GRICE ITALO A-Z S SAR
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sarapione: la ragione
conversazionale al portico romano – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosopher of the Porch
imprisoned by the Romans, Grice: “for no other reason than the Romans deeply
detesting the Porch!" Sarapione
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sarlo: la ragione
conversazionale dell’idealismo – la scuola di San Chirico Raparo – la scuola di
Firenze – la scuola di Potenza – la scuola della Basilicata -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (San
Chirico Raparo). San Chirico Raparo,
Potenza, Basilicata. Filosofo italiano. Muore a Firenze. Filosofo e psicologo
italiano. Vince la cattedra di filosofia teoretica presso il Regio Istituto di
studi superiori di Firenze. È in questa città che frequenta i seminari tenuti
da Brentano presso la biblioteca filosofica. Nel 1903 fonda a Firenze il
"Laboratorio di psicologia sperimentale" che fu inizialmente annesso
alla Facoltà di Lettere e Filosofia del Regio Istituto di studi superiori.
Allievi di S. sono, tra gli altri, Aliotta, Borgese, Bonaventura, Lamanna, che
sposa sua figlia, Garin e Marzi. S. si trova in aperto contrasto con Croce e
Gentile che ritenevano si dovesse separare il metodo della filosofia da quello
della scienza. Per S., invece, il metodo conoscitivo doveva essere comune in
quanto sia il filosofo che lo scienziato si occupano dello stesso campo
d'indagine. Per questo considera come unico metodo quello rigorosamente
sperimentale di Wilhelm Wundt e quello esperienziale di Brentano. Nello stesso
anno pubblica, nel capoluogo toscano, il saggio: I dati dell'esperienza
psichica. La novità introdotta da De Sarlo è il concetto che i fenomeni fisici
esistono in quanto diventano fenomeni psichici, contenuto della nostra
coscienza. Dunque, l'oggetto di studio della psicologia doveva essere
l'esperienza intenzionale del soggetto. L'unica vera esperienza diretta è
quella psichica. Esperienza interna ed esperienza esterna vanno così a
configurarsi come due aspetti dello stesso fenomeno; non c'è un'esperienza più
vera dell'altra poiché nessuna delle due è indipendente dall'altra. Per De
Sarlo è imprescindibile studiare la coscienza: a suo avviso, gli
"oggetti" arrivano necessariamente alla nostra coscienza attraverso
gli organi sensoriali. Essi vengono ordinati, studiati, usati, catalogati sia
dal singolo nella sua esperienza quotidiana sia dalle varie scienze che ne
approfondiscono lo studio. Siccome tali "oggetti" sono complessi,
cioè pieni di proprietà, attributi etc., S. si chiede come accada che si
compongano nella coscienza dell'individuo e stabilisce che due sono le
modalità: o l'oggetto equivale al contenuto della coscienza oppure che la
percezione del soggetto dipende dalla relazione del soggetto stesso con
l'oggetto percepito. Nel primo caso S. parla di "esperienza con carattere
statico", nel secondo di "esperienza a carattere dinamico". In
entrambi i casi non si può prescindere dal ruolo del soggetto. La differenza
tra esperienza psichica ed esperienza pura è l'aggiunta del significato ai dati
primitivi. Per S. sono possibili solo due modi di studiare tutto questo: il
metodo sperimentale e il metodo introspettivo. Fonda il periodico La cultura
filosofica, che darà spazio alla discussione di problemi psicologici e presterà
attenzione a quanto avviene in campo psicologico ed epistemologico negli altri
paesi. L'impostazione filosofica di questa rivista fu più volte criticata da Croce
e Gentile. È tra gli autori della rivista fiorentina Psiche, il cui redattore
capo è Roberto Assagioli: altri redattori sono Agostino Gemelli, E.
Bonaventura. Le teorie di S. sono influenzate molto dalla concezione della
conoscenza scientifica e dalle teorie di Brentano. È tra i firmatari del
Manifesto degli intellettuali anti-fascisti redatto da Croce. Nello stesso anno
pubblica, per i tipi Le Monnier, Gentile e Croce. Lettere filosofiche di un
superato. Nel sagio S. prende atto della sconfitta culturale dell’idealismo
italiano, ma al contempo rivendica le ragioni della sua prospettiva filosofica.
L'obbiettivo polemico sono senza dubbio sia Croce che Gentile, ma a
quest'ultimo sono dedicate le pagine più aspre. Infatti S. e Croce erano legati
dal comune sentimento anti-fascista e convinti della necessità di misurarsi con
ricerche concrete, quali quelle di Croce in ambito storico che S. aveva sempre
apprezzato. Non a caso Croce fece passare sotto silenzio questo testo mentre
sul Giornale critico della filosofia italiana, fondato e diretto da Gentile,
apparvero varie recensioni critiche del volume. Opere S., I dati
dell'esperienza psichica, Galletti e Cocci, Firenze, S. e Calò, Principi di
scienza etica, Sandron, Palermo, S., Gentile e Croce. Lettere filosofiche di un
«superato», Firenze, Le Monnier, . F. De Sarlo, Introduzione alla filosofia,
Ed. Dante Alighieri, Milano . F. De Sarlo, Il metodo naturale nella ricerca
scientifica, Ed. Dante Alighieri, Milano 1929. F. De Sarlo, L'uomo nella vita
sociale, Laterza, Bari S., Vita e psiche: saggio di filosofia della biologia,
Le Monnier, Firenze. V. Russo, Filosofia e psicologia nell'attività
psichiatrica di Francesco De Sarlo, Il Mulino, Bologna . Studi per Luigi De
Sarlo, Giuffrè, Milano . L. Albertazzi, G. Cimino, S. Gori-Savellini (ed.),
Francesco De Sarlo e il laboratorio fiorentino di psicologia, Laterza, Bari. Sava,
S. e la psicologia filosofica, Il Veltro, Guarnieri, fupress, Firenze
University Press, Firenze S. su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. De Sarlo, Francesco, in Dizionario di filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana S. su sapere.it, De Agostini. Modifica su
Wikidata Patrizia Guarnieri, DE SARLO, Francesco, in Dizionario biografico
degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, . FS., su BeWeb,
Conferenza Episcopale Italiana. Modifica su Wikidata Opere di Francesco De
Sarlo, su MLOL, Horizons Unlimited Portale Biografie Portale Filosofia Portale
Psicologia Categorie: Filosofi italiani Psicologi italiani Nati a San Chirico
RaparoMorti a Firenze [altre] Sarlo, nato in un paesello della Basilicata, San
Chirico Raparo, venne alla filosofia dalla medicina filosofica. E ve Io
condusse intima vocazione, oltre, e più, che esterna vicenda di casi. Già
durante gli studi universitari, a Napoli, si compiace di frequentare, colle
lezioni della facoltà cui era iscritto, quelle di filosofia: ed è, tra l’altro,
uditore di SPAVENTA negli ultimi anni del suo insegnamento. La stessa sua prima
pubblicazione — un volumetto di saggi su Darwin attesta la tendenza di lui a
studiare, anche nel campo delle scienze biologiche, le questioni più generali,
quelle che sono poi stimolo e offrono motivi alla speculazione filosofica.
Questa tendenza divenne in lui sempre più consapevole durante gli anni che
passa, come medico, nel manicomio di Reggio Emilia, dove compì ricerche
psichiatriche che, mettendolo a contatto più diretto con i problemi dell’anima,
determinarono il suo passaggio alla psicologia e alla filosofia. In questo
campo non ha maestri. È un autodidatta: dove cercar da sè, come a tentoni, la
sua strada, ed è naturale che la trova solo attraverso deviazioni, incertezze, ritorni.
La sua educazione naturalistica e l’influenza dell’ambiente culturale del
tempo, impregnato di positivismo, lo portano dapprima a seguire questo
indirizzo di filosofia: e in uno degl’organi della filosofia positivistica, la
rivista d’ANGIULLI (vedasi), SARLO fa le sue prime armi. Ma non tarda ad
allontanarsi dal positivismo, a mano a mano che venne acquistando coscienza
delle deficienze di quella dottrina cosi in ordine all’interpretazione del
fatto conoscitivo come in ordine alla fondazione della moralità e religiosità
umana: deficienze, che illustra poi in quelle Note sul positivismo in Italia,
pubblicate in appendice ai saggi sulla filosofia, una delle critiche più
penetranti e conclusive che della gnoseologia positivistica siano state fatte
in Italia. La sua coscienza filosofica si venne formand. Concorsero a questa
formazione lo studio di SERBATI, i rapporti personali o spirituali con alcuni
dei più cospicui rappresentanti italiani dello spiritualismo e del criticismo,
come FERRI (vedasi), MASCI (vedasi), e, in particolare, BONATELLI (vedasi), e,
più specialmente, lo studio diretto delle correnti più significative della
filosofia, alcune delle quali egli per primo, o tra i primi, fa conoscere in
Italia. E di questa sua attività sono frutto due saggi su SERBATI: La logica di
SERBATI e i problemi della logica e Le basi della psicologia e della biologia
secondo SERBATI, considerate in rapporto ai risultati della scienza, Roma, poi
rifusi in altri lavori; volumi di Saggi filosofici, Torino, Clausen, posteriormente
anch’essi rielaborati e rifusi; studi su filosofi sparsi in varie riviste,
alcuni dei quali furono poi, con altri di epoca posteriore, raccolti nel volume
Filosofi, Firenze, La Cultura Filosofica; saggi di psicologia; il volume
Metafisica, Scienza e Moralità, Roma, Balbi, e il volume già ricordato Studi
sulla Filosofia : La filosofia scientifica, Roma, Loescher. L’esigenza che si
rivela come fondamentale in questi studi di SARLO (vedasi), è quella di
mostrare le vie per le quali le scienze positive, e più particolarmente quelle
naturali, sboccano, per una necessità imposta dalla logica a loro immanente, in
una concezione filosofica nella quale il naturalismo è superato, cosi per il
riconoscimento dei poteri originari e irriducibili dello spirito quale soggetto
conoscente e quale persona morale, come per il coronamento del sapere
filosofico in un’interpretazione teistica della realtà universale; mentre,
dall’altro lato, la filosofia stessa, come sistemazione e critica del sapere,
riceve dalle scienze particolari continuo alimento e stimolo. E la necessità di
questo connubio fecondo, nella loro reciproca azione, della scienza e della
filosofia, è rimasta come uno dei motivi principali della filosofia di SARLO,
anche quando, nel periodo di piena maturità della sua attività di studioso,
tratta i principii del suo filosofare non più dal criticismo, di cui si sente
l’influsso neghi scritti sinora citati, ma dallo sperimentalismo, da Locke a
Mill; dall’intuizionismo, specie per il rilievo costantemente dato agl’assiomi
così gnoseologici come etici, costitutivi dello spirito umano, e apprensibili
con evidenza immediata nell’esperienza e infine dal realismo dell’Herbart e del
Lotze. Conseguita la libera docenza in filosofia a Roma, insegna questa
disciplina nei licei di Benevento, di Torino, di Roma, quando ottenne per
concorso la cattedra di filosofia teoretica a Firenze, cattedra ch’egli ha
tenuto e tiene ancor oggi con l’autorità e l’efficacia di un maestro. Fonda un
gabinetto di psicologia sperimentale, il primo del genere in Italia, e che è
rimasto anche oggi il più ricco di apparecchi. Molte e importanti ricerche vi
sono state compiute sotto la sua direzione, sebbene, in questi ultimi anni, la
potenzialità scientificamente produttiva del gabinetto sia stata assai ridotta
per le condizioni materiali veramente miserevoli nelle quali si è venuto a
trovare. Sarlo diretto la Cultura Filosofica, una Rivista che ebbe un programma
ben definito e, specie nei primi anni, fu vivacemente battagliera cosi contro
il positivismo ormai declinante, come, e più, contro il risorgente idealismo.
La sua operosità di studioso ha dispiegato con assiduità e intensità
instancabile nel campo della psicologia, dell’etica, della filosofia generale,
pubblicando poderosi volumi, ai quali specialmente noi ci riferiremo nella
esposizione e caratterizzazione della sua filosofia. Il valore della sua opera
ha avuto riconoscimento ufficiale nel premio Reale per la filosofia,
conferitogli dall’Accademia dei Lincei, della quale egli è socio nazionale.
Elenchiamo qui le opere principali del De Sarlo, escluse le prime già citate
che poi sono state rifuse nelle successive: Metafisica Scienza e Moralità.
Studi di Filosofia morale. Roma, Balbi: Contiene: Il naturalismo Il telismo
L’idealismo e la moralità Il socialismo come concezione filosofica — Vita
morale e vita sociale]. Studi sulla Filosofia contemporanea. Prolegomeni : La «
Filosofia scientifica ». Roma, Loescher. Sarlo d’ordinario è presentato come un
teista e uno spiritualista. Tale egli stesso ha sovente dichiarato
esplicitamente [Contiene : Du Boys-Reymond, Helmholtz, Darwin, Il positivismo
contemporaneo in Italia ]. I dati dell’esperienza psichica. Firenze,
Pubblicazioni del R. Istituto di Studi Superiori. L’attività pratica e la
coscienza morale. Firenze, Seeber, Principii di Scienza etica, con un’Appendice
su La patologia mentale in rap- perto all’etica e al diritto. Palermo, Sandron,
in collaborazione conCalò). II Pensiero Moderno. Palermo, Sandron, Contiene: studi
che possiamo dire introduttivi: La formazione della coscienza filosofica
odierna — Uno sguardo alla filosofia. I compiti della filosofia. Altri tre
studi che costituiscono come la parte centrale del volume, la più vasta per il
contenuto che abbraccia e per l’estensione che ha: ! problemi gnoseologici
nella filosofia contemporanea. Lo psicologismo nelle sue principali forme. I
diritti della metafisica, nel quale ultimo specialmente sono sottoposti a un
rapido e vigoroso esame critico i principali indirizzi della filosofia. Altri
studi su particolari problemi o correnti filosofiche. Il significato filosofico
dell'evoluzione. Filosofia e scienza dei valori. Stillo spiritualismo.
Filosofi. Firenze, La cultura filosofica. Contiene saggi su Paulsen, Hodgson,
Ward, OXONIAN Bradley, Reitike, Hartmann, Zeller, e BONATELLI – l’uniico
italiano. Psicologia e filosofìa. Studi e ricerche. Firenze, La cultura
filosofica. Contiene: Alcuni saggi di filosofia generale, importantissimi pella
comprensione della posizione di S. nel campo filosofico, e della concezione dei
rapporti tra filosofia e psicologia: Psicologia. La psicologia e le scienze
normative. L’esperienza psichica. L’individuo dal punto di vita psicologico. Il
soggetto. La causalità psichica. Sensazione e coscienza. Ampi saggi di
psicologia metafisica – o psicologia filosofica, come la chiama Grice: il
concetto dell'anima nella psicologia. Idee metafisiche intorno all’anima. Saggi
contenenti la materia per un organico trattato sulle funzioni psichiche. La
classificazione dei fatti psichici. L’attività conoscitiva. L’attività
immaginativa. Vita affettiva ed attività pratica, con i quali saggi è
strettamente connesso un amplissimq saggio intorno alle determinazioni formali
della vita psichica, e più particolarmente all'azione dell’esercizio e
dell'abitudine su tutte le funzioni fisiologiche e psichiche. Appartengono a
questo gruppo altri saggi. Sulla teoria somatica delle emozioni. Sullo studio
dei sentimenti nella psicologia. Sulla percezione delle forme. Saggi di psicologia
fisiologica e patologica. Cervello ed attività psichica. L’attività psichica
incosciente, Sulla psicologia della suggestione. Le alterazioni della vita
psichica. La psicologia degl’animali. di essere. E tale, certo, egli si rivela
nei suoi scritti, dai più antichi ai più recenti. Ma, è da aggiungere subito,
non è data così la caratteristica più saliente della sua figura di pensatore:
sfugge a quella designazione gran parte, e forse la più significativa, della
sua opera filosofica; viene, comunque, lasciata cosi nell’ombra quella
concezione della filosofia e del metodo di filosofare che, meglio d’ogni altro
elemento, vale a individuare la sua posizione personale nel movimento
filosofico italiano contemporaneo. Uno dei suoi primi lavori, anzi il primo
veramente organico che l’ulteriore sviluppo del suo pensiero abbia lasciato
immune da quelle rielaborazioni più o meno sostanziali cui, come abbiamo già
detto, egli ha sottoposto altri suoi scritti di quel tempo, voglio dire il
volume Metafìsica, Scienza e Moralità, è tutto una riaffermazione dei princìpi
fondamentali della dottrina teistica cosi contro il naturalismo come contro
l’idealismo assoluto. La concezione di Dio quale Ragione che si esprime
continuamente ed eternamente nel mondo, e non come legge o ordinamento
astratto, bensì come soggetto concreto e vivente, è in quel libro svolta e
presentata come la sola concezione metafisico-religiosa, che, gravitando sulle
esigenze morali più profonde della coscienza umana, sulla considerazione del
valore assoluto della persona, contenga di queste esigenze il riconoscimento e
la giustificazione più piena, e fornisca per ciò stesso il principio di quella
sistematica unificazione di tutta la realtà, a cui la mente umana tende per sua
natura, e in cui possono essere inverate le particolari connessioni di
frammenti di realtà che le scienze della natura stabiliscono mediante le serie
causali dei fenomeni. E tra gli scritti meno antichi, due saggi, dei più
elaborati e ricchi d’idee, I diritti della Metafìsica (nel volume « Pensiero
Moderno ») e Idee metafìsiche intorno all’anima (nel II voi. di « Psicologia e
Filosofia »), giungono, attraverso l’analisi dei concetti di causa e di
sostanza, alle medesime conclusioni teistico-spiritualistiche intorno a Dio e
all’anima umana. Dio è la Causa prima, la causa che non è effetto, postulata
qual condizione essenziale della comprensibilità di qualsiasi fatto particolare
in quanto anello di una serie causale: causa la quale non può esser concepita,
se non come analoga alla sola causa vera a noi nota, che è la nostra stessa
volontà in quanto libera, in quanto costitutiva d’un cominciamento assoluto;
non può quindi esser concepita se non come volere essa stessa, e quindi come
causa finale. E Dio è la Sostanza Assoluta. l’Essere nel quale trova compiuto
soddisfacimento l’esigenza del pensiero a cui risponde il concetto di sostanza:
che è il concetto di essere che non è in altro nè per altro, ma è essere per
sè, condizione e presupposto di ogni altra determinazione, principio e unità reale
di ogni molteplicità. E anche per questo rispetto esso non può venir concepito
se non in analogia con quella che è per noi l’espressione più immediata e
genuina della sostanzialità, ossia la coscienza, che è appunto esistenza per
sè, l’io che è immediatamente percepito come principio unico di una
molteplicità di funzioni e di atti, in cui manifesta la sua realtà. E le
sostanze finite possono anche esser considerate come pensieri di Dio, e quindi
come atti di quest’Essere per sè per eccellenza, purché però l’atto e la
funzione di Dio siano intesi come tali che il termine di essi abbia un essere
almeno parzialmente indipendente e sia fornito della capacità di esistere per
sè, di spontaneità e di libertà. Appunto queste proprietà degli esseri finiti
rileva e illustra il De S. nel tentativo di determinare cosi l’origine come il
destino delle anime. L’origine dell’anima la quale implica, per un lato, la
produzione di qualcosa di nuovo e, per l’altro, la conformità a un ordine di
leggi immutabile, può, secondo il De S., esser posta in rapporto con l’azione
divina, purché questa s’intenda appunto come sostrato reale in cui ha il suo
sostegno quell’ordinamento di leggi, per il quale, in date condizioni, nuovi
fatti accadono o nuovi fini e valori vengono realizzati. E poiché
quell’ordinamento è eterno, anche delle anime può dirsi che esistono ab
aeterno, come principi potenziali, i quali aspettano che i destini si maturino
per poter divenire attuali. E una volta divenuti attuali, i centri reali di
vita e di coscienza sono, secondo il De S-, indistruttibili, appunto in forza
del pregio intrinseco che essi posseggono come sostanze: onde l'affermazione
dell’immortalità di tutte le anime. È innegabile, dunque, che del problema
metafisico per eccellenza S. presenta costantemente una soluzione conforme, nei
suoi principii fondamentali, al teismo e spiritualismo tradizionale. Ma bisogna
subito aggiungere che nella trattazione di questo problema della realtà egli è
sempre consapevole del carattere meramente congetturale di quella soluzione,
quantunque questa gli sembri meno inadatta delle altre a dare dei fatti e della
realtà conoscibile una certa quale interpretazione sistematica. Egli non si
nasconde mai le oscurità che si oppongono alla piena intelligibilità
dell’Assoluto: non dissimula le antinomie tra le quali la ragione umana si
dibatte ogni volta che pretende di dare della realtà ultima una definizione
esauriente. E’ troppo persuaso dello scarso valore dimostrativo che possono
avere le analogie in base alle quali noi trasportiamo dal finito all’infinito o
estendiamo da una ad altra sfera di realtà i nostri concetti, perchè si possa
credere che egli s’illuda sulla portata effettiva di quelle ipotesi, anche se
l’intimo convincimento suo della preferibilità di quelle ad altre ipotesi dia
talora alla sua trattazione un tono che può parere alquanto dommatico. Le
riserve prudenziali che spesso interrompono la sua trattazione di tali problemi
potrebbero anzi indurre a ritenere ch’egli sia in fondo un agnostico in fatto
di metafisica: ed egli non disdegnerebbe certo questo epiteto, se per
agnosticismo s’intende la persuasione che il mistero dell’universo è e rimarrà
ineluttabilmente un mistero per la mente umana. Agnosticismo, che ben si
concilia in lui con la fede — questa, si, veramente dommatica nel senso
migliore delia parola con la fede sulla validità assoluta dei princìpi
razionali, con l’affermazione che nel fondo della realtà è la Ragione : si
concilia, perchè, data appunto l’ind'pendenza relativa delle coscienze finite
dall’Essere assoluto di Dio, possono da ognuna di quelle essere colti soltanto
frammenti della razionalità in cui questo si rivela come immanente
all'universo. È uno dei caconi della maniera di filosofare del De S. questo,
che l’esigenza dell’unità, la quale è essenziale alla ragione e si esprime nel
suo grado più alto nella posizione del problema metafisico, non può e non deve
essere sodisfatta con l’eliminazione delle differenze che la realtà presenti e
la ragione stessa riconosca come irriducibili, anche se non riesca poi facile o
possibile alla mente umana stabilire come questa molteplicità irreduttibile
possa esser ricondotta o comunque messa in relazione con quel principio reale
di unità assoluta che è Dio. Cito due esempi caratteristici, relativi al
concetto fondamentale di sostanza. Della sostanza, come s’è visto, noi abbiamo,
secondo SARLO., una conoscenza immediata nell’apprensione del nostro io, in
quanto questo è un essere per sè e si manifesta nei fatti psichici come in atti
suoi, senza esaurirsi in nessuno di essi. Da ciò parrebbe lecito dedurre che il
mondo sia costituito di sostanze omogenee, ossia di esseri che siano per sè
come unità di coscienza, anche se tra le varie sostanze si debba stabilire una
differenza di grado: parrebbe cioè giustificato il monismo spiritualistico.
Invece il De S. dedica due saggi ad una critica stringente di questa soluzione
del problema metafisico, che pur parrebbe la più conforme ai suoi supposti
spiritualistici (// monismo psichico e Sullo spiritualismo odierno, nel volume
« Pensiero Moderno »). È vero, egli dice, che tutto ciò che esiste, per il
fatto che esiste, agisce in una data maniera, e noi non possiamo rappresentarci
codesta attività che facendo uso di nozioni attinte alla nostra esperienza intima,
e che quindi in ultimo siamo sempre spinti a identificare l’esistenza con una
forma, per quanto attenuata, di psichicità. Ma l’analogia non deve far perdere
di vista le profonde differenze esistenti se non altro tra il modo di
comportarsi degli obietti e fatti costituenti la natura esterna e quello degli
esseri e processi psichici. Anzi, per il De S., a rigore non basterebbe opporre
al monismo, sia esso materialistico o immaterialistico, il dualismo : sarebbe
più logico parlare di pluralismo senza aggettivi, esprimente una pluralità di
energie e di attività tanto differenti tra loro,' che a rigore non possono
essere accomunate nè sotto la rubrica spirito né sotto qualsiasi altra rubrica.
Come e perchè esista quel dato numero di principii, cornee perchè esistano
quelli e non altri, non è possibile dire: è un fatto che va constatato, e non
si può e non si deve spiegare; come vanno indagate, constatate e descritte le
varie maniere di agire e reagire reciprocamente di questi vari esseri, ma non
si può presumere di spiegare, nel vero senso della parola, come e perchè si
stabilisca la connessione reciproca di tali esseri che sono esistenti per sè,
sebbene nelle maniere speciali di agire e reagire essi affermino e rivelino la
loro esistenza. Ma vi ha di più: la sostanza vivente e, più in particolare, la
sostanza psichica esiste ed agisce in quanto si sviluppa. Ora uno dei saggi più
penetranti del De S. (Il significato filosofico dell'evoluzione, nel volume Il
Pensiero) è dedicato all’analisi del concetto di evoluzione, ed è uno dei più
significativi per dimostrare come nella concezione metafisica del De S. si
conciliino un temperato razionalismo e un prudente agnosticismo. Il concetto di
evoluzione, lungi dall’essere — come vuole, ad es., l’hegelismo — un principio
esplicativo, e lungi dal dare un’espressione compiuta della realtà ultima, ha
bisogno esso stesso di venir reso intelligibile. E l’analisi critica di tal
concetto rivela la presenza in esso di vere e proprie contradizioni, che non
possono essere eliminate se non considerando lo sviluppo non già come il prius
della realtà, ma come qualcosa di accessorio e di secondario. Il processo
evolutivo, mentre implica necessariamente il tempo, esige l’illusorietà del
tempo; mentre vuol essere creazione, implica già la preesistenza del termine a
cui arriva; si può leggere in esso, almeno post factum, la rispondenza a un
ordine razionale, ma chi dice razionalità, dice estra- temporaneità. Ogni
evoluzione implica dunque qualcosa di assoluto, di perfetto, di stabile, che rappresenta
il principio vero dell’evoluzione. Ecco il risultato, positivo, certo, cui
conduce l’analisi del concetto di evoluzione: ma è una certezza che fa sorgere
nuovi interrogativi: allora, ci si domanda, come e perchè i reali concreti e
finiti sono cosi fatti da dover attuare i fini solo mediante il processo
evolutivo, come e perchè l’ordine si realizza per gradi e attraverso lo
sviluppo? Il che equivale a domandarsi come e perchè esistano esseri finiti che
si trovano con l’assoluto in quegli speciali rapporti. E a questi interrogativi
non è possibile rispondere: ed ecco come, conclude il De S., l’evoluzione è un
aspetto del « my- sterium magnurn » della realtà. Il problema dell’evoluzione
reale conduce al problema del tempo, e come questo resulta dalla connessione
del flusso con la permanenza, della successione con la durata, così
l’evoluzione poggia sul rapporto del divenire o variare con ciò che è
immutabile, permanente e eterno. Compito df;fa filosofia, dunque, di fronte al
problema più propriamente metafisico sembrerebbe essere, per SARLO, quello di
rendere chiare e in un certo senso acuire e dimostrare insuperabili, piuttosto
che superare, le difficoltà che quel problema offre alla mente umana; di
illuminare i limiti di essa, piuttosto che additarle un varco alla conoscenza
piena dell’Assoluto. Ma non è questo, per il De S., l’unico compito della
filosofia: o meglio, per assolvere questo stesso compito, per condurre la mer*e
umana appunto a queste posizioni che sono al margine del mistero, a queste che
possono dirsi frontiere della conoscenza umana, e per dimostrare che sono
frontiere invalicabili, la filosofia deve, secondo il De S., percorrere il
dominio stesso che innanzi alla conoscenza si stende, di qua da quelle
frontiere: ed è il dominio dell’esperieza nel senso più pieno e più ampio di
questa parola. Prima della dialettica trascendentale e quindi prima della
critica della ragion pratica con i suoi postulati, vi è e vi deve essere una «
Estetica » e una «Analitica», per servirci della terminologia usata da Kant, a
designare un atteggiamento di pensiero analogo, per questo rispetto, a quello
criticistico, anche se, come vedremo, muova da supposti e segua un.
procedimento e giunga a risultati profondamente diversi. L’attività filosofica
di SARLO ha avuto sempre, sin dalle sue prime manifestazioni, un’impronta di
positività, disdegnosa di ogni audacia speculativa, derivante così dalla tempra
del suo spirito come dalla sua educazione scientifica, oltre che dal
convincimento del valore nullo di ogni concezione che non sia un portato
necessario della critica della conoscenza positiva e non abbia quindi una larga
base empirica. Ma questo convincimento, si può dire, si è venuto in lui sempre
più radicando col maturarsi del suo pensiero, sino a divenire il motivo
fondamentale sempre più insistente del suo filosofare; sì che con questa
designazione appunto di filosofia dell'esperienza egli ama contrassegnare la
sua dottrina e il suo metodo, in recisa opposizione alla speculazione
idealistica dei neo hegeliani, che si è andata sempre più affermando in Italia.
Si direbbe che il diffondersi di quell’antiempirismo dialettico ch’egli
considera un vero « contagio » delle menti, l’abbia indotto ad accentuare
sempre più la necessità di ricorrere a cautele immunizzatrici, in un contatto
sempre più stretto, e più esclusivo, della filosofia col sapere empirico; di
ricondurre la filosofia, come in rifugio sicuro, in quei confini entro i quali
essa possa mantenere il carattere di scienza, essere, ai pari delle altre scienze,
un prodotto dei processi logici comuni della mente umana, anziché l’espressione
— mistica o lirica che sia, notevole quanto si voglia per novità e originalità,
ma non suscettibile d’una dimostrazione razionale — l’espressione, dicevo, di
una coscienza e quasi d’un temperamento individuale traverso il quale la realtà
si rifranga. E inaugurando, nello scorso ottobre, l’ultimo Congresso italiano
di filosofia a Firenze, giunse alle affermazioni estreme che le attuali
condizioni della cultura filosofica in Italia esigono un più o meno lungo
periodo di astinenza dall’alta speculazione, e che non il problema filosofico,
quello metafisico intorno alla natura della realtà ultima e assoluta, ina /
problemi filosofici particolari, o meglio questi prima e con più fiducia e anzi
con più sicurezza di successo che quello, e come condizione per la stessa
impostazione non che per ogni tentativo di soluzione di quello, meritano di
essere oggetto dell’indagine filosofica. Ma con ciò, si può osservare, non è
stato sacrificato proprio quello che è il carattere distintivo del sapere
filosofico rispetto alle scienze particolari, e che è appunto la determinazione
della relazione dei distinti, il riferimento della molteplicità delle
distinzioni a un principio unitario? SARLO risponde che la filosofia è
aspirazione alla unità dell’Essere, senza che perciò il filosofo debba
trasformarsi in un allucinato dell’unità. La varietà e la inconciliabilità dei
tentativi compiuti nella storia della filosofia per unificare i reali e-le
conoscenze e per dedurre la complessità dei fatti da un unico principio, sta a
dimostrare, secondo lui, che all’unificazione si giunge colmando con
l’immaginazione le lacune della conoscenza certa e dimostrabile. Gli si può
replicare con l’obiezione consueta, che la vanità di quei tentativi risulta
dall’aver cercato la unità nell’oggetto invece che nel soggetto, nella natura
(o in Dio, che è lo stesso) invece che nello Spirito. Ma il De S. ribatte che
anzi appunto attraverso quel riferimento degli oggetti al soggetto conoscente,
appunto attraverso quella unificazione, diremmo, metodologica e gnoseologica,
di tutto il reale nell’io — che è propria del sapere filosofico —, si rivela la
irriducibilità, diremo, ontologica degli oggetti e dei valori. Infatti, per il
De S., se da un lato la filosofia non può non scindersi in una molteplicità di
discipline, fondate su principii irriducibili (essere e valere, p. es.),
dall’altro lato queste hanno caratteri comuni, che valgano a fare di esse
appunto un unico gruppo, quello delle disciplini; filosofiche. E questi
caratteri comuni sono: I) determinazione dei concetti universali, attraverso i
quali la realtà può essere razionalizzata; 2) riferimento di tutta la realtà
allo spirito del soggetto, in cui e per cui l’esperienza in ogni sua forma si
costituisce. Due caratteri, questi, che sono per il De S. strettamente uniti e
come interdipendenti: perchè le idee universali — ossia le nozioni metafisiche
fondamentali — intanto assurgono a quel grado di fecondità per cui rappresentano
i mezzi di razionalizzazione della realtà, in quanto o sono il risultato della
giustii.jata estensione a tutta la realtà di concetti che abbiamo direttamente
appreso nella coscienza (sostanza, fine, causa), ovvero sono il prodotto della
riflessione sui modi in cui la realtà diviene intelligibile e acquista
consistenza nella mente umana. Lo spirito, in quanto termine comune di
riferimento di tutti gli elementi e fatti della realtà, viene ad occupare una
posizione centrale nel mondo, e la psicologia, come scienza dello spirito,
costituisce il terreno di incontro delle diverse discipline filosofiche. Si è
detto, la psicologia come scienza dello spirito : e di questa determinazione
v’è bisogno per non cadere nei facili equivoci cui può dar luogo la parola
psicologia o psicologismo. Già nei 1903, nel suo poderoso volume I dati
dell'esperienza psichica, il De S. insisteva sulla profonda differenza
esistente tra la psicologia come scienza empirica e la psicologia coinè scienza
filosofica. La prima, quale si è venuta costituendo negli ultimi decenni,
studia l’anima umana come un « obietto» tra gli altri obietti della natura, ha
aspetto e procedimento di una scienza naturale e non mira che alla spiegazione
causale dei fenomeni. Per essa la vita psichica è un complesso di « stati » di
coscienza: i quali, sì, implicano tutti una certa coscienza dell’io (in maniera
che per il De S. non è possibile una psicologia « senz’anima », anche se sia
psicologia empirica): ma il soggetto non è còlto, da questa, in funzione, ossia
nella sua attività tendente a determinati scopi. Si tratta di una
considerazione statico di dati, a cui il concetto di atto è necessariamente
estraneo; di una considerazione che tende a fissare i rapporti condizionali dei
vari ordini di stati psichici e a ridurre il complesso al semplice. La
psicologia empirica deve quindi limitarsi all’«analisi morfologica» della
coscienza, escludente qualunque funzionalità e quindi qualunque dinamismo. Ora
« lo spirito — dice Sarlo — non è una cosa tra le altre cose, ma è il mezzo di
rivelazione della realtà. Come tale lo spirito è universale: universalizza sè
stesso nelle sue funzioni ed universalizza per ciò stesso l’obietto a cui è
rivolta la sua attività ». Ecco perchè lo spirito può considerarsi come in una
posizione centrale rispetto a tutte le cose: e la scienza che lo studia, ossia
la psicologia come “ fisiologia „ dello spirito, è necessariamente scienza
filosofica. Nella considerazione funzionale dello spirito s’impone il concetto
di valore e quindi di fine. Le funzioni dello spirito mercè i loro atti
oggettivano i dati e stati soggettivi; perchè sono determinazioni che
qualificano, sì, il soggettò, ma lo qualificano in rapporto all’oggetto, e
danno quindi luogo a ciò che è universalmente valido, a quelli che sono i valori
oggettivi. La verità, il bene, il bello non sono dei dati o dei fatti: sono
degl’ideali, sono appunto valori, distinti da ogni altro valore unicamente
soggettivo per questo carattere, che sono forniti di una speciale necessità che
è la necessitàdi diritto ben diversa dalla necessità di fatto degli stati
psichici. Quest’ultima denota soltanto che uno stato è inevitabilmente
determinato, nella sua insorgenza, da certe condizioni, una volta che queste
siano date, cioè siano determinate da altre condizioni, e così via; denota cioè
che uno stato o un fatto psichico ha sempre la sua ragione d’essere in altro.
Ma è indifferente al valore di quello stesso stato o fatto, se per valore
s’intende ciò che ha la ragion d’essere in sè e non in altro ossia un valore incondizionato
e assoluto, ciò che deve essere anche se le condizioni dell’essere non
sussistano e quindi la realtà non sia ad esso adeguata. La necessità
psicologica abbraccia indifferentemente nella sua spiegazione così il valore
come il disvalore, così il vero, il bello, il bene, come l’errore, il brutto,
il male. Una tale distinzione di valore, come distinzione obiettiva e
universale, non si può avere se non mediante il riferimento alle leggi
costitutive delle funzioni originarie ed essenziali dello spirito, leggi non
meccaniche, superiori anzi al meccanismo psichico, perchè essenzialmente
teleologiche, indicanti cioè la maniera in cui quelle funzioni agiscono ogni
volta che raggiungono il termine che è costitutivo della loro natura
spirituale, leggi rivelanti la loro natura attraverso una forma di evidenza che
è indizio della loro necessità e universalità. Le leggi logiche e gnoseologiche
definiscono la natura del pensiero, le leggi etiche quelle della volontà, le
leggi estetiche quelle della fantasia. Sono principii o assiomi i quali
significano che il pensiero, il volere e la fantasia in tanto meritano
veramente questo nome e in tanto raggiungiamo il termine che ad esse è proprio,
in quanto si esplicano nel senso indicato da quelle leggi piuttosto che in
altro senso. La distinzione tra psicologia empirica, come scienza dell’anima —
morfologica, naturalistica e la psicologia come scienza dello spirito —
funzionale e filosofica, così nettamente affermata dal De S. nell’opera su
citata del 1903, è forse stata successivamente attenuata in altri scritti, nel
senso che, a suo giudizio, la conoscenza del meccanismo psichico risulta utile
alla determinazione dei modi in cui lo spirito si eleve al di sopra di esso r e
reciprocamente la conoscenza dei fini dello spirito è indispensabile per
l’apprensione esatta del meccanismo che serve di mezzo al raggiungimento di
t'°i. Ma l’attenuazione si riferisce ai rapporti tra le due considerazioni
dell’anima e non elimina con ciò la distinzione. E comunque il De S. non ha mai
cessato di differenziare nettamente ed energicamente il suo psicologismo da
quello naturalistico, che considera i valori dello spirito come « o
applicazioni di leggi psicologiche già operative in altre direzioni, ovvero
particolari, originarie manifestazioni dell’attività psichica, le quali però
attingono il loro significato dall’essere effetti necessari di certe cause
psichiche o risultati inevitabili di processi mentali naturali, e non già dal
rispondere a certi fini od esigenze valide anche se non mai realizzate». Si
leggano specialmente, in proposito, i saggi Lo psicologismo nelle sue
principali forme (nel voi. < Pensiero Moderno »), Vecchia e nuova
psicologia, La psicologia e le scienze normative, e La classificazione dei
fatti psichici (nel I voi. di « Psicologia e Filosofia »). Lo psicologismo di
SARLO . non è dunque naturalismo, ma non è neppure immanentismo: offre anzi a
lui il mezzo per affermare e dimostrare, contro ogni forma d’idealismo
immanentistico, il suo realismo gnoseologico. Se nella determinazione di ciò
che è l’essere e, in genere, di ciò che è oggetto di conoscenza, il De S.
ritiene di dovere attenersi ai criteri generali su esposti del suo
psicologismo, non è già perchè egli ritenga che la psiche e i processi psichici
costituiscano la stessa realtà, anzi lo stesso essere, ma è solo in
considerazione delle prerogative che, in ordine alla conoscenza, sono proprie
dell’esperienza psichica di fronte ad ogni altra forma di esperienza. E queste
prerogative sono due: 1) innanzi tutto la così detta esperienza estèrna si
rivela e acquista consistenza sempre attraverso l'interna, perchè ciò che è
direttamente percepito, anche in quelli che sono comunemente detti oggetti
esterni, è sempre il contenuto d’un atto psichico; l’esperienza interna presenta
la nota dell’evidenza (evidenza di fatto) derivante dalla coincidenza del
percepire col percepito; e perciò l’esperienza psichica rappresenta il vero
fondamento per la constatazione di qualunque esistenza reale, e quindi di ogni
sapere empirico. 2) In secondo luogo, l’esperienza psichica è il solo tramite
attraverso il quale tutto ciò che è (reale o pensabile che sia), l’essere in
generale ci si può rivelare. L’io distinguendosi da tutta la realtà traspare a
sè medesimo, e insieme tutta la realtà diviene trasparente attraverso di esso.
Nulla esiste che sia propriamente nell’io, tranne l’io stesso, e insieme, in un
certo senso, nulla di cui si può discorrere esiste al di fuori dell’io, perchè
la cosa, per essere affermata e riconosciuta, deve in qualche maniera esser
presente alla coscienza. In questo consiste ciò che si può chiamare funzione
rappresentativa della mente. Ma proprio da questo carattere essenziale alla
mente il De S. deriva la necessità di affermare la trascendenza dell’oggetto
rispetto alla mente che lo afferma e lo pone. Noi, egli dice, arriviamo, è
vero, al concetto di essere e di obietto solo mediante la riflessione sull’atto
di riconoscimento: ma questo in tanto è tale, in quanto è provocato da qualcosa
di diverso da sè. La mente, non contenendo la realtà come tale, nè
identificandosi con essa, non può giungervi se non attraverso qualcosa che
rappresenti o sostituisca la realtà medesima. Le rappresentazioni mentali
forniscono i segni in base a cui l’intelletto costituisce la realtà. La realtà,
si può anche dire che sia « percipi « e « intelligi », purché con ciò non si
voglia significare che l’essere si esaurisca nel fatto di essere percepito e
inteso, ma solo che non si ha modo di definire quest’essere prescindendo dalle
sue rivelazioni nella coscienza individuale. La conoscenza vale sempre per
altro, si riferisce sempre ad altro. Non che si tratti di una specie di
corrispondenza tra l’obietto trascendente e la rappresentazione mentale — come
grossolanamente si ritiene da molti critici di tale concezione —, quasi fosse
ammissibile un’apprensione dell’oggetto qual’è in sé al di fuori della
coscienza e quindi un confronto tra la Cosa e 1 idea- L affermazione della
trascendenza è imposta dal bisogno di dare un senso alla funzione conoscitiva
qual’è còlta in atto, al fatto conoscitivo nel suo significato e
nell’intendimento che lo anima. Certo, per il De S., non si deve con Jiò
pregiudicare la soluzione del problema metafisico della costituzioile intima
della realtà ultima. La metafisica può anche giungere alla conclusione che la
realtà, divelta da qualsiasi rapporto con la coscienza, è un non senso, che
tutto ciò che esiste, esiste in quanto è connesso con una coscienza. Ma questo
rapporto metafisico non può essere identificato col rapporto gnoseologico tra
obbietto e coscienza in quanto conoscente. La coscienza nel riferimento alla
quale può farsi consistere la realtà di tutto ciò che è, non è certo la
coscienza individuale del soggetto che conosce questa realtà e la conosce
riferendola a sé come altro da sè: anche quando si sia ridotta metafisicamente
la realtà a coscienza, tale coscienza rispetto al soggetto conoscente, a questo
o quel soggetto, è sempre un reale, un oggetto, è sempre appresa da esso come
altro da sè. Il quale ultimo punto non potrebbe essere negato se ì.'in
dimostrando che la distinzione delle singole coscienze è illusoria e che i
rapporti tra gli obietti costituenti l’universo sono identici ai rapporti tra i
fatti psichici di ciascuno. Questa dimostrazione, per il De S., non può essere
data: e ne vedremo il perchè, tra poco, a proposito della natura del soggetto
come reale. E, comunque, allo stesso modo che la soluzione del problema
gnoseologico non deve accogliersi come tale da contenere o assorbire in sè la
soluzione del problema metafisico, cosi questa — che, d’altronde, può essere
solo punto d’arrivo dell’indagine filosofica, e irta, come s’è già detto, di
difficoltà e oscurità d’c^ni sorta —, non può e non deve pregiudicare la
soluzione del problema gnoseologico, sino a eliminare ciò che è costitutivo del
fatto della conoscenza, la dualità di soggetto e oggetto. L’esperienza psichica
— l’abbiamo già detto — è, per il De S., costituita di atti : e perciò anche il
pensiero è atto. Ma chi dice atto, dice qualcosa che accade nel tempo, qualcosa
che sorge e si dilegua in un determinato punto della durata. E allora, secondo
il De S., non si può sfuggire a questo quesito: se tutta l’esperienza psichica
si risolve in un complesso di atti e se in conseguenza tutto ciò che può essere
conosciuto non lo può che attraverso atti, come é possibile arrivare al
concetto di ciò che non è atto, al concetto, poniamo, di una relazione
universale e necessaria tra idee, com'è possibile arrivare al concetto del
mondo della pensabilità, che esclude qualsiasi elemento di efficienza, di
azione reale, e che non è nel tempo? Appunto per rispondere a questo quesito,
occorre negare l’immanenza o l’inclusione dell’oggetto nell’atto psichico
corrispondente. Mentre vi sono contenuti di coscienza i quali si moltiplicano
come si moltiplicano i centri di coscienza, ve ne sono altri che, pur essendo
in speciale rapporto con i primi, rimangono unici e anzi non sono concepibili
che come unici. E anche quando agli obietti in quanto parvenze non è
attribuibile nessuna consistenza reale, non è lecito affermare che essi si
identifichino con gli atti stessi, giacché anche in tali casi è sempre
necessario presupporre ddle condizioni indipendenti atte a provocare
l’esplicazione dell’attività psichica riconosciuta poi come illusoria.
L’esistenza di siffatte condizioni è un presupposto ineliminabile : o
l’attività psichica ch’esse hanno provocata è adeguata alle condizioni
medesime, e allora si è autorizzati a identificarle con obietti reali, aventi
un’esistenza indipendente; o tale esplicazione è inadeguata, e allora s’impone
la necessità di ricercare quale forma di realtà e di esistenza possa essere
attribuita a quelle condizioni. Ma come si può decidere se vi sia o no
adeguazione dell’atto all’oggetto? Qui il De S. insiste sulla distinzione tra i
due ordini di oggetti conoscibili: gli obietti concreti e individuali (con le
loro qualità) da una parte, e gli elementi ideali o intelligibili, dall’altra.
L’esistenza è fornita sempre dall’esperienza: o è dato sensoriale, o è dato della
coscienza, e non può non occupare tempo ; l’intelligibile, invece, è sempre
formulabile per mezzo di un rapporto o di un complesso di rapporti, ed è
estraneo alle vicende del tempo. E il fondamento della cognizione, in rapporto
a questi due ordini di obietti, è da un lato la percezione dei fatti psichici e
di ciò che è relativo ad essi, e dall’altro la conoscenza di certi principii e
assiomi costituenti come l’ossatura della ragione; da un lato, cioè, l’evidenza
di fatto, fornita, come si è già accennato, dalla diretta esperienza che
abbiamo di noi stessi, e, dall’altro, la necessità razionale, qual’è còlta nei
principii logici. Questa distinzipne, però, non è da intendere, secondo il De
S., nel senso che l’apprensione dell’esistente e della sua qualità possa farsi
indipendentemente dal pensiero logico. Il fatto individuale non è
caratterizzabile che mediante nozioni universali; e 1 intelligibile, se può
essere considerato per sè (astratto) solo per opera della mente, è tanto
intimamente connesso (consubstanziale) con resistente, col puro fatto, che
questo non può formare oggetto di conoscenza se non per ciò che contiene di
inttj ligibile. È il pensiero che deve in certo modo investire di sè i
dati'dell’esperienza psichica per og- gettivarli affermandoli, facendone cioè
termini di atti giudicativi, e trasformarli così in reali conosciuti. Più in
particolare, è il pensiero che fa di quella sfera dell’esperienza psichica che
è la sensibilità, il tramite di una realtà trascendente la coscienza, e fa
delle qualità sensoriali non soltanto contenuti psichici — aventi la realtà
stessa di altri contenuti psichici, come sentimenti, volizioni ecc., aventi
cioè resistenza che è propria degli stati o atti di quel prototipo di realtà
individuale che è l’io —, ma fenomeni d’una realtà trascendente. Il pensiero
pone e risolve il problema della realtà di un correlato obiettivo delle q alità
sensoriali, in quanto da un Iato queste non sono meri contenuti di coscienza o
creazione del soggetto — come dimostrano la coerenza e permanenza che presenta
l’esperienza sensibile e le variazioni a cui questa può andar soggetta
indipendentemente da qualsiasi rapporto con la coscienza individuale — ; e
dall’altro lato non sono cose in sè — come dimostra la loro relatività alle
condizioni subiettive, per cui è impossibile dire chiaramente in che cosa
consistano, per sè prese. D’onde risulta che esse hanno una forma di esistenza
speciale che è appunto l’essere proprio dei fenomeni. Ora questo correlato
obiettivo delle qualità sensoriali può essere raggiunto solo per opera del
pensiero e non è determinabile nei suoi tratti essenziali che in base ai
principii razionali. Il pensiero rappresenta, pertanto, il solo mezzo per
distinguere l’apparenza dalla realtà, anzi il solo mezzo per attribuire un
significato a tale distinzione. Le parvenze sensoriali, i puri fenomeni e le
forme intuitive dello spazio e del tempo non possono non essere constatati, e
quindi come pseudo-esistenze, non possono non divenire obietti di conoscenze
immediate, nella forma di giudizi percettivi (pensiero tetico, immediato,
concreto). E quando i dati così affermati si trovino in contrasto col sistema
delle conoscenze organizzate intorno ai principii razionali, il pensiero
medesimo è chiamato a decidere in ultima istanza su ciò che va affermato come
reale e ciò che va riguardato come apparenza, è chiamato a decidere intorno
all’obbiettivo e al subbiettivo. Se già l’esistenza come tale esige, secondo il
De S., l’intervento del pensiero logico, s’intende che anche l’essenza del reale
non possa, e con più forte ragione, esser determinata che dal pensiero. Essa
consiste in relazioni, nelle quali la mente traduce ciò che dapprima è soltanto
sperimentato e vissuto (somiglianza e differenza, nesso di dipendenza, rapporti
quantitativi, rapporti di azione e passione, rapporti spaziali e temporali atti
a fornire le coordinate per l’individuazione). L’intelligibile, distrigato dal
reale per mezzo dei processi intellettivi, finisce per assumere l’ufficio di
segno rispetto a ciò che è posto come indipendente dal soggetto e come
sussistente. E il progressivo sviluppo della conoscenza è determinato dal
bisogno di fissare ciò che nella realtà vi ha di conforme alla ragione e quindi
di assimilabile da essa mediante la traduzione della realtà stessa in rapporti
razionali. La credenza che l’obietto sia sempre risolubile in elementi
intellettuali è il presupposto e anzi l’anima di qualsiasi conoscenza. La
realtà esistente, dunque, non può essere posta che dal pensiero in quanto
giudizio tetico; e non può essere conosciuta nella sua struttura se non nella
misura in cui il pensiero la traduce in un complesso di rapporti intelligibili.
Ma — e con ciò Sarlo riafferma il carattere nettamente realistico del suo
razionalismo — i termini di questi rapporti e il contenuto di quelle « tesi »
non sono risolvibili in pensiero.Vi è sempre distinzione, secondo il De S., tra
lo sperimentare e il pensare, nel senso che quello non è derivabile da questo,
anche se non possa divenire sperimentare «obiettivo », e quindi conoscere, che
per mezzo dell’attività del pensiero; vi è distinzione tra il pensiero come
oggetto di conoscenza, come pensabile o pensato, e il pensiero come attività
d’un soggetto, volta a raggiungere la verità — sia questa un dato di fatto o
un’idea —, come pensiero pensante. È questa la natura dei rapporti, il cui
complesso costituisce la pensabilità del reale: da un lato essi sono il
risultato di atti (riferimento) compiuti dal soggetto, sì che, come tali,
parrebbero immanenti a una mente e quindi il prodotto di un soggetto. Ma
dall’altra parte non sono posti arbitrariamente; sono, più che suggeriti,
imposti da esigenze obiettive. Nè l’inlelligibiiità dei rapporti viene ad
essere facilitata dal riferimento di essi ad una Mente universale. Con ciò i
rapporti vengono consideratifcome creazione arbitraria di tale Mente ? E allora
ogni analogia di questa con la mente umana verrebbe ad essere cancellata, e il
ricorso ad essa diverrebbe inutile allo scopo. Vengono, invece, i rapporti
considerati come espressione di una necessità intrinseca alla natura delle
cose? E allora la Mente universale non è che il nome per esprimere la coerenza
logica, l'intelligibilità nel suo aspetto obiettivo; i»/telligibilità che può
condurre la mente ad ammettere un’Intelligenz.l! assoluta, senza che però
questa sia assunta a principio esplicativo della razionalità: la razionalità
vale per sè, indipendentemente dall’essere insidente in una mente. Quel che noi
possiamo dire, conclude in proposito il De S. t è che i rapporti, quali possono
essere studiati dall’intelletto finito individuale, suppongono obietti
(termini) nella cui proprietà hanno il loro fondamento, e che le relazioni,
realizzate in questa o quella coscienza mediante gli atti di riferimento, sono
il riflesso delle relazioni obiettive. Il problema gnoseologico, s’è visto, non
può, secondo il De S., essere convenientemente trattato se non quando si tenga
presente che il soggetto a cui, nel fatto conoscitiva, vien riferito l’oggetto,
è il soggetto individuale; e la soluzione réalistica ch’egli ha dato al
problema potrebbe essere compromessa esclusivamente nel caso che si fosse
riusciti a dimostrare, in sede metafisica, non solo che la realtà non può esser
resa intelligibile che quando sia considerata come il pensiero di una Mente
Universale, ma anche che la distinzione delle coscienze individuali tra loro e
dalla Mente Universale sia illusoria. La dimostrazione di questo secondo punto
è per il De S. impossibile. Intanto l’aver riconosciuto che l’esperienza
psichica è costituita essenzialmente di atti, non significa per il De S.
affermare che il soggetto dell’esperienza psichica si risolve in null’altro che
in un complesso di atti. È il concetto e l’esperienza stessa di atto che rinvia
per necessità al concetto di soggetto come di un reale distinto da ogni altro
reale e quindi da ogni altro soggetto. Certo, non è possibile determinare la
natura del soggetto (unità reale) senza riferirsi agli atti ch’esso compie: ma
alla variabilità degli atti non corrisponde la variabilità dell’unità del
soggetto. L’individuo non può non aver coscienza di essere in rapporto con
altro da sè per mezzo di atti da sè stesso compiuti; ma se esso non
distinguesse sè (come principio degii atti) dagli atti stessi, e questi dagli
obietti a cui gli atti sono rivolti, non potrebbe parlare di atti suoi
numericamente distinti da quelli degli altri individui. Inoltre il soggetto si
fa, si crea con i suoi atti, ma perchè possa farsi e crearsi, occorre che vi
sia un principio reale, un dato iniziale e quindi qualcosa di già fatto. La
creazione non è ex nihilo; e la stessa potenzialità o capacità è concepibile
soltanto come inerente a qualcosa di attuale, come funzione possibile di un
essere. Non può, dunque, la coscienza essere ridotta al mero complesso degli
atti e fatti psichici. Ma non può neppure, d’altra parte, — sostiene il De S.,
confutando in svariatissime occasioni la tesi idealistica —, non può neppure
essere ridotta a una mera equazione di pensante e pensato, alla pura relazione
formale d’identità tra conoscente e conosciuto. L’idealismo afferma che la
suicoscienza è il grado supremo dell’evoluzione d’un principio ideale, d’una
legge, d’un universale; quello in cui la realtà, che negli stadi inferiori si
presenta come scissa dall’idea, come essere distinto dal pensiero, come oggetto
opposto al soggetto, rivela invece la sua più intima natura, che è appunto
unità e identità di soggettivo e di oggettivo, di pensante e di pensato, di
essere e di pensiero. Quest’affermazione è per il De S. risultato d’una confusione
derivante dal significato equivoco EQUIVOCO GRICE della parola coscienza.
Quando si parla di coscienza e di suicoscienza, egli dice, bisogna distinguere
tra la suicoscienza vera e propria, fondata sulla capacità che ha l’io di
ripiegarsi su se stesso e di percepire il complesso dei fatti psichici come
incentrantisi in un punto; e la coscienza, in senso largo, come espressione
dello speciale rapporto che può esistere tra l’oggetto e l’io come conoscente.
Quanto alla prima, l’equazione di pensiero e di pensato non è che
l’espressione, in termini intellettuali, d’una esperienza vissuta sui generis,
di un fatto che può essere indicato ma non definito, perchè per sè preso
oltrepassa il pensiero, e non può assumere carattere di necessità razionale. E
quanto alla seconda, la identificazione dei due termini del rapporto
conoscitivo non può ottenersi se non sostituendo all’io empirico il cosi detto
io universale o coscienza in generale o io trascendentale. Ma osserva il De S.,
o con ciò s’intende quello che è comune alle menti individuali ; e allora non
si vede come si possa distinguere il soggettivo psicologico dal soggettivo
gnoseologico. 0 s’intende qualcosa che vale indipendentemente da questa o
quella coscienza empirica, che esprime il modo come lo spirito deve operare
perchè sia veramente tale, le esigenze dell’intelligibilità significanti veri e
propri compiti impditi da ciò che è indipendente dal soggetto; e allora non v’è
più ragione di parlare di io, di soggetto, quando la soggettività si è
identificata/con la razionalità, con l’intelligibilità, che è anzi l 'oggetto
della conoscenza e del pensiero pensante. Ma da tale concezione della coscienza
come di categoria delle categorie, questo solo, secondo il De S., si ricava,
che la realtà in tanto può essere conosciuta ed essere compenetrata dal
pensiero, in quanto è concepita essa tessa come implicante pensiero. Il che poi
significa che la realtà è fcosì fatta da imporre certe esigenze alla mente
individuale, ossia che nell’obietto vi è qualcosa atto a provocare il
riconoscimento. Ma il passaggio dalla intelligibilità in quanto esigenza del
riconoscimento da parte del soggetto, alla riduzione della realtà a un processo
di autocoscienza, all’affermazione che nella realtà stessa non si trovi niente
di più di ciò che è in noi stessi quando giungiamo a identificarci e a
riconoscerci, non è affatto giustificato. L’autocoscienza, piuttosto, è già nel
fondo della realtà, indipendentemente da noi: non è dunque l’autocoscienza,
quale si presenta negli individui singoli, l’espressione genuina e compiuta
della realtà. Nè vale ammettere l’autocoscienza come potenzialmente esistente
ab aeterno e attuantesi poi negli individui: si riaffaccia allora quella
suprema difficoltà contro cui, come già si è accennato, urta sempre il pensiero
umano, la difficoltà d’intendereA:ome da ciò che è puramente pensabile, ideale,
estratemporaneo, uno, si passi a ciò che è reale, attuale, temporaneo,
contingente, diverso, mutevole. Non è possibile considerare soggetti molteplici
che sono nel tempo e hanno uno sviluppo e sono direttamente impenetrabili e
incomunicabili, come determinazioni, differenziazioni o sezioni dell’Uno, sol
perchè essi hanno il potere di superarci limiti del tempo idealmente e di
elevarsi al mondo della pura razionalità. E una riprova di questo è l’esistenza
dell’errore logico, etico, estetico che dimostra, come già si è visto, la
possibilità d’una discrepanza fra le funzioni psichiche e le categorie o
principii ideali, di qualunque ordine siano, tra la necessità psicologica e quella
deontologica. Questa distinzione tra la necessità di fatto e la necessità di
diritto, tra ciò che è ed è per opera di un soggetto reale e quel che dovrebbe
essere in virtù di principii razionali, è il presupposto da cui, è naturale,
muove più particolarmente il De S., nelle sue indagini di etica (per cui v.
specialmente VAttività pratica e la coscienza morate e i Principii di scienza
etica). Per lui tutta la vita morale ha il suo fondamento in certi principii
valutativi che si rivelano alla coscienza come forniti d’evidenza immediata
analoga a quella logica: veri e propri assiomi morali, la cui azione pervade le
particolari contingenze della vita pratica. Compiti dell’Etica sono perciò
questi: a) determinare la natura del- Vevidenza pratica (necessità e
universalità) e- il contenuto di queste condizioni essenziali nella vita morale
(e per il De S. tali principii si riducono a quelli della dignità e della
perfezione personale, della giustizia e della benevolenza); — b) porre in luce
lo svolgimento storico di tali principii, in quanto, pur essendo stati sempre
operativi, hanno dispiegato variamente la loro efficacia in relazione con il
variare delle condizioni della civiltà; — c) considerare tutte le istituzioni —
per qualunque via primamente sorte — alla luce degl’ideali etici, come organi
dell’attuazione di essi. II De S., nella trattazione di questi problemi,
afferma l’autonomia dello spirito nel senso che il soggetto è tratto dalla sua
stessa natura a dare l’assentimento a principii superiori al suo io empirico.
Egli quindi ammette una forma di esperienza morale specifica e distinta da ogni
altra forma di esperienza spirituale, scientifica, estetica, religiosa ecc. La
specificità di questa esperienza è la condizione che rende possibile una
scienza etica: della quale egli insiste nel rivendicare l’autonomia e la
priorità rispetto a qualsiasi concezione propriamente metafisica. La Metafisica
ha nell’etica una delle sue basi più solide — e a tal principio è ispirato,
come abbiamo visto, tutto il volume del De Sarlo "Metafisica, Scienza e
Moralità „ — ; ma nessuna teoria morale può, secondo lui, essere costruita alla
luce di una determinata concezione generale dell’universo, piuttosto che sulla
base dell’analisi dell’esperienza morale. Come si vede, di fronte al problema
etico il De S. mantiene fermo quello stesso atteggiamento — che abbiamo più
particolarmente illustrato a proposito del problema gnoseologico — di stretta
aderenza all’esperienza, come tramite traverso il quale soltanto ci si rivela
nella sua efficienza e nella pienezza del suo contenuto ciò è che universale e
razionalmente necessario. A coloro che trovassero troppo modesto il compito
cosi assegnato alla filosofia, il De S opporrebbe volentieri le parole che Kant
scrisse all’indirizzo dei «metafisici» del suo tempo: «Il nostro disegno può
mirare a costruire una torre alta fino al cielo: ma il materiale è appena
sufficiente per una casa, spaziosa tuttavia abbastanza per le occupazioni
nostre sul piano dell’esperienza e alta a sufficienza per abbracciare questa
d’uno sguardo ». E comunque « le alte torri e i grandi metafisici simili ad
esse, intorno a cui (sia le une che gli altri) generalmente spira molto vento,
non sono fatti Der me. Il mio posto è la feconda bassura dell’esperienza. SAGGI
DI FILOSOFIA La Vecchia e la Nuova Frenologia. La nozione di Legge L’origine
delle tendenze immorali. Il senso muscolare. L’ohbietto della Psicologia
fisiologica. La filosofia dell’attività : Paulsen. TORINO CLAUSEN Roma.
Tipografia di G. Balbi Via Mercede. La vecchia e la mura Frenologia Fatto
psichico e fatto fisiologico o fisico sono denoaminazioni esatte, precise e
intelligibili, meglio che le parole spirito e corpo, le quali, come già ebbe a
notare il Renouvier, peccano per la loro indeterminatezza e pre.suppongono già
un’opinione formata sulla natura del sostrato dei fatti psichici e di quelli
fisiologici. La distinzione tra detti fatti porta con sè la ricerca della
relazione esistente tra loro: nè può essere altrimenti, data l’intima
connessione di entrambi. Non deve quindi far meraviglia se da vari punti di
vista, sia stata indagata tale relazione e mentre dapprima sì fissò
l’attenzione sull'azione che lo spirito in genere può esercitare sul ‘corpo
preso nel suo insieme e viceversa questo su quello, negli ultimi tempi in
seguito al progresso delle scienze positive e della critica della conoscenza si
è badato massimamente alla relazione tra singoli fatti psichici e de‘terminati
fatti e processi fisici (1). In ogni modo la relazione esistente tra l’anima e
il corpo può formare oggetto d'indagine da due diversi Chi voglia avere un
esatto, comunque riassuntivo, ragguaglio .delle varie maniere con cui
successivamente è stato considerato dai filosofi, il rapporto tra spirito e
corpo, può consultare il volume del Bain L'esprit et le corps. Paris, Germer et
Bailliére. LA VECCHIA E LA NUOVA FRENOLOGIA punti di vista: i° Si può
considerare il rapporto esistente tra determinati stati di tutto il corpo coi
suoi vari organi e dati fatti psichici, si può in altri termini considerare
l'azione che il fisico esercita sul morale e viceversa il morale sul fisico:
esempi di tale trattazione ci vengono forniti dai classici lavori del Cabanis e
dell’Hack Tuke; 2° si può limitare l’indagiue al rapporto esistente tra il
fatto psichico e la corrispondente variazione dell'organo rivelato
dall'esperienza in precipna connessione colla psiche (sistema nervoso). La
prima indagine non ha interesse. particolare e decisivo per la soluzione del
problema filosofico concernente la natura dello spirito : ed infatti l’azione
reciproca, come si dice, tra fisico e morale non è negata da nessuno in tesi
generale, comunque: possa essere variamente interpretata, ed aggiungeremo che
le descrizioni che di quella possediamo sono pressochè complete e definitive.
Per l'opposto la seconda indagine riguardante il rapporto tra sistema nervoso e
fatti spirituali non solo costituisce un elemento importante per poter
risolvere il problema capitale della psicologia che è quello della natura e del
modo di esplicarsi dell’attività spirituale, ma è causa delle maggiori
discrepanze tra i vari filosofi. È nostro intento di fermarci appunto su questa
seconda indagine per vedere se nello stato attuale della fisiologia e della
psicologia sia possibile venire ad una soluzione definitiva e razionale.
Bisogna risalire al secolo XVII per trovarele prime indagini fatte allo scopo
di cogliere il rapporto esistente tra il cervello e l’anima: e ciò sì comprende
dileggieri, se si pone mente al risveglio delle scienze naturali caratteristico
di quel tempo: già il sistema copernicano aveva portato una trasformazione
nelle idee generali riflettenti l'universo; la meccanica aveva ricevuto da
Galilei ‘una base solida, donde la tendenza a ridurre i fenomeni fisici a
fenomeni meccanici; e Harvey colla scoverta della -circolazione sanguigna aveva
presentato il principale motore della vita, il cuore, come una pompa aspirante
e premente. Non è quindi a far meraviglia se agli occhi di Cartesio, il quale
cercò di formare un sistema completo delle cognizioni naturali del suo tempo,
la natura .sî sia presentata sotto l'aspetto meccanico, il corpo animale come
una macchina naturale e il cervello come un congegno atto a contenere in un
dato punto l’anima -di natura semplice ed inestesa. Non bisogna però credere
che prima del XVII secolo non fosse stata messa in alcun modo in chiaro la
connessione esistente tra il cervello e l’anima: non poteva non fermare
l’attenzione di chiunque il fatto per sé ovvio che animali sd uomini, dopo aver
ricevuto una lesione al cervello, mostrano un mutamento notevole nelle loro
condizioni psichiche, C’è stato chi è arrivato a Democrito, Eraclito, Areteo,
Ippocrate, ecc., i quali avrebbero fissato in astratto che ad ogni
manifestazione e modificazione della natura corrispondesse una pacticolare
organizzazione cerebrale. Aristotele nel :onfrontare la intelligenza deli'uomo
con quella degli animali, vedendo nell’uomo la testa più piccola che negli
altri animali, ne inferì che fra gli uomini la intelligenza è in ragione del
minor volume del capo. Gregorig Nisseno faceva il seguente paragone del
cervello umano: È una città, in cui tante strade di andata e ritorno pegli
abitanti non fanno confusione, perché ciascuna ha il suo punto di partenza e di
arrivo determinato . È un antichissimo accenno alla divisione delle funzioni.
Ma le prime ricerche sperimentali che si conosca essersi fatte sul cervello
umano, sono di Galeno, il quale disse che la forma del cerebro era quale
con‘viene, e quale sarebbe se, prendendo una palla di cera in forma rotonda
perfetta, la si premesse leggermente ai lati per modo che rse-atasse la fronte
e la calotta con un po’ di gobba. In conseguenza colui big isdihy SAGGI DI
FILOSOFIA. La Vecchia e la Nuova Frenologia. La nozione di Legge. L’origine
delle tendenze immorali. Il senso muscolare. L’ohbietto della Psicologia
fisiologica. La filosofia dell’attività: Paulsen. TORINO CLAUSEN Roma,
Tipogratia di G. Bulbi. Via Mercede La vecchia e Ta nova Freologa. Fatto
psichico e fatto fisiologico o fisico sono denominazioni esatte, precise e
intelligibili, meglio che le parole spirito e corpo, le quali, come già ebbe a
notare il Renouvier, peccano per la loro indeterminatezza e pre.suppongono già
un'opinione formata sulla natura del sostrato dei fatti psichici e di quelli fisiologici.
La distinzione tra detti fatti porta con sè la ricerca della relazione
esistente tra loro: nè può essere altrimenti, data l'intima connessione di
entrambi. Non deve quindi far meraviglia se da vari punti di vista, sia stata
indagata tale relazione e mentre dapprima sì fissò l’attenzione sull'azione che
lo spirito in genere può esercitare sul corpo preso nel suo insieme e viceversa
questo su quello, negli ultimi tempi in seguito al progresso delle scienze
positive e della critica della conoscenza si è badato massimamente alla
relazione tra singoli fatti psichici e determinati fatti e processi fisici. In
ogni modo la relazione esistente tra l’anima e il -corpo può formare oggetto
d'indagine da due diversi Chi voglia avere un esatto, comunque riassuntivo,
ragguaglio delle varie maniere con cui successivamente è stato considerato dai
filosofi, il rapporto tra spirito e corpo, può consultare il volume del Bain
L'esprit et le corps. Paris, Germer et Baillière essere adempiute con scrupolo
nei loro più minuti particolari. Se nou che tutto questo, a dire il vero,
piuttosto che ai tempi primitivi dell'umanità si riferisce a quelli in cui gli
uomini si sono già organizzati in gruppi più o meno vasti con capi politici e
religiosi. Questi capi sì finsero o si credettero effettivamente ispirati da
esseri sovrannaturali e legiferarono: e le loro leggi furono varie secondo le
condizioni dei popoli e i criteri politici e religiosi, dai quali i detti capi
furono guidati. Riassumendo, nell’inizio, in qualsiasi aggregazione umana non
esiste dritto nè legge nel vero significato della parola’ ma bisogni umani che
possono essere sentiti e riconosciuti di necessaria soddisfazione. Se per
comune volontà la soddistazione di quei bisogni con talune modalità o limiti
riconosciuta legittima, viene conseguita, si hanno allora alcune consuetudini
che non possono a rigore dirsi giuridiche, perchè manca un potere tutelatore,
ma preparano l’apparizione delle forme giuridiche, dei dritti, iniziando la
trasformazione dei rapporti bio-etici in rapporti giuridici. Se poi quelle
consuetudini si formano sotto la direzione di colui che sta a capo
dell'associazione, allora esse meritano il nome dì giaridiche. E posto che il
dritto, subbiettivamente inteso, sia la facoltà di operare in una maniera
determinata, riconosciuta legittima e necessaria dall'autorità sociale,
obbiettivamente sì presenta sotto questi due aspetti: 1° sotto quello della
garentia o protezione che ha vita appunto con le disposizioni legislative, con
leleggi; 2° sotto quello di un insieme di azioni umane, svolgeutisi nei limiti
e con le modalità stabilite da queste leggi. Di guisa che il dritto è il
complesso delle norme generali dell'operare umano necessarie al conseguimento
dei fini sociali ed individuali dell'uomo. Se non che qui giova notare che non
è perfettamente conforme al vero affermare sic et simpliciter che le
consuetudiri sì fissino nelle leggi giuridiche, ma invece occorre dire che dopo
la separazione delle consuetudini propriamente dette dal dritto, quest’ultimo si
vale dei mezzi di obbligazione esterna, mentre le prime adottano i mezzi più
blandi dell’imitazione e del ri. spetto dell'opinione pubblica. Le consuetudini
ed il diritto hanno però per lungo tempo questo di comune che il valore delle
loro norme è fondato tutto sull'uso e sull’abitudine. La /egge (lex)
espressamente ‘formulata e quindi letta e quella scritta (Vorschrift,
prescrizione) sono di origine molto più tardiva ed anche dopo che sono sorte,
abbracciano in modo molto incompleto il diritto che vige nella società: dritto
che si differenzia dalle pure consuetudini per la costrizione fisica di cui
effettivamente si serve. Presso i Romani queste leggi non scritte, da cui però
attingeva la legislazione scritta, queste consuetudini si dissero 120res per accennare
all'assenza in esse di ogni forma di promulgazione esterna reputata
caratteristica della legge vera e propria (lex da legere). Presso di noì
moderni la differenza tra consuetudini e leggi s'è andata sempre più
accentuando per il fatto che le prime sono andate perdendo di valore a misura
che si è lasciato maggior campo alla esplicazione della libertà ed iniziativa
individuale e che in riguardo ad esse è venuto meno ogni mezzo di costrizione.
Per contrario è divenuto molto più sensibile il carattere obbligatorio delle
norme giuridiche basato appunto sui mezzi di costrizione esterna. Come si vede,
nel concetto originario di legge non era incluso per niente il significato che
oggi si dà alle leggi naturali, quali rapporti costanti esistenti tra dati termini,
ma bensi, quello di norme o regole dirigenti l’attività umana. In questo senso
Empedocle considera il divieto di uccidere gli esseri viventi quale legge
applicabile fin dove si estende la luce del sole e lo spazio infinito e Sofocle
fa dire ad Antigone che i comandi divini non scritti, ma imprescindibili, hanno
valore non da ieri o da oggi, ma ab aeferno e nessuno sa da quando sono stati
rivelati. In Eraclito troviamo solo un accenno a concepire la legge divina
quasi come una legge naturale, quando dice, che tutte le leggi umane tendono ad
avvicinarsi a quella divina, in quanto questa è onnipotente e forte abbastanza
per dominare tutte le altre leggi ; qui la legge divina non solo è considerata
come una norma dello svolgimento dell’attività umana, ma come fattore
essenziale dell’ armonia universale chiamata anche da Eraclito col nome di
Dike. Decorse però molto altro tempo prima che la nozione di legge fosse libera
dagli elementi ad essa inerenti nel suo significato originario: basta pensare
che i sofisti riguardavano il Nomos ela Fise, la legge e la natura delle cose
come antitesi inconciliabili, per convincersi che in quel tempo il concetto di
legge (intesa questa quale forma dell'ordinamento naturale) non poteva in alcun
modo prendere consistenza ed acquistar valore ed anzi va notato che gli autori
di quel tempo ponevano ogni cura a differenziare la legge dalla natura,
osservando che la legge era stata data dagli nomini, mentre la natura di tutte
le cose era stata ordinata dagli Dei. E quei filosofi che riconoscevano le
leggi naturali nel senso moderno si guardavano bene dal chiamarle con tal nome:
Democrito, per esempio, chiaramente espresse il concetto che niente di casuale
avviene nel mondo, ma tutto ha la sua ragione necessaria; se non che egli non
parlò mai di leggi naturali, bensi d ella necessità di ogni evento, anzi fu
egli che pose la legge di rincontro alla natura delle cose. Del pari Platone ed
Aristotele parlarono della necessità a cui sottostanno tutti i fatti della
natura, comunque la subordinassero poi all’ attività finale di questa, ma non
ci fu caso che essi considerassero tale necessità quale legge della natura.
Questo nome fu da essi conservato esclusivamente per designare le norme
dell’operare umano, distinguendo le leggi particolari dei singoli stati,
suddivise poi alla lor volta in leggi scritte e non scritte, dalla legge morale
universale per cui gli uomini son tratti istintivamente a giudicare
(uivtevovta:) del giusto e dell’ingiusto. Teofrasto più precisamente disse che
per tale via tutti gli uomini, in forza dell'unità della loro natura, sono
spinti a considerarsi come affini o aventi una medesima origine. Tale legge,
diciamo così, naturale però sta a significare soltanto un'esigenza pratica
della natura umana, non una necessità incorabente al modo di agire delle forze
naturali: e se Aristotele una volta si avvicina ad un tale concetto, non
tralascia di osservare che è solamente in senso improprio che si può parlare di
legge naturale (1). Bisogna arrivare a Zenone per trovare adoperata la (1) V.a
tal proposito, Zeller: Philosophie, der Griechen, Vol. I, pag. 1005 e segg.,
Vol. II pag.865 e segg.; V. inoltre Zeller: Vortrige u. Abhandlungen. Dritte
Sammlung. Leipzig prima volta la nozione di legge ad esprimere l' ordinamento
della natura, il che parrà logico a chiunque conosce la struttara del sistema
stoico. Dagli stoici infatti fu affermata la necessità di ogni evento,
l'inviolabilità dell’ordine naturale tanto più decisamente in quanto Epicuro
aveva ammesso l’arbitraria declinazione negli atomi e il libero arbitrio
nell'uomo. Se Democrito ed Epicuro rifuggirono dal designare il corso
necessario degli eventi naturali col nome di legge, perchè ciò poteva far
considerare l'ordinamento della natura quale opera di un volere superiore e di
un'intelligenza plasmatrice dell’universo, gli stoici avendo ricondotte tutte
le cose ad una sola causa riguardata non soltanto come sostanza materiale, ma
come Forza creatrice o Ragione, furono spinti a considerare il concatenamento
delle cause naturali e il necessario svolgimento dei fatti come mezzi per cni
la Ragione universale potesse attuare i suol fini. Da tai punto di vista tutto
l’ordinamento dell'universo sì presentò come un prodotto del volere di detta
ragione, in altre parole come la legge che essa aveva dato ; ed anzi essa
stessa fu chiamata legge naturale, e se qualche volta la natura piuttosto che
la ragione figurò come legislatrice, | se sì parlò di leggi della natura a cui
tutto doveva sottostare, compreso l’uomo, ciò avvenne perchè la natura nella
sua intima essenza era fatta coincidere colla ragione universale (divinità)
(1). In tal guisa è giustificato il detto di Zenone che la legge naturale è una
legge divina. Quid enim aliud est natura quam Dcus et divina ratio toti mundo
ct partibus cius inserta ? Seneca, De Benef. La legge universale fu riposta
nella Ragione somma, la quale penetra da per tutto, onde Cleanto nel suo inno,
dopo aver detto che Giove tutto regola in conformità di una legge, chiama le
esigenze morali egualmente leggi. Qui non troviamo differenza notevole tra la
legge naturale e la legge morale. Del resto tutta la dottrina morale stoica è
fondata appunto sul principio di dover vivere in conformità della natura,
principio, il quale non dice altro. che la legge morale è legge naturale
dell'’operare umano. La nozione di legye naturale qui nor appare delimitata in
modo netto da non poter essere confusa per l’origine e per la forma colla
legislazione positiva e per il contenuto colla legge morale, essendo guidato il
volere divino dal fine di procacciare il maggior bene agli esseri ragionevoli.
Sembra adunque che fosse dalla scuola stoica che l'espressione di legge
naturale passasse nell'ordinario linguaggio, tanto più che l’indeterminatezza
del suo significato rimase immutata per il resto dell'evo antico e medio. Le
leggi governanti la natura al pari di quelle obbligatoriamente regolanti le
azioni umane figurarono come comandi divini : e senza badare se tutti gli enti
avessero la capacità propria dell'uomo di dare ascolto ai detti comandi, le
leggi naturali furono presentate quali ordini positivi provenienti
necessariamente da una Volontà superiore. A questo punto giova notare che il
sentimento mitico della natura per cui i fenomeni di questa furono riguardati
espressioni di impulsì e di tendenze interne, trovò il suo appoggio
nell’analogia esistente tra il corso invariabile dei fatti naturali e
l’indirizzo, regolato da norme fisse, degli atti della vita umana; indirizzo
alla sua volta fondamentato almeno in parte sul succedersi ritmico dei bisogni
fisici. Alla costrizione esterna si sostitni l'esigenza interiore emotiva per
cui si fu tratti a conformare il proprio modo di operare all’operare della
natura. Il divino dall’uomo posto nella natura si riverberò sull'uomo stesso
quando gli atti divini (fatti naturali) furono posti come modelli della
condotta umana; cosi l'ordine della natura divenne esemplare dell'ordinato
svolgersi delle consuetudini umane e la nozione di legge che ricevette la sua
prima determinazione nella società umana e che fu trasportata allo studio della
natura in seguito ad una tardiva riflessione, appare derivata nei suoi
fondamenti primitivi ed originarii dalla natura stessa (natura fisica
dell’uomo). Del resto il nesso esistente tra l’ordine naturale e quello delle consvetudini
si rende manifesto nelle intuizioni religiose degl'indiani. Negli atti
simbolici religiosi di questi è espresso il sentimento di regolarità fissa e
immutabile dominante dapertutto nell'universo. In alcuni sacrifici sono
‘simboleggiati i fenomeni celesti svolgentisi con regolarità costante. I
sacrifici fatti ad Agni corrispondono ai fenomeni naturali (dappriina adorati
essi stessi come divinità) in cui per così dire, quel Dio s’incorpora. E i
detti fenomeni son reputati atti religiosi compiuti dalla divinità. Di qui il
rispetto pauroso per la natura che raggiunge il massimo grado presso i Greci,
come provano i miti di Prometeo, di Icaro, di Fetonte, e il riguardo usato agli
animali, i quali rappresentano un elemento dell'ordine e del sistema della
natura. | In tal guisa, dallo stadio mitico primitivo in cui sono confusamente
rappresentati l'ordinamento naturale e morale dell'universo si passa allo
stadio estetico in cuì l’ordinamento esterno delle cose è presentato come
simbolo o manifestazione dell'ordinamento morale interiore, stadio che coincide
colla trasformazione degli dei della natura in potenze morali. La natura è
sempre riguardata come qualche cosa di divino, ma i singoli obbietti naturali
cessano di essere considerati come dèi, simili agli uomini (V. il Timeo di
Platone). Col suddetto stadio coincide l’inizio della conoscenza delle leggi
fisiche dell'universo, in quanto la contemplazione estetica non considera più i
fatti naturali come prodotti puri e semplici del capriccio e dell’arbitrio di
esseri divini simili in tutto all'uomo, ma bensi come segni, accenni a qualcosa
d'elevato, di razionale, di assoluto, di necessario e quindi di permanente che
è degno di essere conosciuto ed indagato, per quanto si celi all’occhio
volgare. Di qui l’inizio e l'avviamento alla comprensione razionale
dell’universo, la quale giunta al suo completo svolgimento menò allo
sconoscimento di ogni valore etico obbiettivo nella natura, sia perchè questa
non fu più contemplata nel suo insieme, data l'esigenza della divisione del
lavoro, sia perchè gli effetti emotivi suscitati dalla detta contemplazione
essendosi rivelati variabili e incostanti, furono riguardati un prodotto del
soggetto, da questo trasportati nella natura. Bisugna arrivare ai secoli XVI e
XVII per trovare delimitato nell’ultimo modo anzidetto il contenuto della
nozione di legge naturale, per la quale s’intese appunto il rapporto costante
di dati termini, la relazione fatalmente necessaria esistente tra condizionato
e condizione. Talchè la nota caratteristica della legge naturale fu allora
riposta nel suo valore assoluto, universale, privo d’eccezioni. E la conoscenza
di essa si rivelò tanto più perfetta quanto più chiara appariva la conoscenza
degli eventi e delle loro condizioni determinanti, raggiungendo il massimo
grado di perfezione colla possibilità di esprimere matematicamente il rapporto
implicato nella legge in modo da poter senza fallo prevedere un dato evento,
una volta note le rispettive condizioni. Che si riuscisse per la via induttiva
o per quella deduttiva a fissare e ad enunciare determinate leggi, ciò che
sopratutto si ebbe di mira fu che la legge avesse ‘n valore assoluto e
incondizionato ; il che poteva avvenire solo - nel caso che tra le circostanze
accompagnanti un dato evento e quest'ultimo fosse riconosciuto un nesso
causale, comunque la conoscenza di una legge naturale potesse essere
indipendente da quella delle cause determinanti il nesso espresso nella legge
stessa. Molte leggi empiriche furono infatti fondate su ipotesi scientifiche.
Il modo di comprendere la causalità in genere esercitò però sempre una grande
azione sulla maniera d'intendere l’assolutezza delle leggi naturali. Fu notato
poi che per poter ammettere la possibilità di strappi alle sudette leggi, per
poter ammettere in alcun modo delle deviazioni dal corso naturale delle cose,
per poter accettare in altri termini i miracoli, occorreva implicitamente od
esplicitamente tornare a considerare le leggi naturali quali leggi positive
derivanti dall'arbitrio di una forza saperiore. Una volta infatti affermato che
intanto si può parlare del corso regolare degli eventi naturali, in quanto
sotto date condizioni sempre si presentano fatti identici non è più possibile
risguardare come naturali eventi, i quali si sottraggono ad ogni spiegazione
naturale. Le leggi naturali interpretate secondo i concetti dominanti nella
scienza in stato di progresso e di svolgimento, appaiono assolutamente
inconciliabili e irriducibili a quelle precettive o normative, in quanto le
prime hanno il carattere precipuo di essere necessarie in sè stesse e prive di
eccezioni, mentre le altre esprimono delle regole, dei precetti a cui si può
sempre derogare. ]ua necessità nell’ultimo caso è sempre relativa ad un dato
scopo da conseguire. Dicemmo di sopra che lo svolgimento della nozione di legge
e la sna formale enunciazione e introduzione nel dominio della scienza andavano
differenziate dal fatto reale ed obbiettivo formulato ed espresso in un periodo
tardivo nella legge stessa. Invero fin da quando fu riconosciuto un rapporto
‘costante e necessario tra due fatti (Matematica e Astronomia), fin da quando
sì cominciò ad enunciare un giudizio universale ed a ricavare da date premesse
date illazioni ordinando il tutto in modo chiaro e preciso, fin da quando fu riposta
la ragione dei vari eventi in un processo matematico-meccanico svolgentesi in
modo incondizionatamente necessario, fin da quando il mondo in tutte le sue
manifestazioni anche le più esigue, fu considerato come wn organismo governato
da un concatenamento di cause, fin da quando pose radici Ia convinzione che
conoscere equivale a determinare e che pertanto conoscere un oggetto equivale a
ricercare in che modo questo nella sua essenza ed esistenza dipende da un
altro, fin da quando adunque la scienza intesa in senso lato ebbe la sua prima
origine, il contenuto .reale della nozione di legge s'imponeva alla
considerazione dello spirito. Dal momento che lo spirito senti il bisogno di
distinguere il permanente e l'essenziale dal contingente e dall’accidentale, attribuendo
al primo maggior valore e significato, dal momento che andò in traccia
dell'unità al disotto della varietà, pose perciò stesso la necessità della
ricerca della legge. Questa ha radice in una necessità del concepire umano, in
quanto nel fondo del nostrointelletto, è insita la tendenza ad andare in cerca
di qualcosa di assoluto, d'immutabile e d'identico : ond'è che dagli antichi
filosofi Ionici, o meglio dagli antichi matematici ed astronomi dell’oriente
fino a noi fu un continuo affaticarsi del pensiero umano per fissare gli
elementi invariabili di tutte le cose e per sostituire alla concezione mitica,
e antropomorfica quella della connessione necessaria e incondizionalmente
regolare dei vari eventi. Ed è cosa degna di nota che parallelamente all’interpretazione
teleologica della natura si conservi con un numero maggiore o minore di
variazioni e di ondeggiamenti la tendenza a ricercare i puri rapporti causali
tra le cose e gli eventi. Chi segue lo svolgimento storico della scienza in
genere constata subito che la corrente che potremmo dire materialistica decorre
parallela a quella idealistica, attraverso tutto il mondo antico e tutto l’evo
medio fino a che nel rinascimento s’iniziò quel movimento che ebbe per esito
l'abbandono di qualsiasi veduta teleologica nel dominio della scienza vera e
propria. Se non che qui si presenta la questione: Se il fatto reale espresso
mediante la legge è antico quanto la scienza, perchè la nozione di legge vera e
propria sorse così tardi ? Al concetto di necessità naturale che cosa si deve
aggiungere perchè si abbia il concetto di legge ? Finchè la conoscenza umana sì
portò, per così dire, in modo diretto ed immediato verso il suo obbietto che
d'ordinario era la natura, senza curarsi di determinare l'essenza generale, il
concetto dei fenomeni, senza ferinare l’attenzione sulle relazioni stabilite
mediante l’intelletto umano, era impossibile che sorgesse la nozione di legge,
la quale è resa possibile piuttostochè dalla considerazione delle cose per sè
stesse, da una veduta esatta in ordine alla natura della nostra conoscenza.
Finchè i principii delle cose furono riposti nelle cose e non nei concetti,
ognun vede che di leggi non era possibile parlare. Ma tostochè per opera
segnatamente della filosofia stoica, la ragione fu reputata immanente al mondo
e fine a sè stessa, e il mondo nel suo progressivo svolgimento fu reputato la
manifestazione di una logica che sta nella sua stessa essenza, anzi fu reputato
la ragione stessa che si determina, per ciò stesso fu posta la base del
principio fondamentale delle leggi della natura. Queste, infatti, esistono,
sono necessarie e sono intangibili, perchè sono la natura stessa; non possono
esser tolte alla natura, perchè non furono poste alla natura. Se fossero tolte,
sarebbe tolta la natura, il mondo. L'esistenza è la giustificazione di quello
che esiste; esiste perchè non può non esistere. Ora è questa idea la garanzia
della scienza, la quale non può reggersi quando si ammetta la possibilità
dell’arbitrio: l’azione di una volontà esterna al mondo. Senza il concetto o
palesamente affermato o inscientemente ammesso di una logica immanente, il
pensiero brancola nel vago e nel buio e la nozione di legge, che implica
ordine, regolarità, e fissità, non può prendere origine. In conclusione perchè
si arrivi a concepire la legge, all'idea della necessità naturale si deve
aggiungere quella della logica immanente: la nozione della necessità interiore
o logica, ecco il presupposto dell'insorgenza della nozione di legge. Una volta
entrata nella mente degli scienziati la persuasione che pensare è fissare in
forme costanti la cangiante materia delle rappresentazioni, è cercare, come il
saggio di Schiller, den ruhenden Pol in de Erscheinungen Flucht, una volta
ammesso che, giusta l’espressione dell’Helmholtz, das erste Product des
denkenden Begreifens ist das Gesetsliche, è chiaro che i filosofi dovettero
essere spinti a penetrare per vie differenti la natura intima della legge la
quale appariva come il risultato ultimo delle varie forme d'indagine scientifica,
come l’espressione pi esatta e completa del lavoriointellettuale intorno ad un
dato contenuto. Noi crediamo chetutte le idee emesse dai filosofi su tale
argomento possano essere raggruppate in tre principali categorie,
contrassegnate coi seguenti tre nomi: concezione intellettualistica, concezione
animistica e concezione dualistica delle leggi in genere. Se non che qui si
potrebbe obbiettare: stando a tale divisione, parrebbe che le leggi, le quali
in sostanza non sono che il risultato ultimo della conoscenza umana e quindi un
prodotto dell’intelligenza, possano essere inter pretate anche non ricorrendo
all’attività intellettuale; a fianco alla concezione intellettualistica,
infatti, si pone quella animistica ; ora, non racchiude tale affermazione una
contradizione? A ciò si risponde che senz’alcun dubbio la semplice
determinazione ed enunciazione di una legge è già un fatto intellettuale; il
quale però può essere valutato e interpretato diversamente a seconda che esso
vien rapportato alle funzioni semplicemente intellettive e quindi ricondotto
sotto il dominio esclusivo dei principii supremi del pensiero puro (principio
d'identità, ecc.), ov| vero viene considerato come implicante un elemento che
non ha a che fare coll’intelligenza pura e semplice. A. tal proposito giova far
distinzione tra la natura propria delle leggi (il loro significato reale ed
obbiettivo) e la conoscenza di esse. Riguardo a quest’ ultimo punto tutte le
leggi a qualunque categoria appartengano figurano, si, comes trascrizioni in
termini intellettuali (in giudizi universali) di rapporti reali, figurano cioè
come il risultato dell’applicazione dei processi intellettivi agli obbietti
reali; ma a seconda che i detti giudizi universali enuncianti le leggi sono
ridotti tutti a giudizi d'identità o analitici, ovvero (almeno in gran parte) a
giudizi di dipendenza o sintetici, irriducibili ai primi, si avranno due forme
fondamentali d’'interpretazione delle leggi. Riguardo al primo punio a seconda
che l'essenza delle leggi è riposta tutta in un processo di equazione
obbiettiva tra ì due termini della coppia legge, ovvero in una determinazione
dell’attività propria delle cose e nell'azione reciproca delle stesse, si
avranno del pari due forme principali di concezione della legge. Va notato qui
che d'ordinario le dette quattro forme si corrispondono in modo che
l’interpretazione, diciamo così, analitica coincide con quello dell'equazione
obbiettiva e la sintetica con quella dell'attività. Sicchè noi ci siamo creduti
autorizzati a partire per prima in due grandi categorie le concezioni circa la
natura delle leggi in genere, dando loro i nomi di concesione
intellettualistica, e di concezione animistica, nomi che filologicamente
considerati non hanno alcun valore e sono delle semplici denominazioni atte a
contrassegnare due forme di concepire le leggi. Siccome poi si hanno delle
concezioni miste in cui le leggi sono interpetrate, per una parte
intellettualisticamente e per un'altra parte animisticamente, così noi abbiamo
creduto di ammettere una terza forma di concezione detta dualistica.
Aggiungiamo infine che in questa terza categoria vanno compresi quei casi in
cui tra le leggi esplicative e quelle normative viene ammessa, una differenza
essenziale e fondamentale. A seconda che è ammesso adunque il concorso di uno
piuttosto che di un altro elemento per la genesi della nozione di legge, a
seconda che il valore di questa si fa o no dipendere esclusivamente da un fatto
di conoscenza e a seconda che la causalità è riposta semplicente nell'essere,
ovvero nell’identità dell'essere e dell'agire, si avrà un vario modo di
concepire l’essenza delle leggi. E la concezione meriterà il nome di
intellettualistica ogni qualvolta le leggi o sono considerate come legami per
così dire estrinseci alle cose (veduta meccanica), ovvero come enunciazioni di
rapporti d’identità. Meriterà invece il nome di animistica ogni qualvolta le
leggi vengono considerate come determinazioni primitive e originarie
dell’attività delle cose, o come espressioni di ciò che vi ha d’interno in queste
ultime. Meriterà infine il nome di dualistica ogni qualvolta la natura delle
leggi viene interpretata per una parte intellettualisticamente e per un'altra
parte animisticamente. Sui particolari concernenti queste tre concezioni
c'intratterremo in seguito, quando tratteremo partitamente di ciascuna di esse.
Secondo la concezione intellettualistica, o meglio secondo la forma
predominante di essa, chi dice legge dice rapporto, dice, cioè, legame
esistente tra due caraiteri generali, i quali non sono mai staccati l'uno
dall'altro in natura e si richiamano, o tendono a richiamarsi a vicenda; ed
anzi si può dire che i due caratteri, dei quali ora il primo richiama il
secondo, ora il secondo richiama il primo, formano una coppia, che è poi una
legge. Pensare, formulare una legge equivale a legare insieme due idee
generali; e formare un giudizio generale, è enunciare mentalmente una
proposizione generale. Ogni pezzo di ferro esposto all'umidità si arrugginisce
: tutti i corpi immersi in un liquido perdono una parte del loro peso eguale al
peso del liquido spostato ; ecco delle leggi, ciascuna delle quali consiste in
una coppia di caratteri generali ed astratti collegati tra loro: da una parte
la proprietà del ferro d’essere esposto all'umidità, dall’ altra l'origine del
composto chimico detto ruggine, da una parte la quantità del peso perduta dal
corpo immerso e dall'altra la quantità eguale del peso di liquido spostato.
Niente di più utile allo spirito umano di questa struttura delle cose, giacchè
una volta scoverta la legge, il primo carattere appare l’indice del secondo.
Prima però di considerare le leggi in sè stesse e nelle loro applicazioni,
giova ricercare la natura di detti caratteri generali o astratti, sempre
secondo i detti intellettualisti. Lungi dall’essere creazioni della nostra
mente, semplici mezzi di classificazione o strumenti di mnemotecnica, quelli
esistono di fatto al difuori dì noi, al di là della portata dei nostri sensi e
delle nostre congetture; sono efficaci, anzi sono gli agenti più importanti
della natura, in quanto ciascuno di essi trae seco uno o più altri, sono la
porzione fissa ed uniforme dell’esistenza per sè frammentariamente dispersa e
successiva, giacchè allo stesso modo che vi sono dei caratteri comuni la cuì
presenza continua collega tra loro i diversi momenti dell’esistenza
individuale, così vi sono dei caratteri comuni la cui presenza moltiplicata e
ripetuta collega tra loro i vari individui della classe. Senza i caratteri
comuni e le idee generali ed astratte che loro corrispondono nell’intelligenza
umana non solo non sarebbe a parlare di scienza (cosa già notata da
Aristotile), ma non esisterebbero nemmeno individui, i quali in sostanza sono
come obbietti particolari che durano, che serbano nel tempo e nello spazio
qualcosa di comune e di permanente, una data forma, cioè a dire un gruppo di
caratteri fissi aventi importanza capitale e costituenti la parte essenziale.
Abbiamo detto che ai caratteri comuni obb'ettivamente esistenti fanno riscontro
nell’intelligenza le idee o i concetti, 1 quali lungi dal confondersi colle
rappresentazioni sensoriali o cogli schemi fantastici o rappresentazioni
generali che sono un fatto semplicemente concomitante, vanno riguardati come
nomi di classe, nomi significativi ed atti ad essere compresi, in modo che
essendu questi uditi, svegliano la rappresentazione sensibile più o meno chiara
e circoscritta d'un individuo della classe e esistendo invece la
rappresentazione sensibile di un individuo della classe, appare subito
sull’orizzonte psichico l'imagine del suono del nome di questa e la tendenza a
pronunziarlo. Talchè i caratteri astratti delle cose sono pensati per mezz di
nomi astratti (idee astratte) che sono specie di sostitutivi dell'esperienza
sensibile che noi non abbiamo, nè possiamo avere del carattere astratto
presente in tutti gli individui simili. Essi lo sostituiscono, adempiendo al
medesimo ufficio. L'origine di tali nomi astratti e generali va ricercata in
una forma particolare di associazione tra un dato suono e la rappresentazione o
l’immagine non solo di individui assolutamente simili, ma anche di individui a
volte differenti in tutto, trannechè in un carattere. Il potere di trovare
analogie tra le cose più o meno disparate, il potere di cogliere dei rapporti è
appunto la caratteristica dell’intelligenza umana e insieme ciò che rende
possibile la formazione di nomi astratti e generali. L'idea nasce col segno, ma
perchè sia adattata in modo completo all'oggetto, perchè risponda al carattere
comune, è necessario che sia rettificata a gradi, giacchè nel linguaggio
ordinario e nella esperienza volgare è incompleta e vaga: è soltanto per mezzo
dell'osservazione attenta, dell'esperienza variata ed estesa e della
comparazione ripetuta, che noi riusciamo, tralasciando tutti i caratteri inutili
e accidentali, a conservare quelli essenziali e permanenti. Non tutte le idee
generali vengono formate con detto processo: vi sono, infatti, quelle che
agiscono come modelli, perchè hanno per obbietto non il reale, ma il possibile,
ed esse piuttostochè adattate all'oggetto, vengono costruitte, E il carattere
comune di tutte le idee che noi costruiamo è che esse si riducono a schemi, a
cornici in cui può venire inquadrata la realtà, comunque esse siano formate
senza tener presenti determinati oggetti reali. La conformità delle costruzioni
mentali colla realtà può e non può aver luogo: in ogni caso essa non è lo scopo
a cui si mira. Lo adattamento non è sempre esatto e vi sono dei casi in cui è
soltanto approssimativo; e ciò perchè il fatto reale è molto complicato, mentre
la costruzione mentale relativamente semplice: sbarazzato dei suoi suoi
elementi accessori e ridotto a quelli principali il primo si presenta come una
copia della seconda e tanto più entrambi coincidono quanto più o mediante
l’astrazione praticata sulla realtà tutto ciò che è accessorio vien
tralasciato, rimanendo conservato ciò che è primitivo ed essenziale, ovvero
mediante il processo contrario, la determinazione, tutto ciò che manca agli
schemi mentali vien loro attribuito dall'immaginazione. Tre condizioni sono
richieste perchè le costruzioni mentali abbiano un certo valore obbiettivo : 1°
bisogna che gl’elementi mentali di esse siano calcati esattamente su quelli
delle cose reali: 2° che gli stessi elementi siano generali e possibilmente
universali: 3° che le combinazioni mentali siano le più semplici possibili.
Tale processo costruttivo si può applicare alle varie classi di obbietti,
giacchè in tutti noi possiamo riscontrare e isolare i caratteri generali atti
ad essere combinati tra loro. Tra i tipi mentali per tale via costruiti ve ne
sono di quelli che c’interessano in modo particolare e aì quali noi vivamente
desideriamo che le cose si conformino, tanto che il bisogno e l'esigenza di
tale conformità diviene stimolo all’azione. Noi costruiamo l'utile, il bello e
il bene e operiamo in modo da far coincidere, per quanto è possibile, le cose
colle nostre costruzioni. Avendo noi scorto ora in uno, ora in un altro degli
individui che vivono in società con noi e con cui noi siamo in continuo
rapporto dei segni esterni che sono l'espressione di qualità interiori atte a
svegliare la nostra attenzione, perchè benefiche all'individuo o alla specie,
quali l'agilità, il vigore, la alute, l’energia ecc., siamo tratti a mettere
insieme i detti segni, affine di potere contemplare un corpo umano in cui siano
appunto manifestati i caratteri da noi giudicati i più importanti e pregevoli:
ond'è che se un artista giunge ad avere la visione interiore, la immagine viva
e intensa dell’insieme di queste note, egli prende un blocco di marino e
v'imprime la forma ideale che la natura non era riuscita a mostrarci per
l’innanzi. Del pari essendo dati i vari motivi del volere umano, noi
constatiamo che l’individuo opera più di frequente in vista del suo bene personale
e quindi per interesse, molte volte per il bene di un individuo da lui amato e
quindi per simpatia e rarissimamente in vista del bene generale senza altra
intenzione che di essere utile alla società presente o futura di tutti gli
esseri forniti di sensibilità e d'intelligenza. Noi isoliamo quest'ultimo
motivo e desideriamo vederlo preponderante in ogni deliberazione umana, lo
lodiamo tanto da raccomandarlo a tutti gli altri e da fare ogni sforzo per
dargli il predominio in noi medesimi. Formatosi così l’ideale del carattere
morale, noi cerchiamo ogni mezzo per adattare a tale modello il nostro
carattere effettivo. Di guisa che le opere d’industria, d’arte e di virtù
sorgono allo scopo di colmare o discemare l'intervallo che separa le cose dalle
nostre concezioni. Vediamo ora in che consistono, sempre stando alla concezione
intellettualistica, i rapporti o i legami esistenti tra due caratteri comuni
(leggi). Notiamo subito che essi sono di varie specie: a volte i due caratteri
collegati insieme sono simultanei e allora due casi si possono presentare o il
primo carattere trae seco il secondo senza che l’ultimo tragga seco il primo:
così ogni animale fornito di mammelle ha vertebre, ma non ogni vertebrato è
fornito di mammelle (legame unilaterale o semplice): ovvero la presenza del
primo carattere trae s eco quella del secondo e alla sua volta la presenza del
secondo trae seco la presenza del primo; in ogni mammifero i denti incisivi
accompagnano sempre un tubo digestivo breve e lo svolgimento di istinti carnivori
e reciprocamente (legame bilaterale e doppio). Altre volte dei due caratteri
collegati, l'uno, chiamato antecedente, precede e l’altro detto conseguente
segue; al primo si dà il nome di causa ed all’altro quello di effetto. E anche
qui due casi si possono presentare o il primo carattere provoca colla sua
presenza l'insorgenza del secondo e alla sua volta il secondo per prodursi,
esige la presenza del primo : ogni mobile al quale s'applicano due forze
divergenti di cui l’una è continna, descriverà una curva; ed ogni mobile per
descrivere una curva richiede l'applicazione di due forze divergenti di cui
l'una è continua (legame bilaterale o doppio): ovvero il primo provoca colla
sua presenza il secon:lo senza che il secondo per prodursi esiga la presenza
del primo le vibrazioni di una certa celerità trasmesse al nervo acustico
provocano la sensazione di suono, ma quest’ultima può prodursì in noi
spontaneamente nei centri sensitivi (legame umilaterale o semplice, nesso di
causa ed effetto) (1) Ma in che consiste il legame esistente tra due caratteri
? Vi è qualche virtù o ragione segreta che risiedendo in uno di essi, trae,
provoca l'altro? Su questo punto i filosofi fautori della concezione
intellettualistica non sono d'accordo, come si dirà in seguito; per ora basterà
notare che per la più parte dei filosofi e scienziati moderni intellettualisti
le parole provocazione, legame, produzione, esigenza non sono che metafore
abbreviative. La sola nozione dice Stuart Mill sulla traccia di Hume, di cui a
tal proposito noi abbiamo bisogno può esserci fornita dall'esperienza, la quale
c’insegna che nella natura regna un ordine di successione invariabile, e che
ogni fatto vi è sempre preceduto da un altro fatto. Noi chiamiamo causa
l’antecedente invariabile, effetto il conseguente invariabile. La causa reale è
la serie delle condizioni, l’inTAINE -- De VPIntelligence. sieme degli
antecedenti, senza i quali l'effetto non può aver luogo. Sicchè la causa è la
somma delle condizioni positive e negative prese insieme, la totalità delle
circostanze e contingenze di ogni specie che una volta date, sono
invariabilmente seguite dal conseguente. E la volontà produce i nostri atti
corporei come il freddo produce il ghiaccio o come una scintilla produce
un'esplosione di polvere da cannone; vi è li del pari un antecedente, la
risoluzione, che è un carattere momentaneo del nostro spirito, e un
conseguente, la contrazione muscolare che è un carattere momentaneo di uno o
più dei nostri organi; l’esperienza collega insieme i due fatti in modo da
render possibile la previsione che la contrazione terrà dietro alla
risoluzione, non altrimenti che l'esplosione della polvere segue il contatto
della scintilla - In modo più preciso si può dire che qualunque siano i due
caratteri, simultanei o successivi, momentanei o permanenti, la forza colla
quale il primo trae, provoca o suppone il secondo come contemporaneo,
conseguente o antecedente, si riduce ad una particolarità del primo considerato
solo e separatamente. S'intende dire con ciò che esso ha per sè la proprietà di
essere accompagnato, seguito o preceduto dall'altro. Del resto niente di
meraviglioso in tale costituzione delle cose, se si riflette che non è più
strano trovare delle concomitanze, dei precedenti e dei conseguenti rispetto ed
un carattere generale di quello che sia il trovarne rispetto ad un individuo
particolare o ad un fatto attuale. Non alrimenti che gl’individui e i fatti
particolari, i caratteri generali sono forme dell’esistenza non ditferenti dai
primi, se non perchè sono più stabili e più diffusi. La difficolta è tutta nel
poter osservare separatamente un tale carattere che si riscontra sempre
frammisto a molti altri c-ratteri. Due metodi ci conducono allo scopo, a
seconda che si tratta di caratteri generali reali o possibili. 1 primi essendo
formati per estrazione vera e propria vengono stabiliti con processo graduale:
e i rapporti intercedenti tra loro sono scoverti per via induttiva e formano
l’obbietto delle scienze sperimentali. I secondi essendo costruiti per
combinazione, sono come a dire delle forme, degli schemi in cui possono essere
inquadrate le cose reali. I rapporti esistenti tra loro sono rintracciati
mediante il processo deduttivo e formano l'oggetto delle cosidette scienze
costruttive. Il metodo induttivo nelle sue varie forme è un processo molto
lungo, perchè suppone la raccolta, la scelta e la comparazione di più casi. Va
notato poi che più una legge è generale e più richiede del tempo per essere
scoverta, presupponendo essa l'acquisto di diverse leggi parziali : come anche
che al di fuori della cerchia ristretta dell’esperienza compiuta, una data
legge ha soltanto un valore di probabi lità. Le proposizioni delle scienze
costruttive, o deduttive invece sono contrassegnate da caratteri di natura
opposta. In ciascuna di queste scienze, infatti, vi sono certe idee primitive
che una volta presenti allo spirito si collegano istantaneamente tra loro e con
un vincolo necessario ed universale. Tali giudizii primitivi, fondamentali,
irreducibili si dicono assiomi,la cui validità può essere dimostrata mediante
un processo lento, approssimativo, sperimentale (induttivo), ma d’ordinario la
è mediante un processo breve, esatto ed analitico (deduttivo). Qnesta seconda
specie di prova è resa possibile per questo, che i cosidetti assiomi sono in
fondo delle proposizioni ANALITICHE – cf. Grice, Method in philosophical
psychology --, in cui il soggetto contiene l'attributo o in modo molto
appariscente, il che rende l’analisi inutile (1), o in modo molto implicito, il
che rende l’analisi pressochè impraticabile. In ogni istante noi sentiamo
l’efficacia di dette proposizioni analitiche (idee latenti regolatrici): cosi
affermiamo che una data persona non ha potuto agire così, ovvero che tale
condotta non mena allo scopo, che tale atto è lodevole o biasimevole, senza che
il più delle volte noi possiamo assegnare la ragione di tuttociò, comunque
questa giaccia nascosta nel fondo del nostro animo. Tali sono per taluni (Mill,
Taine ecc.) i principii d’identità e di contradizione “ Le premier, dice il
Taine (De l’Intelligence, Vol. 2°, Lib. 1V, pag. 336), peut s’exprimer ainsi:
si dans un objet telle donnée est présente, elle y est présente. Le second peut recevoir
cette formule; si dans un objet telle donnée est pr':sente, elle n’en est point
absente: si dans un objet telle donneé est absente, elle n°’y est point
présente. Comme les mots présent et non absent, absent et non présent sont synonymes,
il est clair que dans l’axiome de contradiction aussi bien que dans l’axiome
d’identité, le second membre de la phrase repète une portion du premier; c'est
une redite; on a piétiné en place. De là un troisibme axiome metaphysique,
celui d’alternative moins vide que les précedents, car il faut une courte
analyse pour le prouver; on peut l’enoncer en ces termes: dans tout objet telle
donnée est présente on absente. En effet supposons le contraire, c'est à dire
que dans l’objet la donnèe ne soit ni absente, ni présente. Non absente cela
signifie qu’elle est présente, non présente cela signifie qu'elle est absente:
les deux ensembles signifient donc que dans l’ohjet la donnée est à la fois
présente et absente, ce qui est contraire aux deux branches de l’axiome de
contradiction, l’une par laquelle il est dit que si dans un objet telle donnée
est présente elle n’en est pas absente et l’autre par laquelle il est dit que
si dans un objet telle donne est absente elle n’y est pas présente. Maintenant,
reprenons l’axiome d’alternative et observons l’attitude de l’esprit qui le
rencontre pour la première fois. Il est sousentendu dans une fonle de
propositions; c'est parce qu'on l’admet implicitement qu’on l’admet
explicitement. Par cxemple
quelqu’un vous dit: Tout triangle est équilateral ou non; tout vertebré est
quadrupede ou non, Sars examiner aucun triangle ni aucun vertebré vous
réconsono tali che il primo racchiude il secondo, e questo è come parte di
quello, noi stabiliamo per ciò stesso la necessità della loro connessione.
EÉ=si non sono che una cosa sola considerata sotto due aspetti, onde l’
universalità assoluta del loro legame. Le proposizioni che esprimono
quest'ultimo, comunque in fondo ipotetiche in quanto aftermano soltanto che
data l'esistenza della prima idea ne consegue l’esistenza dell'altra, non sono
passibili di dubbi, di limiti, o di restrizioni. E qual'è l’ essenza delle
leggi scientifiche che formano l'oggetto delle scienze sperimentali? qual'è la
ragione dei rapporti esistenti tra le cose e tra le corrispondenti idee del
nostro spirito ? La ragione di ogni legge è riposta in quel qualcosa che
essendo comune ad entrambi i dati (intermediario esplicativo di Taine), forma
il loro legame vero ed essenziale. Tale intermediario o mezzo termine esplicativo
in qualunque modo si presenti, semplice o multiplo composto alla sua volta
d’intermezzi successivi o simultanei, di mezzi termini differenti o d-llo
stesso mezzo termine ripetuto con elementi dissimili, sì mostra sempre come
carattere o insieme di caratteri più generali (e considerati separatamente)
racchiusi nel primo elemento della coppia detta legge. S'intende che i detti
caratteri sono separabili coi nostri processi ordinari di isolamento e d'
estrazione Allo stesso modo che nelle scienze costruttive, ogni teorema
enunciante una legge è una proposizione analitica; e dei due dati collegati
insieme, il secondo è in rapporto col primo in modo oscuro o chiaro, diretto o
indiretto per mezzo di un terzo dato detto ragione, o mezzo termine esplicativo
che contenuto nel primo elemento, contiene esso stesso una serie d’intermediari
racchiusi gli uni negli altri; per modo che se si cerca la ragione ultima della
legge, il perchè ultimo dopo di che la dimostrazione è completa, si trova che
esso si riduce ad un carattere compreso nella determinazione dei fattori o
elementi primitivi, il cuì insieme forma il primo dato della legge, così in
ogni legge sperimentale il primo dato è, come a dire, un contenente più grande
che attraverso una serie di contenenti sempre più piccoli racchiude come
contenuto ultimo il secondo dato. Va notato però che nella legge sperimentale
non basta, come nel teorema matematico, metter la mano ogni volta sul
contenente per trovar ciò che si cerca (intermezzo esplicativo), ma è necessario
uscir fuori dal proprio spirito e andare a ricercare il detto intermedio nella
natura e trarnelo fuori a furia di reiterati esperimenti ed induzioni. Anche le
scienze sperimentali a forza di generalizzare arrivano a formulare delle leggi
fondamentali che fanno riscontro agli assiomi delle scienze deduttive, ma vi è
questa ditferenza che nelle ultime gli assiomi essendo ottenuti per
costruzione, possono, mediante l’ analisi, sempre essere ridotti a qualcosa di
più semplice e di più generale fino ad arrivare al principio d'identità che è
la loro sorgente comune, mentrechè nelle prime, essendo le luggi fondamentali
ottenute per mezzo dell'induzione, non si può risalire più in alto che col
seguire un metodo analogo, fino ad arrivare anche per questa via ad un assioma
ultimo o principio supremo; cosa che potrà verificarsi solo in un avvenire più
o meno lontano. Tanto nelle scienze di esperienza quanto in quelle di
costruzione l' intermediario esplicativo e dimostrativo è un carattere o un
insieme di caratteri differenti o simili inerenti agli elementi del fatto
complesso. Qualunque siano le proprietà di questo, è sempre sulle particolarità
dei suoi fattori.che devono vertere le nostre osservazioni e congetture. È
chiaro pertanto che ogni nostro sforzo deve tendere a trovare gli elementi
generatori di ogni fatto, per poterne considerare i loro caratteri e dedurre da
questi le proprietà di ciò che ne risulta. Ed anche per risolvere le questioni
di origine occorre andare in traccia del mezzo termine esplicativo e dimostrativo,
in quanto la maniera di riunirsi degli elementi ha anche la sua ragione di
essere. Quella non è che un risultato e trattandosi di un fatto storico,
racchiude un elemento dippiù, cioè l'influenza del momento storico, ovvero
delle circostanze e dello stato antecedente.. Si domanda: Vi è una legge
universale e d'ordine superiore che, per così dire, regola ogni altra legge?
Dopo tutto quello che precede, la risposta non può esser dubbia: essa esiste ed
è il principio d'identità che non è un semplice prodotto della struttura del
nostro spirito, ma è valido in sè, avendo il suo fondamento nelle cose:
proseguita l'analisi fino all'estremo limite, si trova che il composto
(effetto) non è che l'insieme dei suoi elementi ultimi disposti in un dato
modo, onde è evidente che ogni efficacia ed attività appartiene ai detti
elementi o alla loro disposizione. Il detto principio può ricevere i nomi di
principio di ragione esplicativa (ragione sufficiente) e di causalità a seconda
che si considera come principio e regolatore supremo della conoscenza ovvero
della realtà. Ammesso (e non si può non ammetterlo, perchè equivarrebbe a
negare il principio d'identità) che la presenza delle condizioni genetiche di
un dato fatto trae seco il fatto stesso, è chiaro che ogni alterazione, nel
fatto presuppone un mutamento nelle condizioni: di qui il principio che ogni
evento ha una causa, la quale è alla sua volta un altro evento. Tale è il modo
di concepire la natura delle leggi in genere da parte di quei filosofi che non
essendo disposti ad accordare alcun potere originario, alcuna spontaneità
all’intelligenza umana, fanno coincidere la realtà coll’intelligenza, l'essere
col pensiero, in modo che il principio d’ identità figura come il principio
supremo della conoscenza e dell'’esistenza. Ora, si domanda: Tale veduta
intellettualistica è atta a soddisfarci in modo completo? Nel caso negativo,
dove è manchevole e per che via si può rimediare al suo difetto?
(l’intellettualisti considerando Je leggi come nessi di caratteri o proprietà comuni
ad oggetti molteplici, ai quali nessi corrispondono poi nello spirito coppie di
idee generali, mostrano di attribuire maggior valore alle astrazioni che alla
realtà concreta : e infatti essì a più riprese ripetono che i caratteri comuni,
e quindi astratti, costituiscono ciò che vi ha di più stabile e di più solido
nelle cose: ciò mostra che essi confondono l’universale coll’ astratto.
L'universale è per sna natura obbiettivo in quanto la validità obbiettiva di un
determinato contenuto della coscienza è data dal fatto che esso si rivela
identico a qualsivoglia coscienza simile; ed è per mezzo dell’evidenza della
percezione o del pensiero che l’universale si stabilisce. L'universale riguarda
la forma, non il contenuto delle idee e dei giudizi, il quale riducendosi ad un
complesso di proprietà, esistenti solo nella mente del soggetto per mezzo delle
nozioni corrispondenti, figura effettivamente come qualcosa d’astratto. Dal che
consegue che trovare il carattere ola proprietà comune ad una serie di oggetti
non equivale ad acquistare cognizione perfetta della natura stesa degli
oggetti, come classificare le cose non equivale a determinare le leggi che le
regolano. Se noi in seguito alla comparazione di molti caratteri e di molte
nozioni riusciamo a significare con un'espressione astratta ciò che essi
presentano di comune, non possiano dire di aver formato con ciò un nuovo
concetto nello stretto. senso della parola. Per mezzo della comparazione delle
leggi naturali fra loro e dell’astrazione logica di ciò che esse offrono di
comune, noi non scovriamo nessuna legge naturale nuova, ma abbiamo
semplicemente un nuovo nome generico, un segno mnemonico riassuntivo delle
leggi che noi già per altra via conoscevamo. Pertanto va distinta la
interpretazione induttiva dei fenomeni dalla generalizzazione della
interpretazione stessa; e la definizione data dal Mill e dai suoi seguaci
dell'induzione, che questa si riduca ad un processo per cui sì conchiude da ciò
he è vero di alcuni individui di una classe ciò che è vero di tutta intera la
classe, o da ciò che avviene in un dato tempo ciò che avviene sotto circostanze
eguali in tutti i tempi, non può non rivelarsi assolutamente insufficiente. Il
metodo induttivo nelle sue varie forme si fonda da una parte sul principio di
ragione sufficiente che sarebbe vero ancorchè nella natura non sì presentassero
neanche due casi eguali, e dall’altra sul principio dell’eguaglianza della
causalità o dell’uniformità della natura che, come il primo, da una parte
esprime un'esigenza del nostro pensiero e dall’altra nn dato di fatto fornito
dall'esperienza; dato di fatto che non sarebbe mai stato constatato se la
natura propria del nostro pensiero non avesse per tale via indirizzato il
processo sperimentale. I caratteri comuni e le idee generali corrispondenti non
possono dunque costituire la struttura della realtà, giusta l’atfermazione
‘egli intellettualisti. Già i caratteri o proprietà comuni e le idee generali
vanno profondamente differenziate tra loro; i primi riguardano il contenuto
delle nostre rappresentazioni e sono null'altro che astrazioni del nostro
spirito: le altre non sono che dei giudizi potenziali e quindi implicano in sè
le leggi, anzi sono le leggi espresse e riassunte in un segno o simbolo che è
la parola. Il nome significativo pertanto lungi dall’essere un semplice
prodotto l'associazione tra date rappresentazioni e moti corrispondenti
(associazione che non si saprebbe dire come e perchè nata) è un prodotto della
collettività, i cui membri sono legati tra loro dai vincoli della simpatia e
dell'attività comune. Le prime parole espressero atti compiuti în società, e 1
primi nomi i prodotti di detti atti quali furono percepitt e rappresentati dai
vari individui. Onde consegue che le parole non sono da considerare quali
semplici SEGNI O SEMBOLI d’associazioni di rappresentazioni, ma bensi come
SEGNI O SIMBOLI del modo di prodursi di una data cosa, delle maniere di operare
di una data forma di attività; è chiaro quindi il nesso esistente tra concetto,
legge e parola: il primo è una legge o giudizio potenziale in quanto è il
centro delle relazioni che congiungono una data cosa colle altre che agiscono
su di essa, la seconda è il concetto esplicato in forma di giudizio e la parola
il simbolo esterno del concetto e insieme della legge. E qui giova notare che
al di fuori della mente che concepisce e ragiona non è lecito parlare nè di
proprietà, nè di loro legami: è nel soggetto che hanno la loro radice questi
fatti. Nell’unità della nostra coscienza noi abbiamo il tipo e il presupposto di
ogni unità empirica, sia questa dell'universo nella sua totalità, sia di una
cosa singola. Ogni forma particolare di esperienza, ogni legge dei fenomeni
porta in sè l'impronta della natura sintetica del nostro pensiero. A parlare
propriamente le leggi della natura esistono soltanto per la ragione che pensa
la natura stessa. É la ragione che per prima riduce la stabilità e l'uniformità
dei fenomeni a premesse generali e quindi a leggi da cui conseguono ì tatti
singoli. Parlare di leggi naturali al di fuori. dell’intalletto equivale a
cadere in un antropomorfismo logico che non è meno irrazionale di quello
teleologico. Certamente il concetto dell’universalità delle leggi naturali é
occasionato e rafforzato dall'esperienza in quanto senza il corso regolare dei fatti
constatabile empiricamente non sarebbe stato mai possibile applicare la nozione
di legge alla natura e la ragione sarebbe rimasta una potenza vuota, ignota a
sè stessa; ma d'altra parte la medesima nozione di legge non sarebbe mai potuta
provenire dalla semplice osservazione esterna, giacchè la natura accanto aì
fatti succedentisi regolarmente ne presenta di quelli che in apparenza non
seguono nel loro accadere alcuna regola. La nozione di legge è un portato del
riflettersi del nostro stesso pensiero, applicato di poi alla natura. Gli
antichi infatti chiamavano /ogos della natura ciò che noi diciamo legge. E per
convincersi come la struttura della realtà quale viene presentata dalla
scienza, sia una elaborazione del nostro spirito, basta pensare che a seconda
del predominio che in un'età viene assegnato ad una facoltà psichica piuttosto
che ad un'altra, si ha un concetto diverso del corso naturele dei fatti e della
costituzione intima della realtà. A ciò si aggiunga che noi in fondo in fondo
scovriamo nella natura quelle leggi che in certa guisa vi abbiamo poste: nelle
interpretazioni scientifiche le leggi da principio assumono la forma di
anticipazioni che vengono soltanto appoggiate dai fatti piuttosto che esserne
addirittura derivate o, come si dice, estratte. La percezione non ci mostra mai
casi perfettamente eguali e noi passiamo dall'esperienza sensibile a quella
intellettuale, riducendo eguali i casì col pensiero e coll’esperimento allo
scopo di trovare una conferma ai postulati logici riflettenti l'universalità
delle leggi regolanti il corso dei fatti, e l'uniformità della natura. Un altro
errore della concezione intellettualistica è quello ‘diaver fatt o delle leggi
tante ipostasi. Gl’intellettualisti, infatti, presentano le leggi come premesse
a cui, a guisa di conclusione, sono subordinati i fatti particolari, dando a
quelle più o meno celatamente una sussistenza, ed una priorità rispetto ai
fenomeni che assolutamente non hanno. Quando si dice che il rapporto di
causalità si riduce alla proprietà che ha un carattere di essere preceduto,
accom pagnato o seguito da un altro, in fondo si atterma appunto che una legge
esistente per sè possa dominare e regolare le cose. L’ espressione differente
non deve porre ostacolo alla giusta valutazione delle cose, giacchè dire che un
carattere è fornito della proprietà di essere in un dato rapporto con un altro
carattere equivale a dire che la legge determina il corso dei fatti.
Soggiungiamo che per quel che concerne i rapporti delle cose, l’azione
reciproca che e=se esercitano tra loro (dati di fatto innegabili), o noi ci
contentiamo di constatarli semplicemente, di descriverli e allora non è lecito
parlare d’ interpretazione dei fatti, giacchè in tal caso l’esigenza propria
del pensiero d’indagare il perchè delle cose rimane insoddisfatta, ovvero si
procede alla ricerca delle cause ed allora la semplice constatazione del modo
di operare delle cose si rivela insufficiente ed occorre trovare un nuovo
termine in cui sia riposta la ragione del detto modo d’agire. E chiaro poi che
la concezione intellettualistica presentandoci la realtà come un mosaico di
caratteri e proprietà comuni cuì l'intelligenza sì deve contentare di
riprodurre e di descrivere, è nell'assoluta impossibilità di spiegare il
cangiamento, il divenire, il moto delle cose e l’azione che queste
reciprocamente esercitano fra loro : è vero che parecchi di talì filosofi
negano l'esistenza di questi fatti o li dichiarano prodotti illusori della
mente, errori di prospettiva mentale ; ma chi vorrà appagarsi di simili
affermazioni sfornite come sono di qualsiasi fondamento ? Inoltre tali filosofi
che, come si è visto, dànno un'importanza ed un valore speciale ai caratteri
astratti, non dicono donde verrebbe a questi la proprietà di presentarsi
moltiplicati e ripetuti nei fatti particolari. Se si vuol negare loro qualsiasì
attività, se non si vogliono essi considerare come energie, e ciò facendo, si
ritornerebbe a qualcosa di simile alle idee platoniche, non è giocoforza
confessare che una simile struttura della realtà, non ci spiega la realtà
stessa? Le interpretazioni scientifiche, affinchè siano esatte, devono essere
contrassegnate dalle note dell’universalità e della necessità; ora
l’universale, non l’'astratto, in tanto ci può dar ragione del particolare in
quanto contiene le condizioni genetiche dei reali (es.: l'attività rispetto
agli atti singolì); l’astratto invece può essere un indizio, una manifestazione
dell’universale, ma non mai la stessa cosa di questo. I filosofi
intellettualisti per dar ragione dei rapporti delle cose espressi nelle leggi
non hanno saputo far di meglio che ridurre queste a giudizi analitici o
d'identità più o meno manifesti; in tanto il secondo termine della coppia
legge, essi hanno detto, è connesso col primo, in quanto più o meno direttamente,
più o meno implicitamente vi è contenuto. Allo stesso modo che la realtà non fa
che ripetersi continuamente esplicando in una data forma ciò che era implicito
in una forma antecedente, così le leggi non fanno per cosi dire, che distendere
ciò che era involuto in uno dei caratteri del primo termine della legge. È ciò
ammissibile ? Noi sappiamo che i rapporti fondamentali che possono intercedere
tra i concetti sono due, quello di identità e quello di dipendenza (spaziale,
temporale, condizionale): ora essi sono irriducibili l’uno all’altro e se a
taluni logici è sembrato facile riguardare la dipendenza come un'espressione
diversa dell’identità, ciò è avvenuto perchè in virtù di una interpretazione
speciale data alle formole matematiche e logiche si sono considerati come
equivalenti i rapporti d'identità e di dipendenza: ma è chiaro che il mutamento
di una espressione simbolica quale A F (funzione) B in A f B non può avere la
virtù di rendere identici i concetti di A e B. Nella seconda formola il simbolo
della funzione cela il rapporto di dipendenza. Non è lecito considerare il
rapporto di dipendenza intercedente tra A e B come equivalente all'affermazione
di una identità parziale di A e B, giacchè il simbolo dell’eguaglianza in tal
caso piuttosto che voler significare che una parte di A coincide con B vuol
dire che una parte dei casi in cui A si presenta è uguale all'insieme dei casi
in cui si presenta B. Ciò che noi effettivamente poniamo come parzialmente
eguali non sono A e B, ma i casì del loro apparire. Ed ogni eguaglianza
matematica che pone come identiche due relazioni funzionali è valida soltanto
sotto la condizione di un analoga interpretazione logica. È solamente
l’attività sintetica del nostro pensiero che può generare in noi le convizione
della verità della tesi che gli angoli di un triangolo equilatero sono eguali e
che due grandezze eguali ad una terza sono eguali tra loro: in tutti questi
rapporti noi abbiamo a che fare con dati irriducibili ad identità, sia questa
parziale che totale: l'eguaglianza degli angoli di un triangolo è la condizione
dell’eguaglianza dei lati, ma si può dire che i due fatti siano identici? Il
giudizio condizionale o ipotetico Se À è B è , può indicare una dipendenza
unilaterale, onde può venire espresso in termini di sussunzione – cf. Grice,
reductive/reducctionist -- e d'identità parziale; tutti i casì in cui À si
presenta sono eguali ad alcuni dei casi in cui B sì presenta : come può
indicare nna dipendenza reciproca ed in tal caso il suddetto. giudizio condizionale
può essere trasformato in un giudizio d'identità totale del seguente tenore:
tutti i casì in cui A si presenta sono eguali a tutti i casi in cui si presenta
B : dal che si desume che tutt’ e due le volte non si tratta dell’ identità
propriamente di A e B, ma bensi dell'identità dei casi del loro presentarsi.
Appenachè A e B sitoccano nello spazio, nel tempo o nel nostro intendimento è
lecito affermare che il loro apparire coincide, con che sì esprime soltanto la
dipendenza nella sua forma locale, temporale o condizionale. La dipendenza
lungi dall’essere distrutta, ha assunto un’atra forma. D'altra parte il
giudizio d'identità parziale A è una parte di B si può trasformare nel giudizio
ipotetico Se A è questo è B come quello d’ identità totale Ax-B nell’ipotetico
Se A è, questo è Be se Bè questo è A: in entrambi i casì l'identità espressa
già nel collegamento dei due membri del giudizio di identità, è passata nel
conseguente del giudizio ipotetico, nel quale il soggetto è sostitituito dal
pronome dimostrativo. L'identità parziale diviene così una semplice sussunzione
e quella totale una sussunzione doppia, che è poi equivalente nel fatto. In
ciascuna comparazione di A e di B l'esistenza di questi è già presupposta e
mediante la trasformazione del giudizio d’idenità in giudizio condizionale ciò
che era sottinteso viene messo in evidenza: invero a fianco ad ogni identità è
da ammettere il pensiero implicito di una condizione come a fianco ad ogni
condizionalità un'identità totale o parziale. Nell’un caso è l’esistenza o la
posizione dei concetti sottintesa come condizione del loro rapporto, mentre
nell'altro ad ogni rapporto di condizionalità -corrisponde la frequenza della
coesistenza dei dati condizionantisì, frequenza che può essere significata
soltanto con un giudizio d'identità totale o parziale Una delle caratteristiche
principali della concezione intellettualistica è data dalla maniera con cui
essa dà ragione delle leggi normative e quindi delle costruzioni ideali che ne
sono l’espressione. Noi conosciamo perfettamente per che via siè giunti a
all’enunciazione delle principali leggi normative logiche, estetiche e morali e
in base a ciò possiamo affermare con tutta sicurezza che come esce non ebbero
la loro radice nell'adattamento dell’intelligenza,del senso estetico e della
volontà a determinati rapporti esteriori, cosi non furono prodotte dalla
semplice combinazione e costruzione di elementi ricavati dal di fuori; tanto è
cio vero che i fatti esterni sono giudicati alla stregua delle dette norme, le
quali quindi devono essere considerate come aventi un’ esistenza propria
indipendente. D'altra parte i principii della Logica, dell’ Estetica e
dell’Etica non sono innati, ma vengono appresi, e richiedono uno sforzo per
esser seguiti e ciò perchè essi non sono l’espressione di leggi naturali dello
spirito, come sarà più am. piamente svolto in seguito, ma di leggi normative. E
lo stesso va detto delle nozioni fondamentali della matematica, la quale ha
questo di comune colle scienze normative, che non ha per oggetto ciò che è, ma
ciò che ha da essere, che quindi può o deve essere: così il concetto della
retta è un prodotto puro dell’attività del nostro pensiero che invece di esser
derivato da molteplici rappresentazioni particolari, serve come norma per
valutare le intuizioni sensibili. Gl'ideali di qualunque genere siano, a
qualsivoglia dominio appartengano, non vanno considerati quali estratti dalla
realtà, giacchè servono all'opposto per misurare, regolare, apprezzare questa.
Per formarsi un chiaro concetto della natura delle leggi normative o
precettive, giova tener presenti i caratteri che contradistinguono le regole
estetiche, in cui salta dippiù agli occhi da una parte la differenza esistente
tra le leggi naturali e le precettive in genere, e dall'altra quella esistente
tra le precettive ricavate da un complesso di fatti (regole dietetiche,
igieniche, ecc.), e le leggi che hanno la loro origine in una determinazione
primitiva della volontà e dell’emotività dell'anima umana. Una regola estetica
ancorchè ricavata, mediante l’astrazione, da tutte le opere artistiche
esistenti non è valida in modo incondizionato : un’opera sola che si mostri
felicemente superiore ai dettami della detta regola può limitare il valore di
questa: non è il numero di date produzioni artistiche, non è la frequenza con
cui esse si presentano che le rende belle : ogni opera artistica porta con sè
la regola, la stregua con cuì deve essere giudicata. Sicchè ogni valutazione
estetica presuppone qualcos'altro che non siano le regole astratte, e questo
qualcosa è il gusto estetico (che corrisponde al senso morale nella valutazione
morale). Se non che non bisogna credere che l'opera d’arte vada giudicata alla
stregua pura e semplice del gusto individuale, il quale per contrario
dev'essere basato sulle norme richieste dalla natura propria di una data
produzione artistica, natura propria che non è in rapporto coll’attività
spirituale di questo o quell'individuo, ma dell’uomo in genere. Il gusto
estetico non è la fonte, ma l'indice della bellezza, la quale emerge dalla
concordanza dell’opera d’arte coll’ideale estetico, che, come tutti gl'ideali,
è un prodotto della collettività e varia al variare delle circostanze. . Der
wahre Kunstrichter , diceva Lessing, folgert keine Regeln aus seinem Geschmack,
sondern hat seinen Geschmack nach den Regeln gebildet, welche die Natur der
Sache fordert . Ogni creazione artistica, come ogni prodotto spirituale è un
fatto originale che va considerato per sè e che in opposizione all’uniformità
del corso della natura ha motivi e fini propri. Ond'è che essa non può essere
valutata in modo giusto che rapportandosi ai detti motivi e fini. Sicché il
giudizio estetico come quello morale non può limitarsi a considerare
semplicemente il prodotto spirituale opera d'arte o azione morale , ma deve
tenere il dovuto conto della natura propria dello spirito umano, delle sue
tendenze ed esigenze. La valutazione estetica e morale non può essere fondata
soltanto sugli effetti degli atti spirituali, ma segnatamente sulle
determinazioni primitive della volontà e dell'emotività che diedero loro
origine. E qui occorre fare un'altra osservazione della più alta importanza. Se
i risultati delle costruzioni compiute dalle scienze che hanno per obbietto il
possibile, possono essere presentate in forma di giudizi, nel cui soggetto è
già implicito il predicato, si può sempre domandare, a quali esigenze risponda
(e con quali norme e criteri) la formazione originaria di tali costruzioni
ideali, quali appaiono nel soggetto dei sumentovati giudizi. Se il principio
d'identità può essere valido a farci scomporre sussecutivamente e
secondariamente ciò che è già composto, non può mai valere a darci la chiave
per intendere la costruzione degl'ideali, per spiegare i processi sintetici
primitivi. Per convincersi della differenza esistente tra i prodotti della
conoscenza e le costruzioni ideali basta riflettere che mentre ì primi sono
veri o falsi, reali o non reali, le altre sono rispondenti o pur no ad un dato
scopo, onde includono un apprezzamento, possibile soltanto col riferirsi ad un
ideale che funge da pietra di paragone. Si dicono vere o false bensi anche le
costruzioni matematiche, come d'altra parte le costruzioni logiche, ma la
verità o falsità in tal caso non sta a significare la rispondenza di un dato processo
mentale a qualche cosa di già esistente come accade nella conoscenza della
realtà, ma esprime la rispondenza di una data costruzione alle norme generali
del pensiero. La caratteristica della concezione animistica è riposta nella
tendenza a penetrare nel cuore delle cose: mentre la concezione
intellettualistica nella sua forma più diftusa si arrestava alla
classificazione degli obbietti, andando in traccia del carattere generale,
astratto e comune a più individui, mentre essa quindi cercava di presentare
delle ‘ormule, degli schemi in cui potessero essere compresi molteplici fatti
concreti, mentre faceva giungere la sua analisi tanto in alto da arrivare al
principio d'identità, senza curarsi della genesi dei fatti diversificati e
particolari, mentre essa poneva all'origine delle cose l’ universale senza
darsi pensiero del principio del movimento, mentre insomma essa si contentava
di catalogare la realtà, la concezione animistica ha l'intento di esaminare i
vari presupposti delle nozioni tanto adoperate nella scienza, di legge, di
rapporto, di necessità, ecc. ha di mira di non fermarsi alla considerazione
della superficie delle cose, ma dì spingere lo sguardo nella loro interiorità
per arrivare alla conchiusione che le leggi sono niente altro che determinazioni
di questa. Nel linguaggio ordinario, quando si vuol dar ragione di una cosa se
ne formula la legge, mostrando di considerare questa come una potenza, una
forza, la quale posta al di fuori o tra le cose costringa queste ultime a
presentarsi in un dato modo; ora nulla di più falso; come possono le leggi,
come può qualsiasi forma di necessità atta a regolare il corso delle cose,
esistere per sè ? Niente è concepibile al di fuori o tra gli esseri, non una
forza costruttrice, non una potenza ordinatrice antecedente o staccata dalle
cose da ordinare. Si crede di poter dar ragione delle azioni che le cose
esercitano tra loro, considerandole coie effetti di determinate proprietà
esprimenti la loro natura, colla cooperazione di determinate circostanze: ma,
se ben si riflette, vi è ragione a convincersi che vuoi il rapporto reciproco
delle cose, vuoi gli effetti particolari che in ogni singolo caso sì notano in
seguito alla coincidenza di varie cause rimangono misteri inesplicabili senza
la presnpposizione di un potere sostanzialmente unico, il quale in luogo di una
legge o formula (che, si noti, non può non essere inattiva data l’impossibilità
di spiegare la maniera in cui agisce sui fatti ad essa sottoposti e da essa
regolati), colleghi le varie cose in modo che la modificazione di una possa
riflettersi sulle altre. L'attività unica del principio supremo, fondo dell’
universo, svolgentesi in maniere e con tendenze determinate, dà ragione della
corrispondenza e delle molteplici relazioni esistenti tra le cose. L'unità
della vita del Tutto spiega il nesso delle sue varie parti costitutive. I fatti
reali e le leggi che non sono separabili tra loro, essendo la medesima cosa
considerata sotto due punti di vista, non sono chè determinazioni interiori,
momenti dalla vita universale. Non è più a parlare quindi di necessità
estrinseca alle cose, ma bensi di spontaneità interiore, non di leggi
costrittive, o di rapporti o di legami congiungenti le cose, esistenti per sè,
ma bensi di modi di operare o di processi aventi origine nell’interiorità del
Tutto. Non si tratta più di moti o di urti trasmessi dall'esterno, ma
d’impulsi, di tendenze interne, di forme dell’attività interiore. Per formarsi
un chiaro concetto della veduta animistica, giova tener presente che essa non
fa distinzione tra leggi fisichè è leggi precettive o normative, riguardando le
prime come riducibili alle ultime. Allo stesso modo chele leggi regolanti i
rapporti sociali, dicono gli animisti, non vanno considerate come esistenti in
modo indipendente, al di fuori o tra gli uomini, come potenze atte a
costringere e a guidare questi in date maniere, ma cone esistenti solo nella
coscienza degl’ individui, come aventi valore e forza solo per mezzo degli atti
degli esseri umani, così le leggi naturali vanno risguardate quali particolari
direzioni della vita interiore dell’universo. In entrambi i casì le leggi sì
riducono all’ indirizzo assunto in modo concorde dall'attività dei vari esseri,
indirizzo che all'osservazione esterna e posteriore appare come effetto di un
potere superiore regolante estrinsecamente i fatti singoli. A convincersi della
necessità di riguardare le leggi in genere quali determinazioni o forme dell’
attività interiore degli esseri, è bene (sempre secondo i fautori della
concezione auimistica) tenere a mente che ogni specie di rapporto in tanto
realmente esiste in quanto ha radice nell'unità della coscienza che l’apprende,
o meglio, che lo stabilisce, formu landolo, la quale coscienza passando appunto
da un termine all’altro li abbraccia insieme entrambi, e li congiunge
intimamente colla sua attività sintetizzatrice : onde consegue che ogni
ordinamento, ogni disposizione, ogni legge che noi poniamo nelle cose
indipendentemente dalla nostra conoscenza, non ha la sua origine e base che
nell’ Unità del Reale, che tutte cose comprende, e che per tale via si presenta
come il vero mezzo termine esplicativo di tutte lc leggi, di tutti i rapporti e
legami esistenti nell'universo. Come nell'anima individuale la relazione
reciproca dei vari stati interni dipende dalla base comune in cui tutti hanno
la loro radice, cosi l’' azione reciproca delle cose è fondata sulla loro
comune natura : ciò che fa e produce ogni singolo elemento non lo fa e produce
in quanto è questo e non altro, in quanto é formato così è non diversamente, in
quanto è fornito di queste note e proprietà e non di altre, ma in quanto è
parvenza, simbolo, espressione dell’ Uno-Tutto. Ogni forza e attitudine ad
agire emerge non da determinate proprietà delle cose che non si sa donde
provengano e su che poggino, ma dal fondo interno che per loro mezzo si
manifesta, 1’ intima verità, ragionevolezza e salda struttura del Reale, si
esprime nella concatenazione, nella coerenza e costanza dei fenomeni richiesta
dal significato che la serie fenomenica ha appunto come momento della vita
interiore universale. E molti di quegli assiomi, di quei giudizi universali
reputati per sè evidenti, lungi dall’ essere delle necessità del pensiero,
lungi dall'essere fondati sull'intima organizzazione dello spirito, sono un
prodotto dell’ esperienza, la quale col presentare in modo costante dati
rapporti finisce coll’ ingenerare nella mente la convinzione che si tratti di
rapporti logici: così il principio dell’indistruttibilità della materia sì
crede a torto fondato sulla categoria mentale della permanenza della sostanza.
I dati dell'esperienza però stanno ad indicare le particolari direzioni in
cuil’attività dell’Uno-Tutto tende a svolgersi per rispondere alle esigenze
inerenti alla sua natura. E chi crede di poter stabilire le leggi regolanti il
corso dei fatti naturali, basandosi esclusivamente sull a imperfetta cognizione
del finito, senza considerare questo quale espressione della Realtà universale,
somiglia a colui che volesse formare una teoria dei movimenti delle ombre,
facendo astrazione dal moto dei torpi, da cui quelle son proiettate. Se gli
animisti. pongono l’esseuza della legge in genere nel diverso modo di
determinarsi dell’attività interiore del Tutto nei suoi vari momenti, non è a
oredere che essi intendano di affermare che le leggi singole quali vengono
formulate ed enunciate dalle scienze particolari vadano senz'altro considerate
come espressioni complete, esclusive ed immediate dell’interiorità dell’
Uno-Tutto. È da tenere a mente che le le leggi generali, le classificazioni,
gli schemi della scienza se servono come mezzi di riproduzione e di richiamo
delle cose concrete, non valgono ad esaurire la natura del reale, tanto è ciò
vero che a seconda del vario punto di vista degli scienziati, un medesimo gruppo
di fenomeni può dar origine a leggi ed a classificazioni di ordine diverso.
Nessuna delle forme e delle leggi presentate dalla scienza può essere
considerata come perfettamente corrispondente al reale ordinamento delle cose,
le quali si rivelano come una totalità atta ad essere rappresentata nei modi
più diversi a seconda del punto di vista da cui la si considera. Spetta alla
filosofia di riguardare l'insieme valendosi delle vedute parziali offerte dalle
scienze particolari. (1) Secondo una delle forme della concezione animistica,
le leggi in genere vanno considerate come funzioni dei principii reali ed
insieme come norme, come tipi, come modelli a cui i fenomeni tendono a
conformarsi; beninteso che tali norme non sono al di- fuori, ma immanenti nei
reali stessi. In altri termini ogni cosa deve avere un dato ufficio, deve
rispondere ad una data esigenza nel sistema universale, deve essere in un dato
rapporto col Tutto : ora CITAZIONE IN TEDESCO DA SARLO: DER WANDERER, der einen
Berg umgeht,, nota molto 2a propoSito il Lotze (Microcosmus, dritt. b. 217), “
sieht, wenn er wiederholt vor-und zuciick, auf-und abwirts gcht, eine Anzahl
verschiedener Profile des Berges in voraussagbarer Ordnung wiederkehren. Keines
von ihnen ist die wahre Gestalt des Berges, aber alle sind giltige Projectionen
derselben. Die wahre Gestalt selbst aber wilrde eben so wie alle jene
scheinbaren, in irgend einer Lagerung aller seiner Punkte zu einander bestehen.
Diese eigene Gestalt, der wirkliche innere Zusammenhang der Dinge lisst sich
vielleicht auch finden, und gewiss wirrde man dieses wahre objective Gesetz der
Wirklichkeit allen abgeleiteten und nur giltigen Ausdriicken desselben
vorziehen. .in questo legame dell’elemento singolo del Tutto consiste appunto
la legge, la quale considerata per sè assume la forma di una regola astratta e
quindi di qualcosa di universale, di eterno, d'immutabile, capace d'avere
un'attuazione ed una concretizzazione più o meno complete (1). Di leggi o di
forme se ne possono poi distinguere tre diversi gruppi: 1° quelle che hanno la
loro piena ed Teichmiiller, Philosophie u. Daricinismus, Dopart. Qu sorge
spontaneo un quesito della più alta importanza : le leggi o norme considerate
nella loro universalità hanno la prima origine nell’ intelligenza umana, ovvero
presuprongono un’altra intelligenza d’ordine superiore ? Se le leggi sono un
prodotto dell’ intelligenza umana, non si vede come possano essere considerate
quali norme, tipi, modelli a cui i fatti particolari e concreti tendano a
conformarsi. D'altronde se la legge vien considerata obbiettivamente come una
funzione del reale, non può essere più riguardata come norma o tipo, a meno che
non si vogliano identificare tutti i reali collo spirito umano quale si
presenta in un grado avanzato di svolgimento, quando cioè ha acquistato
l’attitudine ad operare secondo principii o rappresentazioni di leggi. Non si
vede poi come le leggi normative concepite quali funzioni, quali disposizioni
specifiche, possano essere considerate modelli o tipi dei fatti reali. Un fatto
può essere modello rispetto ad un altro fatto, ma non lo può mai una funzione o
un’esigenza che in tanto è reale in quanto è in azione, in quanto riceve la sua
completa esplicazione dal concorso di svariati fattori. Eppoi come si fa a
conciliare l’assolutezza, l’eternità, l’ immobilità delle leggi normative col
fatto che esse vengono riguardate quali modelli atti ad avere un’attuazione più
o meno completa? La concretizzazione di un tipo, la realizzazione di un ideale
racchiude necessariamente un processo reale nel tempo, tanto più se si
considera la norma, il tipo come un’esigenza immanente nella realtà concreta;
diversamente bisognerà ammettere la disgiunzione dell’ idea dal fatto: concetto
codesto che implica una quantità di problemi insolubili: p. es. l’idea come,
dove e perchè esiste disgiunta dall’esistenza concreta ? Il fatto è che le
leggi nel loro significato reale sono funzioni dei reali e come tali non avendo
alcuna esistenza separata da questi, non sono modelli o norme determinanti i
fenomeni: è solamente il pensiero umano che riesce a separarli dall’esistenza e
a riguardarli per sè come elementi intelligibili e quindi nenessari,
universali, eterni (su) specie aeternitatis) della realtà, assoluta attuazione
nei fenomeni (leggi fisiche e chimiche), perchè non sono che funzioni semplici
dei reali; 2° quelle che si presentano solo come regole che non hanno
un'applicazione necessaria (leggi biologiche, etiche, ecc.), in quanto
presuppongono la co-operazione di molteplici reali determinantisi vicendevolmente
in svariate funzioni rispondenti ad uno scopo in rapporto alla loro dipendenza
da un principio unico, centro della sintesi; 3° quelle forme della realtà che
d'ordinario si chiamano accidentali risultanti dalla cooperazione. di
molteplici fattori non sottoposti però ad alcuna regola o norma. Onde sì hanno
forme necessarie, normative ed accidentali. Da tuttociò consegue che la legge
presupponendo l’azione reciproca dei reali, presuppone per ciò stesso il loro
nesso, la loro unità reale che è concepibile soltanto come sistema, e quindi
come coordinazione di elementi diversi in vista del conseguimento di un fine
unico. Accennavamo già disopra al modo di considerare il rapporto esistente tra
leggi naturali e normative da parte degli animisti: giova ora insistere su ciò,
notando che il modo di concepire l'essenza della legge in genere ha spesso il
suo riflesso nella maniera di valutare la differenza esistente tra ì vari
ordini di leggi. La concezione animistica pone su una stesssa linea le leggi
fisiche e quelle morali o precettive dando ad entrambe uno stesso valore. Il
rapporto di causalità (sempre secondo tali filosofi) è il fondamento delle
regole pratiche nella Morale, nel Dritto, come lo è delle leggi sperimentali:
rapporto di causalità che nelle sue modalità sta ad esprimere la natura propria
delle cose. Le leggi non devi rubare; non devi mentire (leggi morali): ovvero:
chi ruba, chi mentisce è punito (leggi giuridiche) poggiano sul seguente
rapporto causale che non differisce in nulla da qualsiasi legge naturale : il
rubare, IL MENTIRE, ecc. RENDONO IMPOSSIBILE LA CONVIVENZA SOCIALE E CIVILE
[argomentazione trascendentale debole]. Si dice d’ordinario che le leggi
precettive o normative a differenza di quelle naturali esprimono il DOVER
[Grice on the dullness of the IS versus the rationalist interestin of OUGHT] e
non l'essere e possono soffrire eccezioni – CAETERIS PARIBUS -- GRICE. Se non
che, rispondono i fautori della concezione animistica, approfondendo l'analisi
delle leggi pratiche o precettive – o MASSIME O DESIDERATA – GRICE -- ,
seguendone Jo svolgimento storico, è agevole persuadersi che il dovere, il
precetto è in ultimo fondato sulla cognizione anteriore di dati rapporti tra le
cose, sugli insegnamenti forniti dall'esperienza in antecedenza compiuta.
Infatti, nota Paulsen, si pensi a ciò che accade nelle regole grammaticali –
cf. Austin/Grice, rule, SYMBOLO -- , il cui carattere normativo attuale si
presenta come l’espressione dell'evoluzione storica del pensiero e della
lingua. Il grammatico considera le forme grammaticali antiquate (le quali un
tempo erano anche normative), non in modo diverso da quello in cui il
paleontologo studia le forme fossili. Quanto alle eccezioni, queste si
presentano nelle leggi precettive con una frequenza maggiore che non nelle
fisiche, perchè le prime esprimendo rapporti senza confronto più complessi,
lasciano adito all'intervento di numerose condizioni pertarbatrici; il che si
può constatare anche nelle leggi biologiche, rispetto a quelle fisiche o
chimiche. Non va dimenticato che, anche queste soffrono degli strappi dovuti a
condizioni atte a neutralizzare l’azione di date cause; si pensi al modo di
comportarsi dei corpi più leggieri dell'aria rispetto alla gravità. La ragione
ultima per cui la concezione auimistica non ammette differenza di sorta tra le
leggi esplicative e quelle precettive va ricercata in ciò che per essa tanto i
fatti naturali quanto gli atti umani non rappresentano che forme dell’attività
o spontaneità interiore, e mentre il fondamento prossimo di entrambe le specie
di leggi va riposto nell' esperienza, quello ultimo risiede nel significato che
hanno per lo Spirito universale date forme di attività. L’imperativo delle
leggi precettive è dovuto al fatto che esse si rapportano in modo immediato e
diretto all'attività pratica umana e solo in quella forma apportano vantaggio
allo sviluppo umano, mentre le leggi dichiarative esprimono dei rapporti
estrinseci a noi ed hanno l’obbiettivo di constatare semplicemente dati di
fatto. Le prime insomma considerano gli eventi dal punto di vista del valore
pratico, lasciando nell'ombra le basi di questo; le altre si fermano sulle
premesse, trascurando ciò che ne consegue; le prime mirano a porre sott'occhio
i mezzi senza curarsi dello scopo ultimo, le altre invece fondate segnatamente
sulla conoscenza, esaminano la ragione e la base di quei mezzi. Trattando della
concezione animistica merita una particolare menzione l'opinione sostenuta dal
Trendlenburg Citeremo tra i fautori della concezione animistica, Lotze, Fechner,
Teichmiller Paulsen. La discussione critica di essa sarà fatta in seguito,
trattando della concezione dualistica che è la più completa e comprensiva,
comunque non risponda a tutte le esigenze, come vedremo. È qui notiamo che non
bisogna aspettarsi di trovare in ciascun autore l’interpretazione della natura
dei vari ordini di legge nel modo tipico e quindi schematico da noi
tratteggiato, giacchè è facile comprendere come ciascun filosofo abbia un modo
proprio di considerare e di risolvere i problemi. Si tratta solo di cogliere il
concetto dominante e il principio direttivo. Trendlenburg, Logische Studien.
Leipzig che sia soltanto per via della nozione di movimento che s’intendono le
varie forme di rapporto esistente tra le cose, l’azione reciproca che queste
esercitano tra loro e sopratutto il nesso dicausalità in cui propriamente è
riposta l'essenza della legge. Il movimento per il filosofo tedesco è per sè
stesso attività creatrice, tanto è ciò vero che da esso provengono lo spazio,
il tempo, la figura e il numero : ora nel rapporto dell'attività produttrice
colla grandezza prodotta consiste appunto il nesso di causalità ; il movimento
genera delle forme e in tale azione si rivela primitivamente causalità. E la
necessità del rapporto causale trae la sua prima origine dalla coscienza dell’
identità e continuità della nostra attività produttrice. Il nesso causale
estendendosi poi fin dove arriva il movimento, e un certo movimento trovandosi
in ogni forma di pensiero, non è a meravigliarsi che la causalità appaia una
legge del pensiero a cui fa riscontro il moto di generazione e di attività che
si lascia constatare nella realtà esterna. Del resto la Fisica riduce l'essenza
della causalità a movimento, il quale colle sue molteplici trasformazioni può
dar ragione delle più svariate potenze della natura: ed è mediante il movimento
che noi intendiamo la formazione di qualcosa a sè che è considerata come
effetto: questo invero è concepito quale moto arrestato, quale prodotto
esistente per sè e a parte dal flusso dei fenomeni da cui ésso proviene e che
d’altro canto ad esso fa seguito. Riassumendo, per il Trendelenburg l'essenza
della legge va ricercata nel moto del farsi o di prodursi di una cosa, quasi
diremmo nel cammino che percorre l’attività generatrice del reale e per lui la
conoscenza delle leggi in tanto è possibile in quanto l'intelligenza rifà
mediante i giudizi il medesimo movimento, dando origine ad un prodotto
intellettuale esprimente l'essenza o ciò che val lo stesso la legge della cosa:
tale prodotto logico è il concetto vero e proprio o universale concreto. Nulla
vi ha di dato nel mondo, ma tutto si fa, tutto si costruisce in vista di un
fine: ond’'è che tale movimento di costruzione nel cui fondo giace sempre un
pensiero, è la legge obbiettivamente considerata, mentre che il medesimo moto o
attività costruttrice formulata in un giudizio ci dà la legge quale viene
enunciata dal soggetto pensante. E il concetto è un sistema di giudizi mediante
i quali lo spirito pensa fuse e compenetrate tra di loro tutte quelle
condizioni che rendono necessaria l’attuazione del processo. Se una di quelle
condizioni si pensa in sè e come capace ad unirsi con condizioni diverse di
gruppi diversi, cioè capace d'intrecciarsi in altri processi egualmente
necessari, si ha, secondo il Trendelenburg, l'universale della reale
condizione. Ciò che non va dimenticato è che lo spirito non giunge alla vera
conoscenza scientifica, al regno della necessità, prima di esser pervenuto al
concetto (legge); stantechè in esso non solamente egli informa l'essere della
sua universalità, ma scorge il processo necessario per cui questa universalità
si pone, si attua e sì svolge. Ond’è che non basta avere la rappreseniazione,
la percezione o anche la nozione astratta di una cosa qualsiasi per dire che se
ne ha una notizia scientifica, ma occorre averne il concetto, vale a dire
occorre conoscerne la legge o l’essenza. Così io dopo aver percepito la rugiada
posso averne la nozione, pensando la rugiada quale è da sè a prescindere dalle
determinazioni accidentali di spazio o di tempo: in tal caso nel puro pensiero
non ci sarà quella data rugiada, ma la rugiada in generale di cui posso dare
una definizione nominale, buona per tutte le specie di rugiada: ma me ne manca
ancora la notizia scientifica, il concetto: per il che devo ridurre quel
fenomeno particolare alla categoria dei fenomeni affini e che provengono da un
disquilibrio di temperatura, conoscere il limite della quantità di vapore
acqueo che può contenersi nell'atmosfera, e come esso limite vada
restringendosi a misura che la temperatura vada abbassandosi; come dallo
intrecciarsi di queste condizioni con l’altra della gravità per la quale i
corpi non sostenuti cadono, riceva il fenomeno della rugiada compiuta
spiegazione. Ciò che vi ha di vero, secondo noi, nell'opinione del
Trendelenburg è che se si vuo] dar ragione del divenire delle cose, del loro
modo di farsi e di generarsi non è possibile astrarre dal fattore
dell'attività, la quale si può estrinsecare in vari modi e tra gli altri per mezzo
del movimento. Questo anzi si può considerare come l’estrinsecazione per
eccellenza, la forina intuitiva dell’attività stessa. Noi però non possiamo per
nessuna via considerare col Trendelenburg il movimento come qual cosa di
primitivo e di originario, giacchè esso non è che una rappresentazione
complessa derivata dai rapporti di spazio e di tempo delle nostre sensazioni,
onde non è lecito invertire i termini at‘tribuendo a ciò che è sussecutivo e
derivato l’ufficio di principio atto a dar ragione di ciò che almeno
relativamente è originario. Per poter considerare il movimento in sè © per sè,
bisognerebbe poterlo osservare o sperimentare, senza ricorrere all’azione dei
sensi, il che è assurdo: ed anzi vi ha dippiù: a seconda delle varie formé di
sensibilità si ha di esso una notizia diversa: p. es. al senso tattile esso si
rivela con proprietà diverse da quelle con cui si rivela al senso della vista.
E ciò che noi percepiamo mediante l’azione di uno, o di un altro senso non è il
modo con cui un oggetto in moto inizia e prosegue il passaggio da un sito
all’altro dello spazio, ma bensi il fatto che l'oggetto stesso è già passato in
un altro posto: percezione codesta che ci vien fornita dalla constatazione dei
nuovi rapporti in cui l'oggetto si trova. In tanto è possibile considerare il
moto come qualcosa di primitivo e di originario in quanto ad esso vengono meta
foricamente e simbolicamente attribuiti i caratteri propri della nostra
attività interiore. I caratteri che contradistinguono la concezione dualistica
sono due: 1° stando ad essa le leggi sono una elaborazione anzi sì potrebbe
dire addirittura una produzione dello spirito sulla base dei dati provenienti
dall'esperienza, dati che son sempre qualcosa di profondamente diverso
dall'attività intellettuale capace di apprenderli, trasformandoli ed
enunciandoli in forma di leggi. E qui va notato che a seconda che si ammette o
pur no affinità o identità tra le forme del pensiero e quelle della realtà si
avranno, come si vedrà più tardi, delle suddivisioni nel seno stesso della
concezione dualistica. Ciò che in ogni caso forma il tratto caratteristico di
detta concezione è che secondo essa il contenuto dell’esperienza, la
costituzione intima del reale essendo inaccessibile all'intelletto, non può per
ciò stesso essere espresso ed intrinsecato nelle leggi, le quali ci danno così
nelle loro enunciazioni la forma del reale, ma non mai la sostanza. Così mentre
per la concezione intellettualistica e per quella animistica le leggi figurano
come dei semplici riflessi di fatti e nessi reali nell’intelligenza umana,
perla concezione dualistica le stesse si presentano come vere costruzioni e
creazioni dello spirito. 2° Stando alla medesima concezione, vi sono due
categorie fondamentali di leggi irriducibili l’una all'altra, le leggi
esplicative (leggi naturali) e le leggi normative (leggi pratiche): le prime
esprimono l'essere, le altre il dovere, e mentre quelle sono delle formule,
degli schemi che ci aiutano a richiamare in mente i casì concreti e a
catalogare la realtà, il cui contenuto è impenetrabile, le ultime indicano le
direzioni, o meglio, le esigenze della nostra attività. É naturale che se il
contenuto obbiettivo delle leggi esplicative rappresenta un'incognita per lo
spirito, non sì può dir lo stesso del contenuto delle leggi normative, le quali
riferendosi alla nostra attività figurano come l’espressione di ciò che è
intimo a noi ed ha la maggiore realtà. Il primo sostenitore della veduta
dualistica, la quale, come si è veduto, implica in fondo il distacco del dominio
dell'intelletto da quello dell'attività e il riconoscimento della spontaneità
interiore che appropriandosi dei dati dell'esperienza, li elabora e li
trasforma in determinate guise, fu E..Kant. Ogni cosa, disse Kant, è regolata
dalle leggi che nell'apprenderla e nel conoscerla vi ha impresse l'intelletto
umano, ma solainente un essere ragionevole opera secondo rappresentazioni di
leggi, ossia secondo principii ed ha quindi un volere. Ora il volere può essere
deterininato d_lla ragione in modo assoluto e imprescindibile, ovvero no: nel
primo caso le azioni riconosciute come obbiettivamente necessarie, diventano
pur tali subbiettivamente, perchè allora il volere sta nella sola facoltà di
eleggere ciò che la ragione riconosce come buono, nel secondo caso, il quale ha
luogo quando il volere può esser mosso da impulsi soggettivi e quindi non è
interamente conforme a ragione, le azioni sono obbiettivamente necessarie e
subbiettivamente contingenti; cioè la legge obbliga e rivolgendosi al volere di
un Essere ragionevole gli prescrive una determinazione conforme a ragione, ma
senza costringervelo. Però i precetti che la ragione porge al volere e quindi
le formole che li esprimono e che vengono da Kant chiamati Imperativi, possono
essere di due maniere. La ragione cioè può prescrivere un'azione come buona per
se s‘essa, e quindi come obbiettivamente necessaria senza aver riguardo ad
alcun fine e allora l'imperativo che formola questo precetto è un imperativo
categorico; oppure la ragione può prescrivere un'azione come praticamente
necessaria ad ottenere un fine reale o possibile e allora gl'imperativi che ne
formulano i precetti si dicono Iporetici; (potetici problematici, se il fine è
possibile, cioè può soltanto avvenire che l’uomo se lo proponga, ipotetici
assertori, se il fine è senz'altro e sempre voluto. È facile il vedere come,
secondo il pensiero di Kant, sebbene non sempre chiaramente espresso, al solo
Imperativo categorico debba propriamente attribuirsi la facoltà di obbligare,
di prescrivere un dovere, mentre gli altri non ci dànno propriamente che delle
regole e dei consigli. Gl’imperativi ipotetici assertori prescrivono i mezzi ai
fini svariatissimi (moralmente buoni o cattivi) che un Essere ragionevole può
proporsi: questi imperativi non sono propriamente che regole e potrebbero
chiamarsi gli imperativi dell’abilità (Geschicklichkeit). Se non che tale
veduta kantiana fu fatta segno ad obbiezioni di varie sorta. I)a una parte
Schleiermacher, Paulsen e in genere i fautori della concezione animistica,
opposero che tra legge naturale e legge normativa non esistono differenze
apprezzabili, ma a ciò fu risposto che l’affermare una tal cosa equivaleva a
confessare di non aver un’idea chiara di ciò che sia nè una legge naturale, nè
una legge precettiva. Una legge naturale infatti esprime solamentu ciò che
sotto date condizioni accade sempre senza che sia possibile il presentarsi di
una eccezione : è naturale che le condizioni divengano complesse a misura che
dalle leggi naturali di ordine generale si scende a' quelle speciali: ma non vi
è caso che un dato fenomeno enunciato in una legge naturale si presenti
immutato o costante se le condizioni corrispondenti o non si presentano del
tutto, ovvero sl presentano in modo variato o imperfetto. Ora è lecito porre
sopra una medesima linea le deviazioni degli obbietti singoli dal loro tipo
generico (ammesso pure che le dette deviazioni possano essere identificate
colle deviazioni dalle leggi naturali, il che non è) e gli strappi fatti dalla
volontà individuale ad una legge precettiva ? O nella nozione generica
s’introduce una forma di valutazione, intendendo per quella l'ideale verso cui
gl'individui di una data specie tendono, date le condizioni favorevoli, e
reputando o gni allontanamento dall’ideale come qualcosa che non doveva essere,
come una imperfezione, e in tal caso si avrà il perfetto riscontro colle
deviazioni della volontà individuale dalla legge normativa, ma ci si troverà
agli antipodi della legge naturale: ovvero si considera il tipo generico come
l’insieme di quelle proprietà che in una pluralità d’individui, data
l’uniformità e la relativa immutabilità delle loro condizioni d’origine e
d'esistenza, sì presentano in modo costante, ed in tal caso le variazioni del
tipo generico prodotte dall'azione di date cause hanno un certo riscontro colle
apparenti modificazioni delle leggi naturali, ma sono agli antipodi delle
deviazioni della volontà della legge precettiva. Per considerare le leggi
naturali come identiche in fondo a quelle morali, bisogna ridurre queste ultime
a pure descrizioni del modo come gli uomini si conducono sotto date condizioni,
ma con ciò il concetto vero del dovere viene ad essere tolto via, giacchè le
azioni umane in tal caso come i fatti naturali vengono ad essere sottratte al
giudizio valutativo vero e proprio. Il difetto della concezione animistica sta
tutto qui: nell’aver creduto di poter cancellare qualsiasi differenza tra le
leggi esplicative e quelle norinative che invece sono controdistinte da
caratteri diversissimi: le prime esprimono le condizioni sotto cui la realtà
diviene pensabile e intelligibile, stanno a significare le peculiari maniere in
cui la ragione umana reagisce di fronte all’apprensione del reale, nulla
dicendo della natura intima e del significato del reale, mentre le altre sono
esigenze proprie dello spirito rivelantisi immediatamente alla coscienza ed
esprimenti la natura propria di quello ; le prime pur accennando
necessariamente a qualcosa d'interno, non l’estrinsecano in alcun modo,
arrestandosi alla considerazione della parte formale della realtà, le altre
invece esprimono le direzioni dell’attività umana: le prime infine possono far
pensare ad una forma di attività che è il riflesso di quella interiore, mentre
le altre sono le determinazioni immediate di tale attività. Confondere le leggi
dichiarative colle precettive è come confondere la causalità esterna
(trasmissione di movimento) con quella interiore (motivazione dell’attività).
Dall'altra parte fu obbiettato a Kant: se la necessità obbiettiva si
differenzia da quella puramente subbiettiva per questo che la prima fondata
com'è sulla natura delle cose, é valida egualmente per tutti gli esseri, mentre
l’altra fondata su particolarità individuali e subbiettive è valida soltanto
per i soggetti che son forniti di queste, come mai può avvenire che tutto ciò
che è necessario per gli esseri forniti di ragione, non è poi più necessario
per una parte di essi? Ciò accade, risponde Kant, perchè l’uomo risulta di varî
elementi per modo che ciò che è necessario per l’uno di questi, può benissimo
essere accidentale per l'altro. È necessario così l'adempimento della legge
morale per l’uomo considerato come essere ragionevole, il quale colla ragione
appunto conosce la necessità della legge stessa ; ma all'opposto non è
necessario per l’uomo considerato solo come essere fornito di volere, perchè
come tale non è spinto all’azione solo dalla ragione, ma anche da altri
impulsi. E la legge morale è appunto una legge della volontà, in quanto pone
come necessario che l’uomo segua col suo volere una determinata direzione.
Riconoscere questa necessità e insieme affermare che la volontà umana non
concorda necessariamente con la legge morale non include nient'affatto
contradizione, se sì pensa che nel primo caso si tratta di una necessità
diversa da quella del secondo caso: donde la distinzione della necessità
obbiettiva della esigenza morale da quella subbiettiva basata sul rapporto
della volontà con la detta esigenza. Se non che tale distinzione, si è notato
dagli oppositori, non regge in quanto la neeessità obbiettiva si riferisce
appunto alla voloutà e quindi abbraccia la necessità subbiettiva. In seguito a
ciò, pure ammettendo che il concetto li legge sia suscettibile di due
interpretazioni diverse a seconda che si tratti di leggi esplicative o precettive,
si è cercato altrove il fondamento della detta distinzione. Si è cominciato col
notare come non soltanto nel campo della morale, rua in tutti i dominii
dell'attività umana, nessuno escluso, accada che gl’individui in casi
numerosissimi non seguono leggi, che pure si presentano col carattere più
accentuato dell’universalità. Così per quanto incondizionatamente valide si
presentino le leggi logiche e matematiche, ciò non impedisce che conclusioni
false ed errori di cali colo abbiano luogo : e lo stesso si può dire delle
leggestetiche, grammaticali, ecc. V'ha dippiù : ciò che si rileva in
opposizione alle leggi normative generali, non solo è possibile e reale, ma è
in un certo senso necessario : come al fisiologo sembra naturale la sanità allo
stesso grado che la malattia, così al psicologo l’errore e il male sembrano
naturali come il vero e il bene. Del resto le leggi precettive non esprimono
tutto ciò che è possibile, ma bensi ciò che è giusto o rispondente ad un dato
scopo. È evidente che la parola neccesità non ha un valore eguale trattando di
leggi esplicative o di leggi normative: nel primo caso la necessità implica che
un dato fenomeno risulta necessariamente dal complesso delle sue cendizioni,
nel secondo caso invece indica ciò che si deve fare perchè l'obbiettivo di una
data forma d'attività, la conoscenza del vero, la produzione del bello o la
pratica del bene, sia raggiunto. Dall’un canto la necessità serve a
contrassegnare il nesso del conseguente colle sue condizioni quale sì presenta
partendo da queste ultime come da ciò che è dato; dall'altro canto la necessità
serve a contrassegnare lo stesso nesso quale si presenta dal punto di vista del
conseguente, partendo cioè come da ciò che è dato dalla rappresentazione
dell’intento da conseguire, per mostrare sotto quali condizioni, con quali
mezzi ciò è reso possibile. Ora mentre colle cause son dati sempre e
necessariamente anche gli effetti, non si può dire che col fine o meglio colla
rappresentazione del fine sia dato sempre e necessariamente l’impiego di dati
mezzi e le modalità dell’impiego stesso, onde consegue che le leggi naturali
hanno un valore universale, mentre quelle pratiche dicono, sì, che
incondizionatamente certi scopi possono essere raggianti solo con un dato
ordine di mezzi, e in tale rapporto, se esse sono giuste, non temono smentita
dai fatti; ma dell'applicazione effettiva dei detti mezzi nulla ci dicono, per
modo che non è esclusa la possibilità che i mezzi non siano applicati e che per
conseguenza lo scopo non sia neanche lontanamente raggiunto. Le leggi
dichiarative dicono: date queste condizioni deve necessariamente conseguire
questo effetto: quelle pratiche invece: se un dato scopo deve essere raggiunto,
bisogna operare in tale maniera e non diver samente. Se poi nei casi particolari
si procederà effettivamente così e se quindi l’obbiettivo corrispondente sarà
aggiunto non è certo appunto perchè ciò dipende dal modo in cui sì determina
l’attività individuale ed è tale incertezza che trasforma la legge in una forma
di esigenza umanae. la necessità che l’esprime in dovere. Qui si presenta une
questione: É giusto mettere tutte in un fascio le leggi normative o precettive?
Noi crediamo di no, in quanto alcune di esse si presentano come regole dedotte
da determinati rapporti offerti dall’esperienza, mentre altre figurano come
l’espressione della natura propria del soggetto e quindi vanno considerate come
funziori di esso : così le leggi precettive igieniche, dietetiche ecc. in tanto
sono valide in quanto sono fondate su determinati nessi causali constatabili
per mezzo dell'esperienza e quindi contingenti, per contrario le norme logiche
e morali sono anteriori a qualsiasi esperienza, s0no esigenze dell’attività
umana e stanno a significare ciò che vi ha di proprio nella natura del soggetto
pensante sia dal punto di vista teoretico che pratico. Ma di ciò sarà trattato
più diffusamente in seguito. Dicemmo di sopra che Emmanuele Kant va considerato
come il vero fondatore della concezione dualistira, avendo egli ammesso, dopo
aver profondamente differenziato le leggi normative da quelle esplicative, che
ì giudizi necessari ed universali intorno alla realtà occasionati
dall’esperienza, in tanto sono possibili, in quanto lo spirito umano è fornito
della capacità di apprendere i fatti concreti per mezzo di forme a priori o
appercettive, le quali servono ad universalizzarli e ad obbiettivarli. Sono
queste nozioni appercettive, o predicati universalissimi o categorie, o forme a
priori, o funzioni dell’intendimento umano che unite, mediante giudizi di
ordine speciale (giudizi sintetici a priori) coi dati percettivi concreti,
rendono possibile .la scienza, cioè a dire la trasformazione del fatto
subbiettivo del sentire in qualche cosa di obbiettivo esistente in modo
ordinato nello spazio e nel tempo e insieme l'enunciazione in formule
universali delle varie sorta di azioni e di relazioni esistenti tra le cose.
Non è nostro intendimento ora fare la storia e la critica delle vedute kantiane
intorno alla possibilità dei giudizi sintetici a priori, in quanto ciò ha
formato oggettò di svariatissime e importantissime ricerche il cui risultato è
stato la trasformazione del primitivo kantismo. I mutamenti che ha subito il
pensiero kantiano, passando attraverso ia mente dei vari Logici moderni sono
stati molteplici e non sempre si fu d'accordo intorno al modo d’interpretare,
di completare e di svolgere il pensiero del maestro: tuttavia non è impossibile
collegare insieme le varie opinioni emesse, considerandole da un punto di vista
superiore. Per quanto numerose e rilevanti siano le discrepanze tra i filosofi
criticisti intorno alla estensione ed al significato dall’a priori kantiano, vi
sono dei dati ammessi da tutti e su cui non cade alcun dubbio o disparere. Così
tutti concordano nell’ammettere il corrispettivo obbiettivo dell'elemento
formale di ogni conoscenza, vale a dire la cooperazione della realtà nella
genesi delle forime appercettive, in modo che questo lungi dall’esser
considerate come semplici funzioni o obbiettiva trai zioni dello spirito umano,
sono ritenute il risultato della cooperazione di due fattori, del fattore
subbiettivo e di quello obbiettivo. D'altra parte si è d'accordo nel riguardare
le forme appercettive (le nozioni di uguaglianza e di differenza, di tutto e
parti, di grandezza, di rapporto causale tra i fatti successivi e di
connessione reciproca tra fatti coesistenti e di fine) come acquisti dello
spirito umano avvenuti sotto la guida di alcuni principî supremi comuni al
pensiero ed all'essere, quali il principio d'identità, quello di contradizione
e quello di ragione, ecc. E qui va notato che non tutti i filosofi son disposti
ad attribuire un egual valore ai suddetti principii, giacchè per taluno, come
per il Riehl, il principio regolatore supremo è quello d'identità, mentre per
altri è quello di contradizione colla cooperazione però più o meno valida degli
altri principii : questione codesta che a noi non compete di esaminare.
Conchiudendo, possiamo dire che il neo-kantismo non considera più le varie
leggi scientifiche quali giudizii sintetici aventi il loro fondamento ultimo
nei giudizii sintetitici a priori, costituenti poi i veri principii delle
scienze, ma come il risultato della trasformazione dei nessi e rapporti
puramente sperimentali in nessi e rapporti logici. Non è dunque riposta l’essenza
della legge nell’applicazione di determinate categorie ai fatti concreti, ma
nella trascrizione dei fatti o processi sperimentali in fatti e processi aventi
organismo e struttura logica. Tra i filosofi criticisti quegli che più e meglio
di tutti ha trattato la quistione della natura e delle forme della conoscenza
scientifica è certamente il Riehl], il quale nella sua pregevole opera //
Criticismo filosofico, ha emesso delle vedute degne di essere conosciute. Egli
comincia coll'’ammettere una profonda differenza tra le leggi normative e
quelle esplicative in quanto le prime esprimono il dovere in rapporto al
conseguimento di un dato scopo, mentre le altre esprimono l’essere; in base
alle prime giudichiamo del valore, dell'importanza di una data cosa, mentre in
base alie altre della realtà o della verità : le prime denotano tendenze e
s’indirizzano all’avvenire, le altre dati di fatto e vertono su ciò che è ed
accade: le prime infine sono una determinazione del gusto, del sentimento e
della volontà umana, mentre le altre sono emanazione della ragione e
dell’attività coroscitiva. Dal che consegue che la scienza, la quale si può
considerare come l'ordinamento razionale delle leggi esplicative, presenta
l’uomo quale un prodotto della natura, quale risultato delle leggi generali di
essa, mentrechè la filosofia pratica riferendosi al possibile e all’ideale,
risguarda l’uomo nella natura come causa, come un essere cioè che in base alla
conoscenza delle leggi natarali può proporsi dei fini e mettere in opera tutta
la sua attività per raggiungerli. Ma se la filosofia pratica può avere il suo
punto di partenza nella conoscenza della natura umana fornita dalla scienza
(Antropologia, Pisicologia, Storia ecc.), rapportandosi poi a ciò che deve
essere, esplica la sua azione, ponendo sempre nuove esigenze al sentimento, al
volere ed alla coscienza umana. Nell’approfondire la natura della conoscenza
scientifica il Riehl nota che la legge esplicativa che è sinonimo di rapporto
necessario, esprime l’azione esercitata sulla ragione dalla stabilità ed
uniformità del corso dei fenomeni. La relazione esistente tra la realtà e il
pensiero costituisce l'esperienza propriamente detta: e le leggi scientifiche
sono il prodotto da una parte della regolarità con cui sotto condizioni eguali
si presentano fenomeni identici, o della stabilità delle proprietà fondamentali
delle cose, e dall’ altra dell’ attività concscitiva del soggetto. Onde la
legge è per l'intelligenza ciò che è il fine per il volere e il bello per il
senso estetico : in tutti e tre i casi i due termini s'implicano a vicenda;
tanto é ciò vero che le cosidette leggi naturali lungi dall'essere in rapporto,
come a dire, accidentale colle leggi del pensiero, sono il risultato, quanto
alla loro forma, di queste ultime. Pertanto l’affermazione che in natura tutto
av. venga in modo meccanico è falsa, se s'intende dire che per tale via si
riesce a comprendere la natura propria, e le qualità intime del processo
naturale; il meccanismo delle cose lungi dal manifestare l'essenza di un
qualsiasi fatto naturale, rappresenta la forma di questo; e la meccanica
ricercando l'equivalente dei cangiamenti svolgentisi nella natura, non svela
nient’affatto la natura propria delle cause dei detti cangiamenti. É per questo
che le leggi esp imenti i rapporti delle cose devono presentare i termini
connessi in modo continuo e immediato nel tempo e in maniera intelligibile per
l'intendimento, vale a dire congiunti secondo il rapporto dell'uguaglianza
quantitativa, riducibile al principio d'identità. E a che ai riducono le leggi
del pensiero, le categorie logiche, che applicate alla realtà, rendono
possibile la formazione delle leggi scientifiche ? Le condizioni logiche
dell'esperienza, dice il Riehl (1), le categorie della Rienc, Der
philosophiscrie Kriticismus. Zw. B. Leipzig. sostanza, della causalità e
dell’unità sistematica della natura, non sono, come insegnò Kant, forme
primitive diverse e irriducibili del nostro intelletto, ma derivano da un unico
principio saperiore, da quello dell'unità e conservazione della coscienza in
genere, il quale dà loro origine quando viene applicato ai rapporti generali
presentati dall'intuizione. L'Io è cosciente della suna unità e della sua
identità con sè stesso, condizione prima di ogni altra conoscenzà, sia che
scompone una molteplicità simultanea di impressioni (la cui forma intuitiva è
lo spazio), sia che connette una serie successiva di impressioni, sia
finalmente che scompone e congiunge insieme, vale a dire che unisce i due atti
precedenti, affinchè emerga il concetto dell’unità sistematica del tutto. Noi
possiamo quindi distinguere tre diverse funzioni pertinenti alla coscienza (una
ed identica con sè stessa), una funzione analitica (che ci dà la categoria di
sostanza), una sintetica (che ci dà la categoria di causalità) ed una sintetica
ed analitica insieme (che ci dà la categoria dell'unità sistematica); mediante
la prima è differenziato il permanente dal mutevole, mediante la seconda è
collegato il cangiamento colla sua causa, mediante la terza finalmente tutto il
reale, cose e processi, viene considerato come un sistema organico composto di
varie parti. È questa l’espressione più completa e più perfetta della
concezione dualistica; e non si può non convenire che essa segna un notevole
progresso rispetto agli altri modi d’interpretare la natura delle leggi; ma
possiamo noi dichiararci soddisfatti appieno ? Notiamo subito che il difetto di
tale veduta sta tutto nel ritenere che la natura propria della legge si riduca
all’affermazione di un rapporto di natura quantitativa; ora la legge oltreché
l’espressione di una equivalenza, è l’espressione dell'attività di una cosa
sull'altra. L'ideale verso cui tende la scienza nel fomulare le sue leggi non è
l'affermazione esclusiva dei rapporti quantitativi, ma l'indagine delle
condizioni determinanti dati fenomeni, condizioni che diventano spesso visibii
all'intendimento e vengono fissate per mezzo dei rapporti quantitativi non
altrimenti che in un quadro è pel colore che diventano visibili le linee, i
punti e fino la mancanza perfetta di linee, il nero, la tenebra. É evidente
però che l'essenza della legge non può essere riposta in un momento subordinato
ed ausiliario, per quanto necessario. Con le sole leggi della meccanica, con le
sole ridistribuzioni della materia e del movimento non s’in'ende come si
possano produrre forme così diver:e della realtà. La concezione meccanica, come
quella che è solamente quantitiva, non soddisfa al bisogno che la conoscenza ha
del sistema, non rende ragione della Zinitazione e direzione delle forze. Con
la materia e col movimento soltanto noi abbiamo una possibilità affatto
indeterminata, la possibilità di mondi innumerevoli diversi: che cosa determina
la genesi del mondo della nostra esperienza ? Ciò posto, come mai si può
affermare che la scienza abbia per compito essenziale d' indagare la
costituzione meccanica del Reale? La scienza tende invece a conoscere la natura
propria delle cose quale sì manifesta per mezzo delle loro azioni o funzioni e
per mezzo del numero maggiore o minore di attinenze (delle quali le
quantitative sono una sorta soltanto) che esse hanno col rimanente della
realtà. L'essenziale della conoscenza scientifica non sta nel delineare
semplicemente le variazioni spaziali e temporali di una cosa, ma nel cercare di
studiare le proprietà, le qualità e le relazioni di essa, tanto è ciò vero che
la scienza seria ed esatta lungi dall’abbandonarsi a ricercare la spiegazione e
la ragione di tutti i fatti nei semplici spostamenti spaziali e temporali,
studia ciascuna categoria di fenomeni separatamente senza lasciarsi fuorviare
dalle analogie o somiglianze astratte e va in traccia sempre delle condizioni
peculiari concorrenti a determinare una data classe di fenomeni. E tutte le
ipotesi scientifiche non hanno la loro ragione di essere nella esigenza
imperiosa della scienza di approfondire la natura propria delle cose,
prescindendo dalla esclusiva considerazione della grandezza e della quantità ?
L'errore del Riehl è di aver identificato ogni forma di cansalità con quella
esterna o meccanica (1), chiudendosi cosi la via di interpretare i fatti di
cristallizzazione, di coesione, ecc. ecc,, buona parte dei fatti chimici e
biologici e tutti i fatti spirituali, ove vige in modo evidentissimo ‘0
principio dell’ aumento dell’ energia ; ora si (1) La causalità fisica è
profondamente diversa da quella psichica, in quanto ciò che è causa nella prima
e quindi fa essere una cosa diviene motivo nella seconda, cioè, giustifica la
cosa, ciò che in quella è azione meccanica proveniente dall’esterno (causa ed
effetto son considerati come l’una fuori dell’altro) ed è quindi accessibile
alla osservazione esterna e alla comparazione quantitativa, nell’altra è azione
interiore proveniente, anzi da ciò che vi ha di più profondo nell'essere ed è
accessibile soltanto all'osservazione interiore. La causa agisce per ciò che è
in sè, mentre il motive per il valore che gli vien dato dall'insieme della vita
spirituale, valore che può variare moltissimo, donde la varietà delle
determinazioni volontarie nei varii individui e le reazioni subbiettive diverse
ad un medesimo fatto, Da tutto ciò consegue che è una conpuò affermare che in
tutti questi casi non è a parlare di leggi, vale a dire di maniere costanti
ritmiche di operare, di rapporti necessari e universali, di funzioni
determinate, quindi di scienza? Aggiungiamo che se il principio di identità
fosse l'esclusivo principio supremo della intelligenza e se quello di ragione
non fosse inerente alla natura propria dell'intelletto, non si vede come e
perchè la cosidetta identità sintetica potrebbe entrare in azione. Secondo il
Riehl, infatti, noi siamo tratti a identificare sempre ciò che è straordinario
o inusitato con ciò che già sappiamo: ora in questo caso l’identificazione non
rappresenta che il messo di poter rispondere all’esigenza di ricercare la
ragione di ciò che ci sì rivela come nuovo e irriducibile al resto. Il fatto
prinitivo è sempre il principio di ragione e l'identificazione non è che un
mezzo, nè necessario, nè universale. Noi potremmo riferire numerosissimi esempi
per provare come la essenza della legge non vada riposta nell’enunciazione di
un rapporto quantitativo. Citeremo qualche fatto soltanto tolto dalla Biologia,
Così è noto che il ricambio materiale se può ra ppresentare una delle
condizioni indispensabili al funzionamento degli organi, non ne è la causa
determinante ed essenziale, la quale deve essere ricercata nell’
organizzazione, tradizione parlare di leggi naturali della volontà in quanto
questa opera, trasformando le cause in motivi, rendendole cioè un fatto
interno. L’operare in seguito a motivi non rende possibile l’operare secendo
leggi, m a l’operare secondo norme e regole, dal seguire le quali è agevole
sottrarsi una volta ammesso che la forza dei motivi dipende dal valore che vien
loro dato dal complesso della vita psichica, la quale essendo diversa per
ciascuno individuo, produrrà diversità anche nel modo di operare dei motivi e
quindi nella maniera di attenersi alle dette norme, nella morfologia dei
tessuti: quand’anche conoscessimo e sapessimo determinare quantitativamente
tutte le innumerevoli reazioni chimiche che si svolgono nel nostro organismo,
ci resterebbe a conoscere come l’ energia che esse sviluppano si trasformi in
funzione, come nei complicati ingranaggi dei nostri tessuti la stessa possa
estrinsecarsi sotto forma di calore, di elettricità, di moto, di secrezione, di
attività nervosa, ecc. Nell’atto chimico si deve riconoscere la causa
dell’energia disponibile, ma la funzione si determina trasformando
quell’energia, plasmandola in mille modi, presentandola sotto diversissime
manifestazioni. E qui giova notare che non selo i risultati delle reazioni
chimiche che avvengono in un organismo, ma anche le condizioni che le
determinano hanno qualche cosa di speciale e di e clusivo agli esseri viventi,
all’organizzazione, cioè ed ai suoi prodotti. Noi possiamo infatti riprodurre
alcuni di quei processi chimici che si svolgono nella trama dei nostri tessuti,
ma per ottenere gli stessi risultati dobbiamo impiegare delle altissime temperature,
delle enormi pressioni, delle correnti elettriche assai potenti o l’azione di
reattivi di tale violenza da distruggere qualunque organismo, Negli esseri
organizzati invece si hanno gli stessi effetti ad una temperatura egnale o di
poco superiore a quella del''ambiente, alla pressione atmosferica ordinaria,
sotto l'influenza di correnti appena dimostrabili ed approfittando di
debolissime affinità. Ora forse dal fatto che la vita non può ridursi al
ricambio materiale puro e semplice, determinabile quantitativamente, deriva
l'impossibilità di pailare di leggi fisiologiche o biologiche ? Tali leggi
saranno indeterminate dal punto di vista quantitativo, ma sono determinatissime
dal punto di vista qualitativo. L'essenziale non è la fissazione quantitativa,
ma quella qualitativa delle condizioni genetiche di un fenomeno. L'opinione di
Kant che si possa parlare di scienza soltanto nei casi in cuì sia applicabile
il calcolo ha ormai fatto il suo tempo, perchè anche i rapporti qualitativi
formando obbietto d'indagine, possono essere formulati in leggi. Le leggi
intese in largo senso non rappresentano soltanto il prodotto della fusione del
fattore subbiettivo dell’ unità ed identità della coscienza (e categorie
logiche che ne derivano) con quello obbiettivo dell’ uniformità e rego larità
dei fatti esterni, ma figurano anche come il rifiesso o meglio l'applicazione
delle varie forme di attività psichica (tra le quali merita particolare
attenzione l'esigenza della ragione e del fondamento delle cose e la tendenza a
rintracciare la loro reciproca dipendenza) all’azione reciproca che presentano
le cose. La scienza naturale, è vero, s'arresta alla valutazione dei rapporti
quantitativi, che sono quelli accessibili alla misura, perchè i suoi obbietti
quali determinazioni spaziali e temporali e quali limitazioni di qualche cosa
d’identico e di continuo sono paragonabili quantitativamente, ma ciò non toglie
che una forma di conoscenza superiore e più completa debba tener conto delle
varie forme di azione esercitate dalle cose tra loro. Ed anche nelle scienze
che hanno per obbietto la natura, le leggi puramente descrittive e basate
esclusivamente su rapporti quantitativi tendono a divenire genetiche e
condizionali, segno che l'esigenza della scienza non è quella di trovare semplicemente
dei rapporti di equivavalenza, ma di mostrare come le cose sussistenti solo in
quanto sono attive, operino nelle varie contingenze. Ciò che ha il maggior
interesse per l’intelletto umano non è la pura fissazione di rapporti
quantita‘ivi, ma la determinazione dei rapporti di condizionalità e di
causalità, rapporti che se sono resi visibili per mezzo delle variazioni
concomitanti quantitative, non implicano nient'affatto l'equivalenza dei
termini dei detti rapporti. D'altra parte le varie funzioni di analisi, di
sintesi, e di analisi e sintesi insieme non s'intende come possano esser
ascritte all'unità della coscienza che è sempre un concetto puramente formale e
quindi vuoto : è necessario la sostituzione di qual cosa che dia ragione della
possibilità di differenziare e diidentificare i vari fatti psichici e insieme
della possibilità di scomporre e successivamente comporre i singoli fatti per
poter fondere in ultimo i due processi in uno. Ora il concetto che risponde a
tali requisiti per noi è quello dell’altività, la quale può divenire sorgente
di atti molteplici; atti che mentre da una parte si differenziano tra loro,
sono però congiunti per questo chehanno un'origine comune. Di guisa che la
funzione analitica della (1) RieuL: Op. cit. Fr. B. Schluss Qui è bene riferire
un passo del medesimo Riehl: “ Es kinnte in der Natur nichts auch nur relativ
Selbstindiges geben wenn es in ihr nicht wahre, sondern immer nur ùbertragene,
mithin scheinbare Thàitigkcit gàbe. Nicht bloss im Moralischen, auch im Physischen
wurzelt die Selbststindigkeit in der Selbsthiitigkeit Obgleich wir uns die
Elemente nicht auf psychische Art wirkend zu denken haben, also nicht als
Monaden vorstellen, so weist doch, “ie FErscheinung der physischen Thiitigkeit
auf eine wahre von den Elemznten ausgehende, nicht blos denselben 4usserlich
eingeprigte Action zuriick. Nur was fàhig ist zu wirken ist und heisst wirklich. In d r Empfindung, die nicht blosse
Receptivitàt ist. sondern Reaction gegen den empfangenen Reiz haben wir den
Typus der Wechselwirkung auck in der nicht empfindenden Natur vor uns,
coscienza è resa possibile dall'avvertimento dei molteplici atti emergenti
dall'attività psichica, quella sintetica dall'’avvertimento della loro identità
d'origine e quella sintetico-analitica dalla fusione dei due processi o dal
congiungimento dei due momenti del medesimo fatto. Da tal punto di vista
l'essenza della legge in genere è riposta nel tentativo d’interpretare l'azione
reciproca delle cose presentateci dall'esperienza, basandosi sul modo d'operare
della nostra attività interiore. Del resto ciascun individuo nell'’enunciare
una legge, per quanto non l’esprima, sottintende tale concetto fondamentale
dell'attività. Ed è questo il sulo mode di poter comprendere l’unità delle
cose. Il detto fattore dell’attività non trova espressione adequata, perchè ciò
che è qualitativo e interno non può essere obbiettivato e insieme
universalizzato come i rapporti quantitativi, spaziali e temporali che
rappresentano il contenuto della coscienza intesa in senso universale e non di
quella individuale soltanto. Al di fuori del Criticismo, la concezione
dualistica della legge assunse una forma particolare nel Wundt, la quale merita
di essere mentovata (1). Il filosofo di Lipsia dopo aver messo in sodo che il concetto
di legge in genere originariamente derivò da quello di norma, riconobbe che
esso sì andò sempre più allontanando da questo a misura che i fatti costituenti
l'oggetto delle scienze esplicative non furono più considerati quali
estrinsecazioni d’ impulsi interiori, a misura cioè che furono presi in
considerazione dalla scienza le relazioni formali delle cose e non Wundt.
Etk:k, Stuttgart, Id. Logik. il loro contenuto e significato obbiettivo.
Pertanto la nozione di legge-norma divenne estranea da un pezzo alle scienze
naturali, contrariamente a ciò che accadde nelle scienze psicologiche e
storiche. Il processo delle scienze esplicative, nota il Wundt, s’intreccia
spesso con quello delle scienze normative, per modo che in queste si hanno
delle leggi dichiarative a fianco alle normative e viceversa: ciò che non va
dimenticato è che spesso il punto di vista esplicativo è anteriore e quindi
presupposto da quello normativo, il quale ha soltanto in esso la sua base. In
ogni caso le scienze normative si differenziano profondamente da quelle
dichiarative e descrittive per questo che nelle prime predominando le
leggi-norme, alcuni fatti sono differenziati da altri per mezzo del momento
valutativo, in base al quale i dati sono riguardati come conformi o contrari alla
norma. La contrapposizione del normale all’anormale mena alla differenziazione
del dovere dall'essere. Ora il punto di vista esplicativo conosce semplicemente
l'essere, onde le scienze che hanno per obbietto la natura considerano ciò che
è già dato e se esse accolgono anche la nozione di norma e di dovere, l'essere
in tal caso coincide col dovere per modo che non vi può essere contradizione
tra i due: il so/len diviene mdassen. Col toglier via adunque ogni forma di
valutazione viene ad essere tolta ogni possibilità di differenziare i fatti in
regolari e irregolari, in normali e anormali. Ma la valutazione in tanto è
possibile in quanto gli atti singoli che sono obbietto della valutazione, sono
considerati come un prodotto del volere umano, ond'è che essi vengono distinti
in atti conformi o non conformi alle esigenze (norme), alle direzioni
fondamentali del volere stesso. Ed è su ciò che è fondata anche la distinzione
del dovere dall’ essere. D'altra parte la norma di fronte alla volontà può
assumere la forma di comando, di regola riferentesi non soltanto alla
valutazione di atti già compiuti, ma alla produzione di fatti avvenire. Però
ogni uorma è originariameate una forma d’attività, una determinazione, una
regola del volere, e come tale, una prescrizione; è solo secondariamente che
può divenire una specie di stregua, di misura indispensabile all’apprezzamento
di a'ti già compiuti. Qui va notato che il carattere normativo non sì rivela
identico e costante in tutte le così dette scienze normative : così di tutte le
norme o regole grammaticali, una sola conserva il suo carattere obbligatorio ed
è che le forme grammaticali delle varie lingue devono esser conformi alle leggi
logiche del pensiero. Tutte le altre regole grammaticali figurano coine il
risultato di svariate condizioni psicologiche e fisiologiche. In modo analogo,
mentre la più parte delle norme giuridiche hanno la loro origine nelle mutevoli
e particolari condizioni storiche della società, alcune soltanto
indipendentemente da queste cause posseggono forza obbligatoria dovuta alla
natura morale dell'uomo. Anche nelle norme estetiche va distinto l'elemento
transitorio prodotto dalle influenze storiche della moda e delle consuetudini
da quello permanente, a cui noì siamo disposti ad attribuire il massimo valore.
Dalle molteplici radici del sentimento estetico emergono le norme estetiche che
prendono due direzioni diverse : da una parte quella riferentesi ai principii
della regolarità, della simmetria, dell'armonia, dell'ordine che sono un
prodotto del pensiero logico: e dall'altra quella relativa alle bela Li et e i
e "e _m..{i-_ b-°’’ _ieccosieliani esigenze ed emozioni etiche, per il cui
mezzo il bello parla al. cuore, assumendo le forme più elevate. Logica ed
Etica, ecco le due scienze normative vere e proprie: formando la prima la base
normativa delle scienze teoretiche, la seconda quella delle pratiche (1). Le
norme della Logica possono estendersi a tutto ciò che ci è dato dalla
intuizione e dalle nozioni da questa derivate ; ma nella loro applicazione non
involgono un giudizio valutativo intorno agli oggetti del pensiero logico ; può
solo tanto il soggetto considerato in rapporto alla sua attività cogitativa
costituire la base di un apprezzamento valutativo; le norme dell'Etica si
riferiscono immediatamente agli atti volitivi dei soggetti pensanti ed agli
oggetti solo inquanto questi debbono la loro origine agli stessi atti volitivi:
come si vede, in tal caso è il soggetto agente che nello stesso tempo forma
oggetto della nostra valutazione. Onde è chiaro che il subbietto del pensiero
logico in tanto può essere in qualche modo apprezzato in quanto è insieme
obbietto etico : il pensiero logico infatti come libero atto volontario può
essere subordinato all'attività morale. E la Logica avendo fra gli agli altri
compiti anche quello di trattare e di esaminare i criterî del pensiero vero e
il valore dello stesso, può benissimo essere chiamata Etica del pensiero. Di
guisa che il concetto del dovere non ha un significato eguale nella Logica e
nell’ Etica, giacchè per questa il dovere emerge dall'obbietto stesso della sua
considera (1) Teoretica è la ricerca scientifica vertente sul nesso reale dei
dati di fatto; pratica quella che ha per obbietto le produzioni della volontà
umana e le creazioni dello spirito. zione, mentre che nella Logica il dovere
nasce soltanto quando il processo logico è sottoposto ad un giudizio
valutativo, vale a dire quando è annoverato tra le azioni etiche. In tal guisa
per il Wundt la sorgente ultima della nozione di norma è nella moralità, e la
scienza normativa per eccellenza è l'Etica. Dipoi l’idea di norma prende due
direzioni, da una parte è applicata a quei dominii scientifici che per le loro
condizioni d'origine subbiettiva (atti volontarii) sono più affini ai fatti
morali, dall’ altra parte è applicata a tutti gli oggetti dell’esperienza
esterna ed interna, i quali sono apparsi sottoposti ad una costante regolarità
riguardo al loro modo di presentarsi, di svolgersìi ecc. Si comprende
agevolmente che la prima trasformazione ed applicazione dell'idea di norma ha
preparata la seconda, giacchè il pensiero logico, è stato tratto con molta
facilità a trasportare il suo proprio carattere normativo agli obbietti ad esso
sottoposti. D'altra parte il carattere normativo del pensiero logico non
avrebbe mai potuto svolgersi completamente senza la corrispondente costanza e
regolarità degli obbietti, la quale però, giova tenerlo a mente, non sarebbe
mai stata appresa senza il concorso dell'attività del pensiero sottoposta a
date norme: sicchè possiamo ben dire che i due indirizzi presi dall'idea di
norma, intrecciandosi, sì sono aiutati a vicenda nel loro svolgimento, l’azione
preponderante pur essendo esercitata dal carattere normativo del pensiero
logico. E qui si potrebbe osservare che considerando la norna quale regola
della volontà, quale determinazione primitiva di questa, non si spiega come
essa possa assumere la forma di comando, senza implicare costrizione, necessità
subbiettiva. Se la norma rappresenta una determinazione della volontà, perchè
si può e uon si può seguirla? Donde la scissione, lo sdoppiamento del dovere
dall'essere, dell'ideale dal reale ? Ogni difficoltà sul riguardo viene a
sparire, se si tien conto del fattore sociale nella genesi della norma. Questa
è, sì, una determinazione della volontà, una forma d'attività, ma una
determinazione della volontà sociale, una forma dell'attività collettiva,
rispetto alla quale la volonta individuale si può benissimo trovare in antitesi
per svariatissime ragioni. Il carattere normativo ha la sua sorgente
nell’intima relazione esistente tra i varii individui (soggetti pensanti e
volenti) componenti una società, i quali sono come parti organiche di un Tutto
d’ordire superiore. È il volere e la coscienza sociale che si può imporre al
volere dei singoli individui (1). Tutte le norme e regole che hanno un valore
obbligatorio sono da considerare quale prodotto della coscienza e della volontà
sociale. Invero le varie forme di società (1) Recentissimamente taluno ha
affermato che i prodotti della collettività sono inferiori alle opere compiute
dagli individui isolati: riunite insieme, si è detto, i più grandi ingegni, in
modo che tutti cooperino alla produzione di un’opera collettiva, e vedrete che
ne verrà fuori qualcosa d’ imperfetto. Se ciò sia vero o no, non importa
discutere qui: ciò che voglia no mettere in evidenza è che le produzioni
collettive naturali non vanno identificate colle produzioni artificiali,
arbitrarie di una qualsiasi riunione d'’ individui, giacchè in quest’ultimo
caso la collettività lungi dal presentare i caratteri dell'organismo assume
l’aspetto di qualcosa di meccanico. È per questo che le note antagonistiche
presentato dai vari individui invece di essere armonizzate in un’unità
superiore, si elidono a vicenda. umana, costituiscono delle vere e proprie
.unità organiche, le quali hanno delle funzioni determinate, superiori a quelle
degl'individui, adempiono ad uffici più elevati e rispondono ad esigenze, per
cui sarebbe inefficace l’attività individuale. La connessione degli spiriti,
l’azione reciproca, la solidarietà vera, perché fondata su rapporti spirituali,
dei varìl membri delle società è un fatto che ci dà la chiave per spiegare
taluni prodotti psichici complessi, che altrimenti rimarrebbero un mistero.
Così il lavorio intellettuale dei diversi individui componenti la società umana
ha avuto per effetto di fissare lo scopo ultimo, l'ideale della conoscenza,
togliendo dalle direzioni particolari dell’ attività spirituale tutto ciò che
vi era dì accidentale, di subbiettivo, d’incoerente, d’inefficace e
determinando una direzione unica e consistente, atta cioè a connettere insieme
i varii momenti del processo cogitativo e a stabilire il rapporto del pensiero
individuale con quello universale. La volontà e la coscienza sociale hanno
universalizzato il pensiero, fissando l'ideale e quindi le norme a cui si deve
conformare il prodotto psicologico individuale, affinchè possa adempiere al suo
vero ufficio. Tutto ciò che non può essere messo in rapporto col sistema di
relazioni stabilite dalla vita storica e sociale dell'umanità non ha
consistenza, e quindi non è reale nello stretto senso della parola, nè vero: e
le norme o le leggi del pensiero non rappresentano che il modo, la via da
tenere per poter connettere il fatto singolare col sistema universale; sistema
che d'altra parte alla conoscenza riflessa si rivela come generato appunto da
quei postulati della conoscenza. Ciò non toglie che si possa presentare un
fatto psichico il quale, pure essendo un prodotto naturale e quindi fornito di
una certa realtà, non possa però essere messo in connessione col sistema di
relazioni fissato dallo spirito sociale, cnde proviene che esso è rigettato
come erroneo, come falso, come non rispondente all' ideale della realtà e
verità. Con questo, intendiamoci, non sì vuole escludere la parte che la
costituzione psichica individuale ha nel determinar: le norme logiche ; così
l’unità e l'identità della coscienza rispetto alla molteplicità e diversità dei
suoi atti e del suo contenuto, la cos‘anza della sua attività rispetto alle
varie direzioni di essa concorrono a far considerare come norma e legge
dell’attività psichica un determinato modo di operare che sembra sottratto a
variazioni arbitrarie e accidentali. Onde consegue che ammesso il caso che l’unità
e l'identità della coscienza non sia conservata o che il sistema di relazioni
tra i varii fatti psichici, costituente la continuità di tutta la vita mentale
non siasi peranco formato (bambini, stati particolari dello spirito, sogni,
ecc.), sì potrà avere un prodotto psichico naturale si, ma non logico, e quindi
una violazione delle leggi che furono dette costituire l'ossatura del nostro
essere spirituale. Ma la nozione completa di norma coi caratteri che la
controdistinguono, tra i quali primeggia l'obbligatorietà, non si sarebbe
potuta avere senza la cooperazione del fattore sociale. Da qualunque punto di
vista si voglia considerare la natura dello spirito umano, lo si faccia pure
identico nella sua origine all’assoluto e al divino, il certo è che a questo
spirito il sapere costa sforzo e fatica e che sulle cose a noi bisogna pensarci
e ripensarci su, prima di intenderle, La cosa fuori di noi, se reale, diversa
essenzialmente da noi, se ideale sta da una bande, il pensiero nostro sta
dall'altra. Questa opposizione, almeno immediatamente nella esperienza
ordinaria, è innegabile, quando pure si accordi che la speculazione possa
perimerla ed annientarla. Ora in un tal distacco della cosa dal pensiero, a
questo non riesce d'’acquistare tutta la cognizione della cosa per un atto
d'intuito o per una deduzione continua da un intuito primigenio o da una
qualunque astrazione ultima. Il pensiero tenta e ritenta, cerca e ritorna a
cercare, prova e riprova. La cosa sta lì come a dire immobile; il pensiero,
come nota un arguto filosofo contemporaneo, le si agita intorno per ghermirla e
farla sua: il che vuol dire per pensarla tutta e rendersela intima. Il prodotto
di questo moto del pensiero intorno all'oggetto è la scienza. Un fatto si
complesso non è a meravigliarsi che dia origine a problemi diversi. Infatti, si
può ricercare : Quali sono i presupposti psicologici e logici di tale movimento
del pensiero ; Che cosa nell'oggetto occasiona il detto moto del pensiero ; 3°
Come il pensiero riesce a rendersi suo l'oggetto e a pensarlo qual'è; 4° Che
cosa è il pensato: che cosa, cioè a dire, è in sè il prodotto mentale di questo
moto del pensiero intorno all'oggetto. E dalla soluzione di questi problemi che
dipende la de terminazione dell'essenza della legge, Cominciamo dalla discussione
del primo. È evidente che il primo presupposto psicologico della scienza è
l’esistenza dell'intelletto o facoltà di pensare esplicantesi nel riunire o
separare mentalmente i fenomeni secondo certi rapporti (potere di sintesi o di
analisi). Come il senso ci presenta il risultato di operazioni aritmetiche e
geometriche inconsapevoli sui movimenti esterni, così il pensiero, il quale fu
detto la facoltà di confrontare le cose e di vederne i rapporti, con un secondo
lavoro ordina ed elabora le sensazioni; la qual cosa fu espressa
metaforicamente dicendo che il senso fornisce la trama con cni l'intelletto
tesse la stoffa del pensiero. I rapporti stabiliti dall’intelletto sono stati
distinti in semplici e composti: come l’analisi chimica ha mostrato che il
numero infinito dei corpi naturali si riduce a combinazioni di una sessantina
di corpi semplici, i quali potranno forse ancora ridursi ad un numero minore,
così l’ analisi psicologica ha trovato che le nostre idee possono ridursi a
poche idee elementari. Talchè se i rapporti composti sono in numero infinito,
quelli semplici sono pochi: si riducono ai seguenti: rapporto di spazio e tempo
(forme dell’intuizione), rapporti di numero (unità e pluralità), di qualità
(identità e differenza, di sostanza e di causalità. Come si vede, i detti
rapporti si riducono in parte alle categorie. A noi ora non compete di passare
a rassegna ì tentativi fatti dai vari filosofi per ridurre il numero di essi e
per dare a ciascuno un valore determinato in rapporto alla sua genesi; a noi
basta di aver messo in sodo che il pensiero non potrebbe intendere la realtà,
se non avesse l’attitudine a stabilire dei rapporti fonda:nentali tra gli
oggetti e ad ordinare e classificare questi in date maniere. Un secondo
presupposto psicologico della conoscenza scientifica è l’esistenza della
ragione propriamente detta, dell’attitudine cioè del pensiero a riflettere, a
ripiegarsi su sè stesso, è l'esistenza della coscienza di secondo grado per cuì
il fatto psichico concreto viene idealizzato. Mentre gli animali non riescono a
distingnere il caldo dalla sensazione del caldo, l’uo.no distingue la parola
dal pensiero e il pensiero dalla cosa pensata. Ora ognuno comprende che
l’astrazione e la generalizzazione che sono i due principali istrumenti di cui
lo spirito umano si serve per fissare l’essenziale e il permanente in mezzo
agli accidenti, in tanto sono possibili in quanto esiste la coscienza di
$econdo grado. Cosi facciamo un’astrazione quando separiamo mental nente le
cose dalle loro qualità : p. es. pensiamo al tringolo facendo astrazione dal
corpo triangolare e pensiamo al corpo (cioè ed una estensione tangibile),
facendo astrazione dalla sua figura e dalla materia di cui è composto : e
facciano una generalizzazione quando riuniano mentalmente in un'idea sola delle
cose che hanno delle somiglianze, ossia delle qualità comuni: coll'idea di
corpo ci rappresentiamo in qualche modo tutti i corpi nello stesso tempo. Ora è
evidente che queste operazioni non si possono fare sulle cose sensibili, ma bensi
sulle idee delle cose, sui pensieri; per compiere queste operazioni dunque
bisogna sapere che pensiamo. Si aggiunga che è mediante l’astrazione e la
generalizzazione che noi possiamo pensare le cose per via di concetti veri e
propri, i quali sono come a dire delle presentazioni di cose non imaginabili;
infatti sì può immaginare un dato color rosso, ma ciò che pensiamo colla parola
colore non è imaginabile, perchè non è nè bianco, nè nero, nè di alcuno dei
colori dello spettro. Un terzo presupposto di pertinenza della psicologia e
insieme della logica è quello riflettente il criterio dell'evidenza e della
verità obbiettiva. Se lo spirito umano non avesse la capacità di far
distinzione tra il pensare obbiettivamente necessario e quello non necessario
mediante la coscienza immediata dell’evidenza, se esso non potesse
differenziare in modo sicuro un giudizio necessariamente ed universalmente
valido da uno subbiettivo ed individuale, se insomma il pensiero umano non
potesse elevarsìi al disopra dell'esperienza e in base alla permanenza, alla
unità e identità della coscienza e in base alle norme che da queste derivano
andare in traccia del concatenamento logico delle varie leggi regolanti lo
svolgersi dei fenomeni dell’universo, la scienza non avrebbe mai potuto esistere.
Ora un tale criterio si trova in ultima analisi nel peculiare sentimento di
evidenza che accompagna un dato modo di pensare, nella necessità
subbiettivamente sperimentata, nella coscienza che noi abbiamo di non poter
pensare diversamente in date circostanze. La fede nella giustezza e nella
validità di una determinata maniera di pensare è la base di ogni certezza, onde
chi non ha una tal fede non può ammettere veruna scienza, ma solamente un
npinare. Sicchè l'universalità del nostro pensiero poggia in ultimo sulla
coscienza della necessità, e non viceversa. È evidente quindi che solo il
pensiero possiede da una parte la capacità di conoscere e dall'altra la regola
per valutare la realtà di ciò che non è prodotto dal soggetto, ma figura come
esistenza extramentale. La validità obbiettiva del contenuto del nostro
pensiero scientifico è l'effetto della concordanza criticamente stabilita tra
le forme del pensiero e quelle della realtà, la quale non è prodotta dall’
attività dello spirito (realtà esterna): da tal punto di vista la verità non
figura come concordanza iniziale, primigenia del pensiero coll'essere,
sopratutto non figura come armonia tra un atto del soggetto ed una qualità
dell’ oggetto, ma bensi come concordanza criticamente giustificata del contenuto
del nostro pensiero, reso subbiettivamente certo, con una realtà che almeno in
parfe oltrepassa l'attività puramente subbiettiva. Non dalla molteplicità
accidentale, dice il Sigwart, del contenuto su cui si affatica il nostro
pensiero, ma dall’attività del pensiero stesso deve emergere il criterio della
verità . Dall'esame critico che il pensiero fa di sè stesso emerge la
convinzione della verità di ciò che è posto necessariamente come reale dal
pensiero, la fede nella verità obbiettiva, e invero quale fatto psichico
particolare potrebbe condurci al concetto della realtà se non il pensiero che
pone sè stesso? L'identità e l’immutabilità delle determinazioni logiche
foudamentali rispondono all'unità della coscienza, la quale unità sparirebbe,
se le funzioni nelle quali sì esplica non si compissero sempre nello stesso
modo. Dopo aver parlato dei presupposti psicologici passiamo a quelli
prettamente logici. Questi son dati da quei postulati, da quei principii
indimostrabili che se possono essere violati di fatto non lo sono mai di dritto
nella coscienza e nella riflessione umana, da quei principii riconosciuti anche
dalla logica veri per una forza intima, per un sentimento. Se rifiutiamo
infatti i detti principii noi rinneghiamo il nostro stesso pensiero, struggiamo
noi stessi come esseri pensanti. Essi fanno la loro comparsa nel pensiero,
allorchè questo di fronte al prodotto delle leggi psicologiche (meccanismo
interiore) s'accorge che l’ultimo è manchevole, incompleto, non quale dovrebbe
essere in rapporto sempre all’ideale dell'attività cogitativa. Ond'è che essi
si mostrano dapprima sotto forma negativa e relativa, ossia come esigenze di
ciò che manca al prodotto psicologico, di ciò che è ne. cessario per renderlo
accettabile. Il processo psicologico, poniaino, ha addotto nel nostro pensiero
una contraddizione ? Noi non possiamo accettarla e in questo rifiuto di
riconoscerla apparisce la legge logica dell'identità. Tra i detti postulati
merita anzitutto menzione quello dell'unità razionale del tutto. Noi nello
svolgere le nostre cognizioni procediamo come se tutti gli oggetti si potessero
e si dovessero ridurre ad una sistematica unità, comunque non sia lecito
asserire dogmaticamente che tutte le cose stiano realmente sotto principii
comuni ed abbiano una ragionevole unità. Questa non è richiesta dagli oggetti
come condizione assolutamente necessaria e determinata, ma vi è solo
presupposta da noi. Però se con un principio trascendentale, come Kant lo
chiama, noi non presupponessimo questa unità sistematica come esistente negli
oggetti stessi, allora questa non sarebbe nemmeno più possibile, o almeno
perderebbe ogni valore anche come principio logico. Nè tale principio
trascendentale si può derivare dall'esperienza, poichè la ricerca di
quell’unità è per la ragione una legge necessaria: e senza di questa non vi
sarebbe più ragione, senza ragione nessuna attività connessiva dell'intelletto,
e senza quest'unità niun criterio sufficiente della stessa verità empirica. Per
il che noi dobbiamo rispetto a questa considerare quell’unità sistematica come
obbiettamente valida e come necessaria. Questa presupposizione dell'unità della
natura si trova, notò già Kant, nascosta in molti principii dei filosofi senza
che essi talora se ne siano accorti. Cosi il principio logico che ci fa ridurre
la varietà degli oggetti a generi determinati, si fonda naturalmente sopra un
principio trascendentale, in forza del quale noi presupponiamo sempre una certa
uniformità nei variì oggetti dell’esperienza, perchè senza di quell’uniformità
non sarebbe possibile nessun concetto e quindi nessuna esperienza. E qui è
necessario accennare al postulato dell’ uniformità della natura, il quale si
può formulare cosi: in circostanze uguali gli stessi antecedenti sono seguiti
dagli stessi conseguenti e reciprocamente. In fondo esso afferma che tutta la
natura è soggetta a leggi. Passiamo ora a dire degli altri principali postulati
della conoscenza, quali quello d'identità, di contradizione, del mezzo escluso
e di ragione sufficiente. La legge d'identità significa in ultima analisi che è
possibile fare dei giudizi, i quali abbiano un significato e siano veri : essa
quindi, nonostante le differenze riscontrabili nel contenuto di un giudizio,
enuncia l’identità o l’unità reale di questo : stabilisce, in altre parole, che
l'affermazione sintesi delle differenze riferita alla realtà, è vera. La legge
d' identità esprime l’ unità della realtà, in quanto ogni affermazione esclude
la discontinuità nel mondo reale, per modo che un giudizio non può essere vero
da un lato e falso dall'altro, ciò che è una volta vero è sempre vero senza
riserva; la quale può però sempre rapportarsi al contenuto del giudizio.
L'affermazione come tale è incondizi onata, cioè non è limitata da condizioni
differenti dalla determinazione del proprio contenuto (in relazione al tempo,
p. es.), il quale se è vero, è vero senza riserva. Non vi è una realtà di cui
una data affermazione sia vera, ed un'’altra di cuì sia falsa. La legge di
contradizione è il complemento di quella d'identità, giacchè essa pone la
realtà come unità consistente, vale a dire come unità che poggia su sè stessa e
le cui parti od elementi si mantengono a vicenda. Ciò che è vero non solo
rimane sempre vero applicato alla realtà, ma ha una sfera d'azione estesa, giacchè
produce effetti attì a limitare cose che sono prima facie al di fuori della
verità enunciata. Inferire dall’affermazione A è B che A non è nox B equivale a
dire che A è determinato da B rispetto a C e D. . La legge del terzo escluso è
il principio essenziale della disgiunzione, la quale implica l'alternativa
assoluta tra due O più membri positivi e significativi. Un dato giudizio e la
sua negazione non solo non possono esserè entrambi veri, ma o l’uno o l’altro
dev'essere vero e quindi significativo; dunque la negazione implica conseguenze
affermative. In tal guisa il principio del medio escluso afferma che la realtà
non solo è unità consistente, ma è un sistema le cui parti si determinano
reciprocamente. Dicendo che una negazione può menare ad una conseguenza
determinata ed esplicitamente positiva, e non soltanto, come afferma la legge
di contradizione, che una verità può trar seco conseguenze definite negative,
la legge del medio escluso presenta la realtà come un tutto avente la sua
ragione in sè stesso. La legge di ragione sufficiente emerge, per così dire,
dal punto di vista da cui è stata considerata la realtà mediante le sudette
leggi negative del pensiero. Essendo, infatti, la realtà un sistema di parti
determinantisi reciprocamente, è chiaro che ogni elemento può essere
considerato come conseguenza, effetto, prodotto di uno o di più altri elementi
e in ultimo del tutto preso nel suo complesso. Ogni fatto, dice la legge di
ragione sufficiente, ha un fondamento o ragione da cuì necessariamente deriva.
La necessità però non significa altro che una volta dato l’antecedente, la
causa, la ragione è perciò stesso dato il conseguente o l’effetto. Qui è bene
notare che l’assoluta necessità è una contradizione în adjecto, perchè ogni
necessità è condizionata ex hypothesi all'esistenza del fatto. La necessità di
cui si vuol parlare qui è quella reale, che ha il suo fondamento ultimo nel
dato di fatto elaborato. dal pensiero, elaborazione che si riduce a porre in
relazione un fatto particolare col tutto. Che cosa nell'oggetto occasiona quel
moto del pensiero che costituisce la scienza? ecco il problema che ci tocca ora
di esaminare dopo aver rapidamente passato a rassegna le varie condizioni
subbiettive. É necessario che noì qui facciamo una distinzione tra le scienze
che hanno per obbietto il reale, e quelle che hanno per obbietto ciò che può
essere o che deve essere, le prime costituendo le scienze esatte o
sperimentali, le altre le scienze normative o costruttive, quali la Logica e la
Matematica, l' Etica e l'Estetica;e ciò perché il suddetto moto del pensiero è
occasionato in modo differente nei due casi : nel primo è in funzione la
variazione successiva in qual cosa di unico, il modo costante e regolare di
operare di determinate cause, il ritorno ritmico di dati fenomeni sotto date
circostanze, nel secondo la constatazione di fatti interiori presentantisi con
una forma di necessità che manca ai dati sperimentali. Come si vede, il fatto
obbiettivo che agisce, quasi diremmo da stimolo del processo scientifico è diverso
a seconda che si tratta di scienze puramente esplicative, ovvero di scienze
normative; nè può essere diversamente se si pensa al profondo divario esistente
tra i due ordinidi sapere. Il primo ha la sua base nella costanza e regolarità
dei fenomeni ed esprime il rapporto di causalità quale si offre
all'osservazione e alla sperimentazione esterna, rapporto giustificabile
unicamente coi fatti e non significante altro che il modo costante con cui i
medesimi fatti avvengono: ed a tal proposito notiamo che anche le cosidette
scienze pratiche in quanto prescrivono i mezzi necessari, perchè un dato scopo
sia raggiunto, hanno la loro base obbiettiva nella costanza e regolarità dei
fatti, giacchè esse in fin dei conti enunciano le regole con cui certi fatti si
debbono compiere, regole fondate sopra un ordine particolare di fatti; tale è
il caso dei precetti dell’ Igiene, della Dietetica, ecc. L'altro ordine di
sapere, che lungi dal rappresentare la semplice generalizzazione. ricavata da
un complesso di fatti empirici, esprime l'ideale verso cui tende la conoscenza
e l’attività umana, deve necessariamente avere il suo punto di partenza
obbiettivo da una parte nelle tendenze, nelle aspirazioni, nelle esigenze
primitive dell'anima umana e dall'altra nell’ esperienza scientifica,
artistica, storica e sociale dell’ uman genere tutto quanto. Cosi, ad esempio,
il carattere proprio dell'obbligazione morale non può esser derivato dalla pura
esperienza, dal fatto p. es., che taluni uomini e siano anche molti, si son
prefissi questo o quello scopo, ma da una necessità interna indipendente da
qualsiasi esperienza e risiedente nella natura propria del soggetto volente, 1n
altri termini va derivato da leggi o funzioni a priori dell'essere umano, la
interpretazione delle quali può essere ricercata dalla psicologia, ma il cui
valore ne dipende così poco come quello delle leggi matematiche o logiche. È
vero che recentemente si è cercato di derivare tutte le determinazioni etiche e
giuridiche dai cosidetti rapporti bio-etici, dai bisogni sociali e quindi
dall'esperienza e non dalla nozione formale della volontà; e non v'ha dubbio
che in realtà ogni determinazione giuridica concreta risponde ad uno scopo
particolare e che ogni forma di dritto piuttesto che esser sorta
originariamente da riflessione filosofica, è sorta dalla necessità di regolare
le azioni di una parte grande o piccola della società umana: ma la
trasformazione di tale necessità in fatto di dritto, il riconoscere come cosa
conforme al dritto e come necessariamente giusto ciò che l’esperienza mostrò
rispondente ad uno scopo, e ciò che l’abitudine, mediante le consuetudini,
fissò, è cosa che può essere compresa soltanto, tenendo presente la natura
morale dell'uomo in genere e non dell'individuo singolo. Il contenuto delle
leggi giuridiche e morali, lo scopo a cui esse servono è determinato dai
bisogni dell'individuo e della società, ma la loro forza obbligatoria può
essere fondata solo sopra una necessità interiore ed universale risiedente
nella costituzione propria dalla ragione umana:ragione umana che non si può
ridurre ad una funzione dell’individuo, ma va considerata come l'espressione
dello spirito umano inteso nella sua universalità, come il riflesso della
connessione intima delle anime umane. Le esigenze morali sono una emanazione di
quell’elemento della nostra natara che c’innalza al disopra della sfera
individuale o subbiettiva. Tale elemento è appunto ciò che chiamiamo spirito,
in quanto con questo nome vogliamo ntendere ciò che ci rende atti a riflettere
sulle cause e natura delle cose, a godere del bello per sè, e a porci davanti
dei fini diversi da quelli riguardanti il nostro benessere individuale. E il
sentimento di obbligatorietà, non può sorgere insino a tanto che il ben operare
non è stimato qualcosa di necessario all'uomo come uomo, qualche cosa di
richiesto dalla sua propria natura e d’implicito in essa, qualcosa che,
trascurato, mette in contraddizione l’uomo con sè stesso, insino a tanto cioè
che non prende origine in qualsivoglia forma la coscienza della necessità
morale. Quello che abbiamo detto delle leggi normative morali può esser
ripetuto, mufatis mutandis di tutte le altre leggi normative (logiche,
estetiche, matematiche, ecc.) : ond' é che crediamo più opportuno passare al
fattore obbiettivo delle leggi esplicative. Queste in quanto causali hanno
principalmente il loro fondamento obbiettivo nell’ azione che una cosa esercita
sull'altra; azione che in principio è ammessa soltanto quando si osserva
continuità spaziale e femporale di movimenti o di altri cangiamenti. La
semplice successione di due fatti non esaurisce il significato del concetto di
azione, il quale implica il passaggio dell'atto, dell'agire da una cosa in
un'altra, producendo in quest'ultima un cangiamento che senza di ciò non si
sarebbe mai prodotto. L’idea primitiva vaga e indeterminata che vi possa essere
qualche cosa come causa, atta cioè a produrre qualcos'altro ha il suo
fondamento in tale concetto dell'agire. Se noi esaminiamo con attenzione le
particolarità dei fatti fra i quali intercede in modo chiaro una reciproca
azione, noi troviamo che la continuità spaziale e temporale dei cangiamenti
svolgentisi nelle cose porge la prima occasione a considerare queste come parti
di un unico fatto o processo. Se la vanga penetrando nella terra rimuove le
parti ad essa vicine, se la scure divide un pezzo di legno, se la mano,
premendo, spinge un corpo innanzi, nol non possiamo rappresentarci l'uno dei
movimenti senza l'altro, giacchè per l'assioma che dice che in uno stesso luogo
non possono trovarsi simultaneamente due cose, ogni movimento di un corpo
richiede lo spostamento dell'altro: e poichè l'impulso e lo spostamento si
presentano in intima connessione, è chiaro che l’imagine complessiva del
processo è ciò che primitivamente si rende evidente Di esso poi vengono
separatamente considerati, in rapporto alla duplicità delle cosein movimento,
due fatti, il moto del corpo che spinge e quello del corpo spostato. Emerge
chiara così l'idea che l’atto del primo corpo va considerato come continuantesi
nel cangiamento del secondo attraverso lo spazio e il tempo insino a che tutto
il continuo dei cangiamenti sì arresti. Nell'’azione va ricercato adunque il
fondamento reale delle connessioni che la nostra coscienza continua nel tempo e
comprensiva nello spazio stabilisce tra due fatti che si congiungono
spazialmente e temporalmemente. E allo stesso modo che rispetto ai cangiamenti
delle cose singole, noi troviamo che la continuità del cangiamento non permette
di considerare cessata d'un tratto l'esistenza di una cosa e iniziatane
un'altra, l’avvicendarsi continuo delle sensazioni presupponendo anzi un fondo
unico, così la continuazione ininterrotta delcangiamento di una cosa in quella
di un'altra è indizio sufficiente che l'atto della prima passa nella seconda, e
che quindi in quella risiede il punto di partenza dell’azione. Oltre l’azione
reciproca delle cose, in seguito alla continuità spaziale e temporale, fanno
parte del fondamento reale ed obbiettivo della legge naturale esplicativa il
corso mutevole delle cose, il presentarsi ritmico di un fenomeno, specialmente
se questo, non potendo essere riferito all'attività interna della cosa che sì
muta e si muove in modo ritmico, deve essere riguardato come prodotto da
qualcosa d'esterno ; il cangiamento insomma nelle sue varie forme e colle sue
molteplici caratteristiche da una parte e la regolarità e costanza dall'altra.
Si aggiunga infine la necessità esistente nella concatenazione dei mutamenti,
la quale nell’ inizio si presenta sotto la forma di costringimento esterno
subito dall'obbietto dell’azione e poi come necessità interiore proveniente
dalla natura propria delle cose. 3° Il terzo problema verte sulla maniera in
cui il pensiero riesce a rendersi suo l’ oggetto e a pensarlo qual’ è.. Se
l’uomo fosse fornito di una coscienza di infimo ordine i cui atti non avessero
continuità psichica nel tempo, ma fossero come chiusi nell'istante nel quale
accadono, è chiaro che il pensiero vero e propriò sarebbe impossibile.
L'intelletto in tanto può impadronirsi dell'oggetto che gli sta davanti in
quanto, distaccato il fatto psichico dalla sua matrice reale, che è poi l’atto
del sentire e del percepire, lo trasporta nel campo dell’idealità, vale a dire
lo pensa nella” sua essenza o possibilità o quiddità: ora come può avvenire
ciò? Quale è il processo per cui un fatto psichico concreto diviene pensabile ?
Se l’oggetto è semplice, irriducibile, esso viene afferrato con un atto
elementare, e tutto è finito ; non si potrà tutt' al più che ripetere un numero
di volte quella medesima percezione; ma se l'oggetto sopra un fondo identico
presenta una molteplicità di aspetti, se le variazioni successive di qualcosa
di unico si presentano in modo ritmico o in guisa da descrivere un ciclo
ripetentesi necessaria- ‘ mente, occorrerà che anche la coscienza né percorra a
cosi dire il contorno e lo segua nei suoi scompartimenti e mutamenti. Questa
operazione che il Trendelenburg, come si vide a suo luogo, figura come un
movimento del pensiero il quale riproduce il movimento generatore dell’ oggetto,
rappresenta appunto il processo con cui il pensiero fa suo l'obbietto :
processo che da una parte suppone l’azione delle leggi fondamentali del
pensiero che sono le forme primitive della coscienza, e dall'altra l'esame dei
vari caratteri costituenti il contenuto dell'obbietto stesso. Sicchè il pensare
un oggetto equivale a fissarne e a connetterne i caratteri per mezzo delle
leggi del pensiero, dal che risulta la determinazione della forma o della legge
dell'oggetto stesso, giacchè la legge non è che la forma considerata come mezzo
di riproduzione della cosa che ha quella data forma. In altri termini, noi per
pensare una cosa, di cui abbiamo avuto una percezione, dobbiamo obbiettivarla,
universalizzarla, tra. sformarla in idea, il che può avvenire soltanto, se noi
la facciamo divenire centro di un sistema di relazioni fisse e determinate,
cioè a dire di relazioni logiche e non puramente empiriche e psicologiche. È
per questo che è stato detto che la conoscenza è data dall’appercepire un dato
contenuto per mezzo di date forme, dette categorie. La conoscenza in tanto è
possibile in quanto una data rappresentazione è messa in rapporto (e di qui la
necessità dell'unità della coscienza) con qualcos’ altro, che vale come misura,
regola, stregua. Così noi volendo pensare un oggetto, cominceremo dello
studiarne i vari caratteri e proprietà, azioni e relazioni, per vedere se
attraverso la varietà delle circostanze, la molteplicità dei mntamenti, ci vien
fatto di cogliere qualcosa di identico, di stabile e di permanente che valga
appunto come misura delle apparenze fenomeniche e che in tal guisa renda
possibile la pensabilità dell'oggetto stesso, giacchè non va dimenticato che
obbietto dell'intelletto è appunto il fissare l'unoe il permanente attraverso
il molteplice e l’ accidentale. Se le cose non presentassero nulla di uniforme,
se il modo di aggrupparsi di dati caratteri non fosse costante, se la maniera
di succedersi di dati eventi giammai si ripetesse, se insomma le funzioni e le
relazioni di ciascuna cosa sì mostrassero dipendenti soltanto da contingenze
empiriche e casuae il permanente attraverso il molteplice e l’ accidentale. Se
le cose non presentassero nulla di uniforme, se il modo di aggrupparsi di dati
caratteri non fosse costante, se la maniera di succedersi di dati eventi
giammai si ripetesse, se insomma le funzioni e le relazioni di ciascuna cosa sì
mostrassero dipendenti soltanto da contingenze empiriche e casua li, non
sarebbe a parlare nè di pensiero nè di scienza. Noi dunque possiamo rappresentarci
il processo con cui il pensiero s' appropria l’ oggetto come un moto tendente a
determinare ciò che vi ha di fisso in un complesso di fenomeni; per il che i
mezzi che devono esser posti in opera saranno quelli di scomporre o analizzare
il complesso fenomenico per differenziare l'essenziale dall’ accidentale,
unendo insieme l’identico e il simile e sceverando il diverso. È chiaro poi che
ciò che agisce come nozione appercettrice (che è sempre una funzione della
coscienza variamente eccitata da dati empirici) può divenire in una ricerca
posteriore essa stessa obbietto d'indagine, per cuì avrà bisogno di una forma
appercettiva di ordine superiore, fino ad arrivare alle forme logiche supreme,
oltre le quali il pensiero non può andare. Anche queste però possono formare
oggetto di riflessione, tanto è ciò vero che sono considerate quali regole o
norme logiche e ciò per il ripiegarsi perpetuo che il pensiero fa sopra di sè
medesimo, sicchè al sopravvenise di ogni nuova riflessione pare che quello che
ne forma l’oggetio entri allora per la prima volta nel dominio della coscienza.
È naturalè che a seconda dell’obbietto verso cui l’intelletto si volge varierà
il processo con cui vien conseguito lo scopo che è l’intellezione delle cose.
Cusi mentre nelle cosidette scienze normative lo spirito tenderà ad isolare,
mettendoli in forma di giudizi, gli elementi intelligibili che sono a così dire
incorporati nelle tendenze primitive dell'attività logica, etica ed estetica,
nelle scienze esplicative si cercherà di mettere in evidenza sotto forma di
giudizi universali i rapporti costanti e regolari in cui si trovano gli
oggetti. Nel primo caso si avrà di mira di obbiettivare, di universalizzare, di
idealizzare le direzioni fondamentali dell'attività umana, il che può avvenire
staccando mediante la riflessione dal fatto concreto la rappresentazione o la
forma dell'attività stessa, mentre nel secondo caso si tenderà ad idealizzare,
ad obbiettivare ciò che le cose presentano d’identico e di permanente (le loro
azioni e relazioni), considerando questo come la causa generatrice dei vari
fenomèni appartenenti ad una data categoria. Cone si vede, nel primo caso si
universalizza effettivamente il modo di farsi delle cose, mentre nel secondo
caso solamente il modo di presentarsi a noi delle cose stesse. Vi è stato chi
ha sostenuto che il processo per cui il pensiero può effettivamente far suoi
gli oggetti, segnatamente nelle scienze naturali, sia da ridurre al processo
con cui vengono stabiliti dei rapporti di eguaglianza, per modo che, stando a
tale opinione, allora soltanto si può dire di comprendere una cosa quando può
essere stabilito un rapporto di equazione tra quella cosa e qualcos'altro di
già noto. A noi sembra che non soltanto per mezzo del rapporto d'identità, ma
anche, e sopratutto per mezzo del rapporto di dipendenza si riesca a
riconoscere le forme e ì caratteri che valgono a fissare le leggi di dati
fenomenf, Riassumendo, noi diremo che il processo con cui il pensiero riesce a
far suo un obbietto è quello di andare in traccia delle condizioni genetiche
dell'oggetto stesso, mediante la determinazione delle relazioni essenziali
(logiche) che esso ha cogli altri obbietti. Pensare un oggetto equivale a
considerarne la sua possibilità, la quale è data dalla rappresentazione od
obbiettivazione non didati caratteri o di date funzioni, ma
dall’obbiettivazione del modo costante di presentarsi dei medesimi caratteri,
dall’obbiettivazione della forma regolare permanente che essi presentano. Dal
che consegue che effettivamente ogni conoscenza è puramente formale : solamente
va tenuto presente che la forma della conoscenza non può ridursi a quella
esclusiva dell'equazione. La conoscenza di un obbietto, giova ripeterlo, è data
dalla conservazione ed obbiettivazione, mediante la riflessione di tutti i
rapporti logici fondamentali considerati a sè, a preferenza dei fatti
particolari tra cui intercedono, giusta la determinazione fattane
dall'intelletto. Lo spirito umano iu tanto può compenetrare e far sua la realtà
in quanto fissa gli elementi costanti e regolari (vale a dire ripetentisi in
modo ritmico) in essa contenuti come quelli che valgono a misurare e a valutare
gli elementi variabili e accidentali. Quanto più di costanza e di regolarità si
riscontra in una cosa tanto più vi ha di essenziale e di razionale, onde si è
tratti a considerare l’elemento fisso ed immutabile come ciò che rende
possibile, condiziona, genera la realtà concreta e varia nelle sue
manifestazioni ed estrinsecazioni. Se non che va notato che se l'intelletto
nmano si arrestasse qui non potrebbe dire d’essersi veramente impadronito
dell'oggetto, giacchè mancherebbe ancora la prova della necessità dell'elemento
costante quale generatore della realtà, prova che si può ottenere soltanto
ricorrendo all'esperimento come mezzo appropriato a mettere in evidenza le
condizioni essenziali della produzione di un dato fenomeno. Co:ne sì vede, la
mente umana per conoscere una cosa deve determinare la natura propria di questa
mediante le relazioni d'identità e di condizionalità ; deve dunque cercare
nelle cose il corrispettivo delle relazioni logiche, il che può avvenire
soltanto determinando e fissando le azioni reciproche delle cose in funzione di
quei dati obbiettivi che presentano delle proprietà logiche evidenti, quali lo
spazio, il tempo, la quaatità, ond'è che la scienza enuncia le relazioni delle
cose da essa rintracciate in funzione di spazio, di tempo, di numero che
contengono insieme i due momenti della identità e della differenziazione,
dell’attività continua e degli atti per sè esistenti. S'intende che il suddetto
processo è proprio delle scienze esplicative, giacchè quelle normative non
fanno che estrinsecare, anzi trascrivere in forma di giudizi (massime) le
determinazioni dell’attività ed emotività umana, obbiettivando mediante la
riflessione e la parola ciò che dapprima è soltanto sentito. È naturale che si
possano ricercare i fondamenti e le ragioni delle determinazioni primitive
della volontà ed attività umana e in tale indagine le scienze normative non si
allontanano dalle altre scienze esatte, in quanto non fanno che dedurre
conseguenze da dati di fatto o da principii. Il risultato del moto del pensiero
intorno all’obbietto costituisce la scienza propriamente detta, la quale è un
sistema logico di leggi, ossia di verità generali. La legge, ecco il prodotto
del pensiero riflesso, ecco il mezzo con cui l’uomo pensa e ragiona.Che cosa è
la legge? La legge può essere definita nna forma logica, atta a fare
appercepire nna data categoria di oggetti non da questo o da quell’individuo,
ma dalla coscienza in genere. La legge rappresenta ciò che vi ha
d'intelligibile nell'universo, in quanto si considera la possibilità per sè e
nonl'esistenza, il was e non il dass. Il rapporto del fatto concreto colla sua
legge può essere schematizzato mediante un giudizio il cui soggetto è il fatto
concreto e il cui predicato esprime il sistema di relazioni o di condizioni
genetiche atte a spiegare e a dare ragione del fatto concreto stesso. Una
ragione nota poi è nello stesso tempo una spiegazione ed una premessa, o
piuttosto prima una spiegazione e poi una premessa; trovar per induzione la
spiegazione di un fatto è trovare quella premessa dalla quale si poteva dedurre
il fatto, se non l’avessimo saputo prima. Così la causa del movimento d'un
pianeta è nella sua posizione rispetto al sole; la legge del suo movimento è il
modo costante con cui si muove; la ragione del suo movimento è una legge
generale scoperta da Keplero, mediante la quale (come premessa maggiore) si può
argomentare dalla posizione del pianeta rispetto al sole (come da premessa
minore) in che modo esso si muove, anche se non lo sappiamo dal telescopio. Le
leggi formulano i rapporti esistenti tra le cose, espri mendo le modalità
dell'azione di queste e la maniera di connettersi tra loro. Esse però in tanto
hannc valore (contrariamente a ciò che gli scienziati specialisti e i
dilettanti credono) in quanto simboleggiano, accennano alla natura propria,
all'essenza delle cose. Le leggi insomma hanno bisogno di un fondamento reale
che le giustifichi e le renda valide, e quanto più esse riescono a manifestare
in qualche modo e a far intravedere tale base, che è riposta in fin dei conti
nell’interiorità delle cose, tanto più rispondono alle esigenze dello spirito
umano, che tende a comprendere e a compenetrare la realtà. Le leggi adunque
sono nient'altro che mezzi di espressione dell’intimità dell'essere, ed hanno
l’ufficio da una parte di farci orientare in mezzo al continuo divenire ed alla
instabilità delle cose facendoci classificare, ordinare e prevedere gli eventi,
e dall’altra hanno l’ufficio di rendere possibile la comunicazione e
l’intendersi reciproco degli uomini nella ricerca del vero. E quanto più le
leggi figurano come segni delle determinazioni primitive dell'attività
interiore delle cose come nel caso delle norme logiche, etiche ed estetiche,
tanto più esse perdono il carattere di puri schemi per divenire mezzi acconci a
farci penetrare nel fondo della realtà. Le leggi naturali, infatti, che
d'ordinario s'arrestano a formulare i rapporti esistenti tra le cose senza
curarsi dei presupposti di tali rapporti e senza quindi curarsi di penetrare
nell’interiorità di quelle, sì presentano come qualcosa di estraneo allo
spirito, come qualcosa di manchevole e di provvisorio che esige un completamento.
Pertanto le leggi normative appagano il nostro spirito, perchè fondate in modo
diretto sull’intimità dell'essere, mentre che quelle esplicative non avendo -un
legame evidente coll’ interiorità delle cose, ci lasciano insoddisfatti. Non
intendiamo con ciò di scemare il valore o l’importanza delle leggi naturali,
giacchè queste hanno sempre l’afficio di schematizzare il corso degli eventi,
ma vogliamo soltanto affermare che esse per sè sono insufficienti, onde
presuppongono qualcosaltro, un certo concetto intorno alla natura propria del
reale. Affermare che accumular fatti e formular leggi debbano costituire gli
obbiettivi esclusivi dell'attività dello spirito umano equivale a confessare di
non avere un'idea chiara nè della realtà, nè dello spirito e insieme di non
aver mai riflettuto sulla natura della legge in genere. I giudizi leggi,
costituendo i soli punti fissi in mezzo al fluttuare continuo ed ai cangiamenti
molteplici e svariati delle cese, sono i veri legami per cui è resa possibile
la solidarietà intellettuale umana, e sono in intima relazione non soltanto
colla condotta dell’individuo, ma eziandio colla vita sociale dell'umanità. Per
darsi ragione del fascino che le leggi in genere esercitano sulla mente
dell’uomo, ‘nonostante la loro manchevolezza nell’esaurire e nel manifestare il
contenuto del reale, è bene tenere a mente la profonda analogia e l'intimo
legame che esiste tra legge e linguaggio, in quanto questo serve ad esprimere
gli elementi della realtà, mentre quella i rapporti tra i detti elementi. Le
legge è come a dire una formazione (naturale collettiva, possiamo dire)
simbolica, schematica della realtà di second’ordine che completa il linguaggio,
formazione di prim'ordine. A tale uopo giova ricordare l'ufficio della
denominazione e della parola che trovano il più perfetto riscontro nella
determinazione e fissazione delle leggi. La denominazione invero è il mezzo più
acconcio affinchè lo spirito passi dalla sfera del particolare a quella
dell’universale, stantechè quando la cosa è determinata pel suo nome, essa si
colloca per lo spirito nel luogo assegnatole nel gerarchico conserto degli
esseri, cioè si subordina alla categoria in cui è inchiusa e si rivela per le
attinenze che la collegano agli altri esseri, in una parola apparisce nella sua
universalità. Riproduciamo sul proposito le seguenti parole del Lotze: Anche
dopo avere osservato un oggetto e le sua proprietà sotto tutti gli aspetti,
dopo essercene formata dentro di noi una imagine completa non ci pare ancora di
conoscerlo perfettamente, finchè non ne sappiamo il nome. Il suono di questo,
(come il semplice formulare una legge a proposito di un fatto, soggiungiamo
noi) sembra dissipare tutto a un tratto quell’oscurità E donde mai questa
meravigliosa virtù della parola? Non ci basta che la cosa sia obbietto della
nostra percezione, essa esiste a buon diritto solo quando fa parte di un
ordinato sistema di cose, il quale ha un proprio valore e significato
indipendentemente affatto dall’averne noi contezza o no. Se noi non siamo in
grado di determinare effettivamente il posto che un avvenimento occupa nel
tutt’insieme della natura, il nome (come la legge) ci accheta. Esso è almeno un
indizio che l’attenzione di molti altri nomini si è fermata su quell'oggetto
che ora viene a colpire i nostri sguardi. Esso ci assicura almeno che la
intelligenza universale si è occupata di assegnare anche a questo oggetto il
suo luogo determinato in un tutto maggiore. Perciò un nome imposto da noi a
capriccio non è un nome: non basta che la cosa sia stata denominata da noi
comechessia, bisogna che essa sì chiami proprio così. Lotze, Mikrokosmus. Il
linguaggio supplisce in parte all’inevitabile limite dell'’umana attività,
stantechè ci agevola a maneggiare e ad adoperare come fossero compiuti e
perfetti certi prodotti del pensiero ancora incompiuti ed imperfetti e che non
possono giammai uscire da tale incompiutezza e imperfezione. Avvegnachè gli è
certo, nota il Bonatelli, da un canto che noi si pensa e si ragiona assai volte
con perfetta dirittura e sicurezza per mezzo dei vocaboli senza che ci occorra
di svolgere nei loro elementi, ossia di pensare esplicitamente i concetti che a
quelli corrispondono e dall'altro è pure un fatto innegabile che il più delle
volte non son quei con| cetti, per così dire, se non abbozzati in noi. Il che
se è un vantaggio inestimabile per l’uorao, rendendogli agevole e breve
un'operazione che altrimenti tornerebbe lentissima e penosa, non è men vero che
può essere eziandio fonte di superficialità, di sofismi, di errori e sopratutto
di quella vacuità di pensare che è vizio funesto non meno dei filosotanti che
dei saccenti volgari che si atteggiano a dottori dei popoli. E qui è il luogo
di domandare : Che cosa corrisponde nella realtà alle leggi? In altre parole,
le leggi in genere sono un prodotto esclusivo dello spirito umano, ovvero il
riflesso di qualcosa di obbiettivo? L'universo è realmente razionale, come lo
mostra la scienza, ovvero quest’ultima è da considerare come una fantasmagoria
del cervello umano ? È evidente che se le leggi fossero interamente soggettive,
mancherebbe ogni criterio della loro applicazione all’esperienza e ogni
delimitazione del loro dominio ; non resta dunque che ammettere le leggi quali
segni, trascrizioni di: qualcosa d’obbiettivo. E questo non può consistere che
nel nesso essenziale esistente tra le varie parti costituenti la realtà, la
quale va concepita come qualcosa di organico nel senso che gli elementi
costitutivi sono mezzi e fine nello stesso tempo. Dal che consegue che l’intima
ragionevolezza che anima il tutto non soltanto tiene connesse le varie parti,
ma le fa agire in modo determinato, costante e regolare. Le leggi
obbiettivamente considerate si presentano come funzioni di vari ordini di reali
aventi un’ estensione maggiore o minore. Non altrimenti che accanto allo
spirito individuale si ammette lo spirito collettivo, il quale ultimo senza
alcun dubbio determina l'altro, così si devono ammettere nella realtà tutta
quanta diversi ordini di unità collettive le cui funzioni costituiscono poi il
corrispettivo obbiettivo delle varie leggi, a cominciare da quelle particolari
ad andare a quelle universalissime che contengono in sè tutte le altre come
loro casi concreti o momenti di differenziazione. Le leggi infatti sì mostrano
tra loro in ordine logico, per modo che quando fossero trovate tutte, si
potrebbero disporre in tale maniera che partendo dalle più generali si
dimostrerebbero deduttivamente tutte le altre. É naturale poi che le varie
forme di relazione in tanto sono possibili in quanto in ultimo sono per così
dire assorbite in una unità suprema armonica e insieme comprensiva. A misura
che le dette unità collettive crescono in complessità e che la vita psichica
mediante la coscienza e la riflessione diviene predominante, le dette funzioni
perdono i loro caratteri di necessità e d'immutabilità per acquistare quella
spontaneità e quello sdoppiamento dell’essere e del dovere che caratterizza le
forme dell’attività umana. Sicchè possiamo conchiudere che la legge-essenza ha
il corrispettivo obbiettivo nella funzione; ma si potrebbe domandare : nella
funzione di chi ? giacchè la funzione, come l'atto, l’azione e la qualità
suppongono qualcosa a cui ineriscono o di cui sono una produzione : ebbene, noi
rispondiamo che le essenze delle cose vanno appunto considerate come funzioni,
atti di un reale d'ordine diverso (d’ ordine più elevato) e questo va alla sua
volta considerato come funzione di un reale di ordine ancora più elevato fino a
giungere al Reale che tutto in sè contiene e di cui l'universo è funzione.
Obbiettivamente l' elemento intelligibile è una cosa sola coll’ elemento
esistenziale, il was è inseparabile dal dass, l'ideale è nel reale, sicchè
legge e funzione, pensiero ed azioue (se possiamo cosi dire) coincidono; ma
mediante l'intelletto umano avviene la disgiunzione, onde è resa possibile la
formazione delle leggi esistenti per sè nella mente umana. Dopo aver esaminato
i fattori che concorrono alla formazione della nozione di legge, ci sembra
opportuno porre sott'occhio un tentativo di classificazione delle varie sorta
di legge che nello svolgimento del sapere umano ci si presentano. Noi già per
lo innanzi accennammo alla divisione fondamentale delle cosi dette leggi
esplicative o dichiarative da quelle normative; ora scenderemo a maggiori particolari,
ricercando le principali forme che le suddette categorie alla lor volta possono
assumere. E per prima è necessario chiarire il significato logico delle parole
osservazione ed induzione, giacchè pare che quando sì dice osservazione si dica
esperienza, che tutto quello che è obbietto dell'una sia anche obbietto
dell'altra, dal che deriverebbe l'esistenza di una sola specie di leggi
qualunque fosse l’obbietto della conoscenza umana. Ora ciò non è nient’affatto
esatto, in quanto vi sono delle osservazioni alle quali non è possibile
attribuire la qualità di essere empiriche nel senso in cui questa qualità si
considera come opposta all'essere 4 priori. Empiriche sono senza dubbio tutte
le osservazioni che ci rivelano le proprietà e leggi delle cose esteriori,
empiriche quelle che ci mostrano il nascere lo sviluppo e l'intreccio dei
fenomeni psichici, empiriche quelle dalle quali apprendiamo la realtà dei fatti
storici: epperò la scienza della natura esteriore, la psicologia e la storia
sono scienze a posteriori o empiriche, comunque i metodi di dette scienze
variino in rapporto alle particolarità presentate dagli obbietti e in rapporto
alle difficoltà di esaminare questi ultimi. Ma non sarebbe giusto qualificare
come empiriche quelle scienze delle quali sono oggetto o il pensiero, o
l'intuizione, o la volontà o l’emotività, diremmo così, in azione, La
dimostrazione e l'induzione scientifica in casi siffatti è l'esplicazione della
stessa attività di queste funzioni e le conoscenze particolari coincidono coi
prodotti particolari di queste funzioni. In tali scienze ha certamente luogo
l'osservazione, ma nou si esercita sopra un obbietto estraneo, il quale sia
bell'e fatto indipendentemente dall’ attività del soggetto: ogni osservazione
in esse non è passiva, ma attiva; è una nuova produzione del fatto osservato
che non è diversa dalla dimostrazione e dalla spiegazione scientifica. Ciò
accade in quelle scienze che hanno il pensiero come oggetto, cioè nella logica
e nel calcolo, in quelle che studiano le funzioni dell'intuizione costruttiva,
cioè in quelle che hanno il tempo, le spazio, il movimento come oggetto e in
quelle infine che hanno per oggetto le funzioni etica ed estetica dell'anima
umana, in quanto ogni fatto etico ed estetico può essere studiato in modo esatto
soltanto salendo alla categoria dall'effetto, mediante cioè l’analisi del
fenomeno psicologico in cui quell’ effetto consiste. I fatti estetici ed etici
non sono, come i fenomeni della natura esterna, indipendenti dal soggetto, ma
accadono in esso, sono imaginì obbiettive si, ma passate attraverso il mezzo
della coscienza, della fantasia e del sentimento umano. L' induzione etica ed
estetica deve analizzare prima di tutto il fenomeno psicologico, perchè esso è
il solo criterio sicuro, la sola base positiva per determinare e definire il
concetto, In secondo luogo è bene intendersi sul significato della parola
induzione. L'induzione scientifica è una sola : quella che da n casi
sperimentati conchiude a tutti i casi omogenei possibili, in virtù del postulato
della uniformità delle leggi naturali e del principio di causa. L' induzione
scientifica non può dunque aver luogo se non per leggi causali, epperò è
affatto estranea alla logica, alla atematicam, all’ etica, all’estetica ecc.,
le cui leggi non sono punto causali. Resterebbero l'induzione per semplice
enumerazione e l’induzione descrittiva, ma la prima non ha valore al di là dei
casi osservati e quindi è perfettamente inutile nelle summentovate scienze
(matematica, etica, estetica ecc.),0 se è adoperabile, vale soltanto ad
apparecchiare la materia delle costruzioni scientifiche, può talvolta indicare
la via, ma è destituita di qualunque valore di prova. Per ciò che riguarda
l’induzione descrittiva, essa è adoperata nella geometria elementare, allorchè
la somiglianza di due figure si dimostra dalla loro congruenza; ma in geometria
ha un valore diverso da quello della prova empirica; perchè la dimostrazione
dell’ uguaglianza suppone la invariabilità e la congruenza dello spazio con sè
stesso (come del resto i casi d' applicazione dell’ induzione descrittiva in
etica, estetica ecc., suppongono una determinata natura dell'animo umano e la
sua identità con sè stesso) che non potrebbero essere dimostrate empiricamente
A ciò si aggiunga che le verità matematiche, logiche, etiche, estetiche non
sono leggi della natura in quanto sarebbero vere anche se una natura hon
esistesse e la loro certezza è indipendente dal numero delle esperienze, onde
tutti si terrebbero autorizzati a correggere l’esperienza, se questa paresse in
qualche mado loro contraddire. Infine va ricordato che l'induzione non è
ritenuta mai prova sufficiente nelle scienze normative: così un teorema che si
trovi vero praticamente per una serie di numeri non si ritiene per ciò solo
dimostrato e non si estende al di là dei casi osservati. Non si può, come vuole
il Mill, il Taine ecc. spiegare la certezza assoluta che hanno le verità del
calcolo, col carattere ipotetico di questa scienza; perchè la perfetta
eguaglianza delle unità elementi dei numeri non è un'ipotesi, ma una proprietà
della natura puramente logica del numero, la quale rende possibile di riferirlo
ad uua unità di misura che non è quella di nessuna grandezza reale avente
questa o quella qualità, ma l'unità in senso puramente logico. Sicchè noi in
base a ciò che precede siamo autorizzati a partire per prima le leggi in due
grandi classi: Leggi funzionali (Leggi logiche, matematiche, etiche,
estetiche). Leggi causali (Leggi naturali, psicologiche, storiche ecc.). Per
formarsi un concetto chiaro delle differenze che controdistinguono le sudette
due classi di leggi basta comparare le leggi logiche e matematiche con quelle
naturali. L'oggetto della conoscenza, dagli elementi sensitivi in fuori, è una
costruzione della quale le idee di sostanza, di causa, di numero sono gli
artefici e il principio di contraddizione è la regola e la garenzia di verità:
i sudetti principii costituiscono appunto le leggi logiche fondamentali o le
categorie dell’intelletto umano. Diconsi infatti categorie quei concetti che
sono determinazioni dell'essere perchè sono determinazioni del pensiero, e
vieevecsa, che sono impliciti nel pensiero di qualunque ente reale perchè reale
e non perchè è questo o quell’ente, cioè perchè sono le maniere necessarie di
concepire la realtà. Tali forme del pensiero o categorie sono concetti, da
differenziare però da quelli che vengono studiati dalla logica ordinaria e che
hanno il loro corrispettivo nelle leggi empiriche o causali. Invero gli altimi
sono essenzialmente concetti rappresentativi, mentrechè quelli sono
giudicativi; e i concetti rappresentativi sono formati mediante la comparazione
o l’analisi dei dati oggettivi delle percezioni e mediante l’astrazione, i
giudicativi per contrario sono l'elemento soggettivo della percezione e delle
forme così statiche che dinamiche del pensare. I primi sono concetti di
oggetti, di classi di oggetti e di rapporti indifferentemente, i secondi sono
concetti di rapporti intelligibili ; gli uni hanno un'estensione determinata,
gli altri un'estensione indeterminata. L’universalità e necessità dei concetti
rappresentativi è condizionata e limitata all’esistenza dei loro oggetti:
quella delle categorie si estende quanto si estende l'essere e il pensare;
quelli funzionano da soggetti e da predicati dei giudizi : questi possono
funzionare soltanto da predicati. L'originalità poi delle leggi o funzioni
logiche sì appoggia a ragioni logiche, non psicologiche. Noi conosciamo
mediante i concetti, i giudizi e i raziocinii : la materia è data; ma il
concepire, il giudicare, il ragionare sono funzioni. E queste funzioni debbono
pure avere una forma, perchè una funzione senza una forma determinata è
impossibile. Ora quali sono le forme di queste funzioni, cioè quali sono queste
funzioni in loro stesse, prescindendo dalla forma logica che rivestono ?
Evidentemente se pensare è porre una relazione, le funzioni saranno i pensieri
di quelle relazioni, di.natura intelligibile, nelle quali e mediante le quali
il pensiero sa e si muove, cioè le categorie. Ora sono questi da repntare
daccapo concetti empirici? Se sono, qual'è la funzione mediante la quale sono
formati? In breve, se il pensare suppone una materia e una forma, come si può
intendere che la forma sia presa da fuori, cioè sia materia essa stessa? Non
saremmo da cupo nella necessità di supporre una forma per la funzione di
concepirla e così in infinito? Passando alle leggi matematiche, noteremo
anzitutto che l’ idea di numero non sorge, come i concetti generali per un
procedimento conscio e riflesso del pensiero, ma per un procedimento spontaneo
ed inconscio. I teoremi sui numeri ed anche un sistema di numerazione sono, è
vero, prodotti, riflessi, ma l'idea di numero pur nascendo all’occasione delle
sensazioni e percezioni d'ogni maniera e non perdendo mai il suo significato
oggettivo, non esprime mai, neppure per la coscienza più comune, una classe di
oggetti reali, un genere sommo, ovvero una proprietà delle cose dello stesso
genere di quelle che diciamo qualità. Ed è per questo suo isolarsi dalle cose
in virtù di un procedimento non artificiale, bensì spontaneo, pur conservando
un valore oggettivo, che si rende possibile alla riflessione scientifica di
studiare il numero come un' entità a sè non solo separabile dalle cose, ma
completamente indipendente da queste, come un' entità di tal natura che le sue
proprietà e leggi si possono trovare e verificare indipendentemente da ogni
constatazione che non sia quella stessa di pensarle e di produrre, pensando,
tutte quelle analisi e sintesi in cui consistono lo studio che ne facciamo e la
scienza che per essa veniamo ad avere. E qui va notato che il fondamento del
calcolo aritmetico, che è il sistema di numerazione, ha la sua radice nella
funzione sintetica del pensiero formale, senza contenuto qualitativo. Il primo
modo di formazione da esso espresso è una sintesi successiva indefinita ; il
secondo è una sintesi con una certa norma, per gruppi uguali di unità; ma la
norma è puramente arbitraria, perchè non c’è nell'esperienza niente che
determini la composizione di un gruppo, per esempio la serie binaria o la
decimale. Stabilita nel sistema di numerazione la maniera uniforme di
formazione dei numeri, si possono deduttivamente trovare tutti gli altri. I
modi composti sono innumerevoli, ma poichè essi sono combinazioni di più modi
semplici, suse Pra A o ripetizioni dello stesso modo semplice, l'importante è
di determinare questi ultimi. I quali rispetto ad un numero qualunque x sono
riducibili alle forme segnenti : a zta,x- a, cr X_ a, x:x,2, Vi, 108.2 (alla
base a). Difatti un numero è o somma o ditferenza di un altro numero, quindi le
maniere semplici di formazione sono tante quante sono le maniere del sommare e
del differenziare. Tutte le maniere di sommare si riducono a tre: addizionare
numeri diversi (addizione), lo stesso numero un numero qualunque di volte
(moltiplicazione), lo stesso numero un numero qualunque di volte, ma sempre ad
esso uguale (elevazione a potenza). Similmente tre sono le possibili forme del
differenziere: togliere da un numero un altro numero qualunque (sottrarre),
togliere da un numero quel numero di volte che è possibile lo stesso numero
dividere (divisione), togliere da un numero uno stesso numero un numero di
volte a questo uguale e che lo misuri esattamente (estrazione di radice). Però
l'elevazione a potenza e l'estrazione di radice non sono i soli modi possibili
del calcolo delle potenze. Il primo risolve il problema di trovare la potenza,
data la base e l'esponente; il secondo di trovare la base dato l'esponente e la
potenza; resta un terzo problema; date la base e la potenza, trovare
l'esponente (logaritmo), cioè dato il prodotto di un numero indeterminato di
fattori uguali, e dato il loro valore, determinare il numero dei fattori. È
evidente che ognuna di queste operazioni è una funzione e non un'esperienza. Ai
sostenitori della teoria empirica si potrebhe chiedere con ragione d’indicare
la testimonianza o base sensibile delle idee di radice e di logaritmo. Ma senza
dubbio una prova anche più concludente della teoria del numero-funzione ci è
data dalle estensioni dell'idea di numero, alle quali conducono le operazioni
inverse. Giacchè taluni dei problemi che queste ci propongono si mostrano
insolubili col concetto primitivo di numero reale. Cosi, allorchè il numero
delle unità sottratte è eguale al numero delle unità dalle quali si sottrae, si
ha lo zero, e se è maggiore, il numer negativo. Similmente, nella divisione, il
quoziente può essere non un numero intero, ma corrispondere al concetto di un
numero posto tra due numeri contigui. E poichè questo può non corrispondere nè
a un numero intero, nè a un numero frazionario, nè a un intero unito ad un
fratto, cosi rende necessaria un'altra estensione del concetto di numero, il
numero irrazionale, il quale non esprime propriamente un numeco, ma il rapporto
di due operazioni; la radice di 2 non corrisponde a un numero, ma indica un
rapporto di due specie di calcolo, quello di formazione del numero 2, e quello
di estrazione della radice. E questa può condurre in casì speciali ad una terza
estensione del concetto di numero, perchè se il numero di cui si cerca la
radice è negativo, sorge la nozione di numero imaginario, cioè di un numero che
diventa reale mediante l'elevazione a potenza. Ora come potrebbero i numeri
negativi, irrazionali, imaginari derivare da rappresentazioni empiriche? É
chiaro che essi sono funzioni, o più propriamente rapporti di funzioni e che il
loro concetto implica che la funzione è materia a sè stessa. Sicchè nel:
calcolo il pensiero lavora su dati che sono suoi, come nella logica formale: per
modo che il calcolo si potrebbe ben dire, la logica formale della quantità. Il
còmpito del calcolo è di concepire la quantità, come abbiamo già visto, ma
appunto perchè è rivolto soltanto alla quantità, il calcolo è un pensare
estrinseco e meccanico. Hobbes ebbe dunque torto di ridurre il pensare a nume.
rare; ed èillogico attribuire alle matematiche una illimitata potenza
educatrice della mente. Esse servono soltanto per una parte alla educazione e
disciplina della mente, perchè la quantità è la realtà nella sua parvenza
esteriore, non nella sua essenza. Ora se noi consideriamo le leggi matematiche
in rapporto a quelle propriamente naturali noi troviamo che i due ordini di
leggi si presentano intimamente connessi tra loro; e ciò per parecchie ragioni:
1° perchè essendo la quantità una proprietà essenziale della realtà e il numero
l'espressione logica della quantità, è naturale che quello che l'intelletto
matematico determina col semplice discorso si trovi vero nella realtà; 2° le
leggi indagate dalle scienze che hanno per obbietto la realtà essendo leggi
causali e le stesse operando secondo leggi matematiche, è chiaro che il calcolo
debba essere, astrattamente parlando, applicabile a tutta la scienza del reale.
La proporzionalità dell'effetto alla causa, un corollario dell'assioma di
causalità, importa che l’effetto è sempre una funzione della quantità della
causa e per la realtà spaziale, anche della sua posizione, ond'è che se
possiamo determinare con precisione gli elementi numerici dei fenomeni, il calcolo
vale come mezzo potentissimo per discendere dalle cause agli effetti o per
risalire da questi a quelle. Esso non solo formula Je leggi naturali, ma le
connette altresi e non solo sintetizza le altre parti della matematica, ma
anche le scienze della natura e non appena si può adoperarlo completamente
cangia il carattere di queste, trasformandole di induttive in deduttive. Se non
che qui va notato che in tale funzione sintetica si trovano due limiti, uno
nella possibilità molto limitata finora di determinare gli elementi numerici
dei fenomenìi; un altro nella piccola potenza sua rispetto alla crescente
complessità dei medesimi. Non basta. Le leggi matematiche non possono essere
identificate con quelle naturali anche per altre ragioni. Le leggi numeriche,
essendo puramente formali, sono le più remote che si possano imaginare da ciò
che diciamo natura ed essenza Per es. le leggi: la forza viva è uguale al
prodotto della massa per la velocità; il momento statico della leva è uguale al
prodotto del peso per la lunghezza del braccio di leva; la grandezza del moto
uniforme è uguale al quoziente dello spazio per il tempo; nel moto accelerato
gli spazi sono come i quadrati dei tempi, ecc., sono leggi di rapporto
geometrico le prime, di rapporto di potenze l’ultima: ma in nessuna di esse la
legge aritmetica vale a dare ragione del fatto, ma soltanto a formularlo nel
modo più esatto. Non basta che il calcolo formuli e connetta le leggi della
natura per dimostrare che la natura ha essenza numerica; la dipendenza che il
calcolo dimostra trala egge di Coulomb sull’attrazione e repulsione
dell'elettricità positiva e negativa, e la legge elettrostatica, secondo cui l’
elettricità nei corpi conduttori come i metalli si raccoglie tutta alla
superficie : la splendida applicazione della teoria delle funzioni ellittiche
nella meccanica e tutta la fisica matematica provano bensi che la natura
obbedisce a leggi numeriche, e che conosciute queste, la scienza della natura
si può cangiare da induttiva in deduttiva, ma non provano punto che le leggi
della natura sono conseguenza delle leggi dei numeri. Se anche fosse realizzato
quell’ideale di conoscenza scientifica che il Du Bois Reymond chiama
astronomica, se cioè tutto quello che è e accade nell’universo fosse
completamente rappresentato da uno sterminato sistema di equazioni
differenziali simultanee, questo sistema sarebbe uno dei sistemi possibili e
non avrebbe altra realtà che la realtà di fatto; sarebbe impossibile dedurlo
dalla essenza numerica della realtà, epperò non ne darebbe la prova. La
metafisica numerica non potrebbe trovare la sua prova sufficiente nella
funzione sintetica che il calcolo esercita o può esercitare in ogni dominio di
scienza se non quando il sistema delle idee numeriche e il sistema della realtà
fossero affatto coincidenti, ovvero quest'eltimo fosse parte di quello e
trovasse nel tutto considerato come sistema di entità numeriche, la ragione del
suo essere non solo cume parte della scienza del calcolo, ma come realtà e
natura. Ora è vero perfettamente il contrario : il calcolo spazia e può
spaziare molto più largamente della natura; questa, ad esempio, non conosce né
il sistema di numerazione dell’ aritmetica elementare, nè gli spazi ad ”
dimensioni della geometria superiore. Verifica bensi sempre delle leggi
numeriche, ma la ragione di verificarle non è nelle stesse leggi dei numeri, ma
nelle proprietà e nell'intreccio delle cause del reale. Neppure una Raqione
matematica assoluta alla quale tutte le proprietà e le leggi dei numeri, tutt
il sistema compiuto delle verità numeriche fosse presente, potrebbe dedurre da
questo assoluto sapere non diciamo il sistema della realtà, ma una sola legge
reale. A. ciò si aggiunga che leipotesi ultime nelle scienze naturali hanno in
sè sempre dell'arbitrario, del non ispiegato e che il carattere scientifico
nella spiegazione dei fenomeni della natura consiste appunto nella riduzione e
limitazione dell’arbitrario e del non ispiegato. Così l'inerzia e l’attrazione,
le due propietà fondamentali della materia nella fisica moderna, sono esse
stesse inesplicabili. Per ispiegarle e in generale per fondare una teoria
fisica su principii che non solo non siano ipotetici, ma reali e necessari,
bisognerebbe ricorrere ai principii e teoremi della logica e matematica ; se
non che dedurre da principii puramente formali, come son questi, una dottrina
fisica sarebbe come se un architetto intendesse innalzare un edificio con le
sue cognizioni di meccanica pratica, senza il materiale occorrente. Di contro
alle leggi logiche e matematiche sono quelle naturali o causali. Queste sono
generalizzazioni esatte, non approssimative. appuntoin quanto hanno il loro
fondamento in un rapporto causale. Fu detto che bisogna distinguere tra la
necessità di una legge causale empirica e la necessità della legge causale in
genere, la prima non essendo mai assoluta come la seconda: ora è vero bensi che
di una legge empirica di casualità si può pensare che avrebbe potuto anche non
essere o essere altra, ma solo in un altro ordinamento della natura. Poichè
questa è intessuta e dominata nel tutto e nelle singole parti della legge di
causa, tutto è in essa dipendente e determinato; onde per pensare che qualche
cosa possa accadere diversamente, bisogna pensare che tutto l'ordine di natura
muti. Se non si pensa questo e nondimeno si pensa come possibile un fatto
contrario ad una legge, non è negata soltanto una legge empirica, ma la stessa
legge causale logica che può essere appunto enunciata anche cosi: che cause
simili producono in condizioni identiche effetti simili. Del resto l’éssenza
della legge naturale viene abbastanza bene lumeggiata dal concetto del caso, il
quale implica la negazione della legge vera e propria e non della causa. Il
concetto della caso, infatti, non è in realtà così opposto al concetto di
causa, come pare a prima vista. Nel pensiero comune pare che sia, perchè
diciamo casuale quello che non possiamo ridurre ad una legge e ad una causa;
nascendo dall’ ignoranza della causa, il caso sembra tutta un’ altra cosa da
essu. Ma se si riflette, si vede che invece di essere una negazione, è una
conferma della funzione necessaria dell’ idea di causa nella conoscenza: il
principio ignoto sì sostituisce al principio noto che manca. In logica poi il
casnale è definito come un fatto di coincidenza di fenomeni, che non si può
elevare a legge. Taluno esce di casa e incontra un amico o gli casca una tegola
sul capo, sono queste coincidenze casuali, perchè non si può dire che cosi
avverrà anche pel futuro La teoria del caso come incidenza delle serie risale
ad À ristotile che primo lo defini a quel modo. È infatti se una sola serie
causale esistesse, il casuale non sarebbe possi bile; ma perchè le serie
causali sono innumerevoli e sì svolgono contemporaneamente, è possibile che ue
coincidano due o più. Così definito, il caso non è in contraddizione con la
causa, perchè non soltanto ciascuna delle serie in: cidenti è determinata in
ogni sua parte, ma è determinata anche la loro coincidenza. Difatti, perchè
coincidano, le loro direzioni debbono formare un angolo, e perchè coincidano
piuttosto in questo che in quel punto debbono formare determinati angoli.
Dunque il casuale é effetto di un doppio rapporto causale, di quello che
determina i fenomeni coincidenti ciascuno nella sua serie e di quello che
determina la loro coincidenza. Questa seconda determinazione causale non è per
lo più una costante e nonè mai una legge, non dipende cioè dalla natura e
qualità delle serie, ma dal loro essere insieme. Adunque il casuale può
definirsi: una coincidenza che non autorizza l’inferenza d'una uniformità che
sia una legge causale . La definizione è dello Stuart Mill, il quale la spiega
e chiarisce cosi. La coincidenza si dice casuale quando i fenomeni che
coincidono non sono effetti l’uno dell'altro, nè effetti della stessa causa, nè
effetti di cause collegate da una legge di coesistenza, (cosi le leggi di
Keplero non sono casuali, perchè dipendono dall’azione combinata della forza
contripeta e della tangenziale necessariamente coesistenti nel sistema solare);
nè effetti di una determinata proporzione delle cause che i logici inglesi
dicono collocazione (p. es. non è casuale la varia velocità dei pianeti per
ciascun punto delle loro orbite, perchè dipende dalla varia collocazione o
rapporto delle forze contripeta e tangenziale). È necessario aggiungere poi che
vi possono essere delle coincidenze uniformi e prevedibili, le quali nondimeno
sono casuali appunto perchè l’uniformità in tal caso non è l’espressione di una
legge causale: es. i fatti umani coincidono l1 4 16 12 12 ©” 10 19 13 7 838 7
141 10 19 5 In ordine alle cause che determinarono la loro chiusura in Casa di
custodia vanno distribuiti nel modo seguente: Per assassinio 1. Per incendio
(10 volte) 1 individuo di 141 anni. Per ferimento 2 (uno involontario), Per
atti contro il buon costume 1. Per furto 30, dei quali uno dell'età di 11 anni,
recidivo per .7 volte. Per ozio e vagabondaggio 16. Per discolaggine 38. Gli 89
giovinetti ricoverati nell’Istituto di Beneficienza vanno distribuiti per età
nel modo che segue: Di anni 10 11 bambini Di ann i15 10 bambini lil 8 16 13 12
14 17 7 13-- 7 18 5 2a 14-12 19 2 Di essi, 34 andavano a scuola e 55 passavano
le ore del giorno in diversi opifici della città per apprendere ciascuno il
mestiere che gli garbava. Per ciò che riguarda i caratteri fisici od
antropologici diremo che quelli raccolti non ci autorizzano a trarre alcuna
conclusione definitiva. C'è stato chi un pò affrettatamente ha negato ogni
valore all'esistenza dei caratteri esteriori; e certamente il limitarsi
all'esame di soli tali caratteri è un difetto, giacchè essi non sono che
l’espressione, l'estrinsecazione delle anomalie interiori. La loro esistenza
rappresenta un éulizio più 0 meno sicuro e non altro, di un disturbo
nell’euritmia morfologica e fisiologica dell’organismo preso nel suo insieme e
la loro mancanza certamente non autorizza ad affermare sane le condizioni
morali e mentali dell'individuo; onde non è lecito destituire d'ogni valore la
ricerca di detti caratteri esterni. Nei 178 giovanetti esaminati non riscontrai
in alcun modo caratteri degenerativi speciali per numero, qualità o grado; non
posso dire, in altr? parole, di aver trovato che la curva dei caratteri
anormali morali e psichici in genere coincidesse perfettamente con quella dei
caratteri fisici anormali, ma posso però asseverare con convinzione che
l’esistenza di questi ultimi caratteri deponeva, accennava quasi sempre a
particolari condizioni ereditarie, siano queste morbose semplicemente (pazzia,
alcoolismo, turbecolosi, ecc.), o anormali dal punto di vista sociale (tendenze
antisociali dei genitori p. es.) e per conseguenza ad una predisposizione
generica allo sviluppo di uno stato psichico anormale. Passando all'esposizione
dei risultati forniti dall'esame psichico diremo che la più parte di tali
giovanetti pur essendo andati per parecchi anni a scuola, a mala pena sapevano
leggere e scrivere. Pochi giungevano a fare una moltiplicazione. L'attività
dell'attenzione era debole in quasi tutti. La debolezza della memoria del tempo
era quella che sì constatava più frequentemente ; pochi, cioè, sapevano
ripetere l'ordine di successione di avvenimenti loro occorsi da poco tempo. Il
pudore difettava nella più parte di essi. Rarissimamente si trovava quel senso
di soggezione che molti bambini bene educati mostrano al truvarsi per la prima
volta dinanzi a persone di età maggiore. La più parte mancavano di volontà
ferma e persistente. Una tendenza molto diffusa era quella di negare ogni cosa:
il no era il monosillabo che più prontamente e più frequentemente veniva da loro
pronunziato. Molti s'emozionavano facilmente, ma passavano con pari facilità
dal pianto al riso come da qualunque emozione alla sua contraria. Il contegno
appariva ordinariamente scomposto, prendevano le pose più strane e nei
movimenti erano per lo più goffi e sgarbati. Erano in genere noncuranti della
persona e della pulizia. Parlavano soventi in modo laido: spesso si lanciavano
a vicenda delle amare invettive e si davano dei sopranomi. C'era una certa
gerarchia fra di loro; ci erano i capi, i potenti e i seguaci, i deboli.
Predominava lo spirito di ribellione a qualunque obbedienza. Il carattere però
che spiccava sopra gli altri era indubbiamente l'egoismo inteso nel senso più
stretto. Pur di fare il loro comodo, pur di fare paghe le loro brame erano pronti
a tutto osare. Per loro l'io era il centro dell’universo: al di fuori del
proprio io nulla poteva destare il loro interesse. Non solo non mostravano di
sentire affetti oltre l'inclinazione al soddisfacimento delle loro basse
voglie, ma rimanevano sordi a qualsiasi lamento, freddi a qualunque
soffererenza degli altri. Avevano quindi ciò che d'ordinario si dice istinto
della malevolenza, godendu dei dolori degli aitri, e mostrando di provare un
intenso piacere a far dispetti ai compagni ed a martirizzare i più innocui.
Appar.va, è vero, in loro, un certo spirito d’associazione, in quanto parecchi
tandevano ad unirsi per forinare combriccole : ma il cemento di tali unioni non
era l’ aftetto reciproco, disinteressato, non lo scambio di idee e di emozioni,
non il sentimento dell'unità di natura su cuì soltanto può essere fondata
qualsiasi forma di vera solidarietà, bensi la tendenza ad appagare le proprie
voglie, il bisogno di dominare, la smania di usare prepotenze. Erano, infatti,
i grandi, i forti che cercavano di circondarsi dei piccoli per poterli fare
loro istrumenti e per potersene servire a loro agio. I piccoli e i deboli
d’altra parte li subivano, perchè non avevano l'energia di reagire e di
ribellarsi e perchè trovavano il loro tornaconto ad essere protetti, ed a
rimanere sotto l'egida dei capi. E tale asserzione vien comprovata dal fatto
significantismo che non fu mai possibile osservare un segno di generosità o di
abnegazione. Erano capacissimi di accusarsi a vicenda presso il Direttore,
sempre però di nascosto e in segreto, il che depone della loro vigliaccheria. E
se si presentava il caso che per un fatto qualunque fosse minacciata di
punizione una classe intera, dato che non si riescisse a conoscere il
colpevole, non accadeva mai che questi si svelasse confessandosi reo, non fosse
altro per non far soffrire i suoi compagni. Era sempre una massima quella che
dominava : ciascuno per sè. Per ciò che riguarda i sentimenti estetici sì può
dire, per quanto le condizioni miserrime in cui tali ragazzi sono ordinariamente
mantenuti autorizzano a dirlo, che questi mentre presentavano poca attitudine
per il disegne, con una certa frequenza mostravano invece attrattiva per la
musica. Giova osservare che lo svegliarsi in essi delle tendenze estetiche,
fossero pure elementarissime, coincideva col miglioramento del loro carattere
morale. Dove si potè avere propriaraente il riflesso della loro anima fu nelle
corrispondenze reciproche, avendo essi una straordinaria tendenza a scrivere
delle lettere, dei biglietti che per mezzi svariati giungono a destinazione.
Circa le caratteristiche della loro scrittura non fu possibile pronunziarsi in
modo positivo, giacchè le ripetizioni, i tremori, ecc. provenivano da
ignoranza. Qualche rara volta poì si notò la somiglianza della loro scrittura
con quella dei vecchi. Si osservaruno molte cancellature, molti errori
dipendenti da disattenzione. Erano rare le asteggiature dritte e decise,
abbondavano le curvature e le paraffe; sopra uno stesso pezzo di carta spesso
si notava la tendenza a scrivere la medesima cosa in diverse guise, prima in
lungo, poi di traverso, prima con una specie di caratteri e poi con un'altra; e
di frequente le parole, specie i nomi propri, erano circondati da ghirigori e
nella scrittura erano imitate le lettere a stampa. Si notò pronunziata la
tendenza a servirsi di simboli più o meno strani per non essere intesi, come
anche di altabeti convenzionali. Qual’era il contenuto di quelle lettere?
L’amore. Si è già di sopra fatto cenno della loro tendenza all’o. scenità, ma i
casi di una degenerazione sessuale vera e propria sono in genere rari. Si
direbbe a prima giunta che l'inversione sessuale formi uno dei caratteri che
contradistingue i corrigendi, ma, per giudicare rettamente, bisogna tener
presenti le condizioni strane, stranissime in cui sì trovano agglomerati tali
giovinetti, proprio negli albori della loro vita sessuale. Se per un momento
pensiamo a ciò che accade non raramente in taluni dei nostri collegi, ci
convinceremo che non si può parlare nel maggior numero dei casi di una
degenerazione sessuale congenita, ma di un vizio acquisito, transitorio,
dipendente dalle condizioni di antigiene sociale in cui quei ragazzi sono
allevati. I grandi vivono coi piccoli, i buoni coi cattivi: che cosa c'è da
aspettarsi? La dilatazione della macchia del vizio. Del resto a questo
proposito è bene notare che sulla natura e caratteri dei così detti vizii od
appetiti congeniti bisogna intendersi bene, giacchè non sì deve credere
(toltine i casi di malattia mentale e di degenerazione vera e propria) che
l'individuo nasca con un determinato vizio : ciò che in realtà si eredita è la
predisposizione, vale a dire il bisogno vago ed indeterminato di procurarsi un
dato ordine di piaceri: ora tutto ciò non implica nulla di fatale e di necessario
: fornite Je condizioni opportune, vale a dire un’educazione morale intesa a
spingere l’individuo coll’esempio, coll’abitudine, colle suggestioni
appropriate, a cercare l’appagamento di quel tale bisogno in modo lecito e voi
avrete trasformato una tendenza al vizio in una tendenza alla virtù o almeno
avrete arrestato lo svolgimento di quel germe che o dall’eredità o da altra
influenza malefica era stato deposto nella psiche di un giovinetto. Citerò un
esempio concreto per essere più chiaro. Un fanciullo, poniamo, perchè
discendente da individui affetti da quel vizio funesto che è l'inversione
sessuale, viene al mondo con una certa tendenza vaga ed indeterminata a
compiacersi (nient'altro che compiacersi) della compagnia di dati individui del
suo sesso: se verrà educato in modo che da una parte i suoi bisogni sessuali
trovino la loro soddisfazione in maniera normale e che dall'altra l’azione del
volere sociale su lui abbia per risultato di farlo rifuggire dal solo pensiero
di ciò che è meno che conveniente in rapporto alla condotta verso i suoi
compagni, come fatto oltremodo abbominevole, cosa accadrà? Che la primitiva
attrattiva verso gl’individui del proprio sesso piuttosto che dar luogo al
vizio, si trasformerà in un sentimento nobile ed elevato qual: quello
dell'’abnegazione, dell'amicizia vera e profonda, della generosità e via di
seguito. Lo stesso dicasi di tutti i vizi, di tutte le abitudini malsane: esse
non vengono ereditate bell'e sviluppate, fisse e rigidamente conformate, ma
quali predisposizioni, quali esigenze, quali tendenze che possono essere
dirette al bene come al male. Come si vede, tutto ciò è da tenere a mente per
formarsi un concetto esatto non solo della genesi dell’immoralità, ma anche
della portata dell'educazione morale nei bambini. Notiamo fin da ora, comunque
avremo agio diritornarvi sopra più tardi, che l'insorgenza e la fissazione
delle tendenze immorali in tantosono possibili in quanto il volere sociale o
non agisce o agisce in modo non appropriato sul volere individuale : il segreto
dell'educazione morale sta tutto qui, nello stabilire la necessaria comunione
dello spirito individuale con quello della società. E naturale poi che i
caratteri psichici antisociuli in genere sì trovino riuniti nei cosi detti
cattivi soggetti (pochi per fortuna, una diecina su 150), nei quali i germi
dell’immoralità sono abbastanza sviluppati. Questi hanno tutti i vizi, son
bugiardi, ipocriti, testardi, prepotenti, irruenti, maneschi, svogliati e
formano la disperazione dei superiori. Uno di questi p. es. ha solamente 10
anni, ma già fin dall’età di 8 anni ne faceva di tutti i colori; non è buono a
imparar nulla; va a scuola da 2 anni ed a mala pena sa leggere; non ha nozione
dell'anno e del mese in cui siamo; passa da un'officina all'altra senza
riescire a trovare un mestiere che gli garbi. Nè è a pensare che sia sfornito
d'intelligenza, chè anzi si rivela abbastanza svegliato. Le punizioni e gli
avvertimenti in qualunque maniera fatti non hanno presa sul suo animo. Un altro
a 10 anni diede mentito nome alle guardie. Un terzo che presenta un aspetto di
una dolcezza serafica ha percosso varie volte la madre. E mì fermo, perchè non
vedo l'utilità di fare l’'enumerazione di tutte le deficienze morali che si
possono riscontrare. Aggiungerò solo che tali tipi cattivi sì fanno conoscere
fin dalla prima età. *# # * Esporrò ora i risultati ottenuti dall'esame
psicologico praticato sugli 89 giovinetti chiusi nell'Istituto di Benificenza.
Non mi fermerò molto sulle somiglianze che l'esame rivelò tra i caratteri
psicologici dei corrigendi e quelli propri degli orfani per fissare
l’attenzione massimamente sui caratteri differenti. Per ciò che riguarda le
somiglianze dirò che negli 89 orfani riscontrai nelle medesime proporzioni e,
direi anche, nel medesimo grado, se a ciò mi autorizzasse la circospezione di
cui bisogna circondarsi ne'l'emettere giudizi circa l’intensità dei fenomeni
morali, i caratteri della fisonomia, la tendenza al riso smodato e senza causa
proporzionata, le tendenze all’oscenità, agli abusi del vino e del fumo, la
frequenza nei disordini del l'attenzione e della memoria, l'indifferenza per la
famiglia e la diminuzione dell’intelligenza. Con frequenza press'a poco eguale
riscontrai la rapidità del passaggio da uno stato emotivo al suo contrario, la
mancanza di pudore, la furberia, l'irascibilità, l'arroganza, la tendenza
all’ipocrisia, ed a mostrare di comprendere più di quello che realmente
comprendessero coll'apparire noncuranti della religione, degl'insegnamenti che
venivano forniti dai preti, ecc. Accanto a questi caratteri simili sì possono
porre dei caratteri differenziali, quali 1 seguenti: 1° il numero maggiore di
quelli che coll’ età sogliono migliorare; molti che fino all’età di 15, 16, 17
anni erano giudicati cattivi, raggiunta tale età, divennero buoni: 2° la poca
frequenza con cui sì nota il contegno scomposto e la trascuratezza nella
pulizia della propria persona: 3° la mancanza di ogni tendenza alla ribellione,
a fare delle combriccole, ecc.: 4° l’assenza di quell’egoismo ributtante che si
notò nei corrigendi : tanto è ciò vero che non c'è caso di poter strappare una
confidenza, una confessione ad uno di loro, sia pure il più semplice, a danno
degli altri: 5° la tendenza meno pronunziata a cambiar mestiere, a mostrarsi
svogliati ed a rimanere nell’ozio. Ora di questi caratteri dovendo ricercare
l'origine, diremo che alcunì di essi evidentemente dipendono
dall’organizzazione diversa del Ricovero di mendicità, rispetto alla Casa di
custodia che pare costituita a posta per sviluppare le tendenze antisociali
meno accentuate, ma altri dipendono dall’ indole propria dei corrigendi.
Esistono adunque, sì può qui domandare, dei caratteri psicologici originari,
primitivi, i quali controdistinguono il candidato all’immoralità ed alla
delinquenza, facendone un tipo a parte, per modo che chi ha la sventura di
sortire da natura caratteri psichici cosiffatti inesorabilmente, fatalmente è
destinato alla delinquenza ? Per rispondere a tale domanda fa d’uopo tener
presente l’enumerazione dei carat. teri psicologici già fatta, per vedere quali
sono i più costanti, i.più universali ed anche i più importanti dal punto di
vista cell’interesse della società. Ed in tale disamina fa d’uopo scegliere i
caratteri anormali prettamente originari come quelli che sono del più alto
significato : così gli atti di malevolenza per sè, senza tener conto dei motivi
e della loro genesi psicologica non ci autorizzano a fare un tipo a parte
dell’individuo che li compie. *% *% % Se noi ben riflettiamo sulla psicologia
dei candidati, diciamo cosi, al vizio ed alla delinquenza e sulle cause che
determinarono la loro chiusura in Casa di correzione, ci accorgiamo subito che
le note psicologiche veramente caratteristiche si riducono alle seguenti : 1.
Tendenze anormali (tendenza a rubare, a incendiare ecc. ). Deficienza
dell’intelligenza. 2. Tendenza all’ozio. 3. Tendenza alla menzogna. 4.
Deficienza della simpatia quale fondamento dello spisito sociale. | b. Assenza
di spirito sociale. 6. Insubordinazione. Mancanza di disciplina e di rispetto e
quindi impossibilità di apprendere. 7. Assenza di poteri inibitori e quindi
debolezza della volontà. La discussione intorno all'origine di tali caratteri
mostrerà fino a che punto possono essere considerati come congeniti o come
acquisiti sotto condizioni determinate. Prima però di cominciare ad occuparci
partitamente di cia scuno di essi notiamo che nei casi concreti lungi dal
presentarsi isolati appaiono variamente intrecciati e fusì insieme; Non
potendosi ridurre la psiche ad un fascio di facoltà e di attività giustaposte,
non dobbiamo aspettarci di trovare l'alterazione isolata, poniamo, degli
istinti o delle tendenze o dell’emotività e non dell’intendimento : gli stati e
le modificazioni delle varie attitudini intimamente compenetrate tra loro si
devono necessariamente influenzare reciprocamente, producendo soltanto un
risultato complessivo differente a seconda della potenza psichica alterata in
modo più accentuato. È indabitato che parecchi, molto precocemente e molto
insistentemente, nonostante le punizioni loro inflitte, mostrano tendenze
speciali al furto, all'incendio, al suicidio, all’assassinio : non altrimenti
che molti altri mostrano una deficienza notevole nelle facoltà intellettuali.
Individui di tal fatta sono certamente dei psicopatici e la ricerca accurata
dell’ anamnesi individuale ed ereditaria, qui soprattuto necessaria ed
indispensabile, ci darà dei lumi in proposito. Un individuo che all’età di 14
anni è già stato incendiario 10 volte, che interrogato sugli atti da lui commessi,
risponde che ve lo spinse il diavolo, che si mostra impulsivo, dedito a tutti i
vizii, svogliato, è giudicato molto presto uno psicopatico. Se non che
individui siffatti, i quali si potrebbero dire candidati al manicomio, si
presentano di raro: e le tendenze veramente morbose (cleptomania, piromania
ecc.) non sì osservano con molta facilità nei bambini, ond'è che bisogna andare
molto cauti nel pronunziare giudizi di tal fatta, tanto più se si pensa che i
reati che più spesso vengono commessi dai bambini e per cui gran parte son
chiusi in Casa di custodia, sono i furti. Ora, se la cleptomamia è
indubbiamente morbosa e rientra nell’orbita della psichiatria, la tendenza ai
furti ordinari (tra le due vi è un abisso, se si pensa ai caratteri
differenziali esistenti, e basta accennare solo di passaggio all'assenza di
qualsiasi veduta d'interesse nel caso della cleptomania) è in rapporto colla
cattiva educazione e col cattivo esempio avuto nella propria casa e fuori o
colla mancanza di qualsiasi forma di educazione, è in rapporto colla miseria e
cogl’incitamenti a rubare che i bambini ricevono molte volte dai proprii
genitori, dai compagni, ecc. Avendo io ricercato con molta cura le cause dei
furti commessi dai minorenni corrigendi, mi son dovuto convincere che la più
parte di quelli non sono imputabili ai minorenni stessi, ma alle loro famiglie
ed alla società in cui sono nati ed educati. È indubitato che molte
caratteristiche dei corrigendi trovano la loro origine e sono fondate sulla
tendenza all’ozio e al vagabondaggio. Qual'è la base di questa ? Essa è una
delle espressioni, uno dei segni di quella debolezza, di quella incoordinazione
e di quel sussecutivo disgregamento dell’unità della vita psichica che
costituisce il fondo su cui germogliano le varie tendenze immorali. Noi
sappiamo che tutti gli organi normalmente costituiti sì trovano di solito, ma
in modo senza confronto più accentuato prima della funzione, in uno stato di
tensione che figura come l'esponente della forza ir essi accumulata; è chiaro
che quanto maggiore e la energia in essi contenuta, tanto maggiore sarà la
tensione in cui essi si troveranno, tensione che subbiettivamente si rivela
come bisogno di mettere in opera le proprie risorse, come bisogno di lavorare.
E tuttociò appare evidente non solo nel tono dei muscoli, ma eziandio in tutti
gli apparecchi fisiologici e quindi anche nel sistema nervoso. Dato che questo
si trovi in uno stato di debolezza dipendente da cause svariate, p. es. dalla
insufficiente nutrizione, dal poco o inadatto esercizio ecc. : per modo che in
esso sia di molto difficoltato l’accumulo delle forze da una parte e la
possibilità dall'altra di dirigerle e di farle convergere tutte ad un dato
scopo, si comprende agevolmente che in tali condizioni debba manifestarsi la
tendenza all'ozio. La debolezza dell'organismo in gen ere e del sistema nervoso
in ispecie si renderà palese massimamente call’impossibilità a persistere in un
dato lavoro, coll’incapacità a fissare e a mantenere l’attenzione sopra nn dato
obbietto. Gli oziosi sono distratti, svagati, disordinati, incostanti, perchè
presto sì esauriscono. Volgarmente si ritiene che alcuni individui divengono
presto stanchi perchè sono oziosi, ma è vero proprio l'opposto. La tendenza
all’ozio adunque va riferita ad uno stato anormale dei centri nervosi per cai
la loro capacità nutritiva non è tale da permettere l’accumulo di forza di
tensione indispensabile al lavoro persistente e vantaggioso. Si può rimediare
in qualche modo ad un tale stato di debolezza? Certo rafforzando l'organismo e
segnatamente il sistema nervoso, e più di tutto, mettendo in opera i mezzi atti
ad operare come potenti stimoli alla funzionalità intensa e insieme regolata
dei centri nervosi stessi, si potranno ottenere dei vantaggi. Qui l'educazione
bene intesa, l'esercizio, l'esempio, la rimunerazione equa, la messa in gioco
dell’ amor proprio e il rendere le condizioni della vita tali che rendano
possibile la nutrizione e lo sviluppo degli organi, produrranno senza dubbio il
loro frutto. Se non che non bisogna troppo illudersi sui risultati che si
possono ottenere, nè esagerare l’uso e la portata dei mezzi che si mettono in
opera. Agire sui singoli individui puramente e semplicemente non basta: fa
duopo ricorrere a mezzi di natura sociale, atti cioè a modificare l’ambiente
sociale in genere e i rapporti sociali in ispecie, atti quindi ad esercitare
l'influenza su tutti gl’individui componenti la società. Occorre cancellare
dalla mente del comune degli uomini l’idea falsissima che il lavoro sia in sè
un’infelicità o una maledizione e che quindi il minimo di lavoro coincida col
massimo di felicità. Fa duopo per contrario ingenerare nell’anitno la
convinzione che il lavoro è un elemento indispensabile e integrante del
godimento umano e che senza alcun dubbio una vita tutta piaceri ed ozio
renderebbe infelice l’esistenza che la parte più preziosa della vita umana è
data dal lavoro stesso, il quale rende possibile lo svolgimento delle migliori
facoltà umane in quanto ci è di sprone a sormontare gli ostacoli ed a sacrificarci,
iniziandoci così alla vera moralità. Questa invero consiste appunto nel
lavorare coroggiosamente per il bene di tutti, rinunziando, se ciò è
necessario, volentieri e con piacere al proprio benessere e alla propria parte
di felicità. Ma per che via si può ciò ottenere? Prima di tutto contribuendo
coi precetti e coll’esempio a riformare i cattivi costumi esistenti nella
società attuale e cercando soprattuto di colmare l’abisso artificiale che si è
scavata tra le varie classi, donde la necessità di modificare i metodi
educativi; si potrebbero citare una quantità di fatti validi a dimostrare che
la tendenza all’ozio e l’abborrimento per il lavoro nella più parte dei casi
riconoscono la loro origine nel dispregio che la gente altolocata in genere
mostra per tutti i mestieri ed occupazioni ritenute d’ordine inferiore,
circondandosi così di molte persone che potrebbero essere adibite alla
produzione di lavoro più proficuo. Poi, facendo partecipare le classi
lavoratrici alla vita intellettuale delle classi colte, il quale desiderato
forse non rimarrà per sempre lettera morta, come ce ne fornisce l’esempio
l'Inghilterra, dove si è iniziato un movimento tendente a colmare tale lacuna.
Alludiamo al movimento di espansione delle università, allo sforzo compiuto da queste
ultime per mettersi a contatto delle masse operaie, comunicar loro una parte
del proprio patrimonio intellettuale, educarle moralmente e intellettualmente e
spingerle ad acquistare il sentimento della dignità umana. A tal uopo anzi sono
stati messi in opera due mezzi: da una parte vanno ad abitare dei giovani
usciti dall'università nei quartieri operai delle grandi città manifatturiere,
passando una parte del loro tempo in mezzo ai lavoratori e interessandosi
dell’amministrazione e del miglioramento delle condizioni igieniche dei detti
quartieri; dall’altra parte gli stessi professori d’università consacrano dei
corsi speciali o delle lezioni agli operai, iniziandoli alla comprensione delle
que=tioni che possono loro interessare. Infine ed è forse il mezzo più efficace
e più importante mettendo in opera tutti i mezzi atti a dare all'operaio una
cultura tecnica per modo che egli riesca a comprendere le condizioni generali
della vita industriale e si renda conto della comunità sostanziale d'interessi
esistente tra operai e padroni. A tale esigenza rispondono le associazioui sul
tipo delle 7’rades - Unions, nelle quali il sentimento di solidarietà esistente
nei membri dell’associazione, contribuisce a frenare l'egoismo e a tener desto
il sentimento del dovere, dell'onore e della dignità. Le nostre conchiusioni sì
possono ridurre alle seguenti. La tendenza all’ozio deriva massimamente, non
esclusivamente dal poco valore attribuito al lavoro per sè, onde è necessario
che gli sforzi della società siano intesi ad ovviare a tale inconveniente. A
tal uopo sì richiede un sistema sociale d’educazione destinato a trasformare
non soltanto ì padroni, ma anche gli operai, preparandoli ad una vita novella.
Se è necessario combattere nei primi l’egoismo e lo spirito di dominazione,
negli altri occorre fare scomparire la diffidenza, l'invidia, la cupidigia. A.
proposito della menzogna è bene notare che molti dei caratteri psicologici
riscontrati nei corrigendi, riconosciuti nocivi alla società, non sono loro
patrimonio esclusivo. E già su questo fatto è stata richiamata l'attenzione da
altri, specie da Lombroso. La tendenza alla menzogna p. es. è carattere che si
trova con molta frequenze nei bambini; se non che nei corrigendì non solo
raggiunge un grado massimo, ma può produrre gli effetti più disastrosi,
trovandosi in connessione con condizioni che lungi dall’opporsi, ne favoriscano
lo sviluppo, rivolgendola sempre a produrre del male. La tendenza alla
menzogna, che certamente è favorita da un’educazione difettosa e non rispondente
allo scopo e che per sè sola non costituisce un carattere distintivo del
candidato al vizio, va tenuta in conto quale espressione di un'organizzazione
mentale non perfetta. Donde proviene la tendenza alla menzogna, quale ne è il
meccanismo di produzione? Che cosa sta essa a significare? Un giorno nel fare
l’esame psichico di uno dei minorenni chiusi nella casa di custodia,
intelligente abbastanza, invitai costui a leggere attentamente un periodo
facilissimo ad intendersi, affinchè dopo potesse espormi a memoria ciò che ne
aveva compreso. Ed egli pronto a leggere e dopo svelto a dirmene il senso.
Nemmeno un’acca di ciò che effettivamente dice il libro: il suo discorso era
del tutto differente. A domande improvvise riflettenti il contenuto vero del passo
letto, a domande cioè intese a ricercare se effettivamente aveva compreso nella
maniera in cui si esprimeva, rispose in modo da generàre in me la convinzione
che in sostanza aveva interpetrato a dovere il senso generale, comunque
l'esposizione dapprima fatta fosse totalmente diversa. Questo aneddoto mi pare
significantissimo per l’interpretazione del meccanismo della menzogna, le cui
essenza sta appunto nell'antagonismo, se così posso esprimermi, esistente tra
ciò che è percepito e ciò che s'estrinseca : antagonismo che dipende
originariamente dal perchè le vie e i modi di esprimersi non sono agevoli, data
la mancanza di esperienza, ovvero dal perchè gli elementi mentali non sono
ancora disciplinati per una regolare e coordinata funzione e questo è il caso
dei bambini : e dipoi, da questo che la volontà individuale a ragion veduta,
per un dato scopo cioè, fa da forza inibitrice, realizzando così le condizioni
dell'impedita estrinsecazione di ciò che sé ha dentro. È la mancanza di
corrispondenza tra il di dentro eil di fuori, è la difficoltà di esprimersi ciò
che impedisce al bambino di dire quello che pensa, spingendolo a girare intorno
alla verità. Una volta fatto il primo passo, una volta insorta quella tendenza,
l’educazione e i motivi in genere che spingono a MENTIRE – Grice: “MENTARE,
MENTIRE” --, come sarebbe quello di fuggire le punizioni e le minacce, fanno il
resto. È indubitato però che, data un’organizzazione (sia fisica che psichica)
debole, imperfetta a tal segno che le risorse, per quel che concerne
l’estrinsecazione siano scarse, la tendenza alla menzogna dev'essere
accentuata. È per questo che i degenerati, e i bambini in tesi generale sono
oltremodo bugiardì; ed È TALMENTE FISSATA IN LORO L’ABITUDINE A MENTIRE – ‘cry
wolf’ -- che molte volte è soltanto dopo che hanno detto la menzogna che ne
acquistano la coscienza chiara. La tendenza alla menzogna a volte diviene un
automatismo che funziona indipendentemente ed anche malgrado la volontà. In
conclusione io credo che della tendenza alla menzogna oltremodo pronunciata nei
giovanetti vada tenuto conto come d’un sintoma di debolezza dell'organizzazione
mentale, in quanto in tal caso i fatti [Stando alle recenti indagini
sull’origine del linguaggio, la parola e la rappresentazione, il SEGNO e l’imagine
dell’oggetto si svolgono parallelamente, seguendo leggi proprie. Ia prima è un
prodotto in via di formazione e di svolgimento, mutevole quindi, variabile in
rapporto allo stato dell'animo individuale e sottoposto alla volcnià indivi.
vali (‘n potestate nostra), mentre l'altra apparisce come qualcosa di già
costituito e quindi di stabile e di rigido, È naturale che le due serie, quella
delle parole e quella delle rappresentazioni non coincidano, essendo differenti
la loro origine e le condizioni di loro svolgimento. Si aggiunga che la parola
quale SEGNO è una semplice estrinsecazione dell’attività iteriore,
estrinsecazione che si riferisce ad una sola forma di sensibilità (udito). La
percezione sensibile invece rappresenta il prodotto di svariate forme di sensibilità,
donde la sua maggiore stabilita e permanenza di fronte al flusso dei sunni
vocali. V. a tal proposito l'opera di Noiré Log908 Ursprung und Wesen da
Begriffe, Leipzi ig. interni non riescono a trovar la via per estrinsecarsi in
modo giusto e deviano da una parte o dall’altra, provocando l'attività
d’elementi che per condizioni particolari sono più disposti
all’estrinsecazione. La tendenza alla menzogna intanto ha importanza in quanto
accenna ad una coordinazione irregolare, o meglio ad una forma
d’IN-co-ordinazione alla incompleta unità, identità e continuità di tutta la
vita psichica, e quindi ad una forma d'incapacità a governare sè stesso. Non
v'ha dubbio che l'educazione, l'esempio, specie se intesì a rimuovere qualsiasi
forma di duplicità nella vita e i bambini hanno ben di sovente occasione di
osservare due diverse maniere di condursi da parte dei GENITORI – cf. H. P.
Grice, “The Genitorial Programme” -- e degli altri educatori a seconda che
questi sono in famiglia, nel circolo degli amici, ecc., ovvero al di fuori
della vita intima, nella società possono mettere un argine all’invadente
tendenza alla menzogna. Vanno però sempre tenute d'occhio da una parte le
condizioni che favoriscono lo svolgimento dell’energia individuale e del
carattere e dall'altra i motivi che d’'ordinario spingono a mentire. Si è già
detto che uno dei caratteri psichici dei corrigendi è il freddo egoismo, per
cui essi non hanno altro di mira che il proprio utile. Non hanno amici nel vero
senso della parola, nè sentono affetto pei pareuti. Ordinariamente sì dice che
individui di tal fatta hanno il prepotente bisogno di far male agli altri e
provano un intenso piacere a vederli soffrire. Ora per dar ragione di tali
fenomeni, alcuni si sono arrestati all'affermazione che codesti individui sono
sforniti del senso morale, quasichè questo fosse qualche cosa di semplice e
d’irriducibile (press'a poco come qualsiasi senso percettivo, vista, udito,
ecc.): ma, prima di tutto nei bambini in genere non si può parlare di esistenza
di senso morale vero e propriu, ma di teudenze morali, presupponendo quello lo
svolgimento completo della vita psichica sia dal lato della conoscenza che
dell'attività, e poi esso è cosa tanto complessa che, per giustificarne e
interpretarne la presenza o la mancanza, vanno prima considerati gli elementi
di cui si compone. A me pare che le caratteristiche antisociali suesposte
riconoscano almeno in parte la loro origine nella diminuzione della simpatia,
intendendo per quest'ultima la proprietà che ha l’animo di un individuo di
riflettere i sentimenti che sì rivelano nell'espressione del volto delle
persone che lo circondano. Per essa, intesa in senso largo, la vista di un
movimento. come l’assistere ad una sofferenza desta fenomeni analoghi nella
psiche dell’ osservatore (1). Questa impressionabilità individuale che ha un
fondo organico e corrispettivo fisiologico consistente nell’attitudine di
taluni centri nervosi ad entrare in funzione anche se agisce da stimolo la
percezione di date espressioni emotive (2), questa simpatia istintiva che (1)
Maudsley ed altri notarono a tal proposito che l’uomo comincia il suo sviluppo
colla sinergia (contagio dei movimenti, imitazione), poi arriva alla simpatia
(contagio dei sentimenti) e infine raggiunge la sintess (comunione delle idee)
Si è stabilita tale connessione intima tra determinate espressioni emotive e le
emozioni che basta la semplice percezione delle prime come i1 altri casi la
insorgenza delle stesse per richiamare le seconde, onde il proce-so nervoso
espressivo che dapprima figura come conseguente o concomitante del processo
nervoso costituente il corrispettivo fisiologico delle emozioni, diviene l’
antecedente. negli esseri forniti della medesima organizzazione provoca il
simile col simile, fondata psicologicamente sull’associazione già stabilitasi
in noi tra le manifestazioni espressive e il corrispondente sentimento altre
volte provato per cui la percezione di quei segni provoca il fantasma del
sentimento, fantasma che contiene già un iniziamento dsl processo reale di cui
è l'immagine, questa disposizione che fa concentrare l'attenzione dei bambini
sull’espressione del volto e perfeziona, come dice il Perez, il dono innato di
leggere nelle fisonomie, è quanto vi ha di congenito, di originario e, diremo
anche, di organico nelle tendenze sociali o antisociali che l'uomo presenta nel
corso della sua vita. Noi possiamo simpatizzare con qualunque essere, il quale
presenti qualche analogia con noi e tanto più quanto maggiore è lu
rassomiglianza; quindi più facilmente e più fortemente cogli altri uomini e tra
questi sopratutto coi parenti, coì connazionali, con quelli della medesima
razza e cosi di seguito: poi via via in grado sempre decrescente cogli animali
più simili all'uomo, scendendo fino a quelli in cui la differenza
dell’organizzazione è tale che le loro manifestazioni ci riescono quasi affatto
inintelligibili e cilasciano indifferenti. - Ora che i bambini in genere
abbiano attitudine a simpatizzare non è a dubitare, come dimostrano i numerosi
esempi riferiti dagli autori che si sono occupati della psicològia infantile e
specialmente dal Galton, il quale ha soggiunto che i bambini sono più disposti
a sentire la simpatia per gli animali che non gli adulti .(1). (1) Riferirò a
tal proposito un esempio riportato dalla signora Mana. ceine, la quale racconta
che mentre nel giardino zoologico di Pietroburgo una folla numerosa stava ad
ammirare la destrezza e i giuochi eseguiti da un elefante e tra le altre cose
una scena nella quale il guardiano si Vediamo qual'è l'origine di questa
proprietà psichica congenita che abbiamo detto simpatia. Molti hanno messo in
rapporto la simpatia collo sviluppo della riflessione individuale, ecc. :
quasichè la simpatia nascesse nell'individuo dal semplice ricordo dei dolori
provati e fosse quindi come il risultato di un calcolo egoistico o di un
ragionamento. La vista di una data sofferenza in tanto desterebbe dolore in
quanto provocherebbe il ricordo di una sofferenza analoga già provata
dall’individuo o susciterebbe la paura di provarla. La simpatia sarebbe cosi un
egoismo mascherato e poggerebbe tutta sulle emozioni già provate o imaginate o
in qualche modo comprese. Ed è così che accade d'imbattersi non di raro in
espressioni come queste: Noi non siamo veramente pietosi se non per le miserie
che possiamo chiaramente comprendere. Le altre non cì ispirano che ribrezzo e
dispregio. Per questo i fanciulli sono generalmente crudeli . Ora tutto ciò non
è esatto; la più parte dei bambini nascono col dono della simpatia e non è
necessario che comprendano in modo chiaro e cosciente i dolori, perchè in essi
si desti la simpatia, e se con uua certa frequenza appaiono crudeli, è in
grazia di un'educazione falsa loro impartita ed anche in grazia delle
condizioni di debolezza in cui si trovano, per cui sono costretti a ricorrere
necessariamente alla crudeltà per difendersi e vincere. Co ciò non s'intende
negare l’azione che lo svolgimento dell'intelligenza e della coricava per terra
e l’clefante si metteva a camminarvi per disopra, una bambina di due anni,
seduta sulle braccia della balia cominciò a piangere tanto forte ed a
protestare coi suoi gesti e col suo irregolare linguaggio infantile contro
quella vista per lei ributtante, che non fu pos+Sibile renderla tranquiila
pruma che il guardiano si levasse in piedi. riflessione può esercitare sulla
simpatia, rendendola più fine, più squisita e più differenziata, ma si vuole
affermare che la simpatia non è a considerare quale prodotto della ragione e
dell'esperienza individuale. Finchè in psicologia dominò la veduta
individualistica, finchè si credette di poter dare ragione di tutti i fatti
spirituali per mezzo delle attitudini della psiche individuale e finchè questa
fu considerata come qualcosa d’indipendente, di completo, di esistente per sè e
di chiuso in sè stesso, non sì potè non considerare la simpatia come un
prodotto sussecutivo e secondario. Da tal punto di vista il centro di ogni vita
psichica essendo l'io individuale, questo non poteva figurare come momento e
parte di una vita psichica superiore, nè la simpatia poteva esser riguardata
come una attitudine originaria, In tale ordine di idee rimasero i psicologi
darwiniani quando cercarono di determinare il tempo in cui la simpatia fa la
sua coinparsa nell'anima umana (età di 5 mesi) e nella serie animale
(/menotteri). Se non che qui è bene notare che gli scienziati su tale argomento
non son punto d’accordo : così Sir John Lubbock ritiene le formiche da lui
osservate sfornite di affezione e di simpatia almeno relativamente allo
svolgimento delle emozioni di natura opposta, mentre altri naturalisti come
Maggridge, Belt asseriscono di aver potuto constatare in talune specie di
formiche un' attitudine particolare alla simpatia. Gli stessi dispareri
s'incontrano a proposito delle api e di altri insetti (1). (1) Cfr. Romane8s,
L'’intelligence des animaux, trad. fr., Paris, Alcan, 1887, Tom. I, pag. 41 e segg. e pag. 145. Cfr. anche
Romanes, L’evolution mentale ches les animaux, trad. fr., Paris, Reinwald,
1884, pag. 352. Il s Il disaccordo esistente tra gli scienziati sta a provare
la mancanza di consistenza del loro punto di partenza, avendo essi prese le
mosse dal presupposto che la simpatia sia qualche cosa di secondario, di
derivato e di accidentale che possa e non possa esistere, e che quindi possa
sorgere in un dato momento piuttosto che in un altro; ora, nulla di più
infondato. L'’attitudine alla simpatia è universale, primitiva, originaria in
tutto il regno animale e sono soltanto le sue Romanes pone la benevolenza tra i
sentimenti posseduti dagli animali, p. es. dal gatto, riferendo i seguenti
esempi: “ Au sujet d’un chat domestique,, dice quest’autore, “ voici ce
qu’écrit M. Oswald Fitch. Il dit que l’on vit ce chat “ prendre des arétes de
poisson et les emporter de la maison an jardin: on le suivit et on le vit les
déposer devant un chat étranger mistrablement maigre et évidemment affamé, qui
les dévora; non satisfait encore, notre chat revint, prit une nouvelle
provision et recommenca son offre charitable qui sembla étre acceptée avec
autant de gratitude. Cet acte de bienveillance accompli, notre chat revint à
l’endroit où il prenait d’habitude ses repas, près de l’évier où se lavent les
assiettes, et mangea le reste des débris de poisson, (Nature, 19 avril 1883,
pag. 580). Un cas presque identique m’a été communqué par le docteur Allen
Thomson, membre de la Société royale de Londre. La seule différence est que le
chat du docteur Thomson attira l’attention de la cuisinière sur un chat
étranger affamé, en la tirant par la robe et en la menant à l’endroit cù se
trouvait le chat. Quand la cuisinière donna è celui-ci quel jue nourriture
l’autre se promena tout autur, tandis que le premier faisait son repas, en
faisant gros dos e ronronnant bruyamment. Un autre exemple de bienveillance
chez le chat suffira. H. A. Macpherson m'écrit qu’en 1876 il avait un vieux
matou et un jeune chat de quelques mois. Le vieux chat qui avait longtemps été
un favori, était jaloux du petit et lui témoignait une aversion notable. Un
jour, on enleva en partie le plancher d’une chambre du sous-s0l pour réparer
quelques tuyaux. Le jour qui suivit celui où le planches avaient été remises en
place, le vieux “ entra dans la cuisine (il vivait presque entièrement è
l’étage au dessus) se frotta contre la cuisinière et miaula sans tréve ni cesse
jusqu’à qu'il eft attiré son attention. Alors courant de ci, de là il la
conduisit dans la chambre où le travail avait été fait. La domestique fut très-intriguée jusqu'’ à ce qu'elle
estrinsecazioni, le sue manifestazioni che variano a seconda delle circostanze
e massimamente a seconda del maggiore o minore grado d’intensità dei sentimenti
di natura opposta, dei sentimenti che potremo dire egoistici, i quali sono del
pari originari e universali. È naturale che lo svolgimento diverso dei
sentimenti dipende dalle differenti condizioni di vita: così s'intende da sè
che negli animali in cuì l'ordine sociale è bene entendît un faible miaulement
venant de sous ses pieds. On enleva une planche et le jeune chat sortit sain et
sauf, mais è moitié mort de faim. Le vieux chat surveilla toute l’opération
avec beaucoup d’interét jusju’à ce que le jeune fàt remis en liberté : mais
s’étant assuré que celu-ci était sauf, il quitta la chambre aussitòt sans
manifester la moindre satisfaction de le revoir. Ultérieurement, non plus, il ne devint nullement amical
pour lui., Se il Rumanes e gli altri vogliono chiamare gli atti surriferiti
atti di benevolenza, padronissimi, a patto però che tale banevolenza sia
considerata come nient’altro che espressione di un sentimento di simpatia. Tra
la benevolenza mostrata dai gatti e quella umana corre un abisso, giacchè la
prima non include la coscienza dell’obbligatorietà del compimento degli atti di
benevolenza, nè presuppone alcun principio o massima fondamentale come l’altra:
gli atti provengono immediatamente, saremmo tentati di dire automaticamente da
una tendenza, da un’esigenza, da un bisogno dell'organismo fisico-psichico e
qui finisce tutto. Perchè gli atti compiuti dai gatti divengano identificabili
coi corrispondenti compiuti dall'uomo, occorre che la coscienza dia loro le
note di necessità e di universalità, occorre che l’individuo compiendoli sappia
di compiere un'azione che deve essere compiuta, onde vi concorre con tutta la
propria energia individuale. I gatti son tratti ad operare in tale o tale altro
modo, mentre l’uomo opera così, perchè crede che così ss deve operare.
L'’essersi i gatti adoperati a soccorrere i loro simili prima di appagare i
loro appetiti lungi dal poter essere citato come una prova del loro rpirito di
sacrificio s’interpreta benissimo al lume di quella nota legge psicologica,
secondo cui i sentimenti e gli appetiti che si presentano fuori del consueto
assumono un’insolita intensità e vivacità in confronto di quelli usuali,
ordinari ed insorgenti ad intervalli fissi e determinati. Si aggiunga poi che
dalla psicologia moderna gli animali non son più considerati come incapaci di
qualsiasi iniziativa e sforpiti di qualsiasi forma di aitività individuale,
organizzato, poggiando sul principio della cooperazione, i sentimenti di
tenerezza e di affezione reciproca devono giungere ad un grado notevole di
sviluppo, come quelli che stanno a significare l'accordo esistente tra
l'interesse dell'individuo e quello della comunità. Del resto lo stretto e
rigoroso individualismo non è più ammesso nemmeno in biologia, in quanto si è
andata sempre più accentuando una reazione benefica alle vedute prettamente
darwiniane colle ricerche compiute sulle varie forme di associazione presso gli
animali. Basta ricordare qui le accurate indagini dell'Espinas, del Cattaneo e
del Perrier, le quali tutte hanno mirato a porre in sodo che l'associazione,
l'assistenza reciproca, la divisione del lavoro (la cui influenza fu dapprima
in modo cosi evidente posta in luce da H. Milne Edwards) e la solidarietà che
ne risulta hanno esercitato un'azione preponderante sulla formazione, sullo
svolgimento e perfezionamento degli organismi. Se l'esistenza della simpatia
nel regno animale quale fatto primitivo ed universale può formare oggetto di discussione
trai naturalisti psicologi, ogni dibattito cessa di essere g'ustificato per
quel che riguarda l'uomo. Noi conoscia:no questo soltanto come essere sociale e
quindi come determinato nelle sue azioni ad uno stesso tempo dal suo proprio
volere e dal volere della collettività a cui l’individuo appartiene: la
relativa indipendenza e separazione del volere individuale appare solo come il
risultato di uno svolgimento tardivo. Si pensi che il bambino diviene solo
gradatamente cosciente della forza della propria volontà, mentre da principio a
mala pena si distingue dall'ambiente da cui è come a dire trascinato. Del pari
nello stato naturale I n= “© Redi a ee ; e e e i . @1’oo@-@ a e e il predominio
e la preponderanza appartiene al sentire, volere e pensare collettivo. L’ uomo,
per così dire, s' individualizza a poco per volta emergendo da uno stato
d'indifferenza sociale, senza separarsi però mai completamente dalla sua
comunità. Il dire che noi abbiamo bisogno della riflessione e del calcolo e
dell'esperienza per poter agire a favore degli altri è tanto assurdo come voler
dar ragione delle azioni egoistiche, ricorrendo agli stessi mezzi del calcolo,
della riflessione, ecc. : in entrambi i casì la volontà agisce in modo
immediato; ed anzi possiamo aggiungere che ogni complicazione avrebbe per
effetto di paralizzare o di rendere meno pronto l'operare. Ogni forma di
riflessione e di calcolo piuttosto che precedere segue gli atti. D'altra parte
l'affermare che la simpatia nasce dal riflettersi dei sentimenti altrui nell'anima
nostra in rapporto alla loro intensità, e in qualche maniera alla loro qualità,
non . implica nient'affatto l'identità del sentimento originario e di quello
riflesso. Tra la sofferenza o il dolore originario e la pietà, o la compassione
vi è una profonda differenza dal punto di vista qualitativo : è lecito forse
identificare rispettivamente l'angoscia di colui che sta per annegarsi o la
sofferenza dell'operaio disoccupato che teme la fame coi sentimenti che
producono in modo riflesso in chi osserva la coraggiosa risoluzione di salvare
il primo e l 'atto di carità tendente ad alleviare la miseria del secondo ? Se
così stesse la cosa, nota molto a proposito il Wundt (1), il sentimento
riflesso perderebbe appunto quelle (1) Wundt Ethik, Stuttgart. proprietà che lo
rendono un motivo di soccorso attivo. Insomma l’anima umana è cosiffatta che
non rimane indifferente di fronte all'apprensione dei fatti psichici dei suoi
simili, ma in certa guisa se li appropria, rendendoli parte del contenuto
rappresentativo ed emotivo della sua propria psiche : i fatti psichici altrui
però penetrando nella. nostra coscienza conservano qualcosa di proprio, come a
dire un segno della loro provenienza estrinseca, per cui assumono uno speciale
valore emotivo per il nostro spirito. Di guisa che da una parte i sentimenti
altruistici sono originari allo stesso titolo degli egoistici e dall’altra
ciascuna delle due categorie di sentimenti presenta delle qualità specifiche
irriducibili per cui non può non fallire ogni tentativo di derivare gli uni
dagli altri. Allo stesso modo che non v'è caso altro che nel sogno e in talune
forme d'alienazione mentale che noi scambiamo la nostra propria personalità con
quella di un altro, così non è possibile un'identità originaria dei sentimenti
riferentisi a noi stessi e di quelli relativi ad altri soggetti. Da ciò
consegue non solo che il conflitto degl’inpulsi egoistici con quelli
altruistici è una delle forme più frequenti di contrasto tra i motivi della
volontà, ma anche che in tale lotta vincono ora quelli di una specie, ed ora
quelli di un' altra. Del resto se le tendenze sociali fossero qualcosa di
secondario e di derivato non si vede come e perchè non sarebbero sempre vinte e
superate dai sentimenti originari. Nessuna riflessione e calcolo avrebbe la
virtù di produrre un tale effetto. Di maniera che l’ individualismo psicologico
mena dritto all’ egoismo morale. Fortuna che la forza dei fatti è maggiore di
quella delle teorie ! (Wundt). Il fondo dell’individualismo è una concezione
meccanica del mondo morale ; esso isola l’uomo nel bene come nel male, facendo
poggiar tutto sull’individuo e non vede in ogni associazione umana che un
aggruppamento artificiale ed essenzialmente transitorio. La veduta
collettivistica concepisce il mondo come un vero organismo, alla cui vitalità
collabora l'individuo come membro e parte. La società in quanto produce e
consuma non è più considerata come un aggregato d'atoii isolati, ma come un
sistema organico nel quale la produzione e la distribuzione delle ricchezze rispondono
alle funzioni di assimilazione e di circolazione proprie di ogni essere
vivente. Onde la conservazione dell'organismo apparisce alla coscienza
dell'individuo come il dovere più alto e imperioso, o alineno quest’ultimo
dovere prende posto accanto al dovere di conservazione personale. È evidente
che tale concezione dello spirito sociale racchiude l'idea più alta della
moralità, la quale è una produzione della società di cui segue i progressi e le
vicende. Del resto anche nell'individuo isolato la moralità non consiste
soltanto nel verdetto interiore della coscienza (tanto è ciò vero che le buone
intenzioni non bastano a sostituire una buona azione), bensi nella
collaborazione reale all’organizzazione della natura secondo la ragione, o
nella contribuzione al bene generale a cui l'individuo ha il dovere di
sacrificare senza esitazione i suoi interessi ed anche la sua persona. La
disfatta dell’individualismo e dell’egoismo per mezzo del principio morale,
ecco adunque l’ideale: se non che vincere non equivale a distruggere
completamente : l’io è l'io, e rimane tale necessariamente : e si trova da per
tutto, anche, come sì è veduto, nei sentimenti di simpatia e di pietà che si
provano per gli altri. Onde se si vuole che un individuo cooperi al benessere degli
altri bisogna fargli occupare nella società il posto che gli compete; così egli
potrà svolgersi interamente e spiegare liberamente, ma sempre legittimamente la
propria attività. n'e Dopo aver determinato la natura e i caratteri della
simpatia che va considerata come il fondamento organico dello spirito sociale e
quindi della moralità, s'affacciano alla nostra mente parecchi quesiti: 1° E
ammissibile l'assenza completa della simpatia o anche una deficienza
notevolissima di essa, e nel caso affermativo, si possono porre in opera dei
mezzi per accrescerla, o per produrla addirittura? Che significato ha la
deficienza della simpatia e quali sono le cause determinanti di un tal fatto?
In che rapporto si trova la simpatia colla morale vera e propria ? 4° La tendenza
alla malevolenza è spiegabile solamente con l'assenza pura e semplice della
simpatia, ovvero bisogna ammettere auche l'antipatia come determinazione
originaria primitiva e positiva ? 1° Che l’attitudine a simpatizzare possa
mancare del tutto non è ammissibile, almeno fino a tanto che non si esce dai
confini del normale; è soltanto in stati morbosi o semplicemente anormali che
si può riscontrare la preponderanza, e nemmeno allora assoluta, dell’egoismo.
In casi determinati però sì può osservare una notevole diminuzione di detta
attitudine, ed è impossibile negare che l'animo dei bambini alle volte non
appare, giusta le parole di Heine, come lo specchio fedele dei sentimenti che
si producono intorno a lui. Se non che qui occorre osservare che il contagio
dei sentimenti può avvenire tanto nel s:nso buono quanto nel senso cattivo,
onde da tal punto di vista tra i giovani chiusi in una Casa di custodia bisogna
distinguere quelli che avendo attitudine alla simpatia e all’imitazione e che
trovandosi a contatto dei tipi sfornitine completamente son divenuti malvagi
anche loro, rotti al vizio e sordi alla voce di qualunque sentimento sociale,
da coloro che effettivamente nacquero deficienti in fatto di simpatia e di
attitudine ‘all’imitazione. Son questi ultimi i tipi che si potrebbero dire gli
originali dal punto di vista antisociale. Essi non intendono conformarsi a
nessun modello e a nessuna regola, il che non esclude che possano avere del
talento. Sorge spontanea la domanda: Ci son dei caratteri differenziali tra chi
è divenuto antisocievole in seguito all'esempio ed alla suggestione e chi è
nato tale per deficienza di attitudine alla simpatia ? I dati anamnestici
accuratamente raccolti possono fornire dei lumi a tal proposito, ma è l’esame
psicologico fatto ripetute volte e l'osservazione diligente del soggetto fatto
a sua insaputa che potranno fornire il bandolo della matassa. Un bambino che
non ha nessuna tendenza ad imitare ciò che vede fare dinanzi a lui, un bambino
che tende a starsene isolato in un canto e che non sente il bisogno di ripetere
i giuochi e di trastullarsi, un bambino che rimane estraneo a tutti i
sentimenti degli altri e che risponde alle osservazioni fattegli col silenzio o
con frasi prive di senso, con repliche amare e con scuse false, un tale bambino
deve destare sospetto, giacchè le note suesposte depongono per un carattere, il
quale per natura ha poca attitudine alla simpatia. Bambini di questo genere,
specie se in età precoce, nelle ore di allegrezza si gettano su di voi e magari
vi stringono con furore, vi tirano le braccia con tutta la loro forza e vi
tormentano in mille modi e sembrano d’ignorarlo ; se li avvertite si
meravigliano . e se insistete perchè vi lascino in pace, continuano a
molestarvi e nel caso che prolighiate loro delle carezze non sentono il bisogno
di ricambiarvele. Del resto si può dire che il carattere persistentemente
egoistico si riconosce da una quantità di nonnulla, dei quali ognuno preso per
sè val poco, ma messi insieme difficilmente ingannano il pedagogo ed il
psicologo sagace. Aggiungiamo che colui che è fornito del dono della simpatia
naturale si mostra più passibile di miglioramento e di educazione. L'individuo,
infatti, il quale in forza del contagio morale è divenuto cattivo, ma che ha
l’attitudine alla simpatia e che perciò presenta un carattere modificabile può
d'un tratto, date le condizioni opportune, presentare mutata la sua fisonomia
morale, può divenir buono appunto perchè la sua psiche è organizzata in modo da
sentire l’azione della suggestione e dell'esempio, mentrechè l'individuo in cuì
predomina l'egoismo rimane sordo a qualsiasi stimolo, epperò si rivela incapace
di notevole miglioramento, s'intende nelle ordinarie Case di correzione (1),
giacchè la cosa muta sott A lui si possono rivolgere le parole di Mefistofele
(GOtbc, Faust): Du b'st am Enda was du bist Setz dir Perruecken auf von
Millionen Locken Setz deinen auf ellenhohe Locken Du bleibst doch immer, vas du
hist . condizioni diverse, come vedremo in seguito, parlando del rapporto della
simpatia colla moralità. S'intende da sè che di tipi siffatti fortunatamente se
ne riscontrano pochissimi: ed è chiaro del pari che l’uducazione, l'esempio
come tutti i mezzi atti a spiegare la loro azione sull'individuo si dimostrano
inefficaci a produrre o ad accrescere quella disposizione psichica che, come
abbiamo veduto disopra, ha una base organica e fisiologica molto manifesta ;
non altrimenti che chi sorte da natura una qualsiasi deficienza organica, per
quanti storzi faccia, non arriverà mai ad acquistare ciò di cui manca, così chi
è nato manchevole in riguardo, diremmo quasi, del senso so.ciale, deve
rassegnarsi a rimanere tale, senza sperare che in lui avvenga un radicale
mutamento, s'intende sempre dal punto di vista della sensibilità sociale. Vediamo
che significato vada attribuito alla deficienza della simpatia e quali ne siano
le cause. Già Maudsle;- dichiarava che la posterità degli uomini le cui azioni
durante la vita si ispirarono ad uno stretto egoismo manifesta maggior
predisposizione alle malattie mentali che non la discendenza di uomini, i quali
durante la loro vita ebbero degli ideali morali e sociali elevati. Stando allo
psichiatra inglese, l'amore esclusivo del guadagno e per conseguenza una vita
dedicata al conseguimento del proprio vantaggio esclusivo ha per effetto
dapprima che le attidudini nobili ed elevate divengono rare e dipoi che i
fenomeni della degenerazione cominciano a predominare. Ed il medesimo autore
aggiunge che il cammino della degenerazione in certe famiglie attraversa le
seguenti tappe: 1° sviluppo notevole, sotto l'influenza dell'ambiente sociale,
delle passioni egoistiche ; 2° apparizione di qualche forma leggera di disturbo
psichico che però può raggiungere anche il grado di una vera psicosi; 3°
ulteriori passi della degenerazione che per lo più sono rapidi e funesti. Senza
stare ora a ricercare la parte di verità contenuta in tale asserzione del
Maudsley, noi ci crediamo autorizzati ad affermare che la deficienza della
simpatia è indizio di un disordine abbastanza profondo dell'attività psichica e
quindi anche del sistema nervoso o di tutto l'organismo addirittura. Essa
rivela un'anomalia ancora più profonda che non le tendenze all’ozio ed alla
menzogna, tanto più se si pensa che l'attitudine alla simpatia ed all'imitazione
è un dono che noi abbiamo comune cogli animali superiori. Si comprende
agevolmente che le cause, le quali hanno prodotto un tale effetto hanno dovuto
essere persistenti ed oltremodo importanti. Per noi sono determinate condizioni
d'esistenza sociale, le quali hanno imposto all’uomo civile di mettere in opera
tutti i mezzi egoistici a sua disposizione per poter vincere nella lotta per la
vita che accompagna l’individualismo. La scuola del successo non insegna altro
che ad appuntare ed affilare le armi dell’egoismo. Non è in una forma
determinata di degenerazione patologica del cervello, ma nelle condizioni
d'’esistenza sociale, specie delle grandi città, che il delinquente può trovare
la più forte, quantunque sempre incompleta, scusa. E le pene applicate nelle
prigioni e nelle case di correzione sono, com'è noto, completa nente inefficaci
a migliorare i colpevoli. E appunto perchè la miseria è la grande sorgente
dell'immoralità e del vizio, la produttrice dei falli e dei delitti di ogni
sorta, s'impone il dovere di combatterla e di farla scemare quanto più è
possibile. La ricchezza, è vero, rende il cuore duro, si accompagna con
l’'avarizia, la cupidigia, la lussuria, l’accidia e la superbia come d'altra
parte la povertà ha le sue virtù proprie e la sua grandezza morale particolare,
ma chi oserebbe negare che l'estrema povertà e la squallida miseria sono
oltremodo favorevoli al rigoglio della delinquenza e che insieme costituiscono
le più potenti cause per cui l'uomo si dà all'ubbriachezza, Ja donna alla prostituzione,
onde il bambino, rimanendo privo d'educazione, d'istruzione, di assistenza, di
buoni esempi, diviene precocemente ipocrita, mendico ed anche ladro? E chi
oserà inoltre porre in dubbio che la cattiva azione compiuta nella prima
generazione sotto l'impero della necessità e del bisogno passa con molta
facilità sotto forma di tendenza nel sangue della seconda generazione, presso
la quale si esplica anche spontaneamente e naturalmente ? E chi negherà infine
che sopratutto nelle grandi città, date le orrende condizioni di abitazione, la
perversità e il vizio entrano come elemento necessario e inevitabile della
esistenza ? Da tutto ciò consegue che una ripartizione più equa della
ricchezza, il miglioramento generale della vita di famiglia e dell’educazione
infantile, l'aumento delle ore di libertà concesse all’ operaio e l'aumento del
suo salario contribuiranno necessariamente a far decrescere il numero dei
criminali e dei predisposti alla delinquenza ed al vizio. 3° Ma, si può qui
domandare, chi non ha attitudine alla simpatia, è perciò stesso condannato alla
immoralità, al vizio, è un candidato alla delinquenza ? A tal uopo prima di
tutto bisogna ricordare quello che noi abbiamo detto di sopra, vale a dire che
l’assoluta mancanza della simpatia è inammissibile, onde deriva che una delle
basi naturali della moralità non viene mai a mancare del tutto e che la sua
deficienza può essere compensata da una cooperazione maggiore degli altri
fattori : poi è necessario intendersi snl significato esatto da dare alla
parola simpatia: se questa è presa in senso lato, vale a dire come l'attitudine
a ricevere qualsiasi influenza proveniente dal di fuori, di qualsivoglia natura
questa sia, se essa è scelta a designare un rapporto qualsiasi, anzi la
possibilità di ogni rapporto intercedente tra l'attività dell’individuo e
quella della collettività in cui egli vive, opera e si muove, allora non vi è
dubbio che il dominio della simpatia coincide perfettamente con quello della
moralità, in quanto spirito sociale (simpatia) e spirito morale sono
espressioni che si equivalgono. Ma la simpatia intesa così non può mai mancare:
l’uomo sfornito di spirito sociale è un'astrazione bell'e buona, giacchè la
caratteristica dell’uomo sta appunto nel suo essere intimamente collegato per natura
coi suoi simili, come la caratteristica vera del folle è nell’essersi liberato
dai vincoli che legano l'individuo alla società. Ed ancorchè lo spirito sociale
si mostri alquanto affievolito, non mancano i mezzi per ratforzarlo, come si
vedrà in seguito. Se invece la simpatia è presa in senzo stretto, vale a dire
come l’attitudine dell'individuo a provare sentimenti analoghi a quelli dei
suoi simili in seguito alla percezione dei segni o rlelle espressioni dei detti
sentimenti, allora la debolezza della simpatia non trae seco l’immoralità : ed
è la simpatia intesa così che se si sorte debole da natura, non può per nessuna
via essere rafforzata con mezzi artificiali di qualunque genere questi siano.
Insomma l’attività od il volere individuale può essere indirizzato al bene o
perchè spintovi dalla percezione delle estrinsecazioni dei sentimenti esistenti
negli altri, i quali per tale via si riflettono nell'anima dell'individuo,
ovvero in virtù dell’azione esercitata sulla vita psichica individuale dal volere
sociale. L'uomo più o meno consciamente, più o meno riflessivamente come più o
meno intensamente si lascia influenzare dall'ideale umano, che rappresenta il
prodotto della società presa nel suo insieme attraverso il corso della storia,
anche quando l'attitudine a simpatizzare è deficiente nell'individuo. Nè può
essere diversamente, se si pensa che ciascun individuo è legato all'umanità
tutta quanta da comunità di natura, di vita, di bisogni, di tendenze, di
principii. L'esistenza dell'individuo è così strettamente congiunta con quella
della società che tuttociò che è favorevole ad essa torna a vantaggio
dell’individuo, mentre soffrendo essa, una parte delle sue sofferenze ricade
necessariamente su quest'ultimo. Interesse generale, maggior felicità per il
più gran numero, bene supremo son tre espressioni diverse d'uno stesso
principio. Ciascuno sente in modo più o meno vivo, più o meno chiaro che il
bene supremo non ha la sua sede nell’individuo, ma al di fuori di lui nelle
grandi opere collettive, nei grandi risultati sociali ai quali l'individuo deve
collaborare, e su cui ha anche il dritto di prelevare la sua parte di benefici.
Se non che il bene supremo non è per il genere umano una proprietà stabile,
fissa e definitiva, un bene acquisito una volta per sempre, ma un ideale non
mai totalmente attuato, che ciascun individuo, anche il più umile deve
sforzarsi di far trionfare. Di qui la grande contradizione, l'eterna antinomia
che, come dice lo Ziegler (1) nessun Dio, nessun miracolo faranno scomparire :
l’antinomia dell'individuo e della collettività, della felicità individuale e
della moralità. Da una parte l'individuo per sua propria natura tende alla
felicità. dritto assoluto per lui e dall’altra il dovere sociale gli prescrive
di sacrificare questa felicità al bene dei suoi simili. Ora ciò che va tenuto
in considerazione è che il volere sociale ha efficacia sugli individui non solo
in quanto havvi tra loro comunità di sentimenti per via della percezione
reciproca delle manifestazioni di questi, ma anche e sopratutto perchè
gl’individui son atti a sentire l’azione dell’ideale sociale per qualsiasi
mezzo ciò intervenga. Da una parte adattare la propria vita individuale alle
esigenze dell'esistenza sociale, compiere il proprio dovere equivale a
salvaguardare nel miglior modo i proprii interessi e dall'altra separarsi dai
suoi simili, voler brutalmente far trionfare la propria personalità a
detrimento di quella degli altri (il che propriamente costituisce l'egoismo e
la malvagità) equivale a non possedere nemmeno la felicità individuale, in
quanto la vita di colui che si sente solo è necessariamente vuota e triste.
Tale è l'ordine delle cose, quale risulta non da una legge esterna e
trascendente, ma dail’essenza (1) Ziegler. La question sociale est une question
morale trad. fr., Paris, stessa dell'uomo e della società umana. Tale è il
fondamento sul quale poggia la fede ottimista nel trionfo del bene; trionfo che
pur non essendo mai definitivo e completo, riceve sempre una conferma dalle
lotte che si sostengono e dagli sforzi che si compiono in suo nome. È qui il
luogo di accennare ai mezzi che devono essere messi in opera affinchè lo
spirito sociale si svolga anche là dove il dono naturale della simpatia si
presenta a mala pena accennato : e ognuno intende che il primo posto a tal
riguardo tocca all’educazione, la quale deve essere tutta intesa a rafforzare i
rapporti tra l'individuo e la società, per modo che questa agisca
incessantemente e in modo preponderante su quello, deve essere intesa, cioè, a
generare nell'animo individuale l’intima convinzione che al disopra del proprio
volere havvi una volontà ed un potere d’ordine superiore a cui è impossibile
sottrarsi, deve dunque mirare ad abituare l’individuo a sentire il proprio
volere modificato e determinato da un altro volere superiore. À. tal uopo va
ricordato che nella prima età è su tante piccole cose, su tante minuzie che si
edifica spesso il carattere morale dell’individuo. Gli atti che si eseguono, le
parole che si pronunciano in presenza dei bambini, tutto ha una importanza
grandissima in un'età, nella quale propriamente avviene l’organizzazione della
vita psichica e lo spirito acquista l'impronta propria (1). Magni interest,
diceva Cicerone, quos quisque audiat quotidie domi, quibuscum loquatur a puero quemadmodum
Bonfigli. Dei /attori sociali della pazzia in rapporto con l'educazione
infantile. Roma 1894. Cicerone, De claris oratoribus. Id. De lege agraria od
popul. VIN patres, paedagogi, matres etiam loquantur. Senza che l’intelligenza
difetti, senza che vi sia la cosidetta anestesia morale, l'individuo, in virtù
dell’ educazione si può rendere per abitudine moralmente insensibile, perchè
nell'infanzia le di lui relazioni coi parenti e con la società non si son
volute accompagnare con sentimenti piacevoli corrispondenti, nè sono state
dirette a svegliare in lui interessamento per tutto ciò che varca il proprio
io. Nei casi di mancanza di affetti, d’anestesia morale spesso l'organizzazione
non ha coloa, ma si deve tutto a circostanze esteriori, delle quali tocca
all’educatore tener conto. Von tngenerantur hominibus, diceva anche Cicerone,
mores tam a stirpe generis et seminis, quam er its rebus, quae ab ipsa natura
loci et a vitae consuetudine suppeditantur. La volontà, come tutte le funzioni
psichiche, può essere coltivata e condotta a maggiore sviluppo mediante
l’esercizio: onde nei bambini hanno un'importanza speciale gli esercizii di
detta facoltà. Il Perez ha scritto pagine importantissime su tale argomento,
insegnando al pedagogista come anche nelle più piccole circostanze questi possa
trovare il modo di esercitare nel bambino questa nobile attività dello spirito.
Noi non terremo dietro al citato autore nell’ indicare i varii mezzi con cui la
volontà può essere ratforzata: diremo solo che egli molto opportunamente not a
che le decisioni e ie convinzioni del bambino sono /ragilissime, non tanto per
la sua inesperienza quanto per la sua impulsività (data la poca coordinazione,
la diversità e il numero relativamente piccolo dei motivi che spingono all'azione)
e per aL ansi rr iz _la debolezza relativa del cervello e dei muscoli, ond’è
bene che gli esercizii della volontà siano fatti quando essa non è stanca e
quando il bambino è fresco e vivace. Ciò sopra tutto riguarda gli esercizi
della cosi detta volontà repressiva, in cuì si concentra la forza d'inibizione.
Il fatto d'inibizione incosciente per cui i gridi di dolore di un bambino
vengono arrestati da un rumore improvviso, c’insegna come si debba da noi
esercitare nel miglior modo questa specie di volontà repressiva. Così potremo
arrestare ì movimenti di collera in un bambino, producendo in lui un nuovo
stato di coscienza, mercè una sgridata; e fra quei due stati si stabilisce
un'associazione che rende più facile l'arresto nell’ avvenire. Nello stesso
modo si può esercitare la volontà repressiva, facendo si che il bambino moderìi
l’ istinto della fame e della sete col prestare attenzione ai preparativi che
si stanno facendo pel desinare e così via dicendo. È cosi dice il Perez che la
‘ volontà comincia a poco a poco e dolcemente, a trionfare degli istinti più
potenti ed a sopportare le punizioni più penose . Oltrechè con i mezzi che si
possono dire derivatici e in certo modo preliminari, applicabili specialmente
ai bambini di minore età, la volontà viene e rafforzata favorendo certi dati
sentimenti, quali l’ amor proprio, l'amor dei parenti, l'orgoglio di far bene,
ecc. e lo svolgimento di determinate facoltà quali l’attenzione e la
riflessione. Il vivere nella famiglia, il conversare coi parenti e coi compagni,
la società intera, le leggi civili ecc., debbono concorrere coll’esempio,
coll’approvazione e disapprovazione, coi comandi, coi divieti, coi premi, coi
castighi a produrre nel giovine la convinzione che la sua propria volontà è
sotto l’azione di un'altra volontà d’ordine superiore. Importantissimo sotto
questo rispetto è l’influsso della religione: perocchè il rappresentarsi certe
azioni come approvate o disapprovate, prescritte o vietate, premiate o punite
dal più alto e perfetto degli esseri, dal potere e dalla santità suprema, non
può a meno d'imprimere nei sentimenti relativi una forza, una profondità, un
carattere sacro ed inviolabile che senza questa credenza difficilmente a
vrebbero. Se poi sì considera come la prima relazione morale che si presenta
tra i genitori e il fanciullo è quella dell'autorità da un lato, della
dipendenza, soggezione dall'altro, s'intende facilmente che il primo passo
nella via di questo svolgimento è dato dall’obbedienza da parte dei bambini.
Per ottenere tale virtù varî sono stati i metodi posti in opera dai filosofi. e
pedagogisti. Così Locke aveva fiducia nell'amore e nella’ paura, Fénélon nell’
autorità, Rousseau nell’efficacia degli” ordini e delle proibizioni, fondati
entrambi questi sulla necessità delle cose e sull’effetto morale prodotto dalla
conseguenza naturale degli atti, Spencer parimenti nella teoria disciplinare
delle conseguenze, Bain nella paura temperata dall’ affetto, nell’ autorità che
s'impone persuadendo, e talora anche nella correzione e Perez ed altri nell'azione
del piacere e del dolore adoperati insieme da chi presso il bambino gode di
simpatica autorità. Noi crediamo che nessuno di questi mezzi sia sufficiente se
adoperato in modo esclusivo; tutti devono esser messi in opera nei casì in cui
la simpatia naturale si presenta debole; ma certamente la preferenza tocca a
quello dell’autorità, purchè questa sappia mostrarsi fornita di pregio e di
valore agli occhi del bambino. Il segreto sta tutto qui: nel sapersi imporre al
bambino non con la semplice forza, ma con questa circondata da tutte le doti
atte a suscitare l'ammirazione e l'interesse, ed anche la curiosità di lui.
Sicchè nei casi suaccennati l’educazione morale ha bisogno del soccorso delle
rudimentali tendenze estetiche ed intellettuali del bambino. È naturale che un
individuo sfornito anche di queste non entra più nel dominio normale, ma in
quello prettamente patologico. Chi pone una barriera insormontabile tra un
individuo e l'altro dal punto di vista dello spirito e considera oghi forma di attività
spirituale come esclusivamente legata al corpo dell'individuo ed anzi ad un
punto dello stesso corpo si chiude la via per poter intendere la realtà dello
spirito sopraindividuale che non riconosce la sua base negl'individui come
tali, ma nelle associazioni di questi e insieme si chiude la via per intendere
l’azione che può esercitare lo spirito collettivo nelle sue varie forme su
quello individuale, Eppure è un fatto che dalla vita puramente organica si è
svolta una vita sopra-organica, il cui primo grado è rappresentato dalla
famiglia, composta di individui o membri che sono parti dello scopo a cui tende
quella forma collettiva e insieme mezzi appropriati a raggiungere lo stesso. E
questa associazione spirituale degli uomini non sì presenta come un‘ aggregato,
nel quale l'individuo rimanga immutato nelle sue proprietà, ma come un sistema
per cuì egli acquista caratteri che diversamente non avrebbe mai ottenuto. Le
potenze superiori dello spirito della vecchia psicologia descrittiva (ragione,
volere, ecc.) sono da riguardare appunto è quali facoltà psichiche acquisite
solo per mezzo della vita sociale, a differenza di quelle inerenti propriamente
all’individuo che sono di ordine inferiore (intendimento, appetito, ecc.).
L'uomo pensa il suo istesso pensiero e lo sottopone a norme universali, come
valuta il suo volere rapportandolo alle leggi morali; e ciò perchè egli ha, per
così dire, una doppia vita interiore, una individuale ed una comune cogli altri
uomini, la quale ultima è sopra-ordinata all'altra. Riassumendo, quando la
simpatia (intesa in senso stretto) è debole, l'educazione morale può essere
sempre compiuta a patto che il bambino venga abituato a sentire la sua propria
volontà influenzata da una volontà d’ordine superiore. A ciò conseguire è necessario
che sia lbene fissato un peculiare rapporto implicante autorità da una parte e
soggezione dall'altra : rapporto che alla sua volta non può divenire stabile e
regolare se non sotto la condizione essenziale che l’autorità, l'energia si
circondi di una certa aureola atta a rispondere alle rudimentali esigenze este
tiche ed intellettuali del bambino. È evidente però che l'educazione non
potrebbe mai produrre simili etfetti, se non esistesse in ogni uomo (a
prescindere dall’attitnnine alla simpatia affettiva) il germe della moralità,
vale a dire l'attitudine ad avere ed a sentire la propria volontà in dipendenza
di un'altra volontà : attitudine che, come si è visto, costituisce l'essenza
propria dell’uomo qual’essere ragionevole e socievole. L'educazione non può
creare la moralità allo stesso modo che l'educazione artistica non potrebbe
creare il senso del bello e l'educazione del palato il senso del gusto in chi
da natura ne fosse sprovvisto. Quello che noi abbiamo T Tr_r*0- T Da quando sì
cominciò a riflettere sui vari poteri dell'anima umana, si notò che almeno due
grandi categorie di attitudini passive o recettive le une, attive o appetitive
le altre bisognava assolutamente distinguere. Nè poteva esser diversamente dato
il fatto che ogni processo psichico realmente presenta due aspetti, quello
recettivo da cui germogliano tutte le funzioni conoscitive e quello attivo da
cui germogliano le varie fore dell’attività pratica. Lo spirito umano d'altra
parte, spinto dalla tendenza a tutto unificare ed armonizzare, a misura che
progredi nella riflessione e nella speculazione, cercò di isolare i caratteri e
le proprietà comuni ad un complesso di fenomeni nella credenza che in questi
prodotti della sua facoltà astrattiva potesse trovare i principii veri delle
cose: nè si curò di vedere se i detti elementi comuni esprimessero altro che
caratteri puramente formali. Onde avvenne che fin nella filosofia greca noì
troviamo itentativi più audaci per porre il principio di tutti i principii in
qualcosa di puramente formale : cosi per Aristotele il fondo dell’universo è il
movimento, mentre per Platone, segnatamente nel Fedone, è il mondo delle idee
concepite come forze, e in tutto il corso della storia della filosofia noi
troviamo sempre ripe (1) Questo Saggio che ora rivede qui la luce con molte
modificazioni ed aggiunte, fu pubblicato la prima volta col titolo “ Il fattore
della motilità nelle dottrine gnoseologiche moderne, nei Rendiconti dell’
Accademia dei Lincei. tute queste due intuizioni in modo più o meno chiaro ed evidente.
L'attività, ecco la formola atta ad esprimere la sostanza dell'universo. Ognuno
vede che l’attività, la forza, il movimento essendo concetti puramente formali
potettero essere applicati agli usi più disparati in rapporto al vario
contenuto ad essi attribuibile. Da tal punto di vista gli assiomi logici furono
considerati impulsi atti a muovere la mente in date direzioni, impulsi che se
ostacolati producono un senso di disagio, il quale alla sua volta cessa
coll'appagamento di quelli. Il pensiero adunque fu ridotto al tentativo di
soddisfare ad un impulso speciale incitante ad una forma di movimento
spirituale diretta a produrre appunto l'appagamento e quindi la quiete. È
evidente che in tal caso le parole tendenza, movimento, impulso, ecc., hanno un
significato differente da quello in cui sono ordinariamente adoperate per
indicare mutamenti nelle relazioni spaziali, ovvero mutamenti nei rapporti
della vita pratica. Ciò che va notato è che noi abbiamo degli impulsi, delle
tendenze di natura differentissima, i quali vengono poi aggruppati in una sola
categoria soltanto per mezzo di un carattere espresso dal nome, il che, è
evidente, non basta per dichiarare identico e neanco affine il contenuto delle
cose che si vogliono significare. Certamente voi potete esprimere il processo
intellettuale per mezzo di una tendenza al movimento, ma in tal caso dovete
ricordare che si tratta di un movimento di ordine speciale ; infatti
l'imperativo logico può assumere la forma di opera così ma l’ opera così
equivale in tal caso a pensa così e il pensa così significa è così >;
l'imperativo pratico opera così invece non mira all'affermazione della realtà,
ma solamente al raggiungimento dello seopo speciale prefissosi a cui è inerente
l'appagamento. Se io non sono soddisfatto dal punto di vista teoretico, se io
cioè non ho operato in conformità delle leggi logiche la cosa non sta in realtà
come mi appare, ma se io non sono soddisfatto dal punto di vista pratico la
stessa conchiusione è evidente che non è ammissibile ; in altri termini
l'insoddisfacimento pratico non implica alcun giudizio sulla realtà, ma
soltanto sul valore di essa. Quando adunque in filosofia si parla di attività,
di forza, di energia, di movimento come di concetti atti a darci la chiave per
risolvere i più ardui problemi, in sostanza non si dice nulla di concreto e di
determinato; vi è sempre luogo a domandare in ogni singolo caso in cui una di
tale parola è adoperata, di che sorta di attività, di che sorta di forza
s'intenda parlare. E forse il fascino che spesso tali espressioni esercitano
sui metafisici dipende appunto dal vago e dal nebuloso che esse contengono,
onde ognuno vi può sottintendere ciò che vuole. In ogni modo l’analisi di dette
nozioni, per quanto vaghe ed indeterminate, meritava di esser fatta; e in
questi ultimi tempi la psicologia esatta, e la teoria della conoscenza hanno
cercato di rispondere tale esigenza, col ricercare la loro origine e gli
elementi concorrenti alla loro formazione. Il concetto che più degli altri ha
attirato l'attenzione dei filosofi è stato quello di forza o di attività, la
cui base psicologica è stata riposta nel cosidetto senso muscolare. Pertanto
questo ha formato oggetto di studi accuratissimi da parte dei psicologi e dei
fisiologi in modo che senza tema di esagerare si può affermare che tale ordine
d’indagini forma una parte interessantissima della psico-fisiologia moderna.
Noi ci proponiamo appunto di ricercare che valore abbia effettivamente il senso
muscolare per sè considerato e in rapporto ai vari uffici che gli si vogliono
attribuire per lo svolgimento della vita psichica in genere. Cominciamo
dall’indagare la natura delle sensazioni muscolari. Le sensazioni muscolari.
Esistono le sensazioni muscolari? Parrà strano, ma pur troppo è così; dopo
tanto discutere sull'ufficio delle sensazioni muscolari nello sviluppo della
psiche umana, ancora c' è bisogno di porre il problema circa l’esistenza di
esse. È già da molto tempo che la questione delle sensazioni muscolari è
dibattuta, sia in fisiologia che in psicologia ; e anche coloro che concordano
nell’ammettere tali sensazioni sì scindono per quel che concerne la natura e la
sede di esse: si ha così la teoria dell'innervazione centrale (Bain, Wundt,
Ludwig ecc.) e quella dell’ innervazione periferica ovvero la teoria efferente
o centrifuga e quella afferente o centripeta : secondo la prima, all'esecuzione
del movimento precederebbe la coscienza dell'impulso dato e dello sforzo fatto
per compiere il movimento stesso: e sostrato di tale coscienza sarebbero i
centri e i nervi motori, la cui funzione precedente all’ esecuzione del
movimento non potrebbe non rivelarsi alla coscienza. In favore di tale opinione
parlerebbe massimamente la coscienza che si ha dello sforzo per muovere vn arto
paralitico. Stando alla seconda opinione, il senso della forza sarebbe dato dai
nervi sensitivi che dai muscoli e dalle placche esistenti tra i nervi e i
muscoli trasmettono ai centri notizia delle varie condizioni in cui i muscoli
si possono trovare prima e dopo la contrazione e dopo una fatica maggione o
minore. In favore di tale opinione starebbero poi le osservazioni (Gley e
Marillier) cliniche e sperimentali, le quali provano che con un arto paralitico
non è possibile valutare nè il peso nè la direzione dei movimenti, nè la
posizione degli arti, semprechè, bene inteso, gli occhi siano bendati. Qui
dobbiamo notare che l'opinione del Wundt si è andata modificando ed ormai egli
non ammette più la coscienza pura e semplice della innervazione centrale, ma
per conciliare in certa maniera le due vedute, egli è d’avviso che il senso
dello sforzo da principio fu di origine prevalentemente periferica, e come tale
trasmesso e registrato nei centri cerebrali; ma poichè si trova connesso
coll’immagine del movimento compiuto, è naturale che riproducendosi
quest’ultima, si debba presentare anche l’imagine mnemonica delle sensazioni
muscolari che l'hanno per l’innanzi accompagnata. In tal guisa sarebbe
spiegabile come il senso dello sforzo e la misura della forza necessaria
precedano l'esecuzione di un dato movimento. Del resto la questione non è
definita in modo decisivo, ed anche oggi si pubblicano dei lavori in appoggio
dell’ una e dell’ altra tesi. Parrebbe, ad esempio, dalle ricerche di Mosso e
di Waller, che il senso della fatica non sia solamente di origine periferica,
tanto più che volendo ridurre quella ad una forma di avvelenamento, è naturale
che quel medesimo veleno, il quale agisce sulle terminazioni periferiche
nervose, possa agire anche sui centri da cui deve partire l'impulso. Il Waller
applica i risultati ottenuti dagli esperimenti fatti sul senso della fatica
allo studio del senso dello sforzo, comunque questo sia una sensazione che
accompagna l’ azione muscolare, mentre la fatica una sensazione chè segue l'
azione muscolare : esse hanno però una causa ed una sede comune. La fatica,
stando ai risultati offerti dal Mosso, si manifesta con segni tanto centrali
che periferici : se l'attività volontaria di un muscolo è protratta fino al suo
limite estremo, l'eccitazione diretta del muscolo può farlo agire ancora, il
che prova che l’esaurimento centrale interviene prima dell’ incapacità ad agire
da parte del muscolo : donde si è dedotto che se la fatica è dovuta ad ogni
esaurimento tanto centrale che periferico, il senso dello sforzo del pari accompagnerà
tanto l'attività centrale quanto quella periferica. Vi sarà un senso centrale
d'innervazione motrice che aiuta e regola i movimenti muscolari. Al Waller però
si è obbiettato che egli ammette come provati tre fatti, i quali effettivamente
non lo sono: 1° i segni obbiettivi dell’esaurimento in un data parte non
depongono sempre per il consumo di energia nella medesima parte: gli
esperimenti del Mosso, infatti, provano che il lavoro intellettuale ol’
attività di alcuni muscoli fa scemare la forza dei muscoli in riposo ; 2° il
senso subbiettivo della fatica non indica un previo sforzo nella stessa parte,
come vien provato dal fatto che il senso di fatica e di peso nelle palpebre non
è niente affatto proporzionato al lavoro che quest'organo ha compiuto, specie
molte volte il mattino, dopo il completo riposo di quei muscoli; 3° i segni
obbiettivi dell’ esaurimento non corrispondono per il sito della loro origine
al senso subbiettivo della fatica, e lo stesso va detto dei segni obbiettivi
dello sforzo rispetto al senso subbiettivo dello sforzo stesso. Il senso di
fatica non accompagna necessariamente l'esaurimento obbiettivo, nè esso è
localizzato dove questo ha luogo : lo stesso va detto del senso dello sforzo,
il quale, sia mentale o fisico, non è localizzato negli organi centrali, ma in
vari muscoli della testa e del corpo. Gli oppositori recisi alla teoria dell’
innervazione centrale vogliono che le sensazioni muscolari non siano per niente
differenti dalle altre sensazioni speciali; il senso muscolare per loro è un
sesto senso specifico proveniente dai muscoli che dà il sentimento dell’
attività, come l'’or| gano della vista dà il senso della luce e del colore. Non
è ammissibile quindi che i centri e nervi motori entrino in simile meccanismo,
come quelli che hanno una funzione diversa, ben definita da compiere. Il senso
della forza e dello sforzo come precedente al movimento da eseguire,
considerato come centrale, è un'illusione : è dai muscoli che quando già sta
per incominciare il movimento, partono quelle eccitazioni, le quali danno il
senso dello sforzo (1). Se non che molte obbiezioni sono state rivolte a coloro
che hanno ammesso sen’altro le sensazioni muscolari periferiche. L'argomento
che doveva presentarsi per il primo alla mente degli oppositori doveva essere
quello dell’assen?a di ogni rivelazione della loro esistenza all’introspezione.
Al che i sostenitori dell’esistenza delle dette sensazioni hanno risposto che
essi ammettono solo la cooperazione, il concorso (1) V.atal proposito Bastian,
“ L’Attention et la colonté,, Recue philosophique. di elementi muscolari nello
svolgimento dei fatti mentali, in quanto i muscoli in contrazione (contrazione
che accompagna i diversi stati psichici) agiscono come stimoli delle
terminazioni nervose periferiche : la loro esistenza viene perciò mascherata
dai molteplici fatti concomitanti. Allo stesso modo che, secondo James, la
sensazione di rosso non si combina con quella di violetto per produrre il
purpureo, ma i due stimoli agiscono nello stesso tempo in modo da dar luogo ad
un processo cerebrale di una terza specie, il cui fatto concomitante è la
sensazione purpurea, così noi possiamo benissimo avere una gran quantità di
stati mentali, nei cuì processi organici concomitanti entrino degli elementi
muscolari, mentre non possiamo dire di avere stati mentali che contengano
sensazioni muscolari come parte della loro composizione. I processi nervosi
derivati dagli stimoli della contrazione muscolare si uniscono coi processi
nervosi provenienti da altra sorgente per produrre degli stati coscienti che
sono irreducibili, come avviene della sensazione purpurea quando è considerata
per sè. Gli atomi delle sensazioni, sempre secondo James, non possono
combinarsi per produrre delle sensazioni più complesse, non altrimenti che gli
atomi della materia non compogono i corpi fisici: è vero che quando essi sono
aggruppati' in una certa maniera, n0: li chiamiamo questa o quella cosa, ma la
cosa nominata non ha esistenza fuori della nostra mente . Qui si potrebbe
obbiettare che noi possiamo otte. nere sensazioni separate del rosso e del
violetto, e possiamo scovrire anche la somiglianza del purpureo con entrambi ì
suol costituenti : ora come avviene che noi non percepiamo gli elementi
muscolari come sensazioni separate ? Ma a ciò si risponde che uno stato mentale
si può solamente analizzare e scomporre in quegli elementi che sotto condizioni
diverse possono essere sperimentati come fenomeni separati; vi sono molte
ragioni, perchè le sensazioni muscolari non possano essere sperimentate o solo
con grande difficoltà. L' esplorazione colla vista e col tatto, che in altri
casi aiuta e rende necessario il processo di localizzazione, qui appare
impossibile. Noi impariamo, dice 1’ Hellemholtz, a dirigere l’' attenzione
sopra quelle sensazioni separate, le quali servono come mezzi per stringere i
rapporti col mondo esterno. Ora ognuno vede che non presenta alcun interesse
pratico la distinzione delle sensazioni muscolari come tali, mentre è di grande
importanza che le eccitazioni sensoriali provenienti dagli organi interni si
combinino con quelle dei sensi specifici per formare quei processi nervosi
complessi i cui concomitanti coscienti sono i sensi dello sforzo, della
grandezza spaziale, ecc. D’ altra parte in casì speciali le sensazioni
muscolari si rivelano all’introspezione : i crampi, la tensione muscolare
giunta all'estremo, la fatica ecc. sono sensazioni localizzate nei muscoli.
Infine Goldscheider ha mostrato che se lasciando passare per un muscolo
anestesico una corrente elettrica, lo facciamo contrarre, abbiamo una certa
sensazione somigliante a quella ottenuta colla pressione del muscolo, e
localizzata non in tutto l’arto che si muove, ma solo nelle parti più profonde.
Un secondo argomento degli oppositori è questo, che pur ammesso che nervi
sensitivi esistano nei muscoli, questi serviranno solamente a darci notizia del
grado di stanchezza dei muscoli stessi. Ma qui è facile rispondere che il senso
di tensione è molto differente da quello di fatica e che taluni esperimenti
fisiologici mostrano che l'attività muscolare diviene presso che impossibile
senza la regolarizzazione apportata dalle sensazioni muscolari. Un'obbiezione
fatta per prima da A. W. Volkmann dice che il senso muscolare può al più darci
notizia dell’esistenza del movimento, ma difficilmente un’informazione diretta
sulla estensione e direzione di questo. Noi non possiamo sapere se la
contrazione del supinafor longus ha un'estensione maggiore di quella del
supinator brevis ecc. Qui occorre ricordare che gli elementi muscolari essendo
fusi con altre eccitazioni, non possono essere riconosciuti come tali e non
possono essere localizzati nei muscoli, da cui traggono origine, ed è
perfettamente vero che in molti casì è impossibile aver nozione dell'estensione
e direzione del movimento muscolare; associati però con altri elementi
sensoriali rappresentativi, possono essere di aiuto nella determinazione delle
differenze esistenti tra i movimenti di varie parti del corpo. Miller e
Schumann richiamarono l'attenzione sul fatto che ad un certo grado d'intensità
dell’ eccitazione nervosa muscolare non sempre corrisponde una stessa posizione
delle membra. Una stessa pressione sui nervi sensitivi dei muscoli può esistere
nel caso di un grado notevole di contrazione, e di un grado leggero di tensione,
come nel caso di un grado leggero di contrazione con: giunto con un grado
notevole di tensione . A ciò si risponde che noi abbiamo imparato colla propria
esperienza a distinguere esattamente tra una pura tensione muscolare non
accompagnata da movimento ed un’ eccitazione capace di produrre il medesimo : e
ciò perchè in ogni movimento le sensazioni sia mmnscolari, che tattili, visuali
ecc. differiscono a seconda della resistenza incontrata da parte degli oggetti
esterni o dei muscoli antagonisti; e tutte le combinazioni possibili di
estensione, resistenza e rapidità sono associate con complessi di sensazioni
differenti. Nel caso della semplice tensione la resistenza incontrata è minima,
mentre è massima nel caso del movimento attuale: nei due casi le sensazioni
concomitanti a quelle muscoluri devono per necessità essere differenti; e pur
non considerando le sorgenti dei vari elementi sensoriali, l'impressione totale
prodotta dalle loro differenti combinazioni è avvertita e differenziata Se moi
avessimo solamente le sensazioni provenienti dai muscoli in contrazione
l’obbiezione anzidetta reggerebbe, ma il nostro giudizio è sempre aiutato da
elementi provenienti dai muscoli antagonisti e dalle parti connesse : pelle,
tendini, ecc. Si è obbiettato che noi comparando i pesi paragoniamo in generale
solamente la rapidità dei movimenti che ne risultano, e pensiamo che il peso
leggero sia quello che più agevolmente sia stato alzato, come vien provato dal
fatto che se un individuo è stato abituato per qualche tempo a sollevare
alternativamente dei pesi di 600 e di 1200 grammi, solleverà con grande
rapidità il peso di 800 grammi | sostituito a sua insaputa a quello di 1200
grammi, giudicandolo anzi più leggero di quello di 600 grammi. Tale fatto
contraddice, a sentire. taluni, non solo alla teoria dell'innervazione
centrale, ma anche a quella secondo cui le sensazioni muscolari
c’informerebbero della resistenza, giacchè se così fosse, i pesi sollevati con
impulso più energico dovrebbero essere maggiori. Se non che, come si è detto, é
l’insieme delle sensazioni concomitanti che rende possibile la distinzione tra
movimentoe resistenza: è la fissità di quelle associazioni che produce talune
illusioni, quando le condizioni di esperimento non sono le abituali. Nel
riferito esperimento il maggior adattamento all’ impulso può essere rivelato
allo spettatore solamente per via della maggior rapidità che ne risulta, ma per
la persona sottoposta all'esperimento la cosa essenziale non è la maggiore
rapidità, nè l'impulso preparato, ma l’accomodamento maggiore dei muscoli nel
momento di sollevare il peso minore. Si è notato ancora che la sensibilità
muscolare non differisce nel caso che i movimenti siano prodotti attivamente da
quando sono passivi. Bernhardt dapprima e poi Ferrier e Goldscheider
stabilirono degli esperimenti facendo sollevare dei pesi per .mezzo della
stimolazione elettrica dei nervi, e trovarono che la valutazione dei pesi è
esatta ed accurata ogni volta che il movimento è prodotto da stimolazione
elettrica o riflessa. Inoltre fu sperimentalmente provato che nel caso di
movimenti passivi il minimum dell'escursione percettibile difficilmente
differisce da quello dei movimenti attivi. Ma ciò non prova nulla contro la
importanza delle impressioni muscolari nella percezione dei movimenti: pure
ammesso che i movimenti attivi differiscano dai passivi non solo perchè
l’immagine di essi precede e produce direttamente i movimenti, ma anche per
molti fatti concomitanti periferici, in quanto nei movimenti attivi agiscono
gruppi più estesi di muscoli, e vi è un maggior grado di tensione nei muscoli
antagonistici e nei tendini, rimane sempre vero che nei movimenti passivi gli
elementi essenziali per giudicare del grado e della direzione di quelli non
mancano, ond’è che la ditferenza nei due casi non può essere grande. Si è
cercato di spogliare quasi completamente di sensibilità i muscoli,
attribuendola alle parti annesse, pelle, tendini, ecc., e Goldscheider sì è
creduto autorizzato ad emettere formalmente una tale ipotesi, dopo aver
constatato che nei casì di diminuita sensibilità delle parti an nesse la
valutazione tanto dei movimenti attivi quanto di quulli passivi apparisce
minore. Certamente la sensibilità delle parti annesse-è un fattore importante
dell’accurata percezioné del movimento, ma non è il solo; e l’introspezione in
dati casi ci rivela così l’esistenza di sensazioni localizzate puramente nelle
parti annesse come delle sensazioni puramente muscolari. L'intervento delle
impressioni provenienti dalle parti annesse può, secondo Delabarre, esser
necessario per distinguere una pura tensione muscolare da un movimento attuale;
ma taluni fatti provano che le medesime impressioni hanno poco o nulla a che
tare con la valutazione dell’estensione del movimento: di due movimenti p. es. di
eguale estensione è stimato più breve quello nel cui inizio i muscoli sono più
attivamente contratti : ora le impressioni provenienti dalle parti annesse non
possono spiegare questa illusione, giacchè esse non differiscono nei due casi,
che il braccio sia più o meno contratto al principio del movimento. Miller e
Schumann, essendo discesi ai particolari, hanno negato che le sensazioni
muscolari provenienti dall'occhio possano spiegare le localizzazioni delicate
ed. accurate che noi facciamo nel campo della vista. Noi certo non abbiamo
coscienza dei movimenti oculari come tali, ma ciò era da aspettarsi
riflettendo, che una tale notizia essendo di poco interesse per l'individuo non
vale a svegliarne ed a fissarne l’attenzione. Le impressioni muscolari formano
un insieme colle sensazioni della luce ; il che rende debole nella coscienza
non solo la nozione dell'eccitamento di una data parte della retina, e la
nozione della posizione o dei movimento del globo oculare, ma la nozione di una
posizione particolare del punto di fissazione nello spazio a tre dimensioni.
Altri autori finalmente per provare come le sensazioni muscolari non hanno
niente a che fare colla nostra facoltà localizzatrice, riferirono il caso di un
uomo, il quale era stato completamente cieco per sette anni: se a costui si
volgeva la parola dalla parte destra, i suoi occhi si muovevano verso questa
parte senza divergenza, ma se gli si parlava da sinistra, si notavano bensi
degli accenni a movimenti associati in entrambi gli occhi, ma questi finivano
poi col restar fissi nel mezzo delle orbite ; tuttavia il soggetto aveva l’idea
che i suoi movimenti fossero della massima estensione verso sinistra. Ma i
fautori delle sensazioni mascolari hanno interpretato tale fatto, dicendo che
il citato individuo attribuiva il senso di tensione proveniente da altri
muscoli a quelli oculari; cosa che può avvenire con molta facilità. Dopo aver
mostrato per mezzo dell'esposizione e discussione delle principali obbiezioni
fatte all'esistenza delle sensazioni muscolari, la possibilità teorica di
ammetterle, è giusto ricercare se l’Istologia e la Fisiologia sul terreno dei
fatti e degli esperimenti siano nel caso di dare una risposta decisiva, Nel
tessuto connettivo superficiale che involge i muscoli furono scoverte delle
fibre nervose sensitive, le quali terminano nei corpuscoli di Pacini; ma nella
sostanza muscolare contrattile non sono state osservate finora fibre sensitive;
ed ora nessuno crede più alla scoverta del Sachs. Golgi scovri un organo
muscolo-tendineo situato nella zona di passaggio dul muscolo al tendine,
connesso colle fibrille dell’uno e col tessuto dell’altro e fornito di nervi
sensitivi. Il Cattaneo crede che questo sia l'organo della sensibilità
muscolare. Anche le ricerche fisiologiche starebbero a provare l’esistenza di
nervi sensitivi nei muscoli. Sachs afferma che molti dei nervi intramuscolari
possono essere stimolati senza produrre contrazione, e che dopo la sezione dei
tronchi motori solamente una parte dei nervi muscolari degenera. Francesco Franck
avendo ripetuto i medesimi esperimenti, arrivò alla conchiusione che i muscoli
contengono fibre centripete. Altri esperimenti mostrano che sì può aver
paralisi tanto tagliando i nervi sensitivi che finiscono nella regione
muscolare, quanto tagliando i nervi motori stessi ; il che prova che la
sensibilità è indispensabile per regolare i movimenti. Bell, Magendie, ed
ultimamente Exner arrivarono al medesimo risultato. Allo Chauveau però va
attribuito il merito di aver provato in modo luminoso che le impressioni
sensitive necessarie alla motilità provengono dal muscolo stesso ; egli infattì
trovò nel cavallo due muscoli forniti di due branche nervose distinte, l'una
sensitiva e l’altra motrice: A) un muscolo volontario striato, lo sterno
mastoideo ; e B) un muscolo involontario striato, quello dell'esofago: ora la
sezione della branca motrice produce paralisi in entrambe ; la sezione della
branca sensoriale di A) non sospende la reazione agli stimoli volontari,
essendo associata nella sua funzione motrice con altri muscoli forniti dei loro
nervi sensoriali; la sezione delle fibre sensitive di B) produce disturbo delle
funzioni motrici. La stimolazione elettrica delle fibre sensitive di A) e di B)
produce tetanizzazione o contrazione. Da tutto ciò il Chauveau dedusse che i
muscoli sono forniti di nervi motori e sensitivi, e che i filamenti terminali
dei nervi sensitivi probabilmente non hanno relazione diretta cogli elementi
muscolari, ma contribuiscono a formare le anastomosi preterminali o reti dei
nervi motori, dove essi sono direttamente eccitati dalla corrente motrice: si
verrebbe così a formare un completo circuito sensitivo motore necessario
all'azione dei muscoli. Volendo riassumere, diremo che le questioni relative
alle sensazioni muscolari si riducono principalmente a due, se esistano delle
sensazioni muscolari e se esse vadano localizzate nella periferia o nei centri
motori. Ora che esistano delle sensazioni muscolari capaci di farci valutare il
peso, la pressione, la tensione, l'estensione e la direzione dei movimenti,
ormai è fuori dubbio: una quantità di esperimenti lo provano, e d'altra parte è
naturale supporre che la funzione muscolare si riveli in qualche maniera alla
coscienza, come tutte le funzioni degli altri organi corporei in un modo più o
meno vago e indeterminato. Certamente quando si parla di sensazioni muscolari
non bisogna credere che esse provengano esclusivamente dai muscoli ; è più
ragionevole pensare che secondo i casi, con esse si denoti un complesso di
sensazioni provenienti da parti differenti. Già il Lewes notava che la
sensibilità cutanea ha una parte importante nella coordinazione dei movimenti
tanto che un'anestesia provocata nella pianta dei piedi può dar luogo (cosa
notata anche dall'Heydt) a fenomeni d'incoordinazione muscolare. Ma anche senza
seguire il Lewes, il quale ammetteva le sensazioni muscolari come provenienti:
1° dagli impulsi motori; 2° dalle intuizioni motrici; 3° dalle contrazioni
muscolari vere e proprie; 4° dagli effetti di queste contrazioni sulla pelle;
5° dalle coordinazioni muscolari, cioè dalle sensazioni che suggeriscono o
accompagnano i movimeuti ideali non eseguiti e quelli reali, è indubitato che
quando si parla di sensazioni muscolari dobbiamo sempre intendere un insieme di
sensazioni di origine diversa. D'altra parte è possibile ammettere senza alcuna
riserva l'opinione di coloro che vogliono fare del senso della forza, come del
senso della fatica un senso specifico proprio dei nervi centripeti muscolari? È
ciò che vedremo orora passando ad esaminare i vari uffici attribuiti al senso
muscolare. Per mezzo di questo infatti si è voluto dar ragione del senso
peculare di energia interiore, della valutazione dell’intensità, della genesi
psicologica delle rappresentazioni di movimento, di tempo, di spazio, e della
percezione della realtà esterna. Si è tentato adunque per prima di derivare
dalle sensazioni muscolari il senso di energia o la percezione dell'attività
inferiore sotto qualunque forma si presenti. Si è detto: ad ogni sensazione e
percezione segue in modo reflesso un movimento, ossia una contrazione
muscolare, la quale di rimando trasmette al centro le notizie circa le modalità
della sua contrazione, trasmette cioè le sensazioni muscolari afferenti o
ceutripete: queste poi si associano intimamente colle sensazioni provocatrici
dei movimenti conservandosi e registrandosi in appositi centri cerebrali. Da
ciò consegue che al presentarsi di una sensazione o percezione identica o
simile alla primitiva, per associazione si ridestano le immagini dei movimenti
compiuti, immagini che, guidando i movimenti da ripetere, costituiscono
l’essenza dello sforzo. Va notato qui che un tale schema ha subito molte
variazioni da parte dei fisiologi e dei psicologi (1): recentemente, p. es., si
è negato financo che nella corteccia cerebrale esistano dei centri
psico-motori, la zona rolandica a cui era stato per lo innanzi attribuito tale
ufficio, conterrebbe solamente i centri delle sensazioni muscolari. I centri
motori, alla cui funzione è stato negato in modo assoluto (contro l'opinione
segnatamente del Bain) la possibilità di divenire cosciente, sono posti nella
base del cervello e Per una chiara e precisa esposizione dello stato attuale
della questione v. Bastian, L’Attention et la Volonté, Revue philosophique. nel
bulbo. C'è però chi (Ferrier), pur escludendo la coscienza (come tali
scienziati dicono) dai centri motori, ammette nella corteccia l'esistenza di
centri motori puri a fianco a quelli cinestesici. Questi ultimi poi per tutti
non si troverebbero solamente in una determinata regione corticale del cervello
ma frammisti ai vari centri sensoriali (1). Sicchè tali psicofisiologi credono
di poter ridurre le funzioni psichiche fondamentali ai movimenti reflessi,
senza punto dar importanza a taluni fatti che evidentemente contradicono alla
loro opinione, come per es. l'insorgenza di taluni movimenti spontanei, che non
si possono in alcun modo rapportare a stimoli esterni, e l'impossibilità di
spiegare per via del puro meccanismo i movimenti reflessi rispondenti ad uno
scopo, in mezzo ad una molteplicità di stimoli esteriori. A ciò sì aggiunga che
voler dare ragione dell'attività psichica vera e propria, fondandosi sulla
fisiologia, è impresa presso che disperata, giacchè senza l’osservazione
interiore, quella sola del sistema nervoso non ci potrà mostrare che dei
mutamenti molecolari, non mai psichici. Ma anche lasciando da parte tali
considerazioni, il senso muscolare può dar ragione di quella forma di attività
interiore che si esercita sul corso delle nostre idee ? Molti :1) L'origine
della forza adoperata a produrre le contrazioni muscolari appropriate dovrebbe
essere cercata, secondo tale teoria, nell’attività molecolare dei centri
sensitivi e cinestesici. Ed in appoggio si riferisce il caso di persone, che
volevano, ma non potevano eseguire con successo certi movimenti d’elocuzione in
seguito alle impressioni visuali appropriate e tuttavia conservavano la facoltà
di produrre questi movimenti in risposta ad eccitazioni uditive corrispondenti.
D'altra parte si racconta di persone incapaci di effettuare i movimenti della
scrittura quando lo stimolo era uditivo, mentre erano capaci di compiere
immediatamente gli stessi movimenti in risposta alle impressioni visuali. tra i
quali il Ribot, il Richet ed altri, non esitarono a rispondere in modo
affermativo, ma altri più circospetti dovettero concedere che il senso
muscolare non è un fattore costante dell’attività interiore, soggiungendo però
che quest'ultima in tanto si rivela come tale alla coscienza, in quanto
mediante la riflessione e la memoria è messa in rapporto con sensazioni
muscolari in antecedenza provate. Ognuno' però vede l'errore che è in fondo a
questa affermazione: la riflessione e la memoria non possono mutare
qualitativamente nessun fatto psichico. Inoltre le sensazioni muscolari possono
solamente essere un indice dell'intensità della volontà, allo stesso modo che
in un atto di scelta la forza dei motivi in contrasto guida il nostro giudizio
sull’intensità della volontà chiamata et scegliere : ma esse non possono mai
dar ragione del caso semplicissimo in cui una rappresentazione per la prima
volta ecciti l’attenzione. Coloro che hanno riposto l'essenza della volontà
come di ogni attività psichica nelle sensazioni muscolari, non si sono mai
domandati, perchè noi consideriamo (il che è un fatto) un'azione, un movimento,
o una contrazione muscolare come voluta, ma non come parte essenziale della
volontà, dal che sì deduce che le sensazioni che accompagnano la contrazione
muscolare non possono essere comprese quali elementi della volontà : è ciò che
precede ad esse che forma il nocciolo dell’attività. Non basta : Perchè alle
rappresentazioni dei movimenti, si può domandare, non sempre tengono dietro i
movimenti effettivi corrispondenti? È vero che Miinsterberg risponde che in
tali casi un impulso più forte impedisce a quelle di effettuarsì : ma donde e
in che consiste questo impulso più forte? E qui l'opinione del Miinsterberg si
confonde con quella dello Spencer e dello Steinthal, i quali alla lor volta non
possono dar ragione del disaccordo che si nota spesse volte tra la
rappresentazione di un movimento e la sua esecuzione, del perchè anche
nell’assenza delle condizioni di arresto, non sempre una rappresentazione di
movimento produce un movimento reale, e del perchè fra molteplici
rappresentazioni di movimento anche non contradicentisi fra loro, una sola
riesca a produrre di preferenza un movimento effettivo. Senza dire poi che
rimane sempre da spiegare in che propriamente consista l'arresto. Il senso di
energia non rivela una qualità particolare del mondo esteriore come, poniamo,
il suono, la luce, ecc., ma è essc stesso una qualità generale, applicabile a
tutto il contenuto della vita psichica. E in ciò proprio, secondo noi, sta la
ragione principale per cui il senso di forza non può avere un organo speciale,
nè può appartenere alla proprietà della nostra mente che si chiama
rappresentativa. Nessuno penserà mai di applicare una sensazione tattile o
luminosa ad una sensazione sonora, ma tutti crederanno di poter applicare la
nozione di forza ai vari elementi psichici: dal che si deduce che una tale
nozione ha la sua base in una proprietà generale di tutta la psiche, la quale
proprietà come la vita, si rivela immediatamente alla coscienza. Coloro che
hanno creduto di poter ricondurre il senso di forza alle sensazioni muscolari,
non hanno in alcun modo provato come queste possano ottenere il privilegio di
divenire regola e misura di tutte le sensazioni. Se esse sono sensazioni come
le altre, se esse hanno i medesimi caratteri, non potranno dare che effetti
affini, vale a dire. una notizia più o meno precisa delle impressioni che si
producono nelle parti periferiche, in cui vanno a finire le terminazioni
nervose. Da ciò al poter salire al grado che occupa nella nostra coscienza e
nel nostro sviluppo psichico il sentimento di energia molto ci corre: non basta
che talune sensazioni variino in una certa maniera ed in minor grado rispetto
ad altre con cui sono in stretta relazione, perchè le une diventino misura
delle altre. Quelli che hanno attribuito alle sensazioni muscolari l'ufficio di
divenire forma di tutto il contenuto psichico non hanno riflettuto che perciò
stesso venivano implicitamente ad ammettere un'attività o spontaneità
interiore, capace di ordinare e disporre in una certa guisa taluni fatti
psichici rispetto agli altri. L'attività interiore non diviene cosciente
solamente in seguito alle sensazioni muscolari, ma anche in seguito a tutti gli
altri fatti psichici, dai più semplici ai più complessi, nei quali la contrazione
muscolare non ha niente a che fare. La vivacità con cui irrompono nella
fantasia di un artista le imagini di cui egli compone l’opera d'arte e le varie
forme d'intensità con cui reagisce lo spirito agli stimoli esterni sono
altrettante modalità con cui si rivela alla coscienza l’attività interiore.
I’altronde la tendenza ormai accentuata a spiegare il senso dell'attività per
mezzo delle sensazioni muscolari ha un fondamento solido, positivo,
sperimentale, o non è piuttosto un'ipotesi comoda per velare la nostra
ignoranza ? Oramai è notorio che taluni psicologi attribuiscono alle sensazioni
muscolari tutto ciò che non è spiegabile per mezzo delle altre sensazioni
periferiche e in ciò sono seguiti dagl'inesperti, i quali non si domandano se
le sensazioni provenienti da organi come i muscoli possano dare tanti effetti
strordinari. L'argumentum crucis di tali scienziati in fin dei conti è che se
un individuo è reso privo della sensibilità nei muscoli di un arto, non’ può
valutare nè il peso, nè l'estensione, nè la direzione dei suoi movimenti e
nemmeno la forza necessaria per compiere questi ultimi. Ma, domandiamo noi, è
lecito da un tal fatto dedurre che il senso della furza e dell'attività è dato
dai muscoli senz'altro ? Un tal ragionamento non somiglia forse a quello per
cui si considera il pensiero una funzione del cervello, sol perchè pensiero e
cervello mostrano di essere in connessione fra loro ? Se ciò fosse esatto, si
dovrebbe dire che l’idea è una funzione o un effetto della parola, sol perchè
l’idea e la parola che l’esprime sono intimamente connesse fra loro. A noi
sembra più positivo affermare che l’attività dello spirito, come la vita, lungi
dall'essere riposte in una parie sola dell'organismo, compenetrano tutto
quest’ultimo ed hanno bisogno di esso per attuarsi, deterininarsi e
concretarsi, come l’idea dell’artista ha bisogno della materia (marmo, colore,
ecc.) per tramutarsi in qualcosa di reale. Noi certo non possiamo dire, come
credette Maine de Biran ed altri, di aver coscienza immediata dell’energia in
quanto motrice, ma semplicemente in quanto mentale, cioè in quanto sforzo di
volontà per produrre un mutamento di stato : sforzo mentale che si accompagna
1° con una scarica cerebrale di cui si ha un sentimento particolare (senso di
sforzo cerebrale); con una corrente centrifuga attraverso l'organismo, della
quale non abbiamo coscienza; 3° con movimenti muscolari che ci sono noti per
via di sensazioni afferenti. E ciò che esiste nella coscienza non è il
movimento come mutamento di relazione nello spazio, ma il principio reale del
movimento, il suo fondo interno, cioè un'azione od una reazione che ha per
conseguenza dei cambiamenti interiori e dei cambiamenti locali. Il movimento
effettuato è una rappresentazione della memoria, la quale ha bisogno di essere
interpetrata. Coloro che credono di poter fare a meno di ammettere una forma di
attività originaria dello spirito, credono di poter spiegare l’azione che ha la
volontà sul corso delle idee mediante le ordinarie leggi dell’associazione.
Essi dicono p. es. : se noi intendiamo di modificare. o di mantenere o di
sviluppare una serie di pensieri determinati, noi non dobbiamo far altro che
richiamare per via di associazione quelle impressioni che ci sembrano utili al
nostro scopo : impressioni di natura differente, se si tratta di cacciar via o
d'interrompere un seguito di ricordi, della stessa natura quando noi
desideriamo di fortificare e di sviluppare le associazioni, alle quali ci siamo
fino allora applicati. Jl sentimento di sforzo per costoro è connesso col
conflitto delle idee e dei motivi, il quale deve produrre la preponderanza di
uno di essì. Tale sentimento di sforzo nou può che essere l’appannaggio
dell'attività dei centri sensoriali e dei loro annessi concorrenti
all'esercizio dei nostri processi intellettuali. Ognuno vede qual'è l'errore di
‘ coloro che ragionano nel modo sudetto ; essi elidono la difficoltà che è
riposta appunto nel dover dar ragione della nostra capacità di richiamare in
soccorso quelle impressioni che ci fanno comodo (1): essi ammettono come
provato quello che era appunto da provare, la possibilità di dire io voglio , e
quindi di interrompere un dato corso di idee e di cominciarne un altro o di
sviluppare quello già esistente. Nel passaggio dallo stato di- distrazione a quello
di attenzione vi è aumento di lavoro, vi è dunque trasformazione di forza di
tensione in forza viva, di energia potenziale in energia attuale : ora è questo
un momento iniziale molto differente dallo sforzo sentito che è un effetto. Il
rapporto del desiderio colla sensazione piacevole o dolorosa costituisce la
reazione della volontà ed in quanto noi riteniamo ciò che è piacere e
respingiamo ciò che è dolore abbiamo un senso di sforzo volontario, di sforzo
mentale che è ben altra cosa dello sforzo ordinariamente sentito. Tale momento
iniziale è precisamente la volizione, la tensione del desiderio dominante, la
vera attenzione : è qui la coscienza dell'attività; mentre il preteso sforso
sentito non è che la sensazione della resistenza degli sforzi contrari al
nostro e differenti da esso. La coscienza della passività o della resistenza
subita risponde alle sensazioni venute dai muscoli. Cosi anche l’attenzione
muscolare non è che quella, la quale, avendo incontrato una resistenza, è
obbligata a riflettersi su sè stessa, divenendo più chiara, più distinta, come
nota il Fouillée (2). Non ogni forma In tanto lo spirito, dice Emanuele Hermann
Fi.:hte, può prenlere un dato in'lirizzo, in quanto può volgere il sorso dell:
sue idse nel senso che maggiormente lo interessa ; ora l'interesse non è che
una tendenza, una direzione dell'attività volitiva che se si trova in rapporto
soltanto col g‘ado di chiarezza cosciente può essere chiamata attenzione
volontaria dipendente dall’intenstà di dati fatti psichiri. Revue phlosoqhique.
d'attività però si può ricondurre alla ripercussione dell'ostacolo. Non va
dimenticato che l’attività di cui abbiamo coscienza in modo permanente in mezzo
a’ tutti i mutamenti può essere rappresentata da noi solo dopo che è stata
apapplicata a produrre determinati effetti, nel qual caso diviene tale o tal
altro sforzo ; e di ciò si comprende la ra | gione: l’azione, rappresentando il
fattore subbiettivo che concorre alla produzione di un fenomeno, è cosa
soggettiva per sua natura e deve quiudi sfuggire alla rappresentazione
propriamente detta. Volersi rappresentare obbiettivamente l'azione subbiettiva
è come voler rappresentarsi l’attività sotto la forma della passività. Ferrier
e Ward dissero già che non è esatto nemmeno affermare che noi ignoriamo i
caratteri dell'attività, giacchè non vi può essere ignoranza se non di ciò di
cui si può acquistare scienza: questo noi possiam dire, che abbiamo coscienza
immediata del subbiettivo, dell’attività. Del resto valenti filosofi
affermarono le mille volte che la critica della conoscenza riconosce due
limiti, ciò che è troppo lontano da noi (Assoluto) e ciò che è troppo vicino a
noi, troppo noi stessi per esser posto dinanzi a noi. Il soggetto è presente a
sè stesso, ma non è rappresentato a sè stesso: noi siamo certi di esistere e di
vivere, ma non possiamo rappresentarci in modo astratto e generale che cosa è
esistere e molto meno che cosa è vivere. È Münsterberg, se non andiamo errati –
Grice: “In fact, the first was Cicero!” -- , il primo ad emettere l'opinione
che l’unico fondamento psichico delle nostre misure d’intensità è la sensazione
mus colare, in quanto ogni misura riflettendo o la estensione, o la durata o la
massa, la stessa non è possibile che sulla base della sensazione muscolare.
Misurare è constatare l’esistenza in maggior quantità nel tutto, in minor
quantità nelle parti di un elemento identico; ora in ogni percezione la
sensazione muscolare è il solo elemento che quando si divide in parti l'oggetto
della percezione stessa, sì ritrova in ciascuna parte, ma in minor quantità che
nel tutto. Ciascun pezzo di carta rossa, p. es., dice il citato autore, resta
tanto rosso quanto tutt’intera la carta, e però il rosso del tutto non può
essere misurato per mezzo del rosso di un pezzo preso come unità. D'altra parte
ogni sensazione provocando una reazione centrifuga muscolare, al solito
s'associa con una sensazione determinata di tensione muscolare che vale a
conferirle un dato grado d’intensità e nello stesso tempo a renderla
misurabile. Solo la sensazione muscolare offre il carattere della sensazione
debole contenuta nella forte, giacchè l’una e l'altra non sono qualitativamente
differenti, ma differiscono solo per la durata ed estensione. C'è stato chi a
tale teoria esclusiva e si può dire anche Minsterberg, Beitrige zur
experimentellen Psychologie H. III.Freiburg. eccessiva del Miinsterberg ha
rivolto delle obbiezioni, notando come anche per altre sensazioni si possa dire
che la debole è contenuta nella forte (es. : gusto, odorato, senso terinico
ecc.), tanto è vero che quando uno tocca l'acqua d'un bagno caldo con la mano
prova una sensazione di calore molto meno forte che quando visi immerge tutto
intero dentro. Inoltre, ed è questa l’obbiezione più seria, se veramente solo
le sensazioni muscolari potessero essere misurate, ne conseguirebbe che le
altre non lo potrebbero in alcun modo, il che non è; è innegabile, infatti, che
vi è l’equivalente di una misura diretta del calore per mezzo del calore, come
si verifiva quando noi paragoniamo diversi gradi di calore a cul ci troviamo
sottoposti. Ora supponendo che nella pratica solamente le sensazioni muscolari
associate alle altre potessero essere misurate, il principio che a ciù ci
autorizzerebbe sarebbe il postulato che le variazioni delle sensazioni specifiche
sono sottomesse alle medesime leggi delle variazioni muscolari a loro
corrispondenti. In tal guisa si presuppone che gli aumenti di calore
progrediscano secondo una legge identica a quella della progressione della
dilatazione: si presuppone non solo la misura diretta delle dilatazioni, ma
anche la misura diretta o la comparazione delle temperature fra loro. E poi, se
i gradi d'intensità sono delle qualità, se le intensità delle sensanzioni
muscolari si riducono a variazioni nella durata, se non vi è posto per le
intensità delle sensazioni particolari, perchè anche nel linguaggio comune sono
distinte nettamente le intensità, le qualità e le durate? Donde viene la
nozione d’intensità e con qual diritto si può più parlare della intensità dello
stimolo ? Si aggiunga che il Munsterberg non distingue sufficientemente
l'intensità della sensanzione muscolare dalla percezione dell’ampiezza del
movimento effettuato. Or tali divergenze non devono essere considerate come
senplici opinioni contradittorie, atte a provare soltanto la difficoltà delle
indagini psicologiche e la impossibilità di giungere a risultati positivi :
esse per contrario di:nostrano come attualmente s’imponga alla mente del
filosofo l'’esigenza di considerare e di valutare i rapporti esistenti tra i
fatti psichici e l'a‘tività originaria dello spirito. Il Miinsterberg ha
ragione fino a tanto che ricerca nella estrinsecazione della spontaneità dello
spirito la misura comune di tutti i fenomeni psichici, i quali effettivamente
in gran parte, com'è stato luminosamente provato dal Berg. son, presentano
delle differenze di qualità più che d'intensità o di quantità. E se noi ci
limitiamo a considerare la mente come una coordinazione di vari elementi
psichici, di varie sensazioni rispondenti agli stimoli esterni, non ve. diamo
realmente la possibilità di arrivare alla nozione del l'intensità di varie
sensazioni appartenenti ad un medesima senso specifico e molto meno vediamo la
possibilità di paragonare le intensità di sensazioni specifiche differenti. Ond'è
che per noi il merito del Miinsterberg è di avere intraveduto due verità : 1°
che la valutazione e la misura dei varî gradi d’intensità di una sensazione è
possibile solamente ammettendo nel fondo un’unità coordinatrice che renda
possibile il riferimento tra cose differenti; 2° che questa unità si rivela
mediante la percezione immediata della propria attività. Ma il suo errore
comineia quando crede di poter ridurre tutta l'attività psichica al movimento
(senso muscolare), il quale non ne è che uno dei fenomeni concomitanti, ovvero
consecutivi. Ciò non esclude però che qualche volta in via indiretta possa il
senso muscolare esserci di valido aiuto nella comparazione dell'intensità di
sensazioni provenienti da sensi diversi. Infatti, delle sensazioni di luce, di
suono, di peso di un dato grado d'intensità sono state paragonate da una parte
coi moviinenti del braccio e dall'altra coi movimenti degli occhi; e sì è
ottenuto il risultato che l'aumento dei movimenti coincide con quello dell'
intensità degli stimoli: vi è rapporto adunque tra l’accrescimento
dell'intensità propriamente detta e quello della reazione muscolare
concomitante. In ogni caso però non si può limitarsi a considerare le
sensazioni muscolari come misura dell'intensità delle altre sensazioni, se non
ponendo ‘ il postulato che ciò che è vero di esse sotto certi rapporti lo è
anche delle altre sensazioni. La valutazione dell'intensità presuppone
un'attività originaria differenziatrice e insieme assimilatrice la quale da una
parte distingue qualitativamente gli effetti prodotti da varî stimoli sugli
organi dei sensi e tutti i fatti psichici aventi come concomitanti fenomeni
organici diversi, e dall'altra stabilisce, intuendoli, quei rapporti dati
dall’identità o somiglianza della forma ed estensione della reazione psichica
agli stimoli esteriori. Noi non potremmo valutare come gradi differenti
d’intensità le sensazioni appartenenti ad un medesimo senso, nè potremmo
stabilire dei rapporti tra le intensità di sensi differenti, se non fossimo in
grado di avere una percezione immediata dell'attività psichica che pur essendo
unica e identica nel fondo, spiega in guise differenti la sua azione a seconda
delle numerose e variabili circostanze. Per la rappresentazione il movimento è
fin da princinio un continuo cangiamento di luogo; quindi l'origine sur deve
ricercarsi nelle sensazioni geometriche, visive e tattili, e specialmente in
quelle che conferiscono ad esse la continuità, l’uniformità e la misura, cioè
nelle sensazionmuscolari. Queste si dicono e sono sensazioni di movi mento; ma
da ciò non si potrebbe conchiudere che il movimento sia una sensazione. Se esso
è un'intuizione coordinata con quelle del tempo e dello spazio, che non sono
sensazioni, se la sensazione muscolare per se stessa è una pura successione
interna, il movimento non può essere il suo con tenuto immediato più di quello
che possa essere il contenuto immediato delle sensazioni uditive, Le sensazioni
muscolari diventano dunque sensazioni di movimento, come diventano sensazioni
di spazio; e poiché esse sono anche il fattore psicologicn più importante delle
percezioni di spazio, si vede come la coordinazione delle intuizioni dello
spazio e del movimento risulti anche dalla loro origine psicologica. La quale,
a volerla studiare più a fondo, si mostra dipendente da varie condizioni.
Anzitutto, perchè ci sia percezione di movimento, occorre che il mobile e lo
spazio (visivo o tattile) restino identici, almeno quanto è necessario, perchè
sia conservato un punto di riferimento, dal quale si possa apprezzare il
cangiamento di luogo. Se tutto mutasse nella stessa direzione, lo spazio e il
mobile, non ci sarebbe percezione di movimento. Inoltre bisogna che il
cangiamento di luogo sia insieme continuo e percettibile. Continuo, perchè se
vedessimo una cosa ora in un luogo, ora in un altro, senza vedere il passaggio,
non potremmo avere percezione di movimento, ma solo argomentarlo qualora
avessimo già idea di quello che è il movimento. Percettibile, perchè se non ci
riuscisse di vedere cangiar luogo, ma solo di vederlo cangiato, non ci potremmo
formare la prima volta l'idea del movimento. Continuo e percettibile insieme,
perchè la continuità senza la percettibilità sarebbe immobilità apparente, e la
percettibilità senza la continuità sarebbe cangiamento di luogo senza
transizione. E non basta, perchè nasca l’idea del movimento, il continuo e
percettibile cangiamento di luogo d'un oggetto su un fondo invariabile; bisogna
ancora che la coscienza ponga unità tra i luoghi, e tra essi e il mobile.
Siccome il movimento è il rapporto di due o più collocazioni che si succedono
con continuità, accade per esso quello che accade pel tempo, che la sua
rappresentazione suppone la funzione unificatrice della coscienza o del
sentimento dell'organismo. Queste sono le condizioni generali dell'origine
della rappresentazione del movimento, ma ce n'è un'altra, costante anch'essa,
ma che può subire piccolissime variazioni da individuo a individuo, ed anche
nello stesso individuo per effetto dell’esercizio, e che possiamo designare col
nome di limite della percettibilità. Cotesto limite dipende dalla misura
individuale del movimento come rapporto del tempo e dello spazio, la quale è
nna grandezza finita, che non può misurare qualunque movimento oggettivo, ma
lascia senza misura, e quindi senza percezione corrispondente, tanto i
movimenti estremamente lenti quanto gli eccessivamente rapidi. Non vediamo
crescere il filo d'erba, nè volare il proiettile; e non avremmo nessuna
percezione di movimento tanto se la nostra misura individuale fosse troppo
grande quanto se fosse troppo piccola ; nel primo caso i tempi geologici ci
parrebbero un istante, nel secondo qualunque successione ci parrebbe infinita.
E poichè per apprezzare una successione, e quindi anche un movimento, è
necessaria una certa continuità nella coscienza, così la nostra misura
soggettiva deve avere una certa grandezza, che non corrisponde a nessuna misura
che sia oggettivamente asso luta, ma che è rispettivamente somma o parte delle
grandezze oggettive minori o maggiori. È facile intendere che quella che è
un'unità di misura indivisibile per la sensibilità, non è tale oggettivamente o
per l'intelligenza. In questa unità l'elettricità p. es., percorre uno spazio
grandissimo, e l'accrescimento di una pianta secolare percorre uno spazio
piccolissimo. Quindi noi giudichiamo che si è svolta nel primo caso una serie
di unità obbiettive che sono parti dell'unità soggettiva, e che nel secondo
caso questa è una frazione di quella. Di qui si vede che il movimento non solo
non è una sensazione, ma non è neppure una conoscenza, una rappresentazione, la
cui origine si possa riportare interamente all'esperienza. Certo la misura
psicologica dipende dall'organismo, ed è impossibile che sia la stessa pel
pachiderma 19ole e rmen = _r___ror _ rr m1r.rr E ::]5h5I:5D anch'esse il
risultato di un processo in cui l'intelligenza e la cultura figurano come
fattori determinanti. É notorio d'altra parte che le rivoluzioni compiute nel
campo della scienza a lungo andare. finiscono per mutare anche il punto di
vista morale e religioso. Il fatto è che in ogni religione va distinto
l'elemento invariabile ed inalterabile da quello caduco e variabile, ma ì detti
due elementi nello svolgimento della vita religiosa sono inseparabili e
s'influenzano a vicenda: è soltanto la nostra facoltà di astrarre che viene a
separarli ed a considerarli isolatamente. Così l'evangelo stesso, è vero, non
involge alcun sistema cusmologico ; ma involge bene un giudizio intorno al
valore della vita e dello spirito umano. L’ amore per il prossimo, lo spirito
di sacrificio non son fondati forse sull’idea dell’eguaglianza degli uomini e
sul concetto che l'io è nulla di fronte al Tutto ? Ora i concetti
dell’eguaglianza degli uomini e della piccolezza dell'io non rappresentano per
una parte un portato della Ragione e non poggiano sopra una base speculativa?
Del pari chi vorrà più sostenere che la filosofia socratica non ha un
fondamento metafisico, quando Socrate stesso ci parla della sua preparazione
speculativa? Sicchè possiamo dire che è bensi vero che la religione ha la sua
radice nel cuore uinano, ma ciò non implica che essa sia un prodotto esclusivo
del sentimento: perchè il cuore abbia e riconosca in sè tracciate le vie da
seguire, occorre bene l’azione dell'intelletto, in quanto quello non fornisce
una specie di rivelazione immediata e prodigiosa, ma anch'esso si forma ed alla
sua determinazione concorrono parecchi fattori, tra i quali l'intelligenza.
Anche nel modo di concepire la finalità il Paulsen appare dominato dal
preconcetto del sistema. Egli, infatti, afferma che la veduta teleologica è un
prodotto del sentimento e della volontà e non dell’intelligenza : ora se egli
intende dire con ciò che la concezione teleologica non è conoscenza nello
stretto senso, ma contemplazione, ha ragione ; ma in tal caso, è necessario
osservare che il bisogno del sistema della razionalità del reale, al quale
risponde appunto la considerazione teleologica, è un bisogno eminentemente
intellettuale, e non un bisugno puramente subbiettivo ed arbitrario. La veduta
teleologica è la sola forma possibile di rappresentarsi il tutto e di superare
l’infinità mostruosa del naturalismo meccanico che nega ogni natura ideale
della realtà. Se l’esperienza ci presenta realmente un ordine di fenomeni che è
un ordine di valori pel pen| siero, non c'è ragione di ritenere che
quest'ordine non sia una cognizione, solo perchè non sappiamo determinatamente
come l’ordine causale, effettuandolo, si subordini ad esso e gli serva.
Possiamo noi forse pensare un'altra maniera di esistenza oltre quella che è
soltanto, e quella che è e _ 8a di essere e vuole, e crea dal suo sapere e
volere un mondo superiore a quello della semplice natura? Edè egli possibile di
non scorgere un progresso dall'una all'altra forma d'esistenza, un progres;o
che pone in ordine di valori razionali una serie di fatti e di forine naturali
? Questo valore dell'esistenza dipende forse dal modo di sentire di un
individuo ? Non è piuttosto anch'esso un fatto, la cui constatazione (giacchè
non è possibile la determinazione del modo d’operare della finalità) figura già
per sè come una forma di cognizione ? Veramente qui le idee del Paulsen non
sono chiare ed anzi in un certo senso sembrano contradittorie. Da una parte
egli dice che la cone cezione teleologica è un prodotto delsentimento e del
volere individuale (del volere e del sentimento del soggetto umano che si trova
di fronte Dopo tutto quello ‘che precede non abbiamo bisogno di. spendere molte
parole per discutere del rapporto posto dal Paulsen tra la filosofia e la
religione, e tra la filosofia e le scienze particolari. Una volta che lo
spirito umano è uno e che le sue funzioni non sono compiute maiisolatamente,
quando si vuole determinare il compito della filosofia rispetto a quello della
religione non basta affermare che quest'ultiina risponde alle esigenze
dell’emotività, mentre la prima a quelle dell'intellisenza. Nella filosofia vi
è il momento dell’emotività e del volere come nella religione vi è
necessariamente il momento della conoscenza. Si tratta appunto di determinare
fino a che punto ed in che senso il momento della conoscenza interviene nella
religione e quello del sentimento nella filosofia. Ora noì di passaggio notiamo
che mentre per la filosofia il fine ultimo è la conoscenza, ond’essa mira appunto
a trascrivere in termini di conoscenza le esigenze emotive e le aspirazioni del
volere, formando un tutto armonico intelligibile, per la religione lo scopo è
di trovare un appagamento ai bisogni dell'animo per il che si serve della
conoscenza come di mezzo appropriato a raggiungere il suo intento. Ciò che.
all'universo) e dali’ltra crede di poter dare una certa idea del modo di
operare del principio teleologi:0, riferendosi a ciò che ci presenta
l’esperienza interna in quei casi in cui la nostra attività raggiunge un dato
< risultato (fine), senza che esista alcuna rappresentazione dello scopo a
cui inconsciamente essa tende (Zielstrebigkeit). Egli si riferisce ad una tale
esperienza in forza del parallelismo psicofisico e dell’animazione universale da
lui ammessa, Noi osserviamo che una volta ammesso che l’attività opera in modo
cieco, non è possibile parlare di cognizione te leologica vera e propria, ma di
contemplazione nel senso di Kant e di Lotze. in un caso vale come mezzo e come
un momento subordi. nato, nell’altro diviene fine 0 momento essenziale. Quanto
al rapporto poi della filosofia colle scienze particolari osserviamo che è
impossibile confondere il compito della filosofia con quello delle scienze per
due ragioni: 1° Non è vero che le singole scienze si possano e sì debbano
occupare dei presupposti da cui le loro indagini prendono le mosse, che, p.
es., la fisica si debba occupare della natura dello spazio e della materia. La
filosofia bensi ha bisogno di fondarsi sulle leggi e propretà scoverte dalle
scienze, ma elabora i detti risultati a suo modo, ed elaborandoli, li
trasforma. Quel che è certo è, che si può essere . scienziati senza esser
filosofi, ma non si può essere filosofi senza avere una base scientitica. 2° Il
cultore di una scienza particolare non varca quasi mai i limiti della propria
specialità e, se li varca, rimane sempre entro i limiti delle scienze vicine ;
non mira mai a ricercare il nesso, il rapporto che esiste tra i vari ordini di
sapere, sia di quelli che sono affini tra loro che di quelli che sono lontani;
ora ciò fa appunto il filosoio. Ciò che vi ha di esatto nell'opinione del
Paulsen è che il vero in ogni parte del nostro sapere sta in un processo di
approssimazione indefinità ad un ultimo senso, ad un significato delle cose
impossibile a conseguirsi da noi, e che i sistemi metafisici non sono, come
direbbe il Barzellotti, che le cèntine immense su cui i grandi . architetti del
pensiero voltano uno dopo l' altro l’ edificio ideale compiuto dal sapere del
loro tempo. Notiamo infine che una volta ammessa quale parte della filosofia la
metafisica, come si può dire che la biologia, la fisica e la chimica sono anche
parti di quella? Ciò che LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 453 vi ha di filosofico in
dette scienze è preso dalla metafisica. Il compito della filosofia è sciogliere
il problema nella sua totalità. La filosofia pertanto ha un obbietto proprio e
non è più lecito affermare che essa sia una semplice sintesi riassuntiva del
lavoro compiuto dalle altre scienze. Dall'impossibilità di derivare il fenomeno
fisico dal fatto psichico e questo da quello il Paulsen fu tratto ad ammettere
il parallelismo psico-fisico e quindi l’ animazione universale, con cui egli
volle esprimere evidentemente l’unità fondamentale della natura e dello spirito.
Ora si domanda: Vi è una vita psichica superiore, più elevata, più comprensiva,
come ve ne è una di grado inferiore a quella d'ordinario ammessa ? Il Paulsen
risponde di sì ed è questo, a noi pare, uno dei punti importanti, o almeno
caratteristici, della sua metafisica. Per risolvere una tale questione occorre
tener presenti i criteri che noi abbiamo per giudicare della realtà psichica.
Noi sappiamo che tanto più di realtà una cosa ha quanto più di valore possiede
e quanto più di forza, di efficaciaè atta a spiegare: così noi siamo disposti
ad ammettere un volere ed una coscienza collettiva, perchè noi siamo in grado
di constatare gli effetti che essi producono sulla vita degl'individui e sullo
svolgimento della società: per contrario le unità psichiche d'ordine superiore,
quali vengono ammesse dal Paulsen, che effetti psichici producono ? Per quanto
sappiamo noi, nessuno. I fenomeni esterni che noi osserviamo nella vita degli
astri in genere, avranno anch'essi il corrispettivo interiore, ma questo sarà di
natura semplice ed elementare, come sono i fenomeni esterni (movimenti più o
meno complicati) da essi presentati. Quale ragione noi abbiamo per ammettere
una vita psichica differenziata, complicata ed insieme armonica negli astri? Se
per lo svolgimento dello spirito è richiesto un sostegno esterno così
complesso, se in tutta la distesa dell'esperienza la natura è giunta a maturare
in sè il frutto dell’esistenza spirituale quale a noi attualmente e nel
processo storico si presenta, se la vita spirituale ha bisogno di svariati
istrumenti complessi (tra 1 quali basta citare il linguaggio che rappresenta
una delle condizioni di essenziali ogni forma di esistenza psichica d'ordine
elevato), con che dritto attribuiamo noi una vita psichica superiore agli astri,
iquali si presentano cosi monotoni e indifferenziati nel loro modo di operare ?
Notiamo in ultimo che l'argomentazione a cui è ricorso il Paulsena tal
proposito è quella per analogia; ma ognuno sa che questa in tanto ha valore in
quanto i caratteri riscontrati simili in due serie di fatti sono essenziali;
ora tra i fenomeni presentati dai pianeti e quelli presentati dagli esseri
spirituali veri e propri non si può in alcun modo dire che vi sia
corrispondenza essenziale. Passiamo alla teoria della conoscenza. Si è veduto
che la parte essenziale della (inoseologia del Paulsen è che in un punto solo
conoscenza e realtà coincidono, vale. a dire nella coscienza, giacchè i fatti
interni noh possono essere fenomeni, ma sono la sola e vera realtà. I fatti
psichici, infatti, in tanto esistono in quanto sì rivelano alla coscienza; la
loro natura sta tutta appunto nell' apparire nella coscienza la natura del
pensiero è tutt’ una collo sperimentare e coll’avvertire il pensare, come la
natura del sentire è tutt'una collo sperimentare e coll’ avvertire il sentire.
È impossibile, in altri termini, separare la vita psichica dall’avvertimento
della stessa, come è impossibile separarla da ogni forma d’'interiorità :
togliete questa ed avrete per ciò stesso annullato la vita psichica vera e
propria. D'ultra parte per poter affermare chei fatti psichici suno fenomeni
bisogna ben sapere in rapporto a chi possono essere essi feno meéni; e per tal
via non sì viene ad ammettere come a3sodato ciòche è un problema, vale a dire
l’esistenza dell'anima come sostanza semplice ? Ma da ciò consegue forse che di
reale nella vita psichica non vi siano che i singoli fatti psichici, quali le
rappresentazioni, i sentimenti, come mostra di credere il Paulsen? A noì non
pare: invero, ciascun fatto psichico, esso sia una rappresentazione o un
sentimento o qualsiasi altro elemento, lungi dal rivelarsi qualcosa di
semplice, d’ irriducibile, di primitivo e d'indipeudente, si manifesta come
qualcosa di derivato dalla cooperazione di parecchi fattori, tra i quali
primeggia il soggetto, intendendo per questo ciò che costituisce il punto di
appoggio, il punto di riferimento, e quindi il fondamento e il sostegno di ogni
singolo fatto psichico. L'esistenza del soggetto figura ‘come la condizione
essenziale del prodursi di un fatto psi. chico. Ciò è stato riconosciuto anche
da coloro che negano la realtà del soggetto; ma essi hanno cercato di eludere
la difficoltà, dicendo che il punto di riferimento del nuovo fatto psichico è
dato dall’insieme della vita psichica svoltasi per lo innanzi: se non che va
osservato che si vada indietro quanto si vuole, bisognerà bene arrivare al
punto in cui il primo fatto psichico si presenta: ed in questo caso è evidente
che è presupposta del pari l'esistenza del soggetto, l'esisteuza di qualcosa
d'interno che non può più consistere nell’ insieme dei fatti psichici
antecedentemente svoltisi. Da tuttociò emerge chiaro che non è possibile
considerare i singoli fatti psichici come i soli elementi reali, giacchè
presuppongono necessariamente qualcosaltro che concorra alla loro produzione;
in caso contrario si rimane chiusi in un circolo; per dar ragione dei singoli
fatti psichici si ricorre ail'esistenza di un soggetto, all’ esistenza di un
punto di riferimento, e dall'altra parte per dar ragione di quest'ultimo si
ricorre ai sentimenti, alle rappresentazioni. Aminessa come innegabile la
realtà del soggetto, si può domandare quale concetto dobbiamo noi formarcene :
ora noi crediamo che tale questione non si possa risolvere altrimenti che
ricorrendo a similitudini, ad analogie atte a farci intendere che la realtà del
soggetto non deve essere ri posta in una sostanza semplice, in una
sostanzaatomo, in un'ipostasi insomma, ma in quel qualcosa che rende possibile
l’esistenza delle parti che costituiscono la vita psichica. Noi per denotare
questo qualcosa siamo costretti a ricorrere ad espressioni vaghe ed
indeterminate, come la parola sostanza, le quali sono soltanto valide a celare
la nostra ignoranza. Allo stesso modo che la lingua non è reale come semplice
aggruppamento di suoni e di parole, le quali, anzi, in tanto esistono in quanto
vi è la funzione del linguaggio, ailo stesso modo che un organismo non figura
come il puro risultato dell’ aggruppamento delle sue parti, le quali anzi presuppongono
l’attività del germe da cui si svilappano, così l’anima lungi dal risultare
dall'insieme dei fatti psichici va considerata come ciò che rende possibile
l’esistenza di questi. La realtà vera e piena non appartiene agli elementi
ultimi acuisi perviene mediante l'analisi, ma al tutto, o meglio,
all'universale concreto e individuale, il quale può essere considerato come
funzione di un universale concreto più elevato e questo di un ultro universale
più elevato an‘cora fino a giungere alla Totalità che tutto in sè comprende.
L'anima, si dice, è null'altro che la sintesi delle forze o potenze psichiche,
vale a dire dei fatti psichici possibili; d'accordo: ma chi dice sintesi dice
perciò stesso attività sintetizzatrice, perchè altrimenticome avverrebbe tale sintesi?
E forse da sè stessi, ez /eye che gli elementi dei tatti psichici si
riunirebbervo 2? Non basta : si dice inoltre: L'unità dei fatti psichici
riferentisi l'uno all’ altro, richiamautisi, implicautisi a vicenda, ecco che
cosa è l’anima: ma tuttociò non trae seco la conseguenza che l’anima è più che
un semplice aggruppamnento di tatti psichici ? Perchè un fatto psichico possa
richiamarne un altro, bisogna che vi sia qualcosa che colleghi entrainbi,
bisogna che un'identità tondamentale sia il sostrato di entrambi: e per
convincersi di ciò basta pensare che anche i collegamenti spaziali e temporali
in tanto sono possibili in quanto vi è un soggetto capace di ordinare le
rappresentazioni appunto secondo l’ordine spaziale o temporale. Dall'inerire di
a, 6, c, ad A, domanda il Paulsen, conse gue forse la coscienza delle loro
unità ? Certamente, rispondiamo noi, posto che A abbia la coscienza, comunque
il’ rapporto intercedente tra i fatti psichici e il soggetto non sia nient'
affatto un rapporto d'inerenza. Dire che cosa. è la coscienza è impossibile,
essendo essa un fatto nltimo e irriducibile: dire che è attività, forza,
sintesi, riferimento e distinzione ecc. equivale a metterne in evidenza delle
note, ma non a significare che cosa in realtà sia. Osserviamo infine che il
Paulsen sembra quasi che riconosca il suo errore, quando a proposito dell'anima
esce. in affermazioni come questa: Il tutto precede le parti, l’Anima non è un
Compositum ecc. Ora in tal guisa evidentemente abbiamo due’ concezioni
dell'anima chenon possono per nessuna via concordare insieme : se essa. non è
un aggregato, un compositum , non è lecito affermare che la realtà competa
soltanto ai singoli fatti psichici, quali le rappresentazioni, iî sentimenti,
ecc. Se il tutto precede le parti, come si può negare la realtà del soggetto,
come si può asserire che l’Anima è un' ipostasi a seconda potenza? Per ciò che
concerne l'Etica del Paulsen, cominciamo dall’osservare che il principio
fondamentale di essa si trova. in contraddizione con l'essenza della moralità
quale è in-. tesa dall'Autore, Se, infatti, la morale è una produzione del
volere e del sentimento e non della intelligenza umana, come mai si può
affermare che la valutazione degli atti” si riferisce sempre agli effetti da
questi prodotti ? In tal caso l'essenza della morale è intellettualistica in
quanto la considerazione degli effetti delle azioni è un processo
essenzialmente intellettuale. Nè vale il dire che occorre far distinzione tra
vita morale e scienza della vita morale, giac-chè prima di tutto la base della
valutazione degli atti è un elemento della vita morale nella coscienza umana,
in cui la riflessione, non si disse, agisce sulla volontà ; poi una delle due,
o la considerazione del fondamento obbiettivo dell'imperativo morale, vale a
dire la considerazione del tine ultimo verso cui tende lo sviluppo della
moralità obbiettivamenie considerata, è da riguardare sempre ed in ogni caso
motivo pressochè esclusivo dell'operare morale (nel qual caso è giusto fondare
il giudizio valutativo sui risultati etfettivamente raggiunti mediante le
azioni morali), ed allora non è più lecito parlare dell’ esistenza della vita
morale indipendente dalla conoscenza, chè anzi in tal caso la moralità è
fondata sulla conoscenza e sulla riflessione ; ‘ovvero la vita morale si è in
certa guisa svolta indipendentemente dalla considerazione degli effetti delle
azioni, ‘considerazione, la quale si è rivelata soltanto a chi si è posto a
riflettere sull'insieme della vita morale, ovvero cioè gl’ individui hanno cominciato
coll'operare in un dato modo per seguire gl’ impulsi del loro animo, senza aver
di mira ‘alcun risultato obbiettivo che è divenuto evidente solo
posicziornente, e allora ia veduta teleologica non ha nell'Etica un ufficio
differente da quello che ha nella scienza in genere. In questo caso non è
ragionevole fondare la valutazione degli atti morali sugli effetti obbiettivi.
Ed anche qui la considerazione teleologica non è una conoscenza nello stretto
senso della parola, ma è una forma di ‘contemplazione. L'Etica del Paulsen
rimane impigliata nel suddetto dilemma. Il Paulsen ha ragione di respingere il
puro formalismo kantiano, in quanto l'analisi dello spirito umano. mostra che
la volontà non può entrare in azione se non avendo in vista un fine determinato
e concreto, ma ha torto di affermare che la valutazione morale debba essere
fondata soltanto sulla considerazione degli effetti consecutivi all’azione,
senza tener conto della natura propria del volere (ovvero tenendone conto in
modo secondario e subordinato). La volontà non è qualcosa di accessorio alla
moralità, nè questa è fuori della volontà, allo stesso modo che il bello non è
al di fuori dell'anima che lo sente e lo gusta. E mentre il prodotto artistico
va giudicato alla stregua dell’ emotività estetica umana (sensoestetico), il
fatto morale senza cessare di essere tale, non può essere considerato a parte
dalla determinazione del volere che gli diede origine: e ciò perchè l'essenza
del fatto estetico è nell’emozione estetica, mentrechè l'essenza di quello
morale è nel volere. Un fatto staccato dal volere che l’ha determinato non può
mai essere obbietto di un giudizio morale, come un bello che non è sentito non
può essere oggetto di un giudizio estetico. In tanto è lecito parlare di
moralità in quanto è in causa il volere che è quanto di più intimo abbia
l'uomo, in quanto è in causa l’uomo stesso: e la considerazione degli effetti
di un'azione in tanto può entrare nel giudizio valutativo degli atti umani in
quanto gli effetti spesso, ma non sempre, sono: l’espressione del volere, sono
il volere umano obbiettivato. L’Etica non si può limitare ad esaminare
semplicemente la forma del volere e dell’ operare umano, ma deve anche prendere
in considerazione il contenuto di questa, vale a dire il fine da raggiungere
mediante il volere e l’azione. Ora lo scopo dell'attività umana non può essere
determinato che con la guida della necessità morale e non può essere valutato
che in base alle norme morali stesse. Per il che occorre che all'attività umana
venga proposto non un fine qualsiasi, ma uno che sia in armonia colla naiura
propria dell’uomo. Onde è che l’esperienza, il fatto cioè che questo o
quell’individuo in questa o quella circostanza sì è proposto un dato fine e
l’ha raggiunto, non ci autorizza niente atfatto a considerare senz’ altro lo
stesso fine come morale e come degno di essere ricercato; è necessario per
contrario che il detto scopo sia fondato necessariamente sulla natura dello
spirito umano e derivato dalle leggi priori dello stesso. La psicuiogia potrà
fornirci un'interpretazione adeguata della natura di queste leggi, ma nulla
potrà dirci del loro valore e della loro importanza. In sostanza noi possiamo
dire che ogni precetto morale O giuridico contiene ad uno stesso tempo elementi
empirici ed a priori. Il contenuto particolare e determinato non può esser
fornito alle norme etiche che dai bisogni e dalle contingenze in cui l’uomo si
può trovare, mentre i caratteri dell’universalità, della necessità e della
obbligatorietà non possono ad esse venire se non da questo che le varie forme
dell'attività umana vengono considerate come processi e stati aventi la loro
origine e il loro svolgimento in esseri ragionevoli e liberi. Non altrimenti
che noi consideriamo come logicamente necessario solu ciò che, seguendo le
regole del pensiero logico, deriva da dati presupposti, così diciamo moralmente
necessarie quelle maniere di operare che per necessità logica derivano dai
seguenti presupposti: che l’uomo è un essere ragionevole e che la parte
spirituale della sua natura paragonata con quella animale, non solo ha un
valore maggiore, ma ne ha uno incondizionato. Quanto più l'individuo riconosce
tale necessità, tanto più squisito è il suo senso morale e quanto più la
condotta di una persona si lascia guidare dal sentimento della medesima
necessità, tanto più moralmente puro sarà il suo operare. L'adempimento del
proprio dovere produce la pace dell’anima appunto perchè in tal caso la
condotta è in accordo con ciò che all'agente sembra necessario alla
conservazione: cd elevazione del proprio vaiore personale, di guisa che le
leggi morali non esprimono chele condizioni nelle quali la nostra volontà è
veramente funzione dello spirito ed è degna dell’appellativo di volontà
ragionevole. È evidente che a misura che si va svolgendo la nostra vita
spirituale e il suo valore ci si rende manifesto, acquistiamo coscienza delle
esigenze che in rapporto a ciò ci si impongono e quindi acquistiamo chiara
cognizione delle leggi morali. Fintanto che in noi non mette radici la
persuasione che il comportarsi in un dato modo è da considerare come esigenza
universale della natura umana, non è lecito parlare di moralità: onde consegne
che l'uomo trae la nozione di ciò che deve fare non dalla esperienza, ma dalla
considerazione di ciò che trova di più nobile ed elevato nel suo animo e dalle
esigenze che una tale considerazione trae seco. Non si vede poi su che base si
potrebbe costituire una norma fis:a ed universale per giudicare del valore
morale di un’ azione, una volta che la determinazione del volere fosse
considerata come unelemento accessorio e subordinato, tanto più se si pensa che
la valutazione degli effetti è pressochè impossibile ad effettuarsi in modo
esatto, tenuto conto delle svariatissime circostanze che possono concorrere a far
variare l’importonza di essi; vero è che si dice che il giudizio morale ha come
punto di riferimento gli effetti .che normalmente derivano da determinate
maniere di operare, ma non si vede che in tal caso sono le maniere di operare,
vale -a dire ledeterminazioni della volontà, che costituiscono la base vera dei
nostri giudizi, mentrechè gli effetti figurano come una semplice conseguenza,
unaspecie di estrinsecazione di quelle? Si obbietta che il giudizio morale
fondato sull’intenzione dell'agente, è pressochè impossibile, tenuto conto
delle insuperabili difficoltà che si oppongono ad un esatto esame psicologico,
ma in tale asserzione vi è molto dell'esagerato. In ogni caso, una volta che si
fa dipendere il giudizio morale esclusivamente dagli effetti consecutivi alle
azioni, bisogna poi dire secondo quale norma noi valutiamo i detti effetti. Le
idee del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto non si sarebbero mai
potute formare, se nella natura propria dell'uomo e segnatamente nella sua
ragione, non avesse radice il bisogno e la capacità di paragonarsi cogli altri
uomini, di valutare i loro stati analogamente ai propri, e di estrarre dalla
esperienza propria e da quella degli altri leggi generali aventi l'ufficio di
regolarlo nei vari suoi atti; se insomma l'attitudine morale non avesse il suo
fondamento ultimo nella ragionevolezza umana. Senza di questa condizione
sarebbe stato impossibile trarre regole universali dai vantaggi o danni
derivati da determinate azioni: ciascuno avrebbe evitato ciò che gli recava
nocumento ed apprezzato ciò che gli giovava. Ancorchè sì voglia ammettereche
l'esperienza delle conseguenze di dati atti abbia dato il primo impulso alla
formazione delle idee morali, riman sempre da spiegare il loro completo
svolgimento, giacchè ogni progresso morale ha come base la ragionevolezza
umana. Da ciò deriva che i precetti morali, se traggono il loro contenuto
dall'esperienza, devono la loro forza di obbligatorietà a leggi universali
dello spirito umano indipendenti da qualsiasi esperienza. Ond’è che la scienza
morale o l’etica non può avere altro obbietto che quello di rintracciare gli
elementi della natura unana, dai quali deriva la tendenza ad anteporre a tutto
gl'interessi spirituali e il benessere della società, nel che propriamente consiste
la moralità. Come si vede, ciò che reude assolutamente difettosa la concezione
morale del Paulsen è l'asserzione che basti l'esperienza per determinare i
precetti morali. Infatti, si può domandare: Perchè ciò che è utile alla società
deve essere praticato ? Perchè lo svolgimento delle varie attività e funzioni
dell'individuo e dei suoi simili costituisce il fine umano? Si risponde: Perchè
la coscienza sociale, perchè lo spirito collettivo così comanda; ma, si può
domandare ancora: E perchè lo spirito collettivo dà di tali comandi ? Perchè
esso è fatto cosi? E che dritto ha esso di dare dei comandi ? E che prove
abbiamo della esistenza e della superiorità ci un tale spirito? E le domande
non sono finite ancora: Perchè esistono quei tali istinti sociali che sono la
radice di taluni costumi e consuetudini ? Da qualunque. lato sì consideri la
questione, emerge chiaro che non è possibile trarre esclusicamente
dall'esperienza il contenuto della moralità senza tener conto delle direzioni
primitive ed originarie del volere umano illuminato e conpenetrato dalla
ragione. È curioso che il Paulsen ammette che il problema della determinazione
del fine ultimo della vita non possa esser risoluto dall’intelletto e quindi
dall'esperienza, mentre quello riguardante i mezzi per raggiungerlo (virtù e
doveri) sì. Ora se le virtù e i doveri sono insieme parti del fine ultimo della
vita e mezzi per raggiungerlo, come mai possono essere determinati con metodo
diverso da quello con cui è determinato lo scopo finale della vita ? L'esperienza
non ci può presentare che fatti concreti collegati insieme, ma non potrà :nai
darci la necessità per cui i dati fatti si collegano, nè il perchè così si
collegano, come non’ può darci mai alcuna norma o regola, che abbia valor
necessario ed universale. È innegabile che per quanto sì osservino fatti e si
notomizzino, non sì caverà mai da essi una norina assoluta ed universale di
operare. Convien dunque riconoscere in noi una facoltà o una disposizione
primitiva per la quale, sotto l'impulso di alcuni fatti, sì. sveglia in noi
l’idea del dovere, l'idea di un qualche cosa che si deve assolutamente fare.
Questa coscienza del dovere considerata nella sua generalità quale coscienza
d’un fine obbligatorio, superiore al nostro benessere individuale è, come abbiamo
veduto, il fondamento comune e generale della natura morale degli uomini: ma a
questo fondamento meramente formale si aggiunge necessariamente, nella
coscienza di tutti, una determinazione materiale, varia secondo i popoli, i
tempi e gli individui. Per ciò che riguarda la superiorità attribuita allo
spirito collettivo nelle sue varie forme rispetto allo spirito individuale,
giova notare che non ogni forma di collettività. è superiore all'individuo,
come non in ogni caso l’indivi duo deve seguire i più. È da questo punto di
vista che le idee emesse dal Paulsen sulla natura del dovere meritano d’essere
completate. Le unità collettive che hanno un valore più elevato sono quelle che
condizionano l’individuo, quali la famiglia e la società presa in senso lato. È
evidente che senza la famiglia e la società non vi sarebbe nè individuo, nè
cittadino, il quale dapprima è per cosi dire una cosa con esse, e se ne
distacca soltanto in un tempo posteriore, quando il volere individuale ha
acquistato tanta forza da poter vivere e svolgersi in modo autonomo. Le dette
unità collettive condizionando la vita individuale, sono universali, nel senso
che non vi è uomo, il quale non appartenga ad una famiglia, o ad una società. È
chiaro che le stesse collettività lungi dall'essere un prodotto .
dell'astrazione, sono quanto vi può essere di concreto, e vivono ed operano
negli individui ; è evidente del pari che iascun individuo sì sente intimamente
legato ad esse, ri flette nel suo animo le loro tendenze ed aspirazioni, e le ri
. conosce come qualcosa di superiore. Una volta che l'individuo ha nella
collettività il suo punto d'origine, il suo fondamento, @ il suo sostegno, non
può non attribuire ad essa un po tere ed una forza stragrande. Non basta.
ciascun individuo come elemento isolato, sente prepo:ente il bisogiio di com.
pletarsi, congiungendosi col Tutto, onde il suo volere quanto. più è
compenetrato dalla ragione tanto più è tratto a compiere quelle azioni che lo
fanno sentire uno col Tutto, e che, togliendo ogni restrizione, contribuiscono
ad allargare l'Io. Le forme particolari ed artificiali di collettività non
sempre hanno un valore superiore e più elevato, in quanto non contengono ciò
che vi ha di essenziale negl'individui. Le unità collettive naturali lungi
dall’eliminare le differenze individuali, le armonizzano e le elevano ad una .
potenza maggiore. Gl'individui possono (ed è bene che avvenga) fare a meno dal
seguire i dettami della collettività quando questi non si riferiscono a ciò che
vi ha di universale nella natura umana È soltanto a questa condizione che
l'individuo, seguendo la collettività, si sente’ più che sè stesso, si sente
parte di ciò che vi ha di meglio nel mondo, in modo da trovare un appagamento
calmo e completo alle più profonde aspirazioni del suo cuore, e. alle intime
esigenze di tutto il suo essere. Prima di finire noterò che chi si fa a
considerare l'insieme delle dottrine morali del Paulsen, s'accorge subito che
in esse si ha come il riflesso della psicologia quale venne trattata dal nostro
Autore. Vedemmo, infatti, che per lui il fatto psichico primitivo ed originario
è dato dall’attività, dall’energia, mentre tutte le altre potenze non
rappresentano . che dei mezzi adatti a far raggiungere all’attività il maggior
dispiegamento. Da tal punto di vista ciò che è pura-mente subbiettivo, quale il
sentimento, figura come il semlice riflesso o come l’intertoriszazione del
fatto obbiettivo dell’operare, che è l'essenziale. Una tale dottrina
psicologica fondamentale trasportata nel campo morale che cosa. doveva darci?
La trasposizione della base della valutazione, diremo così, dall'interno
all'esterno. Infatti, una volta che l'essenziale è l’ attività, e che questa
nonsi può misurare che dal lavoro che compie, dagli effetti che produce, è
naturale che il giudizio valutativo debba . riferirsi agli effetti consecutivi
alle azioni, invece che alle- determinazioni subbiettive del volere e
dell’emotività, i - quali rappresentano qualcosa di accessorio, di sussecutivo
. © di incidentalmente concomitante. L'importante per il nostro Autore non è la
genesi subbiettiva dell’atto, ma . l'attività, per così dire, obbiettivata. Ma
non è questa, domandiamo noi, una maniera di snaturare la moralità ? Non è
l'essenza di questa riposta nel processo per cui l'ideale si attua, per cui ciò
che non è ancora tende a tramutarsi in fatto? Non ha essa la sua nota
caratteri. stica nel procedimento per cuiil mondo veramente uinano siva
formando ? Togliete l’ideale dal dominio morale ed avrete annullato la moraità
: ora, non si viene a destituire d'ogni valore l'ideale, una volta che si pone
come obbietto della ‘ valutazione morale l’effetto che consegue all’azione,
cioè a dire quella parte dell'ideale che è stata già tramutata in fatto?
Bisogna ben tenere a mente che l’ideale è un pro. dotto del soggetto, prodotto
che ha valore ed efticacia per sè, a prescindere dalla sua attuazione, la quale
può essere arrestata o di molto diminuita per cause svariatissime. E la scienza
morale si differenzia da tutte le altre scienze appunto per questo, che essa
non sì riferisce a fatti, ma ad ‘idee ed a sentimenti che tendono a tramutarsi
in fatti : in caso contrario la scienza morale quasi quasi non ha ragione di
esistere. La classificazione, l'ordinamento ed anche la valutazione degli
effetti di date azioni sono di spettanza di altre scienze. Aggiungiamo in
ultimo che, ammesso il teleologismo alla maniera di Paulsen, si viene a
destituire d’ogni valore la volontà, la quale è quasi considerata come una
forza, le cui determinazioni per sè possono essere trascurate, tanto è ciò vero
che il giudizio morale principale si riferisce .agli etfetti consecutivi
all’azione, iquali possono essere maggiori o minori in rapporto a numerose
circostanze che non hanno niente a che fare colla volontà vera ‘@ propria; per
contrario le determinazioni primitive di questa e i loro motivi vengono
lasciati da parte come qualcosa di superflno e quindi d'insignificante. Non si
ha cosi una nuova forma di fatalismo, una volta che più o meno manifestamente
viene ad essere ammesso che la volontà presa per sè non è degna di
considerazione ? È degno di nota il fatto che i sistemi filosofici, ì quali
pongono il volere come fondo e sostanza dell’ universo, sono costretti dalla
forza delle cose a negare ogni efficacia al volere vero e proprio: diciamo al
volere vero e proprio, giacchè il volere aminesso dai filosofi pantelisti è
qualcosa di così chimerico e di così inconsistente che non può esistere, se non
nella fantasia di quelli che ne hau fatto il doro Dio. Chi si fa a considerare tutto
il movimento della filosofia contemporanea non può a meno di notare che le
varie direzioni di questa hanno i loro nuclei di origine nella filosotia
kantiana. I germi delle varie forme che ha assunto l’attività del pensiero
filosofico nel secolo nostro si trovano tutti nel Kantismo, tanto è ciò vero
che ciascun filosofo prende come punto di partenza qualche veduta kantiana, e
non fa che trarre da essa tutte le conseguenze possibili, svolgendola nelle
varie sue parti. Nè ciò deve far meraviglia, se si pensa che Kant piuttosto che
darci un sistema filosofico vero e proprio, ci diede una critica della
conoscenza e della metafisica anteriore, ond'egli, qua e là potette emettere
delle vedute forse non perfettamente atte ad esser coordinate in un tutto
armonico non atte cioè a divenire elementi di un sistema unico, ma atte a
divenire punti di riferimento di concezioni posteriori. Non è nostro
intendimento ora di passare a rassegna i vari sistemi filosofici che presero le
. mosse da Kant: notiamo soltanto che tra le varie direzioni del pensiero
speculativo contemporaneo due si possono segnalare in modo spiccato come
germinazioni dirette del Kantismo: alludiamo alla filosofia critica
propriamente detta o al cri. ticismo e alla filosofia dell'attività o
pantelismo nelle sue varie forme. Le dette due direzioni presentano dei
caratteri netti e delle note speciali, per cui non sì può non: considerarle
separatamente: il criticismo, infatti, ha, per cosi dire, il suo centro di
gravità nella teoria della conoscenza. che costituisce per esso l’obbietto
speciale dell'indagine filosofica ; il pantelismo invece è concezione
essenzialmente metatìisica e lungi dal limitare le sue ricerche alle
discussioni gnoseologiche, ha di mira di penetrare la natura intima della
realtà sia fisica che psichica. Entrambe queste direzioni del pensiero
filosofico, dicevamo, si rapportano a Kant; ma mentre il criticismo cerca di
dare il più ampio svolgimento alle vedute d'ordine teoretico, il pantelismo ha
l'intento di accentuare e di esagerare il pensiero fondamentale della filosofia
pratica del grande filosofo di Kénigsberg. É noto che mentre nella critica
della ragion pura Kant, dopo l'esame e l’analisi del potere della conoscenza
umana,. affermò l'impossibilità di oltrepassare il fenomeno, nella critica
della ragione pratica ammise una sola via di penetrare nel regno del Reale e
questa per lui era il volere umano. È del pari noto che si volle trovare
un’antitesi tra il pensiero e il metodo della ragione teoretica e il pensiero e
il metodo della ragione pratica, onde avvenne che alcuni seguirono Kant nella
teoria della conoscenza, mentre altri nella metafisica che poteva esser dedotta
dai presupposti della sua Etica. Avendo il grande filosofo tedesco proclamato
il primato della ragion pratica ed avendo ammesso nel volere umano una specie
di accenno all’Assoluto, era da aspettarsi che i filosofi, i quali non si
appagavano delle semplici discussioni gnoseologiche, dovessero cercare di
costruire una metafisica, dando svolgimento e trasformando pressochè completamente
i postulati della ragion pratica. Tale fu il caso dello Schopenhauer. Non
abbiamo bisogno di esporre la metafisica di questo filosofo per mostrare come
essa abbia una delle sue radici nel pensiero kantiano. È necessario piuttosto
domandarsi a questo punto se il pantelismo abbia in realtà interpretato e
svolto il pensiero . kantiano: fa d'uopo, cioè, ricercare se in fondo i
presupposti della filosofia morale e religiosa di Kant siano proprio quelli che
formano il caposaldo della metafisica pantelistica. Ora a tale questione non si
può che rispondore negativamente : chi ben considera, infatti, l'insieme della
filosofia kantiana nota subito come l’antitesi tra la filosofia teoretica e
pratica in realtà non sussista; giacchè in entrambe domina quella che si
potrebbe dire veduta formaliatica, nel senso che tanto nella conoscenza quanto
nell'attività pratica si distingue l'elemento a priori o formale, che dà le
note essenziali della necessità e dell'universalità dall’ elemento materiale,
il quale è empirico e quindi contingente, vario e relativo. Se non che Kant,
intendendo di costruire un sistema di morale pura ed elevata, volendo dare alla
morale un fondamento assoluto, comprese che bisognava ridurre al minimum
l'azione dell'elemento empirico per riporre ìil carattere normativo della legge
morale in qualcosa di fermo e di stabile; solo cosi il dovere era fine a sè
stesso. In tal guisa fu indotto a porre l'essenza dell’imperativo categorico in
una determinazione primitiva del volere umano, la quale non poteva non esser
formale. Sicchè mentre egli aveva considerato l’ elemento formale della
conoscenza (forme dell’intuizione e categorie), una volta separato
dall'elemento materiale, come vuoto, nella morale, per timore di contaminare in
qualche modo la purissima concezione etica, attribui un valore assoluto
all'elemento formale considerato per sè separatamente da ogni determinazione
derivante dall'esperienza. Da tal punto di vista è innegabile il divario
esistente tra la filosofia teoretica e quella pratica di Kant, ma chi ben
riflette sul principio dell'Etica kantiana s'accorge che il detto principio
formale implica in fondo un contenuto materiale, giacchè l'universalità della
regola nun può contenere per sè forza obbligativa, ma solo perle conseguenze buone
che ne derivano, cioè per l’accordo generale degli animi e per lo svolgimento
dei sentimenti disinteressati. In ogni caso il detto divario autorizza forse a
considerare giusta l'opinione di chi sostiene che il pantelismo è niente altro
che la continuazione e lo svolgimento di ciò che vi ha di essenziale nella
filosofia di Kant? Per risolvere una tale questione fa d’'uopo ricercare quale
sia l'essenza del pantelismo, affinchè dopo si possa vedere se le vedute
kantiane realmente coincidano con essa. Ora il pantelismo .&fferma che
fondo e sostanza dell'universo è il volere, ma, si noti, non il volere umano,
il volere cioè intimamente <compenetrato dall’intelligenza, bensi il
volere-forza, l’azione, l'operare per l’operare: ed afferma inoltre l’assoluta
supre.mazia della attività di fronte all'intelletto. La fanzione ‘conoscitiva,
infatti, nelle sue varie forme e gradi non è per esso che qualcosa di
sussecutivo e di secondario, una specie di istrumento creato dall'attività. É
evidente che questa seconda affermazione è una conseguenza della prima, nella
quale propriamente sta il principio fondamentale del pantelismo. Ciò posto, chi
conosce lo spirito della filosofia kantiana non può far a meno di constatare la
profonda differenza esistente tra essa e il pantelismo, in quanto Kant ammette,
si, il primato del volere, ma del volere che è tutt'uno colla ragione, tanto è
ciò vero che egli parla di ragione pratica, onde non è lecito considerare come
propria della filusofia kantiana l’ affermazione della separazione assoluta del
volere e del sentimento dall'attività conoscitiva. Per quanti sforzi si
facciano non si riuscirà mai a togliere all'etica kantiana la caratteristica
sua propria che è quella di essere un'etica trascendente; ora chi dice ‘etica
trascendente dice etica che ha un fondamento speculativo ; il che alla sua
volta include l'affermazione dell’indissolubilità della morale dalla
metafisica. Non è giusto adunque riferirsi a Kant quando si afferma
l'indipendenza assoluta dellu morale e della religione dalla metafisica; in
fondo il pensiero kantiano è questo, che la conoscenza e la ragione per sè
isolatamente considerate non bastano a darci il fondamento assoluto dell’etica
e della religione, per il che si richiede la cooperazione di altre funzioni
dello spirito o di altri momenti della vita psichica (sentimento e volontà).
L'etica e la religione però non possono esistere senza che sia ammesso, sia
pure in forma di postulato, un qualche fatto d’ordine speculativo. Ciò che Kant
ha affermato quindi non è la supremazia o anche l'indipendenza assoluta del
volere cieco di fronte alla ragione, ma l'insufficienza della ragione
isolatamente presa a farci penetrare nel regno dell'assoluto e quindi la
necessità della cooperazione del volere. Dire adunque che il pantelismo è una
conseguenza necessaria e legittima della filosofia kantiana e dire che la
concezione etica e religiosa propria del pantelismo è nel fondo quella kantiana
equivale ad affermare cose non perfettamente conformi al vero. Noi ci siamo
alquanto dilungati nell'esporre il rapporto esistente tra il pantelismo ela
filosofia kantiana in quanto le idee del Paulsen, le quali, come ha potuto
vedere chi ci ha seguito nella esposizione analitica fattane, si riducono ad
una forma di pantelismo, non possono essere considerate come una vera e propria
germinazione della filosofia kantiana, ma vanno riguardate piuttosto come il
prodotto della fusione di svariati elementi, ai quali brevemente accenneremo.
Per sintetizzare in brevi termini il nostro pensiero intorno alla genesi
storica delle vedute del Paulsen diremo che i germi deposti nella sua mente
dallo studio delle opere di Kant e di Schopenhauer maturarono e si svolsero in
modo particolare per la cooperazione di molteplici altri fattori, quali i
lavori compiuti dai neocritici, i progressi delle scienze particolari,
specialmente di quelle biologiche, e l'allargamento della cultura in genere
avvenuto negli ultimi anni. Secondo noi, il Paulsen, spirito fornito di una
grande potenza assimilatrice, ha preso da Kant la purezza dell'intuizione
morale, e la profondità del sentiment) religioso, dallo Schopenhauer il
concetto del primato dell’ attività di fronte alla conoscenza e dalla cultura
contemporanea la tendenza a considerare la filosofia come la sintesi delle
scienze particolari. Qui, si può domandare : Ha il Paulsen fuso questi vari
elementi in modo armonico da formare un'opera sotto qualche rispetto originale
? È riuscito il Paulsen a presentarci una sintesi vera dei vari tentativi fatti
dallo spirito umano per dare una spiegazione dell’enigma dell’universo ? A noi
pare .che l'opera del Paulsen, notevole per larghezza di vedute € per chiarezza
e perspicuità nell'espressione, sia più che una semplice introduzione o guida
al filosofare, ma sia d'altra parte meno che una concezione filosofica
originale e. meno che una sintesi nuova e prcfonda di sistemi anteriori. Sul
modo di filosofare del Paulsen oltrecchè gli elementi accennati disopra
esercitarono una grande azione le speculazioni di Teodoro Fechner. Questo
filosofo (1), il quale è massimamente noto per aver fondato in compagnia di
Weber la Psicofisica, ebbe un modo proprio di considerare e di Fechner,
professore deli0’Università di Lipsia. risolvere i problemi filosofici che
merita di essere conosciuto.. Ed è notevole anzitutto che la Psicofisica lungi
dall'essere qualche cosa di estraneo, come a prima vista si potrebbe supporre,
alle sue idee speculative, non è che una parte integrante di queste: il che
apparirà chiaro dopo che avremo esposto ì punti principali del sistema
fechneriano. Secondoil detto filosofo adunque dal lato interno e psichico,. la
realtà piena e vera si trova nell’Unità suprema della coscienza divina, mentre
dal lato esterno o fisico vanno considerati gli atomi quali elementi ultimi
reali. L'Unita suprema della coscienza che tutte le altre unità di ordine
inferiore contiene in sè, si deve pensare analoga a quella umana; ed allo
stesso modo che vi sono delle unità di coscienza inferiori alla umana, come
quelle degli animali, delle piante, dei cristalli, ecc., così ve ne sono di
ordine superiore, intermedie quindi tra l’umana e la divina. Tali sono quelle
delle stelle, dei pianeti e degli astriin genere. L'Uno-Tutto abbraccia colla
sua coscienza tutte le unità di ordine inferiore, mentre queste non sanno di essere
comprese nell'unità superiore. La nostra vita terminata quaggiù, entra a far
parte di uua vita superiore e più elevata; non altrimenti che nella nostra
psiche una intuizione, quando sparisce come tale, sì conserva, o meglio rinasce
come ricordo in una sfera superiore dell'anima, così tutto il nostro spirito
perdura in un'esistenza spirituale superiore. Nel mondo di là gli spiriti non
sono più collegati mediante determinazioni spaziali, ma sono in un rapporto
reciproco più elevato, più intimo e insieme più libero. D'altra parte l’atomo
vero e proprio non può essere percepito, ma soltanto dedotto od astratto dal
complesso dei fenomeni corporei, e figura come il punto di riferimento di tutti
i nostri calcoli nelle scienze esatte. La prova della realtà degli atomi
risiede nella necessità di farne uso; e noi intanto arriviamo a concepirli, in
quanto l’analisi dei fenomeni corporei, spinta agli ultimi limiti, pone davanti
alla nostra mente questi elementi assolutamente semplici, i quali appaiono
condizioni essenziali dell’ interpretazione e del calcolo dei vari fenomeni
svolgentisi nell'universo. Il Fechner chiamala sua concezione idealistica in
quanto per essa è ammessa l’esistenza di una coscienza universale o totale, la
quale è come la condizione im:nanente dell’esistenza della materia ; la chiama
matertalistica in quanto con essa viene ad essere riconosciuto che non vi è
attività dello spirito, sia umano che divino, che non sia accompagnata da un
fenomeno materiale o di movimento ; la chiama dualistica in quanto per essa
anima e corpo appaiono irriducibili l’una all’altro; la chiama finalmente
concezione dell'identità in quanto per essa spirito e natura sono due modi
differenti d'apparire di uno stesso processo fondamentale. Ciò che vale a
controdistinguere la veduta del Fechner di fronte alle concezioni di altri
filosofi del nostro tempo, quali l'Herbart, il Lotze, è che egli non ammette in
alcun modo l’esistenza di sostanze finite, di reali indipendenti, ovvero anche
in connessione reciproca tra loro, ma aventi valore per sè. Per lui la realtà è
nel processo, nella vita, nell'attività universale ; le sostanze finite, o le
monadi non sono che fatti o processi di un ordine inferiore, i quali devono la
loro esistenza ad un processo simile, ma di ordine superiore. Una volta poi
ammessa così dal Fechner la dottrina dell'animazione universale e quella della
continnità e accrescimento graduale e ininterrotto della vita psichica e una
volta riposta l’essenza di quest'ultima non nella qualità semplice di un reale
o nella reazione di una sostanza inpenetrabile, bensi nello svolgimento del
processo universale attraverso a una quantità di momenti di vario ordine, è
chiaro che s’' imponeva l'esigenza non solo di mostrare la possibilità della
esistenza di una vita psichica latente, ma anche di rappresentarla, diremmo,
graficamente, andando in traccia delle condizioni, per cuì si rendono possibili
quei centri concreti di attività psichica che nella loro ordinaria funzione
ricevono il nome di anime. In altri termini, in base ai suoi concetti
speculativi, il Fechner fu spinto a ricercare una legge, poggiata possibilmente
sul calcolo e sull'esperienza, atta a dar ragione della discontinuità
rivelantesi nella ordinaria vita psichica. A tale esigenza risponde appunto la
legge psicofisica, colla quale viene enunciato il fatto che la sensazione non
comincia con uno stimolo infinitamente piccolo, ma solo con il valore limite
dello stimolo e che l'accrescimento della stessa cessa del tutto quando lo
stimolo ha raggiunto il limite clell’altezza che è il suo limite massimo. E qui
va notato che se si fa crescere l’ intensità dello stimolo, rimanendo fra il
limite minimo e quello massimo, non ad ogni accrescimento di stimolo tien
dietro un accrescimento di sensazione; lo stimolo deve crescere di un certo
grado, cioè del limite della differenza, perchè noi lo avvertiamo. Codesto
limite di differenza però non è una grandezza costante, ma dipende dal grado
d'intensità già raggiunto dallo stimolo e relativamente dalla sensazione, per
il che si può dire che il limite di differenza dello stimolo è proporzionale
all'intensità dello stimolo stesso. L' accrescimento della sensazione rimane
indietro all’ accrescimento dello stimolo, in maniera che l’intensità della
sensazione cresce solamente nel rapporto aritmetico (come 1, 2, 3, 4, ....);
laddove l'intensità dello stimolo cresce nel rapporto geometrico (come 1, 2, 4,
8, 16.....). | È chiaro che l’esistenza del limite inferiore ci guarentisce una
certa insensibilità, e perciò anche una certa indipendenza dai piccoli ed
innumerevoli stimoli, i quali, per così dire, senza posa ci vanno ronzando
attorno e che altrimenti ci sarebbero cagione di continue molestie. Dall’altra
parte il limite di differenza assicura alle sensazioni che entrano nella nostra
coscienza una certa durata, in quanto le preserva dalle variazioni degli
stimoli. L'impressione piacevole che si prova all'udire un pezza di musica si
fonda essenzialmente su questo fatto, che noi non percepiamo le leggiere
deviazioni dei suoni dalla consonanza e dalla partitura, giacchè esse sono al
di sotto del limite di differenza. I valori dei limiti inferiori sono
l’espressione della sensibilità per gli stimoli e per la loro distinzione, e
come tali, mutano non solamente da persona a persona, ma anche da tempo a
tempo, secondo il grado di stanchezza, di esercizio, di eccitamento o di
paralisi. La concezione fechneriana ha un'importanza superiore a quella che
d'ordinario le viene attribuita in quanto rappresenta uno dei più audaci
tentativi fatti in questi ultimi tempi per coordinare i risultati delle scienze
particolari con una costruzione quasi totalmente fantastica della Realtà. Il
Fechner in sostanza dice: il meccanismo da qualunque punto viene considerato,
figura come qualcosa di relativo; tutto ciò che é esterno in tanto ha valore in
quanto appare a qualcos'altro: pertanto l'essenziale va ricercato appunto in
questo qualcos'altro, l’esteriorità essendo semplicemente come un elemento
fenomenico concomitante. Ammesso: il principio che a tutto ciò che è tisico
corrisponde un lato psichico, è agevole pensare che a tutte le varie formazioni
fisiche (astri, pianeti, ecc.) debbano correre parallele delle corrispondenti
formazioni psichiche fino a giungere alla Coscienza universale che tutto in sè
contiene e comprende. Ora si domanda: Il fatto di dover ammettere un lato
interno, corrispondente a tutto ciò che appare meccanico o esterno autorizza a
porre senz'altro l’esistenza di determinate unità di coscienza intermedie tra
l’uomo e Dio? Che dritto abbiamo noi di credere che la coscienza universale
diffusa sì sia, acosì dire, differenziata in tali unità di coscienza
particolari, quando pur sappiamo che la formazione della nostra coscienza
richiede condizioni e processi speciali e di ordine complicato? Noi crediamo che
si possa é si debba accettare uno stato di psichicità o di interiorità diffusa,
0scura, ma non crediamo che ciò tragga seco la necessità di ammettere dei
centri di coscienza distinti, intermedi tra l'uomo e Dio, giacchè i fenomeni
presentati dai vari sistemi di astri non possono essere risguardati quali
manifestazioni di coscienze determinate. Anzitutto notiamo che qualunque
speculazione a tal riguardo appare priva di valore, sia perchè essa siriduce a
un modo soggettivo e arbitrario di rappresentarsi ciò di cui noi non possiamo
avere che conoscenza astratta e incompleta, e sia perchè la conoscenza
dell’interiorità in tanto può aver significato in quanto giova al conseguimento
di fini pratici, agevolando il rapporto e il nesso reciproco degli esseri e il
perfezionamento che ne consegue. Quando per contrario l’interiorità figura come
qualcosa d’indifferente, come qualcosa di sfornito d'importanza, quando insomma
per poter utilmente agire sulle cose basta la conoscenza esterna fenomenica che
di esse abbiamo, la ricerca dell’interno va posta a livello di qualsiasi altro
gioco della fantasia. Noì in tanto ricerchiamo ed apprezziamo la conoscenza
dell'interno degli altri uomini in quanto da tale conoscenza ci ripromettiamo
dei vantaggi d'ordine teoretico (cognizione della natura dello spirito umano e
delle sue leggi) e d'ordine pratico. È per mezzo di essa che noi possiamo
utilmente agire sui nostri simili e su noi stessi, indirizzandoci a vicenda
verso il fine a cui crediamo che il genere umano tenda. Il Fechner poi crede
che ogni sistema di forze, che ogni determinato aggruppamento di elementi possa
essere considerato espressione di una distinta unità di coscienza; ora ciò
evidentemente non è ammissibile, giacchè occorre far distinzione fra quelle
coordinazioni di elementi che sono indizi o estrinsecazioni di unità di
coscienza realmente esistenti (unità di coscienza tn sé) e quelle coordinazioni
di elementi che hanno il loro fondamento nella coscienza del soggetto che
contempla i detti elementi. Così i vari sistemi in cui la mente umana ha
ordinato l'immensa molteplicità dei fenomeni, non depongono per l’esistenza di
unità di coscienza corrispondenti, ma hanno per presupposto l’esistenza di una
coscienza, diremo cosi, estrinseca, la -quale li ha formati, contemplando i
fenomeni: invece le coordinazioni presentate dagli organismi in genere sono
forme di estrinsecazione di unità di coscienza distinte. Il Fechner, avendo
identificato le due sudette maniere di coordinazione, si è creduto autorizzato
ad ammettere un'’unità di coscienza in ogni sistema. Ma si può qui domandare:
Vi è un criterio per distinguere quei sistemi che hanno per fondamento una
unità di coscienza estrinseca da quelli che ne hanno una intrinseca? Ognuno
vede la grave difficoltà di un tale problema; noi però crediamo di poterlo
risolvere, ponendo il carattere distintivo nella pro| prietà che ha l’unità di
coscienza veramente distinta (obbiettiva e di ordine elevato) di poter non solo
produrre | ed avere vari stati, ma di poter agire su questi. Noi solo allora
siamo autorizzati ad ammettere come espressione di un’ unità di coscienza
distinta un sistema di elementi, . quando abbiamo degli indizi sicuri non solo
che in tale sistema domina un'unità armonica e coordinatrice, ma che questa .
produce e modifica i vari stati in cui il detto sistema sì può ‘trovare. In
ogni altro caso si può parlare di coscienza universale diffusa, ma non di
coscienza distinta e molto meno . di coscienza di ordine superiore. Ciò posto,
se noi esaminiamo i fatti presentati dagli . astri, dai pianeti e da tutti
quegli oggetti che, stando a Fechner, sono manifestazioni di unità di coscienza
intermedie tra l’umana e la divina, noi troviamo che essi non presentano alcun
indizio dell'esistenza di qualcosa di superiore e di elevato capace di agire
sui propri stati; onde non è lecito estendere la coscienza distinta al disopra
dell'uomo che presenta in modo evidentissimo la caratteristica suaccennata. |
Concludiamo coll’osse rvare che la metafisica del Fechner, come quella del
Paulsen, non sfugge al rimprovero che si fa atutte quelle metafisiche che
sforzano la realtà, preten.dendo che l’ordine ideale di questa si realizzi per
una via diversa da quella che l’esatta ricerca scientifica dimostra vera. Tutte
queste metafisiche hanno in comune di esser modi di rappresentazione
dell’incondizionato, onde il meglio è di considerarle come mere ipotesi che nei
loro concetti e nelle loro linee più generali è bene tener presenti senza
lasciarsene dominare, affidandosi al progresso lento, ma sicuro dell’esatta
ricerca scientifica, la quale mentre da una parte insieme con tutta la cultura,
influisce sulla loro formazione, è dall’altra atta a decidere, con la
cooperazione. di altri elementi, del loro valore. La Vecchia e la Nuova
Frenologia La Nozione di “ Legge, L'origine delle tendenze immorali . Il senso
muscolare . L’obbietto della Psicologia fisiologica . La Filosofia
dell’attività F. Paulsen SAGGI FILOSOFIA SAGGI DI FILOSOFIA. LA MORFOLOGIA
DELLA CONOSCENZA IL PROBLEMA ESTETICO. IL PROBLEMA FILOSOFICO SECONDO BRADLEY
TORINO CLAUSEN Chl 4225:2,3) HARVARD COLLEGE LIBRARY OC JACKSON FUND (1,49 2 /
ro Li te nn a A SI, io ae i Pa e - & &__cse-@hctemurrr nd TARA sr AIA
CI I TTI AT E I O A I I ZI I O i = 1° r_r_ it (i 7 E | vB8 AA ANI TE RE IE lr LA
NOZIONE DI LEGGE. La Classificazione delle Leggi o la Morfologia della
conoscenza 0. Si è concordi nell’ammettere distinzione tra la cono‘ scenza in
generale e la scienza, in quanto la prima implica semplice qualificazione della
Realtà, mentre la seconda include qualcosaltro ancora, include cioè la
connessione necessaria degli attributi caratterizzanti il Reale. Se la
conoscenza in generale verte sul particolare e sul concreto, la scienza si
muove nell’ universale, nel necessario, nel. Per ragioni che qui non è necessario
esporre, fui costretto ad anticipare di molti mesi la pubblicazione del 1°
volume di questi Saggi, nel quale è contenuta la Nozione di Legge La
trattazione di questo importante e difficile argomento rimase come strozzata;
difatti l’ultima parte, da pag. 123 a 139, dove si parla di una classificazione
delle Leggi, non è bene coordinata col rimanente e, più che una discussione
ampia sul detto argomento, è l'eco di una serie di note prese per la più parte
dalle Lezioni di Filosofia fatte dal Masci all’ Università di Napoli negli anni
accademici 1890-91-92. Riprendo ora l'argomento interrotto, coll’ intento di
dargli quello svolgimento che a me pare che meriti. permanente, avendo per
obbietto non il dato puro e semplice, ma i concetti elaborati sul dato.
Parrebbe adunque che la conoscenza esprimesse un rapporto o un contatto più
immediato colla realtà, essendo come l’ apprensione diretta di questa,
mentrechè la scienza fosse come una forma di appercezione mediata, compiuta,
cioè, attraverso i concetti della nostra mente; parrebbe di conseguenza che tra
conoscenza e scienza vi fosse una differenza sostanziale in modo da essere
pressochè impossibile rintracciare, diremmo, la morfologia, o la figliazione
dei vari ordini di caratterizzazione della realtà. Ora per veder chiaro in tale
questione a noi pare opportuno determinar bene anzitutto in che propriamente
consista la conoscenza. Questa in tutte le sue forme, a cominciare dalla
semplice percezione a venire al concetto più astratto, lungi dal presentarsi come
un contatto, diremmo, mistico, di due sostanze - il reale e la mente - poste
l'una di fronte all'altra, figura come un processo di appercezione, mediante il
quale ogni elemento nuovo viene come assimilato dagli elementi affini già
esistenti nella psiche, di guisa che la legge della relatività è la legge
psichica fondamentale. Ciò posto, noi vediamo che tra conoscenza pura e
semplice e conoscenza scientifica non vi è differenza sostanziale, essendo due
stadii di un processo fondamentale identico: conoscere equivale appercepire,
assimilare, riferire l’ elemento nuovo ai già preesistenti ; se questi ultimi,
distaccati dal processo psicologico e sottoposti ad un' elaborazione speciale,
vengono considerati come simboli, come segni per riconoscere ogni elemento affine
che sopraggiunge, sì avrà la scienza, in quanto i detti simboli sono appunto i
concetti, gli universali che rendono possibile l’ appercezione del singolo e
del particolare: se per contrario la forma appercettiva è incorporata nel
processo psicologico si avrà la semplice conoscenza. Onde consegue che
qualsiasi forma di conoscenza implica la cooperazione di un elemento universale
(forma appercettiva), di un elemento intelligibile, di qualcosa che trascende
il fatto concreto particolare attualmente in rapporto immediato col soggetto e
insieme che non vi è e non vi può essere una esclusiva conoscenza di fatti
singoli e isolati: questi son sempre appresi attraverso qualcosaltro che in
certo modo li rischiara e li illumina, che, in altre parole, li rende intelligibili.
E che cosa è questo universale attraverso cui noi appercepiamo qualsiasi fatto
singolo? Se la sua funzione è quella di rischiarare, di rendere intelligibile
il dato, idealizzandolo e in certa guisa universalizzandolo, esso si confonde
con ciò che propriamente si chiama legge. Questa infatti, come fu ampiamente
discusso altrove, è ciò che rende intelligibili i fatti singoli e concreti, o,
ciò che torna lo stesso, rappresenta ciò che vi ha d'’intelligibile negli
ultimi, è la loro stessa intelligibilità. Eccoci condotti adunque al risultato
finale che il dominio della legge si estende fin dove si estende quello della
conoscenza e che pertanto una classificazione razionale ed esauriente delle
varie forme di legge in tanto è possibile in quanto le varie specie di
conoscenza sono intimamente connesse tra loro da formare un tutto organico. Nè
sembrerà inutile estendere in tal modo la nozione di legge , se si pensa che in
tal guisa soltanto s' intende la natura vera del processo conoscitivo ed è resa
possibile una vera e propria morfologia della conoscenza. E poichè lo spirito
umano non ha soltanto la funzione conoscitiva, ma ha anche quella emotiva e
volitiva, non è priva d'interesse la ricerca dei rapporti esistenti tra queste
ultime e la funzione conoscitiva, per vedere fin dove estende il suo dominio il
fatto conoscitivo e per ciò stesso la legge. Ora vi sono dei prodotti dello
spirito umano, quali l'Arte, la Morale, la Religione, i quali sono da parecchi
considerati come estranei assolutamente alla conoscenza: l'Arte, la Morale, la
Religione, si dice, sono un prodotto del sentimento e della volontà e non già
dell’intelligenza umana; rella vita estetica, morale e religiosa proviamo delle
emozioni ed operiamo, ma non conosciamo. È vera l’affermazione di caloro che
pressochè escludono il momerto conoscitivo dai succitati prodotti dell'anima
umana? Noi crediamo che pur non essendo riducibili a meri sillogismi i fatti
estetici, morali e religiosi, non cessano però di contenere come lero momento
essenziale quello conoscitivo. Ed invero l'Arte e la Religione, esprimendo e
simboleggiando, ciascuna alla sua maniera, il Reale, che cos’altro fanno se non
qualificare lo stesso Reale? E la vita morale che sì esplica, mirando
all'attuazione di un certo Ideale di perfezione, che cos'altro fa se non
caratterizzare come progressiva e perfettibile la realtà stessa? L'Arte, la
Morale, la Religione non sono certo un prodotto esclusivo del ragionamento
reflesso, come credevano ì razionalisti, ma non sono nemmeno un prodotto esclusivo
del sentimento e della volontà, come vogliono gli avversari della conoscenza,
giacchè per poter significare e simboleggiare il Reale n i i it .$. + nm
©" - _ >= .,.>-bisogna aver una certa idea del Reale stesso,
altrimenti l'espressione manca di ogni punto di riferimento e quindi di ogni
significato. Ammesso anche che l’idea artistica, l’idea morale e l’idea
religiosa sia come il portato di date tendenze ed esigenze dell'anima umana,
ciò non esclude che qualsiasi determinazione estetica, religiosa, ecc. sia come
una maniera di conoscere e di sperimentare il Reale, giacchè le dette tendenze
ed esigenze (sentimenti e volizioni) involgono sempre un elemento intellettivo
o appercettivo. L'Arte, la Religione, ecc. sono poi come vari punti di vista,
come varie posizioni di prospettiva per poter ap-. percepire la realtà, per
modo che attraverso le differenti forme che esse assumono noi possiamo
comprendere i singoli fatti riferentisi alle rispettive sfere estetica,
religiosa, morale. D'ordinario si crede che un fatto estetico o religioso sia
qualcosa d’ individuale, di concreto, di singolare, qualcosa di chiuso in sè
stesso; ora ciò mal si concilia colla funzione universalizzatrice,
tipificatrice e idealizzatrice attribuita alla funzione estetica, religiosa e
morale. Lo spirito umano quando crea il bello e foggia il simbolo religioso o
pone l'ideale morale, attua i mezzi attraverso cui può intendere la
molteplicità dei fatti concreti e particolari riferentisi alla sfera dell’arte,
della religione e della morale. Nei casi suddetti adunque la mente umana da una
parte conosce, ha un certo concetto (comunque formatosi) del reale, e
dall'altra porge i mezzi attraverso cuì possono essere appercepiti una quantità
di fatti singoli e concreti che si presentano nella vita ordinaria. Allo stesso
modo che, perchè sia scoverta una legge scientifica occorre il Genio
scientifico, perchè sia scoverto un punto di vista: nuovo da cui appercepire la
realtà in ordine alla morale, alla religione e all'arte - punto di vista che fissa
l'orientamento in ciascuna di queste orbite sì richiede l'influenza del Genio.
In entrambi i casi il processo è sempre quello di appercepire e di fare
appercepire in un dato modo la realtà, di ordinare la molteplicità caotica dei
fatti singoli, il che equivale a dire che lo scopo è sempre quello di
caratterizzare e qualificare la realtà. In fondo ad ogni opera estetica, morale
e religiosa si trova poi un giudizio in cui vengono enunciate le diverse
manifestazioni o differenze di un’ identità fondamentale, un giudizio in cui
vengono esposte le maniere di articolarsi tra loro delle parti componenti un
tutto e in cui infine vengono enunciate le determinazioni possibili o ideali e
non attualmente reali. Si dice che mentre l'ipotesi scientifica è formata per
spiegare i fatti reali che da essa conseguono, le costruzioni ideali dell'Arte,
della Religione e della Morale sono prodotti arbitrari dello spirito, i quali
hanno la loro ragione in sè stessi; ora ciò è vero entro certi limiti per il
fatto che scopo dell’Arte, della Morale e della Religione non è quello di
spiegare il dato, bensì quello di presentare sotto nuova luce il Reale, di
mostrare cioè le varie direzioni entro cui lo stesso è concepibile. Sarebbe
erroneo però supporre che le costruzioni ideali summentovate siano destituite
di qualsiasi fondamento reale: esse poggiano invece sulla natura propria dell’
anima umana; e se non sono costruite in vista degli effetti che da esse
conseguono, stanno però sempre ad indicare le maniere in cui i dati della realtà
possono essere armonizzati tra loro. Anche l'Arte più spontanea e immediata ha
l’ufficio di sistematizzare, di portare un certo ordine nel caos della realtà
empirica. L'Arte produce un godimento più o meno intenso per il fatto stesso
che è espressione armonica di ciò che la vita contiene. La realtà passata
attraverso l’anima dell’artista assume una certa forma , per cui vengono ad
esser tolte le asperità dei dati reali e vengono ad essere come smussati gli
angoli presentati dal decorso delle cose. Non temiamo di metter fuori un
paradosso dicendo che le contradizioni più stridenti dell'universo espresse
dall’artista si trasformano in qualcosa d'armonico e di sistematico. Sta in ciò
il vero incanto dell'Arte, la quale per esprimere le dette contradizioni, deve
per forza renderle in qualche modo intelligibili, trasfigurandole e facendone
intravedere l’unità armonica, Si dice inoltre che la scienza prova e dimostra,
mentre l'Arte, la Morale e la Religione semplicemente costruiscono : ciò è vero
ed ha la sua ragione nel fatto che la scienza vive e si muove nel mondo delle
astrazioni e delle formule, mentrechè le altre produzioni dello spirito umano
si muovono nel mondo dei tipi concreti, delle individualità. Ciò che è astratto
e formale è immutabile e necessario, mentrechè ciò che è concreto, ciò che
vive, sfugge sempre per una parte alla misura ed all'analisi quantitativa. A
tal proposito giova ricordare che ogni forma di prova e di dimostrazione in
fondo è riducibile ad un rapporto di identificazione. Provare, dimostrare
equivale a valutare quantitativamente, equivale a ridurre e ad identificare tra
loro gli elementi formali (le forme) di due cose o eventi. Può essere
identificato solo ciò che presenta una medesima qualità variabile
quantitativamente, non già ciò che presenta qualità differenti e irriducibili.
Riassumendo, noi diciamo che in fondo ad ogni fatto estetico, morale e
religioso, non altrimenti che in fondo ad ogni fatto scientifico, si riscontra
un’idea, un concetto, il quale per essere accompagnato nel primo caso da
sentimento (interesse) non permane quale concetto, ma col calore del sentimento
si tramuta in fantasma, in rappresentazione concreta, e ciò perchè il
sentimento tende al concreto, al rappresentabile e rifugge dall’astratto. Onde
è chiaro che la diversità tra l’appercezione del reale fornita dalla conoscenza
scientifica e quella che ha luogo nel processo estetico, religioso, etico sta
in questo, che la scienza sia che muova dai fatti singoli, o da concetti
(ipotesi) o da principii generali, mira a spingere o a far rientrare il
particolare nel generale, mentre l'Arte, la Morale e la Religione tendono
sempre ad obbiettivare in forma di tipi o di sistemi concreti, i concetti o i
principii generali: tipi e sistemi che operano come ideali, a cui si deve
rapportare la realtà empirica ordinaria. Va notato qui che la vita morale,
estetica e religiosa da una parte e la scienza dall'altra, pur seguendo una via
diversa nel loro modo di procedere, concordano in questo che in fondo tutte
idealizzano l’esperienza o il dato e per tal via simboleggiano il Reale;
l'idealizza la Scienza riducendo i fatti a concetti e l’idealizza l'Arte, la
Religione e la Morale col presentare i concetti non incorporati in una data
rappresentazione singola, ma in una rappresentazione generale, in una
rappresentazione tipo atta a raccogliere ed a sintetizzare in sè molteplici
dati particolari. Giacchè a tal proposito non bisogna dimenticare che l’Arte,
la Religione o la Morale, se da una parte non volgono su concetti, dall'altra
non volgono su dati di fatto (come fa la storia e in generale le cosidette
scienze descrittive come la geografia, la cosmografia, la geologia), ma su
tipi, su ideali, su fatti dunque concreti universalizzati, considerati sub
specie ceternitatis. Per noi insomma la scienza elabora concetti (universali
astratti), le scienze narrative o descrittive riproducono fatti concreti
determinati col maggior numero di particolari possibili in modo da richieder
però sempre un ulteriore complemento, l’Arte, la Religione e la Morale. hanno a
che fare con tipi (universali concreti), con individualità. Possiamo
conchiudere col dire adunque che non vi ha funzione dello spirito umano che non
implichi il momento della conoscenza e che quindi tutte le produzioni dello
spirito- umano ci forniscono qualche maniera di appercepire la realtà nelle sue
svariate e molteplici determinazioni singolari. Alle varie forme di
appercezione corrispondono le varie specie di leggi. Dal fatto che il processo
della conoscenza è fondamentalmente uno e che esso si estende per tutto il
dominio dell’attività dello spirito non consegue che esso non presenti delle
notevoli differenze in modo da giustificare l'esistenza di varie categorie di
leggi. E invero, vi sono delle forme appercettive, le quali agiscono come leggi
nel senso che rendono possibile la comprensione e l'intelligibilità dei dati
singoli concreti, ma non possono essere distaccate dal processo psicologico in
seno a cui operano e quindi non possono assumere la forma di giudizi, come le
leggi vere e proprie, per modo che esse mentre agiscono inconsciamente ed
organicamente nella mente degli individui, non si rendono appariscenti che ad
uno stadio tardivo della riflessione. Di tal fatta sono le forme appercettive
inerenti agli stadii iniziali della vita psichica ed ai prodotti elevati dello
spirito quali l'Arte, la Morale e la Religione. Volendo però presentare una
prima (1) classificazione completa delle forme appercettive o leggi, le
divideremo in quattro grandi categorie, in forme o leggi di riferimento o
assimilative, in forme o leggi rudimentali, in forme o leggi relazionali e in
forme o leggi sistematiche. Queste non possono essere formulate per via di
giudizi, perchè sono anteriori alla formazione delle idee quali segni del
reale, anteriori al linguaggio significativo, anteriori al distacco cosciente e
voluto del significato dal fatto. Parrebbe a prima vista che questa classe di
leggi non avesse ragione di esistere una volta che esse non possono essere
enunciate, ed una volta che l'essenza della legge è stata riposta appunto nel
was, nel significato, nell’ elemento intelligibile distaccato dalla realtà; ma,
se ben si Diciamo prima classificazione, perchè, come vedremo in seguito, sì
può fare una seconda classificazione delle forme appercettive, tenendo conto
delle varie maniere in cui la conoscenza è acquistata. + s- n ®* re i fi n e ca
riflette, nel caso delle leggi assimilative il processo d’idealizzazione esiste
sempre, il was, pur non avendo ancora trovato un'espressione decisa, e pur non
essendo stato staccato dalla matrice psichica, è attivo, è sempre in funzione,
tanto è ciò vero che la conoscenza di nuovi fatti è resa possibile appunto da
tale modo di operare dell’attività psichica. Se per legge si deve intendere ciò
che rende possibile l’appercezione di un nuovo elemento, perchè non dovrebbe
meritare il nome di legge ciò che rende | possibile qualsiasi forma rudimentale
di conoscenza ? Siffatte leggi concrete operano in tanti modi diversi in quanti
si può esplicare l’attività tipificatrice e assimilatrice della psiche. Lo
studio di queste forme è di esclusiva spettanza della Psicologia, la quale dà
ragione del nesso o delle relazioni esistenti tra i vari elementi psichici e
della ricognizione, fondandosi sulla funzione identificatrice della mente. Per
esprimere nel modo più chiaro il nostro concetto in ordine alle dette leggi,
diciamo che esse non sono propriamente leggi, ma funzionano come le leggi. 2.
Leggi rudimentali. Se il dominio della conoscenza coincide con quello della
legge, se cioè ogni forma di conoscenza implica una certa universalizzazione
del dato, è evidente che anche i giudizi enuncianti fatti singoli vadano
considerati come leggi rudidimentali o iniziali universalizzazioni dei fatti
percettivi. Ed invero, per convincersi come qualsiasi giudizio racchiuda come a
dire, in modo rudimentale una verità universale, giova tener presente in che
propriamente consista il giudizio. Molto si è discusso a tal proposito e non
intendiamo far qui la storia critica delle varie teorie emesse : a noi basta
richiamare l’attenzione su questo, che il giudicare non può ridursi
all'affermazione o al riconoscimento di una relazione tra due idee, come non
può ridursi senz’ altro all'affermazione di un dato nesso tra due cose. In
entrambi ì casi viene ad essere sformata la natura vera del giudizio, in
quanto, se ben si riflette, in tali casi le nozioni di verità e di falsità
inerenti alla funzione giudicatrice non ricevono alcuna spiegazione. Il
giudizio nasce dal riferimento di un contenuto ideale alla realtà, contenuto
ideale che può essere o non essere appropriato ad un dato fatto (verità o
falsità di giudizio), per il che il giudizio da una parte si eleva al di sopra
dell’esperienza attuale e dall’altra non è tutto nella sfera delle idee, avendo
un punto di contatto colla realtà. Il giudizio consiste nell’idealizzazione del
dato. Rendere intelligibile il reale, ecco l'ufficio del giudizio. Ora la legge
che altro ufficio ha se non quello di rendere intelligibile l’esperienza,
estendendola e rendendola continua nelle sue varie fasi o stadi? Se non che si
potrebbero fare due osservazioni: 1° non è chiaro come il giudizio che è
costituito di termini ideali, possa riferirsi al reale, al fatto obbiettivo che
è sempre qualcosa posto al di fuori della mente che giudica: 2° se si riesce
perfettamente a capire l’identificazione dello leggi coi giudizii universali e
ipotetici i quali poi sono ì più lontani dalla realtà concreta, in quanto si
riducono a connessioni di attributi o di qualità, d'idee e quindi di astratti ,
non si riesce nient’affatto a capire come i cosidetti giudizii categorici
(giudizii singolari, impersonali, dimostrativi, ecc.) possano essere
considerati come leggi rudimentali, come fatti, diremo così universalizzati,
considerati sud specie aeternitatis. | Esaminiamo le due suesposte obbiezioni.
1° Come mai ogni giudizio, sia percettivo o universale, può essere
schematizzato nel modo'seguente. Il reale è tale che... 0, Il mondo reale è
così qualificato che... +, come mai il giudizio si può ridurre ad un riferimento
al reale, al reale indeterminato in un caso e designato per mezzo di idee
nell’altro? Certamente, se noi consideriamo lo spirito umano come un’ entità a
sè posta al di fuori della realtà che gli sta di rincontro, se noi imaginiamo
la psiche e l'universo come due mondi staccati, estranei l’ uno all’ altro, non
arriviamo a concepire come possa stabilirsi il contatto dell’io col reale: ed
oltrechè appare incomprensibile la conoscenza quale peculiare relazione tra due
mondi separati, perchè si introduce il concetto di spazialità e di estensione e
di uno fuori dell'altro, dove non vi è ragione d'introdurlo, si è costretti poi
a considerare i fatti spirituali, i processi psicologici come una
reduplicazione del reale. Da tal punto dì vista il mondo ideale della psiche,
pur essendo in corrispondenza col mondo reale, è come qualcosa d’autonomo, di
chiuso e completo in sè, per modo che l'atto giudicativo p. es., lungi dal
rappresentare la qualificazione del reale, il prodotto del contatto del reale
col subbietto, è un processo del tutto ideale, avente soltanto il suo
corrispettivo nel reale. Ora tale veduta è del tutto erronea: lo spirito non è
posto al di fuori del reale, ma è, vive ed opera in esso: allo stesso modo che
il fiore non è fuori dell'albero, e questo non è fuori dal terreno e
dall'ambiente esterno, da cui anzi riceve nutrimento e tutto ciò che gli è
necessario per la vita, così la psiche non è fuori, anzi è intimamente
collegata col reale, dal quale essa trae la vita vera. Occorre aggiungere però
che la mente, avendo per sua natura l'ufficio di dare un significato, di
obbiettivare il reale, il quale vive nel soggetto, da una parte è contenuta nel
reale e dall'altra lo contiene, in quanto ciascuno costruisce il suo mondo coi
materiali forniti dall'esperienza, diremo così, psicologica, subbiettiva. Da
tutto ciò consegue che il contatto del reale col soggetto non è qualche cosa di
accidentale, e di temporaneo, ma rappresenta la condizione essenziale della
vita di quest’ ultimo. L'individuo sente continuamente tale contatto e per
quanto mostri di allontanarsene col qualificarlo, col determinarlo e
specificarlo in varie guise mediante segni, ipotesi, ecc., che sono sempre in
ultima analisi astrazioni, .con tali processi non ha altro obbiettivo che di trovare
un’cspressione intelligibile e schematica della realtà che vive, agisce ed
opera in lui. Se noi seguiamo il processo graduale con cui si passa dal
soggetto (reale), quale è espresso in modo indeterminato nei giudizi
rudimentali (giudizi impersonali), al soggetto espressu mediante indicazioni,
ma sempre privo di qualificazioni e di specificazioni (giudizi dimostrativi),
per venire al soggetto designato da un'idea (giudizi universali ipotetici), noi
troviamo che lo scopo ultimo a cui sì mira è di illuminare la realtà a cui noi
ci sentiamo legati mediante la nostra stessa vita. Con ciò non si vuol dire che
la realtà consiste esclusivamente nel contatto che noi abbiano con essa nella
percezio..e sensoriale: la realtà si estende in modo continuo oltre tale. punto;
ma vogliamo affermare che il reale così sentito è come il punto di ritrovo per
formare la base di operazione ideale che ha per risultato la concezione
generale o la costruzione dell’universo. Noi possiamo conchiudere che la
realtà, essendo primitivamente la realtà quale è pusseduta da ciascun di noi,
in ogni giudizio è rappresentata da una data percezione o idea atta a designare
il fondo reale, che così viene ad essere in qualche modo determinato. Se ciò
non avvenisse, il reale rimarrebbe qualcosa d'inesprimibile e d’innominabile.
Quando ciascuno di noi formula un qualsiasi giudizio, certamente non ha
coscienza di fare delle distinzioni nel reale per riconoscere la loro identità
fondamentale: quando io dico la neve è bianca , certamente non penso che il
processo logico vero è questo : quella cosa, quel reale che è neve è bianco ,
oppure -la realtà è qualificata anche dall’idea complessiva neve-bianca ; ma
ciò avviene, perchè noi fondiamo il reale con quella parte di esso, che noi in
un dato momento riesciamo a distaccare dal fondo totale in virtù dell’
interesse che la detta parte suscita in noì. Se il nostro potere appercettivo
non fosse limitato, e se il processo mentale non si riducesse in fondo ad una
simultanea sintesi ed analisi, noi non formuleremmo i giudizii nel modo in cui
facciamo. Noi, in sostanza, da un complesso percettivo per ragioni di varia
natura, separiamo una parte e questa qualifichiamo col riferirle un dato
contenuto ideale: ma la parte anzidetta non è un semplice aggettivo, un'idea
qualsiasi, un universale ‘astratto, ma è come il sostitutivo abbreviato della
realtà, è come la realtà contratta in punto, perchè ciò agevola la nostra
operazione. In qualsiasi giudizio adunque ciò che forma il nerbo
dell'operazione logica è l’idea, onde sorge la necessità di determinare in che
consiste l’idea o contenuto ideale, che mediante la funzione giudicatrice vien
riferito alla realtà. La vita psichica fin dall'inizio è controdistinta dalla
tendenza a tipificare. Dal momento che il contenuto della psiche dapprima
indistinto e indeterminato, comincia ad essere differenziato, analizzato e
riconosciuto suscettibile di determinazioni di vario genere, degli elementi
vengono, per così dire, staccati dall'insieme: e son questi elementi astratti
ed universali che rendono possibile l’ apprendimento di nuovi fatti particolari
e concreti, in rapporto all'eguaglianza od all’ identità che taluni elementi di
questi ultimi presentano coi primi. Come si vede, fin dall’inizio l'attività
psichica si esplica universalizzando, fissando, cioè, l'elemento essenziale, e
comune ad una serie di rappresentazioni concrete diverse, ripetentisi un certo
numero di volte, per servirsi di esso come mezzo di intelligibilità di altri
fatti particolari. Non è a credere però che tale elemento universale e identico
sia da considerare come qualcosa di sostanziale, come un fatto avente sede in
un sito della psiche: una tale concezione mitica deve essere assolutamente
bandita: siffatto elemento universale si riduce ad una funzione della mente, ad
una forma di attività più facilmente esercitata, ad una specie di abitudine, ad
una facoltà, ad una potenza viemaggiormente disposta ad ‘entrare in azione in
seguito a dati stimoli ed a particolarizzarsi variamente secondo le condizioni.
Ma finchè l universale contenuto nella mente non si fissa e sì determina in un
segno (nome), e fin che questo colla imagine psichica (rappresentazione
particolare) concomitante, non è risguardato qual simbolo avente un significato
relativo a qualcosa di permanente, per sè esistente al di fuori della mente,
non è a parlare di idea nè di funzione giudicatrice. Per modo che noi possiamo
affermare che, affinchè si abbia l’idea e il giudizio (i quali sono
inseparabili fra loro, giacchè l’idea in tanto è idea in quanto, mediante il
giudizio, viene considerata come segno, come | qualità, come attributo
riferibile al reale, in quanto, cioè, mediante la funzione giudicatrice
l'elemento ideale viene consciamente riconosciuto separabile dal fatto), è
necessario che l' universale, che dapprima operava inconsciamente nella mente,
essendo per così dire incorporato nel fatto o processo psichico concreto, venga
ad essere riflessivamente distaccato da questo e considerato per sè, venga ad
essere riconosciuto mezzo appropriato a rendere intelligibili i fatti concreti.
Tale universale è particolarizzato e concretizzato in un'imagine psichica (nome
e rappresentazione particolare), la quale è riguardata come sostituibile da
qualsiasi altra omogenea e quindi fornita di valore vicariante. Riassumendo,
noi possiamo dire che l'idea si riduce a quell’elemento universale, astratto ed
addiettivo (qualità o relazione) che, particolarizzato in un segno (nome o
imagine psichica sostituibile per mezzo di una qualsiasi altra), vien
considerato come simbolo avente un significato obbiettivo. È evidente che le
idee come idee non possono esistere al di fuori della mente del soggetto: se
esse sono degli astratti universali (aggettivi), non è possibile che esse
abbiano un'esistenza indipendente. Lo spirito umano, non potendo penetrare nel
cuore della Realtà, non potendo ‘vivere la vita del Tutto, sì contenta di
analizzare e di determinare il contenuto di essa mediante qualità e relazioni,
le quali se si riferiscono, se accennano, se simbo leggiano il Reale, non vanno
identificate con questo. Sicché le idee da una parte non sono semplici fatti
psichici e dall'altra non sono realtà, ma sono segni del Reale. Il fatto
psichico concreto diviene idea logica non appena esso è fissato e riferito, il
che può avvenire soltanto mediante la denominazione, denominazione che indica
obbiettivazione, e che è da considerare piuttosto un segno dell'atto
intellettuale (giudizio) che l’atto stesso. Vien data così la forma esplicita
del giudizio a ciò che prima era soltanto un fatto psichico concreto, una
rappresentazione forse persistente, perchè identica in sè stessa attraverso i
mutamenti e le differenze, ma sfornita di qualunque riferimento cosciente a
qualche cosa di obbiettivo. Da tal punto di vista idea e giudizio sono coevi e
proce dono di pari passo, giacchè il secondo lungi dall’essere una combinazione
meccanica di parti esistenti l'una fuori dell'altra (impressioni, idee,
concetti), è l’espressione, forse la sola vera espressione, come dice il
Bosanquet, dell'unità della coscienza ed è il generatore di ogni idea o
concetto. Il giudizio può contenere idee complesse, ma in quanto giudizio,
presenta il contenuto di una sola idea, la quale esiste solo nell’atto del
giudicare. É l’astrazione che separa i due elementi intimamente compenetrati
tra loro. E qui cade in acconcio notare che quando noi abbiamo dei dubbi circa
l’esistenza di un giudizio vero e proprio (negli animali p. es.), il miglior
modo d'assicurarsi è di ricercare se in ciò che sì suppone attività
giudicatrice vi sia qualche cosa che possa essere in modo intelligibile negata
(di cui sia possibile la negazione e la falsità); invero ciò che rende
possibile .il giudizio è il distacco dell'ideale dal reale, del vas dal dass,
si è la formazione dell'idea quale esiste nella nostra mente, idea che è vera
soltanto se effettivamente compete alla realtà. Fino a tanto che noi non
abbiamo ragioni per credere che nell’ intelligenza degli animali esistano delle
imagini aventi un dato significato obbiettivo, dei fatti psichici atti ad
essere riferiti a qualche cosa che trascende l'attualità psichica, noi non
possiamo parlare di attività giudicatrice: niente, infatti, in tali casi. può
essere intelligibilmente negato, non l’esistenza dello idee adoperate nel
giudizio, non l'affermazione del loro significato. | 2° Passiamo ora alla
seconda obbiezione. Come è possibile considerare i giudizi categorici quali
leggi rudimentali? L’obbiezione a prima vista presenta delle difficoltà
insormontabili: da una parte abbiamo i giudizi universali ipotetici, i quali
effettivamente enunciano dei principii, delle verità d’ordine generale e
possono essere considerate delle vere e proprie leggi, e sono quanto di più
lontano si possa immaginare dalla realtà determinata e concreta , dall'altra
abbiamo i giudizi categorici, i quali sono realmente qualificazioni del reale,
ma esprimono verità contingenti, particolari. Per convincersi se e fino a che
punto i giudizi che asseriscono semplici fatti (giudizi categorici) siano da
considerare come leggi rudimentali, è bene anzitutto enumerarli rapidamente,
affinchè possano essere resi evidenti i caratteri che li contraddistinguono.
Qui, prima di andare innanzi cominciamo col notare che non esistono giudizi
enuncianti la semplice esistenza del dato, ma sempre giudizi enuncianti qualche
maniera di presentarsi di esso, enuncianti quindi qualche qualificazione,
qualche attributo o relazione: anche i cosidetti giudizi storici non esprimono
puramente l’esistenza dei fatti, ma, se non altro la relazione dei fatti in
ordine al tempo ed allo spazio, per modo che questi figurano come forme
appercettive atte ad ordinare ed a caratterizzare in qualche modo l'insieme dei
fatti accaduti. Questi ultimi vengono riprodotti in maniera particolare in
rapporto allo spazio ed al tempo, i quali così vengono a dare una rudimentale
universalizzazione ai dati concreti. Occorre notare chie il sapere di una cosa
di fatto è vero nel momento in cui si formula il giudizio: in un altro momento
potrebbe cessare di esser vero, ma in tal caso il sapere che se ze aveva prima
non sarebbe divenuto falso, pevchè esso si riferiva allo stato di cose che
aveva luogo nel primo di quei momenti e rispetto a tale stato di cose il sapere
che se ne aveva e che se ne ha è sempre vero, esprime un nesso, rudimentalmente
quanto si vuole, ma sempre necessario ed universale tra il soggetto e
l’attributo in quel dato punto del tempo e dello spazio. Dicevamo adunque che
non esistono g.udizi puramente esistenziali e ciò si comprende agevolmente se
sì pensa che l’idea della realtà o dell'esistenza, come l’idea del dato, del
questo, non è un'idea come le altre, non è riducibile ad un ordinario contenuto
simbolico, il quale, distaccato da una determinazione attuale del reale, possa
essere adoperato senza tener conto più di questa, ed essere riferito, diremo
così, a qualcosaltro. Le idee d'’ordinario sono per così dire estratte da un
dato fatto o da una serie di fatti e poi possono essere riferite ad un nuovo
fatto (simile, analogo o identico) che sopraggiunga: ora ciò per l’idea del dato
non può avvenire, appunto perchè in tal caso l'idea è inconcepibile per sè
presa: l’idea del dato non può riferirsi che a ciò che è dato: ma, si domanda,
a quale dato? al dato con cui il soggetto si trova attualmente in contatto? ma
questo è un processo ozioso, inutile e insignificante, perchè non vi è alcun
bisogno di asserire che la realtà è reale quando io mì trovo a contatto della
realtà: si può sentir bisogno di qualificare in qualche molo la realtà presente
nella percezione, ma non di affermare che è reale. E, se ben si riflette, tutto
le volte che si ricorre all’ enunciazione grammaticale di un giudizio
esistenziale è sempre per asserire in modo più o meno celato e inconscio
qualche attributo o qualche relazione del dato. È inutile aggiungere che l’idea
del dato non può essere riferita a ciò che non è dato, perchè in tal caso si
cadrebbe in contradizione. Da ciò emerge chiaro che l’idea di esistenza non è
mai un vero predicato. I In altre parole, l’esistenza non è una nota, una
qualità, una determinazione che si possa aggiungere idealmente ad una cosa. La
realtà, il dato, l’esistenza è sostantivo e non aggettivo, vale a dire, non è
elemento astratto ed universale atto ad inerire,. a caratterizzara
qualcosaltro. La nostra niente può - formare anche l’idea della realtà, ma
questa è infeconda, non può estendere nè ampliare il nostro sapere: essa non ha
consistenza come elemento isolato e per sè preso, essendo inseparabile dal
fatto da cui la nostra mente l’ha per un istante disgiunta. Vi sono delle note,
delle determinazioni, degli universali astratti, delle idee che noi possiamo o
non possiamo attribuire ad una cosa, e ve ne sono anche di quelle che non
possono essere negate senza sformare la cosa, ma non ve ne sono di quelle che
qualificano la cosa come cosa, come reale. L'essere cosa (l’esser reule) non è
una nota come un’altra: tolta essa non rimane più nulla, non già che rimanga
qualcosaltro che non sia quella cosa. Essa può essere per un istante
considerata come nota, ma come nota d’un ordiae speciale, come nota sostanza
che trae seco per forza il dato. Reale non può essere che l'aggettivo della
realtà: l'essere una cosa non può essere predicato che di una cosa; mentrechè
una qualsiasi altra idea può essere predicato di questa o di quella cosa. Nell’enumerazione
dei giudizii somme ai semplicì fatti seguiremo lo schema di BOSANQUET – citato
da H. P. Grice, “Prejudices and predilections, which become the life and
opinions of H. P. Grice” -Giudizio qualitativo propriamente detto, enunciante
una qualità sensoriale: es. ‘COME’È CALDO’ -- sott’intendi l’acqua, la stanza,
ecc.; giudizio interiettivo esprimente un'emozione, o meglio, l’idea di
un’emozione, nei quali, dal fatto psichico emotivo è distaccata l’idea come
SEGNO di esso: es. ‘Cattivo!,’ ‘Che dolore!’. Al giudizio propriamente
interiettivo fa d’uopo aggiungere il giudizio o meglio, la proposizione
imperativa, precativa, ammirativa, interrogativa, ottativa, ecc., con le quali
espritiamo un comando, una pres -- Giudizio impersonale. Es. ‘Piove.’ Giudizio
percettivo, enunciante un fatto presente che viene esteso per mezzo di idee,
rappresentazioni, imaginì, ricordi riferentisi a ciò che non è attuale. Es.
quando noi riconosciamo un individuo e lo chiamiamo per nome, not vediamo chi
egli è , abbiamo la percezione di lui, Giudizio dimostrativo, il quale ha per
soggetto questo ora qui . Es. ‘Questo è freddo’, ‘Ora piove’, ‘Quì è buio,’
Tutti questi giudizi presentano a prima vista la caratteristica comune di
riferirsi direttamente al reale, qualificandolo variamente. Il loro soggetto
esprime, in modo indeterminato, senza alcuna specificazione, cioè, per mezzo di
idee, il contatto del reale col soggetto; dal che si sarebbe tratti a
conchiudere che siffatto giudizo è agli antipodi di ciò che ordinariamente si
chiama legge. Questa, infatti, è universale e astratta in quanto esprime la
sintesi di attributi, di due aggettivi e viene formulata per mezzo di un
giudizio ipotetico : il giudizio categorico della specie summentovata è invece
individuale, concreto in quanto caratterizza, qualifica direttamente il dato e
viene ad esser riferito a ciò che esiste per sè. Il giudiziolegge, come
ordinariamente è inteso, non esprime che la ghiera, un sentimento di meraviglia
e così via. Questi giudizi non vanno confusi con le espressioni emotive
corrispondenti, giacchè essi sono resi possibili dal distacco dell'idea dal
fatto psichico concreto. Il fatto psichico è individuale, soggettivo e affatto
incomunicabile (è sentito), mentrechè l’idea formata mediante il giudizio,
mediante il riferimento di una qualità od attributo comune ad un fatto psichico
concreto sentito, è comubicabile, universale, obbiettiva (è intesa).
conseguenza di una data supposizione senza dir nulla circa. la realtà dei suoi
termini; che esista o no nella realtà un triangolo, che esista o no nel fatto
in un dato momento e agisca o no nell'organismo un dato veleno, la legge
matematica riferentesi al triangolo e la legge biologica relativa all’ azione
di un veleno sull'organismo è sempre vera. Lo stesso non si può dire del
giudizio categorico, il quale enuncia, qualificandolo, un fatto quale è
attualmente, non nella sua possibilità, tanto è ciò vero che in esso il
soggetto non può essere negato in modo intelligibile, vogliamo dire che il
soggetto non essendo specificato e determinato in alcuna maniera, non può
subire alcuna alterazione senza cessare di esistere del tutto, e non soltanto
come tale e tale altro. A prima vista adunque si direbbe che tra i giudizi
categorici summentovati e quelli ipotetici o leggi vi sia assolutamente un
abisso: il che poi menerebbe alla conseguenza che mentre i giudizi, diremo
così, rudimentali, esprimerebbero effettivamente delle qualificazioni del
Reale, i giudizi ipotetici universali enuncierebbero soltanto delle relazioni
tra idee. Ora è ciò vero? Prima di tutto richiamiamo alla mente qual’è
l’essenza e l’ufficio della funzione giudicatrice. L'essenza e l’ufficio del
giudizio è, per così dire, di simboleggiare il fatto, di trasformare il solido
fatto (mi si passi la similitudine) nella volatile idea, di sostituire a ciò
che non può essere oggetto di scambio un qualcosa che ha valore in quanto
segno, e che è facilmente comunicabile : ora ognun vede che, affinchè ciò
avvenga, è necessario che il fatto sia universalizzato : e che cos’ altro è mai
la legge se non l’ universalizzazione e il processo ideale (astrazione)
praticato sul fatto? Ciò non basta: noi abbiamo detto che il giudizio si riduce
al riferimento di un contenuto ideale alla realtà, il che vuol dire che il
giudizio non è la semplice espressione di una modificazione soggettiva
sopravvenuta in seguito al contatto della realtà col soggetto, come sarebbe il
grido erompente dalla bocca di chi sì trova in un stato emozionale, ma è un
processo per cuì la modificazione del soggetto a contatto del Reale viene
appercepita per mezzo di qualcosa di universale che mediante l’atto giudicativo
stesso assume una certa configurazione per mezzo della parola, passando dallo
stato di potenza o di funzione virtuale in atto funzionale. Ora l'importante è
questo, che quando l'atto giudicativo più rudimentale si compie, non è a
credere che il fatto rimanga, dopo che ad esso è stata riferita l’idea, sempre
fatto inalterato: un tale modo meccanico di concepire il giudizio non è
ammissibile, perchè non esiste il fatto da una parte e l’idea dall'altra :
l’idea esiste in quanto si riferisce al fatto e questo messo in rapporto con
l’idea, non è più un semplice fatto qualsiasi, ma è come a dire idealizzato, è
alterato in rapporto al contenuto dell’ idea. Alcuni dei molteplici,
innumerevoli elementi costituenti il dato vengono lasciati da parte ed altri
vengono ad emergere, perchè armonici coll’idea. Insomma quando un qualsiasi
giudizio si formula, il contenuto reale reagisce sul dato, trasformandolo in
qualcosa di universale e di astratto, per modo che in ultima analisi si ha
sempre una sintesi ideale di addiettivi. E del resto, se ben si riflette, si
vede subito che, tolto al giudizio il carattere di universalità, esso non ha
più ragiono di esistere, in quanto diviene un atto del tutto soggettivo,
individuale e quindi qualcosa d'inesprimibile, d'incomunicabile e
d’inintelligibile. Quando formulo un giudizio sensoriale qualitativo o
interiettivo, quando io dico, ad esempio, ho dolore al dito , io in sostanza af-_
fermo un qualcosa d’universale, nè può esser diversamente, giacchè in caso
contrario primamente non sarei inteso da nessuno e poi tale giudizio
difficilmente potrebbe essere ripetuto, mentrechè è innegabile che esso viene
enunciato innumerevoli volte nelle condizioni più diverse. Il mio dolore al
dito non è quello di un altro: se ne differenzia per rapporti di tempo, di
spazio e per una molteplicità di circostanze, per modo che io dall’ insieme
della realtà quale mi è presente in un dato punto, astraggo un elemento per
metterlo in rapporto con un'idea (segno). Tale elemento astratto è
indeterminato; non è specificato o qualificato in alcun modo e quindi non è
un’idea, ma d'altra parte non si può dire che sia senz'altro il fatto, il reale
nella sua grande complessità di elementi; è piuttosto la configurazione della
realtà quale è in me in un dato momento. Da ciò consegue che i cosidetti
giudizi rudimentali in quanto sono manier e di rendere intelligibili i fatti
concreti mediante idealizzazione ed astrazione, sono delle vere e proprie
leggi. Con ciò non si vuol dire che il giudizio è fuori la realtà, giacchè esso
anzi è impiantato in questa, ma, poichè al suo compimento è necessaria la
determinazione e la configurazione del reale, esso, pur avendo le sue radici in
questo, cresce, si ramifica, si svolge nell’ atmosfera dell’ ideale. In breve,
noi crediamo che i giudizi categorici rudimentali siano delle leggi iniziali,
perchè i loro soggetti pur indicando, per così dire, i punti in cui la realtà è
presente all’individuo, non esprimono questi nella loro complessità e
compiutezza, tanto è ciò vero che io adopero siftatti soggetti, anzi formulo
gli stessi giudizi in condizioni diversissime: e non basta ; li adopero e li
enuncio io come li adoperano e li enunciano gli altri uomini in circostanze
disparatissime: il mio questo , il mio qui , il mio ora , non è quello di un
altro, pur venendo denotati in modo identico. Ma da ciò si deve forse trarre la
conseguenza che i giudizi categorici rudimentali e gli ipotetici universali
siano perfettamente identici tra loro e che pertanto qualsiasi forma di
giudizio sia una vera e propria legge scientifica? No certo: noì dicemmo che i
giudizi concreti categorici sono da considerare come leggi rucimentali, val
quanto dire come germi di leggi e non come leggi addirittura: ed infatti quando
noi in tali giudizi poniamo in relazione un'idea con un soggetto indeterminato,
siamo nell’impossibilità di indicare la natura, le condizioni e i limiti della
sintesi del predicato col soggetto. E il compito della scienza è appunto quello
di analizzare, di determinare e quindi di idealizzare il soggetto
indeterminato, di andare in traccia e porre in evidenza quegli elementi di esso
che formano un tutto indissolubile col contenuto ideale espresso nel predicato.
Con tale processo è evidente che ci veniamo allontanando dal fatto concreto
complesso, giacchè l’analisi, come la dissezione dell’organismo, mentre ci
allontana dalla vita vera e propria, ci fa conoscere gli elementi dalla cui
cooperazione la vita stessa risulta. Noi coi giudizi categorici di cui ci
occupiamo, esprimiamo, si, una sintesi ideale fino ad un certo punto tra due
universali, ma detta sintesi non è necessaria, non è permanente, non è
generale, nè assoluta appunto perchè, essendo indeterminato il soggetto, questo
può presentarsi sotto le forme e le condizioni più svariate, per modo che un
medesimo contenuto ideale, una volta si trova connesso con un dato soggetto, ed
un'alira volta con un soggetto molto differente. Un dato contenuto ideale una
volta sì trova connesso con un questo , con un qui , con un ora >, ed
un’altra volta con un questo , con un qui e con un ora , il cui contenuto è
differente da quello del primo. Conchiusione: i giudizi qualitativi‘ in
generale non sono leggi vere e proprie, non sono cioè giudizi universali
astratti ed ipotetici, ma leggi rudimentali, giudizi implicitamente universali
ipotetici, in quanto non volgono sulla realtà nel suo insieme, ma su alcuni
elementi di essa che non hanno un'esistenza propria per sè considerati. La
legge, come il giudizio, serve a qualificare ed a rendere intelligibile il
reale: ora le leggi ed i giudizi di cui . ci siamo occupati finora hanno per
compito di riferire, di attribuire una qualità al Reale: le leggi e i giudizi
di cui c’ intratterremo al presente hanno l’ufficio di predicare del Reale una
relazione. Una volta che il giudizio è tale un’ operazione logica che ha
necessariamente per risultato l’azione reciproca del soggetto sul predicato e
di questo su quello, è evidente che se i giudizi-leggi categorici sono
intimamente connessi con i giudizi o leggi ipotetiche in quanto entrambe
rendono intelligibile il dato, dall’altra si presentano con note distinte in
quanto i primi attribuiscono al reale una qualità e gli altri una relazione di
qualunque genere quest’ultima sia, sia, cioè, una relazione di quantità, di
ragione o di causa. È in questa seconda categoria che vanno comprese tutte le
leggi scientifiche propriamente dette, quelle connessioni necessarie ed
universali che sono come la struttura di tutte le scienze speciali. | Prima di
discorrere partitamente delle varie sottospecie delle leggi relazionali (leggi
causali, leggi razionali e leggi puramente quantitative), analizziamole in ciò
che hanno di comune, ponendole in rapporto con le leggi che potremmo dire ora
qualitative, In queste ultime si attribuisce una semplice qualità al reale, per
il che questo viene ad essere come limitato in un punto, viene ad assumere la
configurazione del campo attuale della coscienza, del campo su cui è fissata
l’attenzione in un dato momento: finchè noi non abbiamo che qualità da
attribuire al reale non sentiamo il bisogno di fare distinzioni entro il
contenuto della coscienza, e di stabilire in modo cosciente dei rapporti tra i
termini distinti. Esso nella complessità ed indeterminatezza in cui appare al
soggetto, è senz’ altro qualificato; e poichè nessuna distinzione, o
determinazione sì è praticata, l'affermazione non può varcare ì limiti di tempo
e di spazio in cui è fatta ed ha carattere prettamente categorico. Essa si
rapporta in modo più diretto all'esistenza, perchè non compie alcun atto di
astrazione su ciò che immediatamente si presenta al soggetto; il fatto, essendo
semplicemente qualificato, non è per così dire allontanato dalla sua matrice
reale, come avviene nel caso che molteplici operazioni logiche hanno
contribuito ad idealizzare il dato, distaccandolo più o meno completamente dai
rapporti di tempo, di spazio e dalle condizioni svariate che contribuiscono
alla concretizzazione. Nelle leggi relazionali, al reale non è più riferita una
qualità, qualcosa di semplice, un termine isolato, ma una relazione, val quanto
dire un nesso di due termini, il che suppone che il dato sia stato obbietto di
determinazioni e di distinzioni e quindi obbietto di un processo di astrazione
; per il che si è entrati nel dominio dell’universale, nel dominio di ciò che
non si riferisce ad un punto determinato dello spazio e del tempo, ma ha valore
sempre e dappertutto. E poichè l'attenzione è segnatamente fissata su ciò che
ha il maggior interesse attualmente, vale a dire sulla relazione, sul nesso
esistente tra i due termini in cui è stato distinto il contenuto ideale del
dato, è chiaro che la detta relazione deve essere significata in modo da
informare tutto l'atto giudicativo. Il centro di gravità della funzione
giudicatrice si sposta, in quanto è una data forma di caratterizzazione, è la
connessione che viene ad essere obbietto del giudizio : il dato, avendo perduto
la sua concretezza, entra come nell’ ombra della coscienza, mentrechè il nesso,
la relazione viene ad occupare il primo posto nella visione mentale. Il dato è
come presupposto e la forza del giudizio si esplica nell’ affermazione del
nesso, Se la legge dell’ economia non avesse vigore nelle funzioni spirituali e
nelle espressioni del linguaggio, avremmo nel giudizio l’esplicazione chiara di
tutto il processo nelle varie sue parti; si preferisce invece di tacere, di
sottintendere ciò che non è assolutamente indispensabile di esprimere (il dato)
e di significare in maniera completa il nesso in cui sta propriamente il nerbo
del giudizio. Ma donde e come sorge tale relazione che vien riferita al reale?
Perchè il contenuto ideale viéne analizzato e distinto in termini, tra cui è
riscontrata una determinata relazione ? Il motivo per cui il contenuto ideale
viene al essere analizzato nei suoi elementi o in termini tra cui poi intercede
un rapporto fisso, è la percezione di un mutamento concomitante e coordinato
nelle varie parti componenti il tutto qualitativo o il contenuto ideale. Finchè
questo non presenta alcuna variabilità nei suoi fattori e finchè questi ultimi
non variano in modo coordinato, in modo che la determinazione dell’ uno tragga
seco quella dell’ altro, non ha luogo alcun processo di analisi, di distinzione
di termini, nessuna relazione è riconosciuta e fissata, e quindi nessuna
relazione può essere riferita al reale. In seguito a ciò sì comprende
perfettamente come le leggi relazionali siano dei veri e propri giudizi
ipotetici universali, coi quali si viene ad affermare la connessione del
conseguente con l’ antecedente fondata sopra una qualità riconosciuta inerente
al reale. E qui sorgono parecchie questioni degne di essere attentamente
esaminate. Prima di tutto si nota: Siffatti giudizi ipotetici avendo per
termini degli universali, sono lontani dalla realtà, sono come sospesi în aria
e non asseriscono alcun fatio concreto: da tal punto di vista si sarebbe quasi
tratti a dare il posto d’ onore ai giudizi categorici anche rudimentali, i quali
esprimono il nostro immediato contatto con la realtà. Che i giudizi ipotetici
non enuncino fatti è innegabile, ma da ciò forse consegue che siano più lontani
dalla realtà di quei giudizi che vertono semplicemente su fatti? La realtà non
è costituita da semplici fatti per quanto questi siano complessi e complicati,
come non è costituita da termini isolati, per così dire, da elementi atomi o da
qualità semplici, ma da qualità e da relazioni variamente intrecciate tra loro.
Ogni qualità è riducibile a relazioni, come ogni relazione è fondata su
qualità: dal che consegue che quando noì enunciamo delle relazioni lungi dal
trovarci lontani, ci troviamo più vicini alla realtà in quantochè ciò che
perdiamo in complessità, in concretezza, lo guadagniamo in estensione, in
precisione. Con la determinazione delle relazioni necessarie ed universali
vengono rimossi i particolari privi d'importanza e di significato. Noi siamo a
contatto della realtà tanto se predichiamo di essa qualità, quanto se ne
predichiamo relazioni, col vantaggio in quest'ultimo caso che le relazioni
purgate di tutti gli elementi inutili, hanno un valore assolutò, perchè
esprimono la struttura del reale quale può essere trascritta e delineata dalla
mente umuna. Poi si osserva: i giudizi ipotetici esprimono delle semplici
possibilità, non mai dei fatti reali. Con essi in sostanza si dice: supposto
che una tale con:lizione si verifichi, l’ effetto ne conseguirà
necessariamente, e di qui il carattere della relatività inerente a siffatti
giudizi, ma nulla si dice intorno alla realtà della supposizione. Sono pertanto
delle enunciazioni che non escono dal relativo e dall'arbitrario. Qui occorre
fare due osservazioni. 1° La realtà della supposizione è presa, nor data nel
giudizio ipotetico per questo che il processo di analisi ha sformato il dato,
togliendone tutti gli elementi insignificanti. Con tale operazione la
connessione affermata non viene ad esser più vera in un dato punto dello spazio
e del tempo o in un dato complesso di condizioni, ma viene ad esser vera
dovunque e dappertutto, per modo che la supposizione lungi dall’essera un
prodotto arbitrario della mente, un qualcosa che viene ammesso senza nulla
sapere se esso corrisponda alla realtà, figura quale elemento (si badi, diciamo
elemento e non già fatto) eminentemente reale. Essa non si trova nella realtà
come ‘elemento isolato e quindi non si trova in un dato punto dello spazio e
del tempo, ma si trova commista con svariati altri elementi, si trova nei
contesti più disparati a seconda delle circostanze. La supposizione non è una
mera possibilità, ma è, per così dire, una possibilità reale, un elemento che è
stato e che può divenire attuale ogni volta che noi ci mettiamo nelle
condizioni di prospettiva necessarie alla percezione del detto elemento particolarizzato.
Ognun vede del resto che il giudizio ipotetico se non avesse una base reale, se
non esprimesse sub specie aeternitatit un nesso constatato e constatabile nell’
esperienza ogni volta che si vuole, verrebbe ad essere destituito di ogni valore.
Una supposizione puramente arbitraria non val nulla: rappresenta un prodotto
accidentale dello spirito individuale e null'altro. Il giudizio ipotetico lungi
dall’ esprimere la possibilità come contrapposta alla realtà sta a significare
la capacità, la facoltà che noi abbiamo di constatare il nesso, la rela zione
esistente tra due termini semprechè lo vogliamo in condizioni determinate. Esso
pertanto piuttostochè esprimere un qualchè di meno, esprime un qualchè di più
del ‘reale attuale, un qualchè che è reale non ora e qui, ma ovunque e sempre.
Allo stesso modo che l'idea che simboleggia il fatto, qualificandolo, non è un
prodotto arbitrario e subbiettivo della mente, ma ha valore reale in quanto si
riferisce al dato di cui esprime l’essenza e il significato, così il giudizio
ipotetico è da riguardare come segno di un modo di essere del dato. L'idea e il
nesso ipotetico non hanno valore per sè, ma in quanto si riferiscono al reale
del quale sono simboli nella nostra mente. Il giudizio universale ipotetico pur
non esprimendo alcun fatto particolare nella sua complessità concreta, è però
sempre sostituibile da una molteplicità di fatti. Possiamo, è vero, fare delle
supposizioni illegittime, come possiamo enunciare dei nessi necessari, ma non
reali in quanto il supposto da cui muovono non è reale, ma i casi in cui ciò si
verifica sono relativamente rari e son ben determinati. | L'antecedente dei
giudizi ipotetici poi in tesi generali si rapporta più o meno direttamente ad
un fatto: così una legge fisiologica o biologica che non enuncia nessun fatto
reale esistente, ma semplicemente possibile, esprime però sempre un nesso
constatato e constatabile nell’ esperienza. E mentre 11 giudizio ipotetico pone
in vista le condizioni genetiche del fatto, il giudizio categorico enuncia
semplicemente il fatto. L'enunciazione delle condizioni genetiche suppone già
il fatto, anzi una seme di fatti dalla cui comparazione ed analisi esse sono
state estratte. Riassumendo, diciamo che il nesso enunciato in una legge
relazionale non soltanto esprime un nesso che è stato constatato
nell’esperienza (leggi causali), ma esprime la coscienza della possibilità di
constatarlo ogni qualvolta si vuole; dal che emerge che essa penetra nel cuore
della realtà molto dippiù che la semplice enunciazione di un fatto isolato, 2®
La connessione e relazione affermata per mezzo dei giudizi ipotetici non è, nè
può essere una connessione arbitraria ed accidentale; il che vuol dire che essa
deve avere una ragione, un fondamento: ora la coscienza di questa ragione e
fondamento è necessariamente implicita nell’enunciazione di una legge
razionale? È questo un problema della più alta importanza, ed è stato risoluto
variamente dai filosofi: per non citare che i più recenti, mentre il Bradley
ammette che la qualità del reale che rende possibile una legge di relazione può
rimanere ignota, il Bosanquet è di parere che ogni giudizio ipotetico ha radici
in un sistema, in un fatto, in qualcosa di categorico. Ora, tenendo conto della
maniera in cui le leggi scientifiche sono state scoverte attraverso lo
svolgimento del sapere umano ed insieme del modo come tuttora vengono
rintracciate le condizioni genetiche dei fatti naturali, noi siamo autorizzati
ad affermare | che effettivamente non solo un nesso, una relazione del genere
di quelli enunciati nel giudizio ipotetico devono avere una base, devono cioè
essere due elementi appartenenti ad un unico sistema, devono essere correlativi
nel senso che emergano da un unità fondamentale (e altrimenti perchè sarebbero
in rapporto di dipendenza reciproca? perchè l'uno varierebbe nella misura che
varia l’altro, e perchè infine l'uno agirebbe sull’altro ?), ma tale base deve
essere conosciuta o almeno in qualche modo intraveduta. Se ciò non avviene,le
così dette leggi naturali lungi dall’ enunciare dei rapporti necessari ed
universali, enunciano delle connessioni di fatto che hanno un valore empirico,
provvisorio. Finchè non si arrivi a conoscere il perchè di una legge, finchè
cioè una data relazione non sia considerata come prodotta da una qualità
inerente al reale, per modo che la stessa entri in un dato sistema, essa non
avrà niun valore assoluto. Ogni scienziato quando si pone a sperimentare e va
in traccia di una legge muove sempre da un dato sistema, da un dato ordine
d’idee che avrà un colore diverso a seconda dell’ obbietto di una data scienza
- vi è un mondo chimico, come ve ne è uno fisiologico ecc.; e quando una nuova
connessione constatata non si collega in modo chiaro col detto sistema, si
possono presentare due casi: o il sistema fondato su basi solide e razionali,
resiste e in tal caso la legge non è considerata come un principio universale e
necessario, ma come l’ enunciazione di un fatto empirico che richiede ulteriore
esame, ovvero il sistema cede e d allora è sostituito da un altro sistema
consono alla nuova connessione osservata. Insomma noì crediamo che il punto di
partenza sia sempre qualcosa di categorico, un sistema, un fatto, un dato
ordine d'idee e che le connessioni che si vengono man mano mettendo in chiaro
non siano che ulteriori determinazioni del detto sistema; e nel caso che ciò
non avvenga è giocoforza costruire un nuovo sistema entro cui possano entrare
le nuove connessioni. Dal sistema non possono e non devono essere dedotte a
priori (dialetticamente) le leggi, giacchè esso è come un principio regolativo,
nel senso che non vi può essere una vera e propria legge, la quale non faccia
parte di un sistema. L'ufficio del giudizio ipotetico e della legge relazionale
è appunto quello di mettere in evidenza alcune parti o differenze o
determinazioni del sistema, lasciando da parte la considerazione dell'insieme,
il che non toglie che l'insieme vi sia e operi attivamente attraverso le
differenze; anzi si può aggiungere che se il sistema non esistesse non verrebbe
nemmeno in mente di andare in traccia delle leggi. i ‘Ciò che sopratutto
occorre ricordare è che non vi sono sistemi fissi ed immutabili, bensì
progressivi nella misura in cui progredisce l’insieme delle nostre conoscenze,
e che se da una parte la scoverta e il significato delle leggi di‘pende da
vedute sistematiche, dall’ altra parte le leggi reagiscono sui sistemi,
contribuendo alla formazione di questi e dando anche ad essi un'impronta ed un
colore speciale. Concludendo, diremo che nell’opinione ordinaria le leggi
vengono considerate come maniere di operare di date cause, maniere di operare
che dipendono dalla natura delle stesse cause: ora, che altro è la natura di
una causa, se non la sua posizione in un sistema? Pertanto nui possiamo
affermare che ogni necessità e relatività è fondata in ultima analisi su
qualche cosa di categorico, su qualche dato, sopra un fatto irriducibile.
Aggiungiamo in ultimo che le leggi riguardanti un dato fatto esprimono sempre
il ritmo della variabilità di una data cosa, il ciclo entro cui il fatto, la
cosa, il dato si muove, esprimono, cioè, le parti o le articolazioni di un
sistema. Le leggi appaiono in tal guisa comele funzioni di varie © forme
d’individualità del reale: le leggi di gravità, le leggi di una data sostanza
chimica vanno riguardate come le funzioni, le maniere di operare di quella data
forma d'individualizzazione del reale che è il mondo della gravità, ecc. E le
dette leggi esauriscono, per così dire, la natura, la essenza di una data cosa.
Noi dicemmo che le leggi relazionali hanno l’ ufficio di qualificare il reale
per mezzo di una relazione: ora si può domandare : Di che natura è questa
relazione ? Per risolvere una tale questione è bene passare prima rapidamente a
rassegna le varie forme di relazione che possono caratterizzare la realtà, per
vedere quali sono le note differenziali di ciascuna di esse. La prima forma di
relazione che viene attribuita al reale è quella che risulta dalla comparazione
quantitativa, è quella intercedente tra le differenze, o gradi di una stessa
qualità : noi formulando giudizi come questi: ora è meno chiaro d'allora , qui
è più freddo di lì , questo è più rosso di quello , ovvero questo è più rosso
ora che non fu antecedentemente , questo è più caldo in questa parte che in
quella , questo è più chiaro qui che lì (nei quali ultimi giudizi, come nota il
Bosanquet, i dimostrativi di altra specie assumono l'aspetto di condizioni),
veniamo a qualificare il reale per mezzo del rapporto quantitativo (più o meno)
esistente tra due termini, i quali pertanto si devono implicare a vicenda: dal
momento che una data qualità è distinta nelle sue variazioni, nelle sue
differenze S'intende agevolmente che un dato sistema può essere alla sua volta
analizzato e scomposto in relazioni in modo da rientrare come parte in un
sistema più vasto e comprensivo e così via. Ciò che in un caso figura come
sostantivo può divenire aggettivo di un sostantivo d’ordine più elevato. o
gradi, ciascuno di questi in tanto ha un significato in quanto è connesso con
un altro, Come si vede, il giudizio comparativo qualifica il reale per mezzo
della relazione esistente tra la parte e il tutto, il quale ultimo differisce
dalla parte per mezzo di altre parti omogenee. Notiamo qui che secondo che
l'attenzione è richiamata precipuamente sulla qualità variabile
quantitativamente messa in rapporto coi vari punti dello spazio e del tempo
variabili in modo continuo, ovvero è richiamata sulle variazioni quantitative
delle qualità sensoriali (es. sensazioni muscolari) che determinano le costruzioni
dello spazio è del tempo, il giudizio comparativo coopererà alla formazione
della cosa e di una specie qualsiasi d’individualità, ovvero alla costituzione
delle forme intuitive (spazio e tempo). La comparazione quantitativa precisata,
resa esatta si trasforma in misura, la quale consiste nel considerare un
oggetto come un tutto contenente un certo numero di unità : unità che viene
fissata, riscontrandola identica nei vari aggregati in cui entra come parte. In
tal modo dalle relazioni quantitative concrete si passa a quelle astratte e
perciò stesso aventi significato generale e quando la misura degli oggetti è
praticata, riferendosi ad unità di misura estrinseche ed è espressa per mezzo
di giudizi generali, diviene una vera e propria proporzione in quanto essa è
applicabile a casì in cui i terminì corrispondenti sono grandezze differenti.
La proporzione, infatti, si riduce all'’eguaglianza di due rapporti. La
semplice proporzione diviene poi una vera e propria legge proporzionale non
appena viene introdotta nel soggetto una specificazione, un attributo
(condizione), la cui esistenza sì mostra intimamente connessa con quella del
predicato: es. questo pezzo di un metallo e questo pezzo di un altro metallo,
che hanno lo stesso volume, stanno in rapporto al peso come 5 : 9 . Con la
misura noi siamo entrati nel dominio della quan tità astratta; vediamo ora da
tal punto di vista per via di quali relazioni il Reale è qualificato. In primo
luogo vanno annoverate le relazioni numeriche. Il tutto riguardato dal punto di
vista puramente quantitativo, è caratterizzato da ciò, che può essere costruito
mediante la ripetizione ideale di unità o parti fisse. Tale ripetizione ideale
costituisce l'enumerazione. Nella misura si muove dal tutto caratterizzato per
mezzo delle sue differenze, mentre che nell’enumerazione si parte da un’ unità
distinta, per arrivare a costruire una somma totale, o un aggregato.
Nell’enumerazione il tutto, che è predicato, si presenta come una forma, diremo
così, molto attenuata di quell’ individualità sistematica che nella misura fu
da soggetto. Il tutto dell’ enumerazione poi è un vero aggregato; e la parte è
ridotta al posto che, come unità, può occupare nella somma. È per questo che in
un sistema numerico, la somma delle unità rimane la stessa, qualunque sia
l’ordine in cui queste sono contate; due parti possono mutar di posto senza che
consegua alcuna modificazione da parte del tutto. Va notato però che in ogni
giudizio enumerativo sono impliciti i due elementi dell'unità e della comune
natura o identità che fa da sostrato delle differenze rappresentate dalle parti
enumerate. L'unità deve fornire la regola e insieme il limite
dell'enumerazione, la quale si ridurrebbe ad un processo sfornito di
significato, se fosse senza limite e sarebbe impossibile addirittura, se fosse
senza regola. L'identità fondamentale d'altra parte è indispensabile in quanto,
mancando essa, non si avrebbe uno degli elementi essenziali del giudizio;
l'unità numerica, infatti, è nient'altro che la differenza o part: presa come distinta
dall’identità fondamentale solo mediante un atto del giudizio. Ciò che noi
contiamo nell’ enumerazione sono gli atti del giudizio, come atti di
distinzione e di riferimento in una qualità continua, identica. Se il processo
di enumerazione suppone necessariamente l’esistenza di una natura propria ben
definita e jualitativamonte determinata nell’obbietto del detto processo, è
innegabile d'altra parte che l'atto del contare tende ad assumere indipendenza,
quasi che potesse avere un significato proprio a parte dalla qualità continua e
identica delle unità componenti il tutto. É in forza di tale processo di
astrazione che avviene ogni progresso nel calcolo. Lo svolgimento di questo,
infatti, si compie col costruire totalità numeriche, mediante la sostituzione
di relazioni di unità ideali a unità positivamente concrete; relazioni che
formano un totale numericamente identico, ma generalizzato e ideale. L’unità
quantitativa per sò, o piuttosto l’astrazione unilaterale dell’unità
quantitativa, il solo posto numerico che non è collegato per mezzo di una
qualità identica e continua (unità organica. o sistematica delle parti) cogli
altri posti della serie, non può avere in sè alcun principio od esigenza di
totalità, cioè a dire, non può avere alcuna ragione per finire in un punto più
che in un altro. Vogliamo dire che l’'enumerazione delle unità come tali può
esser continuata a piacere ed un tale processo ci conduce al concetto
dell'infinito numerico. L'infinito numerico, trascurando il fattore della
natura delle unità, omette l'elemento che può arrestare il computo ad un punto
piuttosto che ad un altro. Chi può dunque trattenersi dal considerare
l'infinito numerico come un prodotto soggettivo, a cui nulla di realmente
obbiettivo corrisponde? Le relazioni numeriche e quantitative in genere sono
controdistinte dalle seguenti note: 1° esse sono universali, necessarie o
relative in quanto l'un termine in tanto ha valore in quanto è connesso con
l’altro, per modo che rientrano nella formula del giudizio ipotetico. Se A è B
allora è C ; 2° talì relazioni non sono unilaterali, ma reciproche, il Se A è B
allora è C può divenire Sc 4 è C allora è B ; 3° la ragione di tali connessioni
non si trova nell'esperienza, nel dato, comunque l’esperienza possa presentare
delle applicazioni di tali connessioni: il valore di queste ultime però non
.dipende dalla maggiore o minoreapplicabilità nell'esperienza. Ora tutte queste
noto che cos'altro stanno a significare se non che la relazione attribuita in
tal guisa alla realtà è un nesso o una relazione puramente razionale? Se il
fondamento del nesso non fosse nella ragione, potrebbe il detto rapporto essere
necessario, reciproco e valido indipendentemente dall’esperienza? Se non che
dire che la relazione è puramente razionale, che il fondamento del nesso si
trova nella ragione non è risolvere in modo completo il problema: rimane sempre
da spiegare in che consista un nesso razionale e in che modo la razione possa
essere fondamento di un nesso, Quando noi vediamo che tra due termini esiste un
legame necessario, per modo che uno implica o trae seco l’altro, che cosa
dobbiamo pensare? Qual'è il concetto che noi in tal caso ci dobbiamo formare
della dipendenza o del nesso ecc.? Per rispondere a tali quesiti occorre tener
presente che il nesso necessario, reciproco e indipendente dall'esperienza tra
due elementi, non può esser dato che alternativamente da due condizioni
principali: o dal fatto che i due termini sono perfettamente sostituibili in
quanto | sono equipollenti, in quanto cioè sono espressioni diverse di una
stessa cosa: in tal caso i due termini s' implicano a vicenda perchè sono
termini di un’eguaglianza e di una identità: ovvero dal fatto che i due termini
della connessione sono parti di un tutto organico o di un sistema: in tal caso gli
elementi tra cui ha luogo il nesso non sono identici, ma si completano a
vicenda quali fattori di una identità sistematica. Ora si domanda: il giudizio
ipotetico tipico è espressione della prima specie di nesso, ovvero della
seconda? Finchè non si esce dalla pura identità, da quella che si potrebbe
chiamare identità formale, non è a parlare propriamente di giudizio ipotetico
come non è a parlare propriamente di nesso, il quale involge sempre transizione
da un contenuto ad un altro, rapporto di due. parti integrantisi a vicenda e
non semplice tautologia: anche quando noi affermiamo 50 X 3 = 25 X 6, la
ragione di tale connessione non va ricercata nella identità dei termini, ma
nella costituzione propria del sistema numerico: è il sistema di numerazione
che rende possibile la identificazione di 50 X 3 con 25 X 6: In fondo adunque
ogni nesso razionale implica l'esistenza di un’ identità sistematica, di una
totalità, le cui parti sono organicamente congiunte, perchè ciascuna di esse
figura come differenziazione, come determinazione o come manifestazione
dell’unità fondamentale. Qui però sorge il problema: Come è mai possibile la
esistenza di una totalità le cui parti s’implicano a vicenda? Come è mai
possibile l’esistenza di un sistema organico i cui elementi poi s’ implicano a
vicenda? È evidente che ciò è possibile solo nel caso che il sistema figuri
come un’individualità, come un fatto categorico fornito di un certo grado di
assolutezza, avente quindi la sua ragione in sè stesso. Ora siffatte condizioni
si riscontrano: 1° in quei prodotti dell'attività umana, i quali rispondono ad
un fine cosciente. È in vista di questo che i vari elementi sono armonicamente
coordinati tra loro. L'idea fine agisce come unità regolatrice ed
organizzatrice dei vari elementi componenti il tutto; in tal caso le varie
parti sono intimamente connesse tra loro, perchè si completano a vicenda e
perchè sono funzioni determinantisi reciprocamente; 2° quindi anche in quelle
costruzioni numeriche e geometriche che presentano uno spiccato carattere
d’individualità in ragione della proporzionalità che si riscontra nelle loro
relazioni interiori e in ragione della scelta arbitraria delle condizioni
primitive e fondamentali determinanti poi l'andamento generale delle
costruzioni stesse (1); e 3° in quei casi in cui dopo che è stata scomposta una
totalità aggregato considerata quindi dal semplice punto di vista quantitativo
nei suoi componenti, Vedi a tal proposito quello che noi, sulle tracce del
Masci, scrivemmo intorno alle varie operazioni numeriche: Za mozione di Legge ,
vol. I di questi Saggi. ciascuno di questi si mostra dipendente dagli altri. Da
tuttociò consegue che il nesso razionale qual'è espresso dal giudizio ipotetico
tipico che non trae seco alcun rapporto di tempo, ha la sua base nel fatto che
i due elementi tra cui intercede la relazione di dipendenza reciproca
necessaria sono parti di un unico tutto, che questo sia considerato dal
semplice punto di vista quantitativo, ovvero dal punto di vista sistematico o
organico implicante un processo di differenziazione qualitativa. Ora chi uon
vede che la totalità, il sistema, l’individualità vera, implicante una
relazione necessaria tra le parti, non può essere che un effetto dell’attività
costruttrice umana, giacchè è solamente ciò che è fatto, costruito dal soggetto
umano che può da una parte essere completo in sè stesso e dall'altra avere una
struttura prettamente razionale e quindi avere quel grado di assolutezza e di
apriorità che guarentisce la necessità del nesso intercedente tra gli elementi
contenuti nel sistema? Ma possiamo d’altronde affermare che tutti i caratteri
suaccennati di un nesso razionale e necessario sì riscontrino nei prodotti
umani? Come si vede, il punto essenziale da dilucidare sta qui: se il nesso
razionale implica sistema, totalità e se questa non può aversi che da ciò che
proviene dal soggetto umano, è necessario precisare se tutti e nel caso
negativo quali i prodotti umani racchiudano una relazione necessaria tra i loro
elementi o fattori. A ciò si risponde che una totalità, un sistema implica una
relazione necessaria tra gli elementi solo in quei casi in cui questi elementi
figurano come determinazioni essenziali del sistema o della totalità. I vari
fattori o componenti di un tutto non hanno un valore eguale, in quanto alcuni
di essi sono essenziali, indispensabili quasi si direbbe che in essi sotto
varie forme è la natura stessa del sistema , mentrechè altri sono fino ad un
certo punto indifferenti al sistema stesso: è evidente che tra i primi vi è una
relazione necessaria entro il sistema dato, non già tra gli altri. Non basta.
Non tutti i prodotti o le costruzioni sistematiche del soggetto umano hanno un
valore ed un significato eguale: ve ne sono di quelle che si riferiscono ad una
funzione primitiva, universale e costitutiva dell'anima umana in genere, e ve
ne sono di quelle che si riferiscono a funzioni variabili ed arbitrarie della
coscienza: ora è chiaro che i legami necessari si riscontrano in quei sistemi
prodotti dall’esercizio delle funzioni inerenti propriamente alla natura umana.
In questi ultimi casi il sistema a cuisi devono riferire i nessi necessari è
sempre posto dallo spirito, mentrechè negli altri casi il sistema può e non può
esser posto, può esser posto in un modoe può esser posto in un altro. La base
dei giudizi ipotetici in quest’ultimo caso non viene ad esser fissa, ma
mutevole in rapporto ad una quantità di circostanze. Concludendo, noi possiamo
dire che ogni nesso razionale o necessario è fondato sopra l’esistenza di una
totalità o di un sistema, per modo che i termini del nesso figurano come le
parti o le differenze della totalità e del sistema. Due cose in tanto si
possono implicare a vicenda in quanto sono parti di un tutto. Ora un tutto, una
totalità non è mai data, giacchè tutto ciò che è dato è sempre relativo: il
fatto stesso di esser dato fa sì che agli occhi del soggetto non possa apparire
che come qualcosa che si riferisce a qualcos'altro, e ciò che è dato in tanto
assume a volte l'aspetto di qualcosa d'individuale e di totale, in quanto noi
proiettiamo, o riflettiamo in esso la nostra stessa attività, lo informiamo
della nostra stessa vita. Solo ciò che è fatto, ciò che è costruito da nuvi è
un tutto completo, è un vero sistema, ha la sua ragione in sè stesso. Sicchè il
nesso razionale non si può trovare che tra gli elementi di un tutto, di un
sistema costruito dal soggetto: il giudizio ipotetico tipico in tal guisa non
soltanto ha una base categcrica, ma questa sua base è nell'attività del
soggetto umano. Se non che va notato che non tutti i sistemi e le totalità
prodotte dall'attività umana servono di fondamento a nessi universalmente
necessari e quindi a giudizi ipotetici reciproci, ma soltanto quei sistemi
derivati dallo esercizio delle sue funzioni costitutive. Tali sono i sistemi della
quantità o della grandezza, dei numeri, dello spazio che forniscono la base dei
nessi razionali e dei giudizi ipotetici (leggi) di tutte le cosidette scienze
esatte o formali. La realtà non è soltanto qualificata per mezzo di nessi
razionali, ma è anche qualificata per mezzo dei rapporti causali. Quali sono i
termini tra cui inteircedono siffatti rapporti? Sono qualità od attributi che
vengono astratti dalle complicate relaziouii del reale, perchè sono
invariabilmente ed universalmente congiunti tra loro in qualsiasi contesto o
sistema essi si trovino. Prima di ricercare la natura del nesso causale e le
note che lo controlistinguono dovremmo passare rapidamente in rassegna le varie
forme in cui esso si presenta nei principali, rami del sapere: ma l’enumerare
le leggi, sia Le relazioni del tempo e del movimento sono espresse sempre per
mezzo di grandezze, di relazioni spaziali e numeriche, anche fondamentali di
tutte le scienze sperimentali leggi fisiche, chimiche, biologiche,
psicologiche, storiche, sociologiche e filologiche non ci sembra di alcun
vantaggio, in quanto tutte presentano un’eguale struttura logica. Tutte si
riducono a rapporti di attributi e quindi a legami astratti, a generalizzazioni
ricavate da sistemi di fatti concreti: gli attributi connessi mediante
l’indagine fisica sono incommensurabilmente differenti dagli attributi connessi
mediante l’indagine chimica, e gli attributi connessi mediante l’indagine di
siffatti due processi scientifici sono, lo ripetiamo, incommensurabilmente
differenti dagli attributi connessi mediante le indagini biologiche in genere.
Se gli attributi non fossero in ciascuna serie di scienze qualcosa a sè,
qualcosa d’irriducibile, noi non saremmo propriamente autorizzati a parlare di
scienze differenti, ma di una sola scienza, la quale, per comodo didattico o
per l’esigenza della divisione del lavoro, potrebbe essere divisa, ma in
sostanza le varie scienze non sarebbero che capitoli diversi di una sola
scienza. Ora ciò non è, e chi ha qualche dimestichezza con le scienze speciali
lo sa; del resto è per questo che i metodi delle varie scienze sperimentali,
pur avendo dei caratteri comuni, variano profondamente tra loro. Gli attributi
o qualità adunque connesse nei vari ordini di scienze sono irriducibili le une
alle altre, ma esse per sè prese sono indeterminate e il sapere scientifico va
in cerca di qualcosa di fisso, di stabile, di coerente e di necessario. Gli
attributi son fatti, son dati, ecco tutto: onde è che essi sono materia di
elaborazione scientifica, non sono scienza. Perchè ciò avvenga è necessario che
gli attributi o le qualità ricevano delle determinazioni quantititive
(numeriche), I nessi o le relazioni intercedenti tra le qualità possono essere
fissati e posti in evidenza soltanto per mezzo delle determinazioni spaziali e
temporali, le quali alla lor voita hanno bisogno di essere specificate per
mezzo del numero. Nessi e qualità devono adunque esser prese in funzione,
devono essere schematizzate per mezzo della quantità, e per mezzo dello spazio
e del tempo quantitativamente presi. Come il colore è necessario a delimitare
l'estensione, così il numero, lo spazio e il tempo sono necessari a delimitare
le qualità e le relazioni. È per questo che l'esattezza e la precisione
scientifica dipendono dal grado in cui è applicabile la matematica. Questa
trasforma le scienze empiriche da induttive in deduttive, e quindi in razionali
appunto perchè fa considerare le qualità sotto l'aspetto della quantità. © Da
tutto ciò consegue che tutte le leggi delle scienze sperimentali si riducono a
relazioni di qualità espresse nelle loro variazioni quantitative e spaziali e
temporali le quali due ultime vengono espresse alla lor volta per mezzo della
quantità. Vediamo ora in modo più particolareggiato quali sono i caratteri che
controdistinguono i nessi sperimentali... Anzitutto si nota che essi sono
necessari ed universali e poì che lungi dall'essere forniti dalla ragione
indipendentemente dall'esperienza, sono tratti da quest'ultima, nei cui limiti
sono validi. Ora che i nessì costituenti, diciamo così, la struttura delle
scienze sperimentali debbano essere necessari ed universali, ognuno lo
comprende, pensando all'obbietto proprio del sapere scientifico che è appunto
quello di trasformare le semplici congiunzioni di fatto, per sè sfornite di
qualsiasi valore, in connessioni di dritto, in coerenze fisse, stabili, aventi
cioè un fondamento che le giustifichi: non è egualmente chiaro fino a che punto
i nessi in questione siano un portato dell'esperienza : è oltremodo importante,
infatti, mettere in chiaro entro quali limiti vada ristretta l'azione della
ragione di fronte all’esperienza, se si riflette che la coerenza ela necessità
non possono venire che dalla ragione. Qual'è la differenza essenziale tra i
nessi puramente razionali e quelli sperimentali ? La differenza sta in questo,
che i primi sono fondati sull’ esistenza di sistemi costruiti dall'arbitrio
dell'uomo, e quando diciamo dall’arbitrio dell’uomo non vogliamo dire
dall’arbitrio assoluto, vale a dire sfornito di qualsiasi riferimento a qualche
proprietà o qualità inerente al reale, ma vogliamo dire che l’attività
costruttiva dell’uomo è estremamente preponderante, come avviene nei sistemi
numerici, nelle determinazioni spaziali ecc.; gli altri invece sono fondati su
sistemi che hanno il loro principale punto di appoggio su qualche fatto o dato.
Se si passano a rassegna ì vari ordini di leggi e di sistemi corrispondenti, si
vede che essi vanno a metter capo in ciascuna serie in qualche dato, o fatto
ultimo inesplicato e inesplicabile, il quale non è posto dall’arbitrio
dell'uomo, ma è propriamente subito. Se anche questo sparisce, viene ad esser
rotto ogni legame colla realtà e ci troviamo nel regno della pura forma,
dell'astratto e del razionale. I nessi razionali presentano in tal guisa un
grado di assolutezza, di compiutezza che invano si cerca nei nessi
sperimentali, in cui domina sempre il riferimento a qualcos'altro. Il
fondamento dei nessi sperimentali adunque si trova, sì, nell'esistenza di
sistemi che contengono i termini in connessione, ma i Abbiamo detto che ogni
opera d’arte figura come l’ espressione di due sorta di leggi sistematiche, di
una riferentesi alle determinazioni del mondo estetico in genere (è quella di
cui si è parlato), dell'altra riferentesi ad un dato fatto estetico, ad un dato
prodotto artistico compiuto in un momento determinato. Ogni opera d’arte,
infatti, incarna un'idea, sì presenta come un'individualità, come un sistema
fornito di date parti o differenze: ora prima che essa sia eseguita, nella
mente dell'artista esiste il concetto dell’ opera caratterizzata da date
qualità suscettibili di determinazioni disgiunte o escludentisi a vicenda. Il
processo della elaborazione artistica insomma si compie sempre
particolarizzando, determinando, specificando un contenuto ideale di cui si
hanno nettamente i limiti e il contorno; se ciò non avvenisse l’opera d' arte
non avrebbe unità, nè armonia organica, nè individualità, perchè non avrebbe la
sua ragione in sè stessa. Ciò che abbiamo detto della vita estetica si applica
prefettamente alla vita morale. Ogni azione morale suppone la cooperazione di
due leggi o giudizi sistematici, col primo dei quali il contenuto della vita
psichica viene considerato dal punto di vista della moralità, viene cioè
ordinato in guisa da costituire un tutto organico, un sistema armonico a cui si
dà l’ appellativo di morale: sistema che ha questo di proprio, che per esso
tutti gli clementi e fatti psichici acquistano valore e significato dal modo in
cui contribuiscono al raggiungimento dell’ ideale morale, che è quello della
comunione spirituale di tutti gli uomini. Il Genio morale, il Santo
appercepisce il reale come sistema morale in genere di cui coglie tutte le
differenze o determinazioni e le loro relazioni dì reciproca esclusione.
D'altra parte ogni singola azione morale rappresenta l’espressione di un
concetto etico, di un'idea morale determinata: difatti un'azione morale si
presenta sempre come qualcosa di armonico, di organicamente uno, di
individualizzato, avente la sua ragione in sò stessa : il che suppone
nell'animo dell'agente l’esistenza di un concetto sistematico analizzato nelle
sue determinazioni essenziali in ordine ad una data condotta. Ogni fatto morale
presenta coerenza ed unità d'indirizzo, il che vuol dire che esso emerge dall’
analisi di una concezione sistematica determinata, proprio in quella maniera in
cui le proprietà, i rapporti e le specie dei triangoli derivano dalla natura di
quella particolare limitazione dello spazio che dicesi triangolo, limitazione
dello spazio che è resa possibile dalla natura dello spazio in genere. Vogliamo
dire insomma che come il mondo estetico così il mondo morale hanno come loro
precipuo fattore una costruzione sistematica della realtà, caratterizzata e
delimitata in guisa da presentare determinazioni esclusive e disgiunte. Varia
il principio informatore, l'universaie concreto, la funzione, la forma
appercettiva, ma permane il processo di sistemazione e di determinazione. È per
questo che tanto il mondo estetico quanto quello morale presentano uno spiccato
carattere categorico; le esigenze estetiche ed etiche piuttostochè essere
ricavate dalla realtà, dai fatti, anticipano, regolano quella e questi. Anche
la vita della conoscenza in generale si esplica per mezzo di leggi
sistematiche. Ogni processo conoscitivo è fondato sull’esigenza di fissare, di
qualificare e di determinare il reale per mezzo di simboli o segni variamente
connessi tra loro (idee, giudizi, inferenze), in maniera da risultarne una
forma di coerenza totale o di sistema. Sicchè appare chiaro che la conoscenza
adempie a due uffici, a quello di rendere chiaro per mezzo di simboli la realtà
(di costituire delle formole o degli schemi in relazione reciproca tra loro), e
di connettere tali simboli in modo da formare un sistema. Ora ciò in tanto è
possibile in quanto la mente agisce come potenza universalizzatrice, come
potenza tipificatrice : essa infatti, opera idealizzando il fatto e
l’esperienza (staccando cioè gli attributi e le relazioni dall’esistenza),
andando in traccia del principio informatore di un dato ordine di reali per
mettere poi in evidenza le determinazioni essenziali di questo. Ed ogni
progresso nella conoscenza è contrassegnato dalla maggiore prevalenza della
tendenza alla sistematizzazione : quanto più la mente riesce, cioè, a
individualizzare il reale tanto meglio adempie al suo còmpito. Come si vede, la
forma generale di ogni conoscenza è la forma sistematica e le varie categorie
non sono che momenti, manifestazioni diverse di tale funzione o categoria
fondamentale; la sostanza, infatti, implica l’individualità, la causalità
implica la finalità o l’ ordine, il numero implica la totalità e l’unità: la
finalità e la totalita non sono che espressioni diverse del sistema. D'altra
parte è agevole intendere che in qualsiasi forma speciale di conoscenza è in
azione l’idea sistematica con le sue varie determinazioni; se pensare è porre
in relazione, e se la relazione non è possibile che tra termini, ì quali
abbiano qualcosa di comune, tra parti di un medesimo tutto, tra differenze di
un'identità sistematica fondamentale, è evidente che qualsiasi conoscenza
implica determinazione di un sistema, val quanto dire riduzione dell'ignoto al
noto, riferimento del non spiegato a ciò che è spiegato. Le leggi o giudizi
sistematici formando come l'ossatura della vita estetica, morale e conoscitiva,
operano quasi diremmo celatamente nelle produzioni artistiche e scientifiche, e
nelle azioni morali; le scienze invece che hanno per obbietto appunto di
tradurre in termini puramente intellettivi, di trasformare in concetti,
ordinandoli in modo ‘ sistematico, di rendere insomma intelligibili i fatti
estetici, morali e conoscitivi, mirano a presentare isolate, separate da tutti
gli elementi con cui si trovano miste, le dette leggi o giudizi sistematici.
L’Estetica, l’Etica e la Logica coincidono in questo che tutte e tre tendono a
costruire il mondo estetico, etico e conoscitivo per mezzo di giudizi
disgiuntivi completi. Invero qual'è l'obbietto dell’ Estetica ? È quello di
stabilire, in base allo svolgimento storico dell’arte e della coscienza
estetica e in base all'osservazione psicologica della funzione estetica sia
produttiva che recettiva o contemplativa (genio e gusto), il retto concetto
‘dell’ ideale estetico. Fissando il concetto si viene per ciò stesso a
determinarne le manifestazioni in maniera completa ed adequata. Le leggio norme
estetiche sono le direzioni o le maniere secondo cui l’attività o funzione
estetica dell’ anima umana, in genere, cerca di raggiungere l'ideale estetico.
Ond'è che le norme o leggi estetiche avent i una base categorica nelle
proprietà dello spirito umano (atte quindi ad anticipare ed a regolare l’
esperienza), non vanno confuse con quelle forme di leggi finali empiriche
(aventi cioè il loro fondamento nei dati forniti dall’esperienza) che
rispondono a problemi pratici del tenore seguente: Come ottenere un dato
effetto estetico in una data circostanza ? Come condursi moralmente in una data
situazione della vita? Qual è l’obbietto dell’Etica? È quello di stabilire in
base alla osservazione psicologica della funzione etica, in base allo
svolgimento della cultura e della civiltà, allo svolgimento storico della
coscienza morale e della vita morale il retto concetto della moralità. Ed una
volta fissato e delimitato tale concetto, è chiaro che vengono determinate le
manifestazioni e le estrinsecazioni essenziali del principio informatore della
vita etica; basta a tal uopo rapportarsi alle qualità fondamentali che
contradistinguono il suddetto concetto o principio. In ultimo qual’è l’obbietto
della Logica? È quello di stabilire in base all'osservazione psicologica della
funzione conoscitiva, in base allo svolgimento storico della scienza e della
dottrina della conoscenza il retto concetto della conoscenza stessa. Trovato il
principio informatore di questa e caratterizzato per mezzo di date qualità, è
facile precisarne le determinazioni, le manifestazioni ed i limiti di
variazione. Le norme etiche, logiche ed estetiche stanno ad indicare le diverse
maniere in cui è possibile rispondere alle esigenze etiche, logiche ed estetiche
dello spirito umano; norme che hanno la loro ragione ed origine nell'ideale
rispettivo, il quale alla sua volta non è tratto dall'esperienza, non figura
come un dato, ma è posto da ciò che vi ha di più intimo nell'essere nostro. Sta
in ciò appunto il carattere distintivo delle leggi normative suaccennate. Da
tuttociò consegue che l’ Estetica, la Logica e l’Etica (1) sono fondate su
giudizi sistematici o disgiuntivi tratti dalla vita estetica, logica ed etica
dell'anima umana. Esse mirando a mettere in evidenza la struttura logica o
intelligibile del mondo estetico, conoscitivo ed etico, ci pongono dinanzi agli
occhi le diverse maniere in cui il principio informatore, l’universale concreto
e individuale si presenta in ciascuna delle tre sfere più elevate dello spirito
umano. Nessuno confonderà poi le norme con i giudizi disgiuntivi o sistematici,
giacchè quelle non indicano le parti del sistema articolate tra loro, ma bensì
le vie per cui l’attività umana attua il sistema ideale espresso nelle sue articolazioni
per mezzo della legge sistematica. Le norme si riferiscono all’attuazione, al
modo di procedere nella realizzazione dell'ideale e quindi sono leggi della
volontà umana; le leggi sistematiche invece esplicano nelle loro determinazioni
i sistemi ideali, per il che non escono dal mondo ideale. Stando ad alcuni
(Bradley, Bosanquet), l’ultima e più perfetta fase della conoscenza è
rappresentata dal giudizio disgiuntivo in generale, in quanto per mezzo di
questo il principio informatore di un dato ordine di realtà viene ad essere
proseguito nelle sue determinazioni essenziali o nelle sue manifestazioni, le
quali poi si escludono a vicenda. Nè potrebbe essere diversamente; una volta
che il princi (1) Quello che abbiamo detto dell’ Etica, dell’ Estetica e della
Logica sì potrebbe dire della Matematica. pio informatore, attuandosi, assume
una data forma, viene ad essere esclusa ogni altra forma in cui esso può anche
presentarsi; e poichè tali forme sono definite ed enumerate invirtù della
conoscenza che sì ha di tutto l'ambito del concetto, è chiaro che dal trovarsi
attuata una data forma si deduce la non attuazione delle altre, e dalla non
attuazione delle altre si deduce l’attuazione di quella sola che rimane. Col
giudizio disgiuntivo si vengono ad enumerare tutte le possibilità, ond’esso è
l’espressione di una certa onniscienza da parte dell’uomo, onniscienza fondata
però sempre sulla cognizione di una data qualità o attributo, il quale per
natura sua ngn può ammettere che un numero determinato di variazioni,
oltrepassate le quali, esso stesso viene ad essere annientato. Possono variare
le occasioni immediatamente determinanti la formazione dei giudizi disgiuntivi,
ma le loro caratteristiche non variano. Un giudizio schiettamente disgiuntivo
riflette sempre un contenuto o sistema completo in sè stesso, onde proviene che
esso, come ogni giudizio generico, è quasi categorico. Il giudizio assume la
realtà del soggetto ed enuncia nel predicato le varie forme sotto cui quello in
condizioni diverse si può presentare; forme che esaurendo la natura del tutto
posto come reale, si presentano articolate tra loro mediante giudizi ipotetici
o negativi. Ciò che sopratutto è necessario e indispensabile si è che il
contenuto-soggetto, l’individualità o l’ universale, entri come tutto in
ciascuna delle, forme enumerate, per modo che ogni differenza figurando come
determinazione essenziale dell’ universale viene ad escludere tutte le altre
differenze; è soltanto sotto questa condizione che ogni congiunzione si
trasforma in disgiunzione, La disgiunzione, sempre secondo tali filosofi, è la
sola forma giudicativa che può stare da sè, giacchè ogni connessione è entro un
sistema e si può dire completo solo quel giudizio che enuncia insieme un
sistema e le relazioni o determinazioni contenutevi. Certamente non ogni
disgiunzione è completa, indipendente ed assoluta nello stretto senso della
parola, ma ciascuna presenta sempre un certo grado di assolutezza rispetto al
numero dei giudizi ipotetici che in essa trovano il loro fondamento. Così la
disgiunzione che enuncia la natura e le specie dei triangoli contiene la base
di tutti i giudizi ipotetici esprimenti le proprietà di tale figura. Ciascuno
di detti giudizi, se completato e fatto esplicito, metterebbe capo nella detta
disgiuzione, la quale alla sua volta è compresa nel giudizio fondamentale che
espone la natura e i caratteri dello spazio. | | Ora, possiamo noi ammettere
che la forma disgiuntiva sia la forma giudicativa più completa e quella
meritevole veramente del nome di sistematica per eccellenza? Noi crediamo che
vada fatta una profonda distinzione tra il giudizio effettivamente sistematico,
il quale qualifica il Reale per mezzo di una identità sistematica organicamente
articolata nelle sue varie parti e il giudizio disgiuntivo vero e proprio, il
quale lungi dal presentare un sistema attuato, presenta le forme o le
manifestazioni possibili di un principio. Il giudizio sistematico ci mette
sotto gli occhi un tutto organicamente costituito e reale, mentrechè il
giudizio disgiuntivo ci mette sotto gli occhi le maniere in cui il tutto si può
attuare. Ora da ciò consegue che dal punto di vista ideale, dal punto di vista
dell’elaborazione mentale il giudizio disgiuntivo appare più perfetto, perchè
da una parte ci dice che un dato sistema, se attuato, deve essere determinato
in una data guisa e dall’altra ci fa sapere tutte le maniere in cui può essere
attuato e determinato; dal punto di vista invece della conoscenza come
qualificazione di ciò che è reale è il giudizio sistematico vero e proprio
quello che appare più perfetto e completo; l’ultimo invero ci mette davanti
l'attuazione di un tutto organico contenente in sè delle differenze non
escludentisi, ma implicantisi a vicenda. È desso che costituisce la base di una
parte importante di giudizi ipotetici, i quali enunciano la connessione delle
differenze contenute entro un sistema e il rapporto necessario degli attributi
o parti di un tutto. Lo schema del giudizio sistematico è : S è cosîffatto che
a implica b; quello invece del giudizio disgiuntivo è: S è cosiffatto che si
può attuare 0 determinare in a o in b o in c. È vidente che il giudizio
sistematico e quello disgiuntivo non vanno identificati tra loro; sono due
processi conoscitivi collaterali, i quali adempiono ad uffici differenti ; il
giudizio disgiuntivo allarga e completa idealmente la conoscenza, in quanto
esaurisce le possibilità della realizzazione; quello sistematico invece pone in
evidenza la struttura organica e i rapporti interni di un sistema reale.
Con'ciò non si vuol. negare che vi possano essere e vi siano anche molteplici
interferenze tra i detti due processi e che il giudizio sistematico possa
essere fondato o esser riferito a una disgiunzione resa possibile dalle
variazioni di una qualità essenziale, ma quello che non va dimenticato si è che
la disgiunzione non rappresenta qualcosa di reale, come la struttura
sistematica, che essa è un processo perfettamente ideale e che il tutto o il
sistema che fa da soggetto nei giudizi disgiuntivi è un prodotto
dell’astrazione. Esso non esistendo per sè, non avendo la sua ragione in sè
stesso, non essendo qualcosa di sussistente e di completo, non esce dal dominio
del necessario e del relativo; esso si riferisce necessariamente ad una delle
determinazioni enunciate nel predicato. Il contrario si verifica nei giudizi
prettamente sistematici nei quali il soggetto è qualcosa di categorico, di
completo e d’indipendente. | La verità di ciò che si è detto intorno al
giudizio disgiuntivo viene provata anche da questo, che esso è attivo in tutti
quei processi dello spirito relativi all'attuazione di ideali concepiti dalla
mente umana ; prima questa, per ragioni su cui qui non importa insistere, forma
un concetto e poi dello stesso vengono rintracciate le determinazioni
principali, basandosi sopra una sua nota essenziale; il giudizio disgiuntivo in
tal guisa è attivo soltanto ogni volta che si ha a che fare con costruzioni
ideali, con costruzioni di possibilità fatte da noi (di cui conosciamo le
qualità essenziali e le loro variazioni), mentrechè quello sistematico mette in
luce la struttura organica di un sistema reale per via della vicendevole
dipendenza delle parti di esso. Tuttociò che è organicamente costituito,
tuttociò che, attuato, o risponde effettivamente perchè opera dell’intelligenza
e dell’attività umana o sembra corrispondere (funziona come corrispondente) ad
un fine, può formare oggetto di un giudizio sistematico vero e proprio, o
finale o generico che si voglia dire. Il giudizio disgiuntivo lungi dal rendere
più perfetta la nostra conoscenza della realtà della quale noi conosciamo
soltanto dei frammenti non fa che rendere esplicito ciò che era implicito
perchè nostra fattura , non fa che metterci sott'occhio sotto altra forma ciò
che già sapevamo. Avendo noi costruito il concetto soggetto non possiamo non
trovarvi dentro quello che noi stessi vi abbiamo posto. É soverchio aggiungere
che il giudizio disgiuntivo non può avere alcuna applicazione seria nella
conoscenza del reale, del dato, giacchè noi dei vari ordini di questo non conosciamo
il principio informatore (la natura propria) in modo da poterne indicare tutte
le manifestazioni possibili. Noi finora abbiamo classificato le leggi, tenendo
conto della forma e della natura dei giudizi con cui esse vengono enunciate; è
evidente che possono ancora essere classificate, tenendo conto della loro varia
origine, della maniera cioè con cui vengono rintracciate. Esse invero assumono
caratteri diversi secondo che variano i processi logici messi in opera per
scovrirle. Da tal punto di vista le leggi possono essere classificate in leggi
costrattive, leggi analogiche, leggi induttive è leggi deduttive. Cominciamo
dal ricercare per quale via vengono messe in luce le leggi matematiche, vediamo
cioè qual'è il processo logico che le rende possibili e che quindi le
contradistingue. L'inferenza (1) di cui si fa uso in matematica, è una vera e
propria inferenza sussuntiva? | Ogni calcolo aritmetico, e quindi ogni specie
di calcolo, può essere ridotto ad enumerazione o ad enumerazione di
enumerazioni. Tutto il processo poggia sulla concezione del tutto quale somma
delle sue parti, dell’ universale come risultante da determinazioni e
differenze eguali ed omogenee quantunque distinte e separabili tra loro. È
evidente che in tali casi l’universale non si presenta come un sistema
concreto, per modo che le inferenze da esso emergenti non sì sa se siano da
considerare come correlative dei giudizi, Qui è bene intenderci sul concetto
che ci dobbiamo formare dell’inferenza dipendentemente dal modo come venne
interpretata la natura del giudizio, L'inferenza, come il giudizio, mira a
qualificare la realtà, con questo di proprio che la detta qualificazione non è
immediata, ma mediata nel senso che il contenuto ideale viene riferito alla
realtà in modo indiretto, coll’intermezzo di un altro contenuto immediatamente
qualificativo. Ora com'è mai possibile un tale processo ? Come è mai possibile
il passaggio da un contenuto ideale ad un altro? È possibile, perchè entrambi
questi sono differenzia zioni di un fondo identico, momenti diversi di un unico
universale. E qui va notato che quando sì parla di universale non bisogna
correre con la mente all'universale astratto, alla nota od alla proprietà
comune e ripetentesi in un certo numero di casi, la quale non significa nulla,
ma all’universale concreto, al carattere significativo che, implicando il modo
con cui è connesso con altri caratteri o momenti sì presenta come fattore
generatore della realtà concreta Un esempio dell’universale concepito in modo
siffatto ci vien fornito da talune proprietà delle figure geometriche; dato,
per es. un arco di cerchio, noi abbiamo il raggio, onde possiamo descrivere
tutta la circonferenza; e perchè ciò? Perchè l’arco dato non è semplicemente
ripetuto, ma è continuato secondo la natura propria (universale concreto) della
ovvero come delle inferenze esplicite. Così l'equazione, poichè risulta da una
comparazione di relazioni numeriche astrattamente considerate, pare che
corrisponda al giudizio universale e più specialmente a quello ipotetico : il
che è già sufficiente a porre in evidenza il carattere sintetico o inferenz ale
di essa. Se non che l'equazione non presuppone, non implica nulla, ma distende,
per così dire, in modo completo gli elementi su cui verte l’attività
giudicatrice. Mentre l’ordinario giudizio ipotetico omette o presuppone
l'esistenza di tutte quelle condizioni che o sono ovvie addirittura, o
implicite o completamente inattive, l'equazione, il cui contenuto è omogeneo
appare ipotetica sulla base di detta figura piana, natura propria che regola le
parti e che, quantun que implicata gia nell'arco dato, è nondimeno distinta da
questo. La cosa riuscirà forse più chiara ancora se invece di un cerchio noi
consideriamo un’ellissi, in cui il frammento della curva dato non può essere
soltanto ripetuto senza mutamento nel rimanente della costruzione: vuol dire
che nella curva data vi è qualcosa che può dettare la modalità della
continuazione e completamento di essa. Sicchè noi possiamo definire il giudizio
mediato, o inferenza, come il riferimento alla realtà (entro la sfera di un
dato universale) di determinazioni per l’intermezzo di altre determinazioni
direttamente riferite alla Realtà, ed esprimenti la natura propria
dell’universale; ovvero, come il riferimento di alcune parti alla realtà per
mezzo. di altre parti esprimenti la natura propria di una totalità determinata.
Perchè si abbia l’inferenza è necessario adunque che l’universale si presenti
come un sistema le cui parti siano in necessaria connessione tra loro e che la
semplice unità delle differenze, quale si manifesta nel giudizio, sia
sostituita da una maggiore o minore complessità di determinazioni e da una
congiunzione più o meno articolata di attributi e di relazioni (nelle quali
vanno comprese le relazioni di spazio e di tempo). Cfr. BosanQuET [citato da H.
P. Grice, “Prejudices and prediletions, which become, the life and opinions of
H. P. Grice” --, Logic. un processo intellettuale, o di una sintesi di
differenze esplicite. Noi nel giudizio ipotetico affermiamo la connessione necessaria
esistente tra due termini senza mettere in chiaro la maniera in cui tale
connessione si stabilisca e si generi, senza cioè rondero esplicito nel
processo logico il fondamento o la ragione della connessione: nella equazione
invece o nella combinazione delle equazioni i rapporti tra i varii termini, le
loro proprietà e la loro derivazione vengono tutte messe sott'occhio per modo
che appare evidente il fondamento del loro legame. È per questo che l'equazione
presenta una connessione di ordine inferenziale in modo molto più chiaro che
non l’ordinario giudizio ipotetico. | La combinazione delle equazioni messa in
rapporto con una singola. equazione si presenta poi come la combinazione dei
giudizi messa in rapporto con un singolo giudizio: in entrambi i casì è
pressochè impossibile tirare una linea netta tra l’atto singolo e la
combinazione degli atti. Il ragionamento matematico, stando al Bosanquet, può
assumere varie forme, delle quali le principali sono: quella seriale (per cui è
possibile l’apprensione delle connessioni spaziali e temporali), quella
sostitutiva, quella costitutiva (equazioni costitutive) e quella proporzionale.
Tutte le dette forme hanno questo di comune che non implicano un processo di
vera e propria sussunzione, vale a dire che la conclusione, emergendo da una
relazione quantitativa esistente tra le premesse, ovvero dalle modalità della
funzione costruttrice espressa nelle stesse, non può essere considerata come un
caso particolare compreso nella premessa maggiore, o come un elemento di un’
individualità concreta, ovvero come una determinazione della natura generica
espressa nella detta premessa maggiore. Così nella cosidetta inferenza per
sostituzione Premessa maggiore M = a + br tcr8. Premessa minore S =sMon
Conelusione S =8 at be + cer8 noi abbiamo due connessioni equazionali riferite
ad un identico tutto e quindi atte a dar origine ad un'ulteriore connessione.
Ma M non è, nel caso sucitato, generico, nè S è specifico, nè infine Ja
connessione di S con s (a +bx ecc.) è nota in grazia della connessione o della
subordinazione dello stesso S all’ individualità concreta M. M, non v’ha
dubbio, figura come il centro delle relazioni, come una forma dell’universale
quantitativo che, per così dire, pervade tutta ‘l'equazione, ma da ciò non consegue
punto che .S sia un caso di M piuttosto che M di $S. Insomma la sostituzione è
una conseguenza derivante dall’ identità del tutto con sè stesso nelle sue
varie forme (essendo obbietto del calcolo appunto il ritrovamento di detta
identità), e non un principio di relazione inferenziale. Da tal punto di vista
l’inferenza sostitutiva che merita propriamente il nome di inferenza per
identificazione equazionale, costituisce il fondamento del computo aritmetico e
algebrico. D'altra parte le inferenze esprimenti le connessioni spaziali e
temporali: A è a dritta di B, Bè a drittadi C.-. A è a dritta di C: o A è
anteriore a B nel tempo, B è anteriore a C.*. Aè anteriorea C, sono agli
antipodi della vera sussunzione in quanto esse piuttostochè attribuire ad un fatto,
al reale un contenuto ideale per mezzo della connessione di quest’ultimo con un
altro contenuto ideale direttamente attribuito al reale, esprimono la maniera
in cui si stabiliscono le relazioni spaziali e temporali, esprimono il modo di
procedere della funzione costrpttrice. È se si vuol per forza fare in tal caso
un’inferenza, si deve commettere l’errore di prendere il principio attivo,
l’elemento generatore, o ciò che rende possibili tali inferenze, vale a dire la
funzione mentale che ci dà l’ ordinamento costruttivo spaziale e temporale e
considerarlo come parte del contenuto da cui è tratta la conclusione, nel qual
caso sarebbe da porre come premessa maggiore delle argomentazioni costruttive
un principio suî generis, un principio generale di costruzione che può essere
espresso nel modo seguente: Ciò che è a dritta di una cosa qualsiasi B è a
dritta di ciò, di cui alla sua volta la stessa cosa B è a dritta, e porre poi
come premessa minore tutto il contenuto nell’inferenza suddetta; giacchè lo
costruzioni e le connessioni astratte si riducono a relazioni sistematicamente
necessarie, nelle quali si prescinde pressochè totalmente dalle qualità
caratteristiche dei punti di riferimento assunti come perfettamente noti e
indifferenti (se A è a dritta, ecc. vuol dire che A è un punto o un corpo nello
spazio, altrimenti l’inferenza non avrebbe senso). Le stesse costruzioni
tramutate in inferenze non possono presentare premesse fornite di prerogative
speciali. | Come si vede, in tali casi non vi ha processo d’inferenza, perchè
quella che dovrebbe essere premessa minore è la pura ripetizione, senza alcuna
variazione, di quella che è posta come premessa maggiore; a ciò si aggiunga che
la stessa premessa minore racchiude tutto, per modo che manca la conclusione.
In siffatta inferenza le modificazioni reciproche delle relazioni sono
costruite -nell’atto che si argomenta e non vengono presupposte nella natura
del soggetto reale, a cui si riferisce l’inferenza. In altri termini
l’argomentare non ha per scopo già di rendere esplicito, di distendere ciò che
è già involuto nel soggetto esistente per sè, ma nell'atto stesso che
l’argomentare ha luogo, si costruisce o si forma il soggetto dell’inferenza. I
processi costruttivi spaziali e temporali adunque non sono dei processi
d'argomentazione sussuntiva, ma esprimono in forma ideale il riferimento
reciproco dei vari punti dello spazio e del tempo, riferimento che è basato
sulla identità e continuità dello spazio e del tempo. I processi delle
equazioni costitutive, delle equazioni, cioè, enuncianti i rapporti numerici
esistenti tra le parti componenti determinate totalità presentano due aspetti.
Da una parte figurano come sémplici calcoli o combinazioni di rapporti simili
alle equazioni mediate, o sistemi di equazioni numeriche, le quali non hanno
alcun significato all'infuori di un dato sistema numerico: infatti quando si
stabilisce una proporzione tra due quantità variabili, dando a queste un valore
determinato (coefficiente) per vedere quali modificazioni ne risultino, è evidente
che non vi è premessa maggiore, ma bensì descrizione generalizzata di un
identico tutto in due casi, i quali devono essere attuati rispettivamente con
determinati fattori e l’inferenza consiste nel presentare la costruzione di un
tale tutto appunto rispettivamente sulla base di tali fattori; dall’altra parte
il calcolo, le combinazioni delle equazioni in taluni casi sono ° fatte in base
a certi presupposti, e con regole determinate, onde esse figurano come mezzi
per raggiungere uno scopo definito, il quale poi sì può ridurre alla
determinazione delle proprietà di una data figura nello spazio: così p. es. la
forma spaziale del tipo curvilineo (la curva poi può essere aperto o chiusa,
simmetrica o asimmetrica ecc.) è come il contenuto quasi generico, secondo il
linguaggio del Bosanquet, ovvero l’idea-in base a cui la costruzione di una
particolare figura curva avente proporzioni numeriche, assume proprietà
caratteristiche. L'unità organica o sistematica presentata dalle figure
geometriche, per la quale esistono rapporti definiti tra i vari elementi che le
compongono, è data appunto dal fatto che le dette figure non risultano da un
semplice aggregato di parti, ma dalla coordinazione numericamente proporzionale
di queste. E nell’atto stesso della costruzione di date forme spaziali si
possono venir scovrendo le loro proprietà, ond’esse non figurano come qualcosa
di dato, come un fatto, ma come qualcosa che si vien facendo. In ogni case il
passaggio da una combinazione equazionale numerica alla costruzione (proporzionalmente
corrispondente nelle sue parti) di una data figura fornita di date proprietà
può esser fatto solo in base ad un principio racchiuso nella natura
caratteristica della detta figura quale emerge dalle qualità fondamentali dello
spazio . È chiaro che col fare entrare in campo l'elemento del tempo e quindi
col rappresentare il movimento come una lunghezza e col riguardare le nozioni
astratte di forza e di massa come elementi determinanti in modo correlativo il
movimento, noi abbiamo tutti gli organi del puro meccanismo e della scienza
costruttiva astratta. Fu detto dal Lotze che l’inferenza proporzionale
costituisce l’ultimo limite della conoscenza e che presenta un carattere
perfettamente sussuntivo: ora ciò non è esatto fin tanto che essa non esce dal
campo del calcolo puro e semplice (2:4::3:%.0.x=6), poggiando in tale caso
sopra un rapporto inerente ad un dato sistema numerico. Nè vale a provar.
niente al di fuori di questo. Quando per contrario si applica alla
determinazione di un contenuto concreto, di una individualità definita, allora
essa non ha valore e significato per sè, ma l’acquista dal fine a cui serve o
dall’obbietto a cui si riferisce, o infine dai presupposti su cui si eleva. La
proporzione non definisce, ma mette in maggior evidenza, determina, fissandoli
quantitativamente, misurandoli, i caratteri dell’individualità, le qualità del
sistema o della totalità concreta dopo che ne è nota per altra via la loro
natura, ovvero accenna ad esse perchè la conoscenza ne sia completata con mezzi
più appropriati. Noi possiamo dire che la proporzione acquista tutto il suo
valore dall’eterogeneità dei suoi termini, in quanto questa implica sempre
l’esistenza di un sistema speciale di relazioni e di connessioni. La detta
eterogeneità dei terminidella proporzione può essere di varie sorta, secondochè
i due obbietti comparati sono o no misurabili con un’identica unità, ovvero uno
dei due è misurabile e l’altro no, ovvero infine nessuno dei due è misurabile;
nel quale ultimo caso non è più a parlare di proporzione, ma di analogia o di
sussunzione, mentrechè nei casi antecedenti si hanno varie forme e
combinazioni. di giudizi ipotetici, i quali rappresentano i veri punti di
passaggio dalle forme astratte d’infevenza a quelle concrete (4). Le leggi
costruttive hanno adunque questo di proprio che sono leggi funzionali in quanto
esse non vengono estratte da ciò che esiste, da ciò che è dato, ma indicano le
maniere in cui la mente opera in date circostanze. L'universale concreto in
base a cui avvengono i nessi tra gli attributi espressi nelle leggi è attivo
nella mente e viene attuato mentre si enunciano le dette leggi: non è qualcosa
che esiste per sè di rincontro alla mente. Pertanto in esse vanno comprese
tutte le leggi riguardanti il pensiero, la emotività e la volontà umana in
azione. Le leggi logiche fondamentali, le leggi etiche, estetiche ecc. non
esprimono il modo di comportarsi di cose esistenti al di fuori del soggetto,
non sono ricavate da fatti, ma esprimono le maniere in cui i fatti vengono
disposti, ordinati, appercepiti dal punto di vista logico, estetico ed etico.
Siffatte leggi non possono essere ricavate da principii generali in cui siano
come contenute, perchè questi principii non potrebbero essere che le funzioni
dello spirito umano, le quali, messe in azione, determinano appunto le leggi
logiche, estetiche ed etiche. Le dette funzioni dell'anima umana espresse o
tradotte in termini intellettivi, separate dal fatto e idealizzate (guardate
nella loro intelligibilità o possibilità, nel loro was) costituiscono appunto
le leggi logiche, estetiche ed etiche. Onde consegue che questa prima classe di
leggi leggi funzionali o costruttive da una parte non sono induttive, in quanto
Cfr. BosanQuET [citato da H. P. Grice,
“Prejudices and predilections, which become the life and opinions of H. P.
Grice” -- non vengono ricavate da fatti e dall’esperienza, e dall'altra non
sono deduttive i in quanto non vengono ricavate da principii generali o da
individualità, sistemi o totalità date. Ciò sarà più evidente in seguito quando
avremo parlato delle varie forme di sussunzione. Qui notiamo che va fatta
distinzione tra le leggi emergenti da un dato fatto estetico o da un dato
sistema scientifico o da un complesso di fatti psicologici occupanti un
determinato punto deilo spazio e del tempo le quali possono essere deduttive o
induttive secondo che sono state ottenute prendendo le mosse dall’universale,
ovvero dalle determinazioni particolari di questo e le leggi che indicano per
così dire la via tenuta dalla | psiche nelle sue principali funzioni. Queste
leggi sono stabilite ed enunciate nell’ atto stesso che vengono formati i
principii da cui dovrebbero essere ricavate, principii che sono come l’espressione
intellettuale delle PHAGIPLI funzioni dello spirito umano.Le leggi analogiche
che si potrebbero anche chiamare leggi morfologiche o leggi classificative,
sono quelle per mezzo di cui unoggetto o un caso particolare è reso
intelligibile, facendolo rientrare in una data classe e quindi descrivendolo,
caratterizzandolo. Descrivere e classificare sono atti che. s’'implicano e si
completano a vicenda: io in tanto classifico in quanto descrivo e viceversa in
tanto descrivo in quanto classifico, in quanto faccio rientrare il particolare
nell’ universale, in quanto guardo il nuovo, l’ ignoto attraverso il noto. È
vero che d’ordinario si fa distinzione tra i giudizi propriamente descrittivi
(i quali, si dice, hanno per predicato un aggettivo esprimente una proprietà,
un attributo del soggetto) e quelli esplicativi (i quali, si dice, hanno per
predicato un sostantivo più generale, nella cui estensione è comprese il
soggetto), ma in sostanza tale distinzione è soltanto grammaticale, giacchè nel
secondo caso il predicato-sostantivo è adoperato in un certo senso
aggettivamente come nel primo il predicato aggettivo è adoperato in un certo
senso sostantivamente : in entrambi i casi, infatti, il predicato ha l'ufficio
di far appercepire, di rendere intelligibile il soggetto, in entrambi i casi
cioè il predicato è un contenuto ideale atto a qualificare il reale quale si
presenta nel soggetto grammaticale. Del resto fu già notato da altri che tale
processo classificativo del pensiero può presentare parecchi aspetti, pur
conservandosi uno nel fondo: così esso può avere una doppia direzione, cioè o
va dalla nuova (attuale e singolare) alla vecchia rappresentazione (generica, o
schematica o classe) e in tal caso la seconda è riconosciuta e affermata come
un carattere della prima (giudizio analitico); oppure va dalla vecchia alla
nuova, e questa apparirà come una particolarità novella della prima (giudizio
sintetico). Che il giudizio classificativo (assuma la forma propriamente
classificativa o quella descrittiva o quella storica), sia sempre uno nel fondo
viene provato anche da questo che le scienze così dette classificative sono
descrittive e storiche insieme: così la così detta Storia naturale comprende la
Zoologia, la Botanica, la Mineralogia, le quali sono eminentemente
classificative e descrittive: non vogliamo con ciò affermare che tali scienze
non siano anche esplicative, su che ebbe già a richiamare l’attenzione il
Wundt, ma esse sono esplicative, perchè sono insieme genetiche e morfologiche,
perchè, cioè, classificano e descrivono gli obbietti naturali, ricercandone la
evoluzione. Le leggi analogiche adunque sono della più grande importanza in
quanto rendono possibile l’apprensione ordinata delle cose, in quanto rendono
intelligibili gli obbietti, facendoli rientrare in date classi e in quanto, ciò
facendo, mettono in evidenza l'affinità, lo svolgimento e la genesi dei vari
ordini di realtà. Vanno considerate come una categoria a parte di leggi in
quanto uno è il processo di loro formazione processo logico detto dell’analogia
e della verosimiglianza, il quale consiste nel conchiudere dacchè parecchi
oggetti e fatti si somigliano in alcuni punti, che si somigliano probabilmente
anche in altri punti, L’analogia ha questo di proprio’ che la sua conclusione
non è fondata sul numero dei casi in cui i suoi termini (il soggetto e il
predicato) si presentano connessi, ma è fondata sull'esame, sull’analisi e
quindi sulla valutazione dei caratteri riscontrati connessi in un gran numero
di casi; analisi e valutazione che è fatta col ricercare ciò che i detti
oggetti e fatti presentano di comune, col ricercare le proprietà e gli
attributi, i quali, qualificando entrambi, valgono a mettere in evidenza la
loro vera natura. Ora se tutti i giudizi potessero essere considerati come reciproci
l'analogia diverrebbe ipso facto un’ inferenza da condizione a condizionato,
come è inferenza da condizionato a condizione: due antecelenti che hanno ùn
medesimo conseguente devono essere intimamente connessi tra loro ecc. è la
formola esprimente l'analogia qual'è realmente, mentrechè la formola due
antecedenti che hanno un merlesimo conseguente devono essere conseguenti di un
medesimo antecedente, per il che devono coincidere , rappresenta l'ideale a cui
tende l’argomentazione, ma che essa per sè è impotente a raggiungere. Se il
fatto di riscontrarsi i medesimi caratteri in A e B non basta a provare che A
sia specie e B genere o viceversa, indica però sempre che tra loro vi deve
essere una correlazione e una corrispondenza ; sicchè se non potremo attribuire
a B il carattere M potremo attribuirgliene un analogo M'; si ha così la
proporzione: A: B= B:M Il carattere M' figura come il prodotto di ciò per cui A
coincide con B (appartenendo ad un medesimo genere) e di ciò per cui ne
differisce. Ha ragione pertanto il Drobisch di considerare l’analogia come il
mezzo con cui vengono messe in evidenza le corrispondenze, le umologie e le
analogie esistenti tra specie congeneri, coordinate quindi tra loro e
subordinate ad un genere superiore comune, come îl mezzo con cui viene posto in
luce il differenziarsi di un'identità fondamentale sistematica, l’unità
morfologica di un dato sistema e l'ordinamento esistente nei vari ordini di
reali, i cui ritmi di attività mentre si corrispondono tra loro, sono d’altra
parte contenuti in un ritmo superiore generale. Così un naturalista che ha
scoperto in una specie animale o vegetale un dato carattere, p. es. un certo
organo, non attribuisce ad un'altra specie congenere alla prima l’identico
carattere, ma piuttosto uno analogo 0, come si dice, omologo, cioè tale che
raccolga in sè la natura del genere e risponda insieme alla particolare natura
della specie. Il valore del ragionamento per analogia dipende da due
condizioni: 1° che tra i caratteri simili e il carattere che si tratta di
attribuire ad una delle due cose comparate esista un rapporto naturale e non
una semplice coincidenza fortuita : 2° che le due cose comparate non
differiscano per caratteri tali che ogni analogia riguardante il carattere che
si tratta di attribuire ad una di esse sia allontanata dal bel principio. Come
si vede, la validità dell’analogia poggia tutta sull’importanza attribuita ai
vari caratteri e sul rapporto esistente tra le note comuni e quelle differenti,
sempre in ordine ad importanza: pertanto il nodo della questione sta tutto qui,
sul fondamento e sui limiti di applicabilità del nostro giudizio apprezzativo
circa l’importanza dei caratteri di dati oggetti. Vi fu chi affermò che il
rapporto tra i caratteri simili e quelli differenti (base della validità
dell’analogia) fosse rapporto puramente numerico : in tal caso l'analogia
sarebbe stata più o meno valida secondochè fosse preponderante la somma dei
caratteri comuni, ovvero quella dei caratteri differenti, tenuto conto della
conoscenza totale che noi abbiamo delle proprietà degli oggetti in questione.
Ma ognuno vede che la validità dell’ analogia non può dipendere dal numero,
bensì dalla qualità dei punti di somiglianza, i quali derivano il loro
significato dalla loro relazione col sistema totale di cui fanno parte. Ed il
sistema non può essere ridotto ad un aggregato di parti indifferenti, giacchè
queste, per l'opposto, hanno un valore differentissimo dipendentemente dai
reciproci rapporti in cui si trovano. Chi è pratico dei processi analogici, i quali
rendono possibile la classificazione morfologica degli obbietti naturali, sa
benissimo che essi poggiano non sulla enumerazione, ma sulla valutazione dei
caratteri: già non si avrebbe un’unità di misura per enumerare i caratteri, e
poi che cosa vorrebbe dire un punto di identità o di somiglianza ? come si
farebbe a circoscrivere i limiti dell'identità e della somiglianza ? |
L'analogia non è fondata proprio sulla identità, ma sulla corrispondenza dei
caratteri, e sulla importanza ad essi attribuita, corrispondenza ed importanza
che possono essere scoverte, basandosi sopra un insieme di considerazioni di
ordine diverso, le quali però mirano sempre a ricercare la connessione in cui
si trovano i caratteri in questione con tutto il sistema degli organi che rendono
possibile la vita dell'individuo, mirano cioè a ricercare l’ ufficio a cui gli
stessi caratteri adempiono e a tracciarne la genesi e lo svolgimento. Chi dice
analogia dice comparazione dei caratteri in owdine alla loro importanza ; e chi
dice comparazione in tal senso dice ricerca del significato che i detti
caratteri hanno per la vita dell'individuo. Dall'altra parte chi dice
determinazione della corrispondenza csistente tra i caratteri di due specie,
dice esame del molo di funzionare e di operare, esame dell’ ufficio degli
stessi caratteri e insieme indagine della loro genesi e sviluppo. spaziale
possono essere ridotti a sillogismi, il cui termine medio (il fine da
raggiungere) determina il rapporto degli estremi. In ordine alle costruzioni
meccaniche è stato notato che esse non acquistano la loro consistenza
dall'ufficio a cui servono, giacchè questo è qualcosa di aggiunto, col che si
vuol dire in sostanza che una costruzione meccanica è qualcosa d' indipendente
dalla sua funzione, tanto è ciò vero che essa può e non può compiere la detta
funzione, la può compiere più o meno bene, e può anche essere incapace di
compierla affatto: tuttavia la macchina è sempre un prodotto necessario delle
forze o leggi meccaniche che la rendono possibile ed esiste come tale in ogni
caso. Da ciò conseguirebbe poi che i rapporti dei vari elementi componenti la
macchina sarebbero qualcosa di necessario e di fatale ed andrebbero formulati
per mezzo di leggi costruttive, piuttostochè sussuntive. Ora noi osserviamo che
l'ufficio, la funzione della costruzione meccanica è tale elemento essenziale
alla sua struttura che non può in alcun modo esser considerato come un
epifenomeno : l’individualità, vale a dire la ragione d'essere della macchina
non è riposta tutta nello scopo che essa deve raggiungere? Le forze o leggi
meccaniche per sò prese sono un’astrazione, sono un prodotto dell'analisi
scientifica; nella realtà sono sempre combinate dall’intelligenza “umana in
vista di un fine, il quale non solo contribuisce ad accrescere la consistenza
del fatto meccanico puro e semplice, ma gli dà realmente valore e significato.
Del resto ognuno comprende che tra una macchina, la quale risponde ad uno scopo
che questo poi sia o no raggiunto in modo completo, poco importa ed una
composizione qualsiasi di forze meccaniche corre un divario essenziale in
quanto quella forma un tutto, un sistema che ha la sua ragione determinante
nella funzione, mentrechè la semplice composizione di forze nei suoi rapporti
necessari si rivela completamente inorganica. Possiamo d'altra parte affermare
che tutte le leggi teleologiche vadano confuse insieme, possiamo cioè dire che
il procedimento per cui vengono enumerati i rapporti esistenti tra i termini di
un sistema sia sempre uguale? Noi crediamo che a tal proposito vada fatta
distinzione tra gli scopi e le maniere di raggiungerli dettati dall’ esperienza
e dall’osservazione che col Masci si potrebbe chiamare passiva, e gli scopi e
le maniere di raggiungerli dettati dalla osservazione attiva. Le prime si potrebbero
chiamere leggi finali empiriche o a posteriori, perchè fondate su rapporti
empirici; le altre si potrebbero chiamare leggi finali a priori, perchè fondate
su determinazioni primitive della nostra attività spirituale. Quelle non
implicano nessun grado di assolutezza nel senso che ì relativi sistemi sono
fatti forniti solo dall'esperienza e quindi aventi un valore contingente: le
altre invece sono assolute, perchè si riferiscono a sistemi inerenti alla
natura umana. Le leggi finali empiriche sì riferiscono a sistemi che vengono
costruiti da noi con materiali forniti dell’ esperienza e in virtù di scopi
suggeriti del pari dalla pratica della vita: le leggi finali a priori si
riferiscono per contrario a sistemi ideali formati da noi per rispondere ad
esigenze interiori e profonde del nostro essere, indipendentemente dalla
convalidazione dell'esperienza esterna. Tali leggi finali, anzi, lungi dall’
essere ricavate dall’ esperienza, servono a regolarla. I rapporti morali,
logici, estetici e matematici sono inerenti a sistemi aventi il loro fondamento
e la loro radice nella costituzione, nella natura propria dello spirito umano e
non nell’ esperienza esterna, ond’è che il fine logico, morale, estetico e
matematico non può esser raggiunto che nella maniera suggerita dalla stessa
natura dello spirito, al di fuori della quale maniera non è più a parlare di
funzione conoscitiva, morale ecc. Le suddette leggi teleologiche mostrano
pertanto la loro base categorica a preferenza di tutte le altre. E a tale
proposito giova notare che le costruzioni meccaniche in tanto appaiono in modo
evidente sistematiche in quanto sono come a dire incorporazioni di leggi
matematiche. Le leggi finali empiriche possono essere ridotte alla formula
seguente : Dato un sistema cosiffatto, vi deve essere questo rapporto
determinato tra i suoi elementi: ora in tal caso il sistema presentato è un
dato dell’ esperienza, che potrebbe anche non esseré o essere differente,
perchè non risponde a nessuna necessità intrinseca ; per contrario la formula
delle leggi finali a priori è: L'anima umana è cosiffatta che non può non
produrre il tale sistema (logico, etico, estetico e così via) con questi
rapporti ecc.: è evidente che in questo caso non si ha a che fare con qualcosa
che può e non può essere dato, e che può essere dato indifferentemente in un
modo piuttosto che in un altro, ma si ha a che fare con ciò che è inerente
all’anima umana in generale, tolta la quale non rimane più nulla. Conclusione:
le leggi finali empiriche sono contingenti, perchè fondate su dati empirici,
mentrechè le leggi finali a priori sono assolute, perchè fondate su funzioni
del soggetto. Noi dicemmo che le leggi deduttive o sussuntive sono quelle
derivate dall'analisi di un sistema. Ora è evidente che il cosìdetto sillogismo
disgiuntivo non può non figurare come uno dei processi atti a darci le suddette
leggi, secondo la formula: A è o B o C, A non è B, .-. A è C, ovvero A è B.'. A
non è C. Recentemente però Bradley e Bosanquet hanno osservato che mentre la
disgiunzione è l'espressione più completa e perfetta del grado di chiarezza e
di determinatezza a cui può giungere la conoscenza umana, in quanto essa
esaurisce il contenuto di un sistema, di una totalità, mostrandone le varie
parti e il modo in cui queste si articolano tra loro (e a tal proposito va
notato appunto che ogni congiunzione si può ridurre a disgiunzione, giacchè una
volta che vengono assegnate con esattezza e precisione la condizioni sotto cui
ciascuna determinazione è attribuibile al soggetto reale, rimane esclusa ogni
altra determinazione che non possa essere compresa nella prima per la
contradizione che nol consente), dall'altra parte la disgiunzione stessa è
tutta racchiusa nella premessa maggiore del sillogismo disgiuntivo quale viene
ammesso dalla logica tradizionale: quando, infatti, la detta premessa
disgiuntiva è bene determinata nelle sue varie parti, e nelle relazioni
intercedenti tra gli elementi, essa contiene tutto quello che verrebbe detto
nella premessa minore e nella conclusione, le quali così sono ripetizioni
superflue e quindi inutili. Il sillogismo disgiuntivo della logica formale è
valido soltanto nelle disgiunzioni per ignorantiam o in quelle relative ad un
punto del tempo, nei quali casi la premessa minore vale a risolvere un dubbio
relativo ad un membro di un’alternativa o ad affermare l’esistenza di questo in
un dato momento: ma dette disgiunzioni lungi dal significare l'organizzazione
vera di un sistema, hanno la loro origine in una condizione accidentale
riguardante l’attività conoscitiva di chi parla e ragiona in un dato . periodo
di tempo. In sostanza il concetto del Bosanquet è questo : la conoscenza umana,
specie la conoscenza scieatifica, non verte sui fatti, ma sui concetti dei
fatti: ora che cosa vuol dire ciò? Che l'ideale della conoscenza è quello di
apprendere le possibilità di fatti, val quanto dire le condizioni in cui gli
eventi reali possono aver luogo, tanto è ciò vero che la legge, la quale
enuncia il modo di agireti una data sostanza non afferma in alcun modo l’azione
attuale della detta sostanza sopra un organismo ; e che cos'altro fa la
disgiunzione se non porre, sott'occhio tutte le possibilità, tutte le
determinazioni (con le loro condizioni) che può presentare un universale
concreto? In vista di ciò appunto la disgiunzione rappresenta la forma più
perfetta e completa della conoscenza. Ci sia lecito fare alcune osservazioni :
Anzitutto non vediamo perchè si debba destituire di ogni valore il sillogismo
disgiuntivo, secondo l’intende la logica tradizionale, il quale adempie ad uffici
importanti nella conoscenza umana. La cognizione perfetta, la cognizione
strettamente disgiuntiva rappresenta un ideale a cui l'intelletto tende ad
avvicinarsi senza poterlo mai raggiungere, specie nelle conoscenze riflettenti
la realtà esterna, il dato dell’esperienza; e la vita della conoscenza reale ed
effettiva è riposta appunto in tale processo di approssimazione indefinita,
giacchè ammesso pure che possa l’uomo giungere a racchiudere tutto in una
disgiunzione completa, con ciò verrebbe a scomparire l’attività conoscitiva. Ma
su ciò torneremo or ora: diciamo piuttosto che il sillogismo disgiuntivo quale
viene ammesso dalla logica tradizionale esprime un momento interessante del
processo conoscitivo, giacchè oltre la conoscenza per concetti vi è quella di
fatti (conoscenza storica), in cui la determinazione del tempo ha un'importanza
speciale. Ma il sillogismo disgiuntivo oltrechè esser valido a definire la
realizzazione di un contenuto ideale nel tempo, vale anche a determinare quale
di parecchie anticipazioni fantastiche, di parecchie possibilità ipoteticamente
enunciate trovi il suo riscontro nella realtà. Che il dominio del possibile sia
più vasto del reale nessuno vorrà negare: onde la necessità di limitare quello
per mezzo di quest’ultimo. Nè vale il dire che la disgiunzione per ignorantiam
rappresenta un fatto accidentale, ‘ transitorio, perchè d'origine subbiettiva,
giacchè, non esistendo l’onniscienza, la suddetta disgiunzione per ignorantiam
figura come un processo inerente essenzialmente ed organicamente alla funzione
conoscitiva. Poi, il sillogismo disgiuntivo quale viene ammesso dai citati
filosofi inglesi è ammissibile? Per rispondere a tale quesito occorre vedere
quali siano ì presupposti su cui esso sì fonda; esso nientemeno presuppone che
sia conosciuto il principio informatore con tutte le sue possibili
determinazioni di un dato ordine di reali, presuppone la conoscenza completa di
tutte le differenziazioni possibili di una qualità, il cui contenuto deve
essere completamente esaurito. Ognuno vede che un tal genere di onniscienza che
è la conditio sine qua non della disgiunzione se è conseguibile nelle
conoscenze formali, nei processi razionali (logica, calcolo ecc.) e in tutti
quei fatti che hanno la loro radice nella natura propria del nostro spirito, in
quei fatti che sono prodotti da noi, appare un sogno nelle conoscenze
riferentisi alla realtà empirica. Inoltre le differenziazioni del dato appaiono
come fatti, i quali non possono essere derivati razionalmente l'uno dall’altro
in forza di uno stesso principio, non possono cioè essere riguardati come
variazioni necessarie di una stessa qualità: noi, infatti, possiamo ben dire
che di triangoli non ve ne possono essere che di tre specie, equilateri,
isosceli, e scaleni, ma non possiamo dire che di colori non ve ne possono
essere necessariamente che sette, o cinque o tre. Il fatto è che la
disgiunzione in tanto è applicabile alla conoscenza della realtà, in quanto è
applicabile la matematica. E come questa è valida a formulare i fatti nel modo
più esatto, senza dar la ragione di ciò che avviene, così la disgiunzione
enuncia, illustra i fatti, ma non li spiega: e quand anche nel sillogismo
disgiuntivo vengano espresse tutte le condizioni determinanti i vari termini
dell’alternativa, le stesse condizioni non emergono mai dalla disgiunzione, non
emergono cioè mai dalla necessità inerente al sistema di determinarsi
assolutamente in una di quelle maniere esclusive tra loro. Perchè ciò
avvenisse, bisognerebbe che noi fossimo al caso di dedurre in maniera
razionalmente necessaria da una data qualità empirica le sue varie
determinazioni, bisognerebbe non soltanto che l'universo fosse qualcosa di
eminentemente razionale, ma che noi fossimo come a dire nel centro
dell’universo da essere a parte del suo ritmo e processo evolutivo. Pertanto la
disgiunzione più completa non può servire che a formnlare e ad illustrare in
modo preciso ciò che noi per altra via già conosciamo. E che il processo
disgiuntivo per sè sia insufficiente a darci una definizione reale o radicale,
vien provato da questo che quando esso è praticato mena a definizioni
imaginarie (non riferentisi a obbietti reali). Le divisioni stesse in tal caso
o hanno il loro fondamento in preconcetti che già esistono nella mente di chi
fa la divisione, ovvero appaiono puramente arbitrarie. Riassumendo, in ordine
al sillogismo disgiuutivo pos-. siamo dire che esso quale viene inteso dal
Bradley e dal Bosanquet, vale a dire come contenuto tutto nella premessa
maggiore del sillogismo disgiuntivo della logica tradizionale, trova
un'applicazione giustificata solo in quei casì in cui è il nostro spirito che
dà origine a prodotti razionali compiuti, a costruzioni ideali, delle quali
poniamo noi i principii informatori e noi stessi razionalmente (indipendentemente
dall'esperienza) deduciamo le variazioni di cui i detti principii sono
suscettibili. Bisogna tener fisso in mente che il giudizio-sillogismo
disgiuntivo può essere adoperato solo quando è completamente nota la natura
propria di un essere, di una qualità, per modo che si sa entro quali limiti la
qualità, l'ente deve necessariamente variare, varcati i quali limiti, non si ha
più quell’ ente, quella qualità. E non basta; occorre che ciascuna
determinazione sia tale che, spe ha luogo, non lasci posto alle altre. Come si
vede, siffatte condizioni si possono verificare solo in ciò che è opera nostra,
in ciò che facciamo noi e di cui conosciamo, per così dire, l'intimo
meccanismo. Il mondo della conoscenza in genere, ed un dato sistema di
conoscenze circoscritto nello spazio e nel tempo, il mondo etico e una data
condotta morale, il mondo estetico ed una data opera d’arte, il mondo religioso
ed una data religione, l'ordine politico sociale in genere e un dato
ordinamento politico-sociale, ecco i campi in cui può avere un uso fecondo il
sillogismo-giudizio disgiuntivo: e perchè? Perchè in base alla conoscenza che
abbiamo delle diverse funzioni della coscienza umana possiamo determinare le
diverse maniere in cui ciascuna di esse si può, anzi sì deve estrinsecare e possiamo
anche precisare i modi in cui ciascuna estrinsecazione può alla sua volta
variare. Ma possiamo far ciò anche in modo completo? Il sillogismo-giudizio
disgiuntivo può avere un uso illimitato nel campo dello spirito? A tale domanda
dobbiamo subito rispondere negativamente, giacchè noi crediamo che la causalità
psichica non implicando equivalenza dei termini causa ed effetto, sia regolata
dalla legge generale detta dell’aumento progressivamente indefinito
dall'energia spirituale: onde consegue che è assolutamente impossibile
racchiudere nella formula disgiuntiva tutte le possibili manifestazioni
dell'attività spirituale e tutte le possibili ulteriori determinazioni di
ciascuna di dette manifestazioni. Perchè la coscienza umana potesse costruire
intellettualmente il mondo per mezzo di una disgiunzione, bisognerebbe che essa
fosse, come diceva Lotze, nel cuore della realtà, bisognerebbe che il dato non
fosse dato, vale a dire che non fosse, o che fosse riducibile a pura forma, ma
questo è un sogno: già per poter applicare la formula disgiuntiva occorre bene
che vi sia qualcosa, che vi sia il reale a cui applicarla: e questo reale,
questo qualcosa questo dato non potendo essere ottenuto mediante la
disgiunzione da un sistema d’ ordine superiore, sfugge alla disgiunzione, per
modo che quest’ultima viene a figurare in ultima analisi come qualcosa di
formale che per sè altro non può fare che illustrare, enunciare ciò che già
esiste: ma perchè ciò che esiste possa essere in tal guisa illustrato occorre
che sia contenuto nella sua totalità (anche virtualmente) nella mente di chi
pensa: ora la realtà, per la mente umana almeno, non è riposta in qualcosa di
idealmente finito, di compiuto, ma in un processo in cui si notino solo dei
punti di arresto o di concentramento, dei nodi di svolgimento che sono via via
sempre sorpassati. Che la struttura logica dell’ universo non metta capo in
ultima analisi in un giudizio-sillogismo disgiuntivo vien provato anche da
questo, che non ogni concetto generale consta degli stessi elementi dei
concetti specifici più vicini ai reali concreti e particolari (di attributi
schematicamente rappresentati entro i limiti di loro variabilità); per
contrario le astrazioni più generali si mostrano a volte sfornite completamente
di note che esistono nelle specie subordinate, nel qual caso le dette
astrazioni generali figurano piuttosto come un gruppo di leggi o di condizioni
riferentisi ai fatti concreti, che come note inerenti ai sistemi od
individualità d'ordine più esteso ed elevato. Ciò che sopratutto non va
dimenticato è che va fatta distinzione tra la possibilità o l’idealità estratta
dall’esperienza e la possibilità che si potrebbe chiamare capacità funzionale :
la prima presuppone sempre l’esperienza e non è mai completa in modo da poter
essere racchiusa in una formula disgiuntiva, mentre l’altra che esprime il
nostro potere, la nostra facoltà, è indipendente dall'esperienza, è completa
potenzialmente nelle sue parti e può all'occorrenza essere espressa per mezzo
di una disgiunzione. La prima possibilità è rappresentativa o passiva, l’altra
è facoltativa o attiva: la prima mentre è fondata sull'esperienza non è
realmente attuale; è puramente ideale, proviene dal di stacco del was dal dass
ed esiste nella intelligenza e per opera della stessa; l’altra che ha le sue
radici nella nostra vita interiore e che implica l’ unione del was col dass, è
sentita come capacità, come forza interna che può tramutarsi in atto
dipendentemente dal nostro volere. Che concetto dobbiamo avere della conoscenza
in genere considerata nel suo insieme? ecco il problema fondamentale a cuì sì
cercò di preparare una soluzione per” mezzo dello studio evolutivo nelle varie
forme di conoscenza. Il primitivo problema ne ha fatto subito sorgere degli
altri e prima di tutto questo: È possibile una morfologia della conoscenza, è
possibile cioè determinare l'affinità e lo sviluppo organico delle varie forme
di conoscenza per modo che queste figurino come parti essenziali di un unico
tutto, come vari rami svolgentisi da un unico tronco? L'espressione vita del
pensiero ha soltanto un valore metaforico, o ne ha uno reale? E poi l’altro: In
che si differenzia la morfologia della conoscenza o la unificazione organica
delle sue varie forme dalla genesi psicologica di queste ultime? Ora a quest’ultima
domanda si può rispondere subito coll’osservare che la genesi psicologica ha il
suo fondamento nel corso dei fatti interni quale è determinato da contingenze
subbiettive ed accidentali e quindi variabili da soggetto a soggetto, mentrechè
la morfologia della conoscenza ha la sua base nelle tappe che attraversa e nel
ciclo che descrive il pensiero in genere a contatto dei vari ordini di realtà,
o, diremo meglio, ha la sua radice nelle diverse maniere in cui la realtà viene
determinata non da questo o quel soggetto, ma da tutti i soggetti ben pensanti,
onde è resa possibile la comunicazione reciproca tra gli uomini e la loro
solidarietà intellettuale. La genesi psicologica rappresenta il mezzo,
l’istrumento, la via che tiene l’anima per arrivare allo scopo finale, che è
appunto la qualificazione del reale nelle sue varie modalità, quali vengono
appuntodescritte dalla logica evolutiva o morfologia della conoscenza. Circa la
questione se sia possibile la morfologia della conoscenza osserviamo che se, tenendo
presenti i vari ordini di conoscenza, noi riusciamo a descrivere il passaggio
evolutivo dall'uno all’altro, senza che alcuna discontinuità appaia, e se nello
stesso tempo noi riusciamo a rintracciare un unico principio evolutivo
fondamentale che figuri come il filo conduttore, o come il leitmotiv atto a
guidarci attraverso le molteplici variazioni, considerate in tal caso quali
emergenze di un fondo identico e permanente, allora non vi ha dubbio che noi
siamo autorizzati ad ammettere una vera e pr opria scienza logica evolutiva.
Ora l'escursione, comunque rapidamente fatta di sopra, attraverso i varii
dominii della conoscenza ci ha messo da una parte nella condizione di osservare
che le forme logiche sono intimamente connesse tra loro, in guisa che a volte
riesce sommamente difficile delimitare in modo netto e preciso ciascuna di
esse, e dall'altra ci autorizza a riconoscere ed a formulare il principio
fondamentale che regola lo sviluppo della conoscenza. Questo invero può essere
enunciato come la tendenza ad obbiettivare, ad esprimere in forme definite e
insieme significative (atte, cioè, ad agire in modo identico ed a suscitare
quindi una medesima reazione in tutti i soggetti), ciò che dapprima è percepito
in modo vago ed indistinto, come il bisogno e l’esigenza adunque di
qualificare, di caratterizzare, di definire ciò che a bella prima si rivela
come qualcosa d’ indeterminato. La conoscenza adunque non è un epifenomeno, non
è qualcosa di sopraggiunto o di secondario, ma un elemento essenziale ed integrale
della realtà. Già non si arriva quasi nemmeno a immaginare che cosa mai
diverrebbe la realtà sfornita della conoscenza e quindi del potere
obbiettivante e determinante proprio del pensiero: il contenuto della vita non
venendo in alcun modo fissato in forma stabile sarebbe come non esistente,
perchè svanirebbe continuamente coll’attimo fuggente. Pertanto la conoscenza
quale mezzo di fissazione del reale implica sempre universalizzazione e insieme
determinazione, implica sempre il ritrovamento dell’essenza, ovvero della legge
in genere, giacchè questa fu appunto da noi altrove definita come La nozione di
legge nel 1° volume di questi Saggi. l'espressione di ciò che vi ha d'
intelligibile nell’universo. Dal che sì deduce che il giudizio vero e proprio equivale
alla legge presa in senso generale e che l’evoluzione della conoscenza deve
coincidere con l’evoluzione della legge . Ed invero qualsiasi giudizio, in
quanto giudizio, è necessario ed universale: ogni giudizio ha l'ufficio di
comprendere il particolare nell’universale e di interpretare quello con questo.
Una volta formulato un giudizio, esso è quello che è, e permane identico
attraverso tutti i mutamenti del contenuto obbiettivo, del tempo ecc. È per
mezzo della funzione giudicatrice che le cose vengono considerate sub specie
ceternitatis. Il giudizio, è bene tenerlo a mente, non rappresenta una copia e
forse nemmeno una semplice trascrizione ‘della realtà in termini ideali, ma un
modo di fissare la realtà o il modo di avere una particolare visione di essa.
Come si vede, la legge in genere non presenta caratteristiche fondamentalmente
differenti da quelle del giudizio; e le note differenziali d’ ordinario ammesse
(come l’immutabilità delle connessioni espresse dalla legge e quindi la
prevedibilità del corso degli eventi) non valgono a caratterizzare la legge in
genere, ma una specie di leggi, quelle che sono state dette leggi naturali,
riducibili per la più parte a giudizi ipotetici. Ora è evidente che non vi è
alcuna ragione di limitare la denominazione di legge alla sola legge naturale;
nè d'altronde è possibile considerare, come si vide a suo luogo, la legge
espressa dal giudizio ipotetico come qualcosa di completo in sè stesso e di per
sè stante, giacchè essa trae sempre seco necessariamente la significazione o
almeno l’accenno al sistema rispetto a cui i termini del giudizio ipotetico
figurano come parti di un unico tutto e quindi in necessaria dipendenza ira
loro. Non è lecito adunque staccare una forma della conoscenza dalle rimanenti,
considerarla per sè, prescindendo dalle intime connessioni che presenta colle
altre e dare ad essa anche un valore ed un significato caratteristicu o sui
generis. In ogni caso se una differenza si vuol mantenere tra legge e giudizio
occorre dire che la prima è il giudizio divenuto complicato nel senso che
l'ordine o la sfera di realtà, avendo perduto la primitiva semplicità e
indeterminatezza, può esser qualificata soltanto con molteplici riserve, per
modo che il tutto primitivo è scomposto e analizzato nelle sue parti di cui
vengono messi in evidenza i necessari rapporti. Non abbiamo bisogno di
spendere’ molte parole per dimostrare ora che l’evoluzione dei giudizi coincide
con quella della legge. Le varie classi di leggi da noi studiate possono essere
aggruppate in tre categorie, leggi quantitative, leggi causali, leggi normative
o funzionali; ora a tali tre categorie corrispondono appunto le forme di
giudizii e d’inferenze dette rispettivamente enumerativa, ipotetica, concreta
sistematica o disgiuntiva. Tutte le leggi in quanto sono la trascrizione in
termini intellettuali del corso degli eventi o della natura e proprietà delle
cose e delle nostre tendenze, presentano una forma comune che è quella di un
giudizio universale ipotetico; per quanto diverso si presenti l’aspetto
esteriore e la connessione verbale nelle varie leggi, queste dal più al meno
son tutte riducibili a giudizi ipotetici. universali; tanto è ciò vero che non
è mancato chi ha respinto qualsiasi differenza tra le così dette leggi
esplicative o dichiarative e quelle normative o precettive. Ora se tuttociò è
realmente giustificato dal fatto che la funzione intellettuale procede in modo
uniforme nel suo esercizio e che non esiste un abisso tra le cosidetta
necessità reale e quella finale (applicata al mondo umano, beninteso), in
quanto quest’ultima non si presenta che come il risultato della fusione di due
forme di necessità, di quella logica intercelente tra il pensiero del fine c
quello dei mezzi (chi vuole il fine deve volere anche i mezzi, il volere un dato
scopo rende necessario il volere i mezzi appropriati) e di quella causale
intercedente tra i mezzi (causa) e il fin: (effetto), tuttociò non può essere
sufficiente a rendere valida l'opinione di chi vorrebbe identificare tra loro
le varie specie di leggi. Queste, infatti, pure emergendo da un tronco comune,
figurano come le principali direzioni in cui la mente umana si può muovere per
costruire il mondo dal punto di vista dell’intelligibilità. E le tre formo
fondamentali di leggi sono determinate dai tre principii che ci servono
essenzialmente di guida e di regola nell’ordinamento e nell’obbiettivazione dei
nostri stati psichici, il principio d'identità, quello di condizionalità nelle
due sue forme di ragione e di causalità e quello di finalità o di organizzazione
o di sistematizzazione. Finchè noi qualifichiamo la realtà esclusivamente dal
punto di vista della quantità e quindi finchè abbiamo di mira di stabilire dei
rapporti di eguaglianza, di equazione o anche di propor. zione, non avremo che
delle leggi quantitative, o numeriche, o di calcolo, o proporzionali; quando
invece tendiamo a rintracciare i rapporti di condizionalità, di connessione
reciproca tra gli elementi della realtà senza occuparci gran fatto della
comparazione quantitativa o coll’occuparcene solo nei termini in cui essa ci
può essere d'aiuto a fissare la natura propria delle cose ed a porre in
evidenza il loro ritmo di attività, avremo le leggi causali, o esplicative o
dichiarative che si vogliano dire; quando infine abbiano di mira di esaurire in
modo completo la determinazione di un dato ordine di realtà, quando noi
vogliamo porre in chiaro il sistema entro cui sono contenuti i rapporti sia di
ordine quantitativo che causale, quando insomma noi oltrechè di descrivere, di
spiegare intendiamo di specificare il valore ed il significato dei fatti, noi
avremo le cosidette leggi normative o categoriche, o, forse meglio,
categorico-disgiuntive. Il fatto che alcune di queste si riferiscono alla
volontà individuale (onde il nome di normative) è secondario rispetto a quello
che esse presentano un grado abbastanza pronunziato di assolutezza, di
compiutezza e d’indipendenza in rapporto alla loro natura sistematica. Di tal
fatta sono le leggi logiche, talune di quelle matematiche, quelle estetiche e quelle
morali, le quali poi tutte sono controdistinte da forme di necessità affini tra
loro. L’ordine morale p. es. come si presenta in un uomo morale che occupa
debitamente il suo posto nella società, la necessità razionale che connette
insieme le premesse e la conclusione di un raziocinio per cui l’ultima esiste
per le prime come queste per essa, la coerenza e razionalità del prodotto
estetico, il quale quantunque non analizzato dal punto di vista discorsivo
(giacchè in quanto esteticamente attivo si rapporta direttamente ad una forma
di sentimento spiritualizzato e non è costruito per via di combinazione di
relazioni astratte, come non è apprezzato per mezzo di una costruzione
intellettuale), implica sempre da entrambi i lati, dal lato dell’obbietto
artistico e dal lato di chi contempla un processo fondamentale razionale e
finalmente la costruzione sistematica di un tutto geometrico per cui
l’universale colla sua pervadente natura determina le parti, hanno tutte la
loro base nel particolare rapporto esistente tra gli elementi e la totalità,
rapporto che trae seco le note dell’unità armonizzatrice, dell’individualità e
quindi della correlazione reciproca delle parti fornite di funzioni ed uffici
determinati per il raggiungimento di un risultato unico. La conoscenza poi,
come qualunque fatto che presenti i caratteri dell'organismo o le note della
vita e del sistema, può formare oggetto di studio da due punti di vista: 1° da
un punto di vista puramente analitico nel caso che, essendo mediante l’
astrazione separatamente considerati i singoli fattori della totalità, gli
stessi vengano distinti come elementi concorrenti all'unità del complesso, o al
raggiungimento del risultato finale; 2° da un punto di vista genetico,
fisiologico o, meglio, morfologico nel caso che vengano distiptamente
considerati gli elementi soltanto per ravvisarvi la necessità obbiettiva della
concorrenza loro al risultato e insieme per studiare le modalità della loro
cooperazione al conseguimento dello scopo ultimo. Ora se lo studio della conoscenza
da noi fatto altrove (1), fu compiuto dal primo punto di vista, la ricerca in
ordine alla morfologia della conoscenza ne è stato come il complemento eseguito
dal secondo punto di vista, col rintracciare lo sviluppo organico della legge
nel suo insieme e nelle sue varie determinazioni. V. vol. 1° di questi Saggi:
La nozione di legge. Noi siamo tratti ad enunciare la conclusione finale che
l'essenza della conoscenza piuttostochè nell’applicazione di una data forma ad
un corrispondente contenuto va riposta nell’obbiettivazione ed universilazzione
dei fatti psichici; obbiettivazione che implica la fissazione in date forme e
questa alla sua volta la connessione e la coerenza col sistema o colla totalità
delle qualificazioni e caratterizzazioni della realtà. Tale sistema o totalità
costituisce il mondo com’ è da noi conosciuto, vale a dire, il mondo qual'è
nella sua reàltà intelligibile per noi (41). E per formarsi poi un chiaro
concetto dell'origine, della natura e del significato del distacco della mente
dal mondo per cui questi vengono d’ordinario consideratà come due mondi
separati, posti l’ uno di contro all’ altro (onde poi la considerazione
meccanica del processo della conoscenza) è bene richiamare l’attenzione sul
fatto che bisogna arrivare alla filosofia stoica e epicurea per trovare le
prime parole che accennino a tale distacco. La più tipica di tali parole è
xoitrptov: furono gli stoici che per prima furono intenti a fissare il criterio
della verità, segno che cominciava a mettere radice la veduta formalistica
nella conoscenza. A misura che si andò innanzi crebbe la terminologia
concettualistica quale espressione della scissione della mente dal mondo, e per
mezzo degli scrittori latini essa passò nella nostra scienza mentale. Si tratta
di termini indicanti per lo più l'atto di prendere, di afferrare l'oggetto e di
penetrare in esso (mpodnt:s, ratdiniis, Evvota, Evvonua, pavtarua, dravora.
DioG. LAER.). E mentre in antededenza si era adoperata la parola forma 0 genere
(:dia, std0:, Yivos) quale designazione dei fatti intesi nel loro ordine
sistematico e nella loro essenza (nella loro legge), in tale giro di tempo
cominciò la fioritura dei vocaboli esprimenti sempre più il La detta parola
s'incontra anche in Platone (Repubd.), ma non per denotare la pietra di
paragone della verità, bensì per indicare la facoltà o le facoltà con cui la
verità è appresa. contrasto tra pensiero e cosa: es. impressione mentale , la
comparazione della mente alla tabula rasa , ecc.; tutte espressioni atte a
presentare la conoscenza come una relazione meccanica. I termini latinizzati,
impulso proveniente dal di fuori, assentire, comprensibile, comprensione,
nozioni impresse nella mente, dichiarazione, o giudizio dichiarativo, declaratio,
gr. tvacyeta), che sono divenuti comuni nella scienza odierna, si trovano
riuniti la prima volta in quel passo di CICERONE, Acad. Post., in cui spiega la
teoria stoica della percezione sensoriale. Ora, se noi ci rappresentiamo le
condizioni storiche in cui la scuola stoica e quella epicurea fiorirono, non
possiamo far a meno di notare che la contrapposizione della mente al mondo
coincide colla contrapposizione dell’ individuo alla società. Quando la
solidarietà civica fu rotta, quando le nuove condizioni politiche e sociali
distrussero l’antica centralizzazione ateniese e quando in conseguenza sparve
ogni corrispondenza tra la ragione interiore e quella esteriore, come tra
l’organizzazione sociale e il volere sociale, l'individuo fu tratto a ripiegarsi
su sè stesso e a farsi da una parte centro dell’ universo e a cercare
dall’altra, in una sfera molto più vasta, nell'umanità, l’appagamento de’ suoi
bisogni morali e sociali. Da ciò che cosa conseguì ? Che l'individuo cominciò a
sentir vacillare la sua antica fede nella ragione e quindi nel bene, e, mentre
dapprima il problema morale aveva avuto questa forma: Quale è il fine da
raggiungere in un mondo che risponde alle esigenze del volere ragionevole? nel
tempo in cui si si parla assunse l’altra forma: In che maniera può l’ individuo
vivere in modo conveniente o felice in un mondo indifferente o anche ostile al
volere individuale ? E del pari mentre il problema della conoscenza dapprima
volse sulle forme di conoscenza (più perfetta o meno perfetta, più completa o
meno completa, ecc.), dipoi mirò a rintracciare il valore e il significato
della conoscenza individuale presa nella sua totalità di fronte alla realtà. Fu
adunque il distacco dell'individuo dalla collettività che rese possibile il
distacco della mente individuale dal mondo e l'accentuazione sempre maggiore
dell’antitesi trail mondo quale viene rappre sentato nell'anima individuale e
il mondo in sè; dal che poi provenne la riceca degli elementi o dei fattori
subbiettivi e di quelli obbiettivi, della forma e della materia di ogni
conoscenza: ricerca che mentre rappresenta una necessità per la trattazione
analitica, richiede il complemento di una trattazione morfologica in quanto
matoria e forma, fattori subbiettivi ed obbiettivi sono du? lati di uno stesso
processo. È la nostra facoltà d'astrarre che li separa allo scopo di studiar ed
ordinare meglio i dati; ma essi non esistono gli uni fuori degli altri. Il
vederli isolati è effotto di prospettiva. Allo stesso modo che l' indagine
esplicativa isolata va completata colla ricerca sistematica, così la
considerazione dell'elemento formale trae seco quella dell’elemento materiale
della conoscenza BosanQquET – citato da H. P. Grice, “Prejudices and
predilections, which become the life and opinions of H. P. Grice” -- , History
of .Esthetie, London, Swan Sonnenschein. La Filosofia che ha per obbietto
precipuo di trascrivere in termini intellettuali l'insieme dei fatti della
realtà e della coscienza umana, non può trascurare l'indagine dei fatti
estetici, i quali costituiscono appunto dei tratti essenziali dell'anima umana.
Il Bello accanto al Bene ed al Vero coi sentimenti e le idee che ad essi
corrispondono, figurano come i fari che illuminano la vita umana mentre si
trova immersa nella realtà sensibile. Ed allo stesso modo che la Logica e l’
Etica non vanno considerate come scienze pratiche, come guide al ben conoscere
ed al ben fare, ma bensì come le scienze dei concetti a cui mette capo
l’analisi dei fatti di conoscenza e di quelli dell’attività umana, così
l’Estetica non ha per compito di fornire i precetti da seguire perchè il
sentimento estetico e la produzione artistica divengano migliori, ma risponde
al bisogno di conoscere la natura dei fatti estetici. Essa come le altre due
non è scienza pratica, ma essenzialmente teoretica e speculativa: è una branca
della Filosofia atta a far intendere il processo estetico e ad illuminare dal
punto di vista intellettuale il mondo dell’ Arte. Da ciò consegue che il
filosofo, pur non essendo artista, può benissimo essere atto ad assegnare un
posto ai fatti estetici nel sistema delle sue concezioni e conoscenze,
semprechè, s' intende, non sia assolutamente sfornito di qualsiasi forma di
gusto estetico, nel qual caso egli non avrà poi nemmeno’ alcun interesse
intellettuale per la comprensione del bello. Non avviene lo stesso per chi si
occupa di Logica e di Etica? E*forse necessario che il primo sia uno scienziato
specialista, uno sperimentatore, un conoscitore profondo di ogni ramo del
sapere, e il secondo un santo, un martire del dovere ecc. ? Le scienze
teoretiche non fanno che illuminare mediante la riflessione i fatti dello
spirito umano; e basta la sola presenza di questi perchè l’ interesse
speculativo sia svegliato, ancorchè s' ignori il processo genetico ed evolutivo
dei fatti stessi, o meglio, ancorchè i fatti stessi non siano completamente
vissuti: altro è vivere, altro è trascrivere in termini intellettuali, in
formule, in schemi il vivere stesso, che può essere anche contemplato negli
altri. Ad ogni scienza teoretica corrisponde poi una scienza d’ordine pratico
che si potrebbe chiamare scienza pedagogica o metodologica in quanto ha per
obbietto di rintracciare la via per cui possa essere ottenuto un
perfezionamento in tutte le produzioni ed attributi dell'anima umana. E
siffatte scienze pedagogiche hanno la loro base da una parte nelle conoscenze
in ordine allo spirito umano (psicologia) e dall'altra nella conoscenza di
tutte quelle condizioni che favoriscono la genesi e lo svolgimento dei fatti,
poniamo, etici, estetici e logici: conoscenza che allora soltanto può essere
completa quando i fatti in discorso non sono stati solamente contemplati e
considerati ab extra, ma sono stati per così dire almeno parzialmente vissuti,
e quando si sia rettamente stabilito il concetto dell’ ideale estetico, etico,
logico ecc., e si abbia cognizione perfetta delle condizioni di fatto esistenti
in un dato giro di tempo. È chiaro d'altra parte che l’ Estetica non va confusa
colla Critica, giacchè questa per avere valore e significato deve essere
anzitutto una ricreazione, una riproduzione riflessa e cosciente del fatto
estetico dapprima compiutosi inconsciamente e quasi diremmo, istintivamente, e
poscia deve assegnare al prodotto artistico il posto che gli compete nella
coscienza estetica di un dato periodo di cultura. Talchè la Critica lungi
dall'avere per obbietto l'applicazione delle regole o leggi estetiche ai casi
concreti, ha per compito di ricercare sino a che punto e in che grado un-dato
prodotto estetico è espressione della coscienza estetica di un dato periodo
storico : l’Estetica per contrario determina il posto che la coscienza estetica
in genere occupa nella coscienza umana e il fatto estetico nel sistema totale
delle nostre concezioni e conoscenze. Le due indagini sono assolutamente
indipendenti, in quanto la Critica poggia sopra una triplice base, cultura
artistica, cultura psicologica e cultura storica, mentrechè l’Estetica poggia
sopra una duplice base: da una parte sopra una data concezione filnsofica, una
data intuizione dell'universo e dall'altra sopra l'elaborazione dei dati
forniti dalla critica intesa nel modo anzidetto, dati che vengono messi in
rapporto con la veduta generale intorno al mondo, vengono messi, cioè, in
connessione con un determinato sistema filosofico, L’ Estetica adunque è una
branca della Filosofia allo stesso titolo dell’Etica e della Logica: ma vi ha
dippiù: essa merita di occupare un posto centrale tra le varie discipline
filosofiche: e se finora la più parte dei filosofi non hanno veduto ciò, è
stato perchè essi non hanno esaminato a fondo la natura specifica del problema
estetico. Questo, infatti, ha la sua origine nel bisogno di spiegare come ciò
che alla ragione, all'analisi compiuta mediante i processi logici si rivela
fornito di dati caratteri (unità nella varietà, armonia, simmetria,
individualità, rapporti numerici costanti, proporzione ecc.) all’emotività
umana, all’apprensione immediata e diretta si rivela come rappresentazione
concreta sensibile, accompagnata da un sentimento piacevole disinteressato, da
ciò che si dice emozione estetica. Il problema estetico emerge da questo, che
da una parte non vi ha bellezza al di fuori della percezione e
dell’imaginazione, per modo che anche quando si distingue il bello della natura
da quello dell’arte si viene ad implicare sempre l'esistenza di chi contempla,
percepisce e valuta il bello stesso, la natura e l’arte in tal caso essendo
entrambe nella percezione ed imaginazione umana e differendo tra loro solamente
per grado le cose non sono fornite della proprietà della bellezza
indipendentemente dalla percezione umana, come son fornite della proprietà
della gravità, della solidità,e in generale delle forze, per cui agiscono
reciprocamente tra loro ; e dall’altra parte l'essenziale nel fatto estetico non
è il processo percettivo per sè considerato, ma ciò che la percezione o l’
imaginazione serve a richiamare alla mente e per cui essa sta, di cui essa è
simbolo. Il bello insomma in tanto è percepito come tale in quanto significa,
esprime qualcosa, in quanto è la manifestazione di tuttociò che la vita
contiene: on:l’è che esso può essere definito come ciò che ha un significato
caratteristico per la percezione o imaginazione umana, dopochè il contenuto
ideale da significare ha assunto quella forma che può solamente essere
espressiva attraverso la percezione o imaginazione. È evidente adunque che il
problema estetico consiste nel ricercare come sia possibile che ciò che si
presenta direttamente alla percezione ed all’ imaginazione sotto condizioni
determinate, sia da considerare come espressione o manifestazione di ciò che si
rivela in altro modo per altra via. Ma non basta: il problema estetico verte
non solo sulla possibilità che un dato contenuto percettivo sorpassi per così
dire l’attività percettiva el accenni a qualcos’ altro che non si manifesta per
mezzo della percezione, ma volge ancora sulla possibilità e sulle condizioni
che un dato contenuto espresso per mezzo della percezione dia luogo ad un
sentimento speciale di godimento, dipendente, secondo alcuni, dal valore
espressivo e significativo del contenuto della percezione. Finalmente il
problema estetico può volgere sulle condizioni e sulla natura della produzione
artistica per sè considerata allo scopo di mettere poi in evidenza i rapporti
che essa ha colle varie formazioni di ordine naturale, siano o no queste capaci
di suscitare l’emozione estetica,Ora il problema estetico sotto qualsiasi forma
si presenti, si connette intimamente coi problemi fondamentali della Filosofia
generale: invero, se esso sorge come ricerca intorno alla possibilità che ciò
che all'analisi intellettiva si rivela con dati caratteri appaia alla
percezione come bello, il problema estetico assume l’aspetto di un problema
gnoseologico. Se invece sorge come indagine intorno ai caratteri propri
dell’emozione estetica che è elemento essenziale del fatto estetico, il
problema estetico figura come problema essenzialmente psicologico. E se infine
esso sorge come ricerca intorno al processo genetico, intorno ai caratteri e
alle proprietà e intorno al valore e significato dell’obbietto estetico per sè
considerato, astrazione fatta dal soggetto che lo contempla, il problema
estetico si presenta come problema essenzialmente metatisico ed ontologico. È
evidente adunque che il problema estetico può essere considerato come il
problema centrale della filosofia e che la soluzione di esso può riflettersi
sui vari campi della filosofia stessa. E qui occorre notare che i rapporti
esistenti tra problema estetico e problemi filosofici sono di un genere
particolare, in quanto la storia dell’Estetica mostra che l’interpretazione del
fatto estetico non è sempre in dipendenza semplice e diretta di una data
concezione filosofica, ma viceversa la soluzione del problema estetico ottenuta
| con la cooperazione di svariati fattori (fenomeni storici, scoverte
archeologiche, filologiche, progressi nella critica ecc.), se non deter- | mina
addirittura, contribuisce alla formazione di un dato sistema filosofico, o
almeno vale a dare a questo un colore ed un tono speciale. Un tal caso si
verificò in Schiller, in Schelling e quindi in Hegel. La storia dell'estetica
poi ci mostra chiaramente che il problema estetico nelle varie età assunse
differenti forme a seconda che fu considerato come problema essenzialmente e prevalentemente,
se non esclusivamente, metafisico, come avvenne presso i Greci, i quali videro
nell'Arte un’imitazione della natura e nel bello riconobbero il solo carattere
formale dell'unità nella varietà, ovvero fu considerato un problema
essenzialmente gnoseologico, come avvenne nella filosofia kantiana e
postkantiana, nella quale si nota molto accentuata la tendenza a presentare il
mondo estetico come espressione della Realtà coordinata alle altre
manifestazioni dell'ordine razionale, di quello morale, ecc. ; ovvero infine fu
considerato un problema essenzialmente psicologico, come è avvenuto presso gli
estetici odierni da Herbart a Stumpf, da Zimmermann a Fechner, da Grant Allen a
Sully, le cui ricerche ebbero per iscopo di risalire dagli effetti psicologici
dei fatti estetici, e quindi dalla natura propria e dalle condizioni
fisiologiche e psichiche del piacere estetico alle proprietà di tutto intero il
processo estetico. E il difetto delle varie teorie estetiche che si sono
succedute attraverso i secoli è appunto quello di non aver tenuto esatto conto
della complessità del problema generale. Ciascuna delle forme sotto cui esso si
può presentare non esaurisce tutto il suo contenuto. La considerazione di una
sua forma non esclude la considerazione delle altre: e solo allora si può dire
di avere approfondita la natura del problema estetico quando ciascuno dei suoi
aspetti viene riguardato in relazione cogli altri, vale a dire quando il
problema estetico viene ad essere trattato come un caso particolare del problema
fondamentale di tutta la filosofia. Consideriamo. ora in molo particolareggiato
le varie forme sotto cui sì può presentare il problema estetico per vedere sino
a che punto sia vera la nostra asserzione che quelle corrispondono esattamente
ai principali problemi della Filosofia generale, problema gnoseologico,
problema psicogico e problema metafisico. E cominciamo dal vedere come il
problema gnoseologico sia implicato in uno degli aspetti del problema estetico.
Per la scienza estetica greca l'essenza del bello è riposta nell’armonia e
nella regolarità: nè ciò deve recare meraviglia se si pensa che la scienza, la
riflessione comincia sempre con ciò che in modo più facile ed ovvio si presenta
all'osservazione. Quantunque l’ arte greca (decorazione scultura, poesia),
contenesse ben altri elementi che non la semplice unità nella varietà, in modo
da poter trovare in essa applicazione e convalidazione anche la più complicata
teoria moderna estetica, tuttavia l’attenzione dei filosofi greci si fermò
sulle qualità espressive più generali ed astratte. Quando però nel mondo
moderno ebbe origine il senso della bellezza romantica, quando cioè in tutta la
natura si videro riflessi i sentimenti più vivi e profondi dell'animo umano e
insieme si sentì il bisogno dell'espressione libera delle più forti passioni,
non fu più possibile consìderare il bello come una semplice espressione
regolare ed armonica o come una semplice espressione dell'unità nella varietà.
A ciò si aggiunga che tanto il sublime quanto il brutto ed il deforme
cominciarono ad essere analizzati e messi in rapporti cogli altri elementi
della coscienza estetica. Per il che il bello fu definito cume ciò che è
individualmente caratteristico, come ciò che costituisce qualcosa
d’indipendente fornito di dati caratteri, attributi o qualità significative,
capaci di essere apprese per mezzo della percezione Ora è evidente che
l'indagine estetica giunta a questo punto doveva dare origine al problema: Come
è possibile che ciò che ha un significato e valore ideale può essere appreso
per mezzo della percezione e del sentimento ? Come la sensibilità può
apprendere cio che è razionale e ideale? E chi non vede che un tale problema
risponde esattissimamente a quello gnosenlogico: Come ciò che è intelligibile o
razionale può essere appreso per mezzo del senso, può rivelarsi alla coscienza
come fatto di sensibilità? Come si possono conciliare tra loro il mondo sentito
e sensibile e quello ideale? Come ciò che è razionale può agire sul senso e
come è possibile la conoscenza, la quale risulta appunto dalla cooperazione
-dei due elementi della intelligibilità e della sensibilità ? | La soluzione
del problema presentata dall’ Estetica fu questa, che l'ideale in tanto si può
estrinsecare per mezzo del sensibile in quanto ideale e reale non sono due
mondi staccati, ma elementi di uno stesso processo. Elemento intelligibile ed
elemento sensibile sono intimamente compenetrati tra loro, per modo che l’uno
non esiste senza dell'altro : è solamente mediante l’astrazione che vengono
considerati separatamente. L'obbietto estetico essendo nient'altro che
l'attuazione, la concretizzazione, la particolarizzazione di un'idea, non può
non svegliare un’altra idea nel soggetto che lo percepisce. Se l’ideale
esistesse da una parte e il reale dall'altra, s la ragione e il senso fossero
due facoltà staccate, non si arriverebbe a capire da una parte come l’idea
potesse arrivare a divenire qualcosa di sensibile e dall'altra come la
percezione potesse divenire significativa : ma il fatto è che il Reale è uno,
sostantivo e insieme uggettivo, vita e insieme idealità, fatto e insieme idea,
onde non è a meravigliarsi se l’ileale possa essere significato per mezzo del
sensibile. L'unione intima del reale coll'ideale fu facilmente constatata nel
processo estetico, giacchè quivi si coglie il tramutarsi dell’idea in fatto e
quindi si coglie l'elemento intelligibile od universale contenuto nel fatto
stesso. Nel caso del processo estetico si assiste per così dire alla genesi del
fatto da una parte in chi produce e all'idealizzazione del dato concreto in chi
percepisce. Il punto di partenza della creazione artistica è un'idea, vale a
dire un universale che esiste soltanto nella mente dell'artista : poi
quest’'universale si va concretizzando col diventare centro di numerosissime
relazioni e col fissarsi e determinarsi completamente, prendendo posto in un
dato contesto. L'elemento universale (idea artistica) divenuto qualcosa di
concreto e di particolarizzato, si estrinseca in modo da generare nel soggetto
che contempla un fatto di ordine speciale detto percezione estetica e non può
non essere operativo nella mente dello stesso soggetto che percepisce
l’obbietto estetico. Ed è appunto per l’attività di tale universale che la
percezione e il sentimento divengno espressivi e significativi. Se la
percezione e il sentimento non contenessero il lievito dell’universale non
potrebbero mai avere alcun valore e significato. Comeil germe rende possibile
l’individualità della pianta, così l’universale (ciò che determina la natura
propria di una cosa, ciò che determina la formazione di una totalità) rende
possibile la costituzione del prodotto estetico come qualcosa di compiuto, come
un sistema le cui parti sono reciprocaniente coerenti e si svolgono in ordine
necessario in guisa da formare una totalità. Se non che qui si potrebbero fare
due domande: In che propriamente si differenziano le percezioni estetiche da
quelle non estetiche? Quali sono le particolarità dell'espressione estetica ?
In ordine alla prima domanda diremo che le percezioni estetiche (uditive e
visive) si differenziano dalle altre per questo che presentano qualità
nettamente determinate, che non sono attaccate al fatto subbiettivo del sentire
attuale. Di tutte le sensazioni sono esse che possono essere conservate nella memoria
e che insieme presentano delle determinazioni qualitative molteplici e
nettamente distinte. D'altra parte gli elementi delle percezioni visive ed
uditive possono essere ordinati e aggrup‘ pati variamente dall’ uomo, in modo
che il potere intellettivo che questi può esercitare su di essi è senza
confronto superiore a quello che può esercitare sugli elementi olfattivi e
gustativi. Nella più parte dei casi i godimenti del gusto, dell’odorato e del
tatto non escono fuori di sè stessi e quando sì accompagnano con idee e
sentimenti, ciò accade per mezzo del ricordo di impressioni antecedenti di
altra natura. Per contrario le sensazioni della vista e dell'udito si collegano
direttamente e sponzaneamente con sentimenti e idee. Il carattere particolare
degli organi dell'udito e della vista ha fatto di essi per mezzo della parola e
della scrittura gli ausiliari indispensabili dello svolgimenlo umano e i
depositari dei suoi successivi acquisti. Oltre a ciò vi è un certo numero di
sentimenti e d'idee che appartengono esclusivamente ai così detti sensi
estetici e che perciò si potrebbero chiamare idee e sentimenti estetici. Le
nozioni di ordine, di armonia, di proporzione, di varietà, di unità, sono
occasionate da sensazioni visive ed uditive : e se più tardi queste nozioni più
o meno incoscienti si trasformano in idee capaci di regolare la produzione
artistica, ciò è dovuto al. lavoro d'analisi che trova e distingue mediante
l’astrazione ì detti elementi dalla impressione primitiva complessa. Se tutte
le percezioni poi hanno un significato in quanto implicano qualcos'altro oltre
il fatto psichico attuale della loro esistenza fatti esterni e contenuto della
coscienza con cui esse vengono sempre messe in rapporto , quelle estetiche si
riferiscono a ciò che ha maggior interesse per l’anima umana e traducono
rapporti esternì di natura speciale. Si aggiunga che mentre noi abbiamo fino ad
un certo segno coscienza della natura simbolica, significativa delle percezioni
d'ordine estetico, non sappiamo nulla naturalmente del simbolismo delle
ordinarie percezioni. È solamente dalla riflessione naturale e scientifica che
impariamo a considerarle come segni, accenni a qualcos'altro. Va notato infine
che le percezioni estetiche, oltre ad essere simboliche consciamente e
liberamente, sono espressioni, per così dire, a seconda potenza, implicando già
esse il simbolismo incosciente delle percezioni sensoriali VeRON, Esthetique,
Paris. pure e semplici ed allo stesso sovrapponendo il sinbolismo estetico. In
ordine alla seconda domanda diremo che la percezione di natura estetica ha di
proprio che essa non è un semplice fatto o evento psichico esistente in un dato
momento, ma contiene qualche qualità od attributo atto a universalizzarla,
facendola assurgere al grado di segno o di simbolo del Reale, ed è per tale
qualità od attributo (che viene distaccato dall’esistenza psichica attuale e
che viene portata in un altro contesto) che la percezione estetica diviene
suggestiva, espressiva ed atta a svegliare molteplici associazioni. |
Conchiusione : l’opera d’arte si presenta come una speciale fusione del reale e
dell’ ideale: ora tale fusione in tanto può avere luogo in quanto reale ed
ideale sono elementi costitutivi di qualsiasi fatto. Ed il fatto estetico poi
consiste in ciò che un dato elemento intelligibile diviene qualificazione di
un'esistenza psichica (percezione sensoriale) che non corrisponde esattamente
ad essa, donde il carattere di trascendenza inerente alla percezione estetica.
Se contenuto ideale ed esistenza attuale fossero una stessa cosa, 0 se ciascun
was non fosse mai disgiungibile dal proprio dass, il fatto estetico non avrebbe
luogo. Ciò che è razionale e ideale può divenire oggetto di percezione e di
sentimento estetico solamente perchè la mente umana è cosiffatta che può operare
la separazione di un dato. contenuto intelligibile dalla sua propria esistenza
e poscia operare la congiunzione del medesimo contenuto con una altra
esistenza. L’ ideale, il razionale, l' intelligibile non può agire come tale
direttamente sulla sensibilità umana: perchè ciò avvenga è necessario che l’
intelligibile, l'ideale divenga contenuto di qualcosa di sensibile. Prima
d’andare innanzi però è bene discutere i seguenti quesiti. Come è possibile la
disgiunzione del contenuto ideale dal dato reale? E che cosa è propriamente il
primo distaccato dal secondo? Come è possibile d'altra parte l’incorporazione
di un elemento ideale in una data esistenza particolare? Ed infine come è
possibile il sentimento e la valutazione estetica ? Cominciamo dal primo. La disgiunzione
del was dal dass in tanto è possibile in quanto vi è l'intelligenza, la quale
ha appunto l'ufficio di qualificare, di caratterizzare la realtà
simboleggiandola, traducendola, per così dire, in termini ideali. È evidente
che una tale traduzione in tanto sì può fare in quanto la mente umana
attraverso le differenze delle manifestazioni estrinseche, attraverso le
differenze dei fatti coglie l'identità del contenuto. Per intendere bene il
processo si richiami alla mente ciò che avviene quando noi traduciamo da una
lingua in un’altra: noi allora tendiamo a stabilire l’ identità di significato
tra espressioni differentissime. E come non è possibile tradurre da una lingua
in un’altra se queste non sono entrambe note, così non sarebbe possibile
qualificare la realtà in termini pschici, se mondo e psiche non avessero radici
in un’ unità fondamentale. La mente umana riesce a simboleggiare il reale,
perchè essa è capace di presentare sotto forma subbiettiva ciò che vi ha di
indiscernibilmente identico tra la realtà ed il soggetto. Sicché noi possiamo
conchiudere che la disgiunzione del contenuto ideale dal fatto avviene perchè
vi è la mente, la quale, per così dire, coglie nel reale ciò che è identico a
sé stessa e, sottopostolo ad una specie di elaborazione psicologica, lo
presenta sotto forma di fatto psichico 6 quindi di fatto subbiettivo
riferentesi però sempro a qualcosa di obbiettivo. Ma che cosa è tale contenuto
ideale o significato per sè preso? Rispondere a questa domanda non è facile,
giacchè l’idea separata dal fatto è un’astrazione, è un. aggettivo, come
direbbe il Bradley, non un sostantivo, è un universale astratto e non un
individuale concreto : ond’ è che essa, non potendo stare da sé, è costretta
sempre ad appoggiarsi a qualcos' altro e questo qualcos’ altro per lo più è
un'imagine o rappresentazione psichica particolare. Noi possiamo dire però che
il carattere precipuo per cui il contenuto ideale, il significato, l'elemento
puramente intelligibile si distingue da tutto il rimanente della vita dell'anima,
è che esso ha la proprietà di essere ricordabile. Tuttociò che è ricordabile è
intelligibile e per converso ciò che è intelligibile è ricordabile. È stato
detto che gli attributi o le relazioni in cui la realtà concreta è analizzabile
sono appunto elementi intelligibili: ora gli attributi e le relazioni non sono
che la ricordabilità stessa guardata da un altro punto di vista, guardata cioè
dal punto di vista logico, 0 gnoseologico, o obbiettivo (riferentesi alla”
Realtà), mentrechè la ricordabilità si può considerare come l’ insieme degli
attributi e delle relazioni guardate dal punto di vista psicologico o
subbiettivo. Che cosa è ricordabile? Gli attributi e le relazioni : e che cosa
sono gli attributi e le relazioni? Ciò che è ricordabile; non vi è attributo o
relazione che non sia ricordabile: come non vi è elemento ricordabile che non
sia un attributo, ‘una proprietà o una relazione. Ma onde siamo tratti a
scomporre la realtà in attributi e relazioni ? Dal bisogno di fissare, di
determinare la realtà. Noi viviamo ed operiamo nel reale, ma chi dice vita,
attività, dice flusso continuo di fatti, dice continuo passare per il presente,
senza che nessun punto stabile si possa precisare e senza che nessuna
costruzione. ideale (riferentesi al passato o al futuro) si possa formare. La
vita, l’azione per sè prese sono qualcosa d’ incomunicabile e quindi
d'inesprimibile, sono un fatto, ecco tutto. Appenachè la vita della realtà
raggiunge un grado notevole di forza e di complessità, il sentimento stesso della
vita e dell’esistenza si fa più complesso ed eterogeneo, per modo che sorge il
bisogno di specificare, di determinare, di fissare, di dare una forma alla
realtà quale è sentita e rappresentata: bisogno che può essere soddisfatto
solamente astraendo dalla realtà ciò che in essa vi ha l'ideale, e
d’intelligibile, scomponendo quindi Ja realtà stessa in attributi e relazioni.
Onde consegue che gli attributi e le relazioni non esistono come tali nella
realtà (nella quale esistono delle individualità e delle funzioni), ma sono
costruite da noi per simboleggiare, universalizzandola (considerandola dal
punto di vista della coscienza universale o della coscienza in generale), la
realtà quale viene percepita e rappresentata. Noi di sopra per dare un concetto
della disgiunzione del ras dal dass siamo ricorsi al paragone della traduzione
da una lingua in un’altra : ora è giunto il momento di osservare che quella non
è e non può essere più che una semplice metafora, in quanto tra i due fatti
corre un profondo divario. La traduzione da una lingua in un'altra implica la
cognizione refiessa, cosciente dell'identità di significato esistente tra le
espressioni appartenenti alle due lingue e in tal caso la cosa non può stare
diversamente, tenuto conto che è già avvenuto il distacco del :cas dal duss per
opera dell'attività intellettuale di molto progredita , mentrechè la
disgiunzione dell’elemento intelligibile dal fatto attuale e la consecutiva
idealizzazione o significazione della realtà implicano bensì l'identità di
natura e di elementi tra il mondo e lo spirito, ‘ma non la chiara appercezione
della stessa identità, e insieme implicano l’esistenza dell'identità attraverso
le differenze, non l’identità delle differenze. Così gli attributi e le
relazioni non esistono come tali nella realtà, ma sono una differenza di quella
stessa identità che nella realtà - avrà una differenza corrispondente. Il
contenuto ideale oltre ad avere la caratteristica della ricordabilità, ha
quella di essere comunicabile, obbiettivo (riferentesi alla Realtà) ed
esprimibile per mezzo del linguaggio. Ora che vuol dir ciò? Vuol'dire che ciò
che è intelligi- Giova notare che quando si dice che solamente l’intelligibile
è esprimibile per mezzo del linguaggio si vuole intendere csprimibile per mezzo
di segni, i quali sono riconosciuti tali, riferentisi, cioè, ad una realtà
obbiettiva. Anche i fatti di volonta e di sentimento sono esprimibili per mezzo
del linguaggio, ma in tanto sono tali in quanto vengono intellettualizzati; non
sono propriamente i sentimenti, e gli atti volitivi, sono le idee, le
rappresentazioni di essi che vengono significato per mezzo del linguaggio. Le
espressioni emotive (interiezioni, espressioni mimiche e fisiognomiche), i
gesti e in generale i moti esterni sono qualcosa d' istintivo, che se vengono
intesi e interpretati è perchè sono anch'essi intellettualizzati. Chi contempla
i segni espressivi li interpreta in virtù dell'esperienza propria e dei legami
associativi. bile non è patrimonio di questo o di quel soggetto, ma è
patrimonio di tutti gli esseri pensanti, vuol dire che la mente è universale,
non individuale. L’uomo, pensando, si universalizza, si accomuna con tutti gli
altri uomini. E la solidarietà intellettuale umana è possibile, perchè in
ordine al pensieru tutti gli uomini sono identici, sono, cioè, una cosa sola,
sono come a dire, un solo essere. Ogni distinzione, ogni differenza è
cancellata : è l'identità degl’ indiscernibili. La comunione delle anime, anzi
l’unità, l’identità delle anime lungi dall'essere qualcosa di incomprensibile
appare chiara : ciò che è oscuro piuttosto è l’anima individuale in ordine al
pensiero. Tuttociò che è ideale e intelligibile adunque è identico in tutti gli
uomini: o, a dirla altrimenti, tutti gli uomini sono una cosa sola in un certo
punto, mentre si differenziano più o meno profondamente in tutto il rimanente.
Il razionale, l’intelligibile, la forma permane identica sia che assuma
differenti determinazioni (o che presenti manifestazioni o estrinsecazioni
diverse), sia che appaia alle mente di singoli individui. È insomma l’unità del
Reale, che rende possibile l'identità di ciò che è intelligibile e quindi la
sua comunicabilità. Se tutta la realtà non formasse un tutto, un sistema,
un'identità variamente differenziantesi, da una parte la mente non sarebbe
universale e dall’altra l'intelligibilità delle cose sarebbe impossibile. Che
cosa è invero l’ intelligibilità se non la forma distaccata dalla materia, la
coerenza, il nesso, la relazione per sè presa? Ora la forma, la coerenza, il
rapporto implicano unità e identità nel fondo. Noi quasi diremmo che ciascuna
mente non si appropria che ciò che riconosce come inerente alla mente in
generale. Il dato, come dato, il fatto le è estraneo ; esso è reale, e basta.
Ciò che è intelligibile è uno, identico e quindi comunicabile, e in quanto
comunicabile obbiettivo. Ciò che è subbiettivo (sentimento, azione) non è
comunicabile (se non a patto di essere intellettualizzato), e per ciò stesso
non è intelligibile. i D'altra parte il carattere della comunicabilità inerente
a ciò che è intelligibile ha il suo fondamento ultimo nel fatto che la realtà
non s’identifica e confonde con la vita subbiettiva. Il reale non è il
soggettivo, ma è distinto da esso. Se l'essere o la realtà s’identificasse
colla vita subbiettiva e individuale la cognizione si ridurrebbe al sentire,
nel qual caso il vero starebbe tutto nella relazione col soggetto che sente:
reale, non reale, vero, falso sa.rebbe quello che a ciascun di noi parrebbe
tale; misura, giudice sarebbe ciascun di noi. Nulla fuori di noi sarebbe, o
almeno nulla sarebbe senza di noì. Se non che la cognizione lungi dall'essere
riducibile a sensazione sta agli an tipodi di questa in quanto, riferendosi a
ciò che è obbiettivo, implica giudizio, apprendimento di ciò che non siamo noi,
di ciò che non è la vita nostra, implica affermazione, mediante la
qualificazione, di ciò che è. Dal che consegue poi anche che mentre ciò che è
subbiettivo, ciò che vive, fluisce sempre, muta sempre, si muove sempre, si
altera sempre, è fenomene mero, vario, continuo ; per contrario, ciò che è
intelligibile e comunicabile, è immutabile, inalterabile, fisso e determinato
(elemento astratto). L'ideale o l’intelligibile è universale, astratto,
addiettivo; come può divenire fatto, vale a dire, come può divenire qualcosa di
concreto e di sostanziale? Particolarizzandosi, individualizzandosi, vale a
dire identificandosi con una dello sue differenze, o determinazioni, o
manifestazioni. Allo stesso modo che il tipo si concretizza nel fatto singolo e
che il significato si esprime per mezzo di un simbolo particolare, così
l'attributo o la relazione ideale divengono fatto, incorporandosi in un’
imagine sensibile. La congiunzione di un was con un dass diverso dal proprio è
resa possibile dacchè tanto il contenuto ideale e significativo quanto
l'elemento della presenza attuale tostochè sono separati tra loro cercano di
ricongiungersi n di trovare ciascuno il suo complemento in qualcosa di
corrispondente. L’imagine psichica attuale, il fatto psichico isolatamente
preso è un prodotto dell’astrazione : ciascun elemento psichico acquista valore
dai nessi in cui si trova e dall'azione che su di esso esercita l’esperienza
psichica antecedente. Non è stato le mille volte ripetuto dai psìcologi moderni
che il fatto psichico riceve tutto il suo valore e la sua efficacia dal
contesto in cui si trova, che la vita psichica non è posta nell’elemento
singolo, ma nel corso, nel nesso, nella serie dei detti elementi ? Noi not
abbiamo bisogno di richiamare l’attenzione sui processi di fusione, di
identificazione delle rappresentazioni, i quali rendono possibile qualsiasi
forma elementare di cognizione e di ricognizione (1), perchè si tratta di fatti
ormai comunemente noti. Risulta evidente che la connessione di un was con con un
dass diverso dal proprio è un processo che si verifica attraverso tutta la
distesa della nostra esperienza conoscitiva : dietro ogni fatto psichico si
trova il signi (1) V. Wunpr, Vorlesunyen ib2r Menschen n. Thierscele. Leipzig.
ficato proveniente dal dispiegamento che l’attività psichica ha
antecedentemente avuto: nel fatto estetico il processo non è essenzialmente
differente, comunque appaia senza confronto più complicato. Il was in tal caso
è rappresentato dal concetto artistico che figura come un tutto ideale coerente
e il duss è dato dalla rappresentazione sensibile o simbolica del detto
contenuto ideale. L'espressione rappresentativa o per via d'imagini (per opera
della fantasia) di un contenuto idcale, ecco la migliore definizione dell’opera
d'arte. Una costruzione razionale incorporata in imagini ed una ricostruzione
del pari razionale rifatta in seguito alle suggestioni ricevute dalla
percezione delle immagini, costruzione ce ricostruzione accompagnate da una
forma peculiare di emotività, ecco il meccanismo di produzione e di
contemplazione estetica. L'opera d’arte in tanto è espressiva e suggestiva in
quanto ha la sua radice nella congiunzione di un ws più o meno esteso, più o
meno complesso con un duss estraneo, ma corrispondente, e relativamente semplice
tenuto conto della capacità percettiva dell’an'ma umana , in quanto ha la sua
radice, possiamo anche dire, nell’ estrinsecazione di un sistema ideale per
mezzo di dati sensibili. La proprietà che controdlistingue siffatta
congiunzione od espressione è questa, che oltre al essere volontaria, libera e
selettiva, è eminentemente suggestiva, il che dipende dalla concentrazione
coerente degli elementi ideali avvenuta dictro l'espressione sensibile
simbolica. © Possiamo conchiwlere questa parte col dire che l’uomo è capace di
congiungere un was con un dess estraneo allo stesso modo che è CAPACE di
parlare, vale a dire DI SIGNIFICARE E SIMBOLEGGIARE LA REALTÀ. La lingua
d’ITALIA è una opera d'arte compiuta dalla COSCIENZA COLLETTIVA, mentrechè i
capolavori estetici sono espressione dei genii individuali. Non è senza ragione
che in origine lingua ed arte si trovano confuse tra loro. Passiamo ora a
rispondere brevemente all'ultimo quesito. La valutazione e il sentimento
estetico dipendono dalla funzione espressiva dell’arte. Quanto più in un’opera
si trova espresso ciò che per noi come uomini, ha il maggiore interesse, quanto
più in essa troviamo l'eco di ciò che ha radici più profonde nell'anima nostra,
di ciò che ci attrae come di ciò che cì ripugna, di ciò che ci appassiona come
di ciò che cì turba, quanto più vi troviamo. l'eco di ciò che è veramente
umano, tanto più la valutazione estetica avrà luogo in senso positivo. L'arte
espressiva che è l’arte veramente moderna, è fondata in grandissima parte sulla
simpatia, manifestando in forma artistica l'interesse particolare che l’uomo
prende per l’uomo. Il fine a cui si tende è l'uomo, quale microcosmo, è lo
studio dei suoi sentimenti accidentali e permanenti, delle sue virtù o dei suoi
vizi. É questo che distingue il teatro e il romanzo moderno, riannodando questi
due generi alla più alta branca dell’arte. L’opera d'arte perchè sia
debitamente apprezzata ed eserciti efficacia sugli animi nostri, deve esser
valida a portare il nostro sguardo lontano, deve apparire come punto di
concentramento di molteplici raggi suggestivi, deve essere come il riflesso di
ciò che vi ha di più profondo nella realtà e nella coscienza. L'opera d’arte
veramente grande deve raggiungere i più grandi effetti coi minimi mezzi
possibili, facendoci intravedere ciò cho diversamente non vedlremmo. E
l’intuito dell'artista sì rivela appunto nell’attitudine a scegliere ed a porre
in evidenza quei tratti significativi che hanno la potenza di generare tutto un
sistema d'imagini. Saper mostrare l’universale concreto, la legge, la natura
propria, il ritmo d'attività di un ordine di reali per via di tratti, o li
segni, o di imagini che mentre per sè non possono esaurire il contenuto
dell’universale concreto, son tali da suggerirne con facilità il complemento,
ecco in che consiste il magistero della creazione artistica. Ed ora è tempo di
considerare il problema gnoscologico che risponde alla forma del problema
estetico esaminata e discussa fin qui. Il problema gnoscologico fondamentale è
ricercare come ciò che è pressochè esclusivamente intelligibile possa diventare
oggetto delle varie forme di sensibilità : o tale problema, posto così, appare
effettivamente insolubile: ma esso è fondato sopra il falso presupposto che
l'elemento intelligibile preso per sè possa esistere come un fatto attuale. II
processo per cuì si è giunti a tale concetto è il seguente : una volta
bipartita la vita psichica primitiva, la coscienza complessa e indefinita
iniziale nelle due serie rappresentative dell’io e del non io, è stato notato
che le rappresentazioni, prese come qualcosa d’obbiettivo e d’in.lipendente dal
soggetto, non solo non formavano un tutto coerente e completo in sè stesso, ma
si rivelavano così piene di contradizioni da richiedere necessariamente un
complemento, l’esistenza di qualcosaltro che desse ragione di ciò che al
soggetto appariva come sensazione o come fatto psichico in genere. Di quì la
necessità di andare in traccia dell’ universale, del necessario e del
permanente che costituisse il punto di riferimeuto delle nostre
rappresentazioni subbiettive proiettate all’ esterno e che insieme fusse il
mezzo di stabilire la solidarietà intellettuale e la comunità spirituale degli
uomini, Si andò in traccia così dell’essenza o dell’ elemento intelligibile
delle nostre rappresentazioni, elemento che fu fatto consistere in qualità e
rapporti inerenti ad elementi ult.mi sottratti al dominio diretto
dell'esperienza sensibile, elementi ultimi che alla loro volta dovevano
risultare di qualità e relazioni, procedendo così all’ infinito. Qui accadde
che per evitarne una sula si ricadde in molteplici altre contradizioni, giacchè
di questi elementi ultimi (atomi) bisognava pur dar ragione, determinandone la
natura, bi‘ sognava, cioè, renderli intelligibili. Ora, ciò facendo, era necessario
0 dire che essi andavano ammessi come un fatto, come un dato ultimo il che era
impossibile, perchè gli atomi sono concepiti dalla scienza come qualcosa di non
percepibile, di non sperimentabile (e del resto se essi devono dar ragione
delle rappresentazioni s :nsibili in genere, non possono essere appresi
mediante la percezione) , nè è a parlare di centri di forza, perchè la forza
per sè presa è un bel nulla, è anch'essa un uggettiro ; ovvero bisognava
ridurre essi stessi a qualità e relazioni: ma le qualità e le relazioni
(elementi intelligibili e quindi anch'essi aggettivi) hanno bisogno di qualcosa
a cui inerire, onde la necessità di porre come postulato l'esistenza di reali
ultimi, sostanze spirituali, le quali poi impiicano le medesime contradizioni
degli atomi materiali. Atomi materiali ed atomi spirituali sono prodotti della
nostra fantasia, ipostasi di concezioni mentali astratte. Gli atomi erano stati
creati per spiegare i rapporti intelligibili determinanti i fenomeni
subbiettivi, i fenomeni sensoriali : ora essi, non potendo essere considerati
come fatti (e ancorchè potessero essere considerati come tali, si sarebbe
daccapo, per chè sarebbero anch'essi fatti percettivi, fatti cioè dell’istessa
. categoria di quelli, per spiegare i quali erano stati imaginati), è
giuocoforza analizzarli in elementi d’ordine intelligibile (qualità e
rapporti), in elementi cioè, per fondamentare i quali essi stessi sono stati
proposti. È naturale che giunti a questo punto doveva sorgere il problema
riguardante la trasformazione dell’ elemento intelligibile in elemento
sensibile, riguardante la possibilità che l’ ideale diventasse obbietto della
sensibilità. Ora è vero che l'elemento intelligibile esiste per sè ? No, perchè
esso, preso a parte dal fatto, dall’ esistenza attuale, è un prodotto
dell’astrazione. L'universale, l’idea non esiste al di fuori della mente.
Sicchè noì vediamo qui che il problema gnoseologico è nato per un processo
analogo a quello che diede origine al problema estetico, per un processo cioè
di disgiunzione dell'elemento intelligibile dall’ elemento fattuale
dell’esistenza. La realtà vera, la vita vera del reale è data dalla
congiunzione ‘dell’ elemento ideale col reale, dall’incorporazione dell'ideale
nel reale: ond’è che attribuire l’esistenza di fatto agli elementi
intelligibili è un processo del tutto falso ed arbitrario. L’intelligibile o
l'universale è un puro aggettivo che ha bisogno del suo sostantivo. E come
sostantivo dovrebbe fungere l'immediatezza della percezione sensoriale, l’ immediatezza
del fatto psichico quale si svolge nel soggetto umano, ma i due elementi, l’
universale e il fatto psichico individuale non sì corrispondono, non fanno una
cosa sola, non sono, diciamo così, l’uno per l’altro. Il fatto psichico non è
qualcosa di obbiettivo, d'ilentico e di comunicabile, ma varia da soggetto a
soggetto; esso non può esser tutta la realtà. È stato a causa delle molteplici
contradizioni, delle insufficienze e manchevolezze rivelantisi nella vita
psichica e subbiettiva che si è ‘dovuto costruire ipoteticamente un mondo
obbiettivo intelligibile di contro a quello subbiettivo. E poichè un tal
ripiego, come si è veduto, non approda a nulla, sorge la necessità di trovare
il complemento esistenziale dell'intelligibile in qualcosa che trascende il
contenuto della coscienza individuale. Tale complemento non può esser trovato
che nella vita del Tutto (Io epistomologico e ontologico o Bewusstseyn
tiberhaupt di Kant) nella Coscienza universale in cui non vi è separazione di
intelligibile e di sensibile (la quale separazione è compiuta dallo spirito
individuale finito), d’ideale e di reale, di contenuto e di fatto, ma vi è
fusione perfetta di entrambi. La questione sta tutta qui: la percezione appare
dato concreto immediato e quindi reale, ma è dato subbiettivo e quindi pieno di
contradizioni: l'intelligibile è obbiettivo nel senso che è inteso in un modo
identico da tutti gli uomini, ma è ipotetico, astratto, non dato, ma posto
dall’intelligenza umana : ciò posto, siffatti due termini si possono
conciliare, si possono unire e formare una cosa sola completa, la realtà viva e
vera ? Ciò non è possibile insino a tanto che non sì esce dalla coscienza
individuale, perchè il reale subbiettivo che non è completo in sè stesso, che è
solo un frammento della totalità, non può avere per contenuto adeguato
l’universale, non può avere per essenza il tutto. Come nel processo estetico
avevamo: 1° disgiunzione dell’intelligibile dal fatto, e poi, 2°,
ricongiunzione dell’elemento intelligibile con un fatto che non gli
corrisponde, e di qui la trascendenza, il significato, l'espressività della
percezione o imaginazione estetica, cosi nel processo gnoseologico abbiamo la
disgiunzione del was dal dass del fatto percettivo e l’ipostasi del was, la
considerazione di questo come un fatto, come un dato. E poichè ciò si rivela
impossibile e contradittorio, si tende a congiungere di nuovo l'elemento
intelligibile universale (il quale per sè preso non è reale nel senso che non è
concreto, non esistente per sè, non immediatamente appreso, bensì effetto di
un’elaborazione psicologica e logica, una semplice concezione dello spirito,
un'ipotesi formata in vista delle conseguenze che da essa, dato che esista,
necessariamente derivano) col dato percettivo della coscienza individuale, il
quale è reale, ma ha una realtà subbiettiva, non obbiettiva, non comune a tutti
gli uomini. Se non che la detta coscienza non è capace di contenere di fatto l’
universale, ma solo virtualmente, cioè come esigenza, come aspirazione, come
idea. Onde la necessità di trascendere incessantemente il fatto psichico
subbiettivo e l'esigenza di una Realtà obbiettiva individuale e insieme
universale, cioè sistematica. Vi ha però una differenza tra processo estetico e
processo gnoseologico ed è, che la disgiunzione e la ricongiunzione
dell'elemento intelligibile col fatto nel primo sono atti arbitrari, sono atti
sottoposti al volere individuale, mentrechè nel secondo sono una conseguenza,
diremo, necessaria delle contradizioni e delle insufficienze che si rivelano
nella percezione sensoriale dei vari individui e nei fenomeni della vita
subbiettiva. Le ricerche dell’Ottica e dell’Acustica fisiologica, della
Psicologia fisiologica furono promosse dall'impossibilità di considerare le
percezioni sensoriali come fatti per sè esistenti all’esterno. Uno degli
aspetti sotto cui il problema estetico si può presentare è il seguente: Qual'è
la natura e le condizioni dell’ emozione estetica? La soluzione di tale quesito
ha formato e forma oggetto di tutta l’Estetica esatta coltivata ai giorni
nostri in Germania ed in Inghilterra. Da tal punto di vista è evidente che il
problema estetico assume un aspetto prevalentemente psicologico: esso, infatti,
vale la domanda: Come e perchè talune percezioni sensoriali producono
sentimenti di natura speciale (emozione estetica)? Il che alla sua volta vale
domandare: In che rapporto stanno le varie forme dell'attività psichica?
Ovvero: Tra le varie manifestazioni della vita psichica vi è una correlazione
intima in modo da poter esse venire considerate come vari lati di uno stesso
processo fondamentale, ovvero sono delle funzioni giustaposte che possono solo
in date circostanze agire l’una sull'altra? Vediamo ora quali sono i risultati
ultimi a cui l'indagine estetica esatta è pervenuta. E qui, prima d'andare
innanzi, ci sembra opportuno notare che il problema estetico psico logicamente
considerato è della più alta importanza in quanto dipende dalla sua soluzione
il determinare per che via il significato può essere congiunto col dato attuale
, (rappresentazione sensibile) con cui non è connaturato, per che via ciò che è
universale ed astratto (l'elemento intelligibile) può concretizzarsi în modo da
divenire obbietto piacevole. I risultati delle ricerche summenzionate furono di
due sorta. Da una parte il sentimento estetico fu intellettualizzato nel senso
che fu fatto dipendere dall’apprensione di determinati rapporti astratti: e
invero, comunque lo spirito, diciamo così, dell'estetica psicologica e del
formalismo vada riposto nella tendenza ad andare in traccia della causa attuale
del piacere estetico, della causa inerente alla percezione sensoriale, tuttavia
nel fatto essa indaga la ragione nella causa: una volta che siamo spinti ad
oltrepassare la percezione sensoriale, noi troviamo l'elemento intelligibile,
la ragione. Del resto se la percezione della bellezza presuppone l’esistenza di
dati rapporti, questi da una parte non figurano che come ragioni , e dall'altra
possono essere, se non sostituti, messi in connessioni con proprietà meno
astratte, più vicine alla realtà che viviamo, e quindi più atte a suscitare il
nostro interesse e la nostra simpatia. La maniera di operare delle relazioni è
invero di natura così generale e così poco caratteristica, che non si vede come
l’effetto estetico possa essere ottenuto, se un altro elemento non vi concorre
(il significato cioè di tali relazioni astratte). Vogliamo dire che i suddetti
rapporti formali non hanno per sè nulla di caratteristico che possa spiegare il
fatto estetico, tanto è ciò vero che si presentano anche dove nessun effetto
estetico si riscontra. D'altra parte l'origine del sentimento estetico fu posta
in una specie di affinità latente (che non ha niente a che fare colla pura
stimolazione sensoriale) esistente tra la semplice forma estetica e l’anima del
soggetto percipiente (conformazione dello spirito individuale). Ed il famoso
principio fechneriano dell’economia della forza quale fonte di piacere (il
quale principio poi fu considerato in rapporto al contenuto delle nostre
rappresentazioni come in rapporto al corso delle stesse) non è che
l’espressione astratta di ciò che implica la detta armonia latente. L'economica
distribuzione della forza considerata dal punto di vista dell’obbietto trae
seco il principio dell’ unità organica e l'assenza di qualsiasi elemento
superfluo: assenza di superfluità che equivale ad esigenza di significato e di
valore, in quanto solo ciò che è insignificante è veramente superfluo.
L'applicazione del principio dell'economia fatta all'attività del soggetto
percipiente implica concentramento non faticoso dell'attenzione, in modo da
riuscire agevole e quindi piacevole il fatto psichico stesso dell’apprensione.
Avviene così che l’appercezione di un contenuto piacevole, perchè organicamente
costituito, diviene essa stessa fonte di piacere. Se si considera che la
rispondenza quanto più è possibile esatta ed adeguata dell’attività
appercettiva al contenuto appercepito non è una accidentalità, ma costituisce
un elemento essenziale della emozione estetica, tanto è vero che tutto ciò che
richiede uno sforzo mentale è antiestetico, non sì può non trovare naturale la
connessione esistente tra le modalità della nostra attenzione e le proprietà
dell'oggetto estetico. Quando uno sforzo speciale è richiesto per
l'appercezione di un contenuto estetico, vuol dire che l’espressione, la
rappresentazione (forma) e l'obbietto significato, l’idea (materia) non sono in
armonia, nel qual caso appunto non è più a parlare di bellezza. È stato notato
poi che il principio dell'economia non è in contradizione con quello dell’
esuberanza, del lussureggiamento ecc., che sono inerenti ad ogni obbietto
estetico e che contribuiscono a imprimergli la nota del disinteresse presa'in
senso largo, giacchè ciò che è superfluo considerato da un certo punto di vista
e in rapporto a dati scopi, a scopi di utilità pratica p. es., non lo è più,
una volta che è riferito ad un dato sistema armonico o ad una data unità
organica che ha valore per sè come esprimente il contenuto della vita nella sua
complessità e la Realtà nelle sue molteplici e svariate determinazioni.
L'origine e il fondamento dell'emozione estetica se non vanno posti adunque
nell'apprensione di rapporti formali ed astratti (ma nel contenuto che gli
stessi contribuiscono ad esprimere, nel loro significato), non vanno posti
neanche nel principio formale e quindi vago ed indeterminato dell'economia
della forza sia questa considerata obbiettivamente che subbiettivamente, il
quale riceve gran parte del suo valore dal fatto che esso depone per
l'esistenza di un'unità organica nell’obbietto estetico: ciò che è con
parsimonia costituito e con facilità appercepito ha evidentemente i caratteri
del sistema, della totalità, dell’individualità organica. Da qualunque punto si
voglia considerare la cosa è chiavo pertanto che l'emozione estetica deriva la
sua caratteristica propria dal contenuto (significato) espresso ed appercepito
dal soggetto. Quando lo spirito appercepisce espresso in modo adeguato ciò che
ha radici più profonde nell'intimo suo essere, quando lo spirito arriva a
trovarsì a contatto con qualche cosa di completo, di individuale e di
sistematico e quando arriva a riconoscere sé stesso, le sue aspirazioni, le sue
esigenze, i suoi sentimenti, nella natura o nell’arte, quando vede raccolti per
opera dei Genti in un punto solo e quindi intensificati tutti i raggi della sua
attività, quando insomma vede rispecchiato in un’opera tutto il fondo della sua
anima e quando si sente una cosa sola colla Realtà universale, non può non
provare una intensa emozione, che è appunto l'emozione estetica. Dopo aver
accennato alla soluzione del problema estetico nella sua forma psicologica,
passiamo a trattare del problema psicologico fondamentale quale si presenta
nella filosofia generale. L’ indagine intorno alle proprietà ed al rapporto
esistente tra le varie funzioni psichiche (funzione rappre sentativa, funzione
emotiva, funzione volitiva) è della più grande importanza e del più alto
significato, in quanto da essa dipende il concetto che ci dobbiamo formare
della vita psichica in genere e della costituzione dell’anima. La funzione
emotiva in che rapporto sta con quella rappresentativa? il sentimento in che
rapporto sta con la rappresentazione? Che cosa è il piacere o il dolore che
accompagna qualsiasi elemento della coscienza ? Ecco il problema generale, a
cui gencricamente si può riferire il problema speciale dell'origine e delle
condizioni dell’emozione estetica, salvo poi a determinare le caratteristiche
proprie del piacere estetico, tenuto conto che non tutti i piaceri sono di
natura estetica. Ora noi vediamo che la Psicologia moderna tende a risolvere il
problema circa la natura del sentimento in conformità della soluzione data
dall’Estetica al problema corrispondente. Nessun psicologo crede più
all'esistenza delle cosidette facoltà dell'anima: tutti concepiscono i fatti
psichici come manifestazioni diverse della vita ad attività psichica prosa nel
suo insieme. Ora questa attività spirituale si esplica in due forme principali
irriducibili tra loro, in quella di modificarsi in modo indistinto in totalità
e in quella di apprendere, di appercepire delle qualità distinte, degli
attributi determinati e delle relazioni. Nella sua prima forma essa si rivela
essenzialmente una, identica (senza che mostri alcuna differenziazione in sè
stessa) ed intimamente connessa con tutto il reale, che essa per così dire,
avverte indistintamente nella sua totalità: nella seconda forma invece essa
appare variamente determinata in sè stessa e nelle maniere di apprendere la
realtà : nella pritma forma è vita emotiva o sentimentale, nell’altra forma è
vita wappresentativa o intellettiva. È un errore pertanto voler
intellettualizzare il sentimento col farlo derivare da un qualsiasi rapporto :
noi possiamo, sì, scomporre il sentimento e tradurlo in rapporti, ma in tal
caso noi avremo trasformato il sentimento vero e proprio in un fatto.
intellettuale. Il sentimento è un modo di essere dell’attività psichica che si
origina ogni qualvolta il contenuto della coscienza è cosiffatto che, non
potendo essere scomposto in qualità c relazioni determinate, figura come
qualcosa d'’ indistinto. E qui giova notare che anche quando il sentimento
stossos viene differenziato nelle sue principali determinazioni di piacere e
dolore nel caso che queste vengano nettamente distinte ed appercepite cessa di
essere puro sentimento per divenire un fatto d’oriline intellettivo. Un
sentimento qualificato, caratterizzato e discriminato da tutto il complesso
della vita psichica è la chiara appercezione di una qualità psichica, non un
sentimento. L'appercezione di un piacere, di un dolore suppone l'atto della
mente con cui una qualità viene separata, distinta dal rimanente, suppone
quindi una funzione intellettiva sia anche d’ ordine rudimentale e l'atto o la
funzione discriminatrice si confonde col suo prodotto per molo che ciò che
prima non era un fatto intellettivo riesce ad essere, per così dire, trascritto
in termini intellettivi, e quindi viene ad essere snaturato. Piacere e dolore
sono due qualità sensoriali come il bianco e il nero, come il liscio e lo
scabro, come il grave e l'acuto, come il caldo e il freddo. Che essi siano
determinati dalla forma dello stimolo piuttosto che da proprietà inerenti
(contenuto) allo stimolo come tale, che essi siano determinati dal modo come lo
stesso agisce, o dal modo in cui la sua trasmissione avviene, o dalle
condizioni in cuì l'organismo fisico e psichico si trova mentre ha luogo tale
azione, poco o nulla importa : dal punto di vista psicologico il piacere e il
dolore sono qualità, e come tali, appartengono alla funzione rappresentativa
dell'anima umana. Sosgiungiamo che il piacere e il dolore, come il suono alto e
quello basso e come il caldo e il freddo sono sensazioni relative e variabili
linearmente in quanto presentano. duo sole determinazioni opposte. In altre
parole : il sentimento per sua natura è indistinto, è stuto psichico totale :
non sì tosto in esso vengono delimitate differenze, non sì tosto esso viene
circoscritto e qualificato, non è più a parlare di sentimento vero e proprio : ma
di funzione intellettiva e rappresentativa. Il sentimento in tal caso viene
come ad essere intellettualizzato, viene ad essere compenetvato dall'attività
discriminativa che è inerente all’ intellezione. Quando il sentimento stato
psichico totale vien ad essere analizzato e scomposto in qualità diverse e
quando queste vengono appercepite, il sentimento non esiste più, ma esistono le
qualità sensoriali. La vita psichica non si presenta più come sentimento, ma
come apprensione di qualità, l’attributi e di relazioni. Ma si può dire che il
piacere e il dolore siano qualità del sentimento, come si dice p. es. che il
suono alto e basso sono qualità del suono ? Noi crediamo di no, perchè parlare
di qualità del sentimento è un parlare contradittorio; è come se si dicesse
qualità di ciò che non può avere qualità, ovvero determinazioni di ciò che è
per sua natura indeterminato. Il piacere e il dolore sono qualità che possono
essere pro:lotte in parte dalla totalità della vita psichica, dallo stato in
cui la stessa totalità si può trovare, ma non sono qualità della totalità La
totalità è reale, ma non ha qualità, caratteri distintivi, differenze, le quali
implicando sempre relatività, riferimento, possono essere differenziate entro
la totalità. Uno stato di piacere o di dolore totale non significa nulla: un
piacere o dulore suppone la distinzione, la differenziazione. Il sentimento o
stato psichico totale può contribuire a generare uno stato di piacere o di
dolore, ma non può presentarsi come piacere o come dolore: già un piacere o un
dolore totale, assolutamente totale, non sarebbe nemmeno avvertito, perchè non
potrebbe cs-ere distinto: distinto da che, invero? E il piacere e il dolore
sono considerati d’ordinario come qualità del sentimento appunto perchè esse
sono determinate in parte dalla totalità della vita psichica, Sorge la
questione: Perchè una tinta di piacere o di dolore accompagna qualsiasi fatto
psichico? Perchè ogni singolo fatto psichico è messo in rapporto si noti, è
“messo in rapporto è appercepito quasi attraverso lo stato complessivo in cui
l'organismo fisico e psichico si trova in un dato momento: è da questa
appercezione che è un fatto d'ordine intellettivo è dal suddetto rapporto del
fatto singolo coll’insieme che vengono fuori le due qualità di piacere e di
dolore, le quali vengono a sovrapporsi 0, meglio, a fondersi cogli attributi
propri dei singoli fatti psichici. Ed è avvertita la qualità di piacere ovvero
quella di dolore, secondochè si ha l’appercezione di un rialzamento o di un
abbassamento dell'energia psichica e delle condizioni da cui essa dipende. Come
si vede, il sentimento non va ilentificato con le determinazioni qualitative
del piacere e del dolore : il primo è uno stato totale dell’anima, le altre
sono prodotte dal. l’appercezione (fatto intellettivo) delle differenze
(qualità) osistenti nella detta totalità. E noto che l’apprensione di un dato
contenuto psichico richiede il dispiegamento di una certa quantità di energia
mentale (attenzione), la quale pui non è illimitata, ond’è che quando ha luogo
un consumo di energia psichica superiore a quello di cui sì può disporre sarà
avvertita una sensazione sgradevole, mentrechè quando lo stesso consumo è
proporzionato alle risorse si avrà una sensazione piacevole. È il rapporto, la
proporzione che deve esistere tra attenzione e area della coscienza che ci può
dar la chiave per rendercì conto in gran parte delle determinazioni qualitative
del piacere e del dolore. si Abbiamo detto che il sentimento è la vita psichica
presa nella sua totalità : è evidente che a seconda che la detta totalità è più
o meno ricca di contenuto, a seconda che è di ordine superiore o inferiore, che
è complessa, ovvero semplice e rudimentale, si avrà o no un sentimento nobile
ed elevato. Ma, si può qui domandare, se il sentimento è la stessa vita
psichica presa nella sua totalità, come mai potrà essere avvertito? L°
avvertire implica distinzione e questa riferimento e quindi esistenza di
qualità diverse entro la totalità. A ciò si risponde che il sentimento non è
avvertito come qualità ; il suo ufficio è quello di rendere reale, attuale,
presente, immediato qualsiasi fatto psichico: esso rappresenta il coefficiente
dell’ esistenza psichica. Il problema estetico nella sua forma psicologica e il
problema psicologico fondamentale si: corrispondono, in quanto là soluzione
data ad entrambi è questa, che il sentimento ha la sua origine nella vita
psichica indistinta, nella quale non soltanto vengono ad essere fusi insieme i
vari elementi costitutivi di.essa, ma viene ad essere tolta ogni
contrapposizione del soggetto all’ oggetto. E qui sorge la necessità di andare
in traccia del carattere differenziale per cui il sentimento estetico sì
distingue da qualsiasi altro sentimento. Tale carattere si trova agevolmente,
se si riflette agli attributi dell’obbietto estetico, il quale non solo è un
sistema di parti (unità nella varietà) oltremodo complesso, ma ha un
significato deri vante dal riflettersi in esso di tutte le aspirazioni ed
esigenze più profonde dell'animo umano, per modo che nella contemplazione
estctica il soggetto si trova come in rapporto con la parte migliore di sè
stesso. Si aggiunga che l’unione del soggetto con l'oggetto è molto più intima
nel caso dell'emozione estetica che nel caso di qualsiasi altro sentimento.
L'attività del Reale, la Realtà come vita differenziantesi, spezzantesi e
rivelantesi in modo immediato nelle coscienze individuali, ecco la radice
comune delle varie sorta di sentimenti. Come vi sono varie forme od apparenze
di totalità, come vi sono varii ordini d’incentramenti individuali così vi sono
vari ordini di sentimenti più o meno definiti (ogni definizione proviene
dall'elemento rappresentativo e relativo concomitante), più o meno complessi,
più o meno interessati, perchè più o meno direttamente riferentisi all'attività
pratica. Il carattere d'individualità che controdistingue il sentimento
proviene dal fatto che la totalità è, per così dire, incentrata nella vita del
soggetto, in ciò che differenzia l’io quale determinazione speciale del Reale,
avente un posto proprio nello spazio, nel tempo e nella serie causale. Non ci
sembra inopportuno, poichè servirà a-dilucidare le idee suesposte, richiamare
qui, prima di finire, l’attenzione sul rapporto esistente tra sentimento e
volontà, o meglio, tra sentimento e attività; rapporto che è diverso da quello
che ordinariamente è ammesso. Il sentimento non produce l’azione allo stesso
modo che non è prodotto da essa e che non ne è il riflesso subbiettivo. Un tale
rapporto e A ii cir iii cdi ee n può esistere tra l’attività e le qualità
sensoriali del piacere e del dolore, non gia tra l'attività e il sentimento,
Questo come stato psichico totale è tutta la vita psichica senza alcuna
determinazione speciale, ond’è che mentre da una parte esso contiene,
trasformati e fusi insieme tutti gli elementi psichici, non è in rapporto
particolare con nessuno di essi. Tutti però quando divengono reali, quando
appaiono distinti sull'orizzonte psichico, emergono come dal fondo della vita
psichica, che dal punto di vista soggettivo è appunto il sentimento stesso.
Questo pertanto appare come il sostegno, ceme ciò che dà attività, consistenza
ai vari fatti psichici. Al di fuori del presente, del momento attuale non vi ha
sentimento, ma bensì rappresentazione : e vi ha una rappresentazione riferentesi
al passato, come ve ne ha una riferentesi al futuro : ed è chiaro che è
possibile avere una rappresentazione del sentimento, quando questo, distaccato
dalla matrice reale, viene idealmente costruito e proiettato nel passato per
mezzo della memoria e nel futuro per mezzo della immaginazione. Il sentimento
però in tal caso viene snaturato, trasformandosi in un fatto d'ordine
conoscitivo: un sentimento rappresentato è una rappresentazione e non un
sentimento, o meglio, ò una nostra costruzione ideale che non si riferisce a
nulla di reale e di attuale. La forma, diremo così, metafisica del problema
estetico è: Qual'è la natura della proluzione artistica ? L'arte in che
rapporto sta con la natura ? Si deve ritenere con gli antichi Greci che l'Arte
è una imitazione pura e semplice della natura in modo da dover essere essa
collocata al disotto di quest'ultima? Come si vede, un tale quesito non poteva
ricevere un'adeguata risposta se non dopo che la coscienza estetica del genere
umano cbbe raggiunto un grado notevole di svolgimento, dopo, cioè, che il gusto
estetico si fu di molto raffinato c che la valutazione estetica fu molto
progredita. La riflessione filosofica dovette giungere al punto da sentire il
profondo divario esistente tra il mondo empirico e quello ideale, tra le
esigenze del] intendimento e quelle della Ragione presa in senso stretto, vale
a dire presa come la facoltà del Categorico, dell'Unità e della Totalità. E
infatti il problema estetico nella sua forma metafisica non fu risoluto in maniera
adequata prima che Emanuele Kant ponesse in evidenza l’antitesi esistente tra
la relatività inevitabile della ragione teoretica e la assolutezza
dell'imperativo morale implicante l’esistenza della liberta. Il problema circa
la natura della produzione artistica non s'impose fino a tanto che gl’immensi
progressi della Filologia classica, dell’Archeologia, della Critica non ebbero
per effetto di produrre il rinnovamento di tutta la coscienza estetica e quindi
di tutte le vedute anteriormente dominanti inordine alla valutazione estetica.
Fu allora che non fu più possibile considerare il prodotto estetico come una
semplice imitazione della natura. Vediamo ora come il problema estetico fu
risoluto sotto tale forma metafisica per ricercare poscia le caratteristiche
del corrispondente problema attinente alla filosofia generale, il quale può
essere così enunciato : Che concetto dobbiamo formarci dell’ incessante
produttività della natura? ovvero: Che cosa stanno a rappresentare le infinite
* forme in cui l’attività della natura si esplica? La produzione artistica fu
considerata come l’effetto del libero, ordinato ed armonico esercizio delle
facoltà umane: ma si può qui domandare: di tutte le facoltà umane? No, bensì di
quelle facoltà soltanto che possono dare origine a prodotti che hanno una data
forma, intenlendo per quest’ ultima l'insieme delle proprietà per cui una data
cosa è valutata, non per il suo uso, non per lo scopo determinato a cuì l’
oggetto avente quella data forma risponde, ma per ciò che la forma sta a
rappresentare, in quanto in essa si riflette l’intendimento, il sentimento e la
capacità in genere di chi l'ha concepita ed eseguita. La forma implica adunque
l’esistenza dell’ elemento razionale: ed è lecito parlare di forma ogni volta
che nell'oggetto o nel fatto vien messo in evidenza appunto l'elemento
intelligibile. Ogni qualvolta nuvi ci troviamo di fronte ad un obbietto .che
mentre figura come un prodotto dell’intelligenza dell'attività umana,
dall'altra parte non pare serva ad uno scopo pratico, o a un uso determinato,
pur non essendo scevro di significato noi siamo spinti a giudicare come
estetico il detto obbietto. Sicchè l'essenza della produzione artistica fu
posta in ciò, che l’anima umana è così fatta che sente il bisogno di
estrinsecarsi, di esprimersi in fatti, i quali mentre portano l'impronta delle
facoltà che loro diedero origine, non hanno l’ufficio nè di appagare un
desiderio, nè di far raggiungere un fine estrinseco, nè di procurare un
gudimento egoistico e interessato. La creazione artistica ha in sè stessa il
suo scopo, che è quello di completare la realtà sensibile, dando l’esistenza ad
un mondo di forme atte ad appagare le aspirazioni e le esigenze più profonde e
più elevate dell'anima umana. Il bisogno del completo, del perfetto, dell’
individualità armonica, della totalità sistematica può solo esser soddisfatto
per mezzo dell'Arte, la quale rende possibile la sovrapposizione di tutto un
mondo supra il mondo della esperienza ordinaria. Il vero artista è quegli che
crea per creare, è quegli che spinto dal bisogno di porre in opera il soprappiù
delle sue esuberanti energie, produce spontaneamente e quasi istintivamente,
senza aver dinanzi alla mente uno scopo estrinseco od interessato da
conseguire. Egli crea per dar forma definita a ciò che gli si agita nel fonito
dell'anima. L’opera d'arte è bella quando porta nettamente l'impronta della
personalità dell'artista e quando esprime l'impressione in lui prodotta dalla
vista dell'oggetto o del fatto che egli traduce. La Natura è bella quando noi
in essa riconosciamo nol stessi con ciò clie abbiamo di veramente umano, come
esseri felici e miseri ad un tempo. Ognun vede che il bello non può essere in
alcun modo confuso nè col piacevole, nè col bene ; il piacevole infatti,
risponde ad una esigenza subbiettiva ed interessata, implicando l’appagamento
di un bisogno egoistico, e il bene involge il concetto di attuazione di un fine
chiaro e cosciente, sia questo estrinseco all’obbietto come nel caso
dell'utilità o immanente all’ oggetto stesso come nel caso della perfezione.
L'espressione libera e spontanea in forme concrete, di un contenuto.ideale e la
realizzazione irreflessa di ciò che vi ha di razionale nella nostra natura,
ecco che cosa è invece la produzione artistica ; un’espressione necessaria el
obbiettiva della vita umana nella sua complessità e dell'unità della natura,
ecco che cosa è invece l’arte. Onde consegue poi che non vi è ragione di
limitare la cerchia delle sue manifestazioni, le quali hanno tutte egual
diritto alla nostra consilerazione, a patto che mettano in evidenza in modo
completo un lato della vita umana con tutte le proprietà, siano pregi o difetti
ad essa inerenti. E " x Il problema che in filosofia generale corrisponde
a quello estetico or ora esaminato è il problema teleologico. Che significato
ha l’inesauribile produttività della natura ? Che valore va attribuito alle
svariatissime forme naturali? Ora la risposta lata dai filosofi almeno da
taluni filosofi coincide con quella data dagli estetici in quanto viene ammessa
l’intima razionalità della natura, a cui accennano già le leggi naturali. Tale
razionalità può da una parte non esaurire il contenuto della natura, giacchè
questa oltre ad essere compenetrata dalla ragione 'è qualcosaltro ancora, e
dall’ altro non è tale da far considerare i fatti e gli obbietti naturali come
prodotti da un’Intelligenza cosciente identica all’umana. In altri termini, la
natura è, sì, espressione di qualcosa di razionale, ma non può essere
considerata come il prodotto di un'attività intelligente che si esplichi come
quella dell’ uomo. La natura esclude il dominio del caso e insieme una veduta
antropomorfica qualsiasi. E poichè del rimanente la produttività della natura
presenta i caratteri propri della produzione artistica (libertà, spontaneità,
molteplicità di forme definite, unità organica delle parti costitutive di
ciascuna forma, esuberanza di energia, apparente assenza di utilità, ecc.), è
ragionevole pensare che il mondo ideale dell’arte e quello reale della natura
siano prodotti da un'attività fondamentalmente identica: la quale però nel
secondo caso si esplica in modo chiaramente incosciente e nel primo in modo,
diremmo semicosciente o cosciente addirittura. In entrambi i casi la ragione è
in azione, ma (ci sia lecito esprimerci così) senza averne Vl aria: in entrambi
i casì l’idea di fine non è costitutiva dei fenomeni, ma puramente regolativa,
giacchè come il fatto estetico non è prodotto, nè sentito in vista del
raggiuugimento di un dato fine, in vista di. un vantaggio da ottenere, o di un
risultato pratico da conseguire, così il fatto naturale non può essere
interpretato o spiegato mediante il concetto di fine. Il fatto estetico e
quello naturale però implicano, ciascuno alla sua mauiera, l’esistenza
dell'elemento intelligibile e razionale atto a dar ragione della loro forma
determinata: tanto l’ uno quanto l’altro pongono l’esigenza dell’unità
sistematica atta a dar ragione delle relazioni esistenti tra le varie parti od
elementi componenti il tutto, unità sistematica che include il concetto di fine
intrinseco ed organizzatore, comunque incosciente. É evidente poi che tra
natura ed arte, tra bello natu: rale e bello artistico non può esistere
antitesi di sorta, ma soltanto differenza di grado, in quanto l’arte non fa che
presentare come raccolti in un punto quei raggi che nella natura vanno dispersi
qua e la, in quanto cioè l’arte concentra e rende continuo ciò che nella natura
si presenta discontinuo, sconnesso e quindi pressochè sfornito di alto
significato. Allo stesso modo che la scienza coordina, correggendo, modificando
(sceverando l’ essenziale e il necessario dall’accidentale), i fatti
dell’osservazione percettiva ordinaria e li presenta sotto nuova luce, così
l’arte ha per intento di mettere in evidenza i tratti caratteristici della
natura e della vita, ordinandoli, fissandoli e organizzandoli in modo che salti
agli occhi di tutti quel sigrificeto che diversamente o non sarebbe avvertito
addirittura, ovvero in modo incompleto e confuso. L'opera del genio si esplica
appunto nell’idealizzare la natura, vale a dire nel rendere appariscente ciò
che senza di Lui all'occhio volgare sarebbe per sempre rimasto nascosto.
L’opera d'arte quale espressione di un contenuto ideale, di un universale
concreto (natura propria di ciò che si vuol rappresentare) ha la sua ragione in
sè stessa: e il suo valore sta tutto nell’ essere essa parvenza perfettamente
distinta dalla realtà. Essa invero è apprezzata per sè; è un sistema,
un'individualità, qualcosa di organico esprimente la Realtà sotto un punto di
vista determinato. Qualsiasi altra cunsilerazione non riferentesi alla
contemplazione di una rappresentazione concreta, compiuta di quella medesima
Realtà, che alla Ragione appare come Vero ed al Volere come Bene, le è
estranea. Onde con
BOSANQUET [citato da H. P. Grice, “Prejudices and predilections, which become
the life and opinions of H. P. Grice” --, Zistory of Esthetic. London. It is
plain that nature in this relation differs from art principally in degree, both
being in the medium of human perception or imagination, but the one consisting
in the transient and ordinary presentation or idea of average ind, the other in
the fixed and heigtened intuitions of the genius which can record and interpret
. segue che l'appercezione estetica si riferisce al modo come è rappresentato,
come è espresso, non come è costituito, nè come agisce il Reale per sè. E evidente che una medesima cosa è giudicata
bella o brutta a seconda che è considerata o pure no espressione completa di un
dato ordine di realtà: espressione che figurerà come completa o come incompleta
secondo che un oggetto è guardato nella sua possibilità e in generale dall’uno
o dall'altro punto di vista. Un esemplare di una specie di animali nota uno
scrittore recente, sarà brutto p. es. se considerato come espressione dell’
animale in generale, perchè in quel dato esemplare (forma) la vita animale
(contenuto) non si rispecchia nella sua pienezza: potrà esser bello se
considerato come espressione tipica di una data specie di animale,. giacchè in
tal caso esso è considerato come espressione o forma di un altro contenuto ,
dass di un altro was. Insomma un oggetto è bello o brutto secondo la categoria
con la quale lo appercopiamo. Nell'arte tutta la realtà naturale ed umana che è
bella o brutta secondo i punti di vista relativi diventa bella, perchè è
appercepita come realtà in generale che si vuol vedere espressa completamente.
Tutti i personaggi, tutte le azioni, tutti gli oggetti, entrando nel mondo
dell’arte perdono (artisticamente parlando) le qualificazioni che sogliono
avere per ragioni. diverse nella vita reale, e son giudicati sclo in quanto
l’arte li ritrae più o meno perfettamente. Taluni dei Cesari sono giudicati
mostri guardati nella vita reale, ma non sono mostri come figure d’arte. PERGEA
PSR i ie ina Pr fa L'uomo nella vita ordinaria accetta il dato come
immediatamente gli si presenta senza che faccia alcun tentativo per armonizzare
tra loro gli elementi discordanti. Possiamo aggiungere che la discordanza non è
neanco avvertita. In tale stadio l’uomo non conosce per conoscere, ma conosce
per operare, per soddisfare cioè nel modo più appropriato i suoj/ istinti o le
sue tendenze; onde avviene che le cognizioni, le quali meglio rispondono alle
esigenze pratiche, appaiono complete, perfette. Se non che un tale stato non è
duraturo; ben presto con lo svolgersi della cultura e della civiltà la funzione
conoscitiva acquista un certo grado d'indipendenza, emancipanilosi dai bisogni
pratici ed acquistando valore e significato per sè. È in tale stadio che
cominciano ad essere avvertite le contradizioni esistenti tra i vari elementi
dell’esperienza ordinaria, dapprima considerati come essenzialmente costitutivi
della vera ed ultima Realtà. È in tale stadio che si formano le scienze, le
quali per dar ragione dei vari fatti sperimentali e per eliminare le
contradizioni dagli stessi presentate ricorrono a concetti d'ordine
particolare. In tal guisa questi sono come il sostrato della realtà, mentrechè
i fenomeni empiricì stanno ad indicare le varie maniere in cui il detto
sostrato si può presentare al soggetto, stanno ad indicare le varie forme che
esso può assumere. Ma siffatti concetti fondamentali delle scienze particolari
sono in realtà qual-. cosa di ultimo e d’irriducibile e (ciò che sopratutto
importa) sono privi assolutamente di elementi contradittori, sono cioè
perfettamente intelligibili? Questo problema che sorpassa evidentemente i
limiti di ciascuna scienza speciale, forma il punto di partenza del filosofare.
Ora BRADLEY, il filosofo oxoniense, nel suo saggio di metafisica intitolato
“Appearance and Reality” – Appearance and reality: a metaphysical essay.
London, Swan Sonneschein. Tale opera di Bradley è accolta con molto favore nel
mondo filosofico inglese. Mackenzie non si perita di affermare nella Rivista
Mind che il saggio di metafisica di Bradley è una delle migliori opere
filosofiche. Bradley del resto è autore di parecchie altre opere
pregevolissime, quali i “Principles of Logic” (London), “Ethical Studies” e
svariatissimi articoli per la più parte d’argomento psicologico pubblicati
nella “Mind.” -- muove appunto dal quesito: La realtà quale ci viene presentata
dalle scienze singole è consistente, ovvero è contradittoria e quindi non
realtà vera, ma apparenza? Le scienze per costruire un mondo intelligibile sono
ricorse a vari espe-. dienti o mezzi; che valore hanno questi? Sottoposti alla
critica, esaminati alla luce del principio di contradizione appaiono
consistenti? Ognuno vede che per risolvere tale problema occorre anzitutto
passare a rassegna i materiali che compongono l’edifizio della scienza per
potere di poi ricercare fino a che punto ciascuno di essi sia coerente con sè
stesso e coi rimanenti. Si fa presto ad enumerare gli organi che renduno
possibile alla scienza la costruzione della mechanica rerum; essi sono:
divisione delle qualità sensoriali in primarie e secondarie, i concetti dì
sostrato o sostantivo, di qualità, di relazione, di spazio, tempo, movimento,
cangiamento, causalità, forza, attività. Tutto il mondo per la scienza è composto
di cose , di qualità , di relazioni e, se si vuole, anche di forze . Le qualità
possono essere divise poi in primarie (estensione, resistenza) e secondarie
(colori, suoni ecc.). Dalle varie combinazioni di qualità e di relazioni di
differente ordine risultano lo spazio, il tempo, il movimento, il cangiamento,
la causazione. Possiamo dire che i concetti propriamente primitivi sì riducono
a quelli di sostanza, di qualità, di relazione e di azione, mentrechè tutti gli
altri concetti di cui si fa largo uso nella scienza, non sono che derivazioni e
combinazioni diverse di quelli primitivi. Si domanda adunque: La Realtà è
effettivamente costituita di sostanze, di qualità, di relazioni? Il Bradley
risponde subito di no, perchè tutti questi elementi, implicando contradizioni,
sono apparenza e non realtà. La sostanza , la cosa non è che l'insieme, l’unità
di tutte le qualità che caratterizzano, 0 como altrimenti si dice, ineriscono
ad essa: ma che cosa è mai questo rapporto d'inerenza? Da una parte la cosa non
s'identifica con nessuna delle qualità per sè prese (così lo zucchero non è
identico alla qualità del bianco, o a quella del dolce per sè presa), e
dall'altra parte se si dice che la cosa rappresenta l’uni ficazione,
l'aggruppamento delle varie qualità non s'intende in che cosa possa consistere
questa unificazione od ordinamento che sia. Chi tiene unite le qualità? Perchè,
come, dove queste si uniscono insieme? Qui sì tira in ballo il concetto di
relazione e si dice che la sostanza, la cosa, è data da particolari rapporti
esistenti tra le varie qualità, ma ciò non serve affatto a chiarire la
questione, perchè che cosa mai vuol dire che una cosa è uguale al rapporto di
una qualità: con un’altra qualità? Così se si dice lo zucchero è eguale ad un
dato rapporto del bianco col dolce non si dice nulla di serio e di
significante, non si sa che cosa voglia dire una qualità in rapporto con
un'altra: la prima qualità non è identica alla seconda, e non è nemmeno
identica alla relazione con la seconda . Come si vede, al problema concernente
la sostanza, la cosa, sì connette intimamente quello riguardante la natura
della qualità e della relazione, problema che esaminato a fondo, dice il
Bradley, dà luogo ad un cumulo di contradizioni. Ed invero qualità e relazione
anzitutto si presuppongono a vicenda in quanto con ogni qualità si connette
intimamente un processo di distinzione, di differenziazione e quindi un
rapporto (ogni qualità in tanto esiste in quanto emerge, distaccandosene, da un
dato fondo), processo e rapporto che sono parti essenziali della qualità come
tale e non qualcosa di sopraggiunto: chi dice qualità dice molteplicità e chi
dice molteplicità dice con ciò stesso rapporto; e in quanto ogni rapportu
d'altra parte implica la esistenza di termini e quindi di qualità tra cui esso
intercede ; poi non c'è verso di poter intendere come qualità e relazione
agiscano o si comportino reciprocamente. Noi, ricordiamolo bene, siamo a
questo: la relazione è nulla senza la qualità e viceversa la qualità è nulla
senza la relazione: da un canto sembra che la qualità consti di relazioni, e
dall'altro che queste non siano che forme di qualità. Si direbbe che in
ciascuna qualità siano da distinguere due elementi, uno che rende possibile una
qualsiasi relazione e l’altro che risulta dalla relazione stessa, elementi che
appartenendo ad una stessa cosa (qualità), bisogna che siano in relazione tra
loro per modo che a’ proposito di ciascuno di essi si renda necessario il
medesimo processo di distinzione dell'elemento che rende possibile la relazione
da quello che ne risulta. Il che, come è chiaro, I mena ad un processo ad
infinitum. Il fatto è che il Bradley non vede come la relazione salti fuori
dalla qualità, nè come la qualità possa saltar fuori dalla relazione lasciata
così sospesa per aria. Da una parte la relazione pare che non si distingua
dalla qualità, e dall’altra la presuppone: e viceversa da una parte la qualità
pare che s'identifichi con la relazione, e dall'altra ne derivi. | Come mai si
può affermare adunque che la realtà è fatta di sostanze, di qualità e di
relazioni, se tali tre elementi implicano contradizioni e sono affatto
incomprensibili? Presi separatamente o in unione essi appaiono sempre
impenetrabili all’intelligenza. La relazione non può essere considerata un
addiettivo, una proprietà della qualità, giacchè viceversa questa appare
qualcosa di inerente alla relazione. Oltrechè il rapporto di inerenza è quanto
di più oscuro si possa immaginare, la relazione e la qualità non possono essere
sostantivi ed addiettivi nello stesso tempo. Se non s'intende come le qualità
possano unirsi per dare la cosa , non s'intende del pari come i rapporti siano
proprietà, siano come a dire inerenti alle qualità. Si ode dire che la tale
cosa ha la proprietà di essere in rapporto con la tale altra cosa, ma una tale
espressione implica una quantità di controsensi. Che cosa è il rapporto per sè
preso? Non sì può identificare con la cosa e d’altra parte per sè è nulla. Il
nodo della questione è tutto qui: la relazione non essendo una cosa nè una qualità,
non sì arriva a comprendere che cosa mai possa essere, giacchè essa infatti
nell’ uso ordinario e scientifico è adoperata ora come sostantivo a cui
ineriscono le qualità vere o proprie ed ora come addiettivo, come un derivato
delle qualità stesse. Se non c'è modo di intendere l’unità delle qualità e
degli attributi costituenti la cosa non c’è modo neanche d'intendere l’unione
delle relazioni con le qualità. Da un canto il rapporto deve essere qualcosa
per sè, qualcosa di distinto dalla qualità e dall’altra fuori la qualità esso
appare nulla. Una volta dichiarati iniutelligibili perchè contradittori i
concetti di sostanza, di qualità, di relazione, non potevano non apparire del
pari incomprensibili lo spazio, il tempo, il movimento, l’attività, il cangiamento,
la causazione, ecc. Tutti questi concetti invero non risultano che di qualità e
di relazioni variamente combinate tra loro. In ciascuno di questi casi riappare
l'impossibilità di considerare la relazione come qualcosa di esistente per sè
in quanto essa presuppone delle qualità e insieme l’impossibilità di
considerare le qualità come cause produttrici delle relazioni, perché le
qualità si risolvono alla loro volta in relazioni. Da un canto le qualità
sembrano constare di relazioni e queste di quelle e dall'altro non s'intende
come in ogni caso le une possano emergere dalle altre. Ognuno vede quale sia la
conclusione a cui perviene la critica del Bradley : i concetti fondamentali
delle scienze particolari non sono che mere apparenze. Ora è giusta una tale
affermazione, in base, s'intende, all'analisi da lui fatta delle qualità e
relazioni in genere e poi del mutamento dello spazio, del tempo, della
causazione, del cangiamento, ecc. ? In sostanza Bradley ragiona così: Poichè la
sostanza o la cosa da una parte non può essere identica a ciascuna o anche a
tutte le qualità per sè prese e dall'altra non può essere considerata come il
sito d’unificazione, come l’ unità di tutti gli attributi, poichè in altre
parole è incomprensibile il rapporto d'inerenza o il nesso del sostantivo con
l'aggettivo bisogna dire che questi ultimi concetti non costituiscono la
realtà. Poichè è inconcepibile la natura della qualità e della relazione come
della loro unione, bisogna affermare che anche siffatti concetti non sono che apparenze,
errori di prospettiva mentale, i quali vengono ad essere eliminati in un’
esperienza più elevata. Il filosofo inglese, come si vede, prende i concetti di
sostanza, di qualità e di relazione come se fossero qualcosa di esistente per
sè, come se fossero degli elementi indipendenti, delle vere e proprie entità:
ora ciò è un errore. Non è lecito considerare la sostanza, la qualità e la
relazione separatamente dal fattore della coscienza in generale (Bewusstsein
iiberhaupt, direbbe Kant) che ne è il vero sostegno e fondamento. La sostanza,
la qualità e la relazione in tanto appaiono concetti contradittori in quanto
sono stati distaccati dalla loro matrice, da ciò per cui sono e a cui devono
per conseguenza esser riferiti, la coscienza, il soggetto in genere.
Considerati come obbietti non reggono alla critica sicuramente, ma considerati
come fatti esistenti per un soggetto in generale e non per questo o quel
soggetto particolare divengono comprensibilissimi. Ed invero l’ unificazione
delle qualità costituenti la cosa non è un atto compiuto in un sito al di fuori
del soggetto, ma ha la sua radice nell'unità della coscienza. Non esistono
delle qualità per sè prese che poi in un bel momento si uniscano tra loro per
formare la cosa , ma esistono degli elementi astratti (che dal punto di vista
obbiettivo sono funzioni), i quali si concretizzano, completandosi a vicenda,
per opera della soggettività in genere. La cosa, la sostanza insomma è ciò che
è per la coscienza in genere. La cosa la sostanza adunque è una funzione del
soggetto. Ricordiamo che una funzione è sempre una ancorchè gli atti di cui
essa si compone siano molteplici. La cosa o la sostanza non è la semplice unità
delle sue qualità, ma è questa unità più il soggetto : nè è a dire che la
sostanza sia identica ad una sola qualità (come parrebbe quando si dice, ad
esempio, che lo zucchero è dolce o al rapporto esistente tra le varie qualità :
queste in tanto appaiono costitutive della cosa, in tanto possono essere
attribuite separatamente o complessivamente alla cosa stessa in quanto sono
presenti ad una coscienza. Il rapporto d'inerenza in tal guisa cessa di essere
qualcosa d’impenetrabile e di misterioso, riducendosi ad una funzione della
coscienza o della soggettività in genere per cui le varie modificazioni vengono
ad essere riguardate come elementi di un unico processo. Parimenti la qualità e
la relazione, come la sostanza, non sono delle entità, ma vivono, agiscono e si
muovono nella e per la coscienza in generale: tolta la quale, non s'intende sicuramente
nè la qualità, nè la relazione, nè la loro unione. La qualità non esiste che
come determinazione, differenziazione della coscienza o soggettività in genere,
e questa stessa mentre è attiva dà luogo a relazioni di vario ordine. Qualità e
relazione adunque non sono due fatti distaccati, o meglio, l'uno di essi non è
qualcosa di aggiunto all’altro: la relazione presa per sè, come la qualità
presa per sè non esistono, ma vengono per così dire, generate ad uno stesso
tempo dalla coscienza, la quale nell'atto che dà luogo alla qualità dà luogo
anche alla relazione, per modo che qualità e relazione da una parte si
appoggiano a vicenda e dall'altra hanno entrambe il loro fondamento ultimo
nell'unità e attività della soggettività; tanto è vero che ciò che da un punto
di vista figura come qualità, può presentarsi da un altro punto di vista come
relazione e viceversa Se si fissa l’attenzione sull'atto o processo con cui la
coscienza genera e costìtuisce la qualità si ha la relazione: se invece
l'attenzione è fissata sulla modificazione generata nella coscienza dall'atto
si ha la qualità. La relazione pertanto non è un addiettivo della qualità come
questa non è un prodotto della relazione, ma sono due lati di uno stesso
processo fondamentale compiuto dalla soggettività in generale. E si comprende
‘agevolmente come la relazione distaccata dalla -sua matrice che è la coscienza
in generale presa quindi per sè, presupponga i termini o le qualità e viceversa
queste considerate per sè traggano seco l’altro lato del processo, implichino
cioè la relazione: esprimendo la qualità e la relazione due punti di vista
differenti di uno stesso fatto, l'uno implica l’altro: ciascuno è
vicendevolmente risultato e condizione, secondochè si muove per primo dall'atto
della coscienza (relazione) con cui si produce una modificazione di essa
qualità, ovvero da questa modificazione. I concetti di sostanza, di qualità e
di relazione adunque in tanto implicano un cumulo di contradizioni in quanto
vengono considerati separatamente dal fattore della coscienza, della
soggettività in generale in cui hanno la loro radice e ragione di essere. Una
qualità che non si riferisce ad un soggetto è nulla come una relazione che non
esprime un’ azione di un soggetto è parimenti nulla. La scienza fa uso dei concetti
di sostanza, di qualità, di relazione senza andare in traccia di ciò che
siffatti concetti implicano: la filosofia per contrario trova che essi si
riferiscono alla coscienza in generale con le sue note di unità, di attività e
di modificabilità. La sostanza, la qualità, la relazione sono elementi
costitutivi della realtà non nel senso che esistano per sè, ma nel senso che
sono una produzione, anzi, meglio diremo, sono elementi costitutivi della
coscienza o della soggettività in generale che è quanto di più reale possa
esistere. E la sostanza, la qualità e la relazione in tanto s’implicano a
vicenda in quanto come funzioni integrantisi a vicenda formano la struttura
organica della coscienza. La sostanza non è identica ad un complesso di qualità
o di rapporti tra qualità come la relazione non è un prodotto della qualità,
come la qualità non risulta dalla relazione, e come infine la relazione non è
un attributo della qualità e viceversa, ma sono tre differenti funzioni della
coscienza, tre vie che la coscienza tiene nell'adempimento del suo ufficio che
è quello di costruire l’esperienza intesa in senso largo. Per Bradley giudicare
equivale semplicemente ad identificare stabilire un'identità formale ed
astratta tra i termini del giudizio, facendo astrazione dal fattore della
coscienza necessariamente supposto dall'atto giudicativo. Ora il giudizio non è
la pura identità di due teriini, ma è l'identità più l’azione del soggetto che
rende possibile e in cui si compie il riferimento espresso nel giudizio. Sicuramente
l’un termine del giudizio non è identico sic et simpliciter all'altro, ma è
identico a questo più il fattore del soggetto. Si è veduto come la difficoltà
d’intenlere la natura propria delle qualità e delle relazioni derivi dal
considerarle come dati invece che come funzioni della coscienza o del soggetto
in genere, ond’ è che esse non figurano come attributi della realtà, ma bensì
come atti della coscienza : qualità e relazioni avendo la loro ragione di
essere nella e per la coscienza è chiaro che non sì tosto esse vengono
distaccate da tale fonlo appaiono concetti contradittori. Del resto lu realtà
presa nel suo insieme non è veramente tale che per una coscienza : tolta
questa, la realtà stessa scompare. Una realtà posta al di fuori di qualsiasi forma
di coscienza per noì è inconcepibile n almeno è come se non esistesse, è nulla.
Ora la realtà riferita ad una coscienza è costituita di vari ordini di qualità
e di relazioni, che rappresentano per così dire i materiali .con cui il
soggetto fa o costituisce la realtà. Lungi dal poter essere le stesse
considerate come apparenze costituiscono la realtà vera. Ciò posto, ognuno vede
che le contradizioni riscontrate dal Bradley nello spazio, nel tempo, nel
movimento, nel cangiamento, nell'attività, nella causazione che in fin dei
conti rappresentano delle differenti combinazioni di qualità e di relazioni,
scompaiono appenachè esse non vengono più considerate come dati, ma funzioni
della coscienza in generale. Le contradizioni esposte dal Bradley poggiano per
la più parte sulla difficoltà o impossibilità di intendere il continuo, il
quale sotto differenti forme si presenta nello. spazio, nel tempo, nel
movimento, nel cangiamento, nella causazione ecc. Ora il con/înuo
effettivamente non è concepibile che armettendo una coscienza o soggettività
che in certo qual modo sia come la forma permanente della Realtà, rispetto alla
quale cioè la realtà venga costituita e uni‘ficata. Il continuo dello spazio,
del tempo, del movimento, del cangiamento, è come a dire, il riflesso della
continuità, della permanenza, e della identità dell'attività della coscienza,
e, si badi, della continuità della coscienza in generale e non di quella
individuale. A tal proposito giova ricordare che la conoscenza, la costruzione
della realtà e l’esperienza in genere in tanto sono possibili in quanto la
funzione o l’attività della coscienza individuale s' identifica con la funzione
della coscienza in genere. Ma si può domandare: Che concetto dobbiamo e
possiamo formarci di tale coscienza in generale ? 0 meglio,. che esperienza ne
abbiamo noi? Siffatta coscienza in generale è quell'elemento subbiettivo che
viene sottinteso in ogni esperienza e quindi in ogni realtà. L'esperienza
divenga obbiettiva finchè si. vuole, si attenui fin che si A proposito del movimento
rimandiamo il lettore a ciò che ne dicemmo sulle tracce del Masci nel I° volume
di questi Saggi. vuole il fattore subbiettivo, non si riuscirà mai ad
annullare, come già si fece notare disopra, il riferimento ad una coscienza
qualsiasi: tolto il quale riferimento è annullata per ciò stesso l’esperienza e
la realtà. Noi in tanto possiamo parlare di fatti obbiettivi in quanto ad una
determinata coscienza individuale sostituiamo una forma differente di coscienza
senza riuscire mai a far senza di una qualsiasi: così si parla dei fatti di
movimento come di fatti essenzialmente obbiettivi: ora i detti fatti di
movimento non sono fenomeni riferentisi ad una coscienza? L'uomo come essere
pensante è cosiffatto che non può in nessuna maniera, semprechè non voglia
annullare sè stesso, fare astrazione da una qualsiasi forma di coscienza. Ed è
in ciò posta appunto la realtà dell’ io non già nel vario contenuto della
coscienza individuale, il quale è qualcosa di mutevole e di accidentale. Il
Bradley per mostrare come anche l'io sia apparenza e non realtà passò in
rassegna i vari significati in cui l’ io può essere preso per dedurne che
nessuno di tali significati è scevro di contradizioni; nessuno ci dà la realtà:
ma egli non accenna al significato dell’ io quale condizione prima di ogni
esperienza e quindi di ogni realtà : ora è appunto in tal senso che l'io è ciò
che vi ha di veramente reale. Non è l'io empirico, l’io individuale per sè
preso che ci dà il reale, ma è quell’elemento dell’ io individuale per cui questo
identificandosi coll’io, e la coscienza in genere si presenta come elemento
costitutivo e quindi come condizione di ogni realtà ed esperienza. Aggiungiamo
infine che una volta che lo spazio, il tempo, il movimento, il cangiamento ecc.
non vengono presentati come dati, ma come funzioni della coscienza in generale
è chiaro che nelle loro parti costitutive appaiono come qualità o come
relazioni a seconda che varia il punto di vista da cui vengono considerate:
appaiono relazioni guardate dal punto di vista dell'atto costruttivo, mentrechè
appalono qualità dal punto di vista delle modificazioni nell'atto stesso
prodottesi sempre nella coscienza in generale. L'analisi del Bradley mena
adunque a questo risultato, che i concetti fondamentali delle scienze particolari,
involgendo contradizioni, non possono essere elementi costitutivi della realtà,
ond’è che essi vanno considerati quali mere apparenze. Come si vede, il
criterio per distinguere la realtà dall’apparenza è il principio di
contradizione. Regola generale: ciò che si contradice non è reale, o, ciò che
val lo stesso, la realtà ultima non può essere contradittoria. Tale criterio è
assoluto e supremo, perchè tutti gli altri ne dipendono e perchè anche
negandolo o dubitandone, se ne ammette tacitamente la validità. Il principio di
contradizione però non va considerato come un criterio puramente formale in
quanto chi pone l’ inconsistenza tra gl’ indizii della non realtà viene ad
affermare la consistenza quale segno del reale : se ciò che Stimiamo opportuno
riprodu-re, italianizzandole, le parole inglesi consistency e inconsistency per
donotare l’ identità e la contradizione, in quanto esse esprimono bene i
concetti della presenza 0 della mancanza dell’appoggio reciproco delle varie
parti di un tutto, si rivela inconsistente e contraditturio non è reale, la
Realtà dev'essere per forza consistente. Ma, si può qui domandare, se i
concetti fondamentali di cui si fa uso nell’esperienza racchiudono
contradizioni e se ciò che è contradittorio non è reale, tuttociò che ci
circonda e noi stessi siamo come a dire al di fuori di ogni realtà, siamo non
enti? No, risponde il Bradley, noì e tutto il resto siamo, e come tali siamo
apparenze, vale a dire che abbiamo un certo grado di realtà. Il carattere
fondamentale del reale è dato da ciò, che esso possiede ogni specie di
apparenza, ma in forma armonica. Sicchè la Realtà è una nel senso che esclude
qualsiasi contradizione e comprende tutte le svariate apparenze fino a tanto
che non si contradicono. Per conseguenza il Reale non può essere che
individuale e tale da abbracciare tutte le differenze in un’ armonia secondo
che questo è o no reale. La consistency significa in modo chiaro il fatto che
ciascun elemento esige la presenza degli altri per modo che è reale quel
termine che si connette, che è in relazione con tutto il resto. Qui si può
porre la questione: Ma i principii d'identità e di contradizione per sè
considerati implicano la connessione reciproca delle varie parti di un tutto?
Dal fatto che due termini non sono in contradizione è possibile dedurre che
sono in relazione reciproca e che sì appoggiano a vicenda? L'assenza di
contradizione può essere indizio di una connessione, di una relazione, ma
perchè questa sia ammessa effettivamente, si richiede qualcos’ altro ; sì richiede
una determinazicne positiva, la quale non ci può essere fornita che dalla
esperienza. Ritorneremo su questo punto quando parleremo del rapporto esistente
tra realtà e possibilità, tra l’esistenza e l’intelligibilità. Quì vogliamo
solo notare che non va confusa la funzione dei principii supremi della ragione
(identità ecc.) quali criteri per giudicare della realta e della verita col
loro ufficio quali postulati, esigenze, norme della conoscenza. comprensiva
d'ordine superiore. È a questo Uno-Tutto, a questo Sistema, a questa Unità che
supera le differenze, che vien dato il nome di Assoluto. Prima di determinare
la natura e i caratteri positivi e le manifestazioni dell’Assoluto è bene
soffermarci un momento per indagare da quali ragioni sia stato indotto il
Bradley ad ammetterne l’esistenza : ricerca della più alta importanza codesta
in quanto per tale via noi penetreremo nel cuore della filosofia del nostro
autore. Tuttociò che in qualche maniera racchiude contradizione non è reale, è
apparenza che può divenire reale solo allontanando da sè l'elemento
contradittorio, vale a dire cessando di essere determinatu in un dato modo e
trasformandosi in qualcos'altro : onde consegue che la realtà dev'essere
caratterizzata dall'assenza di contradizioni, dalla consistenza con sè stessa,
il che può avvenire solo nel caso che essa sia unità individua e sistematica.
Tuttociò però non implica che la Realtà effettivamente esista, ma soltanto che,
se esiste, non può esistere che in tale maniera, sotto questa condizione, che
sia una e consistente: condizione che determina la possibilità, non
l'attualità. Ciò che è possibile è forse reale? Una possibilità asserita,
risponde, ha sempre un significato e finchè non sia contradetta o non appaia
contradittoria, qualifica il Reale, presentandosi sempre accompagnata con
qualche idea attuale: quando voi non avete che un'idea e di essa non potete
razionalmente dubitare, siete nell’obbligo di affermarla, giacchè, è bene
tenerlo a mente, qualsiasi cosa serve a qualificare il Reale e finchè una idea
non appare inconsistente seco stessa isolatamente considerata, o presa colle
altre cose, è da riguardare vera e reale. A ciò sì aggiunga che la possibilità
è sempre relativa e implica sempre un inizio di attualità, giacchè la
possibilità assoluta o incondizionale equivale all’inconcepibilità o
impossibilità. Essa è data appunto da ciò che contradice alla conoscenza
positiva piuttosto che da ciò che appare insufficientemente connesso con la
Realtà. Come si vede, occorre determinare bene il rapporto esistente tra
pensiero e realtà, e insieme fissar bene il concetto che bisogna formarsi della
realtà e verità in genere. Ora al Bradley sembra assolutamente inconcepibile un
pensiero, per così dire, sospeso in aria, che non sia connesso con una qualsiasi
forma del Reale, con uno de suoi aspetti o con una delle sue sfere. Per quanto
ciò possa sembrare un paradosso, è inammissibile che la realtà sia circoscritta
a ciò che esiste nello spazio e nel tempo: questa non è che una delle tante
forme, delle tante manifestazioni od apparenze della realtà; tanto è vero che
ciò che è reale da un dato punto di vista, non lo è da un punto di vista
differente. Vi sono tanti mondi, tante realtà quante possono essere le
prospettive da cui può essere guardato il tutto, 0 meglio, ciascuno dei suoi
frammenti. Così vi è il mondo dell’arte, come vi è il mondo della religione,
della moralità e via di seguito, e tutti questi mondi sono differenti tra loro
per modo che ciò che è vero e reale in uno di essi non lo è del pari in un
altro ed ogni idea appartenente a questi singoli mondi qualifica in qualche
modo il Reale preso nel suo insieme. Il fatto immaginario qualifica la Realtà
alla propria maniera. Ciascun elemento occupa un posto nel sistema totale.
L'importante è determinare il vero posto che gli compete, L'oggetto del nostro
desiderio certo non esiste attualmente, ma è sempre però riferito alla realtà
ed è anzi tale riferimento che rende l’impedimento al soddisfacimento del
desiderio incresciosissimo: ciò che io desidero non esiste per me attualmente,
ma io sento vagamente che è in qualche parte, in una regione, per dir così,
lontana, per il che il suo non attuarsi in un dato momento produge una tensione
oltremodo spiacevole. Va notato però che se quilsiasi idea può essere riferita
alla realtà, d'altra parte perchè ciò avvenga, è necessario che la stessa idea
sia più o meno alterata (1), della necessità, del grado delle quali operazioni
noi siamo d’ ordinario completamente all’ oscuro. In conseguenza di ciò il
Bradley fu tratto a discutere della validità della celebre prova ontologica. Se
s’identifica la realtà coll’esistenza spaziale e temporale è evidente che dal
fatto che una cosa si presenta, per così dire, solo nella nostra testa non
consegue che essa esista realmente; ma lo stesso non si può dire quando si
ammette che qualsiasi idea qualifica in qualche modo la realtà; in questo EVERY
IDEA CAN BE MADE THE TRUE ADJECTIVE OF REALITY, BUT ON THE OTHER HAND, AS WE
HAVE SEEN, EVERY IDEA MUST BE ALTERED. MORE OR LESS THEY ALL REQUIRE A SUPPLEMENTATION AND
RE-ARRANGEMENT. BUT OF THIS NECESSITY AND OF THE AMOUNT OF IT WE MAY BE TOTALLY
UNAWARE. WE COMMONLY USE IDEAS WITH NO CLEAR NOTION AS TO HOW FAR THEY ARE
CONDITIONAL, AND ARE INCAPABLE OF BEING PREDICATED DOWN RIGHT OF REALITY. TO
THE SUPPOSITION IMPLIED IN OUR STATEMENTS WE USUALLY ARE BLIND, OR THE PRECISE
EXTENT OF THEM IS, AT ALL EVENTS, NOT DISTINCTLY REALISED. TO THINK IS ALWAYS
IN EFFECT TO JUDGE, AND ALL JUDGEMENTS WE HAVE FOUND TO BE MORE OR LESS TRUE,
AND IN DIFFERENT DEGREES TO DEPART FROM, AND TO REALISE, THE STANDARD
HARMONIOUSNESS SELF-CONSISTENTY, INCLUSIVENESS AND HARMONY. caso anche ciò che
si presenta soltanto nella mia testa deve avere qualche punto di contatto col
Reale. Giova ricordare a tal
proposito che una pura idea separata da tutto il mondo reale è un’ astrazione,
anzi vi ha dippiù: un'idea non riferita in qualche modo alla Realtà è una
contradizione. Si tratta di vedere adunque in che maniera l’idea dell’assoluto
possa esser riferita alla realtà. Perchè un’idea qualsiasi figuri come
qualificazione della realtà occorre che essa sia armonica, completa,
organicamente connessa col sistema totale, per il che deve essere priva di
qualsiasi elemento contradittorio. Ora l’idea dell’assoluto che è l’idea
dell’unità, della totalità, della coerenza del sistema, da una parte è inerente
alla natura propria del pensiero, tanto che si può dire che ne costituisca
l’essenza e dall’ altra è contradittoria solo nel caso che essa si consideri
come non avente niente a che fare con la realtà ; invero aver l’idea dell’
unità, del sistema assoluto e non riferirla alla Realtà quando si è detto che
il grado di realtà si misura dal grado di armonia, di comprensività ecc. è
assolutamente contradittorio. Se chi dice pensiero dice sistematizzazione, e se
d'altro canto il pensiero quale elemento integrante la realtà, è tanto più vero
e reale quanto più è sistematico, armonico, completo, non si può non affermare
che il pensiero o l’idea del sistema totale (Assoluto) è il più reale di tutti.
In questo caso l’idea è cosiffatta che essa è spinta, per così dire, a
completarsi nella esistenza : in caso contrario si rivela contradittoria.
L'idea dell’ assoluto, dell’ unità ecc. non è un prodotto accidentale,
arbitrario dello spirito subbiettivo, ma è qual. cosa di essenziale allo
spirito come spirito, per il che sempre che non si voglia annullare il pensiero
(e quindi in ultima analisi la realtà stessa), non si può non renderla
consistente. In sostanza negare l’esistenza all'idea dello assoluto equivale a
dire che il criterio per giudicare del grafo di verità e realtà che è quello
appunto dell'armonia e della coerenza non è reale; o, in altre parole, negare
la realtà dell’ assoluto equivale a dire che il pensiero non è reale, che esso
brancola nel vuoto addirittura, non riferendosi e non completandosi nella
realtà. Pensiero e realtà essendo parti di un tutto, si completano a vicenda
per modo che partendo da un lata si è costretti a muoversi per forza verso il
lato complementare, Da tal punta di vista la prova ontologica va considerata
come l'inverso di quella cosmologica. Una volta che il Reale è per natura
qualificato dal pensiero esso deve per qualche via possedere ciò che implica
l'essenza propria del pensiero. Il principio della prova ontologica allora si
rivela erroneo quando si crede di poter con esso dimostrare che a qualsiasi
idea formantesi nello spirito individuale debba corrispondere senz’ altro un
contenuto reale obbiettivo; nulla di più falso e inesatto; qualsiasi idea
caratterizza la realtà a patto che essa venga profondamente mo lificata cou
particolari processi (addition, qualification, rearrangement, supplementation
ecc.). L'idea dell’Assoluto che isolatamente considerata è inconsistente, è
tratta a completarsi per mezzo dell’ esistenza L'esistenza non è la realtà,
conchiude il Bradley, comunque la realtà deve esistere ; l’esistenza è una
delle forme di apparenza del reale. Raccogliendo le fila, noi possiamo dire che
per il Bradley l'Assoluto in tanto è ammissibile in quanto è riconosciuto come
possibile (giacchè la possibilità implica inizio di attualità) e insieme come
pensabile. Ciò che è conforme alla natura propria del pensiero (armonia,
comprensività) è sempre in qualche modo reale. Sicchè il criterio della realtà
è in ultima analisi posto nel pensiero. Nulla è assolutamente erroneo o falso,
ma si distinguono numerosi gradi di realtà e verità in rapporto alla maggiore o
minore armonia e comprensività del contenuto ubbiettivo. Come si vede, la
questione ora si riduce alla ricerca del rapporto esistente tra pensiero e
realtà. Ogni pensiero, anzi ogni fatto psichico (imaginazione, desiderio ecc.)
caratterizza in qualche modo la realtà vera e propria? Stando al Bradley
stesso, il pensiero ha la sua radice nella disgiunzione del what o contenuto
intel ligibile (predicato) dal that o esistenza, reale immediatezza sensoriale
(soggetto), epperò nasce da un disperdimento dell’unità reale concreta, per
raggiungere la quale il pensiero deve annullare sè stesso; dal che consegue che
ogni predicato o contenu‘o intelligibile, ogni idealità, ogni what implica
sempre una realtà, un that da cui è stato distaccato; e l'errore, la falsità
sta solo in questo, nel congiungere un what ed un that che non si
corrispondono. Nel Tutto, nell'Assoluto ogni what trovando il suo that cessa
ogni possibilità di errare e tutto appare giustificato perfettamente. Non vi è
caso duuque che un pensiero per quanto strano si riveli considerato da un dato
punto di vista o in rapporto ad una data regione del Reale, non abbia un punto
di contatto colla realtà una volta che, dopo opportune modificazioni e
trasformazioni, è introdotto nel regno dell’ Assoluto. Solo ciò che è
contradittorio è falso, tutto il resto è in qualche modo e in qualche grado
reale. I cardini della concezione bradleyana in ordine alla natura della realtà
sono: 1° qualsiasi idea qualifica il reale; 2° l’idea dell’assoluto quale
sistema armonico, quale indivi dualità è cosiffatta che deve completarsi
nell'esistenza. Ora tali affermazioni sono state rese inoppugnabili
dall'autore? Qualsiasi idea e quindi qualsiasi giudizio noi facciamo, nota
l’autore, deve avere un punto di riferimento nella realtà: e ciò perchè un
pensiero che non serva a caratterizzare in qualche modo il reale è una
contradizione; il pensiero in tanto è pensiero in quanto si rapporta alla
realtà: dal che però non bisogna trarre la conseguenza che ogni singola idea si
riferisca ad un corrispondente obbietto; l'idea bisogna che sia prima
sottoposta a processi d'ordine speciale atti a trasformarla in modo da essere
essa armonica col sistema totale. Si può dire pertanto che ogni idea contenga
una parte di verità e di realtà, parte di verità e di realtà che sarà tanto
maggiore quanto minore sarà la trasformazione a cui dovrà essere sottoposta |
perchè armonizzi coll’insieme. Sorge spontanea pertanto qui la domanda: Quali
sono e in che propriamente consistono ì processi atti a dare un contenuto
obbiettivo a qualsiasi pensiero? Bradley si contenta di enumerarli,
denominandoli; sono processi di rearrangement, di addition, di supplementation
ecc.: il che certamente non equivale a risolvere la questione concernente
l’obbiettività del pensiero. Ammesso che l’obbiettività non si possa ridurre
all'esperienza ordinaria e immediata sorge la necessità di determinare entro
quali limiti e fino a che punto possa essere ascritta l’obbiettività ad un
qualsiasi contenuto psichico o ideale e tale necessità non è davvero tolta via
dalla formola del Bradley. Kant In tal guisa si idealizza l’esperienza in modo
da congiungere in una sola realtà il presente e il passato e da assegnare, per
così esprimerci, alla detta esperienza un posto nell'ordine temporale fisso.
Una volta che l’anima non è oggetto di esperienza, nè un dato (essendo
costruita e consistendo nella trascendenza di ciò che è attuale e presente), ed
una volta che il suo contenuto non è uno col suo essere, è evidente che non può
venire considerata come qualcosa di reale, ma come una specie di astrazione e
quindi come una forma dì apparenza. In altri termini la posizione del Bradley
rispetto all'anima è la seguente. Egli muove dal principio che la Realtà vera e
quindi l'Assoluto è controdistinto da questo che in esso e solo in esso
l'ideale coincide coll’esistente, l’intelligibile col dato. Il mondo invece si
presenta come il risultato della formazione di centri finiti di sentimento, per
mezzo dei quali è resa possibile la scissione e la contrapposizione dell’
elemento intelligibile alla corrispondente esistenza, nel che propriamente
consiste ogni apparenza. Idea e fatto non possono formare una cosa sola finchè
non scompare ogni finitezza ; chi dice finitezza infatti, dice dipendenza e chi
dice dipendenza dice possibilità che una data coscienza venga turbata da
qualcosa d'estraneo, vale a dire possibilità che ad una esistenza si congiunga
un contenuto diverso da essa. Finchè si rimane quindi nel dominio del relativo
e del finito il processo di idealizzazione non può che crescere e svolgersi.
Esso però si completa con delle costruzioni, le quali lungi dall’essere qual
cosa di reale, figurano come le maniere di disporre o di aggruppare i fatti
psichici o gli elementi ideali in cui propriamente consiste la vita psichica.
Non esiste adunque l'anima o lo spirito, ma bensì fatti, anzi, meglio, fenomeni
psichici i quali hanno la loro radice nel processo di idealizzazione, di
distacco dell’idea dal fatto, al che si riduce tutto l'accadere nel tempo. I
detti fatti psichici non sono la realtà, ma la sua apparenza. Agli occhi del
Bradley non è a parlare di una vita dell'anima, e ciò che ordinariamente si
battezza per tale è la legge di distinzione e di aggruppamento, sotto il cui
dominio stanno gli elementi ideali. La vita del tutto si svolge attraverso le
apparenze, vale a dire attraverso la disgiunzione dell'idea dal fatto operata
da quei centri finiti di esperienza psichica, i quali appunto in forza della
loro finitezza sono spinti a trascendere la loro esistenza attuale,
appropriandosi un contenuto estraneo. Ora tale operazione non può durare
indefinitamente, giacchè in tal caso sarebbe sfornita di ogni valore e
mancherebbe di un punto di appoggio per la serie intera: pertanto cosa succede?
che lo svolgimento della serie dei contenuti intelligibili viene arrestato ad
un certo punto e con essi viene costruito un qualcosa che è designato come la
causa da cui proviene tutta la serie. È evidente che tale costruzione è
puramente ileale, tanto è ciò vero che le proprietà di continuità ed identità
ad essa assegnate non soi0 che puramente prodotti del pensiero riflesso, idee
quindi e non fatti. Delle due l'una; o l’anima va considerata come un fatto ed
allora deve avere un posto nella serie del tempo, deve essere un obbietto tra
gli altri obbietti e poichè, sempre secondo Bradley, il tempo e le cose in esso
svolgentisì non sono che apparenze, anche l’anima è un fenomeno; ovvero l’anima
è posta fuori della serie temporale ed allora si rivela sfornita di qualsiasi
contenuto e quindi si riduce al nulla, Per formarsi poi un concetto per quanto
è possibile chiaro della detta costruzione ideale forse è bene rappresentare la
cosa con un esempio: si pensi un po’ a ciò che avviene nei sogni: il punto di
partenza, poniamo, è un sentimento con tono piacevole o dispiacevole
preponderante (a cui fa riscontro nella questione presente il sentimento
fondamentale): è intorno a questo nucleo primìtivo che la fantasia dispone una
quantità di rappresentazioni che finiscono col costituire una cosa o un evento
atto a dar ragione appunto del sentimento primitivo. Il processo con cui viene
costruito il corpo non differisce sostanzialmente da quello che ci dà l’anima:
la differenza sta tutta qui, che nel primo caso la costruzione ideale è fatta
con elementi più astratti, nei quali si prescinde da qualsiasi interiorità e
che sono posti l’uno fuori dell'altro. Non bisogna dimenticare che la
connessione, la sintesi dei fatti psichici in tanto è possibile in quanto è
riconosciuta la loro identità interiore: essi cioè possono essere collegati in
modo da formare un insieme, perchè sono identici, mentre la congiunzione di ciò
che è corporeo e materiale è resa possibile dall'intervento di un universale
estrinseco che sono le leggi naturali, le quali però sì applicano ai casi
identici e simili. Anche qui adunque interviene il principio di identità, pur
avendo un valore subordinato a quello delle leggi. E di qui l'impossibilità di
penetrare l'essenza della natura. Anima e corpo sono entrambi fenomeni,
entrambi modì di apparire della Realtà, colla differenza che la prima presenta
un grado maggiore di verità che non l’altro. Entrambi sono (ci si passi
l’espressione) eiezioni del foco centrale del Reale; ma la prima è più
significativa, perchè più vicina al Reale stesso. Al Bradley non poteva
sfuggire l’obbiezione che si può fare al suo modo di concepire l’anima e il
corpo: la prima, infatti, è considerata come il risultato di una costruzione
ideale; ma questa non presuppone alla sua volta l’anima? Allo stesso modo il
corpo è considerato come un prodotto della natura, ma questa viceversa non può
avere consistenza senza la cooperazione del corpo. Ora il nostro filosofo
risponde che siffatti circoli viziosi che si presentano ad ogni pie’ sospinto
alla mente del pensatore, sono appunto la miglior prova che siamo nel dominio
delle apparenze e non della realtà. Dicemmo disopra che la vita del Reale si
svolge attraverso le apparenze, le quali hanno in fondo la loro radice
nell'esistenza di molteplici centri finiti di esperienza psichica: ora nulla di
più legittimo che domandare il come e il perchè dell'apparenza in genere. A
tali quesiti il Bradley confessa di non saper rispondere. E allora si possono
fare altre domande: 41° se la Realtà è un sistema individuale comprendente
tutto in sè, che concetto dobbiamo - formarci del questo (this) e del mio
(mine)? 2° Da che cosa siamo autorizzati a trascendere il proprio io, il
proprio centro di sentimento e ammettere quindi una realtà universale in cui il
mio sia contenuto? | 1° Il questo qui e il mio esprimono il carattere immediato
del sentimento che sî sente e non di quello che si può studiare idealizzandolo,
separandolo, cioè, dalla sua esistenza attuale, e insieme esprimono il modo di
presentarsi della immediatezza in un centro finito. Ammesso che nella realtà
significato ed esistenza coincidono, il questo, possedendo lo stesso carattere,
va considerato come un centro di realtà immediata. Senonchè qui va notato che
l'immediatezza della Realtà totale non va identificata con quella del questo,
giacchè nel primo caso l'immediatezza comprende in sè ed è superiore alla
mediazione, in quanto sviluppa ed unifica le distinzioni e le relazioni già
formate, mentrechè nel questo l'immediatezza nasce dacchè le distinzioni non sì
sono ancora prodotte. Nel sentimento fondamentale i vari elementi sono
congiunti, e non connessi, onde il suo contenuto si presenta instabile e
tendente essenzialmente alla scomposizione (disruption), tendente quindi per
propria natura a trascendere l’esistenza attuale. Ogni singolo centro però
mostra una parte impenetrabile, un fondo individuale incomunicabile e
indecomponibile per cui passando dal mondo ideale a quello del senso, si prova
un non so che di vivo e di fresco. Il che prova ancora una volta che la Realtà
non è un puro sistema intellettuale, un organismo di idee, ma bensì una
individualità concreta Non è a credere che l’opposizione delle varie
individualità, dei vari this e mine sia insuperabile, giacchè niente vieta che
vari sentimenti possano fondersi in una cosa sola nell’Assoluto. E se la Realtà
ultima non può consistere solo in un aggregato di qualità (predicato), d'altra
parte è innegabile che Essa non presenta alcun aspetto che non possa essere in
qualche modo distinto dal resto e qualificato o idealizzato. 2° Accanto al
carattere di immediatezza si riscontra in ogni singolo centro di sentimento la
tendenza a trascendere 216 IL PROBLEMA FILOSOFICO la propria esistenza, e ciò
perchè, essendo cesso finitu e trovandosi in relazione con qualcosa di esterno,
possiede contenuti che non sono consistenti col dato e che pertanto si
riferiscono, accennauo ad altro. È la natura interiore del this che lo spinge a
sorpassare sè stesso, estendendosi verso ‘una totalità più elevata e
comprensiva. Il suo carattere di esclusività poi implica il riferimento a
qualcosa di estrinseco ed è una prova del necessario assorbimento
nell’Assoluto. E appenachè cominciano a delinearsi delle distinzioni nel
sentimento è evidente che la sua assolutezza e immediatezza scompare. La
caratteristica vera delle vedute del Bradley si riscontra indubbiamente nel
valove da lui attribuito al Vero, al Bello, al Buono. La Realtà suprema è
l'Assoluto, il quale vive, opera e si muove nelle apparenze; queste che
costituiscono l'Universo vero e proprio, hanno la loro origine nella
separazione dell'idea dal fatto: separazione che si può seguire attraverso le
varic sfere e province del Reale. Ed è a seconda che l'unione dell’elemento
intelligibile col dato, a seconda che l'assunzione dell'apparenza al dominio
della Realtà richiede una trasformazione maggiore o minore, perchè possa dar
luogo ad un sistema armonico e CITAZIONE DA S. DI BRADLEY IN INGLESE: I DENY
THAT THE FELT REALITY IS SHUT UP AND CONFINED WITHIN MY FEELING. FOR THE LATTER MAY, BY
ADDITION, BE EXTENDED BEYOND ITS OWN PROPER LIMITS. IT MAY REMAIN POSITIVELY
ITSELF AND YET BE ABSORBED IN WHAT IS LARGER. THE MINE – Harrsison, I, me, mine -- DOES NOT EXCLUDE
INCLUSION IN A FULLER TOTALITY. comprensivo insieme, che si è autorizzati a
parlare di un grado maggiore o minore di realtà contenuta nelle apparenze. Son
questi i canoni fondamentali della concezione bradleyana: è da aspettarsi che
alla stregua di essi siano valutati il Vero, il Bello e il Buono. Che cosa è la
verità? La verità è pura apparenza, risponde il nostro Autor:: essa implicando
la conoscenza, e questa la funzione giudicatrice, e l’ultima alla sua volta necessariamente
la disgiunzione del what (predicato) dal that (soggetto), è chiaro che non può
non essere apparenza: tanto è ciò vero che raggiunta (col riunire l'elemento
intelligibile coll’esistenza) la vera e propria realtà, raggiunta, per così
dire, la vita del Reale, è più lecito parlare di verità, ha più senso tale
espressione? L'inconsistenza essenziale della verità può essere stabilita così:
fin tanto che vi è differenza tra il dato e il significato o contenuto ideale,
la verità non è realizzata in medo chiaro e completo: e tostochè la detta
differenza scompare, la verità ha per ciò stesso cessato di esistere. Ma qui si
può osservare: Si è riletto innanzi a proposito della realtà dell’Assoluto che
a tale affermazione si è per intima necessità condotti dalla idea che noi
abbiamo dell’Assoluto stesso, dalla conoscenza assoluta che in certo modo
condiziona e rende possi. bile ogni altra forma di conoscenza e di verità
finita quest'ultima sempre ipotetica e condiziona‘a rispetto a qualcosa di
relativamente ignoto , ora, come è possìbile accordare insieme l'affermazione
dell’esistenza della conoscenza assoluta con l’altra che la verità e. quindi la
conoscenza è apparenza, perchè essenzialmente inconsistente e contradittoria?
Il Bradley risponde che quando si parla di conoscenza assoluta non bisogna
correre col pensiero ad una forma di conoscenza in cui si abbia la perfetta e
completa compenetrazione del reale, l’ identificazione della verità colla
realtà, ma bensì ad una forma di conoscenza vaga, indeterminata, potenziale o
virtuale intorno al Tutto, che vale come incitamento alla conoscenza
particolareggiata. Nella conoscenza del Reale preso nel suo insieme permane la
differenza tra il predicato (verità o conoscenza) e il soggetto (Realtà), per
modo che quello figura sempre come condizionato da quel qualcosa di più, che è
nel soggetto e non nel predicato, Il tipo e l'essenza in altri termini non
possono giammai raggiungere ed esaurire la realtà, giacchè l'essenza realizzata
è troppo per essere semplice verità o conoscenza e l'essenza non realizzata o
astratta è troppo poco per essere reale. Sicchò anche l’assoluta verità in fin
dei conti da un certo punto di vista può essere considerata come erronea. Va
notato però qui che la verità assoluta intesa nel modo anzidetto non è
intellettualmente correggibile, giacchè essa può esser corretta e svolta
soltanto trascendendo l’intelletto, nessuna alterazione di questo potendoci
dare la realtà ultima. Può essere modificata solo tenendo conto di tutti gli
altri aspetti dell'esperienza, con che la natura propria della verità viene a
scomparire. La verità finita per contrario è sempre modificabile
intellettualmente, potendo sempre essere estesa, armonizzata e completata
mediante l’attività del pensiero; la verità finita insomma si può presentare
come condizionata da un'altra verità d'ordine superiore. Anche il Bello va
considerato a senso del Bradley come apparenza, in quanto esso racchiude del
pari contradizione e quindi separazione od opposizione addirittura tra l’idea e
l’esistenza, tra il what e il that . Considerando il bello per sè
indipendentemente dalla relazione che esso necessariamente implica con un
soggetto che lo contempla” noi troviamo che esso racchiude contradizione per
questo, che mentre da una parte esige la piena concordanza e l'unificazione del
contenuto col dato, dall’altra parte ciò riesce impossibile, trattandosi di un
oggetto finito in cui i due aspetti del criterio della realtà l’armonia e
l’estensione o la comprensività sempre divergono almeno parzialmente. Invero
nel bello o l’espressione è imperfetta e inadequata, ovvero il contenuto
espresso è troppo ristretto, troppo meschino; in entrambi i casi vi è
differenza di armonizzazione o di comprensività, vi è discrepanza interiore e
quindi un grado minore di realtà. Il contenuto del bello che già in quanto
determinato da ciò che è al di fuori, non ha la sua ragione di essere in sè da
un canto tende a trascendere la sua estrinsicazione attuale e dall’altro in
questa stessa nel maggior numero dei casi non può non rivelarsi di molto
inferiore alla Realtà. Ma il bello non può essere considerato indipendentemente
dal soggetto che lo contempla, onde si può dire che è determinato da una
qualità subbiettiva e quindi estrinseca ad esso. Dovendo essere rappresentata e
dovendo insieme produrre un sentimento nel subbietto, la bellezza viene al
essere caratterizzata internamente da ciò che è posto al di fuori. Ciò posto,
come non parlare di apparenza quando la vita del bello implica una relazione
estrinseca ? Vero è che la relazione può sparire col parziale o totale
assorbimento dell’io senziente e percipiente, ma per codesta via la bellezza
come tale viene a svanire. Passiamo al Buono È anche questo un'apparenza? Il
Bradley non esita a rispondere di sì; anch'esso, infatti, come la verità,
implica disgiunzione e quindi sforzo per unificare l’esistenza con l’idea ; con
questa differenza che nella verità noi partiamo dall’esistenza per completarla
idealmente, rendendola intelligibite, mentrechè nel buono noi cominciamo dall'avere
un'idea di ciò che è bene e dipoi ci sforziamo di attuarla o di trovarle
attuata nell'esistenza. Pertanto il buono come il vero implicano separazione
del what dal that e un processo nel tempo. Le contradizioni presentate dal
buono in genere e dalla moralità in ispecie sono numerose. Tra le altre
meritano di essere ricordate le seguenti: 1° l'essenza del buono è riposta
nella disgiunzione dell'idea dal fatto, disgiunzione che nel corso del tempo
non scompare che per riapparire di nuovo; ed anzi giova notare che scomparendo
essa definitivamente, non si avrebbe più il buono nel vero senso della parola.
2° Da una parte il buono appare atto a qualificare ciò che non è sè stesso, in
quanto la bellezza, la verità, il piacere, le sensazioni possono tutte essere considerate
come cose buone, ma dall'altra parte il buono non è tale da esaurire la natura
della totalità delle cose, ciascuna delle. quali contiene qualcosa di proprio ;
onde consegue che il buono non è nel Tutto e che il Tutto come tale non è
buono. 3° Inteso il buono come la realizzazione della perfezione, e riposta
quest’ultima nell’attuazione dell'armonia e insieme della comprensività di un
sistema, sì presenta la questione se tra perfezionamento dell’individuo o
affermazione dell'io e perfezionamento della Collettività o sacrificio
dell'individuo che rappresenta solo una parte del Tutto non vi sia mai
contradizione, nel qual caso è necessario determinare se il buono sia riposto
nell’affermazione dell'individuo o nel suo sacrificio. 4° Tanto i fini puramente
egoistici quanto quelli altruistici suno inconseguibili ; giacchè l'individuo
per sè non può divenire centro di un sistema armonico e l’attuazione
dell'ideale sociale non può avvenire in modo completo fin tanto che persiste
l'affermazione del proprio io; e nel caso che l'individuo venga assorbito nel
Tutto, non è lecito più parlare di Buono. | La moralità stessa considerata come
l’identificazione del volere individuale coll’idea formatasi dall’individuo
della propria pertezione implica contradizione; il volere individuale infatti è
sempre determinato da qualcosa di estrinseco, è spesso relativo a contingenze
naturali e dipendenti da fatti che non sono sotto il dominio dell'attività
conoscitiva individuale; dal che cousegue che la moralità stessa è spinta a
trascendere sè stessa in qualcos'altro che non è più moralità; questo
qualcos'altro è la religione, per la quale tutto è espressione di una volontà
suprema e per la quale quindi tutte le cose sono buone. Se non che dal punto di
vista religioso l’io finito deve perfezionarsi, deve cioè conformare il volere
individuale al Bene supremo; in caso contrario il male permane ed è qui riposta
la contradizione della religione, ord’essa si rivela anche apparenza e non
realtà. Il punto centrale della religione infatti, è la fede non meramente
teoretica, ma pratica; per il che essa da una parte implica il credere puro e
semplice e dall'altra l’operare come se non si credesse. La sua massima è:
Esser certi della vittoria finale del Bene e nondimeno operare come se tale
certezza non esistesse. Tale discrepanza interiore pervade tutto il campo della
religione. Giacchè la religione è anche apparenza si può sperare salvezza nella
Filosofia ? Se la religione fosse nient’ altro che una forma di conoscenza, la
risposta non potrebbe ese sere che affermativa e per quel tanto che la
religione contiene di conoscenza essa passa e in certo modo si'completa,
consumandosi, nella filosofia, ma l'essenza delta religione non è riposta nella
conoscenza come d’altra parte non è riposta nel puro sentimento, ma piuttosto
nel tentativo di esprimere la realtà del Bene per mezzo deile varie forme del
nostro essere. Da tal punto di vista I religione è qualcosa di diverso e di più
elevato della filosofia. Del resto la filosofia avendo per obbietto le verità
ultime, e la verità in qualsiasi forma essendo apparenza, essa non può non
essere risguardata anche come apparenza, La sua debolezza è posta in ciò, che
essendo un prodotto dell’attività intellettuale, non può non presentarsi quale
manifestazione unilaterale e quindi inconsistente dell’Assoluto. La Realtà deve
necessariamente soddisfare tutto il nostro essere; le nostre esigenze
fondamentali in ordine alla conoscenza ed alla vita, in ordine al bello ed al
buono devono in essa trovare il loro completo appagamento. Il che non può
accadere che per via di una esperienza immediata e concreta nella quale tutti
gli elementi dell'universo, sensazione, tono emozionale, pensiero e volere
siano fusi in un sentimento comprensivo. E qui va notato che per gli esseri
finiti è certamente impossibile sperimentare l'Assoluto : in altri termini è
impossibile costruire la vita dell'’Assoluto nei suoi particolari, avere
un'esperienza specifica della sua costituzione: ciò non esclude però che si
possa avere una certa idea astratta e incompleta della sua natura. E le
sorgenti di tale conoscenza sono: 1° Il sentimento in cui noi sperimentiamo un
tutto complessivo che da una parte accenna a differenziamenti, mentrechè
dall’altra non presenta relazioni e qualità nettamente distinte. É questa
esperienza primitiva che per quanto imperfetta, è sempre valida a suggerirci
l'idea generale di un'esperienza. totale e complessiva in cui pensiero, volere
e sentimento siano fusi insieme da formare una cosa sola. 2. Le
differenziazioni e le relazioni di qualunque specie siano, una volta sorte
nella coscienza, mostrano la loro tendenza accentuata ad essere assorbite
nell’Unità, nel Sistema. 3. Le idee del buoro, del bello ecc., menano per vie
differenti al medesimo risultato, in quanto più o meno chiaramente implicano
l’esperienza di un Tutto che trascenda le relazioni e le differenziazìioni. Con
questi mezzi noi possiamo formarci l’idea cenerale di una intuizione assoluta
în cui, eliminate le distinzioni fenomenali, il tutto si presenta in molo
immediato e cenerale. In conclusione, Ja conoscenza reale e positiva
dell’Assoluto è fondata tutta sull'esperienza psichica, una volta che questa
venga estesa, armonizzata e completata. CITAZIONE DA SARLO IN INGLESE: “MY WAY OF CONTACT WITH
REALITY IS THROUGH A LIMITED APERTURE, FOR I CANNOT GET AT IT DIRECTLY EXCEPT
THROUGH THE FELT THIS, AND OUR IMMEDIATE INTERCHANGE AND TRANFLUENCE TAKES
PLACE THROUGH ONE SMALL OPENING. EVERYTHING BEYOND, THOUGH NOT LESS REAL, IS AN
EXPANSION OF THE COMMON ESSENCE WHICH WE FEEL BURNINGLY IN THIS ONE FOCUS. AND
SO, IN THE END, TO KNOW THE UNIVERSE, WE MUST FALL BACK UPON OUR PERSONA
EXPERIENCE AND SENSATION. – GRICE, -- BRADLEY, citato da Grice – Studies in the
way of words --. Tali sono le ilee
fondamentali emesse dal Bradley circa la Realtà e l'Assoluto, idee che sono ben
lontane dal formare un vero sistema. Nel sottoporle ad un rapido esame critico
nvi non scenderemo ad. analisi minuto e partico-, lareggiate, ma mireremo a
determinare il valore e il significato dei punti salienti della dottrina,
volgendo uno sguardo sintetico all'insieme, Cominciamo dal fissare quale è il
punto di vista e quale il procedimento del filosofare del Bradley. Il filosofo
inglese non ha preso le mosse nè dall'esperienza volgare, nè da quella
propriamente scientifica, non è partito, cioè, da alcun ordine di fatti, ma sì
è, per così dire, chiuso nel suo pensiero ed alla stregua delle leggi di questo
ha giudicato delle idee fondamentali, ordinariamente ammesse dagli scienziati e
dai filosofi. Egli non fa che passare a rassegna e sottoporre ad esame i punti
di arrivo e di fermata dei suoi predecessori e dovunque riscontra
contradizione, pronuncia la sentenza : Tuttociò è apparenza, non realtà.
Parrebbe che egli prima di tutto dovesse approfondire la nozione di apparenza e
quella di realtà, una volta che egli pone come base del suo filosofare la
distinzione appunto dell'apparenza dalla realtà. Che cosa è l'apparenza? Qual'è
la sua origine? Quali i suoi presupposti ? sono questioni che non possono
essere trascurate da chi voglia filosofare sul serio. Dire semplicemente :
tuttociò che non ‘è consistente o non si mantiene identico con sè stesso,
tuttociò che si rivela contradittorio è apparenza, è dire pressochè nulla. Che
tuttociò che racchiude contradizione non sia reale, non v'è chi possa metterlo
in dubbio: ma da dir ciò ad affermare che il contradittorio implichi apparenza
molto vi corre. Egli, è vero, ha affermato che l'apparenza è controdistinta da
questo carattere, che la contradizione in essa esistente può essere risoluta in
un ordine superiore e più elevato di esperienza, ma ognuno comprende che finchè
non sì aggiunge altro, non vi è ragione di dichiararsi soddisfatti. Si può ad
esempio domandare: È lecito parlare di apparenza quando non si ammette un
soggetto a cui la Realtà appare e quando l’unica via per cui la Realtà stessa
appare centro di sentimento, esperienza psichica ecc. è pur essa apparenza ? Il
movimento, il cangiamento, lo spazio, il tempo, l'attività, l'io, la cosa ecc.,
si dice sono apparenze: ma qual'è la loro origine? Perchè ci appaiono con tali
e tali altre proprietà ? Ognuno intende che finchè non si sarà dato ragione di
ciò, nulla di positivo e di determinato è lecito affermare. E qui è bene notare
che la più parte delle contradizioni riscontrate dal Bradley hanno la loro
origine nel fatto che egli sostantiva i processi e le attività, nel fatto che
reputa una cosa fissa rigida, ciò che, essendo continuo, incessante scorre. Ora
ciò che è continuo non può essere misurato completamente che mediante il
calcolo infinitesimale, e l' infinitesimo non essendo una quantità finita, non
è possibile cogliere l'istante in cui le condizioni del presentarsi della
contradizione veramente si verifichino, in cui cioè la dimostrazione per contradictionem
sia sul serio applicabile. Così il movimento tra due punti dello spazio
infinitamente prossimi avviene sempre nell’intervallo tra due momenti
infinitamente prossimi, cioè mai il mobile è in due luoghi nello stesso tempo,
mai in due tempi nello stesso Bradley presenta la Realtà come un sistema o
inoltre pone come criterio per decidere del grado di realtà l’armonia, la
comprensività, la consistenza reciproca delle parti componenti un tutto. È
evidente che chi dice sistema, armonia, consistenza ecc. dice organismo e chi
dice organismo dice relazione, interdipendenza degli elementi; ora l'Autore
avendo affermato che la relazione è qualcosa d'inintelligibile, come mai può
porre la stessa relazione quale criterio della realtà e intelligibilità e
insieme presentare la realtà stessa come costituita da un insieme di relazioni?
Le relazioni certamente implicano l’esistenza di un sistema: ma da ciò non si
può dedurre che esse in genere siano qualcosa d’inintelligibilie. Il fatto è
che il Bradley considerando a parte ed isolatamente ciascun concetto
fondamentale (qualità, relazione ecc.), fa presto a riscontrarvi degli elementi
contradittori. Tale procedimento è erroneo; i vari concetti vanno messi in
connessione tra loro in modo da integrarsi a vicenda. Che cosa è la Realtà ? È
l’esperienza, risponde il filosofo inglese. Di qui la necessità di domandare: E
che cosa é luogo, ma sempre la serie dei punti e dei momenti si svolge con
perfetta corrisponlenza nella continuità del movimento, Masci, Un metafisica
anti-evoluzionista. Napoli. Lo stesso ragionamento può esser valido a
dimostrare la falsità dell’affermazione che la causazione non esiste per questo
che non è ammissibile nè un azione causale continua nè una discontinua, data la
divisibilità infinita del tempo. E la difficoltà che l'Autore prova ad
ammettere il continuo dipende dacchè non pone come punto di riferimento la
coscienza in generale, Di ciò fu discusso disopra. l'esperienza ? Dall’insieme
dell’opera del Bradley pare si possa ricavare che per lui l’esperienza è data
dal complesso, dalla totalità della nostra vita psichica, prima che in questa
sia sopravvenuta alcuna distinzione e differenziazione. Noi sentiamo di
esistere, sentiamo di vivere; è in questo sentimento primitivo che è riposta
l’esperienza immediata, la quale poi è l’unica via per cui noi possiamo
penetrare nel Reale. Prima di ricercare quale concetto dobbiamo formarci di
tale sentimento notiamo una contradizione in cui è caduto l’autore; mentre egli
afferma recisamente che la Realtà si riduce all’esperienza psichica, alla
sentience , non meno recisamente e ripetutamente afferma che tutti i fatti
psichici non sono che apparenze, perchè tutti involgono separazione del what
dal that, tutti tendono a trascendere sè stessi. Non dice egli che la Realtà si
riduce all’unificazione e fusione dei vari fatti psichici, unità e fusione che
noi non conosciamo e non possiamo neanche imaginare, data la trasformazione che
subiscono i vari elementi mediante l'unificazione? Ora, come si può ad un tempo
dire che la Realtà è l’esperienza ? (1) Se l’io empirico che è poi Ja medesima
cosa dell'esperienza psichica presa nel suo insieme non è reale, come mai si
può affermare che la Realtà è l’esperienza psichica ? Inoltre come sì può
mettere d’accordo l’asserzione che il contenuto della Realtà è la sentient
experience (sentimento) con l’altra che la Realtà risulti dalle attinenze,
dalle relazioni che una cosa ha con le altre in modo che quanto maggiori son
queste tanto maggiore è il grado di realtà attribuibile alla cosa stessa, chè
in sostanza il criterio della realtà posto nell'armonia e nella comprensività
(inclusivness, harmony), non dice altro? Il sentimento poi inteso come
l’insieme della vita psichica in cuì nessuna distinzione sia comparsa di io ©
non io, di soggetto ed oggetto si presenta come qualcosa di così vago ed
indeterminato di subbiettivo e di individuale , che non si riesce a comprendere
come possa valere a fornirci una certa idea di ciò che sia la Realtà ultima, la
Realtà, diremmo, ontologica. Esso già implica sempre il rapporto del soggetto
con qualcosaltro, rapporto che è condizione essenziale della sua origine,
comunque siffatto rapporto non sia avvertito come tale e insieme implica l’
esistenza di rappresentazioni, di imagini poste di rincontro o almeno distinte
dal soggetto. Inteso quale cenestesi, vale a dire qualche risultato finale di
una quantità di sensazioni organiche provenienti dai vari organi, ovvero infine
come il grado infimo di psichicità, come sensazione e impulso iniziale ed
elementare, non può mai essere presentato quale oggetto di esperienza atta ad
esprimere la Realtà. A volte si direbbe che il Bradley prenda il sentimento
come quel qualcosa che rende attuale un determinato contenuto psichico, ma,
come tale, essendo qualcosa di eminentemente Notiamo qui come per il nostro
Rosmini il sentimento proviene dal rapporto del principio senziente (che può
essere considerato dal punto di vista del Bradley una sostanzializzazione del
that ), col termine esteso che alla sua volta può essere considerato una
sostanzializzazione del what . Per il Rosmini, si noti bene, il principio
senziente e il termine esteso per sè considerati, separati l'uno dall'altro,
erano astrazioni non altrimenti che il what e Îl that. Vedi. DE SaRLO : Le basi
della Piscoloyia secondo Rosmini, Roma. subbiettivo ed individuale (individuum
ineffabile) e avendo un contenuto particolare non può essere considerato quale
simbolo di quella unità totale in cui il what coincide col that e in cui
consiste la Realtà ultima ed obbiettiva. Da tal punto di vista il sentimento
presenta tutte le contradizioni dell’esperienza sensibile. Non vi è via
d'uscita: se si vuol considerare la Realtà come null'altro che la sentience,
occorre considerare come reale l'io empirico quale si rivela per via del
sentimento; occorre però sempre determinare e precisare la natura del
sentimento. Notiamo qui che l’indeterminatezza del significato, la variabilità
e contradittorietà del valore attribuito all’ io dipese sempre da ciò che si
confuse l'io empirico fenomenico con la coscienza in generale (Io nonmenico, se
così piace), e dacchè si credette di poter riporre la natura dell'io nell’ una
o nell'altra funzione psichica, considerando le altre come secondarie e
derivate; ora nulla di più erroneo e falso. Passiamo ora a discutere della
natura della conoscenza a senso del Bradley. La conoscenza per lui non ha altro
obbietto che quello di qualificare la Realtà (soggetto), il che si può soltanto
conseguire, idealizzando la Realtà stessa, disgiungendo il what (predicato) dal
that . L'ideale verso cui tende la conoscenza è di far coincidere l' idea col
fatto: tale ideale però non viene mai attuato in modo completo : e se ciò
avvenisse, non vi sarebbe più ragione di parlare nè di conoscenza nè di verità:
avvenuta l’unificazione del what col that si avrebbe la vita vera e reale
dell’Assoluto. La verità e la conoscenza in conseguenza di ciò non può essere
che apparenza come tutto quello che involge separazione dell’ idea dall’
esistenza. E tutto lo svolgimento della conoscenza e della vita psichica sì
compie partendo dall'unità imperfetta e incompleta del sentimento, procedendo
per via delle distinzioni e differenziazioni del contenuto psichico che
implicano una quantità di relazioni e tendendo infine alla scomparsa e trasformazione
di queste ultime in un sistema organico ed armonico che tutto comprende in sè,
tendendo ad una forma di intuizione e di vita universale di cui noi a mala pena
possiamo formarci un'idea generale’ ed astratta. Da tal punto di vista
gl’individui sono forme della vita universale che in essi si divide e insieme
si concentra ner modo che non solamente possono apprendere a conoscere sè
stessi, ma anche l’Universale e il Tutto che in essi vive, opera è si muove. E
la funzione conoscitiva e cogitativa consiste nel qualificare, nel
caratterizzare, nell’ analizzare il detto universale che si presenta nei centri
del sentimento individuale. Ora, anzitutto non si riesce a comprendere in che
cosa possa consistere lo stadio finale della conoscenza detto intuitivo, lo
stadio in cui la conoscenza vera e propria sì annulla in qualcosa di superiore
e di più elevato ; in ogni caso se ciò si verificasse, si avrebbe un regresso e
non un progresso: il pensare discorsivo (il giudicare) lungi dal rappresentare
un’imperfezione rappresenta la via, l’unica via per cui la Realtà acquista
valore, consistenza e significato. L'unione del what col that non è che un
prodotto della fantasia individuale. Oltre la conoscenza vera e propria non è
possibile quindi ammettere uno stato superiore e più clevato. Si dovrà forse
ammettere una doppia vita nel reale, la vita quale sì esplica nei centri di
sentimento (vita del pensiero) ed un’altra vita d'ordine superiore? Ed una tale
opinione come si concilia con l’altra che il Reale non è nulla al di fuori
delle apparenze ? Poi, è assolutamente contrario al vero affermare che il
progresso e lo svolgimento della conoscenza sia in rapporto diretto colla
trasformazione del processo discorsivo e successivo in processo intuitivo ed -
estratemporaneo. L'intuizione stessa infatti allora solo acquista l’ evidenza
necessaria quando interviene l’attività del pensiero, per così dire, a scorrere
dall'uno all’altro elemento della rappresentazione totale per compararli,
misurandoli. L'essenza del pensiero e della conoscenza è riposta nella
proprietà di stabilire rapporti tra le cose: tolti i rapporti non si avrà
conoscenza, c nemmeno vita psichica, giacchè la psiculogia moderna ha messo in
sodo che la legge della relatività è legge psichica fondamentale. E l'intuizione
è soltanto la causa occasionale dell’ evidenza immediata, mentreché il vero
fondamento di questa si trova nella natura collegatrice e comparativa del
pensiero. Si direbbe che per il Bradley la conoscenza cominci coll’ analisi,
collo scumporre il dato che vive in ciascun centro di esperienza individuale,
ma è ammissibile ciò ? L'esistenza di questo dato non deve essere considerata
già come un primo stadio di conoscenza ? Se si vuol rimanere sul terreno dei
fatti che ci vengono suggeriti dalle accurate analisi psicologiche e
gnoseologiche non vi ha dubbio alcuno che la conoscenza debba essere
considerata come una specie di successiva sostituzione di una forma di
coscienza ad un’altra forma di coscienza, di un contenuto psichico ad un altro
contenuto psichico, di una forma di relazione tra soggetto ed oggetto ad
un’altra forma: sostituzione che ha lo scopo di porre in luogo del subbiettivo,
dell’individuale e del contradittorio, l’obbiettivo, l’universale, il coerente.
La conoscenza in tanto è possibile in quanto il Reale assume una particolare
esistenza nel soggetto individuale e da tal punto di vista è veramente lecito
affermare che ogni conoscenza implica la separazione di un dato contenuto dalla
propria esistenza: la sensazione, l’imagine, la rappresentazione ed anche
l’idea o il concetto sono fatti psichici che non vanno identificati col fatto.
D'altronle tutta la conoscenza non va forse riguardata come una costruzione
fatta coi detti materiali o elementi psichici (sensazione, rappresentazione,
concetto) ? La realtà in quanto conosciuta è successivamente e sempre più
perfettamente sensazione, percezione, imagine, concetto, o per dirla
altrimenti, qualità sensibile, cosa, essenza. L'elemento della conoscenza
scientifica è il concetto : sapere scientificamente vale sapere per concetti:
ma il concetto obbiettivo, il concetto reale e concreto è la verità della
sensazione e percezione, e non vi è senza di queste. E ciò che dal nostro punto
dì vista importa massimamente di ricordare è che la funzione relativista o di
riferimento che compone i singoli elementi della serie non è diversa da quella
che li connette poi nelle formazioni e processi logici e finalmente nei sistemi
più vasti che sono le scienze: per modo che la conoscenza risulta omogenea
nelle parti e nel tutto. Chiamare la conoscenza un'apparenza è per lo meno
assurdo : se tale espressione può avere un senso, questo è che la conoscenza
falsifichi in qualche modo la realtà; ma per poter affermare ciò prima di tutto
bisognerebbe aver potuto apprendere per altra via la natura vera della realtà e
di tale apprensione immediata non parlò mai Bradley, e poi conoscere
l'apparenza come apparenza equivale a conoscere la verità; un'apparenza
conosciuta come tale non è più apparenza. E una conoscenza che apprende la
realtà può essere più chiamata ragionevolmente apparenza ? E come mai è
concepibile una realtà sfornita di quella relazione essenzialissima che è la
conoscenza, che è poi il riferimento ad una coscienza o ad un soggetto in
genere ? Anzi come maisi può affermare una tale realtà? Separare assolutamente
il vivere dal sapere di vivere è impossibile. La vita, la realtà implica una
forma qualsiasi di interiorità e questa alla sua volta una forma di
unificazione del molteplice che è la caratteristica ultima della conoscenza
(processo di analisi e sintesi insieme). E che altro è questo se non il primo
germe dell’ indissolubile legame che tien uniti la realtà, l’attività,
l’interiorità e la conoscenza? In conclusione diremo che affermare che la
conoscenza è semplice apparenza e che come tutte le apparenze, è manchevole,
imperfetta, insufficiente, equivale a scindere Cfr. a tale proposito Masci,
Lezioni di Filosofia teoretica fatte nella R. Università di Napoli.
arbitrariamente la realtà in due parti ed a rendere incerta la conoscenza
stessa dell’apparenza. Tutte le apparenze che formano come a dire la struttura
dell’ universo, sono spiegate dal Bradley per mezzo del processo di
disgiunzione dell'idea dal fatto, del what dal that corrispondente. Una volta
che l'Assoluto si è scisso in una quantità di centri finiti di sentimento, il
processo di disgiunzione si è andato sempre più estendendo e complicando fino a
dare le forme di apparenze più svariate e notevoli, quali il Buono, il Vero, e
il Bello Prima di vedere se il modo di concepire questi ultimi sia giusto,
vediamo se il processo di disgiunzione del contenuto intelligibile
dall’esistenza possa essere ammesso quale processo diremmo quasi, cosmico,
giacchè la scissione stessa dello Assoluto nei detti centri di sentimento deve
essere considerata come espressione dell’ inconsistenza iniziatasi in seno al
Tutto. Il processo di distinzione e di differenziazione implica sempre questo,
che il dato non coincide coll’idea. Se ciò non fosse, perchè la vita universale
dovrebbe spezzarsi in forme individuali ? Il Bradley veramente non dà alcuna
dilucidazione in ordine a tale questione, che pure è importantissima dal suo
punto di vista. Il processo di idealizzazione o di disgiunzione del what dal
that in tanto è concepibile in quanto sì compie in un centro finito di
sentimento; come mai può dunque esso venir riguardato quale processo universale
ed obbiettivo? È vero che l'Autore ammette un Pensiero, una Volontà, un
Sentimento obbiet - tivo, elementi della Realtà ultima da differenziare
profondamente dalle corrispondenti funzioni spirituali subbiettive quali
appaiono nel tempo e nella serie dei fatti psichici, ma noi non possiamo
formarci alcun concetto positivo di una Ragione vbbiettiva assoluta per sè
presa è posta di. rincontro a noi; l’idea dello spirito obbiettivo e del suo
svolgimento storico è giusta, ma ha valore scientifico solo rel caso che è
intesa nel senso di esistenza e di processo storico, di processo civè che si
compia nel tempo e nello spazio per mezzo dello spirito subbiettivo e
individuale. Una delle contradizioni di Bradley è questa, che egli mentre
considera la conoscenza come pura apparenza e toglie ogni realtà al soggetto,
risguarda i fatti più importanti dell’esperienza psichica, quali è senso di
spontaneità nelle sue varie forme, come qualcosa di derivato, come un prodotto
della nostra riflessione. La nozione di attività, secondo Bradley, implica
l’idea dell’ Io che riesce a produrre un cingiamento, previa la
rappresentazione del detto mutamento ; il che poi non è possibile se non coll’
interpretare in modo largo molteplici esperienze passate. Sicchè non si può
attribuire al senso d’energia maggior realtà che al senso del nutrimento nel
caso in cui si provi sollievo, mediante l'opportuno cibo, dai dolori della fame
(1). L’ori (1) Notiamo qui che la realtà non compete al senso di nutrimento, ma
al senso della fame, come la realta primitiva o l'immediatezza non compete a
ciò che consegue all’espansività, che è poi in fondo nient'altro che
un’espressione dell’attività, ma al senso di espansività. In ogni caso il senso
di sollievo prodotto dal nutrimento figura come indice dell’appagamento di un
bisogno, di una tendenza, di una forma di attività che è quindi qualcosa di
primitivo e di fondamentale. gine, infatti, del senso dell'attività è posta
dall’Autore nel senso di espansione, di allargamento, per così dire, dell’ Io,
il quale formato com'è di un gruppo di elementi intimamente connessi tra loro,
tende ad estendere i suoi legami ad altri elementi. Non bisogna però credere
che l’espansione sia identica alla coscienza dell’attività, giacchè è solamente
dopo che l’anima ha raggiunto un grado notevole di sviluppo che si può avere
tale coscienza, mentre l'espansione è primitiva. Quando dopo ripetute
esperienze | siamo venuti a cognizione che a taluni modi del nostro Io
conseguono dei mutamenti, noi allora cominciamo ad acquistare Ja nozione
dell'attività o del volere. Insomma noi diciamo di essere attivi ogni qual
volta il Non-Io (consistente in sensazioni esterne o interne, in percezioni o
idee) subisce dei mutamenti in seguito all'idea ed al desiderio formato
dall’Io. Tale espansione della nostra area, come dice Bradley, comincia dal
darci un certo senso interpretato come qualcosa che dall’ Io passi al NonIo; è
ih questo qualcosa che propriamente consiste l’energia, la forza, la volontà,
ecc. Il Bradley prosegue ancora l’analisi dicendo che quando il gruppo dell’ Io
è come a dire contratto dal Non-Io, mentre dall’altra parte un’ idea piacevole
di espansione è suggerita, si prova un senso di oppressione ; e quando ì limiti
di resistenza ordinaria son mossi e l'espansione ideale, progredendo sempre, è
attuata solo in parte con varie oscillazioni si prova quel senso speciale detto
di tensione e di sforzo. È naturale che da tal punto di vista l’attenzione
nelle varie sue forme non possa essere più considerata né come una facoltà
speciale, nè come funzione particolare della mente avente sede in un dato
organo cerebrale ; l’attenzione al pari della memoria e dell'intensità viene ad
essere riguardata come una qualità generale appartenente in vario grado a tutti
gli elementi psichici: anzi si può dire che l’attenzione e l'intensità vengano
pressochè a formare una cosa sola. Date certe condizioni che facilitino il
predominio di un fatto psichico nella coscienza (in ciò sta il carattere
essenziale dell'attenzione), deve avvenire che taluni elementi sensorali o
ideali divengano prominenti ed emergenti rispetto al resto, e per ciò stesso
appaia indebolita l’ intensità degli altri. Il Bradley poi non attribuisce un
valore essenziale al fattore muscolare, prima perchè in molti casi in cui ha
luogo l’attenzione quello è escluso, poi perchè anche quando è chiamata in
esercizio l’attività muscolare o direttamente sopra un organo percipiente,
ovvero indirettamente col movimento di tutto il corpo, la prima causa
dell’azione muscolare va cercata in un’ idea o in un sentimento precedente. È
l’idea, e più di tutto l'idea dell’ interesse che si può avere per un dato
fatto psichico, che ci dà la chiave per intendere il meccanismo dell'attenzione
dalla forma più semplice alla più complicata. E la coscienza dell’energia
interiore è perfettamente riducibile al predominio nella coscienza dell'idea
dell’ Io che attendè ad una data cosa. Che giudizio si può portare su tale
veduta del Bradley? Certamente essa ha grande valore in quanto prova a
sufficienza che l’attività psichica non va intesa come correlativo, per così
dire, necessario dell’ attività motrice. Il Bain, il Miinsterberg ed altri
avevano asserito che senza le sensazioni muscolari o almeno senza le sensazioni
d’innervazione motrice lo spirito è incapace di sentirsi in alcun modo attivo ;
per loro quindi la forza, l'energia psichica, base dell'individualità, non
poteva avere che una sola origine, il movimento; il fatto interiore
dell’attività era considerato come un semplice reflesso di un fenomeno esterno,
quale è la mozione. Ora da tal punto di vista l’analisi psicologica del Bradley
è stata utile, perchè ha mostrato che tutti i processi intellettuali sono per
sè attivi, e, date certe condizioni, tutti indistintamente sono in grado di
svolgere energia sotto le forme più differenti. Non soltanto nella forma in cui
si rivela attivo alla coscienza, ma in molteplici altre forme lo spirito è
causa agente. Cade così l’ ipotesi di un organo speciale dell’attenzione, o
dell'attività psichica in genere: allo stesso modo che non vi è un organo
particolare della vita, così non vi può essere un organo particolare
dell'attività nelle varie sue modalità (sforzo, attenzione, volontà ecc.).
L'attività psichica a dati stimoli e in determinate condizioni reagisce in vari
modi e secondo che la percezione immediata di talo reazione si fonde con uno o
coll’altro degli effetti che vengono prodotti nell'organismo (sensazione
muscolare, p. cs.), assumerà un colore particolare. L'errore degli analizzatori
superficiali fu quello di credere che i fatti organici, i quali servono in
certo modo a fissare, a determinare e a dare un nome alle formé dell’attività
psichica, costituissero il fatto essenziale ed ultimo. Il Bradley infatti
mostrò che l’attenzione può assumere varie forme, da quella in cui si ha
coscienza di un dispiegamento notevole di attività a quella in cui non se. ne
ha alcuna coscienza; eppure l’attività psichica esiste sempre, ed è
imprescindibile in tutte le funzioni mentali. Se non che due sono, secondo noi,
i difetti dell’analisi del Bradley. Da una parte egli parla di idee e di
rappresentazioni che possono avere il predominio nella coscienza, parla
dell'interesse che si può avere per un dato obbietto o per una data operazione,
parla della tendenza espansiva, ecc., senza porsi mai il problema se e fino a che
punto tutto ciò sia compatibile col non ammettere la realtà del soggetto : egli
infatti parla dell’ Io come di un composto, di un aggregato di elementi
psichici; ora un tale concetto contradice necessariamente al concetto dell’
espansività come fondamento del sentimento : giacchè in forza di che ed a quale
scopo quel gruppo di elementi psichici formanti l'Io tende ad espandersi ? E
l’attività delle idee e delle rappresentazioni per cui esse emergono nella
coscienza donde vien loro? E senza l’unità del soggetto come è spiegabile
l'interesse che pure forma il caposaldo della teoria del Bradley? E qual'è il
fondamento del legame esistente tra i vari fatti psichici? Non suppone forse
agni nesso ed ogni rapporto un'unità ed identità fondamentale? Non basta ancora:
egli ammette che si possa avere l’idea di un'idea in quanto l’idea pura e
semplice di una cosa riguarda il suo contenuto logico, mentre l’idea d'una idea
consiste in uno stato psichico che include un'altra esìstenza psichica attuale.
Ora come mai sarebbe possibile un tal fenemeno senza la realtà ed attività od
efficacia del soggetto capace di riflettere sul!e stesse sue operazioni e
capace di rimanere identico a sè stesso attraverso: } cangiamenti Dall'altra
parte il Bradley cade in errore quando tenta di ridurre l’origine del senso di
attività ad un fatto meramente derivativo prodotto per mezzo dell’
interpretazione di esperienze passate, presentando così il senso di energia
come un’appercezione del tutto illusoria. Niente di più falso. La percezione interna
per cui noi giungiamo a cognizione di ciò che accade dentro di noi può avere un
doppio senso, a seconda che noi vogliamo intendere con essa l’esperienza
immediata, ovvero la riflessione su ciò che è offerto da quella. Dobbiamo
distinguere per così dire il vivere dal sapere di vivere. L'esperienza
immediata è la vera sorgente di tutti i dati di fatto, mentre la riflessione
rappresenta il mezzo di generalizzare, riconoscendole, le no stre esperienze; e
supponendo che nel corso dello sviluppo mentale siano state formate nozioni e
parole per i singoli stati interni, la percezione interna intesa nel secondo
modo, cioè come riflessione, consisterà nella sussunzione di un determinato
fatto psichico sotto la nozione ad esso spettante; sussunzione che può esplicarsi
in un giudizio vero e proprio, ma per lo più si riduce ad una semplice
denominazione. La riflessione in ogni caso non può mutare il dato di fatto
dell’esistenza di un fenomeno. Donde consegue che quando noi, mediante la
riflessione, diamo un nome od anche giudichiamo un fatto immediato della
coscienza, il quale offre dei caratteri distintivi da non poter essere confuso
con altre sensazioni o sentimenti, noi non possiamo aggiungere nulla di nuovo.
Il riflettere insomma non può creare nulla e quindi non può darci un sentimento
quale fatto immediato della coscienza, ma solo può dare un nome e mettere in
forma di proposizione ciò che già esisteva. nel co Ed in ciò sta la differenza
tra l’esperienza immediata d e l’analisi, giacchè la prima ci mette in contatto
con la realtà, mentre la seconda verte sulla scomposizione del fatto reale nei
suoi vari elementi. Alla genesi del senso di i attività, concorrono, è vero,
parecchi elementi, ma questi sE producono un qualcosa che si rivela alla
coscienza in modo I semplice, immediato ed irreducibile; e, ciò che più imi
porta, non è la ricognizione dei detti elementi quella che Ì ci fa provare il
senso di attività: la riflessione o ricogni a zione è posteriore all’
insorgenza del fatto immediato della coscienza. Del resto si comprende
agevolmente che tutte le interpretazioni, tutti i ragionamenti e tutte le
riflessioni fatte sopra i dati psichici non potrebbero mai dare origine a nuovi
dati. Pensare sopra le modalità dell’attività presuppone già la percezione
immediata dell’attività stessa. Del resto il Bradley stesso, pur servendosi di
altri nomi, non solo parla della coscienza e dell’io come di un'’attività, ma
anche di un'attività che si propone dei fini e sceglie i mezzi per giungervi,
di un'attività che può trovarsi in lotta con altre forze psichiche e resistervi
e farle anzi concorrere al proprio intento. Nè poteva essere diversamente: la
recettività e la reattività nella psiche non sono due fatti distinti, i quali
possano venire studiati l'uno in disparte dall’altro, giacchè essi concorrono
ad una sola operazione, per modo che l'uno rende valido l'altro, il quale da sè
sarebbe nullo. Non si può concepire una forma qualsiasi di Attività, e sia
anche l’espansività bradleyana, che non implichi un grado di coscienza: è parimenti
la coscienza riesce impensabile separata dall'attività. Va notato infine che la
percezione immediata si distingue dalla pura rappresentazione, da quella che
potrebbe esser chiamata percezione mediata, derivata, reflessa per questo che
la prima è più che semplice rappresentazione, è sopratutto sentimento derivante
dalla cooperazione di tutto l'essere fisico e psichico: ora chi può negare che
la percezione dell'attività lungi dal presentarsi coi caratteri di una semplice
ilea o rappresentazione, di un contenuto distaccato dalla matrice reale, è
invece in modo precipuo sentimento ? Dicemmo già disopra che il Vero, il Buono
ed il Bello per il Bradley non sono che apparenze, le quali se accennano alla
Realtà, non sono la Realtà. A noi sembra che tutto il ragionamento dell'autore
poggi su presupposti falsi. Così egli muove dal principio che l'ideale verso
cui tende la conoscenza è l’identificazione e l’uniticazione del pensiero con
l'essere, ideale che, se raggiunto, mena dritto all'annientamento della conoscenza
e quindi della verità stessa, giacchè in tal caso si avrà la Vita, il Reale,
non più la scienza della Vita e del Reale, in altri termini sì vivrà il Reale e
null'altro. In tal guisa la conoscenza è essenzialmente contradittoria : da una
parte essa non è possibile che sotto la condizione che vi sia distinzione e
differenziazione nella realtà (pensiero ed' essere) e dall’altra parte il suo
svolgimento e la sua perfezione è riposta tutta nel togliere via qualsiasi
distinzione e differenziazione, è riposta, cioè, nel suo annientamento. Ora è
evidente che l’errore del Bradley è nell’aver creduto che la conoscenza miri
all’ identificazione ed all’ unificazione completa del pensiero con l’ essere,
mentre essa ha per intento di trasformare il contenuto subbiettivo e
individuale della coscienza in contenuto obbiettivo ed universale; intento che
può essere ottenuto non già annullando il fat-. tore della coscienza come
dovrebbe avvenire se, giusta le idee del Bradley, l’ideale ultimo della
conoscenza fosse l'identificazione e l'unificazione completa del pensiero con:
l'essere, ma sostituendo, anzi aggiungendo al semplice ed esclusivo punto di
vista della coscienza individuale il punto di vista della coscienza in genere.
In tal guisa il fattore della coscienza persiste sempre, tanto è ciò vero che a
misura che la conoscenza progredisce l’ individuo acquista coscienza della
propria cooperazione all'edificio della verità. L'ideale verso cui tende la
conoscenza adunque non è l'assorbimento di uno dei termini nell'altro, ma,
diremo così, la maggior visione dell'uno per mezzo del predominio dell'altro.
Il fatto è che io acquisto più coscienza di me stesso come essere finito,
subbiettivo, individuale, quanto più mi pongo a considerare le cose dal punto
di vista obbiettivo ed universale. La coscienza individuale quando guarda con
l’occhio della coscienza universale non cessa di essere individuale, non si
annulla nella coscienza universale. D'altronde la stessa coscienza universale
non è fuori la coscienza individuale, ma concresce con questa non altrimenti
che la vita generale di un qualsiasi essere organico cresce col crescere delle
singole funzioni del medesimo essere. Il processo della conoscenza, a noi
sembra, si compie proprio in senso inverso a quello indicato DAL FILOSOFO
INGLESE – Grice: ‘inglese? I’d say, “dal filosofo oxoniense!” --: il punto di
partenza infatti è il contenuto rappresentativo o percettivo primitivo in cui
l’imagine psichica è identificata con l'oggetto, anzi è presa per la sola
realtà, in cui insomma non vi ha distinzione fra oggetto e rappresentazione
subbiettiva e si procede ponendo sempre più la realtà universale ed obbiettiva
di fronte alla vita psichica subbiettiva ed individuale: ed a misura che
l’edificio della realtà vien completato diviene più viva la coscienza
dell'attività individuale. Ed invero chi, se non l’intelligenza dei singoli
soggetti rende possibile la detta costruzione? È sempre l’individuo che opera
anche universalizzandosi. E la mente umana lungi dal tendere a confondere insieme
i due processi, il subbiettivo l’obbiettivo, l' indi. viduale e l’universale,
tiene a tenerli distinti e distaccati: La conoscenza certamente implica una
parziale identità del pensiero e dell'essere (del subbietto e dell’obbietto),
ma insieme una parziale distinzione; nò ciò è in alcun modo contradittorio,
giacchè l’ identità e la differenza sono condizioni della possibilità della
conoscenza; non già condizioni contradittorie una della possibilità, l’altra
dell'impossibilità. Se si bada che la conoscenza non s'intende per nulla se si
prende come una mera rivelazione estrinseca, come una relazione meccanica (ed è
questo l’errore principale, a noi pare, della filosofia del Lotze, il quale
subordinò la relazione della conoscenza al rapporto causale) sì acquista la
convinzione che la rivelazione della realtà alla coscienza, per essere
soggettiva ed interna, non è meno oggettiva e vera. Dal fatto che la conoscenza
implica due termini non deriva nient’affatto adunque che essa sia apparenza:
tutt'altro: piuttosto la Realtà una, identica, immutabile che, secondo
l’autore, dovrebbe assorbire tutte le apparenze, trasformandole, si presenta
quale creazione della fantasia senza alcuna consistenza. Lo svolgimento e il
progresso della conoscenza nun è nient'affatto in rapporto diretto della
riduzione di uno dei fattori della conoscenza all’altro, essendo entrambi
indispensabili, irriducibili o aventi uffici differenti. Nè si può imaginare o
concepire cosa mai risulterebbe dall’ unificazione e identità totale dei due
termini della conoscenza: il Bradley crede che ne risulterebbe la Realtà
ultima: potrà essere: ma in tal caso bisogna dire che questa non solo è
assolutamente inconoscibile, ma inconcepibile. Con che diritto adunque parla
egli dell’Assoluto? La Realtà ultima si presenta come un grado inferiore di
realtà, come qualchecosa sfornita per sè di valore e significato che le può
venire solo da ciò che viceversa viene considerato come apparenza. Passiamo al
Buono: anche questo, stando al Bradley, è apparenza e per ragioni affini a
quelle per cui sono tali la verità e la conoscenza. Il Buono da una parte è
condizionato dal distacco dell’ilea (che in tal caso riceve il nome d' ideale)
dal reale, dal fatto, da ciò che esiste, e dall’altra ha l'obbiettivo di
attuare l'ideale, di tramutare l’idea in fatto, vale a dire di annientare sè
stesso. Ma oltre di questa il Buono implica una quantità di altre contradizioni
dipendenti dalle sue varie determinazioni: così per quanti sforzi si facciano,
il perfezionamento individuale non può sempre coincidere col bene della
collettività, come d'altra parte il maggior perfezionamento dell'ordinamento
sociale trarrà sempre seco degli svantaggi per l'individuo: la divisione del
lavoro, per citarne uno, produce lo svolgimento parziale ed unilaterale delle
facoltà umane: e via di seguito. Qui faremo due osservazioni: Bradley è spinto
a considerare il buono come apparenza dal presupposto che la realtà sia solo da
riporre nell'attuazione completa dell'ideale, attuazione che figura come
l'annullamento del buono: ora ciò è falso, giacchè la realtà consiste iuvece
nel processo continuo che tende all'attuazione di un ideale, senza che questo
sia mai attuato completamente per la ragione che esso non essendo qualcosa di
fisso, di s'abile e di permanente, assume sempre nuove forme, si eleva e si
complica sempre dippiù. A misura che l’uomo s'avvicina ad un dato ideale,
questo, trasformandosi e perfezionandosi, s' allontana ancora. E la realtà
lungi dall'essere posta nell’attuazione completa dell'ideale che è irraggiungibile,
risiede in tutto il processo : in caso contrario bisognerebbe confessare che la
realtà è come se non esistesse. La vita è nel movimento, nel processo e non
nell’equilibrio stabile che invece è la morte. La religione e anche l’arte
cercano di dare una forma e di personificare l’illeale, ma tuttociò non entra
nella considerazione del Buono dal punto di vista metafisico. Bradley considera
il buuno preso per sè, astraendo dal fattore della coscienza in cui e per cui
esiste. E certamente il Buono risguardato come una cosa invece che come un
processo inerente all'anima umana cume tale, non può non apparire
contradittorio. Non è il buono che tende all'annullemento li sè stesso, ma è lo
spirito umano che ha tra le altre funzioni quella (che sostantivata costituisce
il Buono) di proporsi incessantemente dei fini alla cui attuazione esso si
adopera, è lo spirito umano che ha delle tendenze ed esigenze al cui
soddisfacimento si affatica. E nessuno vorrà sostenere che nell’operare in tal
guisa l’anima umana si contradica, ovvero tenda ad annullare sè stessa. È
naturale invece che essa aspiri ad annullare, mediante l’appagamento, i suoi
bisogni, che sono indizio di imperfezione e di manchevolezza. Se i detti
bisogni rinascono sempresotto novelle forme, ciò avviene perchè la realtà vera
non è in qualcosa di dato, ma nel farsi. Per quel che concerne l’ apparente
contradizione e l'impossibilità apparente di derivare il bene individuale dal
bene sociale e questo da quello, noteremo che tra le specie di cause c'è anche
la causa reciproca, la quale è ammissibile purchè sia ben definita. La detta
causa (che si riscontra in tuttociò che è organicamente costituito) non
consiste in due cause di cui una produce l’altra ad ogni istante, ma di cui
ciascuna ad ogni istante produce un effetto della specie della prima e così
via. Così un perfezionamento nel sistema circolatorio può produrne uno in
quello della respirazione e viceversa. Tra società e individuo esiste appunto
un rapporto causale reciproco in quanto il perfezionamento individuale è
condizionato da quello sociale e viceversa: i due si limitano, sì determinano a
vicenda senza che a nessuno di essi possa essere attribuito un valore non
diciamo assoluto, ma neanche preponderante. E lo sbaglio del Bradley è quello
di aver pensato che potesse considerare un elemento facendo astrazione dall’
altro, dal che conseguì che egli trovò contradizioni dappertutto. La moralità
poi presenta una natura contradittoria precipuamente per questo che essa è
condizionata da qualcosa che non può csistere: tale è appunto la determinazione
interna della volontà. Questa separata da qualunque elemento estrinseco è una
pura astrazione : di qui la necessità nella moralità di trascendere sè stessa,
passando in qualcos'altro che non è più moralità: questo qualcos'altro è per il
Bradley la Religione, ove domina la fede che tutto sia ed accada come deve
essere ed accadere. Ci asteniamo dal discutere se questi passaggi da una sfera
di apparenze in un'altra siano comprensibili e se abbiano alcun significato,
essendo passaggi verbali anzichè reali. Il nostro filosofo vede un complemento
della moralità vera e propria nientemeno che nella rassegnazione fatalistica,
la quale implica la separazione del volere dalla natura e l'affermazione che il
volere stesso non può esercitare alcuna azione e produrre alcun effetto. Ognuno
vede che in tal guisa il volere umano viene ad essere completamente snaturato,
perchè viene ad esser distaccato dall'ordinamento sistematico delle cose. Ora
non abbiamo bisogno di spendere molte parole per provare l'assurdità di una
tale opinione e per mostrare le tristissime conseguenze che ne derivano: non
solo non è lecito parlare in tal caso di progresso, di sviluppo e di
perfezionamento, ma la storia stessa diviene un non senso. Tutta l’esperienza
contradice ad una tale veduta. Dal fatto che il liberum arbitrium indifferentie
è inammissibile non consegue l'annullamento dell’attività umana e di
quell’energia personale che è un potente fattore di vita e di movimento nel
mondo umano. La contradizione che Bradley trova nell'intima natura della
religione si può eliminare con molta facilità ‘se si pensa che l'aver fede nel
trionfo del bene non trae seco come logica conseguenza la paralisi della
propria volontà, di ogni iniziativa individuale, l’annientamento di quella
spontaneità che è la radice della personalità. Il trionfo finale del bene non è
una quantità definita, fissa che, una volta ammessa, non è suscettibile di
aumento, ma è invece una variabile che può sempre comportare l’azione di un nuovo
fattore. Il trionfo del bene può essere assicurato per mezzo della cooperazione
degli altri uomini; ma ciò forse trae seco l’inutilità della mia cooperazione?
La coscienza della mia dignità non mi spingerà a concorrere al risultato
finale? Perchè l'individuo dovrebbe forzare la volontà all’inazione e quindi
all’annientamento? Anche qui il difetto appare nell’aver distaccato il volere
dalla natura e nell’averlo riconosciuto incapace di produrre effetti. Quanto al
Bello va notato che l'oggetto estetico considerato per sè indubbiamente è
un'apparenza in quanto la sua essenza è riposta nella rappresentazione concreta
e determinata di un’idea, ma un’apparenza che è avvertita, I, per ciò stesso
l’apprensione della realtà? Considerato però l'oggetto bello sentita e
riconosciuta come tale non inclu ed il soggetto senziente come parti di un
tutto, come elementi di un unico processo, il fatto estetico non è più un’
apparenza, ma qualcosa di reale e di altamente reale. La realtà dell’arte e
della bellezza così considerata va riposta appunto nel processo suggestivo o
significativo che si voglia dire, per cui una data percezione o
rappresentazione è il punto di partenza dello svolgimento di un corso di fatti
psichici atti a riempire ed a rapire l'animo di chi contempla. La sproporzione
tra l’' espressione e il suo contenuto lungi dall’essere un difetto da cui il
Bello aspiri a liberarsi, forma la sua sostanza. Il Bello ha raggiunto il grado
completo e perfetto di realtà quando una data espressione (parvenza), suggerendo
un certo contenuto ideale, agisce in modo particolare sull’animo umano: onde
consegue che non vi può essere tendenza a fare sparire o a trasformare in
maniera più o meno completa quei rapporti e quei termini che costituiscono
l’essenza del bello considerato come un tutto 0 come un processo sottoposto a
parecchie condizioni variabili entro certi limiti di grado, ma non di natura o
di qualità. Come non esiste un Vero e un Bene obbiettivo, così non è a parlare
di un Bello obbiettivo: ed anzi possiamo aggiungere che tali espressioni non
hanno nemmeno senso, L'errore del Bra:lley sta tutto nell’aver creduto di poter
considerare per sè, sostantivandoli, il vero, il buono e il bello separatamente
dal soggetto: quale meraviglia quindi se dopo aver ridotto le astrazioni ad
ipostasi, s'è accorto che queste contengono numerose contradizioni? Sicuro; il
Vero, il Buono, il Bello come sono costruiti dal filosofo inglese sono
null'altro che apparenze, perchè sono astrazioni. Ed egli in fin dei conti non
sa trarsi d’impaccio se non dicendo che le dette apparenze tendono a
trascendere sè stesse, trasformandosi, completandosi, perfezionandosi e
passando in qualcosaltro che è la Realtà ultima. Se non che questa non soltanto
è un prodotto della fantasia, è una chimera, ma è essenzialmente contradittoria
: infatti una. Realtà da cui viene esclusa la conoscenza, la tendenza a. porsi
sempre dinanzi un ideale da raggiungere e la proprietà di sentirsi riempita
l’anima da una rappresentazione concreta, atta a suggerire un processo ideale,
una Realtà da cui è escluso ogni moto ed ogni vita, ogni esigenza di
qualcosaltro, una Realtà che è pura immobilità e invariabilità, lungi
dall’apparite allo spirito umano come la più alta e quindi come la Realtà
ultima, si presenta come un grado infimo di realtà, se per giudicare di questa
occorre fondarsi sul valore e sull’azione che è atta ad esercitare. Quello che
ha valore è l’esistenza spirituale e il mondo che essa crea. Un mondo senza
coscienza è come se non vi fosse (Lotze). La Realtà caratterizzata da ciò che
dal comune degli uomini è riguardato come meno reale : ecco l’ultima
espressione della filosofia del Bradley, il cui obbiettivo doveva esser quello
di rimuovere le contradizioni di cui formicola il mondo delle apparenze. La
Filosofia bradleyana in sostanza ha comune col naturalismo l’errore di
considerare la vita dello spirito subbiettivo quale si presenta nella storia e
nell’ esperienza umana, come un fenomeno secondario e passeggero. Così noi
vediamo che la filosofia del Bradley, il quale finisce la sua opera con le
seguenti parole: Outside of spirit there îs not, and there cannot be, any
reality, and, the more that anything îs spiritual, so much the more is
veritably real, portata alle sue ultime conseguenze e interpretata in modo completo
mena alla negazione del soggetto e quindi dello spirito, dello spirito umano
almeno che è quello chie noi conosciamo e che possiamo apprezzare. E la Realtà
che doveva essere one experience, selfperviding and superior to mere relations,
si mostra come trascendente ogni esperienza e quindi come una costruzione
arbitraria e puramente fantastica. Una Metafisica che come questa del Bradley
presenta molteplici elementi fusi insieme pone necessariamente l'e». sigenza
della ricerca delle fonti. Notiamo anzitutto che le idee del filosofo inglese
non si connettono con quelle della filosofia inglese tradizionale, la quale
nelle sue indagini psicologiche e gnoseologiche segue un metodo prevalentemente
empirico. La filosofia di Bradley è una emanazione diretta della speculazione
tedesca svoltasi segnatamente nella prima metà di questo secolo. Se noi
volessimo fare un'analisi minuta e. particolareggiata delle vedute bradleyane
in rapporto alla loro origine potremmo agevolmente mostrare come lo studio di
ciascun filosofo tedesco abbia lasciato delle tracce nella mente del nostro
autore: così il suo concetto di riporre il fondamento e la caratteristica delle
apparenze nella disgiunzione del what dal that ricorda evidentemente il
corrispondente concetto dell’Hartmann per cui il distacco dell'idea dalla
volontà segna l’ origine della fenomenologia dell’ Incosciente e insieme la
condizione dello svolgimento della Coscienza ; il modo di considerare la realtà
della natura ricorda evidentemente la concezione del Lotze per cui la
conoscenza o la rappresentazione dell'universo non è un'aggiunta accessoria
all'esistenza indipendente di esso, onde la luce e il suono lungi dall'essere
copie delle ondulazioni e delle vibrazioni da cui derivano o dall’ essere pure
parvenze o inganni o qualcosa di secondario e di sopraggiunto sono il fine che
la natura si è proposta di conseguire coi movimenti e che non può conseguire da
sola, ma mediante l’azione sua sopra esseri sensibili. Da tal punto di vista la
magnificenza e la bellezza dei colori e dei suoni, la molteplicità e
l’intensità delle emozioni suscitate dalla natura nell’ anima di chi la
contempla sono il fine della sensibilità nel mondo. Racimolando qua e là potrei
moltiplicare gli esempi atti a provare che lo spirito del Bradley si è, per
così dire, modellato tutto sui grandi maestri della Metafisica alemanna: ma il
mio compito è quello di ricercare piuttosto quali siano le fonti primarie e
dirette del sistema, se così vogliamo chiamarlo, del nostro autore. Ora queste
a me pare si riducano alle due correnti della filosofia dell’identità e della
filosofia herbartiana : ho detto della filosofia dell’ identità e non
dell'hegelismo, come a prima vista si potrebbe esser tratti a credere, giacchè
egli pur avendo tratto molto del suo nutrimento vitale dal sistema
dell’Assoluto hegeliano, ha cercato di porre insieme, se non di combinare e
fondere in un tutto armonico, le vedute di Fichte, di Schelling e di Hegel, in
quanto la Realtà per lui non è solamente pensiero, ma l’ unità del pensiero e
dell’ altro (the Olher) l'identità del soggetto e dell'oggetto, del sapere e
del volere (Fichte), della coscienza e dell’ inconscio, dello spirito e della
natura (Schelling). Noi ci crediamo quindi autcrizzati ad affermare che le idee
del Bradley sono state attinte dalla filosofia dell’identità in ordine ai
seguenti punti: il passaggio o la trascendenza di un'idea in un'altra, di un
grado di realtà in un grado più elevato fino a giungere alla Realtà assoluta,
la cui vita armonica e comprensiva è considerata come una specie di esperienza
intuitiva, di cui a mala pena possiamo formarci un'idea astratta e
indeterminata; 2° la credenza nella più perfetta razionalità delle cose e
quindi nell’ottimismo più completo per cui tutte le contradizioni che si
presentano nel mondo delle apparenze quali 1’ esistenza del male, del brutto,
dell'errore, dell’accidente vengono considerati come momenti transitori della
Realtà, anzi, diremo meglio, come illusioni, le quali in un grado più elevato
di esperienza scompaiono, perchè vengono radicalmente armonizzate col sistema
totale ; il concetto che tutto, anche ciò che sembra più falso ed erroneo,
possa avere un certo grado di realtà, che insomma tuttociò che è' possibile sia
fino ad un certo punto reale; la concezione dello svolgimento della vita
psichica come di una successiva posizione di limiti da parte dell'io, di una
successiva e inin. terrotta trasformazione dell'io in non-io ; il disperdimento
della vita universale in una quantità di centri di esperienza | psichica
limitati spazialmente e temporalmente per cui è resa possibile l’esistenza
psichica subbiettiva o cosciente. Ma abbiamo detto che la filosofia del Bradley
non è una derivazione pura e semplice della filosofia dell’ identità, ma bensì
della fusione di questa colla filosofia herbartiana. Infatti se si pensa che il
motivo del filosofare per l’Herbart è l'eliminazione delle contradizioni
presentate dal pensare comune e che per lui il compito della filosofia sta nel
passare dall’apparire all'essere e nell’intendere le ragioni ‘così della
differenza come della relazione che passa tra l'uno e l’altro, nel ritrovar
l'essere nello apparire e nel vedere perchè apparisca in quel modo; se si pensa
che a senso del medesimo filosofo tedesco, la guida, la base e la norma
essenziale per poter filosofare con vantaggio è fornita dal principio di
contradizione, e che le apparenze contradittorie, le quali più richiamarono
l’attenzione dell’ Herbart furono appunto lo spazio e il tempo, l'inerenza o la
cosa e le sue proprietà, la causalità e il cangiamento, l'io e la relazione; se
si pensa che per lo stesso filosofo il reale va risoluto in relazioni fisse,
riducendosi l’accadere apparente ad effetto di prospettiva, non sì può non
convenire che il sistema herbartiano non meno della filosofia dell'identità
hanno determinato le concezioni metafisiche del filosofo inglese da noi
studiato. Questi prese da Herbart il criterio per giudicare della realtà
(principio di contradizione) e il concetto dell’immutabilità e inalterabilità
dell’essere, mentre dall’'idealismo. assoluto prese il concetto dell'unità
armonica e comprensiva, il concetto del sistema totale delle cose. Herbart,
infatti, mirava a intendere ed a spiegare il singolare, l’individuo e di qui il
suo pluralismo delle sostanze, mentre l’'idealismo assoluto aveva per intento
sopratutto d' intendere l’unità, il sistema, la finalità. Ora si domanda: La
fusione compiuta dal Bradley in che modo propriamente avvenne? Perchè avvenne così
e non diversamente ? É una fusione razionale ? Egli, appropriatosi il metodo
dell’Herbart, non potè non giungere alla conclusione che l’ essere doveva
essere inalterabile ed immutabile, ma d’ altra parte i concetti della zufallige
Ansicht, il metodo delle relazioni, la ‘ perturbazione e la conservazione degli
enti, il loro essere insieme, le loro mutevoli relazioni, il loro luogo nello
spazio intelligibile rivelandoglisi idee oscure, inintelligibili e spesso
contradittorie, lo spinsero verso l’Universale. Una delle analisi più accurate
del Bradley fu infatti quella concer-. nente la qualità e la relazione per
mostrare che esse si implicano a vicenda, ciascuna intendendosi soltanta per .
mezzo dell’ altra. Respinti così come mere apparenze il pluralismo delle
sostanze, le qualità semplici, il metodo delle relazioni, ecc., pose la realtà
in un sistema individuale, in una specie di unità che tutte le apparenze
comprende, ar- monizzandole e coordinandole tra loro. Una volta che le
relazioni non sono delle essenze intermedie, nò vedute accidentali, riferimenti
ausiliari che non importino punto alla natura della cosa, bisogna pensarle come
stati delle cose stesse ed ogni cangiamento di relazioni come cangiamento di
stati interni, ma perchè ciò sia possibile occorre che le cose siano concepite
come modi o parti di un’unica essenza, di una sostanza ‘infinita; giacchè così
ogni causalità non è causalità in altro, ma in sè stesso (Lotze). Il pensiero
del Bradley determinatosi per così dire in contrapposizione al concetto
dell'evoluzione ed alla ten- denza propria della scienza contemporanea a voler
tutto ridurre a divenire senza fermare in alcun modo l’atten- zione su ciò che
diviene e perchè diviene, e modellatosi d'altra parte sulle obbiezioni volte
dalla critica herbartiana al concetto del mutamento e all’ assoluto predominio
della categoria della causalità, non potè non considerare l'essere quale
immutabile e inalterabile ed escludente quindi qualsiasi forma di divenire. Ma
d’altra parte le obbiezioni rivolte da quegli stessi che originariamente
appartennero alla scuola herbartiana (dal Lotze, p. es.) ai concetti fon-
damentali del maestro, le analisi critiche fatte dai filosofi contemporanei in
genere e segnatamente dai criticisti, delle nozioni di sostanza, di rapporto,
di qualità, non pote- rono non influire sul nostro filosofo in modo da fargli
respin- gere la pluralità delle sostanze e quel carattere disgregativo ed
atomistico del realismo herbartiano per cui questo non riesce a dar ragione
dell’unità e del sistema. E la difficoltà sta tutta nella 'possibilità di porre
insieme, non diciamo di fondere, la concezione dell’immu- tabilità dell’ essere
con quella dell’ unità armonica del sistema totale che tutto comprende in sè,
del sistema orga- nico che sì fa e non può non farsi, giacchè il sistema, l’
unità armonica non è un dato. Il germe non si può dire che sia la pianta come
non si può dire che sia la pianta questa stessa presa in uno stadio
determinato. La realtà della pianta è posta nell’uniîtà e continuità del
processo che la rende possibile. Ora come si fa a conciliare l’unità e la
continuità del processo con l’immutabilità, l’immobilità e l’ inalterabilità
dell’ essere? È evidente che questi sono concetti della nostra mente. Perchè le
apparenze che come tali contengono già in sè un certo grado di realtà, possano
assurgere al grado di realtà ultima, bisogna che trascendendo sè stesse, si
trasformino in qualcosaltro: ora tuttociò non implica processo, non implica una
forma di divenire? Nè vale il dire che detta trasformazione, detto processo è
pura apparenza, è processo per quel centro finito di esperienza psichica che si
trova in una data serie, ma non per l'insieme che è permanente, immutabile,
inalterabile. Se l'Assoluto, come ripetutamente afferma il Bradley, non è fuori
le apparenze, ma è le apparenze, se l'Assoluto è l'esperienza psichica interna,
come mai può essere detto immutabile, inalterabile? In seguito a ciò è lecito
affermare che nell’Assoluto non si compie alcun processo? Anzi pare che occorra
dire che se ne compiono molteplici, infiniti for- s'anche. Che l’immutabilità
riguardi le parti e non il tutto è un’altra questione; si varii, si muti pure
una particella sola, ciò basta perchè vi sia processo e divenire vero, reale e
non semplicemente apparente o effetto di prospettiva. É soltanto a chi
contempla dal di fuori, a chi consi- dera, a chi medita sul Tutto, che questo
preso nel suo insieme e quindi coi compensi reciproci che possono venire tra le
varie parti, può apparire come qualcosa di immu- tabile: ma la realtà che vive,
opera e si muove non può dichiararsi estranea al processo. L’immutabilità, la
per- manenza sono concetti astratti, formati dalla mente, non fatti reali.
L'uno e l'essere immutabile in tanto possono stare insieme in quanto sono considerati
quali concetti logici astratti (a mo’ della scuola eleatica), ma nel fatto
concreto l’ Unità sistematica comprendendo le differenze, non può non involgere
processo, cangiamento e in conse- guenza moto e vita nelle parti. Delle due
l'una; osi ferma l’' attenzione sull’ individuale e si avrà l’immutabi- lità,
ma non si darà ragione del sistema e dell'unità totale, ovvero si ferma
l’attenzione sull’ universale ed allora per poter dar ragione della
differenziazione, dalla specificazione bisogna ricorrere al mutamento, al
divenire, al processo. Aggiugiamo qui poi anche che posta la divisione della
vita universale in particolari centri di sentimento o di esperienza, non è
possibile non ammettere un modo qual- siasi in cui i letti centri siano
ordinati e disposti: e non potrebbe consistere in questo appunto il
corrispettivo reale ed obbiettivo della forma spaziale? Non s'impone così la
esigenza dello spazio intelligibile? S Prima di finire, qualche osservazione
ancora intorno all'azione esercitata sul pensiero del Bradley dai recenti .
progressi della psicologia esatta, intesa questa come descri- zione ed analisi
dei fatti interni. Il lettore che ha seguito con attenzione la nostra
esposizione critica si sarà accorto che nei punti in cui si è allontanato dalla
speculazione tedesca, presentando delle vedute originali, sì è mostrato appunto
psicologo sagace e sopra tutto scevro di pregiu- dizi. Nelle pagine in cuì egli
discute la questione se si possa ridurre la Realtà ultima e la sostanza
dell’universo all'una od all'altra delle funzioni psichiche quali l’ intel-
letto, la volontà ecc., egli dimostra a meraviglia che dai metafisici le dette
funzioni psichiche vengono snaturate. Ed è in questa parte che si trova la sua
originalità. Ora tutto ciò che è verissimo — al nostro autore è stato senza
dubbio suggerito dalle analisi psicologiche accura- tamente fatte, ma possiamo
noi dire che tali concetti concordano coll’ insieme delle dottrine da lui
professate? Possiamo noi dire che la Realtà quale viene intesa da lui (Unità
del pensiero, del volere, del sentimento estetico ecc., obbiettivamente
considerati) concordi coi risultati della psicologia esatta? E la teoria della
conoscenza fondata sui dati della stessa Psicologia può andar congiunta con la
Metafisica bradleyana? (4) Forse non è inutile richiamare qui l’attenzione
sopra una forma di Metafisica contemporanea che nacque anche come questa del
Bradley in contrapposizione al movimento scientifico contemporaneo, inten-
diamo parlare della Metafisica del Teichmiille», la quale se ha qualche punto
di contatto con quella del Bradley, se ne differenzia essenzial- mente per il
fatto che essa poggia sulla realtà del soggetto individuale Io sostanza. Non
dobbiamo intrattenerci sulle ragioni di tale differenza : diremo soltanto che
tra queste possono essere al diversa cultura psicologica dei due autori e
l’azione che l'ambiente speculativo del proprio paese ha esercitato su ciascuno
dei due metafisici. De Sarlo. Keywords: implicatura, Bradley, citato da Sarlo e
Grice. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sarlo”.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sarno:
la ragione conversazionale del sentire – scuola napoletana -- filosofia
campanese – la scuola di Napoli – filosofia naoletana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Napoli). Filosofo
napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Interprete
di BRUNO e CAMPANELLA. Collabora al “Giornale critico della filosofia italiana”
con saggi su BRUNO, CAMPANELLA, e VICO. Medita sulla violenza. Si suicida con
un colpo di rivoltella. Si interessa a BRUNO e CAMPANELLA. Il suo punto di
partenza è l’opposizione tra un sentimento sempre identico a se stesso,
essenzialmente interiore -- sensus sui -- ed un sentire esteriore, che si
tramuta nelle cose di cui ha esperienza, che si presta e si dona tutt’intero
alle cose, affinché esse vivano in lui. Atre saggi: Pensiero e poesia (Laterza,
Bari); Filosofia poetica (Laterza, Bari); Filosofia del sentire (Pescara,
Tracce); Sulla violenza (Bari, Laterza); M. Perniola, “L’enigma” (Costa, Genova); A. Marroni, Filosofo del farsi altro.
Angelo, L'estetica italiana” (Laterza, Bari); Marroni, La passione per il
presente in “Filosofie dell'intensità. un maestro occulto della filosofia
italiana” (Mimesis, Milano); Marroni, "I carmina in foliis volitantia"
in Agalma, Giornale Critico di Filosofia Italiana. Antonio Sarno. Sarno.
Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sarno” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Sarpi: la ragione conversazionale della meta-fisica del fenice,
o l’arte del bien conversar – filosofia veneta – la scuola di Venezia –
filosofia veneziana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Venezia). Filosofo veneziano.
Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Very important Italian
philosopher. Definito d’Acquapendente come oracolo, autore
della celebre Istoria del Concilio tridentino, subito messa all'indice. Fermo
oppositore del centralismo monarchico di Roma, difendendo le prerogative della
repubblica veneziana, colpita dall'interdetto emanato da Paolo V. Rifiuta di
presentarsi di fronte all'inquisizione romana che intende processarlo e sube un
grave attentato che si sospetta sta organizzato dalla curia romana,
"agnosco stilum Curiae romanae", che nega tuttavia ogni
responsabilità. L'infanzia e una ritiratezza in sé medesimo, un sembiante
sempre penseroso, e più tosto malinconico che serio, un silenzio quasi
continuato anco co' coetanei, una quiete totale, senza alcun di quei giuochi,
a' quali pare che la natura stessa ineschi i fanciulli, acciò che col moto
corroborino la complessione: cosa notabile che mai fosse veduto in alcuno. Poi,
così serve in tutta la sua vita, et all'occasioni dice non poter capir il gusto
e trattenimento di chi giuoca, se non fosse affetto d'avarizia. Un'alienazione
da ogni gusto, nissuna avidità de' cibi, de' quali si nutre così poco, che
restava meraviglia come stasse vivo. Nell'anno in cui proseguivano le sedute
del Concilio di Trento, Carlo V e in guerra con i prìncipi protestanti tedeschi
e il Parlamento inglese adotta un Libro di preghiere d'ispirazione luterana.
Figlio di Francesco di Pietro S., di famiglia di lontane origini friulane --
precisamente di San Vito al Tagliamento -- e mercante a Venezia eppure, scrive
Micanzio, per la sua indole violenta più dedito all'armi ch'alla mercatura. La
madre, veneziana, d'aspetto umile e mite e Isabella Morelli. Rimasta vedova, fu
accolta con il suo figlio e l'altra figlia Elisabetta nella casa del fratello
A. Morelli, prete della collegiata di Sant'Ermagora. Con lo zio, uomo d'antica
severità di costumi, molto erudito nelle lettere d'umanità addottrinando nella
grammatica e retorica molti fanciulli della nobiltà, fa i primi studi,
imparando presto e con facilità. A dodici anni, nell’anno dell'istituzione,
dopo la chiusura del Concilio, dell'Indice dei libri proibititra i tanti, vi
finirono il Talmud e il Corano, il De Monarchia di Dante e le opere di
Rabelais, Folengo, TELESIO, MACHIAVELLI, ed Erasmo, passa alla scuola di
Capella, dell'Ordine dei Servi di Maria, seguace delle dottrine di Scoto.
Capella gli insegna logica, filosofia e teologia, finché il ragazzo fece così
rapidi progressi che il maestro istesso confessa non aver più che insegnargli.
Con altri maestri veneziani apprese la matematica, la lingua greca e l'ebraica.
Con la familiarità e co' studii entra Panco in desiderio di ricevere l'abito
de' servi, o perché gli paresse vita conforme alla sua inclinazione ritirata e
contemplativa, o perché vi fosse allettato dal suo maestro, malgrado
l'opposizione della madre e dello zio che lo voleva prete nella sua chiesa,
entra nel monastero veneziano dei servi di Maria. Continua ancora a studiare
con il Capella, rimanendo alieno dalle distrazioni proprie della sua età finché
in occasione della riunione a Mantova del capitolo generale dell'Ordine
servita, mandato in quella città «ad onorar il congresso e far vedere che
gl'ordini non sono oziosi, ma spendono il tempo in sante e lodevoli operazioni,
difendendo 318 delle più difficili proposizioni della filosofia naturale. Il
qual carico con che felicità lo sostenesse e con che giubilo e stupore di
quella venerabile corona, si può dall'evento argomentare. Essersi così distinto
agli valse la nomina a teologo da parte del duca di Mantova. Prencipe di
grandissimo ingegno, così profondamente erudito nello scienze, che difficilmente
si discerne qual fosse maggiore, o la prudenza di governare, o l'erudizione di
tutte le scienze et arti, sino nella musica, mentre il Boldrino gli affida la
cattedra. Stabilito nel convento di San Barnaba, perfeziona la conoscenza della
lingua ebraica e inizia, col puntiglio consueto, ad applicarsi agli studi
storici. E certo a motivo di quest'interesse che a Mantova frequenta Olivo, già
segretario di Gonzaga, cardinale e legato pontificio nelle ultime sessioni del
concilio di Trento, la cui caduta in disgrazia presso Pio IV coinvolse anche
l'Olivo che fu dagl’inquisitori molto travagliato, col tenerlo longamente in
carcere dopo la morte del cardinale suo signore, ma che ora, dopo la morte del
pontefice, vive privatamente in Mantova. Il gusto principale che riceva in
conversare con lui e perché lo trovava d'una moderazione singolare, erudito, e
che, per esser stato col cardinale a Trento, ha gran maneggio in quelle azioni
e sa tutte le particolarità de' negozii più secreti, et ha anco molte memorie,
nell'intendere le quali riceve molto piacere. Sono gli anni in cui in Italia
continua con vigore la repressione inquisitoriale di Pio V. P. CARNESECCHI
venne decapitato. Gl’ebrei sono espulsi dallo stato pontificio tranne che da
Roma e da Ancona, nei ghetti delle quali vennero costretti a risiederee. E
impiccato l'umanista A. Paleario. Il papa scomunica Elisabetta d'Inghilterra,
oorganizzò la Lega contro i turchi, ottenendo la vittoria navale di Lepanto e a
Parigi, a migliaia di ugonotti sono massacrati. Fa la sua professione, entrando
ufficialmente nell'Ordine servita. Anche di lui l'Inquisizione si occupa
seguito della denuncia di un confratello che lo accusa di sostenere che dal
primo capitolo del Genesi non si può ricavare l'articolo di fede della trinità.
Ma, poiché effettivamente di trinità divina non vi è traccia nel vecchio
testamento, l'inquisizione gli diede ragione, archiviando il caso. Dopo aver
ricevuto nel convento mantovano il titolo di baccelliere, e invitato a Milano
da Borromeo il quale, dopo aver ottenuto dalle autorità contro la volontà del
Senato, il riconoscimento del tribunale e della polizia diocesana, avvia un
processo di riforma del clero. Ottenne di essere trasferito nel convento
dell'Ordine servita di Venezia, dove e incaricato dell'insegnamento della
FILOSOFIA e continua i suoi studi scientifici. Nella grande epidemia di peste,
che imperversa a Venezia, facendo 50.000 vittime tra le quali Tiziano frimase
immune dal contagio. Dopo essersi addottorato a Padova, e nominato reggente del
convento di Venezia e priore della provincia veneta. Durante il Capitolo a
Parma, nel quale venne rieletto priore G. Tavanti, tenne una dissertazione di
fronte ai cardinali protettori dell'Ordine, Farnese e Santori. Uno dei tre
saggi, insieme con Franco e Giani, incaricati di preparare una riforma della
regola. Il carico suo speziale e d'accommodare quella parte che tocca i sacri
canoni, le riforme del concilio di Trento, allora nuove, e la forma de'
giudizii quella parte tutta ove si tratta de' giudizii accommodatamente allo
stato claustrale. Lascia in questo carico in Roma fama di gran sapere e di
molta prudenza, non solo nelle corti de' due cardinali suddetti, co' quali, per
ordine contenuto in un breve apostolico di Gregorio XIII, conviene conferire
ogni legge che si fa, ma anco e necessario molte volte trattar col pontefice
medesimo. Sbrigato da quale peso ritorna al suo governo. Si tenne a Bologna il
nuovo Capitolo dell'Ordine servita e viene eletto procuratore generale, la
suprema dignità di quell'ordine dopo il generale il carico porta seco di
difender in Roma tutte le liti e controversie che vengono promosse in tutta la
religione. Dove pertanto trasferirsi a Roma dove conobbe e prende strettissima
familiarità col padre Bellarmino poi cardinale, e dura l'amicizia sin al fine
della vita, grazie al quale forse puo prendere visione di diversa
documentazione relativa alle istruzioni date ai legati pontifici durante il
Concilio di Trento. Conosce anche il dottor Navarro, teologo difensore
dell'arcivescovo di Toledo, B. Carranza, accusato di eresia, il gesuita
Bobadilla e il cardinale Castagna, poi Urbano VII. Ha occasione di passare a
Napoli per presiedere Capitoli e conversare con quel famoso ingegno Porta, il
quale, anco nelle sue opere mandate in luce, fa onorata menzione del padre
Paolo come di non ordinario personaggio. Scaduto il periodo di carica a
procuratore generale dell'Ordine servita, ritorna a Venezia, frequentandovi i
circoli intellettuali che si riunivano nella bottega di Sechini e nella casa del
nobile veneziano A. Morosini, dove conobbe anche BRUNO. A Padova frequenta la
casa di Pinelli, il ricetto delle muse e l'academia di tutte le virtù in quei
tempi, dove iincontrare Galileo e Bruno, il quale s'intrattenne a Padova più di
tre mesi, poco prima di essere arrestato a Venezia. Si dove scegliere il
generale dell'Ordine servita, e fra i due principali candidati, Baglioni e
Dardano, si espresse a favore del primo. Il rancore spinse Dardano a
denunciarlo al Sant'Uffizio, accusandolo di negare efficacia allo Spirito
Santo, di avere rapporti sospetti con ebrei e allegando una lettera che fgli
scrive da Roma, nella quale sono contenute alcune parole in discredito della
corte, come che in quella si viene alle dignità con male arti, e di tenerne
esso poco conto, anzi abominarla. Senza nemmeno essere chiamato a Roma per
discolparsi, e subito prosciolto da ogni accusa. Ma il cardinale di Santa
Severina, G. Santori, protettore dell'Ordine e capo del S. Uffizio, mostrò però
implacabile indignazione autilizzando tutta la sua autorità per escludere gli
amici dalli gradi et onori con maniere così strane e fini così bassi, ch'io non
ardisco poner i casi che mi sono stati dati in nota, perché troppo gran
scandalo arrecherebbono al mondo. Continua i suoi studi mentre non cessano le
rivalità nell'Ordine servita, del quale venne eletto priore, Montorsoli, che
morì tre anni dopo, succedendogli così, Dardano, accanito avversario del S..
Questi, deciso a uscire dall'Ordine per sottrarsi all'inimicizia dalla quale si
sentiva circondato, cerca di ottenere un vescovato, prima a Caorle e poi a
Nona, in Dalmazia, che però gli vengono rifiutati a causa delle negative
informazioni che di lui il Dardano e Gagliardi, preposito della casa veneziana
dei gesuiti, diedero al papa. Esse ssente mormorare alle volte che egli con
alcuni facci una scoletta piena d'errori. Non solo: nel Capitolo, Dardano
l’accusa di portare una berretta in capo contra una forma che sino sotto
Gregorio XIV disse esser proscritta; che portasse le pianelle incavate alla
francese, allegando falsamente esserci decreto contrario, con privazioni
divote; che nel fine della messa non recita lo Salve Regina. E assolto anche da
queste accuse. La Repubblica veneziana, stretta a nord dall'Impero, in Italia
dalla prevalenza spagnola e papale, in Oriente dalla potenza turca, e ormai
avviata a quel lungo declino politico ed economico che a la sua sanzione. Alla
prudente politica dei patrizi, rasseglla compromissione con l'Impero e il
papato, si sostituì quella degli innovatori, i cosiddetti «Giovani», decisi a
sottrarre la Serenissima all'invadenza ecclesiastica nell'interno e a
rilanciarne le fortune commerciali nell'Adriatico, compromesse dal controllo
dei porti esercitato dallo Stato pontificio e dalle azioni degli Uscocchi, i
pirati cristiani croati appoggiati dall'Impero. Iil Senato veneziano proibì la
fondazione di ospedali gestiti da ecclesiastici, di monasteri, chiese e altri
luoghi di culto senza autorizzazione preventiva della Signoria. Un'altra legge
proibiva l'alienazione di beni immobili dai laici agli ecclesiastici, già
proprietari, pur essendo solo un centesimo della popolazione, di quasi la metà
dei beni fondiari della Repubblica, e limita le competenze del foro
ecclesiastico, prevedendo il deferimento ai tribunali civili degli
ecclesiastici responsabili di reati di particolare gravità. Avvenne che il
canonico vicentino S. Saraceno, colpevole di molestie a una nobile parente, e
l'aristocratico abate di Nervesa, Brandolini, reo di omicidi e di stupri, sono
incarcerati. Paolo V emana due brevi richiedenti l'abrogazione delle due leggi
e la consegna al nunzio pontificio dei due ecclesiastici, affinché secondo il
diritto canonico fossero giudicati da un tribunale ecclesiastico. Il nuovo doge
Donà fece esaminare i due brevi da giuristi e teologi, fra i quali S., affinché
trovassero modo di controbattere alle richieste della Santa Sede. Venne
nominato teologo canonista proprio S. e lo stesso giorno il suo scritto:
Consiglio in difesa di due ordinazioni della Serenissima Repubblica, venne
inviato al Papa. Difese le ragioni della Repubblica con numerosi saggi. Sono di
questi mesi la scrittura sopra la forza e validità delle scomuniche, il
consiglio sul giudicar le colpe di persone ecclesiastiche, la scrittura intorno
all'appellazione al concilio, la scrittura sull'alienazione dei beni laici agli
ecclesiastici e altri ancora, poi raccolti nella sua successiva “Istoria
dell'interdetto”. In quell saggio è contenuta anche un saggio sulla validità
della scomunica, attaccato da BELLARMINO, al quale rispose allora con
l'Apologia per le opposizioni do Bellarmino. Mentre Micanziosuo inizia a
collaborare dopo che Paolo V scomunica il consiglio veneziano e fulminato con
l'interdetto lo Ssato veneto, pubblica il protesto del monitorio del pontefice,
nel quale il breve papale Superioribus mensibus è definito nullo e di nessun
valore, mentre impede la pubblicazione della bolla pontificia. Obbedendo alle
disposizioni del papa, i gesuiti rifiutano di celebrare le messe a Venezia e la
Repubblica reage espellendoli insieme con cappuccini e teatini. Parteno la sera
alle doi di notte, ciascuno con un Cristo al collo, per mostrare che Cristo
parte con loro. Concorse moltitudine di populo e quando il preposto, che ultimo
entra in barca, dimanda la benedizione al vicario patriarcale si leva una voce
in tutto il populo, che in lingua veneziana grida loro dicendo "Andé in
malora!". A Roma si spera che l'interdetto provocasse una sollevazione
contro i governanti veneziani ma i gesuiti scacciati, li cappuccini e teatini
licenziati, nissun altro ordine parteno, li divini uffizi sono celebrati
secondo il consueto il senato e unitissimo nelle deliberazioni e le città e
populi si conservano quietissimi nell'obbedienza. Venezia era alleata, in
funzione anti-spagnola, con la Francia, ed era in buoni rapporti con
l'Inghilterra e con la Turchia. Fingendosi veneziani, soldati spagnoli, per
provocare la rottura delle relazioni turco-veneziane, sbarcano Durazzo,
saccheggiandola, ma la provocazione e facilmente scoperta e i turchi offreno a
Venezia l'appoggio della loro flotta contro il papa. L'Inquisizione l’intima di
presentarsi a Roma per giustificare le molte cose temerarie, calunniose,
scandalose, sediziose, scismatiche, erronee ed eretiche contenute nei suoi
saggi ma naturalmente si rifiuta. Invano il papa che scomunica Sarpi e
Micanziosi dichiara favorevole a portare guerra a Venezia. La sua unica
alleata, la Spagna, minacciata da Francia, Inghilterra e Turchia, non puo
sostenerla in quest'impresa e si giunse così alle trattative diplomatiche,
favorite dalla mediazione del cardinale Joyeuse. Venezia rilascia i due
ecclesiastici incarcerati e ritira il suo protesto al papa in cambio della
revoca dell'interdetto, mentre le leggi promulgate dal Senato veneziano
restarono in vigore e i gesuiti non possono rientrare nella Repubblica. Riceve
Schoppe, molto intimo dei segreti affari della curia romana, il quale gli
confide che il papa, come gran prencipe, ha longhe le mani, e che per tenersi
da lui gravemente offeso non puo succedergli se non male, e che se sino a
quell'ora avesse voluto farlo ammazzare, non gli mancavano mezzi. Ma che il
pensiero del papa e averlo vivo nelle mani e farlo levare sin a Venezia e
condurlo a Roma, offerendosi egli, quando volesse, di trattare la sua
riconciliazione, e con qual onore avesse saputo desiderare. Asserendo d'aver in
carico anco molte trattazioni co' prencipi alemanni protestanti e la loro
conversione». Schoppe, ambiguo provocatore, intende convincerlo a mettersi
nelle mani dell'inquisizione come miglior partito che puo prendere, tanto
parvero strane le due proposte di far ammazzare o prender vivo il padre. I
disegni omicidi sono reali. Circa le 23 ore, ritornando al suo convento di San
Marco a Santa Fosca, nel calare la parte del ponte verso le fondamenta, e
assaltato da V assassini, parte facendo scorta e parte l'essecuzione, e resta
l'innocente ferito di tre stilettate, due nel collo et una nella faccia,
ch'entrava all'orecchia destra et usciva per apunto a quella vallicella ch'è
tra il naso e la destra guancia, non avendo potuto l'assassino cavar fuori lo
stillo per aver passato l'osso, il quale restò piantato e molto storto. I
sicari, fuggendo, trovano rifugio nella casa del nunzio pontificio e la sera
s'imbarcano per Ravenna, da dove proseguirono per Ancona e di qui raggiunsero
Roma. Si conoscono i loro nomi: l'esecutore materiale dell'attentato e Poma,
già mercante veneziano, poi trasferitosi a Napoli e di qui a Roma, dove divenne
intimo del cardinale segretario di Stato S. Caffarelli-Borghese e dello stesso
Paolo V. E co-adiuvato da tre uomini d'arme, tali A. Parrasio, Giovanni da
Firenze e Bitonto, mentre «a spia, o guida e Viti, solito offiziare in S.
Trinità di Venezia, che non lascia dubitare quanti mesi precedessero questo bel
effetto prima che fosse mandato alla luce. Poi che Viti la quadragesima
antecedente, sotto specie d'aver gusto delle predicazioni del padre maestro
Fulgenzio, anda ogni mattina in convento de' servi alla porta del pulpito, che
risponde alla parte di dentro, e cortesemente tratta con lui, ricercandolo anco
di qualche dubbio di coscienza. E continua di poi sempre a salutarlo et anco
andar in convento a visitarlo, parlandogli sempre di cose spettanti all'anima.
Il pugnale non ha tuttavia leso organi vitali e riusce a sopravvivere. Il
chirurgo Acquapendente, che l'opera, dice di non aver mai medicato una ferita
più strana, rispondendo allora con la famosa espressione. Eppure il mondo vuole
che sia data stilo Romanae Curiae. Le conseguenze furono la rottura della mascella
e vistose cicatrici nel volto. Il Senato, dichiarandolo persona di prestante
dottrina, di gran valore e virtù gli concede una casa in piazza San Marco ove
possa risiedere con il Micanzio e altri frati, e una sovvenzione affinché possa
acquistare una barca e provvedere alla sua sicurezza personale. Rifiuta la casa
ma si servì da allora di una barca che gli evita si pericolosi tragitti a piedi
per le calli veneziane. Poco più di un anno dopo, e sventato un secondo
attentato, ordito, sembra su mandato di Margotti, d’Antonio da Viterbo, i
quali, fatta una copia della chiave della sua camera vuoleno secretamente
introdurre nel monasterio due o più sicarii e la notte trucidare l'innocente.
Inizia a corrispondere con personalità soprattutto di fede calvinista o
gallicana. Fra questi ultimi, Leschassier e Gillot, che pubblica gli Actes du
concile de Trente, dimostrando le pressioni papali sui vescovi riuniti a
concilio, e fra gli altri l'italiano Castrino, i francesi Villiers, Casaubon,
Thou, Mornay, i tedeschi Achatius e Dohna. Attraverso il dialogo diretto con
gli intellettuali acquiesce quella straordinaria ampiezza di orizzonti e di
interessi, quella solida conoscenza dei problemi dello stato che gli permite di
arricchire la sua cultura storica, giuridica e scientifica e lo conduce a
incidere sulla sua posizione filosofica, ad approfondirne la crisi,
risolvendola poi con l'accoglimento di nuove prospettive e di nuove idealità;
spalancandogli un mondo nuovo, che gli fac sentire più soffocante, più viziata,
la vita italiana. Incontra a Venezia Bedell, che rifere di lui e del Micanzio
come essi sono completamente dalla nostra parte nella sostanza della religione
e, Dohna inviato da Cristiano I di Anhalt-Bernburg, e Diodati, per valutare la
possibilità di introdurre a Venezia la Riforma. La traduzione in lingua
italiana del nuovo testamento, viene diffusa a Venezia proprio in questo
periodo. Altre polemiche suscitano, le prediche quaresimali di Micanzio che
vengono interpretate a Roma come un attacco alla fede cattolica. -- è anche
preoccupato per la tregua stipulata tra la Spagna e i Paesi Bassi, perché vede
in essa un indebolimento di questi ultimi che, o prima o dopo, resteranno
sopraffatti dalle arti spagnole, mentre gli spagnoli ne potrebbero trarre
beneficio anche in vista del loro dominio in Italia. Spera in un'alleanza
generale di Francia, Inghilterra, principi protestanti, Paesi Bassi, Savoia e
Venezia che portasse alla guerra contro l'Impero cattolico ispano-tedesco e
cancellasse il dominio papale e spagnolo in Italia. Se sarà guerra in Italia,
va bene per la religione; e questo Roma teme. L’inquisizione cessa e
l'Evangelio ha corso. E ha bene anche per le libertà civili di Venezia: qui,
anche se il giogo ecclesiastico è assai più mite che nel rimanente d'Italia, in
quella parte nondimeno che tocca la stampa è l'istesso appunto che negli altri
luoghi. Nessuna cosa si può stampare se non veduta e approvata
dall'Inquisizione. Dove si ragiona di alcun papa, non permettono che si dica
alcuna di disonore, se bene vera e notoria. Non permettono che alcuno separato
dalla Chiesa romana sia lodato di qualsivoglia virtù, né nominato se non con
vituperio. Secondo la versione ufficiale, sebbene sfinito, volle alzarsi per il
mattutino, come al solito, e celebrare la Messa. Fatto chiamare il priore del
convento, lo prega che lo raccomandasse alle preghiere dei confratelli e che
gli portasse il Viatico. Gli consegna tutte le cose concesse a suo uso. Si fa
vestire, si confessa e passò il resto del mattino facendosi leggere da fra
Fulgenzio e da Fra Marco i Salmi e la Passione di Cristo narrata dagli
Evangelisti. Gli e quindi amministrato dal priore, alla presenza della
Comunità, il Viatico. E visitato dal medico che gli dice che ha poche ore di
vita. Sorridendo, rispose: Sia benedetto Dio. A me piace ciò che a Lui piace.
Col suo aiuto faremo bene anche quest'ultima azione -- quella di morire. E
udito ripetere più volte, con soddisfazione: Orsù, andiamo dove Dio ci chiama.
Secondo alcuni le sue ultime parole sarebbero state. Esto perpetua, riferendosi
a Venezia (v. Bianchi-Giovini, Esistono tuttavia altre versioni della sua morte
che lo fanno apparire più vicino al culto protestante. Figura assai complessa
di filosofo, occupa indubbiamente un posto di primo piano nella storia della
filosofia italiana. Fu uno dei più grandi filosofi. La sua prosa è una delle
più maschie ed efficaci di tutta la filosofia nostra, che non conosce lenocini
né fronzoli, che scolpisce le figure con raro risalto, che ha un magnifico
potere ri-evocatore allorché descrive dispute e contrasti, ch'è impareggiabile
nel sarcasmo, tutto contenuto in un'unica espressione, tre o quattro parole. G.
Papini, parlando della Istoria del Concilio di Trento, la define un modello di
lucidità narrative e di prosa semplice, esatta e rapida. Lascia orme indelebili
nella filosofia, nella matematica, nell'ottica, nell'astronomia, nella medicina
ecc. Galilei e suo grande amico, e non disdegna di appellarlo: Mio Maestro.
Dinanzi al primo avvertimento a Galilei, lui, che non visse abbastanza a lungo
per assistere alla condanna scrive. Verrà il giorno, e ne sono quasi certo, che
gl’uomini, da studi resi migliori, deploreranno la disgrazia di Galileo e
l'ingiustizia resa a sì grande uomo. Scopre la dilatabilità della pupilla sotto
l'azione della luce e le valvole delle vene. I suoi biografi parlano anche di
scoperte nel campo dell'anatomia, dell'ottica, ecc. L'invenzione del telescopio
dice Bianchi-Giovini il Galilei la dovette per certo ai lumi somministratigli
da lui, se pure questi non ne fu il primo inventore, come pensano alcuni. Sopra
la sua sapienza matematica si cita l'autorevole giudizio di Galilei. Galilei
non esita a dire della ‘fenice’: del quale posso senza iperbole alcuna
affermare che niuno l'avanza in Italia in cognizione di queste scienze
matematiche contro alle calunnie ed imposture diCapra, in ediz. naz., Firenze,
La teoria di GALILEI delle maree, successivamente dimostratasi erronea,
riprende le sue idee, esposte nei Pensieri naturali, metafisici e matematici.
Porta, dopo aver dichiarato di avere appreso alcune cose da lui, lo proclama
splendore ed ornamento non solo della città di Venezia e dell'Italia, ma di
tutto il mondo. (Magia naturalis). Passionei gli define dottissimo oltre ogni
espressione. In uno studio il cui intento era quello di misurare il Q.I. di 300
personaggi famosi. si posiziona al quinto posto, al pari del più noto
matematico Pascal. Alla grande intelligenza unì anchecome riconosciutagli da
tuttiun'esemplare integrità di vita. Jemolo, dopo essersi rivolto varie domande
intorno alla sua ortodossia, da questa risposta. Gli elementi ci mancano per
una risposta perentoria: noi non possiamo dissipare l'alone di mistero che lo
circonda. Questo non c'impedisce di ammirare l'uomo e l'opera. Fondamentalmente
lo scontro con la Curia romana e legato ad un progetto politico volto a
contenere il potere di Roma in ambito esclusivamente spirituale e a pro-muovere
un'alleanza tra Venezia e la Francia in un'ottica anti-imperiale. Per questo
intrattenne contatti con i riformati. Inoltre la sua visione di Roma e un vago
ritorno verso la chiesa primitive. Egli quindi e indotto a condannare il potere
temporale, il processo di mondanizzazione del clero, la superiorità del papa
sul Concilio. Stringe amicizia con Dominis, arcivescovo di Spalato, che tende
all'apostasia. La sua Istoria del Concilio Tridentino costituisce il suo
capolavoro storico ed offre la prima imponente ricostruzione del Concilio di
Trento. L’opera e ondannata dalla Congregazione dell'Indice e quindi posta all'Indice
dei libri proibiti. Sono intercettate dal nunzio pontificio a Parigi Ubaldini
compromettenti carteggi di lui con l'ambasciatore veneziano Foscarini e con
l'ugonotto Castrino; carteggi ben presto inviati a Roma per essere messi a
disposizione del Sant'Uffizio, ma anche da utilizzare per far ammettere una
buona volta al governo veneziano quanto da tempo da Roma si viene denunciando,
che lui che si proclamava più cattolico del Papa e come tale difeso
ufficialmente dai responsabili politici veneziani. Altri non era che un
protestante, al servizio delle forze ereticali europee. Dunque infedele e
ipocrita. Una taccia di ipocrisia che non da tregua alla sua figura lungo i
secoli, come stanno a provare innumerevoli esempi, da Aleandro, che ricevuta da
Peiresc la sua Istoria dell'Interdetto appena edita risponde all'illustre
erudito francese con fare perentorio che lui e nero ministro del diavolo che si
dice esser padre delle menzogna, se ben egli veramente non credeva né nel
diavolo né in Dio, al prelato friulano G. Fontanini con la sua velenosa Storia
arcana della sua vita a Passionei, che crede di avere le carte per dimostrare
che l'idea del furfante e di introdurre il calvinismo in Venezia, come ancora
ricorda A. Mercati. Un parere analogo si trova anche nella recente Storia della
Chiesa di Hertling e Bulla, dove viene definite un ipocrita che fino all'ultimo
fa la parte del religioso, sebbene nel suo intimo si fosse da tempo allontanato
dalla Chiesa. Saggi: “Trattato dell'interdetto di Paolo V nel quale si dimostra
che non è legittimamente pubblicato”; “Apologia per le opposizioni fatte da
Bellarmino ai trattati et risolutioni di G. Gersone sopra la validità delle
scomuniche; Considerationi sopra le censure della santità di Paolo V contra la
Serenissima Repubblica di Venezia, Istoria del Concilio Tridentino, Il trattato
dell'immunità delle chiese (De iure asylorum), Discorso dell'origine, forma,
leggi ed uso dell'Uffizio dell'Inquisizione nella città e dominio di Venezia,
Trattato delle materie beneficiarie, Opinione di Servita, come debba governarsi
la Repubblica Veneziana per havere il perpetuo dominio, Venezia, La
storiografia recente attribuisce lo scritto al patriziato veneziano medesimo.
Scritti giurisdizionalistici, Istoria del Concilio Tridentino (Geneua, Aubert);
Pagnoni Editore, Milano, Gambarin, Scrittori d'Italia, Bari, Laterza, G.
Gambarin, IScrittori d'Italia, Bari, Laterza, Gambarin, Scrittori d'Italia
Bari, Laterza, Istoria del Concilio Tridentino, testo critico di Giovanni
Gambarin, introduzione di Pecchioli, Collana Biblioteca, Sansoni, Firenze,
Lettere a Simone Contarini ambasciatore veneto in Roma, pubblicate dagli
autografi, Monumenti storici pubblicati dalla R. Deputazione veneta di storia
patria. Miscellanea, Venezia, Fratelli Visentini, Pagine scelte, Arturo Carlo
Jemolo, Vallecchi, Firenze, Lettere ai protestanti, Scrittori d'Italia, 1,
Bari, Laterza, Lettere ai protestanti, Scrittori d'Italia, Bari, Laterza,
Antologia degli scritti politici e storici. Roffarè, MILANI, Padova, “Istoria dell'Interdetto
e altri scritti editi e inedita” (Scrittori d'Italia Bari, Laterza); Amerio,
“Scritti filosofici e teologici” (Scrittori d'Italia, Bari, Laterza); “Pensieri
naturali, metafisici e matematici. anoscritto dell'iride e del calore; Arte di
ben pensare, Pensieri medico-morali, Pensieri sulla religione, Fabula e Massime
e altri scritti. Edizione integrale commentate, L. Sosio, Ricciardi,
Milano-Napoli, Scritti giurisdizionalistici” (Scrittori d'Italia, Bari,
Laterza); “Lettere ai Gallicani, B/ Ulianich, Wiesbaden, F. Steiner, La
Repubblica di Venezia la casa d'Austria e gli Uscocchi, Bari, Laterza, Scritti
scelti: Istoria dell'Interdetto, Consulti, Lettere, Pozzo, Collezione di
Classici Italiani, POMBA, Torino); Storici, Politici, e Moralisti, G. Cozzi,
Collana La Letteratura Italiana. Storia e Testi, Milano-Napoli, Ricciardi,
Istoria del Concilio Tridentino seguita dalla Vita, Corrado Vivanti, Collana
NUE Einaudi, Torino, Collana Piccola Biblioteca. Einaudi, Torino, “Pensieri”
Gaetano e Cozzi, Collana Classici Ricciardi, Torino, “Considerazioni sopra le
censure di Paolo V contro la Repubblica di Venezia e altri scritti
sull'Interdetto”, G. Cozzi, Collana Classici Ricciardi, Einaudi, Torino,
“Lettere a Gallicani e Protestanti, Relazione dello Stato della Relazione,
Trattato delle Materie Beneficiarie. Cozzi, Collana Classici Ricciardi,
Einaudi, Torino, Gli ultimi consulti. G. Cozzi, Collana Classici Ricciardi,
Einaudi, Torino, Dai Consulti, il carteggio con l'ambasciatore inglese
Carleston. Cozzi, Collana Classici Ricciardi, Einaudi, Torino, Dal Trattato di
pace et accomodamento e altri scritti sulla pace d'Italia. Cozzi, Collana
Classici Ricciardi, Einaudi, Torino, Consulti, Corrado Pin, Pisa, Poligrafici,
Letteratura e vita civile. Collana I Classici del Pensiero Italiano; Della
potestà de' prencipi; Collana I Giorni, Marsilio, Venezia, Scritti filosofici
inedita, tratti da un manoscritto della Marciana”; Papini, Collana Cultura
dell'anima, R. Carabba, Lanciano, Manoscritti Consulti: in Milano, Biblioteca
Nazionale Braidense, Fondo manoscritti, Ceretti, Cinque pugnali non bastano a
troncare la sua parola, in Historia, Touring club italiano, F. Micanzio, Vita,
in «Istoria del Concilio tridentino, Torino F. Micanzio. Scrive tra l'altro
nella lettera. E che volete ch'io speri in Roma, ove li soli ruffiani, cenedi
et altri ministri di piaceri o di guadagni hanno ventura? I cenedi sono
gl’uomini che si prostituiscono. Micanzio, cit. G, Cozzi, Sarpi, F. Micanzio,
Istoria dell'interdetto e altri scritti editi e inediti, F. Micanzio, dove
stilo può significare sia stile che stiletto Ivi Cozzi, Lettere a Groslot de
l'Isle, in «Lettere ai protestanti», Lettera a Francesco Castrino, Lettere ai
protestanti, Citato in C. Rizza, Peiresc e l'Italia, Torino, Giappichelli, Pin,
Senza maschera: l'avvio della lotta politica dopo l'Interdetto; L. Hertling e
A. Bulla, Storia della seconda Roma La penetrazione dello spazio umano ad opera
del cristianesimo” (Città Nuova, Borgna Romain, Lucien, Micanzio, Vita,
dell'ordine de' Servi e theologo della serenissima republ. di Venetia, Leida,
in “Istoria del Concilio tridentino” (Torino, Einaudi); Griselini, “Memorie
anedote spettanti alla vita ed agli studj del sommo filosofo e giureconsulto”
(Losanna, Bousquet); Griselini, “Del suo genio in ogni facolta scientifica e
nelle dottrine ortodosse tendenti alla difesa dell'originario diritto de'
sovrani né loro rispettivi dominj ad intento che colle leggi dell'ordine vi
rifiorisca la pubblica prosperita” (Venezia, Basaglia); Zerletti, “Storia
arcana della vita servita da Fontanini in partibus e documenti relative
(Venezia); “Cassani, Le scienze matematiche naturali” (Venezia;
Bianchi-Giovini, Basilea, Morghen, Getto, Firenze, Olschki; Gliozzi Relazioni
scientifiche con Porta, Cozzi, Tra Venezia e l'Europa” (Collana Piccola
Biblioteca, Torino, Einaudi); Frajese, “Scettico. Stato e Chiesa a Venezia,
Bologna, Il Mulino); Cacciavillani, I consulti sulla Vangadizza, Padova,
MILANI, Cacciavillani, Venezia, Fiore, Cacciavillani, S.. La guerre delle scritture
de la nascita della nuova Europa, Venezia, Fiore, Cacciavillani, S. giurista,
Padova, Pin, Ri-pensando S., Venezia, Ateneo veneto, Concilio di Trento,
Micanzio. Dizionario di storia, Dizionario biografico degl’italiani. OPERE
VARIE DEL MOLTO REVERENDO S. DELL’ORDINE DE’SERVI DI MARIA CONSULTORE DELLA
SERENISSIMA REPUBBLICA DI VENEZIA. 1 HELMSTAT Per Jacopo' Mulleri. Trattato
delle Materie Benefiziarie cx)lle annotazioni del Signor D. Amelot, tradotte
dalla lingua Francefe. De jure Afylorum. Storia degli Ufcocchi, Allegazione del
Frangipane. Dominio del Mare Adriatica della Sereniflima Repubblica di Venezia.
Dominio del Mare Adiiaticp, e fue ragioni pel Jus belli. Indice dei Libri
proibiti dell’anno ijpd. Il Concordato. TRATTATO DELLE MATERIE BENEFICIARIE nel
quale fi narra, col fondamento delle Storie come fi difpenfajfero le limofme
de' Fedeli nella primitiva Chicfa. reddito il fervor antico della caritk, che
non folo moveva i Principi, e a donar alle Chiefe copiofamentc ricmporali, ma
ancora fnduceva i Mini(ìartici a difpenfarle faniamente in cam è-maraviglia, fc
al prefente pare mancati i fedeli difpcnlatori, c fucluogo loro altri diligenti
folo in ritcac almeno a tollerabile moderazione. I difetti che ci par di vedere
al giorno d i oggi non fono entraci nell’ Ordine Chcricale tutti infieme, nè
cos^ eccellivi in un ifteflb tratto di tempo ; ma da una fomma, anzi divina
perfezione per gradi fono diIcefi air imperfezione che ora è manifcfta a tutti
y c confeflara dagli fteffi Ecclefiaffici, e da alcuni tenuta per
irremediabile. Con tutto ciò, piacendo a Dio N. Signore di donar a’ Fedeli fuoi
tanta grazia,, quanta donò a’noftri Maggiori, non dobbiamo perdere lafperanza
di vedetele medefime maraviglie anche ne’ noftrifecoli: è bennecef làrio che,
ficcomepergradifiamopcrvenutiaqucftaprolbnditkdimifcria, Tomo . A cos^ coc\ per
gli ilefì ci «ndumo ahEando | prr ritornare ve^o quella ioiQ' mit^ di
perfezione nella quale fu la Chiefa Santa t- Il che non potendofi fare, fé non
conofccndo qual folTe dapprincipio V amminiftrazione delle cofc temporali ; e
come fia mancato quel buon governo ; a parte a parte è neceffario, innanzi ogni
altra cola, dire come la Chiefa di tempo in tempo ha acquiftate le ricchezze
temporali ; e come in ciafeuna mutazione deputaHc i Minidri per difpenfarle, o
pofledcrie : il che ci Icoprirh gl’ impedimenti che in quelli tempi
attraverfano una buona riformazione ; ^ moftrerli le maniere di lupefarli; c
quello è il mio proponimento nel prefciue dilcorf^ delia ma-» teria Benefiziale
tanto ampia. a I» Tu il printipio de beni Ecclelìallic! mentre ancora
converfava in quello Mondo N. Signore Gesù Grillo ; ed il fondo loro non era
altro, che le obblazioni delle perfone pie, c divote, le quali eranoconfervale
da un Minillro, e diflribuite in due opere lolamente : Una per le nccelHth di
N. Signore, c degli Appoftoii Predicatori del Vangelo; c l’altra per far
limofina a poveri, Tutto ciò fi vede chiaro in San Giovanni, dove dice il
Vangelilla, che Giuda era quello che portava la tafea, o borfa, (rf) dove erano
ripolli i danari prclcntati al Signore; c che il medelìnio andava fpendendo, c
comprando le cofe nccelTarie a loro, ovvero dillribucndo a’ poveri, (b)
conforme a quanto il Signore alla giornata comandava Confiderà S. AgoUinoche,
avendo Grillo il miniflero degli Angeli che lo fervivano, non era in nccelTith
di confcrvar danari; con tutto ciò volle aver borfa, per dar ( ^efa di q uello
ch’ella doveva fare; e per ciò Icmprc intefe la Cnicik fofle ìllituita la forma
del danaro Ecclefìallìco dovclTe cavare, c in che cofa fi dovclic fpendere. È
fc nc^em^roAri non veggiamo oflcrvato qucAo fanto iilituto, dobbiamo
conlìdcrare che, per noftro ammaeAramemo, c per noHra conioiazione', racconta
la Scrittura divina che all' ora anche Giuda era un ladro, (c) c ufurpava per
sò i beni comuni al Collegio ApfpAoUco; e venne a tanto colmo d’avarizia, che,
non parendogli aÙai quelle thè rubbava, per far maggior lomma di danari, pal^
li e elTcr comune della Chiefa, e de’ poveri, pafTì cosf innanzi, che venda
anche, per far danari, le cole facre, c le grazie fpirituali, non dovremo
riferir ciò a particolar mUeria dc’noAri,o d’ alcuni tempi y ma afcriverlo a
pcrrailTione divina, per efcrcizio de’ buoni Loculo hibent, a qu« miuebintur
por. ubit. cip. >>• LÌkuIo lubcbtc )o«ias, qnoJ auiflét ci jefus : Eme
cu, opui &nt nohts sJ aiem Icllum, U( c^cnii ui tliqtiUi direi. (ip, ij.
quM de egeo» pertinebut ad cum, cip. II. ftT(hi tr U funtìmi dtl fut m'mi
Loculot > ti th fi tbismt Sftdsli il In0go -dovi (! rra«r dS d»’ (f> Fur
erat. »p. u. ciuto. Digitized by GoogU MATER. BENEFIC. 3 buoni; ^nfìderando che
il principio della Chiefa nafccnte fu fogget10 alle mcdefime imperfezioni: ben
dovr^ ciafcuna fecondo il grado, e la vocazione Tua, proccurar il rimedio chi
non può altrimenti, colle orazioni; e chi può impedire il male, con ovviare, e
opporfi agli abuft ; confiderando che, febben Giuda non fu umanamente punito,
pcrchò erano complici dcTuoi delitti quelli che dovevano,galligarlo; modrò
nondimeno la divina Provvidenza qual pena meritalTe; c dil^le ch’egli ftelTo
fofle Tefecutorc in sèmedefimo, per documento di quello che dovcflcro fare
quelli che la Macftìi fua avrebbe netempi Icgucnti dati per tutori, c difenfori
della fua Chiela. Dappoiché Crifto N. Signore Cili al Ciclo, i Santi Apposoli
Icguirono nella Chiefa di Gerufalemme lo HelTo ìnituto, d'aver il daiuro
Ecciefìaflico per Itdue effetti fopraddetti, cioè, perii bifogno deMiniftri del
Vangelo, c per le limoline de’ poveri.- e il fondo di quello danaro era
fìmilmente le obblazioni de’ Fedeli, i quali anche, mettendo ogni loro avere in
comune, vendevano le loro polTelfioni, per far danari a quell’ effetto; ficchè
non era dipinto il comune della Chiefa dai particolare di ciafeun fedele, {a)
come fi ulà ancora in alcune Religioni che fervano i primi iHituci. Erano molto
pronti i CriHiani in quei primi tempi a fpogliariì de’beni temporali, per
impiegarli in limoGne, perche afpettavano prolTimo il fine del Mondo; avendoli
Crillo N. Signor lafciati incerti.- e quantunque f(^c per durare quanto fi
volcflc, non 1 ’ avevano per confiderabilc più, chefe fofle all’ora per finire;
tenendo per fermo che la figura di quello mondo, cioè, lo fiato della vita
prcfentc trapalfa; (c) per lo che ancora le obblazioni fempre più $’
aumentavano. Il cofiume però di non aver cofa alcuna di proprio, ma »l «utt© ùi
comune, fioche non vi folfe alcuno povero, o ricco, ma tutti ugualmente
vivefiero, non ufei fuori di Gerufalemme; anzi nelle altre Chiefe che i Santi
Appofioli edificarono non fu ifiituico; nè in Gerufalemme durò molto
lungamente: imperocché zò. anni dopo la morte di Crillo fi legge che il
pubblico era didimo dal privato, conolcendo ciafeun il fuo, ra elTendovi anche
il danaro fondato nelle obblazioni, le quali, polle in comune, fcrvivapo per li
foli Minifiri, e perii poveri; nè era lecito viver di quel della Cliiefa a chi
aveva del Tuo: laonde S. Paolo ordina che le vedove, le quali hanno parenti,
fieno fpefate da’ loro proprj, acciocché i beni Ecclcfiafiici posano badar a
quelle che fono veramente Vedove, c povere. ( ), III. La cura di quelli beni
che N. Signore, mentre fu in vita mortale, diede a Giuda, dopo V Afeenfìone gli
Apposoli per pochiiTimo tempo r ammtnìArarono eglino IfelTi; ma poi vedendo
che, per la diAribuzione, nalccvano tra i fedeli mormorii, c fedizioni, ( ^ )
parendo ad alcuni di non participare quanto avrebbono voluto del comune, e
credendo che altri avelTero più del dovere ; ficcome il male è comune in tutti
i tempi nella diipenta de’ beni della Chiefa, conobbero gli Apposoli che non
potevano attendere a quello perfettamente, ed inficme alla predicazione delta
parola di Dio ; c determinarono di ritener ( c ) per se il minillero di
predicare, e infegnare; ( ) ordinando per quelV uffizio di tener cura delle
cofe temporali un altra Torta di Miniffri j ( ^ ) tutto al contrario di quello
che veggiamo fare nc’ tempi noftri, quando al governo delle cofe temporali
attendono i principali Prelati della Chiela; e l’uffizio del predicare, e
infegnare la parola di pio, eia dottrina del Vangelo, è lafciato a Frati, o. ad
alcuni poveri Preti iniimi nella Chiefa. Maque nuovi Miniffri che i fanti
Appoffoli iffituirono per governo delle cofe temporali, fi chiamarono Diaconi;
c cosi da tutto il corpo de Fedeli fu fatta elezione di d. a quell’ effetto, i
quali gli Appoffoli ordinarono a tal minifferio; e dovunque effi fondarono
Chiela, ordinarono anche Diaconi nellifteffa maniera, come anche ordinavano i
Vcicovi, e Preti, e altri Miniffri Eccleliallici; cioè, precedendo digiuni, e
orazioni, fulfeguendo f elezione comune de’ Fedeli; () fcrvando inviolabilmente
quell’ ordine, di non deputare m al wiiwi -carica- Fxclcllallico perlAna, la
quale prima non fofTe eletta dall’ univerlaie della Chiela, cioè, da tutti i
Fedeli infteme. Quell' ufo continuò nella Chida in tal maniera circa zoo. anni,
foftentandofi co’ beni pubblici i Miniffri Ecclcfiaftici, ci poveri ancora; nè
eflendovi altro fondo, falvo che le ubbUztoni eh erano fatte da’ Fedeli nella
Chiela, le quali però erano abbondantiflìme, perchè ciafeuno, per fervore di
caritìi, offeriva tutto quello che poteva fecondo il proprio avere; ficchè,
quando le facoltìi de’ Fedeli d’ una Cittk erano abbondanti per lupplire a
bilogni della propria Chiela, fi facevano collette anche per 1’ altre Chicle
povere : per lo che anche S. Jacopo, S. Pietro, e S. Giovanni, quando
riconobbero per conforti e compagni nel Vangelo S. Paolo, e S. Barnaba,
raccomandarono loro quell’ opera, di raccogliere qualche limofìna per la povera
Cliiela di Gerufalemme, per la quale (g) anche narra $. Paolo aver fatte («)
Per untm Sibòati, étt, unuf^utrqa \cltruni apiui (e fepuaAl, n«np4enf quoi ci
bene plottiem. i.Cor. cap. ultimo. ( i ) faAum rft umrmur ijrccutuin adverfui
Hehrjtoi, co cne s’ingannò quel Principe, credendo che i tefori folTero
ammalTati, c confcrvati ; perche quel fanto Diacono, acconofi della rapacità
del Tiranno, e prevedpndo la perfccuzione imminente, difpensò il tutto in ima
volta, com’erano teliti di fare, foprafiando fimili pericoli. e la maggior
parte delle perfecuzioni fatte alla Chiefa dopo la morte di C^ modo furono per
quefia caufa, cioè, perchè i Principi, o i Prefetti, ritrovandofi in firettezza
di danari, per quella via volevano impadronirfi di quelli della Chiefa
Crìfiiana Dappoiché le Chiefe furono fatte ricche, anche i Cherici cominciarono
a vivere con maggiori comodità; e alcuni, non contentandofi di quel vito comune
della Chiefa quotidiano, vollero viver feparatamente nella propria caia, e
dalla Chiefa aver la loro porzione feparatamente in danari ogni giorno, 0 per
un mefe continuo, c ancora per un lunpo tempo : cola, che, febben declinava
dalla prima perfezione, nondimeno era tollerata da’ Padri - Non fi fermò però
in qucfto fiato il difordine;; ma incominciarono i Vefeovi a mancare delle
folite Jimofine a poveri, c a ritener per se quello che doveva clTcr
diftribuito,• e co’ beni della Chiefa comuni fatti ricchi, facendo anche delle
ul'ure, per accrefcerli; e lafciando la cura dell’ infegnare la dottrina di
Crifio, tatti fi occupavàno nell’ avarizia le quali cofe S. Cipriano (à) piange
che nel fuo tempo folTero ufitate ; e conchiude che, per purgare la Tua . («1
rrnhitrrunr MAceJonia. Se Achij coll». iMMlcm sliqvtm licere in puiperei
S^ndorum, qttt fuM m Jerufilem .... Cuoi confainnuvcrot Se iUtgiuvcm ei« fruótun
hune, protit ikar in Roin. if. (A) De o(iauoiùs quxiluoCc nundinu sBcapari de
Lapfis. U fua Chielii da qucfti errori, Dio permettefle quella gran
pcrfccuzionc che fu fotto 1’ Imperio di Decio, perchè fempre la Maclli divina
ha riformata la fua Chiefa, o foavemente col mezzo de' legittimi Magiftrati; o,
quando gli eccefli fono paflaci troppo oltre, collo ftrumento delle
pctfecuzioni. Ma febben la Chielà polTedeva tante ricchezze, non ebbe però in
quelli tempi beni (labili ; prima, perchè non fe nc curavano per la ragione
luddetta, che (limavano il fine prolCmo, e tutte le cofe mondane efler
tranfìtorie, e di grave pefo a chi tende al Ciclo : poi ancora perche a neflun
Collegio, o Comunità, (^) o corpo, fecondo le leggi Romane, poteva cfTcr
donato, o lafciato per tedamenro ; nè quello per qualfìvoglia caufa poteva
polfeder beni immobili, le non era approvato dal Senato, o dal Principe : nc
ciò ft può metter in dubbio, febben vanno attorno alcune Pillole fotte nome di
Papi vecchi, che rendono ragione perche gli Appodoli vendelTcro le pofTellioni
in Giudea, c ìCridiani leguenti le conIcrvalTero, con dire che ciò fu, perchè
prevedevano gli Appoftoli che la Chiefa Cridiana non doveva rimaner in Giudea,
ma bensì fra le Genti; quafi che nel Vangelo la caufa del vendere non Qa
mollrata efprdl'amentc, quando Grido dide alla fua Chiefa : Nom temete, 9
piccioU compagnia : vendete quello che pojfedere, e fatte limojìna’^ (è) e
quafichè, febben Gerufalemme fu diltructa, alla fua riedificazione non avede
una quantità di Cridiani, e anche non fieno date didrutte delle Città dove le
Chicle fra Gentili avevano pofledìoni. Ma c fuperfluo travagliarfi a modrarc
queda falfìtà, elTendo cofa certa che quelle Pidole iono fuppode ^ c date
formate circa 1’ Soo. da quelli che aniepofcro, come fi fa anche al prefeme, le
ricchezze, e le pompe alla moderazione Appodoiica, idiruita, e comandata da
Grido: ma nella confiifionc che fu nell’ Imperio molto continuata dopo la
prigionia di V ulw l wu poc o in olTervanza le leggi > madimc in Affrica, in
Francia, c in Italia^ alcuni lafciarono, ovverodonarono anche degli Stabili
alle Chiefe, i quali 1’ anno 302. furono tutti confifeati da Diocleziano, e
MalTimiano; febbene in Francia, per la bontà di Codanzo Cloro Ccfarc che la
governava, il decreto degl’ Impcradori non fi efegui ma avendo quedi Principi
rinunziato Y Impcrb, Madenzio otto anni dopo reditul tutte le ponfedioni alla
Chiefa Romana ; e poco dopo CoiUmino, (r) e Licinio, conceda la libertà di
Religione a Cridiani, e approvati i CoUegj Ecclefìadici, che con voce Greca
chiamavano Chicle, concelTe generalmente per tutto 1’ Imperio che potedero
acquidare beni (labili, cos'i per donazione, come per tcdamenco, efentando
ancora i Chcrici dalie fazioni' perfonali pubbliche, acciò poteiTero attendere
più comodamente al lervizio della Religione. V. Cnl}e{iuni, fì nullo fpeciali
pnviregio fiiboiKum (ìt, tùredirarciu capere non pofle dubiuai non ed. Lt.C.dc
hzretiib. infiu leivlit. i bili r«, iu4, slh Chitfìi m.t farMi fiuti miglithi
omnino nutneribuscxeurentur, ne iàerìle. tivtffe iiuutt mtnn ìmftrurhì ttglm»
prt'r» Ro vigere efef, pr acmus boa non folum coritn Dco, feU etum corjm
botninibuf. Ctr. i. c pnpillamm ilmuoi non aileiat, feti publicif ezeemunentar
jadicm, ti coi i1>neemin. vel propinqui pirtimint deleren tot. Cenfèinu etùm
ur mraiorari nthil ii« e|ui maliem, cui fe privituo l’ub prxtexru reJiRÌonu
aJjunxcrinc, Uberxlince «ucuinque. vel cxircino judicio potlint adipiici leant
aliquid vel donaiione, vel teAamento percipere. t. io. C. Thtid. de Seti. C 4 )
Ifli dite ehi ihEctlefixfiiti del fiulrm fi c«r«](Ì4t'4a a i ItUxmtrhi M«4Xir
«i44« fattuali i a l'xtiéJI’axMna ìfia M artfmtxriara V «n«4Jerint inJigere
prartìJio, erigunrur in fuperbinn i tn, t» «» I dalle fma lettere. ( 4 ) Ipli
tanrum przdioratn riiaram redimi ronrequantr de quibua féi-vandi, abalienandi,
dnaandt. dillrahendi, relinquendi, vcl quead fupereil. rei, cuin in ^ta
conce.Ìit, 0e libera ei voluntat eft, inre^ Itt petelUt. Nihil de monilibuc, òc
fiip«llev)ili i nihil de auro, argento, czietifque dare dotoui infignibui fab
reJigiontt defciiHone contutrur ( fed anivtrra integra in libftòt, prazìnm, vel
in quoteumque allo arbinii liii cziftiimrione mnfcrilMt. Ac et quando diem
objerii. nullam Eeddìam, auU lun Cierkttm, nullum pauperem knbat hzredea. l- a-
Cad. Thtad, Àmm. ( f ) TvCTid. in vita Au^A. taf. aq. Dìgitized by Google
MATER. BENEFIC. 9 anche rifiuti delle ereditai lafcìate alla Chiefa Aia,
dicendo apertamente che ’l miniAero Ecclcfiaflico non ifUva in diftribuire
molto, ma in diilfibuire bene. Anzi riprendeva un nuovo modo d acquiftare alle
Chicle trovato in que tempi AelTi; e queAo fu comperando (labili coll' avan 20
che fi faceva dell' entrate: il qual modo da quel Santo fu fcmpre abborrito ;
nè mai egli io volle permettere nella fua Chiefa . anzi diceva nelle pubbliche
prediche, eh' egli avrebbe piuttoflo voluto vivere delle obblazioni, e
collette, come (i foleva lare ne’ primitempi della Chiefa, che aver cura di
poflèlfioni il che gli era grave, e gl’ impediva 1 attendere interamente al
carico principale del Vefeovo; cioè, delle cofe fpirituali; aggiungendo eh’ era
preurato a rinunziare le poircffioni, purché a’ Servi di Dìo, e a' Miniftii
folTe provveduto il vivere, come nel vecchio Teftamento, (a) per via di decime,
o di altre obblazioni, fenza che dovelTero e(Ter foggecii alla didrazione che
portava (eco 1' aver cura di cofe terrene. Ma con tutti i freni podi da fanti
Padri colle buone efortazioni, e da’Principi colle buone leggi, non fi potè
però fare che i beniEccledadici non crefccflero fopra il dovere redava pur il
modo del governarli, e difpenfarli antico, il quale durò fino al 420. fenza
notabile alterazione: ancora tutte le obblazioni, e altre entrate
Ecclefiailiche fi cavavano da' Diaconi ; e in ajuco loro da’ Suddiaconi, e aU
tri Economi ; ed erano didhbuite per mantenimento de' Minidri £cclefiadici, e
de’ poveri: il Collegio de Preti, c il Vclcovo principalmente erano
fopraintendenci ; e fi faceva in fomma ulta entrata, e una fpefa di tutto :
ficchè il Vefeovo difponeva d' ogni cofa, i Diaconi efeguivano, e tutti
iCherici vivevano di quel della Chiela, lebbene non tutti amminidravano. Fa
menzione S. Gian Grifodomo che la Chiefa d’ Antiochia in que’ tempi a fpefe
pubbliche nodriva più di 3000. perfonc t £an rk' i dtir MHH ftke fmt0’ mf$ n
ititmtt ttmf» ^rim» éi hit. (^Lxtuer lutrm, tun de rtiiitu, qium de obtarione
fideliom prout ruiuslibet Ercfelis ficoltiiei tdmotit, fin» diklBin
»tioAaUliter cA decretum, ronvrmr fieri ponienes > quarum fii u . I. Cd.TW.
d4 Mftt. ZuUJhsmm 9 Ué. Tarn SanfthuietB, quitn dudure in«r ruHle pcriiibetnim,
et voa, et mancìpu vcllra nallut novia cotratioi^bus robiigavic, Ad Mrénone
faiadebiài. pTJtiete neq«e horpitea pierii: de fialiqui de vobit alimoAÌc cauià
natidaein cM»et ««luot, tmauRiMate pticiv tur. S. Ctrtlmme jrtd» ttntr»
ffivtìttf, Negodatorem Ctenewn, dite, de ex innpe tflvi. tem, ex tgnobilt
glorinfum, quali qmmdunpc iUm fiige Cui nundinxr, fiìt plicent, de plarex, ac
Medicorans ubeteix. a. d (• )Vidt tre de’ Vcfcovi vicitii col confenfo di cflo,
c degli altri alTenti : e dappoiché molte Provincie, per miglior forma di
governo, furono po(le lotto un Primate, nell’ Ordinazione fu ricercato anche ti
conlcnfo di quello. I Preti poi, c i Diaconi, c gli altri Cherici erano
prclcntati dal popolo, e ordinati dal Velcovo ; ovvero nominati dal Vefeovo, e
col confenfo della plebe ordinati da lui. Un incognU to mai non era ricevuto ;
nc il Vefeovo mai ordinava chi non era approvato, e lodato, anzi propoOo dal
popolo : e tanto era giudicato neceiTario il confenfo, c la prclcnz» ( »» ) del
pispolo, che San Leone I., Pontefice, alla lunga tratta, non poter effcr
valida, nè legittima 1’ ordinazione d‘ «« Velcovo che dal popolo non fofle
richieflo, e approva il che anche dicono tutti i Santi di que’ tempi; e S.
Gregorio riputò che non potclTc clTcr confccrato Velcovo di Milano Collanzo
eletto da’ Cherici, (e non confentivano i Cittadini, i quali, fuggiti per le
incurfioni, s’ erano ritirati a Genova ; e operò che fi mandaffe prima ad
intender la loro volontà : cola degna da elTer notata per li tempi noftri,
quando fi predica per illcgitima, e nulla quella elezione dove il popolo
volelTc la parte fua : cosi le cole fono mutate, che lono palTatc in ufanza al
tutto contraria , chiamandofi legittimo quello che all’ ora fi diceva empio; e
iniquo quello che allora era riputato lanto. Alcune volte il Vefeovo, fatto
vecchio, fi nominava egli il luccclfi>re : cosi S. Agofiino nominò Eradio :
ma quella nominazione non era approvata dal popolo : le quali cofe tutte è
neceiTario tener in memoria, per confrontarle co’ modi che,fi vedranno ulati nc
tempi fulTegucnti. vili. Ora è neceirarlo lar tm pneo digjclTionc per una nuova
caufa, la qual ha apportato aumento grandilfimo a’ beni Ecciefìaflici, e nacque
in quelli fieflì tempi circa il 500. e quella fu un’altra Torta di Collegi
Religiofi, chiamati Monalleri. 11 Monacato nacque inEgitto circa l'anno 300. fu
formato nella maniera che ancora continua in que’ paefi. Ma in Italia circa il
350. fu portato a Roma da Atanafio, dove ebbe poco feguito, e appiaulo in
quella Citt^, c neTomo II. B 2 luo ( « ) Cnm de Smnmi SeccrJwi» elezione
treÀibimr, ille enmibut prxpnnitur quem Clerici, plcbildfle coafen&it
roncoiditer poilulene, tu ut, (1 in eliam forte perfonam ur. tium divifonnc,
Metropolitani fodicio it «iteti ptxforatur quim convenent, cui non licuent
hati«re quem voluit. Ifjf oachorum namine ceniérenmr, qui ficut a beaTX
meoiorùt Evangclilla Marco, quiprìmoa Ale nupdrìnx Urbi Pontife» prxtuie,
nontvm foltepere «ivcndi, Atc M. a. dt mfiitMt. Cai- ^ c«p. ). N« nu Etclelia
Olle mter ii’l' Fvenr.cUipnatipi! B. Marrum, B. Petti Apoiloli diinpulum. in
omnibua ouque doftoris lui magitten» coivfontmem KiUm fondatoretn, o-c. Lt
MégAAt tf. fT> f‘ 4- V- Mfiji- IO- d Viemn. fAf. 0. S. Anttni» « tl ftim eln
fitt vivtrf i Uà»Ati in CcmnniiÀ s fnvs tht In Ctimfimiti Htn difirmffj In
ftlituÀinei cmm t» di mcfitA d d' OffÀt A mn AiiAtt dt' Fé gliAAti, Vb
Ktl^itft, die' igli, (ht inttrvitnt a’ inAttntini, ti Agli Altri n^t-firdiAAti,
td imfiigA il TimAiuntt dii gitrim ndlt findu, t in Anslthr AltfA tmtfiA
tttufAXi»A4, ) ftlUAtu «nxe. t'iftu Dtftrt» ì d CéNvento. Ql A»t$tht, tkìAmAnd«
d Cenwnre Cxnobium, t i luch'», hAnn» fAita tbiAtAimAft vtdrrt tht m U fUMìs
C«flMiii4rie. iz juoghi vicini fino al tempo ^1 500. quando S. Equizio, e S.
Be« nedeitó gli diedero forma {labile, e lo diffufcro; {ebbene rillituzione di
Sf Equizio poco fi flefe, e preflo mancò; e quella di S. Bencdctto fi allargò
per tutta T Italia ^ e pafsò anche oltra i monti. 1 Monaci in que’ tempi, e per
lungo fpazio dopo, non erano Cherici, ma fecolari, t ne’ Monaileh (i) che
avevano fuori della Citili vivevano delle loro proprie fatiche d’ agricoltura,
c di altri ariifizj, e inficme di alcune obbiazioni fatte loro da’Fedeli; il
che tutto era governato dall’Abbate. ma nelle Citt^ vivevano delle loro opere;
e oltra di ciò, di quello che loro era coilituito a fpefe pubbliche dalla
Chicfa t Quelli ritennero la difciplina antica molto più lungamente.' i
Cherici, dopo divifi i beni della Chiefa, percUttcro afiài duella divozione del
Popolo; onde erano pochi che donalTero, o lafciafT«rd più beni a loro; 0 perciò
farebbe fiato il fine degli acquifii della Chiefa; ma i Monaci, continuando il
viver in comune, e le opere pie, furono caula che non fi efiinfe nel popolo la
liberalità; ma, lafciati i Cherici, fi voltò Verfo di loro, i quali furono
firumento grande di accrefcer le ricchezze Ecciefìafiiche ; e in progrelTo di
tempo crebbero grandemente iri poflefiioni, e in entrate donate loro, e lafciate
per tefiamento; effendo ben fpele all' ora da elfi in mantenimento di molto
numero di Monaci, in ofpitalitH, in educazione, in Icuole di giovani, c inalcre
opere pie^ Fa conto T Abbate Tritemio che i Monafteri de’ Monaci Benedettini
erano fino al numero di 15000. oltra le Frepofiture, c i Conventi minori. I
Monaci ftefli fi eleggevano 1 ’ Abbate, che gli governava fpiritualmente, e che
reggeva anche i'beni, cosi gli offerti dalla carità de’ Fedeli, come anche
quelli che fi guadagnavano colle opere, e coeI anifiizj dc’Monaci; c in
progreflTo quelli ancora tho fi cavavano dagli fiabili. Ma i Vefeovi ne tempi
che feguirono nel 500. clTendo fatti aflbluti difpcnfatori della quarta parte
de beni della Chiefa, cominciarono anche a penlar un poco più alle cofe temporali,
e a farli feguiio nelle Città; onde le elezioni fi trattavano non piùjcon fine
di fervizio divino, ma con pratiche; paflando bene fpefib dalle pratiche alle
violenze pubbliche : perlochè i Principi ^ che fino a quell’ ora non avevano
avuto molto penfiero intorno a chi folTe eletto a quel Minifiero,
incominciarono a penfarvi; effendo avvertiti da’ fanti uomini di quei tempi che
IDDIO aveva commefià alla protezione loro la Chiefa, e però etano (l> jtltni
tffn MtMsea, die» Mitra a^tra Cbtrua. Aiu Monacbonim eft cm(ì» ilii CTcnfonim.
Carrieàfana fMjtari, ad Jda»ri fatta la pteara. Ctencip«&unt tivesi Ego
paftor; rp. ad Hdiod. Ms « vie» idttamJheM faft •fatta deferratt dalia fiata
SttUfiafika, alla ara fari mn grada fra faina al Claaruàta. Sk vìve, dir’igti
ad «n Ùamaea, ut Cleritaj effe ire>t i»vtv dl frimnft, t‘
ffnffMmtmUMHalttterm di Déig»^rt9Ti(itit» ntlU mtd$fimts vie» di S. Drfidtn» tn
enmiitii Juit» Civium peiitimem nortran» quoiju« concor nomine perfimiiir, Se
Pontificali benKiifiinne fublimstu, peonobir, 8e prouniveritsOr«linibusBccleGx
Jebeat exorare, ftaccepiabilesDeoholliM fiudeat otferre a. »d Brumule.Ui, f.
tf. Il-, tom. I. Centi. GaU. ef. %r. md llttederit. (J. Tbtedtitrt, lei. 7 '•
i>4 t« I, CAtil. CaII. ef. st. (« ) Siene iriiu me Pater, Se Ego mitco VOt.
JtAA. IO, r>:.,;i; >ùz) che ras toccò loro niente, ma rutto iii divifo
tra il Vefcovo, e i Cherici : anzi ancora dove la divifione fu fatta con dehtta
proporzione, reflando tuttavia in mano d^li EcclefiaSici 1' ammioillrazione
della fabbrica, e della parte de’ poveri, a poco a poco quelle fi diminuivano,
accrelcendofi le altre due : e di quello ne lì fede il vedere che in pochiflìmi
luoghi la fabbrica ha proprie entrate; e per li poveri non rollano, fe non gli
Spedali; i quali però tutti fono di non antica illituzione. La parte de’
Cherici nel principio non fu tra loro divifa; anzi il Vefeovo aveva cura di
tratiare ciafeuno fecondo i meriti: ma poi i Cherici alTunfero il carico di
dividere, efclufo il Vefeovo : e poichò ebbero la loco parte, dove nò il
Vefeovo, nè altri aveva che fare, cfli ancora fi divilèro fra loro, ficchè ogni
particolare incominciò a conofeer il fuo, e fi lafciò di vivere in comune. Ma
febbene le rendite erano cosi divile, rellavano però i fondi tutti in un corpo
governati da’ Diaconi, e Suddiaconi, e le rendite rifcolTe da quelli, e
confegnate al Vefeovo, e a ciafeuno de’ Cherici fecondo la pteporzione delie
loro parti ; e in quelli tempi in Italia le polfelTioni delle Chiefe erano
chiamate patrimonj.' il che ho voluto rammemorare qui, acciò nelTuno penG che
quefto nome GgniGchi qualche dominio lupremo, o qualche giuriIdizione della
Chiefa Romana, o del PonteGce. Le polfelTioni di qualunque famiglia, che
venivano da’ loro Maggiori ne’ tempi de’ quali parliamo, fi chiamavano il
patrimonio di quella ; e chiamavaG anche patrimonio del Principe A fondo eh’
egli pofledeva in proprieA; e per dillinguerlo da’ patrimonj de’ privati, G
nominawa SarriM» Pturimoniiim, come in mtdte leggi del Itbro u- del Codjc» fi
.lqg' ge; fi diede poi per le illefli ragioni il aeme di lèffioni di ciafeuna
Chiefa : Gveggono nelle pilMe di S- Gregorio nominati noB foln i parrimcuii
ChtcU n.uui.uia, ma anebe il patrimonio della Chiefa di Rimini, il patrimonio
della Chiefa >dir Milano, il patrimonio della Chiefa di Ravenna. Alle Chiefe
poGe in Citik di abitatori di fortune mediocri non erano lalcute pgfléirtqpi
fuori del loro diflreiio; ma a quelle delle CitA Imperiali, ctmreRoma, Ravenna,
Milano, dove abitavano Senatori, e altre fetloM.jir lullri, erano lafciaie in
diverfe parti del Mondo. pa meniorc S. Gregorio del patrimoni» della Chiela di
Ravenna in Sicilia, n d’,HP aluo patrimonio ùi Sicilia della Chiela di Milano.'
la.jC|gì|fe:jf^|g%na avea patrimoni in più pani del^ando: fifa menaione^ì
'patri, monio, di Francia, d’ Affrica, di Sicilia^ delle AlpiCozie, e dimoiti
altri luoghi : anzi in tempo dell' iftelTo S. Gregorip vi fu littitialui, e il
Velavo di Ravenna perii patrimonj di amendqe le CMAèjiphe C accomodò anche per
tranlazione. Per far anche rifpettare le poffcGioni della Chiefa maggiormente,
folcvano dar loro il nome del Santo che quella Chiefa aveva in ifpcciale
venerazione : coiì UChicfa di Kàvenoa nominava le poITcGloni fue di
SantoApollinare; i^quella di Milano di Santo Ambrogio ; e la Romana diceva il
patrimònio di San Pietro in Abruzzo ; il patrimonio di San Pietro di Sicilia,
&c. al modo che a Venezia le pubbliche entrate G chiamano di S. Marco. Ne'
patrimoni del Principe ( quando non erano alTcgnati a’ foldati) era pofto un
Governatore (i) con giurifdizione nelle caufe che a queU la profe{Tione
fpertavano. Alcuni Ecclefiailici della Chiefa Romana tentarono d’ nfurpare
rimili ragioni ne’ patrimoni quella Chiefa, volendo far ragione da sè ftefii, e
non ricorrere al pubblico giudizio; la qual introduzione S. Gregorio riprefe, e
condannò, e proibì fotto pena di fcomunica che non fi faceife. Pagavano le
poirelTioni Ecclefiafliche tributi a! Principe, come manifeltamente appare dal
Canone 5# tribnt$tm, (#)ch’è di S. Ambrogio; ed è chiaro che Coflanlino, il
barbuto, nel 6 %i. conceHè efenzione da' tributi che laChieia Romana pagava wl
patrimonio di Sicilia, e Calabria ; e Giuflinìano il giovane (a) nel ^87.
rimifc il tributo che pagavano i patrimonj di Abruzzo, e della Baniicata. Non
riceveva la ChiefaRomana tanto grandi entrate da’ patrimoni Tuoi quanto alcuno
crede ^ imperocché, narrando le Storie che Leone Ifaurico nel 732. confifcò i
patrimoni di Calabria, e di Sicilia, fanno menzione che rendevano d’ entrata
tra tutti tre talenti d’ argento, e mezzo d' oro, che fanno in nollra moneta,
per non far m imito conto fopra la verith delle opinioni quanto precifameme
rifponda ad un talento, fomma non maggiore di 1500. feudi; e il patrimonio di
Sicilia molto ampio non pagava più di 2100. feudi. X Non è fuori del foggetto
di cut parliamo faper quefli particolari che occorfero, mentre le poflefriont
della Cht^a recarono tutte in un corpo, e fotto un governo fteflb, febbenc le
rendite erano divife .il che non potè durare lungamente, per le contefe che nafeevanc
tra quelli a’ quali appar teneva i’amminiftrazione, c gK altri che ftavanoalla
loro difcrezione UmiCj; iì^duìon^., cìiftwi Minidro incominciò a ritener per sè
le obblazioni eh' erano fatte nei fuo Tempio, le quali gtk fi folovano portar
al Vefeovo, acciò le dividelTe; ma, per ricogniuone della fuperiortt^
Epifcopale, ciafeuno dava la terza parte al Vefeovo, e qualcne cofa di più per
onore, che fu poi chiamato il Cattedratico (^), perchè era dato per riverenza
della Cattedra Epifcopale. Divifero anche i fondi, e alfegnarono a ciafeunò la
fua porzione. Quelle mutazioni però non furono fatte in tutti i luoghi infieme,
nè con un pubblico decreto; ma, come avviene a tutti gli ufi, che principiano
in qualche luogo, e fi comunicano fuccelTivamente agli altri, mafllmc i
cattivi, che hanno corfo più veloce, e meno impedito. In que’ tempi, quando le
cofe Eedefiafiiche furono ridotte a que ^ fio S tÌNtamMVM Cornei munì _MivÉnmm,
ptt dihmmrtU dal Cornei Sucri Pimcnonii. Si fari di ammdmt A friwm Ut dt
Ctditf. «de! frimt att fitti JJ. (iti fttfd »i titoU |r («) Si iribotum pem
Impcritor, non ne(;imH., a^ri Eccktu( (olvant tributsmt $i egm« ilelìderit
Imperator, poretUreoi hiMi Ten. t. if. (O traGi^^lm^aH, t»d[lmU 4 C^aafiH il
iariat. ) Cathedratirumeriimnon i«ipIioi, quim venAi mr>tit effi conAitcrit
^ ab loci Pteibytcro norerit exigendum. Ctlafimi FaliaaMfiTtéf ama 4fii.Caa,
i.f. Camfa lo.lUoJ te voUimurmodiianiùUiicuiiadirc^e^i EpiicofonitnSicilis de
|»arochiis ad te pertinentibosno(Bìm Cathedratici aoiplius, quam duoi folidotj
prvfunant accipere. aaa fto. Cam.i, Caafé I». Ud flato, erano dilribuiti Ja’
Principi agli uomini militari i fondi pubblici, con carico a chi di cuflodire i
confini ; a chi di fcrvire il Principe ne’ governi civili ; a chi di feguirlo
«dia milizia ; a chi di cullodire le Ci cù, o Fortezze; e quelli, che con
vocabolo Franco, e Longobardo, fi chiamavano Feudi, nella lingua Latina, che
ancora non era totalmente eilinta, fi chiamavano Beneficia, come donati per
beneficenza dal Principe : ( 1 ) pel qual rifpetto anco alle porzioni de' fondi
Ecclefiaftici, ovvero al ]us di poflèderli, fu dato il nome di benefizj >
perchè erano donati dal Principe, come i Vefeovati; o dal Vefeoro di fuo
comenlo, e concefiione, come gli altri ; e anche perchè i Cherici Ibno Soldati
fpirituali,e fanno guardie, ed efcrciuno milizie facrc. Le Badie di Ik da’
monti erano ormai fatte molto ampi», e ricche ; per lo che i Maefiri di Palazzo
alTunfero in sè T autorità di fare l’Abbate; e ciò con ragione affai apparente;
perchè i Monaci all ora, come fi è detto, erano laici, lenza alcun ordine
Ecclefiaflico Vero è che non Tempre lo davano elfi, ma anche alle volte
concedevano per grazia a' Monaci che le lo elegelTero. Ma in Italia, non
elTendovi Monafieri molto riguardevoii in ricchezze fino al fuddetto tempo del
750. i Re Goti, poi gl’lmperadori, ei Re Longobardi non ne fecero gran conto;
onde la elezione refiò a Monaci colla fola fopraintendenza del Vefeovo. Ma i
Vefeovi alle volte, intenti ad aggrandirfi, erano troppo molefii a Monafieri;
perlochè gli Abbati, e i Monaci, dcfideroli di libejarfi da quella foggezione,
trovarono il modo, ricorrendo al Pontefice Koiiiano, che li piglialTe fotto la
fua immediata protezione, e gliefentalTe dair autorità de’ Vefeovi. Fu ciò
lacilmente confemito da’ Papi ; fervendo loro, e per avere nelle Cittk d’ altri
perfone immediatamente dipendenti da loro, e per amplificare la podeili loro
fopra i Vefeovi ; importando molto che un membro cos^ notabile, come i Monaci,
che in quei tempi quali foli attendevano alle lettere, dipendefiè toulmence
dalia Sede Romana. XL Dato principio a quella efenzione, in brevilfimo tempo
tutti i Monaficri reilarono congiunti colla Sede Romana, e feparati da’ loro Ve
Icovi. ( 1 ) Timo IL cirearam, vel undenim. «pie ad prz#. ^rhfHtt Im f'ttnjtm
di S. Pittri m mmunrm .tkt Mu ifrr» fiù fi mlUSMMtm Sidt. iit etm fii rwndMMM m
vmutmffi» driU Certi di Ktmm, mtttf rie feeli rie •trrugtmi frivileif tmnu
imurtjfedidiffudert F mmtirifm diihilitiu€idr. Ml il Pmf» mdff) Viirutieri mllm
Urt fufflJtu, S- Btrnmrd, dettjfmud uevitm, fttt «edere fmfm Eufrm» HI. tb’ trm
uu irmudeiiuu' Aibmti riemfmff d' ulhiim mi fmm Vtfavt, • Viftrvi mi fu»
Mttrtfihtmn : rie tm Ciò m M«l^«iie devrvm rtiilmifi fui mmdilU detU
trtemfmmti, dm ma' Au^tl tua bm mmi detti: Io C In Fran non voglio eflcrealdi
ibeto deir Arcangelo. rè# mvreH mmi detti ifmifi trmm Smnt», fi ftfft vijfmti
in mltmu d Settli fufijmtnii ì S. Birmmr. d», dice mvvtjmmril Meumei, e Ztlmm
ej^«e ftr tm fmntm Stde, trmdmmmmvm mltmunutt ^ufJF iftHtitmi i M^«rri>
ifturmri %U AUmti dmllm {lurifditient di' l^tftevi rie tefm ir», duevm iflt, fi
meli emmmmdmrUri Im rìMliauì £ mm erm mmm difermiti A mifiiHtfm mi i»rf dilla
Cbtifm r umirt mimdimtmimimti «« CafitiU, t mmm Mmdim mllm fmmtm Sedi, litm uil
re^ «mm. m» l’MJiire mmdit mllm ttfim f Beli i hntefftrvmrt difmjfm^i ibi
^mijlm ifemùem ffiritmmU entri ftr Im fertm dell' tfim.iini dm'dirttu ttmfirmlì
eHti. dmtm Itr» dm' mtdtfmi Vefetvi. Titnc cibi liciiuna cenlcat lùit Ecelefiat
nmiilare raembrit. confundeK ordinem, perturbare termmoi, quoa poAieninc Pacm
niif Monftrum £icii, G, manui (ùbmovendigitum, (uii pendere de cwite,
fiiperiorem naaai, bciduo coilaKralcm.Taleed» fiiaChri,8 In Francia ì Vcfcovi
fatti dal Re, c molto più i fatti da' Mac(Iri di Palazzo, iminuita ('autorità
Regia, fì diedero tutti ade cole temporali; il che anche fecero gli Abbati, che
coniributvAnu Suidati al Re, e andavano in periona alla guerra, non come
Religiofi, per quivi far uHhzj di Minjllri di Grillo, ma armati, combattendo anche
colle loro mani; perlochè(i) anche non furono contenti deU la quarta pane de’
beni, ma li tirarono timi a loro; onde i poveri Preti, che nelle Chicle
amminiftravano a’Popoli la parola di Dio, e i Sacramenti, recavano lenza aver
di che vivere; perlochè i popoli per loro divozione contribuivano loro parte
dell’ aver proprio: il che facendoli in alcuni luoghi più largamente, in altri
più parcamente, ne nafeevano alle volte querimonie; perlochè, irattandofì
Ipeilo quanto folTc quello che fi dovellc dare al fuo Piovano, palsò in comune
opinione, clTcr conveniente, ad efempio della legge divina nel vecchio
tefiamento, il dare la decima ; la qual efiendo comandata da Dio a quel popolo,
fu facil cola rappreientare (tf) come debita ancora folto il Vangelo di Grillo;
febbene da efib N. Signore, c da San Paolo altro non è {b) detto, le non che al
Mipifiro fi dee dal popolo il fofientamento (c) necclTario; che il MiniUro, o
operajo, e degno della fua mercede; c chi ferve aU'Altare deve vivere deif
Altare, (d) fenza prcfcriverc la quantità determinata; perchè in alcun calo la
decima farebbe poco ; e in altro calo la cemefima bafterebbe ma perchè quella è
cola chiara, e di lotto avremo bilogno di trattarla più diffufamente, non dirò
altro per ora, le non che in quel tempo, e per qualche fecoio Icguentc, i
Icrmoni che erano fatti nella Chiefa, iaiciate le materie della fede, non
verlavano in altro, che in pruovc, cd elortazioni a pagare le decime: cola
ch'erano sforzati i Gurati a fare, c pel bilogno, c per T utilità; c nell’
amplificare oratoriamente, come occorre, fpelTo palTavano tanto innanzi, che
paicfa mtta.lu, perfezione nel paga re le decime (a); delle quali anche non
contenti, nè parendo aliai le prediali, cominciarono a portare per necefiarie
anche le pcrlonali, cioè, di quello che l’uomo guadagna colla lua fatica, e
indullria, della faccia, di ogni artifizio, e anche dello lìipcndio militare.
Di que C^l «luri delfrviuflt, cnm sicari fxriuù pane .... DotTM'iii tainivit
iù, qui Evanj^rlium «onuncisnc, 4e Evsngelta vime i. Ctrmih. y. Vedi V drtttete
U» PrtdMétfre mi f.mfe di Ctrl» fredù
tst’St (bt mm fiUmmtt «r nueffMne d$ f-i.ir le Drtim «’ ^rrfi, m» njjiadi dt
ftrtsr’.e ufft Un O». Nec e:ic «ptasre k Clerici «111 decun» vobu rtquusnt, leJ
dtriti tbt prtdtcàiM ttif. siitfp, ttmtrs il fmlt Aln dentiiaruin elabori qu'S
novetit tniina ApolUitrc pietaus lade nucneiwit efl, donec trtiiat,
convalelcar, t roboretar ad Kceptionem lUltdi cibi. (^iii im. ponemlum eli
fugum cervkibnt idiorrem, quod n«c|cie noi, nei]uc fratrea Uullri lufre-rr
{vnuelune ? £^iyf. i.éfud ìdAlilleif tim. 4. Ai torpore membra sliter torta,
cjutm ciirpoiuit fplc Sicuc Sc'tfhire, 0 c Cberubim, tc c^eri quiepe ufquead
Annloj, et A’rhtngctoordinanrur lub uoo capite Deoi lu hic quoque fob uno fummo
Pont ibee prinìatei, rei Parriirr hx, Arrhiepircopi, Epiicnpi, prabyicri,
velAiibaici, et re'iipii in bone modum Quod lì dicat tp
Cupui.'NQloellélubArrhiepircopui tur Abbtsi Nolo obedire Epifccqo, hoc de Cxlo
000 eAj ailìcurone Angciorum quempum dicenrem audiHi? Nell fui Artk»irt“ jf, ^.
dt Ctnfid, hi. }. iini lUtum taluberriffiii fiaerK. a mcisbrM Ecdeitz ooini
tempore (èpareior. Cnm. f. m fin». (o, (]), « fmrldT froftuurnnut, ajjnjara,
tfdtftfHt, ) ttnfflMHldt». ilz veilrz falubrt debeamu dirpoGtionc fÌKcitrme t
de ideo leiundiire deSdenum vefirum, fratrem, 8c Coepitropiun oodnim euju!
Eceleiìa eli ab noAiaui occupata, Cardinelnn «eftrz Ecclcltz, ficutperiftia,
lonAituimui Sacerdorena» quitenua vot de propitio, At ordinando, de vigilando
(óllìeitc Audrai gubcrnarc. cui dedimuiinmandatif, nemu{U3m ordinationet
przfuinac Uticiua. Uitr. Dinrnm Smmm. I^unif. tir. II. cp. 1 (c) Hzc vox, diti
Ontpto Ptnifint mtUm fniattrprttdJtr dt' mnmu IrrltS^nfiti, (vrquent ed in
tegiliro D. Otrgoni, et Epiftoiis PontiScum R'munoruin, et decrrtalUMU,
qutbutÌ! Cardinali! dicitUT Preibyter, vel Oiaconua, qui certz aliciri Ecciti,
vel Diaeoeuz propria!, de adcMrtiaJicujau tituli,Ave Eccieliz
miniAeriunordinatu», inferiot, atuiexui, de, ut iplc loqaitur, meardtnatm cA.
Naia S. Gregorio idem eA Cardìnalcm conAituere in allquorituio, vel ficclcAa,
quod incardinare alleai Ec(Idìz, vel io altqua Ecckita cardinare. Idem rriam
drEpilcopit dirà, quod de tua EecleAa ad alìani. ncccATratii caufa, tramUtni^
EpitcopeM etoidem ficcieiàc fijz, iUius vero ad quana uaatUùlìuiri zo tu, eh
erano le principali, più ricclie, e con più carichi, e rainifteri, ricorrendo
per lo più cjuelli eh’ erano fcacciati da’ propr) luoghi ; e quelle Chiefe,
come più ricche, e abbondati, ricevevano più di quefti foreftieri, e però
avevano più Cardinali: il che anche era ricevuto dalle fuddette Chide, perche
con quella via acquiUavano da ogni luogo i più infigni uomini; ficcome al tempo
preicnce fifa, e però poche volte ordinavano de’ loro, ma [penilTimo
incardinavano foreftieri’, onde in quelle due Chicle rcllò che tutti fi
chiamalfero Cardinali. In quella di Roma dura ancora il nome , in quella di
Ravenna durò fino al 1543. quando Paolo III. con una lua Bolla annullò il nome
de’ Cardinali nella Chiclà di Ravenna : cos'ì il nome di Cardinali, che
moflrava infermiti, mutata fignificazione, è fatto nome di maggior digniù, e
viene detto che fieno Cardinali, cioè, Cardines Orbis tcrtaTum\ Ti) e quello
che non fu nc grado, nè ordine della Chiefa, ma indotto per accidente, è ialito
alla grandezza, e dignità nella quale oggi fi trova. Ma chi guarderà i Concili
fatti in Roma, dove fono intervenuti Vclcovi Italiani, e Preti Cardinali
Romani, vedrù che Tempre i Cardinali hanno fottoicritto dopo i Vefeovi , nc
alcun Vefeovo era fatto Prete Cardinale anche ne’ tempi polleriori. I primi
Vefeovi fatti Cardinali furono alcuni principali fcacciati dalle loro Chicle,
come Corrado Magontino, (cacciato per ribello da Federigo I. Imperadore, fu
abbracciato da Aleflandro III., c fatto Cardinale Sabinenfe. Non avevano
nemmeno i Cardinali Romani alcun abito, o infegna dìfiinta fino ad Innocenzio
IV., che nel 1244. la Vigilia di Natale diede loro il Capello ( 2 ) rolTo, a
cui Paolo 1 1. aggiunfe anche la Berretta rofla, (3) eccettuati i Regolari ma
Gregorio XIV. nel noftro tempo la conche ancora loro. £’ fiata necefiaria
quefia poca narrazione, poiché verrà Ji§nir\ che al prelcnic è primaria nella
Chic fa, e alla quale pare non trovarfi titoli fufricicntf. (4) Il Pontefice
prefente, Urbano Vili, ha per Bolla propria conceduta loro 1 ' Eminenza. (3) XIII. Suenlotes, Uve
Pamificct Cardinal«y vac» t t»44. Iug^uni,.in Concitio gm«ra!i la. Csr i«v‘ )
fin ft' incarJifure aliqocm S. dioslibui virii ctcelIeneinÌRn^ cr n»ìi. Sft frtmv.du pur lìium, li opu efliet, prò
I-ccJeiuilira libertà. ifU, i CHTMti dt Rimi riiJvtffiri dt freadiriit te
tuenda, gladio ofiène deberej et prxfettint tinti di Cirdunii, fif I mm co
rempore quo Romana Etdctu a federilo H. tkt «ttfMi d'iffm i fi" vHimi
mtmijhi atfifi, Imperaeore vcheioenter oppugnabumr, « ÀI firtieifitt dtU Jm»
iUimhiì tJtUitmm' fanvM. fifta i ijmali gita tattiilgl- ta d'efftn agginan alii
nijtn aaniritiiai, par cnu ! due lagiait ly. ita Tapcr hot Sede Apo- grmmditi
ni Un muta, fi lUnarima dalia Un jloliea, touuf Ecclefur oftium, quiciùl, Ac
iiu. dipraienia. ilencatur, (J) ^tjh "Itimi panie feaa finn ageimn (a) Hic
in vigilia lutai» Domini anno aiP OtfiaaU Jialiaai, a da' Cifijh, • dagli Dal
principio fino poco innanzi il 500. come li è detto, ogni Chierico era ordinato
a qualche uffizio, c viveva a fpcfc comuni; dopo fatti i Benefizi, l'idefla
cofa era ordinarlo, e alTegnargli Tuffizio da efcrcitarc, e il benefìzio dove
cavar il vivere; nè lenza Benefizio fi ordinava alcuno ; ma in progrcflb di
tempo, comparendo qualche foggetto atto al Chcricato, febbcnc non vi era luogo,
c benefizio vacuo, per non perdere quella pcrlòna, i Vefeovi T ordinavano fenza
certo uffizio, 0 titolo; c però anche fenza benefizio, per afpettare che alcuno
nc vacafle; « quelli ordinati fenza titolo aiutavano i Benefiziar), da quali
loro era dato trattenimento : ma in progrefTo di tempo crebbe a cosi ecceffivo
numero quella fona di Cherict ordinati lenza titolo, 0 benefizio, e fi diminuì
tanto la cariik ne’ Benefiziar) a dar loro foftentamento, che, naicendone
infinite indecenze, e Icandali, bilognò provvedervi con legge, c coftringere i
Vefeovi, che ordinavano fenza titolo, a fomminillrar il vitto agli Ordinandi ;
( V» ) c quelle provvifioni nel principio che furono Itatuice fopirono alquanto
il difordine; il quale però non flette molto a riforgcrc ; e più volte
repreflb, è fempre ritornato : al che due cote hanno data caufa infieme : Tuna,
il defiJerio di molti di farli £cclefiaflici, per goder Tefenzioni, e liberarfi
dalla foggezione de’ Principi : T altra, T ambizione de’ Prelati, di aver
loggctti molti a’ quali poter comandare ; nè ancora è provveduto bene a quello
dilordine, ficchè per tal caufa non fuccedano in diverfi Regni molte indecenze,
che fono cagioni dì far perder al popolo il rilpetto della Religione. Nemmeno è
fiato efentc da quello inconveniente T Ordine Epifeopalc, ficchc non fieno
fiati ordinati Vefeovi chiamati titolari, 0 con voce deriforia : Nulla tenenti
: ( i ) non fono però così volgarmente trattati, come gli altri Cherici non
benefiziati; imperocché, febbene fi ordinano Preti, Diaconi, e altri Minifiri
inferiori fenza carico, nè in fatti, nc in nome, non fi è però collumato fino
al prelcntc d’ordinar i fraintrtimfjlt h.t9H0 frtf» Hit' 0itatst.i9iit fatta
nrl maf^iat ftr maa tamtianaueat dttnjft; tatfatttthì F.e.ttU framtrt» iHnaat.1
V tfaltauMl al di U^ ^«>1# Vili Epiifoput, fi alivnec { nifi lalit oraioamt
de Tua paterna hzreditste, Val alta, boncitsMi caufa, fubruliutn polite habete.
CauMt i dtl C»ntiii lattraHtHjì fm» AÌt^amdn III., t fi trava ntl taf. 4. tg. tra
ir fréhtnda. (i> yJaVrft^' ntICmfilt dìTrta ta difia, ehf ti Vtftavata
rtetrra una Diattfi, a tk ti Vifeava, a la Ckitfa fatta rarrtlattvt, tth wta il
hiariia, a ta hlagiu ia maniera, tha f una Mb fu» fiat ftnta Faltra’. tbr dì
^ntfiaarà:nazJam man fi vedeva fata un vafiigia in tmitn F Antitiiktìk, in rati
i Vtftavi, tha aiiandanavama i lata nftavatt, a (he n'arana frnau, ntn arana
fià témfiderati ftr (alt i in fatila {aifa affante, thè Ma \Jemaa, al faale fia
eeeana la JUtfir, fià ii tn viem rm fidarata »er Uarira, Refltti nn Vtftava
Italiana, thè i Weftavi' titelari, avende félamtntt la fedtfia dtU'Ordine, uan
era nettfiaTia che mvefitfa ana Chìtfa t ebe fa una valta nen fi erdméva altun
Vefeapa, fanza afftinar{lirat nnai rA derivava, ferrhi ntm fi ardmavana ne'
Preti, ne' Diatam fenta tuaia: thè feftia era fiata rieantfuuta ^tr t^aumfati
ante al fervitia di Itia, thè vi fafitTa Preti fenta titeia, ed in tenfremenza
Vtftavi fiuta Dtattfi. Fra Paaia hh.t. del CentUea di Trentat Ftdi FArtitala
la. zx dinar Vefcovo fenza Dioccfi dalla quale (ì denomini ; perlochè fé gli
aflegna una Ci[t^ poflcduta al nrdènte dagl' Infedeli, dalla quale prenda il
nome; dove non cHcndo alcun Criftiano, TOrdinato refta col folo nome, fcnza
popolo; e vive fervendo qualche Vclcovo grande, il quale non polla, o reputi
cofa inferior a sè, 1' efercitarc per se Hcdò le funzioni Epifcopali. Di tali
Vefeovi titolari ve n' era gran numero innanzi il Concilio di Trento ; ma al
prclente è molto riflretto. Ma perche adeflb i Padri Gefuiti propongono
queffioni, fc il Papa poflfa ordinar Vclcovi fenza titolo alcuno, nè vero, nè
finto, Jìccome fi ordinano Preti, e Diaconi, e decidono che pofia; piaccia a
Dio che quella potenza non fi riduca in atto, e fia perduta la riverenza anche
a quell’ Ordine, la quale gi^ era grande vcrlb tutti ^li Ordini Ecclefiafiici,
quando non era ordinato, Ì^e non chi era iniìeme defiinato ad un’Uffizio, come
lì è detto. per la qual cagione tutti riledevano al loro carico, perchè non fi
poteva latciar vacuo; c non vi era chi potefle fupplirc, clTendo tutti occupati
nel proprio, onde era incognito il difordine di non rifedere . fimilmcmc era
incognita la difiinzione di benefìzio che ricerca rcfidenza, e che non la
ricerca, e, o ricco, o povero che fofle il benefizio; o di molto, o di legger
carico, conveniva che il poirclTore fcrvifle perfonalmente : ma dappoiché s’
.incominciò ad ordinare feoza titolo, avendo i Titolari chi mettere in luogo
loro, lalciavano il carico ad uno, che attendeva con qualche poca provvifione,
ed elfi attendevano ad altro. Così i Vefeovi in Francia Icrvivano alla Corte %
come pure i Parrochi, fofiituito qualche povero Prete. S’incominciò a provveder
al dilordine, non con legge, o con collituzioni, ma con gafiighi di cenfure, e
privazioni in maniera, che ne’ tempi de’ quali parliamo, cioè, ne’ prolfimi
innanzi P 800. con quelli gallighi erano tenuti in freno: ma co^ >>
a>MÌfìr>ge dc’bcnefizj, come anche rordinazionc di non titolari, e le
provvifioni per la rclìdenza, non pafiavano fcnza qualche diverfit^ da un luogo
all’ altro, c anche nella ficlTa Chiela non paflavano fcnza qualche variazione,
caufata sì per li diverfi pcnfieri de’ Vefeovi che lucccdcvano, come anche per
lo divcrfe provvifioni fatte di tempo in tempo da’Principi, per ovviare a dilòrdini
cagionati dal troppo volere di qualche Ecclefiaflico, o dall’ impazienza di
qualche popolare, che non fi poteva veder efclufo totalmente dalle cofe
Ecclefialliehe, XV, Molta variazione pafsò fino a Carlo Magno, il quale,
ridotta fotte la fua ubbidienza l’Italia, la Francia, e la Germania, riformò
anche le cofe Ecclefialliche, riducendolc ad uniformità, le quali in diverfi
luoghi erano divcrfamcntc illituite; rinnovando molti de’ vecchi Canoni
Concitiarj andati in difluctudine, facendo egli divcrfe leggi Ecclefialliche
per la dìRribuzionc de’ benefizj fecondo rdìgenze dt quei tempi : reftituì in
parte a’ Parrochi le poflclfioni che i Vefeovi, come fi è detto, avevano tirate
a sè, ordinando ad ogni Prete Curato ne fofle aflegnata una della quantità che
in quel tempo chiamava. x3 mavafi Mcnfa. (i) Pafsò allora in Italia il coflume
di dare la decima alla Ghiera Parrocchiale, che gili molto innanzi era
introdotto in Francia. Aggiunlc però Carlo di nuovo, che il Vclcovo, come
Sopraincendente, e Pallore generale, potefle dare quell' ordine lopra la
didribuzione delle decime, (a) che parefle a lui; pcrlochè i Vcl'covi, dove
erano molte, c graffe, ne dil^lero in diverte maniere: ne attribuirono parte a
sè llcffi, parte a’Preti della loro Cattedrale; c ne aOegnarono anche qualche
parte a’Monafteri, con carico che cfli mctteOcro un Vicario alla cura, dandogli
la porzione conveniente: c, oltre airaffegnazione del Vefeovo, alle volte le
Chiefe non Parrocchiali fc ne appropriavano qualche parte, che in progreffo dì
tempo poi difendevano colla preferizione. I Princìpi ancora ne applicarono alle
Chicle verfo le quali avevano maggior divozione. Rcllitui Carlo la libertà a’
Popoli di eleggere i Velcovi, concedendo che il Clero, e il popolo doveffe
elegger uno della propria Diocefi, il quale folte prefentato al Principe; e
quando da quello foffe approvato, e invertito, dandogli il Partorale> e
TAncUo, doveffe efler conlccrato da’Vcfeovi vicini. Kcrtitui anche a’ Monaci la
facoltà di elegger l’Abbate del loro proprio Monartero : {if) rtaiuì ancora che
i Vefeovi doveffero ordinar Preti quelli che foffero prefentati da’ Popoli
delle Parrocchie, Stabili anche Carlo 1' elezione del Pontefice Romano in fimil
ma niera, ficcome era anche irtituita, quando gl’ Imperadori Orientali dominavano
Roma; cioè, che foffe il Papa eletto dal Clero e dal Popolo, e il decreto della
elezione foffe mandato all’ Imperadore, il quale fe approvaflc (c) l’Eletto,
foffe conlccrato. Vero è che, motto Carlo, quando gl’ Imperadori della Tua
porterità fono ffati deboli di forze, o di cervello, i Papi eletti dal popolo
fi fono fatti confccrare fenza afpettar il decreto dell' Imperadore : cosà fece
Pafqualc con Lodovico, figliuolo di Carlo; febbene manJà poi a Icufarfi con
elfo lui, che non era ciò proceduto per Tua volontà, ma per forza del popolo,
che cosà aveva voluto. Sono ben alcuni i quali dicono Lodovico aver rinunziata
la facoltà di confermar il Papa ; e perciò allegano il C. Ego Ludovicui^ ( )
quale altri uomini di molta 0) fwL ri) HUfffMrié ftrvivtrt, t»mt ntr 5 .Cr^iav#
nell» vit» dt S.Ltfstié dArili. Ouncc omnn «l> iffo eflènt redempri co
tTgento mo AaterriW ejui Conici Eccirlìa Menfa rcin^ucnt. HitU nMrrw ftmdaU mn
c| firviMm» munr» dtll» farti» Urnf». ( .« ) Uc Derimz in pcreJkste Epiftopi
Hnt, qiuiibét a PresEycerìi dilpcnientur. t»f.i4i.lti. 1. CsfirmUr. (i;
Monichorum (ìipiiiiein caufam, Deo ojmuUiite, « pane liilporueninui. Ac cuomodo
ex (é ipfu libi eligendi Uccntiam deaeritcui, Ac qualiter cjuiete vivere,
propolitunique indetefli cutVdire valerent ordinaxenmui, in •lu libcdula
diligenter idnotari feamuit At ut Bpud Suceellorei nofkr» ratum fbret, Ac
invioUbiliter coniervarctur, conErmavimui. tf, ltiii. t- CtfitmUr. i U fimrmtiir» tir fm dal Clrrt, « dad fafaU
XMMa» frràata « il traigli», •d a Lttaru fu» fi'UmtU 1’ »n»» «14. Proemno ego
Uk per Deuni t^nmipotenreir, Ac per iUa qusruor Evangelia, Ac per bone Cnicem
Domini aoliri Jrfu Chndi, Ac per corpus BearilTìmi Petti, prinuj'ii ApoAolonim,
quoo ab hoc die in lidtlu ere Dorainis nollr» Imperato dot tri ribus,
Hludovico,Ac Hloario, dicbui vitjrnie«, }usr4 vim, Ac imelleòum meum, fine
fi^ude, atqae malo ingemo. Ulva fide, quam rrprninifi Domino Apo^iicoi Ac quod
non conlentiam ut alitcr in hsc Sede Romana fisi elegie Pontili(is, nifi
ciaonue, Se julle, fctundum virci, Se intclledum meum, Ac iile qui elechii
fiierh, me conUatiente, conlécvirui Poimiex non fiar, priurqu.''in tale
làrtan>er.tuni U^iar in prskmia milG Doaùnici Smperaions, Ac populi rum
paramento, quale Dominus Eagcoiui Papa Ip nte, prò coniérvaiione «^nnitun,
Uftutri bibet per firiptum: nmai. CafiimUr. fag. «47 yid» Tb»gaa. ad aaaam tiy.
ferduravit hxc confiietudo, dir Onifri», ufque ad BenediAum II., cujui fanfìiraie
petmorus ConUmcmus Iniperator, Heradii pronepm, et'.i&o tuo julTit ut
deincepc, quem ui, pnpululque Rotnanua Pontificcm aekgiQent, », nulla ampliui
Imperatom confitnucmrtc expéò-.ia, more vcmiiifiimo, Aatim ab Epilirop»
orduuretur Aa»»t. ad mam frlaga Jf. l) D Jtiaff. éj. Vidr Tltrmm dr rltHitnitMi
i» fm tfrram Agttardt. taf. 6, fag. i{t., rAi Balnuam. tdt ttiam Tbtran. ad
oao.liO., et 17. f i I Z4 dottrina mf più ragioni meflrano fatfo, e 6nto : (i)
nel che è fuper6uo aflaticarfì, perchè certo è che Lotario, Figliuolo di
Lodovico, c Lodovico iecondo, tuo Nipote, confermarono tutti i Papi elctti
nelle loro etli. In quelli tempi, ne precedenti, e fulTeguenti, quando, per
afpctlare la confermazione del Principe affenre, alcune volte paOava qualche
mele innanzi che l’Eletto foife confermato, e poi coniccraio, egli innanzi la
conlecrazione non il portava da Papa, nè amminiilrava, lalvo che qualche cofa
particolare, a cui urgente necclTit^ collringefle di provvedere fui fatto; nè
vi fbflc altri che vi attcnddfe; come avvenne a San Gregorio; nè fi chiamava
Epifeopus, ma EltBus, Anzi nemmeno teneva il primo luogo, ma lo teneva 1
Arciprete ; il quale anche fi dava quello titolo, cioè : Servaas locnm Seda
Apojìol'tc^: ma dappoiché i Principi furono elcliifi, come al fuo luogo fi
dir^, pafiava Icmpre poco tempo dall’ elezione alla confecrazione, nè per
quello fi diceva che 1' elezione fola deffe il Papato, ma la conlecrazione :
perlochc, le alcun Eletto moriva innanzi d’effere conkerato, non era pollo nel catalogo,
e numero dePontefici, come avvenne ad un Stefano eletto dopo la morte di
Zaccheria nel 752. che non fu conlccrato; c però non fu pollo nel catalogo.
Papa Niccolò II., (nufei fTriru'-, Hi"C ob ri(creiu, quoi ab hti vi too^ui
rflet ^Aiifioutn irunitt nbì'e. Acirpu bsc tàmfaéionf, Lalovicui ‘«'pò i.Ui
Clero, Irta)u;uRi ipiìini», St pitia M«v8ne drinrrp ouieftiTnR laelc eni : tu
xitu fuf.bulit miti»- ^U4nt» gli Auttri fbt b^mm ftriitt rbt Lut^i, il btn^u»,
uxtfit rmmuti dtrittt di rtufiruurt t t'ti»9t dt fuftfiuii rr’trr tbt uufft
ftrft dli' uxtf ttufuft (bt Hutiu» Ttftnftt util» mtitfimu vii«| tbt il H
bli0tHuru Aatfiugi», itti, il CuuctHurt drHm feere Wr, rutttmt» tb taduvii»
dttdt M fuifiMU f tturr» fdtfià d' titfgm i |V fini, a f •« Ptmifi-tm ft^ului
fiatim eriafiit, fNi tmia dir Ptaiiftatmi fm, dumrtt dtmtjhcas diffcnttt
uttifit, mtrb» àfifitxt» rrrrrfiut tnttrmt.. ^5 Papa riceva tutta V autorità :
e perciò i Scrittori mi fmt mi ntlU fmm Cnmìcm Jt’PMfi. F ftiammn mtmxMm Ji ni
in itrmm. Ante qnein tioxn Siephtnut qui«U fdf»^ fidi» Sttfdm Ili. f» V dltr»
ftfu fidi» fdfd iftttiv», I rietmfrtiu» t ìi rkt damjh» tln dUr» tfftr Elcàuf
n»m trm ifiir Epilcopui, « fdfivd drvtntdr F.pili« nel fm Ltxitm, in
Cenfitrohoiubiu Imperatorits, enniverlétiam pearitatiooem, colUuòaetii, de
prcAeaooem fi ! i nefizj molto ricchi, fi creavano Vclcovi i principali della
Cone, c della Cittì, a quali il Principe ancora commetteva molta parte del
governo politico, prima llraordinariamente; cpoi, vendcndofi che riuIciva bene,
anche ordinariainenie; non perh in tutte le Cittì a!!'iflef|b modo, ma lecondo
le occorrenze del luogo, e il valore, o la boctì del Vefeovo; e anche Iccondo
la poca attitudine del Conte alle volte, al quale fi luppiiva col rimetter ai
Velcovo. il che fu caufa che poi, degenerando la poflcritì di Carlo, che
bnalmente fi affogò nel prctondo dell’ignoranza, i Vefeovi penlarono cITer
meglio per loro non rl.‘him (redo bsc oppertunif(ce Htdriinum. tjuod CftTOius,
{quejh tr» C«rI it rnffirì Iinpcraeor, sb ImIU cum «nrcitu diicMtiu, in
Noroujinot rebeliintn moverat. Stiu vftM d' AdrUn» U. dtl mrdtfimtt PUi$ms fi 4
i R»mMÌ, ftr mtier »» P»nt>firMt9 ftmx,' sffttfri l (»nftrmst.iem dilT féiU,
>r« etti i vttifimiU tb AdrUtu IH, mìU i'tftUdtrt P ìmftrmd» r4 dtl P»f» Vidi PVitKhmd fég. tt. mtam. to. Omnia, dtrr
ii d‘ Agmtfy»»», &unini deben ror PantiKibiu, 8c non C'boi^ilcopir, nula
f»rt» Cbtltiahrta rmane Ckmi, quod lum failTc. cum )Un eo devemJtent
Ecriclialìici, «tuh> (ine perratonis t^ualtlet dMtunùc.rc tem- ut, non
cnadi. ut aniea, Icd ffKjnte, ^ laigi. pori de Erciedx rmuiBcraAonr pofTederint
cum nonibuarootifiiium nmnutobuent Rea (>ef '^aucioriuie Klonotìtlimi
Ptincipia nollti, in |ui finii «xempli, cum pndea ('ere (einper ferrata bare
propnctarium praeCciiptione tempotit non vncen. conliictud» (il, ut a^priorum
Pontifimin fe.p(en. tur, dummodo pateac Ercidix rem fuifTe; Nevi, tea aut
infrinf^erent, aut omnino inlleenr. R#. deaiuiu eiiam Eprfiupi admimaraitonu
prtjlizx, Manal.rra éStcfsMaVl. rii thi Sttfan vav«ut precatortaa, cuni
«rdinici funi, faceredcbotC fAtia a tarmafa. Steptuni PonitHch Jerreta, Ae le,
aut diu lentit Ecclefie ficultaTei prnpristati «tU ibtim tmprobat. abro^acque.
dire iV R«rin« fux polle tr»nfuiderat buie «tati ut hotninum indullru in rnitnonc
inutilaiui turpuer, alupundia vitam Ju. quovU cenere vittutia (oafeodlertc,
nuliii calca zie, cum ob inhoitelia vulnera i frababilmeata libui aunibim,
quibu» hmuinuiu ingeniaad lau' ftr tfitr^ii fiata tafliata il nafa, a la
erieibu ) dein eiuiirentur. piodire in puliblitum mibcKcrct. Plaiina in
(JStimphaDUtVI.dirr il Flaiina malia fna vi. vita, ta, tanto odio pcrfecuttis
cd Formoli Homcn, ut anni Giovanni XL ch’era figliuolo (4) baluardo d’ un altro
Papa (h) morto 18. anni prima’, e tanti inconvenienti nacquero in quelli anni,
che gli Scrittori dicono in qiie’ tempi non cflervi flati Pontefici, ma Mollri.
11 Cardinal (c) Baronio, non fapendo Icufar alcuno di que’dilordini, dice che
la Chiefa allora per Io più (lette lenza Pontefice, non però lenza capo;
rellando il fuo capo Ipiricuale Grillo in Cielo, che non T abbandona: ed ò ben
cola certa che Grillo non ha mai ialciato, nè lalcierh mai la Chiela Tua, ne
può mancare alla Tua divina promelfa, eh’ egli lar^ con lei fino al fine del
Mondo: (d) e in quello ogni Crilliano dee ientire, e credere quello che il
Baronio dice, penfando anche che quello, che all’ora avvenne, fia avvenuto
altre volte; c ficcorac in que’ tempi la fola alTiflenza di Grillo confervò la
Chiefa, cosi l’ha confervata, e la conferverh in tutti i fimili accidenti in
quel medefimo modo, con tutto che non vi folTe minillero di Papa, (i) Può
ciafeuno da sè fleffo giudicare come folTero trattate le altre Ghiefe d’Italia,
confiderando qual’ è lo flato di tutte le membra nelle gravi indilpofizioni del
capo. («) Non flavano però meglio fuori d' Italia, dove i Grandi davano i
Vefeovati a’ioro foldati, e ancora a’ fanciulli in età fanciullefca. Eriberto,
Conte, Zio di Ugo Capeto, fece il fuo Figliuolo di etk di anni 5. Arcivefeovo (
a ) di Rems ; Papa Giovanni X. confermò quella elezione. In que’ tempi nefTuno
riccorreva a Roma per divozione; ma Tempre chi di&gnava alcuna cofa contra
i Canoni, e ufi Ecclefiaflict, fe non trovava nel fuo paefe chi 1 ’ approvaife,
ricorreva (m) ^ejl fini ) riftrif i» mtl lArè frutto mi t»p» i J. Onofrio
?mmvitto itti tbt Ìfio Psfn moH n» di Pof Srrgto IH. tomo mfierms PUtiM. (^) Di
Sorgio III., c di Unroxj, figìiuolA dtlis Mtrfttitt ToodorA, Ia tfmAle
profiimivA U f" ’. Joinnei XI. dir pAmvimi. S^gii l'apx. Se aIsickix
notuUilimr inter Rmiunof fiéminx {tlU n vtdovA di 0»ido ÀtArrbfft d
T^trtnA"^ filius, vutri, qux cune in urbepoteouirima erat, uiàoriuc?, et
ttudio rucceflìt.;.. poli Leuneni VI. 9c Steptunum VII. Pltuiti» U tbìAms
CiovMMMiXll. patria Romanui, pane Sergio Ponriike &c. (r) Wi fMin ifS
tpAmt, «fìea PlacÌBa nelii vita di BeneJetio IV. tAfrivir ttfit EìcUSa Dti,
vttfir tfM! cnitorAtu a ftutritAt d lAftivurm, ffprrit Atiu tAutA lirtHtiA
fttcAAdi btportt»tA, A ATAiniitn, et UtguioAt, fAitOiJimA P^ $ri ftdti nrnfAtA
tfi forimi. feffrffA. Bm~ voiu rbiAAtA imefii PAfi ftdu AfofioUt mvAfnri, itom
AfofiAitoi, frd Af^Atirot, a 4 Aaitmm pot. Jta Pool (a muA pmdttjoffiiimA imior
Ito 0I dtftrditu dtll'ttrtnmi ai ami itmfo. Sitfpu, dx' gli ìm kha dtlft fu
Itttrrt, u h» irnAto Arfomtnfo fori it provi tbt Ia fioTÌA dtllÀ PofiffA
CttVAAAA fA VTr«i tott iitmPHn bo ttovAto TàifioAi AblofiAntA hmont tbt n
mtfiuAo Ia fAÌfitÀi tilde, pr pArUr fiaertAmtmtt, io fmdt a trmnlA ftr fAljA,
pia non pi ftr firAVAtAntt i poirkh i» fMaa«i X.)ulutptitiin, in execnplmn cito
rtanfiic aliorum, ut cumplures hujus Ixculi Princt. fibi tinguine con^nftm
adolclcencutos ia unaaC-aUicdraituravaim ^nvinovendos ad aem. paf. a Roma, dove
fi davano difpenfe d'ogni cofa e Fambìzione, o F avarizia fi copriva con dilpenlazione
Appdlolica. 1 Papi, eifcndo quali abbiamo detto di lopra, non Facevano
didinzione di quello che poteffero; iiimando aumento delia lorp grandezza ogni
cola che folTe ibftenuca da qualche potente : quelli, per loro iinerefle,
difendevano quello che impetravano. Il popolo, parte per la lua lemplicitk,
parte pel terrore de’ potenti, approvava quello che non poteva impedire; onde
fi fiabill un’opinione, che di qualunque cofa, lubito che aveflc la
confermazione da Roma, ogni errore paflato folle coperto. XX, Alcuno crederebbe
che la poca cura che aveva V ordine Ecclcfial^ico delle cofe Ipirituali avclTe
fatto rafl'reddar il fervore de’lecolari a donar alle Chiefe, ed avelTc pollo
line agli acquilU nuovi degli EcclefiaAici; nondimeno non fu cos'i, imperocché,
quanto era diminuita ne’ Prelati la cura Fpirituale, tanto più erano intenti a
confervare j beni temporali, e avevano convertite le armi Ipirituali della
Icomunica, che fi ufava folo per la correzione de'peccarori, a difela delle
poflelTioni temporali, e per ricuperarle anche, Fe per calo la poca cura de’
PreccF(bri le avelfe lalciate perdere. e nel popolo tanto era il terrore delle
cenfure, che nefluna colà, metteva maggior (pavento; e colà mirabile era, che i
foldati, e i Capitani, fenza alcun timor di Dio, che ufurpavano quello del
prolTimo Fenza alcun riguardo d’ offendere S. D.M., gutrdavano con gran
rilpetio, per timor delle cenfure, le cofe della Chiefa: da quello molB molti
di poco potere, dclìderofi d'afltcurar il filo dalle violenze, ne facevano
donazione alla Chtdà con condizione che ella ^lielo^ delTe in feudo con una
leggiera ricognizione. Quello afHeurava i beni, che da Potenti non erano
toccati, come quelli, il dominio diretto de’ quali era della Chiela. Mancando
poi la luccefllone mafcolina de Feudarar)-, ctTmc- per iè Frequenti guerre, e
fedizioni popolari, i beni cadevano nella ChieU. Poiché (ino al prefente
abbiamo detto in qual maniera fieno fiati acqiiifiati i beni Ecclcfiafiici
fiabili, c la ragione di decimare quelli de’ Laici, quello luogo perfuadc che
fi tratti, c rifolva, prima chcpalfar innanzi, la quifiione trattata ne' nofiri
tempi, cioè, le i beni £cclefiafiici fieno pofleduti urc divino^ o humano'^
echi ne abbia il dominio. la comune opinione difiingue le poireifioni lafciatc
alle Chiefe per teftamento, o per donazione dc'Fedeli, o in altra maniera da
elTe acquifiate, dallc{ decime, primizie, e alire obblazioni. £ quanto alle
polFefiioni, tutti concordano che fi debbano chiamare beni temporali, e che
fono polTcduti dalla Chiefa jura kumano : imperocché cena cofa è, come di Ibpra
fi è narrato, che, elfendo proibito a qualfivoglia Collegio r acquifiare
ft.ibili, la Chiefa, prima con permiflìonc degl’ Imperadori ebbe facoltà d’
acquiftarc, e apprefib vi c il Canone : j«r^. d.S., do . 31 d. 8., dove fi
afferma che col folo Fondamento delle leggi umane fi dice: quella poffeflìone
èrnia: quello Fervo è mio: c che, levate Je leggi de’ Principi, nè la ChieFa,nè
altri potrebbe dire che cola alcuna Foffe lua. Neffuno può dubitare che la divifione delle
ponTcffioni non fia per legge civile, e parimente i modi di trasferire i dominj
dall'uno allaltro, la donazione, il teflamento, e tutti i contratti, e tutte le
diFpofizìonì non fieno leggi umane. Sono flati nel mondo Repubbuche, e Regni,
dove il tellamento era incognito. Jure Romano al iolo Cittadino Romano era
conccflb di far teflamento: non c pofiibile che il modo di acquiflare fia per
ragione umana, e la continuazione dcU’acquiflo fia per divina.’ quando alcuna
cofa è donata, o legata alla Chiela, effendovi difficoltà, fc quei titolo fia
valido, fi giudica con leggi umane, c tenendo legittima ragione, fi mette al
poffeffo fecondo quelle. adunque anche in virtò di quelle, e non altrimenti,
continua nel dominio, e nella poffeffione : ma poiché in quello ogn'uno
concorda, non pafferò piò innanzi: lolo aggiungerò, come per corollario, che da
quello fi rifolvc chiaramente, e fenza difficoltà, fe T elenzioni, che hanno le
poffeffioni Ecclefiailiche, fono de jwc diviHo, ovvero bumano , poiché il
poffedere, ed il modo di poffedere, vengono femprc daU’ifleffa legge, e i
Giureconfulti dicono che dall’ illeffa viene la fervitù, o libertà de’ fondi,
daquali anche viene il dominio. Sarebbe gran contraddizione dire che la Chiefa
aveffe una poffeffione jure Veneto, la qual aveffe una libertà alio jure. Ma
quanto alle decime, fono due opinioni: una de Canonifli, 1altra de’ Teologi, e
Canonifli, che flndiano infieme la facra Scrittura, e la legge. Dicono i
Canoailli che le decime fono miv divino, () perchè nel Teflamento vecchio Dio
diede a’ Levili la decima, come {b) la Scrittura divina racconta. e non è
maraviglia che dicano cos), perchè non fono vcrlati nelle lezioni de’ Libri
facri, non effendo la loro profcillone d’intendere i nìifieri della Religione
Crifliana, cioè, che Dio per Mosè diede al popolo Ebreo la legge, la quale,
quanto alle oofe cerimoniali, t giudiziali, fofse propria di quella nazione
fino alla venuta di Criflo, il qual’ era per levarle la virtù obbligatoria.- (r)
ficchè la legge delle decime è ben legge divina Mofaica, ma non legge divina
naturale, nè Crifliana, ed obbligava quel popolo folo di allora, adeffo non
obbliga alcuno. Può bene chi regge una Repubblica far leggi fimill a quelle ,
ma non obbligheranno come divine, nè fi dovranno chiamare uli, ma bens'i leggi
civili del Principe che le coflicuifce. Fu una legge divina Mofaieache il
beflemmiatore fofse uccifo. quella adeffo non ci obbliga; nè chi non l’uccide
pecca; e potrebbe il Principe imporre per la ^flemmia pena capiule; e farebbe
giuda, e fi dovrebbe fervale; non però fi direbbe legge divina. («) Jure Kumano
dkitar i h»c vilU mea cft: hcc dofnus mea - bit fervut renu eà. )ura au«m
hunana, jura Imperatoram (uDt. Tolte )ura Imperatorum, 9t quii aud« dicere :
mea eft ì0a Tiili, auc mnu eli itie fervui, aut dounii h«c IRM cft} ) Ctv»rmvi»
»a» J d» ftmimtnt». Vt il il it, iti Itkn frtmt variarum refolutioeuin. H )
Filiii Lavi dedi omnes devimas Kraelii in pofleftìoneTn t>ro ininlfteTio quo
ftrviunt mihi in tabamaculo nderis.... Decimarum nblatiem contenti, qiaas in
uiùi eonim, de nereftàna Tnnilato Saoerdotio, necefle eft ut et le. il
rranilatio fiat. Reprobano fit prxcedentif manB(i proptet iofinnitaccm c;iti,
et inuniitatoui. Htèr.7. vina, febben Dio gi^ la dicale al popolo Ebreo , (rf)
ma legge del Principe politico. In quelle, c in molte altre occorrenze, dove
allegano quelli uomini la Scrittura vecchia a loro interciTi, e loggiungono ch\
è de jure divino^ bilògna diflinguer loro l’equivocazione, che quei eh è de
jure divini) naturale, o Cnltiano, d obliga; ma quello eh’ è de jure divino
Molaico non ci obbliga; e fc chi ha un governo fa uno flaiuto fìmile a quello,
egli è de jure bttmano. Non poflb relìar di dire che non, per ignoranza, cosi
trattano qucfla materia; mt per ingannare gl’incauti, c per convalidare le cole
loro col nome dinr divma, e mctterfi in credito: ma fi potranno convincere qui,
e far tacere. In quell’ iltefib tefio della Scrittura Dio comanda eziandio che
non pollano pofl’cder terreno, e fi contentino delle decime.- (^) fé per quello
precetto il popolo è de jmre divino obbligato a dar loro le decime, efii
laranno obbligati a non aver polTclIioni. Ma apprelTo : Dio comandò le decime
foio de frutti della terra, (r) e le leggi canoniche dicono che fi paghino
ancora della milizia, della caccia, e di qualunque opera umana per la quale fi
guadagni. Se Dio comandò ai popolo Ebreo le loia decima prediale, lono sforzati
a dire che la pcrlonale non fia comandata, le non per legge umana. 1 Teologi, de’
quali io non nomino alcuno in particolare, perchè ndfuno è cldufo ; e molti
Canonilli con loro dicono concordemente, clTer precetto della legge divina
naturale, che il minifiro della Religione viva del fuo uffizio che prefia,
fervendo .al popolo nelle cofe divine; ed elTere Ipeaiai precetto di Grillo N.
Sigli, nel Vangelo, che al mìnillro, il qual lerve al popolo nella predicazione
della parola di Dio, e nel minillero Ecclefiatli-o, ila lomminillrato il
vivere: in che quantità non è determinato, perchè lecondo il numero delle
perlone, la condizione dc’luoghi» c dc'tempi quei eh era molto una volta
farebbe poco un’airra; ficch.' il far parte al Minutro dt Cri^0 è de Jure
divino Che quella parte fia una decima, o una ventèlima, o una maggiore, o
c_llatutiro per legge moana « o per confuctudinc; che vagliono rilttflb. E
quando fi legge in ai^unc Dep-ciah che Dio ha illituita la decima, o j^e U
decima è de jure divi^ no^ $' intende (ff) la parte determinata per una
indeterminata, intendendo decima, cioè, quella pane che è debita, c neceflaria,
ovvero che i)io ha iitituiu la decima nel Vecchio Teftamemo, ca lua
fimilitudine la Ugge ha i^ituiio lo (leflb nel nuovo. Pcrlochc generalmente
poffiamo dire che i beni Ecclefullici, di qualunque Iona fieno, lono lotto il
dominio di chi nè padrone, e poflèduti per leggi umane. Nè alcuno muova dubbio
fopra quella parte indeterminata che è debita per legge divina naturale^ e
Vangelica; perchè, come ben narrano i Leg gittij (;) Ortinem meJutlani atei,
viui, frame I I iiln ileJi, '•fe Die d Ar$ tn uni>erÉi hu^utn imrUf ()iih
EK'' ^ Dunituo deportintur, cedcni ii\ aAit iuta. (dy (ilitt Levi, étti T)i,
deiì aman drcimn f€o uiiolUerio quo femiuit milu m uberoetulo IcJeri. Nnm.
>1. («) Dominili ordiittvtt iù qui gfiofcliun tonuncumt de Eviitgelw vivere,
i. Or. i, elt^ lipoe e^ritelii vettra iDerimu»? Uni beoe |n«iuoi VrotiyteTi
duplici honore difini hsbeinnir, m». jMice qui loborant in verbo. Ac d''i£iiiu
«U «periTMf mercede Tua- i-T-fUi.I. PI ler cuni |v>pu!ui univeut, de iJ
liliov Ifnel loqueru ; Hntu», qui blalphemaiem D'imen !>>• mini, OMrte
nii>riAtari UptUibui e^lprmiet cuui mrme muliHud'', Zrwr. a,. Dixit O’unjnu.
sd Aaron: in te rt eorum mhi! p>(T> c' itii, iKc habebuis piriem inier
co: fi sltnst r$ar dt Nihil «l'ud pnili.!ebtini, dcrtouium ^!«none (unteixi.
A'ana.il. Nontubebuni Saeerd.ne», et Levirit psreem. de h«re ertem eem rrliqno
Itraci, quia bcrifiria D'xtunt, et oblatuinet eMi corpc-’^nr. V uim! aliud
aeri, pieat de pofldliooe Irinumliiorum. Unii. ra. il. gilli, altro i che una
cofa Ca debita; altro i che fé ne abbia dominio : la cola di cui li ha dominio
C pud dimandare drittamente in giudizio, come fi dice, Mont rei wneleesmnh ; ni
fi foddisfa con dargli r equivalente ; ma il creditore pud folo per azione
perlonale dimandar il debiiOt efièndo il debitore obbligato a dargli tanto, ma
non pid quello, chequello. Da quella rifoluzione rella anche con faciliti
decito, le i benefizi lono ite m Rivinti, e Je ere pofit 'mù ; imperocchi,
elfendo i (labili, e le decime poflèduti ite ere èemme, anche i benefizj
fondati (opra quelli avranno la forza deirilteiTa ragione: olirà che dalle cole
iuddette fi potrb pid agevolmente certificarfi di ciò; perchè, fe la Chiela è
(lata tanti anni con beni (labili goduti in comune, e non divili in benefizj,
come di fopn è fiato narrato, chiara cola è che i benefici tono (lati creati
dagli uomini in progrelTo; e perciò in quello tutti concordano- Non mi
ellenderd pid in lungo.- folo dirò che, Icbbcn quelle conlìderazioni pajono
aliai lottili, tono però neccOarie, come le cole feguenti mofircranno. Dalla
rifoluzione della prima quifiione farebbe facile rifponder alla fr' conda, cbi
abbia il dominio de' beni Ecclefiaftici ; ( degli (labili fi parla, poiché
de'Irutti fati il fuo luogo nel quarto quefiio) (l) imperocché, fe tono
polTeduti per legge umana, non iella le non vedere a chi la legge gli abbia
conceSl. Alcuni dicono che quelli beni fono di Dio; e lenza dubbio dicono il
vero; perché la Scrittura divina apertamente dice che della Maellh fua divina é
tutta laterta, («) e qualunque colà é foilentata da quella: ma in quella
maniera ogni cola é di Dio-, e non pid quelli beni, che tutti gli altri: una
fona di dominio univerlàle é il divino un' altro dominio ha ogni Principe
fupreno nel filo Stato, il quale, fecondo Seneca, fi può chiamare dominio
d'imperio, (é^ ovvero, fecondo 1 dottrina de'Gìureconfiilii, dominio dì
protezione, e di giurìfdizione : (r) Un'altro n'ha ciatcun privato, che é il
dominio di proprietà, dei quale parliamo, e del quale cerchiamo adeflb: né fi
pud dire che Dio abbia l'unìverlàle dominio di tutto, ma che abbia infieme la
proprietà di que'beni come il Re ha l'univcrlale in ratto il Regno, e nondimeno
poQiede in privato, e ha la proprietà di quella porzione che é di caufz fua. Imperciocché
al dominio univcriàle del Principe fi pud far aggiunu col partfoolare della
proprietà, per la quale crefoe, e fi aumenta; ma il divino di Dio ha una
univeriàlità cosi eccellente, e infinita, cin non pud ricever aggiunta, e alb
quale ripugna I’ «fière particolarizzat^ ficcome anche ripugna che £a
comunicata a qualfivoglia creatura; p^oà^ neffuno pud dire, efCendo Dio padrone
di quem beni, io, che ho J'iAalE> tribunale, T ifieffi) confifloto, e
rifieflà Corte con lui, fon io ancun fi^lrone. Egllé non meno fervo di
qualfivoglia Uomo minimo. Teme li. E Peid l«t mprkm. fMb r. Cbìm eli, ttm9, U
^aiA^oiaefl omflÌMif «un&nt ita t m 4- Domiu cft wm, picaitado oÀù (cncnun,
li unià-edi qui htbiwBC ta co. ffttim, ( noi» iwMa funi f;ti». vi mini. poflc^Torii,
i. %. 100. «rr. 1. rrff, «U UiS.7‘ tr) rtpv rwo fed ciilV«nrater p«iun.« ■' pt
doiiiinus, feiJi. fpeaCitwr, (èquitui quod de p!e ipiii ed dominai quìa
don^iortM a«ii «litnant. trvmfetur^ >»ra loft tu rapunf .aut Pr^.(v«n, fc.i
i« Zccielìim Kctnananij ve 1 ialem. (tvj r ttitadio tttf «a 4 r 1 f sdraiti, t
ftmnfrmt luu d far Ur Is frnsrrtm Ncc pum, il, ^ojnetaa quod IV Pi hibec
plnuiudmcm pdtcftnl? Ecctettimcx,Db bóc podlt de SottuZiLldis dtipi^eic^ fMt
pqoelk Érclelia; quoiM.ini ‘pleniiudo p|itelUlii EiMletitltit mcciligttur in
fptriuiahbos Onmnt. a 4. y «rr. 4 J.. # unsCtafrÀteraits in i’mtgJ», d\ tmtt ir
Cta^sitrait fi (iusmsm dra«l«. \.i)L'A»trt dutdt'Frsn, tk'i li uem ft» (ai S
(ìtuum» .olare, o universale, a favore di cui la donazione, o il legato fu fatto.
Perlochè dovrebbe anche ogni Rettore di Chiela veder con diligenza le
obbligazioni lafciaregli, per eleguirle; e fe altritnenti fi fa, biiogna
imputare all impertezione umana : nè può alcuno perluaderfì che, per la
lunghezza del tempo, pofla clTervi prclcriziunc; imperocché quella lup-pone la
buona fede, la quale non è mai m alcuno; lapcndo ognuno in lua colcienza che
quei beni non lono Aati Jakiati, acciò li faceta quello che fi fa. Ma chi avrk
il dominio di quei beni Ecclefiallici de' quali non fi fa rillituzionc? la
legge naturale, c civile è, che in qucfli a’quali è mancato totalmente li
padrone privato lucccda la Comunità: adunque di quelli rcllerìi padrona la
Chiela. In modo cKc in poche parole i Bc-' nefiztarj lono dii penlatori de beni
dei betttftzio, ma padrone ne è quello a favore di cui è Hata fatta la
donazione^ ovvero il tefiamento t quando non fi lappia, relìa padrona la
Ghiefa» Non olla a quello che vi fieno leggi de’ Principi, ed Ecclefiaftichc,
che proibilciino Valienazione; imperocché il pupillo è vero padrone del fuo, c
pur non può alienare : il dominio è un jus di fare della cola quello che fi
vuole, quando la legge permette; la qual legge obbliga alcune Ione di perlonc
che baono bilogno di governo alieno : tafè 1Univcrfitk, o Comuniii. Non fi
dovr^ maravigliare alcuno, fe tanti moderni Scrittori in fimili quiltioni, come
in quella, che fa il Pontefice padrone alToluto di Tomo IJ, £ 1 tutti i
Btnefìzj, nini i beni EcclcGaRìci, difendendo opinioni contrarie ali’ Antichiù,
c a quelle ittkuzioni che ebbero origine eia’ medcGmi Af>polioli, e uamku
Appoltolici, perche, come con gran fentimento n doleva S. Opriano, è una dette
umane imperfezioni che, dove i colHimi fi dovrebbono conformare alle buone
dourine, eleggi, per lo contrario le dottrine degli uomini intereffati s'
accomodano a’ cofiumi; e fi potrb offervare io tutto il corlo di tanti fecolt,
non eflcrfi introdotte novith, eziandio concernenti alla Religione, che
immediatamente non abbiano incontrati difcnlori, Che maraviglia fark che ciò
avvenga in quelle noviù, e introduzioni che icrvono a ricchezze, comodi, e
umani incerefiì a'quali molti poiTano afpirare? La confufione che fu ui Italia
nelle cofe politiche, per tanti che furono in quei tempi fatti Ré, c Imperadon,
cagionò anche nelle altre Cictà^ efiremo dilordme nelle cole Eccicfiafiichc;
elTendo i Vefeovi, egli Abbati ora fatti da' Principi, ora imrufi dalla potenza
propria; e gii altri Miniliri Ecclefialtici fìmilmente fatti, ora da quelli che
dominavano nelle Citù, e ora da'Veicovi; e alcune votte i benefizj anche
occupati da chi aveva- potenza, o favor popolare. Nell' anno p&i- venne in
Italia Ottone di Safibnia coll’ armi, () e fc ne impadronì ; e per dar forma al
governo, congregato un pio ck)l Concilio di Veicovi, privò Papa Giovanni XII.,
febben della maggior Nobiiù Romana, e di gran icguito in quella Citù, il quale,
fatto Papa in ctk minore di anni diecioito^ viveva nel Pontificato con
eicrcicar adulteri, Ipergiuri, e altre maniere poco rcligiofc : fi fece
rimmatar Ottone: dal popolo, (a) e da Papa Leone Vili, creato da lui in luogo
di Giovanni, ramonù di creare il Papa, (^) e gli altri Wfeovii in Italia^; la
quale ritenne efib, c il Figliuolo, e il Nipote fuo, dello fiefib nonir, fino
ai looi. per gd. anni; c del numero di dodeù Papi che furono in quei rompo, due
ne furono creati dal Principe quietamente, gH «W ùk.£edizioni periochè anche li
primo. Ottone(i) TìC menò uno prigione in Germania; e Ottone III. ne menò
un’altro.' uno fu lUangolato da quello
che volle effer fatto in luogo fuo; uno fuggì, rubbaio il telerò degli ornamenti della
Chiefa; e un’altro fi rmiò a voionurio cliiia; (d) di modo che anche in quefii
an ni in StfnjH tr^Omnr,, jSgUtuJv litiP ftpfrtMMmo i ÙcctUmcrt. flmrin inlutf
dì XÌI. XÒmMMit- AloWK» pai^u f^atì aufuiB occu^tti ho» An« onsubus {tfoom, u
turpnuOifM conMiintuti «cfritionibus maj.f, C (rapo ' 19 a Itàndiniliw ruprt-iv
noni a mUm»» dtft i P tli^McutUuia lU. n ciritKfu. Con .1 ina inJitit, fid
Cjt^. I •. D mt J mt» V. •ìfttt ft d in Mf ttm n H d»lU jùoat, d»l fMTMt»d»
aOi^i««rXl( Cuiu li». peraor. du il fUun», haAc clcàioMin omui. IWam prol’tKt.
UoBtA'x compulit, putto BrneJiixo, vel diiàum ipluni duiit, qui oon iptilto
poi) dolore animi «pud HamUirgum rooricur, um (elcgitm e»t. rtdi ImitfrMndt II.
(OJMVfiitrrrr. • fi» ttfit, ferendo Stntdffii y. f»i(bì fmtlU di »«mt, tkt f»
tfrtt» dulU jAtJmt di Cnvuniii Xtll. rra A»:ijMf. p thttt Tivrodr Irm» Vili.
Itfittimémtne lìttté. UcMciiifhic Vi- diti il fUtin», a CiJinoltooiaoocive
pra-pote(M «aptiH. in Omfti iKon inctuditur, eoOaiuque in loco noo niuUo polt
Araneulacur. (f> oonffeiui vii- diri UyUtim», rcUnqueie «rbem coodut.
pwiolìiCnu qujcque e Balìlira Tetri (ubtrahent. ConAaRonopolitn ronfucic. ubi
landw fubihm, quuad, diveoditu qu« ucriteio abitulerae. imgnain viin pecunùmim
cooparallet. l'ontite Romanus Ijcrorum Picer, 9cKcx, Ocra iplii hirto abftuliti
et qui vindicari Acrilegij deWerat, taiiu OtriUg)! fiOus eA au>%or. liAui,
dit» ilPìnùn ntU fm» vite, Joaiinì Aiehipreihytero S. Vanim ad po i^m Laimam,
qui polle» Gregoriui VI- appeitaius eli, Ponuficium irnnai, ut quidam
a.lìrmant, vendiditi td nl(M »4 Tgt dtfn; Dunt »nnn «lecexn per infciraU»
Sedein l'etn occu^'allet, tandem moritur. Nec vataflé rum fedet dici poteft,
curoPootificafum vendiderit. (f) Vide Otbun Frifing. ad ann. 1040. lib. 6.
C.3». (f) Hu ob rei, diet t Plmin ntU vitn di CriftritVl. Henrteo li. ni ranca
difli Attmnwmi i fama III. nitrimtntt dnt» JitnVa il Nrrt, in lialtam tum magno
exercim vemei», habii# Synodo, eum bencdidum IX. Silvrfimtn IIJ. Gregorium Vi tinquam
tria ier«TÌin» monftra abd» Papa c fece c^li tre Papi fuccefTivamcnte, tutti
Tedefchi di nazianc ; i quali, eletti, dall Impcradore afTunfero Tlnlegne, e
l'abito Pontificale fenza altro : il terzo, che fu Brunonc, Vdcovo di Tul,
avendo afTumo per la deputazione deli Imperadore l’abito in Frcefingen, (i) e
fatto con quello viaggio fino a Ctugn’l, Ildebrando Monaco, allievo della
Chiefa di San Pietro di Roma, uomo di fingolar accortezza, voile con arte
reftituire reiezione a’ Romani, c configli^ Brunonc, che, vefiito d’abito
Pontificale, fi chamava LconIX. a vcflirfi da pellegrino, centrar in Roma (^)
cosi, che farebbe fiato piu grato al popolo Romano. Acconfenti Leone, cd entrò
in Roma vefiito da Pellegrino, c dal Popolo, a fuggefiione d'ildcbrando, fu
acclamato Pontefice Romano. ma quell’ arie non impedì che, morto Leone,
Tlmpcrador in Magonza non cleggelTe Geberardo Elchfiat, che immediatementc mife
l’abito, e fi chiamò Vettor II. (c) L’ Imperador allora non folo donava i
benefizj, ma fece anche Cofiituzioni contra quelli che gli ottenevano
perfimonia; perdonando gli errori commcflTi fino a quel tempo; ma imponendo
pene per l’avvenire. XXIII. Mori Enrico, il Nero, lafciato P Imperio al figliuolo Enrico IV,,
che gli fuccefle in ctb puerile; durando la minoriiii del quale, febbene i Papi
erano creati col conIcJìfo de’ Tutori dell’ Imperadore, c i Vc rtre Se
maglAiaiu Ascgliìtt, SviJegenmi, Eim- >i»m fcfti, jifrfttafere ttt, Jtpolìro
l^ontificsli orbr^«nrefi) fpifcopum, a due. ùu luii, Puotificcm trtat. rem
Hcnnrum nuUatn (reandi pontifieu ootelU m amtrUVI. U ùtnt fntmf lem • Deu
habere, fei ad acnim. populuinque Itfnitm, dktnd» thè wtH ft$ ilett», fe ut»
ra4}iur. Al vero Ronuauì denat, futdenacHil. r« def» «wr fc»ttt»to Si'tf^reTn..
SiìmmW. auuiidruu IkunneiH in Pcuuàhrem eligir, itr» Tifitmn iiPuirefifMftx
dite, probo- co hbenttua, «)us7 oinucfu aunuritaceia eltgendo rutn hommeni
precibuf, fteerdtiitrum fuvrum jw- rum l’i ;uiAevin ab lmpara(jte ad CicTUin
traa. rtcedcniibu^, aiaartui fiiAcébut cA Josnim Grecia- tUcliflec. flatiM i«
\>its. jiui, An.hipre»bjrccr S.Joanni ami poiiam Lati- (r) Vjòor II. -iut
Qmtfri» mila faa Crtmua barn, Grrgortut VI. \o ab Imp. Hentko IH. tele-
Calbeniii. Epifcop. EicAatculU. Henrici III. lai. cacai fiicrat, nioftuui eA.
Amttti ad vir4« Or». ucratom Confilianns pcop liiquu, creami ab j(«rH Vi. t fi
[futa amara ftm rkiaramtatt mtla HemicoIII. Mogumlc, coronami Komx idib. fma
Cramta dt'Pafì. Culti fponieabdicalTet, dèe' Aprii, loid. ajb farlanda dt
BtmdttiaVlU. ehiaokUaìX. dal (») llPtatmadìet th'tta fiati tletiePfèftradtrt
tlafiea, in ejui Jocum fa Vcccor 11 Ma Zana IV. m» fueieta Cutà dtl
J4rrjiio»jH» di 4- htirt m Trft i- avtva lafìsaid'ifiir tinti da lidtiraada,
ftrfmt114, ab Imp.Hcorcco 111. toogregjtn, abdicavit ttdtrt alVlmftm, d ^»al
ita aUtra rrrd«r4rà» : anno 1046. et ad MoaaAeriuDi ClUDÌare»rc relè- Cxfam.
diti tìtUafit m rtft. fr» Imfent, t. 1 . gatui, ibidéoi Mulo poli obiit, et
lepulcus ciì. ulque sJ Heniitum V. legitinia fucteAluRe Im jr É«, fruna di
aemaart Citmrmt U. P imferadtr E» jutiu Imperarorit id faccrv cogeremur.
PUtiaaim na li. ftr dnaanta Cinte di Bamitrta, Orco. vita Clrmmtu il. HI.
fobrina», hxreditario fibi Jure impenttm ( I ) Città di Baxitra fitti l'
Artiytftnate di deberi coatta Coloncenlèin lonwndeta. Lamfad. Saltabiars.
Jltif. Rtmam. Ctrinaaua p4rr.|.r.4. Z frr altri, (i) Cui Ronum Pontificio
habitu petenti, Ab- « attaccarifì anche ad una parte de’ Tutori, che vennero,
per loro, a diflerenza, e fecero fa«. zioni . onde Niccolò 1 1. fece una
Cofhtuzione intorno ali’ elezione del Papa, ordinando che pairafTe prima per li
Vefeovi Cardinali; in fecondo luogo per i Cardinali Chcrici ; in terzo luogo
pel Clero, c Popolo, c in quarto luogo fi ricercalTe il confenfo dell’
Imperadorc : nel qual modo (4) eflendo fiato eletto Aleflantlro II., fuo
Siicceflbrc, ITmperadore non volle confermarlo, nè accertare la feufa che i
Cardinali mandarono a fare coirambafceria di uno di loro, dicendo che ciò foffe
fatto, per fuggire un afpra diflenfionc civile , e il tutto con gran rifpctto
deir Imperadorc, clTcndo TEletto fuo amico, ed clefle ITmperadorc per Papali
Vclcovo di Parma (i) ad ifianza di Gerardo di (2) Parma, fuo Cancelliere. Ma
tre anni dopo, mutate le cofe nella Corte Imperiale, c depofio Gerardo
Cancelliere, fu infieme depofio il Vefeovo di Parma dal Papato, e accettato
Alefiandro, (j) il quale nel 1071. eflendo fiata fatta in Germania congiura
da’Bavari, e SalToni centra Tlmpcradore, fi congiunle con loro, e entrò nella
lega; e P anno fèguente citò rimperadore a Roma, come imputato di nmonia, (^)
per aver conferiri Vefeovati per danari. Fu fazione Pontificia molto
maravigliola, non eflendo mai alcun Pontefice paflato taiit’ oltre; ma prefio
andò in filenzio, per la morte del Papa, dopo il quale pervenne al Pontificato
Gregorio VII., Scnefe, Monaco, che fu Ildebrando (4) di fopra nominato
dall’lmperadore.' ma nel 107^. eflendo fiato 3. anni nel Pontificato,
ritrovandofi f Imperadorc ancora giovine, e con molti moti in Germania,
deliberò di voler efcluderlo in tutto dalf elezioni de’Vefcovi, e degli Abbati,
e gli fece un monitorio, che non dovefle per favvenire ingerìrfene. (5) Fece
gran refifienza l lRiperadore; onde il Papa Io fcomunicò, aflblfc i Ridditi dal
giuramento di fcdclù, (r) c lo fo Jmferédrt, aufioriticc J.ecariooif, rsmt diti
U, fluii ti Pmft mrdtfimo »viVé fédtfiài Muu rtlniaii él ff tiifmdn JaUs
timftrmjitUBI étir In^eradirt J Occeruioiut, arque H^tuìnH» ur, obeuote blinda
Rornaiu; Bcclelìjr Poniificc, in f nmii Car. dinalea J^itcopi .limul
iIcclecuoaerraCuiHet, mox ChniÙ Clerìcn Carelì, crtcr.iqtae Roaoiillii uiagfli
cincndaiusee purgaiMìt, tiipcr qciibui Rotbc erat delstui. Krama, bili. Sixon.
pg. lod. Ac Abbai Ur(a di Siaaa, fkeuia Citta di Tiftaaa fHta ì'
Aietvi(•tiatt.di Sitma. regta Comi. uUu Pitiluiu. deSossK. Mon^chm tc prioreiua
CluiuaccntU- la Chn-a.V»f. Rum. tc ) il ì'iatiaa Axt tht (irifarw gU pretvt
fai, menti di veaairt i i'iftivati, i i itàffiu ftn fama della tmari
kfiiijlajhilit, aiUa mila diliii gmi VII. (a) li Platina tifTftt la farmiAala
fommnir» d'£mrifo IV..MI tjurjh marni. R«aie Petre, Apoiluloram Priiuiq>'',
«mIjiu, atam itiaa, tc me lèrruni tuuiu callidi. n in te fde odetunt. Se
peiiccuti funt. fateer ego imbt graiu, Aoa mertiit mcii. populi Cbriftuaicuram
dnioodamn eCc. «oflceBiinque ligandi. Ac blvendi pocdUteni. Hac itaque fiducu
Imi», omnipotentu Dei nomme. Pairii, l-iltit&Sptrttus Sanai, Hcnrìcua Rc|cm,
Henna quoùdam Inpeutorii lilium, qui atiiaUei nimium et uinera Io rofpefe
dairamminHlrazione del Regno d’Italia, t di Germania: fcomimicò anche i Velcovi
Cuoi Mininh, fi coUegò co'fiioi ribeiU % concitò U Madre pcopria deirimperapre
centra il Figliuolo, e nel tempo in cui pafsò fino al 1085., quando il Papa
mori efuJe in Salerno, komunicò Tlmperadoic 4. volte, e fece un decreto
generale, clic, ie alcun Cherico riceverà Vefeovato, o Badia da mano laica, non
fia tenuto per ClierJco da alcuno, e fia privato dall'entrar in Chicla, c il
fimile a chi riceverà altri bendìzj: alb qual pena foggiaccia anche T
Imperadorc, Re, Duca, Marchelc, c Conte, c ogni Podcft^i, o perfona fccolare,
che ardiri di dare invelliture di benefizj. (^) Solienne la fua catifa V Imperadore
colf armi centra i Collegati col Pontefice e fu ff^uito dalla isaggior parte
de’ Vefeovì; onde il Pontefice fu in grevifUmo pericolo: ma egli, che gi^ aveva
fcomunicati i Normanni come ufurpatorì de’ Regni dì Sicilia, e Puglia, fi voltò
allajuto loro; lor confenti tutto quello per cui li perfeguìtava; e gli affoUe
dalU fiuimunica. e fe per quella caufa Roberto (i) Re di Napoli, e di Sicilia;
che per innanzi era perlècutore del Papa, non fi fofic voltato a Tua dtfeia,
per far contrappelo aU Imperadore, egli avrebbe iofientata la Tua caula con
intera vittoria. (a) ma per gli ajuti di Roberto, il Pontefice, febben efiile,
fi fomentò; e morto quello, porgli ajuti ifiellì. e di tre Rugìerì dell’
ifiefla famiglia, continuò l’ tficna contefa anche co’ due Succ^Ibri di
Gregorio, amendue Monaci deli’ ifieffo Ordine: f ultimo de’ quali, che fu
Urbano II., in premio de’ fervizj prdUti da’ Normanni, diede ad un di loro la
Bolla della Monarchia di Sicilia, concedendogli in iatco maggior maneggio nelle
cofe Ecclefiaftiche di quello che voleva levar alf Imperadore . perlochò, olcf»
le &omuniche che più volte replicò colf Imperadore, e le ribel rie m
EccIrGam eaun «nsiius igjecit, tmperàiorié Kegitwe manim|'«rio fi ì jm m jn
iiii n a n illi •VMiamu ftdeot vexii R^ibut prsftarc confueverunt. AMm ritti
nut, tb t»» tfutjf» fttmmiMM i fdfi bsMit ttmautmlt ftmutrt it gm« dtii'
imfirstUri, 4t’ fiuti tTAtn PsfftiUn t ti tb'i fi», md mfumtrt il diritti di
tmar U Crru tfuillt tbi fttafrt tnHtm U féiifià di dtptrU, ftumd» àtlF
timtiriià fntiifi th. ( 4 ) A«Aorita« omnipotenrii Dei decernttntu ut «ii«
m’ùn, t m’l»n Hmpfr%'. nofinuhì i! din cb, fertbi i nftim tngmi no
biìfimpaPimh, tbifpttPtmgmt^iuÀtni ffirittnh full Im rnti4, ! p#rr«M no mlli im
diti, per mipiMn ilt b»Hi eimtrirti mirriminié tilÌ4 lin ebufm, porr ibt i
iri»(ipi xigiimmi mgtttrfi di d»n U p^mi,MffiritMAltcii« »« b4n»4, > m»m
mftrfrtt»t.ii9i fifPira, tkitmfmdiil firn’ pirati dal biaifitii, imdi il friatifi
ba la diffifi arimi, eeim frani Prifrittérii, irifgnfmUanti la fuftma tir ffaH,
reW» f funmatt, ib^_mim ì riavmti, fi Mia rWi’iH^i^MNr dilli mam di tiliri ibi
tenfaeraac iVtfrivi. C«eorroaMe, fbt firiih imititi, I dtrfirii, fi l’imvejhtma
dii fri»tifi naftrtfi P aaiiriià ffimmale. ^0 X>«e Caifrhard, ttii, l'ahiti,
Cij MittbiivtUi all libri arrove drU faa Stmia di Ftrtmai diti rht dalli
eiattfi di guifii tmievadiri n'Pafiaaffairi U fatiimi diCmtlp, • drCbibtUiaii i
pròni di’ f mah temrvami il Pierri' ti dii Fifa, ifli altri faitU diU’ ìmf
traditi. ijì ibi il dtrkiarava Ligati dell» Saura Sedi, I nmt tali, U ttpitaiva
Gimiin dilli Ca^i Etilifiajlubi- Awigmaihi amtla nmet^imi fia afitrifa, t al
riodrti'v dieltxjimim dmìafitti JaU fa, il Rt di Sfagma prH. f i Cali Jdàayf ri
ia Sicitia mi» laftiami di primalirfimi tim rmrti W rigiri, fimi a (iimamifan i
Prati, i Frati, gli Abbiti, i Viftimi,td taiaaàu i CardinaUtbi rifiadiai mi
JUgmi, t ad attribmirfi il tifili di Samtifiim Padri. Kiiramai USb. ilCùmtglii
distati di Sieilia, il fmalt frrmdi altrui ia fmahtà di Saffi Ciihgii, fabbliti
mm libri imiitAati la Me. fiatrhia, ftr aimritjtan fmifiafnraaìrÀ ^ritmale. Il
Cardimat Sarimii vi ma firitti tmira mili’ mnduiimi lami de fan Ammali : ma
rami i hmtam tb'igli firn rimftiti «» ri) rbt frttimdema, tbt amrj i Vfit pi
diKafili, i di Sieilia, i il Omarmalm di ttifami prri^rma fari Filmimi, mm af
tiliandi imai i limt^ti ibi il Càrdmali mi fin eia Itti tre al Re d: Sft^am,
Fìliffi IH y Digitized by Google f MATER. BENEFIC. 41 ribellioni che gli eccitò
centra, gli fece anche ribellare il fiio Primogenito ,j(x) e col mezzo di
quello efclufe T Imperadore quali d Italia: ma morto quello, il Pontefice che
fuccelTe, (2) replicate le feomuniche concra l'imperadore, e fufeitate molte ribelliont,
fece anche ribellare T altro Figliuolo , co! quale venuto il Padre a guerra,
una volta vinto, e l'altra victoriofo, finalmente venne a condizioni d’accordo,
nelle quali fu ingannato, e ridotto in vita privata, lafciato V Imperio al
Figlio, che pur Enrico fi chiamava. (3) Morto Enrico IV., Palquale, che così fi
chiamava il Pontefice (4) quarto era quelli che, incominciando da Gregorio
VII., combatterono con Icomnniche, c armi fpirituali, per levare T invefiiturc
de Vefeovati, e delle Badie all’ Imperadore •, fece Concilio in Guadalla, () e
poi a Trojà di Francia, e rinnovò in ambiduc i Concilj i decreti di Gregorio
VII., e di Urbano II., che neflun Laico fi potelTe ingerire nelle collazioni de
benefìzj. (5) In Francia non fu accertato il decreto dal Re; anzi egli continuò
fecondo il cofiume; e anche Tlmperador Enrico V. fi oppofe; il quale finalmente
nei ino. venne in Italia armato per la Corona dell’ Imperio : al che elTcndofi
il Papa oppofio per le controverfie vertenti tra loro, convennero che Enrico
andalTe a Roma per la Corona, meffa in filenzio la coniroverfia delle
invefiiturc, delle quali nè l'una, nè Taltra parte dovelTe prlare. Andò Enrico
a Roma, dove il Pontefice Palquale, parendogli elfer fuperiore di forze, non
fiando fermo alle condizioni, voleva che rinunziafie le invefiiturc; e Enrico,
confidato nelle forze Aie, ardi, in contraccambio, di proporre che il Papa
rivocafie il decreto; dicendo di non voler efiér inferiore a Carlo Magno,
Lodovico il pio, e ad altri Impcradori, che quietamente, e pacificamente
avevano date le invefiiturc: () onde, crelcendo le contefe, l’ Imperadore fece
prigione il Papa, e la maggior parte de’Cardinali; e con loro fi allontanò
dalla Citt^ : fi trattò l’accordo; e finalmente convenne al Papa incoronarlo, lafciargli
la collazione dc’bencfizj, (tf) e non ifcomunìcarlo; c perciò fu giurata
roflcrvazione dell’accordo : Tomo 11. f il Pon ti) Ctffti. tht frtft il tU$lt
di Rj d ItMlim, t fi fttt €»Mp^r»rt indi ^ììa fyhi» Is d$ R«am titin Kpifcopii,
Caruvabo. Et do veram pscem Caiifto. Cinftx Komaax £cclelìar. 0c ocnnibui (|ui
in parte iptìuifiint, vet Eierunti flcini^ibas banfta Romana Enletla aaiiliam
poftulavcrit tidclKer juiabo. Ur^ffnìi imCirM, «Jrna 1 1 ss. iium, elcAU.
maelKmtatn virgx, Se annali cwnterati pni) invellitionem vero, canonice
conferranonrm iccipianr ab Epifropo ad quem pertmuerii. ifremi is CirMÌia ».
iiu. aifmt yrffrim~ fit f»im mmn». (a) ConErmaito parit inter ApoRotinim, et
tmperarorem, dum in eelcbratiotie mittx iradem ei Corpus de Sanguinem D. N.
lefii ChriDi: Domine Impentor, hoc Corpus Domini natum ex Maria Vitgine, paflum
in truce, damus tih) in cuiibrmacionens vere pacit inter me Jx ce. Stgebertiu
in Chron.anno cit. Vide Juret. in nodi si ep. %ì6. Yvonts Carnm. pag. ipf. §l""»i
V limftrMÌTi fi lamini dilla i#muinita fulminata ràdi i Cmalta: al iti larù»
ltevarniican thi^meila fumumitatra ma fattidtlla fiifa t'af^mali, pttrM Ta^vva
tenfermatm teìta tivaatitni dilli imfitnihi itati fu ttndini ih gli 4r>
Heiiritu», Dei grana dovrebbe tener per invalido i[ confenfo predato dall'
Imperadore, per timore di tante fcomuniche, e anatemi, di tante ribellioni, e
macchinazioni. Perchè caula è (bctopodo a redituzione quello eh’ è facto per
timore di prigionia, e non quello eh’ è fatto per timore d’anatemi, e per paura
di veder tutto il (uo Suto, e popolo in confufione, e guerra civile? Ufavano
alcuni in Concilio alla prdenza di Paf lenendo il Re la fua autorità, e
difendendo l’Arcivelcovo coU'(2 ) a;uto del Papa la fua oppofizione. Credette
il Re di poter perfuadere quello che riputava giudo al Papa; e gli mandò perciò
un’ Ambafeiadore, il qual ebbe dal Pontefice cosi dure riipode, e minacce, che,
per rintuzzarle, r AmbalcUdore fu necediiaco a «Urglì che il Re non voleva
cedere la fua autoriili, fe avefle dovuto perdere il Regno .• al che
arditamente replicò il Papa, che non lo voleva permettere, fc dovefle perdere
il capo. (^) Stette il Re collante, e ad Anlèlmo convenne Tomo IL Fi.. 1 parti»
Abbt, UrpergctiJit in Chron. ftnioiii&. ( I ) Is ìtfft JrvmmHMtmralt fi 0
tf f» Ìmm, ti immutmMt, t tttMitis eftmmtntt metffarit sii» frrtti, jttsnis S.
i irmsndsrmnti iìDit MItgsm sfl»xsmtHtti il rirt ss» smMo i etmsnismttti itil»
Chirfs, i, nem »rii»»it rffr sffolutstmntt ttterff’sru sii» fàlttU, fsffitm»
s\tri ^nsltbt imfi. titimst» tht difftsji islV ^trosrlt. () VHe OolTnxl
Vindocin. rrift. 1. et 4. 4} Vide Ivoo. Ornot. ep. 60 \ Endcm anno ( oij. ^
Aaiétma Cintuayieofii Epirco,‘a- hibcre le rewuni opjKimmum, Epircopomm libi
min L^alaiu, tu PsUiio Regu. prfluicnic Ar> relUtui invcAinirti, quw ib
ejuCicm prcdecefloie chiipifirepo AuiÙmo, cui innuit Rei Hetukus» Inip.Hciuico
per qvuiìdoi libom RmiuiuEccU6t lUiuit u{ ab co (emport mtciiqnum nunquam iU
vnulicant. Exjpave&entibut Ratnanh Rcgii poper donationcBt bànlipuAoralia,
vclaAsali, quiC nnnani, munim k oppniùit Abbai fanflui. Auquam de Epil'copMu,
vel Abbaiia per Rcgem, dadei CQlm rclìiteni Regi, verbaoi oulignum mivel
qutmlibcf Ijicam manuBi inTefliretur in An. ra libertace redarguii, min
auftoruate cotnpercuii: glia, concedente Archieptkopo ut nullui ad pr«. iitil
fuA vù» é» Aìm», Vtfen» d' A m» lattonem eteCiiu, prò nutntgiu «)ttad Regi
lare- Ktrm, tMf.it. rei, conkcratMne lukrpti huootu privaretur .Afa (c) Mtltdù,
din Tacito, ftr fuM rifmriirtt il Mtttfi» t il fttfn»- Am. y m$9t n«M »rs, cbt
dirr>wj; im- (d) E0ij adbucvìfliaviresi ambiguta, fijelibera ftfteM
làifrtlMMmMggié t diftMdtÀMt- nati aerei, (ì delperifleiu; vidoriiiu conEliu,
de Im ftrffMM mìU ^»mU k prroi msiU vii» di tf- latione pcrEci. uìfi.i. iiffM
AMt»ft». () Abbai Urlpergcniìt, anno usi. ( I ^ ri auslt, ftt»d OM^rta, f»
ftiMit ml (a) Zn 9itg»U» »»n dar» ftiamtat» fiaa mlU jierna mtdifmiM i» i>
f» rrana lamoteMtJi IJ, tuauMmi iti Satctfftrt, m» fa ti'ifli »Sh» fri# ttam U
fidi» fiut »»•, a nava mtfi. J». fiali W ainrnaaana di ftitU» »l Xa, td mìAi»
aeBMitmtM f» ilitt» d» >r) colla privazione del Re, e colla conceflione del
Regno ad Alberto Imperadore, fe l’avcfTe acquillato, fu pollo in gran pericolo,
(i) Nel principio, quando s’affenti da quelli a’quali tornò conto in
conceflione Appollolica di confervarfi quello ch’era proprio del Principe, non
fu ben penfato che i Pontefici pretendono poi di poter rivocare i privilegi
concefli da’ Predeceffori, anche fenza caufa •, febben mai non mancano
pretelli, Kr finger caule', e chiunque poflcde per titolo proprio, e fi
contenta di riconofcere per grazia altrui, è come chi, lalciando il proprio
fondo, va a làbbricare nell’alieno. Ma all’ incontro, quando alcun Principe,
rotta la pazienza, conferiva qualche benefizio principale; il che i Re
d'Inghilterra, e di Sicilia facevano Ipefle fiate; i Papi, per non attaccare
contefe, non dicevano altro al Principe : ma, per non lafciarfi pregiudicare,
colle pratiche per mezzo de’ Monaci operavano che 1 ’ Eletto rinunzialfe in
mano del Papa ; (i) promettendogli che farebbe dal Papa invellito, e cosi
avrebbe quietamente quello a cui, fe non fi fofle contentato, il Papa fi
farebbe oppollo, e gli avrebbe meflb tutto in difficoltìi. Di quella pratica
ufata all' ora frequentemente da’ Pontefici ne fanno lunga menzione Florenzio
Wingerinenfe, e Ivone Camotenfe, Scrittori di que’tempi, () come di cofa
ordinariamente fatta in Germania, e in Francia con quella forma di parole, che
i Pontefici con una mano pigliavano, e coll'altra rendevano. Quello partito era
facilmente accettato, come quello che faceva ufeire di travaglio; e il medefimo
Re, fc lo veniva a rifapere dopo, lo tollerava, come cofa ehe non faceva
mutazione in effetto, fenza confiderare quello che importalfe per l’avvenire:
del qual modo fi vogliono anche adeffo contro i Vefeovi Cattolici di Germania
che non ubbidifeono alle loro rifervazioni, come a fuo luogo fi dirh. (') In
Spagna la natura quieta, e prudente della Nazione infieme col buon governo di
quei Re furono caufa che in un moto cosi univerfitle efli («) Miflb io FnncilR
Ar(bi 4 ixoAoNirbonen(ì, Philippum «me ( Booibciui ) qaid Ha( Tatiooe, atque
ordine PoniificatDs Ca. (tiedruD feandere coadùa, qntdem, flc emn otuiu
hzfitatione confralic, propter eontcntiostaa iUam qux «rae inter Regnum, Se
SacerJerìum ’»care, Ebiqite vindicare plus zquo imebacur Impetialit auMritas.
Rur^t autcoi vciebatur, flon iìne Diriaicatii Doeu, jun terno (ibi auteni
Epiicopatum, «oinque, (i tertio repudiarci, pofle in ipfem competere ilU
(cmentiam; Noluit bencdi&ooeni, Se elongabitur ab eo. (mcr hai igicQC
aagultiis poiims, qued «iwm bluure eiilUinabat, ad SaudjtSe Apo(iolic« fedU
auzilium eoit&ig«re decrevit. In ipro igitur Artieulo, adhuc in Aula
Imperatoriieflet, wmm tmKmptvit DriRr#, mo. fuam ft im nifi tanfim. titntt, ^
ftflmlmnl Etdtfin f»n, Faniiieh Uxi»imétni, {^ftnftffari, ^ invtjUturnm enft^mi
wnTtrttmr. Ananym. io viuS. Ottoo» anoo 1 ioa. (•> EpiRipo. ipt. Sca»}.
t'»nni%'-\7- inno fìstmurn eli Rome i Dumino Papi, Ce frnribu, CiTdinilibcs,
qui vigittnter flit letnp 'ralla prò. corant commoda, 9c emnluinen», slie.ia
non ramei, ut qatlibet. qui la Abhaiem exem['4UiQ ex tUBc cligereiar,
RgnuMmCurt'.in adirei coivSruundut, et bcneZiceudiu. in HmritiiM. TA
dirpofizionc Epifcopak. Rcflava tl Pontificato Romano, che, efdulo il Principe,
pareva doveffe ritornar alla libera eiezione del popolo: ma nel ii45> venuto
Innocenzio li. a dilferenza co' Romani, ed dTeDdo da loro tcacciato dalla
Citili, egli, in contraccambio, privò lorodella podeltk d'eleggere il Papa, (a)
Nelle turbolenze che lucceltero, per le caule fuddeiie, molte Ciiik lollevate
da'Velcovi confederati col Papa fi ribellarono dairimperadore, e i Vefcovi le
ne fecero capi, onde ottennero anche le pubbliche entrate, e le ragioni Regie:
e quando le differenze fi compolero, (i) avevano prefo cosi fermo- poflefiTo,
che fu necefiìcato il Principe a concedere loro in feudo quello che di fatto
avevano ulurpato, (z^ onde anche acquifiarono i titoli di Duchi, Marchefi,
Conti, come molti ne lono in Germania, che reltano anche tali, e in nome, e in
fatti, e in Italia di nome I0I0. il che fece EcclefiaRici gran quantitli di
^nifecoiari; e fu aumento molto notabile, non folo nelle turbolenze delie quali
abbiamo parlato, ma in quelle ancora che feguirono folto gflmperadori Svevi.
XXVI. I Monaci in queRo tempo s' erano imromefli grandemente a favorire
rimprete de' Pontefici contra i Prìncipi; (3) perlochè anche perderono affai
della riputazione di fantiù anzi fi perdette anche ia vehth molto della
dilciplìna, e ofiervanza regolare ne' Monafieri, poiché s’tntromifiero
ne’negoz) di Stato, e di guerra; onde anche celarono gliacquifii loro, le non
in alcune picciole Congregazioni ifiituiie nuovamenmcnte in Tolcana, le quali
non s' intromilero in quelli moti, e coiv fcrvarono la dilciplina ; (4) e però,
continuando la divozione del popolo verlo loro, furono Itrumcnti per acquifiare
nuovi beni, ma non molti parò, eflendo eifi pochi. XXVII. Ma un'altra occafione
pafsò, la quale fece fare grandi acquifii ne’ fecoli de'quali fi è parlato, e
fu la milizia di Terra lama. Fu allora cosi intenfo il fervore d'andar, c
contribuire a quell' acquillo, che le pcrlo («) l»nMns.ì» tl.iUtOtufnt,
quiptcfm, ^nìZì } eh U Karnma^ v$ltv» UutttT ii (Uff di’Prni, $ rifiékUiT$ f mu
itvtrnt In qutbui rant'ovcr. fin po^lat Ronunot, quod pontifici rebelli tC (et,
aimheinaie nttrinit, tunc primuni a rnntifitm comxiii onmjno ezclufineii, dca
.1 (nIoaCarZiniles poaiilkn eleOio putlatim. Cleri etbm primoribua ooinine
eac’utu, revlaUs. P’itrur porro, fine olio popoli inteircnru, Papa creanti eli.
inutiuo Innoceniioll. Czlctlinui ( 1. A»n$t. aiwtém l»e. Tn€it» dUt tk'ì 1
ftlt» d^it mf»TfstwTÌ t MH lmai§, td tnpufi» fir mm ritWe ùgutumi Regi!
Apioni>t|trr mialcrani. diiitjnic{ue luentia. Se mforia. ujli jore. ft
Jc«fao nitebancur. en. 14. Gre». I '■«»« meu d ffrtfrutffi >»&» ir r»
tht Ut ttr»» hn. A régUa dì futdi, melti Vtfervi, 0 AlfT"0>i»f, 0
FfSHfri, 07000 0t4hf0l f 0 rt»rfi a» mUm 0 U 0 ft 0. --Ve) Utxjray di(0 tbì, in
rtc«i«»iN'4 d'ftrvìgi nel tempa dtUt ceaeV d0ll» fdnt» StJf etgf lr»ftrsd0TÌ, 1
f»f> Mer4.fiM f^i Akhati friniifaìi dtfb frnnmiali Efift 0 faU, (mÌ, dilln
Uut». dIU ThuH», dignmnu, dt'SnndnUt 0 fH dt! f»fl 0 TmU ! nella nta Zi tiiippo
Au.utló. (4) t- fa0l0 Ud» tMiismné POrdint mt'Str~ vi, U tni 0Ùit0 f0rrsvMi
imffT0hqìulinrxli par tuum (e-ixerat.Quod ia laudibui D.Vir^inn raatandU adìdue
occuparentur. .. . a vulgo tunc Stnd B. Mmti0 vocati, onde ad ooa fuccclTorea
domen. perfonc, non tenendo conto delle robe, delle Mogli, e de Figliuoli, fi
mettevano in nen> coueiUin«i>, et domot. et ftmiliaa, sti^ue orniti» bnn»
enrunt 10 b. I^ri, Oh Romaix firdclic (ìroMOtOBC. lìcu( Ormino noAro Pipi
Urb«no tUtuiutn hiit, tufitpimu. Ijuiiumque rrgo ciaulrahcfei veiigterre, qjeitidiu
in vu ili» mor.-.rinir, prae&mplc. nnc, eKooMitunKiuoni» uluone pieitannir.
Ctir. Csìixi» tl. 't»i. cxf. n. yrJt 11 fitand C«ai«« dtl di ChisrsxMtttt, t U
4$0iutsi.uMi del JjjMr di, ) 4 r (0, Ivemt di Chtrtra. ntlU fi. 4 'y. xÌMfMm»
Artivtft» ve dt Tir# ntl Ore pum» e»p. «f (irnslulau di Sen^MfS nl IH.}.
Knitfr» Utvvtdr» aìU Urtn fArti mill'Mnx» Oiiem di Fiijiagim di itfu Ffiàtrtri
fep.Jf. IU pi fi»U \97. d' ÌHHoteatM III- »tl lil >4 15. S»0, pmfsmd», tht
i'Auivtfttv» di Tir» dirt ebt mtlfi GtBliliiemuu fitte ftùmentt il Mitigi di
Tter» $4040, per effAtéra dml ptfsre i Ite dtiii al th fi rifteifee U leils IX.
Si S t vero pioStitrtiuiuai liluc, du' ^'VJVJR« 4 fna tipi d'smlMrfi {
rirfmev4Bt il fiiprtm» » •fmtgU « i.iiiri wM dt'lM i t fi TtvdlX4. 44 I» tm» mule
i Spatri di imiti iCrteimin 4»m fpjamtme ptrihi m'tfiirvAB» uUiduntA, rm ptriht
h premdrvmmt felte Im lrt prtitKxhr fi»4 I Ur» eiier»:lt f»»ìi ttft era» ie»at
Ittieri di Star, fbt jifptmdnan» pmalfifia tfumxttue tivtle, 4 tnmnaU. Nell»
tiu ..i I tiippo Augulio. (^> TempUrionim tmlitbm Ordo inftiiutus anM Mi.
Jernlblnmt ab Hugne de Pagana, Ac Gaafredo de S. Aldeniaro : n>irunim>e
a.1 làlutein pe'cgtmoram contea Ucrnnufa et incurlàntiuni iRlidut prò
viribuicoiktervarciu. Cumautem n >eot annit peli corum tniliiuitoneni in
habiiu fuiflcnt lèculan, ini oncilio Trccenli data (iuit eia regub, Ac habitut
alTignicus albut, vtdeliret, de mandato Hononi l'ipat. Ac Stcphani
jctorulùiiita' m PatruTchx: poilmixiuin tetu fub Eugenio Pa. pa crucci de panno
rubeo, ut intct ccieroi eflent noiabiliùrei, zlTuereccEperui't, tamEquiies,
cjiunt eorum fiaim infcnotcì,,um militei, quacn al(er:iii condiiionit, ut in
ea, relinu parcrtibut, Ac p-opriii patrimnfliii, regularicer tivereat
.ncitavit, actraait. Ac illene I i;uorum qui.iiia Holpiuloiii, (ìvc {ratrei
battere contra i Saraceni ; la qual cola, fcbbcn nuova ^ che folTero irtituite
Religioni, per fpargcr fanguc, fu però ricevuta con tanto fervore, che in
brevUTimo tempo acquiftarono ricchezze grandi : tutte quelle maniere portarono
grande aumento alle ricchezze EcdefiaAiche. XXVIII. Fu anche un modo di dar
accrcfcimento affai notabile a’ beni Ecclefiaffici il riveder bene la materia
delle decime; c dove non erano pagate procedere con cenfure, che fi pagaffero
non folo le prediali de frutti della terra, ma le mifte ancora, cioè, de’
frutti degli animali, e ancora le pcrfonali deirinduftria, c fatica umana. Alle
decime aggiuofero le primizie ancora, le quali furono primieramente iftitnite
da Aleffandro II.; iraiwndo in ciò là legge Mofaka, nella quale furono
comandate a quel popolo. la quanriih di clic da Mosè non fu Aabilita, ma
lafciata in arbitro deli’offerente: ì Rabbini pofeia, come S. Gerolamo
teAifica, determinarono la quantità, che non folsc minore della fcfsagefima, nc
maggiore della quarantèiima; il che fu ben imitato da'noilri nel piò
profittevole modo, avendo Aatuito la quarantefima, che ne’tcmpi noAri fi chiama
il quartefe. Determinò Alcllàndro III. circa il 1170. che fi procedefse con
Icomuniche, per far pagar interamente le decime de’Mulini, Pefchicrc, fieno,
lana, (i) e delle api ; cchc(2) la decima foffe d'ogni cola pagata prima che
fofsero detratte le fpele fatte nel raccogliere i fruttile (?) CclcAinoIII. nel
1275. Aatu'tchc fi proccilefse con Icomuniche, per far pagar le decime non folo
del Vino, dc’Grani, Frutti degli Alberi, Pecore, Orti, e Mercanzie, ma ancora
dello Aipendio de’ l'oldati, della caccia, (4)6 ancora demulini a vento: (5)
tutte qucAe cofe fono elprclw nelle E)ecrctali de Pontefici Romani: ma i CanoniAi
fono ben pafsati più oltre, dicendo che il povero è obbligato a pagar decima di
quello che trova per Umofìna, mendicando alle Porte; e che la meretrice è
tenuta a pagar decima del guadagno meretricio; e altrettali cofe, che il mondo
non ha mai potuto ricever in ufo. Le decime erano pagate a'Curati pel fervizio
che preAavano al 'popolo nell’ infegnare la parola di Dio, amminiArare i
Sacramenti, e fare le altre funzioni EcclefiaAicbe, onde per queAi miniAeh non
fi paT om 9 IJ, G gava ItafpitAlU S.Ja3Anii ahi, frarrci nulitic templi^ «In,
fratte» HoIpiiahfSar^ IttjrixTeutonicotam IO lerufUem nuntupoomr. Jm 0Ì dt
Ktrist» tsf. l'Ordmt d'TtfMt»r'i, i Uro hmi fmrono doti ifU SptdsUtri : il tho
) ntritt diffitUmetni di CfUtUmolOTi Vrfftrjtnfii it. ( I ) Miniimus
eaiitperte]JÌ. Volumut ergo, flcdiilrifte prxcipirnui.quatenu» dccimatEcclelìii
CUOI iiKegntate ddbita pctiblvatti. tini. t. ta. (f ) Quia fidelii homo de
ornnibui, quv Ikiie poieA ficquircre, dceimis erogare cenetur i MaivdamuN.
(Maeenm H miJitem ad tblutionem decimaium de hit. qux de inokndiiio ad ventutn
provemunt. (ine diminurioDcaliqua. comptUatii. UfJ.f.i. 5Q I ^ava cofa alcuna:
qualche perfona pia, e ricca donava, fe le piaceva^ per la lepulrura de’luoi, o
nei ricever i Sacramenti, qualche cofa, c palsò COSI innanr.i l’ulo, che la
cortefia fu convertita in debito, e simrodufTc anche in conluctudine il quanto
fi doveffe pagare, c fi venne alle controverfie, negando i S'ccolari di voler
pagare cola alcuna pel miniftero de’ Sagramenti, pcr#hè per ciò pagavano le
decime, c gli EcdcfiafUci negando di voler far le funzioni, le non fì dava loro
qiieh 10 eh’ era in uiànza. Rimediò a quello dilordinc Innocenzio III. circa 11
1200. proibendo veramente a' Chetici di pattuire cola alcuna pel imnidero; e di
negarlo a chi non voleva pagarli; c comandò che lenza altro faceflero le
funzioni ma dopo quelle -lòflero i Secolari con cenlure sforzati a fcrvarc la
lodevole conluctudine (così dice il Papa) di pagar quello eh era (olito; (i )
mettendo molta ditierenza tra lo sforzare innanzi per patto, e sforzare dopo
con cenlure; approvando que« fto per cola legimraap proibendo quello come
fimoniaco. (2) XXIX, Ifn altra novità ancora fo introdotta centra 1 Canoni
vecchi, la quale fece molto per 1 ’ acquido : era proibito per i Canoni di
ricever alcuna cofa per donazione, o per tedamemo, da diverlc forte di pubblici
peccatorf; da fagrileghi ; da chi redava in diicordia col proprio Fratello;
dalle meretrìci, e altrettali perfone: (4) furono levati affatto quedi
rilpetti, c ricevuto indifferentemente da tutti. anzi appunto i maggiori, c piò
frequenti legati, c donativi fono di meretrici, c diperlone, (3) che, per
difgudi co lor parenti, lafciano, o donano alla Chtefà. Così i Pontefici Romani
ufavano gran diligenza, per ajurare gli acquifti, quanto anche per confcrvarc
la podeM di didribuire gf acquilli ; la quale, come fi c detto, era con tanta
opera, e tanto fanguc cavata di mano de’Principi, c ridotta nel Clero. A ciò,
per proprio intereffe, tutto r ordine Scctefìadìi» «Ma £olo acconfentì, ma fi
ajutò colle predica fanftjin EtcleOun iDiroduàam niiumor idringere. Qut propter
pr«vu «uàionn 6en prohibeniuj, de pis« confuetudinn pweipimut obfervvi,
enefiziarfì nel loro Regno, iiebbcn erano beirignamehte ricevute, ed eleguite
da’Vdcovi, i quali, attenti loio ad clciiidcre i Principi f non penlavano mai
che altri, col privar clH, potelìe al trronim, ft pIftNinqftediKmttMi, ac
benefirù it. tabiluarc perionit cuniciuaiiir iMWcutit.ft iran probdm, ia
oifiicin b«ti«C(Jii uon fedìent i ticque aultui ftbi roauiuili nonaRooteuM.
IjnRutm altquaod» a»» iaicfliauetr qmn tiimw. taiatram cura ncglcóa, \eiat
mmaaarii»^ htxmiMiio TcmpoMla locra. Praevu Prarinancr Saad. p»g. $a. l’aaarm.
av%»atk't tt altana, fi ìatatatm altra\ di qatfPéktlft. Effer, dù'aiti, vsidc
boatHum, ft Intcauwrum, ut qoiT. qoc in Puria fua ben«fium me feci. Lon|;e-eft
iflud a te. Nam par iniqòitsran filionm boAitDam, qaonuin ia t«c«npen tUa fu
taamilata dal fua PmIm Mjar a f fLaimauéa di fmmaftrt, Oatutmtaaa, dd rfi b
mitrati tkitm»t» 1 Caapilasiaa. di I vecchi Collettori dcCanoni, Graziano
parricolarmcncc, raccolfe tutto quello che (limò proprio alla grandezza
Pontifìcia^ eziandio non fenza mutazioni, alterazioni, e anche falfifìcazioni
de'luoghi onde cavava le lentenze; (i) e credette d’aver innalzata qucirautoruh
al fommo dove po tefTc afccndcre; e per quei tempi non s’ingannò.- ma, mutate
le cole, quella compilazione non fu a propofito, ma al Tuo chiamato Decreto
(uccefle quella Decretale, che poi anche non ha lodJisfatro : ma, fecondo che
di tempo in tempo i Pontefici fi lono andati avanzando in autorità, fono (late
formate nuove regole; onde nella materia benefiziale particolarmente non hanno
più luogo, nè il Decreto, nè la Decretale, nè il Sedo, (3) ma altre regole,
come fi dirk. XXXII. I! modo grande di beneficare della Corte Romana col donare
tanti benefizi tirava Ih ogni lotta diChcrici; quelli che non avevano benefizi,
per acquillarnc; quelli che' ne avevano, per afpirar a maggiori, o migliori;
onde, oltre alle caule vecchie, s’ag^iiinfc anche quella a fare che molti non
rilcdelTcro. La Corre non potè dilTimularlo, perchè ogni Diocefi fi doleva che
le Chiefe fodero fenza governo ; c del male ne dava la caufa a chi veramente
l’aveva. perlochè fu rifoluco di farvi qualche provvifionc. Non parve però
a’Pontcfici di quelli fecoli che fofle bene procedere, come il dilordine era
troppo comune; come anche perchè quello era un modo di mandare fuori di Roma
tutti : il che quando fodc dato fatto, la Corte redava vota; c ogn’uno avrebbe
atteib ad acquillare i benefizi dal fuo Vefeovo predo al quale perlonalmente
fode dato, più todo che mandare ioidi, c medi a Roma, per acquidare alpcitativc
: fi trovò per tanto un temperamento, che fu, far leggi che comandadero la
refìdenza a quella lorta di Beneficiati che poco potevano afpcttare dalla
Corte, non parlando niente degli altri: (4) cosi Alcdandro III. nel 1 i7p.
coman^lò la rcrulenza a tutti i Benefiziati che avevano cura d’anime: () furono
poi aggiunti anche tutti quelli che avevano dignith, amminidrazione, 0
Canonicato: d'altri Benefiziati inferiori non m mai detto che non fodero
obbligati a rcfidcnza; non fu però nè meno comandato loro che riiededero;
perlochè a poco a poco fi riputarono non obbligaci in modo, che anche nacque
una didinzione di benefìzi che ricercano refideiua, e d’altri lemplici, che non
obbli do. £’ thisimitM, Extra, m téfìtBt tk'tU l» i imi Dttrot tmnfilttù
iaUrBttMB-, t leattcvtieaa, ftrrhi trntrrm4 Uiri tfrffi Am Aifiu$:Ti\idtx,
Judiciarti, Cleriu, Spon. en : Harc tik>i ddìgnant quid quinqnc volumina
li^nam. £llm md tffirt in nfr Bt ixji. Grti»i 0 IX. trm nifut d'InmmrwiiMUl. td
nmtndmt deHm fmmijii» d'Cmnti, arffdì «n-t dtUt ifMmttn fbt ftrimn il nttlt di
Uarooi Romani. ( I ) U» GìMTttmafnìtm Trmnttft diti (ht il IVttttg, it OttrtimU
fuftt compiUtiOACt, ac larraginn tatn bunanini,, rum privarum r«'uni,
incnitdite a‘trtt», tmmt mffrrv» tUrtÙ it PUtmm Mrl medrfim Imm^m liU > mn
Mrm rari fhumfm, ftrfbi ftrva di fMffirmratt m’ nm^ut libri dtUt tìttritmii. Fm
pmbblKAtm dm BmnifmtMWill. layH. de i deamminmtc Codrx BonilMiinitt. (4)
iiUnttm, diublii.e cumplcinnir. ài ftmp U di RriiHàiu, jfmttrt iti itrtm» fm»U,
mt! taf» mK. ItirafrimpàttlM (»• rstttlt» C$re r»r dciU Vetrmt —f f_ diti tbt
n»n fmrpn »réiM»te, fi m kiU'akm loyi. Anno Di>mtni lopf. Urhanut Pa|M,tn
OalliK venieaa, Gregom l^px d«crm rcnovat, ti confInnK. .. . Claromoa'c, in
Arveraia Con cilium te^elnat, meofe Novembri hoc anno (écjaenu, in qno Ihmtum
cil, ut Horx Beate Mane c^yotiilic Jicantur, otfitiumque eiut, diebui Sabbali
fiat. Jm Ckrmui, taftt. tr. (ONt'^rinNeMipi, dieeF.Poolo, i ^radULnUfisfitti
»étt iTMH» dignità, «e’Mvri, timi futa d uniti fettfi, m» tstubt, t mntfhn, tbt
S. ì'nalt ehmtnn tftri, t fmntitai, i tìifi Grifi» Oftrni. Opus fac
EvangelilUr. minillenuni tuuin imple. a. Tinvx, 4. Si (|uit bmU auinopus
dtlìdctat. i. t. Wma quulem multa, operarli tuiem )«auei. Man- 9. et
Luc.ie.> im m^niertbt U»rM »piiv pTomorcntut. il Parroco è impedito
kgittimamente, egli può deputar un Vicario che lèrva per lui, dandogli
conveniente mercede: fi ritrovò che fipotefle, coll'autorità del Papa però,
crear un Vicario perpetuo, ( i ) alTegnatagU una porzione badante, e lafciando
il rimanente al Rettore; obbligando quel Vicario alla refidenza, febben il
Rettore tira la maggior parte deir entrate, redando libero; della porzione del
quale è fatto un. Benefizio, come femplice, e quella del Vicario feda per la
provvifionc del Curato. £ ficcome fu incognito alla Chiefa antica che alcun
Benefìzio fode dato, falvo che per luffìzio, e affinchè ciafeuno fode obbligato
a fervire nel Tuo carico perfonalmcnte; cos^ non fu mai deputato uno a due
carichi, non folo per efler impodìbile, quando s’hanno da cfercitare in diverfi
luoghi; ma anche perchè reputavano quei fanti uomini che non folTe poco il fame
uno bene; e vi fono molti Canoni, dove fi riferifeono le idiruzioni antiche,
che uno non pofla clTcr ordinato a titoli, nc fcrvirc in due Chiefe. In quedt
tempi, quando fi didtnfero i Benefìzj in quelli che hanno annefla la refidenza,
ed in quelli che non l’hanno, confeguentemente fi pafsò a dire che di quelli,
dove non era neceflarìo in perfona propria fervire, fi poteva averne ph't
d’uno; () e nacque la didinzione de' Benefìzi compatibili, e incompatibili:
quelli che vogliono refidenza fono tra loro incompatibili; non potendo l’uomo
dividerfì in due luoghi; ma quedi cogli altri, e clTi tra loro, poiché non è
neceflarìo fervire perfonalmcnte, fono compatibili. Nel principio però fu
proceduto in queda materia con gran rìfpctto, e non fi paCÀ piò oltre, che a
dire folamente, quando un Benefizio non fofle fufficicncq, per far vivere il
Cherico, le ne potefle aver un'altro compatibile; ma non ardirono di paflàr al
terzo mai; nè meno al fecondo, fc il primo foflc dato badarne. Al Vclcovo non
fu dela mai rautoriù più oltre, ma al Papa fu aggiunto che avefle autorità di
concederne anche più di due, quando i uuc non badaflero per vivere; e queda
fufficienza per vivere da’ Canonidi è tagliata molTom» . H to lar Ttimp n dtilji SttrUdì tt9 fjìrù, th Vmft di
tjmrJH nesristi etmMcii dir iKfbUnrré p tfmnUht ttmfo frtmM dtl CtmedU
LétttMMmf» f»it» jiltffMKdr» III. Ptrni i trtfti-, Extra de Officio Victrii,
ft»o tmdiritiéti •'Vtfrnid'h^ftUttrrA. Vedi ritlwuadcip. I. bxira, de Odìcio
Vicirii « Ttmméfi VvAlfiit^ 17^. in ilio titolo perfeTereat « d quem confetnii
funt, ifìiut nulinm de altetiiu tmxlo I>rabiteniin, aot Diaconatn,
&(ciperc przfliout. CotKil. Csichuicoié. ann.7>7. cjp, «. Coor. Retuenle
aon.li}. up. te. Conr. Mctenfe, ann.sn. On.|. Cui. 1. peni;, t. difìiod. 10. ex
Ceacilio Utbaiii li. (ubilo riicentijc finw lopf. 8c C&n. 1. CauE XI, qn.
t. ex f, Syiiodo, cxp. if. ano. fi7> Prtffi m'titMhli »ntfA i Pnti trMa ti
mUm Tj!dn$tA. QuorJsiB exilix, dk Srntt4 «juofdxm (xcerdotix uno loco tcnetu.
Oc irxnouiUiute vite. Virus eft libi quis, iitt ma Itr» Gamtilt, xd
firraunennun tempii Nepnini ruent ahigitos «fi;; £idui di CKerdfosNeptuAÌ:
opottc. bit enito ipfiun infÓMnbiIen elTeCicerdoieni.'Ar. ttmidor. Iib.f. de
tomnionim evcatibui, Ibmnio t. Vide Ulpianom in 1^. x. if de in jus recxndoi
&tcg. pea.ir.de Vicit.dc excude. Muaer. ( ) Vide Caput, dudum. 54. exerx de
eie. Alone, Se ibi glolT. et Girciam de Benef. pene underinu tip. (. p«rag.x.
et y (O L’Autore coù rarcontt Torigine delle piurtlità de Benefizi nel libro
fecondo delle fux Storia del Concilio di Tremo. Sktatm, dir' egli, aatv» gli
ttniithi Cexani, t»(i u Citrita VM fatava ^rt dmt titaii, »> im ttafi[uant.»
dtta Bttuft.)'. raminàmnda « iùeMiiMr-. fi la rtadiit, a ftr U firagi dtlU
gmarra, a ftr linandatkaiti, fi taaftrivm »» BamfixJa tjasltUt Cherka il amala
ma fafftdtva già mma, fmrtUì tifii atraadtrt ad amamdtta ; il tUt fi fraaki
faf(ia, ma» già im favara dal Stn^Uàaia, «4 da!U Ckiafa, m^mtb^, ma» fattida
fremdtrt m» iiimifira farikalara, far mamtant.» d'm»a raadù ta Jmffiaknta
aumttmttla, alla m» laftuaffa d‘ afera firait» : ma tal fraifia, tha w inafiztm
to larga, () perchè nc’femplìci Preti dicono «he comprenda il vivere non lolo
del Benefiziato, ma per la iua famiglia, de’ Parenti, e per tre Servitori, e un
Cavallo, ed anche per ricever fordlicri; (i) ma quando il benefiziato folTc
nobile, o letterato, («) olcra quello, tanto più, che fi uguaglialTe alla lua
nobiltà. Per un Vclcovo poi è maraviglia 3 ueIlo che dicono; (a) che de’
Cardinali () baili il detto comune ella Corte: JEquiparantur Regibtts. (3) Ma
tutto quello procedendo co’ termini ordinar), e per dilpenla, ogni Canonilla
tiene che il Papa polU conceder ad uno di tener Benefizj fino a che numero gli
piace ; e in fatti le difpenle della pluralità de'Bencfìzj paflarono tanto
oltre, che circa il 1310. le rivocò tutte, rillringendo le diipenlc a due ioli
benefizj: {b) il che elTcndo fatto con rilcrvare a sè la dilpofizione degli
altri, (come, parlando delle rilcrvc, () fi diri) non fu creduto allora che
folle fatto, per levare l’abufo; ma pel guadagno, mafiimamente perchè quel
Pontefice fu lottil inventore de’ modi, per accrelccr l’erario : e ne fece fede
il tempo; imperocché fi tornò non lòlo alla pluraliti di prima, ma ancora a
maggiore; e fino a’ tempi nofiri abbiamo veduto, e veggiamo dilpenfe lenza
mifura Concordano tutti i Canonilli, e Cafifii, che tali dilpcnle debbano efier
anche date per caulà legittima; e che pecchi il Papa, fc lenza quella le conceda
ma fe chi fi vale della dilpenla lenza legittima caufa concefia fia feuiato,
non fono d'accordo: () altri dicono che quella lulfraghi innanzi agli uomini;
altri, che ferva, per fuggire le pene delle leggi Canoniche, e che in
cofeienza, e prefib a Dio non vaglia punto. Quello parere ^ feguito dalle
perlone pie. (r) li primo è più grato alla Corte, alla " quale nt» ftr, th
nìum^ {Mrftm li t»TU0, fi fftfi il fsrtitQ di d^tnt nwti sd H» ftU, SMitrthì
ti0 ara fnnta MnfSdrié fti ftrvmm dtiU Cbt^u 0 « f0 fafiaaa tffe re malti fia
tara, e tagli altri. ()Cloflà td On. Ctericat. l. CmC ii. qu. I. (O i»
tftimmavaaa in ^mefia rmada Ir taft, t»i fariHaaa al • d’mi fim freti, tbt Laùi
; td i ^imafi 0 fartilaaa, fa maa $ Caudatari dtfafi. Tatti ì Camaaifii frri
Barn fiat dt qarjla fiwiimata. Vide Oomei de expe^t. num. 1&7. llioùn. I‘am de rdtgn. beneC lib.5.
qu. 4. num. lj>. Asor. p. 1. Iil> 4. »p. le. qu. I. {fc PvMenoch. de Arbitrar, iìb.
». cafu N^rarr. Mi kellen. 61. de Orif. dt ClotH »d cap. 5. citi» de petulio
Clericonim. (a) Vide cap. de molta al. ia fine, extra de prxbcadii. t a) fatila
tha aaaQurmeatt farfrtndi ì il vrdart il fata eaaaa rha la Carta di Kaaaa fa
da't'ifeavi italiaai dalla Stata Zalrfiajhtt, i ^ati nam falaaaaata fiamma ia
fiadi alla frafaata da' Cardiaaii, aia aatara aaa fiiaaaaa difaaara il fatvirli
a tavaUi (aait il Vaftava di Ciafaa Cbiaa, Atrafimfiiadart dalT iaftradara al
Ciatilia di Trtmta, la rirpfrantra al Vefiava di Mirti ia piana Ca^r» faziaaa :
fra Paolii, lib. tf. della Tua Sicria del Contili». Oleta di fki, i lata
Viftavaii fama tairmnit taiuki dt ftnfiaai, tht fi npmtartbbaaafaliti^mì, fa il
Papa valafia raaetder tara il rapar ‘ere, aha i Caatnifii afi^mana a'ampiuà
Prati. () Vide Nicol, de
Clemangit de comipteEc» cleux Uaiu cip.it. dt Pet. «ieAlliico de reliorni. tapiti», ieu ilatus I^palù,
de lue Rooi. Cutis, dt Cardioalium. ( } ) Damdr atnthimiana, dìc’ egli ibidem,
rbt aajfmaa ramdita i frappa grandi pir tara, fa naa ì faprahhaadamta ptr gli
fit$ Rii 1 ptrtA il Papa ha tenetdata lata il frivilapia d' axar aa apemm ad
omnia beneficiai dai, ìù pater gadtrt apti fatta di irnafiz), a fataUrt, a
rtgaUri. (^4) fai>,parhfia dalla Diaetfe di Caari tnFriifl. tia. figitaala
d'ma pevere Ciahattina. ih) Noi omnn, et lìngulu difpenlatiofld litper
receptione, aut reteitnoAC plurium digniutvui, aut beneficierum, dee. quinis
cura animaruna Ut annexa .... cuieuntpte perlóaz concellas, (Cardinaiibui ramen
cxcepm J duiimuitahtcf moderando, qood per nttMeraioefl .noiìruin clinnatam
nliuni beneficioruni nmltnudinem re. Irertemui. Siatuipiu itaque quod obuncntn
piu raliMtnn hujurmodi beneficiorum unum tantum ex bencfliiii, quibui cura
unmmcc animarucn, aim beneficio Itnecura, quod haberenuhiennc, polTint licite
rcttaere. Zxtrav- tit. da prahtndU, tap. Emarrahtlit, () Fedi r attirala 37. a
ramattazieaa terza. Vide OloQiun a.1 capii. pi' CÌoTanni di Verdun 1
Bencdinino, Franccfe. dille molto di?erÌBiDeiRe il (ùo parere. Ki leggi umnt,
difiegli, fnt ft’Srtt U dif^nf, rafien dtir ìmnirfttMi del Ltfitlntirt, il mmU
nin fui frevidm tutti i tufi frtitlrt t£ dimundn» mnìietn.ini ; m deve Oia 1 i7
Leiitlntin, tjlH ^ fent. eteiniimit ferrh tuffnnn tfs hm ftui» Im nnftmdrrfì.
Chi difnenf n»m fu mi dtfUti(ri U firfin th'i eUligt, uà UftUr »Uligt» »ll
foalt i ingiuUmunt l dtffenf : à un rrnr fefiinrt tl rrtdtri th il difftnfnr fi
fnrt nn» gruu, pàthi U iiffmf i un tt di pmjliti» diJhUmtiv», ft tu n fu
limmmeli feer thi nn U d IU ftrfini nlU quali ì dtvut. L» Cbi^u um ì un Jtrv,
ni il Puf i il fmtPudran. Tet l Pf, ilqu‘ U nt» à, rii ri firvidtrt di thi th»
frtfijl» sii» Tumigli Crifiiun», U drt tiufthtdun l» f» fr»fri mffur, eiii,
quella th gh ì devut. Quem confliruirDoininiu &per familiam fitam, ut det
illia in lempcte tritici mnifuram. Lnczia. L àfffeufm M tigliezza umana,
volendo dare due Benefizj incompatibili ad una perlòna, unirne uno all’altro,
durante la vita di quella ( i ) in maniera, che, dandole il principale, era
dato in conleguenza anche Tunito; di modo che fi Ulva va benifiimo la legge di
non aver pjù, che un Benefizio in apparenza; ma in efifienza non era, fe non
oflcrvanza delle S arole con iralgrcnione del fenio; la chiamano i
Giureconfulti fraudo ella legge, (a) Quello fervi ancora per poter dare un
Benefizio Curato ad un fanciullo; o ad altra perlona fenza lettere, e lenza
obbligo di ricevere gli Ordini facri : unendo il Benefizio Curato ad un
lemplice, durante la vita; e coHlerendo il iemplice in titolo, rellava il
Benefiziario padrone anche di quello Curato; e le parole della legge erano
bcnilTimo olTcrvate. Ma il poter unire Benenzj ad vitam non fu mai concelTo
a'Velcovi per caufa alcuna, anzi rilervaco ai folo Pontefice Romano. Alcuni
Leggilti la chiamano unione in nome, ma in fatti è rilalfazione della legge; e
l'hanno per dannabile: (3) perlochè anche in qualche Regno è Itata proibita.
Fi; lungamente utata dalla Corte Romana. adelìb non è più in ulo ; (4) come nè
anche molte altre cautele^ per non le chiamar fraudi, come quelle, che parlano
troppo le? galmemc, per le caule che fi diranno, venendo a'noitri tempi. Anche
la Commenda ebbe una buona ifiltuzione antica ; imperocché, vacando un
Benefizio elettivo, un Velcovato, una Badia, ovvero un Benefizio che fofic
julpatronato, al quale l’Ordinario per qualche rifpctto non poiclTe provvedere
immediatcmente, la cura di quello era raccomandara «M- nnal r.hg losectto
degno, () fintantoché la provyifionc fi facefle, il quale peri non ivéVa
racoiift' dl valcrfi dell’ entrate, ma foto di governarle, c a quello fi
pigliava perfona eccellente, e perciò d'ordinario era un Benefiziato, al quale
la Cura commendata era di pelo, perchè |>ilognava che la prendefle per lolo
lervizio delia Chiela. Quelli non fi poteva dir avere il Benefizio
commendatogli, le non molto impropriamente; c perciò in realtà non aveva due benefizj:
(«) con tutto ciò, per non far diificolt^ di parlare, nacque una maflìma
tra’Canonìlli, che uno poteva avere due Benefizj, uno in titolo, l’altro in
commenda ()• Non durava la Commen etra ptionltt defit «noli. Yfl lUqaid deCt cq
Ctrtt. Quid da aniooibaf bcflcficioniiii,4 tìcub t» fslioru. Immt.Wl. tf- fa.
mk. a. unmi, tf, nt, dilicct, obAct iDa bent» fttxunfrm. fifiontm pleralitsa ad
obnnenda lacompstìbilU d ftmf» dtfrmmdmt», fHthi ilCtmm9»dmtmti» isvi. (cm
CommcDdim, ut przmtmtur, ntc (ifhinde tm n» trm diftrnut im vrrm» reati
dmlTùmlmrt: cbrjBmt ultn femeAm temporit fpscium non da- tijlimnié mt Jm fa^a
fmmmU dlU Mit dtUm rsrei lUtuenrct «juiccjaid iecui de Cotnmcadu Ec. Ctt mum dm
i Curim mofMAern. tc tegicnen, de deiìanim {Mrceciilium adiun Aieht eiTe
irrirum «dminillritìoDent libi m rpirtcualibus, de retnpoip(b jar«. CaÌA
Ctmatrmis. Ma i fApt, fAttwiefi fuptrttri aUa U^ t, pr$luaiATAt%t i tirmiu
itllt CAAvuatit, • AAmetdttrtr Mmtf it' frutti 0^1, ArnuumprAttrii ÌAÌi fAg
Attua fini a itnurt — i it ia vi4 ttm tutti It lari rtuitlt | étp di tbt
muturiut uUrtJÌ It Jlilt dtilt Un MU, iumdf ti rvconuiiduaio «yuclU Cbielà,
uKachi tu poiTi (ulleanre ii tuo iUio ) DtlU FauuiIia Fiifeki, it’ Cauti ii
LaVàfnA, liuti ««Ì114J ikiAmAti il pAifl uimifii. (i) Circe idein tempm milìc
dommtu aovut Iepe quemdpRi nomm in Angliam pecunie eetorlotem. Megittrum,
videlieec. Meninuin aaten. tkum pipale delìrteniem. de habentem poteiUtcìn
eecommunicendi, fialpeBdeadi, de multipliciter vu. lunati fii2 refiilenrn
punieadi. Idem. £' do ifferVAtfi, tké i Aoi priuàmua uum A grAuii autpriiA r«r
«fbilrrrro i» virtù à'uu uutua diruti fiuuAti JulU d«e4e.i4«e di Cifiumiiui,
par ttd tutti l’«lr, par nutUt tkt pritiuiavAut, uppurtiuavAui uliu Ckufu
JUaioAo. Ad precei meu illoUn Regi Angloram Henneo II. cooeellit, da dedite
Haarianui)Hiberniun fare bicrediterio poC (idendain. Nem omne» infiilx, de jgrc
anoipw, tx dooecKine Confbnrini, qui eun bindevM • d( dotavit, dicuntur ad
Rotneaun EcclefUm pettinere. Joaaods Surobcticniii |ib. 4. MetèlB|ici, ta del
Re, cioè, doooo. marche. Propofe il Re
di ciò querele nel Concilio di Lione, lamentandofi de' fuddetti aggravj. al che
rifpofe il Papa, che ij Concilio non era congregato per ciò, e non era tempo di
attendervi. Nella flelTa Cirù di Lione, al tempo del Concilio, il Papa volle
dar alcune prebende di quelle Chiefe a’iuoi Parenti; di, che fu moto grande
nella Citt^, e fu il Papa avvertito che fareb^ro flati gettaci nel Rodano; perlochè il Pontefice li fece occultamente
partire. Non reftò per quello la Corte dalle fuc imprefe; () anzi nel
1153riftefib Papa comandò a Roberto Vefeovo Lincolienfe, uomo in quei tempi
celebre in dottrina, e bonù, che confcriflc certo Benefìzio ad un Genovefe
contra i Canoni.' il che parendo al Vefeovo inconveniente, c ingiuHo, rifpofe
al Papa, che onorava i comandamenti AppolloUci, conforme alla dottrina
Appoftolica; ma che quel abftam'tbu% era un diluvio d' incollanza, un
mancamento di fede, una perturbazione della tranquilliti del Crifiianefimo,
ch’era grave peccato defraudare le pecore del loro pafcolo, che la Sede
AppoHolica aveva ogni podelli in edificazione, nelTuna in dillruzione. Ricevuta
quella rifpolla, il Papa fi fdegnò grandemente.- ma il Cardinal Egidio, Spagnuolo, uomo
prudente, ten (i ) Il mdtfimt Sttrir» diti tfn Ì0 rtmdìtM dt' aràqiftMi UmUmì
fi»ktlitt in dm» fii di 70. imt» manh d'rgtntii t tht tv. »vn» fi» imfmrrita l»
Ckitf» di Jh$, dt tht »vtv »4 jfattp tufri $ V»fi d» S.fittn. Epifcoout Kobenus
Liflcolnienl» ficit A io'u Clertcis ailigemer cooipumi Alienoram pmeann in
An^lù, Bc invennim rft. Se vert caniibua qao£lam alicfugenas ronfàoguineoa, vel
affìnea fiiM, inconEiho Capitulo, iocrudere, re. fiitcrunt « in brie Canonici Lagdunenfès.
coot' ffitaaiiTcì, Se eum juramentoobteltintei, qood, iì tiki ipud LugduBucn
apparerenr, non pòilét eoi velArchiepilcopuf, vel Canonici, pro(c|;^re, Mat.
Vvtfiaaaafiar. Oroflet «ft. (S) Mandatu ApoAolicit, du'aili valla fa» tifpafla
al Fapa, aSedioue filiali devou Se reveren. ter oMio : hit qno^ qiaae nuodatia
ApoAoìiria adrcrtiintur, paternum xclani honorem, adverìor Scobftoi ad Drmmque
enitn teneorei dirtnomn. dato.,» Non «là igitor Itterz renor Afoftolica
fimAitati cxmibniu, r«l abionua pluràmutn Se di» icort. Priioo, luparbo animo
aitr Quia eft ifte fenex delirua, furdua, St ablurdua, qui fii^ mudar, imo
tetnerariua judiear} Chi atai di ^aafii daa vaatfriav», il Papa, akt walava i
Caaaai, a Lineala, rlta li. difandtvaì Cki di ^aafii daa tra fardat tÀaaala, r«
«». dava Jt iaat la vaca dal Sigaara, a laaartatia aUa aam vaiava aftaltar
gatlla d'm» Variata Appa^aìtta, tkt rl'^agnava il far davart ì Per Petratti, Se
PauTuma yi. giarava par Saa Piatta, a Saa Parla marre Listtain, tha gli fatava aliar»
l» settdafim» eaTrtt.iaaa tha Sa» Patir avtva fatta a Saa Pittra, quia
repreniibilii erat, Se non fede itnbulabn ad \erttatem Evangeliii Galat.x. la
xsatt i' imitata le» PUtra, il qaala prtfiul sii grufi» earrttàaati nKì moveret
noa innata ingenuitaa, iplàim in lanrain conliilìancm przcipitir«m, ut coti
munds bbula loret Se exemplum. Ihtdtm. t«, tentò di mitigarlo, moflrandoglt che
il procedere contri un uomo cosi riputato, per fiuia tanto abborrita dal mondo,
non poteva partorir buon effetto. (4) Ma mentre il Papa penfava al modo di
rilcmirn, s'ammalò Roberto; e in fine della vita tenne gli ftefli ragionamene
ti: (^) Mori con opinione di fanritli, e fu fama che facelTe miracoli. Il Papa,
udirà la morte, fece formar un proceffo al Re, che il morto fodè difotterrato ,
ma la notte feguente ebbe il Papa in vifione, o in fogno, Rcberto veflito in
Pontificale, che lo ripreie della pcrlecuzione alla memoria fiia, e lo percolTe
in un fianco col calcio dei pafiorale ; (c) fi dcflò il Papa con ccccflivo
dolore in quel luogo che lo colpi fino alla mone; la quale {d) fcgul indi a
pochi mefi nel 1^58. Alcffandro IV. fuo fucceifore, () fcomunicò TArcivefcovo
di Jorck per una caulà fimilc; il quale, perfcverando nella fua deliberazione,
fopportò la pcrlècuzionc con molta pazienza; () c avvicinato alla morte,
IcrifTc • al Pa tti) Nt^n ctpcdim, Donrin, ut altqaid daruin contri i|>tum
epifc(i«in ^'ini«rctna>{ utenim vera fateainur, vera Ciat cmx duit • noo poC
fnntui cum condemam. CaiholKUi eft, nno Ik (mdiCriotiii, eol>U religiufìor,
nobù (indlior, eice{Ìenùor, de ecccHeRnorti ritz ita, ut non credatur inter
oenno l'rckioj inajorem, imo noe parem habert. NoTÌt bnc GiUicaiu, Se Anglicana
CUn Univerlìiaij noan nou przvalem coniradiAio. Hojuftnodi epillslx vtritas,
quzjam torte muUis innocuità muicoi centra no poterit cominovere. Kzc difcrunt
Dominut iEgi-Uut • Hifpanut Cardinalif, dr atu. coniUium diucei Div mino Pape,
ut oninu hzc conaivearibui oculit fub dilTimulatton ttontire pcrmitieret, ne
fuper hoc tamuiiuf eiritamur. Ui^- ^t« « ir mtdtjimt Psris, tra m» fran
ptrftaafs»' carCD. iu' t^U, coluntRa in Curia Komartn veriutn Se iuftiar. et
muneTum aTperaaiar, qux ngernii «quirarh fleAere uL w r.T,! .. PrivilMia
(kadonim pomibcuBi Romane. rum prxdKcIwum fuorum Pipa impudenter in. nulisrc
per hoc rrpagulum, m« tSfiaatt, noo •rubefeit: qaod non b( line corum przudKÌe,
et incuria rmniielia k cniru reprobat, et dirute quod unti) St tot (anAi
xdificarunt. Nonne di. cu Papa de fu» plerilque PratJerclToribu, iìU, vai tUt
fu rttirdaritai PraJtttftr ntfitr, tc fzp«: adhartam fanUi ^Tadtttfftrn aaht
vtftuiis, Sei. (^are ergo, quz lecenint, duuant iundamenta qui lequuniur Nonne
pluiti, divina grata klirati, majotet funt uno fi>lo adhuc perieli. tanK?
Uode ergo hre injuriok lemeritss, prmlegia laiiquorum Sartftorum multcrrum in
irrituni levonre ? Ciaè i il Pafa aaa ta rtfftri di aafart, a d’aaaaUar cmm
Nonobtlance la Ce»atfiami, a {U atti dt'fmai fanti Aattctffari, fiata tta^trar
il sarta, a‘l difaaara rlt'tfli fa alla lira mimaria. gaitaada a urta tutta tl
lata tdtfetta fairianaU. jhj^amda ài Pafa farla nalla ftta Balla d' aitami
ddjiai Aatrttffar$, ma dita il nolìro Aniccelotc N. di Dia memotia? volen do
(egujr le TeftigM del oofiro Ciaio AnteccTortf Pttik!dma^naaaiuart i faadamemti
fat dagl' altri ì ideili Pafi, i gmah, ftr la Dia gratta, fama arrivati
ftUtamanta u» Mrre, nam iuamamaggiar tradita, t^a ama fata, il gnal ì mmtara im
ftrirala dt far naafragiaì Damda maftt dmagaa tka Jmaatantia vaala tan una
uaaaritd ftifmaliufa raimavart i friviltgi aamtadmti da tanti Saati Pamttfui
Bamant t Paria nella BKdefima TÌri. (c) Hoc anno (ttf4-) D'tniinut Papa, dum,
imut fnpra modum, vellrt oQa Epi£:ofH Lincotaicniis exua Ecclelìam mojkere.....
Juint taleni litenm fcribi Domino Regi Angliz tranfinirrendam; fcieni quod ipr#
Rex libentcr dcCrvirei in ipfucDtMiprracri&è, fir fatila tbiditi il aalra
Starila fai, a futi fagina immamti, ila^rre tra Do. mini Papi, de Rzgii
redargutor nuaifellui.)Seil no^ léqucnii appiruit CI idem Epilcoput LtiiroU
nieotU, pontiScaitbua redimiti» i ac voce icrri. bili tpÉim Papam in ledo fìoe
quiete quiekecu rem aggredUur, Se aAiiurt pungenv iplum in lateff iUu impetuofo
cufpide bacuLi fi» palloialit: Et «liait et: Simbnldo, Papa miièrriiM,
propoTui. iUoe oda mea extra E. mneni, 8c molclUin. J^d. (e) Ftrfa il fina
diU'anna iaj4> awdrjCew Matita Pari nfcrua tha lanatiatia, travaadafi uà
fama di marie, « vrdtada fugatri i faai f èrtati g iar Jiffa t Quid piangiti!,
milen I Nonne voe otnnea divitrv relinquol quid ampliiia exigitia t id eli:
faribf mai fiagaitt, a ftmfluiì ia vi taftia talli rtecbij tht vaia a di fitti
( ) J^l‘ ara di Cafa Canti, tama Xatatiatia III-, Urigaria IX () Anno ix{p.
aggravxvic manum luam Dominus Papa in ArchicoikopQm Eboraccniètn, pif. fitqoc
eum ijnoiriinioie nimii in tota Anglu exronunurucari. Ipk lauwn Archiep.
excmplo B. TiMuz Durtim, nec non B. RoIkiu Epilc. Lin. colnienlis, fidelitata
«rudkua, ^ lolatio csdcaa mirtendo minime dclpeiDvit, oennem ppalem ryrannideiB
piuenier lullinendo: t atta fagut dtfai Remili genuaSeUere Baal, et indignis
berbarii opima beneficia Eccidìc lux, quafi margaritai por. eia, imo rpurcia^
diHribueie. IbuUn, iero dichiararfì affoluti Padroni in tutte le collazioni de'
benefìzj per tutto il mondo ; e levarG dal bifogno di trovar Tempre modi, e
arti, per tirare le collazioni a Roma; e fece una Bolla la quale non conchiude
altro, l'alvo che la .rifcrvazionc de’ vacanti in Curia; dicendo che le
collazione di quelli per antica confuetudine è rìfervaca al Papa; e però
ch'egli approva quella confuetudìitc, e vuole che Aa olTcrvata : ma, per
conchiudere folo quello, intanto fa un proemio ipotetico, dicendo: benché la
plenaria dilpoAzione di tutti i BeneAz) appartenga al PontcAce Romano, Acchè
non folo può conferirli quando vacano; ma anche può, innanzi la vacanza,
conceder ragione per acquillarli ; nondimeno lantica confuetudine più
fpezialmenie ha rifervati i vacanti in Curia: perlochè noi approviamo tal
confuetudine. (^) Se il Papa avelTe fatto un editto conchiudente che la
difpoAzione di tutti i BeneAzj toccava a lui, il mondo A làrebbe melTo in moto;
e, cosi gli Ecdenaflici, cornei Principi, e gli altri Patroni Laici avrebbero
detto le loro ragioni ma quella propoAzione meffa in una condizionale, fenza
conchiufìone, pafsò facilmente lenza che foflè avvertito quanto imporiaCTe.
Anzi due anni dopo, cioè nel iz6$, fenza aver alcun rifpctto a quella Bolla,
S.Lodovico. Re di Francia, vedendo che le provvifioni fatte dalla Regina fua
Madre Reggente, mentre durò la fua minoriili, c TalTcnza in Terra (anta, non
giovavano, per levar le confuAoni introdotte nella materia bencAziale, fece la
fua celebre prammaticha, () dove comandò che ieChiefe CatteTomo Ih I dralt tri,
0 tinijMt P0tÌ0 dtf0t N« «enfi» prartereon. dum qaod B. Hdmandus, Le^r in TheologuOXODiali,
t ^ Arrhrrfr»V0 i C»Mttrifty, et direre roofticeK i O Servale» fWjfd rr H rum
di Artrvtfttx^ di erlc, nuttr ab hoc Ixotio tnnlinterabU| kao» vel làltem
gravibut, St inCàperabilibut in muodo tribnietionibiu impemits, He trucidami.
ì^itm »d et tifi. (4) In anurt(sdi.e amiu« fctipùtl'apz, esem. I loRobeni
Liocolnientif Epiùopi pntvo.uua» do!M ioconlbUixliter quott
camraauifirmicertplum fttigarat, co quod iacxpcrioi de ltngu« AaglKanx igxan»
renate accepure» nane tulbentieoda, nane tb iiedetìa eliminando, nuoc Craeem
aakrendn, dee. U pnii't 0I ftu frtm> Umùfi’ ntttr dt f 0 rt 4 rgU ù Crtrt
po. teli de ^re mnrerre» Tcnim eium juj in ipTrt tnbuere vacatami colUrionem
carnea Bccldia. tum» dignittnim» de beneficiontni «pud Sedem ApotlolKim vartunuin
^cialiin cxterii antiqua oon^uctudo Ronunii Poatititìbui rdervavu. itaque
laudabilcm reputante hojuftnoii cojkòetadiiieiii, de eam auclònuie apoUolica
approbanrei» ac niltilominiu volentet ipkin innolabiter obkr. vari, ead^
auAoritare ftaruimus ut beneficia qux apod Sedem iptàm dcinccpi vacare
conrigrnt ali. quia» OTxter Romanutn Pcimifi^m, coninre aliOli. icu afiquibai,
non prefunut. Sarti Owrar. m.j. tu. dt praitBdit. taf. a, () Si dmku» tmité tbt
^utta framxtatitx ffa di Sa» Ltd0vtt0, ma» m farUmda im eamta vtfitMt gli
Sfrittari r«reiM#r«»n : altra di tha »t» fi vaia tkt il Pafa, il ^xalt Tignava
alt», ra, aUia avuta altn» dtffartrt ea» fati Ut ; il tbt fariUi ttrtaaaatt»
attadmta, fa da la» fafa vernata una tal ardatatiaat. diBamr itìlUt tht la
rigHta «al ttxafa dt tadbanr# jdrali aveflero reiezioni libere, e i Monaderi
fìmilmente, e che gli altri Ber neiizj tutti folTcro dati lecondo la
dilpolizione della legge, c non potelTc eflèr levata alcuna impofìzione dalla
Corte Romana Topra i Benefìzi fenr za confenfo fuo, e della Chiefa del Tuo
Regno, (a) L’andata del Tanto Re in Affrica contea i Mori; la Tua morte, che
TucceTTe nel iZ7o’, il biTogno che la CaTa d’ Angiò ebbe del lavare Pontifìcio,
per idabilire il Tuo Regno in Napoli, e ricuperare quello di Sicilia, e la
Tacoltb che il Papa concelTe al Re d' impor decime Torto pretedo della guerra
di Terra Tanta, fecero che i Francefi facilmente lafciarono racquidare alla
Corte 1 ' idefla autorità', onde Bonifazio Vili. poTe la Codituzione di
Clemente nelle Decretali, e fece che quello ch’era ipotetico, e incidentemente
detto, folle il principale: e, per darle maggior autorità, la poTe fotta nome
di Clemente, lafciando in ambiguo. Te follé il quarto, o il terzo", onde
adedb in alcuni cTemplari fi legge in altri quario-, perlochè all’ora fu dato
principio a creder queda prowjfizione, cioè, che la plenaria diTpofizione di
tutti i Benefizi Ecdefiadici ap particne al Papa ", il che pretendefi
intendere in TenTo non affatto perverto, cioè, che il Papa abbia piena podedb,
ma regolata perb dalle leggi, p della ragione, (f) Clemente V. indi a poco fece
ceflàre ogni buona intelligenza, con dire che 11 Papa abbia non fola piena
podedb, ma anche libera Topra tutti i benefizi S W 1 ^ liberà ì intende da’
Canonidi piente da ogni legge e ragione: ficchè egli può, non odante la
ragione, o l’interelfe di qual fi voglia ChieTa, o particolar perlona, eziandio
Padrone Laico, farne tutto quello che gii piace. Queda propofizione con ogni
occafione fi pone nelle Bolle", e non è Canonida che non la palli per
cliiara, anzi per articolo di fede, dicendo che il Papa nella collazione di
qualfivoglia Benefìzio può concorrere coirOrdinario, e anche prevenirlo ",
e, piacendagli cosi, dar anche autoritli a chi gli piace di poter fimilmente concorrere
coll’Ordinario, e prevenirlo, ficcome hanno poi data queda facoltà a' Legati
con una Codituzione generale, NelTu te» »» Uhth iutìieUt» t Dc&n(brium
CoiKortlAtoruffi iiucr Seitm ApoflolKun, et R«^ni tnncùr Ludovicum XI, tht Àu»
th'^ di S. LnUviee, it ni psrli i» ttrmÌMi t Quod BUtsm etdem afcrioinir
fecill« pragnurKAio, |«r qutiR quuiun juAi&cafe nituatur PraKiTuttcim per
Scicaifi. Principem Ctroiiua Rc{[cni (VII.) donÌAi aoflri Lttduvici genKorem
«ditam, Ot per «(undcin dominum naliruin Liidovkuin «• tboike aiiscr •bro^tMoi,
nlhìl prtxietit cis, tie« qui prodenè fi tttendAnnir fingaU verbi ejufdeni
benfli iùb tenore bnjas aferipue libi Prtgpunea bcani, et uoicuique faa
jurildidio lérvetur .... Item prouMiioAca, MiUiionei, proTÌfiono,
jlcdifpofìtionea prxlaturaxujB, digaitatam, St alioruin ouoraowiUDque
bencficiontoi « et OtlUiorum fec(Wiaftk.aTuu Regni ootlri, (écutidum
ddpofitiooetn, orduucioneis, Oc determinadtiacm juria (ooifuUAu, Sactorum Conci
lionim ficclelùe Dei, ttqae infittutonia anitquorum Sarklnnitn rarruot, fieri
ToJuatui, et ordinanu». Iretn eu^onct,& onera gravillìnu pccumarum per
Cunam Roauoam Ecdefiat regni noflri impollta, tei impofirato quibu
eiitcrabiltcer regnutn ooltrum depauperarum enitk; lìveeuam un^toneiub», vel
inipocven. da, ievtfi. ast rolligi iwIIìucrui votiimut, nifi dumtucac prò
rationabili, pia, &ura[e.’uiflìma cau li, il quale è con proibire ogni
torta d’alienazione, cole per diame« tro contraria a quello che la primitiva
Chiela olfervava. Imperocché, febben le Chiefe, quando fu lecito per le leggi
de’Principi lacquiilare (labili, ritenevano quelli eh’ erano donati, o
lalciati, era però in liber del Velcovo non lolo di valerfì dell’ entrate, ma
di vendere anche i fondi fle(H, per fare le fpele necclTarie nel mantenere i
Minillri, e i poveri, () c anche di donare, (ccondo l'efìgenza , e T autoritli
di difpenfatore concelTa al Velcovo non fi llendcva lolo (opra i frutai, come
adelTo, ma anche (opra i fondi llcin, e altri capitoli.' il che da principio
era amminillrato con fìncertt^, lìcchè però non ne nafeevano inconvenienti, e
durò anche lungamente nelle Chiefe povere, dove, per elTervi pochi beni, e i
Vdcovt di non grande autoiritV ) non yi era materia di traigrellione : ma nelle
Chicle ricche, e grandi, dove la riputazione dava ardire a Velcovi di tentare
quello che ad ogn’uno non larebbe (lato permeflb; e l’abbondanza dava materia
di poter vaicrfi di qualche parte ad arbitrio, i Velcovi cominciarono ad
eccedere i termini della modedia, dal difpcnlarc pafTando al didìpare; onde fu
neceffario provvedervi; nè la provviGonc venne dagli Écclefìadici, ma da’
Secolari, in pregiudizio de’ quali era : imperocché, diminuenJoG i beni
pubblici della Chiela, non pativano t Cherìci, eh' erano i primi a cavare il
loro vitto, ma i poveri, che fella vano nell’ ultimo luogo. () Nelle
principalilTimc Chiefe, ch’erano Roma, e CoflantinopoU, la provviGonc fu anche
primieramente ncceGaria; perloc he Leone Imperadore con una fua legge del 470.
(i) proibì ogni-aliehazione alla Chiela di Codantinopoli e nel 4S31. PrAfetto
Pretorio del Re Odoa ere in Ronta, (2) vacante la Sede di Simplicio, con un
Decreto fatto nella Chiefa ordinò che non poteffero elTcr alienati i beni della
Chiela llomana; il che da tre PonteGci Icguenti non fu trovato Urano: (3) nel
502. Simmaco Papa, effendo gili morto Odoacre, e Gnita ogni fua potenza,
congregò (4) un Concilio di tutta Italia, dove propolc, come per grande
ilravaganza, che un Laico avelTc fatte Colticuzioni nella Chiefa; e con affento
del Concilio le dichiarò nulle: ma, per non parer che ciò facelTe per vbler
feguire nel dilordine, fu nel Concilio fatto decreto, che il Ponte Gce Romano,
e gli altri MiniGrì di quella Chiefa non potelTero alienare; (5) Ipccifi cando
che il decreto non obbligalTe altra Chiefa, che la Romana lolamenre. 1 tempi
feguenti moGrarono che vi era bifogno della GcHa legge in ^utee le Chiefe;
perlochè AtutGagio Gele la legge di Leone a tutte le Chiefe (•) ViJe C»n- 1 }.
ac I®. C4jt »• () Vidi Ititi r. $ 9. IO Sl»tfi i U Ufi 14. Co 4 Sact«CiD{^.
£(Ueil»> tk'ì di Lttf, • di dio; iJ
MuchÙTcHi. tmfmdrtnifé fi dtll' hmffTM, dtft mtmr mmm»tXJU0 Ortfi, t imff» in
j"i» AngmJhU, fm, Ufti» il pH i'Jmftrsdtrt, fi fnt tbimpur JU di Ktau,
Urna tamtiafft tù^, tMH Hb ». dtlU fnm Sttfi di Timtt. ( } ) F flirt IL ftrtndp
altri III. Qtlafit I. « Jlnafiélit IL ^
Jtivrm. O) Qmtdt CiiHtmt > riftritt dMGriMBCsMf. t ». f w. ». Cm. ut» M.
Chiefe foggette al Patriarca Coilantinopolitano, (i) alle quali tutte proibì il
poter alienare. Ma Giuftiniano Imperadore nel 535. fece una Coftituzione
generale a tutte le Chicle di Oriente, di Occidente, c di Affrica, c anche a
rutti ì luoghi pii, con proibizione che non pote(Tero alienare ; eccettuato
Colo per nutrir poveri in cafo di fame RraordU naria, e di rifeattar (2)
prigioni, gli concelfe ralienazione, confórme air antico coRume del quale
S.Ambrogio fa menzione, che non lolo le polTenioni, ma anche i vaA fi vendevano
per quelle caufe. (4) La legge di GiuRiniano fu olfervata ne tempi feguenti
nell’Occidente, (3) lino che Roma rellò fotto l'Imperio Orientale; e vi fono
molte pillole dì S. Gregorio che fanno menzione de' beni alienati per rifeatto
degli Schiavi, Anzi da’tempi di Pdagio II. fino ad Adriano I. (4) per an ^ ni
200. fu incredibile la fpefa che faceva la Chiefa Romana, per ricomperarfi da’
longobardi, così acciò levalTero gli alfedj, come acciò non molefiafTero il
Contado : e S. Gregorio ne rende buon tefiimonio del fuo tempo. Non aveva
credito all’ora la dottrina che corre al prefente, che da’birogni comuni (5)
fieno efenii ì beni Ecdefiafiici ; anzi tutto il contrario, quelli erano ì
primi ad elTere fpefi, innanzi che fi venifle a porre contribuzioni fopra le
cofe private. Nè meno farebbe venuto in penfiero di porre in controverfia
lautorìt^ de’Principi nel fare le leggi, perchè, oltra la perpetua olfervanza,
vi era il lodo fondamento, che quelli erano beni delle Chiefe, cioè, del
comune, e della congregazione de' Fedeli; (d) onde toccava al Principe
procurarne la confervazione • Dappoiché fu fiabilito l’ Imperio in Carlo Magno,
reflando le leggi Romane fenza autorità, tornò l’abufo; onde furono fatte
diverfe proibizioni da diverfi Concilj, in Francia malfime, dove la dilfipazione era
maggiore. (8) dappoiché ì Pontehei Romani aflunfcro piò parte nel governo dell’
altre Chiefe, vedendo che la proibizione untveriale faceva poco efiètto, non
mancando preteRi a’ Prelati, per eccettuare 17. Cod. de Sacro&oftù
Ecclcfiu. (t) la Unitila 7 .eaf.l. tir. l. telLi, Pro redemptione Capeirumui.
Jut S.Ttat’ maft, Se aliis n«ceirir«cibus ptuperam, vaTa cuU nii divino dieau
duinhunrai', it AinWoiìu» dieie >• l. itf. mrr.7. m rtff. a 4 J. Vtde Tur.
itet iìGatiami JMn», r « Ramat CardriMU Rcgibut zquipirantuT ) duiimu taliter
modenndit, qood per cnodenmen noftmm eftrcnatain riUum beseiictoniia muintudmem
refreneoMis, ipdque impeiramet tru^ dif^nrationutnhuiulinodi toulittr non
AuArentur. btatuiv.uu itaqueqaod obtinencet nunc ei di^nUtione leginma plurali
tatem huiul'inodi beaeheionim unum tantum ex bencEcna, quibui cara imininet
antnurum, culli dinirite, vei beacEcìo line cura, quod hbere nuluerint. poflìac
licite rvtiurre: t mna (i«a dtf. Qac omnia ScEngula beneEcia vacamra. rei
diiruUi, noArc, 3t Sedi Apoft. dirpofinom reCervaimu: inhibenen ne quia, prcrer
Ram. l>ontifieem, de hu^finodi benefciii difponere, vel circa illa per viam
permiiutionit. vel alias. innovare quoquomodo praduoiat. ZjcrraMg. tit. dt frtk.
tf. ZxtttMhHt, (t'i a fHsU immidiMtsmmtf gli fnettff]) Speculiter
fiurdcgaleniem Erclefuni. 8c Moniilrrm— Cni.i> Buidegalentìi, C>di. eie
UnCìi Henedidi Et generaliur Patria^ ctulea. Archi^'^.tcopalei Epilcopale^
Ecclefias. MonaAeria, Priurttui nec non Cinonicicat, Przbendai. EcrIetUs nia
cura, velgna cura. Se aUa quziibet beoetìcia BcrleSalìica, qu« apud Sedea
ApoAolicim vacare a itoiaiur ad prz^cu. et que toto aoliri potniEranu tempore
vacare conticerK in Eirurum, pravitiofii, collationi, li difpofitio. ni nollrR,
8c Sedia c)urjem, lue vice aucioriate Apollolica relèrviimui. Extrsvtg. CummiB.
3. rùdf f^éttmdit, mp 3 C 4 ) Adeo rcboi oorìi fluduit. ditt U ?Uth M tuli» fu»
wtm, ut Se timpticea Epitcnpami bi« iàruin diTitèric, ac dtvìfoi in unum
rcdcgcrti. et Abbaiiw in Epikowruv, 8t Epifeopami inAbbaciai vinflim mnihilenc.
Novat quoque digoitatet, nova collegii in Eededìt cooiluuit, &c. tgU dìvtf
gmtlU d$ T»Uf» i» rnifiw. rrgtmjUU M Artivtferauté, t duuJpgli ftr l§ ^»ttr$
Cirri eh’tgU fmtmh»v» dll» fu» ’>w»U»9f»mSu», L»vu»r, fUtug, Ltmii». Gli
uSrgiù aai-tadie Eumett.. tkt BmifuMà» Vili. uvtv» mtft f»tt» NArhtnu, di
euìAUt, «S fwird$-Tt">itrt divtmutr» fuffAtunù et» mw "utvu
ttezitut. Stmmifi Cuftrtt i»l nfetvtt» d'AUi^ S»i»tf»»r d»lU Cbir nrts U
^rnspiitm dtlU ms, uuutftkt rht ptrtUtmtltilpàttfsisrt il v— ufism dtlls mdfint
n) nrts ts msmitrs, ftrtki M dttrrtUt fi mtm mtl fmt itlV enne. K Paole nel
iib.t. del uo CoocUio di Trcnte. na; e tanto più per grave, quanto quella opera
è congiunta con fpeic di Bolle, difpenl'c, c prefenti precedenti; che tutte
levano il danaro, eh’ è il nervo delle forze, il quale non torna mai, come fa
per via dell’altre mercanzie. Quando quella novicù fu introdotta dal Pontefice,
le perfone ordinarie non feppero vedere che differenza fofle tra quello
pagamento, e quello che fu cosi biafimato ne’ tempi in cui i Principi davano i
BeHzj. Ma gli uomini letterati in que’ primi renapi univerlalmente la dannavano
come cofa fimoniaca. ( o ) In progreflb di tempo alcuni iludiarono modi di giuili6carla
in maniera, che lì divifero ; altri riprendendola come cofa illegittima,
fimoniaca, e proibita dalle leggi divine, e umane ; altri lodandola come cofa
lecita, anzi necclTaria, e debiu al PontcBce Romano; pollando quelli innanzi
lino al difendere che il Papa, non fulo polla dimandar un’annata, ma anche più,
come quegli che c aflbluto padrone eziandio di tutti 1 frutti, Bon che d’ una
parte . e dicono che per qualunque contratto che il Papa faccia nella
collazione de Benenzj, non può commettere limonia ; e certamente, (^) fe egli
folTe padrone, come dicono, la confeguenza rollerebbe chiara ; perchè ogni
perfona può contrattar il filo in quella maniera che più le piace, fenza far
torto ad alcuno : ma nè Dio, nò il mondo pare che vi acconfentano. Quello Pontefice
fU cosi intento a cavar danari (fogni cofa, che in 20. anni di Pontiiicato
congregò incredibile teforo . certo è che nello fpendcrc, c donare non fu più
riftretto, che i fuoi PrcdecelTori ; e pule lafciò alla Tua morte 25. milioni.
Racconta Giovanni Villano che ad un fuo Fratello dal Collegio de’Cardinali dopo
la morte del Papa fu dato carico d’inventariar il danaro, e che trovò iS.
milioni in monca coniata, e 7. milioni in vali, e verghe da lui pefati. (1^
L'annata nella fua illituzione da Papa Giovanni XXII. non fi Refe, falvo che a’
Benefìzi che fì conferivano, e pagavalt nella fpedizione (ielle Bolle : cofa,
che continuò Ano a quel tempo ; ma pòfeia fu anche impoRo obbliga di pagar 1
annata ogni quindici Tomo Ut IC a pnj C«} Separ qiurlltum eft, diti md frs»
tiufulté, ui iure poffit eirip, Ac l»c Icre Tiiralogarum eft opiiuo, Junlque
lQncilicM Coatilca. THm, Roimnum Poniiticcin irge (imonitet bitiu, ut c«(erm
Epiliopof, tencr^ fi prò Sicrit mimàeriis {KCriaum accipiat. Not. la »p. 1. de
Simon. Nam, pnrter ònon«t. tbf U frimrifmU i iAtm fm mri. tpmt mfitna t Tmmtff
MtU'Mrunl» iht ha diati. A jMrftm riftfimi ma MfimfMiri Mrrro m» Mitra, U ^umI
i, tht l» Chitfa CslUtMMM mam ì miai fiata firn MfnMvatM, «> fiù ifif
mi""” dtritri tire» la iU’kintfit.1, fmanta da'fafi Traati^ fii t nt
famta tifiimmiMin.a h talli di CltMunte IV. Ciemtnra V. a Giavanni XXII.
rifirita dallAmtara, a eit iitvarajf dui dì Cltmnta VII. ?«• fa d’AvknMM. Sm
paffaaa, dk'cgH nella vita di Carle Vi. ratimtarfi fnta fdifaa tutta t rfati«'
ni, a la vMimia tht fi tamattuavana [afra ilctara, J trantafn CardinaU
d’Aìainmt nana tanti TirMiuat • Sfalla avtvana fer tutta Vraumratati eam natia
ii abitativa, tha raffmxaaa tutti i hm^tU fi Claufirali, la Caumniide; ri
ftuavana i mifliari far ù mtdtfimi, a vndavana gh altri, 0 gli mfatmvana.
Cltmmta firfa, altre tha %'imfadranìva daile f^lu di tutu i V^eavi, a di tutti
gli Attuti età luanvana, e fttndn.M iim' annata dalla nudità da' tanafit) ad
agni wu. tMtjaui di Titalare, a futftdife ftr varauta, far nfegna, a far
ftrmuta, .malmnava la Chiifa CalUtama tan Urna guantità iufmua d' tfinfiani, a
di tanfi (traariinaria. t«) l'rofiTcrea quod bcaeficia Onira Iiujufnmdi
«itipliue vacare noi» fpenretur, 6c eainde CauKra, et Oscilla Sedit Apoil.
«lenuneAfum non modicum MieteiKur. () Vam il taf, 4. « $. de Aonam in de(rcrtl.
Virfa . Jata^ fmaia, Mmata deirOrdima dfirrtienfa,
uatiiia dalla iÙatifi àt Pamirt, in Linamadata. tUtta utU’anna 1334. addì la
Ditemfn. (i) Genmiu in n'illrit dendenh, ut tlebni'us, ejand per QQl\ra
diligentix iludium ad cjui un>iide klpnadenoTuin r^innna. alu beneficia
eccleiuàira viri sllumantur ubmei. AoruiD, d( thclàurcriorum. .. . nane
vacauiia, et in antea vacanira, nbicumquediSoiLcptot, vclNuo. riot, leu leclom,
aui cheiàurariae, antec^uten ad Rncn.CuHam redierint« leu venenoc, rebus eiimi
contipr’'i( ab hamanu. Nec non ouoriialibet prò quibuiiuincpic negorìit aJ Rom.
Curiim veuientiom, léa cTiam rcteJentìun ab cadcm.fi in locii a dida Curia
ultra d»as durus legulei non di&antibui, cio^ in InagUi tha uam fitaa piiir
diina tuanagmaatalantam da Rane. jam |ir>i&n obierint. vel eu in antea
tramite icuitigcrtr de hac lu.c ... Nec non enim Bituzione, che incomincia .
Paftoralis ^ la quale al prefente non fi trova, ma di elTa fanno menzione motti
celebri Canonici : e l’iBelTo è avvenuto di unte altre, per le quali farebbono
palefi gli abuiì, e le ufurpazioni, come anche dalle etolfe fu levato nulo CIÒ
che non favoriva la Corte : ma peggio rooftrano gl Indici fpurgatori ( 3 )
fatti daDotcorì, per accomowU agrimereOt di Roma, prima ai lafctarli iilcire
alla Campa. Tom» II. acionua coliuorum, a toBfamdomm inp» Acram, Mine « flc in
aneti vteamra, àiffofnom, provilìosi noftrs, dnaec aiiferatinan dtvìMt dcatntia
noe nnimiali Eeckfic TtgMÙni prsAatre emeeSatir, nfinvanus, acc. émnt$ > irf
mtfi di CesMje dtlFMUt (0) Qes fnvh, atijae tneoleranda, féd imccC Cui
arrooniin eicu&ca, criam in pace nuBiere, étti T»eit« fitf. a. ria! :
Vifttim «rane ftmfmtt Mm» tiffima; e i benefiz; {b) fi vendevano alla libera, e
A levavano di mano degli Ordinar; quanto A poteva. Sino a queAo tempo non A era
fcopcrta la Corte Romana apertamente, che non fi miralfe ad altro, che al foldo
: di tutte le cole che A facevano A rendeva la canfa eoa qualche apparenza, o
di provvedere alle Chiefe meglio che gli'-Ordinar; non facevano; ovvero di
provveder di Benefizio qualche perlona meritevole, (e) Ma Urbano VI. A
dichiarò, perchè s’ incromcctcflc nc' benefìzj, ordinando che non valeife r
impetrazione, le non era fatta menzione del valore del benefi lào . £ i 4
coTTÌgendum occurrit, pagi donati,, au( addili), cmendari poHc \ideaiur, fd
Corredueei tancndum curent> lilii Biinut, oninina deIciciir. Df ttrriài»
Mtvfmm, fr mrt nrt Mi «Mttinua egli, ftutttt, ft ffh it jiÀ ftt AMiM fiUmt», t
p», e da 70. ««nirj» fit«t Jt Sertttri Mn fi trivt r tuaM^ Jaitrum f»vrn»l Mmtafitm
rsU, rèi l’b» Icvmt i (t fi trtvrtb jia vart>U >rr TfLtthfi^itA, rkrt' 0
n t 0 Tf^fis$ td i» f$mm» papmma ijir ttrH di «m fvtr itira sUwté fimttfa. M Mi
dam «. ti k pnftfftS' f tmirlinwltfWTyèma^ mmauà, 0 U iimifd$tjm0 ; 0 elf fi
AratnSUfà ;«# tkt «•;ar »4 f 0 Ìttt tirsMte», fi 0 lfi 4 mmt 0 thtrmmtM
itiiualnu Rnrtfn di SUU0. Expurgiod (iiat propoiltiones quxUnc, deluntur. Sm
%»0fi0 {0idMmimt0 miti 0 triMcifi wM tiraami, imfi'arcLì, ftr T 0 ~ hgiéfi ibf
firma, tmrri bm a 4 |(éa« «1 r 4 fai rou dH> 0 at di Stait ««» vi fmrtb Ì0
fnr MB0 rht f0t0fi0 mamtamarfi i' fimat Ì0iitin dittiti. Onda F. fa0Ì0 ka tutta
la raii0U0 di dira ut ma Imait dtl libra ftfia dii [ma Cmtiiia dt Tftnta, ibi U
Carta di Ramm niu uàwmaimm ftinta ftr imiafiardirt, a futt ti,Ì0 ftr far
Jivntmr brfitt ilt \J animi, tamtt amila di »fiV 4 rii dilla (ffBittama tba
lata imifiaria ftr dtjtadtrfi dalia fut mfmrfa t Mm, Cbt fmtiadarÀ dmn^me, fa i
mafin kUnfirati tt^muana a (affriri tha fu ZccìaJUfim fraibJtttfU i bmami Mrit
il Drttata, ibi £a mafia U imi dii CameiUa di Trama da F- FaaU mal Catubga
rde'Zi^ri perdi Mtl ibif, Ì 4 fira svmta «a li^ x««i ma i ri mvwdmti dii tk^ma
di frMttié hamaa detta ebeit fma tala maa ara fitamda la frmata } t tba m»
BibliatHétta davrtbbt mamlta tatandarfi i» matana di flint a malli
amaaraduanaebt, frrfianda mm iman farvigia alla Cyte di Hama, ma ha fnfiéta «■
faffima a rjmtlla a» C) PViif Nauticr. in Cfiroiricn, voi. %, gener. 46,61 Albert.
Knukta. in Hin^.Suon. Ub-iu. cap. 4. et ia Hill. Viiidal. lib. p. caf.6.& Gigum. li». f. capti,
ilt CamUVl. (4> riverì ia Romano Pootifirani alter. cit|o mali» itKotiimefs
Ap>!t!ic« debtri Komini cnniendunt. Ctaium. fed.g. eaf.i- la Caratavi- Vide
Nie- de C^uMngis de comipto bcclclìe flnu, ctunÌ3n otTereniìbu. «la. tentur.
^k^uc|er. ia Cliron. voLu gener.4p.anu. IjSp. {t) Elli, diti Ctaaeata V. in
temporaliiun di. Ifolitionc bonorupi hsbcaJa fit diIrreiicHi» cauteu, precipue
ut ea digne, 5 c iuuiabiliter dirponantuti in btclclUftivli tunen rebus
BiuUofornu» iovigthre iiotìra debet intamio, ut peHboirum conditionei de Aami,
ad (ìm dequibes his fiisntpro>ifum, T«J coAcefliim, aut minittucn providerì,
vct«s anaaitt valor» per mare» argenn, aut iter» lingonini, vel libra
taroncniìam parvocuin, (m flonnoa «urf, ant ducara» vcl anicat aan, leu iliam
monetam, fimindum communem arlbmad^ oem exprinacor, nifi porfoos przdidc
beneficia, qiuB luoc obtinueriat i aut in tjaibur» vel adquc fui eii compeiit»
juita ip&rum ohligarioiiei, aur tbaa diniitrere teneanrur : atioqmn entir prs4itìjt
film ullz. Jtfrfflt d UrS«»a > di mm» CanttlUris, tdi !» dtU l» nifi» itUa
Ca'ttl{nta fadUttutt d Imnoteniit V- Vulc RebuL ail Rubric. de Aonatii in
‘ConcsrJam, Se feitn. ad caper Ad amnt S. no. 4. barn de Refiriptii. (t) Ci)
fifa tanpMiUi fer aiilìgar tbt 'MW rhanna fmdtrt dtUt frtvvi^ firn» firn tan
dtilt ffènm, frr apeararfi ad ttméfiM tatfttrat». Ch dirM diMfw ag^i jutlSaikt»
Vtfnv» di Tamr 'aai, il tfaaìa, tbitdtad» ad u» fa» amin dtl danat», ftt
taaiftrart dtl fmatia, a$a di tafrir la fa» Qkitfa, ali fcrivrva is amajft
uraUa I Rogamuf, Se peiimus, ui alit^id de bcaevoiU, ac benefica liberaliate
vellra Dgbsinnc tiiU, quo plumbuin euumur, nonRomanutn» litd AdcUcuiii i
quoniani Anglico pluu^ teguntur Ecclefìz, mJimur Romano. Ztrjkan. Twmattafit ad
Valdtmxfam, ( ) le tatti i frnuipi Crifiiaai avtjfrra fatta U fitffa, ftata
iadart a dumjlrart fartialitm far ama dilli farti, ^mifta frifam, tha dm^
ria^attatamai, nan avfMa a»aj fatata darart tiaaaaata frttitaaa ; im f mik tU
fw fafi mtm tfartÙaaa afiiaati a Wrr £t\wiadm favata »> atiU, lù aaan.
Ciàfrhtdaaa pt u kttfn tfett» tht kaan» fradatta la liittfa di fttfPkU^ tht il
Ri di ka faHluatt t mnt HuMCCBtiiu Papa Legarnm fiiamEnCcopum CalnitfMn prò
(ùoGdio Camerz.» Scaedir CI poiellacMi^tMMoCmdi cam ClerìcU ad beneficia ninti,
vai Bnerura, ad dignitiiet, aot elTtcM» qux tniRut tanonicehaberenc» aur
fuifliant aJq^i, cum fructibua inde perrept». Enne ibi ciitm Saltarne, et
Bm'izDu ci, vocavjtque Io. pertror Icgatum, Se au Adde Paralipdincna rentoi
nemoè^ liuffl CtatoBìi Mylii an. ti7f. Se Chxoaictui Gmv ( naiu Mtttu ao. 1
3S0. gualche parte alla Camera : ma dovendo per tal caufa ufeire molto danaro
di Germania, Carlo IV. Imperadore H oppole, e proibì letiraF zione, dicendo che
bilo^nava riformare i coflnmi del Clero, non le borie. Tutte queièe confufìoni
crebbero maggiormente quando fi aggiunte il terzo Papa nel I407. al quale
tebbene ì Trancefì aderiTono, e rendettero ubbidienza, nondimeno tennero fermo
un editto del Re (t) fatto Tre anni innanzi, () con cui proibivano le
rìfervazioni, e altre dazioni della Corte, Hnchò da un Concilio Generale
legittimo foITe provveduto. Non era il Re molto capace del governo, ma Lodovico
Uuca d’ Orleans, che lo governava, era autore di tutti gli editti : perlochè,
occiio quello, (3) fu facile a Papa Giovanni XXIII. racquiflar l’autoritìi di
conferire i Benebzj in Francia, dando nominazione al Re, e alla Regina, e al
Delfino, (4) e alla Cala di Borgogna per tutti i loro Servitori ; valendoli poi
egli del rimanente. il che U Corte conlervò fino alla mone dì quel Re;
imperocché Carlo VII. Tuo Figliuolo, che gli fuccedecte, rinnovò gli editti,
(j) In Italia ancora furono fatte varie provvifioni da diverfi Stati
diverlamcme, le quali tutte tendevano a levare gii abufi. Teftifica BaU do, che
fino i fiolognefi fecero provvifioni benefiziali ; e in particolare ordinarono
che non folTcro conferite, lalvo che a’ nativi di quella Città, e fuo Contado;
nè i Papi erano molto Rimati all' ora; anzi, clfcndo Giovanni XXIlI. in Firenze
colla iua Corte, nacque certo uilordine nella collazione di un Benefizio,
perlochè quella Repubblica lo privò della podellk di conferir Benefizj nello
Stato per cinque an» ni. (i) In quelli tempi s' inventarono claufule
ineflricabili da metter nelle Bolle, come mettendo difTerenja tra le fupplichc
lottukiriiie per cmcejfnm, e quelle che fono lottofcritte ptr fita; ( 5 ) tra
le (pCf (lite con cla^fot. Mmh proprio « e le altre con cLnilula tmrtftrri, ( 6
) Ù 1 1 ^ V. tUnt 4» C 0 rÌi»Mfi, Cru tmrt dtp'éUri dmtt (• «ir» JtlU ftttrmuw
tht U CrMrt>» di hi» irdim mÌ ffrmfit di tr» fi»t» fmttM I» TrMmti». lt>
ÌlQ»rdm»t dtTmr), JkeM«nrtreI«, a«v re roAtemporine i, S Ètrri a 4 enfili»,
rUnivttfitk, rt» ftrmttttfftf» Jllrjf»»dr 0, d4 fftrr frt m»ff !$rt tf»j»»i
f»il» Ckirf» TtéiKiff, I U fmpflK» »« lU f» ftrtii dtir VbìvìtÌi» éili'tPfMtrr#
fT tmtt» l» dittsClHtl», •Utr»ttT0 M»' Mut» in » iti fierue d«'i}. Afd» 14- ».
ed i ryVft# nella CeafeTmta delie ardtaatetmi lei. I. tu. f. pert. ». fataf.i.
(il rtorc.inni, proDter uairiun akifitm • Ps ft loatmillBin in ronwrerkio unirp
Abb:nun &• um iB eoninr ditione, privavcrunt loannem ZXIIL Wpun, in «orun
civitaie tuoi dn;Mtati. pur«. fiate rAn^erervdi beiveficia io enrom dnioM fit»
ulque ad oumquennium. fdeUaeui i» aatii adSét maiat teaf»ltmm r«fa mette fiat
ut peiimr, ì, eàt fatila teatrdam fempre fualdet fratta, e feae feetefttitte dt
marna prep'ta del Papa cella prima Uttera dtl fa» aaata di iatttfim» fra la
fauhca, e le tlamfale i taddeve l'aitre ma» fame fettefeture, tkt dal metaiha
dtl Coocefiufi r«« fatfia fermata • CooceiTun ue petitur in pecientia Damini
noRri nap« taUa prima lettera dei fae aame, e del fna eefmeema fra la fapplua,
e le Àmafale ^ e CuAuffitn a late della tlaafmU talir dae lettere raatiali ile'
fmat aam • Vedi la rtfeia }- di CeaeilUria, 16 ) ratte furfie rndrjri#
rNW»ri«r#w fette II Pentifitatr de Rea tfatte IX. Rapa di Amm, e fetta faellt
di Stmtdut XtU. Pa*» d' Avìfmaat. Pe«c che (i migliore la condizione; dalle
quali invènzioni nafceva ch^ più Bolle erano impetrate fopra T ìflefTo
Benefìzio, e oltre alle maggiori annate pagate, nalccvano anche liti, che
bifognava poi trattare a Roma con benefìzio della Corte. Si aggiunfe il
cofHtuir un’altro licigantC) fe uno moriva, acciò col Tuo 6ne non foffe il fine
della lite; ma dalla morte di quello fi cavava un'altra annata, e la
continuazione della lite, la qual anche moltiplicando, furono trovate le
claufuIe:S'fiiteri : Si neutri : Si nulli ; per le quali fi dava anche il
Benefìzio ad un terzo, durante pure la lite tra i due primi : il che coftrinfe
i Principi, per levare le confufìoni, il difordine, e le liti tra i loro
fudditi, a ripigliare nel foro fecolare la cognizione del poflcflorio de*
Benefizi.- cola, che, (ebbene legittima, era fiata per connivenza de’Principi
levata da'Magifirati Secolari, e alTunta dal Foro Ecclefiafiico. (i) Dalle
provvifioni eh’ erano fatte da qualche Principe, per ritener il corfo delle
introduzioni nuove nella materia benefiziale ne’ loro Stati, pigliava la Corte
occafione di trovarne dell'aftre, xosi per fare gli fief(i eliciti lotto altri
preiefii, come per moltiplicare modi dove potevano; e con quelli lupplire a
quanto non fi poteva lare, dove era gilt provveduto. XL. « In qucfti tempi fi
trovarono le rifegnaziont, non le buone, e lodevoli, che quefte fono
antichiflìme; ma cene altre, delle quali il Mondo al prefente non fi loda. Non
fu mai lecito a chi era pofio in U14 carico Ecclefiafiico di lafciarlo di
propria autorith; ed era ben conveniente che chi s’era dedicato ad un lervizio,
e ne aveva ricevuta la mercede, ch’era il Benefizio, pcrlevcrafic fervendo:
nondimeno, (2) perche qualche legittima caufa poteva occorrere, per la quale
foffe ncceffàrio, o almeno utiliih pubblica, o privata, che alcuno fe ne
fpogliaflc, fu introdotto per cofiume, che fi pocchc con autorith del
Superiore, per qualche caufa legittima,
rinunziare.* e le caufe cheli praticavano erano, fe per infermirh di mente, o
di corpo, o vecchiezza, foffe fatto inabile; (4) fe, per inimicizia d’uomini
potenti nel luogo, non poteflè fenza pericolo fare la refidenza. Quando la
rinunzia era ricevuu dal Vefeovo, il Benefizio era tenuto per vacante. XIII.
ditt Csrlt M Htlim ntUt fui «»»»• fmU'HUtl» fmtn l’émm» 1 40*. r»ntrm zmm* MIm
fil.a. Se I f0rlMmt»t» difmrigi,
tr»infari tt di Ctnfigliart Gnriei, malto mlU dimutmxjom* drlf aHtortti
Àt'Qiuàui £rrfr^Jfjrt. Icem Junldidio tecnporali» per rpirimalem non debet
impediti 1 &, u contralìat, Curiaprcìtni coDfuevit compellrre fpirìtaslem
ad reatovendum impedinicnn talia per captionem Ttue temporaliram. Ita dinnm
luit per Arteilum Co« ri« in l’irlantento anni i|tf. contra Epifcopuoi
Khemenlnii prò Capiralo di^EccleCs. Cup.apw pMuitl. filli Cane farlsm. Cari, fì nui vero ■ (l'an. li quii preibfter.
Se Cau. E^ihrt>pani f. an. 1, Ctn. Cleticut ai.qo.i.Can.Sannonun^o. dift. Et
YvoUe. «or. ep. i I. (})
Vide rap. 4. estri de renannsrione. Vide
cap. io. extra de rcauntutioac. So
«€, (é) c 4 Collatore a cui apparteneva, Io conferiva cogli ftcIG modi, come fc
fofle vacato per morte, S'imrodufTc in quefti tempi il riounziare, non per
alcuna caufa urgente, ma folo ad effetto che il Benefìzio fofle ccnferico ad
uno nominato dal Rinunziante: (ò) e come a cofa nuova convenne anche dar nome
nuovo, e chiamarla : Rejignatio ad favorente imperocché è fatta fòlo per
favorir il Rifegnatario, acciocché abbia il Benefizio : c bcns'i in liberà del
Superiore ricever, 0 no, la rinunzia ma non la può ricevere, fc non dando il
Benefizio al nominato. Quello,‘ febben fu un modo d’introdur fucceflìone
ereditaria ne’Bcncfizj, c perciò dannolo alfOrdine Ecclefiallico, riufci utile
alla Corte, in quanto più frequentemente fi conferiva il Benefizio, e ella ne
riceveva maggiori annate. L’avarizia, e gli altri affetti mondani infegnarono
anche a molti d'impetrare, e ricevere Benefiz;, non con animo di perfeverar in
quelli, ma con penfiero di goderli finché nc orrcneffero di migliori, ovvero
finche mettcflcro a fegno qualche dilegno di matrimonio, o d'altro genere di
vita: o pur finché qualche fanciullo pcrvenilfe all'etk, al quale ppi potcfTcro
rinunziare :coia, che dagli uomini pii non fu mai Icuiata; e fi tiene per comune
opinione, che chiunque riceve un Benefizio con diiegno di rinunziarlo, non
pofla con buona cofeienza ricevere i frutti : il che alcuni di più larga
cofeienza non vogliono dire cos^ ecneralmenie di tutt^, ma di quelli foli che
lo fanno con diiegno d'abbandonare l'Ordine Chericate. Per le rinunzie ad
fawrem riulccndonc emolumenti a chi le riceve, la Corte, acciò il frutto fofle
tutto Igo, proibì a’Vefeovi di ricevere tali rinunzie, e riferfiò che il lolp
Pontefice BLpmano le poieffe fare (l). £ perché molti Benefiziarii, quando fi
fentivano vicini a morte, per tal via rifacevano un lucceflore, fu ordinato per
regola di Cancellerìa, che non vaiefle la rinunzia fatta dal Beneficiato
infermo a favore d’uno, le il ripunziante non fopraviveva venti giorni dopo preflato
il conlenlo. (r) XLI, In quelli tempi pareva feemato il fonte delle obblazioni
de’ Fedeli : pa mentre durò U guerra in Terra Santa, e durò per qualche anno,
mentre Zignooi, «cl quu> ie indignua rehttamio judjcsVII, conatur altendcre,
hoc fraterniraa nir re^udeo, quia jullum eXl ui in judicio, quod de K
judietvit, permaneat, 0c fpoaUm quam rrpudiavit, rivcnie iratre qui ei leeitime
ipcardittaiia eli, adultemc nonprztumu. YvoCarnot.ep.iri. .Vide cap. ). ettr.
de renuntiat. (t) Bmlftmotu fulCamtmt jb, Apf*Mi, diti thf avtnd» W*« «»•
Vtftrvt amu* nftfnart il fmt l'rfttvat» ad ma fmt amira, V di’ Vtftavi »am
valli aamuiiri la ma rifiraa, ^7 pafft nadiifi i» latim», U^maU(itama jUtafim
diri iffm di malia tanfidrratiami. Tu autem dìcquod, etiamfi non ad Uun
(i«oatum Eptfeopuj Epitcopanlm traormilèrii, iéd ad aiteuum, idcmCTÌT •
F.piicopM enitnaSyRodii fiendecreium eft. Et ideo ctiom vita fun^i lile urhia
Phihppi Me. iropoUtanui itujiùtuu ^ lìiz Metropoli iiib bar cop diiiotic
renoRtians, fi cju Occenoainin nrtniPkilippi Metropolitaouin prò ie ipio
iiiafta SyaodM comthiuerct, non edeiaudinui Mtiadiiiquod, fi rciquai polì
cleàMnrin ea Ecelefi* «edinbiM acqeàrtt, non potrAdare, vel ed quo» volt
tnnlinutere, inulto m^uEpilVopanun. VideCan. ja. Cotte. Caribag.Se aj. Antioih.di Can. i,.
Cwt.y.qn.) ìteamda é Camamih, am
ifitadavi aditi, ehi il Vafa, tha fifa efimtari dalla fimimia ■ Ve' di la Ulàfa
ai taf. 4. racra de pa^i, verbo iUt 8c poAea inlra vinnti din, a die per iptun
reUfnamcm {n^vdandi (onknlut cocnpoiandoa, de tptii infima laie dcceflcTji, ac
ipium beneficrain coolìrrarur per relìgoertoneiB fic fadam, coILmio hapifinodi
nulla fil, iplumque brnrficiuni per obiiujn vacare ceofirrtur. Vidi Malia, ad hmnt tei. aa.h^ mentre vi fu fperanza,
per quella caufa mole' oro perveniva all’Ordine Ecclefiaftico; ma, perduta ogni
fperanza, fi fermarono le obblazioni ■' fu nondimeno prclo efempio da quell’
opera, e fu introdotto il dar rindulgcnze, remilHoni, e conceflioni a chi
porgelTe, e conrribuillè per qualche opera pia; c cotidianamente s’ idituivano
nuove opere per ciafeuna Citch, per le quali era data Indulgenza da Roma;
partorendo quello molto frutto all’Ordine Chericale, e alla Corte, che ne
partecipava ; e ciò tanto innanzi pafsò, che nel 1517- nacque in Germania la
novith che ciafeuno fa. ( 1 ) Papa Pio V. all’etli noflra provvide con una
codituzione, con cui annullò tutte l’ Indulgenze concede colla claufula delle
mani adjutrici, (a) cioè, con obbligo d’ofierir danari ; cola che non ha ancora
fermato il corfo di queda raccolu- Imperocché, febbene le Indulgenze ora fi
danno fenaa quella condizione, indimene nelle Chiefe fono mefie fuori le
cadette, e il popolo crede di non ottener il perdono, fe non offerifee. XLII.
Ma tornando a quedi anni della feifma, per quanto tocca all’acquiftar di nuovo
entrate, e beni dabili alle Chiefe, pareva che fède affatto perduta la
fperanza. Giò i Monaci non avevano più credito di fantith ; il fervore della
milizia facra era non folo intiepidito, ma edinto; i Frati mendicanti, che
tutti furono idituiti dopo il 1200. perciò avevano credito, perche s’erano
Ipogliati adatto della podeflò d’;acquidar dabili, e avevano fatto voto di
vivere di fole oblazioni, e limofine ; onde pareva che qui dovcilc icrmarfi
l’aumento de’ bòli dabili : Iti però trovata una buona via, la quale fu il
concedere per privilegio della Sede Appodolica a' Frati mendicanti il poter
acquidare dabili; il che per voto, e idituzione loto era proibito. Molte
perfone loro devote erano prontidime ad arricchirli; nè redava fe non il modo ;
quello trovato, lubiio i Conventi de’ Mendicanti furono in Italia, in Spagna, e
in altri Regni, fatti in breve tempo affai comodi di dabili : lolo i Francefi
s’oppolero alla novità, dicendo che Cccome erano entrati nel Regno con quelle
idituzioni di povertà, conveniva che con quelle perfeveralfero : nè mai lino al
prelénte hanno voluto permettere che at^uidino; ( 3 ) dove in alcuni altri
luoghi gli acquilli loro fono dati affai notabili, madime ne’ tempi dello
Icifma; quando tutto il rimandate dell’ Ordine Chericale era in poco credito.
Tomt II. L Fu le iì") Li frifmd ZMtm. (») Omne* fc Tinnlai induT^ntiu,
«tiamrer ftniM qu>HranufM Ko«um« Pootibc noAm, *c «um mm, fiib cHBMde
tenoribui, tc Satmis, ac cum cUuiuIii, tt decrtfU, ac ex ^mbaTm mia or.
{cnnOimia canfii, ctiaiR caufa radoi^ionis capti, xerem, 0c alùa qimnoiiolibct
coaceflaai prò qui. bai coofaqutadit laac purrigendu sdfmtri. ttt. Oc quu
quftuadi facatrarem qunmode libet coatiftcm.... auAarktit apoAoIka, teoert pr».
fauiium, ptrpcao rwocaimu, eairooos, irUTsinas, 6c aanulbuRM, ae vtribaa
facaàRHH. VII. Dtrtrif. tf. C|) fsrummtt di Parigi, Ì 4 ÌU fma St0ri* dei
Ctntilié dì Tmu », um previTM il dterH0 eh* jtrmttit MgCOrdini mnUh. tmati di
f*S*dwr h*m fmhtU, diend* eh *, tftmdpmi futi il netymti 1» Trsnei* t*m
mm'ikime» etmrmtit, wu trm etfm gimfl* iln** ^trU »l*rim*»t*i * td« ^mlU trm
mnmntfitii U Ctrl» di Btmm, per tirmrt m li i hni dt’fm» Urti im pi r t e ehì
fmtilm Ctrtt Imftim primtrmmiemtt mt^Mìfimr trtdu» «'frati raa fura vtit f**^t
di ftvrrtà, ^ li fà tnfdtrmr* emme ftrftni ebt Ma hm»m» «iru* ÌMttrtS», fmMmt
tmit» per rudi t fri, fa wd * fi ftwt ftmhiUii n etmtttt, tUm li mifimfm imi
Itrt vttt, per dtr Urt U mt~ dt d'mrrieet^fi. Vedi U Cmifernim deil* trdtnit^
Miti W. t. tif.j. pmrt.t. pmrmg.f. 8xFu levato lo fcifma nel Coacilio di
Coflanza, avendo uno de* Papi rinunziato, (i) ed eifendo (lati gli altri due
(a) privati; e nel 1417fu eletto in Concilio Martino V. (j) Speravano tutti che
dal Concilio, e dal Papa fofle polla regola a tanti difordini della materia
benehziale ; e di fatto il Concilio propofe al Papa gli articoli da riformar le
riferve, annate, grazie, afpetrative, commende, e collazioni : ma ddìderando il
nuovo Papa, e la Corte (4) di tornar a cala; ed eifendo anche rutti i Padri del
Concilio Aanchi, per la lungha a 0 enza dalle cafe loro, fu facilmente rimelTo
il trattar materia cosi ardua, e che ricercava tanto tempo, al futuro Concilio,
ch’era intimato per celebrarfi in Pavia cinque anni dopo : il che molfe i
Francefi a non voler alpettare nuovo Concilio; onde fu per arredo del
Parlamento ordinato che non fi predaife ubbidienza al Papa, fe prima non fofle
intimato, e accettato da lui Teditto regio, (5) che Jevava le riicrvazioni, e
ledrazioni de* danari perlochc, avendo Martino mandato Nunzio, per dar conto al
Re della lua elezione, rilpole il Re che l’avrebbe accettato con condizione che
i Beneflzj elettivi fofsero conferiti per elezione, e le riferve, e afpertative
levate. Il Papa fi contentò per all’ora; ma nel 1422», acquidati alcuni
deirUniverfitlt a fuo favore, tentò di far ricevere le rilervazioni con tutto
ciò non potè ottener rintcnto; anzi fu proceduto contra i luoi fautori con
prigione, (d) 11 Pontehee mite l’ interdetto in LionC, e il Parlamento ordinò
che noti folse Icrvato; e durò la
contela fino al 1424- quando il Re fi compofe col Papa, che Sua Samii^ avelTe
per legittime le collazioni fatte fino all'ora, e per l’avvenire foflfero
accettati tutti i iuoi comandamenti: ma il Proccuratore, e Avvocato Generale
con molti Signori fi oppofero airefecuzione; e rapprelentato al Re il danno dei
Regno, fecero andar in fumo l’accordo fatto col Re In quedo mentre fi fece il
Concilio di Pavia, (8) il quale, appena principiato, fu trasferito a Siena, (p)
e fpedito con gran celerità ; (10) non eifendo data in elfo trattata cofa di
momento, ma iolo data jperanza che nel Concilio da celebrarfi indi a fette anni
in Bafilea lì farebbe riformato il tutto : nel line de'quali lette anni mori
Martino, e lègul nel Pontificato Eugenio IV. (11) lotto il quale nel Concilio
^filenfe J431. fu (12) fatta la provvifìone tanto neceflaria, e tanto defìderau
a* difordini della materia benefiziale : furono CittMUiì XXIII. Jgf* tjfrr
fili*, $ def* ijfrtii fi*t» ftttmiuta fjT (») Crum* Xll> • Btntd*tt*^f^h l})
0r«M CéUmm^ ert*t* éUS.M**’ tm*i • tntii fftf* fm*l a«mi ( 4 ) t'I * l»
f"* CM* tfit é lm n t* t*tk» M Ctluilt* f' m awif t 0 ft, m*m Itiftgrtii
im* dimuHAia»» U. Il fm tkimf* *idi la. Afttlt dtlV *•• w l4i>. 4 wr àmtM*
irt sm* * miM.9*. O) D*l ttrmà d*Uj. Wfdi UC*m ftnkt* étti* OrdiMSM**mi j (« )
JUrtr* dtU’ V»rvrrJj4t, 4)1. rono proibite le rifervazioni, eccetto de' vacanti
in Curia*, furono anche proibite iafpettaiive, le annate, e tutte l'altre
efaziont della Corte. 11 Pontefice, vedendo che gli fi riUringevano la podell^,
e le ricchezze, non potè fopportarc; fi oppoiè al Concilio. Tentò prima di
trasferirlo altrove, in luogo dove potefTc maneggiare i Prelati: (i) il che,
ripugnando e(Ti, non gli potò riufeire, e palTarono molte contefe tra il Papa,
c il Concilio; alle quali alla giornata gli uomini pii, inrerponendofi,
trovarono temperamento: finalmente cITcndo il O)ncilio rilòluto di provvedere
airellcrfioni de’ danari, e il Papa di confervarc Tautoriik, e comoditi fua,
vennero a rottura irreconciliabile. Il Papa ( 2 ) annullò il Concilio; e il
Concilio privò il Papa, e n* elelTe un’altro*, (3) onde nacque feifma nella
Chiefa. Fu accettato quel Concilio in Francia, e in Germania*, e nel 143^. fu
pubblicata in Francia la prammatica tanto famofa, (4) per cui fi refiituirono
reiezioni a’ Capitoli, e le collazioni agli Ordinar) *, e fi proibirono le
rifervaziont come nel Concilio Baftlienfe. XLIV, In Italia quel Concilio non fu
ricevuto, e tutti aderirono al Papa., onde le rifervazioni prefero piede : anzi
ciafeun Pontefice le rinnova lenza difficoltk, e introduce ancora nuovi aggravj
nella collazione benefiziale*, nefiun de’ quali mai fi modera, fe non quando fi
trova modo di fare lo (le 0 b effetto per via piò facile. IntrodulTero Giulio
II., e Leon X. le rifervazioni mentali, che cos\ le chiamavano, e con un altro
nome, rifervazioni in pecore *, ( 5 ) le quali non fi pubblicavano come le
altre., nè fi facevano : fe non che, vacando un Benefizio, fe T Ordinario lo
conferiva, o alcuno andava per impetrarlo, rifpondeva il Datario che il Papa
l’aveva in fua mente rtfervato : modo, che { 6 ) durò qualche anno, ma poi fi
difusò, (7) perchè tornava incomodo anche alla medefima Corre di Roma. ( 8 J
Gli altri modi pa(Tar«no tutti in eccenb *, imperocché circa le rilegnaziont in
favorem gik introdotte, e praticate, s* aggiunfe il rifegnare folo il titolo
del Benefìzio, rifervando a sé tuctTomo li. La i frutti Ut» vi fu m»i, dice
MeiCrjy, tM ftrfttf fr» imi, ! i fmdu di putita SmntAjtmèUMi imftrmtrki, ft d*i
Un tmmtt i fmdti ftttr$ ftmferr» tét vltvsm» f*r frtm* stU fmmmtmtà, fthntmd$
hrnmtMtt pttirémtttm Is, tht 1 C*mciUt e ti { tfU ^rimtmtt Ritmai*, ftr farfi
Frtmua, td abbamdn^ fmtt il fm» trema, ftr tffer f»f* • f" aitila
mill'aan» 1 43^ « ruamaftimra dalia framtia, dall' Aitmaarma a dalia jiMQwr
farle deli'Oftidemii fi»» aita maiitd’£mSiate ( dafa la ifmale efemdeS nvaiti i
friatìfi dalla farle di SuiaU V., fm aUligat» fané tea frirkiere, fané tan
mimane ad attaafemiiri mila rtmmtaae della Cbiefa, tiamaajaad» al Pamtifiiaief
li tht feti nel 1447. nel Centiii» tb' ili tf^tjfameaie iratferita da BaSlaa
alamfama aag'i Svttjari, IXifa da ibe i Padri lanfermaraa» l'eiaAtMf di HiteaU
fatta dma anni utaamii a Rea» da'Cardtaali dal fartit* iT Smseait Amedea, eh»
aveva fref» il marne di Feiin V. f4) Mexerty U cbiaau tl rifar» dalla Cbiefa
Gallitama. (O Ciri ternate i* futa. (tf) Giavaaai Smarei., Veftava di Cambra ha
fartiallt, fartamd» mel Camelli» di Tremi» mtaraa alla rifirve mentali, U
tbiamb fmrn \ a dift tba fattUe fiata mnlta lafnart al Fafa U eaJlatiana di
tatti i btaifiti, ì» vaeedi faffartart eb'ishdiffe fatta ad mm ftmfirr» mtm
rammairala, maa faiHirai», a fatava fimfiaamte eredarfi aaa ejfrr veanta al Taf
a, fa aa» defa la fmetefa vmeaata. faaU fiar. dtl Carne, iti. t. tri La riferva
fkrtat frtibit» dal CtaeiUt di Trtat». Caf.t^ Itila Rifatma. feff'.%4, . {t) La
faale davava faffartart egmttlara» eaairarietà, U effafiaitm dalla farle
ae’CalUtari erdiaai ). ì frutti d’efTo; il che in eHIicnza non era altro, fé
non reflar padrone del Benefizio appunto come prima che folTe rinunziato, ma
colìituen' dofi loio un lucceiFore, il quale folTe ben in nome di titolare
innanzi la morte del riminziante, ma in fatti non avdfe ragione alcun^.- c ao
ciò il nuovo liiolare, volendo raccoglier egli i frutti, e aflfegnarli al
Kinunziantc, non fi potdfe far padrone di qualche colà, fu aggiunto anche che
a! Rinunziante non iole foTero niervati tutti i frutti, ma ancora egli porelTc
efìgerli con propria autorità. Non reOava al Rilegnante altro che lo facelTe
diHcrcnte dal total padrone, le non che, le il Titolare folTc morto prima di
lui, egli beni! relbva con tutti i frutti del Benefizio, ma non poteva più
crearli un fuccclTorc; c il titolo poteva elTer dal Collatore dato a chi
piaceva a lui che dopo la morte del Rinunziante folfc liicceduto. Non mancò
alla Corte ottimo rimedio anche per quello, il quale fu il regreflb. (i) XLV»
Ne’ tempi primi della Chiefa era un fanto, e lodevol ufo, che chi era ordinato
ad una Chicla, mai in lua vita non iat eiava il carico, per aver Benefizio di
maggior rendita, o di maggior {a) onore : pareva a cialcuno aOai fare T uffizio
fuo al meglio .* per ncccfUt^ alle volte il Superiore, che non aveva periona
atta a qualche gran carico, ne pigliava una occupata in altro minore, (*) e per
ubbidienza U trasferiva al maggiore: cola che poi fu per maggior comodo, ovvero
utile, ricercata da alcuni; onde la traslazione (a) inufitata fi fece
ufitatijfima: e tanta era la follecitudine di ciaicuno di crelcer in grado, che
IpefTe volte, lafciato il pofleduto, e impetratone un altro, riufccn .. do r
impetrazione viziola, rdlava privato d'ambidue ; il che cflèndo in conveniente,
l’ufo ottenne che, fc rimpctrazioue del fecondo luogo non poteva aver
ritornafl'c lenza altro al primo; (») c quello fi chiamava regrefio. À
TTriUTitudlnc d1ci6tu inventato di conceder al Rifegname una facoltà, che
qualunque volta il Riiegnatario morilTe, o rinunziaflè il titolo, egli poieffe
lenza altro riiornar al benefizio rilegnato, e con propria automi prender di
nuovo la pofTcffione, e farlo luo, come le mai favcirc rinunziato : e quando
anche non avefic ricevuta la pofTcffione priiiia deda rinunzia, (nei qual calo
il regrcHo non può aver luogo ) potefle per accclTo, c ingrelTo prender la poflcllionc fimilmeiuc di propria
autorità, lenza altro mini llero H) Intclkitmut, C.Caaonioo retereiK*, ouoj
tuoi tpiè L n (MilTeDt Eccldùiltta bcncEcù pernuj» r, ut taoieo lii»p>icniti
ve.tu tnbiunif, mandanuii a uaiciiu) coaUueiu prxiavium O. uUier ‘uilfe
eicf^unit amotu a prtebeiula Tua crtnLingUineo ipliua L. vei qoijlibet alto
illicito deientore, e-in ledicui &CUU1 eiticin. Cip. >. ulta de tctiun
perimit. Cit^, eiur allei a. IcJ oicbie
et propria^ ut ncc iJp-ò che, quando fi faceffe che il Coadiutore anche
fuccedeffc, ne nalccrebbc maggior bene: prima egli farebbe più diligente,
maneggiando cola che doveva cfTcr fua; gli altri ramerebbero, e riputerebbero
più come proprio, che come alieno; onde fi fece il Coadiutore con futura
fucceffione : cofa eh’ ebbe difenfori, c oppugnatori. Si oppugnava con dire che
ogni fuccelfione nel Benefìzio Écclefiallico è dannabile; porge occafione di
proccurar, o defìderar la morte altrui. Si difendeva col celebre efempio di S.
Agoflino, che da Valerio, fuo antecefsore, fu fatto Coadiutore con futura
fucceffione: il qual efempio non ferve troppo bene, perchè S. Agoliino flefso
poi lo biafimò, e non volle imitarlo; e non fi vergognò di dire che da lui, e
dall’Antecefsorc ciò fu fatto per ignoranza. (^) Ma i tempi, de’ quali
parliamo, non folo davano i Coadiutori con futura fucceffione a’ Prelati, z
altri che tengono amminiflrazionc; ma ancora ne’ Benefizi fempHci, dove non vi
è a chi ajutarfi, in maniera che il Coadiutore reila col puro nome, e non vi e
di reale, fe non la futura fucceffione; ch'è la cola cosi abborrira da’ Canoni.
( Dsl Cémntit, C*uf.T- U > H rjfw Vtf{» r fi tirdt tki CÀtdiMttfi m*M
*r*i*«, ft ptrfém* fiiftndiMtt, ttucr Ac Coc(4fro||'ut Joinnei. ab hoc, nt
oectflkrù cumpeccaii «lirponeiuc IÌKÌinJuufuut ..... vien«iue prclenti vobtt
juiTioflc prsi ipimut Uf, lervsn priuxi in loco KpttVopo mcBiutato revoren»,
quieti w» convenit inculpibilucr cobi, bere, prbext» obcJientum ConlLtufo
coDipccentnn, in nullo dif)«fitionti)ui ejua rpiritu conninuci rrfulianteii
immo commenti vq;ihtiti« veihr (luJio c(uie prò EcclclMllifa utilitste gerencU
Conflitumt- otonueric adimplenin i ut, hit iia dirprrntia, At etmttttm vt^ìJ
JfiftudÌA minifirtnimr. Ac qujtcuinque in pixfaccfectdùe patruuonio, vel Si ufa
de rebus ad cani perrinenrtbut repeten.:» tunc necelTari* conipleaniur. i
fermtifiMJM quMleht vtllq s' Vtfltvt. di dlflt»»ri fHtfli C*»tmiér* ftt Ut»
fqutfftriì t. ntlPHlMìtt flA ^tAXiA n* AfutTA TértfitmA, Vidi tl \T. O.Ce».?.
I. S.Vé»Un» dkt Ut ttrmini ftrptaVt, firn fon» di C*Ad)mt»ris rr» aSat
firandinat»* i Noa auiein, da t»!i, ranmiu line icribitnm gratdbndvm, quod
Epircnpatiim Augudinut acceper», (èJ qiod Kanc Dei turato uirruerìt AfricaiiT
rrcleuc, ut verbe teleilu AiguRjni ore perciperenc, qui ad wiJortQi Ocunìniei
muiient gramin ntvt mtrt pro«ftu*, ita ronfecracos eJ>, uc non futeedem in
Cacbeiri Ei'ilc'ipo^ léd actéderrc. Nam incolumi Valerio Hipponedit Ecrtefìr
Coepitcoput Auguìhnus cA.ep.s7. num. a. Ae Cin. t so. r. Si tifava in quelli
tempi da qualunque Benefiziano, che voleva farfi un fuccelTore
indifferentemente, fecondo il divcrfo gullo, o fare un Coadiutore con futura
(ucccifione, o rilegnar in favore di quello, rifervandoli i frutti, e con
regreffo : ma peri quello era rifervato al foto Pontefice, e per neffuna
maniera conceffo ad altri Collatori. In Germania il Concilio di Bafilea fu da
alcun ricevuto, e da altri no; e per ciò diverfamente erano intefe le caule benefiziali.
Per provvedere alle diverlitk, e diffenfioni, nel 1448. fu concordato tra
Niccolò V. e Federigo Imperadore in quella guila : (i) che i benefizj vacanti
in Curia foffero rilervati al Papa, e nel rimanente degli elettivi fi
procedeffe per elezione quanto a gli altri i vacanti, in lei mefi foffero del
Papa, negli altri lei foffero dillribuiti dagli ordinar] Collatori; aggiunto
anche, che, fe il Papa non aveffe in termine di tre inefi conferiti gli
fpettanti a sè, ne cadeffe(z) la collazione negli Ordinar]. Non fu per tutta
Germania ricevuto il concordato; e alcune Diocefi fino dal 1518. fervano il
Concilio Balìlienfe, che annulla tutte le riferve. Ma in prc^reffo di tempo
anche chi ricevette il concordato nel principio, reltò poi d'offervarlo, e G
difendeva, dicendo che il concordato non fu ricevuto generalmente, ed ha
perduto il vigore per la diffuetudine in maniera, che (non trattiamo di quelle
Citth dove i Velcovi, e i Capitoli fi fono divifi dalla Chiefa Romana) anche
nelle Chicle, che rellano l'otto l’ubbidienza, poco, o niente era olTervato.
Clemente VII. nel 1534- fece una leverà Bolla,- ma ebbe poco effetto : un’altra
ne fece Gregorio Vili, nel fenza miglior fuc ceffo. E»m» y»,ffj afart, farai d»
gt.'efi* tr»r, fiver» jta aaert,,n iaefki d,fi*au feiameif' dm puaate àt
tammiae, e\i f^ij?dtti»i»lala re mette f at» f.^e ti huge delia tén étdì^^^
tauame f t fartmm* tatii i Seiufiai firmari, • gelati, thè ufedatfamte^temf»
delia Irte f rum ae ifmelii ebt tem ftema^ alte dignità ta I narrali, Artiefìfti^U,
ed £fiftofali et» varan fi, > tilt vae^rénat per i* 4 Vtr»*er«. Utile ciiefe
ìdetr^alitaat, e CattrdraU, aia feetette èm me diat umn it alla Sede Appidthea,
i Mftdeaahri ebt vi f»»a imnt.haiameate fe^tut, i' eUtitai fi faranae
Uitrameste, e fai feraitanpet' tate alla dell» sede, eUe Uiea^iemer», fe
fataant i»itaicit. £ et' àù^jteri tif,ie» fine lev»» diatameaie faggettì, ed
altri Benifia.] ngrUri, ftt h guai* nam fi fati! ruarrtre alla faataSede, gli
Utili aa» branma aUligati avtmra a Raau perita lrra.tamftrmat.iana, a
prev9tfiame\ aUrp ditpigiiii' fii lentjin ma» laderanni futa tafptuatne, nè»
hinfit.f dilla Uanaebe mam efeati fati* l» difpafium ma éa» Umfm « Qgaata arti
ahrilantfit.) feealari, arnatarinaa eamprefi niile uftrve effriffi di fefra,
ma* imptdirtau eh* hitramemii aaa nt fi» Caliatati ardinarl, fmaada vailùraiiHa
ae'mtfi a» febbrai», ^rile, Gimgae, Agafia, Qet^rt, at>ttimbri, t m*(i di
Gaamapa, Mara.», idaeei», Lm» gtu, btiitmbii, e Nnembre, faraana rifttbaii al
fapa ; ma fe fmteedarà tba i aim^ai, eba vatbm raaa» f» ^mefii mefi, man fiea»
fiati tamfenti dal Vapa mi‘i**m*fi, eamiaeiaada dal giama della va^ r«u« fepma
atl larga del itaefitua, U CallaKÌaai niaraarà, a ad igni altra al fma le
fprttird la difpt'fieiomt. Ma awd» gaefia ahima lameifìaitt aperta Fadna a
malte Ini tbe aafervama di giara» im gura» fra fatili elee UVapa avena
ueirntdiuiimaaaet tl termnae ffirata di tre mefi, e ameilitbeav»’ vaa» alienata
la tallagdaae dagUOrdiaarf, ipimU teaftrivaaa i bi»rjfz.t dal gura» im tm
fpiravaaa 1 tre uefi, per ^r«vritir« leprattvifieaitìeeelP*' pa pattfie aver
fatte verfa 1 fiat del termaan Or^ garie X(ll. fiee ama fiali» m data del prema
di Ha vtm br* ij6. tea tm iuftiarì eie ìd Camtefieme di Papa Pftttal» V. aaa
dava altmm Imàgf Oreiear), «> agli altri Cellatari di difparrt forati i tre
mefi de' beaefiat ama vetta teweprep fette fmefià brttifa teneijiami ( m»
attriti thè fn V awtnaire gutUì, tbe il Papa avrà prevnednti di tfnrfit
benefi».}, faranm» ttnmti a a fifaifitatelm lira impetranene a'CelLiteri atti»
fpazia di tre mefi, fimianaada dal riama dtllav*eamKa fepnt» nr! h"« dtl
lr-'f%ìT, o n p^nil.ttrln im fuiiffi cefib. Nella Dieta di Ratisbona de! 1 ^
94. il Cardinal Madruedo, fi) Legato di Papa Clemente Vili, fece gran
querimonie per nome del Papa fopra di quello; nè apparve frutto. Al prefentc
rella ridcfsa varietà 9 e confuftone. La Corte Romana non ba^ le non due rimedj
.uno per mezzo delie ConfelTioni de’Gefuiti, i quali operano per termine di
cofeienza che i Benefiziar) provveduti da gli Ordinar) lì contentino di
pigliare le Bolle da Roma; e alcuni lo fanno: l'altro rimedio ufato dalla;
Corte, ma ne’Benefiz) importanti, e con perfone in parte dipendenti da loro, è,
che, fatta una eiezione, o collazione centra il concordato, la Corte l’ annulla,
ma conferifee poi elìà il Benefizio alla llcfia perfona : rimedio in altre
occalioni ancora gi^ molto ulato; non perchè giovi neiriHelTo tempo; ma perchè,
fervando quelle Scritture, le ne vagliene poi a’tempi feguenti, per mollrare
che avelTcro ubbidienza, come tante altre Decretali, che non ebbero effetto:
lono però ne’ Libri Decfetali per lo ftelTo difegno. XLVII. In Francia la
prammatica > ebbe rigidi combatrimgpti da Pio IL, (2) acquali s’oppolero
collantemente il Clero Francele, c rUnivcrfii^ di Parigi ; perlochè il Papa fi
voltò al Re Luigi XI,, e gli mollrò comò era dildicevole a lui che nel Tuo
Regno fi lervalfero i Decreti del Concilio Bafilienie, contra il quale egli,
eflendo primogenito regio, (*) c partito dal Padre per dilgulli, andò con arme,
ricevuti danari da Papa Eugenio IV. per dillurbar il Concilio: alle quali
ragioni il Re Luigi nel 14Ò1. cefie, e rivocò la prammatica: (3) ma feguendo
oppofizioni deinjniverfitk, e rimollranze del Parlamento, le quali ancora fi
ritrovano, nelle quali rapprclcntavano al Re gli aggravj del Regno, c deir
Ordine Ecclellallico con conto fatto minutamente, che in tre anni erano andati
(4) per caule benefiziali a Roma 4. milioni dopo tre anni la prammatica fu
daU’illcilo Re rellituita. Se le oppofc poi Siilo IV- c fece un concordato per
diftruggcrla, il quale fi ritrova ancora; ma quello non fu ricevuto, e la
prammatica reftò. Innoccnzio Vili. Aicflindro VI., c. Giulio II. fecero ogni
sforzo, per levarlafg) nè mai poterono ottenerlo,. fi» nt mtdfm Imfé di i di ihin*ndo
mmlU, t di nimns frZM, t VMÌ*rt tuttt t* àifftjiùeni, • frvvifiiti fsit
dn'fnddetii CfUdttn dif» t»l fmUlitntjdnt ; t fej^ndtndn U t«U*t»nt di tmtu i,
ed mjftf s ftuii iCeildferi rht Mrdirdnned’infrsngere t* fi»* duki*rdti»ni fin
(he ne Minae thitfie ftrdene *11* f*at* Sede, ^tufi* téli* di GrtftrU XIII.
iimtjh* tbt $ taf* ertJenó femfrt di fétte annutUre j Ceneerd*U, e [li
Mitéimdamenti (he fanne te' trintifi. fer non f**mdé le frtttmfitni dell» Carte
di Atm*, (he fer fre^tSene, e ftt mm rertt temfe, fin (he féff*»* ferviefi del
lare diritta ta» intia it rym. (t > Zadewa, Nifete di Crifitfera Madrnfria,
C*rìn*lt yiftava di Trtnta, a fma fnettfiera tm Viftevata. Etti [Tidmv* gmirr*, gntrr*, iil({ue ad «•
filloa. xLvm. (*) toQuif**-’ 9 p«rtl(o dal Psdn per di%s. fti; it tha né* f*
niente mt frefefite. L'nmma 1461. »« [matta narft dat fma iUima. (4> ?a»Ulì.
U [H*U fmtttfit *Ha, mandi al ta Gìavanmi Gwfftdi ^ CmràirnaU, V^eave dAldi,
fer fatili vtr^ara la riveeauamt dilla prmnmatka. Ha faffatm [mefia ri^aaitna
nelCaklUtta, [nefia CardiaaU travi nel Parlamenta Giàvanni di S.Rammna,
frattutatar lemaraU, thè vi fece e^fitàaae-, e ntermata a tafa, PVmnerfità,tha
pi nnifiti U fna affaUmmiana al futura oÌM, t fai mudi m farla regihari
maiCafitUeum Vtdi t'aediMag,tme di Ladevka XI. dtl parmii^itf Srtttmdre
>464. mtUa Cemfemza dilla OadpeanJnmi bh.i. tit.f.far.i.farng.i. (S*)
Imfiratfhi avevmma mm pamdigllmi limmei (belli altri Prtarifi Criiiami, ad
delia Stantia, mm femfafftra m far fttm ali,' amteritd Pafata tam fimli
frammatuht. Viir. Fiiulmente Leon X fece un concordato col Re Francefco I. per
cui fu annullata la prammatica, e fu lUtuito che a’ Capitoli delle Chiefe
Cattedrali, e Conventuali fofle affatto levau la podeflk d'elegger il Vefcovo,
e l’Abbate; ma, vacando ì Vefcovati, e le Badie, il Re nominalTe perfona
idonea, alla quale fofle dal Papa conferito il Benefizio. Che il Pontefice
Romano non potefle dar alpettative, nè far riferve generali, o fpeziali ; ma
che i Bcnefizj vacanti in quattro meli deU’anno foflero conferiti dagli
Ordinar] a' Graduaci delle Univerfirìi; e i vacami negli altri otto mefi
foflero da efli Ordinar] conferiti liberamente ; che folamence ogni Papa nella
Tua vita potefle aggravar qualunque Collatore de’Benefiz], fe ne avefle a
conferire tra io. e 50. a conferirne uno fecondo la dirpofizione di fua S^tith
e fe ne avefle 50. o più, a conferirne due : ( i ) e febbene neU'accettare il
concordato vi furono molte diffìcolth, e TUniverfith appellò al futuro Concilio
legittimo, vinfc nondimeno Tautorità, e utiliih del Re Francefco; e il
concordato fu pubblicato in Francia, e pollo in efecuzione. (a) In maniera che,
dappoiché canti Pontefici dal 107^. combatterono con fcomuniche d'infinite
perfone, morte d’ innuraerabili, (3) per levar a’ Principi il conferire i
Vefcovati, e dare reiezione a’ Capitoli ; per lo contrario Pio IL, e cinque
de'fuoi Succeflbri (4) hanno combattuto, per levar a’CapitoU di Francia
l'elezione, e darla al Re; e finalmente Leon X. l'ha ottenuto: cosi la
mutazione degrinterefll porta feco mutazione, e contrarietà di dottrina. Hanno
llimato gli Specolativi la ragione di ciò eflere, perchè l'efempio che il
Vefeovo, e'I Clero conferilca, tiene viva la pratica, e dottrina
univerfaliflìma della Chiefa, contraria alla moderna : altri perchè fia più
facile levarla ancora d^e niMii d’ua Re, che fofle o di fpirito debole, 0 in
bifogno del Pontefice, che da’Vefeovi, e dal Ocro. Il Re Francefco fece molte
leggi ancora, per regolare il poflèlTorio de Benefiz]; e il concordato fu
fervato da lui: ma dal Figliuolo Enrico IL quando fu in guerra con Papa Giulio
III. per caufa di Parma, fu interrotta l’cfecuzionc per qualche anno; (5)
imperocché nel i55 etere di Freéné, dice il medrlìmo ia un «Uro lu(^, le
Umverfiie, i Pérlememet, e tétte ie ptreme dsHtee vi fi tfpefi'e tem iémté tif
rèm^ééte, pretifietiemi, éffellét.'eéi el futmte Ceétilie. Tmttévié i« téfe e
ime eent fm éK^érèe di tedtre siFéMerìti mfeimte, e di telifitéte 4 tenteedàte
mel Fertééiemre. 1)1 Dm armerie VII. fime mi IheeeeniJe I V. ttei, rnelie
fimeee di deigmte mméi feme flèti fette tmfermderi feemmmùmti, tiei,
FétueW.Eérke V. Fedente I. FUiffe 1. Otteme IV. Fedetifell. e Cerrmde f, (4)
P4«I*II. SiJhlV. léMettMàJe Vili. AJ^mmdreVl. e Gmliell, il Dme* di Fmréem ere
ftifimee fette U frettfeeme deUm Ftétteim, fer fetet itfknierfi temtrm
Fhmptrmdere, fme fmettre, 4 fémlt Vetevm imfédremttfi di fwi Dmtete, teme mvev*
fette il Viettéà», Il fepm eite 4 Dmei e Reme, e fei l» dukimri riFnle, per mem
tftrvifi prtfenimte. Lléepermdert, U f»«« 4vrtr« nfveelìet» le fé, prife i» lè
le fmmfm rPii4, e'I EediTtméfirn fmèllé del Dite tentrm 4 Pepe, e F Impptpdere.
1550. il Re proibì che fi riccvcffe alcuna provvifione de’ Benefizi pjpa; e
comandò che tutti folTero conferiti dagli Ordinar},• ma, fatta la pace, il
tutto lì compofe, e tornò Tofiervanza del concordato. Ma nel 14Ò0. furono
tenuti gli Stati in Orleans nella minoriti di Carlo IX. dove furono regolate le
collazioni de' Benefizi, e levate molte delle cofe contenute nel Concordato. Succeffero le gran confufiom, e guerre nel
Regno; e fu mandato il Cardinal di Ferrara (3) Legato in Francia, il quale
ottenne che fi foprafedefie nelle Ordinazioni d’Orlc.ins, ( 4 ) con promeffa,
che il Papa avrebbe provveduto efib a gli abufi, per li quali le ordinazioni
erano fatte : del che poi non fi fece altro; onde al prefente il concordato
refla : cosi fono paiTate le cofe in Germania, ed m Francia. XLIX. Ma lo fiato
d’Italia, che ultimamente abbiamo deferitto, fi è mutato in gran parte, per la
celebrazione del Concilio di Trento, il quale fece molti decreti in quefia
materia, per provvedere a gli abufi fopraddetti che dominavano e febbene dal
Tuo principio, che fu nel 1547. incominciò ad attendere a quelle correzioni, e
fece molti decreti, non furono però polli in efecuzione, falvo che dopo il
fine, che fu nel 15^3. perloche fi può dire che tutte le provvifioni fi
riferifeano a quello tempo. Fu intenzione di quel Concilio rimediare a tre cofe
: prima alla pluralità de'Benefizj; Iccondo alla liicceflìone ereditaria; terzo
all’ aflenza de’Benefiziati : c, per proibire ogni pluralità, ordinò che uno,
eziandio che fofle Cardinale, non potelTe aver piò d'un Benefizio: e fe quello
fofsc cosi tenue, che non ballafse per le Ipefe del Benefiziato, potefse averne
anche un altro, che folsc però fenza cura d' anime.* (5) proibì le commende
de'Benefizj di Curati advifam^ per efser un.i coperta di farne aver due : (rf)
ordinò ancora che i Monafieri per l’avvenire non Tomo li. M folsc (i> dirns
»*i fm$ eéifr», tktM*» fi» thr l* ftmminiftrrnfft dmnmr» si ftr fsrmt l» gmtTTM
m'frtsetfi; eh» enfrf,Mt». t* fruhivM sjftlMtsme»» di f»rr»r »r», m* srM R»im»,
9 m saslfifi» altr» lu»g« eh» fifi» fini» l'mdhiduatm d*l P.tfs, ftf dtfpenf»,
• altre grai.it, fette pna di t»mif{ai.ttni^ agL £ ) « ^aefit Stati il deputate
del Cl»r» dìfie, eh' era fiat» èfitmat», eh» ' Eeefia di Lmter» era mata meli»
fitf» ann» dii Ceuterdat». ig) tpfelii» fEfit della tafa de' Daehi di Ferrara,
Ntpeet di Papa ^trfandreVl, (4) una delle guati prtthva di pagare le Aanate, e
di mandare danare altane a Rema per htnefiny, e per difptnf». (f) Quoouin muUi
«,r-chiilct ( rr eii.ts obtiitenc, tog:^n(ur ott-oinu, quibuftuitique
frimnibut, c t>uin Icx u^nlium aimitrcre, A( line o.ltnlenuitic», ac in
t)«iibu|ue iterfjnja, ct^oi C d'àiKai-tu^ Inm-i'e rulKentiuu>. Invitm h.leit
^ ]n 04 Ì)«.‘«>^iilqaoque eum futura,i‘W^ 14 *. rd frimi thè ritmmriareH» m
r^veghart gii feriti la yreffitt fureae tÌMi D«mrr.iV4«i ifaruitali,
BarulemmeeCaraKia, e Drmnue Sete, i ijttali frexarema feritmcai» eia l'all.' g»
dt rtf diit è ór jure d vino. Ofi>iieHe tha il C.rediaal(jaetane, fariunate
DemmUaHe, aravi ftfirnuia aleam mani frinai la ^nalt fi dna eh' egh mHie ^uande
fi Vifteve, aeagieat thè a*» fi fa>t» atai a! fue f'.fravate. Nel teli"
li'tro della (iia Storia del Con. tilni egli dite (he i L>‘ati Jeif'e
lig-rre in mas lieagregatieee eea.rAle uà» fritte, aea fui i !*•dri tran»
fregali a riCfeudtre teli* fila f*fela ptirtt, q phter, fi fi éerfirarafe la
rf^ldtmjt,a de jiite ditiiia4 e fh'iffiade Jtarr raeedte U rati, 6(. f arena di
pia ex, de aea phtct. ij. di plj«jii' ii». llro, c >7, di non pia et, iw.t p
.us ccAt-ito SD.N. j' g.''n >7 dif’cr.ie-redt!. iT.ftr ^hA It ibe Ji’unr,
^avJH I* ai'L.i-atue'tt ce jjre devntef laJde-.t le i-, uja la l'.rvjw >a
turte, me w Hirettiari^-tai, ft il T,ifa fi ei-'teiiuva, £ ex-vfg-iaial ‘jae.e
d:!hax>eai •atrè afin metafifi'hr, le 1,t e le >j.nea lafiiava»* di
ferieggiar egii.ilrmeate bear il Pafa. (6) l'soto Giov.c», diceoto il (uo
pi-ere nel C««ipcFjff, »•»•« velia u, evale, teli « tVrew rr*e.’-J :'«•
vrei-'eae nJ-ferata teme mae ffmd- temtra il fafa, quandi eie avrffe tinti a
fti>vta, ftr rei,att leale delle lera atieai, e della ̻re D.tiriaa, emme
aveva fatta ma Arrivefiev* dii plana eeatra l'aele HI. th'tgh temeva aeelie thè
aitaat Vefeard aea xe'.iffiit tei favere del )U» Divinuni fetttarfi dall'
mhbtdientA del l'afa, da teu daiadevm Viemiaat della Chtefa, ma thè velevm aeae
dir lare (he ^mefie fartiit ma tfamf'V thè dareidiina 4*C*rat!, fer fitmelrre
ilgieg* l^iftefait 4 feribl, ejftade ì'ajlpri uamtdiatì, freUmdertLlmaa, thè U
late greggia fftUafie fih ad rfì, ehi al lere Veftevei endt fai la Oer4ri.«
atila i.htfa ira^nmerelrhe ta Aaattkia. Stcìia «.et ConciUo tmbe le parti
foflenuta lopinione con grande ardire. Lacofapafsò alle pratiche; onde dopa 14.
mefi fi comandò bensì la refidcnza, ma non fi dichiarò però quo jure il Curato
folTc obbligato : folo furono aggiunte pene a* non refidenti; (i) nel rimanente
furono le cote lafciate nello flato di prima. Quelli però che fi trovarono nel
Concilio, e hanno lafciate opere fpezialmence di Teologia, hanno foficntata la
refidcnza de jure Divlno^y pafiando tant’olrre, che raffermar il contrario
l'hanno Rimato un deludere la facra Scrittura, e la ragione Refia naturale, (a)
c tutta r Antichitk.’ ma, per non irritarli la Corte centra, hanno ritrovate
delle eccezioni, per le quali il Papa polTa farvi delle difpenfe. Delle
rifervazioni, punto principaliffimo, le quali erano crefeiu te fopra modo, il
Concilio non parlò, perchè toccavano la pnmria perfona del Papa; perlochè anche
rcRarono, anzi furono poi accrefeiure. (*) L. Pareva che con aver levate le
unioni, e commende etdvìtamy ì regrefiì, e le Coadjutorie, folfe in gran parte
provveduto, fe non al tutto, almeno a gran parte. 'Fu però trovato dubito un
rimedio, che non folo fece lo RelTo, anzi ne fece un maggiore de’ quattro
fuddetti ; e queRo fu la penfione. E’olTervazione delle perfone pie, che in
queRi tempi mai la Corte non fi lalciafie indurre che venifie annullato, e
corretto un abufo lucrolo, che non ne aveflc preparato un maggiore, e più utile
; ma in queRo è ben certo effere cosi : è però da fapere che non è cola folo di
queRi noRri tempi il metter penfione fopra i Benefiz); folo è nuovo il modo, e
la frequenza c propria de'noRri tempi. Quando i Beni EcclefiaRici erano in
comune, il nome fu inaudito; dopo fatti in Benefizj,- la Regola, o il Canone
praticato da tutti era, che i Benefizj fofTero interamente, e fenza diminuzione
conferiti. Dappoiché i Chetici diedero principio a litigare, quando U caufa era
dubbiofa, cedendo una parte fe ragioni (ue, le le concedeva una parte deir
entrate con nome di penfione: ( *) ancora di due Benefizj quando l’entrace non
erano uguali, fi rifarciva quello che lafciava il più ricco con una penfione*
(T) Apprefib ancora, quando alcuno hlegnava IJ* M 2 con rut a (KroCinàx Sywlt
meoee ahmo* trahancur. .. . Jalarat làcTolanàa SynoJua aannei Patrurchatibni,
PrinwiaUbua, Meirofoliunii. ac Catheinlibua Bcdcfì» che lenza caufa alcuna il
Papa può dare pendone lopra qualfivoglia benefizio a qualunque perfona che gli
pare*, e colui che riceve eziandio fenza caufa veruna, ma !per fola volontà del
Papa, in cofeienza è ficuro. Una volta fi teneva due benefìz) Curati*, uno in
titolo, l’altro in Commenda*, ovvero fi univano ad vitam*, e il Benefiziato era
co(fretto a ftipendiare chi ferviva in uno d' elh : al prefente il Benefiziato
fa dare a quello il titolo, e a sè la pendone ch'egli ne cava*, la qual cofa è
di maggior fuo vantaggiò*, perchè una volta era (oggetto a dar conto degli
errori che il fuo Softituto faceva, e aveva pur qualche ncceftìtb di penfarci
*, clic cosi niente ripofa fopra lui, e l'utilith è fifteffa. Similrnente chi
faceva un Coadiutore, 0 rinunziava con regrelTo, doveva aver qualche penderò
del bcncdzio di cui aveva parte*, e poteva tornare tutto fuo*, ma rinunziando,
rifervaiafi una pendone, refta libero d’ogni cura, d'ogni penderò*, e fe il
Rjfegnatario muore, o cede, a lui non importa, U quale la fua pendone Ubera, c
lenza faftidio. Ancora è molto piu utile aver pendone, che benefizio. Prima
molti Benefizi ricercano TOrdinc (acro, e l'ctb di poterlo ricevere; per la
pendone bafta la prima tonlura, e Teth di fette anni. Anzi le pendoni fi danno
a’ Laici* come per Tordìnario a’ Cavalieri di S. Pietro, iftituiti da Leone X.
c a quelli di S. Paolo iftìtuiti da Paolo in. a’CavaUeri Pii, iftituiti da Pio
IV. e a quelli di Loreto, iftituiti da Sifto V., i quali podono avere, chi
150., chi zoo. feudi di penfione; e a tutti quelli a’quaU vuoi darle il
Pontefice. De’ Benefizi, anche ne’ tempi che fe ne teneva più d’uno, vi era
fempre che dire : era necelTaria la difpenfa, che pur faceva fpcndere : con
tutto ciò i Dottori mettevano in dubbio, ;le chi 1 * aveva ottenuta era ficuro
in cofeienza. Delle pcnfioni fc ne poflbno avere fenza fcrupolo in ogni numero;
e non vi è penfione incompatibile. Si può dare la pendone con autorità di
trasferirla in un’altro a proprio beneplacito; cofa che non fi può fare ne’
Benefizi fenza paftare per li termini, e per le cerimonie delle rinunzie; c le
rinunzie non vagliono, fc non fopravvive il Rifegnatario zo. giorni: la pendone
fi può trasferire anche in punto di morte. Quello (•) vide C«p. ex parte it.
ex»*, de ofCcio )udkit ileSeg. et ibi FcJio. oiim. i.Felin. ad Cip. »d
audiemiam. num. i. extra de refenpe». (^) Vide RcbuC traó. de paciticu oudi.
mo. DuareD. de Bene&c. Itb. 6. top. 4. Coni (acerd. paraph. i. cap.,. num.
la. et Joau. Davean de penltooib. beuefic. psg. SI. Cap. per tu»i, «irra, de doiuitonibux.
Cap. ce multa, in fine. extra, de
prsbeodu. DÙveun de
renfiunib. p.l^. Digitized by Google MATER. BENEFIC. 93 Quello che foprattuto importa è, che la penlione
fi può ellingucre ; il che in Italiano vuol dire farne pecunia numerata; e ogni
contratto fatto nel Benefizio fi reputa fimoniaco. Eftinguere la penfione non
vuol dir altro, che ricever una quantità di danari, per lilxrar il Benefiziarlo
dal pagarla; la qual quantità fi tafla per accordo, fecondo la maggiore, o
minor età del Penfionario. Non vi era gfa innanzi 1 * età nolira modo di fare
d’ un Benefizio danari con un ti ; ciò farebbe fiato con affefa infinita di
Dio, e degli uomini: adelTo fi fa lecitamente, lo ho un Benefizia di aoo.
feudi; lo rinunzio ad Antonio, rilervandomi una penfione di loo. la quale,
immediate ricevuu, con 700. feudi io efiinguo', ciò è la rinunzia', e così ho
del mio Benefizio fatti doo. feudi contanti lenza peccato. Sono alcuni poco
penetranti, a' quali pare che quefto circuito non fia rifieflb, come fe
vendefli il mio Benefizio per 700. feudi ma mofirano ben d’ avere groHb
giudizio. Malte altre cole fono nelle quali i molto piò comoda la penfione,
come fi ulà adefib nelle unioni. Commende, Coadjutorie, e regreflì. Alcuni,
magnificando la comodità di far danari che il Papa ha per li bifogni della Sede
Appofiolica, dicano che, fe aprifle i regreflì, caverebbe quanto voleflc; e
mofirano di non intendere la materia benefiziale. Non avrebbe per quefto
quattrino.- i molto piò utile, e comoda la penfione perciò fu facile efeguir il
Concilio, perchi tornò anche comodo ; ma il levare le Commende da'Monafierj,
(2) che parimente il Concilio comandò, non è fiato pollo in efecuzione fino al
prelente ', (3) anzi molti, che erano in titolo, fono fiati di nuovo
commendati', non elTendofi trovato modo di farlo con comodo. La penfione non
può efser impofta da alcuno, falvo che dal Papa ; cofa di grande emolumento
alla Corte Romana. Quella mutazione ha fatto in Italia il Concilia di Trento-,
il quale, non avendo trattato delle nfeivazioni, ed eflendo quelle anche
crefeiute', e ogni giorno crefeendo, reftano bene cinque felli de’ Benefizj d’
Italia alla dilpofizione del Papa, con buona fperanza che il fedo che rimane
fia per compire l’intero. Per le regole di Cancelleria fono rifervati al Papa
tutti i Benefizj che fi rifervarono Giovanni XXII. e Benedetto XII.; e in appreflò
fono rifervati tutti gli ottenuti da qualunque perfona, efsendo Minifiro di
Corte, febben dopo folte ulcito dell' Uffizio. Sono ancora rifervati tutti i
Patriarchati, Arcivelcovati, Vefeovati, e Monafieri di uomini, eh’ eccedono il
valore di dugento fiorini d’oro-, (») e ancora tutti i Benefizi che fpettano
alla collazione di chi fi fia, e vacano per la ceflione, privazione, o morte
del Collatore, finché il Succeflore avrà pigliato pacifico poflelTo .- ancora le
dignità maggiori dopo le Pontificali nelle Chiefe Canedrali -, e le dignità
principali nelle Chiefe Collegiate-, i Prio In^trtffliì gufili, i jmì gli
«frrrri^Mw, rt i» C*mmmd», fétrwuu tffrrxi BM t >t* fDtrtiitmt ftTMÌrt, M
Imfttsti. Or» i* pi» à» ttnt' »m»i i dt'ytftivt, t dt’ i ftpTMttmttt im «vrvM*
mtfi ì»tii j BtmtjUf iw i dm it FstUmiMt di t»rigi h* ftw^é C»mmtad», tth im
tln «m impidit§ di ricrvrrti, »veff*rt «vari lid dmt, « tf» CtmmmdjttMr) i td
(t) Ntt r»p.tt. d*lU rifttm* dt'Rr*»ÌMfÌ d*lU i» tpuft^unt* fi trmtv» €b'tr»»»
XXV. fitétt »tlU MMttMfdnu dtU'srtuti* fritti »d tfftrt ta Ctamiad ».
aattitdtiitt. (’*) Vidi l» R^ri» di,C»a€tUtria d’IaimtwaJà Jmftréttti la Ciati di Rama, fiacri f*ltù
Riitla i. le i» difiiaùaaì, di dhi^hinfa ibi fa ro; o perchè fieno partiti; o
perchè il Cardinale fia morto: ancora tutti i BeneBzj de’ Collettori, e
Sottocollettori; tutti i Benefìzj de’ Cortigiani Romani che muojono in viaggio,
quando la Corte cammina; lutti i Benefizi dc’Camerieri, Curfori .* (a) olirà
tatti quelli Benefìzj, che comprendono tutti i principali, e una gran parte
degli altri, It riferva il Pontefice tutti i Benefìzj di qualunque lotta che
vacano in otto meli (h) dclfanno, lafciandone a gli altri quattro raefi
folamente; e ciò quanto a gli altri Benefìzj non nominati di fopra * Oltre a
quelli ancora lòno rilérvati per Collituzione di Papa Pio V. tutti i Benefizi
vacanti per caufa d’erefia (i), o per confidenza ; (2) c tutti quelli che non
faranno conferiti fecondo il decreto del Concilio di (3) Trento. Chi metterà
infieme tutte quelle rifervazioni, [ritroverà che almeno cinque felli fono del
Papa, e un fello di tutti gli altri Collalori inlìeme. Per render le lodi a chi
fono debite, non è da tralafciarc la diligenza ufata da’ Pontefici Romani, per
non lafciare che i Vefeovi, e altri Collatori de’fienefìzj, delfero luogo ad
alcun abufo. Mai non hanno permeflò loro il poter unire Benefìzj aà vham\ nè parimente
il commendarne ad vitam : non hanno permelTo che potefièro difpenfare fopra la
pluralità degl’incompatibili; nè concedere regrelli, o Coadjutoric con futura
luccelfìone : e ufando l’ ideffa diligenza adelTo, non concedono che pollano
imporre penfione, eziandio minima, fopra il Benefìzio : medefimamente non
ammettono che poflano ricevere le ril'egnazioni ad favorem : anzi ancho nel
ricevere le rifegnazioni aflblute, che (ono date antichildmamence nella Chiefa
ufate. Papa Pio V. nel 1508. (a) Rigti» ••‘t».. (*) 9. (t)Omma Se iln^U
beneiUia Eecl«(uftici. rum (Ora, et due tura, recularit, te qunnimvit Or(Ìmum,
ctiam S. J niiraln ma)ore$, rulia, prioratus, pi», potininr, prcpofiunti,
dignitites, euam ronvennMJo, vef oiHcia eciam ciaullralia. ac hafpttaha, le pr
jcceptorLc, ordiiuuioni ScdilpeaiàuoQiAOllrjr, At lèdU Apoftui. bac perpetuo
valicari(on0ituttone. audontaie apojtolica. tennre prarientium, reierramut s
Dcclsranrei emnet Ac quafeamque impeCTitior.et de beneikiii, quomodocumque
quabiic&m, in iumrutn iàcieudas Ac obnneiidat, beneli(ia buiufinodi,
propier iurreiltn vacaniia, At in fufurtim vatitura. non eomprcheodere, niiì
fpeeiaii. ter vacuionu mndui propter crmxn hsrelìt exprciTui fueric. Oteretul.
iet,?. rir.ii. )U Ctfittut**»* ) dii mtft di (a> Ad siires noftru perventt
ut nonnuliiaon vereanrur. .. . beneficia CècuUria, Ac regularia in cMijUrnMD».
qaam liinonuciin pravitaccm fapere ignorant. accepure. Ac retinere. Nm ne •
burnì,,vel potila deiiAum tupiftnodt ukenui pr ny Jiawi, ceUrì mneJio pfoviJere
ro!eafrt $ ptooinunnn omnium cognkioi>nn oubiii Ai SueccfToribu» nnAra Rom.
Pontificibut refervaDtef, omnn Ac iijiguJa r««>tdrfirijr«M bafulKiodìcauùs.
per no» (ùmmarie. limplkiter. Ac de plano ad«tiendat. toguofcendis, decidendai.
Ac totaiiter eaequendas, ad noi avocamuii decifìoniqucAc termifutinni per boi
ftipcr illts fiactendx lUndum, accjutei'cendum, Ac odidÌdo porenduen et
obedientium tbre. lUtuiinui, Ac otaiinamii. DKfit.7-tit. IO. cap.io. rj) Noe,
ad quorum nonriara pervenir, noonnJlof ex venrr. Irarribui aoilrii,
ArchiepiCcopis. Al F-pircoptt. oceurrenre racatione paroebialUuta Ectletianim.
«s ouljo, aut djiaui rite (ervato. cxtmine, prcl'eniui lUÓ qood per coacurfoin
fieri debet, CI OmciJio Trideitrifto. veUuam riceter^ veto, neribnii ininui dicnii.
camilititis. aut ahum liuirunx palTìonif a^*'tuni. non rationiiiu. deciunt
fequente», cuniitUAct volcntei bujurmodi^ flc rtiam iunuii periculU octurrere.
auOoritate apofiolita, tenore orgifcniium. emnet Ac fingulai collaxtonct,
proviuonct, inlliiunonei. Ac quafva dirpofitioneti parochieliam Ecclefiaram ab
eirdem Epifcupii, Ac Archtcptlcopis, acquibufirìseliKCoU iuurilma, prarter, Àc
contra iurnum ab eodem Concilio Tndemino ptjrkriptsm, iaOai, aat infiiturum
fiictcnilaa, Bullai. irnrM, ac nulliua robori» {ore. Ac ei)«, dcternimut. Se
detUramui. ealqiie crRines fix cecantn nortri;, Se Sedia Apc^ flohee dilpo^inni
rctcrvaiuua. ì^idm re.a 15^8. proibì fotto gnviflìme pene a tutti gli Ordinar;,
che, ricevuta la rilegua d*uu Benefizio, non potefTero conferirlo ad alcun
confanguineo, alfine, o familiare del Rilegnanre* avvertendo che nè con parole,
nè con cenni, o altri fegni folle loro dimoArata altra perfona a cui il
Rifcgname defideralTe che foffe fatta la collazione del Benefìzio. LI. Si
afferma coftantementc da tutti i Canon irti, c Cafifli, che ogni patto in
materia benefiziaic è firooniaco, rjuando fu fatto fenza participazione del
Papa; ma con Tuo conlenfo ogni cola lìa legittima; avendo per coffame quella
univcrlale propufizione, cioè: il Papa in materia benefiziale non può
commettere fimonia*, la quale non ai troppo buona edificazione al mondo*,
Icbbene i più modelli Canonìffi la limitano, diffinguendo effere alcuna Iona di
Emonia proibirà per legge divina, c altra per legge umana*, aggiungendo che il
Pontefice è elente folo dal commettere la fimonia proibita per legge umana ( 2
) ma con tutto ciò inciampano nelle medcfime difficoltà*, perchè quello che non
è male di lua natura, nè proibito da Dio, non merita quello nome*, ed è
fuperduo far una legge umana, per non offervarU*, e chi mirerà Tinterno, c non
fi farà prcielio colle parole, vedrà che tutto è proibito da Dio.* c certamente
non fi può dire che in quella parte, di tenere gli altri Vefeovi in Uffizio, il
Pontefice abbia mancato*, cd è (lata grazia divina molto grande fatta
a'Pontefici, che abbiano potuto tener fincero da fimonia il rimanente UeiU
Chiela ^ Icbhcnc nofv hanno potuto Rendere quello bene a sè meciefimi, nè alU
loro Corte: c le un giorno, come vi è Ipcranza, ( 3) entrerà penfiero in alcun
buon Pontefice di riformare la Corte, larà cola facilillima il farlo, col Iole
ricevere anche per sè quelle leggi che fono date agli altri Velicovi*, c
potremmo afpettare in breve una coA utile nformazionc, quando f adii, azione
non la tencP'e lontana, col metter innanzi a’PonccDci, che, effeado eglino in
pofleffo, almeno in lulia, c in altri pochi luoghi, di non dar loggetti a
regola alcuna, non è bene che le ne privino, e facciano quello pregiudìzio alla
Sede AppoRolica; eh* è il contrario appun (O Cav«»nr tpire>'{ii, ìtecmjue
o«tin« tffSam, PrxreiiMìgrci. Oc Ì*jirr CKiin.t, ne ip!ì bpfcoi'i, aut
aUiCollatoce», de bcscfiuis, Se o;1iui« te^fnanJiv, sut fui», aurjdmtnentium
enpUn^ineu, eilìmbat, vel fiUDÌlianbu», etùm per lillà. em riminum inuliiphrata»
rum in eztrsneof cullatifìnum, auCcnt providete ..i(iijne, camdiu.fiili'cnfi
remaiteant, dvMX *e*tii(liofle:n K(Hn.roDtittrit»U ì tn'dMim dii 4' itfriUlfòt,
( ») ) Is dtìUCUf» ptlrMfi rum p-idem 4. vetb», llltcns, e*»ni de pacrt, U i
figiit* d.t tulli gi$ orr4XfM««i.Kt d$ F«ia.3(l eap.ea patte t». lum. 1. extra,
de oC fino jaditi» dckg'ti. mini mn, td n fami marra ni Stimdi t Mibi Mufkiu»
CruLilìzu» cA, MjiiJo, Gm Ut. m't. 14) tmfrriffht Im Carli di Kimm kt 0JÌiHt»
ptr faad.imrmtmU, iln il mm i il hdriu, na fjUmtmie il Drffitmiii dt'.l'uHlirih
tÀ Pnt-,ftm’i, ! lU im tinfi;"t’>t.i mam fmì, •Ittiimminti, me
vilidmmmte ttdirmi ftr ^mmlf^ TUgiimt virmm diruti. àppunto d^Ia dottrina
profdTata dagli antichi Santi Pontefici, e Dottori. Ma dalie cofe di lopra
dette è molto ben chiaro, fé il Pontefice Romano abbia pieniflima autorìtk
fopra i beni, e fìeneifizj EcclefiaUici^ ficchè non fu (oggetto ad alcuna
regola nel maneggiarli; imperocché, procedendo con ragione, fe la Chiefa di
ciafcun luogo è padrona debeni che poiTede, perchè il dominio è fiato
trasferito in lei da chi nera padrone, prima colla permifllone del Principe, il
quale colla legge le ha concedo T acquifiare; refia che i beni medefimt debbano
edere nel governo, e nella aiuminifirazione di quelli che lono deputati a tal
carico, prima fecondo la difpofìzione della legge; poi lecondo le condizioni
che hanno preferitto il Donatore, e Tefiatore, anteriore padrone; e finalmente
lecondo che la Chiela, latta padrona, ha concedo; non però contrariando alla
difpofìzione di quelli da* quali ella ha cauia .* e quefio è tanto chiaro, ed
evidente, che non può edere medb in dubbio, fe non da chi o non ha lenlo
comune; ovvero nel trattare, e parlare, non fegua quello che interiormente
fente. I Cherici fono fatti amminifiraiori di quefii beni per leggi che hanno
concedo a'CoHegj Criftiani il poter acquifiare fiabili; e per lì tefiamenri, e
per le donazioni di quelli che hanno lafciati i beni loro ; e per 1’ autorità
che la Chiefa ha data ad efli Cherici ne* Canoni: adunque cfli fono .obbligati
a governare, e dilpenlare que*beni fecondo le leggi, dilpofìzioni, donazioni, e
dìlpofìzioni tefiamentarie, e fecondo i Canoni; e quello, che in contrario
fofle fatto, non fi può chiamare, le non ingiufiizia, ingiuria, e ufurpazione.
Dicono i Canonifit, che il Papa fopra i beni, e Benefizi Ecclefiafiici ha
pienifiima autorità, ficchè può congiungerli, fminuirli, iltituime de' nuovi,
darli ad ttutum^ conferirli innanzi che vachino, impor loro « fervitù,
gravezza, e penfioni; e univerfalmente
che nelle cofe be nefiziati la volontà del Papa è in luogo di ragione. Non
balla quefio, ma* aggiungono che il Papa può permutare in altre opere Ì legati ài pitts Càufes ’ e *pnC) *kcorBr« le
dtfpofizioni de' Tc datori, applicando ad altro quello eh’ elfi avranno
ordinato ad un o(>era pia : e non (i può negare cW quefia fia la pratica che
ha mutato tutto il governo, c tutti grifiituti vecchi: ma refia lempre in
dubbio chi faccia male, e (e errino gli Antichi, o i Moderni, le pure vi cade
dubbio. Martino Navarro con alcuni de'Canonifii piò moderati limita quefia
propofizione, che il Papa po0*a commutare T ultime volontà, rifirìngen dolo,
«•« tìft, $ 4»l t ft mtr*»t Jitt iW « Tfli iti* tht il Tuf* «»■ i, tk* il {fi*
natmraU ) ibi dà ttt» \»Urt. fi ri» fruKtfU tifftitfélirf, 1 rè* U tiMiim ì mmm
r*m th* ftr uffmm» fU vi diu»»* MfféimtAMnn rutmfiM *t difftifsrtrt ^ bc- ÌMa»*
AVtf$ mt»» d' f«tikìn*» cletuliK''rum bonoruoì, dit'nli, fjrÌMnd» dr y*- vt b»,
fe »»» U \ emaft il rni, fr* i ^mslt ttmfmdt tl \mfm mtdefmt, dm ifutfiA Itfgt,
^tund» e%h aUia mwolw dt f*r» iuQt dir['cnÌs(Oiei. tei prof unrores.. .. aJ té.
O^a, ftttnd» S Pé»l«, i Xliaifiri di (Jtii Cr S» fatnreni autem rcuuifkur bona
iù'e,.. «m hsmM aUia AmmnAifiTAx»«i*4, f* mtm ^mAl ite. ATt 7 Or4 lA Umiià, f
ad DUtuni. *«« Qfitfruru, Àit» tà ftf. qu In Ec clcfinnun mm. 44. Eim de
ConiUcuctnmb. nipecht benc6cioriuii (U poteftu Pipar, mn reljpeftu bonoram
ip6ruin ficdefiinun tecni. Unire non PO smttrs fìi èà$$, 4* €Ui k* uittt im,
fhi mm nvr«M« «A tuaA tmnt tu mìl* lei», « fr'mn. u, ft Rj fU ftgtu tmfrriti r
DitUtmrmmimé ì'h» U#*» tk* mmi ni dtlU t^im* tk(f.z ni Ji fmitim tkt hm
mUmmémmrm, fff d*Bt»t,Ìx.ii * fht f'» fh mkn m$ uff. dt U4t ds Im si CtUsnu m
mm ^cu» dt fkfktff». i,t ( 4 % l.Csmn^, mm ttmttmti di dmrt e pmfm •t*s ftfr»
tutti fUUmmm, t'ìmn ^ M* sfU Amitit. Vtdi Ftitmt u quell’ autorith, qual’è la
cagione per cui i fuoi Antcccflori di mille, e piò anni, non l'hanno mai
efcrcitata; nè alcun antico Dottore, nè Concilio, nè Storico, nè Padre, nè
Canone, ne ha pur fàtta menzione? Non fi può attribuir ciò all’ elfervi più
bifogno adelTo, che in quei tempi, imperocché ne’fecoli che pacarono dall’Soo-
fino al Iioo. per 30a anni i difordini furono cosi grandi per tutta Europa,
che, in comparazione di quelli, i prcfenti Ibno tollerabili; e pure neffun
Pontefice dintromife m^am daU’altre Chiefe, eli quali avevano tanto bifogno d’
rifere governati. E ancora dappoicHt i n cuml i icim ii w i Papi ad
intrometterfi in qualche parte, ncfluno prcfe mai, fino a Clemente IV., cosi
ampia,' e alToluta podefili anzi lo fielTo Clemente non ha direttamente
pubblicata tanta podefiì; ma trattando altro, e quaC incidentemente.- (*) modo,
che non fuole far intera pruova, poiché le cofe incidentemente dette in un
modo, diretumente confiderate, ed efaminate, bene ipelTo fono in altra maniera
efpreffe. Nè meno fi può dire che ^uefi’ autoritk ferva a bene; imperocché per
quello pare che fieno fiati introdotti quali mtti gli abul!. Di qua fono venute
le Commende, le penfioni, i regrelfi, le unioni, le rifegnazioni, le
afpettative, le riferya I* tb* bmmtt9 imfitmt tutti iS*MÌ. Ma^eftì dù‘ tflt,
ittàQritw Hfipa. (]utfn S*nA»nun. ftr vuétn (•fru fin «fmtd*t» Im prttmfitintht
iu.it fufut éiijiltt UPudmt» ài tuttu • terr», l*fiir*UC«mm$ittMrmà'Ìm u ef m
*M IV. ftfrm il Cuf t. kitn de voto, devoti rodempt.iM umtjl» ftttnfimt i ii
mfi tm fmfmtmt» du Ftfmuuiu K»« futi libai. Cdotromf. iUHA.ctp.hi. « àuGfttJ»
tut }. d$i fu» Mire iibcrum. («) Tibi date, dira O'aii- Cnjfc a S, Fittr»,
tUves regni csloruni i Et quodcunvjtie ligaveni tHper cctnsi, ern liganiai et
in c«lu. Maer.ié. ($•1*. Quorum rcmlfentu peccata « ramituiiiar all et quonitn
minuerina, menta lóm. Jaamd ao. ^tr U citavi dtt Eejor dt'CitIfa imtiadtrt a $
^trrrr, eia mn gh dà fl mammut pmnfduàam ffiritmala, attafa ria il fa* Wagaa i
C amamtt ffirttmak. Regnum memn non «A d« Mniido. Juan. 1 1. ti tata luipta MWi
è MtitpCH ralc. C*) ArtiraUta. gmaft.ì. Vedi Partitala jf. r taDHratata di tt malta
ammatautai. lifervazioni, le annate, i quindennj, e altri modi, che nelTuno
difende, fe non il'cufàndolì colla corruttela generale de’ tempi. Reità ancora
una terza dubitazione non meno confìderabile in quC' ita materia, ed è, che di
quella autorità cosi aifoluca, dappoiché i Pontefici hanno principiato a
valcrfene, i Regni CriHiani Tempre ft Tono doluti, e loro hanno fatta qualche
oppofizione, come nella Storia di Topra fì è narrato; ficchè i Pontefici lono
(lati necelTitati a moderarli. £ la moderazione non è fiata condeTcendendo elll
a laTciare d’eTcrcitare l'autorità prctelà, ma per modo di tranlazione, ufaro
nelle raVioni non chiare; concordando co’ Regni, e per forma di contratto rk
ìolvendo fino a che termine la podeflli loro fi flendeire : cola che non s
aVrebbe potuta fare in pregiudizio de’Succeflbri, quando foflfe nel Pontificato
oueU’aurorit^ cosi lil^ra. Papa Leone X., per levare la prammatica,» il
concordato*, e cos'l egli fleiro Io chiama nella Bolla. Non concorda chi (i) ha
una pienilTima autorità, ma tratta co’Sudditi come Superiore, e per modo di
conceflìone. Non To forza fulla voce, ma Topra tutta la cola ftelTa. Non Iblo
Leone la dimanda Concordia y (a) ma dice ancora ; Iliant veri contraHuSy Ù"
obligaeìonis inter Nos, et Seder» Apojiolicam pradidant ex unoy Ò"
prefatam Regem ex altera partibus legirime initi- Dimanderà alcuno che ciò fia
dichiarato; Eflendo il Pontificato Romano in differenza col Regno di Francia,
pretendendo il Pontefice d’avere affoluta autorità Topra i Benefizj, per
rifcrvarfcgli &c., e pretendendo il Regno, che l'autorità ila de’ loro
Prelati, foraiano due parti litiganti; e per impor fine alla controverfia,
fanno un contratto legittimo di obbligazione, con cui dichiarano qual debba
efTere 1’ autorità dell' una, e quale dell’ altra: come potrà dir alcuno che la
pretenfione del Pontefice fia legittima, e chiara? Non pofTo dire di Taper
riipondere ad alcuna di quelle difficoltà; e rimetto al giudizio de’Savj, fe vi
fia qualche riljpofia: dirò bens^ che, lervando quello che per più di mille
anni è flato lervato, che i beni Ecclefiallici fieno amminiflrati in ciateuna
Diocefi da’Mintflri proprj, fi fugge ogni difficoltà; e Te gli elempj ci
debbono iflruire, laranno meglio, e più fruttuoTamentc diTpenlaci, che ora non
Tono. Nelle tre QuiTlioni (*) prime fi è trattato de' fondi, e beni ftabili
Ecclcfiaftici : ora rcfla la quarta, dove fegue il trattare de’ frutti, o delle
rendite, ed entrate di quelli. 1 Santi Padri, che hanno Icritto innanzi la
divifione de’ beni in quattro parti, tutti concordemente hanno detto, ì beni
Ecclcfiaftici efler beni de’ poveri; c il Miniftro Ecclefiaftico non aver altro
potere in quelli, falvo che di governarli, c diTpenlarli fecondo i biiogni di
quelli; dichiarando non Tolo per ladri, ma anche per lagrileghi quei Miniftri
che fc ne vaìeirero per altri ufi, fuori della loro iilituzione. Non
maneggiavano tutti gli Ecclefiallici i beT omo II- N z ni ; c (t> > ftfft
M guita la divifione, S. Gregorio, che fu poco piu di 100. anni dopo, e S.
Bernardo, che fu quali mille anni dopo, efclamano gravilTimamente centra quelli
che fpcndono in mali ufi l’entrate de’ Benefìzi, come con. tra perfone
ufurpatrict de'beni comuni, e uccifori de'poveri,i quali dovrebbero eflcr
follcntati da quelli, {a) Cosi fcriflero tutti i Dottori fino al 1250., quando
s'incominciarono a trattare le cofe piò fotcilmente: e tenendo per cofa ferma,
come da tutti i Vecchi era fiato detto, ch’era peccato IpendcTC malamente
quello che fopra vanza al moderato bifogno del Chcrico, fu ricercato fe i
Benefiziaci, non fpendendo negli ufi debiti quello che fopra il bifogno loro
avanza, pecchino folapiente come chi fpcnde male il fuo, o pure fe anche, oltra
il peccato, fieno obbligati alla refiituzione, come chi malamente confuma quel
d’altri: le efii fono padroni de'frutti de’Benefìzj, o, come le leggi dicono,
ulufruttuarj, quantunque pecchino mal amminifirando, però non fanno ingiufiizia
contra alcuno, nè fono tenuti a rifarcirc alcuno, poiché non hanno mal
governato quel d’altri, ma il loro propria ma fe elfi fono dilpeufatori con
fola podefik di ricevere i loro bìiogni, che la legge chiama ufuarj, (^) quando
non «U^mioao.rettamente, refiano con ' obbli. ( I ) ijfraia U Ctitf* iivntut»
riee» ìm CafitsUi ut fffradB i t i Vtfttvi dijtraiti ialU r«r4 dtlSt ttft f»
•rimato dal CaBùlia Caittdantnft, ih* i Vtfttvi ifiitmjtr» a2t*nam», faniò tura
dtllt rndiit dtUt laro Ckieft. Quomiin, diet in noBouli» Bccleiiii Eplfcopi
abfque Occonora» tnéUfiT rn EtddladKU, pltcuit ooinctn Ecc(«Jìitn Epiftopum
habeotem «x propjio CJero Of. conomum qut!eo ret cius liilfipemur. Se ptubruin,
ac dedetuf Cucrdotio iniiramr: fi ameni hoc non fecerit, eom diviob niam
Cononibua fiibiict. VideCan.ii*CnnctU Nit^ni u GU £ù traat thiamati VicediMnini,
tono* fi vtdf dat Caaoiù Volonuii a. et Diaconum J. difi. *9. i ^uali ftnt
tavati da $. Grtftria. KircdxMMi dt'nftovi, duo la V*rromiama, fi thiamavaaa
tmt Stgmari è ituali tra»» Vftar) it'Vtfttvt ntUa ttmftraluà àPlara V^tavan, M
Sknari dtll» ttrra. l*; Vide Nooiocan. rhotti, tit. la cap. i. 8t ibi
fialzamon. (a) 0» thiama^afi il CWijò if'Prrti, r do' Dlatami. Tatti iFafari p
fartavaao a f» C*f>' Uri», affiuilt} fU ijAmmaHf, t fei m jaeifit la [ma
Ttlavtnt allaÌ,»afTr^aiMa* giatraU, tUì, a tutta la dt'Ftdtli. ( 4 ) Cuoi BOSf
diti S.Gr»i»ri» A4, j. dtUa faa fafi. amm. aa. neced'arU
indif^niib”'intnillraiMut, luailUireddiimu, jui'(jirqucp«iiitdd>itum, quatu
miièriciRdÙE opta, implemot. Cm^ -:.^* mai dtaaté il ntdrimtnt» afmri, nei
rrmdiam.* Ura tà dt Uro, i facriama fia tifi» ma' tptra di pmfiitia, fhr ma
aftra di «i^r«riÌ4 ■ Perciò dietro Cantore dice rbc i Stmefiuau a*» [anma lata
Uatefima, frfiamda lor» afifimta, arttfótbi rii ehi donamo »«a > di Itr», ma
di Gita Crifi», il rmi fstrimamta aoamiffian» im 9 « 4 netur Epifcopui duan
nuanai ad miniu diftrìbaere ia pau[ unomembro. fciijcer, Clero, a uli
coaununiq^, quia jaai tubet propnas pr» bendat loro fux poninnii, reminem bona
epifio« palla cooimunta reliquia trtbua tu, quod p;itiperitma remaneat debita
quaru portio, de Eecldùeitbricc fimiliier lua quatta pórttn. Camamat. a. a. }«.
ilf. art, 7. ia raff. ad qaafitanam l. Sì aurem, aU'tgii mila ttf^a alla
fttanda faifi. redirua Epifeopi untureti, ut rationabilitcr amareat quod non
quali prebenda fibi refpondetr, led quia pater di paupenim, iRÌnit ranta bona
lux funi fi. dei romnimt, ut diflribuenda ..... ita quod £pi« (icopui taiU male
dirpenfaiu, de illi od quot hxe perveniunt, teivei^tur ad reilituuonem orni
urnil. In^m f)ti« puuicnbut, vcl Ectlefij* dcbemur.R*. tiotubiie lUtem videtur
quud, fi abuitdanter redi, tut ex eccl«nafiici( dRÌm», aut poflcfitonibuiroR.
ftant, «ommilla line Erilcopii, ut pitribut pauperum.... PofleSìoaei aurem
lepre, aatdonatx Ec. clcfix caibedfìtU in ranu abundanria, proculoubio
tTcdendum eli quoti ut patri piupermn Epifcopo treditx fiiDcideo enim Epilcop»
datx funr, quia occutara fide perlpjciebiiiif eoi effit pitres uupe. (*)
Neepum, dit’tfli, propterea quod Papa ha. bet picnitudincm oorellatit
Ecclefiaftir*, ^boe poflit de bonia Ecclefix dirpqnerej quoniam plenitudo
potcHatit Ecciefiailica; intelliKìmr in ^frinii, libi» uiitum .... Unde ita
tcnentur ad reniiutio. nem qui a Papa bona Ectlefix fra lihita fafa ha. buerunt,
ut ditcotur, exaltennir, de magnifircn. cur, Cià tarea fUramaatt il
Iftfatifmta, ataadaama faraaalaatata la Dattriaa dt'Qaaanifii, i ^mati dira» uà
eha il Fafa fai dart i Bemfit) ad nurum, « a. fu. a. dUa tba papa p«c. rat
monaliter, fi vult rei Eeclefialticas confiimere in turpe* ufiu, vel dare
Contàniuineii, ut eoa dìvttes prz aliit vel ut ipfi con&nuoc p Io erodo che
lenza una Cottile difputazione fi poITano risolvere tutti I dubbj occorrenti in
quclU materia: e primieramente, per parlar a parte di quell’ entrate che per li
teflamenti, o altre loro originarie iHituzioni lòno dedicate, e ordinate a
qualche opera pia, io credo che fieno cosi obbligate a quella, che lo
appropriarle a sè, o ad altri ufi mondani, po0a efier chiamato liberamente ufurpazione
di quel di altri : e Ce alcuno de'Bcncfiziati Ecclefiallici refia di efeguire
le ifiituzioni delle quali ha cura, applicando a sè, o ad altri quell’entrare,
non credo che pofTa Cotto pretelle " t,• di non elTcr in pari grado ad a
se quello eh’ è laCciato dal il quale non ingannerà sè Ilei altro canto il
debito vuole, che chi è Cervito paghi la mercede all’opcraio, il quale polla
fame quello che a lui piace : nè può efler dubbio, che il Cantore, l' Organica,
e altri uli che fervono la Chiefa» non fieno padroni della mercede che perciò
hanno. Non è incovenientc dire che anche i Preti, c altri Chcrici, per li
fcrvizj che preflano alla ChieCa, debbano avere la loro mercede, della quale
fieno padroni: e quando un Benefizio e ifiiruito con un particolar obbligo di
lervirc in determinata coCa alla ChieCa, come fono molti Canonicati,
manfionarie, ( 4 ) Prebende Teologali, e altri tali Benefiz;, non è
inconveniente dire che fia mercede di quell’ opera. Sono cos^ antichi i
Benefiz), ch’è perduta la memoria della loro ifiituzione; e però non fi fa, Ce
aveitero obbligo alcuno, ovvero no: ma anche l’uomo di coCcienza Car^ ben
certificato, quando confiderei^ la quantità dell’ entrate, e il fcrvizio
ch’egli prefta alla ChieCa; perchè, le quelli due fi bilanciano, può credere
che il Benefizio fia un luo faJ.irio; ma Ce l’entrate avanzano di molto, non
potrà mai in sè ftcITo fingerfi cosi lemplice, che creda tante entrate cllergli
fiate Ufc late per fame quello che vuole; c non Cappia clCer nccclfario che
riftituzione portalfe Veco qoftlche obbligo; non elTcndo veriCimile che per lui
lolo tanto folTe aflcgnaio. La
conirovcrfla tra ì Donori; ch’è difficile, dilputando in univerfale, da
riColvcrc; è faciliflìma, e Cenza difficoltà, dilcendendo a particolari; c la
coCcienza, a chi non l’ha per propria malizia foffogata, fui panicolare rilolvc facilmente tutte le
difficoltà ; imperocché Dio non ha
lafciato incertezza ad alcuno che voglia camminare fecondo i luoÌ conundamcnci.
ì di quaiiivogua icuia, o colia, ictiiam
ogni elecutore di tefiamento che applica Tefiatore ad altri : e reputo che ogn
uno, [fo. avrà per collante quella verità. Dall LUI. (f ) Minfjonjnu», Ourfrit
HtlU fus imttr}t*t*u*m* it'nmn titiffimpin, difilli tft orti». * (onterraior
acdium EccUfiiftkanim, te»pl^ inni, «c »lf«riuin. l«»n. et domeftì tu» •
mtnfinne. Hodi* in nmltii Etflcnis Mwnt. curitnquf pÉilmodi*, fi «luriuBi
hsbene OmJil r»fi*m$[liM m»ii» *1. ) Iniqua, iùt il cHn In decima nm in novo
TdUuicRto, fi ultra hooorabilc fiipcndiiun MiniArorum Dei, fuica lenun
aEAaeflón uni depueirerur cam ditnno rotiiu populi. aifiae patri poupcnim
CMMwu.a.a. «mr. M uff. »d ». Ck' >
(!• tkt S. rirtmfft l vrnra nrrtMjmjfiun, ventoiem Dei in injulUiin detinent.
X*». i (e) Intcllcfiai ben» ocnnibui fi^ientibui eum. Pu.tio. (d> Deui «nim
iUit nuniieiUTÌc IUin.i. LUI. Quanto a gli acquifti nuovi, ogni perfona
prudente avrebbe penfa. io che foflero al fine, ovvero almeno che poco più, e
aflai lentamente fi potelic acquiftare. I Cherici, i Monaci, e le Milizie non
hanno più petfona che porti loro divozione: i Mendicanti, che gii hanno avuta
facoltli di acquiftare, non poflbno fperare d'efeguirla dove non 1 ’ hanno
potato fare fin ora; e dove hanno acquiftato, fe infieme non hanno perduta la
divozione, poflbno fMrar ancora qualche aumento, ma molto leggiero : quegli
altri, che fi fono fatti deludere dal privilegio che il Concilio di Trento ha
conceffo a tutti, dell’acquiftare, come 1 Cappuccini, coniérvano la buona
opinione per caufa della loro povertà: laonde, fubito che mutaflèro in minima
parte il loro iftituto, non acquifterebbeto ftabili, e perderebbero le limole.
Adunque pare ebe non redi modo d’andar più innanzi. Chi vorrà iftimir Ordine
con facoìtb di acquiftare, non avri credito: chi lo fari con vera mendicità,
non può fperar acquifto, durante quella; nè 'credito, fe la muterà. Ma con
tutto ciò non è mancato anche modo proprio, e fingolare al noftro fecolo, c non
inferiore a tutti i paflàti; e quefto è fiato l'Iftitutp de’ Gefuiti, il quale,
profeflando una miftura di poverrà, e di abbondanza, colla poverrà acquUla il
credito, e la divozione ; .,e ha 1 altra mano capace di pofledere, la quale
riceve quello che la Compagnia acquifta. Hanno iftituite le Cafe Profefle con proibizione di poter poffedere ftabili; ma
i Collegi con facoltà di acquiftare, e pofledere. (z) Dicono, e bene, che
neflun governo femplice nel mondo è perfetto, ma che la miftura è utile ad ogni
cofa: che lo flato di poverrà Evangelica pigliato da' Mendicanti ha quello
mancamento, che npn fi pof-. fimo reggere con quello, fe non i giù incamminati
il numero ' de quali non può effer grande : ma effi ne’ Collegi ricevono, e
iftruiicono la Gioventù, e la rendono atta, dopo 1’ acquifto delle virtù, a
vivere nella poverrà Vangelica ; pcrlochè U poverrà è bene lo (copo, e il fine
loro effenziale, ma accidentalmente ricevono le pofleflloni : con tutto ciò è
meglio fermare la credulitì fopra quello che Q ve. de in effetto, che iopra
quanto lì predica in parole. Sino al prefente fcrivono elfi d’ aver Cafe
Profefle zi. c Collegi zpj. dalla proporzione del qual numero ogn' uno potrb
conchiudere, quello che ila loro effenziale, e accidentale. Certo è che gli
acquifti fatti da loro fono grandilfimi, e che camminano ancora verfb
l'aumento. Siccome il temporale tutto’, che la Chiefa poflede, viene da
limofiae, e obblazioni de’ Fedeli, cosi parimente la fàbbrica dell’antico San•
tuaiìo NtlU fmali U Cm» JUmit. ttm
éiktv* uG*mtrMlL*ì»*t. (s) Ifmdt fim$i ÌmàM% f«t «MMfwr* wutti fmdmm. l'htM
tgtrvm fw MttUtmtélmtntt, tStt. tJuU ùdiév» mkt» i Gtfmùi, * e*mt imt»
Vtmftrmtk'i un ftn» «Mi jf«ri »m*ti Vmnxi»t $ (tm ft (In il Urt IHttut,, fi»
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mI C*ritM»l Jì Git)^0j il yiMr fMteitsv» il Ur» r 'utrm» um «M ttetfiv» frtmmrs
mtir»m»* . « (à eh* U b* fti ffirit*, « dtfitfni. mtMt di tkt fi \»»U I» mm
G«v#pm, vt tute* fs tmief!, *d etti imftrt» per etrt» editai di Stmto, eii* i
Ireti, i twtuif i ftfUi tuario nel vecchio Tellainento fu fatta di UmoGne, e di
obblazioni. All'ora quando fu offerto dal popolo quanto ballava, e tuttavia le
obblazioni continuavano, i Ibpraflanti alla fabbrica ebbero ricorfo a Mosè,
dicendo : il popolo porta troppo per raperà che il Signore ha comandato.- e
Mosd fece un bando, che neffuno faccffe pià offerta al Santuario, perchè era
flato offerta quanto ballava, e di piùtonde fi vede che Iddio non vuole il fuperduo nel
fuo Tempio; e fe nel Tellamenco vecchio, ch'era mondano, non volle tutto per li
fuoi Minillri, meno lo vuole nel nuovo. Ma dove hanno da terminare quelli
acquilli’ Quando s'ha da dire tra noi; il popolo ha offerto più di quello che
balla è Alf ora che i Minillri del Tempio erano la 13. pane del popolo avevano
la decima, e non era lecito di paffare 1 (r) adefe lo, che non fono la
centefima, hanno forfè più della quarta pane. Non è conveniente che Taumento
de' beni Eccfefiallici fia inlìiiito, e lìa ridotto tutto il Mopdo ad effere
afiìttuaie. Le leggi umane tra'Crillia. ni non hanno determinata la quantità
de'beni ad alcuna, perchè chi oggi acquilla, dimani aliena : £' molto Cngolare
uno flato perpetuo di perfone che fempre polfono acquillare fenza mai poter
alienare. A'Leviti nel Vecchio
Tellamento erano date le decime, perchè erano l'eredità di Dio; (d) e per ciò
era proibito loro aver altra parte; (e) cofa, che conviene a chi vuol valerli
de' privilegi loto, pigliandoli tutti, e non quel fo|o che conviene al proprio
profitto, (a) LIV. I E' flato abbondantemente detto come fieno flati aoquillati
i beni Ecclefiallici a chi foffe commeffa là loro cura; e come foffero
difpenfati. Non fi è parlato niente di quello che £ faceffe, quando alla morte
del Benefiziano fi ritrovano alcuni de' frutti non ancora difpoili, fe egli per
tellamenco ne difponeva, 0 fe «è inttfttn pafiàvano in altre -. petto. $
4vvitif(tn» vhs lUtntiét, t BiW f rsmtM. Obt^tfnint meme prnffip*tffnu «qtte devota
firimitÌA» Domino, ad facie^idum ofui ial>er. fàacuh ««ftimaiiit t ^ntcquel
«id raltom neteditttim «rat «tri cun nialieribiif pr»buctrMa M mifmrs eh* il
Ckr* fm\ KtddCsni fui Traicaco della Politica di Trao» eia. id) Ariff, dir* Di*
ad Arem, da hù tfuar ànttiàuumir, ét oblau iunt Dotruno .... Ooioia obiniio, et
ehi, dk'e^li, m mtdtjumt f*mt U trntft r utm, • U tmm nZlirÀ. It>l. emmf.tm.
fw.i. con fiJcnuQ, lènza che vi folTe alcun ordine, o legge che ci&
concedcfTe ; ma fempic con qualche mormorio, cosi degli eredi del Prete morto,
come anche delle altre perfone, per le lèvere eftorTioni che ^cevano i
Collettori, e $otiocollettori, i quali mettevano in conio di fpo^tie eziandio
gli ornamenti delle Cbiefe, c davano molta molellia a gli eredi, anche fopra i
beni acquillati con induftria, ocavati dal patrimonio; tentando di farli
apparire come cavati da’ Bene6 zj; e io dubbio di qual qualità foflcro,
fentenziando che apparteneffero alla Camera; e travagliando chi loro fi o^oneva
con Icomuniche, e cenfure. In Francia l’ulb aveva introdotto che le fpoglie
de’Vefcovi, e degli Abbati lì applicalTero al Papa : ma Carlo VI. Iq proibì, ordinando che gli eredi
fuccedcflèro, cosi in eflè, come ne’ beni patrimoniali > ( i J In molte
Regioni fa l’ ufo introdotto, e continuato lino a quello lècolo ; quando per 1
’ eUorfìoni de’ Collettori crebbe cosi la querimonia di molti, che alcuni
ebbero ardire di opporfi apertamente, e negate che le fpoglie de’ Chetici morti
toccaflèro alla Camera del Papa : Perlochi nel 1341. Paolo III. fu il ^rìmo che
fopra quella maceria fece qpa Bolla, dicendo che alcum curìoli, per ufurparfi 1 ; ragioni della Camera
Appollolica, e defraudarla, mettevano in dubbio fe i beni de’ Prelati, e di
alme perfone Ecclelìadiche, chiamati, Sfoglie, appartengano alla Camera, per
non eRèrvi alcuna Coflituzione Appollolica che glieli applichi : febben dall’
aver mandati Collettori in diverli luoghi apparifee chiaramente cOcro fiata
mente della Sede Appollolica di rìfervarli, e appropriarli alla fua Camera :
per tanto dichiara, e ordina, e collituilce, che alla Camera Pontincia ( 3 ^
appartengano le 1 ^ glie é. Otltitt.. Ó.) OrJùisuétu > riftriis »IU iifiaf
fart. ). luI.farlun'.TH. ar. tdm fittifm tlU t «»• fkMms, ft't ih^riu fmtln «•
Jl éU4 Jtll* iJltrSni, $ d*lf4 tfif^fertsàUì rW TMifutmtt. ^od iptcwnabik, et
irrauopabilc exiftit, Ikci deiure.ufa, Accoofuetu.dine, Ac rommunt obrervantia
notorie obferritii. £piln>pÌ5 re^i noftri teftari iicest, Ae in IbU
reftamentu ft^utore» ordinarv i qnt prediAi ex*cutorv*> kìtrm ipforuen
EpidujB (afiu ereniunt, per iudicei i Ac ntEriarioi noilroe cocBpelluBiur, A(
cocnpelli conl^aeruat. Et cam ita Est, zdiÉc», le poJTclKonea didonim
adiEcieoim Epiftopaliiun in Qain non dcloniu pennanebuat onni ruins carvnen.
Anatm. bboc> ^un Bpifeopum in recno noltro ab lufc migrare contingir,
Cotleaaroi, sut ^bet^ledoret uumni Pontiiina tn provinciù, quibui iub&Qt
hujnfiaodi Epiiropt, ipuiu fiimmt Ponriiitie auAonute, bona moWia, tnmobtlit,
«x ^ceiTu talium ^iftoponun relìAa, ctiain illaoiij«r fuiot induQrum quaiìeraK
• que aoipliiu ipfbnim EpiEopo un ncquecanfeanir, iéd ad (boa bereder, aiu
comcn «aecutota rpcàaói, capiunt. Notum i|itur kcimut, Acc. Km i ^rfi titt»
emrùfitm, *mmuU fi Lt « fart fM frntnpmi trttfivaf Carta di Sjms à* prattft
tamta taft, rie fimsimtnta ì fimta tmtfisna dma»darU U rrrU. X# imtrapTifa da*
«pi kmmffaffa ftfimui trimaipi « pmdar Taratj, r %U UanNor datti m fmndat la
ptaaa, far liufiifitart l'armi. Cuoi a aonnuUir nimìum curìofìs, qui |u*•-
OmiiiM Apafiilw uiiarpara, ac Caineium pr«fiuam illta detraudare vdleni, in
dubiom reniga, tur, an rei. Ac bona, nur-ntpata. Prelatorum, catcraronqoe
perióoarum Erclefiadica’ucu, iècuIariiLm, Ac rcgularìum, Mmpore obhua iptò-,
rum rananentia, ex to quod Rom. Pontifici, Ac Camere prsteu rciervaii fore,
aliqoa gencraJi i^ftolica cooftituriooc fbrfin non caveatur, a4 Camcnin predi
Aam jure Iwititno tMftare Aeperlinerc debétne. Noi, età wu evidcatcr conibrc Ac
appareat, prsdetsBonun noftronim Romao, ponnneum, Ac nollram indubiaro
intentionem Ac voljtuatem faaper fuifle, ut haidaKiiti aa diebun Camerarn
CpeAnreocAc ^rrinereiK, Acquod prò eadem Camera eiigcrcntur, Ac mqperaikm cur,
mai Pnrrdeeenbm pnciiii divcrCa difiortim fpolioruu, ut ad Csmerapt rpcAanrìum
Ac pertincimuin, Coltedom, Ac Exa&orci in variu pròvincili Ac loctt
depataverint Ac rooiiituerinc, Ae noe depatavertmut Ac conlbnierinuis t ac
(ftnper de tlUs diài PrndeceiTotei per picrai'que liter», lantnam de rebua
adCanMram pemneoribut, dc^ naoM, vel craoilgendodifMAieriu, Ac noe
di^ofaerioiga..,. dubrua huiolinodi enucleare, ac ia pt« que qatlitat», de
ejaamitam exiftentu, aciaqnibufrii regionibui, de regnii, ae doenìniù, uni
citta, quain oltra montei, de maria coadQeotia^ per quotTÙ Clericet, tam
(ècatarei, qoatn tega, larei, dee. ex negonaiioae tlticita, aut aliai contra
(icrot caooaei quomodoiibetacquifìta, ad eamdem CaiDcram, de non aliot, etom 10
quiboC vis CathedraJibiu, etiam Metropolicanif, de Collegiitit, ac aliii
EetleGit, Monaftcriii, holpitaliboi, itvìIkì», dee. racceflbret fpeAare, ac fób
no. mine rpeliorum veaire, ii!sqae oti ff^s ad Cameram pertinentia, perpetuo
eolligi potuiffè, poC (tf oc debarc. tft vtm. . iM. taf. mltim. o8 do, e pagato
quanto fi h convenuto, ogguno dice che del rimanente fia aflbluto, e lo poflà
lecitamente tener come fuo, perchè il Papa è, come fi è detto, o padrone, o
amminiflratore univeifale e quello chiamano compo^ colla Camera Appoilolica :
il che viene anche llefo molto ampiamente, ficchè quelli che o fanno in
cofcienza, o dubittno almeno di avere cofa che loro non appartenga, onon fanno
a chi reftituirb, fanno la compofizione i DE JURE ASYLORUM LIBER SINGULARIS
RETRI SARPI J. c. AUGERIUS FRIKELBURGIUS I- G. GERARDO MALDECHEMIO S. D. I
NcidIt tiuper iti manus neas Itali cnjufiam traSatus De Jure Ajylorum, quo
cuuSa qua hoc de re in memem wnirt pojfum non perpenduntur, «Ir examinantur
nodo ; fed et definiuntur ex legum prefcripto clara profe3o -, doSaque^ (y
perfacili methodo. Oper^ me pretium faSurum exijlimavi, fi, utcunque pojfem,
Latine facercm qua nagnus vir Italice confivipfit, tum ut ekgontijjimum opus ab
iis etiom, qui Italico nefciunt, legi, dr intelligi pojjit ; tum etiam ut tu
ipfi, mi Gerarde, tuique fimiles, pietate aliquanto plus quam aMSit cogmfiere
pi^ tis quid Itali-, nationum omnium religiofijfim -, hoc de re fentiant-, dum
Ecclefiarum quidem immunitatem non filum tuentur., atque fartam teSam
conjervant; fed au&am, &• ampl'ficatam quam maxime volunt. JuJUtian
vero qua delilla pleSuntur, ó" publica quies-, eb* tranquillitas maxime
fufinetur-, tantum abeft ut opprimani, ut etiam ubique adniniftrari, atque
exerceri decernant. Quo egregio umperamento non Ecclefia minus, quam Forum, dy
Tribunalia, fitum jus retinere ptffint. Vale. INSTITUTUM OPERIS ET SUMMA.
Criptorum in Jurifprudentia gregcs, atque adeo rem quamlibet facilem 8c
cxpcdìtam obruunu et abfcondunt, ut per mihi mirum videri non poU iìt, fi
EcdeGanim, quam vocanc, immunius,tot Poniificum dccrctis* ftatuiifquc legibus
clara, Dodorum adverfis opinionibus acqua fcntcntils mirum quantum di(ba£la, ac
dilaniata, vix fpeciem reterai fui; fitque fxpius in esula, ut intcr Eccle^
fiaUicos, dcLaicos Magiftratus, muli* et mago*, immo vero inexplicabiles
coatcntìoncs oriamur. Quam ob rem frequenter in mcntem venit quam re£le, et ex
ufu publico faccret is qui rem tanti ponderis ac momenti, dilputationibus qu«
vcritatem bue Uluc trahcrc lolcnc omiflìs, fine fpe, Scambitionc, gravitcr, et
accurate traftarct. Sed quo niagis id optabam- fieri, eo quoque impenfius a
fcriptione abhorrebac animus. Modo vero, cum mas accepi licteras, Prsful
fan{lUIime, quibus me diu repugnantem, et inviium ad fcribendum hac de re lumma
qua poUes au^orliate compellis potius, quam invitas, et aU lids; tuo quidem
imperio, prout maxime dccet, obtempcrarc decrevi; fcd brevi, ccrtaque methodo,
ut 1. Quid leges Principum, Quid EcclcfislHo» iuca. Aatuant primo videamus: 3.
Rationes deinde, e quibus tot Scriptorum opiniones incer fe repugnames originem
traxerunt, afieramus in medium ; ut deroum 3. Quid in judiciis, 5 c praxi
oiimìno Hatuendum fic a quolibet cognofei polTic; nec valeant in pofterum
nonnulli e dupondio Turifconfulti, aut verius, numeris omnibus abloluti
aHentatores, tam preclare imponere, et fucum facere judicantibus» CAP. r. De
Princl^ ìegìbas^ EcdeJiaJÌkif(jue eonJlU iutìonihus, T Otis quingentis annis
poti Chriilum Jefum natum, nujlus cft Ecclefialticus Canon qui de hac
iromunitate decemat. Imperatorumi tantummodo legibus Gatuitur; quarum fex a
JulUniano in Juris Civilis corpus rciat* mnt. Harum primam Arcadius et
Honorius, Augufti, anno poli Chriftum natura CCGXCVII. ftatucninc, qui reatu de
Ut, qui ad Eccitf. . Ili no» diqm), vel ieihù fotigéti, fimdant fe CImJHau legi
vtHt nojMgi, M, ai Ecclefua (mfiàgientn, evitate fojftnt crimma ^vel paniera
iebitanm, aneti debire; nec ante fafcipi, quam ieiita varuttfa reiiiieritit^
vel fnerint, innecentia iemoaftrata, purgati. Poli hanc iMem idem Honorius cum
Theodofio anno CDXIV. generatiin fanxiCy Netnini licere ai facrefaaSas
Ecciejias confugientas abin. cere, ea condjtìone ^ ut ^ Ji quifquam cantra barn
legem venire tentajfet ^ fchet fe Majtjiatis ctirnine effe retinenium. At anno
CDXXXII. Tbeodofius ipfe una cum Vaientiniano leg«m tuUt, ut ( A ) fermi, fi in
Ecclefiatn, altariave armatut trruarit, exinia prMinns abfirabatur, vel
caniinuo Damine iniicetur, eUtmque max abflraien. ài capia nan negetnr ; imrao
vero, fi armerunt fiducia refifienii anhuum canceperit, abripienJi,
extraeniique quibut ii parafi efficert viribut, atqua pugnanda impune
accidendi, Eadem lege Domino fàcultatem facic. Marlianus vero Imperator anno
COLI, edita tege, {c) feditianet amnes, canctamarianei, tumultum, et impetum in
facrafanSii Ecclefiit, et aliisvenerabitibus lacis, in quibut vara campetit
celebrati, omnino vetuii ; ultmù fupplicii poena propoliu. Et anno CDLXVI. Leo
Imperator (d) lege decrevit per amnia laca valitura, excepta urbe Regia, in qua
degem ipfe, quatiet ufiu exigeret, preUntanea eanftituta prafiaret ; nullas
penitut de facrafandis Ecclefiit expelli, aut trabi, vel,panabi canfigat, nec
pra bis Epifcapas exigi qua ab ipfis debeantur- iis, qui bec maìiri at^s
juerint, capitali, et ultimi fupplicii animadverjtane pleStendis : fed, ipju
Jervata lacis reverentia, vadati paffint^ r^uga, (5* Judicum, quibut fuojacent,
feneentiit maneri, atque earum arbitria, fiate per fe, five infiruRa felemniter
pracuratare, in ejus judicis, cujus pulfatur fententiit, examine refpandere ■.
Multis conftitutis tuiflionibus, ut credilores folvi pofTint a debitoribus ad
Ecclefiam confugicncibus : Servar autem, 0* Calanas, ftmiliaret, five libertas,
0* alias amtefiicat perfanes, vel canditiani fubditas, fi ad faerafanSa fe laca
contulerint, uhi remijfiane, venia, et ftcramenti interventiane fecuri fine, ad
lacum fiatumque praprium reverri aebere. ^ Juftinianus deniijue ipfe anno
DXXXVI. vcluti non minus jullam et reélam, quam ufu receptam, fanaionem refert,
et conftituit; (e) Nequa, bamicidis, ncque adulteris, ncque Virginum raptaribus
delmquentibui terminaram caueelam cufiadiendam; imma extrabandas, et fupplicium
tis in. ferendumt Cum templarum cautela, nan nacentibus, fed detur 4 lege'. ir
nata fa pajfibile, utrumque neri cautela facrmum lacarum et 1^tem, et lafum.
Fiuta fune notabilia, qua: ex hifee legibus manifefte conlUnt.' L
Ecclefiallicos Prsefules iis tempo^fana ne cogitaffe quidem ad ofiicium iuum
pertinere ut leges, aut conllitutioaes conderent de Eccle. Carum immunitate;
immo vero, cum certo Isiceot Principis eflè id (latore, ab eo leges accepilTe.
Huc accedit quod aiuto CCX^XCIX. Concilium, ut vocant, generate Africanum mifit
&ugonium, i(. Viocen^m, Epifeopos, ad Honoriust Csdàsem, qui i^^liciter
petetent ut m qui ad Ecclelias AIricanas confiigecent, licer deli^ pcrpettaOént
ab iis non extraberentur. IL De ( a ) Sai. I. rUclH. { b ) Ead. t. Si fcrvut.
(c) Eoi. I. Dauaàamai. (.a) Ead. LVrt^l. ( e ) .autx Ite nuui frinc. tal,, De
hac Ecclefìarum immunitatc ne vcrbum quidem faflum fuiffC) non modo dum Romani
Imperatorcs Idolorum culrores fuerunt; fed ctiam centum annos poflquam fibi
Chriftianam religionem ìnduerunc, nuUam omnino ejufdem immunitatis mentionem
effe fa6lam; cum nulla hac de re lex repcriatur ConlUntini, aut alionim
Imperatorum, ufque ad Arcadmm. Hujus autem rei ccrtilTima caufTa haud longe
quzrenda eli. Etcnim, fi Chrifli fideles ea temperare, prouc omnibus confpicuum
ed) nulla ratione in Ecclefiis admictebant eos qui cujulvis generis deli ab
Ecclejie 'Atriit, vel Pomo Epifcopi reos abfirahcre omnmo non liceat; JeUna
alteri coalgnare, nifi, ad Evangelia datis facramentis, de morte, p-
tlcvilitate, O- Omni panaram genere fint fecari: ita tamcn »f ri, coi «*
f"niinlfttS fiterit, da fatitfaHione conveniat : Servas etiim qai ad Ecriejiam
confugerit prò qualibet culpa, fi a B m im. odtnifia colpa facramentim
Mcepertt,fiatim ad fervitiam Domini fai rcdirt cogatae. ' Hifce in
Conftituiionibus mulu funt animadverCone dignillima." Primo non effe in
iuris Canonici corpus redaflas, temporis habita ratinw VTearum primam effe
llerdcnfis Concil.i, Anno DVII. ouam Hifpaniz a Romano Imperio le fubtraxerant
: qw faaum eft ut Episcopi il, qui certo fciebant quantum lua fe extenderet
auilorius, EccleCallicis tantum viris imperarent; citeris non iiem; ut ex
iploitiet Canone clariflimum, et cuique obvium eft. (g) Sed cenwm annis ut
Laicos etiam includerent, Reges rogarunt, ut ad EcclefiM confuEientes, ob lacrt
loci revercntiam. Regi* lolum committerentur : tandemque anno DCLXXM. in ea
Conftitutione qu« decima eff ex iis qu* fupta adduil* fuetunt, omnibus commune
dwretum fanxemnt; fcd Regis coiffenlu ^hibito : qu^ in tpt Conulu libris
particularitet expreffum eft hu ipfit verbtsr Confenttcnie glortofijfi. no
Domino Nofiro Eringio Rege, hoc fanaam Ceuciliam defintwt ;^ce( (1.) yr.Eod. Co
mctuentei. ( b ) ^. Eoi C- ifxar. ( c ) WA C. miUui. (d) JX. £-iit,C.fi
(e^X.Sod.CoiÌefir.m]to ({) Xo'o £od. Co ccrfiitmmuf o (g) meeo6.caf.tio in
corporc Concilionim fcriptum fit folummodo, DcJfjiww C»»«e ut, fcilicet, reo avulfo
ab Ecclefia, fit Ulico qui eum dirà devotus, et Chrirti-fidclium commumone
privatus. Sed lunt OMnes. ut vocant, ferendo e«eW; ut, poftquam reus exiraaus
fiieAt (ùbeat Prxlatus monete; et nifi fuerit reftitutus, aut,ufta det.nendi
caufa aliata, lune demum polfit ad cnemnmnicatmm fententiam le rendam accedere.
.,,. i Quatto confiderandum eft, Epiftolam Auguftmi nomine aUatam, ep.ldero
cene non effe; ficut etiam 15. alix qux Sanai Ulius nomine feruntnr ad
Bonifacium Comitem conlctiptx, «c Bonifacii ad Auguftmum, eujulvis potius, quam
eorum, effe poflunt. Id vero cum ipfa rauo latis fuperque demonfttat; tum multo
magis verbo illa, SpeH.»fil et Magnifici, honoris caufa Corniti tributa, abepis
tempeftatis confuetudine ionge remota, n« ab ipfomet Auguftmo uni^uam adhibita
iis in literis quas ad eumdem Comitem ipfe Mrfctipfit ; m quibus etum
quammaxima Divus ille vir agit cum modeftia, non autem fuperbe, et arroganter,
atque imperiofe, prout Sycophanta, quifquis ille, fcribere voluti. Quod vero
multo magis earura falfitatem yel coeco demonftrat, Bonifacius Comes nunquam
Hipponam incoiali Divi Augiiftini V«*>» Ji- ^ (a)lii.i.tjifl.S. civitaiem;
ut fieri omnino nor luti fucfiiJi;, tìullibct eorum, prout fibi, atquc
fcgionibiis fuis conduccrc vìtuin Canones confijtuit. Cum iiaquc varias rcgion«
diverfas ctiaui Icgcs itquirercot, prout homìncs plus, minufve ad dclffla
propenfì crant,^ uftufquifque proprias leger ad regionis lux nores adaptavit.
Hi vero Canones omnesante annum a Crìilo nato MCC> promuU. gati funf;^
deinceps vero Romanorum Pontificuin Decretales, quas vocant, rc. uregorim
autem, ejufdem norninis {b) Nonus, Pontifex, declaravìt Ecclejia y in qua
divina myjìeria celebrantuTy licet adéuc non extiterit con^ ftcraMy nullo jure
priviiegium immxnhatis adhnii ' Idcmque addiditf cum nonnulliy tmpunitatem
fuerum exceffman per deEccleU obtinerè f perente^ y bomtcidiay tT mutilationet
menu Trm-m fpjU Etcfejih y vai amum atme^eriìs. coipmiteere non veremtm f quey
njji fer Ecclcjìamy ad quam refugfunty crederent fe defendi y^ nutìtu tenui
fuerent commiffufy rales non debere gaudere privilegio quo faehuie fe indfgnos»
^ \ Hifce' Joannes, 'ejus norninis XXII., Pontifex Romanus, adjunxit etiam, (d)
Hereticos fefe Ecclejiis tueri non poffe,. Nec alic in medium afierri poflunc
ieges quibus Ecclefiarum kÉmunitas inniratur. Hz vero omnes adco clarz lunt,
adcoque faciles, ut., fi in judiciis, aique Eraxi fincere, et prout verba
exprimunt, adhibe ^enfur,^^' nihii oranino difficulratis fupereircr. At cum
Jurikonfultorum òpinionU)US, et interpretationibus ad diverfa protrahantur, de
his etiam, capOrque unde tot Scriptonim fententiz originem duxere,
fingillatiiii diccndum eli. CAP. hnmmìtatm. Exnavag.De variis Scripeertm
epiniomika órca Eniefimm mmunitafem^ Ó" tanm caujk, .Tanta profeto eft
fententiamm vxrietas intet Jurìrperitos qui de Ecclefìarum immunitate hai^cnus
fcriprenuit, iildemque Ugìbus innituntur, ut line dubio lAirmarì poHlt nullam
omnino hac de re quz(tk>ncm proponi, aut Cafum accidere, in quibus in
utramque partem res terminari non valeat, atque adeo Doélorem aliquem tefiem,
et aufìorem laudare. Ex iis tamen non pauci funt qui non modo fxcufationem
promereri, fed commiferationera etiam tommovere debent librifque vulgatis, non
Auftoribus, nota quzlibct inurcnda. Etenim ficuti 'in rebus aHis quz
Ecdefiafticam, aut fccuiarcm juriididionem attingunt, fic etiam in hac ipla,
nov^ims imprefliones cum antiquis non convenHint* led quscnnque Principum jus,
et audoriutera {M'onxv verent, ablata fuerunt; et fzpius negativa particula, ut
Grammatici lo^ qnuntur, addita, ve! delcta, mifcellos libros, vd invitos, et
centra Seriptoris mentetn, prò ConTflem arbitrio loqui cocgcrunt. Id vero non
modo ex librorum ipforum variis impreflxonibus invicem collarìs manifcfto
deprehenditur; fed Wcifair folummodo £x>argarorw infpedis, quibus facile
fingala quz immutau funt uno afpedu v:deri po^funt. Qiiate, ut in re tam dubia
rc£lam, tutamque viam amplefli iiceac, Ilatuendum eft ante omnia, quafnam
rcjicere dcbeamus,,quarve icqui Dodorum interpretationes, Id vero fàcillime
cognoTci poteri^, li vcratn illam, 3c germaham caufam, ex qua opinionucn
varietas exona c(^, animadvcrtcrimos. Hac vero eft, quia noluerunt Doélorcs
intra iegum ipfarum, 3t canonum verba luas opiniones, et dida contincre; immo vero
amplifìcationibus, 8n exceptianibus, quas fslkHtiat dicunt, eas adaptarunr,
prom aquitati convenire exiftimaverunt. Qua de caufa in nuU lam debent
reppehenlioném incurrere.* omnes enim nihil anciquius habuerunt, qu.im ut
communem iUam, aique difpatatìonibus cundis neceftariam, Reguiam jurk
fervatene, qua ftatuitur.* fi juris ipfm difpofitio bene finum alferius^
prsmiumve refpiaat, fififue favorMis^ l^um verba y lì. cet prejfa, atque Jìr
't^a, ampl'tjìejntda, atqut entcndenda ejje } fi vero ptznaruTrty atque rìaerU
rationem babet y fitque invidio fa y quam odioam appef hm y voces eafdcm
quanhìis latmty Ò" uberius loquanfuty prejfe ta mtn y firi^imquey
quatet^us jus patituty expiicattdas effe». • Qj 2 certe regala nanira maxime
conlona. coovenienfque apparet.Et enim, ficut rerum hitmanarum fapientes
coofìderant,, adiones omnes flint fìngulares; nec ulla ratione fieri poteft ut
due qualibet ex parte fine inter fe fimilcs, atque omnino pares.* quo fit ut
fingufis propria indiecant regola: lex vero, quz mi segula quxdam univerfalis
omoino conftituenda eft, necelario ob id ipfutn, quod untverialis eft» manca
quodainmodo fint, et imperfeda, aut comprehendens quas excipere, auc CTcipiens
quz comprehendere deberec. Qnamobrem neceflàrìa omnino videcur benigna quzdam
interpreutb, quz legem.dirigat, et ad zqui. tatem reducar. Hinc vero
prolìcifciiv ut, fi zquius amplior. videtur, quam legis verba, hzc debeanc
amplificari quamum «quicas ipTa po ftulat. Digitizad by Google Ii8 D E
y>U R E Enlat. Ae fi lex eadem verbis extra «quluris fines, 8c limites
egredia» tur, aequunt maxime eA ut interprecationibus intra eos coerceatur: Ut
n lege lata pana impofita fueric iis qui Dei optimi maxiroi nomea yanfiiflìmum
maledif^is, probrifque prolcindant, cum res ìpfa de qua decernitur, pietas,
fcilicec, in Deum, maxime favorabilis exìAat; juAa intcrpretatione a nomen
etiam facratiiTima! Virginis, epis matris, at« que SanBorum omnium extendicur»
Quod fi lex altera excipiat, qui motu quodam animi violento percitus, atque ira
prsceps furens, verba promleric igoominiolà in^eum ipfum; hoc invidiolum eA,
nec de quavis ira intelligendum fed juAa interprctafione ad eam tantummodo
rcdigendura qua celeri, atque inevitabili impetu fenur, mentifque et ratiunis
uium ita impcdit, ut quid homo Abi velit, quidve dicat» aut fadat, omnino
nefcire poRit« Quod vero IpeBat ad EccleAarum immunitatem, NonnulIi,cum
animadverterent eam non alia ratione conAitutam effe, quam ob revereiv riam in
locum Deo facrum, et ex co ad ipfius Dei maximi honorem, et cultum pertinere;
bu)us przcipue rationem babueruni; idque veluii zquitatis regulam lìatuentes,
cui legum verba adaptari debeani, estera cunBa fulque, deque daxerunt. Cumque
nullus omnino reperiri poffic honor quo multo major Deo tribui non debcai,
interpretati lunt eamdem pariter rcvcrentiam tribuendam efle non folum Deo
l'acris lock,*fed omnibus etiam qus iis adhsreant; iifque cunBif habendam efte
quantam maximam animus capere poieA, vel jultiùa ipla Aias fibi res habete
juAa; atque, ut ajimt, quibulcumque pravorum hominum oppreflionibas tokraiis,
ut iramunitatts honos iis omnibus tocis religiole concedatur qus Ecclefiarum
fpecicm aliquam quomodolibet referre poHìnc. Hifce vero, quafi fundamemis,
pofìtis, leges, et Canones omnes de Ecclefiis decememes, ad ea cunBa protulemnt
qus Coemccefia, MonaAeria, Oratoria, Sacella, Holpitalia vocam, feu quovis alio
nomine cenfeamur, ea in quibus pictatis opus gliquod peragi videatur« Ubi vero
leges i|^x, le Canones Ecclefiis immuniiatcm concdTerunc iis tantum in rebus
qus vel comimfenMìoaem movere, ve! ^Aa defendi exculatione poAint; idque
honeAis, ac tolerabilibus conditionibus ; Urdem amplìAcarc, atque dilatare rem
totam ita voluerunt, ut cnormia quae. que, et graviffima facinora
comprehenderent quod A, ragione coaBi, aliquid exccperini, jnlHiis tamen, atque
judicibus ipAs eas impoluerunc condiriones, ut, iis obiervatis, Aeri nuaquam
omnino poAìc ut debifum juAitia Anem obtinere, vixque nomen Atum, aut ne vix
quidem rctincre poAit : quodque caput eA, non modo perpetrata facinora, atque
4Bi^, EeeltAaruffl immunitate inulta, impunitaque remanerenr ; Icd novis etiam,
iifdemque enormibus criminibus aditus tuiìAimus ape» ritur; ut qui jam
oommiAlTcnt, fecuri in utramvis aurem dormire £a» Cile podent; 3t qui admitterc
vellent, facilitate aìleBi, et lecurirace in» vitati, nihil prorlus tutum, aut
a crimine vacuum relinquerent, Id enini imcr estera DoBores aflìrmarc auA funt,
Principes ncque fententia da» fonare, ncque habere ^tisAionem poAecontra eos
qui ad EcclcAam con» fugeruAt, ncque dum tnibi pcrmaneanc, nec poAquam ab ca
difeefle» hot quodque rifum nagis, 8c Aomachum moveat, flatoerunt Ecclc» fiam
i^m teneri ad alimenta feeleAis homimbus prcAanda, dum ad eam cònfagientes ibi
reAdent. Alii Do£lores contri ei^inurunt iuflitum, atque deIi£lonitn pcelum,
publicarque tnnquulitatis confcrvationem magis cITc Dea maxima graiam, quam
EccIcGarum immunitatem : idque velati zquitatis fundamentum inrpicientes, legum
verbis, ut iplà rem quamquc nount, aeceptù, non petmittunt ut leges, et canone:
ad alia loca pcrtrahantur przter ea quorum rigillatim mentio fa^ fuerity
EcclePus, fcilicet, ipfas, quz reapfe, non autem nomine tantum, Ecclefiz funt.
His enim temporibus tanta eli ubique locorum frequentia quz piotati alicui
mancipata vìdentur, ut, C omnia comprehenderentur, jam quzcumque incolimus
Ecclefiallicz immuniutis privilegio donau eflent. Et quoniam gravium deli£lorum
exceptio, in quibus nulb conceditur imminitas, fpectare jullitiam videtur quam
zquitatis regulam llatuenint, exceptiones illas aut ufdcm rationibus, aut etiam
firmioribus, k validioribus ad alia facinorum genera extenderunt quz a legibus,
Se canonibus minime nominantur: idque tam ampie, ut nihil immunitas meri polGt,
nifi ea quz mifcricordiam merentur, prout etiam antiquorum fuilTe videtur
fitntentia. FaSlum eli etiam ut Doflores aliqui, cum, velati juris. Se
zquitatis regulam, modo hanc, modo illam ex iis quz diximus fumpfilTent, varie
loquuti fint, atque a femetipfis non femel del'civerint; alii vero, nelcientes
cuinam precipue ex iiliem regiilis adhzreicere debeant, adeo confule. Se
obicure pcrfcrlprcrini, ut nihil omnino ex eorum fcriptis elici poflit ; alii
vero do^rinam fibimet repugnanicm habere viC fuerint, ex eo quod ii qui eorum
libros, prout ipfis conducere vifum eli, interpolarunr, non mutaverint omnia :
quamobrem alibi Cncerz, atque germanz Scriptorum opùiionis vcftigia permanent ;
alibi vero eorum verba, Se fenientiz dumtaxat apparent qui Auflomm mentem
detorquere prave voluerunt ; ut Dollores fzpius fibimetipfis contrarii. Se inconflantes,
atqde volubilcs aliorum culpa exillimentur. Igitur qui velie ex Do£lorum
leflione fruSlum colligere, facileque ftatuere quid ipfe judicare debeat, atque
adeo in praxi executioni mandare, nccefie eli ut ante omnia certo fcìat quznam
ex iis duabus regulis norma effe debeat, qua opinione: examinare, Se afliones
inllimere, ac dirigere valeat. Id vero cum tanti ponderi:, atque momenti
exillat, quanti unulijuifque facillime cognolcere pote|l, operz prcr tium eli
ut exafle de ipfo trailemus. C A P. III. ^asnam tqmtatis norma in juJicìù, tf
prJxi equendn J!t, XTOmines cunflos ad honorem. Se gloriam Dei Optimi Maximi
non orane: modo, fed etiam languinem, Se vium profundere debere, adeo notum,
naturzquc legibus in omnium animi: infcriptum eli, ut nihil magis; nobis autem
Chrillifidelibus ipb quoque fide, ac Religione certiflìmum; ficuti paritcr
clarum eli nobii, ac minime anibigmim, duo effe honorum genera quz Deo
tribuuntur : Alterum eadem ipfii ratione aibuitur quam Deus ipfe nobis
conllituit, quam qu« a Digitized by Google I^o DE J U R E que a nobis fé
cxìgere dedaravit : Airerum ^vero ea forma qua nos Ipfi honorem habendum
exiftimamus. Scatuit igitur facrofanéla Ecclefìa linumquemque utrifque teneri ;
fed primis, Àvinis, fcUicec, praxeptis, multo magis : quod fi aliquando
evenirec, prout rerum humanarum conditi© fcrt, ut non poflemus utraque fimul
integre praeftare, iis exa6le parere dcbemus quae Deus manda vit, omiiTis iis
quz pendent a nofira voiuntate, fi impedimento fint quominus divina prxcepta exequi
poflìmus. Cum enim divinura przceptum foret Mofaica lege fìrmatum, Parentibus
opem ferendam; cumque ex hominum pietate fponte induAum fuiflet, Tempio maxima
dona elargiri y Chrifius jefus y Deus nofler, reprehcndit acerrime Fharifxos
qui tempio munera olferre, quam Genitoribus auxilium ferre, atque fubvenire,
impenfius laudabant : eamque divino ilio, atque fanétilTimo ore caufam adduxit,
quod, fcilicet, hoc divinum, illud vero humanum przceptum elTet ; luofque
docuit fideles nulla efic ratione laudanda munera quz tempio tribuuntur, fi
impedimento fint quominus Parentibus auxiliari pofiìmus, prout Deus ipfe
przcepit. Id vero ad ea quz nunc agimus mirum in
modum conducere, atque accommodari pofle manifefio confiat. Exploratum fiquidem
efi jufiitiam diferte, atque exprefie a Deo przcipi, eaque Deum fummum honorem
fibi haberi declarafle: quz fi jufiitia defit, Principibus ipfis, ob id, atque
Regibus regna, et imperia auferenda, atque in alios transferenda docce : cujus
doflrinz innumeros polTem facrarum litterarum locos tefies laudare. Cercum
pariter efi Ecclefiarum immunitatem ob innocentium fecuritatem, et eorum qui
jufiam aliquam erroris excufationem afierre poflent, infiìtutam fuiiTe
Principum legibus, et Ecclefiafiicis confiitutionibus fancitam, ob reverentiam
qua profequi decet locum illum Deo lacnim ', non ut Ecclefiz ex orarionis
domihusy fcclerum omnium rcceptacula, et Utronum fpclunca fierent. Ex his
omnibus confequens efi neceflario ut jufiitiz habenda ratio, eaque veluti
norma, et regula fpeflanda fit, qua legum omnium de Écclefiafiica immunitate
fententiz, et verba tanquam tratii»» ponderanda fint; legefque omnes, et
conftitutiones ita interpretentur, ut nulla ratìone Jufiitiz obdTc, aut
impedimento quomodolibec effe pofiint. Quoniam jufiitia, ut diximus, honor efi
in Deum, ab ipfo Deo nobis przcepius, et procul dubio femper optimus ;
Ecclefiarum vero immunitas honor efi quem homines Iponte, ac fine ulla divina
przeeptione, Deo tribuunt ; quique, nifi, prout maxime decet adhibeacur,
Ecclefiam ipfam non honore, (ed ignominia quam maxima afficit, la$ronumfuc
fpcìuncam reddit, et feeleftorum homimim infiune Alylum. Hzc vero cun£U clarius
oftendit quod ait jeremias Propheta, dum populura reprehcndit, qui externis
hifee revcrentiz fignificatìonibus erga Dei templum plus zqu« fidebat ; eumque
monet, ne hac fiducia niteretur, fed in Deo fpem poneret, qui in genus hominum
quodlibec jufiitiam exercc•rct. Quam ob rem rationi maxime confentaneum, tutum,
atque optimis innixum fundamentis efi eorum confilium, atque fentenria, qui
lacrorum Jocorum immunitatem tuentur quidem, fed intra ccrtos limites, ne
jufiitia pereat, adeo necefiaria ad publicam tranquillitatem confervandam,
tolleifdafque injurìas, et dethmenu quz prìvatis infih ntntur. M. i«« ninnr. X(
in quotilxt -«vtiini jiMcrk fanc ««i» fivi,* &ChrttùuHM j» dex, fr
ccntrarias jaiit-^nfaliorani a^ioiM* 'àri^crit, M la frót iacMadnm ftaiiien
quod Eccldlanim ihioMninwlavnt, n tanna ntione, B« jaftiiiam ap[irimn. • • J
Quilitiet auKcn, t]u( aenm actem inwpdeK t ^ la arit, dare cogndcet hanc éfle
rationem qua cunda tolii poICnt oftenfiones, 8c mala qtn riginem craxeruM aa
ipia vilrittaia aon opniònant’ laaxn, gnem privatarum rationum. ut qaivis
bcitios po8w ' palpicene y aiTeram quid hac in Te Jtirta..€oiaài(i ftatubadan
cenloerinc, qaodqua kì opiiniz juTta, atque neceflanlB titilioncm ‘atiqaan
»hrte pofiìa* Ubi^veia ciitiÀi in eamden opiaionem non cdavemcac, AuAarum
noauaav qoi lentcntiam ^uioMni’ paobaverìnt « adfcnbam ; 'ta i am qae
tantaamuàia rocncìanem. t'aciam qui jhxioria, Bc cclebriarir fait aMoina, fc
exiAV marionù : Seplua ' SpH'capuan Covaiùviaai M(le«a kiidaba, nim quia Pnrfbl
Hil'pahua eft, qui ThdencàtatCaacilio i an a ^ ; tuia eAam- quia dodrina,
probiure, 8i pietaK minime datus ab omnibua, fi ctadpicuut habctur : Sapinc
Prolpemm Faaaaciiaai, qili diu Rena *nit, Advoeatus prima, max Audiioris .untai
m aaiw, ft'Fifoi deniquc PatnHit», etiam iiib hoc ipfo Patito V. Pontifiet. Ad
atam-wero cairanaiB Itbri, Bt Doh Viri Traufetlpini tnlciìt, loca ad n a t a hr
i, ur, fiqaia oGÓnliliariis tuis, 6c Jurii-CatiUiltis inWe^A^are cupiat,
Àcilidi cuaVa &i». venire, Se imdtigere pqffit. -Otania autem hac
dilqailìtio facilliiaa ad cria capita ledigi potorie : m,. Primum ; Qnzmun fiat
ea (acni lata qua ad fr aonfugiema Meatitur. . • j Seenndum': Qinenaai
pcf(ó«aMai toaditia, tt qaodnaoi deliéKi gcnus loco facro pr»tegi,^aut ma
paoxegi pOSit. ', .1 Teraium ; Quanaan ratioae a (acria locis eatrahi dafaeaat
ii qui eiliiA tagi idvctios jullitiam non poflìiat,..,'u. ^.i t .r .. Ul ..1 I
- .1 { ftet* Ik 4 td'fi amfiipmm ntmuwr. ’ -comprehendi; Ecclcfiamj-
fcilieótiQmdEcdefix adhkrent, leu folum fuarit adificiia omnibus vacuum, Mi
domibus tedhtm; ^ Xlwpafiiium Ipatibm, fi Ecdeha MetropoliiaBa fiicrit ; XXX.
vero, fi co tinllo iiifignita Mn fit; Et Epifeopi domum. Nfee alind eli de quo
raen-tio iis in legibut, A Canonibtts ftfia fit. Ecclefix nomine Haiuunt
unanimea Dodores omnes Oranriu non coraprehendi ^ quanv^m in où aliquando rct
(aera fiat ; aut ea qnc in privatomm doatibos, et in GoU^iìs hicorum, quas
vulgo confntcniitates vocant, zdilicantur, quafque domini diruere, atque mutare
prò votnntatii arÙtrio fàcile pofTunt. Ncque omini debet, immo attenta cura
animadverti, quod EpiTcopus Covaruvias hac de re diflerit, (a) Hifce, videlicet,
temporibus occurrendum maxime effe eorum temcriuti qui, Ecdefiarum immunitate
confili, quodeunqua ddiflum perpetrare Tom» il. Q audent. fovaiwiar . i. var.
r. io. i I1LA .D ;r joU' H ?E WI(Ì 4 M« coin «M! wwtowi» M W f w i h B i
itnaiftmum Buciwriaia itcrMMacMi lubcnt. Ubi umen Prxiutcs hac juiU modowioM
"ooii Ec ci«(ì«r«M iMfnin* «Mtemir ^«uKuii^e ùim «erto, ac pxe|x:f«w
divino «litui dÌMMC-A nen lintiv n. uiPt dM sui «dbatet Eukfia Xt> (tu XXXi
pi£>un fp*tio« ajuUnn àmaanitatrm Ecairrisàii 91M1. (dnt Mua Ctviiaiia,
vd^Catorun-moeOlia., iwuil convwirai^actifiiciaa Has enin 4 c.ie-.Ca«on ex
frede-ftamia, D a ft a r ar oanianitcMH nec .atla pottft ho mi èaUaatio; iauMi
aero noa daiuiu i)ui id oiaat cuoi Urboi oouiim Mteoi» CIMI diaMK.eàtl«Mdi^jus
ni sudtiiani ulu obtiiuUfe, ^ dine amlucBidinv, ik^u» fuac, danagaiuiD dk.
Cauta me, cur neiMiiaierconclitdaM'dnMM ipMMn iUiid niiUana. pradua habere
immiuiMiam^ilicH al>rMaM«aM iaafoa- aautem, cum «lio Canone Muntimi il qui
tacMÀ hao paecat, eum laatj’-cujaajibeci laca immufocaia dafopfore ie J«nd
pafla,-ridM|. et XI^ fadaun tpatuM focnin afot, ifov-iàciatn aliqnad in co
^mpetrarant, éideai ouliifei, ab EcclaEarna». {requantiaoi, Jcl» imaH«MaiaMcn
pi^r. Sad ^ ea «unqiie fuerit canfa, parvi rrfert, cune illud cxpfomuini omniao
fic in Cdfoan'ihaif et Calw buUmh anpina hujniceMÉdi. ffatiii immuoitaKin
concedi, i-Htac- etiaai cafoUftiur, qwid Manfoi)iiiir aadde», An.-fohcat
liflorej polTmt cura qui ad Ba:OViPtm, dura de Ecclefiarara traaiiiniuie
apiau-, foe àia ^c||À« tfoinm tvmo cft qux extra Civicirà, et Caltronn* m#. ma
poCuit inHOUilitatcìii _adj^ pafUmm ipatium portiguiit^ . Quod qfro
atcinet.ad.E^ra^i im>m, non canveniust iatfrtiDodfoe«s{ rasici pamqqt. ex
aaroni uimmo animadvcrcuni alia Caaont Un^iu»>aflà.fo Bpfoopm doraaira hum
.£c«lefic ( e > proeimatn, de adhxremem hibcat. Quare neceforio intra XC
pafitwai t)uiium efltt k .jfto certo «ondiiuuoi Kpdcafo ’domnra, fi loogius ab
E«laAi dtjcc, rauiiam qsiniuq iqimumtiiteni obtiaeM. Cura ncro EL. [foruum fo
càviiaubua, et qaftria qqn babeat kicura, conlaqindls ed ut Jfifdcapi domila
raiUóra panici Munamcaiera babera potEm. ---c - iV* ... -V De eie-, '.ìu*' -
•••'• ‘ tajAx. fi) (pr»f ia. a,*.™’ ^Ux*rat\,ilr. f*. TW a i«. . ria K to.' iy#
•- *>. ihyCmhmHr.ir.ttem de ìmm- a^e. (c) 0 i.r 4 rf.«*|C yy. Clnf.e. CUnf.
jo. DC(Uk. lìb, 6. e.zy. 5. 14- Farfn. .jS. fetw. yauUue,ioit:»s» De
coemeteriis vero, Hofpiulibus, 8c ConcUvibut, ubi Fiatres doimiun[,-ae verbum
quidem lex ulla fedi. Canoniitz taniummodo, qu« ignoramia f»pe, aut ambitio
tranfverlbs rapir, Ecclefiarum nomcn amplificare, acque ad hJK eiiam pcrtrahcre
voluerunt; plurimis tan-.en condiiionibus, iifdemque adeo variis, ac itucr fe
repagnaniibus, ut vix duo conventant. Ex corum auiem lenccntiis confuetudo
diverfa induda eft, prone iUi plus, minufve audoritatis habuerunt, et
hujuicemodi locorum,iaal etiam deliftorum numerus exigere videbatur. Quo fit
ut, ficuti ddiit locis nihil omnmo legibus làncitum eft, led conliietudine
tanium, atque interpretationc eorum immunitas inirodufla, ita ubi contraria eft
confuetudo, eadem a quocumque judice fervati debeat, citta uUam ertandi
formidinem. Perfbnarum condì fio ^ et quodnam deìi9i genus loco jnero frotegi,
mt non • pniregi po£it. E st omnium certilCma fententia, qui in loco facro
deliquerit, («) licei leve delidum, nec atrox fadnus fuerit, eum tamen facro
eodem loco non defendi; iitimo vero et ibidem, et quocumque alio fatto loco
fifti a lifloribus, k in carcerem trudi polfe Cum aquum nullo modo fit ut
Ecclefia eos tueatur qui, in ea peccames, injurias eidem intnlcrant; (i) nec
Ecclefia: ca:tera! defendant ejufmodi teum, cum omnes unum, ideraque fint, ob
earum in Chrilluro. Jefum conjunflionem. Quod ita clarum, atque certum eft, ut
fupetvacaneum omnino iiierit pluribus confirmare. Hinc etiam illud confequitur,
ut eadem Ecclefiarum immunitas nullo modo protegat eum qui verità legibus arma
in Ecclefiam detulerit,ea naroque deferre peccatum eft quique ca in Ecclefiam
defert, in Ecclefia peccar: quo fit ut in ea a lifloribus vinciti poflit, 8c in
quolibet alio facro loco. Quod ob publicam tranquiilitatem judicarunt Doaores
fingillatim monendum, et animadvertendum effe. Fnres etiam, qui aut in Ecclefia
furtum fecerint, aut cum re ablata in ipfam confugerint, ex eo quod in Ecclefia
peccant, ab eadem divelli queunt. . Poffunt. itidem ii a facris locis abftrahi
qui in Ecclefia crimina traaare audent, quz fponfionum vocant, aut quodvis
aliud negotii genus legibus prohibitum, ex eo quod in ipfa delinquunt. De
fponfionibus vero przeipue adeft etiam Xyfti V. Pont. Max. dcclaracio, buie
rationi, veluti fundamento, innixa. Nec differt an deliflum totum in Ecclefia perpetratum
fit, an quod extra Ecclefiam initium babuerit, in ipfa finem, vel etiam contra.
Pariter namque Ecclefia nec eum tegit qui, Hans in acro loco, aut extra cum,
bominem in Ecclefia exiftentem interficit.- nec eum qui. Tomo II. Q. * CUOI (a)
C.imnuaUotem. De trnmmiìtate. (b) Olìltnf.c.fm. de Inm. Eecì. .Aldus ìbitU
TeUf. dec.^is. Faróueap.iS. Jitait. 66. Cler. ept.jo.Coceriev. Fsr.Ub. i.
cap.io. p. iS. Iunior. Deciso, i. 6. e. x6. 0.1. HÒflieo.infum. Jo- de Fìf
ct.de m.p.6s. Coofer. Con.io.FoUer. prioe.e.mUe iut.jO. feuuc.e.iS. ««. 154.
Cox’ar. Fsr.l.tA.io.f.tS.1X4 D E J U R E nim Ct ipfe in EccIcRa, auc bellico
tomenta, aut fagitta, aut miflilìbus aliis alienim inceriicic qui extra lacrum
locum fuerit. Hac igitur certa, atque clariflim^t enunciaiione, abllrahendi a
qua vis Ecclciia, et iacro loco cu|u(vis generis reos, quamplurimse
dubitaciones e medio ablacx videmur. Etenim qui diligentìus attendere voluerit,
cogoofeet &• carios omnes, qui ad Ecclefias confugiunc, arma fecum ferre,
atque hahere, legibus etiam vetita, ut adverl'us juOitiam iplàm, fi ras ita
ferat, fefe tucri podìnt. Quare ii omnes EccIeCarum immuniute uà nequeunt, et
in quolibet facro loco prachendi pofTunt, lieet alia ratioAes non concurrercnt
in id ipfutn. Statutum etiam exprellìs verbis Canonis
ed, eot immunitatis privilegio protegi minime pofle (a) qui delizia commiferint
ca fpe, atque confilio, ut facro le loco tueantur. Siquidem Ecclcliarum auxilio
uri debemus, ut peccatorum veniam confequamur qua jam admifimus; non ut nova
facinora perpetrare turo valeamus: quod etiam nullam habet omnino
difficultatem. Verum enim vero, cum hominum mentes, atque co nfilia fint ab
oculis omnium remota, atque penitus abdiu, non polTumus, nifi conieéharis
decernere, an reus deliflum admiferit (i) fpe excitatus ad Ecclefiam
confugiendi. Doflores vero dicunt, qui, llatim ut làcinus perpetravit, ad
Ècclefiam fugit, eumdem eo confilio perpetrallé, ut co confugeret, datuendum
elle. Et certe qui jam datutum, atque decretum habet ut facinus committat,
necelfario ftatuendum videtur, eumdem etiam cogitalfe, non folum quanam ratione
ìllud polfit admittere; fed multo magis, quonam fugete debeat, ut lefe tueatur
: Skut etiam qui de improvifo in errorem incidii, ficut nunquam antea de
fàcinore cogitavit, ita quoque alfirmandum ed ne de refugio quidem cogitalfe.
Quare, quotiefciimque confilium, atque deliberatio deliSum preverterit, et reus
ad Ecclelìam confugerit, id coniulto iàdlum; ideoque loci lacri immuniate
defendi non pulfe certiflimi juris ed. At quoniam de conjedluris agitur, uirum
impeto quodxm, fc perrarbaiiiMie; an potiusconfulto, et cogiato perpetratum
delidium fuerit, Judicem ipfum pnidenter, atque ex animi fententia cognofccre
oportebit. Hac autem immuniatis exceptio, qua reum cxcludit, cogitato, et
confulto ad Ecclelìas et facra loca confugientem, quodeumque delidit genus
ampledlitur gencratim. Quod vero dngillatim ad homicidia pertinet, frequ entius
deliAi geBUS, eum non tegi ab Ecclelìa qui alfadinium, ut vocant, commifit,
ceniflimi juris ed; nec Scriptor ed qui didèntiat. Etenim juda Canonis
leveriate in (r) Lugduncnfi generali Concilio idiplum fuit diferte decretum.
Veritas tamen eli ance CCCLXXVI. circiter annos, cura Canon ille latus fuit,
aflaflìnos extitilfe quoldam Mahomecana perluaIkmis populos qui fìcarios le
ptolicebantur; atque eorum caufa Canoa datutus fuit. Podca vero, cum Dodlorum
omnium interpretatioBe, tura etiam ufu, atque adeo communi omnium locorum
praxi, AlfafGnorum nomine delignaacuT hodie quicunque, padlo pretio et mercede,
(a > C. ÌMminiifate. lìe ìmm. EctUf. (b) .rlWar.prrff. B. i6. Meno. pra.
IO.. iC. jliictf‘Ponf.Ocf.;4.Cltr.4H.io.far.c.r8.f.ti.C>' t. Far, f.io. J.
i.j.(c)0*j'.f'inr.s4. l.i.CjJfM. TrrcI'Salde Jrclì.c.f. de inju$ y ìgncv.$
TiÀoj. Bc«Mlii.'fgHardb>>J«« dclicluia-inpiiàa elfet, aquuBl viikn «•«
pottA W £celeCa cat lanMuf qui toM, iSc batta) >Raipuhlic»f cum nulla
omniMLilea OivUib, mila •Canonica, Ucaaniin im>ima MBaluaiuM itafcaiH
^uui-^iom laatoKia cUmnavii; led eiK 'iamuBHiraio 9U«ii%julli«a iata|intaur|
antc^ttn- Icntemum fwci Eaal :)« jam.ilaaMaoB «A, Jn-.d«ÌMa opeta, a«]ue
nulki4c'i>i>) v*uiae éuesringradùiKainaMa, praaar ìAcuìib catffa «aiI»
mnlftatm eli, gr i mH cóam ddifliia hunnari vero ad uiraaMi, C.- dh p wn
tt.mqBcanapaaber pdeAacum iamnnicatt defendi, atque ledcam ad. .paaMmpianna ab
e« qua. diaiOMa, «aaatfaai 4 >bhmu lb(riat;riS«abru vera non damnans qiudem,
•Acd.aoi aaatummodc^ii^ «MliMa itàtem» laiiidum damnati faB, «aecàipofliH
«ci«B>A||iwldlmMHà' ad,iaanAra pape («dilicia.-làraiacdMbdMutilPadcgibuci,
aiyi'tcìinnBibus (id'aiui ad Ecclcfiam confugicnies non polTunc Domini
imperiiim excuier«;.Al.di>tuna-' ibMnanKateni a lu piaa a aijuttaa, vitate
ladùic.'ad iocviiio,. fau ci admodom bac de ae-BuflorcK^-diribuot, cmi id
cara,. de «te eiifi nantiiai) in Civitatibuc, qua L&uinicai amiare tgteK,
'accidat.-;«a vara (Muadfime liint. m al i tewiua Gramaui naa ialam’ m ca tioni
conteain in mediura attect; (mL Miim ali ufii caed^tuai y dbdege^in Luiitania
làacitiim, qood.aaaoi prafaat Vinccaduc f'Multa cctub qiua lìngillatiin
baqtMnicr. ialeai accidere, utaB -Juga. neratim colligi pottii laacoraa fa
facorura r~r~iif) cardcfàBdte osa putte qui quzvìt alia gravia tc enonaia
deliba comai^mf drente, aut iildem, aut mcfarfaiis oiiam dtv eaulis, quu liipra
leeenfainiu», quodeunque alind gnve.delttea cotapfafbaitur. Hac autam coaclidip
in univerlite prolataraaura, (cilieaf, cupifais atroeis facinacic, A èd facra
loca oonfugerit, ULproicgi haud potte| ima» a fattitia liaeMBipli violatione
extrahi fas «dày probatia a Jacate Ravamts-^ Cyte Piftonenic, Petra
Bellapeitica, ) n am « Igneo, Antonio a Buariai,.|facro Ancarano, Alphonlb
Aivarea, Petta.Cetgorio Tofatano, Tibatefi^tcit' ■» ...lu *■-. néy Ab ( b )
Cam, dcf.^6, Fratr. ctefai jo. OUra, (c) ytw..i.r.* O^.' « mr.c.U ver* Dt Imm.
f. iS. yintàr. codem. ^Izdre^ I» thef, t.i j. «. jo. Syittaj. l. j j, c.\ x.
DerÌ4E.. nut mOud omnino EcoMiam Rofliz hu ai» imouinma;* ied .pudica ip4n
tÌMuiora rat» a ^iW»« Ecclefi» vi «Mtiahi ) nh cw p ywd a iW tiic«>Manmo
perantaenr, ae jalMiia’ priauniwr iJ>«snim diòtac ncUTamiai jndicaluf.
fa^-Quacc Pnip«r Faritiacnifran« ulìaa ftcBia recepcuai, afirmat Bcoiofearim
ipa uma ii in oai, cun ftaiufa inen» ab ddiSs qua' aalto coa61ào,,fcd impaa»
quodim fiant. Siti rdugam» milòranim, non dcbei» KccleCas latnauw tpolaaca&
c^cK, et «ornai ricapnculaa qui aooaia facàtera pcrpsir«\ c>iac ; aieaqnO
talk,’ tap^rqua efloy iì Judkies miinoria >bibl«llii, qui Itvidia 4elii^
juilkant eam ' obloroeiu led OM^roi jndicni in aarooocibai ;ba non lencri;
prave oiiam Veneti 1 k» logr contUtueiam ilL Noa.> Aprili» Md>CX. Mii. .
'•io»l. .W.Ì Qnanam vero dtliAa aeibcianm luxnÌM otnfeaanr, peatar ùlqaeil
ipfum delifli gcnui prafefert, k ic^bn». impafita fack «dtipi poteA; dnbet
JtiMck tiomemia oagnoKly baiiiu aaiioBe flatus, comlkioniique, BM «jus qui
inpriam iirfiae, lam «jua ctiam qui cam paflia fuity aVaMniBi ^i^ oanla,
ccrapork, qua, fciUctt, de caufa, «by et quando, onaamifluaa fueric delkluni ;
roran etiam qua ob id evenarunt, perflirbaeionisi, kfleniionisy tt aliafwn, qas
ém majos angeni pctpeinoim làciau», iacmnique ut mugn, inagil^t in odio kabeaur
ab oauMbnt. •« ’uU leu i ribus
de eaufis, qa« iingni* fluir pon eflent, in enormu atqueatrocia facHioca
evadunt. Cun» ver» iannnlaaabiies rmt.aalas qui flepius accidoIV |Mnva» vas
aliquot opiniones habeant, baptiffiiatis tamen chara^ere infigniti, Chrifium
Jclum aliqua faltem ratione venerantur, quem infideics averfantur, atque
execrantur. Teme . R CAP. STORIA DEGL’USCOCCHI
SCRITTA DA MINUCIO MINUCCI, ARCIVESCOVO DI ZAKA, Co' progreJi di qoelU gty»o,
rnirìiauta fino alt anno MDcxri. DA P. M. DE’SERVI» della Serenijpma
Rept$bbiica Vènn^a, JON mi pongo a fcriverc la Stona degli Ufcocchi per far
celebre il nome di gente tale preiTo a quelli ebe la leggeranno; nemmeno per
foddisfar l'emplicemcnce alla curiofìt^ di chi fi perfuaderli forfè di aver a
vedere in quelli fcritti varj accidenti feguiti in molti anni nelle fcorreric
di terra, edi mare, colle quali quella razza di ladroni ha fpo' gliati ì
mercanti innocenti, e dilettate le Provincie, turbato il commercio, e cimentati
in pericolofe guerre i maggiori -Principi dei Mondo con dubbio di maggior
turbolenza nella Cridianitk, fe raltrui prudenza, e autoritlt non avelTe fempre
attefo a divertirle. Non è quello il mio fine, nè per quello vorrei io perdere
il tempo, che polfo, e fono obbligato a fpendere in pili giovevoli eferciz)
fecondo lo dato, e la condizione nella qual verfo, con obbligo piuttodo di
operare, che di fcrìvere.* ma penfo che fta fervizio di Sua Divina Maed^, e
utile a’ Principi Cridiani, che fi fappia onde fieno derivate le ragioni, *che
in fettanta anni non fi fia mai, potuto rimediare alle rubberie degli Ufcocehi;
e come fi fia ritrovato il modo di farlo in quedi ultimi tempi, quando
Tinfolenza loro era arrivata a tale, che non erapih pofiibile il folferìrla; ma
dinecelTitk fi aveva a reprimerla, o ad adpettare un'aperta guerra fuor di
tempo, colla Cafa dAudria, e la Repubblica di Venezia. Il difeoprimemo di quede
faccende cred* io che tanto pofia fervìre a* buoni Principi, per tener T occhio
alla mano, e agrinterefii de* maTomo II, S li Mi ; li Mipiflri in qaefta, o in
altre limili occorrenze^ biffine di non UfciarG ingannare in pregiudizio della
fama, e dello llato proprio, quan fogliano tener celau la verità altrui,
preferendo ringiufliOìnio guadagno alla riputazione, e al buon fervizio de’
loro Padroni; ficcome anche una tal notizia far^ atta a far conofcere al Mphdo
(he, quan^p i Principi dicqno,' e fennò daddovero, e fi fervono di flrumChto
fecale, c valoròG), non pnffono. aver tempo i ladroni che inquietano, e
danneggiano i vicini; e fono fpeiTo cagione di pericolofìflìme guerre. Quefli
lono adunque tutti gli (limoli che mi han tevano agli fpetracoli luUe Forche,
cominciarono per vendetta, o per rapacità, ad ammazzare, depredare, e ipogliare
anche i Valcelli, le Ville, c le Terre, e i fudditi Veneti; onde Gnalmente fu
coflfetta la Repubblica anche di perfeguitarli non folo lui mare, come aveva
fatto per innanzi, ma anche nelle Terre, Caflella, c Città ove fi ricoveravano,
fenza mirare a’ padroni de' quali erano; e lenza altro riipecto, che di levar
dal mondo gli affailini, che ogni giorno diventavano più fieri, più barbari, c
più ianguinarj : il che minacciava una manifeila guerra tra’Principi Cnfliani,
le Papa Clemente Vili,, vedendo il pericolo, non vi aveffe a tempo incerpolla
la lua autorità con graviflìmi configli, acciò, mentre fi guerreggiava in
Unghcru contra il Turco con tante difficoltà, quelli nuovi femi di comefe non
rocrceGero i Crifliani in maggior rilchio .* onde ne feguà in fine il
defidcrato accomodamento, che farà anche il termine al quale ha da arrivare con
l’ajuio di Dio quefla delchzione per l’ordine divifaio. GLI USCOCCHI SONO GENTE
Diltnatinà, dallo Stato di iln Principe, o. per delitti commeni, o per
impazienza del giogo tirannico, fuggiti ai Dominj di Principe vicino; e ciò fi
dimoftra dall' ilielTa voce fioco, che in latino fi direbbe transfuga. Quello
nome, lenza titolo però d’infamia, cominciò ad acquillar grido, non fono ancora
cento anni, in quel tempo in cui l’arme Turchelche, eflendofi dillefe per 1 ’
Ungheria, e per la Grecia, nella Bulghcria, nella Servia, e nella Rafcia,
travagliavano i confini della Croazia, e delta Dalmazia; perchè all' ora molti
Uomini valorofi, non potendo viver fotto la tirannide Turchefea, ricordandoli
di elTer nati nella vera Fede dei Vangelo, partendo dal paefe gib foggiogato
da’ nemici, fi ritiravano a qualche luogo forte de’ Criiliani ; e di Ib,
flimolati dal dolore delle cofe perdute, e della patria foggiogau, con molta
ferocia ajuuta dalla notizia de i palli, e dalle legrete intelligenze de’
parenti, e degli amici, corfeggiavano ogni gbmo, e portavano a’ Turchi molti
danni. La prima, e piò faraofa piazza che fi cl^gelTero gli Ufcocclii, come piò
opportuna a quelli loro furtivi alulti, fu quella di Clilfa, Fortezza polla
fopra Spalatro, poco difcolla dalle antiche rovine di Salona, in fito
fortillimo, ove fi apre un fenticro flretto, e pel quale foto fi cala dalle
vicine montagne della Morlacca verfo il mare ; ove portandoli diverfe
mercanzie, chi è padrone del luogo ne cava anche dazio importante. Era all’ora
Signor di Clilfa Pietro Crofichio, come feudatario della Corona di Ungheria, il
quale, fidandoli nella qualitb del fito, che pareva inefpugnabile, dava
volentieri nccrto agli Ufcocchi, giudicando incautamente di poter colf opra
loro render piò ficure le cole proprie, e forfè dilatare i confini, e
arricchire di fpoglie. Ma gli fucccCfe tutto il contrario; perchè, prov9cati i
Turchi da’ continui danni, voltarono il penfiero alla efpugnazione di Clilfa
nell’anno 1537. al che forfè non avrebbero afpirato mai per la difficoltb dell’
imprefa, fe il Crofichio fi folfe contentato di mantenere le cofe fue lenza
fluzzicare il verpajo, come fi dice : il efie può fervire di avvenimento ad
altri piccloU Signori, di non provocar l’ira del maggiore, confidandofi, 0 in
forze, o in appt^gio ^ altri Potentati; per^è Umili fperanze rìelbono per
ordinario fallui. Vedendo adunque il Crofichio la rovina che gli veniva
addoflb, fu af tempo d’invocare, c ricevere gli ajuti di Papa Paolo 111. e di
Ferdinando Imperadore, co’ quali elfendofi pollo a dillruggere due forti che fi
fabbricavano da’nemici, a fine di llrignere Clilfa con alfedio lungo, fu con
improvrifo affalto rotto da’Turchi, e uccifo; onde, mollrando la fua tella
a’Clilfani, mifero unto Ipavcnto, che tollo rilolfero di arrenderfi,
diffidandoli di poterli piò mantenere. Nell’ alfedio di Clilfa, che durò piò di
un anno, occorfe un fatto memorabile, del quale non cifendo (lata fatta
menzione da altri, non mi è paruto fuor di propofito il riferirlo in quello
luogo : pafiò egli dunque in quella maniera. Nel campo di fuori fi trovava un
Turco nominato Bagora, di natura grande, e di forze tremende, il quale, come un
nuovo Golia, sfidava ogni giorno quei di dentro a fingolar batuglia,
rimproverando loro la viltb, e la chiufura della muraglia : arroflivano i CrilliaTomo
!!• S z ni di 140 ’ STORIA fii di vergogna; nu ritenuti forfè dalla prudenza
del Capitano, e for« fé anche da ragionevol timore, non ulcivano da* ripari :
quando un giovinetto, nominato Miloflb, il quale ferviva al Crofìchio di
paggio, (t fece innanzi al padrone, diman^ndo il combattimento contra Bagora :
ma riprefo come troppo audace, e dilugaule à tanto nemico, f^giunle ch’egli
confidava in Dio di doverlo vincere.- c (c pur rimancfle perditore, farebbe
poco danno, c poco dilonore de’Criftiani, che un Turco di tanto creato foire
recato fupcriore ad un garzone : in fomma queOo era (laro detto da Dio, come un
nuovo David contra Golia, a- domare la luperbU orgogliola di Bagora. Ufei egli
adunque accompagnato da divote orazioni dc’Fedeti CrifUani, c con un colpo di
feimitarra, che fu forlc il primo, tagliò netta una gamba al nemico; il quale,
f^ermatofi nondimeno falla colcia manca, tutto rabbiofo fi andava girando con
tanta furia, che l’ardito giovane, febben gli laltellava intorno, per venire a
fine della vittoria, non poteva però avvidnarfegli per far alcun colpo; ma
aveva che fare alTai a fchifar quelli dellinfuriato nimico, il quale nemmeno
con tanto empito, che, Icaniando 10 il CrilUano coll’ agilità della perfona,
non potè il Turco reggerfx luila gamba tronca, o lulla lana, ma cadde boccone,
c nel medeGmo tempo gli cadde di mano la feimitarra; febben altri riferifeono
che U gittò via fpontaneameme, con dire a MilolTo, che lo feriva di lontano
con-fain, che non lo volciTè uccider come cane, ma come Uomo di guerra; o ooù
colf arma propria gli fu troncata la tefla, la quale fu portata con allegre
grida dentro a ClifTa; ma eirendoll ei 11 poco dappoi perdura*, non potè eifer
lunga Taltegrczza di cosi nobil fatto. Venuta* Cliilà> ia mano de' Turchi,
rellò loro libero il pafTo, per fare feorrerk in tutta la Dalmazia, e Croazia,
lenza impedimento; e lì ajirirono il primo adito nel Contado di Zara, dfendofi
loro io quei medefìmi gioni renduto anclic per tradimento Nadino, Camello
importanre, poAo nel bellico del medefimo territorio di Zara: ma gli Ufcocchi
a^'anzati alla infelice battaglia lì ricovenron» tu Segna, Citch polla in
un'intimo rcccflb del icno Flanonico, oggi detto corrotumente QuarnaTo, o
Carnaro, da’ monti di Gamia che l’inquietano con tempere continue, di rincontro
allTlola di Veglia; giudicandola opportuna a’ difegni loro, per; la fortezza
del fìto naturale, ajutaio anche aìTai con'arteiperchè per la via di terra,
rilpetto a’bolchi, c monti, non vi fi poteva accoftarc cfcrcito, ne condurvi la
cavalleria, non che le vettovaglie, o i arriglieria; e per mare non vi era
porto capace, nè anche di poca Armata; c il tenerfi fu quel canale era
perìcolofo eziandio in mezzo alla State, pel vento di ^rea che vi lòffia
fpelliflìmo, c che, per comune opinione, (febben par favola il dirlo) li può
concitare a voglia Perciò gli Ufcocchi tanto piò volentieri fi ridulTcro in
quel ricetto, condotti anche con onorati liipendj militari dalfimperadore,
perchè, eflendo ellt uomini feroci, e ufi non folo a camminare, ma anche a
correre con piedi faldi per bofehi, e per balze, pensò, mediante l’opera loro,
di tener lontani t Turchi da tutti quei confini, c far difabicare la Lica, e la
Corbavia, dalle quali Provincie foprallavano 1 piu vicini pericoli. Nè gli
riufe^ all'ora male il difegno, mentre gli Ulcocchì attefero con gagliadi
ftratageromi, e con repentine lòrtite a battere il nimico: ma tolto
cominciarono a convertire le onorare imprefe militari in latrocini, e
rubbamenti de'Criltiani, onde fi rendettero odiofi a tutti i vicini. Li
medefìmo MilolTo, che fottoClilTa nell' ammazzamento di Bagora aveva acquifiato
tanto onore, corrotto in Segna col mal’ ufo delle ingiufle depredazioni,
dappoiché era diventato Uomo di maravigliofa fortezza di corpo, contaminò la
lua fama, e fìnt poi la vita in Zara con un capefiro. Gli altri, valcndofi
della comoditi del Mare, e de'recefll fallaci, ne’ quali difficilmente potevano
elTer feguiri, avevano introdotto rcfercizio di alcune Barche vclociffime,
colle quali coiteggiavano le marine, e afficuravano le prede che facevano in
terra da qualunque improvvifa furia de’Turchi; coftumando di nafconderlc
ne’cefpugli, c anche di fommergerlc fotto l’acqua, per cavarle poi negli
urgenti bifogni. Colle medefime barche affairavano anche! Vaiceli! de’Mercanti,
o dentro i poni, o in altri luoghi opportuni con infidie notturne ; profelfando
però dapprincipio di non voler toccare nè le robe, nè le pcrlonc dc’Crilliani,
ma Iblo de’ Giudei, e de’Turchi; Icbben fpeflb trattavano tutti ugualmente.
Onde la navigazione veniva impedita, e il commercio interrotto; c in
Coftantinopoli fi facevano lamentazioni, c minacce contra i Veneziani, come
quelli, a’quali, per le condizioni^ della pace, toccava di tenere netto il
golfo Adriatico, e libera la navigazione per i Mercanti, e Sudditi Turchefehi,*
onde Solimano fi la-' feiava intendere liberamente di voler mandar l’Armata
propria alla eftirpazione degli Ufcocchi, e afficurazione del Golfo; cfib nei
capellri, e nelle catene. In quelli tempi l’Ilole di Veglia, d’Arbc, di Pago,
cogli Scogli di ^ara patirono tanti danni, che ne fegui poco meno che la
defolazione : molte Ville fi abbandonarono, i greggi, c gli armenti, che erano
numerofi, fi dilpcricro; c le genri, per difperazione, ftavano per abbandonar
il paeie : quelli che erano atti alle arme, e alle fatiche, corfero tanto più
prontamente ad alcrivcrfi fu le barche lunghe, che fino al numero di trenta
s'andavano armando dalia Repubblica, come piò atte d’ogni altro Valceilo a
Icguitar i ladroni per li ftretti canali, e per le Ipiaggie di poco fondo,
colle quali ft veniva anche a metter gli Ufcocchi in maggior, dilperazione, a’
quali in Segna non fi pagavano gli ilipend) dalla Corte Cefarca; anzi di Ib
proccuravaoo di addolTar qualche carico all’ Arciduca di Grata, per eflTcr
Segna Frontiera particolare de’ fuoi Stati, lébben apparteneza del Regno
d’Ungheria : e dall’ altro canto il pacle non dava comodità alcuna di
agricoltura, o di altra induftria; le Icorrcrie di terra rilucivano di molto
pericolo, c di poco frutto; c quelle di ntare, per le caule accennate,
conducevano ben fpeffo alla forca, e non fempre alla preda: onde di pura rabbia
gli Ulcocchi, non potendo faziar la fame col cibo, la sfogavano col languc, e
colle uccifionì piene di crudeltà. J)a tutte quelle infolenze degli Ufcocchi,
oltra il danno che ricevev.ano i fudditi della ScrcnilTima Repubblica, e le
continue lamentazioni che portavano a Venezia elli, e 1 Mercanti che fpcflb
erano fvaligiati, venivano ad irriiarfi maggiormente (come fi è giU detto) i
Turchi- onde il gran Signore, c i Batà ne facevano in Collantinopoli continui
rifentimcnii con protellazioni che, non provvedendovi la Repubblica, «fiì vi.
provvederebbono da sè llcfli. I Veneziani all’ incontro, procèdendo colla
iblita loro propria ^denza, olt^ la iòllecitudine che ufavano fempre maggiore
di pcricguitar i ladri, e gafiigarli, facevano anche continui uffizj colf
Imperadore', che non tolleraffe né' fuoi Stati una uni tana ingiufiizia; nè
permctteOè contri quello che apparteneva alla dignità fui, e alla perpetua fama
dell’ integrità della Cafa d'Auftria, che ne gli Stati fuoi fi deOe ricetto ad
Uomini fcelleratilfimi, e a pubblici corfari congiungevano gli ufhzj a quello
medefimo fine i Papi, moOi parte dal pubblico fcrvizio della Crifiianità, e dal
peticolo di qualche guerra tra’ Principi fedeli ; vedendofi bene che a lungo
andare non avrebbono potuta i Veneziani dar faldi a tanta ingiuria ; parte
anche fpintì da' proprii intetelC loro, perchè nè anche fi portava rifpetto a'
Mercanti d’ Ancona, e di altre Città della Marca, e della Romagna ; e veniva ad
impedirli il commerzio, e il traffico con danno delle gabelle, e con rovina de’
Sudditi, Le quali tagioni movevano anche i Re di Spagna a concorrere nel
medeCmo defiderio, e nelle medefime illanze per quello che pativano gli
abiranti del Regno di Napoli, foliti a portar vini, grani, mandole, e altre
preziofe merci a Venezia ; le quali medefimamente erano mal licure dalla
rapacità di quella canaglia : oltra che il Re Rimava fua vergogna grande, che
il mondo vedeffe elTer ricettati, e alTicurati nelli Suti di Cafa d'Audria i
pubblj^ ci ladroni, oramai infami per le loro infolenze in tuta Europa, ? luori
d’ Europa. Ma un’altro detrimento confiderabile moveva il Papa, come il Re
Cattolico, a defiderare che foflc melTo freno a tante rubberie,* perchè,
impiegandoli le Galee Veneziane nella perfecuzione di quelli ribaldi, non
potevano elle a'tempi debiti ( come erano folite) feorrere U marine Pontificie,
e Regie, per aflicurarle da’Cotfari, i quali, fatti perciò più arditi, volavano
ciafeun anno di Barbaria, e di Grecia nella llagione delle Fiere, e ne
riportavano fempre ricchiffime prede con numera grande di Schiavi, quafi a mano
falva, non potcndofi tener netti quei mari con altri Vafcclli, parte per non elTere
frequentati i porti ; parte anche per antico Dominio fempre lafciato libero a’
Veneziani di tutto il Golfo ; fotto il qual nome fi comptende quello fpazio di
mare che fi rinchiude tra Otranto, e la Vallona, feorrendo verfo Ponente fino a
Venezia. Tutte (quelle conliderazioni, e inierelli rapprefentati a Cefare con
anta autorità della Sede AppoRolica, e della Corona di Spagna, non facevano
altro effetto, che di Ipeziofe promeffe, e apparente indignazione,
dichiarandofi di volervi provvedere in ogni modo; ma nel fegreto li vedeva che
a’ Minillri corrotti piaceva il diflurbo che fi dava a’ Veneziani ; e forfè più
la parte che loro perveniva -• delle prede. Si mandarono però alcune volte a
quello effetto Comnicffarj a Segna con ordine di regolare quella milizia, o
mafnada di ladroni ; fe n’ impiccò ul vola qualch’ uno, forfè de’ meno
colpevoli ; fi reflituirono alcuni Vafcelli, e alcune merci di minor prezzo ;
fi diedero ordini divulgati al Capitano di Segna, di non lafciar ufeire gli
Ufeocchi per mare, e di non ricettarli dopo le lubberie : dopo i quali rimedj
fi procedeva per alcuni mefi con qualche maggior modellia.- ma indi a poco,
come ave llerò a rifarC del tempo perduto, fi faceva peggio, che prima. E
febben, arrivando i malandoni con qualche groffii preda, il Capitano, per
mofirarfi efecutore degli ordini, tal volta usò di chiuder loro le porte in
facTomo II, T eia, e eia, e di fparar anche loro ianiglieria contra, (ma fenza
danno per&) molìrando di non ammetterli, acciocché di tal Tua rifoluzione
natidafle ravvilo all’ Ifole Venete, e da quelle poi all’ armata, e a Venezia ;
nondimeno di notte s' [introducevano gl' Uomini, e le prede la maggior parte
delle quali era del Capitano > c i predatori ne riportavano lode, e ciò che
badava a trionfare colie loro famiglie per alcuni pochi giorni ; dopo i quali
conveniva trionfare alla buIca, o morire di fame ; perché tanto contribuivano i
mefehini in faziare l’ ingordigia del loro Capitano, e di qualche altro che co»
mandava al Capitano ; c in mantcnerfi i favori d' alcuni Miniftri nella Corte
Celarca, c dell’ Arciduca di Gratz, (che dovevano effer di quelli i quali, per
mancamento di fede, fi curavano poco delta Bolla in Cccna Domini, o d’ altre
cenfure ) che picciola parte ne rimaneva loro, come fi può argomentar
facilmente dalia povertà, e milcria colla quale fono fempre vifTuti ; né mai fi
è intcTo che alcuno fia divenuto ricco. anzi fi è fentito dir di un Ulcocco
vecchio, fìorpiato, che, dando lèmpre a giacere in Ietto dedituto ^ ogni ajuto,
confedava di efrerft ritrovato ne* fuoi d'i a tante preac, che le porzioni
toccate a lui per certi conti tenuti cos'i di grof*. fo pafiavano ottanta mila
ducaci; nondimeno era miferabilc, e mendico, cosi permettendo la divina
eiudizia. £ fu detto piu volte, che alcuni mercanti fvaligiati, efifendo
ricorfi alle Corti Audriache, per lamcncarfi, c per ottenere qualche
reintegrazione de’ loro danni, avevano riconolciute intorno alle mogli de’
principali Minidri i giojelli, c altre cole prcziolé tolte loro. Cosi i
Principi ottimi, e d’ imegriii, e giudizia incomparabile, vengono fpelTo
ingannaci da’ mali configli, abulando della bontk, c clemenza loro, con
denigrazione della* fama • c nel mondo fi celebra per gran gloria della Cafa d’
AudrU, che, dominando gìH 300. c più anni, cost lungo Impero, c cosi potenti
Regni, abbia però rariffime volte, o non mai gadigato per qualunque fallo
minidro alcuno, o nella vita, o nella roba mal acquidata : ma forfè meritano
maggior nome di prudenza quelli che, ficcome fono liberali nel premialo i meritevoli,
cosi gadigano .con feverii^ i mancatori : nè farò alcuno che polTa biafimar
Rodolfo Imperadore della ientenza che fece contra Giorgio Popel, per nobiliò, c
ricchezza tra' principali Cavalieri di Boemia, fc furono vere le colpe fiie,
privandolo della libertò, e della facoltò : piò todo fi poteva dedderare che al
mcdefimo rigore arrivane la giudizia contra altri due minidri che ultimamente
fi fcacciarono di Corte, i quali forfè predo alla Maedù Cefarea furono autori
di piu dannofi configli.' non fi è però anco ra pubblicato, fe edì fieno
veramente dati anche fomentatori derubbimcnti degli Ulcocchi.* ma fc un giorno
fi pubblicheranno i procedi che s* intende eder fiati fatti da’ Generali
Veneti, cavando da diverfi cofiituti di rei condannati a morte t nomi de’ loro
particolari fautori ; e con quali, e con quanti prclenti le li lenedcro amici ;
forfè fi feopriranBo cofe che daranno cagione di arroflire a molli ; e
apriranno maggior lume a’ Principi di conolcere le fraudi colle quali è fiata
per tanti anni tradita. la fama, e il fervizio loro. Con qncfti mezzi fi
foftenevino adunque gli Ufcocchi ; e reftando fruftatori tutti gl’ufliz; che fi
facevano, per reprimere le loro infolenze, foddisfacendofi folo agl’
intereflati in parte con certe apparenti dimoftrazioni nel redo fi adducevano
per ilcole l’ordinaria natura de’ confini, che produce lempre uomini di mal’
affare; e che in quello di Segna, tanto importante, che difendeva lunghe
frontiere contra il Turco, non fi potevano cos'l vedere tutte le cole per minuto,
nè gaftigar con rigor di giuftizia ogni misfatto, per non diftruggere gli Uommi
forti, Lceffari a quella difefa: fi allegava l’efempio de’Cofachi, i quali,
abitando alcune ifole forti, e inacceflibili del Borillene; effendo effi
collegati de’Pollachi, e Mofcoviti, e de’ Tartari, danneggiano per mare, e ìtr
terra fpezialmente le Citt'a, e i Vafcelli de Turchi; ne bafta dili«nza alcuna
ad eftirparli: e lebben efft dipendono particolarmente da Pollachi, e da quel
Re fono loliti di ricevere il Capitano al quale ubbidifcono, nondimeno, quando
da Coftantinopoli, o dalla T«taria Precopenfe vengono querele delle
depredazioni, e degli incendjloro, che fanno affai fpeffo verfo Moncaftro, e
l’altre marittime terre della Moldavia che fi tengono con prefidj dal gran
Signore, e fono mercati celebri’ il Re di Pollonia luole Tempre Icufarfi, che
non è in lua mano di raffrenarli, dando nel rello buone fperanze, e parole. I
Colachi, per aggiungere quello, (poiché fiamo venuti in propcnto delle
condizioni loro) abitano, come abbiamo detto di fopra, I itole del Boriitene,
che, febben’è fiume ncchiffimo d acqua, non fi naviga però per effer
rapidifiimo, e pieno di Icogli, e di falfi eminenti; ma i Cofachi lo paffano
parte con picciole barchette, o d’un fol legno durilfimo Icavato, o di cuojo
cotto, acciò, urtando impetuolamente negli fcogli, non fi Ipezzino; pane
s’ajutano co ’l nuoto; neaqueUi, che non fono ben pratici, è ficuro accollarfi
alle loro tane, dove provvilli che fono di vettovaglie, non temono furia, o
potenza di qualunque nemico- neirilole cullodilcono le mogli, e i figliuoli in
mal compolle capanne- e quando elfi efeono, lafciano lempre alla guardia
qualche pane della milizia. Sogliono effere intorno a 5000. combattenti in
eredito di tanta virtù militare, e di tanta giullizia nella dillribuzione delle
prede che alcuni nobili Pollacchi hanno quella per buona Icuola, ove n’allevino
i figliuoli loro nelle arti della militar difciplina. quelli daMi Scrittori
Pollacchi fono chiamati Niforj; perchè il Borillene, che da’vicini popoli è
chiamato Nieper, da efli è detto Nis ; e Niforj fi nominano, come abitatori del
Borirtene, effendo il nome de’ Cofachi m Pollonia più generale, col quale
intendono la cavalleria leggiera. Ora i Cofachi o Nilotj, in tempo di guerra
crelcono maravigliolamente di numero, 'perchè molti s’accollano volentieri alle
b^e loro, o per la fama del loro valore militare, o per la fperanza della
preda; onde fi unifeono anche de’medefimi Sudditi Turchelchi, non lolo Moldavi,
e Vallachi, ma anche Tartari; delU qual nazione lono in gran parte gli
abitatori delle circonvicine riviere del mar maggiore, fpezialmente di Orzunia,
e di Balograd.. Ma tornando al nollro propofito, Cccome gl Impenah moftravano
coll’efempio de’ Cofachi che ne’ luoghi de’ confini era neceflario tollerare
anche le genti rapaci, e predatrici ; e che efli coll opera degli Ufcocchi
difendevano queUe importantilfime frontiere, arte qu^, per Tom. II. T a
lafprez-, lUfprezza de’ monti, niun’ altra Torta di gente farebbe ftau
egualmente jitta ; così promettevano nondimeno di azi ordine tale al Capitano
di &gna, che ptpibifle, e gaftigaflc quelli che danneggiaflTero >
confini Veneti, o in alerà modo deflero molelHa a’ Cridiani .* ma U Capitano (ì
fculava poi di non poterlo fare, per la tardanza, e pel mancamento de gli
fUpendj, fenza i quali era impolfibile trattener quei prefìdj, nequali
ordinariamente fi fpendevano venti mila Ducati all'anno; e niuno rilblfe di
metter qualche fermo aflegnamento per quella poca fomma, onde cenfalfero le
querele, e le feufe: anzi quando l'Arciduca Carlo rìfiedeva in Gratz, e poi
l’Arciduca Ferdinando, Tuo figliuolo, moffi, o dagli interein de'loro Sudditi,
o dall'onor della cafa d'Aullria, o dalla propria cofeienza, (come fono itati
quei Principi dotati dì una ingoiar virtù, e zelo) facevano iflaoza alla Corte
Cefarea che non fi tplieraflero i latrocin) infami, e che fi mandafiero a tempo
le paghe, per levar quella feufa a' ladroni, e per metter loro il freno; fi
nlpondeva che elfi, come più vicini, pìglUfTero la cura di pagar detti ihpendj,
e poi regolalTero le cofe a modo loro.* ma gli Arciduchi fi Iculavano, che
Seg-na non era dello Stato loro, ma appartenenza del Regno d'Ungheria; e che a
quella Corona toccava la cura,* die elTi però non potevano addofiarfi quella
fpefa di più, avendo da guardar tante altre Piazze centra il comun nemico. Con
quelli trattaci, e con quelli fviamenii s’andava prolungando il rimedio, che
con onore non fi poteva negare; ma, per altri rirpétti, non li penfava di
applicare. Sopportavano nondimeno i Veneziani con una prudente pazienza tanti
aggravi, e tanti pregiudizi, rifoluti di tentare ogni cola primacchè venire ad
una manilefla guerra, la quale abborrivano per tre cagioni.prima perchè
vedevano che la rovina cafchercbbc Ibpra grinnoccnti Sudditi degli Arciduchi,
alla maggior parte de’quali lapevano fermamente difpiacerc le fcelleraggini
degli Ulcocchi, ormai abl^miuaii da tutto il mondo ; nè fi poteva andar contra
Segna, che ì primi a fentire le miferie della guerra non folTcro i vicini
Fiumani, quelli di Lovrana, e di Novi, e altri non principali nella colpa. La
lècoada caul'a, e più importante, era, che, movendofì i Veneziani per mare
contra di Segna, i Turchi fi offerivano di movcrfi liibito per terra; nè clTi
volevano in quel modo aprire la porta a’ Turchi da penetrare nelle viteere
d'Italia, per non effer rei dinanzi a Dio, e nel colpetto degli Uomini, di aver
voluto vendicare le private ingiurie con damo uiiiverfale di tutta la
Crillianitk. Moveva gli Uomini prudentilTimi una terza ragione piti profonda,
fondata nel loro panicolar lervizio; perchè, elTendo loro rimafie in Dalmazia,
dopo l’ultima guerra de’ Turchi, le fole Citta marittime colle gengive di
pochilfimi territori, dubitavano che i Turchi, gih invaghiti della bellezza e
fertilità del paele, non s’ annidalTcro con villaggi, e palazzi fin fugU occhi
delle lor Cittì»; con che i Sudditi farebbono fiati elclufì da tutto
l’efercizio dell’ agricoltura, e le Cittù (àrebbono fiate fogeettc a continue
infidie della gente di quella regione barbara, prelTo alfa quale non viene
fiimata ragione alcuna di pace, di patti, o di leggi. Quefie furono adunque le
confiderazioni, c le ragioni, per le quali s’andò portando innanzi il negozio,
e proccurando il rimedio con pazienza, fenza prorompere in una aperta guerra;
perchè in fomroa fi defiderava di vedere moderate le feorrerie degli Ulcocchi,
ma non di vedere t buoni eftinti ; e fì aveva riguardo di non facilitare la
firada alle maggiori rovine d’ Italia, e della Criflianit^ ; nè It veniva volentieri
a partito di far patir a gl’ innocenti la pena de’ falli altrui .* onde da’
Sommi Pontefici, che Capevano U fegreto, fu grandemente lodata la pieù, e la
prudenza del Senato Veneto, colla quale veniva anche moderato l’ardir di quelli
che avevano Tarme in mano, e reggevano Tarmata; i qu^li', fecondo la loro
natura militare, i più impazienti non potevano lòpportar tanti oltraggi. Ma era
necelTario che tanti peccati di gente ribalda, tanti faccheggiamenti, e
ammazzamenti di poveri, tante lagrime di miferi affUcd movelTero Tira delT
eterno Dio, acciò, fé in terra andavano impuniti si gran delitti, ne moflrafTe
vendetta il Cielo.* onde venne in penfieroad AfOm Bafsh della Bellina, regno
che confina colla Dalmazia, di npprefentare alla Porta le molefiie, i danni, e
le rovine continue che pativano i Sudditi del Gran Signore da quello poco
numero di ladroni; e che con grandifilma indegnità d’un si grande Imperio, e di
una tal potenza era il tollerarlo : che egli, fé gli foflfe data autorità,
colle forze del fuo governo avrebbe non folo dillrutti gli Ufcocchi, ma
allargati i confini per le reliquie del r^no diCrovazia, e de’ vicini Stati
Aullrìaci fino a Segna, e piò innanzi folto i felici aufpicj Ottomani. Era
Affan per vigore di corpo, e prudenza d’animo affai inclinato alTarte della
guerra; nè contento degli onori, a’ quali da debole principio cosi olirà il
corfo di mondana profperic^ era arrivato, che afpirava di farli flrada celle
fatiche militari a primi gradi di quel barbaro Imperio: però difcorlè del negozio
in maniera, che eli fu facile il periuaderlo alla Porta, ove fi defiderava
grandemente di galligare la temerità degli Ufcocchi, ed erano inalpriti gli
animi dalle continue lamentazioni de' Sudditi, i quali deferivevano in modo la
crudeltà dc’iadroni, ei flrazj che pativano i fchiavi i quali capitavano in
mano loro, che ormai fino in Cbllantinopoli, e nelle vicine provincie Europee,
quando fi voleva pregare ad alcuno che non cadeffe in cllrema mileria, fe gli
diceva cosi.* Dìo ti guardi dalle mani de’Segnani. Però furono volentieri
afcoltaci dai gran Signore, e da i Bafsh i configli, e le proferte di Afian;
onde gli fu data commilfione, che rómpelTe la guerra, la quale per tal caufa
cominciofii Tanno 15572. e durò fino a quello del 1602, con variati luccelTi,
ne’quali hanno avute continue occafioni i Crifiiani di riconofeere la
particolare protezione dell’onnipotente Dìo, il quale, febben mollrò
dapprincipio di volerli gallìgare, non ha però permeiTo che fin ora fieno
affatto caipcflaii da’ nemici del fuo tanto Nome. £ quantunque ad Affan
vcniiì'cro profperi i principj della guerra, poiché lenza molta difiicoltH
s’impadronì di Sifacn, eBichiach, quefio fui fiume Una, e l'altro sò la Cupa,
come oggidì lo nominano i paeiani; ambi luoghi opportuni a’fuoi difegni, a’
quali fi credea poterli dilficilmenre far conveniente refiflcnza colle forze
dell’Ungheria, che s’ erano debilitate, per eflerfi colla fperanza della lunga
guerra che avevano avuta i Turchi in Perfia diimelTo nel regno Tufo dell' arme
; ed erano annichilati i prelidj di cavalleria, e di Isteria, che per djfela
delle frontiere fi folevano ne’ confini mamene;*e nuracrofiinmì colle
contribuzioni dclT Imperio; le quali, parendo che gih ceiralfero ì pericoli, fi
coovertivano in alui ufi. Ma quando cominciò la guerra, fi accofTcro tutti
quanto farebbe Ilato utUe l’aver in tal occafione alla mano un corpo di milizia
tale, ve^ terana, ed cfercitata; c fi vedeva che lalpctcar foccorfo da’Principi
dellImperio, o da altri Potentati più lontani, era colà lontana, e incerta;
ORoc fi temeva ragionevolmente che non andafie la Crovazia, e TUnghcrìa tutta
in poter del nimico t però fi maledicevano UÌcocchi,e fi (kfiinavano loro gli
ultimi lupplizj, come ad Uomini icelleraiiffimi, c autori di tutte le rovine.
Ma ne’ maggiori mancamenti di forze, c di configli, volle la divina
miiericordia loccorere i Crifiiani in modo, che tutti conofeefiero efler
ugualmente facile a lei il vincer con pochi, o con molti: perchè, circndofi
l'anno leguente condotto Afian collcfcrcito vittoriofo, c invigorito da i
profperi luccefiì, vcrioSifach, c paffata la Cupa con dilegno di calate poi
verfo il fiume,^e per quella via farli la lirada alia prcla di Segna, c
all’ertirpazione degli Ulcoccht, e ad altri più valli progrefii, fu Icopcrto da
alcune compagnie di cavaili, che*^ fi erano meflc infiemc de’ vicini prefidj
Audriaci, con fine d’offervare gli andamenti del nemico, c di fargli alcun
contrado in qualche anguilia dc’paffi, o d' impedirgli le vettovaglie, più
tofto che di far teda, e di combattere a bandiere fpiegate in tanta
dtiugiiaglianza di numero, efiendo i Turchi più dÌ40ooo., e iCrilliani intorno
4000. ma edendo quelli tnafpettatamciue avvicinati alla Cupa, e avuto l’avvilo
che il nemico giù cominciava a paiTare, fi leniirono infiammare da un’inlolito
ardore, che fi vide poi cnere miracolofo dono del Cielo; perchè, ove alla prima
nuova della vicinanza deli’cfcrcito Turchefeo, tutti gli animi fi vedevano
volti alla fuga con dubbio che nè anche quella fervide allo Icampo; ad una loia
parola pronunziata dal Capitano, che meglio era combattere con quella parte che
era giù pacata il ponte, e che le ne poteva Ipcrare qualche gloriofa vittoria,
il gridar di tutti, che fi vciiilfe alla battaglia, e il marciare in dretea
ordinanza arditamente contra il nemico. Tu tutto uno; ove T affalto improvvilo
miie a’ Turchi tanto tpavenco, che, lenza far un colpo di lancia, o
d’archibufo, fi mifero m una dilperata fuga : c perchè giù erano padati quali
tutti per un pome non molto largo, (edendo il fiume crclciuto d'acque, che non
fi lalciava gu^zare ) pei medelimo ponte conveniva ritomariene; il qual non era
capace dì più di due cavalli al paro; e perniile Dio, per maggior dragc de’
nemici del Tuo l'auto Nome, che nel mezzo del ponte cadellè un cavallo ferito,
che chiule il padb a gli altri; nè riirovandofi in tanta fretta chi fi
pigliad'e cura di farlo rilevare, o di farlo cader nel fiume, fu cagione della
morte di molti.perchè inanimiti dalla jnalpetraia fdicitù, attendevano co
archibufi, e colle Ipade a farne drage; onde i Turchi fi i>ittavano
prccipirofamente nel fiume. Le rive erano alte; l’acqua groda; il tumulto
grande; la mano di Dio Idegnata; onde di tanto numero pochidlmi fi lalvarono;
poohì morirono di ferite rìlpctto a quelli che fi annegarono; fi penderono ìt
bagaglio tutte, e i cavalli; rimale morto, tra gli altri, Adùn con un fuo
Iraicllo; c i Cridiani, allegri d* una si memorabile vittoria fcAza pur una
minima perdita, carichi di preda, ricuperarono indi a poco Silach, c
cominciarono fperar meglio di tutta la guerra, la quale ha portato in quedo
fpazio di dieci anni varj avvenimenti certo, mù nondimeno uli, che ciafeuno è
tenuto di confelftre, edeili «iTer(I manifeftamente fcoperti fegni evidenti
della protezione deironoipolente Dio verfo i Crìdiani, perchè fono date
efpugnatc le Cità xeaii, rotti gli efercìti formati, meifo in fuga il proprio
gran Signore : nò fi può che nella prelà di Cliffa confifleffe la diffruzione
de’Turchi; nè credevano altro, fé non che il Papa foffe per pigliarla per sè, e
per quella via mandar efercitt Crifliant nella Boffina, e far follevare tutte
le Provincie con fperanza di liberti: ma i difegni del Papa erano quelli che
fono llaii accenn.ui di fopra; nè fi giudicava conveniente fcoprìrli per fola
Cliffa; nè meno il manìfeflare a gente mal cauta la caufa della tardanza .però
s’andavano trattenendo, con induUria afcoltando in tanto le pretenfioni
eforbicanti colle quali ogni giorno fi facevano innanzi e l'Arcidiacono di
Spalatro, fratello di Giovanni Alberti, diceva che la nazione Schiavona non
voleva mettere mano in quella faccenda, fe non fi faceva un Cardinale della lua
lingua ; e penfava che doveffe toccar a lui, o ad un Aio fratello Dottore. Era
anche venuto per quello effetto Gaudenzio Canonico; ma più importuno de gli
altri era il Cavalier Bertucci, uomo arrogante, e di pochiffima levatura, il
quale dimandava il governo perpetuo di Cliffa con groffi Hìpendj; e già fi
faceva padrone lolo del negozio; parendogli di meritar molto, (ebbene ne aveva
pochiflima parte, perchè nè a lui, nè a gli altri fi rivelava il fegretò; ma le
generalità del trattato erano in bocca, per la poca avvertenza di coloro, di
tutti i Dalmatini che fi trovavano in Roma; onde pareva impQfiìbile che non ne
arrivaffe il fentore a'Turchi; e che non faceffero le debite provvifioni per
afllcurar la Piazza. Tutta quella gente negoziava col Segretario Minuzio; il
quale, mentre afpetrava la maturità degli altri più importanti difegni,
loffriva quelle impertinenze al meglio che poteva.* ma infallidito dalie
contìnue moIcllie del Cavalier Bertucci, come egli era tenuto per natura, per
la moltitudine delle occupazioni, e per la poca laniià, collerico, e
impaziente, fe lo levò dinanzi, accufandolo di prefuniuofo, e dicendogli che
forte il governo di Cliffa fi darebbe ad uomo di più merito di uii ., c che non
conveniva innanzi tempo pattuire della pelle deU’Orfo non ancor prefo. Il
Bertucci, il cui camino s’empiva di fumo con poco fuoco, fi voltò fubito verfo
il Barone diNorad, all’ora Ambafciadorc dellImperadore in Roma, e gli efpofe
tutto l’ordine della trattazione, motirando che ella era già matura; ma che il
Minuzio, come fuddito della Repubblica di Venezia, la impediva co’fuoi
configli. L'Ambafciadore fenz altro predò fede a quello gli fi diceva ; matfime
che, per altre cagioni, era fofpetta a gli Imperiali la perfona del Minuzio,
cosà per effer egli nato fuddito de’ Veneziani, come per effer dipendente da'
Duchi ai Baviera, tra i quali, e la Cafa d'Auflria correvano all' ora alcuni
difpareri ; onde egli abbracciò il negozio, e fubito fupplicò il Papa, che fi
conccntaffe di lafciar andar il Bertucci alla Corte Cefarea, e che 1' imprelà
di ClUIà fi tentaffe a nome di fua Tome if. V Maeflà:, .* il che non fii
diflidle da ottenere, eifendo ormai infìilìidict fua, Beatitudine della
prefunzione del Bertucci, e delle impertinenze di altri partecipi di quel
maneggio., Il Segretario Minuzio, quando vide dalla pazzia d un'Uomo impedirfi
U pubblico fervizio, e i concerti ben ordinati, cercò di divertire il mal
configiio; e trattandone con Tua Santità^ fi sforzò di perfuadere che fi defie
il Bertucci al Commendator Pucci, Generale delle galee Pontificie, il quale
all'ora fi trovava in Roma, acciò lo cufiodifie lopra la ^alea, ove non potefie
metter lòtto fopra materia di tanta importanza : tutto fu indarno, perchè,
follecitando TÀmbafciadore da una banda, e il Bertucci daH’altra, egli fu
Tpediio fegretanaence in fretu verfo la Corte ; nè fi perde tempo, che indi a
poco fu forprela Clifia in nome di Cefare, fenza aver prima penfato al modo di
provvederla di vecovaglie, e di munirla contrale forze Turchefche. Vi entrò
dentro Giovanni Alberti, fecon Qiiello fucceflb di Clifia elaccrbò gli animi de
gli Aullriaci, e de’lo ro Miniliri contra j Veneziani, verlò i qualli non
parevano nè anche ben difpolli, parte per grinierclfi de’ confini, e per lunghi
contraili frù dt loro; parte ancora per la mala inclinazione naturale che,
portano i Principi alle Repubbliche ; ora pareva loro che i Veneziani avrebbono
potuto provvedere CUllà di vettovaglie, o chiuder gli occhi, mentre i ludditi
loro, affezionati alla cauta, le provvedevano; ma chi fi trovava fuor
d'interelfe, ben vedeva, fc era pofiibile farlo: oltracchè, la vicinanza degli
Ufcocchi farebbe fiata loro incomparibilmcme più molefia, e pià travagliofa di
quella de’Turchi, co quali in tempo di pace fi vivequietamente con libero
commerzio. Nel medefimo tempo, per la ifteffa cauta, crebbe anche la rabbia*, e
il numero degli Ulcocchi : la rabbia, per la tagliata ricevuta folto ClifTa, e
per non eficre fiati favoriti, come forte pareva loro di meritare, da’
Veneziani : il numero, perchè i fudditi Turchetchi che avevano avuto mano nel
trattato, alcuni de’ quali erano propriamente di Clifla, altri di Polizza,
temendo di gaftigo, fc ne fuggirono a Segna: il che fecero ancora non pochi
fudditi della Repubblica, che imprudentemente fi erano ingeriti in quel
negozio, e dubitavano però de’ cafi loro. Le quali faccende la Veneta prudenza
non giudicò però doverfi andar più Ibttilmentc inveftigando, per non
moltiplicar diffidenza, e difpcrazioni, e non aumentar di vantaggio il feguito
agli Ufcocchi, i quali, dopo quefii avvenimenti, parte per isfogar Tedio
conceputo, parte per certa opinione di far cofa grata a’ loro Superiori, da’
quali forfè anche venivano infiigati, fenza alcun riguardo fi diedero a
danneggiare i fudditi Veneziani, Ivaligiando i Vafcelli de’proprj Dalmatinì,
ove non poteva effer pretefto dei Turchi, o dei Giudei; levando dall’ Itole gli
ammali, i vini, e ciò che vi era, e ammazzando anche gli uomini per qualunque
minima refifienza, per caprìccio: onde fi vedeva che avrebiMno in breve
dilolata la Dalmazia rutta, fe fi differivano le neceffaric provvitioni, la
cura delle quali fu comn^effa in Venezia ad Ermolao Ticpolo con titolo di provveditor
Generale, e con libera podefi^. Il Tiepolo fino da fanciullo sera efercitato
fui mare, e aveva in diverfi carichi fatte cote maravigtìote contra Cortari, ed
era grandemente temuto dagli Ufcocchi, perche era folito di fame
irremiffibilmente impiccare quanti gli nc capitavano in mano; onde fi giudicava
che fofle ora per far molto peggio. Si tapeva in oltre che era di parere che fi
dovelfcro aflalire con aperta guerra i nidi de’ malandrini, e difiruggerli con
ferro, e fuoco, c ne aveva dato principio, battendo Scriffa, terriccivola che
gli Auftrfaci chiamavano Carlo Iwgo, porta fui canale della Morlaca, dirimpetto
all’ Itola di Pago, la quale poiché ebbe prefa a furia di artiglieria, fece
lubito impiccare quanti nè trovò dentro, cominciando dal Capitano, e
Luogotenente con venti altri di quella ftirpe; e moftrava di dover feguitar
nell’ ifteffa maniera in tutti i ricetti de’mafnadieri, fe dalla Repubblica non
folfcro fiate temperate le ritoluzloni fue troppo ardenti, la qual era moda,
dalle ragioni toccate di fopra a non correre ancora, tirata dalla neceffitli,
in una manifejla guerra: ma ora aveva una confiderazione di più, che, effendo
gi^ acccla la guerra tt\ T Imperadorc, e il Turco, non pareva convc^ nire alla
pietk, e prudenza della Repubblica, fe aveffe nel medefimo tempo moffe le armi
contra la cafa d’Aufiria; la quale fe in tanto foffe fiata afirecta da altri
rifpetti, come grandemente fi temeva, di conchiuder la pace co’Turchi, eziandio
con patti difavvantaggiofì, la colpa ne farebbe fiata rovefeiata tutta fopra i
Veneziani ; onde efll prudentifiimamente fi aftenevano dalTapcrta guerra,
febbene le fpcte, e le forze erano tali, che avrebbono potuto bafiare a farla,
mentre i più prudenti volevano Tonu , V 2 pur por vedere fe la dilìruzione dt
Scrifla pofefta ballare a metter pende' fo kd altri d’ovviare a maggiori
pericoli; al che adoperava Papa Clemente tutta T autorità de' Tuoi configli; c
vi s'impiegava anche il Rè Cattolico per zelo di giulhzia, e per riputazione
della Tua cafa. Ma mentre che i Minillri di Tua Samitk cosi prafifo a Celare
> come prelTo agli Arciduchi accufavano le rapine, ed i misfatti degli
Ufccochi, efTì, per difcotparfi in qualche parte, avevano mandato a Roma il
Padre Cipriano Guidi, Lucchefe, deU'Ordine di S. Domenico, uomo di qualche
dottrina, ma di più audacia, di molle ciancie, e di gran vaniti, il quale e in
voce, e con lunghe fcritture pretendeva di giudificar nel Mondo le azioni degli
Ulcocchi, efaltandoli come tanti Maccabei, e actrì.buendo loro la falute
d'Italia, è la difefa di quei conhni .* diceva che le depredazioni dc’Vafcelli
di Levante erano idituite per zelo della fede, Up meme in «iw.fan»di ladaa
fawodo upuione, efapata» vano aaiaanafi l'im falò», ni aliai potevano avanzare
alcim di b>M. qnelb ara la fada na’p n bW ir i maneggi, c Belle
aaminillcaaiaat del pafa biKO danaro.- ad ok» owlbaRino tempre ebe pili
ia^rafie laro l’uiil» dei^ Patria, che le paiefte comodià; e tàiltir vera la
doiniaa di IVh cidide, efie era magli» efiàr poveao Cictadiae in rioca Repubblica,
eh» rioco Ctnadino i» paàeca Rcpubblica^Médema» gnelli mediocri làaa)tb,
baftami però a fafiamaM onoramaeme le Ifato cndkario da gU Antca»ei e cen
«jnelle vivevano modaniamete, fanza aadar con ^ aafiatb ocrcaad» quegli
avanzamenti di factuaa che ia qaeftì u lt i mi Ma» pi hanno rnarinnitn pah n
dafiderarfi in Venezia, per eflére erdeàna pib il lafln', e la pampa aaaoa i
lodevolil&iiii coftarai de gli Antiche. Oia non patendo, per altre
ocanaaaiatil, sbrigaifi à «aA» li da Vnnezia,-ad cftD^ d ai m a n di Bembo
dalte-fae iadi%ofaiaai a totaarvi fubiaa, fa per deetea» .dal 9bnaa» eommAà ia
ttam tuo* 1» cute dèi nagazio ad Anma i o Gii iftin iaaa, Cavaliere, Capita a o
dalMfo, che, dopo eflèrC pebaatfo di iepa anni eootiau» eletcicaia oaaa».
lamcat» in diverfi «pNcfci maaMmi falle Galea, fa aa taraava allBP»tra eoa
gialia Iptt ml aa di maggiati aneti. U ^ftiaiajro era gbviaa^ e nvMNio vaduie
fn dbaa le pih canuta talk fona agella faerigMìCaao nagaaio degli Ufooaahà,
pcoo atl av a .eaa aaolm ai r aalp ea ioae, ma aon ima inifafa- ddigenaa»
latpmlagli letvt pai coahere fapta l' Itoli di Ikav» niM*,'pregtnlifa«atc dd
bada,, iaeiaat al numero di t^, pofia ia hmgo pabhiioa, diadan gmm daime
iMtiaceU a gli oocbi. di gidlli ebe taaaivana ogai giafaoir t*a vidi delle nefande
opemzieai di qalblU mala gente nd iè ri 1 11 É mm tTavarna vedute in thrt tempi
mma in una \ml(»r‘ onde ibtmata ‘dal Ghifiiniano veniva ia Venenia alnaw
fa|>ta le IbcHe; e parmra abdfa Ibn Wioiib poteflè pnrmr anche gunkbe iMg^
bene, pafcbb‘b>ga4 gfarni a' era aperta la (bada a% nranaaiooe
d’aaaomodanmmo di tuoa il negotio. Perebi, avendo i’Aicivtfoovo di Zara
ptapofti ab Papa dhreti! modi di Ttrminaelov ^ Santnb.gli c o m m dt
chce’abaceaflà oel VdcBvadbSa. gna ' che faa loro vedifaio dt i nri ma pn are H
mgnaioa qnalcha via di«oiSellane, per poterla praporte a gTfamc eff aii aa«
nRipn fandaaiadco. n Vcleovo di Segaa àMitai» daU'Areivetehvo pw n Zatay 1 fii
fora fi maaciD dirwle coafarnuc per plbigforni, la gadfLdI maao in maao fi
eomumeavano al fopeaddetto Gin fii aiana. Per nadir la facili* della fa» faba
y- M fiaa 4 delibati eba II IMòafa anddfc afa Ora di 4fcua, «‘ dì'dPtaga, per
panar di fa gaalahe «onuneCaM famm iella rtffai xieac di'partiti, fafamma
de’-gadi tra» che ipMHa amltitadiat # aaafan rapaai non fi dfafadfe tataa-mMa
in fiagna, aia fa maggia»-]*». « fi omiddaefie a gaaidia.fa mrnf e
-^aal».pacevaaa afiàe pifi alili *1. U fifiefa de’ coafiai, a amna atfa afle
eabbama fi an fama da emgofa XbtI. par bene de’tlbagulei, i oaif il gnale ricusH
4’andarvi, # fg privato deibilttpcudio: per kicbe lùarrtò a Segua, ove viveva
luetavb, «a meidiiinos e carico di. iigliualà, fcnia credito, e mezzo fcenip.
di ccVvella, Ma tornando ah ptopofiio noAio, à Vaibovo di Sogna, arrivato
aGratz, tiDvò in quella Com agni cofa beo ddpoAa, e unedbecra incUnazione all'
acoooodamenro,' perchè il Priocipe, ottinio, t gioMfimo, era modo aon lob dalla
-diminnzioac delb proprie gabelb, a dal pctimemo de'ludditi, w gl'interrotti
con f erai, e per rimpedna vettovagUa; ma moim più palla prapiia caicicnta, e
dall' intcìelb datb ripotaziasie della Cala d'Au. liru, che, onorata nel mondo
per «ami imperadori, e tanti Re, veni va ora htad'xtia di fi>mentare
nc'&ioi Stati pubblici Itdroat, crudalUiaw, miai imbranati di langtie Criiinno
: ma perghi aon dipendeva raccomodamento daU' AicidiKa, il Vebovo 111
canfigliaio da lui di trasferirli olla Corte Celareai c lìi aecoorpagna» a
quaU'sBciio con lettere a ' peopolito. Ma in Praga la dtfiicolih ota'era
all'ora di veder la bccia delllmporadofc, eoo che di negoziare Icco, c il mal
animo d'alcuni principali Minifiri, i quali godevano di vedere cos'l
travagliala la Repubblica di Venezia, o' perchè avevano altra canb di bvorir le
rapine degli Ulcocchi, fece perdere il tempo al Vcliavo, chi noe ne e^rh, le
non buone parale, c dilcoifi di rmieiici tutta lo biKenda. oli' Arcidnea. In
tanto era nllr‘"T'‘‘ Venezia il Genezal Uooato, e datb una occhiala al
pacb y coniidefamfa i ptlTi per. h quali gli Ulcocchi potevano ufeire dal-Caneb
di Segnlbforrerc pop I» IMmatia, riloile con pruden;ifli«no «anfiglÌÉ di
cisiuderne con Foni oppartnni, e muniii dt geme, e di oriiglierin,
l'tmqnell'Udla «NVeglb el canafeiefelb MorUgea, ove è I «panguAa hoese,.per la
quale erano tolih-gli Ufeooahi di patfaroìèrequcMe benu. Qnelli Rccoam erano t
più coowdi pofli a chi voleva ulcira, ed eaiatie.&nmmcnce,-«aai erano piu
Acili a temi* per l'anguOia del fieove fehhene rimanevano o'hdrooi alcune altre
pocboutcMc kherc, nopdimtno, quandafi davo fero b caccio nei ritomoy
grantliflinio rifchio : però fi vide daircffetco che quel pmdentiflimo con.
figlio mife i ribaldi in efirema difpcrazionc, malTimc che col primo forte di
S. Marco s’impedì a’Segnani il commerzio di Fiume, donde erano fo. liti cavare
le vettovaglie, e provvederfi de gli altri bifogni : con che fi può dire che fi
toglicirero loro gli alimenti; però fi riduflero tofio all’e. flrcma necediih
di tut^c le cote.* e come un'impecuofo torrente, a cui fia pollo innanzi un
gagliardo riparo, è forza che sbocchi colla fua furia in altra parte; così
cofioro, (limolati dalla fame, ne potendo più ufeire per mare fenza manifeilo
jsericolo; vedendo che quanti di loro venivano alle mani a' Veneziani ( c ne
venivano molti ) tutti s’ impiccavano verfo i confini de' Turchi; (dfendo giìt,
come fi è detto, dilettata la Licca, e Ja Corbavia) non rcllando loro ipcranza,
fc non di mii'eric, e diffìciiilTime prede, fi voltarono temerariamente, e
rabbiofillìmameme (non mirando quanto importava tirar una nuova guerra addoflb
alla Caia d’Auilria, come ?rano fiati foli autori deli’ altra co’Turchi ) fopra
rifiria, e con terrore dì manifefia guerra, non che di rubberic, e laccomani,
entrarono ne'iuoghi murati, e anifièro fiendardi imperiali; iaccheggiarono le
terre, c le Caftclla, c fecero fino de’ prigioni ; onde fu ammirata la
difcrczione, c fapien za Veneta, di iaper divorar oltraggi tali, e non venire,
per le cagioni narrate di fopra, a manifefia rottura., Provvide ella bensì con
fubtti foccorfi alla ficurezza de'fuoi fuddici, inviando quel numero di
cavalli, e fanti che pareva necclTario al bifogno.il governo della qual gente,
e di tutto il maneggio deli'imprefa fu dato a Francefeo Cornare, Gentiluomo
giovine, ma che nel carico di Provveditor della Cavalleria di Dalmazia aveva
dati legni chiari di maturo giudizio, e di una incorrotta fede nel negozio de'
danari pubblici*, le quali virtù l’avevano fenduto maravigliofamcnce grato al
General Donato, il quale lo predicava con continue lodi, ovunque occorreva : c
inficmc colia commelfionc di provvedere alla ficurezza delie terre dell’
Ififia, e di quei, popoli, gli fu dato il comando di non afialtar però i luoghi
dcU’Arciduca iu s^uei confine, ma di gafitgar i malfattori, di vendicar
ringiiirie, c di rifarcire i danni, 0 pubblici, o privati a mifura colma: Il
che egli andò efeguendo con tanta vigilanza, c con sì accorta maniera, che,
feJgU Ulcocchi trionfavano di qualche preda, tofio ne piangevano i fudditi
Arciducali, c maledicevano chi n’era caufa*, accorgendofi dì dover in breve (fe
non fi accelerava il rimedio) rimaner tutti diftrutti; perchè non indovinavano
che Tarmi Venete s'aveflcro fempre ad adoperare con quella rilcrva, e quella
dilcrczione la quale negli fieUì lagrimofi danni veniva lodata, c ammirata da
chi non s’internava neli’iiìternc caule d’im tal procedere. Quelle faccende fi
maneggiavano in Ifiria col configlioj e coir autoriih del Capitano di Ralpo,
ch’era ^rnardo Contarini, Sonator gravifilroo d’anni, e di prudenza, folendofi
dar quel carico, benché di luogo piccolo, ad uomini tali, e benemeriti della
Repubblica, alfine di rilàrcirli delle fpefe fatte in fervizto della Patria
coll' utile importante che fe ne cava*, onde s’ era trovato nei medefimo
Magiftraro il Ticpolo, quando egli fu creato Generale contra gli Ufcocchi: ma
il Contarmi, alla fomma degli affari,^ e delle fatiche mon potendo refificre
Perù fua, che palTava giù 80. anni, chiamò Giulio, luo figliuolo, che ne lo
follevalfe in qualche parte; il quale, elTcndo d’ ottimo giudizio, e molto
rifoluto ne gl’ importantidìmi negozj, Tpjw* il X a c con i 64 storia f
congiunrifTiino in amore col Cornaro, ebbe la mira Tempre a portar (juella
nuova, e infolita forma di guerra a quei fini che lono flati deIcritti con
maniera molto accorra, e lodata. Ora mentre che in Iflria cos^ s'andavano
bilanciando le cofe, c fì temeva che non riufcilTcro finalmente in una
manifcfla guerra, il Donato aveva gili fatto Taccheggiar da' Tuoi l'oldati la
Terriciuola di Lourana, non lontana da Fiume, con maniera tale, che ben fi
vedeva effer lua intenzione, piuttollo di pizzicare, che di ferire, a finche
altri fi rilvcgliaflcro al rimedio, c dopo aver con diligenza finiti i due
forti fuddetti, e dopo averli provveduti cos^ di milizia, come d’ogni altra
cofa necelTaria, e vedendo andar a lungo raccomodamento, il quale tuttavia fi
trattava, aveva in animo di palTar ^ qualche maggiore progreffo. Nondimeno il
Papa, il quale aveva per quello accomodamento già molti mefi 'contuinui in
Corte CeTarca Flaminio Delfino, che non cavava rifoluzione alcuna, bens'i
Tempre fperanze buone, e promefTe, fui fondamento di quelle continuava a
pregare i Veneziani a procedere co’ foliii riguardi, lenza venire a guerra
aperta, con rutto che parelTe loro grave la fpda, c ormai foflcro infafliditi
dalle lunghe, c vane fpcranze; poiché efTì confumavano teforo tale, che avrebbe
potuto ballare per una giufta guerra, ove almeno avrebbono potuto pretendere
non folo di render danno per danno, ma di ridorarfi con qualche acquido
dc’gravi patimenti. Ma elTendofi in qiieda congiuntura accampato l’cfercito
Ottomano guidato da Abram Bals^, Cognato del gran Signore, fotto CanilTa,
Piazza non lontana dalle Frontiere della Crovazia, e dellIdria, parve piucchè
mai necelTaria la pazienza, acciocché, fuccedendo qualche finidro accidente, il
Mondo non nc dede la colpa alla Repubblica, che avede in tempo d’un tanto
bifogno tenute occupate altrove le forze Aullriache; onde non farebbe mancato
chi 1' avede calunniata d’hueiligenza co’ Turchi. Per quedo il Donato attefe a
regolar le milizie, ordinandole in modo, che un numero minore potedè predar il
medefimo fervizio, e cosi fi diminuiffero Icfpcfc. Erano neH'armata diftribuite
parte lopra le Galee, parte fopra le barche lunghe quattro divcrle nazioni,
unte valorole, c acccfc di una onorata emulazione di virtù, Italiani, Cord,
Dalmatini, e Albancfi, co’quali era opinione dì molti Capitani pratici, che
s’avrebbe potuto tentare, c condurre a fine ogni ardua imprcià; madimc
comandando loro il Donato, che era mirabilmente ubbidito da tutti, perchè,
oltracchè li pagava a’tempi debiti di moneta con vantaggio, ufava di trattenere
i Capitani di tutte le dette nazioni, coridlemente ammettendoli di continuo
alla fua tavola, nella quale, febbene non voleva il ludo, biafimato in quelle
d’altri, fi vedeva però un’ordinaria fplendidczza; c Tcbbene nel volto, e nelle
parole lue fi feorgeva natura inclinata anzi a fcvcric^, che a piacevolcza,
nondimeno fapeva temperarla in modo, che riufeiva grato z tutti.* ma
principalmente i popoli di Dalmazia lo benedivano, per l’incorotta fua
giulìitia; c i Magillraii inferiori lo temevano, per Topinione d' inviolabile
integriti. Dilpoflc adunque le cofe nel modo che fi è detto di fopra, il Donato
con buona licenza del Senato fe ne tornò alla Patria, edendofi in fuo luogo
(con un giudizio univcrìale, non di Venezia loia, che lo elede, ma deU’armata
inficme, c di tutte le Cittì» marittime, che molto pri ro prima Io prcdifTcro)
commclTa la fafHdiofa cura degli Ufcocchi a Filippo Pafqualigp, ch'era all'ora
Provveditore dell’ armata, ed era palTato, fi può dire, per tutti i carichi che
comandano fui mare, nel quale aveva menata la maggior parte della Tua vita fìno
dal tempo in cui dall' armata CriOiana fu rotta la Turchefca a Curzolari ; ed
era flato riputato Capitano valorofo, vigilante, e rifoluto, mafTÌBie contra i
Corfari, de' quali fi faceva conto, cha avea prefo fìno a quell’ ora gran
numero di Vafcelli armati; onde tutti andavano indovinando che per mano lua
dovefTero anche reflare domati finalmente gli Ufcocchi, contrai quali egli,
conforme all' ordine ricevuto, fe n'andò colla Tua Galea vecchia, e veloce: ove
fi vide toflo ch’era per camminar dietro a gli antichi configli, col
perfeguitar i ladri, e impiccarli ovunque gli avefse colti; e con rifarfì de’
danni de’fuddìti fopra chi gli inferivano, fofscro chi fì voleffero: nella qual
imprefa entrò, oltra gli ordini pubblici, con gagliarda rifoluzione propria,
con si fatto fpa vento de’ malfattori, e con tanta fperanza dc’popoli afflitti,
che la Dalmazia, e Tlflria cominciò fubito a credere che fofTero toflo per
finire i loro lunghi travagli. Tenne egli bene cufloditi ì luoghi fortificati
dal Donato, e ordinò le guardie a gli altri paffì di mc^o, che ogni ufeita
fo(Te agli UIcocchi pericolofa; e perchè il porto di S. Pietro di Nembo
neH’llola dOflcro era ordinario ricetto di molti vafcelli, t quali o dalle
oppofle rive d’Italia paffavano in Dalmazia, o di Dalmazia navigando verfo
quelle parti, o verfo Venezia, quivi fì fermavano, per afpettare tempo
opportuno al loro paflaggio, onde gli Ufcocchi erano ficuri di trovarvi lempre
occafìone di preda, quando potevano tirarfi fin 1^; Ì1 che facevano tal volta
cacciati dalla fame, e dalla difperazione ne’ tempi piò fortunevoli di borea,
quando nè le galee, nè le barche armate potevano reggerfi alla furia del
ventosi! Pafqualigo, per toglier a’Iadri quella comoditi, e per aflìcurare a
naviganti quella danza, fì fervi prima d’ una Chiefa vecchia, e derelitta, per
collocarvi dentro a quello fine un prefidio di foldati; c poi vi fabbricò un
forte in fito opportuno, con comoditi anche d’alloggio per qualche pafTcggiero
che vi capitafle ; c ridorò la Chidà, provedendola delle cole necelTarie, con
ordine che vi rifiedenc fempre un Cappellano, acciò a quei foldati nè anche
mancaffero le confolazioni fpirituali : il che tutto l’efpericnza fin qui modra
clTerfi latto con prudcntifllmo configlio. Con quede diligenze redò, (i può
dir, aflicurata tutta la Dalmazia; e i ladri, fuor di qualche ben repentina
fortita fopra Tllola di Arbè, e di Pago, ove depredavano qualche animale, poco
ardivano di folcare piò i canali di Dalmazia; e per ogni poco danno che
facevano a' fudditi Veneti, ne pagavano U ho, o cfli, o altri fudditi
Arciducali con ufura; perchè il Pafqualigo faccheggiò primieramente Ledenici,
poi Mofehenizze, c Terzato, c Belai, tutte Cadella del Contado di àgna :
fpogliò altri vicini luoghi di animali, e di abitatori di maniera, che ogni
cofa era piena di pianto, e di fpavento, nè alcuno fi teneva ficuro, fe non ben
lontano dalle marine, 0 in fortiflìmi ricetti: gfinnocenti maledicevano i
malfattori, che erano cagione della rovina loro; e i colpevoli reflavano
confufì, confiderando a quanto incendio avelTero elfi data occafione In quello
mentre co’medefimi paffi camminavano le cofe d’iflria, ove i ladroni, vedendofi
ormai chiufe le firade in Dalmazia, cercavano di rimediare alle loro neceflitìi
: ma il Cornar© vigilamiffimo, ficcome roetteva cura di non clTer il primo all’
ingiurie, e a i danni, cosi non era pigro di vendicare ogni minima ini'olenza;
e gi^ aveva empiute \ timo quelle frontiere* di terrore, c arricchiti i loldati
colle prede, colle quali s' erano anche rUiorati molti danni de’ poveri
ludditi, e quelli di Marc'Anionio Canale, che, mandando le lue bagaglie a Zara,
ove era desinato Conte, ne era Oato ipogliato da’ maledetti Uicocchi nel
cammino: Onde i ludditi Arciducali di quei contorni, afflitti da si fatti
danni, e temendo lempre di peggio, dopo il primo ricorfo che fecero
all’Arciduca Ferdinando, che gli liberafle da tante oppreflioni, c provvedelTe
che gli Uicocchi nqn fon'cro cauia delta dillruzionc di tutto il paefe; nel
qual tempo era flato loro rilpoflo con termini generali, che non fi prometteva
fc nop tardo rimedio, c incerto; ma fi confortava alla pazienza ; rinnovarono
poi Tinflanza con concetti piti veementi, moflrando che non era pu'i pofllbilc
fofferir tante rovine per colpa di pochi Matpadìeri; e che elfi làrebbpno
sforzati a metter alle cofe loro altro compenfo, fc fi differiva la
provvifione: c pareva veramente che, andando le faccende più in lungo, fc ne
potefle temere qualche rivolta; però, eflendofi già per le molnpiiqate iflanze
del Papa, c per le replicate propofte dell' Ambafciadorc, deliberato in Corre
Celarea di commettere con un'affoluta autorità tutto il negozio all'Arciduca,
fpediti furono finalmente i difpacci, dappoiché Celare s'aveva levati d’
attorno quelli che erano creduti ^iflu^hatori di buon configlio. L’Arciduca,
fenza perdervi più tempo, avendo fempre dcfidcrato di liberar la lua Cala da un
tanto obbrobrio, volle fra tutti i Miniflri fnoi Giufeppe Kabatta fuo
Configliere, e Vicedomino nel Ducato di Camicia, di cui fi fece menzione di
Ibpra; c centra l'iflituto della Cafa d’Auftria, lo deputò folo, c unico
Commeflario, con libera podeflH all’ accomodamento degl’ invecchiati contraili
« ai gafligo degli aflaflìnì; con ordine di dar ioddisfazione tale alla
Repubblica di Venezia, che z' ormai fi ccflafl'c da’danni, cos\ nciriflria,
come nella Dalmazia; fi le ' vaffero gli affedj delle Citt'a marittime, e fi
rcfliiuiflc il commerzio a’ fudditi con fìciira navigazione. S* induflc f
Arciduca a preferir quello foggetto a gli altri, conofccndolo Cavaliere
d’ottima fede verlo Dio, e verlò il Principe, come l’aveva efpcrimcntato nell’
eflirpazione dell’ erefie per la C.arniola; nel qual negozio aveva Ipcffo
moltrato di flimar poco i pericoli della vita, putehe adempifle compitamente
i’iiflìzio fùo: cos'i fi ipcrava ch'egli folle per far anche in quello, il
quale importava alla buona fama de’ Principi, alla lalure de* ludditi, e alla
gloria di Dio, in cui ditonore facevano uomini Icclteraiiffimi patir tanti
poveri innocenti, e perir tante povere anime. Il Kabatta era di languc
Italiano, e i progenitori lùoi con carichi di guerra erano di Tofeana veruni al
lervizio dell Imperador Carlo V-, lotto il quale colla virtù acquiflarono
onori, e ricchezze.* nè egli degenerava punto dal valore de ’luoi Maggiori:
però, volendo corritpondere all'opinione dell’Arciduca, c al giudizio che fi
faceva della pcrtona lua, fi mife con tutto lo fpirito al maneggio impoflogli;
e prima dogai altra cola deliberò dì abboccarfl col Cornar©; c per allicurar di
poter anche levar da quei confini alcuni foldaii, c che in tanto non fi avclfc
a proceder in quella parte con termi icrmùù d'oAilitì, ove il Coriuro mollrò che,
purché non iolTm cUnneggiati i luddiii della Repubblica, egli Aon fi moverebbe
di ui pelio, eflèlido tali gli ordini fiioi, e avendo caiqoiioWb fin eli’ ore
-con qiiella diicmione che i Minifiri Auftriaci dovevano lodare: poiohi,
Éebbenc aveva forze confiderabili foliemue con molu ^la, colle queU avrebbe
potuto far infiniti mali in pacié poco (am, e poco prowifto, nundlnneno non
s'era mofirato nemico; k neo ^ade l’infialeBxn degli Ulcocchi, e la difela, o
follevameiuo de’propr) fàddiii l’ avevano indotta! perb provvedeflc pur U
Rabatia ^e dal canto fuo non fi rinnovaifero l'ingiurie, che egli, tenendo le
vecchie per ben veadican, a'alicrrebbe v^eniien da ogni altra oStfa. Il Rabana
redi conteonfiinKi della riletta deldCniMio; e fi aaarayi|li& di vedeee un
giovine coti valorolo peli' armi, ooai pendente ae’ configli, e caci accorto
nelle rifpo{le; nè dubitò che potowc elTergli maBcato da ijaeila parte, vedendo
che fi ptycedeva finceraoMOte : potò, avendo abbaftanaa prawifto che con nuove
rubberie non fodero provocate quell' acme, levò ficuramente la gente di quella
perù «he parve neccllària a' Cuoi fini, e coadfii, e con altra raccolta' in
altre pani, fé ne venne verib Segna armato in modo di jntet ilbrzar
afi'ubbidieoza quelli che voloncariamence non vi c' inehinailero. Giunto
adunque il Commeirano nella tetta di Fiume con ul apparecchio; e fapaado che,
per le molte pnwve, i Veneziani. hvrebbono potalo afpetiare poco ^ttO| della
fua commedieoe ; poiché tutti glà.altri venuti in altri tcn^d cbn .fimil calicò
avevano avuto poco penfiero di medicale il male della radice, ma s' erano
oonteneati di dame un'apparente loddbfazione, non accomodamanio ; non coaando
che poco dopo la partenza loro le facceuda risadpITaaa :oef^adoCau dilbrdioi;
elferiio nwluta 4 é-drizar la paaunn.alU.via d’un reale, e fodoaecomodamento,
il quale conycoiva alMl. dignità db' fiioi Principi, e alla ficurezza
de'fuddfti, pensò eder necedàrid di levar primieramenM fot»bw, e i fofpetti,
che potedeio aver, contrarii, e poco iinceri dilegni i Veneziani ; onde
procciwò con lenere coufidenia predo at Generale PaIqualigo; che, per piti
facilitare la trattazione, fi era trasferito con paiv re dcH'aamaia lopn Pifida
di Veglia,, ove db da -Calici- Mufebào mira con p04n anicrvallo le .-vicine
riviere de gli Auflriacia i Qpivi dunque fi portò il Vèicnvfli di Segna per
oediae del CommUfario al Generale, per alficuraria-che fi faceva da davero; e
par precario a cornfjpoodere dal canto fuo olla buona vnloacb degli
Autteqtci,dove il Vclcovo riferi che i punti dé^ corameflione erano veramciur
di galligare i ladroni fecondo i merici;>(a non tutti, almaio i capi ;
difcacciar di Segna, e da tacco quel cragta> IduUjpi Veu^i sbandici,
fuggitivi, e fallili, dalle Galee con perpetua peoihnMa di ano ricettarli per r
avvenire; e, quplU che piò importa, dà levar gli ilfigocchà da Segna, e da'
vicini luoghi marittimi, tralporunduli mdi.ulcuni .CallvUi fn terra, non raeim
oppornini ajla difela de' confiìfi^ -eha .-dtaie àcsunudati alle rapine del
mare;, e in fine. di proibire a quelli che nmt.nefiÌHo in o in altri luoghi
mnrireimi, -ogni ule di bauahat-aa onare (VàevaMo l'autofitli anche aà
Capitnnla.di Segna di far limili Ipediniiaàp imi • voiwo rirolvu-e; * f>rii
bene, poiché fiams vewKi ia pnipofld), che qui li ne difeorra bravcoienlc la
caràne. ’MoAcaThno i MùùAri Imperiali d'aver gran geloCa delia &ctena di
Segna, • KrI'uadcvano i Principi, che, levando gli Ulcocchi da quel pnlidio,
(quafi che altri non olièra atti alla difcla) o i Turchi l’occuperebbene, q t
Veneziani, che gik podèdevano tutte l'liòle, e le parti marittime della
Daloizain, fi iatebbono tetto padroni anche di quel pone, e che alla digiiitè
della Cala d'Auttria, c della Corona d' Ungheria, impoKaea rnelto conlcrvaz
quelle picciole reliquie di dominio marittimo, si per dipender da quelle la
conlcrvazione d'altri Suti, come mobe percÀè mi giomo avrehbono potuto eflèr
oppoRimc alla ricupe-nuimte deU'altre coe preiqfè; poicÙ cop eA Ièlle fi
imaeerrebbe l ' mo della navigaziom per (didnatiao .. Qwttì, erano gli argementi
apparenti co'quali fi andava divenmdo ogni innmmiione ne gli affitti di Segna,
c per coniegnenza lotteuendo’ l’ io^natih da’ delitti i^li Ulcocchi: imehè in
iàtio non latebbe mancata altra nazione molto pih atta aUa dileià di quella
Piazza, la quale in mano- de' ladroni era anzi maUfiimo ficum, 'panc .per la
loro inlèdelih, e per elTere la maggior par. te amefii a'iiimiti de'Tnrebi, e
qmlla cittadinanza lenza alcun riguardo; cade facilmeatt avrebbono potuto
entrarvi de' traditori ; pane per. che fpeSe volte FaaKir della prùda, e delle
rapine aceva iaiciac vota attimo la Piazza, ulcendo tutti, or per terra, or par
mare, alla bnicaf Bai qual calò rìmaneTa la Eiaaaa cpotta a i repeatini
allkiti, e all'ii^die de'aemici.' eitre a che, le mbberic continue degli
Ufcocchi anzi acctclcevano i pqticoli, irrimado caci i Turchi, come i Venaai»ni
a tcacaiarli filari .di qaa^ iofimii nidi.- onde più volte avevano i Turchi
ièna iftaaea a'VeBeziani, O'cke etti •’ impadioiiilièro di Segna, e
permeitclièio kno di venir coU’ armata per mate, e pon> eli mii i di «cin
aU'cfiirpiuioBc de gli allèilHii, comuni Bo a n ci. Ma i Ycaevaot,
coafideianrio ^ pmiòadamcBte t’ùàaarfaBaa'di tal neg eai b ^ avevaao (emprc
aolla toro pradona dtvartM iHilt B*ni|^, taiaa pammiifi, bob fido alta Cafa
d’Aufirià, ma n taro itieiiefimi,.c a tutta Italia ‘liifiema; aè per sè ttcttb
potrebbe crcdeie alcun iwmo bivio eh’ alpirattèn mai i Veneziani al daininio di
Sopra, jxrchè con etto t'addottèrebboaa una grotta Ipeta, -c ua centhuiO rame
di contraili enza guadagno, o utile otauao, o cantbdiih Verona di roomeato per
tempi di guerra, o di pace t nè è venfimilc che Minittri Aullnaci non fofe»
affiti bea note tutte la rag ioni a ma con quei fimi lòlpatii coprivano altre
loco imerac pattanr, le qnali in alcuni pochi derivavano da un vii intgrefi le
detta pamnpaatataa delle prede; e in miti da ua comune mal-MHa vcrlo il Baine
VÒSiano, geneedio dalie amiche guerre, nelle qiuuoaàcrano in oumo dc'Vcaeziani
molte colè che pfi altri pracemkaaiio ttièr di loro ragiaae ; d ita Mei
naturali ttimuli che rcndoiw fenipre adiidè le fteanbUiclatini^ £aó tetti da un
iolo, e loipcRi i Principi Manarebi a' fa^Fcaai-dr tnplùtudiaè ; fé pure di
quelle avverta inclinoaiou non vàgleBaro ^ ta alla divetfitb deUe naaioai, eba,
doennfMiaaafiMM èowana, lotto ioliaa a aoo miraifi con basm ocebéa, ara m». lan
fcmpae i còKibbì dillihna^d'qgttb. mipànoatovnimno piglia baabta. o« lag ta naw
tai, «prtMÉtéMaU cfitatrtalim^ aiaii, ed attiaaa la voimnb; M che fivpofièbboao
adthace tabetai efempj, cos'i dc’noftri, come di altri tempi.* ma non facendo
più che tanto apropofìto, li tralafcieremo. Il Kabatta a quelle ragioni ne
aggiungeva un'altra piena di malvagità, e di fellonia, la quale nondimeno egli
teneva per la più reale, dicendo che i Miniftri eretici, Ipezialmente di Grata,
impedivano lo accomodamento cogli Ulcocchi, pcnlandò che per quella via avefle
il Principe loro ad intrigarfì in guerra anche co’ Veneziani; e che, immerfo in
tante occupazioni, avclTc finalmente a defUIere dalla riforina della religione,
nella quale con vero zelo di Principe Crìiliano, e Cattolico egli procedeva,
non olUnte i pericoli della guerra Turchefea. Veggafi di qua quanto importi
valerfi di Miniilri di mala fede verfo Dio, i quali fono anche per ordinario infedeli
verfo i loro Principi. Ma torniamo ormai alla Storia nodra, per dire come
finalmente i Princip i, adretti dalle accennate ncccHitH, e follecitati
da’continui uffizj del Papa, c inficme del Re Cattolico, non oiando i
Configlieri cattivi contrapporfi alle neceffarie riloliizioni, deliberarono di
rimediare leveramente alla malvagità degl' Ulcocchi, e di dar ordine il
Commilfario Rabatta, che dopo il gadtgo de' capi riformane gli altri alle
Cadclla fraterra, nè UrcialTe alle marine, fé non quelli da'qujli p')ceire
promeiterf» più moderate azioni j c a’ mcdefimi impedifle ogni elcrcizio di
corto, acciò tutto il dellderio, che avdfcro di preda, andadè asfogarfi fopra 1
Turchi. Col ledimonio di quede commedioni avendo il Commeffario data fperanza
al Generai Veneto che le cofe centra la prima credenza fodero per palfar
felicemente, e che egli per la pane fua rincamminerebbe con t^ni finceriih,
ottenne all'incontro ficurezza, che in tanto nè in Idria, nè in Dalmazia l’arme
Venete ofiènderebbero i fudditi Audriaci, e che a lui, alle genti fue, e alle
munizioni, e vettovaglie, che d condiiceflcro in Segna, farebbero liberi i
partì lenza alcuna molcdia: e con queda Ambalciata ritornò il Vefeovo di Segna
a Fiume, dove tiittavra lì tratteneva il Commeflàrio, actenJijndo anecertarl
apparecchi, e a prender quelle nccelfarie informazioni elio pòlevano ertcrgli
di bitogno nel progrelTo del negozio; follecitamio iopra tutto copia di
vettovaglie, delle quali fapeva dfer in Segna grandifftma penuria; la qitale fi
farebbe accrclciura colla gente d'arnie che fi doveva introdurvi, c-di gi^
aveva cominciato ad entrarvi: c con quefto mezzo fece anche fegretamente
trattato 'con fua Eccellenza, che volefi fc con qualche deliro uffizio
provvedere che gli Ulcocchi, che fuggiffero dagli Stati Arciducali per timor
de’ iupplizj, non avclTero ricetto prelTo a'I'urchi; parendo che così
convcnifse, non tolo acciò non fiiggilsero il meritato galtigo, ma anche acciò
i medefimi rifuggili in quella occafione non fcrvificro poi colla pratica de’
fui, c colla notizia tic’ parti a’ medefimi Turchi nella guerra contra i
Cridiani.* il qual uffizio confermò maggior opinione che il Commiflario forte
per camminare di buon parto. Del qual animo fi videro indi a pochi giorni fegni
più certi; perchè non folo a richicrta del Generale fece rertituir un grippo di
Licfina che, carico di lardelle, era fiato prefo poco prima da’ ladri, e
condotto a Terlato; ma avendo il medcftmo Generale fatta ifianza che fc gli
dcfl'ero in mano alcuni luddui Veneti, fuggiti' per misfatti, c annidati in
Segna; egli, vedendo efler nuovo rclempio, c inlolito tra’Principi, e die a
tanto non arrivavano forfè le fuecommirtioni, prefe parcitodi fcrivcrc al
General di Tomo il. Y Crovazia, mo(\rando che fcnza cjueflo farebbe come imponìbile
Taccomoiiamcnto ; c che perciò egli andava penlando di dar a’ Veneziani una
tale foddisfazionC) poiché in ogni modo pareva miglior condglio il darla
coTudditi loro, riiparmiando quanto piu potelfe t proprj. Di queAa lettera
mandò anche copia alla Corte di Gratz con penfiero che il filenzio gli icrvilTe
per licenza, per cosi elèguire; lapendo bene che, chiedendola, mai non
l'avrebbe ottenuta; e fu partito di accortilTimo minillro : e quando mafìàme
s’ha da far con Principe di carda riioluzione perchè cosi dalla tacitumitk fi
prefuppone conlènfo, nè fi mette in difputa quello che maggiormente importa
alla conchiufione depili iunportanci negozj. Dopo quelle preparazioni, il
Commeflario rilolle di trasferirli in Segna, dove aveva già fatto intimare che
tutti gli uomini della Città, c delle milizie dovclTcro ritrovarfi prclcnti
alla fua venuta fotto gravi pene; i quali, ricordandoli che gli altri
Commillarj ancora avevano dato principio a* loro uliìzj con certa apparenza di
terrore, e con molta vetnicnza; credendo che quefta volta dovclTe fucccdcre il
mcJcfimo, e fidandofi de’buoni amici che avevano nelle Corti, non cominciavano
ancora a dubitare de* cafi proprj ; e pare che peniafTero che fi avelie ad
impiccarne alcuno in («^disfazione degli altri.* onde i meno fccllerati fi
confòlavano colla fperanza, che fi dovelTe cominciare da’ più ribaldi: e
quelli, avendo coi più grofll bottini avuta comodità di farfi maggiori amici, e
di acquiUare più credito, credevano pur di poter fuggire in qualche modo il
laccio, almeno colla fedirione, c col tumulto: pcrlochc ordivano trame di lìar
tutti uniti alla comune difefa, e di tenerfi in piedi colle minacce, o
d’abbandonar i conhni, o di tradirli: colè che in fimili cafi aveva loro altre
volte giovato a feanfar pene capitali: con tutto ciò fcntcndofi avvicinare il
tempo della venuta del CommclTario, e rilèrcndo quelli che avevano trattato
feco in Fiume, c altrove, ch’egli era Cavaliere molto rtloluto, c fevcro,
alcuni Himavano miglior partito TeiTcr uccelli di bolco, che di gabbia, e fi
aflentarono fino a do. fpcrando di potere, palTate le prime furie, feufar poi
in qualche modo la dilubbidienza.* fu creduto che Daniello Barbo, Capitano di
Segna, fautor degli Ulcocchi, e poco affezionato al Rabatta, li configliaire ad
«feire; almeno è chiara cofa, che, avendo potuto, e dovuto proibir la loro
partenza, non Io fece: onde fi cavò certo argomento, come poi fc n’ebbero de’
più chiari, della ina mala volontà.- lebben in quello egli venne a facilitar i
difegni del Commiffario. Quelli, elfcndo indi a poco entrato in Segna con 1500,
archibuficri, trovò che la partenza di pochi aveva impauriti gli altri, che non
erano più di 300.; i quali maggiormente fi sbigottirono, quando videro perduta
ogni fperanza di fuggire dalla Città, per la cudodia llrcttiflima delle porte;
e udirono i rigorofi bandi che commettevano, lutto pena della vita, che
ciafeuno deponefie Tarmi, nè fi laicialTc trovar con eflé nè di giorno, né di
notte: che quando alcuno folfe chiamato al Caflello, dovdfc pretcntarfi fubito:
che in termine di due giorni doveflero tutti unirfì a darfi in nota dinanzi al
Commiffario, fc volevano fedelmente, e modeflamente fcrvjre alla Cafa
d’Auflria: e che quelli, che fi ritrovavano confape voli di gravi delitti,
veniifero fpoouncameme a chiedere pentono de’loro falli, per efperimentar la
clemenza, la quale non fi IhKbbc negata a chi con opdre valorofe avefle prima
prellaco, o foflo dHpollo di predare nell’ avvenire ntil» fervizio alla Patria:
ma chiunque arj^aAé che la giuftizia gli metteflè la mino, indarno griderebbe
poi mifericotdia, perchè fi procederebbe concia tutti coneilremo rigore. Quefte
cosi gagliarde determinazioni attcrirono gK animi affatto; nè cofa alcuna
pareva più «rana, che il depor l’arme, non effendofi quello mai più veduto in
Segna. M f-'*pùano della Cictù, che di gih fccmrfva più chiaramente idifegni
del Commifiiario, cominciò a' diflUaderlo dall'imprefa con apparenza di gravi
pericoli, e di mille fpaventi dicendo che rederebbono abbandonati i confini ; e
che quella gente ardita, e pratica del paefe fi potrebbe unir co’Turchi, e
apportar a’ Principi qualche nocabH danno: onde egli non foto biafimava il
configlio, ma protedava di non volerne parte in modo aienno. II Commillìirio,
come quello chd conofeeva 1’ umore interno, non fi mode però punto dal luo
propofito; anzi veduto un’Ufcocco in Chiefa con nna accetta in mano, gli fece
una gran paura di tagliarlo fubiio -in pezzi, fé non foli: dato il rifpetto del
luogo' facro, onde tutti rimafero sbigottiti, e facevano idanza, che fi
liominìdrero i delinquenti dedinati al gadigo, acciò gli altri poteflcro ufeir
di tema, e viver ficuri. ' Ma dfcndofi quel me^imo giorno cominciato a fiir la
deferizione, e dar in nota quelli che fi 4trivano di viver modedamence, e di
fervir fedelmente alla Cafa d’Audria; pel qual effetto comparivano in Cadello
difarnlati, e umili; il Commiffario fece ritener prigioni Martino Conce di
Poflidaria, che sera' latto capo de gli afiàffini, per l’aviditi delle prede,
centra quello che richiedeva la nobiltk dei fuo lingue, e la virtù de'fuoi
Maggiori; e iniìeme Marco Marchetich, che era Vaivo. da, o Capitano di
Ledenizze, Cadello delle appartenenze di Segna: aveva dUegnato d'imprigionare
nel medelimo tempo anche Giorgio Maliarda, Ragufeo, più Icellerato, e facinorofo
de gli altri: ma egli nel delcriverfi era pallàto con nome fuppodo; nÒ il
Commdfario lo riconofeeva di faccia: ma quando feppe la ftaude, mandò a
chiamarlo, effondo gik intorno a due ore dt notte, oèe egli, che fi l'entiva
reo di mille inauditi misfatti ; fpezialmente d' avere dopo lo iValigiamento
della fregata colle fuppellettili delCanale, Conte diZara, confinati i macinai
lotto le coperte, e alzando la vela, fpinta la barca in mare lenza governo, e,
fenza cudodia, a difcrezione dell’onde, e deVenti» latto veramente barbaro, e
orribile a raccontare; s'apparecchiava colla feimitarra alla refidenza: ma fu
prevenuto da Odoardo Locatello, Capitano delle' milizie di Gorizia, ohe gli
cacciò uno docco ne’ fianchi col quale lo pafsò da banda' a banda, lafciando
poi che i fuoi foldatt lo faceffero in pezzi. Era il Maslarda fra i capi
de’ladroni uno de’più Rimati e di maggior fegnito: nè la fua mone farebbe per
avventura dala lenza qualche tumulto del popolo, fe gii non fi foffero trùvau
gli animi ingombrati da draordinario fpavento. ° Il che intendendo
prudentemente il Commiffario, per acerefeer terrore fopra terrore, fece la
medefima notte appiccar alle mura del Odello il Puffidaria, e il Marchetich; il
qual fpetiacolo la mattina fini d’atterrire la Citti retta; nè alcuno fi teneva
più ficuro della vita, herebè ninno era Twio . Y a che 17 ?- ‘S ’T O .^R I A I
che in propri*, cofùcozz non. Q conotccIT^ reo di loone ; k porte Aavano
chiufe, k (Inde goard 4 te d* miìi»k ibrelUcre, oy* niuno aveva ardire d( ufcii
di cau, ni di dormir ia notte netta propria ftaqea r però il CommilTario, per
lakiar ad alcuni quaUlK fpecanza di, vita., fece loro intendere cbq, quando gli
fòdero dati in mano alcuni capi, e reRituito tutto il bottino che s en
ultimamente fatto in alcuni va6cUi dello Stato Eccleftajlico; di che il Papa
faceva grandURmo romoit,' atta fi farebbe a tutti chiufa la ftrada del perdono.
Con tal artifiaio ebbe in mano il Moretto, (araolò*(iapo di ladri, con un fuo
compagne,- che furono con inganno prefi' da gl» altri, « prefenuii con certa
l'peranza che 1( tcRe loco poteficro Xalyar -da vita a atolli.' nondimeno co'
medefimi che fi^o f impala fu tifato con tqolu (evecià, lafciaadoH piò toRo t'n
dubbio della morte, che ficari della viu; con tanto rigpre fi procedeva al
uRigo,. de’ ribaldi, Aveva il Commìflàrio al Rio piiaio arrivo a S^na ricercato
il Cenerai Veneto a mandar qualche perfonaggki che rifiedefle preflò iR .iui,
conte teRlmonio-, e Ipfttaiore di cjò $he fi faceva fincerameme, e
rilbluiamente, per. àcconodamento RablWv-q reale del, negozio ; .e acciò
proppnede ancora ili mano in mano quello che gli par efle opportuno a tal fine.
II. Generale deputi a quello .carico Veitor Barbaro, fno Segretario, come ben
pratico di tali afiàiri, è cosi pet natura, come per elperienza prudente, e
atrifiìmo a fimili maneggi.' ma fu in ^i giorni, come Ipcflb interveniva in
quei canali, dS S^an furia di Becca, che il Segrcurio non. potò accoRarfi cosi
predo, come defiderava: onde arrivò quando appunto i era dato cosi notabil principio
alla faccenda, e nel medefimo tempo in co», fi conducevano -alU forca
il.'Mnrettq, e Niccolò. ivo compagno;.! quali furano gratillimo fpeuacolo a gli
Albonefi, che- avevano condotta, colle loro Mtche armare il SegRtario; nò
poterono contcnerfi, c)^ verio la fera non troncalTero k loro tede ; parte per
faziar l'odio particolare della nazione; parte anche per portarle con dio loro,
affine di JcndCr ad altri tedimonio reale di tal effetto. U Barbato s'abboccò
la prima volta col CommilTario alla prefenza del -Vcrcovo di Segna, che aveva
in quei giorni appunto pigliata il poflefTo della fuz Chielà, e col cui
configlio s'indirizzavana tutte k co, fa, per efler Furiato ebe nelle Scuok
-de' Padri della Compagnia di G*. sò aveva acquidaic feienze profónde, che,
accompagnate còli' rio delk cefe del mondo, T avevano reoduio grato a'
-Principi Audriaci, e al medefimo Rabatut; ficcome,, per elTer della Fam^ia de
Oominis, nobile d'Arbò; ma piò p» euerfi modrato bene affetto al negozio, ed
cfférC per ben pubblico, e della patria fua molta affaticato intorno; e per
cOer anche confidente dc'Vcoeziaoi, In quel primo colloquio il Erbato, paflati
i Coliti termini di cortefia, feuiau In la fortuna del mare la tarda venuta,
rapprefentò la fpcranza che ^ en conceputa dai Generai Pafqualigo, c da. altri,
di veder ormai gadigate k fceltcratezze degli VHcoccha, poiebf s' en dato cosi
buon principio; e, oomiticiando a dire gli afTaffinamenii, k trucidazioni d*
uomini innocenri, le crudeltà di fiir. drazio de'corpi morti, « rii fiere il
liuigue, di icorricarli, per far dringhe deUe,priH, li dnpri,. k rapine di
.donzelle, e k infinite rubberk colle. quadi.t' era turfiata la quiete del
mare, e della terra, modrò con malta eloquenza^ ed efficacia, eh' era -bidono
di rimedia • celere. cckfe, e gagliarcki; e eonchiufe, che Tperava di vederlo
appiicito oppertQnameate da mano cosi perita, e valorola. Il Commiflarìo andh
nella rilnlb' fcufando in parte gli eccedi aecennati t come aggranditi dalia
paffione de gli uontini, o c^ionati dall armata Veneta, che, quando anche non
fi ofièndevano I fini fiid£ti, ara foiia di cercar gb Uicoahi a morte, e di
tiior loro le prede finte nella giiifta guerra conira i Turchi; « finalmente
commelB da altri, e poiqutribuiii a gb Ulcocchi; à quali confiifaiva però degni
di graviamo gal^, coma turbatori dalia pubblica pace; e che peiciò egli ne
aveva 'gib- tolti di via cinque de' principali, che aveva potuto aver nelle
nani; lenderido in tanto le rea a gli altri, che ('erano polti alle Iclwi, 0
davano nafcodi nella Citth : nel che aveva fatto chiaramenK-conoKerc la fua
diligenza. £ qmndi, come Cavaliere'di natura libera', e apena, incominciò ad
aprir 'il foglio delle Commiffioni; e de' difegai fnoi; dicendo che teneva
ordine primieramente di edertninar aflàtto i .capi de'ladri, e i priocipaU
mafitadieri avvezzi a corfeggiar nel mare ; foeondariamente difcacciar di Segna
tutti t Dalmatini o altri fiiddiii della Repubblica, chiudendo loro per fempre
le fperanze di ricovrarfi in quel alido : poi 'di lafciar Iblo in Segha cento
di queib nazione de' pih quieti, condiicendo tutti gli ahji piò addentro fra
terra in altre Piazze di frontieia per difela de' confini; e uliiiqamentc di
ridringer r nlb delie barche armate, che non poflàno ufeire lènza clpredà
licenza del General di Crdvazia-. Il precario, al quale erano piaciuti gli
altri pttnti, còme quelb da i quaU veramente dipendeva ogni Ccurezza del
defidemo componimento, ripigliando pih di propofiio l'ultimo delle barche
armate, difse che iperava che l’uto loro firirebbe dato proibito affatto,
poiché la Repubblica non era por confentim in modo alcuno che con l^nza del
Generale di.Crovazia, né feaaa, tranriafsero limili valcelli ndte appartenenze
della bre incera, e invaiata giurifdizione. Il CommilTario replicò che quedo 'era
incerelse non folo del Regno d'Ungheria, e di Crovazia, ma anche della Sede
Appofiolica, e del Re di Spagna; però che a lui fob non- toccava di decidere
controrcrfia cosi imponame, né di za pubblici larrocin;, e abboipinevoli
aflà0ÌMamenti, era hfoluco dì continiiare dctenninatameare il rimedio, i-.. ..
Per quello il Barbaro, quaniQ più vcdci^ infervorato il CommiflTario, unto più
Io ifqportuqava, nè ^ mai moflrava di conrenurft di quello che fi faccvai aè di
vederlo liooiikorcere come fatto in eompiacimento della. Repubblica, ma come a
lervizio di necelfaria giuiUzia, e gallico 4e‘ privati delitti; dicendo ^e il
Moslarda era fiato facto morire, per opwfto coll'arme a .chi.lp chiamava; il
Pofiidaria per concetti fedixiofi iparfi da lui, quando fi ricercava T opera
della milita, per ritrovare i colpevoli nalcofii frale cafe^ e il Marchetick
perchè aveva abbandonato Ledcmzze, dove egli era Capitano, c aveva data
oecafiooe che il luogo foflfè laccheggiato dal General Pafqualigo: ficcome
ellèndogli fiati confcgnaii nove Iùdditi Veneti, di molti, e molti che erano
dimandati, parte nominatamente, c pane con termini Onerali di mrti i Iùdditi,
fi doleva che fe gli defiero Iblapienre poveri artigiani, e che a' maUatcori fi
laicialse Ipazio di fuggire: febea in vero il Commcirario alava ogni diligenza
per poterli avere tutti in mano; ma elfi ic PC Ila vano alla montagna,
provviftì fcgrctamcnte da’ parenti, amici, e da quei medefimi, che fi mandavano
a pcrfeguiiarli, delle cole ncceiTarie; nè era poffibile a rimediare a quello
difordine, le non fi voleva difirug-« fiere tutta quella milizia: il che certo
farebbe fiato cantra il pubblico lervizio della Cafa d' Auftria, anzi di juiia
la Crifiianiti. Dolevafi però il Commefiario di non poter loJdisfare con tutta
la fua lollccitudine; e fi rararharicava principalmente che erano fuggiti
dalla^ Citik cinque Dalmatini, de più crifti, c de’ più defiderati dal
Generale; onde teneva che refiafle forpetta la fua fioceriib; c fu per far
appiccar due Capitani, alla neglkenza, e edeienza da’ quali s' imputava quella
foga: nè avreb^ lafciato aefiguirjo, fc i parenti non gii aveflcro promcITo di
portargli ovivo, o morto 9 kuno di quelli che fiavano alla montagna; come
fobiio fo facto: perchè un fratello d’ uno di quei Capitani, ufeito con altri
alla caccia, prefe up famòib de’ richiefii dal PafqtMligo, e lo condulTe in
Segna ferito d' archjbugiata nel capo,d 9 vefu fobico impiccato lemivivo, egli
fu data la teila; come indi a poco gli forqno conlègnati vivi quattro altri,
acciò vedefle pure che fi faceva, daddovero. In Venezia quelle operazioni erano
intelé con. grandilTmio gufio; e molti Senatori, nc paalavaqo con dolcezza col
Rofii Segretario refidepte in queli^ Cictb ^pcr la Maefi^ Cefarea, dando lodi
al Commefiario, e grazie a’Prmciu, che finalmente avevano leriamente rilolto di
gafiigar i ladroni., II Commefiario avvifato dì ciò dal Rofl» lo riferì al
Barbaro, Umenìandofi che tutti gli altri mofiraflero d’ efler contemì ideile
operazioni fue, fuor che egli folo; pregandolo a confidcrare la importanza delU
difelà di quei confiti anche per particoiar intcrefie deila Repubblica di
Venezia; onde non conveniva annichilare «mua quella milizia, la quale, ridotta
orp^i a difperazione, avrebbe potuto prendere qualche danoofo configlio^ Giudicando
i medefimi>Segiij|iii che per gli ufiìzj del Segretar io crefccfie il rigore
dèi Rabatta,, A' almeno aìmpedìfie il miiigamento fpcrato, riTolfcro di
placarlo con uafcamune ambalcerìa, facendo capo il Vcfcovo medefimOf il quale
accomp^nato da* più vecchi entrò nelle fìanze di cHo Segretario, recando gii
altri lu la piazza; e quivi con molta umiltà, e lolpiri lo pregarono a
contenrarH del fangue fparib, e di tanti condotti alle galee, e d’intercedere
per un pcidono generale, riduceodogli alia memoria i Icrvizj che nelle paHatc
guerre avevano i medefimi Ulcocchi latti alla Repubblica, e offerendo in altre
occafioni di fpendere per T ifleffa cauta le vite che ora fì confcrvaflcro
loro: in fine del qual ragionamento gli offerirono in dono due tappeti fini,
non teffuii gi^ in Segna, nè comperati. 11 Segretario con brevi parole mofirò
che egli, come lemplice minifiro, non poteva preterire i termini della fua
commellione : nondimeno che averebbe giovato loro in quello che aveffe potuto:
fiimò che foife mezzo afironto r obblazione de' tappeti ; nè al Velcovo fu di
lode T efiere fiato ilfromento; febbene Icusò l'ufo del paefe, che non tollera
acceffo dell’ inferiore al fupcriore fenza prelènte: cofiuine appunto da
barbari, e che fra’ Turchi rare volte A tralalcia, ma che agli Ufcocchi era
forfè fiato inlcgnato altrove. IDopo ciò il Segretario rifolfe però di
procedere con qualche più di foaviti, anche perchè in quei tempi fu avvertito
da Venezia di dover COSI fare: onde piacevano molto gli andamenti del
Commiffario; e fi giudicava che non mettelTe conto tanto aflbitigliamento, per
non metcerfi a rifehio di romperla; e che egli anzi, procedendo cos^
chetamente, meritaffe corrifpondenza di uguale finccrìtli: dall’ altro canto
tornavano gli Ulcocchi a liipplicare il Rabatta che li levatfe di fpavento, e
fi dichiarane, fc altri di loro erano defiinati alla morte; o lo in fine
avevano da rimaner tutti efiinci; perchè il vivere con tale angolcia era
peggio, che la morte fieffa. Quelli uffizj, e i continui pianti delle donne,
molTero a compafiione il CommilTario ; onde rallencandofi dall'alero canto, per
le caufe accennare, l'ardore del Segretario Veneto, ne fece proclamar venti de’
più colpevoli, lafciando cos'i fperanza di perdono a gli altri, e afiègnando a
quelli un 'breve termine; dopo il quale cadeffero in bando capitale con taglia,
e con grazia di poterli aiutare l’uno colla tefia dell’ altro. Poi, per venire
al rimedio più fodo, più ficuro, e più atto ad impedire i corfeggtamenti, e i
lacrocinj di mare, deliberò il CommilTarìo, di tutta quella milizia non
lafciare in Segna più di cento fiipendiati, e con loro cento molchettieri
Alemanni, e di trasferire il rimanente ad altre Piazze più fra terra, volendo a
quefio fine che ufeiflero non foJo gli fiipendiati, ma anche dei proprj
Cittadini tutti quelli che foffero conofeiuti aderenti nelle prede, e
volonterofi di continuarle: pel Icro oafcere ma che avrebbe ben egli colla Tua
autorità dato ordine che n iaiciaifero pafTarc liberamente tutte le barche non
armate, fen21 pih rìconolcerle, o cercar dove andalTero, nè d’onde vcniflero, 0
cib che portaikro: e ciò doveva ballare alia lil^nU della navigazione, e del
commerzto amichevole tra 1 luddici dell' una, c dell' altra parte; tra' quali,
e ara'Principi raedefimi pareva che doveffe Correre ndiawenire migliore
intelligenza, perchè V accomodamento epa piaciuto unto ^ a’ Veneziani, quanto
agli Arciduchi : di che può addurli quello cerco argomento, che, dopo ravvilo
che n'ebbero i Principi AuHriaci; quantunque lìa trerifimile che il Barbo
avefle rapprcfencaiò gli avvenimenti lecondo la Tua propria palTtone; nondimeno
fu al CommiiTario rinnovata laucoriik.; ^giungendoli alTolucanientc il
Capicaniaro di Segna, del quale era gih fpogliato il Barbo, acciò tanto piò
comodamente egli potefte perfezionare il negozio, e levar affatto l' infamia di
cosh nefandi latrocinj dadi Stati della Olla d'AuHria. Onde fu chiaro l’error
di quelli che ardivaho d-impucar a Principi così religiofi, gialli, e benigni,
il confeqtimtnto di sì fatte iceileracezze, le quali li dovevano piucuillo
atfribuire a gli inganni de’ mali roinilln Eretici, che nò temevano Dio, nè
miravano aU’ooor de’padroni, o all'onor prozio; i quali co’loro artiBzj davano
ad ìmendere che foflè ùnpolhbile rimediare a quef diJbrdìni ; e li dipingevano
dinanzi a’Prìncipi come trafgrefioniordinarie, e neccBarìcde’conbni. Ma ficcome
quelli tali rimafero cqpfufi nella loro malizia, e privi degl’ ingiulli
emolumenti che ne folevano cavare i così arfero maggiormente di Idegno^ «
invidia contra la virtù del Rabatu, vedendolo in difpregio loro colmo di
gloria, e di premj da ogni parte: perchè anche i Veneziani, conforme
all’ordinario loro collume di corteCa, io avevano facto regalare d una grolla
catena dì cinque, o fei miladucìiti; i quali egli però non volle accettare
fenza dame prima conto a’ Padroni, con offerta d’ impiegarla in pubblico
fervizio, come aveva fatto di fonitna maggiore de’ fuot proprj danari nella
tardanza delle prowifìoni, feufabile, per le più gravi urgenze delia guerra
Turchelca: oltra di ciò li fabbricava in Venezia una barca di piacere, e da
viaggio, per donarla al medefimo Rabatu, fornica di dtverfe comoditi, che a lui
nel governo di Segna farebbe Hata di molto (èrvizio nell’andare innanzi, e
indietro per quei canali, e per le vicine IfoIc. Tutte quelle cortefio, benché
Ic^icrc, c difuguah a’ meriti di sì buon. Cavaliere, tervivano di materia a gU
emoli ftx>i, per lacerarlo, c aecterlo in dtlgrazia de’ Principi: perchè li
Bvtp, irovando nella Corte dìGratz accefi i cuori di molti Miniltri,
fpexialmcnk Eretici, illrumenii reali del Demonio, c Rimici della pubblica
quiete, cominciò ad acculare l'opero del Eabatta, affermando che egli, corrotto
da’Veaeaani, non aveva avuto altro fine, che di lóddisfàrU in pregiudizio di
Ctfkte, della Corona d' Ungheria, e della Cala d'Auflria; onde a fola riebiefta
loro avevai^'fttio a iccare uomini valorofi, c benemeriti, dandone altri contra
ogni onotJtu ime de' Principi in mano loro; e raettendoU in neceffith di
volaaifi a fervile- negli «ferciti Turchefehi, con manifello pericnio che,
perla notizia che elh avevano paele, e delle Piazze, av^ a cader ratto quel
confine in mano de' nemici. k n Di i,ueft II- Z intcn Digìtized by Google 173
s. ’tT or n': T A. ’ intenzione, vero imitatore della vinti di Carlo fuo Padre,
c Ferdioando Impcradorc ììk) Avo, crede del nome; ma, per Tei^, non ancora
cipaxto deile fraudi cortigiaoelche, c degl' intcrefìì de’ mali Miniftri,
febbeo per Datura, e per religione, nemicillìmo de gJi Eretici. Movevafi
ffdunqur con tali artifìzj inganneroli Tanitno del Principe, ma più queU io
dfif ArciduchelTa Tua madre, la quale più veniva combattuta da quelli che
lapevano come elTa poco prima era rimafla difguflaia, per aver egli cercato d’
impedire il maritaggio dell' Arciduca colla Figliuola del Duca, di baviera, la
quale era nipote delia medeOma ArciducheOa; pel quale .iinpcdimcnto fì dice che
il Rabatta divulgalTc m Venezia che la luddetia Spola fofle macchiata di
lebbra; il che lì trovò poi falfo, c Icguirono le nozze; nè al Rabatta fu
facile a purgarfi dell’ imputazione; c gli convenne adoprarvi molti
intcrce0bri; lopra la qual cicatrice' ieppefo beo dimenar 1* unghie i luci
cnuilt : ónde gli accefero contra i'aniiTib della Madre, e del, Figliuolo in
male maniere^ appoggiando tutte le loro macchine alle maligne relazioni del
Barbo. Fu il Commtflario avviìato da gli amici di rezze fi raccordafìfero delle
lamentazioni, e de' gemiti dc'Ioro poveri ludditi deinUria, e della Libnrvia; i
quali, per le colpe di pochi ladroni, venivano Taccheggiati, e rovinati, ed
erano (lati a termine, per pura difperazione, di vacillar nella Fede, perchè i
Veneziani avevano gik prefa una riloluta forma intorno a quelle feorrerie,
ch’era, di non rompere in mamfella guerra, per non iirarfi addolTo la malà fama
nel Mondo d’aver molli) le armi centra i Principi CriJUani, mentre
gucrreggiavano contra i Turchi; ma rifarfi d’ogni oltraggio, o danno che
rlccvelTero i loro fudditi fopra i ludditi della Cala d’ Aulirla a buona mìfura
: onde il fomentar le rapine de' ribaldi non era altro, che dillruggcr, c
dìfabitarc le proprie terre delle loro Altezze, e neccflltar i Varialli a
pigliar altri partiti : che cosi s’ intefe il negozio, quando a lui ne fu data
commiflionc; c ch’egli, nell’ averla fapiita efegutre in quella maniera,
pretendeva anzi merito, e mercede: che non bilognava dar orecchie a gli
Eretici, i quali, vedendo procederfi contra con si gagliarde, c pie
rifoluzioni, c che i bilo^ni della guerra Turchefea non badavano ad impedir
Panimo zelante del Principe per rellcrminazioiic loro, volevano anche vederlo
intrigato di più in nuova guerra colla Repubblica di Venezia, acciò folTe
necelTìtato ad abbandonare V imprcla contra di loro; c ch'era ormai conolciuta
per tutta ‘Alcmagna, e per tutta Europa la malizia fcellerata de’fettarj, i
quali, per mantenerli nelle falfe opinioni, non fi guardavano di tradire i
proprj Principi, e la Patria; e che di qua era forfè derivata la perdita di
Giavarino, c poi di Canilfa .* che le loro Altezze foiTero certe, o che
bìTognava reprimere la rapacità degli Ufcocchi per la via cominciata, ovvero
didruggere, e dcrolare tutti i luoghi di marina, e gli altri de’ confini;
perchè egli aveva affai bene penetrato che i Veneziani erano rifoluti di
vendicar in quel modo le ingiurie degli Ufcocchi ; ovvero, fc in fine
bifognaffe, pigliar con effo lóro un aperta guerra: \ la qual cofa in niun
tempo poteva metter conto alle cofe delle loro Altezze; ma ora meno che mai,
per li travagli maggiori ne’ quali (ì trovavano col Turco.* che a quedo fine i
Veneziani avevano giudificata la caula preffo al Papa, e predò agli altri
Principi Crilllani, aquali tutti pareva drano che fi voleffero fomentare
nc'proprj Stati pub- blici, c infami Corfari a danno de’ vicini.* che in
cau> tale non s'a- vrebbe da far fondamento negli ajuti del Re di Spagna, il
quale, ol- irà i’effcr occupato in tante altre parti, e altre molte difficolà
di pò- ter mandar armata in quelle bande, dimerebbe fua vergogna, per la pict^,
e giudizi! fua, il favorire caufa tale .'il che fi poteva anche ar- gomentare
dairefiio deir uffìzio che a fuggedione del mcdefimo Rabat- ta fece in Venezia
Don Inico di Mendozza, Ambafeiador Cattolico, mi- nacciando le arme del Tuo Re,
fe non fi liberava dallo drccto affedio Tricde, c Fiume.- di che fi dimò affrontato
il Re; e per fame chia- ra la Repubblica, e il Mondo, levò todo il Mendozza da
quell’ Am- bafecria .* che quanto a t pericoli che gli Eretici malignamente
met- levano innanzi di perderfi Segna, foffero certe le loro Altezze che Temo
II. Z % meglio era afiìcurata quella con poche genti quiete, e fedeli, che col
numero maggiore di ladri; i quali, olrra il continuo irraiamenIO de’ncmki,
erano loHii rpcffiHimo di abbandonar la Cicih, per atten- der alle rubbcric;
onde non vi rimanevano per molti giorni, fé non le donne, e le genti inutili;
co’ quali mancamenti s’ èrano a’ Veneziani aperte mille occafioni di
lorprcndcrla, le v’ alpiraflcro : ma cfler cofa iroppo notoria tri gli uomini
prudenti, che i Veneziani Jafeieranno Icmpre volentieri a fpefe, e carico di
altri la difefa di quelle frontiere, eh' en medeìmi, confinando con loro
paciBcamente, ajuterebbono Tempre, pel proprio intcrelTe, almeno fotte mano a
difenderle. Onde non potendo i Turchi per terra avvicinarli a Segna, ne
condurre artiglie ria; nè clTendo mai i Veneziani per conl'cntire ch’ivi s’
accodino per mare, fi poteva tener fenz' altro la Piazza per ficura, purché gli
U- fcocchi colle loro rapine non ncccfiiraTcro i Veneziani ad accorJarfi per la
dillruzione di quel nido co’ Turchi, che oe avevano più volte promoisa la
pnitica; o elfi llcffi non la tradiTcro in mano de’ Turchi, de' quali lòno per
la maggior parte fudditi,e molti hanno fotto di loro i padri, le madri, i
fratelli, le foreile, e altri parenti: che in quefto confillcva il pericolo di
qualche gran perdita, non nelle vane inven- zioni de gli Eretici. Aggiunte il
Kabatia, che, per maggiormente affi- curare quei confini, e per la ipcranza di
poterli allargare a danno de' Turchi, larcbbe lato utilifTimo il compartimento
latto da lui di quelle milizie a i luoghi (oprannominaii di Otiolfaz, Brigne,
Profor, e Bortog, mediante i quali fi metterebbero in ficuro fpazio di terreni
fruttiferi, onde la gente potrebbe con giufie fatiche iofientar la vita lenza
illecite rapine; conchiudendo, ch'egli avrebbe poi mofirato il mo- do di
ridurre ì detti quattro luoghi in lìcura difcla lenza che fé n'ag- gravaflTero
le Oincrc di Sua Maefi^ Cefarea, o delle loro Altezze. Furono alcoltate quelle
ragioni, portate con molta eloquenza, e grand’efficacia, attcntiffimameme; e
tolo fi accoriero i Principi che fuor d’ ogni Tuo merito veniva loro mefso in
diicredito un tanto Mini- erò, pieno di prudenza, e di fede; onde lo
reintegrarono collo nella prilina grazia: e per darne fegno in faccia di quelli
emuli fuoi, eief- ièro luì medefimo con amplilfinia autoritli che andalse a
ricevere a'con- fini Gian Francefeo Aldobrandinì, Nipote di Papa Clemente, che
in quei giorni doveva sbarcare alle marine di Tricitc, e di Fiume con dicci
mila fanti Italiani pagati da fua Santitli, e D. Gian de’ Medici, che ne
conduceva due mila, pagati dal Gran Duca, iuo fratello, in fervizio della
guerra contra il Turco; la qual gente della marina doveva guidarli a Zagabria,
defiinara per Piazza della mofira, donde poi per acqua aveva a trasferirfi,
come fece felicemente, airafscdio di Onilsa. Amminiflrò quel carico il Rabatta
con intera loddisfazione, e de’ Principi, e de' Capi della gente Italiana; e
sbrigatofi di III, non vide l’ora di tornar a Segna, per dar compimento a
quelle faccende; nelle quali non pareva che rimanelse più difikoltìi alcuna ;
poiché daPrincipi Aullriaci erano fiate approvate tutte le fue azioni, e tutti
i partiti prefi per rimedio del male; e pareva che f autorità Tolse accrcIciuta
tanto, ch’egli dovcfsc lofio elscr elaltato a più lublimi carichi,
defiinandotegU gib il Generalato di Crovazia. Ma dopo la lua partenza, la
malizia diabolica de gli Eretici s' afsor ligliò figliò ranto più a* Janni di
Ini, e fi sfoderarono nuove calunnie, le quali, fe pure non erano afcohate da*
Principi, almeno non erano ribuitate con quella fermezza che pareva convenirfi
a’ meriti di un tal Cavaliere. Le cole arrivarono ad un tale lUco, che giù fi
mormorava per le Corti che fi formerebbero procefli contro di lui, fpezialmente
per dimandargli conto della morte del Conte di Poflidaria nella quale $*
interefiiavano forte con poco onor loro alcuni principali, mofirandofi parziali
d' un pubblico alsalUno, indegno d' elsere ufeito di quella nobile famiglia.
Sentivano quelle voci, e quelli grandi roraori gli Ulcocchi, che per cauta loro
veriavano nelle Corti; ne mancava chi loro feminalfe nell' orecchie che il
Rabatta era in difgrazia de'Priiicipi, a* quali non era piaciuto il fangue di
tanti foldatt valorofi ipario da lui furiolamente a compiacenza di altri.
Qitdli ragionamenti fi rapportavano poi in Segna, c fervivano a dimmuir l’
ubbidenza al Commifsario; il quale, rrovandofi fearfo di danari, era anche
llato sforzato a fpogliarfi di quei prefidj che I* avevano fino all’ ora
renduto tremendo in Segna. Accadde in quei giorni che da’ Principi ebbe il
comando di mandar al campo fotto Oinitsa quel maggior numero di gente che
potefse ; colla qual occafionc pensò anche di Icvarfi dinanzi il retlo de* più
inquieti, e più ingordi, per lalciar poi gli afl’ari di Segna meglio regolati
rac llrema cura le Galee, e le barche armate, lenza impedir però il corto delle
vettovaglie a Segna, per non metter la geme in maggior difperazionc ma vedendo
per alcuni mefi che niuno fi moveva, c che fi olTervavano i patti, e che piU in
Segna fi rendeva agli Aufiriaci la folita ubbidienza, e che i Principi erano
rifoluti di mantenere gli accordi, e d’impedir l' ingioile rapine, ottenuu la
licenza dal Principe, fe, ne ritornò a Venezist, gloriofo, per aver mcllk T
ultima mano a così collol'o travaglio coll’ autorità, e colla prudenza fua; e
tutto il Mondo s’avvide che in mano de’Principi Aufiriaci flava il raffrenar
quei la- droni, con tutto che i mali MiniUri gli aveffero per tanti anni dato a
credere altrimenti: onde non pareva verifimile che doveflero acconicntire mai
più ad una tale infamia ; malTime avendo anche imparato i Veneziani il modo di
far ad altri celiar caro il danno che fi dii alloro fudditi. Cqn tutto ciò
molti uomini pratici dubitavano che, llando gli UfcocqIiì in quel luogo fenza
altro follentamento, folTe quali impofiìbtle che fi follentalTero fenza danno
de’vicini; malTimc cficodo gli llipendj leggieri, e difiicilmcnte pagati; nè
participando di elTi tutta la gente. Per li quali rifpetti fu prudentemente
confidcrato che T unico rimedio confilleirc nella traslazione di quella gente
a’ luoghi dilcofii dalle naarine, come Ibno i foprannominati, opportuni alle
tcorreric comra i Turchi, e capaci di qualche agricoltura; ne' quali ancora fi
dice elTcre alcune veo# di ferro, nelle quali potrebbono efcrcitarfi, e nodrire
le loro famiglie con utile induima quelli che eleggedero di preferire
un'onello, e legittimo modo di vivere alle maledette, e Icomunicate rapite,
calle forche, nelle quali, o prefio, o tardi, inciampavano poi tutti. Ma perchè
di fopra fi fece menzione d’ un partito propello dal Rabatta all''Arciduca, fU
fortificare alcuni luoghi di Frontiera fenza dìfpendio delle camera Ai'Ctducali
; e perchè nel punto della traslazione delle milizie Segnine a’Cafielli fra terra,
e in quello che fi accenna, gli uomini vertati nel negozio hanno creduto
(cnipre che coniìfietTe la certa fperanza di reprimere i latrocin; degli
Uicocchi, e ovviare a’ pericoli che ^ l^tteUi venivano minacciati, (àrX bene,
prima di metter fine a quefU. anche quella materia fi dichiari qui co iiioi
o^amentf. .j. ^ •1*" ^ da fapere che il Vefeovo ^ Segna, Prelato ornato di
pro« 'dotjrma, pratico del paele, e pmidenre, propofe che fi facefle unappalto
co’ Veneziani d’alcuni bokhi vicini a Segna, abbondami tanto di per arbori, e
antenne di qualunque genere di VafcelU, quanto anebe di faggi, del qual folo
legno fi fanno i remi per le galee; e cbn proccuraflc di avere da loro
un’anticipato sborlb di 50000. ducati, i quali fervirebbono abbafianza al difegno
di fortificar i luoghi dc^ confini nominati di fopra. Il configlio era molto
opportuno, perche i boTchi veramente abbondano di materia attifllma a’ bilogni
luddctii,e fono cos'i vicini al mare, che con poca fatica, o fpefa, per
fenticri declivi, ufati anche in altri tempi, fi poflbno condurre all’ imbarco;
la qual copia, e comoditi efagerandofi un giorno in Segna dal Commiflàrio col
Segretario Barbaro, e dicendo egli che quello era veramente un teforo, l’altro
rifpole cos\ eOcr in effetto; ma teloro di metallo, o di moneu tale, che non
avrebbe mai fpaccio altrove, che in Venezia; la qual prudente rifpofta fe foffe
Hata ben confiderata da gli Auftriaci, non fi farebbono frappoffe nella
conchiufione di un utililfimo partito tante difficoltà; ma mentre l’Arciduca fu
collretto di darne parte alllmperadore, primieramente fi dubitò che quel taglio
poteffe agevolar la (Irada a’ Turchi d’ infeffare i confini: ma chiamato alla
Corte Cefàrea, per queffo effetto, il Vefeovo di Segna, con ordine di portar
feco ddegni reali di tutto il paefe, egli colla Ina prefeaza, e con vive
ragioni levò quel dubbio; onde gl'imperiali cominciarono poi a pretendere piò
grofla fomma, e dimandavano sborfo anticipato di joo. mila feum, lenza penfiero
forfè di fpendeme parte alcuna in fortiheaziune di quel conGne; non ponderando
effi che i Veneziani, febbene poffono ricever qualche comoditìt da que’
legnami, non hanno però piò che tanta neceffitò, perchi non mancano loro felve
che fomminiflrano materia fufficiente per le loro ordinarie, e flraordinarie
armate. £’ vero che la condotta de' remi, che ft ugliano principalmente
ne’bofchi d’Alpago, e di Cancerio, fi fa con dil^ndio, e con gravezza
de’fudditi, a' quali li aifparmierebbe volentieri quel travaglio; nel retto la
materia i inefaufla, tanto per remi, quanto per ogni altro bifogno di piò
numerofe armate: è però verifimile che anche per folo rilpetio della
fortificazione de’ luoghi tante volte nominati i Veneziani farebbono condefcefi
allo sborfo di qualche mediocre lumma a coojp di detti legnami, per interefle
proprio di veder ordinato in que'jconfini piò mimeroft, e gagliardi ritegni
contea i Barbari che penlaffitro mai per quella Brada d’infettar 1’ Italia,
come hanno fatto in altri tempi. \Ma il maggiore, e piò certo lérvizip, che fi
farebbe cavato da quell’ accordo, conullcva nell’ occupare la gente di quel
paefe nei taglio, e nella condotta ; che cosò ella fi lardffie avvezzata a
vivere delle lue fatiche, nè avrebbe avuta feufa, ohe la fame, e la neceffitò
fpingelfe in torlo • perchè que'bolèbi avrebbono data póftetua materia, non
folo di foltentarfi, ma anche di arricchirli; perchè, oltra i legnami opportuni
per le armate, fe ne làidlbBno tagliati infiniti per ogni altro bifogno di
fàbbriche; la comoditti portar le travi, e le tavole per mare verfo Venezia, o
agli oppolti lidi della Romagna, e della Marca, ove fono cariffirae, avrebbe
iltituito un traffico di molta ricchezza; ove ora i bofehi Hanno inutili, e la
gente oziolà ; elfendofi, perle caule accennate, dilmeffa già la pratica; ed
effendo infieme, come fi diffe di Copra, ritornati gli Ufcocchi alla vecchia
tana di Segna. In quelli due punti gli uomini prudenti, e pratici giudicavano
c& confilleffe la llabilità de gli accordi, e del ripofo. Però è molto da
temere che in breve tempo non fi rinnovino le miferie (febben farà Tempre in p
oter de’ Principi il rimediarvi) a 'maggior danno della Criflianità ; perchè
febben anche gli Ufcocchi s’ alleneffero per Tempre di non toccare le terre, i
Vafcelli, o i fudditi de’ Veneziani, nondimeno le continue fortite che fanno
verfo Obruazzo, Teme II, Aa ove •V pvt tcrmin* il canale della Morlapa, far^
fina lmente aprir gli occhi a’ Turchi, ^rr provvedere a’ fatti loro con un
cpnfiglio non diflkile da cfeguire, che ritornerà in notabii {iregiudizio, e
della Cafa d'Aullria, e d’altri; il quale non infegnerò gih io in quella parte,
ma egli era ben intcfo dal Rabatta ; che pereti fi mollrava rifoluto di
proibite che quel canale con barche armate non fi navigale pib oltre, che da
Se^a a Scrillà, accib l’ingordigia di picciola preda di pochi animali, o pochi
fchiavi, non Tenifié una vola a pagarli con amare lagrime, e colla perdita d’
infinite anime Crifiiane ; il che piaccia a Dio che non fegua, e che i Principi
CtiUiani cohofeano a tempo, e attendano a divertite i pericoli, acci^ ad altri
non relli campo di fcriveie pih dolorofe, e lagrimevoli Storie; dove qnella
finifee con un’ incera fperanaa di non ^ fondaa quicw; la quale piaccia a Sua
Divina Maeltk di rendere (labile colla Aia lana grazia, p terpreuzionc a cola
che li polTa ricever per buona; e fon licuro che, -leggendo quelli fncceffi,
ogn'uno fi c#tificheri che nei diiordini civili, noQ aliripemi che nei morbi
naturali, i rimqdj lenitivi, lcb|iÀ pare che di pRfen^ giovino, ènafpidlcono
nondimepo il male, e lo' rendano a 1 remp feguetlti più fiero, è atroce; e che,
quando coH'nfeldc'iwidi e appropriati rimedj, il male è guarito, conviene per
lungo tempo aver loipttto di recidiva, e governare il cor^, non meno il civile,
che il naturale f non colle regole de’lani, ma con quelle degl'infermi; e
Ibprattuito appa^rù chiaro, che' il buon'ordine in maceria fluttuante non può
elTcr incedono, le avA ì£ cura di proaurarlo thi dal dilofdinc cava profitto, E
per bene incamAinare la narrazione, mi i neccirarioriferiFe tutti infieme
gl'ntaieoli (iabilici tra il Rabat», -e il Palqnaligo, che'dall’Arcivclcoto
furono commemorati Iporlamcncc, acciò fi vegga in che, e guanto Intono
oRervaii, o inìmrediti; d'onde ebbero origine le qaeAte feguite. Conteneva
quell' accori»to lei capitoli, »• Che gli Ufcocchi non poteflcro' navigare, fe
non nel canale dell» Morlaca, tra Segna, e Serdfa, con altro nome detta
Carlobago. Che non poteflono accoftatfi all' Ifole della Repubblica, nè sbarcar
fopra i territori di quella, Che a gl’ altri luddiii Aollriaci folTe Ubera la
navigazione con VafelU difarmati, e il commerzio per tutto aperto, come per
l’innanzi. Che non foficro riconofciuii, paflàndo innanzi il Forte di San Marer
cuardia, col fcguitarli, 'ioapodivano loro f efecoaióné de'dilegni, avevano
però trovato un lociit modo di fatvar sé fteflì, e le barche .proprie, ion aver
far&> nel fbruio-'di ÉÌaicu^ un forame, il quale 'renevanotucato eoa una
grap fpina; e,vedth leo le pcffiÉie, indi, po0ato il pericolo, ricuperavano le
barche» Il Denaro, che im quei tempi fu rimandato in Dalmazia Generale per
diveric prowifioni, vedendo ripullulare i troncati inconvenienti, fece tracrar
col Capitano di Segna, e fargli apertamente intendere che, ficcoerte concedeva
molto cortefemente il libero t&mfito alle barche per vtage mercanzie, cos\
non era per confemire che gli Ulcocchi [tranfiralfcro armari, come pareva che
s’aveflcro arrogala facoltà dì fare nc*cgh emergenti che nacquero da quefte
occorrenze, e come ebbero fine, non fa hilogno dirne di più; non avendo altra
conncflTione colle cofe degli Ulcocchi, fc non che efiì allora, come Cavalli
lenza freno, corlcro come per gradì et maggiori latrocini, eofi'cfb; fi diedero
prima a fvaligiare le Caravane de’Morlachi, che conducevano vettovaglie, t mercanzie
alle Città della Repubblica. Per miglior Comodo, fi ridncevano colle barche ne
i porti delia Repubblica, opportuni per Icvarfi di là, e andar al bditino ip
Narerfta, Obroazzo, c altri luoghi de’ Turchi : irw troduflero di corleft'iar
anche nel Canale di Cattare; cofa da loro non più tenrara, fervendoli* altresì
per forza dcllè barche de’ luddici Veneri per caricar ^l’animali, -e gli khkvi
predati nel parie de’Tuixhi fi fermavano nelle Ilole Venete a partir le prede,
c a dar rifeatto a’ prigioni con tanta libertà, e ardire, come le le operazioni
loro foflcro di Icrvizio alla Repubblica, c di benefizio a’iuddiii di lei, c ne
ntcritaflero commendazione. Aggianfero a 'ciò il levar le mercanzie, c t dinari
agli Ebrei, e à’Turchi naviganti per Venezia, e far prigioni anche le j«crlunc;
nè fedivano d’inferir qualche danno ancora lopra le Ilole di Pago, c d' Arbi.’
c acciò non rìmanelTc alcuno de capitoli accordati al quale non
contravvcnillero, ricettarono nel loro conlorzio i banditi Dalmatini, e i
fuggitivi di Galea ; onde il numero degli Ufcoccht crebbe grandemente; e i
nuovi aggiunti, o per dcGderio di vendetta, a per modrarfi non meno fcellerati,
lervivano a gl' altri d'incitamento a moltiplicar le olTele. Non racconterò in
particolare le rapine, e violenze in quefto tempo occorfe, cosi per effer
troppo in eran numero, come per non infallidire chi leggeri colla fimilitudine
degl’ accidenti ; il che oflerverò anche all' avvenire, fc non quand o qualche
fingolare qualità mi collringerh a farne particolar menzione ; e febben io fo
thè le leggi della Storia ricercherebbono che folTero tralafciati molti de i
particolari che fono per narrare, e che i narrati anche folTero più
fuccintamente riferiti, per non caufare fazieth, e tedio; con tutto ciò
fcrivendo io non per la poderitù, ma principalmente per notizia di quei che al
prefente defiderano minuta cognizione ancora per altri riIpetti, che pel frutto
che fi cava dalla lezione ;delle Storie, ho giudicato di dover trapanare i
termini dello Storico, e più rodo allargarmi a far T uffizio di chi informa in
controverfia giudiziale, affinchè ila pronunziata lineerà, e giuda fentenza. Le
tante temerità, e cos'i ingiuriofe, codrinfero Andrea Gabrielli, all'ora
Provveditor Generale in Dalmazia, a rimandare fuificiente cudodia in quelle
acque, per levar a'malandrini il comodo di corfeggiarc, con feguitarli dovunque
s’ incamminavano, e impedire T alfaltar barche in Mare, e lo sbarcar in qual fi
voglia luogo in terra: cofa che all’ ora a i ladri non fu difeara, valendolene
per pretedo di prevenire predo l' loro Principi, figurando loro di non effer
dati i primi ad’ offendere ; e qiierelandofi che folTero a corco perfeguicati,
e mal trattati, mentre andavano per li fatti loro fenza far danno ad' altri,
che a’ Turchi; e alcrivendo a necelTaria difefa, ovvero a giuda vendetta gli
fpogli, e le altre tngiurie inferite a i naviganti, e fudditi della Repubblica
in mare, e in terra. E per le confeffioni d' alcuni di loro, che pofeia
capitarono in mano de' Veneziani; fi ebbe per cofa ceru, che defidetavano, e
proccuravano di edere non folo impediti, e feguitaii, ma ancora provocati con
qualche afsalto, per poter con più gindificato colore impetrarne da i loro
Principi licenza, e darli liberamente a faziare le ingordifiime voglie in qualunque
modo. Nè è da tralafciar di dire che alcuni Pugliefi colla iiberth del tranlito
incrcdulsero di andar a Segna per comperare la cole predace, c a quedi
vendevano i Morlachi, e le Morlache Cridiane, predati nel paefe de'Turchi,
accertandoli che non erano battezzatti, de' quali era facu pubblica mercanzia,
come fe fofsero dati infedeli. Al principio di quede predazioni non è certo che
il Capitana predafse conlenfo efprefso; ma bensù, dappoiché Giovanni Vularco,
famofo capo degli Ulcocchi, ritornato da una gro^ preda infieme con Pietro
Rofantich, gli donarono 1500. Tolleri, e un Cavallo di prezzo, fornito, fi
moltiò aperto protettore del corfo. Mandò in qualunque ufeita generale un fuo
famigliare infieme con loro alla preda, al ritorno participando la fua porzione
del bottino: e pafsò tanto innanzi, che fi mife egli defso capo nella compagnia
loto: la qual cofa anche un giorno gli ebbe a fucceder male; perchè, avendo
congregati non folo gli Ulcocchi di Segna, ma tutti quelli del Vinadoli, e aven
Digilized by Google I9^ S’ TORI A e avendoli fatti fcorrete nella I.icca, non
foto reflò defraudato del difegno, ma gli convenne anche fuggire con qualche
pericolo,- perchè i Turchi, avvifati, lo perfeguitarono; altri coriero ad
alTaltar Segna, la(ciata lenza guardia fuflìcienre, che con difficolih fi
difefe. Di tante ingiurie, e inlolenze a’ tempi opportuni furono dall’
AmbaIciadore della Repubblica fatti lamenti alla Cone Imperiale, e furono
riportale fempre gran dimollrazioni dall' Imperadore, e da quei MiniUri, di léntirne
difpiacere, e promelse di rimedj.- ma efsendo occorfa nel idoj. la prefa di una
Fregata della Brezza nel Porto Cigalz, fopra la quale erano diverfi Mercanti
con alcuni groppi di Zecchini, e altra buona quantità nelle borie, e flati
Ivaligiati tutti con mal trattamen- gralirt fmontati alfaltarono Scardona,
Città de' Turchi, c riulci loro lenza alcuna difficoltli I’ imprefa, avendovi
trovata quella gente lenza nefiuna guardia; e uccifi quelli che, eccitati, fi
oppolero, depredarono la terra, fecero grolTo bottino di merci, e robe, e
prefero 300. Ichiavi, e accelo il fuoco nelle cafe da piò parti, partirono, e
all'aurora predo arrivarono al Canale,- e quello jiatTaro colle barche proprie,
e con quelle dc’Sebcnzani, ( le quali poi adoperate forarono, e milero a fondo)
inviati per terra quelli che non capivano nelle barche molto caricate, gli
altri per mare fe ne ritornarono colla preda. I Turchi imputarono i Sebenzatii
per complici, e fecero querele a Collantinopoli; perlochè fu anche mandato un
CiTiaus, e con molte difficoltà la cola fi pofe in negozio; c con maggior
opera, e fatica, e fon lunghezza di tempo fu fatto conolcere che gli
b'cardonefi, per la loro negligenza in guardarfi, furono principaliOima caufa
del danno; « che i Sel^Dzani non ebbero alcuna parte. Gl'Ufcocchi, e i Minidri
Audriaci difendono queda forte di azioni con dire che i Turchi fono nemici
della religione Cridiana, e de’ loro Principi, e giudamente polTono offenderli,
nè con ragione da altri poffono effere impediti; e fi lamentano che fieno
impediti da' Veneziani. Ma elfi dall’altra parte rifpondono, che non appartiene
in alcun conto loro attendere, o doleifi, le i Turchi fono danneggiati da'
nemici loro: e ficcome non attendono a quello che facciano i Perfiani, ovvero
gli Ungheri centra i Turchi, cos'i non attenderebbono a quello che gli Ufcocchi
tentaffero dove co' Turchi confinano : ma quello che loro tocca, e che loro
importa, è il tranfito pff^li loro territori, o pct le loro acque; non tanto
perchè cos'i vieiM jioiata la giurildizione, quanto perchè i Turchi pretendono
di elfer rifatti, come queda volta ; ovvero pij;liano di fatto il rifacimento
fopra i Ridditi Veneti, come in altri tempi è avvenuto; imputando loro che
tengano mano, 0 fieno complici, o almeno che fieno tenuti ad ovviare, e nonlo
facciano. Se vi e tanto zelo di religione, c di perfeguitar i nemici della
fede, vadano per li loro confini, che fono larghi, e fpazioC, e là efercitino
il loro zelo, e va ore. Che, per offendere i nemici della fede, entrar
violentemente in cala dell'amico, violarla, e metter le cole di quello in
pericolo, e in danno, non è uffizio, ma pretcflo di religione, contrario g i
fanti precetti di queda. Il Ba Digitized by Google di Pifino per li»
lìcdrciaii, promife con lue lettere al Genera! iRTo che avtehbe ifancenuca la
fua roldaéelca in difciplifia, fìcdKc ncfIbno avrebbe occafibne di querelarli.
Diedè -principifi ili’ informazlonè per mandar alla CArce, e delle cofe predate
ricijperb tre mila 'zecchini dc'gropii, perchè quelli erano capitali in ftunò
de' priocipali' ^r qdellh 'dhe Tbccava la robe',* ficcoma per li tempi palTati
11' mandaf per informazione ilon pdrrorl Inai ahrd efrecn>,~fe non
tfllazione', accioccU il rubbaro poteffe eflTer trafugato con comoAj; e TIldfi,
per non fSV la rHRtiizione, ne facelTero parte a chi poteflé'prdl^crli; cds’i
nelTocc*finne preftnte refe la ricoperzzSsne impoflibile. Imped'i il Baronè
agli Ufebethi Pufeir allS peda; e ^1 tempó'di fei raefi, che dimorò in Segòa,
le cofe panarono afiài Quiete Parti all’ improwflb pr Spagna, per la ’lffórte
di un fuo -fratello, e lalc^ le trfè in cdhMone; e de 1 tre mila ‘zecchini
de’groppì Hcòperari non li lepp mai che cofa ivvenilTe. Von Mterono i
pdroni'Vitrame parte alcuna, quantunque, ajutati dagli nmaj de’Minilirr della
RepaWiea, JafèlRro continuate iHanze in Se^af e aXìratt pef rtlHtuzfShe jdeW Ih
line, ftanchi, non tornardfr piò loro il cifnlò di profeguire, ihbandonarom 1è
loro ragioni. Fu un’ arcano ufato in tutti i tefpi da chi comanda agli
Ufcoccnl^ di deibdere gli uffizj de" Minillri * della Repubblica, e If
private iltanze', llancaido gf in tereffati colle diUèfimi, e nhtrehdo 1
pubblici MiniDri di fpranze d*^tera rèWruzIonc dei tolto, e galligo
de’ifelinquenti, fili tanl tq che, fitccedehdo uh altro rubbamento, e dopo
Quello un’altro, il parlare de’liiècelli frefcfii faccia porre prima in
lilenzto, e poi in obblivione i primi. e fi può ftire generalmente che fempre
hanno pollo in fiknzio, e coperto ogni 'fiìblnmenro con un'altro nuovo. Per la
partenza del Barone, gli Ufcocchi, reflati liberi, fi avanzarono nelle
iniblenze con dtqni di ‘tutti i generi di fopi^ raccontati ; e intraprefero -di
più tih tentativo chO ne'feguenti tempi ogn’anno tentarono di metter ih
effciro. E’ pollo in ufo che da "Venezia parte una Ga. le,!, che chiamano
della mercanzia, per Dalmazia, donde leva le merci che fono portate aquella
fotta.’ Gii Ufixcbhi penfanno che, venendo loro iicto di poterla una volta
fpoglldfe, foiebbe (lato un' grofiìlfimo boKìno per loro, c gran fervizio
a’Ioto Governatori, fe quel commerziO' foffe ftatn'- imcirotto ; però ile’
tempi dell'andata, e del 'iitomq maraviglia è quante. infidie*s'ingegnarono''di
porle; ma non hanno mai potuto colòrir il difegnb, perche h Galea, per fila
ficureiza, fempre i fiata da Galee, o barche armate accompagnata ; ma
quantunque la mi andaflè fallace, ^on rdlavano di (jdiptrè in altro, Icbben non
di tanto fratto, perdiè,- mentre fi attendeva alla cullòdia ’ della Calcai,
conveniva in qualche luogo rallentare l^'guardie; e reftava qualche parte del
mare non cullodita, e loto aperto il luogo datwtcr far de'mali pari a i
loprannominati.- A queili Igginnferu apprefliptn nuovo, e lirano ufo di
violenza dove era ^nalche figliuola da marito di buon parentado neU’Ifole, 0
Terre marittime (tf -Dalmazia; andati improwifamente,‘o di notte, o in ^Itfi
tempi più opportuni, con inforzar lecafe,Ia rapivano in matrimonio di alcuno di
loro; e poi co’congiuuti .(che al male palfato non potevano rimediar^’)
iratiando {bee, e feofando il fatloj pròecuravano d’ indurli a ficonoftérli
per. parenti, e favorire le cofe Tomo li. Bb z loto loro eoa intelligenze,
zvyifi, e zltri zjaii- Pochi ne poteyzno periiiadcrc, |>er le gran pene
cb'cleguiva la giullizia contri chi era trovato aver parte con lofi; ma citi
contra qoclli che liculàvano oftilmentc procedendo, valendoli di preteOo della
dote della moglie, tenevano in continua venazione le perlbne, c gli averi loro
fin tanto che lioflcco eoodotii a mileria efttcma. Alle violenze, arrapine
ovviava,Giam • Battifia Conntii^, Generale Veneto, guanto «jr’foflibile a chi
non voleva ulare i mezzi proprj di alidar a i nidi dp’iadroni, per non
difpiacer a' Principi confinanti; ma Iblo* difendere le cole proprie: il che
riufeiva difficile, avendo a guaruna Riviera di joo. miglia con unte Itole, e
fcogli, cooira gente ardita, veloce, e temeraria, che, fingendo andare in un
luogo, paflàva ad nn altro, e con ellrema preftezza fi Ipcdiva da quello, c
ririravaC in licuro. Occorfe nel (idod. che, ritrovandoli .nel porto di
Veftria, rreCò a Rovigno in Ifiria, una Fregata Catearina, la quale portava
Icttere del Principe, c. lei mila ducati di danari pubblici, e altra fomma ge'
privati di circa quatira mila, con mercanzie, e robe di valore, te barche di
quelli fccilcraii raffidtarono, e In lQ|p>gÌiorona di tutte le robe, e de'
danari j, e, quello che peggio di luitoifu, afponate k pubhliche Iettare, e
partendo di li, con maggior crudeltà Ihccheggiarano altri navilj ritrovati in
altri porti della Rcpubhbca, levando a' ^danti,,o a' Marinai ic camicie, e le
fearpe; e 1 capi, dopo aver prefo per sd (Icifi una grofià porzione della
preda, il rimanente del botiino divife, IO in i$o., che tanto era il numero. 11
Coniarini, che fin allora fi era contentato di ftar loia alla difela, ed
impedire ilenuiivi, cqnofcendo che per tal via era impolfibile conseguirne il
fine, vedendo giornalmen. te crefccrc gl’ inconvenienti, coofidcniado il danno
per la preti della Fregata, e, quc|ia che più filmava, il pubblico altronio per
le lettere interceite, giudicò neceifario lerrar i palli a Fiume, Bttcari, e
Segna, e impedire rufdca, e andata di ogni t>ru di valceUb a quei luoghi,
acciò quegli abitanti folfero cofiretti a defiftere dal ricettare, e fitvoriK i
predoni, ovvero trovar modo di conrenerli m uffizio. la fola perle, dizione
de'ladroni nel mzre non può aver rimerò cilctto di reprimerli; imperocché,
riduceqtlofi elfi, per dividere le prede, fono là monta, gna della Morlaca,
fito fortifiimo, e molto comodo, per la moUipUciib dclté valli, e. de' porci, e
per la proffimiib dcircmiiunae, d'onde colle ^ardie fcuoprono da lontano,
ktuvano la maggior parte de' pericolì. Per tanto i Veneziani, ammaeftrati dall'
efpcrìenza, hanno fiabilica una mafiima, che fia di poco frutto, cosi il
pcrfeguitarli, come impedir loro l'ufcua; ma folo giovi l' impedire il ricetto
che hanno |nellc terre, fon gafligarle, levando loro il commerzio. I^r quella
caiÀ il Generale pybhlicò un leverò bandAv ohe nefiqno de j fumiti poteffic
avere commerzio con quelle terre; e neffun Vafcello di qualunque luogo vi fi
potelTe aaA^are; e per aggiunger la forza a' precetti, accreboc il numero delle
bapchp frmaie ; a&ldaia molta gente Albancfe, chiamò altre Galee, e fece
cosi potente annata, ^che fuor della fua inlenzione diede gelofia agli
Arciducali di aver animo di efpugnar le Fortezze, Per quello timore Gian Jacopo
de Leo, Vice-capitano (che il Capù rane Francol era allèntc) per, nome proprio,
e della Citth, fi purgò con lettere predò al Ceotarini, mollrando dirpiacere di
quello che alcuni pochi ribaldi centra il voler fuo, e della Ciiih, avevano
operato; o&rendo foddisfazinne.- e il Baron di Khisii, Gcncnl di Crovazia,
calò a Segna in diligenza, per rimedinte : fubito fece imprigionar quattro, i ^
calpevoli, e con léveri bandi et diede a ricuperar quanto poteva del bottino,
fiteendo intendere al Contarini di aver ricuperata gran parte de' danari, e
delle robe; e che attenderebbe alla ricuperazione del rimanente ; che darebbe
il gaftigo a' colpevoli ; reftituireìdie i danari pubblici a ehi folTe mandato
per riceverli; e i privati a' padroni che andalTcro con iuficienii
giultificaziooi : léce ìmjMCcare un Albanefe, e uno di Segna, i due più
colpevoli de' quattro prigioni. Al Segretario del General Veneto, che a tal
efictto fu mandato a Segna, rellitu'i 7500. ducati, e la porzione di robe
allora ricuperate, oiTerendoli di ricuperare il rimanente; che quanto a' danari
non arrivava a 3000. ducati; rellando però ancora buona quantità di roba ; il
che per eSèttuare', fece intendete a 150. che s' erano ritirati, che perdonerebbe
loro, tellicuendo cufcuoo compitainente la parte toccata toro ; avvertendoli
che lenza quello non av^bbono trovato perdono ’, e f ece pubblicar un fevero
bando da tutti gli Sud di S. M., e di S. A. in pena della vita, e con taglia
contea lèi aifentad de' molto colpevoli, ordtnando cheli differilTe a procedere
contea gl’ altri, fe però refiituHTero, Ciò fatto, il Baron ricercò per
corrifpondenza la rilaflàzione delle barche trattenute, la livoeazionc de’bAidi
pubblicati, e la liberazione del commerzio. Il Contarini, quantunque teneflè
per impoflibile, più tolto che diAcile, che dopo 1' aOédio levato lì dovcBe
parlar più di ricuperar il rimanente, reputò nondimeno di dover contenmrfi
della promeflà; foggiuogendo che ferebbe reltato laddisbcto, quando gli foBno
coiifesnati i due prigioni intervennti nel mitfatto, che orano ludditi Ve. neti
banditi; e folientava la fua dimanda, per efler loro flato dato ri. certo
contea i Capimli eoncordad col Rabatta. II Baron non-poteva fentir a parlare di
quello. Diceva che il ferlo era cola da sbirro ; ohe pretendeva r accordo in
quella parte nullo ; riprendeva il Rabatta, che in ciò non fi foflè portato da
Cfavalicie : e replicando le iflanze il Contarmi, ed egli le teufe, i
Cittadini, anfiofi per aver il commerzio Kliero, fecero iflanze cflìcaciflime,
acciocchò per due fcellerati canti aferi noti patilTero ; e quei di Bucati, e
di Fiume, intendendo la difficoltà, mandarono i principali de’ loro ad unire le
preghiere cogl’ altri. Il Barone, prclQ un partito, di fare la giufliaia, e
infieme di loddistàre sè fleflò, clevar il modo al Contarini di far maggiori
iflanze, una 'mattina, nella quale fi afpeitava il Segretario Veneto, innanzi
la fua venuta fece atuccar amendne ad una forca. Non piacque al Contarini rdfer
defraudato della fila iflanza, la quale repuuva giufta, e neccITaria, -per
contener i fuoi in uffizio; tuttavia, non eflendo alcun rimedio a colà làia,
mollrò di contentarli. Fu dì nuovo confermalo da ambe le parti che farebbono
fermati i Capitoli concordati dol Rabatta ; c promife il Barone che innanzi la
fua panenza avrebbe lafciaii ali comandamenti, e ordini dì procedere col rigor
della giuAizia, che più non fi feniirebhono inconvenienti. Quello fuocefib
lUede maggior Iperanza di vederi nerpetuau la quipte, che l’opOTto dal Rabatta;
perchè, edendo queffli flato uccdiP, pareva che gli oiduti da lui polli
reflaflero fenza protettore, e che quell' el'empio dovclTa ipaventar ognuno
mandato per p{ov vedere. Ma rcflando m vita, e nel carioo lòtto la. fede ad abboccarli
eoa loro, conduccndo leco i prigioni; dove, avendo loro dato rilcaiio per
quello che poterono avere, fiabilirono una fer«ni0ima amicizia co* Torchi,
avendo mangiato, e bevuto con loro, e fatte aliegreize, e fefle lolcnniUime per
la riconciliazipneé-il Il Radich alla Corte Cclarea avendo inoltrato, elfcr’
impoffibtle che gli Uioocc|ii^reflairero in Segna lenza le prede, quando loro
non' folTc dato ahro.modo di vivere, e mameneiTi; e avendo ritrovato
ncllTinpcradore, non maniunientodi volontà^ ma di forza per poter far
aflcgnamenio pervie paghe, fu|^licò che gli folTero cence^Ko k eonthbuuoni che
da molti Yiikiggi de MorUchi di quel pack tnaù rifeo^ dal Gecerale 41 Crovam;
modrando non eire(e neod&ria la fopraimqntkRza di querGéoem fcv. le, che
con quegli alfcgnamenti li faceva ricchiHìnio fenza predar alcun lervizio a Sua
Maefth ; ma che quelle con )wca cofa apprcITo làrcbbono badate per pagare la
Guarnigione dì Segna, e per mantener un Capitano (opra tutto il paefe : al che
fu predato orecchio dal Configlio Cefareo, e trovato buono di alTegnare le
contribuzioni al pagamento della milizia : dì che il Radich fu molto contento,
fperando di cavare dagli affegnamenti tanto utile, che fi potelTe fodentar il
prefidio. E oiienute diverfe efenzioni per tutto quello che portadèro fuori, o
dentro della regione, parti molto foddisfatto, con deliberazione di far ogni
sforza, per racquidare la grazia della Repubblica; avendolo per cofa facile,
quando fode adìcurata di non fentire moledìc da quella gente; difegnando, tralafciato
il corfo, e accomodate le didcrenze, far ben i fatti Tuoi con mercanzie di
legnami, Quedo era certamente un ottimo, e perfetto penderò per benefizia di
tutti quegli abitanti, molto più riufctbìle, che l' introdurre negozio di
quella mercanzia tra’ Principi ; al quale, per li rifpetti, e fofpetti, è
impedibile trovare forma che non abbia infiniti contrarj; che tra privati
l'introdurlo non averebbe difficolti alcuna; s’incamminerebbe a poco a poco ; e
da sè dedb per le vie che gl’ accidenti giornalmente fomniinidralfero ; non vi
farebbe bifogno di Ipedizione di CommilTarj, n^ di altre lunghezze, e fpefe
fuperdue ma il mal codume di tjuegli abitanti, e la maggior dolcezza che porta
il viver di quello d’ altri più todo, che delle fatiche proprie, non lafciava
loro metter in efecuzione un canto buon penderò. Partito codui dalla Corte, e
rifaputafi la deliberazione Imperiale a Gratz, dal Generale di Crovazia fu podo
impedimento all’ eiccuzione del deliberato, perchè veniva levato un grand’
emolumento al carico di quel Generalato, che fi dava per rimeritare un
l'erviiorc di Sua Altezza; nè gli Ufeocchi di ciò fecero rifentimento, attefo
che, dfendo interrotta la trattazione delle tregue co’Turchi, per aver clli
dato titolo Regio a Valentino Umonaj in Ungheria; e per confeguenza cedata la
cauli della proibizione di predare, gli Uicocchi (tanto può la mala
inclinazione aggiunta ad una coniuetudìne pcrverfa ) ebbero più cara la liberti
de i foliti ladronecci, che 1’ alTegnamcnto delle paghe; onde ritornati all’ infame
corfo, e ad infedar la navigazione, e le Ilble, codrinfero i Veneziani a
prefeguitarli in mare, e a metter impedimenti all’ufcita loro. Dalle quali
provvifioni febben era prevenuta gran parte del male che lenza que’ rimedj
(irebbe fucceduta, non erano però luffi.' cienci di fare che i ladroni non
pizzicalTero le Ifole, e che qualche Vafcello non capitaffe loro in mano. Il
Generale Veneto, per ovviare interamente al male, fi voltò a inidi, dove fi
falvavano colla preda, e proibì il commerzio a tutte le terre Audriache dove fi
ricoveravano ; onde, riufeendo maggiore il danno de gl’altri abitanti, che de i
medefimi Uicocchi, concorrevano perciò continuamente in Gratz le querele, e le
efclamazioni de’ Citadini contro di loro, eleidanze, che finalmente una volta
folle daddovero rimediato in modo, che non patilfcro ogn’ anno un’ affedio : e
mentre a quella Corte moltipicarono i lamenti dei fudditi, quei Minidri
opportunamente ebbero indizio, che i principali Ùfcocchì, 0 difgudati per la
proibizione di non ufeir alla preda, ovvero intimoriti che non folfe rinnovata,
rifpetto al trattata di tregua, eh’ erg LOO ch’era rimenb in negozio; o per
loro maligna, t inquieta natura, avevano contratta qualche i'egreca
intelligenza coi Turchi, e iemintvano pernizion, e fcdizioG concetti negli
Ufcocchi minuti: per le quali cau« le unite inficmc fu deliberato in quel
Configlio di mandare CommUTarj di tutta la Crovazia Lodovico Baron Diatriliain,
e Giorgio Andrea Khazian; i quali, fatta inquifizione de’ colpevoli, c ritrovato
vero più Jore di quattro mila ducati, fi ritirarono in Campagna prelTo a Segna,
dove divifero la preda; e le loro donne, ufeite di Segna, come per an» «Ur a
veder i mariti, e parenti, la portarono in quella Città. Quei di Segna, per
timore che il commerzio non folte loro levato, mandarono a far lamenti di
quello fatto con Gian* Jacopo Zane, Generale, che poco innanzi era luccelTo al
Contarini, e a mofirar d' cirer in quello lenza colpa; poic^^ t malfattori
erano banditi, e ribelli. Dallaltra par» te Rimavano i Veneziani quelli tutti
artifici; anzi avevano qualche dubbio che i bamii tufferò finti; poiché
permettevano che le donne abitaflero io Segna, e i Fuorukiti praiicaficro
vicino alla Città, ^ forte anche dciiiro occultamente; e fe non davano ricetto
a’ Predatori, lo davano nondimeno alle prede : però giudicò il Generale che
l’aver ricevuto le donne colla preda folse cai^ fuBìciente per rilentirfi
centra di loro. Foie l’armata in guardia alle bocche di Segna, che dava loro
grand'incomodità; dal che nafeendo mancamento di vettovaglie, gridarono centra
gl’ Ulcocchi, e vennero anche alle mani i Cittadini co' glUtcocchi; e tra'
SegnaniJ, e Fiumani nacquero grandiilime difeorde, perché que(K pativano effi
ancora, e dicevaao «iiifr de’ Segnani. Il bilbgno fece ulcir furiivamenit in
una barca ad. Ufcocchi, i t^uali temen£> il Capitano di Segna che col far
nuovi danni foITcro caufa di far rillringere maggiamente la Cittb ; e avendo
avute comandamento di guardare che non fofféro fatti danni a i Turchi, acciò non
foHe dato impedimenm alla tregua, eh’ era tornata in trattazione ; fece Caper
alle barche de’ Veneziani che fi guardafleco ; onde gl’Ulcocchi furono
perfeguitati, e combattuti, e ne refiarono i(. morti, prigio-' ni, e 3.
falvati. Di ciò gli Ufcocchi entrarono in gran contefa col Capitano, il quale
fi feusò con dire di aveva avuto ordine dalla Corte di coc\ fare ; e che
qualunque volta ufeiranno lenza Ina licenza, lo farh intendere o con avvilì, o
con tiro d'aniglieria, ficchè non faranno ficuri. Il che fe fofle fiato
olTervato, era una via di fnidare i malvagi, 0 contenerli nei debiti termini.-
non feguì più efempio tale, o perchè i comandamenti foflero mandati per
apparenza; o perchè a i Minifiri bafiaife mofirare di dar loro efecuzione con
ofiervarÙ una volta, 0 quanto meno folTe poffibilc ; ' I Segnani, per liberarfi
totalmente dagl’ incomodi che fofienet-ario per l’impedito commeizio, vennero
in riloluzione di congregar quello che poterono avere del bottino, e far andar
a Segna Girolamo Barbo, Cittadino di Fola, per convenire con lui della
rellituzione. Il General Veneto fece rifolnzione di fiat a vedere fe quelle
dimoftrazioni erano reali, o pur de’foliti artifizj, per addormentare; e
l’evento dimolirò che tali erano; perchè al Barbo non fu renduta fe non una
poca pane di quello ch’era fiato tolto di fua ragione; quanto al rimanente
ricercavano tante ginftificazioni, che fi vedeva chiaro che non volevano far-
altro .- il che fece anche dubitare fe aveflero qualche intelligenza con
GiurilTa, fe ben bandito, la 1 1 1. ' Ma fe'i bandi fodero veri, o finti, non
fi può affermare.- certo è bene, che innanzi il fine di fei mefi dalla
pubblicazione d’eflì, Giuriffa', e Vulatee con tutta la compagnia furono
ricevuti in grazia dal GetKrale di Crovazia, e rimefli le colpe, ritornarono in
Segna ; e Giilrilla fu anche nel medefimo grado di comando. Ma non fi venne gih
ad alcun’effetto della rellituzione.- anzi a quei di Fola, alcuno delqoali andò
per ricuperar il fuo, rifpondevano di voler relhtuire a perfona pubblica ; fe il
Generale diceva di mandare per ricevere, rifpondevano effere neccITarie le
giufiificazioni de’ privati; anrochè i poveri Polani, fianchi, celfarono dalle
ifianze. . -u Stettero quieti gl’ Ufcocchi alcuni pochi mefi, edendo conchiufe
le tregue co’ Turchi, c pubblicate in Segna infierire con una proibizione in r
na della vita, che nedu'no andade a’ioro danni, nè ufeide per qual voglia caufa
in corfo per Mare, con ammonizione di contentarfi delle paghe; e a chi non
paredero badanti, o non bafiade l’animo di vivere fenza predare, fode libertk
di portirfi. Non fu alcuno di loro che reftade contento ; perchè, aOiiefetti a
vivere con abbondanza di bottini, fi conofeevano inabili a poterli foAenure,
malfime non feorrendj le paghe; ma, attefa la liberth conceda di partire, utM
parte di loto diede orecchie a perfona capitau a Segna, che trattava di
condurli al fcrvizio del Gran Duca di Tofeana. Un’altra parte, ch’era de’
foldati vecchi, a i qbali non piaceva mutar paefe, e ufeire di D.ilmazia, Temo
. Cc tratta ^o^ tniMrono di condurfi ^ liprvizÌ9 delU Repubblic*. Mandi rano
per ciì Viaccnzo Sp^derich o trattarne per nome loro col Generale, oiièrendolì
di fervile o nelle barche, 0 nell? tene, o tutti tenuti, odiviC, come (’
Principi lòde piaciitto ; ed cflcndo ftau oppolU loro la profeffione del corfo
tanto odiato dalla Repubblica, ritpofero cbiaraiDcnte |ch' erano andati in
corfo (piando chi loro comandava voleva che così £icedèro; e ch'emendo in
fervizio d’altro Signote che loro comandaliè il vivere quieto, e ftare ne’ loro
termini, ubbidirebbeno puntualmente. Si offerivano che, quando ben abitaflèro
divilì, avrebbono fatta licurtb 1’ uno per l'altro, e tutti per cialcuno di
qualunque male follé flato commeffot I-e parole certo erano molto belle, e
meriuvano che foffero loro aperte le orecchie,- ma le operazioni di chi le
urtava le chiudevano aJffatto ; e farebbe flato moltq femplicc chi avelfe
creduto che uomini, vifTuti Tempre fcellerati, in un momento potefleio farfi
buoni,- però il Generale non diede loro fperanza alcuna nò meno li lafciò in
difperazione, che non poteffero ai'pettare colla mutazione delle operazioni
qualche grazia, La condotta dal gran Duca fu maneggiata quali un’anno, della
quale qual foffe la conchiufione al fuo luogo fi diÀ afflìtti i fudditi della
Repubblica per U frequenza de’danni, c intimoriti per rafpcttazione de’
peggiori, indufTero Marc’ Antonio Veniero, Generale Veneto, ch’era lucceflo al
Zane, a farne querimonia col Capitano, che contra le promefTc tante volte
replicate, agii Ulcocchi foflc permeiTo il dannificarc i vicini ; c che i
proprj Governatori delle terre, in luogo di mortificare l’ardire loro, lo
fomentaiTero con permetter loro di fabbricar barche contra la promelTa, c
l'ordinazione dì Sua Macfl^. Qiìefli lamenti non riufeendo di alcun giovamento,
perchè il Capitano foddisfaceva Tempre colla medefima rilpolla, che non
iifcivano con lua laputa, ma contra gl’ ordini di Tua Altezza.* ehegli non
aveva forze per far loro impedimento, ma bensì che a(ipetriva 500. Alemanni per
regolare quella milizia, la quale confcUava ch'era trafcorla troppo, e pih che
mai che per lo paflaco. 11 Generale, certificato che tutte erano parole, c
lufinghc, ricorfe al folito rimedio dì otturare le bocche di Segna, e di altri
luoghi Audriaci. Un calo avvenne, che codrinlc gl’ Arciducali a porgere
rimedio; perchè VuUteo, ufeito di Segna con grofia mano d’ Ulcocchi, alTaltò un
Galeoncino partito d’Ancona, per pafTar a Raglili, carico di panni di feta, e
lana, di valore dì 15. mila feudi; la maggior parte roba di Crtdiani; la qual
tutta depredarono, fatti prigioni quattro Turchi, e quattro Ebrei che erano
(opra il Valcetlo; al rittiedio della qual cofa, pel f rave lamento del Nunzio
di Gracz, da quella Corte furono fpediti raimo Dìatridain, e Feliciano Rogato
Commiffar;; i quali, giunti, prefero informazione delle qualiù di cialcuno de
capi, e delle male operazioni commenb da alcuni anni fino allora, e ritolfcro
di tornar a Graiz, per dar conto del tutto, e trasferirii di nusvo a Segna con
forzc, per poter clcguire quello che giudicavano neccllàrio; avendo ordinato al
Capitano che fino al loro ritorno non latciafTe ufeir alcun Ufcoccho di Segna.
Fecero anche ridurre inficme tutte le barche da corfo, per mandarle a Fiume;
affinchè foffero in quella terra abbruciate. E’ fama, che all’ arrivo di quedi
Signori in Segna foHc loro prclcntato in dono una porzione della preda, c che
da effi foiìc riculata con mormorio dc’ladri, che l’alcrivcvano al voler
coftringerli, quando ritornati fofTcro, a farne loro parte maggiore; aggiimgcndo
effer co%\ avvenuto ne tempi pafTati ; e qualche volta aver convenuto donare
tutto il bottino. Non cosi predo furono i Commiflarj partiti, che gli Ufcocchi,
eccitata fedizione, contra la voiontk dei Capitano ( che dopo l’ aver tenuto le
porte tre giorni ferrate, fu codretto, temendo della Tua vita, o fingendo di
temere, ad aprirle) ulcirono di Segna, e andati a Fiume, levate violentemente
le barche ch’erano ridotte in terra, per c0cr abbruciate, c occupatene molte
altre dc’Dalmatinì, che fi trovarono in quel porto, fi pofero in mare ; c lenza
alcuna didinzione de luoghi depredarono nell’ldria il Territorio di Barbana ; c
poi rivolti veiv lo le Ifole, e fatti molti danni, in Bue diedero anche fupra
il paefe dc’Turchi : non riufeirono però loro profpcramcntc tutti i tentativi,
ficchc poceflcro gloriarli d’ aver piò avanzato, che perduto. Incontrarono a
cafo tre delle loro barche ben armate il Capitano di Golfo, dal quale lèguiti,
furono codretti a combattere, e morti buon numero di loro^ gl’ altri, dati in
terra, fi ùtvarono, abbandonare le barche turche, che furono abbnitiate; e
liberati quindici Vafcelli, che da loro erano flati arredati nelle acque di
Premoniore: un'altra bacca fu incontrata dagli Albanefì, c combattuta, dalla
quale fu rkuperan buona preda fatta fopra una Fregata de'Padrovicchi, Il
ritorno de' Commiffar; fi differì quafi un' anno ; durante l' affenza de'quali,
erano frequenti le ufeite degli Ufcocchi alla preda, e in groffo numero, fino
di 400. Con molte barche faceva dimodrazionc il Capitano, quando era nella
Ciitb, 0 il Tuo Vicecapitano, quando egli era fuori, di refidcre : ma non i
cola facile da perluadcre che refidclfcro daddovcro all'ufcita di quelli che al
ritorno ammettevano nella Cittb fcnxa difficolth alcuna : che le avedéro avuti
per contumaci quelli che lontra il loro volere ufeivano, con facilicb avrebbono
potuto tenerli fuori al ritorno; o almeno punirli nelle cafe, e nelle robe che
lafciavano nella Citib; ovvero far avvUare le guardie Veneziane, e in quella
maniera vendicare gli fprezzatori dell'ordine del Principe, e dell' autoritli
loro. In molte ulcitc di quel tempo non fecero prede di gran momento, per gl'
impedimenti che l'armata della Repubblica loro attraveriàva,' nè occorfero cafi
memorandi, falvo che uno ridicolofo, e due elemplari. Il primo fu, phe, avendo
prefb un valccUo da Lanciano carica per Venezia, penfando d'aver fatto graa
bottino, fi ritirarono predo 4 Segna, per dividerlo; e trovarono il carica
tutto di mele con molto numero di Icattole di manna, della quale, parte per
fdegno di eifer ingannati dalla Iperanza, e parte per appetito, credendo che
folfe confezione, ne dtvurarunu quantitli grande : il che inte fo dal loro
Medico in Segna, ebbe opinione di doverli avete tutti ammalati di fluflo : redò
nondimeno l'arte dclufa, e ncOun di loto ebbe pur minimo moto di ventre. Ma
degli accidenti confiderabiii uno fu, che, avendo prefa una Fregata, ed effeudo
dati lopraggiunti da tre Galee Veneziane, fi diedero alla fuga, e li ritirarono
verlo Buccari, terra del Conte di Sdrino, dove dalla Fortezza fn tirato un
pezzo di ficurczza alle Galee; di che quelle fidandofi, fmoniati, e gli
Ufcocchi fuggendo, le Galee ancora pofero foldati in terra; e non mefcolandofi
m conto alcuno quei 'della fortezza, redando folamente alla guardia delle fue
mura, furono combattuli, e uccifi parte de'ladri; il redo fi falvb con
difordinata fuga ne'bolchi; c dalle Galeefu condotta via la Fregata, e la barca
de' ladri col bottino, che però non eccedeva il valore di 400. ducati, e fu
venduto a' padroni. Se dalia Cittb di Segna, e dalle altre terre dove gli
Ufcocchi fono dati ricevuti, e lai vati, foffe dato ulaio quello jnedcfimo
debito, per edirjMakine de' ladronecci, che fu quella volta uiato da quei (li
Buccari, u male non avrebbe fatto pragreflb, ma farebbe da^ rimedialo nella fu»
origine. L'altro accidente fu, che, fatta un' ufciia generale, avendo penetrato
nella Licca, per rubbare, furono adaiiti da'Turchi, c Morlachi in gran numero;
e rimanendo uccifi molti di loro de' pih principali, e pili arditi, e numera
maggiere feriti, rellarono gl'aliri aldini molto, e con gran penfiero di
vendicarfi wr la morte de' compagni. Sarebbono lueceffi molti mali edetti, fc u
ritorno de'Commilfarj non avelie coftretti i Malandrini di peulare ad altro : i
quali Commeflàrj, giunti in Segna, avendo fan» impiccare ad un merlo del
Caltello Purilfa, uno de’ Capi molto infolonte, pofero tanto leriore, che molti
fi ritirarono fuori colle bmiglie, pane nelle altre terre del Vinadol, c i più
colpevoli alla monugna> Alcuni di cffi entrarono nel Callell o di Malvicino,
non guardato, con penfiero di fortificarn dentro, e tenerfi finché paflallé 1'
impeto della giullizia; né lo poterono elèguire, perchè in quell' illeflo tempo
pallando di Ci la Galea Morofina, gli alEtltò colla miliaia polla in terra; e
da mare eoa l'aniglicria, e li cofirioTe a ritirarfi alla montagna, efiendo
rellati morti alcuni di loro. Mandarono i Conamifiari oidinii, e bandi per
tutte le terre, che ao. nominaci da loto foliero prefi vivi, o morti. Quelli
principi diedero fperanza di qualche buona provvifione : ma durò poco, e non
ebbe efietti dillimili dagli occoifi altre volte. Imperocché i Commelsarj,
lalciaci feverì ordini, e proibiaùni del coriéggiare, e predare, e latta una
compofizione per l e paghe decorfe, con promefsa che in breve làrebbono fiati
mandaci i danari, e che per l' avvenire le paghe làrebbono fiate a' loro tempi
sborùte, partirono. Ma lenza riTpecto di quelle provvifioni, indi a poco tutti
gli Urcoechi tornarono in Segna, e a vivere lecondo rufato; c di paghe decorfe,
o correnti non fi parlò più ; ma al coriéggiare fi actefe, coma fe mai non
fofse fiata ratta proibizione; non Colo non vietandolo- il Capitano di Segna,
ma dando anche molti légni che vi acconfentifse : anzi la terra di Fiume col
Capitano Tuo non prefiava loro minori favo, ri, che Segna, ricettando le prede,
e fmaitendole di là per diverfi luoghi ; e pareva appunto che la provvifione
foibe lana momentanea di concerto; poiché, paniti i Commifsar;, le cofe
peggiorarono con danni maggiori del folicq a' naviganti, e agli abitatori delle
Ifole. MoU tiplicando le ingiurie, non falò 1' armata Veneta accrebbe [la
diligenza, per impedir quanto fi poteva i ladri, c perfeguitarli, quando
funivameme ulcivano ', ma il Veniero ancora ebbe in confidenzio. oc che,
conforme a quanto da’fiioi Ancecebori era fiato più volte fatto in fimili
occafioni, era necefsario levare il vivere a t luoghi dove fi ritrovavano, e
che li fomentavano : per lo che pubblicò nn bando, che neiruno de’ fudditi avellé
ardire di portar robe, vettovaglie, o merci, né di avere commerzio, trafiìco, o
pratica colle terre Arciducali, dw fono da Fianoaa nell' Ifliia fino incontro
allo filetto di Gliuba fafa il Canale della Moriaca; e ordinò che faflé
ritenuto ogni Vafcello che partilTe da quelle rive, o che cranfitaffe da luogo
a luogo, ovvero d' alcrondc folTe inviato a quelle terre. Per quelle prowifiom
reilavano impediti i ladroni dal fare tutto il male che in animo avevano; ma
non era che alcuno de i tentativi non riulcillé loro; imperocché il Maro è come
un Bofeo, impofilbile ad elTer cufiodito rotto, mafiime in quella tenone
abbondate di ante Ifole,. e feogU; né le bocche fono coti angufie, come I
difegni le Ggumno. L’ ofcuriià della notte ancora, e i tempi cattivi, c
bnrrafcofi, prefiano comodo di fcanlàre le guardie, aaaflime a chi Ila attenta,
come gUUfizicchi, ad afpettarli con pazioaza: nu bei) al certo ne fegui che a
molti nuli fu ovviato; c quei, che non fi poterono impedire, furono vendicati,
quanto le occafioni comporurono: e chi leggerò, che tante volte fieno fiati i
ladri peifeguiuti, e fia fiata loro impedita l'ufcita, e il commerzio alle
terre proibite, e infieme vedrà narrato che, con tutto ciò, fàcefléro grandi, c
freqoroti danni, pòn dovrò credere che fia eoa lepagnaiiza nda nar mio zoS SI T
O R I A razk>ne, ma che la condizione di quei tempi, e luoghi pm-taflc che
queflir rimcdj baftaflero per fminuire, non per oftirpare gi’ inoovenienti. Fra
gl' incontri in quefto tempo avvenuti uno dee efler narrato, per aver data
caula a molti inconvenienti feguiti poi, che al loro tempo faranno narrati. Le
barche Albaneh raggtunfero due degli Ufcocchi, e fi azzufTarono infieme; nè
potendo gli Ufcocchi Ibflenere il valore, e maggior numero degli Albanefi,
di^ero io terra, e abbandonarono le barche, e reftò in queffa zuffa prigione
Giorgio Miianficich, Capicanio del Caffeilo di Brigne, uomo fagace, e di
teguito; uno de i pih vecehi, e meglio apparentati Ufcocchi di Segna; il quale,
febtm, per gli innumerabili misfatti commeOì nel corJo, e per le molte ingiurie
inferite, era meritevole di mille morti, nondimeno per molti degni rifpetti fu
rifervato in vita, e lotto cullodia. Da quello uomo fopratcucto dcfiderolò di
liberti, e comoditi, ch'era confapevole di tutte le cofe più fcgrcte, s’ebbero
informazioni molto importanti per dilucidazione de’ dilegni e palTati, e
futuri; e la prigionia lùa fu a glt Ufcocchi ora freno, ora ipronc al far male;
imperocché, quando fperavano di poter con trattazione ricuperarla perfbna fua,
in buona parte lì contenet^no in uffìzio, e sì allenevano dalle ingiurie; e
quando la fperanza fi feemava, facevano alla peggio, acceft allo (degno, e alla
vendeKa. Ne* quattro anni precedenti non fu parlato degli Ufcocchi alla Corte
Cclarea, per caufa delle diffìcoitb che fi maneggiavano tra i Principi della
Cala di Aulirla, che non lafciavano dilccrnere con chi convenille trattare;
delle quali non è ncceflario al prelente propofito far relazione, poiché non
evvt perfona che tanto poco ne fappia, alla quale non fìa notiflìmo che T
importanza di quelle non permetteva che colla Maeltà Imperiale, o con alcuno de
gl' Arciduchi fi pronaovefle altro negozio : nè merto entrato l’anno del idii.
fi aprì congiuntura* di farlo: anzi’ che al contrario, elTendo nel principio
d’eflb hiccefib il tranfito a miglior vita deirimperador Rodolfo, per caufa del
qoale quei priacipi reliaioao molto più occupari nelle occoivcnao che quella
Corce^porfh in cOnleguenza ; vi era poca probabilità che per* più mefi avofiero
potuto prcliar orecchie ad altro negozio : perciò i Veneziani, non el^dovi
Ipcranza di rimedio per via di trattazione, tanto prik giudicarono Dcceisaria
quella dell' operazione. £ per la ilelsa caufa prelero anche animo ^KUfcocchi
di far H peggio, non temendo che potofsero, lecondo il lolito, andar Gommefrar)
ad impedir loro le ulcitc, ovvero ad alportar loro, come aitrt volte era
luccelso,' la maggior parte della preda : e per ordinarfi a far imprefa, e
fuperare gl' impedimenti oppolli da’ Veneziani, follecitmnente preparavano
materia in Fiume per la firuttura di molte barche; e diedero principio alla
fabbrica di una di grandezza inufitata, divulgando che Sua Altezza era fiata
concci» licenza di fabbricarne fei, (btm ^hrt pretefii afsai lontani dalla
verifimilitudine. Comunicato il oohfiglio infieme da quelli dr€egna ad altri di
Novi, Ledenizxe, e Brì^e, e prefi in compagnia alcuni fiKlditi Turchi, chiamati
Garpoti, ovolo Carpochéani, che, nuovamente partiti colle famiglie dal loro
paefe, invican dalla dolcécfea del vivere di latrocinj, Crino pafsatt ad abimr
in quella ^>Marinf; iiomhù allevati dalla fanciuUetza duramente, atti a i
fopportare ogni diiagio ; facili ad efporfi a qualiìvoglia manifeiìo pericolo,
e gran Iprezzatori della vita; fecero divcrfe uicìte. Nè le provvilìoni del
Generale Veneziano furono badami ad impedir loro in tutto» perchè, eflendo
molti ì pa(& da guardare, e t tempi molto contrarj al pocervifi fermar in
guardia, e elTi in coù groITo numero, che potevano tentar in un tempo AelTo
diverfi palTt, e con riioluzione, maflìme deGarpoci, di efporfi ad ogni
'pericolo; quello che un giorno loro non riufeiva, fuccedeva T altro; e T
impedimento che rifeontravano in im luogo, non lo trovavano nell' altro. Si
riducevano ora in uno, ora in un'altro de i porci Veneti, che trovavano non
eulloditi, come in quelle Ifole ve ne fono molti (dlirarj; di Ik partendofi a
far li bottini, paf-fando ora per lo drettodi Novegradi, ora per li territori
della Dalmazia cos'i all* im|>rovviro, che non potevano eflère prevenuti:
inferirono molti danni a -1 Turchi, e fudditi loro CriOiani, con rapir loro gli
animali; e, aiceli 1’ odinaztone che li conduceva, avrebbono fatte gran cole,
fe le nevi, che furono quell'anno altiflime, e gl’ impetuofìfnmi» e continui
venti boreali non avelTero combattuto centra di loro. Certa cofa è, che nella
feconda ufcica, quantunque fieno corpi atti, e afluefacti al patire. Tei di
loro redarono morti per li dilagi; e nel ritorno quaranta furono condotti cosi
dal freddo maltratuti, che poca fperanza avevano di ric^perarfi. Il maggior
bottino fu nell* apertura de* tem« pi, quando, fmomati in terra nella
giuhldizione di Selenico, od internatili in quella de' Turchi, depredarono la
terra di Gracevaz, uccid dieci Turchi, fktti molti prigioni, e carichi di robe,
conducendo ancora 400. animali grolTi, e aooo. minuti, parte per terra, e parte
pel Canale della Morlaca, ritomarono a Segna» Alle rapine aggìunfero in quedo
tempo un* altra offefa, che per tutti i luoghi dello Stato Veneto, dove
tranhtarono, c dovunque in quei de* Turchi fecero preda, lafciarono infieme
fama d* aver intelligenza co* Minidri Veneziani a* danni de* Turchi; facendo
correr voce che con loro confenfo, anzi convenzione contratta, erano ufeiti a
predare: e fomentando, e confermando la voce, modravano patenti falle col nome
loro con fìnti fìgillt, 0 fotiofcrizioni. Il che da* Turchi fu facilmente
creduto, cavandone argomento, per edere alcuni mefì prima, come fuol’ avvenire
tra’ confinanti, luccefle divcrfe prede, c rifacimenti fra le parti a quei confini,
per li quali anche s’ inlanguinarono gl* uni contra graltri, fenza però che i
pubblici Minidri de i Principi ne aveffero dato conlènfo; i quali, febb^n
fecero ogni sforzo, per reprimere ciafeuno de' fudditi loro, e riconciliarli;
non rinlcl però fenza diflicoltk, e col rimanere gl’ animi alterati, e pronti
ad eccitarfì per ogni minimo foljpetto. £ non tanto t Turchi, quanto anche il
numero maggiore degl’ Ulcocchi lo credeva, ingannati da t capi, i quali,
congregati nella pubblica Piazza di Segna in numero di circa mille, affermando
loro di avere parola da* Veneziani di andar liberamente a* danni de* Turchi per
Mare, cforundoli a corrifpondere verfo loro in corcefia; e portato in quel
luogo un Crocifìflb, fecero loro predar un folenne giuramento, di non offender
in parte alcuna i luoghi, e i fudditi Veneziani; nè meno in Mare i Turchi, e
gli Ebrei che fopra vafcellì Veneti tranfitaffero con mercanzie ; e di
perfeguitar i contrafìacicori, quantunque foffem congiunti di parentado, e con
ogni altro vincolo. £ ^ tutto ciò fecero A Dd iludio Z IO liudioramcntc andar
la nuova per la Licca, e per le altre regioni vici ne in modo, che anche il
Baisi di quei confini ne prefe Ibfpetto, e ne fece acerbe querele col Generale
Veneto con elprcffionc di concetti molto rifentiti; e ne diede conto alla Porta
in Collantinopoli. Per le congiunture di quei tempi, quando era incerto dove
fofiero per voltarfi quell'anno le arme de'Turchi, a i Veneziani pareva di
dover tenere grandilTimo conto di quelli tentativi ; (limando la fama
diffeminata, le falle patenti, e il finto giuramento, elfer inviati tutti ad un
medefimo fine di provocare farmi dei Turchi contra la Repubblica; e fi
perfuadevano che gli Ufcocchi, nè foli, nè principali follerò autori di quei
configli, perchè il giuramento pubblico in Piazza, la fabbrica delle barche a
Fiume, patrimonio di Sua Altezza, facevano palefe che il primo moto proveniva
da chi aveva il governo in mano ; maflime per la fama fparfa, che tra gl'
arcani de’ configli de' Miiiillri Aullriaci una maflima folle (labilità, di far
ogni cofa, per inviluppare la Repubblica in guerra co’Turchi, per quei fini che
ad ogn’ uno poflono clser molto ben noti. Ma gli Ufcocchi, fidatili che quelle
apparenze ingannafsero i' Dalmaiini, e che da loro non dovefsero aver alcun
impedimento, anzi diverlì favori, fecero come una ferma dazione ne i contorni
d' Almilfa, di l!i frequentemente palfando a’ danni dei Turchi. Quelli avendo
mandato prima a protcllarc a gli Almilfani vendetta, e danni fopra le vigne,
terreni, cale, e anime loro, non tralafciando la prima occafione che fi porfe
loro innanzi, prefero per ragione di rapprelàglia nella terra loro di Macarfea
do. fudditi Veneti, andati fa per negozj della Brazza, Lefina, Almilfa, e Pago;
laonde in fine avvenne .quello che più volte anche era accaduto nei palTati
tempi, che il danno lellò, non a gf infedeli inferito, ma (òpra i Cridiani
caduto. Partorì nondimeno quello di buono, che, giunti i comandamenti venuti da
Codantinopoli, fi compofero interamente le differenze tra' confinanti : e gli
Ufcocchi, Vedendo di non poter più peniate che i fudditi Veneti li unilfero con
loro, nè fi rompelfe la guerra tra la Repubblica, e i Turchi, depofero la
jnafchera; e, non odante il folenne giuramento, corfeggiando intorno all' nòie,
Ipogliarono una barca che da Venezia conduceva mercanzia per la fiera di
Cherfo, e un Grippo Ragufeo carico per Venezia di merci di ragione d' alcuni
Armeni Cridiani ; a parte de^quali tagliarono la teda, e fecero altri prigioni;
e ridotiifi con 14. barche all'Ifola di Onia, prima che Agodino Canale,
luccelfo Generale in luogo del Veniero, avvifato, potelTe mandare per
ifcacciarli, fpogliarono tutte le barche de’ viandanti, eziandio quelle dove
non era da fare preda, fef non di vedimemi, e drumenti da navigare, non
perdonando a'pefcatori, e Uomini dell'Ifole, che per loro affari tranfitavano.
Scacciati di lù, e ora in uno, ora in un’altro luogo ritirati, non celfavano
dalle moledie', le quali lungo, c tediolb larebbe raccontare: ficcomc, per la
deffa caufa, è bene tralafciar di dire come, feguiti, più volte furoiv)
codretli ad abbandonar la preda, e le barche, e falvarfi ne’ bofehi con
difficoltli', e altri ribaldi ancora fono nome loro non mancavano di comjnetter
ogni fona di fcelleraggine. Un certo Giovanni Uibich, nativo di Gliuba, commife
in quei giorni in territorio della Repubblica un’importante, e violentinijna
latrocinio con diverfe male qualità*,: peclocbè il I&OVVC Provveditor
Generale giudici neccBario di averlo in mano; e intendendo ch'era nelia viila
di Artina, appartenente a Gliuba, mandi a quella il Govemator Paolo Gbini con
loo. Aibanefi per prenderlo, come gli fuccefle. Ma mentre perfeguitava quello,
vedendo un altro fuggire, giudicando qualche male di lui, lo fece feguire, e
fermare. Quelli notifici al Governatore d' eflcre Uicocco, e che con lui erano
nella terra llefsa cinque altri Ufcocchi. Il Governatore, avendoli per
complici, deliberi di pigliarli; ma elTi, ritiratifi in certe cafe, in iito
avvantaggiofo, lì prepararono a combattere. Il Governatore, che poteva o col
fuoco farli ufeire, o alTaltandoli con numero unto maggiore, eollringerli,
perdonando ailc abitazioni, e al fangue loro, o per qual fi voglia altra cauta,
gli accetti con quella condizione, che non riceverehbono offelà; e fe il
Provveditore non avefse approvata la fua promefsa, gli avrebbe ritornati nel
luogo ficfso, e nello llefso flato, per combatterli. Il Provveditore fece
efeguir quello ch’era di giullizia contra il Libieh. Quanto a i cinque
Ulcocchi, nè approvi, ni riprovi la promefsa del Governatore, ma diifer'i la
Tifpolla'^ e ordinò che frattanto fufsero cu-, floditi. Per quello ac'id.itiv
.citarono quel tU multo efacerbati e feb ben da loro erano fiati ufati per lo
innanzi tutti gli artilizj, c fatte promefse, per liberar il Milanficich, e
riporuta tempre o poca fperanza, o la negativa; aggiungendo quello alla prefe
de’ cinque, mandarono a far ifianza per la rilalsazione di tutti fei,* e mifero
in opera il Vicecapitano di Leo, e i Giudici della Cittb per Intercefsori, a’qtiali
non fu nè data, nè levata la f^ranza ; fu folo uu intenzione di dovervi far
confiderazione, e gratificare dove fofse fiato conveniente. Ma gli Ufcocchi,
non definendo per tanto dalle rapine, e da i latrocinj, fe erano impediti loro
i grolTi bottini, non s'allenevano da i leggieri, e dal moltiplicare Pofiefe,
che, non porundo loro militi confidcrabile, caufava. no fofpctti di difegni piò
dd folico pemiziofi. Quelli movevano il Canale a continuare con piò diligenza
ne’rimedj, conducendo numero maggiore di foldati, e accrefeendo l’ armata de'
Vafcelii con rinforzo di gente ; onde le terre, elsendo ferrate gii piò raefi,
fenza commerzio, e con ftrettezza di vivere, allora maggiormente riftrerte,
refiarono quali private totalmente. Mandarono perciò aH’Arciduca a
rapprefentare i loro patimenti, a far cl'clamazioni, amplificandoli piò del
vero, e richie. dendo protezione, e follevamento. Era in quello tempo
felicemente fucceduta la nuova elezione di Re de' Romani; onde l’Arciduca,
follevato da quel grave penlìero, porfe orecchie ai lamenti de’fuoi piò volte
replicati. Pensò prima dimandarcome altre volte, Commifsarj a Segna, che
facefsero qualche dimofirazione, e ponefsero qualche freno, tenendo che,
ficcomc per lo pafsato, allora fimilmente da’Veneziani gli farebbe corrifpofio.
Ma da’ fuoì fu fconfigliato, acciò non parefse che, cofiretto, per timor delle
forze loro, facefse la provvifione ; laonde prefe partito di mandar a Venezia
Stefano della Rovere, Capitano di Fiume; il quale fpedito, mentre faceva il fuo
viaggio, quantunque fofse di mezza fiate, una tempellofa, e grave fortuna apri
l’adito agli Ufcocchi di ufeire con i6, barche, e con rifoluzione di cfporfi ad
ogni pericolo, non folo per bottinare tanTima li. Dd I to, che ila tP, che fi
rifaccfsero del perduto per grirapedimenti pafsati; ma anco, ra per prendere
qualche perfona infigne, col rifeatto della quale pocef. fero aver alcuno de’
prigioni. Loro fu dato in ifpia che Girolamo Mo. lino in una Fregata ritornava
da Cataro, dove era fiato Rettore di quella Citth. Furono allegri lòprammodo,
cosi per l’occafione del bottino delle robe, come per la perfona, penfaudo di
dovere certamente riavere il Milanficicb, e tutti gl’ altri uol cambio di un
Magifirato Veneto, Volarono per la via dove furono indrizzati; rifeontrarono la
Fregata, e l’afialirono, Non vi trovarono altro, che le robe, elfendo il
Provveditore per buona fortuna prima fraonuto in terra, NelTuna cofa affligge
più l’animo, che il vederfi defraudata d’una fperanza tenuta per certa, Quei
ribaldi tanto certamente credevano di dover far prigione quel perfonaggio, che,
non avendola travato, pareva loro che piit torto folTe lor fuggito, che non
dato loro in mano, E tanto fu l’aidore d’ aver nelle mani un pubblica Minifiro
Veneziano, che eccitatili l’un l’altro come a furore, immediate voltati,
palTarono verfo Rovigno ;iell’Iftria, per far prigione il Podefth di quella
terra; il quale non po. tendo avere, perchè fi falvè, alTalirono i Valcelli che
nel porto fiavano afptitando vento per Venezia, e li fpogliarono, uccifi i
Mercanti, C i Marina] che Inm .wOa, rifpetto ad alcu no, nè a grandi, nè a
piccoli.- e più infervorati, perchè anche il fecondo tentativo f©nè loro
riulcìto vano, ritornati con celerità, palTarono fopra l’Ilola di Veglia, dove
ritrovandofi Girolamo Marcello, Prov. veditore ^ell’lfola iq vifita di Befca,
terra deU’Ilola medefima, lo fecero prigione infieme co’fuoi miniftri, e
l'ervidoti, e lo conduflcro eoa vilipendio, e indigniti grande in certe grotte
vicino a Segna, tramutandolo fpelTo da una all’ altra, Nè è da tralafciar
quella particolare, che la barca, colla qual fu condotto prigione il
Provveditore, fu quella fabbricata in Fiume, della quale è fiata fatta
menzione, Infieme coll’awifo di quello misfatto il Capitano di Fiume arrivi wì Venezia.
Non poteva giunger in peggioe congiuntura, attefo che le ot. fole degli
incocchi mai non furono cosi frequenti, come in quell’ an. no-, né meno cosi
rilevanti, e malTime l’ultima-, la qual, intefa dal Capitano, poi giunto, lo
fece reftare molto prerpleffo, fe doveva dar immediate principio alla
negoziazione, ovvero alpettare fe da Grata, pel nuovo accidente, gli foflero
mutate le iftruzioni; e fe doveva fama menzione eflb, o tralafciare di
parlarne. In line, prefa rifoluzione, diede principio coll’afliftenza dell’
Àmbafciadorc della Maefià Cattolica al fuQ negoziato, incominciando dalla buona
mente del Sercnillimo Arciduca, dall’ottima difpofizionc fua verlò i Principi
confinanti, e la Repubblica malfime ; loggiungendo che perciò 1’ aveva mandata con
ampliflima autorità, per pigliare fpedientp di foddisfazione di ciafeuno, e
tranquillità de’ludditi; e aggiunta un’ affettuofa condoglienza del fucceffo di
Veglia, con afiicurare che nè l’Arciduca, nè alcuno de'luoi Mipiftri, nè
maggiori, nè inferiori, vi avelTero conlenfo, e participazione ; ma forte fiato
motivo di quei di Segna difubbidienti a Sua Altezza,- dilcefe al fuo negozio, e
per nome dell’Arciduca fi dolfe di tre particolari ; Che certi Mercanti, andati
alla fiera in Albona fotto la pubblica fede, fortero fiati fpogliati delle
merci da loro portate.- Che pofeia fatto in Segna da tutti gli Ufcocchi un
giuramento tanto folennf di non offender I* cofe della Repubblica, cinque di
loro, fudditidiSui Aueaza, fodero (lati preG, e tenuti prigioni contra la fede
loro data : Che un Frate foffe flato porto prigione, e gli foflè flato tolto
l’abito per pagamento delle fpefe; c con lunghe ampliflcazioni aeeravati quefli
tre accidenti, ne richiefe foddisfazione. Quella forma di trattare da alcuni fu
tenuta prudente perchi, quantunque dall’atra parte vi folTero da contrapporre
non tre querele, ma trecento, nelTuno però è in obbligo di dire, falvo che le
ragioni proprie. Ad altri pareva che quello non avefle luogo, fe non quando le
ragioni di ambe le parti folTero del pari ma in quella occorrenza pareva,
attefe le molte male operazioni degli Ufeocebi, che lo flato delle cofe -
comportalTe più d’ufare feufa per lo paffato, e promelTa di rimedio per 1
avvenire, paflando poi a richieda di corrifpondenza ne’parncolari deliderati,
Ma lafciando di ciò il giudizio a gli uomini lavi, per intera cognizione di
quella che fi trattava, è necelurio narrare i particolari di Albona, e del
Frate, che non fono flati raccontati a’ loro tem- pi, come non appartenenti
agli Ufcocchi, e in foftanza leggieri. 11 latto in Albona pa6ò in quello modo.
Dovendofi fare la fiera in quella terra il penultimo di Giugno, fecondo il
confueto, i Mercanti di j I o j ni'’ P'"'“tvi le loro mercanzie licore,
ottennero patenn dal Podelti del luogo,- portate le merci in fiera, i Dazieri
preiefero contrabbando, non per ragione deUe perfone de i Meicanti, ma peri»
qua ta delle merci, e vi pofero mano fopra. Il Segretario Celareo in '
®’'Vifato, ne fece querimonia, dimandando la reftimzioiic ; ed ebbe rdpolla,
che s avrebl^ fcritto p«, e fatto quello, ncercafle il giullo. Cosi fu efeguito
immediate, con aver dato ordino di più, che le mercanzie li confervaflero tutte
interamente; e di tanta, Segretario per all'ora, afpettando giullizia, venuu
cho foffe r informazione ; nè aluimenti fi doveva procedere in negozio cho non
fu tentativo di oflèfa, ma pretenlìone d’ordine dì mercanzìa e folito tra’
confinanti avvenire giornalmente fenza turbazione della 'buona intelligenza;
effendo frequentiljime, e cotidiane le differenze fra’ Dazieri, e mercanti non
folo foggetti a diverfi Principi, ma ancora quando ambe le parti fono del
medefimo Suto, c anche delU medelima Cicti. Il Segretario avrebbe voluto che,
prima di replicare alcuna cofaia quello negozio, fi aveffe afpettato che
ferviffe il tempo di venire lari, fpolla.- nondimeno al Capitano, o perchè
avelie quello particolare in commiflione, o per proporre maggior numero di
querele, o per altra caufa, parve di non afpettare. L’evento mofltò buono il
parer del Segretario, perchè al fuo tempo la informazione tichiefla venne, e il
ne, gozio ebbe fine con intera rertituzione delle mercanzie. Il cafo del Frate
fu in quella maniera. Fra Antonio da Fiume, dellOrdine de i Minori Offervanti,
fi pofe fopra una barca d i làrina caricata in quella terra per Segna.: quella
fq feoperta dal Forte chiamato di San Marco, c arredata, in efecuzione de i
bandi del Generale di fopra racomaii. Il Frate diffe la farina effer fua, e
portarla al Convento di Ipitir Ordine in Segna ma i Barcaruoli parlarono
dlveriàmente • nominarono il Mercante di cui la farina era, e che il Frate era
imbarcato per paffar in paefe de’ Turchi. In quel tempo s’era feoperta certa
macchinazione di quelle alle quali viene preflato orecchie folto pretcfto di
pieiV, (he terminano in fine calla morte dc’poveri Criftiani che fi lafciano
follevare : perlochè il Frate, non rendendo buon conto del iuo viaggio, trovato
in varie contraddizioni, fu filmato fpia, e trattenuto in quel Caftello, dove
mentre dimorò, leggendo con quei foldati ne i libri fciolti che elfi fono
foliti a fiudiare, vi lafciò qualche danaro, ed alcune robiccivole che aveva.
Non fi trovarono fermi rifeontri per convincerlo, o per la fua fagaciii, o
perchè non fofle fpia: fu rifafeiato, e condotto da una Fregata in Venezia,
yeftito da frate; e cocomparve innanzi al Principe, richiedendo refiituzione
del perduto nella Fortezza; allegando che. come Religiofo, non fe gli poteva
guadagnate. Fu rimefib ad attender alla fua profelfione, e altro non fuccene in
quello cafo, ». . La querimonia de i prigioni fu ftudiofamente dagli Aufiriact
pubblicata per tutto, e la foflentavano con quelle ragioni : Che quelli erano
fudditi di Sua Altezza, e fotto la protezione fua; ebe non poteva con fua
riputazione abbandonare la loro dlfefa: eh’ erano fiati ritenuti contra la
fede, fiante la quale, fi dovevano lafciare liberi; e fe quel Go. vernatore la
diede, non avendo facoltà, eflervi obbligo, fecondo la ragione delle genti, di
mettere lui in mano di Sua Altezza. Per lo contrario fi difeorreva, che gii tra
il Rabatta, e il Pafqualigo fi era convenuto che gli U fiocchi ufiiti in corfo
non folfero licuri, nè protetti: che Matteo Tomiz, fervitorc di Giurifla,
nativo di Zara vecchia, uno de' cinque, fu bandito l'anno innanzi da tutto il
dominio per omicidio commeflb nella perfona di Tommafii Malfiifich; però nè
come bandito,' tiè come fuddito fuggitivo ooteva capitare nello Stato : che gli
altri due èrano di nuovo venuti dal paefe de’ Turchi ad abiur in Segna;
gl’altri t>cn nativi di quella Cittì, ma eSi ancora Ufcocchi, ufati al corfo
: E quando, neffuna di quelle cofe fofiè, che la fede non fu loro data, fe non
di ritornarli neinfielfo luogo, e fiato, e combatterli, fe il Generale non
avefic voluto lafciarli liberi.- adunque non fi poteva per quella ragione
pretendere che folfero rilafeùti allblutamente, ma ritornati, e combattuti.' E
chi può dubitare che, ritornati con t oo. Albanefi attorno, non folfero refiati
motti, anche fenza alcun danno degli alTalitori coll’ufo del fuoco; e non
elfcre però alfolutamente, e univerfalmente vero, che il Principe fia
protettore di tutti i luci fudditi che fi ritrovano nel paefe del vicino, ma
filo di quelli che vanno in cafa dell’ amico per negozj, o per altro bene; non
gii per far male, o per accompagnar banditi, o dare fofpetto: che in quelli
cafi, per ragione de’ delitti, fono foggetti alla giuftizia del luogo;
altrimenti per la ragione loro i Magillrati Arciducali non potrebbono mai
giudicar alcun faddito Veneto colpevole, o indiziato di delitto, fe quelli
colpevoli, e indiziati non erano foggetti alla giufiizia Veneta. Altri fi
maravigliavano della nuova forma di trattare, poiché gii molto tempo era
divulgato che negli uffiz) fatti a i tempi palfati, per la refiituzione del
commerzio levato alle terre percaufa degli Ufcocchi, i Principi, e i Miniftri
Aullriaci erano foliti a colorire la richiefia con dire che, fe la Repubblica
era oftefa da quella gente, la facelfe perfeguitare in mare, la prendelfc, e la
impiccalfe; ma non delfe molefiia alle terre per loro calila' il che pareva
molto repugnantc a querelarli all’ora, perchè fof. feto prefi nelle 'erre deUa
Repubblica, Ma ri Mi ritonundo alla ferie delle cofc, T Arciduca, immediate
imefa U prigionia del Provveditore di Veglia, mandò Gian Jacopo Ccfglin Commidàrio
EipreiTo a' Segnani, il quale con un leverò editto, pubblicato in quella Citth,
comandò che il Provveditore folTc condotto innanzi, a lui; al quale ubbidirono
gli Ufcocchi; c levatolo dalle Grotte, lo condulicro in Segna al CommiTario; ed
egli, ricevutolo co rtefemente, lo liberò immediate, dicendogli che il
Scrcniffimo Arciduca, intclà la fua pattivitli, aveva Ipedito immediate lui in
pulU lolo per metterlo in libertb, e che larebbe feguitaio da altri CommilTarj,
che venivano per punire i colpevoli. La preflezza, c prontezza di Sua Altezza a
rimediar immediate alla tralgrclTione de* Tuoi; la diligenza, e rifoluzlone del
Commiirario nell’ elecuzione; c l* ubbidienza pronta preiUra da gli Ufcocchi,
eziandio ritirati nelle Caverne delle montagne, ad uno che fenza arme, e fenza
alcuna forza andò a Segna col folo nome di ComlniffariQ Arciducale, ficcomc
fono indizio della buona mente di quel principe, e che Sua Alrezza ha Minidri
che, fe vogliono, fanno efeguirla; c che gli Ulcocchi, Icbbcn nodriti in tutte le
fccllcratczze, non fono però ribelli, c cotumaci alloro Principe, quando
cificaccmenle vuole circr ubbidito, o non modra contcntarfi d* effer
difubbidito; cosi dimodrano che colia medcfima faciUù con cui fu provveduto a
quel difordine, fi potrebbe, e ft avrebbe potuto provvedere a qualunque altro,
quando gli interedì non avcflcro pr eponderato, c preponderadcro tuttavia al
debito Cridiano, di lafciar ad ognuno il fuo, cd effere buon vicino. Nò da
alcun’avvenimento più, che da quedo, fi può meglio penetrare nel fondo del
negozio, c veder al chiaro le caufc de i mali padati; e conqfccrc con
fondamento quale fu il vero, c proprio rimedio di queda pede Dopo la prigionia
del Provveditore, i Minidri Veneti non fì contennero, come prima, nella fola
difefa delle cofe della Repubblica, e nelcudodia de f paiTi; ma cercarono per
ogni via, e modo il rifacimento : ma (eguita la liberazione, fi farebbono
contentati di dare fu le loro guardie, come prima facevano, fe le cofc fuccede,
mentre quella durò, non avedero tirato dietro altri accidenti; accadendo in
quede occorrenze come avviene nel moto delle bilance, che, levate dall’
equilitrio, trapadano pivi volte dall’uno, c dall’ altro canto, prima che
pof{ano ritornarvi. Elfendo ancora il Provveditore ritenuto nelle Grotte,
alcuni foldati Veneti Imontarono otto miglia vicino a Segna, e diedero il fuoco
a certi Mulini di ufo di quella Cittù, per fare danno fpe^ialmenie a Giorgio
Danicich, padrone di parte di elTi, che fu principale nell’infulto di Veglia, e
cuilodiva il Provveditore nelle grotte» Dall’altro canto gli Ulcocchi, non
potendo vcndicarft, e far male iti 2 uei contorni, per le grandi, e diligenti
guardie, padaco con viaggio i terra il Monte maggiore, ed entrati in Idria
nelle Ville di Bergodai, e Lanilchie, abbruciarono gran numero di Calali con
fieni, e imjnenti, conducendo via molta preda di robe, animali grodì, e minuti:
dal qual accidente eccitate, e irritate le milizie Venete, che in Idria erano,
deliberarono di non camminare più per via di ripetizione, tenendo che dalla
fperienza di tanti anni fode abbadanza dichiarata fuperdua; ma fecero
rapprefaglie nel Cadello di Bugliou, e in altri luoghi del Contado di Pidno; e
dUendevanQ la loro azione, perché in quedo occor zi6 STORIA occorrenze la
ripetizione caufa pemizie colla interpofizione del tempo, aicefochè, fe poi,
quando l'ofTclo fì vede delulo colla lunghezza delnegozio, viene al
rifarcimcnto di rapprel'aglia, valendoli gli offenditori di ogni vantaggio, e
come le Toifela folTc dimenticata dal tempo interpollo, danno al tifacimento
nome di provocazione: la onde, atteft quelli rifpetti, era commendata la
celeriA nel rifarcitri, per evitare le moleItie di dovere, oltra il danno, far
anche una ditela. Ma giunto a Venezia ravvilo della liberazione del Provveditore,
come le con quella loderò emendati tutti i lalli degli Ulcocchi, e loderò
cedate tutte le caule de i padati dilpareri, e i rilpetti di dare lulle
guardie, il Capitano di Fiume colla medelima adiuenza dell’AmbaIciadore
Cattolico, magnificata, come meritava, l’azione di Sua Altezza nel liberarlo,
lece illanza che le lode corrilpodo colla liberazione de gli Ulcocchi prigioni,
e coll’apertura del commerzio; cosi meritando la buona volontfi dell’Arciduca,
e le azioni latte gi^ tanti anni in foddislazione della Repubblica. D’Albona, e
del Fiate più non parlò. IMon è da tralalciare la narrazione de i concetti
ulati da quedo Minidro per tre meli che dimorò in Venezia, potendo da quelli
prenderli grande idruzione de i penfieri che nodrilcono quelli che hanno il governo
degli Ulcocchi, e delle mallime colle quali li reggono. Egli diceva di
richiedere i prigioni, e la redituzione del commerzio lolo per riputazione del
luo Signore, figurandolo defiderolo di rimediare alle male operazioni degli
Ulcocchi; ma impedito dal larlo, per non modrare di elferne codretto per la
prigionia de i luoi, e pel commerzio levato alle terre; colla rediluzione
dc’quali gli larebbe aperta la via, ptomettendo per nome di Sua Altezza, che
all’ora fi rimedierebbe si fattamente, che mai più non fi femirebbe moledia
alcuna. D^Ii Ulcocchi diceva, che fono gente fiera, e indomita; che non fi
podono gadigate ; che, non fi polTono aver in mano, perchè fi ritirano a i
Monti; onde ellere di bil^no con dolcezza mitigarli più, che reggerli con
leveritll : chs colla rilaOazione de i compagni, e r^tuaione del commerzio, fi
lareb-bono addolciti ; dove colle durezze fi larcbbono renduti più contumaci.-
eh’ erano zooo. in numero, nati, allevati, e fortificati in qnei fili; che a
sforzarli vi larebbe bilogno di ze. mila foldati; che non larebbe decoro di Sua
Altezza, per leggiera caufa, far cos'i gran moto; nè me-i no poterlo fare, non
effendo Segna lua, ma del! Imperadore : e quan-^ do folle fui, r avrebbe
fpianata, non cllendole le non di Ipela col mandare fpello Commiflarj, che le
codavano dooo. feudi alla volta; e tan-i te volte, che con quel danaro Segna
farebbe due volte comperata ; che farebbe la provvifione conveniente
aU'autoritk che teneva di Governatore.- ma volendo un rimedio totale, e
durevole, fi doveva trattare C09 fua Maedù, eh’ era lupremo Signore. Che non
però fi poteva cogli Vfcocchi tutto quello die fi voleva; nè conveniva metterli
in difperaz ione, ellendo buoni Cridiani, e difendendo quella Citth, e quel
paele da’ Turchi: che vi era bilogno di tempo, e opportunith; e conveniva
fopportar qualche difetto, e alpettar quella provvifione che Sua Altezza
farebbe, tubilo redimiti i prigioni, e il commerzio; e poi negoziar il di più
con Sua Maedìi. Colle quali forme di parole dava ceru fperanza d’ intera
provvifione ; prometteva gran cofe ; ma infieme inferiva che non ^rebbono
cdctcuatc, mettendo al pari la caule, che fitrebbono ulate P" per prerelti
ad ifcufarc il ttuncamento delle promeflè : pareva ehe diinandane un puariglio,
e tuttavia dimand-ava quello ch’era il tutto nel negozio, cioè il commerzio;
perchè col folo impedimento di quello era pollo qualche freno alle operazioni
nefande. Ma, olita il modo di trattare luhrico, e in sè delio difeordante, la
perfona ancora di quedo Minidro non era ad alcuni molto accetta, per edere cob
certa che gran parte de' bottini li fmaltivano in Fiume, andando quei della
Terra a pigliarli in Segna, per non lafciare che gli Ufcocchi medefimi vi
eompatilTero; e il meglio fi riponeva in Cadello, dove il rafo, e’I damafeo era
pagato mezzo tallero il braccio. Ed era anche fama, febben non tanto certa,
quanto quedo, che i panni alti, de' quali la cab fua era fornita, fodero deUo
Ipoglio fatto alb Fregata gb tre anni nel porto di Torcola, del quale s’ c
parbto a fuo luogo. Ma avendo quedo Minidro prefo per ragione di feufare la
tolleranza, per non dir approvazione, di tanto male, il numero grande, e le
forze degl’ Ufcocchi, e il pericolo di perdere Segna, privandola delb loro
cudodia; argomento ubto altre volte con maggior amplificazione, fino ad
adermare che. fono un propugnacolo della CrilUanith ; e che altra milizb non
brebbe atta a difendete quei confini, e quella regione da’ Turchi; predicandoli
per buoni, e veri Cridiani, partiti dalU loggezione degl’ infedeli folo per blvare
1’ anima, e per educare b Poderità neUa l^ta religione,* che non è giudo
fcaccbrli contra la lede data, con pericolo che rinneghino, c altretuli
fciocchezze; quedo luogo ricerca che da narrata il numero, la qualitli, e k
imprefe loro in queda etli; non potendofi trarne cognirione dalla notizia dello
dato loro nelle eb (uperiori, edèndo geme che, per b mobiliti, cosi dell’
animo, come del corpo, è foggetta a |varie mutazioni,* nè Colltnte in altro,
che in non voler guadagnar il vivere colb fatica, ma col l'angue; e da quedo
apparirà chiaro che nè per numero, nè per valore fimo da brfi temere^ nè la
cofeienza loro meritevole di dfere favorita, ovvero dimata Cridiana; nè il loro
fervuto utile alb oonferyaziooe di quelle marine,. : Sono tre forte d' Ufcocchi
in Segna, cos'i didimi, e nominati nelb Corte Arciducale.' Stipcndbti,
Cafalini, e Venturieri. Caiàlini fon» ? ueUi che, nativi, o gik abituati nella
Citb, hanno da pih. fucceSioiu èrmo domicilio in quella; i quali anche fi
chiamano Ckadini, e fon» al numero di loo. Altri zoo. fono con titolo, e narae
pih rodo, che in realb, di dipendiati, divill in quattro compagnie, a yx per
cbfcuna, con quattro Capitani, da loro chbmati Vaivodi. Ma olm quelli quattro
(vi fono altri Capi di Ufcocchi, col qual nome tòno chiamati tutti quelli che
hanno ii modo di armar barche, per andar in corfo. A quedi aderifeono, e fono
compartiti, come in comitive,! vagabondi, c quelli che, nuovamente partiti di
Turchb, o banditi, di Dalmazb, 0 di Fuglb, non hanno fermo domicilio in ^na; e
tutti li Chiamano Venturieri, e danno all’ ubbidieaza di quei Capi mentre fon»
applicati alle barche codeqaali vanno, oca in poco, oca in maggior numero,
rubbando, e predando fopra i vicini. Ix oidiuarie bacche degli Ufcoeahi bno
capaci di 30. per una- Alb volte ne hanno bbbricata alcuna maggiore, capace
lino 50. come quell’anno in Fiume. Fanno più fiate aie anno, fe non fono
impediti, ulciu generab,* ma due Tomo II. E e bno fono piCt ordinarie.- per
PaTqua, e per Natale, aggregandoli loro anche ^eUi che fono fparh nelle terre
di Vinadol; e all' ora quei di Segna votano cosi la Gitth, che reità culladita
d>' pochilTimi vecchi, infermi, dalle donne, e da’ fanciulli. Per le fpefe
delle fpedizioni generali contribuifcono i Vaivodi, i foldati ricchi, anzi
le'donnc ricche ancora, le V edove, e i Preti, e Frati, facendo la loro parte
delle fpefe, c participando parimente la parte de' bottini. £' cofa notoria,
che in quelli ultimi anni le loro ufcite fono Hate con 15. in 10. barche al
pih, in modo che il numero, il quale ora è maggiore, ora è minore, fecondo che
i Venturieri più, e meno concorrono ; più; quando il Mare i aperto; meno quando
è chiufo, e ferrato, è di doo. in 700. uomini da fazione : ma volendo metter in
conto i vecchi, fanciulli, e donne, fi potrìi dire che afcendano a aooo. Il
numero crebbe quando lì congiunfero con loro i Carampotani, altra gente ufcita
di Turchia. Crelcerebbono fenza dubbio giornalmente, fe il corfo non fofle loro
contefo, e impedite; perchè molti Morlachi, allcttati dalla dolcezza del vivere
di quello ed gli altri, fi adunerebbono con loro; e può, ben ciafcuno penlare,
fe, accrefciuti di numero, farebbono darmi maggiori. I Veneziani fono flati
coliretti a perfcguitarli, non tanto per li grandi, e frequenti danni inferiti
da loro, cosi a'naviganti in mare, come a'fudditi loro in terra; quanto per li
maggiori imminenti che avrebbono inferito, quando, tollerata quella licenza,
folTero crefciuti a numero fpavcnievole, come farebbono: c non v’ha dubbio,
che, quando la R^bblica non avclTe rimedia-' to giornalmente, come ha fatto,
rillringendoli, e incomodandoli, le forze loro fi farebbono fatte filmabili; i
Turchi; farebbono fiati cofiretti a rimediarvi da dovere, e per femore, come
fogliono fare quando rifolvono : e fccome i ladronecci, eie incurfioni, che
quella fona di gente ofava giù 80. anni, abitando in maggior numero nella Licca
lotta il Conte Pietro Cmfiob vecchio, firono caofa che la Licca, e la Corbavia
follerò occupate da’ Turchi; e quella medeCma caufa fece perdere Clifia al
Conte Pietro Crufich giovine; cosi a quell' iflelTa fine farebbono ormai giunti
i Contadi di Segna, Vinadol, e Fiumeancora, fe la Repubblica non fi folte colle
forze oppofta al libero corfo degl’ Ulcocchi. 11 che febben da lei è fiato
fatto per difefa delle cote proprie, è nondimeno feguka da quello la
confervazione di quei Contadi alla Cala d’ Auftria, che da' Turchi fenza dubbio
farebbono fiati occupati. Sa ognuno, che per caula degli Ufcocchi fu mollà da’
Turchi la guerra nel 1593. che durò 14, anni, nella quale, oltre alla perdita
d' innumerabili foldati Crilliani, la CrillianiA con tanto detrimento refiò
privata d’Agria con gran pane dell’Ungheria fuperìon, e di Canifla coi meglio
della Grovazia ; e quelli tono i bàiefizj che dagli Ufcocchi riceve. Hanno
aflài leggiera cognizione di quel paefe, e di quella gente, quelli che dicono
eOere vadorola, c tener a freno i Turchi, e cufiodire quelle marine, che fenza
loro fi perderebbono ; non elìéndo veto che mai dopo il 1540. abbiano tentato
di fiu- ineurfione nel paefe Turco, nè depredare le loro Terre, ovvero
combattere con loro a i confini del Contado di Segna, dove i Turchi fi
guardano; ma contra di loro fono fempte andati paflàndo funivamente per mare, e
per li tetritoi) Veneti, a i confini de' quali non compottandofi Icorrerie nè
dall’una. runa, nè daU’altra parte, gli abitanti fbmno per rordinario non
cnllodici. Se hanno cosi gran defiderio, che fieno predati, e pròvocati i
Turchi, hanno comodo di farlo aMoro proprj confini, e non debbono palare pel paefe
del vicino con pericolo, e danno dell' amico contra ogni legge divina, e umana,
fervendofi del territorio di quello con detrimento di lui, avendo il proprio, e
i proprii confini, per dove più da vicino polTono fare lo fteflb. Ma gli U.
fcocchi non fono buoni di far imprefa fenza foperchiaria, nè per aU tro fine,
che per alTaiTinare; e i Minifiri Arciducali non riceverebbono benefizio
alcuno, fe combatteflcro a’ loro confini, dove trove« rebbono la refiftenza, e
non comodo di rubbare. 11 valore degli Ufcocchi è infidiare i deboli; uccidere,
e fpogitare chi non fi d^ fende. Non fi potr^ mofirar mai un* azione fatta in
campagna da loro; nè che mai abbiano difefo un luogo afialito: ognun la con
qual vigliaccheria voltarono le fpalle neirafialco di Petrina; e qual danno
causò neirefercico Crifiiano la lor infame fuga. Non potrh alcun dire che
abbiano mai fatto una fcaramuccia ; non fanno che cola fia fcaramucciare ; fe
fono molto fiiperiori, danno la caccia; o fe non fuperano di molto, la ricevono
: mai non hanno impedita una tncurfione de'Turchi: anzi è cofa meritevole da
efiere laputa,' che molt e volte i Turchi hanno fatte delle feorrerie fino a
Segna, e fatti de’ prigioni a villa della Cittb; e fempre in tempo, che gli
Ufcocchi erano fuori alle prede, avendo i Turchi a bello fiu. dio elette fempre
tali occafionì, che avrebbono dovuto indurre i Govematori di quella Citth a
ritenere la guardia dentro, c levare r opportunità a* Turchi di feorrere fenza
rifpetto, quando loro fofic fiata più cara la difefadel paefe, che la porzione
delle nibberìe. Mai loro protettori, quando trattano con perfone non informate,
dicono che gl’ Ufcocchi di Segna fono un propugnacolo della Crillia» nit^; che
difende la Caxintia, ITllxia, e Vltalia ancora da’Turchi; febben la verith è incontrario,
non facendo elfi fe non tirare i Turchi in quelle regioni .* i quali molte
volte fono corfi fino a Gorbonich; nè pofiboo eflèr impediti che non corrano
anche nella Cla« na, e Piuca, e più oltre ancora, fenza che da Segna pofla
efiér loro Jimpedito. reftano i Turchi per li pericoU nel ritirarfi ^ eflendo
aflaliti dall’unione che in quelle occafioni fznoo le genti dì Carlillot, e
altri Crovacini del paefe; da’ quali alle volte fono flati rotti con grande
uccifione: nè gli Ufcocchi fi fono mai trovati a quelU latti, occupati foto
nelle rapine, in modo, che fenza gli Ufcocchi il paefe è ben cullodito : e da
loro non fi^ha altro, che provocazioni. Ciò è raccontato affine di moflrare
che, per difendere quei luoghi a fervizio della Crillianith, non vi è bifogno
di loro; anzi dii^ ficulcano efiì la difefa; febbene i fautori loro, come feci
racconta A fero favole d’india, dicono ch’efli difertano per fei giornate di
paefe Turco; che da quegl’ infedeli non può efler abitato; che, quando effi non
fodero, i Turchi abiterebbono quei terreni; e, fatti più vicini, fi darebbono
alle incurfioni : però il mendacio non è facile da follenure in cofe
permanenti, e vicine, che fi pofibno ogni giorno vedere. La Licca, e la
Corbavla, regioni de’ Turchi a quei confini, fono pienC) e abiiaciffime.
DaOttoiàz, ultima terra apTttno IL £e 2 parte lio parteiiente al Regno
d’Ungheria, e lunghi 40. miglia da Segna, ad entrar in Corbavia ncU'abitato
da’Turchi fono io. miglia; c quelle poche miglia lòno delle appartenenze
d'Ottofaz; e non gl’Ufcocchi le rendono inabitabili a’Turchi, ma i Turchi a'
Criftianj, a’ confini de’ quali appartengono; che il proprio de’Turchi è tutto
abitato', e pur mai gli Ufcocchi non hanno ardito d’ entrare da quella parte in
quello de^Turchi, ovvero far abitare il proprio confine, non che far a’ Turchi
danno, falvo che paflando pel territorio Veneto, che non vogliono urtare, le
non i dilarraati. Viene rapprefentata per cofa prelente quella che una volta
avvenne innanzi il 1 540. nel tempo in cui gli Ufcocchi profelTavano la
milizia, non i ladronecci, quando per tre anni diedero molta raoleftia a’Turchi
confinanti; ma convertita la virtù in vizio, hanno pofeia foftenuto,e
foflengono al prelente gli ftefii incomodi da’Turchi eh’ elTt inferivano loro,
quando profelTavano di eflcre foldati, e non ladroni. Il corfo da loro è fiato
efercitato con qualche profpcritù, non per valore, ma per la comoditi di tante
Ifole, Icogli, e porti folitarj, de’ quali abbonda quel mare, opportuni a
tender infidie; nel che foUmente gli Ulcocchi vagliono. E il folo confiderare
le armi che portano, farà certezza che non fono foldati, nè abili per
combattere. NefTuno di loro porta fona alcuna di armi difcnfivc non mortone, 0
celata, non arme in alla: portano folamente lin Archibufo a ruou, ben picciolo,
debole, e leggiero, come bifogna a chi confida più ne' piedi, ehe nelle mani; c
una picciola manna^. Alcuni di loro hanno di più uno fiiletto, tutte armi,
ficcome proprie per la profelTione del rubbare, cos'i inette alla milizia, e
per difendere nc'prcfidj, e per otfendere in campagna. Quelli particolari fono
fiati efplicati cosi diffufamente, per levare la malchera a quelli che feufano
colla impoflibilirà del remedio quel male eh' elfi fpontaheamente fomentano a
proprio profitto. Se 1 ’ eferopio del Rabatta non fofle recente, folto gl'
occhi di tutti fi potrebbe fingere, e palliare la verità; ma egli fenza
ventimila jwrfone con una guardia di Tedcfchi, fece morire alquanti Capi di
loro' diede in mano a i Miniftri Veneti i banditi dal loro dominio; fcacciò
molti indifciplinabili ; trafportò ad Ottofaz due terzi de i rimanenti* ed era
per mettere fine al tutto. Non fu uccifo quando molti Ufcocchi erano in Segna,
ma quando erano ridotti al fuddetto poco numero; e le quei non folfero fiati fomentati
da chi non poteva vederfi privato dell’utile, con molta lode del Sereniffimo
Arciduca fiabiliva quel negozio in modo, che con quiete de’fudditi la buona
intelligenza tra’ Principi non farebbe mai fiata feemata. Ma poiché fono anche
lodati gl’ Ufcocchi di buoni Crifiùni, C ha da dire la verità. Non fono
Luterani ; nè in Segna vi fono altre Chiefe, che della Cattolica religione; ne
fi può dire ch’efii fieno miferedenti in alcuno di quegli articoli che fono
controverfi co’ Protefianti. Però la purità della nofira Religione non comporta
che fi pollano chiamare buoni Crifiiani quelli che non credono il furto, le
rapine, i latrocini elfcre peccati ; nè fi ha da dire che lo credano quelli
che, non per fragilità, non per ignoranza, non per qualche tempo, ma per tutta
la vita loro, e come per profclTionc, c di padre in figliuolo, e con pubblico
cortame di tutta h nazione, perle verano nel corfo, e latrocinio, non
rertandone alcuno elclufo; poiché quelli, che non vanno in mare, vedove,
vecchi, c Religiofi, come s’ è detto, fono alla parte; c le maritate fono d*
incitamento a gli uomini di provvedere le cafe di quello d’altri a concorrenza:
e, quello cb’c notabile, ciò fi efercita piò ordinariamente al tempo delia
Fafqua, e del Natale, per diroortrare ben chiaro, ch'efìfL tengono i iatrocinj,
e le rapine nel luogo che i Criftiani tengono le opere di penitenza. Nè fi
polTono dir gPUfcocchi più buoni Crirtiani, che i Zingani, che profertano il
furto: fe non che gl’Ufcocchi in tanto fono peggiori, che paffano alle rapine,
c alle uccifioni, dalle quali i Zingani s’artengono. Ma tornando all’ordine
della Storia, da cui il tertimonio della verità mi ha divertito, il Configlio
di Gratz, vedendo che col negozio di Venezia non fi poteva ottenere la
refiituzìone del commerzio, fe non fatta prima una provvifione durevole, che
IcvalTe per fempre le molertic; la quale, o non potevano fare, per mancamento
de’danari da pagare la milizia; o non volevano, per le private comoditìi, e
forfè anche per mantenere la prctenfionc di poter corfeggiarc per l’ Adriatico;
deliberò di voliarfi alla Corre Cefarea, e indurre quella Maertk a congiungerfi
allo rtclTo fine. Perciò mandarono a Vienna a far querela degli aH^cidenti in
Ifiria occorfi, e di fopra narrati, come fc i luoghi di fua Altezza fofiero
fiati non folo i primi, ma anche foli afialiti; c foli aveffero fortenuto
danno; eccitando fua Maefib ad afiirterli, così pel rifacimento, come per
liberare i luoghi tuoi patrimoniali, e gli appartenenti alla Corona d’Ungheria,
tenuti rirtretti, c privati del commerzio con indigniti di fua Altezza, e di
fua Macllk, che n’è fupremo Signore. Ma dall’ altra parte efiènJo fiata fua
Maefiì i-iforv mata dell’intiero; ed eflcndolc fiato mofirato Toriginc del male
cflcrc provenuta dalla pertinacia del prefidio fuo di Segna, ofiinato a volerli
arricchire colle facoliò de’ Mercanti, e popoli; c dalle terre così dcIP
Ungheria, come patrimoniali d’Aufiria, c da' Governatori di effe, che fono
fiati a parte della colpa; e che la Repubblica, non avendo altre modo d’ovviare
a i danni de’fudditi fuoi, operava a necciraria difefa; che la cufiodia tenuta
in quelle acque non era per pregiudicare alla dignitìi di lua Macftò, ne di fua
Altezza, ma per proteggere le cofe proprie; c quanto alle cofe ultimamente
feguite in Ifiria, che gl’ UIcocchi, non potendo ulcirc per mare a far danni,
erano prima pafiati in quella Provincia, e avevano abbruciati, faccheggiati, e
dclolati molti Calali; onde i foldati Veneti^, dopo i danni ricevuti, erano
fiad cofirctti,pcr kidcnniù dc’popoli, a rifarcirli con rapprelaglie; Sua
MaefPa refiò con loddisfazione, e fn molto bene conolciuto a quella Corte che
non era poflìbile far cefiare il moto, fe non fermando la prima caufa d’eflb: e
fu rifoluio in quel Configlio, che fi trovafiè rimedio per via di trattazione;
c che Cefare pigltafie in sè i’aiTunto di fare le convenienti provvifioni; c
che non fi doveva incominciar a parlare della reiUtuzione delcommerzio, ma folo
fare che fi cefiaflc dalle ofiilitk da ambe le parti, defifiendo da nuovi danni.
Deliberò Tlmperadore di mandar a Segna il Traumefiorf, perfonaggio di valore e
riputazione, con danari, per rimediare fui fatto. Quefta deliberazione^ che
farebl^ (tata un* ottimo principio, non fi mife in effetto^ perchè, eOendo ciò
fìgnificato all* Arciduca, per farlo dì fuo confenfo, non vi alTenti ; ma fi
offerì elfo di provvedere di perfona di comando, pra« tica dei paefe, e del
governo degli Ufcocchi, che farebbe ogni necefiaria provvifione.* il che fu
appunto il contrario di quello che il buon cfito del negozio ricercava, cioè,
che gli Ulcocchi foffero per Tavvenire governati, non lecondo le pratiche, e i
modi fino alfora ulati.ma ben fece chiaro in poded^ di chi foffe il rimedio;
poiché immediate dopo la rifpol^a dì lua Altezza, la rifoluzione dì quelb
quantunque pubblicata, e lodata, non ebbe luogo; anzi fi raffreddò anche
l'ardore col quale il Configlio Celareo prele penOero di rcmedia^ re; e non fu
più parlato che flmperadore affumeffe a sè il carico, ma che l’Arciduca deffe
principio all’ora per mezzo di perfona mandau efpreiramente; e l’ultima mano
s’avrebbe applicau, quando fu» Altezza foffe andata alla Corte. Fu in
un’iffcffo tempo pubblicato neU'armata Veneta, per comandamento del Prìncipe,
che, reffando i Vafcelli alle loro guardie, fenza punto rallentarle,
s’affeneffero da metter in terra, e fare danno ia luogo alcuno.* e nelle terre
Auffriache per nome dcU’Arciduca fu comandato che da'fuoi non folle inferito
alcun danno a’fudditi della Repubblica. Deputò anche Tua Altezza due Commidarj,
come per lo più nelle occorrenze paflate s’ era fatto. Non affermerò gii, a
quello fine; ma dirò bene, cho dal numero di effi ne feguiva che Tefecuzione,
per la varietà delle opinioni, era divertirà, o almeno allungata tanto, che
idannificatì, Ranchi, deffiReffero dalle iRanze. Si fpedirono anche i
Commiffarj lentamente pure, fecondo l'ufo ordinario, dal quale era fempre
leguica una pretenfione di tralafciare il mal paffato, come troppo vecchio, e
che mcrìtalfe effere poAo-in obblivìone. Ma ne* tre mefi che feorfero,
pubblicata la fofpenfione delle offefe,’ fino al line dell' anno, eziandio
dappoiché i Commiflarj di fua Altezza giunfero in paefe, non ceffarono
grUfcocchi, per quanto poterono, fcanfate le guardie, d’ ufeire di Segna in
picciol numero a far danni, riportata fempre la preda nella Citiù; poi
paffarono con più groffe incurfioni fopra l’ilola di Pago^ ; e dappoiché fu
provveduto col ritirar ne i luoghi fìcuri le robe, e gli animali, ritor narono
all’ Ifola d' Arbe, Veglia, molcllando, e rubbando in più volte in divcrfi
luoghi quantità d' animali, e di vini. Nel Mare ancora preffo a Zara vecchia
facheggiarono una Marciliana; e nel Canale della Morlaca fpogliarono un Grippo,
e una Fregata con robe, e danari, levando loro anche gli finimenti nautici.
£cofa degna di fpezial relazione, che, ritornando col bottino dt una barca
Chiozzou, e feguitati da una Galea, effendofi falvati nel porto della Cittù,
non furono ricevuti dentro per la porta del mare, per dove era il folito
entrare; ma., lafciate le barche in porto, c circuita la Cittù, entrarono per
la porta oppoRa di terra, e poi partita la Galea, con comodo ricevettero b
preda bfeiata nelle barche, e b porurono nelb Citti, In tante rubberle ebbero
fortuna di non incontrar, (alvo che due volte, nelle guardie, che li
conRrinfero a lafciare la preda e le barche, e falvarlì né’bofchi: e forfè
maggiori incontri avrebono avuti, fe, caiifa della infermitìi, e morte del
General Canale, non foffe Hata rallentata r riatta diligenza da lui ufata. I
Commilfarj Arciducali, giunti, fi fermarono in Fiume lungamente^ dove attelero
a far procefli, per verificare la quantità de’danni da'fudditi Aullriaci patiti
in Kiria i quali, fecondo il loro conto, facevano afcendere a loo. mila feudi.
Non farebbe alcuno che non fi molirafle creditore di molto, quando non mettefle
in bilancio i debiti fuoi. Se i danni di quelli pochi anni inferiti dagli
Ufcocchi, e non rifarciti, foffero contrappolli, fi troverebbono afcendere al
decuplo di quella fommat ma i Comminàrj aggrandirono i danni ricevuti, e degli
inferiti ne lafciarono la cura ad altri. Quello fatto, chiamarono a sì il Ca^
tono di Segna, i Vaivodi degli Ufcocchi, e altri principali di quella Città;
intimarono loro comandamenti di fua Maellà, e di fua Altezza, che non doveflèro
ufeire a' danni della Repubblica, fono pena della vita, con grandi, e feveri
minacciamenti : levarono il Capitano dal carico, per aver avuta parte nelle
turbazioni; quelle parole appunto tifarono. ferivendo a Venezia al Capitano di
Fiume, e dandogli conto dell'operato, conchiudenda che i capi degf Ufcocchi, e
i primi Cittadini avevano promelTo religiofamente di ollervare quei
comandamenti; e ch'elTi Gommiflàrj avrebbono ufau ogni cura, che folTero
ubbiditi ; aggiungendo che lellava fola il galtìgare feveramente i malfattori
per li delitti pallàti; ma lo differivano a quando folfero compolle le
differenze colla Repubblica,- che cosi fua Altezza aveva loro comandato; e
parimente farebbe flato all’ora punita il Capitano; che avevano mandato a
richiedere danari per pagar il preudio; e le cofe eflere tanto ben ordinate,
che fenza dubbio gli Ufcocchi non farebbono pih danni. Perì la dilazione ad
efeguire quelle deliberazioni fu cosi lunga, che mai fe ne vide effetto e
poIcia fu rifaputo che il Capitano fu levato non fenza fuo confenfo, e pollo ad
altro carico. II Capitano di Fiume, fatta quella relazione in Venezia, e
ottehuto che Ibfle dato in commiflìone a Filippo Pafqualigo, che doveva andar
Generale in Dalmazia, che, quando avelfe veduto chiaramente provvifioni che ballalfero
per renderla ficuro di non poter ricevere danno, potelfe rallentare le
flrettezze delcommerzio, o auolutamente, o quanto gli parefle potere con
ficurezza; e vedendo ch'era irimeflb a Vienna il dar perfezione al negozio, fi
parti ; e giunto in Fiume, riferì a i Commiliarj eflcrgli flato detto in
Venezia nel licenziarli, che la mente delia Repubblica era, e farebbe fempre,
d' eflér buona vicina di fua Altezza, mentre folfe rimediato a gl'
inconvenienti degli Ufcocchi ; cafo che no, avrebbe anche fuperata quells
difficoltà, come aveva (atto d'altre maggiori. Ma il Pafqualigo, giunto al fuo
carico, pratico del modo, come doveva procedete in ul’aSue, volendo ular tutti
i termini convenienti, in una lettera, ferita a i Commiflàr] a Fiume, fece
intera narrazione di tatti i danai inferiti cantra la parola daa alla Corte
Cefitrea, e in Venezia; e fece efficace ìllanza di provvifione per mantenimento
dell» ripuazione loro. Rifpolero cortefemente i Commiflàr;, aver intele con
difpiacarc le male operazioni degl’ Ufcocchi, non fapu te da ft»4 ' te ^ Jbrp
finp > quel tempo ; p che fr» quattro giorni farébbono mdati ;> Segna,
pee gaftigue i colpevoli, e (arrendere le cole depredate; inaOlme ie andalTerip
neU’illeflp luogo grinterelTati per dar piiV chiara, e minuta informazione. Ma
lenza andar a Segna, il Baron Aufpergct; principal GomraeKario, ritornb alla
Corte, dato compimento a quello, perchè era venuto, cioè, di prender
informazione de' danni inicciti, e in luogo fuo fi) mandato Daniello Gallo, il
quale colf altro Commeilàtio Ghetlin andarono a Segna accompagnati da t50.
(bldati; d’onde alla fama della loro andau erano gdi partiti Viccnzo
Cragliaoovich, e Giorgio Danifich con circa altri 40. Fecero i Commel^j
pubblicar un bando, che i Fugliefì, Dalmatini, e altri foreSierì, che avevano
prelb domicilio in. Segna, dovefero partire in termine di otto giorni colle
mogli, c famiglie; e crearono Capitano della Terra Niccoli Frangipane, Conte di
Terlàtz, chiamato dagli Vfeocchi Micleo; Terfatzi, Orppierc diijba Altezza. La
mutazione de’Capitani per li tempi addietro non causi fe non peggiori efietii;
non avendo portato i nuovi minare difpofizione, che I rimuiS, a pariicipare de’
latrocini di quella gente ; ma bensì. fempre entrati in governo meno (limati
dc’preceflbri, e pii avidi di arricchire,' con tutto cii di quella vi fu quiebe
buona Ipetanza, clTendo giovane ben nato, c Signore di Novi, Caftello poco da
Segna difcofto, che come inierclTato nella giurifdiziooe, faceva credere che
dovefle regoUte il tutto bene; maflìme intendendofi che aveva penfìcri di far
bene il fatto iuo con alcuni bofehi; quantunque refler naturale del paefe, e la
maniera iua molto limile a quella degl’ altri Ulcucchi, rendelTe il giudizio
iorpelo, £ egli )cr la prima fua azione, congregati tutti nella' Piazza, lue un
pubblico ragionamento, preferivendo i modi del governo che voleva ulare;
particolarmente afi'ermando di non dover permettere .l’andar a bottinare, nè
far colà diverfa dall’ obbligo di buoni, Crilliani; giurando di voler ehim
ubbidienza, quando ben credefle d’ aver perciò a perdere la tclla; promettendo
che all’avvenire farebbono pagati ; olfereudufi, che, le non trevalTc danari da
follentarli, fi lamemallero folo di |ui. In efecuzione del bando de’CommiUàrj
mandò fiuiri di Segna too. Ufeocchi Venturieri colle mogli, e co’ figliuoli, i
quali fi riduficro nelle marine di Selze, e Cerquinizza, tra Buccari,e Nuovi;
che fu un cavar Colonie di ladroni dalla Metropoli de’ predatori, e di ua nido
fame molti, c dar maggior comodo al mal operare. Poi egli infieme col Gallo,
partito gih il Cheslin, congregati tutti gl’Uloocchi ftipendiati nella Piazza a
luono di tamburo, fecero in loro pretensi pubblicare un lungo editto, o più
tofto una diceria, con molli capitali, che in lolianza proibivano le prede
contra i Crifiiani, e comra i 'Turchi, Efclamarono all’ora tumultuariamente,
dolendoli come avrebbonn potuto colla poca paga, che loro era data, vivere; eh’
«ano coàilaiti colla facoltà di poterli procacciare ; t che quella fofle loco
mantenuta, ovvero la paga accrefeiuta ad onefta qnantiih, Acquicuto alquanto il
tumulto; rifpofe il Capitano, ehe la paga farebbe badante, c d’avvamaggio,
quando s’aSenelIm dal. giuoco, e dall’imbriapirfi: che Totcndo l&e in
Segna, conveniva che fi contentafleio; e chi pon fentiva di poterlo fare, £
n’andaOè, che la porta era aperta. Il tumulto fi fece maggiore, dicendo eh’
erano creditori di molte pagbe, che i^he volte corrono; e anche quelle poche
fono defraudate, e diminuite; raccordarono che anche nel idod. fu fatto £mil editto,
che non fi andalTe alla preda, con proroeflà, e giuramento di dar loro le paghe
intere', nè però t'era mai elèguito. Bifognò, per la gran conhjfione, dar 6ne a
queU’azione, acciò non terminaffe in qualche finidro; e quella difciolta, i
tumulmanti furono facilmente acquetaci da iCapi, principalmente da Giorgio
Danilìch più volte di fopra nominato, il qual inCeme co’ compagni effendo
ritornato in S^na, ottenuto generai, perdono di tutti i falli commeflì, a'
adoperò più degl’ altri nel dar loro buona fperanza. Compolle le cofe in quelli
termini, parfi anche il Commillàrio Gallo, lafciata fama che altri Commilur)
farebbono venuti per raa^iori provvilioni; nè della rellituzione, nè del
galligo de i colpevoli ptomeflo in lettere al Pafqualigo fu detta altra colà.
Quello fu il fucceffo della cosi lungamente preparata, e canto bramerà venuta
de' Commifl'arj in Segna ; elTendoli tutta l’ opera loro rilblia in
proibizioni, e minacce di gaftigo, e cSétti £ perdono ; non avendo efeguito una
minima pena centra alcuno ( che pur molti furono, e manifelli )
de’.Concrafacicorì a i loro tanto Teveri bandi; ma folo, col tenere le porte
della Ciiib ferrate tre giorni, tentata d’ aver prigione Andrea Ferletich,
famofo Capo, e molto fceleraco, in maniera, che rellò quali chiaro che aveffe
avuto lo fcampo da chi ordinò la cattura. Quelle cole lafciarono nell' animo
delle perfone prudenti dubbio di vedere ridotto nell’ avvenire il negozio in
peggion termini, come per li tempi pollàci fecero le altre azioni «’Commillàrj,
offendo il collume de’ malfattori, che innanzi le proibizioni, e prima de'
tentativi inefficaci di galligarìi, per timor di quelli, non làpendo i modi,
come efentarfi traila giullizia, camminano cautamente, e riienutamente nel mal
fare; ma dopo avere fpecimentato_che la giullizia non può, o non vuole
raffrenarli da dovere, rimoffo ogni rifpetto, e certi dell’ impuniti, ardifeono
quello a cui prima non avrebbono penfato; è tanto più confidentemente, quanto
più volte la giullizia tenta fimulaiamente di proibirli, o galligarìi. In
quello fiato di cofe nel principio dell’anno idi;, arrivò il Sereniffimo
Arciduca Ferdinando in Vienna alla Corte, accompagnato dal Capitano di Fiume,
daU’Echemberg, e da altri luoi C^nli^eri, rifoluti ttb loro di non raffare più
innanzi, che quanto fin all’ora era fiato fatto da i Commiuàri in Segna, per
dovere poi lafciargli avere quel corfo che altre volte ebbe, quando fu ridotto
nel termine fteffo; a quello effetto vennero con due propofizioni non più-
ptemeffe nelle trattazioni di quell’affare; l’una, CM i danni fatti dalle
milizie Venete in Ifiria alle tene Arciducali foffeto pagati, e che
degl’inferiti a i territor) della Repubblica non fi pariafiè; I’ altra, che
a’fudditi loro folle concellà libera la navigazione. Quella feconda era ballante,
per portare la tratazione, non folo in lunghezza, ma anche in diuturnità;
poiché era pretenfione ritrovata dall’Impcradore Ferdinando, e a fua richiella
trattau, e fatta conolcere poco fondata | e poi rinnovata dall’ Arciduca Carlo,
e maneggiata alla Corte di Maffimigliano, e di Rodolfo collo fieffo fucceflò,
Quanto alla priTanw i. Ff ma, ax(5 .ognuno avrebbe per inverifimile che foffe
(tata fatta propofla -di hf^imemo per ima parte, elTcndovi parùK di ragioni da
amcndue; però non è da tacere qual foiìe la differenza che pretendevano.
Dicevano i danni dati a ludditi della Repubblica effere venuti da private
pcribne contri la pubblica volontà; ma gl’ inferiti da loro agl’Ar. cidiicali,
eflcrc con confcnlo de’ pubblici Miniffri; però qucfti dover effère rifarci dal
Pubblico immediate ; c (opra quelli dovcrfi prima intendere le ragioni
dcgl’interelTaii, Ma nel Confìglio Imperiale, mafflme negli aTunti a quel
carico da fua Maeffk, non era riffeflo pcnOero; anzi una gran dilpofìzione
dia(lopcrarG per compito affetramento; perchè, conbderando quante querelè erano
(bee portate a fua Macff^, dappoiché a lua contemplazione fu pubblicato da ambe
le pani che fi fofpendeffero le offde, e gli Ufcocchi mai non ceffarono dalle
rapine, e da i latrocinj, facendofi fentire moleffiffimi, e infolentiinmi ogni
giorno; e raccordandofi quante ne udirono gflroperadori, Padre, e Fratello
fuoì, giudicavano effere bene libcrarla in tutto delle moleffie con un compito
affettamento. In quello principio s'applicò fua Macffk, e il £uo Confìglicx per
alcurii giorni ad intendere le ragioni di Sua Altezza, querelandufi i Tuoi
Configlicri degl’ Ufcocchi ritenuti nella villa d’Arctina, che, pretendendo
offela dagli Ufcocchi, aveffero penfato i Veneziani di rilarcirfì Ibpra altri
fudditi fiioi particolari, e aveffero invafi gli Stati proprj d’efla, non
appancnemi alla luogotenenza fuprema di Crovati, alla qual ^gna appartiene; che
per danni fatti da private peribne folTero tenute afi'ediatc le terre.
I^olcvanfi anche molto, che, avendo mandato a Venezia il Capitano di Fiume, non
aveffe ricevuta foJdiffazione alcuna, con tutto che fua Altezza molte ne aveffe
date ^ e tenendo perciò J' onore d’efla intereflàto, conchiudevano non poter
fare di più, fe la riputazione fua non folTe reintegrata, e perciò richiedevano
prima quattro cofe: che foffero riialciati i prigioni t che foflc liberato il
comracrzio alle terre; che a’ luoi ludditi fbffc lafciaia libera la navigazione
: che foffero rifarciti de’ danni ; le quali cole elcquire; Sua Altezza avrebbe
compito quello che rimaneva per rimedio totale. Veramente è degna di maraviglia
Y aflbluta promeffa di total rimedio, lenza parlar più, che foffe bifogno della
regia autorità dell’ Imperadore; nè che alcuna parte del rimedio Ibfle
rifervata alla Maeft^ fua, come Principe lupremo di Segna; il che tutto l’anno
innanzi era flato jl colore, col quale il Capitano di Fiume dtpinfc le
provvifioni fatte da’Commcffarj tutto quello che fua Altezza poteffe fare,
effendo rilervato il foprappiù alla Maelb Cclarea, Dopo lunghe confultazioni,
fua Maeffù fece intendere aU’AmbafctadorVeneto la buona volonb iua, che tutte
le dilBcolb foffero accomodate, e la prontezza d'imerporG come mediatore, e
amichevole compoGtore, e metter Gne a tutte le differenze: che le erano flati elpoffi
tutti gli aggravj, e le richiede di fua Altezza; però defiderava d'intendere
anche la volontà della Repubblica. L’ Ambalciadore non voile fare alcuna
particolare querela di cofe paflaic, forfè perche, avendole per manifede, la
giudicalTe fuperdua; ma G riffrinfe alle richiede. Della navigazione diffe, che
quello cran^ozio altre volte trattato, del quale la Repubblica non avrebbe
rkufato di trattare di nuovo; ma non avendo alcuna 5 connefTione cogli
Ufcocchi, non era giuHo confondere infìeme materie diverfc ; del rifacimento
rifpofe che conveniva fofle reciproco; fi conofce0e chi aveva participato nei
danni, e a refHtuire incominciaffe chi prima aveva inferito danno. Dimandò egli
in fofianza che di Segna folTero fcacciati affatto tutti i ladri, e la mala
gente, che inquietavano i vicini; e gli fcacciati non foffero più ricevuti, nè
foffe dato ricapito a' banditi dalla Repubblica, e a* ribaldi; che in Segna
folTe pollo prefidio d'altra nazione, e pagato ordinariamente; che fofle
provveduta per Governatore di perfona d’onore, e difintereflàta; che foffero
abbruciate tutte le barche dacorfo, e airavvcnire nè in Segna nè altrove in
quei contorni ne foflero fabbricate, poiché non poflbno averne bifogno
perdifefa, non avendo moleflia alcuna in mare; e non fono più utù li, anzi
molto meno delle comuni, per portar vettovaglie, e mercanzie. Dopo diverfe
conferenze colf una, e coll’altra parte, lafciati i particolari che non era
opportuno di trattare, parve alla Maelfù Cefarea che le difficoltà poieflero
eflere compofie nella forma in cut di fotta fi dirh; e mandò il Vicecancelliere
a darne conto all’ Ambafeiadore con dirgli, che r Arciduca aveva accecuci quafi
tutti i Capitoli da lui propofli, « aveva data parola a fua Maeflh Cefarea, che
la Repubblica non avrebbe più dtflurbo immaginabile, e che Tlmperadore era
rifolutiflimo che ciò reflafle efeguÀo; il quale dava parola che rutto
paflarebbe con quiete.* che mai non il era parlato cosi chiaramente; e che
poteva ilare ficuro che il negozio farebbe ben accomodato; foggiungendo che
anche dal canto della Repubblica conveniva corrifpondere con rimovere TafTedio,
e con rendere i prigioni. Gli efib^ il Vicecancelliere una fcrittura, che
conteneva le promefle di fua M. e di fua Altezza flela in lingua Italiana, la
forma della quale è qui polla in copia. L'IlUflr. Sig. Vicecancelliere ha
detto, per ordine di fua Maeflh Cefarea, che il Sereniflìmo Arciduca Ferdinando
si ha dichiarato fopra i punti che cflb Illuflrils. Sig. Vicecancelliere
fcrifle nel Configlio di Stato; che fua Altezza promette a fua Maeflà, che il
mare reflerh netto, e libero da’ Pirati di Segna, e altri luoghi fotto il fuo
coinando; e che non nfeiranno di Segna, nè di quei contorni perfone per
danneggiare la navigazione, ne i vicini fotto pena dellaviu. I ribaldi faranno
aflblutamente fcacciati di Segna. II Governatore gib è mutato, cd è perfona di
valore, e difintereflata .* che avendo fua Altezza dato principio a rimettere
in Segna prefidio Tedefeo aflbldato, ovvero pagato, continuerb anche ad
ampliarlo; e che non lo fa ora puntualmente, perchè non vuole moflrare di
efleme affretta. Ma fua Maefli Cefarea procurerb aflblutamente che ciò fegua, e
che tutte le fopraddette cofe fieno interamente efeguite, quando la Serenifllma
Repubblica rilafcierb i prigioni, e leverb 1' aflraio da lei meffo, dovendo
reflare la navigazione de’ commerci nel folito termine, e mantenuta la buona
vicinanza. Quanto alla libera navigazione del mare, fua Altezza non meno, che
TAmbafeiadore l'ha rimefle ad altra trattazione. La ccnchiufione prefa in
Vienna fu fenza alcuna difficoltb ricevuta in Venezia, e attendendo Toitìma
volomh di fua Maeflh Cefarea, e la buona rifbluzione alia provvifione, per
corrifponder a lei, e al Sereniflimo Arciduca, e dimoflrare la (lima verfo
laCafad’Auflria, fu ordinato al Fafqualigo di ritirare le guardie da Segna, e
da Fiume, e altri luoghi, Tèmo II. Ff a c la e lafcìar il conmerzio libero
a’fuddici Aufbiaci, come era. innanzi gli accidenti occorfi; e di far
coniegnare a chi Tua Maeilh comanderebbe i prigioni: fu anche commeflb
airAinbafciadore, di darne conto del autto alla Maeflk Imperiale. Arrivò
l’ordine al Pafqualigo il fecondo di Marzo, e quell’ iiìelTo giorno fu
ei'eguito con molta allegrezza defuddiri Arciducali, e rilcontrò, per buon
accidente > che il medefimo fu fatta Tambafciara alia MaeA^ Cefarea; alla
quale rìufc^ tanto più grata, qtiando alla Corte non fi fpctava che doveflero
le condizioni cilere accettate per iutheienci in Venezia, elTcndo in altre
occafioni pm volte Hate oflerte, nè mai vi era (lato acconfemito. Della grati’
rudine ne fece fua MacfUi dimodrazione non folamente con lodare la
deliberazione, e i’elècuzionc immediate data, ma con alTicurare fopra la parola
Celarea che da quella parte non si avrebbe avuto per l'avvenire difgiido
immaginabile. Fece del tutto dare avvifo a fua Altezza, ch’era già partita di
Vienna, con una buona eforcazione all’ ofkrvanza delie cole promelTe. Comandò
anche la Maefl^ fua al Conte di Sdrin, (otto pena di perdere il feudo, che
ne’luoghi fuoì del Vina« dol non folle dato ricetto a’Piratì, o ladroni, e all'
Ambaiciàdore fece dire che intorno a’ prigioni s’era fcritto a Gratz, e che sì
avrebbe prefo ordine come riceverli, quando fofle venuta la rilpoda In
confeguenza di ciò il Segretario Cefareo in Venezia per ordine efprelìb dell'
Arciduca diede conto delle provvifìoni gih fatte ^ e degl’ ordini dati in
Segna, per rimediare a’ mali palTaii; e della rifoluzione fua deliberata a dare
perfezione al rimanente per. intera oifervazione delie cole promelTe in Vienna;
e dell' ottima volontk fua a perfervcrarc in buona vicinanza; c del piacere,
che fentiva, per clTcrc le palTatc differenze accomodate. Non farebbe facile
diilinguere, fe i popoli di Dalmazia, gl’lfolani malTime di quella regione, o
pure t fudditi Auflrìacì confinanti fentiffero maggior piacere di
un’accomodamento così facilmente fucceifo dopo le molte diflìculTa, dalle quali
furono ambe le parti per tanti anni travagliate, k non che dagli Aullriaci il
frutto era goduto in realt^, i quali con l’apertura del commerzio recarono
liberati delle ìncomoditk che lentivano ma i fudditi Veneti non godevano fc non
la loia fperanza di quiete, la quale nè men ardivano di ben abbracciare, e
tenere per ferm a, afpertando di vedere prima qualche principio di efecuzione
che la confcrmalTe, o colTabbruciamento delle barche da corfo; o collo
(cacciare gli Ulcocchi Venturieri non folo fuori di Selozione di non voler
abbandonare il corfo. In poco tempo ancora vide pian piano ritornare i
fuggitivi a Segna, ed elTere ricevuti in modo, che in termine di un mele furono
ritornati tutti.- del che non intendendo la vera caufa, ni penetrando, fe fofle
con ordine di fua Altezza per adunarli, e fervirfì di loro in altro luogo,
rimafe in molta ambiguità dove il negozio dovefle terminare t ma predo redò
chiaro a tutti che l' accomodamento -fatto non poteva fortir fine migliore
degli altri in altri tempi conchiufi. Imperocché, avendo gli Ulcocchi la
fettimana Tanta fatta deliberazione di far un ufcita generale, e avendo,
Iccondo il lolita, contribuito anche i vecchi, le vedove, e i religiofi, a
metter infieme una munizione di polvere, e viveri, e danari per comperarne,
quando quella mancafle- ufeirono il di de' fette Aprile, giorno della Santidìma
Refurrezione di nodro Signore, in numero di quattrocento in dieci barche; e
avendo navigata per ito. miglia, fmontarono a Crepano, giurifdizione di
Sebenico, e per quel territorio padarono nel paefe deTurchi, facendo preda di
uomini, animali, e robe;c ritornati pel medefimo ter. ritorio, nelle marine di
quello imbarcarono la preda, e la ridulfero in Segna; avendo lafciata fparfa
voce, ch’erano accordati co’Veneziani di poter andar a' danni de’Turchi pel
territorio Veneto, mentre non oifendedero le perfone, e i luoghi per li quali
palfadcro, e ne’ giorni feguenti, palTando piu innanzi, all’ improvvifo fecero
molti danni in Macarfea, e Narenta ; e internatili piò oltre per le terre
de'Ragufei, depredarono la Villa di Trebigne, la migliore, e piò ricca che fia
ne’ contorni di Gadel Nuovo, con grodo bottino d’ animali, e prigionia di
uomini ; e nelle molto andate, e ritorni, fi ricoveravano ora in una, ora in un
altra delle Ifole Venete dove intendevano non effervi armata; cosi per
ripofare, come per provvedere i viveri; i quali ora pigliavano con violenza,
ora pagavano. Durò per alquanti giorni quella imprefa, che tiufcf loro
felicemente; perchè la fama All’accordo llabìlìto, e la credenza certa di non
avere piò moledie dagli Ufcocchi, fecero redar i Turchi lènza guardarli, c quei
dell’ Ifole Venete fenza la diligenza eh’ erano foliti ufare ne’ tempi de'
pericoli. Ma i Turchi, podit in arme, e fatta calare moltitudine grande in
ajuto, minacciavano di vendicarfi centra le terre del Dominio Veneto confinanti
; e mandarono a protedare a’ Rettori delle terre della Repubblica; e il Bafslt
di Bodina, nuovamente venuto a quel governo, ne fece rifentimento gagliardo col
Generale, ufando quedo concetto alla Turchefea, che la complicità non fi poteva
negare, valendofi gli Ufcocchi della cafa della Repubblica, come della propria
; minacciando di avvifar la Porca in Codantinopoli ; e che farebbe mandata
armata; per guardare quelle marine. Nel principio di quelli mfulci il Generale,
non con fperanza di provvifione, ma affine che i Minidri Audriaci non poteUcro
negare di averla faputo, mandò a Segna a dolerfi che centra la parola daa, non
elfendo ancora afeiutto finchiodro del decreto Cefareo, e delle promilfioDi
Arciducali, fi contravveailT* cosi manifedamente alle promede tanto confermate,
violando le giurifdizioni col tranCto di gente tnnau; provocando con quede
azioni, e con falfe didènunazioni, la flndctta de’Turchi fopra i fudditi
innocenti. A quedi lamenti Gioan Deleo, Vicecapitano di Segna, rifpofe, fentire
Tal»» . Gg gran 154STORIA graiì difpiacerc di cos'i finlftri avvcnìmemi, c che
il vale era provenuto da perfone bandite da quella Cittk, alle quali egli non
poteva comandare. Si fdegnò grandemente il Generale della rifpoda, come che
foffe riputato tanto femplice, che fi potefTe fargli credere, quattrocento
banditi eflèr entrati in una Cittlt; e valendoli delle barche proprie di
quella, elTcr ufeiti dal porto, e ritornati colla preda più volte ; clTere
i^aii Tempre ricevuti, e il tutto contra il volere di chi governa* Più fi
riputava offelo per le vettovaglie pagate nelVlfolc, che per le rubbate,
tenendo che foife cos"! latto, per metterlo alle mani co'Turchi* £ lebbcne
in quella occorrenza era più urgente bifogno jl guardarfi di non ricevere danno
da'Turchi, che r ovviare all’infolenze degli Ufcocchi, deliberò nondimeno di
attendere all’uno, e alfaltroy e a quciìo effetto ordinò che dodici barche
Albancfi fotto il Governatore Giovanni Dobracuich bene rinforzate di uomini
trafeorreflero per tutto, con ordine erpreflb di non offendere i luoghi, nè
meno i fudditi Aaffriaci che foffero ritrovati in barche da viaggio, o
difarmate* irà folo ovviare alle rubberie degli Ufcocchi, e perfcguitarli,
ritrovandoli ne’ mari, o altri diff retti della Repubblica. Ma gli Ufcocchi,
che avevano fatti grpffiffimi bottini, tnaffime di fchiavi, fra i quali vi
erano anche perfone ricche, e di conto, per cavare il frutto, levarono bandiera
di rifeatto in Sabioncello, territorio de‘Ragufet,> dove andando i Turchi
per contrattare con loro, effi ancora fpeffe volte tranfitavano trh Segna, e Sabioncello
per le occorrenze che quella negoziazione portava, Avvenne che la lèra del
giorno degli otto Maggio ritrovandofi con dodici barche armate da corfo,
incontrarono a S, Giorgio, a capo di Tielina,'ialtrettante barche di Albanefi,
e combatterono ferocemente inficme, attaccata una fanguinofa fazione, die durò
Cnp alla notte, la quale li divife; e in quel combattimento reffarono prete due
barche dt Ufcocchi con morte di feflanta perfone; e trh queffi Niccolò
Craglianovich, capo principale di loro, t dal canto degli Albanefi reffarono
uccifi otto loldati ‘con dicianovc feriti, tra* quali il figliuolo del
Governatore le altre dicci barche prefero la fuga, falvandofi a Segna. Queffo
conflitto fu dagli Ufcocchi, e dagl' Albanefi divetfamenic riferito. Quelli differo
di efferc fiati aflìcuraiì dagli Albanefi di poter entrar in porto; e dopo
entrata due barche, queU le efferc fiate affalitc, che le altre non potevano
focorrerJe, e però fi ritirarono * Quelli affermarono di aver combattuto con
tutte le dodici barche da buoni loldati, e di averne a buona guerra prefe due,
adduccndo, per confermazione, che fc dodici barche di loro con cinquecento
uomini eh’ erano, aveffero affali to a tradimento due fole, non larebbe refiaro
morto, c ferito tanto numero di loro, Ma comunque quello fi foffe, certo è bene
che il conflitto non fucceffe in porto, ma nel mare aperto tr^ ITlola
diLiefcna, eia terra ferma* Gli Ufcocchi fuggiti per la vergogna, e per li
compagni perduti, refiarono pieni di rabbia, e di appetito di vendicarli; e più
di tutti Vincenzo, fi-atello di Niccolò Craglianovich, uccifo nella fazione. La
mala ventura s'accoi^ò colla rabbiofa maligniti loro a far fuccedcrc un altro
accidente di peffima confeguenza. In quel tempo fitffo parfi d’Ififia, per
andar all’ubbidienza del Generale, la Galea di Cristoforo Veniero, ilquile, non
avendo alcuna notizia del fucceflb occorfo a San Giorgio, lenza alcun Ibrpetto
facendo il fuo viaggio, cri giorni dopo quel conflitto, capitò la fera
nelportodi Mandre dell’Ifola di Pago. Gli Ufcocchi, avutone l’avvifo da una
fpia,in gran numero fmontarono in terra, e fipofero occultamente fopra il monte
che circonda il porto, in aguato,- e la mattina fet barche d' elli, entrate in
quello, aflaltarono la Galea, e quelli eh' erano in terra, in molto numero con
archibufate, e fafli uccidendo, e ferendo dalla parte fuperiore, levarono il
modo di pocerfi metter in difefa, fene impadronirono; e preti ifoldati, e
grUlBziali della Galea, ad unò ad uno, facendoli palfar alla fcaletta, gli
accopparono crudelmente, e gettarono i corpi in mare. Fucofadi gran
compaflione, chea fangue freddo folTero cosi barbaramente uccife quaranta
perfone innocenti ; fecero vogare la Galea pel Canale verfo Segna, e nel
viaggio cagliarono la teda colle mannaje a Lugrezio Gravile, Cavaliere,
gentiluomo di Capo d’Idria, e al fratello, e nipote, ch’erano fo. pra la Galea
per paflTaggio ; e fpogliarono delle perle, monili, anelli, e vedi Paola
Stralbldo, moglie del Cavaliere, colle fue donne, ch’erano in compagnia del
marito. Servarono vivo il Veniero folamente- Si conduflero lotto la Morlaca,
pocolonunoda Segna, e quivi difcefi in terra, per flgillo della barbarie,
fecero fmontare lui ancora, e gli troncarono il capo colla mannaia, c fpogliato
il corpo. Io gettarono in mare, e apparecchiato il deCnare, poterò il capo deir
infelice Ibpra la menfa, dove dette mentre durò il convito. Quede cofe tutte
furono vedute dalle donne, e da'Galeotti redati fopra il Vaf. cello; alcuni de
quali afiermarono ancora che dimandò con molta pieth la confelUone, e gli fu
negata. Altri diOero che gli mangialfero il cuore; altri che folotingeflero il
pane nel fangue, per certa fuperdizionetrìi lororadicau, che il gudar inficme
del fangue del nemico Ga un'arcano, e una Gretta obbligazione di non abbandonarG
mai, e correre la medefima fortuna. Finito il delinars, condulTcro la Galea a
Segna, dove divifero le robe, e le munizioni di quella; rilafciarono i Galeotti
con minaccia, e obbligazione di non ritornare nello Stato della Repubblica; e
didefero l’artiglierìa fopra lemura della Cittk. Andati gli avvifi di cosi
atroci fatti a Gratz, da’ fautori degli Ufcocchi fu perl'uafo l'Arciduca che
tutto fatto dalarofofle con ragione; e alla provvifione fatta da’ Minidri della
Repubblica fu data Anidra interpretazione, incitando fua Altezza alla rottum, e
guerra; cofa da loro glh molto tempo defiderata, per una vecchia Iperanza di
facilitò conceputa, che fua Altezza acquidezebbe, e aggrandirebbe, sò, e loro
con quel mezzo : il che fu anche caufa, che fcrilTelua Altezza a tutte le terre
fue diconGne, che delTero fopra le guardie, e A fortìAcadcro, dal qual
comandamento nacque che a Segna con gran follecitudine portarono terra, e
prepararono legname, per munire laFortezza. Il Capitano di Fiume ancora fece
fpianare gli orti, le vigne, e gli uliri attorno le mura di quella terra, e in
tutte le terre a’ conAni eziandio in iflria A dava qualche fegno di
preparazioni militari, il che diede gran fofpetto a’ Veneziani che iblfe un’
apertura di guerra ; perchè, non parenw loro di vedere che, pel conflitto di S.
Giorgio, caufato e riufeito in qual modo A iblle, i Miniftri Arciducali
avefléro caufa alcuna di dolerA, non putendo, nè dovendo loro importare, fei
violatori della giurìAUzione Veneta, e contumaci del Principe loro proprio, che
centra la volonth, di quella erano andati in corfo, folfero flati ucciA fuori
della fua giurifdizione in qual A Aa modo, tenevano d aver ragione di credere
che quei preparamenti folfero, non peraflieurarfL, non cflendo preceduta
occaGone da generar fofpetto, ma perdilegnodi mettetele cole loro in Acuro, e
aflalure Io Stato della Repubblica. Toma 11. Gg ^ Ricevettero un gran difgafto,
avendo intefo per la confeDìone d’ un Ufcoeco prefo vivo nel combattimenioa
capo S. Giorgio, e di quattro altri prefi dopo in Arbe, chel’urcita fu con
partecipazione del Vicecapitano, il quale centribui anche la fua parte;
mcfirando chiaro l'evidenza del fatto che non potevano elTere ufciti alla preda
in tanto numero fenza Caputa de'Minillri Aullriaci ; e i’alfalto, eia crudeltà
commeflà contra la Galea, febben poteva eflère fatu fenza confenfo loro, per
rabbia e vendetta propria di que' ìcelerati, nondimeno non fu fenza precedente
caula, dau dalla pubbHca Autorità, col permettere l’ufcita al predare contra la
promelTa del fuo Principe, tanto recente, e con fuccedente approvazione,
dimollrata nell'avere ricettati i malfattori, Se gli Ufcocchi, per vendicare la
morte de’ compagni, hanno ufata la crudeltà contra i foldati, e padrone della
Galea, quando bene ciò valeffe per feufa loro, non farebbe buono per ifeufar il
governo di Segna dal conceder loro la facoltà di predare; dal riceverli colla
Galea; dal portare le robe, e munizioni nella Città; dal difiendere le
artiglierie Culle muraglie. Quelle opere non pofTono aver il primo mo. to dagli
Ufcocchi, ma da chi governa Segna; i quali, oltradi ciò, anche nella prela
della Galea, e morte de’foldati, e del ^praccomito, non fi polTono feufare, di
non aver parte, almeno in quanto hanno alficurato, e partecipato con chi hà
commelTe le fceleratezze. Ma Niccolò Frangipane, Capitano di Segna, ch'era
allora alla Corte, per aver danari da pagare i foldati, pafsò immediate a Novi,
fua terra, e raccolti cinquanta buoni uomini, con quelli accompagnato andò a
Segna. Chiamò a fé in Cafiello Cotto la fede i principali intervenuti alla
prefit della Galea c da loro pigliò informazione del (ucceffo, e ne formò
procelTo, il quale mandò alla Corte di Gratz in diligenza. Vifitò anche
l'artiglieria polla Còpra le muraglie, non facendo dimofirazione alcuna di
approvare, o non approvare il fau to. Il Generale Veneto, per bene certificarli
le il Colo Vicecapitano Dcleo trà i Miniftri Coffe in colpa, udito l’arrivo del
Frangipane, mandò in Segna perfona efpreffa con lettere lue, dimandando la
refiituzione della Galea, e delle robe, e CfKcialmente delle artiglierie, anela
la buona intelligenza, e amicizia tràiFrincipi,eraccordoultimamentcfeguito. Dal
Capitano|fii rilpollo pel medefimo Meffo con lettere, le quali fono ancora in
effere, dolcndofi del male fucceffo con molte parole di cortefia; e quanto alla
refiituzione della Galea rifpondendo che già l’Arciduca fuo Padrone aveva
ordinato che la Galea Coffe tenuta cosi; però egli non poteva far altra
dilix>fizione;maavrebbeavvifaio fua Altezza della riebiefia fattagli, per
efeguire ciò che da quella gli foffefiato comandato. Dopo molti giorni il
Capitano, per qual caufa fi Coffe, mandò al Generale una caffetta colla
tefiadel Venicro inclufa; egli feriffedi mandarla, per mofirare di non cffergli
nemico; einfiemefoggiunfe che in materia dalla Galea nonaveva avuta riipofia
alcuna; ma però mandò uno de'pczzi dell’ artiglieriadella Galea a Novi,
Fortezza propria lua ; dalle quali azioni fi certificò il Pafqualigodell’animo
fermoanonrefiituire; e giunto quello indizio alle frequenti ufcite,e a’paffaggi
degli Ufcocchi pel Canale della Morlaca con maggior numero di barche fornite,
di fuochiartifiziati,eaItri apprefiamenti, e provvifioni non piò da loro ufate,
ebbe dubbio che vi poteffe effere qualche penfiero di fare un’occulu guerra
alla Repubblica Cotto nome degli Ufcocchi.- laonde giudicò neceffario
aflieurarfidi non ricevere qualche affronto maggiore; congregò le fue forze,
per ferrar i palli, je impedirei foccorfi di munizioni, e vettovaglie a Segna,
afienendofi però di sbarcare,o d'inferire alcun danno alla terra ifolo proibii
ad ogni Corta di Vafcelli,chenon ufeiffero, ni entrafTero;e a'fudditi ogni fona
di commerzio con Segna, ealtre Terre di quel Capitanato. La provvifisnenon fu
di quel efficacia, come altre volte era rìufcia ; percbi, eirendò Fiume Ubero,
di IV andava per terra vettovaglia, febben v’interveniva pib fpefa. Ma il
Generale Veneto non giudicò condecente operaralcuna cofacontra Fiume, perché
dopo raccordato di Vienna non l'aveva trovato in alcuna complicitV cogÙ
Ufcocchi. Arrivò il Generale di Crovazia a Fiume, e raunò deToldati in quella
Terra con difegno di paflàr a Segna, diceva egli, per dare rimedio a quegl'
inconvenienti febbene poi non relegut, Mr la urettezza del vivere cbe in quella
CittV era, la quale non comportava ette accrefcelTe numerodi gente; mV
Tdegnatopel commerzio impedito, che la teneva in Urettezza, fece correr voce
per tutto il paefe che Sua Altezza aveva deliberato di non accommodarle
differenze co'Veneziani, fe non avendo libera la navigazione del Golfo, per
andar a danni de’ Turchi: cofa della quale gli Ufcocchi furono molto contenti,
e pieni di fperanza di dover vivere in felicitU. Da quello moflb il Ferletich,
andò a Fiume, per divilare fopra il modo d'idiluire un corfo formato per l'Adriatico.
Ma dopo diverfe trattazioni fu dal Capitano di Fiume, o di legreto ordine del
Generale, o di proprio moto, pollo prigione. Corfe Tubilo la moglie del
carcerato a Fiume ; portò in dono al Generale due pezze di panno d’oro, e un
padiglione di prezzo ; donò anche a Volfango Frangipane, fratello del Capitano
di Segna, una littiera di valore; i quali prefenti, uniti allalperanza d’averne
de'maggiori, ebbero forza di conciliar l'animo del Generale in tal maniera, cbe
tentava diverfe vie per levarlo di prigione.- al che non conlentendo il
Capitano, oper zelo di giuflizia, o perchè gli pareffe Urano che il Generale
godclTc il frutto dell’ opera Tua, palfarono uh loro gravi parole, e in 6ne il
Capitano condannò il prigione a morte, e il Generale lofpele la fentenza.
Scrilfero ambidue alla Corte, e venne rifpolla che foOc giudicato fecondo le
leggidi Ungheria onde nefeguiva,chc non fi poteva far il giudizio in Fiume, non
appartenente a quel Regno; e per non tornar a parlar piò né del prigione, né
del Generale, dirò folamente che, elfcndo quelli dimorato in Fiume fino alla
partenza dalla Corte Cefarea de'Commilfarj, de’ quali fi dirò a Tuo luogo,
fenza far altro di piò, che udir piò volte la moglie del prigione, fe ne parti,
menandolo leco in Crovazia. Mh nel mcdefimo tempo alla Corte Cclarea, fecondo
chei difordini luccef(èro, furono rapprefentati a Sua Maellh dall’Ambafciadore
Veneto con illanza di provvifione ; e fi dolle Cefare degl’ inconvenienti
occorfi, e maflìme della morte crudele de’lóldati, eSopraccomiio della Galea
con tanta atrocith epromife di dare fodddUfazione, e rimediare daddovero. Fece
dire per nome fuo all’Ambafciadore da principale Minillro, che la Repubblica
era in illatodi ragione e cbe Sua Maellh aveva inclinazione a levar quella gente
dalle marine nel tempo delle palfate differenze ; ma incontrò divede opinioni
de’Minillri, che non la lafciaronofpuntare: cheDioaveva permeflbpolcia
queigrandifeandali, per porvi quell’ ultima mano cheli doveva porre all'ora.
Alle illanze dell’ Ambafeiador Veneto s’aggiunfero quelle del Nunzio
Pontificio,Mrché il P gior amplifìcaztonelc querele contri il commerzio
interdetto a Segna, conrap. prefentarlo come una dimunizione di riputazione, e
di ofiefa della dignità Im« penale, e di tutta la Cafa d’Aullria, acciò l'uà
MaelU fi dichiarane congiunta ne« gl'intereni loro :
ealcunide’ConfìglieriCerarei, da quelle propodc molli, entraTono in alcuni
pareri marziali, per compiacere ai defìderio degli Arciducali. altri di loro
ebbero per inverifimile che il Generale Veneto avelTe conceduta licenza agli
Ulcocchi di ufeire contri iTurchi, acciò elll aveflèrole prede, ei fudditi le
rovine; e pareva gran llravaganza, chegliaveire fatti combattere per quelloche
gli avclTe ali ora conceduto. Ma quei di loro, che fi raccordavano che per
ottanta anni continui i Veneziani s’ erano dichiarati di ricevere ugual danno,
e offefa, quando gli Ufcocchi paflavano a predar altri per li diUrctci della
Repubblica, come quando bottinavano i fudditi loro proprj; Tebberoper
un’invenzione molto fctocca; e non pareva loro conveniente nè alla dignità,
nèalla religione di tanto Principe, che movefle una guerra, per mantenimento di
ladri infami. S. M., alla rapprefentazione del commerzio levato a Segna, H
commoffe alquanto, come che foflc airediata una.fua Terra; ma, certiheato che
non iì pretendeva di far offefa alla Citt^, ma folo di afncurarfi che
nonfoflcro inferiti nuovidanni, comegrufcocchi giornalmente tentavano,
reilòquieta; eavendo colla prudenza fua penetrato il vero, preflo conobbe che tutto
il male era nato per rinolTcrvanza delle cofe prom effe ; e nel ConHglto fu
conchìufo di mandare CommifTarlpernomediCefarechc con fuprema autoritli
metceflero la mano,eapplicaflcro il rimedio proporzionato al bifogoo corrente ;
e furono nominati il Conte Altani,il Baron Bech, e il Sig. fiuonomo, a’quali
furono date commiifioni molto ampie, e chiare, di levare da Segna gli Ufcocchi,
e mettervi prefìdioTedefeo, egafligare pofeia i colpevoli degli ecceflì
commeflì. Il Sig. Buonomo fu fpedho immediate a Gratz, per conferire la
rifoluzione prefa, e ricevere iflruzione anche da fua Altezza. Ma avvenne
quello che piò volte eraoccorfo, c regnante ITmp. Rodolfo, che nel Confìglio
Cefareo fu prefa rifoluzione, per rimediare al male, la quale in Gratz fu
convertita fempre in quella forta di medicina che lo fa peggiorare : cosi
occorfe nell’occafìone prefente, che gli Arciducali diflero eflfere cofa giuda
il gadigare, e rimediare; ma, per farlo in modo che metta fine,
efrerneceflarìocheiCommiirarjs'informaffero, cractafleroco’Minidri Veneti, e
riferifTero a’ Serenifs. Imperadore, e Arciduca ; e non efeguiffero, fe prima
da fua Maed^ eda fua Altez. non foffe deliberato quello che fi dovede mettere
in effetto. In Venezia comeladeliberazionedegr Imperiali fu commendata di
giudizia e finceriik, cos'i fu immediate intefo dove mir^e f aggiunta degl’
Arciducali, cioè, che, non potendo trovare pretedo di difobbligarfi
dall’accordato di Vienna con allegare eccezione alcuna contra di quello,
penlalTero difobbligarfi con idi mire una nuova tratuzione,nella quale
obbliquamente fodero introdotte le medcfime cofe, e con qualche maniera, o
hdrette, o glofate, fìcchè rimanedero fenza effetto: imperocché in altra
maniera non vedevano pretedo, per dipartirfi dalle cole promeffc; poiché dall’altra
parte era efeguito quello che le toccava, e in quelbche re^ dava far loro non
potevano pretendere aggravio; non eflendo cola piò giuda, quanto proibirci!
corfo, e nelle guarnigioni tenere mfidio pagato ; ch’era la fodanza delia
promefTa;né avendo probabilità,perinodrare d'edere dati in pane alcuna gabbati;
poiché lafcritturafufonnata,e defa non, come è folito, da ambo le parti, ma
dallaloro folamente, fenza che v'imervcnilfero i Veneziani, da' quali poi fu
accettato. Non fi venne in Senato a deliberazione di mandare perlona alcuna a
trattare con quei Comminar], 0 per la ragione fopraddeita, o perchè era noto
che il motivo non veniva dagl' Imperiali, ma da'medefimi Arciducali; o forfè
anche perchè volellero alpettare di vedere le prime operazioni de'Commifiarj in
efecuzioae delle cole promclTe, per regolarfi poi come quelle aveffero
infegnato« Mentre i Commiflar) erano in viaggio, occorfe all’ Arciduca, per li
Tuoi negozj, vifitare la Maefi^ Imperiale in Lintz, dove, conforme a quanto
prima da Gratz era fiato fcritto, furono replicate le feufazioni degli
Ulcocclii, e rinnovate le querele pel commerzio,levato alla Giuli; e propofio
il progreflb che potrebbono fare le armi Imperiali in Ita^a colla fponda
deirefercito che fi trovava ammafiàto in Milano; e furono anche fatti diverfi
ulBzj, acciocché non foife difarmaco prima che fi vedelTc l’efito delle cole di
Segna. Ma 1 CommilTarj, giunti a Fiume, chiamarono a sè i Capi degli Ufcocchi
da Segna, i quali ricufarono di andarvi fenza falvocondotto. Furono i Commiflar]
cofiretei a concederlo, parendo loro ciò minore Indignitk, che fe i chiamati
foflero refiati contumaci. Col falvocondouo andarono a Terfau, e di 111
mandarono a richiederne un piò ampio, diffidando del primo; e ottenutolo,
andarono a Fiume, dove furono ricevuti con termini amorevoli, e correli. I
Comfniflàri prefero da loro informazione del conflitto cogli Albanefi a
Liefina, 6 della prelà della Galea, e delle altre cole occorfe dopo il
concordato, e fubito li licenziarono, per ritornar a cafa ; o perchè da loro
altro non volelTero, o perchè, fiance il faivocondotto, non potelfera efeguire
altro difegno. Dopo alcuni giorni mandarono il Segretario loro a Segna a
comandare che folfero confcgnaii i Turchi fatti prigioni in Trebigne; e il
Segretario non folo non fu ubbidito, ma git convenne partire fenza veder
efletio alcuno degli ordini de' Commiflar]: e quantunque ufafie minacce di
feveriffimo gafiigo contra i contumaci, nè meno gli fu data rifpofia per
riportare a' Padroni.* le quali cofe dimofirarono in fatti quanto ditferente
foflè la filma che da quei ribaldi era fatta de Minifiri di Celare fupremo
Signore, dal rifpetto, e dalla ubbidienza che fu da' medefimt prefiata un' anno
prima al Cheslin Commiffario Arciducale; e diedero materia agli fpecolativi di
credere che, quando alcuna cofa da quei di Gratz èrimefla a quella Maefià, come
eccedente la podefià concefTa, ciò fia per forma di apparenza, e coperta di
Icufa Mentre che furono i Commiflar] in quel luogo, altro non fucceffe di
conftderabile, fe non che i Kagufei Ipedirono Achille Pozza a richiedere loro
rimedio, per li danni degli Ulcocchi, e per li perìcoli Turchefobi, ne' quali
li gettavano, il quale non ottenne provvifione alcuna. Avvenne anche che la
Galea, o per fortuna, o per malizia, andò a traverfo, efidifllpò in tal
maniera, che fe ne vedevano le parti nuotare per la riviera; e finalmente il
corpo fi ruppe Cotto la torre Saba : c quello eh' è di maggior confiderazione,
fu gli occhi de medefimi Commiflar] fette barche di Ufcocchi ufeirono di Segna,
camminando dietro terra lotto la Morlaca, e pizzicandt» le Ifole quanto
poterono ; il che fu poco, per la fquifita guardia Ttmù IL Gg g, eh x3« STORIA
ch’era in quelle, rirtirono i Commiflari nn dopo l' altro, mandata a Grata l’
informazione fenea aver fatta altra cofa che ibfle veduta, o faputa; non
mancando gli Arciducali in Fiume di luggerire, e imprimere, eflère paflàto con
loro dilbnorc che non fóllè ttato mandato a trattare foco ; e aggravando, con
dire che altre volte fi era mandato a trattare cogli Commiliari Arciducali
tanto inferiori degl'imperiali. Della dimora, e opera infruttuofa di tre
perfone infigni fpiccate dalla Corte Imperiale era attribuitala colpa
diverfamente. Altri l'afcrivcvano a mancamento del Senato Veneto, che non aveflc
mandato alcuno per fu» nome, allegando che, quamfe fi tratta caufa comune, come
fono tutte quelle di (Ubilire una buona vicinanza, conviene che fia per
Miniftri da ambe le parte maneggiata, acciò riefea con reciproca fodditfazione:
che i Cefarei non avellerò fatto colà alcuna, per elTere mandati, non ad
operare foli, ma uniumente co' Veneziani : e quando bene avelièro veduto foli
applicare qualche rimedio, non avrebbero potuto lark>, per eflèr incerti fe
quello folTe poi piaciuto a'Veneziani, e gli aveflè renduti contenti; e però
che con ragione dovevano eflèie feufati gli Aoftriaci di ogni inconveniente che
fol^ potuto fuccedere. Altri dicevano che alfora fi tratta per comuni Minillri,
quando vi ò bifogno di concordare diffèrenze; ma per efeguire le cofe concordate,
ognuno dee fare la fua parte da fe fteBb: che quando il Generale Veneto
refiàtul il comerzk), lo fece da sò, lènza alTiflenza di altri; che i prigioni
erano fiati liberamente offèrti a chi fua Mael& avelTe comandato fenza
tratare del modo di darli: che, quelle cofe fatte, i Veneziani non avevano
altro che fare, fe non afpettare corrifpondenza coll'oirervanza delle cofe
pròmeffe ; che il mandare la Repubblica Commiflàri, per trattare accomodamemo,
non farebbe fiato altro, che rinunziare l'accordato di Vienna, nel quale,
poiché la parte Arciducale era fiata tanto avvantaggiata, ed era efeevito
interamente tutto il vantaggio di quella, nel nuovo congrelfo non n poteva
propone, ni rilbivcre fe non qualche cofa di più per gl’Arv ciducali, e qualche
maggiore difavvantagio per la Repubblica.- lenza, che fi poteva con cenezza
prevedere che, non avendo avuto luogo qoello che fi era fermato colla Maeftà
Imperiale, e coll’Altezza dell’ Arciduca, molto meno fi avrebbe potuto fperare
della trattazione de’ Minillri, i quali fe erano andati per efeguire le cofe
concordate, neflìin impedimento fi può diré che aveflèro ritrovato, il quale
colla prefenza de’ Veneti poteficro fupetare.- ma fe con altro dife^ gno, che
daU’alTenza de’ Veneti, folTe fiato difiurbato, non poteva quello eflère fe non
pregiudiziale alla Repubblica. Gl’intendenti delle cofe di governo dicevano di
più, che occorre fpeflb trà i Principi mandare Minillri per negoziare, ni mai
quella fi fii altramente, che avendo prima rifoluto l’uno, e l’altro, che il
bifogno vi fia, e concerrato quello che s’abbia a trattare, il luogo, e bene
fpefia anche il modo a tenere. Ma che uno fpedifea Minillri dove, e con quelle
commiflìoni che a lui piace, e fenz’altro dire, afpetri che l’ altro mandi a
tratura con quelli, ficcome i cofa non mai ufata, cosi, quando avveniflè, più
rollo avrebbe ragràoe di dolerli rinvinro lenza precedente concerto, che l’
invitante a cui non folTe corrifpofio.' non poterfi però aferivere a mancamento
di fapienta, e prudenza in Cefare, che non fu autore di ut configlio, ma di chi
T inventò, e aggiunfe in Gratz oltra le commiflìoni Imperiali. Partiti i
Commiflkn, refta^oBo i kdfi alTicurati deli'impuiiiik per le cole facte^ e
inanimiti a tenere ritafiTa (lile alPavvenire. Non racconterò le pertico lari
prede di barche, o re(celli, e le incurfioni fatte l'opra le Ifole con una, ò
due barche, perchè moh te furono; e futbbetedio, perl'uniibrmitb, commemorarle
tutte.* narretò folo una generai ufeita fatta mentre il rigor del vento
doofteinfe rallentar le guardie, nella quale prefero quante barche incontmroRò
alle riviere d’illria; e in Dalmazia i due grippi con mercanzie, e da» nari; e
alii fcogli di Zara tré marciliane cariche di pannina, renft, c fpczicric; e
una Nave che poruva drappi di feta, lana, zuccheri, e altre merci di valore v
Paflkrono dopo quelli Ipogii ad offefe non più da loro ternate. Si ritrova in
faccia di Zara uno Scoglio, nominato di San Michiele, con un CalUllctto nella
lòmmith, dove ne i tempi de’fofpetti 0 tengono guardie, e lentinelle, per
ilcoprir il mare; ne i tempi tranquilli reità il luogo, come di leggier
momento, lenza guardia 4 Quelli uomini, con molto ardire ivi montaci, e munito
il luogo per quello che poterono repentinamente, pofero dentro guardia della
loro gente, per ben ifcoprire il mare, e non folo ìnGdiare la navigazione,
dando legni accompagni de* Valcelli di viaggio, ma ancora per awifarli di
ichivar Tarmata chetrandea per guardia di quelle riviere; e ciò fatto, con
incredibile audacia fi mifefo ìoGeme in forma digtulla guerra, e in numero dÌ
40 o.con lèi iiilègnc sbarcarono a Ro» iiaoze, vaia della medefìmaCitth, e
predato in qirella quanto vi 0 ri» trovò, pailatt innanzi ad Islan,
luogode’Turchi, preferoanimali, donne, e nnciudt; ritornali per la via Aefla, portarono
tutto a Segna, linfbrzata prima la guardia, e la munizione di S. Michele ;donde
per dilcac’ciarli, eflèndo lo fcoglio forte di Geo, fu bifogno di congregare la
foldate» ica, e adunare molta gente, per paflare nello fcoglio, e alTaltarii :
di che elfi avvedutifi, la notte fuggirono. A tanti inconvenienti avendo
con0dcrazione, il Generale Veneziano riputò neceflàrio ufare più potente ri»
medio, che T impedimento del commerzio a Segna, per confolazione dc’fudditi,
che, ritrovandofi danneggiati e afflitti, erano vicini alla difperazione, e a
gettarfi lotto la volontà degTUfcocchi. Era debole il rimedio ufato contra
Segna folamente, poiché quella gente, con ar« rifchìarh ad ogni pericolo,
luperava parte delle difficoltà; e col riee» vere per via di terra fbccorfo da
altri luoghi Arciducali, rendeva io» fruttuola Topera impiegata nell’
incomodarli. Sino a qucRo tempo i’ era alìenuto di levar il commerzio all’
altre terre, per non diipiacere a fua MaeOà, c a fua Altezza: all' ora, vinto
dalla ncccffità, pensò che quei (Principi colla prudenza avrebbono bene
conofeimo che, quando fi foflè riientico con tutte le terre loro polle a quella
marina pel favore preparo a cosà fceleraci ladri, non doveva cflère hcevuco per
ofièfa da chi fi difendeva da cosà gravi olt^gi, mà da chi lì cotnmetteva fono
T ombra loro; e perciò proibì ad ogni fona di perfone di poter andare cofi
vafcelli, .0 barche di mercanzie, vettovaglie, e di ogn’ altra Ibrta
diprovvifìoni a qualunque terra polla fopra il Quar. ner, c fopra il Canale della
Morfaca dì Bcfezfino a ScriUà. Ancorché 0no al tempo prefente non fia mai (lato
applicato rimedio proprio, che abbia potuto ovviare pienamente alle
fcorreriedegrufcoccni, que00 nondimeno é Rato in tutti i tempi il più efficace
; perché, oltre al x 38 storia al levar a' ladri la comoditi di Ilare rutti
uniti in uni uogo, pel mancamento delle vettovaglie, gli altri ludditi
Audriaci, che per cauli loro pativano, fi Iòno concitati centra i ladri, ed
efclamando alle orecchie della Corte Arciducale, hanno collretti quei Miniftri
a fare qualche provvifione, per cllcre liberati dall’ incomodo per all’ora.
Cosi in quella occafionc le querele, e i lamenti de’fudditi andati a Grata,
giunti cogli lifliz) dall’ altro canto fatti da i Miniflri della Repubblica alla
Corte Cclarea, indulTero gl’ Imperiali apenlàr di levare quella molellia a lua
Maellb con rimedio perpetuo; e gli Arciducali a peniate di portar il tempo
innanzi, con dare qualche apparente, 0 almeno leggiera loddisfazione : e
communicati i configli infieme, rimilèro a trattarne unitamente al leguente
Agollo, pei qual tempo avevano i Principi di Cala d’ Aulirla intimato un
congrelTo dì tutti loro, e de’ deputati delle Provincie foggette in Lintz, dove
l’Imperadore fi ritrovava, per rilolvere negoz) importanti de’ loro Principati.
E per dar ingreflb a quella trattazione, fecero gl’Aullriaci per nome di lua
Altezza querela coll’ Ambalciadore della Repubblica, Refidentc prcITo a lua
Maellb, che il Generale in Dalmazia avelTe pubblicato un bando, proibendo il commercio
alle terre, c a’ ludditi tuoi di quelle riviere; e con effetti avelie
trattenuto diverfi valcelli che navigavano a quei luoghi, per fomminillrar
vettovaglie ; e ne avelie anche gettati a fondo parte di elfi ; e che ciò folle
non tanto con fua offefa, e danno dc’fudditi, quanto ( il che piò loto
importava ) a pregiudizio della libera navigazione che pretendeva nel Mare.- al
ch'era flato giullo, e neceflario rimediare; che gib in Vienna fi erano ptomoHe
parole di quell’ ìflellà materia, e concordemente era fiata rimeflz ad altra
trattazione: che quello era il tempo, e luogo opportuniflimo di trattarla, che
facilmente non fi prelenterebbe una congiuntura ule, quando foffero prefenti in
una raunanza tanto frequente tutti i Principi di Cala d’Aullria, e anche i
Deputati degli Stati loro; deU’inicrelle de’quali tutti fi trattava: e che,
decifo quello capo, infieme fi avrebbe trovato rimedio alle cofe degli
Ulcocchi. A quella propofizione fu dall’ Ambafciadorc rifpollo in follanza.-
che in quella materia dì navigazione non era fncceduta novitk alcuna; ma era
fiata femjrfe libera ad ogni torta di perlonc lotto le leggi della Repubblica,
che fono neccllaric per conlervarla; e tale cllece la men-, te di lei che fia
mantenuta tempre. Elfere flato proibito nuovamente^ il commerzio alle terre,
dove gli Ulcocchi erano ricettati, foccorfi, e favoriti, appunto per ovviare
alle infellazioni loro maritime principalmento, e mantenere libera la
navigazione, e a’ danni, e alle ollefe che inferifeono in terra.- che mentre gli
Ulcocchi avellerò ricetto in quelle terre, nè elfi potrebbono allenerli da’
ladronecci, nè la Repubblica lafciare di perfeguitarli, e ribattere le offelc.
Raccordò le promelfe fatte in Vienna con parola di fua Maellk, c di fua Altezza
in ifcritto, e replicate molte volte in voce, che il Mare rollerebbe netto, e
liberato da’Pirati di Segna; e che nè di la, nè da quei contorni ufeirebbono
perfone a danneggiare la navigazione, nè i vicini: e recitate tutte le
molcllie, e offelc dagli Ulcocchi inferite dopo il tratuto di Vienna fino a
quel tempo, loggiunfe che per religione, ginftizia, e riputazione de i
Principi, erano obbligati ad efeguire le pro melfe; melTe, con che anche per
corrifpondenz» farebbe retiduto il commerzio alle terre, ficcome fu renduio l'anno
innanzi per rifpetco, e offervanza verfo fua Maedb finceramcnte, fenza aver
altra fìcurezza, che la fola fua promcfsa, quantunque le ingiurie ricevute
dagli Ufcocchi fin’ all’ ora folTero da non fcordarfi facilmente; e che gli
at;ticoU da fua Maeflli, e da fua Altezza promefli all’ara non conteheiTero, il
total rimedio, e folTero flati conglciuti per molte fpertenze paflàte
infufficienti ; laonde, per debita corrjfpondenza, fe la ragione, l’oneflb, e
roITervanza della fede debbano aver luogo, fi dovrebbe ormai vedere Teffetto
delle promelTe: ch’egli afpettava che da quella raunanza, fecondo la intenzione
datagli, da Configlieli di Cefarc folfc pollo fine a tjucllo fpinolb negozio. E
perciò riulcirgli cofa molto inafpettata l'udire in luogo di qnello, che fi
trattafie d’ implicarvi altri negozj di lunga digeflione, che non potevano
fervire ad altro, che a portar in lungo Tefecuzione delle cole promelTe; che il
negozio degli Ufcocchi gik era in piedi, e fi ritrovava in tale flato, che non
fi vedeva adito, nè apertura di ravvilupparlo con pretenfione di libera
navigazione, ovvero con alcun’ altra fomigliante; ma bensì, terminato quella,
che non aveva bifogno di trattazione, ma di efecuzione della parola, e fede
data, la Republica non farebbe fiata aliena di trattare ogni altra difficoltb :
anzi il metter fine alle moleflie degl’ Ufcocchi farebbe flato un facilitare la
tratuzione di navigazione; che la Republica aveva fempre ricevute, e incontrate
tutte le occafioni, per metter fine a qualunque differenza colla Cala
d’Aullria,- e che in Vienna erano fiate conofeiute le urgenti ragioni, per le
quali non fi poteva trattare, nè di libera navigazione, nè d’altro negozio
prima che a quello degl’ Ufcocchi folTe rimediato; e perciò di comune confenlo
era Hata rimelTa ad altra occafione: e rellando le caule le medefime, conveniva
tener per decifo, che nelTuna opportunità di trattar altro poteva venire, (e
non era levato di mezzo quello impedimento, che non concedeva T unire altra
cola con lui. I Configlieri di Gratz per quello non fi molTero dalla loro
rifoluzione; ma fi fermarono collantemente in quello, che non occorreva parlare
degli Ufcocchi, fe infieme non fi parlava di quell’ altro punto; il quale tanto
premeva a fua Altezza, che fenza quello non avrebbe potuto afcoltare
ragionamento di altro; febben gl’imperiali non fecero fopra illanza alcuna.
Quelli che fludiano, per indagare i fini delle deliberazioni, credettero lo
feopo degli Arciducali non eflcre flato altro, che di fcanfare il parlare degli
Ufcocchi; cofa molto abborrita da loro in ogni tempo; e la mira de’Celarei
elTere fiata di vedere prima rifoluto un altro punto, che fu propollo, e rellò
iniecifo nella raunanza, cioè, fe fi doveva attender alla guerra, o alla pace
co’ Turchi, forfè a fine di cavar alcuna fomma di danari, quando fofle llau la
guerra rifoluta, con negoziare qualche cola d; Segna. Quello che in ciò fólTe
di vero non fi può affermare. Ma poiché il negozio della libera navigazione
Tanno precedente in Vienna fu difgiumo da quello degli Ufcocchi, e rimelTo ad
altra trattazione, e a quello tempo in Lintz fu promollb dagli Auflriaci, per
riunirlo a quello degli Ufcocchi, e non fu trattato, avendo i Veneziani
perfeverato m tenerlo difgiunto; quello luogo ricerca un poco di digreflione,
per efplicarc che cofa fi pretendeva colla richief^a dì libera navigazione, e
in che tempo ebbe origine la pretenfione; e qua^ li ragioni aironi ^fTero ufate
da ambe le parti. Dopo una lunghiflìma pace trli i progenitori di Mafllmigliano
I. Imperadore, e la {Repubblica dì Venezia nel 1508. ebbero principio leggiere
perturbazioni, le quali fecero progrclTo a notabili, e memorande guerre ; e fu
la Repubblica per zz. anni feguenti con quel Prin« cipe, c colla pofteriib lua
per varj rifpetriora in guerra, ora in pace, e ora in tregua; nel fine de
quali, l'anno 1528. furono compolle tut“ te le differenze, e conchiufa in
Bologna una pace, la quale durò oltra tutto quel fecolo con Carlo V.
Imperadore, infìeme con Ferdinando fuo fratello, Rè d’ Ungheria > e Arciduca
d’AuRria, Perchè nella divìlìonc tra loro fratelli lette anni hmanzi fatta,
tutte le Terre AuRriache conhnanti co' Veneziani erano toccate al Rè
Ferdinando; \ confini delle quali colle Terre della Repubblica erano molto
intrigati ; perlochè molte difHcolt^ erano da decidere, parte per le ragioni
pubbliche de' Principi, e parte per quelle de’fudditi privati, che non
poterono, per la moltiplicitb, e per la lunghezza della cognizione che
ricercavano, elTere terminate in quel trattato di pace. Fu aU'ora il tut« to
pollo in quiete con un capitolo, che dovefle elfer iRituito un tri. banale
arbitrario, per deciderle. II tribunale fu eretto in Tremo, dal quale fu la
Icntenza pronunziata nel 1535*) c tutte le differenze ( eh' eccedevano il
numero centenario ) difHnitivamente furono terminate. Qui però non ebbero fine
le diihcoltky imperocché, neU'eleguìre la Temenza, altre si attraverfarono, e
col progrclTo di tempo ebbero origine da ambe le parti nuove querele;
pretendendo ciafeuna che dalTaltra folTcro fatte varie innovazioni. Laonde, per
metter fine a tutte le differenze, fu da Ferdinando, fuccelfo all’ Imperio per
la cefllone del fratello, e della Repubblica dì concerto comune iRituiu in
Friuli nel 1503. una raunanza di cinque Commìflàri, un Proccuratorc, c tre
Avvocati per parte, i quali trattalTcro le dilhcoltli, cosi antiche, come
nuove; e da’ Commilfarj folle poRo fine lotto la ratiheazione de’ Principi.
QucRo cosi gran numero di giudici fu dall’ Imperadorè richieflo, per loddisfare
a’fudditi fuoi di varie Provincie intcreffati in quelle caule. Per la parte
Imperiale i Commillàrj furono, Andrea Pcghcl, Barone in AiiRria, MalTimigliano
Dorimbergli, EIcngero da Gorizia, Stefano Sourz, Antonio Statemberg ;
Procuratore Jacopo Campana Cancellier di Gorizia.* Dottori, Andrea Rapizio, Qervafìo
Alberti, Gian-Maria Grazia-Dei « Per la Veneta CommiRàrj furono SebaRian
Veniero, Marino de'Cavalli, Pietro Sanudo, Gian BattiRa Centanni, AgoRio
Barbarigo: Procuratore Gian Antonio Novellò Segretario.* Dottori, Marquardo
Sufanna, Francefeo Graziano, Jacopo Chizzola. Nella Radunanza furono da ambe le
parti efprefle IcrichieRe; e dopo aver difputato, e parte compoRo, parte decifo
le altre differenze pubbliche, fu prefa in mano una richicRa del Procurator
AuRriaco in qucRa forma .* Ejufdem ÌIajejlatis nomine re^uiritur ut poft bac
illm fubditisy atque ei'tis in Jìnu Adriatico tuth navigare ^ ac negotiari
liceat» Jtem ut damna Tergejìitth Mcrcatoribus, atque aliis illata rejlituantw\
c accompagnò il Rapizio Avvocato la dimanda con dire che quella non era caufa
da trattare fotttlmente : effer cofa notininia, che la navigazione doveva efler
libera: con tutto ciò i Navilj de'fudditi di Tua Maefìò erano alle volte fatti
andar a Venezia, a pagar dazj; che di queAo fua MaeA^ A doleva, e faceva
idanza, che vi fì rimediafle. A ciò rifpofe il Chizzola, Avvocato della
Repubblica, elTer coÌk chiara che la navigazione dee eflfer libera; ma a queAa
libertà non eflere ripugnante quello di cui fi dolevano; poiché ne i paefi
liberìflU mi chi domina rifcuote dazj, e ordina per qual via debbano tranfitare
le mercanzie; e nelTuno fi può dolere, Tela Repubblica per li fuoi rifpetti ufa
quoAa facoltà nel Mare Adriatico, eh’ è fotto il fuo Dominio: e foggiunfe che,
fe intendevano di difputar la loro richieda, gli avvertiva che non poteva elfer
introdotta tal caufa in quel giudizio, idituito folo per elecuzione delle cofe
fentenziate; elTendo cofa notidima che la Repubblica, come Signora del Mare
Adriatico, efercitava appunto c^uel dominio che da immemorabile tempo aveva
fenza neffuna interruzione el'erciuto, cos^ nel rilcuoter dazj, come
neU’adegnar luogo per la efazione.* e che la protenfione propoda era nuova, e
mai piò da nedun antecefsore delflmperadore, nè come Rè d Ungheria, nè come
Arciduca d'Audria,e delle Provincie adiacenti, nè da fua Maedà in tanti anni
mai per innanzi permefsa. Interrogò ì Cefarei che diceffcro quando mai piò era
data pretefa tal cofa.* che non fu pretefa innanzi la pace di Bologna, perchè
la differenza farebbe data terminata all' era, ovvero nmefsa al giudizio
arbitrario: che in Trento furono traratte piò di izo. controverfie, e di queda
non fu fatta menzione: adunque fino a quel tempo non fu in piedi una tale
pretenGone.* Mà s’era nata all’ora per innovazione fuccefsa dopo la fentenza di
Trento, diceffero quale, e quando ebbe principio; perchè egli era pronto a
modrare ogni cofa efsere di aniichidimo ufo, fenza una minima novità: però non
doveva elser udito chi veniva con dimando non originate, o dalla fentenza, o
dall* innovazione. A ciò il Rapizio rifpofe che non intendeva far il fuo
principale fondamento fopra quello che a rutti è notiflìmo, cioè, che il Mare è
comune, e libero; e che però a nefsuno poteva proibirfi il navigare per
qualunque luogo gli parelse, e febbene alcuni Dottori dicono che la Repubblica
hà preferitto il Dominio dell’ Adriatico col lungo pofsefso, però non Io
provano; e a* Dottori che affermano una cofa di fatto non fì crede lenza pruova
; e perciò non voleva dimorar in quedo, ma venir al principale, cioè, che,
quando anche la Repubblica folse padrona del Mare, i fudditi Imperiali potevano
navigare Uberamente per le capitolazioni che trà i Principi tono dabilìre; e
però cfser appartenente a quella Radunanza la richieda proMda; alla quale,
poiché cosi era da' Veneti richiedo, aggiungeva per fondamento: ^ra libera
navigaM mmris Adriatici cum Majejìatis fu€ Cefarex, tur» fttbditorum damno^
Ò" incommodo ab Jllujhijpmi Dominii Veneti triremimn PrxfeBis impedita
ftmit cantra capttula Vorma^ tixy Bononix^ Andeeaviy et Venetiis inita, £ qui
portò U pafso della capitolazione dì ^logna, la quale cosi dice: comune%
fuhdito tiberey tutOy et featre pojjjint in utriuftpue StatibuSy et Domi niis,
tam terra, tjuam mari moran, negotimi non bonis fuh ; be neqke (T umamter
tradenìur y ac Ji cjjcnt imoUy tT fnbditi iUius Prit^ Tomo li. Hh r^ù, X
Domlali, mui fratrias et imùaia rJihuu; pnvUexur^ ni va, auf alitfua iajuria
ulta de caufa iis inferatur > celeriterque fvt adannijintar, Recitò anche i
capitoli delle tregue d‘ Afigiers, e de Vomies, e della pace di Venezia, che fu
regidrata a’fuoi tetnpi, benché non folTe bifogno, per elTere dello fteflb
tenore. Ponderò la parola libere, confìderando che libere è aggiunto al verbo
navigare ; perlochè fi dee intendere fecondo la legge comune, per cui ognuno
può navigar liberamente: e non farebbe libero chi follie corretto andar a
Venezia. Aggiunfe di più che la parola libere conveniva che non folfe
fuperflua, ma bifognava che operalfe alcuna cola di più, che le due parole
iati, et fecare ; nè altro poteva importare, falvo che, fenza impedimento, o
molellia, o pagamento di dazio : a ciò aggiunfe che vi erano più di 400.
ijucrele de’fudditi con vafcelli fatti andar a Venezia, e fatti pagar dazj, per
elTere capiuti ne i Porti per fortuna, o per altro. Leflc una fentenza d’un
Rettore di LieCna, che liberò una Nave capitata a quell' Ifola per fortuna; e
narrò che alcune barche di fale erano Rate lafciate andare dall’armata Veneu al
loto viaggio fenza mandarle a Venezia. Conchiufe che la fua richicRa fi Rendeva
a quelli tre ponti.- Che i Ridditi AuRriaci poteflero navigare per tutto dove
loro piaceva.- Che per andare ne i Porti della Repubblica per tranCto non
pagaRero; E andando per mercantare in quelli non pagaflcro più, che i ludditi
del Dominio. Replicò il Chizzola promettendo di rifolvere chiaramente le
obbjezioni dall'altro introdotte, ficchè non rcRcrebbe luogo a replica; e di
moRrare con ragioni vere, ed elhcaci, che quanto veniva operato da’MiniRri
della Repubblica nel Golfo era fatto con legittima autorith. £ rifervandoR a
parlare dei Dominio del mare dopo, ma prcfupponendolo, nel prmcipio incommeiò
dalle Capitolazioni, e difse prima che la parola libere non Rava appoggiata,
come il Rapizio diceva, al verbo Navigare; ma a' verbi .- marari, tS"
negaeiari tàm terra, qudm mari ; e però conveniva intendere libere come la
legge comune intende, quando fi dimora, o negozia in cala d'altri; ch'è
olfervando le leggi, e pagando i diritti del paefe. So^iunfe poi che quelle
capitolazioni trh la Cafa d’AuRria e la Repub^ca erano ugualmente reciproche, e
che non vi ora convenzione più a favore degli AuRriaci nello Stato di Venezia,
che de’ Veneziani nello Stato degli AuRriac^ nè cRer paniita maggiore liherth
nel mare, che nella terra; ed edere chiare le parole colle quali fi dice che i
Ridditi di ciafeuna delle due parti poRano (limo, rare, negoziare e mercantare
negli Stati dell’ altro, cosi in terra, come in mare, e fieno ben trattati. In
modo che i Ridditi Veneti non hanno d’avere minore liberih nelle terre
AuRriache, che i Ridditi AuRriaci ne’ mari di Venezia; e per virtù di quelle
parole, quello che Sua MaelHi vuole avere nello Stato della Repubblica,
conviene che lo conceda a lei nel Rio.- e fe Sua MaeRù Cefarea nello Sato Rio
di terra non concede a’fudditi della Repubblica fare la Rrada che loro piace,
ma li coRringe paRare per quei luoghi dove fono pagati i dazj, non può
dimandare che i fuoi poflàno andare pel mare della Repubblica per tutto dove
l»r» piace, ma ded contentarli ohe vadano dovei rifpetti diRuelU che ne bù il
dominio comportano. Se Sua Maeft^ fa pagar dazj nella Aia terra, la Repubblica
faccia pagar nel Tuo mare. Gl'interrogò, fe pel capitolo volevano che foC» ie
levata, 0 riAretta la facoltà all’ Imperadore di efigere dazj? le nò, perchè
volevano che folTe levata, 0 rìAretta alla Repubblica per un capitolo che parla
di ambi i Potentati colle Aefle parole? MoArò con narrazione particolare, che
dalla pace Veneta del 1523. fino allora V Imperaaore aveva crefeiuto dazio con
aggravio de’ ludditi Veneti alle vettovaglie, e mercanzie che palTano dall’ uno
all* altro Stato in maniera, che ciò che pagava uno era aumentato in alcune a
16. in altre a 20. In particolare narrò che il ferro già a quel tempo aveva
libero tranfito,| e non pagava cofa alcuna: che di nuovo Sua Mae Ah aveva
impoAo per dazio lire 18. per miglia)o, e aveva ordinati i luoghi per dove fi
paAalTc a pagarlo; fuori de’quali foAe contrabr bando, dove prima il mercante
poteva fare che Arada gli piaceva; che fi pagava un carantano per manzo che fi
conduceva per Venezia e l’aveva accrclciuto ad un ducato con danno delli
Beccati di quella Città: e fe Sua Maellà Aima lecito nello Stato Tuo fare
quello che le piace, fenza repugnar alle convenzioni, non può penfare che la
Repubblica, facendo quello che le torna bene nel proprio, le contravvenga:
aggiunfe che in ogni pace Aabilita trà due Principi dopo una guerra, h conviene
che i fudditi poflano dimorare, e negoziare liberamente, non ad efclufione
de’daz), ma bensì sì efcludono le violenze le oAiliià, e impedimenti ch’erano
ulatt prima, durante la guerra, e non fi leva, o rìAringe l’autorità, nè
dall’uno nè daU’altro Principe, nè in terra, ne in mare. Alla clùarezza, e
forza di queAo dilcorld rcAarono così lotpefi gli AuAriaci mirandofi Tun
Taltro, che il Chìzzola giudicando non elsere ncccfsario fermarfi più in ciò,
pafsò alla pruova del capo prefuppofio che la Repubblica abbia il dominio del
mare, e dìise; Efsere veriffima la propofizione che il mare è comune, e libero,
ma non altrimenti di quello che fi dice ie vie pubbliche elsere comuni, e
libere: il che s’intende, che non polsono etscr ufurpate da alcuni privati per
loro proprio fervizio, ma rcAino alfulo di cialcuno;non però libere sì, che
flon fieno lòtto la protezione, e l’ imperio del Principe; che ognuno pofià far
in quelle liberamente tutto quello che gli piace, a dritto, e a torto; che tal
licenza, e anarchia è abborrita da Dio, c dalla Natura, così in Mare, come in
terra: che la vera libertà del Mare non el'clude la protezione, c fupcriorità
di chi lo nunticne in libertà; nè la foggezione alle leggi di chi ne ha
l’imperio; anzi ncccAariamenic le include; che tanto U Mare, quato la terra è
foggetto ad elser divifo trà gl' uomini, e appropriato alle Città, a’ Potentati
; il che, già ordinato da Dio nel principio del genere umano come cola
naturale, fu anche molto ben conofciuio da AriAotile quando diAc che alle Città
marittime il mare è territorio, perchè da quello cavano l' alimento, e la
difcla: cofa che non potrebbe elTere, fe non fofle loro appropriata parte di
effo, non altrimcnte che al modo, come fi appropria la terra, la quale è divila
trà le Città, non in partì uguali, nè proporzionate alla loro grandezza, ma
quanto hanno potuto dominare, e guardare. Berna non è la maggior Città
deU’Elvczia, e pure hà tanto territorio, quanto le altre dodici inficme, c la
Città di Norimberga, molto grande, appena efee col territorio fuori delle mura.
La Città di Venezia molti anni è vifiìuta lènza punto dipofiènìone in T0mo II,
Hh 2 terra ferma. In mane parimente alcune Citt^ di molta fona, e vitti hanno
occupato molto mare; altre di poche forze fi fono contentate delle proflime
acque; nè Inno mancate di quelle che, (ebben marittime, avendo alle fpalle
terra fertile, fi lono contentate di quella, fenza ulcir in mare; altre che,
impedite da pii potenti, fono fiate coftrette ad afienerlene,- per le quali due
caule una Cittì, febben marittima, può Aare fenza poOédcr mare. Aggiunfe che
Dio ha ifiituiti i Principati per mantenere la giufiizia ad militi del genere
umano : che quelli fono nccelfarj cosi in terra, come in mare. Che San Paolo
dille per quella cauta eflère debite a’Principi le gabellee contribuzioni.- che
larebbc una gran firavat ganza lodare le terre guardate, regolate, e difefe, e
biafimaie ciò nei mari. Che fe qualche mare ^r la fua ampiezza, ed ellrema
lontananza dalla terra, non può eflere protetto, e governato, quella è pena del
genere umano, Cccome è anche, che vi fieno difetti cosi grandi in terra, che
neflimo pollà proteggerli, come nei fabbioni di Affrica, e in molti luoghi
immenfi dell' Atlante. E ficcome è dono di Dio che una terra fia colle leggi, e
colla forza pubblica retu, protetta, e governata, cosi il medefimo avviene in
mare ; che furono ingannati danna grolla equivocazione quelli che diisero, la terra
per la fua llabilià poter elser dominata, ma non il mare, per efser elemento
inconllante, ficcome nè anche l’aria; imperocché, fe pel mare, e per l’aria
intendono tutte le parti di quegli elementi fluidi, certa cofa è che non
polsooo eÈere dominate, perxJtè, mentre fi fervono gli uomini di una parte,
l’altra fcorre.- ma quello avviene anche a’Fiumi, che non poflono elsere
ritenuti. Quando fi dice dominar il mare, overo il fiume, non s'intende
l'elemento, ma il fito dove quelli fono polli. Scorre ben l’acqua
dell’Adriatico, e non può efsere ritenuta tutta,- ma il mare è l’illefso,
ficcome il fiume; e quello è quello che flhfoggetto alla proiezione de'
Principi. Interrogò gli Aullriaci, fc la pretenlione loro era che il mare fot
fe lafciaio fenza protezione, ficchè ognuno potelse lare in elso, e bene, e
male, corteggiarlo, depredarlo, e renderlo innavigabile? quello efser tanto
firavagante, ch’egli voleva per loro rifpondere che nò.- adunque conchiufe che
per necefsaria confeguenza la Maellh fua voleva che fofse guardato, protetto, e
'governato da quelli a’ quali toccava per dilpofizione divina: ma le cosi era,
ricercò, fc loro pareva ginfta cofa che quelli tali lo facelsero con fola loro
fatica, loro fangue, e loro fpefe; o pure che vi coniribuifsero quelli che ne
godevano frutto? A quello anche rifpofe per loro, eh’ è troppo chiara la
dottrina di San Paolo, per non alleare la Gmrifprudcnza, che tutti i governali,
e protetti fono obbligati alle contribuzioni, e gabelle. Adunque conchiufe che,
fe la Repubblica è quel Principe a cui appartenga dominare, e prot^ere
l’Adriatico, fegue neccefsariamcnie che chi le navin debba Ilare foggetto alle
fuc leggi, non altrimenti che a quelle «Ila rcgioiie ttrrellre chi tranCta per
quella. Pafsò allora a moflrare che quefio dominio da immemorabil tempo era
della Repubblica, e fece leggete da una raccolta i luoghi di trenta
Giureconfàlti, che dal ijoo. fino all’eth fua parlarono del dominio della
Repubblica fopia U mare, tome di cofa notilIima,e imme morabile ne' loro tempi,
difcendendo alcuni fino a dire che la Repubblica hb dominio di eflb non meno
che della Citth di Venezia; dicendo altri che l’Adriatico i il territorio, d il
diftretto di quella Cittb, facendo menzione della legittima podeltti fua di
lUtuire leggi alla navigazione, e d’imporre dazj a’ naviganti; e foggiunlè
ch'egli non fi raccordava di aver veduta alcuno che diceflè in contrario; e
rivoltoG al Rapizio, dilTe che, s’egli non voleva credere a quegli Scrittori i
quali attcllavano, che il mare foOé de' Veneziani, poffeduto da immemorabile
tempo, precedente la loro eth, perche non lo provavano, non però poteva negare
di riceverli per telUmonj di quello che nel loro tempo vedevano; e averli per
fuperiori ad ogni eccezione, efièndo uomini famofi, e che, da tanto tempo
morti, non fono interelTati nelle cofe prefenti, e per 150. e più anni corrono
dal più vecchio degli allegati all'ultimo, teda per l’attellazione. loro
provato che giù più di unti anni la Repubblica hh dominato il mare, e per ciò
non poterli negare l’immemorabile poflelTo al prefente. Indi rivolto a’
Giudici, li pregù che fopra le autorith allegate afcoltalTera una fua breve
coqfiderazione, la quale lafcierebbe Toro compiutamente impreflà la verith.
Ponderò prima, che febbene alcuni de’ recluti luoghi parlano con parole
generali, dicendo, il mare de’ Veneziani, non efprimendo quale, e quanto quello
fia, altri però lo Ijpecificano, ufando il nome di Golfo, e altri con termine
più erpreluvo, dicendo l’Adriatico, che fpecifica non loia il fito, ma anche la
quantità del mare poffeduto; e con quelli che parlano più cfprellàmente modrò
doverfi dichiarare quelli che in termini più generali fcrivono, conforme al
comune precetto, che co’luoghi chiari conviene illuminare gli ambigui.
Confiderò apprefib che il varùi parlare di quei Dottori, facendo derivare il
dominio della Repubblica in mare, chi da preferizione, altri da fervitù
indotta, e alcuni da privilegio, è nato, perchè, ficcome erano inrormaiiRlmi
del poOeflb, ed efercizio di quello che vedevano, e udivano ellèrc dato
l’ideflb da tempo immemorabile; cosi, fcrivendo in quella materia, non ad
idanza d’ alcuno, ma di proprio moto, e per forma di dottrina, ciafeuno giudicò
erprimcre meglio il titolo, chi con un termine, chi coll’altro, fenza curarli
di ufare il foln, vero, e proprio, come avrebbono fatto, dove fofl’ero dati
condotti a fcrivcre per interede di alcuno; nel qual cafo i Confultori fono
fempre conformi, ricevendo daU’intereffato la medefima idruzione. Soggiunfc che
però quella varictb non diminuifee punto la fede, anzi faccrefee, come
Sant’Agodino dice, parlando della diverfitli che trù i Santi Vangelidi
s’odcrva; perchè dal modo diverfo, ufato da que’ Scrittori, può redare ognuno
certificato che nefliino di elfi ha fcritto nè pagato, nè pregato; ne’ quali
cafi non lì farebbono partiti dall’tinico modo, dall’ interede loro
preferitto.- anzi da chi ben efitmina, vcderfi tiù quei Dottori una mirabile
concordia in queda unica, e lineerà veritù; e che dopo la declinazione dell’
Imperio Codaniinopolitano, ritrovandoli 1 ’ Adriatico per più anni abbandonato
( come anche molte Ifole, e Cittù di quello Stato ) in modo, che redava non
cudodito, c lenza protezione, e governo di Principe alcuno, c fodit la
giurifdizione di neduno, fu dalla Repubblica, per ricevere il fuo vitto da
quello, codretta a mantenerla netto, prelò fotta fua protezione, acquiilatone
governo, e dominio nel modo in cui per diritto naturale, e delle genti le
terre, i mari, e le altre cole che non fono lotto il dominio di alcuno,
diventano di quello che prima le occupa; colla qual ragione furono fondati i
primi Imperj, COSI in terra, come in mare; e alla giornata le ne formano
de’nuovi, quando alcuno, per la vecchiezza, e per li vizj, indebolito, manca di
forze, e cade. £ in quella cudodia, e in quel governo del mare cos'i acquidato,
la Repubblica s"è andata avanzando con potenti e fempre maggiori armate;
con fpefa di molti teforì, e con profufìone di molto languc de’ tuoi Cittadini,
e fudditi, continuando lenza interruzione in colpetto di tutto il Mondo
rincominciato domìnio, e cudodia, e fuperando, e rimovendo tutti gl'
impedimenti che in prògrelTo, o da Pirati, o da Potentati, cos\ d’Italia, come
dalfoproda riviera, le furono in diverfi tempi eccitati. Soggiunfc che ì
Profcflbri del parlare con erquifui termini di gìurifprudcnza non codumano dire
acquidato per conluetudine, falvo che il poter valerfi di quello che de jtrrc
civili è pubblico ad alcun ufo privato, fenza impedimento dcirunivcrlàle, come
di pefcarc nel fiume fenza impedire la navigazione; con tuttociò nem
impropriamente fi dar^ anche titolo di confiietudine, dove lark acquidato, e
continuamente tenuto in protezione e dominio, un didretto, o terredre, o
marittimo, abbandonato, c da neduno pofleduto, come Bartolo, Baldo, Cadrò, e
altri alTegnano. Ma bensì per virtù di prclcrizionc non poterfi dire
propriamente pofTcduto, fé non quello di cui colf ufo fia dato un’altro
IpogUato; il qua) titolo non cade in quedo luogo, poiché la Repubblica non hù
ipogliato alcun poflcflbre del mare, ma l’ha acquidato, ritrovandolo
abbandonato, e lenza Padrone, o podeffore; poterfi però dire in certo modo
prefcrizionc, come fe un Falcone, abbandonato dal Padrone, e inlelvatichito,
poi da un'altro prefo, fofle addomedicato, e per lungo tempo nodrito; lebbene non
propriaaittnce, però non inconvenicntemente d*rebbc codui d’ averlo prelcritto.
Similmente la proprietà di parlare non ammettere Tufo della voce, Servitù, fe
non quando al proprio territorio è acquidato alcun particolar ufo in quello del
vicino, il quale però redi Padrone del fuo: in quedo fenfo U Repubblica non ha
indotta fervitù nel mare alla lua Cittù, perche non vi ha acquidato foio un ufo
l'peztale, redando il dominio ad altro Padrone; ma vi ha aflunto l’intero, c
totale dominio di quello ch’era abbandonato, nè da alcuno governato, o
dominato.* poterfi nondimeno, per certa projxirzionc, chiamare lervitù, in
quanto la Repubblica è data codrctta ad adlimcrc quel totale dominio, e governo
per fervizio della fua Citr\, che nè aveva bifogno. Qiianio a privilegio, ceru
cofa edere che qui non può avere luogo alcuno, poiché non vi era all’ ora chi
lo potefTe concedere. L’imperador Occidentale in nedun tempo mai vi ha avuta
podedk, nè autorità alcuna; nè i Principi in Occidente vi hanno avuta alcuna
giurildizionc, o lupcriorith, tanto meno potevano darla ad altri. In Oriente
queirimperadorc, per non avere forze da tenerlo, gii l’aveva abbandonato, e
perciò fpogliatofi di ogni forta di podedi, c di quella podèdìone, che avvede
potuto ritenere coir animo, ne fece cedione nelle paci, etranfazioni fuccede
pofeia tri queir Imperio', c la Repubblica. Con tutto ciò i Giureconfulti
Italia oi, come profeflbrì del jus CefareO) e giurati nelle parok di qudloi
dcvotiflìmi della Maedà Imperiale^ come fc ancora regnafle Augudo) overo
Antonino, G fono sforzati con ogni eftorGonc di verificar neUImperador
Occidentale quel detto.* Imperata tft Dimtinm Mtindi^ il quale fino in quel
tempo, quando Ga pronunziato, non era vero in, una centefima parte del Mondo, e
al prefente non è in alcuna confiderabile proporzione e mentre vogliono far
onore alflmpecidore, e dargli con parole quello che nè bk, nè può avere, non fi
guardano dalla firavaganza di parlare: e ficcome diflero che neflun Rè pofiede
Stato alcuno legittimamente, fé non per concefiione Imperiale, diflero ancora
che la Repubblica pofledeva il mare per privilegio deirimperadore. Mli ben
apparifee in che fcnlb fu da loro detto, poiché nefluno di elfi vuole che vi
fia intervenuta mai conceflìone; ma chi lo figura privilegio prefunto dalla
immemorabile pofleflìone; chi interpretativo dalla feienza, e pazienza
deiflmperadore, che vuol dire tanto, che fe diceflero che i Rè Crifiiani
pofleggono i loro Regni, e la Repubblica poQ'ede TAdriatico cosi legittimamente
pel titolo del loro acquifio, come fe que' Regni, e quel mare foflero fiati
deirimperadore, e da lui a quei Principi, c ad efla Repubblica conceduto. Cosi
fi dilatò il Chizzola rpaziofamence in parlare de'Giureconfulti, per eflèrc
campo di Tua proteflione; e conchiufe poter ognuno refiar certificato, che cosi
in fatto, come in ragione) coll' autorità di quei Dottori erano pofii fodi
fondamenti alia caufa che difendeva. Indi al tefiimonio de’Giureconfulti
aggiunte gli Storici, i quali nar« rano che la Repubblica già più di 300. anni rifcuoceva
dazj da’ naviganti, e teneva barche armate in guardia con ordine di far andar i
NavUj a Venezia; tefiificando che continuamente dopo fino al tempo loro fi
fcrvò i’ificflb; ma fopra le loro attefiazioni non fi fermò molto, dicendo che
ficcome fono buoni tefiimonj de i fucceflì occorrenti, cosi, quando fi tratta
di provare le ragioni de'Principi, o de’privatt, convien valerfi di fcritture
autentiche, e ufar gli Storici con gran diicrezione; eflendone alcuni mofli,
chi da amore, chi da odio, e da fperanze ancora, che li cofiringono ad ufare
adulazione, ovvero iperMi, fopra le quali non fi può fare fodo fondamento.
Portò ancora l’atto del Concilio generale di Lione nel 1274. dove l’Abbate di
Nervefa, delegato dal Pontefice in una pretenfione degli Anconiuni, d« avere
libera navigazione, fencenziò che la dimanda fofle rigettata, e che i Veneziani
non foflèro molefiati nella difefa, e protezione dellAdriatico da’ Saraceni, e
Pirati, ne foflero turbati nella pofleflìone loro d’efigere i diritti delle gabelle,
e de’noli. Aggiunfe il Chizzola, non eflervi memoria quando primieramente fbfle
fiata creato in Venezia un Capiuno di Golfo, perchè nel 1230. fi abbruciò la
Cancellerìa colle memorie di tali elezioni: mà da quel temp o fino al fuo fi
poteva mofirare da’regifiri pubblici la continua fucceflìone degl’ eletti fenza
alcuna interruzione. Similmente aggiunfe ancou che refiano i regifiri da quel
tempo fino all’ora delle licenze di tranfitare pel mare con legni armati, o con
perfone, o con robe per loro ufo, da diverfi Principi poflelfi}ri di riviere
fopra l’Adriatico xichieftc, da Pontefici Romani, Legati, Vicari, e
Governatori, c Comunità delie terre di Romagna, e della Marca, da’ Rè di Napoli
per la Ph 2.48 STORIA ti Puglia; delle quali molte furono concefle, alcune
negate, e alcune anche in parte folamente concedute; mk elTere fuperfluo
allegare i fatti di quelli, i fuccefibri de'quali non promuovono dillìcoltk.
Difcenderebbe allo ipeziale folo de’ PrecelTori di Sua Maeftk, come de’ Rè d’
Ungheria, e dell’Arciduca d’Auftria. Recitò un breve di Papa Urbano Sello
diretto al Doge Antonio Veniero folto la data in Lucca 14. Giugno I j88. in cui
gli rende grazie che colle fue Galee deputate alla cuRodia del Golfo fia Rata
liberata Maria Regina d’Ungeria, ritenuta in prigione a CaRel nuovo; e due
altri congratulatorj; uno alla Regina fuddctta ; l'altrp al Rè Sigifmondo, che
poi fu Imperadore, marito di quella, rallegrandofi parimente con loro
deiriRcffa liberazione fatta per opera del Capiuno, c delle Galee Veneziane
deputate alla cuRodia del Golfo. Indi fece leggere un falvo condotto conceflb a
richicRa di Rodolfo Conte di Sala per nome di Ladislao Rè di Napoli, e di
Guglielmo d’ AuRria del iì 99 - ta. Dicembre, che la forella del predetta Rè,
fpofata al foprannominato Arciduca, fi poteflc condurre per Mare dalla Puglia
alle riviere dello Spofo con Galee, e altri legni in tutto in numero circa di
dodici, con condizione che, fopra quelli non folfe ricevuto alcan bandito da
Venezia, o che avelfe operato contra il dominio cofa per la quale meritalfe la
mone ; del qual làlvocon^otto fi valfcro gli AuRriaci, che a TrieRe
s’imbarcarono per Puglia a quel fine COSI nell'andare, come nel ritorno. Non fu
però la Spofa condotta, perchè avendo il Rè differito alquanto tempo la partenza
della forella, in quel mentre ella s’infermò, e pafsò all’altra vita. Ancora
portò due lettere dell’ Imperador Federigo al Doge Giovanni Mocenigo, la prima
in dau di Gratz l’anno 1478. 24. Settembre, la feconda nel 147?. a. Aprile dal
medefime luogo, nelle quali narra d’aver ordinato che fia portato di Puglia, e
Abruzzo a’ fuoi CaRelli del Carfo, e dell’lRr», «srta quantitk di frumento, e
richiedendo permiflione che fia portata liberamente; chegli fark unpiacere il
quale riconofeerk colle maggiori grazie. Soggiunfe una lettera di Beatrice
Regina d’Ungheria a Giovanni Mocenigo Doge nel 1.^1. ultimo Gennajo, dove
narrato il fuo defiderio d’avere per ufo proprio diverfe cole da’ luoghi
d’Italia; le quali non potendoli portare fenza permiflione della Repubblica,
dimanda che per li^ralitk, e amicizia le fia conceflb, che loriceverk percola
grau, e corrifponderk. E un altra del Rè Mattia d’ Ungheria alTiReflb Doge nel
1482. atf. Febbrajo, in cui dopo aver narrato che la Repubblica era folita a
concedere licenza ogn’anno a’Conti Frangipanni, padroni di Segna, c altri
luoghi marittimi, di portare dalla Puglia, c dalla Marca una quantitk di
vettovaglia, e dappoiché erano paflàti quei luoghi in mano fua, s’era
tralalciaio il farlo; pregava che folfe conceflb l’iReflb a lui, e fofsero
fpedite le lettere fopra di ciò, e date alla perfona mandata efprefsamente per
riceverle, che lo riconolccrcbbe in grazia e corrifponderebbe. E un’altra del
medefimo Rè ad AgoRino Barbarigo Doge 1487. 18. Ottobre, nella quale, dopo aver
narrato di avere bifogno di legname, per riftaurar una Fortezza nella bocca di
Narenu; prega di poterlo condurre da Segna per mare, e che gli fieno fatte le
lettere patenti, ofierendofi a gratificarne anche incofe maggiore. Aggiunfe
aquefie una lettera di Anna, Regina d'Ungheria, nel 1502 30. Agofto, nella
quale narrata la fterilith del paefe di Segna, pregat dipoter farcondurre
inquella Citth cerca vettovaglia di Puglia, e della Marca, dando al portatore
mandato erpreOamente la lettera della licenza, offerendo di riceverlo in gran
piacere. Per ultimo portò una lettera del 1504. 3. Settembre, di Giovanni da
Dura, Capitano di Pifino, Minilfro deU’Imperador Maflìmigliano, il quale ferivo
al Doge Leonardo Lotedano, che Jacopo Croato, fiiddito di SuaMaefih, partito da
Fianona, entrò, nel mare il qual i fàttopollo al dominio della Repubblica, per
andar a Segna, e fu aflalito da una barca armata di violatori del Mare in
vilipendio della Signoria; e fupplica che fia fatta qualche provvifione., Sopra
tutti quelli particolari ponderò quello che meritava di elfere confidcraco,
rifpetto a i tempi, alle pecione, e qnalich de’Principi: e per maggior
confermazione deU’aflcnfo loro, raccordò, l’anniverlària cerimonia di fpofare
il Mare in prefenza degli Ambafeiadori, e particolarmente di quello di fua
Maeflh, e de’ tuoi Antecefibri, coile parale tifate : Dcfpmfamia te Mere in
Jigman veri, et perpetui àominii. La qual cerimonia febben dagli Serheori è
detto che avefle principia alfendo Alelfandro III. in Venezia; dagli llefli
nondimeno ò aggiunto che folfe illituita in legno del dominio acquillato
innanzi jme te! li. Alle 400. querele, e alla fentenza di Liefìna rìfpofe,
ringraziando come di cofe portate a favor fuo, perché le querele prefiippongono
la proibizione; e le fentenze, o condennatorie, o alfolutorie, provano la
giurifdizione : e intorno alle barche di tale diffe che non furono fatte andar
a Venezia, come non fi fa mai andar alcuna, per elfere proibito ch’entri in
quella CitA l'ale forclliero; e fe non lu gettata in Mare, fu cortefìa, che non
dee effer imputata a pregiudizio. Conchiufe di avere dato il vero fenfo alle
capitolazioni, eprovata la poffelfione immemorabile dell'Adriatico; che avrebbe
potuto dire più cole; ma gli pareva fuperlluo, rollando chiaro per quelli due
punti che la pretenfione era nuova, e la richiella non poteva aver luogo. I
Cefarei, dopo aver trattato infieme, vennero in rifoluzione di non. perfeverare
nella dimanda per giullizia; e il Barone del Suora apertamente differo la
Repubblica elfere Padrona del Golfo, e potere metter i dac) che le piace; • che
cos'i fentivano in loro cofeienza: ma infieme aa 'be erano di opinione che, per
l’onellh, e per l’amicizia della Cala H' Aulirla, dovefle farlo col minor
incomode de’fudditi di quella che fjf. ;ogibile. DilTero gli altri tre, che non
era tempo di approvare, nc «il contrailare il dominio del mare, ma bensì di
ritrovare per curtefia qualche temperamento: che la Repubblica riceveflé i fuoi
diritti da'UiJditi Aullriaci naviganti, e folfero levate quelle condizioni che
lOno d’ iiieomodo loro, e di nelfun utile a lei. Furono efaminari diverfi
partili, e fi conchiufe di riferire a’ Principi, ficcome convenivjTf^erire ogni
altra cof.v determinata; eflendo lacommilCone fotta
)aratilicaziomdiefli,elaraunanza ebbe fine. Ma la relazione arrivò in tempo T
om, It ‘ li che rherimperadore,pcr gi«veinfennid,nonpoMviati«a animali, e
grofli, e minuti. Quefto accidente difpiacque molto a fua Altezaa, per le
circoftanze di efler occorfo nello Stato proprio, ej contra la fede daa da’fuoi
Miniftri; e con indizio anche molto violenta di complicithcosl attefo il lungo
viaggio fetto dagli Ufcocchi per la giurifdizione Arciducale feima elTer mai
fiati impediti, n- divertiti; come anche attefa la refiituzione btu per ordine de’Magifttatia’fudditi.loro
folaiqente, reftando tutto il danno agli altri. 1 Miniftri della Repubblica
riputarono che per li danni inferiti non baftafle rifentirfi cantra gli
Ufcocchi fojamente ; ma convenire appref lo in tal accidente, per debito delia
protezione dovuu a’fuoditi, che si adoperalfeto per zilàrcirli con appreiaglie
: opera, che fu fata da una, Galei che sbarcò veriò Fianona,emcoòvia, febben
non uguale numero di animali, quanti gli Ufcocchi avevano predato, quei perù
che fi poterono aver ne i luoghi vicini, i quali furono ìmmediate diftrihuiti a
proporzione a dannificati per rifacimento. Per quefto fetto gli Ardwali rimaUi
alla Corte. Ceferea, dopo la jarienza del lor» padrone, fecero grave lamento,
che fua Altezza foT(e fiata provocata da’Veneti nelle terre fue patrimoniali
lenza nelTuna olTela precedente dal canto fuo e de’fuoi fudditi; e rifpondendo
a chi loro opponeva la prenarrala, che non era con violazione della
giurifdizione Veneta; che toccava a liiaAlteaza rifentirlì come di malecommellb
nello Stato Tuo proprio ; e che prima del partir fuo da Lintz aveva rifolnto di
volerlo fare ; quefia rirpolla fece maravigliare ciafcun intendente delle
leggi, e del diritto delle rapprefaglie, che appunto fi concedono,, perche
quegli, cui tocca fare riTeniimento contra i malfattori colla giuflizia
ordinaria, non lo là. Ma la Maefh Cefarea, acciò, moltiplicando le offeCe^ non
nafceflè qualche grave fcandalo, fcrifle lettere all’ Aroiduca, cfonandolo
efficacemente a mettere la mano, e provvedere. Mentre a Gtatz fi configlia come
foddisfare alla volonà della Maeflk fua, accollatofi il verno, quando alle
guardie riefce dannofo lo Ilare lungamente in mare, fecero gli Ufcoahi diverfe
furtive,] e improwife ufcite. Diedero fopra l'Ifoh d'Ofléro con generale preda
delle due Ville di Luffin, fpogliatt delle proprie vedi fino i fanciulli, e le
donne ; baflonati, e feriti quelli che fi dolevano, e pregavano di mifericordia
; e fopra Pago fvaligiarono la Villa di 0>lune, e poi lo Scoglio di
Proveechio appartinente all’ Ifola di Veglia. In mare non perdonarono a
Valbello di qualGvoglia fora, non fo!u rubbando ; ma ritenendo i marinai più
principali, e dando loro rl'-rtco. Tanti inconvenienti, e le lettere della
Maellh Cefarea m..ro.o finalmente il Seteniffimo Arciduca a mandar a Segna il
Signor Ha’:, Baron di Echembeig, General di Crovazia, accompagnato i! a buon
numero di faldati, parte Tedefchi, parte del Contado di Gorizia, acciò potelTe
sforzare i contumaci, e regolare quella Cittb. Qucito Signore, giunto in Segna,
con fcvero comandamento fece adunare il bottino^ delle teire di Luffin, e altre
del dominio Veneto ultimamente fatto, e fece pagar lire quaranta per tclla a
cinquanutrè Ufcocchi che intervennero a quella preda, pel mancamento che fi
poicffe trovar in efla • Fece un bando, che io termine di quindici giorni tutti
i Venturieri fi prefentaflero a lui, altrimenti reflaflero banditi colle loro
famiglie; de’ quali una parte ubbidì, e un altra fi ritirò alle montagne. Dopo
aver fata più volte la moflra, e rafiegna di tutti, improwifamentc ne
imprigionò noi CalleUo trenunove, nel qual numero furono i C^pi tutti, e alcuni
anche di baffa lega, e degl’ infimi ; a’ quali tutti fece immediate fvaligiare
le cafe da’ Tedefchi condotti ficco ; e per sé pigliò l'oro gli argenti, le
fete, e altre cofe di prezzo ; immediate fece tagliare il capo a quattro
Ufcocchi, ladri, ma uomini lenza feguito, di baffa condizione e de’ più
miicrabili. Fu anche Autore che in Bucati foffero imprigionati da quel
Governatore due Ufcocchi fuggitivi da Segna ; e ne| giorni feguenti imprigionò,
e fvaligiò la cafà ad alquanti altri ad uno ad uno ; fece correr voce di volere
lafciar in Segna pez guarnigione cento Tedefchi, e cento nativi di quella Citih
lolamentc, e trafponar* gli altri in Ottofàz ; ma indi a pochi giorni gl'
intTom, II. ' li I prt prigioiuti, eh’ erano al numero di trentarei, avendo
dalle lorofacohì, e dagli amici, trovato modo di ricompetarfi, pagando tutto
quello che poterono, furono liberati T Non ardf peri egli di liberare apertamente
Vincenzo Carlinovicli, capo, e autore d'innumcrabili mali, particolarmente del
barbaro trucidamento di tutti i faldati, e pafleggicrì della Galea, e
dell’atroce, e hera uccifìone del Sapraccomito, febben donò grolTamentc per
cjuefla caula; ma lolo gli diede modo di fi'^ire. Fatte queue elecuzioni, mandò
il Conte Cefana a parlare col Generale Veneto, e dargli parte delle caufe della
fua miflìone, e richiedere che foITcro aperti i palli,- folTe reflituito il
commerzio, offerendogli, quando dcfiderafle alcuna foddisfazione particolare,
far tutto il poflìbile, acciò la ricevelTc. A quell' uffizio il Generale
corrifpofe, nar. rande la mente della Repubblica elfer tutta volta alla quiete,
nò altro efla defiderare, fe non l'cfecuzinne delie promelfe fattele.- che i
Venturieri toffero tutti fcacciati; non folfe dato ricetta a’banditi; e foOero
levati i ribaldi dal nido dove ricevono comodo di offender il vicino: che,
quelle cole fatte, egli troverebbe in tutti iMiniflri della Repubblica una
perfetta corrifpondenza di buona vicinanza.- mi non fapeva gik come perfuaderfi
di vedere melfo in opera quello debito, men. tre le reliquie della Galea erano
nel porto di Segna, c Icartigliericfopra le muraglie, e gl' imprigionati
gittflamente per quello, e per altri midatti, liberati, ^uell’ uflizio non ponò
in confeguenza alcun buon'effetto; anzi i Capi gl'; tmtti di prigione Aitoiio
onorati, e favoriti, particolarmente Vincenzo Carlinovich Ji fopra nominato; il
quale, dopo effer fuggito, gli donò, oltra le cole dette, un prigion Turco, a
cut era fiata impolia una taglia di quattro mila ducati. Non loto egli fu
richiamato in Segna, ma gli fu dato uno de' quattro Capitanati, e fu pigliato
tn protezione di- fua Altezza Fu. pgfta m -filenzio la traslazione in Òttolaz ;
i rifuggiti alla a poco prefero annuo di ritornare e il Generale, dopo tfere
idtlBoylftin quella Cittk circa cinquanta- giorni, parti ioicp ^ conto a fua
Altezza delie cofe fatte, e ricever ordme mnllielle che doveva fare, lafciata
parte dei prefidio de’ Tedcldtt che feco aveva condotto, e Iparla fama, che Ira
due mefi farebbe ritornato. Pigliò in compaoM fua Vincenzo Carlinovich, per
condarlo alla Corte, e fargli comennare il Capitanato. Candulfe feco dodici
cavalli da foma, due carichi tra danari, e argenti,- dicci carichi dipanni; e
altri lavori di leta, tappeti prcziolì, e cùmbelioti cavati, parte da’ prigioni
che liberò, e ^rte dagl’altri cbe.^ «menda il medefuno, prevennero la mata
.ortuna, avendo .reBdutaiquclla gente piò avida alle prede coll'inpoveiirla, aggtula
impalilo di chi, ellratto dalle giumente tutto il latte, le manda. a PUtdo
altrui, acc^ fi riempiano delle foflumze di altri'. S' ceno che in danari portò
via cento cinqoanta mila fiorini: di quanto prezzo iblfcro le altre cofe
afporiate li parlò variamente; c, quello eh' c notabile, appropriò anche a sè
quello che,, raccolto aveva de’boitini fatti ultimamente a Lufiìn, e a Collane.
( Immediate dopo la fua partenza ritornò in Segna il rimanente di quelli «h’
èrano fuggiti alla. montagna, e iodi a pochi giorni parti la
Campagoiade’Teddchi, da lui lafciata^ per mancamento di viveri ; fe però ciò
non fu piuttonopretefto, cheveritli; e quello fu il fine limile in tutto a
quello che le altre milfioni Je’ CommilTar j hanno cotifeguito; fe non che
quello eccede, avendo non participato, come gl’ altri, ma prefo il tutto, e
lafciati gli Ufcocchi dirguflatilTimi, che fi querelavano al Cielo dell’
ellorlioni fatte all’aperta, e fenza alcun riguardo; e a bocca aperta dicevano
ch’egli aveva potuto operare con confidenza tutto quello che gli tornava
meglio, confidato nella potenza del fratello, uno de’ piò favoriti Minillri di
fua Altezza. Il medefiliao Capitano Frangipane rellò tanto difgullato, che
rinunziò il Capitanato, e fi ritirò alla fua terra di Novi, feben la rinunzia
alla Corte non fu accettata. Ma i Minillrà Ifeaeti, dopo il facco generale
delle terre di LulTin, di Collane, c di Porpecchio, gih preparati al
rifacimento de’ danni de’ fudditi, intefo l’ordine dato da fua’ Maefiò, e poi
la rllbluzione di fua Altezza coll’attuale milfione deU’Echemberg, giudicarono
bene fopralTedere, e afpeturo le provvilioni che folTero da lui fatte: e quando
intefero ch’era raccolta quella preda per ordine fuo, tanto piò lì confermarono
che convenifle veder feCto. Ma udita la fua partenza da Segna nel modo
deferitto, irritati, maICme dall’ aver applicato a sò il bottino fatto io
quelle terre, vennero in rifoluzione di rilarcire ì fudditi colle rapprefaglie,
cosi per conlolazione loro, che, veduti i finillri andamenti, s’alìliggevano,
difperati di poter vedere folievamento ; come ancora per gaitigo, e per metter
freno a’ misfatti; e il Ca S itano del Golfo, pollato nella riviera di Valofca,
e Lovrana, depreò quelle urre. Ritrovò tra le altre cofe alcuni maggazzini con
molta quamitò di frumento, biada, e farina, che raccolta dal Contado di Pifino,
era ivi polla in rilerva, per ellòre condotta a Segna; della quale riputaudo
necelTario privarne quella terra, ricatto de' ladri, nè potendo afportarla,
ordinò che felTe abbruciata; e palsò l’ incendio oltra quello che fu creduta,
parte per la vicinanza degli edifizj, e parte per gli eccein de’lolJati, in
modo che rellarono molte cale abbrociate; e fu maggiore il danno del fuoco, che
delle robe tolte,* le quali elfendodillribuite a' danneggiati, non ballarono
per rifarcirti iKlIa meth. Non rellò oifefo alcuno nella perfona, e leChiefc
rellarano intatte per efpreflo comandamento del Capitano; e quantunque la
principale li rìtrovalfe piena di frumento, quello rimale lalvo per rìverenaa
del luogo. Un’altro accidente fuccelTe nella fortezza di ScrilTa, con altra
nome chiamato Carlobago, eh' è uno dc'fcUi degli Ufcocchi dirin^petto, e tre
miglia Iblamente lontana da Bagof Ctuata in luogo eminente della Morlaca, che
domina tutta quell' Ifoia, la quale dagli Ufcocchi di quel prcfidio viene
dannificata, non come gli altri luoghi, alle volte, c con intervallo, ma
perpetuamente; avendo quelli della Fortnza comoditb, come da luogo* fuperiore,
di veder dove li facciano le adunanze dì animali, andando appoftatamente a'
luoghi, e fenza fallóe. Gli Ufcocchi che guardavano quella Fortezza, ben
confapevoli deV^difperazione degl' iTblani, e quanto fitrrebbono Rati pronti ad
attentaW|,ogm cola, per lìberarfi, penfando di ulare la miferia e femplicitò dt
poveri uomini per mezzo di acquilbr premj da i loro Padroni, ouMuoaiono un
trattata doppio. Negoziarono Con ogni for ta Digilized by Google Z54 STORIA u
di apparai u di rcaltii, e promirero al Conte di Pago, che ad ua legno
ravrcbbono introdotta nel Callello. Dall'altro canto mandarono a Segna ad
avvilàre il trattato, donde fu immediate fpedito fegretamente Paolo Dianifi
vich con 30. Ufcocchi. Al giorno deilinato il Conte, prefa una parte di una
Compagnia di foldati, ch’era alla guardia ordinaria dell'Ifola, e buon numero
d’ifolani, al fegno dato andò; ed elTendogii aperte le porte, lenza ufare le
canzioni debite, e folite in fimili occorrenze, molto fcmplicemente entrò il
primo, e fu feguito da tutu la gente con molta confufione: furono immediate
colle archibulate alTaliti dagli Ufcocchi, che ulcirono dalle infidie, onde
renarono morti il Conte, e il Capitano de' foldati, e alquanti de' primi; e
degl' altri parte fuggirono, e altri circondati furono tagliati in pezzi, e
reliarono morti quaranta foldati, e altrettanti uomini dellIlola, perduta la
bandiera cosi degl’lfolani, come della compagnia de' faldati, le quali dagli
Autori del doppio trattato furano portate prima a Gratz alla Corte Arciducale,
e poi anche aH'Imperiale, per ricevere premio. Quello fecondo accidente fu
fentito in Segna con piacere; nè è maraviglia, poiché fu operazione degli
Ul.occhi; ma è ben maraviglia che fentUfera con gudo il fatto di Lovrana,
quantunque folTero reftati privi della vettovaglia, (perando che per quello
foffe loro concefla aperta liberà di Icorrerie dal loro Principe, 1 Miniftri di
fua Altezza fecero gran lamento alla Corte CeOirea per tutti due quelli
fuccelD, ehtgerando il primo per l'importanza del unno, e il fecondo pel
rilpetto della Fonezza; e aggravando, che, per elTere terra della Corona di
Ungheria, era flato tentato un’atta odile contra la Maelà Cefarea
principalmente. Ma quanto al fatto di ScrilTa tre cofe dicevano i Veneziani.-
Prima, per quello, che tocca gli Autori del doppio trattato, che le infidie
tele a quei poveri innocenti furono effetto della perfida di quella gente, che
tempre da nell' inventare modi di feminare dilcordie tra i Principi, per
confervarfi nella licenza del far male : poi per quello che appartiene al
Conte, e a gl'lfolani di Pago, che il loro hne di liberarli dalle molcdie degli
Ufcocchi m qualunque modo fu buono, elfendo per necctfaria di^; ma il difetto
di prudenza, in non faper dtfeernere un trattato finto, fu alfai pagato da loto
colla vita. Ma per quanto tocca i Principi; che il tentativo, quando fofTe
anche riulcito, non avrebbe avuto fine con ofiela della Maedi Celarea : e per
fede di qtu-do, nartavano che nel I5pz, avendo gli Ulcocchi di Scnlfa fatti
danni notabili in Pago, il General Veneto aflaitò la Fortezza, e la prefe; e
pochi giorni dopo mandò a lignificare a’Commcflài; Celarci, che allora erano in
Segna, non aver avuto altro fine, che di gailigare gli Ufcocchi con ogni
rilpetto allaMaedli deU’Imperadore ; però mandafléro altri Soldati, che
Ulcocchi, per guardarla, che l’avrebbe confegnata: il che quando non aveffero
fatto, egli però non intendeva di tenerla, ma l'avrebbe fpianata, acciò i
Turchi non fc ne impadroniffero,I CommelTarj mandarono nn Capitano Tedclco che
con loro era, al quale fu coniegnaca immediate ; ficchè l’Imperadore non udì
prima la piefa, che la confegnazione, e cosi fua Maellk, come 1 ' Arciduca
Ernello, che allora governava per la minor eih di Ferdinanda, iniele le caute
dd fuccelTo,nan riputarono che loffe coatta la buona intelligenza. Ma tm,
cucilo che m yiieuQ» er* coavci^ito : e w u ui i»»** m fe cob impofllbile^' e
«he le «ofe opecue ae',mfnifto Veneti so» Mfero i>er neceflitìi di
fjcurexza, o per ^ullo riiarcu^to de duni dp fudditi, ccene predicaveng poifhe
non era proceduto al,cim dannolgro dagli Ufcocchi, ma eia uea pigvof^iaM, e
dUwne di oneUcw intacco della riputaaiooe di fua AIuim^ la |luaU> quando non
joDe reintegrata colla relUtuzione, e con laftiare libero il naceva effer
falvan, fe non colla guerra; non manundo chi loltenelle la parte de’ Veneziani,
rifpondendo, non eflere biu^lp> di dilcono, ma d’infpezioae g dimollrare, fe
Taccordaito fofc (lato adempiuto, vedeodofi tutti gli Ufcoecbi ritorngti in ^
nazioni, e incurlioni non pib per intervalli di Wpu, continua ferie di oSéfe;
non i Qipi, ma alcuni miferi, S'“' lÙzìati per fola apparenza, eflere de’meno
colpevoli ; che niente eia dato operato dai Miniftti Veneti, fe no"
8^*" prvocazione : u ìucccflo delle barche ptefe efler originato dalle
prede, e da altre mgiuM precedentemente latte : quello di tovrana elfete dato
una giuda corrifpendenza per li gravi danni di Lufm^ C Collane; eia dilazione
^r a(pettare, le TCctiemberg avefle provveduto, non dover pregiudic^.; ft il
tempo ÙKcrpofto ildanno, e'J riiarcimento, che non amvòa tje meli, poteva date
nome d’ illazione d’inporia a quello che tu ^ bcimento differito; mentre vi ea
mgione d’afpettar® 1 *• • andava pubblicamente lettera del Vedovo m
"S"*» fu-itm ad un'altro Prelato alla CorteCeiàrea, la quale
attribuiva all Eehembere la caufa di ogn’ iuconvcnience,. • i. la Maedh Cebrea,
eccitata dalle moltiplicate querimonie ^ ambe k P*^ti, oosi precedenti b
mildone deU'Echemberg, come fmeguenti la partenza dì gnello, deMftnla di metter
fine a cmi moleuo oMOaio comandà m fuo Gonfiglio c!« vi applicaffe 1' apirao
con maggior ac^ratczza- e fu tifiJuto di tenere una confiiltazione, nella qi^
veniflè ancora l’Ambafcbdor Veneta, accib con difculjone di ambe If parti più
beilmente foffe trovato lo fpediente. Furònoanclie rn^rnu in ConfinUo l’
Ambafciador Cattolico, e il Fiorentino, Minidti di Prìncipi cerumente colmi di
bonth, e giudizb, c cosi «ingiunti cm SereiiiBimo Arciduca Ferdinando, che per
fangue, e ^nith, umpoifeno effer più prollimi. Non è certo fc foffero inv.tar^
per «Viatori non parendo che nè delluna, nè dell’altra gualuh Vi toffe bilb to.
In^lU Raunaiua, dopo tango dihaKimento di tag^, fio», fu conchiulbche,
affermando una Wtte di condii, e negando 1’ altra, hifognava vederne U venb ; e
perù cho l’impcradorc fpeditehbe immediate Comminino a Segna, P« •j?’’ cuziow aUe
cofe concordate, quando nttovaffe ™ efeeuita msiù fi eSèttuerebbe in termine di
un mef; Che la EepabWica pm irebbe manèbr Miniftti ivi, non per trattare,
maperap^e >.f afficutarfi cha in acfiun conto fofte .mancato; nmeirouJo P*”
mandar, u non ^uUlfcre, come' meglio le foITe parato ; e fn tanto da ambe le
pari? fi fofpendcflero le oflefe. Fecero iftanea gli ArciducaU. che folfe
dichiarato dovcrfi imendcrc lotto nome di fofpendeofTcfe, il celTare di tenere
le terre rifirctte ; inretelTando qtiiden^ tn f-tmpenidqre con dire, non elTere
dignità di Celare operare cola U'Rnubblica teneva la Ipada in mano minacciando,
tóme fe per foni .'\^i^e. cnftringete foa Maefià ; e tanto maggior, mente,
quanto elm ipcótnIiilMfva a far fatti colla milTione di CommilTario. Ma
daU'ahta ^He era confiderato non potcrfi fperare che 'la Repubblica
condifcendelTe ad allargar comodo a' ladri di faredam ni ma^iori, avendo tante
volte veduto che mainon erano flati aperti i pam fenza quella confegnenza; e
che larebbe difficile farla venir a fatto cosi importante, non dando in cambio
altro che. parole: imperoccl)^ la miluone innanzi che il Commiflàrio aveffie
eleguito con-, fiflcva in parole, e non i fatti; e che non teneva la Repubblica
le arme in mano per minacciar Principe alcuno, non che fua Maeflh, fcmpre
olTervata, come metiu tanu dignità ; ma folo per difendere lì flelTa, e i luoi
fudditi.- che le continuate dimoflrazioni diperpetua olTervanza della
Repubblica verfo quella Maeflà non lalcierebtono entrare Cmili conce tti ; e la
virtù dell’ Imperadore renderebbe certo ognuno che farebbe molto folo dal fuo
religiolo animo, e per puro zelo di giuflizia: anzi,pinttoflo che potelse
el'ser alcritto a timore di quello ch'era per debito di religione, e di
promelsa, potrebbe dar a molti maraviglia la dilazione neU’eleguirlo - I
Celarci con^ chiufero che alla Repubblica fofsc rimelso il levare, o non levare
le guardie ; e folo ballar loro che operalse in tal maniera, che il Commilsario
potelse ftar in quelle terre con dignità di Sua Maeflà. Di quella riloluzione
fu data parte all’ Arciduca con lettere Impe. riali; c lua Maeflà ordinù al luo
Segretario refidente in Venezia, il quale accompagnò con fua fpezial lettera
credenziale per quello particolare, d’ efporre, come anche, dopo aver prclentata
Inietterà, efpofe,cbe Sua Maeflà aveva rifoluto di mandare Commilsario a Segna,
per vedere, intender, e regolare tutto quel negozio, e fare quanto conviene
alla buona vicinanza: che pregava Sua Serenità a dare que. gli ordini le
parefsero concernenti pel .buon fuccefso, ed effetto, di quella fptdizione- A
quello uffizio, degno della religione, e giuflizia di tanto Principe, iu
corrifpofto con lignificare al Segreurio quanto fof.fe grata la comunicazione
di mandare Commilsario a Segna; e con quanto maggior contento si avrebbono
intefi gli effetti; aggiungendo, obblazionc di non tralalciarc cofa alcuna, per
foddUlàre Sua Maeflà, e per far ogni dichiarazione co’ fatti dell’animo fempre
diipoflo. a continuare in buona vicinanza: e con lettera di fpeziale creanza
peri’ Ambafeiadore le fece dire lo fleflb- Fu gratiflìina a’Veneziani quella
deliberazione dell' Imperadore, cosi per defiderio di veder il fine delle
moleftie; come per efsere chiaro teftimonio che Sua Maeflà medcfima non feiuiva
efsere flato mancato ad alcun debito di csnvenicnzaquaqdo non fu maudato alcuno
a trattar col Conte Aluni, e coi CoUeghi a Fiume. Diedero immediate ordine al
Generale di Dabnazia che fofse fatto ogni onore, edita ogni comodità a quello
che per nome di Sua Maeflàandafse aSegna, einqualunquealtro luogo di quelle
marine. Deliberò Su* Maeft^ mandare per CommiBario Giovanni Prainer, Governator
di Giavarino, pcrfonaggio di gran qualità, reputato giu(lo, di valore, e con
riroluzione; il quale lebben fi ritrovava allora in Ternavia per negoziazione
importante (opra le cofe diTranfilvania, lo fece andar alla. Corte, e lo fpedi
con iftruaione, dcU* if capo principale fu di vedere fe il trattato di V^nn*
*t* eieguito; c fare quello che fofle neceflarip per total efie^uaione; con
ordine che andaflc prima a Gratz, conferifle l’iftruzione coll’ Arciduca, e
immediate paflàlTe a Segna per l’ cfecuzione ; tenendo per fermo che avelTe Sua
Altezza lo lleflb fine, e defiderio di una buona provvifiione ; e folfe per
coadiuvare ; aggiungendo alle iftruzioni imperiali le fue maggiori faciliti, e
la lua fermezza. Andò il Prainer a Gratz, e dall’ Arciduca non gli fu ^rmeflò
il palTare piò oltre; ma rifpedito indietro nel fine di Luglio con rifpolla in
ifcritto alle cofe da Sua Maefti ordinate; la (oftanza della quale fu ; che non
poteva aifentire al levate gli Ufcocchi, e fare le altre cofe ricercate dalla
Repubblica, mentre quella (lava armata, per non dare fegno che lo facefie fer
forza, e violentato; ma, levate le armi, (irebbe pronto a far il tutto: anzi
che gii aveva incamminate le cofe ad ottima difpofizione, avendo ridotto quel
prefidio, che richiedeva due cento mila fiorini per le paghe (corfe, fe doveva
partire, a cento mila, con ifp«anM di ridurlo a molto meno : onde, levato lo
fcrupolo di apparir violentato, metterebbe mano all' opera - Siccome il veder
partire dalla. Corte Celar ea cjucl perfonaggio con tanta rifoluzione di
Ccfare, del ConCglio. Imperiale, e fua propria, di metter fine all’ imprefa,
fece tenere quello travggliofo negozio, per ridotto a buon yalTo; cosi la
canfa, perchè fu rimandato indietro, diede gran maraviglia; poiché avendo
confideratamente rifoluto la Maefti Celare*, Principe fupremo, e Padrone della
regione, che la miffione d’ un CommiOàrio fuo non derogava alla fua dignità Imperiale,
non pareva eOervi coperta di pretendere che derogane alla riputazione
Arciducale. Non mancava chi artribuilfe il male a’Miniftri, che, non volendo il
rimedio, nè per termine di buona vicinanza, nè di amicizia, nè di colcienza, nè
in qualunque altro modo, non potendo addutrefcule apparenti, nonaveftèro
rifpetto di dare nelle ftravaganti, purché in qualche modo impedilfero
l’effetto. Il ritorno del Prainer non fu di gufto alla Corte Ccfarea, parendo
che folfe con poca dignità di quella Maeftà, che una riloiuzione prefa da lei
confideratamente, con aflìftenza, e approvazione ancora di Ambalciadori di
altri Principi, e di uno 'cosi grande, come il Re Cattolico, c fignificata
anche elprcltamente a Venezia, folfe attraverfata fenza ufar almeno qualohe colore
di riverenza; e con chi ne parlava con loro non fapevano fcufarla, fe non con
riftringere le fpalle, o divertire il ragionamento.- e ficcome a Venezia riufcl
molefta, privando della fperanza conceputa, cosi certificò che, quando i
Miniftri Arciducali rimettono qualche cola all‘ Impcradore, ‘lo fanno per
futterfugio, ma tutto proviene da loro. In quello mentre gli Ufcocchi, che fono
temerarj in ogni imprefa, e inconfiderati del fine che ne polla feguire, fecero
molti Tom.'JJ Kk tenta x 58 storia tentativi; che, per la grande oppofizione,
non poterono mandar ad effetto, le non in cofe leggiere, che non meritano di
edere memorate particolarmente; ma ben occorlc quello che luole partorire la
lunghezza de i negozj, quando ogni minima preparazione di arme fìa in edere;
imperocché le lòfpezioni che nalcono, e la inquietudine defoldati, le minacce
che alle volte imprudentemente cleono di bocca, aumentano le diffidenze ; e il
lungo negoziare caula motivi di ofiefe,, e le nuove offde aUungano il negozio.
Avvenne che Niccolò Frangipane, gih nominato per Capitano di Segna, e Signor di
Novi, adunò in queffa lua terra, quindici miglia lontana da Segna, molte
vettovaglie, e altre provvidoni; condulTe quivi le armi, e le munizioni, e tre
pezzi di Artiglieria della Galea Veniera; e li fece mettere fopra le muraglie;
e vi condufle numero maggiore di Uicocchì, che diede veemente lolpetto al
Generale Veneto che avelfe in trattato qualche importante imprela; e fì
accrebbe Ve fbfpezione, perché, dopo efler (iato rimandato il Prainer da Gratz,
e pubblicato che fua Altezza non alTeniiva all' accomodamento, andò a Segna
Groffredo Stodler, al quale davano titolo di Prendente, con numero di foldati,
e aveva in compagnia il Frangipane. Quefh mandò a vedere la Fortezza di
Scriffa; icorfe a Fiume, e a Buccari, trartenendofi in quelle regioni quindici
giorni; ne ì quali furono molte andate, e ritorni di Ulcocchi da Segna, così
verfo Scrifla, come anche a Novi, che milèro in gran timore glilolani di
Veglia, {limando effì ciò cfTere fatto, o per qualche imprefa iopra di loro;o
perfermarvi dentro per ordinario una cosi numeroLa guarnigione di
Ufcocchijchefc^effata unacontimiadiftruzione deU'UoU. Ne fecero gran lamenti
col Generale, pregandolo di liberarli da quel pericolo. A quello fi aggiunfe
che 1* armata Veneziana, la quale (pedo tranntava di là, vedendoli quell'
artiglieria dinanzi agli occhi, fi commofle talmente a fdegno, a vendetta, c a
defidcrio di racquìflarla, che i Opitani, confìderata la facilità della
ricuperazione, lo efqftarono all’ imprefa. Egli, per prevenire i mali desìi
nolani, non fenza cauià temuti*, e per rilarcimento della pubblica dignità, le
cui armi erano tenute come trofei degli Ulcocchi, venne in rifoluzione di
alTaltar quella terra, e Imantellarla *, e diede gli ordini necelTarj, non loto
per effettuare 1* imprela con ficurez21, ma ancora per farlo fenza danno degli
abitanti Fu la terra, che é iìtuata lopra il mare, affaiita una mattina con
pettardo, e Icalata così ordinatamente, che non morirono in quell* adalto di quei
dentro le non venti che fecero olìinacamente refillcnza colle arme in mano ;
rellarono intatte le Chicle, e 1’ onore delle donne *, fu ricuperata
rartiglicria, e abbattuto il Torrione ; e le mura furono in divede parti aperte
: ciò facto, il luogo fu abbandonato, e iafeiato in podelVà degli abitanti • La
fama del lucceffo, come fpeffo avviene, paffò a Gratz amplificata, effendovi
flato aggiunto, che foffe fiata ulata crudeltà contragli abitanti,
conculcazione di reliquie, incendj, e diffruzione di Qiiele : rumore che predo
Ivaì\\, cflinto dalla verità ; poiché fi videro reflatc le Chicle cogli
ornamenti loro nell’ effer iftcflb ; c nella terra non vi fu veftigio di
abbruciamento alcuno, Ma da quella Corte, immediate doporavvifo, fu fpedito un
Corriera all'Imperadore, aggravando il fucceflb; e furono aggiunte alle
querele, per qucDo accidente, altre ancora, per un'ordine dato antecedentemente
dal Generale Veneto, col proibire il commerzio anche per terra; e una fama
dagli Ufcocchi liudiofamente dilfeminata, che Segna dovelTe eOere aOaliu.
Ulàrono ogni arte, affine di perfuadera che la demolizione di Novi folTe una
rottura di aperta guerra. Alla Cone Cefarea non la tennero per tale ; piuttolio
ebbero opinione che a Venezia, veduta la milTione del Frainer con ampie
commillioni di rimediare, e come a mezzo viaggio era (lato rimandato indietro,
fofle (lato giudicato necefsario fare qualche motivo, non per rompere, ma per
eccitar al rimedio che (i andava procra(linando; non parendo che l'aver aperta
la Fortezza, e 1' averla ab-, bandonata, mentre ft avrebbe potuto ritenere
fenza timore che fofse ricuperau, folfe indizia di volere pafsare pid oltre.-
anzi dicevano i Veneziani quello efsere chiaro indizio che lei mcC prima il
Conte di Pago non ebbe penliero d' occupare Scrifsa, ma di levare folo a quella
il poter offendere la fua Ifola. Ma lo Stodler, e il Frangipani, quelli,
peldanno della fua terra, e ambedue forfè perchi folte prevenuto qualche loro
difegno, fecero uffizi cos'i efficaci, che fu da Grata daa libera licenza agli
Ufeocchi di far tutto quel male che potefsero; e a loro data facoltà di levare
parte della milizia di Crovazia, per fare rifentimento : per lo che immediate
in Segna rilarcirooo, e armarono tutte le b arche al numero di venticinque;
unirono tutti gli Ufcocchi fparfi per I» altre terre della regione fecero
diverte ù^e, ora in. molto, ora in poco numero.- non perb riulcl loro di poter
metter in efietto dìfegno alcaao, perchi i Veneziani ancora erano beo
preparaci, e avevano accrefeiute le lOTOforze; e quandonon potevano impedire
gli incocchi daH'ufcire; ufeici. Li perlcguitavano fenza lafciarli fermar in
luogo alcuno., Di tempo in tempo cha gli avvili degl' accidenti giunfero zGrat^
furono anche di Ut fpedite IlaRctte, per dar coniu all' Imperadore de'fucceffi,
con interpretazione che fofscro oifele priucipalmence inferite a fua Maella; e
che a lei coccalse mentirli colle armi; portando diverfe perfuafioni, per
indurla alla guerra. Con tutto ciò a quella Corte non fi defilleva dal trattare
negozio di accomodamento; • tutta la differenza era da qual capo cominciare;
iltando i Celare!, conforme alla volonih dell'Àrciduca, che s' mcomincialse
dall' apertura de'paffi; e i Veneziani dal levar gli Uliocchi dalle marine:
quelli, comendando le opere fatte dall' Imperadore me la concordia, che farebbe
(eguiu ; fe da altri non foire fiata impedita ; e la buona volontà di far il di
piò che fi poiefse con lua dignità ; efortavano a corrifpondergli con quella
dimoflrazione di onore ; confidando oeUa fua parola, acciò potelse proleguir
innanzi, fenza far credete al Mondo che lo tacelie sforzato ; e dall' altra
pane a' Veneziani pareva «(tc nefsuno fi potcfse dolete e di quello ch’era
(lato fatto per difela, ei;blicarc il bando contra 41 Peuzzo co’medefimi termini
da lui ulàti. Ma mentre era olirà il Itorrente della RoCanda, confine tra i
territorj Arciducale di TricRe, e Veneto di Muglia, in dalle genti di quei
luoghi avvertito «he in quelle marine erano certe faline del Pcuzzo fabbi
icate, e che alla bocca della Rofanda erano fiate da chi fi fofie riedificate
alcune, uhc già circa quarant’ anni di nuovo erette, furono in quel medeCnoi
tempo tUfirutie come quelle che fpingevano il torentc lopra «onfiui del vicino
con gravilfimo danno. Per quelle caule il Prov.veditort, non -parendogli avere
iàttoalfai per reintegrazione dell’onorefuo cqiKra. if Petazzo ; e per levar le
novità fitte a’ danni di quei «onfioi, deliberò di andare alla devafiazionc : e
mentre chiamava in •jnio una Galea,, e congregava le barche che per l'opera
erano necedàrie; difcele in quelle parti b geme che col Terlatz,e col Franco!
veniva alla quale s’erano aggiunti altri ancora per viaggio, moffi dalb
fperanza di rubbare : Andò il Frovvediiote con buon numeio di padani, per far
l’opera, e co’foldaci, per guardarli, e difenderli. Il Petazzo s'aflaiieò per
far loro impedimento,- ma non gli riufcl. Mentre però quelli fi trattenevano
nelb difiruzione degli argini, b gente di ’Tcrfatz venne in loccorfo del Pcuzzo
in numero di 3000. dalb -quale allaltato il Provveditore nel ritornarfi,
eflèndo fopr^tto il numero tanto maggiore, non eOendo -con lui fe non 800.
perfo' ne tra a piedi, e a cavallo, dopo aver combattuto, e fatto rcnUen. za a
(juella milizia, gli convenne cedere alla forza maggiore, e ritirarfi in
Muglia. Durò il conflitto due ore, nel quale intervenne la morte di 12». de’
tuoi con alcuni feriti, e dalla contraria con perdiu di alquanti mentre il
combattimento durò dal qual lucceflb inanimiti gli Arciducali, eflendo loro
anche fopraggiunto qualche numero maggiore di Cavalleria di Crovazia, fcorfero
tutta l'illria ; mettendo ogni cofa a fèrro, e fuoco, e depredando, e
fvaligiando tutto il paefe. Reitarono tutte abbruciate le Ville di Ofpo',
Abrovizza, Bettovizza, e Lonchi; e in quella, ch’era aflai ben abitata,
fpogliarono le Chiefe, guallarono le Immagini de’Santi, gettarono in terra il
Santilfimo Sagramento, per afportare la pillide d’argento. Fecero l’illcfl'o
ancora nella terra di Marceniglia, e ne’territor; di Barbane, e San Vicenzo ;
Poche delle Ville non murate rellarono eienti dall’ incurfione di quella gente,
c maflime dagli Ufcocchi, che ufarono ogn’ immanità contra le perfone, e ogni
rapacità comra le cofe divine, e umane: il che loro fu ^cile, effondo la
Provincia tutta aperta, ed efpolla alle fcorrerie. Per dodici giorni durarono
gl’incendj, ne’ quali rellarono abbruciate, oltre alle terre nominate di fopra,
Xafe, Grimalda, Rofarolo, Figarolo, Recatovi, Valmorola, Craficchia,
Sacemo,Cerncza, e Barato, le Ville del territorio di Dignano, c molte di quello
di Rovigno; e pareva quafi che tutto folle fatto affine di devaftare tutta la
regione, acciò, combattuti poi i luoghi alquanto minuti, fblTe loro facile
occuparli, e fortificali dentro. Tenurono a quello effetto l’oppugnazione del
GaQello di Dra f uch, donde furono ributtati, e colli etti a ritirarfi,
abbruciato il orgoj. Avvenne l’IlelTo alCaflello diColmo. Indi in maggior
numero, con maggior ordine a bandiere fpiegate affaltarcno Ducallelli, come
luogo- di confeguenza, dove diedero fcalata,e con tutte le forze tentarono
l’oppugnazione; la quale durò quattro ore con. morte di molti degli aflaliiori,
i quali in fine, coflretti a ritirarfi, polero fuoco in tutte le Ville del
contorno per dove palfarano: Ma etTendo giunta milizia di Corfi, e AibaneG,
fpediti immediate che capitò l’avvito delle prime devallazioni, furono
coflretti gli Arciducali ad abbandonar l’imprefa difegnata di occupar l’I Uria;
la quale i Veneziani, ai efa 1’ univerfale devaflazione del paefe tutto, e gli
affalti de' luoghi forti, tennero per principio di guerra formale; e fi coiw
fermarono poi per quello che legul pofeia immediate : imperocchi i Capi
Aiiflriaci, perduta la Iperanza d’ impradronirfi d’ alcun luogo munito,
lafciati in quella Provincia i Villani di PiCno, e ZiminofoDto Aianagij
Callioti da Sogliaco, e alquanti Ufcocchi, e Tedefchi per dilcia delie cofe
proprie, col rimanente della gente paflàrono le montagm del Carlo; epe! vallone
di Vermigliano entrati nel territorio di .Monfalcone, che folo i nel Dominio della
Repubblica oltre al Ulonzo, tra quel Fiume, e le radici del Carlo, e fvaligiace
nuove Ville; e a fette di quelle dato il fuoco, colla llellà impieth verfo le
chiefe, non perdonando alle donne, a’ fanciulli, e alle altre perfone
innocenti; alTaltarono la Rocca per impadronirfene, e fermarfi quivi; fecero
ogni sforzo per occuparla: il che veduto non effero STORIA riufcibile, e
fopravvenuti foldati dì Palma per foccorfo, fi ritirarono nel Cario. Quelli
motivi, non più di rubberie degli Ufcocchi, ma di eccelli militari dc'Capitani,
e foldati Arciducali, collrinfcro i Minillri della RepubbUca, per ficurezza de
i confini loro, fare camminar a Faima le milizie del paefe, c quei numero di
altri foldati che fi potè raccogliere all' improvvifo quando ogni altra colà
era afpettata, falvo che fentirc guerra in iftria, e molto meno in Friuli. Ma
capitato l'awifo a Grata, eccitò maggior allegrezza della foUta in quella
Corte; la quale qualunque volta ne’ tempi palTati ha udito avvifo che gl’
Ufcocchi avelTcro ufato qualche notabil infolenza, danno, o ingiuria, non fi è
allenuta con parole, e con altri modi di moltrarne la giocondità interna, cosi
pel benefizio che le veniva in parte ; come per l' invidia verfo il nome Veneto
; e pel defiderio di veder che fuccedeflero mali maggiori ; eccitando ì loro
Principi a’medefimi aifetti, e a tutto quello che potelTe caufar rottura. Ma
nella prefente occorrenza, parendo loro avere ottenuto colà da tanto tempo
defiderata, l’allegrezza fu fomma, divifàndofi vana- ‘ mente vittorie, e aumento
di Stato, e ricchezze immenfe. Rivolti però a’ configli della guerra, fu dato
ordine alle genti del Contado di Gorizia, e della giurisdizione di Gradifca,
che fi mettelTero in arme nelle cale proprie: Al Conce di Terfatz, e al
Francol, che paflaifero ad alloggiar in quelle parti: Alle milizie paefane di
Carintia, e di Stiria, che difeendefiero ne i luoghi medefimi. Conlìgliarono
ancora di levar fei mila Aiduchi, che fono Villani Ungheri, con una paga fola,
che non farebbe coflau -più di dicci milla fiorini; e pel Contado di Gorizia, e
territorio di Aquilefa fpingerli in Friuli, nel paefe della Repubblica, e farli
vivere in quello; penfando far anche cofa grata aH’Imperadore, al quale la
partenza di Ungheria di quella geme fenza dtfciplina avrebbe fervito a levare
gl’ impedimenti, per metter in efecuzione le cole convenute co’Turchi; e
liberarlo da molti pericoli di fedizione; e a Sua Altezza farebbe flato di
mollo utile, facendo la guerra fenza fpefa. Furono Icritte lettere all’
Imperadore con difcollarfi maggiormente dal modo del componimento trattato, e
con avvifo eh era feguiio conflitto tra ambe le parti; nel quale ■ fuoi erano
reflati fuperiori; amplificando molto il valore della fua milizia, e pregando
S. M. di prendere la difefa di S. A. colle armi; mollnndo facilità di aver una
preda, e intera vittoria. Ma a’Capitani, e Minillri della Repubblica ridotti in
Palma, per prendere configlio fopra la difefa dc'fuoi confini, era data molta
materia di conlultazione, e difficile, avuta la debita confiderazione fopra il
tentativo delle genti Arciducali di foriificarfi in Monfalcone; e avvertiti del
numero di milizia di Cariniia che già era giunto a Tolmino; che il Conte di
Terfatz, alloggiato a Profeto colle fuq genti di Crovazia, e 'cogli Ulcocchi,
fi ordinava per palfar innanzi; e intendendo che quei di Gorizia offerivano
laro contribuzione con condizione che pafTaReco il Lifonzo; e che l’Arciduca
aveva fpedite patenti per far joo. Cavalli in Audriay e ne i confini di quella
Provincia fi congregavano di foldati a piedi i vagabondi', eponderato an- cora
ancon il difegne di levare ì lei mila Aiduchi^ molto facile da efTertuare, e
molto pericolofo, pofto in opera; e attefi i molti configli di guerra tenuti in
Grata, e che il Conte di Sdrin s'era offerto di condurre Coliuhi, Cavalleria
Unghera, lolita pure alle incurfìoni, c per queOo erano ordinate preparazioni
di alloggiamenti nel Contado di Pifino; e che in Gorizia fi erano ridotti i
Capitani Imperiali a configlio, correndo da più parti voci, che, quando foffero
accrcfciuti du^nto Cavalli Valloni, ùtti dal Ferino in Vienna, e alcuni fanti
raccolti a Gratz, che tutti erano in viaggio, larebbono palfati nel Friuli; e
che eli abitami nel contado di Gorizia fi preparavano, per coadjjuvare; b
videro in necelTith di prevenire tanti pericoli, e tanto certamente} imminenti
perlocbè,coDchiudendodienereiniHato di necefìTaria difeia da una imminente, e
certa incurfione, che, pereifereil Friuli paelc piano, c aperto, farebbe liau
dannofìflVma; perù deliberarono di farfì innanzi ad occupare i podi Gtuati
ne’confìni di quel Contado ac» ciò qualunque geme venifTe fode codrecta a
femurfi in quello, e non potede far incurfìone nel Friuli; e il d\ xp. Dicembre
fpinte le geiK ti raccolte a Palma, che fino alfora erano date tenute folo per
foccorrere, e proibire le feorrerie dell' altra parte, furono occupati Medea,
Sagra, Cervignan, Cormon&, Merian, Porpeto, ed altri luoghi aperti lenza
violenza, nè ingiuria di perfona alcuna, mandati paciRcameme ad abitare in
altri luoghi que foli che fii modravano mal contenti di quella mutazione; c
furono quei luoghi trincerati, e vi fu pollo (dentro, prefidio fufiìciente per
difenderli, e man^ tenerli. Alcuni giorni dopo eflendo partita quella poca
guardia Arciducale ch'era in Maranuto, gli uomini della terra andarono
fpontaneamcntei a darli ; e i^j^uìleja col terrkoiio. ^o fi diede, da lè
ali’ubbìdìenza ien*^ za contraddizione di alcuno.. La Corte di Gratz, avuto
avvifo che le miliziè della Repubblica la arano alloggiate nel Contado di
Gorizia, prete di qui occafionc dà dichiarare la guerra elTer aperta; e di ciò
darne conto^ a tutti i fudditi Aullhaci, e a* Principi di Germania amici, cosi
Ecclefiallici, ce» me fecolari, con lettere contenenti in foRania, che avendo
la Repub» blica. di Venezia inferìte diverfe ingiurie, a danni- alle terre, e
lud» diti della Cafa d'AuHria fotto colore di rifarcirfi de danni dati dagl»
Dlcoccht, quantunque gli efagerafiè oltre al dovere, fua Altezza, per levar
ogni occafìone di difparere, aveva tempre ofata intera diligono za, per dar
ogni IbdJisfazione, cosi galtiganck) i colpevoli, come meftendo buoni ordini,
per impedire nuovi danni; ma che i Veneziana non crauo fiati di alcuna cola
concenti.* anzi, proleguendo nelle offeie, uliMiainente avevano invaio il
Contado- di Gorizia, e gliene ave» vano occupata pane lenza alcun fondamento di
ragione; ma con dk fegno, e dcRderio di ulurpare Palmiì, com'era tuo ordinano
cotlu» me, e icacciare la Caia d’Aufirja d'Italia; onde tua Altezza era ilata
coltretu a pigliare Tarmi per confervazione del luo Stato e della riputazione
propria.* Ricercava però da cialcuno alTillcnza, e ajuto, per onore della
nazione, e favore della Giultizia. 1 Miniftrì prelcntatori delle lettere
a^iunlero il loro uffizio, e{ponendo in panicoiare tutte le miffioni w
Commifluj a Segna, e a Tom^ II LI Fuk 1 Fiume òz alquanti anni in qtia ;
narrando fpezialmeote ì gaflighi, e gii ordini poAi da loro moUrando che da'
Veneziani dovevano ciTer nimati baiUnti, perchè lenza quelli avrebbono gli
Uifeocchi fatti danni maggiori, pretendendo di elTere provocati da loro.*
maebequei Si J mori non fi erano contentati degli onelU rioicdj, infillendo in
quel olo, che tutti gli Ulcocchi foflero levati da Segna; rimedio inumano,
imponibile, e contrario al bene della Criftianith ; propplto non peraltro, a
hne di trovar apparente preteso, per ect^iur una guerra contra la Cala
d’Auflria; gii Stati, e le giurildizioni della. quale han no leinpre proccurato
d’intaccare, com’ è manifedo per tante Citth» e Terre che tengono, levate a
quella Sereniflìma Caia, Qhe Ugitti-, inamente le poiTedeva prima: e
quantunque, per confervare la buona vicinanza, deno date dabilite da cento anni
in qua diverfe capitolazioni in BrulTeUcs,in Vonnes, in Venezia, in Bologna, c
in Trento, non fono mai date da’Veneziani olTervate ; e Xpezialmente, iebbene
da ambe le parti fu promcITo che i fudditi dovdTero avere per terra, e per
cotnmerzio libero, come le fodero di un’tdedo dominio, edi avevano aggravati i
luddiii della C^la d'Àudria che negoziavano nel loro Stato con ogni iorta di
novìth, con inufiuti da^ z): avevano impedito loro Tulo dei mare conira
quel)’autoriilt che pretendeva iua Altezza di avere, che i iuddixi
Audriacipoiedero navigare, contrattare, e corleggiare per TAdriacico con ogni
li^rik, lenza che alcuno potede loro contraddire; e che i Veneziani non
potedero adìcurare lopra i loro valceUi, nè in loro cau, Turchi, Giudei, e Mori
dalle forze di fua Altezza, per li diritti, e ragioni che aveva in quel mare. £
in terra ancora, violando le convenzioni, avevaBo con falle pratiche, e aduzie
ridotto lotto il loro dominio la For^ uzza di Marano*, e dnalmence edificata la
Fortezza di Palma nel Territorio altrui centra le protedazioni del le|ittimo
Signore dH Territorio t Fu anche mandato Gian Criftkao Smidlino Amhafctadore
agli Sviz« zeri, per dar loro conto della guerra co* Veneziani aperta*, e
richiedere a quella viaorola nazione il non permettere che alcuno fì conducede
al lervizio della Repubblica : dal quale Ambalciadorc fu prefentaca in ileritto
un'elpofizione, che per tutto fu pubblicata colle querele, e precenfioni di
lopra narrate. E per pubblicar, e imprimere ì concetti delfi anche nelle menti
de i )K>poU, fu dampata in lingua Tedefca una relazione contenente U mededme
fcule de'Principi Audriaci, querele, e imputazioni nuo« ve, e vecchie contra la
Repubblica, con difefa delle azioni degli Ulcocchi*, con particolare narrativa
di divcrfi accidenti occorfi, accomodata però a’medenmi lenG con molta
amplificazione. £ polcia ancora m lingua Spagnuola fu da pedona nominata con
pubblica participazione di quel Governo mandata in luce una arttfìziola
narrazione dclieiitcde cole, e ragioni co’medcdmi concetti del dominio del
mare, della facoltà di corleggiarlo, della fabbrica di Palma, e in difela degli
Ulcocchi. Ma i Minidri Veneziani, uditi grufiìz) eh’ erano fatti contra i lo ro
Signori, elG ancora informarono i Principi prelTo a’ quali rifìdevano, e altri
amei delia loro Repubblica, di quei lolo che alle co fc l DEQLI USCOCCHI z6^ fe
allora profenti apparteneva*, giudicando che pienamente rcItafTe giuftificata
la lua caula, quando folTe dimollrato ch'ella avefle prefe le armi per
neceffaria ^fefà. Erpofero in foftanza che gli Ufcocchi hanno per un corfo di
molte decine di anni diliurbato il commerzio, inquietata la navigazione,
depredate le terre de’ vicini con cftrema inlolenza, e con ofTefa delle
pcrione, fenza rifpetto diqualfivoglia qualità, fcnza rifguardoa’piibblici
Rapprefentanti, e alle pubbliche lettere: Che oltra le ingiurie pubbliche, e i
danni inferiti a’fudditi col palTareper li Territor) della Rpubblica a
bottinare, hanno molTi i Turchi a rifarfi centra i Sudditi di quella, e le
hanno eccitate diverfe difficolth alla Porta di Collantinopoli : die da’
Miniltri Aulliaci fono flati ricettati, confentendo loro dividere le cofe
rubbate, e venderle, e donarle a' loro Fautori.- che non fi i veduto contra i
colpevoli dimoflrazione alcuna, nè provvilione effettiva, per ovviare a nuove
offele, quantunque piii volte l’uno, e l’altro rimedio fieno flati richiefli, e
promeffi già dagflmperadari defunti, e ultimamente nel trattato di Vienna ;
anzi tutte le miffioy de’ Commiffarj aver partorito contrario effetto, avendo
coll’ efempio alGcurati i ladri, che mai i bottini non farebbono reflituiti, nè
i depredatori gafligati,- anzi avendoli fpogliati, e refili piCi bifognofi, e
avidi alle prede: ch’è colà indegna, contra ogni ragione divina, e umana, il
foftentare gente cosà perverfa, e nimica della pace, e quiete: che da alquanti
anni è flata fatta alla Repubblica una occulta guerra col mezzo di quei ladri
nelle fue acque, Ifole, e marine del Quamer, e della Dalmazia; nelb quale,
oltral’effere fiata difertau la regione, e diflurbati i commerzj, il Pubblico
ha fpefo ogni anno non meno di quello che fi farebbe fitto in una manifefla
guerra.- e che finalmente, veduu la rifoluzione deUa Repubblica a volerfene
liberare, U guerra occulta fi è convertita in una iQoffa di arme manifefla con
molte provocazioni, e oflilith inferite prima nell’Iflrb, e poi nel Friuli: per
le quali, e per rifpetto delle molte prowiConi di arme ridotte in quei confini,
i fuoi Capi di guerra fono flati coftretii, per ficurezza dello Stato, e per
difefa dalle rubberie, e ìncurConi che loro erano minaccbte, e preparate,
fpingerfi innanzi, e alloggiarfi in polli Ccuri pih prefló al Lifonzo. Non aver
avuto la Repubblica in tutte le azioni fiie paflà^ te altra intenzione, fe non
che le promeffe le faffero olfervatc; e k foffe finalmente corrlfpofto nell’
offervare una buona vicinanza co'fatti, e non con iole parole, per tanti anni
efperimentate lenza effetti; e le cofe fue reltaffero alficurate: il che quando
foffe efà fettuato in modo, che poteffe avere certezza di buona vicinanza,
corrifponderebbe interamente, ritornando le cofe nello flato di prima con ogni
fincerità. Fu anche divulgala una fcritimra in forma di manif» fio con fuccinta
relazione delle frequenti rubberie', ingiurie, e crudeità degli Ufcocchi, e del
conlcnlo., anzi della participazione de’ Mìnillrl Arciducali, e del mancamenia
de’ Principi a porgere i debiti, e ptomeffi rimed); e gli artifizj co’ quali
tòno fiate delufe, anzi derife le querimonie delU Repubblica e fu traitenuia
dal provvedere all' indenti^ fua colb forza. Per quelli mezzi reflarone
divulgati per r Europa iffi folo i motivi di guerra, ma lecaufe loro ancora
colle ragioni, e prcmtCpai delle pani; onde cufeono fecondo ' b pror Ttm. Ù. LI
a pria pcrfuiftoné, è inclinazione afpetrava Tcfito, c difcorreva dell^
èiuftìzia, ' >. A favore d’Auftrra, poiché gli Ufcocchi nòh potevano cITcr
ftufati, le cólpe loro erano alleggerite con dire, che clTetido in padc
ftcrilc, e fenza paghe, non potevano altrimenti vivere, che dclìotuni; non peri
di quello poteva efler attribuito colpa a fua Altezza, che Icmpre gli ave^ va
proibiti centra ’Criftuni; e che non poteva fare di piu, quando non tveflè
voluto tentare di fcacciarli tutti colle mogli, c co’figUuoli, e vec-, chi ;
che (arebbe (fato cola inumana: oltra che farebbe (lata impoifibile mandare ad
eflèito, clTendo quella gente fiera, c indomita, c in pae(e di accélTo
difficile: e quando bene folTc riufeito lo fcacciarli, farebbe (lato con
difervigio della Crillianit^, alla quale era utile che fi conlcrvafTe
queirantemurale contra gl’infedeli. Che a* Governato*, ri, o Capitani di Segna
non potevano effer imputate a colpa le ufeite pcrmclTc loro nel mare, pferchè
un capo della commilfione che fua Altezza dava ad ognun Capitano era formato
con oueffe precife parole: Non pèrmetrfraì che JM fatto alcun pregiudezio alia
^iurtfdÌT^iohe nojha nelin naitigaifone ai quel tnare. E poiché altri non cranq
che poteflero mantenere quella giurifdiziorie, fc non gli Ufcocchi, fi poteva
dire elTere in facoltà del Capitano proibir Tulcita.* fe jpox ttfeendòv
facevano dei (naie, la colpa era della rtiala confuctudi«e loro, non di chi fe
ne valeva a bene : cosi avvenire in ogni luodóve i foldati dannificaho i
popoli; nè però aferiverfi a colpa del Plihcipc, o del Capirano, collretti a
valerfi dell* opera loro. Ma ^chè parevano tjuéfle giuflificazioni aver bifogno
di c(Ter appoggia «d altre di maggior apparènza 1 acciò folTcro portate s’i,
enepoteffero ^effer approvate, le accompagnavano per loftcniatnento colle
prc\enfiohi vcctÀic delle convenzioni non fcrvate, de* (udditi aggravati contra
i mpatti, della navigazione libera non concelfa, delle tette póflèdute dalla
Re^bbUca^. ite erano d’Aultria, nominan do parte del Contado di *^Gorizia’,* C
*Màftino, uliimamchte dopo le convenzioni (òttoihd!^, e Palma nel diltreito
Auffriaco edificata ;còi\ Quelle fortificando le proprie nella caula degli
Ufcocchi, e che (ola fi trattava, ' Ma per dìfefa de’ Veneziani difcorreva, che
nel panicolate degli yicocchi ti poteva dire Iquanto ognuno voleva per iteufa
dc’Govcrtetori, c di altri, che fìnalm ente rutto fi rilolveva con urta fola
paòhe la caufa era di ladroni abbominevoli a Dio, e agl* nomi*%ii; ^He flon
folo il proteggerli, ma anche il fopportarli, c il parlar % faVófe Cosi di
loro, come di chi li fomentava, è tollerava, era \co(a it^egna ; e che la vcriA
fi poteva tene palliare con àp|Ktrenza di parole -, ina in lóffanza fi vedeva
ben chiaro la differenza elTcre, che unà parie dimandava di viver in pace,
Taltra voleva foffentare ladroni a fpefe altrui. Che al rimediare alle
(celleraggini loro coti levagli da quelle ma'rine non fi poteva dare titolo
d’inumaflirti, eflèndo ufhanità grande verfb, ì miferi vicini, e i navigami,
Kht da lóro 'erano (pogliati, uccifi, e coh ogni barbara fierezza trarrti. Che
il levar lóro la comodici, e l’occifiohe di rubbarc eralervizio divino, c benefizio
loro, cóftiii|gertdoti ad iftenerfi dall’ offende^ lua divina Maeffb: bendt^
«fipckhb de’ loro figliuoli, togliendo^ |()rq il comodo di allevarli nella
itieddima {imfelinotie efccrandt; ^ levandogli dallo (lato di dannazione in cui
fi Mantenevano effi, i 8, gli, e le mogli, e ogni altro abitante di quella
regione. Che non fi poteva lenza ingiuria della verità dire che le donne, 0
glcuno dt loro foirero fenza colpa, poiché quelle hon fapevanti che cofa fbTe
ago, o conocchia, ed ergqo incitamento a' mariti di fornire cafa col fangue
alimi. Che gl’iftefli Religiofi nelle pubbiiche prediche efertavanq alle
mbberie ; che del rubbatq le Chiel'e ricevevano la decima. Che in Segna, e iq
rutta quella regione le pib onorate famiglie erano quelle che da pid difcoda eù
traevamo Argine dg una continuata dircenden-; za d’impiccati, ovvero uccifi
nell’eferciziq del ladroneccio. Che alti-' tolo d’ impoRìbilith era nuovamente
inventato, e troppo' apparentemen-. te alieno dalle cole vedute; perchè, fe
iólse impolfibile,' non farebbe flato tante volte promelTo. da due Tmperadori
defunti ultimamen-, te .• perchè nella fcrittura del trattato di Vienna' non fi
feusè Ina Altezza, della dilazione di rimoverli tutti per impqflìbiHth, nè
tampoco per. difficoltà, ma diSè per non parere di farlo, coll retto. Chela pot
fibilith, e fàcilith, t r utilità anche fu, mofhata dal Habatta; il che elTendo
(lato da lui feoperto contra rintereffe di chi voleva mollrare impoffibilith,
gli coflò la vita. Se il levarli di Ih folTe di danno al Crillianefimo, badava
dire che, per cauta loro, veniva ogni giono minacciato da’Turchi di fare cofa
che avrebbe meda in pericolo., non foto la Dalmazia, ma la Puglia, la Romagna,
e tutta l'Italia. Che il confervare le pretenfioni del proprio Principato non era
cbfa riprenfibile, quando non fofliiro volontarie, avelièro, qualche aj^taiea^
za di giudizia; ma il volerne acquidarè, e mantenere le inmagiim. rie a fpefe,
e con danno del vicino amico, era cofa di chi reputava i propr; appetiti regola
della ragione, e della Giudizia. Che del male fatto da^oldaci a'proprj,
liidditi il Principe aveva da rendere conto a Dio folo; ma di quello ch’era
dato a’iudditi del vicino, era in debito di renderne conto al danoificato; che
poteva anche, feconlo il diritto delle gemi, rifare con rapprefaglie. Che
l’attribuire a diicem di cacciare la Cala d’Audria d’Italia le azioni della
Repùbblica, Smte per Uberarfi dalle inginrie, e moledie di quei ladri renduti
incorrigibili, e intollerabili, era contrario a tutto quello che aveva vedalo
il Mondo da'fucceflt di più centinaja d’anni, in qua; neflano de’ quali aveva
modrato nella Repubblica avidità di dominare; ma bea rdbluto animo di mantenere
quello che Dio le aveva donato. Non mancavano ancora di quelli che difendevano
le azioni de’- Veneziani ne’ tempi palTati, fodentando che mai la Repi^lica non
aveva mofla guerra ad alcun Principe Auftriaco, ma' folo. provocata prima, era
data codretta a difenderli. Che farebbe molto difficile da mantenere. che il
Contado di Gorizia, apperfcnentelalla Repùbblica per 1» motte dell’ ultimo di
quella Cala, non fofre dato occupato lenza bu». na ragione. Che Marano
particolarmente, foprail quale facevano, rame parole, era dato dal Re Francefeo
Primo di Fnncia con ragione g>uda guerra occupato, e per più anni difelò.
comra le forae di Culo Imperadcd^, e di Ferdinardo Re de'Romani unite, nnici
anche i favori della Hh^nbUma. Ma quando l' elpugnazione parve impoffibile, e
fucceflè pcrìedftelie cadeflc in mano di Principe, la cui vicinatnn in
Digilized by Google DEGLI USCOCCHI gazione h reciproca, e debbono eflér
trattati gli Aunriaci nello Stato di Venezia come i fudditi Veneti negli Stati
Auftriaci; ma ben vedcrìì in quelli tempi in fatto, per non andare troppo
lontano, che nel fola dillretto di Trieile fono aggravati i Negozianti Veneti
pib de'fudditi AuHriaci incomparabilmente; poiché quelli per alcune merci 15.
volte più, e per altre fino a ì 6. volte tanto come quelli pagano, cosi nell’
afportarle, come nell' introdurle nel paefe. Ma eh’ era ul'cir del cafo, e
confelTare mancamento di ragione nella caufa degli Ufcocchi, il paflàr in altre
materie; e tanto più, quanto in quelle non fi poteva dimandar efecuzionc di
cofa decila, dove quella degli incocchi era ponchiula con accordato, e
promilTioni. Ili quelle conirarietV di gSltri, e di dilcorfi a me non conviene
il dare fentenza, né da qual parte abbiano origine i motivi di guera, ni quale
d> effe fomenti caufa giulla; ovvero nelle antiche occorrenze fi fia portata
con mancamento, ma bensì, come aggiunto, e lupplito alla Storia dell’
Arcivelcovo di Zara, affine di lomminiftrare materia, per ibrmaro (ano giudizio
-fopra gl’ accidentu moderni, oiiginaii dagli Ufcocchi; cosi mi .vedrei
invitato dall’oppartanith, anzi dalla neceOìtì dèi mio Atie coftreito a-telTerc
una: bitve, e vera relazione delle guerre, e convenzioni, oflervanze, ed
inolservanze delle capitolazioni per li tempi palsati occorfe tra quelli
duePotentati; e in quella occafione rammemorarle, e rawiluppatle a colle
prefenii, fe la Iperanza di vedere ben prello rinnovata la pace, c miona
intelligenza tra i Principi, e la uanquilliih de'fudditi, non pii fàceite
credere che làrebbe opera fuperflua, e importuna. ALLEGAZIONE, OVVERO,
CONSIGLIO l'N IURE di Gl. Corndio Frangipane J. C. ftr la 'uiueria navale
contro Federigo J. Im^adire, eJ Alto di Papa Alejfatidro III. PROPOSTA DA
aRILLO MICHELE per Dominio i^Ia„Screniflìma Repub» blica di Venèzia fopra il
fuo GOLFO, CONTEA ALCUNE SCRFITURE DE'NAPOUIANI. 1 TNtcnzion deirAutore di
difender l’attcftazione che della StoX ria di Papa Alcflandro fa la Sedia
Appoltolica nella Sala Regia, e la Repubblica in quella del maggior Coafiglio.
2 Autoritli che hanno gl’inferiori di buon zelo neirerror de’ Mag giori • 3
Dilcordia degli Storici circa la venuta di Papa Alcflandro a Ve nezia in che
confìfla. 4 Modi Averli di provar una Storia I. ISCRIZIONE DE’ MARMI. 5
Stilografla deferive le Vittorie nelle colonne, e in altri marmi pubblici.
Efempio di quelle di Augufto, di Irajano, ejdi Antonino, num.17. 4 Vittoria
navale de Veneziani contra Federigodeferitta in un marino antico pubblico dove
è intravenuta. Opere pubbliche fondano le Storie. 7 Colonne, c pietre pubbliche
fanno fede certa di quel che è fcritro in elle. 8 Ifcrizioni pubbliche inducono
il notorio, non eflendo contraddet te, num. 25. 5) Ifcrizioni pubbliche
contraddette, num. i6. rp Pratica di contraddir alle memorie pubbliche
pregiudiziali imparata da’Greci. ti llcrizioni nc’fepolcri non s’intendono
pubbliche^ ma private nè fono affine di memoria pubblica y quando vi fono denuo
1 cadaveri. 12 Ifcrizioni deTepolai, fe non fanno prova certa, fono adminicolo
di pruova*. (3 Maraviglia vana del Sabellico, perchè nel fepolcro del Doge
Ziani non fia fatta menzione delia vittoria navale contra Federigo. Ragioni che
ne’fepolcri de’ Principi, e Capitani non lì fuol far, menzione delle lor
vittorie. Sepolcro del Doge Andrea Dandolo fenza narrazion delle fue imprefe.
14 Ulo de Dogi antichi, di non aver iferizione ne’lor fepolcri « 15 Sepolcro
del Doge Andrea Contarini lènza menzion delle fue imprele, cos^ di fuo ordine.
16 Mctid.'icio di Giorgio Merula neU'Epitaflo del Doge Ziam a S. Giorgio
maggiore. H. PITTURE. 17 Stilografla che fa fede pubblica delle vittorie è
anche la pittixra. Vittorie degli Antichi ordinariamente defcriite in pittura.
18 Pittura è orazion che tace, ed è di maggior efficacia nel ri cordar, che la
orazione. Tomo il. Mm 19 Pit 1 \ 2-74 ip Pitture pubbliche della Storia di Papa
Aleflandro in Venezia, in Siena, in Germania, in Roma nclLatcrano, nella Sala
Regia del Vaticano di quanu efficace fede fieno da per loro. (P^'Ilcrizione
(otto la pittura del Vaticano. IO Congrcgazion de' Cardinali ifiiinita da Pio
IV, per canonizzar la veriib di detta Storia avanti che fì dipingeflc nella
Sala Regia da Giiileppe Salviati, at A’ Principi liberi fi dee creder, ne’
quali non cade mendacio, aa Dio non lalcia, che la Chiefa s'inganni per le male
confeguenze, che luccedercbbono. a3 Repubblica di Venezia, che dica falfith
affermano i Giureconfulti, che fia bellcmmia a peniate, non che a dire. Z4
Conluetudine di creder alle fcritture della Repubblica dove fi tratta anche del
luo comodo, Autorità del Cardinal Tofco. 2 $ Pitture non contraddette dagl'
intereffati inducono il notorio. a 5 Contraddizione di Federigo alle pitture
fatte far da Innoc. II. nel Laterano. 27 Intelligenza del verfo d' Orazio fopra
la licenza de' Pittori. 28 Effetto mirabile che operano le pitture a’
lifguardanti, autorità del Conc. Nic. II. ‘ III. C R O N I e H 2p Croniche
fanno fede di quel che narrano quando è folito, che lor fi pretta fede. 30
Croniche che narrano la Storia di Papa AlelTandro conformi al le fuddette
ttilografie. Cronica Delfina, e Sanuta. Cronica del Doge Dandolo allegata dal
Cardinal Baronio. Cronica Alexandri/ fuo Sommario a S. Ciriaco^ in Ancona, ed a
Parenzo, Cronica amica ritrovara nel Monatterio delle Vergini, num. 33. de'
Ginonici di San Salvator, num. 75. Generale dell' ordine de’ Canonici Regolari,
num. 32. 3 1 Epittola del Vefeovo Capitenfe fcritta al Doge Giovanni Delfino
già anni 300. in circa, che fa '1 tranfunto di detta Storia da un libr 100
Libri fenza nome d’ Autore non ancora ricevuti fi chiamano apocrifi, e non fi
debbono leggere. 101 Libro fenza titolo è come uno Strumento, lenza nome del
Noe tajo, che lo ha fcritto, però non ha credito. tea Autor quando non vuol
fodentar le cole, che dice nel libro lafciato fenza titolo, non può un altro
fondarli sò detto libra per foficntarle efib. 103 Vangeli co’l nome d’ alcuni
difcepoli, che furono prefenti agli atti di Grido rigettati come Apocrifi. 104
Libro di Romualdo prodotto dall’ Avyerfario ha molte, e gravi oppofizioni. 105
Stnanenti imperfetti non hanno nome di Strumenti, e non fi rilevano in pubblica
forma. lei Volumi del Cardinal Baronio quando fodero imperfetti non fi potrebbono
legger per le cofe, che dipoi tante volte muta, e rimuta. 107 Romualdo Autor
allegato dall’ Avverfario facendo menaion d’ ecclide del Sole nel legno della
Vergine, che accadede ai tempo della pace con Federigo prende grave errore, che
lo dóno Ara poderior al Belluacenfc. log Regola legale per accordar gli Storici
quando difeordano in un atto iterabile. Autorith, e precetto di Sant’Agodino
fopra i Vangelj quando pajo. no dilcordi. lep Storie che parlano della venuta
di Papa AleOTandro a Venezia incognito fcrivono, che ciò folfe avanti la
vittoria fuccellà nel ii7d. Storici che fcrivono della venuta di Papa Aledandro
trionfante, per quanto allega lo deflb Avvcrlario, dicono, che folfe nel 1177.
L’ Avverfario per la regola legale aveva obbligo credendo a’ fuoi Storici di
dire, che due fodero date le venute di Papa Aleffandro. Regola legale fopra gli
atti iterabili in altre controverfie Pontificie gl. in cap. fi Petrus 8. q. i.
1. j. C. de fum. Trin. Card. Bellarm. 2-79 ^Ilarm. de Romano Pontifice lib. a.
c. 6, verf. non (amen ral. dij. XIII. VERISIMILEI. fio. Argomento dal
verilimile della venuta di Papa Aleflàndro a Venezia per rifugio. Ili Luoghi
diverfi ricercati dal Papa per falvarfi. Ili Venezia fatta da Dio Cittì di
rifugia per ialvezza dell’Italia ' contri ’l furor de' Barbari. 1 1 3 Venezia
Paradifo di delizie dove i Papi ed altri Principi rifug' giti non hanno piii
defìderato ni il Principato perduto, nè 4 Patria. 114 Auioritì de’Giureconfulti
fonllieri. Autoritì del Petrarca, e d’altri. ilj Veneziani difendono Papa
Gregorio II. e la venerazion delle facre Immagini contri Leon Imperador
Iconomaco. 116 Cardinal Baronio in lode de’ Veneziani per la difefa del Papa, '
e delle Immagini, e per la lor religione. 117 Chiefa di San Marco carica di
fante Immagini come trionfante contri rimperadore. 118 Certezza della Storia di
Papa Gregario fa argomento verifmile di quella di Papa Aleffandro. VERISIMILE E
SEGNO IL, lip Papa Onorio onora i Veneziani con titolo di Repnbblica
CriftianilTima per difender la Religione, per la qual fempre crebbe. Trionfo
della Chiefa per opera de’ Veneziani fopra Federigo la vigilia di San Jacopo a’
24. Luglio 1177. Dall' ora in poi i Veneziani nel mefe di Luglio ebbero da Dio
fingolari grazie. 111 Mele di Luglio per avanti infaulio a’ Romani, ed
all’Italia per diverfi infortuni ^be occorrevano. Circuito d’armonia di
Platone, che in certi tempi altera le Repubbliche come ne’ giorni decretar], ed
anni climaterici i cotw pi umani. Ili Romani rotti due volte nel di XVII., di
Luglio; nel XIX. due volte Roma abbruciata; oflervazione di Cornelio Tacito.
113 Due volte il Tempio di Getulalemme abbruciato nello ftelTo giorno di
Luglio, che ora cade nel d’i di San Jacopo; ofler-, vazione de'facri Canoni, e
di Giufeppe, 114 Chiefa di San Jacopo prima fondazion di Venezia per occafion
di voto per cflinguer un’incendio. 113 Allegrezze, e felici avvenimenti alla
Repubblica dal 11-7. in qui nel mefe di Luglio, nei quale indi ad anni 24. ella
fece il primo acquifio di Coliantinopoli. (id Argomento della vendetta della
morte di Crifio dal tempo mcdefimo, che intravenne f eccidio di Gerufalemme
dopo anni quaranta, ed altri efempj. 117 Primo di Luglio celebrato da’
Veneziani per la fella di San Marziale, nel qual ebbero diverfe vittorie. 128
Fella della Maddalena per Tacquiflo fatto nel concluder la Capitolazione di
pace co’ Genovefì ; della qual Angelo Aretino nel conf. 2Sp. I2p Fano d'arme
del Taro adi 6. di Luglio, nei qual fi ccuninciÀ a ricuperar T Italia dalla man
de'Francefi, e la preda che da efla gloriofi portavano via. 130 Prefa di
Colfantinopoli la prima volta adì XVII. Luglio nel giorno di Santa Marina. 131
Feda di Santa Marina celebrata, nel qiul giorno la Repubblica acquidò due volte
Padova, e diè principio ad acquidar il redo dello Stato occupatole dalla Lega
di Gambrai. Parole della parte di celebrar detta fedivith. Prefa di Cadiglione,
e Lodi dopo Tettava di Santa Marina, che cade nella vigilia di San Jacopo. 133
Capitolazion tra Collegati dove fi conferrnano gli Stati diTcrra ferma alla
Repubblica fatta adi 2p. Luglio 1523. 234 La Serenidima Signoria vifita
folennemente la Chiefa del Redentor la III. Domenica di Luglio, nella qual la
Citt^ fu lù berata da una orribile, ed inaudita pede. Repubblica riceve
vittorie, cd altre allegrezze da Dio nel mefé di Luglio in fegno di
remunerazione d^l fetvizio predato a fanta Chiefa in detto mele. 1^6 Domenico
Memmo, Procurator di S. Marcp, uno de’Capitani di galea che combattè nella
giornata contra Federigo. 137 Filippo Memmo, Dottor, guidò Otton prefo nella
giornata navale al Padre, che lo fè venir 3 Venezia ad umiliarfi la vigilia di
San Jacopo, 138 Dio non ceda di dar premj a’difcendcnti difeendendo in edi S er
ragion ereditaria la virrii, e meriti de’Maggiori. Sercnldimo M. Anronìo Mommo
rapprcfcntantc,i fuoi Maggiori col merito, e colle virtù cfercitate ne’ fupremi
carichi della Repubblica. 140 Creato Principe la vigilia di San Jacopo
miracoloramente, nella quale per opera de’ fuoi maggiori Papa Aleffandro pofe
il piè fui collo di Federigo. 141 Portato fuora il dì feguente dal luogo dove
Papa AlefTandra fece il detto atto trionfante a Ipargcr oro e argento con
/ingoiar applaufo di tutti gli ordini della Cittk. 142 Dio ha voluto dar fegno
di raccordarfi del merito pel fervigio di Santa Chiefa. Efempio che di quanto
ben fi opera fi crafmecta il merito an-^ che 3 i poderi ben lontani. // del
Sommario^ PER LA storia DI PAPA ALESSANDRO IIL Pubblica nella Sala Regia a
Roma, e nel maggior Configlio a Venezia, ALLEGAZIONE DI CL. CORNELIO FRANGIPANE
J. C. Contrd h narraj^one contenuta nel Duodecimo Tomo degli Annali
Ecclejiaftici. Deus aferiat labia mea ad veritateìi. Leu NI penfano fottrarre
alla Sereni/Tima Rcpubblica di Venezia il fondamento delle Tue prerogative ) fé
impugnano la veritk delia Storia di Papa Aleflandro III. venuto qui profu*. go
dalla perfecuzion di Federigo I. Imperatore, rimeflTo in Sedia, dopp la
vittoria navale centra quello ottenuta dal Doge Ziani. Nel che quanto
s*ingannino ognun potrb veder, c coaolcer dalla noiira Allegazione del Mar Ubero
fcritta centra il Valquio, e Ugon Grotto, Autore del libro intitolato : Mare
liherum * e centra altri : tanto ancora s'ingannano, negando quella Storia,
dove, in vece dì acutezza d’ingegno, cortezza, e ^arlitb ne mollrano • Alcuni
con femplicc narrazione diverfa, altri con alTai poco penetrar di penna, ma a
guila di Scorpione, la pungono; altri fcrivendo, non mano, ma calcio par che
adoprino, cosV l^n calpedano. Aperto morte la impugna 1* Autor degli Annali
Ecclefìadici, collantemente, intrepidamente tanto, che egli, come foldato
gloriolb, avanti che combatta, Tuona la tromba, vantandoli di doverla far
conofeer una impodura ; quafì, per ingannar il mondo, Te l’abbia fìnta; e dice
di proporre una pietra Lidia da paragone, per conoicer la veritb dal mendacio. Ma
fe fìa tale, o elitropia del mugnone, efamineremo nella prelente Allegazione.
Non redo però di compianger PAutor in molte parti de’ Tuoi volumi, che,
ùtrovatafi una teda come di acciajo a tanta fatica di Icrittura, Opera già
grandemente defìderata ( come riferifee il Cario ) da’ Padri nel (acro Concilio
di Trento; dovendofi impiega^v re in avvivar' le memorie di fanu Chiela, e de'
Tuoi Fedeli, e Tomo IL Nn devoti, col raccontarle cofcfucccfle, come è oggetto
de gli Scrit» tori delle Storie; fi è affaticato in alcune fcriver contra il co
appiglia alla narrazione di due Autori uovati da nuovo, contemporanei ( com'
egli dice ) del fucceflb ; 'uno i lenza nome, che [crive i fatti di Papa
Aleflàndro ; l'altro i un Romnaldo Arcivefcovo di Salerno, che fcrive le
Cconicke del Mondo; i quali Autori dice anche elfer Dati prefenti.- parò gli
elàlta come tedimonj maggiori di ogni eccezione, che lor non G pofla dir in
contrario; da’ quali cava che Federigo I. Impeindore l’anno precedente, che fu
del tipd., vinto con gran (Irage da’Milanefi, non Papa Alelfandro, ma eUQ era
che fuggiva ; e ili quel che mandò a dimandar pace al Papa in Anania; e che il
Papa, aifcntendo, non profugo, .ma trionfante venifle a Venezia accompagnato da
tredici galee dd Rè di Sicilia, che lo conduBcro pel mar Adriatico in lllria, e
poi a San Niccolò del Udo, dove il Doge Ziani io andò a le-, ^ar, e io condulTe
dentro a Venezia: indi che andalfe a Ferrara, e poi tornalTe, q che trattalTe
coi Minillri Imperiali la pace ; vi venifle l’ Imperadore, e che la vigilia di
San Jacopo andafle alla Chiefa di San Marco a baciar il piede al Papa; il quale
il di feguente a richieda dell’ Imperadore cantalfe la Meda, e fermoneggiade in
un pulpito ; e le parole che Latine diceva, acciò, r imperadore le intendede,
un Prelato gli replicava in Tedefeo ; e vi narra di mofebe, e zanzare, e di
altri liroili particolari accaduti, e la dimora, e la partita de’ detti
Principi. Quedi due libri vuol che fieno una pietra Lidia da conofeer la verich
dal mendacio delle cofe che narrano le Storie Veneziane. Ma quelle per
principale, e in fodanza, dicono.- che Papa Alcdan-. dro fuggidc incognito per
fua compiuta ficurth a Venezia che per lui, divotamente ricevuto, la Repubblica
mandade AmMfeiadori all’ Imperadore per uffizio di Pace : che non folo non la
conccdcde, ma che m andade un’ armata verfo Venezia, perchè gli fi dede nelle
mani il Papa che la Repubblica armalTc, c gli mandade il Poge Ziani contra :
che combattede, che vincede, c che menade cattiva l’armata con Otton Figliuolo
dell' Imperadore, che ne era Capitano, prigion a Venezia : e che egli, mandata
con compagnia di Senatori al Padre, fodc mezzo di coochiuder la Pace : che 1’
Imperador venide a Venezia a geitarfi a’ piedi del Pontefice, il quale gli
mettede il piede fui collo, dicendo le parole del Salmo Super afpidem &c.
che l’impeiadore gli Tomo II, Nn z rifpon. f irppndefTe che ’l Papa gli
replicafle, per la qual azione folTe iHituita la folennick di Spofar ogn’anno
il Mare. Narrano anche la conccITtoD delie infegne che in cerimonia la
Sereninima Signoria porta, e delle Indulgenze: ma il lodo che vorrebbono
elpugnar è la vittoria ottenuta centra l’Imperadore; chelaltre circoHanze poco
rilevano, fe non in quanto che Ibno adminicolo della prova principale. 4 £
perché a provar le vittorie li fbgliono allegar opere pubbliche de’marmi, o
delle pitture, dove, lucccfle, dcfcriverfi fogliono, o Croniche, o Storie, o
felle pubbliche, ofatna, che, correndo, e Tuonando, a guila di fiume, nella
poHerith fi diffonde, e ne perpetua la fede, e la memoria loro; benché una di
quelle at*. tellazioni ci ballerebbe, le addurremo tutte; così ben e fondata la
verità di quello iucceiro; e mollreremo che gli Autori i quali pare che
ferivano fin in contrario, ne prellano il confenfo, dato anche che fufTcro
legali, e degni di tffer creduti. 5 La prima pruova fi chiamava iStilograha,
che é, quando, fuccelfa la vittoria, fi delcrive in colonna, o altra pietra che
fi mette in pubblico. Quello titolo predò a'Settanu Interpreti ha •1 quinto
decimo Salmo, dove Teodoreto dice: Columna Vincen „ TiBUS quoque nigitur ceeUta
Uttem nefcìentibus, viCiorism^ indi-,, ctmtibus • Come anche ordinò Augullo,
che le fue imprefe fece fcriver in colonne di mecalb avanti il Tuo Sacrario. Se
ne veg^ gono anche di altri Impcradori, e Re per tutto il mondo. La vittoria
contra Federigo l'abbiamo dcfcriira in una pietra a Salbore affida alla Chiefa
avanti la quale fucceffe la giornata: le lettere fono antiche ; e quando fu
polla, 1 ’ Iflria era nel temporale fotto il Patriarca d' Aquile)a .* in ella i
feguenti verfì leggono: Hbus, porut. 1, celebrate locum cìuem Tertius olim Factor alexander
donis coelbstibus auxit. Hoc
ETENIM PELAGO VENRTAE VICTORIA CLASSI DbSUPER ELUXIT, CECIDITQUB SVPBRBIA MACNf
Indvpbratoris Federici, rbddita sanctab ECCLESIAB pax; TVMQVB FVIT IAM TEMPORA
MILLE Septvaginta dabat centvii, sbptemqve supernvs Pacifbr advbniens ab
origine carms amictab, Quella pietra, a ragion di Scoglio, l’Autor degli Annali
ha fuggito di toccare, perchè certo, le ci avede ben penfato fopra, non farebbe
andato ramo oltre a fcriver come h^ prclunto; perché quello folo ballerebbe per
piena fede, c tcflimonio, quando anche altro non ci fode: al che tutti gli
uomini ragionevoli, e legali fon tenuti a prcfiir compita fede, perché quelle
fono vere pietre Lidie da far conofeer laverith dal mendacio, fenza le quali è
ncceflaiia alcuna Storia ^ per atiellarci la verità, fecondo „ Ciuleppe ad
Apirne, che dice. Eo quod ab initio non fuerat jìud'tum apud Gr^cos publicas de
bis qua femper agunttsr proferre con-,, fcriptioneSy bec etenim praeiput (T
erroremy poteflatem merendi ^y pojìsris vetus aliquod volentibus fcfiptitare
cencefpt\ però dicono le „ Glofe, c ì Dottori.* Sì in aliquo Lapide, vel
columna inveniatu „fcripn. Jqriptyra ejì éàbihenéa, in c. fané in vcrb. dijiich
24^ q, 2, et in c, cum cavjja de probat. et ibi omnes Scribenres» Speatl. de
prober. •ùidendumy num.
12. taf. in l. fané, num. 26, ff. fi cert. petat. Aret, infi. de eHion, §.
psneles^ num. 2. H/ppol^r. in l. prenatn, §, in rationibus. C. de felfisy
Ù" de probar. num. 191. Hier. de Monte de finib. cap. 61. per totum.
Mefeard. de pròbar. conci. 105. pofieaquam, nu. IO. Ù" conci. ^99. confineSy num. 5. et allegata
per Cagnol. in I. 2. num. 6y. ff. de orig. jur. Ò*pcr Potjfdorum Ripam
obfervar. 6%, Craver.de antiq. tempor.par, l. verf. oB/rva daruTy man. 13.
traB. ro, vj. fol. 141. ) dove dicono U 8 ragion dcllcfficacia di tal prova.
Talis fcriprura in Lapidibus^ aut ^y cofumnis publice apparet y (T inducit
nororium: ob id impuratfdum yy viderur et de cujut jnajudicio agiruTy cùr non
contradixerir y come . fece lo ReiTo Fedengo, il qual contraddìlTe alla memoria,
e iferi 9 zione che fì trovava nel palazzo Laterancnlè ; tenendo egli, roa
centra ragione, che foffe pregiudiziale alllmperio.* di che lì ragionerà più ^
^Hb; e come è il cafo che narra il Coppola. ( de fervir. urb. prted. c. 70. nu.
9. ) Quella pratica forfè fh apio prefa da' Greci, come da quelli da^ quali fì
hanno, imparate le altre leggi; (A a. ^ de orig. /ur. T. Uvius dee. \. lib. 3.
Dio. Halicarnas. lib. io. } perciocché i Mantinei, avendo fatta giornata con i
Tegeati preifo Laodicea convittoria incerta; ìTegeari, a che chi leggeva le
ifcrìziont de'fepolcri pcrdefse la memoria.* di che ne artefta Cicerone: ( de
feneBurv in princip. ) „ fepulcbra legens vereoTy quod ajunty ne perdam
memoriam: onde di certa forta di memorie ne'lalfi vicn detto ap prdfo Digilized
by Google ^86 ALLEGAZIONE preflb Tacito* prò fcpulcèrh fpcmuntur ( lìb. 4. )
Con tutto ciò non fono tanto prive di fede, che non diano adminicoio di pruova;
come, per provar il buon fucceflb del fano di arme delTaro, dei qual fi parlerà
infra al num. jip, il Guicciardini addace la infcrizione del fepolcro di
Melchiqr Trivifano qui nella Chicfa de’Frati Minori: per i’acquillo di Ceneda
facto dalla Repub" blica, oltra altre pruove, fi adduce i’epicafìo nella
fcpoìcura de! Doge Tommafo Mocenigo t S.S. Giovanni e Paolo. ( Mafcard, (ie
probat. con. conpnes aum.n. Guicciard. bijì. lib. z. Onde, fe non li cava fe
non tal qual pruova delle cofe dalle ifcrizioni de’lepolcri, non doveva il
Sabellico, contrario a sé llcf^ fo di quanto ha ferite* nella Storia Veneziana,
nella univerfai che fcrive ( lib. 5. Eneadc p. ) maravigliarn che nel fepolcro
del Doge Ziani non li facefle alcuna menzione dì tal vittoria; perché
loimlTione in fimilì luoghi può venir da diverfe caule; o da umiltà, o da
grandezza, che balli a dir il nome del perlonaggio che fì rinchiude, come quel
che, dettoli nome, dice carera norunr Ù" Tagus, et Cnages, Scrive il
Guicciardini che Gian Jacopo Triulzio, tanto celebre Capitano, non avelTe altro
Icritto nel fuo fepolcro, le non, in quello eflb ripofTarfì chi innanzi non
s’era mai ripofato. (lib. pag.^po.) Può ancora avvenir una tal ommilTione per
non render ingrati i fepolcri a’vinti, ed efporli alla loro ingiuria, col
commemorar le vittorie oi'« tenute: perlochè Ciro, Rè de'Per/l, nel fuo
(epolcro, dove loit „ narrate le fue gtandezze, vi fe in 6n aggionger : Jra^uc
ne miI, hi ob hoc monurnentum invideas rogo. A quello fin nel fepolero del Doge
Andrea Dandolo, che è nella cappella del BattiHerk> di S. Marco, fu
tralafciato l'Elogio fattogli dal Petrarca, che £ l^ge nella pillola 25.
foritia al Bcnimendi, Canccllier grande, che ne lo aveva richiello dove
commemorandoli le fue im' prefe di Candia, del Tirolo, dciridrìa, di Zara,
della rotta data a'Gcnovclì a Sardegna, fu tralalciato, e poHovi quel che al
prefente fi legge, dove non fì Hi menzione veruna di quelle im14 prefe.
Oltreachò, è flato ufo de Dogi antichi ne’ lor fepolcri non metter nè ornamento
Ducale, nè anche il nome proprio, come neirillefsa cappella fì vede quel del
Dcge Soranzo. Il Doge Andrea Concarini fepolto a San Stefano nel claullro non
vi aveva ornamento Ducale, nè veruna lettera; e pur fu quello che liberò la
Patria daÌi’alTedÌQ con vittoria cost fìneolaro, e al tutto "^ifognofa
centra i GenovefìaChioggia. Scritte da me le fuddetee cofe, mi è venuto a mano
il Libro della Repubblica del Cardinal Contarini, il quale nel Libro primo in
quello propofìto cosi fcrive: „ Mk gli Antichi nollri tutti di uno in uno
confenti-,, rono dì aggrandire la Repubblica fenza aver rifpetto dell' utilità
pri-,, vata, e deironore. Da quello cialcun può far conghiettura, che,,
nclTuna, o molto poche memorie di Antichi fono a Venezia, di „ uomini per altro
chiarilTimi in cafa, e fuori: dirò un’efempio fo„ lo, tra molli, di Andrea
Contarini Doge, mio parente, Al lem-,, pQ della guerra Genovefe,
importantilfìma, e pericolofìfìima di „ tutte, con incredibU fapienza, e
(ingoiar grandezza di animo, „ lalvò. z 87,) falvò la Repubblica; e data loro
un^ grandifllma rotta, fracafsò yy i nemici gii vitioriofi, tutti, o ammazzati,
o fatti prigioni. Confervata la Patria, ordinò nel Tuo tcllamenio che alla
IcpoU yy tura fua, la qual ancora al «fi d* oggi fi vede a San Stefano, yy non
fi mctteffero alcune infegne, nè armi della famiglia noUra; yy ma che pur ivi
non vedrai fcritto il nome di $j gran Doge. Il nome, e adornamento, che ora fi
vede, è per opera di Jacopo Contarmi, Senator di riverente memoria ^ il qual,
tutte le buone arti, e ogni virtù amando, ravvivarle fi affaticava : Egli fù il
promotor, coadjmor, e mantenitor del Bardi, che le la raccolta della Storia di
Papa Aleffandro, alla qual però TAvverfajdrio non fi ha fapuio acquetare. Qu'i
non debbo ommettere lo sfacciato mendacio che contra le predette cale dice
Giorgio Menila ( Uh, 6, Ccograpb, Jivc anriq. Vicheom. ) che nell’ Epitafio del
Doge Ziani, dopo aver numerate le vittorie ottenute da altri, di queffo fatto
di Papa Aleffandro. non dica altro, fe non : kinos conjunxir gladios : fc
quello folle vero, forfè avrebbe qualche ragion effo., e il Sabellico di
dubitare. Ma la Icrittura è molto diverfa; la qual, avanti che fi. perdeffe
nella nuova falbrica della Chiefa di S. Gregorio Maggiore, il Sanfovino, tanto
benemerito di quella Citt^, nel dar conto delle fuc preclare cole memorande,
l’ha regifirata nel libro quinto della fua Venezia; non mi difpiacerb, qui
fcrivendola, farla legger, per convincer di tanto mendacio l’Autore, qualunque
i verfi fiano, f/ic Dhx egregiwr, fapicnSy dives cenerefeity Vivir cum CbnJÌOy
Mundo. fua famrn_ nhefeity Sebafìianus vochatus in orbe ZianuSy Cum Papay
PrincepSy CleruSy ^tebs Jbunc rccolebaty JnJìut^ purusy cajìusy mìfisy cutque
placcbap. Confitto poilcns, bona planrans, et mala tollens, Robur amicorumy
patria luxy fpei mìferorum Et flos cun^orumy Duk eteClus Venetorum ', Binos
eon/unxìt gtadioSy O' more rcfulfty Etoquìum fenfus, bonitas. degnila cenfus,
liti parebanty nulla •virtute cartbat. Dove le parole : mundo fua fama nitefeh,
cum Papa Prineeps Jbunc rccokbat \ bona planrans y et mala tollens, robur
amteorum, fpes miferàrumy binos conjunxit gladios y non venendo a nomi
particolari, per li rifpetti gi^ detti, ma applicate al fatto tanto notorio,
come era allora, ed è al preleme, pur troppo ballano : maflime che fotte di Ini
non vi è da raccontar altre vittorie, nè fatti notabili, come afferifee i!
Merula.. II. Seconda fiilografia è la pittura roeffa ne’ luoghi pubblici, dove
17 fi deferivono le vittorie ottenute ; come quelle marittime di Agrippa, che
le fè dipinger nel portico di Nettuno ; quella di Gracco nel tempio della
Concordia .• ne’ pubblici, trionfi ancora fi poruvano .• di quella di Meffala,
di L. Scipion, di Ollilio Mancino Ch menzion Plinio ( lib. 30. cap. 4. ) :
quelle di Tramano, e di Antonino, lono defericte nelle loro colonne a Roina, ma
con figure di mezzo rilievo in marmo, che ancora fi V veggo x vedono : quefla
fk fede, come le lettere feoipire neTaHì, non efl^do altro la pittura, che
orazion che tace, c Torazion pittura che parla* onde i Greci, non facendo
differenza da Pittura a Scrittura, come confìdera il Cardinal Paleotto, ambe le
chiamano yp^m : anzi per memoria ^ piu efficace la Pittura, che la narrazione
in iferitto, come fi vede nell' uio della memoria sSartifiziale, che per via
d’immagini lì fupplilce alla naturale .fopra che dice Qiiintilliano : ( Uh. ii.
cap, 3. ) pidura taccns,, aÙus y Ù" babhui femper cofdem Jic ìntemos
penarat affehius, uf „ ipjam vim dicendi nonnunquam fuperare videatur : „ dove
i Padri nel Concilio Niceno fecondo differo : „ major tft intano, quam „ orario
; atque hoc providentia Dei conttgu propter idiotas bomiftes, perche fervono
per lettere degli ignoranti. ( j^dion. 5. Concilior, rom, 3. foi, 501. c.
ptriatum de confecr. dijì. 3. D. Tbom. %. a. q. P4. arr. 1. primum. CapcHa
Tbolofan. q. 303. Ct* allegata per
Cardinalem Paleottum de Jacris imaginihusy et profan. lHt*l. cap.^» Frane.
Curt. de feud. par, j. in princ. num. i6. (T per Cepollpm de fero. urh. prsd, c. in f. ( 5 *
per Dod. in c, l. in prin. ae pace Ijtenend. ) Dove l’Alvarotto, volendo addur
teffimon; della verith di detta Storia, dopo aver allegate fopra ciò le
croniche, e gli annali de' Pontefici, allega le pitture che la deferivono in
Venezia, e in Siena.* „ Ut de prxdidis pa/ee in aula folemni Civitatit,,
Venetiarunìy uhi bac bifiorta mirabÙiter pida ejl. Fraterea dieta,, bijioria
fatU diffufa in aula Civitatis Senarum, ex eo quoà àidut „ Papa jilexander fuit
nationc Senenfis. Così anche altri, come teffimonio degno di fede, allegano
dette pitture; Ermano Schedel nella cronica ffampata in Norimberga, Giovanni
Stella nelle vite de'Pontebci fotto AlefTandro; Erancefeo Modello nel libro z.
della fua Venezia di Pietro McfTia nella vita di Federigo ; Remigio Pofliilator
di Giovanni Villani, per fuppiir quel che ivi manca { Uh. 5. c. 3. ): ma
Francefeo Sanfovino nella Ina Venezia vi aggiunge quelle di Roma coq le fue
inlcrizioni : dice eh; ve ne era una nel Palazzo Laterancnfe con alcuni verfi ;
gli ultimi de’qnali dicevano: Naw pRorucus Latet in VenetJs tandem manifejlus
Regi Romano pacifeatus abit. La ifcrizione fotto la pittura del Vaticano nella
Sala Regia così dice: „ Alexander Papa III. Federici I. Imp. iram, bt,, IMPBTUM
FUGIENS, ABDIDIT SE VeNETIAS J COGNITOM, BT A,, SENATO I’ERHONORIFICE
SUSCEPTUM, OtHONE ImP. Fìtto NA-,, VALI PROBLIO A VeNBTIS VICTO, CAPTOti.
FeOERICUS PACB „ FACTA SUPPLEX ADORAT, FlDfeM,ET 0BE9IENTIAM POLLICITUS. 5, ITA
Pontifici sua dignitas Venet* Reip. beneficio re„ STITUTA. MCLXXVII. ■2.0 B
perchè non fi creda che ciò Ila flato capriccio del Pittore, come vuol inferir
T Autor degli Annali, è da laper, prima che detta Storia foffe dipinta, c col
predetto Elogio fottofcritia, fu da Pio IV. ordinata una congregazione di
Cardinali, tr^ i quali entrava 1 ' Illuflriflìmo Cardinal Sirletio di veneranda
xnemotia .di che me ne diede conto Marc’ Antonio Gadaldino, luo fapula m, c
Digitized by Google DEL FRANGIPANE. z8p re, e gentil* uomo letteratiflimo :
quefli fecero dìIigentUTimo proceffo degli Scrittori, e delle fcritture, come
de’tcHimonj degni di fede, in guifa che fi dovefle far una canonizzacione, e in
quella maniera che Dio non lafci fallar la Chiela nelle liie.aP ferzioni :
pervenuto il Pontefice in fondatiilima cognizione di verità, ordinò la pittura
a Giufeppe Salviati, Maeflro celebre, e ringoiare, che da Venezia fb chiamato,
e di tal lavoro mi dilTe aver avuto mille ducati, che non fi fpendono cosi in
meri caprieej de’ pittori* £ .perchè la pittura cosi ordinata dee far pniova, e
piena fede; Aleffandro VI. fè dipingere in una loggia dì Cafiel Santo Angiolo
rofTequio, e la riverenza di Carlo VIU. fervente alla fua Meflà Pontificale,
acciò tal cerimonia fi confervafle nella memoria de'pofleri. ( Guicciard. lib.
i. car. 35» ) 21 Quelli fono lenimenti pubblici rogati db Principi iit^ri, e
che non co(^ofcono fuperiore; che la lor gloria, e grandezza è la liberti/ ne’
quali quando cadeffe mendacio, imbrattar il lo ro fplendore; perchè è qualitb
quidditativa di chi è libero non dir, fe non verità; come è qualità fervile dir
il mendacio. 12 Però dicono t facri Canoni che Pio non lafci mentir la Chiefa
Romana, (e.srcHm, gi. m Z4. 1.) alla qual anche fi convien quel che fi dice
delle perfone pefate, e. gravi; Nm éiirJ il fsljo effetti il fntdtntt. Qui
corre la fleffà ragione che cade, fe occorrefTe feoprir un mendace nelle làcre
Icttercj delle quali dice Sant’ Agollino {inEpifl, MdHi lamente, non fuggitivo,
non è da tralalciarc il tdlimonio di Pietro dalle Vigne, il quale 6or'i in que’
tempi,, nè maneggi, c negozi dell’Impcradore con Sanca Chidà ; nel principio
delle Tue piitolc, dove intieramente è regiArato il c. ad apojìoiico de te jud.
in 4. dice!,, fece ( Federico ) uri altro Papa ^ e pìife altri „ Vejcovi nelle
Chieje dell Imperio^ ma alla fine andh a ({inedia y ove,, il diritto Papa era
FuciTO, e li fece fuo comandamento : “ la qual autorità (i può -aggiunger a
quello che di quello dice di aver villo il Bardi; cioè, nella vita
deU’Imperador che fcrive, fa menzion della prefa di Ottone. Con quella AclTa
regola rela^'tum cenfttur in referente fi poObno legger i Commentatori di
Dante, luoi fcolari, che furono gih trecento anni, nel commento del I^ndino al
canto i8. del purgatorio, i quali egli afferma aver veduti, c ad unguem ferivo
la detta Storia come i Venc. ziani la narrano e dipingono ; parte de' quali
regìAra il Bardi con molto numero di altri Storici che in conformità fcrivono ;
^ al quale aggiungerò i feguenti da lui tralalciati colle confidera2Ìoni fopra
alcuni che egli fimplicemente nomina : quanto agli ^paltri, che egli allega,
intendo, per corroborazione della verità, che qui lì abbiano per rcpetiti. Benvenuto
de’ Rambaldi, Autor di trecento anni, nel iuo AuguAal, che irà le opere latine
del Petrarca fi legge lotto Federigo, Icgue detta Storia / e in fine dice: „
Alexandram Papam perfecutuSy apud Veneros vitlusy “ (?*r. 40 che è (guanto piò
difiiiiamente fcrive il beato Antonino nella ivia 'Storia; ( p. 2. tit, 17. c.
i. io. in fi, fot, 214. ) „ Cum Friyy deritut Imper, veniret ad Urbemy
Alexander y timens ejus potentiamy „ Fernet ias refugity ut manut e/us evaderet
: fuper quo indignatus Jm~ „ perator y armavit cantra Venetot claffem, cui
prafeùt Otbenem fi»,, iium fuum ; 0 “ ad repofeendum AlexandrurH Pontifkem
mijit. Fe~ rum Otbo fUius Imper. primo concurfu navali prodio fuper atw J yy
Clajfc Fenetorum, qui juvabant partem E(cUf$te .SanSìx, Ù" Aleyy xanàri,
captus, duéius ejì Fenetias. Anno autem fcqueuti, procurante Otbone filio Imp.
qui captus erat, ablata e(l dijjeafto inter yy Papam, Imperatorem ; et faHa afì
pax, indeque magnus ■ bonor,, et gloria fecuta funt Fenetos, quibus ad
ptrpatuam tei memoriam „ Pomifex Jummus quadam injignia perpetuò ferendo
donavd, Miror „ autem quhd nec Fincentìus in fpeculo bijìorialiy nec Joannes de
Co. yy li faciane mentionem. “ Dove è da notar che fcrive la fuga di Papa
Alclìàndro a Venezia; la vittoria avuta contra l'imperadore; e la prefa di
Ottone fuo figliuolo. Si attenda ancora che la battaglia fu un’anno avanti la
pace fatta ; e che in quello luogo non vi metta il calcar del piede del Papa
fui collo dell’ Impcradorc; il che riferilcc poi in altra fcritiura, come diremo
ai luo luogo, ai num. 55. Oltra ciò, la maraviglia che fa, che Vincenzo, nè
Giovanni di Coli, non abbiano tocca queAa Storia. Confidcrafi poi la gravità
dello Storico, che è Teologo, e verfati 01 ino in tutte le Storie, avendole
fcrìtte dal principio del Mondo fino a i fuói tempi. 41 Nello fiefib tempo
Laonico Calcondila, Areniefe, nella fiia Storia Greca al lib. 4. fcrive dello
fiefiò fatto, come i Veneziani hanno meno in Sedia Papa Alefiandro dopo la
vittoria ottenuta centra Federigo, il quale chiama Re barbaro, infinuando il
fuo cognome di BarbaroUa. 42 £ perchè gli Scrittori delle Storie dicono : lUud
veritash „ bijìoria Jifftum eertum effe y fi de iifdem tebus wmes confentiant :
„ ( Jofepk. cMtTM Apptenem lib. j. ) emnes fcilicer y ^ued a pluribus yy
dignieribus ( gl. in eap, de quibus. difiin. 20. r. in eanonicis. ^ fui dem de
conjecr. difi. 1. Barbai, cmjtl. 12. illum num. 21. W. 4.) Reciterò alcuni,
olirà i predetti, che feguono la detta Storia forelheri, e alfai interefiati
per l'altra parte, che, non elTendo vera, dovrebbono piò lofio contraddire; e
fono di tal graviti, che il Mondo lor crMer fuole ; anzi alcuni dì efll come
tali fovente fono allegati dall’ Avveriario. Raffaello Volaterrano in due
luoghi ne fcrive, ( Urbanor. •commentar, lib, ^ et 27, ) il quale è da
attender, come quel che aveva alle mani, e verlava i libri della libreria
Vaticana, come egli attefia nel lib. 3. nè fi è ptinto moflb dagli firaccioni
de* libri, come ha fatto rAvverfario, fe pur vi eianoi al luo tempo : ha
dedicata l’opera a Papa Giulio li. in faccia del quale, e di tutto il Mondo
nell’ arringo di Roma fcrive detta Storia eOer fuccefia come la narrano i
nofiri 43 Scrittori : così fono lo fieffo Giulio II. ha fatto Giovanni Stella
nelle vite di 230. Pontefici che fcrive. ]acopo Spigellio, Tedefeo, parlando di
Ottone dice : „ fttem cateri Scripteres y et e»*,, temi y ò" nofiri, ■
vi&um navali praiio a Venetis ajunt in caafit „ fuijfe fuibd fiater ex
diutina difeordia in Alexandri Papa gratiam „ redierit. ^ ( >« Scbolm ad Gumermm
lib. 1. de gefiU Fnderici ) Ertemano Schedel) Tedefeo, nel fuo volume De
biflortis atatum mtmdi fol,t%i. Rampato in Norimberga, fcrive parimente la
prefa di Ottone, e la pace feguita per opera de’ Veneziani. Alberto Cranzio,
Autor diligemiffimo delle cole idi Germania, che Icrive, fpefib allegato dall’
Avverfario, fegue la detta Storia, e dice ( Metrop, Saxon. lib, 6. cap, 37. „
Annui erat feptuagefimus fe„ ptimnSy Ò" Eufebii contìnuator tradir,
oSavus, ut AH nonni pofl „ mille eentumy cum- Imperaror y capto Otbone fiUo,
quem rlajfi prg*. yy fecity Veneta classe intercefto, Vbnbtias, ubi erat fummus
yy Pontifex Alexander y ebeoucto, de pace, Ò" reeonciliatione tffira*,,
citer cogitavit. Il Contìnuator di Eufebio dice lo fieffo tutto di diretto contra
quanto vuol affermar rAvverlario; come Martin Cromero nella Storia di Pollonia,
( lib, ii, p, 2. ) e gli al44legati dal Genebrardo nella Cronolt^ia. ( lib» 4.
foL dii. ) Vi fi aggiungono altri forefiieri, Giovacchimo Becichemo, Scodrenfe,
nel fuo panegirico; Gregorio Oldovino, Cremonefe, nella fua Venezia al lib. 3.
Orlando Malavolta nella Storia di Siena p. i, lib. 3. car. 34. tien quefia
narrazione per maggior verirh. Modernamente Giofeppe Bonfiglio, Cofianzo,
Cavalier Meffinefe, nella Storia Siciliana p. i. lib. d. e p. 3. lib. 2. e per
ultimo i Padri Digiti. by Googlc DEL FRANGIPANE. Padri Gefniti, nel cui feno
ora unico refugio hanno tutte le fcienze, dottrine, e buone arti ( minalecito,
quando allego uno di cflt che Icriva, allegarlo così in plurale; poiché i loro
Icritti non cleono, le non purgati, ed approvati dagli altri) dicono per cola
chiara, lenza veruna dubbierà, parlaiido de* Veneziani : „ licere Fi-,, itum F
edntci Aembarbi Otbonem^ captumque ohulere AUx. Ul.Pon„ tifici^ ijui Vertetias
Profug&rat. “ Marrmus del Rio diftfuijitio. Ultimo, lalciando altri
moderni, non lafeierò di allegar anche i noltri Giureconfulti, i quali léguono
la detta Storia, effendo Autori di profcHione, dove fi tratta di roba, e di
vita, che gli uomini pih cauti, ed accurati; e Mrò degni di efler leguiti in
quel che Icguono. Pietro Ancarano, IX}Cror antico, nelle lue letture canoniche
{in c.i, nu.io. de conjìit.) facendo mcnzion di Papa AlelTandro, dice tanto,
quanto balla per confcrmazion della Storia : „ prò quo Vr.NBTi arma fumpfere,,
contro Imperatorem Federirum y Ò" ohinuerunt in beilo. ^ M. Antonio
Pellegrini de ;wre fijci nel tib.Z. ai titolo de mari num. i8. fìt la iìefla
narrazione. Camillo Borello nel volume fuo de RegisCa tboltci praftentiay al
cap. ^6. num. a^4. allega, e iiegue Angelo Mattiaccio de vta jurisy nel lib. i.
cap. ^6. e gli allegati dal Dottor Marta, i quali fìegue parimente (ri» Jlar.de
/urifdiBione p.t. cap. i8. num. 21. ) : i Dottori Francefi parimente la feguono
: Stefano Forcatulo J. C. { deCalUr.Jmper, fib. pag.q.ij.) yy Planb ^ Duch
{Venetiarwn) ematus didici non parum aMÌàilfe Alexandrum „ III. Pontificem
renmutrantem fcilicee Venetos y quiy SebapianoZia» „ noy Federkum AemAarbum
Imp. navali pralio profiigarunt. Guglielmo Sodino nel luogo contra il quale
fcriveremo infra al num. 67- fegue la detta Storia, come egli dice : „ qua
omnibus,, omnium feri biftoricorum fctiptis eonsinetur : e da alcune paro le
ivi molila di non creder sì facilmente certe cole ; e pur crede queOa.
Crifioforo Sturcio, Dottor di legge, Tcdcico, nel luo libro de Imperio
Gtrmanorum cap. 4p. num. 17. inerendo alla detta Storia, conferma la rotta
dell' armata* di Federigo da' Veneziani; e giuda la dottrina legale di accordar
la dilcordia de* tedimonj in quel che dicono alcuni, che non Ottone, ma Arrigo,
phmogeniio di Federico, folle Capitano ; alTcrendo altri che Ottone non avelTc
et^ abile a quel carico, egli Icnve che vi 45folTcio due hgliudi. Ma io non mi
contento di quello accordo, perché non c é bilogno ; che punto non olla Tardilo
argomento del Sigonio centra la detta Storia, il qual ha tralatuaca di narrare
.* die* egli che Arrigo dei 117^. aveva anni undici ; onde Otton terzo fratello
allora non poteva aver ec^ abile a trattar negoz;, pruova che Arrigo m quell*
anno avvflc anni undici, perché di lopra ha riferito che ave/Tc anni cinque,
quando fh fatto Ré di Germania, che fb del 1170. le lue parole così dicono .* (
de Oicident. Imper. lib.ì^ fub anno iiyó. fol. ^43.) „ Hcnricus fuit Rex
Germania y ut fupra diximus y qui cum annis zi. „ ejfet natusy fatili quam
atatem agere Federicus, Ù" Otbo pofì eum,, nati pofuerint, ìdefì, quam
minhnè rebus agendis idoneam, „ vidersnt li, qui Otbonem ante bac tempora
pralio navali eum Tom IL Pp,, Fade ipS ALLEGAZIONE „ Faderatìs nnflixijfe
fmpfcrmt, con quii pruova poi di fopn abbia detto che Arrigo avelTe cinque anni
quando fu latto Re, Dio ve lo dica; perchè egli non dice altro, che cosi. „
Henricum fi„ /ivi» Minmim gu'mquc punm Refem Ccrrnmit legi, tvmdem^uc „ per
PhUippum CoUmieaJem jtrehiepifcepim Aqws currnit, “ Quello e quanto il libro
del Battefmo adduce, per provar la fua etìiy con che intende aver a fcriver
contri quella Storia contri le atte4$ dazioni di Roma, e di Venezia, e tante
altre. £’ da notar ancora, che egli non vuol che Otton, il qual, elTendo
terzogenito, poteva aver otto, o nove anni, ( al fuo conto ) non potefle effer
Capitano, ma fh che Arrigo di cinque anni Ca dato fatto Re : al che non fi può
rifponder altro, che un Regno può aver un fanciullino per Rè, e poi elTer
governato da fapienti perfonaggi : perchè adunque un' elèrcito non può aver un
fanciullo per Capitano per infegna, per dover poi efler retto col confìglio dei
Veterani ; Mrlochè Caligola confidava ( come aveva in mente di fare ) di crear
Confolo un fuo cavallo prediletta, ( Suet. in Calig. pag. ioa. Die. Ut, 6p.
ptg, 830. ) Pofeia chè anche egli cosi era dato condotto nell' elercito Romano
; cosi anche i Rè di francia fono dati portati bambini. Non odan te la eth
tenera di Corradino, i Guelfi di Tofeana non mancarono di far idanza per via di
Ambafeiaduri in Alemagna di farlo venir contri Manfredo fuo Zio, che gli
occupava il Regno di Sicilia, e di Paglia .■ al che non acconfentendo la madre,
forfè impauriu dal cafo di Ottone, fi fecero dar un fuo mantellino, e lo
portarono a’ Tuoi, che gran feda ne fecero; follmente ^ aver pegno, ed infegna
da moQrar contri i nemici ; acciò fapelTero che fotto l' ombra dell' imperio
combattevano ; venuto poi Corradino a maggior eth, ma pur ancora fanciullo, non
redò d'andar contri Carlo. (PsuJns AemUius tifi. Sut. Edutrrdo.Jo, Pii. luna!
Ut. 6. cup.8ì. ' M.p. eup.%ì. ) C «1 Otton non farò dato „ il primo, ut quem
vet imperare jujjilìis., is Jiti Imperuterem etium „ queret, fimut eliqutm i
pepulo meniterem effitii fui; SaJluJi. de teliJugureb. pag. no. } jdclla qual
colà i nodri Giureconfulti dicono: htfant petejl effe miteif Ò" Rex, (Bar.
ini, l. in prine. C.de muner.&bener.fii.io.O' allegat.per Hippet.de
MarJU.in l. infans. nu.p.ff.ad l.Cem, de Jicar.iT S/lvan. de feudi
recegnieienem q. jd. ma». 7. ) Ma che Ottone non poflà elTer dato abue a quel
carico, fe cosi poca età avelfe di otto, o nove anni, l'argomento è da
retorquer con• tra '1 Sigonio, che, eflendo dato Capitano in quella fazione,
foflc dato di età abile; da ehe fi potrebbe argomentare che Arrigo avelfe molto
piò anni, dopa che fi vuol argomentar la età di un fratello all'altro,' maflime
di Arrigo fi potrebbe, non avendo altra pruova, che quella di fopra, la qual
oltra che è leggeriffima, ha congettura che mollra certezza in contrario ;
perchè nella Cronica ai Otton Frigingenfe, (lit.j.cap.fi.) ed in altri autori
fi trova, che ad Arrigo nell'anno 1170. quando fìl coro47 nato il Padre, diede
moglie Codanza, figliuola del Rè di Sicilia, di modo che in quellàmto, elfendo
uomo da moglie, non poteva aver anni cinque. £fe il Sigonio fi feufa d’aver
ieguito Gottifreddo Viterbienfe, ilqual ferivo che tal matrimonio foguifTe del
tiSò. fi rilponde colle lue proprie parole ( lib, 15. de reg. haiyy f to meno
lo doveva fare, quanto che il numero di quegli anni con corrilponde
aU'indizione che vi mette i hcchè ragionevolmente li può fofpettar effeme
errore ; però del tempo di detto matrimonio non h fidando il Nauclero, per la
varietà degli Scrittoti, dice ; yy Vides bic qubd Scriptotts fantpji non folum
diverfa, fed adverfa ferh yy pferunt. Utruu verius s(t Qbus novit. Qlcra ciò,
fi lu un48 altro argomento contra ilSigonio, che Arrigo in quell’anno tiy6folfe
molto maggior di età ; perciocché vi Hende l' illrumento della pace (atta da
Federigo col Pap a, e della triegua col Ke di Sicilia, e co’ Lombardi/ dove il
Padre, e Arrigo Tuo figliuolo giurano la manutenzion di dettò frumento: fe
Arrigo adunque del 1176, • folfe (lato minor in quella maniera di undici anni,
non avrebbe potuto giurar dante i capitoli dei Lombardi tranfunti ne’facri
Canoni, e feguiti dalla Chicla, e oflèrvati ne’ comuni giudicj; (r, vuli. e,
pu^i* 22. ^.5. S. Thomas, 2.2. 8p. arhc. 10. in, corpotc, (T allegata per
AffitH. in cap> i. §• hem facramenta* mtnu 7, 8. de pace ptranu firmand.
Socin, conjil, j 3. vtfis copJUiis, num, 3. voium, I. ) perchè fpccialmente i
Lombardi non avrebbero accettato il Sagramento di un fanciullo di undici anni,
fe fecero querimonia contra la legge promulgata da elfo Federigo, che i minori
codituiti in pubertà di anni quattordici potedero giurar, per validar i
contratti ; per la qual querin^nia Arrigo era rifoluto rivocarla; e non io
avendo fatrq, ( percioochè 1^ da morte foprapprefo) molte Città di Lombardia le
hanno derogato efpreflamente ne'lor Statuti, come le predette cofe attedano. ( Jifjlt8us in d, §. jin, nu,
8. Àtber. Fuìgof Paul, relat. per Igneum tn autben» Sjtcram. pub. C. fi adver. ven* d'u* Qumer. ltb.%, de
uftisFridersci fot. 127. ) Avendo adunque i Lombardi accettato u giurameni» di
Arrigo, è conghicttura fondata, che egli non avelTe quella età di undici anni;
ma per aver fottoferitto, e giurato, fi dee creder, e tener che folfe molto
maggiore di quattordici anni. ( per glo. in c. prttfentia de probat, allegat.
per Alciat. de prxfumpt, reg. 2. prsfumpt. 14. nunu d. traS^. som* 4. foL 313.
et per Mcnach. ^^prtefumpt. 50. nitnu 22. Uh. 2, ) Onde il Sigonio, fondandoli
in cofa si dubbia, non folo non prova quel che intendeva di provare, ma
s’incende aver provato tutto il contrario per r^ion legale, che dice : „ Dubia
prchatio facn cantra prodttcentem. „ ( f. in prafemia de probat. Ò* ibi Card,
col, 2. Abb. num. 34. „ Bero. nu. 138. Mafcard. concluf. ^71. Dubia res- num.
2. Sytag*com.,, mu». opin, Cod, fit, eod, num. et sìlegat. per Vincent,
Annibat.,, m nddit. ad Albam confil. 244. dedu^um in fi. et per Cardin„ Ti^.
pnabL conclufi in verbo probatio dubia conctuf. 766. num. 8. voi. 6, fai' 5P4.
) Però, tornando ad Ottone, e recorqueodo, come dicemmo, l’argomento,
cheOccone, cflendo dato Capitano deirarmaia^ave> va età abile a qoel carico:
quedo fi conferma, perchè egli reggeva Tomo II. Pp 2 la Borgogna, e tutto
quello Stato, fuccelTovi per eredik mater-i na, del qual fcrive Guntero, Autor
che feguiva la Corte di Fedcrigo. ( lih* I. de gcfìis Friderici /. ) „ Òubium
puer incfyte dici,, Resene y Come/ne veln\ vererum nant Rcgné PoTBNTER,,
AUobregutn materna R e G I s, regntque decore „ Dignns ab encelfo nomen deducit
Otbone, 51 Dice, dnbittm, &c. perchè fi legge eh? il Ducato di Borgot gna
per avanti folTc Regno, ma de’popoli fieri: ebbe Re piu di cento trenta anni
fin a Rodolfo ; il qual, non potendo pih lopportar le continue fedizioni di
qucTudditi, rinanziò il Regno a Corrado Impcradorc, che fh ridotto in
Provincia, come era di prima • ora è Ducato, ma con potenza, e prerogativa
regia. ^ r* vùìumvs. li. l* cap, cum Captila de privil. Cencil. Tridente cap.
II. fejf. 24. de reformar. Abb. conf. 62, in controverjia p. 2. Cbejfan in
princ. Juper confuet. Burgand, Ò" in catalog. p. l. conJider. 44.
Sigibert. in cbronico fub anno 1032. lare Frane. Gnì/ìman. de reb. Heluet.^ lib.
2. c. 8, (Sr 13, Jac. de Ardi?^n. l. f. i. quibus mod. feud. amir. Petrus. Caiefat. de equeflr. dignitar, mmu 120. rraH.
tom. 18. fot. 31. ) Ma il Sigonio dice che Ottone non aveva ek abile a
maneggiar negozio tale di combatter coVeneziani; e ciò dice, come gli Storici
diceflero, che fi abbia portato bene, e vinto ; c poteva penfare che quefia
fofle fiata fa caufa, che egli non avendo eth di fperienza forte rotto, c prefo
quafi dalla mek meno di numero di galee; fcrivendo Obon Ravennate : pars
Otbonem increpare, qui inesplorato es IJÌriee ora foìvtjfer. Or lafciamo
d’inveir piu oltre, come fi potrebbe, centra quell’ uomo in altro cosV
benemerito delle buone lettere. 5iManco crror è quefto del Sigonio, che la
sfacciataggine di Gior* gio Menila; il qual, icrivendo d# ansiquieare
Viceeomitum al lib. ò. per tirar ancor erto che la concilìazion con Papa
Alelfandro fia fiata per U vittoria de’ Milancfi, nega la vittoria navale de’
Veneziani, c la preCa di Ottone ; procura diverfi argomenti vaniffimi, c
frivolìflimi; fpccialmente nega che Federigo averte alcun figliuolo nomato
Ottone; e dice non aver letto che ne averte i'e non due, Arrigo, e Filippo :
adunque le la Storia non è vera per lui, che non ha letto che averte altri, che
i predetti due figliuoli ; farà vera per gli altri che avranno letto, c tutuvia
leggono, che ne averte cinque, tra’quali il terzo genito era Ottone, come
abbiam veduto di fopra jper Guntero, Corti^ano dì Federigo. L'Abbate
Urlpergcnfc, viciniflSmo a quc'tempi, e for-, fe contemporaneo, nella lua
Cronica fotte l’anno nytf.dice : „ Jm„ pcrator quinque jam gcnucrar filioSy
Enricum^ videlicet y quem defu „ ^avir fieri Jmperatorem y Friderkum y quem
effecir Ducem Sitevo^,, rum, ér Otbonem, qui poji modum babuir terram matris
fine : “ poi tratta di Corrado, e Filippo : qui fi leggano tutti i l’edeIchi,
la Cronica di Suevia, la fpofizion, la Cofmografia della Germania, il Teforo
delle GeneaU^ie. Il Nauclero generat. 40. fot. 2^6. ) oltre ciò nega che
pqtcrtc aver annata, perche non aveva erre marittime ; fopra di che
dilcorreremo nella fecondi^ parte di quefb allegazione : il Bardi fopra ciò
dice tanto che ba vi è quello connunaerato, che dice. „ Ante prin„ Cipem portam
templi y inter angiporti ojìiay lapis ma^nus rubeus qua„ dratus tjìy in quo
aris quadrata itidem lamina infixa foliis vefiitOy „ in qua Alexander IH.
Federici Imperatoris Collo pedem imponi „ /wr; ubi propterea litterx incifas
leguntur : Super Aspidem &c.I ( Itinerarium Ital. p. i. pag, 34. F.
Sanfovinus in deferìptione Venet. lib. 1. pag. 34. Jofepb Bonfìl'tus
Conjìantius in bijìoria SicuU p. I. lib. 6. pag. 241. ) Egidio Bellamera,
Prefule di Avignone, vicino molto a quei tempi {in c. faerk de bis y qua vi
metufque) dice:,, Alexander Papa y ponens pedem fuum fuper Cervi CEM j,
Imperatori, ipfum cenando (iixie : Super ofpìdejn, Ò“ Bajilifeum 0'c. 11
Cardinal Giacobazio nel fuo libro de Concilio ( lib. i. art. 18. fol. ì6. col.
I. ) „ Alexander III. pojìquam apud Claramontem ( Federicitm ) Imperatorem
damnaverat, et Venetik ante fores S. Mor ii 3o^ ALLEGAZIONE ^ S, Marci
frQjhatttm collo caUover^, QucfH fono PrcUti gn^i^ e Canoiiifli dotcilTimi, e
por lo credono, e rifcrifcono, come fanno gli allegati dal Dottor Marta ( frsB,
de /»« fifàid. p. a. e, antichi Qommentacori di Dance» che fi leggono rifioriti
dal X^ndino, nel iS. canto dei Purgato» rio, per quel che dicemmo fopra al num.
jS. riferifcono Io ftcRb atto. Lo riferifce Giovan Villani» tutti quelli vicini
aquetempi, ( hb» i* bifi* ^»p* 3^ ) Gennadio, Patriarca di Collanti' nopoli (
de primatu Petri cap, i. fe 3. 6. ) COs!i dice.,» Romano^ »» rum Jmpcrator
Aioxandrc Papa inclinata cerwe coUum ejus pedi „ fubmijit^ arm dteeret'. SupiR
afpidem ^ tT bajilifeum, &€. et ille j» re/pondif : non (ibi fed peno
obediemiam exbibeo : (Sr Pontifen : ^ Cjr mibi, et peno, “ Il B, Giovan
Gerfone, fehben non loda quello atto, non rella però di crederlo.- de ponft,
pcclejiaft. p.U conjiderat.^f» ) Il B. Antonino nell* orazion a Pio II. (
bi/ì.par,^, fif. 11. cap, 17. §. I. col, 4. foL 185. ) dice: „ Alexander III, „
ut juhar emicuit^ fridericum J, Imperatorem ut afpidcm ^ 0 ! baJUh, „ feum
perfecuforem Ecclefie proprio pedo concjtlcam» “ Quello è lànto, e iettcratilQmo
Teologo, e CanoniUa, e ciò riferilce per 5d trionfo della Chiefa, tanto è
lontano che fi fcandalezzì, corno fa TAvverlario. Non fi fcandalezza manco
l’Abbate Tritemio diligentifiimo io tutto quel che fcrive : dice che Chiliano,
Arcicancellier di Federigo, ilqual dalla Storia di Obon, e da altri è mentovato
eOer fiato prefente, abbia icricta un opera che intitola : Friderici Imper.
gejia^ 0 vita ^ riferifce ( de feriptor. Ecclejié^. fub anflo xiòo- fol, p, ),,
Alexander Papa IIL fedir in „ Cattedra Peni annis uno, et viginti .• multas
in/urias d Friderieo », Imperatore fuftinuh ; ipfunufue Imperatorem tandem
fuperans, in „ SiGNUM suBtECT(ON(s e/US COLLUM pcde eonculcovìf, dieens : I,
fcriptum eft » Suptr a^idem, 0 e, Non fi fcandaleziano manca i Greci, i quali,
aderendo a quanto è fiato conchiufo nel Concilio Fiorentino, che 1 Primato di
Pietro continui ne’ Romani ^7 Pontefici che di tempo in tempo fuccedono, nella
cenfura Orienule recitano la detta Storia per le parole che difle Federigo al
Pontefice : non tibiyfed Petroy efiendogli mefib il piede fui collo ; unendo
quelle a quelle di Cofiantino dette a S. Silvefiro : ( Cenfura Orientai, cap.
13. pag. 334. ) Però i Moderni che Icrivono le Vite de i Pontefici recitano la
detta Storia in quella di Papa AlelTaodro^ ( Alpbonfus Ciaeonius fol, 470. } Lo
recita medefimamente Lodovico DomenicKi nella Storia de’detti, e fatti de’
Principi. ( lib, 6, ear. 287. ) Non lo ha manco faputo negar Giorgio Menila,
dove nega il refio della veritb di quella Stona; ( de antiq, Vkeeom,) il qual
atto febben non è efpreflb cosi ben dagli Autori, che dice rÀvverfario efier
fiati prefenti, non va la confeguenza, che non fia fiato vero : come non va la
confeguenza di fopra al num. 48. il B. Antonino ^non lo riferilce, adunque non io
ha faputo, nè creduto ; perchè lo riferifce por ( come abbiam mefirato ) in
un’altro libro : ma i detti Au» 5Stori rlferifcono la umiltazion dell’
Inperadore con certe circoAaoze che non danno a creder che non fia vero il
redo. L’Avverfarto riferifce che Romualdo Icriva: „ Cumque ad Papam apn y
traBus divino fphiiu y D E U w in Akxandro vcne~ „ ransy Imperiali dignitate
poftpojua ^ rejeBo pallio y ad pedes Papa,, rotum fe extenfo torpore
iaclinavir. “ ( fol, 450. ) Recita parimente che l'Aucor degli atti d’Aleifandro
dica : yy Depofito da-,, m/dcy proflrmjàt fe in terram y et deofculasis
PontificiSy Tamquam „ Principis Apostolorum, pedibus'y *•*" che è ^uei che
gli altri Storici raccontano elTer dato detto dall’ Imperadore : Hon eibi, fed
Petto y di modo che quelle parole, tamquam, verranno ad eder dell’Impcrador, e
non dello Storico. Provata con tanti te5pflimonj quell’azione, fi prova la
vittoria antecedente; perchè metter il piè fui collo, 0 il giogo a i nemici, è
ngiUo, e confermazion delle vittorie : onde i Grammatici dicono dare yy CoLLUM
ejl BELLO viCTUM effe “ ( ejp Propertio ),• come fecero i Milanefì, che, vinti
da Federigo, fi gettarono a’ Tuoi piedi co* coltelli al collo. ( Abbas
Urfpergenjis in Chronieo fol, ipp. ) Scrivono di Marzian Imperadore, per modrar
che vinfe i fuoi nemici,, omninmque inimicorum fuorum colla Domini virtute yy
CALCANS, fex annis y me^e y regnans y in pace quievit, “ ( /ornandes de
Re^torum fuctejpone fd, 78. ) perchè il vinto, jnre belli redando di ragion del
vincitore con quell’atto fe ne toglieva il poflelTo; giuda quel che è fcritto
nell’xi. del Deuteronomio :,, quem calcaverit Pet vqfter, erit : dal qual
calcar de yy piedi è propriamente detta pjfejfioy quafi pedum pofirio,yy ( /.
r. et ibi ff. ff, de acqtùr, fo^ef, Ù" Axp* nnm, Pad, de Caftr, nunu 5.
Jaf. nwn. z, AffitB, decif. zpq, Rex nnm, 7. Facon, de^ dar. lib, 2. cap.^ 6.
poft medium. Tbolofanus in Jj/ntag. /uris Itb.Xy cap. i3« num. q. ) In
contrario di quede pruove 1 * Avverfario dice che Papa Aieflandro non puè aver
fatto qued’ atto, edendo vergognofo, arrogante, e totalmente infoUto : cosi
appunto egli dice. „ Magie indeeorumy qno ajferitury Factum iliud arrocans,,,
Cr FENiTUs iNSUETUM, quhd bumiliatmn ad pedes Pontificit caput,, Imperatorie
pedo ipfe prefferity acque infultaverit verbis ilìit e Super,, afpidem Ù'c.
Come arrogane tT injuetum ?" Si legge nelle lacre di lettere che Giol'uè
fì lece condur avanti i cinque Rè amili, e tremanti, i quali, rotto il lor
elercico, fi aveano nafeodi in una fpelonca; ed ordinò a’fuoi Capitani: „ ItOy
et ponite Pedes „ SUPER colla Rbguu ijlorwn, " ( Jofue io. ) Virgilio
induce Turno a far qued* atto fopra Eumede vinto a mone. ( Aeneid. lib.io.) yy
Semìanimie lapjoque fupervenity Pedb Collo iMtR&ESO£* da creder qued' ulo
eder continuato, e fe non fe ne fa menzion nelle Storie tal volta, fia per
efler dato tanto ordinario, che, fenza dirlo, s’intenda; perchè fi legge a’
tempi piò moderni queda dd& cerimonia col verfo del Salmo ; Super afpidem (
ferivo .Otcon Friimingeilfe, il qual dicono edèr dato Nipote di Federigo ) che
fede mta da Giudiniano, ilqual, preib Tiberio Apfimaro, avendofi concia lui
fatto Imperadore infieme con Leonzio, dice : „ Trberinm, Cr Leomium captat y ae
in cateni^ „ pfuos pojttos per platees trabìy (JT pofiy univcrfo pepalo
adamante y Suyy PER ASPiD^M et hejiiifcum y Ù'c. Ò*Pedibus COLLA corum CaLCANS.
( Cbronic* tib» 5. cop. 174 ) La ftefla cerimonia ferivo Zonara di Diogene
Imperadore, quando fu prefo in battaglia da A(Tan Soldano, condotto alia fua
prefenza: „ Sdtanusy nomine Axan y gayy vifus efi y ut natura fere, neque tamen
fuperbia elatus y de cupu yy moderetione y Ù" jujìitia multa memorantury
addudus ( Diogene! ) „ ad pedet fiens fe projìravif* Tum ( Ananas ) quafi
numine j> ^ exiìtìt\ (T de MORE bumi jacentem calcavit : „ deinde erexity
atque amplexus ejl eum bujufmodi verbis: Noli maeyy rerCy hnperator'y ita enirn
fune res bumantr. Ego verh te y non ut yy captivumy fed ut hnperatoremy
traSabo, Et Jtarhn ei tabernacula,, Imperatoria, menfafque adbibitum Juxta fe
collocar y captivi! quot~ yy quot redditi!, ^ Qui è da notar che il metter il
piè fui collo del vinto, per umile che fi apprefenti y è de more, Jtem che
quefto è atto di poflefTo debito, non di Àiperbia ; perchè dice, ncque fuperbia
elatus, Jtem che Alhm y avendo l’animo moderato, e volendo trattar Diogene da
Imperadore, non reflò di calcarlo. Item che ciò fece come tnfpiraco da Dio, che
dice : quafi numine affata!, da Lo fieno fecero i Romani, perchè T. Quinzio
Cincinnato, volendo rilafciar gli Equicoli da lui vinti, volle però che
fottometteffero il collo al giogo.*,, ut exprimatur tandem confe/fio fub^ „
oHam domìtamque gentem fub jugum abituro! ) come fecero anche I Sanniti a’
Romani : quoniam vidi, et y forrunam fate^ yy ri feirent. " ( T. Uvius
lib, 3. Cf Itb. p, dee, i, ) In vece di piè, con che dovevan calcar il collo a*
vinti, era il giogo dirizzato con tre afte in forma del Fi Greco, che forca,
come ora, djfi chiamava. Era fatta quefta cerimonia, acciò non fi mettefle in
contefa, cerne fpeflb fi fa, la vittoria ; dicendo Ennio ( ex Prifehmo hbro 4.
) vkit non eft viUory nifi vtdus fatetur, Dionifio AUcarnaffeo nel libro io. vi
aggiunge che quefta era meda in cerimonia dì religione, dove, cosi pafl'andovi
i nemici, toccando l’afta, di fopra, chiamata tigillo, era far confeffione,
come di fopra, e reftavano Uberi, ed aflbiri; forì'e fu ombra di quel che,
venuta la luce, fi vede nella Chiefa adoperato; come tante altre cofe fimiU fi
veggono. Nè manco quella è fpiegata fempre dagli Scrittori, quando fanno
menzion della confelTion devinti. Efleodo vinte le navi diAntioco avanti il
porto di Efefo, non iferivono, fe non „ pofieaquam conftjjionem vidh fatti
expref, yy ferum, “ f T. Livius dee. 4. lib. 6. inf, ) Vifto adunque che quell’
atto è ordinario, che il vincitor, per modello che fia, fuol ufar,. togliendo
il poirelTo del vinto, ne vk confeguenza^ che fia preceda vittoria contra
Federigo ; che non può elfer fiata, come fi dirV a baflb al nom. y 6,, fe non
la Navale de’ Veneziani, dove fii prefo Ottone fuo figliuolo, Duca, anzi Rè' di
d4 Borgogna. Ora veggiamo fe era lecito a Papa AleflTandro di pre. icrmctterlo
: troveremo che no, dicendo i Giureconfulri : „ ij „ quod confuetum eft fitti
non dicitur aréitrariumy fed neeeffarium, ( Bai Bill* if 9 /« qutatm^ue netnh,
4* Everard, in Topica /vrh y loco facit gl, in c, ad yipojìolicie in vcrò.
fadtfoHionemy de re /ttd.iné, vide Novar. in terminis in c, inter verba, un.
47. 11. g. opewum ìom,u fol,io. Late Cenehardus Cronaleg, lib,^, fot, 50^.) Ma
PaAieflandro bilognavache lo facelTe in efecuzion del precetto di Dio, per quel
che è icritto nel 33. del Deuteronomio i „ Nega^ bunt te mimiri tui, (27* tu
eorum Colla calcasis : ^ a nei Sai'1 roo 17. Cadent fubtus pedes meos, conforme
al vedo che egli difTe : Juper ajp 'idem, dove dice Eufebio : „ Dig^atem
propbetiyy ci fpirhus contemplare, qua pronùjjionem ArosTOLiS Salvator fe»,,
citi Ecce^ da vobis porejlatem oalCaNdi fuper ferpentes > et fior»,, piones
y (y [uper omnem virtuten» inimici, ( Catena Barbati fuperPfal.ty,) Ónde anche
A può conghietturar che forfè per pre» 66 rogativi di quelU promiOione i piedi
del Pontefìce fi dicono beati. Non far^ fuor della mia profelfion legale dir
quello/ perchè i nofirì Dottori prendono argomento, come lor torna bene, non
(blo dalle voci delta lingua Ebrea, e Greca, ma anche dalla Caldea v gl. in
rubr. ff, fol, matrhn, Efièndo adunque quello un trionfo preordinato, •
pronunaiato da Dio agli Apposoli, e alia dignità loro, Papa Aleflandro non lo
doveva pretermeeeere lotto pretello di modefiia, per mio parere ; perchè
avrebbe mancato, come Saul, il ^ual credè far meglio laJvar le pruniaie della
preda pel lacrìfizio, e non le uccider, come Dio aveva comandato, (i.ileg. 15.
r. fiiendumZ.q. i.) Gli Atcniefi, daquali i Romani, come dicemmo, hanno
imparate le leggi, par che anche eifi decidano quello punto come riferifee
Tucidide. y, Gli uomini, dice egli, dalla naturai ncceflìth fon modi a figno„
reggiare, ciafeun a colui il qual è fiato vinto da eflb. ^ Però Papa
Alelfandro, trovandoli in quello fiato, gli conveniva dir, e ollcrvarquel
chefegue: „ itane autem hgem ncs ncque tuUmusy „ nequCy ea latay primi ufi
fumm\ fed jam reeeptam à Matoribui oc„ cepimus y O" ufarpemus, perpetuarti
funtram reliHuri. ( T bweyd^ Itb.é, inf ) Onde fi v^ qual ragione abbia il
Cerione nella fua Cronica, il Bodino, e altri, benché Cattolici, a dannar
quello atto; tra’ quali danno maraviglia ilGerfon, quello Autor degli annali, e
Francefeo Duareno ; {de beneficih lib. i. cap, 3.) uomini di caiua letteratura,
a‘ quali lono da rii'ponder anche le coie (critte da Giuiep)>e Stevano,
leguace anche egli di quefia Storia: (deAdoration. pedum Roman. Pont, cap. 5.
col. 3« tr^^. tom, 1 3. p. 2. fot, 53.) „ Alcitandri III, fa&umy quoé
tantopsrCy ut tjvannicum ^ elevat Fran„ cifius Duarenus, commendare pottfì cum
jure, meritoque in religia„ nisy Ù’ Ezclejue infenfiffimum bofìem Federicum
Barbarujfam, non „ ut in falem infatuatum^ quem jubet Cbriftus pedibus
protereri, fed „ potius in borrendam belbtam calcibus infultaverit, ^ Però Papa
Alcffandro non doveva mancar (h eiercitar il luo )u^, per la vittoria
conceifagli da Dio colle felici arme di quella SerenilTima Repubblica; col qual
atto ora ne vien a far foie al mondo a confufion de’luoi contraddittori. VI.
L*Avvelario col Tuo argomento ci dk materia di far un'altra dppruova di detta
Storia. Se il calcar del piede è atto unto infoTomo II. Qq lente) come egli
dice „ uf gàb^ tanto hherc inàu^um Imperatortm y yy- Jttfifiim to modo
exnfperfitum faHis y et di^is iwtrban 'n tnnJU „ taùsy dkrisy efptrisy ptr
Pontificcm enacerbatum y cum a panìtentiee yy tempio procul abfgcm. “ ( eod,
fol. 456. ) Se adunque, facendo detto atto, flmperador fe ne farebbe tornato
addietro, e ritrat^ tata la penitenza di che era compunto, come egli fuppone,
conflando chiaro per tanti tefUmon) che Papa Aleflandro lo fece ;ed avendolo
tollerato i’imperadpre luperbiHìmo, bifogna che la cau(a fta prima, perché il
Pontefice efercitava quel che gli competeva jure belli; fecondo, per ricuperar
il figliuolo, il qual, non feguendo la pace, (lava ne’ patti di refiar
prigione. Cos\ allegano i Dottori. „ ImperatOT FtdericMsBarbatubeay ut
Kecupbraret ejus „ jìitumy pajjus cjì Paptm Aiexandmm JIJ, calcajfe ptdìbus
ejui ca„ fmt, ‘‘ ( allegata per DoU, Martam d. C4p.l8. nu.2l,) Nè fi per7ofuada
rAvveriario, come facciamo ancor noi, che ri' umiliazione deU’Imperador folle
atto di vera interna penitenza, perciocché non lo inoltrano tale le parole
dette al Pontefice: „ non tibiyfedPe„ tro ; Itantechc petnitemU cogit pcecatorem
omnia libenter fufferre ; yy in tarde ejus conttitio, in ore ejus confejffo, in
o^ere tota bwmlu „ “ ( r. perfeiia dìft, de panie. ) comC: ne (ù 1 efempio il
Van gelo nella Cananea, che, più che era fprezzata, ed ingiuriata, più
s’accendeva a dimandar la grazia della fanii^ per la figliuola a Crifto. (
Mattè» 15. ) Si accorda ancora che non vi folle 7icontrizion nella lettera rhe
poco avanti i’imperador fcrilTe al Papa-, piena di accufe, e di iir^properj,
fenza ninna confcfnon del iuo peaato ; della qual lettera, trovata a Roma nella
Badia di S. Gregorio, ne regiftra parte U Bardi a car. 151. dove tra le altre
dice.* yy Et quod manimwn eji y novijfme Vbnetos, 0“ Veneti a„ RUM ’Dmqs.vl
adverfui nos dhrexijìi quorum ope y (T auxilio terre„ firn, Ù" maritimas
noflfài copias in unum conera Mauros congregayy tot y Uffa cum F I LIO. /^fito.
y qmm vi y Ù" dolo Coepf.runt, „ difperdere volutjìiy \. 55. Candinus in
traila. moUf. fub ruèr^ qualiter Jit jidett, tortur, Ò" at^ togat, per lo.
Baptifi, Bo/ard, in addition. ad Clar. ji, 64» nu, pi. Ó" per Tiraq. in Jnrtef.
icgis Ji mnquam. C. de revoc. donat, nu, 7. Ò' fequen, Bernaràm Scardonius. de
motejiiis conjugatorum. lib. 4. eap. 14. ubi.,, ^ippe nulla re parentet
afficiuntur atrociui, „ qudm ntàloy et incommodis jilionmy ut qui /ape etiam
ftviffimosfui „ corporU cruciatui neglexerinty eorum tormenta nequiverint iene:
re„ pertìque Junt quiy ut feryarent viram filiisy fe ipfos perdiderunty vh „ ta
ìaHura ìltis fuccunere non verentes. ) I
Canoni Ai, da i caA feguentt confermando.* Che Bater diligit ma^s filiumy qudm
feipfumy recitano un cafo imravenuto in Puglia fotto Carlo li. d’ un omicidio,
dove il Padre, dopo efler Aato coAamiflimo ne* tormenti, trattandoA di liberare
il figliuolo, confefsò aver egli commefib il delitto, e cos^ ne andò all'ultimo
fupplizio • ( Aod. Barbat, i" c. atm in prefentia nu. 8l. de probat. alias
eafus vide apud Dh.bifi. tìb. 15. de Àqudio fioro pag. 88d. Valer. Maxim, li.
5. cap. 7. Kavijiui Textor in officina, p.i. tit. amor parentum) Appreuo gli
efemp) che add&cono i predetti Autori A da aggiunger queAo di Federigo, al
qual non avendo potuto ammollir la ferocia dciraniroo tlpfut ricuperar il
figliùolo, abbia ceffo, e A abbia umiliato a ricever gl* infoiti ordinar) che
fanno i vincitori a i vinti, ma ordinati da Dio a i fommi Pontifici. Vili. Si
dice per argomento^ legale :• La ciofa limitata produce effetto limitato; on^
da tal efietto A conofee la caufa, dr è con 77 verjo da tal caufa, l’ effetto.
( Bai. in rubr. ff, fi eert. pet. ver/Cr dÌBo de caufa,. Card, in 'c. cvm
dilcBi verf. et nota argumentum de accifat, Thatml. trBat. ctjfante caufa §.
z.nu. 147. et alleg. per Affi, in confit. fi quìs ahquem q. 5. in fi. allég. Card. Tufebum praB, concluf.
in verb. effcBus regulatur conci. 47. et per Menoc. confi ^16. hi eadem. nvm.
6. Capo, confi. 133. multa, nu. 31* ) Se la
rotta data da*MilaneA a Federigo aveffe caufaca la 78 pace, e la umiliazione
a’piedi del Pontefice, ciò avrebbe caufato prima a’MilaneA.* e fe cAi ebbero
appena fei annidi triegua, bifognava che il Papa aveffe triegua di
altrcttantitonde, effendoque ' Ai effetti diverfi, bifogna che nonfia una la
caufa, ma dìverfa.Oltra di ciò, non può Aar che chi ha vinto acquiAi manco
beneficio di quel 77 che ha acqulAato chi non ha vinto; nafeerebbe una
Aravaganza, dicendo i Giureconfolti:,,^! vicit ahum tnneit propter ficy non
propter,, aliumy ( jBtf/d. in l, fi d^un^us nu. 4. C. de fiuis Ò* le^thn. liP^- • '
••vvr „ Atfr. et in A y? ^uis vtt Jt que, »«.i, C. Tertul, Cam. conf, vjx „ ie
ha nnltjiom m. 5. iW. 4. ) Altra
era la conterà de’Milane.. fi, conte aUtiam deno, che era, per liberarli dal
giogo de'niioifiri imperiali; altra era quella di Papa Alcflandro, che era, di
eflér me&> in Sedia, erduii gli Antipapi ; però, combattendo i
hdilanefi,pcr fe dovevano vincer, ed ottenere il fine per cui combattevano; non
erano come i Veneziani, che combatterono, c vinfero, per metter in Sedia Papa
AlelTandro. Però fe i Milanefi per la detta rotta aveflèro aftretto
l’imperadore alla pace, ed alla umiliazione a' piedi del Pontefice, e a
conceder la triegua di anni quindici ai Rè di Sicilia, avrebbono vinto per
altri, e non per fe, che non ebbero, fe non i fei anni di triegua : blfognava
ben dir loro ; per altri, e non per voi, avete arato, o buoi.Onde bea fi adagia
la rotta che dietro con la triegua che ottennero, e la rou dell’armata, e prela
del figliuola con la umiliazione, e pace col Pontefice. E fe fi vorrS trovar
caufa, perchè, gonel trattar la pace con Papa Alcflandro, fi trattaflè la
triegua co'Milanefi, e col Rè di Sicilia, fi trove^ che il Papa, favorendo i
Milanclì, e le altre Citth confederate, e, vice verfa, cflè favorendo il Papa,
ma non per ragion di Lega, non doveva coneluder pace fenza la ficurth di elfi:
il che è arto proprio della Chiefa Romana, come ne fcrive Papa Innocenzio ( in
diSo c, jfpi^nlicn, n». 3. Cr Hi Jom, Monah. nu. 3. de re jude. in d.) „ Nera
fdeluetem Ecclefu Remmie, numjatm voluit hn-,, bere faem^ na pais /raèfanrm,
niji prius exprimeret de pae ytfi „ ndhnreniium, 6 " de perpetue
feenritate emtm. “ Oltra di ciò, fe i Veneziani, invigilando alla follevazione,
e liberazione dcllltalia fecero far efli la Lega delle Citth di Lombardia, per
liberarle dalla mala amminiflrazion de’minillri Imperiali, ma con patto, che
oflervarfero la fede data aH’Imperadore; '( Blend. dee. 1. Hi. i. Siun.de Regna
Itel. Lii. 13. ftd. 518. 6" JIJ. Bare», d. rem. iz, [tX. anno 1104. Jb/.
jt^. ) è ben da creder che, trattandoli di pace in Venezia coll'lmperadore, non
abbandonaflero la caufa di quelli che per opera loro erano fiati mclfi in
guerra ; profelTando la Repubblica di non aver mai mancato di fede ad alcuno;
come fegnalatamente narrano le Storie, ( Saiell. dee. i. li. i. c. 58.
Gniceierd, li. 3. c. pp. ) IX. La pruova della detta vittoria la fella che
s’incomincia a lòlennizzar la vigilia dell' Afeenzione colla Indulgenza nella
Chiefa di San Marco, e colla cerimonia di fpofar il mare il di feguente, pel
trionfo che in effa Chiefa celebrò, il Papa per detta vittoria; fopra che
dicono i facri Canoni:,, ( trnnkxrferie recordetio „ repreefentet ^qnod elim
foRum. efi^ et Jte not fait moveri^ tom^m „ ’tèdeamus, “ ) e. femel. difi.^ 2.
de confecr. ) Per lo fieflb effetto di memoria de’ felici fuccelfi anche le
genti infiituivano folennità di felle.- nel qual propolito fcrive Amobio net
lib. 5.,, Acne illem „ ( bifìoriem ) vis tempority Ó" vetejlatis
obfolejeeret ìongitudoy per. „ petuitais honore mandafìis: perocché quella
folennith di fpofar il mare che fi faceflè col concorlb di tutti i popoli
circonvicini, gih tKcento anni ne la fede il Petrarca ( Senilium lii. 4. epi/le
^ 4. ) A quV tempi, ne’ quali ancora il fatto era recente, ancor feguiva a
giubbilarne I* Italia ridotta in liberti l'uor del dorainio de' Barbari per tal
imprela, perchè per le vittorie acquillate è flato coflume de’ Popoli, ed è
meflb in obbligo dalle leggi, idituir un giorno fedivo, (che ferve come
Stilografia deirallegrez» za pubblica, e ferve per riconofeer il Sign. Dioche
l'ha donata. ( L I. C. ae pubiic. lath. tib. xa. CT ibi And* de Band, man* a. Jo. de Platea in princip*
lofepb. Moniard. verf nane tjuibttSy nnm. • 2. )
dove fcrivono: „ oh viHeriam^ quam Jibi gloriofam imp. confc',, curut fnijf^ì
fa/li dtes celebrari confuevcrune ^ Jiqtt gentes fe iniùjìb „ faOuToSy Ji Diis
dies In perpetuum opthd rei gejìay Ò" nmneris „ memoriam non dedicabunt:
però conchiudono che della pace, che fegu'i a S.Chiefa, ed a tutta la
Lombardia, nominata la pace di Codanza, che fu parto, e frutto della detu
vittoria, le ne doveva far allegrezza pubblica folenne. ( allegat* per lo* de
Platea ibi Refiaurus q. Ji. Cajlald, traHat* de Imp^at. ) Conforme a quelli
dice il Card. Earonio, per la pace feguita.* ( tom* eod. fol. 4^5. B ) quis
bac,, tanta nondejiciae admtrando Imgua^verb viBorialem „ occinat bj'mnum
Cbrijìo FiHeri, etti Ù" erigat Jtmut de fuperatis bo‘ „ /iibuSj
infuperabilibus inhnicis, tropbtea perpetM permanfura. Il che non fi vede
fatto, fe non a Venezia, perchè ivi è fuccefià la vittoria, e la pace, effeodo
fcritto neU’ApocalilTe. 2. Vincenti dabo calculum candidum: dove dicono i
Teologi: y^conjlat apud Ve»,, teres VlCTORlARUM DIES publieit fajiorum talfulis
infcriptos confuc" 51 candido lapillo pranotari, a quo elarius a caterif
diebus difeef „ neretta', pofuit autem^ hoc loco calculum candidum^ quod ir
nottts ef? yy Jet bity qui in tbeatrisy oc Jìadih certabanty et Vincentibus
tra» „ debatur* ( Sixtus in bibliotbeca p. 1* Ìd>. 2. in •verb. calculus y
faeie glc. in l. i. in yerb. errorem, C.de error. calcidi*)SQ adunque fi
debbono celebrar le fede, fi debbono celebrar dal vincitore, perchè cos\ è
confuetudinc; cd il tedo dice .*,, Vincenti dabo,, calculum candidum.^*- Ma
della vittoria con tra Federigo, onde fe ? ;u'i la pace alla Chiefa ed a tutta
la Lombardia, non fi celebra eda altrove, che a Venezia, viene la confeguenza
certa, che i Veneziani abbiano ottenuta la vittoria, e non ^Itri: cos'i quelli
che combattono, debbono aver la corona, non quelli che danno 82 a vedere. Se
muove qualche fcrupolo perchè la commemorazion del trionfo intravvenuto 1 nella
vigilia dì San Jacopo fi fia ridotta all' Afeenzìone, fi può dir con buona
ragione, che ciò fia, acciocché in quel giorno nel giubbilo che la Chiefa colla
mefn.oria deU'afcender di Cbrido in Cielo, efprimefTc anche quella del Trionfo
che ebbe fopr» la perfona del iuo perfccuiore ; perciocché in quel giorno nella
colletta de’ divini uffizj fi legge nelle lczioni(:.*„, bumilia refpicit,
Ò" alta a longe cognifcit : ilìa utex„ tollaty bete ut deprimati le quali
parole fanno memoria di. quel „ che l’imperador rifpofe aH'orazion del Papa,
come riferifee il Ba„ ronio: ( to. 12. fub anno 1177. 45 ^ faHum efi qubd yy
*^^^y 0 *** bumilia refpicit y et alta a longe cognofeity patientiant no^ „
Jlram, ( 5 " adverfte partii bumilitatem confiàeram, more fuo potem de ^
fede depofuity et bumiles exalavit* Oltre a ciò nella pidola alla mcl Digitized
by Google DEL, FRANGIPANE. 51 r meATa, e ne" refpoiiforj fi legge,jifccn 4
ens in ahttm ceptiv*mi!u83x1/ captivitatcm ^ ch*é del Salmo ^7. nel qual avanci
per canto tempo dallo Spirito fanco h ^A^ta dclcritia rninutamcme qucAa
vittoria, come dime Areremo in altra carta; qui baAandoci dire che, ficcome il
verfetto.* AfcewUf io altunty Icritto da David per una uittoria, che [doveva
luecedcr, è ridotto dall'ApoAolo; e dalla Cbiefa airAfccnfìon dì CriAo, cosi al
giorno di eAa c ridotta la celebrazion di detta vintala colla Aefla colletta^
che ferve aU’ur^a, ed k ali’ altra X. Perchè tutto l’ argomento dell’
Avverfario verfa fopra queAo, 84che gli Autori da cito trovati dicono che Papa
AlelTandro fia venuto a Venezia accopipagnato da tredici galee mandategli dal
Rè di Sicilia; che par Aa totalmente contrario a quei che noi alTcrimmo, che
veniAc incognito in abito di Cuoco, e A accomodaffe nel MonaAero della Caritk;
par di averci convinti di falfo in tutto; avendo per coAantc che qucAo Aa
fallo: però ci reAa un’ altra pruoya, ch’è la indulgenza della Caritk, dove
ogni anno concorre tutto il popolo a riceverla con queAo concetto ^ che Papa
AleAandro la lafciaAe, per quando fconolciuto ivi capitò per refugio, come ne
fa memoria e fede la Cronica di que'Padri memorata di fopra. Il Popolo concorre
parimente alla porta della Chiefa di San Salvatore, dove. ha. per coAante, che
il detto Papa, giunto la prima notte a Venenfa, vi dontniAe fotto la coppola
che vi era.’ la qual memoria è regiArata in una Cronica di que’Padri, A trova
copiata nella Cronica Sanuta, che cqsV dice: Alexanàcr III. Pontifex^ „ dum
morem trsèerer tl^tnifiisy confecra„ vh AtMTf S. SAvaioris, prasjentc Federico Imptfatote,
fuper cjftod „ etiam Mijfam ceUbravit anno 1177. die 2p. Augujìi, Ù"
Ecclejiam „ dedicavit ù" multas indulgenttes conCeJJit i Ù“ in fc/ìo
Transfigura^ „ tionisy 0“ omnibus tranfeuntibus per porticaU^ fub quo ipfe
dotmierat „ prima noQcy quando Vcncnas applìcuit erat Prior D. Vivìanus^ qA „
pojìea anno 1180. menfe Martii fui$ eonfecratus Epi/copof Em«s» 8 5 QucAa
continuata amica memoria di un Popolo A tiene per pruova di verità infallibile;
fopra di che, come teAimonio ordinato da Dio lenza altr^ fcrittura, è fermo nel
Salmo 77.,, ^anra mandavit paìribus nojìris noia facere eafiliis fuis^ ue
cognofeas s^ene„ ratio Aia, Filii qui nafccntuTy 0 exurgenty 0 narrabunt filiis
Juis, Per qcAa via i Principi mandavano i raccordi importanti a’ loro PaAori, come
faceva Antigono;, qui pracepijje fiJis diceretury ut 0 „ ipji meminijfcnty 0
ita pofieris prederant,^ ( T. Livius dcc. 3. /zèlo p, 505. ) Però dicono i
Giureconlulti: Longa^ 0 tenax Po-’ » putì, Jeu Republicae memoria prò vernate]
bAetur „ ( BAd, conf, „ 48. ses. probibita, num. 2. vol.i.frquitur Ttraquel de
prK pri, ma parte nu. 2 treB, tom. 17, fA 141. ) perchè dicono:,. Raro fi fAfum
invenitur quod Universi dkunt\ però danno il precetto di Catone, che doveva
cAcr oHcrvato dall’ Avverlario .* yy Judicium /•opULl nunquam contempferis
unus. ( Alex, confi, 53. profpcHis num, IO. vA. 4. Barbato, in c, tertio loco
num. 3Ò. de probat, AfjiiH. de pace tenend, quarto notabili num, 22. ) 11 che
ferve per U il redo detto di fopra^eflTendo anche di quella tenace, e
continuata memoria appreflo tutto il Popolo. 3 C 1. Seguendo ancor io l'antica
memoria della Repubblica, e di Sd tutto il Popolo, ricevuta ancora da quelli
che non fcrìvono punto della vittoria centra Tlmperadore; i quali dicono che
Papa AlelTandro concede le infegne le quali porta la SerenifUma Signoria in
cerimonia; dico eder ringoiar argomento di quanto i Venezianì hanno operato per
lui, e per la Sedia Apodolica; perchè quelle infegne fono le itede che
portavano gli Inmeradori Orientali, come fi può veder nel Curopalata, ( de
official'thus Palatii Cenft. ] come altrove pienamente abbiamo dimodrato. Quedo
dichiara che la Repubblica predaiTe l’uffizio d’Imperadore nel difender Santa
Chiefa; che è proprio di chi ottien l* Imperio di effer fuo Avvocato, c difenfore.
f c. vmerahileM^, tm. é, fot. }ó 6. ) onde dicono mem» nudifar i Ttgulis.
j»TÌS,, Qiuncp all'ofinion di Giovan Andrea, sii che gli altri (i fondano,
l’addizipna. l’Abba^ nel. detto capitolo aun inflmtis, e dice „ Std ofonte, io,
jladrets femit oppa/imm, dnm dkit Regem „ frtmit ex frivilfgia jifeflolm mw»
pojfe McemnmKrori 4 borni„ »e, mn à cmooxe^^ Scrivono di pib i Dottori Francefi
efleie ftato pi^, dichiarato, che ta\ pivilegio li elienda ancor uli Uflìziali,
five Magiftrari delKegno; perchè il privilegio cancello al Padrone comprende
anche la ina famiglia.- ( r. ecdtfìa i%. p. a. glof. in c, etniconun 1 1. tf.
I. re/»», lo, Rerctd. de /'«r. Cf prèvi/, Reg. Frane, m. p. Cero!. Degroffal.
Regalium Francia d. verf. marna /»» §. hmc ejiy et fcemdo (T allegata per
Prohan in addit. ad lo. Monacò, in c._ ne aiiqm de pnvil. in 6. ) \e quali cofe
s'intendono qui introdotte remiffive con tutte le loro oppolizioni, eccezioni,
c intelletti^ ^ «flèndo Hata bm una tal concdCone fuori delle tegole (di
ragione, fi cavi argomento y efler giandillitno il merito ^Ua Kepnbhlica/ che
vicino a ^ue' tempi fu combatter, e vincer in difela della Sede AppollqIjEa. Mi
refian certi altri argomenti, i quali lin fin del prefente difeorfo^ pe-r
finiilo in ricreazione, ho deliberaro riferbare; e dirò le (eguenti cofe,
traponcndole come intercalari. Abbiamo vide tante pruove tratte da memorie
pubbliche di marmi, di pitture, da Croniche, da Storie fcritte dagli Autori di
quei tempo, e da’ vicini, e da tanti altri poderi, che han lor creduto.- oltra
di ciò, da tanti altri argomenti neceUàrf, ficchè a Roma, nella fala Regia fc
ne è filtra pubblica atteftazione. Non è però da prender maraviglia, che vi
fieno così arditi, che la vogliono impugnare,' perche iìnahè vi farh Sannaflb
al mondo, vi faranno miriti di 'contraddizione, che a vele piene urteranno, ed
opporrano alla vcrià, come le tenebre s'agitano alla luce. Chi a P7CÌÒ
guardafle, non leggerebbe mai Storia, fe non a ragion di Romanzi. Volendo il
mondo anche neHe azioni palfiite de'miferl mortali aver mano con innalzarle,
abbaflarle,ed a fuo arbitrio anche annoiarle, e come alle cofe future, non
lafciarvi verith determinata. „ aidee mìnima ( dice Tacito IH, j. ) „ tfanfue
amiigaa funt, dam ali/ quoque, ntode audiea pre corrtpertis baione/ ali/ vera,,
«I! eentrarium vertunt, et gUfeit utnmque pmfieritaee. Cicerone nel Bruto
imbrutta tutte le Storie Romane, dove dice.',, multa ferij, pta funt in eh
quafaSa non funt ; fatji triumpbi plures confulatus,, genera ttìam falf‘y Arar
beinngegnoj vpol moArar Dion Grildftomo, che Troia non lìa lUta iprela, contra
la fama impennata da tahtt Scrittori, e anche dalle noAre leggi: {Lverbum in
fi, ff, deverb,fign,Bórbat,m t rubr.deptobat.»u,29,) yoXgzxvttA'^cìst il
detto'dì Paufania, e di > Licofìone, che Penelope non fìa fiata pudica': -1
• • I i che ferfe non fi pub leggere, dicendo di quelli libri i facri Canoni.-
„JùigfJari ctuelt intRtr „ mau Enlejia «m Icguntiir, emm qi$i firiffirttìouitiA
PeNiTua IcNoaANTUa.^ c, fanH» ^ item gefla fanHorum diji, 15. ) dove la gioia,
e l’Arcidiacono dichiarano, che apocrifo fia quei libro nt/M mmen >gnm»r*r,
I libti che non hanno il titolo del .nome loi dell’ Autore non hanno credito,
perchè pub avvenire che l'ABtòre lo abbia lafciato, per non aver obbligo di
difender )• cofe che vi narra ; cosi fcrive S. Girolamo in una fua pillola ( t4
Evopnm 1x1, j, fui, jg. cosi fcrivono i Canonilli ( /e. jiaJr. ia Diut. Iti. 6.
max, a}, vaf, qumui quando id agii, ) Titolo, fecondo i Grammatici, vien detto
a tiùndc; onde un libro lenza titolo viene a dir lenza difelà, che ne abbia a
far l’Autore, tolto il traslato da’foldati, che fi chiamano Thuiiy quafi nndi,
quad fatriam auartntur: ( Feflus, et Bhmdus mumfbanth Rema Hi. 6, a* Ulpiam {
ait ) da militari teftamtn. ) ed è pallàto in comun parlare, che, riptovandofi
un libro, febben fi sh l'autore, non ne avendo il nome, fi dice, che è fenza
titolo, e cosi fenza autorità. ( Aueraet Hi, 4, phffic, nmm, 15. Baccachu in
quarta ditta Decameranis in princ. ^ allegra in liiro nofiro; da aiuSoritattf
Ò" Judic'tB paitorum tit, da liiris legati!. ) Dove un’Autore non volendo
loilentar le cofe ch’egli nana, cab non pub lare un’altro; loacome quando uno
rinunzia ad una lite occorla ibpra la fede di fuo illrumento, il qual fi
prefume che abbia confellàto che poflà eflèr fallo, non può egli, nè altri mai
ularlo: ( t. peftaquam liti C, da pad, (T t. }. C. da fide injhrum, Barèat.
eanf iz. illud ififtram nu. g. voi. 4. ) di modo che, fe l’ Autor non ha voluto
metter il nome, per non aver obbligo a foUentare le cofe che dice de i fatti di
Papa Aleflàndro, per la incertezza che ne ha di effe, manco lo può far
l’Avverlàrio. Le Oeffe oppofizioni ha Romualdo, perchè, ora ufeendo in luce,
non ha ufo di effergli creduto; e non ha opera pubblica, come a’ è detto, che
(t gli confórmi; nè farh che fe gli creda, febben dica effer flato prefente;
perche chi finge un mendacio di un libro, finge anche il nome di Autore che fia
flato prefente; lo conferma lo fleffoAvvertarìo in altra materia; Falieas oanas
fiarent „ impofloret, fi e* falfo tantum fuper pafite titula quad cupereut fra„
batum iaberent { tam. iz. fui anna ligi. fai. 535. ) Però non fi 103 legge il
Vangelo di Nicodemo, nè gli altri con nome di quelli che fono flati prefenti,
di Taddeo, Tommafo, Barnaba, &utolommeo, Andrea; perchè, non fi avendo
certezza che fieno flati feticci da elfi, come apocrifi, non hanno acquiflato
fede; anzi fon rigettati da fama Chiefà. ( O. jbgufiin. da confenfu Evangelifl.
Ili. t. cap, I. et d. cap. Romana. §, item Cbranicam. Candì. Trident. feff. 4.
in prineip. cum cancardantis iU. Cardia. Bateaius tam, I, fui anno 44. fai,
Z34. ) E fe il libro è di Romualdo, dove è fede che fedelmente Ila flato
copiato; che non vi fia fla104 to aggiunto, o diverfificatoè Ma come fminuito
fia, lo ftefio Avverfario il conferma; che di due copie, una trovau, dice,
nella Libreria Vaticana, l’ altra a Salerno, ( fai. 444. nwr. iz, ) » in. Cadi
3i8 allegazione Ctniice LMgobarào Sakmhano ^ ubi àtfinit,, Impbrfectb, ftcut ^
tùem idem S. Pem-codex eft Imperfectus : cd altrove ( eod, » fol. 7^0. )
collarus cum codice S* Peni in Vaticano Haud inteGRÒ, SBD FiKE CARENTE* Abbiamo
in jure che le cofe imperfette fi hanno per nulle/ ( /. cum Sillejanum, C. de
iis quibus pt indign, per Canones concordantes ibi, Cravet. de antiqu. tem~
'fot, p. 3* wr[, vidimuf. num.Ji. troBat, ìom.i'p, fol. iqp. Menocb, confai,
/uris num. 13.) pcrlochè concludono. „ Imperia autem,, infirwnenta
inflrumentorum nomen non retinent ob id in publicam,, Jormam bevati ^ Ù"
redigi non poffunt ! onde fe quello libro era 1053! tempo del Volaterano nella
Ebrerìa Vaticana da lui, come afferma, maneggiata, meritamente, e fanamente ha
fatto a non hCr tener alcun conto, avendo ferino in altra forma, come lo
abbiamo allegato fopra, al numero 42. Non ne hanno manco tenuto conio i
Cardinali della Congregazione lotto Pio IV. che non abbiano perfaafo il Papa a
far la iferizione di tale Storia nella Sala Regia; còme non hanno tenuto conto
del libro degli Atti di Papa AlefTandro. loò Sb bene il Cardinal Baronio come
riufeirebbono i Tuoi volumi de gli Annali, fe vi mancadè il fine di alcuni
tomi, dove tante volte con appendici muta, e rimuta, aggiunge, e ridice quanto
per avanti aveva detto, ed ingenuamente confeflTa Terrore. „ A priore fententìa
recedere^ ^ et qm firmiter pabiliijfe vi„ debaty re&aHare minimi diffidam.
£ pih oltre.,, Re autem vi» gdantiffimo fiudio exaBius pervefiigatay atque
attentius difqui/tta a „ priore fententia volensj tibenfque difeendens ^ in eam
potius vento, „ quam verteas perfnadet. ^ (Annoi, tom.j. fol. Sé.) Se il libro
non ioffe Siterò, e vi mancafle quella pane, e quella delle appendici, fi
direbbe che T Autore aveflc una opùiiono, k qual avendola retrattata, non ebbe
per vera. 107 Nel margine che vi è meffó al teAo di Romualdo citato
da-llAvverkrìo ( fol. 444. ) fi dice „ incìpiendo ab illh verbis’. in hoc,,
eapitulo Fodericus Jmporator^ ò'c. ufque ad illa verbo; Eccl/fationes „ Solit.
f. in figao Virginisì ^ le quali parole però fi è Icordato di porm; o che fi è
Icordato di levar dal margine; non avendole polle nel tallo / forfè per non
levar la fede all’ Autore, il qual pare attefii che fia in quel tempo fucceduto
Eccliffi del Sole nel legno della Vergine; il che è fallo; perchè per quanto fi
ha dal Calcola Allronomico non fon fuccefii tali Ecclifli, nè fucceder
potevano, non fervendo alcun dei nodi a quel fogno. Secondo i Compuùlli del 1
177. furono due Ecclifiì della Luna ^ il primo fu nel di 2Ò. d’ Aprile, T altro
a’ tp. d’ Ottobre : Ecclifli del Sole non fu fe non del iiSo. a’aS. di Gennajo,
c del 1181. a1 3.' di Loglio ; nel qual tempo il Sol non poteva elTer in
Vergine : di che TAvverfario, forfè avvifato, non ha polle le parole del teflo
promefle nel margine. £* vero che fcritte le fuddecte cole, mi è occorfo veder
d'un EcclifG accaduto in quellanno 1177* nel di 8. Settembre, prdfo Vincenzo
Belvacenfe nello Speculo lllorkie lib. 2p. cap. ar* ma quello appunto ci pone
il fofpetto, che il detto Autor Romualdo, feguendo l'error del Belva Selvtcenfc
in queftn Tua Cranici, fìa autor |»fteriore al 1144. Ca dove ó:rifle il
Bcivacenfe, e non prefente al fucceOb del 1177. come vuoi r Avverlario, Della
^ual falfià di Ecclillì non avendo veduto il tello di Romualdo, le non quanto
fcrive l’ Avverbrio nel margine non fò alKduiamente fondamento fino che non lo
vegga. Ora quelli Autori dicoaa che Papa Aleflàndra venilTe trionfante con
tredici galee mandategli dal Rè di Sicilia, cosi negano che avefle bifogno
dell'.ajuto de' Veneziani, per vincer Federigo, che gih era vinto, e ne
ricluedefié la pace ; e vogliono far . mentir gli altri, che venilTo. profugo,
e di nafcoHo; che fcoperto poi, la Repubblica toglieflè la Tua difefa, e ne
feguiflero le cofe prenarrate. Qui laicio di confideiar le flat^ite, che dicono
in numero aflai dove, dato che detti Autori fodero ftnza quelle mende che li
modrano mendaci, e fenza credito, è in obbligo chi vuol por loro penderò, e
tener conto d’adopnr le regole leloSgali, che infegnano quello G ha a bre,
quando vi' fono tefti. monj difeordi, per fuggir la bIGth di efli, per
rifolverd come G abbi a credere. Se trattano di atti iterabili, la contrarietà
fa che ft abbia a prefumere eder lùccedi più d' una volta.- ( ri t»» ( 14. de ttflH, et lèi
glaf. 0 ~ omnes ScrHe4U(i et m cap. m prafen(ia de proiat. Bar. (rriit, de ta/tii,
coi, 1. jirtr, m fi 4»ima in p, Ittliu. dt efl». Ancbm. cm[, J35. /iree primt,
imm. t, Frane, Care. tir. eod. p. 7. nam. 1^6. varf. ftcmi& rtdncrauar.
Fot, Ant. pietra de fideicammifi. 4. ta. Nkelatts Lejènt, de ttjì 'ti, verf.
eenfequttuer traS. rem.4. fol. Z37. dove G dico in torminis : Conetr. datar
ficnt Bvangelifta, juiM quei dkitnr difihtgue ttntptra, et rencardaiis
Scrtpttlras^ ite tttagii ahfervandttt» tttea dherfitatem Hifiericomm
Ctrtmograpiemm. Quella Dottrina Circa gl' Evangelìdi
infegnb Sant'Agodino molto avanti, de Certfenfu EvartgeUftarttm IH. a. cap. 50.
oper. Toiei. 4. fot. 153. Sk nii fintile invenittr fatìttm a Dwnioe, qnaà in
aliqne alteri Evongellfia ita eepttgrtare videtmr, ttt emnhii pdvi tiett
pefftty triiil alind intelligittir, quam utrttmqtte faÉhm ejftj et alittd ab
alio eonotterrteratttrH ^e. Cosi G dee far degl' altri Storici ; cosi doveva
far l'Avverfario nel cafo di Papa AlelTandn) : il che non avendo egli fatto, lo
faranno gl' altri, dando loro ampia materia, e teftìmonio i proprj Avvefarj.
lop I Nollri affermano che Papa Alelfandro. venilTe incognito a Venezia avanti
la Vittoria, la qual fia fuccedà del ityó. e Tanno feguente feguide la pace ;
cosi lo atteftano anche i Foreflieri Beat. Anton. Hiftorico par. 2. eie. 17.
Cap. i. §. io. Polater. IH. az. /e/. 234. Coritts par.i. fot. 51. La venuta
poi, dicono, colle Galee del Rè di Sicilia fu del 1177. cioè nell'anno che fi
fece h pacecosi per li fuoi Autori Tanefta T Avverfario l. D. Tiem. 12. pH anno
1177. Jot. 430. Gli Storici dunque, parlando di due anni dillinti, danno all'
Avverbrio obbligo di dire che due Geno fiate le venate del Pontefice; una
quando venne incognito, dove dimoraffe finché la Vittoria Giccelfe contro
Federigo, ed il trattamento, e la conclufion delb Pace lo aflìcuralfe cb
potefie andar libe lamente ninente dove pI 2 ì gli piacefle, poi dovendo venir
Federigo ad umtliarA a’ Tuoi piedi a Venezia, il Papa venire la feconda volu
trionfante con tredici Galee del Rè di Sicilia.* non oftante dunGue r improperio,
e la oppofizione che hanno gli Storici addotti dall' Avverfario, concedendo
ancora che integri fieno, punto non contraddirebbero alli nodri, quando
l’Avverlìario ha un obbligo di credere, e dire, cóme infegna Sant'AgoiUno,
Ihrumqut faHum ffffy Cr aytud alio omijfum. Stante le quali cofe, febbene
allora per opera de' Veneziani fu levato quel fcifma, e conoiciuto il vece
Pontefice, ed ottenuta la pace, ben farebbe conveniente ^n• cera che da qui
folle levato Io fcifma trb gli Storici, e fermata concordia trb e0i; fofle
conofeiuta la veritb certa di quanto apprclTo la Sede Appoftolica nella Sala
Regia, e nella Regia del Maggior Conlìglio in Venezia è confermato. Alle
predette cofe s'aggiunge per argomento più rìfervato, che fi cava dal
veribmile, prova efficace, cera, econcludentene'Giudizj con che f( fanno le
X^^i> e fi dlfinilcono i Litìgj, come fi ten« ga per vero quel che e
verifimile. jfUcgtt. per lìipolit, im tvè. dt pnéét» num* lo8. et fea, Tiraq,
in ptxfat, /. fi unquam «m. 37* et ftqq. C. de revoc» aonats 0 “ Mafcard, de
pnbar, eencl. 1402. verijimiiie$tdù in prinàp, 0 nu^ 22. 0 feq, Parfan, de
probat. lib, I, Cép. 8. 20. 0 fca*
Mandof. in - regul. Camelb, in prafat» per $ 9 fum lat^ Card, Tufil, pad.
Cenci, in verb, verifimHe quid fit 9 M. 0 feq. tom^ 8. fel, 375. Chi dià che un Vafcello travagliato da grave tempefia
di Mare, o da perfecuzion de'Corlàrì, non fi fia ridotto in Porto ficuIO, che
gli fia vicino ogn* altra pendice, minacciando cattivici, e storte? £ dove Papa
Aleflaodro, per afficurarfi andò? prima raccontano: Pimijffe Lateranenji
Pélatio^ ad tutor domet ìb^ngipanas ad Ciftemam Neronis, m qua latuit Nna
fi*giem Rotnanos infequentes metu ab Urbe fugam, medhantem Cuglielmui Rea fuis
Trf temibuky e Terracina in Franciam deduxit^ poftea Francia y 0 Anglia Regum
Conjtlio Remam. Ex, Ottene Fringenfi
de rebus geflis F rider, lib. X. cap, 66. Tbom, Favelli de rebus Skulis dee. 2.
Uh. 7. fot. 410. 0 ex olieg. per Baren, D. Tbom. li. fd. 342. Di modo che è verifimile, e coti fi dee tener por
vero quel che ferive Obon Ravennate.- Defperaiis rebus Vtltelmiy ad tamos
Friderki Exercitus vires imbccillas fuadebanty ne illi falutem fuam facile
erederefy PrefeBionem in Cahiam ut rnanimumy 0 qui prater fuga di^ verrkulumy
nibil ei adverfus Friderkum praft intra effe damnabaty Venetam Chitatem liberam
y 0 oh id minimi fufpeBam, quam ifem amicam potius, 0 fuarum partiunt fuifse
cognoverat maxuni ad eumdum probabat. Chi può dunque in quella difperazidn di
cofe non credere ehegli fi lift ridotto a Venezia, la qual Iddio, in vece delle
Ciith di rifugio concefib al fuo popolo, ha fatta riforger per falvezza
l'Italia contra il furor de’Barbari? Per lo che Leon IX. fuo PredecelTore, vi
fi trasferì perfeguitato da* Greci, e da' Normanni, dove fono cacciati tanti
altri Principi da' loro fiati iòccorfi, e ne hanno ricevuta tanta confoUiiooe
nelle efireme loro miferte, che han Digilized by Google DEL FRANGIPANE. 311
tanno confelTaro non aver più defìderio nè della Pairia, nè del perduto
Principiato SM. dee. 3. li. i. pag. 152. ne fuona la Tromba per tutto il Mondo.
I nodri Giurc-Confulti, benché efteri, di lei dicono ; Urie prtelariffima,
deevs. fplnidm eeiius Italia, v'trntihts, divitiis, ac Religione ornata,
Paradifus delitiarum'. Bald. conf. 41 1. qu'tdam man. 2. voi. 4. Carnati, conf.
72. de fare Col. }. Menoei. conf. 75. tac /am dici nam. yS. Jaf in l. fi
Infalam nam. y. ff. de veri, oiligat. Gomef. li. ft faerat tnjlit. de aHion.
Kevii^n. Iti. 5. nam. jy, Catelian. Crfia Memorai, in Veri. Fenetis. Tomai
Deplovat. in Mditio ad Cepoltam de fervit. raflic. prad, e. 16. Mandof reg. 1
3. qu. 6. in fine Pietro Antonio Petra de Principe Cap. 3. qa. 4. nam. 34, Ai
quali fi aggiunge Pietro Bellino Configlicr del Serenilfimo Emanuello Duca di
Savoja nel fuo trattato de re milit. lit. 5. i» princ. traCl. tom. tS. fol.
335. Il quale cosi dice, Urne Uriem Novam Romam dixie Falgofas, et Commanem
Patriam vocat Cama, eamque, et noi non immeriii calme n, et decui Italia
dieemas, ehm fola, nel exorieni conira Bariaricaa Gemei, et rapin.ti, er
vifiationei tatiffimam praiuerit llalii refitgium, folaqae tedia halicam
liiereatem, tr dignhatem confervet, et taeaiar. Il Petrarca che godeva lo
ftefeo rifugio. Seniliam, hi. 4. Epiti. 4. Aagaflilfitma Fenelianim (Iris, qaa
ana todie liiettatii, ac pacii, et tifiiHa Domai e fi, anam ioaorum refugiam,
ama Portai, qaem IM vivere capientiam, tjirannitii andiqaeiellicii tempefiaiiim
ipuafia rate: pelane, Urli, aari divei, fed ditior pradentia, poiens opiiai,
fid vinate poteniior; folidii fandata marmor Hai, fed filidiori eiiam
fand.imento Civili! concordia fiaiilita, falfit einSa fiaàiiat, fed falfioriita
tata Confila! tee. Onde Sabba Calliglionc ne’fuoi ricordi num. 114. dice,
Fenexia bonor, repataxion, ed ornamento dell afflitta, e fconfolata IiÀia : per
la Cai confcrvaxione ogni iaon Italiano dovreiie pregar noftro Signor Iddio. E
certo a me pare mirabile b continua conlervazione della prima liberti fino
a’prefenti tempi, e per Mar, e per Terra, in Levante, e Ponente, col Senno, e
colle Mani valorofamente confervata, mantenuta, e direfa, cosi poITiamo fperare
in Dio che fi confervi per l’avvenire di bene in meglio per la vera Giu.
flizia, per la Religione, pel cattolico Culto di Dio, e per le opere pie, e
fante, ch’in queUa abbondano ad onor e fervizio di noftro Signor GESIT CRISTO;
Onde in modo di profezia è introdotto a parlar l’Angelo neU'Italia ìibettu da
Gin; Giorgio Trifin. Hi. y. Mira qaetla Cini, ci' a mexpep alt acque Sorge
tri'l Sde, t Adige, e la Brenta I^uella è Fenexia gloria del Terrena Italico, e
Rifagio delle genti Dalla Sevi-gia' Barbara percoffe. $mfla Regina è di late'
il Mare Specchio di liberti. Madre di fede. Albergo di Giuflixia, e di qaiere.
Le cui virtìt fempre faranno eccelfe. Ed ampie in ogni fan futura etade. Però
la fama che con fimili Trombe fuona poteva invitar Papa Aleffandro ad aver quel
ricorfo, coU'cfcmpio de’ fuoi Predcceffori, cb’ Tomo II. Ss ebbero foccorfo, e
difesa coatra i Perfeemorì loro, e di Santa Chìcla Lo dovea fpcztalmente
inanimar il cafo di CregorÌ0 //. qoaB fìmiquando JUcn Impttudort^ eiTendofi
meflTo aD’imprcfa di diflruggef« tucte k Santi Immagini della CriHianit^ far
ciò oOinatamente ne lo richiele; qual villo che il Papa non volle, come non
poteva ubbidirlo, richiefe il PuceOrfo, cd i| Popolo di Venezia, o a dargli in
man il Pontefìce, 0 che Tainmazzairero; arditamente gli rifpolero quel che è
regiurato da Bernardo Giudiniano nella Tua Storia al Libro X. Refponftan iis
magno animo advertero po$utJfc quanto femper fiudio^ et bonort omnU bus
ttmporibui Imptraroriam enolZcrcMa/eJlatem : maximb ramtn nowjjima Ravenna
Urbis retfptione ^ non verim in corum gratiam Regem amiÒ" ficderatitm
belìo ìacefeere : efse tamen ita a Majoribns injìitur rum, Ht ubi de
facrofanbia agatnr Religiotte Romanee Ecclejùe /aiuti y Cr bonari mtllo modo
dejint, rum omnipottnti DeOy porìus quam tdli mortaliwn fit partndum, Jraqtte
Romanum Pontificem non daferturos» Ma farh meglio feguitar il fatto con quel
che regi&ra, e diceda fe per meraviglia il Cardinal Baroinio. Sub amo 7 ad.
num. 37. tom, p. fol, 18. perrmti Venetiarum Esttreitus jujjioni Impcratorit re
Jiituerunt \ Ijla ingenti prsjìantique animo Veneti Tkef terra y marique
protrimi ejsenf Imperatori, a quo deieri timere ponti ffettt, fi adbuc viribus
y adeò fortes prò Ponti/ce certamen èrme adveìfia ipfum atiquo modo
prafumerenty fed ubi de Religione feient effe certamen y eun 3 a ei pojì
babenda nterith cen/uerunt. Indi ne ebbero tal gloria che contrariando^
airimpieib deU’Imperadere, ne riportarono trionfo, ch*ad onta fua hanno fabbricata
la Chiefa di San Marco carica di Santi Immagini didentro, e di fuori ùi
(cultura di Marmo, d’oro, e d’ Argento, di Bronzo, di Molaico, nel letto, nelle
Pareti, nelle Colonne (ino nel Pavimento, ma pròpor7Ìonatamefite collocandone.
£d ivi contro la Pazza erefta deH'lmperador Iconomaco, che alTeriva ciò effèr
Idolatria, fcrifle in Molaici verfo la Canonica. Nam Deus efi quod Imago docety
non Deus ipfaHanc videaSy fed mente calasyquod cernii in ipfa. Chi è quello
dunque, che avvuta un ardentilTtroa, e mortale febbre, fie tic rìlànato per
opera d’un fuo valorolo Medico amorevole, cd affezionato, che trovandofi con
gli flefli fegni, e parofilmi, non torni allo deflb Medico come certo di
liberarfi. Però la Chiefa cd il Papa liberato dalla pcrlecntion d'un empio
Imperadore per opera deVeneziani; chi dir^, che tornatagli li lleflì travagli
non Ha ricorfo alli HelTi, 0 incognito per llar Ccuro; o feoperto per efler
difefo? Certo il vcrillìmilc, c la prelunzione è per raffermativa ; perche
dalle cofe pallate, ft conofeono le prefenti, C. mandata C.Scriban, de prO'
fumpt, Menocb. eod. lib, i. prafump. 24. ir». 8. La Storta dt Papa Gregorio
certamente vera lo fcrive il Bibliotecario allegato, e feguito dal Cardinal
Baronio è regillrata nel Pontibcal Tom. i.conf. 410. è Icritta parimenti da
Paolo Diacono nella Storia de’ Longobardi nel Libro 6. Cap. 4p. Se quella di
Papa AIclTandro non foffe fiata vera, nè la Sede Apollolica 1 avrebbe fatta
dipingere, nè i Veneziani lafciando quella ^ Gregorio vera, e^ tanta gloria;
Ufquequb gravi cordcy ut quid iiligitis vanitatemy et quaritis mendaciumì
Pfalm. 4. perchè giufla il proverbio, ]!le matici in favor di Papa Onorio,
dice, cbe acquiilarono dal Papa titolo di Repubblica. CrilHaninima, e di
Dominio ampio per Terra, e per Mare, perchè Nallum kommt mtpouneratum Tom, 5.
fub tmM 6^0, n, 17. fol. 6i%, to, p. fub an. yi6, ». 37. fui. 58, quedo fi vede
conlcguito fobico dopo la vittoria conF^erigo, e meìlb in fedia Papa
Ai^lTandro, perchè oiiracolofamente la Repubblica collegata co’Francefi, fece
l'acquida dell'Imperio d’Oriente, che di fopra al numer. 78. abbiamo narrato, e
poi fempre piò crebbe. i Il trionfo, e fine quando il Papa milè il piè fui
collo di Federi' go, e figillò la pace, fu adì 24. Luglio la ;VigiLia di San
Jacopo come dicemmo del 1177. dall’ ora in poi il Signor Iddio G è compiaciuto
di donare diverfe grazie, ed allegrezze immenfe alla Repubblica fino ad oggi
giorno nel detto Mefe, che ben d^ fegno in rìcompenia di quanto merito 6a. Per
avanti il Mefe di Luglio era infaudo a’ Romani, ed aH’Italia per li sfortunati
avvenimenti, cbe loro intervenivano, e par che ave^e principio da peccato di
Religione; per lo che alcuni Politici, e Qiure^Ionfulti, pcrGufi della Dottrina
di Platone ofTervato che certi cafi G trovavano iterati quafi all'idefib tempo,
differo, che era un Orcuito di proportion armonica cbe girava, e giunto alle
corde dello deflb numero iterade lo deffo tener di cole, come nel Corpo umano,
quando è infermo per lo perìodo degli umori fi fanno le crifi nelli giorni
decretor), e l’altre alterazioni negli anni climaterici, allegar, per Valentin.
Forjlerum de hifi, /ut, civiUs, ì. i. in prin^ cip, frati, tom. 1 fol. 25. AUi
II. di Luglio i Romani ebbero due rotte d’Eferciti in diverfi tempi cioè f
Alienfcy c la Gremercnfey però quel di fu chiamato ni j^uJÌOy ni infauflo Corm
Tacir. tib, 18. Tir, Uvitn dee. r. Uh, 6, Macrob. Satttrnal. l, I. c, 16. alti
II. Nacque Giulio Cefare che diè nome al Mefe prodigiofamente ufeito a guifà
diferpe, tagliato il ventre della Madre, e ne fegui con tanta uccifione
ledinzion della liberti della Patria, della qual ben dide il Voicì. ^ Socerque
y Gener, que perdidijii omnia. Succederò poi a dominarla i Tiberjy i Cajy i
Nereaiy e tanti altri ferpi. AUi ip» cominciò Tincendio in Roma, comandato come
alcuni vogliono da Nerone che tutta Tarfe.’ nel qual giorno per avanti da Calli
Senoni fu prefa, et abbruciata. Tacitò Tib. 15, AUi X. Tito, non valfe ad
impedire che a fuo difpetto i fuoi Soldati non abbruciadero il Tempio di
GeruQUcoime, abbruciato la prìma volta da Nabucodonofor nelb dedb giorno, che
fu il decimo del Mele quinto, che appredb i Latini è il LugUo, però detto tilcy
ma comandofi perKaIende,che retrocedendo, principiano a'feoici, fi chiama
Agodo, il qual giorno per^edi incend) Giufeppo chiama Tomo il. Ss 2 fa 3^4
ALLEGAZIONE &ulc, e cadetcbbc a'i5> Coà lì Calva quel che dice San
Girolamo Copra Zaccheria S. Tt/mfumpùvi i» r. jciimmm àifi. Jcfcpbo Je itilo
Juào'uo Hi. 7> e. e dove in. tal giorno per meilizia era inftiruto U diurno.
In contrario qu^ lì celebta la feda di San JacopO in Rialto, quella Chiefa la
qual la Cùtìi volle che foflc prima Pietra, e fondameto della dia
foodazionequando ottenne grazia Cubito Catto voto, che li eflingueflè rincendio
appiccato, che di giìi abbruciate 14, Cale era per abbruciaala tutta; così
avendo colle Cue Celici armi ottenuto che d edinguelCe l' incendio di tanta
guerra con Federigo che affligeva la Chiefa, e cenCumava tutta l’Italia. Quel
MeCe dall’ora in quh Dio condituì che folTe tempo di dar la paga a' tuoi
Soldati benemeriti, perchi in elfo Ce che la RepubUica conùnciaOc a far il
predetto aoquido, prima col romper l’armata dell’ fmptsadore nello AelTo Areno
di Collaniinopoli, e dopo affediata, e prcià la Citth, fugato il Tiranno
AlelTio, col rimetter in ie^ liàccio, ed AleOio, fuo h^Iiuolo, i quali Cubito
uccili da Marcilo occupò, la feconda volta V Imperio, dico la Città, e l'
Impcrio ; non ancora partito 1’ Efercito nè 1’ armata dalle mura, uccifo
Marcirò, a lui rimafe la Grecia; del qual primo acquiflo, fcrive Niceta.
Aniwlium Lii. 3. Col. i a. fri, 177. ABom toc tfi Menfe JuHo onno lyii. che
rifponde all’anno del Signore izol. cioè anni 24. dopo la detta imprela; l’anno
feguente fu poi il total acquiAo : la qual’imprefa ora^i man di Jacopo Palma
rendè fplendida la fua arte colla Pittura nella Sàia del maggior Configlio a
dirimpetto deH'imprefa fatta per Papa Alefiandro, quafi due partite de’ libri
de Conti aU’incontro di dare, e d’avere. Dalla Morte di CriAo lino aU’imprefa,
e diAruzione di Gerufalemme, che fcgu'i per vendetta, pallarono anni quaranta,
e qui 24. Coli, volendo il Signor eAer affai piò preAo alla rimunerazione, eh’
alla pena, dove Eufebio In Cronico confiderando il tempo della PaCqua, nel
quale per quella imprefa fei cento mila Ebrei furono uocifi, ne cava argomento
che ciò Iblfe per divina vendetta dal fegno del tempo, come intendiamo ora di
far ancora noi, e dice, Oportliif onim iifilcm ditha Pojcbtt coi mterfei in
quihn Solvotorem crutifxcnmt. Però nel Mefedi Luglio la Città feAeggia per
diverfi altri feliciffiini avvenimenti, come per avanti forfè per altre fimili
caufe leinteivenivano il dì di San Pietro. Nel primo celebra la feAa di San
Marziale per tre Vittorie da lei in diverfi tempi in detto giorno ottenute; Al
che fi aggiunge che nello Aeffo giorno il Doge Andrea Contarini fi refe a
Chiozza trionfiinte per la vittoria contra Genovefi narrata di fopra al num.
15. Contra gli Aefli alli 22. fi conclufe la Capitolazione, e pace con tanto
onore, ed acquiAo della Repubblica, che ancor fi celebra per memoria di
allegrezza pubblica la fella di Santa Maria Maddalena. Alli 6. fucceffe il
fatto d'arme al Taro, nel quale il Rèdi Francia ricevè così buon accordo, che
fuggito per voto, come riferifee il Guicciardini Hi. z. cor. jg. e sbigottito
da queir angofeia, gli feappò la voglia di fapct dove piò fbAe l'Italia,
intento all'ora folamente al Digitized by Google DEL FRANGIPANE. 32^ ai pafTàr
avanti nonvolendo^mtender più pratica alcuna, con celeritk fegultanda il Tuo
cammino, levandofi aguifa di vinto fcnzafaonar la Tromba* Gmcciard. lib, 3.
car^ 5p. e 6 p. ed ivi queirifteflb giorno cominciò a ceder forzatamente i
luoghi che teneva confederati della Repubblica richiel^ill dalli Provediiori
Veneti nella rifpofU data al fuo Araldo quando richiefe U paiTo, Bentbus Hb. 2.
cor. 44. j 4 lexanà, in diario ejuuUm belli y Jov/uilib» 2. car. 8^ per chè
all’ ora angoTciato a difender la propria perfona più colla ferocia del fuo
Cavallo, e colle orazioni,che da* fuoi eHèndo. anche eflì occupati nel difender
la Tua,, cosi che io avevano abbandonato, non potè mandar come doveva la gente
fui Genovefe,. però ufcita Tarmata di Genova,, prefo fenza difllcoltk il Borgo
di Rapallo col prefidio de* Francelì che lo teneva, e prefa l'Armata loro che
ritirata in quel Golfo di li a poco il Rè Ferdinando ricuperò il Regno di
Napoli, ed il Duca di Milano Novara : pel qual fine la Repubblica s’armò e
combattè, ed avendolo ottenuto da Dio, ne vicn aver avuta la vittoria all’ora
felice per T Italia, colla ricuperazione della ricca, e gro 0 a preda, che
dalla mifera Italia, fpoglìata in Francia gloriofi riportavano. Allt 17. che fi
fece appunto U primo acquilo di CofianttnopoU y come di fopra al num. I20. fi
fcfieggia la memoria di Sanu Marina, perchè in quel giorno fcrive il Bembo, fi
fece Tacquifio diPadova due volte, ma la feconda Dio fece, che ficcome era d^
di Santa Marina foflc luce di Stella Marina per ralTèrenar le tenebre della
Repubblica, in mezzo della fiera tempefia della Lega di Cambra;, fopra che dice
la Parte prefa nel Sereninimo Senato per folennizzare detta Fella 1712. Die XXK
Junij fide prhtcipiam Uberationis a eonventu maiignanìium y CT a fmcibus
inimìcontm nojlrcrmn y Civi^ fas Padiue non bumana opv, aut ConJUtOy fed^
Divino auxilio fiiir cuperatay t per dame qualche argomento, e fcgnodicc, In
cuyasetimt T'empio tppcnfn ClavesÒ" Sigillo Civitatit fitb feptdcro
Serenifs. Dtteis D.Miibaei ’hSfeno in monwmntum prim^ %pfiu% acquifmonis,
Quello giorno fu principio tale, che da indila Repubblica ricuperò tutto il fuo
Stato, cho aveva perduto, c ciò con tanta gloria., che il Guicciardini dice
/i^.4r. 327. Con ejini Icp^ieriy e poco dwrabili fi terminarono i movirnertm ti
dell armi fen- 3 ^ utilità y ma non ferrea ignominia del nome di Cefore, e con
accrtfeimento della riputatone de' yenezi^*** 9 ^be a ff aitati dagli Eferciti
di CefarCy e del Rè di Francia mantenejjero alla fine le medefimt forze, ed il
medefimo Dominio, Indi alTottava, che è la Vigilia di San Jacopo. Renzg da Ceri
ufcico da Crema prefe Cafiiglione, e menò prigione Ì 1 Capitano, che Io teneva,
e iubito prete Lodiy c confegnollo a’ Collegati. Aleman. Tinus in Hifi,
Erement, lib, 8. AlU 2p. di Luglio del 1523. fu fatta la Capitolazione della
pace, colla confermazione di quanto pofledeva la Repubblica in Terra ferma • La
Signoria vifìta folennemente la Chiefa del Redentore la ter2a Domenica di
Luglio, nella qual fu liberau la Citta da una gran pelle. Cof^ il Mefe,
temperai per avanci degli Infortunj, è divenuto (Ragion Digilized by Google 3zo
Raven. fih. 8. Bard^ cor. 24. FiJi(q>o Memo Dottor andò ad accompagnar
Ottone, che fu prefo all’ Imperator Tuo Padre, Crontcs Samtìa M. S, fai. 84. ed
ambi ebbero in tal fatto merito, uno per la Vittoria, l’altro per la con»
clufion della pace col ridur T Impecadore a* piedi del Pontefice nel
jnunesazione io quel giorno, e celcbrandofi 1* annuale dell’Afcenfione ravvivar
la gloria della Repubblica con ravvivar la memo^ ria del trionfo, confeguito
contra i Perfecutori di Sama Chiefa, c fpiegaic elempio a’prcfentt) ebe abbino
a perfeverare, e non effere, degeneri a* luoi Progenitori, dovendo per le
proprie confeguirne premio Gngolare in perpetuo, e trafmettere il merito anche
a’ pofleri, per lo che ogn’uno dee defiderare, e pregare con devoto Inno di
Policromo, che il Signor Iddio faccia perpetua quella bnta, gloriola, ed a lui
gradita REPUBBLICA, che fia cuBodita flagl’ Angioli^ Grazia-. DOMINIO DEL MAR
ADRIATICO DELLA SERENISSIMA REPUBBLICA DI VENEZIA SERENISSIMO PRINCIPE. t L
Dommio della Serenedima Repubblica fopra il Mar Adriatico i cos» celebre, e
famofo, che forfè non fi troverà akan’ altro, del quale dopo la declinazione
dell’Imperio Romana più Storici, eGiureconfulii abbiano fatta menzione, ed
approvato di comune confcntimento per le. gicimo, e giuflii&mo; nel che
elTendo tutti con ^ cordi,fifone però trovati differenti neiraflegnar vi
l'origine, e varj'nell’allegar il tellimonio, fondandolo, chi lopra privilegio
conceffo dal Papa, chi fopra privilegio, e conceflione dellimpcradore, ed
alcuni fopra la prucrizione, altri ancora fopra antica confuetudine.
L’opinione, e ragioni de’ quali avendo io confrontato con le Puh. blice
Scritture, che per comandamento di 'Voftra Serenità mi fono Ihte mollrate per
dover metter infieme un'iniera relazione, ed informazione delle ragioni di
quella antichiffima, e nobililfima giurifdizione, confiderato il tutto
accuratamente, ho creduto che quella materia poffa effer ben dducidata,
ponendola in cinque confidcrazioni. La prima tratterà il vero tellimonio, e
poffeflione, de’quali quello Dominio colla, mollrandolo non acquillato, ma
anche infieme con la Repubblica confervato, ed aumentato con la virtù dell’
armi, e fiabiìito con la conluetudine eh’ eccede ogni memoria. La feconda larà
in mollrare non effer vero, ni utile il dire, che la fercniffima Repubblica
abbia il Dominio del Marc per privilegio del Papa, o dell’ Impcradore, ni meno
per preferizione. La terza confiderazione farà vedere fe il Dominio del Mare
comprenda i Seni, Porti, et altri ridotti, ed inclufi i Lidi ancora, e le
quella giurifdizione s'^llenda a llatuire, ed imponer Leggi a’ Naviganti,
facendo quell'otbuùzioni, che ricerca la pubblica utilità, ed a pe Digilized b,
- ìoogle 3z8 DOMNIO del a punire i delitti commeflì in Mare ^ e ^ imporre
gravezze a quelli, che fi vaglino dell’ ufo di elfo.. quarta far^ in efplicare,
e rifolverc ropinioni d’ alcuni che vengono fatte in contrario. ^ Nella quinta
metterò infleme le ragioni particolari, c proprie della Sava di Goro^ ed in
quelle ^coofid^zioni non mi vaierò fe non di cofe » chq fi poffono moftrare per
le Scritture pubbliche, ed "autentiche di Voffra Sereniti, ovvero per
tefiimonj, ma degli Storici, c Giurcconfulti approvati^ Il vero Tefiimonio, pel
quale la Serenifiima Repubblica ha il Dominio del Mare è quell’ ifieflO) pel
quale ella ha la fua liberti, fi che al piiqcipio del fuo nafeimento per una
IWfia caufa ella nacque libera^ ed ebbe rimpcrio maritimo, e quella caufa fu
reffer edificata, e cofirutt^ in Mare, il quale all’ora non era fono il Dominio
d’aìcuno. E’ termine indubitato appreffo i Giurcconfulti effcrc de ]ttre Gett^
ri»m, che ognìCiti^fia libera s’ è fondau nel fuo, ficcome le Cincin luogo
dominato fono dal fuo nascimento Soggette al Dominante; quelle, che naicendo in
Terra non foggetea ad altri, nafeono libere per quella ragione, che fono libere
per la Slcflà fono Padrone della Terra dove hanno il loro principio. Co$‘(
quella inclita Citt b nata nel Mare, del quale non eia alcun Padrone, è nata
libera, e per rifielTa r:tgione Padrona dell’acqua dove ebbe il fuo principio;
per Io che tanto è il ricercare rimpcrio Maritimo di Venezia, quanto ricercare
roriginc della liberti fua, ovvero la fua fondazione. A quello non olla, che
ne* tempi precedenti la Repubblica Ro^ roana abbia fignoreggiato rillefib Mare;
ùpperocchè non fi ricerca per l’edificazione ad una libera Cittì, che il luogo
mai in alcun tempo fia ftato dominato da altri, elTendo che per ifiabiliiì
dello cofe mondane, non v’è ragione,che non fia fiata loggetta ad innumerabiii
mutazioni, ma bens'i ricerca, che nel tempo deiredilicazione il luogo non fblTc
fo^getto ad alcuno. L’Imperio di tutto rAdriaiico per molti fecoli innanzi il
nafeiinento di Venezia, fu deirimperio Romano, ma nè Dominj de'Popoli avviene
quello ftcITo che net Privati; cioè che cìafcheduno per tanto tempo è Padrone
della fiia cifa per quanto la tiene in proprietì Sua, nel qual tempo non gli
può eflcre legata lenza ing^llizia; ma s* egli l’abbandona, o non ne tiene il
polTeflb, o irait ne può piò tener conto, quella difoccupata può elTere privilegiata
per propria dì qual fi voglia, che primo le mettcrii la mano fopra. Così le
Cittì, che foggette ad un Principe, non poflbno eflérgii levate fenza
IngiulHzia, ma s’egli abbandonerà la loro cuftodia, c non la govcrnerì, o
perchè non voglia, o perche le forze glie fieno tanto mancate, che non poffa,
faranno di quello, che prima ne piglierà il governo, c protezione ; c per legge
divina, ed umana dovranno fiare fotto di quello, mentre egli cominueA a
reggerle. Anzi il Dominio così acquifiato anderì prendendo fcropre maggiori
radici, e confermandofi per quanto nuggior tempo durerà, in mo do Digitized by
Coogic MAR ADRIATICO, szg do che avendo continualo in cosi lungo Tpazio d’anni,
che non vi fu memoria d'uomini in contrario, fata perfcMamente llabilito,e&
poirh dire acquillaio per confuetudine. Certa cola i, ehe innanzi l'anno 400.
dalla Nafcita di nodro gnore, gl'imperatori pollédevano Tacque del Mar
Adriatico, partW colarmente le Lagune dove quella inclita Citth i fondata, ma
ef. fendo dedicata la forza dell'Imperio in Occidente per Toccupazione di gran
pane dell'Iialia da' Barbari, quelle acque furono dagl’Imperadori abbauJcnate;
onde redando fenza Dominante, per legge Divina, ed umana, poterono i Popoli,
che fi ritirarono per l’inonda. alone de’ Barbari, indituire in qued'acque una
Repubblica libera, e per virtù della fila Nativith Padrona del luogo,
abbandonato da chi prima lo dominava era all' ora fenza Padrone, e difoccupato.
Ma mentre dico, che il Dominio del Mare fia naturale a quella Repubblica, e
nato infieme con lei, non voglio intendere, che tutto in un tempo abbia
ac^nidata la padronanza di tutto TAdrfatico, perchè le forzo nel principio non
erano tante di poterlo cudodire, e guardare tutto; ma nel fuo principio ebbe
Dominio di quel tanto, che con la virtù delle lue forze poteva cudodire, e
proteggere, che fu il tratto contenuto trk Ravenna, ed Acquileja; redando il
rimanente fenza Padrone come abbandonato dalTImperadore, e non dominato da’
Barbari, che s'impadronirono d’Italia lenza forze maritime, fintato che
Giudiniano mandò per la ricuperazione d’Italia Efercito terredre, ed Armata di
Marc, e fcacciati i Barbari, ripigliò il Dominio, e cadodia dell'Adriatico,*
nel che avendo avuti favorevoli i Popoli di Venezia, non toccò, ma lalciò nella
fua liberti la parte, che è da Ravenna in qiù, come polTeduta legitimamcme
dalla Screnilfima Repubblica, contentandoli di quell'altea parte ch’ò oltre
Ravenna : ficchi ilSerenifilmo Dominio della Repubblica in Mare fn di quella
fola parte di edb, che è prollima a queda inclita Citch. Ma in progreflo di
tempo fatti gTImperalori un’altea volta debo'lì, ceflaronu di mandare Arma» in
Ravenna, ed abbandonala quella parte, che è dal fiume di Tronto in quh fi
ritirarono nella Puglia, il che mife in ncceflìtii queda Repubblica, la quale
era crefciuia anche di forze a pigliar cudodia piò ampia del Mare, e tenerlo
netto da'Cotlari per mantener Scura la navigazione, incominciando dalla Riviera
della Marca Anconitana, e dal Quarner fino a Venezia: il che lecoftava ogn’anno
moltoifangue dc'fuoi Cittadini, e molto tefoio. Seguile le cole per alcun tempo
in queda maniera, fu moda guerra da’.Normani aU'imperadorCodaatinopolicano
nella Puglia, il quale non elTcndo badante a difenderfi per fe IlelTo in quella
regione ricercò Tajuto della Serenifiiina Repubblica, il che fu uccafioneche
ella palTafle con le file armi anche nella Riviera di Puglia. Molte fazioni
Icguirono, nelle quali avendo AleOio Comneno Imperadoco fodenuta la gueira piò
con Tajuto Veneto, che con le forze proprio per tré anni in circa, il quarto
abbandonò Timprela, ne mai piò mandò Tarmata neU'Adtiatico - per lo che redò la
Puglia occupata da' Normani, i quali elTcndo fcaz'arme maritime, il Golfo da
quella parte fino a capo d'Octanto, abbandonato deUTmperadore, non poteva
elTer, protetto, e cudodito, falvo che dalla ScreoiOima Tomo IL T t
Repubblica.; oiide per neceflitìt di. render Scura la navigazione aTuoi
Sudditi^ eOi. che gib. aveva con la forza acquiftato, quel Mare, con• tìnuò. a
cudodirlo, e difenderlo da’ Corfari, e da altri turbatori, e oc acquiSb. il
Dominio come di cofa abbandonata, e non poCTeduta da alcuno. Per lo. che
ficcome s'i detto, ch'il Dominio del Mare d: naturale alla Repubblica,
principiato inficmc con lei nelle parti proflimeaquell’inclitaCittk,cosV anche
infìeme fi dee dire, chefiaamplificato fuqceflivamente neiraltre parti di elfo
Mare, che fono ab- bandonate da quelli, che le pofledevano. prima, e prefe in
protezione, c cuSodia dalla Repubblica fin tanto ch’ella s’è fatta Padrona. di
tutto il Golfo, e perchè cib eccede fei centinaja d’anni, fupera, e di giìi,
molta ha fuperato ogni memoria, ficchc è confermato con la confuetudine
immemorabile. Di tal confuetudine convien fare ogni capitale, perchd la legge
la ptefuppone tempre buona, ragionevole, e lodevole, e che fia intervenuto
tutto, quello, ch’era neecITario a làr cofa legitima, che fia equivalemeadogni
contratto, e convenzione. Per dottrina de’Giurtconlulti a (labilir una
giurifdizione per conluctudine irrevocabile fi ricercano, che fieno fiati fatti
atti giurildizionali continuamente da tempo. che non vi fia memoria in
contrario, e che altri non abbiano elercitato. atto alcuno, fe non con licenza
del Polfellbre : c che da. quello, fe alcuno, ha tentato, di farlo, gli fia
fiato proibito, tutto ciò non occultamente, ma con faputa, e tolleranza di
quelli, che avrebbero potuto pretendere altramente, le quali cole tutte fono
intervenute nella continuata; polTel&one di quello Mare, Da tempo che non
vi ò memoria in contrario è fiato eletto continuamente un Capitano di Golfo,
fono fiate tenute Galee, ed altri Legni armati per cafiodia ordinaria,
continuamente è fiato proibito efiicacemente, o con tutta tratuzione, o con
forze a qualunque altroPotentato il tenervi Legni armati; ed i Pontefici,
Imp'cradori, ed altri Principi hanno aflcnciio a quella giurifdizione, o col
confeffarla in parole, ovvero per effetti, ricorrendo, implorando l’a)uto,e
quando hanno voluto trafportar|Vettovaglie, od altre cofe pel Mare ricercando
licenza, ricevendo le Patenti della conceflione ; e alle volte anche fono le
licenze fiate negate, ovvero concedute limitatamen* te, e non quanto la loro
dimanda richiedeva. A’ Naviganti fono fempre fiate date le Leggi fopra la
navigazione, coti quanoo al luogo, dove dovevano far la Icala, come alla
qualità delle merci; Li Conaabbandi fono fiati confilcati, e fono fiate impofte
dazioni de’ Dazj, azioni tutte di giurifdizioni, e fupreme Dominio. Non v’ò
memoria quando avelTe principio l’elezione d’un Capita, no di Golfo, ma ben nel
ijp;. fi vede una lettera dell’Eccellentifiimo Senato ferina al Capitano dì
quel tempo con precetto, che feorefle la Riviera della Marca Anconitana, e la
Puglia fino b Capo d’ Otranto, e dal tcnor di quella lettera appare che il
carico di Capitano non comincialTc all’ora. E' notoria la cufiodia tenuta
continuamente con Galee, e Vafcelli armati per difenderlo da’ Corfari, e Ladri
maritimi, «dopporfi a quelli, che voleficro impadronirfene;efisbinficme quante
civefeovo di Magonza Vicario imperiale in Italia con la Sercnil&ma
Repubblica nel 1174. che Ancona fodeadaltata con l’Armi Imperiali per Terra, e
con quelle della Repubblica per Mare, ficcome fu anche pugnau, ed elpugnati.
Fu-.ancora un’cfprcflb confenfo del Papa, e dell'Imperadore Federigo infieme l’anno
1177. imperocché avendo il Pontefice Alcflàndro Terzo implorate le pie Armi
della Repubblica per difefa Tua, t della Sede Appodolica dalllmperadorc
Combattuta, ed avendo Tlmpcradore dopo la rotta della Tua Armata acconfentito
di venir a Venezia, Tuno, e l’altro confeflarooo in quede lue azioni legicimo
il di lei Dominio Maritimo; e fé bene alcuni pochi Storici non fanno menzione
di battaglia, e vittoria marìtl ma, attedano non di meno che il Principe Ziani
incontrò prima il Papa, e poi Tlroperadore con potentidlma Armata, con TideHa
li condude nella Marca Anconita. na, ed. aggiungono, che fu eletta la Citù di
Venezia da ambe le parti, come quella che non foggetti ad alcuno aveva forze
d’impedire, che dall’uno non foffe fatta violenza all’altro di quei Principi
Valendofidel Dominio maritimo della Repubblica, come loconfeifarono. A qufda
s’aggiunge, che il medefimo Federigo Imperadore quando' i’anno xi88. fi mife in
viaggio per Terra £inta, Icrìvendo una lettera comminatoria al Palatino, e
magificando le forze del Cridia. nefimo, oberano in fuo ajuto, mife frh le
principali aver in lega, e compagnia la Repubblica di Venezia, encrau a fua
difefa ad indanza,, e preghiere del Pontefice Romano, lafciato ben gorvenato, e
cudodito il Mare.* il che tutto modra non folo ralTenfo di elfi Pontefici, ma
anche quanto fofle loro grato per fervizio pubblico della Cridianith, che la
Repubblica av^e forze non foto da protegere il Mare Adriatico, ma da mandare
anche in Paefe lontano. Celebri furono ira le altre le fpedizioni £ute ad
indanza d'Urba. no Secondo, e nei 1111. a preghiere diCalido Secondo; ma
foprartutto è notabile la fpedizionc fatta h Coftantinopoli l’anno 1202. con il
potente Arnuu, che inlìene con la Nobiltà Fraticefe, che vi era lopra fu
fufficiente di reftituire in Coftantinopoli l'Impeiadore I fcacciato il
Tiranno, e dopo la morte di elfo Imperadore acquilare il Dominio della Citth, e
delflmperio, lafciando peri tanta Armata in Golfo, che fu fufficiente a
guardarlo, ed a ricuperar Zara, che all’ora fi ribellò fenza muover le forze
ch’erano in Coliantinopoli. Forfè la più notabil memoria ò, che nel ia7}.
avendo congiurata quali tutta la Riviera della Romagna, e Marca Anconitana per
ufurparC il Dominio di quei Mari, turbando la poireffione della Serenilfima
Repubblica, fu nundata potentiifima Armau per reprimerli; e dopo alcune
Batuglie, fu fatu pace con quei di Romagna, de’ quali erano Capi i Bolognefi 4
convenuto, che la SerenilEma Repubblica continuaflè nella poflefCone fua
dicufiodire, e dominar quel Mare; Per lo che quelli della Marca, refiati foli,
non potendo far rcfiflenza, fecero ricorfo al Pontefice Romano Gregorio Decimo,
il quale tentò di far comandamento al Duce di quel tempo di defifiere, al che
avendo egli rifpofio, che il Dominio del Mare era della Repubblica, e che
voleva in ogni modo difenderlo, e proibire a tutti il tener Legni, e Galee
armate, e trattar da nemici quelli, che avelfero pretefo di tenerli, il negozio
fu poitato dallo flelTo Pontefice nel Concilio Generale di Lione, dove fu
commeflà la caufa degli Anconitani all’Abate Naverfa, il quale udite le loro
ragioni folamcme perchè la Serenillìnia Repubblica non confenfi di mettere in
litigio quello, che da tanto tempo poffedeva, conobbe il Giudice, che gli
Anconitani non avevano fondamento alcuno; onde furono coftretti d’ acquietarli,
e cedere. Fece parimente guerra la Serenilfima Repubblica col Rè d’Ungheria,
tth le altre caule, anche pel Dominio del Mare dirimpetto alla Dalmazia, ed in
fine fi fece la pace in Tarino nel ijSt. dove fu convenuto, che la
giurifdizione di quell' acque rellalfe alla Repubblica. Di quella ulnma guerra,
e pace fono le Scritture pubbliche in Segreteria; le altre cote narrate di
fopra fono tratte dagli Storici, eDendo cofe fuccelfé innanzi l’anno izji.
quando furono abbruciate tutte le Scritture pubbliche. ‘ Più efficace prova
ancora fi cava da’ricorfi fatti -da diverfe Citth, e Principi polli fopra il
Mare Adriatico, i quali avendo ricevute irt‘ giurie nel Mare da’Corlàri, ovvero
altri Ladri maritimi, fono ricorfi a quella Principe, dimandando ragione, e
giulliziz. Per le Scritture pubbliche appare, che nel 1377. gli Anconitani
prefero ardire di far diverfe novitb in Mare contro i Mercanti di Fermo,
eÌAfcoli. (^elli di Fermo fecero ricorfo a Venezia, e dal Principe fu mandato
in Ancona a ricercarli della Conveniente emen. da, ed a dolerli delle novit b
da loro fatte in Mare, la cui guardia era acquifiata con tanto fangue: al che
avendo elfi finillramente rifpollo, e non celfando di velare il Mare, fu perciò
mandata una potente Armata per reprimérli; nel che volendo interponerfi il
Pontefice Papa Gregorio Undccimo, al qual-efiètto mandò un’Amhafeiadore a
Venezia, gli ih rifpoflo eoo aperte parole, non elTervi altra maniera
d’accomodamento, fe non celfimdo gli Anconitani di molcllare i Naviganti,
perchè la cullodia del Mare en llau dalla Repubblica icquillata con fuodori, e
fangue da tanto tempo, cht non vi è memoria in contrario, come i ben noto; e
perciò facevano intendere a Sua Santità, e cosi erano per dire a tutto il Mondo,
che volevano foli culfodire il Mare, e proibir^ ad ogn'uno l’offendere in elfo
chi fi fia. Furono coftretii in fine gli Anconitani a deri(lere,ed a
ftxldisfare ancora a danni dati nel Mare a quelli di Fermo, e di Afcoli, Ebbero
ancora ricorfo quelli di Spoleti airEccellentiflime Senato nel iì 9 ì- per
elTcre ftau prefa una loro Barca fopra la Spiaggia di Rccanaii, onde fu
comincio al Proveditore d'andare in Ancona, o sforzare gli Anconitani alla
rcllituzione come di cofa prefa indebitamente nel Golfo di giurifdizione della
Repubblica ac^uiftau eoa indori, fangue, e fpefa. £ nel 1408. corteggiando
intorno alla punta d'Italia alcuni GenovcC con una Nave, una Caravella, ad una
FuRa facendo danni particolarmente a Sudditi dal Principe di Taranto, egli fcrifle
una lettera al Duce, avvilando i danni ricevuti, c ft^iuitgendo, che la forze
fue farebbero Baie baflanti per rifarcirli de’ danni de'fuoi Sudditi; con tutto
ciò aveva voluto prima darne notizia a Sua Serenitb, fperando, che vi
rimedicrli, ficchò non fatò nOceflario per altra via provedere all' immunità
de’fuoi Sudditi. L'illeflb anno eflendo fuggite due Galee al Rò Ferdinando di
Sicilia di quà dal Faro, ed entrante net Golfo Adriatico, quel Rò non giudicò
gli fo 0 c lecito il léguitarle, ma mandò a pregare il Sereniflimo Dominio, eh’
effendo enitate nel Mar fuo, voìeflie perfeguà. farle, e prenderle. In quegli
(lem tempi del nti, eflendo fatte diverfe novità, e prede da' Golfari nelle
acque della Marca, ficchè anche il viaggio alla divozione della Madonna di
Loreto era impedito, quei della Ri. vieia mandarono a Cgnilìcarlo al Principe,
avvifandioio della violazione della giurifdizione del fuo Mare, e che le prede
fatte in quello erano con danno, e vergogna fna, pregandolo a prevedere con la
fua potenza, e giulliaia, maflitee per heureeza di quelli, che dovevano andare
alla Madonna di Loreto. L'illeflia illasza fu fatta nel 141(4. dall'
Ambafeiadore dello Beflò Ri Feidinando per le Riviere della Puglia. Nel 1483.
eflendo Baie predate da un Corfaro alcune robe del Ri d'Ungheria, i fnoi
Miniflri ebbero ricorfo al Principe Cgoificandoli, che le offefe erano fatte a
lui eflendo occorlé nel fuo Marc, c dimandando provinone, acciò la Navigazione
fofle libera. E quello che i di maggior momento nel i48d. avendo i Turchi fatta
una incurliene ikIU Marca Anconitana, predando uomini,e robe, Rapa Innoccnzio
Ottavo con un fuo Breve, che ancora G ve. da, ordinò al fuo Nunzio AppoQolioo
di fare doglianze con l'EccellentiiGiao Senato, e GgniGcarli, che all'onor fuo
conveniva, che il Mar Adriatico faflc tenuto libera' da' Coefari, t far anche
efficaci inflanze acciò raflrenafl'e l'ardire di quei l'urchi, che
corleggiavano il Mare con vergogna, e fprczzo della Sereniflima Repubblica,
aggiungendo, che cosi facendo farebbero opera gloriofa, e gratiffima alla Sede
AppoRolica. In quelli ultimi tempi attenta nel 1577. Papa Gregaria DecimoWnio
fece pregare rEcc^llentiflimo Senato di liberare il Golfo dall’ infedazione di
una Galea del Marchefe di Vico, dicendo, che alla SerenilEaia K,cpubb.lica
fpettava la coliodia d'elTo Golfo. Non i da tralalciare una lòtta
d'ai^ellazione de'Pontefici Romani, che ii Dominio di quello. Mare fpetti alla
Repubblica, alla quale hanno fatto alcuni d’elTi nel conceder le Pecime
particolarmeule per le fpeGc della guardia del Qolfo^.Viè un Breve d’Adriano
Sello noi un'altro di clemente Settimo nel ijzd. uno di Paolo Terzo nel ijjS,
ed uno di Pio Qaaito nel 1504. che ciò dicono erpreOàniente, e forfè chi
ricercaOc piò minuumente ne’ tempi innanzi, e dopo ne troverebbe degl’ altri
dello flelTo tenore. Similmente manifeliilTimo confenfo degl’Imperadori fono le
Sei Bolle Imperiali d’Enrico Quarto, Lotario Secondo, Federigo Primo, Enrico
Sedo, Ottone Quarto, e Federigo Secondo, refemplare de' quali ò nella Segreteria,
dove ciafeheduno d’efli pattuifee, che i Sudditi Veneti pol&no liberamante
tranfiiare per le Terre, e Fiumi deli' Imperio, ed i Sudditi Imperiali pel
Mare, e Fiumi di Venezia. Non fi dee tralalciare trb le dichiarazioni Imperiali
la pace con Carlo Quinto, ed Ferdinando Secondo nel i5Zp. nella quale vi ò un
Capitola, dovei! contiene, che i Sudditi polTano negoziare in Terra, ed in
Mare, che è ben una chiara canfclTione, che la Repubblica ha il Dominio del
Mare. Ma che quedo Mate fi debba intendere tutto l’Adriatico, Io moflra
un’altro Capitolo dove dice, che la SeTcnilEma Repubblica continui a
poircdere,come in quel tempo podedeva Terre, Fiumi, Laghi, ed Acque; il che non
fi può intendere fe non dell’ acque del Mare, avendo prima detto Fiumi, Laghi,
ed Acque; ma all’ora polTedcva tutto l’Adriatico, (wrehè ella in qud tempo y’
aveva l’armau dentro: Adunque quei Principi acconfentirono ìa poiTcuione dell
Adriatico. La cerimonia ancora di fpofiir il Mare, che annualmente fi fa in
prefenza degli Ambafeiadori, e Miniftri del Papa, e dell’ Imperadore, che non è
data mai interrotta,è un’indizio deU’attedazione di quei Principi. Modrano
ancora il confenfo di molti Principi, e Potentati le licenze chiede da loro per
tranfirare con vettovaglie nel Mare. Ve ne fono innumcrabili concedè ai
Marchefi di Ferrara, alla Cittì di Cefena, ai Signori di Ravenna, ai Malateda
Signori di Rimini, ai Rè d’Ungheria, ai Ragufei, ai Rè di Napoli, ed all’
Imperadore deifoj ed al Pontefice ancora, che farebbe troppo lungo riferirle
tutte. Io ne ho da’ Libri pubblici raccolte trenta nave, e fono certo, che ve
ne fono dell' altre. ' Fra quelli fono notabili per la grandezza de’ Principi,
Che le han. no richiede le concedioni fatte a petizione ;del Pontefice, e de’
fuoi Minidri, come nel ladp. all’Arcivefcavo di Spalatro Governatore della
Marca, e Patriarca Antiocheno Governatore della Romagna di poter condur grano
dalla Marca, e nel 1477. il Pontefice Sido Quarto per un luo Breve ricercò di
poter trasferire grano dalla Marca in Cefena, e nel 1505. Giulio II. per un fuo
Breve chiefe licenza di portar {rumenta dalla Marca a Roma. Si 33 che nel 1
3pp. efRtndo contratto matrimonio erb Guglielmo Arciduca d’Auflria, e la
Sorella di Ladislao di Napoli, la quale volendo il Fratteilo, ed il Marito condur
per Marc di l^glìa alla Riviera di Dalmazia con la. Vafeelli, tré Galee, e
Navigli, dimandarono falvocondottp per li legni, c per le |>crfone^ ed il
lalvocondotto fu concelfo a compiacenza di que’ Principi, a tutte le perlone,
eccetto quelle, che fofTero bandU te da Venezia per delitto di Maeflh ofTelà, o
per omicidio; col qual falvo condotto la Spola palsò con tutta la fua
Compagnia; pniova noubiliinma della luperiorith del Mare; poiché i Banditi da
Venezia tono banditi dall’Adriatico, come da Territorio fuo, e non è loro
permeflb il femplice paffaggio, tranficando di Terre aliene in Terra aliena, ed
in compagnia di gran Principi, Aggiungerò con qued’occafìone, non efler
leggiera pniova di giuriidizioac in tutto il Mare il colhime antichidimo di
bandir da’ Navigli armati, e dilarmati, che fi vede efegmto caiandy) ne*
Navigli d’altri Principi, come neiroccafioni narrate* ^ f Dell’ aver ftatuite
leggi, ed ordinazioni fopra fa navigatone, e deU’efazione de'Dazj, urh il luogo
dì dilccNTcre à|l particolare nella terza Scrittura, ficcome anche il ledknonio
de’Gìdreconlulti (i riferidi nella feconda, come in luogo proprio. Per
compimento di queùo teda folo raccogliere con bwiÀme parola tutte infìemo le
con« chiiìoni propode,^ o per dir meglio provate Ogni Dominio conda di titolo,
e pofleflb « 11 titolo del Dominio dalla Sereniifima Repubblka fopra il Golfo
contiene quattro condì» zbni edenzialt^ La prima, che non é in modo alcuno
acquidato, ma nato ìnfìeme colla Repubblica, a colla liberti fua in acque
libeiQ, non foggette allora a ;giuriidnions d' alcuno.* la feconda che fi é-
aumentato, c dUaiak» per occafioni fopra le acque/ dappoiché furono abbandonate
da chi le podedeva, e redavano fenza Padrone, che vi avelie giurildizione ; la
terza, eh.' è conlervato colla forza deir armi, con fpargimenta di langue,
profufione di cefori, o. tutto a cagione di rendere più ficura la navigazione;
la quarta^ eh’ è- confermato pec una lunghidlma confuecudine, il principio
della quale fupera ogni memoria Ma oltre quede quattro condizioni intrìnfeche,
ed eifenziali, s‘ agghusgono altre tre, che febbene noa apponano ragione,
lervono a maggior decoro, c manifedazione della veriii, e lono quedeLa prima,
raflènlo di molti Pcincipi coli’ implorar gli ajuti marìtimi, o chieder licenza
di) iralportare robe o con pace, o convenzione; la feconda il tedimonio degli
Storici; la terza 1 ' attedazione, ed approvazione de'Giureconluici, la
poflelTionc continuata attuale, e veduta in tutti i tempi, e fi vode ancora al
prelenre da tutti per quattro .continuati, e non mai intcrxotti cfercizj di
Dominio. Il primo per la continuata elezbne de’ Magidrati, ch’elercUana il
Governo panicolaie pel Capitano di Golfo. Il fecondo per b cuRodia armata
continuamente tenuta, con proi. birc ad ogn'uno if entrarvi armato, j 11 terzo
per le leggi ogni tempo Ratuite fopra la navigazione, ed efeguite con pena
centra i trafgrefsori. Il quarto per refazìoni impoRe, c rifeofle in c^ni
tempo; le quali cofe eflèndo tutte notorie, non può queRo Dominio eÓcr dedotto
in controvetlia, nè dilputato; ma reRa falò il continuar la polléflione
cott’efercizio de'medefimi atti giurisdizionali, opponendo la forza a
tentativi, che foflero fatti in contrario; perchè ficceme le ragioni, ed i
titoli de’ privati fono cadaveri fenz’ anima, quando non fieno vivificati dalla
forza della legge e del giudizio, che danno il vigore; cosi la ragione, ed il
titolo del Principe fono cadaveri, quando non fieno animati dalla forza, ed ufo
di quella, dalla quale ricevono la vita. 1 I Principi tengono vive coll'
efercizio, e coll’efecuzione le proprie ragioni, per uno di queRi tré rifpetii,
o perchè portino dignità, e utile; o; per efler necefiàrie alla converfazione
del Governo. Si vede con quanta accuratezza i Regni di Francia, c di SpagAa.
IbReptano le loro pretenfioni dì precedenza, dove non vi è pun. to d’utilit'a,
fenz’aver rifguardo a' difguRi, che perciò fi danno 1' uno all’altro; ed
agrìmpedìmenti, che portano alle negoziazioni; E queRo folaroentc per
confcrvare l' onorcvolezza. Delle ragioni, che portano utile non occorre parlar
più innanzi, elfendo certo che gli Stati non fi mantengono fenza fpefe, e la
fpefa non fi fa comodamente fe non fi cava l’ utilità : dove la ncceflith
interviene, ella ha ranta forza, che non permetre dubbio, nè lungo configlìo;
ma fpigne immediaramente all’efeCDzione. . . Ma la giurìfdizione di queRa
Repubblica fopra il Mare ha le due prime qualii'a, la dignità; eflendo un
titolo molto fpeziofo, ed onorevaie l’elfcr chiamato Signore di tutto
l'Adriatico. Che fe i Rè dì Portogallo ebbero per titolo d’onorevoiczza il
chianurfi Padroni d’ un Commerzio dclflndie Orientali, che s'intitolavano nelle
loro pubbliche lettere ; molto maggior dignità fi dee fare 1’ elfer detti Si'I
gnori non del Commerzio raaritimo, ma del Mare fldfo., L’ utilità è manifeRa;
poiché oltre il benefizio de’Dazj, riduce il Commerzb in Venezia, accrefee il
negozio della Citti, e. quella fi fa più ricca, ed abbondante; dacché il
Principe può cavare maggior frutto pubblico; ma all'utilità, e dignlth
s’aggiugne la ncccRiih ancora; poiché la vita di quell' inclita Citth Rànci
Mare, efuoCommerzio, con quel fole è ridotta a queRa grandezza ; fe quello è
diminuito, bifogna ancora, che queRa indebolifca, onde per confcrvarla é
neceflario mantenerlo, e s'è diminuito, teRituirlo come prima; e dove fono
congiunte tutte qucRe tré ragioni infieme, non fi può aggiugnere eccitamento
maggiore. £ qucR’é quello, che ho giudicato rapprcfentarc a V. S. per
cfplicazìone del vero titolo, e poflcRione tua fopra il Golfo; il che apparirà
maggiormente neceRàrio, quando nell'altra Scrittura tratterò gl’ inconvenienti,
che feguirebbono, valendofi d'altro titolo. Avendo, efplicato. nella prima
Scrittura,, eh» il titolo di V. S. fopra il Dominio, del Golfo non t in. alcan
Modo, acquiftato, ma nato, colla liberti deiJa Repubblica, aumentato c
confervata colla Tirtbi delibarmi, e fpefe di lefort, e confetvaio. per
immemocabils confuetudin* conleguita neceffiinameme^ che preferizìone, o
privilegia Boa vi abbiano, luogo - ne (irebbe bilogno conftderara gtlncovenienù
di quelli ckoli, quando riifarli non blTe di pregiudizio. Non b Iblo opinione
tuia, che fia cofa pregiudiziale allegar privi, legi in quella matetn, ma
alcuni ancora de’ ane ediGcare un’ediGaio fopra fuolo alieno. AppreGb di ciò è
cofa cena, che ninne può concedere Dominio ad adtri di cofa, che non Ga fua; ed
infieme è ceno, che nè il Papa, nè rimperadore da Carlo Magno in qui, dal quale
viene l’origine di queG’Imperio, nui hanno avuto Dominio, ne cuGodia di quefto
Mare; nè. mai hanno tenuta Amata in cGb ; adunque non ^nno mai poiuth
concederlo ad altri; laonde fe V. S. che tiene quello Dominio da fc GeGà,
diceffe d' averlo avuto dal PontcGce^ o* dall’ Imperadore, G priverebbe di
quello, ch’è fuo; e darebbe loro quello, che non hanno, nè mai hanno avuto. A
quello G aggiugne, che chiunque afferifee di poGédere per privilegio alcuna
cola, oltre l'obbligo di confeflare, che il Concedente fia legitimo Padrone, e
fuo Superiore quanto a quella, è tenuto anche a moftraic la conceflione, fe fu
fatta in tempo, del quale vi Ga memoria; il che non è neceGàrio, fe è da tempo
immemorabile; noi qual cafo bada la fama, ed opinion com^ che il privilegio vi
Ga, e hafta allegarlo; ma oltre di ciò è ohhligato chi l’allega a rifpmdere a
quelli, che voleffero provare che non Ga vero; E gli EccleGaGici fi fono
dichiarati di voler eombattcre la verith della .Srorii |d’ Aieffanòro terzo,
quanto fpetta alla vittoria avuta dal Principe Ziani conera il Gglìoolo
dcH’Impetadore; e potò hanno fatto lérivcre al Bironio un lungo difeortd nel
Tomo fecondo in contrario, dove G sforza con molti arteGz^ e con grande
aflètiaaione di molfrare, che allora il Papa era al di fopra, e che non ebbe
infogna d’ajuto nè v’imervennero le forze della Repubblica ; e naolte cofe
dice, abbaffando anche, e vilipendendo quanto può il Governo, e la potenza
della GeGà Repubblica in quel tempo; il qaal difcorfo, fe ben è impreGb da lui
con proicGa di vetith, e Gncerith,' non afconde però affatto G vero Gne Romano,
ch’è di GabUire due pretenGont lorouna, che il Mare debba effere riconofeiut»
da Roma; l'altra, ch’i per pura, e mera grazia, e non ricompenfa d'ajuti
pieGati. Lo icopo di tolta l'Onta del Baronio non è altro, le non moGrare, che
tutti i Principati hanno dipendenaa dal Papa, ed ora tocca queGo, ora quello.
Nell’ XI. Tomo fcrive centra' U Monarchia di Sicilia, Gccome nel XII. concia la
Storia d’Aleffandro; ed il SereniGimo Rè Cattolico, con tutto che parrebbe, che
la fua potenza lo doveffe nodere illefo da tutte le macchinazioni, che poteffero
effer fatte, con Sciitiute, t libri, nondimeno vi ha fatta riGeffione fopra,,
Temo II. V u a e l’ha ( rii9 Annatx coTi dx non fprczzare, ed i venuti quella
Macflì in riiblpzione,. non folo di proibir quella parte d'opera del detto
Caidioale io tutti t fuoi Stati con pene graviilime a chi la ponalTe, a
htenelle appreCTo di fé- ma ancora con fuo Editto pubblico per tutti i liiaii
Stati pronanziò una fcvcriiriuia Centura cantra il Cardinale, il qual eferepio
mollra, che' quett'altro- tentativo del Baronio circa la Storia d'Aleflàndro
Terzo inerita, che dalla Sereniti Voiln vi fia avuta (opra la debita
confìderazione, acciò in progtelTo di tempo non partorilca qualche Icandalo ;
ma perchè quaG tutti i Ciureconlulti atteilano quello Dominio del Mare, e rattribuifcono
a privilegio,, alcuni pochi dicono del Papa, altri in gran numero dicono
dciriinpcradore,èneccirario fcoprire la cagione del loro errore, per aver che
rilpondere a chi rallegaflè. Quelli, che l'attribuiJcono a privilegio Papale
fono i Fautori delle prccenfioni Romane, che hanno tentato di fottopone con
varie invenzioni tutti gUStati ai Ponieiici piòvecchi, innanzi che le forze
maritime della Repubblica Ci Gendelfero a' luoghi lontani ; >' arredano però
per noa aver vcrifimilitudine; ma Teircr fatta in Venezia con tanta iblennith
la pace trli Papa Alellàndro, e l’Imperador Federigo preda loro probabiliih,
come fe folTe dato per allegrezza del buon lucceflo, come volgarmente li dice
per buona mano. La falli' tb fi convince, elfendo quafi cent'anni innanzi
liiccellé tante fpedizioni in Terra Santa, che fecero fentire a tutto il Mondo
le forze, che la Repubblica contibul, oltre le altre guerre latte in Dalmazia,
ed in Puglia; e dall'altra parte non avendo mai quel Pontefice avito in Mare un
Legno armato, e nella Riviera di Romagna, non avendo come nella Marca fe non
qualche ben generale ricognizione ; onde fecondo quafi, che non aveva niente a
che fare in Ma.re, lo concede a chi prima lo polfedeva. Credo bene, che alcuni
abbiano equivocato, e preio lo Ipofare del Mare in luogo di dominarlo, e
cuftodirlo. Che io fpofare veniffe da Aledandro Terzo,efe tie fa menzione in
alcuni libri antichi, de' quali v'j copia nella Segretaria, perché le Icritture
di que' tempi s'abbruciarono dopo. In quella Copia fi fa menzione, che al
ritorno del Duce, dopo ottenuta la vittoria, il Pontefice le falutò Dominator
del Mare ; per tanto gli concede fpofare il Mare, ficcome il Marito fpofa la
Moglie nelle dita- Non v'é parola alcuna, che concedede Dominio d' autorità,'
cofa che non farebbe data taciuta, come più importante dà chi fece menzione
della Cerimonia ; la quale chi conudereiù, avvertendo quanto rEcclefialtico
v'iniervenga, e quanto fia ringoiale e fenza efempio,fi tenderh facile a
credete che poteva eflére inflituità dal Papa. Primieramente il nome di fpofare
é quell' idedo, che fi ufa nel parlare del Sagramertto del Matrimonio ; v'
interviene benedizione; tutte cofe, che niun Principe temporale avrebbe ardito
d'indituire da fe medelimo, ma dime in que'tempi, quando i Principi, e
Monarèlti dipendevano tutti da'femplici cenni del Papa, If quali ben
confiderate fervono a levar l'equivocazione, e modratc, donde ha avuta origine
queda falla fama. Più abbiamo da penlare a que’Giurecoafulti Legidi, i quali
fodengono, che qualunque Fomentato podeda Mare de /aS» l'abbia per concdliane
Cefaru ; ma aocorach! non po!Ta «Ocre itgicimzmenie da alcimo' tenuto fe non
per privilegio deU'Impeiadore, e fono-molu e £unoll, che diTcendcndo. a. tal
particolare ancora dicono, che ^ privil^io. Imperiale la ScceoilTiaria
Repubblica tiene il Mare Ad^ tico, ed ogni altro li»' Dominio,, e la liberti
fua medefima; edAt bcrico da Rofates antico Giurecónfulto attelU d’ aver veduto
fteflb il privilegio Imperiale autentico boUato con bolli d'oro ed i Dottori
feguentt, fccoiKlo ch'è loro coRumedi citarfi Tun l’altro {anno menzione del
fuo tcRiraonio occulto, e lo feguono; anzi il Dottor Marta configlia la
Repubblica, à guardarli dal dine di dominare il Mare per altro titolo, che per
privilegio Imperiale, perché ogni altro farebbe ufurpativo, e tanto peggiore,
quanto più antico. Ifoodamenti loto tono, che il Mare I del Principe, e del
Popolo Romano, perchè da niuno può eiretepoireduto,nè occupato, nè ufurpato;
onde fé alcuno lo poDede, conviene, che ciò abbia avuu origine da conccOione
Imperiale, della quale le la memoria non refla, C deprefuporre, che per
l’antichiii fia perduta, perchè altrimente il principio larebbe viziolà Ma
queRi Eccellcntiflimi Dottori foliti a Rudiare nelle antiche leggi Romane, e
quando con veriti -que'Principi fi chiamavano Padroni del Mare Mediterraneo, e
de’Golfi di quello, e fpellb anche IV droni del Mondo, intendendo però del
Mondo praticato da' Romani, hanno penfato, che ficcome gl’Inaperadori di quelli
Secoli fuccedoBO a quelli in nome, cosi fuccedono in ragione, ed in podeRà, e
che tutto fia di queRi quello, che fu di quelli; ed ancora in que. Ri temj» vi
fono de'LegiRi che fcrivon», che 1' Impeiadore è Padrone di Francia, e di
Spagna de jm fe bene me de feSe. Ma rimperadore è Rato Padrone del Mondo
Romano, menireha avute fora* terreRri da dominarlo, e del Mare, mentre ha avute
forzo maricime per difenderlo, e cuRodirlo; e quando non ha avute forze con che
tenere, e guardate il Mare, quello è leflato fenzPadrone, e paflàto poi nel Dominio
di chi. avendo forze ha prefo a cuRodirlo, e, proteggerlo.. E' veriflimo, che
le cole pubbliche dej Principe non pslfono eOère appetiate da alcuno; ma.
s'intende con due limitazioni; runa da niun privato; perchè da m‘un. altro.-
Principe poObno eflér vinte con guerra, e l’altra limiuzione è, che s’inteiw de
mentr’ elio le cuR^ce, e protegge; perchè fe le abbandona affatto reRano di chi
prima colla fua protezione le occupa ; onde le leggi, le quali dicono, che il
Mare è del Popolo Romano,' o dell’Iinperadore, s'intendono, mentre il[Popolo
Romano lo cuRodiva; e prote«eva colla fua Armata, e non pel tem^. presente,
quando non retta deila Repubblica Romana altro, che il nome. E quando dicono,
che la confueiudine immemorabile preRippone privilegio, conviene intendere cosi
quando fi tratta del fupremo Principe al fuo fitddito, il quale pt^eda alcuna
giurisdizione che fpet. ' alfe gà pet l' addietro al Principe, fi dee
prefuporre privilegio, perchè per nelTùn altro titolo la giurisdizione può
paffar dal Principe al privato, liilvo che per concelCone; ma quando fi trata
tA due Principi fupreini, ed uno tiene da tempo immemorabile Territorio, o
ginritdizione,chel'altrQ aveffe prima, non fi bada pitfupporre privilegio;
imperocché non cade tri i fupremi: ma kens^una dcU'altrc ragioni, coUe quali
iDominj paflano da Principe a Principe, che fono ragioni di guerra,
convenzioni, patti, ovvero mancamenti di forze; onde avendo la Sereniflima
Repubblica da tempo immemorabile il Dominio del Mare, che gii fu del Popolo Romano,
fc per le Storie non fi fapeflc, come fia {Htlfats in lei, fi dovrebbe
prelupporre uno de'fuddeiti titoli; il che non occorre trattare alternatamente;
effendo certo, che v’intervcnifle la debolezza di quello a poterlo pih tenere,
e le forze della Repubblica a cuRodirIp; e fe palsb qualche Scrittura, che
quella folfe una confelliozic di legitimo titolo gii acquifiato.Ed in fatti è
cosi ; perché nella fegreta di V. S. vi fono lettere di lei Imperadori Enrico
Quinto, Lotario Secondo. Federigo Primo, Enrico Sedo. OttoneQuarto,
FedcrigoSecondo, che durarono pili di cent' anni, incominciando dal un. fino ai
izio. nelle quali fimo defcritic le convenzioni, ed i patti loro colla
Sereniflima Repubblica, ed é fpecificatamente convenuto, che fia amicizia trh i
popoli fudditi dell'Imperio in Italia, cd i fuddiii delta ftelfa Repubblica, e
fatta nominatamente menzione di quelli, e di quelli; fòggiugnendo,che i fudditi
di Venezia poffano andare per le terre, e Fiumi deU'impetio, ed i fudditi dell’
Imperio, poOano andare pel Mare, e Fiumi di Venezia ; dalle quali convenzioni
fi veggono tre cofs chiaie. L' una che rimperadore non aveva Dominio d' alcun
Mare. L’altra che la Repubblica aveva Mare dominato da lei, e non concelTole da
loto. La terza, che fi convenne del pari tra la Repubblica, e 1’ Imperadore,
che i fudditi dcU’uno fieno ficuri per li luoghi dell' altro. Al prefente le
convenzioni tea' Principi fi fanno per un Infirumento, che poi è ratificato da
loro. In que’tempi la grandezza dclF Imperio non cofiumava di fare IiUlmmenro;
ma le contrattazioni fi fpedivano folamentc per Bolla Imperiale; appunto come
collu. mano di fare al prefente i Turchi nel trattare con Principi Criftiani.
Ma di quelle. Bolle Imperiali o alcuna non farh fiata veduta da Alberico, o
egli pel troppo aSetto, che i LegiRi in paeticolaro por. uvano ail’antoriih
Impeciale, che perniò fii anche in poca grazia della Corte Romana, e fegui
Lodovico Imperadorc comra PapaGiovanni XXII., c per onorar piò rimperadore
'avrò voluto chiamarla ptiviIegio.,ovvcTO avrò veduta la Bolla col figlilo in
oro, c letto il nome dcU'Imperadore, e non pafihnd» più oltre, avrò per
conghiet. pire imefo. il ioggetto, ed avtù dato quel nome, che larh Rato ca.
sione dell'errore degli altri, che lenza efóminace piò oltre hanno lerotto il
fuo tcRimonio. ° Seno altri Giureconfulti, che aRérifeon» il Dominio del Mare
alla Repubblica per titolo di prelchzioae, il quale non fi può, réfi dee in
iciodo alcuno ufare; principalmente perchè non è vera; poi ancora, perché mette
in campò molte diHìcolth. : Si dice acquiRata per ptelcrizionc quella cola, la
quale effendo veramente id'un altro, tifando per lungo tempo |con buona fède
come propria, per virtò del lungo ufo muea Padrone, e palla dal pri. i ma di
rao di chi ai ai fiKoodo," che l’ha ufaik ia modo che pce ciwiodj
prefciizionc non li pofledonio fe non cofe d'altri. La natura della ptdctiztone
d qucliav che linfa accompagnaiodalk bnona fede' lena la cagione, e ’l titola,.
che un altro ha, e trasferì, fce il. Dominio, in chi ha poflèdiua
ultitoamente.k cola. . Hifittifcona i Dottori, che dilborrona dà giuriadiuone,
che il Marc fi>nè. delllmr pnadotc di Geonania, • che: la Repobhto ufandplo
per lup^ilE. mo tempo, del principio del quale i»n v Memoria, fenaa.ch’ efc
Impcradote' fi Isa appofl», ne ha acquillato il Domàiio. A quella dottrina
divcrfe oppofizioni fi fanno, una che il Ma-, re Adriatico non fa mai
dell’ImperadaK Germanico, lìcchà pglkeffere preferino cantio di luii, raltra,
che k pKfcriziooe i ooia odiohy pigliando a Ho, e legitimo. Quelli fono
Alberico di Roface, Bartolo, Baldo, Angelo Bonarb,. Bartolonmieo Saliceto,
Selino Sardco, Paolo da Ca Uro, Angelo Are-, tino, Gialone, Bartolormmco
Cepolk, Lorenzo Colca, Gtoranoi da Imola. Carlo..... E^o Balco, Giulio Folcilo,
Giovanni Beitachrno. Benvenuto Inaccia, Martin Laudeirfe, Fiaocefco Balbo,
Nicolò Triftavio, Angelo MuÀ)', Gio.- Jacopo Marta, e'I Collegio d’Ingolllad,
de’ quali fi pone k fola conclufione, che la RcpubUàca di Venezia ha il Dominio
deirAdriaeico, lenza (Blcendcre ad cfpUcare il titolo ; otto r alcrivoro a
privilegio, quattro a prefcrizione. Ma i più celebri, che fono èrtolo. Baldo,
Saliceto, Paolo da Cadrò, c Franccteo Balbo, tengono il fondamento, ch'è k
fokpofi feffionc peramichitliditeinpe,'eiunghiffimaconfùetudine immemorabile;
al quale io aggiunga, anzi mando innanzi quello d’ rifer nato inficine colla
Repubblica, aumcniaKi, e mantenuta con virtù fempre con fangue, e f^k; e vi
aggiunga pofeia il confenló degli al. tri 344 DOMINIO DEL tn Pilitcipi, il
tefbmonio degli Storici, e 1 ' apptavaziaoe de' Giureconfulfi, quantunque non
debbano elTcre ricevuti quelli, che G vagliono'di privilegio, o confuetudinc
recita, ovvero efprefla, o prefunu; nè quelli, che G ibndano in preferiaione-
Quanto a quella ragione, dove fanno il fondamento, dobbiaina -però valerci
della loro autoriilt, in quanto tengono il Dominio della Repubblica fopra il
Mare per giuGo, e legitimo, ed in quanto rendono chiaro teìlimonio,'cbe gìk
300. anni a tutta l'Italia em noto, che il Mare Gpoffedeva gii canto tempo, che
allora non vi em memoria del principio. ' r E (è alcuna diceflìc, che -non è
lecito di valcrG di. parte nel detto d'un Teftimonio, fe non ricevendolo ‘
tutto, rifponderemo ciè effer vero- nelle cofe dt fa(h, che il TeGimonio dice
di propria icicnza ma non di quello’, ch’egli conghiettura fopra, ovv«o
difeorre effer de falUy. - - •. i:, QueGo Hi de fede, che nè tempi de ij.
GiureconGtlti fopraddetti era notorio il Dominio della Serenifllma Repubblica
(apra il Mare, e che del principio d'cfTo allora non v’era memoria; maqual ioGe
il titolo di qucGo Dominio, non apparteneva ad alcuno il dirlo per
conghiettura; ma folo a chi iblTero Rate moGratc le ragioni pubbliche: onde con
buone ragioni G riceve il loro lefiimoniodi quello^ che hanno per licenza in
fedo, e C riprovano le loro conghietture in Jure, Dal che G avn come rifponderc
a quelli, che hanno introdotti falQ titoli di privilegio, o prclcrizione, o
fecondo il mio riverente patere, il quale rimetto al giudizio di VV. ££. G
ufer^il vero, e’I p*Dprio tante volte replicato. Grazia. •' .1 SCRITTURA TERZA.
i O Ltre hi conCderazionfe: del Dominio del Mare in generale rcAa il terzo capo
propello, cioè particolarmencc parlare de* Porti, Ridotti, e Seni, lion per
que’ luoghi, dove lo (leflb Principe è Padrone del Mare, e deitaiTerra, come in
Idria, e Dalmazia, ma rìfpetto a quelli, dove il Mare è lòtto la giuriidtzione
d’un altro, eia Terra lotto quella d' un’altro, come occorre in Puglia,
Rom;^na,cd altre pani deirAdriatico: la qual diveifit^ di Dominj può far
naicexe difputa, (è le acqtie vicine a ter/a debbano feguire le condizioni
dellaltro Mare, cd effere fono la giurildizionc della Signoria d' eflb, ovvero
quella del Continente, llando foggette al Signore della Terra; c vi e
apparenza, che non G dovelTe aver riguardo al Mare; perchè Tacque de'feni tono
cosi poco profoflde, che piuttoHo G polTono dimandar Terre; appreflb ciò G può
allegare Tautoritb di molti Dottori, i quali dicono, che ogni CitiX è Padrona
del Mare vicino a fe; e maggiormente de* Porti, i quali alcune Cittk hanno
edificati di nuova, ferrandoli con Moli, o con altri EdiGzj, che farebbe grande
inconveniente volerli fottoporre ad altri. Ma in contrario è l'opinione
univ^rfaJe de’Gìurcconfulci, che deSeni, e de’Poni ( degli aperti parlando, che
deTerrati G diri a Tuo Uiogo ) abbia il Dominio quello Geflb, ch’è Padrone del
Mare, e nofninacamente delTAdriatico. Que’ Dottori, che attcGano il Domi nio
Digilized by Google MAR ADRIATICO. 345 DÌO della SerenUStna Repubblica,
cfplicando, ch'eflèndo a' Seni, e Ridoni, eh’ e&t chbmaao ftaaioni, ed a’
Foca, adducono per ragiooc, che quelle acque che fono continuale a quelle del
Mare, fi che frh loro non fi pub metter termne, che le divida; iti fi pub
trovare un confine, dove l'uoe fòmilca, e l’altio principj, non ^ tendo, eflére
fctio il governo di due, ledano alla confiderazione del Mare^ del quale fono i
Porci, non mettendo difTerenza tra acqua profonda, e non proionda,' poiché può
anche elTere in qualche luogo vicino a terra maggior profondià, che in un altro
molto lontano. Ma la, formai ragione, per la quale tutte le acque marine
debbono cITerc fottopode a chi fignoreggia il Mare, i pcrchò il Dominb del Mare
fi dice protezione, e cudodia per ficurezza de'Naviganti, ed i Seni, Ridotti, e
Porti hanno maggior bifogno di queda prò. lezione e difefa, come luoghi, dove i
0>tfari, e Ladroni marittimi hanno maggior comodo di fax ruberie/ adunque
lupra quedi il Signore del Mare ha da efercitare la Tua cudodia, e protezione,
come nell'alto Mare ò più eflèndo. il bifogno maggiore: S’aggiunge, che vana
farebbe la difeia dell'alto Mare, quando i Violatori di quello fof&ro bivi
ne’Seni, e Porti, potendo edi dopo aver fatta la preda loro) aver dove
ritirare, fenza timore d'alcun, il che riufeirebbe anche a danno delle CittV
vicine, le quali non hanno forze marittime da reprimerli, fe non foOero
raflrcnati da chi domina il Mare, fiuebbero le prede fenz’alcim impedimento:
per la qual 'ragione la giurifdizione del Marre fi dende anche a’ Lidi, che
hanno bifogno della defla cudodia, e protezione : e buona parte
de'Giureconfulti ateedano. nominatamente, che b Setenidìma Repubblica abbb
anche la giurifdizione ne' lidi ; e fi può provare con una legge, la quale
dice, che ilPadrone delMareha infieme Dominio di tutte le cofe, che il Mare non
lafcia altri tifi, come il fuo. fondo, che col dufo,e rifludb ordinarìaihente
copre, e difcopre,fu eoa molta, o poca acqua, e quella poca arena appena, che
copre nelle fue eferefeenze, fe ben d’ordinario non ò coiidianamente coperta.
E’ ben necedario metter didcRoia tih i Seni, Ridotti, e Porti aperti a' Porri
ferrati, perrifblvere queU’inconveniente, che feguircbbe,fit. le Citth non
fodera Padrone de’ Porti edificaci irò bro. I ferrali, Irecome fono cudoditi da
Terra, cosi appartengono ad ed'a, e non al Mare, e fono folto la giurìfdizbne
dd Padrone della Terra/ perla che il Dominator dd Mare non ne ha ragione, dove
non i Signore anche della Terra; ma gli ^rti, non elTendo cudoditi da Ter» ra,
ma folo da Mare, e colle forze- marittime, fanno un'deda giuritdizione
coll’alto Mare. Il detto d’alcuni Giureconfulti, che ogni Citth marittima
podeda la pane del Mare vicina a fe non. conclude, che il folo Mar alto fia
fono il Dominio dd Principe, ed il prodimo a Tetra, appartenga alb Cint, fc
farù iniefo il beo veto fenfo il qual è, che il Dominb univcrbie del Prmeipe
fopra tutto, il Territorio fb infieme con un altro fpcziair, che cufeun privato
ha fopra una parte d’ eflb b qual poflede, e non s'oppugna l’un l’altro., anzi
per b contrario uno fenza l'altro ceda impenetlo.. £ dove il Principe ha la
giurifdizione, c più d’una Citth viòuo, Tomi X X terzo Dominio, intermedie, che
cUrcheduna Citth ha fopra il fuo' Tenitor», il quale è fuperiore a quello' del
privato, ed inferiore a quetlo- del Principe. Quefto lì llende lopra certe cofe
comuni, le quali benché ad ufo' fieno di ciafcliedun privato'/ da ninno però
polfono effete appropriate, ed ufupaie perfefolo,^ ma reflano in comune della
Citth. Il Mare: non puh cadere in Dominio dei privato; perchè non potendo per
la fua inflabilitìi efler divifo,non può parimente il privato occupare in
parte,,e circondarla,, e cullodirla per fé foto; eccetto che dove folTe qualche
recedo che potelTe edcr ferrato co’ pali, e cosV fatto proprio. Ma perchè il
Mare profiimo alla Terra può ben edere ulaio continuamente dagli Uomini della
Città ora da uno, ora da un altro per tranfitarc con barche, ovvero per
padarvi; per tanto vi è oltre il Dominio del Principe fopra il Mare, anche
quella che ciafeheduna Città ha fopra la parte contigua a fé. Cercano i
Giureconfulti quanta parte del Mare appartenga a ciafcheduna Città r ed alcuni
d'edì hanno detto cento miglia; ma parlando propriamente ella è tanto grande,
quanto può ad operare a fuo ufo, lenza ingiuria de'vicini; perchè una grande, e
popolata Città fui Mare, la quale abbondi di lìti terrcllri, dove cavi il
fuovit10, avrà pochi, che vogliano fare il melliere di Pefeatore, e fi valeià
di poco Mare, dove una picciola Città con un poco di comodità in Terra
attenderà a cavare iivittodalMare, e li vaierà di gran Mrte d'edb; e non
altrimente hanno voluta intendete i Giurcconfolti de'cento miglia/ ponendo un
numero determinato per un incerto; cioè le Città fono Padrone di tanta parte di
Mare, di quanta hanno bifogno di valerli fenza ingiuria d’altri, fe folfero ben
cento miglia. Quelli forra di Dominio, che le Città hanno nelle parti vicine a
loro, non ripugna a quello, che ha fopra fe flelTo un Padrone di tutto il Mare;
imperocché non fi Rendono alle medefime ragioni. Quello del Principe llà nella
cuRodia, difela, protezione, e giurifdizione ; e quello dePaCittà è nel valerfi
dell’ acque a benefizio comune de’popoli. V’è dilferenza, fe quelli fieno
Sudditi deiriReifo Principe, opure d’uà altro; ma ficcome del Dominio, che ha
la Sereni&ma Repabblica in tutto il Mare, ne hanno la parte forale Città di
IRria e di Dalmazia fuddiie, così anche he hanno leCittà diRomagna, e della
Marca non fuddite; ma nè queRe, nè quelle per poter culladire la detta parte
coll'armi, mafolamente per poter valertene a’ loro ufi. ElTendo rifoluio, che
il Dominio del Mare fi Renda anche a tutte le pani di quello, rcRa a vedere con
che fotta d'azione s’efcrcita quello nel Mare Adriatico, e nel Territorio di
Venezia, dove ha quella RelTa podcRà, che ciafehedun Principe ha nel Ino
Territorio; per lo che ha da efeteitare in Mare quelle azioni, che fono
elèrcitale. da’Principi nelle terre di loro foggezione. 11 Signor del
Territorio per rirtò della fua giurifdizione ha podeRà di dar legge a tutti gli
Uomini, che fi ritrovano in quello, di punirei delitti fatti contrale leggi,
ed’imporre contribuzioni, e gravezze per foRenete i pefi, e lefpele di chi ha
della fua cuRodia, e protezione bifogno; adunque per la ragione della
giurifidiaione, e ciModia del Mare, la Sereniilìma Repubblica può metter leggi
a' Navigami, gaRigare i delitti commelli in Mate, ed efigere Daz), ed altri
diritti. Che poITi far leggi a’ Naviganti, fecondo che giudica nece fili che II
poflà Mettere in diffieolth, è coCa decifa per univetfal latrina di. tnate ie.«enii,
cmfiennata anche per la Dottrina di S. Fa^ nella PiOola. f Kenuni; e quella i,
.che Dio ha polii i Prin, cipi, e Potentati per proteaioira i’buoni, e gaftigo
de’caitivi, e per, che fon» Miniftri di DI» in quello; per tanto ipiotetci fono
inobhligo di pagare i irihutà, e le gabelle, lìcoame al .Principe., che ha
cultodia, f guardia I della Xcira, per conlervazieoe della ppbblica
iranqqilhtlit quelli, che ne godono, debbono contribuirà alle tpele, cbc; fi
.fiiinnn,. e non folo- i luddhi, ma anche gli alieni, (he tran, filando per la
Regione godono la ficurezza del cammino, fono ob, bjigati a pagar paflàggi, e
pedagi; cosi tutti quelli, che,tranfiuno pel Marci a Mrtanto godono la
ficurezza daCorfati, e Ladri cagio, nata dalk Ctwiditt arraata- dei Betnìnante,
la 'quale non fi può tenere fenzz difpendio, fono obbligati e per ricognizione
di quella pròMaioBe, e per oontrjbnire altafpelà, a pagar l'impoCaione,
eziandio, a ohe noti toccafiero Terre del Padrone del Mate per cagione di
quella enfiodia,, che li rende ficuri. 5 tanto d da dubitare, fe ;i Naviganti
fieno obbligati a contribuire per la igufiodia dd Mate, quanta i da dubitare,
fe nel tranfilo terreflre chi pafla per lo llrade d’un Dominio fenza toccar le
Citth lia obbligato a pagar dizip. Di quello nefiitno debita ma cgnfelTa, che
dee Wonolcere quello, ehe gli tiene la riva ficura’, cosi nell’alto Mare per la
llelli ragione ha da riconofeere, chi glielo tiene fieuro : e quella v«rith i
fiata praticata pir li tempi paffati nel Mare Adriatico ; onde refia memoria
nelle Storie, che nel laag. il Duce Tiepolo meltelTe un Dazio a qualunque
Navigante pel Mare ; la qual impofiaione però non fi dee credere, che foOè la
prima, ma che fofiefempre in tfib pel tempo innanzi, dappoiebi fu prefa la
protezione, e cu. Ilodia del Colfo. A quella impofizione hanno accotuemiio i
Principi ppfielfori del Continente intorno al Golfo, i quali volendo tiafporur
robe per Mare da un luogo all'altro, eziandio efiendo ambedue fatto illoto
.Dominio, hanno xiohitfta lictnza, il,. Rè di Napoli, Pottmati, « Commiflarj
della Marca d’Ancuna, e 4* Rodjagna, Duchi di Ferrara, «d altri Potentati, che
r»IUmleglttraK ne' libri pubblici „,oqde, ho latta 'ntenaicae |neùa firiina
Scotiura. .l'i I 1 i Dc’Oatj impolU dalla SereniSina Repubblica 'particoUrnieate
fora le Mcrci^ de' Ma vif^Mui: per l'Adriatico tratcano. i Giuieceniiilci pa me
veduti Baldo, Angelo da Perugia, ^tolomneo Saliceto, Ciò: 4’Anania, figndommoo
CepoUa, Martino LaudchTe,. Giulio FofecCo, Gio: ficctachino, Egidio BalTo, c tutti
approvano tal fotta d' ùnporiaipni nome legiiime, ed alcuni d'elB dicono che
tanto la SerenilBma Repubblica ha auaorilb d'imporre Qaaj nel Mare, e conhfeare
i ooncrabbandi, .quanto nella medeCnia Ciltb iii Veneaia. -1 le gravezze,
quando, lóno. antiche, ed ulàte .pare che non Geno da'.po^li. malp^volmente
Capponate quando di nuovo s'impongono; • dilulàte,làac: rinnovate, yengono
riputate gravami: e Gccooie la Sereniilima Repubblica è- ftata coofueta per h
tenapi pallàti a rnett lere irapoGzioni’ lepra. i Naviganti, q coRringeili a
làr fcala in Ve. zia; così potrebbe in avvenire tornar la. Acfla ixceflitb, fe
roGèrvanaa fari Hata neglena, e i'efazwnn dìGtfata; il Nmetcerla farli una
dificnUb, e..maU fodditCwione; il iche. avendo però legge antica, ed eiegaita,
fark con giulUzia > ed vtiliik prefente e futura il continuare colla GcGa
equitk, e modetaziune .nfléryata coti neU'mdituzipoe) come neU'cfecuziofii
p^zie. f n Quelli, che per lo paflato hanno, voluto metter >. dilScoltk al
ginfto, e leghimo Dominio della Seteni/Snu: Repubblica (òpra il Ma, perchè il
Mare di tua natura e libero, e comune; la feconda, perchè la SereniiGma
Repubblica ha convenzioni con diverfi Principi, che la navigazione del Mare
rdlaGè libera a' loro. Aiddiù; la terza è una Capwplaato, ne,, che dicono. eGèr
contratta con Papa Giulio. U,. j-n Per la prima ragione diconq, che nelle Leggi
fpeQb G ritrova, che il Mare non è d’ alcuno, ch'è comune di Iva natura, ch’è
pubblico per ragione delle genti, che non pub edèr occupato, perchè non può cG
:e la SereniSima Repubblica, e per col», leguènza anche olliiitb verfo i
Sudditi, ed impèdimeuoal tranlitar, e negoziar ne’paefi dell’ uno, e dell’
altro cosi, per terra, come m mare; e nella pace levandofi l’ollilitb tib
Prìncipi, per un capa ^eziale, conforme all’ufo degli altri PaeC, è datala
Geurezza lÙ tran, filare, e negoziare per tctra^ è per mare. Sintenderà dunqub
ti navigar ficuro, e liberamcRia nel Golfi» Adriatico, fervate le òrdìna; znni
di quella .navigazione.: ' Potar fare imaioofa noa Uberdi, e Scurezza non vaol
dire arbh trarìamente, e fecondo rappetllo irragionevole dì tialicheduno; ma
vuol dire Gcuramente, e libcraOlcnte, fervate però le leggi.. Quando fi dice,
che cìafcheduno può liberamente fiù' tetUniento, non a’ intende però', che k>
polla fare inuifizi oro, ed impertinente; ma che dee fervar le leggi
tcllametarie ; e chi può far viaggiò Uberamente, e ficuramenie non può
navigare, le non fervale le leggi di chi domina il Mare, che fona di far fcala
a’iuoghi determinati, no» portar cole proibite, pagare i Dazj, c diritti
llatuiti. £ che cosi fi debba intendete lo dichiarano le medeCme parole, le
quali dicono, che i Sudditi deH’altro Prìncipe pollano tranfitory c mercantare
cosi per terra, come per mare rwC, et iétri-, ma le per terra non poiibna
mctcahure, falvo, che fervale (eleggi, e pagati i Dazj; dunque nè pure per Mare
Io pollano fare, le non cònlucic le iuddctie condizioni. Ciò fi Confatma,
perchè non è di ragione, che i Sudditi del Principe amico Ceno maggiormente
privilegiati, che i propri; dunque (e i proprj fono fimgetti alle proìbi-.
ziooi, ed a’ Dazj; debbono eflcre cosi anche gli flranieri. Oltre di ciò
dimofirano lo lleflb chiaramente le parole del medefimo Capìtolo, il quale dopo
aver detto, che pollano negoziare per terra, e per mare, tati, neralmentc a
fare ogni altra opportuna operazione circa le predette cole. Gli Ambafeiadori
andati a Roma negoziarono; ma per (labilire il Negoziato il Pontefice non
contento della Proccura, ne ricercò un’altra più ampia. Per lo che lotto il
giorno degli 1 1. Decembre fulTeguente fu fatto un altro Mandato di ^Ueflo
tenore .* che volendo il Papa trattare alcune cofe cogli Ambafeiadori, fe bene
perciò fu fatto loro Mandato anaptillìmo fotto il giorno de’ 31. Luglio,
nondimeno di nuovo conlUtuifcono gli (lem fei Nobili Proccuratori della
Repubblica a trattar, e conchiuder col Papa, o co‘Depurati di lui qualunque
cofa, quantunque fodè di quelle, che ricercano Mandato fpeziale, unto come
fodero efpreflc iliigolarmente, promettendo dr T0tùy &c. La Negoziazione
fegu'i lino al Febbralofudeguentejedovendoncoochiudere, il Papa non lì contentò
de’due Mandati ; ma colla fevcverii^ dei tuo animo avendo (labilito il giorno
de’ 14. di quel Mefe, ch’era la feconda Domenica di Quatefima per giorno di
trionfare a dare pubblicamente ralfoluzione, fermò una modula, o minuta
dell'Idrumento, che voleva, che fode fatto in quell'azione, contenente i
Capitoli, che ricercava gli fodero accordati.* volle, chela Serenidìma
Repubblica iacefse un'altra Proccura, inferendo di parola in parola quella
Minuta. La proccura fu fatta fono il giorno de15. Febbrajo, e vi fu inferca la
Modula dciridrumenio, che il Papa voleva dabilire, e data autorità agli
Ambafeiadori di convenire con que’ Capìtoli. Qiied’Idrucnento è quello, che fi
produce, ed a nome di Capitolazione, fatta eoo Papa Giulio li. Se abbiamo
qued’lUrumento autenticato, o nò, io non lo sò; ma dato, che fofsc in forma
approvante bada Iblo per modrarc, che per quello è data autoritli agli
Ambafeiadori, ma non appare, ch’eifi Tabbiano efeguica. Oltre quello Mandato fi
ricerca necessariamente che gl’ambafeiadori innanzi il Nocajo in Roma
modrafsero queda loro Proccura prenarrau, e pregafsero il notajo a fare un
Indrumenro, com'edi per autorità data loro dalla Repubblica promettevano le
tali, e tali cole al Proccuratore del Papa, o ad alcuft fuo MiniRro, o ad eflb
Notajo, che riceveva la Pniccura, di che era pregato da ambe le parti a fare
ridnimento. Queda farebbe la dipulazione, la quale fe fofse fatta io non lo sò;
ma veggo certamente, che i Romani non la poftono produrre; ed in luc^o di
quella producono il Proccuracorìo coliamo i 3 nU fteUsat che non ferve; perché
come s'ì detto, ft ben la furrauU vi é dentro inferta, altra cofa però é il
Mandato Procuratorio, altro é la Convenzione ftipulata. 11 Proccuratorio da
podelllt di convenire, ma non fa che Ua convenuto; né mai prova, che la cofa
fia fatta. Innumerabili volle occorre, che làrh data autorità ad un
Froccuratore di contrattare una cofa, che non viene poi contratutaper qiulche
rifpetto ; anzi quello, che piò importa, fi trovano Mandati autentici, ed
Inllmmcmi (leifi,ma non flipulati per qualche oc cafione nata pofcia full'
elécuzione. Ebbero i Proccaratori autorità della Sereniflìma Repubblica di
convenir col Pontefice in que' Capitoli folto il giorno de’ij. Febbrajo in nove
giorni, che paflàrono fino pi giorno de'24. che fu quello dell' allbluzione, in
tempo che tutta riulia era in armi. Infinite cofe poffono elTere occorfe, che
abbiano fatto aggiuenere, fminiiire, od alterar i Capitoli. Bifogna però
mollrare non quello, che folle commetTo di fare, ma quello che fia fiato fatto,
e fiipulato; il che cfli non mofirano né autentico, né non autentico.
A’Proccuratori fidò autoriib di contrattare, ed cK fui fatto veggono quello,
che occorre; non poflbnotmpaflàre il Mandato, ma cercar d’cSieguirlo
totalmente, ovvero ufarlolimitamente a favore del loco Principale. Chi vuol
fapere, che dalla Serenifltma Repubblica non folle data linfiruzionc agli
Ambafeiadori di confeniire a que’Capiioli, fe non con qualche condizione dal
canto del Papa, la quale non cgnfentita da lui gli Ambafeiadori follerò refiati
di concludere la Capitolazione nella formula data’ Infomtua Mandalo di
capitolare non é d'aver per capitolato.- e fe la Repubblica veduta la Modula
mandata da Rtyna folle fiau rifoluia, t che fi avelie per conclulb in quella
forma, poteva fare rifinimento del filo Confenfo qui in Venezia, c non dare
autorìtò, che folle fatto a Roma; tanto che non é buona confeguenza dal vedere
l'autoritli di capitolare, dire dunque fi é capitolato. Quando penfavano i
Romani di valerfi di quello Proccuratorio in luogo di Capitolazione fiipulato
con Launlio Nocajo ilella Camera, fi aegiunié una nota fotio,allefendo, che la
Capitolazione fu fatta, ed i Proccuratori promifero, e giurarono i Capitoli; e
quella natta fu fatta dopo la morte di Giulio; il che apparifee; perché in ella
é chiamalo piò volte falicii moritaiimh^ titolo, che fi dà a' Papi morti. Non
ha il Noiajo pollo il tempo quando l'ba notata; ina fi congh lettura, che folle
15. ed anche 20. anni dopo. In quella fórma Papa Gregorio XIII. diede l'ailetta
Capitolazione agli Ambafciadpri del 157?. adì 17. Settembre. Di quella nota non
é da tener conto alcuno, poiché le Scritture di Notajo non fanno fede, le non
fatte per decreto del Giudice, (e non Giudiziali ; e le fono contratti, fimi in
prefeoza de' Tefiimon), e delle parli con rogito d'elle. £ qui un Notajo molti
anni dopo 1 ’ allerte pani fcrille quello, che fuccellc, e con parole anche
piene d'ambiguità; perché chiama quella fua Scrittura Trtnjimta, e dice
d’averla collazionata coll'Otigmale lenza dire che Originale fia quello, e da
chi fatto. Quelli difetti furono fuperati da'Confultori di V. $. il che venne a
notizia della Corte Romana, onde nel lioé. per occalione dc’meti pailati
ftamparono 1 ' afierta Capitolazione colla fede dello ildla 1-anti I^urilio; m«
corretta non iniitolaniÌQ pib Giulio di felice memoria, e mettendovi il teqapo
fieOo dellafToIuzione 14. Febbraja ij 2^. Ma non avendo ardire di dire, che
foflè rogata dagli Ambafeiadori, fotiofcrillè non come Noujo, che facea
Inftrumento trh le Parti contrae enti ; ma come quello, che icriveva un Decreto
giudiziale, dicendo Jc Mmdut ftiferiffi ^ onde fuggendo un inconyeni^te (tanno
dato ia un ina^^te, ( Ma vi i chw liacamciua, che queU'aano 105;, Laurilio
nonem Notajo di Camera; perchè nell'alTeTta Capitolazione fono nominaci tutti i
Notai di Camera per nome proprio, e quello non i in^el numero. Tra diverle
pretenfioni Romane apparifeono molte alTordith ; ma nelTuna ha tante
oppofiaioni, come quella, delia quale quando in avvenire venilfe parlato dagli
Eccleliallici il mio riverente parere è che,fe ralleghetanno folamente,(ia loro
rifpollo, che da pochi anni in quk s’è dato principio a nominarla; nè però mai
è nato veduto nè l’autentico, nè l'efemplare di quella Capitolazione; perchè
cosi veramente è. £ fe produrranno quella, che dal Papa Gregorio fu dau, ovvero
la Rampata, fia riljiollo, che quella è un Mandato Proccuratorio per
Capitolare. ReRa, che moftrino, che la ftipulazione fia fatta, e fe voranno
venire con argomento, dicendo, che trovandoli il Procctiratorio,.C dee
prefupporre la flipulazione. Ila replicato, che tutto è contrario per le
molte,, ragioni efplicaie dì fopra. Dalle cofe moRrate in quella Scrittura
apparifee chiara, che le difiicolth promoRé fopra il Dominio di V.S. nel Golfo
hanno vera, e facile nfoluzìone, ch'è quanto col mìa riverentiflìmo Zelo ho
làpuw ritrovare, rimettendolo perb come mio umilinimo parere alla prudenza di V.
V. EE. GRAZIA. » O M I DOMINIO DEL MARE ADRIATICO E SUE RAGIONI PEL JUS BELLI
DELLA serenissima repubblica DI VENEZIA Drfcrino da S., Suo Confultore d’ordine
pubblico. v»:r • n 1 ^1 —w», SERENISSIMO PRINCIPE. Orna molto, a propoGto nelle
Oufe forenG, com« uifegD^ i IXattori, ualafciar le diTpute fopi^ le ragioni
GeirAvverTario quando fono tanto forti, e gagliarde, che non G poGbno didru^e-.
k; però G Gioie parlar fuor di propoGto tirando fa Cauta fuor del fuo alveo,
per tirare il Giudice fuor di buon (lato, che non attenda alle buone ragioni, e
(accia fentenza in-, giufta. QueG’ artiGzio viene uiàto da alcuni Dottori melG
sii non da alt», che da diaboGco fpirito a far novità per turbazione della
pubblica quiete, con far venir Vafcelli foreGieri in queGo Golfo, in futura
petnizie del comun commerzio, e della Gcurezza delle Città marittime, contra
l’antiche, a legali ragioni, che ne ha quella SereniIGma Repubblica inveterate,
appio, vate, ed acconfentite da tutto il Mondo, da’Grandi, e da’ piccioli, da’ Principi
e da tutti gli Ordini Gno agli ultimi plcbbei, con prc. fcrizione di Secoli,
che vi aveva poGo Glenzio,- Operazione percer10 diabolica per mettere alle mani
i Principi, che non abbiano a goder la pace, la quale il Signor noGro in
miniGero,e tutela ha loro laiciata- Segno di queGo è, che nel priucìpio
cominciano a fcrivera contri rautorii'i del Papa, ch't il primo alTalto
de’NovaCori, i quali il Diavolo mette in battaglia per rovinare il Mondo, e
come aque. fta difgufla fi titano, fingono che i Signori Veneziani fondino le
loro ragioni fopra privilegj di Papa Aleflando, e deU’Imperadore; e per
diltruggerli fuori di propofito li mutano contri lauiorith loro, e li mefchiano
come fodero le Carte dei Tarocchi, che al fine fono pazaie, bagattelle, e
giuochi di mano, trattando materia di tanta importanza con forme non degne nè
del nome di Dottore, nè di Crifliano ; cosi infamano le fteffi, ed in certo
modo i Miniftri de' Principi, come a bella polla vadano ad incontrar briga, per
effére adoperati, e mettere di le medeCmi neceffitb a'Principi loro in ali
maneggi malHmamente nel Regno di Napoli, dov'è fama, che le contenzioni fono
fiate maggiormente nutricate per confentimento de'Rè. ( Gicc. I. ). Cari. iji.
) Non è vero altrimenti, che i Veneziani, fondino le loro ragioni del Dominio
del Golfo fopra privilegio di Papa, o d'Iroperadore; che fé ciò foffe, forfè
per certe ragioni non tornerebbe conto aprir bocca, però quelli Dottori fondano
la loro difputa sò cosi sfacciato e vano mendacio, fanno alle pugna, danno dei
calci a lovefcio, e cambationo lenza incontro, come i Tori, che hanno perdita
la Vacca, dicendo, che nè pur fono fognate dalla Repubblica di Venezia, ed
anifìziofamente lafoiano quelle, che pubblicamente fi leggono fcritte da
Marc’Antonio Pellegrini nel libro ottavo de Jote Fifii, da Angelo Macacio nel
libro primo da Giambatiila Leoni nel libro delle Confidenzioni del
Guicciardini, da Augullo Treo nel fuo Panegirico, da Jacopo Chizzuola nel fuo
Confìglio, ed allegazione pubblicata nel fupplemento della Storia degli
Dirocchi, e da Prorperu Urbani nella nife-. Ca fatta centra Emanuello.
Tertoviglia Spagnuoto. Gli Amichi Ginreconfulti, non avendo trovato chi abbia
fcritto, o detto in contrario del Dominio, che ha V. SereniiU lopra il Golfo,
dìfsero, che aveva prefcrizione immemorabile, volendo dire non efservi bifogno
di mollrare altro titolo, facendo quelVeffotto la prefcrizione tanto antica,
che fi abbia a credere il maggiore, e'I piò laido, e forte, che poflà mantenere
tal polfelTo; conira i quali non conviene llraparlare, dicendo, che fono
ignoranti delle Storie, benché abbiano acquiftato come di prudenti, e da loro
fi governi il Mondo. Quelli, che forivono per la Repubblica gli allegano, e fe
ne fervono come diteflimonj, elTcndoflati in tempo della preterizione non mai
imerrota a’ loro tempi. A quelli gli Avverlar} oppongono tellimonj di Storici,
che riferilcono diverfi Rè in divelli tempi elfer venuti in Golfo con Legni
armati; e però aver interotta fa preferizione ; nel qual calo fecondo i termini
legali, bifognerebbe, che cercaflero d’ accordar tali tellimon j, come
facilmente fi propone, quando fi dèce, che que'Rè fieno venuti con aver
ottenuta licenza dalla Seteniflima Repubblica; perchè i fuoi Confultori
Marc’Antonio Pellegrini, e Jacopo Chizzuola nella dilpua fatta, prefenti i
Commelhirj Imperiali, adducono Principi, che vi fono venuti, ed hanno dimandata
la licenza ; dove biiogna dire ^md folinmeji fieri, frefuminr feSum. Quel ch'è
folito a farli, fi prelume fatto ;edè benefpiegato ed ellegete dìCora.
Conl.z87.num.i i. voi.p.fapradi cheiContraddittori fi riducono adire che
bifognerebbe mollraie, che almeno due volte ne avelTo lata refifienzaj Temo li,
^ Zz ma dille cefe fegocnti lo intenderemo^ oltre molte altre rifpoflc legali)
che ù pofsono dare a tale inllanza; ma perchè centra G grati legge della
prdcrizione fi ardil'ce di parlare) cos^ fi dee renderconto dì titolo di COSI
amico pofTefib per ovviar per via di ragione,fe fi può) a quel malC) che
potrebbe nafeere per mala ed ingannevole perfuafiooe di cofioro» Se ne parivi
altrove) ma per oi^nitk. Ora quefii tra gli altri fìngono di parlare fopra il
]us belli ^ che ha la Signoria Screniffiiaa ) il qual titolo toccano, come
parlano appunto. Non fanno, ma faper dovrebbono, quandola guerra ègiuila queir
eflere il piò faldo titolo che pofla aver una Repubblica, e qualunque altro
Pnneipe deVuoi Stati; perchè quello vince il Jusna^ furJcy e mette fervirtù,
dove la Natura, non che il Jut genrium ha melTa liberti, e comunione; onde fi
vede quanto ridicolo riefee il di(pmare,cbeneirun Potentato EcclcGallico, o
Secolare polsa farleggì, dar termini, o conceder cola in pregiudizio della
legge naturale, t con quello gli altri inicG, vogliono, che riefeano
bagattelle. Vuole il belli y o Jus gemhtmy che vinto il Nemico, tutto quel)o«
ch’egli pofiede s'intenda del Vincitore. Il primo premio, che zia, dove Baldo
dice, effe re come dar della teda nel Muro/ inquedo. oKiza. bifogna mantenere
il poflellb a chi lo tiene. Al Cecondo fi. ciCponde, che quando la Repubblica
fbndaffè le fue ragioni. fbpra..puMlogj le baderebbe la faìna dèfTi;CosÌ
conclude Mariaoo Cpccina nc Cuoi Conigli ; come fa la Sede Appodoiica trattando
la ^a^ooc de'iuoi Stati, che non L’è necciTario naodrare alcun lodcuoiemo
JeTcoiacquidi. Sarebbe error grave tnodrairli per farli leggere, diffidando
della fàma. £ quando la Repubblica aveflìr a moArareglIdxiuscnù ripofU. nella
Segreta,ic le prederebbe pienifCma fede ? A quedo proposto, dicono i
Giureconfulti non elTcr lecUodire, ne menopenfàre, che laiRepubblicadicelTe una
fallici, benché delfuocomodofitratci; cost aliega'ilCardinalTofco ne'Cuoi
Volumi delle Capitolaziom praticabili. Àltcrzofìrirponde; cheCe il Papa aveCse
conccCso tal privilegio, fenza la libci^ ve^ontV, quando ritornò in Roma lo
avrebbe rivocato, come fece PalqualIL de'privilegj concedi ad Enrico IV.
Imperadore, quando esa nelle lue mani/ il queir fcibko giunto a Roma in
pubblico Concifloro li rivocò, come editti in dato, dove non era indio potere
di negare; e fé durano i titoli privilegiane* Rè di Napoli con-celila Guifeardo
da Leon IX.. quandolofecero prigione eo’Cardinali nella guerra di Benevento y
perchè non li rivocò* quando tornò a Roma, mcglia avrebbe a durar quedo fàttO'
da Papa,, che non fu mai prigione in Venezia,ie fe avelie voUmo U Repubblica
edorquere tal privilegio, ed altri titoli,, gllavrebbc avuti mdto prima dallo
llefroLeoo IX. quando venne a Venezia., del qual anche la Repubblica aveva
prefa la dif'ela. Al quarto fi rllponde, che Papa Àledandro, quando dille
HocMawl ipfum Mare ha* detto di qbedo Golfo, il quale comincia da queda parte,
ed intero, (enea mutar nome, fi donde fino a Corfb; nè manco più oltre
vogliamo, che ptflì « òsi fi ha intefo da tanto tempoinquà, che non v’è memoria
in contrario, chefinal prefente ft chiamatGolfcr di Venezia. Ben> ir
DottopìNapoliiani aivevano imparato nciUdifputa tra’ Francefi,. eSpagnuoU per
caufa de’ Confini dei Capitaniato, le fodé deif Abruzzo,, o della Puglia*, dove
fio tenuta concilifione pergliSpagnuoli, che nella difierenab de nomi, e de*
Confini délIcProvincic, fi debba^attenden fempre alfulo prefenter. Fu
confemiaca qucda> ragione colie armi contra> i Francefi; pCTÒ nemcnte
quando fi À il mireflb d'nn podere, balla una gleba d'effo; cosi per hoc Mare
lì e intefo tatto T Adriatico, dove fi ebbe la vittòria, ch'era avanti gli
occhiti ut: n Ma quclladifpau i friulratoria, o perdimento di tentpoi, che la
Repubblica non dice d’elTerPadrona del Mare, perehè il Papa le abbia còticeflb
privilegia, nè il Pape in quella parte fa conceflìone; ma dichiara^ • aiODe, e
coDcefrione, ebe làRepubblica fiaSignora del Marò Jkre talli, ebe qucHoTha de
Jurt gaathm; e di tal dkniaràaione fe n’è compiaciuta la Repubblica, ad
imitazione di Nollro Signore, le cui azioni fono inftruziòni noftre ; ilquale
ficompiacque della confellìoiw, chePieuo fece qualtncme era Figliuolo di Dio;
quando non fi voglia, che il Papa, d qual è nel pofiéflo prenatrato anche di
maggior autorità, non abbini fiuta tal dichiarazione; queflo non leva alla
Repubblica il Domintojm talli acquillaio, per aver vinti non foiamente i Rè di
Sicilia, ma i Saraceni, ed altri Infedeli, e perfecutori di Santa Chiefa; nel
quat cefo dicorm i Giurcconfulti, che lènza- altra dichiarazione, oConcefiCoite
Pontificia fi acquifia piena ragione negli Stati conquillati di mano d’efii. Ne
daimo efempio de’ Rè di Spagna Aeiracquifto di qtie’Hegni filori delle mani di
uli nemici, c pètA ivi nen riconolce fuperiore flmpefadore, inquanto gli abbia
a comdtidare ; Con- i eludendo lopra quelli quattro capi anche a modo degli
avverfarp ; che il Papa non abbia dette quelle parole, e fe dette le ha, non
abbia avuta aumriib di dirle / confidcrino bÓMy e vedranno con qual azione aveb
potuto dirle il Papa. - A chi vince i Nemici in Mare, ebe occilpavaiio, fi dee
J tare talli flmperio del Mare; LaRepubblicadi Venezia havifiti ìNemiciinMa-'
re, che occupavano; adunque a' Veneziani fi dee ima talli l'Imperio del Mare.
Si provala maggiore per li Giurcconfulti, i quali dicono^ che la Vittoria db in
mano del Vincitore tutte le cofe, e di quello, che alcuno ha prefo in guerra ne
ha il Dominio : ed aliti Dottori dicono, che finite le guerre i popoli
vincitori, tutte le terre, dalle quali hannofcacciati i Vincitori
pubblicamente, ed atiiverTalmentc dicono loro Territorio •,SicFtac.daCa»iit.Agt.
frf. Bap. ^jnn.ila Allimianitut Cap.iy. m. 9, /iè. II. E ne’tcTffliai dcIMain,
che fi faccia Territorio, e polIcflione di chi vittoriofamenfe vi ha
combattuti, e vinti i Nemici diremo, come allega ancoraGioiFrancefco da Ponte
dnadeDottoriav. vetfarj nel fuo lib. de PattHata Prafrii eap.ìj^ Uti Re» fama
conertojiam a»mE*areia», iti efiTcrrhartum Ragia, et aala Ttrritariam diainr a
potaftata tanamis, ÌT Jiaua dkitwr Cataefis prima; Spiritu Domini faratarna
fiapat aquas, Jia famr fapar Mate paaaftaa éatanris JnrifdiSianam. Cioè dove
ilRè va con efercito contea iNemici, ivi è il Territorio del Rè, perchè
Territorio è detto dalla ^ellb del tenere, ficcarne fi dice nel primo del
Gencfi ; Lo Mrito del Signore fi trasferiva fopra Tacque, cosi fi trasferifee la
Ginrifdizione Ibpaa il Mare a chi n'è reliato Padhme. Perloabè t Romani lotto
Scipiane, vinti i Cartagineli, dice Polibio nel lib. yuikviSK iaflitm Impari»
Maria fojiai fiata ; ciò! vinti iCartagmefi, tolat.le loro Navi, emefli i
rollrtnellelororeftò flmperio del Mare a'Rommilip iMtadaa.i, lib. 4.
Satalt.diS.^lit.^. Gli Atenieft potimun tc dopo la- vktoria di Salamina contra
i Fani confeguirono, dice Lcuda, rimperio del Mare. Qui anche fa a pròpoCto il
cafQ allegato da^i Avverfar), che Ferrando figliuolo del Rà Ferrante con 53.
Galee paisà tutto rAdriatico, e fugò la numeroia Ar« mata de'Veneziani fino a
villa del lor Generale Marcello ; didrufle la Dalmazia con tanto terrore
de"Veneziani,die dice il Sabeliico diél. 4. Iib« 2, Eififtinunttt flHum effe
àe Imperio Marit\ perchè da quello ficavaparimente, che chi fuga e vince
Tarmate nemiche nelMare,togliendoad altri riiien per fé Tlmperio del Mare
divenuto Tuo Territorio dai tener fuorii Nemici, di modo che TAdciatico
farebbealiora divenuto tutto Tehttorìo deRè di Napoli ) ma v| lalciano il piu
bello da narrare. Del vincer, e del perdere nella guerra fifa contoin fine ;
difopra abbiamo Bellis bakitis dove quello avviene, conte negli altri giuochi;
chechinel principiovince, alfine dirperataraence perde/xomeavvenneaPompeonellagucrra
centra Cerare; nel principiogloriaodoC di certa vittoria, come appunto ora fan
no gli Avverlar); non fanno fcrivere di ceno poco dtfordine accidentale; onde
perchè la narrazione di quel fatto abbia a galligare i Milantatori de*primi lucceiTi
nelle guerre, e perchè torna a propofuo per provare la fuddetra nollra minor
propofizione flendcremo il luogo del Sabeliico, che Io narra. Federigo
ArrigodiFerdinandofigliuotopiagiovanecon43. Galee,
eFufUencròneIportodi.M,,Diedequelloaflàia temere al Sonato; edera veriAmile,
che il Nemico ivifermandofipotelTc contcnderea Venezia il Mare. Tutta U Citik
aveva gli occhi rivolti al Marcello, cadauno a lui, ed alla fua Armata guardava
) credutoaver perduta SignoriadelMare, quando non fofle cacciato a forza il
Nemico di quel luogo, il che era mantfcAo non poterfì fare fenza grave
confiùto, Stava adunque laCitthin afpettazione, che Marcello, ilqualera a
Geldra, o ardefle TArmaca, che aveva nel Porto Anconitano, fopravvenendovi
alTimprovUb, ovvero la conducete olfattod'armi, elalcaccialfedi 1^;
mafrateanto, ch’^lifupplifce a'bifipgni delle Navi condotte dal Pò, mentre fi
apparecchia la vettovaglia, ed ogni altra cola bilogne vale, il Nemico non fi
tenendo Acuto io quel luogo, fatta vela, fi part'i d’Ancona, prima, che vi
venineTArmata Veneziana. Panar» tal cola grand* odio centra il Marcello
fpezialraente del Volgo, ù quale mifura il tuuodalT avvenimento; e giudicò, che
non fofTc (iato ardito d'andare contrai! Nemico venuto in alto Marc per
mofirare dinon efiere venuto in vano, alTaltando alTimproviloLUlairela della
Dalmazia., qiiafi tutta con ferro, e fuoco la difertò. Cosi
parlailTefiimonioallegato dagli Avverfarj, dov’è prima da notare, cheTArmaia
Aragonefenonfugò lanofira. Secondo, non vi enarrato il tanto tremore de*
Veneziani. Terzo fi vede, che non i Veneziani, ma l’Armata di Napoli era
alquanto tremante; imperocché dice, che il Nemico, non fi tenendo ftcuro in
quel luogo, fece vela, ma vediamo piò oltre, chi ebbe il tanto tremore, perchè
1 Autore di quella Scrittura non ha inietto il Sabeliico. Si vede dall’ eiroie,
che prende circa il nome di Fernando BgliuoIodiFcrranteconM.Galee, in vece di
Federigo figliuo. lodi Ferdinando COD43. Galee, eFuAe, ^ice ilSabeltico;
adunquequeAi dopo aver meffa LiÀà a ferro, ed a fuoco andò ad aflalire Corfò,
Pietro GiuAinian, e Niccolò Bigan, dicono Curzola, dove da principio furono fi
terribili gii alfalti, che ad un tempo vi pofero le Scale alle mura, ondo
avevano fpaventaii i Terrazzani, Giorgio Viaro ivi Capitano, diffidane dodel
poco numero de’ fuot, hfpettoaquc! de'Nemici, per intimorirli fece fparger voce
per la Terra > che rArmata Veneziana lo veniva a foc correre, efecerUrealIc
Campane per tutto, e levar dalle mura un lieto grido, che gàvenilTe l’Armata. I
Nemici dalla paura del pcridsio agitati, perduti circa aoo. fi ritirarono
inMare comeOmbre, e Ipiriti tenebrofi di procelle, anzicomeComacchie, che
fuggono il (uono delle Campane de' Campanili, dove fi aggirano.
Vibannoanchelaiciatodidire, cherArmataVenezianaandò a prendere a forza
Gallipoli in Regno, dove li llende la Colonna in confine dell’ Adriatico, e
Ionio; e che Trento Terra de’Tolemini, Rudis, ed
altrevicineTerreim^ientidelcal'adiGallipali,fi arrenderono, oltre di ciò hanno
lalciato, cneFerdinando vedendo fi grave rotta in cafa fua, pensòalla pace,
^guerra fu la sfortuna di tutti i Principi d'Italia congiurati cantra i
Venezianiper caufadella guerradiFertara, dellaquale (crivc il Giovio nel
principio delle Storie, ed il Guicciardini nclLibro ottavo nel principio,
dovelìlegge, cornei Veneziantconfe^uirono la pace onorevolmente per fe, e
vittuperofamente pel rello d’Italia, che con fenlimentotantogrande, e nel tempo
che fioriva di ricchezze, d'armi, e virtù s'era unita tutta contra. Per
concluderla vi fu lafciato tutto il Polefene di Rovigo, ed i Rè di Napoli per
la fuga, fe pur avellerò avuta qualche ragione nel Marc Adriatico ravret^apo
perduta. Vi farebbe anche per provar la minore la fuga dell’armata di Federigo
II. ImperadoreRèdiSicilia, e Napoli recitata da PandolfoCoUeruvio nel libro 4.
delle Storie di Napoli, oltre di ciò la rotta data da Ruggiero Rè diSicilia,
ilquale infeftando l’ImperioGreco aveva prefoCorlò, dove fatto un Arfcnale,
dominava tutto il Mare. La Repubblica, che aveva giulfamentela protezione di
quell’ Imperio, fe gli mollè centra conArmata, loincontrò, c ruppe dice
Tommafo.Gazzilio Siciliano ScrittoredellaStoriaSiciliana Ub.p.dec. z. Commijfo
prttio ex fuisTriremiha, undevìpnli amijps, fxinUTfifqut yRugeriui vilha rwn
Juueis dijjìpttiiSicilimi profughi et pojit» bello fe fuitraxh. Cioè lucceSà
una fanguinofa battaglia Ruggiero perdette, e fommerfeip. delle fue Galee, con
poche, e diifipate vinto fe ne fuggi in Sicilia, e poi Rette ritirato
fuorde'travaglidellagufrra. Parliamo adunque, ficcome abbiamo deliberato centra
Federigo Imperadore, come quello, che abbiamo detto elfer chiamalo
DeminmA&odi, ed è quello, che i Dottori dicono, che il Mare fi pofla far
proprio, quello concederfi, e fe egli vinto ha ceffo al Vincitore il luogo,
fiamo nella regola Finro vineentem. La Repubblica ne aveva il Dominio exiiujhii
ad omnes, quella dunque farò per finita pruova della minore.. Edin
rifpoRadelquintoArgomento degli Avverfarj, col quale parlano, come dicemmo a
propofito, ma vanamente in riguardo allaveritò dellaStoria, come a quello
invigilano tutti i Regnicoli eccetto il Collanzo autore, e tellimonio
degli.Awerfarj, l’Auior degliAnnali Ecclefiallici parte per emenda, c parte per
rifacimento di guanto ha fetitto contea la Monarchia di Sicilia, li è melfo a
quell’ unprcfa, ci ha prodotto per apparenza di tellimonio uno Straccia fcritto
da penna d un altro Regnicolo, ed un'altro Apocrifo fenza nome, trovati
folamenie a quello tempo tutti due a bufi leggere difuccelC di
quattrocent’anni, vogliono anteporli a' Scrittori pubblici di quel tempo, a
tante memorie antiche di Marmi, e pitture antiche non mai contraddette. Se
Romoaldo Arcivefeovo di Salerno, del quale dicono elfer uno degli Stracci
prodotti, non fa menzione di quella vittoria, ec. torit, non va la confcguenza,
che pon fiafuccefla; poflbno enervi mille caofe d* una tal ommUTione, o per
invidia, o per fcoprire U mancamento, e Timpotenu del Kè di Sicilia fuo
Signore, o per non confeirare il Dominio di Volita Sereniti, o che non ha
Icritto, • che gli è (lato levato, e fìmili. Si adducono anche altri, che non
ne parlano punto; aniche, e Pitture palefano. 11 Padre }acopo Cordano Gefuita
in una fua Cronologia fcrìtta in quei Ila materia feguita per fuo Autore il
Compoficor degli Annali, ma non nega quella vittoria, ed i PadrìGefuiti,
chehanno mandato fuori in Colonia un libro intitolato Dtfenfiones Ànnatium
Ectlejiaftkorum. non la negano ; però per pruova della minore, e per rirpolla
del 2.. c. 63. dove introduce il Cardinal di Monopoli a dire al medefìmo Pontifìce
dell^ltalia, come la liia liberti, e grandezza rìfiede nelle Lagune del Mar
Adriatico; e come fi deb. bono bilanciare t fervig; della Repubblica antica, e
moderna fatti a Santa CKiefa, ed a tutta la CrìAÌMÙt^ parimente; (ìccomc
ampiamente fi leggono in molte Scorie i validi ajuti dati per 1 * acquifio di
Terra Santa, e le vittorie ottenute centra Infedeli, f ubbidienza verlo la
Santa Sede, ed i Tuoi Sommi Pontefici ne* più urgenti bifogni; ficcome ad
AlelfaRctro III. fugato, e fcacciato dall’ Imperadore Federigo Fnobarbo, per la
cui li^rt^, ed onore prodigo fu il Principe Ziani, e quel Senato delle
facolcli, e della vita tu acquiilare quella famofa vittoria in Ifiria al Capo
di Salbore con cattiviti d’Ottone figliuolo dell’ Imperadore, e non effendo mcn
liberale ne* tempi di Leon X., ed altri Pontefici ec. Onde gli Avverfarj non
offendono la Repubblica, ma i loro Principi, mentre vogliono indurre i Miniflri
non folo a far guerra, ma a commettere infame latrocinio, dicendo S. Agoflino
nel lib*4.c.4. e ò. deCivitate Dei. Remora Juftitia quid fum Regna, nifi magna
latrocinia ? e piu oltre muover guerra a’ vicini, e procedere ad altre
confeguenze, e per cupidità di Regno affliggere, c foperchiare i popoli, che
non danno impaccio, che altro fi dee chiamare, che gran latrocinio? Penfo
d’aver adem^ piuto a ciò, che per tal materia brevemente fi abbia potuto dire,
GRAZIA I N- I N P E 5^ LIBRORUM PROHIBITORUM, Pum R?§uii^ pqpftfli* p^r P^trcs
a Tridentina Synodo dclcAos. AWCTORITATE PII IV, PRIM^M EDITUS. 1 -i. f»Jìe*
vtra ^ S/nt» ofiiu jht Et KUNS p«MVMS.p. n, CLEMENTIS ^ P A P ^ Vni, Jitffu
rtu^iùtia, ^ paUictun. INSTRUCTIONE adiecta, {V mjuniét fnhUmmh, itfiù Jbictri
tmeniaitdi, CLEMEN5 PAPA VIIE Ad perpetuam rei memorfam. tacaosaNCTUN acho. Uem
Mii éqNfinMii fise ^ PcopUccRi Mtctertìitfì iàUiKin confc^tu nemini Ikxt >
ut Ciivua in Ecclefla Dei perpetuò eoo(tfvaresur » p^rifque iovioUrutn crade
aercitanm, ut haoc fideà catbo^ìca; dpr firnwfM ioGigrkttem t (»Unm » incorna
pcam^'ie òi Mcidila Dei reciaarent, ApoAokci animi magnitudine» prò muro domuv
Ifraei, advcrAis einrdeni fidei hoAes»^ fciproa oppooentei, ne iAoram doHi, 8c
infidiia imprudenter> &limplickaiit vctcres ex infcm excitanecr ficn
riiu: Noi. ranl eandcm Pjì pndeceiToris Tri^ntitu Synodba» pefVileijceiB
ooxicv- Conllitu^eoem» &]iiclicen>y acReguias« TUO libroTuo copivm, qoc
plbs. nitpio ^uonim q^iam. tenorer haberi voiutous cxercventr coerceiet auferre
èu> cxpiemh ^uam hxc ip^ p'iens prìnram quìdem dò^iflìmos alì- ta> prour
ìnKrms dcfcrìpt# Aific oronui quoc vnosnfetl^iei qu^de
d^T||hgila»i|in^oi^araAp^ft^fi^^ tenore ^norceti^,;fc,der^r 4 ^tt''.*’ pcrmota»
ad ipfxm Apoftblicam l^deni» gurarìbui peribnis ubiqiie loconmr exiuucgram rem
défertndara Aan]tc»-Itaqpe Itentibua» Aib ufdem p in did^aPìì fel. ree, Pius.
Papa qitamìs przdeceflbr, ConnjtDCrone COTcentis» obiérvari prveinoAcr, qat
hcofcTw xpbrrpacV J de; (fiadamut^rQ^ «ovai faci fa fedebat, Przbcis
qui&atàam doé^rina» Itas negqtuim» cùm prombìrionìSf rum et
prudentiaprxlUntibusy^adbibirxar.^DK^exputjacioais, de imprcfConia libromm
dìeem librorum prohibitofun) » À Re^* pcragamr» eas omnci £acalcate mein. Fias
firevi^, proinulgavic ì de c/ufmodi noxìo- Qiintus. MagiAro facriPalatii primum
rum Itbronmrdetrimcncisdicpcitcnn^» op- dcipdeGrcgoriin dccimas rcrtius > 9c
Stxfortunè- pfOTìdìt, CarteruTn, Ticct illa tur qumtusi
CardinaTibosCongregarionir prò rempfìrtii raiionc prudenter ruqrinc predi^z
concelRrtinc « quornm tcnores rune conAiruca j rameó'^ -Icum Sarimiz me
vofaraus haberi proexprefliSi conArafhuia» in bujufniodi librorum edhione
mamus* Se qiucenus opmeA innovamus. finva ili dfi^t mala ( nam.polV in- bis
ornniros, qu;r addiùi in bne In ìUlhI tempi» afit erùm libri pcrnicioA dice»
noti adverfantur, volumurqric propartim cqnfcripri, atqiie «dici. parcim>
prcreai ac dccemimus > ut fi q;;x inpoqui fcriplfì e^aKc» de antèa
JcTicùerthti' Atrum dubìtaironet aùttóntfoverfix circa in medium prodiere i ic
mem. Sixtns Papa Quinta» przdccef- aliomio» qut prò tempore fiiper Iiunce òr
noftcr,|mildt ilIaArari«« acque àd hu;iifa)odi deputati fherinv» rd'eraneur i
l’cgoUi a^iMs neceflàrif» rebus » liianda* et ex fencemia eonindeih*
Cardinalium y vie » nr nonuutli alii ejufdear generis (i- nobisi aur
fuccefioribus noAris > fi rei bri V eidem* Indici ad^ereptiu;. Vei^m
gravita» id poAulaverit» conrultis>declacuro: idem Sixeus I rè minimé
abfoluca » ^ rencur» et decidantur, quorum audorìhumani* ezcefcrìtJ Noe la fw
fqi»» fai^ fuem » cuir pennittcndtt » tum prohiti quantuiTP CQQT Doniìoò'
poiAnnez con- bendii ex{àirgandis » 6c 'imprimeniis 4ìfiilcntes»
quodjampridentiiuliccrarpcoior brit, airifqoe ad eam rem pcrcìncnribos 9c a
mulcis- dia defideratunr cratr hoc expiicandìs» volaouis efie przeipuam,
artempore oronino perficiendum » atqw in ^ èra mandaimts ab oomibiis venerabilocem
edcnditm duxtaui-- Venerabiliigi- libus Aatribos noArisPatriarchis, Arcbietur
fratrr noAro Marco Amooio Epìl^ pifcopii» EpKcopis» aliifque locorumOrpo
PreneAino de Colamela dilt^is dinariist «uroque gradò»» ordini»» aoc diruti»»
Oc Marie Angelorairr intbensi»^ Borro* cam EccìefiaAicis rccnlatibas» vcl
regumeo, Fratinlco SanOcMaric Tran^n* laribu»» quiro laici», quocunanebonore,
tiuc Tcd'eto r titulorum Presbyteris» nec*^ ve! digicitare prediti»,
ioviolabicerobAi» non Afeanio SaoOe Narie in CoAixdio vari. Non obAamibos
ApoAoIùis» acin de Columoa diacooo» Cardinalibu»r fu- tmivcHaUbo»,
Provinctalibm» et Synodar per hnjufmodi Indice per no» depinari», fibus
Concilii», editi» generalibu» » vd aliifque pit»« ficcruditis» viri» in
colIfi•^ fpecialihusConAitationibut» drordiiurioliom adhibici», ca omoia, ac
fingala» nibo»/ ac qnibufri» Aatml», 2c coornetitqoe a Suro quinto» oc fupra
dixtistt»» dioìbus» etuni fitramento confirmatione ìnAicuta ennt, diligcmer
exiroimnda» ApoAoKca» vcl quavi» firmitace alia ro«ommilinm»» que cum magno
Audio vÌp> bomis privilegi» qooqoc indcllds» fieli ter» PROHIBITORUM. 371
teris Apoftolìclst rubquìbiircunque tenoribusj &- formis in cor^crarium
pnrmifforura conccflif t confirnoarh, approbacis, et innovatisi Qjtibus otnnibus.
Oc fìngiilì etiamfì prò ìTlonun fufficienci dtrogatfone fpeciaUs, rpecìflca» Oc
ad verbum in(«rta mcntio kabenda cCkci tenores hujulmodi przfenribns prò
expreilis habentes, hac vice dnnraxat, rpecialicer» &exprcriè derogamus *.
czccriiqne conrrariis quibufcunqiK. ^cemenccs camndcm przfentium cxemplis,
cciafn imprefljs, Notarli publicì manu fubfcriptis» Oc figìtlo Trslati a!icu/us
Bccldtafticì obfìgnatis» car^m haberi fidem > qux hibcrerur ipHs
prxfentibus, iì forenr exhibitSi vd oiicnfx. Dar. if’urculi, fnb Atmulo
Pifratoris. Die decimafeptìnia OOobris, MiHenmo quingenrefìmo
nonageiìrao^ninto, Pontilìcarus Noftri, Anno Q^no M, f^ìus Bibrianusy PIUS PAPA
Ad perpetuam r?i meraor jam. OMINICI ^egis cuftodix Domino dil^nente» pr^pofìci
) vigilili n>ore paftorisnon dciìAimusx ipAgrcgi ab
immineniibuspcricuh's,quanta maxima pofsomus cura, et diligencia rrcavcrc, ne
propter negiigenclam noum peream ovcs, qnz prction/Cmo Domini Noftri Jcfn
Chrifti fanguine, fune rcdcmpcx* Eifì autem, qua adAdeì vesitacem parefacicndain,
et ad horum temporum hareics confutandas pcrtinebant, in orcuraenico, Oc
generali^ concK Ho Tridentino, SanÀi Spiritus aflìfteiK ce gratta, nupcr adeò
enucleata, ac definka fueriint, ut facile jam fit tmÌcui-que fanaro
catholicamque dodrinam, a falia, adulterataque intemoTcere ; ta-. men cam
libronim abharericis ediroram iefiio, non modo Cmpliciores hnminet corrumpere
folent, verura fcpd etiamdoùoi, cruditorque in variot crrorcs, Oc a veritate
Adci cathoticx alienas opinionet inductre, buie quoque rei effe diximus
providenduno Cum auietn aptiiBmum et inalo remedium c0e feirerDus, A
componeretnr, atque ederceur Index, Ave catalogus librorum, qui vel hzretici
fìnt, vel deb?tciica gravitate fufpcfli, vel ctr» xè ptoribua, Oc pktaù
ooccanc; idnego» Tvm ìk tfum ad facram Tridentinam SjrnodBna rejeceramus. Ea
vero ex tanta Epifeop». rum, Oc aliorum dodiflimorum virortim copia delegit, ad
eum conAcicndum in*» diccm, multos cum doéVrma, tum judiciò in/ìgnes Pralatos,
ex omnibus fere nacionibus, qui quidem non Anc maai'mo hbore, phirimifqua
vigilits euro ii>^ diccm tandem, Deojuvante, perfccenmt» adhibitis etiaro in
conAlium Ic^iflimiquibufdain Teologis. Prraé^lo aatcroCondlio, cum ex iplìus
Synodi decreto, is Index nobis oblacus fuifict, nt ne anrc ederetur, quam a
nobis approbaius fuitfee, nos doAiffìmis quibuldam, probacìfAmifquePralatis
eunaccurati0ìnrk Icgendum, examinandumque tradidimus, et ipit edam Cumigkur cmn
ma gno Audio, acri judicio, diuturna cura confefhim. Oc praterca
commodiflimèdigeAum e(W cognovertmus,* Nos falutianimarumconfnlcre, camqueob
caufampro*. videre cupicntes, nc libri, et fcripcacu^ iufeunque generis, qua in
cd-*improbai>tur, fìve ut harccìca. Ave ut de hzretifa pravicate fufpcffa,
Ave ut pietati, acmorum hoocAatt inutilia» aut aliqua corre» fHone faltem
Indigeniia, poAhac a Chri« Ai Adelibus tegamur : mfum ittdiccm, nnacuro Rcgulis
et prarppfitis, anAorirate^ ApoQoItea tenore prafenrìum approbamus impriroique
ac divulgar!, et ab omnibus UnivcrArafibus cathoNcis, ac quibufeun^ qne aliit,
ubique. fufeìpi, eafque Regulas obfervari mandamus, atque dcccmimiis;
Inhibcntes omnibus, Oc Anguh's, ram EccleAaAicis pcrronis,SarcnIaribDS, fir
Re*, gularibus, cu/ufeunque gradui, ordinis,& dìgniiaiis 6nt, quim Laicis,
quocimque honorc,ac digniiate praditistne qiits centra earum Regularum
pr^rcriptum, au( ipAus prohibicionem Indicis, fibros uUos legere, babenve
audaas. $i quù autena adverfus eas Regulas, prohibirionemque Acerit, isquidem,
qui hxrericorum libros, vel cujnfvis auaorisfcripta propter hzrcAm, vel falA
dogmatis lufpicioncm damnata, atque prohibitalegerir, habueritve, ipfo ;ure in.
excommunìcationis pGcnam incìdac, eamque ob canfam in eum, tamquam de harefì
rurpcdiiin inquiri, Oc procedi liceaa.' przter aliaspor. nas fuper hoc, ab
ApoAolica Sede, f»crifque canonìbtis conAitmas- Quiautem Hbros a|Ì4 de cau/a
prohibitos Icgerit, habucritve, prxter peccati morcalìs reaturo, Epifeoporum
arbitrio feverd fé noverte punienduflD, non obAanrfbus conAinitionibus, Oc
ordinarionibus ApoAoli(is contrariis quibufeunque, aut A quÌ-« Aaa i bus.INDEX
LIBRORUM I)Ri comfTiunirer, vel dìvirim, ab eadcm tadm
faumlMMipt^dìmunanT'Jcllbe-, /ic Sede indulcum, nc cxeoinirxinicari raiiowmt
wncruRi, ut jiulUartnt nUùi ir: ‘;7pf>(Tìnt; per Iitera$ ‘Apo^olicas, non
fa- us fitti poffe% tfttàm fi F^itutniu ÌUe cientes pcrnam»& expre(ram>
ac de ver* forum ^.'^rruriati Index, aò tn^uifitorìouf ^ a^yerbum,de indulto
.hiijurinodi menr tM pofiremò nnfediuf ^pa^lelftanllm dttr.pùs, (ipnem. Ut h«c
aucem ad omnium nO; «ifae erùm addiiìst Teùneretur s ^nippe neve quìs
excufaritv cum ma^r.a mAturitate 2 mulfis virif doÙU pe ignorationis uti pofGc»
voItiiDUS> et cempofiiuj, piurlmot compre(:endat au8oft$, mandamuijUt hz
licere per aliquos Cu- «if«e /a erdinem fatU commdum diiefifu tfri» noflr*
Curforef in Balilica Vatica- fe ^idcatur. rii PiÌBcipis ApoAoiorunij et io
Ecclelia Laterancnil cune, aitn in eis popului» ucrmirarnmfolcmnibus
inccrni> congregari folce» palam» et cUra voce reci« lemuri et poflquam
recitate fuerint ad valvas earutn Ecclefìarum » itcìnque Cancdl 4 ri»
Apoftolic» » et in loco folito Campi Flore afligancur: ibique ut Icgi» et
omnibus innotefeere poflìnr» aliquarv tifper rclinquamur* Cuin autem inde
amovebuntur» earurn excmpla in iiidem tocis affixa remancant. Nos enim per
rccicationcm hanc» publicationcm » &a£Bxionen)» omnes» et lingutos » qui
bis liccris comprehen^tur» poft tres menfes» a die pubiicationis» A affixionis
earum» numcrandos» volumus perinde aAri£Ios» 9c obiiqatos effe» ac ù ipAfmcc
ille edite» Ic^equc fuiflent. Tranfumptis quoque carum, que manu alicujus
publici Notarli fcripta» fabfcriptavc » A figlilo» ac rubfcripcione alicu/iis
pcrfonz in dignitate Ecclefiaftica conftùute » munirà hKrint» fidem fine ulla
dubitationc habcri inandamus» acque deràmimus. Dar. Rome apud S. Pctrum fub
Annulo Tifearoris, die xxiiii. Marcii». Pontifica cm Noftri Anno Qjiinco.
»^Rimus FioTeìfelUt LaxellìnutConfe£Iuin a deputatione Tridentine Synodi R. P.
F. Francifei Forsrii » OriL Fratrum Pred. S. T. Profcflbris. A cjufdcm Depucationis
Sccrcurii UM SanSd ttamunuA TfldeutU «4 Sytf»dMt ÙV roimììfus Addita #.t g4j
fjfcc « fecnuU fefioaU De creio Jub BeajlUimo Tio Qjfario Toni. Max. txplicatj
Ju», c«ifmffet » «r Tarrer Ali^uct » ex ctmibui feri nstlonihuf deU8i$ de
Ubrorum etnfurif ^uld Mutuendum tfjet » di/ij;e>ttcr coptaiiatus, in j^oniaw
vero ìiuelli^ebAnt t propiere* In alì^Uibui 'PrttLìiuus, oc loels haSenus eum
fndìcem rteeptum non tffe^ i^«odÌ» eo ifuldam ìlbri prol/ibereatur t quorum
leOione viri da~ Bi pTivari ^magnoincommodo afficerniur » Atque animo
advtrttntts etMin» in eo effe nonmUa forum expticati pafitUf qua interpreiO'
tlone indl^eretìt j re, multum diuque delibera' tionibur abitata, ac vÌtìs
etiam ex ornai notiene, Tixoitt^ica facuìtatls fcìentifjimìs, in coafilium
adinbUìf » fuhieQoi Ryguiat componcndas ;ndir4rmr» ut quoad tjus fieri pofjtt,
dìBorum homlnum eommodht &" Jìudiii faii'4 vtrhaie, oc reli^icne,
frojpUeretur. Jllud i^itur in prtmìe aà fervore oporiet, utumquamque peni
aipiìobeti literam, tret hobtre ciajjet, Ja primA non tam libri, quòm Ubrorum
fcripiorct, eoiuaientier, qui aut haraici, aut nota Ifartfit fnJpeBi fuerunt ;
horum enim Ca~ toìof^um fieri i^riuìt., m omw ìmeUi^ant, eorum fcripta, non
edita folum, fed tdenda etìoM, Orohibìta effe. Sed iitni etum aifimadverrendna^»
quod lieet muliì pratcrtA fini, qui jufiiffmìs de cortfis in Imuic ilaffem
refern pourani, Tairibus temoi non is fult animui, aut ad cerum pertÌKcbat
ii|^ii«rj 0 ii » ut eot ad unum ferquirCm nnt, fed Ut pene contenti fuere, qui
in mano Catalt^o dtftripti funi, de aliìf veri ejufdem green'/ auBoribus, idem
ab trènorìU, et biquifitoribuf fiaiuendum effe exiflimarmt. Ih fecundam Clafjm
ron auBortt, fed libri futa r fiati, qui propier doBrinam quòm tontlnent, non
fanam, aut fufpeBatu, aut qua tffenfionem etltm in morìbut untum fideiimit
aficrre potefi, re/ieiuttur, etiam fi auBorts, a quìbut prodiere ^ ab Eetìefia
Tjaiquam defeherunt Tenia vero et ultima claffis, eot llbrot compleBìiur, qui
fine fertpiopt nomine exìeruttt la vulpts, et tam doBrlnam emtlnent, quam
H^ntana £eelefia tzmquam eathoUea fidel, aut morum IntexTÌtail contrariam,
rtfi^ tanibm ae repci/endraii effe defrrrtif. >(on enlni om^es llbrot, qui
Komen auBorjt nonpraferunt, damnandot putarunt : quandoquldem fapè virot doBot,
ae SanBos noviniii » M Cbrlfiìana quldem Ppfp, ex eorum vigiliir lìiiU etpent »
^ ivr^ ìnstiem rUm fvìiarau, ùkru ofnimoi /ine nemne edi^ àlffe, ftd tos taravm
» ftu ent lujiiìdo prtvtm 1 «•w diibUm fidel doSTtnamy /Ìi« BMnA*a fcruienfém
ecniìnpu • vero /mf hujnfmodl, aiit tales omnino prohibeneur, AUorum. autem.
bxreticorttni libri » qui de religione quidem ex profeflb trapani » omnino
damnancur. Qui vero de religione non crafUnr » a Thedogii catholicis, iulTu
Epircopomm|_ et Inquifitorum exairinati» U approbari » permitrunrur. Libri
eriam cathoUcé confcripti» cani •b ini*» qui Qoftea in hxrcfìm lapH Ainr» quaiD
ab illis» qui poti lapfum ad Eccleuz gremium rediere» approbari a faculca-. tc
Theoiogica allcujus UniverfiratU cacholics» vel ab. Inquinrione generali» per«. mirti poterunc. V
Erfìone* fcriptonim.^iam EcdeHa-. Ricorum. quz haf^nui edita fune a damiutis
Au^Voribu*, modo nihil conrra fanare do^rina cootineant » permiccunmr. Librornm
autem vetcris teRamenri verr fìonet» viri tantum doOis » Se pii* Sudicio
Epifeopi concedi poterunc; modo hu» jui^mondi vcrilonibu* tamquam elucidatici
nibtt* vulgatx cdicionis» ad intelligcndam facram Scripturam» non autem tamquam
(acro texcUf utanmr. Verfiones vero novi ceRamcnci, ab auOoribu* prime cladis
huju* Indici* faneraini coneeJantur » quia utilitàti* parum»periculi vero
pluritnum leftoribn* ex earum lefUone manate folet. Si qui vero annorationcs
cum huiufroodii^ qua permictunnir vernonibus» vet cum vulgata editione
circumferunrur» ex pun^is loci* fafpcftì* a facultatc Theoiogica alicujus
Univerfitacis catMicc» auc Inquiruione generali tpcrmicti eifdempoterunt »
quih^ Se vcrnones. Qu^ibu* conditionibus tocum volumen Bi« bliorum, quod vulgo
fiiblia Vatabli dicitur, auc parte eju*» concedi viri* piis»& do£li*
poterunc. Ex Bibfii* vero Ifidori Clarii Brixiant prologus et prologomeru
przcidanrur eju* vero cexrum» nemo tex. vulgata edi-« ^ionis ciTc exiRimet. C
Um expcrimcnto maniféRnm fìr» (t Sacra Bibtia vulgari lingua, palÉm (ine
diferimine pcrmittaniur» plut inde, ob hominum temerirarem» detrimenti qiiam
ucilitatis otiri» hicin parte jndicio Epifeopi » aut Inquifuoris Recur » tic
cum conltlio Parochi vel Confedarii » fiibliorutn, acatbolicis AuOonbus
verforum» leAionem in vulgari lìngua ci* concedere poRìnt} quo* inccllexerinr»
ex hu. jufmodi lefiione non damnum» fed (idei, acque pieracis argumentum capere
pofTe; quain facnirarem in fcripti* habeant» Qui amem» abfque cali facultate ea
legete » fen habere przrampferit» nifi priaBiblii* Ordinario redditi* »
peccatorum abfolutionem pcrcìpere non pofEc. Bibliopola veròqui prxdidam
faculcarem non habenc » Bìblia idiomgte volgari confcripra vendidèrint» vel
alio quovi* modo concerserint» librorum pretium» in
uTupiosabEpifcopoconvcrtcndum, amitrant; aliifqoe perni) prodeliAi qualicace
eiurdem Epifeopi arbitrio fubìaccant. Rcgulare* vero » non nifi facuirate 1
Prelaris fui habica» ea iegere» aut eroe(e pcdCnc. RE L ibri il!i} qui
hcrcciconun Auélonim opera, Imcrdum prodeuac, in quibus nulla j lut pauca de
Tuo appoiiunc» icdaliorum di£iacolligunc>cu/uraK)diruiic Lcxica >
Concordancix, Apophiegmara i Si-railifudincit Indice», Se hujuftnodi, fi quz ne
admixea, quzexpui^atione geam illi», Epifeopi, et Inquifitoris,una curo
Theologorum caibolicorum confilio ^bJacii» eaMndaci», perraùrantur, L ibri vulgati
idiomare de conrrover» fiiss inier carholicos, Se bareticos noAri tempori»,
difiercmcf, non palGm i^rmìttancur, fed idem de iis ferveotur, quod de Bibliis
vu^ari lingua Jcrjptis, flatutam eft, Qui vero de ratione bend vivondi,
comemplandi, confitendt, ac fimìlibus argumemis volgare r«m»onc confcripti
iiiiu, fi fanam do^rinam coiuiiieanc, non cA cur prohibcantur, ficuc nec
lìcrmone» populares, volgari lingua babiti. Quod d ha£lemi», inaliquo regno,
vel provincia, aliqnt libri funt prohibiri, 2 'iiod ivooQuUa coiuùterentiqua
fine dcle;u ab omnibo» legi non expediat, fico, fum aufloret cacKolici fum
poAquam cmm Chiromantix, Necromantir, five in quibus concia, nentur fonikgia,
veneficia, at^ria » auTpicia, incantariooe» arti» magicz, prorfus rejiciantur. Epifeopi
vero, diligcnccr provideant, nc AArologix /udkiaric libri, trapani», indice»
Icgantur, vel habeantur, qui de futuri» concingencibus, fucceffibus,
fortuicifve cafibus, aut iis afiionibus quz ab humaiu vohintate pendenc, cerco
aliquid evcnn irum affirmare audene. Permiiruorur auccm judicia Se naturaks
obrervationes, quz navigationes, agricolturz, five medicz artis juvandz gracia,
confcripea fune. I N libronim, aliammve fcripnirarum, imprefilo nefervetur,
quod in Coucìlio Lateranenfi fub Leone X. feffione decima Ratutum eft, Qgasè fi
in alma urbe Roma, liber aliqui» fic imprimcndm » per Vicarium Sununi Pont, de
{acri Paiatti Magifiruin, vel perfonas a SerenifiCmo Dominio NoAro deputaiula»,
prius cxamincntuF. In alii» vero locis ad Epifeopum, vel aliiim habentem
fcicntiam libri, vel feriprurz impriinendz, ab eodem Epifeopo depucartdum, ac
Inquifiiorem hzrcticz pravitati», e;us civitatis,veldÌGrccfis, ioqua iinpreflìo
fiet,e)usapprobacio, Se examen pertineat, Se per eorum manum propria
rubfcriptione gratis, et fine dilatione imponendam, fub perni», Se cenfuris in
eodem decreto contenti», approbecur, hac lege, de conditiorte addita, ut
exempluas libri iraprimersdi autheniicuai, de manu autori» mbfcripaim, apud
Examìnatorem rcmaocat. Hot vcrò, qui libellos.manDfcrìptos volgane, nifi ante
axaminati,probaiiquc fuerint, jirdemp^nitfubiicidebcrc )udicarunt Patres
depurati, quibus iniprclTorcs, et qui co» habuerinc, de Icgcrint, nifi aurore»
prodidcrint, prò aufloribus habeantur. Ipfa vero huiufinodi librorum ptobarlo
in fcriptis detur lA in fronte libri vcl feripei, xel impreffi authcnticc
appareat, probatioque de examen, ac czteragratis nanr, pQt Pmirct, in fiiagatis
cfVitatibaB > le Ckteniin nomìtUt ctzm Hbronim « ^ur 4i«cefi&(tt4
doonuyvet toei>,«bi an im* t Pasnbus «lepucac» porgati funt, tura pretfotiL
termnir » 8c bìMìothcat 1ibr» maiur defcripca» San£UiEmi Domiiu Noie hcreeiÈfc
praricacis» oc nihM commi ftri. ìaiTa. tmdidit.. quK pfoiUbaxur» ant
imprioiacuri auc. Ad c xa t ma re verò- oranibot fidbMmwdttnr» aòl hdieamr..
prccipinir» ne qaìv aodeac eoocra hanim Oranea ««t6. librarìi » fle qucunqne 1
n> Rcgnlamaó pm(crìptu{D« luchiijui Indie» bcoQim. ecadéco res ^hab^c io
6iis bibiiou pn&biuoocm a. libro» aliqoos legem » ibedi» ifidkxaadibaMnm
mp^um» aufbabere.. habenc» cum Tnbiccipcìone di^bruen per- - H qni> - libro»
kat«rieofumv v# Ibnarum, » aJip»viiproaL habeant » auc oipiìvìi Au^r» feripea
> ob h«rentai''>cl vendanoli ib? qujCBAqole adbnecridaoci ob £alfi A»mii»
rufpietonem damnaca» line lieencia corundem depucandoram » i^ue prohiDiéa,
Inerir, live habucric»iU miniRri publici ejtlT'loci»i predifì» peifonis
fignsfieenr » libro» 4 ^e addu£b».. - « ^. Nono veto aadear • iifarara » qo^
jpft, «aitati» io cÌTÙateiB mtrodoxie» alwai lefeodutt tradem » mi aliqna fa» tiona
atnaare » «ar commolam » nifi o» Aenfo pnnt libro » bi bab^ Ueaocia a hane
ìmpnfBonem et edìtioneni de nòvo pec&fiis depucandi» » ant -oifr nocoeid.
trlbui ^culcaiem Epireopis» veMnquifito«oofiei »> librasi jam c& otuùbux
per- ribu»» toc Regutarium Sc^rìoribu^i con tini ia caconunicacionis Iracenciam
iiw tiiKrac. ’ - Qui verò libro» > alio Domine intetdi£lo»Wgecic » aut
haboerìt, pretcr peccati morrai» rea tura quo aftcituri /ndicio Epifcoponim
fcvcrd puuiantr. Ckra qmtrtam - 1. A NImadVertendtim eft «Irta fapraraw
pcamqdattain r^hiiD Indici» felic.^ recòrd/ Pii Pape XV. nulfam per mefiurn •
ideici qooqne (ervetur » sd Ksrediba» ». le eicèquiicoribui oldmaniin
vt^uwaioro» m libro* a defooftì» rolidh»» firo corub iodicea>»ìllia peiWi»
dqpgcanditoéGmnc • et ab ii» lieeMiam obcìneaoc » prìorqnaa ei» ucasuur » aot
in alias perfonat qu^ cuDqoe rariooe eos traufiecaor. cedendi nbenciam emendi »
iegendi t àul retinendr fiibliavulgari lingua mira «cura ha£lenot mandato, le
nfu Sanf^e Romane le univerfali» loqui/ìcionis fublaca ei» fiierìc fiicaicas
oeocedendìluilDfmódilicentias l^endi» vcl rctinendi fiibìlia vtilgaria» auc
aliai (acre Scriptnrc cara i^vi qndm veteri» tcRamcnti parte» qoaviaVdl Jn hi»
a^fo oranibui» le fiagul»» pf- ^ri lingua edia»; ac infopcr ruraraaifa sa
ftaraaror» vel amiffianù Ubr^iBiVei le compendia eciam hiAoriea coruodcra alia.
arbirrìA corudera £pi£ooponira» vd Bibliorum^ feu librortuo (Kie fcripcnrci
Inquifitoram» proqoalitatq «oocnniaels». quocuoque vulvari idiocoace conlcripu
c vel dclidi-. * quod quidem inviolati (ervandam eA. Circa verd libros» qooi
^tma deputa» -ti. aut examraanmr. aui expo^runc » Crrni. «nmm auc eirptireando»
cradideriioc « ant cerei» _ condittonwoi.ocntrfa» excudueneirtcofi- ^^Trci
Rmdam ìx. aiddem Xndicti » ccfi*e^t» mìdcpiid ilio» Aatmiiflé confti- 1.
abEpifropt», IclaquificoribusChricerit y cara bibliopolc » quim. esteri ob^
fiifi^le» fedulò adinonendi fune » £rrveiit. quòd in legente»* auc rerineote»
concra Liberum taraen fic Epiicopii* aot tiv r^Iam banc» libros huiufooodi
Aftroloquifitoribus generalìbu» » fecnidum &cui- gis |odiciarÌs divinarionum
le fortìfegio. tatem quam hatency eosecUm libroiyqut rum» rercmiqtte aliaramin
eadem Reguia hi» Regulis perroitti videiirur » prt^ibcre» «xprefiaruaiy procedi
poteft, non raodò fi hoc in fui» tvffi» aut proviociit» vcl per ìpfos
EptTcopoiy A Ordinariosi fed dioNcfibus expeiure iròicaverine. eciam per
Inquificores loconim ex conAi tutioM feU ree* |jxti Pap» C^mn contea
.exercentes A(bplogÌx judicùrùe artem et alia qocnwtpic «livuutioattm genera »
UbroCque de cn kgences t ac ceoent«s» protnulgaeat Tub Damai Roniz aptid
&an£^un Pcfmm I anno. locamationixDo^ ininicz M. D.JkXXXV^ Noni». Jannarii
» Pc«(ilkatu« (lù aDi¥> primo t Px Ttéhi^ k et lìkth Uthémm, Q Uimvìs in
tenia c1a0é lodkiia p*v» di^i Pii ffapz IV. Itfb licera Thabmid Hcbwocuia »
epiTigue gioite k anoocatiojies i iacarpMUtioacs » £c cxpofiiiooes. onmes
pmlubnitmr i ^ quòd Q abTque ooaiiiie Thilaisd g et ne iDjuriis, Oc calumniis
in Religiooem ChriftiaDam abquaodo prodiiiTena * lOkxareiuur: quia tamen
Saa£Uil$iniu Domi90S NolUr Domiqp*^ Clemens FapaVlIL Mr Tuam eoaRitutìoneio
concra inapia uripea et libro» Hebrroram » fub Datum Rorpe * 0 ^ Sartfbiux
Paniai anno Incarsacioais Doffiiniac prbtie Kal. Marcii Pontificar, fui, anno
lecunlicioQÌb«s. pcnaicegp» auc co^randi i fed ^ialicer et exprefie Aacqic Oc vuki
u; ^/uf^niodi impti ThaUnpdici, CabalilUci,, aliiqpe ne4im. Hcbrsonim libri
omnino Canati Aeprobibiti manche et ^nfcaocnr f ^tqoe foper eis > de. ali/T
librii hujufiooìU > pr»4iAa cooAicutia perpetua j Oc iqTÌpUbi:^ U(ce
Qbfcrvcrar. lUfn A d bee (citnt Epifeopit OrdiBOni». et lj>qwiricore»
locorom 1 libmna Magazor HebraeormB t qui eoocU net pariem oUcioram, fic
ocrimoniamm. ipforum t 6c ^ynag^z * Luficaoica > Hiipanica t Gallica »
Germanica > Italica ». auc quavù alia rulgari lingua i praterquam Hebraca »
edimm * iamdiii ex fpe(iali decreto, racionabilirer, prohibìtum c(Te. Idcirco
provideanc illuni nuMarenns pennitri auc tederari debesEL > oiR Hqbraica
lingua pr«U{^a. De iihrìs Jeewy/ 3edùu. C Um in Appendice » fecundz clafEl iub
lirera L dicami ( Joaqoit Bo(lini Andegavenfit DcmocKimania omnino prohibeenr»
liber ueiò de Repoblica » Oc Methodus ad £icikm HiRoria ram cognttiooem tamdib
prohibói fintqaotdque ab AufVore expurgata » com approMtione Magifiri (acri
Palaiii prò^riot • X Id widem per eirocem forcaffe librani fauum credicnr r nam
liber de RepuUica einfdena JoacnÌB Bodini • primùm die xv. Mentii
Odcb*M.DJfCII« detnde liber Demonomanùt dio priioo Menfit Septembris. M> D.
XCIV* eodem Sao£lUSmo Domino onftroPapa firn^iciter damnati funcf ac proiode
ueerque daiimanu Oc probihitai aideodm cft INSTRUCTIO, Eomm» qui librii turo
prohibeodùi com expurgandis> turo eciaro iropriroendisa diligcntiam» ac
fidcleiQ ( ut par eft 2. operam fune daturi« A P fHà CéiMkit canfenmomm t nm
fmtt « fai MMM ex jm ectJtit !/•% Ont dxmau USìtaU iu t n ( fited Jadite, per
Patttr a fOicMii T^Uemàu Sponde dUeSot^ fréuìpai Jrnrìnm (fl tufi iiiui etiém
raveuur • M vai iiém deene poiiidair IHrrì't vd fm^ olii emetxmt t et pn^mtir •
mù iaeuutMt fideiium^mmtes «ante vateca u^cÙBtet • iiifiu, ét «erica dcMorùiee
dejxi/iidwaiaxt _i (A ^rfm, fuìemtpie pefi hit fìu vetem, fot naeù Uhi edmur »
MÒm m*xlmi furi « ^ MB À «r pta «( pdmi, ^oaai qoa ad 9 um ftrUmt hemumìaaii
extfioMt i foad efiva ma i wnm Ubnrim imndì^ouem • ad 40/ fmùtu aèoieuio/t um
ab Epifeapùi ^ jifiq^tMciio/ i fodoi a camli » «nenon ad ti tu MaeUfia pei
fiudum miere % ^ enfiarito/ perdi ; preperr e« fna TVidexlMenoie ‘PornoM ^oùr
jMpraMSù * decreta fmt ) ftiUUa miluM exigat, (ofuJbits i^/ra fcfh di t
dUìgeutim jbwùor » tifdemw JtamtW t M «Miiae io «nf ak Ufidem /rtftV » et
lu^tfitcìribtu, aliìf^ i o» pM)trNot f tu loaienww. ii&rorna»
ÌN/exdifi>eoe » et éboÙtme • tm a CcnrefieriW c InJev weric publicants )
eocum juriCiifìionì (ubjef ad ipfoi defcripca Angillatim dc&renc noaiuia
librorum omnium iTugulumm > spui (c in codcm Indice prokibitos» qniique
rcperiet« Ad hujuimodi vero libros fic lignificandos » infri certujn cempus ab
Epifco» pOi vcllnquifìtoreprxrcribcndunii omnes cuiiifcunque gradua»
&condicionìs exciterinc > fub gravi porua » corun) arbtcrant inAIgenda»
tcneancnr. Homx vero hac omnia certo a &• piopoficis edi4tii »
prafcriberulo tempore » przilari curabic Sacri Palaci i MagiAer^ S I qui crune
qui libnun unum aut plorer » ex prohibids!» qui ad prxfenpeum Regulanim pennini
poAunc » certa aJiqua ex cau£a poteAatem Abì retincndii aur legendi &ri»
anc& expurgationem defiJereoc t concedendz faojutis extra Urbem » cric
pcndr Epifeopam » atic Inquifiiorena# Romei penés ^cri Paiaca. Qju quidem
gratis eam » et foripco naaiw liu lubAgnaco uibuent » de triennio in triennìum
renovaniatsi ea in primis adhibicaconrideratioae» ut noonifi viris dignìs» tc
piccare » 8t do£Vrina confpicuis » cuna dele£iu ( ejufmodi licenriam largiantur
» iii aiKom in primis, quorum Audia, militaci pubUcx» &(anéW Cackolicx
EcclcA* ufuè cAe, compercura hahuerins. Q^i inrer l^ndum > quaecvnqne
repererinc ani>rcdvcr(;one digna, nocads capiiibi:, Afbliis, AgniAcare
Epifeopo, vel InquiAtori tencanrur. IL IH I LIud etiam Catholirx fidet
confervanJz neceflìcas extra Italiani, maximè cùm ab Epifeopts, et
Inquintoribus, cùm a publicisUniverAtaribus, Omni do£Vrinx laude
AorentibuspoAulat» uceorutn librorum Indicem connei, et publicari curcnt; qui
percorum regna, acque provincias » harctica labe, ac bonis motibui concrarii
vaganiur » Ave ÌIU J iroprta nacionit» Ave aliena lingua concripti fuerinr.
Utque ab corum leflione, feu rerentione » ceciis poenis » ab eifdeni EpifcOpi$,
dt InqtùAioribus propoAds » eorundem regnoruia » gc provindaruoi homi» nca,
arceanc. Tom ik Ad qttod exequendum, ApoAolicc Sedif Niinriì » et Legati extra
Italtam » cordem Epifeopos » Inquìtìcores, he UnW verArates» feduJò excitare
debebnnc. 1 IV» 1 Idem ApoAoIici extra ItaliamNuncii Ave Legali » ncc non in
Italia Epifeopi, he InquiAcores, cani curatn furcipientaic Angulisannis,
cacalogum diligencer colle£lum librorum in iuis partibus impreAbnim, qui aur
prohibici Am!, aut expurgatione indigeant, ad fao^m Sedere ApoAolicam, vcl
Congregatìonem iDdicii, ab illa depucatam» cnn^ictaoc s. V. E Pifeopi, he Inquiiicores,
feu ab iifdem fubdelegaci » he depuucj, tam io Italia, quitti extra, pends fé
habeaut AnguJarum nationure Indices,ut librorum, qui ap^ tUas damnati, ac
pròhibiti fune • ct^nitioncra babcnces, raci« litts profpiccre poflìnt, an
cciaoi, a Aiz >utildi£liuQÌ& terris « eofdere recognitos, arcere, vel
retincre debeanc S. VI. 1 M UDiverfuiD aurerede tnalis, &pernicioAs librts
id declararur, acque Atrairur, uc qui certa aliqita lingua initio edili, ac
deinde prohibici, ac damnati a Sede ApoAohea fune i eofdem quoque, io.
quarecunque poAea txrtamur linguam» ccnieri, ab cadere Sede, ubigeaeium, fub.
eifcleoi poenis interdi-, he damoatos DE CORRECTIDNE LIBRORUM. S- L H Abeant
Epiicopt, et InquiAcores con;unLlim facultatem quofeunque libros, ;uxta
przfcrìpcum hujus Indicts, expurgandi, eciam in Jocis cxenipcis, de nullius,
ubi vero. nuUi fune InquiAcores, Epifeopi foli*. Librorum verò expurgatio,
nonniA viris eruditione, he piente inAeiiibus committacur, iìque Ant tres, niA
forté conAderaro. genere libri, aut eruditione corum, qui ad‘ id dfligcncur,
plurcs, vel pauciores ksdicentur cxpedtrc. Ubi emendacio conferà cric, notacis
capicibns, paragraphis, he foli», manu illìus, vel illoruru, qui expuigaverinc,
fubfcripca, reddatur, eifdem Epifet^is, et loquìAtoribus, ut przfertur t qui A
etnendacionem af^robaverioc, cune iibet pertniccacur. fbb s-n.. s- u. Q ui
ncgotiitm. fiifeeperit corrigendi ac. ^ moia », flcaicemé. norare deber» non
Colum» que in curfu opcris» manifeftd k otferunr » Ted » Ci qtuc in IchoIiLs ».
in rtrnnnitii4 », in (nar^inidut >Jn indicibiu librorufn » in prdacioQibus»
aut.epHlolisdedicatoriis» unquim in inftdm».dcliterctinr.. ~ aurem correflione
» aroue txpur^ gacìonc indigene. » ferd hxc fune, qux iequunrar^ PropoHrionef
hxreticx». erronex-» hxre« firn, fapiences » fcandaloTx », pianim aurium
odénfìvx».rerDerarix» et rchifmaci» tliciorx» biafpheinx^ Qtó centra
Sacramcncoruni ritus, et cxrcmòniaf » coorrac^uc recepnim ufiim » flb
cofiruecudinem Tan^be Komanz Ecdelix».novitatem aiiqnam indnettnt. Profattx
eciam novitates vocum abhx-. rccicis exeogitatx j, ic ad falicndum in», uoduflz
Verba dubia et ambigua » gux legcntiiim animo$».a rc£Io» eatholicoque
feniu>» ad nciarias opinioncs adducerc poiTunt*. Verba Sacrx Scripturx, non
fùfelirer proiara » vcl d pravisrizretieoruinvcrrionibus. deprompta » nifi
forte aflcrcnmr » ad eofdem hxrccicos irnpiigiundot, de proprtis. celia,
jugulandos» de convincendoti Expungi etiam oporrcc vcrba.Scnpturx Sacrx,
quxeunque ad profannm ufum ienpiè accormnoiantur »’ rum qux ad fcnfnn) detor-.
queneur abhorrenrem a CathoUcorum Pa» trutn» atquc Dofioruin nnaninii fenccn-.
tia .. Ircmquc epithera Konorìfìca» Si omnìx in laudcm hxrcticorum »
dcleatitur. Ad hxc re/iciuntar omnia» qux fupcrflU tioncf * fortiicgia ».
aedìvinatiooes Capiunt. Item quxeunque faco^» auc fallacibus lìgntv»- auc echn
l'ex fonuRx, haitiani acbicrii libertatem fub/iciunr» oblirercnnir.. Ea quoque
aboleamur » qux paganifmum redoJcnc •' itemqux famx proxiiQonim, et przfertim
eccleiiaAtconim» de Prìncipum detrahunt > booifqiic morjhps de ChriAianx
difciplinz fune contraria » expui^cmur Expurgandx funt etiam prop^icioncf » qux
lune ccmtra libercacem » immunitatem» de jurildiflionem Hcclcfìafticam. Irem
qux ex gemiiium placitis » moribus » cxcmpli» t}Tain)icam policiam foveoc» de
quam falco vocanr rationemftatui > ab Evangelica »- et Chriiliana Icge
abhorrcntem inducunr» delcancur» Explodantur exempta » qux Bccleiia fìicos
rìtus». religiofomm ordines » ftarum » digniutem » ac perfonai ixdunc Se
violane.. Facccix etiam, auc difteria in pernictem»auc f^xiudicium famx, de
exifti. macionis .aliorum ja£Uca» repudientur. DcniqtK lafciva» quxbnnot
raorescorrumpere poHant > ddcaniur.. Et fi qux obfccna imarinc», pf.vii^is
libri expurgandit iniprcfTx» auc extenc » eciam in liceris grandi • quas inirio
lìbrorum, vclcapicum imprimi morii. efii hujus geoeris oiania pcni« tuf
obliterentur^ S. in. r i libris autem catholtconim recentio. rum» quodpoftannum
Cheifiianz Ca« lutii. M. D.. XV..ooiilcrip s- ly I N libris autem catholicomm,
vetertmi mhii mutare fas fic» nifi» ubi auc - fraude bxreticorum » auc
typographt in caria» laanifeftus errar irreplcrii. Si quid autem majoris
momenti» Se animadverfiooc dignum occurrcrit» liceac in novis cditionibus ».
vcl ad margincs» vei in fcholiis adnocare; ea m primis adhibica. dili^entia» an
ex do^Irjru» lo» ciique collaris» ejufdein aufloris rcntcntìa difficilior
illufirari» ac mens ejus planiut. expticari 'pofièt .. 5.V.. P pfiquam codex
expurgatorius con» «fefrus erit, ac mandacoEpifcopi.de Inquificoris imprclTus ;
qui libros cxpurgandoihabcbunc» potcrtinr de corundem Itcencia juxta formain in
codice cradiraiD eos corrigere» ac purgare. DE IMPRESSIONE lìbrorum. 5- L N
t.Mlus libcr in pofiemm excudarur» qu) noninfronten»nomcn»cr^nomen, Se pacriam
prxferac Auéìoris. Qiiòd fi de aufìore non confiec» aut jufiam aliquam ob
caufam » tacito e;us nomine» Epifeopo» Se Inquifirori Uber edi pofTe viJcacur»
nomea iliius ononino defenbatur » qui libnim exaroinaveric » arque
approbaveric. In hit verò generibus librorum» qui ex vacionim frriptorum di£Iis
» aut e» zcmplis» auc vocibus » compilali folcnc» is ^ui laborem coHigendl» et
compilaQdi rufceperic» pra auf^ore habcatur*. R EguIvc^t preter Epilcopj, ^ Irv
qui/ìtoris licentiamCde quaregula (Kcinu dìàum cft ) meiniaerinc» ceneri k
(acri Conciliì Tridencini decretoopcris in Incem eiendì faculcaccoi * aPra^lato
cui fubiacent, obrinere. Utramque ^em concefiCooem > que appareac* ad
principiqui operiti Etcianc • S III. C Urent^pifeopi* et Inqui(3tores* p3nis etiam
propoHci^* ne impreiTo riam arrem excrceiu«s*obrccnas iro^gioet, tarperve *
etiam in grandìufcuUs literii imprimiconfuetat * in librorutodcìnctpf
impreiCone apponanr. Ad libros vero» qui de rebus eccledafticis I auc
(pìriciulibus couferipei fune* ne charaderibus grandioribus utafimr « in quibcu
exprei^ appareat aUaijut rei pròphans, nedara rurpis obfcena fpecies. Qui etiam
invigilabunt furafflofarp.ut ^ (inguldenm impreffione librorum > no9 K 0
lmprc(Toris* locui icnprefConia* 6c annui* quo liber imptelTus e(^ in principio
e)a$ * acque in iìne anno retar. s. IV, Q ui opcris alicu^ edicioftem inccfmm
eins exemplar cxbibeac Epilmpo» vel Inquincori; id ubi
feoo(novtrioc,probavcrintqoepcoes fe tesineaai i qnod Roma qaidem in Archivio
Magiftri (Icti Palatii* extra Urbem vero in mo idoneo* quem Epiicc^uts mk In»
quifìtor ciprie* referveatar. Poftqnim aiwem liber impr^ns eci»non liceat
cuiqtiani veoakro in vulgua, proponete * auc quoquomodo publicareanrequàm is*
ad qnem hcccura pertinec» illuni cum manurcripto apud fe rereneo »
diligciucrcontuleric* Ucencìamqne ctveivt di» publicarique poffit* concelferir.
Idque rum demum fiaciendum* cum expIorMMu habebicur* sppoeraphum (ideliMr fe in
fuo manece geiSnè « ncque ab exemphrì manoTcripco » vel minimum difcciSée « Qpi
contrafacere toTus (uerit, graviccr et feverd puniacur. 5. V. C UrentEpifeopi*
atInqmncores«QUOrum munerit cric faculcatem libros imprifiiendi » concedere* ut
eis. cxaminandts* fpe^Uaeptecatis* et do^iqc viros adhibeanc* de quorumfide« et
inteXmw Ik grirarci (ibi polliccri ^anr; nihi! eos gracia daruros* oihii ouio*
fed omni humano afTe^ poUhabito * Dei dumraxac gloriam fpeAatuto&i ic fideU
popuIiaiiUurem. Talmm antem vironim approbacio » una cum iicentia Epifctqpi, et
Jnquifitorìs» ance initium opcris* imprimatur, s. VI. T Ypogtaphi, 6c
BibKojioln » coram Hpifcopo* auc Inqui (icore* 6c Iloma, coram Magi(tro Sacri
Palarii jurc/urando fpondeanc* fc munus fnum cachohcè, (Incerè * ac fidclicer
cxequururoS| hu)ufq(ie Indicis» decrecis* ac regulis* Epifeoporumque* ficlnquifìtorum
edi£lis, quatenus corum artei attingunt, obtemperaruros, ncque ad fita anis
minifterium quemquam l'ciemer adiniduros» qui barerica laM fìt inquinacus.
Quodd inter illos* inTignes, ae^ eroditi nonnulli repertantur, 6dem etiam
cachotlicam, ;xta fbrmam a Pio IV. fcl. ree. praferipeam* corundem Superioruoi
arbitrio > pro(iccri tcneancur .. S- VIL L iber an£loHs damnati, qui ad
praferU peum Regularnm expiiigari permiccicur* poftquam accurate rec^nirus» de
puigams, legitiméque perroiflus literit» u denuo ftt imprimendus, praferat
rinilo inreripturonoroenau^ris* ^um nota dampationis * ut qnamvis, quoad ahqoa
liber rteipi * audlor tamen repudiar! intelligarur. Inejufdcm quoque libri
principio, rum veteris prohibitionis * tum recencis emenditÌocHX*acperminionis
mencio (ut *exempii gratia, Bibiiotheca a Courado Gefnero Tigurino, damnato
au^re, dim edita* ac prolubita* nunc jnlfii Supcriorum expurgaca* et permida
.INDEX AUCTORUM ET LIBRORUM PROHIBITORUM AUCTORES PRIMIS CLASSIS A A Bydentts
Corallus* alias Huldricut Huttenm, AcJuUes Pyrminius Gadarus. Bbb i Adolphns Clarembach.
Aibercut Bran CaroIoAadius.'’ Andreas Cratauder. ^ Andréas Dieihcrus.Andreas
Fabritios» Chemniccnits.Andrcas Fricius, Modrevius. Andreas Hyperius. Andreas
Knopen. Andreas Miifailits. Andreas Ofiander. Andreas Poach • Angelus Odonns.’
Anronias Alieust vcl Halieus. Antohùis Anglus • au^or libri tU orìgine Antonius
Bruccfolus Antonius Corvini». ' Antonius Otho. Arccit» Felinus, et Marttnus
Buceni^ Antoldus Montami. Arfatius Schoflcr. Amints Briranmis.. Auguftinus
Mainardus Pedemonfanus. appendix. r:.v| r*.v fi t icj-. A Bdias Libcrinus * vel
Liberinus.' ' Ahdias L • ^. Abdiav Pratoritrt.*’-'*^ " Abrahamus a
Munsholt, Aniucrpienfis? Abrahatmts Mufculus. . ^ Achatius Brandeburgenfìs. Adansus
Hoppitis’; ~ Adamus Fafìoris.'- • ‘ Adaiuus Schmìdt. vcl Schuberts. AdaTfuis
Sjbcnjs:-”Aciiiiliujn .portw, FMncjffi filius.Albertus Htrdtfjt»bcyius.‘'‘ A
Al^rtus I.yttichius. AJceus Antij^iusX) T D Ij ì. Alexander Novcllus. Alcian4«
iFcOfa^. t -r T Apòftata iCTipm bnno '^'^41. Alexius Alcxa^tf l-ipfcofi?».
Alphonfus Còffaditis; vei Conradi»; Ainbrofiys Uhvu^i&r., Ambrofìus
féiidcljins. Ainbtofìus VvolfiuSj Vcl Vvolfius. Andreas Cclichigs,,, AAdrcas
Corvimis. ’ /^ Andreas Crithis, Polomjt. Andteas Ell^cri». Andreas
Freyhnb.Andreas Fulda. Andreas de Gorlitz» ProfelTor LiprenfìsAndreas Gomitius.
• Andreas
Hondorffius. Andreas Jacobi Gojjingenlt. Andreas Krcuch. Andreas Lang. Andreas
Muncems. Andreas Oiho, Hcrtzbergenfìs • Andreas Pancracius. Andreas Petrhis.
Andreas Poucheraias. Andreas ScofRus, vcl Scoppius Andreas Volanns. ^ Andreas
SKcvvc. ^ Antonius Ccvalterins» Antonius Cooke. Ancmiius Corramis. Anttwius
Fayus Antonius Gelbiu»* Linconicn/ìi.' Antonius Herfortus. ' Antonius Mocherus. Antonius
Pafquius. Antonius Probus. Antonius Sadecl. Antoniin Schoms» Anglos. Antonius
Palcarius. Augnftinus Marloratnr Cetcrorum AuftorunXr-'^ Libri prohibtiii ' * )
Auguftinl de Roma Naaarc.. ) ni Epifeopi, traiUtui de ) - facramenco Divinitau*
Jc-i) fu Chrifti, 3c Ecclcfir; ) Donce’; item rraflatus' dc Chrifto ) cxpufge»^
'capire» et c^usùulico priiH > tur cipatu : ) ''Itern tradlanis de charitatè
Chifti» circa elcfìos,- ) ‘ A de e)us infinito amore. ) -, 1
I>fiartiBar)andi; libcr fcteéUsTJnJ dam Bpiftotas EraTmi Rotcrodat
concinciu. Alberti Artfcntinenfii ) Cronichon,edkioBaJiieeiu ) (is. ) Alberti
Krantii Hareborgen» ) Nifioorrì/i* ) gantur. HiAori», Au Cbroni» ) edicz
Franconfurci. ) Alphonft ErtAt^d», xlcfenfio|>ro Erafmo 1 conrra Eduardum
Lzum, &contra Uniref’fitatem Parifrenfcm. f Amati Liifìtani Centurixi donec
e«{»u|gentuf. Ambrofii Carharinì Politi > quxArotìeduz, deverbis,
quibusChriftusfanOKfimum Eochariftiz Sacnmenrumeonfécit. Afvlrcz Corri, libcr
de Chyromantia. Andrcz Mafìì, Comcntaria, fupcr Jofuc, □fqtie emendentur.
Annali gcnth Silcfiz, )oachimo Curco aurore « AnnotatiorK^ fupcr Inftir.
Joannis SchcncKdfvuini,nift cmciuientur Antiochi Tiberttj libcr de Chyromantia.
Anronii Bonhmi, Commentarla de pudin; A Cca Noribergz ., vìddicec» OHaiv.
drifmu». Ada Synodi ìkmenAv. Adionc» dtix Sccrctarii Ponrificu. Admonitio
MiniArorutn verbi ArgeminenCdiD • ' i Aenuitatis difeuf^o, fupcr (^onAlìo
delcdorum Cardinalium. Alchimia Purgatorii. .--r Alchoranu» Francifeanorum. .
Alchoranus Mahomcti, Bafiléz. imprcL Acnilcs cum ScholiiS} et impiit
Annotacionibu», et Pncfatinntbui. Item
in vulgati lingua, non nifi ex conecAìone Inquilìrorum haberi polBr. Alphaberum
ChriAianum. Amica, &hnmilis, &: devota admonitio. Anatomia cxcuAa
Marpurgi, per Eucharium Ccrvicofnum • Anatomia della McAa. Annotaiione» in Ada
CoitciliiTridenrini. Annoratione» inChronica Abbati» Urfpcrgenfis. Anonymi
cniufdam, Libcr de Repugnantia Dodrinz ChriAianz. Apologia ConleAioni»
AugnAanz. Apologia de Dodrini Vvaldenfimn. Apologia contra Henricuin Ducem.
Apologia Grzeorum, de Igne Purgatorii, &c. Argyrc^hylaci», fen Thefaurarii
EpìAbli. Artiaili AnabatiAaruin Moravix. Arciculi AnabatiAarum Saxoniz.
Articuli» a facuiratc Thcologica Parifienfi dcterininait, fupcr matcrii» Fide)
noArz hodie controver fi», cnm Antidoto, Alidore ut ereditar, Calvino. Articuli
novorum Vvonnatiz EvangcIiAarum. Articuli quadraginta feptem » plebi»
Francfofdicnfi». AagufianzConfcAìonis Ecclèfiarum caufz, qiure ampicxz fine» et
rctinendam ducane fuam Dodrinaró A Cadeniiarum Lipfenfis, A Vvirebergenfi»,
rcpctido Ofthodoxz Conf^cAioitt». j Ada, et Scripta Tbébfóem Vrirebt^ gcflfium
A ParViaiWif'iCoftA'anrinr^h cani, D. Hieremiz, Aci quz de Angunina
Confeflìoivùuerfemifcrunt i.Grzcd, A: Latine ab eifdem Thcologis edita»
Adiones, A monumenta Martyrum corum, quia VViclcAb, et HuA. ad^ii Aram
hanczcatcmrn Germania, G;d!lil, Britannia. et i^dcmumHilpania, vericacem
Evitn^rfeam, fanguìnc foo conAanter obfignaveotht. Agenda, feu forrbula;
Officia Hx. rcticorum; quacunquC tiogiia confcriptaAnalyfi» rcfolucio
Dialcdica, quaiuor Li. bronim InAitutionum IibpcriaUum. Annatz
TaxationeiEcclefiarum, et MonaAcriomm, per imiverfum Orbcm, ab Hzreticis
depravatz., ;nris, quòd In approbandi» Pontificìbits Imperatori» habenc.
Apologia Anglicana, feu Ecclefiz Anglicanz, five Apologia Anglorum Apologia
Catholica » advcrfi^s IribelK^ » declaration'S) &cOQruUatiof>e minus
Fratcì unicus Regìa » vixa fui^ fhta eft 1 per E. D. L. L C. Parifica > 4pud
Jacobiim Peciichov. i5S 9 c PatrecK nia diverforuni Au^orum » intcr quoa cR
unus Philippus Melanchthoo. B àlcbalar Hiebnaa)er« BalthaCir Pacìrpootami). Laptifta
Lardcrmiut. Bartholonazua Bernardi. Ba^tholomxus Conformi i^aribolonifut
Roiinua, ÈartholQmzui Vvcfthcroerus. Baltliat Groeningenlia aliai Vvcffelut,
Balìlips Joannes Heroiet Acropoiica^ Bciiedi^us MorgenRcrn Bcnedi£Iu$
Schurmeginus » Bcrengariiu Diaconua Andegnavenns. Bemardinus Ochinus t vcl
Onichipm, ScncnHiv Bcrn^rdos Rotmanua Rernardus Zieglerus. Bertholdus HaUerua^
Bilibaldua Pirkaymerua. EUkaQi» TheobaldiKv Blaurcfu» An^rofuu.. Bocerus
Martiom Bullingerus Uenricua. Bu^genhagiua Porucranna y feti Joanock BH^n£|cuvius.
Bemandus Loquam Baquimn Pernii. Brentiniu» vei Proncia». Bruno Qpinos
Builingaiims Anglus«. Certorum Auftorum Libri prohibiti, B Aptiftx CreroenGs
opeca omfiU t quatndip emcQdata« non prodierinc^ Banholomxi Janoeit de Advencu
AntichriRi. Beati Rhenani Scolia in Tertnllianuin. Benonis Liber» de Vita
Hildebrandi. Bctcrami Liberi qui inicribitur dq Corpore, A Santino Chrifti..
Boccacii Decade! five Novella c«niiDquamdiu expuigatx non prodierinc. fininonis
Heidclii QMrBtrdràfìs $ Pocnaacum Libri fepceio,. appendi».. B Artbolomxi
Canfxi opera omnia. Barcholomxi Caran», MirandetK dti Catheehifmui.
Bartholoroxi Coclitis Anaftadt * Chyromamixi et Phyfiooomix. Bar(holomci
FerraricodSi de Chrifto Je, fu abrcoodiio « Libri fcx quoofqoe ex-pureeocar.
Beati Bhetunì Epiftola t de Primaca Pecri ubicunouereperiauir» five feorfum»
five libro decimo Opcris ad Fridericum, Naufearo Bcmamin Cantabri*
kinerartumBcrhardi Lotii Hadanurii * feu Cerardi Lorichii AJamarii • Col!c£Iio
trium Li^ bronim RaceourìonumBrnnonis Scillif de Mi(Ta publica prorogtnda. Bcrrurdini Telelìi i. de Na. )
cura retum^ ) Itcm de fomno. ) Donecept. item quod animai Univer- ) purgennir.
film ab iTpica animx fub- ) Aantia gubcrnarur. ) Bemardini Tomicani t Bxpofitio
in Martlurum .. Bononia, five de Lìbris facris coover^p^ di* 1 in Vcmaculam
Linguatn » Ubij. duo 1 Aii^^orc Friderico Furio Cariolane Valentino. Inqcrtorum
Au^ìorum. Libri pnhibiti. Elial» five de Confolacione Peccalorum. Beneficmm
CbriAi.' Ber Bemcn/t5. DiTpuratio*. Bcmenfii.Keformacio conrra Minam.. Brevji, Se compendiosa lollruAio de Religione
ChriAiana. Brevis, TraOatus ad omnes in ChriAianam libercaeera. malevolo!.. \
Brevi! PaAonim. Jfagogz. B^.(ilien(iam MiniAroruro refponTio.t. scontra Millam.
Biblia Hzrecicoram, opera ). impreifa, vel eomnÌJcro ) Annotationibus * Argu. )
mentis» SummariÌs,Scho- ) liis» et Indicibus referta» ) omnino prohibenrur. )
Bibliocheca ConAancinopoH-, ) tana. ) Biblioibeca Sanflorum Pa- ) trum.
Farifiisedita» Se per ). Margarinum de la Bignè in ) Donec exunum coUcfla. )
purgentur. Biblioiheca Srudii Thoolo- ChriAophorus Hoflmano. ChriAophorus
Mclhoverus. ChriApphorus Rheiter ChriAophonis Trafibulus. Claudiu! Scnarclamus.
Claudius Taurinenfìs» ^ fettffa de ìum» ginìbur. Clemens Maror Conradus
Claiiferm. Conradus Cordarus. Conradus Dafypodiin. CcMiradus Gemems. Conradus C
(bel us > vel Crebellit» Tigurinus. Conradus Lagus. Conradus Lycofthenes.
Conradus Pcllicanus# Conradus Perca • Conradus SchrecK. ^ Conradns Somius.
Conradus Trewe de Fridesleren.. Comelius Agrippa Craco Miiius. Cyprianus
Lcovicius. gici»expperibu5SS.Hiero- ) nymi » AuguAini, A re- > r
liquorumconA£Iai vel Sub >., alio.Ticulo* ) Bibliocheca Studii Theologi- )
ci,ex p.lerirqjDo£ioruinPri- ) fei fzcuU monumemis col- ) leOaiapud JoaanemCrifpi-
) num» Au alibi impreifa. ) Bnicum Fulmen Papz XìAì Quinci, adverfus Henricum,
Rcgem Navarrz, et Henricum Bortenium » Principem Condenfem » una cum
proceAatiooe ronlciplicis nuUicatis C \ElÌus Horatius Curio. Cztius Secundus Curio. Calvinos.
Capito Vuolphanghus Fabcicius*. CaroloAadtus*. Carolus Molinzus. Cafpar
Cniciger. Calpar Pcucerus» BudilGnos.. Caiparus Taubcrus. Caflatsde.'
Brugeniis. Carieus Cc^dìus*. .ChriAianus Bcycr. ChriAianus Locichins Hdfus.
ChriRophorus Clarius. ChriAophorus Cornems ex Fagit*. ChriAophoru! Frofcovenis.
ChriAophorus Hegendorphinas C Arlus ChriAo{^K>rus Be/erus. Carohis
Joovileus. Carolus Vvrenhovius. Cafiiodorut Kein\ius. ChriAianus Granimdr.
ChrìRianus Hcfiìandcr. ChriAophorus Fifcher* vel FifehemsChriAophorus
Godmannus. Chriilophoms Imlerus. ChriAophorus Ireyns Paifavienlls. ChriAophorus
LalTus. ChriAophorus MarAallcr. ChriAophorus MoIhufenAs. ChriAophorus
Obenhemus. ChriAophorus Ohenhin, Ochingenlìs. ChriAophorus PezcUus.
ChriAophorus Ricardus. ChriAophorus, Spamgenbergius • ChiiAophonis Scolberg.
ChriAophorus Stymmelius Churrcrus Cpnradus Clemens Schuberui. Ciementius
Gulhielmus» Conradus Badius. Conradus Churrcrus. Conradus Brcberus. Conradus
Hcrsbachjus*. Cooradui Laurcnbacl^» vel Lutenbac. Conradus MerchKalinus.
Conradus Neander BergenAs. Conradus Porca. Cooradus Ulmerus. Cooradus VVolA. Piacz. Conflancinus de la
Fuontc» Hif|ianus^ Copics Balrha£ar. Coranos Antoniiis Cyriacus Spanigcnbergius
Ccrtorum Auftorum, Libri prohibiù. C Aptìccì del Bonajo, Joannit Bapti-, 1^
Gclliii qiurodia emendatus noQ prodicrit» C^aucDani Hliafpachii, de Tabemh
Montanis» Chronologia, ex Sacris Litcris. Cyri Theodori Padfomij. Epigrimnjacav
Claudi! EImiiczI) Commen- ) taria, « cbHtinenria, 6c ) Nifi corriin Epiftolam
ad Timm. ) gantur. Cicmenris Scuberrì» Liber ) de Scn*puli$Chronologorum»)
Commcncaria Rabbi Salomoni?, A Chi» rni) et Rabbini Hierololyniitani) A
nmiiium, fupcr Vecuj TcfUnjencum, tara fcrrpta Hcbraicè » qodtn Latiné
translata, per Conradum, et Paulun) Fagiuin Hcreticos. Confilium Abbaiis Panorraitani proConcilto
Bafileenfr. Con De Subtiliute, ). De ConTolatione* ) Nifi corri-» Coromchtaria
in Quadripar- ) gantur» citura Ptolonutijde Cenim*) ri»,& reliqua omnia,
qua de Medicina non tramane. ) CafGani Cotiftancinopolirani, de Libero arbitrio
CollacioilU, quz Agano^im^prelTa eft» per Joanoero Sicerum 15x8. Gbriftophori a
Caoitc Fonciotoj LibrÀde oeceflaria correzione, Tbeologic ScholaQics.. ).
Omnloa D$ Mìffs GhriRi ordine^ ) prohiben^ fi riru. ) tur*. Epitomar nov^ Illuftratio-
nis Chrii^ianff Fidei Reliqua vero ipCus opera icem pvohLbemur doncc
cxpurgcncur. Chronica T u re ica collega a ). Phi'i'rpo Lonicero, cni cft
)Nificmcnadjcitnni opiu quoddam ) dentur». Joaniris AvemmiHerecici, Ó in quo
dcclaramur caufs ) mifcriarqm» Ac. ) ContinoatioTemporum Ger- ) mani aipildam»
ab Anno ) Salucisijij. ufqucadAn- ) num 1 y 49. Qu* folce addi ) Chroflico
Enfcbii» ab eo >Ninefnciv. loco nbì incipit, Nova ) denrur». Temporiim
concimuiio, &c. Chionologit Gerard! Merca- ) coFÌs, qu« a Sleidano, et )
daranatis AuOorlbus fum-pta cR • ) Claudi! Baduclis, Liber de ration( Vice
ftudioTx, et Ùterata in Maerknonio collocandz. expurKntur. Coropxdia, fivc de
Moribus, et Vita VireinumSacrarum, Gafpare SryWino AuZore •. Iixcertorum
Auftorum Ijbri ptohibirì. C Apice Fidei Chriflianx centra Papam, fi Porcas
Infcrorum. Capo Finto. Caronria, A Mercurii Dìalogi. Catalogus Pap*, et Moyfft.
Cacalogttt ceRium
veritaiis, ex Sandis Patribus. Catechefis Pueroturo in Fide, Litcris » et
Moribus. Carechifmin Ecclefìat Ai^nroratenfiiCauchiùnus, prò Ecclcfta
VVitebcrgcnfi. Cathcb Ocus, ani Titnluscft, Cathechifrrus Major, A Minor. Cathechirmus, cui Titulus. Qjial manie, ca. Ac.
CaihechifnfK), ciod Formulario, per iClniire, ed ammaeflrare i Fanciulli nella
Religione GhrtRiana, farro a modo di Dialogo. Cathcchifmus, five cxplicatio
Symboli Apoflolict.. Cethcchirmas parvus, prò Pii»r« m Scholis, nopcr au£lus.
Cathechiftuus fupcr Evangelium Marci. Cathechifmus, Óve Symboli cxpofitio.’
Cathcchifmus Tubicenfis. Cauf*, quarcSynedum indiftam aRoma. no Pont. Paulo
III. rccufarint PrincipeStatus, ACivitates Lnperii» profitentes puram,
ACarholicam doitrinam. Centum gravamitu, Ac. Cantoni, A C^atuordecim Sententi*
Ptrum, de Officio vcroftim Reélorum Eccidio Chnflhna inft 1 turia. Chriftianz
juveocurìs crcpunJìa*. Chriftùna R«fponfio MtniArorum Evan gelii Bafilc*: cur
MifTani &c., ^^]AIvinianus Candor^ ChriAiar» Scholx, Epfgrammaram, Lì>
C. Cantica felef^a vcrerìs, Ije novi re bri duo, variis Poecis, excepii.
Civiraris Madcburgcnfìsipublicario Literarum ad omnes CbriAi Adc]es,annat;;p«
Clavicula Salomonis» Collacio Oivinorura» et Papalium canoDum t. CoJleflanea
demonArationum ex Propheiii, AooAotis, fleDoAoribus Eccle» fìz, quòd Spiricos
Sanfhis a foto Patte procedit • Colloquium Coelei « Ac Lutheri • Coiloquium
Marpurgenfe. Colloquium VVorinatiz inAiracm», av no 1540. Comedix fuper
qaicAione » qnz cA major confoUtio moriendis Acc. Comedix, ^ Tragedie aliqtiot
ex Veteri Teftamento,colIeAore Toanne Oporino. Conuneorarias de Angelo Melanchchonis
Commencaria germanica» in Coroelium Tacirarn. Coromentarius In pcioirm Thìmotzi
epiAÓlàa viro fumniz pietaris confcrrpeus Concilium Pifanura, quòd ver.iut
Con^iliabulum dicendtipi cA. Cc^iliabolumTh^ogicorutn» adverfus bonarum
literarum Autliolbs » Acc. Coociones dedecemlprzceptnDominicii. Concordancix
Principum,*nationti vel Curtiranorum. Confeffio Ecclefìz Tigurinz. ConÀAio
fidei AognAanz. ConfelCo Adei Baronum» Ac Nobilinm» Bohemi*. ConAAio Saxnnica^
Confrflio VVitebergenfi*. Coufuuuo dctenninacionis DofVorum Pafircnfium.confra
Martinnm L’trherwm. ConAicurio u;uiv> V vj'’irci Propol^tio nu:n> de
diii'prenru. Legis»Ac Evangelii. ^ Congregar io, Ave coUe£iio ioAgnium co^
cordintiarum B*btix. CoaAglio d.'ajcuni Vefeovi, congr^aù in Bologna. Contra Regulam VCnoritaruro, Ac
ijntverfas peMitionis fedas. Conta San£h>s Zcylleyften. Conventos
AuguftenAs. Copia 4 'unalectera fcrittaalli ^.diGei^' nare M. D. t. Coptis
Chriftianui,. Cordigerx navU conflagratio DiaIogu$ « Cyntbalum Mundi*, rene JU
Aamenti,cum hymni«,&colle^ts» feu orationibuspurioribiis, qux iti
orthodoxa, atqiieeatholica EcdeAa cantari foienr, addica dirpoAtione, Ac
tàmihari expe^tione Chriftophori Comeri. Carmina» Acepìftol* de coniugio
adl>lvidem Chycrxum hzrericum. Carmina amicorum in honorem nuprìanim. R. et
viriute, dofirinaque Aancis viriSrephani Ifaaci, verbi divini apud
Hcyibcrgenies minìAri. Cache^cAs do^rinxChriiUatl*, innfum fcbolarum Pomeranix.
CatheebeAs religionii ChriAi^n* » qux tra bri duo. ) Circnlut chariratif dtvmx,
) Ave (ubatio rìtulo, circu.)NiAexparhi$ divìnitati»., - ) geatur CoiieAio
Agnrarumomnium ) facrx Scripturx. Colloquium Altembuigeofe.. Colloqjiium
Badenlè. Colloquium Bcrnenfe. Colloquium Clerici» A: Mititisv 1 Colloquinm
Htrphordienfe. ' Colloquium lefuiticum. Colloquium Lypfenlè. Cplloqumm
Marpnrgenfe*. Colloquium Parificnfc. Colloqtiium PnlB.'Cum. Colloquium
Schmaldicum. Colloquium -Witcrbergen/c. Comedia Tragica SiUarmx, quandoque cuir
nominc,qtiandoq;etiam Anc nomine Au£)ons prodiir, urraque prohibetuf ^ Comedix,
Se Tragedix» ex novo, le veteri Teftamento, imprcAx BaAlex 1 ^40. per Nicolaum
BryUiogenim. C cc Comitia Spirac» et Vvormati*.. Comencacium Biblioram.
Commencanus captar Urbis dué^ore Borbonioadexqui/iium niodum Con^jendiupì )
five Breviariam cextus « A: gloffaematon > in otenes vccerh Inftrumet^
libros.. Compcndiutn oradoanm. imprcfTum Veneti >$), per jun£Varo, et alios,
docce czpargattun iuen’c.. Concordia pia r et unanimi confearu»repecita comeiCo
fìdei» 9 e doAriuz eleQorum Prìncipum, &or«Ìimim Imperli, atque eerundem
Thcologomm, Qui Augufianam confciSoocm compie«unrur. ConfclSo Anglicana
Confeflìo Antiierpieoiìs ConfeCào Argentineniìs. ConfclBo do^Vrinx Saxonicartim
Ecclcfiarum» Synodo Trid. oblata« amto Domini 1551 ConicniìoBdei, de EuebariAis
Sacramento, per Miiiìftros Ecclelìx Saxotucx. Confc&o fvdei Minifirorum
VVitebergeiifium. Confeflìo Miniftronim lefu
CbriHiConft;ffiopizdOu>rinx,qi7Z nomincChriflophori Dncis VVirebergenfo,
&Tcccniis Comitis &:c. fuit propoHia.per legato» eius, die 14. Menfls
laauarii, anno ly/a. coogrc^auoni Conc* Trid. Cpnfcnio rcligionis» feu fidei
ChriAianar facratiffimo Im()eratori Carolo Qpinco » Cxfari AuguAoiin Comttiis
Auguflar anno Domini ijfo. per iegatoteiviracum Argeiuoratt » ConAancix,
I^nmogx - et Lìodagùt >^ib ift».TonumCathechefis^ Ave pnma mflicutio, aut
rudimenia religioni». ChriAianx, KciTraicè, grxcd, latind explicata, Li^duni
Batavoium., ex nflìctna Plantinia^ na, apud Francifciim RachclengiumD Avid
Geotgius ex Delphis*. David Fettcrus Liptìui, vclPfcffinger. David SchcAcr
Dydimus Faventinus^ui eA Melanihchon Dicthclmus Cellarius. DionyHus Melander.
Dommicus Caraminiut. Dominicus Melguitius D Aniel Bodembergius Daniel Hofmanus
Daniel Toffaniis David Chytrzus David Parzus. David Stangius David Thoner.
David VVetterus. David VVithedus. David VVoitus Doiuttts Gotuirus. Durandus de
Baldach Ccrtorum Au£\onim litm prohibìti*. Ami» Monarchia-.. Davidi»
Chytrxl,!iberdeiu«orj-. tate* ccrtitudinc ChriAian* Dtv firinx, ac rationc
dilccndi Thcolt^iam. Dendetii ErafmiRorcrodamì, Colloquio rum liber. Moria»
Lingua, ChriA^ni Matrimooii inAinuio.dc intcrditto «fu carnium » ejufdcm
ParaphrsAs in Matthxum, *1**® a Bernardino Toniitano in Italicam lii^uaro
convcA Cecera vero Opera ipAus, in quibu» de Religione naftat .tandiu prohibiw
fine, quandi u a facultatc Thcologica Panficn. fis ve! LovanicnA» cxpurgaca non
nierinr. Adagia vero ex cditionc, quam molitur Faulus Manuciu», permittenrur.
Interim vcrò,qu®;ainedita funt,cxpuntìi» loci»(ufpeftis,iudicio alicuiu»
facultatisTheologic* Univerfitati» catholic®, vel InquiAtionis alicuju»
Generalipermiicantur ., Davìd de Porais Hibrci, de M^ dico Hxbrco enarrarlo
Apolt^tica»quamdiucmédaca non prodierie. Defideriì Erafmì Rotcrodaim adagia
iampridem edita a Paulo Manutio» pcrmittumur Dialogm Petri Mochii de cmciatu »
exilioque cupidinis. Dialogus Fontani Charon • Pldaci Steli* Commentarla in
Evang^ lium Lue*, m'A fuerint fx ìmprelm ab Anno ij8i Puareni, Liber de S*
EcclcA» min^ms pcrmittitur, Atamcncotrcftus fucrii. Libellm vep6 ei^m adian^us»
ab co for finus £atìu?, cui citulus cft, Pro libcrtatc Ecclclix
Gallicanxadvcrfu» Ro« maium auUm, dclainoPadneons Curi^t Lodovico Xl.CaJlorurn
Regi»quotvt daiDoblaUi oimuno prohibetur « Auflorum incerti nqminis, libri
prohibiti, D BcIaiatoria Jtibihci. Dcececurn Noribci^ctgeUe » odieuro anno
ifajt)cfÌEu\fìo prò Zvinglio. Peienfìo adverius axioma catholicum 1 ideft
criminatiopem Roberti Episcopi Abriacon/컫 Piatc^ adverius loiortecn Edo'um. Dialogì de Mercurio, et
Charonte. Dialogtts de I>o£lrioa CHriRiana. Dialogus Karftans, et
Rcgeilians. Dialogm de mone julii II. Pape, fìve JoJìuh D ialogm Mumarus
Leviathan. Dialo^s obreueonim virorum > ia ^uo rics colloquuntur Tbcologi.
Diali^s Orar. Pooeificis Rornam^Rr illius, qui cRFontiiki a confaflÌDiubus. Diali^s
paradozDs, quo Romani PoocU^ iicisOratort una coq) eo qui cft » flte. Difeorfi fbpra lì fioretti di S. Fraqceico. Digrado
Badenfis. Di^caxio. ^emenfis. BilputacioCrociiccn. eum diiabuiepiftolii.
Bifpucacio inter clericum » Se milicem, Aiper poceftate PoiUcis Eccleftc atqtie
Principibus ternrum corpmjflà • alida fomnium viridatii Dirputacio Lypfica-
inter MoKÙinO). » di Hitroaymum Em(etuiD^ Diìordine della Chieia. Diurnale
Romanum > ìmpreffiim Eogduni > in edibus Filibcni RoUeti » de Bartholomau
Frtat. Do£lrÌna verilStaDa fumpea » a cap. ^ epift- ad Komaoost ut coufolentur
ah fti£)a conl'ricntix*. Doéìrina vctui, de nova-. Dragale locorum communiunh
Due difpuuc. Herfiordiana: Langi » de Nauclerii • Due letrere d’im Cortigiano,
nelle quali fi dimoftra, che la me, ec*.. D e au£^oritace » officio, de
potefta. te Paftorum Écclefiafticocum • Declaratio i nifi corrigatui^làmo V, De
dirciplinit poeronin » re^^ue for. mandts eorum ftudiis, Se morlbus, ac fimul ^
um parencura, quiro pnece^ prorum in eot'dCm, offiao doflomr^ virorum libelli
vccò aurei. De Scripeura CinÀe przftancia, dignitate ». au£Voritacc, &c. De
Chriftianiftimi Regts periculia, de aocaa qoadam, ad Sfiindrare, Pontifici»
Romani licera» monicorùle», Frincofiirci, apudMarcinum LechJeruro DialeOica
Legali», edam ctua nomino Au£lod». Dialogi lucri, fine nomine i^^orì», qui
camen film Sebaftiani Caftalionishérecici ^ Diljpatatio de fcfto Corpori»
CbriiU^ Di^catio de peccato origini», pilpucado de poeni». Difpueatio de
i^iniOerio verbi Dolina /efiiiranim precipua capirà, a do£li» quibuTdam.
Thcole^s retexta folidisrarionibus, ceftitDonùiqoe Ikcrarurn Scriptuearuiq, de
doé^orum vereri» Ecclcfia confiitata. Tomi tre». AU cera editio priore
emendatior, co diapio major, de fub. ci (dem vel parum diverfi» tirnlis, doghine
^fuicica, && Tomu» priiDus, Tomus ^undo», ter J^4 ia /( WfU ù. Eraùsu»
Sarecrius. Erafmu» Snepfiu». Eurititts Corda». Eutycbiua Mion, qui de
Mofculii». Ccc a A P E Admiindu» Hilen Hordevolgiusj vel Nordovolcgius. • •
Edmundas Gdl Anglus. l;dmut>dut Criiidìitts Anglus. EJmundus BunnìQs.
iUgidtus Huntiius. Eichanon Pragenfts. Elias Palmgenim. Enochus Sar^cenos
Gencvcnfis. Efartmis A!bcnn • Erafttis Thomas. ErhardiK Schnepfnn. Kmefhis
Vogciin. Efaias HcinJfihich. Eufcbcus C!eU;rin. Ccrtprum. Auifìorum, Libri
prohibiti Lereenta magica Petri de Abano. Enchiridioo doCtrinrChri- ) • Ibnx
ConciiiiColoitieniis.) Enchirrdion loilitis Chriilianxi) aiiflore Ioanne lufto
Lanfper>) purgengioifcu Hne nomine auflorìs,) tur. iinpre/bm Comphiu. )
Epitome omniutn opcrnm D. Aurclii I AugulUni • per loannem Pifeatortm » jllx
(|iie itnpreft« fune per loannem Crirpmunti. »i Euicbii Candidi, ptaefus
Lu£kiflcx mortis. Examen ordinandorum lounnis Feri » . oili Ht ex impreffis ab.
anno. Auftorum incerti nomlnis, libri prohibiti.. Lcmenra Chrìiliana, ad
inAititcndos pucros. Enarraiiones Epiflo!arufn)& Evangcliormn • Enchiridion
CriAianirmi. Enchiridion piarum prccaeìoitaro. * y Epigrammatum ChriArana (e^x
» (ibii duo^x varìisChriAianis Poecis dccci^nrff EpìAola Apoloccrica ad
ftneerioresChriAiaiu'rmi k^atores,pcr PhrjAam 0 riencaicm, &c. EpiAola
ChriAiaru» de Cona Domini. EpiAoIa dircela ad Paupcrem, Se Mendicam Ecclenam
Lucheranam. ' EpìAola de non A^«oAoloci» qiiorundam moribus, qui in ApoAoloruin
fe, Sic, Spinola de XlagiAris Lovanienilbus. EpiAo?^ MinìAri cu)ufdam Verbi
Dei»ds EcclcAx clavibuS} SacrametKÌs, vcraque MiniArorum Spirims clc£Iiooe.
Epiftelz piz> et ChriAianz. EpiltoUi et Przfatio in Decalogura. EpìAola
SanOo Ulrico adferipea in EpiAolam ad Thimothzuin Commentaria. Epitome Belli
PapiAarum contraGermoniam, atquc Patriam ipfam» Czfare Carolo Qiiimo Duce.
Epitome Dccem Przcepromm, pront qitcmqucChriAianumcognoicere decec. Epitome
EcclcAz rcnovarz. Epitome RefponAonis ad Martinum Lorhcnim. Efdrz lamcntariones
Petri. Eipofìzìone dell'Orazione del Signore in volgare » compoAa per un Pa^ s
non nominato. Evangciicz Conciones. Evangelium ztcrnum Evangclium Pafalli.
Exameron Dei opus^ Expofìtio Sympoli ApoAolorum t Orationis Dominicz, et
Przeeptorum» E Legìz aliquocs de morte Conjugis, Si libcrorum» quz fune
loahnisPiAorii Hzretici. Eqchiridion Man gale s Romz exciiAum » apud Thomam
Membronium ( ut qui• dem apparet in Fixmtifpitio ) tic vero in calce legirnry
Trccis» nbì cimi libnrm excuoerat Francifciis TrumcAii. Enchiridion parvi
Catcchifmi, Ioannis Brentii in Colloquia rcda£Iuin. Enchiridion aliiid} piarum
przeationum, cum Kalendario, et Paflìonali ( ut vocattir ) VVircrbcrgz, apud
loannem LuA. anno trip. Eyichiridion Principis, A MagiAratus ChriAtanì, quod
referrur ad Pctrum Egidium» Sl Comelium Scribonìum. Epigrammatum Flores, nifi
corrigantur. EipiAoIa confolaroria ad Reverc'ndos Se graviffitnos Thcologos.
EpiAola LiKÌfcri ad malos Principe», CbHAianns, > • BpiAokc cpnfolatoriz,
collcfìz per Cyrlacum Spangcnbetgium. EpiAolz Obfcurorom Virornm. Epitome
Chronicorum,. et HiAoriarum Mundi, Velftt Index primz, et fecimdz impreflìonis,
in quo fimt impref• fz, atque figiìratz Imperatorun^ Ìm«gincs. Epitome
Figvrarum Sacrz Scripmrz. Epiiomatz HiAoriz de Bello Religionis Epitome Hiilorànim
Sacrarum, et lo* Frìderìcus a Than. corum communium. Fridolinus Broiubach* t
Ethiex ChriAianx Libri cres > .in ^ui- Fridolinus Lindovems. biis &c.
Evangelium Lzcum, Regni Nundum» Excerpta quzdam capita ex Scrrpturis) omnibus
lidelibus neccffaria. Exempla Virmeum. Vicionim. Excmplarium Sanf^x Fidxi
Cacholicx» quocunque idiomare> impTetTum. Excmplonim variortnn liber»
dcApoAoiis, et Marryribus» Hve feorrum » fìve conjundtus catalogo. S. Hieroayim
de EcclefiafticM ^riptoribta • Bxcrciratìo Vitx Spirhualis .) Explicacio
Symboii pcrDia* Ic^os. ) Explicatio Primi.Tcrtii.Qoar- tii j^Q^iinti cap.A^.
Aj-oft. ) Sine noExpofìtio SccunJx EpiilolXy) mine au*D. Ferri» 5c ludz. ),
£^oram»&: Expo/ìiio nominUIefatiinta) quocummentem Hcbrzornm,Caba>) quc
ìdioli(Urum»Grzcorumi ChaU) mare inadzorum, Perfarum, et La-) prcffatinorum ^
). Expo/ìtio fuper Cantica Can- ) ticoruin ^lomonis. ), tm •Expofitio in
Epifìolas» Paoli ad RomaDOS, et ad Galatas» cujus Przfatioirl Epiftolani
adRomanoi incipit; Variai narrationei » 6(C. Et in expoikiooe prU mi Cap. ad
Rocnanos» cuhM inicium cft. Qnum ficatus ApoRoles Romanis fcm>crc
inAituiffet» Sic. 4aoT^>- ' i F .Abricius Opiro VVOIf^ngus: 'Fabritius
Montanus. Felle lanus de Civitclla. Felix Mallcolus Tigurinus. Felix Manfius. Firmianus Clorus,
qxi et Viretiis.» Francifeus Betttts. ' XJ Francircus Burgardi. Francifeus
Cotta. LembiBgiBs*^ Francilcus Enzinas. • T Fraiicilcus Kolbius. f - i-qlw
Fiancifcus Lambertus» Francifeus Lamperti • Francifeus Lifmaniniis. : -O - %
Francìieps Niger Baitanenfis. FrancHl^ Portiis Grxclti» ' Francifcib Stancarus.
Fridcricus^a^irtheim. Fridericus Fridericus Mycoiriw» F AuAtn Souinust Filli
Pal}or io AuAria. Fiiis PaAor HtlberAadknAs» vet HalberAatcnfis. Forrunanis
Creliius* 1 Francifei Zabarcllz. Liber de SchiTmate ) ai^» cjmtd^ P»£auQoei» '
Aigennrnrdfripvefie.'donecexpurgeaciir. Friderici FruoAì tra£Vatns de Orattooc,
de juAincacione, de Fide, Se Openbtu* Se prefatioin EpiAolao) S&oiOi Paiiii
adRomanos,qui umen falsò creditur adferiptu». 1 Friderici Furi! CcriuUni Valentia! &>nonia;
ftve de libris facris» in verna*k Tcniam Unguam convcrccndis. a 1 ... 1
..L-ysril. J rA« r . /Ótiv''- '••r' 1 xÌìjM F Abricii» Liber o^aoBs
£piftolftiBmad Fridericom Naufeam» qui cA Roberti a MofliaWv t Farrago
Poemacum, LeodegariiaQuercu. Fiorei IQRoriarum» per Ma^•0 monia mondi t et
Problema- ) ta Sacrar Scrìptiuar « Fr^ncifei Gicciardini, Hiftorta ) larinè
recita per Coeliìim ) dooec iècundum Curiooero* > expar Franciki Irenici*
Endingiacen- ) gcntufCs Gcmnanjar. Exqgereos* vo*lamina duodecim. ) Francifei
Polvngrani aftrtio. ) nes quonujurs Ecdrlìae dog- matum. X francifei Patritii
Nova de Vniverfi» phi* ]o(bphia*nifì fueric ab Au^Iore correÙXt 9t Rema cum
approbaciòne R« Sacri PaUcii Auftoium incerti nominis, Libri ptohibiti F ^mgo
C^cordantiamm inngbiaiQ;. (o^iut. Biblia • Faìctcttlt» RerufD.expetcndaniiQ*^^
iugiendamm-. Forma delle Orazioni Ecclefoftiche .. ed il traodo di
ammiiiiflrare i Sacrameocic di celebrare il Santo MatrimonioÀu£Ior credkuz efle
Calvinm. Francilci No^nu. apparicio» Fandamóncuni malòruiBi de booomm o>.
pcrum. F .KrcìaiUw Mirra, Ccnevx imprei^. fu». Pidei.l^l^ftianz c^icF*
conerapa^ F^S» i^rvi fubiiw inKyefr ren^ponfo, una curo crroruin et
eahtmniaruin .. Flore» epigramma-) turo* Flore» Romani ) Flores San£bocum..).ubieanq>*&
^aacwnÉkVe» VinunvD. ) qne lingua imprelG» Foni Vit*. > donec coKigantur.
Formala MifTx Unitebergenfis. Formule Precaro *. feo agenda * aat Of. fteia
Hanecieomm* Olona » ^uacanqitc ; lingua confcripea .G Alalitts Zwmglit * defenfor
» vcl Nicolaos Galalìus * Olivini defenfor. Gafpar Brurchias Egranua Carpar
Charreras. Gafpar Cruciger. Galjpar Grctteris Galrar Hedio Galpar Heldelinus.
Gaf^r Kubertinus. Gafpar Megander TigurillDS^ Gafpar Rodulphìus. Gafpar
Swcacfcldius « Geòrgia» £milius MansfeIdeoNotgreiui»v Gorcìniamit Gregoan»
Brnck Gregorìu» Cafelius*. Gregofius Giraldo»* 2{an ìilc Ptrrsntff^ ^ dlcìUIT
LÌfÌHS. Grinsn» Sinv^. Gualieriu» Tignino» Gulieloui» AurifcxGuliclmo» Guaphxu»
Hagien-, Gulìelmu» Pofttllu»»Barenrorio$-. Giilic'mu» Sartori». Guliclmu»
Tayloii», Angla»., Gu'Krou» Tin^lus. Aa G Afpir Adeler.. Ga^r Braummilkr-.
Gal^r Elogia». Ga^r Eurioacbea *. vel Eurymschnra^. Garoar Faber. Olroir
Gooderoan.^ Garoar Canea. Gi^r Gómbe^ias. Galpar M^cer* vel Micras.. GalMi
MetUlnder. Gawt Morthvru» SemansildenB» ^ Oal^K Olevianu». Gafpar Peucerus
Budifiìniu. Gafpar Scolihagios Gafpar Taoberu» Gcorgtus Autumnu». Gcorgius
Blaruirara* vel Blao^acrajGeorgius Brin fìve Novipiagijs ^ Germanus Peyer.
Gothardus, qui et Cpnradtv Gregorius Paoli. Cr^orms Pcrlidus LubcqepTis»
Gregorius Voerier. Gulicimus Barloupe. 1 Guliclmus Bidembachius., Gulielmus
Charcus.. Cutielmus Cpius Gulielmus Fuhureìus» vef Paquerius • Gulielmus
Fulcus. Guliclmus Htcron. Guliclmus BÒdigiius yaiTw* -Guliclmus Sarccrius» Gulielmus
Turacrus. t Gulielmus Tumerus*, ^ Gulielmus Vdalus Gulielmus VvitakeAs. ^ 4
Culiclnius Vvidephus Gulielmus Vvirte» Gidielmui YvictinganDua.. Gulicltous
Kilandcr. . •. t..,. ..H, :.Certorum Auflorum, Libri prohibici. G Aufridi de
Monte cicalo, Ti*Oa« rus fupea materia Coocilii Balilcenf)s« Georgi CafTandri»
Hymni EccIefialUci. Gracia Dei de Monte Satino, Epiilolc pix, Se Chrillian*. Gripbit
Pr^cationes Dominici. Gutielmi Occhamit^snonagintadierum. Icem Dial(^i • et
Icripia omnia, coocra Joannem Vigcftmum iecundum. G Afparis Caballini Tra é\atuscommercioniro, )
&ufuraru I reddituum- ) que pecunia conftiimomm, j Se monetarum. E;ofdcm
traftatus deeoqoad ) nifi ctnciiintereft. Etdedividuo» Se ) decur. individuo ;
qua onenes font ) ' Caroli Molinai morato ) tantum aufìoris nomipe. ), {
Gaijparii Scibitni Corqpadia. •• i, i Caudentii Mrrulc, MemorabiUm» lij^s nifi emeodetur# ^ Georgi!
Nicrini Concioocs. j Georgii Viaorii Poemau. Gulieìmi Grattarolc opeaa 1
quasidiu mendaca non prodierint. . i l't Auftorum incerti nominis, Libri
prohibiti. G Eographia UmVef/àlii. Gerreanicae Nationii Lamenti^tù^ fws,
Giuditio (opra le Lettere di tredici Uo, mini ftampate il qual fi cooofee eficr
del Vergerio G Hnefis cum Catholica expofitiooe . Ecclefiafiica. Geofnaneic
libri omnes • Gefta Komanorum. GloiTa Ordinaria Genevenfis « Gioite ordìnariz
rpccirneo.. Craiianus Anrijefoita, ìdefi cai^num ei feripeis Au£lorum
Theologonun, a Gradano in ilfod volumcn ( quod Docrenim af^llatur) collcflorum,
&doftrin* /cmitiec ex .vadis.. iftius nuper fefì* MaKologdmiQ fcriptii
-fxo^ pw * collacie I 4 quodato vericatii ;tEofo inftituta, Se ounc priiman m
l^eip edita Trancifci Gcoi^ii Vcacti,Har- monia oiundti et Probicma- ) ta Sacre
Scriptarx. Francifei Gicciardint, Hiftorìa htinè réddita per Coelium ) dooec
fecundum Cortonem. > expar } gcntuf(n Germantz, Ex^efeos* vo-) hiiDÌna
duodecim» ) Franeifci PoJvngrani afRrrdo» ) oe$ macum. Francifei Patritii Nova de Vniverfi»phi' lorophia,
nifi fueric ab Auflore corredi, Se Rems cum approbacione R« Magiari Sacri
Palatii imprefla. Auftorum incerti nominis, Ubii pfghibin Arrago OM^dantiamm
inng&iaiB; todus. Bibliz. Fakic^iK Reru{D eKpetcndanmi>a( fugiendanim..
Forma delle Orazioni RceUfoRiehe ..ed il modo di ammjniftrare i Sacramentie; di
celebrare il Santo Matrimoi^'o *, Àu^Ior creditus eflè Calvioos. Franci/ci
Noibima tpparitio. Fondamencure maloruis* et bonoEum o«. pcrum. ’ A.PPENDIX.
Afcieuliia Mirre, Gene^ imprtft. fus. Fidei/^^Uanz capita-, coovaPa F^dSit
fervi fubdito infidcli mnfpónÉó una CIMO erronun &calumDÌar«Dnjuaaundam
examine, cjuz conrinentur. in feptera libris, de vifìbiti EccleTix Monarchia,
a. Nicolio> Sandero conferìpta>«. Flore» Epigramma-) tnm. ) Flores Romani
) Flores San£kotucn. }-ubi donco corrìgantur. Fonnyla Miflie Unhebergcnfis.
FormulK Precnm %. fen agenda, aat («» ^ dicitur tUiusCnnxu» Simot}. Guaherius
Tigminus» Culielnuis Aurifex. Gultelmos Ouaphea» HagienGolielmus
PoftelUis,Bareotoria»^ Galic^mus Sartori». Gulichno» Taylous, Anglus.. Goliemu» Tinoalus G .Afpar
Adeler. Ga^r Braammiller*. Galpar Elogio». Gaipar EuriouclKa i. vcl
Euryoachxra... Ga(^ Faber. Gal^r GondelBaa^. Ga^r Ganez. Ga^r GòmbtrgittsGalpar
Màccr, vcl Macrus.. Gafpac Melilander. Gamac MottKzru» ScmaJkaldenfi» ^ Gal^c
Olevianus. Gafpar Peucerus Budi/Bnus. Gafpar Siolshagius Gafpar Taoberos
Gcorgfus Aurumnus. Gcorgiin Blandran, ve! BJaotUtrai. Gcorgìiu Brinderus.
Gcorgius Bochanani^s Scotus Ctorgitis Ca(fander Bru§enn$f fìve Veranius UodeAus
Pacitnomaout. Gcorgius Codonigs. Gcorgiuf CooftantÌDUs Aoglus. Gcorgius David.
Gcorgius Dieterichus. Gcorgius EboufT Gcorgius Eckarc. Georgius Edclmai\n
Gcorgius Fladorius. Qcofgius Grynaut Bo 4 icetius Gcorgius Hanfcldt. Gcorgius
Hcnninges. Gcorgius Toye ^diòrdicons Gcorgius Kupelich. Gcorgius Lyàeoiua
Gcorgius Mcckart, Gcorgius Mylius. Gcorgius Niger. Gcorgius Nigrtnus Gcorgius
Princeps Aiultioos. Gcorgius Raudat • Gcorgius Schmàlczing « Gcorgius Scholrz.
Gcorgius Shoo. Gcorgius Silbcrfchalg. Gcorgius Sohnius. Gcorgius Spintleru).
Gcorgius Tilenus. Gcorgius Vvatihenu. Gcrardus Ncomagus « live NovimagHt s
Gcrroanus Peyer. Gothardust qui et Cptiradoi. Gregorius Pauli. Cx^oritts
PcrUrius LubeqciiBsGregorius Voerfer. Culicimns Barloupe. Gulicloius
Bidcmbachius Guliclmus Charcus. Culielpius CqIus. Guliclmus Fuhurcius» vcl'
FuqueriuiGuliclmus fukus.. j Guliclmus Hìcron. ^ ' Guliclmus Bódiigmts |lafini.
Guliclmus Sarccrins. Guiielmus Turaems. T T Gulieitnm Tumerus GiiUclmus Vdalus.
Gulicloius VvùakcAs. ^. -! Guiielmus Vvidephus Guliclmus Vvitre. Gidieimm
Vvirringamus» Gulielmtis Kilandcr. ' t . I. '.’H. Certorum Auflorum, Libri
prohibiti. G Aufridi de Monte cleflo t TnlOacus fupsi saarcria Concilii
BafiIccnHc • Georgi CaiTandri, Hymni Eccleftaftici. Gratia Dei de Monte San£ko,
EpiftolpiaCt ^ Chrillianx. Gripbii Prfcationes Dominica Gulielmi Occhimi 8c
(cripta omnia, coiKra Joannem Vigeiimum Cccuodum G Afparis Caballini Tractatus
commerciomm, &ufurarù, reddituum- ) que pecunia conftieuionun, et
monctarum. ) BiuTdem traf^atus deeoqnod > niii ciixih incercA. Etdedividuo,
et ) dotar • individuo i qua orsnes Àiot } Caroli Molinzi mutato ) tantum
au£lorisnon)io«. J { Gafpatis Stiblini Coropaedia. 1. ! Caudeniii Mcfultr»
McmorabilioiD lihó>s nifi emenderur.. ^
Ceorgii Nigrini Conciqnea, ..a Georgii Vi^orii Poeinata. Gulielmi Grattarolc
opeaa quamdiu emendaca non prodierinc- ;; -t .0:,' ‘d Au£Vorum incerti nominis,
Libri prohjbiti. ' Eographia Univetralis. Germanicx Nacionii Lamentaciqs ncs •
., Giuditio (opra le Lettere di tredici Uor mini Aampace l’anno M- D. L. V. il
qual fi conofee cfTcr del Vergerio G Enefis cnm Catholica eapofitiooc .
EcclcfiaAica. Geopiantia libri omnes GcAa Romanorum. GloiTa Ordinaria
Geneyenfis. ^ Gioita ordinaria (pccimea. Cratianus AnriJeliiica, tdefi canonum
ei Ccriptis Au^orum Thcologorum, a Graciano in illud volumcn (quodD^cretuffl
appcllatur) co1lc£k)rum, et dottrina Jelmtica ex .vaxiis/ iAius nuper fe£ù
Ma^logòmm rcripciifKc^ pta, coUatio, a quodam veritatft^. «boto inAituta et muw
pnimiin Tb bice^ edita. H H Adrumu Junius. Harrminnas Beyer >. ^ HarcmAimas
PaUcinus h C. Hebcrns. Hedio Cafpar. Heitas» vel Helin* Eobanas Heflns., Helìas
Pandochcus» Henricin Lapulu». Henricus Pancatcon. Henricus Scoms. Henricns
Srollit». Henricus Surphanus. Henricus Vvelf^ii» Lingcn«, Henricus Uringenis. Hermanus Bodiiit. Herroanus
Bonnus. Hermamu Burchiut Pa^hilm*^ Hermanus Heflùs Hermanus Itali». Hermanus
Kìdvuch. Hcrmama Luiciis. ^ Hetxenis. Hicrooymus Baflanns. Gicroi\^^s Cam
PHaurio)*, Kieronyraus Galatharus ., Hieionymus'Kiuf(hcrv ' Hieronymus Mar*u»:
Hleron^jus Maiurius* % Hicronymus de Praga, i\ J Hicronymos Sabir de $ai\flo
Gallp,, Hieronymu} Savonen. Hieronjmius Schiurptf. ‘ Hitronjmius Vicellerms
Friburgeii.. Hieronymus Viiolphigs» Hiob Gaft. ' A Hippinus. Hortenfis
Tranquiftos, aliis Hicremias^. aliis Landus.,, Hugo Latimcrus. Hudricus
Bnchau/lius. HulJrici» Htmenoi, five de Uttcn.. ' Hnldricns Mutins
Hiiguraldus.. Huldricus Zvvingiltis Toggius H Mlerus Barcholdiis. Hamefus
Godoffredos. Harrmannus Scopenis, Novofefenfis. ^pricus. Hclias Ho^en9 Helias
Palingcnius Helìas Scadzus. Hetningius NicohttS4 Henricus Boethios Henricus
Brinkelous » ^ eiUtt fiorar Ab nmiiu BfldtrUi Morfii» Henricus Ètfbrhen» vcl
ESordenHenricus Enberg. Henrù;us Harcopcnt. Henricus Hufanus. Henricus Mylius.^
Henricus Modec Henricus Mollerov, Henricus Nicolata, five ìibri mrat n-
fitfutlHenricus Petreus^ Henricus Rhodut, vel Rodnu Henricus Senenlìs. Henricus
Stbenius Mimderpi Henricus Scephanos. Henricus Tbylo. Henricus Tbolofanus ..
Menricus VVolphins. Hermanus Pigofus Hemunns Hamehnannus,. Hermanus Pacilkus. •
Hieremias BaiUi^ius. Uierooymus Hambol^us, vel Hauboldus Ratisbonenfis.
Ijieronyinus Hennit^s*^ Hieronymus Maocelius. Hieronymus Panchus. Hieronymus
PcrUhrìss. Hieronymus Pumekius. Hieronymus Valler. Hicronymu» Vchus Hieronymus
Vuatenis. Hieronymus VuihlcmbergiusAurimÓtanDs, Hieronymus Zanchius vel
Pancus.. Himmanucl TremcMus. Hovardps. Hugo Hugaldus. Hugo Sureaov cognomine
Rodere.. Ccrtorum Auftorum, Libn ptobibiti. H Enrìci Bebcblii JuRiagen/ts,
Facc« liz, ioRicucìo pucrorum, (cium« phus Vcncris. Hlcronymi Gebiulcri,
liberdefacrilcgio4 item exhortacio ad lacram Comma» nionem. * ' Hicrooymi Melfi
Pifcn r fi i s, Proverbia^ et Prognoliica. ’ Hicronymi Savonarola Fcrraricnih
Sermones, qui olim in Romano Indice prohibiti mere, noo leganmr* donec iuitu
;uxra cenTuraf Tacrum Dcpiicacorum cmencUri prcJcanr, et funr hi. In cxodum
fermo primuj tncipicns Dornine (]uid mu1tip(icati, &c. Ircm S •u’s
Chriftìani. Ha-iriau' l>am nacGandavcnl^s liber iftfcripms Imnerii ac
Sacerdoeii ornacus. DiverCaram itemgentiuin peculiaris veftitus, cure
Commcncarìolo Cocfanim, Pontifìcum, ac Sacerdotum. Henrici Decimarons
Gifiìiomenns, fylva voeabuforum, A phralìum, cum folucx, rum ligai« oracionis,
dee. t)i rum, permittìcur. Henrici Harphii Theologia millica, nifi repurcata
fuerìc ad exemplar illius, quz mie impretfa Romx anno Domini Hieronymi Serrz
Lutheranorum Se£lz in fcrvumarbirrium liber, nifi prius, corrigacur, 1 Hiftoriz
Magdeburgicz '^ab lllyrico, et complicibus coaccrvatz. Hifiona de Schifmare
Theodorici Nemienfis. Huldarìco Epifeopo Anguftano epifiola adfirripta,
adverfu^ Nicolaum Papam. Hyporypofeon Martini Martinet Canupecrenfis liber,
nifi fucrint ex impreffis Auflorum, incetti nominis, Libri prohibiti. Enfici
Quarti Ofaris vitaHifioriade Germanoniro orìgine. Hilloriadc iis quzjnanni HuÌT.in in Conftanricnii
Concilio everte ntnt. HiAoria demone Joannis Daaii Hifpani » quem fratcr ejus
germanus incer;ccic H iEbrea,Chaldzai 8c Latina i-'terprecario Bibliornm, cum
Indice Robenì Stephaui « Hetvecìz graculatioad Gal'iam, dcHenricohujui noiDÌnis
Orario Galluruaa, et Navarrz Rege. Hcidelbergeiifis jTheologia, de Cotoa Domìni
• Hilloriarum, 8c Chroniconim Epitome, velut ludex ufque ad annum {4.
Hilloriarum > et Chronìcorum cocius, mundi, Epitome, imprelT. Bafilcz.
HìAoria Belgica HiAoria Cermaniz, Fran- I cofurti edita. ) donec ex Hilloria
Graciz, nuper odi- ) purgeoturta. ) HIAoria Scotorum, nuper ) edita. ) Hiftoria
HulCtarum. ) HiAoria vera, de rebus Martini Buceri, PauH Fagli A Chatcrinz
Vermilyz, Petti Mar(iri>Uxorì$, vcl rubaliotitulo Hidoria de vira, obicu, et
icpulrura, &c. Martini Buceri, A Paul! Fagli, qua intra annos duodccim tn
Angliz Regno accidie. Ddd Hortulus aniipi, ni/i corrigamr. Hortnhis Pa/Eonii in
ara Aitarti fiori dus. loanncs Coman«fcr» Ioanncs Colmius. Hjrdroniinti* artis.
Opera omnia J Acoou! Bcdrotuj, Pludcntinusla^bui a Burgundia, Hit Acropolica
loanncs Hcrvagius. loanncs HefFus. loanncs Homburgius. loanncs Hopcrus, Anghis.
loanncs Holpinianas, Sceinamis loanncs Hofl. loanncs Huichinus. loanncs HulT.
loanncs Huflcrus. loanncs HuccìcHìuSé loanncs de Indagine» 7^"« ioannes
ZuicKius. ' lobGeft. 3 : Joannes Avicioi lodocbot Coch, fivc Cocusj mi et /«k J
vel Co» CUI. luftus MenioS} Kènacen» Acobus Acoocius. lacobus Anetius» vel
Aenetios. lacobus Andre». lacobus Andreas ShihìdellinoS} vel lacobus
Shmìddiinuse lacobus Arrifonlacobus* Brocardus. lacobus BninicenCs. lacobus
Cornerns. lacobus Eifcmbcrglacobus Frindaogus. lacobus Grynsus. lacobus
Heerbrandus. lacobus lufti. lacobus Kiincndociusolacobus Koich. lacobus Linfìor.
lacobus LachKem. - lacobus Palieologiis. lacobus Pcregrinus. lacobus Ruogius. .
lacobus Scoppenis. j lacobus Sobius. lercmias Piflorius. lercmias Horabergcrlui
I loanncs Acrocianus. ” Ioannes Avenarius, vel Habermarm. i Ioannes Avicinius^
loduchus, yvUlichiut. lonai, qui. ^/Jpdochu^Coojs^ lonat Philologtti. Tm» li
Ioannes Belizìus • Ioannes Bocenis, Li^ccnfìs. Ioannes BortAyus. loaooes
Bradibrdui. Digitized by Google 39 Ulajcnis. loanncs Crifpinus. loanncs
Cronerus, vd Crumerm^ loanncs Cimo. loanncs Darriiis. * loanncs DauTus, vd
Douiar Ioannes Fcidc. Ioannes Fcrinarius^ loanncs Filpotus. loanncs Gallits «•
loanncs Garczus.^ Joanucs Gamcrìus» loanncs Gcorgius CodelmaniA •• loanncs
Griffin. loanncs Gtilicimus Soickiosf Tigutinus.loanncs Harrungus. loanncs Hctlcricus.
loanncs Hedierus. loanncs Hcidcnreich. Ioannes Hcrzbcrg., loanncs Hugo. loanncs
lac^us Gryn«|U. Ioannes lederusi Scaphufiinus# loanncs Irenxus. ioannes Index.
Ioannes Ivellust Angltis^ Joannes Kenerus tamdiu prohibira iìnr » quamdiu ab
alicuius Untvxrfìcatis catholtoE facaltatc Theolc^ìca» vel ju infetìptas
Imperatonim • tc CTfantm vita, cum imaginibus ad vivam effigìem exprefn$y donec
corrigatur. Ioannis Fabriciì Montani» Pocmacom ber» Ioannis Cerrophìi >
Recriminacio adverfus Eduardum Lzum Ai)gium. ^ Ioannis Lubicenits » de
Antichrifti adventu » et de Media lud^onrm. - ^ Ioannis Pici Carthadenfìs >
Para|dirafes » et Annotatioocs in Pfalmos» Ioannis Reuchlini» rpeculum oculare
» de verbo mirifico» ars Cabalidica» Ioannis Soccri liber » iive epigrammata »
ex variis auAoribus collcaa v Ioannis Surei » de rerribili excidio
Hierofolyrnirarum. Ioannis Vnnfchelbui^enl>s > de fìgnis et miracttlis
falfìs » et de fupcrftionibus. lalianiCoIen» de cercirodine grati» Dei» et
làlucis Dodr» craélaius» J Acobi a Burgnndia > Apologia ad Carolum Cxiarem.
lacobi Scbecii liber» de una perfona^ Se duabus naenris in Chrifto • lannoccius
de Mannectis Florencinos d^ digoicace, et cxcellencia hominis, doneC emendemr.
Ioachimus fuper citulum iT. de ;are;urande. Ioannis Baptid» Folengii CommencarU
fuper Epidolas Canonicas San£fi Pem> Se San^i lacobi, Se fuper primaiq
Epiftolam Sanali Ioannis. Ioannis Bodini Andegavenfìs » Demonomauia omnit»
prohibetur, Liber vero de Uvfntblica, A: Methodus ad fecileni liiftoriarum
cc^nirionern, randiu prohibita finr, qnoufiijuc ab Anafore exporgata, cum
appiobatione Magiflri Sacri Palatii piodicn'nt. Ioannis Cafì Splixra Civita- )
tis, hoc elt Rctpubltc» ) rciVc T ac pie fccundu-u ) Icgcs adminidntnd» ratio-
) Ioannis Corafìi 'liber, de ) donec emennniverfa brardotum ma- ) dentar,
teria. ; i--. ) Ioannis Drudi opera. ) Ioannis Feri opera omnia. ) Excipittnmr
tancn, cjufileii) Feri, Annotationes » Se Coromentaria in S. Macih»i, Se S*
Ioannis Evaiuclia, ac in ejufdem S. Ioannis Epimlain primam, Rom» recognica, et
iropreda. loanni Fifeherìo liber (liso adferiptus, de fiducia I Se mifericorJia
Dei. Ioannis Forfleri, Difiiona-) rmm hxbraìcum. ) Ioannis Lalamancii Medici,)
exrerarum fere omoiom, ) Se przeipuarnm gcntinm») nifi corrianni rario, de cum
Ro* > gantur. mano collatio. Ioannis Mahufii Aldemadenn.) Epitome
annocationam E- ) rafmi in novum teflamen- ) cum. ) Ioannis Mattkci Tofeani »
Pfalmi Davidis. Ioannis Mevìxatit Afteofìs. I. C* Silva nuptialis, donec
emendecur, Ioannis Pauli Donati libeOus de refervacione cafuum. Ioannis
Peregrini Pcrroreilani, liber convivilium iennonum ., Ioannis de Roa, de Avila,
Apologia de iuribas principalibus, defendeous, et raoderandis jnhè. Ioannis
Rutbeni, r^l» lo-) coronsioomiinimum utriuf^i) leflanenti. } Ioannis ScapuI» »
Lexicon ) nifi corriGrxcolatinum. ) gantor. Ioannis Scbenekdevuini fuper)
Inftit* Commentaria, feu) annotationes. ) Ioannis Wierii Medici, libri qutnque
de przfiigiìs damonuro, incancationibus, Se vencficiis. lulii Cafaris Scaligeri
>Coin- ) mentarii in Theophrafhim,) donec e--' et Poemaca. > roendétur.
lofeph Scaligeri liber de e-) mendatiooe cemporuro. ) luliani Tabaocii de
quadrimlici Monarchia. Inlii Ccifiì (Xrj/iV) vera» Chrifiùmaque Philofophia
comprobatoris » a^oe emuli, quinq; Antichrìfii do^rinamfe^uirar per
contenrionena, compari, uocemqoe deferiptio. Incer Librorum Incertomm Auftorum,
Ubri prohibiu I Mperatorumi 8c CxtaruiQ- vit». Jndru^io vi/ìutiofiis Sayonicz.
Intcrpreurio oomiuam Cbaldxomm. lorrodu^io pucrorum, lulii» Dùlogus, aliis AqU.
Jnc?rtorum Auflorum, ^^brl prohibiù. K Alcndaria omnia ab hxreticìs. con»
fleéU, io quibus aomioa hxrctico^ rum poountur. I Magitiet CDortis > cum
roedkìM ini« IT)X. Index biblicMom imprefi» Colonie, icv edibcu Qgenteliaais «
Index re rum omnium» qnz in novp« ac veccri ccftarDcnco habetunr
locupleti!fimus» no» cum hebrxorum» duldeo turni, ac loUDoruizi nominom
incerprclatiottCì &c. Vencuis ad figoom fpei. Index utriufque ceftamenti *
penè fimilis Indici Bibiiomm Roberti Scephani. InAinici.ones Graromatke > et
aliarono Artium, niil repu^nens » Infticncio Principù. loAiturio religionis
ChriRiancj impreilà Vvitebergz» an. InAruflio, qua vitam zcemaHi obeinebU mu|.
Introducilo admirabilium antiqua > 9c moderna • feu Apologia iicla prò
Herodotoi anno ludicium t et Cenfura Eedefianun pti»rum » de dogmatc » in
quibuldam Provjneiis Septentrionalibus» coopta taodam. Trinitaictu..
Pomeranus*. Leo ludai Leooandus Culman Leonardus Fuchfius. Leonardus lacobuti
Norchu!iaout Leonardo» Srrobin. Leopoldo» Dickius» Lolla rdus. Luca» Lofllu»
Luca» Chrotek » feu Schrotcyfen * Rtibeaqueniì». Lucim HaCIeneusi vel Hedcctus
Lucius Pifxus. Ludovico»» ab EbcrAain*; t Ludovico» HcAzer « Lutheru».
Lyfmaninus. L Ambertu» Daoxus% Laooicu» AnxiAurmiu» oeck. a Sturine Laurentius
Codmann Laurentius Ludovico» > LeobocgcAn$ Leonardus PelUcanus» RubeaqutnA$A
Leonardus Schveiglinus.. Leonardus Stockclius. LcfOnardus VVannundus»,
Leonardus Werner Lucas BackmeiAents LuneburgeunsLuca» Mainus Luca» Ofiander
Lucas Steenbcr^i;) Moraws*. Ludo I Ludovicm BcrqQtnQS. Ludovicus Evans.
Ludovictis Helmboldus. Ludovicus LevachcniS} vd LavatcriusLudovicus Kabus.
Ludovicus Villebois. Certcum Au£lorum, Libri prohibiti. Aorcntii Vili* in
fcilCi Jolutione Conftantmì. Itcm de libero arbitrio. Ircm de voluptate Lclil
Capilupì, Cento ex Virgilio non nifi cKpur 4 »aiit$ Icgutur Lue* flcctinì libcr
infcripttis, Oracolo della rcnovationc della CUiefa. Luciani Mantuani >
annotationes in Cor^ menrum. 1>. Joannis Chryfoftomi in Epillolam ad
Romanos. Luciani Samolatcnfis, Dialogì, videlicct, mors Peregrini* et
Philopatris. •Ludovici* feu Z.aonici Cbalcondylc Aihenien.de origine* et rebus
geflis Turcarum, libri dccem » Conrado Cl^nerio interprece, cum annorarionibus.
Lodovici Pultii, Focmaca, ncmpc,Od*, Sonetti, Canzoni. L Anrentii Vali*,
annotatione» in novum Tefiamcnium * òc Ubcr de pcrfoiu centra fioechium, nfTì
corrigantur Laus Matrimonii, et congcftìo bonarum mulienim ex diverfis
biftoriis, M. Perri Lefvandcrt. Lclii Capilupi Ccntoncs ex Virgilio, Roinz anno
Domini 1590. iropreif*, |)crmittuntur. Levinii Lemnii Medici Zi- ) rizei *
occulta nacur* mi* ) donec exraciila. ) purgentur. Lexicon S monis Schardii. )
Ludovici fiorbonii, Priocipis Condxi liter Ludovici Carvajalì. Dulcora- } tio
amarulcntiarnm Eraf- > nifi prius mie* refponfionw, ad A- ) repurgeapologiam
ejafdem Ludo- ) tur. vici Carvajali. Ludovici Caftelvecrii » ope- ) ra omnia. )
Ludovici Impetacoris nomine liber fi£ìu$» contra facras imagines. Ludovici Vivo
Valcmini, annmationct in $. Augufiinum, nifi expurgentur. ineertorum Auflorum,
Libri prohibiti. Amentationes Petti, aufiorcs Efdra. Lamentatio* A quarimonìa
MifT. Libcr inl'criptus, de au£ioritatc, Officio > et potcllate PartorutD
Ecclefiafiicorum. Libcr inicriptus > Anguftini, A Hicronymi Theologia Libcr
infcripius, alcuni importanti luoghi, tradotti fuori dcM' Epifiole latine di M.
Francefeo Petrarca, Ac. con tre Sonetti funi, A xviii. ftanze dd Bernia avanti
il xx. canto* Ac. LibcHus aurcus quod fdola. Ac. Libcr infcriptu» Baniccnfis
Ecclcfi* cur MilTam » Ac. Liber infcripms. Bulla diaboli • A£. Libcr
infcripnis, capo finro. Libcr infcriptus» de corna Dominica. Libcr infcriptus,
confilium de emendai^ da Ecclcna. Libcr infcriptus* confilium PauSi III. datum
Imperatori in ficlgis cum Eufebii Pamphili pia expUcarione • Lilier infcriptus
delle commìflioni, A facoltd che Papa Giulio 111. ha dato a M. Fatilo
Odcfchalco. Liber infen^us * de difciplìna puerqrum, rcetdque formandis eorum
Audiis, A monbus. Liber infcriptus. Dottrina vcriffima tolta dal Capitolo
quarto, a’ Romani, per confolare l’affiitte cónfcicuic Libcr infcriptus, Cur
Ecclefia qbanior Evangelia acceptavir. Libcr infcriptus, de emendatione, A corrc£h‘onc Aartis
ChriAiani. Libcr infcriptus, de genuino EuchariAiz negotii inccllc£Iu, A ufu »
ex vetuAiflìmis orthodoxorum Patrum libris, Ac. ^ Liber infcripnis, de falfa
religione. Liber infcriptm, de fatis Monarchi* Romanz, fomnium, vacicinium
Efdr*, Ac. Liber infcriptus, la Forma delle prehiere EcclefiaAichc, con la
maniera ’ammìniArar* i Sacramenti, A celebrare il matrimonio. Liber infcrìpeus,
de Gratia A libero ejus, vclociquc curfu. Libri Hcrmetii Magi ad AriAntelem
Libcr infcriptus, llluAriffimi A potcnliffimi Senarus populique Angli*
fencencia, de co confilio. Libcr quod Paulus Epifeopus Romantis, Ac.Liber infcrìptut.
Miliraiuis, Occ. Liber micripcu» » Nicodcmus de paflìone Chridi, Liber
in(cripiu$ 1 opus IHuflriffimi $c ExcclJtnfiffimi, icii fpcftjbilis vy-i Caroli
Magni > &c. coocra lynodum, in partibus Grzcix 1 prò adoranvis
in'>agmibus Aoliddj five atroganter gefta cA. Xibcr inlcriptus j in,
orationem Dominio cam, &c. 4 lbcr infcriptiu » in orarioncs Dominio cas
faluberrimx » et lanf^inìrox medi» tariones « ex 1 U>. oacholieorum Fatrurn,
&'c Liber infcriprus « Lettera di N. ad uno Ambafeiatore di Papa Giulio HI.
Liber infcriptus, Fauli IV. Papx Ronaani ) EpiAoIa confolatoria 1 et horcato.
ria ad fuos dilcflos filios. Liber
inicriptus» Poiirificii oratoris legatio I in coflvencu Noribergeniì. Liber
infcriptus, de providentia Dei. Liber ioferipm, de facerdociot Icgibtrt, et
^crificiis PapXf &c. Liber infcriptus t delle Aatuc 1 et itnagU ni I
&c. Liber infcriptus » in Aaruì > et digniraci ^clcliafticoruto t m;igis
conducati aiflaictere rynodum Nationalern * piam « flcliberam» quamdecemere
bello, &c. Liber infcriptus» de vera dìAèrentia regie poteftatii, 9 c
EcclelTaAicx • Liber iaferipnK » de vita juvencutis inAiruenda » reoribus, Se
Audiis corrigendis, Liber inicrìpeu « de unitale Ecclefiaftica. Licanix
Cermanorom. Loci coreiDunes, de boAli operibus, et de potcAare EccleAaAica.
Loca inlìgnia. Loci infigniores. Loci omnium ferd capiruro Evangeliorum « Loci
utriufque teftameari. LnÀi ChriAiana. Ludus PyramiduiQ» appendi X. Lexicorv
Grxcum novnm » GenevimprciTum. Ljbellus A. P. C. trai^ans rudiincnr.t Kcligkmis.
Liber qui infcribicur.afla Conctlii Tridentini anno i5'4^. celebrati .una cum
annorarinnibuspiis» et lcC>u digniilimis. Liber Anonymt cuiufdam, de
repugnantia do^lrinx ChriALmx. Liber Infcriptus, Annatx, caxatlones
Eeclefiarum, et Monafteriormn per uni-, verfum orbem, ab hxrcticis adverfut
Anniras confcriprus. Liber contincns articulos reprobatos a faailrarc Parilìenn, conrra do^rinam
S.I Tbomx. Libri duo, de laira, Se vera unius Dei
Patria, et Fitti, et Spirimi San^i cognitione, au£IorÌbus ininiAri Ecclenarum
confcnticittium in Sanuacia»& Tranfìlvania. Libelius de Concordia Ecdelix.
Liber de Convento Haganoen. Liber infcriptus, Crux ChriAiani, cuoi qtiibufdam
annocationibus, in fandium Hilarium. Libri dece CD annuloram » quaruor
fpe^lorum, ihiaginum Thobix, imagioum Ptolomxi vitgìnalis clavicola Salomonis.
Liber infcriptus, Dìalogi fieri. Libri infcripti, comra diccam Imperialem
Ratisbonen. Libclluf infcriptus, dedrgna prxparatione ad Sacramcnniin
EuchariAix. Liber infcriptus, de divinis Se Apoftolicis tradttiontbus. Liber
infcriptus, Genefìs, cum catholid expofirione EcclcfìaAica, idcA, ex U.
niverfìs probatis Theologìs, quos Dominut futs Eccleriit dedic • excerpta l
quodam verbi Dei ininiAro, diu, mulnimque inThcoIt^ia verfatos, live Bi«
bliothecicxpoI'tioniiraGencfeos, ìdcA, expolìtio, ex probacis Thcologis,
quocquot io Genefim aliquid fcriplcrunt. collcfla, et in unum corpus Angulan
artifìcio confata, Ac. Libelius intitularus de Jefu ChrìAo Poolifìce Maximo, A
Re» fìdelium fummo, regenre in Ecclcfìa fanflorum. Liber qui infcribirur,
IlluAriffimi Prìncipis, ac DD. Joannis Friderici feamdi Ducis Saxonix, Ac. fuo
> ac Frtrum D. Joan. VVilhclioi» A D. Joan. Friderici nani junioris» nomine,
lolida confutatio, A condemnatio pnrapuarnm corruprelarum, fe£Iariim» A erro,
rum, hoc tempore ad inAaurationem, Ae. Liber qui infcribinjr, Interim, anno
edirus. Liber qui infcribiiur, Libelius ApoAolo. rum nationis Gallicanx cum
conAicutione lacri Conctlii Baniecnfìs. Liber contincns doftrinam
adminìAraeionem Sacramentouim, rirus Eccle/saAicos, formam ordinactonis
conflAorii, viAtacionis fcholarum, in ditione Principutn, A Dominorum D.
Joannis Alberti, ft n. Hulderici Fratnim 1 Ducum» &:c cimr in dieCorpori»
Chriftì. Liber iorcriprwS» Ordo baptizandì iuxta rirum fin^z Renunz Eccicliz»
Venetiis Apud Joaniwm Guirifcuiii » et A>cios» ; nHì corTÌ|atur. Liber
infcriprcH » de officio pii » et pablicc cranqailliraiii verè amarnis viri, in
hoc religionit diffidiot fine auAo. hs nomine» Se alias ab eo» quero fob Mdem
infcripeione compoTuic loannes Hefielz DoQor Lovaruenfis. Liber iafcriptus>
de petfecutione Barbarorum. Liber infcrìptus, prò libertattf Ecclefiz»
Callicanz» adverfus Romanam auUm defenfio farifienfis curiz, Ludovico XL
Gallorum Regi quondam chiara » qui circumicrrur cum rra^am Duarr ni de S.
Ecclefizminiftcriis; ab eolatinus Liber infcriprus» de protrabenda vim ultra
vigintiquinqiie annos. Liber Pfalmorun) Davidis, cum catholicaexpofirione
EcclcfiaAica» iinprcfii^ per Hcnricum Srephanum» annoi^as. Liwr inlcriptus» que
regìa potefias» quo debent aii-f^ore folemnes Ecclefiz Conventus indici»
cogique, &c. Liber inlcriptus, de Regno,Civitare. Se domo !>j, ac Domini
lefn Chrifti. Liber in quod fit homiiii moricnci Buxio)um foUiium.TbuK) lU M M
Arcellus Palìngenins» Srellatus. Marcus Anconius Calvinus. Marcus
AnroniasCorvinos. Marcus CordeJius» Torgeofis. Marcus Ephefinus. Marcus
Tilemann. Heshufius. Marfilius de Padua. Martinus Ko» vel Martiniko. Martimis
Borrhaus» Stugardian. Martinus Bucerus. Martinus Freflhus. Martinus Lurherus. Maninus
Meglio. Martinus Oftermineherus. Ma. tinus VVolphius Mitthzof Albems» vel
Albertus; Matchzus Judex. Matthzui Phylaigyras. Macthzus, qui Se Afiarcius
Scofier. Maithzus Zelius*, Keifefpergenfis » vel Kiferpergen. Matthzus Zifer.
Matthias Fhccus, lliyricas» vel Flavios. Maturìnus Corderìiis. Maximilianus
Maurus. Melanchton. Melchior Ambachius Mekhior Clinch» vel Mlinch. Melchior
Hoftnanaus. Memnon Symwi. Meoardu^ Molchcms. '' Michael Celarios. Michael de
Cxfena. Michael Kothingius. Michael SchuJ(hejs « Michael ScIIarius. Michael
Servccus. Michael Toxica. Milo Coverdale» Eboracenfis. Morlinus. Munccrjs,
Murnerus. Munfteros. Mufeuttts. Myconius OTvaldiis; fF Agdalena Aymairus. I^Y I
Manfon Anglus Marcus Andreas Falkehenbergerus. Marats Blcumlerus» Tigurinns. M.
Marcus Mennigos. Martinus Agricola Martinns Crufius. Martinus Faber Eeé Mar
Martious HcMingus. Mafluccìi Salernitani > Novell*. Martinus Hofmann. .
Martinm Kemnìcius», vei Chemnìtius. Marcinua Lochandrus» Gorliceniìs» Sile
>Iartiniia Mollems».,. Martinu» Morlin Martinus Salbach.. Martìnuv
Schalincius ». Farens .. Matihaus Bcroaldos. ' Matthaus Chcmnicius Matthanis
Colfebui^ias Mattharm * fca Matthias, fireflènis^ Matcharus Huttenus Macrhsus
Ludtke. Matthzus Veghel. Matthzi» VVeflenWccìus., Matthias Bcrgius,
Brunrvicenl!s «. Matthias Ebcrhart. Matthias ErbiuSi aor ErbeBUs» «cl Hfibeous
Matthias Ludccus Matthias Ritter.u Matthias Schneider*. Matthiav Tinflorius
Matthias Vebus. Melchior Bifcoft'. Melchior Ncofarius.. Melchior Socket.
Melchior VVildiuaM. Mento.. Mcrterus. Mentrius adverfm BalearÌMm, Epìfccotm
Mercdirn Hanmerus. Michael Aichlerus ». vet EychlerUs.. Michael Czliits..
Michael Dilerus. Michael DincUus. Mtcbael Hagenx». Michael Hampclus. M. Michael
Hcnnig». DreUenfis». Michaet HcrmaoBus.. Michael HimmeU Michael Mclllinus.
Michael Neaoder». Soravienns. Michael Rennems, Michael Rcnn^crus, Anelus.
Michael Scrmiua» Danii^anus.. Michael ITraniui. Mintts Cclfus. Moyfes
Pclacheras Ccrtorum Auflorum, Libri Prohibiti. M Arci Pagani Carminum 1 iber»cuius
tituluv cR Tiionfo Angelico. Et airer qui dictrar. Sonetti diverfi di Marco
Pagano. Merlini Angli liber» tobreurarum predifUonuxt] M Accaronicortira opus »
Merlini Coccaci» Poet* Manruani» nifi reporgatum fuerir. Mahomcris Saraccnorum
Principis» c/ufque fucccnòrum virar, icem Alchoran» cum. przfatione Martini
Lutberi. Martini Eifengrenii Traflarus A;h>Ic^.. ticus, de certifudine
grati*, prò canone xiii,. fcfT. 6, Concilii Tridentini. Martini Martinez
Cantapcrrenfis » HypocjmoTcon* liber, ruTÌ fueric ex ìtiprefiis, ab anno i;Sa«.
Melchior Klingius, in praxipuos iccundi libri Dccrctaliom Tir. 8c in ìnRU
tmiones Juris Civilis. Michaelis Carranzz, annotano macinalis, ad D.
lldcfonfum» Au(ftorum incerti nominis. Libri prohibiti. M ^nicra di tenere ad
infegnare i figliuoli Crifiianii Margarita Thcologica. MacrimoniodelliPreti»
&. (ielle Monache» Medieina anitn » Meditaciones in Orarionem Domìnicarn.
Meditationes, Se prccationes pi*, aJmomodum uciics, Se ncceffari*, prò
formandis» rum confcicniiis* cum moribuftcleOonim. Mccaphrafcs Epifiolarum SaOi
Palili » ad communein Eccicnarum concordia. Mcchodi facr* fcripturz » Thoini
duo. Mcthodns» in przcipuos fcripturz divinz locos. Microfynodus,
Noribergenfis. MiniRrorum Verbi Argeotmennum admonitio, ad miruftroi Heivcticos.
Modo di tenere ncll'infcgnarc, e nel predicare al principio della Religione
ChrlRiafea. Modo, e via breve di confotire quelli, che Ranno in pericolo di
morve. Modus folemnis, Se authenticus ad in^uirendum, &c. AP. appendi X;
appendix M “ArpaTÌtji Paftonim. Mcdfciiu aniiDZt prò fantu fi ‘ mul et zgrotis
indaote morrt^ Medicina anitoa adjunfia ima^inibm nK>njs ^ Medicina animai
cam hi» ^uam ()tti adverfa corporis valetudine prillici fune» |n moru a^ne, et
extremis bis periculonffimù cempocibusa roaxmè nece&ria quÌ-« bus Dominica
paffioois myftcìiuni ex^. plicatur. Methodica Juris uinur^ firadi(io. Minbllis
Libec^ MiiT.t Hvangeh’ca. MifTa Latina, qua olim ance Romanam circitcr annnm
700. crac, Modiu confitcTidi » et ipodiii oraodi, prout impreffie Polccus*. Modus
orandi. 6 c conficendi. Monumenta (^iorum Patrum » ortho. doxograpba, hoc eft «
croTan£te, aciincerìorìs Mei Dc 2 h>res, numero circiter ofloginta qiiinque
Ecdelia lumina, au£^ores partim Oraci, patim Latini, BaTicIa 1 jtfp. nifi
enKAdencur. Multi integn loci facra Do£hioa, vetq- ris, 6 t novi teftameoti, ex
Hebraa, et Graca lingua, inLatimuo, &Germanurn lermone crauslati* N Atalis
Torneerai. Nathan Chythraui, Natbanacl Nc&kius, ideft Theo- donis Beai.
Nicolaus Bioccitis Ludima^ftei 1 denits. Nicolaus Bocerus, Brugenfis. Nicolaus
Cancerinos. Nicolaus Qoeltanitis. Nicolaua Collado. Nicolaus Erbenius. Nicolaus
Florus. Nicolans Griroaldus Nicolaus HemmiMim, v«l RewngiM.». Nicolaus
Jagenteu^. Nicolaus Leflerus. Nicolaus Opton Nicolaus Rndingenis».. Nicolaus
Sfkcpi^tts. y» A Cer forum Auflorum, Libri prohibiti. N 'colli Clemingi». opera
illa oik rum modo permicti pocenmt,qua .uxtt cenfnras Patrum deputatorum,
emendata excudentur. Nicolai, Franci (Jacmina. conua Pecnim Arecinum. Nicolai
Rodingi cahonitio ad Ccrmat niam. Itera Pradicationes carmineconfcripta.
Nicolai VVinmanni Colymbcfcs, fivp de alte naundi, Dialogus. N icolaus
Amldorfius Nicolans Balingius. > MicotausBorbootus,Vandoferanus» Nicolaus
Bryl'ng. NicoUus de Cilibria. Nicolaus Caltilim. Nicolaus Galeats^ Nicolaus
GaVus., Nicolaus Gcrbellifii. Nicolaus Herforde» Anglus Nicolaus Krompach.
Nicolaus Macchiavcllns. Nicolaus de Pclhrtimorv.. Nicolaus Qitodus. NicoUus
Rhadivil, Palatimis VVilncfii Nicolaus Ridlaus. Nicolaus ^eubellius. Nicolans
belnccccrusi vcl Sclneckerps •. Nicolaus Scorckios. Ni^laus Udall, Angkiv. N
Vtalis Bedc, liber confeffionìs. Nibulus ThclTalonicenlìs, contri PP. Aliis
Illirico lupponcos. Incertorum Aui^orum, Libri prohibiti. N Omendator infìgnium
fcriptorum. Notoria anis» opera omnia ^ Nera vera Ecd»a. appendix. N \rtatio*
eornm, qua conrigcrnoc io> Patria inferiori, anno Nccromanrìa opera, et
fenpta omnia. Nova gioita ordinaria, doncc metiora Dominus, &c. fivc io
Evangclium, fecundum Matrhaum » Marcum, et Ecc ^ Jàm Ik Lucam. Commeruariij
obicun^ue ixu. prtfli ferine ^oy* prccationc) I. ex optimis, quibuTqu?
Tcriptis» przcìpaorum noftri fzcu» 1 1 Thedogpruro. ., O O EcoIompailius
joannnes.^ Onholphus Marolc, Frànnis, Olìandcr Andreas.^ Ofualdus Myconius Orbo
BrunsfclHiis Oiho Cerbems Pabergen Otho H?nricus Otho Vfncriw Otho,
Vvcrdmiiferus pthoncllu Vida O Siande Lucas Oiiuldus Betus Otho
Gryphius.Gparinas Cattin Otho Wiflcnburgìusjfivc Luroburgenpa Otho Zander.
Q/cnus CuntCTUs. Certorum Auftorum Libri prohibiti, O Gerii Dani Fabulz In
OVIDIO (vedasi) Mctitnorphofiros Jibrosi commcncaria, fivc cnarrationcs al.
Icgoricx» veJ tropologieO Limpì* Fulvi* Morate, Dialogi, Epiilolx, et Carmina k
Prima ratio conponendxreligiocuii I quz fict ' Opas magni
lapidispcrLocidariam^^ Orario I^minica,. cum aliis quibofdam Precatiunculis
grxcc ctim latiua verHoae, è regione polita, quibus adiun^um cft Alphabetum
Grzeum. Orario Ecelenarum Germanie, ac BeU. gix fub, &c. Orationet
Furtebres, et Epiccdia, per Tomos diftinOum opus» Orationes Fimcbres. de hxrccicis
habire^ ccrtis romis imprdre«i^ Ofdo Ecclcfiafticus, circa' do£lrinam,
Sacramenta, et Ceremonias, in Duca ru IjluftriffimiDucisBavarie Frideridorus«
Pcirus CUrke. Petrus Dathenus • Petrus Dilleras. Petrus Dc^inus. Petrus
Qcdulcig, (ea Pati'em« Petrus GU(fet^ Petrus Hafiùius. Petrus LandsbergiuSf vel
Liodemburgìus « Pccruv Palladiusii. Perros Pateshul. t » Petrus. Panlas,
Nochtefterus. Pernii Ramus Petrus Kinavvs Petrus Scatorius« Petrus Trevver,
Petrus Vvaremborg, ab Alcenkircfiea. Pcims Vvartei, vel Vattcs, Pctrm VVirth
Philippus Deibrunerus. Philippui Dirixfon « qui fuot ^tukaptlfm fmut ferlìiit
lìuTÌs « T« i>. Philippus FcKìqìus Philippus Gcrrarde. Philippus
Neibronnerus^ Philippus Kcifer. Philippus Lontcerut4 Philippus Marbachius.
Philippus ie Marnix> Domlnut de 5* Hd~ degMia, Philippus Merziliust
Philippus Momrus, PlelTeui. Philippus NycoU Phili^TpQs Rufticns. Philippus
VVagncnis, Pilkioionios Preudoepifeopus, Dunilmenfis. Prinius Tuberus
Carmqlanus Procopius Lupacius. Certorum Auflorum, labri prohibiti P AuU Dolfcit
pralrerium» Grzeo catmine ver{uiD» cum prxiacione Philippi Melanchthonis. Pccri
Aretini, opera onmia Petri Lignzi, Parabola. Tetri Mofcllani, Protegend,
Pedalogia in puerorum ufutn confcripea. Petri de Virea,
PercgriaatioHicnifalemPhilipp] Catti, liber adverfus Heaticum Bninrviiceni'em
Pogii Fiorentini, Facetiz Polydori Virgilii, de invcnioribus rerum liber, qui
ab hzrcùcis au£lus, et de. pravatus eli. Rotopzii Barbz, liber
deSccrectsNaturz, P AnopIia omnium il!iberalium, Me. chanicarum, auc
Sedentariarum artium,cucn imaginibiis «sudore Harcaman Scoppcro»
NovofofCD/ì,Norico, Fran((qjti adMxnum ijdS. donec ex. purgetue, Papyrii
Madbnii, libri fex, de vitisEpi. feoporum Urbis Rotnx, nifi hicrit ex corrc^is,
abaudore, cum approbationc Maeiftri Sacri Palacii. Taraphraus Cornclii
Chaidaica, ìa facta Biblia. Tauli Diaconi hiAoria, impreca Badler nifi delcarur
epifiola, qux habetur in ejus principio, quz clè, no^ probati Auaoris, Petri de
Abano, opet^CeomaDtix, &e)or. dcmdcQinnì genere divirutionÌso}>era.
Pccri Fcrmandca de Villegas, Archidiaconi Burgenlìs, Flofculus Sandorum. Petri
Gunchcri, Rhetorica, nifi expurgecur. Petrus Pomponatius, de Incantacioitibus.
Petri Romani, Circulus Diviniiacis. Ferri de Vineis, Querimonia Friderici
Cecundi Imperatpris« Polydori Virgilii,, de invenroribus rerirni liber,
RoinzjulfuGreg.XIII. lyy^.ex. puigarus, 6c excufl'us, permittiturPofiillz
Draconitis, per annum^ Pradica Mufica, Hcrmanni Finehii. Przfaclo
JacobiHarcelii, in quìncjtuginra Comicorurn rententiasGrzcolacinas. PCUmi
aliquoc Davidici, per Hcnriaim Stephannm, et quofdam alios, Grzeo carmine
rradudi « Pfalcerium Hebrai ant Apoftolic* Sedi quoniodoc'jnque dctrabatur.
falquilliB prpfcriptua a cibo. Pafqitil'n Scmirocta. PalquiUoruin. Toroi djiOc
Pàiquim> ti Matphofii Hyninui in PaiW IniD III. Paffio Martini UthetJ,
fccundinn Mar-, celluin Phalarifmu» c ' rhralca {acri Scriprai». quandiu
eapn»-. gara non hictint atqtie ab Inquilìto-. ribuJ Gencr.ilibui racojnlw.
Pii, St Chriftiani Epiltoli ciiiuldam fervi Jefij ChriiU, de file, operibui, !c
charitate. Pracationum aliquof, tc piaruin Meduaciomim t Enchiridion ^
Pfccationit Biblici. Precationer Chriftiani, ad miitationet» Pfalmorum. ^
Precationcs Dominici, Griphn. Precaiionn Pfalmomm, per )oanncni Hombutgiuin latinirate
donati. PrteedenK all' Apologia della Cooteffione VVittcmbcrgenlc. Pioceirns
ConfiAorialia, Martini Joann.s Huls. pliltcriam ttanrlationia veteris, cum no.
vq Pnfatione Maitiai Luthcri P Aralipomeno* .ómniam i^in meinorabiliuin a
Fridenco Secmido, ufquc ad CirolutnQuintnm, HiKotii Ahbatis UfpergcnIIa, per
qncndara fiudiolutn. Annexum Patquilb «latici, feu nuper icoalorcverfi,
JctebttS patrim fopena, partim inrer homin». in Chriftiana Rel.gione paffim
hodie controvetlis, cnm Matphorio Colloquinm. pjqnilll iDinufcriptl, Santìwt
aucSicrannciKJS» autCatholicEcclefiz 1 et fjui caltui » aut
Apoftolicquoraoèxunqac de Todygncoo.. Ricardus VVick. Ról^rcus Anglas. Robenus Bonnes. Robertus
Baus. Robcrtus a Moshaim • Robertus Stephanus. Rod NajaI Rodulphus GualceniSf
Tigurinos. R Einerius Rcìneccius, Sceinchenms • RcinhoMus Marcaaus, VVcftpbav
Ricardus Coxus » Ricardus Fcums. Ricardus VVyfe. Robcnfonus Bangareufis.
Robertus Crovuicyus. Robertus Hornus. Robertus Recordus. Robertus VVakefelde.
Robertus VVarfwius. Rodulphus Hofpiniatms. Rodulphus Lemanus. Rodulphus
Ladolif. Rodulphus Sncllius. Certorum Auflorum, Libri prohibitì. Rayymundi de
Sabaude, prologus in Thedogiam naturalem. R leardi Dìnothi, de re- )
doneccorbus, ic faftìs inemo- ) rigannir. rahibbus, loci com- ) munes
Hiftorici. ) Et eiuiilcm Adverfaria Hiftorica. Roffcnll falfo adferiptus, liber
de fiducia j et mircricoriia Dai. Inccrtorum Auflorutn, Libri prohibiti. R Aeio
bcevìs, facrarum tramandanim Cancionum. Ratio, CUT • qui coafeflìoneiD At^iUnam
proficenrar» &c. Ratio, Jc Methodus coniblandi perielilosd decumbences,
&c. Receptacio omnium figurarum focrx Scrìprnrsr. Reformacio Ecclefia;
Coionienfis, Regis, et Senarus Anglici fententia de Concilio, quod Paulits
Epifeopus Ro. roanus Mantuz fiiturum fimulavit. Reftitucionum doftrtnar,
&vit*Chriftian* libcr, per Monafterienfes Anabapriftls edicus. R Acìo } et
forma pt^lice onndi Deum, acque adminiftrandi Sacramenta in Anglofum Ecclcfia,
qus Ceneya coHigirar. Rccanrario de inferno Rerum ìnGalUa ob religionemgefUru^n^
libri cres. S S \pidus Poeta. Sclaperus. Schnepplus, vel SehekiasScbaldus
Hanrencius Sebaldus Hcyden SebaUianus CalUlion Sebaftianus Francus. Sebafiianus
Frofchelius. SebaBianus Lcpufculus. Scbaflianus Meyer. Scbailianus MunAcrus.
Servetus Hifpanus Simon Grytmis Simon Heilus. Simon Mufzus. Simon Saltzenis.
Stephanus Dolecus. Syven Kfeidius S \daeIIns Antonius Samuel Fifcher. Samuel
Hebelus Samuel Ncvuheiircr. Samuel Radrrpinner. Siwìct VVigormicnlis,
PfeaJotpifcopu». Scamblcnis Pctroburgtniis, Pfeudoepifeo. pus. SebaAiaoat
Figuhis. Sebafhanus Henriepetri. Sebafttamis Lupulus Sebaftianqs Sperber. Seba
t Sebafliinus Spradler^ Sjc^irìdtii Saccus. Sigirnundus Suevui^ Sinicn
Cn»iliccvus^ 5iincn Mej'er SiiroQ Pauii» v(l Panhis STcrineofisi Shnon Sidenis Slmnu
Simoniiu. Simon Snc^derus. S»ni!> Wi. òatniciiK.« Sicpoanu-» Gerbchtuv
Srrphtf-iut de Malefcot,. Srr; hanui Rcich». Stephaons Szcgcdimis. |tc^’i-unus
VVacker4 Ccrtorum Au^orum, Libri prohibiti. S Tgibcrtì libcr, centra Papam
Gregorium t et centra Epiftolamr Pafchalii Papx. Scraphini Firmaiu Apologia»
prò BaptiAa «ie Cremai (tephani VVindonieoAs Epifcopl > l lionec rcpuigaca
fuerìc.Scephani Lindii EpiAoU ». de Magù Arata» et MifTa Svidar Hiftoria »
nuper Bafitec imprcHa ». ^uaiodiu annotarionci oMiginalcs » et indicci»
emendeatur Incertorum Auflorum, Libii prohibiti. S Cholìa in EpiAohim Paoli
111. Pon> tiftcì* Maximi. Script! quxdam Papx, &Monarcha« rum > de
Concilio Trideotiao &c. Sentenrix piieriles. Sernaones Convivalea. Sermoaes ite proviJcntia Dei.
Similitudinnin, et DiAìtnilicudinum libcr. Simplex» &' foccinOm oranJi
modus. SimplicifISnu» et brcviiTima Cathechi(mi expofitio. Simulacri, Iftorie,
e Fignrc della Mone. Somnium, et Vaticinium Efdrx, de £ati& Monarchix
Romat:.x. Spcculum exeorum, ad cognicionem Evangclic* vcriiatis Swermenica
Doflrina Somna totius Scriptur Sammarinm Scrìpturx» 8umro| in Smaragdum Aipcr
Erange. lia » &: EpiAolai totius ann>. ram Ceparatim» quiin nna » cuna
ipfo Au£lo> re impreifa. Snpplicacio quonmdam, apud Helvcrios EvangelìAarum
» ad Epifeopum Coo» Aanticnfcm. Supplica loerortazione, di nuovo mandata
ali'tfìvittiffimo CeCarc, Carlo Qpinco Suppucatìo aonorain Mundi. Syncrama
clariflrmoruin virorum, cuginale pcccarum dcpuigentes» Ac. Stateri PruJtmuiti •
grracagcmaca Satbanx. Summa piuioris doflrinx »pcr M3 fes» adCallicarn
EcclenatiuntiVa, ^c. Synodus Sait^ioruni Patrum c«>nvocara ad cognofccndam,
et dljodicandam controverAam » multos jam annoi £ccleAam ChiiAì gravilGmc
cxercemcm» de majcAate Corporis ChriAi T HeobaldmCerrachius»
BillicanuiTheodorus Biblìander. Tbonui Blaurems Thomas Cramner Thomas ab Hofen.
homas Munccrns. Thomas Nec^eorgius^ Thmnas Plaitcnis^ Thomas Vcnatorios, Thomas
VVolphius. Titetmanus Heshu^us Timotbeus NeocorusT Halounnos Beaedi6his.
Thcodoricns Scheneppius. Thendoms Bcza^ VcxcUnS\ Thcodorus Ncc^eofgus.
Thcoioras Sneppius. Thcodorus Zuvingerus Theophilus Bfidanus Theophilus
Frcurelìus TheopbraAus Paracclfus Thobias brmon Thomas Bcconus. Thomas
Carcuvzightas ^ Thomas Copperos. Thomas CprbcM Thomas E^nta. Thomas Eraftui.
Thomas Gotctsf»nhi»«, Thomas Gybfooas p Thoous Leverus. Thomas Pavjpell Thomas
Scndbachiu» veL Seltbachliii é T homas Swinercon Thomas Thanhoinmi Thotms
VViJfoflui, Thomas VViftadias. Thirootheus Kfrclmerus, TriAramus* RevcU^
Ccrtorum Aué^orum libii ^rohibitt T Argpm, hoc Paraphnfis C^-. oeTii Chaldaica*
in facra Bibita ^ ùuc^cete». Paulo Eagio. Tbeacnim vitaebumanx» prlmunta Cou«
ra^ LicoAhena: Ru^aqoepfi inchoa» deinda a. Theodoro Zvringero aUolucum»
cuitifcnaqae fit iroprtìfioais» nifi corrigarur. Thcodorici Nemicnfisi vel' a
Niemen Hiftoria de Cchiiinaie, The^nna lioeua Grece» ) Henricì Srej^ani. )
Thelaun» Lingue Hebraice > ) San£h Pagnini » aufVtts opera omnia «
Incertorum Auftorum, Libri probibiti. T Halmud Hebreorym» eiulquc gl fumma
sotius icripturevetcris,Se novi TcAamcod > altera vero de dccem Preoapiis^
Theologorum VVitebergenAum vera» 8 c folida rcfuaauo» duorum libellonim
lefuiramm • Threnodia Ecclcfie Catholiee» ad Chrìftam ^ponfiimv fwim ^ Triumphi
Aoonmmcw»^ Ir jfde GhrtAi» in cotlum afeendentta coilado. Turco grecic libri
ofio,Bafilee impre{« fi 1584. donec corriganrur. • Turingtcoiiim exolun)
rdponfio. Xotini Belgica Urbium» Abbaciarum» CoUegk>rufu. divifio» ad
opprimendum per novos Epiicopos Evan^iium» 8 k^ fine nomine Ao£mNs ccafiurc »
impref> ipris». Se loci..V Adianus )oachimtts Valerìus Anfelmus Ry 4
Valerius Philarcas. Vareroimdit» Loitholdus. Velcurio Vergerius^ Fffi Vi Vi£loE
di Bonkaaxi ve[ de Bordcns.. Vi^ormus. Strigqlius. Vincentiut Obibp«t»«
Virctus. Petras. Y i r i I iog4>Sjfìye Brenti us>. yito$, T^codorus.. .,
Virt» Vvif«pin$v i ^ Vlricus, Scuderius,, Yltictt* VeknuSf Minhomenft., Virila*
4c Vvitera Vrbamn Rhegitti.. YVendelinusi ab Kdbach., VVcnriclaaJ Linck.
YVefelus» live Balilias CroeningenCs., VVcfphalus Ipa^imus VVig^us óro^er*
Wilhidmus Hefenos WlIhieliròs Ibadcnlis Wolphapgus FabrUius, Capito Wolphangos
Mater Wolphangus Meufd Volphatigtts MuCcuIub Wolphangus Uuce#/ WolpIungus
Rupercus Wolphangus WaUaenn^ yVoIphan^ VvtlTcn^burgiis Valcntinos Eryihwus.
VaknKinuv Frottdorfiuiv Vaicntimis. Cìreflérns^. a Valentinus HeiLind^ r.
Valcntijius Hefenenu Valeatinos MecckcK* Valcmious Schacbtiut^ Valentinus
Shinidclenis Valentinus Tro^cdorSus VakQtiiHUk VaJenrintts VwinfchOTUsv
Valarius Fildl^rus\i'>-Vcnis C^at^amls Veitranos Pinfcrus^. i Vinc^n.tios,
Cmnchor^ Vinitos^ J. T • Vjcui Bfcfchvucrtibach> Vùus MoUcfus-, Vhiaricu»
RuppincoTtiK Vlricus. J.vuinglius.. Volradsis, Conjcs, Mansfcldcplii^
Vvahiclmits BiJcrtìbachius^ Vvilheilnjus, Clcbitius Vvilhichnus. Nolderus^
Vvilhielmus Sarcerius^ Y^ilichius Fikhcrus Wolphangus AmliJi| •. ^ f Wolphangus
Ammonms Wolphaogus AmpelaAdatP\ Wolphangus Audingus Wolphangus Bisbachius.
Vuolphangus Cam!inm« Vvolphangus Finckclnaus^ Vvolphangus Maler Vvolphangus Martius
Tvolphangus Ochelìus. V voi phangus FeriRerus x Vvolphangus Frisbach^u»^ I
\volphius. Certorum AuftoruniJ libri protlibiti^ i V iti Amcibichii.,
A"tipari de Officio pii viri traOatut» Vinccntii Ciconi* Vcfoni^nns,
Enarra-. tiones in pralmos, nifi còrrigantur^. Vldarict ad Paptm Nicolaum
EpiRola; VIdarict Zafii, opera omniai donec C0C\ rigantur«, i IncQttotum
Au£lorumi (.ibri prohibiti^ V Valdenfium conleffio x, et Apologia fìdei, ad
Uladislaum Kcgcm Un^ gari Varia dotìorum, piorumquc virorum* de corrupto Ecclefia;
Aacu > Poemata* Yindarii* ^mbdìuio » de EotelUtePapcj^ de. Principum
facitiartuniv Vificacio Saxpnica Yitai et gefta Hildebrandi^ Vi» Patrum,, cum
przfatipae Maftirii Lutberi VitK Pont. Rom. VViteberg* iroprelt*Un breve modo,,
^ual deve tener ciafcun Padre Unia diffidentium. Tripartita*. Vniverfitaiis
VViiebcrKnfis, feria aflio», apud Principem FrldcricuQi Wa Juyennitis cum
anoocationibosx \f feti aildittonibus ?hilippi Me* ^ lanchthonis x Vvitcbergica
afta SynoJaUa> a quodatn • COl-v collega et per Vvttcbei^icost Jlieokv go»
probara» concra ]Hyricanos« Vvormatienfes Arciculì. Urfuis Mnnfterlcrgenfìt
Docidie defenfia* no licenza, dall’ ondiuarioi poRo in. una calTa iìcura nella
CanccU ovvero dali'In^uificore di pocerh tenere», laria Ducale per (ervirTene»
qnarJo fa- Se li Stampatori foranno ri bifogno, nella oaa! calta fi tenghi,
rifiamj'« 4 e li (addetti Libri (pipefi.» Ala- un Inventario de* Libri, che 1!
riponeraniro infianza per U correzione» si cor- ranno: e ciò s’ incendi
folamcnre de’iiregeranno efpeditaroence in Venezia» e bri novi, ed ancor de*
Libri rofpcfi, che nell’ altre Citti del Sraro Teoia ODandaili. fi
corrtgeranao» e riftamf^ranno. Nelle a Roma avendo fufiicieBcc facolti per
Cicti j>oi del Stato gU originali predecii il novo Indice gli Vefeovi
infietoe con li fi conlegncranno al Cancelliero del ClaInquifirafi» e
rifiampandofi corretti» fi riOìmo Capitanio, acciò li tenghi net* vmdcranno
liberamente a tutti. modo predetto» q. fi confegnino focecfiiUferanno diligenza
gliScam* earocnre con .l' Inventario da Canceliiepatori per confervaie oqi
migliar moda» ro 4 Gancelliero* nmezfc Pff a Nel ftampar Libri 9 ^ terefticrl».
0 con &Ifc % t finte licenza impriina a tergo del prinio tV^lio la Ih
Qampati * e rariflìme volrc fi dari il «enza folita deli Magifirato» nella
quale calo» nc fi fiiri fenza giullifliroa caufai fiaoa cfprcflj li nomi di
quelli » che a*n e con parcictpazione dei Santo Officio, vranno rtvifio,cd
approvato detti Libri», ed incervemo di CiactiSmi Signori Af(ome è dilpoita per
le L^gi.. - fifiemi rantoin Vcneziicome aelloStato. Aveniranno li Stampatori»,
La regola dgl giuramento da che r>e‘ Libri novi, che fiamperanno«"ò,
darfi a* Librari, e Stampatori npn.s’cf*. oc’ Vecchi che riftaropanero. non.
tifino tguìfea in quello Sercnils. Dominiò s figure » che ripprefeniino acci
difonefiiv. Tutti gli eredi doveranno dar ooit efjendo però prohibitcle figure
pros nota al Padre Inquifitorc de' Libri profane. che non comenefsero
dishoniftè- ibìti » e fi>rpefi » che ritrovarsero nell* SESTO*. Lt Librari
dovecanno far T* erediti / e ouelU eredi » che non fufInvcntario di- tutti li
Libri > cift, fi fero abili a aifcemérli > doveranno lo trovano per
cfpurgari; in quello princi>. ro, o Tuoi Cantori chiamar perfone mpio le
Librarie da‘‘ Libri cfprefiamenre teliigenri che vifiiino tutta la Libraria
proibiti nel novo Indice » e prefenrar» per cavarne nota delli proibiti, c
iòflo al Padre Inquifitorc, e quello s’in-, pefi) et prefencarla come dì fopra
in tenda per una volta folamenre v termine dì mefi tré dopo ebe V avran-,
Intorno la liberti » che ho, avuti irt fuo potere c fri tarn / vtcn conceda,
all i Vefeovi, ed* Inquìfico- co non pofsano ufare. ni in qualitnque i ri di
poter proibire altri Libri non cf- modo alienare i Libri proibiti, o rof ^ ^refi
rMiriiWice~» fi didilira. che t'ìn-. pefi « c ciò fono |e pene • e aenfurq
tendi de.‘ Libri contrarj aM^ Religione,, (latuiie^ Feo fede» e corroborazione
di tutto» ciò. li fuddetti Illuftrifljmi Cardina*, le Patriarca». 3c Nunzio^
Infieme co' 1 Reverenda Padre Inquifitore di Venezia fottofcrivqranno le
prclqnti. c le affermeranno eoa proprj loro Sigi(li coniinci|coda.|er Vautor/ih
alatale *d» fua Beatitudine che inviolaWiécnte debbano «flervare le predette.
dichiarazioni tanto in Venezia» quanto in tutte le altre Cittb » e Luoghi
fudditi ai detta ScrcoilD'mò. lJominio; D aniello Barbo Capitano di Segna
Faiitor degli ÙlcoccKi. 174 Daniello Francol Ifricilitip facce, de 4I KabattA
nel Capit^niaeo. di ìk Decime (e l^no de fure divino. Decime prediali che eofa fieno.
18 Diaconi infitruùi dagli AppoftoK per governo delle cole tcinpor^i. a
pifeorfo del Chiazola in propofito del Dominio 4 el Mare della Reptibbllci.
pnpenfa é tm mso di giallitìa ^^ributiva > c pecca chi apn ht * perfone»
alle quaK è dovuta» Doge Ticpolo mette un dazio a quaUmque Navigante p&
TAdriatico. ^48 Pottori Napolitani ; loro opinion^ circa ilPrmcipaco di tutto
il Mgodo» E MerìroGtierri vuole piutrofb abbandonare il filo ArciveKOvaro,
ebev^ der la fua ChieCa mclTa 4 Cacce da ln;iocenzto IV. Pontefice» ^rìberto
Conte Zio d'Ugo Caperò fii fuo Figtioolo in eti d'ansi 7. Arciv^feovo di Remi»
c Papa Giovanni X. ne eoo. ferma reiezione. api Rtmolao Tiepolo ProveJitor in
Dalma, zia con iibera podeiti • temuto dagli Ufeocchi^ t}x F Anioni de'Gnelfi» e
Ghib^niquan». do oacqueto*. 40 Ferdinando Vefpio» fua opinione in. tomo al
Mate.. 74> Filippo Pafqualigo Provedìtor Generale in 4^1m«iaconm
gliUfcocchi. igf Francdco'Allegreiti Kc 4 >ilc Ragufeo Ca> pirano dHina
Calca P-ootificia. 17^ frati Mc^can^ quando ìdOìomiì. 8| G Fftiin» loro
infeirato. 107 Giovanni XI. fatto Papa d’anni xo* figliuolo naturale di Sergio
III. » e di Marozia figliuola della meretrice Tcodor^ * 4 quale proftituiva le
fuc figlinole a’ Papi x xp Giovanni ^ (oti intento a cavar danari d’ogni
cofa> che lalciòalla fua inorte x^. milioni. 77 Giovanni Alberti
dccapicaMda'Turchi in Gli A.. Bembo Provediior in Dalmazia centra gli Ufeocehi.
Gio: BattiAa ConraeÌDÌ Proveditov in Dal. mazia contri gli Ufcocchi. 19S
Gio:Criftiano SmidHDoAmbafciador Ce> fareo agli Svizzeri per dar loro conto
deh la guerra aperta co* Veneziani. Gio: Taeopo pelco Vice.CapicaMxdi Segna,
ipd OicK Jacopo Zane Proveditor in Dalmazia contri gli Ufcocchi. xoo Ck>:
Jacopo Cafglin Ipedito a Segna dall* Afcidsca per liberare dalle mani degli
Ufcocchi il Proveditor di VecHa Marcello. X17 Ciroiaono MarcctIO’Provedùore di
Veglia fatto prigione dagli Ufcocchi. x 1 a Governo di Santa Chiefa nel fua
principio ebbe fivioa Democratica. Giuda aveva la boria dd’daaati prefencati a)
Signore. a Giuramento de) Clero > e del popolo Ro. mtao ferro all’
loperadore incocuo air •fezione del Papa. X4 CiuriCdiaione EccleliaRica quando
abbia avuto principio. x 179. fatto Comnffciferro daH’Arciduca contragli
Ufcocchi. i 4 d. trucidato dagli Ufcocchi • i8a CiuAinfeno ricuperando I’
Italia da' Barbari lafciò il Dominio intatto delia Repubblica fai .Marc da
Raveniu in qua. 7x9. fiu legge circa aUenaie ni EcclefiaAici. Gradi
EcclefiaAici ne’ primi tempi noo erano nd dignird» nè onori. come fono da molli
Secoli » ma cariche « e miniAerJ. 7$ Guido Bacon di KùK General in Cr» vaila
fpedito dall’lmperator a Segna per informarfi de’ mii^i d^Dicoc-J Acopo Coreana
Gefufta in unA foz Cronol(^ia confdlà victoria della Repubblica nell,’
Adriatico « 1^9 Imperio dell' Adriatico innanzi il nal’cU mento, di Venezia bx
dell’ Imperio Romano^ 5x8 Indulgenze quando incrodocce« Inico di Mendozza Ambafeiador di Spagna a
Venezia levato dall' Ambafceria con ftx) poco onore. i|$» Innocenzio IV. muore
da nna percoflà datagli in fogno col calcio del PaAoralc da Roberto Vefeovo di
Lineo! Uomo celebre in dottrina» e bontà. ^4 L Orenzo Diacono ritenuto da Pedo
per levargli i, Telori Ecdefiafti ci., 5 M M Anfionario» che cofa na e quando
introdotta pz Pietra Croltcchio Signor di Cliflà. ijp fia II. vuole armare dne
FuRe in An. coni, e gli vien proibito dalla Repubblica* SP Pontelice » che non
era confermare ujlP Jmpcradorr "o» ^ «hltjtuvì Zfìjc^uf, ma dtfftu'. Z4,
Pontefice dee pafeere non tofare le pecore pontefici pretendono che gli atti
Concili non fieno validi, fé noa in virtù della confermazione Papale. proibifeono
l’aver benefizio maffime di Curata a chi non imetide la lingua del pc^lo. 5ji
Povero obbligato fecondo i CanoniAi a pagar la decima di quello» che trova per
iimofina », mendicando alle portc*, Preferizionc che cofa fia* ^41 Pragmatica
pubblicata in Francia. 85 Principi chiedona licenza alla RepubbliI ca di
pattare pel Golfo Proibizione fatta da' Veneziani a quelli di Riminì» Ancona»
Fermo, cdAfcoU » che non navighino in Schiavonia. 547 R Egalia è un ;us del Ré
di conferire tutti X ^ncfìzjlcmpUci vacanti dopo, la morte de'Vefcovi Rn. eh’ è
acato il SuccdTore. KccreCro che cola fìa* 84 Reudenza tenuta da molti, che fi
trovavano nel Concilio di Trento de Jare divino, 91 Rifervazioni, annate,
afpetracive, c tutte le altre etazicmi della Corte Romana iDsna t proibite dal
Concìlio Balilen* fc. S S Vnro» SantiiBmo, beato, beaciUìmo •lami t che
convenirano una volqi a tutti i fedeli j che afpiravano. al* Sanciti j ora
particolari fmo del Son>* mo Po«if:6cc. »7 Scrittura dclP Imperadore s c
deirArci-i dura io favore dcU^ Repubblica, ^on* tra gli UlcoccKi. Segna Citti
de’ Conti Frangipani . Signor di Lenovicb Genqral di Crovaaia . 1J4 Spoglie»
che cofa fitop. 10; Stefano eletto Papa dopo la mprrc di * Zuccheri^ >
perché non fii conlàgrato, non fu'pofto nel Catalogo de* Papi che non Ù lafcit^
mai vedere in pubblico i fatto Pap^ la Teodora faraoTa Meretriae Roooa^ na •
Stefano della Rovere Qapiuno (H Fiu* me ^Apita in Veneaia per trattar^ in
propolìco degli VTCtxtbi a V U Scocchi di che paefe fieno. loro violerà?, e
rapine I C E, no di tre forte > ftipendìati » CafalU ni e Venturieri 1x7.
loro delcrizione» 11® Veneaia fi fa Padrona di tutto il Col- fio . 510* proibi
fee a nxt| dì tener le* f ni armati nel Golfo» jt** non fon- a le file ragioni
del Dominio del Ma* re fopra privilegi dì Papa* o d'Impe* radere . {^7. Signorn
dell* Adriattep >irre feiìi. jdf Véfeovo anricamente era chetio dal Po polo»
le. quando era morto fi por* Cava U fno anello » e ’l fuo Pafiorale
all’Imperadore > affinché lo conferiite ad un altro. $7 Veicovi titolari i
gran numero vt n’era innanzi il Concilio di Trento» al pre* lente é molto
ri^retco. a a Vefeovi Italiani dello Stfto Ecdefiafii* co non folamente
fiam>o in piedi al* la prefenaa de' Cardinali { nu ancora noa Aiisano
difboore fervirli a tavola. 5® Vefeovi delle Chiefe ricche > e gr;:n- di
fono pafTati dal dirpenQire al diffiparc • Fu provedgto a dd d..' 5^ coleri.
Vector Barbaro Segretario fpedico dal General Pafq04li|o al Coinmetririo Rabatn
per 1* iniereflè d^li .Ufeoe* chi, ' 57^ , A.A. F. Paolo Sarpi. Paolo Sarpi.
Sarpi. Keywords: l’arte del bien pensar, Locke, impression, reflection,
metaphysics, Bibioteca Marciana, pensieri, pensiero, logica, bien pensare,
galilei, hobbes, metodo, sensismo, il fenice di Venezia, scritti filosofici
inedita. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sarpi” – peri il Club Anglo-Italiano,
The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Sarpi.
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