia-. DOMINIO DEL MAR ADRIATICO DELLA SERENISSIMA REPUBBLICA DI VENEZIA SERENISSIMO PRINCIPE. t L Dommio della Serenedima Repubblica fopra il Mar Adriatico i cos» celebre, e famofo, che forfè non fi troverà akan’ altro, del quale dopo la declinazione dell’Imperio Romana più Storici, eGiureconfulii abbiano fatta menzione, ed approvato di comune confcntimento per le. gicimo, e giuflii&mo; nel che elTendo tutti con ^ cordi,fifone però trovati differenti neiraflegnar vi l'origine, e varj'nell’allegar il tellimonio, fondandolo, chi lopra privilegio conceffo dal Papa, chi fopra privilegio, e conceflione dellimpcradore, ed alcuni fopra la prucrizione, altri ancora fopra antica confuetudine. L’opinione, e ragioni de’ quali avendo io confrontato con le Puh. blice Scritture, che per comandamento di 'Voftra Serenità mi fono Ihte mollrate per dover metter infieme un'iniera relazione, ed informazione delle ragioni di quella antichiffima, e nobililfima giurifdizione, confiderato il tutto accuratamente, ho creduto che quella materia poffa effer ben dducidata, ponendola in cinque confidcrazioni. La prima tratterà il vero tellimonio, e poffeflione, de’quali quello Dominio colla, mollrandolo non acquillato, ma anche infieme con la Repubblica confervato, ed aumentato con la virtù dell’ armi, e fiabiìito con la conluetudine eh’ eccede ogni memoria. La feconda larà in mollrare non effer vero, ni utile il dire, che la fercniffima Repubblica abbia il Dominio del Marc per privilegio del Papa, o dell’ Impcradore, ni meno per preferizione. La terza confiderazione farà vedere fe il Dominio del Mare comprenda i Seni, Porti, et altri ridotti, ed inclufi i Lidi ancora, e le quella giurifdizione s'^llenda a llatuire, ed imponer Leggi a’ Naviganti, facendo quell'otbuùzioni, che ricerca la pubblica utilità, ed a pe Digilized b, - ìoogle 3z8 DOMNIO del a punire i delitti commeflì in Mare ^ e ^ imporre gravezze a quelli, che fi vaglino dell’ ufo di elfo.. quarta far^ in efplicare, e rifolverc ropinioni d’ alcuni che vengono fatte in contrario. ^ Nella quinta metterò infleme le ragioni particolari, c proprie della Sava di Goro^ ed in quelle ^coofid^zioni non mi vaierò fe non di cofe » chq fi poffono moftrare per le Scritture pubbliche, ed "autentiche di Voffra Sereniti, ovvero per tefiimonj, ma degli Storici, c Giurcconfulti approvati^ Il vero Tefiimonio, pel quale la Serenifiima Repubblica ha il Dominio del Mare è quell’ ifieflO) pel quale ella ha la fua liberti, fi che al piiqcipio del fuo nafeimento per una IWfia caufa ella nacque libera^ ed ebbe rimpcrio maritimo, e quella caufa fu reffer edificata, e cofirutt^ in Mare, il quale all’ora non era fono il Dominio d’aìcuno. E’ termine indubitato appreffo i Giurcconfulti effcrc de ]ttre Gett^ ri»m, che ognìCiti^fia libera s’ è fondau nel fuo, ficcome le Cincin luogo dominato fono dal fuo nascimento Soggette al Dominante; quelle, che naicendo in Terra non foggetea ad altri, nafeono libere per quella ragione, che fono libere per la Slcflà fono Padrone della Terra dove hanno il loro principio. Co$‘( quella inclita Citt b nata nel Mare, del quale non eia alcun Padrone, è nata libera, e per rifielTa r:tgione Padrona dell’acqua dove ebbe il fuo principio; per Io che tanto è il ricercare rimpcrio Maritimo di Venezia, quanto ricercare roriginc della liberti fua, ovvero la fua fondazione. A quello non olla, che ne* tempi precedenti la Repubblica Ro^ roana abbia fignoreggiato rillefib Mare; ùpperocchè non fi ricerca per l’edificazione ad una libera Cittì, che il luogo mai in alcun tempo fia ftato dominato da altri, elTendo che per ifiabiliiì dello cofe mondane, non v’è ragione,che non fia fiata loggetta ad innumerabiii mutazioni, ma bens'i ricerca, che nel tempo deiredilicazione il luogo non fblTc fo^getto ad alcuno. L’Imperio di tutto rAdriaiico per molti fecoli innanzi il nafeiinento di Venezia, fu deirimperio Romano, ma nè Dominj de'Popoli avviene quello ftcITo che net Privati; cioè che cìafcheduno per tanto tempo è Padrone della fiia cifa per quanto la tiene in proprietì Sua, nel qual tempo non gli può eflcre legata lenza ing^llizia; ma s* egli l’abbandona, o non ne tiene il polTeflb, o irait ne può piò tener conto, quella difoccupata può elTere privilegiata per propria dì qual fi voglia, che primo le mettcrii la mano fopra. Così le Cittì, che foggette ad un Principe, non poflbno eflérgii levate fenza IngiulHzia, ma s’egli abbandonerà la loro cuftodia, c non la govcrnerì, o perchè non voglia, o perche le forze glie fieno tanto mancate, che non poffa, faranno di quello, che prima ne piglierà il governo, c protezione ; c per legge divina, ed umana dovranno fiare fotto di quello, mentre egli cominueA a reggerle. Anzi il Dominio così acquifiato anderì prendendo fcropre maggiori radici, e confermandofi per quanto nuggior tempo durerà, in mo do Digitized by Coogic MAR ADRIATICO, szg do che avendo continualo in cosi lungo Tpazio d’anni, che non vi fu memoria d'uomini in contrario, fata perfcMamente llabilito,e& poirh dire acquillaio per confuetudine. Certa cola i, ehe innanzi l'anno 400. dalla Nafcita di nodro gnore, gl'imperatori pollédevano Tacque del Mar Adriatico, partW colarmente le Lagune dove quella inclita Citth i fondata, ma ef. fendo dedicata la forza dell'Imperio in Occidente per Toccupazione di gran pane dell'Iialia da' Barbari, quelle acque furono dagl’Imperadori abbauJcnate; onde redando fenza Dominante, per legge Divina, ed umana, poterono i Popoli, che fi ritirarono per l’inonda. alone de’ Barbari, indituire in qued'acque una Repubblica libera, e per virtù della fila Nativith Padrona del luogo, abbandonato da chi prima lo dominava era all' ora fenza Padrone, e difoccupato. Ma mentre dico, che il Dominio del Mare fia naturale a quella Repubblica, e nato infieme con lei, non voglio intendere, che tutto in un tempo abbia ac^nidata la padronanza di tutto TAdrfatico, perchè le forzo nel principio non erano tante di poterlo cudodire, e guardare tutto; ma nel fuo principio ebbe Dominio di quel tanto, che con la virtù delle lue forze poteva cudodire, e proteggere, che fu il tratto contenuto trk Ravenna, ed Acquileja; redando il rimanente fenza Padrone come abbandonato dalTImperadore, e non dominato da’ Barbari, che s'impadronirono d’Italia lenza forze maritime, fintato che Giudiniano mandò per la ricuperazione d’Italia Efercito terredre, ed Armata di Marc, e fcacciati i Barbari, ripigliò il Dominio, e cadodia dell'Adriatico,* nel che avendo avuti favorevoli i Popoli di Venezia, non toccò, ma lalciò nella fua liberti la parte, che è da Ravenna in qiù, come polTeduta legitimamcme dalla Screnilfima Repubblica, contentandoli di quell'altea parte ch’ò oltre Ravenna : ficchi ilSerenifilmo Dominio della Repubblica in Mare fn di quella fola parte di edb, che è prollima a queda inclita Citch. Ma in progreflo di tempo fatti gTImperalori un’altea volta debo'lì, ceflaronu di mandare Arma» in Ravenna, ed abbandonala quella parte, che è dal fiume di Tronto in quh fi ritirarono nella Puglia, il che mife in ncceflìtii queda Repubblica, la quale era crefciuia anche di forze a pigliar cudodia piò ampia del Mare, e tenerlo netto da'Cotlari per mantener Scura la navigazione, incominciando dalla Riviera della Marca Anconitana, e dal Quarner fino a Venezia: il che lecoftava ogn’anno moltoifangue dc'fuoi Cittadini, e molto tefoio. Seguile le cole per alcun tempo in queda maniera, fu moda guerra da’.Normani aU'imperadorCodaatinopolicano nella Puglia, il quale non elTcndo badante a difenderfi per fe IlelTo in quella regione ricercò Tajuto della Serenifiiina Repubblica, il che fu uccafioneche ella palTafle con le file armi anche nella Riviera di Puglia. Molte fazioni Icguirono, nelle quali avendo AleOio Comneno Imperadoco fodenuta la gueira piò con Tajuto Veneto, che con le forze proprio per tré anni in circa, il quarto abbandonò Timprela, ne mai piò mandò Tarmata neU'Adtiatico - per lo che redò la Puglia occupata da' Normani, i quali elTcndo fcaz'arme maritime, il Golfo da quella parte fino a capo d'Octanto, abbandonato deUTmperadore, non poteva elTer, protetto, e cudodito, falvo che dalla ScreoiOima Tomo IL T t Repubblica.; oiide per neceflitìt di. render Scura la navigazione aTuoi Sudditi^ eOi. che gib. aveva con la forza acquiftato, quel Mare, con• tìnuò. a cudodirlo, e difenderlo da’ Corfari, e da altri turbatori, e oc acquiSb. il Dominio come di cofa abbandonata, e non poCTeduta da alcuno. Per lo. che ficcome s'i detto, ch'il Dominio del Mare d: naturale alla Repubblica, principiato inficmc con lei nelle parti proflimeaquell’inclitaCittk,cosV anche infìeme fi dee dire, chefiaamplificato fuqceflivamente neiraltre parti di elfo Mare, che fono ab- bandonate da quelli, che le pofledevano. prima, e prefe in protezione, c cuSodia dalla Repubblica fin tanto ch’ella s’è fatta Padrona. di tutto il Golfo, e perchè cib eccede fei centinaja d’anni, fupera, e di giìi, molta ha fuperato ogni memoria, ficchc è confermato con la confuetudine immemorabile. Di tal confuetudine convien fare ogni capitale, perchd la legge la ptefuppone tempre buona, ragionevole, e lodevole, e che fia intervenuto tutto, quello, ch’era neecITario a làr cofa legitima, che fia equivalemeadogni contratto, e convenzione. Per dottrina de’Giurtconlulti a (labilir una giurifdizione per conluctudine irrevocabile fi ricercano, che fieno fiati fatti atti giurildizionali continuamente da tempo. che non vi fia memoria in contrario, e che altri non abbiano elercitato. atto alcuno, fe non con licenza del Polfellbre : c che da. quello, fe alcuno, ha tentato, di farlo, gli fia fiato proibito, tutto ciò non occultamente, ma con faputa, e tolleranza di quelli, che avrebbero potuto pretendere altramente, le quali cole tutte fono intervenute nella continuata; polTel&one di quello Mare, Da tempo che non vi ò memoria in contrario è fiato eletto continuamente un Capitano di Golfo, fono fiate tenute Galee, ed altri Legni armati per cafiodia ordinaria, continuamente è fiato proibito efiicacemente, o con tutta tratuzione, o con forze a qualunque altroPotentato il tenervi Legni armati; ed i Pontefici, Imp'cradori, ed altri Principi hanno aflcnciio a quella giurifdizione, o col confeffarla in parole, ovvero per effetti, ricorrendo, implorando l’a)uto,e quando hanno voluto trafportar|Vettovaglie, od altre cofe pel Mare ricercando licenza, ricevendo le Patenti della conceflione ; e alle volte anche fono le licenze fiate negate, ovvero concedute limitatamen* te, e non quanto la loro dimanda richiedeva. A’ Naviganti fono fempre fiate date le Leggi fopra la navigazione, coti quanoo al luogo, dove dovevano far la Icala, come alla qualità delle merci; Li Conaabbandi fono fiati confilcati, e fono fiate impofte dazioni de’ Dazj, azioni tutte di giurifdizioni, e fupreme Dominio. Non v’ò memoria quando avelTe principio l’elezione d’un Capita, no di Golfo, ma ben nel ijp;. fi vede una lettera dell’Eccellentifiimo Senato ferina al Capitano dì quel tempo con precetto, che feorefle la Riviera della Marca Anconitana, e la Puglia fino b Capo d’ Otranto, e dal tcnor di quella lettera appare che il carico di Capitano non comincialTc all’ora. E' notoria la cufiodia tenuta continuamente con Galee, e Vafcelli armati per difenderlo da’ Corfari, e Ladri maritimi, «dopporfi a quelli, che voleficro impadronirfene;efisbinficme quante civefeovo di Magonza Vicario imperiale in Italia con la Sercnil&ma Repubblica nel 1174. che Ancona fodeadaltata con l’Armi Imperiali per Terra, e con quelle della Repubblica per Mare, ficcome fu anche pugnau, ed elpugnati. Fu-.ancora un’cfprcflb confenfo del Papa, e dell'Imperadore Federigo infieme l’anno 1177. imperocché avendo il Pontefice Alcflàndro Terzo implorate le pie Armi della Repubblica per difefa Tua, t della Sede Appodolica dalllmperadorc Combattuta, ed avendo Tlmpcradore dopo la rotta della Tua Armata acconfentito di venir a Venezia, Tuno, e l’altro confeflarooo in quede lue azioni legicimo il di lei Dominio Maritimo; e fé bene alcuni pochi Storici non fanno menzione di battaglia, e vittoria marìtl ma, attedano non di meno che il Principe Ziani incontrò prima il Papa, e poi Tlroperadore con potentidlma Armata, con TideHa li condude nella Marca Anconita. na, ed. aggiungono, che fu eletta la Citù di Venezia da ambe le parti, come quella che non foggetti ad alcuno aveva forze d’impedire, che dall’uno non foffe fatta violenza all’altro di quei Principi Valendofidel Dominio maritimo della Repubblica, come loconfeifarono. A qufda s’aggiunge, che il medefimo Federigo Imperadore quando' i’anno xi88. fi mife in viaggio per Terra £inta, Icrìvendo una lettera comminatoria al Palatino, e magificando le forze del Cridia. nefimo, oberano in fuo ajuto, mife frh le principali aver in lega, e compagnia la Repubblica di Venezia, encrau a fua difefa ad indanza,, e preghiere del Pontefice Romano, lafciato ben gorvenato, e cudodito il Mare.* il che tutto modra non folo ralTenfo di elfi Pontefici, ma anche quanto fofle loro grato per fervizio pubblico della Cridianith, che la Repubblica av^e forze non foto da protegere il Mare Adriatico, ma da mandare anche in Paefe lontano. Celebri furono ira le altre le fpedizioni £ute ad indanza d'Urba. no Secondo, e nei 1111. a preghiere diCalido Secondo; ma foprartutto è notabile la fpedizionc fatta h Coftantinopoli l’anno 1202. con il potente Arnuu, che inlìene con la Nobiltà Fraticefe, che vi era lopra fu fufficiente di reftituire in Coftantinopoli l'Impeiadore I fcacciato il Tiranno, e dopo la morte di elfo Imperadore acquilare il Dominio della Citth, e delflmperio, lafciando peri tanta Armata in Golfo, che fu fufficiente a guardarlo, ed a ricuperar Zara, che all’ora fi ribellò fenza muover le forze ch’erano in Coliantinopoli. Forfè la più notabil memoria ò, che nel ia7}. avendo congiurata quali tutta la Riviera della Romagna, e Marca Anconitana per ufurparC il Dominio di quei Mari, turbando la poireffione della Serenilfima Repubblica, fu nundata potentiifima Armau per reprimerli; e dopo alcune Batuglie, fu fatu pace con quei di Romagna, de’ quali erano Capi i Bolognefi 4 convenuto, che la SerenilEma Repubblica continuaflè nella poflefCone fua dicufiodire, e dominar quel Mare; Per lo che quelli della Marca, refiati foli, non potendo far rcfiflenza, fecero ricorfo al Pontefice Romano Gregorio Decimo, il quale tentò di far comandamento al Duce di quel tempo di defifiere, al che avendo egli rifpofio, che il Dominio del Mare era della Repubblica, e che voleva in ogni modo difenderlo, e proibire a tutti il tener Legni, e Galee armate, e trattar da nemici quelli, che avelfero pretefo di tenerli, il negozio fu poitato dallo flelTo Pontefice nel Concilio Generale di Lione, dove fu commeflà la caufa degli Anconitani all’Abate Naverfa, il quale udite le loro ragioni folamcme perchè la Serenillìnia Repubblica non confenfi di mettere in litigio quello, che da tanto tempo poffedeva, conobbe il Giudice, che gli Anconitani non avevano fondamento alcuno; onde furono coftretti d’ acquietarli, e cedere. Fece parimente guerra la Serenilfima Repubblica col Rè d’Ungheria, tth le altre caule, anche pel Dominio del Mare dirimpetto alla Dalmazia, ed in fine fi fece la pace in Tarino nel ijSt. dove fu convenuto, che la giurifdizione di quell' acque rellalfe alla Repubblica. Di quella ulnma guerra, e pace fono le Scritture pubbliche in Segreteria; le altre cote narrate di fopra fono tratte dagli Storici, eDendo cofe fuccelfé innanzi l’anno izji. quando furono abbruciate tutte le Scritture pubbliche. ‘ Più efficace prova ancora fi cava da’ricorfi fatti -da diverfe Citth, e Principi polli fopra il Mare Adriatico, i quali avendo ricevute irt‘ giurie nel Mare da’Corlàri, ovvero altri Ladri maritimi, fono ricorfi a quella Principe, dimandando ragione, e giulliziz. Per le Scritture pubbliche appare, che nel 1377. gli Anconitani prefero ardire di far diverfe novitb in Mare contro i Mercanti di Fermo, eÌAfcoli. (^elli di Fermo fecero ricorfo a Venezia, e dal Principe fu mandato in Ancona a ricercarli della Conveniente emen. da, ed a dolerli delle novit b da loro fatte in Mare, la cui guardia era acquifiata con tanto fangue: al che avendo elfi finillramente rifpollo, e non celfando di velare il Mare, fu perciò mandata una potente Armata per reprimérli; nel che volendo interponerfi il Pontefice Papa Gregorio Undccimo, al qual-efiètto mandò un’Amhafeiadore a Venezia, gli ih rifpoflo eoo aperte parole, non elTervi altra maniera d’accomodamento, fe non celfimdo gli Anconitani di molcllare i Naviganti, perchè la cullodia del Mare en llau dalla Repubblica icquillata con fuodori, e fangue da tanto tempo, cht non vi è memoria in contrario, come i ben noto; e perciò facevano intendere a Sua Santità, e cosi erano per dire a tutto il Mondo, che volevano foli culfodire il Mare, e proibir^ ad ogn'uno l’offendere in elfo chi fi fia. Furono coftretii in fine gli Anconitani a deri(lere,ed a ftxldisfare ancora a danni dati nel Mare a quelli di Fermo, e di Afcoli, Ebbero ancora ricorfo quelli di Spoleti airEccellentiflime Senato nel iì 9 ì- per elTcre ftau prefa una loro Barca fopra la Spiaggia di Rccanaii, onde fu comincio al Proveditore d'andare in Ancona, o sforzare gli Anconitani alla rcllituzione come di cofa prefa indebitamente nel Golfo di giurifdizione della Repubblica ac^uiftau eoa indori, fangue, e fpefa. £ nel 1408. corteggiando intorno alla punta d'Italia alcuni GenovcC con una Nave, una Caravella, ad una FuRa facendo danni particolarmente a Sudditi dal Principe di Taranto, egli fcrifle una lettera al Duce, avvilando i danni ricevuti, c ft^iuitgendo, che la forze fue farebbero Baie baflanti per rifarcirli de’ danni de'fuoi Sudditi; con tutto ciò aveva voluto prima darne notizia a Sua Serenitb, fperando, che vi rimedicrli, ficchò non fatò nOceflario per altra via provedere all' immunità de’fuoi Sudditi. L'illeflb anno eflendo fuggite due Galee al Rò Ferdinando di Sicilia di quà dal Faro, ed entrante net Golfo Adriatico, quel Rò non giudicò gli fo 0 c lecito il léguitarle, ma mandò a pregare il Sereniflimo Dominio, eh’ effendo enitate nel Mar fuo, voìeflie perfeguà. farle, e prenderle. In quegli (lem tempi del nti, eflendo fatte diverfe novità, e prede da' Golfari nelle acque della Marca, ficchè anche il viaggio alla divozione della Madonna di Loreto era impedito, quei della Ri. vieia mandarono a Cgnilìcarlo al Principe, avvifandioio della violazione della giurifdizione del fuo Mare, e che le prede fatte in quello erano con danno, e vergogna fna, pregandolo a prevedere con la fua potenza, e giulliaia, maflitee per heureeza di quelli, che dovevano andare alla Madonna di Loreto. L'illeflia illasza fu fatta nel 141(4. dall' Ambafeiadore dello Beflò Ri Feidinando per le Riviere della Puglia. Nel 1483. eflendo Baie predate da un Corfaro alcune robe del Ri d'Ungheria, i fnoi Miniflri ebbero ricorfo al Principe Cgoificandoli, che le offefe erano fatte a lui eflendo occorlé nel fuo Marc, c dimandando provinone, acciò la Navigazione fofle libera. E quello che i di maggior momento nel i48d. avendo i Turchi fatta una incurliene ikIU Marca Anconitana, predando uomini,e robe, Rapa Innoccnzio Ottavo con un fuo Breve, che ancora G ve. da, ordinò al fuo Nunzio AppoQolioo di fare doglianze con l'EccellentiiGiao Senato, e GgniGcarli, che all'onor fuo conveniva, che il Mar Adriatico faflc tenuto libera' da' Coefari, t far anche efficaci inflanze acciò raflrenafl'e l'ardire di quei l'urchi, che corleggiavano il Mare con vergogna, e fprczzo della Sereniflima Repubblica, aggiungendo, che cosi facendo farebbero opera gloriofa, e gratiffima alla Sede AppoRolica. In quelli ultimi tempi attenta nel 1577. Papa Gregaria DecimoWnio fece pregare rEcc^llentiflimo Senato di liberare il Golfo dall’ infedazione di una Galea del Marchefe di Vico, dicendo, che alla SerenilEaia K,cpubb.lica fpettava la coliodia d'elTo Golfo. Non i da tralalciare una lòtta d'ai^ellazione de'Pontefici Romani, che ii Dominio di quello. Mare fpetti alla Repubblica, alla quale hanno fatto alcuni d’elTi nel conceder le Pecime particolarmeule per le fpeGc della guardia del Qolfo^.Viè un Breve d’Adriano Sello noi un'altro di clemente Settimo nel ijzd. uno di Paolo Terzo nel ijjS, ed uno di Pio Qaaito nel 1504. che ciò dicono erpreOàniente, e forfè chi ricercaOc piò minuumente ne’ tempi innanzi, e dopo ne troverebbe degl’ altri dello flelTo tenore. Similmente manifeliilTimo confenfo degl’Imperadori fono le Sei Bolle Imperiali d’Enrico Quarto, Lotario Secondo, Federigo Primo, Enrico Sedo, Ottone Quarto, e Federigo Secondo, refemplare de' quali ò nella Segreteria, dove ciafeheduno d’efli pattuifee, che i Sudditi Veneti pol&no liberamante tranfiiare per le Terre, e Fiumi deli' Imperio, ed i Sudditi Imperiali pel Mare, e Fiumi di Venezia. Non fi dee tralalciare trb le dichiarazioni Imperiali la pace con Carlo Quinto, ed Ferdinando Secondo nel i5Zp. nella quale vi ò un Capitola, dovei! contiene, che i Sudditi polTano negoziare in Terra, ed in Mare, che è ben una chiara canfclTione, che la Repubblica ha il Dominio del Mare. Ma che quedo Mate fi debba intendere tutto l’Adriatico, Io moflra un’altro Capitolo dove dice, che la SeTcnilEma Repubblica continui a poircdere,come in quel tempo podedeva Terre, Fiumi, Laghi, ed Acque; il che non fi può intendere fe non dell’ acque del Mare, avendo prima detto Fiumi, Laghi, ed Acque; ma all’ora polTedcva tutto l’Adriatico, (wrehè ella in qud tempo y’ aveva l’armau dentro: Adunque quei Principi acconfentirono ìa poiTcuione dell Adriatico. La cerimonia ancora di fpofiir il Mare, che annualmente fi fa in prefenza degli Ambafeiadori, e Miniftri del Papa, e dell’ Imperadore, che non è data mai interrotta,è un’indizio deU’attedazione di quei Principi. Modrano ancora il confenfo di molti Principi, e Potentati le licenze chiede da loro per tranfirare con vettovaglie nel Mare. Ve ne fono innumcrabili concedè ai Marchefi di Ferrara, alla Cittì di Cefena, ai Signori di Ravenna, ai Malateda Signori di Rimini, ai Rè d’Ungheria, ai Ragufei, ai Rè di Napoli, ed all’ Imperadore deifoj ed al Pontefice ancora, che farebbe troppo lungo riferirle tutte. Io ne ho da’ Libri pubblici raccolte trenta nave, e fono certo, che ve ne fono dell' altre. ' Fra quelli fono notabili per la grandezza de’ Principi, Che le han. no richiede le concedioni fatte a petizione ;del Pontefice, e de’ fuoi Minidri, come nel ladp. all’Arcivefcavo di Spalatro Governatore della Marca, e Patriarca Antiocheno Governatore della Romagna di poter condur grano dalla Marca, e nel 1477. il Pontefice Sido Quarto per un luo Breve ricercò di poter trasferire grano dalla Marca in Cefena, e nel 1505. Giulio II. per un fuo Breve chiefe licenza di portar {rumenta dalla Marca a Roma. Si 33 che nel 1 3pp. efRtndo contratto matrimonio erb Guglielmo Arciduca d’Auflria, e la Sorella di Ladislao di Napoli, la quale volendo il Fratteilo, ed il Marito condur per Marc di l^glìa alla Riviera di Dalmazia con la. Vafeelli, tré Galee, e Navigli, dimandarono falvocondottp per li legni, c per le |>crfone^ ed il lalvocondotto fu concelfo a compiacenza di que’ Principi, a tutte le perlone, eccetto quelle, che fofTero bandU te da Venezia per delitto di Maeflh ofTelà, o per omicidio; col qual falvo condotto la Spola palsò con tutta la fua Compagnia; pniova noubiliinma della luperiorith del Mare; poiché i Banditi da Venezia tono banditi dall’Adriatico, come da Territorio fuo, e non è loro permeflb il femplice paffaggio, tranficando di Terre aliene in Terra aliena, ed in compagnia di gran Principi, Aggiungerò con qued’occafìone, non efler leggiera pniova di giuriidizioac in tutto il Mare il colhime antichidimo di bandir da’ Navigli armati, e dilarmati, che fi vede efegmto caiandy) ne* Navigli d’altri Principi, come neiroccafioni narrate* ^ f Dell’ aver ftatuite leggi, ed ordinazioni fopra fa navigatone, e deU’efazione de'Dazj, urh il luogo dì dilccNTcre à|l particolare nella terza Scrittura, ficcome anche il ledknonio de’Gìdreconlulti (i riferidi nella feconda, come in luogo proprio. Per compimento di queùo teda folo raccogliere con bwiÀme parola tutte infìemo le con« chiiìoni propode,^ o per dir meglio provate Ogni Dominio conda di titolo, e pofleflb « 11 titolo del Dominio dalla Sereniifima Repubblka fopra il Golfo contiene quattro condì» zbni edenzialt^ La prima, che non é in modo alcuno acquidato, ma nato ìnfìeme colla Repubblica, a colla liberti fua in acque libeiQ, non foggette allora a ;giuriidnions d' alcuno.* la feconda che fi é- aumentato, c dUaiak» per occafioni fopra le acque/ dappoiché furono abbandonate da chi le podedeva, e redavano fenza Padrone, che vi avelie giurildizione ; la terza, eh.' è conlervato colla forza deir armi, con fpargimenta di langue, profufione di cefori, o. tutto a cagione di rendere più ficura la navigazione; la quarta^ eh’ è- confermato pec una lunghidlma confuecudine, il principio della quale fupera ogni memoria Ma oltre quede quattro condizioni intrìnfeche, ed eifenziali, s‘ agghusgono altre tre, che febbene noa apponano ragione, lervono a maggior decoro, c manifedazione della veriii, e lono quedeLa prima, raflènlo di molti Pcincipi coli’ implorar gli ajuti marìtimi, o chieder licenza di) iralportare robe o con pace, o convenzione; la feconda il tedimonio degli Storici; la terza 1 ' attedazione, ed approvazione de'Giureconluici, la poflelTionc continuata attuale, e veduta in tutti i tempi, e fi vode ancora al prelenre da tutti per quattro .continuati, e non mai intcrxotti cfercizj di Dominio. Il primo per la continuata elezbne de’ Magidrati, ch’elercUana il Governo panicolaie pel Capitano di Golfo. Il fecondo per b cuRodia armata continuamente tenuta, con proi. birc ad ogn'uno if entrarvi armato, j 11 terzo per le leggi ogni tempo Ratuite fopra la navigazione, ed efeguite con pena centra i trafgrefsori. Il quarto per refazìoni impoRe, c rifeofle in c^ni tempo; le quali cofe eflèndo tutte notorie, non può queRo Dominio eÓcr dedotto in controvetlia, nè dilputato; ma reRa falò il continuar la polléflione cott’efercizio de'medefimi atti giurisdizionali, opponendo la forza a tentativi, che foflero fatti in contrario; perchè ficceme le ragioni, ed i titoli de’ privati fono cadaveri fenz’ anima, quando non fieno vivificati dalla forza della legge e del giudizio, che danno il vigore; cosi la ragione, ed il titolo del Principe fono cadaveri, quando non fieno animati dalla forza, ed ufo di quella, dalla quale ricevono la vita. 1 I Principi tengono vive coll' efercizio, e coll’efecuzione le proprie ragioni, per uno di queRi tré rifpetii, o perchè portino dignità, e utile; o; per efler necefiàrie alla converfazione del Governo. Si vede con quanta accuratezza i Regni di Francia, c di SpagAa. IbReptano le loro pretenfioni dì precedenza, dove non vi è pun. to d’utilit'a, fenz’aver rifguardo a' difguRi, che perciò fi danno 1' uno all’altro; ed agrìmpedìmenti, che portano alle negoziazioni; E queRo folaroentc per confcrvare l' onorcvolezza. Delle ragioni, che portano utile non occorre parlar più innanzi, elfendo certo che gli Stati non fi mantengono fenza fpefe, e la fpefa non fi fa comodamente fe non fi cava l’ utilità : dove la ncceflith interviene, ella ha ranta forza, che non permetre dubbio, nè lungo configlìo; ma fpigne immediaramente all’efeCDzione. . . Ma la giurìfdizione di queRa Repubblica fopra il Mare ha le due prime qualii'a, la dignità; eflendo un titolo molto fpeziofo, ed onorevaie l’elfcr chiamato Signore di tutto l'Adriatico. Che fe i Rè dì Portogallo ebbero per titolo d’onorevoiczza il chianurfi Padroni d’ un Commerzio dclflndie Orientali, che s'intitolavano nelle loro pubbliche lettere ; molto maggior dignità fi dee fare 1’ elfer detti Si'I gnori non del Commerzio raaritimo, ma del Mare fldfo., L’ utilità è manifeRa; poiché oltre il benefizio de’Dazj, riduce il Commerzb in Venezia, accrefee il negozio della Citti, e. quella fi fa più ricca, ed abbondante; dacché il Principe può cavare maggior frutto pubblico; ma all'utilità, e dignlth s’aggiugne la ncccRiih ancora; poiché la vita di quell' inclita Citth Rànci Mare, efuoCommerzio, con quel fole è ridotta a queRa grandezza ; fe quello è diminuito, bifogna ancora, che queRa indebolifca, onde per confcrvarla é neceflario mantenerlo, e s'è diminuito, teRituirlo come prima; e dove fono congiunte tutte qucRe tré ragioni infieme, non fi può aggiugnere eccitamento maggiore. £ qucR’é quello, che ho giudicato rapprcfentarc a V. S. per cfplicazìone del vero titolo, e poflcRione tua fopra il Golfo; il che apparirà maggiormente neceRàrio, quando nell'altra Scrittura tratterò gl’ inconvenienti, che feguirebbono, valendofi d'altro titolo. Avendo, efplicato. nella prima Scrittura,, eh» il titolo di V. S. fopra il Dominio, del Golfo non t in. alcan Modo, acquiftato, ma nato, colla liberti deiJa Repubblica, aumentato c confervata colla Tirtbi delibarmi, e fpefe di lefort, e confetvaio. per immemocabils confuetudin* conleguita neceffiinameme^ che preferizìone, o privilegia Boa vi abbiano, luogo - ne (irebbe bilogno conftderara gtlncovenienù di quelli ckoli, quando riifarli non blTe di pregiudizio. Non b Iblo opinione tuia, che fia cofa pregiudiziale allegar privi, legi in quella matetn, ma alcuni ancora de’ ane ediGcare un’ediGaio fopra fuolo alieno. AppreGb di ciò è cofa cena, che ninne può concedere Dominio ad adtri di cofa, che non Ga fua; ed infieme è ceno, che nè il Papa, nè rimperadore da Carlo Magno in qui, dal quale viene l’origine di queG’Imperio, nui hanno avuto Dominio, ne cuGodia di quefto Mare; nè. mai hanno tenuta Amata in cGb ; adunque non ^nno mai poiuth concederlo ad altri; laonde fe V. S. che tiene quello Dominio da fc GeGà, diceffe d' averlo avuto dal PontcGce^ o* dall’ Imperadore, G priverebbe di quello, ch’è fuo; e darebbe loro quello, che non hanno, nè mai hanno avuto. A quello G aggiugne, che chiunque afferifee di poGédere per privilegio alcuna cola, oltre l'obbligo di confeflare, che il Concedente fia legitimo Padrone, e fuo Superiore quanto a quella, è tenuto anche a moftraic la conceflione, fe fu fatta in tempo, del quale vi Ga memoria; il che non è neceGàrio, fe è da tempo immemorabile; noi qual cafo bada la fama, ed opinion com^ che il privilegio vi Ga, e hafta allegarlo; ma oltre di ciò è ohhligato chi l’allega a rifpmdere a quelli, che voleffero provare che non Ga vero; E gli EccleGaGici fi fono dichiarati di voler eombattcre la verith della .Srorii |d’ Aieffanòro terzo, quanto fpetta alla vittoria avuta dal Principe Ziani conera il Gglìoolo dcH’Impetadore; e potò hanno fatto lérivcre al Bironio un lungo difeortd nel Tomo fecondo in contrario, dove G sforza con molti arteGz^ e con grande aflètiaaione di molfrare, che allora il Papa era al di fopra, e che non ebbe infogna d’ajuto nè v’imervennero le forze della Repubblica ; e naolte cofe dice, abbaffando anche, e vilipendendo quanto può il Governo, e la potenza della GeGà Repubblica in quel tempo; il qaal difcorfo, fe ben è impreGb da lui con proicGa di vetith, e Gncerith,' non afconde però affatto G vero Gne Romano, ch’è di GabUire due pretenGont lorouna, che il Mare debba effere riconofeiut» da Roma; l'altra, ch’i per pura, e mera grazia, e non ricompenfa d'ajuti pieGati. Lo icopo di tolta l'Onta del Baronio non è altro, le non moGrare, che tutti i Principati hanno dipendenaa dal Papa, ed ora tocca queGo, ora quello. Nell’ XI. Tomo fcrive centra' U Monarchia di Sicilia, Gccome nel XII. concia la Storia d’Aleffandro; ed il SereniGimo Rè Cattolico, con tutto che parrebbe, che la fua potenza lo doveffe nodere illefo da tutte le macchinazioni, che poteffero effer fatte, con Sciitiute, t libri, nondimeno vi ha fatta riGeffione fopra,, Temo II. V u a e l’ha ( rii9 Annatx coTi dx non fprczzare, ed i venuti quella Macflì in riiblpzione,. non folo di proibir quella parte d'opera del detto Caidioale io tutti t fuoi Stati con pene graviilime a chi la ponalTe, a htenelle appreCTo di fé- ma ancora con fuo Editto pubblico per tutti i liiaii Stati pronanziò una fcvcriiriuia Centura cantra il Cardinale, il qual eferepio mollra, che' quett'altro- tentativo del Baronio circa la Storia d'Aleflàndro Terzo inerita, che dalla Sereniti Voiln vi fia avuta (opra la debita confìderazione, acciò in progtelTo di tempo non partorilca qualche Icandalo ; ma perchè quaG tutti i Ciureconlulti atteilano quello Dominio del Mare, e rattribuifcono a privilegio,, alcuni pochi dicono del Papa, altri in gran numero dicono dciriinpcradore,èneccirario fcoprire la cagione del loro errore, per aver che rilpondere a chi rallegaflè. Quelli, che l'attribuiJcono a privilegio Papale fono i Fautori delle prccenfioni Romane, che hanno tentato di fottopone con varie invenzioni tutti gUStati ai Ponieiici piòvecchi, innanzi che le forze maritime della Repubblica Ci Gendelfero a' luoghi lontani ; >' arredano però per noa aver vcrifimilitudine; ma Teircr fatta in Venezia con tanta iblennith la pace trli Papa Alellàndro, e l’Imperador Federigo preda loro probabiliih, come fe folTe dato per allegrezza del buon lucceflo, come volgarmente li dice per buona mano. La falli' tb fi convince, elfendo quafi cent'anni innanzi liiccellé tante fpedizioni in Terra Santa, che fecero fentire a tutto il Mondo le forze, che la Repubblica contibul, oltre le altre guerre latte in Dalmazia, ed in Puglia; e dall'altra parte non avendo mai quel Pontefice avito in Mare un Legno armato, e nella Riviera di Romagna, non avendo come nella Marca fe non qualche ben generale ricognizione ; onde fecondo quafi, che non aveva niente a che fare in Ma.re, lo concede a chi prima lo polfedeva. Credo bene, che alcuni abbiano equivocato, e preio lo Ipofare del Mare in luogo di dominarlo, e cuftodirlo. Che io fpofare veniffe da Aledandro Terzo,efe tie fa menzione in alcuni libri antichi, de' quali v'j copia nella Segretaria, perché le Icritture di que' tempi s'abbruciarono dopo. In quella Copia fi fa menzione, che al ritorno del Duce, dopo ottenuta la vittoria, il Pontefice le falutò Dominator del Mare ; per tanto gli concede fpofare il Mare, ficcome il Marito fpofa la Moglie nelle dita- Non v'é parola alcuna, che concedede Dominio d' autorità,' cofa che non farebbe data taciuta, come più importante dà chi fece menzione della Cerimonia ; la quale chi conudereiù, avvertendo quanto rEcclefialtico v'iniervenga, e quanto fia ringoiale e fenza efempio,fi tenderh facile a credete che poteva eflére inflituità dal Papa. Primieramente il nome di fpofare é quell' idedo, che fi ufa nel parlare del Sagramertto del Matrimonio ; v' interviene benedizione; tutte cofe, che niun Principe temporale avrebbe ardito d'indituire da fe medelimo, ma dime in que'tempi, quando i Principi, e Monarèlti dipendevano tutti da'femplici cenni del Papa, If quali ben confiderate fervono a levar l'equivocazione, e modratc, donde ha avuta origine queda falla fama. Più abbiamo da penlare a que’Giurecoafulti Legidi, i quali fodengono, che qualunque Fomentato podeda Mare de /aS» l'abbia per concdliane Cefaru ; ma aocorach! non po!Ta «Ocre itgicimzmenie da alcimo' tenuto fe non per privilegio deU'Impeiadore, e fono-molu e £unoll, che diTcendcndo. a. tal particolare ancora dicono, che ^ privil^io. Imperiale la ScceoilTiaria Repubblica tiene il Mare Ad^ tico, ed ogni altro li»' Dominio,, e la liberti fua medefima; edAt bcrico da Rofates antico Giurecónfulto attelU d’ aver veduto fteflb il privilegio Imperiale autentico boUato con bolli d'oro ed i Dottori feguentt, fccoiKlo ch'è loro coRumedi citarfi Tun l’altro {anno menzione del fuo tcRiraonio occulto, e lo feguono; anzi il Dottor Marta configlia la Repubblica, à guardarli dal dine di dominare il Mare per altro titolo, che per privilegio Imperiale, perché ogni altro farebbe ufurpativo, e tanto peggiore, quanto più antico. Ifoodamenti loto tono, che il Mare I del Principe, e del Popolo Romano, perchè da niuno può eiretepoireduto,nè occupato, nè ufurpato; onde fé alcuno lo poDede, conviene, che ciò abbia avuu origine da conccOione Imperiale, della quale le la memoria non refla, C deprefuporre, che per l’antichiii fia perduta, perchè altrimente il principio larebbe viziolà Ma queRi Eccellcntiflimi Dottori foliti a Rudiare nelle antiche leggi Romane, e quando con veriti -que'Principi fi chiamavano Padroni del Mare Mediterraneo, e de’Golfi di quello, e fpellb anche IV droni del Mondo, intendendo però del Mondo praticato da' Romani, hanno penfato, che ficcome gl’Inaperadori di quelli Secoli fuccedoBO a quelli in nome, cosi fuccedono in ragione, ed in podeRà, e che tutto fia di queRi quello, che fu di quelli; ed ancora in que. Ri temj» vi fono de'LegiRi che fcrivon», che 1' Impeiadore è Padrone di Francia, e di Spagna de jm fe bene me de feSe. Ma rimperadore è Rato Padrone del Mondo Romano, menireha avute fora* terreRri da dominarlo, e del Mare, mentre ha avute forzo maricime per difenderlo, e cuRodirlo; e quando non ha avute forze con che tenere, e guardate il Mare, quello è leflato fenzPadrone, e paflàto poi nel Dominio di chi. avendo forze ha prefo a cuRodirlo, e, proteggerlo.. E' veriflimo, che le cole pubbliche dej Principe non pslfono eOère appetiate da alcuno; ma. s'intende con due limitazioni; runa da niun privato; perchè da m‘un. altro.- Principe poObno eflér vinte con guerra, e l’altra limiuzione è, che s’inteiw de mentr’ elio le cuR^ce, e protegge; perchè fe le abbandona affatto reRano di chi prima colla fua protezione le occupa ; onde le leggi, le quali dicono, che il Mare è del Popolo Romano,' o dell’Iinperadore, s'intendono, mentre il[Popolo Romano lo cuRodiva; e prote«eva colla fua Armata, e non pel tem^. presente, quando non retta deila Repubblica Romana altro, che il nome. E quando dicono, che la confueiudine immemorabile preRippone privilegio, conviene intendere cosi quando fi tratta del fupremo Principe al fuo fitddito, il quale pt^eda alcuna giurisdizione che fpet. ' alfe gà pet l' addietro al Principe, fi dee prefuporre privilegio, perchè per nelTùn altro titolo la giurisdizione può paffar dal Principe al privato, liilvo che per concelCone; ma quando fi trata tA due Principi fupreini, ed uno tiene da tempo immemorabile Territorio, o ginritdizione,chel'altrQ aveffe prima, non fi bada pitfupporre privilegio; imperocché non cade tri i fupremi: ma kens^una dcU'altrc ragioni, coUe quali iDominj paflano da Principe a Principe, che fono ragioni di guerra, convenzioni, patti, ovvero mancamenti di forze; onde avendo la Sereniflima Repubblica da tempo immemorabile il Dominio del Mare, che gii fu del Popolo Romano, fc per le Storie non fi fapeflc, come fia {Htlfats in lei, fi dovrebbe prelupporre uno de'fuddeiti titoli; il che non occorre trattare alternatamente; effendo certo, che v’intervcnifle la debolezza di quello a poterlo pih tenere, e le forze della Repubblica a cuRodirIp; e fe palsb qualche Scrittura, che quella folfe una confelliozic di legitimo titolo gii acquifiato.Ed in fatti è cosi ; perché nella fegreta di V. S. vi fono lettere di lei Imperadori Enrico Quinto, Lotario Secondo. Federigo Primo, Enrico Sedo. OttoneQuarto, FedcrigoSecondo, che durarono pili di cent' anni, incominciando dal un. fino ai izio. nelle quali fimo defcritic le convenzioni, ed i patti loro colla Sereniflima Repubblica, ed é fpecificatamente convenuto, che fia amicizia trh i popoli fudditi dell'Imperio in Italia, cd i fuddiii delta ftelfa Repubblica, e fatta nominatamente menzione di quelli, e di quelli; fòggiugnendo,che i fudditi di Venezia poffano andare per le terre, e Fiumi deU'impetio, ed i fudditi dell’ Imperio, poOano andare pel Mare, e Fiumi di Venezia ; dalle quali convenzioni fi veggono tre cofs chiaie. L' una che rimperadore non aveva Dominio d' alcun Mare. L’altra che la Repubblica aveva Mare dominato da lei, e non concelTole da loto. La terza, che fi convenne del pari tra la Repubblica, e 1’ Imperadore, che i fudditi dcU’uno fieno ficuri per li luoghi dell' altro. Al prefente le convenzioni tea' Principi fi fanno per un Infirumento, che poi è ratificato da loro. In que’tempi la grandezza dclF Imperio non cofiumava di fare IiUlmmenro; ma le contrattazioni fi fpedivano folamentc per Bolla Imperiale; appunto come collu. mano di fare al prefente i Turchi nel trattare con Principi Criftiani. Ma di quelle. Bolle Imperiali o alcuna non farh fiata veduta da Alberico, o egli pel troppo aSetto, che i LegiRi in paeticolaro por. uvano ail’antoriih Impeciale, che perniò fii anche in poca grazia della Corte Romana, e fegui Lodovico Imperadorc comra PapaGiovanni XXII., c per onorar piò rimperadore 'avrò voluto chiamarla ptiviIegio.,ovvcTO avrò veduta la Bolla col figlilo in oro, c letto il nome dcU'Imperadore, e non pafihnd» più oltre, avrò per conghiet. pire imefo. il ioggetto, ed avtù dato quel nome, che larh Rato ca. sione dell'errore degli altri, che lenza efóminace piò oltre hanno lerotto il fuo tcRimonio. ° Seno altri Giureconfulti, che aRérifeon» il Dominio del Mare alla Repubblica per titolo di prelchzioae, il quale non fi può, réfi dee in iciodo alcuno ufare; principalmente perchè non è vera; poi ancora, perché mette in campò molte diHìcolth. : Si dice acquiRata per ptelcrizionc quella cola, la quale effendo veramente id'un altro, tifando per lungo tempo |con buona fède come propria, per virtò del lungo ufo muea Padrone, e palla dal pri. i ma di rao di chi ai ai fiKoodo," che l’ha ufaik ia modo che pce ciwiodj prefciizionc non li pofledonio fe non cofe d'altri. La natura della ptdctiztone d qucliav che linfa accompagnaiodalk bnona fede' lena la cagione, e ’l titola,. che un altro ha, e trasferì, fce il. Dominio, in chi ha poflèdiua ultitoamente.k cola. . Hifittifcona i Dottori, che dilborrona dà giuriadiuone, che il Marc fi>nè. delllmr pnadotc di Geonania, • che: la Repobhto ufandplo per lup^ilE. mo tempo, del principio del quale i»n v Memoria, fenaa.ch’ efc Impcradote' fi Isa appofl», ne ha acquillato il Domàiio. A quella dottrina divcrfe oppofizioni fi fanno, una che il Ma-, re Adriatico non fa mai dell’ImperadaK Germanico, lìcchà pglkeffere preferino cantio di luii, raltra, che k pKfcriziooe i ooia odiohy pigliando a Ho, e legitimo. Quelli fono Alberico di Roface, Bartolo, Baldo, Angelo Bonarb,. Bartolonmieo Saliceto, Selino Sardco, Paolo da Ca Uro, Angelo Are-, tino, Gialone, Bartolormmco Cepolk, Lorenzo Colca, Gtoranoi da Imola. Carlo..... E^o Balco, Giulio Folcilo, Giovanni Beitachrno. Benvenuto Inaccia, Martin Laudeirfe, Fiaocefco Balbo, Nicolò Triftavio, Angelo MuÀ)', Gio.- Jacopo Marta, e'I Collegio d’Ingolllad, de’ quali fi pone k fola conclufione, che la RcpubUàca di Venezia ha il Dominio deirAdriaeico, lenza (Blcendcre ad cfpUcare il titolo ; otto r alcrivoro a privilegio, quattro a prefcrizione. Ma i più celebri, che fono èrtolo. Baldo, Saliceto, Paolo da Cadrò, c Franccteo Balbo, tengono il fondamento, ch'è k fokpofi feffionc peramichitliditeinpe,'eiunghiffimaconfùetudine immemorabile; al quale io aggiunga, anzi mando innanzi quello d’ rifer nato inficine colla Repubblica, aumcniaKi, e mantenuta con virtù fempre con fangue, e f^k; e vi aggiunga pofeia il confenló degli al. tri 344 DOMINIO DEL tn Pilitcipi, il tefbmonio degli Storici, e 1 ' apptavaziaoe de' Giureconfulfi, quantunque non debbano elTcre ricevuti quelli, che G vagliono'di privilegio, o confuetudinc recita, ovvero efprefla, o prefunu; nè quelli, che G ibndano in preferiaione- Quanto a quella ragione, dove fanno il fondamento, dobbiaina -però valerci della loro autoriilt, in quanto tengono il Dominio della Repubblica fopra il Mare per giuGo, e legitimo, ed in quanto rendono chiaro teìlimonio,'cbe gìk 300. anni a tutta l'Italia em noto, che il Mare Gpoffedeva gii canto tempo, che allora non vi em memoria del principio. ' r E (è alcuna diceflìc, che -non è lecito di valcrG di. parte nel detto d'un Teftimonio, fe non ricevendolo ‘ tutto, rifponderemo ciè effer vero- nelle cofe dt fa(h, che il TeGimonio dice di propria icicnza ma non di quello’, ch’egli conghiettura fopra, ovv«o difeorre effer de falUy. - - •. i:, QueGo Hi de fede, che nè tempi de ij. GiureconGtlti fopraddetti era notorio il Dominio della Serenifllma Repubblica (apra il Mare, e che del principio d'cfTo allora non v’era memoria; maqual ioGe il titolo di qucGo Dominio, non apparteneva ad alcuno il dirlo per conghiettura; ma folo a chi iblTero Rate moGratc le ragioni pubbliche: onde con buone ragioni G riceve il loro lefiimoniodi quello^ che hanno per licenza in fedo, e C riprovano le loro conghietture in Jure, Dal che G avn come rifponderc a quelli, che hanno introdotti falQ titoli di privilegio, o prclcrizione, o fecondo il mio riverente patere, il quale rimetto al giudizio di VV. ££. G ufer^il vero, e’I p*Dprio tante volte replicato. Grazia. •' .1 SCRITTURA TERZA. i O Ltre hi conCderazionfe: del Dominio del Mare in generale rcAa il terzo capo propello, cioè particolarmencc parlare de* Porti, Ridotti, e Seni, lion per que’ luoghi, dove lo (leflb Principe è Padrone del Mare, e deitaiTerra, come in Idria, e Dalmazia, ma rìfpetto a quelli, dove il Mare è lòtto la giuriidtzione d’un altro, eia Terra lotto quella d' un’altro, come occorre in Puglia, Rom;^na,cd altre pani deirAdriatico: la qual diveifit^ di Dominj può far naicexe difputa, (è le acqtie vicine a ter/a debbano feguire le condizioni dellaltro Mare, cd effere fono la giurildizionc della Signoria d' eflb, ovvero quella del Continente, llando foggette al Signore della Terra; c vi e apparenza, che non G dovelTe aver riguardo al Mare; perchè Tacque de'feni tono cosi poco profoflde, che piuttoHo G polTono dimandar Terre; appreflb ciò G può allegare Tautoritb di molti Dottori, i quali dicono, che ogni CitiX è Padrona del Mare vicino a fe; e maggiormente de* Porti, i quali alcune Cittk hanno edificati di nuova, ferrandoli con Moli, o con altri EdiGzj, che farebbe grande inconveniente volerli fottoporre ad altri. Ma in contrario è l'opinione univ^rfaJe de’Gìurcconfulci, che deSeni, e de’Poni ( degli aperti parlando, che deTerrati G diri a Tuo Uiogo ) abbia il Dominio quello Geflb, ch’è Padrone del Mare, e nofninacamente delTAdriatico. Que’ Dottori, che attcGano il Domi nio Digilized by Google MAR ADRIATICO. 345 DÌO della SerenUStna Repubblica, cfplicando, ch'eflèndo a' Seni, e Ridoni, eh’ e&t chbmaao ftaaioni, ed a’ Foca, adducono per ragiooc, che quelle acque che fono continuale a quelle del Mare, fi che frh loro non fi pub metter termne, che le divida; iti fi pub trovare un confine, dove l'uoe fòmilca, e l’altio principj, non ^ tendo, eflére fctio il governo di due, ledano alla confiderazione del Mare^ del quale fono i Porci, non mettendo difTerenza tra acqua profonda, e non proionda,' poiché può anche elTere in qualche luogo vicino a terra maggior profondià, che in un altro molto lontano. Ma la, formai ragione, per la quale tutte le acque marine debbono cITerc fottopode a chi fignoreggia il Mare, i pcrchò il Dominb del Mare fi dice protezione, e cudodia per ficurezza de'Naviganti, ed i Seni, Ridotti, e Porti hanno maggior bifogno di queda prò. lezione e difefa, come luoghi, dove i 0>tfari, e Ladroni marittimi hanno maggior comodo di fax ruberie/ adunque lupra quedi il Signore del Mare ha da efercitare la Tua cudodia, e protezione, come nell'alto Mare ò più eflèndo. il bifogno maggiore: S’aggiunge, che vana farebbe la difeia dell'alto Mare, quando i Violatori di quello fof&ro bivi ne’Seni, e Porti, potendo edi dopo aver fatta la preda loro) aver dove ritirare, fenza timore d'alcun, il che riufeirebbe anche a danno delle CittV vicine, le quali non hanno forze marittime da reprimerli, fe non foOero raflrcnati da chi domina il Mare, fiuebbero le prede fenz’alcim impedimento: per la qual 'ragione la giurifdizione del Marre fi dende anche a’ Lidi, che hanno bifogno della defla cudodia, e protezione : e buona parte de'Giureconfulti ateedano. nominatamente, che b Setenidìma Repubblica abbb anche la giurifdizione ne' lidi ; e fi può provare con una legge, la quale dice, che ilPadrone delMareha infieme Dominio di tutte le cofe, che il Mare non lafcia altri tifi, come il fuo. fondo, che col dufo,e rifludb ordinarìaihente copre, e difcopre,fu eoa molta, o poca acqua, e quella poca arena appena, che copre nelle fue eferefeenze, fe ben d’ordinario non ò coiidianamente coperta. E’ ben necedario metter didcRoia tih i Seni, Ridotti, e Porti aperti a' Porri ferrati, perrifblvere queU’inconveniente, che feguircbbe,fit. le Citth non fodera Padrone de’ Porti edificaci irò bro. I ferrali, Irecome fono cudoditi da Terra, cosi appartengono ad ed'a, e non al Mare, e fono folto la giurìfdizbne dd Padrone della Terra/ perla che il Dominator dd Mare non ne ha ragione, dove non i Signore anche della Terra; ma gli ^rti, non elTendo cudoditi da Ter» ra, ma folo da Mare, e colle forze- marittime, fanno un'deda giuritdizione coll’alto Mare. Il detto d’alcuni Giureconfulti, che ogni Citth marittima podeda la pane del Mare vicina a fe non. conclude, che il folo Mar alto fia fono il Dominio dd Principe, ed il prodimo a Tetra, appartenga alb Cint, fc farù iniefo il beo veto fenfo il qual è, che il Dominb univcrbie del Prmeipe fopra tutto, il Territorio fb infieme con un altro fpcziair, che cufeun privato ha fopra una parte d’ eflb b qual poflede, e non s'oppugna l’un l’altro., anzi per b contrario uno fenza l'altro ceda impenetlo.. £ dove il Principe ha la giurifdizione, c più d’una Citth viòuo, Tomi X X terzo Dominio, intermedie, che cUrcheduna Citth ha fopra il fuo' Tenitor», il quale è fuperiore a quello' del privato, ed inferiore a quetlo- del Principe. Quefto lì llende lopra certe cofe comuni, le quali benché ad ufo' fieno di ciafcliedun privato'/ da ninno però polfono effete appropriate, ed ufupaie perfefolo,^ ma reflano in comune della Citth. Il Mare: non puh cadere in Dominio dei privato; perchè non potendo per la fua inflabilitìi efler divifo,non può parimente il privato occupare in parte,,e circondarla,, e cullodirla per fé foto; eccetto che dove folTe qualche recedo che potelTe edcr ferrato co’ pali, e cosV fatto proprio. Ma perchè il Mare profiimo alla Terra può ben edere ulaio continuamente dagli Uomini della Città ora da uno, ora da un altro per tranfitarc con barche, ovvero per padarvi; per tanto vi è oltre il Dominio del Principe fopra il Mare, anche quella che ciafeheduna Città ha fopra la parte contigua a fé. Cercano i Giureconfulti quanta parte del Mare appartenga a ciafcheduna Città r ed alcuni d'edì hanno detto cento miglia; ma parlando propriamente ella è tanto grande, quanto può ad operare a fuo ufo, lenza ingiuria de'vicini; perchè una grande, e popolata Città fui Mare, la quale abbondi di lìti terrcllri, dove cavi il fuovit10, avrà pochi, che vogliano fare il melliere di Pefeatore, e fi valeià di poco Mare, dove una picciola Città con un poco di comodità in Terra attenderà a cavare iivittodalMare, e li vaierà di gran Mrte d'edb; e non altrimente hanno voluta intendete i Giurcconfolti de'cento miglia/ ponendo un numero determinato per un incerto; cioè le Città fono Padrone di tanta parte di Mare, di quanta hanno bifogno di valerli fenza ingiuria d’altri, fe folfero ben cento miglia. Quelli forra di Dominio, che le Città hanno nelle parti vicine a loro, non ripugna a quello, che ha fopra fe flelTo un Padrone di tutto il Mare; imperocché non fi Rendono alle medefime ragioni. Quello del Principe llà nella cuRodia, difela, protezione, e giurifdizione ; e quello dePaCittà è nel valerfi dell’ acque a benefizio comune de’popoli. V’è dilferenza, fe quelli fieno Sudditi deiriReifo Principe, opure d’uà altro; ma ficcome del Dominio, che ha la Sereni&ma Repabblica in tutto il Mare, ne hanno la parte forale Città di IRria e di Dalmazia fuddiie, così anche he hanno leCittà diRomagna, e della Marca non fuddite; ma nè queRe, nè quelle per poter culladire la detta parte coll'armi, mafolamente per poter valertene a’ loro ufi. ElTendo rifoluio, che il Dominio del Mare fi Renda anche a tutte le pani di quello, rcRa a vedere con che fotta d'azione s’efcrcita quello nel Mare Adriatico, e nel Territorio di Venezia, dove ha quella RelTa podcRà, che ciafehedun Principe ha nel Ino Territorio; per lo che ha da efeteitare in Mare quelle azioni, che fono elèrcitale. da’Principi nelle terre di loro foggezione. 11 Signor del Territorio per rirtò della fua giurifdizione ha podeRà di dar legge a tutti gli Uomini, che fi ritrovano in quello, di punirei delitti fatti contrale leggi, ed’imporre contribuzioni, e gravezze per foRenete i pefi, e lefpele di chi ha della fua cuRodia, e protezione bifogno; adunque per la ragione della giurifidiaione, e ciModia del Mare, la Sereniilìma Repubblica può metter leggi a' Navigami, gaRigare i delitti commelli in Mate, ed efigere Daz), ed altri diritti. Che poITi far leggi a’ Naviganti, fecondo che giudica nece fili che II poflà Mettere in diffieolth, è coCa decifa per univetfal latrina di. tnate ie.«enii, cmfiennata anche per la Dottrina di S. Fa^ nella PiOola. f Kenuni; e quella i, .che Dio ha polii i Prin, cipi, e Potentati per proteaioira i’buoni, e gaftigo de’caitivi, e per, che fon» Miniftri di DI» in quello; per tanto ipiotetci fono inobhligo di pagare i irihutà, e le gabelle, lìcoame al .Principe., che ha cultodia, f guardia I della Xcira, per conlervazieoe della ppbblica iranqqilhtlit quelli, che ne godono, debbono contribuirà alle tpele, cbc; fi .fiiinnn,. e non folo- i luddhi, ma anche gli alieni, (he tran, filando per la Regione godono la ficurezza del cammino, fono ob, bjigati a pagar paflàggi, e pedagi; cosi tutti quelli, che,tranfiuno pel Marci a Mrtanto godono la ficurezza daCorfati, e Ladri cagio, nata dalk Ctwiditt arraata- dei Betnìnante, la 'quale non fi può tenere fenzz difpendio, fono obbligati e per ricognizione di quella pròMaioBe, e per oontrjbnire altafpelà, a pagar l'impoCaione, eziandio, a ohe noti toccafiero Terre del Padrone del Mate per cagione di quella enfiodia,, che li rende ficuri. 5 tanto d da dubitare, fe ;i Naviganti fieno obbligati a contribuire per la igufiodia dd Mate, quanta i da dubitare, fe nel tranfilo terreflre chi pafla per lo llrade d’un Dominio fenza toccar le Citth lia obbligato a pagar dizip. Di quello nefiitno debita ma cgnfelTa, che dee Wonolcere quello, ehe gli tiene la riva ficura’, cosi nell’alto Mare per la llelli ragione ha da riconofeere, chi glielo tiene fieuro : e quella v«rith i fiata praticata pir li tempi paffati nel Mare Adriatico ; onde refia memoria nelle Storie, che nel laag. il Duce Tiepolo meltelTe un Dazio a qualunque Navigante pel Mare ; la qual impofiaione però non fi dee credere, che foOè la prima, ma che fofiefempre in tfib pel tempo innanzi, dappoiebi fu prefa la protezione, e cu. Ilodia del Colfo. A quella impofizione hanno accotuemiio i Principi ppfielfori del Continente intorno al Golfo, i quali volendo tiafporur robe per Mare da un luogo all'altro, eziandio efiendo ambedue fatto illoto .Dominio, hanno xiohitfta lictnza, il,. Rè di Napoli, Pottmati, « Commiflarj della Marca d’Ancuna, e 4* Rodjagna, Duchi di Ferrara, «d altri Potentati, che r»IUmleglttraK ne' libri pubblici „,oqde, ho latta 'ntenaicae |neùa firiina Scotiura. .l'i I 1 i Dc’Oatj impolU dalla SereniSina Repubblica 'particoUrnieate fora le Mcrci^ de' Ma vif^Mui: per l'Adriatico tratcano. i Giuieceniiilci pa me veduti Baldo, Angelo da Perugia, ^tolomneo Saliceto, Ciò: 4’Anania, figndommoo CepoUa, Martino LaudchTe,. Giulio FofecCo, Gio: ficctachino, Egidio BalTo, c tutti approvano tal fotta d' ùnporiaipni nome legiiime, ed alcuni d'elB dicono che tanto la SerenilBma Repubblica ha auaorilb d'imporre Qaaj nel Mare, e conhfeare i ooncrabbandi, .quanto nella medeCnia Ciltb iii Veneaia. -1 le gravezze, quando, lóno. antiche, ed ulàte .pare che non Geno da'.po^li. malp^volmente Capponate quando di nuovo s'impongono; • dilulàte,làac: rinnovate, yengono riputate gravami: e Gccooie la Sereniilima Repubblica è- ftata coofueta per h tenapi pallàti a rnett lere irapoGzioni’ lepra. i Naviganti, q coRringeili a làr fcala in Ve. zia; così potrebbe in avvenire tornar la. Acfla ixceflitb, fe roGèrvanaa fari Hata neglena, e i'efazwnn dìGtfata; il Nmetcerla farli una dificnUb, e..maU fodditCwione; il iche. avendo però legge antica, ed eiegaita, fark con giulUzia > ed vtiliik prefente e futura il continuare colla GcGa equitk, e modetaziune .nfléryata coti neU'mdituzipoe) come neU'cfecuziofii p^zie. f n Quelli, che per lo paflato hanno, voluto metter >. dilScoltk al ginfto, e leghimo Dominio della Seteni/Snu: Repubblica (òpra il Ma, perchè il Mare di tua natura e libero, e comune; la feconda, perchè la SereniiGma Repubblica ha convenzioni con diverfi Principi, che la navigazione del Mare rdlaGè libera a' loro. Aiddiù; la terza è una Capwplaato, ne,, che dicono. eGèr contratta con Papa Giulio. U,. j-n Per la prima ragione diconq, che nelle Leggi fpeQb G ritrova, che il Mare non è d’ alcuno, ch'è comune di Iva natura, ch’è pubblico per ragione delle genti, che non pub edèr occupato, perchè non può cG :e la SereniSima Repubblica, e per col», leguènza anche olliiitb verfo i Sudditi, ed impèdimeuoal tranlitar, e negoziar ne’paefi dell’ uno, e dell’ altro cosi, per terra, come m mare; e nella pace levandofi l’ollilitb tib Prìncipi, per un capa ^eziale, conforme all’ufo degli altri PaeC, è datala Geurezza lÙ tran, filare, e negoziare per tctra^ è per mare. Sintenderà dunqub ti navigar ficuro, e liberamcRia nel Golfi» Adriatico, fervate le òrdìna; znni di quella .navigazione.: ' Potar fare imaioofa noa Uberdi, e Scurezza non vaol dire arbh trarìamente, e fecondo rappetllo irragionevole dì tialicheduno; ma vuol dire Gcuramente, e libcraOlcnte, fervate però le leggi.. Quando fi dice, che cìafcheduno può liberamente fiù' tetUniento, non a’ intende però', che k> polla fare inuifizi oro, ed impertinente; ma che dee fervar le leggi tcllametarie ; e chi può far viaggiò Uberamente, e ficuramenie non può navigare, le non fervale le leggi di chi domina il Mare, che fona di far fcala a’iuoghi determinati, no» portar cole proibite, pagare i Dazj, c diritti llatuiti. £ che cosi fi debba intendete lo dichiarano le medeCme parole, le quali dicono, che i Sudditi deH’altro Prìncipe pollano tranfitory c mercantare cosi per terra, come per mare rwC, et iétri-, ma le per terra non poiibna mctcahure, falvo, che fervale (eleggi, e pagati i Dazj; dunque nè pure per Mare Io pollano fare, le non cònlucic le iuddctie condizioni. Ciò fi Confatma, perchè non è di ragione, che i Sudditi del Principe amico Ceno maggiormente privilegiati, che i propri; dunque (e i proprj fono fimgetti alle proìbi-. ziooi, ed a’ Dazj; debbono eflcre cosi anche gli flranieri. Oltre di ciò dimofirano lo lleflb chiaramente le parole del medefimo Capìtolo, il quale dopo aver detto, che pollano negoziare per terra, e per mare, tati, neralmentc a fare ogni altra opportuna operazione circa le predette cole. Gli Ambafeiadori andati a Roma negoziarono; ma per (labilire il Negoziato il Pontefice non contento della Proccura, ne ricercò un’altra più ampia. Per lo che lotto il giorno degli 1 1. Decembre fulTeguente fu fatto un altro Mandato di ^Ueflo tenore .* che volendo il Papa trattare alcune cofe cogli Ambafeiadori, fe bene perciò fu fatto loro Mandato anaptillìmo fotto il giorno de’ 31. Luglio, nondimeno di nuovo conlUtuifcono gli (lem fei Nobili Proccuratori della Repubblica a trattar, e conchiuder col Papa, o co‘Depurati di lui qualunque cofa, quantunque fodè di quelle, che ricercano Mandato fpeziale, unto come fodero efpreflc iliigolarmente, promettendo dr T0tùy &c. La Negoziazione fegu'i lino al Febbralofudeguentejedovendoncoochiudere, il Papa non lì contentò de’due Mandati ; ma colla fevcverii^ dei tuo animo avendo (labilito il giorno de’ 14. di quel Mefe, ch’era la feconda Domenica di Quatefima per giorno di trionfare a dare pubblicamente ralfoluzione, fermò una modula, o minuta dell'Idrumento, che voleva, che fode fatto in quell'azione, contenente i Capitoli, che ricercava gli fodero accordati.* volle, chela Serenidìma Repubblica iacefse un'altra Proccura, inferendo di parola in parola quella Minuta. La proccura fu fatta fono il giorno de15. Febbrajo, e vi fu inferca la Modula dciridrumenio, che il Papa voleva dabilire, e data autorità agli Ambafeiadori di convenire con que’ Capìtoli. Qiied’Idrucnento è quello, che fi produce, ed a nome di Capitolazione, fatta eoo Papa Giulio li. Se abbiamo qued’lUrumento autenticato, o nò, io non lo sò; ma dato, che fofsc in forma approvante bada Iblo per modrarc, che per quello è data autoritli agli Ambafeiadori, ma non appare, ch’eifi Tabbiano efeguica. Oltre quello Mandato fi ricerca necessariamente che gl’ambafeiadori innanzi il Nocajo in Roma modrafsero queda loro Proccura prenarrau, e pregafsero il notajo a fare un Indrumenro, com'edi per autorità data loro dalla Repubblica promettevano le tali, e tali cole al Proccuratore del Papa, o ad alcuft fuo MiniRro, o ad eflb Notajo, che riceveva la Pniccura, di che era pregato da ambe le parti a fare ridnimento. Queda farebbe la dipulazione, la quale fe fofse fatta io non lo sò; ma veggo certamente, che i Romani non la poftono produrre; ed in luc^o di quella producono il Proccuracorìo coliamo i 3 nU fteUsat che non ferve; perché come s'ì detto, ft ben la furrauU vi é dentro inferta, altra cofa però é il Mandato Procuratorio, altro é la Convenzione ftipulata. 11 Proccuratorio da podelllt di convenire, ma non fa che Ua convenuto; né mai prova, che la cofa fia fatta. Innumerabili volle occorre, che làrh data autorità ad un Froccuratore di contrattare una cofa, che non viene poi contratutaper qiulche rifpetto ; anzi quello, che piò importa, fi trovano Mandati autentici, ed Inllmmcmi (leifi,ma non flipulati per qualche oc cafione nata pofcia full' elécuzione. Ebbero i Proccaratori autorità della Sereniflìma Repubblica di convenir col Pontefice in que' Capitoli folto il giorno de’ij. Febbrajo in nove giorni, che paflàrono fino pi giorno de'24. che fu quello dell' allbluzione, in tempo che tutta riulia era in armi. Infinite cofe poffono elTere occorfe, che abbiano fatto aggiuenere, fminiiire, od alterar i Capitoli. Bifogna però mollrare non quello, che folle commetTo di fare, ma quello che fia fiato fatto, e fiipulato; il che cfli non mofirano né autentico, né non autentico. A’Proccuratori fidò autoriib di contrattare, ed cK fui fatto veggono quello, che occorre; non poflbnotmpaflàre il Mandato, ma cercar d’cSieguirlo totalmente, ovvero ufarlolimitamente a favore del loco Principale. Chi vuol fapere, che dalla Serenifltma Repubblica non folle data linfiruzionc agli Ambafeiadori di confeniire a que’Capiioli, fe non con qualche condizione dal canto del Papa, la quale non cgnfentita da lui gli Ambafeiadori follerò refiati di concludere la Capitolazione nella formula data’ Infomtua Mandalo di capitolare non é d'aver per capitolato.- e fe la Repubblica veduta la Modula mandata da Rtyna folle fiau rifoluia, t che fi avelie per conclulb in quella forma, poteva fare rifinimento del filo Confenfo qui in Venezia, c non dare autorìtò, che folle fatto a Roma; tanto che non é buona confeguenza dal vedere l'autoritli di capitolare, dire dunque fi é capitolato. Quando penfavano i Romani di valerfi di quello Proccuratorio in luogo di Capitolazione fiipulato con Launlio Nocajo ilella Camera, fi aegiunié una nota fotio,allefendo, che la Capitolazione fu fatta, ed i Proccuratori promifero, e giurarono i Capitoli; e quella natta fu fatta dopo la morte di Giulio; il che apparifee; perché in ella é chiamalo piò volte falicii moritaiimh^ titolo, che fi dà a' Papi morti. Non ha il Noiajo pollo il tempo quando l'ba notata; ina fi congh lettura, che folle 15. ed anche 20. anni dopo. In quella fórma Papa Gregorio XIII. diede l'ailetta Capitolazione agli Ambafciadpri del 157?. adì 17. Settembre. Di quella nota non é da tener conto alcuno, poiché le Scritture di Notajo non fanno fede, le non fatte per decreto del Giudice, (e non Giudiziali ; e le fono contratti, fimi in prefeoza de' Tefiimon), e delle parli con rogito d'elle. £ qui un Notajo molti anni dopo 1 ’ allerte pani fcrille quello, che fuccellc, e con parole anche piene d'ambiguità; perché chiama quella fua Scrittura Trtnjimta, e dice d’averla collazionata coll'Otigmale lenza dire che Originale fia quello, e da chi fatto. Quelli difetti furono fuperati da'Confultori di V. $. il che venne a notizia della Corte Romana, onde nel lioé. per occalione dc’meti pailati ftamparono 1 ' afierta Capitolazione colla fede dello ildla 1-anti I^urilio; m« corretta non iniitolaniÌQ pib Giulio di felice memoria, e mettendovi il teqapo fieOo dellafToIuzione 14. Febbraja ij 2^. Ma non avendo ardire di dire, che foflè rogata dagli Ambafeiadori, fotiofcrillè non come Noujo, che facea Inftrumento trh le Parti contrae enti ; ma come quello, che icriveva un Decreto giudiziale, dicendo Jc Mmdut ftiferiffi ^ onde fuggendo un inconyeni^te (tanno dato ia un ina^^te, ( Ma vi i chw liacamciua, che queU'aano 105;, Laurilio nonem Notajo di Camera; perchè nell'alTeTta Capitolazione fono nominaci tutti i Notai di Camera per nome proprio, e quello non i in^el numero. Tra diverle pretenfioni Romane apparifeono molte alTordith ; ma nelTuna ha tante oppofiaioni, come quella, delia quale quando in avvenire venilfe parlato dagli Eccleliallici il mio riverente parere è che,fe ralleghetanno folamente,(ia loro rifpollo, che da pochi anni in quk s’è dato principio a nominarla; nè però mai è nato veduto nè l’autentico, nè l'efemplare di quella Capitolazione; perchè cosi veramente è. £ fe produrranno quella, che dal Papa Gregorio fu dau, ovvero la Rampata, fia riljiollo, che quella è un Mandato Proccuratorio per Capitolare. ReRa, che moftrino, che la ftipulazione fia fatta, e fe voranno venire con argomento, dicendo, che trovandoli il Procctiratorio,.C dee prefupporre la flipulazione. Ila replicato, che tutto è contrario per le molte,, ragioni efplicaie dì fopra. Dalle cofe moRrate in quella Scrittura apparifee chiara, che le difiicolth promoRé fopra il Dominio di V.S. nel Golfo hanno vera, e facile nfoluzìone, ch'è quanto col mìa riverentiflìmo Zelo ho làpuw ritrovare, rimettendolo perb come mio umilinimo parere alla prudenza di V. V. EE. GRAZIA. » O M I DOMINIO DEL MARE ADRIATICO E SUE RAGIONI PEL JUS BELLI DELLA serenissima repubblica DI VENEZIA Drfcrino da S., Suo Confultore d’ordine pubblico. v»:r • n 1 ^1 —w», SERENISSIMO PRINCIPE. Orna molto, a propoGto nelle Oufe forenG, com« uifegD^ i IXattori, ualafciar le diTpute fopi^ le ragioni GeirAvverTario quando fono tanto forti, e gagliarde, che non G poGbno didru^e-. k; però G Gioie parlar fuor di propoGto tirando fa Cauta fuor del fuo alveo, per tirare il Giudice fuor di buon (lato, che non attenda alle buone ragioni, e (accia fentenza in-, giufta. QueG’ artiGzio viene uiàto da alcuni Dottori melG sii non da alt», che da diaboGco fpirito a far novità per turbazione della pubblica quiete, con far venir Vafcelli foreGieri in queGo Golfo, in futura petnizie del comun commerzio, e della Gcurezza delle Città marittime, contra l’antiche, a legali ragioni, che ne ha quella SereniIGma Repubblica inveterate, appio, vate, ed acconfentite da tutto il Mondo, da’Grandi, e da’ piccioli, da’ Principi e da tutti gli Ordini Gno agli ultimi plcbbei, con prc. fcrizione di Secoli, che vi aveva poGo Glenzio,- Operazione percer10 diabolica per mettere alle mani i Principi, che non abbiano a goder la pace, la quale il Signor noGro in miniGero,e tutela ha loro laiciata- Segno di queGo è, che nel priucìpio cominciano a fcrivera contri rautorii'i del Papa, ch't il primo alTalto de’NovaCori, i quali il Diavolo mette in battaglia per rovinare il Mondo, e come aque. fta difgufla fi titano, fingono che i Signori Veneziani fondino le loro ragioni fopra privilegj di Papa Aleflando, e deU’Imperadore; e per diltruggerli fuori di propofito li mutano contri lauiorith loro, e li mefchiano come fodero le Carte dei Tarocchi, che al fine fono pazaie, bagattelle, e giuochi di mano, trattando materia di tanta importanza con forme non degne nè del nome di Dottore, nè di Crifliano ; cosi infamano le fteffi, ed in certo modo i Miniftri de' Principi, come a bella polla vadano ad incontrar briga, per effére adoperati, e mettere di le medeCmi neceffitb a'Principi loro in ali maneggi malHmamente nel Regno di Napoli, dov'è fama, che le contenzioni fono fiate maggiormente nutricate per confentimento de'Rè. ( Gicc. I. ). Cari. iji. ) Non è vero altrimenti, che i Veneziani, fondino le loro ragioni del Dominio del Golfo fopra privilegio di Papa, o d'Iroperadore; che fé ciò foffe, forfè per certe ragioni non tornerebbe conto aprir bocca, però quelli Dottori fondano la loro difputa sò cosi sfacciato e vano mendacio, fanno alle pugna, danno dei calci a lovefcio, e cambationo lenza incontro, come i Tori, che hanno perdita la Vacca, dicendo, che nè pur fono fognate dalla Repubblica di Venezia, ed anifìziofamente lafoiano quelle, che pubblicamente fi leggono fcritte da Marc’Antonio Pellegrini nel libro ottavo de Jote Fifii, da Angelo Macacio nel libro primo da Giambatiila Leoni nel libro delle Confidenzioni del Guicciardini, da Augullo Treo nel fuo Panegirico, da Jacopo Chizzuola nel fuo Confìglio, ed allegazione pubblicata nel fupplemento della Storia degli Dirocchi, e da Prorperu Urbani nella nife-. Ca fatta centra Emanuello. Tertoviglia Spagnuoto. Gli Amichi Ginreconfulti, non avendo trovato chi abbia fcritto, o detto in contrario del Dominio, che ha V. SereniiU lopra il Golfo, dìfsero, che aveva prefcrizione immemorabile, volendo dire non efservi bifogno di mollrare altro titolo, facendo quelVeffotto la prefcrizione tanto antica, che fi abbia a credere il maggiore, e'I piò laido, e forte, che poflà mantenere tal polfelTo; conira i quali non conviene llraparlare, dicendo, che fono ignoranti delle Storie, benché abbiano acquiftato come di prudenti, e da loro fi governi il Mondo. Quelli, che forivono per la Repubblica gli allegano, e fe ne fervono come diteflimonj, elTcndoflati in tempo della preterizione non mai imerrota a’ loro tempi. A quelli gli Avverlar} oppongono tellimonj di Storici, che riferilcono diverfi Rè in divelli tempi elfer venuti in Golfo con Legni armati; e però aver interotta fa preferizione ; nel qual calo fecondo i termini legali, bifognerebbe, che cercaflero d’ accordar tali tellimon j, come facilmente fi propone, quando fi dèce, che que'Rè fieno venuti con aver ottenuta licenza dalla Seteniflima Repubblica; perchè i fuoi Confultori Marc’Antonio Pellegrini, e Jacopo Chizzuola nella dilpua fatta, prefenti i Commelhirj Imperiali, adducono Principi, che vi fono venuti, ed hanno dimandata la licenza ; dove biiogna dire ^md folinmeji fieri, frefuminr feSum. Quel ch'è folito a farli, fi prelume fatto ;edè benefpiegato ed ellegete dìCora. Conl.z87.num.i i. voi.p.fapradi cheiContraddittori fi riducono adire che bifognerebbe mollraie, che almeno due volte ne avelTo lata refifienzaj Temo li, ^ Zz ma dille cefe fegocnti lo intenderemo^ oltre molte altre rifpoflc legali) che ù pofsono dare a tale inllanza; ma perchè centra G grati legge della prdcrizione fi ardil'ce di parlare) cos^ fi dee renderconto dì titolo di COSI amico pofTefib per ovviar per via di ragione,fe fi può) a quel malC) che potrebbe nafeere per mala ed ingannevole perfuafiooe di cofioro» Se ne parivi altrove) ma per oi^nitk. Ora quefii tra gli altri fìngono di parlare fopra il ]us belli ^ che ha la Signoria Screniffiiaa ) il qual titolo toccano, come parlano appunto. Non fanno, ma faper dovrebbono, quandola guerra ègiuila queir eflere il piò faldo titolo che pofla aver una Repubblica, e qualunque altro Pnneipe deVuoi Stati; perchè quello vince il Jusna^ furJcy e mette fervirtù, dove la Natura, non che il Jut genrium ha melTa liberti, e comunione; onde fi vede quanto ridicolo riefee il di(pmare,cbeneirun Potentato EcclcGallico, o Secolare polsa farleggì, dar termini, o conceder cola in pregiudizio della legge naturale, t con quello gli altri inicG, vogliono, che riefeano bagattelle. Vuole il belli y o Jus gemhtmy che vinto il Nemico, tutto quel)o« ch’egli pofiede s'intenda del Vincitore. Il primo premio, che zia, dove Baldo dice, effe re come dar della teda nel Muro/ inquedo. oKiza. bifogna mantenere il poflellb a chi lo tiene. Al Cecondo fi. ciCponde, che quando la Repubblica fbndaffè le fue ragioni. fbpra..puMlogj le baderebbe la faìna dèfTi;CosÌ conclude Mariaoo Cpccina nc Cuoi Conigli ; come fa la Sede Appodoiica trattando la ^a^ooc de'iuoi Stati, che non L’è necciTario naodrare alcun lodcuoiemo JeTcoiacquidi. Sarebbe error grave tnodrairli per farli leggere, diffidando della fàma. £ quando la Repubblica aveflìr a moArareglIdxiuscnù ripofU. nella Segreta,ic le prederebbe pienifCma fede ? A quedo proposto, dicono i Giureconfulti non elTcr lecUodire, ne menopenfàre, che laiRepubblicadicelTe una fallici, benché delfuocomodofitratci; cost aliega'ilCardinalTofco ne'Cuoi Volumi delle Capitolaziom praticabili. Àltcrzofìrirponde; cheCe il Papa aveCse conccCso tal privilegio, fenza la libci^ ve^ontV, quando ritornò in Roma lo avrebbe rivocato, come fece PalqualIL de'privilegj concedi ad Enrico IV. Imperadore, quando esa nelle lue mani/ il queir fcibko giunto a Roma in pubblico Concifloro li rivocò, come editti in dato, dove non era indio potere di negare; e fé durano i titoli privilegiane* Rè di Napoli con-celila Guifeardo da Leon IX.. quandolofecero prigione eo’Cardinali nella guerra di Benevento y perchè non li rivocò* quando tornò a Roma, mcglia avrebbe a durar quedo fàttO' da Papa,, che non fu mai prigione in Venezia,ie fe avelie voUmo U Repubblica edorquere tal privilegio, ed altri titoli,, gllavrebbc avuti mdto prima dallo llefroLeoo IX. quando venne a Venezia., del qual anche la Repubblica aveva prefa la dif'ela. Al quarto fi rllponde, che Papa Àledandro, quando dille HocMawl ipfum Mare ha* detto di qbedo Golfo, il quale comincia da queda parte, ed intero, (enea mutar nome, fi donde fino a Corfb; nè manco più oltre vogliamo, che ptflì « òsi fi ha intefo da tanto tempoinquà, che non v’è memoria in contrario, chefinal prefente ft chiamatGolfcr di Venezia. Ben> ir DottopìNapoliiani aivevano imparato nciUdifputa tra’ Francefi,. eSpagnuoU per caufa de’ Confini dei Capitaniato, le fodé deif Abruzzo,, o della Puglia*, dove fio tenuta concilifione pergliSpagnuoli, che nella difierenab de nomi, e de* Confini délIcProvincic, fi debba^attenden fempre alfulo prefenter. Fu confemiaca qucda> ragione colie armi contra> i Francefi; pCTÒ nemcnte quando fi À il mireflb d'nn podere, balla una gleba d'effo; cosi per hoc Mare lì e intefo tatto T Adriatico, dove fi ebbe la vittòria, ch'era avanti gli occhiti ut: n Ma quclladifpau i friulratoria, o perdimento di tentpoi, che la Repubblica non dice d’elTerPadrona del Mare, perehè il Papa le abbia còticeflb privilegia, nè il Pape in quella parte fa conceflìone; ma dichiara^ • aiODe, e coDcefrione, ebe làRepubblica fiaSignora del Marò Jkre talli, ebe qucHoTha de Jurt gaathm; e di tal dkniaràaione fe n’è compiaciuta la Repubblica, ad imitazione di Nollro Signore, le cui azioni fono inftruziòni noftre ; ilquale ficompiacque della confellìoiw, chePieuo fece qualtncme era Figliuolo di Dio; quando non fi voglia, che il Papa, d qual è nel pofiéflo prenatrato anche di maggior autorità, non abbini fiuta tal dichiarazione; queflo non leva alla Repubblica il Domintojm talli acquillaio, per aver vinti non foiamente i Rè di Sicilia, ma i Saraceni, ed altri Infedeli, e perfecutori di Santa Chiefa; nel quat cefo dicorm i Giurcconfulti, che lènza- altra dichiarazione, oConcefiCoite Pontificia fi acquifia piena ragione negli Stati conquillati di mano d’efii. Ne daimo efempio de’ Rè di Spagna Aeiracquifto di qtie’Hegni filori delle mani di uli nemici, c pètA ivi nen riconolce fuperiore flmpefadore, inquanto gli abbia a comdtidare ; Con- i eludendo lopra quelli quattro capi anche a modo degli avverfarp ; che il Papa non abbia dette quelle parole, e fe dette le ha, non abbia avuta aumriib di dirle / confidcrino bÓMy e vedranno con qual azione aveb potuto dirle il Papa. - A chi vince i Nemici in Mare, ebe occilpavaiio, fi dee J tare talli flmperio del Mare; LaRepubblicadi Venezia havifiti ìNemiciinMa-' re, che occupavano; adunque a' Veneziani fi dee ima talli l'Imperio del Mare. Si provala maggiore per li Giurcconfulti, i quali dicono^ che la Vittoria db in mano del Vincitore tutte le cofe, e di quello, che alcuno ha prefo in guerra ne ha il Dominio : ed aliti Dottori dicono, che finite le guerre i popoli vincitori, tutte le terre, dalle quali hannofcacciati i Vincitori pubblicamente, ed atiiverTalmentc dicono loro Territorio •,SicFtac.daCa»iit.Agt. frf. Bap. ^jnn.ila Allimianitut Cap.iy. m. 9, /iè. II. E ne’tcTffliai dcIMain, che fi faccia Territorio, e polIcflione di chi vittoriofamenfe vi ha combattuti, e vinti i Nemici diremo, come allega ancoraGioiFrancefco da Ponte dnadeDottoriav. vetfarj nel fuo lib. de PattHata Prafrii eap.ìj^ Uti Re» fama conertojiam a»mE*areia», iti efiTcrrhartum Ragia, et aala Ttrritariam diainr a potaftata tanamis, ÌT Jiaua dkitwr Cataefis prima; Spiritu Domini faratarna fiapat aquas, Jia famr fapar Mate paaaftaa éatanris JnrifdiSianam. Cioè dove ilRè va con efercito contea iNemici, ivi è il Territorio del Rè, perchè Territorio è detto dalla ^ellb del tenere, ficcarne fi dice nel primo del Gencfi ; Lo Mrito del Signore fi trasferiva fopra Tacque, cosi fi trasferifee la Ginrifdizione Ibpaa il Mare a chi n'è reliato Padhme. Perloabè t Romani lotto Scipiane, vinti i Cartagineli, dice Polibio nel lib. yuikviSK iaflitm Impari» Maria fojiai fiata ; ciò! vinti iCartagmefi, tolat.le loro Navi, emefli i rollrtnellelororeftò flmperio del Mare a'Rommilip iMtadaa.i, lib. 4. Satalt.diS.^lit.^. Gli Atenieft potimun tc dopo la- vktoria di Salamina contra i Fani confeguirono, dice Lcuda, rimperio del Mare. Qui anche fa a pròpoCto il cafQ allegato da^i Avverfar), che Ferrando figliuolo del Rà Ferrante con 53. Galee paisà tutto rAdriatico, e fugò la numeroia Ar« mata de'Veneziani fino a villa del lor Generale Marcello ; didrufle la Dalmazia con tanto terrore de"Veneziani,die dice il Sabeliico diél. 4. Iib« 2, Eififtinunttt flHum effe àe Imperio Marit\ perchè da quello ficavaparimente, che chi fuga e vince Tarmate nemiche nelMare,togliendoad altri riiien per fé Tlmperio del Mare divenuto Tuo Territorio dai tener fuorii Nemici, di modo che TAdciatico farebbealiora divenuto tutto Tehttorìo deRè di Napoli ) ma v| lalciano il piu bello da narrare. Del vincer, e del perdere nella guerra fifa contoin fine ; difopra abbiamo Bellis bakitis dove quello avviene, conte negli altri giuochi; chechinel principiovince, alfine dirperataraence perde/xomeavvenneaPompeonellagucrra centra Cerare; nel principiogloriaodoC di certa vittoria, come appunto ora fan no gli Avverlar); non fanno fcrivere di ceno poco dtfordine accidentale; onde perchè la narrazione di quel fatto abbia a galligare i Milantatori de*primi lucceiTi nelle guerre, e perchè torna a propofuo per provare la fuddetra nollra minor propofizione flendcremo il luogo del Sabeliico, che Io narra. Federigo ArrigodiFerdinandofigliuotopiagiovanecon43. Galee, eFufUencròneIportodi.M,,Diedequelloaflàia temere al Sonato; edera veriAmile, che il Nemico ivifermandofipotelTc contcnderea Venezia il Mare. Tutta U Citik aveva gli occhi rivolti al Marcello, cadauno a lui, ed alla fua Armata guardava ) credutoaver perduta SignoriadelMare, quando non fofle cacciato a forza il Nemico di quel luogo, il che era mantfcAo non poterfì fare fenza grave confiùto, Stava adunque laCitthin afpettazione, che Marcello, ilqualera a Geldra, o ardefle TArmaca, che aveva nel Porto Anconitano, fopravvenendovi alTimprovUb, ovvero la conducete olfattod'armi, elalcaccialfedi 1^; mafrateanto, ch’^lifupplifce a'bifipgni delle Navi condotte dal Pò, mentre fi apparecchia la vettovaglia, ed ogni altra cola bilogne vale, il Nemico non fi tenendo Acuto io quel luogo, fatta vela, fi part'i d’Ancona, prima, che vi venineTArmata Veneziana. Panar» tal cola grand* odio centra il Marcello fpezialraente del Volgo, ù quale mifura il tuuodalT avvenimento; e giudicò, che non fofTc (iato ardito d'andare contrai! Nemico venuto in alto Marc per mofirare dinon efiere venuto in vano, alTaltando alTimproviloLUlairela della Dalmazia., qiiafi tutta con ferro, e fuoco la difertò. Cosi parlailTefiimonioallegato dagli Avverfarj, dov’è prima da notare, cheTArmaia Aragonefenonfugò lanofira. Secondo, non vi enarrato il tanto tremore de* Veneziani. Terzo fi vede, che non i Veneziani, ma l’Armata di Napoli era alquanto tremante; imperocché dice, che il Nemico, non fi tenendo ftcuro in quel luogo, fece vela, ma vediamo piò oltre, chi ebbe il tanto tremore, perchè 1 Autore di quella Scrittura non ha inietto il Sabeliico. Si vede dall’ eiroie, che prende circa il nome di Fernando BgliuoIodiFcrranteconM.Galee, in vece di Federigo figliuo. lodi Ferdinando COD43. Galee, eFuAe, ^ice ilSabeltico; adunquequeAi dopo aver meffa LiÀà a ferro, ed a fuoco andò ad aflalire Corfò, Pietro GiuAinian, e Niccolò Bigan, dicono Curzola, dove da principio furono fi terribili gii alfalti, che ad un tempo vi pofero le Scale alle mura, ondo avevano fpaventaii i Terrazzani, Giorgio Viaro ivi Capitano, diffidane dodel poco numero de’ fuot, hfpettoaquc! de'Nemici, per intimorirli fece fparger voce per la Terra > che rArmata Veneziana lo veniva a foc correre, efecerUrealIc Campane per tutto, e levar dalle mura un lieto grido, che gàvenilTe l’Armata. I Nemici dalla paura del pcridsio agitati, perduti circa aoo. fi ritirarono inMare comeOmbre, e Ipiriti tenebrofi di procelle, anzicomeComacchie, che fuggono il (uono delle Campane de' Campanili, dove fi aggirano. Vibannoanchelaiciatodidire, cherArmataVenezianaandò a prendere a forza Gallipoli in Regno, dove li llende la Colonna in confine dell’ Adriatico, e Ionio; e che Trento Terra de’Tolemini, Rudis, ed altrevicineTerreim^ientidelcal'adiGallipali,fi arrenderono, oltre di ciò hanno lalciato, cneFerdinando vedendo fi grave rotta in cafa fua, pensòalla pace, ^guerra fu la sfortuna di tutti i Principi d'Italia congiurati cantra i Venezianiper caufadella guerradiFertara, dellaquale (crivc il Giovio nel principio delle Storie, ed il Guicciardini nclLibro ottavo nel principio, dovelìlegge, cornei Veneziantconfe^uirono la pace onorevolmente per fe, e vittuperofamente pel rello d’Italia, che con fenlimentotantogrande, e nel tempo che fioriva di ricchezze, d'armi, e virtù s'era unita tutta contra. Per concluderla vi fu lafciato tutto il Polefene di Rovigo, ed i Rè di Napoli per la fuga, fe pur avellerò avuta qualche ragione nel Marc Adriatico ravret^apo perduta. Vi farebbe anche per provar la minore la fuga dell’armata di Federigo II. ImperadoreRèdiSicilia, e Napoli recitata da PandolfoCoUeruvio nel libro 4. delle Storie di Napoli, oltre di ciò la rotta data da Ruggiero Rè diSicilia, ilquale infeftando l’ImperioGreco aveva prefoCorlò, dove fatto un Arfcnale, dominava tutto il Mare. La Repubblica, che aveva giulfamentela protezione di quell’ Imperio, fe gli mollè centra conArmata, loincontrò, c ruppe dice Tommafo.Gazzilio Siciliano ScrittoredellaStoriaSiciliana Ub.p.dec. z. Commijfo prttio ex fuisTriremiha, undevìpnli amijps, fxinUTfifqut yRugeriui vilha rwn Juueis dijjìpttiiSicilimi profughi et pojit» bello fe fuitraxh. Cioè lucceSà una fanguinofa battaglia Ruggiero perdette, e fommerfeip. delle fue Galee, con poche, e diifipate vinto fe ne fuggi in Sicilia, e poi Rette ritirato fuorde'travaglidellagufrra. Parliamo adunque, ficcome abbiamo deliberato centra Federigo Imperadore, come quello, che abbiamo detto elfer chiamalo DeminmA&odi, ed è quello, che i Dottori dicono, che il Mare fi pofla far proprio, quello concederfi, e fe egli vinto ha ceffo al Vincitore il luogo, fiamo nella regola Finro vineentem. La Repubblica ne aveva il Dominio exiiujhii ad omnes, quella dunque farò per finita pruova della minore.. Edin rifpoRadelquintoArgomento degli Avverfarj, col quale parlano, come dicemmo a propofito, ma vanamente in riguardo allaveritò dellaStoria, come a quello invigilano tutti i Regnicoli eccetto il Collanzo autore, e tellimonio degli.Awerfarj, l’Auior degliAnnali Ecclefiallici parte per emenda, c parte per rifacimento di guanto ha fetitto contea la Monarchia di Sicilia, li è melfo a quell’ unprcfa, ci ha prodotto per apparenza di tellimonio uno Straccia fcritto da penna d un altro Regnicolo, ed un'altro Apocrifo fenza nome, trovati folamenie a quello tempo tutti due a bufi leggere difuccelC di quattrocent’anni, vogliono anteporli a' Scrittori pubblici di quel tempo, a tante memorie antiche di Marmi, e pitture antiche non mai contraddette. Se Romoaldo Arcivefeovo di Salerno, del quale dicono elfer uno degli Stracci prodotti, non fa menzione di quella vittoria, ec. torit, non va la confcguenza, che pon fiafuccefla; poflbno enervi mille caofe d* una tal ommUTione, o per invidia, o per fcoprire U mancamento, e Timpotenu del Kè di Sicilia fuo Signore, o per non confeirare il Dominio di Volita Sereniti, o che non ha Icritto, • che gli è (lato levato, e fìmili. Si adducono anche altri, che non ne parlano punto; aniche, e Pitture palefano. 11 Padre }acopo Cordano Gefuita in una fua Cronologia fcrìtta in quei Ila materia feguita per fuo Autore il Compoficor degli Annali, ma non nega quella vittoria, ed i PadrìGefuiti, chehanno mandato fuori in Colonia un libro intitolato Dtfenfiones Ànnatium Ectlejiaftkorum. non la negano ; però per pruova della minore, e per rirpolla del 2.. c. 63. dove introduce il Cardinal di Monopoli a dire al medefìmo Pontifìce dell^ltalia, come la liia liberti, e grandezza rìfiede nelle Lagune del Mar Adriatico; e come fi deb. bono bilanciare t fervig; della Repubblica antica, e moderna fatti a Santa CKiefa, ed a tutta la CrìAÌMÙt^ parimente; (ìccomc ampiamente fi leggono in molte Scorie i validi ajuti dati per 1 * acquifio di Terra Santa, e le vittorie ottenute centra Infedeli, f ubbidienza verlo la Santa Sede, ed i Tuoi Sommi Pontefici ne* più urgenti bifogni; ficcome ad AlelfaRctro III. fugato, e fcacciato dall’ Imperadore Federigo Fnobarbo, per la cui li^rt^, ed onore prodigo fu il Principe Ziani, e quel Senato delle facolcli, e della vita tu acquiilare quella famofa vittoria in Ifiria al Capo di Salbore con cattiviti d’Ottone figliuolo dell’ Imperadore, e non effendo mcn liberale ne* tempi di Leon X., ed altri Pontefici ec. Onde gli Avverfarj non offendono la Repubblica, ma i loro Principi, mentre vogliono indurre i Miniflri non folo a far guerra, ma a commettere infame latrocinio, dicendo S. Agoflino nel lib*4.c.4. e ò. deCivitate Dei. Remora Juftitia quid fum Regna, nifi magna latrocinia ? e piu oltre muover guerra a’ vicini, e procedere ad altre confeguenze, e per cupidità di Regno affliggere, c foperchiare i popoli, che non danno impaccio, che altro fi dee chiamare, che gran latrocinio? Penfo d’aver adem^ piuto a ciò, che per tal materia brevemente fi abbia potuto dire, GRAZIA I N- I N P E 5^ LIBRORUM PROHIBITORUM, Pum R?§uii^ pqpftfli* p^r P^trcs a Tridentina Synodo dclcAos. AWCTORITATE PII IV, PRIM^M EDITUS. 1 -i. f»Jìe* vtra ^ S/nt» ofiiu jht Et KUNS p«MVMS.p. n, CLEMENTIS ^ P A P ^ Vni, Jitffu rtu^iùtia, ^ paUictun. INSTRUCTIONE adiecta, {V mjuniét fnhUmmh, itfiù Jbictri tmeniaitdi, CLEMEN5 PAPA VIIE Ad perpetuam rei memorfam. tacaosaNCTUN acho. Uem Mii éqNfinMii fise ^ PcopUccRi Mtctertìitfì iàUiKin confc^tu nemini Ikxt > ut Ciivua in Ecclefla Dei perpetuò eoo(tfvaresur » p^rifque iovioUrutn crade aercitanm, ut haoc fideà catbo^ìca; dpr firnwfM ioGigrkttem t (»Unm » incorna pcam^'ie òi Mcidila Dei reciaarent, ApoAokci animi magnitudine» prò muro domuv Ifraei, advcrAis einrdeni fidei hoAes»^ fciproa oppooentei, ne iAoram doHi, 8c infidiia imprudenter> &limplickaiit vctcres ex infcm excitanecr ficn riiu: Noi. ranl eandcm Pjì pndeceiToris Tri^ntitu Synodba» pefVileijceiB ooxicv- Conllitu^eoem» &]iiclicen>y acReguias« TUO libroTuo copivm, qoc plbs. nitpio ^uonim q^iam. tenorer haberi voiutous cxercventr coerceiet auferre èu> cxpiemh ^uam hxc ip^ p'iens prìnram quìdem dò^iflìmos alì- ta> prour ìnKrms dcfcrìpt# Aific oronui quoc vnosnfetl^iei qu^de d^T||hgila»i|in^oi^araAp^ft^fi^^ tenore ^norceti^,;fc,der^r 4 ^tt''.*’ pcrmota» ad ipfxm Apoftblicam l^deni» gurarìbui peribnis ubiqiie loconmr exiuucgram rem défertndara Aan]tc»-Itaqpe Itentibua» Aib ufdem p in did^aPìì fel. ree, Pius. Papa qitamìs przdeceflbr, ConnjtDCrone COTcentis» obiérvari prveinoAcr, qat hcofcTw xpbrrpacV J de; (fiadamut^rQ^ «ovai faci fa fedebat, Przbcis qui&atàam doé^rina» Itas negqtuim» cùm prombìrionìSf rum et prudentiaprxlUntibusy^adbibirxar.^DK^exputjacioais, de imprcfConia libromm dìeem librorum prohibitofun) » À Re^* pcragamr» eas omnci £acalcate mein. Fias firevi^, proinulgavic ì de c/ufmodi noxìo- Qiintus. MagiAro facriPalatii primum rum Itbronmrdetrimcncisdicpcitcnn^» op- dcipdeGrcgoriin dccimas rcrtius > 9c Stxfortunè- pfOTìdìt, CarteruTn, Ticct illa tur qumtusi CardinaTibosCongregarionir prò rempfìrtii raiionc prudenter ruqrinc predi^z concelRrtinc « quornm tcnores rune conAiruca j rameó'^ -Icum Sarimiz me vofaraus haberi proexprefliSi conArafhuia» in bujufniodi librorum edhione mamus* Se qiucenus opmeA innovamus. finva ili dfi^t mala ( nam.polV in- bis ornniros, qu;r addiùi in bne In ìUlhI tempi» afit erùm libri pcrnicioA dice» noti adverfantur, volumurqric propartim cqnfcripri, atqiie «dici. parcim> prcreai ac dccemimus > ut fi q;;x inpoqui fcriplfì e^aKc» de antèa JcTicùerthti' Atrum dubìtaironet aùttóntfoverfix circa in medium prodiere i ic mem. Sixtns Papa Quinta» przdccef- aliomio» qut prò tempore fiiper Iiunce òr noftcr,|mildt ilIaArari«« acque àd hu;iifa)odi deputati fherinv» rd'eraneur i l’cgoUi a^iMs neceflàrif» rebus » liianda* et ex fencemia eonindeih* Cardinalium y vie » nr nonuutli alii ejufdear generis (i- nobisi aur fuccefioribus noAris > fi rei bri V eidem* Indici ad^ereptiu;. Vei^m gravita» id poAulaverit» conrultis>declacuro: idem Sixeus I rè minimé abfoluca » ^ rencur» et decidantur, quorum audorìhumani* ezcefcrìtJ Noe la fw fqi»» fai^ fuem » cuir pennittcndtt » tum prohiti quantuiTP CQQT Doniìoò' poiAnnez con- bendii ex{àirgandis » 6c 'imprimeniis 4ìfiilcntes» quodjampridentiiuliccrarpcoior brit, airifqoe ad eam rem pcrcìncnribos 9c a mulcis- dia defideratunr cratr hoc expiicandìs» volaouis efie przeipuam, artempore oronino perficiendum » atqw in ^ èra mandaimts ab oomibiis venerabilocem edcnditm duxtaui-- Venerabiliigi- libus Aatribos noArisPatriarchis, Arcbietur fratrr noAro Marco Amooio Epìl^ pifcopii» EpKcopis» aliifque locorumOrpo PreneAino de Colamela dilt^is dinariist «uroque gradò»» ordini»» aoc diruti»» Oc Marie Angelorairr intbensi»^ Borro* cam EccìefiaAicis rccnlatibas» vcl regumeo, Fratinlco SanOcMaric Tran^n* laribu»» quiro laici», quocunanebonore, tiuc Tcd'eto r titulorum Presbyteris» nec*^ ve! digicitare prediti», ioviolabicerobAi» non Afeanio SaoOe Narie in CoAixdio vari. Non obAamibos ApoAoIùis» acin de Columoa diacooo» Cardinalibu»r fu- tmivcHaUbo», Provinctalibm» et Synodar per hnjufmodi Indice per no» depinari», fibus Concilii», editi» generalibu» » vd aliifque pit»« ficcruditis» viri» in colIfi•^ fpecialihusConAitationibut» drordiiurioliom adhibici», ca omoia, ac fingala» nibo»/ ac qnibufri» Aatml», 2c coornetitqoe a Suro quinto» oc fupra dixtistt»» dioìbus» etuni fitramento confirmatione ìnAicuta ennt, diligcmer exiroimnda» ApoAoKca» vcl quavi» firmitace alia ro«ommilinm»» que cum magno Audio vÌp> bomis privilegi» qooqoc indcllds» fieli ter» PROHIBITORUM. 371 teris Apoftolìclst rubquìbiircunque tenoribusj &- formis in cor^crarium pnrmifforura conccflif t confirnoarh, approbacis, et innovatisi Qjtibus otnnibus. Oc fìngiilì etiamfì prò ìTlonun fufficienci dtrogatfone fpeciaUs, rpecìflca» Oc ad verbum in(«rta mcntio kabenda cCkci tenores hujulmodi przfenribns prò expreilis habentes, hac vice dnnraxat, rpecialicer» &exprcriè derogamus *. czccriiqne conrrariis quibufcunqiK. ^cemenccs camndcm przfentium cxemplis, cciafn imprefljs, Notarli publicì manu fubfcriptis» Oc figìtlo Trslati a!icu/us Bccldtafticì obfìgnatis» car^m haberi fidem > qux hibcrerur ipHs prxfentibus, iì forenr exhibitSi vd oiicnfx. Dar. if’urculi, fnb Atmulo Pifratoris. Die decimafeptìnia OOobris, MiHenmo quingenrefìmo nonageiìrao^ninto, Pontilìcarus Noftri, Anno Q^no M, f^ìus Bibrianusy PIUS PAPA Ad perpetuam r?i meraor jam. OMINICI ^egis cuftodix Domino dil^nente» pr^pofìci ) vigilili n>ore paftorisnon dciìAimusx ipAgrcgi ab immineniibuspcricuh's,quanta maxima pofsomus cura, et diligencia rrcavcrc, ne propter negiigenclam noum peream ovcs, qnz prction/Cmo Domini Noftri Jcfn Chrifti fanguine, fune rcdcmpcx* Eifì autem, qua adAdeì vesitacem parefacicndain, et ad horum temporum hareics confutandas pcrtinebant, in orcuraenico, Oc generali^ concK Ho Tridentino, SanÀi Spiritus aflìfteiK ce gratta, nupcr adeò enucleata, ac definka fueriint, ut facile jam fit tmÌcui-que fanaro catholicamque dodrinam, a falia, adulterataque intemoTcere ; ta-. men cam libronim abharericis ediroram iefiio, non modo Cmpliciores hnminet corrumpere folent, verura fcpd etiamdoùoi, cruditorque in variot crrorcs, Oc a veritate Adci cathoticx alienas opinionet inductre, buie quoque rei effe diximus providenduno Cum auietn aptiiBmum et inalo remedium c0e feirerDus, A componeretnr, atque ederceur Index, Ave catalogus librorum, qui vel hzretici fìnt, vel deb?tciica gravitate fufpcfli, vel ctr» xè ptoribua, Oc pktaù ooccanc; idnego» Tvm ìk tfum ad facram Tridentinam SjrnodBna rejeceramus. Ea vero ex tanta Epifeop». rum, Oc aliorum dodiflimorum virortim copia delegit, ad eum conAcicndum in*» diccm, multos cum doéVrma, tum judiciò in/ìgnes Pralatos, ex omnibus fere nacionibus, qui quidem non Anc maai'mo hbore, phirimifqua vigilits euro ii>^ diccm tandem, Deojuvante, perfccenmt» adhibitis etiaro in conAlium Ic^iflimiquibufdain Teologis. Prraé^lo aatcroCondlio, cum ex iplìus Synodi decreto, is Index nobis oblacus fuifict, nt ne anrc ederetur, quam a nobis approbaius fuitfee, nos doAiffìmis quibuldam, probacìfAmifquePralatis eunaccurati0ìnrk Icgendum, examinandumque tradidimus, et ipit edam Cumigkur cmn ma gno Audio, acri judicio, diuturna cura confefhim. Oc praterca commodiflimèdigeAum e(W cognovertmus,* Nos falutianimarumconfnlcre, camqueob caufampro*. videre cupicntes, nc libri, et fcripcacu^ iufeunque generis, qua in cd-*improbai>tur, fìve ut harccìca. Ave ut de hzretifa pravicate fufpcffa, Ave ut pietati, acmorum hoocAatt inutilia» aut aliqua corre» fHone faltem Indigeniia, poAhac a Chri« Ai Adelibus tegamur : mfum ittdiccm, nnacuro Rcgulis et prarppfitis, anAorirate^ ApoQoItea tenore prafenrìum approbamus impriroique ac divulgar!, et ab omnibus UnivcrArafibus cathoNcis, ac quibufeun^ qne aliit, ubique. fufeìpi, eafque Regulas obfervari mandamus, atque dcccmimiis; Inhibcntes omnibus, Oc Anguh's, ram EccleAaAicis pcrronis,SarcnIaribDS, fir Re*, gularibus, cu/ufeunque gradui, ordinis,& dìgniiaiis 6nt, quim Laicis, quocimque honorc,ac digniiate praditistne qiits centra earum Regularum pr^rcriptum, au( ipAus prohibicionem Indicis, fibros uUos legere, babenve audaas. $i quù autena adverfus eas Regulas, prohibirionemque Acerit, isquidem, qui hxrericorum libros, vel cujnfvis auaorisfcripta propter hzrcAm, vel falA dogmatis lufpicioncm damnata, atque prohibitalegerir, habueritve, ipfo ;ure in. excommunìcationis pGcnam incìdac, eamque ob canfam in eum, tamquam de harefì rurpcdiiin inquiri, Oc procedi liceaa.' przter aliaspor. nas fuper hoc, ab ApoAolica Sede, f»crifque canonìbtis conAitmas- Quiautem Hbros a|Ì4 de cau/a prohibitos Icgerit, habucritve, prxter peccati morcalìs reaturo, Epifeoporum arbitrio feverd fé noverte punienduflD, non obAanrfbus conAinitionibus, Oc ordinarionibus ApoAoli(is contrariis quibufeunque, aut A quÌ-« Aaa i bus.INDEX LIBRORUM I)Ri comfTiunirer, vel dìvirim, ab eadcm tadm faumlMMipt^dìmunanT'Jcllbe-, /ic Sede indulcum, nc cxeoinirxinicari raiiowmt wncruRi, ut jiulUartnt nUùi ir: ‘;7pf>(Tìnt; per Iitera$ ‘Apo^olicas, non fa- us fitti poffe% tfttàm fi F^itutniu ÌUe cientes pcrnam»& expre(ram> ac de ver* forum ^.'^rruriati Index, aò tn^uifitorìouf ^ a^yerbum,de indulto .hiijurinodi menr tM pofiremò nnfediuf ^pa^lelftanllm dttr.pùs, (ipnem. Ut h«c aucem ad omnium nO; «ifae erùm addiiìst Teùneretur s ^nippe neve quìs excufaritv cum ma^r.a mAturitate 2 mulfis virif doÙU pe ignorationis uti pofGc» voItiiDUS> et cempofiiuj, piurlmot compre(:endat au8oft$, mandamuijUt hz licere per aliquos Cu- «if«e /a erdinem fatU commdum diiefifu tfri» noflr* Curforef in Balilica Vatica- fe ^idcatur. rii PiÌBcipis ApoAoiorunij et io Ecclelia Laterancnil cune, aitn in eis popului» ucrmirarnmfolcmnibus inccrni> congregari folce» palam» et cUra voce reci« lemuri et poflquam recitate fuerint ad valvas earutn Ecclefìarum » itcìnque Cancdl 4 ri» Apoftolic» » et in loco folito Campi Flore afligancur: ibique ut Icgi» et omnibus innotefeere poflìnr» aliquarv tifper rclinquamur* Cuin autem inde amovebuntur» earurn excmpla in iiidem tocis affixa remancant. Nos enim per rccicationcm hanc» publicationcm » &a£Bxionen)» omnes» et lingutos » qui bis liccris comprehen^tur» poft tres menfes» a die pubiicationis» A affixionis earum» numcrandos» volumus perinde aAri£Ios» 9c obiiqatos effe» ac ù ipAfmcc ille edite» Ic^equc fuiflent. Tranfumptis quoque carum, que manu alicujus publici Notarli fcripta» fabfcriptavc » A figlilo» ac rubfcripcione alicu/iis pcrfonz in dignitate Ecclefiaftica conftùute » munirà hKrint» fidem fine ulla dubitationc habcri inandamus» acque deràmimus. Dar. Rome apud S. Pctrum fub Annulo Tifearoris, die xxiiii. Marcii». Pontifica cm Noftri Anno Qjiinco. »^Rimus FioTeìfelUt LaxellìnutConfe£Iuin a deputatione Tridentine Synodi R. P. F. Francifei Forsrii » OriL Fratrum Pred. S. T. Profcflbris. A cjufdcm Depucationis Sccrcurii UM SanSd ttamunuA TfldeutU «4 Sytf»dMt ÙV roimììfus Addita #.t g4j fjfcc « fecnuU fefioaU De creio Jub BeajlUimo Tio Qjfario Toni. Max. txplicatj Ju», c«ifmffet » «r Tarrer Ali^uct » ex ctmibui feri nstlonihuf deU8i$ de Ubrorum etnfurif ^uld Mutuendum tfjet » di/ij;e>ttcr coptaiiatus, in j^oniaw vero ìiuelli^ebAnt t propiere* In alì^Uibui 'PrttLìiuus, oc loels haSenus eum fndìcem rteeptum non tffe^ i^«odÌ» eo ifuldam ìlbri prol/ibereatur t quorum leOione viri da~ Bi pTivari ^magnoincommodo afficerniur » Atque animo advtrttntts etMin» in eo effe nonmUa forum expticati pafitUf qua interpreiO' tlone indl^eretìt j re, multum diuque delibera' tionibur abitata, ac vÌtìs etiam ex ornai notiene, Tixoitt^ica facuìtatls fcìentifjimìs, in coafilium adinbUìf » fuhieQoi Ryguiat componcndas ;ndir4rmr» ut quoad tjus fieri pofjtt, dìBorum homlnum eommodht &" Jìudiii faii'4 vtrhaie, oc reli^icne, frojpUeretur. Jllud i^itur in prtmìe aà fervore oporiet, utumquamque peni aipiìobeti literam, tret hobtre ciajjet, Ja primA non tam libri, quòm Ubrorum fcripiorct, eoiuaientier, qui aut haraici, aut nota Ifartfit fnJpeBi fuerunt ; horum enim Ca~ toìof^um fieri i^riuìt., m omw ìmeUi^ant, eorum fcripta, non edita folum, fed tdenda etìoM, Orohibìta effe. Sed iitni etum aifimadverrendna^» quod lieet muliì pratcrtA fini, qui jufiiffmìs de cortfis in Imuic ilaffem refern pourani, Tairibus temoi non is fult animui, aut ad cerum pertÌKcbat ii|^ii«rj 0 ii » ut eot ad unum ferquirCm nnt, fed Ut pene contenti fuere, qui in mano Catalt^o dtftripti funi, de aliìf veri ejufdem green'/ auBoribus, idem ab trènorìU, et biquifitoribuf fiaiuendum effe exiflimarmt. Ih fecundam Clafjm ron auBortt, fed libri futa r fiati, qui propier doBrinam quòm tontlnent, non fanam, aut fufpeBatu, aut qua tffenfionem etltm in morìbut untum fideiimit aficrre potefi, re/ieiuttur, etiam fi auBorts, a quìbut prodiere ^ ab Eetìefia Tjaiquam defeherunt Tenia vero et ultima claffis, eot llbrot compleBìiur, qui fine fertpiopt nomine exìeruttt la vulpts, et tam doBrlnam emtlnent, quam H^ntana £eelefia tzmquam eathoUea fidel, aut morum IntexTÌtail contrariam, rtfi^ tanibm ae repci/endraii effe defrrrtif. >(on enlni om^es llbrot, qui Komen auBorjt nonpraferunt, damnandot putarunt : quandoquldem fapè virot doBot, ae SanBos noviniii » M Cbrlfiìana quldem Ppfp, ex eorum vigiliir lìiiU etpent » ^ ivr^ ìnstiem rUm fvìiarau, ùkru ofnimoi /ine nemne edi^ àlffe, ftd tos taravm » ftu ent lujiiìdo prtvtm 1 «•w diibUm fidel doSTtnamy /Ìi« BMnA*a fcruienfém ecniìnpu • vero /mf hujnfmodl, aiit tales omnino prohibeneur, AUorum. autem. bxreticorttni libri » qui de religione quidem ex profeflb trapani » omnino damnancur. Qui vero de religione non crafUnr » a Thedogii catholicis, iulTu Epircopomm|_ et Inquifitorum exairinati» U approbari » permitrunrur. Libri eriam cathoUcé confcripti» cani •b ini*» qui Qoftea in hxrcfìm lapH Ainr» quaiD ab illis» qui poti lapfum ad Eccleuz gremium rediere» approbari a faculca-. tc Theoiogica allcujus UniverfiratU cacholics» vel ab. Inquinrione generali» per«. mirti poterunc. V Erfìone* fcriptonim.^iam EcdeHa-. Ricorum. quz haf^nui edita fune a damiutis Au^Voribu*, modo nihil conrra fanare do^rina cootineant » permiccunmr. Librornm autem vetcris teRamenri verr fìonet» viri tantum doOis » Se pii* Sudicio Epifeopi concedi poterunc; modo hu» jui^mondi vcrilonibu* tamquam elucidatici nibtt* vulgatx cdicionis» ad intelligcndam facram Scripturam» non autem tamquam (acro texcUf utanmr. Verfiones vero novi ceRamcnci, ab auOoribu* prime cladis huju* Indici* faneraini coneeJantur » quia utilitàti* parum»periculi vero pluritnum leftoribn* ex earum lefUone manate folet. Si qui vero annorationcs cum huiufroodii^ qua permictunnir vernonibus» vet cum vulgata editione circumferunrur» ex pun^is loci* fafpcftì* a facultatc Theoiogica alicujus Univerfitacis catMicc» auc Inquiruione generali tpcrmicti eifdempoterunt » quih^ Se vcrnones. Qu^ibu* conditionibus tocum volumen Bi« bliorum, quod vulgo fiiblia Vatabli dicitur, auc parte eju*» concedi viri* piis»& do£li* poterunc. Ex Bibfii* vero Ifidori Clarii Brixiant prologus et prologomeru przcidanrur eju* vero cexrum» nemo tex. vulgata edi-« ^ionis ciTc exiRimet. C Um expcrimcnto maniféRnm fìr» (t Sacra Bibtia vulgari lingua, palÉm (ine diferimine pcrmittaniur» plut inde, ob hominum temerirarem» detrimenti qiiam ucilitatis otiri» hicin parte jndicio Epifeopi » aut Inquifuoris Recur » tic cum conltlio Parochi vel Confedarii » fiibliorutn, acatbolicis AuOonbus verforum» leAionem in vulgari lìngua ci* concedere poRìnt} quo* inccllexerinr» ex hu. jufmodi lefiione non damnum» fed (idei, acque pieracis argumentum capere pofTe; quain facnirarem in fcripti* habeant» Qui amem» abfque cali facultate ea legete » fen habere przrampferit» nifi priaBiblii* Ordinario redditi* » peccatorum abfolutionem pcrcìpere non pofEc. Bibliopola veròqui prxdidam faculcarem non habenc » Bìblia idiomgte volgari confcripra vendidèrint» vel alio quovi* modo concerserint» librorum pretium» in uTupiosabEpifcopoconvcrtcndum, amitrant; aliifqoe perni) prodeliAi qualicace eiurdem Epifeopi arbitrio fubìaccant. Rcgulare* vero » non nifi facuirate 1 Prelaris fui habica» ea iegere» aut eroe(e pcdCnc. RE L ibri il!i} qui hcrcciconun Auélonim opera, Imcrdum prodeuac, in quibus nulla j lut pauca de Tuo appoiiunc» icdaliorum di£iacolligunc>cu/uraK)diruiic Lcxica > Concordancix, Apophiegmara i Si-railifudincit Indice», Se hujuftnodi, fi quz ne admixea, quzexpui^atione geam illi», Epifeopi, et Inquifitoris,una curo Theologorum caibolicorum confilio ^bJacii» eaMndaci», perraùrantur, L ibri vulgati idiomare de conrrover» fiiss inier carholicos, Se bareticos noAri tempori», difiercmcf, non palGm i^rmìttancur, fed idem de iis ferveotur, quod de Bibliis vu^ari lingua Jcrjptis, flatutam eft, Qui vero de ratione bend vivondi, comemplandi, confitendt, ac fimìlibus argumemis volgare r«m»onc confcripti iiiiu, fi fanam do^rinam coiuiiieanc, non cA cur prohibcantur, ficuc nec lìcrmone» populares, volgari lingua babiti. Quod d ha£lemi», inaliquo regno, vel provincia, aliqnt libri funt prohibiri, 2 'iiod ivooQuUa coiuùterentiqua fine dcle;u ab omnibo» legi non expediat, fico, fum aufloret cacKolici fum poAquam cmm Chiromantix, Necromantir, five in quibus concia, nentur fonikgia, veneficia, at^ria » auTpicia, incantariooe» arti» magicz, prorfus rejiciantur. Epifeopi vero, diligcnccr provideant, nc AArologix /udkiaric libri, trapani», indice» Icgantur, vel habeantur, qui de futuri» concingencibus, fucceffibus, fortuicifve cafibus, aut iis afiionibus quz ab humaiu vohintate pendenc, cerco aliquid evcnn irum affirmare audene. Permiiruorur auccm judicia Se naturaks obrervationes, quz navigationes, agricolturz, five medicz artis juvandz gracia, confcripea fune. I N libronim, aliammve fcripnirarum, imprefilo nefervetur, quod in Coucìlio Lateranenfi fub Leone X. feffione decima Ratutum eft, Qgasè fi in alma urbe Roma, liber aliqui» fic imprimcndm » per Vicarium Sununi Pont, de {acri Paiatti Magifiruin, vel perfonas a SerenifiCmo Dominio NoAro deputaiula», prius cxamincntuF. In alii» vero locis ad Epifeopum, vel aliiim habentem fcicntiam libri, vel feriprurz impriinendz, ab eodem Epifeopo depucartdum, ac Inquifiiorem hzrcticz pravitati», e;us civitatis,veldÌGrccfis, ioqua iinpreflìo fiet,e)usapprobacio, Se examen pertineat, Se per eorum manum propria rubfcriptione gratis, et fine dilatione imponendam, fub perni», Se cenfuris in eodem decreto contenti», approbecur, hac lege, de conditiorte addita, ut exempluas libri iraprimersdi autheniicuai, de manu autori» mbfcripaim, apud Examìnatorem rcmaocat. Hot vcrò, qui libellos.manDfcrìptos volgane, nifi ante axaminati,probaiiquc fuerint, jirdemp^nitfubiicidebcrc )udicarunt Patres depurati, quibus iniprclTorcs, et qui co» habuerinc, de Icgcrint, nifi aurore» prodidcrint, prò aufloribus habeantur. Ipfa vero huiufinodi librorum ptobarlo in fcriptis detur lA in fronte libri vcl feripei, xel impreffi authcnticc appareat, probatioque de examen, ac czteragratis nanr, pQt Pmirct, in fiiagatis cfVitatibaB > le Ckteniin nomìtUt ctzm Hbronim « ^ur 4i«cefi&(tt4 doonuyvet toei>,«bi an im* t Pasnbus «lepucac» porgati funt, tura pretfotiL termnir » 8c bìMìothcat 1ibr» maiur defcripca» San£UiEmi Domiiu Noie hcreeiÈfc praricacis» oc nihM commi ftri. ìaiTa. tmdidit.. quK pfoiUbaxur» ant imprioiacuri auc. Ad c xa t ma re verò- oranibot fidbMmwdttnr» aòl hdieamr.. prccipinir» ne qaìv aodeac eoocra hanim Oranea ««t6. librarìi » fle qucunqne 1 n> Rcgnlamaó pm(crìptu{D« luchiijui Indie» bcoQim. ecadéco res ^hab^c io 6iis bibiiou pn&biuoocm a. libro» aliqoos legem » ibedi» ifidkxaadibaMnm mp^um» aufbabere.. habenc» cum Tnbiccipcìone di^bruen per- - H qni> - libro» kat«rieofumv v# Ibnarum, » aJip»viiproaL habeant » auc oipiìvìi Au^r» feripea > ob h«rentai''>cl vendanoli ib? qujCBAqole adbnecridaoci ob £alfi A»mii» rufpietonem damnaca» line lieencia corundem depucandoram » i^ue prohiDiéa, Inerir, live habucric»iU miniRri publici ejtlT'loci»i predifì» peifonis fignsfieenr » libro» 4 ^e addu£b».. - « ^. Nono veto aadear • iifarara » qo^ jpft, «aitati» io cÌTÙateiB mtrodoxie» alwai lefeodutt tradem » mi aliqna fa» tiona atnaare » «ar commolam » nifi o» Aenfo pnnt libro » bi bab^ Ueaocia a hane ìmpnfBonem et edìtioneni de nòvo pec&fiis depucandi» » ant -oifr nocoeid. trlbui ^culcaiem Epireopis» veMnquifito«oofiei »> librasi jam c& otuùbux per- ribu»» toc Regutarium Sc^rìoribu^i con tini ia caconunicacionis Iracenciam iiw tiiKrac. ’ - Qui verò libro» > alio Domine intetdi£lo»Wgecic » aut haboerìt, pretcr peccati morrai» rea tura quo aftcituri /ndicio Epifcoponim fcvcrd puuiantr. Ckra qmtrtam - 1. A NImadVertendtim eft «Irta fapraraw pcamqdattain r^hiiD Indici» felic.^ recòrd/ Pii Pape XV. nulfam per mefiurn • ideici qooqne (ervetur » sd Ksrediba» ». le eicèquiicoribui oldmaniin vt^uwaioro» m libro* a defooftì» rolidh»» firo corub iodicea>»ìllia peiWi» dqpgcanditoéGmnc • et ab ii» lieeMiam obcìneaoc » prìorqnaa ei» ucasuur » aot in alias perfonat qu^ cuDqoe rariooe eos traufiecaor. cedendi nbenciam emendi » iegendi t àul retinendr fiibliavulgari lingua mira «cura ha£lenot mandato, le nfu Sanf^e Romane le univerfali» loqui/ìcionis fublaca ei» fiierìc fiicaicas oeocedendìluilDfmódilicentias l^endi» vcl rctinendi fiibìlia vtilgaria» auc aliai (acre Scriptnrc cara i^vi qndm veteri» tcRamcnti parte» qoaviaVdl Jn hi» a^fo oranibui» le fiagul»» pf- ^ri lingua edia»; ac infopcr ruraraaifa sa ftaraaror» vel amiffianù Ubr^iBiVei le compendia eciam hiAoriea coruodcra alia. arbirrìA corudera £pi£ooponira» vd Bibliorum^ feu librortuo (Kie fcripcnrci Inquifitoram» proqoalitatq «oocnniaels». quocuoque vulvari idiocoace conlcripu c vel dclidi-. * quod quidem inviolati (ervandam eA. Circa verd libros» qooi ^tma deputa» -ti. aut examraanmr. aui expo^runc » Crrni. «nmm auc eirptireando» cradideriioc « ant cerei» _ condittonwoi.ocntrfa» excudueneirtcofi- ^^Trci Rmdam ìx. aiddem Xndicti » ccfi*e^t» mìdcpiid ilio» Aatmiiflé confti- 1. abEpifropt», IclaquificoribusChricerit y cara bibliopolc » quim. esteri ob^ fiifi^le» fedulò adinonendi fune » £rrveiit. quòd in legente»* auc rerineote» concra Liberum taraen fic Epiicopii* aot tiv r^Iam banc» libros huiufooodi Aftroloquifitoribus generalìbu» » fecnidum &cui- gis |odiciarÌs divinarionum le fortìfegio. tatem quam hatency eosecUm libroiyqut rum» rercmiqtte aliaramin eadem Reguia hi» Regulis perroitti videiirur » prt^ibcre» «xprefiaruaiy procedi poteft, non raodò fi hoc in fui» tvffi» aut proviociit» vcl per ìpfos EptTcopoiy A Ordinariosi fed dioNcfibus expeiure iròicaverine. eciam per Inquificores loconim ex conAi tutioM feU ree* |jxti Pap» C^mn contea .exercentes A(bplogÌx judicùrùe artem et alia qocnwtpic «livuutioattm genera » UbroCque de cn kgences t ac ceoent«s» protnulgaeat Tub Damai Roniz aptid &an£^un Pcfmm I anno. locamationixDo^ ininicz M. D.JkXXXV^ Noni». Jannarii » Pc«(ilkatu« (lù aDi¥> primo t Px Ttéhi^ k et lìkth Uthémm, Q Uimvìs in tenia c1a0é lodkiia p*v» di^i Pii ffapz IV. Itfb licera Thabmid Hcbwocuia » epiTigue gioite k anoocatiojies i iacarpMUtioacs » £c cxpofiiiooes. onmes pmlubnitmr i ^ quòd Q abTque ooaiiiie Thilaisd g et ne iDjuriis, Oc calumniis in Religiooem ChriftiaDam abquaodo prodiiiTena * lOkxareiuur: quia tamen Saa£Uil$iniu Domi90S NolUr Domiqp*^ Clemens FapaVlIL Mr Tuam eoaRitutìoneio concra inapia uripea et libro» Hebrroram » fub Datum Rorpe * 0 ^ Sartfbiux Paniai anno Incarsacioais Doffiiniac prbtie Kal. Marcii Pontificar, fui, anno lecunlicioQÌb«s. pcnaicegp» auc co^randi i fed ^ialicer et exprefie Aacqic Oc vuki u; ^/uf^niodi impti ThaUnpdici, CabalilUci,, aliiqpe ne4im. Hcbrsonim libri omnino Canati Aeprobibiti manche et ^nfcaocnr f ^tqoe foper eis > de. ali/T librii hujufiooìU > pr»4iAa cooAicutia perpetua j Oc iqTÌpUbi:^ U(ce Qbfcrvcrar. lUfn A d bee (citnt Epifeopit OrdiBOni». et lj>qwiricore» locorom 1 libmna Magazor HebraeormB t qui eoocU net pariem oUcioram, fic ocrimoniamm. ipforum t 6c ^ynag^z * Luficaoica > Hiipanica t Gallica » Germanica > Italica ». auc quavù alia rulgari lingua i praterquam Hebraca » edimm * iamdiii ex fpe(iali decreto, racionabilirer, prohibìtum c(Te. Idcirco provideanc illuni nuMarenns pennitri auc tederari debesEL > oiR Hqbraica lingua pr«U{^a. De iihrìs Jeewy/ 3edùu. C Um in Appendice » fecundz clafEl iub lirera L dicami ( Joaqoit Bo(lini Andegavenfit DcmocKimania omnino prohibeenr» liber ueiò de Repoblica » Oc Methodus ad £icikm HiRoria ram cognttiooem tamdib prohibói fintqaotdque ab AufVore expurgata » com approMtione Magifiri (acri Palaiii prò^riot • X Id widem per eirocem forcaffe librani fauum credicnr r nam liber de RepuUica einfdena JoacnÌB Bodini • primùm die xv. Mentii Odcb*M.DJfCII« detnde liber Demonomanùt dio priioo Menfit Septembris. M> D. XCIV* eodem Sao£lUSmo Domino onftroPapa firn^iciter damnati funcf ac proiode ueerque daiimanu Oc probihitai aideodm cft INSTRUCTIO, Eomm» qui librii turo prohibeodùi com expurgandis> turo eciaro iropriroendisa diligcntiam» ac fidcleiQ ( ut par eft 2. operam fune daturi« A P fHà CéiMkit canfenmomm t nm fmtt « fai MMM ex jm ectJtit !/•% Ont dxmau USìtaU iu t n ( fited Jadite, per Patttr a fOicMii T^Uemàu Sponde dUeSot^ fréuìpai Jrnrìnm (fl tufi iiiui etiém raveuur • M vai iiém deene poiiidair IHrrì't vd fm^ olii emetxmt t et pn^mtir • mù iaeuutMt fideiium^mmtes «ante vateca u^cÙBtet • iiifiu, ét «erica dcMorùiee dejxi/iidwaiaxt _i (A ^rfm, fuìemtpie pefi hit fìu vetem, fot naeù Uhi edmur » MÒm m*xlmi furi « ^ MB À «r pta «( pdmi, ^oaai qoa ad 9 um ftrUmt hemumìaaii extfioMt i foad efiva ma i wnm Ubnrim imndì^ouem • ad 40/ fmùtu aèoieuio/t um ab Epifeapùi ^ jifiq^tMciio/ i fodoi a camli » «nenon ad ti tu MaeUfia pei fiudum miere % ^ enfiarito/ perdi ; preperr e« fna TVidexlMenoie ‘PornoM ^oùr jMpraMSù * decreta fmt ) ftiUUa miluM exigat, (ofuJbits i^/ra fcfh di t dUìgeutim jbwùor » tifdemw JtamtW t M «Miiae io «nf ak Ufidem /rtftV » et lu^tfitcìribtu, aliìf^ i o» pM)trNot f tu loaienww. ii&rorna» ÌN/exdifi>eoe » et éboÙtme • tm a CcnrefieriW c InJev weric publicants ) eocum juriCiifìionì (ubjef ad ipfoi defcripca Angillatim dc&renc noaiuia librorum omnium iTugulumm > spui (c in codcm Indice prokibitos» qniique rcperiet« Ad hujuimodi vero libros fic lignificandos » infri certujn cempus ab Epifco» pOi vcllnquifìtoreprxrcribcndunii omnes cuiiifcunque gradua» &condicionìs exciterinc > fub gravi porua » corun) arbtcrant inAIgenda» tcneancnr. Homx vero hac omnia certo a &• piopoficis edi4tii » prafcriberulo tempore » przilari curabic Sacri Palaci i MagiAer^ S I qui crune qui libnun unum aut plorer » ex prohibids!» qui ad prxfenpeum Regulanim pennini poAunc » certa aJiqua ex cau£a poteAatem Abì retincndii aur legendi &ri» anc& expurgationem defiJereoc t concedendz faojutis extra Urbem » cric pcndr Epifeopam » atic Inquifiiorena# Romei penés ^cri Paiaca. Qju quidem gratis eam » et foripco naaiw liu lubAgnaco uibuent » de triennio in triennìum renovaniatsi ea in primis adhibicaconrideratioae» ut noonifi viris dignìs» tc piccare » 8t do£Vrina confpicuis » cuna dele£iu ( ejufmodi licenriam largiantur » iii aiKom in primis, quorum Audia, militaci pubUcx» &(anéW Cackolicx EcclcA* ufuè cAe, compercura hahuerins. Q^i inrer l^ndum > quaecvnqne repererinc ani>rcdvcr(;one digna, nocads capiiibi:, Afbliis, AgniAcare Epifeopo, vel InquiAtori tencanrur. IL IH I LIud etiam Catholirx fidet confervanJz neceflìcas extra Italiani, maximè cùm ab Epifeopts, et Inquintoribus, cùm a publicisUniverAtaribus, Omni do£Vrinx laude AorentibuspoAulat» uceorutn librorum Indicem connei, et publicari curcnt; qui percorum regna, acque provincias » harctica labe, ac bonis motibui concrarii vaganiur » Ave ÌIU J iroprta nacionit» Ave aliena lingua concripti fuerinr. Utque ab corum leflione, feu rerentione » ceciis poenis » ab eifdeni EpifcOpi$, dt InqtùAioribus propoAds » eorundem regnoruia » gc provindaruoi homi» nca, arceanc. Tom ik Ad qttod exequendum, ApoAolicc Sedif Niinriì » et Legati extra Italtam » cordem Epifeopos » Inquìtìcores, he UnW verArates» feduJò excitare debebnnc. 1 IV» 1 Idem ApoAoIici extra ItaliamNuncii Ave Legali » ncc non in Italia Epifeopi, he InquiAcores, cani curatn furcipientaic Angulisannis, cacalogum diligencer colle£lum librorum in iuis partibus impreAbnim, qui aur prohibici Am!, aut expurgatione indigeant, ad fao^m Sedere ApoAolicam, vcl Congregatìonem iDdicii, ab illa depucatam» cnn^ictaoc s. V. E Pifeopi, he Inquiiicores, feu ab iifdem fubdelegaci » he depuucj, tam io Italia, quitti extra, pends fé habeaut AnguJarum nationure Indices,ut librorum, qui ap^ tUas damnati, ac pròhibiti fune • ct^nitioncra babcnces, raci« litts profpiccre poflìnt, an cciaoi, a Aiz >utildi£liuQÌ& terris « eofdere recognitos, arcere, vel retincre debeanc S. VI. 1 M UDiverfuiD aurerede tnalis, &pernicioAs librts id declararur, acque Atrairur, uc qui certa aliqita lingua initio edili, ac deinde prohibici, ac damnati a Sede ApoAohea fune i eofdem quoque, io. quarecunque poAea txrtamur linguam» ccnieri, ab cadere Sede, ubigeaeium, fub. eifcleoi poenis interdi-, he damoatos DE CORRECTIDNE LIBRORUM. S- L H Abeant Epiicopt, et InquiAcores con;unLlim facultatem quofeunque libros, ;uxta przfcrìpcum hujus Indicts, expurgandi, eciam in Jocis cxenipcis, de nullius, ubi vero. nuUi fune InquiAcores, Epifeopi foli*. Librorum verò expurgatio, nonniA viris eruditione, he piente inAeiiibus committacur, iìque Ant tres, niA forté conAderaro. genere libri, aut eruditione corum, qui ad‘ id dfligcncur, plurcs, vel pauciores ksdicentur cxpedtrc. Ubi emendacio conferà cric, notacis capicibns, paragraphis, he foli», manu illìus, vel illoruru, qui expuigaverinc, fubfcripca, reddatur, eifdem Epifet^is, et loquìAtoribus, ut przfertur t qui A etnendacionem af^robaverioc, cune iibet pertniccacur. fbb s-n.. s- u. Q ui ncgotiitm. fiifeeperit corrigendi ac. ^ moia », flcaicemé. norare deber» non Colum» que in curfu opcris» manifeftd k otferunr » Ted » Ci qtuc in IchoIiLs ». in rtrnnnitii4 », in (nar^inidut >Jn indicibiu librorufn » in prdacioQibus» aut.epHlolisdedicatoriis» unquim in inftdm».dcliterctinr.. ~ aurem correflione » aroue txpur^ gacìonc indigene. » ferd hxc fune, qux iequunrar^ PropoHrionef hxreticx». erronex-» hxre« firn, fapiences » fcandaloTx », pianim aurium odénfìvx».rerDerarix» et rchifmaci» tliciorx» biafpheinx^ Qtó centra Sacramcncoruni ritus, et cxrcmòniaf » coorrac^uc recepnim ufiim » flb cofiruecudinem Tan^be Komanz Ecdelix».novitatem aiiqnam indnettnt. Profattx eciam novitates vocum abhx-. rccicis exeogitatx j, ic ad falicndum in», uoduflz Verba dubia et ambigua » gux legcntiiim animo$».a rc£Io» eatholicoque feniu>» ad nciarias opinioncs adducerc poiTunt*. Verba Sacrx Scripturx, non fùfelirer proiara » vcl d pravisrizretieoruinvcrrionibus. deprompta » nifi forte aflcrcnmr » ad eofdem hxrccicos irnpiigiundot, de proprtis. celia, jugulandos» de convincendoti Expungi etiam oporrcc vcrba.Scnpturx Sacrx, quxeunque ad profannm ufum ienpiè accormnoiantur »’ rum qux ad fcnfnn) detor-. queneur abhorrenrem a CathoUcorum Pa» trutn» atquc Dofioruin nnaninii fenccn-. tia .. Ircmquc epithera Konorìfìca» Si omnìx in laudcm hxrcticorum » dcleatitur. Ad hxc re/iciuntar omnia» qux fupcrflU tioncf * fortiicgia ». aedìvinatiooes Capiunt. Item quxeunque faco^» auc fallacibus lìgntv»- auc echn l'ex fonuRx, haitiani acbicrii libertatem fub/iciunr» oblirercnnir.. Ea quoque aboleamur » qux paganifmum redoJcnc •' itemqux famx proxiiQonim, et przfertim eccleiiaAtconim» de Prìncipum detrahunt > booifqiic morjhps de ChriAianx difciplinz fune contraria » expui^cmur Expurgandx funt etiam prop^icioncf » qux lune ccmtra libercacem » immunitatem» de jurildiflionem Hcclcfìafticam. Irem qux ex gemiiium placitis » moribus » cxcmpli» t}Tain)icam policiam foveoc» de quam falco vocanr rationemftatui > ab Evangelica »- et Chriiliana Icge abhorrcntem inducunr» delcancur» Explodantur exempta » qux Bccleiia fìicos rìtus». religiofomm ordines » ftarum » digniutem » ac perfonai ixdunc Se violane.. Facccix etiam, auc difteria in pernictem»auc f^xiudicium famx, de exifti. macionis .aliorum ja£Uca» repudientur. DcniqtK lafciva» quxbnnot raorescorrumpere poHant > ddcaniur.. Et fi qux obfccna imarinc», pf.vii^is libri expurgandit iniprcfTx» auc extenc » eciam in liceris grandi • quas inirio lìbrorum, vclcapicum imprimi morii. efii hujus geoeris oiania pcni« tuf obliterentur^ S. in. r i libris autem catholtconim recentio. rum» quodpoftannum Cheifiianz Ca« lutii. M. D.. XV..ooiilcrip s- ly I N libris autem catholicomm, vetertmi mhii mutare fas fic» nifi» ubi auc - fraude bxreticorum » auc typographt in caria» laanifeftus errar irreplcrii. Si quid autem majoris momenti» Se animadverfiooc dignum occurrcrit» liceac in novis cditionibus ». vcl ad margincs» vei in fcholiis adnocare; ea m primis adhibica. dili^entia» an ex do^Irjru» lo» ciique collaris» ejufdein aufloris rcntcntìa difficilior illufirari» ac mens ejus planiut. expticari 'pofièt .. 5.V.. P pfiquam codex expurgatorius con» «fefrus erit, ac mandacoEpifcopi.de Inquificoris imprclTus ; qui libros cxpurgandoihabcbunc» potcrtinr de corundem Itcencia juxta formain in codice cradiraiD eos corrigere» ac purgare. DE IMPRESSIONE lìbrorum. 5- L N t.Mlus libcr in pofiemm excudarur» qu) noninfronten»nomcn»cr^nomen, Se pacriam prxferac Auéìoris. Qiiòd fi de aufìore non confiec» aut jufiam aliquam ob caufam » tacito e;us nomine» Epifeopo» Se Inquifirori Uber edi pofTe viJcacur» nomea iliius ononino defenbatur » qui libnim exaroinaveric » arque approbaveric. In hit verò generibus librorum» qui ex vacionim frriptorum di£Iis » aut e» zcmplis» auc vocibus » compilali folcnc» is ^ui laborem coHigendl» et compilaQdi rufceperic» pra auf^ore habcatur*. R EguIvc^t preter Epilcopj, ^ Irv qui/ìtoris licentiamCde quaregula (Kcinu dìàum cft ) meiniaerinc» ceneri k (acri Conciliì Tridencini decretoopcris in Incem eiendì faculcaccoi * aPra^lato cui fubiacent, obrinere. Utramque ^em concefiCooem > que appareac* ad principiqui operiti Etcianc • S III. C Urent^pifeopi* et Inqui(3tores* p3nis etiam propoHci^* ne impreiTo riam arrem excrceiu«s*obrccnas iro^gioet, tarperve * etiam in grandìufcuUs literii imprimiconfuetat * in librorutodcìnctpf impreiCone apponanr. Ad libros vero» qui de rebus eccledafticis I auc (pìriciulibus couferipei fune* ne charaderibus grandioribus utafimr « in quibcu exprei^ appareat aUaijut rei pròphans, nedara rurpis obfcena fpecies. Qui etiam invigilabunt furafflofarp.ut ^ (inguldenm impreffione librorum > no9 K 0 lmprc(Toris* locui icnprefConia* 6c annui* quo liber imptelTus e(^ in principio e)a$ * acque in iìne anno retar. s. IV, Q ui opcris alicu^ edicioftem inccfmm eins exemplar cxbibeac Epilmpo» vel Inquincori; id ubi feoo(novtrioc,probavcrintqoepcoes fe tesineaai i qnod Roma qaidem in Archivio Magiftri (Icti Palatii* extra Urbem vero in mo idoneo* quem Epiicc^uts mk In» quifìtor ciprie* referveatar. Poftqnim aiwem liber impr^ns eci»non liceat cuiqtiani veoakro in vulgua, proponete * auc quoquomodo publicareanrequàm is* ad qnem hcccura pertinec» illuni cum manurcripto apud fe rereneo » diligciucrcontuleric* Ucencìamqne ctveivt di» publicarique poffit* concelferir. Idque rum demum fiaciendum* cum expIorMMu habebicur* sppoeraphum (ideliMr fe in fuo manece geiSnè « ncque ab exemphrì manoTcripco » vel minimum difcciSée « Qpi contrafacere toTus (uerit, graviccr et feverd puniacur. 5. V. C UrentEpifeopi* atInqmncores«QUOrum munerit cric faculcatem libros imprifiiendi » concedere* ut eis. cxaminandts* fpe^Uaeptecatis* et do^iqc viros adhibeanc* de quorumfide« et inteXmw Ik grirarci (ibi polliccri ^anr; nihi! eos gracia daruros* oihii ouio* fed omni humano afTe^ poUhabito * Dei dumraxac gloriam fpeAatuto&i ic fideU popuIiaiiUurem. Talmm antem vironim approbacio » una cum iicentia Epifctqpi, et Jnquifitorìs» ance initium opcris* imprimatur, s. VI. T Ypogtaphi, 6c BibKojioln » coram Hpifcopo* auc Inqui (icore* 6c Iloma, coram Magi(tro Sacri Palarii jurc/urando fpondeanc* fc munus fnum cachohcè, (Incerè * ac fidclicer cxequururoS| hu)ufq(ie Indicis» decrecis* ac regulis* Epifeoporumque* ficlnquifìtorum edi£lis, quatenus corum artei attingunt, obtemperaruros, ncque ad fita anis minifterium quemquam l'ciemer adiniduros» qui barerica laM fìt inquinacus. Quodd inter illos* inTignes, ae^ eroditi nonnulli repertantur, 6dem etiam cachotlicam, ;xta fbrmam a Pio IV. fcl. ree. praferipeam* corundem Superioruoi arbitrio > pro(iccri tcneancur .. S- VIL L iber an£loHs damnati, qui ad praferU peum Regularnm expiiigari permiccicur* poftquam accurate rec^nirus» de puigams, legitiméque perroiflus literit» u denuo ftt imprimendus, praferat rinilo inreripturonoroenau^ris* ^um nota dampationis * ut qnamvis, quoad ahqoa liber rteipi * audlor tamen repudiar! intelligarur. Inejufdcm quoque libri principio, rum veteris prohibitionis * tum recencis emenditÌocHX*acperminionis mencio (ut *exempii gratia, Bibiiotheca a Courado Gefnero Tigurino, damnato au^re, dim edita* ac prolubita* nunc jnlfii Supcriorum expurgaca* et permida .INDEX AUCTORUM ET LIBRORUM PROHIBITORUM AUCTORES PRIMIS CLASSIS A A Bydentts Corallus* alias Huldricut Huttenm, AcJuUes Pyrminius Gadarus. Bbb i Adolphns Clarembach. Aibercut Bran CaroIoAadius.'’ Andreas Cratauder. ^ Andréas Dieihcrus.Andreas Fabritios» Chemniccnits.Andrcas Fricius, Modrevius. Andreas Hyperius. Andreas Knopen. Andreas Miifailits. Andreas Ofiander. Andreas Poach • Angelus Odonns.’ Anronias Alieust vcl Halieus. Antohùis Anglus • au^or libri tU orìgine Antonius Bruccfolus Antonius Corvini». ' Antonius Otho. Arccit» Felinus, et Marttnus Buceni^ Antoldus Montami. Arfatius Schoflcr. Amints Briranmis.. Auguftinus Mainardus Pedemonfanus. appendix. r:.v| r*.v fi t icj-. A Bdias Libcrinus * vel Liberinus.' ' Ahdias L • ^. Abdiav Pratoritrt.*’-'*^ " Abrahamus a Munsholt, Aniucrpienfis? Abrahatmts Mufculus. . ^ Achatius Brandeburgenfìs. Adansus Hoppitis’; ~ Adamus Fafìoris.'- • ‘ Adaiuus Schmìdt. vcl Schuberts. AdaTfuis Sjbcnjs:-”Aciiiiliujn .portw, FMncjffi filius.Albertus Htrdtfjt»bcyius.‘'‘ A Al^rtus I.yttichius. AJceus Antij^iusX) T D Ij ì. Alexander Novcllus. Alcian4« iFcOfa^. t -r T Apòftata iCTipm bnno '^'^41. Alexius Alcxa^tf l-ipfcofi?». Alphonfus Còffaditis; vei Conradi»; Ainbrofiys Uhvu^i&r., Ambrofìus féiidcljins. Ainbtofìus VvolfiuSj Vcl Vvolfius. Andreas Cclichigs,,, AAdrcas Corvimis. ’ /^ Andreas Crithis, Polomjt. Andteas Ell^cri». Andreas Freyhnb.Andreas Fulda. Andreas de Gorlitz» ProfelTor LiprenfìsAndreas Gomitius. • Andreas Hondorffius. Andreas Jacobi Gojjingenlt. Andreas Krcuch. Andreas Lang. Andreas Muncems. Andreas Oiho, Hcrtzbergenfìs • Andreas Pancracius. Andreas Petrhis. Andreas Poucheraias. Andreas ScofRus, vcl Scoppius Andreas Volanns. ^ Andreas SKcvvc. ^ Antonius Ccvalterins» Antonius Cooke. Ancmiius Corramis. Anttwius Fayus Antonius Gelbiu»* Linconicn/ìi.' Antonius Herfortus. ' Antonius Mocherus. Antonius Pafquius. Antonius Probus. Antonius Sadecl. Antoniin Schoms» Anglos. Antonius Palcarius. Augnftinus Marloratnr Cetcrorum AuftorunXr-'^ Libri prohibtiii ' * ) Auguftinl de Roma Naaarc.. ) ni Epifeopi, traiUtui de ) - facramenco Divinitau* Jc-i) fu Chrifti, 3c Ecclcfir; ) Donce’; item rraflatus' dc Chrifto ) cxpufge»^ 'capire» et c^usùulico priiH > tur cipatu : ) ''Itern tradlanis de charitatè Chifti» circa elcfìos,- ) ‘ A de e)us infinito amore. ) -, 1 I>fiartiBar)andi; libcr fcteéUsTJnJ dam Bpiftotas EraTmi Rotcrodat concinciu. Alberti Artfcntinenfii ) Cronichon,edkioBaJiieeiu ) (is. ) Alberti Krantii Hareborgen» ) Nifioorrì/i* ) gantur. HiAori», Au Cbroni» ) edicz Franconfurci. ) Alphonft ErtAt^d», xlcfenfio|>ro Erafmo 1 conrra Eduardum Lzum, &contra Uniref’fitatem Parifrenfcm. f Amati Liifìtani Centurixi donec e«{»u|gentuf. Ambrofii Carharinì Politi > quxArotìeduz, deverbis, quibusChriftusfanOKfimum Eochariftiz Sacnmenrumeonfécit. Afvlrcz Corri, libcr de Chyromantia. Andrcz Mafìì, Comcntaria, fupcr Jofuc, □fqtie emendentur. Annali gcnth Silcfiz, )oachimo Curco aurore « AnnotatiorK^ fupcr Inftir. Joannis SchcncKdfvuini,nift cmciuientur Antiochi Tiberttj libcr de Chyromantia. Anronii Bonhmi, Commentarla de pudin; A Cca Noribergz ., vìddicec» OHaiv. drifmu». Ada Synodi ìkmenAv. Adionc» dtix Sccrctarii Ponrificu. Admonitio MiniArorutn verbi ArgeminenCdiD • ' i Aenuitatis difeuf^o, fupcr (^onAlìo delcdorum Cardinalium. Alchimia Purgatorii. .--r Alchoranu» Francifeanorum. . Alchoranus Mahomcti, Bafiléz. imprcL Acnilcs cum ScholiiS} et impiit Annotacionibu», et Pncfatinntbui. Item in vulgati lingua, non nifi ex conecAìone Inquilìrorum haberi polBr. Alphaberum ChriAianum. Amica, &hnmilis, &: devota admonitio. Anatomia cxcuAa Marpurgi, per Eucharium Ccrvicofnum • Anatomia della McAa. Annotaiione» in Ada CoitciliiTridenrini. Annoratione» inChronica Abbati» Urfpcrgenfis. Anonymi cniufdam, Libcr de Repugnantia Dodrinz ChriAianz. Apologia ConleAioni» AugnAanz. Apologia de Dodrini Vvaldenfimn. Apologia contra Henricuin Ducem. Apologia Grzeorum, de Igne Purgatorii, &c. Argyrc^hylaci», fen Thefaurarii EpìAbli. Artiaili AnabatiAaruin Moravix. Arciculi AnabatiAarum Saxoniz. Articuli» a facuiratc Thcologica Parifienfi dcterininait, fupcr matcrii» Fide) noArz hodie controver fi», cnm Antidoto, Alidore ut ereditar, Calvino. Articuli novorum Vvonnatiz EvangcIiAarum. Articuli quadraginta feptem » plebi» Francfofdicnfi». AagufianzConfcAìonis Ecclèfiarum caufz, qiure ampicxz fine» et rctinendam ducane fuam Dodrinaró A Cadeniiarum Lipfenfis, A Vvirebergenfi», rcpctido Ofthodoxz Conf^cAioitt». j Ada, et Scripta Tbébfóem Vrirebt^ gcflfium A ParViaiWif'iCoftA'anrinr^h cani, D. Hieremiz, Aci quz de Angunina Confeflìoivùuerfemifcrunt i.Grzcd, A: Latine ab eifdem Thcologis edita» Adiones, A monumenta Martyrum corum, quia VViclcAb, et HuA. ad^ii Aram hanczcatcmrn Germania, G;d!lil, Britannia. et i^dcmumHilpania, vericacem Evitn^rfeam, fanguìnc foo conAanter obfignaveotht. Agenda, feu forrbula; Officia Hx. rcticorum; quacunquC tiogiia confcriptaAnalyfi» rcfolucio Dialcdica, quaiuor Li. bronim InAitutionum IibpcriaUum. Annatz TaxationeiEcclefiarum, et MonaAcriomm, per imiverfum Orbcm, ab Hzreticis depravatz., ;nris, quòd In approbandi» Pontificìbits Imperatori» habenc. Apologia Anglicana, feu Ecclefiz Anglicanz, five Apologia Anglorum Apologia Catholica » advcrfi^s IribelK^ » declaration'S) &cOQruUatiof>e minus Fratcì unicus Regìa » vixa fui^ fhta eft 1 per E. D. L. L C. Parifica > 4pud Jacobiim Peciichov. i5S 9 c PatrecK nia diverforuni Au^orum » intcr quoa cR unus Philippus Melanchthoo. B àlcbalar Hiebnaa)er« BalthaCir Pacìrpootami). Laptifta Lardcrmiut. Bartholonazua Bernardi. Ba^tholomxus Conformi i^aribolonifut Roiinua, ÈartholQmzui Vvcfthcroerus. Baltliat Groeningenlia aliai Vvcffelut, Balìlips Joannes Heroiet Acropoiica^ Bciiedi^us MorgenRcrn Bcnedi£Iu$ Schurmeginus » Bcrengariiu Diaconua Andegnavenns. Bemardinus Ochinus t vcl Onichipm, ScncnHiv Bcrn^rdos Rotmanua Rernardus Zieglerus. Bertholdus HaUerua^ Bilibaldua Pirkaymerua. EUkaQi» TheobaldiKv Blaurcfu» An^rofuu.. Bocerus Martiom Bullingerus Uenricua. Bu^genhagiua Porucranna y feti Joanock BH^n£|cuvius. Bemandus Loquam Baquimn Pernii. Brentiniu» vei Proncia». Bruno Qpinos Builingaiims Anglus«. Certorum Auftorum Libri prohibiti, B Aptiftx CreroenGs opeca omfiU t quatndip emcQdata« non prodierinc^ Banholomxi Janoeit de Advencu AntichriRi. Beati Rhenani Scolia in Tertnllianuin. Benonis Liber» de Vita Hildebrandi. Bctcrami Liberi qui inicribitur dq Corpore, A Santino Chrifti.. Boccacii Decade! five Novella c«niiDquamdiu expuigatx non prodierinc. fininonis Heidclii QMrBtrdràfìs $ Pocnaacum Libri fepceio,. appendi».. B Artbolomxi Canfxi opera omnia. Barcholomxi Caran», MirandetK dti Catheehifmui. Bartholoroxi Coclitis Anaftadt * Chyromamixi et Phyfiooomix. Bar(holomci FerraricodSi de Chrifto Je, fu abrcoodiio « Libri fcx quoofqoe ex-pureeocar. Beati Bhetunì Epiftola t de Primaca Pecri ubicunouereperiauir» five feorfum» five libro decimo Opcris ad Fridericum, Naufearo Bcmamin Cantabri* kinerartumBcrhardi Lotii Hadanurii * feu Cerardi Lorichii AJamarii • Col!c£Iio trium Li^ bronim RaceourìonumBrnnonis Scillif de Mi(Ta publica prorogtnda. Bcrrurdini Telelìi i. de Na. ) cura retum^ ) Itcm de fomno. ) Donecept. item quod animai Univer- ) purgennir. film ab iTpica animx fub- ) Aantia gubcrnarur. ) Bemardini Tomicani t Bxpofitio in Martlurum .. Bononia, five de Lìbris facris coover^p^ di* 1 in Vcmaculam Linguatn » Ubij. duo 1 Aii^^orc Friderico Furio Cariolane Valentino. Inqcrtorum Au^ìorum. Libri pnhibiti. Elial» five de Confolacione Peccalorum. Beneficmm CbriAi.' Ber Bemcn/t5. DiTpuratio*. Bcmenfii.Keformacio conrra Minam.. Brevji, Se compendiosa lollruAio de Religione ChriAiana. Brevis, TraOatus ad omnes in ChriAianam libercaeera. malevolo!.. \ Brevi! PaAonim. Jfagogz. B^.(ilien(iam MiniAroruro refponTio.t. scontra Millam. Biblia Hzrecicoram, opera ). impreifa, vel eomnÌJcro ) Annotationibus * Argu. ) mentis» SummariÌs,Scho- ) liis» et Indicibus referta» ) omnino prohibenrur. ) Bibliocheca ConAancinopoH-, ) tana. ) Biblioibeca Sanflorum Pa- ) trum. Farifiisedita» Se per ). Margarinum de la Bignè in ) Donec exunum coUcfla. ) purgentur. Biblioiheca Srudii Thoolo- ChriAophorus Hoflmano. ChriAophorus Mclhoverus. ChriApphorus Rheiter ChriAophonis Trafibulus. Claudiu! Scnarclamus. Claudius Taurinenfìs» ^ fettffa de ìum» ginìbur. Clemens Maror Conradus Claiiferm. Conradus Cordarus. Conradus Dafypodiin. CcMiradus Gemems. Conradus C (bel us > vel Crebellit» Tigurinus. Conradus Lagus. Conradus Lycofthenes. Conradus Pcllicanus# Conradus Perca • Conradus SchrecK. ^ Conradns Somius. Conradus Trewe de Fridesleren.. Comelius Agrippa Craco Miiius. Cyprianus Lcovicius. gici»expperibu5SS.Hiero- ) nymi » AuguAini, A re- > r liquorumconA£Iai vel Sub >., alio.Ticulo* ) Bibliocheca Studii Theologi- ) ci,ex p.lerirqjDo£ioruinPri- ) fei fzcuU monumemis col- ) leOaiapud JoaanemCrifpi- ) num» Au alibi impreifa. ) Bnicum Fulmen Papz XìAì Quinci, adverfus Henricum, Rcgem Navarrz, et Henricum Bortenium » Principem Condenfem » una cum proceAatiooe ronlciplicis nuUicatis C \ElÌus Horatius Curio. Cztius Secundus Curio. Calvinos. Capito Vuolphanghus Fabcicius*. CaroloAadtus*. Carolus Molinzus. Cafpar Cniciger. Calpar Pcucerus» BudilGnos.. Caiparus Taubcrus. Caflatsde.' Brugeniis. Carieus Cc^dìus*. .ChriAianus Bcycr. ChriAianus Locichins Hdfus. ChriRophorus Clarius. ChriAophorus Cornems ex Fagit*. ChriAophoru! Frofcovenis. ChriAophorus Hegendorphinas C Arlus ChriAo{^K>rus Be/erus. Carohis Joovileus. Carolus Vvrenhovius. Cafiiodorut Kein\ius. ChriAianus Granimdr. ChrìRianus Hcfiìandcr. ChriAophorus Fifcher* vel FifehemsChriAophorus Godmannus. Chriilophoms Imlerus. ChriAophorus Ireyns Paifavienlls. ChriAophorus LalTus. ChriAophorus MarAallcr. ChriAophorus MoIhufenAs. ChriAophorus Obenhemus. ChriAophorus Ohenhin, Ochingenlìs. ChriAophorus PezcUus. ChriAophorus Ricardus. ChriAophorus, Spamgenbergius • ChiiAophonis Scolberg. ChriAophorus Stymmelius Churrcrus Cpnradus Clemens Schuberui. Ciementius Gulhielmus» Conradus Badius. Conradus Churrcrus. Conradus Brcberus. Conradus Hcrsbachjus*. Cooradui Laurcnbacl^» vel Lutenbac. Conradus MerchKalinus. Conradus Neander BergenAs. Conradus Porca. Cooradus Ulmerus. Cooradus VVolA. Piacz. Conflancinus de la Fuontc» Hif|ianus^ Copics Balrha£ar. Coranos Antoniiis Cyriacus Spanigcnbergius Ccrtorum Auftorum, Libri prohibiù. C Aptìccì del Bonajo, Joannit Bapti-, 1^ Gclliii qiurodia emendatus noQ prodicrit» C^aucDani Hliafpachii, de Tabemh Montanis» Chronologia, ex Sacris Litcris. Cyri Theodori Padfomij. Epigrimnjacav Claudi! EImiiczI) Commen- ) taria, « cbHtinenria, 6c ) Nifi corriin Epiftolam ad Timm. ) gantur. Cicmenris Scuberrì» Liber ) de Scn*puli$Chronologorum») Commcncaria Rabbi Salomoni?, A Chi» rni) et Rabbini Hierololyniitani) A nmiiium, fupcr Vecuj TcfUnjencum, tara fcrrpta Hcbraicè » qodtn Latiné translata, per Conradum, et Paulun) Fagiuin Hcreticos. Confilium Abbaiis Panorraitani proConcilto Bafileenfr. Con De Subtiliute, ). De ConTolatione* ) Nifi corri-» Coromchtaria in Quadripar- ) gantur» citura Ptolonutijde Cenim*) ri»,& reliqua omnia, qua de Medicina non tramane. ) CafGani Cotiftancinopolirani, de Libero arbitrio CollacioilU, quz Agano^im^prelTa eft» per Joanoero Sicerum 15x8. Gbriftophori a Caoitc Fonciotoj LibrÀde oeceflaria correzione, Tbeologic ScholaQics.. ). Omnloa D$ Mìffs GhriRi ordine^ ) prohiben^ fi riru. ) tur*. Epitomar nov^ Illuftratio- nis Chrii^ianff Fidei Reliqua vero ipCus opera icem pvohLbemur doncc cxpurgcncur. Chronica T u re ica collega a ). Phi'i'rpo Lonicero, cni cft )Nificmcnadjcitnni opiu quoddam ) dentur». Joaniris AvemmiHerecici, Ó in quo dcclaramur caufs ) mifcriarqm» Ac. ) ContinoatioTemporum Ger- ) mani aipildam» ab Anno ) Salucisijij. ufqucadAn- ) num 1 y 49. Qu* folce addi ) Chroflico Enfcbii» ab eo >Ninefnciv. loco nbì incipit, Nova ) denrur». Temporiim concimuiio, &c. Chionologit Gerard! Merca- ) coFÌs, qu« a Sleidano, et ) daranatis AuOorlbus fum-pta cR • ) Claudi! Baduclis, Liber de ration( Vice ftudioTx, et Ùterata in Maerknonio collocandz. expurKntur. Coropxdia, fivc de Moribus, et Vita VireinumSacrarum, Gafpare SryWino AuZore •. Iixcertorum Auftorum Ijbri ptohibirì. C Apice Fidei Chriflianx centra Papam, fi Porcas Infcrorum. Capo Finto. Caronria, A Mercurii Dìalogi. Catalogus Pap*, et Moyfft. Cacalogttt ceRium veritaiis, ex Sandis Patribus. Catechefis Pueroturo in Fide, Litcris » et Moribus. Carechifmin Ecclefìat Ai^nroratenfiiCauchiùnus, prò Ecclcfta VVitebcrgcnfi. Cathcb Ocus, ani Titnluscft, Cathechifrrus Major, A Minor. Cathechirmus, cui Titulus. Qjial manie, ca. Ac. CaihechifnfK), ciod Formulario, per iClniire, ed ammaeflrare i Fanciulli nella Religione GhrtRiana, farro a modo di Dialogo. Cathcchifmus, five cxplicatio Symboli Apoflolict.. Cethcchirmas parvus, prò Pii»r« m Scholis, nopcr au£lus. Cathechiftuus fupcr Evangelium Marci. Cathechifmus, Óve Symboli cxpofitio.’ Cathcchifmus Tubicenfis. Cauf*, quarcSynedum indiftam aRoma. no Pont. Paulo III. rccufarint PrincipeStatus, ACivitates Lnperii» profitentes puram, ACarholicam doitrinam. Centum gravamitu, Ac. Cantoni, A C^atuordecim Sententi* Ptrum, de Officio vcroftim Reélorum Eccidio Chnflhna inft 1 turia. Chriftianz juveocurìs crcpunJìa*. Chriftùna R«fponfio MtniArorum Evan gelii Bafilc*: cur MifTani &c., ^^]AIvinianus Candor^ ChriAiar» Scholx, Epfgrammaram, Lì> C. Cantica felef^a vcrerìs, Ije novi re bri duo, variis Poecis, excepii. Civiraris Madcburgcnfìsipublicario Literarum ad omnes CbriAi Adc]es,annat;;p« Clavicula Salomonis» Collacio Oivinorura» et Papalium canoDum t. CoJleflanea demonArationum ex Propheiii, AooAotis, fleDoAoribus Eccle» fìz, quòd Spiricos Sanfhis a foto Patte procedit • Colloquium Coelei « Ac Lutheri • Coiloquium Marpurgenfe. Colloquium VVorinatiz inAiracm», av no 1540. Comedix fuper qaicAione » qnz cA major confoUtio moriendis Acc. Comedix, ^ Tragedie aliqtiot ex Veteri Teftamento,colIeAore Toanne Oporino. Conuneorarias de Angelo Melanchchonis Commencaria germanica» in Coroelium Tacirarn. Coromentarius In pcioirm Thìmotzi epiAÓlàa viro fumniz pietaris confcrrpeus Concilium Pifanura, quòd ver.iut Con^iliabulum dicendtipi cA. Cc^iliabolumTh^ogicorutn» adverfus bonarum literarum Autliolbs » Acc. Coociones dedecemlprzceptnDominicii. Concordancix Principum,*nationti vel Curtiranorum. Confeffio Ecclefìz Tigurinz. ConÀAio fidei AognAanz. ConfelCo Adei Baronum» Ac Nobilinm» Bohemi*. ConAAio Saxnnica^ Confrflio VVitebergenfi*. Coufuuuo dctenninacionis DofVorum Pafircnfium.confra Martinnm L’trherwm. ConAicurio u;uiv> V vj'’irci Propol^tio nu:n> de diii'prenru. Legis»Ac Evangelii. ^ Congregar io, Ave coUe£iio ioAgnium co^ cordintiarum B*btix. CoaAglio d.'ajcuni Vefeovi, congr^aù in Bologna. Contra Regulam VCnoritaruro, Ac ijntverfas peMitionis fedas. Conta San£h>s Zcylleyften. Conventos AuguftenAs. Copia 4 'unalectera fcrittaalli ^.diGei^' nare M. D. t. Coptis Chriftianui,. Cordigerx navU conflagratio DiaIogu$ « Cyntbalum Mundi*, rene JU Aamenti,cum hymni«,&colle^ts» feu orationibuspurioribiis, qux iti orthodoxa, atqiieeatholica EcdeAa cantari foienr, addica dirpoAtione, Ac tàmihari expe^tione Chriftophori Comeri. Carmina» Acepìftol* de coniugio adl>lvidem Chycrxum hzrericum. Carmina amicorum in honorem nuprìanim. R. et viriute, dofirinaque Aancis viriSrephani Ifaaci, verbi divini apud Hcyibcrgenies minìAri. Cache^cAs do^rinxChriiUatl*, innfum fcbolarum Pomeranix. CatheebeAs religionii ChriAi^n* » qux tra bri duo. ) Circnlut chariratif dtvmx, ) Ave (ubatio rìtulo, circu.)NiAexparhi$ divìnitati»., - ) geatur CoiieAio Agnrarumomnium ) facrx Scripturx. Colloquium Altembuigeofe.. Colloqjiium Badenlè. Colloquium Bcrnenfe. Colloquium Clerici» A: Mititisv 1 Colloquinm Htrphordienfe. ' Colloquium lefuiticum. Colloquium Lypfenlè. Cplloqumm Marpnrgenfe*. Colloquium Parificnfc. Colloqtiium PnlB.'Cum. Colloquium Schmaldicum. Colloquium -Witcrbergen/c. Comedia Tragica SiUarmx, quandoque cuir nominc,qtiandoq;etiam Anc nomine Au£)ons prodiir, urraque prohibetuf ^ Comedix, Se Tragedix» ex novo, le veteri Teftamento, imprcAx BaAlex 1 ^40. per Nicolaum BryUiogenim. C cc Comitia Spirac» et Vvormati*.. Comencacium Biblioram. Commencanus captar Urbis dué^ore Borbonioadexqui/iium niodum Con^jendiupì ) five Breviariam cextus « A: gloffaematon > in otenes vccerh Inftrumet^ libros.. Compcndiutn oradoanm. imprcfTum Veneti >$), per jun£Varo, et alios, docce czpargattun iuen’c.. Concordia pia r et unanimi confearu»repecita comeiCo fìdei» 9 e doAriuz eleQorum Prìncipum, &or«Ìimim Imperli, atque eerundem Thcologomm, Qui Augufianam confciSoocm compie«unrur. ConfclSo Anglicana Confeflìo Antiierpieoiìs ConfeCào Argentineniìs. ConfclBo do^Vrinx Saxonicartim Ecclcfiarum» Synodo Trid. oblata« amto Domini 1551 ConicniìoBdei, de EuebariAis Sacramento, per Miiiìftros Ecclelìx Saxotucx. Confc&o fvdei Minifirorum VVitebergeiifium. Confeflìo Miniftronim lefu CbriHiConft;ffiopizdOu>rinx,qi7Z nomincChriflophori Dncis VVirebergenfo, &Tcccniis Comitis &:c. fuit propoHia.per legato» eius, die 14. Menfls laauarii, anno ly/a. coogrc^auoni Conc* Trid. Cpnfcnio rcligionis» feu fidei ChriAianar facratiffimo Im()eratori Carolo Qpinco » Cxfari AuguAoiin Comttiis Auguflar anno Domini ijfo. per iegatoteiviracum Argeiuoratt » ConAancix, I^nmogx - et Lìodagùt >^ib ift».TonumCathechefis^ Ave pnma mflicutio, aut rudimenia religioni». ChriAianx, KciTraicè, grxcd, latind explicata, Li^duni Batavoium., ex nflìctna Plantinia^ na, apud Francifciim RachclengiumD Avid Geotgius ex Delphis*. David Fettcrus Liptìui, vclPfcffinger. David SchcAcr Dydimus Faventinus^ui eA Melanihchon Dicthclmus Cellarius. DionyHus Melander. Dommicus Caraminiut. Dominicus Melguitius D Aniel Bodembergius Daniel Hofmanus Daniel Toffaniis David Chytrzus David Parzus. David Stangius David Thoner. David VVetterus. David VVithedus. David VVoitus Doiuttts Gotuirus. Durandus de Baldach Ccrtorum Au£\onim litm prohibìti*. Ami» Monarchia-.. Davidi» Chytrxl,!iberdeiu«orj-. tate* ccrtitudinc ChriAian* Dtv firinx, ac rationc dilccndi Thcolt^iam. Dendetii ErafmiRorcrodamì, Colloquio rum liber. Moria» Lingua, ChriA^ni Matrimooii inAinuio.dc intcrditto «fu carnium » ejufdcm ParaphrsAs in Matthxum, *1**® a Bernardino Toniitano in Italicam lii^uaro convcA Cecera vero Opera ipAus, in quibu» de Religione naftat .tandiu prohibiw fine, quandi u a facultatc Thcologica Panficn. fis ve! LovanicnA» cxpurgaca non nierinr. Adagia vero ex cditionc, quam molitur Faulus Manuciu», permittenrur. Interim vcrò,qu®;ainedita funt,cxpuntìi» loci»(ufpeftis,iudicio alicuiu» facultatisTheologic* Univerfitati» catholic®, vel InquiAtionis alicuju» Generalipermiicantur ., Davìd de Porais Hibrci, de M^ dico Hxbrco enarrarlo Apolt^tica»quamdiucmédaca non prodierie. Defideriì Erafmì Rotcrodaim adagia iampridem edita a Paulo Manutio» pcrmittumur Dialogm Petri Mochii de cmciatu » exilioque cupidinis. Dialogus Fontani Charon • Pldaci Steli* Commentarla in Evang^ lium Lue*, m'A fuerint fx ìmprelm ab Anno ij8i Puareni, Liber de S* EcclcA» min^ms pcrmittitur, Atamcncotrcftus fucrii. Libellm vep6 ei^m adian^us» ab co for finus £atìu?, cui citulus cft, Pro libcrtatc Ecclclix Gallicanxadvcrfu» Ro« maium auUm, dclainoPadneons Curi^t Lodovico Xl.CaJlorurn Regi»quotvt daiDoblaUi oimuno prohibetur « Auflorum incerti nqminis, libri prohibiti, D BcIaiatoria Jtibihci. Dcececurn Noribci^ctgeUe » odieuro anno ifajt)cfÌEu\fìo prò Zvinglio. Peienfìo adverius axioma catholicum 1 ideft criminatiopem Roberti Episcopi Abriacon/컫 Piatc^ adverius loiortecn Edo'um. Dialogì de Mercurio, et Charonte. Dialogtts de I>o£lrioa CHriRiana. Dialogus Karftans, et Rcgeilians. Dialogm de mone julii II. Pape, fìve JoJìuh D ialogm Mumarus Leviathan. Dialo^s obreueonim virorum > ia ^uo rics colloquuntur Tbcologi. Diali^s Orar. Pooeificis Rornam^Rr illius, qui cRFontiiki a confaflÌDiubus. Diali^s paradozDs, quo Romani PoocU^ iicisOratort una coq) eo qui cft » flte. Difeorfi fbpra lì fioretti di S. Fraqceico. Digrado Badenfis. Di^caxio. ^emenfis. BilputacioCrociiccn. eum diiabuiepiftolii. Bifpucacio inter clericum » Se milicem, Aiper poceftate PoiUcis Eccleftc atqtie Principibus ternrum corpmjflà • alida fomnium viridatii Dirputacio Lypfica- inter MoKÙinO). » di Hitroaymum Em(etuiD^ Diìordine della Chieia. Diurnale Romanum > ìmpreffiim Eogduni > in edibus Filibcni RoUeti » de Bartholomau Frtat. Do£lrÌna verilStaDa fumpea » a cap. ^ epift- ad Komaoost ut coufolentur ah fti£)a conl'ricntix*. Doéìrina vctui, de nova-. Dragale locorum communiunh Due difpuuc. Herfiordiana: Langi » de Nauclerii • Due letrere d’im Cortigiano, nelle quali fi dimoftra, che la me, ec*.. D e au£^oritace » officio, de potefta. te Paftorum Écclefiafticocum • Declaratio i nifi corrigatui^làmo V, De dirciplinit poeronin » re^^ue for. mandts eorum ftudiis, Se morlbus, ac fimul ^ um parencura, quiro pnece^ prorum in eot'dCm, offiao doflomr^ virorum libelli vccò aurei. De Scripeura CinÀe przftancia, dignitate ». au£Voritacc, &c. De Chriftianiftimi Regts periculia, de aocaa qoadam, ad Sfiindrare, Pontifici» Romani licera» monicorùle», Frincofiirci, apudMarcinum LechJeruro DialeOica Legali», edam ctua nomino Au£lod». Dialogi lucri, fine nomine i^^orì», qui camen film Sebaftiani Caftalionishérecici ^ Diljpatatio de fcfto Corpori» CbriiU^ Di^catio de peccato origini», pilpucado de poeni». Difpueatio de i^iniOerio verbi Dolina /efiiiranim precipua capirà, a do£li» quibuTdam. Thcole^s retexta folidisrarionibus, ceftitDonùiqoe Ikcrarurn Scriptuearuiq, de doé^orum vereri» Ecclcfia confiitata. Tomi tre». AU cera editio priore emendatior, co diapio major, de fub. ci (dem vel parum diverfi» tirnlis, doghine ^fuicica, && Tomu» priiDus, Tomus ^undo», ter J^4 ia /( WfU ù. Eraùsu» Sarecrius. Erafmu» Snepfiu». Eurititts Corda». Eutycbiua Mion, qui de Mofculii». Ccc a A P E Admiindu» Hilen Hordevolgiusj vel Nordovolcgius. • • Edmundas Gdl Anglus. l;dmut>dut Criiidìitts Anglus. EJmundus BunnìQs. iUgidtus Huntiius. Eichanon Pragenfts. Elias Palmgenim. Enochus Sar^cenos Gencvcnfis. Efartmis A!bcnn • Erafttis Thomas. ErhardiK Schnepfnn. Kmefhis Vogciin. Efaias HcinJfihich. Eufcbcus C!eU;rin. Ccrtprum. Auifìorum, Libri prohibiti Lereenta magica Petri de Abano. Enchiridioo doCtrinrChri- ) • Ibnx ConciiiiColoitieniis.) Enchirrdion loilitis Chriilianxi) aiiflore Ioanne lufto Lanfper>) purgengioifcu Hne nomine auflorìs,) tur. iinpre/bm Comphiu. ) Epitome omniutn opcrnm D. Aurclii I AugulUni • per loannem Pifeatortm » jllx (|iie itnpreft« fune per loannem Crirpmunti. »i Euicbii Candidi, ptaefus Lu£kiflcx mortis. Examen ordinandorum lounnis Feri » . oili Ht ex impreffis ab. anno. Auftorum incerti nomlnis, libri prohibiti.. Lcmenra Chrìiliana, ad inAititcndos pucros. Enarraiiones Epiflo!arufn)& Evangcliormn • Enchiridion CriAianirmi. Enchiridion piarum prccaeìoitaro. * y Epigrammatum ChriArana (e^x » (ibii duo^x varìisChriAianis Poecis dccci^nrff EpìAola Apoloccrica ad ftneerioresChriAiaiu'rmi k^atores,pcr PhrjAam 0 riencaicm, &c. EpiAola ChriAiaru» de Cona Domini. EpiAoIa dircela ad Paupcrem, Se Mendicam Ecclenam Lucheranam. ' EpìAola de non A^«oAoloci» qiiorundam moribus, qui in ApoAoloruin fe, Sic, Spinola de XlagiAris Lovanienilbus. EpiAo?^ MinìAri cu)ufdam Verbi Dei»ds EcclcAx clavibuS} SacrametKÌs, vcraque MiniArorum Spirims clc£Iiooe. Epiftelz piz> et ChriAianz. EpiltoUi et Przfatio in Decalogura. EpìAola SanOo Ulrico adferipea in EpiAolam ad Thimothzuin Commentaria. Epitome Belli PapiAarum contraGermoniam, atquc Patriam ipfam» Czfare Carolo Qiiimo Duce. Epitome Dccem Przcepromm, pront qitcmqucChriAianumcognoicere decec. Epitome EcclcAz rcnovarz. Epitome RefponAonis ad Martinum Lorhcnim. Efdrz lamcntariones Petri. Eipofìzìone dell'Orazione del Signore in volgare » compoAa per un Pa^ s non nominato. Evangciicz Conciones. Evangelium ztcrnum Evangclium Pafalli. Exameron Dei opus^ Expofìtio Sympoli ApoAolorum t Orationis Dominicz, et Przeeptorum» E Legìz aliquocs de morte Conjugis, Si libcrorum» quz fune loahnisPiAorii Hzretici. Eqchiridion Man gale s Romz exciiAum » apud Thomam Membronium ( ut qui• dem apparet in Fixmtifpitio ) tic vero in calce legirnry Trccis» nbì cimi libnrm excuoerat Francifciis TrumcAii. Enchiridion parvi Catcchifmi, Ioannis Brentii in Colloquia rcda£Iuin. Enchiridion aliiid} piarum przeationum, cum Kalendario, et Paflìonali ( ut vocattir ) VVircrbcrgz, apud loannem LuA. anno trip. Eyichiridion Principis, A MagiAratus ChriAtanì, quod referrur ad Pctrum Egidium» Sl Comelium Scribonìum. Epigrammatum Flores, nifi corrigantur. EipiAoIa confolaroria ad Reverc'ndos Se graviffitnos Thcologos. EpiAola LiKÌfcri ad malos Principe», CbHAianns, > • BpiAokc cpnfolatoriz, collcfìz per Cyrlacum Spangcnbetgium. EpiAolz Obfcurorom Virornm. Epitome Chronicorum,. et HiAoriarum Mundi, Velftt Index primz, et fecimdz impreflìonis, in quo fimt impref• fz, atque figiìratz Imperatorun^ Ìm«gincs. Epitome Figvrarum Sacrz Scripmrz. Epiiomatz HiAoriz de Bello Religionis Epitome Hiilorànim Sacrarum, et lo* Frìderìcus a Than. corum communium. Fridolinus Broiubach* t Ethiex ChriAianx Libri cres > .in ^ui- Fridolinus Lindovems. biis &c. Evangelium Lzcum, Regni Nundum» Excerpta quzdam capita ex Scrrpturis) omnibus lidelibus neccffaria. Exempla Virmeum. Vicionim. Excmplarium Sanf^x Fidxi Cacholicx» quocunque idiomare> impTetTum. Excmplonim variortnn liber» dcApoAoiis, et Marryribus» Hve feorrum » fìve conjundtus catalogo. S. Hieroayim de EcclefiafticM ^riptoribta • Bxcrciratìo Vitx Spirhualis .) Explicacio Symboii pcrDia* Ic^os. ) Explicatio Primi.Tcrtii.Qoar- tii j^Q^iinti cap.A^. Aj-oft. ) Sine noExpofìtio SccunJx EpiilolXy) mine au*D. Ferri» 5c ludz. ), £^oram»&: Expo/ìiio nominUIefatiinta) quocummentem Hcbrzornm,Caba>) quc ìdioli(Urum»Grzcorumi ChaU) mare inadzorum, Perfarum, et La-) prcffatinorum ^ ). Expo/ìtio fuper Cantica Can- ) ticoruin ^lomonis. ), tm •Expofitio in Epifìolas» Paoli ad RomaDOS, et ad Galatas» cujus Przfatioirl Epiftolani adRomanoi incipit; Variai narrationei » 6(C. Et in expoikiooe prU mi Cap. ad Rocnanos» cuhM inicium cft. Qnum ficatus ApoRoles Romanis fcm>crc inAituiffet» Sic. 4aoT^>- ' i F .Abricius Opiro VVOIf^ngus: 'Fabritius Montanus. Felle lanus de Civitclla. Felix Mallcolus Tigurinus. Felix Manfius. Firmianus Clorus, qxi et Viretiis.» Francifeus Betttts. ' XJ Francircus Burgardi. Francifeus Cotta. LembiBgiBs*^ Francilcus Enzinas. • T Fraiicilcus Kolbius. f - i-qlw Fiancifcus Lambertus» Francifeus Lamperti • Francifeus Lifmaniniis. : -O - % Francìieps Niger Baitanenfis. FrancHl^ Portiis Grxclti» ' Francifcib Stancarus. Fridcricus^a^irtheim. Fridericus Fridericus Mycoiriw» F AuAtn Souinust Filli Pal}or io AuAria. Fiiis PaAor HtlberAadknAs» vet HalberAatcnfis. Forrunanis Creliius* 1 Francifei Zabarcllz. Liber de SchiTmate ) ai^» cjmtd^ P»£auQoei» ' Aigennrnrdfripvefie.'donecexpurgeaciir. Friderici FruoAì tra£Vatns de Orattooc, de juAincacione, de Fide, Se Openbtu* Se prefatioin EpiAolao) S&oiOi Paiiii adRomanos,qui umen falsò creditur adferiptu». 1 Friderici Furi! CcriuUni Valentia! &>nonia; ftve de libris facris» in verna*k Tcniam Unguam convcrccndis. a 1 ... 1 ..L-ysril. J rA« r . /Ótiv''- '••r' 1 xÌìjM F Abricii» Liber o^aoBs £piftolftiBmad Fridericom Naufeam» qui cA Roberti a MofliaWv t Farrago Poemacum, LeodegariiaQuercu. Fiorei IQRoriarum» per Ma^•0 monia mondi t et Problema- ) ta Sacrar Scrìptiuar « Fr^ncifei Gicciardini, Hiftorta ) larinè recita per Coeliìim ) dooec iècundum Curiooero* > expar Franciki Irenici* Endingiacen- ) gcntufCs Gcmnanjar. Exqgereos* vo*lamina duodecim. ) Francifei Polvngrani aftrtio. ) nes quonujurs Ecdrlìae dog- matum. X francifei Patritii Nova de Vniverfi» phi* ]o(bphia*nifì fueric ab Au^Iore correÙXt 9t Rema cum approbaciòne R« Sacri PaUcii Auftoium incerti nominis, Libri ptohibiti F ^mgo C^cordantiamm inngbiaiQ;. (o^iut. Biblia • Faìctcttlt» RerufD.expetcndaniiQ*^^ iugiendamm-. Forma delle Orazioni Ecclefoftiche .. ed il traodo di ammiiiiflrare i Sacrameocic di celebrare il Santo MatrimonioÀu£Ior credkuz efle Calvinm. Francilci No^nu. apparicio» Fandamóncuni malòruiBi de booomm o>. pcrum. F .KrcìaiUw Mirra, Ccnevx imprei^. fu». Pidei.l^l^ftianz c^icF* conerapa^ F^S» i^rvi fubiiw inKyefr ren^ponfo, una curo crroruin et eahtmniaruin .. Flore» epigramma-) turo* Flore» Romani ) Flores San£bocum..).ubieanq>*& ^aacwnÉkVe» VinunvD. ) qne lingua imprelG» Foni Vit*. > donec coKigantur. Formala MifTx Unitebergenfis. Formule Precaro *. feo agenda * aat Of. fteia Hanecieomm* Olona » ^uacanqitc ; lingua confcripea .G Alalitts Zwmglit * defenfor » vcl Nicolaos Galalìus * Olivini defenfor. Gafpar Brurchias Egranua Carpar Charreras. Gafpar Cruciger. Galjpar Grctteris Galrar Hedio Galpar Heldelinus. Gaf^r Kubertinus. Gafpar Megander TigurillDS^ Gafpar Rodulphìus. Gafpar Swcacfcldius « Geòrgia» £milius MansfeIdeoNotgreiui»v Gorcìniamit Gregoan» Brnck Gregorìu» Cafelius*. Gregofius Giraldo»* 2{an ìilc Ptrrsntff^ ^ dlcìUIT LÌfÌHS. Grinsn» Sinv^. Gualieriu» Tignino» Gulieloui» AurifcxGuliclmo» Guaphxu» Hagien-, Gulìelmu» Pofttllu»»Barenrorio$-. Giilic'mu» Sartori». Guliclmu» Tayloii», Angla»., Gu'Krou» Tin^lus. Aa G Afpir Adeler.. Ga^r Braummilkr-. Gal^r Elogia». Ga^r Eurioacbea *. vel Eurymschnra^. Garoar Faber. Olroir Gooderoan.^ Garoar Canea. Gi^r Gómbe^ias. Galpar M^cer* vel Micras.. GalMi MetUlnder. Gawt Morthvru» SemansildenB» ^ Oal^K Olevianu». Gafpar Peucerus Budifiìniu. Gafpar Scolihagios Gafpar Taoberu» Gcorgtus Autumnu». Gcorgius Blaruirara* vel Blao^acrajGeorgius Brin fìve Novipiagijs ^ Germanus Peyer. Gothardus, qui et Cpnradtv Gregorius Paoli. Cr^orms Pcrlidus LubcqepTis» Gregorius Voerier. Gulicimus Barloupe. 1 Guliclmus Bidembachius., Gulielmus Charcus.. Cutielmus Cpius Gulielmus Fuhureìus» vef Paquerius • Gulielmus Fulcus. Guliclmus Htcron. Guliclmus BÒdigiius yaiTw* -Guliclmus Sarccrius» Gulielmus Turacrus. t Gulielmus Tumerus*, ^ Gulielmus Vdalus Gulielmus VvitakeAs. ^ 4 Culiclnius Vvidephus Gulielmus Vvirte» Gidielmui YvictinganDua.. Gulicltous Kilandcr. . •. t..,. ..H, :.Certorum Auflorum, Libri prohibici. G Aufridi de Monte cicalo, Ti*Oa« rus fupea materia Coocilii Balilcenf)s« Georgi CafTandri» Hymni EccIefialUci. Gracia Dei de Monte Satino, Epiilolc pix, Se Chrillian*. Gripbit Pr^cationes Dominici. Gutielmi Occhamit^snonagintadierum. Icem Dial(^i • et Icripia omnia, coocra Joannem Vigcftmum iecundum. G Afparis Caballini Tra é\atuscommercioniro, ) &ufuraru I reddituum- ) que pecunia conftiimomm, j Se monetarum. E;ofdcm traftatus deeoqoad ) nifi ctnciiintereft. Etdedividuo» Se ) decur. individuo ; qua onenes font ) ' Caroli Molinai morato ) tantum aufìoris nomipe. ), { Gaijparii Scibitni Corqpadia. •• i, i Caudentii Mrrulc, MemorabiUm» lij^s nifi emeodetur# ^ Georgi! Nicrini Concioocs. j Georgii Viaorii Poemau. Gulieìmi Grattarolc opeaa 1 quasidiu mendaca non prodierint. . i l't Auftorum incerti nominis, Libri prohibiti. G Eographia UmVef/àlii. Gerreanicae Nationii Lamenti^tù^ fws, Giuditio (opra le Lettere di tredici Uo, mini ftampate il qual fi cooofee eficr del Vergerio G Hnefis cum Catholica expofitiooe . Ecclefiafiica. Geofnaneic libri omnes • Gefta Komanorum. GloiTa Ordinaria Genevenfis « Gioite ordìnariz rpccirneo.. Craiianus Anrijefoita, ìdefi cai^num ei feripeis Au£lorum Theologonun, a Gradano in ilfod volumcn ( quod Docrenim af^llatur) collcflorum, &doftrin* /cmitiec ex .vadis.. iftius nuper fefì* MaKologdmiQ fcriptii -fxo^ pw * collacie I 4 quodato vericatii ;tEofo inftituta, Se ounc priiman m l^eip edita Trancifci Gcoi^ii Vcacti,Har- monia oiundti et Probicma- ) ta Sacre Scriptarx. Francifei Gicciardint, Hiftorìa htinè réddita per Coelium ) dooec fecundum Cortonem. > expar } gcntuf(n Germantz, Ex^efeos* vo-) hiiDÌna duodecim» ) Franeifci PoJvngrani afRrrdo» ) oe$ macum. Francifei Patritii Nova de Vniverfi»phi' lorophia, nifi fueric ab Auflore corredi, Se Rems cum approbacione R« Magiari Sacri Palatii imprefla. Auftorum incerti nominis, Ubii pfghibin Arrago OM^dantiamm inng&iaiB; todus. Bibliz. Fakic^iK Reru{D eKpetcndanmi>a( fugiendanim.. Forma delle Orazioni RceUfoRiehe ..ed il modo di ammjniftrare i Sacramentie; di celebrare il Santo Matrimoi^'o *, Àu^Ior creditus eflè Calvioos. Franci/ci Noibima tpparitio. Fondamencure maloruis* et bonoEum o«. pcrum. ’ A.PPENDIX. Afcieuliia Mirre, Gene^ imprtft. fus. Fidei/^^Uanz capita-, coovaPa F^dSit fervi fubdito infidcli mnfpónÉó una CIMO erronun &calumDÌar«Dnjuaaundam examine, cjuz conrinentur. in feptera libris, de vifìbiti EccleTix Monarchia, a. Nicolio> Sandero conferìpta>«. Flore» Epigramma-) tnm. ) Flores Romani ) Flores San£kotucn. }-ubi donco corrìgantur. Fonnyla Miflie Unhebergcnfis. FormulK Precnm %. fen agenda, aat («» ^ dicitur tUiusCnnxu» Simot}. Guaherius Tigminus» Culielnuis Aurifex. Gultelmos Ouaphea» HagienGolielmus PoftelUis,Bareotoria»^ Galic^mus Sartori». Gulichno» Taylous, Anglus.. Goliemu» Tinoalus G .Afpar Adeler. Ga^r Braammiller*. Galpar Elogio». Gaipar EuriouclKa i. vcl Euryoachxra... Ga(^ Faber. Gal^r GondelBaa^. Ga^r Ganez. Ga^r GòmbtrgittsGalpar Màccr, vcl Macrus.. Gafpac Melilander. Gamac MottKzru» ScmaJkaldenfi» ^ Gal^c Olevianus. Gafpar Peucerus Budi/Bnus. Gafpar Siolshagius Gafpar Taoberos Gcorgfus Aurumnus. Gcorgiin Blandran, ve! BJaotUtrai. Gcorgìiu Brinderus. Gcorgius Bochanani^s Scotus Ctorgitis Ca(fander Bru§enn$f fìve Veranius UodeAus Pacitnomaout. Gcorgius Codonigs. Gcorgiuf CooftantÌDUs Aoglus. Gcorgius David. Gcorgius Dieterichus. Gcorgius EboufT Gcorgius Eckarc. Georgius Edclmai\n Gcorgius Fladorius. Qcofgius Grynaut Bo 4 icetius Gcorgius Hanfcldt. Gcorgius Hcnninges. Gcorgius Toye ^diòrdicons Gcorgius Kupelich. Gcorgius Lyàeoiua Gcorgius Mcckart, Gcorgius Mylius. Gcorgius Niger. Gcorgius Nigrtnus Gcorgius Princeps Aiultioos. Gcorgius Raudat • Gcorgius Schmàlczing « Gcorgius Scholrz. Gcorgius Shoo. Gcorgius Silbcrfchalg. Gcorgius Sohnius. Gcorgius Spintleru). Gcorgius Tilenus. Gcorgius Vvatihenu. Gcrardus Ncomagus « live NovimagHt s Gcrroanus Peyer. Gothardust qui et Cptiradoi. Gregorius Pauli. Cx^oritts PcrUrius LubeqciiBsGregorius Voerfer. Culicimns Barloupe. Gulicloius Bidcmbachius Guliclmus Charcus. Culielpius CqIus. Guliclmus Fuhurcius» vcl' FuqueriuiGuliclmus fukus.. j Guliclmus Hìcron. ^ ' Guliclmus Bódiigmts |lafini. Guliclmus Sarccrins. Guiielmus Turaems. T T Gulieitnm Tumerus GiiUclmus Vdalus. Gulicloius VvùakcAs. ^. -! Guiielmus Vvidephus Guliclmus Vvitre. Gidieimm Vvirringamus» Gulielmtis Kilandcr. ' t . I. '.’H. Certorum Auflorum, Libri prohibiti. G Aufridi de Monte cleflo t TnlOacus fupsi saarcria Concilii BafiIccnHc • Georgi CaiTandri, Hymni Eccleftaftici. Gratia Dei de Monte San£ko, EpiftolpiaCt ^ Chrillianx. Gripbii Prfcationes Dominica Gulielmi Occhimi 8c (cripta omnia, coiKra Joannem Vigeiimum Cccuodum G Afparis Caballini Tractatus commerciomm, &ufurarù, reddituum- ) que pecunia conftieuionun, et monctarum. ) BiuTdem traf^atus deeoqnod > niii ciixih incercA. Etdedividuo, et ) dotar • individuo i qua orsnes Àiot } Caroli Molinzi mutato ) tantum au£lorisnon)io«. J { Gafpatis Stiblini Coropaedia. 1. ! Caudeniii Mcfultr» McmorabilioiD lihó>s nifi emenderur.. ^ Ceorgii Nigrini Conciqnea, ..a Georgii Vi^orii Poeinata. Gulielmi Grattarolc opeaa quamdiu emendaca non prodierinc- ;; -t .0:,' ‘d Au£Vorum incerti nominis, Libri prohjbiti. ' Eographia Univetralis. Germanicx Nacionii Lamentaciqs ncs • ., Giuditio (opra le Lettere di tredici Uor mini Aampace l’anno M- D. L. V. il qual fi conofee cfTcr del Vergerio G Enefis cnm Catholica eapofitiooc . EcclcfiaAica. Geopiantia libri omnes GcAa Romanorum. GloiTa Ordinaria Geneyenfis. ^ Gioita ordinaria (pccimea. Cratianus AnriJeliiica, tdefi canonum ei Ccriptis Au^orum Thcologorum, a Graciano in illud volumcn (quodD^cretuffl appcllatur) co1lc£k)rum, et dottrina Jelmtica ex .vaxiis/ iAius nuper fe£ù Ma^logòmm rcripciifKc^ pta, coUatio, a quodam veritatft^. «boto inAituta et muw pnimiin Tb bice^ edita. H H Adrumu Junius. Harrminnas Beyer >. ^ HarcmAimas PaUcinus h C. Hebcrns. Hedio Cafpar. Heitas» vel Helin* Eobanas Heflns., Helìas Pandochcus» Henricin Lapulu». Henricus Pancatcon. Henricus Scoms. Henricns Srollit». Henricus Surphanus. Henricus Vvelf^ii» Lingcn«, Henricus Uringenis. Hermanus Bodiiit. Herroanus Bonnus. Hermamu Burchiut Pa^hilm*^ Hermanus Heflùs Hermanus Itali». Hermanus Kìdvuch. Hcrmama Luiciis. ^ Hetxenis. Hicrooymus Baflanns. Gicroi\^^s Cam PHaurio)*, Kieronyraus Galatharus ., Hieionymus'Kiuf(hcrv ' Hieronymus Mar*u»: Hleron^jus Maiurius* % Hicronymus de Praga, i\ J Hicronymos Sabir de $ai\flo Gallp,, Hieronymu} Savonen. Hieronjmius Schiurptf. ‘ Hitronjmius Vicellerms Friburgeii.. Hieronymus Viiolphigs» Hiob Gaft. ' A Hippinus. Hortenfis Tranquiftos, aliis Hicremias^. aliis Landus.,, Hugo Latimcrus. Hudricus Bnchau/lius. HulJrici» Htmenoi, five de Uttcn.. ' Hnldricns Mutins Hiiguraldus.. Huldricus Zvvingiltis Toggius H Mlerus Barcholdiis. Hamefus Godoffredos. Harrmannus Scopenis, Novofefenfis. ^pricus. Hclias Ho^en9 Helias Palingcnius Helìas Scadzus. Hetningius NicohttS4 Henricus Boethios Henricus Brinkelous » ^ eiUtt fiorar Ab nmiiu BfldtrUi Morfii» Henricus Ètfbrhen» vcl ESordenHenricus Enberg. Henrù;us Harcopcnt. Henricus Hufanus. Henricus Mylius.^ Henricus Modec Henricus Mollerov, Henricus Nicolata, five ìibri mrat n- fitfutlHenricus Petreus^ Henricus Rhodut, vel Rodnu Henricus Senenlìs. Henricus Stbenius Mimderpi Henricus Scephanos. Henricus Tbylo. Henricus Tbolofanus .. Menricus VVolphins. Hermanus Pigofus Hemunns Hamehnannus,. Hermanus Pacilkus. • Hieremias BaiUi^ius. Uierooymus Hambol^us, vel Hauboldus Ratisbonenfis. Ijieronyinus Hennit^s*^ Hieronymus Maocelius. Hieronymus Panchus. Hieronymus PcrUhrìss. Hieronymus Pumekius. Hieronymus Valler. Hicronymu» Vchus Hieronymus Vuatenis. Hieronymus VuihlcmbergiusAurimÓtanDs, Hieronymus Zanchius vel Pancus.. Himmanucl TremcMus. Hovardps. Hugo Hugaldus. Hugo Sureaov cognomine Rodere.. Ccrtorum Auftorum, Libn ptobibiti. H Enrìci Bebcblii JuRiagen/ts, Facc« liz, ioRicucìo pucrorum, (cium« phus Vcncris. Hlcronymi Gebiulcri, liberdefacrilcgio4 item exhortacio ad lacram Comma» nionem. * ' Hicrooymi Melfi Pifcn r fi i s, Proverbia^ et Prognoliica. ’ Hicronymi Savonarola Fcrraricnih Sermones, qui olim in Romano Indice prohibiti mere, noo leganmr* donec iuitu ;uxra cenTuraf Tacrum Dcpiicacorum cmencUri prcJcanr, et funr hi. In cxodum fermo primuj tncipicns Dornine (]uid mu1tip(icati, &c. Ircm S •u’s Chriftìani. Ha-iriau' l>am nacGandavcnl^s liber iftfcripms Imnerii ac Sacerdoeii ornacus. DiverCaram itemgentiuin peculiaris veftitus, cure Commcncarìolo Cocfanim, Pontifìcum, ac Sacerdotum. Henrici Decimarons Gifiìiomenns, fylva voeabuforum, A phralìum, cum folucx, rum ligai« oracionis, dee. t)i rum, permittìcur. Henrici Harphii Theologia millica, nifi repurcata fuerìc ad exemplar illius, quz mie impretfa Romx anno Domini Hieronymi Serrz Lutheranorum Se£lz in fcrvumarbirrium liber, nifi prius, corrigacur, 1 Hiftoriz Magdeburgicz '^ab lllyrico, et complicibus coaccrvatz. Hifiona de Schifmare Theodorici Nemienfis. Huldarìco Epifeopo Anguftano epifiola adfirripta, adverfu^ Nicolaum Papam. Hyporypofeon Martini Martinet Canupecrenfis liber, nifi fucrint ex impreffis Auflorum, incetti nominis, Libri prohibiti. Enfici Quarti Ofaris vitaHifioriade Germanoniro orìgine. Hilloriadc iis quzjnanni HuÌT.in in Conftanricnii Concilio everte ntnt. HiAoria demone Joannis Daaii Hifpani » quem fratcr ejus germanus incer;ccic H iEbrea,Chaldzai 8c Latina i-'terprecario Bibliornm, cum Indice Robenì Stephaui « Hetvecìz graculatioad Gal'iam, dcHenricohujui noiDÌnis Orario Galluruaa, et Navarrz Rege. Hcidelbergeiifis jTheologia, de Cotoa Domìni • Hilloriarum, 8c Chroniconim Epitome, velut ludex ufque ad annum {4. Hilloriarum > et Chronìcorum cocius, mundi, Epitome, imprelT. Bafilcz. HìAoria Belgica HiAoria Cermaniz, Fran- I cofurti edita. ) donec ex Hilloria Graciz, nuper odi- ) purgeoturta. ) HIAoria Scotorum, nuper ) edita. ) Hiftoria HulCtarum. ) HiAoria vera, de rebus Martini Buceri, PauH Fagli A Chatcrinz Vermilyz, Petti Mar(iri>Uxorì$, vcl rubaliotitulo Hidoria de vira, obicu, et icpulrura, &c. Martini Buceri, A Paul! Fagli, qua intra annos duodccim tn Angliz Regno accidie. Ddd Hortulus aniipi, ni/i corrigamr. Hortnhis Pa/Eonii in ara Aitarti fiori dus. loanncs Coman«fcr» Ioanncs Colmius. Hjrdroniinti* artis. Opera omnia J Acoou! Bcdrotuj, Pludcntinusla^bui a Burgundia, Hit Acropolica loanncs Hcrvagius. loanncs HefFus. loanncs Homburgius. loanncs Hopcrus, Anghis. loanncs Holpinianas, Sceinamis loanncs Hofl. loanncs Huichinus. loanncs HulT. loanncs Huflcrus. loanncs HuccìcHìuSé loanncs de Indagine» 7^"« ioannes ZuicKius. ' lobGeft. 3 : Joannes Avicioi lodocbot Coch, fivc Cocusj mi et /«k J vel Co» CUI. luftus MenioS} Kènacen» Acobus Acoocius. lacobus Anetius» vel Aenetios. lacobus Andre». lacobus Andreas ShihìdellinoS} vel lacobus Shmìddiinuse lacobus Arrifonlacobus* Brocardus. lacobus BninicenCs. lacobus Cornerns. lacobus Eifcmbcrglacobus Frindaogus. lacobus Grynsus. lacobus Heerbrandus. lacobus lufti. lacobus Kiincndociusolacobus Koich. lacobus Linfìor. lacobus LachKem. - lacobus Palieologiis. lacobus Pcregrinus. lacobus Ruogius. . lacobus Scoppenis. j lacobus Sobius. lercmias Piflorius. lercmias Horabergcrlui I loanncs Acrocianus. ” Ioannes Avenarius, vel Habermarm. i Ioannes Avicinius^ loduchus, yvUlichiut. lonai, qui. ^/Jpdochu^Coojs^ lonat Philologtti. Tm» li Ioannes Belizìus • Ioannes Bocenis, Li^ccnfìs. Ioannes BortAyus. loaooes Bradibrdui. Digitized by Google 39 Ulajcnis. loanncs Crifpinus. loanncs Cronerus, vd Crumerm^ loanncs Cimo. loanncs Darriiis. * loanncs DauTus, vd Douiar Ioannes Fcidc. Ioannes Fcrinarius^ loanncs Filpotus. loanncs Gallits «• loanncs Garczus.^ Joanucs Gamcrìus» loanncs Gcorgius CodelmaniA •• loanncs Griffin. loanncs Gtilicimus Soickiosf Tigutinus.loanncs Harrungus. loanncs Hctlcricus. loanncs Hedierus. loanncs Hcidcnreich. Ioannes Hcrzbcrg., loanncs Hugo. loanncs lac^us Gryn«|U. Ioannes lederusi Scaphufiinus# loanncs Irenxus. ioannes Index. Ioannes Ivellust Angltis^ Joannes Kenerus tamdiu prohibira iìnr » quamdiu ab alicuius Untvxrfìcatis catholtoE facaltatc Theolc^ìca» vel ju infetìptas Imperatonim • tc CTfantm vita, cum imaginibus ad vivam effigìem exprefn$y donec corrigatur. Ioannis Fabriciì Montani» Pocmacom ber» Ioannis Cerrophìi > Recriminacio adverfus Eduardum Lzum Ai)gium. ^ Ioannis Lubicenits » de Antichrifti adventu » et de Media lud^onrm. - ^ Ioannis Pici Carthadenfìs > Para|dirafes » et Annotatioocs in Pfalmos» Ioannis Reuchlini» rpeculum oculare » de verbo mirifico» ars Cabalidica» Ioannis Soccri liber » iive epigrammata » ex variis auAoribus collcaa v Ioannis Surei » de rerribili excidio Hierofolyrnirarum. Ioannis Vnnfchelbui^enl>s > de fìgnis et miracttlis falfìs » et de fupcrftionibus. lalianiCoIen» de cercirodine grati» Dei» et làlucis Dodr» craélaius» J Acobi a Burgnndia > Apologia ad Carolum Cxiarem. lacobi Scbecii liber» de una perfona^ Se duabus naenris in Chrifto • lannoccius de Mannectis Florencinos d^ digoicace, et cxcellencia hominis, doneC emendemr. Ioachimus fuper citulum iT. de ;are;urande. Ioannis Baptid» Folengii CommencarU fuper Epidolas Canonicas San£fi Pem> Se San^i lacobi, Se fuper primaiq Epiftolam Sanali Ioannis. Ioannis Bodini Andegavenfìs » Demonomauia omnit» prohibetur, Liber vero de Uvfntblica, A: Methodus ad fecileni liiftoriarum cc^nirionern, randiu prohibita finr, qnoufiijuc ab Anafore exporgata, cum appiobatione Magiflri Sacri Palatii piodicn'nt. Ioannis Cafì Splixra Civita- ) tis, hoc elt Rctpubltc» ) rciVc T ac pie fccundu-u ) Icgcs adminidntnd» ratio- ) Ioannis Corafìi 'liber, de ) donec emennniverfa brardotum ma- ) dentar, teria. ; i--. ) Ioannis Drudi opera. ) Ioannis Feri opera omnia. ) Excipittnmr tancn, cjufileii) Feri, Annotationes » Se Coromentaria in S. Macih»i, Se S* Ioannis Evaiuclia, ac in ejufdem S. Ioannis Epimlain primam, Rom» recognica, et iropreda. loanni Fifeherìo liber (liso adferiptus, de fiducia I Se mifericorJia Dei. Ioannis Forfleri, Difiiona-) rmm hxbraìcum. ) Ioannis Lalamancii Medici,) exrerarum fere omoiom, ) Se przeipuarnm gcntinm») nifi corrianni rario, de cum Ro* > gantur. mano collatio. Ioannis Mahufii Aldemadenn.) Epitome annocationam E- ) rafmi in novum teflamen- ) cum. ) Ioannis Mattkci Tofeani » Pfalmi Davidis. Ioannis Mevìxatit Afteofìs. I. C* Silva nuptialis, donec emendecur, Ioannis Pauli Donati libeOus de refervacione cafuum. Ioannis Peregrini Pcrroreilani, liber convivilium iennonum ., Ioannis de Roa, de Avila, Apologia de iuribas principalibus, defendeous, et raoderandis jnhè. Ioannis Rutbeni, r^l» lo-) coronsioomiinimum utriuf^i) leflanenti. } Ioannis ScapuI» » Lexicon ) nifi corriGrxcolatinum. ) gantor. Ioannis Scbenekdevuini fuper) Inftit* Commentaria, feu) annotationes. ) Ioannis Wierii Medici, libri qutnque de przfiigiìs damonuro, incancationibus, Se vencficiis. lulii Cafaris Scaligeri >Coin- ) mentarii in Theophrafhim,) donec e--' et Poemaca. > roendétur. lofeph Scaligeri liber de e-) mendatiooe cemporuro. ) luliani Tabaocii de quadrimlici Monarchia. Inlii Ccifiì (Xrj/iV) vera» Chrifiùmaque Philofophia comprobatoris » a^oe emuli, quinq; Antichrìfii do^rinamfe^uirar per contenrionena, compari, uocemqoe deferiptio. Incer Librorum Incertomm Auftorum, Ubri prohibiu I Mperatorumi 8c CxtaruiQ- vit». Jndru^io vi/ìutiofiis Sayonicz. Intcrpreurio oomiuam Cbaldxomm. lorrodu^io pucrorum, lulii» Dùlogus, aliis AqU. Jnc?rtorum Auflorum, ^^brl prohibiù. K Alcndaria omnia ab hxreticìs. con» fleéU, io quibus aomioa hxrctico^ rum poountur. I Magitiet CDortis > cum roedkìM ini« IT)X. Index biblicMom imprefi» Colonie, icv edibcu Qgenteliaais « Index re rum omnium» qnz in novp« ac veccri ccftarDcnco habetunr locupleti!fimus» no» cum hebrxorum» duldeo turni, ac loUDoruizi nominom incerprclatiottCì &c. Vencuis ad figoom fpei. Index utriufque ceftamenti * penè fimilis Indici Bibiiomm Roberti Scephani. InAinici.ones Graromatke > et aliarono Artium, niil repu^nens » Infticncio Principù. loAiturio religionis ChriRiancj impreilà Vvitebergz» an. InAruflio, qua vitam zcemaHi obeinebU mu|. Introducilo admirabilium antiqua > 9c moderna • feu Apologia iicla prò Herodotoi anno ludicium t et Cenfura Eedefianun pti»rum » de dogmatc » in quibuldam Provjneiis Septentrionalibus» coopta taodam. Trinitaictu.. Pomeranus*. Leo ludai Leooandus Culman Leonardus Fuchfius. Leonardus lacobuti Norchu!iaout Leonardo» Srrobin. Leopoldo» Dickius» Lolla rdus. Luca» Lofllu» Luca» Chrotek » feu Schrotcyfen * Rtibeaqueniì». Lucim HaCIeneusi vel Hedcctus Lucius Pifxus. Ludovico»» ab EbcrAain*; t Ludovico» HcAzer « Lutheru». Lyfmaninus. L Ambertu» Daoxus% Laooicu» AnxiAurmiu» oeck. a Sturine Laurentius Codmann Laurentius Ludovico» > LeobocgcAn$ Leonardus PelUcanus» RubeaqutnA$A Leonardus Schveiglinus.. Leonardus Stockclius. LcfOnardus VVannundus», Leonardus Werner Lucas BackmeiAents LuneburgeunsLuca» Mainus Luca» Ofiander Lucas Steenbcr^i;) Moraws*. Ludo I Ludovicm BcrqQtnQS. Ludovicus Evans. Ludovictis Helmboldus. Ludovicus LevachcniS} vd LavatcriusLudovicus Kabus. Ludovicus Villebois. Certcum Au£lorum, Libri prohibiti. Aorcntii Vili* in fcilCi Jolutione Conftantmì. Itcm de libero arbitrio. Ircm de voluptate Lclil Capilupì, Cento ex Virgilio non nifi cKpur 4 »aiit$ Icgutur Lue* flcctinì libcr infcripttis, Oracolo della rcnovationc della CUiefa. Luciani Mantuani > annotationes in Cor^ menrum. 1>. Joannis Chryfoftomi in Epillolam ad Romanos. Luciani Samolatcnfis, Dialogì, videlicct, mors Peregrini* et Philopatris. •Ludovici* feu Z.aonici Cbalcondylc Aihenien.de origine* et rebus geflis Turcarum, libri dccem » Conrado Cl^nerio interprece, cum annorarionibus. Lodovici Pultii, Focmaca, ncmpc,Od*, Sonetti, Canzoni. L Anrentii Vali*, annotatione» in novum Tefiamcnium * òc Ubcr de pcrfoiu centra fioechium, nfTì corrigantur Laus Matrimonii, et congcftìo bonarum mulienim ex diverfis biftoriis, M. Perri Lefvandcrt. Lclii Capilupi Ccntoncs ex Virgilio, Roinz anno Domini 1590. iropreif*, |)crmittuntur. Levinii Lemnii Medici Zi- ) rizei * occulta nacur* mi* ) donec exraciila. ) purgentur. Lexicon S monis Schardii. ) Ludovici fiorbonii, Priocipis Condxi liter Ludovici Carvajalì. Dulcora- } tio amarulcntiarnm Eraf- > nifi prius mie* refponfionw, ad A- ) repurgeapologiam ejafdem Ludo- ) tur. vici Carvajali. Ludovici Caftelvecrii » ope- ) ra omnia. ) Ludovici Impetacoris nomine liber fi£ìu$» contra facras imagines. Ludovici Vivo Valcmini, annmationct in $. Augufiinum, nifi expurgentur. ineertorum Auflorum, Libri prohibiti. Amentationes Petti, aufiorcs Efdra. Lamentatio* A quarimonìa MifT. Libcr inl'criptus, de au£ioritatc, Officio > et potcllate PartorutD Ecclefiafiicorum. Libcr inicriptus > Anguftini, A Hicronymi Theologia Libcr infcripius, alcuni importanti luoghi, tradotti fuori dcM' Epifiole latine di M. Francefeo Petrarca, Ac. con tre Sonetti funi, A xviii. ftanze dd Bernia avanti il xx. canto* Ac. LibcHus aurcus quod fdola. Ac. Libcr infcriptu» Baniccnfis Ecclcfi* cur MilTam » Ac. Liber infcripms. Bulla diaboli • A£. Libcr infcripnis, capo finro. Libcr infcriptus» de corna Dominica. Libcr infcriptus, confilium de emendai^ da Ecclcna. Libcr infcriptus* confilium PauSi III. datum Imperatori in ficlgis cum Eufebii Pamphili pia expUcarione • Lilier infcriptus delle commìflioni, A facoltd che Papa Giulio 111. ha dato a M. Fatilo Odcfchalco. Liber infen^us * de difciplìna puerqrum, rcetdque formandis eorum Audiis, A monbus. Liber infcriptus. Dottrina vcriffima tolta dal Capitolo quarto, a’ Romani, per confolare l’affiitte cónfcicuic Libcr infcriptus, Cur Ecclefia qbanior Evangelia acceptavir. Libcr infcriptus, de emendatione, A corrc£h‘onc Aartis ChriAiani. Libcr infcriptus, de genuino EuchariAiz negotii inccllc£Iu, A ufu » ex vetuAiflìmis orthodoxorum Patrum libris, Ac. ^ Liber infcripnis, de falfa religione. Liber infcriptm, de fatis Monarchi* Romanz, fomnium, vacicinium Efdr*, Ac. Liber infcriptus, la Forma delle prehiere EcclefiaAichc, con la maniera ’ammìniArar* i Sacramenti, A celebrare il matrimonio. Liber infcrìpeus, de Gratia A libero ejus, vclociquc curfu. Libri Hcrmetii Magi ad AriAntelem Libcr infcriptus, llluAriffimi A potcnliffimi Senarus populique Angli* fencencia, de co confilio. Libcr quod Paulus Epifeopus Romantis, Ac.Liber infcrìptut. Miliraiuis, Occ. Liber micripcu» » Nicodcmus de paflìone Chridi, Liber in(cripiu$ 1 opus IHuflriffimi $c ExcclJtnfiffimi, icii fpcftjbilis vy-i Caroli Magni > &c. coocra lynodum, in partibus Grzcix 1 prò adoranvis in'>agmibus Aoliddj five atroganter gefta cA. Xibcr inlcriptus j in, orationem Dominio cam, &c. 4 lbcr infcriptiu » in orarioncs Dominio cas faluberrimx » et lanf^inìrox medi» tariones « ex 1 U>. oacholieorum Fatrurn, &'c Liber infcriprus « Lettera di N. ad uno Ambafeiatore di Papa Giulio HI. Liber infcriptus, Fauli IV. Papx Ronaani ) EpiAoIa confolatoria 1 et horcato. ria ad fuos dilcflos filios. Liber inicriptus» Poiirificii oratoris legatio I in coflvencu Noribergeniì. Liber infcriptus, de providentia Dei. Liber ioferipm, de facerdociot Icgibtrt, et ^crificiis PapXf &c. Liber infcriptus t delle Aatuc 1 et itnagU ni I &c. Liber infcriptus » in Aaruì > et digniraci ^clcliafticoruto t m;igis conducati aiflaictere rynodum Nationalern * piam « flcliberam» quamdecemere bello, &c. Liber infcriptus» de vera dìAèrentia regie poteftatii, 9 c EcclelTaAicx • Liber iaferipnK » de vita juvencutis inAiruenda » reoribus, Se Audiis corrigendis, Liber inicrìpeu « de unitale Ecclefiaftica. Licanix Cermanorom. Loci coreiDunes, de boAli operibus, et de potcAare EccleAaAica. Loca inlìgnia. Loci infigniores. Loci omnium ferd capiruro Evangeliorum « Loci utriufque teftameari. LnÀi ChriAiana. Ludus PyramiduiQ» appendi X. Lexicorv Grxcum novnm » GenevimprciTum. Ljbellus A. P. C. trai^ans rudiincnr.t Kcligkmis. Liber qui infcribicur.afla Conctlii Tridentini anno i5'4^. celebrati .una cum annorarinnibuspiis» et lcC>u digniilimis. Liber Anonymt cuiufdam, de repugnantia do^lrinx ChriALmx. Liber Infcriptus, Annatx, caxatlones Eeclefiarum, et Monafteriormn per uni-, verfum orbem, ab hxrcticis adverfut Anniras confcriprus. Liber contincns articulos reprobatos a faailrarc Parilìenn, conrra do^rinam S.I Tbomx. Libri duo, de laira, Se vera unius Dei Patria, et Fitti, et Spirimi San^i cognitione, au£IorÌbus ininiAri Ecclenarum confcnticittium in Sanuacia»& Tranfìlvania. Libelius de Concordia Ecdelix. Liber de Convento Haganoen. Liber infcriptus, Crux ChriAiani, cuoi qtiibufdam annocationibus, in fandium Hilarium. Libri dece CD annuloram » quaruor fpe^lorum, ihiaginum Thobix, imagioum Ptolomxi vitgìnalis clavicola Salomonis. Liber infcriptus, Dìalogi fieri. Libri infcripti, comra diccam Imperialem Ratisbonen. Libclluf infcriptus, dedrgna prxparatione ad Sacramcnniin EuchariAix. Liber infcriptus, de divinis Se Apoftolicis tradttiontbus. Liber infcriptus, Genefìs, cum catholid expofirione EcclcfìaAica, idcA, ex U. niverfìs probatis Theologìs, quos Dominut futs Eccleriit dedic • excerpta l quodam verbi Dei ininiAro, diu, mulnimque inThcoIt^ia verfatos, live Bi« bliothecicxpoI'tioniiraGencfeos, ìdcA, expolìtio, ex probacis Thcologis, quocquot io Genefim aliquid fcriplcrunt. collcfla, et in unum corpus Angulan artifìcio confata, Ac. Libelius intitularus de Jefu ChrìAo Poolifìce Maximo, A Re» fìdelium fummo, regenre in Ecclcfìa fanflorum. Liber qui infcribirur, IlluAriffimi Prìncipis, ac DD. Joannis Friderici feamdi Ducis Saxonix, Ac. fuo > ac Frtrum D. Joan. VVilhclioi» A D. Joan. Friderici nani junioris» nomine, lolida confutatio, A condemnatio pnrapuarnm corruprelarum, fe£Iariim» A erro, rum, hoc tempore ad inAaurationem, Ae. Liber qui infcribinjr, Interim, anno edirus. Liber qui infcribiiur, Libelius ApoAolo. rum nationis Gallicanx cum conAicutione lacri Conctlii Baniecnfìs. Liber contincns doftrinam adminìAraeionem Sacramentouim, rirus Eccle/saAicos, formam ordinactonis conflAorii, viAtacionis fcholarum, in ditione Principutn, A Dominorum D. Joannis Alberti, ft n. Hulderici Fratnim 1 Ducum» &:c cimr in dieCorpori» Chriftì. Liber iorcriprwS» Ordo baptizandì iuxta rirum fin^z Renunz Eccicliz» Venetiis Apud Joaniwm Guirifcuiii » et A>cios» ; nHì corTÌ|atur. Liber infcriprcH » de officio pii » et pablicc cranqailliraiii verè amarnis viri, in hoc religionit diffidiot fine auAo. hs nomine» Se alias ab eo» quero fob Mdem infcripeione compoTuic loannes Hefielz DoQor Lovaruenfis. Liber iafcriptus> de petfecutione Barbarorum. Liber infcrìptus, prò libertattf Ecclefiz» Callicanz» adverfus Romanam auUm defenfio farifienfis curiz, Ludovico XL Gallorum Regi quondam chiara » qui circumicrrur cum rra^am Duarr ni de S. Ecclefizminiftcriis; ab eolatinus Liber infcriprus» de protrabenda vim ultra vigintiquinqiie annos. Liber Pfalmorun) Davidis, cum catholicaexpofirione EcclcfiaAica» iinprcfii^ per Hcnricum Srephanum» annoi^as. Liwr inlcriptus» que regìa potefias» quo debent aii-f^ore folemnes Ecclefiz Conventus indici» cogique, &c. Liber inlcriptus, de Regno,Civitare. Se domo !>j, ac Domini lefn Chrifti. Liber in quod fit homiiii moricnci Buxio)um foUiium.TbuK) lU M M Arcellus Palìngenins» Srellatus. Marcus Anconius Calvinus. Marcus AnroniasCorvinos. Marcus CordeJius» Torgeofis. Marcus Ephefinus. Marcus Tilemann. Heshufius. Marfilius de Padua. Martinus Ko» vel Martiniko. Martimis Borrhaus» Stugardian. Martinus Bucerus. Martinus Freflhus. Martinus Lurherus. Maninus Meglio. Martinus Oftermineherus. Ma. tinus VVolphius Mitthzof Albems» vel Albertus; Matchzus Judex. Matthzui Phylaigyras. Macthzus, qui Se Afiarcius Scofier. Maithzus Zelius*, Keifefpergenfis » vel Kiferpergen. Matthzus Zifer. Matthias Fhccus, lliyricas» vel Flavios. Maturìnus Corderìiis. Maximilianus Maurus. Melanchton. Melchior Ambachius Mekhior Clinch» vel Mlinch. Melchior Hoftnanaus. Memnon Symwi. Meoardu^ Molchcms. '' Michael Celarios. Michael de Cxfena. Michael Kothingius. Michael SchuJ(hejs « Michael ScIIarius. Michael Servccus. Michael Toxica. Milo Coverdale» Eboracenfis. Morlinus. Munccrjs, Murnerus. Munfteros. Mufeuttts. Myconius OTvaldiis; fF Agdalena Aymairus. I^Y I Manfon Anglus Marcus Andreas Falkehenbergerus. Marats Blcumlerus» Tigurinns. M. Marcus Mennigos. Martinus Agricola Martinns Crufius. Martinus Faber Eeé Mar Martious HcMingus. Mafluccìi Salernitani > Novell*. Martinus Hofmann. . Martinm Kemnìcius», vei Chemnìtius. Marcinua Lochandrus» Gorliceniìs» Sile >Iartiniia Mollems».,. Martinu» Morlin Martinus Salbach.. Martìnuv Schalincius ». Farens .. Matihaus Bcroaldos. ' Matthaus Chcmnicius Matthanis Colfebui^ias Mattharm * fca Matthias, fireflènis^ Matcharus Huttenus Macrhsus Ludtke. Matthzus Veghel. Matthzi» VVeflenWccìus., Matthias Bcrgius, Brunrvicenl!s «. Matthias Ebcrhart. Matthias ErbiuSi aor ErbeBUs» «cl Hfibeous Matthias Ludccus Matthias Ritter.u Matthias Schneider*. Matthiav Tinflorius Matthias Vebus. Melchior Bifcoft'. Melchior Ncofarius.. Melchior Socket. Melchior VVildiuaM. Mento.. Mcrterus. Mentrius adverfm BalearÌMm, Epìfccotm Mercdirn Hanmerus. Michael Aichlerus ». vet EychlerUs.. Michael Czliits.. Michael Dilerus. Michael DincUus. Mtcbael Hagenx». Michael Hampclus. M. Michael Hcnnig». DreUenfis». Michaet HcrmaoBus.. Michael HimmeU Michael Mclllinus. Michael Neaoder». Soravienns. Michael Rennems, Michael Rcnn^crus, Anelus. Michael Scrmiua» Danii^anus.. Michael ITraniui. Mintts Cclfus. Moyfes Pclacheras Ccrtorum Auflorum, Libri Prohibiti. M Arci Pagani Carminum 1 iber»cuius tituluv cR Tiionfo Angelico. Et airer qui dictrar. Sonetti diverfi di Marco Pagano. Merlini Angli liber» tobreurarum predifUonuxt] M Accaronicortira opus » Merlini Coccaci» Poet* Manruani» nifi reporgatum fuerir. Mahomcris Saraccnorum Principis» c/ufque fucccnòrum virar, icem Alchoran» cum. przfatione Martini Lutberi. Martini Eifengrenii Traflarus A;h>Ic^.. ticus, de certifudine grati*, prò canone xiii,. fcfT. 6, Concilii Tridentini. Martini Martinez Cantapcrrenfis » HypocjmoTcon* liber, ruTÌ fueric ex ìtiprefiis, ab anno i;Sa«. Melchior Klingius, in praxipuos iccundi libri Dccrctaliom Tir. 8c in ìnRU tmiones Juris Civilis. Michaelis Carranzz, annotano macinalis, ad D. lldcfonfum» Au(ftorum incerti nominis. Libri prohibiti. M ^nicra di tenere ad infegnare i figliuoli Crifiianii Margarita Thcologica. MacrimoniodelliPreti» &. (ielle Monache» Medieina anitn » Meditaciones in Orarionem Domìnicarn. Meditationes, Se prccationes pi*, aJmomodum uciics, Se ncceffari*, prò formandis» rum confcicniiis* cum moribuftcleOonim. Mccaphrafcs Epifiolarum SaOi Palili » ad communein Eccicnarum concordia. Mcchodi facr* fcripturz » Thoini duo. Mcthodns» in przcipuos fcripturz divinz locos. Microfynodus, Noribergenfis. MiniRrorum Verbi Argeotmennum admonitio, ad miruftroi Heivcticos. Modo di tenere ncll'infcgnarc, e nel predicare al principio della Religione ChrlRiafea. Modo, e via breve di confotire quelli, che Ranno in pericolo di morve. Modus folemnis, Se authenticus ad in^uirendum, &c. AP. appendi X; appendix M “ArpaTÌtji Paftonim. Mcdfciiu aniiDZt prò fantu fi ‘ mul et zgrotis indaote morrt^ Medicina anitoa adjunfia ima^inibm nK>njs ^ Medicina animai cam hi» ^uam ()tti adverfa corporis valetudine prillici fune» |n moru a^ne, et extremis bis periculonffimù cempocibusa roaxmè nece&ria quÌ-« bus Dominica paffioois myftcìiuni ex^. plicatur. Methodica Juris uinur^ firadi(io. Minbllis Libec^ MiiT.t Hvangeh’ca. MifTa Latina, qua olim ance Romanam circitcr annnm 700. crac, Modiu confitcTidi » et ipodiii oraodi, prout impreffie Polccus*. Modus orandi. 6 c conficendi. Monumenta (^iorum Patrum » ortho. doxograpba, hoc eft « croTan£te, aciincerìorìs Mei Dc 2 h>res, numero circiter ofloginta qiiinque Ecdelia lumina, au£^ores partim Oraci, patim Latini, BaTicIa 1 jtfp. nifi enKAdencur. Multi integn loci facra Do£hioa, vetq- ris, 6 t novi teftameoti, ex Hebraa, et Graca lingua, inLatimuo, &Germanurn lermone crauslati* N Atalis Torneerai. Nathan Chythraui, Natbanacl Nc&kius, ideft Theo- donis Beai. Nicolaus Bioccitis Ludima^ftei 1 denits. Nicolaus Bocerus, Brugenfis. Nicolaus Cancerinos. Nicolaus Qoeltanitis. Nicolaua Collado. Nicolaus Erbenius. Nicolaus Florus. Nicolans Griroaldus Nicolaus HemmiMim, v«l RewngiM.». Nicolaus Jagenteu^. Nicolaus Leflerus. Nicolaus Opton Nicolaus Rndingenis».. Nicolaus Sfkcpi^tts. y» A Cer forum Auflorum, Libri prohibiti. N 'colli Clemingi». opera illa oik rum modo permicti pocenmt,qua .uxtt cenfnras Patrum deputatorum, emendata excudentur. Nicolai, Franci (Jacmina. conua Pecnim Arecinum. Nicolai Rodingi cahonitio ad Ccrmat niam. Itera Pradicationes carmineconfcripta. Nicolai VVinmanni Colymbcfcs, fivp de alte naundi, Dialogus. N icolaus Amldorfius Nicolans Balingius. > MicotausBorbootus,Vandoferanus» Nicolaus Bryl'ng. NicoUus de Cilibria. Nicolaus Caltilim. Nicolaus Galeats^ Nicolaus GaVus., Nicolaus Gcrbellifii. Nicolaus Herforde» Anglus Nicolaus Krompach. Nicolaus Macchiavcllns. Nicolaus de Pclhrtimorv.. Nicolaus Qitodus. NicoUus Rhadivil, Palatimis VVilncfii Nicolaus Ridlaus. Nicolaus ^eubellius. Nicolans belnccccrusi vcl Sclneckerps •. Nicolaus Scorckios. Ni^laus Udall, Angkiv. N Vtalis Bedc, liber confeffionìs. Nibulus ThclTalonicenlìs, contri PP. Aliis Illirico lupponcos. Incertorum Aui^orum, Libri prohibiti. N Omendator infìgnium fcriptorum. Notoria anis» opera omnia ^ Nera vera Ecd»a. appendix. N \rtatio* eornm, qua conrigcrnoc io> Patria inferiori, anno Nccromanrìa opera, et fenpta omnia. Nova gioita ordinaria, doncc metiora Dominus, &c. fivc io Evangclium, fecundum Matrhaum » Marcum, et Ecc ^ Jàm Ik Lucam. Commeruariij obicun^ue ixu. prtfli ferine ^oy* prccationc) I. ex optimis, quibuTqu? Tcriptis» przcìpaorum noftri fzcu» 1 1 Thedogpruro. ., O O EcoIompailius joannnes.^ Onholphus Marolc, Frànnis, Olìandcr Andreas.^ Ofualdus Myconius Orbo BrunsfclHiis Oiho Cerbems Pabergen Otho H?nricus Otho Vfncriw Otho, Vvcrdmiiferus pthoncllu Vida O Siande Lucas Oiiuldus Betus Otho Gryphius.Gparinas Cattin Otho Wiflcnburgìusjfivc Luroburgenpa Otho Zander. Q/cnus CuntCTUs. Certorum Auftorum Libri prohibiti, O Gerii Dani Fabulz In OVIDIO (vedasi) Mctitnorphofiros Jibrosi commcncaria, fivc cnarrationcs al. Icgoricx» veJ tropologieO Limpì* Fulvi* Morate, Dialogi, Epiilolx, et Carmina k Prima ratio conponendxreligiocuii I quz fict ' Opas magni lapidispcrLocidariam^^ Orario I^minica,. cum aliis quibofdam Precatiunculis grxcc ctim latiua verHoae, è regione polita, quibus adiun^um cft Alphabetum Grzeum. Orario Ecelenarum Germanie, ac BeU. gix fub, &c. Orationet Furtebres, et Epiccdia, per Tomos diftinOum opus» Orationes Fimcbres. de hxrccicis habire^ ccrtis romis imprdre«i^ Ofdo Ecclcfiafticus, circa' do£lrinam, Sacramenta, et Ceremonias, in Duca ru IjluftriffimiDucisBavarie Frideridorus« Pcirus CUrke. Petrus Dathenus • Petrus Dilleras. Petrus Dc^inus. Petrus Qcdulcig, (ea Pati'em« Petrus GU(fet^ Petrus Hafiùius. Petrus LandsbergiuSf vel Liodemburgìus « Pccruv Palladiusii. Perros Pateshul. t » Petrus. Panlas, Nochtefterus. Pernii Ramus Petrus Kinavvs Petrus Scatorius« Petrus Trevver, Petrus Vvaremborg, ab Alcenkircfiea. Pcims Vvartei, vel Vattcs, Pctrm VVirth Philippus Deibrunerus. Philippui Dirixfon « qui fuot ^tukaptlfm fmut ferlìiit lìuTÌs « T« i>. Philippus FcKìqìus Philippus Gcrrarde. Philippus Neibronnerus^ Philippus Kcifer. Philippus Lontcerut4 Philippus Marbachius. Philippus ie Marnix> Domlnut de 5* Hd~ degMia, Philippus Merziliust Philippus Momrus, PlelTeui. Philippus NycoU Phili^TpQs Rufticns. Philippus VVagncnis, Pilkioionios Preudoepifeopus, Dunilmenfis. Prinius Tuberus Carmqlanus Procopius Lupacius. Certorum Auflorum, labri prohibiti P AuU Dolfcit pralrerium» Grzeo catmine ver{uiD» cum prxiacione Philippi Melanchthonis. Pccri Aretini, opera onmia Petri Lignzi, Parabola. Tetri Mofcllani, Protegend, Pedalogia in puerorum ufutn confcripea. Petri de Virea, PercgriaatioHicnifalemPhilipp] Catti, liber adverfus Heaticum Bninrviiceni'em Pogii Fiorentini, Facetiz Polydori Virgilii, de invcnioribus rerum liber, qui ab hzrcùcis au£lus, et de. pravatus eli. Rotopzii Barbz, liber deSccrectsNaturz, P AnopIia omnium il!iberalium, Me. chanicarum, auc Sedentariarum artium,cucn imaginibiis «sudore Harcaman Scoppcro» NovofofCD/ì,Norico, Fran((qjti adMxnum ijdS. donec ex. purgetue, Papyrii Madbnii, libri fex, de vitisEpi. feoporum Urbis Rotnx, nifi hicrit ex corrc^is, abaudore, cum approbationc Maeiftri Sacri Palacii. Taraphraus Cornclii Chaidaica, ìa facta Biblia. Tauli Diaconi hiAoria, impreca Badler nifi delcarur epifiola, qux habetur in ejus principio, quz clè, no^ probati Auaoris, Petri de Abano, opet^CeomaDtix, &e)or. dcmdcQinnì genere divirutionÌso}>era. Pccri Fcrmandca de Villegas, Archidiaconi Burgenlìs, Flofculus Sandorum. Petri Gunchcri, Rhetorica, nifi expurgecur. Petrus Pomponatius, de Incantacioitibus. Petri Romani, Circulus Diviniiacis. Ferri de Vineis, Querimonia Friderici Cecundi Imperatpris« Polydori Virgilii,, de invenroribus rerirni liber, RoinzjulfuGreg.XIII. lyy^.ex. puigarus, 6c excufl'us, permittiturPofiillz Draconitis, per annum^ Pradica Mufica, Hcrmanni Finehii. Przfaclo JacobiHarcelii, in quìncjtuginra Comicorurn rententiasGrzcolacinas. PCUmi aliquoc Davidici, per Hcnriaim Stephannm, et quofdam alios, Grzeo carmine rradudi « Pfalcerium Hebrai ant Apoftolic* Sedi quoniodoc'jnque dctrabatur. falquilliB prpfcriptua a cibo. Pafqitil'n Scmirocta. PalquiUoruin. Toroi djiOc Pàiquim> ti Matphofii Hyninui in PaiW IniD III. Paffio Martini UthetJ, fccundinn Mar-, celluin Phalarifmu» c ' rhralca {acri Scriprai». quandiu eapn»-. gara non hictint atqtie ab Inquilìto-. ribuJ Gencr.ilibui racojnlw. Pii, St Chriftiani Epiltoli ciiiuldam fervi Jefij ChriiU, de file, operibui, !c charitate. Pracationum aliquof, tc piaruin Meduaciomim t Enchiridion ^ Pfccationit Biblici. Precationer Chriftiani, ad miitationet» Pfalmorum. ^ Precationcs Dominici, Griphn. Precaiionn Pfalmomm, per )oanncni Hombutgiuin latinirate donati. PrteedenK all' Apologia della Cooteffione VVittcmbcrgenlc. Pioceirns ConfiAorialia, Martini Joann.s Huls. pliltcriam ttanrlationia veteris, cum no. vq Pnfatione Maitiai Luthcri P Aralipomeno* .ómniam i^in meinorabiliuin a Fridenco Secmido, ufquc ad CirolutnQuintnm, HiKotii Ahbatis UfpergcnIIa, per qncndara fiudiolutn. Annexum Patquilb «latici, feu nuper icoalorcverfi, JctebttS patrim fopena, partim inrer homin». in Chriftiana Rel.gione paffim hodie controvetlis, cnm Matphorio Colloquinm. pjqnilll iDinufcriptl, Santìwt aucSicrannciKJS» autCatholicEcclefiz 1 et fjui caltui » aut Apoftolicquoraoèxunqac de Todygncoo.. Ricardus VVick. Ról^rcus Anglas. Robenus Bonnes. Robertus Baus. Robcrtus a Moshaim • Robertus Stephanus. Rod NajaI Rodulphus GualceniSf Tigurinos. R Einerius Rcìneccius, Sceinchenms • RcinhoMus Marcaaus, VVcftpbav Ricardus Coxus » Ricardus Fcums. Ricardus VVyfe. Robcnfonus Bangareufis. Robertus Crovuicyus. Robertus Hornus. Robertus Recordus. Robertus VVakefelde. Robertus VVarfwius. Rodulphus Hofpiniatms. Rodulphus Lemanus. Rodulphus Ladolif. Rodulphus Sncllius. Certorum Auflorum, Libri prohibitì. Rayymundi de Sabaude, prologus in Thedogiam naturalem. R leardi Dìnothi, de re- ) doneccorbus, ic faftìs inemo- ) rigannir. rahibbus, loci com- ) munes Hiftorici. ) Et eiuiilcm Adverfaria Hiftorica. Roffcnll falfo adferiptus, liber de fiducia j et mircricoriia Dai. Inccrtorum Auflorutn, Libri prohibiti. R Aeio bcevìs, facrarum tramandanim Cancionum. Ratio, CUT • qui coafeflìoneiD At^iUnam proficenrar» &c. Ratio, Jc Methodus coniblandi perielilosd decumbences, &c. Receptacio omnium figurarum focrx Scrìprnrsr. Reformacio Ecclefia; Coionienfis, Regis, et Senarus Anglici fententia de Concilio, quod Paulits Epifeopus Ro. roanus Mantuz fiiturum fimulavit. Reftitucionum doftrtnar, &vit*Chriftian* libcr, per Monafterienfes Anabapriftls edicus. R Acìo } et forma pt^lice onndi Deum, acque adminiftrandi Sacramenta in Anglofum Ecclcfia, qus Ceneya coHigirar. Rccanrario de inferno Rerum ìnGalUa ob religionemgefUru^n^ libri cres. S S \pidus Poeta. Sclaperus. Schnepplus, vel SehekiasScbaldus Hanrencius Sebaldus Hcyden SebaUianus CalUlion Sebaftianus Francus. Sebafiianus Frofchelius. SebaBianus Lcpufculus. Scbaflianus Meyer. Scbailianus MunAcrus. Servetus Hifpanus Simon Grytmis Simon Heilus. Simon Mufzus. Simon Saltzenis. Stephanus Dolecus. Syven Kfeidius S \daeIIns Antonius Samuel Fifcher. Samuel Hebelus Samuel Ncvuheiircr. Samuel Radrrpinner. Siwìct VVigormicnlis, PfeaJotpifcopu». Scamblcnis Pctroburgtniis, Pfeudoepifeo. pus. SebaAiaoat Figuhis. Sebafhanus Henriepetri. Sebafttamis Lupulus Sebaftianqs Sperber. Seba t Sebafliinus Spradler^ Sjc^irìdtii Saccus. Sigirnundus Suevui^ Sinicn Cn»iliccvus^ 5iincn Mej'er SiiroQ Pauii» v(l Panhis STcrineofisi Shnon Sidenis Slmnu Simoniiu. Simon Snc^derus. S»ni!> Wi. òatniciiK.« Sicpoanu-» Gerbchtuv Srrphtf-iut de Malefcot,. Srr; hanui Rcich». Stephaons Szcgcdimis. |tc^’i-unus VVacker4 Ccrtorum Au^orum, Libri prohibiti. S Tgibcrtì libcr, centra Papam Gregorium t et centra Epiftolamr Pafchalii Papx. Scraphini Firmaiu Apologia» prò BaptiAa «ie Cremai (tephani VVindonieoAs Epifcopl > l lionec rcpuigaca fuerìc.Scephani Lindii EpiAoU ». de Magù Arata» et MifTa Svidar Hiftoria » nuper Bafitec imprcHa ». ^uaiodiu annotarionci oMiginalcs » et indicci» emendeatur Incertorum Auflorum, Libii prohibiti. S Cholìa in EpiAohim Paoli 111. Pon> tiftcì* Maximi. Script! quxdam Papx, &Monarcha« rum > de Concilio Trideotiao &c. Sentenrix piieriles. Sernaones Convivalea. Sermoaes ite proviJcntia Dei. Similitudinnin, et DiAìtnilicudinum libcr. Simplex» &' foccinOm oranJi modus. SimplicifISnu» et brcviiTima Cathechi(mi expofitio. Simulacri, Iftorie, e Fignrc della Mone. Somnium, et Vaticinium Efdrx, de £ati& Monarchix Romat:.x. Spcculum exeorum, ad cognicionem Evangclic* vcriiatis Swermenica Doflrina Somna totius Scriptur Sammarinm Scrìpturx» 8umro| in Smaragdum Aipcr Erange. lia » &: EpiAolai totius ann>. ram Ceparatim» quiin nna » cuna ipfo Au£lo> re impreifa. Snpplicacio quonmdam, apud Helvcrios EvangelìAarum » ad Epifeopum Coo» Aanticnfcm. Supplica loerortazione, di nuovo mandata ali'tfìvittiffimo CeCarc, Carlo Qpinco Suppucatìo aonorain Mundi. Syncrama clariflrmoruin virorum, cuginale pcccarum dcpuigentes» Ac. Stateri PruJtmuiti • grracagcmaca Satbanx. Summa piuioris doflrinx »pcr M3 fes» adCallicarn EcclenatiuntiVa, ^c. Synodus Sait^ioruni Patrum c«>nvocara ad cognofccndam, et dljodicandam controverAam » multos jam annoi £ccleAam ChiiAì gravilGmc cxercemcm» de majcAate Corporis ChriAi T HeobaldmCerrachius» BillicanuiTheodorus Biblìander. Tbonui Blaurems Thomas Cramner Thomas ab Hofen. homas Munccrns. Thomas Nec^eorgius^ Thmnas Plaitcnis^ Thomas Vcnatorios, Thomas VVolphius. Titetmanus Heshu^us Timotbeus NeocorusT Halounnos Beaedi6his. Thcodoricns Scheneppius. Thendoms Bcza^ VcxcUnS\ Thcodorus Ncc^eofgus. Thcoioras Sneppius. Thcodorus Zuvingerus Theophilus Bfidanus Theophilus Frcurelìus TheopbraAus Paracclfus Thobias brmon Thomas Bcconus. Thomas Carcuvzightas ^ Thomas Copperos. Thomas CprbcM Thomas E^nta. Thomas Eraftui. Thomas Gotctsf»nhi»«, Thomas Gybfooas p Thoous Leverus. Thomas Pavjpell Thomas Scndbachiu» veL Seltbachliii é T homas Swinercon Thomas Thanhoinmi Thotms VViJfoflui, Thomas VViftadias. Thirootheus Kfrclmerus, TriAramus* RevcU^ Ccrtorum Aué^orum libii ^rohibitt T Argpm, hoc Paraphnfis C^-. oeTii Chaldaica* in facra Bibita ^ ùuc^cete». Paulo Eagio. Tbeacnim vitaebumanx» prlmunta Cou« ra^ LicoAhena: Ru^aqoepfi inchoa» deinda a. Theodoro Zvringero aUolucum» cuitifcnaqae fit iroprtìfioais» nifi corrigarur. Thcodorici Nemicnfisi vel' a Niemen Hiftoria de Cchiiinaie, The^nna lioeua Grece» ) Henricì Srej^ani. ) Thelaun» Lingue Hebraice > ) San£h Pagnini » aufVtts opera omnia « Incertorum Auftorum, Libri probibiti. T Halmud Hebreorym» eiulquc gl fumma sotius icripturevetcris,Se novi TcAamcod > altera vero de dccem Preoapiis^ Theologorum VVitebergenAum vera» 8 c folida rcfuaauo» duorum libellonim lefuiramm • Threnodia Ecclcfie Catholiee» ad Chrìftam ^ponfiimv fwim ^ Triumphi Aoonmmcw»^ Ir jfde GhrtAi» in cotlum afeendentta coilado. Turco grecic libri ofio,Bafilee impre{« fi 1584. donec corriganrur. • Turingtcoiiim exolun) rdponfio. Xotini Belgica Urbium» Abbaciarum» CoUegk>rufu. divifio» ad opprimendum per novos Epiicopos Evan^iium» 8 k^ fine nomine Ao£mNs ccafiurc » impref> ipris». Se loci..V Adianus )oachimtts Valerìus Anfelmus Ry 4 Valerius Philarcas. Vareroimdit» Loitholdus. Velcurio Vergerius^ Fffi Vi Vi£loE di Bonkaaxi ve[ de Bordcns.. Vi^ormus. Strigqlius. Vincentiut Obibp«t»« Virctus. Petras. Y i r i I iog4>Sjfìye Brenti us>. yito$, T^codorus.. ., Virt» Vvif«pin$v i ^ Vlricus, Scuderius,, Yltictt* VeknuSf Minhomenft., Virila* 4c Vvitera Vrbamn Rhegitti.. YVendelinusi ab Kdbach., VVcnriclaaJ Linck. YVefelus» live Balilias CroeningenCs., VVcfphalus Ipa^imus VVig^us óro^er* Wilhidmus Hefenos WlIhieliròs Ibadcnlis Wolphapgus FabrUius, Capito Wolphangos Mater Wolphangus Meufd Volphatigtts MuCcuIub Wolphangus Uuce#/ WolpIungus Rupercus Wolphangus WaUaenn^ yVoIphan^ VvtlTcn^burgiis Valcntinos Eryihwus. VaknKinuv Frottdorfiuiv Vaicntimis. Cìreflérns^. a Valentinus HeiLind^ r. Valcntijius Hefenenu Valeatinos MecckcK* Valcmious Schacbtiut^ Valentinus Shinidclenis Valentinus Tro^cdorSus VakQtiiHUk VaJenrintts VwinfchOTUsv Valarius Fildl^rus\i'>-Vcnis C^at^amls Veitranos Pinfcrus^. i Vinc^n.tios, Cmnchor^ Vinitos^ J. T • Vjcui Bfcfchvucrtibach> Vùus MoUcfus-, Vhiaricu» RuppincoTtiK Vlricus. J.vuinglius.. Volradsis, Conjcs, Mansfcldcplii^ Vvahiclmits BiJcrtìbachius^ Vvilheilnjus, Clcbitius Vvilhichnus. Nolderus^ Vvilhielmus Sarcerius^ Y^ilichius Fikhcrus Wolphangus AmliJi| •. ^ f Wolphangus Ammonms Wolphaogus AmpelaAdatP\ Wolphangus Audingus Wolphangus Bisbachius. Vuolphangus Cam!inm« Vvolphangus Finckclnaus^ Vvolphangus Maler Vvolphangus Martius Tvolphangus Ochelìus. V voi phangus FeriRerus x Vvolphangus Frisbach^u»^ I \volphius. Certorum AuftoruniJ libri protlibiti^ i V iti Amcibichii., A"tipari de Officio pii viri traOatut» Vinccntii Ciconi* Vcfoni^nns, Enarra-. tiones in pralmos, nifi còrrigantur^. Vldarict ad Paptm Nicolaum EpiRola; VIdarict Zafii, opera omniai donec C0C\ rigantur«, i IncQttotum Au£lorumi (.ibri prohibiti^ V Valdenfium conleffio x, et Apologia fìdei, ad Uladislaum Kcgcm Un^ gari Varia dotìorum, piorumquc virorum* de corrupto Ecclefia; Aacu > Poemata* Yindarii* ^mbdìuio » de EotelUtePapcj^ de. Principum facitiartuniv Vificacio Saxpnica Yitai et gefta Hildebrandi^ Vi» Patrum,, cum przfatipae Maftirii Lutberi VitK Pont. Rom. VViteberg* iroprelt*Un breve modo,, ^ual deve tener ciafcun Padre Unia diffidentium. Tripartita*. Vniverfitaiis VViiebcrKnfis, feria aflio», apud Principem FrldcricuQi Wa Juyennitis cum anoocationibosx \f feti aildittonibus ?hilippi Me* ^ lanchthonis x Vvitcbergica afta SynoJaUa> a quodatn • COl-v collega et per Vvttcbei^icost Jlieokv go» probara» concra ]Hyricanos« Vvormatienfes Arciculì. Urfuis Mnnfterlcrgenfìt Docidie defenfia* no licenza, dall’ ondiuarioi poRo in. una calTa iìcura nella CanccU ovvero dali'In^uificore di pocerh tenere», laria Ducale per (ervirTene» qnarJo fa- Se li Stampatori foranno ri bifogno, nella oaa! calta fi tenghi, rifiamj'« 4 e li (addetti Libri (pipefi.» Ala- un Inventario de* Libri, che 1! riponeraniro infianza per U correzione» si cor- ranno: e ciò s’ incendi folamcnre de’iiregeranno efpeditaroence in Venezia» e bri novi, ed ancor de* Libri rofpcfi, che nell’ altre Citti del Sraro Teoia ODandaili. fi corrtgeranao» e riftamf^ranno. Nelle a Roma avendo fufiicieBcc facolti per Cicti j>oi del Stato gU originali predecii il novo Indice gli Vefeovi infietoe con li fi conlegncranno al Cancelliero del ClaInquifirafi» e rifiampandofi corretti» fi riOìmo Capitanio, acciò li tenghi net* vmdcranno liberamente a tutti. modo predetto» q. fi confegnino focecfiiUferanno diligenza gliScam* earocnre con .l' Inventario da Canceliiepatori per confervaie oqi migliar moda» ro 4 Gancelliero* nmezfc Pff a Nel ftampar Libri 9 ^ terefticrl». 0 con &Ifc % t finte licenza impriina a tergo del prinio tV^lio la Ih Qampati * e rariflìme volrc fi dari il «enza folita deli Magifirato» nella quale calo» nc fi fiiri fenza giullifliroa caufai fiaoa cfprcflj li nomi di quelli » che a*n e con parcictpazione dei Santo Officio, vranno rtvifio,cd approvato detti Libri», ed incervemo di CiactiSmi Signori Af(ome è dilpoita per le L^gi.. - fifiemi rantoin Vcneziicome aelloStato. Aveniranno li Stampatori», La regola dgl giuramento da che r>e‘ Libri novi, che fiamperanno«"ò, darfi a* Librari, e Stampatori npn.s’cf*. oc’ Vecchi che riftaropanero. non. tifino tguìfea in quello Sercnils. Dominiò s figure » che ripprefeniino acci difonefiiv. Tutti gli eredi doveranno dar ooit efjendo però prohibitcle figure pros nota al Padre Inquifitorc de' Libri profane. che non comenefsero dishoniftè- ibìti » e fi>rpefi » che ritrovarsero nell* SESTO*. Lt Librari dovecanno far T* erediti / e ouelU eredi » che non fufInvcntario di- tutti li Libri > cift, fi fero abili a aifcemérli > doveranno lo trovano per cfpurgari; in quello princi>. ro, o Tuoi Cantori chiamar perfone mpio le Librarie da‘‘ Libri cfprefiamenre teliigenri che vifiiino tutta la Libraria proibiti nel novo Indice » e prefenrar» per cavarne nota delli proibiti, c iòflo al Padre Inquifitorc, e quello s’in-, pefi) et prefencarla come dì fopra in tenda per una volta folamenre v termine dì mefi tré dopo ebe V avran-, Intorno la liberti » che ho, avuti irt fuo potere c fri tarn / vtcn conceda, all i Vefeovi, ed* Inquìfico- co non pofsano ufare. ni in qualitnque i ri di poter proibire altri Libri non cf- modo alienare i Libri proibiti, o rof ^ ^refi rMiriiWice~» fi didilira. che t'ìn-. pefi « c ciò fono |e pene • e aenfurq tendi de.‘ Libri contrarj aM^ Religione,, (latuiie^ Feo fede» e corroborazione di tutto» ciò. li fuddetti Illuftrifljmi Cardina*, le Patriarca». 3c Nunzio^ Infieme co' 1 Reverenda Padre Inquifitore di Venezia fottofcrivqranno le prclqnti. c le affermeranno eoa proprj loro Sigi(li coniinci|coda.|er Vautor/ih alatale *d» fua Beatitudine che inviolaWiécnte debbano «flervare le predette. dichiarazioni tanto in Venezia» quanto in tutte le altre Cittb » e Luoghi fudditi ai detta ScrcoilD'mò. lJominio; D aniello Barbo Capitano di Segna Faiitor degli ÙlcoccKi. 174 Daniello Francol Ifricilitip facce, de 4I KabattA nel Capit^niaeo. di ìk Decime (e l^no de fure divino. Decime prediali che eofa fieno. 18 Diaconi infitruùi dagli AppoftoK per governo delle cole tcinpor^i. a pifeorfo del Chiazola in propofito del Dominio 4 el Mare della Reptibbllci. pnpenfa é tm mso di giallitìa ^^ributiva > c pecca chi apn ht * perfone» alle quaK è dovuta» Doge Ticpolo mette un dazio a quaUmque Navigante p& TAdriatico. ^48 Pottori Napolitani ; loro opinion^ circa ilPrmcipaco di tutto il Mgodo» E MerìroGtierri vuole piutrofb abbandonare il filo ArciveKOvaro, ebev^ der la fua ChieCa mclTa 4 Cacce da ln;iocenzto IV. Pontefice» ^rìberto Conte Zio d'Ugo Caperò fii fuo Figtioolo in eti d'ansi 7. Arciv^feovo di Remi» c Papa Giovanni X. ne eoo. ferma reiezione. api Rtmolao Tiepolo ProveJitor in Dalma, zia con iibera podeiti • temuto dagli Ufeocchi^ t}x F Anioni de'Gnelfi» e Ghib^niquan». do oacqueto*. 40 Ferdinando Vefpio» fua opinione in. tomo al Mate.. 74> Filippo Pafqualigo Provedìtor Generale in 4^1m«iaconm gliUfcocchi. igf Francdco'Allegreiti Kc 4 >ilc Ragufeo Ca> pirano dHina Calca P-ootificia. 17^ frati Mc^can^ quando ìdOìomiì. 8| G Fftiin» loro infeirato. 107 Giovanni XI. fatto Papa d’anni xo* figliuolo naturale di Sergio III. » e di Marozia figliuola della meretrice Tcodor^ * 4 quale proftituiva le fuc figlinole a’ Papi x xp Giovanni ^ (oti intento a cavar danari d’ogni cofa> che lalciòalla fua inorte x^. milioni. 77 Giovanni Alberti dccapicaMda'Turchi in Gli A.. Bembo Provediior in Dalmazia centra gli Ufeocehi. Gio: BattiAa ConraeÌDÌ Proveditov in Dal. mazia contri gli Ufcocchi. 19S Gio:Criftiano SmidHDoAmbafciador Ce> fareo agli Svizzeri per dar loro conto deh la guerra aperta co* Veneziani. Gio: Taeopo pelco Vice.CapicaMxdi Segna, ipd OicK Jacopo Zane Proveditor in Dalmazia contri gli Ufcocchi. xoo Ck>: Jacopo Cafglin Ipedito a Segna dall* Afcidsca per liberare dalle mani degli Ufcocchi il Proveditor di VecHa Marcello. X17 Ciroiaono MarcctIO’Provedùore di Veglia fatto prigione dagli Ufcocchi. x 1 a Governo di Santa Chiefa nel fua principio ebbe fivioa Democratica. Giuda aveva la boria dd’daaati prefencati a) Signore. a Giuramento de) Clero > e del popolo Ro. mtao ferro all’ loperadore incocuo air •fezione del Papa. X4 CiuriCdiaione EccleliaRica quando abbia avuto principio. x 179. fatto Comnffciferro daH’Arciduca contragli Ufcocchi. i 4 d. trucidato dagli Ufcocchi • i8a CiuAinfeno ricuperando I’ Italia da' Barbari lafciò il Dominio intatto delia Repubblica fai .Marc da Raveniu in qua. 7x9. fiu legge circa aUenaie ni EcclefiaAici. Gradi EcclefiaAici ne’ primi tempi noo erano nd dignird» nè onori. come fono da molli Secoli » ma cariche « e miniAerJ. 7$ Guido Bacon di KùK General in Cr» vaila fpedito dall’lmperator a Segna per informarfi de’ mii^i d^Dicoc-J Acopo Coreana Gefufta in unA foz Cronol(^ia confdlà victoria della Repubblica nell,’ Adriatico « 1^9 Imperio dell' Adriatico innanzi il nal’cU mento, di Venezia bx dell’ Imperio Romano^ 5x8 Indulgenze quando incrodocce«  Inico di Mendozza Ambafeiador di Spagna a Venezia levato dall' Ambafceria con ftx) poco onore. i|$» Innocenzio IV. muore da nna percoflà datagli in fogno col calcio del PaAoralc da Roberto Vefeovo di Lineo! Uomo celebre in dottrina» e bontà. ^4 L Orenzo Diacono ritenuto da Pedo per levargli i, Telori Ecdefiafti ci., 5 M M Anfionario» che cofa na e quando introdotta pz Pietra Croltcchio Signor di Cliflà. ijp fia II. vuole armare dne FuRe in An. coni, e gli vien proibito dalla Repubblica* SP Pontelice » che non era confermare ujlP Jmpcradorr "o» ^ «hltjtuvì Zfìjc^uf, ma dtfftu'. Z4, Pontefice dee pafeere non tofare le pecore pontefici pretendono che gli atti Concili non fieno validi, fé noa in virtù della confermazione Papale. proibifeono l’aver benefizio maffime di Curata a chi non imetide la lingua del pc^lo. 5ji Povero obbligato fecondo i CanoniAi a pagar la decima di quello» che trova per iimofina », mendicando alle portc*, Preferizionc che cofa fia* ^41 Pragmatica pubblicata in Francia. 85 Principi chiedona licenza alla RepubbliI ca di pattare pel Golfo Proibizione fatta da' Veneziani a quelli di Riminì» Ancona» Fermo, cdAfcoU » che non navighino in Schiavonia. 547 R Egalia è un ;us del Ré di conferire tutti X ^ncfìzjlcmpUci vacanti dopo, la morte de'Vefcovi Rn. eh’ è acato il SuccdTore. KccreCro che cola fìa* 84 Reudenza tenuta da molti, che fi trovavano nel Concilio di Trento de Jare divino, 91 Rifervazioni, annate, afpetracive, c tutte le altre etazicmi della Corte Romana iDsna t proibite dal Concìlio Balilen* fc. S S Vnro» SantiiBmo, beato, beaciUìmo •lami t che convenirano una volqi a tutti i fedeli j che afpiravano. al* Sanciti j ora particolari fmo del Son>* mo Po«if:6cc. »7 Scrittura dclP Imperadore s c deirArci-i dura io favore dcU^ Repubblica, ^on* tra gli UlcoccKi. Segna Citti de’ Conti Frangipani . Signor di Lenovicb Genqral di Crovaaia . 1J4 Spoglie» che cofa fitop. 10; Stefano eletto Papa dopo la mprrc di * Zuccheri^ > perché non fii conlàgrato, non fu'pofto nel Catalogo de* Papi che non Ù lafcit^ mai vedere in pubblico i fatto Pap^ la Teodora faraoTa Meretriae Roooa^ na • Stefano della Rovere Qapiuno (H Fiu* me ^Apita in Veneaia per trattar^ in propolìco degli VTCtxtbi a V U Scocchi di che paefe fieno. loro violerà?, e rapine I C E, no di tre forte > ftipendìati » CafalU ni e Venturieri 1x7. loro delcrizione» 11® Veneaia fi fa Padrona di tutto il Col- fio . 510* proibi fee a nxt| dì tener le* f ni armati nel Golfo» jt** non fon- a le file ragioni del Dominio del Ma* re fopra privilegi dì Papa* o d'Impe* radere . {^7. Signorn dell* Adriattep >irre feiìi. jdf Véfeovo anricamente era chetio dal Po polo» le. quando era morto fi por* Cava U fno anello » e ’l fuo Pafiorale all’Imperadore > affinché lo conferiite ad un altro. $7 Veicovi titolari i gran numero vt n’era innanzi il Concilio di Trento» al pre* lente é molto ri^retco. a a Vefeovi Italiani dello Stfto Ecdefiafii* co non folamente fiam>o in piedi al* la prefenaa de' Cardinali { nu ancora noa Aiisano difboore fervirli a tavola. 5® Vefeovi delle Chiefe ricche > e gr;:n- di fono pafTati dal dirpenQire al diffiparc • Fu provedgto a dd d..' 5^ coleri. Vector Barbaro Segretario fpedico dal General Pafq04li|o al Coinmetririo Rabatn per 1* iniereflè d^li .Ufeoe* chi, ' 57^ , A.A. F. Paolo Sarpi. Paolo Sarpi. Sarpi. Keywords: l’arte del bien pensar, Locke, impression, reflection, metaphysics, Bibioteca Marciana, pensieri, pensiero, logica, bien pensare, galilei, hobbes, metodo, sensismo, il fenice di Venezia, scritti filosofici inedita. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sarpi” – peri il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Sarpi.

 

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