GRICE ITALO A-Z S SAB
GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Sabbadini – ciceronismo – Luigi Speranza (Sarego). Abstract: H. P. Grice: “In the Oxford that I knew, you
were introduced to philosophy upon completion of the fifth term of your Lit.
Hum. degree, so the classics were in my veins. Those who followed the P. P. E.
did not care, or know, the first thing!” -- Keywords: Cicero, H. P. Grice. Filosofo
italiano. CICERONE FILOSOFO ITALIANO. Sarego,
Vicenza. M. Pisa. Filologo. Laureatosi a Firenze, insegna successivamente nei
ginnasî di Girgenti, di Velletri e di Ventimiglia e nei licei di Salerno, di
Livorno e di Palermo. Passa quindi a insegnare letteratura latina a Catania e
nell'accademia scientifico-letteraria, poi università, di Milano. Studia, degli
scrittori latini, Orazio, Cicerone, Seneca, i commentatori antichi di Terenzio,
e soprattutto Virgilio, cui dedica una lunga serie di lavori, da un articolo pubblicato
sulla Rivista di filologia e istruzione classica, alla monumentale edizione
critica -- Roma. Ma S. leg soprattutto il suo nome alla storia dell'umanesimo
filologico, della quale si può dire il creatore. Anche qui un'ininterrotta
fervida attività, dal saggio sull'umanista velletrano Mancinelli, pubbl. nella
Cronaca del Ginnasio di Velletri, all'articolo su Frulovisio umanista,
pubblicato in Giorn. stor. della lett. ital. Edizioni di epistolarî,
ricostruzioni e precisazioni biografiche, descrizioni e illustrazioni di
codici: tutto un complesso lavoro intorno a umanisti di ogni provenienza e di
diverso valore, tra i quali, prediletto, Veronese, cui S. dedica speciale
attenzione (cfr. l'ampia biografia, pubbl. nel Giornale Ligustico, il volume La
scuola e gli studi di G., Catania, e soprattutto l'edizione e l'illustrazione
dell'epistolario, Venezia. Coronano questa mirabile attività nel campo
umanistico il Metodo degli umanisti -- Firenze -- e specialmente le Scoperte
dei codici latini -- Firenze: opera saldissima per dottrina e forza di
pensiero, che è base indispensabile per ogni ulteriore studio sull'umanesimo
filologico. II volume Classici e umanisti da codici ambrosiani -- Firenze --,
che raccoglie alcuni scritti pubblicati sparsamente, contiene un Elenco
cronologico deqli scritti S. Bibl.: C.
Giarratano, in Historia; V. Rossi, in Annali della R. Scuola normale sup. di
Pisa, Galbiati, in Rendiconti del R. Ist. lombardo di scienze e lettere, sTom^
DEL CICERONIANISMO E D’ALTRE QUESTIONI LETTERARIE NELL'ETÀ DELLA RINASCENZA,
saggio premiato dalla R. J^coad.exxiia d.e' Xiizioei). TORINO LOESCHER FIRENZE
ROMA Via Tornabnoni, Yin del Corso, Torino - Vikcbkzo Boha, Tip. di S. M. e
de'RR. Principi. Hk^co qui la storia di
dieci tra le più famose questioni letterarie dibattute dagl’umanisti. Per essi sono
vitali; per noi sembreranno e forse sono, fortunatamente, oziose. Diventeremmo
però oziosi noi, se deplorassimo che fossero vitali, noi che nella storia non
cerchiamo l'ideale dell'umanità, ma ciò ch'ella era. E da questo riguardo
quelle dieci questioni ofifrono il massimo interesse , perchè chiariscono
meglio di ogni altro studio Tintima vita letteraria del periodo umanistico. Del
resto quanta originalità , che personalità, talora sfrenata, ma sempre
altamente sentita e altamente affermata, non sapevano quei battaglieri e
appassionati ri- suscitatori dell'antichità sviluppare da simili contese !
Tanto è vero che spesso l'interesse e l'originalità non consistono
nell'argomento, ma nell'ingegno di chi lo tratta. Chi oserebbe dire che dopo l’Iliade
e l’Eneide abbiano perduto il tempo l'Ariosto a cantare di Orlando e il Tassoni
d'una Secchiaf IC II giudìzio, molto
benevolo e lusinghiero, portato dalla R. Accademia de’Lincei su questo lavoro,
vi notò una certa sproporzione nella parte accessoria. Non lo nego ; ma quegli
ax^cessori contengono le prove di quanto è esposto nella parte principale e
mettono più che mai in rilievo le qualità più •caratteristiche degli umanisti,
che sono una minuziosa e tenace scrupolosità congiunta a una finissima arguzia.
Con- tuttociò io chiedo al lettore, sopra ogni cosa, pazienza ed indulgenza.
Sarego. Alberti Leon Battista. Alciati Andrea . Aleandro Girolamo Amaseo Komola Argiropulo Giovanni Badio
Ascensio Barbaro Barzizza Bembo Beroaldo
Biondo Bisticci Boccaccio Bonamico Bruni Budeo Campano Ciriaco Cortesi Crinito
(Eicci) Boleto Erasmo Fazio Bartolomeo Filelfo Florido Francesco. Gaza Teodoro.
Giovio Paolo Giustiniani Guarino
Veronese. Laudi Ortensio Landino LascarisLeoniceno
Ognibene LoDgolio Cristoforo Mancinelli Manuzio Marullo Micbele. Monte (Pietro
dal). Morando Benedetto . Musuro Mureto Marcantonio Navagero Niccoli Paceo Panormita
Antonio Petrarca Piocolomini Enea SiMo. Pico Gianfrancesco Pio Battista Poggiani Giulio. Poggio
Bracciolini Poliziaqo Pomponio lieto
Pontano Gioviano Rayenna (Gio.
da) Bho Bodigino Sadoleto Giacomo
Salutati Coluccio. Sannazzaro Azzio Sincero. Sarzana (Alberto da) . Scala Scaligero
Traversari Ambrogio TrebÌ8onda(Giorgioda) Valla Vegio Zazio Storia del
Ciceronianismo Preparazione Primi
tentativi Genialità e Grammatica . Opposizione Prime battaglie Seconda
battaglia Periodo eroico Sol coniar nuovi vocaboli latini . Lotte fra i Latini
e i Greci . Sui giureconilalti antichi e sui glossatori medioevali Se si
possano leggere i poeti antichi . Su alcune questioni d^ortografia. Sull'allegoria
dei poeti, specialmente di Vergiiio . Quale sia più grande fra i capitani
antichi I calunniatori della lingua latina Se si deva scrivere latino o
italiano . storia del Ciceronianismo. La
storia del ciceronianismo, che presa nel suo largo signi- ficato si confonde
con la storia della lingua latina e delle sue forme nel periodo del
risorgimento, non è stata ancora scritta. Eppure è tanto importante. Tutti gli
storici dell'umanismo ri- petono, e giustamente, che l'erudizione di quei
secoli, se si tolgano alcuni risultati nella critica, nell'arte e in altri
pochi rami del sapere, fu un'immensa illusione, della quale quei la- tinisti in
parte erano autori, in parte vittime. Tutto quel com- plicato e vertiginoso
lavorio fu intorno alla forma, che si scam- biava per la realtà; la forma bella
ed elegante dava corpo alle ombre, la forma rozza e impacciata faceva passare
dimen- ticati come ombre i corpi. Una lettera dalle forme argute de- finiva
felicemente una questione o letteraria o personale o religiosa, di cui non si
sarebbe potuto prevedere la risoluzione; un forbito ed elegante discorso,
condito di citazioni latine, por- tava alla conclusione di un affare pubblico,
da cui la più astuta diplomazia non avrebbe forse saputo uscire lodevolmente.
Fare un bell'elogio della virtù valeva essere virtuoso; essere preso di mira da
un'elegante invettiva valeva essere un fur- fante, anche se onest'uomo. Fu
quello veramente il tempo dell'onnipotenza della forma. E intanto si resta
meravigliati a sentire come la vien comunemente giudicata. Sono per la maggior
parte giudizi o vani per la loro generalità o falsi addirittura. L'uno dice:
quella forma è pagana; tutto ciò che R. Sabbadini, Ciceronianismo e altre
questioni letterarie. 1 passa per il cervello di un umanista ne esce colorito
paga- namente; l'altro dice: quel latino non è più l'antico; è stato
trasformato, ammodernato; pare un latino nuovo e originale, quantunque imitato.
Più comunemente si odono queste espres- sioni : che latino elegante, fluido,
che ritmo, che maestà, che asprezza, che barbarie, che disinvoltura, è un nuovo
Cicerone, un nuovo Vergilio, è troppo abbondante , è troppo asciutto, non è
limato e mille altre, che non significano nulla o meglio significano
l'ignoranza o l'ingenuità di chi le dice; peggio aa-- Cora quando tocca sentir
pronunziare tutti questi giudizi di- versi sopra un solo umanista, secondo il
capriccio dei critici che ne parlano. Ma nessuno si è provato di esaminare e
trac- ciare la storia di questa forma, che ha fatto tanto bene e tanto male,
che ha aiutato il perfezionamento del nuovo volgare ita- liano e che in fin dei
conti costituisce — e qui non e' è bisticcio — l'essenza dell'umanismo. Sarò io
riuscito nell'ardua impresa? non lo so; ma intanto dal presente saggio risulterà
subito e chiaramente dimostrato un fiatto importantissimo, che cioè il latino
degli umanisti può avere ed ha una storia; che le sue forme sono determinate
non dal capriccio, ma da cause reali; e che ognuna di esse in qualsiasi degli
eruditi deve giudicarsi non con le parole: è brutta, è' bella, è disadorna, è
elegante, sibbene conside- randola nella sua attinenza col tempo e con le
tendenze let- terarie che la hanno generata. In questo studio quattro soli
autori ho trovato, che mi age- volarono in qualche modo la via: il Walch,
Historia critica lat linguoje. Colonia; Burigny, Sur la querelle qui s'eleva dans le XVI
siècle au su jet de Vestirne qui ètoit due à Cicéron -- Histoire de VAcadèmie
des Inscriptions; Lenient, De ciceroniano bello apud recentiores, Parisiis; Voigt,
Wiederbelebung des class, Alterth., Berlino. Voigt, mentre tratta con molta maestria la
letteratura del primo secolo dell'umanismo. Qualche cenno si legge anche nella
Rinascenza Italiana di BurCKHARDTj edizione francese, Parigi tocca qua e là
dello stile latino degli eruditi e ne traccia la storia, fermandosi
specialmente a parlare dello stile del Petrarca. Walch dà parecchie notizie sul
ciceronianismo. Poco più del Walch sa dire il Burigny, il quale, toccato della
guerra mossa al cice- ronianismo fino dai tempi antichi, si ferma di proposito
sul Ciceronianus di Erasmo e sulla polemica mossagli da Cesare Scaligero e da
Stefano Boleto. Il Lenient ha narrato la guerra dei ciceroniani in un opuscolo
di p. 74. Questo libro comincia con un proemio, dove prima di tutto, come il
Burigny, accenna all'opposizione suscitata contro Cicerone nei suoi tempi
stessi e nei successivi; indi tocca dell^ guerra ciceroniana nel pe- riodo
della rinascenza e parla delle contese tra il Cortesi e il Poliziano, tra
Francesco Pico e il Bembo. Il Lenient non conosce il lavoro, capitale per
questo studio, del Cortesi De hominibics doctis, né l'altra disputa tra
Bartolomeo Scala e il Poliziano. Quindi entra nell'argomento e nel primo
capitolo espone come si formò in Italia e specialmente a Roma per opera del
Bembo e del Longolio il partito dei ciceroniani e poscia fa un esame chiaro ed
accurato del Dialogus cicero- nianus d'Erasmo. Nel II capitolo narra le vicende
della guerra ciceroniana dopo la pubblicazione del Ciceronianus fino alle
invettive di Gasparo Scioppius (Schopp). Nel III capitolo con- clude che questa
guerra ha recato un gran bene, quello di promuovere sempre più lo studio della
bella forma. Il Lenient. si è giovato molto del Walch e del Burigny, ma non li
cita mai; si è giovato anche molto, e con grande vantaggio, del-" r
epistolario d'Erasmo. Ma egli non si preoccupa punto della preparazione di
questa guerra; non conosce la letteratura uma- nistica del quattrocento,
eccettuato l'epistolario del Poliziano, e pure imperfettamente. Commette anche
qualche errore nei fatti ; dice che il Longolio lesse le sue due orazioni in
propria difesa sul Campidoglio; non è vero ; quelle due orazioni furono
pubblicate quando il Longolio era già fuggito da Roma. Un'altra mancanza
osservo nel libro del Lenient ed è ch'egli si è limitato a raccontare le sole
vicende esterne della guerra ciceroniana, senza entrare mai a parlare delle
cagioni intime di essa, cioè le diverse maniere con cui si intendeva Timita-
zione. Ciononostante il Lenient fu il primo che scrisse di pro- posito sulla
storia del ciceronianismo. La storia del ciceronianismo si può raccontare con
due me- todi differenti, che io chiamerò l'uno oggettivo, l'altro sogget- tivo.
Oggettivamente si narrerebbe la storia quando uno per uno si esaminassero gli
scritti dei principali umanisti e si cer- casse in essi quanta sia stata
l'influenza di Cicerone sulla scelta delle parole, sulla frase, sulla
connessione delle propo- sizioni, sui periodi e sul colorito dello stile in
generale. A questa prova nessun umanista resisterebbe, perchè nessuno si
troverebbe essere oggettivamente ciceroniano. Quante parole che malamente si
leggevano allora nei manoscritti di Cicerone e che passavano per ciceroniane;
ma oggi non più.. Mi basti citare gli dLggeUÌYÌ pMlosopMcus (1), iUicitum (2),
perfino mul- tissimis (3), che allora s'adoperavano come parole ciceroniane. «
Quam multa barbara vocabula, dice il Mureto, quam multa vitiosa genera loquendi
propter librorum corruptionem usur- parunt ii qui se nostra patrumque memoria
Ciceronianos dici volebant. Ma senza di ciò al Longolio, p. es., è sfuggito
inelegantia, nisi fortasse; al Sadoleto influayus; a Paolo Manuzio dissuadere
aliquem ab aliqua re, conirarietas, speculano, ingraiitudo. Né poteva essere
altrimenti in tempi, in cui i vocabolari e i repertori da consultare in un
dubbio non e' erano o si cominciavano appena a compilare. E poi, uno scrittore
non può mai assolutamente spogliarsi delle proprie qualità personali ; e il
latino del Bembo, del Sadoleto, del Longolio, del Manuzio si distinguono l' uno
dall' altro per certe caratteristiche, che non tutti naturalmente avranno tolte
(1) CiCBR., Tuscul. disput., V, 41, 121, ove ora si legge philosophus. CiCER.,
prò CluentiOy 47, ove ora si legge nemini licitum. (3) CiCER., Epist. ad Attic,
XI, 2, ove ora si legge multis meis. (4) MuRET., Orai, et Epist., LoNGOL.,
Episty Sadolet., Epist., XIII, 2. Walch., Eist. critica all'unico e medesimo
Cicerone. Il metodo poi che io chiamo soggettivo consiste nell'esaminare
dall'un lato il principio sti- listico che ogni autore si forma, il modo con
cui intende la imitazione, le intenzioni particolari, personali che egli vi
porta; dall'altro lato i giudizi di un umanista, specialmente se contemporaneo
o di poco posteriore, sulle qualità stilistiche dell'altro, i quali nel maggior
numero de' casi sono giudizi soggettivi, perchè suggeriti o da un diverso
indirizzo letterario o da un modo diverso di intendere l'imitazione. Io mi
varrò principalmente del metodo soggettivo, senza lasciar di tentare qua e là
gli scrittori col metodo oggettivo. Divido la materia in sette periodi.
PREPARAZIONE. (Petrarca, Gio. Boccaccio, Giovanni da Ravenna, Goluccio
Salutati). Spetta al Petrarca, come in quasi tutti gli altri indirizzi
dell'umanismo, così anche in questo l'onore di avere aperto la via. Il Petrarca
non fu, né volle, né volendo poteva essere ciceroniano; eppure egli ha
preparato a chi venne dipoi il terreno. Il padre del Petrarca possedeva alcuni
scritti di Cice- rone, ch'egli adoperava non come letterato, ma come giurista.
Essi vennero in mano al figlio, il quale, scolaro allora di grammatica, li leggeva
senza capirli» rubando le ore alla ri- creazione, e rimaneva tuttavia, per
quello straordinario senso musicale che possedeva, i^apito dalla dolcezza e
dalla sonorità delle parole : « sola me verborum dulcedo quaedam et sono- ritas
detinebat, ut quidquid aliud vel legerem vel audirem, raucum mihi longeque
dissonum videretur » (1). E quei libri disputò poi al padre, che vedeva in essi
la causa che il figlio trascurasse gli studi giuridici; e più tardi alla
polvere dei chiostri, dove giacevano sepolti. E infatti con febbrile attività
(1) VoiGT, Wiederhelehung etc, I, p. 26. Digitized by VjOOQ le - 6 - il
Petrarca cercava le opere di Cicerone o egli stesso visi- tando i conventi o
dandone incarico a tutti i suoi amici, che ne cercassero, tanto in Italia che
fuori, e ogni volta che le sue ricerche venivano coronate da qualche felice
scoperta, era per lui una gioia indescrivibile. E se egli, chiamandosi lo sco-
pritore di Cicerone, esagerava, affermava anche una grande verità^ che parte
delle orazioni di Cicerone e le lettere ad Attico da lui scoperte erano state
affatto ignote al medio evo ; e delle altre opere, che pure erano conosciute,
egli ravvivò lo studio. L'ammirazione poi per Cicerone era proporzio-. nata
all'ardore con bui rie ricercava le opere. Quello che gli altri, egli dice,
esprimono aridamente e disadornamente, Cice- rone lo ha espresso con vivacità e
fioritura; all'utilità si ag- giunge il diletto, alla maestà del contenuto lo
splendore e la dignità delle parole. Cicerone è il fulgido sole dell'eloquenza,
davanti al quale impallidiscono Sallustio, Livio e Seneca. « O primo creatore
dell' eloquenza romana — grida egli in uno slancio d'entusiasmo — non solo io,
ma noi tutti ti ringraziamo, i quali ci abbelliamo dei fiori della lingua
latina. Poiché con la tua fonte noi irrighiamo i nostri campi. E volentieri noi
confessiamo che guidati da te, indirizzati dal tuo esempio, il- luminati dalla
tua luce e direi sotto i tuoi auspici! noi siamo pervenuti a questa arte di scrivere
qual ch'ella pòssa essere» (2). E nei Trionfi della Fama al passar di Cicerone
l'erba ver- deggia sotto i suoi piedi, a dimostrare « quant'ha eloquenza e
frutti e fiori » (3). È chiaro pertanto che Cicerone ha influito molto sullo
stile del Petrarca, ma non fu il solo; leggansi i suoi trattati filo- sofici e
morali, per veder quanta p^rte vi ebbe Seneca; leg- gasi V Africa, e si vedrà
quanto Livio vi si trova; e quanto Vergilio nelle Egloghe. Né il Petrarca potea
fermarsi a imitare VoiGT. un solo autore, il che fu possibile soltanto quando
le scoperte dei classici erano finite e gli eruditi avevano agio e mezzo di far
la loro scelta. Ma il Petrarca si vedeva crescere tra mano^ d'ora in ora e per
opera sua, il tesoro degli antichi latini ed è naturale che l'ultimo scoperto
gli lasciasse qualche cosa di nuovo nel pensiero e per conseguenza nella forma.
A questo si aggiunga il modo con cui egli intende l'imitazione, da lui stesso
chiaramente e largamente esposto in una lettera a Giovanni da Gertaldo. In essa
gli parla del giovinetto Giovanni da Ravenna, che allora egli teneva da qualche
anno in casa sua come copista e a cui faceva da maestro più che con la parola,
con l'esempio. Ecco un bel passo di questa lettera: « Questo giovine ha molta
inclinazione alla poesia... Egli però non medita ancora quello che deve dire, e
quello che dice lo esprime con molta pompa e fioritura. Talvolta gli vien fatta
qualche poesia, che non manca di armonia, di bellezza e di- gnità e che chi non
conosce l'autore potrebbe attribuire ad un uomo provetto ed esercitato. Il suo
animo e il suo stile acquisteranno un po' alla volta, io spero, maggiore
solidità e allora egli potrà se non fuggire, dissimulare almeno l'imita- zione
dei singoli autori, in modo da non rassomigliare a nes- suno e da arricchire di
una nuova maniera la lingua e la poesia latina. Ora egli si diletta molto, come
porta la sua età, dell'imitazione degli altri ; e, rapito dalla bellezza della
poesia antica, egli si lascia contro le leggi dell'arte trasportare tan-
t'alto, che a stento si può risolvere di tornare addietro quando egli se ne
accorge o altri lo fanno avvertito., Più di tutto egli è ammiratore di
Vergilio, di cui spesso innesta qualche passo ne' suoi versi. Siccome con
intima compiacenza me lo veggo crescere sotto gli occhi ed io di tutto cuore
gli desi- dero che possa diventare ciò che io vorrei essere, cosi io lo
ammonisco paternamente e gli ripeto che ciò ch'egli scrive dev'essere simile,
ma non uguale al suo modello: simile come un figlio al padre, non come un
ritratto al suo originale. Che un ritratto è tanto migliore, quanto più
rassomiglia all'origi- nale; ma che un figlio al contrario può quasi in tutti i
suoi lineamenti essere dissimile dal padre e nondimeno avere una cert'aria,
alla quale ciascuno riconosce tosto il padre. Come le api traggono dai fiori il
sugo, senza conservarne il colore, e da diversi sughi preparano il miele, che è
migliore di cia- scuno di quei sughi da cui è stato formato, cosi i poeti e gli
scrittori devono bensì appropriarsi i pensieri e anche il colo- rito degli
altri, ma non mai parlare con le loro parole. Aven- dogli io ripetuto
nuovamente questi avvertimenti, egli mi rispose: voi avete ragione, ma molti
esempi e il vostro stesso mi hanno incoraggiato ad usare di quando in quando
qualche giro felice, qualche frase di grandi scrittori. Al che io stupito
soggiunsi: se ne trovi traccia nei miei scritti, sappi che non l'ho fatto
apposta, ma sbadatamente. Perchè, quantunque di simili esempi ne ricorrano
molti ne' buoni scrittori, io mi sforzo jpi tutt'uomo, e qui per me consiste
una delle più gravi difficoltà nello scrivere^ di non camminare né sulle orme
degli altri né sulle mie proprie » (1). Pare che in Giovanni da Ravenna,
spirito irrequieto e ar- dente, il Petrarca veda riprodursi esatta l'imagine di
sé stesso, quand'era giovane. Dal modo pertanto com'egli inten- deva
l'imitazione, risulta che anche imitando voleva rimanere originale. Ognuno,
dice altrove, dee formarsi e mantenersi un proprio stile, giacché ognuno ha
cosi nel volto e nel gesto, come, nella voce e nel parlare, un che di suo
proprio e par- ticolare che deve conservare, non mutare: « suus stilus cuique
formandus servandusque est Et est sane cuique naturaliter ut in vultu et gestu,
sic in voce et sermone quiddam suum ac proprium, quod colere et castigare quam
mutare cum fa- cilius tum melius atque felicius sit. Lo stile per lui e la vita
sono la medesima cosa: « scribendi enim mihi vivendique unus finis erit » (3).
E lo stile del Petrarca é veramente l'uomo. Quello che a noi piace tanto di
trovare nei suoi scritti e ch'egli vuol far valere, é appunto la sua personalità,
coi suoi sentimenti, con le sue aspirazioni, con le sue passioni e convinzioni,
col suo bisogno di espandersi, di moltiplicarsi in (1) Mehus, Yita Ambr.
IVavers., p. 349. (2) VoiGT mille oggetti, di riprodursi per mezzo della
parola. A questo senso profondo deirindividualità propria s'aggiungono un'anima
aperta a tutte le impressioni e una mente libera dai vincoli della scolastica,
le quali hanno trovato in Cicerone e in Livio una forma più variata, più
elegante, più adatta a rappresen- tare sé stesse : ed ecco il Petrarca
descriver la natura secondo- ch'ella opera sopra i suoi sensi e sul suo cuore;
esporre i propri pensieri e tutto quello che gli tumultua •nell'animo;
raccontare i casi altrui e i propri, scrivere di politica, di filosofia, di
morale, parlare a sé stesso, parlare agli italiani, agli stranieri, ai morti
autori romani, a tutti di tutto, perchè ha bisogno di sfogare un'immensa piena
di affetti, un'esube- ranza di idee e di sentimenti, una ricchezza inesausta di
espe- rienza e di cognizioni. La sovrabbondanza perciò e la loqua- cità, come
si potrebbe chiamare, del suo stile sono una necessaria conseguenza del suo
carattere e il carattere non si lascia mai oscurare o travisare dalle forme
latine di qual-. siasi autore; egli imitando rimane originale, perchè il suo
stile è personale. Una prova oggettiva dello stile latino del Petrarca dà per
risultato che vi si trovano barbarismi, neologismi, sgramma- ticature,
costruzioni poco pure, frasi toscane latinizzate; ma tutto questo era
inevitabile, com'era inevitabile a Giotto ri- sentire l'influenza della
.vecchia scuola, pur creando l'arte nuova. Si confronti però dall'altra parte
il latino del Petrarca col latino degli scolastici, che dico? col latino di
Dante stesso, che lo precedette di tanto poco e si scorgerà un abisso fra l'uno
e l'altro e ciascuno facilmente si persuaderà, che il la- tino scolastico è
stato inevitabilmente condannato a perire e che ritornare ad esso sarebbe stato
violare le leggi del pro- gresso umano. Lo stile del Petrarca dagli umanisti
posteriori fu giudicato, fatta forse una sola eccezione, molto sfavorevolmente
e tor- tamente. Già nei primordi del secolo decimoquinto gli eruditi seguivano
un indirizzo stilistico diverso, perché il vero cice- ronianismo faceva
capolino. A Firenze specialmente il Bruni e il Niccoli movevano guerra allo
stile del Petrarca, di cui, come in generale del triumvirato toscano, si
parlava molto male nell'opera del Bruni, intitolata: Libellus de disputationum
exercitationisqi^ ^tudlorum usu{X\ Questo libro è del 1401; più tardi, nel
1436, scrivendo la vita del Petrarca, il Bruni diceva che veramente il Petrarca
fu il primo a richiamare in vita l'antica scorrevolezza dello stile e che apri
la via ai posteri, ma che molto gli mancò alla perfezione. Nella prima metà del
medesimo secolo giudicava press' a poco cosi del Petrarca anehe Flavio Biondo.
Il Petrarca, dice egli, fu il primo che con grande ingegno e con diligenza più
grande ri- chiamò in vita la vera poesia e l'eloquenza; ma egli non rag-
giunse, più per mancanza di opere antiche che di genialità, 10 splendore
dell'eloquenza ciceroniana, di cui molti al nostro tempo vanno forniti. E poco
più sotto ripete ancora che, per la scoperta delle nuove opere latine, al suo
tempo si parlava e scriveva meglio che al tempo del Petrarca. Il Valla rim-
proverava al Petrarca di non aver saputo intitolare il libro Be sui et aliorum
ignorantia, avendosi dovuto dire: De sica et aliorum (3). Molto importante è il
giudizio di Paolo Cortesi, deUa fine del secolo: « lo stile del Petrarca non è latino
ed è aspro assai, le idee sono molte, ma aride; le parole di bassa lega, la
composizione più accurata che elegante. Fu il primo a ristorare l'eloquenza e
le sue rime volgari attestano quanto avrebbe potuto conseguire col suo grande
ingegno, se non gli fosse mancato lo splendore e l'eleganza dello scriver
latino; ma fu colpa del rozzo secolo in cui visse. In lui perciò non cercheremo
il diletto, ma l'utile ; quantunque, se devo dire il vero, dilettano, cosi
disadorni come sono, quei suoi libri: «ab eo non est delectatio petenda, sed
transferenda utilitas ; quam- quam omnia eius, nescio quo pacto, sic inornata
delectant. Cortesi sentiva perciò e apprezzava giustamente il valore dello
stile petrarchesco. Nel secolo decimosesto Erasmo lo giu- dicava cosi : « il
Petrarca fu il fondatore della rinascenza in (1) VoiGT, 1, pp. 385^87. ^) Fl.
Blondus Forliv., Italia illustrata; Basii. Valla, Eleg. ling. lai., II, 1. CoRTESius,
De hominib. doctis dialogus; Firenze Italia; ingegno vivace, grande erudizione,
eloquenza più che mediocre; ma vi desideri qua e là maggior perizia nella
lingua latina e tutto lo stile risente della durezza di quel secolo ». E il
Florido, ripetendo in parte il giudizio d'Erasmo, scriveva in quello stesso
tempo: « Il Petrarca diede opera pecJl primo a trarre dai ruderi e
dairantichità la lingua latina, ma non gli riusci troppo felicemente, o perchè
mancava ancora una huona parte dei migliori libri, o perchè non era impresa da
condursi a buon termine da un solo. E le sue opere se mo- strano in lui sommo
ingegno e non mediocre erudizione^ spesso mancano di purezza latina » (1).
Infinitamente inferiore al Petrarca, come in tant'altre parti, fu pure nello
stile latino il Boccaccio, il quale è trasandato, né guidato da nessun criterio
chiaro e costante d'imitazione e che perciò meritò gli aspri giudizi di quegli
umanisti che si degnarono di parlarne. Il Bruni (2) dice che non ha mai saputo
trattare con sicurezza la lingua latina. Veramente se- vero è con lui il Cortesi : « excurrit
licenter multis cum sa- lebris ac sine circumscriptione ulla verborum; totum
genus inconditum est et claudicans et ieiunum. Erasmo si con- tenta di chiamarlo inferiore al
Petrarca e nell'efficacia del dire e nella proprietà dello stile. Di Giovanni
Ravennate dice Flavio Biondo che infiammava i suoi scolari all'imitazione di
Cicerone (5); ma che non riusci a imitarlo nemmeno da lontano; i suoi dialoghi,
dice il Cortesi (6), appena si leggono una volta. E SALUTATI (vedasi) è
chiamato da Villani scimia di Cicerone, in senso onorifico, non come lo
intendono alla fine del secolo. È ben lontano però dall'essere ciceroniano;
anzi Cicerone ha avuto pochissima in- fluenza sul suo stile, perchè egli era
già vecchio, quando co- (1) Floridus Sabinus, Apologia in ling. lat.
calumniatores ^ Basii. 1538, p. 106. (2) Vita del Petrarca. (3) De homin.
doctis. (4) Dialogus ciceronianus ; Napoli Italia illustrata. nobbe più da
vicino quello scrittore. La lode del Villani si riferisce ad un merito reale e
veramente grande del Salutati, il quale fu il primo a dar forma più elegante
allo stile di can- celleria; sullo stile però delle sue lettere private più che
Cice- rone influirono Seneca e il Petrarca. Del resto il Salutati appartiene
agli scrittori dallo stile fiorito e pomposamente so- noro, oppresso da
soverchia erudizione e troppo sentenzioso. Questo stile è una degenerazione o
meglio un'esagerazione di quello del Petrarca. Ecco come lo giudica il Cortesi:
«que- st'età (l'età di Giustiniani) riponeva l'eloquenza in una certa
esuberanza, ne conobbe la discrezione; credevano di aver conseguito fama di
eloquenza, se avessero affastellato una gran quantità di cose. Questo genere di
scrivere è stato disprezzato e abbandonalo da ingegni più illuminati, perchè
ogni discorso dev'essere temperato e nelle parole e nelle sen- tenze, in modo
da non eccedere i propri limiti. Di tutto questo primo periodo cosi giudica il
Pontano: che negli scritti latini e Dante e il Petrarca e il Boccaccio e il
Salutati « non modo parum latine, sed ne grammatico quidem saepenumero
loquuntur; quod qui non credit eorum libros inspiciat. PRIMI TENTATIVI: Leon.
Brani, Gasp. Barzizza, Guarino, Giorgio da Trebisonda. Il secondo periodo viene
aperto dall'aretino BRUNI (vedasi) e da BARZIZZA (vedasi). Bruni abbandona
nelle lettere il fare artificioso di Salutati e introdotto una maniera più
disin- volta e naturale. In un buono scrittore di lettere, egli dice, oltre
alle parole e al suono si trova depositato il proprio animo, il quale si
indovina dalle vibrazioni delle parole, come dal mo- De aspir attorie^ lì, vimento
degli occhi si scopre Tanimo di chi parla »• (1). Nella storia il suo stile si
solleva ancora più, come dice lo stesso Cortesi, il cui giudizio sul"
Bruni è molto favorevole, ed io qui lo reco per intero. « Leonardo fu il primo
, dice egli , a la- sciar l'uso di scrivere scorrettamente e a introdurre uno
stile più armonioso. Sono molti i suoi pregi come oratore; ma nella/ storia si
eleva di più: historiam complexus est animo aliquanto malore; ma in essa riesce
più liviano che ciceroniano: con- sectatur in historia quiddam livianum^ non
ausim dicere cice- ronianum. Non è molto accurato il più delle volte nella
scelta delle parole, alcune delle quali sono troppo basse ed antiquate; ma per
compenso la sua forma è condita di eleganza e di un certo splendore. Cortesi lo
riteneva il primo del suo tempo, ma l'età nostra, egli soggiunge, è molto
schizzinosa: « nostri homines nil nisi excultum, nisi élegans, nisi politum,
nisi pictum probant ». Erasmo dice che nella facilità e nella chiarezza dello
stile il Bruni si accosta alquanto a Cicerone, ma che manca di efficacia e di
nervi e che talvolta offende la purezza dello scrivere latino. Ma il vero
apostolo del ciceronianismo fu il Barzizza : « cuius ductu et auspiciis,
scrivea Guarino nel 1422 (4), Cicero amatur, legitur et per Italorum gymnasia
summa cum gloria volitat ». Di Cicerone illustrò il De oratore, il De
senectute, il De of- fìciiSi le Filippiche e le Epistole (5). Parlando delle
sue let- tere dichiara di non aver avuto libro più caro di quello: « nescio an
alium ex libris meis cariorem ilio haberem ». E con quale entusiasmo non scrive
egli di alcune orazioni di Cicerone mandategli da Antonio Loschi: « iam totus
ardeo illarum studio; numquam mihi ita fuit fervens animus; ma-- gnum aliquem
spero inde fructum elicere » (6). Quale fosse il suo principio d'imitazione,
non so, perchè non ne fa parola nelle sue opere; ma che egli ammettesse una (1)
L. Bruni, Epist., VII, 3; cfr. Voigt, II, p. 423. Dialo^. ciceron. Bibl. Bodl.
di Oxford, Land. Lat. 64, fol. 3. Barzizius, Opera^ ed. Furietti, Roma 1723;
pr(ief. certa libertà^ si può dedurre dalla conclusione del suo trat- tatello
De composUione: « ut rebus, de quibus dicendum est, ars numerorum serviat et
non resarti», cioè l'armonia per l'argomento, non l'argomento per l'armonia.
Questo trattatello discorre déìVordzne, del nesso e del ritmo nella
composizione. Per essere libro grammaticale è dettato con una correttezza ed
un'eleganza, che invano si cercherebbero nelle stesse Eleganze del Valla.
L'esemplare che egli inculca sono le orazioni di Ci- cerone; e le norme che dà,
specialmente riguardo al ritmo, sono molto bene intese; quantunque poi qualche
volta se ne dimen- tichi egli medesimo, dove, p. e., trasgredisce la norma, già
osservata tanto scrupolosamente da Cicerone, di non terminare un periodo con-
una finale di verso esametro. Noto queste mi- nuzie, perchè il Barzizza è molto
esatto e intendo sottoporlo per poco alla prova oggettiva, non trovando che del
suo stile si siano molto occupati gli umanisti, se si eccettui il Cortesi, che
toccandone appena, lo loda come grammatico accuratis- simo e quasi perfetto, ma
biasima l'aridità della forma e la soverchia diligenza (1). Il Barzizza ha
composto orazioni e lettere; comincio dalle orazioni e prendo la prima della
raccolta. Ecco quali parole vi trovo non ciceroniane, taluna delle quali
nemmeno è latina di buona lega: visUatzo, intersptrare , affectio, usata da
sola; ecco alcune ò^di^ì:"" antecedere, pra£cedere aliquem, rispetto
al tempo; attìngere aliquem, eguagliarlo; acceptos se reddere; se remittere;
adpedes tuos accesszmus; quantum clefnentia tua nos fideles servos tuos
amxiret; devotione colere; per tot honorum, gradus et quasdam velut scalaSj
dove a fkr passare sca^las bastano a stento il quasdam e il velut, Qualche
altro esempio, raccolto qua e là, di frasi e costruzioni : nmeror non- dum est
passus m^ ad te scribere (3) ; suis iussit ut neque mortem eius (che si
riferisce al soggetto) et in eius funere...; satis ac super, invece di satis
superque, — Inte- Op. cit; se pure questo giudizio si riferisce al Barzizza. ressante
è vedere come il Barzizza si contenga negli argomenti sacri. Prendo l'elogio di
S. Francesco (1)> da cui scelgo alcune dizioni : religionis caput habemus
acprinctpem dominum no- strum; quos sanctissimos confessor es appellamus ; in
ilio caelesii senatu; Deus princeps omnium rerum; cum adfiuc seculari hàbitu
uteretur; ex divino prodita or acuto insti- iutio; virtus, qitam humilitatem
religio vocat; characteres sacratissimx) eius corpori divinitus inusti; passio
Domini; sentire m£dius fldius videor beatissim/zm illam, Francisci animxmi ab
astris intuentem. Qui vediamo termini sacri con- servati quali li voleva la
tradizione cristiana; altri che già hanno assunto una mezza tinta pagana ;
altri che sono paga- nizzati interamente; però vi è un tale contemperamento di
forma cristiana e pagana, che rende molto grave e originale questo stile. E mi
pare che tra i latinisti il Barzizza ahbia trovata la migliore risoluzione
della disputa, divenuta in se- guito tanto famosa e accanita, se negli
argomenti sacri si do- vesse tenere lo stile ecclesiastico o adottare il
classico: eccesso vizioso si l'uno che l'altro. Solo pochi anni dopo, frate
Alberto da Sarzana ragionava lungamente contro Poggio, perchè costui nella sua
lettera contro i minori osservanti avea detto nettare di Giove per vino (2).
Gonchiudo che le orazioni del Barzizza sono di tre specie: le confidenziali e
in queste lo stile è molto andante; le sacre e in queste lo stile è più
sostenuto, ma sempre ritiene un co- lorito cristiano; le orazioni di argomento
più grave, nelle quali lo stile è assai più forbito; quantunque in generale vi
sia poco movimento. Le parole non sono sempre ciceroniane, ma sempre scelte ;
non è sempre ciceroniana la costruzione, ma corretta sempre. Vengo alle
lettere. Queste si distinguono in famigliari e in lettere d'esercizio. Comincio
dalle prime e ne traggo alcune costruzioni: fecit quod neque mihi neque aliis
auxiliari pos- sim(p.99); non est dubium, quod haberet; sed cer- tum est, qu^d
possent (p. 107); ita occupa tus sum, quod parum (1) Ibi, pp. 45-50. (2)
Albert, a Sarte., Op., epist. XXI. Digitized by VjOOQIC - 16 - prodessem (p.
107); non est expectandum, quod sit par tibi (p. 107); scio carum illum amore meo
habeiis; vide si quid a me potest fieri; fama pervenerat, qiM)d auctus eras;
scis quantum te diligo. Questa lista si potrebbe prolungare a piacimento, ma
non aggiun- gerebbe nulla di più a provare che qui lo stile è assai na- turale,
veramente famigliare e libero d' ogni pesantezza eru- dita, come la hai nel
Petrarca, d'ogni fioritura eccessiva, come la trovi nel Salutati, a segno che
pecca spesso contro la gram- matica; ma la grammatica il Barzizza la conosceva
molto bene e questa trascuratezza è cercata, è voluta, per dar movimento più
naturale alla lettera; qui troviamo per la prima volta il vero stile
epistolare. Peccato che queste lettere non destino per il loro argomento tanto
interesse nel lettore, quanto ne destano per la loro forma. Che il Barzizza del
resto sapesse rispettare la grammatica anche nello stile epistolare, lo mo-
strano le sue lettere d'esercizio: Epistolae ad exerciiationem CLCCommodatae,
Sono adattate a molti e diversi argomenti e contengono proposta e risposta.
Reco qui il principio d'una risposta: « Etsi rumor sinister de rebus vestris
adversis ad me delatus esset, non tamen putabam omnia apud vos desperata esse.
Plura ergo, quam venire mihi in mentem potuissent, vobis acciderunt. Sed omnia
vobis ab exteris hostibus adverse ceciderint: fremat bellicus tumultus et
circumsonent moenia vestra: toleranda sunt omnia et fortiter ferenda, quae ab
illis vobis imminent. Illud magis visum est mihi miserum, quod de seditione et odiis civium ad me
scripsisti. Quae res nisi Consilio et auctoritate
eorum , qui bene volunt reipublicae con- sultum esse, mitigetur, piane mihi
divinare videor omnia futura, quae etiam tu maxime times ». — E basti
quest'esempio per tutti. Qui diffìcilmente si incontra una parola, una frase
non ciceroniana ; non è sempre ciceroniano il sapore, assai di rado ciceroniano
il movimento, perchè lettere di argomento simu- lato; ma nell'insieme vi è una
correttezza, una scrupolosità, di cui prima del Barzizza non si hanno esempi e
ben pochi anche dopo di lui, finché non si arriva a Paolo Cortesi. Nel Barzizza
dunque abbiamo tre gradazioni di stile : il più puro e più corretto è nelle
lettere d'esercizio ; meno puro nelle orazioni; più trascuratezza si nota nelle
lettere famigliari, ma questa trascuratezza costituisce il maggior merito del
Barzizza, il quale del resto ci ha disusati dai neologismi, dai barbarismi e
dalla scorrettezza, di cui non va esente il suo grande con- temporaneo,
Leonardo Bruni. Ora dò un saggio di critica stilistica, come la facevano in
quel tempo. Guarino era allora uno dei piir grandi institutori; e fu certo il
primo, perchè il metodo che si attribuisce a Vit- torino da Feltre
probabilmente glielo insegnò lui stesso. Guarino in massima era ciceroniano ;
la prima istruzione egli la faceva cominciare sull'epistole di Cicerone ; lo
stile di Cicerone, scrive egli, dev'essere imbevuto dal giovinetto e gli va
instillato come il latte materno. E nel lodare lo stile a taluno usava dire che
s'accostava a Cicerone, che arieggiava Cicerone, che era un Cicerone. Ma
nell'atto pratico era ben lontano il suo stile dall'ideale ciceroniano; molta
trascuratezza, troppa slegatura delle membra del periodo e troppe reminiscenze
poetiche. Giorgio da Trebisonda gli fece la critica, un po' acerba, se si
considera che fu forse T invidia che ve lo trasse, ma giusta, se la si
considera oggettivamente. Giorgio prese ad esame nella sua Rettorica (2)
l'orazione composta da Guarino nel 1428 in lode del Carmagnola; di essa
trascrive tre passi e indi li rac- concia come crede che dovrebbero stare,
mutando solo qualche parola e facendo in fine qualche osservazione particolare.
Io citerò un solo passo, prima come lo scrisse Guarino, poi come lo racconciò
il Trebisonda: « Plerique sunt, Comes insignis ductorque magnifice, qui res et
facta veterum singulari admiratione consequantur et prae- cipuis laudibus in
caelum efferant et recte sane. Dignissimum enim est eos suis non fraudare praeconiis,
qui aut vitam per inventas artes excoluere aut praeclara edidere facinora.
Verum enimvero iidem adeo asperi vel fastidiosi potius rerum aesti- matores
sunt, ut aetatem nostram aspernentur ac damnent, quae tamen permultos divino
ingenio , excelienti doctrina et imperatoriis artibus nobis instructos
omatosque produxerit». (1) Bihliot.
Vindobon. Rhetoricorum libri, Basilea. S., Ciceronianismo e altre questioni
letterarie. Ecco la racconciatura: « Plerique sunt, Comes insignis ductorque
magniflce, qui, quoniam dignissimum est eos suis non fraudare praeconiis qui
aut praeclara edidere facinora aut vitam per artes excoluere, ut res atque
facta veterum praecipuis laudibus efferunt sin- gularique admiratione
prosequuntur, sic aetatem nostrani asper- nantur ac damnant ; quos ego ideo
asperos vel fastidiosos potius rerum aestimatores indico, quod hanc aetatem
permultos divino ingenio, excellenti doctrina atque imperatoriisai'tibus instructos
atque ornatos nobis video produxisse ». In Guarino troviamo tre idee, espresse
in tre periodi indi- pendenti; il Trapezunzio invece ne ha fatto un periodo
solo. Le tre idee sono: 1* molti lodano gli antichi; 2* hanno dovere di
lodarli; 3* ma disprezzano i moderni. Il Trapezunzio ha fatto dipendere dal
pronome relativo qui le idee 1* e 3% coordi- nandole con le congiunzioni ut^
sic, e ha subordinato l'idea 2* con un quoniam; in questa maniera ha reso il
periodo più compatto, più raccolte le sue parti, dandogli un giro cicero-
niano. Con un quos e un ideo quod ha subordinato quello che era coordinato; ha
arrotondato il produxerit in \xtì video pro- duxisse; ha preposto praeclara
edidere facinora a vitam excoluere, per terminar più gravemente la proposizione;
ha levato inventas ad artes per diminuire l'impressione della re- miniscenza
vergiliana e ha sostituito degli atqice e un qice agli etj e admiratione
prosequi a admiratione consequi; e tolto in caelum alla frase laudibus in
caelum efferre. Quanto al verum. enimvero osserva a Guarino che questa parola
non può stare in un'orazione che appartiene al genere dimostra- tivo^ e tanto
meno in principio, poiché essa è propria del ge- nere storico. Io non devo
giudicare se la racconciatura abbia migliorato o no come l'assieme del periodo,
cosi anche le singole parti ; mi basta notare per la storia che nel 1437,
quando appunto ha avuto luogo questa critica (1), gli umanisti non si
contentavano più di un latino scritto senz'arte. VoiGT. GENIALITÀ E GRAMMATICA:
Bracciolini, Fr. Filelfo, E. S. Piccolomini, Campano, Valla. Contemporaneamente
a Bruni e a Barzizza lavor a perfezionare lo stile latino anche BRACCIOLINI
(vedasi), ma con una genialità che non ha pari né prima né poi. Poggio comincia
a formare il suo gusto latino copiando le lettere di Cicerone ad Attico per
Cosimo dei Medici a Firenze; e Cicerone, ch'egli chiama padre suo, elesse per
guida nello scrivere: quid- quid in me est, hoc totum acceptum refero Ciceroni,
quem elegi ad eloquentiam docendam. Ma in realtà poi se imitò Cicerone, non lo
imitò né nelle parole, né nella frase, né nella costruzione, ma nel colorito,
nella vivacità dello scrivere, nella genialità dello stile; perché lo stile di
Poggio é tutto suo proprio, né egli poteva imitarlo da altri, né altri potevano
imitarlo da lui. È stile originale, che ci fa rivivere in tutto il suo
splendore una lingua morta ; uno stile che sgorga spontaneo dalla i:icca e ine-
sauribile sua vena, perché maneggia il latino come lingua ma- terna. Egli non si
preoccupa della parola, che inventa se non esiste e che torce a nuovi
significati, se ne ha di bisogno ; non si preoccupa della costruzione, ch'egli
può piegare a tutte le esi- genze del suo pensiero; non della frase, ch'egli
foggia di suo dagli elementi che la lingua gli porge; non del periodo, ch'egli
lega spezza non secondo le norme di un modello, ma secondo lo stato dell'animo,
che gli detta dentro. Era sicuro del fatto suo, e ne è prova quello ch'egli
dice nella prefazione al Liber fa- cetiarum, dove raccolse tutte le satire e le
oscenità altre volte raccontate nel tugiale a Roma: di aver cioè voluto con
questa raccolta mostrare come il latino potesse e dovesse essere ado- perato ad
esprimere ogni cosa. Nessuno sgrammaticò più di (1) Valla, Antidot. in Poggium,
I, 32. (2) PoGGius, Epist Poggio e pure nessuno scrisse più genialmente di lui;
né in niuno altro meglio che in lui la terza vita della lingua latina, dopo i
tempi di Roma e quelli del medioevo, ha trovato la sua intera espressione. « in
Poggio, dice il Cortesi, ci fu splendor di eloquenza e se avesse adoperata
tant'arte, quanto ebbe genio di scrivere, avrebbe superato nella gloria
dell'eloquenza tutti i contemporanei. Le sue orazioni mostrano facondia e
mirabile facilità. Volgeva tutte le forze e poneva tutto il suo esercizio neirimitar
Cicerone. Ma quella lucidezza e fluidità di scrivere del sommo oratore è tale,
che si giudica agevole imitarla, e chi poi he fa la prova, ne perde la
speranza; se Poggio non la consegui, la vagheggiava nel suo pensiero» (1). Il
Picco- lomini lo giudica a nessuno inferiore nell'eloquenza, quantunque ignaro
della lingua. Ed Erasmo : « fu di vivace eloquenza ; ebbe molta naturalezza, ma
poca arte ed erudizione. Alla scuola di Poggio appartengono il Filelfo, che
nella fa- cilità gli rimane molto addietro e che Erasmo giudica più ciceroniano
nelle lettere che nelle orazioni (4); il Piccolomini, in cui il Cortesi
desidera maggior purezza di lingua latina; e il Campano, la cui fluidità e
lucidezza egli tanto più ammi- rava, perchè congiunta a una certa armonia, di
cui i moderni aveano perduto Fuso. Ecco un saggio dello stile di Poggio, a cui
farò seguire la critica che ne fece il Valla ; il passo è tratto dalla prima
in- vettiva contro il Valla: « Si quibus in rebus honestum est consensuque
omnium per- missum iniuriam propulsare, in bis maxime pudentis hominis offlcium
esse debet, ut contumeliam depellat, in quibus honoris et existimationis laus
aut ingenii fama a malevolis in discri- men adduci videatur. Conscium enim
eorum, quae obiciuntur, se fàcere existimatur qui taciturnitate utitur prò defensione.
De viris clar., XVI. (3) Dial. cicer. GORTESIUS quoniam censetur quasi
conscientia ductus non esse ausus improborum maledicentiae respondere ». Gli
nota il Valla che il primo periodo comincia col principio d'un verso esametro:
si quibus in reì)us e termina con la finale anche di un esametro: adduci videatur.
In his maocime: doveva dire in his certCy o in his prò fedo; essedébet: biso-
gnava dire est oppure videri débet Poi qyiQlpvtdentis hominis officium esse
debet è superfluo; non aveva forse detto: si qui- bus in rebus honestum est?
quando si dice honestum, non si comprende anche il picdentis hominis officium ì
perchè variare dunque quest'idea già espressa e sostituire a iniuria la parola
contumelia, a propulsare un depellat? e dopo d'aver detto con^wm^/^,
aggiungervi tante parole per dichiararla, cioè in quibus honoris^ ecc. ? Dunque
tutte le parole pudentis hominis officium esse debet ut contumeliam depellat
sono una inutile e ambiziosa variazione di queste altre: honestum, est iniuriam
propulsare. — E poi perchè l' avversativa aut ingenti famxiì che forse \ingenii
fama è una cosa diversa ^ià}Xeoctstim/xtix>ì Perchè honoris et
eooistim/itionis laus9 non bastava honor et eodstimatiof Ridondante e vizioso è
d'altra parte il giro: in his rebus honoris et earistim^tionis laus in
discrimen oMucitur^ ecc., perchè le cose in cui pericolano l'onore e la stima
non sono infine che l'onore e la stima stessa. L'aggiunta a malevolis è
superflua, imperocché chi è che de- trae all'altrui fama, se non un malevolo ?
Così pure invece di oMuci videatur bastava oMud videtur e meglio ancora ad-
dtccitur; ma il pomposo ciceroniano ha voluto chiudere il pe- riodo con un
videatur. Di questi scrittori parolai già si pigliava gioco Quintiliano quando
diceva: « est etiam in quibusdam turba inanium verborum, qui dum communem loquendi
morem re- formidant, ducti specie nitoris circumeunt omnia copiosa lo-
quacitate, quae dicere volunt». Dopo questa critica il Valla ricompone il
periodo così: «si quando honestum est consensuque omnium permissum iniuriam
propulsare, tunc certe honestum permissumque est cum honor et existimatio in
discrimen ad- duci tur ». — E il secondo periodo? più vizioso del primo,
esclama il Valla, giacché si compone di due parti, di cui la seconda dovrebbe
contenere la ragione della prima, dovechè invece Tuna è ripetizione deiraltra con mutate
parole: infatti nella prima c'è enim, nella seconda quoniam; ivi existimatur,
qui censetur; ivi conscium se facere, qui quasi conscientia ductus; ivi
taciturnitate utitur prò defensione, qui non esse ausus respondere; ivi eorum
quae óbiciuntur , qui impro- dorum maledtcenttae. — Poggio è tutto così,
conchiude il Valla ; eppure questo vizio di ripetere e di voltare e rivoltare
le medesime idee con altre parole gli ha acquistato presso gli ignoranti fama
di spontaneità, la quale invece è negligenza, melensaggine, difettosa
affettazione. Siccome è interessante questa critica, cosi ne darò un altro
saggio, desumendolo dall'invettiva del Valla intitolata: in Pog- gium Fior,
actus scaenicus, nella quale nota gli errori con- tenuti in una lettera di
Poggio al Niccoli. Di questi errori io sceglierò una sola parte e segnerò fra
parentesi le correzioni del Valla. — Barbarismi: quindena (in questo modo si
potrebbe foggiare anche decena e quarantena)', certificare (vocabolo da
cucina); fruslecula (frustula si dee dire); drcumvicini (accolae); dignificare
(dignos facere) \ libruncula castraielli {lipella vervecini). Sgrammaticature:
libri sacri refrixerunt pristinum studium humanitatis {refrigescere è
intransitivo); devenire in manibus {in manus); hoc fasciculum {hunc)\ vestes
illas attrita^ cupio ut vendantur; melius est peccare in hanc partem, quam
omnino esse incredulus (incredulum); cupio divitem fieri (dives); sollemniis
(sollemnibus); insir gniis (insignzbus) ; exemplariorum {eocemplarium); abiet
(aMbif); intellige me non dormitare ut ceteri (ceteros); te non potui convivari
(convivari è intransitivo); decadarum {decadum); unumquemque taedet condttio
fortunae suae. — Improprietà di parole e di frasi: constitue te in locum,
transfer te in locum meum {confer te operge)', pone te in loco meo {te
constitue); cum de proccimo instet coronatio regis {cum instet dies coronationis)
; quas miseram Pisas per unam navem, quae iamdudum appulit in portum {quandam
navem... iampridem,,, appulsa est; homo vel ventics appulit); (1) Valla, Antid.
in Poggium. aut amplius {ad summuTYi); sin autem {si non); sumere Tnutuo libros
(commodato; si dice, p. es., mutuo sumere oleum,, salerriy ecc., e non ollam,,
cultrum, ecc.); quae cum omnibus gravia sint, tum mihi praesertim. consueverunt
esse gravissima (quae cum omnibus, tum vero mihi gravia esse consueverunt;
difftciliter {diffìcile vel difficulter); nec nunc quoque illum mitto {ne nunc
quidem); summa cum aniìni iocunditate {voluptate); equos conscendentes una
versus pon- tem proficiscuntur {equis conscensis una pontem versus,..) ; supra
pontem cum transirent descendens ex equo quamplures donavit {per pontem, ...
complures); praesto discedere {cito); ego dixi sibi {ei); ipse cogit me ad eum
ire {sé); Rheni ru- mor ^trepitus fragor); fenestrellae perplures dimissae {fenestréiìSie
complures solo propinquae); volebam Lucretium prò quindecim. diébus {ad
quindecim, dies); penes Sanctum Petrum (prope); neque tantum damna existimanda
sunt, quan- tum, dedecus {tanti .,. quanti); potissime {potissimum); sed hic
praesto scribit et ego ad vos praesto veniam {et is cele- riter ... et ego ad
vos propere) ; quo ad animum {quantum ad animum pertinet); credo me propediem
valere et rem m£ confecturum {valiturum, ... ; il secondo me è superfluo) ;
nisi quid ille secus statuit venum ire debere {venum ire senza il debere).
Questo scatenamento di critica, di cui ho dato due piccolis- simi saggi, lo
provocò il Bracciolini stesso. Egli, vecchio pa- ladino di Cicerone, si era
sdegnato della petulanza del giovinetto Valla, appena allora uscito dalla
scuola, nelFattaccar Cicerone in quell'opuscolo dove confrontava Cicerone e
Quintiliano; da quel giorno in poi una immortale inimicizia sorse tra questi
due poderosi ingegni, che aspettava un'occasione per erompere in acri
invettive. E l'occasione venne. Avea pubblicato Poggio un volume di sue
lettere, una copia delie quali capitò nelle mani di un catalano, alunno del
Valla, e quel giovinetto vi fece alcune critiche in margine. Veduto da Poggio
quel codice con le annotazioni, ne sospettò autore il Valla stesso e gli
scrisse contro un' invettiva. Questa invettiva ha molta impor- tanza, non per
le ingiurie di cui è ripiena, ma per la parte di difensore degli autori antichi
e specialmente di Cicerone che vi rappresenta Poggio. Egli li difende contro le
calunnie del Valla> cui pretende di cogliere spesso in fallo, massime quando
parla di Cicerone, di cui Poggio vuol saper dire con molta presunzione se la
tal parola, la tal frase la ha o no adoperata. Fin che si trattava di ingiurie,
Poggio era padrone del campo, ma si pose su un terreno falso, quando questionò
col Valla di lingua e di stile. Ecco un saggio delle critiche di Poggio. Egli
esamina alcuni errori del Valla, che si trovano nel proemio alle Eleganze, e si
introduce cosi : « quid autem in Ulo suo perlongo insulso ridiculo non
prooemio, sed verbo- rum et somniorum congeriey continetur? inflnitum esset
errores omnes prosequi ». E ne sceglie alcunf. Valla, dice egli, usa le parole
leguleius e architectari: che le ha forse troiate in Cicerone queste due gemme
di parole? Scrive poi il Valla; romanum imperium ibi esse, ubi romana lingua
dominatur »; e non si è accorto che non la lingua dominatur, ma gli uomini
dominantur? voleva dire forse: in icsu est etinpretio apud multos; e poi non è
esatto lingua romana, ma lingua latina, perchè lingua romana significa il solo
idioma della città di Roma. — Prima di confutarlo, il Valla gli osserva che non
si dice in ilio congerie e che invece di suo andava eius e m)n perlongo ma
praelongo; non prosequitur, che vuole sempre essere accompagnato da un ablativo,
ma persequitur. Indi gli fa sapere che leguleius si trova in Cicerone proprio
nel primo libro del De oratore e che architectari si trova pari- menti in
Cicerone nel De finibics, secondo libro e nei libri ad Herennium. Quanto alla
denominazione di lingua romana, doversi ritenere giusta, perchè fu Roma che
nobilitò e pro- pagò a tutto l'impero la lingua latina; e quanto
all'espressione lingua dominatur, esser questo un traslato comunissimo (1). Non
solo dunque in fatto di critica e di erudizione gram- maticale, ma anche nella
conoscenza dell'uso ciceroniano il Valla è immensamente superiore a Poggio.
Eppure, esclama il Valla rivolgendosi a Poggio, tu ti chiami famigliarissimo di
Cicerone; famigliarissimo, ma non sei mai entrato in casa sua; Valla, Antid. in
Poggium. ti si potrebbe tutt'al più chiamare portinaio della casa di Ci-
cerone, o guattero o fornaio o cuoco o stalliere, ovvero, « quod tibi et
honestissimum et iocundissimum est », cantiniere. Glie ne pensavano i
contemporanei? Certo i più ci piglia- vano gusto, ma il pio Alberto da Sarzana
di quelle battaglie (digladiationes) dei ciceroniani, come egli li chiama,
metten- doli tutti in un fascio, si accorava e si scandolezzava; tanto che nel
1437 di ritorno dalla Terra Santa si augurava di es- sere morto, anziché
tornato tra quelle zuffe. OPPOSIZIONE: Valla. La incontrastata e sempre più
inneggiata apoteosi di Cicerone dai tempi del Petrarca fino ai suoi, stimolò lo
spirito oppositore e aggressivo di VALLA (vedasi) a una ribellione; la quale fu
e sembrò tanto più ardita, quanto più venerato era Cicerone e quanto più si
considerava Tetà e l'autorità dei suoi ammira- tori e la giovinezza e
l'oscurità del Valla che lo attaccava. Poiché il Valla poteva avere un 23 anni,
quando a Roma compose il suo libro intitolato: Confronto tra Cicerone e Quintiliano.
VALLA è ammiratore di Quintiliano e dovette certo essere disgustato, come del
troppo onore in che si teneva Cicerone, cosi del disprezzo in che si aveva
Quintiliano. Filelfo, p. es., giudica lo stile di Quintiliano quasi barbaro: sapit
hispanitatem nescio quam, hoc est barbariem piane quandam ; nullam habet
elegantiam, nuUum nitorem, nuUam suavitatem; neque movet dicendo Quintilianus,
neque satis docet, nec delectat» (3). In quel libro il Valla dimostrava che
Cicerone Alb. a Sarth., Op,; epist. VoiQT. aveva commesso errori nei suoi
precetti rettorici e che anche nell'arte oratoria aveva difetti; gli anteponeva
Quintiliano. Il libro fece remore ed è a deplorare ch'esso sia andato, ir-
remissibilmente forse, perduto ; io conosceva certo il Fontano, che neìVAntonms
ribatte minuta- mente e diffusamente i
grammatici (alludendo senza dubbio al Valla), nell'accusa fatta a Cicerone di
non aver esattamente determinato il fine dell'oratore e di non avere definito
bene lo status (termine oratorio): due punti nei quali essi davano la
superiorità a Quintiliano; ma Florido, che tenne parola di questi giudizi del
Valla e gli rimproverava di aver preposto Quintiliano a Cicerone, mostra di non
aver conosciuto quel libro e cita solo alcuni passi delle Eleganze e della Dia-
lettica, in cui quei giudizi erano ripetuti (2). Le prime ribel- lioni sono
sempre interessantissime; tanto più che dal Valla in poi il regno di Cicerone è
molto contrastato; e quello che egli fece per l'arte rettorica, fece non molto
dopo la metà del secolo l'Argiropulo per la filosofia, intaccando Cicerone
nelle sue cognizioni filosofiche. Però se il Valla era anticiceroniano, ha
promosso per parte sua più di qualunque altro umanista lo studio della latinità
pura, che poi venne ristretta alla sola latinità di Cicerone dai ciceroniani
della fine del quattrocento e della prima metà del cinquecento. A questo scopo
compose il Valla la sua famosa opera le Eleganze latine, che come lavorò
stilistico ha un'im- mensa importanza storica. Il Valla non è stilista quando
scrive, ma è finissimo stilista quando discute di lingua latina: e tra il Valla
teorico e il Valla scrittore ci è tanta distanza, che i critici stessi di
allora se ne stupivano e il Giovio (3) dice che lo stile della storia di Napoli
del Valla non pare affatto di quel Valla che insegnò altrui le eleganze, ma non
le seppe usare; e infatti Bartolomeo Fazio scrisse contro di lui tre in-
vettive, mostrando gli errori di parola, di costruzione e di Opera, Lyon. Floridus,
Apologia. Elogia. stile che avea commessi nella suddetta storia : p. es. parci-
turiùs; primigenius , per dire primogenito; circiter ad tria milia; inflatv^
torrens invece di auctus imdribus; peius no- cere invece di gravius nocere;
iubet bombardarurn ictus emettere, invece di iubet tormentis muros quati;
virUibus partibus dividere per viritim od aequis portionibus etc. (1); errori
che il Valla difende più con prontezza di erudizione e con spirito, che con
verità (2). Anche il Cortesi si domanda una spiegazione di questo fatto e
risponde benissimo che altro è scrivere, altro ammaestrare : «non est eadem
ratio scribendi, quae praecipiendi »; che il Valla cercava il valore delle
parole, ma non esaminava se- riamente la struttura del discorso ; quindi emendò
molta bar- barie e l'uso corrotto e fu di grande utilità alla gioventù, ma che
la vera arte dello scrivere o l'ha trascurata o non rha conosciuta.
Imperciocché oltre che al significato delle pa- role in sé stesse, bisognava
studiare il loro ufficio nella frase e nel periodo e badare alla loro
architettura simmetrica, a quella che si chiama la concinnità: « florens enim
ille et suavis et incorruptus latinus sermo postulat sane conglutina- tionem et
comprehensionem quandam verborum, quibus con- ficitur ipsa concinnitas. E mi
pare che il Cortesi non abbia torto. Il Valla distingue due maniere di
scrivere: lo scrivere se- condo le regole della grammatica e lo scrivere
secondo Tele- ganza latina ; egli non si occupa punto di grammatica, ma ad
altiora . ducente stilo insegna lo scrivere secondo l'eleganza. E un'altra
distinzione, pure importantissima, fa il Valla, tra l'uso poetico e l'uso della
prosa; egli dichiara francamente di non occuparsi delle licenze dei poeti:
«neque in hoc toto meo opere tam licentiam poetar um consector, quam usum
oratorum. A questi due postulati fondamentali del suo libro il Valla aggiunge
un esatto senso storico della lingua latina. Egli di- Bartol. Facius, Invectiva
I in Vallam.Valla, in Bdrtoh Facium Invectiva. stingue due periodi principali
di essa, il periodo di Cicerone e il periodo posteriore, ch'egli denomina di
Quintiliano (II, 50); questo secondo periodo comincia con Livio, Vergilio e
Orazio (II, 43) ed è una distinzione acutissima e nuova per quel tempo ; il
Valla deve aver notato l'influenza della sintassi greca sui poeti Vergilio ed
Orazio e l'influenza di Vergilio sulla prosa di Livio, i quali perciò
appartengono più al periodo posteriore che all'anteriore. Vedasi con che
sicurezza egli giudica a quale dei due periodi appartiene una locuzione:
quatenus nel senso di quoniam non si trova in Cicerone, bensì nel secolo di
Quintiliaixo; nel secolo di Quintiliano si usa temere per fere; le parole
alioquin, alias, nihilominus , supra, super sono nel periodo posteriore
adoperate in significato un po' di- verso da quello che dà loro Cicerone e
altre se ne sono ag- giunte: proculdubio; oMer per spedaliter; quotzens per
quando; citra per sine; interim per aliquando; m^o, tuOy hoc nomine, per m^a,
tua, Uojg causa; novissimus per ultim,us. Quello che dei periodi, dicasi degli
autori. Il Valla pone come somme autorità Cicerone e Quintiliano; di
Quintiliano dice: « quem omnibus sine controversia ingeniis antepone; e di
Cicerone : quid non recte Cicero dicat?; di tutti due: « duo lumina atque oculi
cum omnis sapientiae , tum vero eloquentiae latinae. Egli è tanto famigliare
con questi due autori , conosce tanto bene i loro usi particolari e il loro
stile, che se trovasse p. es. in loro un quam con un aggettivo positivo, invece
di valde, non esiterebbe a dichiararlo un errore di scrittura. Valla sa che
Cicerone e Quintiliano ad ille quidem fanno sempre seguire un sed; che la
particella affer- mativa utique non si trova mai o quasi mai in Cicerone,
spesso invece fra i posteriori; che simul ripetuto non l'ha mai trovato in
Cicerone; che olim presso Cicerone è rarissimo, frequentissimo presso
Quintiliano; che et Gfr. Antid. in Pogg.: neminem posse neqtie QuintiUanum
inielligere, nisi Ciceronem optime teneat, neque Ciceronem probe sequi, nisi
Quintiliano pareat. non si trova in Cicerone nel significato di etiam ; che
affectus non è usato da Cicerone, bensì affectio; mentre Quin- tiliano usa poco
affectio e più spesso affecius; che vicisstm in Cicerone e Quintiliano non si
trova che nel senso di secundo loco, e diverso, e contrario; e che inoltre
Quinti- liano usa invicem per vicissim e per alter alterum in senso reciproco
(II, 60). Un'altra prova del senso storico che guidava il Valla nel trattare la
lingua latina Tabbiamo in questo, che di molte co- struzioni erronee egli trova
l'origine nel greco. Cosi i verbi benedico e maledico furono costruiti talora
con l'accusativo, per influenza del greco; alcuni col genitivo partitivo di un
nome che esprime pluralità adoperano il comparativo, p. es. maior discipulommy
imitandolo dagli scrittori ecclesiastici, che traducevano dai greci; si
confonde l'uso delle parti- celle velut e sicut, delle quali il greco ha una
sola corrispondente; e si scambia l'uso di an e di aut, nel quale « ple- rique
multis iam seculis peccaverunt et peccant », perchè i traduttori dal greco
hanno trovato la sola congiunzione fi cor- rispondente alle due latine. Reca
poi una seconda ragione, e questa mi pare importante in bocca di un umanista
come il Valla, ed è l'influenza della lingua italiana, la quale adopera la
congiunzione o tanto per an quanto per aut. Quest'in- fluenza della lingua
italiana sulla latina, che gli umanisti per disprezzo del volgare non avrebbero
mai confessata, ebbe molta parte nel foggiare il nuovo stile latino, il quale
in autori come il Poliziano- e più ancora il Fontano, specialmente nelle loro
poesie, si è amalgamato con l'italiano, in modo da generare una forma nuova
affatto e tanto attraente per noi, perchè sotto a quell'involucro latino
sentiamo vibrare l'armonia del nostro idioma materno. Del resto, tra gli
umanisti più umili, tra i piccoli grammatici qualcuno, come p. es. Mancinelli comincia
a insegnare i rudimenti grammaticali col volgare paesano; anzi il Manci- nelli
compose una grammatichetta, intitolata Donatus, in cui (1) Cfr. Antid. in Pogg.
alle forme latine corrispondono le vernacole, e un frasario la- tino-vernacolo,
intitolato Emporium, Tornando al Valla, egli nell'insegnare le eleganze latine
tiene costantemente l'occhio all'uso corrotto ; e di solito nell'esporre le
regole ha di mira qualche autore, di cui riferisce il passo senza nominarlo, e
lo corregge. Ciò rende il suo libro assai più pratico, perchè il Valla non
componeva un trattato teo- rico e astratto, ma combatteva contro i falsi
insegnamenti dei grammatici contemporanei o i cattivi esempi degli scrittori
d'allora. Ecco alcune prove prima di parole errate o barbare, poi di modi e
costruzioni errate e ch'egli corregge. Non si dice ca^amar/wm, ma theca
calamaria; benedzcus non esiste; da industria non si forma industriosus ma ^•
dustriuSy come da virtus non si forma virtuosus; non è buono usare ceu per
sicut (II, 36); i difetti degli uomini e delle cose non si traducono per
defecius, ma vitia, culpae, mendae (IV, 6); l'indulgenza in senso religioso non
si traduce per indulgenza, ma per venia; ecclesia non significa la chiesa, il
tempio, ma la società dei fedeli; non si dice homo carnosus, ma corpulentus;
alla fides cri- stiana potrebbe corrispondere persuasio. Modi e costruzioni;
non si dice: iste est nimis iuvenis ad dandum sibi tale negotium, ma est nimis
iuvenis o iunior quam. ut ipsi detur tale negotium,, o iunior quayn cui detuf
(I, 19); non è latino urì)s in periculo capiendi est, ma in periculo est ne capiatur
(I, 29) ; non cum gladio se percussit, ma gladio (U, 6); non modo absolvendum,
, sed etiam graviter puniendum puto; bisognava dire: non m^odo non absolven-
dum.,. (II, 30); non è esatto ebrietas est com^s libidinis et in- temperantia^y
ma libido et iniemperantia est comss ebrietatis; omnia bonum quoddam appetere
videntur, meglio expetere; non si usa dare fldem per habere fidem, nel senso di
credere. A questi esempi ne aggiungo uno, in cui il Valla emenda sé stesso.
Molti oggi adoperano, egli dice, la seguente costruzione: non veni solvere
legem; ma i più fra i dotti avrebbero usata quest'altra: ad solvendam. le- gem;
e io ora li imito e li propongo come esempio agli altri: « quos et ipse nunc
imitor et imitandos omnibus arbitror. E basti cosi. A ognuno di questi esempi e
a moltissimi altri si trova una delle seguenti formole : « ut aliquis loquitur
»; « multi appellant »; « vulgo nunc accipiunt »; « quidam doctus utitur bis
temporibus »; <c quidam dicunt »; « quidam accipiunt »; « peccavit non
incelebris huius aetatis vir »; € quidam non indoctus hac aetate scribere ausus
est » e simili altre. Io non esamino fino a che punto siano esatte le
osservazioni e le regole del Valla, perchè io considero qui il libro non nel
suo valore assoluto, nel qual caso ci sarebbe da tirar più di una volta le
orecchie al geniale autore, ma nel suo valore storico, in quanto che contribuì
a ridurre a leggi lo studio dello scrivere elegantemente, che prima si fondava
sulla sola imitazione empirica; ad acuire il senso critico degli scrittori,
avvezzandoli ad apprezzar lo stile secondo i classici e secondo i periodi della
lingua latina; e a dar bando finalmente a certi barbarismi, che fino allora
aveano insozzate le opere degli umanisti, non esclusi i più grandi. Molte parti
furono trattate con vera genialità, come la dottrina dei gerundi e dei gradi
degli aggettivi, nel primo libro; altrove mise un riparo a una scandalosa
confusione , come nell' uso dei numeri , nel libro terzo; alcune regole poi
valevano addirittura altrettante sco- perte nel campo della grammatica, quali
del per, del quam e del quisque con gli aggettivi. E il Valla se ne teneva e
quando si accorse che Antonio da Rho ne faceva passare qual- cuna per sua o le
contraddiceva nella sua enciclopedia alfa- betica grammaticale, intitolata De
imitatone, scrisse le sue acri Adnotationes ai libro del da Rho. Acri, ma
sempre det- tate con mano maestra, dalle quali risulta la conferma di quanto ho
poco sopra conchiuso. Rimprovera il Valla al da Rho di non aver nessun
discernimento nella scelta degli au- tori , citando l'Accorsi, né sapendo che «
glossatores ab elegantia longissime absunt; citando Macrobio « doctus quidem
vir, sed nequaquam ex eloquentibus » (2); Gelilo « ho- (1) Valla, Adnotationes^
Venezia minem curiose nimium et superstitiose loquentem »; e Appuleio « cuius
sermonem si quis imitetur non tam auree loqui, quam nonnihil rudere videatur.
Gli rimprovera di non distin- guere l'uso proprio dal traslato (2); e un gran
numero di bar- barismi, come: aliqucUis, appodiare, diversimode, avisare,
hancalia, tregua, ridiculose, pariformiter, extrinsecus e in- trinsecus
(aggettivi) > respoliatus , induciari, infiteri, com- plices, r ancor,
pensionarius , instantia, etc. etc. Gli mostra che si deve dire insula Sicilia
e non insula Siciliae e gli raddirizza, fra gli altri, il seguente periodo: «
sed hoc non satis non hiis modo qui doctrinam hanc ingressi noviter sunt,
ceterum ne bis quoque qui aliquid profuerunt », in questo modo : « sed boc non
satis non iis modo qui doctrinam banc ingressi recenter sunt, verum ne bis
quidem, qui aliquid prò fecerunt. BATTAGLIE: Poliziano, Cortesi, Scala, Pontano,
Beroaldo il Vecchio, Pio). n BARZIZZA (vedasi) è il primo apostolo del
ciceronianismo; ma io bo già mostrato quanto fosse lontano dall'essere ciceroniano.
Lo stile di Poggio ba oscurato quello di Barzizza e quantunque egli si
professasse ciceroniano, era ben altro; ma contribuì molto ad educare gli
umanisti a uno stile disin- volto, libero, originale e questo era il miglior
modo per pre- pararsi ad essere ciceroniano degnamente. Il Valla acni il senso
critico dei latinisti e un ritorno allo stile del Petrarca fu reso impossibile;
ma fu reso impossibile anche imitare Poggio nelle sue costruzioni troppo
arbitrarie e nelle sgram- maticature. Perchè, bisogna dirlo, Poggio poteva
sbracciarsi quanto voleva a criticare lo stile del Valla e a metterne a nudo
gli errori nelle sue sconce invettive, accrescendo il pa- trimonio delle
proprie sgrammaticature, mentre voleva cor- reggere le altrui ; ma il fatto è
che il Valla non si era illuso di raddrizzar le gambe ai cani; egli scriveva il
libro delle Eleganze per i giovani: « non eram nescius iam inde ab initio cum
linguae latinae Elegantias componebam fore ut, quantum favoris apud iuvenes ac
ceteros bene dicendi studiosos mihi conciliarem ex ilio opere, tantum odii apud
eos, qui falsam sibi elegantiae persuasionem induissent, contraherem » (1). La
gioventù e gli studiosi risposero alle previsioni del Valla e il terreno veniva
ormai preparandosi per un futuro ciceroniano nel suo vero significato e il
ciceroniano fu Paolo Cortesi. Il Cortesi era di S. Gemignano di Toscana, ma nacque
a Roma, nel 1465, ove visse gran parte del suo tempo. Ebbe molta di-
mestichezza coi pontefici e con la Corte romana, fu segretario sotto Alessandro
VI e Pio III, indi vescovo di Urbino. Mori nel 1510(2). Scrisse un libro De
cardincUatu, che intitolò a Giulio II, e quattro libri di sentenze. Ma il libro
che più ha importanza per la storia del ciceronianismo è il suo DMogus de
hominibus doctis, da me tante volte citato e che fu il primo libro di vera
critica letteraria e stilistica nel periodo del risorgimento. Fu terminato
press' a poco nell'anno 1490, ventesimoquinto del Cortesi; eppure vi si
manifesta tanta ma- turità di critica e di senno. Quel dialogo è una rassegna
di tutti i grandi scrittori italiani da Dante fino ai tempi suoi; si finge
avvenuto nell'isola del lago di Bolsena e fu dedicato a Lorenzo dei Medici. Il
Cortesi ne mandò una copia al Fosforo, vescovo di Segni, il quale glielo lodò,
dicendogli che nella let- tura del suo libro gli parea di sentire proprio
Cicerone stesso; ne mandò copia col giudizio del Fosforo anche al Poliziano, Valla,
Antid. in Pogg., I, 11. De hom. doctis, praefai. R. SABBADim, Ciceronianismo e
altre questioni letterarie. il quale non fu meno gentile, nel rispondergli e
lodarglielo, che il Fosforo, al cui giudizio sottoscriveva: « Phosphori sen-
tentiae non accedo solum sed et faveo ». Egli scorgeva nel libro una maturità
superiore all'età; schietta e franca la cri- tica dei letterati; ma lo stile un
poco inferiore ancora alla intenzione dell'autore: « stili quoque voluntas
apparet optima et, ut auguror, a summo non diutius afutura » (1). Il Cortesi
^fu studiosissimo della forma ciceroniana e difficilmente si trova in lui qualche
parola, come nonnzszy che si scosti dall'uso di Cicerone, la cui influenza si
riconosce nell'andamento piano e chiaro del discorso, nei passaggi dei periodi:
anzi alle volte pecca nel troppo e di quando in quando scappa fuori una finale
di periodo con esse videatur, tanto rimproverata a Cicerone nei tempi antichi e
ai ciceroniani nei tempi del risorgimento. Il Volaterrano gli nota una certa
mollezza di stile, con la quale sapeva rammorbidire i concetti duri ed aspri;
ma ag- giunge essere stato tanto in lui lo scrupolo della forma, che lasciava
perdere le idee anziché presentarle in una veste non adorna (2). E il segreto
dell'arte sua stava, com'egli stesso il Cortesi afferma, nel dare al discorso
un giro ritmico, come si sente appunto in Cicerone e che gli scrittori del suo
tempo ignoravano ancora intieramente : « mea quidem sententia est orationem
latinam numerosa quadam structura contineri o- portere, quae adhuc omnino a
nostris hominibus ignoretur. È celebre la questione sul ciceronianismo
dibattuta fra il Cortesi e il Poliziano; ma prima di parlarne, devo ricercare
il principio stilistico del Poliziano. Il Poliziano nello stile è eclettico;
non segue nessun autore in particolare, ma piglia da tutti il meglio, o siano
del secolo aureo o dell'anteriore o del posteriore. Con questo principio egli
si piantava contro ai ciceroniani, i quali gli movevano perciò aspra guerra,
come si scorge dalle difese ch'egli fa qua e là di sé medesimo. In nessun luogo
come nella lettera a Pietro de' Medici (4) si sente (1) Cortes., De hom. docHs,
praef. PoLiT., Epist. il dispetto del Poliziano per le critiche che gli si
facevano e ad un tempo una esplicita professione di eclettismo: « uno mi dirà,
egli scrive, che le mie lettere non sono ciceroniane; ma io gli rispondo che
dello stile epistolare di Cicerone non si deve tenere verun conto; un altro mi
rimprovererà di imitar Cicerone; ma io gli rispondo che niente io desidero
meglio che di acchiappar almeno Tombra di Cicerone ; un altro vor- rebbe che io
imitassi Plinio, scrittore maturo e dotto; ma io gli dico che ho in disprezzo
tutto il secolo di Plinio; a un altro parrà che io arieggi un po' troppo Plinio
e io gli citerò Sidonio Apollinare, scrittore non dispregevole affatto, che dà
la palma a Plinio nello stile epistolare ». Uno degli avversari di questo
eclettismo e nemico personale del Poliziano per giunta era Bartolomeo Scala,
che si illudeva, dice Erasmo, di essere ciceroniano, quantunque lo
dissimulasse, e a cui non piacevano Ermolao Barbaro e il Poliziano, perchè poco
cice- roniani: «ma io" del resto preferisco quello che il Poliziano fa
dormendo, a quello che lo Scala scrive da desto e con ogni diligenza » (1). Lo
Scala pertanto, inculcava al Poliziano Fimi- tazione di Cicerone; e 11
Poliziano gli risponde che Varrone dava a Cicerone la palma dell'eloquenza, ma quella
della lingua la riteneva per sé; che fra gli scrittori romani vi sono anche
'Sallustio e Livio e Quintiliano e Seneca e i due Plini ; e che l'imitar solo
Cicerone è una pazzia, perchè con un solo stile non si può esprimere tutto; lo
stile deve variare secondo la materia, la persona a cui si scrive e il tempo:
non so proprio sopportare certi presunti dotti, che vanno in tutto sulla
falsariga di Cicerone. Lo Scala gli replica che potrebbe essere d'accordo con
lui riguardo a Sallustio e Livio; ma non am- metterà mai Quintiliano, Seneca e
i due Plini fra gli autori da imitare (2). Un altro carattere dello stile del
Poliziano era una certa oscurità e singolarità affettata. Egli andava pescando
con as- sidua cura tutti i vocaboli e le locuzioni più rare e meno Erasmus,
Bialog, ciceronianus. .] ;^^\ (f;> PoLiT., Epist, lib. V. " .1 .. i,Vi (ì\ note
: « e lo faccio apposta, dice egli stesso, perchè io scrivo per gli eruditi e
non per il volgo; etenim si quae cuique obvia sint, ea tantum noster sermo
recipiat, nulla magis quam tabellionum lingua utemur; d'altra parte reputo
giusto rimet- tere in luce quella recondita suppellettile, a patto che si
faccia con discernimento » (1). Lo Scala, questa volta abbastanza ar-
gutamente, chiamava il Poliziano ed Ermolao Barbaro, dilet- tante anche lui di
parole rare, col nome di ferrurninaiores; Ermolao aveva adoperato questo
vocabolo strano. Altri chia- mavano quelle parole porienta verborum; cosa che
dava ai nervi al Poliziano: « quali siano quelle che chiamano mo- struosità dt
parole, io non lo so; seppure non credono mo- struosità quelle parole che sono
nuove per loro e che hanno ora udito o inteso la prima volta. Poiché io non ho
coniatx> di mio nessun vocabolo, né adopero se non autori general- mente
adottati. Ma io non sono di quelli che lasciano in gran parte perire la lingua
latina, essendo da ognuno schivate quelle parole che sono dalla moltitudine
ignorate; e infatti siamo ridotti al punto, che nemmeno le parole dei più
stimati autori possiamo adoperare sicuramente, perché comunemente sono poco
note. Per mostrare con quale compiacenza egli inserisca queste parole nel suo
discorso, serva il seguente passo : « mox commentarios quoque in easdem silvas
(Statii) publicaturus brevissimos illos quidem, sed tamen prorsus (ut plautinum
verbum paene amissum revocetur) amussitatos. A lui pareva di salvare e direi
quasi di galvanizzare queste parole, adoperandole: era però una rivendicazione
generosa, ma vana. Pietro Crinito (Ricci) racconta che il Poliziano si
dilettava moltissimo di parole composte, come le seguenti: arietes reciprocicomes
et lantcutes, trovate nei mimi di Laberio; e di queste altre: hestiaeexungues
et excornes, ivo- vate in Tertulliano; perché quella composizione era simpatica
PoLiT., Epist.^ lib. V; cfr. Miscellanea^ praef. (2) PoLiT., EpisL. e graziosa
e non ingrata come in mólte altre. Io mi con- tento di trascrivere qui, come
saggio di questo stile, un pe- riodo della prefazione alle Miscellanee (p.
485), nella quale pare che il Poliziano abbia voluto pensatamente sbizzar-
rirsi: «Ergo ut agrestes illos et hircosos quaedam ex bis impolita et rudia
delectabunt, exasceataque magis quam de- dolata nec modo limam sed nec runcinas
experta nec sco- binas, ita e diverso vermiculata interim dictio et tessellis
pluricoloribus variegata delicatiores hos capiet volsos et pu- nicatos, ne
conflatis utrinque vocibus et acquali vel plausu vel sibilo aut' ad caelum
efferar aut ad humum deiciar ». In conclusione mi sembra che il giudizio di
Francesco Pucci, di- scepolo del Poliziano, definisca meglio di ogni altro
questo stile a mosaico, tutto fiorettato, che non cessa di avere però gran
sapore latino: « de omatu ilio, scrive egli al maestro, et lepore nitidissimae
orationis quid dicam? quae vario quodam et prope vermiculato intertextu
lasciviens omnesque verborum flosculos captans, candorem tamen ubique
latinitatis et quasi pudicitiam praefert. E ora vengo alla questione tra il
Poliziano e il Cortesi, la prima vera battaglia del ciceronianismo. Cortesi
avea fatto una raccolta di lettere di vari dotti, che mandò al Poliziano, con
cui stava in ottima relazione allora, perchè ne giudicasse se fosse degna di
essere pubblicata. Il Poliziano lasciò passare parecchio tempo prima di
rispondergli e, quando gli rispose, lo fece con una certa mal dissimulata
insolenza, che fa sup- porre fossero nati degli screzi tra lui e il Cortesi.
Gli risponde secco secco che si pente d'aver perduto il tempo a leggere quella
raccolta, la quale non meritava d'essere fatta dal Cor- tesi; e con questi
complimenti muta la sua risposta in una filippica contro i ciceroniani, ch'egli
chiama scimie di Cicerone in ben altro senso che il Villani diceva del
Salutati. « A me pare più bella assai la faccia di un toro o di un leone, che
quella di una scimia, quantunque cosi rassomigliante all'uomo». Grinit., Be
honesta disciplina, II, 13. PoLiTiAN., Epist. E seguita esponendo quale sia il
vero principio deirimitazione : Quelli che compongono solo per imitazione mi
sembrano al- trettanti pappagalli o gazze, che ripetono parole che non in-
tendono. Gli scritti di costoro mancano di nervi e di vita, mancano di
movimento, mancano di sentimento, mancano di ogni impronta originale , sono
supini, dormono, ronfano. Non vi è verità , non sostanza , non efficacia. Mi
dice taluno che io non ritraggo Cicerone: e che perciò? io non sono Cicerone,
ma io, credo, ritraggo me stesso; me tamen, ut opinor, ex- primo. Vi sono poi
di quelli che vanno mendicando lo stile come il parie a tozzo a tozzo, campando
la vita non dico d'oggi in domani, ma oggi per oggi ; e se non hanno sempre
davanti^ il libro, da cui togliere, non sanno mettere insieme tre parole, e
anche queste mal cucite o contaminate di barbarismi. Lo stile di questi tali è
sempre tentennante, barcollante, incerto, mal preparato e mal digerito; e io
non li posso assolutamente soffrire, quando li sento far la critica
insolentemente ai dotti, a quelli intendo il cui stile esce dalla lunga
fermentazione di una erudizione profonda, di una svariata lettura e d'un con-
tinuato esercizio. Se vuoi pertanto giovarti dell'imitazione, leggi pure
Cicerone e gli altri, ma leggili molto e a lungo, abbili sempre in mano,
imparali, smaltiscili, fornisciti la mente di una buona suppelle:ttile di
cognizioni e allora, quando ti preparerai a scrivere, nuota sènza sughero, come
dice il pro- verbio, e. prendi consiglio da te stesso e lascia quella pedan-
tesca e affannosa preoccupazione di scimiottar Cicerone : metti a prova insomma
tutte le tue forze. Poiché quelli che stanno* estatici a contemplare codesti
lineamenti , come voi li chia- mate e che per me sono ridicoli, non sanno pòi
riprodurli con- venientemente e ritardano lo slancio d.el pròprio ingegno, Il
principio stilistico del Poliziano è su per giù quello slesso del Petrarca, che
lo stile è l'uomo, e si può compendiare in queste sue parole: « non exprimis,
inquit aliquis, Ciceronem: quid tum? non enim sum Cicero; me tamen, ut opinor,
ex- primo »: PoLiTUN., Epist. La replica del Cortesi non manca di tradire un
certo risentimento, ma conserva sempre una tal quale severa correttezza,
veramente ciceroniana. Egli dichiara che, nella condizione in cui si trovava
l'eloquenza al tempo suo, era necessaria l'imitazione e il modello più perfetto
da seguire essere Cicerone. Imitarlo dunque, ma non come la scimia l'uomo,
bensì come un figlio il padre; quella riproduce le sole deformità e sconcezze,
questi, mentre ritrae del padre il volto, il portamento, la voce, ha pure qualche
cosa di suo : aliquid suum, aliquid naturale, aliquid diversum; messi a con-
fronto, sembrano dissimili. Ma Cicerone non è cosi facile, come pare ;
riproducono la sua abbondanza, la sua spontaneità, ma i nervi, gli aculei
mancano e allora sono a mille miglia da Cice- rone. Onde quello che mi potrai
rimproverare è di non saperlo imitare, ma non per questo mi avrai dimostrato
che io non devo imitarlo; meglio seguace e scimia di Cicerone, che sco- laro e
figlio d'altri : ego malo esse assecla et simia Ciceronis, quam alumnus et
filius aliorum. Del resto , seguita Cortesi, un autore, pur che sia, bisogna
imitarlo; l'imita- zione è legge naturale. Coloro che non vogliono imitar nes-
suno e ottener fama senza ritrarre nulla da chicchessia, mancano nello scrivere
di robustezza e di forza; e quelli stessi che danno a credere di fare
assegnamento sulle sole forze del proprio ingegno, non possono a meno di non
trarre idee e concetti dai libri altrui e infarcirne i propri, di che nasce un
genere difettoso di scrivere, giacche ora sono rozzi e sozzi, ora lindi ed
eleganti e rendono imagine di un campo, dove siano seminate sementi diverse e
tra loro nemiche. Poiché non può essere che cibi troppo diversi non si digeri-
scano male e che non avvenga collisione fra parole tanto differenti. E che
buona impressione poi possono mai fare quelle parole di significato ambiguo,
quei vocàboli sghembi, quei concetti stentati, quella scabrosa struttura, quei
traslati audaci e mal trovati, quelle ricercate spezzature di periodo? Questo
accade appunto a chi prende un concetto di qua, una parola di là, senza imitar
costantemente nessuno. Lo stile di costoro mi rassomiglia ad una bottega di
ebrei. POLITUN., Episu. Quest'ultima è un'allusione abbastanza acre allo stile
a mosaico del Poliziano; ma la parte più originale e più arguta di questa
lettera del Cortesi è l' esordio, il quale è tutto una acutissima satira , una
finissima caricatura dell' esordio del Poliziano. Meritano i due esordi di
essere attentamente esa- minati. Esordio del Poliziano: « Remitto epistulas
diligentia tua coUectas, in quibus legendis, ut libere dicam, pudet et bonas
horas male collocasse; nam et praeter omnino paucas, mi- nime dignae sunt quae
vel a dodo aliquo lectae vel a te coUectae dicantur. Quas probem, quas rursus
improbem, non explico; nolo sibi quisquam vel placeat in his auctore me vel
displiceat ». Esordio del Cortesi: « Nihil unquam mihi tam praeter opinionem
meam accidit, quam redditus a te liber epistularum nostrarum. Putabam enim
illum tibi in tantis occupationibus excidisse. Nunc autem lectis tuis litteris
video illum non modo a te gustatum, sed etiam piane devoratum, cum et
scripseris puduisse te in eo legendo bonas horas male collocasse et eas ipsas
minime tibi dignas videri quae vel ab aliquo dodo lectae vel a me collectae
fuisse dicantur, praeter nescio quas hominum perpaucorwn. Ego autem totum istud
tibi remitto nec piane iudicium meum interponam, curii jnefas sit quo- dammodo
a te dissentire et ego is sim qui de altero iudicium /acere, ut ait M. TuUius,
nec velim si possim, nec possim si velim ». Primieramente nel tuono di tutto l'
esordio del Cortesi ci è una spiritosa replica al contegno sprezzante del
Poliziano, con cui fanno contrasto quelle espressioni di ironico stupore: nihil
unquam mihi tam praeter opinionem etc; non mx)do gustatum,, sed devoratum,
etc.; e queste altre di ironica modestia: cum, nefas sit quodammodo a te
dissentire etc. Poi quella frase copiata da Cicerone nec velim si possim etc.
con quell'aggiunta ut ait M. Tullius, messa li proprio nella risposta ad una
lettera in cui si faceva la critica dei cicero- niani, sono una vera
canzonatura; come canzonatura è anche il modesto minimje dignas videri opposto
all' assoluto minime dignae sunt del Poliziano. In secondo luogo T esordio del
Cortesi ha l'aria di essere, an2i è una lezione di grammatica e di stilistica
all'esordio del Poliziano. Al remitto del Poliziano il Cortesi sostituisce
giustamente un redditus, riservandosi poi di rimbeccarglielo con l'altro totum
isticd tibi remitto. L'anafora esatta dei due et scripseris jmduisse et eas
ipsas minime videri è una sa- tira ai due pudet et honas.,, nam, et praeter
usati negligen- temente dal Poliziano. Il Cortesi mette il te come soggetto
dell'infinito collocasse e il fuisse come complemento di di- cantur , due
omissioni che si notano nel Poliziano, a cui il Cortesi finalmente muta
omm/trvo pauccLS in perpaucorum, e docto aliquo in aliquo docto, — Sarei
curioso di sapere perchè il Poliziano, pur tanto arguto quando voleva^ non
abbia rimbeccato questa prova di stile e di spirito veramente, bisogna dirlo,
ciceroniani. La contesa fra il Cortesi e il Poliziano ha fatto gran re- more
nella classe degli umanisti e fu diversamente giudicata, secondo le diverse
scuole stilistiche. Il Bembo, ardente cice- roniano, plaudi molto alla lettera
del Cortesi, bella, arguta e nel medesimo tempo seria: «Panili Cortesii
epistulam bellam illam quidem et cum argutulam tum etiam gravem Bembo aggiunge
che il Cortesi annientò la leggerezza del Poliziano, dotto ed elevato ingegno,
ma poco prudente, il quale accorgendosi di non potere assolutamente conseguire,
né aven- dola infatti conseguita nemmeno da lontano, la perfezione dello stile
di Cicerone, si rivolse a condannare quelli che lo ritraevano e che in
qualunque modo adoperavano uno stile d' imitazione. Quanto sfavorevolmente il
Bembo giudicò del Poliziano, altrettanto favorevolmente Erasmo, il quale,
esaminato il contenuto delle due lettere, dice quella del Po- liziano esser
veramente ciceroniana, elegante ed efficace nella sua brevità ; quella del Cortesi
prolissa e tutt'altro che cice- roniana. « Il Cortesi, scrive Erasmo, cade in
contraddizione, dicendo prima che egli vorrebbe rassomigliare a Cicerone non
come una scimia all'uomo, ma come un figlio al padre, e Risposta a Frane. Pico;
Opera, Venetiis. poi che vorrebbe essere scimia di Cicerone, anziché figlio
d'altri. Inoltre il Cortesi divaga dal vero argomento; o era del parere del
Poliziano e perchè gli risponde come se gli fosse contrario? o non era del
parere del Poliziano e per- chè non lo confutò? » Gonchiude cTie il Poliziano
non ri- spose perchè quella lettera non avea nulla che fare con la disputa : «
cui velut- aliena loquenti nihil respondit Politianus. .Riempie del suo stile
elegante, fluido e armonioso la seconda metà del secolo decimoquinto il
Pontano. Non ha le sgramma- ticature e le costruzioni arbitrarie di Poggio, ma
si riserva una certa libertà di foggiare il periodo latino; non è cicero- niano
e scelto come il Cortesi, ma immensamente più vivace ed eflìcace; è eclettico
come il Poliziano, ma schiva quei vocaboli strani, che danno troppa
affettazione allo stile. « Io potrei trovare, dice Erasmo, a centinaia le
parole non cice- roniane nel Pontano, ma il suo scrivere mi rapisce con quella
placida cadenza; mi solletica le orecchie quel soave armo- nizzar delle parole;
mi abbaglia quello spendore e quella maestà di stile ». Stupendo giudizio, che
non si può riprodurre meglio che con le sue parole: « me rapit tacito quodam
orationis lapsu ; verboriim dulce quiddam resonantium amoeno tinnitu permulcet
aurés ; demum splendore quodam perstringit dignitas ac maiestas orationis »
(2). Non diversamente lo giu- dica il suo grande ammiratore Francesco Florido,
il «quale rimprovera ad Erasmo d' aver per poco misurato il Pontano alla
stregua di Cicerone, perchè il Pontano « ha uno stile tutto suo proprio, che
procede misurato, tranquillo e puro, ma che di quando in quando s'eleva ad
un'altezza che è ad altri impossibile toccare » (3). Una forma di stile
singolare e strana è quella del vecchio Beroaldo, il quale è più degno di
essere un contemporaneo di Appuleio e di Fulgenzio, che del Pontano e del
Poliziano. Dialog. ctceron. Dialog. ctceron. Florio., Lectiones succisivae. Eppure quello
stile non è nato cosi all' improvviso dalla biz- zarra fantasia del Beroaldo,
ma è un troppo rigoglioso svi- luppo d'un germe che già si trova nello stile
del Poliziano. I portenta verhorum, di cui io ho recato un saggio vera- mente
singolare, traendolo dalia prefazione alle Miscellanee e che furono tanto
giustamente rimproverati al Poliziano, divennero il pane quotidiano del
Beroaldo. Il male gli fu at- taccato dall'autore stesso del male, cioè
Appuleio, col quale egli, commentandolo, si famigliarizzò al segno, da
diventare l'Appuleio moderno. Quello è uno stile convulsivo, di colorito
africano, come lo scrittore che lo creò,. delizia di una società degenere, che
non gustando più il bello naturale, si pasce del bello affettato e di stranezze:
espressione manierata e pomposa; periodare rimbombante e sbocconcellato,
sminuzzo- lato ; sciupio di epiteti esornativi ; antitesi e allitterazioni
stuzzicanti; spreco di metafore esagerate; pleonasmi per tutto; frasi
accattate, parole rare e ignote, composizioni di vocaboli strane ed oscure. E
tale è appunto lo stile del Beroaldo; zeppo di nomi astratti, di aggettivi
formati da quei nomi, di vocaboli greci latinizzati, di antitesi strane e
contorte ; d'onde (jueir oscurità che i contemporanei gli rimproveravano. Ma
egli pare stupito di quei rimproveri, perchè il suo modo di scrivere sembra a
lui il più naturale del mondo. « Io scrivo per i dotti, rispondeva egli, e non
per il volgo e prendo i , miei vocaboli tutti da latinisstmi scrittori;
latinissimi scrittori erano per lui tutti gli autori da Plauto a Boezio,
compresi i padri della chiesa e i traduttori della bibbia* I letterati del suo
tempo stuzzicati dalla novità applaudirono, ma i critici dell'età seguente
furono scandolezzati di quel- r intemperanza di stile. Il Griovio dice : «
qua^rebat rancidae vetustatis vocabula iam piane repudiata a sanis scriptoribus.
Florido poi fa del Beroaldo una sanguinosa caratteristica, rimproverandolo di
avere appestato il mondo col suo stile e domandando che si facesse una legge
speciale per impedire (i) Beroal., Orationes et Carmina; Brixiae 1497; lettera
al Calchi. (2) Elogia. la pubblicazione e la lettura delle sue opere, che con
una parola molto energica egli chiama cacationes. Io voglio dare un saggio di
questo stile. Non* parlo di vo- caboli inventati, come secretarius, galleria,
sclopus, giran- dola, di cui si trova nei suoi scritti un'abbondante raccolta;
non di parole rare, come innoTninaMis, ultramundanus, ege- siosus, sequestratus,
auricularius; non di parole greche lati- nizzate, come mythicon, historicon.
Ecco alcune delle sue meta- fore e personificazioni : « vellem mihi a diis
immortalibus dari fluvium TuUianae eloquentiae et torrentem Demosthenis facun-
diam »; — « si coepero de prudentia tua singulari praedicare, occurret
iustitia, quae postponi gemebunda dolebit; si dixero de fortitudine,
tristabitur temperantia ; si laudavero liberalitatem, frugalitas ipsa se
contemni existimabit; si clementiam extulero, severitas indignabitur; fulminibus
fortunae impotentis semiustulatus ». Ma più di tutto apparisce questo modo di
scri- vere dall'esame di un periodo intero. Eccone uno : « qui (amor) ventis
requiem, qui mari tranquillitatem (largitur); qui eie- menta societate
conglutinat, qui cunctas animantes familia- ritate conciliat; benevolentiae
largitor, malevolentiae exter- minator. Et quemadmodum coniungi non potest
amaritudo cum dulcedine, caligo cum lumino, pluvia cum serenitate, pugna cum
pace, cum fecunditate sterilitas, cum tranquil- litate tempestas, ita cum.
amore odium, invidia, malevolentia copulari non possunt; et quemadmodum, radius
a sole, caler ab igne, rigor a glacie, candor a nive nequeunt separari, ita ab
amore divelli non possunt benevolentia, societas, necessi- tudo, concordia; hic
est enim amabilissimus amicitiae nodus princepsque ad benevolentiam
conglutinandam, unde ab amore amicitiam nuncupatam esse sapienter tradiderunt.
Quod est in navigio gubernator, quod jn civitate magistratus, quod in mundo
sol, hoc inter mortales est amor. Navigium sine gu- bernatore labascit, civitas
sine magistratu periclitatur, mundus sine sole tenebricosus efflcitur et
mortalium vita sine amore vitalis non est: toUe ex hominibus amorem, solem e
mundo Lectiones succisivae sustulisse
videberis ». — Abuso di astratti , personificazioni, sciupio di sinonimia,
concettosità, anafore e chiasmi, ora soli ora intrecciati, paronomasie,
antitesi, giochi di parole: ecco tutto. Più in là del Beroaldo andò il suo
scolaro e imitatore Bat- tista Pio. Ecco un sa^io del suo stile e credo che
valga più di qualunque commento: « Fissiculanti mihi et per horarum minutias
acerrime vestiganti, quidnam sit forte fortuna in hac labida et morbili ne
dicam morbonia et nosocomio mortali- tatis nobile, regium , consummatum et
absolutum, subit id sa- pientis apophthegma et bracteatus adagio, illum esse
nimirum hominem, qui rerum caducarum et subcisivarum principatum sceptrumque
retinet ». Questo passo è citato dal Florido (1), il quale fa un'acre invettiva
contro il Pio, di cui dice molto vivacemente che nella immondezza dello stile
superò il mae- stro (2). Anche il Giovio è assai severo col Pio, che scioc-
camente imitando il maestro Beroaldo andava a caccia in Fulgenzio, Sidonio,
Plauto, Valerio Fiacco, con una passione da matto, dei vocaboli più rancidi che
trovasse; lo ammirava la stolta turba degli scolari , mentre chi aveva fior di
senno se ne rideva. E seguita raccontando il Giovio che quelle mo- struosità di
parole e di locuzioni messe in giro da belli spiriti entrarono anche nella
scena, e infetti fu da costoro composta una comedia, che è stampata, nella
quale si introduce il Pio a parlare con quel suo gergo, intanto che il
grammatico Prisciano lo rimprovera e denudategli le natiche, lo batte con lo
scudiscio, come si fa ai ragazzi che imparano male la le- zione. Ma il Pio
tranquillo della sua coscienza non si curava di quelle caricature: « Pius
quadrato ingenio eas nasutorum rumores contempsit, sua conscientia profecto
felix » (3). (i) Apologia^ p. 118. (2) Lectiones succis. lovius, Elogia. BATTAGLIA:
Bembo, Pico, Manuzio, Poggiani. Moderata come la prima fu anche la seconda
battaglia, com- battuta tra il Bembo e Gianfrancesco Pico della Mirandola. Il
Pico quale alunno del Poliziano era eclettico, il Bembo ciceroniano, anzi uno
dei più eleganti, dei più perfetti cice- roniani. In Roma nel 1512 essi aveano
agitata a voce la questione deirimitazione e il Pico in seguito alla
discussione ne scrisse una lettera al Bembo, con la data del 19 settem- bre
1512, eh' egli compose in poche ore. Il Pico mostra che l'uomo non deve
solamente e unicamente imitare ; l'imitazione gli potrà essere un aiuto a
sviluppare le sue facoltà personali, ma a queste sopra ogni cosa egli dee tener
la mira; e anche imitando, non bisogna limitarsi ad un solo, ma trarre da tutti
il meglio, come fa il pittore. Chi dice che Cicerone sia pro- prio perfetto in
tutto? ciò è -impossibile e gli antichi stessi trovavano molto da biasimare in
lui ; e d'altra parte i mano- scritti sono tanto guasti, che sarebbe pazzia
pretendere che ci fosse arrivato genuino Cicerone nelle sue opere. Io mi me-
raviglio, continua il Pico, che al tempo nostro si voglia star tanto attaccati
agli antichi ; eppure ingegni non ne mancano. Perchè non sviluppano essi le
loro facoltà mentali secondo lo spirito dei nuovi tempi? Ogni età ha i suoi
bisogni, i suoi sentimenti ; a quelli deve servire, quelli esprimere. E poi va-
riano gli argomenti; come si potrà adattare la lingua e lo stile di un solo
autore a tanta varietà? Io veglio ammettere che si imiti Cicerone ; si
imiteranno le sue parole, ma la viva struttura di esse giammai; provati a
disfare un muro e a rifarlo poi coi medesimi materiali; i materiali restano i
me- desimi, ma la cementa tura sarà diversa e quella è opera tua ; dunque anche
imitando si può e si deve riuscir originali. 1. Frano. Picus, ad P. Bembum, de imitatione. La
risposta del Bembo comprende due parti. Nella prima ribatte il sistema del
Pico, mostran- dogli che quella facoltà, innata da lui ammessa nell'uomo non
esiste e si acquista invece con l'imitazione; io, dice egli, me la sono
acquistata col lungo esercizio e con l'imitare. Tu mi dici, continua il Bembo,
che si devono, se mai, imitare tutti i buoni. Ma come? domando io. Imitarne lo
stile in ge- nerale desumere il meglio da ciascuno? Nel primo caso con tante
diverse specie di stili non arriverai mai a formarti uno stile che abbia unità.
Nel secondo caso non si imita, ma si mendica un tozzo di qua, un tozzo di là.
Perchè quando si dice imitare, si intende che bisogna comprendere tutto il com-
plesso della forma e le singole parti : « imitatio totam com- plectitur
scriptionis formam, singulas eius partes assequi po- stulat, in universa stili
structura atque corpore versatur ». Se io imito Sallustio, non mi devo
contentare di riprodurre la sua brevità, ma anche le sue parole, le sue
costruzioni. Imitare un autore vuol dire rendere la sua fisionomia, il colo-
ritx) individuale : « totam mihi oportet eius stili faciem expri- mat,. cuius
se imita torem dici vult, quem eo nomina dignum putem ». Ogni autore ha un suo
special colorito : oggi io imito Cesare; s'intende che devo assimilarmi la sua
natura; come potrò io domani spogliarmela d'un tratto, per rivestire il mio
stile, poniamo, del colorito di Sallustio? Questo è impossibile; impossibile è
dunque imitare più di un solo autore. Chi fa diversamente, riesce ad uno stile
proteiforme e tutt'altro che bello. Nella seconda parte, non meno
caratteristica e importante della prima, il Bembo spiega la genesi del suo
criterio d'imi- tazione. Da prima, egli scrive, ebbi anch'io la tua opinione e
mi provai di scegliere da tutti gli autori il meglio, ma ben presto m'accorsi
della falsità di questo principio. In secondo luogo imaginai di formarmi uno
stile tutto mio proprio, per- sonale, pensando che l'originalità del tentativo
avrebbe riscossi gli applausi de' dotti; ma messomi alla prova, vidi che nes-
suna forma di stile poteva esser nuova, giacché qual più qual meno tutte erano
state esaurite dagli antichi; e poi il mio stile, posto a confronto con quello
degli antichi, ci perdeva assai in colorito. Allora risolvetti di appigliarmi
all'imitazione; ma da quali autori cominciare? dai sommi o dai mediocri? mi
decisi per i mediocri, con la speranza ch'essi mi avrebbero avvici- nato un po'
più ai sommi. Ma qual non fu la mia delusione, quando dai mediocri passai ai
sommi. Io aveva già contratta la natura di quelli, si che invece di essermi
avvicinato ai sommi, me ne ero allontanato. Allora feci ogni sforzo per can-
cellare quanto di quelle letture m'era rimasto nella memoria: < e memoria nostra
deletis penitus iis, quae alte tunc imita- tione non optimorum insederant », mi
volsi all'imitazione dei sommi e di questi scelsi un solo. Cicerone. — Accusano
Cice- rone di soverchia verbosità, specialmente quando parla di sé; ma questo
non è difetto di stile, bensì debolezza d'animo ; debo- lezza felice del resto,
perchè tutte le volte eh' egli torna a parlar di sé, lo fa con tanta eleganza.
Lo dicono inoltre ca- rattere incostante, ma nulla da ciò ne soffre lo stile, «
qui esse optimus in vita non optima potest ». Né si obbietti che Cicerone non è
adatto a tutti gli argomenti, perché nelle varie sue opere si trova una grande
varietà di stile. Del resto la stessa storia naturale di Plinio si potrebbe
scrivere in stile ciceroniano e la estensione maggiore che acquisterebbe sa-
rebbe ad usura compensata dalla dignità e bellezza della locuzione. Bembo nella
sua lettera formula queste tre leggi dell'imitazione: 1* si imitino gli ottimi;
2* si imitino da eguagliarli; 3* eguagliatili, cerchiamo di superarli. Quello
che é curioso nella lettera del Bembo, è l'espo- sizione dei vari tentativi
fatti prima di giungere ad un criterio definitivo d'imitazione. E per
l'analogia che ha col Bembo e per la sua singolarità veglio qui recare anche
l'esempio di Paolo Manuzio, il quale cosi spiega la genesi e la natura del suo
criterio imitativo. Nel discorso, egli dice, bisogna distinguere Videa e idi
parola; come mi conteneva io in sul principio? pigliavo dagli autori latini le
idee con le loro frasi corrispon- denti e le inserivo tali e quali nei miei
scritti. Ma mi accorsi che era sistema erroneo; era un gioco di memoria; e
quando P. Bembus, ad loh. Francisc.
Picum^ de imitatione. mi fossi posto a comporre di mio, non sarei riuscito a
nulla. Mutai allora indirizzo ed ecco come praticai. Pigliavo da Cicerone e da
Terenzio le idee e le ruminavo nella mia mente, cercando di impadronirmene e
quindi di vestirle di forma appropriata ed eletta, non però con parole del
testo, bensì con parole mie: quelle idee per tal guisa acquistavano una certa
originalità. Pigliavo dall'altra parte le parole di quei due au- tori e,
cercando le molteplici significazioni traslate di esse, mi sforzavo di esprimere
con le medesime parole idee diffe- renti e anche in questo io faceva un lavoro
originale. Tutto quello che io sono, conchiude il Manuzio, lo devo a un simile
sistema (1). Il metodo del Manu^o è quello stesso del ciceroniano Giulio
Pc^giani, il quale reca anche per maggior chiarezza alcuni esempi. Il Foggiani
dopo di aver detto che i veri ciceroniani sono assai pochi per due ragioni, la
prima che imitano, oltre a Cicerone, autori di bassa lega, la seconda che non
lo sanno imitare, perchè trasportano di pianta le sue idee e le sue frasi nei
propri scritti, passa a spiegare il suo metodo, ch'egli raccomanda agli
studiosi. Essere intanto una idea falsa il cre- dere che non si possano
trattare se non gli argomenti trattati da Cicerone ; ma doversi invece potere
le parole di lui adattare a qualsiasi ordine di idee e vestire le proprie idee
con parole diverse dalle sue. Dall'una parte, continua il Poggiani, capi-
tandomi sott' occhio una locuzione di Cicerone, cercavo di vestire con quella
differenti altre idee, p. es. Cicerone* dice: « PuNii Rutila adulescentiam ad
opinionem et innocentiae et iuris scientiae P. Scaevolae commendavit domus »,
Io applicava la frase ad altra cosa in questo modo: «Hanni- balis Minalis
adulescentiam ad opinionem et eloquentiae et philosqphiae Flaminii Nóbilii
consuetudo commendavit ». » Dall'altra parte pigliavo o da Cicerone o da altri
le sentenze, esercitandomi a porle sotto differente forma; mentre perciò prima
con la medesima cera foggiavo diverse imagini, ora Lettere inedite di P. Manuzio, Archivio
veneto, XXIII; li, let- tera 3a. R. Sabbadini, Ciceronianismo e altre questioni
letterarie. vestivo di un altro abito la medesima persona. P. es. trovando ne
quid nimts; late patet invidia, io traduceva: tenendus est omnium rerum modus;
niìiilnon occupai invidia. Cosi mutando le parole si fanno creder proprie le
sentenze tolte agli altri, secondo il costume dei ladri, i quali perchè non
vengano riconosciute le cose rubate^ le rimutano, facendo, p. es., di una
giubba un calzone. Altre volte io mi esercitava a voltar nel senso contrario le
parole e le frasi di Cicerone: egli diceva in laetitia doleo ed io in dolore
laetor; egli tar- dius facere ed io diligentius facere; egli celerius, io
negli- gentius. PERIODO EROICO: Erasmo, Longolio, Boleto, Scaligero, Florido. È
graziosa e spiritosa quanto mai la descrizione di un viaggio che Suppazio, un
interlocutore tìqM' Antonius (2) del Fontano, intraprende per le città d'Italia
a cercarvi un sapiente, verso la fine del secolo XV. Si indovina alla bella
prima che il sapiente non Tha trovato; ma invece matti, stravaganti, scioc-
chi, corrotti per tutto. A Roma ecco che cosa gli accadde. Dedicò due giorni ai
monumenti sacri e profani; il terzo giorno andò a zonzo per osservare i costumi
della gente ; ma incontrò rufl3ani, bordellieri, tavernieri a campo dei Fiori;
usurai a ponte S. Angelo; al Laterano cuochi e bettolieri; per •le strade e i
viottoli ubbriachi e magnoni. E fino allora Tavea passata liscia, col pericolo
però di lasciare il mantello in mano di qualche meretrice o di essere
schiacciato sotto le mule dei preti; quando imbattutosi in un tale, non si può
tenere dallo sfogarsi e dirgli: ma qui si marcisce neirozio: « otio marcescunt
homines ». Non V avesse mai fatto il mal- <1) Lettera di G. Foggiani in
Mureti, Orai, et Epist. Lyon. capitato. Quel tale era un grammatico, che prese
a pugni il povero Suppazio, perchè i verbi, uscenti in esco come mar- Cesco non
ricevono il caso ablativo. Suppazio ebbe un bel citare Cicerone, Vergilio,
Plinio, ma se ne dovette fuggire malconcio. Lo vide uno che passava e gli
chiese se gli aves- sero fatto del male. Sì, rispose, ho patito ingiuria da un
gram- matico: « iniuriam passus sum ». — L'interlocutore era per disgrazia
anche questa volta un grammatico ; e dove hai tro- vato, gli saltò su, la frase
iniuriam pati, vecchio ignorante di latino? Citò Suppazio la terza FUùppica e
il Lelio di Cice- rone: flato sprecato, l'altro levava i pugni. E Suppazio via;
e si ricoverò in provincia a Velletri, a Terracina; ma incontrò di peggio:
altri grammatici anche là e cosi insolenti che, mentre egli parlando con un
medico usò la parola frictio, uno lo interruppe villanamente, facendo un
fracasso indiavolato, che si dovea dire fricatio. Questa la caricatura; ma tale
o poco meno era la società romana, e a Roma questioni più o meno oziose di
gramma- tica, di purismo e di stile si dibatteano molto frequentemente: basti
per tutte quella tra irBembo e il Pico. Certo è che nella prima metà del secolo
XVI il centro del ciceronianismo è Roma, dove l'accademia romana rappresenta la
parte mili- tante, Pietro Bembo il duce. Ciceroniano il papa Leone X,
ciceroniani i suoi due famosi abbreviatori il Bembo e il Sadoleto, ciceroniani
gli accademici Lelio Massimi, P. Pazzi, Battista basali, Porcio Camillo, il
Marino, il Castellani, Giulio Tomarozi, il Flaminio, l'Ubaldino. Il Bembo
sarebbe giunto a dichiarare di preferire lo scrivere ciceroniano al possedere
il ducato di Mantova (1), a cui faceva eco, rincarando la dose, Lazaro
Bonamico, che preferiva l'essere ciceroniano all'essere re papa. Traduceva il
Bembo senato della repubblica veneta con patres conscripti; dicchi e ducati con
reges e regna; re della Persia e dei Turchi con reges Armeniae et Thracum;
Lodovico con Aloysius. Nelle date delle lettere e dei brevi (1) BuRiGNY, Leben
des Erasmics aus dem franzós., von G. Henke, Halle. pontifici metteva le
calende e gli idi ; chiamava Dio col nome collettivo di dii immortales; la
Vergine era per lui dea; Gesù un heros; rendeva fides con persuasio ;
ewcommunzcare con aqua et igni interdicere; morituro peccata remittere con deos
superos manesque UH placcare (1). Un ciceroniano, per poco che non volesse
derogare alla sua dignità, si teneva nel suo gabinetto una effigie di Giove che
scende in braccio a Danae, anziché un Gabriele che annunzia alla Vergine il
con- cepimento; e così il ratto di Ganimede, anziché l'ascensione di Cristo
(2). Papi e cardinali alternavano e spesso scambia- vano il Vaticano col
Campidoglio; scambiavano Dio con Giove, Cristo con Apollo, Maria con Diana, i
santi coi numi e divi- devano una giornata fra una predica sacra e una comedia
antica. Un frate ciceroniano fece una predica sulla morte di Cristo, presente
papa Giulio IL Gli accessori dell'orazione, cioè l'esordio e l'epilogo, più
lunghi dell'orazione stessa. L'e- sordio chiamava Giulio II il Giove ottimo
massimo, che nella destra onnipossente tenendo e vibrando il trisulco e inevi-
tabile fulmine, col solo cenno otteneva quel che voleva; indi seguiva^
l'oratore a mostrare che Giulio II col suo cenno avea operato tutto quello che
era accaduto nell'Europa negli anni precedenti. Il discorso si divideva in due
parti : la morte e il trionfo di Cristo. L'oratore nel parlar della morte tirò
in campo il sacrifizio dei Deci, di Curzio, di Cecrope, di Ifigenia e le morti
di Socrate e di Focione; il trionfo poi di Cristo era illustrato da quelli di
Scipione, di Emilio Paolo, di Cesare. Questa società ciceroniana spensierata e
deliziata nelle bel- lezze d'una vita e d'un'arte tutta pagana fu messa a
remore per ben due volte da due stranieri, l' uno ammiratore entu- siastico,
l'altro avversario giurato del ciceronianismo: il Lon- golio ed Erasmo.
Cristoforo Longueil, latinizzato Longolius, ingegno precoce, spirito
irrequieto, anima passionata e infelice, é il cavaliere Leniknt, p. 12; Walch, Qp. cit., XII, 3. Erasmus, Bialogus cicer. errante del
ciceronianismo. Nato a Maclinia, nel Belgio, e vis- suto poco più d'un decennio
nel secolo XV, e gli altri due decenni nel XVI, egli si senti irresistibilmente
attratto alla Italia, allora esuberante di una vit^ intellettuale invidiata e
sospirata dagli stranieri. La sospirò tanto Erasmo e la sospirò ardentemente il
Longolio, il cui sogno era il genio d'Italia: « felicem illum ac piane divinum
genium Italiae sum secu- tus » (1). Ma quante peripezie non dovette egli
traversare prima d'arrivarvi. A otto anni fu mancato agli studi a Parigi, dove
rimase fino all'anno sedicesimo. Indi accompagnò in Spagna Filippo d'Austria
per pochi mesi, dopo i quali si fermò nell'Aquitania a studiar diritto; ivi a
18 anni compose per esercizio rettorico un'orazione, che poi gli fu fatale,
dove con- frontando i Galli coi Romani dava la palma ai Galli. Continuò poi per
altri sei anni gli studi giuridici a Valenza; esercitò quindi due anni
l'avvocatura a Parigi. Finalmente venne a Roma, d'onde, dopo tre anni di soggiorno,
fuggi per ricove- rarsi oltre Alpe e finalmente a Padova, ove fini, la sua vita
a 34 anni nelle braccia di Reginaldo Polo, che l'amava come un fratello.
Scrisse di storia naturale, ora- zioni contro i luterani, discorsi ed epistole
ciceroniane; fU soldato, venne carcerato, ebbe a combattere coi doganieri
svizzeri, fu ingiuriato e corse pericolo della vita a Roma e a Padova: la sua
vita è una delle più avventurose che si possano imaginare. Questa irrequietezza
che lo tormentava era cagionata da una invincibile smania di imparare, ch'egli
sperava finalmente di poter appagare a Roma, dove avrebbe studiato il greco e
perfezionato il suo stile latino. Infatti il Giovio ce lo descrive entrare in
Roma in abito straniero, col cappuccio rosso e la tunica stretta alla vita, che
aveva l'aria di un mezzo soldato tedesco. Era sua intenzione, dice il Giovio,
di dissimulare sotto quell'abito il suo vero scopo: voleva am- mirare i
monumenti, studiare gli ingegni italiani, visitare le (1) Lettera del Longolio
in S adolet. , Epist, 18. LoNGOLius,
Orationes, I, pp. 10-11; cfr. la vita del Longolio ivi premessa. biblioteche e
formarsi più squisito il gusto artistico e lette- rario, che in nessun luogo si
trovava cosi fino come in Roma (1). Ma appena entrato nel ginnasio cominciò a
dar saggio del suo acuto ingegno e delle sue cognizioni; e alcuni romani, il
Tomarozi e il Castellani, si presero cura di lui, gli fecero mutar veste e lo
alloggiarono in casa propria. In questo modo il Longolio potè farsi conoscere
ed entrare in domestichezza coi principali personaggi di Roma, fra i quali lo
stesso papa Leone X, il Sadoleto e iL Bembo ; ma più di tutti col Bembo, che
gli fu protettore e consigliere negli studi. Infatti dietro le esortazioni del
Bembo il Longolio depose a poco a poco quella sua primitiva forma eclettica e
si venne famigliarizzando con Cicerone, di cui lesse per cinque anni
continuamente i libri, senza occuparsi di altri autori. Dopo quattr'anni di
esercizio ciceroniano il Longolio domandava al suo protettore, che cosa gli
paresse del suo stile, e il Bembo gli rispondeva che il pro- gresso era stato
molto, ma che alla perfezione ci correva an- cora un buon tratto : « ut
Giceronem ipsum, quem tibi unum scribendi magistrum, me auctore , proposuisti,
eundem uni- versum non solum vores sed etiam concoquas atque in sucum et in
sanguinem convertas tuum » (2). Il Longolio per varie cagioni attirava le
simpatie altrui: integrità di costumi, lon- tananza dalla patria, ingegno acuto
e vivace, una eroica costanza nello studio; ce n'era d'avanzo perchè spiriti
colti e gentili come il Bembo e il Sadoleto prendessero interesse di lui (3).
Il Bembo era specialmente ammirato della sua avi- dità di leggere, per cui lo
chiamava divoratore di libri, libro rum helluo (4). Passati già due anni che
dimorava in Roma, a cui avea mostrato la propria gratitudine componendo cinque
discorsi in lode e di Roma e d'Italia, il suo amico Castellani lo propose al
senato per la cittadinanza romana, che gli fu conceduta. Ma questo atto fu
fatale a lui, perchè gli sollevò contro parte dei cittadini. (1) lovius, Elogia^ 67. Bemb.,
Epist. famil., V, 17. (3) Ibi, V, 13; cfr. Sadol., Epist. Bemb. Epist. famil. I nemici del Longolio cercarono o al
bisogno inventarono calunnie e accuse per negargli la cittadinanza romana.
Dissero ch'egli era stato mandato a Roma da Erasmo e dal Budeo, con l'incarico
di prender tutti i libri che si trovassero in Roma e portarli oltr'Alpe (1).
Scovarono perfino quella tale orazione che recitò quando era nell'Aquitania e
nella quale posponeva i Romani ai Galli e gliene fecero un delitto di lesa
maestà; e tanto fu il tumulto sollevatogli contro, che la sua vita, non ostante
le alte protezioni ch'egli vi godeva, correa pericolo; «pagavano gli operai,
dice il Longolio stesso, perchè mi in- sultassero e mi aizzavano contro la
plebe. Io era esposto ai fischi del volgo, perseguitato dalle calunnie dei
nobili, dalle minacce dei potenti, cosicché io dovetti seriamente pensare a
ricoverarmi da Roma in salvo » (2). E fuggì infatti da Roma, dopo di aver
composto due orazioni in sua difesa, che lasciò manoscritte agli amici suoi. In
esse l'autore, fingendole reci- tate davanti al senato e parlando come se
veramente si fosse trovato ne' panni di Cicerone quando recitava una Filippica,
si difende con uno stile ciceroniano e con un'enfasi, che è tutta di fantasia e
per nulla eccitata da circostanze reali, dai quattro capi di accusa seguenti:
1° il Longolio in una sua orazione aveva parlato con poco onore dell'Italia; 2°
avea lo- dato Erasmo e Budeo che sono barbari; 3° quei due stranieri lo aveano
subornato a venire in Italia a prendersi i migliori libri per portarli
oltr'Alpe, acciocché i barbari potessero con- tendere all'Italia il primato
delle lettere; 4° un uomo barbaro non poteva essere cittadino romano. Questi
capi d'accusa erano sviluppati nel discorso tenuto da Gelso Mellini contro il
Longolio, quando egli era già fuggito da Roma. Gelso era un nobile romano,
delle antiche famiglie patrizie, il quale fu messo su dagli amici perchè
difendesse l'onor della patria minacciato, come dicevano, da uno stra- niero: «
ut patriae suae dignitati et famae adesset ». Nel Gam- pidoglio dunque alla
presenza del senato e del papa il Mellini (1) LoNGOLius, Orationes^ II, p. 33. Ibi, I, p. 12; II, p. 40. Cfr. Bemb., Epist famil, V,
16. So- lesse la sua orazione, la quale fu
molto applaudita e della quale Roma fece il tema dei giornalieri discorsi per
qualche tempo. Ma la gente savia dava ragione al Longolio, i cui amici
pensavano il modo di salvare la sua causa, e il Flaminio propose che si
recitassero le due orazioni di difesa scritte dal Longolio, ma prevalse invece
l'opinione di farle stampare; e furono infatti stampate, con generale vantaggio
dell'autore, le cui qualità letterarie furono dal pubblico favorevolmente ap-
prezzate dopo la lettura delle due orazioni (1). In seguito fu- rono nuovamente
avviate le pratiche per conferire la citta- dinanza al Longolio, a cui
finalmente il senato la confermò. Questi tumulti avvenivano in Roma nel 1519.
Il Longolio intanto viaggiava per la BEettagna e passando da Genova eT
ai*rivando a Lione intese parlare dei fatti di Roma dopo la sua partenza, dei
quali egli era ancora all'oscuro. In Inghil- terra amici e parenti lo
sconsigliarono dal tornare in Italia, dove avrebbe nuovamente corso pericolo di
vita; ma il suo astro oramai era quello e non potè resistere alla tentazione di
seguire nuovamente il genio d'Italia e vi tornò in sul finire dello stesso anno
(2). Si fermò l'inverno a Venezia presso il Bembo (3) e di là passò a Padova,
dove attese a perfezionarsi negli studi e specialmente nello stile ciceroniano.
Gli fu proposta nel principio del 1520 la cattedra di letteratura a Firenze
(5), ch'egli rifiutò, adducendo per pretesto che non voleva distrarsi
nell'insegnamento, al quale si sentiva poco chiamato, e dovea badare più
assiduamente ai suoi studi (6). A Padova , fra i disagi di una vita stentata
(7) e i timori di nuove minacce da parte de' suoi nemici, visse tre anni (1)
Sadolet., Epist. 13; e lettera del Longolio, «6t, 18. (2) Ibiy 14; e lettera
del Longolio, ihi^ 18. (3) P. Bemb.,
Epist. famil., V, 13. P. Bemb., Epist.
pontif., XVI, 30. (5) P. Bemb., Epist. famil, V, 15;
Sadolet., Epist. 17. (6) Lettera del Longolio in Sadolet., Epist., 18. (7)
Bemb., Epist. pontif., XVI, 30; Epist. fam., V, 14; Sadol., Epist. 27; lettere
del Longolio in Sadol., Epistol. 23 e 24. (8) Bemb., Epist. fam. scarsi,
raccomandando in morte agli amici di bruciare i suoi scritti anteriori, perchè
non erano dettati in stile ciceroniano: perfino nell'istante di terminare una
esistenza travagliata e in- felice non Tavea lasciato la preoccupazione
ciceroniana, che gli logorò e amareggiò gli ultimi anni. La vita avventurosa e
lo spirito appassionato, Tijigegno pre- coce di questa vittima del
ciceronianismo furono cagione che, anche dopo morto, del LongoKo giudicassero e
scrivessero gli eruditi con molto interesse, fino a dar luogo ad accanite con-
tese letterarie. Il Florido, buon giudice in fatto di stile, lo chiama smilzo a
confronto del Poliziano, del Valla, del Fon- tano (1). Paolo Manuzio è ancora
più severo; lo dice nullo, smilzo nelle idee, punto splendido nella forma; che
trasportò nei suoi scritti parole, frasi e periodi ciceroniani, ma senza
discer- nimento; forse avrebbe fatto meglio se la morte non l'avesse sorpreso.
Più di proposito ne parlò Erasmo: « uomo di grande ingegno, egli dice, e di una
perspicacia straordinaria, dotto, felice nel trattar gli argomenti, si
procacciò moltissima fama, ma a troppo caro prezzo ; si torturò per tanto tempo
e final- mente mori prima d'aver compito l'opera, con non piccolo danno degli
studi, ai quali avrebbe potuto giovare di più, se non fosse corso dietro a un
vano fantasma, se non fosse stato roso da una pazza ambizione, che gli guastò
il frutto dei suoi studi e gli troncò la vita ». Giudicando poi le sue opere,
nota l'eleganza delle lettere, ma «come sono vuote e quali futili argomenti
trattano 1 Rassomigliano ad alcune lettere di Plinio e a quelle di Seneca, che
di lettere non hanno che il titolo; quanto movimento invece, quanta passione,
che naturalezza di stile, che attrattiva della materia nelle lettere di
Cicerone, nate veramente dalle vicissitudini della vita reale e non nel chiuso
gabinetto di un pedante ». Con le orazioni del Longolio Erasmo è più severo e
spesso adopera un'ironia abbastanza acre. Intende le due orazioni scritte in
propria difesa, nelle quali vede un povero illuso, « che sogna un mondo
imaginario Lectiones succisiv., 1, 2. P. Manuzio, Lettere ined. ecc. di senato, di
consoli, di tribuni, di province, di municipi, co- lonie, alleati, di Roma capo
del mondo, di Romolo e di Quiriti, ch'egli crede di poter evocare con la
potenza del suo stile ciceroniano, che rassomiglia tanto a Cicerone come i
versi della Batracomiomachia ai versi ^oiVEiade. Contro Erasmo si è scagliato
Stefano Dolete (2), il quale chiama il giudizio di Erasmo addirittura
un'invettiva contro il Longolio e ne vuol trovare la cagione nel confronto che
colui avea fatto tra Erasmo e il Budeo, preferendo il Budeo (3). Questa è una
calunnia del Dolete, perchè se il Longolio ebbe forse qualche rancore contro
Erasmo, questi se ne duole, non vedendo di averne dato motivo : « quamquam in
me videtur habuisse nescio quid stomachi, certe praeter meum meritum, qui de
ilio semper optime tum sensi tum praedicavi » (4). Comunque, il Dolete
pigliando le difese del Longolio mostra, condendo di frequenti insulti il suo
discorso, che lo stile di lui, contrariamente a quel che ne disse Erasmo, è
grandioso e splendido, che vi è acutezza, ricchezza di sentenze; efficacia e
robustezza, gravità ed elevatezza (5); che gli argomenti di molte sue lettere
non sono niente affatto futili, ma seri e che del resto nelle lettere devono
trattarsi cose di interesse quo- tidiano; che le orazioni, ancora che gli sia
mancato il vero pubblico antico, hanno sempre importanza, quando oltreché
all'uditorio si badi anche alla causa e che quantunque morte le antiche
istituzioni, pure si possono adoperare le formolo antiche davanti ad uditori
che le comprendano. Se avesse ragione il Dolete o Erasmo, lo dica il seguente
esordio della prima delle due orazioni del Longolio : « Quod per hosce
quadraginta dies (questa determinazione di tempo è imaginaria) a Dee opt. max.
precatus sum, patres conscripti, ut, si eo in senatum populumque romanum animo
semper (1) Dialog, ciceronianus. Dialogus de ciceroniana imiiatione. (3)
BuRiGNY, Leben des Erasmus, 1, pp. 253-256. (4) Erasmus, Epist, 817; Lyon 1703.
(5) DoLETus, Dial. de cicer. Imitatione. fuissem quo mortales omnes esse
deberent, daretur milii ali- quando a perpetua illa et piane hostili
accusatorum meorum insectatione respirandi spatium, ut hoc in loco et
accusationem tuto refellere et innocentiae meae rationes vobis libere expli-
care possem, id ego mihi hodie tandem singulari vestro Con- silio, tum efiam
beneficio, videor consecutus, qui me, quod erat quidem aequitate vestra
dignissimum, sed, in tantis ad- versariorum meorum opibus, mihi hoc tempore
minime spe- randum, praeter omnium opinionem ad causam hac in arce Capitolina
dicendam admisistis », — Se non fosse pur troppo concepito seriamente da uno
spirito illuso, si direbbe che è una finissima parodia degli esordi
ciceroniani, da mettere in- sieme con l'altra argutissima che fa del secentismo
il Manzoni nella prefazione dei Promessi Sposi. Dopo il L'ongolio la società
ciceroniana di Roma fu messa a remore da Erasmo, il terribile avversario del
ciceronianismo. Erasmo si era formato un genere di scrivere che, pur rispet-
tando scrupolosamente la grammatica, offendeva la purezza latina, e sempre
portava una certa impronta di libertà; ma era una libertà geniale e in quel
latino abbastanza impuro si può scorgere la produttività e la vena inesauribile
della mente d'Erasmo: è uno stile originale. Ma quello stile non doveva
assolutamente piacere ai ciceroniani, né con quel suo prin- cipio stilistico
Erasmo doveva guardarli di buon occhio. Già verso il 1520 in una lettera al
Longolio scriveva, alludendo allo stile ciceroniano di lui, ch'egli non mettea
troppo scru- polo nella scelta delle parole, sembrandogli che una simile affet-
tazione non convenisse punto a chi rivolgeva la massima at- tenzione alle cose
(1). Era grazioso quel suo verso che spesso pronunziava: decem annos consumasi
in legendo Cicerone; a cui fingeva che l'eco rispondesse- la parola greca 6v€,
asino! (2). Ma la sua attività contro il ciceronianismo comincia propria- mente
l'anno 1526 e ce ne è prova il suo epistolario, in cui da quest'anno diviene
frequente e sempre più vivace l'allu- (1) In LoNGOL., Epist., Ili, 63. Lenibnt, p. 16. sione ai ciceroniani. Erasmo
conosceva la disputa avvenuta circa quindici anni prima a Roma tra
Grianfrancesco Pico e il Bembo e ora vi vedeva, per opera del Longolio, risorto
il partito ciceroniano, ch'egli chiamava secta ciceronianorum (1), factio ciceronianorum
(2), chorus ciceronianorum (3), e fremere contro di lui quella società pagana
di eruditi, con a capo Girolamo A leandro e Alberto principe di Carpi (4), i
quali miravano a cancellare dall'albo dei dotti Erasmo e il Budeo (5) e tutta
la Germania e la Gallia. Ma la Germania e la Gallia per mezzo di uno di quei
loro due grandi rappresentanti si apparecchiavano a rispondere alle sfide. Il
Budeo eccitato da Erasmo ad attaccar battaglia non rispose all'invito (7);
allora usci Erasmo solo in campo. Scrive già o pensa il ciceronianus, perchè
nella lettera di questa data si trovano molte frasi che si rivedono in quello
(8); l' anno se- guente, 1528, il Ciceronianus era uscito: la guerra era
dichia- rata e accanita. Questo libro interessantissimo e caratteristico è in
forma di dialogo tra Nosopono ciceroniano, Buleforo anticiceroniano e Ipologo,
un personaggio di ripiego, che professa il ciceronia- nismo, ma che facilmente
si converte; più difficile è la con- versione meglio la guarigione di Npsopono,
perchè la sua è una malattia, ma alla fine del dialogo esso è già ben av- viato
verso la guarigione. Il dialogo ha tre parti: nella prima Erasmo fa una
graziosa caricatura dei ciceroniani; nella se- conda confuta la loro dottrina;
nella terza fa il catalogo degli eruditi della rinascenza, italiani e
stranieri, morti e contem- poranei, giudicati dal punto di vista dello stile
ciceroniano. In questo libro si mescolano la più grave serietà con la più ar-
(1) Erasm., Epist. Lenient, p. 16. (8) Erasm., Epist. guta e fina ironia: Tuna
serve a mettere l'altra in rilievo e l'effetto che ne nasce è stupendo. Con che
mordacità e festività egli tratteggia il carattere di Roma e dei ciceroniani,
questa società di oziosi « desidentes in Giceronis myrotheciis ac rosariis et
in illius sole apricantes », che non cercano altro che il modo di far del
chiasso, come è costume dei romani: « ut ea civitas undequaque captat
voluptatis materiam » (1). Non fanno che sognare e parlare al senato e al
popolo ro- mano ciceronescamente; il senato? ma se mai ce ne è uno a Roma, di
latino non ne capisce; il popolo romano? ma parla harbaramente, nonché prenda
gusto alla frase ciceroniana. E sempre Roma in bocca; povera Roma, che non è
più Roma, ma un mucchio di rovine e di cui non resterebbe nemmeno l'orma, se
non fossero i papi, la corte pontificia, le ambasciate e una colluvie di
parassiti che accorre colà a far fortuna li- bertatis amore. Risuscitano con la
loro malata fantasia il Campidoglio ; povero Campidoglio, ridotto alle meschine
proporzioni di una casetta, per farvi recitare dai ragazzi le comediole.
Risuscitano le reminiscenze della cittadinanza romana ; e ci è forse più merito
ad essere cittadino di Basilea, che cittadino di Roma, « si contemptis verborum
fumis rem aestimare liceat ». Caustica, ma ad un tempo velatamente patetica, è
la rap- presentazione di Nosopono, il ciceroniano. Forse Erasmo non se ne è
accorto, ma nel creare questa figura, ch'egli voleva rendere ridicola, l'ha
resa invece sentimentale. Di Nosopono il lettore, prima che gli spunti il riso,
sente compassione. Era una volta un buon compagnone, faceto, rubicondo,
grassotto e ricco d'ogni bellezza giovanile. Ma ora è malato; è una ma- lattia
di cervello, ch'egli chiama malattia di cuore: «amore depereo », egli dice; amo
la dea TTcìeib, l'eloquenza ciceroniana; sono dieci anni che la sospiro in
vano; ma o possederla o morire: « nil medium est». Felice il Longolio, che potè
mo- rire per essa ! — Da sette anni non legge che libri di Cicerone; dagli
altri scrittori si astiene come i certosini dalla carne; l'imagine di Cicerone
egli l'ha fatta porre in tutte le stanze (1) Erasm., Dialog. ciceronianus. della
sua casa;, la porta sempre con sé nell'anello, la sogna di notte. In questi
sette anni di preparazione ha compilato tre indici ciceroniani. Nel primo ha
raccolto tutti i vocaboli ciceroniani, con la loro flessione, indi con le
derivazioni e finalmente con le composizioni; ad ogni parola ha citato il passo
per intiero di cui fa parte , il luogo in cui si trova , foglio, facciata,
riga, se in mezzo, in principio o in fine di riga. Della flessione delle
singole parole ha notato con una linea rossa le forme che si trovano in
Cicerone e con una linea nera quelle che non vi si trovaho: p. es. amabam si
trova, ma non amabatis; amor, amoris, ma non amores, amorum; legOy ma non
leg(yr; ornatus, ornatissimus, ma non omatior; cosi dei derivati, p. es. lectio
si trova, ma non lectiuncula; così dei composti, p. es. perspicio si trova, ma
non dispicio. Nel secondo indice, più vasto del primo, notò le frasi, i tropi,
le sentenze, 1 motti e simili. Nel terzo, più vasto del secondo, tutti i ritmi
e i piedi con cui Cicerone comincia i suoi pe- riodi, li sviluppa e li chiude.
Passati i primi sette anni di preparazione, vengono i sette anni di imitazione.
Nosopono si mette a tavolino a notte tarda, per non essere disturbato da alcun
romore, e il suo gabinetto per questo scopo è situato nella parte più interna
della casa. Non deve essere molestato da nessuna passione o cura mondana,
epperò non ha preso moglie, né ha voluto rivestire alcun ufl[ìcio né secolare,
né ecclesiastico: meglio essere ciceroniano, che console o papa. Quelle sere
che vuole lavorare, si mantiene leggiero lo sto- maco, per lasciar più libera
la mente, prende soli dieci acini di uva passa e tre confetti : « ciceronianum
esse sobria res est». Quando scrive, ecco come fa; deve fare p. es. una let-
tera? prima butta giù i pensieri come vengono; indi comincia a sfogliare
parecchie lettere di Cicerone e i tre indici ; trovate le parole, le frasi, i
ritmi, adatta a quelli i pensieri. Scrive un periodo per notte, la lettera non
avrà più di sei periodi. Quindi la riconfronta dieci volte con ciascuno dei tre
indici ; poi la mette dentro al cassetto, per rileggerla a mente fredda
alquanti giorni dopo e limarla e rimutarla: « ego malim multum scribere quam
multa». Quando parla, Nosopono schiva di parlar latino, o se vi è costretto, si
serve di certe formolo adatte alle più comuni circostanze della vita, raccolte
dai libri di Cicerone e mandate a memoria. Se deve fare una lunga
conversazione, dove chi sa quante locuzioni non ciceroniane gli sfuggiranno,
consacra poi un mese alla lettura ciceroniana per rifarsi il gusto. Se deve
fare un discorso, se lo prepara e lo manda a memoria; non improvvisa maL —
Erasmo non ci fa ridere con questa caricatura, perchè il nostro pensiero senza
volerlo, e i contemporanei Taveano realmente creduto, ricorre al Longolio, da cui
pare che Fautore abbia tolto le principali caratteristiche del suo Nosopono.
Erasmo ha escluso qualunque allusione personale (1) e non c'è ragione di
negargli fede, ma è impossibile che la storia e le vicende del Longolio non
abbiano influito sulla concezione, almeno, di questa cari- catura ciceroniana.
Le idee d'Erasmo sull'imitazione hanno molto di comune con quelle sviluppate da
Gianfrancesco Pico nella lettera al Bembo. Imitare vuol dire scegliere il
meglio da tutti gli autori: l'ape sceglie da molti fiori il polline, il pittore
sceglie da vari volti i lineamenti delle sue figure. Cosi il letterato non deve
limitarsi all'imitazione di un solo, si chiami pur esso Cicerone. Cicerone ha
vizi che gli antichi già biasimarono, né le sue opere sono pervenute a noi
intere e quelle che ci rimasero furono guaste dal tempo e dai copisti. Inoltre
Cicerone non esauri tutte le forme diverse dello stile, né trattò tutti gli ar-
gomenti; per il che volendo scrivere col suo stile, in molti argomenti saremmo
condannati al silenzio. E posto pur che si debba imitare, riprodurremmo le sue
qualità esteriori, le pa- role, le costruzioni, il ritmo, ma la sua vivacità, i
suoi senti- menti, il suo colorito personale non mai; sicché una vera
imitazione ciceroniana, come la voghono i ciceroniani, fosse anche ammissibile,
non sarebbe possibile. Si imiti pure Cice- rone, ma non si riproduca; i tempi
sono mutati; gli istinti, i bisogni, i sentimenti nostri non sono più quelli di
Cicerone; prendiamo esempio da lui, il quale imitando i Greci ha saputo
formarsi uno stile personale e suo proprio, e anche noi seri- ci) Erasm., Epist.
vendo badiamo a formar opera originale e non un lavoro di mosaico. E cosi
riesciremo uomini del tempo nostro e saremo utili veramente ai nostri volghi, i
quali di tutt' altro hanno bisogno che di Cicerone. Lo scrivere lettere e
orazioni cice- roniane è nulla più che esercizio rettorico. A chi le scrivono
quelle lettere? a quattro italiani, che si danno l'aria di cice- roniani; e
quelle orazioni niente hanno di serio: uno le fa, un altro le recita, lasciano
il tempo che trovano; sono tutte del medesimo stampo : elogio del personaggio a
cui sei inviato ambasciatore, proteste di stima da parte sua e quattro luoghi
comuni. Anche qui Erasmo non lascia mancare la nota satirica. Questi ridicoli
si stimano tanti Ciceroni, se arrivano a finire un periodo con esse videatur o
a cominciare un discorso con un quamquam, un etsi, un antmadver% un cum,, un
si, a scrivere eiiam, atque etzam per vehew£nter, mazorem in modum per valde,
identidem per subinde , Rowwn cogi- taham, per statuebam. Romxim proftcisci, a
intarsiare i loro scritti di queste frasi: non solum, peto, verum etiam, oro
contendoque; valetudinem tuam, cura et me ut facis ama; ahtehac dileooisse
tantum, y nunc etiam amare miJii videor. Guai a mettere Tanno nella data delle
lettere ! Cicerone poneva solo il mese. Guai a scrivere Carolo Corsari Codrus
Urceus salutem invece di Codrus Urceus Carolo Caesari saìutem; a mettere
salutem, plurimam dicit invece di salutem, dicit; Regi Ferdinando invece di
Ferdinando Regi, Ma la parte veramente capitale del Dialogus dceronianus è la
confutazione del paganesimo, che si faceva strada sotto l'elegante maschera del
ciceronianismo. Erasmo lo dice nella prefazione! •« sotto questo nome specioso
di imitazione cice- roniana si subodora l'intenzione di renderci pagani». E più
chiaramente ed efficacemente nel dialogo: « siamo cristiani di nome; il corpo è
battezzato con l'acqua santa, ma la mente è impura; la mano fa la croce, ma
l'animo disprezza la croce; professiamo con la bocca Gesù, ma portiamo Giove e
Romolo nel cuore; non abbiamo il coraggio di dichiararci pagani, ci copriamo
sotto il nome di Cicerone: pa^ganitatem, profiteri non audemuSy Ciceroniani
cognomen oUendimMS ». E si sdegna del paganeggiare che fanno i ciceroniani coi
nomi più santi della religione cristiana, consacrati ormai dalla pietà e dalla
tradizione. Siccome questo rivestire i nomi e le for- mole cristiane alla
pagana è una delle più singolari caratte- ristiche del ciceronianismo, ne
voglio recare un elenco quale lo dà Erasmo. Si adoperava adunque lup. Opt Maoo,
per Pater; Apollo e Aesculapius per Filtus , Christus ; Diana per Virgo; salerà
contio, civitas, respuUica per ecclesia; pei^dueUis per ethnicus; factio per
haeresis; Christiana per- sua^siD per fiMs; proscriptio per excommunicatio ;
diris de- volere, aqua et igni interdicere per excommunicare; legati veredarii
per apostoli; flamen dioMs, summus civitatis praefectus per pontifex romanus
(ma ^ìkpontifex era forma pagana ài papa); patres conscrfpti per consessus
Cardinalium; Senatus populusque retpuNicae christianae per synodiùs gè-
neralis; praesides provinciarum per episcopi; comitia per electio episcoporum;
sycophanta per diaboliùs; vates, divinus per propheta; or acuta divum per
prophetiae; tinctura per Mptismus; viciima per missa; sacrosanctum paniflcium
per consecratio corporis dominici; sanctifìcum crustulum per eucharistia;
sacrificulus, sacrorum antistes per sacerdos; minister, curio per diacomcs; numinis
munifìcentia per gratia Bei; manumissio per absotutio, — Ottiene poi il mas-
simo effetto comico un medesimo passo scritto da Erasmo, prima in stile
teologico, poi tradotto in stile ciceroniano. Ec- colo in stile teologico: «
lesus Christus, verbum et Filius aeterni Patris, iuxta prophetias venit in
mundum ac factus homo sponte se in mortem tradidit ac redemit ecclesiam suam
offensique Patris iram avertit a nobis eique nos reconciliavit ; ut per gratiam
fidei iustificati et a tyrannide liberati inse- ramur ecclesiae et in ecclesiae
communione perseverantes post hanc vitam consequamur regnum caelorum. Ora segue
la traduzione ciceroniana: Optimi maximique lovis interpres ac fllius servator
rex iuxta vatum responsa ex Olympo devolavit in terras et hominis assumpta
figura sese prò salute reipublicae sponte devovit diis manibus atque ita
rempublicam suam asseruit in libertatem ac lovis 0. M. vi- bratum in nostra
capita fulmen restinxit nosque cum ilio re- fi. S., Ciceronianismo e altre
questioni letterarie. degit in gratiam, ut persuasionis munificentia ad
innocentiam reparati et a sycophantae dominatu manumissi, cooptemur in
civitatem et in reipublicae societate perse verantes, cum fata nos evocarint ex
ha e vita, in deorum immortalium consortio rerum summa potiamur. È una
graziosissima satira delle esagerazioni ciceroniane; e Nosopono, il malato di
ciceronia- nismo, non può tenersi dal riderne anche lui. Trattare gli ar-
gomenti sacri in questo modo, dice Erasmo, sarebbe come disfare un mosaico che
rappresenta il ratto di Ganimede e rifare coi medesimi pezzi l'arcangelo
Gabriele. Il Ciceronianus sollevò grandi proteste e indignazioni, com'era da
aspettarsi, in Italia e fuori. Fuori e specialmente in Francia si era menato
scalpore e gridato allo scandalo per un confronto che Erasmo avea, nel catalogo
degli eruditi, fatto tra il Badie e il Budeo; confronto, siamo giusti,
veramente fuor di luogo e fuor di proposito, perchè il Badie infinfine non era
che un libraio e un raffazzonatore e più spesso sconciatore di commenti,
dovechè il Budeo era un ingegno di primo or- dine e originale» L'eco di queste
ire, di questi scalpori si può cogliere minutamente nell'epistolario di Erasmo
(1). Ma dove più -si gridò contro Erasmo fu in Italia e a Roma specialmente; il
che egli avea però facilmente preveduto, perchè l'Italia era stata da lui
direttamente presa di mira : « Ciceronianus meus non paucos offendit Italos,
quod satis divinabam fere. Bembo e Sadoleto si son tenuti in disparte e hanno
sempre conservato un contegno amico ad Erasmo, da cui erano avuti in
grand'onore, come mostra il giudizio ch'egli ne diede nel suo dialogo. Ma due
dei più simpatici italiani erano stati da lui veramente malmenati in un modo
indegno: il Fontano e il Sannazzaro. Egli li rimprovera di aver troppo
paganeggiato nei loro scritti e in questo non ci sarebbe nulla di male; ma gli
Italiani sì sono sdegnati di espressioni insultanti come queste: del Sannazzaro
avea detto che il suo poema sulla (1) Epist.. Gfr. Lenient, pp. 32-35. (2)
Epist. Vergine, se si considera come primo tentativo poetico di un giovane, può
passare, ma per lavoro di un uomo serio gli va preferito il solo inno di
Prudenzio sulla nascita di Gesù; e del Fontano diceva che preferiva, al solito,
un inno di Pru- denzio a una nave carica di versi pontaniani (2). Il Florido,
nemico acerrimo dei ciceroniani, ammiratore d'Erasmo, ma però sempre adoratore
della bella forma, come tutti gli italiani, non potè tenersi dal confutare
energicamente il grande critico straniero e dirgli chiaro e aperto che egli non
si potea per- suadere che avesse scritto in quel modo, se non mosso da livore
e, quel che è peggio, da invidia. In Italia e in Roma le vie, i crocicchi, i
ginnasi, le chiese, i banchetti risonavano del nome nefando di Erasmo, com'egli
stesso dice, e si facevano congiure di giovani per salvare l'onore di Cicerone:
«Itali in me debacchantur sunt aliquot iuvenes male feriati qui conspirarunt in
Italiae et Giceronis hostem. Pietro Curzio, dell'accademia romana, scriveva
contro Erasmo un libro (5); un certo Longo non adoperava contro di lui la
penna, ma la parola e avea eccitato uno di Vratislavia a comporre contro Erasmo
un libro, che faceva il giro di tutta l'Italia (6); e un libro contro lui si
stampava a Milano. Erasmo in uno dei suoi proverbi avea scritto: « Myconius
calvus, velut si quis Scytham dicat eruditum, Italum bellacem »; ebbene gli
italiani aveano interpretato come offensive quelle parole, le quali provocarono
un libro intito- lato : Defensiò Italiae adversus Era^mum, stampato a Roma e
dedicato a Paolo HI. S'era sparsa a Roma una lettera, piena di scurrilità,
finta di Erasmo; s'era pubblicato un libro col titolo: Cicero relegatus et
Cicero ab exilio revocatuSy forse Dialog. ciceronianus. Epist., 899. Floridus, Lection. succis., Ili, 6. Erasm., Epist, 1279. (5) Ibi, 1276; 1296. (di
Ortensio Landi, nella cui prima parte si calunniava acre- mente Cicerone e
nella seconda freddamente si difendeva; e un altro libro era in preparazione,
che avrebbe portato il titolo di Bellum civile inter Ciceronianos et Erasmianos.
In tutto questo tramestio Erasmo vede la mano e l'opera instigatrice, iniqua di
Girolamo Aleandro: era sfato lui ad instigare Pietro Curzio a scrivergli contro;
era stato lui a pubblicare prima un libello sotto il nome dello Scaligero e poi
un altro sotto il nome del Boleto. Ma lo Scaligero e il Dolete erano stati
veramente gli autori; di questi due dirò ora qualche cosa. Lo Scaligero e il
Dolete rappresentano l'opposizione della Francia contro Erasmo. Comincio dallo
Scaligero. Egli scrisse contro Erasmo due orazioni, che sono due invettive. La
prima è del 15 marzo 1531, scritta da Agèn. Nell'introduzione lo Scaligero si
scusa se non ha potuto confutar prima il dialogo d'Erasmo, « dialogus ille
nefarius », perchè gli arrivò assai tardi. L'orazione si divide in tre pai*ti ;
là prima è tutta una nera calunnia contro Erasmo; lo chiama rinnegato,
parassita, correttore di stampe, spacciando ch'egli scrisse quel dialogo perchè
volea distruggere Cicerone, dopo d'essersi fatto bello dell'imitazione di lui.
Nella seconda parte ribatte le censure personali fatte da Erasmo a Cicerone;
nella terza prova, contro le accuse di Erasmo, che Cicerone è perfetto. Ecco la
ragione per cui dobbiamo seguir sopra ogni altro Cicerone: «non quoniam Cicero
non posuit, damnabimus; sed quoniam dàm- nanda essent, ipsum non posuisse
iudicamus » (5). — Non mi occupo degli epiteti ingiuriosi con cui egli chiama
Erasmo: monstrum, helluo, neì)ulo, canis, parricida, carnifex; quello che mi
preme avvertire è che in quest'orazione lo Scaligero non tratta la question
dell'imitazione, ma fa unicamente l'apo- logia di Cicerone. Erasmo parlò di
quest'orazione col disprezzo (1; Erasm., Epist. luL. Gaes. Scalig., Orat. che
meritava, dicliiarando che con tal gente, che adoperava gli insulti invece
degli argomenti, egli non combatteva e che del resto nemmeno era questione che
gli apparteneva, perchè egli non avea combattuto Cicerone, ma i ciceroniani
(1). Per vendicarsi di questo disprezzo lo Scaligero scrisse nel 1535 un'altra
orazione, che è più ancora della prima un'invettiva personale e che perciò non
ha interesse per la nostra storia. L'odio dello Scaligero non molto dopo pare
siasi smorzato; infatti scrive da Agen all'Onfalio, che gli aveva chiesto di
£ar la pace con Erasmo, di esser pronto a farla e sinceramente, protestando
ch'egli si mise in quella polemica non per odio personale, ma per difesa di un
prin- cipio. Non so quanto sia da credere a una simile protesta; ad ogni modo
la riconciliazione dello Scaligero non arrivò a tempo, perchè Erasmo era morto.
Più interessante è il libro del Boleto contro Erasmo, quantunque anch' egli mischi
vergognosamente le ingiurie e gli insulti alla discussione. È in forma di
dialogo, che si sup- pone avvenuto a Padova tra Simone di Villanova e Tomaso
Moro, e fu stampato nel 1535. Esso comprende due parti prin- cipali; la prima è
una difesa del Longolio, che il Boleto crede essere stato posto in caricatura
da Erasmo sotto il nome di Nosopono. In questa prima parte anzitutto difende il
Longolio, dicendo fra le altre cose che alla religione cristiana hanno recato maggior
danno le uggiose e importune dispute di Erasmo, Lutero e compagnia, che non
tutta la paganità dei ciceroniani. Indi mette a confronto il Longolio con
Erasmo, mostrando la superiorità dello stile di quello su questo e giudicando
sfavo- revolmente ad una ad una tutte le opere di Erasmo. Nella seconda parte
del libro si discute diffusamente sull'imitazione, la quale è necessaria
all'uomo e che il Boleto divide in tre parti: imitazione di parole, di
sentenze, di composizione. Erasm., Epist.
luL. Gaes. Scalig., Epist. et Orationes,
pp. 302 sgg. (3) Steph. Doletus, De ciceroniana imitai, adversus Erasm. prò
Chr. Longolio dialogus ; Lyon 1535. Parole: di tutti gli autori latini il più
perfetto è Cicerone, « purissimus linguae latinae fons, flumen, oceanus ».
Cicerone ha parole per qualunque sia ordine di idee; quelle che non troveremo
in lui, prenderemo da altri autori, ma non ci al- lontaneremo da lui,
flnch'egli ci serve. Gli altri si leggano per l'erudizione, Cicerone sopratutto
per la parola. Badisi però che non meritano nome di ciceroniani quelli che
sanno appena riprodurre qua e là quattro locuzioni ciceroniane, sbagliando, se
occorre, la grammatica: «ciceroniani nomen ei tribuam qui Ciceronem diligenter
legerit, qui Ciceronem intus et in cute noverit, qui Ciceronem una lectione non
vorarit aut absorpserit, sed sensim delibarit, degustarit, regustarit, exhau-
serit, beneque concoxerit ». Sentenze: le sentenze derivano a noi più dalla
natura, che dall'imitazione; ma in Cicerone troveremo l'arte di esporle, di
vivificarle, di adattarle ai sin- goli luoghi ; imparata quest'arte, anche
quelle che desumiamo da lui possiamo invertire e modificare, da parer cosa
nuova ; « in quo imitando quid impedit quin auriflcum industriam atque artem
aemulemur? an si a te bracteam illi accipiant, non eam, si libet, sic immutant
ut nihil formae pristinae maneat? Composizione: anche la prosa deve avere il suo
ritmo e in questo è sommo maestro Cicerone; da lui impa- riamo il temperamento
delle vocali e delle consonanti, delle sillabe lunghe e delle brevi, gli
stupendi effetti dell'antitesi. Seguitando quindi il Boleto a rispondere alle
obbiezioni fatte da Erasmo nel Ciceronianus, mostra come Cicerone sia atto a
tutti gli ingegni e a tutti gli argomenti : le condizioni della vita moderna
non sono press'a poco le medesime dell'antica? « tulliano eloquio qui abundet,
latum habet perpetuo campum in quo tuUianam phrasim apte commodeque et
profundat et explicet ». Scrivendo di cose sacre, le parole che non si tro-
vano in Cicerone si desumano giudiziosamente da altra fonte, ma non. si perda
mai di vista l'efl^ìcacia, la robustezza, la pru- denza, l'acutezza
ciceroniana. Cicerone stesso tolse per la filo- sofia parole dal greco : «
ciceroniana imitatio verborum reli- gione non continetur ». Né ci si dica che
il ciceroniano manchi di varietà; come il cuoco sa dare vari sapori alla
medesima carne, cosi noi possiamo adattare a mille diversi argomenti il materiale
linguistico di Cicerone : « qui in Cicerone versatur, eadem semper verba
usurpet necesse est, sed ad rem susceptam ita diverse accommodata ut simul
latine, pure, eleganter, proprie, apte, ornate, copiose, denique tulliane
loquatur et varie, ut nihil repetitum aut plus semel dictum iudices ». Anche
imitando Cicerone, nulla ci impedisce di formarci uno stile personale e che sia
la vera espressione dell'animo nostro: « auferetne liberam quae sentimus et
animo agitamus dicendi atque scribendi facultatem divinus ille romanae
eloquentiae parens, cum nos verborum copia, schematum cumulo, senten- tiarum
gravitate, numerorum oratoriorum suavitate instruit? » Quanto alla corruzione
dei libri di Cicerone, il Boleto osserva che ormai per opera dei grandi critici,
il Valla, il Poliziano, il Budeo, il Longolio, furono restituiti alla loro
primitiva ge- nuinità; e quanto finalmente alla paganità dei ciceroniani, nota
che sono tutt' altro che pagani il Sa dolete, il Bembo, il Longolio. Si deduce
dal lungo e assai noioso dialogo che il Boleto era ciceroniano, ma non fino
alla superstizione, giacché egli am- mette che si possano adoperare parole di
Terenzio, quando siano appropriate alla prosa, e di altri scrittori, purché
siano di quelle ammesse alla cittadinanza romana, né per troppa antichità, come
il vino, inacidite; e che T imitazione cicero- niana non consiste tanto nelle
parole, quanto nell'arte : « Cice- ronis imitatio non tam verbis constat, quam
artis expressione diflOinitur neque ciceronianus videtur qui anxie magis verba
Ciceronis emendicat, quam reliqiias illius virtutes in dicendo sequitur » (1).
Producono effetto veramente comico due intestazioni di let- tere messe a
riscontro dal Boleto, per mostrare la differenza tra lo scrivere misurato e
parco del Longolio e la verbosità d'Erasmo. Intestazione del Longolio: «
Christophorus Longolius Francisco Valesio regi salutem ». Intestazione
d'Erasmo: « In- clito, virtutibus omnibus illustrissimo victoriisque inflnitis
cla- rissimo atque omnium potentissimo Ferdinando Bohemiae regi (1) J}e
ciceron. Imitatione sef*vus humillimus et vermiculus terrae pauperculus
monachus Erasmus retócto post tergum cuculio reverenter et cum omni humilitate
sai. plur. dicit ». Contro il Boleto, il caeritus Alcmaeon, difese Francesco
Florido il criterio stilistico d'Erasmo. Divide rettamente la lingua latina in
tre periodi: Tarcaico con Plauto per rappre- sentante; il classico con
Cicerone; e il periodo di Plinio, nel quale comincia la decadenza. Gli autori
tutti del secondo pe- riodo e i migliori del primo e del terzo devono essere
presi come modelli di scrivere latino, badando però di non arrivare più giù di
Quintiliano; ma se faccia di bisogno, è meglio ado- perare una parola anche di
Lattanzio, di Boezio, che designare l'idea con una troppo lunga perifrasi.
L'imitazione del solo Cicerone è una pazzia ignota agli antichi, i quali
imitavano, e Cicerone stesso ne è una prova, non un solo, ma i migliori. E
seguita ripetendo i medesimi argomenti d'Erasmo e accen- dendosi di quando in
quando di ira contro il Boleto, degno, com'egli dice, di essere soffocato lui
nello sterco, che chiamò sterco tutti gli autori latini, meno Cicerone. Volendo
cercare le ragioni per cui vomitò quella sua tragoedia contro Erasmo, ne trova
due: l'una di farsi un nome, attaccando un illustre letterato ; l'altra di
garantire lo smercio dei suoi commentari della lingua latina, i quali essendo
stati compilati sulle rac- colte ciceroniane di Roberto Stefano (1) e del
Nizolio, avrebbero perduto ogni valore se fosse invalso il principio eclettico
propugnato da Erasmo. In queste sue note il Florido provoca il Boleto: tutto il
suo dialogo, egli dice, non è che una filza di ciance vane e insulse;
«quae.nisi vera sunt, habebit ipse se purgandi locum, si et nostro de vulnero
san- guinem sequi credet et eodem mihi quo illi pretio sai perhi- betur. Questo
scriveva il Florido nel 1539; l'anno appresso il Boleto rispose alla
provocazione con un libro intitolato: (1) RoB. Stephanus, Latinitatis
thesaurus^ 1536. (2) NizoLius, Giceronianus apparatus et in Ciceronem
observationes. Florid., LecHones
succis,, I, 2 e 4. De imitatione ciceroniana adversus Floridum. Si compone di due parti: nella prima riassume quanto
dell'imitazione avea scritto nel dialogo contro Erasmo; la seconda è
un'invettiva temeraria, invereconda, nella quale chiama barbaro il latino del
Florido, lo accusa di immoralità e di furti letterari. Infine si trovano alcuni
epigrammi, di cui eccone uno per saggio: Quid Floridus? comedo, heUuo, lurco,
venter, ganeo^ gerro, invidia, maledicum, iners, bardus, terrae pondus inutile,
dolus, scelus, pestis. n Florido replicò molto più moderatamente del suo avver-
sario con un opuscoletto mìì\jcAdi\/ò:\Adversus Boleti calumnias, stampato nel
1541 a Roma, nel quale lo taccia di aver cam- biato, come si dice, le carte in
mano, pei*cbè doveva parlare di imitazione e invece parlò dei nemici di
Cicerone; ora il Florido si protesta anzi ammiratore di Cicerone e che per
difenderlo incontrò non poche inimicizie. E qui finisco, perchè con questo
strascico di lotta tra il Dolete e il Florido s'è già oltrepassato l'anno della
morte di Erasmo, la quale avvenne nel 1536. Con la morte sua sostò la guerra
ciceroniana e sosto anche io. La guerra si rinnovò qualche tempo dopo fra gli
epigoni: il Ramo dall'una parte, il Garpentario e il Perionio dall'altra, e più
tardi fra il Ricci, il Camerario, il Lipsie ed Enrico Stefano (1); ma quelle
lotte non hanno più importanza ; gli anticiceroniani e i ciceroniani ripetono
argomenti e insulti che noi già conosciamo da un pezzo. Ormai tutte le maniere
stilistiche del periodo degli uma- nisti sono esaurite; m inaugura una nuova
fase della lingua latina, che fu e forse sarà per sempre l'ultima, in cui essa
accolse le nuove parole delle lingue moderne e diventò lingua scientifica
universale. Il regno della forma, il ciceronianismo era inesorabilmente finito
con la metà del secolo decimosesto ed era tempo che la forma cedesse il posto
alla sostanza. Pro- duce grande impressione, ma non inaspettata in chi ha
seguito le vicissitudini del ciceronianismo, sentirne la condanna pro- nunciata
pacatamente e con sicura convinzione da quel grande (1) Lbnient. ingegno che fu
il Mureto, il quale del resto fu uno dei più felici ed eleganti cultori della
forma latina. Egli che altrove avea chiamato gazze e pappagalli i ciceroniani
(1), in una let- tera del 1556 ragionando della corruzione dei testi antichi
afferma che il lavoro veramente durevole e apprezzato dai posteri è il lavoro
di emendazione e dilucidazione dei classici, è la critica dei testi; e che del
gran plauso, che ottennero gli eleganti latinisti del principio del secolo e lo
stesso Bemho, non dura nemmeno l'eco: chi legge oggidì quei poemi, quelle
orazioni, quelle epistole tanto afiTettate nella forma? chi prende più in mano
i libri del Bembo? di lui sopravvive ancora qualche lucubrazione intesa ad
emendare i testi antichi, ma nuiraltro(2). È una condanna severa, ma giusta e
tanto più grave e solenne, quanto è più autorevole lo scrittore che Tha
profferita. Il regno della forma è finito e quello della critica comincia. Ciò
che del resto in tanto rimescolio di passioni, d'ire, di partiti, come si son veduti
in questo ultimo periodo del cice- ronianismo, più d'ogni altra cosa ci fa
meraviglia, è la calma sicura e il silenzio dignitoso di Erasmo; non rispose a
nessuno; l'obbligo suo era compiuto: lanciò il libro nel mondo; guardò
tranquillamente all'effetto che vi produsse e tacque. Forse gli rincrebbe
vedersi dai più scambiata la questione; egli aveva combattuto l'imitazione
ciceroniana e gli avversari l'aveano accusato di movere guerra a Cicerone: in
una questione di principio si era voluto vedere una questione personale. Erasmo
volle dare una testimonianza di affetto a Cicerone e una sod- disfazione agli
avversari; e vegliardo, appena due anni prima di morire, cosi scriveva nella
prefazione alle Tusculane: « Me vero, tametsi iam vergente aetate, nec pudebit
nec pi- gebit, simulatque extricaro me ab bis quae sunt in manibus, cum meo
Cicerone redire in gratiam pristinamque familiari- tatem, nimirum multis annis
intermissam, renovare menses aliquot. » MuRET., Orai, et Epist, I, p.
152; II, p. 64; cfr. I, p. 274; e Yariae Lectiones, XV, 1. (2) MuRET., Orat, et Epist. IL Sul coniar nuovi
vocaboli latini. Il nuovo indirizzo letterario iniziato genialmente dal Pe-
trarca si oppose naturalmente sin dal principio alla barbarie medioevale e
quindi ai barbarismi della lingua latina; e dal latino scolastico a quello del
Petrarca ci è difatto un abisso, n Petrarca attingeva il suo latino a purissime
fonti: a Cice- rone, a Vergilio, a Livio; vi si trova un po' troppo di Seneca;
ma che si potea pretendere dal fondatore della miova latinità? E cosi di
barbarismi e di neologismi non va scevro nemmeno il Petrarca; ma bisogna dire
che ne ha molto meno di qualche scrittore che venne dopo di lui e che
trovandosi in condizioni letterarie migliori avea l'obbligo di adoperare un
latino più puro. D'altra parte la questione non fu posta e nemmeno sor spettata
dal Petrarca, il quale in questo riguardo faceva, non disputava. La questione
fti posta poi e ciascuno o tacitamente la presupponeva risoluta a modo suo o
espressamente la trat- tava, dandole quella risoluzione che più credesse opportuna.
Il campo si divise in due partiti: l'uno di quelli che ammet- tevano si
potessero coniar nuovi vocaboli latini ; l'altro di quelli che assolutamente
non l'ammettevano. C'era poi il partito dei conciliatori, che cercava di
mettere d'accordo le due opinioni estreme. I due partiti estremi hanno anche la
loro ragione storica nei due principali periodi dell'umanismo: l'uno il pe-
riodo dell'originalità, che va fino oltre alla metà del quattro- cento; l'altro
il periodo dell'imitazione. Nel primo di questi periodi gli umanisti aveano
bisogno di nuovi vocaboli, perchè a loro la lingua latina era lingua viva; del
volgare, che disprez- zavano, non si servivano; la lingua latina si adoperava
nelle orazioni, nelle corrispondenze, nelle scuole, nelle conversazioni; è
perciò naturale che nel continuo maneggiarla essa non re- stasse sempre pura; e
dall'altra parte per quanto fossero ro- mani in tutto non potevano affatto
sottrarsi all'azione del volgare, che aveano succhiato còl latte, e al contatto
col volgo, che di latino non ne sapeva ; e poi l'influenza del secolo loro
dovea pur farsi sentire, né potevano esser tanto pagani, che del loro tempo non
restasse in essi traccia alcuna. Si aggiun- geva poi la genialità di qualche
umanista, che a nessun patto avrebbe rinunziato, anche adoperando una lingua
morta, a trasformarla del suo, in modo da imprimerle una impronta originale ; e
quindi a coniar nuovi vocaboli e a piegar la sin- tassi a nuovi costrutti. Chi
avrebbe potuto negare a Poggio questo diritto? Glielo negò Fetà posteriore; ma
quell'età non era più originale, essa viveva tutta d' imitazione, la quale
toccò il colmo coi cicero- niani, che non ammetteano nei loro scritti nessun
vocabolo, se non era di Cicerone. Non si può negare che tanto in Poggio quanto
nel Bembo, corifeo dei ciceroniani, troviamo i due estremi; ma hanno tutti e
due la loro ragione storica. Del resto se noi dovessimo giudicare fra i due,
sceglieremmo Poggio: qui abbiamo la lingua latina che ha trovata una nuova
forma, la quale storicamente ha tanto valore quanto ne ha quella delle orazioni
di Cicerone e quella della genesi nella Volgata. Non sarà male sentire come la
presente questione è risoluta da un umanista stesso e sceglieremo, p. es., Florido.
Ecco come la discorre il Florido: « nostro seculo vehementer Inter doctos
ambigitur liceatné bis temporibus novas voces inducere. » Il Pontano, Ermolao
Barbaro, il Gaza si sono presa una certa libertà nel formar nuove parole: chi
li biasima, chi li loda. Il partito moderato invece ritiene che si possano ap-
plicare nuovi vocaboli solo alle nuove idee: « rebus tantum recens emergentibus
nomina indi posse; » e biasima quelli che al tempo nostro chiamano le cose con
nomi diversi dei ro- mani. Che sinché la lingua latina era viva, la si poteva
ar- ricchire di nuovi termini; ora è impossibile; eppure i latini stessi in
questo erano assai cauti. E qui il Florido con molti esempi mostra quanto parco
fosse Cicerone neir ammettere nuovi vocaboli, anche dove la lingua latina ne
avea di biso- (1) Apologia in ling. lai. calumniatores. gno. Del resto,
conchiude il Florido, quando vi sia assoluta necessità di coniar nuove parole,
si mitighino con le seguenti formole: ut ita dicam; sic dixerim; si licei
dicere; quodam- modo; permittite mihi sic. Voglio ora dare un saggio di
neologismi, che ho notati qua e là a caso, leggendo le opere degli umanisti.
Non è che un saggio e nemmeno ordinato secondo un criterio prestabilito, ma
cosi come viene. Sarebbe facile accrescerlo di assai, ma non avrebbe grande
importanza, giacché a confermare il fatto bastano le prove seguenti: Poggio. —
In una sola lettera, al Niccoli, si trovano i se- guenti neologismi: quindena
(femminile singolare); certificare; frustecula; vendantur; solemniis
(ablativo); insigniis (abla- tivo); exemplariorum; circumvicini; abiet (per
abibit)\ dignificare; lihruncula castratelli; decoMrum. Antonio da Rho. — Ecco
i neologismi che si trovano nel suo libro De imitatione: aliqualis;
aliqualiter; appodiare; diversimode; avisare; bancaìia; tregua; ridiculose;
parifor- miter; intrinsecus, extrinsecus (aggettivi); respoliatus; phi-
locaptus; induciari ; parvissima ; inflteri; defiteri; complices; rancor;
unu^quisquelihet; pelliparius ; pensionarius; instan- tia (nome);
praesentialiier ; recommendaticius;Yiperia; tri- butar; granellum; deitas.
Valla. — Il Valla stesso, Tacerbo e instancabile persecutore degli scrittori
che ammetteano barbarismi, e lo sanno appunto i due citati di sopra, Antonio da
Rho e Poggio, ammette neo- logismi anch' egli e proprio nel libro dove meno ce
lo aspet- teremmo, cioè nelle Eleganze. Ecco quanti ve ne ho trovato:
deornamentum; asciticius; substantivare ; ignorative; tra- ditu dignissimus;
per subintellectionem; pra^animosus; qui persicasus est. — Altre parole o rare
assai o usate in altro senso : magis momentosum per maioris momenti ; digesti-
bilis; modifìcatus. Del resto è difficile coglierle il Valla, da questo lato,
in fallo; che altro ci sarebbe da dire sulla pu- rezza del suo stile, alla
quale però non teneva gran fatto. Ognibene Leoniceno. — Aptitudo; moderniores;
apostro- pìiare; correspondere ; virtuosus; intrinsecus (aggettivo) si
incontrano nel suo commento al Laelius di Cicerone. Giorgio da Trebisonda e
Teodoro Gaza. Costoro nelle traduzioni dal greco dovettero foggiare nuovi
vocaboli, per supplire in qualche modo alla ricchezza greca. Ecco come dice del
Trebisonda il Poliziano: « libros eos(gli Animali di Ari- stotele) sic Georgius
Trapezuntius luculente vertit, ut vel red- ditis quae apud veteres invenerat
vel per se ójenuo fìctis ex- cogitatisque vocabulis latiam prorsum indolem
referentibus, vitio factum nostro primus, ut opinor, iuniorum docuerit, cur
ipsi minus multas quam Graeci rerum appellationes habeamus. E di Teodoro Gaza
scrive Barbaro: « is si diu- tius vixisset, linguam latinara hac quoque parte
lòcupletasset ». — n Giovio (3) lo loda, perchè seppe con molta finezza fog-
giare nuove parole latine: « Hisiorias Aristotelis de anima- libus et
Theophrasti de plantis ita latinas fecit ut romanae linguae facultatem, cum
nova vocabula solerter eflìngeret, audaci sed generosa translatione
locupletarit ». — Cosi adoperò Ermolao Barbaro, il quale « instrumentum
verborum incude nova fabricatur, come dice il Poliziano (4); anzi confessa egli
stesso di avere coniato del suo una decina di vocaboli nella versione di
Temistio. « Quoniam negari non potest incidere in philosophia locos, quibus
explicandis fingere aut novare quae- dam necesse sit idque et M. TuUius et
omnes veteres conce- dunt Decem summum circiter verba opere toto comperies,
quae arrepta de foro dici non possint atque horum etiamnum aliqua iam latinis
auribus trita desumpsimus, aliqua ipsi pe- perimus » (5). Un composto da lui
foggiato è cupedivora. In Pomponio Leto il Poliziano ha notato: grcueulaUm et
sturmatim (6); nel Poliziano, che pure è tanto esatto, io ho trovato:
brevtusculus ; funditator; lignipes; ineliqualitus; superductidus ; pulpiterius
; reformidabilis; abstrigiUo; exemr plarius. (1) Miscellan., 90. (2) PolitiaNm
Epist, lib. XII. (3) Elogia doctor. vir., 26. (4) Miscellan., 90. PoLiTiAN., Epist, lib. XII, p. 419. (6)
PoLiTUN., Epist. Beroaldo. — Questo autore è tutt'altro che scrupoloso; ma il
suo stile è già una mostruosità anche per i contemporanei; sicché non è da far
le meraviglie se egli conia vocaboli, p. es.: secretarius; compater; commater;
galleria; sclopus; giran- dola. Talvolta però in descrizioni dove entrino
oggetti moderni domanda il permesso. Fontano. Nel suo dialogo Charon abbiamo
questo diverbio tra Menicello (il grammatico Mancinelli) e Mercurio: Men.
Ricordati di rimproverare acerbamente Antonio Panormita, che adoperò
erroneamente il diminutivo epistolutta. Mere, E io, caro Menicello, a nome del
Panormita ti rispondo che la lingua italiana non solo ha formato molti nuovi
diminutivi, ma anche certi peggiorativi ; sicché io di incarico del Panor- mita
ti saluto per grammaticonem. Fontano perciò am- metteva i neologismi, guidato
specialmente dall'analogia della lingua italiana: fenomeno questo di grande
importanza; e più di tutto i suoi neologismi sono, com'egli stesso per bocca di
Mercurio afferma, diminutivi. Ne scelgo alcuni dall'altro suo bellissimo
dialogo, VAntonius: pilleatulus , suffarcinatulus, fritillus, frustillum,
anaticulus, superstiliosulae, hirquitulus. Altri neologismi, tratti dal
medesimo dialogo: asserena scit, campana, labirynthipleayia (attribuito al
Panormita), prae^wm- ptonem, septicipitem, perpallavit, evomius. Si noti poi
questo passo, dove si parla del fracasso notturno di Euforbia mere- trice: «
clamat, inclamat, frendit, dentitonat, hinnifremit, rixatur, furit; veru,
pelves, patinas iaculatur, Utionatur, can- delabratur: novis enim vocibus novus
beluae huius furor ex- primendus est. » Nelle sue poesie poi, dove con una
originalità non conosciuta né prima né poi, se si eccettui forse il Poliziano,
innestò sul vecchio tronco latino il nuovo e vegeto pollone italiano, ricor-
rono più frequenti i neologismi. Ecco qualche esempio: lube isthaec tibi basiem
labella Succiplena, tenella, mollicelJa. Suge, canam tibi naeniolam : ne naenia
nonne Nota tibi, nate, est naenia naeniolaì intortis tantum laudata torallis.
Brasiculisque apioque ferum nucibusque coronant. Eppure il Fontano tanto largo
con se di iieologismi^ era inesorabile con gli altri. Mi basta riferire la
critica da lui fatta a Leonardo Bruni , per la nuova parola coincidentiay
adoperata nella significazione di iato. Quale scrittore usò mai questa parola?
domanjia il Fontano; non è latina certo, né se fosse latina significherebbe
quello che il Bruni vuole. Ma sup- posto che ci fosse, dovrebbe derivarsi da
cum e incido: o è incido da caedo^ che vale tagliare, e questo non ha che fare
con l'iato di due vocali ; o è incido da cado, che vale urtare contro, e
nemmeno questo verbo può riferirsi a due vocali che si incontrano. Si aggiunga
che il cum non si prepone mai a verbi composti già con la preposizione in;
quindi non si dice coinvenio, coinhaereo, coinTidbito, coindoleo, coinfero e
simili. Fa eccezione coinquino ; ma inquino o è un verbo semplice, o^ se è
composto, le sue parti non si discernono; e il verbo cunio infatti, da cui
vogliono alcuni grammatici deri- vare en^w^no, non era in uso nemmeno al tempo
di Cicerone. Io per me credo, conchiude il Fontano, che gli antichi dissero non
coinquinare ma conquinare, come convenire, conferre e che per rozzezza dei
tempi da conquinare si sia fatto coin- quinare. Sarebbe dunque più tollerabile
il Bruni, se avesse scritto concidentia, da concido, composto di cum e co/lo ;
quan- tunque neppure il verbo cadere si potrebbe applicare all'in- contro delle
vocali. Tanta scrupolosità del Fontano mostra, non foss' altro, due cose: runa
che gli umanisti prendevano molto in Sul serio la questione del coniar vocaboli
nuovi; l'altra che nel coniarli tenevano grandissimo conto dell'analogia. (1;
PoNTAN., Be Aspiratione. HI. Lotte fra i Latini e i Oreci. Per quanto gli
umanisti italiani abbiano promosso lo studio del greco, non si può negare che
essi erano e si sentivano sopratutto latini; e il Petrarca chiama solitamente
nostri i Latini in contrapposizione ai Greci (1). Ma questo sentimento innato e
comune negli Italiani, che erano i Latini nuovi, per motivi particolari fu
tramutato ben presto in gelosia fra Latini e Greci. I Greci che venivano di
Costantinopoli erano ordi- nariamente rozzi a petto dei colti Italiani e nella
loro rozzezza molto presuntuosi. Gli Italiani se ne giovavano, perchè aveano
bisogno della loro lingua, ma non poteano tenersi dal disprez- zarli (2),. e
coglievano qualunque occasione per contraddirli, come si vede dal seguente
fatto, che è raccontato dal Picco- lomini. Ugo Benzi da Siena, famoso medico e
destro dialettico, una sera in Ferrara invitò a una cena, alla quale assisteva
anche il marchese Nicolò, tutti quei filosofi greci che si tro- vavano allora
in quella città con Eugenio papa per il con- cilio (1438). Il Benzi, finita la
cena, seppe destramente tirar la discussione su alcune proposizioni, in cui
appunto Platone e Aristotele divergevano, offrendosi di difendere quella delle
due parti che i Greci presenti impugnassero. I Greci accet- tarono, ma dopo una
disputa accanita di parecchie ore il Benzi ad una ad una confutò
vittoriosamente tutte le loro pro- posizioni. « Che nelle arti della guerra —
soggiunge il Picco- lomini — e nell'onor delle armi i Latini abbiano superato i
Greci, è fatto antico; al nostro secolo era riservato anche di superarli nella
scienza e in ogni ramo di dottrina » (3). Noi (1) luL. ScHÙCK, Aldus Manutius,
p. 12. (2) PoNTAN., Opera, Lyon 1514; pp. 171-172; cfr. Burckhardt, La Ri-
nascenza italiana, trad. francese dello Schmitt, Parigi 1885; I, p. 241 e nota
1. (3) Aeneas Silv. Piccolom., Opera, Basii. 1571 ; pp. 450451. R. Sabbadiui,
Ciceronianismo « altre questioni letterarie.non ci facciamo mallevadori della
veridicità del Piccolomini in questa narrazione, ma teniamo conto del
sentimento, di che fa splendida testimonianza. E allora possiamo imaginare il
re- more che deve avere menato il Poliziano, « eius gentis (graecae) ingeniis
infestus » (1), del trionfo ottenuto sul greco Galcondila, il quale dovette
ritirarsi dall'insegnamento e più tardi da Firenze, quando vi professava il
Poliziano, che oscurò e mise a tacere il rivale (2). E il Poliziano che delle
proprie lodi non è mai parco a se stesso, se ne gloria in una lettera al re
Mattia. « Questo solo dirò, che io professo da parecchi anni lettere latine con
gran plauso, come tutti sanno; e non basta, ma anche lettere greche alla pari
coi Greci, il che non so — mi si perdoni l'audacia — se sia toccato a nessun
altro Latino da mille anni a quest'oggi » (3). E i Greci non la perdonarono mai
al Poliziano, che non osando attaccarlo vivo, lo calunniarono in mille modi
dopo morte: « nam fumantem vivi leonis nasum nemo impune te- tigit », dice il
Barth (4). Fra gli autori* latini il più stimato dagli umanisti italiani e il
più osteggiato dai Greci era Cicerone. Il Petrarca, che nel profferire un
giudizio sulla preminenza di Cicerone o Demostene si tenne di solito riservato,
lo disse poi chiara- mente nel Trionfo della Fama: Quest' è quel Marco Tullio,
in cui si mostra Chiaro quant' ha eloquenza e frutti e fiori. Dopo venia
Demostene, che fuori È di speranza ormai del primo loco. Non ben contento de'
secondi onori (5). Il Boccaccio, seguendo ed esagerando, com'era suo costume. lovius, Elogia^ 28. (2) Ihi, 38, 29. (3)
Meiners, Lebensbeschreibungen etcZùrich. i giudizi del Petrarca, ripeteva con
Valerio Massimo, che Cice- rone superò tutti gli oratori antichi e oscurò la
gloria di Platone, Eschine , Demostene. E già Seneca diceva che in Ci- cerone
Roma rivaleggia con la Grecia e la vince. Brunetto Latini lodava Cicerone come
il più grand'oratore del mondo, li miex parlans hom du monde, e un grammatico
contem»- poraneo del Petrarca e da esso citato lo chiamava il dio del-
l'eloquenza (1). Dietro queste considerazioni sarà più agevole intendere l'in-
teresse e l'accanimento che posero gli umanisti nella celebre e pur tanto
infruttuosa — come troppe altre — questione suirèvTeX^X^ict aristotelica. La
suscitò l'Argiropulo, bizantino, il più dotto forse fra i Greci venuti in
Italia, ma bisbetico, vanitoso, intrattabile e troppo famoso come bevitore e
man- giatore (2), il quale, per dare sfogo alla sua smania di mordere, attaccò
un giorno l'autorità di Cicerone, sdegnatosi che avesse scritto che la lingua
greca è più povera di vocaboli della lingua latina : « nos non modo non vinci a
Graecis verborum copia, sed esse etiam in ea superiores » (3); e volle
dimostrare, per rivendicare il dovuto onore ai Greci, che Cicerone era un asino
(4), e che ignorava non solo la filosofia , ma anche la lingua greca. L'assunto
era un po' difficile a provare, ma l'Argiropulo colse Cicerone véramente in
fallo, sull'interpre- tazione della èvTcXexeia aristotelica, che Cicerone
confuse con èvòeXéxeia, spiegandola perciò come una continuata motto (5);
dovechè èvreXéxeia, dice l'Argiropulo, significa perfectio, con- su7mnatio. Del
medesimo parere dell'Argiropulo è il Filelfo (6), suo grande ammiratore. (1)
HoRTis, Studi sulle opere latine del Boccaccio^ Trieste 1879; pp. 441-442. (2)
P. lòv., Elogia, 27. De finibus, III, 2, 5. (4) P. lov. Elogiay 27. (5)
Tusculan. disp., I, 22. Philelph.,
Epist, Venezia 1502, p. 264 e 94. — Del resto sul- révT€Xéx€ia o èvò. si
scrivono dissertazioni ancora oggidì; cfr. Jahres' bericht fùr Alter
thumswiss., XIII, Jahrg. 1S85, Heft I, Abth. Poliziano fece una vivace difesa
di Cicerone (i), mostrando con le testimonianze di stima rese all' autorità di
Cicerone dagli antichi, quale temerità fosse attaccare un si grand'uomo. Quanto
alla questione del ò o del t nella parola èvieXe'xeia non potersi decider
nulla, per il cattivo stato in cui sono i codici di Aristotele; e quanto
airinterpretazione della parola, se Cicerone avesse voluto darle una nuova
significazione, chi gliene farebbe colpa ^ uomo dotto e autorevole com'era? Del
rèsto Cicerone conosceva tanto il greco, ch'egli ha saputo tro- vare che
qualche parola latina , p. es. convivium , esprime meglio l'idea della
corrispondente greca (JuilittócTiov e che di qualche altra, come zneptus, i
Greci non hanno affatto la cor- rispondente. . Ma al Poliziano più che la
difesa particolare di questa ac- cusa, sta a cuore la questione generale, che è
questione di nazionalità : « vix dici potest quam nos aliquando, idest latinos
homines, in participatum suae linguae doctrinaeque non li- benter admittat ista
natio (graeca). Nos enim quisquilias
tenere • litterarum, se frugem; nos praesegmina, se corpus; nos puta- mina, se
nucleum credit ». E si sdegna nel pensare al tempo ch'egli
era scolaro dell'Argiropulo, quando accoglieva religiosa- mente come oracoli
tutte le scempiaggini che colui gli con- tava. Ora però che se ne è accorto,
mette in sull'avviso tutti i latinisti: « meas esse partes et item cuiuscunque
latini pro- fessoris existimavi Ciceronis gloriaro, qua vel maooime contila
Graecos stamus, etiam vice capitis omni contentione defen- sare ». Più tardi,
nel maggio del 1494, il Poliziano ne scriveva in proposito a Pico della
Mirandola (2) , a cui domandava il proprio parere sul modo di scrivere la
parola èvieXe'xeia. E prima ne avea scritto anche ad Ermolao Barbaro, al quale
questa parola rubava i sonni e che sul modo di scriverla opi- nava che la forma
originaria fosse col ò e che nell'attico poi assumesse il t (3). (1)
Miscellanea^ 1. (2) PoLiTiAN., EpisU. Trattò la questione poi in favore
delFArgiropulo il Budeo (i), il quale dice del Poliziano che combattè
TArgiropulo « magis ut se ostentaret, quam causae fiducia fretus ». Contro il
Budeo lottò Francesco Florido (2). Il Florido divide in due la que- stione.
Prima dimostra che ai Greci mancano, secondo il giu- dizio di Cicerone, alcune
parole che hanno i Latini, come inepius e innocens; e si ride di tutte le
parole greche che il Budeo tentò di sostituire a quelle due latine cioè
àvdpinocyToq, àireipÓKaXo^ , àTri0avo<j, (JKaió^, jLidTaio<j, depuri^,
àireoiKÓ^ a ineptus; oiKaKo^, €Òyviu|liujv, èmeiKfi^, òaio^, KaGapaeuwv a in-
nocens. E seguita, adducendo esempi di Cicerone, a dimostrare che i Latini
certe idee le esprimevano meglio dei Greci, come insania meglio che juavia,
furor meglio che jtieXaTXoXia (3), aegritudo meglio che 7Td0o^(4), divinatio
meglio che jaav- TiKf) (5). Passa quindi alla questione deirevieXexeia, ma
tenendo altra via dal Poliziano, il quale si era accontentato di lasciare la questione
in dubbio per la forma della parola, accordando a Cicerone il diritto di dare a
quel vocabolo un diverso signi- ficato. Il Florido pare più sicuro della
propria causa e vuol provare al Budeo che Cicerone ha benissimo interpretato la
parola e che èvieXéxeia non è altro che la forma attica di èvbeX^X^ici. Da
ultimo la questione AeWineptus , delVinnocentia e del- rèvT€Xéx€ia fu trattata
anche da Cesare Scaligero in una lun- ghissima lettera e che pure non è intera
(6). La lettera è divisa in tre parti : nella prima discute minutamente i vari
significati delle parole aptus, ineptus e delle corrispondenze greche, che
furono proposte. Nella seconda in riguardo della parola innoceniia^ di cui i
Greci non hanno la corrispondente, sciorina una lunghissima serie di vocaboli
latini, di cui il (1) De Asse, Venetiis 1522; 1, pp. 9-12. (2) Apologia ling,
lat, pp. 65^7; 71-75. (3) Tuscul disp., Ili, 11. (4) Ibi, III, 7. (5) De
divinai., I, 1. (6) luL. Gaes. Scalig., Epist et oraiion., Lyon. greco non
possiede gli equivalenti. La terza, che dovea trat- tare deirèvT€Xéx€ia, è
quella appunto che manca. Lo Scaligero conosce la questione come fu dibattuta
dalPArgiropulo, dal Poliziano, da Ermolao Barbaro e dal Budeo; ma non mostra di
conoscere l'articolo del Florido. I detrattori di Cicerone erano, come abbiamo
veduto, i Greci, con a capo FArgiropulo; Teodoro Gaza ci aveva anche la sua
parte (1), e con lui Giorgio da Trebisonda, il Marnilo e il Musuro, « quibus
invisus est Cicero », come dice Erasmo (2). Giano Lascaris avea pure composto
tre epigrammi contro Ci- cerone (3) per vendicarsi dell'aver egli detto nelle
sue Tuscu- lane {A) che i Romani furono più originali dei Greci, e due contro
Vergilio (5), a cui non sapea perdonare di avere scritto: crimine ab uno disce
omnes; e Umeo Danaos et dona fé- renies. Coi detrattori greci fecero causa
comune gli stranieri e si è già veduto il francese Budeo difendere TArgiropulo.
Il Budeo avea inoltre affermato che i Latini aveano preso tutto dai Greci e che
mancavano d'ogni originalità (7). A questo bisogna aggiungere l'inglese Pacco,
che nell'opera De docirinae fritciu pone, riguardo all'originalità, parimenti i
Romani assai al di- sotto dei Greci, specialmente nella storia, nella filosofìa
e nel- l'eloquenza (8). Tanto più dunque gli Italiani sentono che la difesa è
proprio una questione di nazionalità. Cosi la intese il Poliziano, cosi il
Pontano, ma più di tutti il Florido, il quale, mentre difende l'accusa parziale
dell'Argiropulo contro Cicerone, mette insieme tutte le altre accuse contro i
Romani e fa addirittura la difesa della lingua latina contro la greca, tirando
in campo anche due antichi, Plutarco e Macrobio, quello perchè nel suo giu- (1)
PoLiT., Miscellan, 1. * (2) Ciceronianus, Napoli 1617, p. 113. (3) Florio.,
Apologia, pp. 63-65. (4) Tuscul, I, 1. Apologia ling. lat., pp. 80-86. (6) Aen., Il, 65, 49. Florio.,
Apologia, pp. 76-79; cfr. -Lectiones sttccis. Cfr. Lectiones succis. dizio su
Cicerone gli nega ogni serietà, abbassandolo al livello quasi di un istrione;
questo per i suoi sciocchi confronti tra Vergilio ed Omero ; a cui però scusa
tante strampalerie, per- ché quando le scrisse era ubbriaco (1). Contro
Macrobio avea già prima menata la sferza il Fontano nel dialogo Antonius; il
Fontano lo chiama crasso ingegno, insulsissimo, cane abba- iatore e lo manda a
scuola a imparare il latino, giacche sono barbare le forme: in digeriem
concoquere; in memoriam atque in ingenium ire; in incrementum succrescere ;
tale praesens hoc opus volo; noscendorum congeriem polliceri e simili altre, di
cui condisce i suoi Saturnali, La difesa della lingua latina del Florido si
risolve, com'è naturale, in un'apologia di Cicerone e di Vergilio, che sono i
due più grandi rappresentanti della letteratura romana e quindi i più assaliti
dai partigiani della letteratura greca. Veglio recare un saggio della difesa di
Vergilio contro Giano Lascaris, che lo accusava di parzialità, perchè nel suo
poema trattò male i Greci: timeo Danaos et dona ferentes. Il Florido mostra che
veramente i Greci furono di mala fede e cita p. es. i loro storici che si
fecero spacciatori di tante favole. Omero, se mai, s'avrebbe a dire parziale,
il quale rappresenta i suoi eroi greci. Achille, Aiace e gli altri, di tanto
superiori ai troiani , dovechè Vergilio fa che Turno , che è italiano e quindi
suo connazionaje , tremi davanti ad Enea che è straniero. Questo a titolo di
sola curiosità ; come a titolo di curiosità reco il confronto istituito dal
Florido tra Vergilio ed Omero : « Virgilius in hoc est Homero inferior quod
antiquissimus hic vates posteris scribendorum poematum normam praefixit eamque
oh causam melius de litteris quam quivis alius cuiuscunque ordinis scriptor
meritus est. In re- liquis Homerus inventione, Virgilius cura iudicioque
vincit; eruditio, elocutio aliaeque tam poeticae quam oratoriae vir- tutes in
utroque pares sunt » (4). (1) Florio., Apologia^ pp. 56^2 e 86-95. (2) Venetiis
1519, pp. 79-83. (3) Apologia. Sui giureconsulti antichi e sui glossatori
medievali. Nel periodo del Rinascimento gli umanisti' e i giuristi, ap-
partenendo ad un indirizzo troppo diverso, non potevano tro- varsi d'accordo.
Gli umanisti, entusiastici ammiratori e ripro- duttori dell'elegante forma
antica, doveano naturalmente guardare con disprezzo i giuristi che si perdevano
in quel caos di suddivisioni, distinzioni, sottodistinzioni delle glosse,,
scritte in un latino affatto barbaro ; e i giuristi alla lor volta, superbi
della loro importanza nella vita pratica e delle ric- chezze che accumulavano
con l'esercizio della loro professione, guardavano d'alto in basso quei
vanagloriosi letterati, che mal pagati dai principi, si pascevano di belle
frasi e di vuoto en- tusiasmo. Erano due classi di persone che rimasero
estranee runa all'altra e che quindi si disprezzavano reciprocamente, senza
conoscere quello che di buono vi era realmente negli uni e negli altri.
Aggiungasi che più o meno quasi tutti gli umanisti erano stati da principio avviati
dai loro genitori — naturalmente contro genio — a studiare giurisprudenza, la
quale come la medicina arricchiva, dove che le lettere impo- verivano 0, come
diceva il motto d'allora in voga, la medicina e la giurisprudenza davano i
grani, le altre discipline davano la pula: Dat Galenus opes, dat sanctio
iustìniana; ex aliis paleas, ex istis collige grana. Quegli umanisti pertanto,
liberatisi dalla scuola di giurispru- denza e accostatisi alle lettere,
serbavano verso lo spettro gio- vanile un po' di rancore , che sfogavano contro
i giuristi , appena se ne fosse offerta l'occasione. Contro i giuristi scris-
sero il Petrarca, il Boccaccio, il Bruni, Poggio. Perfino Enea Silvio
Piccolomini tirò la sua pietra, il quale in una lettera a Guglielmo de Lapide
(1) racconta di un tal Michele, giurista impertinente, che per quattro ore lo
intronò con un panegi- rico della sua scienza. Enea li chiama gente materiale,
sciocca e matta, e riporta l'aneddoto di un Polini milanese, dottor di giurispi'udenza,
che facendo riparare dai muratori una sua casa, mandatili all'ora di cena a
mangiare, egli si mise a mi- surare le travi preparate per terra e trovatele
oltrepassare la distanza da una parete all'altra, ne segò via il di più, non
preoccupandosi come si sarebbero poi incastrate nel muro. Ma nessuno attaccò i
giuristi di proposito e accanitamente come il Valla, il gran battagliero di
quell'età (2). Mentr'era a Pavia, verso il 1431, un giurista gli espresse
l'opinione che fosse da preferire Bartolo a Cicerone, rinfac- ciando ai
letterati di curarsi più delle parole che del conte- nuto, più delle foglie che
del frutto. E il Valla in una notte, senza aspettar tempo, scrisse un'invettiva
contro Bartolo e il suo libro De in^ignìis et armisi insolentendo contro lui e
tutti i glossatori famosi suoi pari, chiamandoli oche, ma non di quelle che
custodivano il Campidoglio, bensì di quelle che schia- mazzano per la via,
dando noia ai passeggeri (4); e istituendo un confronto tra Servio Sulpicio e
Bartolo, cosi conchiude, scherzando sul doppio senso della parola ius: « ille
non tam iuris consultus, quam iustitiae fuit; hic non iustitiae, sed iuriSj hoc
est ì)rodii consultus est » (5). Anche nelle Eleganze egli attacca i giuristi e i glossa- tori,
vantandosi di sapere scrivere in tre anni delle glosse al Digesto più utili di
quelle dell'Accorsi; frase che arieggia quella di Cicerone, il quale per
scherzo si vantava di poter, se vi si fosse applicato, diventare giureconsulto
in tre giorni. Opera omnia, Basii. 1571,
p. 619. VoiGT, II, pp. 482-491. (3)
Valla, Lucuhrationes etc; Lyon 1532, pp. 789-791. Valla, ìH, p. 788. (5) Ibi, p. 801. (6)
Praefht. libri III. (7) Gfr. Ambr. Travers., Epist.^ ed. Mehns. Ma mentre morde
acremente i glossatori, è largo di lodi ai giureconsulti antichi per l'eleganza
della loro lingua. In questa distinzione fra glossatori e giureconsulti
antichi, che già si trova netta e chiara nel Traversari (1) e in Maffeo Vegio
(2), il Valla si mette un poco dalla parte della ragione, perchè in realtà gli
umanisti generalmente diceano male della giurispru- denza senza conoscerla; e
il Valla lesse il Digesto. Lo lesse, ma non con intendimenti scientifici, hensi
con intendimenti letterari, anzi grammaticali ; il che fa meritare in parte
anche a lui quello che dissero i giuristi, e di allora e posteriori, agli
umanisti, che cioè prima di sentenziare tanto sicuramente contro la
giurisprudenza, avessero avuto la compiacenza di studiarla e impararla. Frutto
della lettura del Digesto fatta dal Valla sono gli esempi, ch'egli qua e là
cita dai giurecon- sulti antichi nelle sue Eleganze, e una polemica contro di
loro, che riguarda la significazione e l'uso di una trentina di voca- boli e
che occupa l'ultima parte del sesto libro dell' Eleganze stesse (3). Ecco come
si introduce a questa polemica : « lusti- niani pace, sive Trebelliani et
sociorum, nam lustinianus nec iura nec forsitan latinas litteras novit ». A
difendere i giureconsulti antichi dagli attacchi del Valla sorse il famoso
Andrea Alciati, il quale si studiò di dimostrare nel suo libro De verborum
signifìcatione false tutte le osservazioni che il Valla avea fatte sull'uso di
quelle parole dei giureconsulti. Da queste polemiche è nato nel secolo XVI un
libro molto noto allora, adesso dimenticato, di Francesco Florido, inti-
tolato: De iuris civUis interpr elibus. Il libro si divide in due parti; nella
prima il Florido difende i glossatori e qui combatte contro il partito del
Valla; nella seconda invece fa l'apologia del Valla contro l' Alciati. Vediamo
un po' par- ticolarmente il contenuto del libro , che non è dei meno (1)
Travers., Epist., V, 18. (2) Prefazione al De verbor. significai.^ Cod.
Ambros.j H 50 inf. (cfr. Sassi, Hist. typ. Ut. mediolan. caratteristici di quei
tempi. Le fonti della prosperità di uno stato, comincia il Florido, sono le
arti della guerra e la legis- lazione; e nelle une e nell'altra furono sommi i
Romani. Toc- cato della superiorità dell'arte militare romana, viene alla legislazione,
di cui tesse in breve la storia, dalle costituzioni regie e delle dodici tavole
agli editti dei pretori, ai giurecon- sulti della repubblica e dell'impero (pp.
123-125); finalmente a Giustiniano, che, ignorante com'era, commise d'accordo
con Triboniano quella scelleraggine , quel sacrilegio della compi- lazione del
diritto civile, la quale fu causa che si perdessero le stupende opere dei
grandi giureconsulti romani. Passa quindi a parlare dei glossatori,
dall'Accorsi, da Bartolo e da Baldo, giù giù fino a Paolo Castrense, ad
Alessandro da Imola, a Francesco Aretino e altri e si intrattiene lungamente e
di proposito a difenderli, specialmente l'Accorsi e Bartolo, dalle accuse che
loro lanciavano i suoi contemporanei, perchè la lingua di quei glossatori era
barbara. Barbara sicuro, dice il Florido, ma bisogna tener conto dei tempi in
cui scrissero ; del resto di barbarie oggi non se ne sente solo nelle scuole di
giurisprudenza; entrate nelle scuole di filosofia e sentirete che mostruosità
di parole, entrate -nelle scuole di teologia e vi vedrete leggere non Girolamo
e Agostino, ma Occa e Gapreolo, entrate in una scuola di latino e udirete forse
spie- gare non Cicerone e Vergilio, ma la grammatica di Antonio Nebrissense o
di Despanterio Ninivita. E seguitando di questo passo, viene a provare anche la
barbarie di Tribo- niano, di cui esamina questo periodo del proemio ai Digesti:
« Imperatoriam maiestatem non solum legibus armatam sed etiam armis decoratam
esse decet », spendendo cinque pagine a dimostrare che né le parole, né le
locuzioni sono latine e appropriate. Tornando alla difesa dei glossatori, per
mostrare di che pelo siano i loro detrattori, prende l'esempio di Giovanni Fer-
rari, che volendo correggere un errore dell'Accorsi, ne com- mette uno più
grave (pp. 135-136). Del resto, conchiude il Florido, che si bandisca da ogni
disciplina la barbarie, io l'approvo; ma nelle leggi é forza fare un'eccezione,
perché se in ogni altra disciplina abbiamo autori classici latini che bastano
al bisogno, questo non possiamo dire delle leggi, nello studio delle quali ci
sono necessarie le dotte glosse deirAccorsi, di Bartolo; <5he se non sono
autorità inappellabili, sono autorità somme e allo studiò di essi non bisogna
accostarsi se non dopo una ma- tura preparazione. E mi muovono a sdegno quei
presuntuosi -che si credono, quando sanno quattro acche di latino, di po- tersi
applicare allo studio delle leggi, quasi fosse cosa da gioco. Invece si
preparino bene e poi si accostino rispettosamente alle leggi e se riusciranno a
dar forma classica latina ai libri dell'Accorsi e di Bartolo, impresa del resto
molto ardua, avranno fatto opera eccellente. La seconda parte del libro è più
uniforme e meno interes- sante. Sono sessanta pagine (pp. 138-198), nelle quali
il Florido difende le censure del Valla ai giureconsulti contro l'apo- logia
dell'Alciati. Sono esaminate una per una tutte le parole discusse ; per ognuna
di esse il Florido reca prima esattamente il passo del Valla, indi la
confutazione dell'Alciati, finalmente ia propria difesa, nella quale egli
spesso aggiunge esempi nuovi. Il libro finisce con un'invettiva contro Udalrico
Zazió, che s'era pure dichiarato contro il Valla per le sue annotazióni ai
giureconsulti. Il Florido dimostra che lo Zazio scrive bar- baramente (pp.
202-206). Se si possano leggere i poeti antichi. Ecco una delle più famose
questioni suscitatasi da quando incominciò il rinascimento dell'arte e della
poesia antica, alla quale subito mosse guerra la chiesa e sopratutto il mona-
chismo; si può dire anzi che passò tutto il periodo abbastanza lungo del
Risorgimento e la questione non venne definitiva- mente risoluta. Ogni umanista
si sentiva ripetere la solita can- tilena , che la poesia antica è spacciatrice
di frivolezza , di falsità, di favole, è dannosa alla morale, è raffreddatrice
della fede cristiana; e doveva adoperare o i soliti argomenti vecchi^
almanaccarne qualcuno di nuovo per mettere a tacere quelle querimonie monacali;
con la certezza che nessuna delle due parti litiganti avrebbe persuaso Taltra e
che la questione si sarebbe tosto dopo rinnovata. Io mi restringerò pertanto a
pochi cenni. Già uno dei precursori del Risorgimento, Albertino Mussato, avea
difeso la poesia con nove argomenti contro un frate (1). Il Petrarca poi, il
vero restauratore della poesia, dovette più di una volta nella sua vita
ritornare su questo tema. Egli oppone agli argomenti degli accusatori un
Girolamo, un Lat- tanzio, un Agostino, che si dilettarono di poesia e che senza
studiare gli scrittori pagani non avrebbero potuto combattere vittoriosamente
la loro religione. Del resto le similitudini di Cristo nel Vangelo che altro
sono se non una forma allego- rica della poesia? Starei per dire, soggiunge il
Petrarca, che la teologia è la poesia di Dio (2). Ma il Petrarca era troppo
sicuro di sé, era troppo superiore ai suoi accusatori, per ab- bassarsi ad
intraprendere una difesa seria e ragionata della poesia; gli bastava di
accennare, di ricambiare col disprezzo le nenie dei frati. Una vera e ampia
difesa della poesia in- traprese il Boccaccio, alla quale egli consacrò • tutto
il libro XIV della sua Genealogia. I nemici eh* egli combatte sono i giuristi e
i monaci. Contro i giurisperiti (XIV, 4) egli fa va- lere queste ragioni , che
i poeti, quantunque poveri, furono e saranno eternamente tenuti in grand' onore,
dovechè i giu- risti con tutte le loro ricchezze vivono senza gloria; che
inoltre i poeti considerando per quello che veramente sona i beni mondani,
vivono in un aere sereno e puro, felici nella contemplazione dell' arte e per
nulla ansiosi di perdere quel- r oro che i giuristi apprezzano e bramano tanto.
Contro i fi- losotì e i teologi e i monaci, che senza essere mai entrati più
oltre il limitare della vera filosofia, se ne fanno gli spac- ciatori e vanno
girando, ipocriti , sotto abito onesto, con passa (1) A. Zardo, Albertino
Mussato, Padova 1884, pp. 302-310. VoiGT.
tardo e in atto di distrazione contemplativa, a illuminare il mondo e a mettere
in discredito la poesia (5), contro costoro il Boccaccio ragiona cosi : Voi
chiamate inutile e vana la poesia; ma essa è una vera facoltà, nata come le
altre discipline dal grembo di Dio, e che nel mondo antico si fece banditrice
di civiltà (6-7); voi chiamate i poeti spacciatori di favole e non considerate
che la favola non è altro che un velo, che copre delle sublimi e utili verità
(9-10) ; voi fate colpa ai poeti di amare la solitudine e i boschi e di essere
quindi privi di ci- viltà e di costume e non pensate ch'essi nel silenzio medi-
tano però seriamente le loro opere e che la natura nuda e semplice eleva la
loro mente al cielo; che se fuggono la città e le genti, lo fanno « perchè
ricusano comprare, come voi, la grazia e le lodi deir inerte volgo con la
vergognosa e de- forme ipocrisia, non si curano di essere mostrati a dito dagli
ignoranti, rifiutano di domandare e desiderare dignità, sde- gnano di camminare
per i palazzi reali e diventare adulatori dei grandi per acquistare qualche
beneficio, o per soddisfare meglio al loro ventre e godersi Tozio, né stanno
dietro alle donnicciuole per trar loro dalle mani qualche danaro, onde
acquistar con inganno quello che non possono coi meriti (11). » Voi ci dite che
i poeti sono astrusi; e che forse i filosofi, che voi tanto portate alto, sono
meno astrusi dei poeti? e lo Spi- rito Santo ha parlato sempre chiaro? e i
sacri testi si deci- frano al primo leggerli? Il vero è ch^ a « snodare quei
dub- biosi groppi bisogna leggere, affaticarsi, vegliare, interrogare » e non
contentarsi di una boriosa ignoranza, come voi costu- mate (12). Chiamate
bugiardi i poeti e spacciatori del poli- teismo, ma essi parlano per via di
finzioni, che questa è la essenza della poesia, senza intenzione di ingannare,
ma si in- vece di insegnare ; sono politeisti, ma chi gliene può far colpa, se
non conobbero Cristo? ma poi in fondo in fondo la credenza in un solo Dio si
trova anéhe in loro (13). Rimproverate ai poeti di essere lascivi e di
rappresentar Giove sotto tante forme diverse: quanto alla prima di queste
accuse non dovete di- menticarvi che sotto quelle apparenze lascive si celano
utili e savi ammaestramenti ; e quanto alla seconda, che anche nella bibbia Dio
è descritto sotto vari aspetti e che la Vergine si onora sotto un gran numero
di titoli diversi (14). Dite che i poeti sono eccitatori al peccato ; ma questo
dimostra che non li avete mai lètti, perchè nella sola Eneide di Vergilio vi è
da imparare una folla di virtù e di azioni e di massime ge- nerose (15). —
Finalmente il Boccaccio mostra che non è pec- cato leggere i poeti, perchè
anche vi si imparasse il male, peccato non è sapere il male, ma l'operarlo; e
che se si pos- sono leggere i libri dei filosofi, non esenti di errori, e i
fatti dei barbari e le perfidie degli eretici, senza commettere pec- cato, si
può senza peccare leggere anche i poeti. L' autorità di Q-irolamo che chiamò i
versi dei poeti cibo dei demoni, tanto dagli avversari citata, non aver valore,
perchè dalle opere di Girolamo consta ch'egli stesso era lettore assiduo dei
poeti (18). Né aver valore l'autorità di Platone, che bandiva dalla sua
repubblica i poeti, giacché si deve intendere ch'egli bandiva gli scostumati,
come sarebbero Plauto e Terenzio e Ovidio, ma non mai i poeti come tali (19).
Per mostrare dove arrivasse in quella gente l'odio contro i poeti, il Boccaccio
racconta che mentre leggeva nello studio pubblico il Vangelo di S. Giovanni,
essendosi incontrato nella parola poe^a, un vecchio venerabile per santità di
costumi e anche d'una certa dottrina , « con la faccia accesa , con gli occhi
infiammati e con più alta la voce del solito, tutto tremando, disse cose scel-
lerate dei poeti. » Alla fine giurò che non avea veduto né mai voluto vedere
libri di alcun poeta (15). Anche il Salutati difese la poesìa dalle accuse di
fra Gio- vanni di San Miniato, il quale avea chiamato vanità delle vanità le
dolci attrattive dei pagani, e che in bocca di un cristiano esse erano peccato
e la peste dei costumi. Erano le accuse ribattute dal Boccaccio, ma il Salutati
adoperò più virulenza del Boccaccio nella sua apologia, nella quale provava che
anche la bibbia si serve dell'allegoria come i poeti, che i sensi riposti della
poesia antica combinavano mirabilmente con la verità teologica e che la bibbia
contiene oscenità e mostruosità come i poeti antichi (1). VoiGT, Wiederbelebung. Contro un altro frate,
Giovanni da Prato, ebbe da litigare, già ottuagenario, Guarino. Nel 1450
Giovanni dà Prato faceva il quaresimale in Ferrara, e avendo inteso che Guarino
leg- geva anche in quei giorni Terenzio coi suoi scolari, si scagliò nelle sue
prediche contro i lettori, i possessori, i compratori e i rivenditori degli
scrittori antichi, ma più specialmente di Terenzio. Guarino gli mandò una
lettera, dove coi soliti ar- gomenti che già conosciamo difendeva i poeti. Il
frate gli ri- spose dimostrandogli che la teologia è la prima delle scienze e
insistendo nel respingere i poeti lascivi. E la disputa fini li (1). Il Valla
pura si fermò a ribattere minutamente il fatto di Girolamo, che i nemici degli
studi classici tiravano sempre in campo. Il Valla prova quanta coltura classica
vi fosse in Gi- rolamo e in generale in tutti i grandi luminari antichi della
chiesa: Ilario, Ambrosio, Agostino, Lattanzio, Basilio, Gregorio, Grisostomo, i
quali furono teologi eloquenti. E un teologo non eloquente, soggiunge egli, «
in theologia impudentissimus est et, si id consulto facere se ait,
insanissilnus ». Indi seguitando con la sua solita arguta mordacità, fa questo
confronto tra i teologi antichi e i moderni: « quei vecchi teologi quali api
che volano anche per pascoli lontani, mi sembra abbiano fabbri- cato del
dolcissimo miele e della cera con mirabile artificio; i moderni mi paiono
formiche, che rubato il grano più pros- simo che trovano, lo nascondono nelle
loro celle ; io quanto a me non solo preferirei Tessere ape all'essere formica,
ma torrei meglio militare sotto il re delle api, che guidare un eser- cito di
formiche » (2). Piccolomini smascherando parimenti questi « qui videri magis
quam esse theologi volunt », mostra l'insussistenza dei loro argomenti e che
fecero più male alla chiesa i teologi con le loro brighe settarie che non i
poeti. Il pio Mancinelli rispose alle accuse contro i poeti antichi non con la
discussione, ma con l'opera, e con un'opera vera- mente strana ; compose cioè
un libro intitolato De arte poe- VoiGT, I, pp. 558-559. — La risposta del frate
si legge nella Bi- hliot Estense di Modena, Cod. 772, f. 10^. Elegant. ling. lai, praefat. libri IV. (3)
Aen. Silv. Piccolom., Opera, Basii. tica, nel quale raccogliendo numerosi
luoghi dei poeti classici dimostra che non solo essi non nuocono alla purità
della dot- trina cattolica, ma che anzi confermano tutte le massime dei dieci
comandamenti e contengono la condanna dei sette vizi capitali. I passi sono
ordinati comandamento per comanda- mento e per ogni vizio capitale. Un articolo
scrisse contro gli accusatori dei poeti anche il Florido (1). Asseriscono, dice
egli, che negli antichi poeti si leggono sole menzogne, che gllncauti, ingannati
dalle attrat- tive della forma, prendono per verità; e recano l'autorità di
Platone e di Girolamo. Ma Girolamo al contrario lesse molto i poeti; Platone li
riprova solo sotto certe condizioni: del resto in che alto concetto non tiene
egli Omero! I poeti antichi sono i primi luminari della civiltà e lo provano
Orfeo e An-. fione. Comunque però sia, noi non dobbiamo leggerli per trarne
argomento di fede cristiana, ma per diletto : possiamo seguirli in quelle
massime che s'accordano con la nostra fede. Spesso certe imagini sotto il velo
allegorico nascondono verità sublimi. D'altra parte Giovanni Grisostomo leggeva
avidamente Aristo- fane, che non è certo il più moderato fra i poeti. E quanti
scrittori cristiani dalla lettura dei poeti antichi non han tratto argomento a
confermare i dogmi della nostra religione! In- fine, domanda il Florido, perchè
vietano la lettura dei poeti e non dei prosatori, se anche questi ultimi sono
pagani? e perchè molti autori cristiani hanno scritto in poesia? Altrettanto e
più chiaramente si esprime, dove difende il Fontano e il Sannazzaro dall'accusa
di paganità mossa loro da Erasmo. Che importa se sia pagano o cristiano, se
paga- neggi no chi scrive, purché faccia opera d'arte? E se gli epigrammi del
Fontano sono talvolta osceni, rispondo che gli epigrammi non dilettano, se non
sono conditi d'una certa lubrica gaiezza. Quanto al Sannazzaro che nel poema
sulla Vergine mischiò mitologia, il Florido soggiunge che quelle divinità, quei
miti, quelle imagini pagane sono necessari ab- bellimenti della poesia e che
chi vi rinunziasse, rinunzierebbe (1) Lectiones succis., Ili, 7. R. Sabbadini,
Ciceronianismo e altre questioni letterarie. all'arte. Gonchiude che «
conduntur poemata ut nobis cum delectatione prosint, non ut ex illis Ghristi
praecepta di- 5camus » (1). Né Cesare Scaligero, battagliero com'era, mancò di
rompere la sua lancia contro gli accusatori dei poeti (2), ma se ne sbriga con
poche parole e stizzosamente. I libri dei poeti ali- mentano la superstizione?
ma senza superstizione non vi può -essere religione. Né i libri sacri sono più
morali dei poeti; del resto tanto può essere nociva la poesia, quanto la
storia. Fra i poeti però ve n'era uno, Vergilio, che veniva rispar- miato,
perché si aveva un alto concetto della sua onestà e il medio evo n'avea fatto
un profeta di Cristo. Il Boccaccio (3) dimostra quanti ammaestramenti si
ricavino dai fatti e dalle massime dell'Eneide. Enea che esorta i compagni a
perseve- rare, che espone la vita per la patria, che salva sulle spalle il
padre, la sua clemenza verso Achemenide, la risoluzione di rompere i lacci
amorosi di Bidone, la sua giustizia e liberalità verso gli amici e gli stranieri,
la sua prudenza nel discendere all'inferno, gli eccitamenti alla gloria che
sente da suo padre, la diligenza nel farsi degli amici, la fede nel
conservarli, le pie lagrime versate su Fallante, gli ammonimenti che fa di
quando in quando al figliuolo — tutto questo é scuola di mo- ralità. «
Veramente se Vergilio avesse conosciuto e adorato Iddio, nessun libro si
potrebbe leggere più santo del suo ». Eppure anche per Vergilio si facevano
delle riserve. Nella disputa fra Guarino e Giovanni da Prato, Guarino gli
doman- dava se Vergilio pure meritava di essere bruciato. Il frate gli rispose
che Vei^ilio, considerato l'onore in che lo tenne Agostino, poteva eccettuarsi,
a patto però di escludere la storia lubrica di Bidone (4). Ma la obbiezione che
si faceva a questa storia al tempo del Boccaccio non era tanto di lubricità,
quanto di falsità, perchè, (1) m. III, 6. (2) I. e. ScALiG., Epist. et
orationes, Lyon 1600, pp. 409413. (3) Geneal., XIV, 15. (4) VoiGT, I, p. 559.
Digitized by VjOOQIC — 99 — dicevano i monaci, Bidone fu casta e Vergilio la
rappresentò violatrice della fede giurata al morto Sicheo. Non è cosi strana
l'accusa, come è strana la difesa che ne fa il Boccaccio (1). Quattro motivi
ragionevoli, egli dice, io trovo che indussero Vergilio à rappresentare In quel
modo Didone. In primo luogo egli imitava VOdissea e néiVOdzssea il poeta
comincia a un punto molto inoltrato dell'azione; indi fa approdare Ulisse al
paese dei Feaci e ivi gli mette in bocca la narrazione delle avventure
precedenti. Cosi dovea fare Vergilio; e quale luogo più opportuno di Cartagine
poteva egli trovare, dove Enea ricevesse da Didone amichevole accoglienza?
imperocché fino allora Enea aveva navigato tra i nemici greci. Ivi dunque può
Enea sicuramente narrare le sue precedenti avventure. In se- condo luogo V
Eneide rappresentando la lotta della virtù contro le passioni umane, le
lusinghe di Didone erano adattatissime ad allacciare la virtù d'Enea e quindi
il poeta ha una bella occasione di mostrare la gloriosa vittoria dell'animo di
lui. In terzo luogo Vergilio volendo glorificare i Giuli e Ottaviano, non
poteva farlo meglio, che mostrando la continenza e la for- tezza morale d'Enea.
Finalmente intendendo Vergilio di ma- gnificare nelV Eneide il nome romano, non
potea adoperare mezzo migliore che mettendo in bocca di Didone quelle famose
imprecazioni allusive alle guerre tra Cartagine e Roma, dalle quali l'impero e
il nome romano uscirono più forti e gloriosi. VI. Su alcune questioni
d'ortografia. Ben presto gli umanisti si occuparono dell'ortografia latina, che
non diede mai pace per quarantasei anni al Salutati, com'egli confessa (2).
Niccolo Niccoli scrisse sull'ortografia Geneal, XIV, 13. VoiGT, n, p. 378. latina un opuscolo (1);
tutti e due si occuparono specialmente dei dittonghi. SuU'ortografìa scrissero
anche Guarino e Tortelli e con molta lode il Barzizza, il quale compose un
esattissimo dizionario ortografico, preceduto da un trattatello. Ma nessuno più
genialmente del Poliziano si occupò di tali questioni, il quale ne tratta nelle
Miscellanee (3) e nelle let- tere (4), mostrando, con la scorta delle
iscrizioni e dei codici più antichi, che si dovea scrivere totiens, quotiens^
cottidie (5), adulescens, intellego, VergUius. Io mi limiterò a dire qualche
cosa sulla questione delle parole miìii, lacrima e Vergilius. La questione del
mihi è nata cosi. Un certo Antonio, gram- matico, avea rimproverato a Leonardo
Bruni di avere scritto michi e il Bruni gli rispose con la seguente difesa, che
io compendio: Dante, il Petrarca, il Boccaccio, Goluccio hanno scritto michi e
V uso comune vuol cosi. Quelli che pronun- ciano miJii con l'aspirazione sono
certi presuntuosi, che vo- gliono darsi aria di eruditi : « ostentare se volunt
antiquarios , esse » ; a me invece sembrano giudei e caldei, i quali popoli
parlano più con la gola che con la lingua e le labbra. E che anche i Romani
seguissero non la ragione, ma l'uso, lo prova appunto l'avere scritto mihi, che
per analogia con Ubi, sibi avrebbe dovuto essere mibt L'uso disapprova oggi
quello che approvava ieri; gli antichi dicevano pessume, decumus, siet,
posiverunt, coeravit, fadundum, etc. ; e noi invece pessima, decimus, sit,
posuerunt, curavit, faciendum etc; cosi l'uso « nostrae vel superioris aetatis
» vuole che a m.ihi si frap- ponga un e, che i latini stessi frapponevano in
sicubi, necubi, alicubi. Quello che dico di mihi ripetasi anche per nihil ». Fin
qui Bruni. BARZIZZA (vedasi) nella sua orthographia
alla voce nihil osserva che è invalso l'uso di scriver questa parola col e,
perchè la pronuncia comune ve lo fa sentire ; ma l'uso dover cedere all'arte;
tutt'al più per non offendere -- S., Guarino Veronese e il suo Epistol.,
Salerno. VoiGT. ^ 77. V, 2-3. Gfr. p. es. Epist. troppo bruscamente le
orecchie potersi pronunciare il e con una leggera aspirazione, ma doversi
tralasciare assolutamente nella scrittura. Quel che si dice di nihil valga
anche per mihi. Il Fontano si prese poi la briga di ribattere minuziosamente e
punto per punto tutto il ragionamento del Bruni. Comincia dal dire che
l'autorità di Dante, del Petrarca, del Boccaccio, di Goluccio non vale, perchè
di latino ne sapevano ben poco. Il Bruni chiama giudei e caldei quelli che
pronunciano mihi con l'aspirazione: badiamo, dice il Fontano, che non sia un
caldeo chi pronuncia michi, nel guai caso avremmo la con- sonante aspirata eh e
il latino non ha consonanti aspirate, che sono proprie dei greci e dei barbari,
ma solo vocali aspirate ; erano poi giudei anche i Latini, che pronunciavano
vehemenSy comprehendo, traho etc? Del resto sull'autorità dell'uso bisogna
andar cauti e intendere per esso il consenso dei dotti : perchè il Bruni non
segui l'uso del volgo de' suoi tempi, che pronunciava mici e non michi? Né i Latini
nel foggiar la parola mihi seguirono l'uso, ma la ragione, e la ragione era di
evitar l'iato; e per questo nelle parole mihi, vehemens etc., hanno inserito la
aspirazione h. Quanto all'a- nalogia che avrebbe dato miài, come tiM, io non la
vedo, perchè sia pure che fra i casi obliqui mei mihi ws, tui Ubi te, ci possa
essere , ma fra i nominativi effo e tu non che analogia non ci è nemmeno
somiglianza. L'esempio delle pa- role pessum£y decumus etc., non vale, perchè
altro è mutare una lettera, altro è aggiungerla, come in m^ichi. Finalmente in
sicuN, necubiy il e fu inserito per distinguere queste forme quando sono unite
e quando sono separate. n Fontano del resto per spiegare l'origine della
pronuncia michi ammette l'influenza dei barbari, i quali aspiravano troppo
fortemente le parole mihi e nihil per l'influenza dell'/, in modo che ne
nasceva un suono che pareva un b; coloro che non sapevano rendere queir
aspirata, pronunciavano come se veramente ci fosse un e. Lo stesso avviene per
la parola Mahcrmet; che non potendo pronunciarla con l'aspirata, come gli
Arabi, vi inseriamo un e e diciamo Machomet. PoNTAN., De Aspir attorte, il. Sull'ortografia
di lacrima abbiamo una lettera di Francesco Filelfo a Pietro Pierleoni (1) del
1437. Jl Pierleoni voleva sapere se lachryma si scrive con ^/^. Risponde il
Filelfo che « il latino non ba aspirazione, ma che l'uso ve la ha introdotta
nella lettera e, per renderne più forte il suono, come in irichoare, pulchruniy
sepulchrum, lachryma^ quantunque irichoare, se si deriva da chaos (!),
riceverebbe l'aspirazione dal greco. Lachryma nasce da ÒÓKpuov ; per lo scambio
dei suoi d, l si confronti jneXerfiv e m^ditari. Gli antichi scriveano anche
lachrumxx, non per analogia con optumus, maooumus, che diventarono poi
optim^us, maodmus^ ma per una corrispon- denza molto frequente di suoni tra il
latino e il greco, come fuga (puTd, tu tu, mus )iOg, sus \5g. Ma allora perchè
toc/^r^/ma aspira e òàKpuov no? Non farà meraviglia a chi confronti STKupa
am^hora, TpÓTiaiov trophaeum, ttùOio^ phythius, 8pKog horcuSf XapKÓ^ lurcho.
L'aspirazione si trova talvolta anche nelle vocali, come mthiy ahenum,
haUudnariy honus, heUuo ». Quanto a Vergilius, il Poliziano sosteneva questa
forma , appoggiandosi alle iscrizioni e ai codici più antichi (2) e de- rivando
il nome da vergUiae^ o da ver , e non da ^irga laurea, l'alloro, come faceano
altri, perchè molti prima che nascesse Vergilio portarono il medesimo nome. Il
Landino, maestro del Poliziano, accettò la lezione Vergilius (3), ma non la
accettò Bartolomeo Scala, che ne scrisse al Poliziano (4), affibbiandogli la
derivazione di questo nome da verert II Poliziano gli risponde (5) ch'egli non
avea mai sognato una simile etimologia e che tutti i suoi conoscenti aveano
accolta favorevolmente la nuova lezione. Ma alcuni, anche di molto posteriori
al Poliziano, non l'accettarono e io cito qui il Flo- rido, che non si può
indurre a scrivere Vergilius, solo perchè cosi si legge in una lapide (6); il
Florido però, quando scri- (1) Fr. Philelph., Epist., ed. Meuccius, Firenze
1743, II, 31. Miscellan.y 11. PoLiTiAN., Epist, V, 3. (4) IH, V, 2. Ibi, V,
3. (6) LecHones succis. veva questo, non dovea avere presente l'articolo del
Poliziano^ il quale non si appoggia a una sola iscrizione. Inoltre si icbierò
contro il Poliziano Celio Rodigino (1), il quale tiene Vìrgììius, perchè cosi
trova scritto questo nome presso i Ctreci, p. es. nel commento d'Eustazio al 2°
dell* Iliade e negli epigrammi greci dell'Antologia; cosi lo trov^a scritto
anche presso Cecilie Minuziano che lo fa derivare da virgis, inter quas sit
natus; e presso Calvo in quel verso: Et vates cui virga dedit memorabile nom.en
latirea. Aggiunge a questi Tautorità di Prisciano ; né lo persuade del
contrario il veder citata da Minuziano l'altra opinione, che fa derivare il
nome Vergilius da vergiliae. YIL Suirallegoria dei poeti, specialmente di
Yergilio. Il medio evo si era molto dilettato di allegoria, specialmente
riguardo a Vergilio, che fra tutti i poeti amichi era rimasto sempre anche in
quei tempi oscuri il più caro e il più noto. Le allegorie vergiliane furono
raccolte in un sol corpo da uno dei più strampalati scrittori che registri la
storia leicfi- raria, Planciade Fulgenzio, nel suo libro intitolata De conti-
nentia vergìliana, cioè del contenuto vergiliano: libro mae- strevolmente
esaminato dal Comparelti (2). I fondatori della Rinascenza , il Petrarca e il Boccaccio
, preceduti in ciò da Dante col suo poema allegorico, furono partigiani
passionati dell'allegoria. Per il Petrarca l' allegoria è V essenza della (1)
Lectiones antiqime, VII, 4. Virgilio nel medio evo. poesia : « è opera del
poeta rivestire la verità di un bel velo, in modo ch'ella rimanga chiusa al
volgo ignorante, non al lettore illuminato e dotto, il quale fatica sì a
scoprirla, ma tanto più gli riesce dolce, quando V ha trovata (1). E sempre
nelle egloghe e spesso negli altri componimenti sia in prosa che in poesia egli
cela le sue allusioni politiche e i suoi più gelosi sentimenti sotto il velo
allegorico (2). Partigiano dell'allegoria è anche il Boccaccio, il quale ri-
tiene matti e ridicoli coloro che non ammettevano che sotto alle favole dei
poeti antichi si celasse un senso profondo e dichiara d'aver composto egloghe,
del cui sentimento egli solo è consapevole (3). Lo stesso dicasi del Bruni, che
nella lettera intitolata De bonis litteris parlando delle lubriche storie
d'amore dei poeti antichi dice : « quis adeo hebes est, ut non fictas res et
aliud prò alio signiflcantes intelligat? » (4). E venendo alle allegorie
vergiliane, il Petrarca ne tocca nei libri De otto reltgiosorum e in una delle lettere senili, che si
intitola: Delle morali verità nascoste nell'E- neide di Vergaio. In essa scrive
: « in quel divino poema ben più sublimi di quello che apertamente si paiono e
più impor- tanti verità volle ei nascondere sotto il velame de' versi suoi ». E
venendo a un esempio, egli nei venti signoreggiati da Eolo ravvisa le passioni
domate dalla ragione: che altro sono esse le cupe grotte, entro le quali i
venti si rintanano, se non le ascose e recondite cavità de' nostri petti ove,
secondo la dottrina diatonica, han loro albergo le passioni? La mole sovra
imposta indica il capo, che Platone stesso assegnò come sode alla ragione. Enea
è l' uomo forte e perfetto. Acato la compagnia preziosa d'uomini illustri,
industriosi, solleciti »-. VoiGT, Wiederbelebung, I, p. 32. VOIGT, I, p. 31. Genealog., XIV, 10. (4) JuL. ScHÙCK, Zar
Charakteristik der ital. Human., Breslau 1857, p. 2^. (5) JuL. ScHÙCK, ibi, p.
18, nota 16. IV, 5. HoRTis, Studi sul Boccaccio. Petrarca, come
racconta il Boccaccio (1), nel 1341 tro- vandosi a Napoli spiegò l' allegoria
vergiliana al vecchio re Roberto, il quale si penti allora di aver tenuto in
dispregio per Tavanti i poeti e volle tosto applicarsi allo studio di Ver-
gilio. n Boccaccio riteneva che Vergilio nell'Eneide intese mostrare da quali
passioni la fragilità umana sia turbata e con quali mezzi sia dall'uomo
costante superata (2); p. es.: Didone è la concupiscenza, Enea la sua vittima,
Mercurio, che lo richiama al dovere, è il rimorso della coscienza o la
riprensione d'una persona amica. Chi è tanto ignorante, esclama egli (4), che
leggendo nella Bucolica (VI, 31) quel passo namque canebat uti magnum per inane
coacta o quest' altro nelVEneide (VI, 724) prìncipio caelum ac terram camposque
liquentes non pensi celarsi nessun sentimento arcano sotto il velo favo- loso?
non riconoscerà invece da essi la riposta filosofia di Vergilio, per la quale
egli guidò Aristeo nei segreti della terra ed Enea in quelli dell'inferno? Un
sistema di allegoria vergiliana troviamo già nella lettera del Filelfo a
Ciriaco d'Ancona, della quale reco un copioso, estratto. « Tu vuoi sapere,
scrive egli, a qual fine intenda Vergilio nell'Eneide, giacché non ti piace la
solita opinione delle scuole, eh' egli abbia voluto imitare Omero e glorificare
Augusto. Questo anche egli ha voluto, ma il suo spirito divino segue un più
alto scopo. Rappresentando egli la vita con- templativa e r attiva , ha voluto
mostrare con la sapienza e Geneal, XIV,
22. Ibi, XIV, 13. Ibi, XIV, 22. Ibi, XIV, 10. Philelph. , Epist. , Venetiis 1502 , p. 2 con
la data : ex Venetiis Rai. Cfr. luL. Sghùgk, Zur Charakt. il valore d' Enea in
qual modo si possa conseguire in questo mondo il sommo bene. Le due vite sono
indicate nel prin- cipio del poema, là dove egli dice di cantare le armi «
virtutes hellicas et activas » e l'eroe « virtutes urbanas intellecti- vasque. Però
egli non mantiene l'ordine tracciato nella proposi- sizione, ma canta prima le
virtutes urbanae, indi le virtutes heUicae, E in ciò è stato più perspicace
d'Omero, il quale prima nell'Iliade cantò il valore di Achille, poi
nell'Odissea la sapienza e la prudenza d'Ulisse; poiché noi prima pensiamo,
indi operiamo. Perciò nei primi sei libri dell'Eneide si tratta della vita
tranquiUa, meditativa; negli altri sei della vita guer- resca, quantunque e
nella prima e nella seconda parte si alternino cenni dell'una e dell'altra
vita. Dicendo io che Ver- gilio descrive la vita umana, intendo l'unione della
parte morale e della iSsica di essa. Perciò egli comincia con Giu- none, la
regina e soprastante dei parti, e con Eolo, il reg- gitore dei venti, cioè dei
desideri e delle passioni, giacché egli mollitque animos et temperai iras. Ecco
ora con quale brevità e ordine Vergilio ha descritto il corso della vita umana.
Comincia col parto del bambino, il quale è molto pericoloso e a lui e alla
madre. Perciò abbiamo in sul prin- cipio la tempesta, che però cede tosto
dinanzi a Nettuno, perché appena il bambino è nato e quasi uscito dalle onde,
la madre ed esso sono fuori di pericolo. « Nec enim absurdum cuiquam videri
potest, si Neptunus a duobus verbis graecis veTv, quod est natare, et iTTdu),
quod volare signiflcat, deduci adfirmemus. Nam quemadmodum tarditas parientis
periculosa est, celeritas et quasi volatus in lucem levationem dolorum effert
salutiferamque quietem. Nam quod rursus ad Aeolum spectat, aloXeiv agitare
signiflcat et versare et variare, quae omnia ac similia humanae vitae competere
ambigat nemo; vel Aeolus quasi Aeonolus, hoc est vitae deletio. Nam aluiv aevum
vitamque signiflcat, òXeTv vero delere. Nascentibus enim om- nibus vitae
discrimen interitusque imminet ». La infanzia poi, che arriva flno al settimo
anno, passa tutta nell'alimentazione, il che é espresso chiaramente da quei
sette cervi uccisi (1, 192). Alla infanzia succede la fanciullezza, che si
diletta di racconti ; ed ecco il racconto della presa di Troia e degli errori
di Enea. Segue l'adolescenza, in cui cominciano a svegliarsi gli appetiti ed
ecco gli amori di Enea e Didone. Viene la gioventù, vaga di onore e di gloria
ed ecco i giuochi coi loro premi. Alla gioventù tien dietro l'età del senno,
che si dedica alla meditazione e alla ricerca della verità ; perciò è descritta
la discesa all'inferno e tutto quello che i pitagorici e i pla- tonici hanno
detto sull'anima umana e sulle cose celesti. Questo avviene nel sesto libro ;
negli altri sei si rappresenta la vita attiva, quantunque qua e là vi sieno
cenni alla giu- stizia e alla pietà. E come il principio comincia dalla nascita
del bambino, cosi la fine della vita è la morte ; perciò oppor- tunamente finisce
il poema con questo verso : « vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras
(XII, 952). Cosi Turno, che si era dato all'ingiustizia e alla codardia, muore
oscuro e ignobile; Enea, l'eroe giusto e valoroso, risplende di eteriia gloria
». Lo sviluppo più compiuto, più dettagliato, più mostruoso di questo sistema,
lo ha dato il famoso paladino dell'allegoria vergiliana nel periodo del
Risorgimento, Cristoforo Landino. Il Landino era uno dei principali membri
dell'accademia pla- tonica di Firenze, che fu la grand' officina delle
allegorie e nella quale, con a capo il Ficino, riducevano ad allegoria tutto il
paganesimo e la dottrina platonica, per metter l'uno e l'altra in buona armonia
col cristianesimo. Le allegorie vergiliane si trovano in due opere del Landino.
L'una è il commento a Vergilio, dove fra una congerie indigesta di note d'ogni
argo- mento e d'ogni colore si dimostra che V Ene^ rappresenta la conquista del
sommo bene. Dell'altra, intitolata Disputa- tiones Camaldulenses, ecco come
discorre il Villari nella stu- penda introduzione all'opera sul Machiavelli
(1).. «Nella state del 1468 li troviamo (i platonici) nel delizioso convento
dei Gamaldoli, andati colà per godere il Cresco e fare le famose dispute
camaldolesi. V'erano Lorenzo e Giuliano de' Medici, Cristoforo Landino e suo
fratello Alamanno Rinuccini, L. B. Al- Firenze. berti, allora venuto di Roma, e M.
Ficino. Dopo aver sentita la messa andavano all'ombra sotto gli alberi della
foresta ed ivi il primo giorno disputarono sulla vita contemplativa e sulla
attiva, l'Alberti sostenendo con argomenti assai comuni do- versi preferire la
prima; Lorenzo de' Medici invece opponen- dogli che l'una e l'altra sono del
pari necessarie. Nel secondo giorno si parlò del Sommo Bene ed abbiamo una
serie di vuote frasi e di citazioni classiche. Nel terzo e quarto giorno
l'Alberti dimostrò la sua platonica sapienza con un lungo com- mento su
Vergilio, sforzandosi colle più strane allegorie di provare, che neW Eneide si
trova nascosta tutta quanta la dot- trina platonica e tutta la dottrina
cristiana, le quali in fondo sono per lui una sola e medesima cosa». E un
trattato di filosofia platonica vede nelV Eneide Celio Rodigino, il quale
citando un po' Platone, un po' Plotino, iin pò' arzigogolando del suo e in un
latino per giunta orribilmente filosofico, si ingegna di spiegare l'allegoria vergiliana
(1). Anch'egli se la prende come il Filelfo — ma più accanitamente perchè li
tratta da matti — con quelli che riponevano lo scopo dell'Eneide
nell'imitazione di Ometo e nella glorificazione di Augusto. « Se volete sapere,
soggiunge egli, il vero scopo di Vergilio, ve lo dirò io. Vergilio, «
scientissimus et Platonis mysteriis non leviter imbutus », non altro si propose
che « philosophi definitionem suis voluminibus facundissime ac aliud agendo
explicare ». Infatti Platone definisce il filosofo come amator Dei^ e gli
assegna questo doppio ufficio: cono- scere meglio che può le cose divine;
studiare le umane e ridurle alle norme della prudenza; nel primo si comprende
la teorica, nel secondo la pratica. Prima dunque il sapiente medita e ricerca
la natura divina del bene; quindi dirige i propri atti al bene, come a lor
fine. A ciò due cose si richie- dono: l'una conoscere la natura umana e in qual
modo ella possa guidarsi al bene e sottrarsi al male ; l'altra contemperare i
nostri affetti in guisa che tutti siano rivolti al bene. E questo si ottiene
con la virtù morale, che Platone intende sotto il (1) Lectiones antiquae. nome
di giustizia. In noi si trovano due specie di appetiti: i primi sono quelli
suscitati da una causa esteriore, primachè l'anima razionale li richiami ad
esame o discerna se siano da accogliere o da respingere ; i secondi quando
l'anima dà il suo assenso. La virtù che comprime questi secondi appetiti, pro-
clivi al senso, politica est ac dicitur; quella che non solo li comprime, ma
anche li svdidìcsi, purgatoria nuncupatur; la virtù poi che non solo vince
questi secondi, ma o toglie o tempera anche quegli altri primi, animi iam
purgati virtus appeUatur Ora nei primi cinque libri àoiVEneide non altro si fa
che dimostrare come il sapiente, segregato dalle cure mondane, purifichi
l'anima con le yìviù politiche e purgatorie. Questo significa la fiera tempesta
del primo libro, e il ban- chetto di Bidone, dove l'anima razionale abbrutendo
per gli incentivi della passione e della carne si dimentica di sé stessa e si
ravvolge nei piaceri corporei. Questi sono agitamenti d'un animo che si
apparecchia alla lotta e si affretta verso l'ori- gine; il che è espresso in
quelle parole: per tot discrimina rerum tendimus in Latin m, sedes ubi fata
quietas ostendunt (I, 204-206). Per Lazio io intendo lo stato dell'animo già
purgato, che è mondo oramai da ogni contatto terreno e di cui è propria, come
dice Plotino, la conoscenza delle cose divine, l'oblio delle concupiscenze,
l'imperturbabilità e un intimo commercio con la mente divina. Il sesto libro
poi, tanquam, virgilianae do- ctrinae thesaurus longe clarissim^us, contiene la
ragione della natura mortale e dichiara sotto figura poetica l'origine e la
qualità dell'animo Qui sotto figura d'Enea che discende agli inferi noi
contempliamo l'anima che va in questa parte del mondo, che i platonici chiamano
inferi e antro di Dite: e lo provano i versi (VI, 268-269): ibant obscuri sola
sub nocte per umbras perque domos Ditis vacuas et inania regna. Poiché la
teologia antica intendeva il mondo col nome di spelonca; infatti la natura
umida degli antri contiene il tipo e il simbolo di tutte le cose che sono nel
mondo Gli ùltimi sei libri poi adempiono Tufflcio filosofico, in quanto
riguarda alle virtù politiche, perchè l'uomo è animale socievole. Però Enea si
agita ancora, imperocché si apparecchiava il passaggio u purgatoriis virtutibus
ad eas quae animi iam purgati dicuntur, I desideri umani, che fanno guerra
all'anima, ten- tavano di sopraffare Enea; questo significano le nascenti
guerre. Tosto dopo però l'animo rinvigoritosi nel Lazio uccide Turno, fa tacere
i tumulti, disprezza le cose umane e si tras- forma in Dio Perciò il poeta
divino nuU'altro volle aggiun- gere all'opera sua e sono stolti quelli che la
credono imper- fetta. Per Troia poi io non intendo l'infanzia, come fanno
taluni, ma la parte inferiore del mondo, secondo che dice Platone nel Teeteto,
che i mali non si possono espellere intie- ramente, bisognando che vi sia
sempre qualche cosa contraria al bene ». Mi sono ingegnato di rendere più chiaramente
che ho potuto questo enigma cabalistico, in confronto del quale quello dei
Filelfo è una bazzecola; ma non so se io vi sia riuscito. Ad ogni modo questi
enigmi sono la prova più chiara della fal- sità del metodo e della verità del
metodo contrario. E il me- todo contrario c'era e si scorge dagli sforzi stessi
del Filelfo e del Rodigino per confutarlo. Quel metodo spiegava V Eneide, forse
troppo semplicemente, portando in campo Omero dal- l'una parte e Augusto
dall'altra; e molto più in là per quei tempi difllcilmente si poteva andare; ma
ci si tirava molto più da vicino, che con le astruserie platoniche e
fulgenziane del Landino. Il partito contrario ebbe, se non un campione
dichiarato, un illustre rappresentante nel Poliziano, il quale nei commenti
avea lasciato il vezzo di allegorizzare e quantunque nella pre- lezione sopra
Omero si risenta ancora l'influenza della scienza riposta che vedevano gli
antichi in quell'autore, pure siamo ben lontani dalle intemperanze allegoriche
dei Landiniani (1). <1) luL. ScHÙCK, Zur Charakt. Vero campione invece di
questo partito fu il Florido, il quale ammette bensì l'allegoria nei poeti,
perchè altrimenti trove- remmo in essi troppe cose puerili e poco sobrie e
perchè l'al- legoria aggiunge bellezza alle loro opere; ma non si deve eccedere.
Allegorici, egli dice, sono Platone e più Omero e più ancora Ovidio e Dante.
Chiama barbaro "Fulgenzio, delle cui sottigliezze si scandqjàzzava perfino
il Boccaccio (1), ma più di tutto egli scatena l'ira sua contro il Landino in
due brevi, ma acerrime invettive (2). Per dare un'idea dell'allegoria del
Landino, reca questo saggio: « Enea, cioè l'uomo probo, tende all'Italia, cioè
al sommo bene, il quale è riposto nella vita con- templativa. A costui è nemica
Giunone, cioè l'ambizione di regnare, la quale cerca di traviare Enea dalla
vita contem- plativa alla vita attiva. Resistendo egli però , Giunone gli su-
scita contro per opera di Eolo la tempesta, cioè la ragione in- feriore; ma
Nettuno, cioè la ragione superiore, non si lascia vincere da Giunone e calma la
tempesta ». Naturalmente il Florido non si può tenere e manda il Landino a fare
il sagre- stano. Ecco alcune frasi abbastanza energiche, con cui intra- mezza
il suo giudizio: «insulsum Landini in scrutandis poetarum allegoriis ingenium»;
«singularishominis stultitia»; «stupidum in explicandis allegoriis iudicium »;
« allegoriae nimis super- stitiose, ne dicam stulte, petitae »; « amens rabula
ea secum de allegoriis comminiscitur, quibus nihil a sano iudicio re- motius
esse potest ». vni. Quale sia più grande fra i capitani antichi. H Petrarca,
quantunque non molto apprezzato dagli umanisti me rimatore toscano, pure era
sempre tenuto in gran come Geneal., II,
52; IV, 23; VI, 7; XIII, 58. (2) Apologia^ p. 115; Lectiones succis. rispetto e
le sue poesie volgari venivano lette e suscitavano talora qualche piccola
discussione, talora qualche questione più grave e più lungamente dibattuta,
come quella che raccon- terò ora; a quale cioè fra i capitani antichi dovesse
darsi la palma. Il Petrarca, nel Trionfo della Fama, lascia incerta la
decisione tra Cesare e Scipione. Ecco i suoi versi; Da man destra, ove prima
gli occhi porsi, La bella donna avea Cesare e Scipio ; Ma qual più presso, a
gran pena m'accorsi. L'un di virtute e non d'amor mancipio, L' altro d'
entrambi. Un altro confronto fa il Petrarca neW Africa (2). Scipione, Lelio e
Massinissa dopo la battaglia di Zama si intrattengono conversando la notte.
Scipione tesse il più grande elogio di Annibale e alludendo al giudizio di
Annibale stesso, che si poneva terzo dopo Alessandro e Pirro (3), egli lo
dichiara senz'altro primo fra tutti e superiore ad Alessandro tanto nelle
imprese quanto nei costumi. « Chi non sa che Annibale è parco, semplice nel
vestire, paziente del freddo e della fame; che Alessandro invece si ubbriacava,
contaminava di sangue umano i conviti, vestiva sfeirzosamente alla persiana ?
Quanto poi alle imprese Alessandro assoggettò l'Asia, ma era barbara; Annibale
vinse in quattro battaglie consecutive i Romani, che sono il popolo più
guerriero del mondo». Si direbbe che il Petrarca ci mettesse un po' del suo in
questo giudizio di Scipione e avesse una certa antipatia verso Alessandro e i
Greci che lo esaltano tanto. Al dir di Scipione fu più illustre Annibale
perditore a Zama, che Alessandro vincitore in Asia: licet omnis graecula circum
obstrepat et testes inculcet turba libellos (4). 1, 22-26. (2) Vili, 42-232. (3) Cfr. Livio. Lelio
però conchiude il colloquio, che Scipione vincendo An- nibale gli si mostrò
superiore. Il confronto tra i capitani antichi era tutt 'altro che nuovo; ne
aveano parlato Livio (1), Plutarco nella Vita di Cesare e Luciano nei Dialoghi
dei morii; ma non si può negare che gli scritti del Petrarca abbiano
contribuito a risuscitare la que- stione. E infatti la troviamo posta a Poggio
nel 1435 da Sci- pione de' Mainenti, di Ferrara, confidente di Eugenio IV, poi
dal 30 ottobre 1436 vescovo di Modena (3). Era amico di Poggio, con cui
praticava in Firenze nel 1435, dove si trovava fra il seguito del papa.
Scipione, pazzamente entusiasta del suo omonimo romano, non solo si occupava
delle lodi di lui, ma obbligava a occuparsene anphe gli altri. In iUius
(Scipio- nis) laudiìms te.., tempora terere et ut ai) aliis terantur seduto
agere, gli scrive nel marzo 1436 il Sartiano (4), che gli rimprovera quel pazzo
amore, che a lui sapeva di troppo pa- ganismo, sdegnandosi inoltre che in
Italia uomini seri si ac- capigliassero per discutere simili questioni pagane,
nacta per- quam pusilla occasione se invicem, lacessendi atque gravis- simis ne
dicam, immundissimis conviciis insectandi. Poggio nella sua lettera scritta da
Firenze, esamina primieramente i giudizi degli antichi, indi la vita dei due
grandi capitani e viene alla conclusione, che Scipione nella virtù e nella
rettitudine fu molto superiore a Cesare, a cui non fu inferiore nella gloria
militare e nelle imprese compiute. Pare la ripetizione del giudizio di Plutarco
su Scipione e An- nibale: « questi due celeberrimi capitani non tanto sembrano
paragonabili nelle virtù domestiche, in cui Scipione fu d'assai superiore,
quanto nelle arti della guerra e nella gloria delle imprese operate ». Certo
anche il nome dell'amico, Scipione, (1) 35, 14. R. Sabbadini , Epistolario edito e inedito di
Guarino Veronese^, Salerno 1885, p. 74. Alb. a Sarthiano, Op., p. 271. (4) Ibi, episi.
43. Opera, Basilea 1538, p. 357. R. Sabbadini, Ciceronianismo e altre questioni
letterarie. contribuì non poco a far risolvere Po^io per Scipione, anziché per
Cesare. Non l'avesse però scritta Poggio questa lettera! Quando lo seppe
Guarino, che allora era a Ferrara, ne fece la confuta- zione, che ha l'aria di
un'invettiva, indirizzandola a Poggio e dedicandola a Leonello d'Este con una
letterina, in cui tratta addirittura Poggio di calunniatore di Cesare: «
exortus est Caesaromastix (1) ». Eccone il contenuto. Poggio avea chia- mato
Cesare parricida linguae latinae. Non parricida, sog- giunge Guarino, ma
litterarum eccpolitor et munditiarum parens, e cita l'autorità degli antichi ;
mettendo in chiaro quanta cultura ci fu e dopo Cesare e sotto Angusto edurante
l'impero, e come Cesare promosse molto gli studi. Né Cesare tolse le
istituzioni repubblicane; le vere cause della rovina di Roma furono l'avarizia
e il lusso. E se vi furono impera- tori iniqui, ve ne fu anche di buoni ; né
Cesare é responsabile degli iniqui, come San Pietro non ha colpa dei papi
malvagi che gli succedettero. Indi esamina l'adolescenza di Cesare e mostra,
contro l'asserzione di Poggio, che in essa Cesare operò molto, che era indizio
di animo forte e generoso. Perché va pescando Poggio tutte le accuse mosse a
Cesare dalla mali- gnità e che sono naturalmente sospette, e tace il buono di
cui si ha notizia sicura? Perché interpreta malamente azioni di Cesare, che
considerate da un animo imparziale sono invece oneste? — Cesare si servì di
largizioni per farsi eleggere con- sole: ma, lasciando le largizioni, cosa
allora comune, chi ha or più merito dei due. Cesare eletto con tanta lotta, o
Scipione eletto perchè ninno si presentava? Non vedo che si deva rimproverare a
Cesare d'avere pro- posto il domicilio coatto dei congiurati, giacché non fu
egli il solo, e Catone che lo osteggiò non era poi quell'irreprensibile uomo,
che potrebbe parere. Ma si fece prorogare il comando della Gallia: e non pensi
alla capitale importanza di quella guerra ? — Del resto Cesare in guerra fu
clementissimo e umano. Ma si avvilì negli amori di Cleopatra : e Scipione non
amò una (1) Vedi le fonti di questa lettera R. Sabbadini, Op. cit, n* 336 e
454. serva? — Dici che fu poca gloria vincere i Galli imbelli; leggi il
giudizio di Sallustio e mi saprai poi dire se erano imbelli. -— Da ultimo
Guarino difende Cesare dall'accusa di essere stato il distruttore della
libertà, mostrando che la libertà di Roma era già morta da prima e che Cesare
fu anzi quegli che la difese. Conchiude che Scipione fu vir ì)onus, civispu-
siUanimiSj imperator excellens; che Cesare fu chyis magna- rdmus.princeps
prudentissimus, imperator exceUentissimus. La replica di Poggio non si fece
aspettare; egli la indirizzò a Francesco Barbaro, che scelse arbitro della
contesa. Con- fessa nel proemio di non sapersi persuadere, come mai Guarino
abbia preso tanto in sul serio una questione trattata unica- mente per
esercizio di ingegno, e che vi abbia mischiato tanta acrimonia. Indi risponde,
una per una, a tutte le parti della lettera di Guarino. Cicerone, Vergiho,
Sallustio, Orazio furono del tempo di Cesare, ma nacquero e ricevettero
educazione al tempo della repubblica. Vi furono valenti grammatici sotto
l'impero, ma tutti insieme non valgono una pagina di Varrone; dopo morto Cesare
non si trova un comico come Plauto, un oratore come Cicerone; e questo dicasi
pure dei filosofi, dei giureconsulti. Quindi Poggio raccoglie tutte le sue
forze a di- mostrare con una lunga serie di testimonianze antiche l'as- surdità
della proposizione di Guarino, che Cesare non solo non distrusse la libertà di
Roma, ma anzi la promosse. La replica di Poggio è più moderata , caso strano
invero, della confutazione di Guarino, il quale s'era preso tanto a petto la
questione, perchè forse Leonello d'Este era ammira- tore di Cesare; cosi crede
anche Poggio. Però i due conten- denti non stettero molto a tornar amici
com'erano prima. Ma la questione continuò ancora. In favor di Scipione scrisse
a Poggio una lettera Pietro dal Monte (1), e in favor di Cesare prosegui contro
Poggio la polemica Ciriaco di Ancona, che prima fa parlar le muse in difesa di
Cesare e in vituperio di Poggio, e indi mette in bocca a Mercmìo l'elogio di
Cesare e dell'impero. Poggio gli scatenò contro una delle sue famose (1)
Rosmini, Yiìa'di Guarino. repliche, dove lo chiama uno sfacciato e disordinato
ciancia- tore, uno scempiato, una cicala importuna, un matto vagabondo, un
satiro barbuto, un asino bipede e somiglianti ingiurie (1). La questione che,
quantunque posta a tacere per allora, dovette dibattersi pur sempre nei circoli
letterari, prese pro- porzioni inaspettate nella prima metà del secolo
decimosesto. Il Florido infatti ne fece un libro intitolato: De Caesaris prae-
stantia, nel quale istituisce un confronto di tutti i capitani antichi. L'idea
del lavoro gli dovette certo venire dal seguente passo di Plutarco nella Vita
di Cesare: « sia che tu confronti con Cesare i Fabi, i Scipioni, i Metelli e i
contemporanei suoi di poco anteriori. Siila e Mario, i due LucuUi e lo stesso
Pompeo, la cui gloria in ogni genere di virtù militari supera gli astri, le
imprese di Cesare vincono tutti, quale per l'asprezza dei luoghi, dove portò
guerra ; quale per la vastità delle Pro- vincie soggiogate; quale per la
moltitudine e ferocia dei ne- mici disfatti; quale per la fierezza e ferocia
dei costumi che ammansò; quale per la clemenza e dolcezza verso i vinti; quale
per la liberalità verso i soldati ; tutti poi per l'immenso numero delle
battaglie e dei nemici uccisi ». Ora ecco l'esposizione un poco minuta dell'opera
del Florido, che si divide in tre libri ed ha forma di dialogo. Interlocutori:
il Florido, Arnoldo Arlenio Perassilo, a cui il Florido dava a vedere tutti i
suoi scritti, Riccardo Seleio in- glese. La discussione si tiene a Bologna in
casa di Bassiano Laudi piacentino, « in opaco pulchre censiti hortuli angulo ».
11 Laudi apre la discussione su argomenti militari e comincia dal dimostrare
che la milizia antica era più perfetta della moderna (pp. 2-6). Il Laudi si
occupava molto di Plutarco e seguiva le opinioni di quello nel giudicare dei
capitani antichi. Libro I. — Comincia a parlare il Florido, il quale prima
esamina le imprese esterne di Cesare e prende le mosse dalla conquista della
G-allia (8-14), dalla quale passa alla guerra civile, alla guerra di
Alessandria, di Africa e di Spagna. Quindi fa l'elogio delle qualità morali di
Cesare. A nessuno furono resi si grandi onori come a lui; era soave e liberale.
(1) VoiGT, Wiederbelebung. amato dai soldati, laboriosissimo, osservatore della
disciplina, esperto nel nuoto e nel cavalcare, oratore eloquente ed ele- gante
scrittore e riformatore del calendario; conforta i suoi giudizi con quelli
degli antichi scrittori. Finito il Florido, il Seleio sorge a mettere in chiaro
le parti riprovevoli di Cesare : anzitutto Cesare mosse guerra civile a Roma,
con minor ragione di Coriolano, che era stato offeso, e senza imitar l'esempio
di Scipione, che sacrificò il suo amor proprio alla patria (19-20). Cesare fu
impudico e lo prova con l'esempio di Nicomede e coi numerosi stupri con
illustri ma- trone; Cesare trattò male la Spagna come questore (20-21), e in
Gallia e in Roma spogliò templi (21); nel consolato si contenne un po'
dispoticamente e lo sanno Catone imprigio- nato e Cicerone esiliato (21). Né la
sua ambizione lo avrebbe mai indotto a vivere privato, come tu, o Florido,
asserisci ; e se fu caro ai Romani, le cagioni ne furono le immense ric- chezze
e i doni ch'egli loro acquistò e distribuì, specialmente ai soldati, ch'egli
lasciava saccheggiare e adulava con il lusso e la rilassata disciplina (21-22).
Quanto poi alle sue imprese. Cesare fu molto secondato dalla fortuna, come egli
stesso con- fessa, spesso più temerario che valoroso; e se fece due spedi-
zioni in Brettagna, fu per la avidità delle margarite (perle). Quanto al
calendario lo riformò, ma non perfettamente, come dice anche Plutarco (22-23).
— Comincia il Florido la sua re- plica dal ricapitolare la propria esposizione.
Indi passa a con- futare il Seleio con una massima generale , che trattandosi
della palma militare non entrano in considerazione i vizi, se ne ha avuti: che
forse il valore di Annibale è infirmato dalla sua perfidia punica? (23-24). E
ribatte partitamente le obbie- zioni , cominciando dall'oppressione della
patria e si apre la via cosi: « at patriae beilum intulit: intulerit etiam
parenti- bus; quid hoc ad rem? quid ad imperatoria industriam, feli- citatem,
diligentiam ?» e mostra che alla guerra civile vi fu tirato a forza da Pompeo e
che Cesare non avea mostrato sin da giovane questo suo intento di impadronirsi
di Roma e che Pompeo mirava evidentemente egli al principato e che fra quello
di Pompeo e quello di Cesare è da preferirsi da ogni savio quello di Cesare. QaBiiio
airineontinenza, il Florido cerca, e con ragioni e con altri esempi, di
mostrare che le sue pratiche impudiche con Nieomede furono una mera calunnia,
sconfessata da quelli stessi che Taveano messa in giro : il Florido ci tiene
molto a dimo- strare rinsussistenza di questa turpe accusa (27-28). Degli altri
amori di Cesare con matrone il Florido non tien conto, « cum spadonem, non
virum ah alienis uxoribus tam religiose absti- nere decuerit »; gliene farebbe
colpa solo nel caso che quegli amori lo avessero distratto dalle sue imprese.
Ma fargliene carico a cose quiete è voler trovare il pel nell'uovo. E poi una
vita irreprensibile non era più possibile in Roma da Scipione in poi ; e i
saccheggi e le largizioni e V imprigionamento di Catone e simili son cose
comuni a qualunque impero (28-29). Ed è probabile che Cesare avrebbe deposta la
dittatura; o non l'avesse anche deposta, l'avrebbe usata moderatamente e l'a-
verlo ucciso fu non la più illustre, ma la più nefanda azione commessa in Roma,
dacché era stata fondata (29-30). Sulla rilassata disciplina militare di Cesare
nota che se fosse cosi, non avrebbe vinto tante battaglie; suU'ascrivere a
fortuna le sue vittorie osserva che senza la fortuna non vi può essere sommo
capitano; ma Cesare la seppe bene usare con la sua perspicacia ; sulla temerità
nota come un duce in casi estremi deve prendere risoluzioni energiche e reca
l'esempio di An- nibale (31-32). Dalla conclusione si comprende che le accuse
di Selcio sono un puro esercizio rettorico, ma che esse erano realmente mosse
dai calunniatori di Cesare, come il Florido li chiama, dai cui libri discorsi
egli le raccoglie, sdegnandosi che calunnino in Cesare non solo il
calunniabile, ma anche quello che sorpassa la capacità umana, onde li chiama
degni di essere stati inter- detti non dall'acqua e dal fuoco, ma dalla terra e
dal cielo « oh tam Jniquas frigidasque cavillationes » (32). Libro II. — Viene
la parte del Laudi, che deve parlare dei duci romani che possono preferirsi a
Cesare, e dopo di aver escluso i duci anteriori alla seconda guerra punica
(32-35), si fa a parlare di Marcello e della sua guerra contro i Galli (35-36);
quindi della grandissima e gloriosa parte che ebbe nella guerra contro Annibale
(37-39); a cui il Florido risponde mostrando diffusarnente che a Marcello non
mancò certamente valore, ma fu troppo audace, di un'audacia però da non pa-
ragonarsi a quella di Cesare, il quale gli è anche senza con- fronto superiore
nel numero delle vittorie (39-42). — All'espo- sizione delle imprese di Mario
in Spagna , in Africa , nella guerra giugurtina e contro i Cimbri e Teutoni
(42-44) risponde il Florido che non fu tutta di Mario la gloria della guerra
giugurtina e cimbrica (45-46); indi mette in chiaro le parti riprovevoli di
Mario come cittadino e come siasi condotto male nella guerra sociale. — Il
Laudi narra le azioni di SiUa nella guerra giugurtina , nella guerra sociale ,
nella guerra contro Mitridate e finalmente contro la fazione mariana (48-50); e
il Florido obbietta che le imprese d'Africa più che mostrare un gran capitano,
lo fanno presentire; nella guerra civile piuttosto si disonorò, avendo vinto
Mario, possiamo dire, inerme. Le altre imprese non sono per nulla da
paragonarsi a quelle di Cesare: non parliamo poi delle sue prave arti di
governo. Di Lucullo il Laudi magnifica specialmente le im- prese contro
Mitridate e Tigrane, indi le sue qualità personali, la dottrina e la sua equità;
ma per il Florido Mitridate e Tigrane e i loro soldati non erano nemici tanto
pericolosi, da rendere illustrissimo chi li avesse vinti ; essere stata grave
mancanza in Lucullo il non aversi saputo cattivare l'animo dei soldati: sulla
dottrina chi si prenderebbe la briga di con- frontarlo con Cesare (56-58)? Sulla
famosa guerra di Ser- torio in Spagna il Florido replica che Sertorio deve
reputarsi più gran capitano dei quattro già discussi, ma che non può
confrontarsi con Cesare: Sertorio prometteva di dive- nire eminentissimo, se
non fosse stato tradito. Quindi il Landi enumera le imprese di PompeOy la sua
parte nella lotta contro i Mariani a favore di Siila, la guerra contro Do-
mizio in Africa, contro Sertorio in Spagna, contro gli schiavi, contro i pirati
e contro Mitridate (64-69); ma, secondo il Flo- rido, la guerra contro Domizio
fu affare di poco momento e il trionfo concessogli fu per mera condiscendenza
di Siila, che avea bisogno dell'opera di lui ; il secondo trionfo per la guerra
contro Sertorio fu del pari poco meritato, perchè in quella guerra Pompeo
combattè con un esercito senza capitano; il terzo trionfo sopra Mitridate
glielo aveano preparato Siila e Lucullo. La guerra contro i pirati fu cosa di
poco momento, avuto riguardo all'immensa quantità di forze, di cui Pompeo
dispone. Ed ecco il Laudi giunto a Scipione afri- cano. Comincia dal dire che
Scipione fu giudicato il maggior capitano da Cicerone e dover bastare questo
giudizio per di- mostrare l'assunto. Il Florido gli osserva non doversi dare
troppo peso a questo giudizio, perchè Cicerone chiamava anche Temistocle il più
gran capitano della Grecia: o tutt'al più si dovrebbe ammettere che Cicerone
ivi (nel Brutus) intendesse solo dei capitani del tempo di Scipione (74-75). Laudi
accenna la bell'azione di Scipione di aver salvato il padre e il fatto di
Canosa e per terzo il celebre assedio di Cartagena: e nota come in quest'
ultima impresa egli dette prova d'o- nestai consegnando intera la somma
all'erario, e di continenza, restituendo ai suoi la vergine: ben diversamente
da Cesare, rapace e lussurioso (come discendente da Venere. Florido lo prega di
stare in carreggiata e di non perdersi in invettive contro Cesare (77) e di
tenersi solo alle virtù militari. Laudi prosegue la rassegna delle sue imprese
in Spagna e racconta il suo viaggio in Africa. Indi espone diffusamente la sua
campagna d'Africa prima dell'arrivo di Annibale e la famosa battaglia di Zama,
e conchiude che solo l'avere vinto Annibale gli dà il diritto al primato tra i
capi- tani (79-82): accenna anche all'erudizione di Scipione, a cui da
moltissimi furono attribuite le comedie di Terenzio. Risponde Florido: sulla
castità di Scipione, anche prescindendo dall'autenticità del fatto della
vergine in Cartagena da alcuni scrittori antichi non ricordato, si può
giudicare essere stato Scipione più astinente di Cesare, ma questo dipende
dalla sua natura tetrica asperaque, dovechè Cesare discendeva da Ve- nere.
Sulla dottrina ed eloquenza di entrambi decidano i mo- numenti letterari
lasciati da Cesare. Cesare fu in Roma più influente di Scipione, il quale nella
domanda di un consolato per Lelio fu posposto a Q. Flaminino, che 1q domandò
per il fratello : Cesare invece nulla domandò che non ottenesse. Sci- pione,
quando fu citato, si ritirò in volontario esilio, il che non avrebbe fatto
Cesare, che non avrebbe mai lasciato passare una prepotenza. E che ciò Scipione
facesse non per amor di patria, ma per imperizia di padroneggiare i mali
civili, lo mostra Tessere egli abbastanza ardito: e infatti trattandosi della
guerra africana egli osò dichiarare che si sarebbe op- posto al Senato; ma
all'ardimento manca l'arte di Cesare, il quale non avrebbe mai fatta una simile
dichiarazione. E questo mostra l'ambizione di Scipione, che ,non per nulla fu
osteggiato da Catone e accusato di sottrazione di preda (82-83). Venendo poi
alla gloria militare, il Florido confrontando le battaglie di Zama e di Farsalo
dimostra che se Cesare non fu superiore a Scipione, gli fu per lo meno eguale.
Confrontando le restanti imprese di Cesare con le restanti di Scipione, quegli
è superiore a questo senza paragone. Scipione espugnò Car- tagena e Cesare
Alesia ; Scipione debellò in due battaglie tre eserciti in Spagna e Cesare in
una estate gli Elvezi e i Ger- mani; il legato di Scipione vinse Annone in
Spagna; e i legati di Cesare? e le imprese di Cesare in Africa contro Catone
non valgono quelle di Scipione ivi stesso contro Siface q Asdru- bale? Restano
le innumerabili altre imprese di Cesare, alle quali Scipione nulla ha da
contrapporre. Infine Scipione in Asia fu inferiore alla sua fama e cosi essere
avvenuto di Pompeo, Annibale, Mario, Marcello, i quali sopravvissero alla loro
gloria: chi comincia troppo presto, decade anche presto; Cesare e Siila
cominciarono tardi e si mantennero sempre uguali. Ter- mina citando il giudizio
di Plutarco, che prepose Cesare ai Fabi, agii Scipioni, ai Metelli, a Siila, a
Mario, ai due Luculli e allo stesso Pompeo. Libro III. — Entra in campo
l'Arlenio coi due stranieri e comincia con Pirro, di cui espone le imprese in
Grecia, in Italia e in Sicilia (87-90). Risponde il Florido essere stato Pirro
capitano instabile: difetto gravissimo. Pirro fu spesso vinto, non sempre
mantenne la data parola e spesso fu nelle sue azioni negligente. Se vi è dove
possa superare Cesare, è solo nella forza corporale (91-99). L'Arlenio passa ad
Annibale, parlando del suo tirocinio in Spagna, delTespugnazione di Sa- gunto,
della spedizione in Italia e delle sue imprese quivi compiute e mettendo in
rilievo due circostanze, che Annibale combatteva in suolo straniero e che i
suoi guerrieri erano di nazionalità diverse. Al che Florido risponde che le
prime vittorie di Annibale sono dovute alla sua superiorità numerica e al poco
valore dei duci romani (100), fermandosi di proposito a confutare l'opinione di
Maarbale che dopo la battaglia di Canne Annibale avrebbe potuto sorprender Roma.
Indi mostra che Annibale fu vinto da Fabio Massimo e da Marcello: e la perdita
di Capua? Aggiunge in fine che Annibale, anche avesse persuaso Antioco a
seguire i suoi con- sigli, non poteva nuocere a Roma. Resta Alessandro;
TArlenio comincia dal lodare le sue straordinarie doti giova- nili: indi
accenna alle sue guerre in Grecia e poi più diffu- samente a quelle d'Asia. Ma Florido
osserva che nelle imprese giovanili è superiore Alessandro, non nel resto; le
sue azioni di Grecia essere di un valore solo mediocre; le sue imprese d'Asia
anche di poco momento, avendo avuto che fare con avversari imbelli. Infine cita
per intiero il passo, dove Livio (9, 17-19) discute se Alessandro avrebbe
potuto vincere Roma, assalendola, nel quale sì confi:*onta Alessandro coi Ro-
mani. — Conclusione: Cesare è il primo capitano; secondo dopo lui fra i romani
Scipione, fra gli stranieri Annibale. IX. I calunniatori della lingua latina. I
detrattori di Cicerone e della lingua latina in generale si chiamavano
calunniatori. Questa denominazione non era molto nuova, perchè la troviamo già
adoperata da Gino Rinuccini, il quale, difendendo dagli attacchi del Niccoli e
del Bruni Dante, il Petrarca e il Boccaccio, intitola il suo libro : Irvoeì-
tiva contro a certi calunniatori di Dante , etc. Il più acca^ nito, il vero
calunniatore fu il Valla, « qui Giceronem velli- cabat, Aristotelem
carpebat,Vergilio subsannabat (1) ». Il primo Fontani, De sermone. — attacco lo rivolse contro Cicerone nel suo
libro, dove lo con- frontava con Quintiliano, a cui lo posponeva. I
contemporanei opposero accanita resistenza alle critiche del Valla; e Poggio,
p. es., difese nelle invettive contro il Valla gli autori da esso, come egli
diceva, criticati, Terenzio, Cicerone, Sallustio e altri; e Benedetto Morandi
scrisse due invettive, nelle quali dichia- rava reo della pena di morte il
Valla, perchè avea infamato Livio, sostenendo contro la sua autorità che
Tarquinio il Su- perbo non era figlio, ma nepote di Tarquinio Prisco. Però il
libro più famoso nato da queste cosiddette calunnie fu quello di Francesco
Florido, che si intitola appunto Apologia in Un- gitae latinae calumniatores. A
questo libro ha dato origine una conversazione letteraria, alla quale prendeva
parte anche il Florido, allora, verso il 1535, studente di giurisprudenza a
Bol(^na, ma passionato amatore delle lettere. In quella con- versazione si
faceva il confronto tra Terenzio e Plauto e si dava la palma a Terenzio; il
Florido sostenne la causa di Plauto e tanto se ne accese, che ne scrisse una
difesa intito- lata: Apologia contro i calunniatori di Plauto. Ma lo sdegno
ch'egli concepì verso quella setta dei calunniatori fu tale e tanto (1), che
non si diede pace, finché non ebbe compreso nella sua apologia tutti gli altri
autori calunniati; e infatti tre anni dopo pubblicò la 2* edizione
dell'apologia col nuovo titolo: Apologia adversus linguae latina^
calumniaiores. La questione della supremazia fra Terenzio e Plauto risa- liva
al Petrarca, che dava la preferenza a Plauto. Raccontando egli, che leggeva per
ricrearsi le comedie plautine, soggiunge: « mirum dictu quas ibi elegantes
nugas inveneram, quas ser- viles fallacias, quas aniles ineptias, quas
meretricum blandi- tias, quam lenonis avaritiam, quam parasiti voraginem, quam
senum soUicitudinem, quos adulescentium amores.Iam minus Terentium nostrum
miror, qui ad illam elegantiam tali usus est duce » (2). Ma bentosto dovette
formarsi il partito con- trario, di quelli che davano la palma a Terenzio, e
già An- Lectiones succis.^ p. 215. Rerum famil. tonio da Rho lo preferiva a
Plauto (1). Parimenti Erasmo nel Ciceronianus mostra di pregiare più Terenzio
che Plauto e nella dedica premessa il 12 dicembre 1532 all'edizione di Te-
renzio afferma senz'altro, che in una sola comedia di Terenzio si mostra maggior
rettitudine di giudizio, che in tutte quelle di Plauto. Florido poi ci racconta
che taluno nutriva tanto odio contro Plauto, da farsi un obbligo di non
leggerne nemmeno un verso e che tal altro si guardava bene dall'ac- cordargli
un posto nelle proprie librerie. Ma quello che fece più remore, pare sia stata
la lettera scritta in nome di Francesco Asolano da Andrea Navagero per
l'edizione aldina di Terenzio^ che quegli avea apparec- chiato (4). In quella
lettera il Navagero chiaramente ed esplici- tamente dà la preferenza a Terenzio
su Plauto, cercando di dimostrare l'assurdità del canone dei dieci comici
latini di Volcazio Sedigito, il quale pose primo Cecilie, secondo Plauto, sesto
Terenzio, e pigliandosela con quel tale recente scrittore che trovò giusto quel
canone. Ecco il confronto del Navagero: « Non parliamo dell'eleganza della
forma, la quale dipende dal secolo in cui visse Terenzio e della quale esso ha
la minor parte del merito ; ma venendo alle aitile parti « omni- bus in rebus
Plautus nimius videtur; ilio Terentius parcior; — hiant nonnunquam ncque satis
cohaerent Plauti comoediae, ita omnia Terentii Inter se nexa ». Plauto osserva
poco il decoro (decorum), ama troppo far ridere, nel che ripose forse l'essenza
della comedia; Terenzio è più moderato. Bisogna di- stinguere facezia di cosa e
facezia di parola; questa spesso diventa freddura e degenera in • scurrilità ;
della prima usa più spesso Terenzio, della seconda Plauto: « ut uno omnia
vocabulo complectar, in ilio (Plauto) dicacitas, in hoc (TereAtio) urbanitas
conspicitur maxima. — Indi reca il giudizio di Valla, Adnotat. in Anton,
Rhaudens., Venezia 1519, p. 132. BuRiGNY, Leben des Erasmus etc, Halle 1782,
II, p. 355. Apologia^ p. 9 e 13. Andr.
Nauger., Opera, Padova 1718, pp. 94 segg. Gfr. Bernhard^, Edmische Literaturgesch. Orazio,
che non approva i ritmi e i sali di Plauto [ad Pis., 270] e dà la palma
nell'arte a Terenzio [Epist. II, 1, 59], e quello di Afranio, che scrisse: «
Terentio non similem dices quempiam » (i). Udiamo il Florido. Anzitutto il
giudizio di Quintiliano su Plauto e Terenzio non pregiudica la questione della
superio- rità dell'uno o dell'altro. Plauto, dicono, ha molti luoghi oscuri :
ma questo dipende dalla corruzione dei testi ; ha parole antiquate: ma questa
non è colpa sua, bensì del tempo in cui visse. Del resto Plauto, quanto ad
eleganza la- tina, è ottimo modello, se tu ne levi quelle forme arcaiche, che
tutti conoscono. Traggono argomento a deprezzar Plauto dall'esser più facile
imitar lui che il forbito Terenzio e ne fanno fede le comedie spurie attribuite
a Plauto. È vero, risponde ì\ Florido, ma anche Omero, anche Vergilio ebbero i
loro interpolatori. Però se Omero trovò Aristarco, l'Aristarco a Plauto non
mancò in Varrone : e qui il Florido ragiona sulla questione della genuinità
delle comedie plautine. Quanto non fu Plauto più fecondo di Terenzio! E in
Plauto trovi tutto quello che si richiede in un grande scrittore, in Terenzio
non trovi che la proprietà. Plauto è più ricco di locuzioni e con le sue parole
puoi esprimere tutto quello che riguarda la vita di un uomo; con Terenzio
spesso dovresti tacere. Voi- cazio e molti altri antichi hanno portato un
giudizio assai favorevole su Plauto; ed errano quelli che dicono che il
giudizio di Varrone non ha importanza , perchè Varrone non era poeta: il non
esser poeta non escluderebbe il poter dare un buon giudizio, del resto Varrone
era poeta e lo mo- strano le sue Menippee (24-25). Esamina quindi il giudizio
di Orazio su Plauto, mostrando diffusamente ch'era vezzo d'Orazio mordere i
poeti antichi romani e che in quel luogo dove bia- sima i numeri e i sali
plautini, intende con Plauto i poeti antichi. Quanto ai sali Plauto non è da
biasimare, si piuttosto Terenzio, che è freddo (25-29). Quanto all'accusa che
si dà di arcaica alla lingua di Plauto, osserva che anche al tempo di (1) Cfr.
Bernhardy. VIRGILIO (vedasi) Vergilio si usavano parole arcaiche e che del
resto Plauto anche dai letterati dell'ultimo secolo, p. es. Cicerone, era sti-
mato ; e che uno studioso di latino, quando sia bene iniziato, trae più frutto
da Plauto che da Terenzio. Gonchiude che in Terenzio si trova più diligenza, ma
in Plauto più in- gegno e che questi non fu superato da quello che nella proprietà.
Indi, confutato il giudizio di un grammatico antico passa, con un'erudizione
sorprendente e un'efficace rapidità di stile, in rassegna i caratteri più
importanti e più spiccati delle comedie plautine, mostrando la loro perfezione:
i vecchi, i giovani dissipati, i servi, i parassiti, i ruffiani, i soldati spacconi,
i sicofanti (36-42). Dalla difesa del Florido risulta ch'egli non avea di mira
il solo giudizio e l'accusa del Navagero, ma una serie di altri giudizi e di
altre accuse contro Plauto, le quali io ho cercato invano fra gli scrittori di
quel tempo, ma che certo doveano agitarsi nelle società letterarie e nelle
scuole. Fra i calunnia- tori della lingua latina il Florido assalta con una
lunga e acre conftitazione (i) anche il Marnilo, che in alcuni suoi versi avea
posto come grandi autori della lingua latina certuni, escludendo certi altri.
Altrove difende Servio dalle conside- razioni critiche o calunnie, come le
chiama lui, di Battista Pio (2) e di Filippo Beroaldo (3); e Cicerone dalle
calunnie dello Zazio, il quale lo posponeva a Catone (4). Fra i calun- niatori
poi dei moderni redarguì abbastanza mitemente Erasmo, che tacciò di paganismo
il Pontano e il Sannazzaro (5) e ag- gredì rabbiosamente e annientò il povero
Mancinelli, che aveva innocentemente scritto una Lima alle Eleganze latine del
Valla (6). Apologia^ pp. 45ò3; cfr.
Lectiones succis,, p. 130. Lectiones succis.^ p. 236. (3) Lectiones succis.^ II, 9-18. De
iuris dv. interprete pp. 203-204. Lectiones succis., Ili, 6. (6) Lectiones
succis. Se si deva scrivere latino o italiano. Il Petrarca avea saputo mostrare
il suo valore artistico e letterario si nella lingua latina che nell'italiana o
volgare; ma già egli stesso si era pentito e domandava perdono di quei suoi
sospiri in rima e più volte dichiarò che in faccende ca- salinghe usava il
volgare, perchè il latino non si poteva ab- bassare a simili argomenti. E il
Boccaccio, l'autore del' Decamerone, si vergognava di avere scritto « cose
volgari degne di essere ascoltate dal popolino. Sul volgare por- tarono giudizi
ancora più sfavorevoli i latinisti del principio del secolo XV e specialmente
il Bruni e il Niccoli. Il Rinuccini, che scrisse una invettiva contro questi
detrat- tori della lingua volgare , formula cosi i loro giudizi : « Le storie
poetiche dicono esser favole da femmine e da fanciulli, e che il non meno,
dolce che utile recitatore di dette istorie, cioè messer Giovanni Boccacci, non
seppe grammatica e dei libri del coronato poeta messer Francesco Petrarca si
beffano dicendo che quel De viris iUustribus è uno zibaldone da qua- resima Poi
per mostrarsi litteratissimi al vulgo dicono lo egregio e onorevole poeta Dante
Alighieri essere suto poeta da calzolai. I latinisti non stimavano il volgare
atto a trattar d'argomenti gravi. Il Bruni discutendo nelle sue prose volgari
il valore della parola poeta, conchiude: « Contuttoché queste sien cose che
male dir si possano in volgare idioma ». E il buon Vespa- siano da Bisticci:
<c Molte cose degne si potrebbero dire di VoiGT, Wiederhelehung^ li, p. 422. (2) HoRTis,
Studi sul Boccaccio, p. 200. VoiOT, 1,
pp. 38.5-388; A. v. Rbumont, Lorenzo il Magnifico^ 2. Aufl. II, p. 37-38. Fioretto, Qli umanisti. Verona. memorie, che
sono scritte da scrittori degnissimi nello ornato ed elegante latino e non
nello idioma volgare, dove non si può mostrare le cose con quello ornamento,
che si fa in latino » . Il Filelfo chiamava il volgare la lingua del popolino e
quando ebbe l'incarico dal duca di Milano di dichiarare in volgare le rime del
Petrarca, se ne sdegnò come di cosa « quae indoctos potius quam viros doctos et
graves sit delectatura » (2); « le cose che non vogliono essere copiate »,
scriveva egli nel 1453, « le scrivo sempre alla gi'ossolana »; e nel 1477
parlando della lingua toscana : « hoc scribendi more utimur iis in rebus,
quarum memoriam nolumus transferre ad posteros » (3). I latinisti vmsero e
verso la metà del quattrocento la causa del volgare parca perduta; ma non molto
dopo cominciò un potentissimo risveglio della lingua italiana, per opera della
scuola fiorentina, nella quale primeggiarono Leon Battista Alberti, il Landino
e più assai il Poliziano. L'Alberti pose verso la metà del secolo la questione
e la risolse conciliando le due lingue, dichiarando che la lingua italiana non
era inferiore alla latina (4). Più tardi il Bembo fece un passo avanti, dando
all'italiana la preferenza sulla latina (5). Ecco com' egli ra- giona : La
volgare è la . lingua nostrana , dovechè la lingua latina ci è, si può dire,
straniera (l'avesse detto al Filelfo!). A quella guisa che i Romani non
stimavano biasimevole, anzi dovere coltivare il latino , lingua patria , senza
trascurare il greco, cosi noi dobbiamo usare il volgare, senza disprezzare nel
medesimo tempo il latino. Il Giovio a queste ragioni e a tutte le altre che
egli stesso reca nella difesa della lingua italiana, che si trova nei suoi
Dialoghi, ne aggiunge una, la quale non manca di un certo peso, che cioè la
lingua etrusca era gradita alle donne, nella società delle quali perciò non si
potea senz'essa brillare. Ibi, p. 125. VoiGT, 1, p. 519. (3) Ihi, li, p. 422. (4) L.
B. Alberti, La cura della famiglia; lib. Ili, prefaz. Gfr. A. Reumont, Op. cit,
1, p. 425. Dialogo sulla volgar lingua,
ediz. Sonzogno. Questi ragionamenti erano semplici e nella loro semplicità
ineluttabili ; ma non li avrebbero o capiti o accettati gli uma- nisti del
quattrocento: i quali consideravano loro patria Roma. Gli umanisti del 500 al
contrario compresero che la loro causa correva gravissimo pericolo e si diedero
gran cura di difen- derla. Levò gran romore TAraaseo con le due famose orazioni
De lingule latrnae usu retinendo, pronunciate a Bologna nel 1529, davanti a un
illustre uditorio, tra cui Carlo V e Cle- mente VII, d'onde veniva più maestà e
importanza alla difesa. Nella prima orazione TAmaseo traccia per sommi capi la
storia della lingua latina e mostra come dalla corruzione di essa nacque la
volgare. Indi ribatte una delle obbit-zioni che si facevano contro T uso del
latino. Il volgare, dicevano, ci basta; perchè dovremo noi spendere fatiche a
imparare un'altra lingua, che ci è superflua? Non è superflua, soggiunge TA-
maseo, quando noi con essa possiamo conseguire una maggior comodità dei Romani
stessi, i quali possedevano una sola lingua, dovechè noi potremmo possederne
due, Tuna che servisse ai dotti, l'altra agli incolti. Ma che parliamo noi di
due lingue? li latino e il volgare non sono che una lingua sola ; questo e una
corruzione di quello e l'uno ha intima affinità con l'altro. Ciò poi dimostra
anche che la lingua latina non è straniei'a, ma lingua nostra, come il volgare,
con cui è tutt'una cosa. Su quest'idea torna anche nella seconda orazione, dove
se- guitando il suo ragionamento [nostra che la lingua latina ò da preferirsi
come più perfetta. Ma la volgare è immediata- mente più utile : no, per asserir
questo, bisogna negare tutta la sapienza pratica che hanno depositato nelle
loro lingue i popoli antichi. Né si dica che il volgare costa meno fatica a
imparare del latino , perchè la maggior fatica spesa in que- st'ultimo è
largamente compensata dalla gran diffusione della lingua latina , per mezzo
della quale possiamo metterci in relazione con tutto il mondo civile; la
volgare invece si re- stringe dentro i confini d'Italia, dove .nemmeno poi è
sempre la medesima, perchè chi la vuole etrusca, chi aulica. Che se si accampi
il pretesto che nessuno possa riuscire dotto e va- lente nella lingua latina,
mi basta di citare i nomi del Fon- tano, del Sabellico, del Navagero, del
Longolio, del Sannazzaro. R. Sabbadini, Ciceronianismo e altre questioni
letterarie. Parla per convinzione profonda TAmaseo o per sfoggio di rettorica?
Il fatto è che in quel tempo la questione tornò più volte in campo. Ne trattò
Pietro Angeli da Barga in un di- scorso detto nello studio dvPisa; ne trattò
Celio Galcagnini nell'opera deirimitazione a G. B. Giraldi ; Bartolomeo Ricci
nel 2^ dei suoi libri deirimitazione; G. B. Goineo e il Sigonio e altri ancora
(1). Ma nessuno più accanitamente di Francesco Florido, la cui polemica contro
la lingua volgare è addirit- tura un' invettiva e tanto caratteristica, che
merita di essere, quantunque lunga, tradotta e riportata per intero. « Parliamo
ora di quei cotali (egli scriveva verso il 1437), S'/' che invece delle lettere
latine e greche coltivano le volgari con ogni assiduità e diligenza e messi da
parte i divini scrit- tori di quelle due lingue, in qualunque genere di
dottrina e di eloquenza eccellenti, perdono il loro tempo in cose da nulla. E
questo morbo che serpe tra noi Italiani tanto di giorno in giorno prende piede
e forza, che già più non si cerca quali siano tra gli autori romani i migliori,
ma tutti vengono come superflui banditi; mentre si vuol far credere al mondo
che la lingua latina allora era necessaria, quando la parlavano anche le balie
; ma che adesso va buttata in un canto, essen- done sorta un'altra che non che
eguagliata, va preferita alla latina e che la si deve coltivare e illustrare
non meno che un tempo fecero della loro i Greci e dopo i Greci i Romani. Le
quali assurdità, che moverebbero lo sdegno a qualsiasi uomo di senno se le
udisse anche da uno Scita o da un Medo, sentendosi in bocca di Italiani, non è
a dire che si sia acce- cato e ottenebrato il mondo? quando gli Spagnuoli, i
Francesi, i Tedeschi, gì' Inglesi e moltissimi altri popoli studiano e am-
mirano grandemente la lingua latina e noi invece ne cerchiamo un'altra affatto
diversa, che solo col chiamarla volgare la gettano meritamente nel fango. Ed
ecco che chi vi abbia speso intorno pochi giorni vien nominato dalla plebaglia
conoscitor del volgare ed eccoli cotesta razza di gente fondare ogni di quasi
in tutte le città accademie, se pure vanno chiamate (1) Ap. Zeno, Note al
Fontanini. accademie dove non hai nulla da imparare, nemmeno che sei un
ignorante. Per Iddio, quando vedo la stupidità di certuni ! fa un anno, già,
ch*io intesi un Italiano chiedere a un giovane greco, se avesse a scegliere fra
il latino e il volgare, quale preferirebbe ; se non che non più mi stomacò la
buaggine deir Italiano di quello che mi ricreò il contegno del Greco, che non
gli replicò sillaba e lo lasciò in asso. E perfino hanno poeti, storici e
oratori, da chiamarvi al confronto i Latini; e il loro Francesco Petrarca lo
antepongono non a Tibullo solo e a Properzio, ma anche a Vei^ilio; e Giovanni
Boccaccio paragonano a Marco Tullio, osando contrapporre le freddure di quello
ai fulmini di questo. Ma vediamo quali frivole ragioni mettano in campo i so-
stenitori di quest'idioma, per dimostrarne la necessità e l'utilità. A frugare
quanto su tale questione fu scritto , troverai che tutto si riduce a
quest'unico argomento, che ognuno deve adoprare quella lingua che ha imparato
dalla madre e la quale serva ai più. Futile argomento e di nessun peso; e che
non dovrebbe persuadere nessuno, si trovasse anche essere più quelli che sanno
parlar il volgare che non il latino. Poiché dato che la lingua volgare sia
comune pure alle pescivendolo e ai cenciaioli e che la latina giovasse soltanto
a dieci eru- diti, la latina sarebbe tanto più utile della volgare, quanto un
solo letterato vai più che molte migliaia di ignoranti. Ma il fatto è ben
diverso; imperocché se tu adopererai codesta lingua, non ti farai capire in
tutta Italia; che dico? se andrai nelFApulia, nella Calabria con questo
linguaggio ti pigleranno per un Sirofenice, per un Arabo ; ma se tu parlerai
ivi il la- tino, a moltissimi ti farai agevolmente intendere. Se poi tu
navigassi in Sicilia o in Corsica o in Sardegna e scappassi fuori con questo
linguaggio, passeresti, giuro a Bacco, per il più pazzo del mondo. Ti guardi
poi il cielo dalFavventurarti a parlare il linguaggio volgare nella Spagna, in
Germania o in Francia; ti darebbero la baia i monelli e trarrebbero a vederti
come Torso che balla. Ma sapendo di latino quasi tutti ti capiranno come se tu
parlassi la loro lingua materna. Lo stesso dicasi di quanto vanno costoro
spacciando, che ognuno deve celebrare le gloria domestiche nella lingua
imparata Digitized by VjOOQ IC — 132 — dalla balia. Imperocché se di ciò si
potessero far persuase anche le altre nazioni , non spenderebbero tanta fatica
a imparare un altro linguaggio, ma contente del proprio, scri- verebbero in
modo da farsi intendere dai loro vicini, non essendovi oggidì provincia che non
abbia vari e tanto diversi idiomi, che tu entro T Italia stessa dovresti mutar
linguaggio ogni dieci miglia, se non volessi parlare ai sordi; del che avviene
che anche codesta lingua volgare, a cui certi sapu- telli attribuiscono più
ch'ella non oserebbe dimandare, non sa dove pur possa posare e piantare la sua
sede. Chi difatto la vuol trarre dall' interno della Toscana ; chi ammette
quella solo che è in uso presso la corte romana. Ma che dire poi che nella
Toscana non tutti parlano a un modo, essendo di- versa la favella dei
Fiorentini, dei Senesi, degli Aretini, dei Lucchesi, mentre ciascuna di codeste
città sostiene di essere culla del linguaggio toscano? Per il che avverrà di
certo, io credo, che se i Greci ebbero una volta cinque lingue, codesti volgari
ne produrranno più assai. Ma fannulloni e poco co- stanti nella fatica siamo
noi, che mentre ce la dormiamo fra due guanciali, mentre nell'apprendere il
latino ce ne stiamo con le mani alla cintola , aspettando che facciano per noi
gli Bei e consumiamo i più belli anni in ciafruscole, ci accorge- remo
dell'erroT-e quando non sarà riparabile e allora , come non fosse cosa nostra,
per non sapere dove batter la testa, ci rifugieremo tra codeste delizie volgari
; allora , per parlar chiaro, chi non sarà riuscito nel greco e nel latino, si
racco- manderà al volgare, come chi non spuntandola a sonar l'or- gano, si
contenterà di tirare i mantici. E che? mi darà qui taluno sulla voce: credi tu
che Dante, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio ignorassero la lingua
latina? No; che anzi fra loro gran. nome si acquistò il Pe- trarca, il quale
primo tra gli Italiani imprese a trarre in luce dai ruderi e dall'antichità la
lingua latina lungo tempo se- polta ; ma non essendogli troppo felicemente
riuscito, o perchè mancava ancora una buona parte dei migliori libri o perche
era impresa da non potersi condurre a buon termine da un solo, si rivolse
malgrado suo alla lingua toscana, e lo confessa egli stesso nei suoi versi:
tanto siamo lungi dal poterne dubi- Digitized by VjOOQIC — 133 — tare. E son là
le sue opere latine che parlano, le quali se mostrano in lui sommo ingegno e
non mediocre erudizione, spesso mancano di purezza latina. Che anzi Lorenzo
Valla profondo conoscitx)re della lingua latina , nel secondo libro delle
Eleganze, afferma non aver lui saputo intitolare la sua opera De sui et aXiorum
ignorantia, giacché andava De sua et aliorum. Fiori prima di costui Dante, ma
quanto all'ele- ganza della lingua volgare poco, come si direbbe, gli arrisero
le muse; o perchè non era ancora abbastanza formata, o perchè la portata della
lingua vernacola non poteva reggere a un peso immenso. Dopo questi due scrisse
Giovanni Boc- caccio, terzo caporione degli antichi scrittori volgari; né è fra
i piccoli guai di questa lingua che in trecento anni o poco meno essa non debba
dare che tre scrittori, uno per secolo. Che a questi tre almeno, in tanta
rarità, facessero plauso d'ac- cordo i volgari: ma no; anche questi tre non
sono molto in onore. Dante come scrittore di poca eleganza viene, quasi per
comune consenso /messo dk parte; del Boccaccio moltissime cose diventarono
antiquate; non resta in voga che il Petrarca, che vien proposto per modello ai
poeti, agli oratori e agli storici. E perchè veda ognuno quanto perspicace
intelletto ebbe il Petrarca, io lo credo l'unico che abbia misurato le forze
della lingua volgare, piegandola a esprimere solo gli amori e la gaiezza. Il
che come felicemente gli riusci, non cosi felicemente avrebbe tentato opera di
maggior mole, con l'esempio dinanzi di Dante che sperimentò pur troppo come
alla favella volgare mancavano e maestà e vigore; nella quale cantò d'arme e
guerrieri, non senza qualche lode, ai tempi nostri Lodovico Ariosto ferrarese,
scrittore non spregevole per la sua dottrina nel latino, ma che nel resto non
s'^accosta al- Teccellenza nemmeno dei mediocri fra i Latini: e tuttavia diede
tanto lustro a quel genere di poema, che tutti lo re- putano fatto da natura
per cantar di guerra. Scrisse anche comedie, che di comodici non han più che il
nonie. A com- porre poi storie ed orazioni in questo idioma ci sarebbe da
eccitare il riso. E perchè non creda taluno che in quella che alcuni chia- mano
finezza, altri leggiadria, i più dolcezza, la lingua latina sia vinta dal
volgare, sappia clie Properzio e Tibullo non ac- quistarono meno lode in ciò di
Francesco Petrarca, il quale credè che al nome suo si sarebbe fatto il maggior
onore, quando avesse meritato di venire contrapposto a qualsiasi di quei due. E
che la maggior parte dei cultori della lingua volgare, eccettuati sempre alcuni
veramente dotti, sieno poco addentro negli autori latini, ce ne accorgiamo
chiaramente di qui, che evitano, come si evit uno scoglio^ Dante, in cui la
erudizione, Tingegno e l'acume sono maggiori che nel Petrarca; anzi gli danno
taccia di avere appunto scritto oscuramente per non farsi intendere, quasi che
le profondità della filosofia e della teologia si possano trattare con la
medesima facilità e lepidezza che i trastulli delle fanciulle e i convegni di
amore. Laonde a quella guisa che si starebbe a disagio con la lingua latina,
s'ella avesse soli Tibullo e Properzio, cosi non si sta- rebbe troppo a buon
agio col volgare, se si accontentasse del solo Petrarca. Molti però scrivono tutti
i giorni; non nego, ma non han niente che fare cól Petrarca. Anzi meglio di lui
in alcuna parte: sia pure, ma chi gli si possa in tutto para- gonare, sostengo
che oggi non ci è e non ci sarà mai. Ma levano a cielo la prosa del Boccaccio:
la levino anche sopra cielo, ch'io ne sono contento, purché confessino che non
i migliori latini (giacché farei a loro grave onta), ma qualsiasi di essi fra i
più abbietti supera il Boccaccio in erudizione e in eleganza. Né credo in
questo di fare ingiuria al Boccaccio, che si ritiene esimio nella prosa; nella
quale però dopo lui infine ad oggi non si é trovato chi si acquistasse la
benché minima lode, rifiutando i più V Arcadia del Sannazzaro, ri- piena, come
dicono, di molti errori. Che se indaghiamo come derivò a noi il volgare, non
più volgare ma immondo lo chiameremo, non barbaro ma la bar- barie stessa. E se
ne interroghiamo i suoi sostenitori, sapremo che esso trasse origine dalla
prima invasione dei Goti in Italia, dopo la rovina dell'impero romano, e che quanti
più barbari vi immigrarono, tanto più diventò ricca e copiosa: si può dire
iraaginare nulla di questo più turpe ? Meno male se traesse origine da una sola
invasione; sarebbe comunque tollerabile. Ma avendovi contribuito per una buona
parte i Goti, i^Van- d?li, gli Eruli , per un' altra i Longobardi , non vi è
ragione (li affannarsi tanto per questa lingua, che ha la bella pre- rogativa
di derivare i metri non dai Greci o Latini, ma dai barbari. E quale norma si
trova in essi metri 'ì quale artifizio? quale varietà e bellezza? Il più
adoperato di quelli ha un- dici sillabe e Taltro, che per eleganza vi si
intercala, sette: dei quali il primo vogliono derivato dall'endecasillabo
latino dal saffico, il secondo dall' aristofanio , vuoi a bello studio, vuoi,
come io credo meglio, a caso, ma depravati a segno, che non vi si tien conto né
dei piedi né della quantità delle sil- labe e nei quali tu puoi ficcarci quel
che ti pare, purché abbi mente alle sillabe finali e faccia rimare i versi in
fine ogni tre o quattro. Ci é anche un' altra specie di verso, il
dodecasillabo, usato molto dal Sannazzaro^ ma non troppo ele- gante neppur
esso. Quello poi che più fa meraviglia si è che i cultori della lingua volgare
scarseggiarono fino ad ora mol- tissimo di vocaboli e si diverse mutazioni di
regni non riusci- rono ancora in tanti secoli a compiere una lingua, dimodoché
a portare a termine quest'idioma ci sarebbe di bisogno di un'altra invasione di
barbari. Ora se altri rinfacciasse tanti e si gravi inconvenienti alla lingua
latina o greca , potrebbe parer matto , massime che i Greci ricevettero la loro
dagli antenati e cosi i Latini la pro- pria: alla quale se qualche cosa mancò,
vi supplirono con l'imitazione dai Greci. Che dire poi che tutti quasi i nomi
del volgo e dei quali consta la sua lingua non hanno che due terminazioni,
Tunanel singolare, l'altra nel plurale? Non sembra in questa maniera di stare
tra gli Sciti o gli Africani? Giacché gli articoli, ch'essi vogliono tirare in
campo, son cosa morta di per sé, quando non siano congiunti con la flessione
delle parole, come vediamo nella lingua greca. Quanto non é poi assurdo che
quei pochi vestigi di lingua latina che si trovano nel volgare cerchino di
espellerli anche quelli , onde non ci sia parola che non si debba ai Goti;
imperocché tra tutti quanti scrivono e parlano il volgare é invalso oggi il
principio che per bene scrivere bisogni allontanarsi da ogni reminiscenza
latina Mi obbietterà però taluno : lasciamo da parte i meno recenti e veniamo
al nostro secolo , in cui nessuno , dotto in latino, trascura di coltivare
anche la letteratura volgare; la quale se fosse tanto da disprezzarsi, ciascuno
tenendosi alla greca alla latina, trascurerebbe la volgare come sozza e inele-
gante. Sappia costui primieramente che la lode di cosiffatti uomini non dipende
dalla cognizione del volgare , bensì del greco e latino: che se poscia
s'applicarono al volgare, non fu perchè l'approvassero, ma o por seguir la moda
o, ciò che è più vero, per mostrarci con quanta facilità s'impari questo
idioma, poiché dove solo in venti o venticinque anni potettero profittare un
po' nel latino e greco , in sei mesi soltanto ap- presero perfettamente il
volgare. D'altra parte è ridicolo che alcuni dei vecchi e anche dei recenti
reputino a bene il pic- colo numero degli scrittori e vadan dicendo che non a
tutti è dato sentire messa accanto al prete. Imperciocché i buoni ingegni non
vollero consumare l'età e spendere i loro migliori anni nelle baie volgari, ma
consultarono gli autori greci e latini, dei quali quasi inflinito é il numero,
dovechè dei toscani è assai ristretto e, se non ne vengono degli altri,
insufficiente. Che anzi col fatto stesso vediamo trovarsi in migliori condi-
zioni la lingua latina, già lungamente sepolta, che la volgare tuttora vivente;
poiché sappiamo che in maggior numero e molto più addottrinati s'affaticarono a
restaurare la latina che a promuovere la volgare, massimamente che il
Sannazzaro e il Bembo, vivente ancora e di grande autorità presso tutti e che
finora ha dato di sé ottimi saggi, appartengono quasi in- tieramente ai latini
o per metà almeno. E se pur sono ec- cellenti nell'una e nell'altra lingua,
tanto maggior valore delle altre hanno le loro scritture latine, quanto il
latino è più nobile, più dolce e più perfetto del volgare. Florio., Apologia. ■«^r H§c\i | o = ^^LO i zH
ce — ^=00 1 ^=CN o= =^C\J u_ E Ì=°° 1 O > 3 ., v_^/
C/) — cr UiHi ^-t— > z;= ^=C£> | ^=
C^~ •»~ | I^M CO I ^«S?*?^"- ' HÈf S.
CATANIA TIPOGRAFIA SICULA ' X V I I 4
POLEMICA UMANISTICA W^lX-.^àVX^' v*- La polemica è sana e feconda, quando mira
alla scoperta della verità. Mi auguro che a sì alta meta miri questa mia e
quella che i miei contradittori, G. Salvo-Cozzo e G. Mancini, mi mossero sul
Giornale storico della letteratura italiana. Ad ogni modo non mi dispiace di
vedere messo a romore il campo umanistico; ciò se non andrà tutto a vantaggio
della verità, andrà certo a vantaggio dell' attività. X La polemica del
Salvo-Cozzo ebbe un peccato di origine. Egli ed io studiavamo, senza sapere 1'
uno dell' altro, il medesimo uma- nista , T Aurispa ; ma io pubblicai il lavoro
prima di lui : inde irae. La critica del Salvo-Cozzo non fu perciò serena, ne
io avrei risposto, se essa non fosse stata accettata sul Giornale storico (1),
verso il quale nutro rispetto e affetto. La risposta (2) non dovette piacergli
, perchè mi ha regalato una replica, ricorrendo bIY Ar- chivio storico
siciliano (3). Giornale storico XVHI p. 303. ib. XIX p. 357. (3) Archivio storico siciliano
XVII (1892). Lascio ben volentieri a lui 1' ultima parola . trattandosi di una
replica che non porta nulla di nuovo; ma non posso far a meno di congratularmi
che egli abbia messo in pratica un mio consiglio, li consiglio era: che quando
gli fosse capitato tramano qualche documento nuovo, lo comunicasse pure, ma si
formasse lì. Ed ecco che in coda (in cauda venenum) alla replica egli comu-
nica un documento, fermandosi lì. Riproduco il documento: Vige- bant ibi studia
litterarum (Byxantii); doctor eroi insignis M/muri Cltri/xolunis, non solum
mira in graecis litteris eruditiom conspir <-tnis, veruni etiam morum
iniegritate praestantissimus : ìs qui Pau- luiu Vigerium, Leonardwm A reti
unni, Ioannem Aurispam, Fran- ciscum Phiklpkum i rosque nostri temporis
docUssimos viros graecis instituii et in Italia < Unni doeuit. Con ciò
sembra che il Salvo-Cozzo voglia far saliere come l'Aurispa imparò il greco. Ha
fatto bene a fermarsi lì, senza illustrare il documento, poiché di- versamente
a viv ni »e dovuto dirci chi è quel Paulum Vigerwm, dove quando e coinè
Francesco Filelfo imparò il greco da Manuele Ori* solora e dove e quando Lo
imparò da Manuele l'Aurispa, e, risolte le due ultimo questioni, aggiungere un
giudizio sul valore del do- cumento. Il mio consiglio non poteva esser meglio
dato. X Per rispondere al .Mancini invece non ricorro al Giornale stori- co, ma
pubblico per mio contò questo opuscolo : il Giornale me ne sarà certamente
grato. Aneli.' col Mancini corsi pericolo di scontrarmi per un al- tro
umanista, il Valla; ma non fu, perche in mettevo insieme una nuda cronologia,
mentre egli faceva un lavoro completo. E me ne rallegrai , quando i due lavo»
uscirono a breve distanza 1' uno dall'altre; tanto che officiato dalla
Direzione del Giornale, accet- tai di scrivere una recensione del libro di
Mancini. Ma di- ti) CHornali storico sgraziatamente agli occhi del Mancini
quella non fu una « recen- sione» del suo libro, bensì un' «apologia» del mio:
di qui la sua po- lemica (1). Bisogna dire però che io abbia fatto un' apologia
ben originale, dove giovandomi del suo libro ho modificato sostanzial- mente
alcuni capisaldi della mia Cronologia. Ma forse è questo che egli non voleva;
infatti mi rimprovera di cambiar di opinione. Veramente all'infallibilità non
ho mai aspirato; e se non avessi mai cambiato di opinione, avrei di che
vergognarmi , do- vechè non mi sono mai vergognato di correggere i miei errori
, o che li abbia riconosciuti io o che mi siano stati rilevati da al- tri:
senesco discens. Del resto comunque egli ne pensi , io so di avere apprezzato
degnamente il suo libro e di averne scritto una recensione coscienziosa. Sicché
non mi intrattengo su tale questione e vengo subito ad un' accusa assai strana,
la quale riguarda la Miscellanea Tioli. Questa ricca Miscellanea la ho, se non
scoperta , almeno ri- scoperta io l'anno 1888 (2) nella biblioteca
Universitaria di Bologna e ne ho tratto il miglior partito che ho potuto,
destando, credo, qual- che invidia. La Miscellanea mi fu giovevolissima, perchè
essa con- tiene in massima parte documenti desunti da codici vaticani. Da un
bel pezzo io, che non ho perduto il tempo dormendo, peregri- navo, coi risparmi
del mio magro stipendio di professore liceale, per le biblioteche italiane
nelle vacanze scolastiche dell' agosto e del settembre; ma nella Vaticana,
inesauribile miniera di materia- li, non avevo avuto il bene di metter mai
piede, per la sempli- cissima ragione che stava chiusa dal 29 giugno al
novembre. Era naturale che non potendo attingere alle «sorgenti» della Vati-
cana, attingessi all' « acquidotto » del Tioli: ciò pare sia dispiaciu- (1) ib.
XXI p. 1. Alla polemica segue il testo di alcune lettere del Valla. Nelle
biblioteche Universitarie eli Catania e di Bologna esistono le prove. il
Mancini. Ma io vedo che il Mancini cita documenti di Vien- na e Oxford, 3enza
essere andato a Vienna e a Oxford, donde se li lece copiare. Per me la Vaticana
e Vienna era e continua ad essere . pur troppo, tutt' uno : da qualche anno
appena sono in grado di passarvi una settimana, rubandola alla seconda sessione
degli esami. Capirà clic non mi parve vero di metterle mani sul Tioli, il quale
vai sempre meglio di mi copista ordinario. E ci- tavo il Tioli, o solo o con la
fonte da cui egli copiava. Sarei curioso di sapere come dovevo fare altrimenti.
Però quanto al caso spe- ciale (elevato dal Mancini troppo frettolosamente a
regola generale) della lettera di Guarino (p. 23 n. 1) e, aggiungo, di tutti i miei documenti
guariniani della Vaticani!, stia pur sicuro che essi derivano proprio dalle «
sorgenti » e furono puntualmente pagati; «1* acquedotto » doveva ancora essere
scoperto. Che se poi il Mancini vuol prendersi il gusto di insinuare il
sospetto, che neir edizione dell'epistolario del Barbaro del 1884 io abbia
tolto la bagattella di 125 lettere dal Tioli senza citarlo, si accomodi pure;
tutti i gusti son gusti. X E passiamo ad altro. Il Mancini, unendo la sua voce
a quella di Salvo-Cozzo, giudica arbitrarie le mie congetture. Vediamo alla prova lostesso
Mancini, là dove siindustria di di- fendere dalle mie povere obbiezioni alcuni
punti del suo libro. Per sostenere che il Serra si chiamava Bernardo e non
Giovanni am- mette una quintuplice (2) alterazione del copista (p. 3). Per
soste- aere la Bua data della disputa su A.bgaro ammette un' altra alte-
ra/ione del copista di mesi in mini. Per sostenere la sua (1) Essa nel cod.
Vaticano ha due redazioni (se il Mancini ha ben os- servato), sulle quali mi il
mio testo. (2) H nome Giovanni ai legge una volta noli' indirizzo e quattro
volte nel corpo della lettera. cronologia del De voluptate ammette uno sbaglio
di data nella lettera .del Traversali (p. 22) e inventa una nuova opera
dialogi- ca del Panormita , nella quale 1' autore propugna l'epicureismo contro
il Bruni (p. 24). Per sostenere le sue idee sul tempo, in cui il Valla fu a
Genova, nega autorità a quattro documenti, scan- dalezzandosi del barbarismo ex
Genua e Zenae, mentre non si fa scrupolo di interpretare obversari apud
Laurentwm Valla/m per « ispirarsi al trattato del Valla » (p. 8). Un bel modo
di pre- dicare contro T arbitrio. Di fronte a tali argomentazioni non ho
nessuna voglia di discutere un' altra volta i punti controversi già discussi,
tanto più clie il mio avversario (mi perdoni la franchezza, ma siamo in
polemica) mi ha combattuto senza ponderare troppo attentamente i documenti. E
ne reco le prove. La lettera del Valla all' Aurispa, in data Napoli 31
decembre, è per il Mancini dei 1444, per me del 1443, e, a sua confessione, «
certe parvenze favorirebbero la mia congettura» (p. 13). Egli per difendere il
1444 dà dei rag- guagli .su Agostino Villa, ambasciatore del marchese di
Ferrara, e sulle costumanze del secolo XV, secondo le quali allora gli am-
basciatori « tornavano a casa appena sbrigate le commissioni » (p. 14). Sta
tutto bene; ma nella lettera è detto che il Valla dal- la partenza del papa da
Firenze non sapeva dove fosse V Aurispa. Il papa lasciò Firenze nel 7 marzo del
1443; che il Valla aves- se ignorato la residenza dell' Aurispa sino al
decembre 1444, sem- bra poco probabile. E nella lettera è detto anche come Y
Aurispa nel prossimo febbraio sarebbe andato a Soma: dove andò infatti nei
primi mesi del 1444. Un'altra lettera, quella del Valla al Tortelli, in data
Eoma 24 (non 26) settembre, è per me del 1445, per il Man- cini (p. 15) del
1446. Il guaio è che sino dalla fine del 1445 il Tortelli si era stabilito a
Eoma, mentre la lettera lo fa a Firenze. Però il Mancini ricorre a un'ipotesi:
« per antica costumanza durata fino al 1870 gli impiegati della curia papale
chiedevano in autunno con- gedo ai loro superiori e si portavano a godere le
vacanze lontani da Roma» (p. 15). Sara vero, ma nella lettera ci sono le
seguenti parole: « litteras tuas ad Ambrosium nostrum mense iulii datas hic (a
Roma) legi». Nel Luglio, come si vede, il Tortelli non era a Roma, dove si
trovava il cognato Ambrogio, a cui aveva scritto. E il luglio non cade nell'
autunno. Un5 altra lettera ancora, quel- la del Panormita scritta da Stradella
: il Mancini la vuole del 1432, (p. 20-21), io del 1431, perchè il Panormita si
trovava a Stradella a cagione della peste. Convengo che ivi non <: si parli
» espressamente della peste in Pavia, ina e' è la parola pestilcn- tiam e per
la peste era a Stradella il Panormita, il quale altro- ve (Episf. Gali. Ili 34)
scrive: « te confer ad Stratellae op- pidum, ubi pestilentiam fugiens ago in
praesentiarum. » Bensì nel- la lettera « si parla » espressamente del bellum
civile a Roma, che sappiamo scoppiato nel 1431 dopo l'elezione di Eugenio IV. E
quel bellv/m civile è nominato espressamente anche nella lettera dell' Aurispa
(si urbs bello civili quieverit), in proposito della quale il Mancini ha
creduto di dover fare (p. 4 n. 1) la distin- zione fra diaconato e
presbiterato. Sento perù l'obbligo dì aggiungere due osservazioni. L' una sul-
la data della lettera di leggio a Guarino, che io ho fissato « indu-
bitabilmente » all' anno 1433, mentre il Mancini la fa del 1432. Queir
«indubitabilmente gli pare troppo « autoritario (p. 22); e io gli do subito
soddisfazione. Quella lotterà, dove si parla della andata del Valla a Ferrara,
uelP edizione del Tonelli (V 13) ha la data di Roma 1-S ottobre; l'anno 1433
risulta dal posto che essa occupa nell'epistolario. La lotterà finisce: commmices
has rum Fran- cisco nostro Barbaro, ut ipse quoque rideat\ e appunto nel
settem- bre 1433 il Barbaro era ambito a Ferrara per ossequiarvi l' impera- tor
Sigismondo. Dalla lettera si scorge ohe Le notizie sul pas- saggio del Valla
per Ferrara le avea date Niccolò Loschi , allora scolaro di Guarino; neir
edizione del Tonelli, lì vicino, ci è una lettera di Poggio al giovinetto
Loschi, con la data Romaé XII Kal. oetobris 1433] non ho qui V edizione , ma
questa è la data del cod. Ambrosiano E 115 sup. f. 63. La seconda osservazione
riguarda le due lettere di Fr. Filelfo, nelle quali si presuppone il Valla a
Genova. Il Filelfo nomina in esse il suo parente Loren- zo Doria. Ciò induce il
Mancini a negare adesso quelle due let- tere al Filelfo, mentre prima gliele
avea attribuite; e la nuova ra- gione si è che « Lorenzo Àuria fin qui da
nessuno fa detto parente del Filelfo » (p. 9). Altro *e fu detto ! Teodora
Crisolora, moglie del Filelfo, era figlia di Manfredina Doria. Può vedere la
notizia anche nel Giornale storico. X Diamo ora un' occhiata al testo delle
lettere del Valla pub- blicate dal Mancini. Segno con t la lezione dell'
originale, con M la lezione proposta dal Mancini. Cito il numero d' ordine
delle lettere e la linea di ciascuna di esse. I 9 ea causa £, ea de causa M. Il
de è superfluo; così I 72; cfr. V 13, dove il Mancini non ha creduto necessario
il de. I 15 adumbratum coloribus /, obumbratum coloribus M. Ma adumbratum è il
vero termine tecnico della pittura. I 29 i domine me t, domine mi M. Si ricostruisce:
id om- NE ME. I 46 abitiendas /, abjiciendas M. U ortografia regolare è
ABICIENDAS. I Quid ergo dicam paupertatem ne me praeferre di- vitiis ? Mentiar
si icl dixero. Nou erit quocl abs te mihi impen- dendum habeam divitias ne
paupertatem patiar : pudendum est hoc apud te dicere, qui paupertatem divitiis
praetulisti. Quid igi- tur ? Tacebo naturae , at non mini integrimi tacere quum
loqui coeperim 31 — Qui non ci è uè fisonomia latina né senso; e per maggior
imbroglio alla lezione ad hoc mihi dell'originale fu sostitui- to pattar. — Si
ricostituisce: Quid ergo dicam ? Paupertatemne me praeferre divitiis VMentiar:
si id diserò, non erit quod abs te mihi DrPETRA^DUM habeaiu. Divida sue
pàupertati '? At hoc mihi puden- dum est apud te dicere, qui paupertatem
divitiis praetulisti. Tace- bone? At non mihi integrimi tacere, cum loqui
coeperim. I 61 escribendos t, scribendos M. Si corregge: exscribexdos. I 64
solveretur qui condidissent / , solveretur qui condidisset M. La correzione è
superflua ; intendi: solveretur illis, qui condidissent. I 72 necessario t,
necessarie M. Sta bene nei iessaeio. II 2 quod mihi (corr. in nihil) peragratum
est t, quo nihil pergratius est M. Si ricostruisce: quod mihi pergrati\m est.
II 6 possem t, possum M. Per la sintassi del Valla sta be- ne POSSEM. Ili 5-6
te habiturum ex nostro opere quo seniores atque a- deo multa tam saecula, non
dies corrigias, sed corripias, non ut mortui aut senes corrigi possunt, eoque
compi voluut, de senibius loquor / M, eccettochè M emendò corrigas, senibus e
mutò possunt, volumi in passini, velini. — Si ni 'ostruisce: te habiturum ex
nostro opere, quo seniores atque adeo mortuà iam saecula non dico (1) cor-
rigas, sed corripias; non kxi.m mortui aut senes corrigi possunt, eoque compi
voluxt: do senibus loquor. Ili 20-22 sed illis opera luditur ad laborem
comparata: trans- ferendum Homerum civiis ex Iliade libros quatuor ad characte-
rem oratorium / M, eccettochc .1/ imitò civiis in curari. Il passo non ha
senso; owiis si corregge facilmente in cuius e il periodo si potrebbe
ricostruire così: sed illis opera luditur, ad laborem com- parata ad tra
nst< Tendimi Homorum (oppure in trasferendo Homero), (1) Anclie VI 5 non
ìllico (forse era ilico) va emendato in non diro. cuius ex Iliade libros
quatuor ad charaeterem oratorium transtuli. Senso: tradarre Esopo e Senofonte è
un gioco, a confronto del tra- durre Omero. V 34 forsitan veniam, et per regem
licebit, statini secundum pasca /, forsitan veniam, et si per regem licebit,
statini post se- cundum paschae M. Qui non e' era da mutar nulla. L' aggiunta
del si rende zoppicante la costruzione; secundum vale post, come del resto lo
stesso Valla spiega chiaramente nelle Eleganze II 47. VI 14 quas quum Elegantias
/, quas cum Elegantiis M. Me- glio: quibuscoi elegaxtias; anche XI 10 T
originale scambia quas e qmbus. VII 13 L et aggiunto da M è superfluo. VII 23
merebitur /, merebit M. Correzione superflua. VII 25 adornatae /, adorna tas M.
Va lasciato adornatae , che concorda in caso con quaedam arbores. VII 27
transmito /, transcriptum M. E giusto transmitto, di cui è oggetto earum (1)
exemplar; cfr. 32 transmitto. VII 41 respondi f, reposui M. Sta bene respondi,
cioè : ad querelas tuas respondi. Il resto non è ben chiaro. VILI 24 detexui /,
detexi M. Deve ristabilirsi detexui fda detexo), che fa antitesi con retexam :
« stesserò ciò che ho tes- suto ? » Vili 24-25 idem ego sum qui praeponam ut
commentariis quos in Ciceronem et Quintilianum. praeponam f, idem ego sum qui
in commentariis quos in Ciceronem et Quintilianum screpsi praeposui M. H
Mancini con ciò suppone già composti i com- menti a Cicerone e Quintiliano, ma
l'originale qui adopera il futuro. Vili 32 ad t, ob M. Correzione superflua.
VITI prò virili mea £, prò virili mea
parte M. Quel parte è superfluo per il Valla. (1) Non eorum, per il genere di
arbore*.X 3 succrevit ine» m'ita tu num / (se ho ben capito la nota), suecre-
yit incogitato miti M. Seguendo lo tracco dell'originale si do- vrebbe leggere:
succurrit ix cooitationem. X 12 ulti illas emendaro, ante pancos inter dies /
M, eccet- tochè J7 corregge <mtnu\ uia questa congiunzione non può occupa-
re il primo posto in una frase. XI 8-10 oo quidem magis quod agam fustelem tam
ex ini- bii. In via gustavi ans quod referunt milii minaciae /, co quidem magis
quod agam pustulas tam ex imbri. In via gustavimus, quod referunt mini,
minacias M. Il passo acquista senso e fisonomia latina ricostruito così : eo
quidem magis, quod aquam lutulentàm ex IMBRI IX VIA GUSTAVI. Ammis, (1) quod
EEFERUNTUB milli MTXACIAE. XI 1G quia bibi aquam improbi acusculentam /, quia bibi
aquam improbam succulenta m M. Si ricostruisco : quia bibi a- quam imbuì
lutulentàm. XII 10 fui coniunctus /, sum coniunctus M. Correzione super- flua.
XII 17 ut /, et M. Deve restare ut. XII ex carorum fortuna /, carorum fortuna M. Sta
bene ir. anche per la simmetria cou ex prosperitate. XII 25 sui siniiliumque /.
--ibi similium M. Va bene sui. Il genitivo con similis si trova anche nella
lettera al Serra: si ni il is lui. XII 28 fero /. puto M. .Multo probabilmente
nel end. è scritto scio, che è la vera lezione. XII 33 mine ne multis
teoumdixerio /, mine uonmultis te- cum agam .1/. Meglio si corregge: nane \i: multis tecum dkjsèbam.
XII 34 utinam . . . posàt /, utinam possem M, Si cor- regge: utinam . . .
possol Cioè animus miìvi dolet e tu
corrispondenza con primutn caput dolci (4). XHI 16 Quid enira /, Quin enim M.
Si corregge: quidni. XIII 33 virtutibus frui i, de virtutibus . . . fruì M. Per- chè
quel de ? XHI 37 adisisti t, adsci visti M. Si corregge addexisti. XIV 3 quis
om. /, acid. M. Se mai qui. XIV poterò
/, possem M. Non si vede la ragione di mutare potevo in possem nel periodo: hoc
utor solatio, quod, si putaveris, poterò. XV 6 quod ego mihi molestius est t
(se ho interpretato be- ne la nota ), quod mihi molestius est M. Si corregge :
quod eo mihi molestius est. XV 12-14 non ea ratione volo causam meam esse
defensam quod te non damno. Nam si utrumque iu hoc genere putarem peccas- se,
utrumque potius ingenue accusarem. Sed quia culpam t M, eccet- tochè t in luogo
di quia ha quod. Si punteggia: non ea ratione. .quod te non damno (nam si accusarem),
sed quod culpam. Il nesso del periodo è: non quod , sed quod. XV 20 relegi
politicam Aristotelis in quibus /, relegi poli- ticami .... in qua M. Si
corregge: relegi politica (neutro plurale) . . . ino, uibus. XV ne audeo emplaribus t, me supremis
praedicationibus M. Si ricostruisce : ut audio ex pluribus. In questo esame ho
lasciato da parte i numerosi passi, nei quali si potrebbero proporre facili
emendamenti, e ho invece tenuto conto solo di quelli, nei quali il Mancini ha
corretto, ossia inteso di correggere V originale. Ora domando, se per due
misere parole (Laurentium Vallam) che io, con relativa nota in calce, ho
supplito nella lacuna di un codice, mi meritavo proprio da lui questa grave
censura: « ag- giungendo togliendo o sostituendo parole, i documenti finiscono
per dire quanto noi desideriamo. X Da ultimo discuterò brevemente la cronologia
di un gruppo delle lettere pubblicate dal Mancini ; sono la HI, tV, V, VI e
VII, dirette dal Valla al Tornili. Sulle altre tornerò in tempo più opportuno.
Prendo di mira anzitutto la V, VI e VII, le quali sono in strettissima
relazione tra loro. Nella V intatti il Valla manda al Tortelli le Eleganze,
pronte per 1' edizione, pregandolo di darglie- ne il suo giudizio; nella VI
aspetta il giudizio: « nunc animus de Elegantiis sollicitus est quid (1)
sentias. » Le Eleganze era- no state spedite per il recapito al cognato
Ambrogio , come dice nella V: « domino Ambrosio, a quo accepturus es, opus
restitues » ; e nella VI scrive: « unas enim (2), quibuscum Elegantias mitte-
bam, levir meus ait se ad te misisse. » Nella MI domanda con inquietudine se ha
finalmente ricevute le Eleganze: « accepistine adhuc Elegantias » ? e allude
alla VI con le parole: « tertias (ad te litteras dedi), in quibùs ad querela*
tuas.... respondi»; e infatti nella VI confuta corte lagnanze che gli avea
messe il Tor- telli. Il contenuto delle tre lettere pertanto mostra che esse
sono scritte a pocbissima distanza 1' una dall'altra. Tutte e tre hanno la data
di Gaeta: la A' del 18 marzo, la VI dell' 8 marzo (Vili idus martii), la VII
del 2)5 giugno (pridie natalis Saneti loan- ìiìs). Ma se la VI ò posteriore
alla A', non può essere la VI del- l'8 marzo e la V del L8; ci deve essere
errore e eerto fu scritto martii invece di mavì, scamMo tanto comune e tanto
ovvio; perciò abbiamo questa successione: 18 marzo, 8 maggio, 23 giugno del
medesimo anno. Consideriamo poi La III e la IV. Anche queste due lettere sono
tra loro intimamente congiunte; in entrambe il Valla mani- fi) quidquid il
Mancini. (2) unas mini levir il Mancini; ma levir è ripetuto sunito dopo. festa
T intenzione di dare a leggere le Eleganze al Tortelli; nella III: « polliceor
te habitubum ex nostro opere quo.... »; nella IV: « cum (1) ad te Elegantias
misero »; nella III crede di potere andare ìd persona a Firenze a portargli i
suoi libri: » haec om- nia intra duos menses perferam » ; nella IV la guerra ne
lo im- pedisce: « hos autem omnes istuc libros portassem, nisi bella exorta
essent. ^> Le due lettere sono alla distanza di appena qual- che mese; la IV
ha la data di Capua 25 maggio; la III non ha data, ma può essere del marzo
circa. La III e IV sono di un anno prima, la V, VI e VII di un anno dopo; fra
la IV e la V è passato molto tempo , perchè la V comincia: « quatuor ferme iam
(2) mensibus huc atque illuc vagatus sum, ut ad te scribere non potuerim».
Cerchiamo di fissare gli anni. La VII è da Gaeta 23 giu- gno ; noi sappiamo che
sin dal 2 giugno 1442 il re Alfonso conquistò Napoli; perciò la sua corte non
era più a Gaeta nel 23 giugno e la lett. VII cade al più tardi nel 1441; così
la V e VI che sono del medesimo anno. La III e IV, che sono di un anno prima,
cadono al più tardi nel 1440; e questo è V anno loro, per- chè nella IV si
allude alla Donazione, che fu scritta dopo la mor- te del Vitelleschi (+ aprile
1440). Se la III e la IV sono del 1440, la V, VI e VE sono del 1441.
Determinate queste date, se ne traggono buone conclusioni per la cronologia
delle opere del Valla. Dalla III risulta che le Fa- vole di Esopo furono
tradotte nel 1439 (anno superiore), non del 1438, come vuole il Mancini, né del
1440, come voleva io. Così al 1439 appartiene la traduzione del I libro della
Ciropedia e dei primi quattro dell' Iliade. Prima del 1440 era stato composto
il (1) quum sempre il Mancini, che forse non sa della guerra fatta dal Valla al
quum. (2) jam sempre il Mancini. De Ubero arbitrio e nel marzo circa del 1440
erano finite o per Unire le Eleganze e Unita (absolvi) la Dialettica. Dalla IV
risul- ta che la Donazione era già composta il 25 maggio 1440, men- tre io
avevo supposto il 1441. Dalla V risulta che nel marzo 1441 il Valla non
possedeva ancora le dodici nuove commedie di Plauto, il com- mento di Donato a
Terenzio [eccetto 1* Eunuco], Vittorino e Tacito: « si libros quosdam, qui
restant mihi legendi , legissem; quorum sunt duodecim comoediae Plauti recenter
inventae, Donatus (1) in Terentium, cuius tantum Eunuchum vidi, Victorinus (1),
Corne- lius Tacitns. (1) » Dalla VII risulta che nel 23 giugno 1441 il Serra
viveva ancora; perciò questi è veramente Giovanni Serra e non (come il Mancini
vuole) Bernardo, il quale morì uell' estate del 1439. Qui è rammentata la
lettera apologetica al Serra, la quale ha la data del 13 agosto e va per
conseguenza collocata almeno un anno prima, nel 1440. La lettera V poi è
importante anche per un altro rispetto , poiché da essa risulta che fin dal
marzo 1441 il Valla era tor- nato in buona relazione con Leonardo Bruni, al
quale infatti vole- va scrivere: « ad Leonardum Arretinum scripsissem, sed
vides cau- sane quare non fecerim. » L' ostilità col Bruni risale, come io ho
messo in chiaro (Cronologia del Valla p. 75-77), almeno al 1437, nel quale anno
il Valla sparlò della Laudafio urbis florentinae del Bruni; e durò qualche
tempo, poiché il Valla in un' altra lettera, la XV, annunzia di avere raccolto
e voler pubblicare (efferre) (2) molti errori di lingua latina trovati nella
Politha di Aristotele tra- dotta dal Bruni. La traduzione della Politica venne
in luce nel marzo 1437; la lettera XV perciò, che è del 4 aprile, dovrà
collocarsi Donatimi, VicÀorinnm,
Corneliton Tacitimi il Mancini; ma devono essere nominativi, soggetti di sunt,
come comoediae. (2) afferre il Mancini. (3) Leonardi Bruni Ai-retini Epistol.
ed. Mehus I . per lo meno nel 1438; nella lettera V, del 18 marzo 1441, l'ami-
cizia è già ristabilita; sicché la lettera XV cade tra il 1438 e il 1440;
argomenti per determinarne meglio la data al momento mi mancano. In essa del
resto scorgiamo i primi segni di riavvicina- mento, perchè il Valla dice di
aver saputo che il Bruni aveva in un crocchio parlato di lui con molta lode.
Catania S. I DE OFFICIIS CICERONE COMMENTATI DA S. TORINO Casa. LOESCHER Torino
Tipografia Vincbhzo Bona. Da questo commento m ae Ofjiciis ho escluso la
grammatica, eccetto dove serve all'interpretazione. Ho invece badato molto allo
stile, ma noti riferendomi agli schemi di un trattato di stilistica, bensì
esponendo secondo l'occasione le regole più ovvie; spesso anzi ho schivato le
regole, cercando di guidare il lettore praticamente a trovare i mezzi che
possiede la lingua italiana per rendere la parola latina. £ siccome una delle
so- stanziali differenze consiste nell'organismo del periodo delle due lingue,
così ho messo gran cura nel far risolvere in buon perìodo italiano il periodo latino;
e in ciò ho tenuto due vie: ora presentando latinamente sotto altra forma il
passo, ora ad- ditando i mutamenti da farsi nella traduzione. Quando si trat-
tava di suggerire le parole o le frasi italiane corrispondenti alle latine, ho
procurato che il lettore le indovinasse piuttosto da sé, anziché trovarle
bell'e fatte ; e a questo scopo il maggior numero delle volte ne ho data la
genesi, altre volte ho messo due e più forme, tra le quali si dovesse
scegliere. Altra mia cura speciale é stata di rendere spesso i termini tecnici
e filo- sofici latini coi termini della nostra lingua dell'uso, per fare
entrare nella traduzione ancne un po' di vita moderna. Nelle notizie storiche e
filosofiche ho piuttosto largheggiato, per non lasciar nessun dubbio sull'interpretazione
del testo e sul nesso delle idee, al qual fine ad ogni singola parte del trat n
AVVERTIMENTI tato precede un breve sunto. Ciò ho fatto anche per evitare una
lunga esposizione del contenuto dell'opera e del sistema stoico, la quale per i
giovani lettori sarebbe stata poco attraente e forse anche poco chiara.
L'introduzione, oltre un breve cenno sulla cronologia del libro e una notizia
sul figlio Marco, contiene l'elenco degli emenda- menti che ho proposto ai
luoghi più controversi: avrei voluto inserirvi anche una discussione sulla
storia e sulla critica del testo, ma la riservo per una sede più adatta. Ho
ampliato in confronto della prima edizione Tesarne della composizione
dell'opera e vi ho aggiunto un saggio delle clau- sole, la cui conoscenza è
così indispensabile per l'apprezzamento della prosa artistica, come la
conoscenza della metrica per l'ap- prezzamento e l'intelligenza della poesia.
Tutto il commento è stato sottoposto a un'attenta revisione. Le lezioni che
mancano ai codici sono supplite in corsivo. Le interpolazioni ho chiuso in
parentesi quadre [ \ gli innesti posteriori tra virgolette « ». Del tempo in
cui fu scritto il « de Ofpicits ». Le speranze fondate sulla morte di Cesare,
assassinato negli idi di marzo del 44 av. Cr., erano ben presto svanite. Mar-
cantonio prese le redini del governo e Cicerone dovette pensare alla propria
salvezza. Infatti lasciò Roma alla fine di marzo e si ritirò nelle sue ville
sulla costa del mar Tirreno, alternando il suo soggiorno dall'una all'altra. In
questo periodo di ozio forzato Cicerone cercò un sollievo alle amare delusioni
del pre- sente e alle fosche previsioni dell'avvenire occupandosi a scrì- vere
di filosofia. E veramente fecondo fu quest'anno 44, giacché in esso Cice- rone
diede l'ultima mano ai cinque libri delle Tusculanae disputationes e ai tre de
Natura deorum ; più compose tre opu- scoli: de Senectute, de Amicitia, de Fato,
i due libri de Divi- natione, i due de Gloria e i tre de Officiis. Che questo
sia il tempo, in cui fu scritto il de Officiis, ap- pare da alcuni indizi, che
s'incontrano nell'opera stessa. Vi si accenna infatti alla morte di Cesare e vi
sono ricordati i due opuscoli de Amicitia e de Gloria. Questi due opuscoli poi
insieme col de Officiis non sono an- cora citati nell'elenco che Cicerone diede
delle sue opere al principio del lib. Il de Divinatione. Siccome pure il de
Divi- natione fu composto dopo la morte di Cesare, così arguiamo che il de
Officiis deve essere stato cominciato ad anno inol- trato. Ma nel luglio il
lavoro fu interrotto, perchè Cicerone aveva y divisato di far una visita al figlio Marco in
Atene. Messosi in viaggio, fu respinto a terra dai venti contrari ; ivi
ricevette l'annunzio di un mutamento favorevole nelle condizioni pub- bliche a
Koma, dove egli si recò per invito degli amici (de Off. Ili 121) alla fine di
agosto. Tutto il settembre e porzione del- l'ottobre rimase a Roma; il 2
settembre vi recitò la prima Filippica contro Marcantonio. Ma ben presto
dovette pensare nuovamente alla sua salvezza e lasciò Roma nell'ottobre, per
tornarvi poi nei primi giorni del dicembre. Nella seconda metà di ottobre aveva
già ripreso il de Officiis nella villa di Poz zuoli (ad Att. XV 13, 6); nel 5
novembre ha già compiuti i due primi libri e condotto a buon punto il terzo (ad
Att. XVI 11, 4), più ha ordinato ad Atenodoro Calvo un sunto dell'opera di
Posidonio; verso la metà di novembre il sunto di Posidonio gli è arrivato (ad
Att. XVI 14, 4). II. Del figlio Marco. Cicerone dedicò il suo de Officiis al
figlio Marco. Marco era nato verso la fine del 65 av. Cr. (ad Att I 2, 1). Fin
dai primi anni il padre curò attentamente la sua istruzione e tradusse per lui
dal greco (1) il de Partitione oratoria tra il 46 e il 45. Nella guerra civile
tra Cesare e Pompeo il diciassettenne Marco prese servizio sotto Pompeo, comandando
un drappello di cavalieri (de Off. II 45). Più tardi, nel marzo del 45, voleva
prender servizio con Cesare in Spagna (ad Att. XII 7), ma il padre vi si oppose
e risolse invece di mandarlo, in quell'anno stesso, alla fine di marzo (ad Att.
XII 32; XV 15, 4), ad Atene a studiare filo- sofia sotto Cratippo,' allora capo
della scuola peripatetica. Pare che da bel principio la sua condotta non fosse
troppo corretta; infatti fin dal maggio dell'anno stesso, 45, Marco dava (1) La
dimostrazione che il de Partitione fu tradotto dal greco si legge in S.
Polizzi, Quistioni di retorica in Cicerone, Catania, Fr. Galati YI1 motivo a
lagnanze, forse perchè spendeva troppo {ad Att XIII 1,1). Sappiamo anzi che
aveva stretta intima relazione con un retore Gorgia, che lo trascinava ai
piaceri e al bere ; e Cicerone faceva di tutto per distaccarlo da quella
pratica. Ciò fu alla fine del 44 (Plut. Cic. 24, cfr. ad Fam. XVI 21, 6).
Nemmeno del pro- fitto di suo figlio aveva troppo a lodarsi Cicerone, il quale
sin dal maggio dell'anno 44 credeva necessario il suo intervento ad Atene, per
vedere come andavano le cose (ad Att. XVI 16, 3). Del resto che il padre non
fosse soddisfatto del figlio è argo- mento il de Officiti stesso, dove non
s'incontra il minimo ac- cenno ai progressi di Marco; e sì, che se progressi ci
fossero stati, il padre non li avrebbe taciuti. Nel 43, sino almeno dall'aprile
(Cic. ad Br. I 4, 6; 6, 1; II 5, 6), Marco si arrolò nell'esercito di Bruto,
dove ottenne il comando di una parte della cavalleria e si fece onore. Fu
estesa anche a lui la proscrizione contro il padre, ma egli la sfuggì. Combattè
nel 42 a Filippi, indi si rifugiò presso Sesto Pompeo in Sicilia. Nel 39
approfittò dell'amnistia concessa ai partigiani di Bruto e tornò a Roma,
mettendosi ai servigi di Augusto. Nel 30 fu console, indi ebbe come proconsole
la provincia d'Asia. Del suo soggiorno in Asia Seneca il vecchio (Suas. VII 13)
rac- conta il seguente aneddoto, che reco tradotto integralmente: « M. Tullio,
figlio di Cicerone, che dell'ingegno paterno non ereditò che il brio, nel tempo
ch'era governatore dell'Asia invitò a pranzo il retore Cestio. M. Tullio aveva
avuto da natura poca memoria e quella poca se l'era tutta bevuta, dedito
com'era al- l'ubbriachezza. Egli domandò più volte chi fosse quel tale, che
sedeva nel posto più basso: — Cestio — gli fu detto replicata mente, ma sempre
egli dimenticava il nome. Finalmente il servo, nuovamente interpellato chi
fosse quel tale, che sedeva nel posto più basso, per fare restare impresso il
nome al padrone con qualche contrassegno, rispose: — Questi è quel tal Cestio,
che diceva che tuo padre non sapeva leggere. — Allora Marco si fece portare lo
scudiscio e Cestio dovette scontare a nerbate il suo imprudente motto sul conto
di Cicerone ». Cestio era anticice- roniano. Di Marco null'altro sappiamo. Ci
resta di lui una bella s Tiri lettera inserita nell'epistolario del padre (ad
Fam. XVI 21), dalla quale apprendiamo le sue pratiche e le sue consuetudini ad
Atene (1). Cicero f. (2) Tironi (3) suo dulcissimo sàl. (2). Cum vehementer
tabellarios expectarem quotidie, ali quando (4) venerunt post diem
quadragesimum sextum (5), quam a vobis (6) discesserant ; quorum mihi fuit
adventus optatissimus. Nam cum maximam cepissem laetitiam ex humanissimi et
carissimi patris epistula, tum vero iucundissimae tuae litterae cumulum mihi
gaudii attulerunt. Itaque me iam non paenitebat inter- capedinem scribendi
fecisse (7), sed potius laetabar; fructum enim magnum humanitatis tuae capiebam
ex silentio (8) mearum litterarum. Vehementer igitur gaudeo te meam sine
dubitatione accepisse excusationem. Gratos tibi optatosque esse (9) qui de me
(1) È scritta da Atene sulla fine del dicembre del 44 av. Cr. (2) f. = filius;
sai = salutem (dicit). (3) Tironi, il famoso liberto di Cicerone, che fu suo
segretario e che visse in casa sua come uno di famiglia. Sopravvisse al
padrone, di cai raccolse e pubblicò le orazioni e l'epistolario. È specialmente
celebre per avere perfezionato an sistema di stenografia, che porta il nome di
notae Tironianae. (4) aliquando, < pur una volta, finalmente, dopo tanto
> . (5) Quaranta sei giorni da Roma ad Atene furono veramente troppi; ci si
poteva andare in venti o venticinque giorni. (6) a vobis, da Roma. (7) int
scribendi fec. $ la frase intercap. scribendi facete è un diroE €tp. (8) Marco
nell'ultima lettera a Tirone gli doveva avere scritto che per sue ragioni
speciali avrebbe sospeso temporaneamente la corrispondenza. Di ciò non solo non
si dolse Tirone, anzi gli scrisse una lettera più gentile del solito. Quella
gentilezza fu dunque un frutto del silenzio di Marco. (9) esse non dubito; non
dubito con l'infinito anziché col quin non si trova mai in Cicerone; lo usò
Cornelio Nepote e Livio. IX rumores afferuntur non dubito, mi dulcissime Tiro
(1); praesta- boque et enitar ut in dies magis magisque haec nascens de me
duplicetur opinio: quare quod polliceris te bucinatorem fore exi- stimationis
meae (2), firmo id constantique animo facias licet; tantum enim mihi dolorem
cruciatumque attulerunt errata ae- tatis meae, ut non solum animus a factis,
sed aures quoque a commemoratione abhorreant. Cuius te sollicitudinis et
doloris participem (3) fuisse notum exploratumque est mihi; nec id mirum ; nam
cum omnia mea causa velles mihi sue-
cessa (5), tum etiam tua; socium enim te meorum commodorum semper esse volui.
Quoniam igitur tum ex me doluisti, nunc ut duplicetur tuum ex me gaudium
praestabo. Cratippo me scito non ut discipulum, sed ut filium esse
coniunctissimum ; nam cum audio (6) illum li ben ter, tum etiam propriam eius
suavitatem vehementer amplector: sum totos dies cum eo noctisque saepe- numero partera;
exoro enim ut mecum quam saepissime cenet. Hac introducta consuetudine saepe
inscientibus nobis et cenan- ti bus obrepit sublataque severitate philosophiae
(8) humanis- sime nobiscum iocatur. Quare da operam ut hunc talem, tam iucundum, tam
excellentem virum videas quam primum. Nam
(1) L'uso regolare richiedeva Tiro, dulcissime vir\ ma nel linguaggio familiare
si univa non di rado l'attributo immediatamente al nome proprio di persona. (2)
bucinator in significato metaforico è un #ira£ cip. (3) Ciò mostra quanto
intimamente egli vivesse con la famiglia di Cicerone. cum -tum, la costruzione regolare sarebbe: nam
omnia cum mea causa volebas mihi successa, tum etiam tua; ma il cum è stato
posto Innanzi ad omnia quasi con valore di congiunzione causale e così ha rice-
vuto il congiuntivo. successa è qui
adoperato insolitamente come passivo =*= successisse. (6) audio, frequentar la
scuola. (7) totos, se fosse omnes'ì (8) philosophiae, spiega con l'aggettivo. quid
ego de Bruttio (1) dicam? quem nullo tempore a me patìor discedere, cuius cum
frugi severaque est vita, tum etiam iucun- dissima convictio (2); non est enim
seiunctus iocus a qpiXoXori(?(3) et quotidiana ovZr\Tr\Ge\ (4). Huic ego locum
(5) in proximo conduxi et, ut possimi, ex meis angustiis (6) illius sustento
te- nui tate ra. Praeterea declamitare Graece apud Gassium in- stitui ; Latine autem apud Bruttium
exerceri volo. Utor farai -
liaribus et quotidianis convictoribus, quos secum Mytilenis (8) Cratippus
adduxit, hominibus et doctis et illi probatissimis. Multum enim mecum est
Epicrates, princeps (9) Atheniensium, et Leonides (10) et horum ceteri similes.
Tà jièv ouv xaG' funaq Tabe (11). De
Gorgia (12) autem quod(13) mihi scribis, erat quidem (1) Un romano, che
insegnava grammatica ad Atene. (2) La parola convictio per convictus in tutta
la latinità si trova dae sole volte. (3) cpiXoXoYia significava al tempo di
Platone, come qui, « amor della conversazione > (tpiXoq, XófoO e anche «
loquacità ». Eratostene (276-194 av. Cr.) fu il primo a chiamarsi filologo,
abbracciando con questa deno- minazione tutti i rami della cultura: infatti
egli fu matematico, filosofo, «reografo, grammatico, poeta. Più tardi filologo
significò archeologo. (4) da aOv, Zryrèuj, ricercare in comune, perciò «
disputa » . (5) abitazione, alloggio. fi) angustiis, dopo i primi sperperi il
padre lo teneva a stecchetto. (7) Un altro romano, che insegnava rettorica ad
Atene. (8) Cratippo era di Mitilene. (9) Un primate ateniese. Leonide era un altro ateniese, che teneva
informato Cicerone della condotta del figlio; ma le sue informazioni erano
sempre vaghe; cfr. la lett. di Cic. ad Att. XIV 16, 3 (del 3 maggio 44): «
Desidero fare una scorsa in Grecia nell'interesse o del figlio o mio o
piuttosto di tutti e due, per vedere come va il profitto; giacché la lettera di
Leonide, che mi fu spedita da te, non mi acquieta per nulla; quel «perora»
ch'egli frap- pone agli elogi del figlio è indizio di un certo timore, anziché
di fiducia ». rà juèv ... = haec mnt quae ad
me pertinente hactenus de me. (12)
Gorgia era il retore, che faceva traviare il giovane Cicerone. (13) quod ... ,
< quanto a ciò che tu mi scrivi di ... ». ille in quotidiana declamatione utilis, sed
omnia postposui, dum- modo praeceptis patris parerem; biajSjSr|òriv (1) enim
scripserat, ut eum dimitterera statim: tergiversari nolui, ne mea nimia anouòf|
suspicionera ei aliquam importaret,
deinde illud etiam mihi succurrebat, grave esse me de iudicio patris iudicare;
tuum tamen studium et consilium (3) gratum acceptumque est mihi. Excusationem
angusti arum (4) tui temporis accipio; scio enira quam soleas esse occupatus.
Emisse te praedium vehe- raenter gaudeo feliciterque tibi rem istam evenire
cupio. (Hoc loco me tibi gratulari noli
mirari ; eodem enim fere loco tu quoque emisse te fecisti me certiorem.) Habes
(6). Deponendae tibi sunt urbanitates; rusticus Bomanus factus es. Quomodo ego
mihi nunc ante oculos tuum iucundissimum conspectum prò- pono? videor enim
videre ementem te rusticas res, cura vilico loquentem, in lacinia servantem ex
mensa secunda semina (7). Sed, quod ad rem pertinet, me tum tibi defuisse (8)
aeque ac tu doleo; sed noli dubitare, mi Tiro, quin te sublevaturus sim, si
modo fortuna me (9); praesertim cum sciam communem nobis emptum esse istum
fundum. De mandatis quod tibi curae iuit, est mihi gratum; sed peto a te, ut
quam celerrime mihi librarius mittatur, maxime qui de m Graecus; multimi mihi
enim eripitur operae(lO) in excribendis hypomnematis(ll). Tu velim (1) òuxp...
, € chiaro e tondo, perentoriamente». (2) airouòf) = studium, propensione per
Gorgia. (8) consilium, di lasciar la pratica di Gorgia. (4) ang., « per la
ristrettezza », genitivo oggettivo. (5) hoc loco, in questo ponto della mia
lettera, cioè solla fine. habes,
assolatamente. < sei donqoe possidente > . semina, i semi delle frotta mangiate a tavola;
alle mensae secundae si servivano le fratta e i dolci. (8) defuisse, allude
scherzevolmente al danaro per il pagamento. (9) fortuna me suppl. sublevaverit
(10) operae, tempo e fatica. (11) hypomnematìs, óiroiuvruuara, in lat.
commentarti, sono gli appunti, i quaderni delle lezioni; cfr. de Off. Ili 121. XII in primis cures ut valeas, ut una
auncpiXoXoreìv (1) possimus. Antherum
(2) tibi commendo. III. Le fonti e la composizione del « de Officiis ». Per il
libro III de Officiis Cicerone attinse da Ecatone di Rodi (III 63; 89), da
Diogene di Babilonia e da Antipatro di Tarso (III 51-55; 91). Ma si tratta di
questioncelle partico- lari; sicché possiamo ritenere che il nucleo del lib.
Ili sia tutto originale di Cicerone. Ben altrimenti va la faccenda per i due
primi libri, dove Cicerone segue passo passo Panezio, riservandosi però una
certa indipendenza (I 6 sequemur Stoicos [e tra essi Panezio], non ut
interpretes; II 60 Panaetius, quem multum in his libris secutus sum ; III 7
quem [Panaetium] correctione quadam aditi- bita potissimum secuti sumus). E
l'indipendenza è senza dubbio maggiore nel libro II che nel I. Il libro di
Panezio si intitolava rapì K<x0r|KOVTO£. Questo filosofo era nativo di Rodi,
scolaro prima di Diogene e poi del suo successore Antipatro di Tarso. Non si sa
Tanno della na- scita e della morte; certo non era più in vita nel 110 av. Cr.
Panezio visse molto tempo a Roma in casa di Scipione Emiliano, in intima
relazione con lui e coi suo circolo, dove emergevano Lelio, C. Fannio, Q.
Tuberone, Rutilio Rufo e altri. Accompagnò Scipione nel 144 nella sua
ambasceria in Egitto; dopo la morte di lui nel 129 tornò ad Atene, dove divenne
capo della scuola stoica. Lo stoicismo fu fatto conoscere a Roma da Diogene
nella sua famosa ambasciata del 156 av. Cr., in compagnia di Cameade e
Critolao. Ma chi rese, possiamo dire, popolare questo sistema in Roma, fu
Panezio. E ciò è dovuto alle sue speciali qualità; (1) ou|n(p. — t €
chiacchierare di letteratura». (2) Antherum, lo schiavo, che portava la
lettera. poiché egli si distingueva dagli altri della sua scuola per una
svariata cultura storica e per l'arte dell'esposizione, evitando l'oscurità e
la durezza della terminologia degli Stoici. Le sue ricerche filosofiche si
aggiravano massimamente intorno a que- stioni di interesse pratico, cercava di
non urtare contro il sen- timento pubblico e mitigava l'eccessiva rigidezza del
suo si- stema, attingendo alcuni principii da altri sistemi, come dal
platonico, e adattandosi in alcuni punti alle opinioni del pub- blico romano.
Quest'opera di adattamento dello stoicismo alle condizioni e ai sentimenti
della società romana, cominciata da Panezio, fu proseguita e condotta
felicemente a compimento da Cicerone. Resta a dire di Posidonio, che è da
Cicerone espressamente annoverato tra le fonti del de Officiis (I 159; III 8;
10). Il fatto è fuori di dubbio, ma quali parti Cicerone abbia tolte da
Posidonio, è quello che io vorrei determinare e che nessuno fin qui ha
determinato. A questo scopo comincerò dal dare nuova interpretazione a un passo
di una lettera di Cicerone. Eccolo trascritto per intero: Tà ir€pì tou
KCt0r|KovTog, quatenus Panaetius, àbsolvi duobus; illius tres sunt; sed cum
initio divisisset ita: tria genera exquirendi offici esse, unum cum deliberemus
honestum an turpe sit, alterum utile an inutile, tertium cum haec inter se
pugnare videantur quomodo iudi- candum sit, qualis causa Ueguli, redire
honestum, manere turpe, de duobus primis praeclare disseruit, de tertio
pollicetur se deinceps, sed nihil scripsit. Eum locum Posidonius persecutus ;
ego autem et eius librum arcessivi et ad Athenodorum Calvum scripsi, ut ad me
tà KeqpdXaia mitteret; quem expecto; quem velim cohortere et roges ut quam
primum; in eo est irepi toC icaià Trepitfxaaiv Ka6r|KOVToq {ad Att. XVI 11, 4).
Qui s' intende comunemente che Cicerone al tempo della lettera, che è del 5
novembre del 44 av. Cr., avesse terminati i due primi libri del de Officiis e
aspettasse il sunto dell'opera di Posidonio, per cominciare il terzo. Contro
questa opinione osservo primieramente che l'opera di Posidonio non trattava del
conflitto tra l'utile e l'onesto, ma dei doveri che dipendono dalle circostanze
(Kaxà ireptoxaaiv) ossia delle circostanze in quanto possono mutar natura ai
doveri. L'opera dunque di Cicerone e quella di Posidonio non s'incon- travano
nella medesima questione; sicché Cicerone non aveva bisogno di aspettare il
sunto di Posidonio per dar principio al suo libro terzo. A ciò si aggiunga la
coscienza che ha Cicerone di lavorare del suo su questo argomento: hanc igitur
pattern relictam explebimus nullis adminiculis sed, ut dicitur. Marte nostro
(de Off. Ili 34). La dichiarazione è molto esplicita e anche solenne. In
secondo luogo Cicerone in quel passo della sua lettera dice bensì di aver
finito due libri, ma quatenus Panaetius, cioè seguendo le tracce di Panezio e
riducendo in due libri la materia da lui sviluppata in tre; ciò non significa
punto che Ci- cerone non avesse per conto suo già intrapreso il terzo. E che vi
stesse già lavorando, appare dall'esempio di Kegolo da lui citato nella
lettera. Egli allora attendeva a scrivere la discussione sul fatto di Regolo.
Se il libro III fosse già fin da allora stato con- dotto al punto, in cui si
tratta di Regolo, vale a dire sin verso la fine, non possiamo affermare; certo
ci sembra a ogni modo che nel tempo di quella lettera Cicerone lavorava al
libro III. Per ultimo poi Cicerone in quella stessa lettera e in un'altra di
pochi giorni posteriore (ad Att. XVI 11, 4; 14, 3) faceva questione con Attico
sul titolo da darsi all'opera del de Of- ficiis. Ciò per me significa che
l'opera stava per esser finita e che Cicerone pensava di fissarne il titolo per
l'imminente pubblicazione. Sopprimiamo per un momento i §§ 8, 10, 18 (Quid ergo
est) (repugnantiam) e vedremo che il
libro III presenta una struttura se non irreprensibile, almeno
soddisfacentemente ordinata e concate- nata. Esso infatti si apre al par degli
altri due con un preambolo al figlio (§§ 1-6), a cui segue il solito riassunto
dell'argomento (§ 7). Indi sono discusse due questioni come oggi si direbbe
pregiudiziali: l a se Panezio avesse intenzione di trattare il conflitto
dell'onesto con l'utile: risponde affermativamente (§ 9); 2 a se Panezio era
autorizzato ad ammettere quel conflitto (§§ 11-18): risponde che teoricamente
{oportere) non Tammet- teva, sibbene praticamente (solere, § 18). Ora
è il momento di entrare in materia e Cicerone vi entra con le parole : Hanc
igitur pattern relictam (§ 34), dichiarando solennemente che quello che è per
trattare è tutt'opera sua (Marte nostro) § 34. Col § 35 apre la dimostrazione,
parlando dell attratti va che esercita l'utile sull'uomo, ma come il sapiente
non vi si lasci adescare, nem- meno se si credesse assicurata l'impunità, §§
36-39. Dal § 40 fino al 61 abbiamo una serie di esempi, nei quali l'utile si
trova in collisione coi doveri della giustizia; dal § 62 al 95 sono esaminati i
casi, in cui la malizia cerca il proprio utile, mascherata da prudenza: dal §
96 al 120 è discusso del con- flitto dell'utile prima con la fortezza,
esemplificato in Ulisse e Regolo, poi con la temperanza, dove il ragionamento
si risolve in una breve confutazione dell'epicureismo. Tutto r inciampo sta,
come abbiamo accennato, nei §§ 8, 10, 18-34. E di vero in quell'ambito troviamo
delle ripetizioni che stonano: sed quonxam operi — imponimus del § 33 ripete:
nunc ad reliquam revertamur del § 6; ut
mihi concedas — maxume propter se esse expetendum del § 33 ripete: nam sive
honestum — instar habeant del § 1 1 ; ac primum in hoc Panaetius... del § 34
ripete: itaque existimo Panaetium — oportere del § 18. Inoltre notiamo
un'incongruenza, poiché il § 34 negatque... attribuisce a Panezio ciò che nel §
11 itaque accepimus... è attribuito a Socrate. I sedici §§ 18-34 furono
inseriti dopo terminato il libro III. Cicerone ebbe notizia solo tardi
dell'opera di Posidonio e se ne fece trarre un sunto. Veduto di che si
trattava, egli si accorse che la materia del libro III non doveva essere
rimaneggiata ; tutt'al più quello scritto gli poteva porgere occasione di svi-
luppare una seconda questione pregiudiziale, accanto alla prima; e questa
seconda pregiudiziale doveva aggirarsi sulle circostanze considerate quali
fattori, che modificano la natura dei doveri. Tale era appunto il contenuto del
libro di Posidonio, come ap- parisce dal suo titolo : rapì tou kotò
TrepicrracTiv KaOrjKovToq, « dei doveri secondo le circostanze ». Si esamini il
contenuto dei sedici §§ e si vedrà che precisamente di questo si parla: infatti
il § 19 comincia: Saepe enim tempore fit... ; e il § 32 finisce: Huius generis
quaestiones sunt omnes eae, in quibus ex tempore officium exquiritur; dove ex
tempore è la tradu- zione di Karà TTepiaxacJiv. Siccome la teoria delle
circostanze è molto pericolosa, p. es., uccidere un uomo è delitto, ma se
l'ucciso è un tiranno, l'omicidio diventa onesto, così Cicerone dà come
correttivo la massima stoica: Detrahere alteri aliquid et hominem hominis
incommodo suum commodum augere magis est contra naturam quam mors, quam
paupertas, quam dolor, quam edera, qaae possunt aut corpori uccidere aut rebus
externis. Dimostra che questa massima si basa su due leggi: la legge
dell'ordinamento sociale, §§ 21-23, e la legge su- prema dell'universo, §§
23-26. Dal § 27 al 32 poi sono risolti quattro casi speciali della questione:
cioè se abbiano diritto al riguardo dovuto agli uomini gli estranei in
confronto dei consanguinei (I caso), i forestieri in confronto dei cittadini
(II caso), gli uomini da poco in confronto degli uomini grandi (III caso), i
tiranni in confronto degli uomini onesti (IV caso): con l'esempio del tiranno
come si apre, così si chiude la seconda pregiudiziale. Ohe questa inserzione
abbia portato alcune modificazioni nel testo, non si può negare. Così i
paragrafi 8 e 10 furono inter- calati dopo ricevuti i Commentarii (§ 8) di
Posidonio; e l'in- nesto si rivela nelle due formole quod eo magis miror, quem
locum miror (8), accedit eodem (10). I due paragrafi si pos- sono togliere
senza che né al nesso né alla chiarezza dei pen- sieri venga alcun danno. Anche
il § 159 del lib. I fu inserito dopo letto il sunto di Posidonio. Infatti
nell'ultima parte del lib. I dal § 152 in poi Cicerone parla del conflitto tra
la sa- pienza e la giustizia, conchiudendo col § 160 la superiorità della
giustizia sulla sapienza. 11 § 159 col conflitto tra la giu- stizia e la
temperanza, interrompe evidentemente l'argomento. Che questo § sia stato tratto
dall'opera di Posidonio sui doveri ex tempore (icaià Trepiaxaaiv), risulta
dalle parole : quod non potest accidere tempus, ut intersit rei publicae
quicquam il- lorum facere sapientem. Tre conseguenze si traggono da questa
interpretazione: I Che il de Officiis fu terminato sicuramente entro il no-
vembre del 44 av. Cr. ; II Che i §§ 18 34 del III e 1 159 rappresentano il
contenuto dei Commentarli di Posidonio; con che è ridata novella vita a un
libro di questo insigne filosofo stoico; III Che un lungo passo del lib. Ili fu
inserito dall'autore posteriormente. Un altro passo, pure di una certa
importanza ed estensione, si manifesta per taluni indizi quale un innesto
posteriore, il capitolo 4 del lib. I, che comprende quattro paragrafi: 11 Prin-
cipio excitaret sapientiae. Chi tolga
questo capitolo dal contesto, capirà meglio il significato dell'avversativa in
Sed pmne quod est honestum del 15: mentre sed, dov'è collo- cato ora, forma una
transizione aspra e poco naturale, com'è poco naturale anche la parola
principio, che apre il § 11, senz'aver legame con ciò che precede. A
persuadersi dell'in- nesto, basterà confrontare il e. 4 col 5. Nel e. 5 (§ 15)
le quattro virtù sono distribuite così : sapienza, giustizia, fortezza,
temperanza. Questa è la successione tradizionale, che troviamo già in Platone
De re p. VI p. 487 A ; che se lo stesso autore nel De leg. I p. 631 C muta
l'ordine (prudenza, temperanza, giustizia, fortezza), il primo posto è ancora
lasciato alla pru- denza (sapienza). La successione tradizionale ritorna altre
volte nel lib. I de Off. (§§ 94, 100, 152, 153); e con quest'ordine sono
trattate nel corso dell'opera le quattro virtù. Tale succes- sione comparisce
nella Bhet. ad Her. (Ili 10) di Cornificio e ritorna in un altro scritto di Cicerone,
il De invent. II 159; mentre nelle Partit. orai. 76-78 l'ordine è invertito
(prudenza, temperanza, fortezza, giustizia), ma sempre con la prudenza al primo
posto. Il e. 5 pertanto segue la tradizione filosofica e letteraria, che
collocano la sapienza (prudenza) in cima alle virtù, nel e. 4 per contrario è
concessa la preminenza alla giu- stizia. Qui Cicerone fa un ragionamento, che
dev'esser tutto suo: non indaghiamo se giusto o no; e che viene ripetuto quasi
letteralmente dal de Fin. II 45-47, composto prima del de Off Cicerone, De
Officila ^ comm. da R. Sabbadini, 2* ediz. L'uomo, egli dice, presenta con gli altri
animali due punti di contatto: la conservazione dell'individuo e la
riproduzione della specie; ma se ne stacca in quanto possiede la ragione, la
quale gli dà un senso, che gli animali non hanno, il senso del passato e del
futuro. La ragione crea nell'uomo quattro stimoli, donde traggono origine le
quattro virtù : 1° lo stimolo alla comunanza e alla società e all'osservanza
degli obblighi a essa inerenti: questo genera la giustizia (§ 12 eademque — rem
gerendam facit) ; 2° lo stimolo alla ricerca del vero : questo genera la
sapienza (§13 in primisque — aptissimum) ; 3° lo stimolo alla superiorità sugli
altri: questo genera la for- tezza (§ 13 huic veri videndi — contemptio) ; 4°
lo stimolo all'armonia e all'ordine, che crea il senso del bello e del de-
coro: questo genera la awcppoaùvri. Nel de invent. (loc. cit.) la memoria (del
passato), l' intellegentia (del presente), la pro- videntia (del futuro) sono
considerate come elementi della prudentia, qui invece son trattate come doti
peculiari dell'uomo, generatrici delle quattro virtù. Essendo dunque il e. 4 in
contraddizione col 5 e con tutto il lib. I, è ovvio pensare che Cicerone ve
l'abbia inserito di poi. Accenniamo altri innesti minori. Nel lib. I: § 141 in
omni autem — ottemperare rationi; § 160 etenim — prudenter: en- trambi questi
passi sono quasi enigmatici e hanno dato molto da fare agli interpreti; si
aggiunga il § 157 itemque magni- tudo — immanitas. Nel lib. II: § 22 atque
etiam subiciunt — mercede conducti, dov'è ripetuta la ripartizione del
paragrafo precedente ; § 89 sed toto hoc de genere — disputatum est ; questo
luogo è trasportato dagli editori in una sede che non è quella occupata nei
manoscritti, ma deve riprendere la sua sede diplomatica, dove Cicerone lo ha
collocato come postilla suppletiva. Nel lib. Ili: § 88 ego etiam — pertinebat;
è chiaro che le parole male etiam Curio si ricollegano non a Catone, ma
all'esempio di Filippo: §§ 91-92 quaerit etiam — quos nominavi controversia^
questi controversa iura degli Stoici, che non legano col filo del discorso,
furono suppliti poi dall'opera di Ecatone. Mi sono sospette anche le parole del
§ 103 addunt etiam quicquid videretur, tanto più che poche righe sopra c'è un
altro addunt etiam] e in tal caso sarebbe da ri- guardare incastrato
posteriormente il periodo del § 110 nom quod aiunt — quia honestum utile, che
vi corrisponde. IV. Le clausole. Uno dei principali elementi dello stile di
Cicerone e di tutti i seguaci della prosa artistica (esclusi i trattatisti di
scienze sperimentali e gli storici più antichi) consiste nelle clausole
ritmiche. La ricerca delle clausole e delle leggi che le gover- nano affatica e
preoccupa i filologi moderni, i quali se non sono ancora riusciti, il più delle
volte per preconcetti di scuola e ambizione di persona, a mettersi d'accordo,
hanno tuttavia formulato dei principi generali, che non possono venire scalzati
da nessuno scetticismo e da nessuna riluttanza. Del resto la seconda parte
ùeWOrator di Cicerone stesso, un lungo capitolo di Quintiliano (IX 4) e le
numerose appendici dei grammatici latini e di Marziano Capella sulla structura
ci affidano che abbiamo a che fare con un fenomeno storico e non con una
fantasia. I miei criteri ho esemplificati, più che esposti, sin dal 1897 in un
articoletto sul niimcrus in Floro (Rivista di Filologia XXV, 1897, 600-601) e
non ho finora sia negli scritti altrui, sia nella mia mente trovato o pensato
ragioni che me li facciano abbandonare. Segno come saggio le clausole dei primi
sei paragrafi del lib. I, avvertendo che le sillabe contenenti la clausola sono
stampate in corsivo. (§ 1): I. audienfew Cratippum 2 ììistitutisque
philosophiae Ó auctoritafew et urbis 4 altera exemplis 5 latina coniunxi 6
exercitatiorctf feci 7 orati ow w facultate 8 ut videmur 9 hoiuinibus nostris
Cicerone, De Officiis, comm. da R- Sakisadixi, 2" ediz. 11* INTR0PU710NE
li) litterarum rudes 1 1 iudicandum <§ 2): 12 philosopJtorum 18 quamdiu
voles 14 paenitebit 15 dissidentia 16 volumus esse 17 pleniorem 18 existimari
velini 19 conccdens multi s 20 aetafcm consumpsi 21 v indicar e (§ 3): 22 orati
ones mcas 23 aequarwntf studiose legas 24 orationis genus 25 contigisse 26
elaboraret 27 disputando genus 28 numero lidberi potest 29 possis agnoscere 30
^vofecerimus 31 certe sccm^' sumits (§4): 32 trac/are voluisset 33 potute
efrcere 34 pronuntiare voluisset 35 facere p>otuisse 36 Isocrate indico 37
contemjisit alterum 38 multa postime 39 iìuctorifafi mrae 40 disputata 41 ilZ/s
eZ praecepta sur>t 42 domestica m rc6w.« 43 aZ/ero contrahas 44 v&care
officio potest 45 turpitudo (§ 5): 46 philosopliorum 47 audeat dicere 48
disciplinae 49 owwe pervertant 50 virate coniunctum 51 hones/a/e metitur 52
boni fate vincatur 53 libera/i7afem 54 nulZo morto psfestf (§ 6): 55 disputa ti
owe wow e<7ea£ 56 disputata hi consentanea^ #eZm£ c^e 58 ni/ii7 queant
dicere 59 Zrarf/ possunt 60 expetendam 61 peripatefecorw/» 62 expZosa sententia
est 63 dilecZwm reliquissent 64 adi t us esset 65 fotissimutn stoicos 66
arbitriate nostro 67 hauriemus. Per la clausola sono stati considerati i due
ultimi piedi, strettamente necessari; il che non significa che essa non possa
abbracciare anche il terzultimo e perfino il quartultimo. Le formolo trovate in
questi sei paragrafi sono quattro: il ditrocheo -^ | -x (1); il dicretico -w- |
— x; il eretico-trocheo -v- | -z; il trocheo-eretico -~ | -~x. Come per la
poesia, così per le clausole della prosa sono ammesse la sinalefe, l'ultima sillaba
ancipite, la soluzione delle lunghe e la sosti- tuzione del piede irrazionale.
Ecco il computo numerico delle formolo: I. 11 ditrocheo puro (-^ | -x): numeri
1.3. 6. 8. 11. 14. 17. 21. 25. 30. 38. 40. 45. 48. 53. 56. 60. 61. 66. 67,
totale 20 volte. Il ditrocheo risolto (^^ | -s): 12. 16. 46. 64, to- tale 4
volte. 11 ditrocheo irrazionale ( — | -a:): 19. 20. 42. 59, totale 4 volte. II.
11 trocheo-eretico puro (-v, | -^) : 13. 15. 33. 37. 54 ? totale 5. III. Il
dicretico puro (-w- | -»x) : 10. 18. 22. 24. 27. 31. 39. 43. 47. 58. 62. 65,
totale 12. Il dicretico sciolto (— - | -~x): 28, (-vwo | ~^x): 36, totale 2. 11
dicretico irrazionale <„. | -„ X ): 29. 41 f (-ww- | -vz): 23, (— ww' f -^):
44, totale 4. IV. 11 eretico-trocheo puro (-^- | -x) : 4. 5. 7. 26. 49. 50. 51.
52. 57. 63, totale 10. 11 eretico- trocheo risolto (v^v- | -#): <j, (-w- |
^x): 55, (-v^v, | v,^): 2,(-v^w | -x) : 32. 34, ^^^ | -x): 35, totale 6. Le
forinole I e lì coi loro totali di 28 e 5 rappresentano i due estremi; le
formole III e IV coi totali di 18 e 16 si equilibrano. Le formole I, III e IV
nella loro espressione pura presentano i totali rispettivi 20. 12. 10 e
rimangono le tre fon- damentali ; ma la I lascia a distanza le altre. La IV
risolta in -ww^ | -# è la famosa esse videatur, il cui uso troppo fre- quente
fu rimproverato a Cicerone dagli antichi. Nella 1 cate- goria l'accento della
parola coincide con la percussione (ictus) 18 volte, 5 nella li, 8 nella IV :
queste coincidenze non paiono accidentali. Il presente saggio potrebbe
invogliare i giovani studio&i * (1) Con la x indico la sillaba ancipite
finale. ricercar le clausole in tutto il testo o in una parte qualsiasi di
esso; il quale esercizio, oltre a introdurli nei segreti dell'arti* della prosa
antica, li renderà anche più sicuri nel leggere : infatti si accorgeranno che
il perf. cong. \wofecerimus 1 3, va accentato sulla penultima, secondo la
quantità originaria dell'i, come non lascia dubbio il dcderitis 1 38 di Knnio;
un altro esempio di perf. cong. in clausola lo troveranno in III 3 vixc- rimus
(ditrocheo); e anche il fut. II si accentava egualmente: 1 103 fecerùnus
(ditrocheo), IL 22 dixcrimus (ditrocheo). La prima sillaba di fieri
originariamente era lunga anche quando seguiva er; questa quantità è osservata
da Cicerone: I 28 vc- ìuntate fieri (trocheo-eretico), 111 39 fieri posse
(eretico-trocheo), 114 fieri posset (id.), 110 esse non fieri (dicretico). Così
for- tuitus aveva lunga la penultima, come vediamo in I 103 for- tuito
(ditrocheo); e lungo era l'i della desinenza pronominale ius del genitivo : III
82 alten'ws invidia (trocheo con un ere- tico risolto, come III 83 liberfafrs
inferitimi). La finale o dei nominativi singolari era ancor sentita da Cicerone
come lunga: III 47 mentio pacis (eretico-trocheo). Nelle clausole si faceva
valere la posizione debole, corrispondentemente all'uso dei poeti; p. es. t
patriae in III 83 ipurricidium patriae (dicre- tico) ha lunga la prima; e due
volte comparisce lungo in clàusola Yo di mediocris : I 84 plaga mediócris (=
esse vi- dcatur\ 130 meAiocritas opti ma est (dicretico). In diuturnus i poeti
(p. es. Ovidio) abbreviavano il primo u: e lo stesso si potrebbe ammettere in
Cicerone II 25 esse diuturna, 43 esse diuturnum (due formole = esse vidcatur);
ma ci rimane uno scrupolo, perchè incontriamo altre quattro clausole con la
rtìe- desima struttura: II 28 urbe triumphari^Ah bella gerebantur, III 40
propter honestatem, 115 esse videretur, dove sarà da vedere la risoluzione di
un eretico-trocheo irrazionale ( | ^x risolto in -~w- | -*#). Con le clausole
riusciamo a determi- nine la quantità di certe parole, specialmente dei nomi di
per- sona, per i quali ci mancano altri indizi; p. es., da 11147 Pa- pius nuper
(eretico-trocheo) deduciamo che la di Papius è lunga. In molte parole il
prosatore al cari del poeta adoperava la III sinizesi; così Cicerone pronunciava
qualche volta nikil mono- sillabo: I 148 nihil honestum (=nil honestuni
ditrocheo), 111 120 nihil habebit (= nil habcbit ditrocheo); decrit bisil-
labo: causa decrit (ditrocheo), easdcm bisillabo: I 38 oportct casdcm
(ditrocheo; vedi ?'&., eorundem nel luogo di Ennio); rcici bisillabo: 1 106
reici oportere (eretico-trocheo), 148 eicienda (ditrocheo), cfr. Il 25 ixibebat
anidre (eretico-trocheo, anidre trisillabo); comprehendere e reprehendere
quadrisillabi: II 27 iure comprehenderet (dicretico), 50 est reprehendendum
(ere- tico-trocheo), 56 nos reprehendit (ditrocheo), III 30 sit reprcheu-
dendum (eretico-trocheo). Fin qui abbiamo considerato fenomeni di quantità e di
pro- nuncia; ora tocchiamo di un fenomeno morfologico. 11 genitivo singolare
dei temi sostantivali in — io aveva anticamente un solo i\ ciò è confermato
dalle seguenti clausole: 1 8 àìvisio est offici (dicretico), 49 maxume offici
est (trocheo-eretico), 58 tribuentfam sit offici (id.), 81 ingeni magni est
(eretico- trocheo), 101 dìscriptio offici (trocheo-eretico), 107 offici cxqui-
ritur (dicretico), 114 ingeni non erant (id.), 117 imhzcdliias consili (id.),
158 socìujh studi quaereret (id.), II 25 imperi tanta est (eretico-trocheo),
III 46 àilectus offici (trocheo-ere- tico), 65 praedio w7* (id.). Possiamo
risalire anche al terzultimo piede e allora troviamo due esempi di ditrocheo
preceduto da un eretico, con che si ottiene una delle più belle clausole: II 7
offici persequamur, 9 offici persequendi (1). Come nella poesia la necessità
metrica impone spesso devia- zioni dall'uso comune, così avviene nella prosa
artistica in grazia della clausola; di che recherò qualche esempio: I 58 quam
similitudo morum coniugavit; il verbo coniugare, che Cicerone usa solo in
questo luogo, fu scelto per ottenere il ditrocheo; I 66 in rerum externarum
despiciew/?a ponitur invece di po- siia est per avere il dicretico. Esempi di
collocazione dura : (1) Per oti (e negoti II 75; III 2, 4, 102) scritto con un
solo i sino nei tempi tardivi abbiamo le attestazioni dei grammatici, cfr.
Likdsay- Ki.iil Die latein. Sprache posse multum voìunt per multum posse volunt
dà il di- eretico; II 72 singu/os ut attingant per ut singulos attingant dà il
eretico-trocheo; li 78 suae rei cuiusque custodia per suae cuiusque r. e. dà il
dicretico; III 59 Syracusis quicquid est piscium per quicq. Syr. est p. dà pure
il dicretico ; 111 71 mala bonis ponit ante; questa collocazione è strana (cfr.
Ili 90 anteponet) e non si capisce perchè sia stata scelta, se si ottiene la
stessa clausola di trochea anche collocando anteponit. Inoltre le clausole
aiutano a risolvere le questioni di testo; e ciò vedremo da alcuni casi che ci
si presenteranno nel pa- ragrafo seguente. V. Il testo. I codici del de Off. di
Cicerone vanno tutti d'accordo in certe interpolazioni, in certe lezioni
erronee e insanabili; donde si deduce con sicurezza che essi risalgono a un
unico e comune archetipo. Ma la tradizione di quell'archetipo si divise in due
correnti, l'una pura, l'altra impura. Dall'una parte cioè ab- biamo codici, che
mettono capo a un esemplare chiamato Z, del quale ci hanno trasmesso fedelmente
la lezione, quantunque spesso, per scorrettezza dell'esemplare o per imperizia
dei co- pisti, mutila e guasta. Dall'altra parte una serie, ma assai minore, di
codici, che derivano da un esemplare X, il quale conteneva una lezione più
intiera che Z in molti luoghi, ma in moltissimi altri arbitrariamente
interpolata. I codici della classe X finora conosciuti ed esaminati sono: lo
Harleian 2716 sec. 1X-X (=£), mutilo ; il Vatic. Palat. 1531 sec. XIU-X1V (=p);
il Bernense 104 sec. X11I (= e). Tra le centinaia di codici della classe Z,
sette sono riputati i più degni di rappresentarla: il Voss. (Leida) Q 71 sec.
IX X (= V)\ il Bernense 391 sec. IX X (= 6); il Paris, làt. 6601 sec. 1X-X
(=P); il Bambergense M. V. 1 sec. X (=i?/, l'Herbipolitanus (Wùrzburg) Mp. f. 1
sec. X (= H); il Bernense 514 sec. X (=a); l'Ambrosiano 29 inf. sec. X-Xl
(=A)(l). (1) Sui codici vedi una dissertazione e due programmi di E. Popp: De
Ctctionis de off, Ubrurum codicilli Bemensi 104 eique cognutts, Er La buona critica mette a base del testo la
classe Z e ia adopera fin dove può; nei casi disperati ricorre alla classe X.
Reco ora l'elenco delle lezioni da me scelte nei luoghi o dub- biosi o
corrotti. I 8 perfectum officium rectum opinor vocemus, quoniam Graeci
KcurópGuj^a, hoc autem commune officium vocant ZX. 11 Pearce e il Muller
emendano: hoc autem commune officina* KaOqKov vocant ; io: hoc autem commune
KaBfJKov vocant r perchè ritengo che officium sia una glossa di KaBfìKov (cfr.
1 93 decorum) e ne abbia determinata la caduta. J 21 e quo si quis Uh e, eo si
quis B ; emendo: e quo si quid quis. 1 28 in inferenda ZX. Alcuni editori ut
inferenda; il Baiter sopprime in e così faccio anch'io, considerandolo nato o
per congettura o per geminazione dell't'u del verbo. I 32 cui quod Z, cui quid
e. Correggo quoi. 1 33 sed malitiosa ZX. La credo col Baiter un'antica glossa,
nata da s. (= scilicet) malitiosa. I 40 Levo dal testo questo §, che è dato
solo da X. 1 59 intellegas sed ZX. 11 nesso non comporta sed, ma et, che
ricostruisco, supponendo che la lezione originaria intel- legaset sia stata mal
divisa intellegas set. 1 64 ut potius superiores Z, uteumque potius sup. X - r
vi p. sup. a; vi è un felice emendamento. I 66 sed ut Z, sed et X. Correggo sed
vel. 1 69 voluptate animi ZX. Fu corretto animi in nimia; ma preferisco
chiuderlo in parentesi come nato dai due animi che circondano la frase. I 73
maioraque efificiendi ZL , maioraque efficienda p y maiorque cura efficiendi e.
Accetto la correzione dell'Unger maioraque studia efficiendi. 1 88 puniet ZX y
veniet -4, punitur Nonius. Forse poenitur. langae 1883 ; De Ciceronis de off.
ìibrorum cod. Palat. 1531 \
Erlangeu 1886 ; De Cicer. de off'. ìibrorum codicìbus Voss. Q 71 et Paris 6601,
Hof 1893. I 89 iia puniendo BHL, ira in puniendo
bc, ira a pu- niendo B2 H2. Potrebbe stare ira puniendo, ma allora avremmo tre
trochei in clausola, che sono da Cicer. in massima evitati ; la vera lezione è
ira a puniendo. I 104 homine dignus ZX. Propongo homine vel gr avi dig rais. I
10(5 in natura ZX, in natura nostra Schiche, in natura iiominis Beda.
Preferisco la lezione di Beda. 1 109 alii si Z, alii qui X. In questo luogo la
variante è puramente grafica, perchè si e qui sono due tentativi di let- tura
della scrittura dell'archetipo; la lettura giusta è qui. 1 110 studia nostra
nostrae naturae regula. Questa ritengo la vera emendazione. 1 119 est rei Z,
est eius rei X. La vera lezione è eirei, senza est. I 120 diluere Zc, dissuete
L. Scelgo diluere. 1 121 si ZX. Correggo qui-, cfr. 1 109, dove Z lesse si
invece di qui. 1 121 vitium Zc, impium Lp. Correggo iniurium, cfr. Ili 89 lo
stesso aggettivo. 1 124 de privatorum de civium ZX. Congetturo de priva- forum
civium; il de fu premesso a civium dai copisti o per errore o per dare
un'antitesi a peregrinorum. 1 124 describere ZX, distribuere Beda. Ciò conferma
la correzione discribere degli editori. 1 120 formam Z, turpem X. Accetto la
correzione foedum del Klotz. 1 131 ingressu ZX, in ingressi! Beda. Gli editori
hanno accolta la lezione di Beda, senza conoscerla. 1 138 descriptio ZX.
Correggo discriptio. I 139 domino sit Z, domino est X. Emendo dominosi. I 139
et ZX. Lo Scheukl corresse ei. 1 14(3 animadversoresque ZX. L'enclitica que è
necessaria alia clausola ( — resque vitiorum = esse videatur), perciò bi-
:>o^na supplire una parola; lo Schiche animadversores aestima- toresque, io
animadversores repreìxensoresque. 1 153 quamvis omnia ZX. Gli editori
sopprimono qu.imvis, INTRODUZIONE XXVII che fu forse soprascritto da un copista
per dare una correlativa a tamen. I 155 utilitatem Z, caritatem X. Correggo
communitatem, che è confermato da tutto il ragionamento del testo, e lo traggo
da caritatem, che mi pare delle due lezioni la più vicina all'originale. II 10
genera Z, generae L, genere e. Emendo genera re ; forse è da espungere tria,
che può essere stato aggiunto dal- l'interpolatore di quicquid — idem sit
utile. II 11 autem
rationis expertia sunt alia Z, autem partim rationis expertia sunt alia X.
Emendo autem rationis expertia sunt alia, alia. II 15 destitit Z, distat X. Propongo dissidet; cfr. I
2 a peripateticis dissidentia ; II 8 a sapientia dissi det. II 18 pati tur Z,
patiatur X: patiatur è richiesto dalla clausola (= esse videatur). II 23
apparet cuius maxume portui (mortui) Z, paretque cum maxime raortuo X. Accolgo
la correzione dello Halm: ac paret cum maxume mortuo. I] 38 perspectum sit ZX.
Emendo perspectumst. II 45 consequebare equitando ZX; correggendo consegue-
baris equitando si otterrebbe la clausola esse videatur. II 56 capiatur manca
in ZX e fu supplito dopo tempus, dove non forma clausola; io lo colloco dopo
quoque, donde la clausola esse videatur. II 60 non interpretatus ZX. La
considero una glossa tratta da I 6 non ut interpretes. II 70 factum sit ZX.
Correggo factumst. II 71 utentior ZX. Tra gli emendamenti proposti po~ tentior
e opulen scelgo questo secondo come più vicino alla lezione diplomatica. II 77
degressa L, digrossa c } egressa Z. Accetto degressa; la geminazione dede in
unde degressa fu causa che cadesse un d. II 87 Restituisco al posto che ha nei
codici l'innesto po- steriore sed toto hoc de genere — disputatum est. Ili 16
aut Aristides ZX. È un'interpolazione antica, che si trova già in Lattanzio
XXVIII INTRODUZIONE III 26 censet et Z, censet sed e. Correggi censet set III
28 quae vacent iustitia ZX. Qualche codice impura di Z corregge iniustitia, che
si può accettare come semplice espediente. Ili 44 dicenda sit ZX. Emendo
dicendast. Ili 45 factus est ZX. Si deve conservare l'anacoluto ; co- munemente
si corregge factus sit. Ili 86 potente ZX, potenti Nonius. Tengo potente; cfr.
1 46 sapiente ZX; I 119 excellente Z. Ili 88 eoque magis quo Z, eoque magis
quod X. Prefe risco quo. Ili 88 quam cum utilem esse diceret non esse aequam
fateretur ZLp. Questa lezione non può stare. Il pensiero di Curione è : causa
aequa est, sed non utilis ; e con ciò cadono tutte le congetture che invertono
il pensiero di Curione, facen- dogli dire: utilis est, sed non aequa.
Ricostruisco: quam cum utilem diceret non esse, aequam fateretur, levando il
primo esse, che è nato o dal secondo esse o da una glossa, III 89 perventum sit
Z, perventum est X. Leggo per- ventumst. Ili 92 ne ilio medicamento ZX. Chiudo
medicamento tra parentesi. Ili 95 quid Agamemnon cum ZX. Fu giustamente osser-
vato che il quid com'è nel nostro passo introduce sempre una proposizione
interrogativa e non un'affermativa. Credo che dopo Agamemno sia caduto per
somiglianza di suono non {=nonne)\ scrivo perciò : Quid Agamemno ? non , cum
devovisset . . . pulchrius ? Ili 22-25 Nam ut sibi quisque malit — nocere non
posse. Beda (674-735) si trascrisse nei suoi estratti {Opera II, Colon. Agripp.
1612, p. 166 ss.) tutto questo luogo, ma omettendo il periodo detrahere autem
de altero — cetera generis eiusdem, il quale perciò al suo tempo non era stato
ancora interpolato. M. TULLI CICERONIS DE 0FFIC1IS AD MARCUM FIL1UM LIBER
PRIMUS 1. Quamquam te, Marce fili, annunci iam audientera Gra- 1 tippum, idque
Athenis, abundare oportet praeceptis institutisque philosophiae propter summam
et doctoris auctoritatem et urbis, quorum alter te scientia augere potest,
altera exemplis, tamen, ut ipse ad meam utilitatem semper cum Graecis Latina
con- iunxi neque id in philosophia solum, sed etiam in dicendi «axercitatione
feci, idem tibi censeo faciendum, ut par sis in utriusque orationis facultate.
Quam quidem ad rem nos, ut vide* mur, magnum attulimus adiumentum hominibus
nostris, ut non modo Graecarum litterarum rudes, sed etiam docti aliquantum Il
libro I tratta dell'onesto, ossia della virtù. I. — 1. Quamquam - tamen; questo
periodo concessivo riuscirebbe troppo lungo e imbrogliato nella tradazione
italiana ; si spezzi in due, fa- cendo punto dopo exemplis : « So bene che...
Però... ». — Marce fili, si- mili apposizioni stanno dopo il sostantivo, quando
è nome proprio di persona; così Cicero consul, non consul Cicero. — annum, cfr.
Ili 79 septimum annum « da sette anni » . — audientem ; auditor significa «
scolaro » . — Cratippum, allora capo della scuola peripatetica in Atene;
Cicerone lo chiama familiaris noster {de Div. II 107). — idque ce per giunta »,
Ì8que, et is danno rilievo all' idea. — oportet, spiega « devi » . — prae-
ceptis « lezioni ». — philosophiae, questo genitivo supplisce l'aggettivo
«filosofico», che mancava al latino, come tanti altri, che erano rappre-
sentati da un genitivo: animi < spirituale » ; corporis « fisico, materiale
»; temporis « cronologico » ; rei pubìicae « politico » ecc. — ut -idem,
anacoluto invece di ut -sic; in italiano spiega come fosse sic. — ad, non <
con » ma « per ». — Graecis Latina, si intenda delle due lingue, cfr. Brut.
310: commentabar decìamitans («facevo esercizi di declamazione»)... idque
faciebam multum etiam Latine, sed Graece saepius. — quam ad rem « nel che »,
cioè nel maneggio della lingua latina. E uno dei più grandi meriti di Cicerone
V aver dato a Roma un linguaggio filosofico. — Cicerone, De Officiti, comm. da
IV Sabbadixi. 2 a ediz. 1 • • • • • « _ a • » •» » - • - • • • « M. TULLI
qiCERONIS ££:$&* iì*tttrèn&ir aàeptos et ad dicendum et ad iudicandum.
Quam "ob rem "disces tu quidem a principe huius aetatis philosopho-
rum, et disces, quam diu voles; tam diu autem velie debebis, quoad te, quantum
proficias, non paenitebit; sed tamen nostra, legens non multum a Perinateticis
dissidentia, quoniam utrique* Socratici et Platonici voliraius esse, de rebus
ipsis utere tua iudicio (nihil enim impedio), orationem autem Latinam efficies
proibcto legendis nostris pleniorem. Nec vero hoc arrogauter dictum existimari
velim. Nam philosophandi scientiam conce- dens multis, quod est oratoris
proprium, apte, distincte, ornate dicere, quoniam in eo studio aetatem
consumpsi, si id mihi 3 adsumo, videor id meo iure quodam modo vindicare. Quam
ot> 2. Quam ob rem - pleniorem, questo periodo è molto slegato in confronto-
dei § 1 e anche un po' trascurato, p. e. nostra legens, legendis nostris. —
disces, disces, spiega con l'im pera tivo. — principe philosoph., cfr. Tim. 1,
2 1 Cratippus, Peripateticorum omnium, quos quidem ego audierim, mea iudtcìo facile
(«senza confronto, senza eccezione») princeps. — quoad paenitebit < tinche
non ti abbia a pentire di quanto avrai profittato, tinche non ti pentirai del
profitto, finché non sarai soddisfatto del profìtto otte» nuto ». Quest'uso del
verbo paenitere fu biasimato dai detrattori di Ci- cerone (Geli. Noct. Att.
XVII 1). — a Peripateticis — ab institutis Peripateticorum (detta comparatio
compendiaria). — utrique « noi (Cice- rone) e voi altri (Cratippo) ». Cicerone
non aveva veramente abbracciata nessuna setta filosofica, era eclettico; ma
volendogli assegnare una scuola,, egli apparteneva all' Academia (cfr. Ili 20,
nostra Academia), non alla. antica fondata da Platone, ma alla nuova Academia,
fondata da Cameade,, la quale professava un certo scetticismo, ammettendo non
la certezza ma la probabilità. Cicerone poi reputava che non esistessero
sostanziali diffe- renze non solo tra le due Academie, ma nemmeno tra gli
Acadcmici e i Peripatetici, perchè queste due scuole ebbero origine comune
dalle dottrine di Platone e di Socrate; anzi per lui fin anco lo stoicismo era
nato dalla scuola academica e peripatetica. — de rebus utere (futuro),
orationem ef- ficies, grammaticalmente sono due proposizioni coordinate, ma
logicamente la prima (utere) è subordinata alla seconda (efficies) ; il
coordinamento ha tratto con sé la ripetizione legendis nostris ; nella
traduzione tralascia le- gendis nostris e subordina utere con un « mentre che,
dove che ». — profecto esprime un'affermazione soggettiva, certe oggettiva. —
quod est oratoris proprium, proposiz. subordinata a si adsumo, ma le fu
anteposta, per dar rilievo all'antitesi con philosophandi scientiam ; se vuoi
conser- vare lo stesso ordine nella traduzione, devi introdurti con « per
quanto- riguarda ». — apte si riferisce all'armonia, alla rotondità del
periodo, distincte al rilievo delle sue parti, ornate all'arte in generale. —
adsumo, vindicare hanno qui approssimativamente lo stesso significato, il
nostro « rivendicare » ; puoi rendere il secondo con un termine più generico,
come se fosse facere posse. — 3. hos libros, non il solo de Officiis, ma. DE
0FF1C1IS, I, 1, 1—4 3 rem magnopere te hortor, mi Cicero, ut non solum
orationes meas, sed hos etiam de philosophia libros, qui iam illis fere se
aequarant, studiose legas: vis enim maior in illis dicendiH sed hoc quoque
colendum est aequabile et temperatum orationisy genus. Et id quidem nemini
video Graecorum adhuc contigisse, ut idem utroque in genere elaboraret
sequereturque et illud forense dicendi et hoc quietum disputandi genus, nisi
forte De- metrius Phalereus in hoc numero haberi potest, disputator sub- tilis,
orator parum vehemens, dulcis tamen, ut Theophrasti discipulum possis
agnoscere. Nos autem quantum in utroqué"? profecerimus, aliorum sit
iudicium, utrumque certe secuti sumus/ Equidem et Platonem existumo, si genus
forense dicendi tractare 4 voluisset, gravissime et copiosissime potuisse
dicere, et Demo- sthenem, si illa, quae a Platone didicerat, tenuisset et
pronun- tiare voluisset, ornate splendideque facere potuisse; eodemque modo de
Aristotele et Isocrate iudico, quorum uterque suo studio delectatus contempsit
alterum. tutti gli altri suoi scritti filosofici. — de philosophia, spiega con
un ag- gettivo. — vis può significare qui « veemenza » , « vivacità » , € slancio
» e simili. — hoc, il filosofico, che non ha neque nervos neque aculeos ora-
torio* ac forenses (Cic. Or. 62). — id, è spiegato dall'ut che segue ; è
un'anticipazione comunissinia in latino, specialmente con illud. — elabo* rare
è laborare con frutto. — sequereturque, la congiunzione copulativa (que) spesso
ha valore dichiarativo « cioè », qui puoi usare il gerundio italiano. —
Demetrius Phalereus (detto così dal luogo di nascita), più che filosofo fu
oratore e uomo di Stato. Governò in nome di Cassandro, re della Macedonia, per
dieci anni (317-307) Atene, donde fu cacciato da Demetrio Poliorcete (cfr. II
26). Si rifugiò in Egitto presso la corte dei Tolomei e ivi morì (283). Scrisse
opere storiche, politiche, grammaticali, rettoriche, delle quali non ci è
rimasto nulla. — in hoc numero = in horum numero, nesso usuale con numerus,
genus, multitudo. — disputator « dialettico » . — Theophrastus, soprannome di
Tyrtamus, messogli dal suo maestro Aristotele; Cic. Or. 62 Theophrastus
divinitate loquendi nomen inventi. Sua caratteristica fu la dolcezza; delle sue
opere ci sono rimasti i Caratteri inorali e la Storia delle piante. Nacque in
Creso di Lesbo verso il 371. — aliorum sit iudicium «sta ad altri il giudicare
». — 4. equidem, per non parere superbo, vuol mostrare che altri come lui
potevano segnalarsi in ambidue i generi di stile, sol che l'avessero voluto. —
didicerat, non è ben certo che Demostene (385-322) sia stato scolaro di Platone
(429-347) ; Cicerone lo afferma (de Or. I 89, Brut. 121, Or. 15), fondandosi
sulle lettere di Demostene, che sono apocrife. — te- nuisset € attenersi > .
— pronuntiare, qui = exponere, enarrare. — de Aristotele, quantunque Isocrate
(436-338) fosse retore e Aristotele (384-322) M. TULLI CICEROMS 2. òed cum
statuissem scribere ad te aliquid hoc tempore, multa posthac, ab eo ordiri
maxime volili, quod et aetati tuae esset aptissimum et auctoritati meae. Nani
cum multa siut in philosophia et gravia et utilia accurate copioseque a
philosophis disputata, latissime patere videntur ea, quae de officiis tradita
ab illis et praecepta sunt. Nulla enim vitae pars neque pu- blicis neque
privatis neque forensibus neque domesticis in rebus, neque si tecum agas quid,
neque si cum altero contrahas, vacare officio potest, in eoque et colendo sita
vitae est honestas omnis 5 et neglegendo turpitudo. Atque haec quidem quaestio
communis est omnium philosophorum ; quis est enim, qui nullis offici i
praeceptis tradendis philosophum se audeat dicere? Sed sunt non nullae
disciplinae, quae propositis honorum et malorum finibus officium omne
pervertane Nara qui summum bonum sic instituit, ut nihil habeat cum virtute
coniunctura, idque suis commodis, non honestate metitur, hic, si sibi ipse
consentiat et non interdum naturae bonitate vincatur, neque amicitiam colere
possit nec iustitiam nec liberalitatem; fortis vero dolorem filosofo, pare si
racconta (Cic. de Or. Ili 141, Or. 62)
che Aristotele sfidasse Isocrate nel suo stesso campo della rettorica, anzi lo
beffasse pa- rodiando il Terso tragico aloxpòv aiumàv, pappàpouq ò* èav Xéyeiv
in alaxpòv aiumav, 'laoKpdtTrjv ò'édv Xéyeiv maxime « di preferenza » . — in philosophia,
spiega « questioni filosofiche » . — latissime patere, si intende
dell'applicazione pratica, come spesso I 20, 24, 26, 51, 92; II 54; cfr. § 98
quam late fusum sit e II 67 latissime manat. — tradita, praecepta sunt, si
traducano con due sostantivi. — rebus, non tra- durre « cose ». — agas,
contrahas, lascia i verbi e traduci con la parola « rap- porti ». — in eoque,
traduci que con « anzi » . — colendo « osservare » . — iurpitudo, per dar
maggior rilievo all'antitesi con honestas, spiega «disonestà». — 3. omnium, di
tutte le scuole. — nullis tradendis, ablativo assoluto del gerundivo, traduci
con « senza ». — non nullae di- sciplinae, tre erano, secondo Cicerone (Fin. II
35), le scuole che falsavano il concetto del sommo bene: quella di Aristippo ed
Epicuro, che riponevano il sommo bene nel piacere, quella di Girolamo da Redi,
che lo riponeva nel sine ulla molestia vivere (Fin. II 16), e quella di
Cameade, che lo riponeva nel frui rebus iis, quas primas natura conciliavisset
(Àcad. U 131). — bonorum, malorum fines sono « gli estremi, gli apici del bene
e del male » cioè « il sommo bene e il sommo male ». — officium « l'idea del
dovere ». — si consentiat - neque possit « se vorrà... non potrà ». — naturae,
puoi tradurre con un aggettivo, « istintivo », « innato ». — fortis - potest,
soggetto di questa proposizione è qui sic instituit, che ai può sup- DE
OFFICIIS, I, 2, 5 — 7 5 summura malum iudicans aut temperans voluptatem summum
bonum statuens esse certe nullo modo potest. Quae quamquam & ita sunt in
promptu, ut res disputatione non egeat, tamen sunt a nobis alio loco disputata.
Hae disciplinae igitur si sibi con- sentaneae velint esse, de officio nihil
queant di cere, neque ulla officii praecepta firma, stabilia, coniuncta naturae
tradì possunt nisi aut ab iis, qui solam, aut ab iis, qui maxime honestatem
propter se dicant expetendam. Ita propria est ea praeceptio Stoicorum,
Acudemicorum, Peripateticorum, quoniam Aristonis, Pyrrhonis, Erilli iam pridem
explosa sentenzia est; qui tamen haberent ius suum disputandi de officio, si
rerum aliquem dilectum reliquissent, ut ad officii inventionem aditus esset.
Se- quemur igitur hoc quidem tempore et hac in quaestione po- tissimum Stoicos
non ut interpretes, sed, utsolemus, e fontibus eorum iudicio arbitrioque
nostro, quantum quoque modo-vide- bitur, hauriemus. Placet igitur, quoniam
omnis disputatio de officio futura est, 7 plire con « questo cotale » ; fortis
} temperans sono predicati ; iudicans, statuens si traducano con « mentre... ».
— 6. res, questo nome spesso in -italiano si rende con t si » ; qui « non si ha
bisogno, non c'è bisogno > . — alio loco, nell'opera de Finibus honorum et
malornm. — coniuncta (col dativo) = consentanea, convenientia, « conformi ». —
qui solam, gli Stoici, qui maxime, gli Academici e i Peripatetici; nella
traduzione tieni quest'or- dine : nisi ab iis qui dicant honestatem aut solam
aut maxime... — pro- pria est « spetta di diritto » . = ea scil. de officio. —
Aristonis, Pyr- rhonis, Erilli, cronologicamente vanno ordinati così: Pirrone,
Aristone, Erillo. Pirrone dell'Elide, contemporaneo di Alessandro Magno, negava
la possibilità di ogni vera conoscenza e quindi stimava inutili anzi dannosi
tutti gli stimoli, che spingono l'uomo al sapere; perciò egli riponeva il sommo
bene nell'insensibilità (àiraBeia). È fondatore della filosofia scet- tica, che
da lui prese il nome di pirronismo. Aristone di Chio, della metà del sec. Ili,
in tutto ciò che non fosse nò vizio nò virtù non scorgeva nessuna differenza;
il sommo bene per lui era l'indifferenza (àòioupopia). Erillo di Cartagine
ammetteva come sommo bene sola la scienza. L'insen- sibilità predicata da
Pirrone, l'indifferenza predicata in tutto da Aristone, in parte da Erillo,
togliendo ogni distinzione tra bene e male, troncavano all'animo umano
qualsiasi impulso a cercar l'uno e a fuggire l'altro e per conseguenza
sopprimevano la prima condizione che crea i doveri. — di- lectum, « scelta » e
quindi « distinzione ». — inventionem, spiega col verbo. — e fontibus eorum =
ex iis tamquam fontibus, quel genitivo eorum si chiama epcsegetico. — quoque ==
et quo. — hauriemus, traduci col gerundio, per coordinarlo meglio a interpretes.
7. quae ratione suscipitur , perifrasi dell'aggettivo « sistematico », D M.
TULLI CICERONIS ante definire, quid sit officium; quod a Panaetio praeter-
missura esse miror. Omnis enim, quae ratione suscipitur de aliqua re
institutio, debet a definitione proficisci, ut intelle- gatur, quid sit id, de
quo disputetur. -"~*"~ 3. Omnis de officio duplex est quaestio: unum
genus est, quod pertinet ad finem honorum, alterimi, quod positum est in
praeceptis, quibus in omnis partis usus vitae conformali possit. Superioris
generis buius modi sunt eiempla: omniane officia perfecta sint, num quod
officium aliud alio maius sit, et quae sunt generis eiusdem. Quorum autem
officiorum praecepta tra- duntur, ea quamquam pertinent ad finem honorum, tamen
minus id apparet, quia magis ad institutionem vitae communis spectare g
videntur; de quibus est nobis bis libris explicandura. Atque etiam alia divisio est
offici. Nam et medium quoddam officium dicitur et perfectum. Perfectum officium
rectum, opinor, vo- cemus,quoniam Graeci KctTÓp6w|ia,hoc autem commune KaBfjKov
vocant. Atque ea sic definiunt, ut, rectum quod sit, id officium Tperfectum
esse definiant; medium autem officium id esse dicunt, 9 quod cur factum sit,
ratio probabilis reddi possit. Triplex
igitur « scientifico », che nel latino mancava. — omnis. Cicerone ci annunzia
qui solennemente una definizione, che poi non ci dà; sostituisce invece alla
definizione la divisione. duplex est, traduci « abbraccia due punti » ,
omettendo poi di spiegare genus. La dottrina del dovere tratta due questioni :
la natura del sommo bene (finem honorum) e le massime della vita; l'una
questione è teorica, l'altra pratica. La questione teorica fu trattata da
Cicerone nel de Fi- nibus, la pratica è trattata qui nel de Officiis. — quibus,
ablativo. — conformare « regolare », « perfezionare ». — quorum - ea, qui
abbiamo un residuo di coordinazione in luogo della subordinazione : ea officia,
quorum praecepta traduntur. lì pensiero del passo è questo: « Gli esempi dei
secondo punto, cioè della trattazione pratica dei doveri, saranno esposti in
questi libri ». Il testo avrebbe dovuto essere a un dipresso così: Alterius
generis exempla a nobis Iris libris explicabuntur ; a questo pensiero poi
l'autore ha intrecciato una ulteriore dichiarazione sulla questione pratica dei
doveri, aggiungendo che essa ha pure un certo contatto con la que- stione
teorica, quantunque meno evidente. — 8. alia est, « si può iure un'altra». —
dicitur =* est quod dicitur, evi e il cosiddetto». Su questa divisione si basa
tutta la dottrina morale stoica. — rectum è l'interpretazione etimologica di
Kaxóp9uj(Lia (da òpGóq *= rectus). — hoc, si riferisce a w"1htm. — sic
definiunt ut definiant, trascuratezza di lin- guaggio. — rectum quod sit qui ha
valore di sostantivo = recte factum. — quod cur factum sit, traduci tutto con «
del quale » . — probabilis * plausibile ». — 9. igitur, qui è particella di
passaggio, senza costi- DE 0FFIC11S, I, 3—4, 8— il ì «st, ut Panaetio videtur,
consilii capiendi deliberatio. Nam aut honestumne faetu sit an turpe dubitant
id, quod in delibera- tionem cadit; in quo considerando saepe animi in
contrarias -senteutias distrahuntur. Tuoi autemautanquiruutautconsultant, ad
vitae commoditatera iucunditatemque, ad facultates rerum .atque copias, ad
opes, ad potentiam, quibus et se possint iu- vare et suos, conducat id necne,
de quo deliberant; quae de- liberatio omnis in rationem utilitatis cadit.
Tertium dubitandi/ genus est, cum pugnare videtur cum honesto id, quod videtur
( -esse utile; cum enim utilitas ad se rapere, honestas contra re- vocare ad se
videtur, fit ut distrahatur in deliberando animus adferatque ancipitem curam
cogitando Hac divisione, cum prae- io terire aliquid maxumum vitium in
dividendo sit, duo praeter- missa sunt; nec enim solum utrum honestum an turpe
sit,7 deliberali solet, sed etìam duobus propositis honestis utrum ho-; nestius
itemque duobus propositis utilibus utrum utilius. Ita, quam ille triplicem
putavit esse rationem, in quinque partes distribuì debere reperitur. Primum igitur est de honesto,
sed duplici ter, tum pari ratione de utili, post de comparatione eorum
disserendum. 4. « Principio generi animantium omni est a natura tri- u « butum,
ut se, vitam corpusque tueatur, declinet ea, quae no- « citura videantur,
omniaque, quae sint ad vivendum necessaria, « anquirat et paret, ut pastum,ut
latibula, ut alia generis eius- « dem. Commune
item animantium omnium est coniunctionis taire stretto legame tra l'antecedente
e il seguente; nella traduzione si tralascia. — triplex deliberatio, sostituendo
il termine generico allo spe- cifico puoi tradurre « tre casi » . — nam, « cioè
» , e così spesso. — aut, tum autem, tertium genus-, dovrebbe essere primum,
tum, tertium. — aut, aut, si adoperavano meglio nei termini che esprimono
antitesi spic- cata. — facultates rerum, «mezzi di sussistenza», copias, «il
bene- stare », opes, noi sostituendo l'effetto alla causa traduciamo « il
credito ». — in rationem cadit, «entra nel dominio». — dubitandi = delibe-
rarci. — rapere indica la violenza, revocare la calma. — ancipitem curam, «
irresolutezza ». — IO. hac divisione, ablat. strumentale, « con... » , « in...
». — an turpe sit suppl. aliquid. — rationem, « divisione ». 11. principio, «
anzitutto », « per cominciare » ; si usava spesso entrando nell'argomento. —
commune est appetitus y non di rado si dava un pre- dicato neutro a un
sostantivo maschile o femminile, che si considerava non M. TULLI CICERONIS «
appetitus procreandi causa et cura quaedam eorum, quae pro- « creata sint; sed
inter hominem et beluam hoc maxime interest^ « quod haec tantum, quantum sensu
movetur, ad id solum, quod « adest quodque praesens est, se accommodat, paulum
admodum « sentiens praeteritum aut futurum; homo autem, quod rationis- «est
particeps, per quam consequentia cernit, causas rerum « videt earumque
praegressus et quasi antecessiones non ignorat r « similitudines comparat
rebusque praesentibus adiungit atque « adnectit futuras, facile totius vitae
cursum videt ad eamque « degendam praeparat res necessarias. 12 « Eademque
natura vi rationis hominem conciliat homini et individualmente, ma come
condetto generale; puoi tradurre commune «qualità, carattere comune ». — eorum
quae, qui si parla di tutti gli animali, compreso l'uomo, e il neutro
generalizza il concetto; anche par landò di soli uomini si trova usato il
neutro. — tantum quantum « in tanto, in quanto », meglio « solo in quanto ». —
adest, praesens, tali sino- nimi si accumulavano spesso per dar più lume al
pensiero. — se accom- modat « si adatta », « si attacca », « si adagia ». —
paulum qui =parum. — homo, il suo predicato è facile videt ; essendo troppo
lungo il periodo, si deve spezzare : tradflci per quam come fosse per eam e
introduci videi con « e così » . — causas rerum, le cause efficienti,
praegressus (rerum), le cause occasionali. — antecessiones, noi potremmo dire «
i precedenti » ; parola rara e ardita; perciò egli mitiga con un quasi l'impressione
che può fare sul lettore. — similitudines, non astratto «somiglianza», ma
concreto = res similes. — adiungit atque adnectit, puoi trasformare in av-
verbio (p. e. « intimamente ») l'uno dei due verbi sinonimi. Nel § 11 Cicerone
ha prima accennato ai due punti di contatto tra l'uomo e gli altri animali,
cioè la conservazione dell 1 individuo e la ripro- duzione della specie; indi
al punto dove l'uomo si stacca dagli altri ani- mali, cioè la ragione. L'uomo
dunque, come essere ragionevole, sente lo stimolo a vivere secondo ragione.
Questo stimolo fondamentale ne crea,, secondo il ragionamento di Cicerone,
altri quattro, che danno origine alle quattro virtù dette cardinali: I lo
stimolo alla comunanza e alla società umana e all'osservanza degli obblighi ad
essa inerenti: questo genera la giustizia (§12 eademque - rem gerendam facit);
II lo stimolo alla ricerca del vero: questo genera la sapienza (§ 13 in
primisque- aptissimum); III lo stimolo alla superiorità sogli altri: questo
genera la fortezza (§ 13 huic veri videndi - contemptio); IV lo stimolo all'ar-
monia e all'ordine, che crea il senso del bello e del decoro : questa quarta,
virtù è chiamata dai Greci oujqppooùvr), i Latini e noi manchiamo di un termine
comprensivo, ma esprimiamo i vari aspetti di essa con « co- stanza »,
«moderazione», «temperanza» e simili; e così fa Cicerone, che però adopera
anche un termine comprensivo, decorum (§ 14 nec vero illa - aut cogitet). Tutte
insieme le quattro virtù generano Yhonestum (§ 14 quibus ex rebus - laudabile)
, che è l' argomento del libro I de Officiis. 12* hominem homini = homines
inter se, il latino manca del pronome DE 0FFICI1S, I, 4, 12—14 9 « ad orationis
et ad vitae societatem ingeneratque in primis « praecipuum quendara amorem in
eos, qui procreati sunt, im- « pellitque ut hominum coetus et celebrationes et
esse et a se « obiri velit ob easque causas studeat parare ea, quae suppeditent
«ad cultura et ad victuro, nec sibi soli, sed coniugi, liberis « ceterisque,
quos caros habeat tuerique debeat; quae cura ex- « susci tat etiara aniraos et
maiores ad rem gerendam facit. In 13 « primisque hominis est propria veri
inquisitio atque i n vesti gatio. 1 « Itaque cum sumus necessariis negotiis
curisque vacui, tum « avemus aliquid videre, audire, addiscere cognitionemque
rerum « aut occultarum aut admirabilium ad beate vivendum neces- « sariam
ducimus. Ex quo intellegitur,
quod verum, simplex « sincerumque sit, id esse naturae hominis aptissimum. Huic
« veri videndi cupiditati adiuncta est appetitio quaedam prin- « cipatus, ut
nemini parere animus bene informatus a natura « velit nisi praecipienti aut
docenti aut utilitatis causa iuste « et legitime imperanti ; ex quo magnitudo
animi existit huma- } « narumque rerum contemptio. Nec vero illa parva vis
naturae 14 « est rationisque, quod unum hoc animai sentit, quid sit orde, «
quid sit, quod deceat in factis dictisque, qui modus. Itaque « eorum ipsorum, quae aspectu sentiuntur,
nullum aliud animai « pulchritudinem, venustatem, convenientiam partium sentit;
« quam similitudinera natura ratioque ab oculis ad animum reciproco. —
celebrationes = frequentationes, riunioni festive ; coetus in- vece indica
l'idea generale. — victus il vivere, cultus le comodità, le raffinatezze della
vita. — ad rem gerendam, « ad operare » . — 13. in- quisitio atque investigano,
puoi trasformare Pano dei due sost. sinonimi in aggettivo (p. e. < assidua
», € viva », « diligente » e simili); cfr. § 11 adiungit atque adnectit. —
itaque : e tanto che , prova ne sia , che quando... ». — rerum occultarum,
admirab., « i misteri e le meraviglie del creato » . — bene informatus a
natura, e ben nato » . — praecipienti, rife- rito alla pratica, docenti alla
teorica. — existere non significa « esistere » (extare, esse) 9 ma « nascere »,
e sorgere » e simili. — humanarum = exter- narum. — 14. vis naturae
rationisque, * privilegio naturale della ragione umana ». — quod deceat,
perifrasi di decorum. — qui modus scil. in factis dictisque. — quae aspectu
sentiuntur (= oculis cernuntur, sub aspectum cadunt), perifrasi di visibilis,
termine che fa la sua prima comparsa in Plinio il vecchio. — convenientiam
partium « armonia ». — quam = quarurn (scil. pulchritudinis..,) similitudinem,
« trasportando per analogia queste proprietà... ». — natura ratioque, « la ragion
naturale ». 10 M. TULLI CICERONIS « transferens multo etiam magis
pulchritudinem, constali tiam, « ordinera in consiliis factisque conservandam
putat cavetque, « ne quid indecore effeminateve faciat, tuoi in omnibus et opi-
« nionibus et factis ne quid lubidinose aut faciat aut cogitet. -^Quibus ex
rebus conflatur et efficitur id, quod quaerimus, « honestum, quod etiamsi
nobili tatum non sit, tamen honestum «sit, quodque vere dicimus, etiamsi a
nullo laudetur, natura « esse laudabile. 15 5. « Formam quidem ipsam, Marce fili, et tamquam
faciem « honesti vides, 'quae si oculis cerneretur, mirabiles « amores', ut ait
Plato, * excitaret sapienti a e'. » Sed
omne, quod est honestum, id quattuor partium oritur ex aliqua: aut enim in
perspicientia veri sollertiaque versatur aut in ho- minum societate tuenda
tribuendoque suum cuique et rerum con- -~- conservandam invece di concordare
con l'ultimo nome, concorda con quello, che contiene l'idea fondamentale. —
faciat (soggetto non natura ratioque, ma homo), factis, faciat, trascuratezza
di forma. — indecore faciat, traduci e commettere atti... ». — lubidinose, qui
lubido significa ge- nericamente quod lubet, « capriccio » ; spiega «
licenzioso » ; e accorcia nella traduzione ne quid - cogitet in ne quid lubidinosum
sit. — rebus, € elementi » , cioè le quattro virtù. — nobilitatum =? notum
(no-tus e no-bilis hanno la medesima origine), pubblicamente riconosciuto (oggi
noi diciamo spesso « avere la sanzione pubblica »). — quodque dicimus « e del
quale possiamo affermare... » ; così Ciceronem nego in re publica admini-
stranda magnum fuisse si tradurrebbe : e di Cicerone non posso affermare Che
fosse un grande uomo di Stato ». — natura, (pùaei, « per sé stesso » (secondo
gli Stoici), mentre eéaei (come professava Epicuro) significa « per accordo,
per sanzione degli uomini » . 15. ipsam, questo pronome ha sempre una speciale
efficacia; qui spiega con l'avverbio « appunto » o con l'agg. « vera ». —
faciem e sembianza ». — quae si - sapientiae % Plat. Phaedr. p. 250 D òtyei
qppóvrjai^ oùx ópòVrai. Ò€ivoù<; yàp àv Trapcixev Épurra;, et ti toioOtov
éaurrj<; èvapfès €tou>Xov irapeixero €Ì<; òijjiv lóv (« con la vista
non si scorge la sapienza; la quale sveglerebbe ardenti affetti, se presentasse
all'occhio una cotal visibile imagine di so stessa »). — sapientiae, ma qui non
si parla della sapienza, bensì della virtù. Cicerone tradusse Platone
meccanicamente, senza adat- tare la frase al caso proprio; avrebbe dovuto dire:
quae si oculis cerne- retar , mirabiles amores excitaret sui, quos ait Plato
excitare sapientiam. — sed, risponde a quidem; quella è r imagine comprensiva
de\Y honestum, ora bisogna scomporlo nei suoi quattro elementi, ossia le
quattro virtù cardinali, che qui sono enumerate nell'ordine tradizionale,
diverso da quello dei §§ 12-14: sapienza, giustizia, fortezza, temperanza; e in
quest'ordine sono esaminate nel corso del lib. I. — enim, nella traduzione si
lascia. — sollertia scil. in perspiciendo, puoi perciò spiegare come se fosse
in sollerti perspicientia. — rerum contractarum, spiega con una sola parola. DE
OFFICIIS, I, 5, 15 — 17 11 tractarum fide aut in animi excelsi atque invicti
magnitudine ac robore aut in omnium, quae fiunt quaeque dicuntur, ordine et
modo, in quo inest modestia et temperantia. Quae quattuor quamquam inter se
colligata atque implicata sunt, tamen ex singulis certa officiorum genera
nascuntur, velut ex ea parte, quae prima discripta est, in qua sapientiam et
prudentiam pò- nimus, inest indagatio atque inventio veri, eiusque virtutis hoc
munus est proprium. Ut enim quisque maxime perspicit, quid 16 in re quaque verissimum sit,
quique acutissime et celerrime potest et videre et explicare rationem, is
prudentissirmis et sa- pientissimus rite haberi solet. Quocirca huic quasi materia, quam traete t et in qua
versetur, subiecta est verità^. Reliquis 17 autem tribus virtutibus
necessitates propositae sunt ad eas res parandas tuendasque, quibus actio vitae
continetur, ut et so- cietas hominum coniunctioque servetur et animi
excellentia ma- gnitudoque cum in augendis opibus utilitatibusque et sibi et
suis comparandis, tum multo magis in his ipsis despiciendis eluceat. Ordo item
et constantia et moderatio et ea, quae sunt his similia, versantur in eo
genere, ad quod est adhibenda actio quaedam, non solum mentis agitatio. Iis
enim rebus, quae trac- tantur in vita, modum quendam et ordinem adhibentes
hone- statem et decus conservabimus. — certa, « determinati ». — ex ea parte
inest, qui c'è discontinuità di costruzione (anacoluto) ; dovrebb'essere ex ea parte
nascitur oppure in ea parte inest ; qui inest fu attratto da in qua ponimus. —
prima discripta est = prima posila est in discriptione ; discribere significa «
dividere, classificare, definire»; describer? «copiare, descrivere,
rappresentare». — 16. quique invece di et ut quisque; quique poi ha attratto is
f in luogo di che doveva stare ita (anacoluto). — J7. reliquis tribus, la
prudenza (sapienza) è virtù speculativa, le altre tre sono virtù pratiche; ma
ai bisogni della vita due sole veramente provvedono, la giustizia e la
fortezza, non così la auucppoaùvrj. Accortosene Cicerone, corresse la prima
affermazione e soggiunse che la ffujqppoaùvrj opera più che altro nel campo
della pratica, ma escludendo che essa provveda ai bisogni della vita. — necessitates,
« stimoli irresistibili ». — actio vitae, « la vita pra- tica » . — sibi, suis,
come se il soggetto fosse homines e non excellentia. — ordo, qui si deve
intendere soggettivamente € il senso dell'ordine ». — constantia, « coerenza ».
— genere, € campo ». — actio, nella traduzione per ottenere simmetria con
mentis agitatio devi aggiungere vitae: « atti- vità pratica, attività mentale »
. — iis rebus quae tractantur in vita = in actione rerum vitae. 12 M. TULLI
CICEROMS 18 6. Ex quattuor autem locis, in quos honesti naturam vimque
divisimus, primus ille, qui in veri cognitione consistit, maxime naturam
attingit humanam. Omnes enim trahimur et ducimur ad cognitionis et scientiae
cupiditatem, in qua excellere pul- chrum putamus, labi autem, errare, nescire,
decipi et malum et turpe ducimus. In hoc genere et naturali et honesto duo
vitia vitanda sunt, unum, ne incognita prò cognitis habeamus iisque temere
adsentiamur; quod vitium effugere qui volet (omnes autem velie debent),
adhibebit ad considerandas res et tempus 19 et diligentiam. Alterum est vitium,
quod quidam nimis ma- gnum studiura multamque operam in res obscuras atque dif-
ficiles conferunt easdemque non necessarias. Quibus vitiis de- clinatis quod
in rebus honestis et cognitione dignis operae curaeque ponetur id iure
laudabitur. Ut in astrologia C. Sul- picium
audivimus, in geometria Sex. Pompeium ipsi cognovimus T multos in dialecticis,
plures in iure civili, quae omnes artes in veri investigatione versantur; cuius
studio a rebus gerendis abduci contra officium est. Virtutis enim laus omnis in
actione 18* Della sapienza prima virtù cardinale, §§ 18-19. — locis, «ca-
tegorie ». — vira, « essenza ». — maxime traduci « più da presso» per continuar
la metafora di attingi t. — trah. et due. ad cognitionis cupi- ditatem = tr. et
due. cupiditate ad cognitionem « siamo tratti irresisti- bilmente dal
desiderio» o « da irresistibile desiderio». — autem, « lad- dove » . — genere =
cupiditate, virtute, la lingua latina ha una spiccata tendenza al
generalizzare. — adsentiri « riconoscer come giusto, dare per dimostrato » e
simili. — 19. alterum est.., discontinuità di costru- zione, invece che alterum
ne conferamus. — est quod, « consiste in eia che... ». — easdemque ; idem,
idemque si usava spessissimo come et ù (§ 1), quando si aggiungeva una
ulteriore qualità, alla quale si voleva dare rilievo. — quod operae, id,
traduci omnis opera quae, ea. — ut corrisponde qui e spesso al nostro « come ad
esempio, per esempio, così per esempio, così ». — astrologia, « astronomia ». —
G. Sulpicius Gàlu$ (non Gàllus), console nel 167 av. Cr. ; Tanno innanzi,
essendo luogote- nente nella guerra contro Perse, predisse un'eclissi di luna
prima della battaglia di Pidna. — audire aliquem significa « udire raccontare
di uno», perciò « abbiamo udito raccontare di Sulpicio che si segnalò nella...
». — geometria, «matematica». — Sex. Pompeium, zio di Pompeo Magno. — cuius, il
pronome relativo ha spesso un significato avversativo = sed eius. — laus prende
diversi significati, qui « compito, ufficio, fine (lodevole) ». — in actione,
qui Cicerone parla da vero romano ; a Roma aveva valore solo l'attività pratica
; l'attività scientifica era apprez- zata, se aiutava la pratica, o al più non
disprezzata, se non la intralciava; de ofpiciis, i, 6—7, 18—21 13 consistiti; a
qua tamen fit intermissio saepe multique dantur ad studia reditus; tum agitatio
mentis, quae numquam ad- quiescit, potest nos in studiis cognitionis etiam sine
opera nostra continere. Omnis autem cogitatio motusque animi aut in con- siliis capiendis de rebus
honestis et pertinentibus ad bene bea- teque vivendum aut in studiis scientiae
cognitionisque versabitur. Àc de primo quidem offici fonte diximus. 7. De
tribus autem reliquis latissime patet ea ratio, qua 20 societas hominum inter
ipsos et vitae quasi communitas conti- netur; cuius partesduae: iustitia, in
qua virtutis est splendor maximus, ex qua viri bonfìiominantur, et huic
coniuncta be- neficenza, quam eandem vel benignitatem vel liberalitatem
appellali licet. Sed iustitiae primum munus est, ut ne cui quis noceat nisi
lacessitus iniuria, deinde ut communibus prò corn- ai uni bus utatur, privatis
ut suis. Sunt autem privata nulla 21 natura, sed aut vetere occupatione, ut qui
quondam in vacua venerunt, aut Victoria, ut qui bello potiti sunt, aut lege,
pac- tione, condicione, sorte ; ex quo fit, ut ager Arpinas Àrpinatium dicatur,
Tusculanus Tusculanorum; similisque est privatarum possessionum discriptio. Ex quo, quia suum cuiusque fit eorum, della scienza
come fine a sé stessa nemmeno il presentimento. — a qua, alla speculazione
scientifica possiamo esser tratti da due motivi: l'ozio (intermissio) e
l'attività (agitatio) irrequieta della nostra mente. — re- ditus, « occasione
di... » ; il plurale dell'astratto esprime ripetizione di atti. — tum, senza
che lo preceda primum o cum. — cognitionis, « spe- culativi ». — opera,
deliberato proposito di dedicarvisi, «cooperazione». — cogitatio motusque
animi, « la attività del pensiero e dello spirito > oppure « della mente e
dell' animo » . — scientiae cognitionisque traduci come poco sopra cognitionis.
20. Della giustizia, seconda virtù cardinale, §§ 20-60. — latissime patet, «
opera su più vasto campo » (§ 4). — ratio, spiega con un termine spe- cifico,
p. e. pars, locus, virtus. — partes scil. sunt — iustitia, se ne parla nei §§
20-41, della beneficentia nei §§ 42-60. — viri boni, politi- camente sono i
conservatori (patrioti, aristocratici), giuridicamente gli uomini d'onore,
filosoficamente i buoni, i savi. — sed qui non è avversa- tivo, ma semplice
congiunzione di passaggio. — suis = privatis. — 21. ut qui, slegatura frequente
in Cicerone, spiega ut cum qui, « come quando uno... > . — condicio è una
forma particolare di pactio, « conven- zione». — sorte, «sorteggio», nella
spartizione delle terre ai soldati e ai coloni. — ex quo, le possessioni tanto
pubbliche quanto private pigliano il nome di quelli che in uno qualsiasi dei
modi sunnominati le hanno acquistate. — discriptio, « distribuzione »;
descriptio, « designazione ». — ex quo, causale. — eorum = aliquid eorum , una
porzione dei beni co- i4 M. TULLI C1CER0NIS quae natura fuerant communia, quod
cuique obtigit, id quisque teneat; e quo si quid quis sibi appetet, violabit
ius humanae 22 societatis. Sed quoniam, ut praeclare scriptum est a Platone,
non nobis solum nati sumus ortusque nostri partem patria vin- dicat, partem
amici, atque, ut placet Stoicis, quae in terris gignantur, ad usum hominum
omnia creari, homines autem hominum causa esse generatos, ut ipsi inter se
aliis alii prodesse possent, in hoc naturam debemus ducem sequi, communes uti-
litates in medium afferre mutatione officiorum, dando accipiendo, tum artibus,
tum opera, tum facultatibus devincire hominum 23 inter homines societatem. Fundamentura autem est iustitiae
Udes, id est dictorum conventorumque constantia et veritas. Ex quo, quamquam
hoc videbitur fortasse cuipiam durìus, tamen audeamus imitari Stoicos, qui
studiose exquirunt, unde verba sint ducta, credamusque, quia fiat, quod dictum
est, appel- latala fidem. munì diventa possesso privato. — quod cuique- teneat,
ciascuno si tenga quello che gli è toccato. — e quo, dalla porzione toccata a
ciascuno. — 22. Questo periodo è troppo complicato e
bisogna spezzarlo, p. e. nel modo seguente : Ma egregiamente scrive Platone,
che... ; egregiamente pro- fessano gli Stoici, che... Se è così, dobbiamo
(debemus).., — a Platone, Epist. IX p. 358 A KÓKevvo o€i 0€ èv9u|H€Ta8ai, òri
lKau"TO<; Vjhuùv oùx oiùtuj juóvov Y^T°vev, àXXà Tf)<; Y^véaeux;
r\\x(vv tò \iiv ti f| Ticnrpìs ye- piZeiai , tò òé ti ol Y €VV1 fa avT€< * ♦
T ^ bè ol Xonrol <pi\oi ( e devi anche considerare, che ciascuno di noi non
è nato solo per sé stesso, ma che della nostra esistenza ne pretende una parte
la patria, una parte i geni* tori, una parte gli amici » ). — ortusque ; ortus
qui « l'esistenza » ; que ha valore avversativo «ma ». — ut placet Stoicis,
creari, anacoluto, dove creari dipende da placet; per aver continuità con ut
scriptum est, vin- dicat, si dovrebbe scrivere: ut placet Stoicis, creantur. —
inter se aliis ahi, sovrabbondanza di espressione. — in hoc, si sopprima nella
tradu- zione e si introducano i verbi afferre, devincire con « nel ». —
mutatione, metafora tolta dalla frase mercantile mutare merces « scambiar merci
» . — dando accipitndo, epesegesi di mutatione. — 23. dictorum, spiega con un
termine specifico «promesse». — veritas, non oggettivamente « verità », ma
soggettivamente «veracità, sincerità». — dar ius, '• un po' stiracchiato » . —
Stoicos, uno dei grandi meriti della scuola critica stoica, che 'aveva suo
centro io Pergamo, fu la ricerca delle leggi gram- maticali e dell'etimologia.
Da loro fu fissato lo schematismo grammaticale, che passò poi ai Romani e dai
Romani alle grammatiche moderne. — unde verba sint ducta, spiega con una sola parola
« etimologia »; altrove (Tuscul. Ili 11) Cicerone dice verbi vis. — quia fiat
fidem, quest'eti- mologia è dei genere di queste altre: Saturnus quia se
saturat annis; Mavors quia magna vortit, etc, derise da Cic. de Nat. deor. Ili
62. de officiis, i, 7—8, 22— 2b i5 Sed iniustitiae genera duo sunt, unum eorum,
qui inferunt, alterum eorum, qui ab iis, quibus infertur, si possunt, non pro-
pulsai iniuriam. Nam qui iniuste impetum in quempiam facit aut ira aut aliqua
perturbatone incitatus, is quasi manus ad- ferre videtur socio ; qui autem non
defendit nec obsistit, si po- testi, iniuriae, tana est in vitio, quam si
parentes aut amicos aut patriam deserai Atque illae quidem iniuriae, quae
nocendi 24 causa de industria inferuntur, saepe a metu proficiscuntur, cum is,
qui nocere alteri cogitat, timet, ne, nisi id fecerit, ipse aliquo adficiatur
incommodo. Maximam autem partem ad iniuriam fa^ ciendam adgrediuntur, ut
adipiscantur ea, quae concupi verunt; in quo vitio latissime patet avari tia. /
8. Expetuntur autem divitiae cum ad usus vitae necessa- 2& rios, tum ad
perfruendas voluptates. In quibus autem maior est animus, in iis pecuniae
cupiditas spectat ad opes et ad gratificandi facultatem. Ut nuper M. Crassus
negabat uliam satis magnani pecuniam esse ei, qui in re publica princeps vellet
esse, cuius fructibus exercitum alere non posset. Delec- tant etiam magnifici
apparatus vitaeque cultus cum elegantia et copia; quibus rebus effectum est, ut
infinita pecuniae cu- piditas esset Nec vero rei familiaris amplificatio nemini
no- cens vituperanda est, sed fugienda seraper iniuria est. Maxume 2fr autem
adducuntur plerique, ut eos iustitiae capiat oblivio, cum in imperiorum,
honorum, gloriae cupiditatem inciderunt. Quod enim est apud Ennium: aut aliqua,
non di raro aìiquis nelle enumerazioni è eguale ad alius quis. — socio,
considerato non come individuo, ma come membro della società; perciò offende in
lai la società. — iniuriae sta bene con obsistit, ma non con defendit, zeugma;
invece III 74 non defendit iniuriam, — 24. maximam partem, accusativo di
relazione, usato avverbialmente; qui fa le veci di soggetto, come II 72 partim.
— vitio, « colpa ». — latissime patet, « ha grandissima parte » . 2ò.
gratificandi facultatem t per acquistar popolarità. — ut, cfr. § 19. — M.
Crassus, il triumviro, soprannominato dives per le sue sconfinate ricchezze;
morì nella campagna contro i Parti Tanno 53 av. Cr. — cultus, § 12. — cum
elegantia et copia, qui i sostantivi con la preposi- zione fanno, come spesso,
le veci di attributi; puoi tradurli con due ag- gettivi. — nocens, « quando non
nuoccia » . — 20. ut eos capiat oblivio, « a dimenticarsi » . — apud Ennium,
certo in una tragedia, ina 16 M. TULLI CICERONIS Nulla sancta sócietas Néc
fides regni èst, id latius patet. Nam quicquid eius modi est, in quo non
possinf plures excellere, in eo fit plerumque tanta contendo, ut diffi-
cillimum sit servare ' sanctam societatem \ Declaravit id modo temeritas C.
Caesaris, qui omnia iura divina et humana per- verti t propter eum, quem sibi ipse
opini onis errore finxerat, principatum. Est autem in hoc genere molestum, quod
in maiimis animis splendidissimisque ingeniis plerumque existunt honoris,
imperii, potentiae, gloriae cupiditates. Quo magis cavendum est, 27 ne quid in
eo genere peccetur. Sed in omni iniustitia permultum interest, utrum
perturbatione aliqua animi, quae plerumque brevis est et ad tempus, an consulto
et cogitata fiat iniuria. Leviora enim sunt ea, quae repentino aliquo motu
accidunt, quam ea, quae meditata et praeparata inferuntur. Ac de Me- renda
quidem iniuria satis dictum est. 28 9. Praetermittendae autem defensionis
deserendique officii plures solent esse causae; nam aut inimicitias aut laborem
aut sumptus suscipere nolunt aut etiam neglegentia, pigritia, inertia aut suis
studiis quibusdam occupationibusve sic impediuntur, ut eos, quos tutari
debeant, desertos esse patiantur. Itaque videndum est, ne non satis sit id,
quod apud Platonem est non si sa quale. — nulla - est, la fine e il principio
di due settenari tro- caici (tetrametri trocaici catalettici -^, -v-*, 6w t - |
J.^ t — f ± ). — regni, il governo regio (ossia il re) non conosce... — latin*
patet, « ha ben pili larga applicazione » . — temeritas, così la giudicava
Cice- rone, come conservatore. — propter - principatum, nella traduzione metti
in rilievo errore, così: «per quella pazzia, che gli aveva fatto sognare il...
». — genere « rispetto, riguardo ». — quod, risolvi « il vedere che... > o
solo « che » . — existunt, § 13. — 27. omni iniustitia, « ogni caso di ingiustizia
» . — ad tempus, spiega con un aggettivo. — cogitata, ri- solvi in un avverbio
« pensatamente ». — meditata (passivo qui e spesso), « premeditate » , 28.
defensionis, degli offesi. — nolunt, è facile supplire il soggetto. — nam -
impediuntur, di questi aut i principali sono due : aut inimicitias, aut etiam;
per evitare equivoci traducili con « chi... chi... ». — videndum est, qui serve
alla perifrasi del congiuntivo potenziale (in greco ottativo con tfv), puoi
spiegare « badiamo che non soddisfi... », « non potrebbe, nei* dovrebbe
soddisfare... ». — id quod, puoi risolvere la frase col sostan- de officiis, i,
8—9, 27-30 17 in philosophos dictum, quod in veri investigatione versentur
quodque ea, quae plerique vehementer expetant, de quibus inter se digladiari
soleant, contemnant et prò nihilo putent, propterea iustos esse. Nam alterimi
iustitiae genus adsequuntur, inferenda ne cui noceant iniuria, in alterum
incidunt; discendi enim studio! impediti, quos tueri debent, deserunt. Itaque eos ne ad rem publicam
quidem accessuros putat nisi coactos. Aequius auteni erat id voluntate fieri ;
nam hoc ipsum ita iustum est, quod recte fit, si est voluntarium. Sunt etiam,
qui aut studio rei fami- 2 q liaris tuendae aut odio quodam hominum suum se
negotium agere dicant nec facere cuiquara videantur iniuriam. Qui altero genere
iniustitiae vacant, in alterum incurrunt; deserunt enim s vitae societatem,
quia nihil conferunt in eam studii, nihil operae, nihil facultatum. Quando
igitur duobus generibus iniustitiae propositis adiunxi- mus causas utriusque
generis easque res ante constituimus, quibus iustitia contineretur, facile,
quod cuiusque temporis of- ficium sit, poterimus, nisi nosmet ipsos valde
amabimus, iudi- oare; est enim difficilis cura rerum alienarum. Quamquam 30 tivo € giustificazione » . — in
philosophos , e in proposito dei..., riguardo ai... » ; più spesso Vin in
questo significato regge l'ablativo. Gir. Plat. de Ite pubi. VI pag. 485-486. —
de quibus - soleant, risolvi con la con- giunzione « e » meglio col gerundio,
che connette più strettamente i due termini, « disputandosene il possesso
con... » ; in digladiari oltre ali 1 idea di e disputarsi il possesso » e 1 è
anche quella dell' « accanimento » . — alterum - alterum, introduci il primo
alterum con e mentre ». — in alterum, qui non si deve supplire iustitiae, ma
iniustitiae genus ; tra i due al- terum non c'è esatta corrispondenza formale,
bensì c'è quella psicologica, perchè alterum iustitiae genus adsequuntur si può
risolvere in alterum iniustitiae genus vitant, cfr. § 29 altero genere
iniustitiae vacant. — itaque, ripiglia il pensiero di Platone. — accessuros ==
accedere debere. — hoc ipsum - voluntarium, congiungi : hoc ipsum, quod recte
fit, ita ( « al- lora ») iustum est, si (« quando ») est voluntarium. — 29.
odio hominum, misantropia. — nec videantur, t senza parere » . Quando «
quoniam. — easque res - quibus = ante constituimus, quibus rebus... —cuiusque
temporis, e in ciascun caso » . — valde amabimus, traduci con la parola «
egoisti ». — est enim, qui bisogna riferirsi a valde amabimus, che nella
traduzione perciò va tenuto ultimo, e supplire questo pensiero: € giacché è pur
troppo tanto comune Teguùmo, dovechè... ». — 30. quamquam qui è correttivo
(limitativo) del concetto difficilis cura rerum alienarum : « quantunque a dir
la verità... » ; e si connette con ciò che precede e non con ciò che segue: se
volessimo unirlo con ciò che Cicerone, De Offici is* coni ni. da R. Sabbadini,
2" ediz. 2 18 M. TULLI CICERONIS Terentianus ille Chremcs 4 h umani ni hi
1 a se alienum p u t a t '; sed tamen, quia magis ea percipimus atque sentimus,
quae nobis ipsis aut prospera aut adversa eveniunt, quam illa r quae ceteris,
quae quasi longo intervallo interiecto videmus r aliter de illis ac de nobis
iudicamus. Quocirca bene praeci- piunt, qui vetant quicquam agere, quod dubites
aequum sit an iniquum. Àequitas enim lucet ipsa per se, dubitatio cogitatio-
nem significat iniuriae. 31 IO. Sed incidunt saepe tempora, cum ea, quae maxime
videntur digna esse iusto homine eoque, quem virum bonum diciraus, commutantur
fiuntque contraria, ut reddere deposi- tarci, facere proraissum; quaeque
pertinent ad veritatem et ad fidem, ea migrare interdum et non servare fit
iustum. Referr* enim decet ad ea, quae posui principio, fundamenta iustitiae,
primum ut ne cui noceatur, deinde ut communi utilitati ser- i viatur. Ea cum tempore commutantur,
commutatur officium et B2 iwn semper est idem. Potest enim accidere promissum
aliquod et conventum, ut id effici sit inutile vel ei, cui promissum sit r vel
ei, qui promiserit. Nam si, ut in
fabulis est, Neptunus, segue, potremmo spiegarlo: te sia^ pure che...», «e
abbia pur ragione di credere...». — Terentianus, nell 1 Hautontimorumenos («il
punitor di sé stesso ») di Terenzio v. 77 Cremete rimproverato di immischiarsi
nelle faccende altrui, risponde: homo sum; humani nil a me alienum puto. 1
moderni citando questo verso gli attribuiscono una significazione più elevata,
umanitaria. — percipimus, sentimus, tfaxepov Tcpóxepov. — quae prospera aut
adversa eveniunt, traduci con due sostantivi. — longo in- tervallo interiecto,
traduci con una frase avverbiale, omettendo il part. in- leriecto* — quod, « di
cui », « intorno a cui ». — significat « rivela ». 31. tempora cum o tempora
quibus, strutture egualmente usate; così in italiano «circostanze in cui », o
«circostanze che...» — eoque, que esplicativo si omette nella traduzione. —
virum, si sopprime nella tradu- zione. — bonum, § 20. — facere proìnissum, non
« fare », ma « adem- piere » ; a « fare una promessa» corrisponde semplicemente
promittere. — quae pertinent ad, risolvi coi sostantivo «esigenze». —
veritatem, in senso soggettivo, § 23. — migrare, qui è transitivo; una certa
analogia ha il doppio uso dell'italiano « saltare ». — principio, §§ 20, 22. —
fun- damenta, «massime fondamentali». — 32. accidere - ut = accidere- promissum
aliquod eiusmodi, ut — inutile, « dannoso ». — in fabulis, noi diciamo « nella
mitologia » ; Teseo aveva chiesto tre grazie a suo padre Posidone (Nettuno): di
tornare illeso dall' inferno (donde andò a trarre Proserpina), di uscire dal
Labirinto (ove uccise il Minotauro) e la morte di Ippolito (Fedra, moglie di
Teseo, aveva tentato di sedurre il casto DE OFFICIIS, I, 10, 31—33 19 quod
Theseo promiserat, non fecisset, Theseus Hippolyto filio non esset orbatus; ex
tribus enim optatis, ut scribitur, hoc erat tertium, quod de Hippolyti interitu
iratus optavit; quo impe- trato in maximos luctus incidit. Nec promissa igitur
servanda sunt ea, quae sint iis, quibus proiniseris, inutilia, nec, si plus
tibi ea noceant quam illi prosint, quoi promiseris, contra offici um est maius
anteponi minori; ut, si constitueris cuipiam te advo- catum in rem praesentem
esse venturum atque interim graviter aegrotare filius coeperit, non sit contra
officium non facere, quod dixeris, magisque ille, cui promissum sit, ab officio
discedat, si se destitutum queratur. Iam illis promissis standum non esse quis
non videt, quae coactus quis metu, quae deceptus dolo pro- miserit? quae quidem
pleraque iure praetorio liberantur, non nulla legibus. Existunt etiam saepe
iniuriae calumnia quadam et nimis cai- 33 lida [sed malitiosa] iuris
interpretatione. Ex quo illud ' sum- mum ius summa i ni uria' factum est iam
tritum sermone proverbium. Quo in genere etiam in re publica multa pec- cantur,
ut ille, qui, cum triginta dierum essent cum hoste figliastro Ippolito; avutone
rifiuto, lo accasò presso Teseo, che ne chiese a Nettano la morte; dopo
riconobbe la sua innocenza. Quest'azione è svi- luppata nell'Ippolito di
Euripide). — optatis, «domande, grazie». — tertium (optatum) optavit, come più
sotto promissa promittere. — quod — optavit, risolvi Hippolyti interitus, quem
optavit. — si plus - prosint, ognun vede quanto sia elastica e sdrucciolevole
questa teoria. quoi = cui» — maius scil. officium. — ut si, « supponi per es. »
; dopo coeperit nella traduzione metti due punti. — advocatum - venturum,
originaria- mente significava « venire sopra luogo a vedere una cosa » ; poi
< compa- rire a una causa in tribunale > , perchè in principio la causa
si trattava sul luogo, dov'era l'oggetto in questione; qui puoi tradurre «
assistere come avvocato ». — sit, « sarebbe ». — magisque, traduci que con «
anzi ». — stare con V ablativo significa propriamente « perseverare » . — iure
praetorio, ogni pretore nelPassumere il proprio ufficio proclamava gli edicta,
secondo i quali egli intendeva regolare la sua amministrazione; il pretore così
aveva l'autorità di risolvere, con la scorta del buon senso e della rettitudine
naturale, quei casi che non erano considerati nel codice civile. Gli edicta
costituivano il ius praetorium. — liberantur, liberare da ogni obbligazione
morale, cioè < annullare ». SS. existunt, § 13. — calumnia, « pedanteria,
scrupolosità » ; calumnia et interpretatione = calumniosa interpretatione. —
callida, « sottile » . — summum « estremo » . — ius, iniuria, spiega, per avere
la medesima cor- rispondenza etimologica, < giustizia, ingiustizia » . — quo
in genere = cuius generis peccata. — in re publica, « in politica ». — ut ille,
« come 20 M. TULLI CICEROMS indutiae factae, noctu populabatur agros, quod
dierum essent pactae, non noctiurn indutiae. Ne noster quidern probandus, si
veruni est Q. Fabium Labeonem seu quem alium (nihil enim habeo praeter auditum;
arbitrun» Nolanis et Neapolitanis de finibus a senatu datum, cura ad locum
venisset, cum utrisque separati m locutum, ne cupide quid agerent, ne
appetenter, atque ut regredi quam progredì mallent. Id cum utrique fecissent,
aliquantuiu agri in medio relictum est. ltaque illorum fines sic, ut ipsi
dixerant, terminavit; in medio relictum quod erat, populo Romano adiudicavit.
Decipere hoc quidem est, non iudicare. Quocirca in omni est re fugienda talis
sollertia. 11. Sunt autem quaedam officia etiam adversus eos ser- vando, a
quibus iniuriam acceperis. Est enim ulciscendi et pu- niendi modus; atque baud
scio an satis sit eum, qui lacessierit, ini uri ae suae paenitere, ut et ipse
ne quid tale posthac et ceteri 34 sint ad iniuriam tardiores. Atque in re
publica maxime cob- servanda sunt iura belli. Nam cum sint duo genera
decertandi, unum per disceptationem, alterum per vim, cumque illud pro- prium
sit hominis, hoc beluarum, confugiendum est ad poste- 35 rius, si uti non licet
superiore. Quare suscipienda quidem bella sunt ob eam causam, ut sine iniuria
in pace vivatur, parta fece quel tale » . Questa è l'astuzia adoperata dal re
spartano Cleomene contro gli Argivi. — ne noster q. probandus, si verum est
Labeonem, anacoluto; la struttura regolare sarebbe: ne noster quidem probandus
(si verum est), sive is Labeo seu quis alius futi, qui... locutus est... Nella
traduzione puoi spezzare il periodo, facendo punto dopo auditum e attac- cando
così: arbiter... datus... locutus est. — Labeone fu console nel 183 av. Cr„ —
nihil habeo (= scio) praeter auditum = nihil scio praeter - quam quod id
audivi, « non so altra testimonianza che questa, di averlo udito raccontare »,
« ne parlo solo per averlo inteso ». — locum scil. con- stitutum. — cupide,
appetenter, traduci con due aggettivi, p. e. « avidi, ambiziosi». — atque,
«ma». — id cum - adiudicavit , qui si passa dall'orafo obliqua all'orafo recta.
— re, non spiegare € cosa ». — sol- lertia, « sottigliezza », come caìumnia.
Sunt autem, si apre la via a parlare dei doveri che bisogna osservare verso un
nemico pubblico. — haud scio an, « forse » ; nesso affine a vi- dendum est 9 ne
§ 28. — eum qui lacessierit, risolvi' con un sostantivo. — ne quid tale, nesso
frequente senza verbo, suppl. faciat. — 34. cum sint duo .... cumque, traduci,
« dei due essendo ». — per discepta- tionem ; disceptatio è l'esposizione dei
motivi prò e contro per risolvere una questione; noi potremmo tradurre € per
via diplomatica » . — 35. con- DE OFFICIIS, I, li, 34-36 21 autem Victoria
conservandi ii, qui non crudeles in bello, non immanes fuerunt. Ut maiores
nostri Tusculanos, Aequos, Volscos, Sabinos, Hernicos in civitatem etiam
acceperunt, at Karthagi- nem et Numantiam funditus sustulerunt; nollem
Corinthum, sed credo aliquid secutos, oportunitatem loci maxume, ne posset
aliquando ad bellum faciendum locus ipse adhortari. Mea quiderry sententia
paci, quae nihil habitura sit insidiarum, seraper est/ consulendum. In quo si
mihi esset obtemperatum, si non op- tumam, at aliquam rem publicam, quae mine
nulla est, habe- remus. Et cum iis, quos vi deviceris, consulendum est, tum ii,
qui armis posi ti s ad imperatorum fidem confugient, quamvis murum aries
percusserit, recipiendi. In quo tantopere apud nostros iustitia eulta est, ut
ii, qui civitates aut nationes de- victas bello in fidem recepissent, earum
patroni essent more maiorum. Àc belli quidem aequitas sanctissime fetiali
populi 36 Romani iure perscripta est. Ex quo intellegi potest nullum bel- lum
esse i us tura, nisi quod aut rebus repetitis geratur aut de- nuntiatum ante
sit et indictum. [Popilius imperator tenebat servandi, «perdonare, graziare». —
ut, «così», § 19. — Tusculanos — Hernicos, dopo aver sostenute guerre con Roma,
questi popoli ebbero la civitas: i Tusculani nel 381 av. Cr., gli Equi nel 304,
i Sabini nel 263, parte dei Volsci (gli Arpinati) nel 188, gli Eniici nel 306.
— nollem, vi ha un certo affetto in questo verbo, che esprimerai così: «
veramente non avrei voluto». — secutos \ sequi esprime il fine che uno si
prefìgge, «prender di mira, avere in vista». — oportunitatem, Corinto era la
chiave del Peloponneso; si aggiunga la sua grande importanza commer- ciale, per
cui dava ombra ai grossi commercianti e banchieri romani. — quae nihil habitura
sit, « che non presenti pericolo di ... ». — semper, anche nelle guerre civili
; qui Cicerone allude alle vive e incessanti pra- tiche da lui fatte per
scongiurare lo scoppio della guerra civile tra Cesare e Pompeo. — - si non, at;
at*in questo nesso = « almeno ». — aliquam, « una ... in qualche modo ». — nulla,
« nemmeno l'ombra ». — quamvis, dal significato quantitativo «per quanto», si
passa al temporale «anche quando ». — aries, una volta che si era adoperato
l'ariete contro le mura, non si dava più quartiere. — in quo, « e in questo
proposito ». — patroni, così gli Emili furono patroni dei Macedoni, gli
Scipioni dell'Africa, i Mar- celli della Sicilia, i Fabi degli Allobrogi. — 36.
aequitas, « il buon andamento » ; si può anche intendere oggettivamente = ius.
— fetiali iure, quando Roma veniva in conflitto con un altro popolo, mandava i
Feziali (il collegio dei Feziali comprendeva venti sacerdoti) a chiedere
riparazione (res repetere). Se non era data entro trentatre giorni, il capo dei
Feziali (pater patratus) gettava una lancia sul confine nemico e la guerra era
dichiarata. Le formole che erano recitate in queste occasioni si leggono in
Livio I 32 e in A. Gellio XVI 4, 1. — Popilius - bello 22 M. TULLI CICERONIS
provinciam, in cuius exercitu Catonis filius tiro militabat. Cum autem Popilio
videretur unam dimittere legionem, Catonis quo- que filium, qui in eadem
legione militabat, dimisit. Sed cum amore pugnandi in exercitu remansisset,
Cato ad Popilium scrip- sit, ut, si eum patitur in exercitu remanere, secundo
eum obliget militiae sacramento, quia priore amisso iure cum hostibus pu- 37
gnare non poterai Adeo summa erat observatio in bello mo- vendo]. M. quidem
Catonis senis est epistula ad M. filium, in qua scribit se audisse eum missum
factum esse a consule, cum in Macedonia bello Persico railes esset. Monet igitur,
ut caveat, ne proelium ineat; negat enim ius esse, qui miles non sit, cum hoste
pugnare. 12. Equidem etiam illud animadverto, quod, qui proprio nomine
perduellis esset, is hostis vocaretur, lenitate verbi rei tristitiam mitigatam.
Hostis enim apud maiores nostros is dicebatur, quem nunc peregrinum dicimus.
Indicant duodecim tabulae: àut status dies cum hoste, itemque: adversus hostem
aeterna auctoritas. Quid ad hanc mansuetudinem addi potest, movendo, qui
abbiamo un'interpolazione, dove è ampliato con qualche va- riazione il racconto
seguente, § 37. Certo Tuna delle due redazioni è spuria; ragioni di lingua e di
sintassi ci obbligano a respingere la prima; tenebat provinciam non è locuzione
latina ; e poi perchè tralascia il nome della provincia? scripsit ut si patitur
obliget nonché costruzione cicero- niana, è barbara; Cicerone avrebbe detto
scripsit ut si pateretur obligaret; sucramentum amittere, beìlum movere non
sono frasi classiche; per adeo enfatico Cicerone adopera di preferenza usque
eo. Le due redazioni si con- traddicono sui tempo dei fatto: l'interpolatore lo
pone al tempo di Popilio Lenate (M. Popilio e suo fratello C. Popilio
combatterono contro i Liguri negli anni 173-172 av. Cr.), Cicerone al tempo
della guerra contro Perse. Non possiamo dire quale di queste due circostanze
sia la vera. — 37. negat, « dice che non ». quod vocaretur, « che con l'esser
chiamato » ; quod qui ha valore di- chiarativo. — hostis enim, Varr. L. L. V 3:
midta verba aliud nunc ostendunt, aliud ante signi ficabant, ut hostis; nam tum
eo verbo dice- bant peregrinum, qui suis ìegibus uteretur, nunc dicunt eum,
quem tum dtcebant perduellem. Dall'idea di «forestiero» fu facile il passaggio
a quella di < nemico». — indiennt, « ne fan prova ». Nelle due leggi qui citate
dalle dodici tavole hostis ha il valore di peregrinus. — status dies (noi
diremmo « giorno di comparsa ») vocatur qui iudicii causa est constitutus cum
peregrino (Pesto). — auctoritas esprime il diritto di recla- mare per sé un
proprio possesso; trascorso un certo termine, per prescrizione quel diritto si
perdeva verso un cittadino romano, ma rimaneva sempre in vigore verso un
peregrinus; puoi tradurre « diritto di azione ». — potest, de officiis, i, 11 -
12, 37—38 23 eura, quicum bellum geras, tani molli nomine appellare? Quam- quam
id nomen durius effecit iam vetustas; a peregrino enim recessit et proprie in
eo, qui arma contra ferret, reraansit. Cum 38 vero de imperio decertatur
belloque quaeritur gloria, causas omnino subesse tamen oportet easdem, quas dixi
paulo ante iustas causas esse bellorura. Sed ea bella, quibus imperii pro-
posta gloria est, rainus acerbe gerenda sunt. Ut enim cum civi aliter
contendimus, si est inimicus, aliter, si competitor (cura altero certamen
honoris et dignitatis est, cum altero capitis et famae), sic cum Celtiberis,
cum Cimbris bellum ut cum ini- micis gerebatur, uter esset, non uter imperaret,
cum Latinis, Sabinis, Samnitibus, Poenis, Pyrrho de imperio dimicabatur. Poeni
foedifragi, crudelis Hannibal, reliqui iustiores. Pyrrhi quidem de captivis
reddendis illa praeclara: Nec mi aurum posco nec mi pretium dederitis, Nec
cauponantes bellum, sed belligerantes, Ferro, non auro vitam cernamus utrique.
Vosnevelitanme regnare era,quidveferatFors, Virtute experiamur. Et hoc simul
accipe dictum: Quorum virtutei belli fortuna pepercit, nella traduzione metti V
interrogativo dopo potest e un ammirativo dopo appellare; questo infinito è
usato un pò 1 liberamente ; si può considerare come apposto di liane
mansuetudinem. — quamquam, § 30. — 38. tamen, « anche allora ». — ea, « tali »
. — quibus proposita est , € che hanno per scopo ». — civi, forma rara di
ablat. invece di cive. — inimicus, competitore altero, altero, chiasmo. —
Celtib., Cimbris, infatti i Celtiberi (a Numanzia) e i Cimbri furono distrutti
dai Romani. — bellum gere- batur, supplisci questo pensiero: « trattandosi di
decidere». — Poeni — Hannibal, la solita accusa mossa ai Cartaginesi, che qui
sta in certo qual modo a giustificare i Romani della distruzione di Cartagine.
— illa, la risposta di Pirro ai messi romani, che erano andati a riscattare i
prigio- nieri di guerra. A pparteneva al lib. VI degli Annàles di Ennio. I
versi sono esametri. — mi, forma contratta di tniki, come nil di nihil. — de-
deritis, penultima lunga, accento originario. — nec cauponantes, bellige-
rantes, < far la guerra non da mercanti ma da soldati », oppure « non
trafficar la guerra ma combatterla > . — vitam cernamus = de vita decer-
namus. — velit, l'ultima vale per lunga, com'era originariamente; nel periodo
posteriore diventò breve. — era (hera) va unito con Fors. — accipe, si rivolge
a Fabricio, capo dell'ambasciata. — virtutei, forma an- (P*? 21 M. TULLI
CICEROMS Eorundem libertati me parcere certum est. Dono ducite doque volentibus
cum magnis dis. Regalis sane et digna Aeacidarum genere sententia. 39 13. Àtque
etiam si quid singuli temporibus adducti hosti promiserunt, est in eo ipso
fides conservanda, ut primo Punico bello Regulus captus a Poenis cum de capti
vis commutandis Roraam missus esset iurassetque se rediturum, priraura, ut
venit, captivos reddendos in senatu non censuit, deinde, cum retine- retur a
propinquis et ab amicis, ad suppliciura redire maluit 41 quam fidem hosti datam
fallere. Ac de bellieis
quidem officiis satis dictum est. Meminerimus autem etiam adversus intimos
iustitiam esse servandam. Est autem infima condicio et fortuna servorum, quibus
non male praecipiunt qui ita iubent uti ut mercennariis: operam exigendam,
iusta praebenda. Cum autem duobus modis, id est aut vi aut fraude, fiat
iniuria, fraus quasi vulpeculae, vis leonis videtur; utrumque homine
alienissimum, sed fraus odio digna maiore. Totius autem iniustitiae nulla
capitalior quam eorum, qui tum, cum maxime fallunt, id agunt, ut viri boni esse
videantur. De iustitia satis dictum. tica di dativo.
— eorundem, trisillabo per sinizesi. — me certum est, « è mia ferma intenzione
». — dono, dativo che si unisce a ducite come si dice dono dare, dono mittere
alicui; doque rafferma la buona inten- zione ch'egli ha di donarli, < che io
ve li do ». — volentibus - dia, forinola di buon augurio; l'ultima di
volentibus è breve, perchè Ys finale nel periodo arcaico non faceva posizione
con la consonante seguente. — Aeacidarum, Pirro si faceva discendere da Pirro
figlio di Achilie, figlio di Peleo, figlio di Eaco. 39. ut, « così » ; metti
punto dopo conservando. Questo esempio è ampiamente discussa nei III 99 sgg. —
iurassetque, «dopo di aver giurato ». 40. Si omette il § 40, perchè dato solo
dai codici della classe X. 41. infima, la più umile. — servorum, « quella dei
... ». — quibus ... qui, bell'esempio di intrecciamento dei pronomi relativi
{quibus dipende da uti); risolvi così: nec male praecipiunt qui iis ita ... —
exigendam, prae- benda, dipendono da un verbum putandi incluso in iubent. —
iusta, più comprensivo, che se non fosse mercedem. — cum - modis, spiega « due
poi sono i modi ... », mettendo due punti dopo iniuria. — totius, « di tutte le
SDeeie di ... » — autem, « ma ». — tum (« appunto allora ») nella tra- duzione
»a legato con id agunt. DB 0FFICI1S, I, 13 — 14, 3 ( J— 44 2) 14. Deinceps, ut
erat propositum, de beneficentia ac de 42 liberalitate dicatur, qua quidera
nihil est naturae hominis ac- commodatius, sed habet multas cautiones. Videndum
est enim, primum ne obsit benignitas et iis ipsis, quibus benigne vide- bitur
fieri, et ceteris, deinde ne maior benignitas sit quam fa- cultates, tum ut prò
dignitate cuique tribuatur; id enim est iustitiae fundamentum, ad quam haec
referenda sunt omnia. Nani et qui gratificantur cuipiam, quod obsit illi, cui
prodesse velie videantur, non benefici neque liberales, sed perniciosi ad-
sentatores iudicandi sunt, et qui aliis nocenl, ut in alios li- berales sint,
in eadem sunt iniustitia, ut si in suam rem aliena convertant. Sunt autem multi,
et quidem cupidi splendoris et 43 gloriae, qui eripiunt aliis, quod aliis
largiantur, iique arbi- trantur se beneficos in suos amicos visum iri, si
locupletent eos quacumque ratione. Id autem tantum abest ab officio, ut nihil
magis officio possit esse contrarium. Videndum est igitur, ut ea liberalitate utamur, quae
prosit amicis, noceat nemini. Quare
L. Sullae, C. Caesaris pecuniarum translatio a iustis do- minis ad alienos non
debet liberalis videri; nihil est enim li- berale, quod non idem iustum. Alter
locus erat cautionis, ne 44 42» Entra a parlare della beneficentia, per la
quale propone tre restri- zioni ; nella terza restrizione si deve tener conto
del carattere § 46, del- l'amicizia § 47, della gratitudine §§ 47-49, dei
rapporti personali §§ 50-58. Infine conchiude che in tutti questi precetti
bisogna aver riguardo alle circostanze speciali. — deinceps e non mai deinde in
Cicer. nel passaggio da un argomento all'altro. — habet, « porta con sé, va
circondato di ... > — cantiones, non e cauzione, garanzia » , ma (id quod
cacete oportet) «cautela». — primum, deinde, tum, « primo, secondo, terzo ... »
— ne et -et, rarissimo in una proposizione negativa invece di ne aut-aut —
benigne fieri, costruito come satin fieri. — dignitate, « meriti ». — nam, «anzitutto,
infatti...». — videantur, congiuntivo, perchè esprime ciò solamente che è nella
loro intenzione. — aliis, alios, « questi, quelli ; gli uni, gli altri ». — 43.
sunt qui eripiunt, insolito invece del con- giuntivo. — quod, « per » . —
iique, metti punto e virgola dopo largiantur e sopprimi l'enclitica que nella
traduzione. — quacumque, è raro in Cice- rone l'uso del pronome relativo
quicumque per l'indefinito quilibet. — vi- dendum est = curandum est. — noceat,
« senza ...» — quare, aggiungi « per es ». — Sullae, Caesaris, asindeto, perchè
si tratta di esempi, che potrebbero essere moltiplicati. Siila distribuì ai
suoi soldati le terre con- fiscate ai proscritti e Cesare le terre della
Campania. Schiva nella tradu- zione il doppio genitivo Caesaris pecuniarum. —
liberale, iustum, traduci con due sostantivi e quod non idem con « senza ». —
44. alter locus 25 M. TULLI CICERONIS benignitas maior esset quam facultates,
quod, qui benigniores volunt esse, quam res patitur, primum in eo peccant, quod
iniu- riosi sunt in proximos; quas enim copias his et suppeditari aequius est
et relinqui, eas transferunt ad alienos. Inest autera in tali liberalitate
cupiditas plerumque rapiendi et auferendi per iniuriam, ut ad largiendum
suppetant copiae. Videre etiam licet plerosque, non tam natura liberales quam
quadam gloria ductos, ut benefici videantur, facere multa, quae proficisci ab
ostentatone magis quam a voluntate videantur. Talis autem simulatio vanitati
est coniunctior quam aut liberalitati aut bo- 45 nestati. Tertium est
propositum, ut in beneficentia dilectus esset dignitatis; in quo et mores eius
erunt spectandi, in quem beneficium conferetur, et animus erga nos et
communitas ac societas vitae et ad nostras utilitates officia ante conlata ;
quae ut concurrant omnia, optabile est; si minus, plures causae ma- ioresque
ponderis plus habebunt. 46/ 15. Quoniam autem vivitur non cum perfectis
hominibus planeque sapientibus, sed cum iis, in quibus praeclare agitur si sunt
simulacra virtutis, etiam hoc intellegendum puto, ne- minem omnino esse
neglegendum, in quo aliqua significatio vir- tutis appareat, colendum autem
esse ita quemque maxime, ut quisque maxime virtutibus his lenioribus erit
ornatus, modestia, cautionis = altera cautìo. — erat, ne esset, con l'imperfetto
Cic. si rife- risce alla divisione fatta precedentemente § 42; nella traduzione
adoprerai il presente. — quod ... primum ... inest autem ... videre etiam
(anacoluto), per connettere questo periodo, bisognerebbe nella traduzione
sopprimere quod e costruire cosi : e peccano in primo luogo di ingiustizia ...
, in se- condo luogo di cupidigia ..., in terzo luogo di ambizione » (gloria
inteso soggettivamente); provati a farlo. — proximos, contrario, di alienos. —
a voluntate, e dal cuore», «da schietto sentimento». — simulatio == ostentatio.
— vanitati, « impostura ». — 45. tertium est propo- situm = tertia cautìo est
proposito. — dignitatis, § 42 dignitate. — com- munitas — vitae, « i rapporti
sociali » . — quae, traduci con un sostantivo, « motivi » . 46. Quoniam —
etiam, risolvi in « siccome — così » . — vivitur, qui vivere significa le
relazioni della vita, perciò puoi tradurre < aver contatto nella vita». — in
quibus -si sunt, intreccio, che si risolverebbe in: quibuscum praeclare agitur,
si in iis sunt ; in italiano puoi rendere così : « nei quali è già molto
trovare ... » . — significatio, come simulacra. — autem, « ma ». — lenioribus
(cioè quae pertinent ad mansuetudinem mo- rnìii ac facilitatem II 32), «miti»,
in contrapposizione al fortis animus. de officiis, i, 14 — 15, 45 — 48 27
temperanza, hac ipsa, de qua multa iam dieta sunt, iustitia. Nani fortis animus et magnus in
homine non perfecto nec sa- piente ferventior plerumque est, illae virtutes
bonum virum videntur potius attingere. Atque haec in moribus. De benivolentia
autem, quam quisque habeat erga nos, pri- 47 munì illud est in officio, ut ei
plurimum tribuamus, a quo plurimum diligamur, sed benivolentiam non
adulescentulorum more ardore quodam amoris, sed stabilitate potius et
constantia iudicemus. Sin erunt merita, ut non ineunda, sed referenda sit
gratia, maior quaedam cura adhibenda est: nullum enim offi- cium referenda
gratia magis necessarium est. Quodsi ea, quae 48 utenda acceperis, maiore
mensura, si modo possis, iubet reddere Hesiodus, quidnam beneficio provocati
facere debemus? an imi- tari agros fertiles, qui multo plus efferunt quam
acceperunt? Ktenim si in eos, quos speramus nobis profuturos, non dubi- tamus
officia conferre, quales in eos esse debemus, qui iam profuerunt? Nam cum duo genera liberalitatis sint, unum dandi
beneficii, alterum reddendi, demus necne, in nostra potestate — fortis animus
et magnus, si traduca con due sostantivi astratti. — sapiente e sapienti,
doppia forma di ablativo. — ferventior, rendi il com- parativo con un € troppo
». — in moribus suppl. servanda sunt. oppure dicenda erant; in qui significa «
in proposito dei ... ». 47- De benivolentia, questa costruzione sta
indipendente dal resto del periodo; noi diremmo « quanto alla ...» ; <
venendo a parlare della ... ». — quisque, puoi renderlo col « si » impersonale
(come è spesso il caso con l'indefinito quis, eguale all'italiano e altri »). —
habeat, potenziale. — primum, tanto aggettivo (= praecipuum), quanto avverbio.
— quodam, questo pronome in italiano si risolve spesso in un aggettivo (p. es.
est in ilio quaedam gloriae cupiditas t «non comune, straordinaria » e simili);
qui puoi risolvere in «passeggero». — sin, qui è eguale ai semplice si. —
merita suppl. eiusmodi. — referenda gratin, unico esempio nella lingua latina
di un simile ablat. comparativo, sul quale ebbe qualche in- fluenza la frase
precedente referenda sit gratia ; regolarmente si doveva dire quam referre
gratiam oppure relatione gratiae ; ma reìatio gratiae comparisce per la prima
volta solo in Seneca Epist. 74, 13. — 48. He- siodus, "EpY- Kal 'H.
349-350 e0 \xtv n€Tp€io*9ai -rrapà yeiTOvoq, eO ò' àiro- òoOvai || aÙTuj tlù
jnérpip xai Xubiov, al ke òùvr|ai («fatti prestare dal tuo vicino e poi
rendigli con la stessa misura, e anche più abbondante- mente, se potrai »). —
an imitari, « che altro, se non imitare » ...; questo an si risolve in nonne. —
dubitami**, «esitiamo». — quales, in italiano si aggiunge « non ». —
demut-licet, un nostro proverbio popolare esprime sotto altra forma un concetto
analogo : « salutare è cortesia, ri- 28 M. TULLI CICEUOMS est, non recidere
viro bono non licet, modo id facere possit siue 49 iniuria. Acceptorum autera
beneficiorura sunt dilectus habendi, nec dubium, quin maximo cuique plurimum
debeatur. In quo tamen in primis, quo quisque animo, studio, beniyolentia fe-
cerit, ponderandum est. Multi enim faciunt multa temeritate quadam sine iudicio
vel morbo in omnes vel repentino quodam, quasi vento, impetu animi incitati;
quae beneficia aeque magna non sunt habenda atque ea, quae iudicio, considerate
constan- terque delata sunt. Sed in collocando beneficio et in referenda
gratia, si cetera paria sunt, hoc maxume offici est, ut quisque raaxume opis
indigeat, ita ei potissimum opitulari ; quod contra fit a plerisque; a quo enim
plurimum sperant, etiamsi ille iis non eget, tamen ei potissimum inserviunt. 50
16. Optime autem societas hominum couiunctioque serva- bitur, si, ut quisque
erit coniunctissimus, ita in eum benigni- tatis plurimum conferetur. Sed quae
naturae principia sint com- munitatis et societatis huraanae, repetendum
videtur altius; est enim primum, quod cerni tur in universi generis humani so-
cietate. Eius autem vinculum est ratio et oratio, quae docendo discendo,
coramunicando disceptando iudicando conciliat inter se homines couiungitque
naturali quadam societate; neque ulla re longius absumus a natura ferarum , in
quibus inesse forti- tudinem saepe dicimus, ut in equis, in leonibus,
iustitiam, ae- spondere è obbligo » . — modo - iniuria, puoi risolvere modo ne
id facere iniuria sit. — 49. maximo (scil. beneficio) cuique plurimum, spiega «
quanto più ... tanto più ... >. — in quo tamen, « qui però ». — teme- ritate
quadam, « a caso » . — morbo è la malattia cronica e impetu l'as- salto
improvviso, l'accesso. — in omnes va con morbo incitati, — iudicio, « a mente
fredda » . — constanter , « con perseveranza » . — collocando, come si fa di un
capitale. — si cetera paria sunt, « a condizioni pari ». — quod contra (=
aliter), risolvi nella traduzione con « laddove ac- cade il contrario ». — a
quo plurimum -ei potissimum, « quanto più ... tanto più ». 50. Optime
servabitur, si, traduci e il miglior modo per è ». — societas coniunctìoque,
risolvi l'uno dei due sostantivi in aggettivo, p. e. « legami sociali » . —
naturae, traduci con l'aggettivo « naturale » . — enim è qui particella di
entrata in argomento; si sopprime nella tra- duzione. — primum scil.
principium, e il primo è quello che...», cioè «il primo è il fatto stesso
(naturale) della società universale umana ». — quadam societate,
«associazione». — non, traduci «ma non », sop- de officiis, i, 15— 1G, 49—52 29
quitatem, bonitatem non dici mus; sunt enim rationis et orationis expertes. Ac
latissime quidem patens hominibus inter ipsos, 51 omnibus inter oranes societas
haec est ; in qua omnium rerum, quas ad comraunem hominum usura natura genuit,
est servanda communitas, ut, quae discripta sunt legibus et iure civili, haec
ita teneantur, ut sit constitutum legibus ipsis, cetera sic obser-' • ventur,
ut in Graecorum proverbio est, amicorum esse com- munia omnia. Omnium autem
communia hominum videntur ea, quae sunt generis eius, quod ab Ennio positum in
una re transferri in permultas potesti Homo, qui erranti cómiter monstràt viam,
Quasi lumen de suo lùmine accendàt, facit. Nihiló minus ipsi lùcet, cum 111 i
accénderit. Una ex re satis praecipit, ut, quicquid sine detrimento com- 52
modari possi t, id tribuatur vel ignoto; ex quo sunt illa com- munia: non
prohibere aqua profluente, pati ab igne ignem capere, si qui veli t, consilium
fidele deli- beranti dare, quae sunt iis utilia, qui accipiunt, danti non
molesta. Quare et his utendum est et semper aliquid ad com- primendo ii secondo
dicimus. — òl. ac latissime patens societas haec est, « e questa è la più vasta
società costituita » . — omnium rerum, qui abbiamo una slegatura ; omnium rerum
trova una limitazione in haec e poi viene ripreso con cetera. Il periodo si
potrebbe racconciare così: in qua ea quae discripta sunt legibus et iure civili
ita teneantur ut est constitutum legibus ipsis, cetera quae ad communem hominum
usum na- tura genuit sic observentur ut in Graecorum proverbio est. Si può
anche conservare lo schema del testo, convertendo in subordinato il termine
quae discripta — legibus ipsis in questo modo: < eccettuando quelle
assegnate per legge (ossia le cose private), le quali devono esser regolate
come ... »; ma non ne esce un periodo chiaro. — ut sit constitutum, ci
aspetteremmo ut est; ma ii congiuntivo è dovuto forso all'attrazione di
teneantur. — amicorum communia, xà twv (piAuuv Koivà. — in una re, « in un
caso, in un esempio speciale » . — homo, questi versi appartenevano a una tra-
gedia, ma non si sa quale. Sono trimetri giambici (~-, — , ~- L , ^-, --£, ^- |
\jsjj. f — f - [suo fa una sillaba sola] -, ^-, — L , **- | w£, v^-, — £, — ,
--£, *>-). — nihilo minus lucei, * né splende meno per questo». — ipsi =
sibL — ex, perchè di lì scaturisce V insegnamento. — detrimenti snppl. «
proprio ». — 52. ex quo (scil. genere) sunt, « in questa categoria entrano ». —
communia, adopera la parola « massime ». — si qui, « chi » . — his scil. bonis
communi bus, < patrimonio comune » . — utendum per non parer superbi,
a/ferendum per non essere egoisti. — / 30 M. TULLI CICERONIS munem utilitatera
afferendum. Sed quoniam copiae parvae sin- gulorum sunt, eorum autem, qui his
egeant, infinita est mul- titudo, vulgaris liberalitas referenda est ad illum
Enni finem : 4 N i h ilo minus ipsi lue et', ut facultas sit, qua in nostros
simus liberales. 53 17. Gradus autem plures sunt societatis hominum. Ut enim ab
illa infinita discedatur, propior est eiusdem genti s, nationis, linguae, qua
maxume homines coniunguntur; interius etiam est eiusdem esse civitatis; multa
enim sunt civibus inter se coni - munia, forum, fana, porticus, viae, leges,
iura, iudicia, suffragia, consuetudines praeterea et familiaritates multisque
cum multis res rationesque contractae. Artior vero colligatio est societatis
propinquorum ; ab illa enim immensa societate humani generis 54 in exiguum
angustumque concluditur. Nam cum sit hoc natura commune animantium, ut habeant
lubidinem procreandi, prima societas in ipso coniugio est, proxima in liberis,
deinde una domus, communia omnia; id autem est principium urbis et quasi
seminarium rei publicae. Sequuntur fratrum coniunctiones T post consobrinorum
sobrinorumque, qui cum una domo iam capi non possint, in alias domos tamquam in
colonias exeunt. Se- quuntur conubia
et adfinitates, ex quibus etiam plures propinqui ; quae propagatio et suboles
origo est rerum publicarum. San- guinis autem coniunctio et benivolentia
devincit homines et 55 cari tate; magnum est enim eadem habere monumenta
maiorum, eisdem uti sacris, sepulcra habere communia. paroae, predicato, va con
sunt. — vulgaris scil. quae omnibus gratifi- ca tur. — finem, « punto, passo »
. — qua simus, perifrasi del gerundio genitivo che manca: < di essere ». 53. eiusdem gentis, < quella della medesima ... ».
— interius = interior societas. — res - contractae , « interessi e rapporti
reciproci » . — vero, < ancora » . — concluditur, « si restringe » . — 54.
una domus, com- munia omnia, avrebbe dovuto continuare in unitale domus, in
communi- tate omnium rerum ; ma Cicerone non usa la parola unitas. —
seminarium, «semenzaio». — sobrini, i figli dei consobrini. — et adfinitates,
come conseguenza dei conubia. — suboles, conseguenza della propagatio; tra-
ducilo come fosse propagatio subolis. — 55. monumenta, gli elogi degli
antenati, le imagini e simili; qui Cicerone parla dell'aristo- crazia. —
sacris. le famiglie avevano il loro culto gentilizio (sacra gen- tilicìa). de
officiis, i, 17, 53— 5S 31 Sed omnium societatum nulla praestantior est, nulla
firmior, quam cum viri boni moribus similes sunt familiaritate con- iuncti;
illud enim honestum, quod saepe dicimus, etiam si in alio cernimus, tamen nos
movet atque illi, in quo id inesse videtur, amicos facit. Et quamquam omnis virtus nos ad
se 56 adlicit facitque, ut eos diligaraus, in quibus ipsa inesse videatur,
tamen iustitia et liberalitas id maxime efficit. Nihil autem est amabili us nec
copulati us quam morum similitudo honorum; in quibus enim eadem studia sunt,
eaedem voluntates, in iis fit ut aeque quisque altero delectetur ac se ipso,
efficiturque id, quod Pythagoras vult in amicitia, ut unus fìat ex pluribus^ t
Magna etiam illa communitas est, quae conficitur ex beneficiis ultro et citro
datis acceptis, quae et mutua et grata dum sunt, inter quos ea sunt, firma de
vinci untur societate. Sed cum omnia
ratione animoque lustraris, omnium socie- 57 tatuili nulla est gravior, nulla
carior quam ea, quae cum re publica est uni cuique nostrum. Cari sunt parentes,
cari liberi, propinqui, familiares, sed omnes omnium caritates patria una
complexa est, prò qua quis bonus dubitet mortem oppetere, si ei sit profuturus?
Quo est detestabilior istorum immanitas, qui lacerarunt omni scelere patriam et
in ea funditus delenda oc- cupati et sunt et fuerunt. Sed si contentio quaedam
et coni- 58 paratio fiat, quibus plurimum tribuendum sit offici, principes quam
cum viri, spiega < di quella degli ... », sopprimendo sunt. — etiam si (= si
etiam) — tamen; qui tamen conserva il suo valore etimo, logico dimostrativo:
tamen da tam, femminile di tum\ perciò si risolve: cum etiam in alio cemimus,
tum, « quando lo vediamo anche in altri, allora > . — movet, « tocca » . —
facit, « rende » . — 56. et quam- quam - efficit , per la traduzione risolvi
così il periodo : omnis virtus, sed maxime iust. et liberal, nos ad se adlicit
- videatur. — facit ut, noi traduciamo < f a > con l'infinito. — nihil, adopera
il sostantivo e legame». — copulatius, in significato attivo. — firma = vi
firma. — devinciuntur, traduci con l'attivo. 57. cum lustraris, nulla est,
supplisci nella traduzione, dopo lustraris, un e vedrai che »; queste non sono
ellissi grammaticali, ma brachilogie di pensiero, provenienti in parte dalla
paratassi primitiva. — cari, cari, caritates, adopera anche nella traduzione
tre parole di una medesima ra- dice. — complexa est = complexa tenet. — quis
bonus, « evvi onest'uomo che ... » — occupati, « tutt 1 intesi ». — sunt, quali
Marcantonio e i suoi partigiani; fuerunt, quali i Gracchi, Catilina, Clodio,
Cesare. — 58. si, « se vogliamo > ; risolvi contentio e comparalo in due
verbi. — principes, ■32 M. TULLI CICERONIS t c sint patria et parentes, quorum
beneficiis maximis obligati su- mns, proximi liberi totaque domus, quae spectót
in nos solos neque aliud ullum potest habere perfugium, deinceps bene con-
venientes propinqui, quibuscum communis etiam fortuna pie- rumque est. Quam ob
rem necessaria praesidia vitae debentur iis maxime, quos ante dixi, vita autem
victusque communis, Consilia, sermones, cohortationes, consolationes, interdum
etiam obiurgationes in amicitiis vigent maxime, estque ea iucundis- l^ima
amicitia, quam similitudo morum coniugavit. 59 18. Sed in bis omnibus
officiis tribuendis videndum erit, quid cuique maxime necesse sit, et quid
quisque vel sine nobis aut possit consequi aut non possit. Ita non idem erunt
necessitudinum gradus, qui temporum ; suntque officia, quae aliis magis quam
aliis debeantur; ut vicinum citius adiuveris in fructibus perci- piendis quam
aut fratrem aut familiarem, at, si lis in iudicio sit, propinquum potius et
amicum quam vicinum defenderis. Haec igitur et talia circumspicienda sunt in
omni officio et consue- tudo exercitatioque capienda, ut boni ratiocinatores
officiorum esse possimus et addendo deducendoque videre, quae reliqui 60 surama
fiat, ex quo, quantum cuique debeatur, intellegas. Et ut nec medici nec imperatores nec oratores,
quamvis artis prae- cepta perceperint, quicquam magna laude dignum sine usu et
proximi, deinceps, « in primo luogo, in secondo luogo, in terzo luogo » . —
bene convenire, « essere in buona armonia » . — necessaria pr. vitae com-
pendia la vita materiale; quel che segue, vita autem etc, compendia la vita
morale. — vita victusque communis = vitae communi tas. — vigent maxime, «
trovano il loro massimo alimento » . 59. tribuendis, spiega coi verbo
«adempiere». — vel «anche». — gradus, il grado, il posto che una persona o una
cosa occupa in ordine alla sua importanza si risolve nel « riguardo » che noi
dobbiamo ad essa avere. — temporum, « circostanze ». — ut, § 19. — adiuveris,
defenderis, «aiuteresti...»; congiuntivi potenziali, come habeat § 47. — haec-
circumspicienda, si tragga dal verbo circumspicere un sostantivo, p. es., «
considerazioni, distinzioni » e simili, e si formi una frase con un verbo
generico « avere, fare » e simili. Così molte frasi latine si risolvono con
nomi astratti, dei quali è tanto ricco l'italiano (p. es. hoc animadver- tendum
est « bisogna fare questa considerazione » ; hoc videndum est « bisogna avere
questo riguardo » ; hoc cavendum est « bisogna msare questa cautela » ). —
consuetudo exercitatioque capienda, risolvi con la frase « acquistare il senso
pratico » . — ratiocinatores, conserva la medesima metafora. — 60- tradantur
ilìa quidem sed, se vuoi rendere la de ofpiciis, i, 18, 59—61 33 exercitatione
consequi possunt, sic officii conservane] i praecepta traduntur ill^ quidem, ut
facimus ipsi, sed rei magnitudo usum quoque exercitationeraque desiderai Atque
ab iis rebus , quae sunt in iure societatis humanae, quem ad modura ducatur ho-
nestum, ex quo aptum est offici uni, satis fere diximus. Intellegendum autem
est, cum proposita sint genera quat- 61 tuor, e quibus honestas officiumque
manaret, splendidissimum videri, quod atfirao magno elatoque humanasque res
despiciente factum sii Itaque in probris maxime in promptu est, si quid tale
dici potest: 4 Vós «nim, iuvenes, ànimum geritis mùliebrem, illa virgo viri '
et si quid eius modi: Salmàcida, spolia sine sudore et sanguine. Contraque in
laudibus, quae magno animo et fortiter excellen- terque gesta sunt, ea nescio
quo modo quasi pleniore ore lau- simroetria al periodo, racconcia così nella
tradazione: quamvis tradantur ... tamen. — ab iis-humanae, « dalle con dizioni
dei vicendevoli rapporti giu- ridici della società umana». — aptum est (nel suo
primitivo significato « è attaccato » ) « dipende » . 61-92. Della fortezza,
terza virtù cardinale. Prima di tutto vien di- mostrato che la fortezza è la
più splendida delle virtù § 61, indi che non bisogna scompagnarla dalla
giustizia §§ 62-63: doversi perciò guardare dal l'abusarne nelle nostre
aspirazioni al potere § 64 e alla gloria § 65. — genera, «elementi». — factum,
«costituito». — in probris e più sotto in laudibus, « in proposito di ..., in
fatto di ... » « trattandosi di ... »; su quest'uso dell'in cfr. § 46 in
moribus. — si quid tale dici potest, ri- solvi tutta la frase in aliquid tale.
— vos ... viri, non si sa di chi sia, né da che luogo sia preso, né a chi si
riferisca questo verso. È un trocaico settenario (tetrametro trocaico
catalettico -£^v^ v^-, 4^-, w- t 6w t ow- f J.^j ì - ; solo nella settima sede
si incontra il trooheo, nelle altre esso fu risolto) ; però enim conta per due
brevi, per la legge delle parole giambiche ; iìla vale per due brevi, per
effetto di pronuncia popolare ; così ille, iste, ipse etc. in Plauto hanno la
prima breve. — si quid = aliquid. — Salmàcida, verso di Ennio (trimetro giambico
-^, -w^ f w^ f --, -■ *i wC s 8 °1° l'ultima sede dà un giambo); si suppone
detto a uno sfrol- lato dalle libidini : « o smidollato, qua le tue spoglie
(frase senza verbo) e risparmia il tuo sudore e il tuo sangue » . — Salmàcida è
vocativo di Salmacides, come Aeacida di Aeacides. Salmacis era una fonte nella
Caria « quam qui bibisset, vitto impudicitiae mollescebat » (Festo); di qui
Salmacides, uomo sfrollato. — nescio quomodo « non si sa come » , « quasi
Cicerone, De Offlciis* oomm da R. Sabbadini, 2 a ediz. 34 M. TULLI ClChROMS
damus. Hinc rhetorum campus de Marathone, Salamine, Plataeis T Thermopylis,
Leuctris, hinc noster Cocles, hinc Decii, hinc Cn. et P. Scipiones, hinc M.
Marcellus, innuoierabiles alii; maxi- meque ipse populus Romanus animi magnitudine
excellit. De- claratur autem
studium bellicae gloriae, quod statuas quoque videmus ornatu fere militari. 62
19. Sed ea animi elatio, quae cernitur in periculis et la- boribus, si iustitia
vacat pugnatque non prò salute communi, sed prò suis commodis, in vitio est;
non modo enim id virtutis non est, sed est potius immanitatis omnem humanitatem
repel- lentis. Itaque probe definitur a Stoicis fortitudo, cum eam vir- tutem
esse dicunt propugnantem prò aequitate. Quocirca nemo, qui fortitudinis gloriam
consecutus est insidiis et malitia, lau- dem est adeptus; nihil enim honestum
esse potest, quod iustitia 63 vacat Praeclarum igitur illud Platonis: 'Non',
inquit, 4 so- lum scientia, quae est remota ab iustitia, callidi- tas potius
quam sapientia est appellanda, veruni etiam animus paratus ad periculum, si sua
cupidi- tate, non utilitate communi impellitur, audaciae a nostra insaputa ». —
hinc suppl. nascitur, est o simili = huc pertineL — rhetorum campus è il locus
communis dei retori, noi potremmo dire: « ed ecco i retori coi luoghi comuni su
Maratona » etc. — Marathone ... Leuctris,
tutti luoghi famosi per battaglie. — hinc noster suppl. est = huc pertinet
noster; puoi continuare così: «e passando ai nostri, ecco Coclite, i Deci ... e
il popolo romano, modello sopra tutti di magnanimità ». — Cocles, il difensore
del ponte contro Porsena. — Decii, due sono i Deci famosi e si immolarono
entrambi per la patria, l'uno nella guerra contro i Latini (340 av. Cr.),
l'altro nella guerra contro gli Etruschi e i Galli (295 av. Cr.). — Cn. et P.
Scip., padre e zio di Scipione Africano mag- giore, caduti entrambi in Spagna
contro Asdrubaie (212 av. Cr.). — M . Marc, il vincitore di Annibale a Nola e
conquistatore di Siracusa. — quod (congiunzione dichiarativa = eo quod)
videmus, «dal vedere». — fere, « quasi sempre, di regola » e simili. 02. suis,
qui ha un significato largo, «individuali». — in vitio = vi- tiosa. — virtutis,
immanitatis, nella traduzione si trattano come nominativi. — cum eam esse
dicunt, si sopprime nella traduzione. — 63. illud Platonis, la prima parte del
pensiero è tradotta dal Menex. p. 246 E ttàoa tmOTr\ixr\ xwpiEojmévr)
òiKaioauvr)<; xaì Tf^ fiX\rj<; àp€Tf|<;, iravoupTta où aoqpia
<paiv€Tai (< ogni scienza disgiunta dalla giustizia e dalle altre virtù
non è sapienza ma furfanteria » ). L'altra parte del pensiero si trova ac-
cennata nel Lach. p. 197 B toOt' 8 ai) KaXelc; àvopcta Kal ol ttoXXoU iyvj
Gpaaéa xaXw (« questi, che tu coi più chiami atti di coraggio, ioli de
officiis, i, 19, 62—65 35 potius nomen habeat quam fortitudinis '. Itaque viros fortes et
magnanimos eosdem bonos et simplices, veritatis amieos miniraeque fallaces esse
vclumus; quae sunt ex media laude iustitiae. Sed illud odiosum est, quod in hac
elatione et 64 magnitudine animi facillime pertinacia et nimia cupiditas prin-
cipatus innascitur. Ut enim apud Platonem est, omnem mo- rera Lacedaemoniorum
inflammatum esse cupidi- tate vincendi, sic, ut quisque animi magnitudine
maxume excellet, ita maxume vult princeps omnium vel potius solus esse.
Difficile autem est, cum praestare omnibus concupieris, vj servare aequitatem,
quae est iustitiae maxume propria. Ex quo fit, ut neque disceptatione vinci se
nec ullo publico ac legitimo iure patiantur, existuntque in re publica
plerumque largitores et factiosi, ut opes quam maxumas consequantur et sint vi
potius superiores quam iustitia pares. Sed quo difficilius, hoc praeclarius;
nullum enim est tempus, quod iustitia vacare debeat Fortes igitur et magnanimi
sunt habendi non qui faciunt, sed,65 qui propulsant iniuriam. Vera autem et
sapiens animi magni- tudo honestum illud, quod maxume natura sequitur, in
factis / positum, non in gloria iudicat principemque se esse mavult quam videri
; etenim qui ex errore imperitae multitudinis pendet, bic in magnis viris non
est habendus. Facillime autem ad res chiamo di temerità
»). — bonos, predicato; traduci eosdem con e anche, nel medesimo tempo » . —
quae ... iustitiae, « qualità queste tratte dal seno della giustizia», cioè che
fanno parte essenziale della giustizia; laude qui significa propriamente il
predio intimo della giustizia, il quale ne costi- tuisce come l'essenza. — 6é.
illud ... est, quod, « ciò che appunto ... si è che ... » — apud Platonem est,
traduci « al dir di Platone » , risolvendo in finita la proposiz. infinita
morem ... esse. — morem, qui mos « modo di fare, maniera di pensare, contegno »
si risolve nel nostro < spirito pub- blico, carattere nazionale > . — ut
maxume, ita maxume, « quanto più, tanto più ». — excellet, da excelleo, forma
secondaria di excello ; così, p. es., •(ermo, fulgeo nel latino arcaico erano
fervo, fulgo. — cum concupieris, puoi risolvere « a chi voglia ». —
disceptatione, e ragioni ». — publico ac legitimo iure, « l'autorità del
diritto e delle leggi ». — existuntque, « ed ecco sorgere » (§ 13). —
difficilius = difficilior haec aequitas; cfr. sopra difficile servare
aequitatem. — 65. magnitudo, traduci con un concreto, per poterti poi trovare
con principem esse mavult. — quod sequitur, € a cui tende » . — natura scil.
fiumana. — errore, qui ha il suo significato primitivo di « instabilità »
(errare), da cui si trae quello di « umore, capriccio » e simili. — facillime,
ut quisque altissimo, « tanto 36 M. TULLI CICERONIS iniustas impelli tur, ut
quisque altissimo animo est, glorìae cu- pidi tate; qui locus est sane
lubricus, quod vix invenitur, qui laboribus susceptis periculisque aditis non
quasi mercedem re- rum gestarum desideret gloriam. 66 20. Omnino fortis animus
et magnus duabus rebus maxime cernitur, quarunuuna in rerum externarum
despicientia ponitur, cum persuasum est nihil hominem, nisi quod honestum deco-
rumque sit, aut admirari aut optare aut expetere oportere nul- lique neque
homini neque perturbationi animi nec fortunae subcumbere. Altera est res, ut, cum
ita sis affectus animo, ut supra dixi, res geras magnas illas quidem et maxume
utiles, sed vel vehementer arduas plenasque laborum et periculorum cum vitae,
tum multarum rerum, quae ad vitam pertinent. 67 Harum rerum duarum splendor
omnis, amplitudo, addo etiam utilitatem, in posteriore est, causa autem et
ratio efficiens ma- gnos viros in priore ; in eo est enim illud, quod
excellentes ani- mos et humana contemnentes facit. Id autem ipsum cernitur in
duobus, si et solum id, quod honestum sit, bonum iudices et ab omni animi
perturbatione liber sis. Nam
et ea, quae eximia plerisque et praeclara videntur, parva ducere eaque ra-
tione stabili firmaque contemnere fortis animi magnique du- cendum est, et ea,
quae videntur acerba, quae multa et varia più, quanto più >. — locus, spiega
o e terreno » e allora si conserva h metafora di lubricus, o « tenia, argomento
» e allora la metafora di lu brìcus si perde. 66. Di qui sino al § 92 tratta le
questioni speciali sulla fortezza, senza seguire un piano stabilito e avendo
specialmente di mira questioni pratiche di indole romana. La fortezza si
manifesta sotto forma di disprezzo dei beni terreni e di prodezza §§ 66-69.
Essa si esercita nell'amministra- zione dello Stato §§ 69-73 e nella guerra §§
74-81 : nel qual proposito con- futa l'opinione che metteva la guerra al
disopra della pace. Obblighi che essa impone in questi due e in altri rapporti
§§ 82-92. — rebus, e qua* lità, virtù > . — quarum una ponitur, altera est
res ut, anacoluto ; nella traduzione puoi risolvere così : « Puna consiste nel
, persuaso che tu sia che ... ; l'altra, dato uno stato di animo (sis affectus
animo) ... , con- siste nell'operare ... ». — rerum, non spiegare « cose ». —
vel, « perfino », « anche », § 59. — et periculorum ... rerum, « e che mettano
a rischio ... ». — 67. causa et ratio, « la vera causa » . — in eo est, vi è. —
illud, « la condizione ». — in duobus, « due contrassegni » . — ratione stabili
(= stabilitate) firmaque, traduci con due sostantivi. — quae multa, tra- de
officiis, i, 20, 66—69 37 in hominum vita fortunaque versantur, ita ferre, ut
nihil a statu naturae discedas, nihil a dignitate sapienti s, robusti animi est
magnaeque constanti ae. Non est autem consentaneum, qui 68 metu non fraugatur,
eum frangi cupiditate nec, qui invictum se a labore praestiterit, vinci a
voluptate. Quam ob rem et haec vitanda et pecuniae fugienda cupiditas; nihil
enim est tam angusti animi tamque parvi quam amare divitias, nihil ho- nestius
magnificentiusque quam pecuniam conteninere, si non habeas, si habeas, ad
beneficentiam liberalitatemque conferre. Cavenda etiam est glori ae cupiditas,
ut supra dixi; eripit enim libertatem, prò qua magnanimis viris omnis debet
esse contentio. Nec vero imperia expetenda ac potius aut non ac- cipienda
interdum aut deponenda non numquam. Yacandiim769 autem omni est animi
perturbatane, cum cupiditate et metu, tum etiam aegritudine et voluptate
[animi] et iracundia, ut tran-' quillitas animi et securitas adsit, quae affert
cum constantiam, tum etiam dignitatem. Multi autem et sunt et fuerunt, qui eam,
quam dico, tran- quillitatem expetentes a negotiis publicis se removerint ad
otiumque perfugerint; in his et nobilissimi philosophi longeque principes et
quidam homines severi et graves nec populi nec duci come se fosse quorum multa.
— versantur, versari è un verbo molto elastico, qui puoi tradurre «occorrono,
accadono». — statu naturae = statu naturali, lo stato naturale è quando l'uomo
è privo di ogni senti- mento, di ogni passione, che sono malattie dell'animo ;
in greco ÒVrotpaHia, in italiano puoi rendere con « equanimità naturale,
imperturbabilità, im- passibilità » . — 68. conferre, «impiegare». — supra, §
65. — ae potius = oel potius, « o per meglio dire » . — 69. cupiditate metu
aegr. volupt. iracundia, gli Stoici distinguevano quattro passioni princi- pali
: la aegritudo e la sua contraria voluptas, riferite al presente ; il metus e
la sua contraria lubido (oppure cupiditas ; V iracundia è una sotto-specie
della lubido) riferiti al futuro. — securitas, « serenità». — constantiam, la
constantia, « fermezza, coerenza » sì nell'operare che nel pensare, si risolve
nel nostro « carattere » ; dignitatem, la dignitas come qualità personale si
risolve anche in « sentimento, coscienza della propria dignità » ; trarrai di
qui un sostantivo adatto. — in his ... vixeruntque non nulli, si risolva così:
in his et nobilissimi qui nec populi ... potuerunt quorumque (scil. et
phiìosophorum et hominum gravium) vixerunt non nulli. — philosophi, quali
Pitagora, Democrito, Anassagora, qui a regendis civitatibus totos se ad
cognitionem rerum transtulerunt (Cicer. de Orai. Ili 56); homines graves, quali
Tito Pom- 38 M. TULLI CICERONIS principimi mores ferre potuerunt, vixeruntque
non nulli in agris 70 delectati re sua familiari. His idem propositum fuit,
quod re- gibus, ut ne qua re egerent, ne cui parerent, liberiate uterentur,
cuius proprium est sic vivere, ut velis. 21. Quare cum hoc commune sit
potentiae cupidorum cum iis, quos dixi, otiosis, alteri se adipisci id posse
arbitrantur, si opes magnas habeant, alteri, si contenti sint et suo et parvo.
In quo neutrorum omnino contemnenda sententia est, sed et facilior et tutior et
minus aliis gravis aut molesta vita est otio- sorum, fructuosior autem hominum
generi et ad claritatem ampli tudinemque aptior eorum, qui se ad rem publicam
et 71 ad magnas res gerendas accommodaverunt. Quapropter et iis forsitan
concedendum sit rem publicam non capessentibus qui excellenti ingenio doctrinae
sese dediderunt, et iis, qui aut valetudinis imbecillitate aut aliqua graviore
causa impediti a re publica recesserunt, cum eius administrandae potestatem
aliis laudemque concederent. Quibus autem talis nulla sit causa, si despicere
se dicant ea, quae plerique mirentur, imperia et magistratus, iis non modo non laudi,
verum etiam vitio dandum puto; quorum iudicium in eo, quod gloriam contemnant
et prò nihilo putent, difficile factu est non probare; sed videntur labores et
molestias, tum offensionum et repulsarum quasi ponio Attico e M. Pisone (Cicer.
Brut. 236). — non nulli, « buona parte » . — 70. regibus, qui i re sono
considerati come tipi del fan- nullone, che bada solo a vivere secondo i propri
capricci. — cuius ... velis, « che consiste nel vivere a proprio gusto, secondo
i propri capricci ». — hoc, « questo scopo » , cioè sic vivere ut velis. —
cupidorum cum iis % « ni ... e ai ... » — si ... si ... , « col ... col ... » —
et suo et parvo, risolvi in suo vel (« anche ») parvo. — in quo, si sopprima
nella traduzione. — sed, « con questa differenza ... » — autem, « dovechè ». —
71- iis concedendum sit non capessentibus; «si può perdonare, permettere di non
... » m= ut ne capessant; l'oggetto del verbo è rappresentato dal par- ticipio.
Questa costruzione è analoga a quella greca del participio predi- cativo o complementare,
p. es., auvoiòa èiuauTtò èmffTaiuévuj « ho la co- scienza di sapere». — aliqua
= alia qua, § 23. — autem, «ma». — sì dicant, traduci « se adducono il pretesto
». — vitio, « biasimo ». — dandum puto, risolvi col verbo «meritare». — in eo
quod..., «in quanto dicono di... » (su questo in cfr. § 61 in probris), perciò
contemnant e putent congiuntivi. — sed, « ma il male è che ... ». Il pensiero
di ciò che segue è: sotto il disprezzo si nasconde la viltà. — offensionum,
cfr. of- de officiis, i, 20—22, 70—74 39 quandam ignorniniam timere et
infamiam. Sunt enim, qui in rebus contrariis parum sibi constent: voluptatem
severissime contemnant, in dolore sint raolliores; gloriarci neglegant, fran-
gantur infamia, atque ea quidem non satis constanter. Sed 72 iis, qui habent a
natura adiumenta rerum gerendarum, abiecta omni cunctatione adipiscendi
magistratus et gerenda res pu- blica est; nec enim aliter aut regi civitas aut
declarari animi magnitudo potest. Capessentibus autem rem publicam nihilo
rainus quam philosophis, haud scio an magis etiam, et magni- ficentia et
despicientia adhibenda est rerum humanarum, quam saepe dico, et tranquillitas
animi atque securitas, siquidem nec anxii futuri sunt et cum gravitate
constantiaque victuri. Quae 73 faciliora sunt philosophis quo minus multa
patent in eorum vita, quae fortuna feriat, et quo minus multis rebus egent, et
quia, si quid ad versi eveniat, tam graviter cadere non possunt. Quocirca non
sine causa maiores motus animorum concitantur raaioraque studia efficiendi rem
publicam gerentibus quam quietis, quo magis iis et magnitudo est animi
adhibenda et vacuitas ab angoribus. Ad rem gerendam autem qui accedit, caveat,
ne id modo consideret, quam il la res honesta sit, sed etiam ut habeat
efficiendi facultatem; in quo ipso conside- randum est, ne aut temere desperet
propter ignaviam aut nirais confidat propter cupiditatem. In ornnibus autem
negotiis L j£rius quam adgrediare, adhibenda est prae4ìaratio diligens. 22. Sed cum plerique arbitrentur
res bellicas maiores esse 74 quam urbanas, minuenda est haec opinio. Multi enim bella fendat § 86. — in rebus contrariis,
« in casi opposti » ; congiungi con un « e » o con un « ma » a due a due le
quattro proposizioni asindetiche seguenti. — atque ea ... constanter suppl.
agunt, « e anche in queste in- conseguenze sono inconseguenti ». — 72. sed, «
però». — adiumenta, e attitudini». — adipiscendi, qui spiega € concorrere a ».
— decla* rari, « sviluppare ». — haud scio an, qui è usato avverbialmente =
for- tasse, § 33. — magni fi centia = magnitudo animi. — si quidem, « se pur
vogliono ... » . — 73. quo minus multa patent, € quanto meno sono esposti ai
colpi ... » — quo minus ... egent, « quanto meno sono biso- gnosi ». — motus
animorum, e slanci ». — studia efficiendi, «attività». — quieti* = otiosis, §
70. — vacuitas ab angoribus, perchè nec anxii fu- turi sunt, § 72. — illa res =
illud. — prius quam, « prima di ... ». 7é. Sed cum arbitrentur .... minuenda,
risolvi : arbitrantur ... sed mi- 40 M. TULLI C1CEROMS saepe quaesiverunt propter
gloriae cupiditatem, atque id in magnis animis ingeniisque plerumque contingit,
eoque magis, si sunt ad rem militarem apti et cupidi bellorum gerendorum;
Jtvere autem si volumus iudicare, multae res extiterunt urbanae 75 maiores
clarioresque quara bellicae. Quamvis enim Themistocles iure laudetur et sit
eius nomen quam Solonis inlustrius cite- turque Salamis clarissimae testis
victoriae, quae anteponatur Consilio Solonis ei, quo primum constituit
Ariopagitas, non minus praeclarum hoc quam illud iudicandum est ; illud enim
semel profuit, hoc seraper proderit civitati ; hoc Consilio leges Atheniensium
, hoc maiorum instituta servantur ; et Themi- stocles quidem nihil dixerit, in
quo ipse Ariopagum adiuverit r at ille vere a se adiutum Themistoclem ; est
enim bellum gestum 76 Consilio senatus eius, qui a Solone erat constitutus.
Licet eadem de Pausania Lysandroque dicere, quorum rebus gestis quam- quam
imperium partum Lacedaemoniis putatur, tamen ne mi- nima quidem ex parte
Lycurgi legibus et disciplinae conferendi sunt; quin etiam ob has ipsas causas
et parentiores habuerunt exercitus et fortiores. Mihi quidem neque pueris nobis
M. Scaurus nuenda. — p. g. cupiditatem, supplisci il pensiero : e non perchè le
sti- massero superiori all'amministrazione civile. — animis, risolvi in viris,
per trovarti in regola con apti et cupidi. — cupidi, « tratti per istinto a ...
» — vere autem, « ma in realtà ». — 7ó. quamvis laudetur, « si lodi pure »;
avanti a non minus porrai un « ma ». — quae anteponatur, « da .... » — Consilio
quo primum constituit, « consiglio di fondare », che si risolve in « fondazione
». — Ariopagitas-, la fondazione dell'Areopago come tribunale supremo per gli
omicidi e anteriore a Solone, il quale gli assegnò la sorveglianza sui costumi
e la custodia delle leggi. Quel tribu- nale esisteva ancora ai tempi
dell'impero. — hoc Consilio, «consesso». — et, introduci con un « e mentre ». —
dixerit, potenziale. — at, « in- vece » . — ille, sostituisci Solon e ripeti
dixerit. — est enim bellum, noi non sappiamo che l'Areopago abbia mai
consigliato a Temistocle nessuna guerra; o si tratta di un errore di Cicerone o
di una amplificazione retto- rica. — 76. licet dicere, « dicasi » . — quorum,
risolvi in nam eorum. — legibus conferendi sunt, si confrontano con le leggi di
Licurgo i due re Pausania e Lisandro, anziché le loro imprese (comparatio
compendiaria). — mihi quidem videbatur, traduci « secondo il mio parere poi »,
trasfor- mando cedere in cedebat. — neque pueris nobis ... neque cum
versaremur, « né al tempo ... né al tempo... » — Scaurus (Acmilius), console
nel 115 e 108 av. Cr., censore nei 109, capo del partito aristocratico; per
Cicerone era l' ideale del cittadino , però si lasciò corrompere da Giugurta. —
de officiis, i, 22, 75—77 41 C. Mario neque, cum versaremur in re publica, Q.
Catulus Cd. Pompeio cedere videbatur; parvi enim sunt foris arma, nisi est
consilium domi; nec plus Africanus, singularis et vir et imperator, in
excindenda Numantia rei publicae profuit quam eodem tempore P. Nasica privatus,
cum Ti. Gracchum inter- emit; quamquam haec quidem res non solum ex domestica
est ratione : attingit etiam bellicam, quoniam vi manuque con- fecta est; sed
tamen id ipsum est gestum Consilio urbano sine exercitu. IUud autem optimum
est, in quod invadi solere ab 77 improbis et invidis audio: Cedant arma togae,
concedat laurea laudi. Ut enim alios omittam, nobis rem publicam gubernantibus
nonne togae arma cesserunt? neque enim periculum in re pu- blica fuit gravius
umquam nec maius otium. Ita consiliis di- ligentiaque nostra celeriter de
manibus audaci ssimorum civium Catulus (Lutatius), console nel 78 av. Cr. ;
amico di Cicerone, lo salutò per il primo pater patriae; era del partito
aristocratico e osteggiò il primo triumvirato. — Africanus, Scipione Emiliano.
— in excindenda, « col ... ». — Nasica, il nome intiero è P. Scipio Nasica
Serapio; nel secondo giorno dei comizi per l'elezione dei tribuni sollevatosi
un gran tumulto, Tiberio Gracco portò la mano al capo per significare che la
sua vita era in pericolo; si sparse la voce che egli significasse il diadema
regio; Nasica si mise a capo dei più accaniti rivali e fa data la caccia a
Tiberio, che fu ucciso con trecento dei suoi (133 av. Cr.). — cum ... « con
Puccidere ». — quamquam, « si dirà che » — res, « azione » . — domestica ratio,
bellica, « entra nell'ordine della politica interna, militare ». — id ipsum, «
ciò stesso », vale a dire l'uso della vis manusque. — Consilio urbano, «atto di
politica interna». — 77. illud, «quel detto, quella sen- tenza». — in quod
invadi, potresti adoperare, p. es., la parola «bersa- glio, caricatura » . —
cedant, verso esametro. — togae, l'abito nazionale dei Romani, simbolo delle
arti della pace. — laurea laudi, « l'alloro dei condottieri alla lode pei
meriti civili, cioè la gloria del guerriero ai me- riti del magistrato » .
Questo verso di Cicerone, che apparteneva al suo poema de consulatu meo, fu
bersagliato dai suoi avversari politici e, pare, anche alterato, perchè da
Plutarco e Quintiliano (XI 1, 24) vien citato con la variante linguae invece
che laudi: forse i maligni per accrescer l'odiosità che si era tirata addosso
con quel verso ci vollero introdurre una allusione alla sua fama oratoria. Così
la variante linguae diventò po- polare, anche perchè il pubblico e i posteri in
quel verso scorgevano, senz'ombra di malignità, una onesta allusione ai meriti
oratori di Cice rone. — maius otium, « più profonda pace ^ . — ita va con
celeriter. — 42 M. TULLI CICER0N1S delapsa arma ipsa ceciderunt. Quae res
igitur gesta umquam 78 in bello tanta? qui triumphus conferendus? licet enim
mihi, M. fili, apud te gloriari, ad quem et hereditas huius gloriae et factorum
imitatio pertinet. Mihi quidem certe vir abundans bellicis laudibus, Cn.
Pompeius, multis audientibus hoc tribuit, ut diceret frustra se triumphum
tertium deportaturum fuisse, nisi meo in rem publicam beneficio, ubi
triumpharet, esset habiturus. Sunt igitur domesticae fortitudines non
inferiores militaribus; in quibus plus etiam quam in his operae studique
ponendum est. 79 23. Omnino illud honestum, quod ex animo excelso magni-
ficoque quaerimus, animi efficitur, non corporis viribus, Exer- cendum tamen
corpus et ita afficiendum est, ut oboedire Con- silio rationique possit in
exequendis negotiis et in labore tolerando. Honestum autem id, quod exquirimus,
totum est po- situm in animi cura et cogitatione; in quo non minorem uti-
litatem afferunt, qui togati rei publicae praesunt, quam qui bellum gerunt.
Itaque eorum Consilio saepe aut non suscepta aut confecta bella sunt, non
numquam etiam inlata, ut M. Ca- tonis bellum tertium Punicum, in quo etiam
mortili valuit 80 auctoritas. Quare expetenda quidem magis est decernendi ratio
ipsa, « da sé » . — 78. licet, » lasciami » . — certe, mettilo a capo della
proposiz. e spiegalo « comunque », « in ogni modo ». — tribuit ut diceret, «mi
fece l'onore di dire». — triumphum tertium, il primo lo riportò uell'80 su
larba, il secondo nel 71 su Sertorio, il terzo nel 61 sui pirati e su
Mitridate. — ubi, «una patria dove». — domest. fort, in italiano usiamo il
partiti vo: « vi sono delle » — in quibus etiam, « anzi in quelle » . 79.
Questo paragrafo concbiude la confutazione della tesi, che la poli- tica
bellicosa sia preferibile a quella pacifica. — omnino, « in generale, in somma,
in conclusione » e simili. — quaerimus, « cerchiamo, derivan- dolo », perciò «
deriviamo » ; oppure, invertendo il rapporto dell' idea : «cerchiamo in». — ita
afficiendum ut, «ridurlo in istato da...». — autem, « dunque, in ogni modo ». —
in quo, « e in questo riguardo », « sotto quest'aspetto », cioè dell'attività
intellettuale {cogitatione).— itaque, « infatti ». — Catonis scil. Consilio. —
mortui, « dopo morto » ; Catone fu accanito eccitatore alla guerra contro
Cartagine, che fu distrutta tre anni dopo la sua morte. — 80. decernendi ratio,
decertandi fortitudo s decernere «fare un decreto», decertare «fare una
battaglia»; volendo imitare l'allitterazione (assonanza) delle due parole,
potremmo dire «la prudenza di un decreto, la prodezza di una vittoria». Arieggiando
•je officiis, i, 22—24, 78—82 43 quam decertandi fortitudo, sed cavendum, ne id
bellandi magis fuga quam utilitatis ratione faciamus. Bell uni autem ita sus-
eipiatur, ut nihil aliud nisi pax quaesita videatur. - Fortis vero animi et
constantis est non perturbali in rebus asperis nec tumultuantem de gradu deici,
ut dicitur, sed prae- senti animo uti et Consilio nec a ratione discedere.
Quamquam 81 hoc animi, illud etiam ingeni magni est, praecipere cogitatione
futura et aliquando ante constituere, quid accidere possit in utramque partem,
et quid agendum sit, cum quid evenerit, nec committere, ut aliquando dicendum
sit: ' Non putaram \ Haec sunt opera magni animi et excelsi et prudentia
consilioque fi- dentis; temere autem in acie versari et manu cum hoste con-
fligere immane quiddam et É beluarura simile est: sed cum 7 tempus
necessitasque postulat, decertandum manu est et mors servituti turpitudinique
anteponenda. 24. De evertendis autem diripiendisque urbibus valde con- g 2
siderandum est ne quid temere, ne quid crudeliter. Idque est . viri magni,
rebus agitatis punire sontes, multitudinem conser- vare, in omni fortuna recta
atque honesta retinere. Ut enim sunt, quem ad modum supra dixi, qui urbanis
rebus bellicas inteponant, sic reperias multos, quibus periculosa et calida
Fuso moderno si direbbe < una battaglia diplomatica, una battaglia cam-
pale». — cavendum scil. est nobis. — fuga, risolvi in e paura». — ra- tione, e
riguardo». — fortis animi est praesenti animo uti, negligenza di stile; sostituisci
viri ad animi. — tumuli... deici, letteralmente « nella confusione essere
cacciato dal proprio posto, dalla propria posizione » , me- tafora tolta dalle
lotte dei gladiatori; noi abbiamo le frasi popolari e perder le staffe, perder
la bussola ». — ut dicitur, formola usata, come ut aiunt, nel citare un
proverbio. — 81. quamquam, lo puoi risolvere in ce». — hoc riferito a ciò che
precede », illud a ciò che segue. — in utramque partem, « in bene e in male ».
— committere, « dar motivo ». — beluarum simile, « brutale » . 82-84. Questi
tre paragrafi contengono una serie di pensieri senza in- timo legame. — de, «
quanto a... » cfr. § 47. — ne quid... crudeliter, nesso senza verbo; puoi
tradurre i due avverbi con due sostantivi. — idque; id anticipati vo (§ 3); si
sopprime nella traduzione. — rebus agi- tatis = rebus turbatis et iactatis,
puoi spiegare « in una congiura » ; « in una rivoluzione » e simili. Cicerone
qui pare che abbia in mente la con- giura di Catilina. — fortuna, « condizione
» . — enim, semplice particella di passaggio « e » . — supra, § 74. — reperias,
traduci il potenziale col futuro. — calida Consilia, € risoluzioni precipitate,
avventate», anche 44 M. TULLI C1CER0N1S Consilia quieti s et cogitatis splendi
diora et maiora videantur, 83 Numquam omnino periculi fuga committendum est, ut
imbelles timidique videamur, sed fugiendum illud etiam, ne offeramus nos
periculis sine causa, quo esse nihil potest stultius. Qua- propter in adeundis
periculis consuetudo imitanda medicorum est, qui leviter aegrotantes leniter
curant, gravioribus autem morbis periculosas curationes et ancipites adhibere
coguntur. Quare in tranquillo tempestatene adversam optare dementis est,
subvenire autem tempestati quavis ratione sapientis, eoque magis, si plus
adipiscare re explicata boni quam addubitata mali. Periculosae autem rerum
actiones partim iis sunt, qui eas suscipiunt, partim rei publicae. Itemque alii
de vita, alii de gloria et benivolentia civium in discrimen vocantur. Prom-
ptiores igitur debemus esse ad nostra pericula quam ad com- munia dimicareque
parati us de honore et gloria quam de ceteris commodis. 84 Inventi autem multi
sunt, qui non modo pecuniam, sed etiam vitam profundere prò patria parati
essent, idem gloriae iacturam ne minimam quidem facere vellent, ne re publica
quidem pos- tulante; ut Callicratidas, qui cum Lacedaemoniorum dux fuisset noi
diciamo € testa calda » , < temperamento focoso » . — 83. omnino, sed, « è
vero, ma ». — committendum (§81) ut videamur, « farci cre- dere » . — illud,
anticipativo, come id § 82. — ancipites, « di risaltato incerto ». — in
tranquillo, traduci con un sostantivo. — subvenire, signi- fica propriamente «
farsi sotto » : alieni per soccorrerlo, àlicui rei o per aiutarla o per
sviarla, stornarla, superarla. — res explicata, è l'impresa risoluta e condotta
a compimento; res addubitata l'impresa che presenta dubbi e pericoli
nell'esecuzione ; perciò « specialmente se il vantaggio del- l'impresa condotta
a buon termine supera il danno affrontato nei dubbiosi momenti dell'esecuzione
» . — periculosae , predicato. — rerum actiones, « le intraprese ». — in
discrimen vocari de aliqua re, « correre pericolo intorno a qualche cosa, cioè
correre pericolo di perderla » ; spiega « sacri- ficare». — ad nostra ...
communia = ad nostrarum rerum, quam ad communium pericula, « a mettere a
repentaglio i nostri interessi che quelli della patria». — paratius, «più
pronto, più ovvio, più giusto». — de, « per » . 8é. idem (plurale), puoi
risolvere questo pronome con «ma». — iac- turam, « sacrificio » . —
Callicratidas, nel 406 av. Cr. vinse Conone presso Mitilene, conquistò Lesbo e
altre isole, ma alle Àrginuse fu vinto e uc- ciso in battaglia. — qui cum —
fecisset, coordinazione; subordina: qui de officiis, i, 24—25, 83-85 45
Peloponnesiaco bello multaque fecisset egregie, vertit ad ex- tremum omnia, cum
Consilio non paruit eorum, qui classem ab Arginusis removendam nec cum
Atheniensibus diniicandum pu- tabant; quibus ille respondit Lacedaemonios
classe illa amissa aliam parare posse, se fugere sine suo dedecore non posse.
Atque haec quidem Lacedaemoniis plaga mediocris, illa pestifera, qua, cum
Gleombrotus invidiam timens temere cum Epaminonda conflixisset, Lacedaemoniorum
opes corruerunt. Quanto Q. Ma- ximus meliusl de quo Ennius: Unus homo nobis
cunctando restituit rem. Noenum rumores ponebat ante salutem. Ergo postque
magisque viri nunc gloria claret Quod genus peccandi vitandum est etiam in
rebus urbanis. Sunt enim, qui, quod
sentiunt, etsi optimum sit, tamen invidiae metu non àudeant dicere. 25. Omnino qui rei publicae praefuturi sunt duo
Platonis 85 praecepta teneant, unum, ut utilitatem civium sic tueantur, ut,
quaecumque agunt, ad eam referant obliti commodorum suorum, cum, Lac. dux (come
condottiero) Pel. bello, multa fecisset — multa egregie, traduci come se fosse
muìtas egregias res (« imprese »). — cum non paruit, puoi rendere col gerundio,
oppure «per non avere...». — Consilio éorum qui removendam putabant, potresti
accorciare questa frase, così: «al consiglio di ritirare... ». — plaga, « colpo
». — Ckombrotus ; prima della battaglia di Leuttra contro Epaminonda i suoi
amici gli fe- cero intendere che se non dava battaglia ai Tebani, correva
rischio di esser condannato da Sparta, perchè per Tinnanzi egli in confronto di
Age- silao non aveva ottenuto alcun successo contro i Tebani, coi quali anzi si
sospettava ch'egli avesse stretto segreti accordi. — invidiam, « impopola- rità
», § 86. — Q. Maximus, Fabio Massimo, il Cunctator. — melius supplisci fecit —
Ennius. Questi versi esametri sono tratti dagli An- nate s. — rem = rem
publicam; Vergilio ha imitato così questo verso Aen. VI 846) : unus qui nobis
cunctando restituis rem. — noenum, ar- caico = non. — rumores, le pubbliche
voci, che lo accusavano di inetti- tudine. — ponebat, la finale è lunga ; cfr.
velit § 38. — postque magisque rtunc % «..poco dopo e ora più che mai » . —
urbanis, in contrapposto alle imprese militari dei due nominati Callicratida e
Cleombroto. — invidiae, « Todio pubblico », § 86. — dicere, nelle questioni di
orarne pubblico in senato e nelle assemblee. So. teneant, cfr. § 4 tenuisset. —
unum, Plat. de re pubi. I p. 342 E. M. TULLI CICEROMS alterum, ut totum corpus rei publicae curent,
ne, dum partem aliquam tuentur, reliquas deserant. Ut enim tutela, sic procu- ralo rei publicae ad eorum
utilitatem, qui commissi sunt, non ad eorum, quibus commissa est, gerendo est;
qui autem parti civium consulunt, partem neglegunt, rem perniciosissimam in
civitatem inducunt, seditionem atque discordiam; ex quo evenit, ut alii
populares, alii studiosi optimi cuiusq,ue videantur, pauci 86/universorum. Hinc
apud Atheniensis magnae *discordiae , in nostra re publica non solum
seditiones, sed etiam pestifera bella civilia; quae gravis et fortis civis et in
re*publica dignus prin- cipatu fugiet atque oderit tradetque se totum rei
publicae neque opes aut potentiara consectabitur totamque eam stó tuebitur, ut
omnibus consulat; nec vero criminibus falsis in odi um aut invidiam qiiemquam
vocabit omninoque ita iustitiae bonestatique adhaerescet, ut, dum ea conservet
, quamvis gravi ter offendat 87 mortemque oppetat potius quam deserat illa,
quàe. dixi. Miser- rima omnino est ambitio honorumque contentio, de qua prae-
clare apud eundera est Platonem, 'similiter facere eos, — alterum, ib. IV p.
420 B. — tutela, di un privato. — rem, « malanno ». — optimi cuiusque, «gli
ottimati». — 86. hinc sappi, extiterunt, ortae sunt e simili, § 61. — in re
publica dignus principato, « degno di un'elevata posizione politica » . — tradet,
tuebitur, si risolvano cori due ge- rundi; ncque consectabitur con « senza...
». — criminibus, « accuse ». — invidiam, questo nome di significato
originariamente soggettivo acquista significazioni oggettive diverse,
specialmente nei rapporti politici ; perciò esso corrisponde ai nostri « odio,
disprezzo pubblico, odiosità,, discredito pubblico, impopolarità » e simili, §
84. — quemquam vocabit, noi diciamo «attirare su uno, sul capo di uno... ». —
omninoque, spiega que con « anzi ». — dum = dummodo. — quamvis, avverbio « per
quanto si può ; maginare » = vel gravissime. — offendat, il primo significato
di offen- dere è « urtare contro, scontrarsi, inciampare » ; di qui i
significati tras- lati : offendere in aliqua re, « incagliarsi, trovar ostacolo,
difficoltà, im- barazzo, non saperci veder chiaro, riceverne una non buona
impressione » ; offendere aliquem, « urtare uno, urtare le sue suscettività,
dargli sui nervi » ; offendere in senso politico « avere un insuccesso » (con
frase gior- nalistica « subire uno scacco » ), « crearsi delle ostilità,
attirarsi il pubblico disprezzo, l'odio, guadagnarsi l'impopolarità». — illa,
«ammonimenti». — 87. honorumque (que dichiarativo, ma nei possiamo spiegarlo
com'è, honorum genit. oggettivo) contentio, «l'affannarsi, l'arrabattarsi
per... », con una metafora «la caccia a...». — est, questo presente ha lo
stesso valore di un dixit, scripsit; così si spiegano i tempi storici
(imperfetti) de officiis, i, 25,86—SS 47 qui inter se contenderent, uter potius
rem publicam administraret, ut si nautae certarent, quis eor potissimum
gubernaret.' Idemque praecipit, ifl versarios existimemus, qui arma contra
ferant, non eos, qui suo iudicio tueri rem publicam velint', qualis fuit inter
P. Africanum et Q. Metellum sine acerbitate dis- sensio. # Nec vero audiendi,
qui graviter inimicis ivascendum putabunt|88 idque magnanimi et fortis viri
esse censebunt; nihil enim laij^J dabilius, nihil magno ej^praeclaro viro
dignius placabilitate atque clementia. In liberis vero populis et in iuris
aequabilitate exercenda étiam est facilitas et altitudo animi , quae dicitur,
ne, si irascamur aut ifiMm^suivé accedentibus aut impudente!" rogantibus,
in morositatem inutilem et odiosam incidamus. Et tamen ita probanda est
mansuetudo atque clementia, ut adhi- liOÌVoratio obliqua che segue. — uter,
perchè stanno sempre di fronte due avversari. — Plat. de Ite pubi. VI, p. 488 B
toù<; òè vaùrac; axa- oidÉovTCu; irpò<; àXXrjXouc; irepì tr\$
Kujtepvriaeujq, frcaaTOv oló(ii€vov òetv KUpepvav, mtìT€ |ua8óvTa tnOttot€ t^v
Téxvr|v jliì'it€ éxovTa àiroÒ€l£ai tòv òiòdaKaXov (« nocchieri che si disputano
tra loro il governo dei timone, credendosi ciascuno in diritto di guidar la
nave, senza né averne mai imparato l'arte né poter produrre il maestro che gliela
ha inse- gnata... »), p. 489 C toù<; vOv ttoXitikoik; dpxovTaq ÒVrreiKàtujv
ou; fipri èXéTOjuev vauTait; oùx à|uapTria€i (e a paragonare i nostri attuali
uomini di Stato a quei marinai, di cui dicevamo testé, non coglierai male »). —
idemque, non si trova in Platone un passo che corrisponda a questo esat-
tamente. — suo iudicio, « la libera e calma discussione, il senno politico »,
in antitesi alla € violenza » (arma). — qualis... dissensio, « sia d'esempio la
dissensio sine acerb. quae fuit... » oppure « così vi fu dissensio sine
acerb.... ». — - Africanum, Scipione Emiliano. — Metellum 9 il Macedonico,
console nel 143 av. Cr. — sine acerbitate, infatti nel corteo funebre di
Scipione lo stesso Metello ordinò ai figli suoi di aiutare a portar la bara,
che a nessun altro uomo più grande potevano rendere quel servigio. 88.
audiendi, « dar retta ». — magno et pr., puoi spiegare « vera- mente nobile ».
— et ... aequabilitate, risolvi in ubi est iuris aequabilitas. — altitudo
animi, quae dicitur ; la forinola quae dicitur (cfr. § 80 ut dicitur) mostra
che altitudo qui ha un uso proverbiale ; con questa pa- rola si esprime lo
stato di un uomo, che chiude i suoi pensieri nel e pro- fondo » del proprio
animo; Cicer. altrove (ad Att. IV 6, 3; V 10, 3) la chiama « profondità »
ga6ÙTr]<;; Sallustio Iug. 95, 3 dice ad simulando negotia altitudo
incredibilis. In italiano vi corrisponde < riservatezza » ; qui possiamo
tradurre con un modo proverbiale : « chiudersi, come si di- rebbe, in un
prudente riserbo». — ne, «per non». — si irascamur, risolvi col gerundio. —
morositatem, « stizzosità ». — ita ut, « a patto IP 48 M. TULLI CICKRONIS
beatur rei publicae causa severitas, sine qua adrainistrari ci* iritas non
potest. Omnis autem et animadversio et castigatio contumelia vacare debet neque
ad eius, qui punitur aliquem 89Ìaut verbis castigat, sed ad rei publicae utili
tatem referri. Ca- vendum est
etiain, ne maior poena quam culpa sit, et ne isdem de causis alii plectantur,
alii ne appellentur quidem. Prohi- benda autem maxime est ira a puniendo;
numquam enim, iratus qui accedet ad poenam, mediocritatem illam tenebit, quae
est inter nimium et parum, quae placet Peripateticis, et recte placet, modo ne
laudarent iracundiam et dicerent utiliter a natura datam. Illa vero omnibus in
rebus repudianda est optandumque, ut ii, qui praesunt rei publicae, legum
similes sint, quae ad puniendum non iracundia, sed aequitate ducuntur. 90 26.
Atque etiam in rebus prosperis et ad voluntatem no- strani fluen ti bus
superbiam magnopere, fastidium arrogali- tiamque fugiamus. Nam ut adversas res,
sic secundas immode- rate ferre levitatis est, praeclaraque est aequabilitas in
omni vita et idem semper vultus eademque frons, ut de Socrate itemque de C.
Laelio accepimus. Philippum quidem, Macedonum regem, rebus gestis et gloria
superatum a filio, facilitate et humanitate video superiorem fui^se; itaque
alter semper magnus, alter saepe turpissimus; ut recte\ praecipere videantur,
qui mo- nent, ut, quanto superiores simus,N<anto nos geramus summis- sius. Panaetius quidem Africanum, ìauditorem et familiarem
che... », come ita si § 28; però questo ut non è consecutivo, ma finale =
dummodo. — contumelia, puoi tradurre, prendendo jTeffetto per la causa, con «
umiliazione » . — punitur, deponente. — £20. appellentur, « ri- chiamare al
dovere». — mediocritatem, « moderazione^Via di mezzo». — laudarent, dicerent, i
due imperfetti, che l'italiano mantiene, esprimono l'irrealtà. Quanto al
pensiero cfr. Cicer. Tusc. IV 38 m\#w & enervata est Peripateticorum ratio
et oratio, qui perturbari anir&os necesse di- cunt esse; ib. 43 quid quod
(« che dire poi ») idem Perim^^tici pertur- bationes istas, quas nos
extirpandas putemus, non modo yiaturàles esse dicunt, sed etiam utiliter a
natura datas ? — vero, avverbio, « effetti- vamente ». \ 90. fastidium, e
disprezzo». — levitatis, noi traduciamo! come fosse levitas. — in omni vita,
< in tutte le contingenze della... ». — Xlem... frons, « l'immutabilità
del... », meglio « il non mutar mai... ». — Amelio, questi è Laelius Sapiens,
amico di Scipione Emiliano. — facilitate \ arrendevo- de officiis, i, 26, 89—92
49 suum, solitum ait dicere, fc ut equos propter crebras con- tentiones
proeliorum ferocitate exultanter domito- ribus tradere soleant, ut iis
facilioribus possint uti f sic homines secundis rebus effrenatos sibique prae-
fidentes tamquam in gyrum rationis et doctrinae duci oportere, ut perspicerent
rerum humanarum imbecillitatem varietatemque fortunae.' Atque etiam 91 in
secundissimis rebus maxime est utendum Consilio amicorum iisque maior etiam
quam ante tribuenda auctoritas. Isdemque temporibus cavendum est, ne
adsentatoribus patefaciamus auris neve adulari nos sinamus, in quo falli facile
est; tales enim nos esse putamus, ut iure laudemur; ex quo nascuntur innu-
merabilia peccata, cum homines inflati opinionibus turpiter in- ridentur et in
maximis versantur erroribus. Sed haec quidem bactenus. lllud autem sic est
iudicandum, maximas gerì res et 92 maximi animi ab iis, qui res publicas
regaut, quod earum adrai- ni strati o latissime pateat ad plurimosque
pertineat; esse autem magni animi et fuisse multos etiam in vita otiosa, qui
aut in- vestigarent aut conarentur magna quaedam seseque suarum rerum finibus
contine rent aut interiecti inter philosophos et eos, lezza. — contention€8 proeliorum
, « tumulto , tramestio » . — soleant, è facile supplire il soggetto. — in
gyrum, nella lizza della ragione, per farli da essa scozzonare, come usa il
domatore di cavalli. — perspicerent, un pò* strano, dopo i presenti. — 91.
isdemque scil. secundis. — nos aggetto, perciò si compie eos adulari nos. —
tales ut iure, « meritevoli di... ». — inridentur et versantur; il concetto è,
che gli uomini gonfi della propria presunzione vivono nell'inganno (erroribus),
che fa loro commettere ogni sorta di stravaganze: la conseguenza di questo
acceca- mento è il ridicolo; perciò abbiamo (iaxepov upóxepov e coordinazione,
risolvi : cum inflati opinionibus in maximis versantur erroribus, ut inri>
deantur. — 92. Concbiude sulla fortezza col distinguere tre categorie di
persone: gli uomini di Stato (maximas gerì... pertineat), gli specula- tori e i
filosofi (esse autem magni... continerent) e la classe che sta di mezzo tra gli
uomini di Stato e gli speculatori (aut interiecti... usus esset): ciascuna di
queste tre categorie sviluppa in ordine alla fortezza la sua speciale attività.
La struttura non è troppo corretta, perchè con aut interiecti la classe media è
messa insieme con quelli della vita otiosa ; per la versione devi racconciare
il passo così: tum («in terzo luogo >) esse H fuisse nonnuìlos qui,
interiecti... administrarent , delectarentur... — sic, pleonasmo. — magna
quaedam, qualche ardita speculazione o sco- perta » . — seseque continerent, «
sempre però (que) tenendosi » . — rerurn^ Cicerone, De Officiis, cornai, da R.
Sabbadini, 2* ediz. i 50 M. TULLI CICERONIS qui rem publicam administrarent,
delectarentur re sua fami- liari non eam quidem omni ratione exaggerantes neque
exclu- dentes ab eius usu suos potiusque et amicis impertientes et rei
publicae, si quando usus esset. Quae primum bene parta sit nullo neque turpi
quaestu neque odioso, deinde augeatur ra- tione, diligentia, parsimonia, tum
quam plurimis, modo dignis, se utilem praebeat nec lubidini potius luxuriaeque
quam libe- ralitati et beneficentiae pareat. Haec praescripta servantem licet
magnifice, graviter animoseque vivere atque etiam simpliciter fideliter, vere
hominum amice. 93 27. Sequitur, ut de una reliqua parte honestatis dicendum
sit, in qua verecundia et quasi quidam ornatus vitae, tempe- rantia et modestia
omnisque sedatio perturbationum animi et rerum modus cernitur. Hoc loco
continetur id, quod dici La- tine decorum potest; Graece enim Trpérrov dicitur
[decorum]. 94 IHuius vis ea
est, ut ab honesto non queat separali; uam et quod decet honestum est et quod
honestum est decet; qualis autem differenza sit honesti et decori, facilius
intellegi quam explanari potest. Quicquid est enim, quod deceat, id tum
apparet, cum antegressa est honestas. Itaque non solum in hac parte hone-
statis, de qua hoc loco disserendum est, sed etiara in tribus superioribus quid
deceat apparet. Nam et ratione uti atque « occupazioni
(speculative) ». — non, « ma non », risolvendo in perfetti i tre participi che
seguono. — potiusque, « anzi » . — quae scil. res fami- ìiaris. — parta sit e i
congiuntivi che seguono sono esortativi. — lubi- dini; « capricci » (§ 14). —
pareat, l'italiano « servire » ha la medesima meta- fora. — servantem, risolvi
col gerundio. — graviter, «dignitosamente». — simpliciter, § 63 bonos et simplices.
— vere hominum amice, queste tre parole sono guaste e non danno senso. OS.
Della quarta virtù, awqppoauvr], che Cicerone chiama decorum. Nei §§ 93-99
parla della sua natura, indi (§§ 100-151) dei doveri che da essa derivano. —
sequitur ut..., « resta a... ». — reliqua. qui è l'ultima. — verecundia } « il
senso della convenienza ». — et quasi ... modestia, risolvi: et temperanza et
modestia, quae quasi ornant (« ingentiliscono») vitam («il carattere umano »).
— omnis sedatio, « intera padronanza ». — re- rum modus, « il giusto mezzo » .
— hoc loco = in hac parte. — enim si sopprime nella traduzione. — vis, « natura
» ; spiega: « esso per natura sua non... ». — 04. quod decet, « ciò che è
decoroso ». — intellegi, « imaginare », farsene un'idea. — cum antegressa est,
« quando abbia per punto di partenza; per fondamento... ». — quid deceat
apparet, « si scorge il decoro ». ~ nam. « cioè » (§ 9). — et ratione... esse
captum, il decoro nella de ckkiciis, i, 27, 93-- 90 51 oratione prudenter, et
agere, quod agas, considerate omnique in re quid sit veri videre et tueri
decet, contraque falli errare, labi decipi tam dedecet quam delirare et mente
esse captum; et iusta omnia decora sunt, iniusta contra, ut turpia, sic inde-
cora. Similis est ratio fortitudinis. Quod enim viriliter animoque magno fit,
id dignum viro et decorum videtur, quod contra, id ut turpe, sic indecorum.
Quare pertinet quidem ad omnem 95 honestatem hoc, quod dico, decorum, et ita
pertinet, ut non recondita quadam ratione cernatur, sed sit in promptu. Est
enim quiddam, idque intellegitur in omni virtute, quod deceat; quod cogitatione
magis a virtute potest quam re separari. Ut venustas et pulchritudo corporis
secerni non potest a valetudine, sic hoc, de quo loquimur, decorum totum illud
quidem est cum virtute confusum, sed mente et cogitatione distinguitur. Est 96
autem eius discriptio duplex; nam et generale quoddam de- corum intellegimus,
quod in omni honestate versatur, et aliud huic subiectum, quod pertinet ad
singulas partes honestatis. sapienza; et iusta... indecora, il decoro nella
giustizia; similis ... inde- corum, il decoro nella fortezza. — ratione ...
prudenter, « pensare e par- lare secondo ragione». — decet... dedecet, «è
decoroso... è indecoroso»; bisogna badare di tener sempre la radicale e decoro
» , come nel latino ; altrimenti il discorso perde vivacità e chiarezza. —
falli, decipi vanno accoppiati come errare, labi (chiasmo), cfr. § 18. —
similis est, qui per ottenere varietà è mutata la costruzione. — quod fit,
spiega con un so- stantivo « azioni ». — quod contra, • le loro contrarie ». —
95. Tutto questo § è una ripetizione del principio del § 94. — omnem honestatem
= omnes partes honestatis, — recondita quadam ratione, « solo per via di
astrazione ». — est enim... quod deceat, « vi ha non so che decoroso, che si
presuppone {intellegitur) in ogni virtù ». — quod = sed id. — cogitatione, re,
« in teoria, in pratica ». — confusum = coniunctum, cohaerens (III 11). , —
mente et cogitatione, «per via di astrazione e teoricamente». — 90- Qui
Cicerone vuol distinguere due categorie di decorum: l'una generale, che si
trova in tutte le virtù, l'altra speciale, che costituisce propriamente la
quarta virtù, cioè la oujq>poavjvr|. Questo dovrebbe essere il suo pensiero,
ma in effetto abbiamo una confusione, che fa poco onore alla esattezza
filosofica di Cicerone. Giacché egli definisce il decorum generale come si
trattasse di definire la honestas, che è il complesso di tutte le quattro virtù
(quod consentaneum... differat, cfr. §§ 11-14); in secondo luogo chiama decorum
speciale quello che pertinet ad singulas partes honestatis, mentre questo è per
l'appunto il decorum generale. Avrebbe dovuto dire pertinet ad unam (scil.
quartam) singuìarium partium honestatis. — discriptio, « divisione », § 15. -
huic &ubiectum t Cicerone non usa l'ag- 52 M. TULLI CICERONIS Atque illud
superius sic fere definiri solet: decorum id esse, quod consentaneum sit
hominis excellentiae in eo in quo na- tura eius a reliquis animantibus differat
Quae autem pars sub- iecta generi est, eara sic definiunt, ut id decorum velint
esse, quod ita naturae consentaneum sit, ut in eo moderatio et tem- perantia
apparea-t cum specie quadam liberali. 97 28. Haec ita intellegi possumus
existimare ex eo decoro, quod poètae sequuntur; de quo alio loco plura dici
solent. Sed tum servare illud poétas, quod deceat, dicimus, cum id, quod quaque
persona dignum est, et fit et dicitur; ut, si Aeacus aut Minos diceret:
Oderint, dum métuant, aut: natis sepulchro ipse est parens, indecorum videretur,
quod eos fuisse iustos accepimus; at Atreo dicente plausus excitantur, est enim
digna persona oratio. Sed poétae, quid quemque deceat, ex persona iudicabunt;
nobis autem getti vo specialis, che fu introdotto da Seneca. — quae autem,
invece che hoc posterius in corrispondenza con illud superius (anacoluto). —
sub- iecta generi « speciale ». — ut id ... esse, questo giro superfluo si
omette nella traduzione. — ut in eo appareat, « facendo in essa (natura) risal-
tare... » . — specie liberali, propriamente « pompa signorile » ; puoi spie-
gare « grazia geniale » . — 97* haec ita intellegi, «che così si deva intendere
». — alio loco, nei trattati di poetica e di rettorica. — sed, « comunque » ;
sebbene non sia qui il luogo di trattarne, pure ne vuol dare un cenno. —
persona, « personaggio » , — Aeacus, Minos, due re, che furono modelli di
giustizia. — oderint ... parens, qui abbiamo due emistichi tolti,
probabilmente, àoXY Atreo, tragedia di Accio. IL primo emistichio è una cruda
espressione di brutalità tirannica. — dum = dummodo. Se è, come pare, il
principio del verso, abbiamo un ritmo trocaico (-^, — , ^-). — natis... parens,
nelle feroci gelosie sorte tra i due fratelli Atreo e Tieste, Atreo uccise i
due figli di Tieste e glieli imbandì a mensa. — Qui ab- biamo la seconda parte
di un trimetro giambico (--, v>- f — t y v _). — sed poetae ... § 98 in uno
quoque genere virtutìs. Ecco il nesso del pen- siero: In pratica vi sono uomini
che non osservano il decorum; il poeta che li rappresenta deve mantenere a loro
il carattere che essi hanno. Ma in ordine al posto che la natura ha assegnato
all'uomo fra gli altri ani- mali, esso ha una sola parte da rappresentare,
quella del decorum, e da rappresentarla per tutta quanta la vita. — iudicabunt,
come sotto de officiis, i, 28, 97—99 53 personam imposuit ipsa natura magna cum
excellentia prae- stantiaque animantitìm reliquarum. Quocirca poètae in magna
98 varietate personarum, etiam vitiosis quid conveniat et quid de- ceat,
videbunt, nobis autem cura a natura constantiae, mode- rationis, teraperantiae,
verecundiae partes datae sint cumque eadem natura doceat non neglegere, quem ad
modum nos ad- versus homines geramus, efficitur, ut et illud, quod ad omnem
honestatem pertinet, decorum quara late fusum sit, appareat et hoc, quod
spectatur in uno quoque genere virtutis. Ut enira pulchritudo corporis apta
compositione membrorum movet oculos et delectat hoc ipso, quod inter se omnes
partes cura quodam i lepore consentiunt, sic hoc decorum, quod elucet in vita,
movet adprobationem eorum, quibuscum vivitur, ordine et constantia et
moderatione dictorum omnium atque factorum. Adhibenda 99 est igitur quaedam
reverentia adversus homines et optimi cu- iusque et reliquor um. Nam neglegere,
quid de se quisque sentiat, non solum arrogantis est, sed etiam omnino
dissoluti. Est autem, quod differat in hominum ratione habenda inter iustitiam
et verecundiam. Iustitiae partes sunt non violare ho- mines, verecundiae non
offendere; in quo maxume vis perspicitur decori. His igitur expositis, quale sit id, quod decere
dicimus, intellectura puto. videbunt si traducono col congiuntivo. — ipsa,
senza che abbiamo bisogno di impararla. — cum, « dotandoci di... » . —
animantium, genitivo ogget- tivo, che tradurrai « su, sopra ». — 98. quid
deceat; deceat non può reggere vitiosis (zeugma). — nobis autem ... efficitur;
per rendere chiaro questo periodo nella traduzione risolvilo così; nobis autem
(« invece») a natura... datae sunt eademque... docet... ; ex quo efficitur. —
quem ad modum nos geramus, traduci col sostantivo «rapporti». — efficitur ut
appareat, si semplichi in apparet. — omnem, « in generale » . — fusum sit scil.
per omnem vitam hominum. — in uno quoque genere, anche qui, come al § 96,
confonde il decorum generale addirittura con la ho ne sta s e il decorum
speciale con quello generale. — enim, traduci con « e ». — hoc ipso quod
consentiunt, adopera la parola « armonia » e risolvi cum lepore nell'aggettivo
< leggiadro». — vivitur , «avere relazione, trat- tare ^ . — 99. optimi e
reliquorum vanno con reverentia, adversus homines con adhibenda est (« in
faccia agli uomini >). — quisque sen- tiat, potresti rendere con « pubblica
opinione». — est... differat, traduci toi sostantivo. — verecundiae. per i!
significato cfr. § 93. — offendere t cfr. § 86. 54 M. TULLI CICEIIUNIS 100
Officium autem, quod ab eo ducitur, hanc primum babet viara, quae deducit ad
convenientiam conservationemque naturae; quam si sequemur ducem, numquam
aberrabimus sequemurque et id t quod acutum et perspicax natura est, et id, quod
ad hominum consociationem accommodatum, et id, quod veheraens atque forte. Sed
maxuma vis decori in hac inest parte, de qua disputaraus; neque enim solum
corporis, qui ad naturam apti sunt, sed multo etiam magis animi motus probandi,
qui item 101 ad naturam accomandati sunt. Duplex est enim vis animorum
'atque natura; una pars in appetitu posita est, quae est ópjuri Graece, quae
hominem huc et illuc rapit, altera in ratione, quae docet et explanat, quid
faciendum fugiendumque sit. Ita fit, ut ratio praesit, appetitus obtemperet.
29. Omnis autem actio vacare debet temeritate et neglegentia nec vero agere
quicquam, cuius non possit causam probabilem red- 102 dere; haec est enim fere
discriptio offici. Efficiendum autem est, ut appetitus rationi oboediant eamque
neque praecurrant nec propter pigritiam aut ignaviam deserant sintque
tranquilli atque orani animi perturbatone careant; ex quo elucebit omnis con-
100. hanc habet viam quae deducit, tutta la frase = deducit ; una delle
frequenti circonlocuzioni usate da Cicerone. — primum, ha per corrispon- dente
sed maxuma. In queste poche righe Cicerone riassume
come il de- corum si trovi anche nelle tre prime virtù; per poi passare al
decorum, che si trova nella quarta. — convenientiam cons. naturae, « l'armonia
con la natura e l'osservanza delle sue leggi ». — acutum... natura, perifrasi
della sapienza; ad hominum... accommod., della giustizia; veh... forte, della
fortezza. — in hac... de qua, la quarta virtù, cioè la auKppoaùvr). Essa, avuto
riguardo alle qualità interiori e ai rapporti personali, impone i se- guenti
doveri: padronanza delle passioni § 102; misura nella serietà e nella allegria
103-104; moderazione nei piaceri 105-106; dignità personale 107-114; savia
scelta del proprio stato 115-121; obblighi verso le varie età e condizioni
122-125. — qui... qui..., traduci e quando... quando... ». — motus « sentimenti
». — 101. vis atque natura, « elementi na- turali », sopprimi pars. — omnis
actio, si risolva « l'uomo in ogni sua azione », e per ischivare la stonatura
actio debet agere e per dare un sog- getto conveniente a possit. — probabilem ,
§ 8. — discriptio, « defini- zione», § lo; offici, del dovere in generale. Gli
Stoici definivano il dovere: ciò che si fa con una ragione plausibile (8
npaxOév cOXoyóv nva toxa dTToXoYianóv, Diog. Laerzio VII 107); cfr. § 8; Cicer.
Fin. Ili 58 quod ita factum est, ut eius facti probabilis ratio reddi possit. —
102. omni animi... careant, per dar un soggetto conveniente a careant, risolvi
così : nec ullam animi perturbationem concitent. — constantia, de officiis, i,
28-29, 100— 104 55 stantia omnisque moderatio. Nam qui appetitus longius
evagantur <»t tamquam exultantes sive cupiendo sive fugiendo non satis a
ratione retinentur, ii sine dubio finem et modum transeunt ; re- linquunt enim
et abiciunt oboedientiam nec rationi parent, cui sunt subiecti lege naturae; a
quibus non modo animi perturban- tur, sed etiam corpora. Licet ora ipsa cernere
iratorum aut eorum, qui aut lubidine aliqua aut metu commoti sunt aut voluptate
ni mia gestiunt; quorum omnium vultus, voces, motus statusque mutantur. Ex
quibus illud intellegitur, ut ad officii formam 103 revertamur, appetitus omnes
contrahendos sedandosque esse ex- citandamque animadversionem et diligentiam ut
ne quid te- mere ac fortuito, inconsiderate neglegenterque agamus. Neque enim
ita generati a natura sumus, ut ad ludum et iocum facti esse videamur, ad
severitatem potius et ad quaedam studia gra- viora atque maiora. Ludo autem et
ioco uti ilio quidem licet, sed sicut- sonano et quietibus ceteris tum, cum
gravibus se- riisque rebus satis fecerimus. Ipsumque genus iocandi non pro-
fusum nec immodestum, sed ingenuum et facetum esse debet. Ut enim pueris non
omnem ludendi licentiam damus, sed eam, quae ab honestatis actionibus non sit
aliena, sic in ipso ioco aliquod probi ingeni lumen eluceat. Duplex omnino est
iocandi 104 genus, unum inliberale, petulans, flagitiosum, obscenum, al- terimi
elegans, urbanum, ingeniosum, facetum. Quo genere non modo Plautus noster et
Atticorum antiqua comoedia, sed etiam « fermezza di carattere > . —
cupiendo, fugiendo, puoi rendere con due so- stantivi, e inclinazioni ,
avversioni». — licet.., quorum, puoi connettere così nella traduzione: « basta
guardare... per vedere come... ». — ipsa, si risolve in un avverbio: * solo,
senz'altro». — 103» illud, anticipa- ti vo, §3. — ad formam, «al nostro
concetto». — potius = sed. — studia, « occupazioni ». — ilio quidem, uso
concessivo del pron., « bensì ». — quietibus ceteris, « ogni altra sorta di
ricreazione » ; il plurale dei nomi astratti indica spesso la ripetizione (§
19) o le diverse specie di una cosa. — rebus « occupazioni, faccende ». —
ingenuum, « onesto ». — omnem, « sconfinata ». — ab honestatis actionibus = ab
hone state. — ingeni, qui si intende dell'attività dell'ingegno, puoi tradurre
«studi». — elu- ceat, «deve...». — 104. Plautus.., comoedia, i sali di Plauto e
della coni inedia attica non sempre piacerebbero al nostro gusto moderno. 1
prin- cipali rappresentanti della commedia antica attica furono Cratino,
Eupoli, Aristofane ; questa commedia era essenzialmente politica ; i tipi
comici fu- 56 M. TULLI C1CER0NIS philosophorum Socraticorum libri referti sunt,
multaque niul- torum facete dieta, ut ea, quae a sene Catone collecta sunt t
quae vocant àno<pQéY\iaja. Facilis igitur est distinctio ingenui et
inliberalis ioci. Alter est, si tempore fit, ut si rernisso animo, homine vel
gravi dignus, alter ne libero quidem, si rerum tur- pitudini adhibetur verborum
obscenitas. Ludendi etiam est quidam modus retinendus, ut ne nimis omnia
profundamus ela- tique voluptate in aliquam turpitudinem delabamur. Suppedi-
tant autera et Campus noster et studia venandi houesta exempla ludendi. 105 30.
Sed pertinet ad omnem offici quaestionem semper in promptu habere, quantum
natura bominis pecudibus reliquisque belnis antecedat; illae nihil sentiunt
nisi voluptatem ad eamque feruntur orani impetu, hominis autem mens discendo
alitur et cogitando, semper aliquid aut anquirit aut agit videndique et
audiendi delectatione ducitur. Quin etiam, si quis est paulo ad voluptates
propensior (modo ne sit ex pecudum genere, sunt enim quidam homines non re, sed
nomine), sed si quis est paulo erectior, quamvis voluptate capiatur, occultat
et dissi- 106 mulat appetitimi voluptatis propter verecundiam. Ex quo intel-
rono creati dalla nuova. — philos. Socraticor. libri, Cicer. Brut. 292 ego
ironiam Ulani, quam in Socrate dicunt fuisse, qua Uh (introdotto a ra- gionare
nei dialoghi) in Platonis et Xenophontis et Aeschini (Eschine, alunno di
Socrate, da non confondere col famoso oratore) ìibris utitur, facetam et
eìegantem puto. — multaque, qui la costruzione muta ; biso- gnerebbe supplire
cuius generis sunt (anacoluto). — facete dieta = fa- cetiae. — Catone, il
vecchio ; li aveva raccolti tra gli antichi e tra i contemporanei. — tempore, «
a tempo debito ». — ut si specifica tempore, come p. e. nei momenti di
ricreazione. — vel, § 59. — ludendi, spiega col sostantivo «divertimenti». —
nimis, pleonastico. — omnia profun- damus, « gettare tutto il nostro,
prostituire la nostra dignità, abbando- narsi agli eccessi ». — turpitudinem, «
sconcezza ». — Campus^ il Campa di Marte, dove la gioventù romana si esercitava
nella ginnastica. — studia, « esercizi » . 105. in promptu habere, « tener
presente ». — pecudibus = pecudum naturae (comparatio compendiaria). —
feruntur, (« trascinare ») involon- tariamente; ducitur, volontariamente. — si
quis est ... sed si quis est, bastava si quis... sed est, « se uno è... ma è...
» ; però ha ripetuto si quis per ripigliare il primo termine lasciato dalla
parentesi a un certo inter- vallo; noi renderemo il secondo termine così: «per
poco che sia... ». — erectior «di animo, di sensi elevati » . — 106.
praestantia, «nobiltà*. de offici is, i, 30, 105—108 57 legitur corporis
voluptatera non satis esse dignam hominis prae- . stantia, eamque conterani et
reici oportere; sin sit quispiam, qui aliquid tribuat voluptati, diligenter ei
tenendum esse eius fruendae modum. Itaque victus cultusque corporis ad valetu-
dinem referatur et ad vires, non ad voluptatem. Atque etiara si considerare
volumus, quae sit in natura hominis excellentia et dignitas, intellegemus, quam
sit turpe diffluere luxuria et deli- cate ac molliter vivere quamque honestum
parce, continenter, severe, sobrie. Intellegendum etiara est duabus quasi nos a
natura indutos 107 esse personis; quarum una coramunis est ex eo, quod omnes
participes sumus rationis praestan ti aeque eius, qua antecellimus bestiis, a
qua omne honestum decorumque trahitur, et ex qua ratio inveniendi offici
exquiritur, altera autem, quae proprie singulis est tributa. Ut enim in corporibus magnae
dissimili- tudines sunt (alios videmus velocitate ad cursum, alios viribus ad
luctandum valere, itemque in formis aliis dignitatem inesse, aliis venustatem),
sic in animis existunt maiores etiam varie- tates. Erat in L. Crasso, in L. Philippo multus lepos, maior
108 etiam magisque de industria in C. Cacsare L. filio; at isdera — eamque, que
«anzi». — victus cultusque, § 12. — considerare vo- lumus = considerabimus,
così si spiega il futuro intellegemus. — diffluere veramente è « straripare
> ; puoi usare un'altra metafora presa dall'acqua « sguazzare » . 107.
etiam, « inoltre » . — personis, « caratteri ». — ex eo quod = eo quod. —
praestanliaeque qua antecellimus bestiis, sopra disse (§ 97) prae stantia
animantium; puoi rendere col solo sostantivo «superiorità». — a qua , ex qua si
riferiscono a praestantiae. — ex qua exquiritur, « dalla quale si deriva » e,
mutando il rapporto, « nella quale si cerca » (cfr. § 79 ex animo quaerimus),
«alla quale risale», «dalla quale di- pende » e simili. — ratio inveniendi =*
inventio. — singulis est tributa, « individuale, personale » ; aggettivi, dei
cui corrispondenti mancavano i Romani. — alios scil. homines. — in formis
aliis... aliis, più corretta- mente in aliis formis... in aliis. — 10S. L.
Crasso, L. Licinius Crassus (nato nelPanno 140 avanti Cristo, morto nel 91),
console nel 95, fu il più grande oratore dei suoi tempi. È uno dei principali
interlocu- tori del de Oratore. — Philippo, L. Marcius Philippus, console nel
91; Crasso et Antonio (altro famoso oratore con-temporaneo di Crasso) L. Phi-
lippus proximus, sed longo intervallo tamen proximus (Cicerone Brut 173). —
magisque de industria, puoi rendere « e più ricercato, più studiato » . —
Caesare, C. Iulius Caesar Strabo, edile nel 90, ucciso fra i proscritti di
Mario. E interlocutore nel de Oratore. — isdem temporibus, preso 53 M. TULLI
CICEaONIS temporibus in M. Seauro et in M. Druso adalescente singularis severitas,
in C. Laelio multa hilaritas, in eius familiari Sci- pione ambitio maior, vita
tristior. De Graecis autem dulcem et facetum festivique serraonis atque in omni
oratione simula- torem, quem eìpuuva Graeci nominarunt, Socratem accepimus,
contra Pytliagoram et Periclem summam auctoritatem conse- cutos sine lilla
hilaritate. Callidum Hannibalem ex Poenorum, ex uostris ducibus Q. Maximum
accepimus, facile celare, tacere, dissimulare, insidiari, praeripere hostium
Consilia: in quo ge- nere Graeci Themistoclem et Pheraeum Iasonem ceteris ante-
ponunt; in priraisque versutum et callidum factum Solonis, qui, quo et
tutioreius vita esset et plus aliquanto rei publicae prod- 109 esset, furere se
simulavit. Sunt his alii
raultum dispares, sim- plices et aperti, qui nihil ex occulto, nihil de
insidiis agendum putant, veritatis cultores, fraudis inimici. Itemque alii, qui
quidvis perpetiantur, cuivis deserviant, dum, quod velint, conse- quantur, ut
Sullam et M. Crassum videbamus: quo in genere versutissimum et patientissimum
Lacedaemonium Lysandrum un po' largamente. — Seauro, cfr. § 76. — Druso, M. Livius Drusus, ucciso il 91, mentre
era tribuno. — Ljuìib, cfr. § 90. — ambitio, come m>.'Zzo per acquistarsi
una forte posizioTO fcello Stato, si può risolvere in « importanza politica ».
— vita è qui il ,« modo di presentarsi », il « con- tegno » ; è naturale che un
uomo in quella posizione elevata mantenesse una certa austerità anche nei modi.
— simulatorem, è un tentativo di tradurre elpujv ; così tradusse eìpujvda con
dissimulano (Acad. II 15, Verr. IV 144). L'ironia socratica consiste in ciò:
cum de sapientia di- sceptetur , Itane sibi ipsum detrahere , eis tribuere
illudentem ( € per gioco »), qui eam sibi arrogarti [Brut 292). — Q. Maximus,
cfr. § 84. — celare... questi infiniti rappresentano un'epesegesi in forma
libera di callidum; noi traduciamo « nel... ». — in quo genere dei callidi. —
Iason, tiranno di Fere, si impadronì con la sua astuzia di tutta la Tessalia;
mori nel 360 av. Cr. — furere, narrasi, che V impresa per conquistar Salamina
essendo andata tante volte a male, si vietò con una legge di più farne
menzione; Solone fintosi pazzo declamò nel foro la sua elegia la Xa fiic;,
eccitando gli Ateniesi all'impresa, che quella volta riuscì felice- mente. — 109.
his scil. callidis. — ex occulto, de insidiis, traduci con due avverbi. —
qui... deserciant, qui è relativo consequenziale; tra- duci « capaci di... » —
dum, « pur di... ». — quod velint, traduci con un sostantivo. — Crassum, il
triumviro. — quo in genere, di quelli che quidvis perpetiuntur. — Lysand.,
Collier. (§ 84) ; Lisandro seppe con la sua pazienza ottenere da Ciro il
giovane (407 av. Cr.) forti sussidi di danaro; Callicratida invece si sdegnò
che Ciro lo avesse fatto aspettare due giorni e partì con le navi, protestando
che un Greco non doveva per de okkiciis, r, «30 — 31, 109—111 59 accepimus;
contraque Callicratidam, qui praefectus classis pro- ti mas post Lysandrum
fuit. Itemque in sermonibus alium juem[que], quamvis praepotens sit, efficere,
ut unus de multis esse videatur; quod in Catulo, et in patre et in filio,
idemque in Q. Mucio Mancia vidimus. Audivi ex maioribus natii hoc idem fuisse
in P. Scipione Nasica; contraque patrem eius, illum qui Ti. Gracchi conatus
perditos vindicavit, nullam comitatem habuisse sermonis ; ne Xenocratem quidem,
severissimum philo- sophorum, ob eamque rem ipsam magnum et clarum fuisse.
Innumerabiles aliae dissimilitudines sunt naturae morumque, minime tamen
vituperandorum. 31. Admodum autem tenenda sunt sua cuique non vitiosa, HO sed
tamen propria, quo facilius decorum illud, quod quaerimus, retineatur. Sic enim
est faciendum, ut contra universam na- tii ram nihil contendamus, ea tamen
conservata propriam nostram sequamur, ut, etiamsi sint alia graviora atque meliora,
tamen nos studia nostra nostrae naturae regula metiamur; neque enim attinet
naturae repugnare nec quicquam sequi, quod adsequi non queas. Ex quo magis
emergit, quale sit decorum illud, ideo quia nihil decet invita Minerva, ut
aiunt, id est adversante et repugnante natura. Omninó si quicquam est decorum,
nihil est in profecto magis quam aequabilitas cum universae vitae, tum il
danaro umiliarsi davanti a un barbaro. — contraque, « tutt'al con- trario ». !—
itemque, eupplisci videmus dal vidimus che segue. — in ser- monibus (< nelle
conversazioni, nei discorsi intimi ») va con esse videatur, — praepotens di
elevata condizione politica e sociale. — alium quem, « qualche altro », «
taluno ». — unus de multis, « alla mano ». — Catulo, Q. Lutatius Catulus, console
nel 102; proscritto da Mario, si uccise nell'87. Sul giovine Catulo cfr. § 76.
— Q. Mucio Mancia, personaggio sconosciuto. — hoc idem, che fosse unus de
multis. — Nasica, morì con- sole nel 112 ; fu oratore arguto. — patrem eius,
cfr. § 76. — ne Xenocr. » ne Xenocratem quidem audivi comitatem habuisse;
Senocrate fu scolaro di Platone e maestro di Demostene, cultore della filosofìa
e della matema- tica, di principi pitagorici. 110. sua, «i propri istinti, le
proprie tendenze». — non, «non quelle » . — universam naturavi scil. humanam,
le tendenze della natura umana in generale, in antitesi alle tendenze
individuali. — sequi, adsequi, si noti la differenza di questi due verbi. —
emergit, « risulta chiaro », in questo uso si trova presso Cicerone qui soltanto.
— quale sit, « in che consista». — ideo, «appunto». — 111. si quicquam
presuppone 60 M. TULLI CICERONIS singularura actionum, quam conservare non
possis, si aliorum naturam imitans omittas tuarn. Ut enim sermone eo debemus
uti, qui innatus est nobis, ne, ut quidam, Graeca verba incul- cantes iure
optimo rideamur, sic in actiones omnemque vitam 112 nullam discrepantiam
conferre debemus. Atque haec differentia naturarum tantam habet vim, ut non
numquam mortem sibi ipse consciscere alius debeat, alius in eadem causa non
debeat. Num enim alia in causa M. Cato fuit, alia ceteri, qui se in Africa
Caesari tradiderunt? Atqui ceteris forsitan vitio datum esset, si se
interemissent, propterea quod lenior eorum vita et mores fuerant faciliores,
Catoni cum incredibìlem tribuisset na- tura gravitatem eamque ipse perpetua
constantia roboravisset semperque in proposito susceptoque Consilio
permansisset, rao.- 113 riendum potius quam ty ranni vultus aspiciendus fuit.
Quam multa passus est Ulixes in ilio errore diuturno, cum et mulie- ribus, si
Circe et Calypso mulieres appellandae sunt, inser- viret et in omni sermone
omnibus adfabilem esse se vellet! domi vero etiam contumelias servorum
ancillarumque pertulit, ut ad id aliquando, quod cupiebat, veniret. At Aiax,
quo animo traditur, milies oppetere mortem quam illa perpeti maluisset.
l'incertezza sull'esistenza della cosa; innatus, il materno. — verba Graeca, il
greco a quei tempo, oltre che elemento indispensabile per una seria cultura,
era anche lingua di moda, della quale la gente galante ed ele- gante infiorava
il linguaggio materno, come presso di noi si suole ancora fare col francese.
Questo ridicolo costume fu spesso colpito dai poeti sati- rici, come Lucilio e
Giovenale, e da Cicerone, p. e. Tusc. I 15 scis me Graece loqui in Latino
sermone non plus solere quam in Graeco Latine. — inculcantes, propriamente «
incastrare » . — nullam discrepantiam , per mantenere Yaequabilitas
(discrepantia è in un certo senso la nostra e sto- natura >), — 112. num,
aspetta risposta negativa. — causa, « con- dizione » . — se tradiderunt, dopo
la vittoria di Tapso del 46 ; Catone comandava la piazza di Utica, dove si
uccise; e perciò fu chiamato liti- censis. Nessun suicidio fu come questo una
legittima conseguenza di tutta la vita di un uomo ; perciò ebbe l'approvazione
di Cicerone, che qui non è tanto filosofo quanto ammiratore di una delle più
forti figure stoiche che siano esistite. — atqui, «eppure». — Catoni, introduci
con un « mentre, laddove >. — 113. errore, « peregrinazioni, avventure >.
— Circe et Calypso, nell'isola di Circe gli furono trasformati i compagni in
porci e nell'isola di Calipso visse ignorato alcuni anni. — mulieres, erano
veramente dee o meglio maghe incantatrici. — esse se vellet^ « s'imponeva di
essere ». — servorum ancill, ciò si racconta nell'Ossea XVII e XVIII. —
aliquando, «una volta ». - quo animo scil. feroci, «violento come de officiis,
i, 31—32, 112—115 61 Quae contemplantes expendere oportebit, quid quisque
habeat sui, eaque moderari nec velie experiri, quam se aliena deceant; id enim
maxume quemque decet, quod est cuiusque maxume v suum. Suum quisque igitur
noscat ingenium acremque se et 114 honorum et vitiorum suorum iudicem praebeat,
ne scaenici plus quam nos videantur habere prudentiae. Illi enim non op- tumas,
sed sibi accommodatissumas fabulas eligunt; qui voce freti sunt, Epigonos
Medumque, qui gestii, Melanippam, Cly- temestram, seraper Rupilius, quem ego
memini, Antiopam, non saepe Aesopus Aiacem. Ergo bistrio hoc videbit in scaena,
non videbit sapiens vir in vita? Ad quas igitur res aptissimi erimus, in iis
potissimum elaborabimus; sin aliquando necessitas nos ad ea detruserit, quae
nostri ingeni non erunt, omnis adhi- benda erit cura, meditatio, diligentia, ut
ea si non decore, at quam minime indecore facere possimus; nec tam est
enitendum, ut bona, quae nobis data non sint, sequamur, quam ut vitia %
fugiamus. 32. Ac duabus iis personis, quas supra dixi, tertia adiun- 115 si
dice che fosse » . — quae, traduci col sostantivo « esempi » . — mode- rari, «
guidare, indirizzare a buon fine, trarne partito > . — 114. scae- nici, «
attori ». — freti, < possono contare su... ». — Epigonos (Epigoni erano i
figli dei sette assalitori di Tebe, che ritentarono l'impresa con a capo
Alcmeone), titolo di una tragedia di Accio. — Medum, tragedia di Pacuvio. Medo,
figlio di Medea, andò nella Colchide a cercar la madre; ivi corse pericolo di
essere ucciso, ma la madre lo salvò ; uccise Perse fra- tello di suo nonno
Eeta, e ne ereditò la sostanza. — Melanippam, tra- gedia di Ennio. Melanippa
aveva avuto da Nettuno due figli, Beoto ed Eolo. Essi furono esposti dal loro
nonno, padre di Menalippa, e la madre accecata e chiusa in carcere. Accolti i
due figlioli e cresciuti tra pastori, uccisero poi il nonno e liberarono la madre,
a cui Nettuno ridonò la vista. — Clytemestram, tragedia di Accio. — Rupilius,
un attore sconosciuto. — Antiopam, tragedia di Pacuvio. Zeto e Anfione, figli
di Giove e di Antiopa, allevati da un pastore, salvarono poi la madre da Lieo,
zio di lei, e dalla moglie Dirce. — Aesopus, amico di Cicerone, a cui fu
maestro nelP arte di recitare ; era con Boscio uno dei due più famosi attori di
quel tempo. — Aiacem, tragedia di Ennio. — nec tam est... fugiamus, in questi
casi non si tratta tanto di far bene, quanto di non far male. 115. personis, «
caratteri, parti ». — supra, § 107. — tertia scil. ^>«r- sona ; questa è
espressa da nam regna... gubernantur e riguarda la posizione speciale che vien
fatta ad un uomo nella società dal potere, dalla nobiltà e dalla ricchezza ;
quarta, è espressa da ipsi... proficiscitur e riguarda la 62 M. TULLI CICERONIS
gitur, quam casus aliqui aut tempus imponit; quarta etiam, quam nobisraet ipsi
iudicio nostro accommodamus. Nam regna imperia, nobilitates honores, divitiae
opes eaque, quae sunt his contraria, in casu sita temporibus gubernantur; ipsi
autem ge- rere quam personam velimus, a nostra voluntate proficiscitur. Itaque
se alii ad philosophiam, alii ad ius civile, alii ad elo- qtientiam applicant,
ipsarumque virtutum in alia alius mavult 116 excellere. Quorum vero patres aut
maiores aliqua gloria prae- stiterunt, ii student plerumque eodem in genere
laudis excel- lere, ut Q. Mucius P. f. in iure civili, Pauli filius Africanus
in re militari. Quidam autem ad eas laudes, quas a patribus acceperunt, addunt
aliquam suara, ut hic idem Africanus elo- quenza cumulavit bellicam gloriam;
quod idem fecit Timotheus Cononis filius, qui cum belli laude non inferior
fuisset quam pater, ad eam laudem doctrinae et ingeni gloriam adiecit. Fit
autem interdum, ut non nulli omissa imitatione maiorum suum quoddam institutum
consequantur, maximeque in eo plerumque elaborant ii, qui magna sibi proponunt
obscuris orti maioribus. 117 Haec igitur omnia, cum quaerimus quid deceat,
complecti animo et cogitatione debemus; in primis autem constituendum est, quos
nos et quales esse velimus et in quo genere vitae, quae de- liberalo est omnium
difficillima. Ineunte enim adulescentia, scelta del proprio stato. — iudicio,
con termine specifico puoi spiegare « scelta » . — nobilitates, i vari gradi di
nobiltà. — ipsi autem, per dar forma italiana a questa proposizione devi
introdurti così: « ma lo sce- gliere... ». — ipsarum virtutum, in italiano
bisogna mutar piega, p. e. « e quanto alle stesse virtù... ». — 116. aliqua
gloria = aliquo genere glorine. — laudis =» gloriae. — Mucius Scaevola, gli
Scevola furono due, padre e figlio, entrambi rinomati giuristi, entrambi amati
e venerati da Cicerone come maestri ; il padre per distinguerlo fu chiamato
l'augure, il figlio, quello di cui si parla qui, il pontefice; questi fu
console nel 95 con Crasso e fu nell'82 fatto uccidere dal giovane Mario. —
Pauli, Emilio Paolo, il vincitore di Pidna; due suoi figli furono adottati da
Cornelio Scipione, figlio di Scipione il vecchio; uno di questi due figli fu
Scipione Emiliano. — Timotheus, scolaro di Isocrate, fu summus imperator ho*
moque doctissimus (Cicer. de Orat. Ili 139). — Cononis, illustre capitano
ateniese. — consequantur, qui = sequantur. — magna, puoi renderlo con le parole
« ideale, meta » e simili. — 117- haec igitur debemus, autem; haec ... debemus
è la ricapitolazione di ciò che ha detto prima e si può risolvere in una
proposizione subordinata: € tenendo presenti... ». — quae = cuius rei-, ma
nella traduzione puoi far di delìberatio una de officiis, i, 32—33, 116—119 63
cum est maxima imbecillitas consili, tum id sibi quisque genus aetatis degendae
constittiit, quod maxime adamavit; itaque ante implicatur aliquo certo genere
cursuque vivendi, quam potili t, quod optimum esset, indicare. Nam quod
Herculem Prodicus 118 dicit, ut est apud Xenophontem, cum primum pubesceret,
quod tempus a natura ad deligendura, quam quisque viam vivendi sit ingressurus,
datum est, exisse in solitudinem atque ibi se- dentem diu secnm multumque
dubitasse, cum duas cerneret vias, unam Voluptatis, alteram Virtutis, utram
ingredi melius esset, hoc Herculi 'lovis satu edito' potuit fortasse
contingere, nobis non item, qui imitamur, quos cuique visum est, atque ad eon;m
studia institntaque impellimur: plerumque autem pa- rentiura praeceptis imbuti
ad eorum consuetudinem moremque deducimur; alii multitudinis iudicio feruntur,
quaeque maiori parti pulcherrima videntur, ea maxime exoptant; non nulli tamen
sive felicitate quadam sive bonitate naturae sine paren- tium disciplina rectam
vitae secuti sunt viam, 33. IUud autem maxime rarum genus est eorum, qui aut
119 excellente ingerii! magnitudine aut praeclara eruditione atque doctrina aut
m&que re ornati spatium etiam deliberandi ba- buerunt, quem potissimura
vitae cursurn sequi vellent; in qua deliberatione ad suam cuiusque naturam
consilium est omne revocandum. Nam cum in omnibus, quae aguntur, ex eo, quo
apposizione , sopprimendo quae est. — implicatur , « impegnato » . — 118. Tutto
questo § è un solo periodo , che noi dobbiamo spezzare ; p. e. così: quod
Herculem Prodicus dicit... hoc potuit... nobis non item, qui imitamur... « 11
fatto di Ercole raccontato da Prodico, che cioè... questo fatto sarà potuto...
ma a noi no. Noi invece imitiamo... ». — Prodicus, fa- moso sofista di Geo,
vissuto molti anni in Atene al tempo di Socrate. Egli aveva rappresentato la
lotta tra il vhio e la virtù in due donne, clic si fecero incontro in un bivio
ad Ercole giovinetto, cercando ognuna di trarlo per la sua via. Di qui il
proverbio « Ercole al bivio ». L'apòlogo è riferito da Senofonte Memor. II 1,
21-22. — Herculi, usa l'« un » en- fatico: « a un Ercole ». — lovis satu edito,
frase di colorito poetico per dar enfasi al pensiero. — visum est, spiega col
presente. — impellitiìur, rendi più vivo il pensiero di questo verbo con un
avverbio, p. e. « cieca- mente». — multitudinis iudicio, noi diciamo e corrente
». — feruntur, cfr. § 105. 119. illud anticipati vo (§ 3), rende superfluo
eorum.— exceliente, § 46 sapiente. — omne, spiega con un avverbio « interamente
». — ex eo... •■^srr.T ■ *t- 64 M. TULLI CIGER0N1S modo quisque natus est, ut
supra dictum est, quid deceat, ex- quirimus, tum in tota vita costituenda multo
ei rei cura maior adhibenda, ut constare in perpetuitate vitae possimus
nobismet 120 ipsis nec in ullo officio claudicare. Ad hanc autem rationem f
quoniam maximam vim natura habet, fortuna proximam, utriusque omnino habenda
ratio est in deligendo genere vitae, sed naturae magis; multo enim et firmior
est et constantior, ut fortuna non numquam tamquam ipsa mortalis cum immor-
tali natura pugnare videatur. Qui igitur ad naturae suae non vitiosae genus
consilium vivendi omné contulerit, is constantiam teneat (id enim maxime
decet), nisi forte se intellexerit errasse in deligendo genere vitae. Quod si
acciderit (potest autem ac- cidere), facienda morum institutorumque mutatio
est. Eam mu- tationem si tempora adiuvabunt,facilius commodiusque faciemus; sin
minus, sensim erit pedetemptimque facienda, ut amicitias, quae minus delectent
et minus probentur, magis decere censent 121 sapientes sensim diluere quam
repente praecidere. Commutato autem genere vitae omni ratione curandum est, ut
id bono Consilio fecisse videamur. Sed quoniam paulo ante dictum est imitandos esse maiores,
primum illud exceptum sit, ne vitia sint imitanda. Deinde, si natura non feret, ut quaedam imitari
exquirimus, letteralmente € traiamo l'idea del decoro dal modo come uno è nato
» cioè < dalle attitudini naturali di ciascuno». — supra, § 110. ei rei,
cioè quo modo quisque natus est, « le attitudini naturali ». — ut non è
Tepesegesi di ei rei, ma finale. — constare, spiega col nome « coe- renza » . —
120* rationem scil. vitae constituendae. — omnino, in antitesi con sed, cfr. §
83. — ut videatur, il concetto è questo : a segno che, quando la fortuna e la
natura vengono in lotta, par di vedere un conflitto tra una forza mortale e una
immortale. — tamquam ipsa, la fortuna è anch'essa immortale, ma nel conflitto è
di tanto inferiore, che si palesa come mortale. — contulerit — rettuìerit,
revocaverit, « ricon- durre a... » e quindi « regolare su... ». — nisi forte, «
eccetto che... ». — morum inst, potresti spiegare < sistema di vita ». — ut,
« a quella guisa che » . — diluere, praecidere, anche in italiano, e sciogliere
e troncare » . — 121. videamur = iudicemur, existimemur. — paulo ante, § 116. —
si natura... qui igitur, con si esprime il concetto nella sua generalità, con
qui lo esemplifica, ma senza esatta continuità di costruzione (anaco- luto); la
discontinuità si osserva anche nella diversità dei soggetti si possint, qui
poterit. Nella traduzione puoi connettere così : « In secondo luogo può darsi
che la nostra natura non ci permetta di..., a quella guisa che... (ut super
ioris...) ; in tal caso chi non può (qui non poterit..), dovrà al- de officiis,
i, 33-34, 120-123 65 possint, ut superioris filius Africani, qui hune Paulo
natum adoptavit, propter in firmi tatem valetudinis non tam potuit patris
similis esse, quam ille fuerat sui: qui igitur non poterit sive causas
defensitare sive populum contionibus tenere sive bella gerere, illa tamen
praestare debebit, quae erunt in ipsius po- testate, iustitiam,fidem,
liberalitatem, modestiam,temperantiam, quo minus ab eo id, quod desit,
requiratur. Optuma autem hereditas a patribus traditur liberis omnique
patrimonio prae- stantior gloria virtutis rerumque gestarum, cui dedecori esse
nefas et iniurium iudicandum est. 34. Et quoniam officia non eadem disparibus
aetatibus tri* 122 buuntur aliaque sunt iuvenura, alia seniorum, aliquid etiam
de hac distinctione dicendum est. Est igitur adulescentis maiores natu vereri
exque iis deligere optimos et probatissimos, quorum Consilio atque a uc tori
tate nitatur; ineuntis enim aetatis insci tia senum constituenda et regenda
prudentia est. Maxume autem haec
aetas a lubidinibus arcenda est exercendaque in labore pa- tientiaque et animi
et corporis, ut eoruin et in bellicis et in civilibus officiis vigeat
industria. Atque etiam cuna relaxare animos et dare se iucunditati volent,
caveant intemperantiaro, meminerint verecundiae, quod erit facilius, si in eius
modi quidem rebus maiores natu non nolint interesse. Senibus autem i>3 meno » (debebit...). — quaedam,
spiega col nome « qualità ». — possint, suppl. un soggetto, p. e. fitti (cfr. §
28 nólunf). • — filius Africani, pe r la genealogia cfr, § 116. — patris, nella
versione suppl. un « proprio », per avere la corrispondenza con sui. — ille,
l'Africano maggiore; per suo padre, cfr. § 61. — sive, sive, sive; le tre
occupazioni principali, a cui ora chiamato un nobile Romano: l'eloquenza
giudiziale, l'eloquenza poli- tica, la guerra. — contion. tenere, propriamente
« intrattenere nelle assem- blee » , con una parola sola < arringare > .
— quo minus (= ut eo minus) requiratur, puoi rendere « per far tanto meno
desiderare » . — optuma traditur, questa brachilogia in italiano si risolve :
< la migliore che si possa trasmettere è... ». 122. aliaque, que = sed. —
exque iis deligere, secondo il costume di Roma, che il giovane indossata la
toga virile dovesse accompagnarsi a qualche autorevole uomo di Stato, per
apprender da lui l'esperienza degli affari e avviarsi alla carriera politica. —
inscitia, « inesperienza », da non confondere con inscientia. — constituenda =
confirmanda, stabilienda. — eorum, riferito a aetas ; costruzione ad sensum
(Korrà ouveaiv). — rebus, cioè le ricreazioni. — non nolint, «non ricuseranno».
— 123. sin, Cicerone, De Officiis, comm. da R. Sabbadini, 2* ediz. 5 66 M.
TULLI C1CER0NIS labores corporis minuendi, exercitationes animi etiam augendae
videntur; danda vero opera, ut et amicos et iuventutem et maxime rem publicam
Consilio et prudentia quam plurimum adiuvent. Nihil autem magis cavendum est
senectuti, quam ne languori se desidiaeque dedat; luxuria vero cum omni aetati
turpis, tum senectuti foedissima est; sin autem etiam lubidinum intemperantia
accessit, duplex malum est, quod et ipsa senectus dedecus concipit et facit
adulescentium impudentiorem intempe- 124 rantiam. Ac ne illud quidem alienum est,
de magistratuum, de privatorum civium, de peregrinorum officiis dicere. Est
igitur proprium munus magistratus intellegere se gerere per- \ ^onam civitatis
debereque eius dignitatem et decus sustineré, servare leges, iura discribere,
ea fidei suae commissa meminisse» Privatum autem oportet aequo et pari cum
civibus iure vivere neque summissura et abiectum neque se efferentem, tum in re
publica ea velie, quae tranquilla et honesta sint; talem enim 125 solemus et
sentire bonum civem et dicere. Peregrini autem atque incolae offici um est
nihil praeter suum negotium agere, nihil de alio anquirere rainimeque esse in
aliena re publica curiosum* Ita fere officia reperientur, cum quaeretur, quid
deceat et quid aptum sit personis, temporibus, aetatibus. Nihil est autem, quod tam deceat, quam in omni re
gerenda consilioque capiendo ser- vare constantiam. 126 35, Sed quoniam decorum
illud in omnibus factis, dictis, § 47. — accessit, noi traduciamo il presente,
ma in realtà il perfetto* latino è più esatto, perchè l'azione di accessit è
anteriore a malum est — et ipsa.,. et facit, doppia colpa: il peccato proprio e
lo scandalo. — 124. alienum, « fuor di luogo » . — gerere personam, noi diciamo
« rap- presentare» . — discribere (§ 15), compartire tra i singoli cittadini,
cioè amministrare. — civibus, « concittadini ». — sentire qui = exist irti are,
con due accusativi. — 125. peregrinus è il forestiero avventizio, incola il
forestiero residente. — de alio significa gli affari dei privati, in
contrapposizione con in re pubi curiosum. — curiosum è il « ficcanaso » del
nostro linguaggio domestico. — officia sdì. nostra. — deceat e aptum sit, qui
sono costruiti col medesimo caso (zeugma). 126-131. Doveri del decorum nei
rapporti esteriori (cfr. § 100), cioè la verecundia §§ 126-129; la pulchritudo
§§ 130-132; regole da osser- varsi nel parlare e nel conversare 132-137; e
nell'assetto delle abitazioni 138-140; r oportunitas 142-149; le varie
professioni 150-151. — sed quoniam... pauca dicantur. Questo periodo è
sconnesso e disordinato; per de ofkciis, i, 34—35, 124—128 07 in corporis
denique raotu et statu cernitur idque positura est in tri bus rebus,
fonnositate, ordine, ornatu ad actionem apto, dif- P j ficilibus ad
eloquendura, sed satis erit intellegi, in his antera tribus continetur cura
etiarn illa, ut probemur iis, quibuscura apud quosque vivamus, his quoque de
rebus pauca dicantur. Principio corporis nostri magnani natura ipsa videtur
habuisse rationem, quae formam nostrani reliquamque figuram, in qua esset
species honesta, eam posuit in promptu, quae partes autem corporis ad naturae
necessitatem datae aspectum essent de- formem habiturae atque foedum, eas
contexit atque abdidit. Hanc naturae tam diligentem fabricam imitata est
hominum 127 verecundia. Quae enim natura occultavit, eadem omnes, qui sana
mente sunt, removent ab oculis ipsique necessitati dant operam ut quam
occultissime pareant; quarumque partium cor- poris usus sunt necessari i, eas
neque partes neque earum usus suis nominibus appellant; quodque facere non
turpe est, modo occulte, id dicere obscenum est. Itaque nec actio rerum illarum
aperta petulantia vacat nec orationis obscenitas. Nec vero au- 128 diendi sunt
Cynici, aut si qui fuerunt Stoici paene Cynici, qui la traduzione si ordini
così: sed quoniam decorum illud, quod in om- nibus... cernitur, positura est...
apto; his quoque ... dicantur. Difficiles sunt illae quidem ad eloquendura, sed
satis... vivamus. — statu, « con- tegno ». — ornatu, « acconciatura ». — ad
actionem apto, puoi rendere con un solo aggettivo «decente». — dif ficilibus...
intellegi, nel § 94 è espresso il medesimo pensiero. — quibuscum vivamus, «
aver contatto... ». — apud, «in casa di..., nel paese di...». — quosque = et
quos, — principio, «anzitutto», § 11. — formam, figuram, questi due termini sono
spesso sinonimi; qui però figura si riferisce in generale alla strut- tura,
mentre forma riguarda quelle parti che più sono caratteristiche della figura
umana; noi possiamo dire « l'aspetto ». — in promptu «in vista, in evidenza ».
— naturae necessit. , « bisogni naturali ». — 127. imitata est, « secondò » . —
quarumque.., appellant, nella traduzione puoi risolvere così : neque suis noni,
appellant sivc eas partes corporis, quarum usus sunt necessarii, sive earum
usus. — partium usus necessarii = partes quibus necessario utimur = quibus ad
naturae necessitatem utimur, noi possiamo dire « che servono a certe funzioni »
. — actio aperta 6Ì contrappone a orationis obscenitas, che puoi risolvere in
aperte agere, obscene dicere. — 128. Cynici, una setta di filosofi,
disprezzatori di ogni decoro esteriore. Ne fu fondatore Antistene, discepolo di
Socrate, di cui ammirò soprattutto la pazienza e la rigidezza verso sé stesso.
Gli successero Diogene, il più famoso di tutti, e Cratete, il cui principio
era: vivere secondo natura e indipendentemente dagli dei, dagli uomini e da 68
M. TULLI C1CER0MS reprehendunt et inrident, quod ea, quae turpia non sint,
verbis flagitiosa ducamus, illa autem, quae turpia sint, nominibus appellemus
suis. Latrocinari, fraudare, adulterare re turpe est, sed dicitur non obscene;
liberis dare operara re honestum est, nomine obscenum; pluraque in eam
sententiara ab eisdem contra verecundiam disputantur. Nos autem naturam
sequamur et ab omni, quod abhorret ab oculorum auriumque approbatione, fu-
giamus; status incessus, sessio accubitio, vultus oculi manuum 129 inotus
teneat illud decorum. Quibus in rebus duo maxime sunt fugienda, ne quid effeminatum aut molle et
ne quid durum aut rusticum sit. Nec vero histrionibus oratoribusque conce-
dendum est, ut iis haec apta sint, nobis dissoluta. Scaenicorum quidem mos
tantam habet vetere disciplina verecundiam, ut in scaenam sine subligaculo
prodeat nemo; verentur enim ne, si quo casu evenerit, ut corporis partes
quaedam aperiantur, aspiciantur non decore. Nostro quidem more cum parentibus puberes filii, cum
soceris generi non lavantur. Retinenda igitur est huius generis verecundia,
praesertim natura ipsa magistra et duce. 130 36. Cum autem pulchritudinis duo
genera sint, quorum in altero venustas sit, in altero dignitas, venustatem
muliebrem ducere debemus, dignitatem virilem. Ergo et a forma remo- veatur
omnis viro non dignus ornatus, et huic simile vitium ogni cosa. Zenone, scolaro
di Cratete, fu fondatore dello stoicismo, il quale perciò ha molta affinità coi
cinismo, tanto che spesso furono scambiate l'una per l'altra le due sètte. —
dicitur non obscene, risolvi nella tradu- zione in dicere non est obscenum ;
questo nesso speciale dell'avverbio col verbo è comunissimo al latino. —
liberis ... operam , « procreare » . — status ... accubitio, traduci coi verbi.
— teneat concorda con l'ultimo sog- getto. — 129. nec vero... dissoluta,
risolvi: nec concedendum est, ut histrionibus. — iis, nobis non sono dativi
dipendenti da apta, ma dativi commodi; si spieghino e per loro, per noi;
riguardo a loro, riguardo a noi > e simili. — haec, « queste massime, queste
prescrizioni ». — apta, dissoluta fanno qui antitesi; aptus « appropriato »,
quindi e obbligatorio» , dissolutus « sciolto, libero » (che si può tanto osservare
quanto non osser- vare, che per noi non ha vincoli), quindi «non obbligatorio».
— conce- dendum ut sint, più comunemente concedendum esse. — subligaculo, una
lascia che copriva la parte inferiore del corpo. — aspiciantur non decore =
aspectum non decorum praebeant, cfr. § 128, dicitur non obscene. 130. venustas,
«grazia». — debemus, si compia così: sequitur ut de- de officiis, i, 35—36,
129—132 69 in gestii motuque caveatur. Nam et palaestrici motus sunt saepe odiosiores et
histrionura non nulli gestus ineptiis non vacant et in utroque genere quae sunt
recta et simplicia lau- dantur. Formae autem dignitas coloris bonitate tuenda
est, color exercitationibus corporis. Adhibenda praeterea munditia est non
odiosa neque exquisita nimis, tantum quae fugiat agrestem et Lnhumanam
neglegentiam. Eadem ratio est habenda vestitus, in quo, sicut in plerisque
rebus, mediocritas optima est. Cavendum 131 autem est, ne aut tarditatibus
utamur in ingressu mollioribus, ut pomparum ferculis similes esse videamur, aut
in festinatio- nibns suscipiamus nimias celeritates, quae cum fiunt, anhelitus
moventur, vultus mutantur, ora torquentur; ex quibus magna significatio fit non
adesse constantiam. Sed multo etiam magis elaborandum est, ne animi motus a
natura recedant; quod adsequemur, si cavebimus, ne in perturbationes atque
exani- mationes incidamus, et si attentos animos ad decoris conser- vationem
tenebimus. Motus autem animorum duplices sunt, alteri 132 cogitationis, alteri
appetì tus; cogitatio in vero exqui rendo ma- xume versatur, appetì tus
impellit ad agendum. Curandum est igitur, ut cogitatione ad res quam optumas
utamur, appetitimi rationi oboedientem praebeamus. beamu8 t par est, aequum est
nos debere, cfr. § 57. — palaestrici, le mo- venze
imparate dal maestro di ginnastica (palestrita; noi oggi diciamo € maestro di
scherma ») sentono sempre della scuola e quindi riescono affettate e stentate
(odiosiores; rendi il comparativo con « un tantino »). — recta et simplicia, «
semplici e naturali »• — bonitate, « freschezza », indizio di buona salute. —
exercitationibus, specialmente quelli in uso a Roma: il bagno giornaliero, il
nuoto, il cavalcare e i giochi ginnastici nel Campo di Marte. Il Romano amava
crescere forte, patiens pulveris atque solis, come dice Orazio (C. 1 8, 4), e
perciò al colorito smorto e delicato preferiva il bruno e fresco. — odiosa, «
affettata » . — tantum quae, t tanto da » . — mediocritas = modus, moderatio. —
131. in ingressu, « nel camminare ». — pomparum ferculis, noi diremmo « gli
stendardi delle processioni » ; ferculum (da fero) è propriamente la barella,
su cui si portavano le imagini delie divinità nelle processioni. I Romani
badavano molto a questa dignità esteriore, che era la miglior prova di quella
gravità di carattere, che più sotto Ò chiamata constantia. — exani- mat, «
abbattimento, scoraggiamento » ; propriamente la exanimatio è il metus
subsequens et quasi comes pavoris (Cicer. Tusc. IV 19), cioè l'--effetto della
paura, la costernazione (il restar privo di fiato). — 132. cogitai., appet,
questi due genitivi epcsegetici si possono spiegare come stanno o risolvere in
« consistono nel. » 70 M TULI.1 CICEUOMS 37. Et quoniam magna vis orationis
est, eaque duplex, altera contentionis, altera sermonis, contentio
disceptationibus tribuatur iudiciorum, contionum, senatus, sermo in circuii s,
disputatio- nibus, concessioni bus familiarium versetur, sequatur etiam con-
vivia. Contentionis praecepta rhetorum sunt, nulla sermonis, quamquam haud scio
an possint haec quoque esse. Sed discen- tium studiis inveniuntur magistri,
huic autem qui studeant, X sunt nulli, rhetorum turba referta omnia; quamquam
quoniam verborum sententiarumque praecepta sunt, eadem ad sermonem 133
pertinebunt Sed cum orationis indicem vocem habeamus, in voce autem duo sequamur,
ut clara sit, ut suavis, utrumque omnino a natura petundum est, verum alter um
exercitatio au- gebit, alterum imitatio presse loquentium et leniter. Nihil
fuit in Catulis, ut eos exquisito iudicio putares uti litterarum, Et quoniam...
tribuatur..., anche qui come nei §§ 130 e 57, possiamo compiere così : et
quoniam... sermonis, de hac quoque re dicendum est. In italiano risolverai
altrimenti: « Passando ora a ragionare dell'efficacia del discorso, la quale è
grande e di due specie..., dico che... ». — duplex, puoi spiegare « si
manifesta dall'una parte sotto forma di..., dall'altra sotto forma di...». —
contentio, sermo, «tono enfatico» (contentio significa sforzo, tensione) e €
tono dimesso », € parlare, discorso oratorio » e « par- lare, discorso familiare
». — sequatur, propriamente « cercare, mirare a... », perciò « frammischiarsi,
insinuarsi ». — contentionis praecepta rhetorum, il primo genitivo è oggettivo,
il secondo soggettivo: « vi sono precetti rettorici sul... ». — haud scio an,
come al § 33. — discentium studiis = discentibus studiosis, discendi studiosis,
« scolari desiderosi di studiare, di imparare ». — huic scil. sermoni. — turba
rhetorum può significare « la folla, la moltitudine dei retori » ; oppure « la
scolaresca dei retori », oppure e la agitazione, la ressa cagionata, promossa
dai retori, la ressa che si fanno fare attorno a sé i retori » (reclame
direhbero i Francesi). — quam- quam quoniam, è la ripetizione del concetto
espresso sopra con quamquam haud scio. — verbor. sentent., perifrasi di
contentio. — 133. sed cum ... , questo periodo non è troppo ben connesso; nella
traduzione risolvi in principale la proposizione subordinata in voce autem,
soppri- mendo autem e mettendo punto e virgola dopo suavis; spiegherai sequa-
mur con « dobbiamo cercare » . — indicem-, noi risolviamo con « organo » . —
loquentium, qui s'intende della pronuncia; presse, * chiara, spiccata ». —
nihil fuit..., il nesso è: la cultura letteraria dei Catuli non era per nulla
superiore a quella di tanti altri; eppure godettero fama di perfetti parlatori
: il segreto di questa fama era la pronuncia (sonus). — nihil fuit ut, « non
c'era nessun indizio da cui » oppure « non c'era nulla da cui » . — Catulis,
padre e figlio, § 109. — exquisito iudicio litterarum, noi po- tremmo dire €
raffinatezza filologica, fino senso filologico » ; litterae signi- fica qui «
scienza della lingua », come può significare (oggettivamente) de oFKicns, i,
37. 133 — 133 71 quamquam erant litterati; sed et alii; hi autem optime uti
lingua Latina putabantur; sonus erat dulcis, litterae neque ex- pressa e neque
oppressae, ne aut obscurum esset aut putidum, sine contentione vox nec languens
nec canora. Uberior oratio L. Crassi nec minus faceta, sed bene loquendi de
Catulis ópinio non minor. Sale vero et facetiis Caesar, Catuli patris frater,
vicit omnes, ut in ilio ipso forensi genere dicendi contentiones aliorum
sermone vincerei. In omnibus igitur his elaborandum est, si in omni re quid
deceat exquirimus. Sit ergo hic serrao, 134 in quo Socratici maxime excellunt,
lenis minimeque pertinax, insit in eo lepos; nec vero, tamquam in possessionera
suam venerit, excludat alios, sed cum reliquis in rebus, tum in ser- mone
communi vicissitudinem non iniquam putet; ac videat in primis, quibus de rebus
loquatur; si seriis, severitatem adhi- beat, si iocosis, leporem; in primisque
provideat, ne sermo vitium aliquod indicet inesse in moribus; quod njaxume tum
solet eve- nire, cum studiose de absentibus detrahendi causa aut per ri-
diculum aut severe maledice contumelioseque dicitur. Habentur 135 autem plerumque
sermones aut de domesticis negotiis aut de re publica aut de artium studiis
atque doctrina. Danda igitur opera est, ut, etiamsi
aberrare ad alia coeperit, ad haec revo- cetur oratio, sed utcumque aderunt; neque
enim isdem de «scienza», «letteratura» e (soggettivamente) «cultura
letteraria». — et alii, qui et si spiega « anche », e si compie: et alii erant
litterati. — litterae t noi intendiamo meglio traducendo « sillabe ». —
expressae, « larghe, aperte, strascicate » ; oppressae, « chiuse, strette,
mozzicate »; la via di mezzo è pressae. — obscurum va con oppr., putidum
(«sguaiato ») con expr., chiasmo; spiega i due neutri col sostantivo «suono». —
con- tentione, « sforzo ». — canora, sul vizio di cantare parlando declamando
ricordo ciò che Quintiliano (Inst. or. I 8, 2) riferisce essere stato da Ce-
sare rimproverato a un declamatore: si cantas, male cantas; si legis, cantas
(«se il tuo è canto, canti male; se è lettura, sembri cantare »). — Crassi, §
108. — Caesar, § 108. — de Catulis opinio, la fama goduta dai Catuli. — Catuli
patris frater, fratello di Catulo padre. — contentiones, « il tono enfatico». —
134. ergo, qui non è veramente particella conclu- siva, ma di passaggio, meglio
di ritorno al tema. — Socratici, § 104. — venerit, excludat, questi e tutti i
congiuntivi che seguono hanno per soggetto grammaticale sermo, mentre deve
essére una persona ; sostituisci la seconda persona singolare. — seriis,
iocosis, dipendono dal de, che sta con rebus. — per ridiculum (= ridicule) e
severe esprimono le due forme della maldicenza (maledice contumelioseque
dicere). — 135. utcumque 72 M. TULLI CICEROMS rebus nec omni tempore nec
sirailiter delectamur. Animadver- tendum est etiam , quatenus sermo delectationem habeat, et, ut
incipiendi ratio fuerit, ita sit desinendi modus. 136 38. Sed quo modo in omni
vita rectissime praecipitur, ut perturbationes fugiamus, id est motus animi
nimios rationi non obtemperantes, sic eius modi motibus sermo debet vacare, ne
aut ira existat aut cupiditas ali qua aut pigritia aut ignavia aut tale aliquid
appareat, maximeque curandum est, ut eos, quibuscum sermonem conferemus, et
vereri et diligere videamur. Obiurgationes etiam non numquam incidunt
necessariae, in quibus utendum est fortasse et vocis contentione maiore et ver-
borum gravitate acriore, id agendum etiam, ut ea facere vi- deamur irati. Sed,
ut ad urendum et secandum, sic ad hoc genus castigandi raro invitique veniemus
nec umquam nisi ne- cessario, si nulla reperietur alia medicina; sed tamen ira
procul 137 absit, cum qua nihil recte fieri, nihil considerate potest. Ma-
gnani autem partem clementi castigatione licet uti, gravitate tamen ad ni n
età, ut et severitas adhibeatur et contumelia repel- lati^, atque etiam illud
ipsum, quod acerbitatis habet obiur- gatio, significandum est, ipsius id causa,
qui obiurgetur, esse susceptum. Kectum est autem etiam in illis contentionibus,
quae cum inimicissimis fìunt, etiamsi nobis indigna audiamus, tamen gravitatem
reti nere, iracundiam pellere. Quae
enim cura ali qua aderunt, «secondo che saranno i presenti», cioè « secondo il
gusto dei presenti » . — isdem de rebus, questo de non dipende da delectemur,
che regge l'ablativo, ma è la continuazione del de domesticis, de re pubi., de
studi is di sopra (anacoluto). — nec ... nec= aut ... aut. 130. omni vita, «
tutte le circostanze della vita ». — motibus sermo debet vacare, risolvi
motibus in sermone debemus vacare. — videamur = iudicemur, cfr. § 121. —
vocis... acriore, puoi risolvere voce contenitore et verbis gravioribus. —
irati, Cicer. l'use. IV 55 oratorem irasci minime decet, simulare non dedecet.
— urendum, secandum, due operazioni chirur- giche; puoi nella traduzione sostituire
la materia o gli strumenti, che si adoperano per eseguirle. — cum, si traduce «
con », ma qui cum qua scil. ira corrisponde a un avverbio = irate. — 137.
magnani partem è un accusativo libero (cfr. § 24), che qui corrisponde
all'avverbio pìerumque, « il più delle volte ». — ut, consequenziale. — id,
ripiglia illud ipsum. — susceptum, cfr. il nostro « assumere un tono di... » ;
qui vale « adoperare » e anche « metterci, mischiarci ». — pellere, puoi
risolvere in una subordinata * tenendoci lontani da...». — cum aliqua
perturbatione, € in uno stato de officiis, i, 33—39, 133—139 73 perturbatione
fiunt, ea nec constanter fieri possunt neque iis, qui adsunt, probari. Deforme
etiam est de se ipsum praedicave falsa praesertim et cum inrisione audientium
imitari militem gloriosum. 39. Et quoniam omnia persequimur, volumus quidem
certe, 133 dicendum est etiam, qualem hominis honorati et principis domum
placeat esse; cuius finis est usus, ad quem accommodanda est aedificandi
discriptio et tamen adhibenda commoditatis digni- tatisque diligentia. Cn.
Octavio, qui primus ex illa familia consul factus est, honori fuisse accepimus,
quod praeclaram aedi fi casse t in Palatio et plenam dignitatis domum ; quae
cam vulgo viseretur, suffragata domino, novo homini, ad consu- latum putabatur;
hane Seaurus demolì tus accessionem adiunxit aedibus. Itaque ille in suam domum
consulatum primus attilli t, hic, summi et clarissimi viri filius, in domum
multiplicatam non repulsam solum rettulit, sed ignominiam etiam et calami- tateli!.
Ornanda enim est dignitas domo, non ex domo tota 139 di... > . — constanter,
spiega con l'aggettivo e coerente » o col sostantivo e coerenza » . — cum,
risolvi con « provocando.... » . — militem gloriosum, il miles gloriosus (e il
soldato spaccone») è uno dei tipi della commedia nuova greca, passato poi nella
commedia romana. Plauto lo rappresentò nei Pirgopolinice della sua commedia
intitolata appunto Miles gloriosus, e Terenzio nel Trasone dell'Eunuco. 138.
volumus quidem certe, « questa è almeno la nostra intenzione >; qui certe ha
significato limitativo («almeno »), come spesso. — cuius... ad quem, risolvi
per il senso cos»ì : cuius finis quoniam est usus, ad eum (usum). — discriptio,
la distribuzione delle parti, cioè «il piano». — et tamen adhibenda, questa
proposizione è un pò* slegata dal resto ; con- netti così: « badando però
anche... ». — Octavio, fratello del bisavolo di Ottaviano Augusto. Nel 108 av.
Cr. era pretore e ammiraglio contro Perse, di cui trionfò; nel 165 fu console.
— Uh, noi spieghiamo «sua». — plenam dignitatis, perifrasi dell'aggettivo
dignitosus, rarissimo; queste perifrasi con plenus sono frequentissime. —
Seaurus, M. Aemilius Seaurus, figlio dello Scauro nominato al § 76. Nella sua
edilità del 58 av. Cr. fece tante pazze spese, che dovette rifarsene nel
governo della Sardegna come propretore (55). Fu accusato perciò di concussione
e fra gli altri ebbe a difensore Cicerone; ne fu assolto, ma non potò ottenere
il consolato, al quale era in quell'anno stesso (54) candidato. Due anni dopo
(52) fu ac- cusato di broglio elettorale e, nonostante la difesa anche questa
volta di Cicerone, condannato all'esilio: a ciò si allude qui con ignominia et
cala- mi tas. 11 suo palazzo era il più sontuoso di Ho ma. — aedibus scil.
suis. — 139. enim, puoi risolvere così: «E giustamente (rettulit ignomi- niam),
poiché... ». — domo, domino, ablativi stromentali (qui domino non 74 M. TULLI
CICERONIS quaerenda, nec domo dominus, sed domino domus honestanda est et, ut
in ceteris habenda ratio non sua solum, sed etiara aliorum, sic in domo clari
hominis, in quam et bospites multi recipiendi et admittenda hominum cuiusque
modi multitudo, adhibenda cura est laxitatis; aliter ampia domus dedecori saepe
dominost, si est in ea solitudo, et maxime, si aliquando alio domino solita est
frequentari. Odiosum est enim, cum a prae- tereuntibus dicitur: o domus
antiqua, ei quam dispari Dominare domino! 140 quod quidem his temporibus in
multis licet dicere. Cavendum autem est, praesertim si ipse aedifices, ne extra
modum sumptu et magnificentia prodeas; quo in genere multum mali etiam in
exeraplo est. Studiose enim plerique praesertim in hanc partem facta principum
imitantur; ut L. Luculli, summi viri, virtutem quis? at quam multi villarum
magnitìcentiam [imi- tati]! quarum quidem certe est adhibendus modus ad medio-
critatemque revocandus. Eademque mediocritas ad omnem usum cultumque vitae transferenda est. Sed
haec hactenus. 141 « In omni autem actione suscipienda
tria sunt tenenda, primum « ut appetitus rationi pareat, quo nihil est ad
officia conservanda « accomraodatius, deinde ut animadvertatur, quanta illa res
sit, « quam efficere velimus, ut neve maior neve minor cura et opera è pensato
come agente, ma come semplice stromento, quantunque nome di persona); noi
diremmo < non il padrone per la casa, ma la casa per il padrone». — aliter,
«altrimenti, in caso contrario». — dominost = do- mino est. — odiosum, « fa
triste impressione ». — o domus, versi di in- certo autore; sono di ritmo
giambico (- , ^^-^, --, -^^- || n^-£ # ^v^ _). — dominare, qui è usato, come
tanti altri deponenti nel latino arcaico, passivamente. — in « sul conto di...
», cfr. § 61 in probris. — licet di- cere, p. es. il palazzo di Pompeo era
passato a Marc' Antonio, Cicer. Phil II 104, dove cita il medesimo verso. —
140. ipse, rendi con « del tuo ». — extra modum prodeas, * avanzarsi troppo,
esagerare, ec- cedere ». — in exemplo est = ex exemplo oritur. — ut, « così p.
e. » , § 19. — Luculli, valoroso capitano e appassionate amatore dell'arte, si
rese proverbiale per il lusso della sua vita e la sontuosità delle sue ville.
141. Questo paragrafo non ha alcun nesso col contesto e ripete pen- sieri già
esposti prima; confronta primum coi §§ 102 e 132; deinde col 19; de offichs, i,
39-40, 140—142 75 « suscipiatur, quam causa postulet. Tertium est, ut
cavearaus, ut « ea, quae pertinent ad liberalem speciem et dignitatem, mode- «
rata sint. Modus autem est optiraus decus ipsum tenere, de quo « ante diximus,
nec progredì longius. Horum tamen trium prae- « stantissimum est appetitimi obtemperare rationi
». 40. Deinceps de ordine rerum et de oportunitate temporum 142 dicendum est. Haec autem scientia continentur ea, quam Graeci
eÙTaSiav nominant, non hanc, quam interpretamur mode- sti am, quo in verbo
modus inest, sed illa est euTaHia, in qua intellegitur ordinis conservatio.
Itaque, ut eandem nos mo- destiam appellemus, sic definitur a Stoicis, ut
modestia sit scientia rerum earum, quae agentur aut dicentur, loco suo col-
locandarum; ita videtur eadem vis ordinis et collocationis fore. Nam et ordine
m sic definiunt: compositionem rerum aptis et tertium col 130. — tertium est,
anacoluto; avrebbe dovuto dire: tum (tenendum est) ut..; cfr. § 19 alterum est.
— liberalem speciem , «lustro esteriore » . — autem est, « consiste » . —
ipsum, risolvi in un avverbio « esattamente, rigorosamente ». 142. deinceps,
cfr. § 42. In tutto questo paragrafo sconnesso e arruf- fato mi pare sia da
riconoscere il seguente ordine di pensieri: « Ora par- leremo dell' ordo e
dell' oportunitas. Questi due elementi sono compresi nell'eÒTaEia,
quell'eÙTaSia che include l'idea dell'orbo : quantunque la po- tremmo anche
identificare con la modestia. Infatti per gli Stoici la mo- destia è
coìlocatio; e collocatio si identifica evidentemente con Yordo. Ma Tordo
inchiude il focus, il locus inchiude il tempus ; il tempus si identi- fica con
V oportunitas. Dunque I'còtciEici o la modestia, come noi l'abbiamo chiamata, è
la facoltà di conoscere Yoportunitas > . Cicerone vuol dimo- strare, e lo fa
molto infelicemente, che le idee di ordo e di oportunitas si fondono in una
sola e che eùraHia, che significa «buon ordine», si identifica con eòtccupia,
ciie significa « opportunità, occasione ». — scientia, « facoltà » . — hanc,
invece di concordare con scientia ea, concorda per attrazione con còraSiav. —
modestia»}... inest, qui è quasi impossibile conservare nella traduzione la
spiegazione etimologica; valga questo ten- tativo : « senso della misura, che
si connette a misurare». — sed illa est €ÙTa£ia, anacoluto ; avrebbe dovuto,
per simmetria con hanc, dire così: sed illam eùxaEiav, ma Cicerone ha
ripugnanza a mischiare in un solo costrutto sintattico parole greche e latine;
quindi egli non avrebbe scritto p. e. elpujveia Socratica usus est, ma more
Socratico illa, quam Graeci €Ìpujv€iav vocant, usus est. Nel solo epistolario
egli si permette simili miscugli. — ut eandem ... a Stoicis, puoi compiere così
: ut eandem nos modestiam appéllemus, facultas nobis a Stoicis conceditur, qui
modestiam sic definiunt ut... ; noi tradurremmo : « a chiamarla anche modestia
ci autorizza la definizione degli Stoici » . — scientia rerum collocandarum,
«la facoltà di collocare... ». — et ordinem, locum autem, tempus autem, 76 M.
TULLI CICERONIS accoramodatis locis; locum autem actionis oportunitatem tem-
poris esse dicunt; tempus autem actionis oportunum Graece eùKcupia, Latine
appellatur occasi o. Sic fit, ut modestia haec, quam ita interpretamur ut dixi,
scientia sit oportunitatis ido- 143 neorum ad agendum temporum. Sed potest eadem
esse pru- dentiae definitio, de qua principio diximus ; hoc autem loco de
moderatane et temperantia et harum similibus virtutibus quae- rimus. Itaque,
quae erant prudentiae propria, suo loco dieta sunt; quae autem harum virtutum,
de quibus iam diu loquimur, quae pertinent ad verecundiam et ad eorum
approbationem, quibuseum vivitmis, nunc dicenda sunt. 144 "Talis est
igitur ordo actionum adhibendus, ut, quem ad modum in oratione constanti, sic
in vita omnia sint apta inter se et convenientia ; turpe enim valdeque vitiosum
in re severa convivio digna aut delicatum aliquem inferre sermonem. Bene
Pericles, cum haberet collegam in praetura Sophoclem poétara iique de communi
officio convenissent et casu formosus puer praeteriret dixissetque Sophocles:
'Opuerum pulchrum, Pericle!' 4 At enim praetorem, Sophocle, decet non solum
manus, sed etiam oculos abstinentes habere.' Àtqui hoc idem Sophocles si in
athletarum probatione dixisset, iusta reprehensione caruisset. Tanta vis est et
loci et tempori s. Ut, si qui, cum* causam sit acturus, in itinere aut in
ambula- slegatura invece di et, et, et. — compositionem, « bella disposizione,
as- setto». — esse dicunty «identificano, si identifica». — quam ita... dixi, «
giacché l'ho chiamata così » . — 143. de qua scil. prudentia. — principio del
libro (§§ 18-19). — quae erant... quae autem, la coordina- zione, dove andrebbe
la subordinazione: cum quae erant.. dieta sint, ea quae propria sunt... — quae
pertinent..., « allo scopo di esercitare la... e di procacciarci la... » . 144.
constanti, « ben filato, concatenato » . — apta et conven., puoi risolvere in
un avverbio l'uno dei due aggettivi. — digna, spiega con un sostantivo «motti,
lazzi». — delicatum, «frivolo, leggero». — inferre, « lasciarsi sfuggire » . —
bene Pericles, cum haberet, si compia e risolva così: « Bella fu la risposta di
Pericle. Avendo egli... ». — praetura, tra- duzione latina di aTpaxrjYtct, come
praetor di aTpaxriYo'c. Sofocle fu nel 440 av. Or. uno dei dieci strateghi per
la guerra contro Samo, coman- dante in capo Pericle. Si racconta che
quell'onore fu dato a Sofocle in premio della tragedia V Antigone. — de
officio, «per affari». — enim, qui è semplice rinforzati va. — atquù 4 eppure».
— probatione, « esame ». de officiis, i, 40—41, 143-146 77 tione secum ipse
meditetur, aut si quid aliud attentius cogitet, non reprehendatur; at hoc idem
si in convivio faciat, inhumanus videatur insci tia temporis. Sed ea, quae
multum ab humanitate itó discrepante ut si qui in foro cantet, aut si qua est
alia magna perversitas, facile apparet nec magnopere admonitionem et prae-
cepta desiderat; quae autem parva videntur esse delieta neque a multis
intellegi possunt, ab iis est diligentius declinandum. Ut in fidibus aut
tibiis, quamvis paulum discrepent, tamen id a sciente airi mad ver ti solet,
sic videndum est in vita ne forte quid discrepet, vel multo etiam magis, quo
maior et melior actionum quam sonorum concentus est. 41. Itaque, ut in fidibus
musicorum aures vel minima sen- 146 tiunt, sic nos, si acres ac diligentes esse
volumus animadversores reprehensoresque vitiorum, magna saepe intellegemus ex
parvis. Ex oculorum obtutu, superciliorum aut remissione aut con trac - tione,
ex maestitia ex hilaritate ex risu, ex locutione ex reticentia, ex contentione
vocis ex summissione, ex ceteris similibus facile iudicabimus, quid eorum apte
fiat, quid ab officio naturaque P discrepet. Quo in genere non est incommodum,
quale quidque eorum sit, ex aliis iudicare, ut, si quid dedeceat illos, vitemus
ipsi; fit enim nescio quo modo, ut magis in aliis cernamus quam in nobismet
ipsis, si quid delinquitur. Itaque facillume corriguntur in discendo, quorum
vitia imitantur emendandi — ut, « così > , § 140. — inhumanus , • ineducato
> . — inscitia è e il non saper discernere >, e non avere il senso
dell'opportunità », § 122. — 145. perversitas, « sconcezza > . — apparet,
desiderai, invece di concor- dare con ea, concordano con perversitas
(anacoluto). — desiderat, « ha bisogno, richiede ». — quamvis paulum (=parum),
« per quanto poco ». — sciente, e conoscitore », * intelligente ». — videndum
est, § 43. — vel... magis, « anzi, tanto più » . — 146. vel, e perfino », § 59.
— minima, adopera il sostantivo « sfumature > e compi il pensiero : « e così
possono trarre gravi deduzioni sulla valentìa del sonatore » . — magna...
parvis, il senso è : da piccoli indizi sapranno trarre gravi deduzioni sul
carattere delle persone. — remissione, contrazione, essendo difficile trovare
in ita- liano due sostantivi astratti corrispondenti, risolvi con gii aggettivi:
« dalle sopracciglia spianate o contratte » . — ceteris, rendi con un sostan-
tivo, p. e., « atti, atteggiamenti » . — iudicabimus quid eorum apte fiat, si
compie così: magna intellegemus, iudicantes quid eorum (eorum, cioè e atti »).
— nescio quo modo, « pur troppo ». — itaque facillume, da' questo giro alla
traduzione : < il miglior modo di correggere gli scolari è 73 M. TULLI
CICERONIS 147 causa magistri. Nec vero alienum est ad ea eligenda, quae du-
bitationem afferunt, adhibere doctos homines vel etiam usu pe- ritos et, quid
iis de quoque officii genere placeat, exquirere: maior enira pars eo fere
deferri solet, quo a natura ipsa de- ducitur. In quibus videndum est, non modo
quid quisque lo- quatur, sed etiam quid quisque sentiat atque etiam de qua
causa quisque sentiat. Ut enim pictores et ii, qui signa fabri- cantur, et vero
etiam poétae suum quisque opus a vulgo con- siderari vult, ut, si quid
reprehensum sit a pluribus, id corri- gatur, iique et secum et ex aliis, quid
in eo peccatum sit, exquirunt, sic aliorum iudicio perraulta nobis et facienda
et 148 non facienda et rautanda et corrigenda sunt. Quae vero more agentur
institutisque civilibus, de iis nihil est praecipiendum; illa enim ipsa
praecepta sunt, nec quemquam hoc errore duci oportet, ut si quid Socrates aut
Aristippus contra morem con- suetudinemque civilem fecerint locutive sint, idem
sibi arbi- tretur licere; magnis illi et divinis bonis hanc licentiam adse-
quebantur. Cynicorum vero ratio tota est eicienda; est enim inimica verecundiae,
sine qua nihil rectum esse potest, nihil 149 honestum. Eos autem, quorum vita
perspecta in rebus honestis atque magnis est, bene de re publica sentientes ac
bene me- ritos aut merentes sic ut aliquo honore aut imperio affectos observare
et colere debemus, tribuere etiam multum senectuti, che il maestro ne
contraffaccia... ». — 147. ad ea eligenda, più cor- rettamente ad eligendum ex
iis, e nella scelta tra...». — maior enim pars; poiché la moltitudine {maior
pars) ci può solo giovare col senso naturale che la guida, ossia : le persone
istruite o pratiche ci possono gio- vare per la loro dottrina o per
l'esperienza; la moltitudine ci può giovare per il suo senso naturale. — in
quibus, cioè riguardo ai dotti, ai pratici e alla moltitudine. — de qua causa,
la posizione ordinaria è qua de causa. — qui signa fabricantur, perifrasi di e
scultori » . — vero, qui è avverbio, § 89. — secum = inter sese. — 148. ipsa
praecepta sunt, < sono di per sé stesse precetti » . — hoc errore ut
arbitretur, « dalla falsa idea di credere... ». — Socrates, fu uno degli uomini
più strani che si possano imaginare; molte sue stranezze urtavano la
suscettività degli Ateniesi; p. e., usciva scalzo, stava fermo per la via ore
intere assorto in contempla- zione, ballava da solo in casa. — Aristippus,
fondatore della scuola cirenaica; considerava sommo bene il piacere del momento
e perciò si abbandonava ai più pazzi e strani capricci. — Cynicorum, § 128. —
149. sic ut, «del pari che, non meno che». — tribuere, cedere, adopera i due de
officiis, i, 41 — 42, 147—150 79 cedere iis, qui magistratum habebunt, habere
dilectum civis et peregrini in ipsoque peregrino, privatimne an publice
venerit. Ad summam, ne agam de singulis, communem totius generis^ hominum
conciliationem et consoci ationem colere, tueri, servare deberaus. 42. Iam de
artificiis et quaestibus, qui liberales habendi, ^q qui sordidi sint, haec fere
accepimus. Primum improbantur ii quaestus, qui in odia hominum incurrunt, ut
portitorum, ut faeneratorum. Inliberales autem et sordidi quaestus mercenna-
riorum omnium, quorum operae, non quorum artes emuntur; est enim in illis ipsa
merces auctoramentum servitutis. Sordidi etiam putandi, qui mercantur a
mercatoribus, quod statina ven- dant; nibil enim proficiant, nisi admodum menti
an tur; nec vero est quicquam turpius vanitate. Opificesque omnes in sordida
arte versantur; nec enim quicquam ingenuum habere potest officina. Miniraeque
artes eae probandae, quae ministrae sunt voluptatum : Cetàrii, lanii, coqui,
fartóres, piscatóres, ut ait Terentius; adde huc, si placet, unguentarios,
saltatore^ sostantivi € deferenza » e « rispetto » . — habere dilectum , « far
distin< zione tra... ». — ad summam, riassume come denìque, ina è assai più
raro. — conciliationem, questo verbale rappresenta il reciproco conciliari
inter se, « affratellarsi » ; spiega € fratellanza ». 150. iam , e finalmente »
. — quaestibus , < lucri , guadagni > , qui « fonti di guadagno,
industrie ». — qui, concorda con l'ultimo nome. — — accepimus, non ex philosophis,
ma ex more consuetudineque, ex w?o- ribus institutisque nostris. — primum, ha
per corrispondenti inlib. autem, sord. etiam. Su alcune industrie e mestieri
qualche pregiudizio è rimasto anche a noi moderni, che abbiamo del resto su
questo punto idee molto diverse e molto più liberali dei Romani. — portitorum,
« gli esattori » f dovechè la professione dei publicani (* appaltatori») era
stimata decorosa. — operae, artes, puoi spiegare « mano d'opera » e « opera »;
oppure € la- voro manuale» e «lavoro mentale». — auctoram. servitutis,
auctorare se significa € obbligarsi a un servizio dietro pagamento » ,
auctorare se ad serviiutem vorrebbe dire « obbligarsi alla schiavitù dietro
pagamento, ren- dersi schiavo » ; auctoramentum è il prezzo di un tal
contratto; noi di- remmo qui « sanzione ». — qui mercantur ... vendant, noi
esprimiamo tutto questo con una sola parola. — nihil... mentianiur, l'italiano
dice più viva- cemente « guadagnano a furia di menzogne » . — vero, cfr. § 147.
— va- nitate, cfr. § 44. — cetarii ..., nell 1 Eunuco 257; è un verso giambico
tetrametro catalettico (--, ^-, w-l, ^-, --£, — , --£, -). — ludus M. TULLI
CICERONIS 151 totumque ludum talarium. Quibus aatem artibus aut prudentia
niaior inest aut non mediocris utilitas quaeritur, ut medicina, ut archi
tectura, ut doetrina rerum honestarum, eae sunt iis, quorum ordini con veni un
t, honestae. Mercatura autem, si tenuis est, sordida putanda est; sin magna et
copiosa, multa undique apportans multisque sine vani tate iojpertiens, non est
admodum vituperanda, atque etiam si satiata quaestu vel contenta potius, ut
saepe ex alto in portum, ex ipso portu se in agros posses- sionesque contulit,
videtur iure optimo posse laudari. Omnium autem rerum, ex quibus aliquid
adquirìtur, nihil est agri cui-, tura meli us, nihil uberi us, nihil dulcius,
nihil homine, nihil libero dignius; de qua quoniam in Catone maiore satis multa
di limus, illim adsumes, quae ad hunc locum pertinebunt 152 43. Sed ab iis parti bus, quae
sunt honestatis, qoem ad roodum officia ducerentur, satis expositum videtur. Eorura autem ipsorum, quae
honesta sunt, potest incidere saepe contentio et comparatio, de duobus honestis
utrum hone- stius, qui locus a Panaetio est praetermissus. Nam cum omnis honestas manet a parti bus quattuor,
quarum una sit cognitionis, altera communitatis, tertia magnanimitatis, quarta
moderationis, aec in deligendo officio saepe in ter se comparentur necesse est
Placet igitur aptiora esse naturae ea officia, quae ex com- talarius o talari*
era uno spettacolo teatrale di danza e canto, con ac- compagnamento di cimbali
e nacchere e con moYenze indecenti ; gli attori vestivano la stola talari». — '
lòl. quibus artibus concorda con quaeritur, ma non con west (zeugma), perchè
Cicerone cod giunge a inesst sempre l'ablativo con tu. — doetrina, qui «
insegnamento 9 . — rerum honestarum = artium liberakum, la grammatica, la
rettorica, la filosofia. — vantiate, § 150. — atque etiam « anzi ». — ipso,
moiri in on av- verbio e direttamente >. — contulit, dal soggetto mercatura
trarrai qui mereator. — homine = vere homine. — libero, mette in rilievo lldea
di liber, perchè al suo tempo l'agricoltora era esercitata dagli schiavi —
Catone maiore , intitolato anche de Seneetute. — iflim = Mine, come ùtim =
istinc. 1Ò2. corum, da qui sino alla fine si parla del conflitto tra due virtù,
specialmente tra la giustizia -e la sapienza. — contentio, e conflitto » . —
partibus, e principi^ elementi ». — cognitionis, « sapienza ». — commu-
nitatiSy non oggettivamente e la comunità, la società » , ma soggettivamente «
il senso della comunanza, la sociabilità ». — haec, femminile plorale (hac-ce),
con l'enclitica e (e), come hk hoc (= hi-ce t ho-ce) etc ; l'encli- tica appare
intera in huius-cc, hi*-ce. de officiis, i, 42—43, 151—154 81 munitate, quam
ea, quae ex cognitione ducantur, idque hoc argumento confirmari potest, quod,
si contigerit ea vita sapienti, ut, omnium rerum adfluentibus copiis, [quamvis]
omnia, quae cognitione digna sint, sumrao otio secum ipse consideret et con-
templetur, tamen si solitudo tanta sit, ut hominem videro non possi t, excedat
e vita. Princepsque omnium virtutum il la sa- pientia, quam (Joqpiav Graeci
vocant, — prudentiam enim, quam Graeci qppóvritfiv dicunt, aliam quandam
intellegimus, quae est rerum expetendarum fugiendarumque scientia; illa autem
sa pienti a, quam principem dixi, rerum est divinarum et hu- manarum scientia,
in qua continetur deorum et hominum com- munitas et societas in ter ipsos; ea
si maxima est, ut est certe, necesse est, quod a communitate ducatur officium,
id esse ma- ximum. Etenim cognitio contemplatioque naturae manca quodam modo
atque incohata sit, si nulla actio rerum consequatur. EaJ autem actio in
hominum commodis tuendis maxime cernitili' ; pertinet igitur ad societatem
generis humani; ergo haec cogni- tioni anteponenda est. Atque id optimus
quisque reapse ostendit 154 et iudicat. Quis enim est tam cupidus in
perspicienda cogno- 153. si contigerit... contempletur, nella traduzione
risolvi cosi: « se fosse dato a un sapiente di vivere... e di poter
speculare...». — hominem, e faccia d'uomo ». — 'princepsque omnium..., accomoda
così nella traduzione questo periodo sconnesso : € La regina di tutte le virtù
(quella che i Greci chia- mano aoqpia, da non confondersi con la prudenza,
detta (ppóvrjait; dai Greci, e che io definirei la conoscenza di ciò che si
deve cercare o fug- gire), la sapienza dico, quella che io ho chiamata la
regina, è... Se dunque essa è la più grande delle virtù...». — Qui oltre alla
confusione nella forma, abbiamo anche confusione di ragionamento. Cicerone
comincia a parlare della sapienza e ci si aspetterebbe che ne deducesse come,
essendo la maggiore delle virtù, i doveri dipendenti da essa siano i più impor-
tanti. Invece no ; dà una definizione della sapienza, confondendola con la
sociabilità, e conchiude che i doveri dipendenti dalla sociabilità sono i più
importanti. E questo è il pensiero genuino di Cicerone, ma volendolo di-
mostrare filosoficamente, lo ha alterato e intorbidato ; tanto è fuori del suo
campo l'autore quando lascia la pratica e vuole architettare una di-
mostrazione filosofica. — in qua (scil. scientia) continetur = quae con- tinet,
« che abbraccia, che si occupa dei... ». — communitas qui significa « i
rapporti scambievoli » . — societas scil. hofninum. — etenim, • inoltre »; qui
è congiunzione di passaggio, che introduce il terzo argomento; il primo è introdotto
da hoc argumento quod; il secondo da que (princepsque) § 153. — naturae , « V
universo » . — incohata , € appena cominciata » , cioè «imperfetta». — 154.
reapse (si compone di re eapse ; eapse è formato da ea e dal suffisso pse) =
reipsa t € col fatto». — cupidus Cicerone, De Officiis, comm. da R. Sabba dini,
2» ediz. 6 82 M. TULLI C1CER0N1S scendaque rerum natura, ut, si ei tractanti
contemplantique res cognitione dignissimas subito sit adlatum periculum discri-
menque patriae, cui subvenire opitularique possit, non illa omnia relinquat
atque abiciat, etiamsi dinumerare se stellas aut me- tiri mundi magnitudinem
posse arbitretur? atque hoc idem in 155 parentis, in amici re aut periculo
fecerit. Quibus rebus intelle- gitur studiis officiisque scientiae praeponenda
esse officia iusti- tiae, quae pertinent ad hominum communi tate in, qua nihil
homini esse debet antiquius. 44. Atque illi ipsi, quorum studia vitaque omnis
in rerum cognitione versata est, tamen ab augendis hominum utilita- tibus et
commodis non recesserunt; nam et erudiverunt multos, quo meliores cives
utilioresque rebus suis publicis essent, ut Thebanum Epaminondam Lysis
Pythagoreus, Syracosium Dionem Plato multique multos, nosque ipsi, quicquid ad
rem publicam attulimus , si modo aliquid attulimus , a docto- ribus atque
doctrina instructi ad eam et ornati accessimus. 156 Neque solum vivi atque
praesentes studiosos discendi eru- diunt atque docent, sed hoc idem etiam post
mortem monu- mentis litterarum adsequuntur. Nec enim locus ullus est praetermissus
ab iis, qui ad leges, qui ad mores, qui ad disci- plinam rei publicae
pertineret, ut otium suum ad nostrum neg- otium contulisse videantur. Ita illi
ipsi doctrinae studiis et perspiciendi significa « desideroso, vago di... » ;
cupidus in significa « ap- passionato, invaghito, innamorato di... ». — si ei
tractanti... adlatum sìt, risolvi « annunziandogli, mentre..., un pericolo ». —
adlatum verbo pre- gnante «= nuntium afferre, nuntiare. — fecerit, congiuntivo
potenziale. — 15ò. quae pertinent ... communitatem (cfr. § 153 pertinet ad
societatem ge- neris fiumani), « che toccano da vicino l'umana comunità, che
sono la base, l'anima dei rapporti sociali » . — ipsi, dà un valore concessivo
alla propo- sizione, spiega « perfino » . — nam et, il secondo termine è neque
solum (§ 156), che equivale a et non solum. — Lysis, nativo di Taranto, si
rifugiò, quando i Pitagorici furono perseguitati, a Tebe, dove morì. — Dio, zio
di Dionisio il giovane, prima fu pitagorico, ma quando Platone nel 389 av. Cr.
andò a Siracusa, abbracciò la sua filosofia. — quicquid attulimus, accessimus,
da compiere così: quicquid attulimus ex eo repe- tendum est % quod accessimua ;
in italiano : e è dovuto all'essere io entrato al governo... ». — lòti, vivi
atque praesentes, « da vivi e in per- sona ». — locus ullus qui, puoi tradurre
e punto, questione», oppure risolvere quicquam quod. — ita = oh eam tantum
causam. che cioè il de offici is, i, 43—44, 155—158 83 sapientiae dediti ad
hominum utilitatem suam prudenti am in- tellegentiamque potissimum conferunt;
ob eamque etiam causaui eloqui copiose, modo prudenter, melius est quam vel
acutissime- sine eloquentia cogitare, quod cogitatio in se ipsa vertitur, elo-
quentia complectitur eos, quibuscum communitate iuncti suraus. Atque ut apium
examina non fingendorum favorum causa con- 157 gregantur, sed, cum
congregabilia natura sint, fingunt favos, sic homines, ac multo etiam magis,
natura congregati adbibent agendi cogitandique sollertiam. ltaque, nisi ea
virtus, quae constat ex hominibus tuendis, id est ex societate generis hu- man
i, attingat cognitionem rerum, solivaga cognitio et ieiuna vi de a tur;
«itemque magnitudo animi remota communitate con- iunctioneque humana feritas
sit quaedam et immanitas ». Ita fit, ut vincat cognitionis studium consociatio
hominum atque com- muni tas. Nec verum est, quod dicitur a quibusdam, propter
158 necessitateci vitae, quod ea, quae natura desideraret, consequi sine aliis
atque efficere non possemus, idcirco initam esse cum / ;( hominibus
communitatem et societatem; quodsi omnia nobis, loro ozio fu fecondo per la
vita pratica. Lo studio per lo studio è inutile; perciò alla speculazione è da
preferire l'eloquenza, per la sua utilità pra- tica. — prudentia si riferisce
alla pratica, intelleg. al pensiero. — etiam appartiene a eloqui. — cogitatio,
«la speculazione». — vertitur , «si aggira intorno... », oppure « si chiude ».
— 15? '. sic homines, compi così il pensiero : sic homines non agendi
cogitandique causa congregante, sed cum natura congregati sint, adhibent agendi
cogitandique sollertiam. Ossia l'attività intellettuale (agendi cogitandique
formano un solo con- cetto — agendi cogitatane, €v olà òuotv) è la conseguenza
e non il fine della comunità umana. Dunque gli interessi della comunità vanno
curati prima di quelli dell'attività intellettuale; e quindi la giustizia, che
con- cerne i rapporti sociali, è superiore alla sapienza. — ea virtus, la
giustizia. — constat ex, « è costituita da » =posita est, versatur in, «
consiste in ». — attingat, « tocchi, abbia contatto, si accoppii » ; nella
traduzione per dar più rilievo al rapporto tra i due termini, devi metterli
vicini, così: nisi cognitionem rerum attingat ea virtus. — ieiuna, mutando
rapporto al pen- siero puoi tradurre « infeconda, sterile ». — itemque ...
immanitas, questa è una considerazione che non ha alcun nesso col ragionamento
e che fu dall'autore inserita posteriormente. — remota, ablat. assoluto ; «
tolta la... » cioè «senza la... ». — communitate coniunct, spiega
soggettivamente con un solo sostantivo « sociabilità » . — consociatio
community risolvi sogget- tivamente: officia consociationis, «doveri verso...».
— 158. a qui- busdam, gli Epicurei affermavano che la soddisfazione dei
vicendevoli bi- sogni fu il primo impulso a costituire la società umana. —
quodsi ... per- 84 M. TULLI C1CER0NIS quae ad victum cultumque pertinent, quasi
virgula divina, ut aiuut, suppeditarentur, tum optimo quisque ingenio negotiis
omnibus omissis totum se in cognitione et scientia collocaret. Non f"est
ita; nam et solitudinem fugeret et sociura studi quaereret, l^tum docere tum
discere vellet, tum audire tum dicere. Ergo omne officium, quod ad
coniunctionem hominum et ad socie- Itatem tuendam valet, anteponendum est illi
officio, quod cogni- zione et scientia continetur. 159 45, « Illud forsitan
quaerendum sit, num haec communitas, « quae maxime est apta naturae, sit etiam
moderati oni mode « stiaeque semper anteponenda. Non placet ; sunt enim quaedam
« partim ita foeda, partim ita flagitiosa, ut ea ne conservandae « quidem
patriae causa sapiens factùrus sit. Ea Posidonius col- « legit permulta, sed
ita taetra quaedam, ita obscena, ut dictu « quoque videantur turpia. Haec
igitur non suscipiet rei publicae « causa, ne res publica quidem prò se suscipi
volet. Sed hoc « commodius se res habet, quod non potest accidere tempus, ut «
intersit rei publicae quicquam illorum facere sapientem ». 160 Quare hoc quidem effectum
sit, in officiis deligendis id genus officiorum excellere, quod teneatur
hominum societate. « Etenim tinent
... quisque ... collocaret, qui abbiamo un passaggio dall'orafo obliqua
all'orario recta (cfr. § 33); dovrebb'essere : quodsi... pertinerent... quemque
collocaturum esse. — victum cultumque, cfr. § 106. — virgula divina, pò tresti
rendere con e bacchetta magica, bacchetta fatata ». — et quaereret, risolvi «
cercandosi > . 1Ù9. Questo §, in cui si tocca della superiorità della
giustizia sulla awcppoaóvri, interrompe evidentemente il filo del discorso tra
Ergo omne officium § 158 e Quare hoc quidem § 160. Si tratta perciò di un'ag
giunta intercalata posteriormente dall'autore. — communitas, spiega sog-
gettivamente. — moderat. modest, la quarta virtù. — non placet, forma modesta
per dire nego. — quaedam, adopera il sostantivo e azioni » . — ea, e di esse».
— permulta, spiega col sostantivo «esempi». — ne,., quidem, « e nemmeno ♦ . —
accidere tempus ut = tale tempus ut, < venire una circostanza in cui, darsi
il caso che... ». 160. quare, è la conclusione finale di tutta quest'ultima
parte, che cioè i doveri della giustizia vanno avanti a tutti gli altri. —
effectum sit, « sia per dimostrato, resta stabilito, conchiuso». — teneatur =
contineatur. — etenim ... prudenter, la conclusione è rinforzata da un'ultima
conside- razione ; etenim , spiega « e » : e l' azione perchè sia razionale
(consi- derata) dovrà accompagnarsi (sequetur) alla sapienza (cognit.
prudentiam- que) ; perciò l'azione razionale o congiunta alla sapienza avrà
maggior de officiis, i, 45, 159—161 85 « cognitionem prudentiamque sequetur
considerata actio ; ita fit, « ut agere considerate pluris sit quam cogitare
prudenter ». Àtque haec quidem hactenus. Patefactus enim locus est ipse, ut non
difficile sit in exquirendo officio, quid cuique sit prae- ponendura, videre.
In ipsa autera communitate sunt gradus officiorum, ex quibus, quid cuique
praestet, intellegi possit, ut prima dis immortalibus, secunda patriae, tertia
parentibus, deinceps gradati ra reliquis debeantur. Quibus ex rebus breviter
161 disputatis intellegi potest non solum id homines solere dubi- tare,
honestumne an turpe sit, sed etiam duobus propositis honestis utrum honestius
sit. Hic locus a Panaetio est, ut supra dixi, praetermissus. Sed iarr* ad
reliqua pergamus. P valore della sapienza presa da sola. Pare che
riconnettendosi al § 153 etenim cognitio ... anteponendo est, voglia aggiungere
che Fazione ossia l'esplicazione della giustizia sarà perfetta, se si
accompagna alla sapienza. Si direbbe che avesse paura della preferenza da lui
data alla giustizia sulla sapienza. Ma il passo non è chiaro. Locus è, come
termine rettorico, la fonte da cui si attìngono gli argo- menti della
dimostrazione; Cicerone (Top. 2, 7) e Quintiliano (Inst. orat. V 10, 20) lo
chiamano sedes argumentorum. Per noi può essere « campo » : « è aperto, è spianato
il campo a chi voglia ... », oppure « punto » : « è chiarito il punto > . —
praestet, come sopra sit praeponendum. Di questi gradus officiorum ha parlato
nei §§ 513-58, dove però non si fa nessuna menzione dei doveri verso gli dei. E
questo punto ha egli qui accennato più per levarsi uno scrupolo, che per altro.
Cicerone non aveva idee esatte e sicure sulla natura degli dei e tanto meno sui
rapporti dell'uomo verso di essi. Come filosofo forse avrà potuto formarsi un
certo concetto della divinità ; ma come cittadino romano egli doveva
riconoscere una religione, che traeva i suoi riti e le sue pratiche non dal
principio filosofico, ma dal principio politico. — deinceps qui ha valore, come
altri avverbi talvolta, di aggettivo = quae deinceps sunt = reliqua. — 161.
supra, §§ 10 e 152. y M. TbLLl CICERONIS DE OFF1C1IS AD MARCUM FILIUM LIBER
SECUNDUS i 1. Quem ad modum officia ducerentur ab honestate, Marce fili, atque
ab omni genere virtutis, satis explicatum arbitror libro superiore. Sequitur,
ut haec officiorum genera persequar, quae pertinent ad vitae cultum et ad earum
rerum, quibus utuntur homines, facultatem, ad opes, ad copias [in quo tutu
quaeri dixi, quid utile, quid inutile, tura ex utilibus quid utili us aut quid
maxime utile]. De quibus dicere adgrediar, si pauca 2 prius de instituto ac de
iudicio meo dixero. Quamquam enim libri nostri complures non modo ad legendi,
sed etiam ad scri- II libro II tratta dell'utile. IL — 1. quae pertinent ...
copias, perifrasi dell'utile. — vitae cui- tum> I 12. — facultatem, qui
indica « il modo di averle », perciò « il conse- guimento »; oppure « la
facoltà di poterne disporre », perciò « il possesso > . — in quo, « nel quai
proposito ». — dixi, I 9-10. — instituto è « la pro- fessione » da lui scelta
di trattare argomenti filosofici, anziché occuparsi della repubblica, §§ 2-6;
iudicio è « il criterio, il punto di vista» da lui seguito in filosofia, §§
7-8. — £. quamquam, un Romano, che non scorgeva virtù fuori dell'attività
politica, quando si ritirava dalla pvbbliea amministrazione, per darsi non
all'ozio ma allo studio, doveva cionondimeno giustificare la sua risoluzione,
che poteva esser giudicata viltà o defezione. Vedasi quanto sforzo adopera
Sallustio nel proemio della Ca- tilinaria a giustificare l'abbandono della vita
pubblica per gli studi. Ai nostri tempi un uomo di Stato che lasciasse, mentre
ancora potrebbe ren- dere utili servigi al paese, il campo della politica
militante, come si dice, certo farebbe parlare di sé, ma non avrebbe proprio
bisogno di giustifi- carsi pubblicamente. — complures ad studinm excitaverunt,
noi potremmo anche dire « eccitarono, svegliarono, suscitarono in molti
l'amore, il desi- DE OPFICIIS, II, 1, 1—4 87 bendi studium excitaverunt, taraen
interdum vereor, ne qui- busdara bonis viris philosophiae nomen sit invisum
mirenturque in ea tantum me operae et temporis ponere. Ego autem, quam diu res
publica per eos gerebatur, quibus se ipsa commiserat, omnis meas curas
cogitationesque in eam conferebam ; cum autem dominatu unius omnia tenerentur
neque esset usquam Consilio aut auctoritati locus, socios denique tuendae rei
publicae, sum- mos viros, amisissem, nec me angoribus dedidi, quibus essem
confectus, nisi iis restitissem, nec rursum indignis homine docto voluptatibus.
Atque utinam res publica stetisset, quo coeperat, 3 statu nec in homines non
tam commutandarum quam everten- darum rerum cupidos in ci disseti Primum enim,
ut stante re publica facere solebamus, in agendo plus quam in scribendo operae
ponereraus, deinde ipsis scriptis non ea, quae nunc, sed actiones nostras
raandaremus, ut saepe fecimus. Cum autem res publica, in qua omnis mea cura,
cogitatio, opera poni so- lebat, nulla esset omniuo, illae scilicet litterae
conticuerunt fo- renses et senatoriae. Nihil agere autem cum animus non posset,
4 in bis studiis ab initio versatus aetatis existimavi Inonestissime molestias
posse deponi, si me ad philosophiam rettulissero. Cui cum multum adulescens
discendi causa temporis tribuissem, posteaquam honoribus inservire coepi meque
totum rei publicae tradidi, tantum erat philosophiae loci, quantum superfuerat
ami- corum et rei publicae temporibus; id autem omne consumebatur in legendo,
scribendi otium non erat. derio ». — bonis viris, ironico, di cervello corto. —
philosophiae, non < della .., », ma « di ...» ; è un genitivo epcsegetico;
noi diciamo € la pa- rola filosofìa ». — ipsa, spiega con un avverbio, «
spontaneamente » . — unius, Cesare. — socios tuendae rei pubi., noi diremmo e
amici politici, alleati politici » ; tali erano stati, p. e., P. Servilio, Q.
Catulo, i due Lu- culli, Catone, Pompeo (cfr. Cicer. Phil II 12). — angoribus e
malin- conia » . — rursum = contra, e dall'altra parte ». — 3. quo coeperat,
immediatamente dopo l'uccisione di Cesare. — in homines, Slarc'Antonio e il suo
partito. — actiones, in senso concreto = orationes ; come più sotto litterae =
orationes. — scilicet, € pur troppo». — 4. nihrf agere, «stare in ozio». —
honestissime ... rettulissem , puoi risolvere: « che il miglior modo di era di
... ». — cum tribuissem, risolvi in tribui e premetti sed a posteaquam. —
superfuerat; superesse col dativo significa spesso « avanzare, sopravanzare » .
— temporibus — negotiis, come 88 M. TULLI CICER0N1S 5 2. Maximis igitur in
malis hoc taraen boni assecuti vi- demur, ut ea litteris mandaremus, quae nec
erant satis nota nostris et erant cognitione dignissima. Quid enim est, per
deos, optabilius sapientia, quid praestantius, quid homini melius, Vquid homine
dignius? Hanc igitur qui expetant, philosophi no- minantur, nec quicquam aliud
est philosophia, si iuterpretari velis, praeter studium sapientiae. Sapientia
autem est, ut a veteribus philosophis definitum est, rerum divinarum et huma-
narum causarumque, quibus eae res continentur, scientia; cuius studium qui
vituperat, haud sane intellego, quidnam sit, quod 6 laudandura putet. Nam sive
oblectatio quaeritur animi requiesque curaru ni, quae conferri cum eorum
studiis potest, qui semper aliquid anquirunt, quod spectet et valeat ad bene
beateque vi- < vendum? sive ratio constantiae virtutisque ducitur, aut haec
ars est aut nulla omnino, per quam eas adsequamur. Nullam dicere maxumarum
rerum artem esse, cum minimarum sine arte nulla sit, hominum est parum
considerate loquentium atque in maxumis rebus errantium. Si autem est aliqua
disciplina ; virtutis, ubi ea quaeretur, cum ab hoc discendi genere disces-
seris? Sed haec, cum ad philosophiam cohortamur, accuratius disputari solent,
quod alio quodam libro fecimus; hoc autem tempore tantum nobis declarandum
fuit, cur orbati rei publicae 7 muneribus ad hoc nos studium potissimum
contulissemus. Oc- curritur autem nobis, et quidem a doctis et eruditis
quaeren- tibus, satisne constanter facere videamur, qui, cum percipi nihil ci
si arriva ? — 5. nec ... et, risolvi in et non ... et. — qui expetant,
congiuntivo, perchè la proposiz. ha valore ipotetico. — interpretari, puoi
spiegare con la parola « etimologia ». — causarumque ... continentur, noi più
brevemente: « e delle loro cagioni ». — cuius, risolvi in et eius. — 6*. bene
beateque vivere si può spiegare « la perfetta felicità della vita » . — ratio
ducitur => ratio habetur = quaeritur. — eas scil. constantiam j et virtutem\
per il significato di constantia, cfr. I 69. — artem, come! sotto disciplina,
puoi spiegare con e scienza, metodo scientifico » e simili " — cum
cohortamur, • quando si tratti di » — alio libro, Cic. de div. II 1 nam et cohortati sumus, ut
maxime potuimus, ad philosophiae studium eo libro, qui est inscriptus
Hortensius. Questo scritto di Cicerone si è perduto;
era dedicato all'oratore Ortensio. — 7. occur* ritur, € fare obbiezione » . —
percipere, « riconoscer per certo , aver cer- tezza assoluta » . Cicerone
apparteneva alla nuova Academia , cfr. I 2 de officiis, il, 2—3, 5—9 89 posse
dicamus, tamen et aliis de rebus dissere re soleamus et hoc ipso tempore
praecepta offici persequamur. Quibus vellem satis cognita esset nostra
sententia. Non enim sumus ii, quorum vagetur animus errore nec habeat umquam,
quid sequatur. Quae flnim esset ista mens vel quae vita potius non modo
disputando sed etiam vivendi ratione sublata? Nos autem, ut ceteri aliaV certa,
alia incerta esse dicunt, sic ab his dissentientes alia pro^j babilia, contra
alia dicimus. Quid est igitur, quod me impediat 8 ea, quae probabilia mihi
videantur, sequi, quae contra, impro- bare atque adfirmandi arrogantiam
vitantem fugere teraeritatem, quae a sapientia dissidet plurimum? Contra autem
omnia dis- putati^ a nostris, quod hoc ipsum probabile elucere non posset, nisi
ex utraque parte causarum esset facta contentio. Sed haec explanata sunt in
Àcademicis nostris satis, ut arbitror, dili- genter. Tibi autem, mi Cicero,
quamquam in antiquissima no- bilissimaque philosophia Cratippo auctore versaris
iis simillimo, , qui ista praeclara pepererunt, tamen haec nostra finituraa ve
stris ignota esse nolui. Sed iam ad instituta pergamus. 3. Quinque igitur
rationibus propositis offici persequendi, 9 quarum duae ad decus honestatemque
pertinerent, duae ad com- utrique. — disserere, « professare una propria
opinione » . — quibus, tra- duci « ora a costoro ». — ii, e di quelli ». —
errore, non spiegare € er- rore » , ma t indeterminatezza , incertezza » . —
quid sequatur , « meta fìssa, principio costante ». — mens, vita, « vita
intellettuale e vita pra- tica » . — disputando ratio, metodo di ragionare » ;
e principio dialettico > ; : vivendi ratio, « metodo di vivere », <
principio etico ». — contra, ha va- lore di aggettivo = quae contra sunt (cfr.
deinceps I 160); qui supplisce l'aggettivo improbabilis, che da Cicer. non è
adoperato e comparisce più tardi in Celso e Seneca. — autem, « invece » . —
adfirmandi arrogantiam, tradotto in una frase moderna sarebbe e l'assolutismo
delle proprie opi- nioni ». — contra ... omnia (questa separazione della
preposizione dal suo caso è rara) disputatur, e discutono contro tutte le
opinioni, le afferma- zioni » , cioè e non accettano nulla senza discussione ».
— causarum ... con- tentio, propriamente t il confronto, il dibattito dei
motivi, delie ragioni »; puoi usare la frase « pesare i motivi, vagliar le
ragioni ». — in. Àcade- micis, in una parte delle sue Questioni academiche Cic.
espone e difende le dottrine dei nuovi Academici. — iis, Aristotele e
Teofrasto, i due primi rappresentanti della scuola peripatetica, alla quale
Cratippo apparteneva; quei due filosofi poi erano antichi rispetto ad Arcesila
e Cameade, i fonda- tori della nuova Academia. — finituma vestris 9 cfr. I 2
utrique. •9. Quinque igitur ... , risolvi così • « Delle cinque questioni
proposte 90 M. TULLI CICERO xNIS moda vitae, copias, opes, facultates, quinta
ad eligendi iudicium si quando ea, quae dixi, pugnare in ter se viderentur,
honestatis pars confecta est, quam quidem tibi cupio esse notissiroam. Hoc autera, de quo nunc agimus,
id ipsum est, quod utile ' appellatur. In quo verbo lapsa consuetudo deflexit
de via sensi mque eo deducta est, ut honestatem ab utilitate secernens
constitueret esse honestum aliquid, quod utile non esset, et utile, quod non
honestum, qua nulla pernicies maior hominum vitae potuit af- 10 ferri. Summa
quidem auctoritate philosophi severe sane atque honeste haec tria genera re
confusa cogitatone distinguunt. [Quicquid enim iustum sit, id etiam utile esse
censent, itemque quod honestum, idem iustum ; ex quo efficitur, ut quicquid ho-
nestum sit, idem sit utile]. Quod qui parum perspiciunt, ii saepe versutos
homines et callidos admirantes malitiam sapien- tiam iudicant. Quorum error
eripiendus est opinioque omnis ad eam spera traducenda, ut honestis consiliis
iustisque factis, non , fraude et malitia se intellegant ea, quae velint,
consequi posse. Quae ergo ad vitam hominum tuendam pertinente partim 11 sunt
inanima, ut aurum, argentum, ut ea, quae gignuntur e terra, ut alia generis
eiusdem, partim animalia, quae habent suos impetus et rerum appetitus. Eorum autem rationis expertia sunt alia, alia ratione
utentia; expertes rationis equi, boves, intorno alla ricerca del dovere, due
attinenti a ... , sono state esaurite le due prime, attinenti all'onestà». —
eligendi iudicium è perifrasi di electio. In quo ... , e in proposito di... ».
Dopo di aver proposto l'argomento del II libro, prima di entrare nel tema,
accenna il nesso intimo tra l'onestà e Tntile, §§ 9-10. — IO. tria genera, i
tre momenti: 1° separazione dell'utile dall'onesto; 2° onesto non utile; 3°
utile non onesto. Senso: Queste distinzioni sono solo teoriche (cogitatione), e
i filosofi possono farle a stretto rigor di logica {severe) e in buona fede
{honeste); ma non si possono fare in pratica {re). E chi le fa in pratica,
scambia il furbo per un sapiente. — confusa cfr. fusum I 95 ; re e cogitatione
. contrapposti anche I 95. — quicquid enim ... idem sit utile , interpolazione,
non ha alcun nesso col testo, anzi ne turba l'ordine logico. — malitiam è il
vero oggetto del verbo. — spem, spiega e persuasione » . 11. Fonte principale
dell' utile e del danno è all' uomo 1' uomo stesso §§ 11-16; perciò bisogna
anzitutto cattivarsi gli uomini. — ea quae gi- gnuntur, p. es., i vegetali. -
impetus, « istinti ». — rerum nella tra* DE OFKICIIS, II, 3—4, 10 — 14 91
reliquae pecudes, apes, quarum op.ere efficitur aliquid ad usum hominum atque
vitam; ratione autem utentium duo genera/ ponunt, deorum unum, alterum hominum.
Deos placatos pietà/
efficiet et sanctitas, proxime autem et secundum deos homines hominibus maxume
utiles esse possunt. Earumque item rerum, fa quae noceant et obsint, eadem
divisio est. Sed quia deos nocere non putant, iis exceptis homines hominibus obesse
plurimura arbitrantur. Ea enim ipsa, quae inanima diximus, pleraque sunt
hominum operis effecta; quae nec haberemus, nisi manus et ars/ accessi sset,
nec iis sine hominum administratione uteremur.' Neque enim valetudinis curatio
neque navigatio neque agri cul- tura neque frugum fructuumque reliquorum
perceptio et con- servata sine hominum opera ulla esse potuisset. Iam vero et
13 e a rum rerum, quibus abundaremus, exportatio et earum, quibus egeremus,
invectio certe nulla esset, nisi his muneribus homines fungerentur. Eademque
ratione nec lapides ex terra exciderentur ad usum nostrum necessarii, nec
'ferrum, aes, aurum, argentum' effoderetur 'penitus abditum' sine hominum
labore et manu. 4. Tecta vero, quibus et frigorum vis pelleretur et ca- lorum
molestiae sedarentur, unde aut initio generi humano dari potuissent aut postea
subveniri, si aut vi tempestatis aut terrae motu aut vetustate cecidissent,
nisi communis vita ab hominibus harum rerum auxilia petere didicisse.t? Adde
ductus 14 aquarum, derivationes fluminum, agrorum inrigationes, moles dazione
si sopprime. — apes, come rappresentanti delle volucres, cfr. Verg. Aen. Vili 27 alituum pecudumque genus. — placatos, €
propizi » . — proxime et secundum, « subito dopo,, immediatamente dopo », i due
sino- nimi rinforzano l'idea. — 12. quae noceant et obsint, come prima aveva
parlato delle utiles ; spiega con due aggettivi. — enim, introduce la
dimostrazione della doppia influenza degli uomini: utile (§§ 12-16) e dannosa
(§ 16 Atque ut magnas); le due parti sono sproporzionate tra loro. — quae nec
... nec iis , anacoluto. — administratione, « coopera- zione ». — fructuum, *
prodotti » in generale ; ma ha anche il significato speciale di « frutti ». —
13. invectio, « importazione ». — ferrum ... abditum, un verso non intero di
qualche tragico (di ritmo giambico [v] 2 , — , --£, -v/v, v^ f ^-, trimetro). —
subveniri scil. tectis po- tuisset, zeugma ; e riparare » r — communis vita =
vitae communitas. — le. moles % « dighe ». — et qui ... nec hoc = et qui .. et
non hoc M. TULLI GICERONIS oppositas fluctibus, portus manu factos, quae unde
sine hominum .opere habere possemus? Ex quibus multisque aliis perspicuum est,
qui fructus quaeque utilitates ex rebus iis, quae sint ina- nimae,
percipiantur, eas nos nullo modo sine hominum manu atque opera capere potuisse.
Qui denique ex
bestiis fructus aut quae commodi tas, nisi homines adiuvarent, perpipi posset?
Nam et qui principes inveniendi fuerunt, quem ex quaque belua usura habere
possemus, homines certe fuerunt, nec hoc tempore sine hominum opera aut pascere
eas aut domare aut tueri aut tera- pesti vos fructus ex iis capere possemus; ab
eisdemque et eae quae nocent interficiuntur et quae usui possunt esse
capiuntur. 15 Quid enumerem artium multitudinem,
sine quibus vita omnino nulla esse potuisset? Qui enim aegris subveniretur,
quae esset oblectatio valentium, qui victus aut cultus, nisi tam multae nobis
artes ministrarent? quibus rebus exculta hominum vita tantum dissidet a victu
et cultu bestiarum. Urbes vero sine hominum coetu non potuissent nec aediflcari
nec frequentari; ex quo leges moresque constituti, tum iuris aequa discriptio
certaque vivendi disciplina, quas res et mansuetudo animorum consecuta et ve-
recundia est effectumque, ut esset vita munitior atque ut dando et accipiendo
mutuandisque facultatibus et commodandis nulla re egeremus. y i6 5. Longiores
hoc loco sumus, quam necesse est. Quis est enim, cui non perspicua sint illa,
quae pluribus verbis a Pa- naetio commemorantur, neminem neque ducem bello nec
prin* cipem domi magnas res et salutares sine hominum studiis gè rere potuisse?
Gommemoratur ab eo Themistocles, Pericles, Cyrrts, Agesilaus, Alexander, quos
negat sine adiumentis ho- minum tantas res efficere potuisse. Utitur in re non
dubia qui principes inveniendi fuerunt, «i primi a trovare». — 15. vita, «vera
vita». — qui enim = quo modo enim. — ministrarent, intransi- tivo = ministrae
essent. — dissidet, « si stacca », § 8. — cuìtu t « abi tudini ». — ex quo
"... tum = ex quo ... ex iìh, t da quando ... da al- lora». — iuris
discriptio, «ripartizione dei diritti e doveri» I 124. — mutuari « prendere in
prestito » , commodare < dare in prestito » fanno chiasmo con dando,
accipiendo. IH. domi = pace. — studiis «cooperazione». — commemoratur con- DE
OFPICIIS, II, 4 — 5, 15 — 18 93 testibus non necessariis. Àtque ut magnas
utilitates adipiscimur conspiratione hominum atque consensu, sio nulla tara
detesta- bilis pestis est, quae non homini ab homine nascatur. Est Di- caearchi
liber de interitu hominum, Peripatetici magni et co- piosi, qui collectis
ceteris causis eluvionis, pestilentiae, vastitatis, oeluarum etiam repentinae
multitudinis, quartina impetu docet quaedam hominum genera esse consumpta,
deinde comparat, quanto plures deleti sint homines hominum impetu, id est
bellis aut seditionibus, quam omni reliqua calamitate. Cum igitur hic locus
nihil. habeat dubitationis, quin ho- p mines plurimum hominibus et prosint et
obsint, proprium hoc < statuo esse virtutis, conciliare animos hominum et ad
usus suos adiungere. Itaque, quae in rebus inanimis quaeque in tracta- tione
beluarum fiunt utili ter ad hominum vitam, artibus ea tribuuntur operosis,
hominum autem studia ad ampli ficationem nostrarum rerum prompta ac parata
virorum praestantium sa- pientia et virtute excitantur. Etenim virtus omnis
tribus in is corda solo col primo nome. — atque « dall'altra parte » . —
conspiratione, consensu, puoi trasformare in aggettivo l'uno dei due
sostantivi. — na- scatur, « provenga ». — Dicaearchus, messinese, scolaro di
Aristotele e amico di Teofrasto, scrisse molti libri popolari di filosofìa,
storia e geo- grafia. Era fra gli autori prediletti di Cicerone, che lo chiama
deliciae meae (Tusc. I 77). — copiosi si riferisce allo stile. — eluvionis ...
questi genitivi epcsegetici (I 6 e fontibus eorum) in italiano si introducono
con «cioè, quali, come»; si spieghi coi plurali. — vastitatis, «devasta- zioni,
saccheggi ». — beluarum, tanto fiere quanto insetti. — multitudinis,
«moltiplicazione» e quindi «invasione». — quaedam, noi qui rendiamo con «
intere » il colorito speciale di questo pronome (I 47). — hom. genera, «
popolazioni » . — deinde comparat, si può supplire così : deinde collectis
causis quae ex hominibus nascuntur comparat. 17. Cum: igitur ... quin, nella
traduzione puoi risolvere così: «JNon essendovi più dubbio alcuno su questo
punto, che cioè ... » . — conciliare scil. sibi, «cattivarsi». — quae fiunt ...
autem, la prima proposiz. è logicamente subordinata alla seconda; risolvi: «
mentre ... invece ... ». — quae fiunt utiliter in ..., noi spieghiamo: « i
vantaggi che consistono in ... », o meglio « i vantaggi che si ritraggono da
... » o anche « il ritrar van- taggi da ... » «— tribuuntur, « spetta,
appartiene, è ufficio di ». — ope- ro8t&, che richiedono la opera, la mano
d'opera, perciò « manuali ». — studia sapientia et virtute excitantur si può
risolvere: studia excitare tribuitur sapientiae et virtuti; così nella
traduzione si ottiene maggior simmetria col primo termine. Questa sapientia et
virtus virorum prae- stantium costituisce quella certa facultas (§ 19), che è
l'arte di trarre vantaggio dagli uomini e che fa antitesi con le arti manuali,
che trag- gono vantaggio dagli esseri inanimati e dalie bestie. — 18. Etenim.
94 M. TULLI CICERONIS rebus fere vertitur, quarum una est in perspiciendo ,
quid in . quaque re verum sincerumque sit, quid consentaneum cuique, quid
consequens, ex quo quaeque gignantur, quae cuiusque ref causa sit, alterum
cohibere motus animi turbatos, quos Graeci TTÓ0T1 nominant, appetì tionesque ,
quas illi ópjuàg, oboedientes efficere rationi, tertium iis, quibuscura
congregemur, uti mo- » derate et scienter, quorum studiis ea, quae natura
desiderat, expleta cumulataque habeamus, per eosdèmque, si quid impor- tetur
nobis incoramodi v propulsemus ulciscamurque eos, qui nocere nobis conati sint,
tantaque poena adficiamus, quantum X aequitas humanitasque patiatur. 19 6.
Quibus autem rationibus hanc facultatem adsequi pos- si mus, ut hominum studia
complectamur óaque teneamus, di- cemus, neque ita multo post, sed pauca ante
dicenda sunt Magnam vim esse in fortuna in utramque partem, vel secundas ad res
vel adversas, quis ignorat? Nam et r cum prospero flatu eius utimur, ad exitus
pervehimur optatos et, cum, reflavit, adfligimur. Haec igitur ipsa fortuna ceteros
casus rariores habet, primum ab inanimis procellas, tempestates, naufragia,
ruinas, incendia, deinde a bestiis ictus, morsus, impetus; haec ergo, 20 ut
dixi, rariora. At vero interitus exercituum, ut proxime trium, questa
ripartizione della virtù, che si scosta dall'ordinaria, ha lo scopo di mettere
in vista la speciale facoltà dell'uomo di cattivarsi i suoi simili. — rebus,
«doti, qualità, facoltà». — alterum cohibere, tertium uti, in- vece di altera
in cohibendis, tertìa in utendo , anacoluto. — motus turb., « passioni
turbolente » . — quorum = ut eorum. — quae desiderat, puoi renderlo con la
parola «bisogni*. — expleta cumul., puoi rendere con due avverbi « in
abbondanza e d'avanzo » ; oppure risolvere expleta ... ha- beamus in expleamus
cumulate. — per eosdèmque, invece di et per quos, anacoluto. — ulciscamur,
ulcisci significa « vendicare » e « vendicarsi ». — J9. sed pauca ... sunt;
premette un'osservazioue, per ribattere l'obbiezione della parte che ha nelle
vicende umane la fortuna, parte che è però in- feriore a quella dell'uomo. —
prospero flatu e reflavit, usa le frasi « spirar favorevole, spirar contraria*.
— exitus, per conservar la metafora spiega « porto » ; così adfligimur, spiega
« siamo sbattuti dalla tempesta » oppure « siamo ricacciati in mare » . Puoi
anche tradurre tutto il pensiero senza imagine. — haec ipsa ... at vero, il
nesso è: la fortuna porta da so sola (ipsa) molti casi , ma assai più ne porta,
quando vi si aggiungono le opes et studia hominum. — ab inanimis, « quelli che
ci vengono da ... , come ». — 20 trium t nelle tre giornate di Parsalo, Tapso,
Munda. — DB 0FFICI1S. II, 6, 19-21 95 saepe multorum, clades imperatorum, ut
nuper summi et sin- gularis viri, invidiae praeterea umltitudinis atque ob eas
bene raeritorum saepe civiumexpìilsiones, calamitates, fugae, rur- susque
secundae res, honores, imperia, victoriae, quamquam fortuita sunt, taraen sine
hominum opibus et studiis neutram in partem effici possunt. Hoc igitur cognito
dicendum est, quo* nani .modo hominum studia ad utilitates nostras adlicere
atque excitare possimus. Quae si longior fuerit oratio, cum magni- tudine
utilitatis comparetur; ita fortasstè etiam brevior videbitur. Quaecumque igitur
homines homini tribuunt ad eum au- 21 gendum atque hònestandum, aut benivolentiae
gratia faciunt, cum aliqua de causa quempiam diligunt, aut honoris^ si cuius
virtutem suspiciupt quenique dignum fortuna quam amplissima putant, aut cui
fidem ,habent et bene rebus suis consulere ar- bitrante, aut cuius opes
metuunt, aut contra, a quibus aliquid expectant, ut cum reges populare.sve
homines largitiones aliquas proponimi, aut postremo pretio ac mercede ducuntur,
quae sor- didissima est illa quidem ratio et inquinatissima et iis, qui ea
saepe = alias, antitesi di proxime. — nummi viri, Pompeo, che soccombette nella
guerra civile con Cosare. — saepe fa. le funzioni di attributo di expuhiones, «
frequenti » . — calamitates, qui si specifichi con < condanne >. —
rursusque, cfr. § 2 rursum. — neutram in partem, « né in bene nò in male > .
— quae si, traduci come se fosse quod si. 21- Nell'uso scambievole che un uomo
può fare di un altro si presen- tano due casi : o uno promuove il vantaggio di
un altro (§ 21 ad eum augendum atque hònestandum), o si sottomette al suo
volere (§ 22 subì- ciunt se homines imperio alterius). In entrambi i casi
l'uomo può esser tratto da sei motivi. I sei motivi sono espressi due volte per
entrambi i casi nei §§ 21-22 e sono: 1° la benevolenza (§ 21 benivolentiae
gratia, § 22 beni- valentia aut beneficiorum magnitudine; questo aut si può
spiegare per et); 2° la dignità (§ 21 honoris, § 22 dignitatis praestantia); 3°
la speranza (§ 21 cui fidem ... arbitrantur, § 22 spe ... futurum) ; 4* il
timore (§ 21 cuius ... metuunt, § 22 metu ... cogantur); 5° le promesse (§ 21 a
quibus ... proponunt, § 22 spe largitionis ... capti)-, 6° il danaro (§21
pretio ducuntur, § 22 mercede conducti). Questi sei motivi sono sviluppati,
seb- bene poco ordinatamente, nei §§ seguenti, cioè il 1° e 4° nei §§ 23-30; il
2° e 3° nei §§ 31-51; il 5° e 6° nei §§ 52-87. — quemque invece di eumque, un
relativo coordinato a un indefinito. — aut cui ...., cuius, .... aquibuSy altro
anacoluto, invece di si cui e te. ; questi tre relativi sono stati attratti dal
relativo quemque; aut ducuntur, che ha struttura di proposizione indipendente,
forma un terzo anacoluto. — et bene = et quem bene, — vopulares homines,
«democratici* quidem, «pur troppo 9. 96 M. TULLI C1CEIIUNIS 22 tenentur, et
illis, qui ad eara confugere conantur; male enim se • res habet, cum, quod
virtute effici debet, id temptatur pecunia. Sed quoniam non numquam hoc
subsidium necessarium est, quem ad modum sit utendum eo, dicemus, si prius iis
de rebus, quae virtuti propiores sunt, dixerimus. « Atque etiara subiciunt « se
horaines imperio alterius et potestati de causis pluribus. « Ducuntur enim aut
benivolentia aut beneficiorum magnitudine « aut dignitatis praestantia aut spe
sibi id utile futurum aut « raetu, ne vi parere cogantur, aut spe largitionis
promissisque « capti aut postremo,, ut saepe in nostra re publica videmus, mer
)« cede conducti ». 23 7. Omnium autem rerum nec aptias est quicquam ad opes
/,/ tuendas ac tenendas quam diligi nec alienius quam tiraeri. Prae- clare enim
Ennius: Quém metuunt, odérunt; quem quisque ódit, - periisse éxpetit. Multorum
autem odiis nullas opes posse obsistere, si antea fuit ignotum, nuper est
cognitum. Nec vero huius tyranni solum, quem armis oppressa pertulit civitas ac
paret cìim maxume mortuo, interitus declarat, quantum odium hominum valeat ad
pestem, sed reliquorum similes exitus tyrannorum, quorum haud fere quisquam
talem interitum effugit; malus enim est custos diuturnitatis metus contraque
benivolentia fidelis vel ad per- — 22. si prius, infatti dei sei motivi
sviluppa per ultimo quello del denaro. — propiores, gli altri cinque. Dopo ciò ci aspettiamo che entri in ar- gomento;
invece troviamo introdotta da atque etiam una nuova riparti- zione dei sei
motivi : la nuova ripartizione fu innestata dall'autore poste- riormente. — 23.
Ennius, in una tragedia, si suppone nel Tieste. — quem metuunt , tetrametro
trocaico catalettico (-^^, --, --, --, -*-, ^^-, -^, -). — periisse, il
perfetto s'associava spesso ai verbi che espri- mono il desiderio. — multorum
odiis, non è vero che Cesare, a cui qui si allude, sia stato preso di mira
dall'odio pubblico, ma solo di alcuni par- tigiani e suoi nemici personali. —
tyranni, Cesare, ucciso il 15 marzo del 44 av. Cr. — cum maxume, frase
avverbiale che di solito suona nunc cum maxume e ora più che mai » . — mortuo,
ablat. assoluto. Cesare morto riviveva in Marcantonio, il quale ne continuava
l'opera, avendo fatto passare in senato la legge, che si desse corso a tutti
gli ordinamenti di Cesare, tanto pubblicati quanto non pubblicati. — valeat ad
pestem = exitiaìe sit. — diutumitatU = diuturnae possessionis. — ad, non « fino
a ^ de officiis, il, 6—7, 22—25 97 petuitatem. Sed iis, qui vi oppressos
imperio coércent, sit sane 24 adhibenda saevitia, ut eris in famulos, si alitér
teneri non pos- sunfr; qui vero in libera civitate ita se instruunt, ut
metuantur/ iis nihil potest esse dementius. Quamvis enim sint demersae / leges
alicuius opibus, quamvis tiraefacta libertas, emerguntj tamen haec aliquando
aut iudiciis tacitis aut occultis de honore/ suffragiis. Acriores autem morsus
sunt intermissae libertatis, quam retentae. Quod igitur latissume patet neque
ad incolu- mitatem solùm, sed etiam ad opes et potentiam valet plurimum, id
amplectamur, ut metus absit, caritas retineatur. Ita facil- lime*, quae
votemus, et privatis in rebus et in re publica con- sequeuiur. Etenim qui se
metui volent, a quibus metuentur, éosdem metuant ipsi necesse est. Quid enim
censemus supe- 25 riorem illum Dionysium quo cruciatu timoris angi solitum, qui
cultros metuens tonsorios candente carbone sibi adurebat ca- pillum? quid
Alexandrum Pheraeum quo animo vixisse arbi- tramur? qui, ut scriptum legimus,
cum uxorem Theben admodura diligeret, tamen ad eam ex epulis in cubiculum
veniens bar- barum , et eum quidem , ut scriptum est , compunctum notis Thraeciis,
destricto gladio iubebat anteire praemittebatque de (temporale), ma « per »
(finale). — perpetuit. = perpetuarti possessionem. — 24. sane, concessiva, a
cui corrisponde vero, che vale tamen. — eris, la vera grafia di questo nome è
erus, non herns. — timefacta, per stare in metafora con demersae ed emergunt,
traduci « soffocato » . — libertas^ qui soggettivamente e il sentimento della
libertà». — iudiciis tacitis, « tacite manifestazioni » , che consistono
nell'astenersi dalle solite dimostrazioni di onore, che si facevano dal popolo
romano alle autorità in pubblico e specialmente in teatro ; noi possiamo dunque
spiegare « asten- sioni ». — occultis ... suffragiis, potresti adoperare la
nostra frase parla- mentare « il segreto dell'urna » . — acriores morsus, e più
acute le pun- ture » , cioè « si fa sentire più acutamente, più vivamente » . —
25. quid, quid, i due quid si sopprimono nella traduzione. — Dionysium,
Dionisio- il vecchio governò Siracusa dal 406 al 367 av. Cr. — cultros tons.,
si spieghi con una sola parola. — capiììum, della barba. — Alex., uno dei
successori di Giasone (I 108), di cui sposò la figlia Tebe. I Tebani fecero
molte guerre contro di lui ; nel 368 tenne in ostaggio Pelopida, che gli era
stato inviato come messo dei Tebani e che morì il 364 nella battaglia di
Cinoscefale, combattuta contro Alessandro. La moglie lo uccise con l'aiuto dei
propri fratelli, di cui uno si impadronì dello Stato. — scriptum legimus,
Cicer. dice di solito scriptum videmus. — compunctum notis, * tattuato » . —
Thraeciis, come si usava in Tracia. Ciò rendeva più or- ritfile il barbaro. —
iubebat anteire, « si faceva precedere ». — exquire- Cicerone, De Ofllcite,
comm. da R. Sabbadini, 2* ediz. 7 98 M. TULLI CICBRONIS stipatoribus suis, qui
scrutarentur arculas muliebres et, ne quod in vestimentis telum occultaretur,
exquirerent. miserum, qui fideliorem et barbarum et stigmatiam putaret quam
coniugem ! Nec eum fé felli t; ab ea est eniin ipsa propter pelicatus suspi-
cionem interfectus. Nec vero ulla vis imperi tanta est, quae 26 /premente ìnetu
possit esse diuturna. Testis est Phalaris, cuius est praeter ceteros nobilitata
crudelitas, q\ii non ex insidiis in- teriit, ut is, quem modo dixi, Alexander,
non a paucis, ut bic noster, sed in quem universa Agrigentinorum multitudo
impetum fecit. Quid? Macedones
nonne Demetrium reliquerunt univer- sique se ad Pyrrhum contulerunt? Quid?
Lacedaemonios iniuste imperantes nonne repente omnes fere socii deseruerunt
specta- toresque se otiosos praebuerunt Leuctricae calamitatis? 8. Externa
libentius in, tali re quam domestica recordor. Verum tamen, quam diu imperium
populi Romani beneficiis tenebatur, non iniuriis, bella aut prò sociis aut de
imperio gerebantur, exitus erant bellorum aut mites aut necessari^ rent =
exquirentes caverent — eum fefellil, impersonale «si ingannò». — premente metu,
« adoperando le pressioni del timore ». — 20. nobi- litata, « resa famosa » (1
14). Sul conto di Falaride, tiranno di
Agrigento nel VI sec. av. Cr., si sono sparse molte favole, delle quali la più
famosa quella del toro, accennata anche da Dante : « Come il bue cicilian, che
mugghiò prima Coi pianto di colui (e ciò fu dritto), Che l'avea temperato con
sua lima » (Inf. XXVII 7-9). L'artefice del toro era statf Perillo. — —
interiit a paucis, come fosse interfectus est ; cosi in greco àiToGvncricciv («
essere ucciso ») dirò tivo^. — Demetrium, Demetrio Poliorcete ottenne nel 294
il dominio della Macedonia. Mentre nel 287 si trovava in guerra con Lisimaco,
che gli aveva invaso il regno, entrò contro lui anche Pirro re dell'Epiro; i
soldati di Demetrio passarono dalla parte di Pirro ed egli dovette fuggire. —
Leuctr. cai., la battaglia di Leuttra fu vinta sugli Spartani dal tebano
Epaminonda nell'anno 371 av. Cr. Isocrate scrive (ircpl eipfivrjq 100) : « Gli
Spartani non cessarono mai di danneggiare gli alleati, preparandosi così la
disfatta di Leuttra. Molti la credono cagione dei mali di S parta, ma
erroneamente, giacché non per essa gli Spartani si attirarono l'odio degli
alleati, ma per le precedenti loro prepotenze pa- tirono questa disfatta,
mettendo a pericolo l'esistenza del proprio Stato ». — verum tamen, si può
compiere così : « ma se vogliamo citare anche esempi di storia patria » . In
quel che segue ci aspetteremmo sviluppato questo pensiero: « Finche Roma
governò con la clemenza, prosperò; quando cominciò a imporsi col terrore,
decadde » ; invece Cicerone esce in una requisitoria contro il governo di
Cesare; poi torna bruscamente in carreg- giata: atque in has clades § 29. —
bella, qui comincia Papodosi. — prò sociis, de imperio e non per brama di
saccheggio. — necessari*, imposti de officiis, li, 7—8, 26—28 99 regima,
populorum, nationum portus erat et refugium sena- tus, nostri autem magistratus
imperatoresque ex hac una re maximam laudem capere studebant, si provincias, si
socios aequitate et fide defendissent; itàque illud patrocinium orbis 27 terraé
verius quam imperium poterat nominari. Sensim hanc consuetudinem et disciplinam
iam antea minuebamus, post vero- Sullae victoriam penitus amisimus; desitum est
enim videri quicquam in socios iniquum, cum extitisset in cives tanta cru-
delitas. Ergo in ilio secuta est honestam . causami non bonesta Victoria; est
enim ausus dicere, basta posita cum bona in foro venderet et honorum virorum et
locupletium et certe civium, 'praedam se suam vendere'. Secutus est, qui in
causa impia, Victoria etiam foediore non singulorum civium bona pu- blicaret,
sed universas provincias regionesque uno calamitatis iure comprehenderet.
Itaque vexatis ac perditis exteris nationibus 28 ad exemplum amissi imperii
portari in triumpho Massiliam dalla necessità. Cicerone non interpreta da vero
storico, ma da partigiano del governo aristocratico, i fatti. Le guerre di
conquista in Italia non furono sempre intraprese prò sociis t e quando anche
questo fu il caso, la difesa degli alleati era non più che il pretesto.
Dall'altra parte non pare che basti giustificare col solo aggettivo necessarii
le distruzioni di Corinto, Numanzia, Cartagine; per Corinto Cicer. ha già fatto
le sue riserve (I 35). — populohcm, popoli di regime repubblicano, <
repubbliche > , nationum, popoli in generale. — si defendissent, « l'aver
potuto ». — 27- vero, per la collocazione cfr. contra autem, § 8. — honestam
causam, perchè la causa propugnata da Siila era quella dell'aristocrazia,
quella stessa pro- pugnata da Cicerone. — non hon. viatoria, qui Victoria
significa le nuove condizioni create dalla vittoria; anche Sallustio Cat. XI
dice che Siila bonis initiis maìos eventus habuit. — hasta posita, per mettere
all'incanto i beni dei proscritti. Il primo uso di piantar un'asta in terra
risale agli- incanti che si facevano del bottino di guerra (sub harta vendere),
poi fu esteso a tutti gli altri incanti pubblici. — certe, «in ogni modo». —
qui n causa impia, ciò è detto di Cesare dal punto di vista di Cicerone, perchè
Cesare fece causa comune con la democrazia. — non publicaret ... sed, non è
uguale a non modo ... sed etiam ; qui invece si vuole signifi- care che la
confisca dei beni privati è un nulla, come non esistesse, a petto della
confìsca delle intere province; puoi tradurre così: « confiscò ... ; ma no, che
dico ? » . — uno ... comprehenderet, « comprese in un mede- simo diritto di
sventura», «agguagliò nel diritto della sventura», « ridusse al medesimo stato
di miseria » (ius qui prende il valore speciale di « stato, condizione » ;
anche « stregua, misura » ), « fece man bassa ado- perando una sola misura » e
simili. — 28. ad exemplum ... imperii, 100 M. TULLI CICERONIS vidimus et ex ea
urbe triumphari, sine qua numquam nosiri imperatores ex Transalpinis bellis
triumpharunt. Multa prae- terea commemorarem nefaria in socios, si hoc uno
quicquam sol vidisset indignius. Iure igitur plectimur. Nisi enim mul- torum
impunita scelera tulissemus, numquam ad unum tanta pervenisset licentia; a quo
quidem rei familiaris ad paucos, 29 ^cupiditatum ad multos improbos venit
hereditas. Nec vero um- quam bellorum civilium semen et causa deerit, dum
homines perditi hastam illam cruentam et meminerint et sperabunt; quam P. Sulla
cum vibrasset dictatore propinquo suo, idem sexto tricensimo anno post a
sceleratiore hasta non recessit; alter autem, qui in illa dictatura scriba
fuerat, in hac fuit quaestor urbanus. Ex quo debet intellegi talibus praepiiis
propositis num- quam defutura bella civilia. Itaque panetes modo urbis stant et
manent, iique ipsi iam extrema scelera metuentes, rem vero publicam penitus
amisimus. Atque in has clades incidimus (red- jeundum est enim ad propositum),
dum metui quam cari esse iet diligi malumus. Quae si populo Romano iniuste
imperanti accidere potuerunt, quid debent putare singuli? Quod cum perspicuum
sit, benivolentiae vim esse magnam, metus imbe- cillam, sequitur, ut
disseramus, quibus rebus facillime possimus « in prova che non esisteva più V
impero romano > ; perchè trionfare di una città alleata, tanto benemerita
dei Romani, era come un dichiarare abolite tutte le istituzioni e le
consuetudini che avevano fino allora formata la base del regime romano. —
Massiliam, nel trionfo a Roma fu portata l'effigie di Marsiglia. Questa città
era antichissima alleata di Roma, a cui rese segnalati servigi ; nella guerra
civile tenne da Pompeo e oppose accanita resistenza a Cesare, quando voleva
passare contro l'eser- cito pompeiano in Spagna. Di qui la vendetta di Cesare.
— ex bellis, si aspetterebbe ex hostibus, ex gentibus. — ad paucos, gli eredi
di Cesare fu-rono tre: C. Ottavio, L. Pinario, Q. Pedio. — 29. P. Sulla, questo
Cornelio Siila, nipote del dittatore, gli tenne mano nelle proscrizioni
dell'82, e trentasei anni dopo, nel 46, tenne mano a quelle di Cesare. Nel 66
console designato ebbe condanna per broglio elettorale e più tardi fu accusato
di complicità nella congiura di Catilina : ci rimane la difesa di Cicerone. —
alter, l'altro dei due Cornelii, che ebbero una certa posi- zione sotto la
dittatura: questo secondo era liberto del dittatore. — scriba. aggiungici
l'aggettivo « semplice » , per dar rilievo al contrasto con quaestor' l'aver
dato l'ufficio di questore a quel liberto è un rimprovero per Cesare; Cesare
accrebbe di molto il numero dei questori. — vero* « ma pur troppo *. — quod,
non è nominativo, ma un accusativo di re- • ••••• • • • de officiis, ii, 8—9,
2j)-i$s. : ::•••*•:*• %ioì •• » • * • a . "> "> <» "
eam, quam volumus, adipisci cum honore et fidejjgritatpm.,8ed 30 ea non pariter
omnes egemus; nam ad cuiusque vitam insti- tatam accommodandum est, a multisne
opus sit an satis sit a paucis diligi. Certum igitur hoc sit idque et primum et
mamme necessarium, familiaritates habere fidas amantium nos amicorum et nostra
mirantium; haec enim est una res prorsus, ut non inultum differat inter summos
et mediocris viros, eaque aeque utrisque est propemodum comparando Honore et
gloria et be- 31 nivolentia civium fortasse non aeque omnes egent, sed tamen,
si cui haec suppetunt, adiuvant aliquantum cum ad cetera, tum ad amicitias
comparandas. 9. Sed de amicitia alio libro dictum est [qui inscribitur
Laelius]; nunc dicamus de gloria, quamquam ea quoque de re duo sunt nostri
libri, sed attingamus, quandoquidem ea in rebus maioribus administrandis
adiuvat plurimum. Summa igitur et perfecta gloria constat ex tribus his: si
diligit multitudo, si fidem habet, si cum admiratione quadam honore dignos
putat. Haec autem, si^est simpliciter breviterque dicendum, quibus rebus
pariunturm singulis, eisdem fere a multitudine. Sed est alius quoque quidam
aditus ad multitudinem , ut in univer- sorum animos tamquam influere possimus.
Ac primum de illis 32 lazione == quare. — cum honore ... , « accoppiato a ... ,
fondato sa ». — 30. vitam institutam = vitae institutionem, « metodo di vita,
stato » . — certum, « ben fermo, ben definito » . — amantium, mirantium, puoi
risolvere con due sostantivi astratti: e amore, ammirazione». — una scil.
omnium, « la sola fra tutte, l' unica » ; prorsus è rinforzativo. — ut
consequenziale « talcbè non si deve fare gran differenza > ... ; noi
spieghiamo « nella quale, a riguardo della quale non si deve fare gran
differenza ... ». — propemfiJum va con aeque, 31. qui ... Laelius, questa è
un'interpolazione. Il de Amicitia di Cicer. ci è rimasto, mentre si son perduti
i due libri de Gloria. — constat ex tribus his, « consta di questi tre elementi
> , cioè « dipende da queste tre condizioni». — si diligit, si ... habet
.... , si risolva così: «Tessere amati ... , il goder la fiducia ... ». — haec
pariuntur a singulis, la forma attiva di questa costruzione non è singuli haec
pariunt, ma a singulis haec parimus ; così expectari, emi etc. ab aliquo hanno
il doppio signi- ficato; in italiano si schiva l'ambiguità traducendo ab con
«presso» o voltando la costruz. passiva in attiva. — influere, « insinuarsi » ;
da questo significato a quello del nostro « influire, influsso, influenza » è
facile il passaggio. — 32. primum ; § 33 fides autem, § 36 tertium. — <U % •
• •*• ftfè/" *.••'*".•:: • *". M» TULLI CICERONIS • "••* •p
# . , 4« •••••• m j£<yJr *«'-*~C|\ » tribus, quae ante dixi/Nbenivolentiae
praecepta videamus; quae quidem capitur beneficiis maxime, secundo autem loco
volun- tate benefica benivolentia movetur, etiamsi res forte non sup- petit;
vehementer autem amor multitudinis commovetur ipsa fama et opinione
liberalitatis , beneficentiae, iustitiae, fidei, omniumque earum virtutum, quae
pertinent ad mansuetudinem morum ac facilitatem. Etenim illud ipsum, quod
honestura de- corumque dicimus, quia per se nobis placet animosque omnium
natura et specie sua commovet raaximeque quasi perlucet ex iis, quas
commemoravi, virtutibus, ideirco illos, in quibus eas d virtutes esse remur, a
natura ipsa diligere cogimur. Atque hae quidem causae diligendi gra^s^ma^e ;
possunt enim praeterea 33 non nullae esse leviores. Fides autem ut habeatur,
duabus rebus effici potest, si existiraabimur adepti coniunctam cum institi*
prudentiam. Nam et iis fidem habemus, quos plus intellegere quam nos arbitramur
quosque et futura prospicere credimus et, cum res agatur in discrimenque
ventura sit, expedire rem et consilium ex tempore capere posse; hanc enim
utilem homines ■/existimant veramque prudentiam. Iustis autem et fidis homi-
nibus, id est bonis viris, ita fides habetur, ut nulla sit in iis fraudis
iniuriaeque suspicio. Itaque his
salutem nostram, his 34 fortunas, his liberos rectissime committi arbitramur. Harum partitivo = ex. — ante, § 31 ex tribus his. —
benivoìentiae scil. compa- randole. — voluntate benefica = voi. benefaciendi,
per noi basta la pa- rola e intenzione ». — res non suppetit, € non corrisponde
l'effetto ». — ipsa, « anche solo » . — opinione, qui non significa l'opinione
in che noi teniamo gli altri, ma l'opinione in che siamo tenuti noi ; perciò ha
signi- ficato passivo, puoi spiegare « nome, riputazione ». — quia ...
maximeque perlucet, per Ja traduzione risolvi : quod (pronome) quia maxime per-
lucet. — natura et specie, e qualità interiori ed esteriori » . — SS. con-
iunctam ... prudentiam, nella traduzione, per meglio distinguere le due idee,
risolvi: et prudentiam et iustitiam. — et iis, il secondo termine è iustis
autem. — expedire rem, • trovare la soluzione ». — ex tempore, « dal momento »
. — ita ut nulla sit = ita ut nulla existimetur esse, la fede che abbiamo in
loro ci toglie di sospettarli di frode: qui suspicio non risponde al verbo e
sospettare » , ma « essere sospettati » ; perciò ha significato passivo come
opinione § 32. — his, his, his, nella traduzione si spieghi una volta sola,
sostituendo a questa anafora la ripetizione per tre volte del pronome « nostro
». — Sé:, valet, introduci nella versione con « invece » . — opinione = fama, §
32. db officiis, il, 9—10, 33 — 36 103 igitur duarum ad fidem faciendam
iustitia plus pollet, quippe cum easine prudentia satis habeat auctoritatis ;
prudentia sine iustitia nihil valet ad faciendam fidem. Quo enim quis versu-
tior et callidior, hoc invisior et suspectior detracta opinione probitatis.
Quam ob rem intellegentiae iustitia coniuncta, quantum volet habebit ad
faciendam fidem virium; iustitia sine prudentia multum poterit, sine iustitia
nihil valebit pru- dentia. IO. Sed ne quis sit admiratus, cur, cum inter omnes
phi- 35 losophos constet a meque ipso saepe disputatum sit, qui imam haberet,
omnes habere virtutes, nunc ita seiungam, quasi possit quisquam, qui non idem
prudens sit, iustus esse, alia est illa, cum veritas ipsa limatur in
disputatione, subtilitas, alia, cum ad opinionem communem omnis accommodatur
oratio. Quam ob rem, ut vulgus, ita nos hoc loco loquimur, ut alios fortes,
alios viros bonos, alios prudentes esse dicamus; popularibus enim verbis est
agendum et usitatis, cum loquimur de opinione po- pulari, idque eodem modo
fecit Panaetius. Sed ad propositum revertamur. Erat igitur ex iis tribus, quae
ad gloriam pertinerent, 36 hoc tertium, ut cum admiratione hominum honore ab
iis digni iudicaremur. Admirantur igitur communiter illi qui- dem omnia, quae
magna et praeter opinionem suam ani- madverterunt, separatimi autem, in
singulis si perspiciunt nec- opinata quaedam bona. Itaque eos viros suspiciunt
maxumisque efferunt laudibus, in quibus existumant se excel le ntes quasdam et
singulares perspicere virtutes, despiciunt autem eos et con- temnunt, in quibus
nihil virtutis, nihil animi, nihil nervorum / putant. Non enim omnes eos
contemnunt, de quibus male exi- 35. ne ... admiratus = ne quis admiretur, non
esortativa, ma finale. — idem, « anche » . — alia est, compi : dicendum est aliam
esse ; cfr. I 57 nulla est. — ipsa, « per se stessa » , cioè « astrattamente »
. — disputa- tione, nella traduz. aggiungivi «filosofica». — ut dicamus,
traduci col gerundio. — 36. erat, I 44 alter locus erat. — ex iis tribus y §
31. — ut iudicaremur, « Tessere giudicati » . — communiter, separatim, « in
generale, in particolare». — et praeter ... suam, puoi spiegare con un avverbio
«straordinariamente». — nervorum, «energia». — nec sibi, 104 M. TULLI CICERONIS
stumant. Nam quos improbos, maledicos, fraudulentos putant et ad faciendam
iniuriam instructos, eos contemnunt quidem neutiquam, sed de iis male
existumant. Quara ob rem, ut ante |dixi, contemnuntur ii, qui 'nec sibi nec
alteri ', ut dici tur, 37 in quibus nullus^labor, nulla industria, nulla cura est.
Admi- ratione autem adficiuntur ii, qui anteire ceteris virtute putantur et cum
crani carere dedecore, tum vero iis vitiis, quibus alii non facile possunt
objistere. Nam et voluptates,
blandissumae dominae, maioris partii animos a virtute detorquent et, dolorum
cum admoventur faces, praeter modum plerique exterrentur: vita mors, divitiae
paupertas omnes homines vehementissime permovent. Quae qui in utramque partem
excelso animo ma- gnoque despiciunt, cumque aliqua iis ampia et honesta res
obiecta est, totos ad se convertii et rapit, tum quis non admi- fretur
splendorem pulchritudinemque virtutis? i8 11. Ergo et haec animi despicientia
admirabilitatem ma- gnarci facit et maxume iustitia, ex qua una virtute viri
boni appellantur, mirifica quaedam multitudini videtur, nec iniuria; nemo enim
iustus esse potest, qui mortem, qui dolorerai, qui exiliurn, qui egestatera
tiinet, aut qui ea, quae sunt his con- traria, aequitati anteponit. Maximeque admirantur eum, qui pecunia non movetur;
quod in quo viro ^perspectumst, hunc nec alteri, proverbio; nesso senza verbo,
p. e., valent o prosunt; noi po- tremmo adoperare il verso di Dante « Che
visser senza infamia e senza lodo » (Inf. Ili 36). — labor, e attività ». — 37.
admiratione adfi- ciuntur \ e sono ammirati » ; qui admiratio ha valore
passivo; se avesse valore attivo, admiratione adfici vorrebbe dire e essere
affetto di ammi- razione », cioè « ammirare ». — faces, rendi con un'altra
metafora, p. e., « tormenti, morsi, punture ». — quae qui ... rapit, qui
abbiamo un singolare anacoluto, che si può risolvere così : quae si qui ...
despiciunt cumque ... obiecta est, toti ad eam convertuntur et rapiuntur ; la
singolarità dell'ana- coluto è nella coordinazione di una relativa qui
despiciunt con una non relativa totos rapit, con mutamento di soggetto. — in
utramque partem, < tanto nel senso della gioia quanto del dolore », cioè «
senza abbando- narsi uè alla gioia né ai dolore », oppure e sì in bene che in
male ». — 38. admirabilitatem facit, « suscita il sentimento dell'ammirazione
». — quaedam, spiega con l'avverbio * straordinariamente » (1 47). — nemo,
spiega « non ». — ea, spiega € beni » . — quod in quo viro, risolvi et in quo
viro id. — igni spectatum, « provato al fuoco », « passato al crogiolo », db
opficiis, ir, 10—11, 37—40 105 igni spectatum arbitrantur. Itaque illa tria,
quae proposita sunt ad gloriam, omnia iustitia conficit, et benivolentiam, quod
prod- esse vult plurimus, et ob eandem causam fidem et admirationem, quod eas
res spernit et neglegit, ad quas plerique infiammati / avidi tate rapiuntur.
i#yr- , Ac mea quidem sententi» omnis ratio atque institutio vitae 39 adiumenta
hominum desiderat, in primisque ut habeat, qui-./ buscum possit familiares
conferre sermones; od est difficile, nisi speci em prae te boni viri feras.
Ergo etiam solitario ho- mini atque in agro vitam agenti opinio iustitiae
necessaria est, eoque etiam magis, quod, 6&jn,$i non habebunt, [iniusti
habe- buntur], nullis praesidiis sàeptì multis adficientur iniuriis. Atque 49
iis etiam, qui vendunt emunt, conducunt locant contrahendisque negotiis
implicantur, iustitia ad rem gerendam necessaria est, cuius tanta vis est, ut
ne illi quidem, qui malefìcio et scelere pascuntur, possint sine ulla particula
iustitiae vivere. Nam qui eorum cuipiam, qui una latrocinantur, iuratur aliquid
aut eripit, is sibTne in latrocinio quidem relinquit locum, ille autem, qui
arcfnpirata dici tur, nisi aequabiliter praedam dispertiat, aut interficiatur a
sociis aut relinquatur; qum eiiam leges latronum esse dicuntur, quibus pareant,
quas observent. Itaque propter aequabilem praedae partitionem et Bardulis
lllyrius latro, de quo est apud Theopompum, magnas opes habuit et multo ma- il
nostro « oro di coppella ». — + r ìa, § 31. — ad gloriam =* ad gloriam
consequendam. — vult, spernit, soggetto iustitia. 39. omnis ratto ... possit,
qui bisogna dare dei soggetti personali ai verbi, risolvendo così : in omni
ratione atque institutione vitae .... deside- ramus («sentiamo il bisogno») in
primisque ut habeamus («e d'avere soprattutto ») ... possimus. — speciem feras,
« aver l'aria ». — homini ... habebunt, mutamento di soggetti. — opinio, in
senso passivo od ogget- tivo, § 32; spiega «aver riputazione di uomo giusto». —
iniusti habe- buntur, questa è una glossa di eam si non habebunt — 40. pa-
scuntur, « vivono » . — sine ulla particula, « senza almeno un'ombra » . —
latrocinio, qui « banda ». — aequabilem partitionem, « giustizia nella
divisione » . — Bardulis, un carbonaio, che diventò re deirilliria e tolse a
Perdicca, fratello di Filippo, una parte della Macedonia ; fu poi battuto da
Filippo nel 358. — latro, non «ladro», ma «brigante», «capo banda » . —
Theopompus, scolaro di Isocrate ; continuò la storia di Tu- cidide sino alla
battaglia di Gnido del 394; scrisse anche un'altra opera S~ 106 M. TULLI
CICERONIS iores Viriathus Lusitanus, cui quidem etiam exercitus nostri
imperato«resque cesseruaT; quem C. Laelius, is qui Sapiens usurpatur, praetor
fregi); et comminuit ferocitatemque eius ita repressit, ut facile bellum reliquia
traderet. Cum igitur tanta vis iustitiae sit, ut ea etiam latronum opes firraet
atque augeat r . quantam eius vim inter leges et iudicia et in constituta re
publica fore putamus? 41 12. Mihi quidem non apud Medos solum; ut ait
Herodotus, sed etiam apud maiores nostros iustitiae frueftclae causa videntur
olim bene morati reges consti tu ti. Nam cum premeretur inope multitudo ab iis,
qui maiores opes habebant, ad unum aliquem confugiebant virtute praestantem;
qui cum prohiberet iniuria tenuiorés, aequitate constituenda summos cum infimis
pari iure retinebat. Eademque constituendarum legum fuit causa, quae 42 regum.
lus enim semper est quaesitum aequabile; neque enim aliter esset ius. Id si ab
uno iusto et bono viro consequebantur t erant eo contenti; cum id minus
contingeret, leges sunt inventae, quae cum omnibus semper una atque eadem voce
loquerentur. Ergo hoc quidem perspicuum est, eos ad imperandum deligi sotitòs,
quorum de iustitia magna esset opinio multitudinis. Adiuncto vero, ut idem
etiam prudentes haberentur, nihil erat, quod bomines iis auctoribus non posse
consequi se arbitrarentur. Omni igitur ratione colenda et retinenda iustitia
est cum ipsa per sese (nam aliter iustitia non esset), tum propter amplifica-
tionem honoris et gloriae. Sed ut pecuniae non quaerendae intitolata:
OiXiirmicd. — Viriathus, da umile condizione si fece condot- tiero dei
Lusitani, a capo dei quali disfece parecchi eserciti romani. Anche Lelio non
ottenne grandi saccessi contro di lui ; una pace equa conchiuse con Vinato il
console Q. Massimo Sefviliano (152); il suo successore Q. Servilio Cepione lo
fece uccidere a tradimento. — cesserunt anzi fu- rono distrutti. — facile scil.
ad conficiendum. — é:l, Herodotus, egli racconta nolle sue storie (I 96) di
Deioce, che per la sua giustizia fu eletto dai Medi volontariamente a loro re.
— prohibere iniuria ali- quem può significare e difendere uno da », oppure
«impedire a uno di ingiuriare». — eademque, è veramente propria dell'ingenuità
an- tica in fatto di conoscenza del processo storico questa spiegazione del-
l'origine dei re prima e quindi delle leggi. — Per leggi poi si intendono le
costituzioni repubblicane, in antitesi con le monarchie. — 42. adiuncto, simili
ablat. assoluti seguiti da una proposizione, sono rari in Cicerone ; de
officiis, il, 12 — 13, 41—44 107 \ a. v. * -* t : r A solura ratio est, verum
etiara collocandae, qùae perpetuos sumptus sbppemteK nec solum necessarios, sed
etiam liberales, sic gloria et quaerenda et collocanda ratione est. Quamquam
praecla^e 43 Socrates hanc viam ad gloriam proximam et quasi compéhchà- riam
dicebat esse, si quis id ageret, ut.^mialis haberi vellet,. talis esset. Quod
si qur simulatione et ìnara! ostentatile et fic$^ non modo sermone, sed etiam
vultu stabilem se gloriam con- sequi posse rentuf, vehementer errant. Vera
gloria radices agit atque etiam propagatur, ficta omnia celeriter tamquara
flosculi decidunt, nec simulatum potest quicquam esse diuturnum. Testes sunt
permulti in utramque partem, sed brevitatis causa familia contenti erimus una.
Ti. enim Gracchus P. f. tam diu lauda- bitur, dum memoria rerum Romanarum
manebit; at eius filii nec vivi probabantur boiiis, et mortui numerum obtinent
iure n ^c^hrmn^Qui igitur ampìscì veram [iustitiae] gloriam volet, iustitiae
fungafùr' officiis. Ea quae essent, dictum est in libro superiore. 13. Sed ut
facillime, quales simus, tales esse videamur, 44 essi diventano molto frequenti
nei posteriori. — ratio est, e vi è un'arte ». — perpetuos sumptus, « le spese
correnti ». — gloria ... ratione est, per far simmetria col termine precedente
puoi risolvere : glorine et quaerenda e et collocandae ratio est; collocare si
può spiegare in ambidue i casi ♦ mettere a frutto » . — 43. quamquam,
restrittivo (I 30) ; c'è un'arte, ci sono precetti per acquistarsi la gloria ;
sebbene avesse ragione Socrate di dire (praeclare dicebat), che se ne poteva
far a meno. Però, anche non- ostante l'opinione di Socrate, Cicerone dà (sed ut
facillime... § 44) al- cuni precetti in proposito. — hanc, anticipativo; non si
spiega. — viam ad gloriam ... talis esset, il pensiero è tradotto dai Mem. (II
6,^39) di Senofonte: àXXà auvTOjuujTdTri té xal àacpaXeoTàrr) Kat KaXXiaxTi
óòóq, (D KprrópouX€, 6ti ftv PoùXrj ookéIv àyaQòq elvai, toOto xal yevèaQai
dyaeòv ireipàa6ai («la via più breve, più sicura e più bella, Critobulo, è di
sforzarti di diventar buono tanto, quanto vuoi sembrare »). — siquis id ageret,
« l'adoperarsi di ». — quod si qui, « infatti chi ». — in utramque partem (§
37), € per il doppio caso » .— Ti. Gracchus, Tib. Sempronio Gracco, genero del
vecchio Africano e suocero del giovane, fu rigido parti- giano
dell'aristocrazia, al contrario dei suoi due figli Tiberio e Gaio, e uomo di
molti meriti: fu due volte console,, fu censore e due volte trionfa- tore. —
numerum obtinent, veramente « acquistano valore », cioè « son tenuti in conto
di ... », « passano per ... ». Questo giudizio di Cicer. è par- tigiano. — in
libro superiore, I 20-45. 44. Sed ... ut videamur, il pensiero è: «ma per
meglio metterci in '108 k. TULLI CICERONIS X, etsi in eo ipso vis maxima est,
ut simus ii, qui haberi velimus, v ^iamen quaedam praecepta danda sunt. Nam si
quis ab ineunte aetate habet causam celebritatis et nominis aut a patre ac-
ceptam , quod tibi , mi Cicero, arbitror contigisse , aut aliquo casu atque
fortuna, in hunc oculi omnium coniciuntur atque in eum, quid agat, quem ad
modum vivat, inquiritur et, tam- quam in clarissima luce versetur, ita nullum
obscurum potest 45 nec dictum eius esse nec factum. Quorum autem prima aetas
propter humilitatem et obscuritatem in hominum ignoratione versatur,' ii, simul
ac iuvenes esse coeperunt, magna spoetare et ad ea rectis studiis debent
contendere; quod eo firmiore animo facient, quia non modo non invidetur illi
aetati, verum etiam favetur. Prima est igitur adulescenti commendatio ad
gloriam, si qua ex bellicis rebus comparari potest, in qua multi apud maiores
jiostros extiterunt; semper enim fere bella gere- bantur. Tua autéra aetas
incidit in id bellum, cuius altera pars \ sceleris nimium habuit, altera
felicitatis jfàrumr^Quo tamen \ in bello cum te Pompeius alae [alteri]
praefecisset, magnam laudem et a summo viro et ab exercitu consequebare
equitando, vista, ma per acquistarci gloria > . — in eo ipso ... ut simus, •
importa moltissimo Tessere ... ». — ut simus ... velimus, è il precetto di
Socrate. — habet causam, qui causa non ha valore soggettivo di « motivo, ra-
gione » , ma valore oggettivo di « fondamento, base »; perciò: ha buon fon-
damento, ha una buona base per acquistarsi un nome; puoi anche dire: si trova
iu via verso la gloria ; è avviato, è destinato alla gloria o |>ei meriti
del padre o per opera della sorte. — in eum quid agat inquiritur risolvi quid
is agat inquiritur. — 45. in hominum ignor. versatur ==- in obscuro versatur ;
la frase fa simmetria con quella di sopra in clarù sima luce versetur ;
togliendo l'imagine ne resta ab hominibus ignoratur — prima ==praecipua; pei
Romani la gloria militare stava al disopra di ogni altra, anche della gloria
oratoria. — commendatio ad, Ietterai* mente € raccomandazione > ; qui è
pensata la raccomandazione come mezzo di agevolare a uno il conseguimento del
suo scopo ; supponi per un im» mento di dire e la commendatizia, la
presentazione per arrivare alla gloria, il passaporto per la gloria»; di qui si
capisce come commendatio signi- fichi « avviamento a , passo verso > e
simili. — sì qua potest, puoi risolvere « quella che ...» o « il potere ... ».
— in qua scil. gloria. — extiterunt, < sorsero (I 13), si misero in mostra »
, perciò e si segnala rono ». — id bellum, la guerra civile tra Cesare e
Pompeo, alla quale il giovinetto Cicerone, di diciassette anni, prese parte,
militando Botto Pompeo. — altera pars, di Cesare, che commise un'empietà (§ 27
causa impia) nel- Tintraprenderla; altera, di Pompeo, che vi morì. — aìae, una
delle tante db officiis, ii, 13, 45—47 109 iaculando, ,omni militari labore
tolerando. Atque ea quidem tua laus pariter cura re publica cecidit. Mihi autem
haee oratio suscepta non de te est, sed de genere toto; quam ob rem per- gamus
ad ea, quae restant.Ut igitur in reliquis rebus multo 46 maiora opera sunt
animi quam corporis, sic eae res, quas in- genio ac ratione persequimur,
gratiores sunt quam illae^quas viri bus. Prima igitur commendat^proficiscitur a
mòaesuacum pietate in parentes, in ^os ^benivolentia. Facillume autem et in
optimam partem cognoscuntur adulescentes, qui se ad claros et sapientes viros
bene consulentes rei publicae contulerunt ; quibuscum si frequentes sunt,
opinionem adferunt populo eorura fore se similes, quos sibi ipsi delegerint ad
imitandum. P. Bu- 47 tili
adulescentiam ad opinionem et innocentiae et iuris scientiae P. Muci
commendavit oomus. Nam L. quidem
Crassus, cum esset admodum aduiescens, non àliunde mutuatus est, sed sibi ipse
peperit maxumam laudem ex illa accusaticene nobili et glo- squadre di
cavalleria, che allora facevano parte di un esercito. — mihi su- scepta est,
con alcuni verbi passivi, soprattutto probari, il latino invece dell'ablat. con
ab, usava il dativo. — pariter cum = simul cum, « nello stesso tempo che » — de
genere toto = generatim, communiter (§ 36), universe, in universum. — 46.
commendata), « raccomandazione > , cioè « fonte di lode ». — cum ... , «
congiunta a ... » — autem = tum, corri sponde a prima commendatio. — cognoscuntur
= commendantur, « si raccomandano, si fanno conoscere, si mettono in vista». —
se ... contule- runt, su questo costume cfr. I 122 exque iis deligere. —
opinionem adferunt, letteralmente < fanno credere, porgono ansa a credere,
danno motivo di credere ». — 47. Rutili, P. Rutilio Rufo, celebrato da Cicer.
come tipo della lealtà, fu console nel 105. Sei anni dopo accom- pagnò Q. Mucio
Scevola, pontefice massimo, nell'Asia e ivi difese i pro- vinciali dalle
angherie degli appaltatori, che erano della classe dei cava- lieri; al ritorno
fu per vendetta accusato di concussione e condannato: i giudici erano allora i
cavalieri. In seguito di ciò egli si ritirò a Smirne, dove si dedicò agli
studi. — opinionem, « riputazione ». — innocentiae = morum integritatis. — P.
Muci, padre del pontefice massimo Q. Mucio 1 116. Fu di opinioni moderate,
tenendosi lontano dall'aristocrazia arrab- biata e accostandosi in parte alle
idee dei Gracchi; era console nel 133, Panno che fu ucciso Tiberio Gracco. —
commendavit, « raccomandò, pre- sentò, introdusse, avviò». — nam, qui ha valore
correttivo come quam- quam; noi lo possiamo spiegare con «invece». — accusatone
, Crasso (cfr. I 108) a ventun anno accusò nel 119 C. Carbone per le violenze
usate nel suo tribunato, quantunque fosse allora già passato dal partito dei
Gracchi all'aristocrazia. Carbone per non sopravvivere all'accusa si avve- s*
110 M. TULLI CICERONIS riosa, et, qua aetate qui exercentur, laude adfici
solent, ut de Demosthene accepimus, ea aetate L. Orassus ostendit id se in foro
optume iam facere, quod etiam tum poterat domi curo laude meditari. y , 48 14.
Sed cum duplex ratio sit orationis, quarum in altera sermo sit, in altera conte
litio, non est id quidem dubium, quin contentio orationis maiorem vim habeat ad
gloriam (ea est enim, quam eloquentiam dicimus); sed tamen difficile dictu est,
quantopere conciliet animos comitas adfabilitasque sermonis. Extant epistulae
et Philippi ad Alexandrum et Antipatri ad Cassandrum et Antigoni ad Philippum
filium, trium prudentis- simorum (sic enim accepimus); quibus praecipiunt, ut
oratione J benigna multitudinis animos ad benivolentiam adliciant mili- tesque
blande appellando sermone deliniant. Quae autem in multitudine cum contentione
habetur oratio, ea saepe universam excitat gloriam ; magna est enim admiratio
copiose sapienterque dicentis; quem qui audiunt, intellegere etiam et sapere
plus quam ceteros arbitrantur. Si vero inest in oratione mixta mo- destia
gravitas, nihil admirabilius fieri potest, eoque magis, si 49 ea sunt in
adulescente. Sed cura sint plura causarura genera, quae eloquentiam desiderent,
multique in nostra re publica adulescentes et apud iudices et apud populum et
apud senatum dicendo laudemVadsecuti sint, maxima est admiratio in iudiciis; %
lenò. — qui exercentur scil. domi. — solent, puoi spiegare « cominciano » . —
quod... meditari', il senso è: sarebbe già stata gran lode fare in casa per
esercizio quello che invece egli seppe benissimo fare in una vera causa. —
etiam tum, « ancora » . — meditari = exercere ; significa generalmente la
preparazione domestica. — 48. sermo, contentio, cfr. I 132. — contentio
orationis = contenta oratio = oratio quae cum contentione ha- betur, come dice
sotto. — ad gloriam scil. comparandam. — epistulae, queste e simili altre
raccolte di epistolari (cfr. 1 4) sono apocrife. Erano composte per esercizio
rettorico e nella tradizione manoscritta furono poi trasmesse, non per frode ma
per errore di titolo, come autentiche. Un • Tizio, p. es., compose un supposto
epistolario di Demostene intitolandolo:. Lettere di Demostene di Tizio. A poco
a poco il titolo si accorciò e di- ventò: Lettere di Demostene. — Antipatri,
governatore della Macedonia in nome di Alessandro. — Antigoni, generale di
Alessandro e padre di Demetrio Poliorcete ; Filippo era figlio minore. — trium,
« tutti tre » . — in multitudine, puoi spiegare con un avverbio « pubblicamente
> . — univ. excitat gloriam {= admirationem movet), suscita l'ammirazione,
il plauso di tutti. — 49. in iudiciis. le e cause giudiciali ». — constai DE
OFFIGHS, II, 14, 48— 50 ili quorum ratio duplex est. Nam ex accusatane et ex
defensione constat ; quarum etsi laudabilior est defensio, tamen etiam ac-
cusalo probata péMiépé^est. Dixi pauló ante de Crasso; idem fecit adulescens M.
Antonius. Etiam P. Sulpici eloquentiam accusatio inlustravit, cum seditiosum et
inutilem civem, C. Nor- banum , in iudicium vocavit. Sed hoc quidem non est
saepe 50 faciendum nec umquam nisi aut rei p'ublicae pausa^ut i\ 3 quqs ante
dixi, aut ulciscendi, ut duo Luculli, aut patrócinii/uf nos prò Siculi s, prò
Sardis in Albucio Iuliup.. In aerando etiam MV Aquilio L. Fufi cognita
industria est. ttémel igitur aut non saepe certe. Sin erit, cui faciendum sit
saepius, rei publicae tribuat hoc muneris, ciiius inimicos ulcisci saepius non
est re- prehendendum ; modus tamen adsit. Duri. Qnim hominis veì potius vix
hominis videtur periculum capitis ìiìferre multis. Id cum periculosum ipsi est,
tum etiam sordidum ad famam, com- ( " mittere, ut accusator nominere; quod
contigit M. Bruto summo genere nato, illius filio, qui iuris civilis in priùais
peritus fuit. ex, cfr. I 157. — accusatio, un* accusa molto spesso apriva in
Roma al giovane la carriera politica. — paulo ante, § 47. — Antonius, famoso
oratore, contemporaneo di Crasso; nacque nel 143 e fu fatto uccidere nell'87 da
Mario con altri capi della fazione aristocratica. Fu console nel 99, censore
nel 97. Non si sa di quale accusa qui si parli. — Sulpici, P. Sulpicio Rufo,
nato nel 124 , fu prima con l'aristocrazia e poi con Mario. Fu fatto uccidere
da Siila neli'88, nel quale anno era tribuno. — inutilem (I 32), « nocivo » .
Fu accusato per le agitazioni promosse come tri- buno nel 94. — 50. duo
Luculli, Lucio e Marco; il loro padre era stato accusato di sottrazioni indebite
dall'augure Servilio, ch'essi per vendetta chiamarono in giudizio. — prò
Siculis, contro Verre. — in Albucio, « nel caso di » 1 T. Albucio era stato
propretore in Sardegna nel 133. Fu accusato di concussione da G. Julius Gaesar
Strabo (I 108). — etiam va con Fufi. — Aquilius, console nel 101 con Mario ;
represse la solleva- zione degli schiavi in Sicilia nel 100; nel 98 accusato di
concussione da Fufio, fu difeso vittoriosamente da Antonio. — semel suppl.
faciendum est — certe, « almeno > . — id cum, nella traduzione sopprimi cum
e a tum etiam supplisci est. — periculosum, un accusatore, che basasse l'accusa
su ragioni false, era colpito di infamia ; t un'accusa scientemente falsa si
diceva calumnia; il falso accusatore veniva, secondo la lex Bemmia, marchiato
sulla fronte di un K (Kalumniator). — ipsi scil. accusatori. — committere ut, I
81. — M. Bruto, dei tempi dell'oratore Crasso, di cui fu rivale. Di lui si
legge in Cicer. Brut. 130 is magistratus non petivit t sed fuit accusator
vehemens et molestus. Suo padre scrisse tre libri de iure civili. V ,112 M.
TULLI CICERONIS \ '" 51 Àtque etiam hoc praeceptum officii diligenter
tenendum est, ne quem umquam innocentem iudicio capitis arcessas; id enira sine
scelere fieri nullo pacto potest. Nam quid est tam inhu- manum quam eloquentiam
a natura ad salutem hominum et ad conservationem datam ad honorum pestem
perniciemque conver- tere? Nec taraen, ut hoc fugiendum est, item est habendum
religioni nocentem aliquando, modo ne nefarium impiumaue, defendere; vult hoc
multitudo, patitur consuetudo/férf l'emm humanitas. Iudicis est semper in
causis verum sequi, patroni non numquam veri "sìnììlè, etiamsi minus sit
verum, defendere ; quod scribere, praesertim cum de philosophia scriberem, non
auderem, nisi idem placeret gravissimo Stoicorum, Panaetio. Maxume autem et gloria paritur
et gratia defensionibus, eoque maior, si quando accidit, ut ei subveniatur, qui
potentis ali- cuius opibus circumveniri urguelrique videatur, ut nos et saepe
r-.' \ ias et adulescentes contra L. Sullae dominantis opes prò Sex. Rbscio
Àmerino fecimus, quae, ut scis, extat oratio. :/* 52 15. Sed expositis
adulescentium officiis, quae valeant ad gloriam adipiscendam, deinceps de
beneficentia ac de liberali- tate dicendum est; cuius est ratio duplex; nam aut
opera be- nigne fit indigenti bus aut pecunia. Pacilior est haec posterior t
locupleti praesertim, sed illa lautior ac splendidior et viro forti claroque
dignior. Quamquam enim in utroque inest gratificandi liberalis voluntas, tamen
aiterà ex arca, altera ex virtute de- promitur; largitioque, quae fit ex re
familiari, fontem ipsum benignitatis exhaurit. Ita benignitate benignitas tollitur; qua — 51.
habendum religioni, « farsi scrupolo » . — sequi, « aver di mira , cercare » .
— cum scriberem , e trattandosi » . — gravissimo , in fatto di costumi. —
Roseto, Roscio era stato accusato di avere ucciso il padre, per appropriarsene
le sostanze. L'accusa fu ordita dal liberto e favorito di Siila, Òrisogono;
nella difesa non sono risparmiati né lui né le proscrizioni. Il processo fu
deir80, quando Cicerone avea 26 anni ; Roscio fu assolto. &2. deinceps,
cfr. I 42. — benigne fit, per analogia con calefacere, commonefacere etc. ; la
costruzione impersonale poi è foggiata su aìicui interdicitur , persuadetur e
simili. — haec , iììa scil. ratio. — lautior, e nobile ». — in utroque = in
utraque re, invece che in utraque (ratione)-, il neutro generalizza le idee. —
altera scil. pecunia, altera scil. opera. — "\ de ofpiciis, il, 15, 51 —
54 113 quo in plures usus sis, eo minus in multos uti possis. At qui 5? opera,
id est virtute et industria, benefici et liberales erunt, primum, quo pluribus
profuerint, eo plures ad benigne faciendum adiutores habebunt, dein
consuetudine beneficentiae paratiores erunt et tamquam exercitatiores ad bene
de multis promerendum Praeclare in epistula quadam Alexandrum filium Philippus
accusat, quod largitione benivolentiam Maoedonum consectetur: l Quae te,
mahiml' inquit, 'ratio in istanti spem in- duxit, ut eos tibi fideles putares
fore, quos pe- cunia corrupisses? An tu id agis, ut Macedones non te regem
suum, sed ministrum et praebitorem sperent foie?' Bene 'ministrum et
praebitorem', quia sor- didum regi, melius etiam, quod largitionem
'corruptelam' dixit esse; fit enim deterior, qui accipit, atque ad idem semper
ex- pectandum paratior. Hoc ille filio, sed praeceptum putemus 54 omnibus. Quam
ob rem id quidem non dubium est, quin illa benigni tas, quae constet ex opera
et industria, et honestior sit et lati us pateat et possit prodesse pluribus;
non numquam tamen est largiendum, nec hoc benignitatis genus omnino repudiandum
est et saepe idoneis hominibus indigentibus de re familiari im- pertiendum, sed
diligenter atque moderate; multi enim patri- monia effuderunt inconsulte largì endo.
Quid autem est stultius quam, quod libenter facias, curare, ut id diutius
facere non possis? Atque etiam sequuntur largitionem rapinae; cum enim dando
egere coeperunt, alienis bonis manus afferre coguntur. Ita, cum benivolentiae
comparandae causa benefici esse velint, *ion tanta studia adsequuntur eorum,
quibus dederunt, quanta ipsum, t addirittura » . — 53. accusat, < rimprovera
» . — malum, escla- mazione di indignazione; « diamine, perbacco ». — ministr.
et praebitorem, «dispensiere e fornitore»; i praebitores erano pubblici «
fornitori », che somministravano il necessario ai magistrati romani, che
viaggiavano in provincia. — bene, qui va supplito un verbo; noi « ben detto». —
dixit me, traduci con un sol verbo. — 34. hoc ille, si supplisce praecepit. —
constet ex, cfr. § 49. — idoneis = dignis. — diligenter ; nella Bhet ad Herenn.
IV 35 è detto: diligentia est accurata conservatio suorum (= suarum rerum),
avaritia iniuriosa appetitio alienorum ; perciò dili- gentia in questo senso è
« economia, parsimonia » . — curare ut = com- mittere ut § 50. — non tanta ...
ademerunt, perfetta anafora. — odia, qui devi supplire un verbo diverso da
adsequuntur, evitando così lo zeugma. Cicerone, De Offkiis. comm ** s*B»Ani W .
o» ediz. 8 114 M. TULLI GICERONIS 55 odia eorum, quibus ademerunt. Quam ob rem
nec ita claadenda res est familiaris, ut eam benignitas aperire non possit, nec
ita reseranda, ut pateat omnibus; modus adhibeatur, isque refe- ratur ad
facultates. Omnino meminisse debemus, id quod a nostris hominibus saepissime
usurpatum iam in proverbii con- luetudinem venit, 'largitionem fundum non
habere'; *tenim qui potest modus esse, cum et idem, qui consuerunt, et idem
iflud alii desiderent? 16. Omnino duo sunt genera largorum, quorum alteri pro-
digi, alteri liberales, prodigi, qui epulis et viscerationibus et gladiatorum
muneribus, ludorum venationumque apparatu pe- cunias profuudunt in eas res,
quarum memoriam aut brevem aut nullam omnino sint relicturi, liberales autem,
qui suis fa- cultatibus aut captos a praedonibus redimunt aut aes alienimi
suscipiunt amicorum aut in filiarum collocatone adiuvant aut 56 opitulantur in
re vel quaerenda vel augenda. Itaque miror, quid in mentem venerit Theophrasto
in eo libro, quem de di- yitiis scripsit; in quo multa praeclare, illud
absurde: est enim multus in laudanda magnificentia et apparatione populanum
munerum taliumque sumptuum facultatem fructum divitiarum putat. Mihi autem ille fructus
liberalitatis, cuius pauca exempla aosui, multo et maior videtur et certior.
Quanto Aristoteles ^ravius et verius nos reprehendit! qui has pecuniarum
effusiones non admiremur, quae iiunt ad multitudinem deliniendam. Ait — 5ò. in proverbii ... venit, € diventò proverbio
comune ». — idem ... idem, neutri. — consuerunt scil. accipere. — epulis, le
epulae in questo senso speciale erano pasti pubblici dati al popolo nel Foro,
coi quali si intramezzavano gli spettacoli. Il dare spettacoli e pranzi al
popolo era uno dei tanti mezzi di acquistarsi una posizione politica. —
viscerationibus, distribuzione di carni crude, sostituita poi dal danaro. —
muneribus, così si chiamavano, perchè erano offerti come doni dai magistrati al
popolo; noi spieghiamo « spettacoli ». — ludorum, è il nome speciale dei ludi
scae- nici, noi diciamo e rappresentazioni ». — veìiationum, combattimenti
delle fiere o nell'anfiteatro o nel circo. — suscipiunt, « si accollano ». —
56. Theophrasto, I 3. — multa ... absurde, est enim ... laudanda, nella
traduzione risolvi : fra tante belle cose commise l'assurdità di lodare esa- geratamente
(multus) — admiremur, qui ha il significato di « far le meraviglie », « trovar
da ridire su ... » — ait, non si sa in quale delle sue de officiis, ii, lb— 16,
55 — 57 115 enim, 'qui ab hoste obsidentur, si emere aquae sex- tarium
cogerentur mina, hoc primo incredibile nobis videri omnesque mirari, sed cum
attenderint, veniam necessitati dare, in his immanibus iacturis infinitisque
sumptibus nihil nos magnopere mirari, cum praesertim neque necessitati
subveniatur nec dignitas augeatur ipsaque illa delectatio multitu- dinis ad
breve exiguumque tempus, eaque a levis^ sumo quoque capiatur, in quo tamen ipso
una cum sa- tietate memoria quoque moriatur voluptatis.' Bene 57 etiam colligit
'haec pueris et mulierculis et servis et servorum simillimis liberis esse
grata, gravi vero homini et ea, quae fiunt, iudicio certo ponderanti probari
posse nullo modo.' Quamquam intellego in nostra civitate inveterasse iam bonis
temporibus, ut splendor aedili- tatum ab optimis viris postuletur. Itaque et P.
Crassus cum cognomine dives, tum copiis functus est aedilicio maximo mu nere,
et paulo post L. Crassus cum omnium hominum mode ratissimo Q. Mucio
magnificentissima aedilitate functus est» deinde C. Claudius Appi f., multi
post, Luculli, Hortensius, Si- opere perdute. — qui obsidentur, appartenendo
all'orafo obliqua dovrebbe essere congiuntivo; ma qui rappresenta la perifrasi
di un sostantivo: «gli assediati ». — cogerentur, questo tempo storico si trova
mischiato agli altri tempi principali; questi scambi nell'orafo obliqua non
sono rari; cfr. I 87. — primo , « a prima giunta ». — nobis ... attenderint ...
nos, scambio di persone. — in his suppl. autem (asindeto). — cum prae- sertim «
sebbene, ciò che più importa », « tanto più che ... » — necessi- tati
subveniatur, cfr. I 83. — eaque, I 1 ìdque. — levissimo quoque, « la gente più
dozzinale ». — in quo tamen ipso, scil. in levissimo quoque. — 07. colligit, «
nota ». — ea quae fiunt, anche qui abbiamo la perifrasa di un nome (p. e. res),
perciò l'indicativo, sebbene in orat. obliqua, come § 56 qui obsidentur. —
iudicio certo, non tentennante, indipendente da quello degli altri, ciò che non
fa la moltitudine; noi diciamo « col proprio cervello » . — aedilitatum,
l'ordinamento dei pubblici spettacoli era affi- dato agli edili ; un edile che
si ingraziasse con molte feste la moltitudine, poteva tenersi sicuro di riuscir
console. — P. Crassus, padre del trium- viro; fu edile nel 106, console nel 97,
censore neir89. — maximo, col massimo splendore. — L. Crassus, l'oratore (1 108),
e Q. Mucio, ponte- fice massimo (I 116), furono edili insieme nel 103. — G.
Claudius Pulcher, edile nel 99, fece pitturare pel primo la scena del teatro e
introdusse anche gli elefanti nei giochi del circo. — Luculli, L. e M. Lucullo
(cfr. § 50) furono edili insieme nel 79. — hortensius, l'oratore, fu edile M.
TULLI CIGERONIS lanus; oranes autem P. Lentulus me constile vicit superiores;
hunc est Scaurus imitatus; magnificentissima vero nostri Pompei munera secundo
consulatu ; in quibus omnibus quid mihi pia- ceat, vides. 58 17. Vitanda tamen
suspicio est avaritiae. Mamerco, homini divitissimo, praetermissio aedilitatis
consulatus repulsam attulit. Quare et, si postulatur a populo, bonis viris si
non desideranti bus, at tamen adprobantibus faciundum est, modo prò
facultatibus, nos ipsi ut fecimus, et, si quando aliqua res maior atque utilior
popu- lari largitione adquiritur, ut Oresti nuper prandia in semitis decumae
nomine magno honori fuerunt. Ne M. quidem Seio vitio dature est, quod in
cantate asse modium populo dedit; magna enim se et inveterata invidia nec turpi
iactura, quando erat aedi- lis, nec maxima liberavit. Sed honori summo nuper
nostro Miloni fuit, qui gladiatori bus emptis rei publicae causa, quae salute
nostra continebatur,omnesP.Clodi conatus furoresque compressi t. 59 Causa
igitur largitionis est, si aut necesse est aut utile. In his nel 75, console
nel 69. — Silanus, edile verso il 70. — Lentulus Spinther, si occupò
specialmente delle decorazioni del teatro, coprendolo anche di un padiglione. —
me consule, nel 63. — Scaurus, I 138; fu edile nel 58. Fece erigere un teatro
capace di 80000 spettatori, sostenuto da 360 co- lonne e adorno di 3000 statue
di bronzo ; pei giochi del circo fece venire le più strane bestie deir Africa.
— Pompei sec. cons., nel 55. Fondò il primo teatro permanente; avanti di lui si
erano fatti provvisorii. — 58. praetermissio, « rifiuto » ; non la volle
accettare e ciò gli fu ostacolo al consolato, che però ottenne più tardi, nel
77. — faciundum, il generico, invece dello specifico largiendum. —nos ipsi,
Cicer. fu edile nel 69. — ut, iper- bato. — si quando, < ogni qualvolta ». —
Oresti, questi è forse Cn. Aufidius Orestes Aurelianus, console nel 71. —
decumae nomine, e a titolo di de cima > , a questa frase rassomigliano
queste nostre, p. e., < a te cento lire, va a bere un bicchier di vino;
eccoti venti lire pel sigaro; con queste tre- cento lire ti comprerai gli
spilli » etc. La decima della preda si votava ad Ercole pel buon esito di
un'impresa, col titolo di decima si offrivano doni al popolo. — M. Seio, edile
nel 74. — caritate scil. annonae. — asse (ablat. di prezzo) modium, noi diciamo
« un asse il moggio » ; l'asse va- leva quanto il nostro soldo. — invidia, «
odio, impopolarità » . — iactura, « spesa ». — quando = quoniam, cfr. I 29 ;
l'essere edile gli onestava la spesa. — honori Miloni fuit qui, il contenuto di
honori fuit invece che dalla congiunzione dichiarativa quod, è espresso dal
relativo. — salute nostra, Milone nel 57 come tribuno della plebe si adoperò
pel richiamo di Cicerone dall'esilio; Clodio per opporglisi aveva armato delle
bande di gladiatori ; Milone fece altrettanto. — si aut necesse , < o la
neces- sità ». — 39. Philippus, cfr. I 108. — Cotta, L. Aurelio Cotta db
officiis, il, 17, 58—60 117 autem ipsis mediocritatis regula optima est, L.
quidem Phi- lippus Q. f., magno vir ingenio in primisque clarus, gloriari
solebat se sine ullo munere adeptum esse omnia, quae habe- rentur amplissima.
Dicebat idem Cotta, Curio. Nobis quoque licet in hoc quodam modo gloriari; nam
prò amplitudine ho- norum, quos cunctis suffragiis adepti sumus nostro quidem
anno, quod contigit eorum nemini, quos modo nominavi, sane exiguus sumptus
aedilitatis fuit. Atque etiam illae impensae meliores, 60 muri, navalia,
portus, aquarum ductus omniaque, quae ad usum rei publicae pertinent. Quamquam,
quod praesens tamquam in manum datur, iucundius est, tamen haec in posterum
gratiora. Theatra, porticus, nova tempia verecundius reprehendo propter
Pompeium, sed doctissimi non probant, ut et hic ipse Panae- tius, quem multum
in his libris secutus sum, [non interpre- tatus] et Phalereus Demetrius, qui
Periclem, principem Grae- ciae, vituperat, quod tantam pecuniam in praeclara
illa Pro- pylaea coniecerit. Sed de hoc genere toto in iis libris, quos de re
publica scripsi, diligenter est disputatum. Tota igitur ratio talium
largitionum genere vitiosa est, temporibus necessaria, et tum ipsum et ad
facultates accommodanda et mediocritate moderanda est. fu console nel 75. —
Curio, C. Scribonio Canone, celebre oratore e avvo- cato, fu tribuno nel 90,
console nel 76, indi per tre anni governatore della Macedonia; morì nel 53. —
prò, «a petto di ; in proporzione di ». — nostro =* legitimo, «legale,
stabilito dalla legge»; la lex Villia annaìis del 180 stabiliva le età per le
varie magistrature; Cice- rone fu edile a 37 anni (nel 69), pretore a 40 (nel
66), console a 43 (nel 63). — quod ... nemini, Cicer. dice di se stesso nel
deLeg. agr. II 3: « io solo degli uomini nuovi chiesi il consolato appena ebbi
l'età legale e lo ottenni appena lo chiesi ». — 60. illae, « queste altre, cioè
i... ». — quamquam, limitativo. — praesens, qui ha il significato di praesens
pecunia, « danaro pronto, in contanti ». — porticus, tempia, nel campo di
Marte, dove Pompeo fece costruire il teatro, edificò anche un portico e due templi,
l'uno a Venere, l'altro alla Vittoria. — verecundius repre- hendo, « mi faccio
un certo riguardo a ... ». — doctissimi, tra i filosofi. — hic, « il nostro » .
— non interpretatus, cfr. I 6 non ut interpretes. — Demetrius* 13. — Propylaea,
un grandioso vestibolo sull'Acropoli di Atene, il quale conduceva nel tempio di
Pallade. — in iis libris, i libri de re publica ci sono arrivati frammentari;
vi manca questo passo. — genere, « in astratto, in massima » . — tum ipsum,
cioè anche quando è imposta dalla necessità. 118 M. TULLI LiluERONIS 61 18. In
ilio autem altero genere largtendj, quod a liberali- tate proficiscitur, non
uno modo in dispàrifous càusis adfecti esse debemus. Alia causa est eius, qui
calamitate premitur, et 62 eius, qui res meliores quaerit nullis. suis rebus
adversis. Pro- pensior benigni tas esse debebit in
calami tosos, nisi forte erunt digni calamitate. In iis tamen, qui se adiuvari
volent, non ne adfligantuf, sed ut altiorem gradum ascendant, restricti omnino
esse nullo modo debemus, sed in deligendis idoneis iudicium et diligentiam
adhibere. Nam praeclare Ennius: Bene fàcta male locata male facta àrbitror. 6 3 Quod autem tributum est bono
viro et grato, in eo cum ex ipso fructus est, tum etiam ex ceteris. Temeritate
enim remota gratissima est liberali tas, eoque eam studiosiitè plerique
laudant, quod summi cuiuscjue bonitas commune perfugium est omnium. Danda
igitur operà^ést, ut iis beneficiis quam plurimos adfi- ciamus, quorum memoria
liberis posterisque prodatur, ut iis ingratis esse non liceat. Omnes enim
immemorem beneficii ode- runt eamque iniuriam in deterrenda liberalitate sibi
etiam fieri eumque, qui faciat, communem hostem tenuiorum putant. Atque haec
benignitas etiam rei publicae est utilis, redimi e servitute captos, locupletar)
tenuiores; quod quidem vulgo so- 61. altero genere, cfr. § 55 omnino duo sunt — adfecti, letteral- mente «
disposti d'animo ». — alia ... et = alia ... atque, oppure alia ... alia. — 62.
non ne adfligantur, « non per evitar di cadere», adfligiv&ìe « cadere »,
come effetto di adfligere. — Ennius, non si sa in qual dramma. — bene facta...,
trimetro giambico (^^-, <-"-"-», ^• L , ^w\^ — t y ^-)- — locata =
collocata. — 63. quod tributum ... in eo = quod trib. ... eius, cioè dei
beneficii fatti a è doppio il frutto, si ritrae doppio frutto ... — ex ipso
scil. bono viro. — temeritate, il capriccio di chi non sa scegliere le persone
e misurare il dono. — iis, « tali ». — ingratis, questa attrazione del dativo è
costante nella frase esse licei. — eamque iniuriam, quella ingiuria, cioè
l'ingiuria dell'ingrato verso il benefattore ; eam = eius rei. Il senso è: Dell
1 ingiuria fatta dall'ingrato al benefat- tore vengono a soffrir tutti, in
quanto che esso col suo esempio storna anche gli altri dal beneficare; qui in
significa « riguardo a... , in quanto a ... , in quanto che ... , trattandosi
che > così si storna la liberalità. — redimi, locupletar^ sono apposizioni
di haec benignitas. — ordine nostro, v. <r DB 0FFIC11S, II, 18, 61—64 119
litum fieri ab ordine nostro in oratione Crassi scriptum copiose videmus. Hanc
ergo consuetudinem benignitatis largitioni tnu- nerum longe antepono ; haec^st
gravium hominum atque ma- oy /4 gnorum, illa quasi adséntàtqrum populi
multitudinis levitatemi , voluptate quasi titillantìum! Oonveniet autera cum in
dando 64 9 munificum esse, tum in exigendo non acerbum in omnique re
contrahenda, vendundo emendo condifcenao locando, vicinitatibus et confiniis,
aequum, facilem, multa multis de suo iure cedentem, > ^^ liìSbus vero, quantum
liceat et nescio an paulo plus etiam quam liceat, abhorrentem. Est enim non
modo liberale paulum non numquara de suo iure decedere, sed interdum etiara
fruc- tuosum. Rabenda autem ratio est rei familiaris, quam quidem dilabi sinere
flagifì^sum est, sed ita, ut inliberalitatis avari- tiaeque absit suspicio ;
posse enim liberalitate uti non fcpo- liantem se patrimonio nraffnim est
pecuniae fructus maximus. Kecte etiam a Theophrasto est laudata hospitalitas;
est enim, ut mihi quidem videtur, vilfcuDdecorum patere domus hominum inlustnum
hospitibus inlustribus, idque etiam rei publicae est ornamento, homines
externos hoc liberalitatis genere in urbe nostra non egere. Est autem etiam vehementer utile
iis, qui ho- neste posse multum volunt, per hospites apud externos populos
valere opibus et gratia. Theophrastus
quidem scribit Cimonem il senato. — Orassi, I 108. Servilio Cepione nel 106
presentò una legge, che dai cavalieri ripristinava ai senatori
l'amministrazione giudiziaria. La legge fa difesa da Crasso, che in quell'occasione
summit ornavit senatum ìaudibus (Cicer. prò Cluent. 140). — consuetudinem, come
fosse consuetum genus. — munerum = quae fit in muneribus; qui munera significa
spet- tacoli e beneficenze pubbliche, § 55. — populi, genitivo subordinato a mul-
titudinis. — 64. vicinitat. et confiniis, € rapporti di vicinanza e di confini
» ; in questa terza coppia è sostituita la congiunzione all'asindeto, perchè i
suoi due termini non formano antitesi come quelli delle due prime coppie. —
quantum liceat, salvi i propri interessi. — nescio an, « forse » . — non
spoliantem, spiega con € senza » . — nimirum, « non paia strano (=ne mirum) t
se non mi inganno, per l'appunto > . — etiam, qui è anticipato di posto,
perchè esso va congiunto con hospitalitas. — idque, anticipa il contenuto della
proposiz. seguente. — multum va con posse. — valere ... gratia, «acquistarsi
credito e favore (popolarità)». — Athenis , «in Atene » ; l'aggiunta del luogo
illustre ci richiama all'elevata posizione di Ci mone, la quale però non gli
fece dimenticare i suoi umili compaesani ; noi esprimiamo questo sentimento
traducendo e in un' Atene », cfr. I 118 M. TULLI GICERON1S Àthenis etiam in
suos^cumles Laciadas hospitalem fuisse ; ita enim insti tuisse et Vilicis
imperavisse, ut omnia praeberentur, quicumque Laciades in villam suam
devertisset. 65 19. Quae autem opera, non largitione beneficia dantur, haec tum
in universam rem publicam, tum in ejngulos cives conferuntur. Nam in iure
cavere, Consilio iuvare atque hoc scientiae genere prodesse quam plurimis
vehem^nter et ad opes ""augendas pertinet et ad gratiam. ltaque
curabili ulta praeclara maiorum, tum quod optime constituti iuris civilis summo
semper in honore fuit cognitio atqne interpretatio; quam quidem ante hanc
confusionem temporum in possessione sua principes reti- nuerunt, nunc, ut
honores, ut omnes dignitatis gradus, sic huius scientiae splendor deletus est,
idque eo indignius, quod eo tem- pore hoc contigit, cum is esset, qui omnes
superiores, quibus honòre par .esset, scientia~ facile vicisset. Haec igitur
opera grata multis et ad beneficiis obslringendos homines accommodata. 66 Atque
huic arti finituma est dicendi [grayior] facultas et gratior et ornatior. Quid
enim eloquentia praestabilius vel admiratione audientium vel spe indigentiura
vel eorum, qui defensi sunt, gratia ? Huic [quoque] ergo a maioribus nostris
est in toga digni- tatis principatus datus. Diserti igitur hominis et facile
laborantis, Herculi. — curiaìes Laciadas, Cimone era del borgo (òfjjLio^) di
Lacia; Cicer. traduce bfjjmo<; con curia e òr^órric con curialis. Oò. in
ture, nelle questioni giuridiche , p. e. nell' interpretazione di qualche
legge, nell'applicazione della procedura e simili. — cavere scil. alieni. —
gratiam, favore presso il pubblico, cioè « credito, popolarità ». come al § 64.
— cum multa ... tum quod, la frase si compirebbe così: cum multa praeclara
maiorum instituta, tum illud praeclarissimum fuit, quod. — hanc confusionem
temporum = horum confusionem temporum. — principes, « l'aristocrazia * , di cui
fu anticamente un privilegio l'esclu- siva conoscenza della giurisprudenza e
della procedura specialmente; anche qui si scorge la partigianeria
aristocratica di Cicerone. — indignius, av- verbio. — is, Servio SSulpicio
Rufo, console nel 51, morto nel 43, il più gran giureconsulto del suo tempo,
amico di Cicerone. — esset = viveret — vicisset, non è congiuntivo ipotetico,
spiega non « avrebbe vinto » , ma « aveva vinto » ; senza il reggimento di cum
avremmo is erat qui vicerat — 00. gravior, che l'eloquenza vinca la
giurisprudenza in gratia e ornatusy è chiaro ; ma non in gravitas ; oltre di
che gravior è fuori di posto, poiché dovrebb'essere facultas et gravior et
grat. et orn. Abbiamo dunque un'interpolazione. — eorum ... sunt, traduci con
una sola parola: « i patrocinati ». — in toga, cfr. I 77 L cedant arma togae. —
facile lobo- \ de officiis, li, 19, 65—68 121 quodque ip patriis est moribus,
multorum causas et non gravate et ^SraitÒ ' àefendentis beneficia et
patrociniate patent. Ad- &j monebat me res, ut hoc quoque loco
intermissionem eloquen- tiae, ne dicam interitum, deplorarem, ni vererer, ne de
me ipso aliquid videigrqueri. Sed tamen videmus, quibus extinctis
oratoribusNquamTIì) paucis spes, quanto in paucioribus facultas, quara in
multis sit audacia. Cum autem omnes non possint, ne multi quidem, aut iuris
periti esse aut diserti, licet tamen opera prodesse multis beneficia petentem,
commendantem iudi- cibus, • magistratibus, vigilantem prò re alterius, eos
ipsos, qui aut consuluntur aut defendunt, rogantem; quod qui fariunt', plurimum
gratiae consequuntur, latissimeque eorum manat in- dustria. Iam illud non sunt admonendi
(est enim in promptu), 68 ut animadvertant, cum iuvare alios velint, ne quos
offendane. Saepe enim aut eos laedunt, quos non debent, aut eos, qiios non
expedit; si imprudentes, neglegentiae est, si scientes, temeritatis. Utendum
etiam est excusatione adversus eos, quos invitus offen- das, quacumque possis,
quare id, quod feceris, necesse fuerit nec rantis, che si sobbarca volentieri
alla fatica, « servizievole, premuroso > . — gratuito, il testo della lex
Cincia del 204 dice : ne quis ob causam orandam pecuniam donumve accipiat Però
ai tempi di Cicer. si usava il palmarium , noi diremmo con la medesima imagi ne
< mancia » . — #7. admonebat ut deplorarem, mi vererer, brachilogia, che si
potrebbe compiere in due modi: admonebat ut deplorarem idque facerem (< e lo
farei »), ni vererer, oppure deplorarem, ut res admonet, ni vererer; in
italiano possiamo lasciare come ò, risolvendo ni vererer in : e ma temo,
senonchè temo ». — quoque, Cicer. ne parla in altri luoghi, p. e. nel Brutus. —
de me ipso , potendosi credere che facesse l'apologia di se stesso, come solo
che ancora teneva alta la bandiera dell'eloquenza. — r quibus extinctis quam in
paucis, intreccio di due interrogative, che noi non possiamo rendere ; risolvi
: qui extincti sint et quam in paucis, op- pure quam multis extinctis; noi e
perduti gli oratori che abbiamo per- duti ». — beneficia, € posti, impieghi ».
— petentem scil. aliis (dativo di comodo) ; questo e gli altri participi si
rendano col gerundio. — qui con- suluntur, defendunt, puoi risolvere con due
sostansivi : « giureconsulti, avvocati ». — 68. illud, l'accusativo neutro di
un pronome è usita- tissimo coi verbi come caso assoluto. — non sunt admonendi
= super- vacaneum est admonere. — debent, « dovrebbero » ; coi verbi posse,
debere e simili e con le frasi formate da un aggettivo neutro e dal verbo esse
(aequum est, inutile est etc.) il latino esprimeva delle asserzioni assolute,
che in italiano acquistano significato potenziale. — imprudetUes, scientes,
spiega avverbialmente. — quare, supplirci il verbo « giustificando », che è
incluso in excusatione — quod violatum videbitur = cum violatione 122 M. TULLI
GIGERONIS aliter facere potueris, ceterisque operis et officiis erit id, quod ^
violatum videbitur, compensandum. r <- ' 69 20. Sed cuna in hominibus
iuyajidis aut mores spectari aut fortuna soleat, dictu quidem est proclive,
itaque vulgo loquuntur, se in beneficiis collocandis mores ho/ninum, non
fortunam sequi. Honesta oratio est; sed quis est tandem, qui inopis et optimi
Yiri causae non anteponat in opera danda gratiam fortunati et potentis? a quo
enim expeditior et celerior remuneratio fore videtur, in eum fere est voluntas
nostra propensior. Sed ani-. raaévertendum est diligentius, quae natura rerum
sit. Nimirùm J mim inops ille, si bonus est vir^ etiamsi referre gratiam non
potest, habere certe potest. Commode autem, quicumque dixit, 'pecuniam qui habeM, non
reddidisse, qui reddide- rit, non habere, gratiam autem et qui rettulerit
habere et qui habeat rettulisse.' At qui se locupletes, honoratos, beatos
putant, ii ne obligari qui dem beneficio volunt ; quìi! efìanl beneficium se
dedisse arbitrantur, cum ipsi quamvis 1 magnum aliquod acceperint, atque etiam
a se aut postulari aut r expectari aliquid suspicantur, patrocinio vero se psos
aut clientes ■«) appellari mortis instar putant. At vero ille tenìiìs, cum,
quic- quid factumst, se spectatum, non fortunam putat, non modo \ illi, qui est
meritus, sed etiam illis, a quibus expectat (e^et «dm multis), gratum se videri
studet neque vero verbis auget taum munus, si quo forte fungitur, sed etiam
extenuat. Vi- factum; hoc violo significa «commetto
questa violazione»; si può anche risolvere in quo violati videbuntur. 69.
itaque = et ita. — tandem, « di grazia » ; questo tandem si trova nelle
domande, che esprimono un certo disgusto, un certo sdegno, un certo stu- pore.
— et optimi, « sia pure » . — fore, « venire » . — fere, « quasi sempre ». —
commode ... dixit, noi « disse bene quel tale ». — pecuniam ... habere, si
parla di chi ha avuto danaro in prestito. — gratiam ... ret- tulisse, qui c'è
un gioco di parole fondato sulla rispondenza di habere, reddere con habere,
referre. Per noi esso è impossibile, perchè non pos- siamo rendere le due frasi
gratiam habere (« sentir gratitudine ») e gra- tiam referre («rendere il
contraccambio »), mantenendo il medesimo sostan- tivo. Il pensiero del passo è,
che il povero beneficato serba gratitudine, mentre non la serba il ricco
beneficato. — quamvis, « per quanto » . — atque etiam ... suspicantur, e sempre
ci vedono sotto un secondo fine, o una supplica o una speranza. — 70. cum,
causale (= quandoquidem). raro con l'indicativo. — sed etiam extenuat, «ma anzi
... ». — illud de officiis, il, 20—21, 69—72 * 123 dendumque illud est, quod,
si opulentum fortunatumque defen- deris, in uno ilio aut. si forte, in liberis
eius manet grati a; sin autem inopem, probum tamen et modestum, omnes non
improbi humiles, quae magna in populo multitudo est, praesidium sibi paratum
vident. Quam ob rem melius apud bonos quam apud 7 fortunatos beneficium
collocari puto. Danda omnino opera est, ut omni generi satis facere possimus;
sed si res in contentio- nem veniet, nimirum Themistocles est auctor adhibendus
; qui cum consuleretur, utrum bono viro pauperi an minus probato diviti filiam
collocaret: 'Ego vero', inquit, 'malo virum, qui pecunia egeat, quam pecuniam,
quae viro.' Sed corrupti mores depravatique sunt admiratione divitiarum; qua-
rum magnitudo quid ad unum quemque nostrum pertinet? Illum fortasse adiuvat,
qui habet. Ne id quidem semper; sed fac iu- vare; opulentior "sane sit,
fiofiestior vero quo modo? Quodsi etiam tyonus erit vir, ne impediant divitiae,
quo minus iuvetur, modo he adiuvent, sitque omne iudicium, non quam locuples,
sed qualis quisque sit! Extremum autem praeceptum in tì$ne- ficiis operaque
danda, ne quid contra aequitatem contendasele quid prò iniuria; fundamentum
enim est perpetuae commeó- dationis et famae iustitia, si ne qua nibil potest
esse laudabile. 21. Sed, quoniam de eo genere beneficiorura dictum est, 7?
quod, e quest'altro fatto, che ; quqd è dichiarativo. — si forte, « se pure;
tutt'al più ». — quae magna = quorum magna. — 71. omni generi scil. hominum. —
res veniet, «si verrà». — auctor, puoi risol- vere con « esempio » . — utrum
collocaret, non « se dava » « desse > , ma € se darebbe » « avrebbe dato » ;
collocaret è Tapodosi d'un periodo ipo- tetico, la cui protasi sarebbe : « nel
caso che avesse voluto maritarla » . — bono pauperi, « povero ma ». — qui
egeat, spiega con la preposi- zione « senza » . — corrupti, depravati, non
aggettivi, ma participi. — per- Linei, « giova » . — sit, noi esprimiamo questo
congiuntivo concessivo col futuro: « sarà più ricco ». — ne impediant, « non
dovranno impedire ». — iuvetur scil. a nobis. — adiuvent, qui vale
«contribuire», « purché non vi con- tribuiscano » ; un ricco dev'essere pure
aiutato, ma non perchè ricco. — sit iudicium, risolvi : in ìudicio
consideremus, considerandum est. — extre- mum, puoi spiegare « per finire ». —
in beneficiis operaque danda = in Oeneficiis, quae opera dantur. 72. spectant,
pertinent del primo periodo hanno significato attivo; per- tineant, attingant
del secondo hanno significato passivo. La frase hoc bene- ficium ad me spectat,
pertinet, me attingit può significare : « tocca a me fare questo beneficio»
(attivo), oppure «tocca a me ricevere questo 124 M. TULLI CICERONIS quae ad
singulos spectant, deinceps de iis, quae ad universos quaeque ad rem publicam
pertinent, disputandum est. Eorum autem ipsorum partirà eius modi sunt, ut ad
universos cives pertineant, parti m, singulos ut attingant; quae sunt etiam
gra- tiora. Danda opera est
omnino, si possit, utrisque, necminus, ut etiam singulis consulatur, sed ita,
ut ea res aut pròsit aut certe ne obsit rei publicae. C. Gracchi frumentaria
magna lar- gì tio; exhauriebat igitur aérarluaTj modica M. Octavi et rei >^
publicae tolerabilis et plebi necessaria; ergo et civibus et rei 73 publicae
^InrtSra. In primis autem videndum erit ei, qui rem publicam administrabit, ut
suum quisque teneat neque de bonis privatorum publice deminutio, fiat.
Perniciose enim Philippus, in tribunatu cum legem agrari ara ferret, quam tamen
antiquari facile passus est et in eo vehementer se moderatum praebuii/ — sed
cum in agendo multa populariter, tum illud male, 'non esse in civitate duo
milia hojninum, qui rem habe- r e n V Uaptans oratioest, ad aequationem honorum
pertinens; qua peste quae potest esse maior? Hanc enim ob causam ma- xume, ut sua tenerentur, res
publicae civitatesque constitutae beneficio > (passivo). Si faccia sentire
questa differenza nella traduzione. Fin qui Cicer. ha parlato dei benefìcii
fatti dai privati ; ora parla dei benefìcii fatti dallo Stato o dai
rappresentanti di esso. Però antecedente- mente ha parlato delle largizioni
degli edili al popolo; e gli edili rive- stono un carattere pubblico; ma non
bisogna domandare troppa scrupolosità a Cicerone. — quae ad universos, dice lo
stesso che quae ad rem publicam, ma serve al contrasto con quae ad singulos. —
eorum scil. quae ad remp. pertinent. — partim, soggetto ; I 24 maximam pattern,
— si possit, im- personale. — utrisque scil. beneficiis. — nec minus, sappi,
danda opera est. — Gracchi, la lex frumentaria di C. Gracco del 123 stabiliva
che ogni Romano residente in città potesse mensilmente provvedersi di grano
dallo Stato a 6 assi e 1 / s il moggio, vale a dire alla metà appena del prezzo
corrente. QueBta legge fu poi abrogata da M. Ottavio. — 73. per- niciose scil.
egit. — Philippus, I 108 ; fu tribuno nel 104, console nel 91. — quam tamen ...
sed, per la traduzione si faccia punto dopo ferret e si risolva così: illam
quidem («è vero che >) antiquari ... sed. — in agendo scil. orationìbus, «
nei suoi discorsi politici » . — populariter, supplisci un verbo. — hominum ...
haberent, spiega con una sola parola « possidenti ». Da questo fatto, ad arte
alterato, egli certo traeva la conseguenza che la proprietà si doveva abolire.
La conseguenza veramente non è espressa, ma è facile dedurla. — aequatio
bonorum, noi diciamo «comunismo». — pertinere, qui « riuscire a ... , tende a
... , conduce a ... ». — sua, riferito al soggetto dell'attivo ut homines sua
tenerent. — - res publicae, non si- db officiis. ii, 21, 73—75 125 sunt. Nam,
etsi duce natura congregabantur homines, tamen spe custodiae rerum suarum
urbium praesidia quaerebant. Danda 74 etiara opera est, ne, quod apud maiores
nostros saepe fiebat propter aerarii tenuitatem adsiduitatemque bellorum,
tributum sit conferendum, idque ne eveniat, multo ante erit providendum. Sin
quae necessitas huius muneris alicui rei publicae obvenerit (malo enim quam
nostrae ominari ; neque tamen de nostra, sed de omni re publica disputo), danda
erit opera, ut omnes in- tellegant, si salvi esse velint, necessitati esse
parendum. Atque etiam omnes, qui rem publicam gubernabunt, consulere debe-
bunt, ut earum rerum copia sit, quae sunt ad victum neces- sariae. Quarum
qualis comparatio fieri soleat et debeat, non est necesse disputare; est enim
in pfomptu; tantum locus attingen- =/^ Caput autem est in omni procuratione
negoti et muneris 75 publici, ut avaritiae pellatur etiam minima suspicio.
'Utinam', inquit C. Pontius Samnis, 'ad ili a tempora me fortuna reservavisset
et tum esse 111 natus, quando Romani iccipere dona co<&pissent! non
essejn passus diutius eos imperare.' jSTeJlli multa ^saècuta expectanda
fuerunt; modo enim hoc malum in hanc rem publicam in vasi t. Itaque facile
patior tum potius Pontium fuisse, siquidem in ilio tantum unifica e governi
repubblicani » in antitesi coi monarchici, ma semplice- Dente «governi». —
civitates, « comunità cittadine ». — 74. tributum ut confer., imposte regolari
sotto la repubblica non ci furono mai ; solo reni vano riscosse
straordinariamente in caso di bisogno. — muneris, cioè Aeir imposta. — malo ...
ominari, risolvi: maio enim « alicui » quam € no 8tr ae » dicere, ne nostrae
videar id ominari ; « dico qualcuna e non dico nostra, per non far cattivo
augurio » . — de omni t in generale. — etiam , va con consulere. — tantum
atting. futi, « soltanto doveva es- sere toccato » cioè < non doveva essere
omesso > ; oppure « mi basta aver toccato » , « solo volevo toccare » . 7ó.
Pontius, l'eroe delle forche Caudine del 321 av. Cr. ; fatto poi pri- gioniero
e tradotto a Roma, vi fu giustiziato nel 292. Queste parole non piò averle
pronunciate lui, perchè non gli era dato prevedere la futura tonalità dei
Romani; ma gli devono essere state certo attribuite da qualche poeta storico
posteriore, che volle con ciò biasimare la venalità dei suoi tempi. —
coepissent, « avessero cominciato ». — ne, particella assevera- tiva. — saecula
, « generazioni » . — expectanda fuerunt, « avrebbe do- vuto ... ». — facile
patior, «gli permetto, lascio volentieri, bo piacere, 126 M. TULLI CICERONIS
fuit roboris. Nondum centum et decem anni sunt, cum de pe- cuniis repetundis a
L. Pisone lata lex est, nulla aaitea cum fuisset. At vero postea tot leges et
proxumae quaeque duriores, tot rei, tot damnati, tantum Italicum bellum propter
iudiciorum metum excitatum, tanta sublatis legibus et iudiciis expilatio direptioque
sociorum, ut imbecilli tate aliorum, non nostra vir- iate valeamus. 76 22.
Laudat Africanum Panaetius, quod fuerit abstinens. guidili laudet P Sed in ilio
alia maiora ; laus abstinentiae non hominis est solum, sed etiam temporum
illorum. Omni Mace- donum gaza , quae fuit maxima, potitus [est] Paulus tantum
in aerarium pecuniae invexit, ut unius imperatoris praeda finem attulerit
tributorum. At bic nibil
domum suam intulit praeter memoriam nominis sempiternam. Imitatus pat'rem
Africanus nihilo lòcupletior Carthagine eversa. Quid? qui eius collega fuit in
censura, L. Mummius, numqui copiosior, cum copiosissimam urbem funditus
sustulisset? Italiani ornare quam domum suam x maluit;
quamquam Italia ornata domus ipsa mihi videtur or- 77 natior. Nullum igitur
vitium taetrius est, ut eo, unde degressa buon per noi ». — siquidem, € se è
vero che ».-- Pisone, L. Calpurnius Piso; questa legge fu da lui fatta nel 149,
come tribuno della plebe. — cum, iperbato. — duriores, cioè di giorno in giorno
più; e per questo abbiamo il compara- tivo invece del superlativo. Infatti la
lex de repetundis di Pisone fissava la pena al semplice risarcimento dei danni,
mentre le leggi seguenti ele- varono la pena al doppio e fino al quadruplo del
danno , con l'aggiunta, secondo i casi, dell'esilio o della perdita dei diritti
civili. — rei, damnati, scil. repetundarum. — Italicum, il nome di questa
guerra era Italicum bellum, detta anche Marsica o sociale. La causa di essa fu
che gli alleati italici volevano la cittadinanza romana, stata proposta dal
tribuno Livio Druso nel 91. L'aristocrazia romana vi si oppose e Druso fu
ucciso e la sua legge abrogata. Questa fu la vera causa. Cicerone ne assegna
un'altra, il timore incusso al patriziato dall'altra legge di Druso, secondo la
quale dovevano essere chiamati in giudizio i giudici giurati, che si fossero
lasciati cor- rompere. Può essere che questa seconda ragione abbia inasprita
l'opposi- zione del patriziato contro Druso ; ma non fu essa che provocò la
guerra sociale. — 76- Africanum, Scipione Emiliano. — laudet, si può sop-
primere nella traduzione. — Macedonum gaza, presa dopo la vittoria di l'idna. —
lòcupletior suppi. factus est — in censura, nel 142. — numqui (dove qui è
ablativo) = numquid. — urbem, Corinto; cfr. I 35. — ornare, delle numerosissime
opere d'arte, che portò da Corinto. — 77* ora» culum , l' oracolo sarebbe stato
rivelato ai re di Sparta Alcainene e Teopompo sotto questa forma : à (=? V|)
cpiÀoxpr) Maria Zuàprav óXel, db offici is, ii, 4Zj 76 — 79 127 est, referat se
oratio, quam avaritia, praesertim in principibus et rem publicam gubernantibus.
Habere enim quaestui rem publicam non modo turpe est, sed sceleratum etiam et
nefarium. Itaque, quod Apollo Pythius oraculum edidit, Spartani nulla re alia
nisi avaritia esse perituram, id videtur non solum Lace- daemoniis, sed etiam
omnibus opulentis populis praedixisse. Nulla autem re conciliare facilius
benivolentiam multi tudinis possunt ii, qui rei publicae praesunt, quam
abstinentia et con- tinenza. Qui vero se populares volunt ob eamque causam aut
agra- 73 riam rem temptant, ut possessores pellantur suis sedibus, aut pecunias
credi tas debitoribus condonandas putant, labefactant • fondamenta rei
publicae, concordiam primum, quae esse non potest, cum aliis adimuntur, aliis
condonantur pecuniae, deinde aequitatem, quae tollitur omnis, si habere suum
cuique non licet. Id enim est proprium, ut supra dixi, civitatis atque urbis,
'ut sit libera et non sollicita suae rei cuiusque custodia. Atque 79 in hac
pernicie rei publicae ne illam quidem consequuntur, quam putant, gratiam; nam
cui res erepta est, est inimicus, cui data est, etiam dissimulat se accipere
voluisse et maxime in pecuniis creditis occultat suum gaudium, ne videatur non
fuisse solvendo ; at vero ille, qui accepit iniuriam, et meminit et prae se
fert dolorem suum, nec, si plures sunt ii, quibus improbe datum est, quam illi,
quibus iniuste ademptum est, <5XXo òè oòòév (un verso esametro). —
praedùciste, qui spiega « riferire, attribuire, appropriare » . 78. se volunt, «si
fanno passare per , si atteggiano a... ». — rem temptant, con frase moderna «
sollevano la questione » . — possessores, non « possidenti » , ma possessores
agri publici. — aliis, aliis condonantur , « agli uni, per ... agli altri ». —
civitatis et urbis, « stato e città ». — suae rei cuiusque custodia, la
posizione regolare è suae cuiusque rei\ quel cuiusque poi non è genitivo
femminile, che accordi con rei, ma è maschile e accorda con hominis, civis
sottinteso ; infatti la frase si può voltare così: ut libere et non sollicite
suam quisque rem custodiate — 79. in pecuniis ... gaudium, dissimula
specialmente il condono dei debiti; letteralmente: dissimula la sua gioia
specialmente riguardo ai debiti (ai condono dei debiti). — fuisse solvendo,
come fosse par, aptus fuisse sol- vendo; dativo finale. — prae se fert f il
contrario di dissimulat — nw- 128 M. TULLI CICERONIS idcirco plus etiara
valent; non enim numero haec iudicantur, sed pondere. Quam autem habet
aequitatem, ut agrum multis annis aut etiam saeculis ante possessum, qui nullum
habuit, habeat, qui autem habuit, amittat? 80 23. Ac propter hoc iniuriae genus
Lacedaemonii Lysan- drum ephorum expulerunt, Agim regem, quod numquam antea
apud eos acciderat, necaverunt, exque eo tempore tantae discor- diae secutae
sunt, ut et tyranni existerent et optiraates exter- minarentur et
praeclarissime constituta res publica dilaberetur ; nec vero solum ipsa
cecidit, sed etiam reliquam Graeciam evertit contagionibus malorum, quae a
Lacedaemoniis profectae mana- runt latius. Quid? nostros Gracchos, Ti. Gracchi
summi viri filios, Africani nepotes, nonne agrariae contentiones perdiderunt?
81 At vero Aratus Sicyonius iure laudatur, qui, cum eius civitas quinquaginta
annos a tyrannis teneretur, profectus Argis Sicyo- nem clandestino introitu
urbe est potitus, cumque tyrannura ^ficoclem improviso oppressisset, sescentos
exules, qui locuple- tissimi fuerant eius civitatis, restituit remque publicam
adventu suo liberavit. Sed cum magnam animadverteret in bonis et possessionibus
difficultatem, quod et eos, quos ipse restituerat, quorum bona alii
possederant, egere iniquissimum esse arbitra- batur et quinquaginta annorum
possessiones moveri non nimis aequum putabat, propterea quod tam longo spatio
multa here- ditatibus, multa emptionibus, multa dotibus tenebantur sine
iniuria, iudicavit neque illis adimi nec iis non satis fieri, quo- mero, «
quantità » ; pondere, e qualità >. — quam ... ut, « qual giustizia è mai
questa, che ». — saeculis, « generazioni » § 75. — possessum, non « pos- seduto
», ma « ricevuto in possesso » ; possideo vale e avere in possesso », possido t
ricevere in possesso». — 80. I/eforo Lisandro e Agide re di Sparta avevano
combinato un piano di riforma della costituzione spar- tana, richiamando in
vigore le antiche leggi di Licurgo e la eguale ripar- tizione dei terreni.
Incontrarono un'accanita opposizione e nel 241 Li- sandro fu esiliato e Agide
condannato a morte. — praeclar. constituta, anticamente, per opera di Licurgo.
— contagionibus, « contagiosa diffu- sione ». — 81. Aratus, l'ultimo capo della
lega A chea; a sette anni nel 264 av. Cr. fu trafugato ad Argo, essendo stato
ucciso suo padre Clinia, arconte di Sicione ; a venti anni nei 251 abbattè il
tiranno Nicocle ; morì nel 213 fatto avvelenare da Filippo di Macedonia
possederant, da db oppiciis, li, 23, 80—84 129 rum illa fuerant, oportere. Cum
igitur statuisset opus esse ad 82 eam rem constituendam pecunia, Alexandream se
proficisci velie dixit remque integram ad reditum suum iussit esse, isque ce-
leriter ad Ptoloraaeum, suum hospitem, venit, qui tum regnabat alter post
Alexandream conditam. Cui cum exposuisset patriam se liberare velie causamque
docuisset, a rege opulento vir summus facile impetravit, ut grandi pecunia
adiuvaretur. Quam cum Sicyonem attulisset, adhibuit sibi in consilium quindecim
prin- cipes, cum quibus causas cognovit et eorum, qui aliena tene- bant, et
eorum, qui sua amiserant, perfecitque aestumandis possessionibus, ut
persuaderei, aliis, ut pecuniam accipere m al- lenti, possessionibus cederent,
aliis, ut commodius putarent nu- merari sibi, quod tanti esset, quam suum
recuperare. Ita perfec- tum est, ut omnes concordia constituta sine querella
discederent. virum magnum dignumque, qui in re publica nostra natus 83 esset!
Sic par est agere cum civibus, non, ut bis iam vidimus, hastam in foro ponere
et bona civium voci subicere praeconis. At ille Graecus, id quod fuit sapientis
et praestantis viri, omnibus consulendum putavit, eaque est summa ratio et sa-
pientia boni civis, commoda civium non divellere atque omnes aequitate eadem
continere. Habitent gratis in alieno. Quid ita? ut, cum ego emerim,
aedificarim, tuear, impendam, tu me in- vito fruare meo? Quid est aliud aliis
sua eripere, aliis dare aliena? Tabulae vero novae quid habent argumenti, nisi
ut 84 possido, § 79 possessum. — 82. isque, ripiglia il soggetto, quan- tunque
non ce ne sarebbe di bisogno. - Ptolom., Piladelfo. — causarti y non € la causa
» per cui era venuto , ma < la posizione, lo stato delle cose » . — causas
cognovit, « esaminò le ragioni > ; noi oggi diremmo « ordinò un' inchiesta »
. — quod tanti esset, e il prezzo in contanti » . — 83» bis, § 29. — ratio, «
prudenza ». — habitent ... aliena, ecco il movimento di questo passo: <
abitino in casa d'altri senza pagar pi- gione. Grazie tante ! ma qui bo
comprato io. Se questo non è rubare, cos'altro sarà mai ? > Qui si allude
alla legge di Cesare, con la quale si abbonava un anno di fitto di casa ai
piccoli pigionanti ; habitent è come il testo della legge; quid ita è la
risposta del padrone di casa. — quid est aliud suppl. si hoc non est, « che è
altro mai, se non ciò > ; la frase si può risolvere in parecchi modi. — 8é.
tabulae sono i libri del dare e dell'avere ; tabulae novae significa libri
nuovi, con che venivano cassati i debiti vecchi; < liquidazione > , si
direbbe oggi. — quid ... argumenti, Cicerone, De Ofllciis, oomm. da K.
Sabbadini, 2* ediz. " 9 M. TULLI CICERONIS emas mea pecunia fundum, eum tu habeas, ego non
habeam pecuniam ? 24. Quam ob rem ne sit aes alien ura, quod rei publicae
noceat, providendum est, quod multis rationibus caveri potest, non, si fuerit,
ut locupletes suum perdant, debitores lucrentur alienum; nec eri i in ullares
vehementius rem publicam continet quam fides, quae esse nulla potest, nisi erit
necessaria solutio rerum creditarum. Numquam vehementius actum est quam me consule, ne
solveretur ; armis et castris temptata res est ab omni genere hominum et
ordine; quibus ita restiti, ut hoc totum malum de re publica tolleretur.
Numquam nec maius aes alie- num fuit nec melius nec facilius dissolutum est;
fraudandi enim spe sublata sol vendi necessitas consecuta est. At vero hic nunc
victor, tum quidem victus quae cogitarat, cum ipsius inter- erat, tum ea per fé
ci t, cum eius iam nihil interesse^ Tanta in eo peccandi libido fuit, ut hoc
ipsum eum delectaret, peccare, 85 etiamsi causa non esset. Ab hoc igitur genere largitionis, ut aliis detur,
aliis auferatur, aberunt ii, qui rem publicam tue- buntur, in primi sque operam
dabunt, ut iuris et iudiciorum e che altro significato hanno, a che altro
mirano ». — non si fuerit ut, si compia : non, si fuerit aes alienum, ita
faciendum est ut ; il verbo fa- eiendum est si supplisce facilmente da
providendum est. — continet, « costituisce » ; ma è diverso il significato
letterale, ciuè fides rem publi- cam continet = fide res publica continetur, in
fide posita est — neces- saria, obbligatoria. — actum est, « brigarono ». —
armis et castris, ma- niera proverbiale « con tutti i mezzi » . — nec facilius
= faciliusve. — fraudandi spe, allude alla congiura di Catilina, da lui
soffocata sotto il suo consolato. Molti si erano associati ad essa per causa
dei debiti e Ca- tilina infatti prometteva le tabulae novae. — consecuta est, «
ne venne di conseguenza ». — hic nunc Victor ... interesset. Qui si allude a
Cesare, creduto da Cicerone e dai contemporanei complice della congiura di
Cati- lina, per liquidare i suoi debiti, che veramente in quel tempo erano
esor- bitanti. Ma allora, dice Cicerone, restò vinto e non potè attuare il suo
disegno (quae cogitarat), che gli interessava; lo attuò invece dipoi, quando
restò egli solo padrone dell'impero, allora che non aveva più debiti e quindi
non gli interessava più; ma tanto lo fece parimente, per istinto di mal-
vagità. Ma qui il malvagio è Cicerone, che giudica Cesare così iniquamente.
Cesare promulgò alcune disposizioni per riduzione di debiti, ma furono mitissirae
e imposte dalla necessità, essendo dopo la guerra rinvilito di molto il prezzo
dei generi. — nunc Victor, tum victus; nunc non si deve intendere dell'opera di
Cesare, che duri tuttora, ma di una antitesi con tum; puoi anche tradurre: «
allora vinto, poi vincitore ». — 85. rem de officiis, ii, 24—25, 84-88 131
aequitate suum quisque teneat et neque tenuiores propter hu- militatem
circumveniaDtur neque locupletibus ad sua vel te- nenda vel recuperanda obsit
invidia, praeterea, quibuscumque rebus vel belli vel domi poterunt, rem
publicam augeant im- perio, agris, vectigalibus. Haec magnorum hominum sunt,
haec apud maiores nostros factitata, haec genera officiorum qui per- secuntur,
cum summa utilitate rei publicae magnam ipsi ad* ipiscentur et gratiam et gloriam.
In bis autem utilitatum praeceptis Antipater Tyrius Stoicus, 86 qui Athenis
nuper est mortuus, duo praeterita censet esse a Panaetio, valetudinis
curationem et pecuniae; quas res a summo philosopho praeteritas arbitror, quod
essent faciles; sunt certe utiles. Sed valetudo sustentatur notitia sui
corporis et obser- vatione, quae res aut prodesse soleant aut obesse, et
continentia in victu omni atque cultu corporis tuendi causa [praetermit- tendis
voluptatibus], postremo arte eorum, quorum ad scientiam haec pertinent. Res
autem familiaris quaeri debet iis rebus, a 37 quibus abest turpitudo,
conservali autem diligentia et parsi- monia, eisdem etiam rebus augeri. Has res
commodissime Xe- nophon Socraticus persecutus est in eo libro, qui Oeconomicus
inscribitur, quem nos, ista fere aetate cum essemus, qua es tu nunc, e Graeco
in Latin uni convertimus. 25. Sed utilitatum comparatici , quoniam hic locus
erat 33 quartus, a Panaetio praetermissus, saepe est necessaria. Nam et
corporis commoda cum externis et externa cum corporis et publicam augeant ...
vectigalibus, risolvi : rei publicae augeant imperium, agros, vectigalia. —
persecuntur, e praticare » . 86. Antipater, fu a Roma ospite in casa di Catone
il giovane. — quod essent faciles, probabilmente non è questa la ragione, bensì
perchè la cara della salute e dell'economia domestica appartengono ai doveri
verso se stessi e questi non entravano nel sistema di Panezio, come non
c'entra- vano i doveri verso la divinità. — sed valetudo ... , si può compiere
così: ma sia come si voglia, ne dirò due parole. — sui, riferito al soggetto
logico, come fosse : homo valetudinem sustentat notitia sui corporis, cfr. § 73
sua. — observatione, risolvi col verbo. — praet. volupt, è un'interpola- zione
che dichiara in che consista la continentia. — arte ... pertinent, puoi
spiegare molto semplicemente < l'arte medica » . — 87- rebus, rebus, « mezzi
> . — Oeconomicus, c'è rimasto il libro di Senofonte, ma non la traduzione
di Cicerone. — ista fere aetate, a ventun anno.— cum, iperbato §75. 88.
comparato, « conflitto ». — locus quartus, I 10. — ipsa inter se M. TULLI
CICERONIS DE OFF. II, 25, 89 ipsa
inter se corporis et externa cum externis comparari solent. Cuna externis
corporis hoc modo comparantur, valere ut malis quam dives esse, cum corporis
externa hoc modo, dives esse potius quam maxumis corporis viribus, ipsa inter
se corporis sic, ut bona valetudo voluptati anteponatur, vires celeritati,
externorum autem, ut gloria divitiis, vectigalia urbana rusticis. 89 Ex quo
genere comparationis illud est Catonis senis: a quo cum quaereretur quid maxume
in re familiari expediret, respondit: 'Bene pascere'; quid secundum: 'Satis
bene pascere'; quidtertium: 'Male pascere'; quid quartum: 'Arare', et cum ille,
qui quaesierat, dixisset: 'Quid faenerari?', tum Cato: 'Quid hominem', inquit,
'occidere?' Ex quo et multis aliis intellegi debet utilitatum comparationes
fieri solere recteque hoc adiunctum esse quartum exquirendorum officiorum
genus. « Sed toto hoc de genere, de quaerenda, de collocanda pecunia « (vellem
etiam de utenda), commodius a quibusdam optumis « viris ad Ianum medium
sedentibus quam ab ullis philosophis « ulla in schola disputatur. Sunt tamen ea cognoscenda; perti- « nent enim ad
utilitatem, de qua hoc libro disputatimi est ». Reliqua deinceps persequemur.
corporis, « i corporali coi corporali » . — cum externis corporis scil. com-
moda, — hoc modo comparantur ut, puoi risolvere così : « esempio di conflitto
tra ... : è meglio ... » . — potius suppl. ut velis. — maxumis vi- ribus,
ablat. di qualità. — externorum suppl. comparatio fit; dovrebbt essere, per
simmetria coi tre termini precedenti : externa cum externis (anacoluto). —
vectigalia, qui non significa rendite dello Stato, ma ren dite private, quali
si ricavano dalle pigioni o dalle speculazioni del piccolo commercio. — 89.
bene, « a buoni patti » . — pascere, l'allevamento del bestiame era diventato
una discreta industria agricola, da quando le piccole proprietà erano state
assorbite dagli immensi latifondi e le biade che venivano dalle provincie di
fuori facevano concorrenza a quelle ita- liane. — quid hominem occidere, la
risposta di Catone è molto energica ; per lui l'usura è assimilata
all'omicidio; la forma interrogativa la rende più enfatica. Sed toto hoc ... ,
questo innesto posteriore di Cicerone è fuori di posto ; gli editori recenti lo
collocano alla fine del § 87. — véllem etiam, questo è un desiderio a cui non
risponde la realtà : cioè nequeunt de utenda. — optumis viris, « galantuomini
», ironicamente. — ad medium Ianum, al Foro si entrava per tre sbocchi, detti
Iani; in quello di mezzo avevano le loro botteghe i banchieri. M. TULLI
CICERONIS DE OFFICIIS AD MARCUM FILIUM LIBEE TERTIUS 1. P. Scipionem, Marce
fili, eum, qui primus Africanus 1 appellatus est, dicere solitum scripsit Cato,
qui fuit eius fere aequalis, numquam se minus otiosum esse, quani cum otiosus,
nec minus solura, quam cum solus esset. Magnifica vero vox et magno viro ac
sapiente digna; quae declarat illum et in otio de negotiis cogitare et in
solitudine secum loqui solitum, ut neque cessaret umquam et interdum colloquio
alterius non egeret. Ita duae res, quae languorem adferunt ceteris, illum acuebant, otium et
solitudo. Vellem nobis hoc idem vere dicere liceret; sed si minus imitatione
tantam ingenii praestantiam consequi possumus, voluntate certe proxime
accedimus ; nam et a re publica forensibusque negotiis armis impiis vique
prohi- biti otium persequimur et ob eam causam urbe relieta rura peragrantes
saepe soli sumus. Sed nec hoc otium cum Africani 2 otio nec
haec solitudo cum Illa comparanda est. llle enim re- II libro IH tratta del
conflitto dell'utile con l'onesto. Ili 1. fere aequalis, Catone in qualità di
questore accompagnò nel 204 av. Cr. Scipione, che andava proconsole in Sicilia
; Scipione fu console nel 205, Catone nel 195. — vero, avverbio. — vox, e
parole » . — cessare t essere disoccupato » , egere « sentire il bisogno » . —
duae res, non si traduca « due cose > oppure si sopprima. — armis vique, M.
Antonio veniva alle sedute del senato circondato di satelliti armati e faceva
da essi occupare il Foro. Cicerone per non incorrere in qualche pericolo si
teneva lontano più che poteva da Roma, passando dall'una all'altra delle sue
ville. — £. cum Ma = cum illius (solitudine), noi diciamo e con quella di lui,
con M. TULLI CICERONIS quiescens a rei publicae' pulcherrimis muneribus otiura
sibi sumebat aliquando et e coetu hominura frequentiaque interduui tamquam in
portum se in solitudinem recipiebat, nostrum au- tem otium negoti inopia, non
requiescendi studio constitutum est. Extincto enim senatu deletisque iudiciis
quid est quod di- 3 gnum nobis aut in curia aut in foro agere possimus? Ita,
qui in maxima celebritate atque in oculis civium quondam vixeri- mus, nunc
fugientes conspectum sceleratorum , quibus omnia redundant, abdimus nos,
quantum licet, et saepe soli sumus. Sed quia sic ab hominibus doctis accepimus,
non solum ex malis eligere minima oportere, sed etiam excerpere ex his ipsis,
si quid inesset boni, propterea et otio fruor, non ilio quidem, quo debebat is,
qui quondam peperisset otium civitati, nec eam so- litudinem languere patior,
quam mihi adfert necessitas, non 4 voluntas. Quamquam Africanus maiorem laudem
meo iudicio adsequebatur. Nulla enim eius ingenii monumenta mandata litteris,
nullum opus oti, nullum solitudinis munus extat; ex quo intellegi debet illum
mentis agitatione investigationeque earum rerum, quas cogitando consequebatur,
nec otiosum nec solum umquam fuisse; nos autem, qui non tantum roboris ha-
bemus, ut cogitatione tacita a solitudine abstrabamur, ad hanc scribendi operam
omne studium curamque convertimus. Itaque plura brevi tempore eversa quam
multis annis stante re pt- blica scripsimus. la sua ». — aliquando, * talvolta
». — frequentia, puoi risolvere con un aggettivo, p. e., « romorosa». —
extincto ... iudiciis, per il governo violente e partigiano di Marc' Antonio. —
3. qui vixerimus, relativa conse- quenziale. — celebritate = frequentia
hominum, « movimento animato » , come oggi si direbbe. — omnia, il neutro
generalizza, puoi spiegare « ogni luogo » . — hominibus doctis = philosophis. —
si quid = quicquid, e quel po' che ci fosse ». — debebat, « dovrebbe », cfr. II
68. — is qui peperisset, consequenziale, come qui vixerimus. — otium, non «
ozio » , ma e tranquil- lità, pace » . — eam solitudinem languere = in ea
solitudine me languere, ma puoi anche tradurre il languere come è nel testo *
restare infruttuosa » . — é. quamquam Africanus, questo deprezzamento della
propria atti- vità letteraria in confronto della produttività contemplativa,
diremmo così, dell'Africano, è frutto di un momento di profondo sconforto
dell'animo di Cicerone. — agitatione, < attività ». — quas ...
consequebatur, ch'egli sco- priva per sola forza di pensiero. In tutto questo
passo sembra di vedere l'estasi meditativa, feconda però, di un anacoreta. —
plura ... scripsimus, DE OFFICIIS. IH, 1 — 2, 3—6 135 2. Sed cum tota
philosophia, mi Cicero, frugifera et fruc- 5 tuosa nec ulla pars eius inculta
ac deserta sit, tum nullus teracior in ea locas est nec uberior quam de
officiis, a quibus constanter honesteque vivendi praecepta ducuntur. Quare,
quam- quam a Cratippo nostro, principe huius memoriae philosopho- rum, haec te
assidue audire atque accipere confido, tainen con- ducere arbitror talibus
aures tuas vocibus undique circumsonare, nec eas, si fieri possit, qui e quam
aliud audire. Quod cum omni- q bus est faciendum, qui vitam honestam ingredi
cogitant, tum haud scio an nemini potius quam tibi; sustines enini non par-
vara expectationem imitandae industriae ncstrae, magnani ho- norum, non nullam
fortasse nominis. Suscepisti onus praeterea grave et Athenarum et Cratippi; ad
quos cum tamquam ad mercaturam bonarum artium sis profectus, inanem redire tur-
pissimum est dedecorantem et urbis auctoritatem et magi stri. Quare quantum
coniti animo potes, quantum labore contendere, infatti stante re publica
Cicerone sviluppò più che altro la sua produttività oratoria (con le orazioni e
il de Oratore), epistolare e filosofico-politica (de Re publica, de Legibus) ;
tutte le altre sue opere furono scritte eversa re publica, dal 46 al 44. £. cum
... sit, qui cum ha valore concessivo ; puoi renderlo con « se » « mentre » ;
tum, « dall'altra parte » . — tota philosophia, pars, locus, per conservare la
metafora si potrebbe spiegare: tota phii, e tutto il dominio della ... > ;
pars, e tratto » ; locus, * campo ». — deserta, e sterile ». — memoriae =
temporis. — talibus ... circumsonare, letteralmente: € i tuoi orecchi
echeggiano di queste voci »; meglio però e queste voci echeggiano ai tuoi
orecchi ». — 6. haud scio an, rendi, se vuoi, con un avverbio, I 33. sustines
expectationem, « sostieni il peso dell* aspettazione », « ti fu addossato il
peso dell'aspettazione », « si sono fondate su di te speranze »; per conservare
al periodo la sua efficace struttura (non parvam, magnam, non nullam, messi a
capo dei tre termini) bisognerà tradurre così : < si sono fondate su di te
speranze che tu debba ereditare in non prccola parte la mia attività, in buona
parte le mie magistrature e in qualche parte il mio nome »; oppure « pesa su te
la responsabilità e per non piccola parte della mia attività e per » , oppure «
si son,o concepite speranze che tu ^mi debba succedere per non poco
nell'operosità, per molta parte nelle magi- strature, per non poco nella fama »
. Usando maggior libertà si può tra- durre diversamente. — suscepisti Cratippi,
la responsabilità che gli vien dal padre è involontaria, non di sua elezione
(perciò sustines « te la hanno addossata » e quindi « la sostieni, pesa su di
te »), la responsabilità che gli vien da Atene e Cratippo è volontaria, di sua
elezione (perciò su- scepisti « ti sei addossato »): « ti sei inoltre addossato
una grave respon- sabilità e per Atene e per Cratippo». — labore, labor^ devi
ripetere il 136 M. TULLI CICERONIS si discendi labor est potius, quam voluptas,
tantum fac ut ef- fìcias neve commi ttas, ut, cum omnia suppeditata sint a
nobis, tute tibi defuisse videare. Sed haec hactenus; multa enim saepe ad te
cohortandi gratia scripsimus ; nunc ad reliquam partem proposi tae divisionis
revertamur. 7 Panaetius igitur, qui sine controversia de officiis accuratis-
sime disputavit quemque nos correctione quadam adhibita po- tissimum secuti
sumus, tribus generibus propositis, in quibus deliberare homines et consultare
de officio solerent, uno, cum dubitarent, honestumne id esset, de quo ageretur,
an turpe, al- tero, utilene esset an inutile, tertio, si id, quod speciem
haberet honesti, pugnaret cum eo, quod utile videretur, quo modo ea discerni
oporteret, de duobus generibus primis tribus libris explicavit, de tertio autem
genere deinceps se scripsit dicturum 8 nec exsolvit id, quod promiserat. « Quod
eo magis miror, quia « scriptum a discipulo eius Posidonio est triginta annis
vixisse « Panaetium,posteaquam illos libros edidisset. Quem locum miror « a
Posidonio breviter esse tactum in quibusdam commentariis, « praesertim cum
scribat nullum esse locum in tota philosophia 9 « tam necessarium. » Minime
vero adsentior iis, qui negant eum locum a Panaetio praetermissum, sed consulto
relictum, nec omnino scribendum fuisse, quia numquam posset utilitas cum
medesimo sostantivo. — si discendi ... voluptas, «se quella dell'appren- dere è
... anziché ... ». — cum omnia ...sint, nelle lettere ad Attico Cice- rone
parla spesso di suo figlio Marco e della cura che si prendeva perchè avesse ad
Atene un buon trattamento. 7-18. Qui si discute una questione, noi diremmo,
pregiudiziale: se sia stata intenzione di Panozio trattare il conflitto tra
l'utile e l'onesto (ri- sposta affermativa), §§ 7-10 : se questo conflitto sia
filosoficamente giu- stificato (risposta negativa), §§ 11-18. — tribus
generibus propositis etc, I 9 ; il passo è ripetuto quasi con le medesime
parole nella lett. ad Alt. XVI 11, 4. — Questo periodo riuscirebbe troppo lungo
e sproporzio- nato tra la protasi e l'apodosi nella traduzione italiana; si
spezzi in due, risolvendolo così : tria genera proposuit, e facendo punto dopo
oporteret. — nec exsolvit, questo nec è avversativo : « senza mantenere», « ma
non man- tenne ». — id quod promiserat, puoi rendere con un sostantivo. — 8.
Posi- donio, era di Apamea nella Siria; insegnò in Rodi, dove lo udirono
Cicerone e altri Romani. — triginta annis, questo ablat. va unito con
posteaquam. — quem locum miror ... , « e mi meraviglio anche ... ». —
commentariis, di questo trattato Cicerone si fece fare per proprio uso uri
sunto da Ate- nodoro (ad Attic. XVI 11, 4; 14,4). — 9. negant ... praetermissum
, DB OFFICIIS, III, 2—3, 7—11 137 honestate pugnare. De quo alterum potest habere
dubitationem, adhibendumne fuerit hoc genus, quod in divisione Panaeti ter-
tium est, an piane omittendum, alterum dubitari non potest, quin a Panaetio
susòeptum sit, sed relictum. Nam qui e divi- sione tri per ti ta duas partes
absolverit, huic necesse est restare tertiam; praeterea in extremo libro tertio
de hac parte polli cetur se deinceps esse dicturum. « Accedit eodem testis
locuples io « Posidonius, qui etiam scribit in quadam epistula P. Eutilium «
Rufum dicere solere, qui Panaetium audierat, ut nemo pictor « esset inventus,
qui in Coa Venere eara partem, quam Apelles « incohatam reliquisset, absolveret
(oris enim pulchritudo reliqui « corporis imitandi spem auferebat), sic ea,
quae Panaeti us prae- « termisisset [et non perfecisset] propter eorum, quae
perfecisset, « praestantiam neminem persecutum. » 3. Quam ob rem de iudicio
Panaeti dubitari non potest; li ree tene autem hanc tertiam partem ad
exquirendum officium adiunxerit an secus, de eo fortasse disputari potest. Nam,
sive honestum solum bonum est, ut Stoicis placet, sive, quod ho- nestum est, id
ita summum bonum est, quem ad modum Pe- ripateticis vestris videtur, ut omnia
ex altera parte collocata vix minimi momenti instar habèant, dubitandum non
est, quin numquam possit utilitas cum honestate contendere. Itaque ac- cepimus
Socratem execrari solitum eos, qui primum haec na- tura cohaerentia opinione
distraxissent. Cui quidem ita sunt sed, risolvi : dicunt ... non praetermissum,
sed. — de quo alterum ... ai terum, tradurrai così : € riguardo a queste due
affermazioni si potrà dal T una parte dubitare ... ma non si può dubitare
dall'altra ... » ; potest habere dubttationem (contenere il dubbio, sollevare
il dubbio, far nascere il dubbio) = potest dubitari. — IO. Rufum, II 47. —
Apelles, di Kos, famoso pittore, contemporaneo di Alessandro Magno; dipinse pei
suoi con- cittadini due Veneri, Tana quella tanto rinomata nell'atto di uscire
dal mare; l'altra non potè essere compiuta; ma doveva riuscir migliore della
prima. — reliqui ... imitandi, « di poterla raggiungere nel resto dei corpo » ;
qui imitavi significa «rappresentare adeguatamente > . — et non perfe-
cisset, questo inciso è interpolato. 11. iudicio, «intenzione». — ita, «a tal
segno». — parte, spiega « bilancia » . — momenti, « peso » ; vix ... instar , «
appena pesano una dramma » . — primum, « per la prima volta » ; si potrebbe
risolvere nel- l'aggettivo primi « pei primi ». Questo scambio non è raro,
specialmente nei poeti. — opinione, « teoreticamente », ma con l'idea di
falsità; spiega: M. TULLI CICERONIS Stoici adsensi, ut et quicquid honestum
esset, id utile esse 12 censerent nec utile quicquam, quod non honestum. Quodsi
is esset Panaetius, qui virtutem propterea colendam diceret, quod ea efficiens
utilitatis esset, ut ii, qui res expetendas vel vo- luptate vel indolentia
metiuntur, liceret ei dicere utilitatem aliquando cum honestate pugnare ; sed
cum sit is, qui id solum bonum iudicet, quod honestum sit, quae autem huic
repugnent specie quadam utilitatis, eorum neque accessione meliorem vi- tam
fieri nec decessione peiorem, non videtur debuisse eius modi deliberationem
introducere, in qua, quod utile videretur, cum 13 eo, quod honestum est,
compararetur. Etenim quod summum bonum a Stoicis dicitur, convenienter naturae
vivere, id habet hanc, ut opinor, sententiam: cum virtute congruere semper,
cetera autem, quae secundum naturam essent, ita legere, si ea virtuti non
repugnarent. Quod cum ita sit, putant quidam hanc comparationem non recte
introductam, nec omnino de eo genere quicquam praecipiendum fuisse. Àtque illud
quidem honestum, quod proprie vereque dicitur, hanno mal separato
teoreticamente. — 12. res expetendas, il pregio intrinseco per cui devono
essere desiderate, cioè « l'appetibilità ». — vo- luptate, Àristippo;
indolentia (parola coniata da Cicer., in greco àvoX^riaio), Girolamo da Rodi ;
entrambi i principii sono rappresentati da Epicuro ; cfr. 15. — accessione,
decessione, potresti conservare il medesimo rap- porto etimologico con «
accrescimento, decrescimento ». — 13, Prova con la definizione stoica del sommo
bene che esso è l'onesto cioè la virtù e che perciò Tutile non ci si deve
contare: gli Stoici definiscono il sommo bene vivere secondo natura; ma vivere
secondo natura è vivere secondo virtù; dunque ii sommo bene è vivere secondo
virtù. — naturae, naturam, non hanno il medesimo significato; il primo è
riferito alla legge naturale, il secondo ai bisogni materiali in contrapposto
col principio morale. — con- gruere, legere {= eligtre), infiniti costruiti
liberamente. Hanno quasi il valore di imperativi ; cfr. anche I 52 prohibere,
pati, dare. — nec om nino ... fuisse, e perciò non doversi dar precetti di
doveri sul conflitto dell'onesto con l'utile. Atque, « inoltre ». Dopo
accennato che il sommo bene, quale è concepito da Panezio e definito dagli
Stoici, non ammette conflitto con Futile, Cice- rone passa a una seconda
dimostrazione, prendendo per punto di partenza la divisione dell'onestà in
onestà ideale (perfetta) e onestà pratica (media, secondaria, comune). Il nesso
del ragionamento è questo: L'onestà ideale si identifica con la virtù : essa di
per sé dunque esclude il conflitto con l'utile. L'onestà pratica tende, per
natura sua, con progressivo e continuo avanzamento, verso la virtù perfetta. Al
punto in cui le due onestà più DE OFFICUS, III, 3, 12—15 139 id in sapienti bus
est solis neque a virtute divelli umquam pot- est; in iis autem, in quibus
sapientia perfecta non est, ipsum illud quidem perfectum honestum nullo modo,
similitudines honesti esse possunt. Haec enim officia, de quibus his libris 14 disputamus,
media Stoici appellant; ea communia sunt et late patent; quae et ingenii boni
tate multi adsequuntur et progres- sione discendi. Illud autem officium, quod
rectum idem appel- lant, perfectum atque absolutum est et, ut idem dicunt,
omnes numeros habet nec praeter sapientem cadere in quemquam pot- est. Cum autem aliquid actum est, in quo media officia
coni 15 pareant, id cumulate videtur esse perfectum, propterea quod vulgus,
quid absit a perfecto, non fere intellegit ; quatenus au- tem intellegit, nihil
putat praetermissum ; quod idem in poè- matis, in picturis usu venit in
aliisque compluribus, ut de- lectentur imperiti laudentque ea, quae laudanda
non sint, ob eam, credo, causam, quod insit in iis aliquid probi, quod capiat
ignaros, qui idem, quid in una quaque re vitii sit, nequeaot iudicare; itaque,
cum sunt docti a peritis, desistunt facile sen- tenza. si avvicinano, sparisce
quasi ogni loro differenza, la quale più che di natura, diventa di grado ;
sicché anche l'onestà pratica esclude, come la ideale, il conflitto con
l'utile. Fingiamo per poco che l'onestà pratica venga in con- flitto con
Futile: in questo caso essa sarebbe deviata dal suo avanzamento verso la virtù
(§ 17 àliter enim ... progressio) e con ciò falsata la sua natura. Questo
ragionamento non risulta chiaro dal contesto, perchè Cice- rone si ferma troppo
a dichiarare la natura dell'onestà pratica, perdendo di vista il nesso logico
dei pensieri, ciò che gli accade spesso, mancandogli il vero senso filosofico.
Anzi pare che qui Cicerone voglia dire che l'onesta ideale non si può
raggiungere e che l'uomo devesi contentare di una virtù relativamente perfetta,
la quale rappresenta l'ultimo termine, a cui si possa umanamente arrivare :
questo termine di perfezione relativa vale per lui quanto la perfezione
assoluta, la quale di per so esclude il conflitto con l'utile. — proprie ...
dicitur, « nel suo vero significato », cioè € ideale ». — nullo modo suppl.
esse potcst. — 1-à. enim, « così » . — media, risolvi quae media ; sui doveri
medi e perfetti cfr. 18. — discendi, l'istru- zione perfeziona la pratica della
virtù, —numeros, « requisiti »; però anche noi diciamo € aver buoni, molti
numeri » per € qualità » . — 13- quid, « in che ». — nihil ... praetermissum,
quando essa vede che non raggiunge la perfezione, le sembra che ci manchi tanto
poco, da non doverne tener conto : e non ci trova mancanze notevoli » . — quod
idem, questo idem pleonastico si trova anche qualche rigo più sotto qui idem. —
imperiti, < i profani ». — desistunt, « mutano ». — secunda, « di secondo
grado ». M. TULLI CICERONIS 4. Haec igitur officia, de quibus his libris
disserimus, quasi secunda quaedam honesta esse dicunt, non sapienti um 16 modo
propria, sed cum omni hominum genere coramunia. Itaque iis omnes, in quibus est
virtutis indoles, commoventur. Nec vero, , cum duo Decii aut duo Scipiones
fortes viri commemorantur, aut cum Fabricius [aut Aristides] iustus nominatur,
aut ab illis forti tudinis aut ab hoc iustitiae tamquam a sapiente pe- titur
exemplum; nemo enim horura sic sapiens, ut sapientem volumus intellegi, nec ii,
qui sapientes habiti et nominati, M. Cato et C. Laelius, sapientes fuerunt, ne
illi quidem septem, sed ex mediorum officiorum frequentia similitudinem quandam
17 gerebant speciemque sapientium. Quocirca nec id, quod vere honestum est, fas
est cum utilitatis repugnantia comparati, nec id, quod communiter appellamus
honestum, quod colitur ab iis, qui bonos se viros haberi volunt, cum
emolumentis umquam est comparandum, tamque id honestum, quod in nostram intel-
legentiam cadit, tuendum conservandumque nobis est quam illud, quod proprie
dicitur vereque est honestum , sapientibus; al iter enim teneri non potest, si
quae ad virtutem est facta progressio. Sed haec quidem de iis, qui
conservatione officiorum 18 existimantur boni. Qui autem omnia metiuntur
emolumentis et commodis neque ea volunt praeponderari honestate, ii solent in
deliberando honestum cum eo, quod utile putant, comparare, boni viri non
solent. Itaque existimo Panaetium, cum dixerit homines solere in hac
comparatione dubitare, hoc ipsum sen- — Hi. indoles, « germe » . — commoventur,
« vi sono attratti, se ne sentono tocchi, ne sentono la forza » ; perchè la
virtù ideale e perfetta o non esiste in pratica o non si può raggiungere; e
quelli che passano come perfetti sapienti sono ben lontani dalla vera sapienza.
— ani Aristides, un'inter- polazione suggerita al copista dalla notorietà della
giustizia di Aristide e dal § 87. — ut volumus intellegi, «nel vero senso della
parola». — nominati scil. sunt. — septem, i sette savi della Grecia. —
frequentia. « frequente adempimento, abituale osservanza». — 17. quocirca qui
non esprime una conseguenza, ma corrisponde al nostro «ciò premesso». —
utilitatis repugnantia = utiiitate repugnante, «venire in conflitto con ... ».
- cadit, « è alla portata della ... ». — teneri progressio, pro- priamente «
tenere la direzione » cioè conservare ii profitto ottenuto. — 18.
praeponderari, letteralmente « lasciarli sbilanciare, squilibrare » ; ima- gine
presa dalla bilancia. — solere, in quanto è ammesso il conflitto pra- DE
OFFICIIS, III, 4, 16 — 20 141 sisse, quod dixerit, 4 solere ' modo, non etiam i
oportere \ Etenira non modo pluris putare, quod utile videatur, quam quod ho-
nestum sit, sed etiam haec inter se comparare et in his addu- bitare turpissimum
est. « Quid ergo est, quod non numquam dubitationem adferre so- « leat
considerandumque videatur? Credo, si quando dubitatio « accidit, quale sit id,
de quo consideretur. Saepe enira tempore 19 « fit, ut, quod turpe plerumque
baberi soleat, inveniatur non esse « turpe ; esempli causa ponatur aliquid,
quod pateat latius: Quod « potest maius esse scelus quam non modo hominem, sed
etiam «familiarem hominem occidere? Num igitur se astrinxit scelere, «si qui tyrannum occidit
quamvis familiarem? Populo quidem « Romano non videtur, qui ex omnibus
praeclaris factis illud « pulcherrimum existimat. Vicit ergo utilitas
honestatem? Immo «vero honestas utilitatem secuta est. «Itaque, ut sine ullo
errore diiudicare possimus, si quando « cum ilio, quod honestum intellegimus,
pugnare id videbitur, « quod appellamus utile, formula quaedam constituenda
est; quam « si sequemur in comparatione rerum, ab officio numquam rece- «
demus. Erit autem haec formula Stoicorum rationi
discipli- 20 «nacque maxime consentanea; quam quidem his libris propterea
ticamente, oportere, in quanto è ammesso teoricamente. — addubitare,
propriamente « mettersi in via di dubitare, dare indizio, accennare di voler
dubitare», quindi « nutrire il benché minimo dubbio». Quid ergo ...
consideretur, se talora il nostro esame si ferma a lungo sulla moralità di un
atto, gli è che rimaniamo in dubbio sulla natura di esso, la quale muta secondo
le circostanze. Da qui fino al § 32 abbiamo una digressione che potremmo
considerare come una seconda pregiudiziale. Si esamina cioè come le circostanze
possono mutar natura al dovere ; p. e., uccidere un uomo è delitto; ma se
quest'uomo ucciso è un tiranno, cessa di esser delitto. Siccome la teoria è,
come si vede subito, molto pericolosa, così Cicerone, per mettere in grado di
apprezzare e applicare giustamente questo elemento delle circostanze , propone
come regola una massima (formula) stoica, che è espressa al principio del § 21
Detrahere igitur ... aut rebus externis. — 19. tempore, « circostanze » . —
quod pateat ìatius, puoi spiegare «comunissimo, alla mano». — num, risposta
nega. ti va. — populo Romano, però il popolo romano nel caso di Cesare portò
diverso giudizio, cfr. II 23. — honestas utilit. secuta est, l'onestà tenne
dietro, fu una conseguenza dell'utilità, cioè l'utilità generò l'onestà; cfr. §
40 utilitas valuti propter honestatem. — formula, propriamente € modulo», qui
«massima, regola». — 20* propterea quod, quam* 142 M. TULLI CICERONIS
«sequimur, quod, quamquam et a veteribus Academicis et a « Peripateticis
vestris, qui quondam idem erant, qui Academici, « quae honesta sunt,
anteponuntur iis, quae videntur utilia, ta- « men splendidius haec ab eis
disserentur, quibus, quicquid ho- « nestum est, idem utile videtur nec utile
quicquam, quod non « h onestimi, quam ab iis, quibus et honestum aliquid non
utile « et utile non honestum. Nobis autem nostra Academia magnani « licentiam
dat, ut, quodcumque maxime probabile occurrat, id « nostro iure liceat
defendere. iSed redeo ad formulam. 21 5. « Detrahere igitur alteri aliquid et
hominem hominis in- « commodo suum commodum augere magis est contra naturam «
quam inors, quam paupertas, quam dolor, quam cetera, quae « possunt aut corpori
accidere aut rebus externis. Nam principio « tollit convictum humanum et
societatem. Si enim sic erimus « ad tee ti , ut propter suum quisque
emolumentum spoliet aut « violet alterum, disrumpi necesse est eam, quae maxime
est se- 22 « cundum naturam, humani generis societatem. Ut, si unum « quodque
membrum sensum hunc haberet, ut posse putaret se « valere, si proximi membri
valetudinem ad se traduxisset, debi- « litari et interire totum corpus necesse
esset, sic, si unus quisque « nostrum ad se rapiat commoda aliorum detrahatque,
quod cinque « possit, emolumenti sui gratia, societas hominum et communitas «
evertatur necesse est. Nam sibi ut quisque malit, quod ad usum « vitae
pertineat, quam alteri adquirere, concessum est non re- « pugnante natura,
illud natura non pati tur, ut aliorum spoliis quam ... tamen, questo periodo
intralciato si può ridarre così : € e la ra- gione è questa, che bensì ... ma».
— qui quondam idem erant, su questa affinità cfr. 12. — splendidius, riferito
non alia forma ma al concetto «più dignitosamente, con maggiore elevatezza». —
quibus, gli Stoici; quibus, gli Academici e i Peripatetici. — honestum aliquid,
«qualche azione onesta», si può risolvere: «in date circostanze un'azione
onesta » . — nostra Academia, cfr. 12. — licentiam dat ut liceat, cfr. I 8
definiunt ut definiant 21. Detrahere etc. ; questa massima si basa su due leggi
: la legge del- l'ordinamento sociale (nam principio §§ 21-23), la legge
suprema dell'uni- verso (atque hoc multo magis ... §§ 23-26). — rebus, « beni »
. tollit, « toglie di mezzo, rende impossibile » ; soggetto è detrahere; puoi
spiegare: «con ciò si torrebbe di mezzo». — sic adfecti, « di tali sentimenti,
di- sposti a » . — 22. sensum hunc haberet, ut putaret, « avesse la pretesa di
credere ». — si traduxisset, risolvi col gerundio. — natura, de officiis, in,
5. 21—25 143 « nostras facultates, copias, opes augeamus. Neque vero hoc solimi
23 snatura id est iure gentium, sed etiam legibus populorum, «quibus in
singulis civitatibus res publica continetur, eodem « modo constitutum est, ut
non liceat sui commodi causa nocere «alteri; hoc enim spectant leges, hoc
volunt, incolumem esse « civium coniunctionem ; quara qui dirimunt, eos morte,
exilio, « vinclis, damno coércent. « Atque hoc multo magis efficit ipsa naturae
ratio, quae est «lex divina et humana; cui parere qui velit (omnes autem pa- «
rebunt, qui secundum naturam volent vivere), numquam cora- « mittet, ut alienum
appetat et id, quod alteri detraxerit, sibi « adsumat. Etenim multo magis est
secundum naturam excelsitas 24 « animi et magnitudo itemque comitas, iustitia,
liberalitas qua in « voluptas, quam vita, quam divitiae; quae quidem contemnere
« et prò nihilo ducere comparantem cum utilitate communi ma- « gni animi et
excelsi est. [Detrahere autem de altero sui com- « modi causa magis est contra
naturam quam mors, quam dolor, « quam cetera generis eiusdem]. Itemque magis
est secundum 25 « naturam prò omnibus genti bus, si fieri possi t, conservandis
aut « iuvandis maximos labores molestiasque suscipere imitantem Her- « culem
illum, quem hominum fama beneficiorum memor in con- « cilio caelestium
collocavit, quam vivere in solitudine non modo « sine ullis molestiis, sed
etiam in maximis voluptatibus abun- « dantem omnibus copiis, ut excellas etiam
pulchritudine et vi- « ribus. Quocirca optirao quisque et splendidissimo
ingenio longe « il diritto naturale ». — ìllud (I 83), asindeto, introduci con
«ma». — 23. damno, « malta » • hoc, cioè la massima di non posporre l'altrui
interesse al proprio. — efficit, risolvi col passivo efficitur; in italiano con
una costruzione in- transitiva « discende, deriva » . — naturae ratio, la mente
dell 1 universo che anima il mondo degli dèi e degli uomini, e la legge suprema
dell'u niverso ». — committet ut, « si attenterà di », cfr. I 81 — 2é. etenim «
così », § 14. — comparantem cum, « in confronto della ... » . — detrahere ..
eiusdem, è assurdo che Cicerone abbia adoperato qui come argomento la tesi
ch'egli vuol dimostrare; questa è un'interpolazione, nata dal § 21 la struttura
poi del passo intero, multo magis est secundum naturam ... itemque magis est
secundum naturam ... , sarebbe turbata dall'interpola zione. — 23. hominum ...
memor, « la credenza popolare per gratitu dine ». — abundantem ... viribus, viene
a dire abundantem omnibus bonis 144 M. TULLI CICERONIS « illam vitam huic
anteponit. Ex quo efficitur hominem naturae 26 « oboedientem homini nocere non
posse. Deinde, qui alterum « violat, ut ipse aliquid commodi consequatur, aut
nihil existi- « mat se facere contra naturam aut magis fugienda censet mor- «
tem, paupertatem, dolorem, amissionem etiam liberorum, pro- « pinquorum,
amicorum quam facere cuiquam iniuriam. Si nihil « existimat contra naturam
fieri hominibus violandis, quid cum « eo disseras, qui omnino hominem ex homine
tollat? sin fugien- « dum id quidem censet, set multo illa peiora, mortem,
pauper- « tatem, dolorem, errat in eo, quod ullum aut corporis aut « fortunae
vitium vitiis animi gravius existumat. « 6. Ergo unum debet esse omnibus propositum, ut eadem «
sit utilitas unius cuiusque et universorum ; quam si ad se « quisque rapiet,
dissolvetur omnis humana consortio. 27 « Atque etiam; si hoc natura
praescribit, ut homo homini, « quicumque sit, ob eam ipsam causam, quod is homo
sit, con « sultum velit, necesse est secundum eandem naturam omnium «
utilitatem esse communem. Quod si ita est, una continemur « omnes et eadem lege
naturae, idque ipsum si ita est, certe vio- lare alterum naturae lege
prohibemur. Verum autemprimum; et externis et
corporis. — 26. facere cuiquam iniuriam, questo in- finito è connesso un po'
liberamente col resto del periodo ; letteralmente dovrebb' essere retto da
fugiendum est , che si trae da fugienda ; la frase per sé è negativa, potendosi
risolvere in : non facienda est cuiquam iniuria ; così si spiega la presenza
del pronome cuiquam, che è adoperato soltanto nelle proposizioni negative. —
hominem, astrattamente per huma- nitatem ; e senso d'umanità, senso umano ». —
id scil. iniuriam cuiquam facere. — set scil. fugienda censet ; il senso è : «
che se poi egli pur in- tendendo di rifuggire dal recare ingiuria ai suoi
simili, rifugge ancor più dalla morte ». — unum, « ciò soprattutto ». — ut
eadem sit, « che deva essere, che abbia ad essere » . 27-32. A Cicerone qui si
presentano quattro casi speciali della sua questione: hanno diritto ai riguardi
dovuti agli nomini gli estranei in confronto dei consanguinei, i forestieri in
confronto dei cittadini, gli uo- mini dappoco in confronto degli uomini grandi,
i tiranni in confronto degli uomini onesti? Per risolvere i quattro quesiti,
Cicerone deve ribadire l'idea dell'universalità della legge naturale; e fa
questo ragionamento: Tutti gli uomini sono soggetti a una medesima legge
naturale, la quale prescrive a ciascun uomo come di provvedere al bene del suo
simile, così di non re- cargli danno. Questo ragionamento semplicissimo è stato
da Cicerone inu- tilmente intralciato e confuso, con l'intenzione forse di
dargli tono più filosofico (atque etiam extremum). — primum, extremum, «
premessa, de officiis, in, 5 — 6, 26 — 30 145 « verum igitnr extremum. Nam
illud quidem absurdum est, quod 28 « quidam dicunt, parenti se aut fratri nihil
detracturos sui com- « modi causa, aliam rationem esse civium reliquorum. Hi
sibi « nihil iuris, nullam societatem communis utilitatis causa sta- « tuunt
esse cum civibus, quae sententia omnem societatem dis- * trahit civitatis. Qui
autem civium rationem dicunt habendam, « externorum negant, ii dirimunt
communem Immani generis so- « cietatem ; qua sublata beneficenza, liberalitas,
bonitas, iustitia « funditus tollitur; quae qui tollunt, etiam adversus deos
im- « mortales impii iudicandi sunt. Ab iis enim constitutam inter « homines
societatem evertunt, cuius societatis artissimum vin- « culum est magis
arbitrari esse contra naturam hominem ho- « mini detrahere sui commodi causa
quam omnia incommoda « subire vel externa vel corporis vel etiam ipsius animi,
quae « vacent mi usti ti a; haec enim una virtus omnium est domina « et regina
virtutum. «Forsitan quispiam dixerit: Nonne igitur sapiens, si fame 29 « ipse
conficiatur, abstulerit cibum alteri homini ad nullam rem « utili? [Minime
vero; non enim mihi est vita mea utilior quam « animi talis adfectio, nerainem
ut violem commodi mei gratia]. « Quid? si Phalarim, crudelem tyrannum et
imraanem, vir bonus, « ne ipse frigore conficiatur, vestitu spoliare possit,
nonne faciat? « Haec ad iudicandura sunt facillima. Nam, si quid ab homine 30 «
ad nullam partem utili utilitatis tuae causa detraxeris, inhu- « mane feceris
contraque naturae legem; sin autem is tu sis, qui conseguenza > . — 28. nam,
« sicché » . — sibi, va con esse. — sententia, « principio » . — vel etiam ...
animi, * anche danni morali » . — quae ... iniu- stitiai < che siano esenti
da ingiustizia, che avvengano restando salva la giustizia » ; per il nesso cfr.
I 29 altero genere iniustitiae vacant. — haec virtus scil. iustitia, che si
trae da iniustitia, come in I 28 da iustitiae si trae iniustitiae. 29. Qui si
fanno due domande, alla prima delle quali si risponde nei §§ 30-31, alla
seconda nel § 32. Le parole minime ...gratia sono perciò un'interpolazione, sia
perchè interrompono il corso naturale delle due do- mande, sia perchè
contengono una risposta che non è in perfetta armonia con quella, che segue
poi. — abstulerit = auferre possit. — non enim ... , il senso è : la mia vita
non vai più della virtù (sentimento) che mi vieta di offendere il prossimo per
mio vantaggio. — Phalarim, II 26. — 30. ad nullam partem, < per nessun
riguardo » . — inhumane feceris, « commettere un'azione ignobile ». — sin ...
si ... ai ... , trasforma la se- Cicbronb, De Officiis comm. da B. Sabbadini.
2* ediz. 10 146 M. TULLI GICER0N1S « multam utilitatem rei publicae atque
hominum societati, si in « vita remaneas, adferre possis, si quid ob eam
causata alteri de- « traxeris, non sit reprehendendum. Sin autem id non sit eius «
modi, suum cuique incommodum ferendum est potius quam de « alterius commodis
detrahendum. Non igitur magis est contra « naturarti morbus aut egestas aut
quid eius modi quam detrac- « tio atque appetitio alieni, sed communis utilitatis
derelictio 31 « contra naturam est; est enim iniusta. Itaque lex ipsa naturae,
« quae utilitatem hominum conservat et continet, decernet pro- « fecto, ut ab
bomine inerti atque inutili ad sapientem, bonum, « fortem virum transferantur
res ad vivendum necessariae, qui « si occiderit, multum de communi utilitate
detraxerit, modo hoc € ita faciat, ut ne ipse de se bene existimans seseque
diligens « hanc causam habeat ad iniuriam. Ita semper officio fungetur « utilitati consulens
hominum et ei , quam saepe commemoro, 32 « humanae societati. Nam quod ad
Phalarim attinet, perfacile « iudicium est. Nulla est enim societas nobis cum
tyrannis et « potius summa distractio est, neque est contra naturam spoliare
«eum, si possis, quem est honestum necare, atque hoc omne « genus pestiferum
atque impium ex hominum communitate « exterminandum est. Etenim, ut membra
quaedam amputati tur, «si et ipsa sanguine et tamquam spiritu carerò coeperunt
et « nocent reliquia partibus corporis, sic ista in figura hominis fé- « ritas
et immanitas beluae a communi tamquam humanitate « corporis segregauda est.
Huius generis quaestiones suut omnes «eae, in quibus ex tempore officium
exquiritur. conda di queste ipotetiche in gerundio e introduci la terza con e
nel caso che » . — detractio, appetitio, puoi risolvere coi verbi. — derelictio
9 parola coniata da Cicerone. — iniusta, traduci col sostantivo. — 31.
decernet, « dovrà ». — qui si occiderit, e che con la sua morte ». — modo hot
ita faciat ut ne causam habeat, letteralmente < purché faccia in modo da non
prendere da ciò motivo », cioè « purché da ciò non si creda autoriz- zato, non
tragga motivo ». — de se bene ... diligens, risolvi coi sostantivi e presunzione,
amor proprio » . — 32. et potius, « ma ... » . — s. distractio % puoi rendere
le due parole con « abisso ». — spiritu, « vitalità » ; spi- ritus veramente è
usato solamente di tutta la persona, perciò tamquam. — humanitate corporis fa
simmetria con feritas ... beluae ; noi nella tra- duzione risolviamo : fera et
immanis belua a communi tamquam corpore humano (« dal corpo sociale umano »). —
ex tempore, attributo in forma de officiis, in, 6—7, 31—34 147 7. « Eius modi
igitur credo res Panaetium persecuturum 33 « fuisse, nisi aliqui casus aut
occupatio eius consilium peremisset. «Ad quas ipsas consultationes superioribus
libris satis multa « praecepta sunt, ex quibus perspici possit, quid sit
propter tur- « pitudinem fugiendum, quid sit, quod idcirco fugiendum non sit, «
quod omnino turpe non sit. Sed quoniam operi incohato, prope « tamen absoluto,
tamquam fastigium imponimus, ut geometrae « solent non omnia docere, sed
postulare, ut quaedam sibi con- « cedantur, quo facilius quae volunt, explicent,
sic ego a te pò- « stulo, mi Cicero, ut mihi concedas, si potes, nihil praeter
id f « quod honestura sit, propter se esse expetendum. Sin hoc non « licet per
Cratippum, at illud certe dabis, quod honestum sit, « id esse maxume propter se
expetendum. Mihi utrumvis satis «est et tum hoc, tum illud probabilius videtur
nec praeterea « quicquam probabile. Ac primum in hoc Panaetius defendendus 34 «
est, quod non utilia cum honestis pugnare aliquando posse di- « xerit (neque
enim ei fas erat), sed ea, quae viderentur utilia. «Nihil vero utile, quod non
idem honestum, nihil honestum, « quod non idem utile sit, saepe testatur
negatque ullara pestem « maiorem in vitara hominum invasisse quam eorum
opinionem, qui ista distraxerint. Itaque,
non ut aliquando anteponeremus utilia honestis, sed ut ea sine errore
diiudicaremus, si quando incidissent, induxit eam, quae videretur esse, non
quae esset, repugnantiam.» Hanc igitur partem relictam explebimus nullis « «
avverbiale di officium , « dovere secondo le circostanze » ; ' ex tempore '
quasi 'ex temporis conditone' (L. Valla, Eleg. I. tot V 19). 33-39- Qui
Cicerone entra veramente in materia. Dal postulato stoico, che il sommo bene è
la virtù, passa a parlare dell'attrattiva che esercita sull'uomo Tutile, ma
come il sapiente non vi si lasci adescare, nemmeno se si credesse assicurata
l'impunità. — res, « questioni ». — ad quas ipsas consultationes — ad quarum
ipsarum rerum consultationes, puoi rendere : e alla cui soluzione ». —
geometrae, < matematici ». — docere, « dimo- strare ». — postulare ...
concedantur « si fanno accordare certi postulati ». — ego ... concedas, «
ammettimi questo postulato ». — nihil praeter id, il postulato degli Stoici,
che non può essere ammesso da Cratippo, peri- patetico. — id esse maxume, il postulato
dei Peripatetici. — praeterea, « all' infuori di questi due ». — 3é. in hoc
quod, « contro il rimpro- vero che ». — quod ... viderentur utilia, si compia
così: quod utilia cum honestis pugnare aliquando posse dixerit ; non enim dixit
utilia, sed quae viderentur utilia («non l'utile vero* ma l'utile apparente»). M.
TULLI GIGKRONIS adminiculis, sed, ut dicitur, Marte nostro. Neque enim quic-
quara est de hac parte post PaDaetium explicatum, quod qui- dem mihi
probaretur, de iis, quae in manus meas venerunt. 35 8. Cum igitur aliqua
species utilitatis obiecta est, com- moveri necesse est; sed si, cum animum
attender) s, turpi tudi- nem videas adiunctam ei rei, quae speciem utilitatis
attulerit, tum non utilitas relinquenda est, sed intellegendum, ubi tur- pitudo
sit, ibi utilitatem esse non posse. Quodsi nihil est tam contra naturam quam
turpitudo (recta enim et convenientia et constantia natura desiderat
aspematurque contraria) nihilque tam secundum naturam quam utilitas, certe in
eadem re uti- litas et turpitudo esse non potest. Itemque, si ad honestatem
nati sumus eaque aut sola expetenda est, ut Zenoni visum est, aut certe omni
pondere gravior habenda quam reliqua omnia, quod Aristoteli placet, necesse
est, quod honestum sit, id esse aut solum aut summum bonum ; quod autem bonum,
id certe 35 utile; ita, quicquid honestum, id utile. Quare error hominum non
pEfìborum, cum aliquid, quod utile visum est, arripuit, id continuo secernit ab
honesto. Hinc sicae, hinc venena, hinc falsa testamenta nascuntur, hinc furta,
peculatus, expilationes direptio- nesque sociorum et civium, hinc opum
nimiarum, potentiae non ferendae, postremo etiam in liberis civitatibus
regnandi existunt cupiditates, quibus nihil nec taetrius nec foedius exco-
gitari potest. Emolumenta enim rerum fallacibus iudiciis vident, poenam non
dico legum, quam saepe perrumpunt, sed ipsius 37 turpitudinis, quae acerbissima
est, non vident. Quam ob rem neque enim ei fas erat, come Stoico. — ut ea = ut
utrumque, si rife- risce tanto a utilia quanto a honestis. — quae videretur ...
esset, « appa- rente, non reale » . — Marte nostro, frase proverbiale, « con le
mie sole forze » . — de iis = ex iis. 35* commoveri, « sentircisi attratti ». —
non relinquenda t « senza ri- nunziare > ; sopprimi sed nella traduzione. —
recta ... constantia, traduci coi sostantivi astratti « rettitudine, armonia,
coerenza ». — omnia ... ha- benda, e deve aver la preponderanza » . — 36. error
hominum non proborum, risolvi : « gli uomini malvagi nei loro falsi
apprezzamenti » . — sicae, venena, gli strumenti invece delle azieni ; traduci
astrattamente «omicidi, avvelenamenti». — falsa testam., anche qui traduci con
l'a- stratto : « falsificazioni di ... ». — rerum nella traduzione si sopprime.
— perrumpunt, * eludono », senza l'imagine del verbo latino. — 37. deli- de
officiis, in, 8—9, 35 — 38 149 hoc qnidem deliberanti um genus pellatur e medio
(est enim totum sceleratum et impium), qui deliberant, utrum id se- quantur,
quod honestum esse videant, an se scientes scelere contarainent ; in ipsa enim
dubitatone facinus inest, etiamsi ad id non pervenerint. Ergo ea deliberanda
omnino non sunt, in quibus est turpis ipsa deliberatio. Àtque etiam ex omni
deliberatione celandi et occultandi spes opinioque removenda est. Satis enim
nobis, si modo in philo- sophia aliquid profecimus, persuasum esse debet, si
omnes deos hominesque celare possimus , nihil tamen avare, nihil iniuste, nihil
libidinose, nihil incontinenter esse faciendum. 9. Hinc ille Gyges inducitur a
Platone, qui, cum terra 38 discessisset magnis quibusdam imbribus, descendit in
illum hiatum aéneumque equum, ut ferunt fabulae, animadvertit, cuius in
lateribus fores essent; quibus apertis corpus hominis mortui vidit magnitudine
invisitata anulumque aureum in di- gito; quem ut detraxit, ipse induit; erat
autem regius pastor, tura in concilium se pastorum recepii Ibi cum palam eius
anuli ad palmam converterat, a nullo videbatur, ipse autem omnia videbat; idem
rursus videbatur, cum in locum anulum in verte rat. Itaque hac opportunitate
anuli usus reginae stuprum intulit eaque adiutrice regem dominum interemit,
sustulit, berantium nella traduzione si sopprima, bastando qui deliberante che
vien dopo. — deliberant, « esitano ». — ipsa, traduci con l'aggettivo « solo ».
— ad id, alla consumazione. si possimus, « ancoraché ... » . — avare etc, nella
traduzione risolvi questi avverbi in sostantivi. — 38. hinc inducitur = hinc
fit ut inducatur, « questa è la ragione perchè è introdotto > ; noi diciamo
: < qui cade in acconcio, opportuno il fatto di Gige, narrato da Platone » ;
facendo punto e cominciando l'altro periodo così: « Gige dunque». — Gyges,
pastore lidio, uccise il re Candaule e si impadronì del trono della Lidia ; il
fatto è raccontato da Erodoto (I 8-12) e da Platone (de B. P. II p. 359). —
magnis quibusdam, spiega con un solo aggettivo: e straordinarie ». — apertis,
participio. — corpus mortui, «cadavere». — anulumque, «con un ... » . — erat
autem ... tum — tum, ut erat ... , oppure tum, erat enim ... — in concilium,
erano le riunioni mensili, nelle quali i pastori riferivano al re sugli affari
della greggia. — in locum scil. suum; quest'uso pre- gnante delle parole è
frequente in latino, così tempus « tempo debito, op- portuno » , dies « giorno
fìssa to » , via « mezzo sicuro » , pace « con buona pace » . — anuU^ « che gli
porgeva l'anello » . — dominum - «um pa- M. TULLI CICERONIS quos obstare
arbitrabatur, ne e in bis eum facinoribus quisquam potuit videre. Sic repente
anuli beneficio rex exortus est Lydiae. Hunc igitur ipsum anulum si habeat
sapiens, nihilo plus sibi licere putet peccare, quam si non h abere t; honesta
enim bonis 39 viris, non occulta quaeruntur. Atque hoc loco philosophi quidam,
minime mali illi quidem, sed non satis acuti, fictara et com- menti ciam
fabulam prolatam dicunt a Platone; quasi vero ille aut factum id esse aut fieri
potuisse defendat! Haec est vis buius anuli et huius exempli : si nemo
sciturus, nemo ne suspi- caturus quidem sit, cum aliquid divitiarum, potentiae,
domi- nationis, libidinis causa feceris, si id dis hominibusque futurum sit
semper ignotum, sisne facturus. Negant id fieri posse. Quam- quam potest id
quidem; sed quaero, quod negant posse, id si posset, quidnam facerent. Urguent
rustico sane; negant enim posse et in eo perstant; hoc verbum quid valeat, non
vident. Cum enim quaerimus, si celare possint, quid facturi sint, non
quaerimus, possintne celare, sed tamquam tormenta quaedam adhibemus, ut, si
responderint se impunitate proposita facturos, quod expedi at, facinorosos se
esse fateantur, si negent, omnia turpi a per se ipsa fugienda esse concedane
Sed iam ad propo- situra revertamur. 40 IO. Incidunt multae saepe causae, quae
conturbent animos utilitatis specie, non cum hoc deliberetur, relinquendane sit
drone » . — nihilo, « per nulla » . — bonis viris , per il caso cfr. II 45 mihi
suscepta est — 30. acuti, Cicer. chiama spesso poco logici gli Epicurei. —
defendat, « sostenere, spacciare » . — vis, « l'allegoria ». — si nemo ...
facturus, nella traduzione risolvi così il periodo : « se commette- resti ciò
che ti suggerisce l'avidità del danaro, del potere ... , dato che ... ». —
negant id fieri posse etc. ; ecco il pensiero ; « Essi negano questa pos-
sibilità. Ma io non faccio questione di possibilità, faccio questione di ipo-
tesi. Data per ipotesi la possibilità, che cosa farebbero? Se loro si inca-
poniscono a far questione di possibilità, non sanno che cosa significa
ipotesi». — quamquam , il nesso è: veramente la possibilità c'è; ma io ... —
urguent, « incaponirsi, incocciarsi ». — verbum, la congiun- zione si, che
forma l'ipotesi ; nella traduzione bisogna aggiungere o « se » o quella
qualunque parola che le si fa corrispondere, p. e. « ipotesi > . — non
quaerimus ... adhibemus, « non è per sapere proprio se ... , ma per strìngerli
tra due tenaglie >. 40. Comincia qui una serie di esempi, nei quali l'utile
apparente si trova in collisione coi doveri della giustizia. Indi dal § 62 al
95 sono de oPFicns, in, 9—10, 39 — 42 151 honestas propter utilitatis
magnitudinem (nam id quidem im- probum est), sed illud, possitne id, quod utile
videatur, fieri non turpiter. Cum Collatino collegae Brutus imperium abrogabat,
poterat videri facere id iniuste; fuerat enim in regibus expel- lendis socius
Bruti consiliorum et adiutor. Cura autem consilium hoc principes cepissent,
cognationem Superbi nomenque Tarqui- niorum et memoriam regni esse tollendam,
quod erat utile, patriae consulere, id erat ita honestum, ut etiam ipsi
Collatino piacere deberet. Itaque utilitas valuit propter h onesta te m, sine qua ne
utilitas quidem esse potuisset. At in eo rege, qui urbem condidit, non itera;
species enim utilitatis animum pepulit eius; 41 cui cum visum esset utilius
solum quam cum altero regnare, fratrem interemit. Omisit hic et pietatem et
humanitatem, ut id, quod utile videbatur neque erat, adsequi posset, et tamen
muri causam opposuit, speciem honestatis nec probabilem nec sane idoneam.
Peccavit igitur, pace vel Quirini vel Romuli dixerim. Nec tamen nostrae nobis
utilitates omittendae sunt 42 aliisque tradendae, cum iis ipsi egeamus, sed
suae cuique uti- li tati, quod sine alterius iniuria fiat, serviendum est. Scite Chry- sippus, ut multa: 'Qui stadium', inquit,
'currit, eniti et contendere debet, quam maxume possit, ut vincat; supplantare
eum, quicum certet, aut manu depellere esaminati i casi, in cai la malizia
cerca il proprio utile mascherata da prudenza; il punto di partenza è in quelle
parole: alios bonos, alios sa- pient€8 existimant, § 62. — sed illud, cioè sed
cum illud deliberetur. — abrogabat, la nostra frase d'uso è: invitare a dar le
proprie dimissioni. — regibus, la casa regnante, la famiglia reale. —
principes, • i patrizi » . — quod, pronome. — in, « nel caso di ... » . — 41.
muri causam, il pretesto delle mura, cioè il pretesto del saito delle mura;
Remo per scherno aveva saltato le mura di Romolo. — speciem honestatis, « coonestamento,
giu- stificazione ». — pace, « con buona pace », § 38. — Quirini, Romolo
assunto in cielo si chiamo Quirino ; questa credenza è messa quasi in burletta
da Cicerone. — 42. utilitates, « interessi, vantaggi » . — tradendae, « ab-
bandonare > . — quod = dummodo hoc. — Chrysippus , di Soli nella Cilicia;
insegnò dopo Zenone e Cleante per quarantanni ad Atene nella Stoa ; egli diede
un grande sviluppo allo Stoicismo, del quale fu perciò considerato il secondo
fondatore ; morì verso il 208 av. Or. — stadium currit rappresenta il secondo
grado della figura etimologica; il primo sa- rebbe currere cursum, quando e il
verbo e il suo accusativo interno hanno la medesima origine etimologica. —
supplantare, mettergli il piede (la pianta) sotto per farlo cadere, < dare
il gambetto >. 152 M. TULLI CICERONIS nullo modo debet; sic in vita sibi
quemque petere, quod pertineat ad usum, non iniquum est, alteri deripere ius
non est.' 43 Mamme autem perturbantur officia in amicitiis, quibus et non
tribuere, quod recte possis, et tribuere, quod non sit aequura, contra officium
est. Sed huius generis
totius breve et non dif- ficile praeceptum est. Quae enim videntur utilia,
honores, di- vitiae, voluptates, cetera generis eiusdem, haec amicitiae num-
quarn anteponenda sunt. At neque contra rem publicam neque contra ius iurandum
ac fidem amici causa vir bonus faciet, ne si iudex quidem erit de ipso amico;
ponit enim personam amici, cum induit iudicis. Tantum dabit amicitiae, ut veram
amici causam esse malit, ut orandae litis tempus, quoad per leges 44 liceat,
accommodet. Cum vero iurato sententia dicendast, me- minerit deum se adhibere
testem, id est, ut ego arbitror, mententi suam, qua nihil homini dedit deus
ipse divinius. Itaque prae- clarum a maioribus accepimus
morem rogandi iudicis, si eum teneremus, quae salva fide facere possit. Haec
rogatio ad ea pertinet, quae paulo ante dixi honeste amico a iudice posse
concedi : nam si omnia facienda sint, quae amici velint, 45 non amicitiae tales
sed coniurationes putandae sint. Loquor autem de communibus amicitiis; nam in sapientibus
viris per- fectisque nihil potest esse tale. Damonem et Phintiam Pytha- goreos
ferunt hoc animo inter se fuisse, ut, cum eorum alteri Dionysius tyrannus diem
necis destinavisset et is, qui morti addictus esset, paucos sibi dies
commendandorum suorum causa 43. perturbantur, € si confondono > . — dabit, «
accorderà » . — veram, « giusta » . — orandae, « discutere > . — leges, la
lex Pompeia del 52 av. Cr. fissava due
ore per l'attore, tre per l'accusato; si potevano però fare ecce- zioni di
favore. — accommodet, « largheggiare » . — 44. iurato, giudice giurato. —
mentem, « coscienza » . — morem, puoi risolvere in « forinola » . Le parti
contendenti chiedevano al giudice di usare nella causa quelle maggiori agevolezze
che egli potesse, salva però sempre la coscienza. — si eum teneremus, « se
avessimo saputo conservarcela » ; si può risolvere: « che pur troppo abbiamo
abbandonato » . — quae dipende da rogandi. — tales, soggetto ; amicitiae,
predicato. — 45. commendare, « dare l'estremo addio, l'estremo commiato > ;
commendationes morientium sono le estrer£3 disposizioni lasciate dai moribondi,
come avvertimenti, ringrazia- dk officiis, in, 10—11, 43—47 153 postulavisset,
vas factus est alter eius sistendi, ut, si ille non revertisset, moriendum
esset ipsi. Qui cum ad diem se recepisset, admiratus eorum fidem tyrannus
petivit, ut se ad amicitiam tertium ascriberent. Cum igitur id, quod utile
videtur in ami- 45 citia, cum eo, quod honestum est, comparatur, iaceat utilitatis
species, valeat honestas; cum autem in amicitia quae honesta non sunt
postulabuntur, religio et fides anteponatur amicitiae. Sic habebitur is, quem
exquirimus, dilectus offici. 11. Sed utilitatis specie in re publica saepissime
peccatur, ut in Corinthi disturbatione nostri; durius etiam Athenienses, qui
sciverunt, ut Aeginetis, qui classe valebant, pollices prae- ciderentur. Hoc visum est utile; nimis enim
iraminebat propter propinquitatem Aegina Piraeo. Sed nihil, quod crudele, utile ; est enim hominura
naturae, quam sequi debemus, maxime ini- mica crudelitas. Male etiam, qui
peregrinos urbibus uti prò- 47 hibent eosque exterminant, ut Pennus apud patres
nostros, Papius nuper. Nam esse prò cive, qui civis non sit, rectum est non
licere; quam legem tulerunt sapientissimi consules Crassus et Scaevola; usu
vero urbis prohibere peregrinos sane inhumanum est. Illa praeclara, in quibus
publicae utilitatis species prae honestate contemnitur. Piena exemplorum est
nostra res publica cum saepe, tum maxime bello Punico secundo; quae Cannensi
calamitate accepta maiores animos habuit quam umquam rebus menti, preghiere e
simili. — factus est, non dipende da ut, anacoluto. — eius sistendi, di farlo
comparire, presentare al giorno stabilito; sistere aliquem, «chiamare a
comparire uno». — 46. iaceat, «soccomba»; valeat, « prevalga ». in re publica,
risolvi con « politica estera » . — Corinthi, cfr. I 35. — nostri scii.
peccarunt. — durius scil. peccarunt. — sciverunt (da scisco), probabilmente
questa è una leggenda. - pollices, impedendo loro così di maneggiare il remo. —
47. Pennus, M. Iunius Pennus nel 126 come tribuno fece una legge che fossero
cacciati da Roma i forestieri; la legge fu rinnovata da C. Papio, tribuno nel
65. — esse pro t « farsi pas- sare per ... , arrogarsi il diritto di ...».—
quam = de qua re. — Crassus et Scaevola; gli alleati italici aspiravano da gran
tempo alla cittadinanza romana e molti anzi se ne arrogavano già i diritti;
Crasso, Foratore, e Scevola, il pontefice, nel loro consolato del 95 con nna
legge determina- rono nettamente quali erano i diritti di cui potevano godere
gli alleati in Roma. — ilìa praeclara ... piena exemplorum, per la traduzione
risolvi : M. TULLI GICER0N1S 48 secundis; nulla ti mori s significatici nulla
mentio pacis. Tanta vis est honesti, ut speci em utilitatis obscuret.
Athenienses cuoi Persarum impetum nullo modo possent sustinere statuerentque,
ut urbe relieta coniugibus et liberis Troezene depositis naves conscenderent
libertatemque Graeciae classe defenderent, Cyr- silum quendam suadentem, ut in
urbe manerent Xersemque re- ciperent, lapidibus obruerunt. Atque ille
utilitatem sequi vide- 49 batur; sed ea nulla erat repugnante honestate.
Themistocles post victoriam eius belli, quod cum Persis fuit, dixit in con-
tione se habere consilium rei publicae salutare, sed id sciri non opus esse;
postulavit, ut aliquem populus daret, quicum com- municaret; datus est
Aristides; buie ille, classem Lacedaemo- niorum, quae subducta esset ad
Gytheum, clam incendi posse, quo facto frangi Lacedaemoniorum opes necesse
esset. Quod Ari- stides cum audisset, in contionem magna expectatione venit
dixitque per utile esse consilium, quod Themistocles adferret, sed minime
honestum. itaque Athenienses quod honestum non esset, id ne utile quidem
putaverunt totamque eam rem, quam ne audierant quidem, auctore Aristide
repudiaverunt. Melius hi quam nos, qui piratas immunes, socios vectigales
habemus. 12. Maneat ergo, quod turpe sit, id numquam esse utile, ne turu
quidem, cum id, quod esse utile putes, adipiscare; hoc 50 enim ipsum, utile
putare, quod turpe sit, calamitosum est. Sed incidunt, ut supra dixi, saepe
causae, cum repugnare utilitas honestati videatur, ut animadvertendum sit,
repugnetne piane illa praeclara exempla ... horum piena est. — é8. repugnante ,
e es- sendole contraria ... , opponendovi si », cioè « contraddicendo alla ...
». — 49. opus, qui « opportuno >. — huic iììe suppl. ait. — Gytheum, sta-
zione navale degli Spartani, lontana trenta stadi da Sparta. — auctore, « per
proposta » . — immunes habemus, « lasciamo l'immunità » . — vec- tigales
habemus, «imponiamo tributi ». Durante la guerra civile tra Ce- sare e Pompeo i
pirati si erano rifatti potenti. Gli alleati a cui Cesare aveva imposto tributi
erano i Marsigliesi (II 28) e il re Deiotaro. Maneat, « resti (o « resta » )
fermo, fissato, siamo intesi » . — hoc ipsum putare, « il solo stimare » . —
50. causae cum, costruito come tempus cum. — supra, § 40. — ut sit, risolvi : «
allora bisogna ... », mettendo punto e virgola dopo videatur. — piane,
«interamente», qui «effettivamente». de officiis, ni, li — 12, 48—52 155 an
possit cum honestate coniungi. Eius generis hae sunt quae- stiones: si exempli
gratia vir bonus Alexandria Rhodum magnum frumenti numerum advexerit in
Rhodiorum inopia et fame sum- maque annonae cantate, si idem sciat complures
mercatores Alexandrea solvisse navesque in cursu frumento onustas petentes
Rhodum viderit, dicturusne sit id Rhodiis an silentio suum quam plurimo
venditurus. Sapientem et bonum
virum fingimus; de eius deliberatione et consultatione quaerimus, qui celaturus
Rhodios non sit, si id turpe iudicet, sed dubitet, an turpe non sit. In huius modi causis aliud Diogeni Babylonio videri
solet, 51 magno et gravi Stoico, aliud Antipatro, discipulo eius, homini
acutissimo. Antipatro omnia patefacienda, ut ne quid omnino, quod venditor
norit, emptor ignoret, Diogeni vendi torem, qua- tenus iure civili constitutum
sit, dicere vitia oportere, cetera sine insidiis agere et, quoniam vendat,
velie quam optume ven- dere. 'Advexi, exposui, vendo meum non pluris quam ceteri,
fortasse etiam minoris, cum maior est copia. Cui fit ini uria?* Exoritur
Antipatri ratio ex altera parte: 52 'Quid ais? tu cum hominibus consulere
debeas et servire humanae societati eaque lege natus sis et ea habeas principia
naturae, quibus parere et quae sequi debeas, ut utilitas tua communis sit
utilitas vicis- simque communis utilitas tua sit, celabis homines, quid iis
adsit commoditatis et copiae?' Respondebit
Diogenes fortasse sic: 4 Aliud est celare, aliud tacere; neque ego nunc te
celo, si tibi non dico, quae natura — quaestiones, « casi ». — numerum, risolvi
in « quantità » o meglio « carico > . — si idem , risolvi nella copulativa €
e*. — sii. plurimo, t stretto silenzio ». — sed dubitet an, puoi risolvere: «
ma gli è che propen- derebbe a credere che ... ». — 61. Diogeni, di Seleucia in
Babilonia; fu scolaro di Crisippo (§ 42) e suo successore nell'insegnamento ad
Atene. È famosa la sua ambasciata a Roma nal 156 in compagnia dell'accademico
Cameade e del peripatetico Critolao. Ebbe scolaro e successore Antipatro di
Tarso, che fu il maestro di Panezio. — velie, e cercare». — advexi, passaggio
dall'orario obliqua alla recta. — cum = quoniam. — maior est scil. mihi. — 52.
exoritur Antipatri ratio, risolvi per la tradu- zione: exoritur Antipater cum
sua ratione (= argumentatione). — prin- cipia naturae, « impulsi naturali ». —
tacere, non dico, nella traduzione 156 M. TULLI CICERONIS deorum sit, qui sit
finis honorum, quae tibi plus prodessent cognita quara tritici vilitas; sed
non, quicquid tibi audire utile est, idem mila i dicere nec- 53 esse est/ 4
Immo vero necesse est, siquidem memi- nisti esse inter homines natura
coniunctam socie- tatem.' 'Memini', inquiet ille; 'sed num ista societas talis est,
ut nihil suum cuiusque sit? Quod si ita est, ne vendundum quidem quicquam est,
sed do- nandum/ 13. Videsin hac tota disceptatione non illud dici : 'Quamvis
hoc turpe sit, tamen, quoniam expedit, faciam', sed: ita expe- dire, ut turpe
non sit, ex altera autem parte, ea re, quia turpe 54 sit, non esse faciendum.
Vendat aedes vir bonus propter aliqua vitia, quae ipse norit, ceteri ignorent,
pestilentes sint et habe antur salubres, ignoretur in omnibus cubiculis
apparere ser- pentes, sint male materiatae, ruinosae, sed hoc praeter domi num
nemo sciat; quaero, si haec emptoribus venditor non dixerit aedesque vendiderit
pluris multo, quam se venditurum putarit, num id iniuste aut improbe fecerit. 4 Ille vero', inquit Anti- pater; 'quid est enim
aliud erranti viam non mon- strare, quod Athenis execrationibus publicis sanc-
tum est, si hoc non est, emptorem pati ruere et per rendi non dico con taceo,
per mostrar meglio la corrispondenza. — finis honorum, «il sommo bene», I 5. —
quae cognita => quorum cognitio, oppure spiega cognita per «cognizioni». —
vilitas, «il buon prezzo, il buon mercato». — 5«?. immo, replica Antipatro.
siquidem, risolvi in « sol che, purché » . — inquiet, « ribatterà » . — num,
risposta negativa. — ut nihil ... sit, « che nessuno abbia una sua privata
proprietà ». sed ita ... faciendum, passaggio dall'orafo recta &\V obliqua;
per la tra- duzione risolvi neirorafo'o recta, così : sed hoc dici: « ita
expedit, ut turpe non sit » (« è utile in modo da non esser turpe, è utile sì,
ma non turpe », noi diciamo « è utile, senz'esser turpe »), ex altera autem
parte: « ea re quia (= eo quod, « per questo che >) turpe est, non est
faciendum ». — 5é. vendat, questo e gli altri congiuntivi sono esortativi, che
corrispon- dono a una protasi ipotetica ; noi li risolviamo così : « supponiamo
che ... » . — serpentes, allignano specialmente dove c'è molta umidità. — ille
vero, noi traduciamo « senza dubbio » ; si compirebbe : ille vero (avverbio)
iniuste fecit. — inquit, «direbbe». — erranti viam..., questa proposi- zione
nella traduzione si posponga all'altra : emptorem pati ... — quod execr. ...
sanctum est, noi diciamo: « condannato alla pubblica esecrazione »; i db opficiis,
in, 13, 53—57 157 errorem in maximam fraudem incurrere? Plus etiam est quam viam non
monstrare; nam est scientem in errorem alterura inducere. ' Diogenes contra: l
Num te 55 emere coégit, qui ne hortatus quidem est? Ili e, quod non placebat,
proscripsit, tu, quod placebat, emisti. Quodsi, qui proscribunt villam bonam
be- neque aedificatam, non existimantur fefellisse, etiamsi illa nec bona est
nec aedificata ratione, multo minus, qui domum non laudarunt. Ubi enim iudicium
emptoris est, ibi fraus venditoris quae pot- est esse? Sin autem dictum non
omne praestandum est, quod dictum non est, id praestandum putas? Quid vero est
stultius quam venditorem eius rei, quam vendat, vitia narrare? quid autem tam
ab- surdum, quam si domini iussu ita praeco praedicet: "Domum pestilentem
vendo?" Sic ergo in quibusdam 56 causi s dubiis
ex altera parte defenditur honestas, ex altera ita de utilitate dicitur, ut id,
quod utile videatur, non modo fa- cere honestum sit, sed etiam non facere
turpe. Haec est illa, quae
videtur utilium fieri cum honestis saepe dissensio. Quae diiudicanda sunt; non
enim, ut quaereremus, exposuimus, sed ut explicaremus. Non igitur videtur nec frumentarius ille Rho- 57 a
condanna era l'interdizione dell'acqua e del fuoco, con che gli antichi significavano
ciò che noi chiamiamo scomunica. Questa legge è attribuita a Buzyges, eroe
attico, inventore dell'aratro (pou&JYite, aggiogatore dei baoi , da 0oO{ e
Z€utvu|ìi). — scientem , traduci avverbialmente. — 55. bonam ... , introduci
con « per ... ». — ratione, « artisticamente ». — multo minus suppl. fefellisse
existimandi sunt. — ubi enim ... potest esse, il senso è: se il compratore non
ha occhi, peggio per lui. Il diritto ro- mano non obbligava il venditore a dire
i pregi o i difetti della sua merce, quando essi erano visibili; e non lo
obbligava nemmeno a rispondere dei 'lifetti che egli avesse perfino astutamente
fatti passare per pregi, sempre quando fossero visibili. Stava dunque al
compratore Pavere occhio acuto e Ouon naso. — ubi iudicium est, « dove ha modo
di esercitare, far valere (a sua perizia » . — sin autem, « se anzi > . —
dictum non omne, a questo dictum si aggiunga nella traduzione o un aggettivo
(p. e., espresso, espli- cito), o un avverbio (espressamente, esplicitamente).
— vendo, « si vende ». — 56. defenditur t «si sostiene». — de utilitate
dicitur, risolvi in: ita utiìitas defenditur. — ut sit = ut dicatur esse. —
quae diiudicanda..., spiega quae con « punti controversi » . — 57. enim, si
riattacca al 158 M. TULLI CICERONIS dios nec hic aedium vendi tor celare
emptores debuisse. Neque enim id est celare, quicquid reticeas, sed cum, quod
tu scias, id ignorare emolumenti tui causa velis eos, quorum intersit id scire.
Hoc autem celandi
genus quale sit et cuius hominis, quis non videt? Certe non aperti, non simplicis, non ingenui, non
iusti, non viri boni, versuti potius, obscuri, astuti, fallacia, ma- litiosi,
callidi, veteratoris, vafri. Haec tot et alia plura nonne inutile est vitiorum subire
nomina? 58 14. Quodsi vituperandi, qui reticuerunt, quid de iis existi- mandum
est, qui orationis vanitatem adbibuerunt? C. Camus, eques Romanus nec infacetus
et satis litteratus, cum se Syra- cusas otiandi, ut ipse dicere solebat, non
negotiandi causa con- tulisset, dictabat se hortulos aliquos emere velie, quo
invitare amicos et ubi se oblectare sine interpellatoribus posset. Quod cum
percrebruisset, Pythius ei quidam, qui argentariam faceret Syracusis, venales
quidem se hortos non babere, sed licere uti Canio, si veli et, ut suis, et
simul ad cenam hominem in hortos invitavit in posterum diem. Cum ille
promisisset, tum Pythius, qui esset ut argentarius apud omnes ordines
gratiosus, pisca- tores ad se convocavit et ab iis petivit, ut ante suos
hortulos postridie piscarentur, dixitque, quid eos facere vellet. Ad cenam
tempori venit Canius; opipare a Pythio apparatum convivium, cumbarum ante
oculos multitudo; prò se quisque, quod ceperat, 59 adferebat, ante pedes Pythi
pisces abiciebantur. Tum Canius: 'Quaeso', inquit, A quid est hoc, Pythi?
tantumne piscium? tantumne cumbarum?' Et
ille: 'Quid mirum?\ inquit, 'hoc loco est, Syracusis quicquid est piscium, hic
aquatio, hac villa isti carere non possunt* In- census Canius cupidi tate
contendit a Pythio, ut venderei ; gra- celare precedente. — quicquid reticeas,
per ottenere simmetrìa con cum velia bisogna risolvere in : cum quid reticeas,
quicquid id est — quale « di che natura sia ». — inutile, * brutto ». — subire,
tirarsi addosso. Ò8. vanitatem, I 44. — hortulos, e villa, villino » . — sine
interpelli « lontano dagli import nni > . — qui ... faceret = quippe qui ...
faceret, puoi risolvere con una sola parola: € banchiere ». — habere, supplisci
att. — promisisset, noi Solviamo con « accettare ». — qui esset = quippe qui
esset. — esset grat*&sus, « goder credito ». — cumbarum scil. erat -—
multitudo, aggiungici « grande » (praegnans, cfr. § 38). — SO. hic de opfichs,
in, 13—15, 57—61 159 vate ìlle primo; quid multa? impetrai Emit homo cupidus et
locuples tanti, quanti Pythius voluit, et emit instructos; no- mina facit,
negotium confidi Invitat Canius postridie familiare» suos, venit ipse mature;
scalmum nullum videt, quaerit ex proximo vicino, num feriae quaedam piscatorum
essent, quod eos nullos videret. 'Nullae, quod sciam', inquit; 'sed hic piscari
nulli solent; itaque heri mirabar, quid ac- ci disse t.' Stomachari Canius; sed
quid faceret? nondum enim qq 0. Aquilius, collega et familiaris meus,
protulerat de dolo malo formulas; in quibus ipsis, cum ex eo quaereretur, quid
esset dolus malus, respondebat: cum esset aliud simulatum, aliud actum. Hoc
quidem sane luculente ut ab homine perito defi- niendi. Ergo et Pythius et omnes aliud
agentes, aliud simu- lantes perfidi, improbi, malitiosi. Nullum igitur eorum
factum potest utile esse, cum sit tot vitiis inquinatimi, 15. Quodsi Aquiliana definitio vera est, ex omni vita si-
qi mulatio dissimulatioque tollenda est. Ita, nec ut emat melius nec ut vendat, quicquam simulabit
aut dissimulabit vir bonus. Atque iste dolus malus et legibus erat vindicatus,
ut tutela sappi, est. — gravate sappi, agit, « fa le smorfie » . — quid multa,
« a farla breve » . — impetrat scil. Camus.
— emit scil. hortos. — instructos, t con annessi e connessi ». — nomina facit
scil. Canius; « motte a libro la par- tita »; registra sul suo libro dei conti
la somma pattuita col padrone della villa ; quelle registrazioni avevano il
valor legale delle nostre cambiali. — nullum, « nemmeno un ... ». — eos nullos
= eorum nullum. — mirabar, « non mi sapevo persuadere, render conto ». — 60.
stomachari, infi- nito descrittivo. — Aquilius, valente giurista, alunno del
pontefice Scevola, fu nel 66 pretore con Cicerone. Egli fissò le norme
(formulae), secondo le quali i giudici dovevano giudicare i casi speciali di
frode nei contratti. — in quibus... , le parole vanno così congiunte : in
quibus dolus malus quid esset, cioè: et cum ex eo quaer. quid esset dolus malus
in iis for- mulis, « cbe cosa egli intendesse in quelle sue formolo per dolus
malus » . Lio prova che prima di lui non era stato ben determinato il valore
giu- ridico di dolus malus; dolus in origine valeva «astuzia», che poteva avere
senso buono e senso cattivo; dolus malus significa « astuzia ma- ligna »,
astuzia usata allo scopo di nuocere, la « frode ». Giuridicamente Aquilio lo
definì ; dire una cosa e farne un'altra. — hoc sappi, responsum est. —
luculente, e argutamente, graziosamente, elegantemente » ; spesso ha
significato ironico. 61. ex omni vita = ex vita omnino. — ita, e così, perciò »
. — atque, qui ha valore limitativo, come quamquam; il dolus malus era punito
(vindicatus ; il nostro termine giuridico sarebbe « contemplato ») anche prima;
solo che Aquilio ne fissò il valore giuridico. — tutela, qui ha 160 M. TULLI
CICERONIS duodecim tabulis, circumscriptio adulescentium lege Plaetoria, et
sine lege iudiciis, in quibus additur ex fide bona, iteli- quorum autem
iudiciorum haec verba maxime excellunt: in ar- bitrio rei uxoriae melius
aequius, in fiducia ut inter bonos bene àgier. Quid ergo? aut in eo, quod
melius aequius, potest ulla pars inesse fraudis? aut, cum dicitur inter bonos
bene agier, quic- quam agi dolose aut malitiose potest? Dolus autem malus in si-
mulatane, ut ait Aquilius, continetur. Tollendum est igitur ex rebus
contrahendis omne mendacium ; non inlicitatorem venditor, non, qui con tra se
liceatur, emptor apponet; uterque, si ad elo- 62 quendum venerit, non plus quam
semel eloquetur. Q. quidem Scaevola P. f. cum postulasset,
ut sibi fundus, cuius emptor significato pregnante = tutela male administrata.
Il tutore che avesse male amministrato la sostanza del suo pupillo doveva
rifondergli il doppio del danno. — lege Plaetoria, questa legge, formulata da
Pletorio, tribuno della plebe verso il 200, fissava prima di tutto l'età dei
minorenni {minores, tino a 25 anni) e dei maggiorenni (maiores), e stabiliva le
pene per coloro che avessero stipulato contratti con un minorenne, senza il
consenso del tutore. — sine lege iudiciis, i iudicia non erano regolati da
leggi fisse (perciò qui iudicia in antitesi con leges\ ma entravano nella
giurisdizione dei pretori, ognuuo dei quali determinava le sue formulae
speciali, a cui i giudici dovevano attenersi. Si avevano due categorie di
iudicia: cioè iudicia o actiones stridi iuris, dove i giudici applicavano
rigorosamente, pedantesca mente le formulae del pretore. C'erano i iudicia o
actiones bonae fidei, dove il giudice era più libero e giudicava col buon
senso, ex fide botta, e secondo la propria coscienza ». Questa seconda
categoria di giudici por- tava il nome di arbitri, ai quali corrispondono in
parte i nostri giudici conciliatori. — reliquorum, qui puoi tradurre € speciali
» ; iudicia ex fide bona è il termine generico ; venendo ai casi pratici, la
formola astratta ex fide bona si concreta in queste altre: melius aequius
(scil. quantum, quod melius et aequius fieri potest) ; ut inter bonos bene
agier (scil. oportet). — arbitrio rei uxoriae, quando dopo un divorzio si
trattava della restituzione alla moglie dei propri beni. — in fiducia, qui
fiducia esprime la cessione fiduciaria temporanea, con l'obbligo della
restituzione; così un debitore « dava in pegno » al creditore, p. es., una
casa, fino al pagamento ; possiamo spiegare « pegni » o anche « ipoteche » . —
agier, queste forme speciali di infiniti passivi appartengono al latino arcaico.
— pars, « ombra ». — non inlicitatorem ... apponet; liceri significa « offrire»
in un incanto ; inlicitator è, usando il linguaggio delle nostre borse, l'of-
ferente € che gioca al rialzo » ; qui contra licetur (manca il termine prò
prio) è l'offerente «che gioca al ribasso», apponere , è «metter su, subornare
» . A un'asta il venditore, per vender più cara la sua merce, paga uno o più
offerenti, perchè giochino al rialzo; invece il compratore paga degli
offerenti, che giochino al ribasso. — ad eloquendum, « contrattare il prezzo».
— 62. Scaevola, I 116. — indicare rem, significa «dire DE 0FFICI1S, III, 15, 61
— 64 161 erat, semel indicaretur idque venditor ita fecisset, dixit se pluris
aestumare; addidit centum milia. Nemo est, qui hoc viri boni fuisse neget,
sapientis negant, ut si minoris, quam potuisset, vendidisset. Haec igitur est
illa pernicies, quod alios bonos, alios sapientes existimant. Ex quo Ennius
'nequiquam sa- pere sapientem, qui ipse sibi prodesse non quiret.' Vere id
quidem, si, quid esset 'prodesse', mihi cura Ennio con- veniret. Hecatonem
quidem Rhodium, discipulum Panaeti, video 63 in iis libris, quos de officio
scripsit Q. Tuberoni, dicere 'sa- pientis esse nihil contra mores, leges,
instituta fa- cientem habere rationem rei familiaris. Neque enim solum nobis
divites esse volumus, sed liberis, pro- pinquis, amicis maxumeque rei publicae.
Singu- lorum enim facultates et copiae divitiae sunt Civi- ta ti 8.' Huic
Scaevolae factum, de quo paulo ante dixi, piacere nullo modo potest; etenim omnino
tantum se negat facturum compendii sui causa, quod non liceat. Huic nec laus
magna tribuenda nec gratia est. Sed, sive et simulatio et dissimulatio 64 dolus
malus est, perpaucae res sunt, in quibus non dolus malus iste versetur, sive
vir bonus est is, qui prodest, quibus potest, il prezzo di una cosa »; semel, «
una sola volta », evitando di questionare per defalcarci qualche porzione, noi
possiamo dire « il prezzo ristretto » . — centum milia, cioè sesterzi. — ut si,
come non sarebbe da savio il vendere... — Ennius, si supplisce ait. — nequiquam
... , il passo stava nella tragedia Medea; la vera forma è citata altrove da
Cicer. (ad Fani. VII 6, 2) Qui ipse sibi sapiens prodesse non quit, nequiquam
sapit (tetrametro trocaico catalettico -^^, wo, -£-, -v, -£-, — , -£^ f w); la
sentenza è desunta da quel verso di Euripide: juiaùj aocpiarV* #oti<; oò\
aÙTtp aocpó^ ( « odio il savio, che non è savio per sé » ). — 63. libris quos
de officio scripsit..., noi traduciamo: «libri sul dovere, dedicati a...». —
Tube- roni, pretore nel 123, rigido seguace della scuola stoica, amico di
Panezio. — nihil facientem, introduci con « purché non ... > oppure « senza
... >. — neque ... volumus, passaggio dall'ordito obliqua alla recta. — huic
scil. Hecatoni. — tantum scil. id. — quod, pronome. Ecatone si limita a non
fare pel suo interesse un'azione illecita ; ma quando l'azione è lecita, la fa;
perciò accetterebbe il prezzo chiestogli del fondo e non imiterebbe Scevola,
aumentandolo. Per lui Scevola è un galantuomo, ma non savio; e questo
deprezzamento o meglio questa separazione delle due qualità, ammessa da Ennio e
da Ecatone, è ciò che spiace a Cicerone : egli la chiama una per* nicies, § 62.
— 6é. sed, è un richiamo a tornare in carreggiata. — versetur, « si incontri, occorra,
entri >. Ciceroni:, De Offtdis. comm da TI. Sabbadini, 2» ediz -Il M. TULLI
CICER0N1S nocet nemini, certe istum virum boniim non facile reperimus. Numquam
igitur est utile peccare, quia semper est turpe, et, quia semper est honestura
virum bonum esse, semper est utile. 65 16. Àc de iure quidem praediorum sanctum
apud nos est iure civili, ut in iis vendendis vitia dicerentur, quae nota
essent venditori. Nam, cum ex duodecim tabulis satis esset ea prae- stari, quae
essent 'lingua nuncupata', quae qui infitiatus esset, dupli poenam subiret, a
iuris consultis etiam reticentiae poena est constituta; qùicquid enim esset in
praedio viti, id sta- tuerunt, si venditor sciret, nisi nominatim dictum esset,
prae- 66 stari oportere. Ut, cum in arce augurium augures acturi essent
iussissentque Ti. Claudium Centumalum, qui aedes in Caelio monte habebat,
demoliri ea, quorum altitudo ofificeret auspiciis, Claudius proscripsit insulam
[vendidit], emit P. Calpurnius Lanarius. Huic ab auguribus illud idem
denuntiatum est. Itaque Calpurnius cum demolitus esset cognossetque Claudium
aedes postea proscripsisse, quam esset ab auguribus demoliri iussus, arbitrum
illum adegit, qùicquid sibi bare fàcere opor- teret ex fide bona. M. Cato
sententiam dixit, huius nostri Catoni s pater (ut enim cete ri ex patri bus,
sic hic, qui illud lumen progenuit, ex filio est nominandus) — is igitur iudex
ita pronuntiavit: ' cum in vendundo rem eam scisset et non 67
pronuntiasset,emptori damnum praestari oportere.' Ergo ad fidem bonam statuit
pertinere notum esse emptori vitium, quod nosset 6ó. de iure, puoi risolvere in
« contratti » . — praediorum, in generale « beni immobili » . — cum, « mentre,
laddove » . — praestari, « rispondere di ... , esser responsabile ». — lingua
nuncupata, la frase delle dodici ta- vole è uti lingua nuncupassit (=
nuncupaverit ; nuncupare è composto di nomen e capere). — quae qui, intreccio
di relativi; risolvi: «essendo punito ... cbi ... » oppure « con la clausola
che chi... » oppure «sotto pena di... chi ... » . — viti = vitii — 66. arce.
Varx non era molto alta e l'augure per le sue osservazioni doveva aver libera
la vista dell'orizzonte ; quella casa sul monte Celio toglieva in parte la
vista dell'oriente. — ea = eas partes. — insulam, casamento isolato. —
denuntiatum, risolvi con « in- timazione » . — arbitrum adegit -= ad arbitrum
adduxit, lo fece citare ; adigere riceve due accusativi anche nella frase
aliquem iusiurandum adi- gere. — adegit suppl. ut sibi praestaretur qùicquid
sibi (Calpurnio) Claudium dare et facere oporteret, per avere la rifusione ...
— Cato, morì nel 91, essendo candidato alla pretura; fu padre di Catone
Uticense. — de offigiis, in, 16—17, 65—68 163 venditor. Quod si recte
iudicavit, non recte frnmentarius ille, non recte aedium pestilentium venditor
tacuit. Sed huius modi reti- centiae iure civili comprehendi non possunt; quae
autera possunt, diligenter tenentur. M. Marius Gratidianus, propinquus noster,
C. Sergio Oratae vendiderat aedes eas, quas ab eodem ipse paucis ante annis
emerat. Eae [Sergio] serviebant, sed hoc in mancipio Marius non dixerat.
Adducta res in iudicium est. Oratam Crassus, Gratidianum defendebat Antonius.
Ius Crassus urguebat, 4 quod vitii venditor non dixisset sciens, id oportere
praestari', aequi- tatem Antonius, 'quoniam id vitium ignotum Sergio non
fuisset, qui illas aedes vendidisset, nihil fuisse necesse dici, nec eum esse
deceptum, qui id, quod emerat, quo iure esset teneret.' Quorsus 68 haec? Ut illud
intellegas, non placuisse maioribus nostris astutos. 17. Sed aliter leges,
aliter philosophi tolluntastutiasrleges, quatenus manu tenere possunt,
philosophi, quatenus ratione et in- . tellegentia. Ratio ergo hoc postulat, ne
quid insidiose, ne quid si- mulate, ne quid fallaciter. Suntne igitur insidiae tendere plagas, etiamsi
excitaturus non sis nec agitaturus? ipsae enim ferae nullo 07. non recte
tacuit, « non fece bene a ... ». — sed huius modi ... ; Ci- cerone fa a se
stesso un 1 obbiezione : ma simili casi di reticenza non pos- sono a ano a uno
essere contemplati dal codice civile ; sia pure, egli si risponde, ma quelli
che vi possono essere contemplati, sono puniti. E cita il caso seguente,
difficile a esser contemplato nel codice, perchè l'antico possessore conosceva
la servitù della casa ; eppure nel codice era contem- plato, secondo Crasso. E
ciò perchè? conclude Cicerone. Perchè i nostri giuristi non badavano più che
tanto alle formalità; dove e* era malizia, colpivano il reo, ancorché le forme
fossero salve. — tenentur, origina- riamente tenere voleva dire « trattenere
l'accusato a disposizione della giu- stizia » , perciò tenetur furti, « deve
rispondere del reato di furto » ; reticentia tenetur, « la reticenza cade sotto
la sanzione penale, è colpita, è punita » e simili. — Gratidianus, figlio di
Mario Gratidio d'Arpino, la cui sorella era stata nonna di Cicerone; fu ucciso
per ordine di Siila da Catilina nell'82, essendo pretore per la seconda volta.
— Sergio, fu pretore nel 97. — eae [Sergio], chi interpolò Sergio non capì il
testo. — serviebant, « erano aggravate da una servitù ». — mancipio, «
contratto di vendita». — Crassus, I 108. — Antonius, II 49. — ius urguebat, «
insisteva sul ... , faceva valere il ... ». — quo iure, « rapporti, condizioni
giuridiche », che qui si risolvono in « aggravio ». 68. manu tenere, «colpirle
con la mano», cioè «farle cadere sotto una sanzione materiale ». — suntne
insidiae, « è un'insidia sì o no »; la risposta è affermativa. — excitaturus,
agitaturus, usati intransitivamente, M. TULLI GICERONIS insequente saepe
incidunt. Sic tu aedes
proscribas, tabulam tam- quam plagam ponas, [domura propter vitia vendas]: in
eam 69 aliquis incurrat imprudens. Hoc quamquam video propter de- pravationem
consuetudini s neque more turpe haberi neque aut lege sanciri aut iure civili,
tamen naturae lege sanctum est Societas est enim (quod etsi saepe dictum est,
dicendum est tamen saepius), latissime quidem quae pateat, omnium inter omnes,
interior eorum, qui eiusdem gentis sint, propior eorum, qui eiusdem civitatis.
Itaque raaiores aliud ius gentium, aliud ius civile esse voluerunt; quod
civile, non idem continuo gen- tium, quod autem gentium, idem civile esse
debet. Sed nos veri iuris germanaeque iustitiae solidam et expressam effigiem
nullam tenemus, umbra et imaginibus utimur. Eas ipsas utinara sequeremur !
feruntur enim ex optimis naturae et veritatis 70 exemplis. Nam quanti verba
illa : uti ne propter te fidemve tdam captus fraudatusve sim! quam illa aurea:
ut inter bonos bene agier oportet et sine fraudatione! Sed, qui sint 'boni', et
quid sit 'bene agi', magna quaestio est. Q. quidem Scaevola, pontifex maximus,
summam vim esse dicebat in omnibus iis arbitriis, in quibus adderetur ex fide
bona, fideique bonae senza l'oggetto feras. — ipsae, « da sé ». — proscribas
,.. incurrat, come vendat, § 54, < supponiamo che tu ... qualcuno ci
incapperà >. Il nesso è questo : tu dirai che non hai
obbligato nessuno a comprarti la casa. Ma intanto hai messo fuori il cartello.
Nemmeno il cacciatore ha spinto le fiere nella rete; ma intanto ha teso la
rete. — piagarti, questo nome ha di rado il singolare, ma qui fa simmetria con
tabulam. — domum ... vendas, è un'interpolazione; infatti eam non si riferisce
a domum, ma a plagam. — 69. consuetudinis, puoi spiegare con « sentimento pub-
blico, pubblica opinione > . — dictum est, I 53. — ius gentium, il nostro
«diritto internazionale». — continuo, «subito», cioè «senz'altro». — sed nos
... , questa distinzione tra ius gentium e ius civile mostra già che non avevano
una vera idea della giustizia, la quale dovrebb'essere uguale per tutti gli
uomini. — solidam et expressam, «massiccia e scolpita», come si ha in una
statua, in antitesi con Yumbra e V imago, che si ha in una pittura. — ipsas,
risolvi con « almeno » . — feruntur = ducuntur, « son tratte » . — exemplis, «
tipi » . — 70. nam, perchè basterebbe attenersi a questi dettami della bona
fides per operare rettamente. — quanti suppl. aestimanda sunt. — uti ne ... , è
una delle tante formole usate nelle actiones bo nae fidei, § 61 ; uti, « a
patto che ». — propter te, « per colpa tua » ; trattandosi di persona, è
adoperato più comunemente per — fidem, « il credito, la garanzia » che è
inerente a una persona. — magna, « qui sta il nodo della ... ». — Scaevola, 1
116. — summam de officiis, in, 17,69—72 165 nomen existimabat manare
latissiine, idque versari in tutelis societatibus, fìduciis mandatis, rebus
emptis venditis, conductis locatis, quibus vitae societas contineretur ; in iis
magni esse iudicis statuere, praesertim cum in plerisque essent iudicia
contraria, quid quemque cuique praestare oporteret. Quocirca 7i astutiae
tollendae sunt eaque malitia, quae vult illa quidem videri se esse prudentiam,
sed abest ab ea distatque plurimura. Prudentia est enim locata in dilectu
honorum et malorum, malitia, si omnia, quae turpia sunt, mala sunt, mala bonis
ponit ante. Nec vero in praediis solum ius civile ductum a na- tura malitiam
fraudemque vindicat, sed etiam in mancipiorum venditione venditoris fraus omnis
excluditur. Qui enim scire de- buit de sanitate, de fuga, de furti s, praestat
edicto aediliura. Heredum alia causa est. Ex quo intellegitur, quoniam iuris
na- 72 tura fons sit, hoc secundam naturarti esse, neminem id agere, ut ex
alterius praedetur inscitia. Nec ulla pernicies vitae maior inveniri potest
quam in malitia simulatio intellegentiae ; ex quo ista innumerabilia nascuntur,
ut utilia cum honestis pugnare videantur. Quotus enim quisque reperietur, qui
impunitate et ignoratione omnium proposita abstinere possit iniuria? vim,
risolvi con « capitale importanza » . — nomen, e idea, concetto » . —
existimabat ... lettissime, e assegnava un'immensa estensione». — societa-
tibus, «associazioni». — mandatis, «procare». — rebus ... locatis, tra- duci
cui sostantivi. — magni iudicis, la difficoltà è maggiore nei iudicia ex fide
bona, dove è da tener conto di tanti elementi, che non in quelli stridi iuris,
dove bastava applicar la formula. — iudicia contraria, « le contro accuse, le
contro querele » ; p. es., un mercante di vino dà querela al compratore per
mancato pagamento; il compratore può dar querela al mercante perchè il vino non
corrispondeva al campione. — 71. si, « se è vero che » . — ponit ante, tmesi
per anteponit. — ductum a na- tura = consentaneum naturae, «conforme ai
principii naturali». — excluditur, « si vuole esclusa » . — qui enim ... , il
mercante di schiavi è tenuto a dirne i difetti, altrimenti deve rispondere
(praestat) dei danni. — qui debuit, « chi doveva, a chi toccava ». — edicto,
questo editto è riferito da Gellio IV 2, 1. — heredum, un erede che vende uno
schiavo avuto in eredità non è obbligato (non debuit) a saperne i difetti. —
72' hoc, anticipativo. — praedetur, « trar profitto » , come avrebbe fatto
Scevola, § 62, pagando il fondo al prezzo che gli fu chiesto. — in mali- tia
... intelleg., « simulare perspicacia nella malizia, far passare per avve-
dutezza, perspicacia la malizia, mascherare di perspicacia la malizia».— ista
ut, risolvi « quei casi nei quali » . M. TULLI CICER0N1S 73 18. Periclitemur,
si placet, et in iis quidem exemplis, in quibus peccari vulgus hominum fortasse
non putet. Neque enim de sicariis, veneficis, testaraentariis, furibus,
peculatoribus hoc loco disserendum est, qui non verbis sunt et disputatione
phi- losophorum, sed vinclis et carcere fatigandi, sed baec conside- reraus,
quae faciunt ii, qui habentur boni. L. Minuci Basili, locupletis bominis, fai
su ai testamentum quidam e Graecia Romani attulerunt Quod quo facilius
obtinerent, scripserunt heredes secum M. Crassum et Q. Hortensium, bomines
eiusdem aetatis potentissimos; qui cum illud falsum esse suspicarentur, sibi
autem nullius essent conscii culpae, alieni facinoris munus- culum non repudi a
veruni Quid ergo? satin est hoc, ut non deliquisse videantur? Mihi quidein non
videtur, quamquam al- 74 terum vivum amavi, alterum non odi mortuum; sed, cum
Ba- silus M. Satrium, sororis filium, nomen suum ferre voluisset eumque
fecisset heredem (hunc dico patronum agri Piceni et Sabini; o turpera notam
temporum [nomen illorum]!), non erat aequum principes cives rem habere, ad
Satrium nihil praeter nomen pervenire. Etenim, si is, qui non defendit iniuriam
neque propulsat [a suis], cum potest, iniuste facit, ut in primo libro
disserui, qualis habendus est is, qui non modo non repellit, sed 73.
Pericltiemur, « facciamone la prova », cioè se è vera la mia propo- sizione
quotus quisque ... iniuria. — exemplis, «casi». — fatiyandi = coercendi, e
ridurre al dovere, domare». — Basili, di costui nuli' altro si sa. — quod, « il
loro intento >. — secum, per acquistarsi l'impunità o accaparrarsi la
protezione in caso di un processo. — Crassum, il trium- viro, famoso per le sue
ricchezze ; Hortenstum, Foratore, rivale di Cice- rone, che lo stimò assai. —
munusculum, puoi rendere con e bocconcino ». — ut ... videantur, « a farli
apparire innocenti, a giustificarli ». — alterum, Ortensio; alterum, Crasso. —
non odi, perchè continuar l'odio anche oltre la morte è di animo basso; Cicer.
e Crasso furono nemici. — 74. no- men suum ferre, dopo l'adozione Satrio si
chiamò Minucius Basilus Satrianus. — hunc dico ... , in questa parentesi Cicer.
vuol dare un giu- dizio su Satrio ed esprimere il suo disprezzo per lui. Satrio
si era imposto patrono ai Piceni e ai Sabini, due province che godevano la
cittadinanza romana e che si erano perciò abbassate al livello delle
popolazioni con- quistate, I 35 earum patroni essent. Ciò Cicer. chiama con
disgusto igno- minia dei suoi tempi. Le parole nomen ilhrum furono intruse da
chi non intese che notam si riferisce a patronum e volle invece trovarvi
un'allu- sione al nome Basilus, allusione che veramente non si riesci rebbe a
coni prendere. — in primo libro, § 23. — adiuvat, infatti Crasso e Ortensio \
de 0FFICH8, ni, 13—19, 73—76 167 etiam adiuvat iniuriam? Mihi quidem etiam
verae hereditates non honestae videntur, si sunt malitiosis blanditiis,
officiorum non ventate, sed simulatione quaesitae. Àtqui in talibus rebus aliud
utile interdum, aliud honestum videri solet. Falso; nam eadem utilitatis, quae
honestatis est regula. Qui hoc non per- 75 viderit, ab hoc nulla fraus aberit,
nullum facinus. Sic enim co- gitans: ( Est istuc quidem honestum ,- veruna hoc
expedi t\ resa natura copulatas audebit errore divellere, qui fons est
fraudium, maleficiorum, scelerum omnium. 19. Itaque si vir bonus habeat hanc
vim, ut, si digitis concrepuerit, possit in locupletium testamenta nomen eius
in- repere, hac vi non utatur, ne si eiploratum quidem habeat id omnino neminem
umquam suspicaturum. At dares hanc vim M. Crasso, ut digitorum percussione
heres posset scriptus esse, qui re vera non esset heres, in foro, mihi crede,
saltaret. Homo autem iustus isque, quem sentimus virum bonum, nihil cuiquam,
quod in se transferat, detrahet. Hoc qui admiratur, is se, quid sit vir bonus, nescire
fateatur. At vero, si qui voluerit animi 76 sui complicatam notionem evolvere,
iam se ipse doceat eum virum bonum esse, qui prosit, quibus possit, noceat
nemini nisi lacessitus iniuria. Quid
ergo? hic non noceat, qui quodam quasi in certo modo e tennero mano » alla
falsificazione del testamento. — verae = iwtae, « legittime » . — ventate, *
sincerità » . — atqui, obbiezione. — falso (e a torto») si dovrebbe supplire
videri solet, — 7ò. istuc , questo pronome ha due forme: iste ista istud e
istic istaec istuc, così illic illaec illuc. — res ... divellere, § 11 haec
natura cohaerentia opi- nione distraxissent. — fraudium, egualmente usato che
fraudum. — vim ut possit inrepere, risolvi attivamente: « il potere di
introdurre (far sci- volare) il suo nome ». — si dig. concrep. 9 * con un
semplice crocchiar di dita ». — dares ... saltaret , « dovresti dare ...
ballerebbe », € provati a dare ... » ; qui il congiuntivo esortativo dares ha
valore di una prò tasi ipotetica; cfr. § 68 proscribas, § 54 vendat. — qui re
vera ... heres, senza realmente esser l'erede, senza averne il diritto. — in
foro saltaret, sarebbe una sconcezza, come in foro cantare, I 145. — sentimus =
existi- mamus, I 124. — admiratur, « trova strano, non si capacita », cfr. II
56 admiremur. — 70. animi sui ... evolvere,- puoi conservare la mede/ sima
imagine: « sviluppare il concetto (intorno al vir bonus) che ancora ci giace
involuto nello spirito » ; animi, non oggettivo « l'idea che abbiamo del nostro
animo », ma soggettivo < l'idea che abbiamo nel nostro animo ». — a notionem
suppl. viri boni. — iam ... doceat, « si persuaderà » . — nisi lacessitus, I
20. — non noceat, « non si dirà che ... ». — veneno, « filtro », S 168 M. TULLI
CICER0NI3 veneno perficiat, ut veros heredes moveat, in eorum locum ipse
succedat? 4 Non igitur
faciat', dixerit quis, 'quod utile sit, quod expediat?' Immo intellegat nihil
nec expedire nec utile 77 esse, quod sit iniustum; hoc qui non didicerit, bonus
vir esse non potè ri t. G. Fimbriam consularem audiebam de patre nostro puer
iudicem M. Lutatio Pinthiae fuisse, equiti Ro- mano sane honesto, cum is
sponsionem fecisset, ni tir bonus esset. itaque ei dixisse Fimbriam se illam
rem numquam iu- dicaturum, ne aut spoliaret fama probatum hominem, si contra
iudicavisset, aut statuisse videretur virum bonum esse'aliquem, cum ea res
innumerabilibus officiis et laudibus conti nere tur. Huic igitur viro bono, quem Fimbria etiam, non modo
Socrates noverat, nullo modo videri potest quicquam esse utile, quod non
honestum sit. Itaque talis vir non modo facere, sed ne cogitare quidem quicquam
audebit, quod non audeat predi- care. Haec non turpe est dubitare philosophos,
quae ne rustici quidem dubitent? a quibus natum est id, quod iam contri tum est
vetustate, proverbium. Cum enim (idem alicuius bonita- temque laudani, dignum
esse dicunt, 'quicum in tenebris mices'. Hoc quam habet vim nisi illam, nihil
expedire, quod non de- poi € malia >. — ut, risolvi con e di » e l'infinito,
introducendo succedat con « per > . — quis, « altri » , indefinito. — 77.
Fimbriam, C. Flavius Fimbria, console nel 104, da non confondere coti l'altro
Fimbria, parti- giano di Mario. — de = ex. — Lutatio, del resto ignoto. —
sponsio* nem ... esset, il fatto a cui si allude non è noto, ma dovette essere
a un dipresso così. In una questione qualsiasi, anche privata, qualcuno avrà
dubitato dell'onestà di Lutazio; Luta zio allora disse: ebbene, provochiamo un
giudizio (una sentenza) sulla mia onestà ; se non sarò dichiarato onesto,
pagherò una somma. Se la sentenza gli era favorevole, egu se ne poteva giovare
come di pregiudiziale in un'altra causa qualunque e così si sem- plificava la
procedura. Queste pregiudiziali, era costume provocarle ap- posta, anche su
questioni inconcludenti. Così la provocò anche Lutazio ; ma Fimbria si rifiutò
di formular la sentenza, per non sprecare una sen- tenza di onorabilità in una
questione di nessuna importanza. — spon- sionem, scommessa, deposito, pegno. —
si ... iudicavisset, se la sentenza avesse dovuto essergli contraria. —
aliquem, « uno pur che sia » . — laudibus, « qualità, meriti ». — noverat, «
avere un chiaro concetto »; quale fosse il concetto di Socrate, è detto al § 11
: egli non voleva disgiunto l'utile dall'onesto. — praedicare, e dire in pubblico
». — quicum ... mices; mìcare nel suo primo significato vale e far tremolare,
agitare » , qui e agi- tare le dita », come si fa nel gioco che da noi si
chiama < della mora », dove due giocatori pronunciano ciascuno un numero
nell'atto che stendono de officiis, in, 19—20, 77—80 169 ceat, etiamsi id
possis nullo refellente obtinere? Videsne hoc 78 proverbio neque Gygi illi
posse veniam dari neque huic, quem paulo ante fingebam digitorum percussione
hereditates omnium posse converrere? Ut enim, quod turpe est, id quamvis occul-
tetur, tamen honestura fieri nullo modo potest, sic, quod hones- tum non est,
id utile ut sit, effici non potest adversante et re- pugnante natura. 20. At
enim, cum permagna praemia sunt, est causa pec 79 candi. G. Marius cum a spe
consulatus longe abesset et iam septimum annum post praeturam iaceret neque
petiturus ura- quam consulatum videretur, Q. Metellum, cuius legatus erat,
summum virurn et civem, cum ab eo, imperatore suo, Koraam missus esset, apud
populum Eomanum criminatus est bellum illum ducere; si se consulem fecissent,
brevi tempore aut vivum aut mortuum Iugurtham se in potestatem populi Romani
red- acturum. Itaque factus est
ille quidem consul, sed a fide i us- ti tiaque discessi t, qui optimum et
gravissimum civem f cuius legatus et a quo missus esset, in invidiam falso
crimine addu- xerit. Ne noster quidem
Gratidianus officio viri boni functus 80 est tum, cum praetor esset
collegiumque praetorium tribuni plebi adhibuissent, ut res nummaria de communi
sententia con- sti tue retur; iactabatur enim temporibus illis nummus sic, ut
alcune dita della loro mano destra: vince quegli che ha pronunciato il numero
eguale a quello della somma delle dita stese. Noi possiamo perciò tradurre
tutta la frase : e dicono che con lui si può giocare alla mora al buio » . —
refellere , e convincere di errore , cogliere in fallo » . — 78. G-ygiy § 38. —
converrere , veramente e ammucchiare spazzando » ; noi potremmo dire con un'
imagine affine « rastrellare », meglio « ar- raffare » . 79, At enim, « eppure,
mi si obbietta ». — G. Marius, spezza questo periodo, facendo punto dopo
videtur, — septimum annum, I 1 annum. Mario fu pretore nel 115; console per la
prima volta nel 107. — iaceret, € non aver nessun credito politico ». —
Metellum, console nel 109; con- dusse la guerra contro Giugurta. — ab eo
missus, invece secondo Sal- lustio (Iugurth. 64) Mario chiese a Metello una
licenza per presentarsi candidato al consolato, e Metello gliela accordò,
mettendolo in derisione. — ducere, e trarre in lungo». — in invidiam adduxerìt,
emetter in discredito». — 80, noster, qui vale «mio parente»; cfr. § 67. —
praetor, fu pretore nell'86. La sua astuzia consistette nel farsi attribuire
tutto il merito dell'editto, e ciò per prepararsi la via al consolato, che però
non ottenne; fu invece pretore una seconda volta nell' 82. — res nummaria, « la
questione monetaria ». — iactabatur nummus, « la cir- 170 M. TULLI CICERONIS
nemo posset scire, quid haberet. Conscripserunt communiter edictum cuoi poena
atque iudicio consti tueruntque, ut omnes 8imul in rostra post meridiem
escenderent. Et ceteri quidem alius alio, Marius ab subselliis in rostra recta
idque, quod com- muniter compositum fuerat, solus edixit. Et ea res, si
quaeris, ei magno honori fuit; omnibus vicis statuae, ad eas tus, cerei ; 81
quid multa? nemo umquam multitudini fuit carior. Haec su ut, quae conturbent in
deliberatone non numquam, cuoi id, in quo vi ola tur aequitas, non ita magnum,
illud autem, quod ex eo paritur, permagnum videtur, ut Mario praeripere collegis
et tribunis plebi popularem gratiam non ita turpe, consulem ob eatn rem fieri,
quod sibi tum proposuerat, valde utile videbatur. Sed omnium una regala est,
quam tibi cupio esse notissima in, aut illud, quod utile videtur, turpe ne sit
aut, si turpe est, ne videatur esse utile. Quid igitur? possumusne autillum
Marium virum bonum iudicare aut hunc? Explica atque excute intel- legentiam
tuam, ut videas, quae sit in ea [species] forma et notio viri boni. Cadit ergo
in virum bonum mentiri emolumenti sui 82 causa, criminari, praeripere, fallere?
Nihil profecto
minus. Est ergo ulla res tanti aut commodum ullum tam expetendum, ut viri boni
et splendorem et nomen amittas? Quid est, quod ad- terre tantum utilitas ista,
quae dicitur, possit, quantum au- ferre, si boni viri nomen eripuerit, fidem
iustitiamque detraxerit? Quid
enim interest, utrum ex homine se convertat quis in be- luam an hominis figura
immanitatem gerat beluae? colazione oscillava » ; e ciò per le numerose
falsificazioni. — quid, « quanto ». — cum, risolvi in * determinando ... ». —
iudicio, « procedura ». — in rostra, per la proclamazione. — alius alio suppl.
iverunt. — Marius Bcil. Gratidianus. — ab subselliis scil. tribunorum, dove si
era tenuto il consiglio. — recta, ablativo. — si quaeris, « se lo domandi, se
chiedi la verità, a dire il vero, francamente, senza dubbio». — 81. quae con-
turbent (suppl. animos), relativa consequenziale, perciò il congiuntivo. — id
in quo violatur, puoi risolvere col sostantivo e violazione ». — illud, e il vantaggio».
— Mario, Gratidiano. — noti&simam, «sempre presente». — aut... aut,
l'ordine regolare richiederebbe: illud quod utile videtur aut turpe ne sit aut.
— illum, C. Mario; hunc, Gratidiano. — explica, cfr. § 76 complicatam notionem
evolvere. — cadit in ... , « si dà in ... », cioè «viene in mente...», «ò
suscettibile di ... ». — nihil ... minus, « tut t'altro ». — 82. nomen,
aggiungici un aggettivo, p. e., « glorioso, ono- rifico ». — quae dicitur,
potresti risolvere con « apparente ». — hominia db OFPiciis, ni, 20—21, 81—83
171 21. Quid? qui omnia recta et honesta neglegunt, dum modo potentiam
consequantur, nonne idem faciunt, quod is, qui etiam socerum ha ber e voluit
eum, cuius ipse audacia potens esset? Utile ei videbatur plurimum posse
alterius invidia; id quara iniustum in patriam et quam turpe esset, non
videbat. Ipse autem socer in ore semper Graecos versus de Phoenissis habebat,
qu.os dicam, ut poterò, incondite fortasse, sed tamen, ut res possi t intellegi
: Nam si violandum est iùs, regnandi gràtia Violàndum est; aliis rèbus pietatém
colas. Capitalis Eteocles
vel potius Euripides, qui id unum, quod omnium sceleratissimum fuerit,
exceperit! Quid ì^* ur minuta 83 colligimus, hereditates, mercaturas,
venditiones fraudulentas ? ecce tibi, qui rex populi Rom.. dominusque omnium
gentium esse concupiverit idque perfecerit . Tane cupiditatem si honestain
quisesse dicit, amens est; probat enirn legum et libertatis inter- itum
earumque oppressionem taetram et detestabilem gloriosam putat. Qui autem fatetur honestum non esse in ea civitate,
quae libera fuerit quaeque esse debeat, regnare, sed ei, qui id facere possit,
esse utile, qua hunc obiurgatione aut quo potius con- figura, non si spiega «
sotto le sembianze umane » , ciò che si direbbe in figura hominis, § 32, ma e
conservando le sembianze umane » ; perciò hominis figura è ablat. di qualità,
dove il genitivo hominis rappresenta l'aggettivo humana. is qui ... ; Pompeo
nel 59 sposò a 47 anni Giulia, figlia di Cesare, la quale ne aveva 23 ed era
già promessa a Cepione; fu un matrimonio po- litico. — invidia, « l'odiosità »,
che Cesare si era procacciata presso gli ottimati con la sua audacia. — de, «
tratti dalle ... », « delle ... ». — Phoenissis, una tragedia di Euripide,
della quale Cicer. traduce metrica- mente, come suol fare spesso nelle
citazioni poetiche, i due seguenti versi (524-525): clircp *fàp àòiKCiv xpn>
xupavviòoc; irépi (anastrofe) || KdXXiaxov àòiKeìv, TdXXa («nel resto»,
accusativo assoluto) ò* cùaePetv xP € wv. — nam si ... , versi trimetri giambici
(-- *,-»-, -^, --, - z , ^- || w-, - vw> --£, -w f -J- t w-). Eteocles, quei
due versi sono nella tragedia pronunciati da Eteocle, contro il quale si
scaglia Cicerone, perchè si rese reo di così iniqua sentenza ; ma poi si
correggo, perchè il vero reo di avergliela fatta dire è Euripide, reo anche di
aver dato modo a Cesare di servirsene, per coonestare argutamente i propri
disegni. — 83. mi- nuta colligimus, per significare il disgusto espresso in
questa frase puoi risolvere colligere in «perdersi dietro». — ecce Ubi,
«eccoti», dativo etico. — qui autem, nella traduzione risolvi: «se alcuno». —
convicio f r 172 M. TULLI C1CER0NIS vicio a tanto errore coner avellere? Potest enirn, di immortales!
cuiquam esse utile foedissimum et taeterrimum parricidium patriae, quamvis is,
qui se eo obstrinxerit, ab oppressis civibus parens nominetur? Honestate igitur
dirigenda utilitas est, et quidem sic, ut haec duo verbo inter se discrepare,
re unum so- 84 nare videantur. Non
habeo, ad vulgi opinionem quae maior utilitas quam regnandi esse possit; nihil
contra inutilius ei, qui id iniuste consecutus sit, invenio, cum ad veritatem
coepi revocare rationem. Possunt enim cuiquam esse utiles angores,
sollicitudines , diurni et nocturni metus, vita insidiarum peri- culorumque
pienissima? Multi iniqui utque infideles régno, pauci bénivoli inquit Accius.
At cui regno? Quod a Tantalo et Pelope pro- di tura iure obtinebatur. Nam
quanto pluris ei regi putas, qui exercitu populi Romani populum ipsum Romanura
oppressisset civitatemque non modo liberam, sed etiam gentibus imperantem 85
servire sibi coégisset? Hunc tu quas conscientiae labes in animo censes Imbuisse, quae vulnera?
Cuius autem vita ipsi potest utilis esse, cum eius vitae ea condicio sit, ut,
qui illam eri- puerit, in maxima et gratta futurus sit et gloria? Quodsi haec utilia non sunt, quae maxime videntur,
quia piena sunt dede- coris ac turpitudinis, satis persuasum esse debet nihil
esse utile, quod non honestum sit. e caldo appello, ammonimento ». — parens,
Cesare fa chiamato parens patriae nel 45, dopo la battaglia di Manda, titolo che
destò le gelosie di Cicer., che voleva essere solo a portarlo. — dirigenda, «
lasciarsi gui- dare, regolare » . — duo, scil. honestas et utilitas. — unum =
idem. — 84. habeo = video. — ad vulgi opinionem, « alla stregua ... » ;
antitesi ad veritatem. — coepi, noi sostituiamo il presente. — multi iniqui ...
. non si sa da qual tragedia sia preso questo verso: certo l'argomento era
desanto dal ciclo delle tradizioni sai Pelopidi; il verso è tetrametro trocaico
catalettico (■***, — , -^, — , - i -, — , ^^^, -). — regno, dativo. — proditum,
«trasmesso». — nam 9 noi risolviamo con «invece». Il nesso è: se un regno
legittimamente costituito ha tanti nemici, quanti più non ne avrà uno fondato
sull'oppressione. — pluris (plurale) scil. ini- quos fuisse. — 85. cuius ...
utilis esse, letteralmente: « di qual uomo può la vita esser utile a se stesso
», cioè « a qual aorno può la vita esser utile »; cuius vita ipsi = cui vita
sua. — qui illam eripuerit, sul tiran nicidio cfr. § 32. de OFFJdis, ni, 21—22,
84-87 173 22. Quamquam id quidem cum saepe alias, tum Pyrrhi 86 bello a C.
Fabricio constile iterum et a senatu nostro iudicatum est. Cum enim rex Pyrrhus
populo Romano bellum ultro intu- lisset cumque de imperio certamen esset cum
rege generoso ac potente, perfuga ab eo venit in castra Fabrici eique est pol-
licitus, si praemium sibi proposuisset, se, ut clam venisset, sic clam in
Pyrrhi castra rediturum et eum veneno necaturum. Bunc Fabrici us reducendum
curavit ad Pyrrhum idque eius factum laudatum a senatu est. Atqui, si speciem
utilitatis opi- oionemque quaerimus, magnum illud bellum perfuga unus et gravem
adversarium imperi sustulisset, sed magnum dedecus et flagitium, quicum laudis
certamen fuisset, eum non virtute, sed scelere superatum. Otrum igitur utilius
vel Fabricio, qui 87 talis in hac urbe, quali s Aristides Athenis, fuit, vel
senatui nostro, qui numquam utilitatem a dignitate seiunxit, armis cum hoste
certare an venenis? Si gloriae causa imperium expetundum est, scelus absit, in
quo non potest esse gloria ; sin ipsae opes expetuntur quoquo modo, non
poterunt utiles esse cum infamia. Non igitur utilis illa L. Philippi Q. f.
sententia, quas civitates L. Sulla pecunia accepta ex senatus consulto
liberavisset, ut eae rursus vectigales essent neque iis pecuniam, quam prò li-
beriate dederant, redderemus. Ei senatus est adsensus. Turpe »; 86. Quamquam, «
quantunque non c'è bisogno che lo dica io, poiché... puoi risolvere quamquam in
«senza di che >. — iterum, fa da attributo a cornute. — ultro, « senz'esser
provocato * , « per primo » . - de imperio, perciò guerra mite, I 38. —
potente, I 46 sapiente. — veneno necaturum, noi abbiamo il verbo specifico. —
speciem ... opinionem, l'apparenza del- l'utile e il concetto che di esso si
ha. — sustulisset, nella traduzione po- tresti risolvere: ci accorgeremo che,
cfr. I 57 lustrar is ... est. — 87- talis, cioè giusto. — numquam ... seiunxit,
l'affermazione così sulle generali, e con la sostituzione di dignitas (< onore
>) a honestas, può passare per Cicerone e per un Romano, che ha a cuore il
proprio onor nazionale; ma il senato romano non salvò sempre la dignitas e
tanto meno la honestas. — quoquo, cfr. I 43 quacumque. — cum infamia =
coniunctae cum in- famia, « quando tragga, porti con sé il disonore » . —
Philippi, I 108. — liberavisset, scil. tributo. Alcune città dell'Asia minore
ritolte dai Romani a Mitridate e fatte tributarie, si riscattarono pagando una
somma all'erario romano. — liberavisset, libertate, «riscattare, riscatto». —
turpe ... honestum, efficace rapidità ottenuta con la soppressione della copula
esse, che si dovrebbe supplire sei volte: fuit, est, sunt, fuit, esse, 174 M.
TULLI CICERONIS imperio! piratarum enim melior fides quam senatus. At aucta
vectigalia, utile igitur. Quousque audebunt dicere quicquam 8s utile, quod non
honestum? Potest autem ulli imperio, quod gloria debet fultum esse et
benivolentia sociorum, utile esse odium et infamia? «Ego etiam cum Catone meo
saepe dissensi; « nimis mihi praefracte videbatur aerarium vectigaliaque defen-
« dere, omnia publicanis negare, multa sociis, cum in hos bene- « fici esse
deberemus, cum illis sic agere, ut cum colonis nostris «soleremus, eoque magis,
quo illa ordinum coniunctio ad sa- « lutem rei publicae pertinebat ». Male
etiam Curio, cum causato Transpadanorum aequam esse dicebat, semper autem
addebat: 4 Vincat u tintasi' Potius doceret non esse aequam, quia non esset
utilis rei publicae, quam, cum utilem diceret non esse, aequam fateretur. 89
33. Plenus est sextus liber de officiis Hecatonis talium quaestionum: 4 sitne
boni viri in maxima cantate annonae fa- lli ili a m non alere'. In utramque
partem disputat, sed tamen ad extremum utilitate, ut putat, offici uni di rigit
magis quam humanitate. Quaerit, si in mari iactura facienda sit, equine 8Ìt. —
piratarum ... senatus, bella prova di dignitas ! — 88. ego etiam ... , qui
Cicerone dalle parole benivolentia e odium fu tratto a in- serire più tardi un
esempio, che riguarda la concordia fra i vari ordini cittadini, ma non ha che
fare col conflitto tra la virtù e l'utile; senza dire che male etiam Curio si
riconnette all'esempio di Filippo. Il fatto a cui allude è questo. I cavalieri,
appaltatori delle imposte dell'Asia minore, avevano nel 61 chiesto una diminuzione
della quota d'appalto ; Cicerone e Catone in fondo erano d'accordo nel
deplorare quella istanza, ma Catone vi si oppose « ad oltranza » (praefracte),
come si direbbe; Cicerone invece proponeva una conciliazione, per evitare una
collisione tra cavalieri e se nato. E così avvenne; votata la proposta di
Catone, i cavalieri passarono al partito di Cesare e da lui ottennero nel 59
l'abbono di un terzo della quota. — cum deberemus, < mentre ... , laddove».
— hos scil. socio* ; illis scil. publicanis. — sic agere, « contenersi con ...
, trattarli». — co- lonis, ai fittaioli solevano i proprietari condonare negli
anni critici una parte del fìtto. — soleremus, appartiene sAYoratio obliqua. —
eo magis quo, più frequente eo magis quod. — Curio, II 59. — Transpad., do-
mandavano la cittadinanza romana; l'ottennero più tardi da Cesare nel 49. —
utiìitas f perchè altrimenti l'erario perdeva le imposte di quella pio vincia.
— doceret, « avrebbe dovuto ... ». 89. Hecatonis, §63. — familiam % «la
servitù». — in utramque partem, « prò e contro » ; li 37. — ut putat dirigit =
dirigendum putat, « fa dipendere, regola » ; § 83 dirigenda. — iactura
facienda, « far getto de officiis, ih, 22—23, 88—91 175 pretiosi potius
iacturam faciat an servuli vilis. Hic alio res fa- miliaris, alio ducit
humanitas. 'Si tabulam de naufragkr stultus arripuerit, extorquebitne eam
sapiens, si potuerit?' Negat, quia sit iniuriura. 'Quid? dominus navis
eripietne su«m ?' 'Minime, non plus quam [si] navigantem in alto eicere de navi
velit, quia sua sit. Quoad enim perventumst eo, quo sumpta navis est, non domini est navis, sed
navigantium.' 'Quid? si una ta- 90 buia sit, duo
naufragi, eique sapientes, sibine uter rapiat, an alter cedat alteri?' 'Cedat
vero, sed ei, cuius magis intersit vel sua vel rei publicae causa vivere.'
'Quid, si haec paria in utroque?' 'Nullunrerit certaraen, sed quasi sorte aut
mi cando victus alteri cedet alter/ 'Quid? si pater fana expilet, cuniculos
agat ad aerarium, indicetne id magistratibus filius?' 'Nefas id quidem est, quin etiam
defendat patrem, si arguatur.' 'Non
igitur patria praestat omnibus officiis?' 'Immo vero, sed ipsi patriae conducit
pios habere cives in parentesi 'Quid? si ty- rannidem occupare, si patriam
prodere conabitur pater, silebitne filius?' 'Immo vero obsecrabit patrem, ne id
faciat. Si nihil pro- ficiet, accusabit, minabitur etiam, ad extremum, si ad
perniciem patriae res spectabit, patriae salutem anteponet saluti patris.' «
Quaerit etiam, si sapiens adulterinos nummos acceperit impru- 9] « dens prò
bonis, cum id rescierit, soluturusne sit eos, si cui de- « beat, prò bonis.
Diogenes ait, Antipater negat, cui potius adsen- di qualche cosa » per
alleggerire il bastimento. — faciat, il soggetto non è espresso, ma è facile
supplirlo; noi possiamo adoperare la forma imper- sonale: « si deva ... ». —
res familiaris, « l'interesse ... ». — si potuerit f risolvi col gerundio. —
quid, questo e gli altri quid si rendono in ita- liano con la congiunzione « e
» enfatica. — dominus ... suum, come se fosse : si dominus navis tabulam
eripere voluerit, poteritne eripere suum ? — non plus quam velit, struttura che
si compirebbe così: non velit ta- bulam eripere plus quam velit eicere, « non
pretenderebbe strappargli la tavola più di quello che pretenderebbe gettarlo in
mare»; V italiano ri- solve non plus quam in « come non ». — eo quo, « al punto
per cui » . — sumpta, « noleggiare ». — 90. uter qui = uterque. — vero, av-
verbio. — micando, « fare al tocco » con le dita (§ 77), « fare a pari e
caffo». — accusabit, « ammonire», cfr. § 83 convicio. — 91. quaerit scil.
Hecato. Gli esempi che seguono in questo capitolo non riguardano il conflitto
tra due doveri; ma Cicer. li ha innestati qui, forse posteriore mente,
traendoli da Ecatone. — cum id rescierit, traduci col gerundio. — Diogenes,
Antipater, questi due filosofi non potrebbero rispondere ai 176 M. TULLI
CICERONIS «tior. Qui vinutn fugiens vendat sciens, debeatne dicere. Non «
necesse putat Diogenes, Antipater viri boni existimat. Haec « sunt quasi
controversa iura Stoicorum. 'In mancipio vendundo « dicendane vitia, non ea,
quae nisi dixeris, redhibeatur manci- «pium iure civili, sed haec, mendacem
esse, aleatorem, fura- 92 « cem, ebriosum ?' Alteri dicenda videntur, alteri
non videntur. « 4 Si quis aurum vendens orichalcum se putet vendere, indi- «
cetne ei vir bonus aurum illud esse an emat denario, quod sit « mille
denarium?' Perspicuum est iam
et quid mihi videatur et «quae sit inter eos philosophos, quos nominavi,
controversia». 24. Pacta et promissa semperne servanda sint, quae nec vi iNEC
dolo malo, ut praetores solent, facta sint. Si quis me- dicamentum cuipiam
dederit ad aquam intercutem pepigeritque, si eo medicamento sanus factus esset,
ne ilio [medicamento] um- quam postea uteretur, si eo medicamento sanus factus
sit et annis aliquot post inciderit in eundem morbum nec ab eo, quicum
pepigerat, impetret, ut iterum eo liceat uti, quid fa- ciendum sit. Cum sit is inhumanus, qui non concedat, nec ei
quesiti di Ecatone, essendo vissuti prima di lui (§ 51); ma qui essi Fono
introdotti come rappresentanti imaginari di due opinioni contrarie. — ait, «
dice di sì » . — fugiens, « in via di putrefazione » ; con questa inda- gine
strana parrebbe avere una certa analogia ciò che noi diciamo del formaggio o
della carne guasta: «cammina». — debeatne, dipende da quaerit — haec, si
riferisce a ciò che segue. — tura, termine giuridico applicato ai filosofi;
perciò quasi, cfr. I 11 quasi antecessiones. — dicen dane suppl. sint. — quae
... mancipium, secondo Ulpiano (Digest.XXI 1,11) redhibere est, ut rursus
habeat venditor quod habuerat; noi con una frase più generica possiamo dire «
annullare il contratto » ; tutto il passo si tradurrebbe: «che taciuti portano
con sé l'annullamento del con- tratto ». — mendacem esse ... , infiniti
appositivi; cfr. I 37 appellare. — 92. mille denarium (forma secondaria del
genitivo denariorum), genitivo di qualità e non di prezzo; il prezzo
significato con una somma si trova sempre in ablativo. servanda sint, si
supplisce explicatur t quaeritur e simili; e così solita- mente nelle
intestazioni. — solent suppl. edicere. L'editto suona: pacta conventa, quae neque dolo malo,
neque adversus leges facta erunt. servabo (Digest II 14. 17. 7). — si quis si eo, questo periodo nella
traduzione si deve accomodare diversamente, dando alle proposizioni ipo-
tetiche una forma affermativa, così: « Uno, poniamo il caso, ha dato ... », si
faccia punto dopo uteretur e si continui : « Quegli difatto guarì; ma poi ... »
; dopo liceat uti due punti. — ad aquam, « contro ... , per ... ». de ofkiciis,
in, 24—25, 92—94 177 quicquam fiat iniuriae, vitae et saluti consulendum. Quid?
si 93 qui sapiens rogatus sit ab eo, qui eum heredem faciat, cum ei testamento
sestertium milies relinquatur, ut, ante quam bere- ditatem adeat, luce palam in
foro saltet, idque se facturum promiserit, quod aliter heredem eum scripturus
ille non esset T faciat, quod promiserit, necne? Promisisse noi lem et id
arbitror fuisse gravitatis; quoniam promisit, si saltare in foro turpe ducet,
honestius mentietur, si ex hereditate nibil ceperit, quam si ceperit, nisi
forte eam pecuniam in rei publicae magnum aliquod tempus contulerit, ut vel
saltare, cum patriae consul- turus sit, turpe non sii 25. Ac ne illa quidem
promissa servanda sunt, quae non 94 sunt iis ipsis utilia, quibus illa
promiseris. Sol Phaetbonti filio, ut redeamus ad fabulas, facturum se esse
dixit, quicquid optasset; optavit, ut in currum patris tolleretur: sublatus
est. Atque is, ante quam constitit, ictu fulminis deflagravi^ Quanto melius
fuerat in hoc promissum patris non esse servatami Quid, quod Theseus exegit
promissum a Neptuno? cui cum tres optationes Neptunus dedisset, optavit
interitum Hippolyti filii, cura is — eum, e considerato ... ». — 93. quid? si,
risolvi in: « supponiamo ancora che ... > , mettendo due punti dopo non
esset. — relinquatur, non concorda col numerale racchiuso in milies, ma col
sostantivo sestertium : un sesterzio ripetuto mille volte; qui poi non abbiamo
il sestertius (ma- schile), sesterzio piccolo, ma il sestertium (neutro),
sesterzio grande. Ora il sestertium grande accompagnato ai numeri cardinali
vale mille sesterzi piccoli (p. e., duodecim milia sestertia = 12000 X 1000,
dodici milioni), accompagnato ai numeri moltiplicativi vale cento mila sesterzi
piccoli {perciò nel caso nostro sestertium milies vale 1000 X 100000, ossia
cento milioni). Il sestertius è valutato venti dei nostri centesimi. — quod
aliter, € che altrimenti ». — promisisse scil. eum, — gravitatis, « dignità ».
— quon- iam promisit, veramente la promessa di ballare nel Foro non era
assoluta, ma vincolata alla condizione di accettar l'eredità; qui però è
considerata come assoluta; il pensiero è: € una volta promesso, se egli non
vorrà bai- lare, avrà più onesto motivo a romper la promessa rifiutando
l'eredità che accettandola ». — magnum tempus, « grave, straordinaria necessità
», che si risolve in e servizio straordinario». 94. promiseris, risolvi col
verbo generico « fare ». — ad fabulas, I 82 ut in fabulis est. — tolleretur,
secondo altre tradizioni il figlio domandò al padre di guidare da solo il
cocchio. — atque, « ed ecco » . — constitit, mettersi a sedere. — in hoc =* in
hac re. — quid quod ... « che dire •della promessa che ... » ; il medesimo
esempio è recato nel I 32. — tres optationes = tria optandi («di chiedere tre
grazie») facultatem. — Cicerone, De Officila > comm. da R. Sarradixi. 2»
ediz. 12 173 Sf. TULLI CICERONI» patri snspectu* esset de noverca: quo optato
impetrato Thesens 95 in roaxumis fuit luctibus. Quid Agamemno? non, cum devo-
vi&set Dianae, quod in suo regno pnlcherrìmam natam esset ilio anno, immola
vi t Iphigeniam, qua nihil erat eo quidem anno natam pulchrias? Prora issum
potius non faciendum qnam tam taetram facinus admittendum fait Ergo et promissa
non facienda non numqaam, neqne semper deposita reddenda. Si gladium quis apud
te sana mente deposuerit, repetat insaniens, reddere peccatam sit, offici um
non reddere. Quid? si is, qui apud te pecuniam deposuerit, bellum inferat
patriae, reddasne deposi tum? Non credo; facies enim contra rem publicam, quae
debet esse carissima. Sic multa, quae honesta natura videntur esse, temporibus
fiunt non honesta ; facere promissa, stare con- ventis, reddere deposita
commutata utilitate fiunt non honesta. Ac de iis quidem, quae videntur esse utilitates contra
iustitiam simulatone prudentiae, satis arbitror dictum. 9fi Sed quoniam a
quattuor fontibus honestatis primo libro of- ficia duximus, in eisdem versemur,
cum docebimus ea, quae videantur esse utilia neque sint, quam sint virtutis
inimica. Ac de prudentia quidem, quam vult imitari
malitia, itemque 06. quid Agamemno? «E Agamennone?» cfr. § 89 quid. — non =
nonne» — quod pulcherrimum, nella traduzione puoi invertire l'ordine di queste
due parole. — non faciendum fuit, « non avrebbe dovuto ... » . — repetat, nella
traduzione non si può conservare l'asindeto. — si is qui, risolvi si quis,
introducendo inferat con ce volesse poi...». — facies,. esprime la conseguenza
come reale, noi la esprimiamo in forma di dubbia < faresti, offenderesti » .
— facere, mantenere, cfr. I 31. — stare conventi*, come promissis stare I 82. —
commutata utilitate, mutandosi i rapporti dell'utilità, quando cioè donde si
sperava un vantaggio nasce nn danno. — de iis ... prudentiae, e di quelle
utilità, le quali non sono che appa- renti e sotto maschera di prudenza
contravvengono alla giustizia ». Questa e effettivamente il concetto che
campeggia, quantunque non sempre si scorga, dal § 62 fino a qui. 90. A questo
punto Cicerone fìssa un ordine alla sua esposizione, rias- sumendo i due
quesiti già sviluppati: nel primo dei quali ha trattata del conflitto
dell'utile coi doveri della giustizia (§§ 40-61); nel secondo ha discorso della
malizia mascherata da prudenza (§§ 62-95). Resta il con- flitto dell'utile con
le altre due virtù: la fortezza e la temperanza. Il conflitto con la fortezza è
esemplificato in Ulisse e Regolo; il conflitto con la temperanza e esaurito in
una breve confutazióne dell'epi- cureismo (§§ 1 16-120). — in eisdem versemur,
• dobbiamo attenerci ad esse » — neque, « ma non », § 7 nec. — quam ...
malitia, risolvi « sotto cui si de offigiis, in, 25— 2ó, 95—98 179 de iustitia,
quae semper est utilis, disputatum est Keliquae sunt duae partes honestatis,
quarum altera in animi excellentis magnitudine et praestantia cernitur, altera
in conformatione et moderatone continentiae et temperantiae. 26. Utile videbatur
Ulixi, ut quidem poétae tragici prò 97 diderunt: nam apud Homerum, optumum
auctorem, talis de Ulixe nulla suspicio est, sed insimulant eum tragoediae
simu- 1 a ti one insaniae militiam subterfugere voluisse. Non honestum
consilium, at utile, ut aliquis fortasse dixerit, regnare et Ithacae vivere
otiose cum parentibus, cum uxore, cum filio. Ullum tu decus in cotidianis
laboribus et periculis cum hac tranquillitate conferendum putasPEgo vero istam
contemnendam etabiciendam, quoniam, quae honesta non sit, ne utilem quidem esse
arbitror. Quid enim auditurum putas fuisse Ulixem, si in illa simula- 99 tione
perse veravisset? qui cum maximas res gesserit in bello, tamen haec audiat ab
Aiace: Cuius ipse princeps iùris iurandi fuit, Quod ómnes scitis, sólus neglexit
fidem; cela la ... ». oppure « di cui la malizia vuol mascherarsi >. —
excellentis, « nobile » . — praestantia, « elevatezza » . — conformatio , «
perfeziona» mento » , cfr. I 7 conformati; noi diciamo con una imagine analoga
e uomo compito » ; puoi spiegare « compitezza » . — continentiae et temp. =
con» tinentis et temperanti^ animi, 97. utile ... sed insimulant ... ,
anacoluto, che si potrebbe risolvere così: utile videbatur Ulixi simulatone
insaniae militiam subterfugere , ut quidem poetae tragici prodiderunt ; id enim
UH insimularunt, nam apud Homerum talis de Ulixe nulla suspicio est. Raccontano
che Ulisse invi- tato a prender parte alla guerra di Troia, vi si rifiutasse,
preferendo gli ozi di Itaca, accanto alla sua Penelope, sposata di fresco e che
gli aveva partorito da poco Telemaco. Andarono a prenderlo Nestore e Menelao,
ma egli si fìnse pazzo. Finalmente vi andò Palamede, che gli minacciò di morte
il figlio Telemaco e allora Ulisse si tradì involontariamente. — quidem,
«almeno». — non honestum ... putas, obbiezione, a cui Cicer. risponde con ego
vero ... — in cotidianis ... , « in mezzo a ... », che si risolve con € a
prezzo di ... ». — vero, avverbio. — 98. auditurum, audire, « udire », poi €
esser costretto ad udire », « doversi sentir dire » (si intende rimproveri);
perciò: € che si sarebbe dovuto sentir dire?» oppure invertendo: «che si
sarebbe detto di Ulisse?». Da questo signi» ficato derivò l'altro di « goder
buona o cattiva fama » , bene o male au- dire, cioè «sentirsi dir bene o male».
— cum, concessivo. — audiat, « deve sentirsi dire » . — cuius iuris iurandi =
illius iuris iurandi, cuius, cfr. I 7 quorum officiorum. — princeps,
istigatore, promotore. M. TULLI CICERONIS Purere àdsimulare, né coiret,
institit. Quodni Palamedi pérspicax prudéntia Istius percepset raàlitiosam
audàciam, Fide sacratae iiis perpetuo fàlleret. 99 UH vero non modo cum
hostibus, verum etiam cum fluctibus, id quod fecit, dimicare melius fuit quam
deserere consentientera Graeciam ad beli uro barbaris inferendum. Sed omittamus et fabulas et
externa; ad rem factam nostramque veniamus. M. Ati- lius Regulus cum consul
iterum in Africa ex insidiis captus esset duce Xanthippo Lacedaemonio,
imperatore autem patre Hannibalis Hamilcare, iuratus missus est ad senatum, ut,
nisi redditi essent Poenis captivi nobiles quidam, rediret ipse Car- thaginem. Is cum Romam venisset, utilitatis speciem videbat,
sed eam, ut res declarat, falsam iudicavit; quae erat talis: ma- nere in
patria, esse domui suae cum uxore, cum liberis, quam calamitatem accepisset in
bello, coramunem fortunae bellicae Raccontano che Tindareo, padre di Elena,
fece giurare a tutti i preten- denti della figliola, che avrebbero in ogni
occasione vendicato qualunque insulto recato allo sposo, ch'ella avesse scelto.
Lo sposo scelto fu Menelao. Chi istigò Tindareo a mettere quella condizione fu
Ulisse. — coiret scil. in beìlum. — institit = coepit, cfr. Verg. Aen. XII 47
ut primum fari potuti, sic institit ore. — Palamedi, genitivo. — percepset,
forma sinco- pata di percepisset; percipere qui vale «comprendere, indovinare».
— fide, genitivo contratto da fidei. Non si sa né di qual poeta, né di qual
tragedia siano questi versi. Sono trimetri giambici; cuius vale per una sola
sillaba; in istius Vs non fa posizione, cfr. I 38 volentibus (Ecco gli schemi:
-J-, ~-, --*, || ^, —, ~£, —, ~fc, ~~ ||
^, v/w-, v^, o-, sjJ-, v^, Il ~£, ^ , -- £, v>-, -- £, w* Il -v^ 9 _v^ f
vz-, -^ f v^ Il ^J- t v- 9 ~£ f -wv, --£, w^). — 99. cum fluctibus, nel ritorno
da Troia. — rem factam, « fatto, esempio storico » . — Begulus, il fatto di
Regolo è accennato anche nel I 39. — consul iterum, Regolo fu console effettivo
nel 257 av. Cr., fu console supplente nei 256; era invece proconsole, quando fu
fatto prigioniero in Africa nel 255, nella battaglia di Tunisi. — Xanthippo,
guidava i mercenari spartani. — patre Hannibalis, qui c'è errore; Amilcare
Barca, padre di Annibale, entrò in scena più tardi. — iuratus (di significato
transitivo, come pransus, cenatus) ut rediret, dovrebb'essere se rediturum, ma
ut dipende piuttosto da missus est, a cui si può supplire ea lege, ut. — res, «
il fatto, il corso degli eventi ». — manere, esse, tenere, infiniti appositivi,
§ 91. — domui, lo- cativo parallelo a domi. — communem fort. beli, iudicantem,
disgrazie che in guerra sono comuni, possono accadere a tutti ; quindi puoi
tradurre « ras- de officiis, ni, 26—28, 99-101 181 iudicantem tenere consularis
dignitatis gradum. Quis haec negat esse utilia? quem censes? Magnitudo animi et
fortitudo negat. 27. Nura locupleti ores quaeris auctores? Harum enim est ìoo
virtutum proprium nihil exti in escere, omnia umana despicere, nihil, quod
homini accidere possit, intolerandum putare. Itaque quid fecit? In senatum
venit, mandata exposuit, sententiam ne diceret, recusavit, quam diu iure
iurando hostium teneretur, non esse se senatorem. Atque illud etiam ( 4 o
stultum hominem', dixerit quispiam, 4 et repugnantem utilitati suae!'), reddi
captivos negavit esse utile; illos enim adulescentes esse et bonos duces, se
iam confectum senectute. Cuius cum valuisset auctoritas, captivi retenti sunt,
ipse Carthaginem rediit, neque eum caritas patriae retinuit nec suorum. Neque
vero tum ignorabat se ad crudelissimum hostem et ad exquisita supplicia
proficisci, sed ius iurandum conservandum putabat. Itaque tum, inquam, cum
vigilando necabatur, erat in meliore causa quam si domi senex captivus,
periurus consularis remansisset. At stulte, qui non 101 modo non censuerit
captivos remittendos, verum etiam dissua- sero. Quo modo stulte? etiamne, si
rei publicae conducebat? potest autem, quod inutile rei publicae sit, id
cuiquam civi utile esse? 28. Pervertunt homines ea, quae sunt fondamenta
naturae, cum utilitatem ab honestate seiungunt. Omnes enim expetimus utilitatem
ad eamque rapimur nec facere aliter ullo modo possumus. Nam quis est, qui utilia fugiat?
aut quis potius, qui ea non studiosissime persequatur? Sed quia nusquam pos- segnandosi » . — quis ...
censes, obbiezione. — quem censes, e chi per esempio? > oppure e dimmene
almeno uno ». — magnitudo ..., risposta. — 100. locupìetiores, « autorevoli » .
— auctores, noi con l'astratto, e testimo- nianze ». — ne, recusavit, « si
rifiutò di ». — quam diu , Yoratio obliqua dipende da un verbum dicendi
sottinteso, p. es., dicens. — iure iurando hostium, non « giuramento fatto dai
nemici » (genitivo sogget- tivo), ma € giuramento impostogli dai nemici, dato
ai nemici » (genitivo oggettivo). — atque illud etiam, anticipativo; noi «e per
di più». — exquisita, € raffinati » . — vigilando, si racconta che gli
tagliarono le pal- pebre e lo misero in una cassa piena di chiodi sporgenti ed
esposto al sole, facendogli tener sempre gli occhi aperti. Questo racconto è
una fiaba. — 101. stulte suppl. fecit, obbiezione. — inutile. « dannoso » . M.
TULLI CICERONIS sumus nisi in laude, decere, honestate utilia reperire,
propterea illa prima et surama habemus, utilitatis nomen non tam splen- 102
didum quara necessarium ducimus. Quid est igitur, dixerit quis, in iure iurando? num
iratum timemus Iovem? Àt hoc quidem commune est omnium philosophorum , non
eorum modo, qui deum nihil habere ipsum negoti dicunt, nihil exhibere alteri,
sed eorum etiam, qui deum semper agere aliquid et moliri volunt, numquam nec
irasci deum nec nocere. Quid autem iratus Iuppiter plus nocere potuisset, quam
nocuit sibi ipse Eegulus? Nulla igitur vis fuit religionis, quae tantam utili-
tatem perverteret. An ne turpi ter faceret? Primum minima de malis: non igitur tantum mali
turpitudo ista habebat, quantum ille cruciatus. Deinde illud etiam apud Accium:
Fregistin fidem? Néque dedi neque do infideli cuiquam 103 quamquam ab impio
rege dicitur, luculente tamen dicitur. Ad- dunt etiam, quem ad modum nos
dicamus videri quaedam utilia, illa, oggetto ; prima et summa, predicato. —
habemus, « riteniamo per ... >. — utilitatis nomen, e la parola utilità
>, oppure si può conside- rare una perifrasi di utilitas; il senso è:
nell'utile si cerca l'appagamento non dei bisogni morali ma dei fisici. — 102.
quid est ... , qui e nel § 103 sono esposte quattro obbiezioni, che gli
avversari potrebbero muo- vere contro il fatto di Regolo. — quid est in iure
iurando, prima ob- biezione ; = quid positum est in ... , quae vis est in ... ,
« che e' è di straordinario in un giuramento, che c'è da temere in un
giuramento, che gran cosa è un giuramento » e simili. — hoc, si riferisce a
irasci, nocere. — commune, puoi spiegare « sentenza, opinione generale » . —
non eorum , gli Epicurei concepivano la divinità come compiacentesi solo di so
stessa e beantesi in una voluttuosa inoperosità. — eorum etiam, gli Stoici
invece concepivano la divinità come continuamente intesa al governo del mondo.
— quid autem ... , supplisci questo pensiero: ma dato pure che Giove avesse
voluto nuocergli. — quae perverteret, « che potesse rove- sciargli », cioè «
fargli rinunziare a ... ». — an ne ... , seconda obbiezione ; supplisci, p.
es., Carthaginem redìit, o iunurandum servavit, o cavendum ex erat e simili. —
minima suppl. eligenda sunt; cfr. § 3, dove invece di de abbiamo ex, — non
igitur, e poiché tra l'infamia e i tormenti era minor male l'infamia, dunque
dovevasi preferir questa. — apud Accium, nella tragedia Atreus; la domanda è di
Tieste, la risposta di Atreo. — infideli, con questa parola Cicerone fa pensare
ai Cartaginesi, che erano fedifraghi, I 38. I due versi non interi sono
tetrametri trocaici catalet- tici ( — , J -^, - ||^^, -w, J-v, --j J~ [-^, ^
_]). — luculente, (cfr. § 60), si riferisce alla risposta. — 103. addunt etiam,
terza ob- de ofkiciis, ni, 28—29, J 02— 104 183 quae non sint, sic se dicere
videri quaedam honesta, quae non sint: 4 ut hoc ipsum videtur honestum,
conservandi iuris iurandi causa ad cruciatum revertisse; sed fit non honestum,
quia, quod per vim hostium esset actum, ratura esse non debuit'. Addunt etiain,
quicquid valde utile sit, id fieri honestum, etiamsi antea non videretur. Haec
fere contra Kegulum. Sed prima videanius. 29. 4 Non fuit Iuppiter metuendus ne
iratus noceret, qui 104 neque irasci solet nec nocere.' Haec quidem ratio non
magis contra Reguli quam contra omne ius iurandum valet. Sed in iure iurando
non qui metus, sed quae vis sit, debet intellegi; est enim ius iurandum
adfirmatio religiosa; quod autem ad fir- mate quasi deo teste promiseris, id
tenendum est. Iam enim non ad iram deorum, quae nulla est, sed ad iustitiam et
ad fidem pertinet. Nam praeclare Ennius: 9 Fides alma àpta pinnis et ius
iurandum Iovis! Qui ius igitur iurandum violat, is Fidem violat, quam in Ca- pi
tol io 4 vicinam Iovis optumi maxumi T , ut in Catonis oratione biezione; qui
l'obbiezione è presentata, al contrario delle due prime, in forma di oratio
obliqua; con ut hoc ipsum si torna all'orafo recta. — ut, « come p. esempio »,
« così ». — per vim hostium = per vim ab hostibus. — addunt et iam quicquid,
quarta obbiezione, in forma di oratio obliqua. — videretur, imperfetto
congiuntivo, perchè riducendo l'orai, ob. in orat. recta si adoprerebbe
l'imperfetto indicativo. — haec scil. opponuntur. — videamus, < cominciamo a
...» . 104. Confutazione della prima obbiezione. — non fuit Iuppiter me-
tuendus, ne = non fuit metuendum, ne Iuppiter. — non qui metus ... sit, « non
che cosa vi sia da temere, ma che cosa esso significhi ». — non ad iram
...pertinet, non inchiude una minaccia dell'ira divina, ma l'osser- vanza della
giustizia. — Ennius, non si sa in quale tragedia. — o Fides ... , verso
tetrametro trocaico catalettico (-^, --, •£%-», — , -£-, --, -£^, -). La Fides
qui è personificata, perciò apta pinnis* molte personi- ficazioni si
rappresentavano dai Romani alate. Fides apta pinnis è i pal- late per pinnae
aptae Fide (ablat., penne attaccate alla ...) e significhe- rebbe: a cai sono
attaccate le penne, con attaccate le penne, fornita di penne; così Verg. Aen.
XI 202 caelum aptum (« trapunto ») steUis (imi- tato da Ennio) invece di
stellae caelo (abl.) aptae. — Iovis, in quanto che fatto in nome di Giove, che
presiedeva anche ai giuramenti. Dall'avere Ennio inesso insieme il giuramento
con la fede, Cicer. trae la sua conse- guenza. — in Gapitolio, il tempio della
Fede fondato, secondo la tradi- zione, da Numa, fu poi ricostruito da Àtilio
Cala tino nella prima guerra punica e più tardi da un Emilio Scauro. — Catonis,
il vecchio. — ora- M. TULLI CICERONIS
105 est, maiores nostri esse voluerunt. At enim ne iratus quidem Iuppiter plus
Regulo nocuisset, quam sibi nocuit ipse Regulus* Certe, si nihil malum esset
nisi dolere. Id autem non modo non surn mum malum, sed ne malum quidem esse
maxima aucto- ritate philosophi adfirmant. Quorum quidem testem non me-
diocrem, sed haud scio an gravissimum Kegulum nolite, quaeso, vituperare. Quem
enim locupletiorem quaerimus quam prineipem populi Romani, qui retinendi
officii causa cruciatum subierit voluntarium ? Nam quod aiunt: 'mifrima de
malis', id est ut turpiter potius quam calamitose, an est ullum maius malum
turpitudine? quae si in deformitate corporis habet aliquid offensionis, quanta
illa 106 depravatio et foeditas turpificati animi debet videri ! ltaque ner-
vosius qui ista disserunt, solum audent malum dicere id, quod turpe sit, qui
autem remissius, ii tamen non dubitant summum malum dicere. Nam illud quidem:
Néque dedi neque do infideli cuiquam idcirco recte a poeta, quia, cum
tractaretur Àtreus, personae serviendum fuit. Sed si hoc sibi sument, nullam
esse fiderà, quae infideli data sit, videant, ne quaeratur latebra periurio;
tione, non si sa quale. — 105. at enim ne iratus quidem ... , cfr. § 102 quid
autem iratus Iuppiter ... — dolere, traduci col sostantivo. — philo- sophi, gli
Stoici. — sed haud scio an, « anzi », I 33. — quem scil. testem. — prineipem, «
un primario cittadino ». Nam, nella traduzione lo puoi rendere con < che » ,
con « poi » ; così : « Che quanto (o « Quanto poi ») alla sentenza: di due mali
il minore, o, che è lo stesso, meglio la turpitudo che la calamitas » ; anche:
e Quanto poi al preferire, come loro dicono, tra due mali il minore, cioè la
turpi- tudo alla calamitas ». — an est, si può compiere così : rogo siine (cfr.
I 57 cum lustraris, nulla est). — habet ... offensionis = offenditi « far
cattiva impressione , spiacere » . — turpificati , questo aggettivo fu coniato
da Cicer. e nessun altro scrittore lo accolse. — debet, aggiungici nella tra-
duzione il e non » enfatico. — 106. nervosius, si intende degli Stoici,
remissius dei Peripatetici (cfr. I 6 ; III 20 e 35); puoi adoperare « virile,
fiacco » . — recte scil. dicitur. — tractaretur ; tractare Atreum, detto
dell'attore, significa «rappresentare la parte di Atreo », detto dell'autore,
significa € introdurre la parte di Atreo » . — serviendum, farlo stare in
carattere, conservargli il carattere; cfr. I 97. — sibi sument, « trarne la
conseguenza». — infideli, V infideli, che è qui citato, come ho detto (§ 102),
da Cicerone, perchè il pensiero corra alla infedeltà dei Cartagi- de officiis,
in, 29, 105-108 185 est autem ius etiam bellicum fidesque iuris iurandi saepe
cum 107 hoste servanda. Quod enim ita iuratum est, ut mens conciperet fieri
oportere, id servandum est ; quod aliter, id si non fecerit, nullum est
periurium. Ut, si praedonibus pactum prò capite pretium non attuleris, nulla
fraus est, ne si iuratus quidem id non feceris; nam pirata non est ex
perduellium numero defi- nitus, sed communis hostis omnium ; cum hoc nec fides
debet nec ius iurandum esse commune. Non enim falsura iurare per- 108 iurare
est, sed, quod ex animi tui sententu iuraris, sicut verbis concipitur more
nostro, id non facere periurium est. Scite enim Earipides: Iuràvi lingua,
méntem iniuratàm gerò. Begulus vero non debuit condiciones pactionesque
bellicas et hostiles perturbare periurio. Cum iusto enim et legitimo boste
res gerebatur, adversus quem et totum ius fetiale et multa sunt iura communia. Quod ni ita esset, numquam claros viros senatus
vinctos hostibus dedidisset. nesi, gli suggerisce, per naturale associazione di
idee, di toccare breve- mente una questione più vasta, il diritto di guerra; di
ciò discorre nei §§ 107-109. Ecco il nesso nella mente di Cicerone: È vero, i
Cartagi- nesi sono fedifraghi; ma sono legittimi nemici di guerra; e coi nemici
di guerra esiste un diritto internazionale. E i pirati? non sono nemici di
guerra, ma nemici dell'umanità; quindi non entrano nel diritto interna-
zionale. Con essi si può mancare al giuramento. — Gli Stoici per queste
violazioni di giuramento hanno trovata una teoria giustificatrice, la restri-
zione mentale, accettata anche da Cicerone. — 107. est, « esiste > . —
saepe, non semper, perchè vi sono le eccezioni, p. es., dei pirati. — curi hoste
= adversus hostem. — enim, « cioè ». — ut mens conciperet, « eoe la vera
intenzione». — quod aliter scil. iuratum est. — fecerit, è facile supplire il
soggetto. — est ex ... definitus, «computato tra i ... », ex partitivo. —
perduellium, cfr. I 37. — 108. ex an. sententia, la for- inola dei giuramenti:
sulla mia coscienza, con vera intenzione. — verbis concipitur, anche noi usiamo
« concepire in questi termini » per dire « esprimere in questi termini » ; se
vuoi, potrai adoperare la parola « for- inola». — Euripides, neir Hippólytus v.
612 f\ yXwoo 9 ò|ìuj|ìox\ ^ òè q)pf|v dvdijLiOToc; [èariv]. Questo verso è
detto da Ippolito nell'atto di sve- lare le trame della matrigna (cfr. I 32),
perchè prima aveva giurato alla nutrice di non parlare. Il verso fu, dicono,
fischiato dal pubblico ateniese; Aristofane lo mise più volte in caricatura. —
iuravi ... , traduzione di Cicerone; trimetro giambico (--, — , --, — , -•*-,
v-). — adversus, non 186 M. TULLI CICERONIS 109 30. At vero T. Veturius et Sp.
Postumius cum iterarti consules essent, quia, cum male pugnatum apud Caudium
esset, legionibus nostris sub iugum missis pacem cum Samnitibus fecerant,
dediti sunt iis; iniussu enim populi senatusque fece- rant. Eodemque tempore
Ti. Numicius, Q. Maelius, qui tum tribuni pi. erant, quod eorura auctoritate
pax erat facta, dediti sunt, ut pax Samnitium repudiaretur; atque huius
deditionis ipse Postumius, qui dedebatur, suasor et auctor fuit. Quod idem
multis annis post C. Mancinus, qui, ut Numantinis, quibuscum sine senatus auctoritate
foedus fecerat, dederetur, rogationem suasit eara, quam L. Purius, Sex. Atilius
ex senatus consulto ferebant; qua accepta est hostibus deditus. Honestius hic
quam Q. Pompeius, quo, cum in eadem causa esset, deprecante ac- cepta lex non
est. Hic ea, quae videbatur utilitas, plus valuit quam honestas, apud
superiores utilitatis species falsa ab ho- nestatis auctoritate superata est.
110 At non debuit ratum esse, quod erat actum per vim. — Quasi vero forti viro
vis possit adhiberi. — dir igitur ad senatum proficiscebatur, cum praesertim de
captivis dissuasurus esset? in senso ostile. — ius fetiaìe, I 36. — 109. iterum
consules , nel 321 jìv. Cr. — pugnatum apud Caudium, la famosa disfatta delle
Forche Caudine ; secondo Cicerone vi fu battaglia, secondo Livio semplice imbo-
ccata. Nella discussione tempestosa tenuta a Roma per annullare la pace, »o
richiusa in campo di comune accordo tra i consoli e i tribuni, il con- sole
Postumio propugnava l'annullamento, che equivaleva a farsi dare in mano al nemico.
Tutto questo fatto è involto in fìtta oscurità, uè è del resto una delle più
belle prove di giustizia e di fedeltà del senato romano %ì trattati; § 87. —
auctoritate, € iniziativa ». — dedebatur, imperfetto de conatu, « che doveva
esser consegnato » . — suasor et auctor, risolvi uno dei sostantivi in
aggettivo: «caldo promotore». — quod idem, «e ciò stesso », questo neutro usato
assolutamente rappresenta il pensiero pre- cedente; noi possiamo dire: « e
questo fu il caso di... » ; oppure « pari- mente, così pure». — Mancinus, C.
Ostilio Mancino nel 137 circondato 4ai Numantini, scese a patti, che furono dal
senato annullati e Mancino consegnato ai Numantini, i quali lo rifiutarono. —
Furius, Atilius, con- soli dell'anno dopo, 136. — Pompeius, proconsole in Spagna
nel 140 scese a patti coi Numantini; giunto a Roma sconfessò tutto. — hic, nel
caso di Pompeo. 110. At non ... , confutazione delia terza obbiezione. — cur
igitur, € e perchè allora»; questa difficoltà presuppone già risolta la
precedente. — de OFFicns, ni, Quod maximum in eo est, id reprehenditis. Non
enim suo iudicio stetit, sed suscepit causam, ut esset iudicium senatus; cui
nisi ipse auctor fuisset, captivi profecto Poenis redditi essent; ita incolumis
in patria Kegulus restitisset. Quod quia patriae - non utile putavit, idcirco
sibi honestum et sentire illa et pati credidit. Nam quod aiunt, quod valde
utile sit, id fieri honestum, immo vero esse, non fieri. Est enim nihil utile,
quod idem non honestum, nec, quia utile, honestum, sed quia honestum, utile. Qua
re ex multis mirabilibus exemplis haud tacile quis dixerit hoc exemplo aut
laudabilius aut praestantius. 31. Sed ex tota hac laude Keguli unum illud est admi- m
ratione dignum, quod captivos retinendos censuit. Nam quod rediit, nobis mine
mirabile videtur, illis quidem temporibus aliter tacere non potuit; itaque ista
laus non est hominis, sed temporum. Nullum enim vinculum ad astringendam fidem
iure iurando maiores artius esse voluerunt. id indicant leges in duo- deci m
tabulis, indicant sacratae, indicant foedera, quibus etiam cum hoste devincitur
fides, indicant notiones animadversionesque censorum, qui nulla de re
diligentius quam de iure iurando iudicabant. L. Manlio A. f., cum dictator fuisset, M. Pompo- 112
quod maximum, il merito maggiore. — stetti, « si acquietò » . — ut ... senatus,
per rimettere la decisione al giudizio del senato. — sentire, pati, « esporre
quel suo parere e affrontarne le conseguenze > . Nam quod aiunt,
confutazione della quarta obbiezione; risolvi come nam quod aiunt del § 105. —
immo vero, suppl. dicere debuerunt. 111. laude, « gloria ». — quod censuit,
quod rediit, noi sogliamo ren- dere con l'infinito queste proposizioni dichiarative.
— laus, « merito ». — leges, secondo le dodici tavole lo spergiuro era
precipitato dalla rupe Tarpea. — sacratae; sacer esto si diceva a uno che
veniva consacrato, abbandonato alla vendetta di qualche divinità ; quindi
sacer, « esecrato, maledetto, scomunicato»; si chiamavano sacratae le leggi,
per la cui vio- lazione si diventava sacer. Portavano questo nome specialmente
le leggi del 494 av. Cr., che concedevano i tribuni alla plebe; il tribuno era
sacer f inviolabile; chi lo avesse violato, sacer esto. — notiones, «
ammonizioni ». — 112* Manlio, fu creato dittatore nel 363 av. Cr. davi figendi
causa, cioè per piantare il chiodo nella parete della cella di Giove: quel
chiodo segnava anticamente Tanno; l'operazione si faceva agli idi di set-
tembre. Manlio non volle deporre la dittatura e si preparava alla guerra 188 M.
TULLI CICLR0N1S nius tr. pi. diera dixit, quod is paucos sibi dies ad
dictaturam gerendam addidisset; orimi nabatur etiam, quod Titum filium, qui
postea est Torquatus appellatus, ab hominibus relegasset et ruri habitare
iussisset. Quod cum audivisset adulescens filius, negotium exhiberi patri ,
accurrisse Bomam et cum primo luci Pomponi domum venisse dicitur. Cui cum esset
nuntiatum, qui illum iratum adlaturum ad se aliquid con tra patrem arbitra- re
tur, surrexit e lectulo remotisque arbitris ad se adulescentem iussit venire.
At ille, ut ingressus est, confestim gladium de- strinxit iuravitque se illum
statim interfecturum, nisi ius iu- randum sibi dedisset se patrem missum esse
facturum. Iuravit hoc terrore coactus Pomponius; rem ad populum detulit,
docuit, cur sibi causa desistere necesse esset, Manlium missum fecit. Tantum
temporibus illis ius iurandum valebat. Atque hic T. Manlius is est, qui ad
Anienem Galli, quem ab eo provocatus occiderat, torque detracto cognomen
invenit, cuius tertio con- sulatu Latini ad Veserim fusi et fugati, magnus vir
in primis et, qui perindulgens in patrem, idem acerbe severus in filium. 113
32. Sed, ut laudandus Regulus in conservando iure iurando, sic decem ili i ,
quos post Cannensem pugnam iuratos ad se- natum misit Hannibal se in castra
redituros ea, quorum erant potiti Poeni, nisi de redimendis captivis impetravi
ssent, si non contro gli Ernici; perciò fa citato innanzi al popolo. —
relegasset, perchè rozzo e balbuziente. — quod è dichiarato da exhiberi ; noi
introduciamo exhiberi con « cioè > . — negotium exhibere, « dar noia » , qui
e intentare un processo », frase generica che acquista un significato
specifico. — cum qui è pleonastico. — primo luci, l'uso maschile di lux è
arcaico. — esset scil. id. — qui arbitraretur, « come colui che stimava »,
oppure col ge- rundio « stimando > . — aliquid, e qualche altro capo
d'accusa » . — hot terrore = huius rei terrore, nella traduzione sopprimi hoc.
— rem ad .. fecit, l'asindeto dà maggior rapidità al periodo. — causa, t
dall'accusa » — Manlius, il figlio. — tertio consulatu, nel 340 av. Cr. —
acerbe, « spie- tatamente »; lo fece uccidere, perchè contro suo divieto aveva
accettato un duello con un duce dei Latini. 113. sic decem UH, traduci qui
subito vituperandi, ripetendolo poi sulla fine del periodo, con un < dico »,
cioè vituperandi inquam, per chiarezza del periodo italiano e per non staccare
vituperandi da si non, che si spiega : « se è vero che non » . — quos misit, il
periodo italiano vuole il passivo. — quorum potiti, potivi nella prosa classica
riceve di solito come geni- tivo solo rerum. — de redimendis, trasforma in un
sostantivo oggetto : DE OFFICHS, IH, 31—32, 112-115 189 redierunt, vituperandi.
De quibus non omnes uno modo; nam Polybius, bonus auctor in primis, ex decem
nobilissimis, qui tum erant missi, novem revertisse dicit re a senatu non impe-
trata; unum ex decem, qui paulo post, quara erat egressus e castri s, redisset,
quasi aliquid esset oblitus, Romae remansisse; reditu enim in castra liberatum
se esse iure iurando interpre- tabatur, non recte; fraus enim distringit, non
dissolvit periu- rium. Fuit igitur stulta calliditas perverse imitata
prudentiara. ltaque decrevit senatus, ut ille veterator et callidus vinctus ad
Hannibalem duceretur. Sed illud maxumum: Octo hominum 114 milia tenebat
Hannibal, non quos in acie cepisset, aut qui pe- ri culo mortis diffugissent,
sed qui relieti in castris fuissent a Paulo et a Varrone consulibus. Eos senatus
non censuit redi- mendos, cum id parva pecunia fieri posset, ut esset insitum
militibus nostris aut vincere aut emori. Qua quidem re audita fractum animum
Hannìbalis scribit idem, quod senatus popu- lusque Romanus rebus adflictis tam
excelso animo fuisset. Sic honestatis comparatione ea, quae videntur utilia,
vincuntur. C. 115 Acilius autem, qui Graece scripsit historiam, plures ait
fuisse, qui in castra revertissent eadem fraude, ut iure iurando libe-
rarentur, eosque a censoribus omnibus ignominiis notatos. Sit iam huius loci
finis. Perspicuum est enim ea, quae timido animo, humili, demisso fractoque
fiant, quale fuisset Reguli factum, si aut de captivis, quod ipsi opus esse
videretur, non quod rei publicae, censuisset aut domi remanere voluisset, non
esse utilia, quia sint flagitiosa, foeda, turpia. «il riscatto». — omnès scil.
narrant. — Polybius, VI 58. — quasi, « col pretesto che » . — distringit, non
dissolvit, * aggrava, non attenua » ; in questo senso distringo è adoperato sol
qui. — Ile. periculo, « nel pericolo». — Paulo, Varrone, Emilio Paolo e
Terenzio Varrone erano i condottieri dei Romani nella battaglia di Canne. —
idem, Polibio. — honestatis comparatione = comparata cum honestate, * messe in
confronto con ... , venendo in collisione con ... ». — Ilo. Acilius, del tempo
a un di presso di Catone il vecchio, scrisse in greco una storia romana dalle
origini ai suoi tempi. — censoribus, Atilio Regolo e Furio Pilo, dell'anno 214
av. Cr. — huius loci, il terzo punto, che tratta il conflitto tra la fortezza e
Tutile; cfr. § 96. — opus, « utile ». 190 M. TULLI CICERONIS 416 33. Kestat
quarta pars, quae decore, moderatione, modes- tia, continentia, temperantia
continetur. Potest igitur quicquam utile esse, quod sit huic talium virtutum
choro contrarium? Atqui ab Aristippo Cyrenaici atqtie Annicerii philosophi
nomi- nati omne bonum in voluptate posuerunt virtutemque censuerunt ob eam rem
esse conlaudandam, quod efficiens esset voluptatis. Quibus obsoletis floret
Epicurus, eiusdera fere adiutor auctorque sententiae. Cura his 4 viris
equisque', ut dicitur, si honestatem 117 tueri ac retinere sententia est,
decertandum est. Nam si non modo utilitas, sed vita omnis beata corporis firma
constitutione eiusque constitutionis spe explorata, ut a Metrodoro scriptum est,
continetur, certe haec utilitas, et quidem summa (sic enim censent) cum
honestate pugnabit. Nam ubi primum prudentiae 116. quarta pars, cfr. § 96. —
decore, da decor. — potest ... ; l'utile apparente, che è in collisione con
questa virtù, è il piacere ; perciò si confuta qui la filosofia del piacere. —
ab Aristippo ... Annicerii, i se- guaci di Aristippo non si denominarono da
lui, ma dalla città di Cirene, dove egli tenne scuola; invece i seguaci di
Anniceride si denominarono dai maestro; supposto per un momento che i seguaci
di Aristippo si fos- sero denominati da lui, avremmo questa proposizione:
Aristippei atque Annicerii philosophi nominati; ad Aristippei è sostituito ab
Aristippo Cyrenaici; si traduca: « la cosiddetta scuoia Cirenaica di Aristippo
e la Anniceria » ; sicché ab Aristippo Cyrenaici equivale a un solo predicato.
Su Aristippo cfr. I 148. Anniceride fu pure di Cirene, successore di Ari-
stippo e forse contemporaneo di Epicuro. Egli professò il principio che il
piacere è il sommo bene, ma ammetteva anche al di sopra del piacere alcuni
doveri verso la patria, gli amici, i genitori. — obsoletis, « cader in disuso,
cader di moda » . — floret, • essere in voga » . — adiutor auctorque, « fautore
e rappresentante » . C'è però una differenza fra Aristippo ed Epicuro.
Aristippo considerava il piacere come un eccitamento momentaneo, Epicuro invece
lo considerava come uno stato duraturo nella vita dell'uomo, stato che bisogna
procacciarsi con la virtù; questo stato era da lui fatto consistere neir imperturbabilità
dello spirito, ÒVrapaSfa (cfr. § 12, I 67); con ciò i piaceri spirituali
venivano posti al di sopra dei corporali. — viris equisque, come armis et
castris, II 84. — 117- spe explorata 9 « nella speranza ben accertata che duri
», cioè con una sola parola « nella durabilità »; Cic. Tusc. II 17 (Metrodorus)
perfecte eum beatum putat, cui corpus bene constìtutum sit et exphratum ita
semper fore; le parole ita semper fore sono il commento di spe. — Metrodoro, di
Lampsaco, lo scolaro prediletto di Epicuro, da Cicer. chiamato paene alter
Epicurus (de Fin. II 92); morì sette anni prima del maestro; Epicuro morì nel
270 av. Cr. — et quidem summa, « che è poi la suprema ». — nam ubi pri- mum ...
, comincia la dimostrazione che il principio epicureo esclude le quattro virtù
cardinali; qui si parla della sapienza; da Iam qui dolo- DE 0FF1CIIS, III, 33,
116—118 191 locus dabitur? an ut conquirat undique suavitates? Quam miser
virtutis famulatus servientis voluptati! Quod autem munus prudentiae? an legere
intellegenter voluptates? Fac nihil isto esse iucundius, quid cogitari potest
turpius? Iam, qui dolorem summum malum dicat, apud eura quem habet locum forti-
tudo, quae est dolorum laborumque contemptio? Quamvis enim raultis locis dicat
Epicurus, sicuti dicit, satis fortiter de dolore, tamen non id spectandum est,
quid dicat, sed quid consenta- neum sit ei dicere, qui bona voluptate
terminaverit, mala do- lore. Et, si illuni audiam, de continentia et temperanza
dicit ille quidem multa multis locis, sed aqua baeret, ut aiunt; nam qui potest
temperantiam laudare is, qui ponat summum bonum in voluptate? est enim
temperanza libidinum inimica, libidines autem consectatrices voluptatis. Atque
in his tamen tribus gè H8 neribu3, quoquo modo possunt, non incallide tergi
versan tur ; pru- dentiam introducunt scientiam suppeditantem voluptates, de-
^pellentem dolores; fortitudinem quoque aliquo modo expediunt, cum tradunt
rationem neglegendae mortis, perpetiendi doloris; etiam temperantiam inducunt
non facillime illi quidem, sed rem ... della fortezza, da Et si illum ... della
temperanza, da Iustìtia va- cillai ... (§ 118) della giustizia. — ubi locus
dabitur, « qual posto sarà assegnato ». — iam, « e poi ». — id, anticipativo. —
bona ... termiti., «far terminare il bene nel, col piacere», «porre a termine,
a fine, ad estremo limite del bene il piacere », « riporre il sommo bene nel
piacere ». — si illum audiam, « se lasciamo parlar lui ». — aqua haeret,
haerere qui significa « inciampare, incagliare, arrestarsi » e parlando
dell'acqua « ristagnarsi, fermare il corso » ; haeret aqua è un proverbio
tratto dal- l'orologio ad acqua (clepsydra); quando l'acqua nella clessidra
ristagna, cioè ha finito di gocciare, l'ora è passata; così in hac causa mihi
aqua haeret (Cicer. ad Quint. fr. II 6 [8], 2) vuol dire: in questa causa
l'acqua mi si è fermata, mi è passata l'ora di parlare (cfr. § 43 orandae litis
tempus), sono spacciato; noi possiamo sostituire un'altra frase proverbiale: «
restare in asso » . — qui potest = quomodo potest. — 118. gene- ribus =
virtutibus. — quoquo (cfr. I 43 quacumque) modo, « come me- glio... ». —
tergiversari, propriamente «voltar le spalle per fuggire », quindi « tenere
un'attitadine incerta come chi vuol fuggire, cercare uno scampo, destreggiarsi
» , con frase dell'uso « cavarsela » . — prudentiam ..., vuol dire che per
queste tre virtù o di riffa o di ratti un posticino lo trovano; i tre verbi
introducunt, expediunt, inducunt puoi renderli con una imagine affine così «
trovano un posto per ... ; fanno un po' di largo a ... ; ci cacciano dentro ...
». — tradunt rationem, « insegnano la maniera di », o accorciando la frase, «
insegnano il disprezzo... ». — voluptatis magni- 192 M. TULLI CICERONIS tamen
quoquo modo possunt; dicunt enim voluptatis magnitu- dinem doloris detractione
finiri. Iustitia vacillat vel iacet potius omnesque eae virtù tes, qaae in
communitate cernuntur et in societate generis humani. Neque enim bonitas nec
liberalitas nec comitas esse potest, non plus quam amicitia, si baec non per se
expetantur, sed ad voluptatem utilitatemve referantur. 119 Conferamus igitur in
pauca. Nam ut utilitatem nullam esse docuimus, quae honestati esset contraria,
sic omnem voluptatem dicimus honestati esse contrariarci. Quo raagis
reprebendendos Calliphonem et Dinomachum iudico, qui se dirempturos con-
troversiam putaverunt, si cutn honestate voluptatem tamquam cum homine pecudem
copulavissent. Non recipit istam
coniunc- tionem honestas, aspernatur, repellit. Nec vero finis honorum [et
malorum], qui simplex esse debet, ex dissimillimis rebus miscen et temperari
potest. Sed de hoc (magna enim res est) 120 alio loco pluribus; nunc ad
propositum. Quem ad modum igitur, si quando ea, quae videtur utilitas,
honestati repugnat, diiudi- canda res sit, satis est supra disputatum. Sin autem speciem utilitatis etiam voluptas h abere
dicetur, nulla potest esse ei cum honestate coniunctio. Nam, ut tribuamus
aliquid voluptati, condimenti fortasse non nihil, utilitatis certe nihil
habebit. tudinem = summam voluptatem. — finiri (come sopra § 117 terminaverit),
« è limitata » ; si mostrano cioè temperanti , inquantochè non danno al piacere
un'estensione sconfinata, ma lo limitano alla cessazione del dolore. — iustitia
vacillat, nel sistema epicureo entra la giustizia, ma per un motivo non
interiore, bensì esteriore, inquantochè è un elemento di pia- cere, non essendo
l'uomo giusto turbato nella sua òVrapaEia dalle pene sia delle leggi umane, sia
delle divine. — cernuntur, « si manifestano, operano, hanno il lor campo
d'azione ». — non plus quam, « più che ..., come pure ... »; cfr. § 89 non plus
quam. — 119. Calliphonem, questi nomi greci anticamente si declinavano alla
latina, Callipho, Calliphonis; più tardi prevalse la declinazione alla greca,
Callipho, CalUphontis. Della vita di questi due filosofi non si sa nulla; il
loro sistema teneva dell'epi- cureo e dello stoico: il primo impulso cioè porta
l'uomo al piacere, al quale a poco a poco l'esperienza associa V impulso verso
la virtù. — et malorum, interpolazione, perchè qui si parla solo del sommo
bene, che Gallifonte e Dinomaco traevano dai due prìncipii opposti, il piacere
e la virtù. — alio loco scil. disputatum est, nel lib. II de Finibus. — 120. si
quando, « tutte le volte che » . — nulla potest, per la risoluzione cfr. I 57
cum lustraris, nulla est. de officiis, ni, 33, 119—121 193 Habes a patre munus,
Marce fili, mea quidem sententia ma- 121 gnum, sed perinde erit, ut acceperis.
Quamquam hi tibi tres libri inter Cratippi commentarios tamquam hospites erunt
re- cipiendi ; sed ut, si ipse venissem Athenas (quod quidem esset factum, nisi
me e medio cursu clara voce patria revocasset), aliquando me quoque audires,
sic, quoniam his voluminibus ad te profecta vox est mea, tribues iis temporis
quantum poteris, poteris autem, quantum voles. Cum vero intellexero te hoc
scientiae genere gaudere, tum et praesens tecum propediem, ut spero, et, dum
aberis, absens loquar. Vale igitur, mi Cicero, tibique persuade esse te quidem
mihi carissimum, sed multo fore cariorem, si tali bus monitis praeceptisque
laetabere. 12 L sed perinde ... acceperis, « ma il pregio suo dipenderà
dall'acco- glienza che tu gli farai > = tanti erit, quanti in acopiendo
feceris. — quamquam, limitativo; puoi tradurre: « ben inteso però che ... ». —
com- mentarios, «i quaderni delle lezioni». — hospites e non come padroni,
perchè Cratippo era peripatetico e il libro di Cicerone era fondato su prin-
cipi i stoici. — e medio cursu, Cicer. si era imbarcato il 17 luglio 44 per la
Grecia, ma fu dai venti contrari respinto sulla costa, donde andò a Roma, verso
la fine d'agosto, chiamatovi dagli amici politici, essendo sorte nuove speranze
per il suo partito. — aliquando, • pur finalmente ». — ut spero, il desiderio
rimase insoddisfatto, perchè Cicer. fu nel 7 dicembre del 43 assassinato dagli
sgherri di Marcantonio. — absens, con altri libri; anche questa intenzione fu
troncata dalla morte. Cicfuonk, De O/ficiis, comm. da B. Sabbadini, 2» ediz.
«43 i CD numero romano significa il
libro, l'arabico il paragrafi». abisso III 32. uccidere I 32. AccusatiYo di
relazione I 24, 137. actiones II 3. additus. adhibitus neliablat. asso- lato I
157. adigere IH 66. admirari li 56, III 75. aequitas I 36. affettato I 130.
afficere I 79. Aggettivi ebe mancano nel latino, suppliti dal genitivo dei
sostan- tivi I 1, 5, 19, 50, III 52. Sup- pliti con una perifrasi I 3. 7, 107.
Tradotti con sostantivi III 35. aliqnis I 23, 35. altttudo I 88. ambitio I 108.
amor proprio III 31. an = nonne I 48. Anacoluto e slegatura anafora [cited by
H. P. Grice in ‘Actions and Events’] analogia angores annessi e connessi apposizioni
ai nomi propri di persona I 1. armis et castri assertive assolute in latino,
potenziali in italiana Iassociazioni astensioni astratto e concreto scambiati astratto
plurale SPERANZA -- astrazione, per via di atgue avversativo I 33. Limitativo
III 61. attitudini I 72, 119. Attivo— passivo attrazione di casi di modi auctor
auctoramentum auctoritas audire avverbi col verbo con valore di aggettivi tradotti
con sostantivi perifrasi degli avverbi I banchiere III ">S. boni viri,
optimi viri Brachilogia paratattica brutale cadavere III 38. caìumnia I 33, lì
50. causa II 44. Causa ed elFetto scambiati 1 9, 88 II 62. caittiones I 42.
celebrità s III 3. certe I 138. INDICE 195 Chiasmo 1 94, 133, 160, II 15.
Circonlocuzione 1 96, 98, 1U0. coerenza I 119. commendare II 47, III 45.
commendati*) II 45, 46. committere ut I 81,83, II 50, III 23. Comparalo
compendiaria I 2, 76, 105. Comparativo I 23, 130. compostilo I 142. comunismo
II 73. conciliatio I 149. Congiuntivo esoitativo I 93. Esor- tativo-ipotetico
III 54, 68, 75. Potenziale 1 28, 82, 154. coniunctus col dativo 1 6. contitans
I 144. constanter I 137. constantia I 69. Constructio ad sensum I 122, 147.
contendo I 132, 133, 152. convicium III 83. cooperazione I 19, Il 12, 16.
Copulativa que = « cioè » 1 3, 31 ; = .anzi» I 4, 32, 86, 106; = « ma » I 22,
122. corrente I 118. credito III 58. curiosus I 125. Dativo attratto I 71. de I
47, 82. Pari iti vo II 32. decernere, decerture I 34, 80. deinceps 1 42.
descrivere, descriptio. *h*c> ibere, di- scriptio 1 15, 21, 96, 101, 124,
138, II 15. dereìictio III 30. .Hghe II 14. dignitas I (39. dilectus I r>.
<(ìligenti(i II 54. diplomatica, per via — , I 34. distriti go 111 Ilo. dui
us malwi III 60. Doppio aggettivo lisoluto in un ag- gettivo e un avverbio I
13, 8S, 144. Doppio sostantivo risoluto in un so- stantivo e un aggettivo I 13.
14. 33, 50, 67, II 16, III 2, 109. Doppio verbo risoluto in un verbo o un
avverbio I 11, 13, 18. egoista I 29. elaborare I u. electio II 9. Ellissi
(presunta) I 57. Endiadi I 157. enim I 15, 50, 98, 144. error I £5, li 7.
esigenze I 31. et nelle ellissi I 133. etenim 1 153. etimologia I 23, II 5.
Etimologica, figura—, III 42. excelleo I 64. exempli gratta III 50. existere I
13, II 45. expedire rem II 33. factdtas li 1. fastidium I 90. fides III 70
fiducia III 61. formula III 19. fugiens vinum III 91. Genere e specie scambiati
I 9, 20, 23, 115, II 20, III 112. Genitivo epcsegetico I 6, 132, li 2, 16.
Oggettivo I 97. Ili 76 100. Gerundio ablativo assoluto I 5. Abla- tivo
comparativo I 47. Gioco di parole II 69. gratta II 65. haeret aqua III 117.
haad scio an 1 33, 72, 132, III 6, 105. Hgsteron proteron I 30. iacere III 79.
id, il/ud anticipativi I 3, 82, 83, 103, 119, Il 64, HI 100. 117. idem, idemque
I 19, 63, 84, li 35. idem pleonastico III 15. ieiunus I 157. igitur I 9.
imitari III 10. impopolarità I 84. importazione II 13, 19o INDICE improbabilis
II 7. in con l'ablat. I 35, 46, 61, 71, 139. II 9, 50, 63. inchiesta II 82.
indolentia III 12. indoles III 16. Infinito libero I 37, 108, III 26. Infinito
imperativo I 52, III 13. influere II 31. inhumanus I 144. iniurius III 89.
iniziativa III 109. insci tia y inscientia I 122, 144. intimazione III 66.
Intreccio di pronomi relativi I 41, 46, III 65. Di pronomi interroga- tivi II
67. invìdia I 84, 86, II 58, III 79, 82. Ipallage III 104. Iperbato II 58, 75,
87. Ipotetico, periodo — , I 5. ipse 1 15, 102, 140, 141, 151, 155, II 2, 32,
3ò, 52, III 37, 69. isque, et is ì 1. istinti II 11. iudicium I 118, 133.
latro, latrocinium II 40. laus I 19, 63, 116, 156, 160, ili 77, 111. liberare I
32. ìiceri III 61. liquidazione II 84. httcrae I 133. mancia II 60. manere III
49. marte nostro III 34. Metafora III 5. micare III 77, 90. migrare I 31.
misantropia I 29. mitologia I 32. monetaria, questione, circolazione — , III
80. morosita8 I 88. vios 1 64. muìtitudo II 16. nam I 9, 94, II 47, III 105.
nec, neque avversativo III 7, 96. uecessitates 117; nec. naturae 1 126. t
nescio an II 64. | non (enfatico) III 105. non plus quam III 89, 118. nullus I
35, III 59. numerus I 3, III 14. obbligatorio I 129. occurrere II 7. od io sa s
I 139. offendere I 86, 99, 130, III 105. omnino, sed I 83 t 120. operosus II
17. opinio II 32, 34, 39, 47. opinione pubblica I 99. Oratio recta, obliqua 1
33, 87, 158 li 56, III 12, 51,53,63, 103. oro di coppella II 38. Paratassi
(coordinazione) I 7, 57. paritas 11 41. partem, in utramque — , I 81. patere
buissime I 4, 20, 24, 26, 51, III 19. Periodo. Racconciatura, risoluzione,
spezzatura di periodo I 1, 11, 22, 33, 51, 60, 118, II 9, 17, III 7, 20, 38,
79, 92. plaga III 68. plausibile 1 8, 101. plenits, perifrasi con — , I 138.
politica I 33, 76; politica estera III 46. popolarità I 25. posizione politica
elevata I 86. possidente II 73. possideo, possido II 79. potiri III 113.
praedia III 65. Praegnans I 15, 154, III 38, 41, 58, 61. praestare III 65.
Predicato neutro col sostantivo ma- schile o femminile 111. prestito, dare e
prendere in — , II 15. presunzione III 31. jjrimum, primus III 11. principio
dialettico, etico II 7. probabile I 101. prohibere II 41. | promittere,
promissum facere I 31. Ili 96. Qualità, casi della-, III 82. INDICE 197
quamquam correttivo o limitativo 1 30, 37, Il 43. 60, III 121. quando = quoniam
1 29, II 58. que enclitico; vedi Copulativa. quicumque 1 43, 111 87. quidam I
47, II 16, 38. quod dichiarativo I 37, CI, II 70, III 111. rapporti sociali I
45. rappresentare I 124. ratio naturae III 23. Reciproco, pronome—, I 12-
reclame I 132. relatto gratiae I 47. Relativo avversativo I 19. remotus
nell'ablat. assoluto I 157. res= «si» I 6, li 71. rivelare I 30. rivenduglioli
I 150. rursum II 2, 20. sacer III 111. sacrificare I 83. sacrifìcio I 84.
sciens I 145. scomunica III 54. x Scorrettezza di linguaggio, slegatura di
periodo I 2, 8, 14,21,80,92, 101, 126, 133, 142, 153, III 20. scrupolo, farsi—,
lì 51. *ed 1 20. sedatio 19). sentire = exìstimare I 124, III 75. sequi I 35,
11 7, 51. serenità I 69. sermo I 132. sin I 47, 123. Sinonimi I 11, II 11.
sistere III 45. smorfie, far le — , III 59. sociabilità I 157. Soggettivo—
oggettivo I 17,23,31, 152, 157, 159, II 24, 44. Soggetto non espresso 1 28, 90,
121, III 89. sollertia 1 33 sollevare la questione II 78. solvendo II 79.
Sovrabbondanza di espressioni I 22. speciaiis I 96. spedare , pertinere ,
attingere con doppia significazione II 72. speculativo I 19. spese correnti II
42. status dies I 37. status naturali^ I 67. sub venire 1 83. su ff ragia
occulta lì 24. tamen I 55 (= tuw ), 66. tandem II 69. tattuato li 25. tewpus
grave III 93. tenere 111 67. tener mano III 74. teorica, pratica I 95. tergiversa
ri HI 118. tipi III 69. Tmesi III 71. tractare III 106. turba I 132. turpi
ficatus III 105. uìtro III 86. unitas I 54. ut I 19. ranitas I 44, 150, 151,
III 58. rei I 59, 66. velie se II 78. venenum III 76. Verbo, nessi senza verbo,
I 30, 61, 82. 84, 86, II 36. videndum e*t I 28, 43, 145. violare II 68. viris
equisque III 116. visibilis I 14. vita I 108. vita intellettuale e pratica li
7. vivere I 126. Zeugma I 23, 98, 125, 151, II 18, 54. v Pubblieazioni della
stessa Casa Editrice. GIORGIO CURTIUS GBAMMATICA DELLA LINGUA GRECA RECATA IN
ITALIANO DA GIUSEPPE MÙLLER Sedicesima edizione RIVEDUTA E CORRETTA DA ANGELO
TACCONE Professore di letteratura greca nella R. Università di Torino. Un bel
volume in-8° di pp. XVl-404 - Lire 3,50 — leg. in tela L. 4,50, CARLO SCHENKL
Parte I > ad uso dei Ginnasi!. Versione italiana di Giuseppe Muller Settima
e ci i z ì o n e riveduta e corretta da ANGELO TACCONE Professore di
Letteratura greca nella R. Università di Torino Un voi. in-8° di pp. IX-230 —
Lire 2 -. Parte II» ad uso dei Licei. Versione italiana di Giuseppe Muller
Seconda edizione Un voi. in-8° di pp. VI1I-251 — Lire 2,50. TORINO — Casa
Editrice ERMANNO LOESCHER — TORINO Pubblicazioni della stessa Gasa Editrice.
MÙLLER E BRUNETTI DIZIONARIO MANUALE DELLA QUARTA EDIZIONE DILIGENTEMENTE
RIVEDUTA E CORRETTA con l'aggiunta delle u Tavole sinottiche dei verbi
irregolari della lingua greca „ Due volumi Lire IO — ; legati elegantemente L.
14,50. Separatamente: VOLUME I. i VOLUME II. GRECO-ITALIANO i i ITALIANO-GRECO
COMPILATO COLLA SCORTA DBLLR MIGLIORI OPKRB DA ') COMPILATO COLLA SCORTA DKLLK
MIGLIORI OPKRS dal Prof. Federico ab. Brunetti Giuseppe Mùller ! Prezzo L.
6,50; legato L. 9 — Prezzo L. 3,50; legato L. 5,50. NUOVO VOCABOLARIO LATINO- T
ilnui n j m L -LATINO COMPILATO AD USO DEI GINNASI DA FELICE RAMORINO IN
COLLABORAZIONE cox a. SENIGAGLIA e P. DE BLASI Due voi. elegant. rilegati, di
pp. XI-851 e VI-668, a L. 7 caduno. TORINO Casa Editrice ERMANNO LOESCHER
TORINO ■x a scritto il Barzizza : possiamo quindi collocare il viaggio tra la
fine di luglio e il principio di agosto del 14 15. La riconciliazione di
Guarino col Niccoli fu forse ot- tenuta, come vediamo dai saluti che il primo
invia al secondo : doctissimus Guarinus Veroneiisis tibi pi. sai. dicit (III).
Tra i maggiori umanisti fiorentini, coi quali il Barbaro si legò in intima
amicizia, oltre il Niccoli è da annoverare il Bruni. Negli ultimi mesi del 141
4, in compagnia probabilmente di Biagio Guasconi, il Bruni s' era recato al
concilio di Costanza; ma dopo- ché nel marzo del 14 15 avvenne la fuga del papa
I. — CìCERorJE. 31 Giovanni XXIII, egli se ne tornò a Firenze. Uma- nisti
fiorentini minori che il Barbaro conobbe sono Roberto Rossi precettore di
Lorenzo de' Medici (I), i due Corbinelli Angelo e Antonio, Domenico di Leo-
nardo Buoninsegni e Biagio Guasconi, che più tardi ^i applicò alla politica.
Fiorentino non era per nascita 1 camaldolese Ambrogio Traversar!, ma per
adozione e inclinazioni, vera anima e portavoce di quel circolo di letterati; e
con lui pure strinse cordiali rapporti il Barbaro, anzi tra i due corse
vivissimo carteggio negli anni successivi dal 1416 al 1420, carteggio del quale
ci rimane integra la sola parte del Traversari (i), ma preziosissima per
ricostruire e illuminare il fecondo scambio dk operosità umanistica interceduto
tra Firenze e Venezia: onde vediamo cataloghi e notizie di codici nuovi, testi
latini e greci, trascrizioni ed emendamenti incrociarsi dall'una all'altra
città. Tra gli acquisti immediati o, per dirla con le parole del Barzizza, tra
le res noòilissimae (II), che il Barbaro portò seco dalla Toscana, notiamo due
testi latini, le orazioni di Cicerone e Nonio Marcello, e uno greco, la Logica
e X Etica di Aristotile (2); ma di più altri testi, specialmente greci, si era
assicurato il prossimo invio, quali le epistole greche di Manuele Crisolora IV
o V), la raccolta epistolare di Cicerone ad Att. coi II) ^ti i.iM.. >i ■..
..V Epistola. (2 Un codice portava questa nota: In hoc codice contincntur
Logica t Kthica Arìttotclis, quibus Franciscu» Harbaras quondam d. Candiani A
ci. Roberto de Ro»»!»
civ fI..r.M.»i„,. ,1,.,, .t.,v ,..f r\fi»r,r,.iii /;,/,/;., th , S, MUh. pag. XVII). 32 R. SABBADIN/. passi greci dallo stesso
suppliti (V), e i passi greci del famoso codice delle Pandette (III), che da
appena un decennio (1406) era trasmigrato da Pisa a Firenze. Il nuovo codice
ciceroniano proveniente da Cluni e mandato da Poggio non in copia ma
nell'originale a Firenze, conteneva alcune orazioni, due delle quali allora
sconosciute, la prò Roselo Ainerino e la prò Mu- rena. Il Barbaro se ne trasse
un apografo, di cui si servì Guarino per commentare tosto dipoi la p. Rosei o.
Questo commento ci rimane manoscritto e stampato; in esso è ricordata la gita
del Barbaro, in proposito della lacuna al § 132, con le seguenti parole: « Nam
iterum non parva textus pars deest, quod factum est situ et exemplaris
vetustate decrepita, quod vir doc- tissimus Poggius ex Gallis ad nos
reportavit, qui et huius orationis et alterius prò Murena repertor hac a etate
fuit. Ut autem clarissimus et doctissimus vir Franciscus Barbarus dicere ac
deplorare solet, occae- catum adeo exemplaris codicem, unde haec exarata est
oratio, Florentiae viderat, ut nullo pacto inde tran- scribi verbum potuerit »
(i). Nonio Marcello l'ebbe il Barbaro in prestito dal Nic- coli (III). I
Fiorentini e il Salutati (m. 1406) avevano cercato inutilmente questo autore,
che del resto era stato nella biblioteca del Petrarca; solo tra il 1407 e il
1409 ne potè venire a capo, pare, il Bruni per mezzo di Bartolomeo Capra, che
ne trovò un esemplare nella biblioteca Viscontea di Pavia. Scrive infatti da
Siena (i) Sabbadini, La scuola ecc., 91. r. — CICERONE. 33 1 Bruni al Niccoli
nel dicembre 1407: < De bibliotheca Papiensi curavi equidem dilig-enter ut,
quantum libro- rum ibi sit et quid, certior fiam utque Nonius Marcel- lus quem
Colucius (Salutati) habere nunquam potuit meo nomine transcribatur >; e allo
stesso, da Pistoia lel novembre 1409: < Nonium Marcellum dicit (Bar-
iholomaeus Capra) se in dies expectare > (i). Nel catalogo dei codici di
Pavia, compilato 1' anno 1426, Nonio Marcello non ricomparisce più; e questa è
una buona ragione per credere che il Capra l'abbia li là mandato -ai Fiorentini
e che essi se lo siano trat- lenuto. Spingendoci più oltre sulla via delle
ipotesi I^otremmo sospettare che quel codice di Pavia fosse tutt* uno con V
esemplare petrarchesco. Ritornato il l'arbaro a Venezia, si trasse copia di
Nonio; poi man- lò il suo al Barzizza a Padova, dove se lo trascrisse inche l'arcivescovo
cretese Pietro Donato (VII). Oltre ad avergli procacciato amicizie nuove e
nuovi codici, la gita del Barbaro riusci a lui profittevole an- ' he per la sua
produzione letteraria. Nella dimesti- chezza infatti che contrasse con la
famiglia de' Medici e specialmente con Lorenzo, sarà certamente caduto 1
discorso sul prossimo matrimonio di quest'ultimo; e illora molto verisimilmente
il Barbaro concepì il di- egno del suo trattato De re uxoria, dedicato appunto
i Lorenzo: felice e rigogliosa primizia, che dava pieno if fidamente per X
avvenire, se il vivace e pur tanto ; onderato giovine non si fosse poi
consacrato alla pò- (1 'III itiU.^ru ai (itiiiiri: J<. SAinAumi, Testi
iatmi, i- 34 R» SABBADINI. litica, nella quale toccò altezze di rado raggiunte
da altri umanisti. Il De re uxoria fu scritto in non più di quattro o cinque
mesi e usci nel carnovale del 141 6 (VI e VII). I. Franciscus Barbarus
suavissimo Laurentio de Medicis s. p, d, (i) Quanto tui desiderio nunc affidar,
prò tua singulari prudentia facilius poteris existimare quam ego perscribere,
si quantum tua consuetudine delectarer observare voluisti. Testis enim optimus
esse potes, cum istic essent plerique quorum mihi natura humanitas institutio
maiorem in mo- dum grata erat, neminem tamen fuisse quicum essem iocundius quam
tecum; sic enim de ingenio et moribus tuis magnifice mihi persuase- ram, ut a
mea coniectura gravissimorum ac prudentissimorum hominum iudicium non
abhorreret. Tuse vero naturse tantum tribui intelligebam ut per se prope gravis
esse ac moderata (2) putaretur, cuius sic ex omni parte solida et expressa
dignitas ostenditur, ut in te probitatis et virtutis quasi lumen quoddam facile
possim (3) intueri. Omnia praeterea quae iocunda ex lepore humanitate
benivolentia alterius possunt acci- dere sic in me diligenter et studiose
contulisti, ut me non modo usus eo- rum, sed etiam recordatio plurimum
delectet. Quibus ex rebus factum est ut in benivolentiam tuam profecto non
inciderim sed venerim, qua sic maiorem in modum suaviter astringor, ut mihi
gratissimum et antiquis- simum futurum sii, a me nihil erga te desiderari posse
quod ad offi- cium stud'um pietatem gratiam fidem carissimi hominis pertinere
videatur. (i) Cod. Magliabechiano Vili 1440 f. 86v; cod. Ambrosiano M 40 sup.
f. 32V. Dal cod. Ambros. la trasse A. M. Querini, Diatriba prati. ad F. Barbari
epist. CCLVI. (2) modesta cod. Amor. (3) possis cod. Amor. r. — CICERONE. 3f^
Quare tibi perspicuum esse debet me quantum par est tui desiderio com- moveri.
In ea tamen molestia hanc accipio voluptatem ut in sermonibus, quos prò nostra
consuetudine instituimus, et in tui memoria, quam summa benivolentia
constantissime tueor, velut in honesto ac suavissimo diversorio acquiescam.
Haec in primis contraria saepe cogitanti mihi solet Socratis in mentem venire,
qui cum in vincla coniectus esset, dolorem simul ac voluptatem (i) corporis
sentire fatebatur. (2) Cruri enim pedicas graves esse aut fuisse et cum molli
ter perfricaretur delectationem facile sentiebat et sapientissime dolorem ac voluptatem
(3) res disiunctissimas naturae beneficio coniunctas esse mirabatur. Hac de re
longior essem in prae- sentiarum (4) si plura scribere mihi per occupatioues
liceret. Quod Cor. (5) civis noster commodis ac fortunis tuis molestus sit,
mihi ut debet molestissimum est; turpitudo rei facit et incommoditas tua ut non
solum nostrae rei publicae causa, sed etiam incommodorum tuorum res mihi gravis
esse videatur. Assequor coniectura, ut etiam ex Galano nostro sum factus
certior, eam rem sic cognosci, sic ab omnibus iudicari, ut nihii oraissura tui
iuris, (6) sed civitate teste suo tempori reservatum iri videatur. Huic tuae
causae studio ope gratia nullo loco sum defuturus; tantum enim tibi debere
videor ut antiquum mihi officium sit tuas res omnis non minori mihi curae esse
et fore quam meas. Quaecunque igitur mihi in mentem venient ad te aut ad tuos
pertinere, niea sponte (7) sum facturus; siquid ignorabo, admonitus omnium in
te studium superabo. Roberto Rosseo viro optimo ac doctissimo pi. sai. die.
Hunc ut co- lere» diligeres observares maiorem in modum rogavi nec rogare
desisto; (i) Dopo voluptattm nel cod. Magliab. sono le parole ut cum altera max
irne lahoramus altera nos levare «tate poi cancellate; forse la cancel- latura
era nell'autografo. (2) Plat. Phaed. 3, p. 60, b. (3) Qui rcita in tronco il
cod. Ambros. (4) in presentiam cod. (5) Sarà ComeliuK? ma non so a che cosa si
alluda. (6) nirìs eod. (7) spem te cod. 36 R. SABBADmi. cius enim moribus ac
doctrina facile melior fieri potes et doctior (i) ; de quo sic sentio, sic mihi
suadeo, ut eum semper habeam in ore nec eum satis laudare possim nec admirari.
Congratulor etiam felicitati tuse qua factum est ut, Robertum prseceptorem
nactus, nisi tibi ipsi defueris, facilius quam ceteri bene beateque vivere posse
videaris. Cum maturitas advenerit, ut litteris meis provocatus ad nos
proficiscare, (2) libentissime omnium faciam; multos invenies qui iam mirifice
serviunt (3) laudi ìuae. Litteratissimo Nicolao sai. die, Simoni Nessse
necessario et lohanni minime, ut aiunt, bonae fidei (4) possessori et ceteris
quibus amoris nostri commemora tio grata esse tibi videbitur. Spectatissimo
viro lohanni patri tuo, meo volui dicere, me commendabis. Ex Venetiis XV kal.
septembris [141 5]. II. Gasparinus Pergamensis suo Guarino Veronensi s. {5)
Naviculario non satis mihi noto idibus praeteritis commisi ad te et Franciscum
(6) nostrum litteras, quibus prò meo in vos officio et vestra in me summa
benivolentia quo animo in vos essem et quid a vobis vellem brevi significabam. Dubito
ne Htterae ad vos delatse sint. Summa illarum fuit, me prò reditu Francisci
voluptatem magnam cepisse ; ro- (i) Vespasiano da Bisticci {Cosimo de' Medici §
i) tra gli scolari di Roberto de Rossi nomina Cosimo de' Medici, ma dimentica
suo fratello Lorenzo. (2) Questo viaggio sarà avvenuto nella primavera del 141
8, quando Lorenzo de' Medici divisava di recarsi a Verona (R. Sabbadini, Cen-
totrenta lettere inedite di F. Barbaro., 13.) (3) seviunt cod, (4) Sarà
Giovanni Buonafede. (5) È pubblicata nel mio \\\iXO La scuola e gli studi di
Guarino, 174. Ne riproduco qui il solo passo che fa al caso nostro. (6)
Francesco Barbaro. I. — CTCKRONE. 37 gabam eliam ne, cum amore apud eum prior
(i) essem, rationem meam in bis rebus, quas nobilissimas ex Etruria secum
advexit, post alios labcri pateretur .... Patavii XIV kal. septembres [1415].
ITT. 1/ a/i Ci Se Ilo \i) liarbanis -opti ino et Jiiaiianissimo Nicolao (3) s.
Si bene vales gaudeo. Postcaquam abs te discessi litteris tui deside- riuni
lenire constitui ; tua enim legens vel ad te scribens, tecum esse videor.
(Juare ad te scripsi ut vel provocatus amicitiae nostroe in hac irte non
deesscs; nullas tamen adhuc litteras a te accepi, quas ne longius
"osidereni in tuis officiis esse tibi persuadeas. Modestissiraus Blasius
Gua- conius (4) noster tuai salutis ccrtiorem me fecit; huius adventus mihi (i)
Il Barzizza era stato maestro del Barbaro prima che Guarino an- f lasse a
Venezia nel 141 4. (2) Cod. Magliabechiano Vili 1440 f. 86v. (3) Niccolò
Niccoli. (4) A questo Biagio Guasconi indirizzò Guarino la famosa invettiva
intro il Niccoli nel 141 3, da me pubblicata per Nozzt Curdo- Mar cel- ino,
Lonigo 190I. Nel 141 4 il Guasconi andò al concilio di Costanza l'oggii Epist,
coli. Tonclli I 3); era di nuovo colà nel dicembre del 14 16 !^>iti. I p. 20
librum legtt . . . . Blasitis de Gu:isconibus.) Nel 1424 fu !<ri consoli
dell'arte della lana, nel 1425 degli operai di S, M;vria del I ' ' ' rii
Buanaccorso Pitti, Bologiìa 1905. 2}:. 251); nel I 124 fu anib;i.sciatorc di
Firenze a Bologna e presso l' imperatore {jOom- 'lasiotiidt Hmaldo degli
Alhizzi, II 14, 17, 21, 29, 30, 31, 33, 39, 54, 96). N'el 1431 fu degli
ufficiali dello Studio Fiorentino (/7<;rMme»/i di storia *>n, Flrcnzr
18R1, VII 244) e ambasciatore presso Kugcnio IV (Mu- A* / .V, XIX orO; e negli
anni 1432-33 pigliò parte agli .affari Iella repubblic.i "llegrìni, SaUa
repuhhi fiorentina a tempo di 38 R. SABBADINI. iocundissimus fuisset, nisi
discessus eius valde festinus mihi videretur. Ad te mitto xardXoYOV (i) librorum
quos Lconardus lustinianus ex Cypro sibi vindicavit ; illuni ad te ante
miseram, sed quia mihi non re- scribis, vereor ne meae (2) litterae una cum
catalogo tibi redditae sint. Spectatissimis atquc doctissimis viris Roberto Rosso et
Leonardo A- retino (3) pi. sai. die; Corbinellis (4) etiam et reliquis tuis
civibus, quo- rum ego virtutem et amorem erga me observo amo et magnifico.
Nonius Marcellus exaratur; quam primum confectus erit, tuum tibi restituam.
Cura ut habeam grsecum illud Pandcctarum. Doctissimus Guarinus Veronensis tibi
(5) pi. sai. dicit. Ex Venetiis
idibus septembris [14 15]. Ornatissimo adolescenti Laurentio Medico et
disertissimo (6) Dominico Leonardi filio (7) sai. die. IV. Ambrosius Francisco
suo s. (8) Facit occupatio mea ut brevior in scribendo sim quam veliera. Quum
enim nil fere iucundius, nil gratius mihi sit quam ad te longissime seri- bere
.... Tu velim me intensissime diligas, ut facis, atque efficias ut non (i)
xaidX — fu omesso dal copista in lacuna, più tardi colmata erro- neamente da un
altro con la parola quinlernos. Sui codici che il Giu- stiniano aspettava da
Cipro cfr. Arabr. Traversarli Epist, VI 7. (2) me cod. (3) Il Bruni
nell'ottobre del 1414 era andato al concilio di Costanza, ma dopo la fuga di
Giovanni XXIII nel marzo 141 5, rimpatriò. (4) Antonio e Angelo. (5) tibi om.
cod. (6) disertissimus cod. (7) Domenico Buoninsegni, condiscepolo di Lorenzo
de' Medici alla scuola di Roberto de Rossi. (8) Ambrosii Traversarli Epistolae.
a P. Canneto, VI 4. Seguo l'orto- grafia del testo, sebbene non conforme all'
uso umanistico. I. — CICERONE. 39 (lesiderem officium tuanim, quae quum omnibus
carse sint, qui modo studiis humanitatis dediti sunt, tum vero sunt mihi
gratissimae. . . . Quod adcidit sane non iniuria ; sum enim eo ad te animo, ut
semper tecum cogitatione sim, memoriamque benevolentiae tuae atque pietatis
nunquam ponam. Sed de his satis et per alia^ literas (i) nostras dictum est. .
. . Mitto ad te duas epistolas longiores nostri Chrysolorae: de amicitia
alteram ad me, de mensibus secundam ad Pallantem, scriptas olim manu mea;
tertiam [keqÌ vctQOììXog] (2) ad nostrum Guarinum mittere non curavi, quod hanc
ipse secum adtulerit habcatque illam in deliciis:nec amhigo iam illam tibi
legit. Tu cura ut ad me librorum tuorum indicem II !tt L-. . . . Facies id scio
prò tua in me pietate : libet enim hoc ad te uti vocabulo. . . . Vidi sane
indiculum illum clarissimi viri Leonardi lu- stiniani, quem ad nostrum Nicolaum
misisti; sed mihi. . . . desiderari in ilio visa est diligentia, sed nescio
utrum tu illum scripseris, an alias quispiam Ceterum id abs te maiorem in modum
rogo uti, quum aliquid explo- i. ti;r I >\f Ioannis Chrysolorae istuc
vestris cum triremibus adcessu acce- peris, antequam adplicet, diligentissime
scribas ad me. Cupit enim senex Demctrius (3) istuc ei prodire obviam Salutem
dices nostro Gua- rino reliquìsque sociis tuis optimis atque humanissimis
viris. Florentiae ex nostro monasterio XX octobris [1415]. I Otiest* allm
lettera precedente e la risposta del Barbaro si son (2; .Sci M-sto uci «,
annoto in;inc;i li titolo greco, ncH' Ampiisstma col- Icetio del Marlene et
Durand III (Epist. XVIl 15) suona ."iFyl FXéyxov, •na erroneamente; il
vero titolo è m^ti vdQOrixog, come si vede dalla rikpoKta del Barbaro. Questa
lettera a Guarino fu stampata dal Cyrìllus CW. gr. hiòL liorhcn. II 224;
l'altra De amicitia ivi stesso I 259. Della ten» De mensihix a Palla Stro/.ri
non mi è occorsa finom nessuna traccia. (3) Un vecchio prete cretese, che Mava
col Trurr^.-iri nrl •<—♦-' tegli Angeli e attendeva a copiar codici greci. SABBADINI.
V. Franciscus Barbarus optimo ac doctissimo ntonacho Ambrosio s. d. (i). Si
bene vales gaudeo. Magnani voluptatem ex litteris tuis [cepij, in quibus
eximius in me amor tuus amari (2) potest et studium recognosci. Tua ctiam
legens tecura esse videor, quem admiratione quadam virtutis sic diligo sic amo,
ut ad amorem meum nihil possit accedere. Sed haec satis apud te, cui de mea
erga te voluntate sic persuasum est, ut nihil sit quod non modo de te mihi
spondere possis, sed etiam de me tibi. Litteras summi viri Manuelis Chrysolorse
quas ad me mittere scripsisti nondum habui (3); prò quibus magnas tibi gratias
habeo et multis ver- bis dicerem nisi quodammodo dignitate amicitiae nostrae
hoc officium sublatum esset. Epistolam illam ad eloquentissimum Guarinum
nostium 718^)1 vd(^)0T)XO(; (4) adhuc videre desidero; apud modestissimum
Antonium Corbinellum reliquit (5), quam postea non habui[t]; quare si tuo bene-
ficio fuerim consecutus, et illius clarissimi viri laudis monumentum erit et
amicitiae nostrae. Laudationem funebrem (6) quam Andreas luliani pa- tricius
civis noster edidit ad te mitto; de qua quid ego sentiam nunc ad te scriberem,
nisi id gravissimo tuo iudicio reservarem; quare quid (i) Cod. Magliabechiano
Vili 1440 f. 86. (2) Amavi amorem tuum è frase tipica di Cicerone adfam. IX 16,
i. (3) Le ebbe più tardi, come apparisce dalla lettera del Traversari a lui, VI
5, del 29 febbraio 1416 (la data si desume dalla menzione della magistratvu-a
di Cosimo) : Quod epistolas clarissimi viri Manuelis acce- peris, nunc primum
per tuas literas novi. (4) vdQXTixog cod. {5) Nel tempo che Guarino insegnò a
Firenze (i 410-1 414). (6) L' elogio funebre in lode di Manuele Crisolora.
Manuele mori a Costanza il 15 aprile del 1415; l'elogio fu recitato a Venezia
dal Giu- liano nel luglio dell'anno stesso. I. — CICERONE. 41 hac de re
sentiendum sit iudicabis et me si tibi videbitur facies certio- rem. Librorum
meorum y.axàXoyov (i) nunc ad te mitterem, si raptim mihi conficere licuisset;
sed propediem mandata tua digeram persequar et conficiara. Librorum epigrammata
Leonardus lustinianus scripsit nec diligentiiLS exarare potiiit. Libri illi ex
Cypro (2) nondum sibi redditi sunt, sed indicera transcripsit; quare sibi
mihique facile veniam dabis. Guarinus noster litteras habet a lohanne
Chrysolora Constantinopoli datas idibus septembris. Valde dubius est an cum
classe nostra traicere poterit (3); in hnnc rem argumentatur multa, minime
nunc, ut ad te scribantur, necessaria. Si quid eius adventus, ut aiunt,
odoratus ero, te diligcntissime faciam certiorem. Guarinus tibi plurimam
salutem dicit et ii omnes quibus tuo nomine salutem dixi. Doctissimo ac
praestantissimo antiquitatis auctori Nicolao (4) nostro salutem d[ic] et
aetatis nostrae lumini eloqucntiae Leonardo Aretino ac me reddes piane suum,
cum ■ in meo siiiU sit, ut inquit Cicero (5), ncque ego discingar ». Vaie; communi patri magistro monasterii me
commcndabis. Ex Venetiis IIII nonas novembris MCCCCXV. i) Il catalogo arrivò al
Traversari nel febbraio del 1416; scrive in- fatti nella succitata lettera, VI
5: KaiàXoYOv tuae bibliothecae nunc pri- mum accipio. E nella VI 6, in data «
Florentiai VI non. mart. » {14 16): Lc^i. . . indicem graecorum voluminum
tuorum. (2) Nella lettera VI 7, Florentiae XI martii [1416J, scrive il Traver-
sari al Barbaro : Si dudum accepit ex Cypro libro-s suos Leonardus lu-
stinianus, curabis mihi conScere diligentem indicem. (3) Giovanni Crisolora
fino almeno al 1418 non era venuto, pouiu- nella lettera VI 3, Florcnti;u UT
id. ini. (14 18),- del Travirsari al Bar- baro leggiamo: De lohanne Chrysolora
si quid cxploratum certi habcs, curabiH ut litterìs tuis ccrtior Barn. Eum
Icgatum impcratoris sui pro- fectururo ad summuni pontificcm (il nuovo eletto
Martino V, a Costanza Il Dov. 1417) nolm dictam est..... Avet Demetrìus noster
id ccrtiu* «drc, ut meliori esse animo po-^^v -:•*•— '• ^••- • • — -.»,.-.:-—,,
diutius expcctandf» fatif^atus <.ir }) Niccolò Nicr* ' 4a SABBADINI. VI.
Dalla prefazione del De re uxoria (i). .... Mihi praeterea recordanti multos in
nostra familiaritate sermo- nes gratius atque iocundius tibi munus fore visum
est si potius a Fran- cisco tuo quam a fortuna sua donareris. Qnamobrem tuo
nomine de re uxoria breves cpmmentarios scribere institui, quos huic nuptiarum
tem- pori (2) accommodatos arbitror non inutiles futuros. . . . Vidi siquidem
praesens quanta cura ac diligentia eruditissimum Ro- bertum Rossum in primis
coleres atque observares, a cuius latere rec- tissime quidam fere nunquam
discedebas. Accedit et eloquentissimi ho- minis Leonardi Aretini nec minus
litteratissimi Nicolai nostri consuetudo, a quibus cum alia permulta tum
pleraque id genus assidue te audire et accipere confido [carnevale del 1416].
possedevano già la collezione epistolare ciceroniana ad Ait.y ad Q. fr., ad Br.
Il Niccoli nel marzo dell'anno seguente mandò a Venezia l'esem- plare coi passi
greci restituiti da Manuele Crisolora, come abbiamo dalla succitata lettera VI
6 del Traversari al Barbaro : Is (Nicolaus) mittet Cicero nis Epistolas ad
Atticum, quibus noster Manuel restituit graecas litteras quasque te maxime
velie adseruit. (1) Il De re uxoria di Francesco Barbaro è dedicato a Lorenzo
de' Medici. Fu più volte stampato. (2) S' intende il carnovale; 1' anno è il
141 6, perchè già in data « Flo- rentise kal. iuniis > [14 16] il Traversari
scriveva al Barbaro (VI 15) : Commentarla tua de re uxoria ad Laurentium
optimum tuique studio- sissimum adolescentem legi gratulatusque sum. . . I. —
CICERONK. 43 VII. Lettera di Gasp arino Bar zizza a Francesco Barbaro (i).
Marcellus (2) quem ab me requiris est apud dominum Cretensem . . (3). Requiras
oportet hunc libnim a domino Cretensi. si vi'; illuni ad tv deferri .... Rem
vero uxoriam quam audio te etìidisse iamdudum expecto; est euim ut dicitur res
tuo ingenio ac tuis studiis digna. Tametsi non du- bitem et graviter et ornate
abs te scriptam, nara inventa Graecorum ut spero ac Latinorum multis locis
redolebit, tamen percupio meo potius quam aliorum iudicio posse uti. Facias
ergo quod ad Corradinum (4) tuum facturum te pollicitus fuisti : mittas hanc ad
me sive historiam si ve disputationem tuam, qui olim ut tuo ingenio ita nunc
tuie laudi ac glori» maxime faveo. Vale. [Padova primi mesi del 1416]. Le
orazioni scoperte da Poggio. Pog^o scoprì durante il concilio di Costanza otto
orazioni di Cicerone (*): e sono /. Caecina, le tre de lege agraria contra
RuUum, p. Rabirio Postumo^ p. Rabirio (1) È anepigrafa. L'ho pubblicata in Museo
iViinlichUa classica, III 349. (2) Nonio Marcello. (j) Pietro Donato,
arcivescovo cretese. Lhc il Donato sia venuto in IMjsschso di Nonio, e
confermato da ciò, che il suo p;\rentc Girolamo Donato ne trascrisse una
citazione sul cod. Trivulziano 661 f. i di guardia. (4) Giannino Corradino
morto nell'agosto del 1416 (Degli Agostini Scrtttcri Vinitiani II ti 5); ron
rio è stabilito il tonnine rstrcnio rm- riologjco della lettera. (•) Comparve
1.t pimui volta \u .^(ut/i //<//. /;/<< il. i^«)9, 101-103. 44 R- SABBADINI.
perduellionis reo, p. Roselo comoedo, iti Pisonem. Tutte otto si trovavano
riunite nel cod. Laur. Conv. soppr. 13, quando era integro. Sono interessanti
di questo co- dice le due sottoscrizioni: la prima riferita alla p. Caec. suona
cosi: Hanc oratio7iem antea culpa temporum de- perditam Poggius latinis viris
restituii et in Italiani re- duxit cum eatn diligentia sua in Gallia reclusam
in sil- vis Lingonum adinvenisset conscripsissetque ad Tullii memoriam et
doctorum hominum utilitatem. La seconda riferita alle altre sette suona cosi :
Has septem M. Tullii orationes que antea culpa temporum apud Italos deper- dite
erant Poggius florentinus, perquisttis plurimis Gallie Germanieque summo cum
studio ac dilige^ttia bibliothecis, cum latentes comperisset in squalore et
sordibus, in lucem solus extulit ac in pristinam dignitatem decoremque re-
stituens latinis musis dicavit (i). La p. Caec. perciò fu scoperta a Langres
{in silvis Lingonum), le sette rimanenti parte in Gallia parte in Germania :
nuli' altro di preciso sappiamo sul luogo del rinvenimento. Meglio informati
siamo sul tempo. Le più antiche testimonianze sono in una lettera del
Traversari (VI, 8) al Barbaro : ' Ex litteris quas ad Guarinum proxime dedi
quid Ciceronis orationum Pog- gii nostri diligentia reparatum sit scire poteris
.... Florentiae v nonas octobris 1417 ', e in una del Bruni (i) Le due
sottoscrizioni sono pubblicate in facsimile da A. C. Clark Inventa Italoruvi,
in Anecdota Oxonicnsia, Class. Series XI, 1909: nelle tavole in fine. I. —
CICERONE. 45 (IV, 12) al Niccoli: ' De Poggiano thesauro coram . . . Aretii VI
kal. octobris ' (141 7), donde argomentiamo che la notizia della nuova scoperta
era giunta a Fi- renze nel settembre del 141 7 o poco prima. Ancora nel
principio del 1418 Poggio teneva presso di se l'a- pografo delle orazioni che
intendeva di mandare tra poco al Barbaro, al quale scrive : * Orationum volo
hic exemplar remanere, postmodum vel ego ipse deferam vel per alium ad te
mittam idque quam primum ' (i); poi invece mutò avviso e lo inviò a Firenze al
Nic- coli, che lo fece recapitare al Barbaro, come rileviamo da una lettera del
Traversari (VI, 14):* Orationes illas omnes a Poggio missas iam credo acceperis
: misit enim illas Nicolaus noster '. La lettera, indirizzata al Barbaro, non
ha data, ma la collochiamo con certezza tra il luglio e l'agosto del 14 18,
confrontandola con un'altra dello stesso allo stesso (VI, 3), in data ' Flo-
rentiae IH idus iulii ', con cui ha strettissima relazione. Infatti in entrambe
si chiedono informazioni del pros- simo arrivo di Giovanni Crisolora, in
entrambe si parla di un Bernardo, veneziano, in entrambe di Angiolo Acciaioli,
fiorentino, che nella prima lettera parte per Venezia e nella seconda vi è già
arrivato. Ora nella prima, del 13 luglio, è presupposta l'elezione del nuovo
papa Martino V (* eum legatum imperatoris sui pro- ir. turum AD SVMM\'M
roNTiFicpiM nobis dictum est '), il; wurst.» l'itir.i m i "^',yi'> ili
i^.iroar' i, i n)\ii)i)ii(;it.i nrii.i su;i tonila originaria da A. C. Clark
(The clasticat Review XITI, 1800, p. 125), spande nK)lta luce tulle scoperte di
Poggio al tempo del concilio di 46 R. SABBADmr. avvenuta V 1 1 novembre 141 7;
con che siamo nel 141 8: la seconda andrà perciò collocata circa un mese dopo.
Nel luglio o agosto dunque del 141 8 il Barbaro ri- cevette le orazioni eh'
egli trattenne presso di se più del conveniente, tanto che Poggio, di ritorno
dall'In- ghilterra a Roma, gliele chiese nel 1423 due volte per lettera, senza
effetto; di che mosse acerbe lagnanze col Niccoli e con Guarino, invocando
anzi, ma sempre invano, l'interposizione di quest'ultimo (Poggìì Epis^. I, p.
89, 93, 95, 100). L'anno di poi, 1424, pare si disponesse a restituirle al
Niccoli, per cui mezzo gli erano pervenute; scrive infatti al Niccoli il
Traversari (Vni, 9) : ' Ad Barbarum nostrum ut scribas oro. Mul- tum tuas
desiderat litteras orationesque illas a Poggio in Germania repertas ad te
propediem missurum pol- licetur .... Florentiae XXI iunii ' (1424). Ma alla
fine il Barbaro ruppe il lungo silenzio con Poggio e ri- mandò a lui
direttamente con mille scuse il codice : * Orati ones illas Ciceronis quas a
Germania in Italiam .... reduxisti, ab illis mensariis de quibus fecisti men-
tionem recipies .... Venetiis 1436 ' (i). La lettera di restituzione porta la
data del 1436, sicché il codice sarebbe rimasto a Venezia 18 anni, spazio di
tempo veramente enorme, specie se si con- sidera il carattere gentile e
cavalleresco del Barbaro. E a me la data pare assurda, vuoi appunto per questa
considerazione, vuoi perchè abbiamo sentito dal Tra- versari che nel 1424 si
disponeva a restituire il codice, (i) R. Sabbadini, Centotrenta lettere inedite
di Fr. Barbaro p. 84. I. - CICERONE. 47 vuoi ancora perchè nel 1426 e nel 1428
il Barbaro, andato ambasciatore a Roma, s' incontrò con Poggio e in quelle
occasioni non avrebbe potuto esimersi dal riportargli le orazioni; del resto
nella corrispondenza di quei due anni, cordialissima tra i due umanisti, non
c'è nulla che accenni a uno screzio. Ritengo pertanto che l'anno 1436 della
lettera sia congetturale e vi si debba sostituire il 1424. Il silenzio
prolungato del Bar- baro di fronte alle reiterate richieste di Poggio si spiega
con ciò, che per tutto 1' anno 1423 egli fu oc- cupato nella podesteria di Treviso,
mentre il codice doveva esser rimasto a Venezia. Le otto orazioni formano (*),
com' io credo, quattro gruppi : a) p. Caec, b) le tre agrarie, e) le due Rabi-
riane e p. Rose, com., ci) in Pis. I codici fondamentali che ce le hanno
trasmesse sono due : il già ricordato Laur. Conv. soppr. 13 (= Af) e il Laur.
48, 26 (=(«>). Dei due, w è posteriore, scritto da sei o sette mani diverse;
in esso i gruppi si succedono così : a) p. Caec, b) le tre agrarie, d) la
Pisoniana, e) le due Rabir. e /. Rose. eom. M è scritto da due mani: alla prima
appar- tengono i gruppi a) della Cecin. e b) delle tre agrarie, alla seconda
mano il gruppo d) della Pison.; il gruppo e) delle due Rabir. e p. Rose. eom.
ora manca, ma in origine esso precedeva il gruppo d) della Pisoniana. La
mfdesin^' "•"•'■fssionr <ìi M teneva il eodi(M\ ora (♦) Comparve
la prima volta in Herliner philol. WochenschrifU i9»o» S97-99, dove riferii
sugli Invinta Italorutn del Clark, ai quali rimando il lettore per maggiori
informadoni. 4$ R. SABBADmr. perduto, che si conservava nel monastero di S. Mi-
chele di Murano a Venezia. Ecco ora com' io mi rappresento V origine di questi
tre manoscritti. Poggio nei primi mesi del 141 8 mandò, come abbiamo veduto, al
Niccoli a Firenze l'apografo delle otto orazioni copiate di proprio pugno (amo
hunc libelluni .... in primis quia egomet scripsi). I Fiorentini naturalmente
si trassero subito copia del codice e per risparmiar tempo distribuirono fra
vari amanuensi i fascicoli che si potevano facilmente separare o che erano già
stati scritti separatamente da Poggio. Cosi nacque M. Tosto dopo, ossia tra il
luglio e 1' agosto del medesimo anno 141 8 venne dal Niccoli spedito r apografo
poggiano al Barbaro a Venezia, che se lo sarà trascritto di propria mano nel
codice perduto di vS. Michele- Indi si spiega che il codice del Barbaro e M
mostravano la stessa successione. Dopo alcuni anni, nel 1424, il Barbaro
restituì l'apografo a Poggio, e allora fu allestito a Firenze, o più
probabilmente a Roma, il cod. w per opera di più amanuensi, che la- voravano
simultaneamente. Siccome in ca V ordine dei gruppi è diverso che in M, cosi
bisognerà supporre o che i fascicoli nell' apografo di Poggio s' erano di-
sgregati o che gli amanuensi non badarono a mettere al loro posto legittimo i
fascicoli nuovi. Il gruppo e) delle due Rabiriane e p. Rose. com. ci fu salvato
unicamente dalla scoperta di Poggio. Per i gruppi b) delle tre agrarie e d)
della Pisoniana possediamo, oltre la poggiana, un'altra fonte doppia: dall'una
parte cioè il codex Erfurtensis del sec. XII- I. — Cicerone. 4^ Xm, il Vatic.
Palat. 1525 del sec. XV e il Vatic. Ba- silio. H 25 del sec. IX, del quale
diremo; dall' altra parte i codici scoperti a Colonia dallo stesso Poggio nel
1422, nel suo viaggio di ritorno dall'Inghilterra, come rilevammo dal
Commentarium del Niccoli (sopra p. 7) (i). I nuovi testi di Colonia furono
adoperati da- gli Italiani a collazionare i propri. Per il gruppo a) della
Ceciniana abbiamo inoltre i succitati Erfurtensis e Vatic. Palat. e il
Tegernseensis del secolo XI. Il codice scoperto da Giordano Orsini {*). Il
famoso codice Vatic. Basilicano H 25, del sec. IX, veduto verso il 1428 da
Poggio (2), che contiene le Philipp., p. Piace, in Pis. e /. Ponteio, nuova
quest'ul- tima, fu scoperto dal cardinale Giordano Orsini. Nel- r Index
librorum mss. Archivii basilicani S, Petri a ci. V. Luca Holstenio digestus
leggiamo : Tullii Philippica- rum antiquissiìnus codex (3). D'altro canto
l'inventario dei libri dell'Orsini, allegato al testamento del 1434, reca: Tulius
Philippicarum (4). I codici dell'Orsini pas- (1) I medesimi codici contenenti i
gruppi ò) t d) furono trovati dopo (li I'f)p'}iio a Colonia anche da Niccolò
Cusano (R. Sabbadini, Scoperte det codici f III n. 22); e ciò potè fnr credere
al Clark {Inventa Jtalorum, 23-27) che per questa via fossero giunti in Italia;
ma è bene notare che i codici scoperti dal Cusano ebbero in generale scarsa
divulgazione. (*) Questo paragrafo è nuovo. (2) R. Sabbadini, Le scoperte dei
codici 127. (3) E. Pistoiesi, // Vaticano descritto e illustrato, II 196. (4)
Pistoiesi, n 191. &. sABBADiin, Tati latini. 4. $0 R. SABBADINI. sarono
parte all' archivio di S. Pietro, parte alla biblio- teca del Vaticano (i).
Deve avere scoperto il codice nel suo viaggio in Germania del 1426 (2). Le
Verrine del Capra e del Bruni. L' intero (*) corpo delle Verrine venne a
conoscenza degli umanisti solo tra la fine del secolo XIV e il principio del
XV. Il Bruni e il Capra lo possedevano sin dal 1407. Ecco qui una lettera del
Bruni (II, io) (3): Leonardus Aretinus Nicolao Nicoli s. d. Reverendus pater
Bartholomeiis (della Capra) episcopus Cre- monensis rairifice, ut tibi alias
narravi, studiis humanitatis deditus est; ideoque cum superiori tempore ante
dignitatem episcopalem studiosissime fecisset, non potest nunc presul factus et
episcopali dignitate constitutus eas quas ante coluit musas non affectuose
amare et religiose colere. Cum igitur volumen habeat preclare scriptum
orationum Ciceronis centra Verrem et quarundam aliarum invectivarum, aipit ut
ca- pita cuiuscunque libri splendore litterarum ornentur atque ea de causa
Florentiam transmittit diligentie tue et artificio Sebastiani nostri .... Senis
Vm idus octobris MCCCCVII (4). Risulta di qui che il Capra mandò a miniare il
suo (i) E. Kònig, /Cardinal Giordano Orsini, Freiburg in Br. 1906, 105- 107,
117, 119. (2) Su questo viaggio, Kònig 49-52. (*) Ne comparve un cenno la prima
volta in Rivista di filologia XXXIX, 191 1, 244. (3) Traggo il testo dal cod.
Comunale di Arezzo 145 f. 164V, che ha lezione sostanzialmente diversa dalla
stampa. (4) La data, mancante nell' edizione, s' incontra nei codici, p. e. i
Ric- cardiani 982 f. 23V; 899 f. 25V ecc. i. — CICERONE. $Ì apografo a Firenze.
L'esemplare del Bruni è nominato in un'altra lettera di costui (II, 1 3) del
novembre del- l'anno medesimo: Leonardus Aretinus Nicolao (Niccoli) suo s. d.
Mitto tibi orationes Ciceronis in Verrem, recte quidem scriptas sed ut videbis
male emendatas : qui enim corrigere voluit, eas piane corru- pit . . . .
(Siena, novembre 1407). L'esemplare del Bruni si conserva nell'odierno co- dice
Laur. Strozz. 44, dei primi anni iippunto del se- colo XV. È copiato da più
mani, sembra cinque, e reca la sottoscrizione f. 104V: M. Tullii Cicerofiis in
G. Verrem septivia et ultÌ7na oratio explicit; e indi il seg-uente colofone, di
mano diversa: * Hic liber cum ab initio recte scriptus fuisset, postea
corruptus est ab homine qui cum vellet eum corrigere corrupit. Quare priorem
litteram accepta, correctiones reice '. La nota neir atto che veniva scritta
ricevette due emendamenti: a corruptus fuit venne sostituito corruptus est;
dopo vellet eum fu cominciato a scrivere accusar, cancellato subito con una
linea orizzontale e continuato con cor- rigere. Più tardi una mano estranea
mutò la retta or- tografia sì classica che umanistica reice nell' erronea
reijce. Di fronte al colofone un lettore del sec. XV se- gano quest'
attestazione: Manus leonardi arr etini. E ve- ramente la nota è di Leonardo
Bruni. Del resto si confrontino le parole: recte scriptus . . . ^ui cum vellet
eum corrigere corrupit con le parole della lettera: recte quidem scriptus . . .
qui ctiim lorrircre voluit eas piane corrupit. ^i R. SABBADmi. Guarino e le
orazioni di Cicerone. Guarino s'interessò ben presto alle orazioni di Cice-
rone. Abbiamo già veduto (p. 32) come sin dal tempo del suo insegnamento a
Venezia commentasse la p. Rose. Amer, Riferiremo qui alcuni documenti degli
studi che egli veniva facendo per sé e per gli amici (*). Nel 141 8, quand'egli
era ancora a Venezia, aveva ricevute dal veronese Maio, amico suo, alcune ora-
zioni di Cicerone da emendare. Guarino non solo le emenda, ma anche le illustra
con brevi note, come si rileva dalla seguente lettera al Maio, la quale reco
per intiero, perchè è una bella testimonianza dell'am- mirazione di Guarino per
Cicerone e del suo metodo d'illustrare i testi: Guarinus Veronensis ci. v.
Madia s. p. d. (i). Accepi diebus proximis abs te nonnullas Ciceronis orationes, quas ut
emendem vis; sunt enim depravatae nonnihil. Suscepi autem iussa tua suaviter
adeo ac iocunde, ut nihil imperar! mihi suavius posset, mi pa- ter ac rex.
Nihil enim prohibet te minorera aetate, Consilio ac prudentia superiorem,
patrem appellari; tantis profecto me beneficiis devinxisti, ut tum imperare
videar, cum mandatis tuis obtempero; et modo tuae vo- luntati morem geram,
nihil ipse recusem, quippe qui tibi omnia non modo prò viribus sed supra vires
etiam debeam. Accedit quod in Ciceronis scriptis summa quadam amoenitate
versor, quem libens utique et linguae et vitae magistnim habere velim, si
detur. (*) Comparve la prima volta in Museo di
antichità classica H, 1887, 387-390. (i) Per le fonti di questa lettera cfr. R.
Sabbadini, Guarino Veronese f il suo epistolario edito e inedito, Salerno 1885,
n. i. I. — CICERONE. 53 Is enim divinus in utraque re praeceptor tam longe
antecessit, ut ne oculis qaidem hominem consequi fas sit; procul tamen vestigia
adorans sectabor. Priorem autem prò Archia limandam orationem cepi et eo
libentius quod in ea lilteras ac studia tantis effert in caelum laudi- bus, ut
ea legens prae gaudio et voluptatc vix sim apud me; tantumque ex huiuscemodi
rerum lectione fructum colligo suavitatemque degusto, ut paupertatem aequo
feram animo noe profecto doleam, siquod ad quae- tum adque pecunias tempus
omiserim, quo hisce studiolis meis, si quid i^unt, curas impertirem. Quas ob
res, Madi mi dulcissime, plurimas tibi gratias habeo, qui t;mta me iocunditatc
affecisti, quanta ne dici quidem potest. Orationem ipsam ad te mitto, quasi
praegustationem quandam, ut si hunc in mo- (lum tibi satisfactum erit, hac via
sequar in reliquis. Nam ut vides non modo ipsam emendavi, verum etiam quaedam
adieci quasi lumina, qui- hus artis latibula illustrarentur; paucula vero
apposui; volui et nonnulla inibì rescrvata esse, ut pracsens quoque te adiuvare
possim. Tuum igi- tur erit officium me quamprimum facere certiorem quidnam in
ceteris faciendum sit; dabo autem operam ut singulas orationes raittam, ut una-
quaeque absoluta erit. Ita enim et te saepius oblectabo et laboris mei rationem habebo, qui
propter legendi e t docendi occupationcs ne omnes imo tempore emendem
impedimento est. Verumtamen te vacuum
non >inam; ante enim quam primam perlegas, secundam instantem a tergo
respicies. Vale .... Fx Veneti- vi!| . ..K). Non molto dopo cosi rispondeva ai
ring^raziamenti ■ Froinde ne tanti facias velini qurxt hiae oratione l'< ,
< UHI minimum qiiiddam sit, nisi quod co tnagimm intelligo quod M.ilu) meo
compiacere me scntio, \'cnetiit prìdic kal. decemb. SABBADINI. Guarino possedeva anche il commento di
Antonio Loschi alle orazioni di Cicerone. Se lo fece mandare o rimandare da
Gian Nicola Salerno, in quel tempo podestà a Bologna (i): Illa in orationes
Ciceronis commentaria Lasci vellem; ea itaque mitte. Veronae XII kal. ianuar.
(1419). Nel tempo della sua dimora in Verona commentò nella scuola fra le altre
1' orazione di Cicerone prò Murena. Ecco come ne scrive al suo scolare Vita-
liano Faella, che proprio in quei giorni era mancato alle lezioni; ove è da
notare come squisitamente Gua- rino delinea i caratteri di quest'arguta
orazione di Ci- cerone (2): Te obiurgare statueram quod hisce diebus a nobis
abes, qui- bus Murenam, gravissimo accusante Catone, divinus ille Cicero non
mi- nore iocandi suavitate, quam orationis facilitate defendit; ita ut quod
oratoria via extorquet, ab iudicibus impetrare credatur. Videre velles quam
mellitis, ut ita dicam, morsibus Catonem iusectetur, quem Stoicae, hoc est
pervicacis, sectae professione contemptui ac derisui Ciceronis urbanitas facit
.... A mostrare 1' ardore che Guarino poneva in questo studio delle orazioni di
Cicerone nulla vai meglio della seguente lettera, scritta a Galesio della
Nichesola, giu- reconsulto veronese, ch'era in quel tempo (1425) vice- podestà a
Mantova: (1) Ib. n. 70. (2) Cod. Vatic. 4509 f. r I. — CICERONE. 55 Gtiaritius
Veronensis optimo iiiris consulto Ga lesto s. p. d. (i). Hodie nuntiatum mihi
fuit quandam Ciceronis orationem, nuper in- vcntam et in lucem relatara,
Veronam delatam esse. Qua ex re mirifica -uni laetitia affectus, non solum quod
rerum omnium Ciceronis sum ulmirator egregius, veruni etiam quod civitatis
nostrae laudibus et glo- riae supra modum faveo. Quid auteni laudabilius honori
fi centi usque Ve- ronae contingere potest quam Ciceronem praetorem, augurem,
consulem, imperatorem, oratorera, philosophum et vitae ac doctrinarum magistnim
!!ustrissimum moenia nostra subire, viserc, nobilitare? ut quasi revivi- centis
disciplinae auguria praesens Verona praebeat, quam poetarum, philosophoruro et
oratorum matrem ac nutricem fuisse non ignoras. Tanta vero de repente laetitia
in maerorem et querellas decidit non ipsius Ciceronis culpa, sed hospitis sui
oblivione impiotate et ingratitu- dine, qui cum intelligat concives suos
Ciceronis studia complexos et eis niirabiliter deditos, priusquam eius
orationis praesentiam buie civitati impcrtierit, heu Ciceronem emisit,
Ciceronis adspectum nobis invidit, Cicerone gratissimo saepe vocato expetito
terra marique pcrvestigato suos civcs, suos inquam civcs amicosque privavit et
virum ipsum Mantuani , ut ferunt, abire iussit; qua in re non indulgeo dolori
meo et me ipsum <»ntinebo. Tuum est, humanissime et studiorum amicissime
Galesi, ut alienam iniuriam tua aequitate ac beneficio emendes curesque ut
Ciceronem ad no.s reduccre facias, quod factu facile tibi fiet, vel hospitis
sui huniani- tntc singulari et libcralitate prf)pe divina, qua per omnium ora
probatus volitat. Quisnam is est ? benignus in primis episcopus Mantuanus, ad
qucm oratio ipsa Ciceronis proxime hinc missa est. Tuae igitur partes <iiM)t
ut <nm transcribi facias et emcndatam nobis mittas. Hoc autem ii(M merito
immortales tibi gratias universi litterati ordinis viri h.iljchuiit, ([uibuH
quantum accrbitatis eius hominis discessus attulit, tan- tum voluptatih tua ex
opcrn rrditns rcstituet. Vale. \'rr(.!i:ifr IH i<lus lanu.ii Sui.iM : ,A...
■ 11«- otto orazioni Pon- imi op. a: 56 R. SABBADINI. giane, messe allora in
circolazione per mezzo dell'apo- grafo del Barbaro (sopra p. 48). Guarino inoltre
raccolse le orazioni in un corpo (*), che ci è stato trasmesso da un incunabulo
del sec. XV ( I ), con la sottoscrizione : Finiunt orationes Tulli sunipte de
exemplari vetustissimo diligentissimeque iam emendate ac correcte per dominum
Guarinum Veronen- sem. Comprende 29 orazioni, cioè: p. Pompeio, p. Mi- Ione, p.
Fianco^ p. Rose. Amer., p. Siila, p. Ardila, priu- sguam iret in exilium, p.
Sextio, p. Celio, p. reditu (ad senatum), p. Ligario, p. Balbo, in Vatinium, de
resp. aruspicum, de prov. cons., ab exilio (ad pontifices), p. Marcello, p.
Fiacco, p. Deiotaro, p. Quintio, p. Murena, de domo ad pont., p. Cluentio, p.
Cecina, p. Rab. Post., p. Rabir. perd. reo, in senatu, ad populum contra leg.
agr., p. leg. agr. Il Clark giudica di scarso valore le contribuzioni critiche
di Guarino (2). L' edizione romana del Bussi. Tutte le orazioni ciceroniane che
noi possediamo (meno la p. M. Tullio che ci deriva da palinsesti"* si
trovano già raccolte nell' edizione di Giovanni Andrea Bussi (l'episcopus Aleriensis)
* Romae 147 1 '. (*) Compai/e la prima volta in R. Sabbac'ni, La scuola e gli
studi di Guarino Veronese, Catania 1896, no. (i) P. e. nella bihliot. di
Ferrara, Incun. O. 6. 2; nella Magliabech., Incun. A 2. 42; nella Riccardiana,
Incun. 319. L'edizione non reca nessuna nota tipografica. (2) M. Tulli
Ciceronis, Orationes p. Sex. Roscio, de imp. Cn. Pompei etc, Oxonii, p. XII.
CICERONE. 57 Epìstulae ad familiares Studi di Guarino sulle Epist. ad fam.
Questa collezione epistolare ciceroniana si citava col nome dei sing-oli
corrispondenti, ma le manca un titolo collettivo legittimo, sebbene ormai sia
da gran tempo invalso 1' uso di chiamarle Epistulae ad fami- liares. Il titolo
di familiares coniparisc:^' siiì dal primo quinquennio del sec. XV in una
lettera di Guglielmo della Pigna, un allievo veronese di Guarino. Eccone un
passo : Cosme suo 6^(nlielmus) de la Pigna s. p. d. (♦). .... Deinde vero cum
tue gravissimas orationis sententias simr' ac ornatissimum dicendi genus fuerim
intrinseca speculatione rimatus, iteri' n atque iterum basitavi summopere
ambigens an ea Tullianis e labiis an tuis emanasse diiufiicem; adeo ut si quod
ex inscriptione tam tui quam mei Tiomini> palam fìchat i<l clam me
fuisset, contigisset ut e C i e e - bus epistolis eam transcriptui fore ( r<
l::! -rm .... .Magnimi cquidem, ni fallor, mctum artus subiisse tuos non
diffitcì », dum mihi reset ibendum te oportere an«niadvertercs. Bene edcpol, mi
iratissime Cosma, id fìendum reor, si nostri evi vironru peritissimo C o 1 1 u t
i o scriberes . . . Qui è presupposto vivo Coluccio Salutati, che moi \ il
1406. T\»rciò la lettera è anteriore a quest'anno. prima volta in Museo Hi
antichità class. Vii, 1889. 32K !.. H (dal cod. Ricconi. 779 \ 58 R- SABBADINI.
Più tardi, verso il 1430 ì\ tìtolo /ami/iares app-dvìsce come gìk di uso comune
in una testimonianza di Sicco Polenton: 'vulgo isti (libri) familiarìum
appellantur ' (i). Le Epist, ad fam. formavano nella scuola di Gua- rino uno
dei testi elementari di lettura. Su di esse inaugurò a Verona tra T aprile e il
maggio del 1 4 1 9 un corso privato, del c^ale ci s' è conservata la pro-
lusione. Ne reco qui la prima parte (*): Guarirti or alio prò Ciceronis
epistolis incohandis. Cum prò ingenioli mei parvitate quosdam nostrae civitatis
adulesccntes ad haec litterarum studia incitare et quantum in me est ornare
statuis- sem, venit in mentem ut rerum parentem naturam atque ducem imita- rer,
quae nuper editis in lucem animantibus non magna statim non dura commanducatu
non acerba gustatu non coctu difficilia parat alimenta, sed a parvis incohans
mollia quaedam suavia et facilia suppeditat, quae simul enutrire et delectare
possint. Fodera modo ad prima studi orum óelibamenta his annis propinanda non
difficillimas orationes non asperos artificii locos, sed facile quoddam et
planissimum dicendi genus delegi, quod suavissirao verbonun ordine et leni
sententiarum pondere lectorem alliciens prosit atque iuvet. Nonnullas enim
decerpsi Ciceronis epistulas, in quibus ille puri et facetissimi sermonis
stilus exprimitur .... Nonnullas decerpsi Ciceronis epistulas, dice Guarino; e
in effetto egli mise insieme un'antologia (**), che e' è pervenuta, col titolo
(cod. Vindobon. 48 Endlicher) : M. Tullii Ciceronis viri ornatissimi epist
olae. . . sublatae (i) R. Sabbadini, Le scoperte dei codici latini e greci 34.
(*) Comparve la prima volta in R. Sabbadini, Tm scuola e gli studi dt Guarino,
Catania 1896, 234 (dal cod. Ferrarese 151 NA 5 f. 6; cod. Classense di Ravenna
121). (**) Comparve la prima volta in Bollettino di filologia class. IV, 1898,
198-9. IP I. — CICERONE. 59 ex volumine epistolarum malori per Guarinum
Veranen- Sem artis grammaticae ac rhetoricae professorem. L'an- tologia
comprende 50 lettere, scelte saltuariamente dai libri U, IV, V, IX, X, XI, XII,
XIII, senza rispet- tare l'ordine di essi e senza che vi si scorga un crite-
rio direttivo nella distribuzione della materia. Ciò forse non dipese da lui,
ma dal testo, certamente mutilo e disordinato, che doveva avere tra mano, uno
di quei testi che derivavano dalla tradizione diplomatica tran- salpina, prima
che venisse in luce il codice di Vercelli (Laur. 49, 9), rappresentante della
tradizione italiana ( i ). L'antolog-ia fu poi ampliata: una seconda redazione
nel cod. Monac. lat. 466 ha 64 lettere, una terza nel cod. Magliabech. VI 197
ne ha 100. Ma non sappiamo se le nuove redazioni siano di Guarino stesso o
siano state compilate da altri. A noi non è giunto l' esemplare guariniano
dt-lie Epist. ad fam.; ma siamo in grado di ricostruirlo in parte con l'aiuto
di un codice Ambrosiano. Cod. Ambros. Il 118 inf., membr. sec. XV (*). I^ 4
(anepigrafo). Le Epist. ad farn. di Cicerone. Mancano gli Incipit anche dei
singoli libri, i quali hanno invece, qualcuno eccettuato, gli Explicit, Un
correttore, che chiameremo C aggiunse qualche raro :Jtre antolofpe tratte dal!
u. Jahreshericht uher du ForUehritte dtr class, AlUrlhumsxv. X.XXIX, 1884,
36-38: Siudi itai 'A i>l'>l '■f>'r IV jXH iiK 1(,«-
/.-.//>•//,."> A e/ A./ ^l"' IV, 198-. '*) CoinpAivc U pntiiii
volu 111 òimi» tlal.jtUtl, ^Uis* Xi, 1903, 342-48. 6o R. SABBADINI. titolo e
segTiò i numeri d' ordine dei libri e delle sin- gole epìstole. Ciascuno dei
primi sei libri ha V Explicit e lo spazio vuoto per \ Incipit del successivo.
Il lib. VII non ha né Explicit ne spazio vuoto per X Incipit; ad esso an- ziché
il lib. Vili, che è stato omesso, segue imme- diatamente {ì. 60) il IX (omessa
la lett. 4, aggiunta in margine da C; fra le lettere 8 e 9, due righe vuote).
Alla fine del libro IX: Explicit liber octavus {octavus fu poi raso) e spazio
per V Incipit. Alla fine del lib. X: Explicit liber nonus {nonus raschiato) e
spazio vuoto. Alla fine del lib. XI né Explicit né spazio. Alla fine del XII
nessun Explicit, ma spazio. AUa fine di XIII 52: Liber XII incipit (poi raso).
Alla fine del XIII né Explicit né spazio. Alla fine del XIV: Explicit liber XII
(XII raso). A XV 4, 5 (f. 12 iv) (Tnotò: Post hanc partem ' idque ut maturaret
hortatus sum ' immediate deest magna huius epistolae portio usque ad eam partem
' rebus ita gestis castra in radicibus Amani etc. ' Islam partem quae deest in
fiìie libri invenie s folio isy (ora 140V). Alla fine del XV un Explicit
illeggibile, perché raso. Alla fine del lib. XVI nessun Explicit. Sin qui il
copista; dal fol. 133 in poi, eccettuati i ff. 144-152, é tutto di mano di C.
F. 133V Caesar Opio et Cornelio s. Gaudeo meher- cule.... F. 134 Haec est
epistola 20^ libri quinti. Cicero Ruffo s. p. d. Quomodo potuissem . . .
(infatti questa manca nel testo). F. 135 Haec est 24^ epistola libri septimi.
Cicero s. I. — CICERONE. 6l d. Gallo. Tantum ex Arpinati . . . (manca nel
testo). F. 135V Epistola 2$^ libri septimi. Cicero M. Fabio Gallo s. Amoris tui
. . . (manca nel testo). F. 136 Epistola 26' li òri septi?ni. Cicero AL Fabio
Gallo s. Quod epistulam . . . (manca nel testo, dove il copista ha fatto del
poscritto della 1 8* una nuova let- tera). F. 136 Incipit liber epistolarum
Coelii ad Ciceronem qui inter epistolas Ciceronis octavus liber numeratur : con
le seg-uenti lettere di Celio: Vili i; 9, 4-5 (da Mar- cum Feridiutn alla
fine); II 12 (di Cicerone a Celio, con la nota : Sequens epistola Ciceronis ad
Coelium est in secando libro epistola 12^ quare mine vacat, e infatti il testo
la dà a suo posto); Vili 10-17. F. 140V Haec portio que sequitur deest in
epistola quarta libri quintidecimi f. Il8 (ora 121): Cuius ego studio
officioque commotus egi ei per litteras gratias idque ut maturaret hortatus
sum. Cum autem — in- cendimus (e infatti nel testo manca il passo Cum au- tem —
incendimus). F. 14 IV Incipit rubrica primi libri epistolarum fami- liarium M.
T. Ciceronis. Le rubriche occupano i ff. 141V-143, 153-155. F. 154 Nelle
rubriche del lib. XTII: Alibi post epi- stolam 77 libri 13 que incipit: Cum his
temporibus non sane in senatuni ventitarem ponuntur duae epistolae ad
Cornificium ab Cicerone scriptae quarum altera incipit Canucius familiaris
meus, altera incipit Non modo tibi "• • *- "■ Hae ambae ponuntur in
libro 12, qua- 6a R. SABBADINl. rum prima est in eo libro 21^, secunda est 28'^
in eodeni libro. Quare in hoc libro 13^ non sunt ponendae. F. 155 Expliciunt
rubrice libroriim XVI cpistolarum familiarium M. Tullii Ciceronis et sunt in
summa epi- stolae 414. Quod si aliqua in numero epistolarum diffe- rentia in
variis codicibus erit, id minimi est momenti neque ad summum plures vel
pauciores quattuor inve- nientur. È noto che la grande maggioranza dei codici
delle Epist. fam. di Cicerone nel sec. XV deriva daPiLaur. 49, 7) apografo di M
{Laur. 49, 9); e che in P era avvenuto un perturbamento, adesso tolto, di
quaderni, in modo che il quaderno XV invece che al XIV suc- cedeva al XVII; con
ciò rimanevano disordinate e smembrate le lettere dei libri Vili e IX. Finche
il Poliziano non si accorse del perturbamento di P e in- segnò il modo di
rimediarvi, i copisti e gli studiosi, che pur avvertirono il disordine, s'
ingegnarono come meglio poterono per trarsi d'imbarazzo (i). Il copista del
cod. Ambrosiano riusci a ricomporre la successione del libro IX, ma disperò
dell' VIII e lo tralasciò del tutto. Il correttore C, aiutato probabilmente
dall'esem- plare guariniano, supplì il lib. Vili, ma solo in parte; vale a dire
la lettera i*, che entrava intiera nel qua- derno XIV di P, e le altre dalla
io* all'ultima, tutte comprese nel quaderno XVI di P (che andava pro- priamente
da Vili 9, 3 mihi litteris ostenderis a IX 2, I eatn ipsam). (l) Su di ciò vedi
G. Kirner in Studi ital. filol. class. IX 400 sgg. [ I. — CICERONE. 63 L na
mano posteriore intramezzò poi fra il f. 143 e il 153 i nove fogli cartacei
144-152, e vi scrisse il re- sto delle lettere mancanti del lib. Vili, talune
ripetute; ossia Vili I (da caluerint Romam cum vmissein); 9; io (frammentarie);
IX 14; 15 (frammentarie); Vili 3-9. Nei ff. 2-Ti uno degli annotatori scrisse
l'elenco dei passi greci delle singole epistole con la traduzione latina
corrispondente. C è ragione di credere che i passi greci e le tra- duzioni
derivino dall' esemplare delle Epist. fam. di Cicerone posseduto da Guarino e
da lui postillato per proprio uso; giacche a\V Epist. VI 1 8 sono citati
quattro versi di Esiodo CEpy. 287-90) con la traduzione gua- riniana in
altrettanti esametri; in margine è notato : Guarini Carviina. Alla stessa
epistola poi nel contesto f. 50V ricorrono nuovamente e il detto luogo di Esio-
do (i) e gli esametri latini con la nota: (7«am/«5. Non solo; ma molte altre
lezioni e interpretazioni guariniane sono segnate sui margini dal correttore C,
le quali rendono meno grave la perdita dell' esemplare di Gua- rino e ci danno
un saggio della critica da lui eserci- tata sul testo delle Epist. fam. Reco
tutte quelle che sono a lui assegnate nominatamente. F. 4 (I I, 3) Guarinus:
Sed ex ilio senatus consulto quod te referente, factum est : tibi decernit : ut
regem deducas quod quo modo facere possis ignoro : ut exer- (i) Veramente t
codici a VI 18, 5 danno solo • ifi? fi'ùoetfj*; lftc>o>Ta et cetcra '; ma
Guarino aveva la consuetudine di scriv'-»' v» i»i». 1.. iu« •ooi oemplari i
passi greci solamente accennati. SABBAI) INI. citum religio tollat: te auctorem
et e. (il cod. non pun- teggia; commode al luog^o di quomodo in rasura; ignoro
in rasura). F. 5 (I 4, 2) Guarinus: qui nunc populi nomine, re autem vera
sceleratissimo latrocinio. Si quae conabun- tu^ agere satis mihi provisum (i)
est et e. (il cod. non punteggia; mihi in ras.). F. 6v (I 7, 4) Dominus
Guarinus manti sua or din a- vit prout infra: Quare ea que scribam sic habeto
me cum ilio re saepe communicata de ilUus ad te sententia atque auctoritate
scribere: quoniam senatus consultum nu^^um extat: quo reductio regìs
alexandrinitibi adempta sit: eaque quae de ea re (2) scripta est auctoritas.
cui scis intercessum esse: ut ne quis omnino regem re- duceret: tantam vim
habet ut magis ìratorum homi- num studium quam constantis senatus consilium
esse videatur : arbitror (3) te perspicere posse : qui ciUciam cyprumque teneas
quid efficere et quid consequi pos- sis et e. (il cod. non punteggia; ha
quoniam in ras.; omette re, arbitror ed et). F. 8 (I 8, 6) Guarinus: Id
quocumque (4) sentiam. sed utilitate mihi me ipsi satisfacere non possum et e.
(il cod.: quecumque [in ras.] sentiam sedulitate [^^« 'n ras.] in me ipsum
[corr. in mihi met ipsi]\ in marg. (l) mihi pro\ ì-^x^m] '-nprovi'^vm coàd. {2)
re m?nca nei codici e fu recentemente congetturato dal Mendels- sohn. (3) arbitror
manca nei codici. (4) lezione di G R. r. — CICERONE. 65 * id quecumque sentiam
et e. ' hec littera nusquam ha- betiir correda). F. IO (I 9, 15) (7«^r/'«wj;
Impunitatem scelerum sen- tentiis assecutus : qui cum tyrannus. p. lentulo
consule poenas a sedicioso cive et e. (il cod. assequutus; T. annius in ras.;
lentulo fu poi cancellato; omesso consule), F. 14V {II 8, i) Guarinus:
mehercule iniuria. 7co>.UTt- xojTepov (idest urbaniorem) enim te adhuc etc.
(il cod. nec hercule iniuria ***** enim te adhuc; poi fu col- mata la lac. con
TcoliTtxoTepov yàp). F. 15V (II 12, i) Guarinus: Quinquatrus dies solem- nis
celebratus sic dictus : quod quinque ab idibus die- rum sit numerus. In quo
atrus nihil praeter supple- mentum (i) affort. F. 25 V (III II, 2) Guarinus: Verumtamen
est maie- stas et si illa (2) voluit ne in quemvis impune decla- mari liceret
et e. Guarinus: Verumtamen est maiestas et Sylla voluit ne in quemvis impune
declamari liceret (da qui innanzi non cito più la lezione del codice, che è
contaminata e senza valore; il suo testo deriva da P e fu qua e là emendato con
un codice affine al Bodl. Canonie. 210 sec. XV). F. 37 V (V 10, i) Guarinus
manu propria scripsit :^\' (1) ( ioc UH huffls (2) cui ftulla Mt et hic bilia
A', i'i o dibpcrato, dove Guarino tentò due emendamenti. (3) limitu M. R.
Sabbadini, Ttsti Ialini, S* 66 ti. SAÉBADIM. F. 46 (VI 6, 9) Guarinus: et in
communi re p. ci- vem summum (i) : tuae aetatis vel ingenio vel gratia vel fama
pò. ro. parem non posse te habere. prohibere r. p. diutius nollet. hoc temporis
potius esse aliquando beneficium quam iam suum. F. 46V (VI 7, i) Guarinus
:^Siva cum commentum (2) scripturae littera toUatur: stultitia famamultetur:
meus error exilio corrigitur. F. 56V (VII 18, 20) Guarinus ita manu propria
scrip- sit: Psaesta confortini, et palimpsesta confortini recocti. F 60 V (IX
2, 5) In epistolis Guarini (3) ita iacet : Modo nobis constat illud una vivere
in studiis nostris a quibus antea delectationem : modo solatium peti- mus (4).
Nunc vero etiani salutem non deesse si quis adhibere volet non ut architectos
verum edam ut fa- bros ad aedificandam rem p. potius libenter accurro. Sin
autem nemo (5) utetur opera mea: tamen et seri- bere et legere pollicear (6).
F. 61 (IX 3, 2) Guarinus: Y>.auxa eig àO-vivaq idest noctuam ad athenas. F. 62 (IX 8, i) Guarinus in
episto/is suis: etsì mìnus flagitare quam quis ostenderet : ne populus quidem
solet nisi concitatus: tamen etc. F. 67
(IX 20, 2) alle parole ' aliquid intelligat ' se- (1) cui vis summorum M. (2)
nam commentum G. (3) Vale a dire nell'esemplare guariniano. (4) modo petebamus
codd. (5) accurrere si nemo codd. (6) politias (— ^jroXiTEias) codd. r. —
CTCnERONH. éj gue nel codice una lacuna per il greco; di fronte in margine:
no;i est apud Guarinum. F. 67 (IX 21, 2) Guari fius manu propria signaviti
papirius (i). F. 81 (X 2>2y 3) ^' Guarinus propria manu scripsit prout infra
: lUi misero quiritanti ci vis romanus sum (2). Quiritare populum invocare : a
quiritibus implorandis dictum. F. 81 (X 32, 3) Auctionum idest venditionum pu-
blicarum: que et subastationes dicuntur. Guarinus
ut supra. F. 104 (XIII 15, i) Guarinus manu propria in codice suo scripsit
prout infra iacet. Sed meum nunquam ani- mum intra pectora suasit (3). F. 104V
(ibid.) dopo ' clamitatis ' lacuna nel codice: apud Guarinum non est. F. 104V
(XIII 15, 2) Guarinus: idest adi sapientem qui sibi sapiat nihil. — Guarinus:
idest at ante ac retro. — Guarinus : idest semper agere optima et summum
existere aliorum (4). F. 137V (VIII II, 1) Guarinus: Prevaricator malae fidei
patronus qui vel r?niv.M^ profiitura oinittat : vel nocitura dicat. Dai sag-g-i
citati scorgiamo che il codice di Guarino derivava dal Mediceo; che sui margini
del proprio esem- (1) papuufl codd. (2) romanus Datus kum codd. I critici
moderni vorrebbero espungere natus tum. (3) Traduzione del passo greco dXX'
ifiòv o^ctott. (4) Traducioni dei passi greci. 68 ^* SABBADINI'. piare aveva
tradotto i passi greci e illustrate le parole difficili; ma le sue emendazioni,
meno un paio, sono infelici e violentano troppo il testo. Alla fine delle
Epistole f. 133 il correttore ha tra- scritto cinque versi mnemonici gram
maticali di Guarino: Guarrinus de his que faciuiit accusativum pluralem in is. Saepius is finit pluralem
tertia quartum Quum tenet is rectus similem formando secundum. Pluralesque vel er. ns.
coniungitur r. s. Navis. tris, imbris. pontis sic dicito, partis. Rarius is finit reliqua. plus pluris. lis quoque
litis. Non crediamo che questi versi appartenessero a un' opera maggiore di
Guarino, ma che siano stati da lui occasionalmente scritti sul margine dell'
esemplare delle Epist. fam. Proponiamo da ultimo un quesito. Al f. 126 (XV 17,
2) il nostro codice ha : quamquam ****** amisimus; nella lacuna fu poi scritto:
xpóawTcov xaT^òv xai aÒToaipsTÒv; e in marg.: In vetustissimo codice sic iacet:
quanquam faciem civitatis amisimus. Ibid. § 4: si ****** fueris; poi nella
lacuna : apj^eTocj %Ckm. E in margine : In vetustissimo codice iacet : si
invacuus stu- diis fueris. È certo che faciem civitatis traduce ^pócwTuov
tiÓXswc, il testo greco che va restituito nella prima lacuna; e invacuus
studiis vuol tradurre àx£vó(77i;ouBo(; dell' altra lacuna. Ma che pensare del
vetustissimus codex ? Sarà stato un codice umanistico scritto littera antiqua?
I. — CICERONE. 69 Epistulae ad Atticum. Le Epistulae ad Atticum comprendono
nella tradi- zione manoscritta anche i due gruppi minori ad Brutunt e ad
Quintum fratrem. Questa silloge epistolare ri- sale a due archetipi, l'uno
transalpino, l'altro cisalpino. D più autorevole rappresentante dell' archetipo
tran- salpino era il codice adoperato da A. Cratander per la sua edizione delle
epistole ciceroniane uscita a Ba- silea nel 1528. E non solo il più autorevole,
ma anche il più completo, perchè ivi della collezione ad Br., oltre le lettere
del cosiddetto libro I, erano pure le sei del cosiddetto libro II. Scrive
infatti il Cratander nell'edi- zione succitata: ' Hanc et sequentes quinque
(cioè le sei del cosiddetto libro II) epistolas ad Brutum, quod a ciceroniana
dictione abhorrere non videbantur et in vetusto codice primum locum obti- n t,
nos haudquaquam praetermittendas existi- niavinius '. Questo codice, purtroppo
perito, veniamo a conoscere ora dal Commentar ium del Niccoli (sopra p. 6, g)
essere appartenuto al monastero di Fulda (0. S'apriva con la silloge ad Br. e
si chiudeva con quella ad Att.: fra 1' una e l'altra stava certamente anche la
silloge ad II Cratander ebbe molti codici per (1) Le informazioni sui codici dì
Fulda provengono da Poggio nel periodo del concilio di Costanza. Cosi vediamo
anche come avesse un (ondo di verità la notizia, trasmessa da Vespasiano
Bisticci e da Flavio Biondo, intomo all' Epistolario ad Att» scoperto in quel
tempo da Poggio (R. Sabbadini, Le scopar'- '- -■*:-' - ^~ ;' SABBADim. mezzo dì
Giovanni Sichart; e probabilmente il nostro ciceroniano era fra essi (i). Ma
noi qui ci occupiamo esclusivamente dell' arche- tipo cisalpino, il quale alla
sua volta si suddivide in due famiglie, Tuna designata con il, l'altra quella che
mette capo a M. Il capostipite di 2 non ci rimane, dovechè dell'altra famiglia
è M stesso capostipite (2). Il corpo ad Att, fu scoperto la prima volta 1' anno
1345 nella biblioteca Capitolare di Verona dal Pe- trarca, che se ne trasse un
apografo; più tardi (nel 1392 o 1393) dall' archetipo veronese venne allestito,
intercedente Pasquino de Capelli, un altro apografo per Coluccio Salutati, il
quale insisteva nel dichiarare che si trattava dell'archetipo veronese (3).
L'apografo del Petrarca è perduto, l'apografo allestito per il Sa- lutati è M,
oggi codice Laur. 49, 18. A questi fatti (*) accertati ha tentato di toglier
fede il Sjògren (4), il quale sostiene che M non è gemello dell'apografo
petrarchesco, ma che deriva da un altro archetipo. Suppone perciò l'esistenza a
Verona di due (1) P. Lehmann, Johannes Sichardus, Miinchen 19 12, 146; ' inter
quos (codices), scrive il Cratander, non paucos ncque paenitendos nobis commu-
nicavit Io. Sichardus, veterum monimentorum conservator diligentissimus '. (2)
Suir argomento vedi il lavoro fondamentale di H. Sjògren Com- mtntatwnes
Tullianae, Upsaliae 19 io. (3) Epistolario di C. Salutati :* cura di F. Novati,
II 39!, dell'anno ■39«. (♦) Comparve la prima volta in Rivista di filologia,
XXXVIII, 19 io, 591-93, dove riferii sul libro del Sjògren. (4) op. cit. 39-43-
I. — CICERONE. 71 codici antichi, fondandosi specialmente sulle diver- g-enze
fra il testo di M e quello del Petrarca. Anzitutto per supporre in Verona
l'esistenza simul- tanea di due esemplari di un testo cosi raro, ci vuole un
certo coraggio; e si aggiunga che quei due esem- plari avrebbero dovuto
trovarsi nel Capitolo del Duo- mo, perchè a Verona due sole erano le
biblioteche medievali: del Capitolo e del monastero di S. Zeno (i); ora il
catalogo di S. Zeno, pubblicato recentemente (2), in materia di classicismo può
paragonarsi alle steppe della Siberia o al deserto del Sahara. D' altra parte
quanto alle divergenze del Petrarca (già rilevate da C. A. Lehmann Df
Cicerofiis ad Att. epist. recens. et emend. 165-173), bisogna conoscere un po'
la storia dell'umanesimo e ricordare che per trovare un copista
intelligentissimo e scrupoloso è necessario saltare dal Petrarca al Niccoli: ma
anche costui si permetteva di introdurre nei testi le proprie correzioni personali;
bi- sogna ricordare che il primo vero critico che s'accosta al modello
vagheggiato dai moderni fu il Poliziano, sulle cui testimonianze tuttavia non
sempre si può giu- rare. Il Petrarca non è un critico, bensì uno scrittore
geniale, che dove s' imbatte in un passo senza senso, lo accomoda di suo
violentemente: e talvolta con fe- lice intuito. Alle citazioni petrarchesche
dalle Epist. ad ^abhadioi, Li scoptrU dti codici latini t grtci 94. Il A.
Avena, Guglielmo da Pastrtngo t gli initi dtlVumantfirno ,» Verona 65 (in Atti
dell'Accademia d'agr. se. lelt. arti di Verona Vllg 1906). fi R. SABBADINI.
Att. note al Lehmann agg-iungerò la seguente (*): « Venio ad Pyraea, in quo
magis reprehendendus sum quod homo ro- manus Pyraea scripserim, non Pyraeum,
sic enim omnes nostri lociiti ■unt, quam quod addiderim . in . ; non enim hoc
ut oppido preposui ■ed ut loco; et tamen Dyonisius noster et qui est nobiscum
Niceas Cous non rebatur oppidum esse Pyraea. Sed de re videro. Nostrum quidem
si est pecca tum, in eo est quod Jìon ut de oppido locutus sum sed ut de loco
sccutusque sum non dico Cecilium: mane ut ex portu in Pyreum, malus enim autor
latinitatis est, sed Terrentium cuius fabelle propter clegantiam sermonis
putabantur a C. Lelio scribi : heri aliquot adole- scentuli imus in Pyreum ».
Et post panca: « Sed quoniam grammaticus es si hoc mihi grecum (i) persolveris,
magna me molestia liberaris ». Cicero in 7° cpistolarum ad Atthicum (VII 3,
io). Et tum in 8** statini: « vel ad capuam inquit vel ad luceriam iturus putabatur
etc. >. Idem Cicero {ad Att. Vili 3, 7). Dei due passi a noi importa quello
del libro VII. In primo luogo il Petrarca applica la propria ortografia,
omettendo i dittonghi (eccetto in Pyraea) e scrivendo Pyraea, Dyoiiislus,
Niceas^ autor, Terrentium, Atthicum; secondariamente muta de reo in de re, e
cum imus in imus-, giusti o no i due mutamenti, a lui davano un senso; da
ultimo eseguisce tre geniali emendazioni: cui quod] quam quod; addiderim]
addiderim in; noster qui] noster et qui. Chi non vede dinanzi a se vivo il
Petrarca ? Ne questa è la sola nuova citazione diretta dal cod. (*) Comparve la
prima volta in Giornale storico della Ietterai, ital. XLV, 1905, 173. La
citazione proviene dal famoso Virgilius Ambro- siano del Petrarca f. 52V; essa
serve a illustrare uno scolio di Servio sulla costruzione locale dei nomi di
città. (i) Il Petrarca non conosceva il greco e perciò saltò la parola. I. —
CICERONE. 73 Veronese; ne abbiamo un'altra (i) trasmessaci da Gu- glielmo da
Pastrengo, quel valentuomo che tanto squa- dernò i codici capitolari di Verona.
Scrive egli dunque: « Poema quod ad Caesarem (Cicero) institnerat incidisse (2)
se dicit > (Cic. ad Q. fr. IH ! . 1 1 >. Ciò riconduce alla lezione del
Veronese: poema ad Caesarem quod institueraìu incidi, lezione che ha a sua
difesa la ragione diplomatica e 1' uso ciceroniano. M^ in luogo di institueram
dà composueram. Quando il Ve- ronese pertanto fu veduto dal Pastrengo, aveva la
lezione originaria; quando fu copiato in M, un lettore vi aveva sostituito composueram.
Anche questo spande un po' di ombra sulle testimonianze di J/ e indi la
necessità di riscontrarle con Z. La lezione composueram passò sul cod. Beri.
Hamilton 166 copiato da Poggio nel 1408: M^ ristabilì l'originario institueram.
Divulgazione dell' Epist. ad Att. (*) Sulla divulgazione in Italia delle Epist.
ad Att. ha comunicato ampie e utili notizie O. E. Schmidt (3), non senza però
errori e lacune (non dissimulate quest' ul- (i) Cfr. R. Sabbadini, Lt scoperte
dei codici 18. <2) mifirse rc<lÌ7.ionc; nitidisae-^inciJisse i cwld.
Vaticani. (•) Comparve la prima volta in Museo di nntichitìi cLisa. UT, iSSi»,
3«3-337 (\) Die handsckriflUche l'eheriit/erunji dcr Hricfe Ciceros an
Attt(u,s, ''. ('iifro. Af. /ìrutNs
in Jtalien, mit vier Ta/ein;\je\\iTAg 1887. Estratto \hhandlungen der
phUologitch'kistorisehin Cloiti eUr uhiijchcn GtselUckaft dtr WéiUtuckafUn. 74 R« SABBADINI. time dall'autore stesso), (i) che io
cercherò qui, almeno in parte, di correg-gere e di colmare, producendo nuovi
documenti, che non saranno discari ai cultori della cri- tica dei testi. I
manoscritti del Bruni e di Poggio. Poggio si trasse nel 1408 copia del codice
Mediceo XLIX, 18; la copia fu trovata dallo Schmidt(2) nella collezione
Hamilton di Berlino, con la soscrìzìone: Scripsif Poggius anno domini
MCCCCVIII. Egli la suppone fatta a Roma o più probabilmente a Firenze. I.a
prima ipo- tesi è erronea; probabile ma non certa la seconda, come vedremo.
Delle lettere di Cicerone si trovano buoni cenni anche nell' Epistolario del Bruni;
lo Schmidt (3) crede che ivi il Bruni parli ora delle lettere familiari di Ci-
cerone, ora di quelle ad Attico. Questo pure è erro- neo; il Bruni parla
solamente dell'Epistolario ad Attico. Per mettere bene in chiaro la questione
io recherò qualche frammento dalle lettere edite e inedile del Bruni (4). (i)
ib. p. 360. (2) ib. p. 353-354. Cfr. dello stesso Gianfrancesco Poggio
Bracciolini. Ein Lebenshild
aus dem XV Jahrh.^ Separat-Abdruck aus d. Zeitschrift far ali. Geschichte, 1886, VI; p. 14 n. 5. Il Sjògren {op.
cit. 25-29) nega la discendenza del cod. Hamilton da M. (3) Die handschr.
Ucberlieferutig ecc. p. 331. (4) Le lettere I e IV, inedite, mi derivano dai
codici 4 Q q. A. 8 f. 176 sgg., 2 Q q. D. 71 f. 108 della bibliot. Comunale di
Palermo e dal codice 2720 f. 178 dell'Università di Bologna. CICERONI. 75
Leonardus Aretinus Nicolao suo s. d. Fecit michi intercapcdinem scribendi ad te
quottidiana febrii, quatti per viginti continuos dies perpessus fui.... Te
implicitum novis suspica- bar litibus et controversiis carere non posse.... Iin
id. octobr. ex Viterbio [1405]. IL Leonardus Nicolao (X 19). De Epistolis Ciceronis et
gratias ago ingentes et ut ad me illas transtttittas ardentissimc cxopto.... De bibliotheca Papiensi per Luscum nostrum id quod
desideras haberi non potest. Licet enim homo sit eru- ditus, tamen illorum
librorum eruditionem non habet.... Romae [1406]. m. Leonardus Nicolao s.
Volumen epistolarum Ciceronis quod mecum portare nequivi, si tibi commodum, ad
me transmitta« rogo.... (Siena novembre 1407) (1). IV. Leonardus Aretinus
Nicolao s. p. d. Fides tacerdos Ciceronis epistolas fideliter ad me detutit.
Eas nunc lego quottidie eanimque elegantia mirìGce detector, ut etiam
(amiliaribus Tiolcstum hit qao(i Icgendi cupiditatc protractus cenandi tempus
plerun- ,iie obliviscar.... De bibliotheca Papiensi curavi equidem diligenter
ut, quantum librorum >i sit et quid, certior fiam utque Nonius Marcellus
quem Coiucins ha* fjr nunquam potnit meo nomina tran^rribatur. Itrm curavi He
Ciceroni». • riii'i II |iii;i;. i.ukìihi, ( alni, fuppi. ii 4->j. j6 R.
SABBAJDim. epistolis, si forte has mendas corrigere posscmus. Haec ego
stipulatas sum inichi fieri a viro doctissimo atque michi amicissimo episcopo
Nova- riensi et peiinam apposui. Itaque non formido ne promissa ferant venti.,.
XVI kalendas ianuarias Senis [1407]. (v. sopra p. 33). V. Lecynardus Nicolao
(III 13) Bartholomeus (Capra) Cremonensis michi bodic affirmavit se Ciceronis
epistolas ex vetustissima littera reperisse.... Confestim donuim eius vi- sendi
studio me corripui, quo in loco michi ostenditiir volumen anti- quissimum sane
et venerandum. Sed dum avide evolvo ac singula scru- tor, invenio epistolas ad
Brutum et ad Quintum fratrem, eas videlicet ipsas quas habemus, et septem
durataxat ad Atticum libros... Illud satis constat, quas antea habuimus, ex eo
volumine non fuisse transcriptas, cum ibi non plures quam septem ad Atticum
libri, nos vero, ut opinor, quntuordecim habeamus. Nonium Marcellum dicit se in
dies expectare, Pistoni kal. novembr. [1409]. (v. sopra p. 33). Cominciamo dal
fissare le date. La I scritta //// id. octobr. ex Viterbio è del 1405, perchè
la corte ponti- ficia partì da Roma per Viterbo il 6 ag-osto 1405 e ne ritornò
il 13 marzo 1406 (i). La II è del mese d'ag-osto del 1406, perché il Bruni
invita a Roma il Niccoli, affinchè possa liberarsi dag-li imbarazzi che gli
creav^ano i suoi parenti: le vie essere ormai sicure, dopo che il papa aveva
conchiuso la pace col re. Qui il Bruni è a Roma e accenna alle discor-. die che
il Niccoli aveva in famiglia, delle quali parla nella lettera I. Siamo dunque
per lo meno nel 1406. La corte pontificia abbandonò Roma il 9 agosto 1407 (2);
(n Muratori, Rer. ItoL Script. XXIV, Til-^l'^- (2) Muratori ib. 983. CICERONE.
non possiamo andare perciò oltre la prima metà del 1407. Del resto il Bruni
accenna alla pace fatta dal papa col re; si tratta della pace con Ladislao, che
fu conchiusa nell'agosto 1406 (i): e questa è la data della lettera. La IV ha
la data : XVI kalendas ianuarias Senis, L*anno è il 1407, perchè la corte
pontificia lasciò Siena il 23 gennaio 1408 (2). La V, in data: Plstorii kal.
nov., è del 1409. La corte pontificia infatti fu a Pistoia nella seconda metà
del 1409, di dove parti per Bologna il 12 gennaio 1410 (3). Dell'Epistolario di
Cicerone si parla nelle lettere II, III, IV e V. Dalla II risulta che era stato
incaricato il Loschi di cercar codici nella biblioteca di Pavia; i codici
cercati erano quelli di Nonio Marcello e del- l' Epistolario di Cicerone, come
si deduce dalla lettera IV. Finalmente le pratiche ebbero buon esito, non si sa
per Nonio, ma sicuramente per Cicerone (lettera V); infatti il Capra potè avere
un codice, certo da Pavia, delle lettere di Cicerone a Bruto a Quinto e dei
primi sette libri ad Attico. wSu ciò non cade dubbio e io sono d'accordo con lo
Schmidt; ma non sono d'accordo con lui sull'Epistolario di Cicerone, che nelle
lettere II e III il Bruni domanda al Niccoli e che il Niccoli gli spe- d isce
effettivamente nella lettera IV per mezzo del pret<* F<'f^»' Tu (im-stì
fhi«* < cniii lo S(hniidl vuol ve- li) Mui.Hor; :!). 'j.'^(>. (a) Leon.
Arrtinf, Ff^irt. IT, 15, 2\', Muratori, Rer. hai. Script. XV, 421. 7^ R. SABBADim. dere l'Epistolario
di Cicerone ad familiares. E qui sta r errore. Il Bruni aspettava dalla
biblioteca di Pavia r Epistolario ad Attico: si forte HAS mendas cor viger e
possemus (lettera IV). Queir HAS indica che egli aveva tra mano il codice ad
Atticum. Ma c'è di meglio. Nel- l'atto di ricevere l'Epistolario di Cicerone
mandatogli dal Niccoli (lettera IV) egli parla di esso come di un libro nuovo
per lui: eas nunc lego quottidie eartimque elegantia mirifice delector, ut
etiam familiaribus mole- stum sit quod legendi cupidate protractus cenandi
tempus plerunque obliviscar; mentre è certo che 1' Epistolario ad familiares
gli era già noto. E di vero la prima frase della lettera I: fecit michi Inter
capedinem scribendi la deve avere attinta da Cice- rone ad fam. XVI, 21, 2 e
non altrove, perché essa è un ocTua? e2pY][i.évov. Ciò dimostra come il Bruni
sin dal 1405, vale a dire avanti la morte del Salutati, cono- scesse
l'Epistolario di Cicerone ad familiares. Prendiamo un' altra lettera del Bruni,
I, 8 (i). In essa troviamo questa frase: ut nunc amare ipsum videar, prius
autem solummodo dilexisse; cfr. Cicer. ad fam. IX, 14, 5 ut mihi nunc denique
amare videar, antea dilexisse. Anche qui è presupposta la conoscenza dell'
Epistolario ad fam. La lettera, in data 5 settembre, stando al posto che occupa
nell'Epistolario, sarebbe del 1405; ma non può esser questo 1' anno. Il
Wesselofscky (2) giusta- (i) ed. Mehus. (t) Giovanni da Prato, // Paradiso
degli Alberti, ed. "Wesselofscky, Bologna 1867, I, 2, p. 209. I Dialogi
del Bruni furono composti nel 1401, perchè in essi, lib. I, si dice: qui [Ludovicus
Marsigli] ab hinc i. — CICERONE. 7^ mente la fa del 1400, perchè la Laudatio
florentinae urbis, di cui ivi parla il Bruni, è già ricordata nei Dia- logi ad
Petrum Histrum, che furono composti nel 1401. Io poi ag"g"iungo che
la lettera, la quale nel Mehus manca della designazione del luogo, in alcuni
codici (i) ha la data: ex Villa Lezanichi o Lezeanichi o Lonzanichi. A Viterbo,
dove nel 1405 stava il Bruni, non pare che si trovi una località che
corrisponda alla Villa Lezanichi; ne dall'altra parte è probabile che nel tempo
in cui la corte papale stava a Viterbo il Bruni avesse agio di villeggiare.
Verisimile è invece che il Bruni si tro- vasse in villa nel 1400, che fu anno
di peste a Fi- renze (2); tanto più che la Villa Lezanichi potrebbe
corrispondere al nome moderno Lancenigo, un paese in quel di Treviso (3). annis
septem mortuus est. Il Marsigli morì nel 1394. — Nel libro II si legge: ut
saepe mihi veniat in mentcm eius quod est a Leonardo dictutn in orationc illa,
qua laudes l'brenlinae urbis accuratissime congessit. Questi due Dialogi sono
stati pubblicati contemporaneamente da Karl Wotke {Leonardi Bruni Aretini
Dialogus de tribus vatibus Jiorentinis, Prag, Wicn, Leipzig 1889) e da Giuseppe
KÀmtr {I Dia iogi ad Petrum Histrum di Leonardo Bruni, Lìv omo 1889).
L'cdiiione del Kirner oltre al testo cn'i^'io IH) opportuno apparato critico e
note storiche e let- terarie. (i) Naziunulc di Palermo VII, B 1 1 f. 8;
Comunale di Palermo 4 Q q. A. 8 f. l^'Ov \f,^r,ll.,t, ■/•,.,/, ,\,-\V
IT.uviM.;if;'. ,\x \\,^,.a^^■y VII!, P- 373- il) Cfr. Giornale slvrtco della Le
Iter. ttal. V, p. 148- 1 51. (3) Veramente nella lettera II, 4 (ed. Mehus) il
Bruni parlando della itetia ÌAtudatio dice: quam nuper edidi; e questa lettera
ha la data: Romae X kal. ianuarias [1406]. Ma ww/rr qui va preso in lenho
hirgo. Vedasi riiuseppe Kirncr, Della Laudatio urbis J'iortnttnae di Leonardo
^O R. SABBADINI. Se effettivamente la lettera è del 1400, sin da qué- st' anno
dunque il Bruni conosceva V Epistolario di Cicerone ad /am., cioè sei anni
avanti la morte del Salutati. Questo significa che l'Epistolario ad /am. era
stato dal Salutati messo in circolazione assai prima di quello ad AU., che
entrò nel commercio letterario solo con la morte del suo possessore (i). Appena
infatti tre mesi dalla morte del Salutati il Niccoli dà notizia al Bruni del
codice ad Att. (lettera II) e poco più di un anno dopo glielo manda a Siena,
dove arrivò alla metà del dicembre 1407 (lettera IV). È ovvio supporre che il
Niccoli abbia mandato al Bruni il codice, affin- chè fosse trascritto o da lui
stesso o da Poggio. La curia romana nel gennaio 1408 passò a Lucca e vi si
fermò tutta la prima metà dell'anno. Poggio fu a Fi- renze nella seconda metà
del 1408 e nei primi mesi del 14Ò9 (2). In quella seconda metà del 1408 può
aver tratta la nota copia dell' Epistolario ad Att.; ma Bruni, Livorno 1889, P*
6> ^ P^^* ^^ ^^ta definitiva del 1400 F. P. Luiso, Commento a una lettera di
L. Bruni in Raccolta di studi cri- tici dedicata ad A. d'Ancona, Firenze 1901,
85-95. (1) Però qualche intimo potè vedere il codice anche prima della morte
del Salutati. Cosi F. Zabarella cita Cic. ad Att. X 8, 8 in una lettera al
Salutati del 1400 {Epistolario di C. Salutati IV, II p. 353) e il beato G.
Dominici nella Lucuta noctis (par R. Coulon 69) compo- sta l'anno 1405 reca
questa citazione; * Quid enim melius quam memoria recte factorum et libettate
contentum negligere humana, pruut scrìbit Marcus Brutus Ciceroni (XXIV (I 16)
9). (2) Leon. Arretini, Epist. III, 4, 5, X, 13, III, 7. Nei primi di luglio
del 1408 era ancora presso la corte pontificia, come ha dimostrato A. Medin in
Giornale storico della letteratura italiana, 1888, XII, 3, p. 355. I. —
CICKRONK. 8l non è esclusa la possibilità che la abbia fatta negli ozii di
Lucca. Anzi ciò è probabile, perchè appunto in Lucca nei primi mesi del 1408 lo
troviamo occupato in trar copie di codici, come risulta dalla seguente lettera
inedita del Bruni al Niccoli (1): Nunc vero ?.d l'bros, de quibus micbi per
tuas litteras significasti. Est roichi inter cetera gratissimum Aristotelis volumen,
quod te habuisse iciibis; et si me amas foc ut quanto citius fieri potest michi
illud trans* raittas. Nam cura in ethicis per hoc tempus satis bonam operam po-
saerlm et minfice eorum lectio studiumque delectarit, cupio iam et phy- sica
legere et Aristotele duce naturam perscrutari. Quare de beato Ba- silio statuas ut vis, nichil enim
urgeo: de physicis vero non modo urgeo veruTi ct!am infesto, ut celeriter michi
transmittas. H's diebus habui quasdam Ciceronis orationes: prò Balbo, prò
Sestio, prò Caelio, in Va- tinium, de responsis haruspicum, de domo sua ad
pontifices et alias quasdam, quas omnes licet apud vos Florentiae viderim,
tamen nonnichil lucri fore pu*avi si per nos h'c transcriberentur. Itaque Poggiui stbi hanc
provinciam assumpsit et magna ex par- te opui iara transegit. Ali:i non sunt quae calamo explicari aut litteris
committi velim. Tu cura ut valeas. Ili kaicndas aprilis ex Luca [1408]. Il
manoscritto di Guglielmo De Bechi. Lo Schmidt dall' osservare chtj il codice
Mediceo XLIX, 18 è mutilo in fine alle parole non sententur magnam (2), mentre
la copia di Poggio è intera, de- duce che la tradizione italiana, mancando di
quella la- (1) Cod. Comunale di Palermo 4 Q q. A. 8 (. 184. Nel cod. forma la
seconda parte della lett. II, i dell'ediz. Mehus; nell'edizione termina alle
parole proli.xtttn impltolur. >2} ( ur,. ad Alt. XVI, 16 B 8. K. lASkAiiiNi,
Tuli Ialini, 6w Ò2 SABBADI^l. cuna, deriva dalla copia di Pogg-io (i) anziché
da quella del Mediceo, e afferma che di copie direttamente de- rivanti da esso
non se ne conoscono che due: quella di Poggio e quella del Barbaro (2). Io ne
posso in- dicare una terza posseduta da Guglielmo De Bechi fiorentino, nel
tempo che era vescovo di Fiesole (1470- 1480 (3). Ecco la descrizione di questo
codice (4). Ifem alius liber mediocris forme qui dicitur Epistole Ciceronis ad
Aticum. copertus corio rubeo cum suis requisitis. cuius principium est: Clodius
tribunus. (5) finis vero: non ser- ventur magnam (6). Questo codice come si
vede combinava nel principio e nella fine col Mediceo. Il manoscritto di
Francesco Barbaro. Della copia tratta dal Barbaro si parla in una let- tera del
Traversari (7). La lettera è del 1416. Infatti chi la confronti con la
precedente (8), la troverà po- steriore ad essa di tre giorni. La precedente è
del- l'ultimo febbraio 141 6, perchè ivi si annunzia l'entrata in carica nel di
seguente 1° marzo di Cosimo de' Me- (i) op. cit. p. 364. (2) P. 378. (3)
Ughelli, Ital. sacra III, p. 262. (4) La descrizione nel cod. Laiir. Ashbumham
1897 f. 71. (5) ad Brut. VI (I i) i. (6) ad Att. XVI, 16 B 8. (7) VI, 6. Is
(Nicolaus) niittet Ciceronis epistolas ad Atticum, quibus noster Manuel
restituii graecas litteras; v. sopra p. 40-42. (8) VI, 5. r. — CICERONE. 83
dici come priore. E Cosimo fu priore dal i* marzo al 30 aprile 141 6 (i). 11
manoscritto del Barzizza. Del suo codice ad Att. Gasparino Barzizza parla in
quattro lettere. Di due (2) non si può stabilire la data, un'altra è del 141 1
(3); ma di ben maggiore entità è la quarta (4). In essa il Barzizza manda
TEpistolario ad Att. al Giuliano. La lettera presuppone vivo il fra- tello del
Barzizza, che morì nell'ag-osto 14 io (5); siamo dunque anteriormente a questa
data. Ma possiamo scendere ancora di qualche anno. Ivi è detto che il fratello
del Barzizza aveva per mezzo del Giuliano e del Vettori ottenuto il posto
desiderato. Per quel posto il Barzizza lo raccomandò anche a Zaccaria Trevisan
(6) con una lettera che è certo del 1408, perchè vi si parla del recente
ritorno del Trevisan dall' ambasciata presso Gregorio XJI; dico anzi della
prima metà di quell'anno, perchè il Trevisan, qui presupposto a Ve- nezia, andò
in queir anno stesso podestà a Verona (7). Perciò anche la lettera sopradetta
al Giuliano è del 1408. (i) Modesto Rastrelli, Priorista fiorentino, Firenze
1783, p. i5«\ (2) ed. Furìetto I, p. 194, 208. (3) ib. I, p. 113. (4) Balutiiu,
Miscellan. Ili, p. 166. (5) Biirzizii, F.pist. ed. Furietto I, p. 100. (6)
Mittarelli, Uiòtioth. S. AUekaelis ecc. p. 437. (7) Biancolini, Strìi
tronoiosifo dti vtittvi $ governatori di Vironm^ P ?.. 84 &. SABBADINi.
Della lettera poi al Trevisan reco alcuni passi im- portanti (i): Ariitoteles
ille, qui ut apud Ciceronem (2) tuum legis huic arti plu- rima adinmenta atque
ornamenta sumministravit, in illis suis methodis ascriptis Theodecto nobis
tradit * non esse artis opus persuadere sed vi- dere existcntia persuasibilia
circa unumquidque, sicut et in aliis artibus. Non enim est medicinalis
sanitates effc'cere sed usquequo contingit ad hoc perducere; est enim et eos,
qui non possunt recipere sanitatem, ta- men medicari bene ', ex quo tritum iam
proverbium est: ncque medicum semper sanare neque oratorem semper persuadere.
Quid ipsum eloquen- tiae fontem dicam Tullium ? Potuitne ita persuadere
iudicibus, ut non suus Milo in exilium pelleretur ? . . . . Loquor velut ad
Brutum scribit Cicero : * praesentibus faciliora sunt ' (3). Ipse (cioè il fratello
del Bar- xizza) ad vos accedit. ludicabis igitur prò tua prudentia hominem ex
integritate vitae et doctrina, non ex bis quae extra sunt. Solebat non- nunquam
Cicero in extrema parte suarum recommendationum post multa addere : ' et si
quid ad rem pertinet, homo locuples est ' (4). Ego vero ut aliquando concludam
addo: et, si quid ad rem attinet, profugus, se- eum trahens liberos et grave
onus suae familiae, cui fortunae tenuissimae nulla spes nisi ea quae propemodum
in te uno residet .... Dalle citazioni ciceroniane di questa lettera si ricava
che il Barzizza possedeva sin dalla prima metà del 1408 un codice
dell'Epistolario ad Atticum. Da dove l'avrà avuto ? Da Firenze no, perchè la
copia di Pog-gio è (1) Li traggo dal cod. Vaticano 5223 f. 93, con l'intestazione:
Splen- dido militi ac ci. doctori d. Zachariae Trivisano praes tantissimo et
ho- norando d. singulari; e la firma: tiius ille Gasparinus Pergamensis
amantissimus nominis tui. (2) Cicer. de invent. I, 7 e Aristot. Rhet. I, i, 14.
(3) Cicer. ad Br. XIII (I, 5) 3. (4) ad Br. XVI (I, 8) 2 : cfr. ad fam. XIII,
13. I. — CICERONE. §5 essa stessa del 1408; e poi di questo tempo il Bar- zizza
non era in relazione con la società letteraria di Firenze. Quel codice lo ebbe
senza dubbio da Pavia, dove il Barzizza insegnò dall'anno 1400 al 1407 (i), nel
quale ultimo passò a Venezia e di là a Padova. E nella biblioteca dei Visconti
a Pavia erano per 1' ap- punto alcuni codici delle lettere ad Atticum (2). Di
questa silloge il Barzizza inoltre allestì un' edi- zione, come risulta da una
lettera, pur troppo anepi- grafa (cod. Vatic. 2906 f. 45), della quale reco
alcuni passi : Non me fugit, pater optinic, vos palarti esse .... Sed quorsum
hec ? Nam ipsius (Ciceronis) et ad Athicum et Q. f. epistole iam ad unguera per
Gasparinum Pergamensem preceptorem meum correpte in lucem pro- dierunt; quc
certe quante sint eloquentie non meum est laudare .... Quamobrem has ipsas,
quibus ut opt'me nostis careo, lubenter scribi facerem, sed quo me vertam
nescio .... quatenus epistolas ipsas d. Bla- sius scribat quod unum magnope'e
mihi conducet ac bibliotece mee maximiori erit decori .... Il manoscritto di
Guarino. In un discorso di Guarino (3), uno degli scritti più antichi che ci
siano rimasti di lui, si incontrano evi- denti reminiscenze del gruppo
epistolare ad Atticum, (l) Memorit e documenti per la storia delV Università di
PaviOt Paria 1878, I, p. IS4. (a) Gir. d'Adda, -, ^i... .,./...< i
hibliograficht sulla libreria Vi- scoHtiO'S/ortesfa del Castelb di Pavia,
Milano 1875, 1879, n. 610, 63S, 857. Clr. iopra p. 77- (3) OkI .li ^irn:» M VI
th f :S. 86 R. SABBADINT. Quel discorso fu recitato a Verona nella prima metà
del 1409 per la occasione che lasciava la podesteria di quella città Zaccaria
Trevisan e la assumeva Albano Badoer (i). Ecco tre passi del discorso: ....
frui iubet et ita iubet ut divinum hominem huic civitati pa- rentem rectorem
gubernatorera quasi de caelo missum amemus venere- mur amplectamiir. — Cfr.
Cicer. od Qnint. fr. T, i, 7 Graeci quidem sic te ita viventem intuebuntur, ut
... . de caelo divinum hominem esse in provinciam delapsum putent. .... ut qui
in audiendo facilis in decernendo lenis in satisfaciendo ac disputando diligens
et acutus praedicatur. — Cfr. Cicer. ad Qnint. I, I, 21 adiungenda etiam est facilitas
in audiendo lenitas in deccmendo, in satisfaciendo ac disputando dih'gentia.
.... Cum autem sapientissimi illius Solonis instituto rem publicam duabus in
rebus contineri animadvertisses, praemio inquara et poenis . Cfr. Cicer. ad Br,
XXIII (I, 15) 3 ut Solonis dictum usiirpem, qui et sapientissimus fuit ex
septem .... Is rem publicam
duabus rebus con- tineri dixit, praemio et poena. Questi indizi non lasciano alcun dubbio che Guarino
sin dalla prima metà del 1409 conoscesse le epistole di Cicerone^^ Quintum fr.
e ad Brutum; e per conse- guenza anche quelle ad Atticum. Ora si domanda dove
abbia potuto Guarino venirne in possesso. A Firenze no, perchè ivi andò
soltanto nel 14 IO. Nemmeno a Verona, di dove l'archetipo dovette ben presto
migrare in Lombardia (2). Rimane come più verisimile un terzo caso, che cioè
Guarino r abbia avuto o a Padova o a Venezia dal Barzizza, (i) Biancolini,
ibid. (2) Schmidt, op. cit. p. 294-296. I. —CICERONE. 87 e questo potè essere
del 1408, nel suo ritorno da Co- stantinopoli. Il manoscritto deirAurispa.
Anche 1' Aurispa possedeva un' importante copia dell' Epistolario ad Attico;
sul qual proposito reco una sua lettera. Aurispa viro darò et poetae siiavi ci.
Antonio Panhormitae s, (i). Quod per superiores tuas litteras postulaveras,
vitam Platonis a Gua- rino editam ad te mitto. Emi nuper Livii ab urbe condita
libros decem scriptos manu Franciae illius Fiorentini, nomen in Italia quei
forma cha- ractcris amplum (2) fecerat, et qui nihil aliud philosophi habet
nisi pau- pertatem, ut et mea de ilio et tua sententia utar. Sunt hi libri ut pul- chri ita
recte et observonter scripti. Habeo
Ciccronis ad Atticum epi- stola», codicem perpulchrum, immo ita pulchrum ut in
Italia neque pul- chriorem esse putem neque gratìorem. Epistolae vero sunt
completissimae et minus quani ullae comiptae; inveniri enim solent plerumque
incom- pletAe, emendatac vero nunquam. Scd hic codex, ut superius dixi, omnes
sui generis pulchritudine vincit et emendatione, quamvis emendatissimae non
sint. Hos duos codices habcre poteris, si quinquaginta aureos huc ad me
miscris, quos poteris per mensarios, et Ovidium illum antiquum abs te mihi
pron»Ì88um de Transformationibus, quaiy primum fidum nuntium cui commendare
possis inveneris (3). Franciscus Sodarinus ex Florentia vir clfM|uens et
prudcns» scribit ad te litteras, quibus negotium quoddam suum libi commendata
cui homini videor non parum obligari cupioque ab omnibus et a te praesertim
sibi benefìeri v^el, rcctius loquar, per (1) Cod. Vatic. 3372 f. 8. (2) Le
parole nomen-ampluit. ;.,(,.... ,-i...... verso dell' elegia nella quale
l'Aurispa piange la morte del Francia (Bandini Cod. lai. II p. 185). (3)
muneris cod. 88 ■ R. SABBADINT. te. Quare te per opinionem quam ipse de te perquc
spem qnam in te habet oro, ut diligeitcr negotium illiui siiuin tractes et cum
industria; opinatur en'm, eamque ego sibi opin-onem firmavi, omnia abs te quae
ex an'mo tractes facile ab isto ti-.o rege impctrari posse. Vale tu et me ama
ut facis. Si hi duo codices tibi pUicuerint, ego hic Ferrariae dedam cdicuiKiue
ii'sseris aut mensar.'o aut alteri nuntio: receptis tamen prius quinquaginta
aureis et habita spe habe-idi Ovidium; nulìum aliud ego periculum in ea re
volo. Vale item. Ferrariae kal. augusti [1447]. Per determinare l'anno di
questa lettera dell'Aurispa devo riferire un passo di un' altra sua,
indirizzata pa- rimenti al Panormita (i). .... Audi nunc adventus mei Romam
consilium meum, Indignum ingratumque m.ihi videbatur non salutare cum pontificem,
quem clericum sacerdotem episcopum colueram et observaram mutuaque beni volenti
a amplexus ego illum, ipse me fueramus. Eram etiam Romae aliqua pe- racturus, quae et rectius et
citius explebo praesens quam per absen- tiani .... Est hic Martialis pulcherrimus
voluminis parvi, completus et minus corruptus quam alii inveniri soleant. Eum
quidam venalem habet, qxiem tibi offerrem, nisi putarem decem aureos, tot enim
ille pe^it, li- bentius ac liberalius prò nugis quibusdam muliebribus te
daturum quam prò Martiale .... Velim
scire an vitam Platonis quam e Ferraria per Ioannem Carrapham equestris ordinis
virum ad te misi receperis .... Romae IIII kal. martias [1448]. Questa seconda
lettera fu scritta dopo l'assunzione al pontificato di Niccolò V, poiché niun altro
che lui può essere significato in quel papa, che fu conosciuto e praticato da
chierico da sacerdote da vescovo dal nostro Aurispa. Si comprende dal contesto
che la ele- zione era recente. Niccolò V fu eletto nel 6 marzo (i) Cod. Vatic.
3372 f. 9v. I. - CICERONE. S9 1447 (i); la lettera dell' Aurispa è del 26
febbraio. Non possiamo dunque essere che nell' anno seguente 1448. Fissato
quest'anno, noi vediamo che l' Aurispa chiede al Panormita se abbia ricevuto la
vita di Platone di Guarino, statagli già spedita. Con ciò noi determiniamo
l'anno della prima lettera, la quale pertanto è dell'a- gosto 1447, giacche
abbiamo veduto in essa l' Aurispa spedire al Panormita la vita di Platone.
Lasciando stare '1 modo col quale l' Aurispa mer- canteggiava i codici e non
occupandoci dei manoscritti di una deca di Livio, delle Metamorfosi di Ovidio e
di Marziale, dei quali si fa parola in queste due let- tere, noi veniamo a
sapere dalla pri na di esse che nel 1447 r Aurispa possedeva l'Epistolario di
Cicerone ad Attico. Sul vero valore di quel codice non possiamo portare
giudizio, essendosi forse smarrito; stando però a quello che V Aurispa afferma,
doveva essere molto emendato. Egli dice inoltre che era completissimo. Ciò fa
supporre che esso derivi dalla copia di Poggio. E poi preziosa per noi la
notizia, che le lettere ad Attico allora solevano trovarsi plerumque
incompletae; poiché argomentiamo di qui che esse dovevano trarre origine dal
codice Mediceo, che ha come si è veduto (p. 81) una lacuna. Il manoscritto Ambrosiano
A 47 inf. Alla copia di Poggio risale il manoscritto Ambro- siano A 47 inf.,
cart. di f. 2 1 2 (numerazione moderna). (1) L. pMtor, Guchùhtt dtr PàpsU 1 p.
«79 '»• «• 90 R. SABBADINI. Il codice comincia senza intestazione così : Cicero
Bruto s. L. Clodius tribunus plebis etc. Dopo le lettere ad Br. f. 1 1 seg-ue
questo titolo : Ad Brutum Epistolarurn liber secundus primus (sic) expli- cit.
Ad Q. fratrem Epistolarum liber primus incipit. I libri II e III «^ Q. mancano
dell'intestazione. Nella disposizione del lib. II ci è molto disordine. f. 36.
Cicero Octavio s. Si per tuas legiones etc. Le lettere ad Att. cominciano al f.
37V. Mancano e r intestazione e i titoli dei singoli libri. In fine non ci è la
lacuna del Mediceo. Nelle prime pagine si incontrano i passi greci, che poi
furono sem- pre omessi in lacuna. Soscrizione, f. 2i2v: Expliciunt Epistole
Marci tulii Ciceronis ad Atthicum Sub anno domini MCCCCXLI . XVI mensis Augusti
per ?ne Adrianum Petri de Ghen- dtren. I manoscritti Bolognesi. La biblioteca
Universitaria di Bologna possiede un bellissimo manoscritto, n. 2229, membr.
sec. XV, di ff. 201 e 158, che contiene entrambi gli Epistolari di Cicerone,
prima quello ad Att. e poi quello ad fam. Quello ad Att. alla fine non è
tronco. Ha tutti i passi greci. A Bologna e' era un altro manoscritto delle
lettere ad Att. Lo vide nella biblioteca di S. Clemente, dove portava il n.
145, a Bologna il Detlefsen (i); io lo ho (i) Jahrbucher filr Philol. und
Pàdag. 1863, p. 573. I. — CICERONE. 91 cercato inutilmente nella bibl.
Universitaria, dove fu trasportato il fondo di S. Clemente, come degli altri
conventi della città. Doveva essere anteriore al 1446, perchè sui fogli di
guardia vi furono scritte due let- tere con la data di queir anno. *** Dei
codici nominati sin qui derivano da M per via diretta o indiretta quelli di
Poggio, del Bruni, del Bechi, del Barbaro, l'Ambrosiano A 47 inf. e il Bo-
lognese, e verisimilmente quello dell' Aurispa. Dei co- dici di Guarino e del
Barzizza nulla possiamo affermare di certo. Traggono invece origine da ^ quello
del Ca- pra e altri tre che ora esamineremo: quelli cioè del Corvini e del
Traversari e l'Ambrosiano E 14 inf. Il manoscritto del Corvini. Dalla lettera
di un Candido al Niccoli, del primo quindicennio del sec. XV, apparisce che
Giovanni Cor- vini, segretario ducale del Visconti, possedeva un E- pistolarum
Ciceronis ad Atticum liber veterrimus. Del Corvini ci occuperemo largamente in
altra parte del presente volume. Il manoscritto del Traversari (*). Attribuisco
ad Ambrogio Traversari il cod. Classense 469 di Ravenna, gemello del Palatino
15 io, senza però che l'uno derivi dall'altro (i). E fondo l'attriììu- zione
sulle note marginali, che qui trascrivo : (♦) Questo I è nuovo. (1) l'rr !.i
(IcAcrìzioDe di questo codice c(r. Sjogren op, cit. 5. 9S R. SABBADINI. I. Alle
parole {ad Q. fr. I, i, 2^^) Cyrus ille a Xe- nophonte]. Xenophoìi non
historiam sed praecepta ini- perii de Cyro scripsit. IL Alle parole {ad Q. fr.
Ili, 5, i) Quod quaeris quid de illis libris]. Scripserat Cicero novem lihros
de re p. quos postea admonitus Sallustio mutavit i/i sex (cfr. ad Q. fr. Ili,
6) sed utinam ht luce essent. III. Alle parole [ad Q. fr. Ili, 5, 6) de latinis
vero quo me vertam]. Semper lathtos codices mendose fuisse scriptos; de graecis
vero semper aliter fuit. IV. Alle parole {ad Q. fr. Ili, 9, 3) meae lìterae in-
terceptae offendant]. Utinam interceptores epistolarum Basileae comburer
entìir. V. Alle parole {ad Att. I, 11, 3) libros vero tuos cave quoiquam]. Erat
M. Tullius lihrornm avidus, sed _ in ea re cedebat tibi, FlorentÌ7te ! VI. Alle
parole {ad Att. II, i, 2) sed et'am piane perterritum]. Idem Ì7i commentariis
Caesaris vere fuit (cfr. Cic. Br. 262 sanos quidem homines a scribendo
deterruit). Sed tu Cicero non parum graece potuisti. VII. Alle parole {ad Att.
IV, i, 5) senatui gratias egimus]. Qua de re oratio extat. Vili. Alle parole
{ad Att. IV, 2, 2) itaque oratio]. Oratio ad pontifices prò domo sua. L' autore
delle g-losse sta a Basilea (IV) ed è co- noscitore di greco (I, III). A
Basilea due soli umanisti, conoscitori del greco, assistettero al Concilio :
l'Aurispa negli anni 1433-34 ^ i^ Traversari nel 1435 (dal 20 agosto al 6
novembre). Ma la riposta citazione cice- roniana (VI) fa traboccar la bilancia
in favore del Tra- I. — CICERONE. 93 versari. L' apostrofato Fiorentine
potrebb' essere tanto Po^g-io quanto il Niccoli : ma il fiorentino librorum
avidus per eccellenza è il Niccoli, per cui del resto il Traversari nutriva
un'amicizia fraterna. Il manoscritto Ambrosiano E 14 inf. (*) L'importanza del
cod. Ambrosiano E 14 inf. (i) consiste in ciò, che esso ci trasmise il testo
più antico degli epistolari ciceroniani ad AU., ad Q. fr., ad Br. e in una
redazione indipendente dal cod. Mediceo 49, 18, il quale discende dal Veronese
perduto. Ma quanto è chiara 1* importanza del nostro codice, altrettanto oscura
è la sua origine. Tentiamo un po' se ci riesca di giungere a una conclusione
probabile. E cominciamo dal copista. Il copista fu Marco Ra- fanelli o
Ravanelli; egli si firma Marcus deraphanellis scripsit. L'Ambrosiana possiede
un altro codice, E 15 inf., trascritto dal medesimo amanuense. E si tratta per
r appunto di codici gemelli, di due maestosi vo- lumi membranacei, della metà
all' incirca del secolo XIV. Hanno l'identica dimensione (cm. 40 X 27), larghi
margini ambedue; ambedue sono scritti su dop- pia colonna e ogni colonna
comprende quaranta righe; ambedue sono splendidamente miniati. Tutto questo
concorre a far credere che il Rafanelli sia un semplice ♦.vrw iMor»* ♦* 'he
egli lavorasse por un ]>ors()naggio <*) Comparve la prìma volta in
Athenatum 1, 1913» 13-16. (I) Descritto da C. A. I.«hniani), Dt Cietronis ■ ■'
A" '"/>.'«/> '■t- ttm. tt emind. 20-15. 94 R. SABBADlfifl.
cospicuo, com' è confermato dalla presenza di uno stemma nel frontespizio di E
14: per un collezionista e insieme intelligente cultore degli studi classici,
poi- ché i due codici contengono tutte opere di Cicerone. Eccone 1' elenco
sommario: Opere filosofiche: De of/iciis, Tuscul. Quaest., De nat. d.j De essentia
mundi (Timaeus), De senect., De amie, De divin., De fato, De leg.. De fin., Samn. Scip. Opere rettoriche: De invent.,
Rhet. ad Heren. (in 6 libri)» De orai, e Orai, (mutili) (i), Topica. Orazioni:
Philippicae (in 13 libri, perciò testo mutilo). Epistole: ad Q. fr., ad Att.,
ad Br. (il gruppo ad Br, è dato per intiero, gli altri due in estratto). Come
ognun vede, un' insigne collezione ciceroniana, quale il medio evo non conobbe
e con cui può nel suo tempo competere appena la petrarchesca; tanto più se si
pensa che probabilmente ai due volumi se ne accompagnava un terzo, poi perduto,
con altre ora- zioni, quelle almeno che allora erano alla portata di molti.
Siccome riusci infruttuosa ogni ricerca per identifi- care lo stemma del
collezionista (o fors' anco di un successivo possessore), cosi dobbiamo
abbandonare questo indizio e aggrapparci al copista. Rafanelli o Ravanelli è un
cognome che occorre in Toscana, nella Lombardia, nel Veneto. Un Marcus de
Raphattellis vi- veva a Venezia nella seconda metà del sec. XIV ed (i) Il
frammento à€^Orator dal § 91 alla fine è segnato come libro IV. Fu collazionato
da A. Cima, nel suo commento al -Z)^ 6'r^/<;/'^ della collezione Lòscher,
Torino. I. — CICERONE. 95 esercitava il notariato: si firmava nel 1399: ego
Marcus de Raphanellis de Venetits quondam ser Mathei publicus imperiali
auctoritate notarius et iudex or dinar ius (i). Potrebbe costui esser tutt'uno
col copista dei codici Ambrosiani ? L' età non vi si opporrebbe e nemmeno la
professione notarile, giacche molti notai del secolo XJV coltivarono gli studi
umanistici. Vi si oppone invece la scrittura. L'archivio di stato di Milano
con- serva un atto autografo del notaio Rafanelli, il testa- mento di Luchino
dei Visconti, dell' anno 1399 (2): scritto non in lettera notarile, ma rotonda,
in modo che è lecito istituire il paragone con la calligrafia di un codice.
Messe a riscontro la mano del notaio e la mano del copista si rivelano di due
persone diffe- renti (3). D'altra parte non sapremmo giustificare co- me i due
codici fossero stati copiati a Venezia, dove mancavano le condizioni atte ad
alimentare una cosi insigne collezione di opere ciceroniane. (1) Due fuoi atti
rogati in Venezia negli anni 1388 (anche allora si firmava del fu Matteo) e
1397 in / àbri covtmtmoriali della repubblica di Vtnetia, III, p. 195, 248. Nel
1366 fu fatto notaio della curia mag- giore. L' archivio di stato di Venezia
conserva atti originali di lui che vanno dal 1362 al 1409 (R. Cessi in N.
Archivio yctte/oXXV, 19' 3» 259)- (2) Pergamene varie, 7 luglio 1 399,
pubblicato integralmente dall'Osio, Documenti diplomatici, I, 348. (3) Chi
volcsRC arzigogolare e identificare i due uomini dovrebbe col- locare il
collezionista e il copista a Padova, per la qual città non vale che dico di Venezia.
Nei Monumenti dell' Unix'trsita di Padove» Inri-'i tuiii rriiiiTi:iiik( !■ il R
.'ifaiielli. 9^ &. SABBADINf. Sicché bisogna andare in cerca di altri
indizi. Intanto la scrittura e la miniatura appartengono certamente all'Italia
settentrionale; ma chi le volesse circoscrivere alla Lombardia, non urterebbe
in nessuna grave obie- zione. Alla Lombardia e più specialmente a Milano ci ri-
portano altri argomenti. I due codici pervennero in Ambrosiana da^a collezione
di Francesco Ciceri (Ci- cereius), il quale insegnò e visse , a Milano dal 1548
fino alla morte (1). E a Milano dobbiamo supporre che li trovasse, perchè i
fogli di guardia di E 15 conten- gono degli indici spettanti
all'amministrazione del du- cato milanese con la data 1476. Ce lo conferma l'esa-
me dell' epistolario autografo del Ciceri (nel cod. Tri- vulziano 665), dal
quale apparisce eh' egli si faceva venir di fuori solo libri stampati; di
manoscritti non è mai cenno: segno questo che li trovava in Milano. Perciò i
due codici nei secoli XV e XVI stavano a Milano. Per Milano non esiste la
difficoltà che abbiamo espo- sta per Venezia. Milano e la vicina Pavia presero
parte attiva nel sec. XIV al movimento umanistico. Quanto al caso specifico
dell'epistolario ad AU, basterà ram- mentare anzitutto che nel 1409 Bartolomeo
della Ca- (l) Nacque in Tomo (Como) il 1521 e morì il 31 marzo 1596. Fran-
cisci Cicerei, Epistolarum libri Xlly Mediolani 1782, I, p. XIV - XV, XIX, XXV;
V. Forcella, Iscrizioni delle chiese e degli altri edifici di Milano, Milano
1889, II p. V-VI. La sua collezione entrata in Ambro- siana conta oggi
un'ottantina di codici, una metà dei qual' è di origine milanese. i. —
CflCKRON]^. ^7 pra trasse dalla biblioteca di Pavia un volumen anti- quissimum
et venerandum con le epistole ad Br., ad Q. fr., e i sette primi libri ad Att.;
e rammentare in secondo luogo che il famoso bibliofilo Giovanni Cor- vini
d'Arezzo, stabilitosi a Milano sin dal principio del secolo XV, possedeva un
epistolarum Ciceronis ad At- ticum liber veterrimus (v. sopra p. 76 e 91).
Finche altri non troverà di meglio, possiamo dunque ritenere che i codici E 14,
E 15 provengono da Milano. Epìstulae ad Brututn. Dal corpo delle Epist. ad Att.
pare che nel sec. XIV, e fors'anco prima, si sia staccato il gruppo ad Br. e ad
Q.fr. e abbia avuto una tradizione isolata. Consideria- mo anzitutto il codice
Vaticano-Barberino lat. 56 (*). È cartaceo, del secolo XV, di mano transalpina:
f. I Marci tullii Ciceronis incipiunt epistole. Scribit tullius bruto rogans
eum de quodam suo amico qui accusatus erat apud eum. Cicero Bruto salutem. Clo-
dius tr. pi. f . 20v Expliciunt quot potuerunt inveniri epistole tullii per M.
Ni. de muglio vatent egregium. f. 21 Quidam eloquens Ganus de Colle (i)
vulgarem sonettum misit F. Petrarche. (*) Comparve la prima volta in Rendiconti
del r. htit, f.omh. se. e lett. XXXIX. 1906, 387.88. (!) La nofizia so Gano lu
j)iiiMiiit;.ii.i «i.n ìi.h..i>mììi in u tutnn «i^i Petrarca (III 515). Per
Gano vedi L. Frati in Propugnatore XXVI, '*93» l9S-2*6; F. Nevati in /'.
Petrarca e la Lombardia ^ÌAMuo 1904» 2(r, M. Vattaiwo, Del Petrarca e di alcuni
mai amici, Roma iv • i - R. Sabbaijini, Testi latini. 9^ R. SABBADmi. f. 2IV-2
2 vuoti. f. 23 (d'altra mano) Incipit Mac er, Herbarum quasdam. f. 40V Greca
(1' alfabeto greco). f. 43 Chyromantia. Proviene di Francia, come ha notato una
mano re- cente al f. 2y Chartusiae Villae Novae prope Avenionem. Comprende
quello che si suol chiamare il libro I ad Br., più la Epist. ad Q. fr.\ 3.
Quasi identico al Barberino è il codice Augustano 4^ II di Wolfenbiittel (3006
Heinemann), che contiene (i): f. 142 Plinii oratoris atque philosophi.
Incipiunt epi- stole centiim (I-V, 6). f. 174 Marci Tullii Ciceronis. Incipiunt
epistole. Seri- bit tuUio bruto rogans eum de quodam suo amico qui accusatus
erat apud eum. f. 183 Expliciunt quot potuerunt inv entri epistole tulii per M.
Ni. de Muglio vatem egregium. f. 183V Narratiuncula de sojtetto misso a Gano de
Colle ad Francischum Petrarcham eiusque allocutio ad portatorem. f. 184
Incipiunt notabilia d. francisci petrarce de vita solitaria. f. 192 Incipit
liber qui intitulatur sine nomine d. f. Petrarche. Seguono altri estratti. L'
identica materia ciceroniana, il sonetto di Gano e la sottoscrizione di Nicola
da Muglio (2) mostrano (i) Descritto nel catalogo dello Heinemann e da O. E.
Schmidt, op. cit. 99-105. I f. 1-141 costituiscono un codice indipendente e più
recente. (2) La famiglia da Muglio era bolognese. Un * ser Nicolaus quon- dam
lacobi de Muglio curie Bononie ' assisteva nel 1338 a un testa- I. — CICERONE.
4^ che le due sillogi hanno la medesima origline. Il co- dice di Wolfenbùttel
fu scritto da mano tedesca a Co- stanza al tempo del concilio, negli anni
1414-1415 (i). Un altro manoscritto affine era nella biblioteca Vi- scontea di
Pavia. Il n. 622 del catalogo redatto nel 1426 (2) reca: Bruti Epistole ad
Ciceronem voluminis parvi coperti assidibus shie corio, cum certis Alexandri
gestis. Incipit: Ce s a r o p i o Co r n e 1 1 i o s a l u- tem: et finitur:
oblitus est dei. Le Epist. ad Br. erano precedute da alcune lettere di Cesare
estratte dal corpo ad Att. L' indicazione del catalogo: Cesar opio Cornellio
salutem si riferisce alla Epist. ad Att. IX 13 A. Materia affine e la stessa
silloge doveva racchiudere il manoscritto, da cui fu estratto il codice
Vaticano 1908, dove a quattro lettere di Cesare del corpo ad Att. (IX 13 A; IX
14, i; IX 16, 2; IX 7 C), più la (tra- dizionale) \ \t ad Br.y sono premessi i
Caesares di Sve- tonio, col colofone: Scripsi ego Gentilis hunc Suetonium MCCCLXXXVII
et compievi die XXIIII novembrisy quo anno et mense octubris in die sancii luce
dojninus de la Scala perdidit veronam et vincefttiam totamque domi- nationem
suam expugtiante eum cornile virtù domino lom- bardie. Le lettere ciceroniane
furono scritte un pò* dopo mento (F. Novati, La gicvinttta di C. Saluta ti^
Tonno 1888, 32, n. l). Pietro da Muglio, amico del Petrarca e del Boccaccio,
morì nel 1382 a Bologna professore di iiranunatica e di rcttorica. (1) Schmid!
op, cit. io.;. (2) G. d'Adda Indagini s loriche.. suUa libreria
Viscontio-Sforusc: irOÓ R. SABBADINÌ. Svetonio, ma sempre entro la seconda metà
del se- colo XIV. Anche il Petrarca possedeva le lettere di Cesare del corpo ad
Att. (i); ma ci manca il modo di decidere se provenissero dalla stessa silloge
che qui esaminiamo o se le avesse estratte lui dalla sua copia dell' arche-
tipo veronese. Una cosa però crediamo dì poter af- fermare, cioè che il
Petrarca ci ha lasciato una testi- monianza delle Epist. ad Br. divulgate prima
che l'ar- chetipo veronese venisse alla luce. E di vero nella fa- mosa lettera
Sen. XV i {Opera II 948), dov' egli narra le vicende di un codice del Soprano
(Soranzo) coi due supposti libri ciceroniani De gloria, così si esprime: In his
omnibus novi nihil, ut dixi, praeter illos de gloria libros duos et aliquot
orationes aut e pi- si ola s '. Nelle aliquot epistolas non vedo quali altre
lettere si debbano riconoscere se non quelle ad Br. La silloge ad Br. in questa
tradizione ci è arrivata miserevolmente corrotta: non tanto per opera di in-
terpolazioni, quanto per guasti dell' esemplare da cui derivava. Ed ecco un
altro argomento che queste let- tere vissero di lunga vita indipendente, poiché
nessu- no degli apografi a noi giunti mostra anche lontana- mente una
corruzione cosi avanzata. Le lezioni della silloge ad Br. non si riconducono
alla famiglia A, a cui risale il codice Mediceo, ma piut- tosto alla famiglia
2, che discende da un archetipo diverso. (i) P. de Nolhac Pétrarque et l'humanisme^ II ed., n 42. I. — CICERONE. lOr Anche la lettera isolata ad Br. I
i6 nel succitato codice Va tic. 1908 del sec. XIV, si riconduce alla fa- miglia
S; bastino due lezioni: § 4 iiegotii con E contro negotiis di M^\ § 5 locus in
ista civitate nobis con E contro nobis in ista rivitate locus di M. Opere
rettorìche. (*) Le opere rettorìche principali, che ci sono arrivate col nome
di Cicerone, sono cinque: De inventioney detta anche RJietorica vetus;
Rhetorica ad Herennium (di Cor- nificio), detta anche Rhetorica nova; il De
oratore; XO- rator e il Brutus. Le due Rettoriche interessarono molto il medio
evo, ma interessano meno noi, l'una perchè opera giovanile di Cicerone, l*
altra perchè non sua. Le opere veramente fondamentali sono le altre tre : il De
oratore, X Orator, il Brutus. 1 codici di queste tre opere sono di due classi:
gli uni mutili y gli altri integri; il De oratore e 1' Orator ci j)ervennero
per via di entrambe le classi; il Brutus solamente per via dei codici integri.
Delle due classi di codici io farò qui un po' di storia. E comincio dai codici
mutili. Uno dei principali e più antichi è il Harleian 2736 del sec. IX, che
contiene If.' seguenti parti del De aratore: 1, i 128,* 157-194; II, 13-90; 92
alla fine; III, 1-17; 110 alla fine. Ma più importante, specinl'n.tìt.. per la niiTn..rosa
filiazione, (') Comparve l.i prima v.-n.i neU' opuscol.. ..imu/ .// G asparino
Bar^ atta tu Quintiliano e Cieeroutt Livorno 1886, e in Rivista di fiiologi»
XVI, 1887, 97-106. lOZ K. SABBADINI. è V Aòrincensis (238), detto cosi, perchè
si trova in Avranchcs, città francese della Normandia (i). E mem- branaceo di
fogli 60 e comprende il De oratore e XO- rator, mutili. Manca tutto il libro I
del De Oratore e il principio del II, che comincia al § 19. La scrittura è di
una mano del sec. IX, la quale lasciò vuoti il f. 23rv (II, § 234-245) e i ff.
4ii'-43^ (in, § 149-171). Il De oratore termina al f. 5or, il f. 50V è vuoto.
Al f. 5 ir comincia il frammento dell' Orator dalle parole toque robustius (§
91) e seguita per otto fogli, fino al § 191; indi c'è un'altra lacuna, dal §
191 al 251, dopo di che ripiglia sino alla fine, dove la soscrizione primi-
tiva diceva: Orator explicit. L' Orator è scritto da una mano posteriore, forse
del secolo X, la quale colmò le due lacune indicate ai ff. 2:^^ e 41-43 del De
Ora- tore. Il codice fu poi corretto da una terza mano, del sec. XIII circa,
che nel f. 50V annotò: hic deest qua- ternus, e che credendo che il frammento
dal f. 5 ir in poi fosse la continuazione del De oratore, mutò la so- scrizione
finale Orator explicit in Oratoris explicit liber quartus. Grande è il numero
degli altri codici mutili. Il Heer- degen ne esaminò 37 (2), che contengono il
De Ora- tore e r Orator. Tutti questi hanno le medesime lacune àeVi'
Abrincensis, il che fa supporre subito che siano tutti derivati da quello o
direttamente o per via di (i) Descritto da F. Heerdegen : M. Tulli Ciceronis
Orator, Lipsiae 1884, p. v-vni. (2) op. cit. vm-xiv. I. — CICERONE. 105
apografi. Ma e' è un argomento più valido ancora. L*(9- rator dell' Abrmcmsis ha
28 volte la nota tironiana che equivale ad autent; orbene, qualcuno degli altri
mutili riproduce ai medesimi passi la medesima nota; altri al posto di quella
nota hanno enim, ciò che si- gnifica che essi derivano da un apografo, che
inter- pretò la nota per enÌ7?i; altri invece hanno a quel posto ora enifn ora
autefn. Questo prova irrefragabilmente che tutti i 37 jodici tmitili derivano
Ad^ùì Abrincensis, S' incontrano qua e là delle differenze talvolta un poco
singolari; ma esse si spiegano facilmente con gli er- rori dei copisti, con le
congetture e le interpolazioni dei correttori. Chi ha avuto tra mano molti
codici non si stupisce di questo che è un fatto comunissimo. Ai codici mutili
dedicò indagini e cure critiche Ga- sparino Barzizza, delle quali darò notizia.
Reco anzitutto una sua lettera a Francesco Barbaro, (i) Gasparinns suo
Francisco Barbaro s. p. Fucrat animus mihi nondum ad te scribere, ne crebras
scripti- tando tibi fierem impedimento, qui maioribus curis et bonarum ma-
gnarumque artinm studiis ac disciplinae dedicatus intentusque es, ut 5 si
dicendo te delectare non possim, interdum saltem tacendo non fa- stidiam. Verum
necessaria simul ac seria res urget. Habeo Ciceroncm De oratore, bui quid dixi
habere me ? olim habui, sed is a me iam prope quinquennio fugitivus abest et
com- pluribus subinde permutatis dominis, postremo pervenit ad specta- 10 bilem
vimm Zacharìaro Trivisantim. Sic ad alienas semper sedes et (livitum divcrlitur
hospitia. (Juae res mihi doloris affcrt non parum; pcrti mesco enim ac dcspcro
ne ìk meos inopcs lare» ut angustos nolit I < ..'1. Vaticano I—VJ 312') f.
69V; cod. Qucriniano (««Ql di Brescia cod. di Brera [— BJ di Milano AG IX 43,
p. 163. I04 R- SABBADINI. aliquando subire, magnificis atque delicatis
assuefactus domiciliis. Quod iis saepenumero contigit qui e pauperibus tectis
ad regias ad 1 5 potentum atria se conferunt. Illi siquidem, cum sese fortuna
remise- rit, aulas deserere coacti nonnisi inviti ad paternam fabam sordesque
domesticas redeunt. Hunc ipsum Ciceronem a praefato viro repetas oro atque
obsecro et ad me vel ligatum, si oportebit, transmittas seu ad Christophorum
nostrum Parmensem si fortassis abessem; et si is 20 me pauperem patronum habere
dedignatur, polliceor me ei vel ho- spitem familiarem fore vel cultorem amicum.
Praefato domino Zachariae me quoad poteris carissimum effice quanquam viro
amplissimo; at enim parvitatem fovere magis solet amplitudo, quam abicere. Et
eidem referes amicum suura noluisse 25 prò Andrea scribere, sicuti iam
promiserat; indignam enim esse mi- nimeque iustam rem dicit. Proinde ut Andreas
ad alias vertatur vias oportebit. Tuo et sodali et socio P. Contareno salutes
opto, cui prò suarum responso unas meas destino. Vale, anime mi Francisce. i)
Guarinus V, Guarinus Veronensis B. \ 2) scribendo V Q. | 3) quod Q. I 4)
disciplina F Q. \ 5) delectarem Q. \ non possum F, om. Q. \ 6) simul om. Q. j
7) hui om. Q. \ 8) prò B. \ fugitivus om. Q. I io) dominum V Q. \ Zachariam om.
V Q.\ i^) quia ad divitum diverterat Q. \ dolores Q. \ parvos Q. \ 12) velit V.
\ 14) e om. V Q. I ad regia atria V Q. \ 19) Jacobimi nostrum Pergamensem V Q.
I abesses B, habebis V Q. | 20) habere om. V Q. \ dedignaretur F Q. I 21 fore
om. B. \ vel om. V Q. \ caleorem B (22) Zacharia By Z. Q, esse V. \ caris V Q,
carum B. \ efficere Q. [23) quam V Q. I pravitatem B. \ 24-27) Et eidem —
oportebit ofn. V Q. \ 24) eadem B. I 25) per andream B. \ 26) rem] esse B. \
27) P. B, N. V Q. \ 27-28) cui pro-destino om. B. La lettera non ha data, ma le
si può fissare un ter- mine, giacche Zaccaria Trevisan, che qui è presupposto
vivo, morì negli ultimi giorni del 14 13 (i); la lettera (1) R. Sabbadini,
Centotrenta lettere inedite di F. Barbaro, Salerno, 1884, p. IO. I. —
ciCBXONi:. 105 pertanto non può cadere dopo il 141 3. Ma tutto l'anno 1413 il
Trevisan fu capitano di Padova (i); se avesse esercitato quella magistratura,
il Barzizza j^li avrebbe chiesto oralmente 1' opera di Cicerone; il Trevisan
in- vece stava a Venezia; siamo perciò al più tardi nel 141 2. Partendo da
questo termine sicuro e calcolando il quinquennio che 1' opera di Cicerone era
stata fuori, noi possiamo conchiudere che il Barzizza possedeva un De oratore
sino almeno dal 1407. L* esemplare barzizziano si conserva nel cod. Nazio- nale
di NapoH IV A 43, con la sottoscrizione ; Correo- tus exemplo multoruin codicum
antiquorum summo studio ac sutnma industria adhibita. Gasparinus (2). Dal
Barzizza V Orator veniva considerato come un tutto coi tre libri del De oratore
e chiamato il libro quarto; X opera intera veniva intitolata in vari modi :
Orator, De oratore. De officio et institutione oratoris. In- stitutio oratoria
e simili. Verso il 14 15 fa capolino un nuovo frammento del De oratore. Cosi ne
scrive il Barzizza. al veneziano An- drea Giuhano suo alunno: < Tertio die
postquam tristis a te et Daniele (Vic- turio) nostro discessi, redditae mihi
fuerunt litterae tuae (i) Agoftini, Scritl^i vinùiani, I, p. 321 (2) Vedi per
maggiori notizie Th. Stangl in i^octcnscnrtj! jur klass. Philelo^ie 1913»
138-142; 160-167. Il ccmIìcc fu comprato a Milano d.il Pamiio e da coitui
lasciato in eredità al cardinal Seripando, come ri- tolta da que«te note
finali: F.mptus a /ano Parrhasio Medioiani attvf>Hs aurei/ ah hertiihus
(iasparini liergomatù, Antonii StripanM e.\ Inni ParrhoMii Ustamento. I06 R.
SABBADINI. et particula, quae in omnibus fere libris De oratore nostro
deficiebat > (i). Se la lettera allude (di che non son certo) alla morte del
fratello del Vettori, potrebbe cadere nel 14 15. Anteriore a questo tempo è
un'altra sua lettera, senza intestazione, che si riferisce al medesimo
frammento, che allora non aveva potuto ancora ricevere (2): « Oratorem nostrum,
Pater reverendissime, tabellarius tuus cum litteris quas ei commiseras satis
tempestive tuo nomine mihi reddidit (3). Nec est quod (4) excusatione temporis apud me utaris, si
paulo tardius is liber a te absolutus est, quam te illum redditurum poUicitus
fueras. Novi enim tuas et frequentes et magnas in rebus divinis atque humanis
occupationes Quod ad fragmentum illius De oratore pertinet, adscito me non
solum prò eo habendo (5) litteras, sed binas, ternas, quaternas et amplius
litteras scripsisse. Non conquiescam,
donec re optata potieris (6) Vale, Pater reverendissime, et saepe de me cogita
». Di un altro presupposto frammento del De orai., scoperto a Firenze, ma di
cui il Barzizza non ricono- sceva l'autenticità, è cenno nel cod. Rlccardiano
506 f. 20, dove, di fronte alle -^dsolQ obiurgatio {11 ^o) me- diocris. Ars
enim (II 30), si legge nel margine: Hic deficit ima carta, velut repertum est
Florentie in qiio- dam codice veteri. Sed Gasparinus non putat esse Cice- (i)
Barzizii Opera, i, p. 176. (2) Cod. di Bergamo V V 20, p. 67. (3) reddit cod.
(4) Nec est quod] Hoc est qui cod. (5) eo habendo om. cum la e. cod. (6) potiens
cod. I. — CICERONE. 107 ronis. Si fient continuati ones textuum, ut signate
sunt videbitur nichil deficere. Difatto qui non v' è lacuna, ma posposizione di
II 30-39 a II 39-50. Lo stesso codice Riccardiano (f. 13) al De oratore, T, 80,
reca quest'altra nota mdirgxmXe: Hoc supplet Ga- sparinus. Non tamen, ut
proprio ex ore audivi, ea inten- tiofte ut textui a^mecteretur, sed ut esset
quaedam postilla in margine, quae utrosque textus defectuosos coniungeret et
cum aliqua continuatione et consonantia saltem intel- lectui legentis
satisfaceret aliquantisper (i). La nota è importante, perchè deriva da uno
scolare dello stesso Barzizza; essa mostra chiaramente come egli non pensasse
punto a mischiare il suo latino con quello di Cicerone, ma teneva distinti i supplementi»
che avevano il solo scopo di ristabihre il filo del di- scorso. Del resto su
questo punto dà preziosi schiarimenti il Barzizza medesimo in una lettera, che
merita esser riportata integralmente (2). Gasparinus Per[gamensis] ci. et
optiniati viro lokanni Cornelio s. (J r a t o r e m tmim emendatum ad te imiu»,
m «^lì.. .mi» iju.ii.miii profuerim tuum sit iudicium, mihi certe non parum.
Divisi enim sin- ^Mtlos libros in tractatus et capitala; scntentiam quae in
partes multas <liffuka erat, in brevissimam stimmam et quasi in caput
redegi. Omnia quae potui antiquiora libroruni exeraplaria collegi; quod ex
unoquoquc (1) Cfr. fìandini, Cod. lat. II, 499-501. Note analoghe hi trovano
nei codici Vaticani 1697 (f. 119, 120, 132V), 1706 (f. 41V, 43V), 1707 (f. 14.
I4r). (a) Cod. Riccardiano di Firenxe 779» t I08 R. SABBADINI. verius videbatur
attentissime in hunc nostrum transtuli. Quae ambigua erant, aut propter
librariorum incuriuni aut propter vetustatem, inter- pretatus fui. Multa divisa
composui, plura composita divisi; litterariim figuras similitudine aliqua inter
se commutatas multis locis correxi. Quae- dam etiam cum deficerent supplevi,
non ut (l)in versum cum textu Cice- ronis ponerentur, esset enim id vehementer
temerarium nec ab homine docto ferendum, sed ut ea in margine posita
commentariorum iocum tenerent. Reliquum erat ut sicut cetera tua adhortatione,
ita et (2) hoc tuo Consilio perficerem, quaedara scilicet ut lumina
sententiarum, ubi vel aliqua obscura cssent vel minus anima adversa, collocarem.
Quod me tua causa facturum facile tibi poUicitus (3) fueram; cui ut nosti nihil
possum prò tuis in me perpetuis benèficiis negare. Et eram iam hanc rem
ingressus, cum intellexi hoc opus non satis ex sententia utriusque procedere.
Nam dum munus hoc atque officium maxime studio aggredior, aestus quidam
j]igcnii longe a continente, ut dicitur, evexit, neque satis potui in ilio
inventionis calore quid sibi ista quae dicitur circumcisa brevitas deside-
raret, attendere. Est tamen animus et quidem ingens cum otium erit experiri,
quod in praesentiarum facturus eram. Res si eventum quem opto habuerit, tum, si
tibi videbitur, iubebis (4) magis elimata in Ora- to r e m tuum ab aliquo
librario nobili tran sferan tur, ut qui unus omnium, quod alias ad te scripsisse
meminimus, res ornatissimas habere studes, etiam librum istum ex (5) libris
Ciceronis divinissimum et quo summe delectaris non tantum optimum sed etiam
pulcherrimum habeas. Vale. Il contenuto della lettera è chiarissimo. Il
Barzizza aveva ricevuto dal suo scolare Giovanni Cornelio (Cor- ner), patrizio
veneto, una copia del De oratore, da cor- reggere. Egli la emendò, togliendo
gli errori materiali, nati dalla falsa interpretazione dei segni alfabetici e
dall'ignoranza del copista, e la collazionò con altri co- dici antichi. Divise
poi l'opera in gruppi, a cui premise (i) ut om. cod. I (2) et] ex cod. \ (3)
poUicitus om. cod. \ (4) ui- debis cod, \ (5) ex om. cod. i. — CICERONE. ro9
dei sommari, e in capitoli. Dove c'erano lacune, cercò con supplementi marginali
di riconnettere il filo del liscorso. Si era proposto anche di aggiungervi un
om mento, ma altre occupazioni ne lo distolsero. La- nciava poi al Corner la
cura di far trascrivere il co- dice con bella calligrafia. E il Corner lo fece
vera- nente trascrivere da un copista, il cui nome ha le ini- ziali R. S.
Questo esemplare elegante esiste ancora oggi ed è l codice E 127 sup. dell'
Ambrosiana di Milano, ap- i)artenuto appunto alla famiglia Corner (i). Il
codice e membranaceo, di ff. 91, numerati dallo stesso copi- sta. Contiene
mutili il De oratore e VOrator; il De ora- tore è diviso in tre libri; al f.
70V segue il frammento dell' Orator, come libro quarto. Tutta 1' opera è divisa
in tractatus, preceduti da larghi sommari, e in capi- tuia, con un breve cenno
del contenuto. Il libro I comprende quattro trattati: il primo con due
capitoli, il secondo con sei, il terzo e il quarto ciascuno con luattro. Il
libro II comprende pure quattro trattati: il primo con quattro capitoli, il
terzo (è saltato per er- rore il secondo) con quattordici, il quarto con
cinque, il quinto con due. Il libro III comprende anche quat- tro trattati: il
orimo con tre capitoli, il secondo con due, il terzo con nove, il terzo
(erroneamente invece ( I ) Cfr. Detlefsen nelle Verhandiuni^en der Philoiog. in
A'/>A Leipag» 1870, p. 95 e 106. Sul foglio di guardia al principio si
legge: Qutsto libro tra dt la C^ (^™ Commi«»aria) dt m. Zuan Corner et tocco
poi 'ila CJ^ di m. Fantin Corner in la division fatta dacordo tra mi òfnt-
(letto Corti' ner adì 4 luio t§02. nò R. SABFADINI. di quarto) con uno. Il
libro IV (1' Orator) comprende tre trattati: il primo con due capitoli, il
secondo con due, il terzo con cinque. I supplementi sono di due specie: gli uni
marginali, gli altri alla fine dell'opera. Cominciamo dai marginali: f. 14V,
alle parole del testo: impellere atque hortari solebat. Satis esse (I, 26) in
margine è notato: Aliquid tale suppleri posset ante illum textum satis e s s e
; e segue un piccolo supplemento. — f. 20V in margine: kic deficit textus in
fine huius capituli; nessun supple- mento. — f. 37V, alle parole del testo: in
civitate in foro accidere miremur (II, 192) si legge in margine: Verba haec non
sunt de textu sed per Gasparinum Per- gamensem excogitata quoniam his similia in
litera de- ficiunt; segue un supplemento. — f. 63, alle parole del testo: Quid
ergo iste Crassus quoniam eius aòuteris nomine (III, 171) si legge in margine:
deficit textus. — f. 64V, alle parole del testo: dactyli et anapaesti et spon-
daei pedem invitant (III, 182) in margine è notato: de- ficit textus. — f. 65
V, alle parole del testo: sed eo te- nore laudandi quidem (III, 189) in margine
si legge: hic deficit textus. Devo avvertire che il codice fu emen- dato da una
seconda mano, forse dello stesso Barzizza, la quale cancellò le note marginali
dei ff. 37V, 63, 65V. - I supplementi alla fine del manoscritto vanno dal f. 85
V al f. 9 IV. Portano il titolo di Additiones e sono tre. Il primo passo (II
13-18) ha in margine que- sta nota: f. 85 v Circa principium. secundi libri,
verba sunt Catulli. Il secondo passo (II 50-60) ha in margine quest'altra nota:
f. 86 Circa principium etiam secundi CICERONE. libri in capitulo quod incipit:
T u m Ma rcus Anto- n i u s . Il terzo passo, assai più lungo (Il 245-287), ha
in margine la nota; f. 87 Circa medium secundi libri. Le Additiones sono quei
frammenti da poco scoperti, di cui parlano le lettere del Barzizza sopra
citate. Il più lungo veniva da alcuni giustamente collocato nella lacuna II,
245-287. Infatti al f. 44V, proprio in quel punto del testo, si legge questa
nota marginale: Ante hunc textum colliguntur (II 288) reponitur a qui- busdam
Addillo ultijna, quae est in fine libri posila, prout fertur quodam in veteri
codice repertum. Cotali Additiones risalgono verisimilmente a qualche copia
tratta dall' Abrincensis, quando esso aveva sof- ferto minori perdite. Ed ora
veniamo ai codici integri. (*) Tutti i codici in- tegri derivano da un solo
archetipo, quello di Lodi, che conteneva le cinque opere rettoriche di Cicerone
in quest' ordine: la Rettorica vecchia, la nuova, il De oratore, X Orator, il
Brutus; il Brutus in fine mancava di un foglio. L' archetipo fu trovato da
Gerardo Lan- driani, vescovo di Lodi, nella cattedrale di quella città, nella
seconda metà del 1421. L'archetipo non fu po- tuto leggere dal suo scopritore,
il quale lo mandò al Barzizza a Milano. Ma prima che questo mutamento di
domicilio avvenisse, corsero delle trattative fra i due valentuomini, delle
quali fu intermediario Giovanni Omodei. L*Oniodei infatti portò il codice a
Milano al Barzizza e ne riportò la prima copia al Landriani. Ciò (') f'omparvf
1.1 prima volta in RÌTÌsttì di filoloi^ia XVT. 1887. lOfi-IIJ- 112 A.
SABBADENT. si rileva da un passo di una lettera del Barzizza al Landriani. Gasparinus
Barzizius Gerardo Landriano Laudensi episcopo s. p. d. Etsi voluptate maxima
affectus sim, Pater Reverendissime, quod ad me Oratorem a te compertum
misisses, multo tamen maiore gaudio cumulari me sensi cum a lohanne Homodeo,
homine, ut iiosti, tuae di- gnitatis observantissimo, me amari a te plurimum
intellexi... Feci autem ut prò ilio vetustissimo ac paene ad nullum usum apto
novum manu hominis doctissimi scriptum, ad illud exemplar correctum, alium
codicem haberes, quem ad te prò tuo is (Homodeus) defert, qui primus munus hoc
a tua in eum singulari benivolentia prò me impetravit. Nunc ad te librum nudum
ac inomatum mitto. Neque mihi enim aliter per occupa- tiones meas licuit, nec
prius exemplari a librario meo, qui hoc exemplo usus fuit, tametsi instarem,
potuit.... (i). L* Omodei era un giureconsulto milanese, che alla dottrina e
alla cultura letteraria accoppiava gentilezza d'animo. Negli anni 1421 e 1424
fu rettore della fa.- coltà di leggi nell'università di Pavia, nel 1447 capita-
no della repubblica milanese (2). Egli era amico inti- mo del Landriani e certo
lui portò da Lodi al Barzizza la notizia del nuovo codice e avviò le prime
pratiche per farlo passare a Milano. Questo mi pare che si de- duca da una
lettera inedita del Barzizza al Landriani. Saepe me lohannes Homodeus convenit,
Pater Reverendissime, vir ut nosti tuae dignitatis observantissimus, qui ubi
mandata tua super libro (i) Barzizii Opera, I, p. 215. Confrontata col cod.
Ambros. P4 sup. f. 54, che ha assai miglior lezione; p. e. exemplari in luogo
di expediri. (2) Memorie e documenti per la storia dell'Università di Pavia,
1878, I, p. 8; 38; Paolo Sangiorgio, Cenni storici della Università di Pavia t
Milano, Milano, 1831, p. 99. De oratore exposuit, omiiis paene eius sermo de
tua benivolentia, de modestia, de religione, de sapientia tua ab eo consumitur.
Cum vero de studiis humanitatis forte mentio inter nos orta esset, ita egregie
de tua dominatione et sentit et loquitur, ut cum te propter multa, quae in
paucis praelatis reperiuntur, maximi faciam, tum quod te studiis istis mirifice
delectari dicit, tanto in te amore et reverentia succendor, ut huic meo in te
animo incredibilem accessionem sentiam. Vale (i). La lettera veramente è
anepigrafa, ma si sente che è indirizzata a un alto prelato. In margine si
legge, di seconda mano : Gziai'i[nus] Vero[_nensis]. Ma non è di Guarino, il
quale non fu mai in relazione con l'O- modei; e poi come si potevano vedere
spesso (saepe me convenit), se Guarino stava a Verona, l'Omodei a Pavia e
Milano? Lo scambio del resto tra Guar\inus\ Ver\pnensis\ e Gua\sparinus\
Per\_gamciisis\ ha fatto spesso attribuire dai copisti all' uno le lettere
dell' altro. Senza di che la presente lettera ha intere frasi comuni all'altra
so- pra citata: vir ut nosti tuae dignitatis oòscrvantissimus. Sicché non vi è
dubbio che essa è del Barzizza al Landriani e anteriore alla venuta
dell'archetipo a Mi- l.'ino. Giunto l'archetipo, il Barzizza ne fece trarre la
prima copia, com' era dovere di cortesia, per il Landriani. Questa copia fu
tratta da Cosimo Cremonese, come si ha da una notizia del Biondo: Cum nullus
Mediolani esset repertuSy qui eius vetusti codici s iitteram sciret le^ gere^
Cosmus quidam egregii ingenii Qremoftettsis tres de i; Cod. Riccardiano 779, f.
225. K. i^ABBADUfl, Tuti latini. S. 114 ^' SAfiàADI^i. Oratore libros primus
transcrii>sit multiplicataque inde exetnpla oirtneni Italiarn
desideratissimo codice repieve- runt (i). Ora si vuol sapere chi era questo
Cosimo Cremo- nese, che fu troppo ingiustamente dimenticato; ed io mi ingegnerò
di trovarlo, quantunque mi sia necessa- rio prendere il giro un po' alla
larg'a; ma quando una questione si deve risolvere, non bisogna guardare se la
via è breve o lunga. Intanto per orientare il lettore dico subito che io voglio
dimostrare, come quel Cosimo Cremonese sia identico al Cremonese Cosimo
Raimondi e che il Rai- mondi fu scolare del Barzizza a Milano negli anni 142
2-1 42 3: da queste premesse seguirà spontanea la conseguenza che il Raimondi
fu il copista del codice di Lodi. Che Cosimo Raimondi fosse cremonese, risulta
da alcune- intestazioni di sue lettere e discorsi. Vedasi p. es. la seguente:
Cosmae Raymundi Cremofiensis de laudibiis eloquentiae libellus incipit. Questo è il titolo del copista, a cui tien subito
dietro il titolo dell'autore: Magnifico ac splendidissimo militi viroque
sapientissimo d. Johanni Cadarti domÌ7to Bellivesus, Consiliario regio Cosmas
Raymnndus Crcmonensis s. d. p. (2). Quest' elogio dell' eloquenza, in forma di
lettera, fu dal Raimondi scritto in Avignone nel 1431, dov'egli teneva scuola.
Ivi era anche del 1432; infatti in data <i) FI. Biondi Opera, Basileae,
1559, I, pag. 346. (2) Cod. Ambrosiano M 44 sup., f. 2o6v; cod. lat. di Parigi
7808- ì. — dlCERONK. I 15 Éx Aviniofie hai. noiL 1432 egli manda quel discorso
all'amico Antonio Canobio (i) Il Raimondi, che doveva essere alquanto strano,
vi- veva all'estero da parecchio tempo, dove un po' stu- diando, un po'
insegnando campucchiava a stento la vita. La ragione della sua migrazione era che
essen- dogli stata negata una posizione soddisfacente in Ita- lia, la andò a
cercar fuori. Questo egli dice in una supplica indirizzata dall' estero, forse
da Avignone, al senato di Milano, a cui si raccomanda per essere de- gnamente
collocato in quella città. Egli vanta i suoi studi, che prima furono letterari
e presentemente erano filosofici. Spiega le ragioni del suo volontario esilio,
e come venuto a Milano a cercar fortuna e dimoratovi inutilmente un anno e un
mese (annum et mensem), ne era dovuto partire deluso. Ecco l'intestazione della
supplica: Reverendissimo ac tnagiiificis sapientissimisque et ornatissimis
viris Scnatui et Ducalibus patribus con- scriptis Mediolanensibus Costnas
Raimondus Cremonensis obsequentissimum se dicit (2). Contemporaneamente il
Raimondi faceva isum/a an- che a Giovanni Corvini, segretario ducale. Nella
lettera parlando dei suoi studi e dicendo eh' egli non ebbe maestri, soggiunge:
NUi forte debeat «atìs illud tacere quod Gasparinum audivcrini Per- gamcnuem;
fatcor cquidem et prae me fero audÌBt»e illum idque etiam eiiAe (actuin gaudco.
Sc<i sì quibus est a me auditus omnis in unum (1) Cod. Ambros. cit., f. J06
(2) Cfxl. Anil)ir>m':in(> \\ \ì.\ 1 I<) K. SAIJUAOIN'I, conferaiitur
dies, vix auditionis et studii quod factum apud illum sit sex et trium mensium
adnumerare tempus queam. Quem saltem ipsum pa- rentem ac deum nostrae aetatis
eloquentiae (et quo mortuo [1431] una mihi interisse videretur oratoria, nisi
quod adhuc in te ipso residet) uti- nam audire diutius potuissem (i). Rimane
cosi assodato che Cosimo Raimondi era cremonese, che visse un anno e un mese a
Milano e che in quel tempo fu alunno del Barzizza per sei e tre mesi; il che
non può significare se non il semestre di un anno scolastico e il trimestre di
un altro. Ora vediamo in che tempo cadono V anno e il mese del suo soggiorno in
Milano. Questo punto sarà chiarito da una lettera inedita dello stesso Raimondi
all'arci- vescovo di Milano Bartolomeo Capra. Reverendissimo d. B[artholom£oJ
archiepiscopo Medi[olanensi] Costnas Ray[mundus] s. d. Compulsus commotus sum
fama et celebritate nominis tui tuorumque studiorum, ut, quanquam tibi antehac
igiiotus fuerim, tamen hanc ad te scriberem. Nam cum hae tuae gestae res sint,
ut propter earum am- plitudinem summam adeplus gloriam videare tantumque
studiis optimis omnibus praestes, ut tantus nullus honos excogitari possit, quo
non tu dignus iudiceris: etsi tum me dignitas tua, tura sapientia a scribendo
deterrebant (Cicer., Brut., 262), tamen vel arrogans videri potius quam yacuus
ab bis litteris esse volui. Nihil igitur scito neque gratius neque iocundius
mihi quicquam fore, quam si exploratum habuero parte aliqua humanitatis tuae me
abs te complexum (2) iri atque in tuorum numero ascribi. Quod ut quasi quadam
necessitudine facere te oportere intelli- geres, contexerem paulo altius hanc
epistolam, si id et huius temporis ratio nunc postularet et difficile esse
existimarem a te quod quisque rellet impetrare. (i) Ib., f. io8v. (2)
complexurum eoa. I. — CICERONE. 117 Corametnorarem in primis eandem et tibi et
mihi communem patriam esse, quae cura alienissimos quoque iiiter se conciliare
soleat, te non sinerct quin a quo plurimum diligerere, in eum etiam amoris tui
plu- mum impartitum esse velles. Adderem deinde quod avunculus mihi est vir
optimus et iuris civilis scientia (1) praestantissimus tuaeque dignitatis
amantissimus d. Antonius Oldoviuus, quo vel uno Iretus cum illum tanti facias
quanti certe facis, non dubito quin et iamnunc repente in animura tuum
influxerira. Praeterea adiungerem me hisdem studiis delectari quibus tu
tantique studia oratoria lacere, quae tibi sant iocundissima, ut qui horum
expertes essent, quamvis in summo honore et fortuna constituti, tamen hos ne
(2) satis quidem amplos homines et gloriosos (3) haben- dos non putarem. Quod
si (4) mihi omnia deessent, illud certe me adiuvaret, quod sin- gularis
humanitas tua, qua te unum inter omnes maxime excellere affir- mant, non
pateretur tam propensam erga te voluntatem meain benivo- lentiae tuae immunem
esse. Veruni de tua in me benivolentia non du- ' ito, ut etiam mihi persuadeam
me non tantum a te amari, sed vebe- enter etiam amari. Illud potius vereor, ne
quod fortassis novo genere sum usus ad te ribendi, parum a me dignitatis tuae
rationem habitom esse existimes. on enim (5) initio cpistolae appinxi quae cum
vobis praelatis, sic enim pcllamini, apponi solent (6) « In Christo patri et
domino, dei et apo- • )Iicae sedis gratia * et cetera huiusmodi
confabulationis; quae quidem ^o de industria omnia praeterii quod Tullianae
dolitine, qunnun ut au- o curiosissimus es, respuere haec videntur. Hanc ego
cum Mediolanum adventare diceren.s um m itinere dari obviam volui, tam sum
convenicndi tui cupidus; quod si mihi per oc- ipationes meas licuisset, ad te
ipsc profectus essem; quanquam ut spero rftiunde epistola meam viccm gcrct (7).
(1) scieotie eot^.
(a) ne] me tot/. (3) et glorioso»; hominc<; an/. (4) quorl xij quaxi cct/.
(5) enim) ctim foJ. (6) solet cod. (7) epistola mercem geret <W. OkI. Kiccardiano 779, (. 1S4, I I 8 R. SABBAOINI. La
lettera, oltre di dare una buona notizia sulla fa- miglia del Raimondi,
riconferma che la sua patria era Cremona, giacche Bartolomeo Capra era
certamente cremonese (i). Tutto sta fissarne la data, la quale manca secondo il
solito. La lettera fu scritta nel tempo che il Capra entrava a prender possesso
dell' arcive- scovado di Milano. Leggiamo nella Cronaca Bossiana (2):
'Bartholomeus Capra CVI (numero d'ordine occupato dal Capra nella serie dei
vescovi di Milano) creatus, ad sedem septimo calendas martias anno domini 1423
summo cum ho- nore venit '. Perciò il Capra prese possesso della sua sede il 23
febbraio 1423. In questo tempo dunque il Raimondi stava a Milano e ci doveva
essere dalla prima metcà dell'anno precedente (1422), nel quale tras- se la
copia del codice Laudense. Questa è la data (*) da me proposta, sin dal 1887,
del soggiorno di Cosimo a Milano. Ma essa fu risoluta- mente impugnata: prima
dal Novati e dal Lafaye (3), (i) Argelati, Script. Medici., I, 2, p. 284;
Murat., Rer. Ilal. Script., XVII, 1300. E meglio ora F. Novati, Bari, della
Capra ed i primi sìioi passi in Corte di Roma, in Roma e la Lombardia, Milano
1903, 30. (2) Chronica Bossiana, Mediolani 1492, penultima pagina. (*) Questo §
è nuovo. (3) Fr. Novati et G. Lafaye, L'anthologic d' un kuma?tiste italien au
XV siede (estratto da Mélanges d'archeologie et d'histoire), Rome 1892, 42-44.
I due autori recano molte nuove notizie sul Raimondi, 39-53, specialmente sulla
sua dimora ad Avignone, dove miseramente s'impiccò tra la fine del 1435 e il
principio del 1436. I. — CICERONE. 119 poi da G. Mercati (i). I tre miei
contraddittori obiet- tano che difficilmente la lettera di Cosimo al Capra si
pu ò riferire al trionfale ing-resso di costui nella sede dell'arcivescovado,
poiché lo scrivente non avreb- be mancato di accennare alla solennità del
momento. Bisognerà invece supporre che si tratti del ritorno del Capra da una
delle tante legazioni che gli furono af- fidate, e probabilmente da quella
intrapresa nel novem- bre del 1427 presso il duca di Savoia a Torino per
stipulare il matrimonio di Maria di Savoia con Filippo M. Visconti (2). E in
verità devo riconoscere giusta 1' obiezione. Il Novati e il Lafaye notano
inoltre che il Rai- mondi nelle lettere inviate da Avignone negli anni 1429-32
parla del suo arrivo nella città provenzale come di cosa recente: ciò che non
potrebbe sussistere s'egli avesse abbandonata Milano, com'io proponevo, sin dal
1423; onde il soggiorno del Raimondi a Milano andrebbe trasportato agli anni
1427-28. Anche quest' obiezione è giusta. E allora come si concilia tutto
questo con la copia del codice Laudense da lui tratta nel 1422 ? I due
contraddittori, Novatt- e Lafaye, sciolgono così l' im- broglio: che il codice
Laudense fu mandato a copiare (1) G. Mercati, Cosma Raintondi Cremoftese ecc.
(estratto da Studi e documenti di storia e diritto^ XV), Roma 1894, 47-48. Qui
sono rac- colte ulteriori notizie hul Raimondi, 5-21, desunte da un codice
Clas- sense di Ravenna. (2) Giidlni, Memorit della citta t campagna di Milano^
Milano 1857, VI 298. I20 R. SABBAUINI. al Raimondi fuori dì Milano, forse a
Cremona, dov'agii si trovava. Dal canto mio se accetto le obiezioni, non mi so
acquietare alla soluzione. Mi ripugna pensare che il Barzizza, venuto in
possesso del prezioso archetipo, l'abbia mandato fuori di Milano, sia pure
mettendolo in mani fidate. E a quale scuola aveva 1' autodidacta Raimondi
imparato tanto bene a decifrare codici dif- ficili, se non a quella dello
stesso Barzizza ? Il quale nella seconda metà del 1421 passò da Padova a Mi-
lano e neir ottobre o novembre dell' anno medesimo aprì i corsi nella nuova
residenza. Il Raimondi allet- tato dalla fama dell' insigne maestro, sarà stato
uno dei primi ad accorrere alle sue lezioni. Non curiamoci della testimonianza
del Biondo e rileggiamo le parole del Barzizza neUa lettera al Landriani (sopra
p. 112): Feci autem ut prò ilio vetustissimo ac paene ad nul- lum usum apto
novum manu hominis do- ctissimi scriptum ad illud exemplar correctum , alium
codicem haberes '. Noi sappiamo ora che Xhomo doctissimus h il Raimondi: e ce
lo figuriamo intento a trascrivere, sotto la sorveglianza del vegliardo e
bonario maestro, il codice poco decifrabile e poi col- lazionare l'apografo con
l'esemplare. E le obiezioni dei miei contraddittori? Si possono risol- vere
ammettendo una doppia visita del Raimondi a Mi- lano: la prima comprendente sex
et trium mensium tem- pus (sopra p. 1 1 6), la seconda annum et mensem (p.
115). I sex et tres menses appartengono agli anni 142 i -1422, quando egli all'
apertura dei corsi barzizziani in Mi- I. — CICERONE. 121 lano venne a
frequentarne le lezioni. L' annus ai mensis vanno distribuiti tra il 1427 e
1428, quando ricompari a Milano non tanto per rag-ioni di studio, quanto per
ottenervi una magfis tratura. Lo afferma egli stesso nelle due succitate
lettere al senato milanese e al Corvini. Ecco il passo della prima (i): Nam cum
essem annum et mensem Mediolani demoratus m a g i- stratus ineundi alicuius
grati a, magis ut litteris quani vitae necessitati, quae summa quidem et est et
erat, satis fieret, nec ullum omnino vel minimum obtinere potuissem,
pergraviter moerens id ipsum temporis, quod fuisset ambitioni impensum, frustra
totum a me consumptum esse; perduci ulterius inaniter meam spem ac dies
inutiliter subduci mihi singulos non sum passus Italiamque aufugiens ob paupcr-
tatem, veteribus meis studiis auscultandum putavi, quae din m u 1- tumque a me
intermissa rogitare cupidius videbantur.... Ed ora il passo della seconda (2):
Sed cum statuissem aliquando unam hanc oratoriam facultatem ac poe- ticam
quoque.... diligentius paululum complecti et recognoscere ob eam- quc causam
Mediolanum ad vos venissem ut magistratum ali- quem nactus simul et ci vitae
quae in actione versatur et bis studiis operam tribuerem.... ♦♦♦ Risolta la
questione della personalità di Cosimo Cre- monese, ri torni amc) al ror^irp
I.nudpTT-p p al Harzizza. Il (1) Cod. Ambros. 1^ 124 sup. f. loh. (2) Ih, f.
109V. Le due lettere sono del gennaio 1431. In quella al senato Tire ancora '
R.mas pater sapicntissimusque vir d. I(acobu8) I^olanus cardinalii
eminentistimus ' (f. 108), che mori il 9 fcbbr. 1431 (( i.iconiuR, V'ttae poni.
II 809); in qnrlb :A Ton'ini è morto Gasp.u-i no Barzizsa, che non era più tra
i 131 (Gaiip. Barzisti, Opera I p ":":"'"TT r 122 R.
SABBADINI. codice passò in suo potere (*), com'eg-li stesso afferma nella
seconda edizione, uscita a Milano tra il 1422 e il 1430, della sua Orthographia
(i). Cosi scrive infatti là, dove tratta dell' u arcaico: ' Similiter U prò i
in plerisque scribi non solum codices antiqui sed quorundam etiam modemorum
usus testatur, ut 1 u b e t prò 1 i b e t , herciscundum prò herciscendum; inde
familie herciscunde (Cic. de or. I 237) prò herciscende idest dividende; est
enim h e r e i - scere idem quod hereditatem scindere. Et pene omnia
superlativa, velut inantiquissimo codice meo legi, ubi tres expleti De oratore
libri ad Q. f., item Orator ad Brutum et alius qui Brutus dicitur contine- tur
'. Le parole in mitiquissimo codice meo significano piena proprietà. Sugli
apografi (**) tratti con la cooperazione del Bar- zizza dall' archetipo
laudense dà sufficienti informa- zioni la lettera di lui, più sopra citata (p.
112), alLan- driani, dalla quale ripeto il passo che fa al caso nostro: * Feci
autem ut prò ilio vetustissimo ac pene ad nullum usum apto novum manu hominis
doctissimi scriptum, ad illud exemplar correctum, alium codicem haberes, quem
ad te prò tuo is (Homodeus) defert, qui primus munus hoc a tua in eum singulari
benivolentia prò me (*| Comparve la prima volta in Studi ital. filol. class. V,
1897,369. (i) Cod. dell'Università di Pavia 253 f. 13V. Sulle due edizioni del-
l' Orthographia cfr. R. Sabbadini in Studi ital. filol. class. XI, 1903 364-68.
{**) Comparve la prima volta in Rivista di filologia XVI, 1887, I13- 118. Ma la
trattazione è interamente rifatta. I. — CICERONE. 123 impetravit. Nunc ad te
librum nudum ac inomatum mitto. Neque mihi enim aliter per occupationes meas
licuit, nec prius exemplari a librano meo, qui hoc exemplo usus fuit, tametsi
instarem, potuit '. Si mediti diligentemente questa lettera, tanto più ora che
il confronto con la redazione manoscritta del cod. Ambros. sostituisce
vantaggiosamente aM'expediri della stampa il più esatto exemplari. Il Barzizza
parla di un homo doctissimus e di un librar ius meus: il dot- tissimo uomo è,
ormai lo sappiamo, Cosimo Raimondi; r altro è il copista che sta al servizio
del Barzizza. Inoltre occorre distinguere 1* exemplar da hoc exemplo: exemplar
è X archetipo Laudense, exemplmn è 1' apo- grafo tratto dal Raimondi. Dunque il
Barzizza fa alle- stire dal Raimondi un ^lpog^afo per il Landriani; ma prima di
mandarglielo, ne fa preparare dal suo ama- nuense un ahro apografo per uso
proprio. Ciò ha ca- gionato perdita di tempo: di che il Barzizza chiede scusa
al vescovo. Dei due apografi, quello di mano del Raimondi, de- stinato al
Landriani, s* è perduto; l' altro, eseguito di sul Raimondiano per uso del
Barzizza, c'è rimasto, ma diviso in due codici: l'uno il Vatic. Palatino 1469 (i),
che contiene il De oratore e XOrator, l'altro il Nazio- nale di Napoli IV B 43
(2), che contiene il fìrutus. ^ ' ■Arihi'ù\u\ T audense f<)mpn»Tv^"v •
'•'>me s'è av\'<'r- (U Degnilo \}. e. da V. Ilccnlcgcn; M. lulli
Ciccronii OraU^r, Lip- •iac ifiR4. XV-XVI. ; Stangl: M. Tulli Ciceronis Brutus,
I.lpsitc 1886, IX, XVUJ. 124 ^' SABBADINI. tito, cinque opere rettoriche, ma il
Barzizza e con lui gli altri umanisti s' interessarono delle sole tre , che
erano o in parte o del tutto nuove: il De orat., X Or. e il Br. Il codice
Palatino ha la sottoscrizione : Ex vetustissimo Codice. Libri tres de Oratore
ad Q.fratrem. Item orator ad M. Brutum transcripti perfectique expli- ciunt. et
ad exemplar emendati: sottoscrizione che il Heerdegen (i) crede di mano del Barzizza,
come di mano sua crede le correzioni marginali. Io ne dubito, anzi lo nego,
dopo d' aver raffrontato quella scrittura con le note autografe del Barzizza
nel codice Vatic. 1773 (2). Il codice Napoletano reca alcune importanti note di
possesso: al principio: Guiniforti Barzizii; A. jfani Par- rhasii et amicorum
Mediolani emptus aureolo; alla fine: Antonii Seripandi ex 7 ani Parrhasii
testamento. Vale a dire: da Gasparino Barzizza lo ereditò il figlio Gui-
niforte; il Parrasio lo acquistò a Milano dagli eredi dei Barzizza e lo legò in
testamento al cardinale Se- ripando. Di qualche peripezia del codice
Napoletano, vivente Gasparino, e' informa la seguente lettera di costui:
Postquam (*) B r u t u s noster ad me rediit, pater reverendissime, sepe illum,
ut pollicitus eram, mittere ad te volui, sed incidi in homi- (i) op. cit. XVI.
(2) Su questo codice vedi R. Sabbadini in Studi Hai. filol. class. V, 1897,
390-92. (*) Questa lettera comparve la prima volta nell'opuscolo: Studi di Ga-
sparino Bar tizia su Quintiliano e Cicerone, Livorno 1886, 13. li — ClCkKONÉi.
li^ nes aut minus [properandi] (i) cupidos aut qui iiegotium, quod (2) tum eis
committerem (3) non intelligebant. Quorum alterum (4) faciebat ut ne is (5)
tarde traderetur timerem, alterum (6) ne toto ilio itinere (7) Brutus noster
male exceptus (8) minus honeste (9) in manus tuas veni- ret (ic. Maximas itaque
gratias, pater optime, habeo sapientie tue, qui provinciam hanc commisisti
lacobo Bracello (11), homini honestissimo ac in bis ipsis [studiis] (12)
humanitatis egregie docto, quibus ut ceteris re- bus apprimc deiectaris. Causam
tarditatis mee vides; quare (13) si plu- sculis (14) diebus forte eum apud te
habueris, quam studiis meis condu- cat, nihil erit quod tuum in hac re
desiderare officium possim. Ipse ante accusationem (15) defensionem prescripsit
(16); quanquam quid (17) est apud me quod (18) non prius tuum quam meum fuerit?
Vale et de me ut facis semper cogita. La lettera non ha intestazione, ma dall'
apostrofe pater rever ni dissime si rileva che è indirizzata a un alto "
prelato, il quale doveva risiedere a Genova, per- (1) properandi oni. in lac.
cvd. (2) quibus cod.
(3) committere cod. (4) alter cod. (5) bis cod. (6) tradcret timeretur alter
ccd. (7) tenere cod. (8) excipitur cod, (9)
hoKtem cod. (io) venire cod. (11) Braceao cod. (12) studiis om. cod. ( 1 3)
quac cod. 114) plus tulÌK cod, (15) occupationcm cod. ( 1 6) pcrscripsit cod.
(17) quidquid cod. (iH) qui cod. ̱b R. SABBADINI. che Giacomo Bracello, a cui
è affidata la commissione, era cancelliere g-enovese. Queste due circostanze ci
portiino al 1428, quando era g-overnatore di Genova l'arcivescovo milanese
Bartolomeo della Capra, che appunto in queir anno mandò il cancelliere Bracello
a Milano a congratularsi delle nozze di Filippo M. Vi- sconti con Maria di
Savoia (i). Al Capra pertanto il Barzizza prestò il suo Brutus, dopo che gli
era ritor- nato da un altro prestito. E chiaro da quanto sin qui s'è detto che
i due co- dici Barzizziani derivano dall'archetipo Laudense indi- rettamente
per via dell'apografo Raimondiano. Del- l'origine indiretta abbiamo un altro
indizio, che in essi cioè le tre opere mostrano una divisione in capitoli:
divisione che non si poteva eseguire in una copia di- retta. La divisione in
capitoli l'aveva il Barzizza adot- tata per i testi mutili e ora 1' estese ai
testi integri. Essa era già compiuta prima dell'ottobre del 1422, perchè il
Biondo vi allude scherzevolmente nella sua copia del Brutus (cod. Ottobon.
1592) allestita in quel mese (2) per Guarino. Giunto infatti al § 48, dove nel-
l'apografo Barzìzziano cade lo spazio per la segnatura di un capitolo, scrive
in margine: In v eteri continuai textus ubique sine capitulo vel testiculo (3);
verum unde hec c(apitul)a, tu mi Guar(ine) iìttellegis. (i) C. Braggio, Giacomo
BracelU e l'umanesimo dei Liguri al suo tempo, Genova 1891, 14. (2) Cosi
sottoscrive il 'Biondo'. Scripsi huvc Bruttcm Mediolani a noni s ad ydus
octobres 1422 ad exemplar vetustissimum repertum nuper Laude. (3) Il Biondo
gioca sull'equivoco testiculus, texticulus. t. - CICERONE. iij Nel medesimo
anno 1422 fu tratta dal vescovo di Como Francesco Bossi una nuova copia delle
tre opere, che ora si conserva nel codice Ottoboniano 2057, co^ ^^® sottoscrizioni:
una breve del copista: MCCCCXXII die penultimo novembris in sero finii; e una
lung-a del correttore: M. Tullii Ciceronis de oratore. Ora- tor. Briitus libri
felicitcr expliciunt, qui sunt reverendissi- mi in Christo pairis et doìnini
domini Francisci Bossii Mediolanensis, Episcopi Cumani ac Comitts iurisque
utrius doctoris, virique gravissimi et pacatissimi domini An- thonii Bossii
filii ducalis consiliarii et quaestoris. Qui tres oratorii libri correrti
auscultati collecti emendati confor- mati et iustificati fuerunt cum codice
ilio vetustissimo et ipsa intuitione religionem quandam mentibus hominum
inferente, quem rever. pater et dominus dominus Gerar- ius Landrianus Episcppus
Laudensis et Co7nes in archi- zio ecclesiae suae repperit litterarum cupidi or,
per Anto- nium lohannis, Simonem Petri Bossios et me Franciscum Viglevium {i)
de Ardici is quamvis cursim MCCCCXXV die XXVI aprili s In di et ione ter eia,
in civitate Papiae studiorum anatre. Non inveni plura in perveteri codice^
fortunac quidem iniquitas id totum si tamcn quiddam erat rccidit. Eo tamen
urgeor quod ista dicendi divinitas multos annos obltviosa et in eulta sic
irreligiose prostitit. Ni quidem fuisset dicti praesulis Laudensis solers bene
dicendi studium vigilantiaque industris iterum divino carcremus hoc muncre (
Vide quaeso priscorum incuriam) l'igievius è r etnico e vale quanto
Vigiivinentis ostia nativo di Ì2S R. SAtìliAlJiv'l. cuius inventioìie
quamplurimum famae et perkennitatis sortitus est. Sed idem Cumanus aut paris
est gloriae vel non tninoris felicitatisi propterea quod primum (per la prima
volta) veterem et superiorem codicem non sat a plerisque legibilem oh
antiquarum litterarum effigie^n sti- luntque incogiiitum in latinas et
explicatas bene litteras studioseque interpunctas summa diligentia renovavit.
L' apografo pertanto venne trascritto a Milano nel 1422 e collazionato a Pavia
sull'archetipo nel 1425: a Pavia, dove nei primi mesi di quell'anno si trovava
in vacanza il Barzizza, possessore dell'archetipo. Ecco qui una sua letterina
(*) : Nisi cause quas tibi reddidi, pater o[ptinie projfectioTiem meam atque
reditum impe[diren]t, [tantum] temporis non differrem quin, quod bis prox[imis
fejriis paschalibus (i) senatus iussu factunis sum (2), [stitim] voluntati
vestre ac ceterorum p(atrum) c(onscriptorum) parerem; [sed] quia nundura hoc
mihi per ceteras occupationes meas licet idque summa in me humanitas senatus
permittit, licentia concessa hic paucis diebus utar; interim sarcinulas
componam et, ut aiunt, vasa colligara, ne cum tempus reditus mei venerit, in
mora sim. Vale et me ut facis
commen- datum habeas et reliquis p. e. dominis meis qua moris es benignitate
recommendàre digneris. Ex Papia 3 kal.
martias 1425. Gasparinus Pergamensts quidquid est tuus. Spectatissimo viro ac
gravissi- mo senatori domino T. de V. (3) iuris utriusqut doctori clarissimo
optimo patri et domino egregio, (*) Comparve la letterina la prima volta in
Rivista di filologia XIV, 1885, 426-7. Dal cod. Ambros. P 4 sup. f. iv. La
scrittura in molti luoghi è cancellata, sicché ho dovuto colmare per congettura
le lacune. (i) La Pasqua del 1425 cadde il giorno 8 aprile. (2) sim cod. (3)
Taddiolo da Vimercate, senator ducale, cfr. Argelati Biblioth. Me- diai, n, II
p. 2226. CICERONE, 129 Nella sottoscrizione (*) del codice Ottoboniano il
Viglevio attesta in modo solenne che 1' apografo fu tratto direttamente dal
vescovo Bossi, a cui attribui- sce merito pari a quello dello scopritore
Landriani: Paris est gloriae, perchè veterem et superiorem codicem non sat a
plerisque legibilem in latinas et explicatas bene litteras studioseque
interpunctas summa diligentia reno- vavit: cioè trasformò la scrittura poco
leggibile (insu- lare?) in chiare lettere latine, divise le parole e inter-
punse diligentemente il testo. Tutto questo corrisponde esattamente al codice
Ottoboniano. E non solo il Viglevio dichiara che queir apografo discende
direttamente dal Laudense, ma che fu anzi il primo a esserne derivato: primum
•• renovavit. Il che significa che egli nel 1425 ignorava l'esistenza di Co-
simo Raimondi e del suo apografo; e in verità il Rai- mondi aveva lasciato
Milano sin dalla metà circa del 1422 e il Viglevio non ne doveva aver udito
parlare. Il primo trascrittore o pritnus translator, primus trans- formatoTy
nominato sui margini dell' Ottoboniano, non è e non può essere il Raimondi;
egli è bensi una per- lina in intima relazione col circolo dei Bossi, è in-
imma il vescovo Bossi: e per questa ragione il Vi- .ovio lo chiama anche amicus
noster (i). Ma allora come conciliare la derivazione immediata deirOttoboniano
con la presenza in esso della divisione (♦) Questo 9 è nuovo. (I) StangI op.
cU. p. XX; Heerdegen op, cit. p. XVII. R. SABBADUa, Ttsti latmi. 130 R.
SABBADINi. in capìtoli, quale abbiamo riscontrata sugli apografi Barzizziani ?
In una maniera molto semplice: ammet- tendo cioè che il Bossi trascrisse
l'archetipo tenendosi davanti per comodità gli apografi Barzizziani. Cosi ob-
bliga a credere la cronologia; poiché la copia del Bossi fu tratta nel novembre
del 1422, mentre gli apografi Barzizziani risalgono ai primi mesi di quell'
anno. Una copia delle tre opere, ma indiretta, si fece fare un altro Bossi,
quella che si conserva nel codice Am- brosiano C 75 sup., membranaceo, di bella
scrittura umanistica ed elegantemente miniato. L'iniziale M del libro II de
orai, e l' iniziale / d el libro III recano lo stemma dei Bossi con le sigle
AL., BO., che si risol- vono in Aluisius Bossius. Questo Luigi era fratello del
vescovo Francesco. Verrebbe quindi subito di pensare che Luigi si fosse fatto
trascrivere 1' apografo del fra- tello; ma così non è, perchè la sua copia
deriva dagli apografi Barzizziani (i) ed è probabilmente anteriore a quella del
vescovo. Due altri apografi diretti del Laudense sono il Fio- rentino Nazionale
Conv. soppr. I. 1,14 (questa èia vera segnatura) con VOrator e il Brutus e il
Vaticano 2901 col solo De oratore. Sul Fiorentino mi pare che tutti siano d'
accordo. Intanto esso è cartaceo, privo di ornamenti e col te- sto tutto
continuo senza la divisione in capitoli degli apografi Barzizziani. Inoltre
segue, e fu già notato (i) La dimostrazione mi trarrebbe troppo in lungo; e poi
non ha importanza. I. — élCEltONE. tji dallo Stangl e dal Heerdegen,
scrupolosamente 1' or- tografia classica, dovechè gli altri amanuensi applica-
vano in maggiore o minor misura l'ortografia umani- stica. Tralasciando p. e. i
dittonghi, che sono costan- temente espressi (ae oe), traggo da una pagina,
aperta a caso (f. 55v), queste parole: maxumuniy intellegens^ numquam, volgi,
optinnum, adsideiis, udiente, ta7nquam, voltu, adsensus, qiiamdo, revortar, le
quali ogni altro umanista avrebbe scritto cosi: maximum, intelligens, 7iunquam,
vulgi, optimum, assidens, attente, tanquam, vultu, assensus, quando, revertar.
Ecco una prova pal- mare che l'amanuense copiava fedelmente da un codice assai
antico. L'altro codice, che probabilmente discende in linea retta
dall'archetipo, è il Vaticano 2901. Anch'esso è cartaceo, senza ornamenti e col
testo tutto continuo. Anch' esso riproduce 1' ortografia classica, di cui una
pagina, aperta a caso (f. 3v), offre i seguenti esempi: acula (I 28),
conlaudandum, quidquain, adlicere, iucun- dum, adflictos, olio, conloquium, ai
quali corrispondono le forme dell' uso umanistico: aquula, collaudandum,
quicquam, allicere, iocundum, afjlictos, odo, colloquium. Le note marginali di
questo codice sono della mas- sima importanza, come apparirà dal seguente
saggio: f. 28 (II 40) nel testo scrisse Vox, poi cancellò e in margine segnò
Nox con sopra un v (= vetus), ^' Il (li 91) nel testo Furit in re p. fiifìus,
in marg. vetus fuit abrasum, guod credo dixiss, f. 67 V (UI 187) nel testo
crimen ejffugtam. Quar *♦ i3« R. SABBADINl. tandem, in marg. Quarum. vetus fuit
abrasum et pessime reaptatum (i). f. 30 (II 60) nel testo orationem meam
illorum *. Sed ne latius, con un v. sopra illorum; in marg. cantu quasi color
ari (2). f. 28 (II 42) nel testo expetenda ne esset, in marg. e xp etenda
esset, con la sigla v. (3). f. 28 (II 39) nei te^to vim or atoris cum
exprimeres me subtiliter, con v, sopra exprimeres (4); in marg. expri- mere
subtiliter. f. 66v (III 175) nel testo si efficitur coniunctione ver- borum
siculi versum, sul marg. sinistro vitium est et tamen etiam coniunctionem , sul
marg. destro vetus uon habet additionem (5). f. 69 (III 214) nel testo hoc
totum oratores autem veritatis histriones; su oratores due segni, uno di cor-
ruzione e uno di richiamo; sul marg. sinistro qui sunt veritatis ipsius actores
reliquerunt. Imitatores; sul marg. destro vetus non habet additionem (6). Se
non c'inganniamo, il copista nella revisione del testo teneva davanti a se il
Laudense e un codice (i) Queste due abrasioni del Laudense, di cui non so se ci
siano altre testimonianze, a chi risaliranno ? cfr. p. 142 multa abraserunt.
(2) cantu è dei mutili tardivi; forse il Laudense aveva lacuna dopo illorum.
(3) Perciò ne mancava nel Lau^iense. (4) Dittografia nel Laudense. (5) Questa
lacuna del Laudense è attestata per altra via. (6) Le parole qui sunt —
imitatores^ dei mutili, non erano perciò nel Laadense. I. — CICERONE. 133 della
classe mutila: con questo colmava le lacune di quello. Il Vaticano e il
Fiorentino, rassomiglianti per molti rispetti, non derivano dal medesimo
amanuense. La pasta e la marca della carta sono diverse; diverso r inchiostro,
diversa la scrittura e la proporzione delle abbreviazioni. *** Resta da
comunicare le notizie sulla nuova scoperta, quali si ricavano dall' Epistolario
di Guarino. Venga intanto questa lettera {*) : Guarinus (i) Veronensis snncto
viro M. B. plurimam in christo s. In hoc tuo discessu tibi opto, ut bene ac
feliciter hoc tibi iter eve- niat ac Mediolauensibus ipsis, ad quos
proficisccris; quod ita fora vati- cinor ob cam quam de te apud nos fecisti
experientiara et vitae inte- gritatc et acutissima divinorum documentorum
subtilitate. Quibus ex re- bus universum populum Veronensem mirifica tibi
caritate ac benivolentia dcvinxisti, ita ut quanta suavritate ac iocunditate
omnis nos praesens affeceras, tanto maerore ac molestia discedens torqueas.
Quid enim magnificcntius aut utilius afferre poteras, quam ut virtutum amorem
ac vitioram odiam animis ingenerares et rectam crcdendi viam ? quam non ante
ingredientibus commonstras, quam ipse honeste constanterque fe- ccris, ipsius
salvatoris exemplo , qui non ante docere inceperat quam facere. Cctcrum una res
maerorem hunc publicum solatur et temperai, spes scilicet optatissima rcditus
tui, qua ita futurus (2) es nobis prae- »en«, ut et rcmotus a nobis longinquus
esse nequeas. De his in prae- ■entia latis. Singolare quoddam a tua humanitate
beneficiura petere non dubitabo, (♦) Comparve la prima volta in Studi ital.
filol. class. VII, 1899, 105-6. (1) Cod. ClaMente di Ravenna 419, 8 f. r8v. (i)
Ucturof cod. 134 R« SABBADINI. ctim ita te natimi ita educatum ita institutum
videam, ut bene mereri de hominibus velis et de iis potissinium, quos fidci ac
lesu christi ca- ritas tuae facilitati coniunctos reddidit. Qiiod autem peto
est commune quoddani studiosoiuir) beneficium, qui bisce humanitatis et
liberalium ar- tiuni exercitiis operam dant. Hactenus apud nos obversabatur
liber Ci- ceronis de oratore, ita tamen obtruncatus et dilaniatus, ut cum
maxima pars (l) operit elegantissimi vel temporuni invidia vel maiorum
nostroruni incuria perisset, inemendatum etinra quod reperitur extarct. Hoc
vero tempore fama pcrtulit ad nos librum ipsum integrum absolatum et a vertice,
ut aiunt, ad calcem usque nulla ex parte diminutum repertum «s$e a viro
doctissimo ac sapientissimo Gasparino Bergamensi. Video iam caelum ipsum et
novam hanc aetatem nostris ita favere studiis et eloquentiae incrementis, ut ni
(2) per segnitiem atqiie inertiam deesse no- bis velimus, ad altura quoddam
doctrinarum culmen possimus facile con- scendere. Tuum igitur erit officium,
pater humanissime, ut quamprimum Mediolanum sospes adveneris, convenias
Gasparinum ipsum, cuius fama tam clara est, ut latere non possit (est enim hoc
tempore Mediolani), curesque ut liber iste de quo loquor nuper inventus
transcribatur ope mtque opera Gasparini. Id autem ab co facillime impetrabis;
nam cum doctrina et virtute sit magnus, facilitate placabilitate morum
dulcedine nemini cedit, potissimum cum ad litteratorum commodum uUum praestare
adiumcntum queat. Ts autem liber ipsius Gasparini hospes esse praedi- catur;
quod de industria factum ab ipso Cicerone crediderim, cum plu- rima illi
ornamenta laudesque contulerit et magna ex parte latentem in lucem extulerit.
(Juid vero facilius aut etiam verisimilius sperari potest, quam te praeceptorem
eloquentissimum ab eruditissimo homine impetrare debere, ut romanae princeps
eloquentiae ac recte vivendi magister ad cupidos sui cives perducatur ? ad quos
proinde * facilisque volensque sc- quetur '. Plura non dicam; quaecunque
expenderis in eo libro tran seri - bendo, nobis quom (3) denuntiaveris,
restituentur confestim. Vale, vir integerrime, memor mei. Ex Verona v idus ianuarias (1422). (i) pars om. cod. (2) ni om. cod. (3) quum cod. I. —
CICERONE. 135 Nelle iniziali M. B., che non so risolvere, si nascon- de il nome
di un frate che aveva predicato a Verona r avvento del 142 1 e ora passava a
Milano, dove avreb- be potuto trovare il Barzizza e chiedergli copia del nuovo
codice di Cicerone. La fama giunta a Guarino è ancora incerta e confusa, perchè
egli crede si tratti del solo De oratore e che lo scopritore sia stato lo
stesso Barzizza,; ma se già n' era corsa voce dai primi di gennaio del 1422,
rimane assodato che la scoperta avvenne nella seconda metà del 1421. Nel giugno
(*) del 1422 Guarino mandò a Milano il suo scolare Giovanni Arzignano a prender
copia delle nuove opere : Guarinus Veronensis Gaspariuo Bergomensi sai. pi. d.
( i ). Superiori tempore cum ad nos perlatum est integrum Ciceronis Ora- torem
postliminio et e longis tenebris divinitus credo redisse, magna certe laetitia
fuimus affecti omties qui hac in civitate suraus ab bisce hu- manitatis studi
is non abhorrentes, in quibus tu facile dux et princeps eni- tuisti. Dolebanius
antea niirum in modum quod tam acuta, tam suavia, tam prudentissima eloquentiac
praecepta manca et nescio quo fato mu- tilata ad nos pervenissent, ut cum
effari coepissent media in voce resi- :^tercnt (Verg., Aert., 4, 76). Gratulati
sumus et laudi et sapientiae tiiae, juem ab diis manibus vcl verius Klysiis
canipis renascens ad supcros Cicero primnin in tcrris delcgit hospitem; quod re
quoque ipsa augurari licuerat. Qucm cnim potius quam te Cicero ipse deligeret,
cuius ductu ■itque auspiciis amatur, legitur et per Italorum gymnasia summa cum
gloria volitat ? Gratulati sumuK et nobis et desiderio nostro; nani ab (•)
Comparve U prima volta in Rivista di filologia XJV, 1885, 4*7" 434. (i>
Cod. Eatense 57 f. 172?; eod. Farig. Ut 5854 f. io8v;cod.Bo- dldano Land. 64
(Oxford) f. j. S.. cuius facilitate ac suavitate eum communicatum iri melius
sperare pote- ramus, quam a Gasparino, qui prò innata viriate et animi
magnitudine ad bene de hominibus mcrendum et ad disseminandam hominibus pro-
bitatem ac disciplinam natus educatus et auctus est ? Sicut de Prome- theo
Graeci poetae tradidere, qui ignem idcirco caelitus accepisse lae- tatus est,
uti humano illum generi dispertiret, tu quoque, vir clarissime, in huius tanti
boni partem admitte nos, in hac luce nos illustra, non pu- rum a nobis invicem
illustrandus. Semper enim nostra haec iuventus huiusce menior meriti inter
legendum te praedicabit et laudibus ac agen- dis gratiis tollot in sidera. Hoc
petit abs te splendidissimus equestris et litterarum ordinis vir Johannes
Nicola ( Salernus ), hoc sapientissinnis iuris ac iustitiae consultus Madius,
hoc litterarius nostrae civitatis ordo, hoc Guarinus tuus, in quo ornando
semper elaborasti, nunquam tamen defatigatus. Ipse autem horum omnium legatione
ad te funger; hoc de- nique velit ipse Cicero qui ut ttiam posteritati
prodesset tantas curas vigilias contemplationesque suscepit. Imitare Pisistratum et, ut
plerique scriptum reliquerunt, Lycurgum, magnos et gravissimos viros, Homeri
repertores et digestores. Hi dedita opera illius libros antea latitantes et
dispersos, deinde inventos et collectos, studiosis ediderunt, ut eorum non modo
diligentia sed etiam liberalitas commendaretur. A nobis igitur omnibus venit ad
huraanitatem tuam publice missus eruditus atque op- timus vir Johannes
Arcignanus, qui sponte hoc munus suscepit, ut Ci- ceronem, de quo loquor,
integrum sua opera factum et tua benignitate ad nos referat. Oramus ac
obtestamur omnes te per ea quae tibi caris- sima sunt, ut huic nostrae
cupiditati subvenias et ardori honestissimo. Vale, pater suavissime, et doctissimos filios
Nicolaum et Ginifortem a me salvere iube. Clarus vir Andreas lulianus
recte valet. Ex Verona 14 kal. iul. 1422. L' Arzig-nano ritornò a Verona col solo Oratori e in
un testo non molto corretto, come vedremo (p. 142) dalla relazione del Lamola.
L'arrivo à.^Orator è confermato in una lettera di Guarino da Montorio, il 9
giugno 1424 (Ex Montorio, V idus iunias [1424]) a Lodovico Gon- zaga di
Mantova: < Oratorem (tuum) Ciceronis emen- f . — CTCKRONK. t$7 dare secundum
lectiones coeperam: (i) is quidem ab- solutus, sed non ad ungoiem emendatus
est, uti con- stitueram > (2). Il De oratore lo ebbe invece da Giovanni
Corvini per intercessione del marchese di Ferrara, come dice Guarino stesso in
un' altra lettera, che sarà recata più avanti (n. I, poscritto p. 139). Nel
qual proposito non credo inopportuno ricordare che lo stesso Corvini (del quale
diremo ampiamente più sotto) nei primi mesi del 1423 portò a Firenze il cod.
Fiorentino Nazion. Conv. soppr. I. i, 14. Il cod. Fiorentino comprende, come
s'è veduto (p. 130), \Ora- tor e il Brutus, mentre quello mandato dal Corvini a
Ferrara alla fine del 1422 comprendeva il De oratore. Mi sembra verisimile che
fossero due codici g-emelli, esemplati dal medesimo amanuense. Ed eccoci al Brutus.
Nel 1422 Flavio Biondo, per incarico della sua nativa città di Forlì, si
trovava a Milano e colse queir occasione per trarre una copia del Brutus, la
quale eg-li compiè dal 7 al 15 ottobre e la mandò al Giustiniano a Venezia e a
Guarino a Verona ^-v Ti copia del Biondo esiste nel codice Ot- Mantova nel 1425
fu copiato un C>r<i/i^; infatti il cod. Estense VI D 6, merobr., contiene
il Brutus e 1' Orator, quest' ultimo con la lottoscnzione: Orator ad M. lirutum
feliciter explicit transcriptus per- fectìuque et ab eo exemplari ememiatus,
quod a vttusto ilio codice pri- mum tranteriptum correctumque /utrat, pridit
idus septemò. i43S' Manl$tae. F. C, (a) Cod. Marciano Ut. XI 1:; !. i(>4.
(3) StaugI, op. ctt. p. XVIll. 138 R. SABBADINI. toboniano 1592; da quella ne
trasse un'altra Ugo Ma- zolato, segretario del marchese di Ferrara, e anche
questa esiste nel codice Napoletano Nazionale IV B 36 (i). Di queste due copie
trattano sei lettere di Gua- rino, che io recherò qui o intere o in parte,
secondo che sarà opportuno. I. Guarinus Ugoni (Mazolato) suo amantissimo p. s.
d. (2). Deinde accepi libellum, quem Biondus raeus et doctrina et pnidentia
sane vir primarius tibi ad me dedit, in quo et illius liberalitatem et tuam
probavi diligentiam. Ita enim effectum est ut uno, ut ita dicam, intuitu omnis
qui rationi dicendi dediti fuerint superioris aetatis homi- nes tum graecos tum
latinos spectare licuerit; cuius quidem laetitiae ut prò amicitiae nostrae iure
te participem faciam, ipsum ad te remitto, ut transcribendi facultatem habeas.
Sed unum oro, ut, siquìs apud vos non imperitus sit qui eum transcribat,' et
mihi exarari librum ipsum fa- cias vel papyro; opus dico Ciceronis tantum, nam
in eo volumine duo (3) insunt, ut vides, opuscula. Id autem gratissimum fuerit;
de impensa re- scribes, ut reddam quod exolveris; quanquam si idoneus esset
librarius, membranis transcribi posset; sed facito volumen pusillum. Ex Verona,
V id. decembr. [1422]. (1) Ibi, pp. X; xvni-xix. (2) Cod. Estense 2 f. io8v.
(3) L' uno era il Brutus, V altro il Libdlus de. militia del Bruni, co- piato
dallo stesso Biondo a Milano nel 1422; cfr. Stangl, op. cit., p. XVin. Cod.
Ottobon. 1592 f. 11 De militia àc\ Brxxnì, conXz ioiioscrì- %\ovi^: Leonardus
Arttinus edidit Ftorentic XVIII kal.ianuarii MCCCCXXJ. Ego vero scripsi
Mediolani nonis octobribus MilUsimo CCCCXXII. Guar. suo B, Flavius A. /. I. —
CICERONE. 139 A questa lettera va unito il seg-uente poscritto: Ugo mi
carissime; tua mihi ope opus ac industria, ut ad librum quem habere ardeo
cupiditatc quadam incredibili, nianibus ac pedibus, immo 'ro mente Consilio et
cogitatione tua et Zilioli nostri intendas. Est vir ;idem clarus ac
pnidentissimus, Johannes Arretinus (Corvini) illustris- rni Ducis Mediolani
secretarius; habet Macrobium, ut audio, litteris itiquis, fidelem, eraendatum
ita ut et graecas habeat fide optima in- crtas litteras. Hunc transcribendum
esse cuperem ita ut eius copiam haberemus, sicut intercessione domini
Marchionis habuimus Ciceronem de Oratore. Decrevi non mittere librum (= Brutum),
quia iste ta- bellarius non eis saeptus est vestibus, ut se ab imbre tueri
queat. Nol- Icm ut Ciceronem quoque, fluvio eloquentiac abundantem, pluviis
rcd- 'icrct etiam abundantiorem Scribo ad Biondum; mitte litteras accurate.
Itenim vale. IL Guari nus Flavio (Biondo) suo salutem (i). Gratias et quidem
ingentis tibi, Flavi, tuaeque peregrinationi hal^eo, lande huius occasione et
tua inprimis industria factum est, ut sessione ■\ per tam rcmotos orbis tractus
(L-co8t]^(Òv adeo diversi» natos ae- •ibu« oratorcs visere potucrim. Qua in re
me, quod proprium est ami- ;iac, in tuarnm voluptatum partem vocare delcgisti,
ut veteris instilu- iic proverbii tu tòiv «f.O.wv xoivà faceres. Itaque et absens prac- i MS et
longinquus propinquus fui. [Verona,
dicembre 1422]. ^ od. Ottnbon. 1592 f. 58V. La lettera è autografa di Guarino,
<\y.^\r la scrÌMe sul codice, nell'atto di re«tituirlo. 140 R. S. fl. m.
Guarinus Ugoni (Mazolato) sai. (i) AHquot iam dies misi ad te libellum illum
Ciceronis, quem a Biondo susceperam; adeo cupidus tibi inserviendi, ut vix eius
videndi raihi fa- cultatem reservarim, tuam antehabui voluntatem, cui
morigerari statui. Cupiebam autem ut tu illum tibi mihique transcribi faceres.
Hunc autem Biondus ipse geminatis ad me litteris repetit. Eius postulatis ita
satis- faci<ira, ut si librum absolveris emendaverisque, illum huic nuntio
eius fratri obsignes; sin autem imperfectus est, nuntium vacuum ire sinas. Adiicito te illum paucis post
diebus librum missurum quo volet, aut Imolam aut Faventiam, quo constituet. Habes me. Vale et clarissimo viro lacobo Zilioli me
commenda. Stephanum (Todescum) sai vere a me iube. Vcronae, XI kalendas
ianuarias [1422]. IV. Guarinus Veronensis Flavio suo s. p. d. (2) Non possum
facere quin tibi demulceam caput, humanissime Flavi, qui tam liberaliter mecum
agis in mittendis litteris nunc ex Ferraria, nunc ex Imola Brutum habebis, ut
primum eum absolvero [Verona, 1423]. V. Guarinus Veronensis Flavio suo s. (3).
Codicem (Bruti) habebis ut primum certns occurrat nuntius. . . . Ex Verona, XO
aprilis [1425]. (i) Cod. Nazion. Napol. IV B 36 f. 196V. (2) Cod. Monac. lat.
5369 f. 79V. (3) Cod. Capitol. di Verona CCXCV f. 35. i. — Cicerone. i4i VI. Guarinus suo Flavio s. (i).
Proxime tibi scripsi et rescripsi et Brutum misi; tuum erit de illius et
illarum receptione significare ....... Veronac,
XVIII aprilis [1425]. Delle lettere citate nessuna ha la data dell' anno; ma la
I, la II e la III sono senza dubbio del 1422, perchè si riferiscono alla copia
del Brutus, che fu fatta nell'anno stesso. La IV, stando ai rapporti ch'essa ha
con r epistolario, è probabilmente dell' agosto o del settembre 1423. Le altre
due, la V e la VI, sono si- curamente del 1425, perchè accennano alla peste del
1424 e alla podesteria di Francesco Barbaro a Vicenza, che fu del 1425. Da
ultimo reco due passi di due importantissime lettere, scambiate tra il Lamola e
Guarino. Johannes Immola Guarino Veronensi viro clarissimo s. p. d. (2) Nane
porro ad latinnm textum (Macrobii) corrigendum accedam, si priua tamen ultimam
manum et septimam addam corrcctionem tribas Ciccronis de Oratore libris,
Oratori quoque ipsi et Bnito, quos ex vc- .to ilio, fantore Cambio
(Zambeccario), traduximus velimque hos ipsos ri tibi minui caro» forc Macrobio
ipso, qnos qtiippe noiulum vidisti (1) Cod. Capitol. <U Verona CCXCV f. 34.
(2) Cod. Aruodel 70 f. I29(r. Il testo di questa lettera si presenta ora in ana
lesione assai più corretta che quando Io comunicai la prima ▼olta. 142 R. S. ^. proprios et si te
vidisse putas, falleris. Nec credas inconstaDtiam l'Ilam et volubilitatem
Arzignaniam (i) illos proprios ad nos detulisse, quin ille nos egregie
fraudavit. Hic autem ipso codex, summae quidem venera- tionia et antiquitatis
non vulgaris effigies, ab istis in quorum manibus [fuit] (2) quique ex eo
accurato exemplari excmplum, quod vulgatuin ubi- que est, traduxerunt, summis
ignominiis adfectus est, quippe qui multa non intellexerunt, multa abraserunt
(3), multa mutarunt, multa addiderunt, ut si essent, quemadmodum olim apud
maiores, qui de corruptis tabulis curam agerent, istos inaudita poena plecti
necesse foret; qui si homines non omnino * hebetes neque inexercitati, nec
communium litterarum et politioris C4) humanitatis expertes ' (Cic. de f?r. II
72) fuissent, nunquam in id temeritatis et amentiae incidissent. Sed isti sua
opinione doctis- simi et eruditissimi, mea autem crossissimi et crassissimi
homines, non Ciceronis et bonarum litterarum correctores, sed depravatores, non
praeceptores sed praecipitatores habeant quo digni sunt; si me iudice illis
poena infligenda esset, nullam aliam eis statuerem, nisi ut revivi- sceret (5)
Cicero ipse, quamque (6) grati sibi illi essent omnibus palam rei mille
invectivis faceret. Sed de hoc plura, si aliquando dabitur, co- ram; nolim ut
credas, ni (7) re ipsa et centum et totidem argumentis id tibi probarim; quae
adeo fertilis et copiosa esset ad invehendum ma- teria et iustissima quidem ac
honestissima, ut nulla magis. Ego tamen, quantum diligentiae ac ingenii
peritiacque in me fuit et in nonnullo an- tiquitatis callentissimo viro mecum
idem sentiente, adhibui, ut omnia secundum priorem textum restituerem, notarem
etiam marginibus ubique legationes istorum logodaedalorum et sane barbaricarum
beluarum. Cu- ravi etiam ut usque ad punctum
minimum omnia ad veteris speciem exprimerem, etiam ubi essent nonnullae
vetustatis delirationes, nam vehm (i) Allude a Giovanni Arzignano mandato a
Milano a prendere VO- rator; cfr. sopra p. 136. (2) fuit om. cod. (3) Cfr. sopra
p. 132 n. i. {4) expolitioris (et om.) cod. (5) reminisceret cod. (6) quamquam cod. (7) Tolui ut
creda» in cod. i. — CICERONE. 143 potius cum veteri ilio delirare, quam cum
istis diligentibus sapere . . . Tacebis de depravatoribus istis aut ita
mordebis ut Cambius et ego soli intelligamus Ex Mediolano pridie kalendas
iunias [1428]. Guarinus Veronensis lohanni Lamolae s. p. (i) Accepi postremo
Macrobium et Oratorem (a) Ciceronis, quos illis pro- be litteris depingebas.
Bone Deus ! quantum abs te servatum diligentiae; ut cum sis mirifice
antiquitatis amator, illam Iti transcribendo effingeres et exprimeres, ut vel
minima omnia ab exemplari excerpseris. Meo» igitur emendare horum adiumento
coepi, ut eos meliores faciam, quod ubi assecuti fuerint, non parvns libi sunt
gratias et habituri et acturi. [Verona, giugno-luglio 1428]. Le lettere mancano
dell' anno, ma sono senza dub- bio del 1428, perchè il Laniola nella sua dice
che sta- va a Milano da un anno e mezzo e perchè nell' altra Guarino nomina la
peste, che qua e là cominciava a manifestarsi a Verona; senza dir di altri
indizi, che si deducono dall' intero Epistolario. Cosi si dimo^»^' l'^si^ipn/a
del codice di Lodi an- cora nel 1428. Le parole del Lamola sono molto chiare e
molto gravi. Kgli attesta che tutte le copie che si divulfja- rono delle tre
opere rettoriche di Cicerone derivano da un solo apog-rafo dell' archetipo.
Vorrà intendere forse r apografo fatto trarre dal Barzizza per mezzo (1) Cod.
Ambrosiano H 49 inf. f. I26v. (2) Sotto il titolo generico Oratorem si
comprendono tutte le (rr o- pere rettoriche. ^44 ^' SAfiBADll'l'l. di Cosimo
Raimondi ? Ma dalla nostra esposizione ri- sulta che gli apografi diretti
furono più di uno. Co- munque, sul primo o sui primi copisti il Lamola spande
una sinistra luce, mentre non resta dubbio che la copia tratta da lui avrebbe
ad essere esattissima. Il compito degli editori pertanto delle opere rettoriche
di Cice- rone mi pare che debba essere ora dall' una parte di cercare quella
copia del Lamola, la quale si ricono- scerebbe subito dalle note marginali, e
dall'altra di sot- toporre a più rigoroso esame gli apografi finora co-
nosciuti. Al primo (*) di questi due assunti hanno recente- mente atteso P.
Reis Studia Tulliana ad Oratorem pertinentia (Dissert. Argentar. XII), 1907, e
L. Meister Quaestiones Tullianae ad libros qui inscribuntur De ora- tore
pertinentes, Lipsiae 191 2. Presentemente poi lavora sui codici del De oratore
loh. Stroux, come rileviamo dal suo scritto Neues iiber Cicero de oratore (in Sokra-
tes 1913, 171-176). Quanto concerne il primo compito, il prof. Charles L.
Durham della Cornell University di Ithaca (New York) ha trovato fortunatamente
non proprio V apo- grafo del Lamola, ma una copia di esso, con la sot-
toscrizione (di mano diversa dal copista): Ex emenda- tissimo codice lohannis
Lamole bottoniensis viri eruditis- simi . transcripsit hunc alesius germanus .
et ad eundem (*) Questo § è nuovo. I. — CICERONE. 145 postea entendatus est
(i). Il copista Alessio Tedesco è il medesimo che esemplò nel 1433 un Giustino
con la sottoscrizione: Ex emendatissimo Guarini Veronensis exemplari
transcriptus ab Alessio Germanico anno do- fuini MCCCCXXXIII .post autetn ad
idem exemplar e- mendavit Martinus Rizonus Veronensis^ ipsius Guarini
iiscipulus (2). Martino Rizzoni, il maestro delle famose sorelle No- garola,
teneva cattedra di umanismo a Verona; io pro- pendo a credere che Alessio fosse
al suo servizio in qualità di amanuense; le due sottoscrizioni infatti sono di
tipo uguale. E ora attendiamo la pubblicazione del nuovo apo- g-rafo, sul quale
giustamente si fondano tante speranze. Opere filosofiche a) De officiis I
codici Ambrosiani del " de officiis „ (*) Anzitutto descriviamo brevemente
i codici Ambro- siani, che sono in numero di 2^^ (3^. CoD. Ambrosiano C 29 inf.
membr. I fogli 1-80 formano un solo corpo, sono scritti a (l) Vetlasi la
notizia data da Th. StangI in lUrlin.phihlog. Wochen- schrifl 1913, 829-30. (a)
R. Sabbadini in Musio di antichith classica II, 433. (♦) Comparve la prìma
volta in Rendiauli del r. Jstit. Lomb. se. < leti. ^^» «907» 508-21. (3)
Furono descritti, ma troppo sommariamente, da A. Mai, M. TullU Cieeronis sex
orationum ctc, Mcdiolani 1817, 225 ss. m. SABBADINI, TtSti latini. IO. 146 R.
SABBADINÌ. tutta pagina e appartengono al sec. X e più proba- bilmente alla
prima metà dell* XI. f. 1-48 Cicerone De officiis con la sottoscrizione f. 48V
M. Tullii Ciceronis de offitiis libri tres expliciunt. f. 49 In Lucium
Catilinam incipit liber primus feli- citer. Quousque tandem — f. 67 In Lutium
Catilinam liber mi explicit feliciter. f. 67 Pro M. Marcello. Diuturniì
silentii — f. 71 M. Tullii Ciceronis incipit prò Quinto Ligario. Novum crimen —
f. 75 V Pro Q. Ligario explicit. Incipit prò rege Deio- taro. Cum in omnibus —
f. 8ov conservare clementiae tuae (fine della p. Deiotaro). I fogli 81-156
formano un secondo corpo, sono scritti a due colonne, e appartengono al sec.
XII. Conten- gono frammenti delle Leges roma^iae Visigothorum. Per la
descrizione cfr. Cedex Theodosianus instr. G. Hanel, Bonnae 1842, p. IX-X. f.
15 7v Hanc prosam attuli de moni agut hi festa s. Katerine (25 novembre) anno
M.° CC.° XII.° ab incar- natione domini. Laudes claras canticorum, — , coi
neumi. COD. Ambros. F 42 SUP. membr. sec. XII. Fu di Vincenzo Pinelli. Ha ff.
36 e contiene il solo De of- ficiis; f. I titolo (di mano un po' posteriore):
Liber de officiis tuia Cyceronis, f. 35 sottoscrizione: M. T. C. tres libris
(sic) de officiis expliciiuit feliciter. Di questo codice ho dato ampia
relazione, discuten- done l'ortografia, le omissioni, le trasposizioni, le va-
rianti, la filiazione, nella mia edizione commentata del De officiis (p.
XX-XXXVIII), uscita dalla casa E. Loe- i. — CICERONE. 147 scher, Torino 1889,0
ora esaurita: la seconda edizione è venuta in luce il 1906, ma da essa ho
tolto, per con- servarle meglio il carattere scolastico, la dissertazione sul
codice Ambrosiano (i). CoD. Ambros. H 140 INF. membr. sec. XIIL Fu di Francesco
Cicereio (Ciceri). Contiene il solo De officiis col titolo: Incipit liber Marci
T. C. offitiorum. CoD. Ambros. D 6q inf. membr. sec. XIV-XV. f. I il Somnium
Scipionis di Cicerone — f. 3V Marci Tullii Ciceronis de somno Scipionis
expUcit. Et nota quod istud est illud tnodicum qiiod de re publica ipsius
Tullii reperitur ut asserit Petrarca de re[mediis] utriu- sque forltune] e. 1
18 et etiam ipse idem Tulli us de hoc d[icit] I de tulsculanis] (2) que infra
in principio (?) ad VI (3) cartas. f. 3V Cicerone Paradoxa, f. 9 Tusculan.
quaest., f. 69V De fato, f. 75 frammenti del Timaeus, f. 77 prò Archia, f. 8 1
Topica, f. 9 1 tavola del De officiis, f. 93 De officiis. CoD. Ambros. 1 94
sup. cart. sec. XV. Di due mani. f. I Valerio Massimo — f. 108 Scriptus per f
rat rem 7 achobum de Senis tunc priorem Chigi e. Anno do- mini MCCCCIX (4) die
prima mensis marcii prope XXII (i) Si occupò largamente di questo codice R.
Moilweide i» Wientr Sludien XXVIII, 1906, 263-282. Egli gli attribuisce maggior
importanza di quello che non f.'urcssi io, che dalla critica tedesca fui allora
rimpro- verato d' attribuirgliene troppa. (2) Cfr. Cicer., Tuscul. I 53, dove
cita un p;is»o del suo Somn. Scip. <3) Corretto da VII. (4) Le cifre i'.l
furono maltxioKamente raschiate. t48 R. SABBADtNi. horam ad laudem domini
nostri ihesu christi cui est ho- nor et gloria in se cui a seculorum amen. f.
107 Explicit liber nonus. Decimus incipit de quo solum istud capitulum
reperitur. Varrò in ytalia — f. no Cicer. De officiis — f. 148V Marci Tulii Ci-
ceronis liber offitiorum explicit. Ego J er onimus olim Orata explevi inceptum
opus. Dei due copisti, Gia- como trascrisse dal f. i al 127 (Nichil ag-ere
autem, Cic. de off. II 4), Girolamo sino alla fine. COD. Ambros. L 91 SUP.
cart. sec. XV. Miscel- laneo di varie mani. f. I Rhetor. ad Heremi. — f. 6ov
Iste liber Rethori- corum M. T. C. est mei Ambr os ii de Cr iv e 1 1 is emptus
aBertola de Cu t i e is pretio f. II ultra ligaturam et aminiaturam 1431. f . 6
1 Jacobo Adurno viro magnifico Albertus Alpherius de Albano salutem dicit et
semper prospe ros ad vota suc- cessus. Quotiens vir magnifice — Incipit
prologus libri nuper editi ab Alberto Alpherio gramaticae professore in
civitate Caffensi qui Ogdoas nuncupatur. Plato omnium — f. 75 V Sallustio
Jugurt.; f. 98 v Invettive tra Sallu- stio e Cicerone; f. 109 i Sinonimi ps. ciceroniani:
Ab- ditum opertum obscurum — ; f. 127 Leonardo Bruni De militia; f. 137 Cicer. De officiis lib. I e II 1-66;
f. 1 8 1 Cicer. post reditum ad pop. Quod
precatus a Jove — ; f. 189V Cicer. prò Marcello, mutila. CoD. Ambros. H 137
inf. membr. sec. XV; f. i (di guardia, di mano del sec. XV) Liber iste emptus
per me Lu e am de Z o a Ho. I. — CICERONE. 149 f. 3 Cicer. De offici is f.
f^t^w Marci Tullii Ciceronis liber tertius et ultimus explicit. Manu mei J o h
annis de Terrutio quondam Steff ani die XVIII marcii in Chyo. f. 57 Cicer. De
aìuicitia, f. 71V De senectute. COD.
Ambros. M 78 SUP. membr. sec. XV. Contiene il solo De officiis; f. 120 Nicolaus
Ma- mei in US scripsit 1439. f. I22V 14"] 4- M. Tuia Ciceronis de officiis
liber mei y a e o hi A n dr e e C e nni s de Nordolis civis et notarii
bononiensis. Mar. Tuia Ciceronis
de officiis liber mei Pauli quondam ser Jacobi Andree Cennis de Nordolis civis
et notarii bononiensis. I^Oj die XI
aprelis. CoD. Ambros. D i sup. cart. sec. XV. f. I Cicer. De officiis — f. 69
Hoc officiorum opus transcripsit Antonius de G r at ap alii s . \. 70 Sallustio
Catiì., f. 94 Jugìirt. — f. 131 Divina favente clementia 1453 die XX novembris
lugurtae necnan Salustii opus per me presbyterum Anthonium Gratapaliam
transcriptum est. f. 132 Cicer. De senectute — f. 152V Hic liber de se- nectute
expletus est per me Anthonium de Gr a- t a p alii 5 in terciarum die decimo
mensis octobris an- no MCCCCLXX dum essem in scolis magistri Lodo- vica de
Oppizonibus. Estque mei Anthonii de Gr atapaliis in Castrono}° {-- Castronovato
?) f. 156 Cicer. De amicitia — f. 182: 1469. lulii. Hoc opus Tuia de amicitia
expletum fuit per me Anton ium i r a t ap al l i i s dum essem in scola
ma/bistri 150 R. SABBADINI. /. o (i o V ì e i de 0 p p i z o n i b u s de T a r
d o n a, f. 184 Cicer. Paradox a — f. 195: /^6p septembris die 023. Explitiimt
Par adosa Stoycorum per me AntJio- n i iim de G r at a p a l i i s . COD.
Ambros. C 229 INF. membr. sec. XV. Fu dell' Arcivescovo milanese Francesco
Pizolpasso (m. 1443)- f. IV lucipiuut capitula primi libri de officiis S. Am-
brosii Archiepiscopi inediolaiiensis. f. 65 Rubrica libri officiorum M. T.
Ciceronis. f. 67 V M. Tuia Ciceronis de offitiis liber primiis in- cipit. f. 1
1 9V M. T. Ciceronis Tusciilanarum quaestionum liber incipit. f. 186 Marci
Tullii Ciceronis ad Brutiim paradoxa incipiunt feliciter. f. 192 Afarci Tuia
Ciceronis de senectute liber incipit feliciter. f. 204 M. T. Ciceronis de
amicitia liber incipit feliciter. f. 217 Versus duodecim sapientum... Hic iacet
Arpinas manibus tumulatus amici — f. 218 Hic plus sole micat cruciatus propter
honestum. CoD. Ambros. A 37 inf. membr. sec. XV; f. i (di guardia, di mano del
sec. XV) Iste liber est conven- tus fratrum sancte Marie Coronate Mediolani
observan- tium sancii Augustùti congregationis Lombardie. De nu- mero. f. 3 Cicer. De
officiis, f. 64 De senectute, ì. 78V De amicitia, f. 96 Paradoxa. CoD. Ambros.
O 157 sup. membr. sec. XV; f. i I. —
CICERONE. 151 (di gfuardia) Iste liber Ttilii Ciceroitis de offitiis est la-
cobi Malumóre qui mutuo illum dedit Magistro Bario! omeo Ver ortensi die X**
ianuarii anni 14^1* Contiene il solo De officiis, COD. Ambros. L 83 SUP. membr.
sec. XV; f. i (di gfuardia, di mano del sec. XV) Iste liber est mona- sterii
sancte Marie Coi'onate Mediolani siti in porta Co- mana foris (cambia mano)
cbserrantium fratrum ere- mitarum sanati Augustini coìigregationis Lombardie.
De numero; f. iv (di g-uardia, altra mano del sec. XV) Martinus rhetoricus
glosator. Questo Martino ha scritto numerose jt^losse fmo al f. 16, poi più
raramente. f. I Rhetorica ad Herenn.; f. 76 Cicerone Paradoxa^ f. 87 V De ami
citi a, f. 1 1 1 De officiis, f. 196 Somnium Scipionis, f. 20 IV De fato, f.
214 De senectute. CoD. Ambros. E 67 sup. membr. sec. XV. f. I Cicerone De
officiis — f. 31V Traductus ab e- xemplari insignis orai or is d. Gu u n i f o
rt i Barzizii e te. per me Bar tholomeuni ■ '^ de V ice co- mi tibus clericum
etc. ac litterarum apostolicarum ab- breviai or em etc. die sabbati; f. 24 v
Incidunt saepe mul- tae causae quae conturbant Kde off. Ili 40), nota mar-
^''in.ile: Si cut ali quid tempore videtur utile cum non sii 'il aliquid
videatur esse turpe cum non sit tem- pore. Guin ifo rtu s f. 32 Cicer. De
amia ini. CoD. Ambros. Y 63 srr. mombr. sec. XV. icerone De officiis., ì)e
senectute, f . 114 De amicitia, f. \ ]' > Somnium Sctpionis, f, 145V Para-'
doxa. 152 ft. SABBADINI. f. 111-113 Epigrammi
umanistici. COD. Ambros. e 15 INF. membr. sec. XIV. A due colonne,
eleg-antissimo. Fu di Francesco Cicereio (Ciceri). Contiene le seguenti opere
di Cicerone: f. i De of- ficiis; f. 32 TuscuL; f. 73 De nat. deor.; f. io2v De
es- sentia mundi (Timaeus); f. io6v De senect.; f. 113V De amie; f. 12 iv De
divinat.; f. 144 De fato; f. 147V De legibus; f. 162 De finibus — f. 198 Marci
Tulii dee- ronis de fviibus bonorum et malorum liber quintus et ultimus
explicit. — Marcus de Rapii anelli s scripsit. Del codice e del copista s' è
discorso sopra, p. 93-96. f. 31V Domini Bartholomei Cascioti epitoma supra
Tusculanas questiones: Despicit hic p r i m u s mortem: perfertque dolorem Inde
secundus agens: animos et t e r t i u s aegros Mitigati et quartus morbos
effulminat omnes: Efficit at (i) quintus sola virtute beatos. CoD. Ambros. T
105 sup. sec. XV, parte membr. parte cart. f. I Cicerone De amicit., f. 27 De
officiis. CoD. Ambros. F 38 sup. cart. sec. XV. Contiene il solo De officiis. CoD. Ambros. Q 78
sup. cart. sec. XV. Contiene il solo De officiis. CoD.
Ambros. R 5 sup. membr. sec. XV. Contiene il solo De officiis. CoD. Ambros. S
25 sup. membr. sec. XV. Contiene il solo De officiis, che finisce al f. 107V
con le parole: erunt recipiendi (III 121). (i) Corr. da tit. I. — CICERONE. 153
CoD. A^rBROS. C 76 sup. membr. sec. XV. Contiene solo il De officiis ~ f. 44V
Explicit liber Tullii de officiis. J o a n n i s de L a n t e r i i s. Al f. I
c'è lo stemma del Lantieri con le iniziali del no- me IO. COD. Ambros. Q 86 SUP. membr. sec.
XV. f. IV /;/ libro Hestcr. Rex tnaximus Artaxerses ab India usque Ethyopiam
ctpitum viginti septem provintiarum prijicipibus et ducibus qui eius imperio
stibiacent salutem plurimam dicit. Cum
plurimis gentibus impararem (sic). Seguono cinque opere filosofiche di
Cicerone, inte- gre, eccetto il De officiis, di cui mancano i primi §§: Il — 3 iudicium
utrumque. I fogli furono turbati e le iniziali miniate manomesse. f. 6-7. 5. 8-47V. 3. 48-108 De officiis.
f. 136V-161V. 4 De seftectute. f. 4. 162-173V Paradox a. f. 109-136 De
amicitia. \. 173V-180 Somnium Scipioiiis. Ai codici
Ambrosiani ne aggiungiamo uno di Brera. CoD. Braidense AF IX 65 cart. sec. XV.
Contiene Cicerone De officii; De amicitia; De sene- ctute; Paradoxa; Somnium
Scipionis, e i Synonyma ps. ciceroniani. f. 144 (ps. Catilinaria) Non est
amplius tempus ocii P. C. — . f. 145V (la risposta) 511 subtiliter a cin
umvit-intìbus — . f. 158 i Dittonghi di Guarino. 154 K- SABBADINI. Com'è noto,
i codici del De officiis vanno tutti d'ac- cordo in certe interpolazioni, in
certe trasposizioni, in certi errori; donde si deduce con sicurezza che essi
risalgono a un unico e comune archetipo, il quale do- veva essere costituito
sin dal sec. Ili dell'era volgare, poiché già in Lattanzio Inst. div. VI 6, 26
comparisce l'interpolazione aut Aristides {De off. Ili 16). Ma la tradizione di
quell'archetipo si divise in due correnti, l'una chiamata X, l'altra Z. I
codici finora conosciuti della classe X sono: il co- dice Harleian (del Museo
Britannico) 2716, sec. IX-X (= Z), mutilo, identificato col Graevianus I; il
cod. Vatic. Palatino 153 1, sec. XIII-XIV (= /); il codice Bernensis 104 sec.
XIII (= e). Si aggiunga V Augu- stanus deU' Anemoecius, ora perduto (1). Assai
più numerosi sono i codici della classe Z. Tra i più antichi vanno ricordati
due frammenti parigini: cod. Parig. lat. 6347, sec. VIII-IX, con un solo qua-
derno (II 72-III 1 1) (2); cod. Parig. lat. 10403, sec. IX-X, con due soli
fogli (I 133-140; II 19-25) (3). Seguono in ordine di tempo: il Voss. di Leida
Q 71, sec. IX-X (-- V), il Parig. lat. 6601, sec. IX-X (= P) (4), il Ber- (i)
Cfr. E. Popp, De Cicer. de off. librorum cod. Berti. 104, Diss. Erlangae 1883;
Id. De Cicer. de off', librorum cod. Paint. 1531. Progr. Erlangen 1886. (2) E.
Chatelain in Revue de philo logie V, 188 1, 135-136. (3) I. Klein in Rheinisch.
Mus. XXII, 1867, 429-432. (4) E. Popp, De Cicer. de off', librorum cod. Voss. Q 7/ el Paris. 6601. Progr. Hof 1893. f. —
CICERONE. 155 nens. 391, sec. IX-X (= b),. il Bamberg. M. v. i, sec. X (= B),
rHerbipolitanus (Wiirzburg-) Mp. f. I, sec. X; il Bern. 514, sec. X (= a),
l'Ambrosiano C 29 inf. sec. X-XI (== A), il Harleian 2682, sec. XI (coi due
soli primi libri) (i), il Bamberg. M. v. 2, sec. XII (= [3), il Berolin. lat.
fol. 252 sec. XII (= E) (2). Tutti questi codici possono riguardarsi in maggior
o minor misura come rappresentanti puri della classe Z, air infuori di a, che è
da collocare tra gli impuri, perchè largamente inquinato da interpolazioni. Su
A regna invece molta incertezza, sembrando ad alcuni che sia copiato da b, ad
altri che tanto A quanto b derivino dal medesimo esemplare (3) e inclinando fi-
nalmente taluno a tener A in gran conto (4). Affinchè i critici abbiano
migliori elementi di giudizio, recherò la collazione di A nel Hb. I, non pero
integralmente, bensì solo in quelle lezioni nelle quali la mano del copista fu
rorretta sia da lui stesso sia posteriormente da altri. I I alter // ò (corr.
in altera A 2); discendum X Z, ma in ./ 1* s pare ritoccato. — 2 vindicare
corr. in vendicare A. — 3 fere se] se om. Ab {fifter^ Iheopharasti corr. in
Theophrasti A. — 4 illis] priits i ex cotr. A. — 5. philosophorum] so suferscr.
A; iudicans aut corr. ex iudicans au A. — 6 penDritlitironiin rorr. i?t
peripatheticoriun i' ( fr. Phitologus LIV, 1895, 17/. ^7) Su alcuni di questi
codici in generale, vedi rediiionc del De of- ficiis, curata da T. Schiche,
Lipsiac, Freytag 1885. (3) l'opp, De Licer, de off. lihr. cod. \'oss. Q // et Paris, 660/ , 24. (4) R. Mollweide in Wiener Studien XXVII, 1905, 36,
dove biso- gna rettificare qu.ilcbe inesattezza: p. 44: .1 in I 77 legge lingue
in r.-u.ura; p. 60: A in ITI i i ^ l'^k'ijc neiliu.t in ra.snr.i; |)rin)a era
««critto /.tn.nt 156 R. SABBADINI. A; phyrronis corr. in phyrrhonis A; dilectum A b
(delectum Al). — 7 quibus in] in om. A b {add. A 2); omnis partis A b (omnes
partes A 2); modi sunt] sunt om. A b (add. A 2). — 8 catorthuma corr. in
catorthoma A. — 9 iucunditatemque corr. in ioc — . A; cum enim utilitas]
utilitatis A ò (utilitas A 2). — io honestius] post, s ex corr. A. — 11
procreata sunt A, procreata sint b. — 12 vi] ut ^ ^ (vi A 2); conciliet A b;
orationis ex rationis corr. A;
obiri corr. in obediri A; coniugi ex coniungi A. — 14 animai pulchritudinem] ex
an- pulcrit- corr. A. — 15 reluti corr. in velut A; atque ex utque corr. A. — 16 quisque super scr. A. —
17 res] s superscr. A; sibi ex suis corr. A; in iis A b; tt \\\\ or- dinem A. —
18 hisque A; temere ex timere corr. A. — 19 gerendis] agendis A b (gerendis in
marg. A); intermissione A b (intermissio ^4 2);
agitatione in agitatio corr. A; cogitationis Z X{etiam A); cogitacionisque A b
(cognicionisque A 2). — 21 e quo si quis b, e (?) quo si quis A, e (in ras.)
quo plus si quis A 2. — 22 nati solum corr. in solum nati A; vindicat corr. in
vendicat A; accipendo corr. in accipiendo A; de- vincere A b (devincire A 2). —
23 imitare A b (imitari A 2); facit in quempiam corr. in in quempiam facit A. —
24 ecupiverunt (= est cu- pivcrunt) corr. in ecupiverunt A. — 26 autem
superscr. A; principatum ex principitum corr. A; maxumis {poster, m ex corr.)
A. — 28 deseren- dique (s ex corr.) A (deferendique a)', aut superscr. b;
inimictias corr. in iniraicitias A; desertos esse] esse superscr. A. — 29
quando A b (quo- niam superscr. A), quoniam e. — cui quod A b (cui quidem A 2);
an- tepone A b (anteponere A 2). — 33 et nimis] et superscr. A; fabium] f ex
corr. A; finis A b (fines A 2). — 35 chorintum corr. in chorinthum A. — 36
imperator ex corr. (ator superscr.) A; legionem ex legioriem A. — 37 proelium
b, prelium A; lenitate ex lenitatem corr. A; mitiga- tam (?) in mitigante corr.
A; indicant corr. in indicant hoc A (indicant hoc pY, quid ex qui corr. A. — 38
omnino ex omni corr. A; cum |||| inimicis A; reddendis |||| illa A; erat A b
(hera A 2)\ ferat ex ioxaX. corr. A; virtute ex corr. A; quorumve A b (quorum A
2); virtute A (?) b (virtuti A 2). — 39 bello punico A. — 41 autem A (aut A 2),
aut b; aut ex ut corr. A; fraus ex fraus corr. A. — 42 obsit ex corr. A; ipsis
quibus ex qui- bus ipsis corr. A; quam]quem b, quod ex corr. A; officio ex
offio corr. A. — 44 suppeditari corr. in subp- A. — 45 benificientia corr. in
benef- 1. — CICERONE. 157 /; dilectus A b (delectus A 2); ante ex ame corr. A; ut siiperscr. A; habebunt] fost. b ex corr. A.
— 46 hac] in ac corr. A a, ac e;
virtutes 'X virtutis corr. A; potius A, super scr. b. — 47 non super scr. A; ut
ion] t no ex corr. A. — 48 provocati] prò ex corr. A; liberalitatis ex\\-
bertatis corr. A; non licet] non ex corr. A. — 49 dilectus b, delectui ex corr.
A 2 (delectus e) ; qui in maximo b, quin maximo A {rv ra ex corr.y, spectant A
b (spernant in marg. b, aliter spernant in marg. A, dein corr. in sperant). —
50 quod super scr. A. — 51 ac ex corr. (?) . /; ut que] ex corr. ut A ; comiter
corr. in corniti A; nichil hominus corr. in nichil ominus A. — 53 proprior A b
(propior A 2); coUatio A b (colligatio A 2). — 54 natura corr. in nature A;
sequntur corr. in se- quuntur A; tamquam .-/, ex quasi corr. 3; sanguis ^ ^
(sanguinis Al). — 56 aequa A b (aeque A 2); ac ex at A; pythagoras ex pytag- A.
— 57 detestabilior ex detestatilior (?) corr. A; istorum corr. in historum A. —
58 proximi A, proxumi b; vitam A b (vita ./ 2). — 59 quam aut] t super scr. A;
vicinum] ic ex corr. A; ducendoque A b (demendoque A 2 e). — 61 salmacida corr.
in salmaci da A; et b, super scr. A; marta- thone A b {post, a ex corr. A);
platheis A b; thermophilis Ab. — 62 proba A b (probe A 2). — 64 ut quisque] ut
super scr. A; excellet b^ ex
III cellet A. — 66 perturbationi ex -ne corr. A; cum vite A b (tuni rite A 2). — 67 posteriore est
Causa corr. in posteriore Causa -<4; ver- sant (?) corr. in versatur ^; est
A (s ed dein del.), super scr. b. — 68 enim est A, est super scr. b; si non ./,
si // 2; si habeas om. A; liberalita- triii.ju- ^.i libcrtat- corr. A. — 69
affert cum A, affert tum A 2 e; in a^jris iiMiiiiulli A. — 70 ne cui] e
superscr. A; libertate ex -ti corr. A; fructuo.si<;r ex fructuosorum corr.
A; gerendas] da ex corr. A. — 71 ex- cellentij cn superscr. A; nulla sit] sit
add. A 2. — 72 his in ras. A; abiecta] abiec in ras. A: philosophis ex
philophis ./. — 73 efficicndi A, efficicnda A 2 p; considcret ex -rat A. — 74
id in] in superscr. //; eaque A {He.) — 75 iolu«trìu8 corr. in ili- A;
servantur ex servartur corr. A; in qaolOipse A; adiutum superscr. A. — 76
imperium ^^ inp- corr. ./; lacedacmonii.s putatur A b (lac- dilatatum putatur
<-/ 2, dilatatum lac- putatur L i e)\ liburgi corr. in ligurgi A, ligurgi b;
causas ipsas corr. tn i- e- j1. — 77 laudi corr. in lingue A; otium corr. in
odium A. — 79 inlata eorr. in ili- A. — 81 precipere corr. in pcrcipcrc A
(perci- pere e); Dee quid committere A (nec committere ^ ?). — 82 roagnia viri»
Ì$H R. SABBADlNi. A, magni viri A 2 />. — 84 peloponnesiaco ex peloponnes
iaco A; sed fugere - non posse in marg. A; quam A b (per quain ./ 2); cleombro-
tus in -tis corr. J; quantoque maximus A <^ (quantoquc (J. maximus A 2);
cunctando ex cuntando corr. A. — 85 perniciosissimam ex perniciossimam corr. A.
— 86 in nostra ex corr. A. — 88 animadversio ex animi ad- versio corr. A;
puniet ó, ueniet corr. in punit A (punit a). — 89 autemj a ex corr. A; datam
siiperscr. A. — 90 etfrcnatos A b (effr- A 2). -- 91 parata sit A b (parata
sint A 2Ì; liberalitati ex -te corr. A. — 94 et|I|ratione A', delirare corr. ex
deiurare (?) A. — 95 pulchritudoj h super scr. A. — 96 discriptio A h
(descriptio A 2); quoddam] dam su- per scr. A; alludili buie A; consentaneum ex
conset- A; liberali ex corr. A. — 97 decore A b (decoro A 2); at ||| atreo (r
superscr.) A; reliqua- rum A B b (reliquorum A 2 B 2 e). — 98 quibus cum vi
vivilur b, qui- bus cum vi (vi superscr.) invitur A. — 99 perspicitur corr. ex
perci- pitur (?) A. — lOi
fugiendumque b, fugiendum ;que add.) A. — 104 remisso ex remissio corr. A. —
106 valetudinem ex valit- corr. A. — 109 fraudis ex fraudes corr. A; si quidvis
/;, quic quid vis (quic in ras.) A,
qui quidvis L e; perpecianturj peci ex corr. A. — 110 studia {corr. in studii
b) nostri regula A b (studia nostra regula A 2 a). — 112 for- sitan III vitio
A. — 113 sui habeat corr. in habeat sui A; eaque ex ea reve A; est ex corr. A.
— 114 memini ex nemini corr. A; aesopus corr. in aesophus A; erit corr. in
erunt A. — 115 nobilitatem corr. m nobilita- tes A; divitias corr. in divitiae
A. — 116 f. corr. in filius A; maxime in to A b. — 118 satu ex statu (?) corr.
A; viam ex corr. A. — 119 ra- rum ex rerum corr. A) re ornata A b (re ornati A
2 e); vite cursum sequi vellent ex s- vellent v- e- corr. A. — 120 quoniam ex
corr. A quo b; inmortali] inmo ex corr. A; institutorumque ex institutumque
coi'r. A; censeant corr. in censent A^ censant corr. in censeant b; precidere]
cid ex corr. A. — 121 vitia sint imitanda A b 2 (vitias i nti manda <5 i);
et ante impium] Ì7t ras A, sed b. — 122 quoniam] quo A b (quia A 2);
probatissimos ex probant- corr. A; iucunditati] iucun ex corr. A; nolint A b
(velint A 2, volent e). — 123 autem etiam] etiam superscr. A; li- bidinum ex
lubid- (?) corr. A. — 124 peregrinorum] in ex corr. A. — 126 difficilibus]
difficilius (us ex corr. A) A e; est sed A (dein est del.)', videatur A B b
(videtur A 2 B 2). — 127 omnes] s ex corr. A; turpe non turpe est A B b
(non turpe est A 2 B 2). — 128 abhorret ex abor- I. - CICERONE. 159 ret corr.
A. — 129 habet ex (x in ras.) vetere (j«/^rj<:r.) disciplina A — 130 est
munditia est corr. in rnunditia est A. — 131 fiant ex corr. A. — 132 quae] quoniam A b (quae A 2 e). — 133 a
natura omnino corr. in o- a n- A\ facetiis corr. ex factiis A. — 139 omanda
{prius n ex corr.) enim est (est mperscr.) dignitas A. — 142 continentur ea Z
X, continetur in ea A 2; ut modestia super scr. A. — 150 cetari A b (cetarii A
2); quoqui A b\ fa|||rtores A\ unguentarios ex ug- corr. A; talarium ex
talianim corr. A. — 152 exposituni bis, dein corr. A. — 153 vita .mperscr. J;
greci (i superscr.) phronesim A {in f/iarg. phronesis); humanarum corr. ex
hunarum A; inchoata ex incoata corr. A. — 154 perspicienda ex consp- (?) corr.
A. — 157 agendi|||congregandique (grega in ras ?) A. — 158 quae om. A b
(.ntperscr. A 2); natura|||||||| deside- raret A\ vellet ex corr. (?) ^. — 160
officiorum] rum f7</</. A 2 (?); excel- lere J, excellere videatur A 2;
debeantur] a ex corr. A. — 101 Explicit liber primus Ciceronis de ofGciis.
Incipit liber secundus feliciter A, otti. in la e. b. Cresciute in tal modo
notevolmente le coincidenze tra A e ò \n lezioni che sono peculiari a essi due,
par- rebbe cresciuta di molto anche la probabilità che l'uno sia copiato dall'
altro, anziché entrambi dal medesimo esemplare. Ne vi si opporrebbero ragioni
di tempo, perchè A è posteriore forse di un secolo, né ragioni di luogo, perché
parimente A proviene da paesi d'ol- tr' Alpe. E potremmo inoltre ritenere che A
fosse stato copiato da ò dopoché questo era stato corretto; infatti coincidono
A e àz in alcune lezioni : 46 potius; 49 sper- nant; 54 tamquam; 67 est; 68
enim est; 121 vitia sint imitanda. Rimangono però differenze: 11 procreata sunt
A, prò- sint ò; 18 hisque A, iisque ó; 58 proximi //, proxumi ò: 82 nec quid
committere A, nec com- mittere ó; 88 ueniet A, puniet ò. Chi esaminerà meglio
^» giungerà forse a conclusioni sicure. iéo R. SABBADII^f. Nelle correzioni dì
A 2 ravvisiamo alcune conget- ture: 77 lingue (desunta da Quintiliano /nst. or.
XI i, 24); ib. odium; 84 quantoque Q.; 142 continetur in ea; 160 excellere
videatur. Ma più interessanti sono i contatti 6\ A 2 coi codici della classe X.
Con p: 37 indicant hoc; 73 efficienda; con L e: 62 probe; 109 qui quidvis; con
^; 29 quoniam; 46 ac; 49 delectus; 59 demendoque; 69 affert tum; 76 dilatatum;
81 percipere; 97 reliquorum; 119 re ornati; 132 quae. Tali accordi con lezioni
della classe Xìn testi della classe Z rimontano a tempo anteriore, poiché già
li osserviamo negli estratti di prete Hadoardus conser- vati nel cod. Vatic.
Regin. 1762 del sec. IX (i). Il codice di Hadoardus = K appartiene
indubbiamente alla classe Z, ma mostra i seguenti contatti con la classe X: I
29 quoniam K e, quando Z; 121 impium K L p, vitium Z e; 126 turpem K L e,
formam Z; 128 nominibus ac K X, om. Z; 155 caritatem K X, utilita- tem Z; 157
cogitandique K X, congregandique Z; II 5 expetunt K X, expetant H, expectant B
b; 66 toga K X, tota Z. **♦ Non è senza utilità accompagnare ancora un poco le
coincidenze tra X e i rappresentanti impuri di Z, al quale scopo riporterò una
scelta di lezioni dei co- dici milanesi, che a eccezione di A sono tutti
discen- denti impuri della classe Z; e a essi aggiungerò tre delle più antiche
edizioni, parimente di origine impura: (i) P. Schwenke in Philologus Supplmb.
V, 1889, 399; 561-571. I. — CiCERONE. l6l la Maguntina del 1465 (in Ambrosiana
^52 sup.), la Romana del 1469 e la Milanese del 1476 (i). I 75 vere se adiutum
Themistoclem Z, vere adiuvit Themistoclem X, M y8; I 97 sed ut tum Z, sed tum
Xy M y8; II 69 gratiam autem et qui retulerit habere X (2), om. Z, gratiam
autem et qui reddiderit (reddidit) habere F 42, H 140, M /8, Q 86; III 113 iuratos
ad senatum in castra Z, iuratos ad senatum misit Hanni- bal se in castra f,
iuratos ad senatum missos in castra Py iuratos ad senatum misit Hannibal in
castra M ^8y Q 86, iuratos missos ad senatum in castra F 42. Quest'ultimo passo
mostra che i codici puri della classe Z omettono concordemente alcune parole,
le quali hirono dai codici della classe X sostituite non concordemente, perchè
uno ha misit Hannibal se, un altro missos: la classe X perciò le ha desunte non
per via diplomatica, ma per via congetturale. E per con- gettura possiamo
credere che i codici impuri della classe Z abbiano trovato le sostituzioni
misit Hannibal e missos, anziché le abbiano tratte dalla classe X. Cosi in I
115, dove X Z leggono nobilitatemi alcuni codici impuri della classe Z, p. e. F
42 e M 78, hanno emen- dato congetturalmente nobilitatesi in III 114 Z legge (
I ) Lo stesso valga per altri codici impuri della classe Z, per es. uno
Nizzardo del sec. XH (C. Beldame in Kevut de pkilologieV, 1881, 85- IDI); uno
Mantovano e otto Veneziani del sec. XV (A. Gncsotto in Atti e memcrie dilla r.
Accademia di sciente . . . in Padcr'a XV^III, 1902, diup. m e IV; e XX, 1904,
disp. Ili e IV). (2) Cfr. Ciccr. /. Piane. 68 gratiam autem et qui rcfcii haori
n ijui babet in eo ipM> quo<i hahct rcfert (citato anche da Gellio I 4,
3). ft. lABBADUfl, Tati latinu 11. l6i R. SABBÀDINT. abarscnte, ma e e i codici
impuri della classe Z, come M 78, Q 86, hanno corretto a Varrone [et Varrone Q
86); in I i X Z danno ad discendum, ma molti codici impuri di Z, quali A 37, O
157, L 83, E 67, F 38, F 63 e le edizioni del 1469 e del 1476, hanno emen- dato
ad dicendum. In II 4 X reca molestias, Z lo omette; il codice impuro Q 86 della
classe Z dà molestias: ma non è necessario pensare che l'abbia desunto da X,
perchè cosi esso come X lo possono aver veduto in Nonio Marcello, alla guisa
stessa che Hadoardus o il suo antigrafo trasse due lezioni da Lattanzio; II 6
si oblectatio K^ Lact. (III 13), sive oblectatio X Z; ib,^\ vero ratio K,
Lact., sive ratio X Z. Il quale Hadoardus offre dall'altra parte emendamenti
ch'egli o ha comuni con altri codici: I 62 enim K e, om. relL; 63 et K e, om.
relL; 132 quae K e, quoniam relL; o che compari- scono per la prima volta
presso di lui: 151 legibus K, e quibus X Z; 139 fit K, sit Z, est L. In n I X
presenta tum ex utilibus quid utilius aut quid maxime utile, parole omesse da
Z; ma buona parte dei rappresentanti impuri di Z hanno ivi: tum ex utilibus
quid utilius aut quid maxime utile, p. e. D 69, F 63, M 78, E 15, Q 86 (T 105
la 2 ' mano); tum ex utilibus quid utilius aut quid maxime inutile C 2 2g, 2*
mano; tum quid utilius quid maxime utile cod.Braìdense, 2* mano; aut ex duobus
utilibus quid utilius aut quid maxime utile Q 76. Anche qui la varietà dei
supplementi ci avverte che i codici impuri della classe Z li hanno trovati da
se, come da se li hanno trovati i codici della classe X; che se ammettessimo
una filtrazione diretta della classe I. — CICEiONK. 163 X in Z, non sapremmo
come spiegare che tante altre lacune nella classe Z non siano state colmate. C
è poi un luogo il quale pone mirabilmente in chiaro il procedimento tenuto
tanto da X quanto dai codici impuri di Z nel colmare le lacune: in II 89 X
legge quid tertium ? male pascere; Z omette il passo; i codici impuri della
classe Z, a cominciare dal sec. XH per la maggior parte, e tutti quelli del
sec. XIV e XV a me noti e le edizioni che ne discendono, recano : quid tertium?
bene vestire. Senza dubbio la lezione di X è la vera, perchè essa è confermata
da Columella VI praef. § 5: ma appunto questo ci ammonisce che da Columella la
ha desunta X ; dovechè Z è rimasta con la lacuna, e i codici impuri di Z sono
ricorsi a una congettura mal riuscita. Da ciò vorrei conchiudere che una vera
tradizione diplomatica è rappresentata solo dai codici puri della classe Z, i
quali vanno tra loro sostanzialmente d'ac- cordo; r accordo invece è assai
minore tra i codici della classe X, i quali rimontano anch' essi a un ar-
chetipo comune, ma senza riprodurlo scrupolosamente e oltreché i singoli
individui aumentano il patrimonio delle interpolazioni, siamo indotti a
ritenere che le le- zioni peculiari di X e comuni ai tre suoi rappresen- tanti
siano per buona parte non tanto nate da una fonte diplomatica, quanto siano
state o racimolate in altri testi o trovate per congettura: il che non esclude
che in molti punti X abbia letto 1* archetipo meglio di Z. In ogni modo la base
del testo del De officiis (i sembra deva essere Z, coi suoi codici puri; dove
104 K- "^ABBADlflt. esso ci vien meno, ricorreremo o alle congetture dei
suoi codici impuri o alle lezioni e agli emendamenti spesso felici di X o alle
congetture di Hadoardus e nostre. *** Così scrivevo nel 1907, negando
recisamente ogni filtrazione di X nei codici impuri di Z. Ma mi devo in parte
ricredere, dopo letta la dissertazione di C. Marchesi Un nuovo codice del de
officiis di Cicerone (in Memorie del r. Istit. Lomb. se. e leti. XXII, 191 1,
187- 212). Qui si dimostra inconfutabilmente che il Petrarca possedeva nel suo
esemplare (cod. di Troyes552) del De off, una vera e propria edizione compilata
su due codici : r uno della classe X, l' altro della classe Z. Questo ci
obbliga ad ammettere una filtrazione ora più ora meno larga, ora diretta ora
indiretta, di X nei co- dici impuri di Z (i). I codici Trivulziani del de
officiis C^). Ai codici del De off. delle biblioteche pubbliche mi- lanesi
aggiungo i tre della biblioteca Trivulziana, pri- vata: ma cosi signorilmente
resa accessibile agli stu- diosi dal Principe. (i) Nei codici impuri della classe
Z la filtrazione di X è d' ordinario indiretta; nel testo del Petrarca invece è
diretta, perchè ad es. vi si legge intero il § I 40 dei codici X, che in
nessuno dei codici impuri Z si è finora trovato e che mai forse si troverà. (*)
Comparve la prima volta col titolo : / codici Trivtilziani del de off. di
Cicerojie, Milano 1908, p. 1-14. I. — CICERONE. 165 Comincio dal descriverli
brevemente. Cod. Trivulziano 769 membr. sec. XT-XJI, tutto di una mano.
Iniziali miniate; la prima raffi g^ura un mae- stro che fa lezione a uno
scolare. f. 1. M. T. Cicerofiis de
officiis libey primus incipit. Quamquam te marce || f. 44V monimentis
preceptisque letabere. M. T, Ciceranis de officiis liber explicit. f. 44V
(anepi^afo). Quoniam in hoc libro Herenni || f. 48V.
Elegantia est que facit ut unum quodque pure (Cornific. Ad Hemiìi. TV, 1-17. Il
seguito manca per caduta di fogli). f. I di guardia, di mano del sec. XVI: Hic
liber est Alex a presbyteri Romani. Cod. Trivulziano 661 membr. sec. XV, tutto
di mano di Girolamo Donato. Sull'i ntemo del cartone anteriore, di mano del
sec. XV; Petti Archiepiscopi Cretensis. f, 1 M. T. Ciceronis officiorum primus
incipit. Quan- quam te Marce
|| f. iiov monimentis preceptisque le- tabere. M. T. Ciceronis officiorum liber
tercius finii. Compievi anno III pofitificatus Johannis pape XXIII (=1412),
XIIII kal. augtistas P. {i) Hieronimus Donatus patricius. Rivoalti. f. Ili M. Cicero Decio Bruto sa. d. Lamia
uno om- nium Il in petitione iuveris. Vale (Cicer. Ad fam., XI, 17 ^2). ii
guardia. Estratti da Cicerone Ad favi., I, 9, • T ,. fi. \'....\., \i.. ......
11... f p,,^.u, ,..,.. dicuntur I' /. fu .imjituitM j)M jrriormfiitr imi .titm
Mi< tin i irò. i) Varianti: txtart invece di excilari; suadias invece à\
pirs%Mdtat. l66 R. SABBADINI. tolenarii qui portum obscidentes omnia
sciscitarentur ut ex eo vectigal accipiant. N. Marcellus (p. 24 M.): Nolo
enim eundem populum imperatorem et portito- rem esse terrarum. Optimum autem et
in privatis fa- miliis et in re p. vectigal duco esse parsimoniam. M. T. Cicero libro IIII de re p. >. f. HIV (di
mano diversa dal copista). Silvius Italus de Cicerone. lUe super Gangem 1|
sperare nepotun (Sii. Ital., Vili, 408-411). I versi furono poi ripetuti da una
terza mano, che aggiunse qualche altra citazione antica. Cod. Trivulziano 770
cart. sec. XV, tutto di mano di Antonio da Busseto. f. I (anepigrafo). Quamquam
te Marce || f. 137 mo- numentis preceptisque letabere. Amen. Marci Tulii Ci-
ceronis de offitiis liber explicit. 1432 die XX Villi lullii in palatio Laudensi
finitus est iste liber per Antonium de Busseto. E ora reco una scelta di
lezioni, che mi daranno nuova occasione di esporre certi apprezzamenti sul te-
sto, del genere di quelli già da me manifestati nello studio precedente. Cod.
661 = D; cod. 769 = R; cod. Ilo ^ Q. Cic. De off., I, i ad discendum Z X D Q,
dicendum R. I, 75 at ille vere se adiutum Themistoclem Z R, at ille vere
adiuvit Themistoclem X, at ille adiuvit Themistoclem Z>, at ille vere a se
pre- buit (aliter se dixit) adiutum Themistoclem Q. I, 76 imperium
Lacedaemoniis Z (L), imperium dilatatum Lacedae- moniis e, imperium
Lacedemoniis ( — monis Q) dilatatum R Q, impe- rium Lacedemoniorum dilatatum D.
I, 77 laudi Z X R Q, linguae Z>. I, 115 nobilitatem Z X D, nobilitas R,
nobilitates Q. I. — CICERONE. 167 n, I quid utile quid inutile de quibus Z R^
quid utile quid inutile rum ex utilibus quid utilius aut quid maxime utile de
quibus X D, quid utile quid inutille sit tum ex utilibus utrum utilius de
quibus Q. II, 69 non habere et qui habeat Z Ry non habere gratiam autem et qui
retulerit habere et qui habeat X, non habere gratiam autem et qui reddiderit
habere (habeat aliter habere Q) et qui habeat D Q. n, 89 bene pascere quid
quartum Z, bene pascere quid tertium male pascere quid quartum X, bene pascere
quid tertium bene vestire quid quartura R D Q. in, 113 pugnam iuratos ad
senatum in castra redituros ea quorum erant titi Poeni nisi de Z, pugnam
iuratos ad senatum raisit Hannibal se in castra redituros ea quorum erant
potiti Poeni nisi de e, pugnam iuratos ad senatum missos in castra redituros ea
quorum erant Peni nisi de p Q, pugnam iuratos a senatu in castra redituros nisi
de R, pugnam iuratos ad senatum misit Hanibal in castra redituros (isit Hanibal
in ca- stra re trt ras.) nisi de D. un 1 1 4 abarsone Z, ab arsone R Q, 2.
Varrone e, a varone D. Ripeto che i codici puri di Z vanno esenti da interpo-
lazioni; dovechè sono interpolati i codici dì X e gli im- puri di Z. Questi
ultimi poi non tanto hanno importanza per la costituzione del testo, quanto per
la storia della fortuna di esso e soprattutto per mettere in gnardia il critico
incauto dalla seduzione di certe apparenze di verità e di eleganza, sotto le
quali si cela l' insidia dell' interpolazione. Le lezioni che ho scelto dai
Trivul- ziani giovano a chiarire il mio pensiero. Abbiamo in primo luogo alcune
correzioni conget- turali fatte al testo 6\ Z X dai codici impuri di Z. Così ni
1. I tutti i codici leggono discetidum; \x\3i R ha sin dal secolo XI XII
giustamente emendato dicmdum, e- mendamento che si attribuisce alle edizioni
antiche. In T \\<^ Z X danno nohi^itat.m, evidentemente erroneo; l68 K.
SABBADINI. R corresse nobilitasi Q più esattamente nobilitates. A laudi di Z X
in I, 77 g ha sostituito la lezione linguae, derivandola da altre fonti antiche
(p. e. Quintil. XI I, 24); la stessa sostituzione s'incontra già nella 2* mano
di A (cfr. sopra p. 160) rappresentante puro della classe Z. Vengono in secondo
luogo le correzioni congettu- rali di X e degli individui impuri di Z. In I, 76
ZX omisero un participio, che non si può più ricuperare con sicurezza; R D Q
impuri ài Z e e della classe X congetturarono dilatatum, ma quelli lo preposero
a La- cedaemofiiis, questo lo pospose; la presenza del parti- cipio in R
assegna la correzione almeno al secolo XI- XII. Egualmente giudico di abarsone
III, 114, che cioè essa sia la lezione originaria di Z X, emendata a Var- roiie
in ^ e in D. La perdita della preposizione a in I, 75 ha dato luogo a
congetture di JT e di Q D; ma la discordanza nelle emendazioni ci ammonisce che
ognu- no le trovò da sé. La medesima discordanza fra gli emendamenti di X e
degli impuri di Z si nota in II, i; III, 113. Dei codici Trivulziani merita uno
speciale riguardo R, come il più antico rappresentante finora noto degli
individui impuri delia classe Z, onde reputo opportuno collazionarne alcuni
paragrafi. R collazionato con Cicer. De off. ed. Th. Schiche, Lipsiae 1885. I
150-161. § 150, p. 45, 8 inprobantur hii R\\\ opera R \ \2 actoramentum ^ I 14
vadant corr. in vendant R \ nichil R (et sic semper) \ 15 tur- pius vanitate —
versantur nec enim om. R j 17 he i? | 19 lanii ex corr. I. — CICERONE. 169
recenti R \ 20 ungentarios R \% 151, 21 artibus ut prud — R \ 22 non om. ^ I 23
aut doctrina R \ he sunt his R \ 24 maercatura ^ | 25 sin copiosa et magna R \
26 apportans R \ impertiens est R \ 33 illinc as- sumes R \ % 152, 35 his. §
152, p. 46, 4 quatuor R \ 6 diligendo R \ § 153, 7 altiera sesse {sic) nature R
| io affluentibus R \ quamvis omnia ^ | 11 digna sunt ^1 13 ex vita ^ I 14
sophiam R \ iz^ phronesim R \ vocant R (dicunt Z, om, X) I quamdam intelligimus
/? | § 154, 26 reapse] re sua R (re ipsa Z, re ab se vel ab ipsa re X) |
hostendit R \ 29 ablatum R (obla- tam X, allatum Z) | 30 relinquunt >^ I 31
denumerare R \% 155, 33 intelligitur R. § 155, p. 47, I debet esse antiquus R \
2 illi ipsi om. R (illi ipsi X, illi Z) i 4 erudierunt R \ 5 multas (?) corr.
in multis, dein in multos R j 6 tebanum epaminundam lisias pitagoreus
siracusium R \ 7 quicquid R \% 156, IO atque corr. in zi R \ Il monimentis ^ |
12 assecuntur ^ I 13 est ab his preterm- ^ | 15 omnium R \ suam prudentiam in-
telligentiamque R {b) \ \9> meliusque quam vel R \ 20 conplectitur R \ §
157, 21 apum aexamina R \% 157, 24 congregandique R (Z) \ 28 iramanitas R |
communitate R (p. Gomitate Z L e) \ % 158, 31 quae om. ^ I 32 aliis que
efficere R \ istam R {Z) \ § 158, p. 48, 7 tu dicere R \% 159, io quam maxime
A' | 1 1 etiam] et R \ 12 quedam ita feda {om. partim) R \ i^ quidam] quid -^ |
14 possidonius R \ 16 hec R (Z) \% 160, 20 diligendis R \ id genus] ut gcnus R
{ò, hoc genus Z p e) \ 21 excelleat R \ 22 considerata actio R (X) I 24 actenus
R \ est enim locus ipse ^^ i 29 commutacione /? | 27 inteUigi R \ diis A» | §
161, 31 an <w/. /? | 32 sit om. R. Le lezioni § 151 impertims est, 153
vocant, 154 re sua sono interpolate. Sin dove possa arrivare T inter-
polazione, è manifesto in ut excelleat § 160, a cui ac- costeremo ut excellcre
videatur della 2* mano dì A (cfr. sopra p. 160). Aòlatum § 154 tramezza tra
allatum di Z e oblatum di X. Con communitate 157 e considerata actio 160 R
abbandona Z e passa dalla parte di X. I/o R. SABBADINI. In fine qualche
collazione anche della Rhetor. ad He- remi, contenuta in R. R collazionato con
la Rhetor. ad Heren., ed. F. Marx, Lipsiae, 1894. IV 1-3, p. 288, 4 re om. R \
6 necessitudine nos R (bl) \ 7 nichil R (et sic semper) \ io intelliges R (et
sic semper) | 11 quod A' | 12 cum compluribus /? | 13 opporteat ^ ] 14 oratore
ex oratione corr. R \ pro- batio R I p. 289, I hostentare R \ 2 artem ostendere
R {b l) \ 3 ut om. R (b) I 4 contempnere R \ videatur R (H), corr. in videamur
| 6 arroganti a /? I et ad sua A' | 7 obtinent R \ 8 ammonuerit A' (b) j
iecerit A' (le- gerit d) \ IO domesticis pugnet exemplis et sui ipsius
testimonio abuta- tur. ut enim test- R ' 1 1 conformande A? | 1 2 opportet ^^ 1
1 5 ante po- nant R \ l^ sunt i? | 19 dicere] dare R \ quare illos sibi A* (d)
\ 20 quid igitur R (b d l) \ non] nam R [b d l) \ 22 cupitates R \ p. 290, 3
rerum R | 4 poematibus R (b d l) \ y tamen] tum R \ 8 effugissemus R \
artificio summo R \ 9 Quis enim nisi cum summe te- net artem possit R \ 12 aut]
atque R | orationes R \ nec ^ (/5 /) | 13 comoti ^1 15 his i^ I 16 scribenda
maxime R \ 19 in parte suam R. Il cod. R ha la maggior affinità con od/, che
sono gli expleti del Marx, con questo vantaggio, che li su- pera per età.
Alcuni suoi errori sono sviste materiali di copiatura; ma le due notevoli
lezioni p. 289, io; 290, 9 sono interpolate. *** Dalla classicità passiamo all'umanismo,
per il quale forniscono buona materia due dei nostri codici. Intanto trascrivo
dai fogli di guardia del 669 questi epigrammi di mano del secolo XV. f. IV di
guardia. De mutatione Niobes in inarmor. I. — CICERONE. 171 Stillai adhuc
lacrimas Niobe mutata madenti Marmore, natonim funere maestà parens. Ipse tuis septem fixisti Phoebe
sagittis Et totidem telis saeva Diana tuis. Ille mares septem mactavit, diva
puellas; Invidia, raatris ultor uterque fuit. Dt mediocritate vitae. Epigramma
Porcellii vatis ad Poti, (Sisto IV) Scire volunt ex me quae sit mihi sola
voluptas Quidve petam praeter cetera scire volunt. Non mihi pauperiem Codri, non plurima posco Regna
Cyri nec quas Crassus (i) havebat (2) opes. Tutius ut modico percurrimus
acquerà ponto, Quandoquidem classi nulla procella nocet. Sic utinam medio
fragilis (3) fortuna favore Me regat: in medio vita beata mea est. Nara (4)
ncque divitiis cedam nec honoribus ulli (5) Si mihi sit virtus et pia musa
comes. De homine nano. Aspice quale virum seruit genus ille deum rex Membraque
ridiculus qualia nanus habet. Ora vides: vidisse caput fateare gigantis, At
bene pigmeum cetera membra decent. \. 49 di guardia Epigramma. Non sat laudis
habet aliena volomina siquis (6) ( I ) Clauftus eod. (2) Aveva cominciato a
scrivere haò. (3) flagtlis cod. (4) non cod. (5) ulli9 cod. (6) fiecit cod. 172
R. SABBADINI. Ventilet et versus fabricet (i) ille suos. Quid tibi Graiorum
traducere carmina vatum ? Ingenio alterius ingeniosus «ris. Est aliquid rebus
coniungere verba proboque. Militet ingenio quisque poeta suo. Il cod. 66 1 ha
nell'interno del cartone posteriore, di mano di Girolamo Donato, la seguente
letterina di Andrea Giuliano: Andreas lullianus Petro Donato sa. Anno
nativitatis Yhesu Christi MCCCCX, IIII ydus augusti prodi- gium Venetiis
apparuit, quod nec solum etati nostre visum sed nec a maioribus nostris auditum
extat. Circiter enim horam eiusdem dici de- cimam nullo antea sinistro sidere
minitante tenebre crepusculo obscu- riores urbem operuere paululumque post venti
occidui invicem adver- santes pluvia grandinibusque permisti vim tantam secum
tulere ut nedum urbs verum etiam celestis omnis machina corruere videretur.
Plurimi turrium apices maximas murorum partes secum trahentes corruere, tegule
a tectis evulse non aliter ac grando per tam densum celum volabant superque
tecta iam discoperta pluere videbantur. Prostrati mille camini super eorum
culmina numerati fueruut; nonnullae etiam domus magna ex parte ad terram
delapse patuere arboresque quamplurime radicibus evtdse sunt. Reperta fluctibus
submersa hominum quinquaginta et cen- tum corpora quae a Mestre opido suis
naviculis Venetias veniebant. Haec vero tempestas per medium bore spacium
obsessos ita detinuit Venetos, ut non modo domos egredi sed foras quidem aspicere
non valerent. Andrea Giuliano (1382 e. - 1455 e.) (2) fu più che altro uomo di
Stato; ma non trascurò gli studi, nei quali ebbe due insigni maestri, prima
Gasparino Bar- (i) frabricet cod. Forse ille \z. corretto in inde. (2) Vedi su
di lui Agostini, Scrittori Viniziani, I, 257 ss. I. — CICERONE. 173 zizza a
Padova e poi Guarino a Venezia; e tra 1' uno e l'altro discepolato tenne, nel
141 4, un corso di le- zioni a Venezia sulle orazioni di Cicerone (i). La let-
tera qui comunicata è la sua più antica scrittura ri- mastaci. Il suddetto cod.
661 tu trascritto da Girolamo Do- nato e indi entrò in possesso di Pietro
Donato, arci- vescovo di Creta. Ignoro che relazioni corressero fra i due
Donati, probabilmente di parentela, perchè pa- trizi entrambi; verrebbe la
voglia di crederli fratelli. Girolamo aveva cultura classica, come si vede dal
co- dice ciceroniano che ha copiato e dalle citazioni sul fo- glio di guardia
delle Epistole ad faìn. dello stesso Ci- cerone e dell'opera di Nonio Marcello
(sopra p. 165-6). Copiato di mano del nostro Girolamo l'anno 141 1 ci pervenne
un altro classico latino, Catullo, allora as- sai raro; presentemente è nel
cod. 94 della Biblioteca Universitaria di Bologna con la sottoscrizione (f.
4g); Finivi anno II pontificatus lohannis XXIII (= 141 1), Vili kal. aprilis.
Rivoalti Hieronimus Donatus patricius. Il codice ha una gloriosa storia,
attestata da una nota di Francesco BarbcU-o sul foglio di guardia: Iste Ca-
tullus est Francisci Barbari Veneti patricii quo a e. v, lanino Coradino suo
donatus est; cum eo prius laninus ab hofiestissimo ac clarissimo Petro Donato
archiepiscopo Cretensi dotiatus fuisset. Il Catullo perciò, poco dopo che fu
copiato da Girolamo Donato, entrò nella bi- blioteca deirarcivescovo Pietro,
che lo regalò a Gian- (1) I^ prolusione fu pubblicata iiite^n'Almente da K.
Mullner, Redtn f^4 ^* SA^ÉADINT. nino Corradino, il simpatico medico umanista,
morto mmaturamente a Padova nell' agosto del 141 6, e il iCorradino a Francesco
Barbaro. Da ultimo vi appose la nota di possesso un altro Barbaro, il famoso
Er- molao, l'autore delle Castigationes Plinianae: ego Her- molaus Barbarus
magnifici Zachariae divi Marci pro- curatoris Catullum hunc... Pietro Donato
(1380 e. - 1447) (i), giurista, filosofo, umanista, fu uno dei più illustri
personaggi della sua età, che occupò alti gradi nella gerarchia ecclesiastica
come protonotario, arcivescovo di Creta, vescovo suc- cessivamente di Castello
e di Padova, e nella carriera diplomatica come governatore di Perugia e legato
al concilio di Basilea. Si rese benemerito degli studi rac- cogliendo epigrafi
e manoscritti e soprattutto scoprendo e copiando il famoso codice cosmografico
di Spira (2). Tra gli autori da lui posseduti ricorderemo Nonio Mar- cello, di
cui Girolamo cita un passo sul foglio di guar- dia del suo Cicerone. Quel Nonio
se 1' era trascritto a Padova l'arcivescovo Pietro alla fine del 1415 di su
l'esemplare che Francesco Barbaro aveva mandato da Venezia al Barzizza perchè
se ne traesse copia. Ciò si rileva dalla seguente lettera (*): Marcellus quem
ab (3) me requiris est apud dominum Cretensem. (1) Agostini, Scrittori
Viniziani, II, 135 ss. (2) L'archetipo è perduto, la copia autografa del Donato
è nel cod. Canon, lat. mise. 378 di Oxford; cfr. Studi Hai. filol. class. XI
258. (*) Cod. di Bergamo F V 20 p. 69. Comparve la prima volta in Museo di
antichità class, m, 1889, 349-350. (3) ad cod. I. — CiCKKOifÉ. 17$ Antonius,
(i) ut (2) est homo utriusque nostrum familiarissimus, ut id tacerem (3) dixit
se in mandatis a te habuìsse Supervenemnt deinde litterae a Guarino nostro,
quae idem significabant. Requiras oportet hunc librum a domino Cretensi, si vis
illum ad te deferri; quod tuis verbis a me factum esset, nisi quod putavi
contra officiura esse sine tuo man- lato negotium agere. Revocabat me praeterea
quod fingendum aliquid erat, quo ita esse huic domino meo persuaderem. Scis
quam ineptus ad has artes sim. Ex qua gente Pergamensi sim non et rursus
ignoras (4); rude genus hominum sumus, qui si quando fingimus (5) quam belle id
fiat vel hoc potest iudicari, quod (6) nemo tam amens est qui non sta- tim
deprehendat; ita simplicitas illa Pergameae gentis propria male se regit.
Memineram etiam te nihil unquam tua causa fingi ab alio vo- luisse et eam (7)
esse auctoritatem pontificia Cretensis, ut cum apud alios turpe sit mentiri,
apud hunc etiam nefas iudicem. Honestius de hac re ad eum scribes, quam ego te
ignorante negotiorum tuorum ge- stor sim. Haec habui (8) quae de tuo Nonio (9)
ad te scriberem. Rem vero uxoriam quam audio te edidisse iamdudum (io) expecto.
Est enim ut dicitur res tuo ingenio ac tuis studiis digna. Tametsi non dubitem
et graviter et ornate abs (11) te scriptam, nam invent)a Graeco- rum ut spero
ac Latinorum multis locis redolebit, (12) tamen percupio (13) meo potìus quam
aliorum iudicio posse uti. Facias ergo quod ad Cor- (i) A. cod. (3) at] enim cod. (3) facerem cod.
(4) sim — ignoras] sum non et tru8U& cogas cod. (5) fingemus cod. (6)
iudicare qui cod. (7) eam] causam cod. (H)
habeo cod. (9) Nonio] homine cod. (H010 scambiato {:r\\\ FIoik). (io)
iarodabiam cod. (Il) ad cod. <I2) redol. . . . ne coti. (13) perei pio cod.
176 R. SABBADINI. radinum tuum facturum te pollicitus fuisti: mittas (i) hanc
ad me sive historiam sive disputationem tuam, qui olim ut tuo ingenio ita nunc
tuae laudi ac gloriae maxime faveo (2). Vale. La lettera è senza intestazione,
ma dal contenuto ri- sulta che è scritta dal Barzizza, il quale scherzosa-
mente si chiama della Pergamea gens: egli era di Ber- gamo, come è noto. La
lettera poi è indirizzata a Fran- cesco Barbaro, che qui è chiaramente
significato nel- l'autore del trattato De re uxoria, di cui il Barzizza gli
chiede una copia. E questo è per noi anche un indizio del tempo in cui la
lettera fu scritta, poiché il De re uxoria fu pubblicato nel carnevale del
14.16 (cfr. so- pra p. 42). Un altro limite cronologico ci è dato dalla
menzione del Corradino. qui vivo ancora, ma morto nel mese di agosto 141 6 (3).
Sicché la lettera cade nella prima metà del 141 6. In quel tempo dunque a
Venezia e a Padova il Barbaro, il Barzizza e 1' ar- civescovo Cretese (Pietro
Donato) possedevano un Nonio Marcello, sulla cui origine abbiamo più sopra
discorso (p. 32-33). b) Il codice di Modesto Decembrio. (*) Modesto Decembrio,
il primogenito dei quattro figli di Uberto, e assai meno famoso di due di essi,
An- (i) mittes cod. (2) f acito cod. (3) Agostini, Scrittori Viniziani II, p.
115. (*) Comparve la prima volta in Giornale star, letter. ita/. 46f 1905,
70-71. I. CICERONE. 177 ^elo e Pier Candido, morì poco più che trentenne nel
1430 podestà di Castell'Arquato (i). Di lui nulla quasi sappiamo, onde riuscirà
gradito aver notizia di un co- dice da lui copiato, 1' Ambrosiano D 113 sup.,
cart., di elegantissima scrittura umanistica. Contiene opere filosofiche di
Cicerone: TuscuL, De nat. deor., De divin., De fato e, intramezzati a quelle,
ai ff. 61-64, iio-ii2v, estratti dai Caesares di Svetonio. S' incontrano tre
sot- toscrizioni: f. 60V alla fine delle TuscuL: Mediolani MCCCCXXVI. de mense
iunii per M. Decembrem; f. logv alla fine del De nat. d.: Mediolani MCCCCXXVI.
de mense iunii per M. Decembre^n; ì. 157 alla fine del De fato: MCCCCXXVI. de
mense iullii. in Mediolano per M. . Decembrem. Nei marg-ini Modesto ha riportato
numerosi richiami al testo; non solo, ma qua e là lo ha illustrato con disegni
e con taluni profili di teste umane in carica- tura. La più notevole ditali
caricature è quella al f. 18, in corrispondenza col passo delle TuscuL II
11-12; di fronte alla testa è scritto: fratcr Bernardinus. Questi è senza
dubbio fra* Bernardino da Siena, che Mode- ro avrà sentito predicare nella
quaresima del 141 8 (2): e in atto di predicare è raffigurato il frate. Il
luogo delle TuscuL biasima quei filosofi, le cui azioni non ^ono in armonia con
le dottrine professate; e fra' Ber- irdino, probabilmente, mirabile esempio di
queir af- onia, fulmina i correligionari che davano invece spet- icolo di
disarmonia. (I) M. Bona, Pier Candido Decembri, Milano 1893, 8. (a) F. Amadio
Maria da Venezia, Vita di S. Bernardino da Siena, 44. R. SaBBADINI, 7'tsti /il
tini. Ij. 1^8 £. S.. A questo codice accenna il fratello Pier Candido m una
lettera: P. Candidus Simonino Ciglino ducali secretario s.{\) Exigis a me tuis
litteris ut libros Ciceronis de natura deorum et fato, quos emendatos habere me
putas, tibi mittam.... Scito illos manu Mo- desti germani mei olim exaratos,
qui profecto, nisi me fallit amor, et verissime huiusmodi commentarios
transcripsit et fidelissime transcriptos emendavit.... c) I codici di Guarino.
{*) Dell' interesse che prendeva Guarino per le opere filosofiche di Cicerone
fanno ampia testimonianza le sue lettere. Fu egli il primo a propalare la
notizia della clamorosa scoperta, fatta dal Cusano e cosi ama- ramente poi
delusa, del de re puòlica, che si ridusse in fine al Somnium Scipionis. Guarino
ne dà un cenno prima di tutto a Girolamo Gualdo a Vicenza (2). .... Quid dices quod Tullius de re
publica compertus est? ita est. Ex
valle Pollizela V idus octob. (1426). Più particolarmente ne dà comunicazione
al Lamo- la (3), ch'era a Bologna: (i) Cod. Riccardiano 827 f. 15V. (*)
Comparve la prima volta in Museo di antichità class. II, 1887, 391-93- (2) Cod.
Arundel 70 f. 153V. (3) Cod. Riccardiano 779 f. 130. Sulla delusione di questa
scoperta scrive Poggio (Epist. coli. Tonelli III 29): De re publica dicit
(Nicolaus Treverensis, cioè Cusanus) se deceptum et illum librum fuisse
Macrobium super Somnio Scipionis. — Romae XXVI febr. 1428 (== 1429). I. —
CICKRONK. 179 „... Audi visse debes ut Cicero de re publica nuper inventns sit
Coloniae, urbis Gerraaniae, in bibliotheca pulverulenta, ubi pervetusti codices
octingenti carcere mancipati videntur. Eum repperit, repertum transcripsit
quidam secretarius (Nicolaus Cusanus) cardinalis Ursini, qui legatus eas obiit
regiones. Sic mihi ex Venetiis renuntiant aliqui cer- tissimi viri.... (Verona,
ottobre 1426). In compenso però Guarino possedeva un de Le- gibus di Cicerone,
che a suo giudizio era il più per- fetto che si conoscesse in Italia. Flavio
Biondo glie- lo aveva chiesto in prestito; Guarino gli scrive cosi (i): .... Meura de Legibus ut hospitem
potius quam obsìdem habeas volo; inter quos enim fides est, obsidibus locus non
est. Hoc habe, ut talem alium non habeat Italia, non loquor temere. Tu tamen
sive tran- scribere, sive transcurrere vis, expeditum facito. Ex Verona XVm feb. 1428. Sul de Amicitia e sul de
Fato abbiamo la seguente notizia da una lettera che Guarino scriveva al vicen-
tino Niccolò Dotto, suo scolare (2): .,... Optarem ut tuum de Amicitia volumen
habere possera, ut transcrìbi facerem libelluro Ciceronis de Fato qui in eo
vola- mine est. Ex Verona XVm kal. aprii. (1425). Delle Tusculane egli poi
illustrava nel medesimo an- no (1425) un esemplare per uso del suo amico e sco-
(1) Pubblicata da R. S ihliilini in Geiger*! Vierttljahrsschrift /. Kultur,,,
dir Xenaissanee, (2) Cod. Arobrot. O 66 kup. f. 40. iSo R. SABBADror. lare
Biagio Bosoni. Si veda questo passo d' una sua lettera a Giacomo Ponzoni (i):
Biasio (Bosonio) meo dicito nihildum prò eius Tusculanis confecisse propter
absentiam; sed curabo ut quamprimum suam absol- vam voluntatem. (Verona ottobre
1425). Anche gli Academica possedeva Guarino. Egli ne aveva prestato un
fascicolo al medico veneziano Pie- tro Tommasi, a cui lo ridomanda per mezzo di
Flavio Biondo, che in quel tempo stava a Venezia (2). Si ornatissirous et vir
et medicus magister Petrus Thomasius Ve- netiis est, ei me totum commenda et
cum longum illi de me feceris ser- monem, cum dicturus es «Vale» quasi
experrectus eum commonefacito ut mihi quintemionem quendam mittat A e a d e m i
e i fragmenti, quod illi diu misi, volo enim una cum reliquis librum unum
facere. Veronae XV kal. februarias (1424). Del medesimo fascicolo faceva
ricerca anche nel principio dell'anno seguente (1425), ma pare che non lo
tenesse più il Tommasi, bensì Ermolao Barbaro, suo scolare. Ne scrive in
proposito allo stesso Biondo (3): Habeo volumen quoruudam Ciceronis
opusculorum, in quibus Academica sunt. Nescio quo pacto unus evanuit quintemio,
dum totiens agitare supellectilem compulsus sum. Roga Hermolaum (Barbarum) si
quo prcto suos inter codices illum haberet, quos secum tulit, cum ex Valle
Pollizella discessit. Solebam enim inter libros forte occurrentes interserere,
ne foedaretur. Hoc mihi fuerit gratissimum. Ex Verona XI iunii (1425). (i) Cod.
Riccard. 779 f. 130. (2) Pubblicata nella succitata Vier teljahrsschrift, 509.
(3) Cod. Capitol. di Verona CCXCV f. 38. I. — CICERONE. i8r Con Academicum
fragmentum si deve intendere il frammento degli Academ. post, venuto in luce al
prin- cipio del secolo XV, che Guarino possedeva sino al- meno dal 141 3.
Infatti nell'invettiva contro il Niccoli {In Aurlpellem poetam) (i), composta
in quell'anno a Firenze, cita un luogo degli Acad. post. (§ 5) con queste
parole: * Iste Ciceronis Amaffanius, qui nulla arte adhi- bita vulgari sermone
disputare solebat' (2). Guarino commentò nei suoi corsi scolastici alcune opere
filosofiche di Cicerone {De off.. De sen., De am.. Farad.), delle quali ci son
giunte le Recollectae compi- late dagli alunni sulle sue lezioni (3). Gli
Aratea (*) Il Fragmentmn Arati phaenomenon di Cicerone fu fatto conoscere la
prima volta agli Italiani da Giorgio Valla, che lo pubblicò negli Astrotwmici
veteres ' Ve- netiis 1488 ' (4). Ma molti anni innanzi n'aveva ve- duto un
esemplare Ciriaco d' Ancona. Egli infatti nei (i) L'invettiva fu
piihi>lir;.t:i ri;. K. Sabbodiiii, Nozze Cur ciò- Marcellino, Lonigo 1901.
(2) II Valla in data ila Napoli XVI kal. fcbruar. (1447) scriveva al Tortelli:
Fractcrca si quis apud vos babct quatuor Academicorum Cice- ronii libros non
prìdcm Senae repertis (Baruzzi e Sabbadini, Studi sul Ponormitn e sul Valla,
Firenze 1891, p. 116) Si trattava naturalmente di una falfia notizia. (3) R.
Sabbadini, La scuota e gli studi di Guarino, 91-93. (♦) Comparve la prima volta
in A'H'ista di /ihlogia XXXIX, ioti, 244-4'». V CU. K. Sabbadini, Le scoperte
dei codici, 149. l82 K. SABBADmi. Commentariiy dati alla luce da A. degli Abati
Olivieri *Pisauri 1763', pariando della visita fatta a Vercelli scrive: (p. 42)
« Ad XI. k. dee. (1442) venimus Vercellas.... In antiqua ipsa Vercellarum C.
bibliotheca vetustos et praeclaros libros in venimus quam- plures... (tra i
quali era) Arati liber antiquiss. Super delphini figuram. Neptunum aiunt
fabulae....>. Dagli Aratea comunica alcuni estratti. Vien subito di pensare
che il codice di Vercelli sia il medesimo ritrovato poi dal Valla; ma così non
è (i). Trascrivo i versi citati da Ciriaco: Ipse autem labens multis equus ille
tenetur Piscibus. huic cervix dextera mulcetur Aquari Serius hoc obitus terre
visite quinis Quam gelidum valido de corpore frigus anhelans (55-58). E pedibus natus summo love
Perseus es Quos humeros retinet defixum corpore Perseus Quam summam ab regione
Aquilonis flamina pulsat. Hic dextram ad sedes intendit Cassiepiae Diversosque
pedes vinctos talaribus habtis Pulverulentus uti de terra lapsus repente In
coelum victor magnum sub culmine portat (20-26). Il testo del Valla invece presenta molte varianti: 56
huic] hinc; dextera] dextra; Aquari] Aquarii; 57 hoc] haec; terre visite
quinis] terrai iussit equinis; 20 natus] (i) Diversamente pensa, ma mi pare a
torto, Paul von Winterfeld, De Germanici codicibus (in Festschrift Joh. Vahlen
gewidmet, Berlin, 1900, 398-9). r. — CICERONE. 183 vatum; 21 defixum] de fixo;
22 summam] summa; 2^ Cassiepiae] casiopaeae: 24 habtis] aptis; 25 terra]
terrae. Opere pseudo-ciceroniane La quinta Catilinarìa. (*) Si trova in molti
manoscritti, ora anonima, ora col nome di Cicerone o di Porcio Latrone, una
supposta quinta Catilinaria, esercizio rettorico dell'età imperiale, che dal 1490
in poi fu più volte stampata, di solito insieme con Sallustio, e della quale
ultimamente ha curato l'edizione critica H. Zimmerer (i). Il novello editore
ebbe a sua disposizione due soli manoscritti, il Monacense lat. 68 sec. xv,
anepigrafo ma integro, e il Leidense 19 sec. XV, mutilo, con l'in- testazione a
Porcius Latro. Un altro manoscritto, im- portante per la data, è il 58 di S.
Daniele del Friuli con l'intestazione f. i: Oratio M. TulUi Ciceronis ad
iudices contra Catilinam et ceteros coniuratos. Si quid precibus apud deos
immortales — e la sottoscrizione: Finit oratio Ciceronis omnium vehemcntissima.
* Lavriani per presbiterum Nicolaum Sanctivitensem (da S. Vito) olim Georgii,
Utinensem canonicum. 1439, II nonas februarii *. Reca perciò meraviglia che a
Poggio ne sia giunta notizia solo nel 1 45 1 e, non si crederebbe, (•) Comparve
la prima volta col titolo: Da eodici Braidensiy Milano 1908, 5-0 (l) Dtclamatto
tn /.. Sergittm Cntilinam. Etne Schuldeklamation aus der rom. Kaiseruit. Naeh
etner Munck. ìiandschr. dts XV Juhrk., he- ratug. von Dr. H. Zimmerer, Mtinchcn
1888. l84 K. SABBADINI. dalla Germania (i). Il cod. di Siena H VI ii, del sec.
XV, attribuisce come il Leidense la declamazione a Porcius Latro (2). La spinta
a questa attribuzione ven- ne dal luogo di Seneca padre, dove è citata la frase
di Porcius quid exhorruistis iudices (3), la quale ricorre casualmente nel
nostro testo; e ciò non prima del 1458, che fu l'anno in cui le Suasoriae et
cofitroversiae di Seneca tornarono alla luce per opera del cardinal Cu- sano e
di Gio. Andrea Bussi (4). Anonima invece è nel cod. Laurenziano 48. 19 f. 99.
Due codici Vaticani, 1742 f. 30 iv; 1748 f. 3, la attribuiscono a Cicerone. La
declamazione si legge anche in quattro mano- scritti milanesi, due Ambrosiani e
due Braidensi. Cod. Ambrosiano B 124 sup., cart. della metà del sec. XV, con
molte orazioni di Cicerone e di Livio e scritture umanistiche; f. 198V-208
Finis pulcherrime o- rationis M. Tullii Ciceronis adversus L. Catilinam. Cod. Ambros. M 44 sup., cart,
sec. XV; f. 39 TuL in Catilinam. Si
quid precibus — ; f. 32 finis Ciceronis ad iudices in L. Catilinam, Cod. di
Brera AF. IX 67, cart. sec. XV. Contiene questo solo scritto, col titolo:
Ciceronis ad iudices in L. Catilinam. Cod. di Brera AG. IX 33, cart, sec. XV.
Questo grosso codice, comprendente una copiosa raccolta di 37 orazioni
ciceroniane tra genuine e spurie, è scritto (i) Mai, Spicilegium Rom. x 370;
Zimmerer 31. (2) N. Terzaghi in Sludi ita/, di filol. class. XI, 1903, 412. (3)
Zimmerer 40. (4) R. Sabbadini, Z^ scoperte dei codici^ 112. I. — CICERONE. 185
da cinque mani; la I va dal f. 2 al 285V; la II day 285 V al 289: la III dal
289 al 3i8v; la IV dal 319 al 334V; la V ha operato in tutto il volume,
compiendo o correg-gendo le intestazioni, mettendo i titoli correnti sui
margini superiori, colmando lacune, emendando le- zioni, facendo richiami. f. 2
Si quid precibus apud deos immortales — . La nostra declamazione senza titolo e
senza sottoscrizione, f. 8v Pro Giieo Pompeio. Quamquam michi -- f. i6v Pro se
ipso M. T. Cicerone pridie quam ir et in exUium. Si quandoque inimicorum — f .
2 1 v Pro se ipso M. Tulio Cicerone qua gr alias agii populo de reditu suo.
Quod precatus — f. 25 Pro se ipso M. Tulio Cicerone quando senatui gratias egit
post reditum. Si patres conscripti prò — f. 30 Pro Aulo Licinio Archia poeta.
Si quid est — f. 34 Pro M. Marcello. Diuturni silentii — f. 37 v Pro Quinto
Ligario. Novum crimen — f. 42 Pro Deiotharo rege. Cum in omnibus — f. 47 v Pro
Tito Annio Milione. Etsi vereor — f. 6ov Pro Gneo Piando. Cum per egregiam — f.
72V Pro Publio Siila. Maxime — f. 84 Pro Lucio Flacho. Cum in maximis — f. 96
Pro Publio Quincio. Qua ras in civitate — f. io6v Pro Publio Sextio. Si quis
antaa — \. 118 Pro M. Celio. Si quis iudicas — \. 127V Cofttra Vatinium. Si tua
tantummodo — . I f. 128-129, ch'erano stati lasciati vuoti, furono poi col-
mati dalla mano IV. f . 1 30 De provinciis cansularibus. Si quis vestruni — l86
R. SABBADINI. f. 136V Pro Lucio Cornelio Balbo. Si auctoritates — f. 145V
Ciceronis or alio ad poiitifices prò domo sua contra P. Clodium. Cum multa — f.
165V Eiusdem ad eum senatum de airuspicum re- sponsis contra P. Clodium et prò
domo sua. Hesterno die — f. 176 Pro Lucio Murena. Que deprecatus — f. 189V Pro
Sexto Rosio. Credo ego — f. 206 Contra Lucium Pisonem. lam vides — f. 219V
Contra P. Servilium Rullum tertii libri. Co- modius fecissent — f. 22 IV Pro
Rabirio Postumo. Si quis est iudices — f. 226V Contra legem agrariam. Est in
hoc more po- situm — f. 239V Pro Au. Cecina. Si quantum in agro — f. 25 2 V Pro
Publio Cluentio Abito. Animadverti — f. 277V Contra legem agrariam fragmentata.
Que res aperte petebatur — f. 281 Pro Gaio Rabirio per duel. Etsi Quirites —
.Do- po quest'orazione segue alf. 285V la sottoscrizione del copista I: Finis
et laus deo, filio et spiritui sancto qui sunt trini in maiestate. Amen.
Stefanus de Pavaro scri- psit et de anno MCCCCXLI de mense Augusti videlicet in
XXI die in scriptura complevit. Et si quid erroris est veniam petit a quocunque
legente quia potius fragilitate quam errore proprio contigit. f. 285 In
Vatinium testem. Si tua tantummodo — . Cfr. f. 127V. f. 2QI Pro Rosio comedo
fragmentata. Malitia nature creditur — I. — CICERONE. 187 f. 298 Oratio
Salustìi contra M. T. C. Graviter et iniquo — f. 299V Oratio et responsio M. T.
C. contra Salustium Crispum. Ita demum — f. 302 Prima Oratio in L. Cati//inam.
Quousque tan- dem — . Le 4 Catilinarie terminano al f. 318V. Man- cano i primi
sette paragrafi della II per la caduta di un foglio. f . 319 M. T. Ciceronis
oratio prò P. Sextio. Si quis antea — . Cfr. f. io6v. Mancano le ultime righe,
per- chè il f. 325 è rimasto vuoto. Come si vede, il copista I ha riunito nella
sua sil- loge anche le orazioni delle scoperte Poggiane di Francia e di Germania
(i). Il medesimo copista ha ado- perato inoltre il commento di Antonio Loschi a
undici orazioni (sopra p. 2 1 sgg.), traendone alcune notizie storiche che
premise al testo di ciascuna di esse. Ora darò un saggio di collazione di tre
codici mi- lanesi, chiamando A l'Ambrosiano B 124 sup., B il Braidense AF. IX
67, C il Braidense AG. IX 33. Collazione di A B. Zimiticrer § i convaluisscmus
A B \ cives nostros haberemus A B \ gimal et A \ tum A B \ omnes om. A B \
laudibus A B \ esse am. A B I § 2 nec opinione B \ possit atqac homines infl. A
B \% "^ piene A B I et om. A B \ Scypioni A \ Crassis A B \ Porcinnae A \
Graochis A^ Grraccis B \ Anthonio A\% \ Scypioni A \ et pcrsepe A B \ torbulcn-
tam A B\ t»,i om. A B \ omnia locus B \ bencvoicntiac] gratie 4 ^* I I 5 quando
A B \ nostra a foro B \ desideretur A B \ dicendam ett qaidem nobis aut de
deterrimis .-/ B \ pudicitia A B \ % b cotidiana B I) Cfr. «opra p. 27-a9, 43
sgg. l88 K. SABBADINI. I § 7 equidem om. A B \ Galabrionis B \ crudelissimi L.
Catiline cuius A B I sicca A B \ paterne A B \% % dicendum est iterum de L. AB
I civium om. /> ] § 9 iudices om. A B \ cognoscite A B \ flagiciosissi- mam
A B | § io- il conatus est ac crudelissime A B \ nec vexare B \ compararat ^ ^
| § 12 manum om. A B \ facilime B \ conciliarunt A B I amplissima A \ Lecce ^ ^
| § 13 eam A B \ perditissimorum A B \ adoloscentum B \ assuetudine — partim
om. A B\% 14 barbarorum ^ B I hominum om. A \ non modo inclinati magn — A B \
summa A B I nec alique mulieres A B \ denotate solertissime A B \ devolaverint
om. A B I nefarie coniurationis convaluerint ( in convolaverint corr. A) A B \
% 15 armis datis ad ^ ^ | Lecce A B | corroborarentur A, cor- roborentur B |
omnes om. A B I conferre A B | interim] iterum A B \ § 16 hominis corr. in
huius A, huius B j vero om. A B \ cognoscende- que A B \ flagravit A B \ huius
sceleratissimi A B \% 17 compertas A B 1 attulero A B \ summisque cruc — A B \
atque mactandum om. A ^ I § 18 scelerata om. B \ novis rebus A B. § 65 qui
actiones ullas ^ .5 | § 66 De te igitur Catilina sciatur A B 1 cui corr. in qui
A, cum (?) corr. in cur B \ noctu om. A B \ putasti A B I Deinde quomodo in
lucem A B \ prodissent A \ quid rursus fuis- ses A B i aut om. A B \
amantissime patrie peracturus A B \%(ì'] quid igitur nostras leges violas A B \
sanctias A \ memorabili A B. Collazione di C. § I re nostra publica C\
haberemus constudiosos (i) C\ tum patrie — amantissimos in marg. al. m. C \
omnes in marg. al. m. C j esse in marg. al. m. C I videremur C | § 2 summorum virorum
posstt C | § 3 verum enim ea ( ea superscr. al. m. ) dicendi voluntas C \ nec
non ex {in et corr. al. m.) C \ Graccis C \ pulcerrimarura C \ miserandorum
tem- porum calamitates C | § 4 monimentis inmort — C j condicionem C \
intercepts locs C, corr. al. m. \ atque iocundissimi C \ beniv — C" ! § 5
desideretur C \ dicendum est primum nobis C, in marg. aliter perpetuo al. m. I
deterrimis C \ inpudicitia C | § 6 sit redundatio C \ auctores cla- ruerunt C,
in marg. aliter aures al. m.\ % "j equidem om. C \ Gabrionis C I Sicca C I
papirrium C \ paterne C, in marg. aliter patritie al. m. \ § 8 cum C I cum C \
retorxerunt C | § 9 flagiciosissimam C \ incondise- (i) Con ciò è assicurata la
lezione cum. I. — CICERONE. li^ atam C | § io Catelina C\ urbis non ad pemitiem
urbis conferre C\ § 1 1 quid exorruistis iudices non oprimere modo conatus est
add. in marg. al. m. C j et crudelissime 6" | § 12 Lete C | dequoquebantur
C I § 1 3 adoloscentum C \ assiduitate strupi C 1 § 1 4 barbarorum C \ no-
bilitate summa C, corr. in marg. in nobilitati magnitudine summa aL m. I et
studio C \ alle C, in marg. corr. in alie al. m. \ mulieres C \ denotate C \
propter magnitudinem C \ repente devolaverint add. al. m. in marg. C \ aerem ipsum C, in aream
ipsam corr. al. m. \ atque fla- gitiosae om. C | § 15 Lete C\ conferre C | § 16 audivistis C \
Nunc a- gnoscenda causa est C \ flagravit C \ huius sceleratissimi Cat — C | §
1 7 piane ex piene corr. C \ planeque ex plen — corr. C \ attulero C \ sum-
misque crutiatibus C \ atque mactandum om. C | § 18 inaudita] mandata C I novis
rebus C. § 65 agitaret C \ actiones C \ capitali iudicio C \ § 66 Catelina
scia- tur cur C I putasti C \ deinde quomodo in lucem C \ conciuncule tue in
lucem prodiissent quid rursus fuisses C \ optirais aut amant — C \% 67 quid
igitur leges nostras violas C \ insania C \ memorabili C. A e By {e con essi 1'
Ambros. M 44 sup.) pur non derivando l'uno dall' altro, hanno l' identica
redazione, evidentemente inteq^olata; basti un paio d'esempi: § 7 crudelissimi
L. Catiline; § 8 dicendum est iterum. C rappresenta una redazione doppia:
l'originaria, che s'ac- costa in parte ad A B; la corretta, che restituisce
spes- so la lezione genuina. Al testo dello Zimmerer si pos- sono apportare per
via diplomatica alcuni miglioramenti, ma in generale esso è ben costituito. Il
trattato " de virtutlbus „ (*) I bei tempi dell'umanismo, nei quali da un
momento all'altro un chiostro o un capitolo potevano dare alla (♦) Coinpanre la
prima volta in Atene e h'oma, Xn, 1909, a-6. rgd <• SABBADINt luce un nuovo
classico latino, purtroppo non ritornano più; ma chi frughi con pazienza e
amorosa fede entro di essi non è escluso che gli avvenga di metter le mani su
qualche tesoro allora scoperto e poi dimen- ticato. Effettivamente pare che il
tesoro ci fosse. Antoine de La Sale, un francese del secolo XV (n. 1386),
compose un'opera intitolata La salade sui doveri del principe e la dedicò a
Giovanni duca di Calabria, figlio dell' Angioino Renato. Con ciò arri- viamo
alla metà del secolo, in pieno umanismo, quan- do gli Italiani avevano già
scoperto tutte le opere di Cicerone salvateci dalla sorte; ma il La Sale ne
aveva una che agli Italiani non riusci trovare e dopo di lui è nuovamente
scomparsa, il trattato De virtutibus; e di quella si servi per comporre la sua Salade.
La Salade s' incontra manoscritta nel cod. di Brus- sella 182 IO del sec. XV;
fu anche stampata nel 152 1, ma non ebbe diffusione e passò cosi per tanto
tempo inosservata. Ne rinfrescò la memoria recentemente un filologo finlandese,
W. Soederhjelm, che ne ripubblicò alcune parti nel 1904, accompagnandole con un
com- mento; e nel 1908 coi tipi del Teubner ristampò il testo francese H.
Knòllinger, mettendovi di fronte per gli inesperti di lingue romanze la
versione latina, di- scutendo tutte le questioni a cui il testo dà luogo e in
ultimo ricostruendo i passi secondo lui più sicuri dell'opera ciceroniana: M.
TuLLl ClCERONiS De virtu- tibus libri fragmenta, collegit H. KlNÒLLlNGER. Prae-
missa sunt excerpta ex Antonii de La Sale operi- bus et commentationes.
MCMVIII. Lipsiae. I. — CICERONE. igt Il La Sale cita nel suo antico francese
ung^ des li- vres de Tulles que il nonuna De virtiitibus, estraendone gli
ammaestramenti che più fanno al suo scopo e che egli addita ai princes,
seigneurs et dames. Otto sono gli ammaestramenti, da lui non senza affettazione
chia- mati grains de tres glorieuse semence; il I sull'uso della giustizia,
temperata di benignità; il II sulla conserva- zione della pace; il III sulla
benevolenza del principe verso i sudditi; il IV sulla protezione del commercio;
il V sull' imposizione dei tributi; il VI suU'approvigio- namento delle
vettovaglie; il VII sull'accrescimento e conservazione dei beni pubblici; 1'
Vili e ultimo sulla difesa dello Stato e dei cittadini. Cicerone è dal nostro
Francese nominato parecchie volte e sempre con la forma Tulles, com' è nell'
edi- zione antica, Tullez, com'è nel codice; il novello editore Knòllinger
rende nella traduzione Tullus; ma perchè non addirittura Tullius? Non e' è
nessun dubbio che il La Sale per Tulles intendesse Cicerone, il quale nel medio
evo fu generalmente citato col suo nomen an- ziché col cognomen. Ma dobbiamo
proprio credere che egli avesse dinanzi agli occhi il De virtutibus genuino di
Cicerone ? Un primo sospetto c he s'affaccia è che il La Sale si sia giovato
dell'opuscolo che reca appunto il titolo De quattuor virtutibus e va, quando
non è anonimo, ti» i nomi ora di Seneca ora di Martino Dumiense, 1 quale ultimo
veramente appartiene (Migne /'. !.. i -XXJI 17). Senonchè pur avendo i due
testi neces- ,ri..rììi.nf«. nn il/ìì.. i.nntO di COntattO, 'i'MU» inrlinoTl-
192 R. SABBADmr. denti l'uno dall'altro. Vien di pensare in secondo luo- go
alla Politica di Aristotile, che l'autore cita espres- samente e che era alla
portata di tutti in una doppia versione latina, la medievale e l'umanistica del
Bruni; ma nemmeno questa è la fonte principale del Fran- cese. Il 7:pò<;
NixoxXéa di Isocrate, o di chiunque altro sia, che contiene un manuale dei
doveri del principe verso i sudditi, era stato tradotto in latino fin dal 1 43
1 da Bernardo Giustinian e poteva perciò benissimo es- sere a conoscenza sua;
ma anche qui le coincidenze sono casuali e dipendenti dalla comunanza della ma-
teria. Altrettanto ripetiamo per le numerose opere nelle quali autori medievali
e umanistici si occupano vuoi di proposito vuoi occasionalmente dell'educazione
prin- cipesca, quali Egidio Colonna, il Salutati, il Vergerio, Guarino, il
Piccolomini, il Biondo e via discorrendo. Dei trattati pertanto che erano più
diffusi nelle scuole e tra il pubblico dei lettori nell'età del La Sale o in
quella a lui vicina non uno sappiamo additare come il modello diretto del suo
libro, pur non esclu- dendo che da alcuni di essi e dalla propria esperienza
egli potesse trarre la materia ivi sviluppata. In ogni modo questo sarebbe un
argomento più favorevole che sfavorevole alla veridicità delle sue
affermazioni. Un altro argomento favorevole ci è offerto dalle sue al- lusioni
a fatti e personaggi di Roma antica, poiché non vediamo quali ragioni
sufficienti lo abbiano in- dotto a inventarli: sebbene nemmeno qui manchino i
dubbi. Chi sarà mai p. e. quel Brunlaventin, a cui male incolse dall' aver
voluto imporre troppo gravi tributi al popolo ? E che fondamento avrà quel
Torqueus, che t. — CICERONE. 193 per aver aumentato le imposte fu assediato
ventiquat- tro giorni nel Campidoglio ? Contrario invece alla veridicità del La
Sale mi sem- bra questo che soggiungo. Egli pone in cima a tutte le virtù la
giustizia: la justice comme la royne (reine) de tùutes les vertus; laddove
Cicerone nel De virtutibus per attestazione di Girolamo le disponeva nel
seguente ordine: prudentia^ iustitia, fortitudo^ temperantia, E lo stesso
ordine conserva nel De officiis; che se ivi nel capitolo 4' del libro I nel proporre
una genesi parti- colare delle virtù prende le mosse dalla giustizia, in tutto
il rimanente dell' opera e in altre, come nel De uivent. e nelle Partii, orai.,
il primo posto è sempre occupato dalla prudenza o sapienza. Da ultimo non sarà
inutile collocare il fenomeno in mezzo alle condizioni letterarie del tempo in
cui il La ale visse e di quello che di poco lo precedette. Os- •rveremo allora
che dall' un canto si attribuivano a i cerone varie opere che non gli
appartenevano: uno ritto De Gravimatica, un' orazione adversus Valeriuni, ria
quinta Catilinaria (cfr. sopra p. 183), una raccolta Differentiae, e una di
Synonyma^ più un trattateli© De re militari, che è un semplice compendio di Ve-
gezio. E dall' altro canto in quello stesso secolo o poco prima o poco dopo
furono scoperti e adoperati libri e autori, che per noi sono, forse
irreparabilmente, rduti. Cosi nella biblioteca benedettina di Monte issino si
conservò fino al 1522 Palaemon De proprie^ iute sermonis integro e la Geometria
di Martialis, che era diverso da Martianus; cosi il Petrarca possedette K.
SABBADmi, T€tU latini, > y 194 R* SABBADINi. un commento di Elio Donato alle
Egloghe di Vergilio (cfr. più sotto p. 203) e forse gli scolii di Vacca a Lu-
cano, e il medico tedesco Hartmann Schedel che ci tra- smise la Mulomedicina
Chirmiis, stampata nel 1901, a- veva nel 1498 il commento di un Probo a Persio;
e nel 141 2, un altro medico tedesco, Amplonio, possedeva le opere di Grillio,
per noi quasi interamente perdute; così nel 1415 Giovanni Corvini a Milano
aveva una Comoedia antiqua a noi ignota e nel 1466 Angelo De- cembrio un
poemetto De bello nautico Augusti cum Antonio et Cleopatra, che cominciava '
Armatum cane musa ducem belloque cruentam Aegyptum ': lo stesso probabilmente
salvatoci in parte dai papiri ercolanesi. Anche di qui possono sorgere, come si
vede, ra- gioni tanto di dubbio quanto di fede. Ma se si con- sidera che il La
Sale fu in letteratura un solenne pla- giario (i) e ciurmatore, la fede se ne
va e rimane solo il dubbio. (i) Sui plagi sfacciati commessi dal La Sale a
danno di Simone de Hesdin vedasi M. Lecourt in Mélanges Chatelain, Paris 1910,
341-353. n. DONATO. Sotto il nome di Donato vanno parecchi scritti di indole e
di argomento diversi; ma qui io mi restringo a trattare degli scolii dei
Donati. E per questo riguar- do devo distinguere due categorie di scolii: i
Vergi- liani, ai quali si connette il nome di Tib. Claudio Do- nato e di Elio
Donato, i Terenziani, ai quali si con- nette il nome di Elio Donato. Tib.
Claudio Donato in Vergi lium (*) Noi possediamo un commento di T. C. Donato al-
l' Eneide. Quando fece esso la sua prima comparsa nei tempi moderni ? Alla
domanda si rispose in diverse maniere. Comunemente si riteneva che lo
scopritore fosse stato il Fontano e che la prima edizione venisse in luce a
Napoli nel 1535. Il Valmaggi dimostra falsa queir opinione e si ingegna di
argomentare che il ' propalatore * del commento fu il Landino nell* edizione
(♦) Comparve la prima volta in Museo di antichità ct>i^s. HI. 1889, 167 .72.
198 R. S.. fiorentina del 1487 (i). Nella prima parte ha ragione, non cosi
nella seconda. Ecco infatti una lettera del- l' Anrispa: Aurispa viro
clarissimo et poetae suavissimo Antonio Panhormitae s. (2) Timeo ne me ob tam
longam ad te taciturnitatem aut ignavum aut ingratum aut immemorem tecum et cum
domino Mathaeo viro cxcellente et amico conmuni me appellaveris. In me vero si
parva aut nulla vitia, si multae unquam virtutes fuerunt, praesens est tempus.
Legi equidem immo quasi traduxi Hieroclem (3) Pythagoricum, qui me et iustum
fecit et prudentissimum. Nullius tam magna est ignavitas, si illum adtente
lege- rit, quin in amicos officiosus, in caeteros humanus, erga deum religiosus
•radat. Itaque si quod in me
prius supranominatorum vitiorum fuit, pu- rus illius lectione purgatusque
remansi. Non fuit posteaquam Neapoli a te discessi scribendi argumentum nec
nunc quidem erat, nolebam equi- dem epistolam sine re ad te ut a pluribus fit
mittere: rem libros appello. Monachus
ille qui primo Commentum Donati in Virgilium in Italiam apportavit nuper Romam
cum cardinale Burgundiae venit. Is est et doctus et solers antiquitatis indagator,
quamvis Gallus; dicit se invenisse in tris Plauti comoedias commentum eti am
Donati. A me solicitatus misit in Galliam prò illis. Hinc me expedio ut vere
accinctus sim ut Ferrariam vadam et illinc ad vos me cum tota familia traducam.
Serenissimo Alphonso regi me oro saepe
commendes, cuius mores et ingenium adeo mihi placuerunt et ac- cepti sunt, ut
nullum ex antiquis, neminem excipio, in arte regnandi et caeteris hominum
virtutibus cum ilio comparandum putem, in cuius lau- (1) Luigi Valmaggi, Di un
testo falsamente attribuito al grammatico Elio Donato, Torino 1885, estratto
dalla Rivista di filologia ed istru- zione classica, XIV, 1-2, p. 31-36. (2)
Cod. Vatic. 3372 f. 5v. (3) Herodem cod. 2. — DONATO. 199 dibus tantam ego
voluptatem accipio, ut dum illum magnifacio saciari non possim. Cuilibet Romae
licet quod sentii loqui. Itaque nonnunquam de ilio disputatur ac multi qui
nunquara reges fuerunt illum prodigum non liberalem appellant et arguunt
largitatera illam non permissuram ut magna faciat. At ego postquam illos
argumentis vinco, silentes oraitto. At quidam ex magnis florentinus tamen cum
argumentaretur carentiam uri ex necessitate regi fore, postquam veris
rationibus ostendi non ca- riturum auro sed abundaturum: Alphonsum inquam regem
ita bonum esse christianum, ita deo eiusque matri et apostolis acceptum, ut
quo- cienscunque ex corde illos oraverit, singuli decies centena millia aureo-
rum regi facillime tradent. Cunque interrogarer: quid quotidie id non facit ?
Respondi regem non prò pecuniis oraturum nisi summa in neces- tate in qua
nunquam erit. Cum ego perseveranter id affirmarem, qui- dam illi, quicum
disputacio mecum erat, dixit: de Christo et apostolis aiireis intellegit. Verum
est, inquam, nam rex maiores habet apostolos ireos quam ego sim; et quamvis
Sanctus Petrus parvae staturae fuerit, in sua capella aureus est magnus. Sic illi subdoletites (i)
quamvis ride- rent abierunt. Vale tu tuique. Misi Fabrianum prò chartis quas
nondum reccpi; cas quotidie expecto et domino Mathaeo, cui me plurimum com-
mendabis, mittam. Facio etiam me commenda et Curulo.
Rorn.if: VTTT kal. februarias [1447]. ì iv>Mc^....M.. c^ lissar la data di
questa lettera. Intan- to vi si fa menzione di una j^ita dell' Aurispa a Na-
poli: posteaquam Neapoli a te discessi. La gita ebbe luo- «> nel 1444, come
si rileva da una lettera del Facio 1 T'anormita, della quale reco pochi passi:
Bartholomeus Faccius Antonio Pankormitae s. d. (2) Quanti factam iudicium tuum
. . r,,n>|»'.situm a me opuRculum de bello Veneto prius edere nolui, quam
iliiid ( orni tioni tuae Hubiccrem .... (1) Hodolcntea eot/. (2) < ìh\.
Vatic. 3372 1. J3V. 200 R. SABBAX)INI. Habes Aurispam domi virum non mediocris
ingenii atqne doctrinae quem licet nunquam viderim, tamen ob virtutes eius
ipsura vehementer diligo estque eius apud me magna auctoritas. Ilunc etiam
operis mei correctorem et iudicem esse velim .... Neapoli apud Corouatam die
XXTTTT aprilis 1444. D'altra parte nella lettera dell 'Aurispa è presuppo- sto
ancor vivo il Facio {Facio me commenda), morto nel 1457. Ma il termine ad quem
si ristring-e assai di più. L' Aurispa parla del cardinalis Burgundiae, cioè
Jean le Jeune (Johannes Juvénis), vescovo Morinense e chiamato per questo
comunemente il cardinalis o il dominus Morinensis. Egli morì il 9 settembre
1451 (i). La lettera cosi resta compresa tra il 1444 e il 1451. Facciamo un
altro passo. L' Aurispa scrive nei saluti: Vale tu inique. Quel inique
significa che il Panormita s' era ammogliato con Laura Arcellio. Nel 1 444 non
r aveva ancora sposata; e nel febbraio del 1448 era già padre di una bambina,
Caterina Pantia (2). Con questo indizio riportiamo la lettera dal 1444 al 1447.
E il 1447 è effettivamente l'anno. Richiamiamo la frase: monachns ille nuper
Romam cnm cardinale Bnrgundiae ve7iii. Il Morinense nell'ago- sto del 1446
s'era recato da Roma alla dieta di Fran- coforte quale rappresentante del duca
Filippo di Bor- gogna, e alla fine dell' anno medesimo era di ritorno a Roma
con gli altri delegati (3). La lettera dell'Au- (i) Ciaconius, Histor. ponti/.
II 912-13. (2) R. Sabbadini, Biografia di Giovanni Aurispa 1 00- 103. (3) G.
Sforza, La patria, la famiglia e la giovinezza di papa Niccolo V in Atti della
r. Accad. Lucchese XXm, 1888, 185-90. 2. — DONATO. 201 rispa è dunque del 26
gennaio 1447. E il monachus Gallus ? Lo identifichiamo con Giovanni Jouffroy,
mo- naco benedettino e suddito del duca di Borgogna; il che spiega com'egli si
fosse accompagnato al cardinal di Borgogna per assisterlo alla dieta. E il
Jouffroy fu veramente et doctus et soler s antiquitatis indagatore co- me
l'Aurispa lo definisce (i). Il commento di Tib. Claudio Donato era stato da lui
portato in Italia fino dal 1438, quando venne a prender parte al concilio di
Ferrara (2). Esso forma al presente il cod. Laur. 45, 15, characteribus
langobardicis coftscriptus, del sec. IX; e contiene il commento dei soh primi
cinque libri dell'Eneide. Tra gli apografi tratti da esso ricorderò V Ambros. H
265 inf. Sulla sua divulgazione comunico il seguente passo di una lettera di
Poggio a Battista Guarino (3): De Donato quod postulas quaeram diligenter et si
quid reperero amplius quam quod te habere scribis, dabo operam ut transcribatur:
quanquam non valde utilis eius lectio videtur, cum versetur in rebus
minusculis, quae pamm in se contineant doctrinae, eloquentiae minimum . Satis
est Scrvius ad Virgilii expositionem, nara in quo ipso ti,*-t, .lii non
loquuntur... Floreutiac die XIIII febr. [1456]. Dal posto che la lettera occupa
nell' epistolario si deduce che è del 1456. Battista Guarino professava in quel
tempo a Bologna. Egli domandava Donato pro- babilmente perchè nel corso deUe
sue lezioni interpre- (i) R. Sabbatlini, Le scoperte dei eodici ialini e greci
194-95. <3) R. Sabbadini in Studi itaL /ibi. class. II 48 ». 3. ' \\ Pokkìo
Epist. coli. Tonclli, XJII 25, co^'arionato col cod. Vatìc. (jtt 203 ft.
SABBADINI. tava Vergilio. Che si parli di Tib. Claudio Donato in Vergilium risulta
dal confronto che ne fa Poggio con Servio. Se Battista conosce il nuovo
commento, ciò signi- fica che era arrivato a Ferrara; e difatto Angelo De-
cembrio, il portavoce della scuola ferrarese, lo nomina nella Politia literaria
(i6o, 443), pubblicata nel 1462, ma abbozzata nel 1447. Anzi vi confonde già
Tib. Claudio con Elio in una sola persona, come fece il copista del cod. Laur.
53, 9, dove il commento di Elio Donato a Terenzio porta il titolo: Claudii
Donati ho- noratissimi grammatici prefatio super Terentio. Battista Guarino
domandava a Poggio se possede- va un testo completo. In Italia perciò
conoscevano solo il commento alla prima parte dell'Eneide e non vi e- rano per
anco giunti i due codici Vaticani, che con- tengono la seconda, essi pure del
sec. IX e prove- nienti del pari dalla Francia. Come risulta dal Com- mentarium
del Niccoli (cfr. sopra p. 4, I) Poggio aveva veduto nel monastero di Reichenau
un testo che com- prendeva il commento a otto libri: ma non pare che se ne sia
tratto copia. Di quel codice s'è perduta ogni traccia. Recentemente H. Georgii
ha sul codice Laurenziano (di cui non conosceva la storia) e sui due Vaticani
condotto la sua edizione critica, che è a un tempo editio princeps: Tiberi
Claudi Donati Inter pretationes Vergilianae, Lipsiae 1905 (i). (i) Sul cod.
Laur. cfr. I p. XVII-XX; sui Vatic. p. XX-XXTV. 2. — DONATO. 203 Elio Donato in
Vergilium (*) Il commento di Elio Donato alla Georg, e aH'Aen. di Vergilio s'è
perduto; dell'esposizione della Buco/, ci son pervenuti tre capitoli, nemmeno
trasmessi unitamente: cioè la dedica a Munazio, la vita del poeta e l' intro-
duzione sulla poesia buccolica (i). Ma pare che il Pe- trarca possedesse il
commento alla Bucolica. E di vero >i ponga mente a queste chiose autografe
sul suo Vergilio Ambrosiano: f. di guardia: Melibeus a finibus suis discedens
ac Tytirum sub fago Joris estum vitantem videns et admirans, ait: * Titire tu
etc. ' (Ec/. I, i). : ■ t pronomen hoc ' tu * hic discretionem importat, quasi
dicat: tu, ita ;uod nullus alius, sive mantuanus, ut Servio, sive poeta, ut
Donato, ive, ut nobis videtur, et mantuanus sit qui loquitur et poeta. f. 2 (in
calce a destra) (2): Sub persona ergo Tytiri Virgilium intel- liginìus secundum
omnes; per Melibeum vero quid importetur dissentire idcntur cxpositores. Iste
(scil. ScrviiLs) enim ut patet ex sequentibus, mantuanum aliquem finibus suis
pulsum intelligi vult obstupentem su- j»cr felicitate Virgilii, qucm agris
propriis restituerat Augustus. At qui i ) o n a t u m sccuntur, dicunt Augustum
soli Virgilio romanam ystoriam ractandam concessitse, adiccto quod aliorum
omnium scripta poctarum, (^ Comparve la prima volta in Giorn. star. Utt. itaL
45» 1905, 172-3. (i) Ripubblicati ora In Vitae Vergiiianae, ree. I. Brtimmer,
Lipsiae 1912, p. VII; 1-19. ;:i II carattere è molto sbiadito e in certi punti
illeggibile. U testo ti '/ri con la copia che ne tr:uicrÌMM; dal Vergili»»
petrarchesco AstoU • ' Marinoni sul c(n1. ( Ja»anatcniM: 960 f. 7 negli anni
1393 e 1394 a Pavia. S.. qui de ea scribere aggressi fuerant sed nondum
perfecerant, delerentur. linde invidebant alii, inter quos precipue Evangelius
et Cornificius Arrii centurionis cancellarius. Per Tytirum ergo Virgilium, ut
diximus, per Melibeum volunt dictorum poetarura alterum intelligi. Ego quidem
si eligere oportet, hanc ultimam sententiam prefero quam magis verba pa-
tiuntur. Soleo tamen utramque permiscere, ut scilicet per Melibeum et poetam
intelligam et raantuanum poetam, insuper et agris privatum et Tomanam ystoriam
vetitum attingere, loquentem ad eque mantuanum et poetam, sed et agrorum
restitutione et singulari scribendi prerogativa letum atque gloriantem. f. 2v
alla parola gemellos {Ed. I, 14): Legitur Corni- ficius de ystoria romana
fecisse duos libros, quos au- dito principis edicto deseruit nec ultra
processit. Uallusione allegorica aMiUkistoria romana è ricordata anche da
Servio, che la confuta: Ed. I, 5 resonare do- ces Amaryllida s. idest Carmen
tuum de amica Ama- ryllide compositum doces silvas sonare; et melius est ut
simpliciter intellegamus: male enim quidam allego- riam volunt, tu Carmen de
urbe Roma componis ce- lebrandum omnibus gentibus. — Non è propriamente
MrUhistoria romana, ma una cosa molto affine, un Car- men de urbe Roma. ì. 2v
Hic tamen persecutor Virgilii Evangelus ex- clamat non esse ad interrogata
responsum; D o n a t u s autem respondet et responsio in effectu cum hoc dicto
Servii concordat. — Si allude allo scolio ad Ed. I, 19, dove Servio discute un
quesito degli obtrectatores di Vergilio: urbem quam dicunt Romam quaeritur cur
de Caesare interrogatus, Romam describat etc. 2. — DONATO. 205 f. 3 alle parole
di Filargirio [Ed. I, 43) dies idest principia meftsium, il Petrarca chiosa:
Hec est una expositio. Alii dicunt per bissenos dies 1 2 libros Eneydis velut
prophetico spiritu pronuntiasse Virgilium: qui sensus satis elegans est,
dummodo ve- rus sit D o n a t u s bissenos prò 24 accipit et ad tempus suscepti
imperii refert allegoriam, quod mihi non placet. Questo Donato non può essere
che Elio. Però non ci sentiamo di credere che fosse un testo genuino, per due
ragioni: la prima che l'allusione allegorica al Car- men de urbe Roma o
historia romana se è respinta da cervio, che pur propende all'allegoria, tanto
meno può venire attribuita a Donato, il quale dell' allegoria si nianifesta
quasi oppositore in queste parole dell' intro- duzione sulla poesia buccolica
(i): * Illud tenendum esse praedicimus, in Bucolicis Vergilii neque usquam
neque ubique aliquid figurate dici, hoc est per allegoriam; vix enim propter
laudem Caesaris et amissos agros haec Vergilio conceduntur '. La seconda
ragione è che nel testo posseduto dal Petrarca si nominava Evan- [ri US, il
noto Vergiliomastix, interlocutore nei Satur- nali di Macrobio: e Macrobio.
visse dopo Donato. Onde >i sognerà supporre che il commento di Donato alla 1
bucolica sia stato interpolato: se pure non vogliamo ssere più scettici ancora
e ammettere che si trattas- se di un commento di origine medievale, a cui si
fosse ittaccato o per errore o per frode il nome di Donato. (l) Vitat
Vtrt^ilianai l6. 206 k. SABÈADINI. Elio Donato in Terentiutn scoperto nel
secolo XIV (*) Come scopritore del commento di Donato a Teren- zio noi
conoscevamo l'Aurispa, che lo trovò a Magon- za nel 1433. Ma in Francia il commento
Donatiano fu rintracciato almeno quarantanni prima, per opera di Nicola da
Clémangis. Per questa dimostrazione ponia- mo a principal fondamento VEpist, V
del Clémangis (i), scritta al cardinale Galeotto di Pietramala, che morì nel
1396 o 1397. I^i fronte alle parole dell' umanista francese collochiamo quelle
di Donato (2). Clémangis. Donato Epist. V pag. 25-26. Nunquid ro- manus fuit
Terentìus, totius latine comedie longe ante alios princeps, qui licet
vetustissimus sit, utpote qui pag. 3, 5 cum inter finem se- tempore belli
punici secundi claruis- cundi p;mici belli, se dicitur, tam excellenter tamen
tam- que eleganter in illa antiquitate scri- psit, ut omnibus fere posteris
latinis et facultatem et voluntatem descri- bende comedie ademerit. Neque enim
post illum alius scribere ausus est, (*) Comparve la prima volta in Rivista di
fiblogia XXXIX, 191 1, 541-43. (i) Nicolai de Clemangiis, Opera omnia, Lugd.
Bat. MDCXm. (2) Nell'edizione del Wessner, Aeli Donati, Commentum Terenti, Lip-
siae 1902. DONATO. 207 uno tantum dempto Affranio, qui de pag. 8, 15 hunc
Afranius qui- Terentii super alios excellentia hunc dem omnibus comicis
praefert, scri- ternarimn iambicum in Compitalibus bens in Compitalibus:
Terentio non scripsit: Terentio non similem dices similem dices quempiam (i).
quempiam. Qua autem Terentius ipse patria fuerit, fabularum suarum tituli
indicant, in quibus Afer et Cartha- ginensis inscribitur. Quod si illum
propterea romanum censeri debere contendunt, quod captivus est ex Carthagine,
ut nonntilli aiunt, Ro- mam perductus... P^g- 3> 4 quidam captum esse
existimant.... Epist. LVn pag. 159. Servus in Eunucho, domini nomine ancillam
datums de remotissima illam com- mendat regione: Ex Ethiopia usque est anelila
hec. Epist. LXXX pag. 242. Senex ille qui apud Comictim sapienter bis verbis
philosophatur: ' Omnes cum tecunde res sunt maxime meditari secum oportct quo
pacto adversam fortunam ferant, perìcala exìlia dam- na '. Et Kcquitur: '
Percgre redieri.s Rcmpcr cogitcs aut filii peccatum aut axorÌK mortem ant
morbaro filie: communia esse hec et fieri posse ut ne quid animo tit novum
quidque prctcr ipem evenerìt, omne id de- Etm. Ili 2, 18 * usque * addi- tum
est, ut longinquitas monstra- retur Ex Aethiopia est usque haec ostendit quid
sit ex Aethio- pia, addendo * usque ', ut ex lon- ginquitate dignitas nmneris
pon- deretur. (1) Non trovo nulla da correggere in qnetto verso, che presso il
WrsHDcr Kuona: ' Terenti num similem dicetis quempiam ? ' Tutti i co- dir»
danno dieent. 208 R. SABBADINl. putare in lucro '. Super quo Dona- Phor. II i ,
1 1 , Et bona senten* tus in Commentario: * bona, inquit, tia: tum maxime
sapienti metuen- sententia: monet tum maxime sapienti dum, quo tempore maxime
securus metuendum, quo tempore maxime se- est stultus. curus est stultus '. Un
frammento del Donato scoperto dal Clémangis si conserva nel cod. Ambrosiano L
53 sup. (*), che descrivo brevemente. È cart., con qualche foglio mem- branaceo
intercalato; del sec. XV. f. I (anepigrafo) Lucius Anneus Seneca Cordubensis
Phitoni stoyci discipulus. — Proemio a un commento delle tragedie di Seneca,
con la vita, la metrica e l'ar- gomento delle singole tragedie. Di Nicola
Treveth. f . 1 4 Incipit liber Senece de remediis fortuitorum. f. 17V estratti
da Vegezio De re militari, f. 21 Salustinius (sic) De bello Cathelinario. f. 41
(anepigrafo) La Giugurtina di Sallustio. f. 90V (anepigrafo) De Terencii vita
in antiquis libris. La vita di Terenzio composta dal Petrarca (i). f . 9 1 V
Sequitur quodam argumentum Andrie quod se- pe reperitur in antiquis libris nofi
tamen a Terencio sed a quodam scolastico satis prolixe dictatum et confuse
satis (2), facili ab experto dictatore expoliendum. Orto libello (sic) Athenis
Chremes quidam senex — . Pub- (*) Comparve la prima volta in Studi ital. filol.
class. XI, 1903, 85-199. (i) Cfr. Studi ital. filol. class. V 31O; 312. (2) Nei
due satis sentiamo il francese assez. i. — DONATO. ÌÙ^ blicato in Scholia
Terentiana, ed. Schlee, Lipsiae 1893, 172. f. 92 (anepigrafo; in marg. di mano
recente per Do' natum). Publius Terencius Afer carthagini — solet et- cetera. —
L' introduzione del commento di Donato a Terenzio fino alla p. 37, 3 Wessner.
Il codice è tutto di una mano; però i due ultimi o- puscoli di argomento
terenziano mostrano un carattere più piccolo. La scrittura è gallica e va
probabilmente assegnata ai primi anni del sec. XV. Il copista non trascriveva
per mestiere, bensì per propria istruzione; e si capisce che prediligeva gli
opuscoli, gli estratti e par- ticolarmente le biografie, le quali compariscono
nel suo zibaldone in numero di cinque: una di Seneca, le due di Catilina e
Giugurta e due di Terenzio. Da ciò de- duciamo ch'egli avesse sottocchio
l'intero commento di Donato, come avrà avuto intero quello del Treveth; e che
dall' uno e dall' altro abbia tratto le parti che gli tornavano utili: dal
Donatiano la biografia di Te- renzio, r introduzione sulla tragedia e sulla
commedia e il proemio dell' Andria: 1' etcctera messo dopo solet mostra che
egli troncava li i suoi estratti. Troppo attento non era il nostro compilatore;
e lo riconosciamo da alcuni passi che scrisse due e perfino tre volte, uno
specialmente che occupa tutta una pa- gina, f. 94V (inter ytalicos — leniter
refutare, p. 3, 8 — 5. 15 W.\ sulla quale poi, accortosene, segnò va^ cai. Questo
luogo nella doppia copia presenta qualche dimenticanza e parecchie differenze,
ma nell' insieme le due copie si corrispondoTw» ..^ .ttiT.ì^Mit** ♦» r\
attestano E. tABBADWl, TiSti iattMi I4. ilo R. SAèBADlNt. che il raccoglitore
era coscienzioso. Poiché quelle dif- ferenze non provengono da trascuratezza,
ma dalla dif- ficoltà d'interpretare la scrittura dell'antigrafo. E non qui
solo, ma anche altrove il copista tentò e ritentò, onde qua e là si corresse e
più volte trascrisse mec- canicamente parole senza senso. Chiameremo 5 il
codice francese donde fu derivato l'Ambrosiano. A noi non consta che 5 sia
stato noto agli umanisti, se non forse l'hanno consultato per sup- plire le
citazioni greche, poiché non conosciamo il codice da cui le trasse la mano 4 di
i^(cod. Malate- stiano). Maggior probabilità potrebbe avere un' altra
congettura, che sia da identificare col vetustum exem- plar manuscriptum
adoperato dallo Stephanus (i). Il certo si é che vS non deriva da nessuno degli
e- semplari venuti in luce a cura degli umanisti del se- colo XV e che d'altra
parte nessuno di essi esemplari, il Maguntino e il Carnotense principalmente,
rappre- sentati 6idi F C Va, deriva da S; giacché 5, come ri- sulta dalle sue
lezioni, attesta una risoluta indipenden- za da tutti i codici del secolo XV;
non solo, ma indi- pendenza anche da A, il più antico dei codici perve- nutici,
col quale però spesso consente. La presenza di 5 illumina meglio la tradizione
del commento. Osser- vando infatti il non infrequente antagonismo di A col
gruppo F C V a, saremmo indotti ad ammettere una piuttosto antica divisione del
testo Donatiano in due famiglie; al contrario considerando come tra ^ e il
grup- (i) Cfr. Studi ital. filol class., II 19. 2. — DONATO. ili po F C Va
intervenga misuratamente S, piegando più verso A nella vita di Terenzio, più
verso il gruppo nell' introduzione sulla tragedia e commedia, ci con- vinceremo
che risalendo indietro ne' tempi la fonte del nostro commento si unifica e che
discendendone si divide per l'opera personale dei copisti e dei lettori. Per
questo e per la bontà delle lezioni è da lamen- tare la perdita dell' intero
testo di S, che conservava fra l'altro i passi greci al pari e meglio di A. E
vero che S ha accolto qualche interpolazione, come, per riferirne una evidente,
ipsorum — fabula p. 28, 6 W., entrata anche nel gruppo F C T V; ma è pur vero
che dobbiamo a esso un buon manipoletto di lezioni genuine, che qui soggiungo:
p. 3, I Wessner Carthagini ^, 6 /s 5, 8 in die bis 5, 14 eamqut (emendamento dello
Schopen) 7, 4 Popillio (emendamento del Muretus) 7, 15 in navim (emendamento
dello Schòll) 9, 8 tu in summis (avrà desunto di qui lo Stephanus il suo emen-
damento ?) 10, 7 Qui abbiamo il titolo: Dt tragoedia et comoedia K I , Ugem
(emendamento dello Schopen) eperta (emendamento dell'ed. pr.) 16, 4 actu
(emendamento dello Schopen) 17, IO multos (sarà la vera lezione?) 20, 1 5 extra
comoediam] extrade con*, in extragedia. In extradi sì ccinhcrva probabilmente
un residuo della lezione originaria. ^o, 14 modos: gli altri codici numeros;
entrambe lezioni errate. •ibiaej iidie *=- Lydiae (forse un' interpolazione, ma
certo antica ' , indente all'altra sarrateve — Sarranaevt f) ÌI2 S.. 27» 3
prologus est di fio prima a ^i^recis ITqocooc acoFoc ut actendens veram fabulam
(corr. in falmle ?) conipoicio7iem elocncio IIqoìtoc aoioc IlEpy. toy aococ. Si
può ristabilire cosi la lezione di S: Prologus est dictio prima, a Graecis
jtqwtgq ^,0705, til anttcedens veram fabulae compositionem elocutio. IlQtòTog
Àóyog' jtqò toìj [ 8Qd(.iaT0<; ] ^óyog. Cioè una doppia definizione di
prologus, prima in latino, poi in greco. Il codice Ambrosiano appartenne a
Francesco Pi- zolpasso, che lo dovette acquistare in Francia negli anni
1422-23, quando egli vi andò vescovo di Dax (Aquis) in Guascogna (i). Il
Pizolpasso era oriundo bolognese (*). Dalla Guascogna, soggetta allora alla
dominazione dell'Inghilterra, fu mandato nel 1423 a rappresentare la nazione inglese
al concilio di Siena (2 ). Anteriormente aveva preso parte al concilio di Co-
(i) Gams 544. Cfr C. Malagola, Della vita e delle opere di Antonio Urceo detto
Codro, Bologna 1878, 45: * 1422 d. Franciscus de Pizol- passis de Bononia fuit
creatus episcopus Aquensis usque Angliam '. (*) Comparve la prima volta in
Studi ital. filol. class. XI, 1903, 378-83. Sul Pizolpasso cfr. in generale
Saxius, Archiep. Mediol. IH 858- 81; G. Gìulmi, Memorie della citta e campagna
di Milano, Milano 1857, VI 338; 379; G. Fantuzzi, Scrittori bolognesi VII 3-1
1. (2) ' Franciscus, episcopus Aquensis ' assisteva all'adunanza del 19
febbraio 1424, Hefele, Conciliengeschichte VII 405. A lui é indirizzata in quel
tempo una lettera di Poggio: Poggii Epist., coli. Tonelli, I 128- 136 Poggius
p. s. d. Francisco episcopo Aquensi; in data Reate die V mensis augusti (1424);
dove leggiamo tra l'altro (^136): Te oro ut in tempore maiorem in modum me
commendes summo pontifici..., Angelot- tum vero, Ciuci um Bartholomeumque de
Monte Politiano nomine meo salvare iube. 2. — DONATO. 213 Stanza (i), donde era
partito nel 14 15 in seguito alla fuga di Giovanni XXIII: in quel frattempo
compì gli studi a Bologna e di là verso la fine del 141 7 andò nuovamente a
Costanza, accompagnandosi poi alla cor- te pontificia di Martino V nel ritorno
in Italia (2). Dal 1427 fu vescovo di Pavia; dal 1435 arcive- scovo di Milano.
Morì tra il febbraio e il marzo del 1443 (3)- Negli anni 1 432-1 439 assistette
al concilio di Basi- lea: e ivi lo ritroveremo parlando deUe scoperte di Donato
nel secolo XV. Fu un operosissimo raccogli- tore di manoscritti, ch'egli alla
sua morte legò al Ca- pitolo della Metropolitana milanese, donde passarono in
numero di 52 nella biblioteca Ambrosiana (4). ( I ) ' Magister Franciscus de
Pizolpassis de Bononia apostolice camere clcricus ' fu dal papa mandato in
precedenza a Costanza il 20 settem- bre 1414 (H.Finke, Acta conditi Constant.
1896, I 251). Cfr. la noti- zia del Malagola (op. eie. 44) secondo la quale il
Pizolpasso ' clericus camere et canonicus bononiensis ' il 29 maggio del 141 7
fu licenziato in diritto canonico e il 12 luglio successivo laureato. Su due
lettere di Poggio scrittegli da Costanza nel settembre 1417 vedi R. Sabbadini
in Rendic. del r, Istit. Lomb. se. Utt. XLVI, 1913, 906. (2) Y. de Pizolpassis,
reduce dal concilio di Costanza, si trovava nel loglio 1418 come ambasciatore
pontificio presso il duca di Savoia, per avvisarlo del prossimo pxss.iggio del
papa traverso i suoi stati (L. Frati in Arehrvio stor. itul. 48, 191 1,
I20>. ^3) Archivio stor. Lomb. 37, 19 io, 321. (^4) L' inventario «lei
c<k1ìcì del PizoIpnsMi imsu nti j.rrsH.» il ( apitnlo fu pubblicato e
illutiiratr) dal Magistrctti in Archivio stor. Lomb. 36, i<>09, 302 sgg.
214 ^' SABBADINI. Elio Donato in Tèrentium scoperto nel secolo XV. Delle
scoperte di Donato nel secolo XV si parla in alcune lettere dell' Aurispa, del
Panormita, del Val- la (*), le quali dispongo cronologicamente, cercando di
determinarne la data con la maggior possibile esat- tezza. I. Aurispa lacobino
Thomasi \Thebalducct\ v. e. et virtuosissimo s. p. d. Essendo già stata
pubblicata dal Keil e da me (i), ne riporto quei soli passi che fanno al caso
presente: * Ò trovato ancora [a Magonza] un commento de Donato supra
Terentio,lu quale nullo erudito lesse mai sensa grande voluptate .... Munsignor
de Sancta Cruce et maistro Thomase [Parentucelli] serra- no qui infra octo
iorne e mastro Thomase porta seco tucte le opere de Tertulliano. In Basilea VI
augusti [1433]. ' Il Keil ha fissato nel 1433 la data di questa lette- ra,
fondandosi sulla ambasceria boema a Basilea. Io cercherò di confermare con
altri argomenti questa data. (*) Comparve la prima volta in Museo di antichità
class. HI, 1889, 383-91. (i) Cfr. R. Sabbadini, Biografia di G. Aurispa, 64. 2.
— DONATO. 215 Si veda infatti il seg-uente passo di una lettera del Traversari
(i) al Niccoli: Grata f iter e quae de repertis voluminibus vel ab episcopo
Mcdiolaneiise iam vita functo ve! a Thoina nostro vel ab Aurispa significata
scribis,... Ravennae XII decembris. Questa lettera del Traversari è certamente
del 1433, perchè alla fine di quell'anno egli stava in Ravenna. Del resto in
essa si parla del- l'arcivescovo Capra come gicà morto: la sua morte av- venne
a Basilea tra la fine di settembre e il principio di ottobre del 1433 (2).
Questo è dunque l'anno delle scoperte di codici fatte da Tommaso Parentucelli e
dall'Aurispa. Un' altra prova. Tommaso Parentucelli era g-ià in Germania (v.
sopra p. 3); e noi sappiamo che egli e il cardinale di S. Croce (Albergati)
furono eletti da Eugenio IV per andare al concilio di Basilea il 29 gennaio
1433 (3). Non può dunque cadere prima di quest'anno la lettera dell'Aurispa la
quale presuppone la presenza al concilio del Parentucelli e del cardinale di S.
Croce. Ancora. L* Aurispa dice che Tommaso porta seco tucte le opere de
Tertulliano. Questo codice arrivò in Italia o alla fine del 1433 o al principio
del 1434, come si ricava da una lettera di Alberto da Sarteano al Nic- I ) V
iil, 52. (2) R. SabbiOdini, Sieeolh da Cusa ecc. iti Rtvdic. d. r. Accadem. dei
Linai XX, 191 1, 2^ (3) Architno stortcv /tniuino, 1888, p. 45. Non pntc li
c.irdjnalr par- tire subito e fti dovette nell'aprile e tna^io trattenere a
Verona, impe- ,iii:t ' Vinttos in ad concHium^ ibid. 2l6 R. SABBADIMI. coli
(i), dove si legge: quem [Tertullianum] in Ala- mannia repertum de Basilea
Teutonicorum ad te perla- tum dicis Ex Ferrarla VI kal. feb. 1433 (= 1434 stile
moderno). Finalmente abbiamo una lettera da Basilea del no- vembre 1433 dell'
Aurispa a Cosimo de' Medici (2), nella quale si duole dell'esilio a cui fu
condannato e lo consola (3). Anche per questa via è messa fuori di dubbio la
presenza dell' Aurispa a Basilea nel 1433. Resta dunque dimostrato ad
esuberanza che la lettera deir Aurispa al Tebalducci è del 1433. n. Aurispa
viro darò et poetae suavi Antonio Panhormitae s. p, d. (4) Si ex animo
commentum Donati in Terentium postu- lares, non nebuloni negotium commisisses,
quum tot frugi et extimati homines isthinc ad nos venerint. Misisses praeterea
veteri amico et tui cupidissimo quicquam in illius antiquissimae benivolentiae
monumentum; debebas enim, quod tute perpetuo exerces, quod puer etiam
didiceras, meminisse: * munera crede mihi placant hominesque deosque; ' (Ovid.
A. A. ni 655) et quod apud eum poetam quem miraris est: ' qui saepe petis,
minimum (5) largire nonnumquam . ' [Priap. XXXVDI ?) Sed audi quid in re est.
Fateor velie me quicquam rerum abs te; sed quasi ita Ci) Alberti a Sartheano,
Epist. 25. (2) Pubblicata da R. Sabbadini, Ottanta lettere inedite del
Panormita, Catania 19 io, 155-6. (3) Cosimo de' Medici fu imprigionato il 7
settembre 1433. (4) Cod. Vatic. 3372 f. 5. (5) mimmi cod. (mi mi?) 2. — DONATO.
ai; fortiinatum sit, Donatus ille transcribi fato non potest, quippe quern cu-
pidissimi codicum novorum et doctissimi diutissime tenuerunt et nequi- verunt
cxplere. Karolus (i) solum id transcripsit quod tu habes, caetera me saepe
rogante saepe etiam postulante non coraplet; studebo tamen omni cura ut
transcribat, quod quum factum fuerit habebis originale. Vale tu. Ex Florentia
XII augusti perraptissime [1442?] Quel diutissime e quel saepe e tutto il
tenore della lettera sono argomenti di una lunga dimora dell' Au- rispa in
Firenze. Una siffatta dimora non può cadere che nel 1434-36, quando fu di
ritorno dalla Germania e si accompagnò alla corte pontificia di Eugenio IV, o
nel 1439-42, quando Firenze fu sede del concilio. Per quest' ultima data mi fa
propendere la seguente lettera del Panormita all'Aurispa. m. Atitonius Panhortnita
Aurispae v. ci. s. p. d. (2) . Mariam filiam et a Venctis in via et Ferrariae a
viro tam li- ilitcr ac magnifìce exceptam AJfonsus rex idem et pater perquam
libcnter audivit tibiqiie etiam gratias habuit, qui fere omnem rem nobis online
renuntiaveris .... Procurabìs si me amas si a me amari vis e o m m e n t a r i
o s '1 Terentium extorquere ab Aretino tuo, olim meo.... Qui si allude al
matrimonio di Maria d'Aragona fi- glia di Alfonso con Leonello d' Este figlio
del mar- ,.},,. ,. ,r. f.-...- — ., Il ni.'ttrimonin si rj>|ohrò noli'
aprile I ) Carlo Martuppini Aretino. 2) Anton. BoccatcUi, Epist., Venctiit
1553» f. ii' 2l8 R. SABBADINI. 1444. Maria andò a prenderla Borso, fratello di
Leo- nello, con due galere veneziane. Partì da Venezia e sbarcò ad Ortona; da
Ortona a Napoli prese la via di terra; nel ritorno fece la medesima strada (i).
La let- tera del Panormita perciò è della prima metà del 1444. In quel tempo V
Aurispa stava a Roma (2). Il Panor- mita gli ripete la dimanda per aver Donato,
che pro- babilmente era ancora in mano del Marsuppini. Si de- duce di qui che
la lettera precedente dell' Aurispa al Panormita dev'essere di poco anteriore
alla presente; la potremmo collocare nel 1442. IV. Laurentius {Vallai Ioanni Ar
retino suo s. (3) Dedi ad te proxime litteras banco Bazzolorum quemadmodum tu
ipse iusseras. Scribam autero ad te alias latius. Nunc partim fatigatus
scribendis hoc die temis litteris ad totidera cardinales papaeque, non aliud
scribo quam quod ab amico ut scriberem iniunctum est, ut quaeras a domino
Columnensi sive quis alius est quiDonatum super Terentium habet, numquid
integer Donatus reperiatur et an super omnes comoe^ dias scripserit. Nam hic
amicus meus apud Carnotum vidit hunc aucto- rem sed sine tertia comoedia
'Ea'UTOVTi|j,coQOVfAévC{) et non integra quin- ta 'ExDQtt, item cum defectu in
sexta, quae dicitur ^OQfxicov. Praeterea si quis apud vos habet quatuor
Academicorum Ciceronis libro s non pridem Senae repertos. Plura non scribo,
quia non vacat ac ne possum quidem, nisi mei nostrum Nicolaum valere iubeo.
Vale. (i) Tutto ciò è narrato partitamente in una lettera di Giovanni To-
scanella all' Aurispa. Cod. Ambros. F. S. V. 18 f. 53v-6or. Cfr. R. Sabbadini,
Biografia di G. Aurispa 91-92. (2) R. Sabbadini, op. cit. 88-89. (3) Cod.
Ambros. G. 109 inf. f. 35V, Misceli. Tiali XIX p. 191. 2. — DONATO. 219
[Neapoli] XVI kal. februar. [1447], quo die ad dominos illos cardinales
reccnter electos praeter dominum Mediolanenseni dantur meae litterae, licet
Consilio Ambrosii mei diem anticipavi, quia sero et ipse ad me scri- pserat et
ego acceperam litteras, Divinarum huraanarumque rerum consulto d. Ioanni
Arretino apud d. Portugallensem. La data di questa lettera si fissa
esattamente. Il ter- minus ad quem è subito trovato, perchè vive ancora il
cardinal Portoghese, cioè Antonio Martini, morto il di II luglio 1447 (i). La
lettera perciò non può an- dare oltre il 17 gennaio 1447; vuol dire che essa è
anteriore all'elezione di Niccolò V. Qui si fa menzione di una recente
creazione di cardinali, tra i quali com- preso anche il cardinal Milanese. Ora
Enrico d'Allosio, arcivescovo di Milano, fu fatto cardinale da Eugenio IV nel
16 dicembre 1446. In quell'occasione furono creati quattro cardinali: Tommaso
Lucano, Giovanni Siculo, Giovanni Carvaial, Enrico d'Allosio (2). E per r
appunto il Valla scrive a tre dei cardinali recente- mente creati, eccetto
quello Milanese. L' anno della lettera è pertanto senza dubbio il 1447. Il
dominus Columnetìsis è il cardinale Prospero Co- lonna, Nicolaus probabilmente
Niccolò Cusano. M» CiacoDÌu», Hist. pantif. II, p. 912. ' 21 Ibi'! 220 R.
SABBADINI. V. Aurispa viro clarissimo equestris ordinis Antonio Panhormitae s.
(i) Magnarti videris habere curam, magnani obligatus es habere curam propter
singularem, qua semper te amplexus sum, benivolentiam, ut haec mea senectus
quieta sit tua opera et industria, quod hactenus non esse factum et miror et
inducor ut credam aliud esse ac videatur, quippe qui apud regem plurimum possis
et ipsius serenitas quam facillime queat me felicem sine aliqua sua impensa
facere. Misi tibi et meas et
pontificis litteras ad ipsum regem eo tenore (2), quem dominus Putius de
Politis prò tua sententia mihi significavit. At tu quod maxime miror nihil hac-
tenus respondisti, quod equidem moleste fero. Oro te igitur vir excelleris per
antiquam amicitiam perque mutuam immo per meam erga te benivo- lentiam, supero
equidem amore et caritate amicos omnes, ut tuum ani- mum quieti meae intendas;
hoc est ita facito, ut hoc meae senectutis residuum vobiscum et cum meis vivere
possim (possum cod.). Nam si primo peregrinus esse videbar Ferrariae,
posteaquam marchio ipsius civitatis defectus est videor alienissimus. Cura
igitur ut me voces. Vacarunt nuper Syracusis duo beneficia sine cura, quae
possidebat Gui- lielmus de Bellehomo qui nunc est Cataniensis episcopus. Illis
fuissem contentus et ut audio super illis est litigium inter Marrasium (3) et
quendam alium; quare si regi placitum esset extinguere litem, et ea mihi dare
posset. Nam si suae serenitatis voluntatem haberemus, ex pontifice habebo
omnia. Facito igitur ut prudenciae tuae visum fuerit; quippe si feceris, scio
te feliciter facturum et expleturum quod volumus. lam diu scieram Carnuti in
Gallia Donatum in Terentium in biblyotheca ecclesiae maioris esse. Eum curavi
ut transcriberetur mihique huc Romam transmitteretur, quod iam factum est et
eum codicem hic (i) Cod. Vatic.
3372 f. 32V. (2) tenere cod. (3) Il Marrasio era dunque vivo ancora nel 145] 2.
— DONATO. 221 habeo et dedi operano ut transcriberettir; quod qumn erit factum,
et cito fiet, originalem ad te mittam non dono sed ut tu et alii copiam
habeant. Vale et respondeas
oro quamprimum fieri poterit. Valeant uxor et fi- liola; at mea Faustina valet
et quotidie fit doctior; istam dominam uxo- rem txiam ex me saluta, filiolam
osculare et aliquid dulcis ex me dato. Romae
XI ianuarii raptim [1451]. Per determinare la data di questa lettera abbiamo
argomenti sicuri. In essa è accennata la morte del marchese Leonello d' Este,
la quale fu nel i' ottobre 1 450. Vi è del pari presupposto vescovo di Catania
Guglielmo Belluomo, assunto a quella sede il settem- bre del 1450 (i). Siamo
dunque posteriormente a que- st'anno. Dall'altra parte l'Aurispa domanda due
bene- ficii che sappiamo essergli stati concessi nel 1451 {2). L'anno della
lettera è perciò senza dubbio il 1451 (3). VI. Aurispa viro excellenti et darò
Antonio Panhormitae s. (4) Moleste fero quod tu opera mea non egeas ut ego tua.
Nam quamvis prudentior et acrioris ingcnii sis, vincercm mihi crede acrimoniam
et pru- dcntiam taara diligentia et cantate; itaque maiora ego prò te pingui
inge- nio conficcrcm, quam tu prò me cum ista tua ingcnii excellentia. Sed vi-
gila quandoque te oro in re mea et ex peregrino me civem reddas. Supe- riore
hebdomada item ad te scrìpsi ac certiorem feci me iam e o ro m e n- t u m
Donati in T e r e 11 t i u m habuisse, quod Camoti ut rescribe- (i) Rocco Pini,
Sùilia sacra I, p. 549. (2) Mongitore, Biblioth. Siculo I, p. 322. (3) Non può
etscrc p. e. il 1452, perche giusto il giorno 11 gennaio 1452 rAurì»p« Itavi! a
Ferrara, cod. Ottoboniano li 53 f. 37. {4) Cod. Vatic. 3372 I. 33T. Hi R.
SABÈADtNl. retur curavi. Facio item transcribi, ut ipsius copiam secure amicis
facere possim, ne forte denuo mihi eveniret quod Guarinus, Carolus et tu mihi
fecistis. Vale mei memor suavitas mea. Domili um Putium propter eius virtutes
inprimis et propter me carum habeto; est vir aestimandus. Romae .V februarii
raptim [1451]. Questa lettera confrontata con la precedente appa- risce subito
essere del medesimo anno. In queste lettere si parla di due distinti commenti
di Donato, entrambi alle commedie di Terenzio. Il primo fu scoperto a Magonza
nel 1433 dall' Aurìspa. Egli certo ne portò seco nel 1434 un apografo a Fi-
renze; ivi si accompagnò alla corte pontificia, che rac- coglieva il meglio
degli umanisti di quel tempo. E nelle lunghe e tranquille soste da essa fatte a
Firenze (1435-36), poi a Bologna (1436-37)» indi a Ferrara (1438) e da ultimo
nuovamente a Firenze (1439-42) ci fu tutto l'agio di trascrivere e moltiplicare
il nuovo commento di Donato. Ne ebbero copia p. e. Carlo Marsuppini a Firenze,
il Traversari (i) a Ferrara, il Panormita a Napoli. Che anche Guarino
conoscesse il commento Teren- ziano di Donato, si ricava dalla Politia litteraria
di Angelo Decembrio, composta verso il 1447 ® pubbli- cata nel 1462 (2). Pure
per il Panormita abbiamo un (i) Il Traversari possedeva un Donato a Ferrara sin
dall'aprile 1438, Martene, Ampi, collect. IH, p. 404, 406. (2) p. 24-25, 99,
107, 144-150 (suU'interpretaidone di Donato zlVAndr. prol. 25-26), 152-153,
159, 208, 269. A pag. 107 poi sul proposito del passo dell'^««. IV, 7, 21
nunquam accedo quin abs te abeam doctior si nota: ' Quod autem a Donato locus
is silentio praetereatur, velut in- 2. — DONATO. 223 documento sicuro in ana
sua lettera (0- Il Valla non possedeva ancora il commento a Terenzio nel tempo
in cui scriveva le Eleganze, ma lo possedeva nel 1451, l'anno in cui componeva
X Antidotmu II in Pogium. In esso infatti si legge: Eius [Donati] super
Terentii An- driam nondum legeram commentum cum composui Ele- gantias (2). Il
secondo codice del commento Terenziano di Do- nato fa capolino nel 1447 (lett.
IV). Esso era stato veduto nella cattedrale di Camutum (Chartres), vicino a
Parigi. Il Valla ne ebbe un' esatta informazione; il codice conteneva tre
commedie intiere: X And., VEun.j gli Adel. e due mutile: VHec. e il Phormio,
Anche que- sta volta si deve all' attività dell' Aurispa la divulga- tellectu
facillimas, iudicium est simplici modo intelligentis. ' Al contrario Donato
commenta questo passo, ma non forse con quella larghezza, che avrebbe
desiderato Guarino. Però Guarino fino al 1445 pare non lo possedesse ancora,
perchè in una lettera di quell'anno ad Alberico Ma- letta lo prega di ottenergliene
una copia da Tommaso Tebaldi, che al- lora stava a Milano. (i) Lettera a
Niccolò Piscicello, arcivescovo di Salemi» {Regis Ferdi- nandi et aliorum
Epislclae, 1586, p. 397).... Non legerat Donatum gram- maticum aroicas et
familiaris meus Poggius, credo quod deorum more minima non curct; Donatus enim
ita scribit in illa Comici particula [in Terent. Atidr. IV, 4, 52]: nescis quid
sit actum ? ' Nescis ' plerum- qoe dicitur ci non quem volumus redarguerc
impcritiac aut ignorantiae, •ed quem lacere volumus ut velit libcntcr audirc. —
Niccolò Pisdcello fu arcivescovo di .Salerno negli anni 1449-1471, Ughelli,
Jtalia sacra vu, p. 435. (2) Valla, Opera, p. 293 (Ju/td. II; per l'anno 1451
di. \';ihlcn, /,. ya//ai (ypu$e. tria, p. 19). Per altre notizie vedi R.
Sabbadini in Studi ital. fiUl. class,, W 18 nota. Ì24 k. SABBADlNt. zione del
nuovo codice (lett. V e VI). Egli ne fece trarre sul posto una copia, che
arrivò a Roma alla fine del 1450. Nel 1451 ne apprestò un secondo apografo, che
mise a disposizione del Panormita e degli altri amici. Stabilito così con la
scorta dell' Aurispa la scoperta di due codici di Donato, il Maguntino e il
Carnotense, trasportiamoci col pensiero a Basilea negli anni dal 1436 al 1439 a
seguire le ulteriori tracce dell'esemplare Ma- guntino, con la scorta questa
volta di Pier Candido Decembrio, dal cui epistolario comunicherò estratti piut-
tosto copiosi, anche se non sempre tocchino diretta- mente il nostro
particolare argomento (*). A Basilea il concilio difende i suoi privilegi e la
sua supremazia sul papa, suscitando questioni di ordi- ne religioso e politico,
le quali imbarazzano non poco dall' una parte 1' autorità pontificia, dall'
altra la libera azione di alcuni governi. Erano ivi tre personaggi, che
specialmente ci riguardano: uno tedesco, Niccolò da Cusa, uno spagnuolo.
Alfonso (da S. Maria di Carta- gena) vescovo di Burgos, uno italiano, già di
nostra conoscenza, Francesco Pizolpasso, tutti e tre forti cam- pioni nella
gran lotta combattuta fra il papa e il con- cilio. In mezzo alle turbolenze
conciliari e alle fatiche del loro ufficio questi tre dignitari trovavano il
modo e il tempo di occuparsi di studi. Niccolò da Cusa erasi (*) Comparve la
prima volta in Museo di antichità class. HI, 1889, 405-422. 2. — DONATO. Ì25
fatta un' insigne raccolta di codici, tra i quali alcuni greci, che il
Pizolpasso, ignaro del greco, deplorava di non poter ne leggere ne trascrivere.
11 Pizolpasso e il vescovo di Burgos si dilettavano di ricerche filo- sofiche e
corrispondevano col Bruni a Firenze, con Poggio a Bologna e a Ferrara e con
Pier Candido Decembrio a Milano. Anzi tra il vescovo di Burgos e il Bruni si
accese una polemica filosofica, alla quale prese parte anche il Decembrio come
difensore del Bruni, e il Pizolpasso come intermediario. La polemi- ca si
dibatteva sul significato dal Bruni attribuito a Tàyad^v nella traduzione
deh'Eùca di Aristotile. Questo era il tempo che il Decembrio attendeva di
propo- sito alla ritraduzione della Repubblica di Platone, già tradotta prima,
ma non troppo bene, da suo padre Umberto e da Manuele Crisolora. Il Pizolpasso
e il vescovo Alfonso in Basilea erano tenuti diligentemen- te informati dal
Decembrio sui progressi della tradu- zione, della quale ricevevano di quando in
quando le primizie. Gli estratti delle lettere sono stati da me disposti, per
quanto ho potuto, in ordine cronologico. Esse non hanno data, meno una, che
porta il mese. È però fuo- ri di dubbio che quelle lettere si muovono entro il
termine di quattro anni, tra il 1436 e il 1439. 1. aAnADori, Tu ti tatmi, 15.
226 k. SABÈADINI. I. (i) # Petrus Candidus Francisco Fizolpasso Mediolanensi
archipraesuli s. (2). Quod prius mihi ex Donato tuo placuit (3) excerpsi
Phormionis partem ex Apollodoro traducti (4) inverso nomine, ut idem putat (5).
Cuius laboris tempestivi admodum primicias ad te (6) mitto; facile ex his
cognosces quae deinceps sim exaraturus. Nihil est enim tam arduum tam
obstrusum, quod labori obstet intenso (7). Quid enim his commen- tariis (8)
scriptum fallacius, quid ineptius ? Et tamen (9) litterarum a- mor me cogit
elicere quod paternitati (io) tuae utile atque (11) iocun- dum futurum putem.
Scio quamplurimos lecturos ea quae ad te mitto nec secus reprehensuros
barbariem quandam veteris scripturae et modo litterarum apices modo imperfectos
rerum sensus derisuros, quasi haec meae culpa sit negligentiae. (i) Cod.
Riccardiano 827 f. 15V (= R), cod. Bodleiano di Oxford Canon. Lat. 95 (= O; da
una comunicazione di K. Dziatzko nel Sup- plem. X, 1879, p. 692, degli
Jahrbuch. f. Philol,). (2) Pizolopasso praesuli Mediolanensi O. (3) ex Donato
tuo mihi placuit 0. (4) traductam R, (5) Donato nell* Argutnentum al commento
del Phormio di Terenzio cosi scrive (Il p. 345 W.): Hanc comoediam manifestum
est prius ab Apollodoro sub alio nomine, hoc est 'Ejti8ixa^O(iévov, graece
scriptam esse, quam latine a Terentio Phormionem. (6) tibi a (7) incenso O. (8)
commentariis his O. (9) quid ineptius otn. R; et tamen] vemm O. (io) dignitati
R, (II) et R, 2. — DONAtO. 427 At vero si manura calamo (i), si mentem his
infinitis erroribus ad- diderint, si insudaverint carie vetusti operis, ut ipse
facio, et plerunquc Tyresiam consuluerint {2), ut ego (3), cum dubito
vehemeiiter, eruiit profecto modestiores in reprehendendo; et quae minus
perfecte traducta sunt a Dobis conferent his quae tolerabiliter fuere
transcripta nec quid videant erroris restitisse sed quid deinceps sit elimatum
magnipendent. * Diagoras enim cum Samothraciam venisset, ut inquit Cicero (4),
A- thens (5) ille qui dicitur, atque ei (6) quidam amicus: Tu qui deos pu- tas
humana negligere, nonne animadvertis ex tot tabulis pictis quam multi votis vim
tempestatis effugerint atque in portum salvi pervene- rint ? (7) Ita fit, inquit; illi enim
nusquam picti sunt, qui naufragia fe- cerunt in marique perierunt. ' Sic aequum
est a te responderi his, Francisce praesul dignissime, qui roinutius (8)
aliorura raendas consectantur. Si quis forte tibi (9) dixerit: Tu qui Candidum
tuum credis tam diligenter ab antiquis scripta trans- ferre, ponne vides quot
in locis frigide, quot inepte ac ieiune Donati libros tran seri pserit ? Ita
fit enim, inquies; ea siquidem vides, quae neu- tiqoam ab ilio alias
interpretari queunt, sed ut inerant, scripturae fuere mandanda. Ceterum nusquam
vides quae eius opera correcta (10), iugi labore atque industria sunt emendata.
Haec autem non ideo tibi (11) scribo, pater optime, ut excusem meas ineptìas,
sed at animum meum votis tuis obsequentem iioris et ut scias (i) clamo O. (2)
conflttlerint O. <l) ago A*. (4) Z>* nat. deor. IH, 89. (5) Acheui» (=^
Achaeus) 0 R. (6) eius 0. (7) pcrvcncrunt A*. (8) iromitias O. (9) tibi om. R. (io) correpta O.
(11) tibi om. O. ÌZS k. SABBADlNt. nullam rem (i) tam examussim esse factam
(2), quae culpa aut repre- hensione possit carerà. Vale, religionis honos. Ex
cubiculo VII kal. iulias raptim [1436] (3). n. Franciscus Pizolpassus
Mediolanefisis praesul Petro Candido s. (4) lussimus, Candide amantissime,
primum ut tibi praesentetur Phormio tuus, quem mihi transcribit Lodrisius (5)
Questa lettera e la precedente sono, come appare dal confronto, anteriori di
tempo alle altre, che se- guono sotto. Nella V, che è del maggio-g"iugno
1437, il possesso del cod. di Donato è presupposto da pa- recchio tempo. Qui
perciò siamo nel 1436. III. Franciscus Pizolpassus Mediolanensis praesul Petro
Candido s. (6) Et dubitare videris et simul quaerere, amantissime Candide, prò
ver- bis ut refers Michaelis (7) nostri, an aegre tulerimus quae de clarissi-
(i) rem om. O. (2) factam esse O. (3) Vale — raptim om. R. (4) Cod. Riccard.
827 f. 114. (5) Lodrisio Crivelli, segretario del Pizolpasso. (6) Cod. Riccard.
827 f. no. (7) Michele Pizolpasso, nipote adottivo deirarcivescoTO. 2. —
DONAT(ì. 229 mo Alfonso pontifice Burgensi seu in cum scripsisti proindcque
episto- lam tuae dìsputationis in eius scripta efferri noluerimus. Nos rem hanc
adeo incommode tulimus, ut usque in diem ipsam quaesiti tui (ne in- grate
audias) haud quicquam computaremus, quasi non eraanasset. Nam eam scripturam,
alias et res quoque nostras penes nos nondum habemus, suspensi prò conditione
agitationum huius sacri concilii, nosque de scrip- tione illa nec audivimus nec
fecimus verbum, nisi quantum transeunte hac Zacharia Paduano (i) et exhibita
per eum Bartholameo Batiferro dulcissimo filio nostro, ipse Bartholameus
tanquam rem novam nobis putans nunciavit. Probitatem atque peritiam tuam
probatam collaudavi- mus in genere, de re illa non nisi ut in ceteris deque tuo
ingenio exi- stimantes; cum, etsi primi tenuerimus, haud nisi et
superficialiter lege- ramus portiunculam anteriorem, pellentibus reliquum in
tempus crasti- natura ingentioribus studiis, Nec utcunque iudicaremus de vobis
inter vos amicos praecipuos doctissimosque viros, haud vero ignorabamus te
conscium illius praecepti philosophiae: sic loquendum cum hominibus tan- quam
deus audiat, sic loquendum cum deo tanquam homines audiant. Hoc si ad id
spectat, ut semper honeste loquamur atque ut a deo ea petamus quae (2) velie
nos non (3) indecorum sit hominibus confiteri, quanto magis scriptis prudentes
et severi, ut tu es, ea monita custo- dicnt ac dicendi honestatem ! Doctorum
enim virorum schola semper hoc habuit, ut exagitaret argumentis quaestionibus
disputationibus interdum- que et invectivis sicut non ociosis sic non
letalibus, quasi Ariopagita Ariopagitam, unde profectus et laus proveniunt
partibus et contenden- tium et auditorum. Quare te atque illum in quem scribis
eosdem habe (i) Su questo Zaccaria scrive il Decembrio al Pizolpasso (cod. Ric-
card. 827 f. Ili): Marc meditantem convenit Zacharias ille Padaanus,
ol>tcKtans ut quicquam ex meo studio sibi promerem: iturum se in brevi m\
Germanica» partCK cpiscopum qucndam conventurum, cuius bJblyo- thccam immcnsam
referebat. Illi me ex fama notum; optare ex meo a- liqaid vifterc. Hit verbi»
delinitUK (delitas eod.) epistolam tradidi cum nihii hat)erem ^habcre
<•<></.) promptinti.... (2) quod <o</. 13) non om. cod. 230
R. SABBADINI. mus quos prius, sed quanto clariorem tu virum adoriris, nos tanto
plu- ris te facimus, qui gloriareris in notitia tanti patris et magnifaceres.
No- bis autem nihil antiquius, quam ut molestiis doctrinae ac studiorum tuorum
huiusmodi sedulo frui posse indulgeretur et iugi convictu. Et hoc quidem
moleste gerimus, cum in memoriam venit (Parere molestia- rum eiusmodi fomento
et confabulatione honestarum artium et doctrinae tuarum (tuae ?). Atque ut
fides dicto sit vel in partem, peto abs te declarari de dif- ferentia inter
suffert et SUSTINKt; distingui! enim apostolus. Itera inter PARIT et PARTURIT,
quod et distinguit psalmista et Ambrosius dux et praeceptor noster. Item inter sprkvit et despexit (i). Despexit dicimus
differentia ea prò parte qua se conformat verbo SPREVIT, non alio si-
gnificatu. Demum velim scire an proprium sit PRO STUDns LOQUI in Ariop AGITA,
cum proprium Ariopagi ad concertationem brutorum sit. Post haec vero accipe
quae apud nos gerantur. Res enim nostrae conciliares agitatae continuis fluctibus hucusque, denique
ceperunt ali- quod litus, donec in portum veniant. Conclusun^ enim habemus, ut
lapsis quinque et quadraginta proximis diebus si adimpleverint Avinionenses
opportuna et promissa ad rem Graecanara conducendam et mutuaverint realiter
septuaginta milia ducatorum, experientia fiat exequendi. Sin ve- ro, procedatur
ad electionem alterius loci. Ego tamen non intelligo, e- tiamsi Avinionenses
satis quod debent fecerint, posse rem perfici, recu- santibus Romano pontifice
nec non et Graecis locum ipsum, prout piane faciunt; etiam hoc in loco praesens
et ita contestans insignis miles a- pochrysarius imperatoris Constantinopolitani
ad rei prosecutionem huc regressus. Et nihilo minus domini Gallici aures
avertunt, opinione ac multitudine superantes ratìonem; ad tempus pietas dei
dirigat. Optamus te bene valere simulque Angelum gcrmanum et Ioannem de la
Trecia (2) puerum tuos et bene valete in domino [maggio 1437]. (i) Suffert e sustinet in Paul, ad Cor. I 13, 7;
spreznt e despexit va. Dav. Psal. 21, 25; parit e parturit in Isai. 23, 4; 26,
18; 66, 7-8. (2) in marg.: Hic est Ioannes de Gradi (il servo fedele di P. Can-
dido). 2. — DONATO 231 Siamo nel maggio del 1437, poiché appunto in que- sto
tempo correvano le trattative fra Basilea e Avi- gnone, per traspor c tare ad
Avignone la sede del concilio. Nella seduta del 7 maggio 1437 erano state
designate tre eventuali sedi del concilio, nel quale si doveva trattare la pace
delle due chiese: Basilea stessa o A- vignone o la Savoia. Dei settantamila
scudi pattuiti con Avignone i rappresentanti di questa città avevano pagata una
parte nel maggio stesso (i). IV. Petrus Candì diis Francisco Pizolpasso s. (2)
Ex manu Michaelis .... Arjopagitae vero nomen vetus et antiquuro, sed quod
iudiciis magis spedet; nam vicus celeberrimus Athenis, ut quidam putant: in hoc
di- vinanim et humanarum rerum (3) docti iura civibus reddebant. Acade- miae nomen studiis
magis aptum a Platone sumpsit origincm. Habes
breviter quae sentiam [maggio 1437]. Questa lettera è la risposta alla
precedente. Il De- cembrio risolve i dubbi del Pizolpasso sui verbi suf- fert,
parit, sprevit e sulla parola Ariopagita. Siamo perciò del medesimo tempo. (1)
Labbaetu, Concilia XVTT. p. m^mio. (3) Cod. Riccard. 827 ^3) rerom om, cod. 232
R. SAi;[$AL»lNI. V. Franciscus Pizolpassus Petro Candido s. (i) Satisfecisti
nobis, Candide Studiorum diligentissime, per epistolam tuam, quani prò
responsione accepimus ad quaesita nostra superioribus diebiis proximis. De
Ariopagita tamen latius videbis per inclusam his cedulam, conscriptam ex viro
graeco perito apud nos praesenti: concor- dat sententiae tuae. Quod autem nos
scripseramus ad te aliquando fuisse locuni bellicum seu ad concertationem
animalium et sanguinem, quia orios pagos dicitur belli deus etcetera, ut in
cedula, retinemus id ha- buisse dudum ab Aurispa (2) viro graece latineque
perdocto. Habetur et in
legendis sanctorum, ut Tiburtii et Valeriani, qui ducti fuerint oc- cidi ad
pagum. Habuimus quoque, post responsionem tuam, a viro bene perito etiam locum
fuisse interdum nuncupatum pestilentiae, ut ad quem dudum epidimia infecti
deferrentur. Graecus vero ita respondet, ceu vi- des, cetera nihili faciens.
Habet vir iste peritus Theutonicus, de quo praemisimus, libros co- pìosos in
graeco etiam cum latino et vocabulorum et verborum et om- nis graramaticae,
seriosissime litteris vetustis descriptos (3). Is est a quo Donati! m in
Terentium tuleramus in patriam. Anhelamus ad aliquorum vel saltem alicuius
utilioris transcriptionem; sed nemo com- peritur hic idoneus. Rei, ad quam consequendam ncque in celeritate locum
ncque in di- latione spera videmus, de (4) quorum utroque in primordio
epistolae tuae agis, posset etiam {5) suboriri. NihiI est enim quod tempore ac
dili- gentia non efficiatur. Quare te quoque admonemus: attentus esto, si res
(i) Cod. Riccard. 827 f. 106. (2) L' Aurispa e il Pizolpasso si incontrarono
probabilmente a Basilea. (3) Uno di questi è presentemente il cod. Harleian
(British Museum) 5792 sec. VII. (4) ad cod. (5) Forse è da supplire facultas o
altro di simile. :. - !'O^A-- 233 Feregosorum adeo circumverteientur, ut de
codice ilio Livii excellentissimo olim Petrarcae sperari posset. Celeritas vel
productio sais coaptetur locis, quo liber ipse, quem tu cordi nobis affixisti,
nullo pretio nostras evadat manus. Fecit enira hac de re extra- vagatim
praesumere solita volubilitas rerum lanuensium et earum quo- que iraminentia,
ut aiunt, involucra et discidia plusquani civilia. Atque interim succedei
tempus, quo vel flores vel fructus vemales accipies ex responsione ad epistolam
tuam prò Arretino ad me in cla- rissimum patrem Burgensem, quam ei tandem
reddidi .... [maggio-giu- gno 1437]. Questa lettera è la risposta alla
precedente; le é perciò di poco posteriore. Il vir Theutonicus è Niccolò da
Cusa (cfr. lett. IX), tutt' uno con Nicolaus Treverensis, lo scopritore del co-
dice Orsiniano di Plauto, com'era già stato intraveduto dall' Urlichs (i). Ogni
dubbio scomparisce, quando si consideri che un Nicolaus, al concilio di
Basilea, stu- dioso e possessor di molti codici, ci viene presentato dal
Traversari nel 1435 come Nicolaus Treverensis (2) e qui nel 1437 come Nicolaus
de Cusa. La doppia de- nominazione si spiega facilmente, perchè Cusa, luogo
natio di Niccolò, appartiene alla diocesi di Treveri. Il nostro Niccolò fu uno
dei più appassionati e felici ricprcatnri f sr^tiritorl Hi rorljri nel sec. X\'
i'O, (I) Vuigt, W'iednl'cUl'utii;, 1, j cliz. p. 257 n. i; di. M. Lchncidt in
Hermes 48, 1913, 275. '2) Ambrosi! Traveriiarii, Epist. HI, 4K: Xtcolnus
Treverensis homo studiosissùnus et lihrorum copia insignis. Stava a Basilea in
qualità di iettato imperiale, ibid. Ul, 50. ^ 3) Gir. R. Sabbadini, Niccolo da
Cusa i i concHiari di Basilea alta sco- perta d4i codici in Rendiconti della r.
Accad. det Lincei XX, IQII» 3-40* 234 ^- SABBADINI. VI. Franciscus Pizolpassus
Petro Caìidido s. (i) Quintum tuum Platonis .... Mitto iam tandem epistolas
duas memorati patris Burgensis, alteram ad te, alteram potius opusculum circa
iam veteratam disputationem ethi- corum inter vos ad me, cum te tamen exposcat
.... Turbas itaque nostras Rheno propinquo talibus remediis expurgamus... Sulla
polemica tra il Bruni, il Decembrio e il vesco- vo Alfonso dà anche notizie una
lettera di Poggio a Leonardo Bruni (2): Vir eloquentissimus tuique amantissimus
Candidus noster Mediolanen- sis misit ad me quendam libellum, in quo scriptae
sunt epistolae duae: altera Alfonsi Hispani ad archiepiscopum Mediolanensem,
altera sua, qua illi epistolae respondet. Rescribit ille epistolae tuae
perstans in senten- tia. Candidus hoc indigne ferens suscipit defensionem tuam
illumque a- criter arguit. Loquitur tamen Hispanus, ut mihi quidem videtur,
admo- dum moderate .... Mitto igitur ad te libellum; tu si videbitur respon-
debis Candido agesque gratias prò sua erga te benivolentia .... Bononiae IIII
id. aprilis [1437]. Ciò conferma la data che io ho assegnato alle pre- cedenti
lettere scambiate tra il Decembrio e il Pizol- passo. Non sarà male recare
anche una letterina del Bruni sul medesimo argomento. (i) Cod. Riccard. 827 f.
108. (2) Poggii, Epist, coli. Tonelli VI, 13; Poggii, De variet. fortunae,
Lutet. Paris. 1723, 272. — DONATO. 235 Leonardus Arretmus Petro Candido j. (i)
Dictavi iampridem celeberrimo praesuli Francisco Pizolpasso archiepi- scopo
Mediolanensi aliam (2) epistolam super controversia Alfonsiana, sed cum diu
absens fuissem ob fugam pestis, illam mittere supersedi. Nunc autem per dei
gratiam cessante pestis metu cum reversi Floren- tiam simus conquisitam eam
epistolam ac repertam per hunc tabellarium ad te mitto, ut prius lectam a te ad
illius reverendam patemitatem transmittas. Tibi vero gratias ago prò libéralissimo
patrocinio, quod mihi, spontaneo ductus amore, praestitisti. Vale. Florentiae
[principio del 1438]. VII. Petrus Candidus Francisco Pizolpasso Mediolanensi
praesuli j. (3) Risi profecto, dignissime pater, cum cedulam litteris tuis
inclusam le- gerem. Putavi equidem, quod re erat, virum illuni bonum sed non
satis eruditum graecis litteris. Itaque latius a me scribendum puto in re quani
levios tetigi. Ariopagus non locus occisioni animalium, non pestilentiae
deditus, sed consiliis . . .. Quamobrem risi cum caram illius animadverterem,
qui se magnum quippiam putat dicerc, orios pagos et montes et saxa nominans,
qui profecto mihi totus vidctur ex lapide compactus. Quin immo pagum prò monte
ponit et orios prò Marte; quac ita concordant, ut accuratus vi- deatar esse
lector, non intelligcns. Remitto cedulam ut videas. Sed ne nos in Consilio
Ariopagitarum dìutius immorcmur, ad rcliqua ve- niamus. D e Tito Livio
Francisci Petra re a e nulla spcs; quae enim esse potest ? Apud illum liber
est, qui libris utitur. Si vero (I) Cod. Riccard. 827 f. 2r. '2) I.C due
lettere dei Bnini sono le VII, 4, X, 34. (3) (VkI. Riccard. 827 f r-^- 236 R.
SABBADINI. bellorum spem asserii tua digiiitas, nihil hic apucl nos scitur.
Nescio an vos propinquiores an nos surdiores. Patria illa silet, nos tacemus.
Verba hinc inde circurastrepunt, vanitas undique . . . A questa e alla seguente
il Pizolpasso risponde con una sola, n. IX; qui perciò siamo nel giugno 1437.
Vili. Petrus Candidus Francisco Pizolpasso s. (i) Qualis humauitas tua sit,
reverendissime pater, norunt ii qui experti sunt; haec enim mihi praestat
audaciam, ut te rogem, licet indignus. Frater Nicolaus, magister hospitalis
Sanctae Katerinae Mediolani, ut auditu primum sensi, intelligens vir, in
religione nutritus, multis prae- dicationibus illustris, apud nos vixit; demum
seu fato seu fortuna dela- tus ad curam huius hospitalis .... [giugno 1437].
IX. Franciscus Pizolpassus Mediolancnsis praesul Petro Candido s. (2)
Superioribus diebus, amantissime Candide, accepimus epistolam tuam per eum quem
solita modestia tua commendabas nobis fratrem Nicolaum, magistrum hospitalis
Sanctae Katerinae Mediolani. Quod etsi superinde hactenus ad te non
rescripserimus, et verbis et actu ita respondimus eidem fratri Nicolao, ut
piane agnoverit interventiones tuas prò eo apud nos haud fuisse vulgares ....
Subinde vidimus et aliam epistolam tuam diligentissime disserentem de vocabulo
Ariopagi, ob ea quae rescripseramus tibi, et cedulam Graeci inepte sapientis,
ut exemplis et rationibus perspicuis elegantissi- (i) Cod. Riccard. 827 f. 112.
(2) Cod. Riccard. 827 f. 112. 2. - DONATO. 237 me probas. Immo, ut ad cor
deinceps rideas, non possumus non tibi credere, qui velut cacci versamur in
lumine; et credant necesse est in tenebris alieno verbo vel baculo lucis
extorres, sicut et nos graeci do- gmatis inscii et prorsus nudi, qui necdum
latino sumus imbuti. Verum i ad eundem expositorem nostrum (quem tu piane
probas errantem, cum -ese tamen agat magistrum et nuperrime lecturam
impetraverit hic a sacro concilio) (i) forte recurramus, tritura illud dici
solitum consequens est ut eveniat: si caecus duxerit caecum, ambo cadent in
foveam. Op- portune tamen quandoque quae scripsisti communicabimus ei, ut
discat. Abest antera Nicolaus noster de Cusa (2), ad quem spectabat codex
Donati Terentiani, unde tu multa pervigilique lucubrationc Phormionem
extorsisti: vir siquidem aliquando introductus graecae lin- guae, ccterum alias
eruditissimns, universalis et magnae capacitatis, in- finitorum voluminum
studiosissimus et indagator continuus dotatusque inter alia voluminibus graecis
fecundissime et ex quibus, ut asserebat, omnis vocabulorum verìtas etiam
declarata latine eisdem codicibus facile possit haberi. Tu ergo solus manebis
nobis magister et invictus et quod non datur nobis hic loci, dum tu interim non
desinis augeri et profice- e stadiis graecanicis, concedetur fortasse non
inopportune ut coram a- perire possis fores et nos vel liraina capere et prima
rudimenta graecana. Ncque enim acr noster éemper erit in turbine, quare
movebamur ad oncitandam spem de praecipuo ilio Tito Livio Francisci Pe- tra rea
e , (3) quandoquidem per intestina bella, quae conflari videban- tur inter
fratres, quorum alter, videlicet dominus Baptista, vulneratus a ! omino Thoma
asseveranter esse contenditur. Et quicquid futurum sit, praeelegirous, auditis
agitationibus illis seu veris seu falsis, quae forsan laborant inter utrumque,
non subticere tecum, etiamsi nequicquam, quam a casa eventos inscrutabilis
commoditate carerc, quandoquidem inquam res ipsae omnes mundanae prò sui natura
instabiles et vagae. lanuenses (i) Forse Andrea Costantinopolitano, vescovo di
Rodi. (2) Niccolò andò verso la metà del 1437 a Bologna ambasciatore del
concìlio al papa (Cipolla, Signorie itnlùtne 510; KaynaldJ, w4i»na/. <^f/«r.
a. 1437 n. IO). (3) OT marg,: LiUi ' ' de Cam|K) Feref^oso. Ì3^ ^'
SÀfiliADirJl. vero praecipue quasi singularis privilegi! dote in volubilitate
fundati ita circumverti possent, ut liber ille non modo acquiri sed offerri
contin- geret .... Nos vero interim, qui aliquantum respiramus donec reddatur
respon- sum ex Avinionensibus de adimplenda solutione vel non, deum oramus ut
tranquillitateni et pacem prò incumbentibus malis, ut ipse optas, ec- clesiae
dei universae christianitati sua prò pietate effundat et nobis om- nibus ....
[giugno-luglio 1437]. Qui siamo alla fine di giug-no o tutt'al più al prin-
cipio di luglio del 1437, perchè non sono ancora pas- sati i quarantacinque
giorni, pattuiti con gli Avignonesi per il pagamento dei settantamila scudi.
Abbiamo poi una riprova nei fatti di Genova, ai quali qui si allude. Ecco di
che si tratta. Nel 1437 il duca Filippo Maria Visconti di Milano istigò
Battista Fregoso contro il fratello Tommaso, doge di Genova, offrendogli il
proprio protettorato e il dominio della città. E realmente Battista sollevò in
Genova un tu- multo e si fece proclamare doge; ma fu bentosto preso dal
fratello Tommaso, che lo perdonò (i). X. Petrus Candidus Francisco Pizolpasso
Mediolanensi pr aesuli s. (2) Ex tuis litteris quid ageres .... Quae vero de
(3) Ariopagi vocabulo tibi scripsi, quanquam certa (i) Folieta, Historiae
Genuenses, Genuae 1585, p. 224. (2) Cod. Riccard. 827 f. 77V. (3) ad cod. 2. ~
t)ONAtO. i^^ atitumein, certiora reddam, non esse scilicet pestilentiae aut
cruoris lo- cum, sed id quorundam falsa aestimatione processisse .... De Livio
quid sperem nescio. Hic omnia dubia, ut iam rebus in hac forma prodenntibus
inlolerabilis sit multorum sors et maxime eorum, qui nihil providerunt in
futurum. XI. Petrus Candidus Francisco Pizolpasso Mediolanensi pr aesuli s. {i)
Mitto digDÌtati tuae, reverendissime pater, copiam litterarum, quas uper Poggio
Fiorentino de laudibus suorum concivium principis nostri parte conscripsi ....
Intellexi etiam quae dignitas tua mihi scripsit de discessu Burgensis nostri.
Mirum quam latenter amor mentibus nostris obrepat. Dolui pro- fecto ac si
praesens essem, quasi vero mihi notior aut propinquior sit in Basilea quam
alibi .... Pugnavi enim acriter et vere prò tutela veritatis in amicum suum
Alphonsi Burgensis) Arretinum, non predo adductus sed caritate. Ve- tas enim
omnibus rebus anteponenda est ... . Quia nosse cupis quae opera potissimum
transtulerira, scito omnes ibros Quinti Curtii, dein Commentarios lulii
Caesaris, postremo Poly- ijìi de bello Punico a me in matemum sermonem redactos
esse ..... {settembre 1438]. Qui non possiamo essere che dopo il mese di aprile
del 1438, nel qual tempo il Decembrio compi la tra- duzione italiana di Curzio
Rufo (2). L'anno è veramen- te il 1438, perchè l'elogio dei Fiorentini dal
Decem- (I) Cod. Riccard. 827 f. 95V. fa) La »o»crizione «uona: MCCCCXXXVIII
adie XXJ dtlmtst dt^Ut \t.L,m.> (f...\ V-"»)migl. di Catania). Ì4Ò k.
SABBADl^i. brio indirizzato a Poggio a nome del Visconti porta la data V kal.
augusti 1438 (i). Ciò si conferma con la lettera seguente, in proposito della
partenza del ve- scovo Alfonso per la dieta di Norimberga. XII. Franciscus
Pizolpassus praesul Mediolani Petra Candido s. (2) Pro epistola
prospicientissimi atque accuratissimi principis nostri ad Poggium, quem non
modicum prospicit, quam ad nos una cum tua pri- die misisti eamque ad te ceu
postulas remittemus, tibi gratias agiraus. Quod vero in altera duarum abs te
nobis nuperrime redditarum doleas de discessu vel potius elongatione ci. patris
domini Burgensis nostri, hoc facit dulcis amor iam inter vos vigore virtutis
ingressus. Ea siquidem vera est
et indissolubilis amicitia, quae mutuae virtutis olfactu generatur atque
connectitnr. Venim spero eum hic affuturum mense primo novem- brio, celebrata
congregatione statuta die Sancti Galli (3) mense octubrio per invictissimum
dominum regem Romanorum apud Nurimbergam prò ecclesiae pace tractanda. In
tempore autem certior fies a nobis de ip- sius successu et regressu, prout
continget ad nos deferri; abiit enim, ut nuntiavimus tunc nostris relaturis
tibi, die XXV praeelapsi augusti . . . [settembre
1438]. La dieta di Norimberga fu tenuta da Alberto II nel 1438. Siamo nel mese
di settembre, come mostra il praeelapsus augusttis. Di quest'ambasciata del
vescovo (1) Pubblicato da Shepherd-Tonelli, Vita di Poggio Bracciolini. K^^^.
p. XLvm. (2) Cod. Riccard. 827 f. 96V. (3) La festa di S. Gallo ricorre il i6
ottobre. 2. — DONATO. 241 di Burg-os air imperatore nel 1438 parla anche il
Pic- colomini (i). xin. Petrus Candidus Francisco Pizolpasso Mediolanensi pr
aesuli s. (2) Laus deo, qui te nobis incoluraem reddidit, reverendissime et
huma- issime pater, ac ex tantis maris fluctibus in portum salutis immisit.
Magna id dei clementia profecto effectuni est, cui pariter gratias reddere
tenemur: tu quod ex hostium faucibus evaseris, ego quod patrem et do- minum
incolumem acceperim. Si qua maris incommoda adhuc restant, tute illa quidem
despici queunt nec cum vitae periculo extimescenda sunt. Sed haec coram latius
cum licuerit. Venissem ad iocundissimam ut optatam praesentiam tnam, sed
infinitae, licet infiraae, curae prohibuere. Itaque tempori parendum satius
visum est et personam tuam hic oppc- iri. Interim requisiti nomine tuo a me
fuere libri Suctonii et Ciccronis de Finibas. Suetonium igitur mitto, licet
inemendate scriptum et incor- rectum; sperabam habito otio illum emendare et in
digniorem aspectum anscribi facere, sed temporis incommoditas obstat, inimica
non studiis ilum sed vitae bonae et optandae. Ciceronem de Finibus habitum sta-
ti m mittam; est enim apud fratres Campi mortui nec nisi Herculis au- xilio ab
inferis in lucem cfferri potest. Quod
si nequeat, mittam digni- ti tuae exemplar penes me retentum necessitate
studendi. Nam ex omnibus Ciccronis
operibus nihil mihi utilius aut gmtius quam de Tu- Kulanis, de Natura dcorum,
de Finibus, de Divinatione et de Fato o- ' ra conscripsit .... Questa lettera è scritta nell' occasione del ritorno
leir arcivescovo Pizolpasso da Basilea a Milano. Ne (i; ' ' /umetti, de gejtts
itajii. commi i.sinc anno) p. 3. (2) < . ;. 1. ;, I. 115. ft. tAJBADiici, Tati tatmù i^
possiamo stabilire approssimativamente la data. Infatti nei primi mesi del 1439
egli stava émcora in Basilea, come si deduce da una lettera di Poggio: Poggitis
p. s. d. praestantissimo patri Francisco archiep. Mediolanensi (i) .... Sentio
vos quotidie aliquid stultitiae cudere ad ecclesiam per- turbandam, quod tamen
parvi facimus, a levitate quadam barbarica et mentis vertigine profectum .... Perverterunt nuper caelum et
terram ut concilium transferretur in Galliam .... Tibi vero doleo, quem scio ver- sari in ea rerum
barbarie, in qua nihil aliud praeter schisma et oppres- sionem Romanae
ecclesiae fabricatum videmus .... Florentiae non. febr. [1439]. Era già di
ritorno ai primi del 1440, come si ha da un'altra lettera di Poggio allo stesso
Pizolpasso (2): .... Epistola tua cum de rebus privatis pluribus loquatur, non
vi- detur flagitare responsionem, nisi me de tuo reditu summe laetari ....
Florentiae XXIV febr. [1440]. Il Pizolpasso tornò dunque o alla fine del 14390
al principio del 1440. Ed è naturale. Il concilio di Basi- lea nel novembre
1439 aveva creato l'antipapa Felice V; e un prelato ortodosso, come il
Pizolpasso, non poteva più in quelle condizioni, vuoi per riguardo suo vuoi per
riguardo del Visconti che lo aveva delegato, partecipare ai lavori di
un'assemblea, che aveva spie- gata cosi palesamente la bandiera dello scisma.
(i) Poggii, Epist, coli. ToneUi VIH, 7. {2) ib. vm, 15. 2. — DONATO. 243 Queste
lettere ci forniscono una insperata notizia sul Livio del Petrarca. Risulta
infatti da esse (n. V, VII, IX, X) che il Livio del Petrarca era passato, non
sa- premmo dire per qual via, nelle mani di Tommaso Fre- goso, doge di Genova.
Il Pizolpasso e il Decembrio speravano di poterne venire in possesso, contando
su un' imminente sollevazione di Genova, che avrebbe tolto il dominio al
Fregoso e dato cosi tutte le sue robe in potere del Visconti. Il Decembrio però
ci fa- ceva poco assegnamento e veramente il Livio non an- dò ad arricchire la
biblioteca Viscontea di Pavia. Esso stava presso i Fregoso già nel 1425 e vi
rimase fino almeno al 1451. Ora è nella biblioteca Nazionale di Parigi (i). Ma
torniamo a Donato. Come si vede, V Aurispa non portò in Italia il codice di
Magonza, ma un apo- grafo di esso. L* Aurispa lasciò Basilea ben presto : nel
dicembre 1434 era già a Firenze presso il papa Eugenio IV (2). Il codice passò
nelle mani di Niccolò da Cusa, da lui in quelle del Pizolpasso (cfr. lettere
(1) P. de Nolhac, Pétrarque et l'humanùme V 113; II 273-77. Il Valla nelle
Recriminationes (Vallae Op. 602 ecc.) del 1445 circa attesta l'esi- stenza in
Napoli di un Livio emendato dal Petrarca. Come tìimostrano le date, si tratta o
di un altro codice o di una falsa attribuzione. Inoltre le lesioni
petrarchesche di Livio citate dal Valla non compariscono nel Livio parigino (de
Nolhac II 276 n. 2; R. Valentin!, // coi/ex Rff^ms di T. Livio in Studi ital.
ftlol. class. XJV, 1906, 207-213). (2) Ciò risolta da una lettera
accompagnatoria di Uguccione de' Con- trari a Cosimo de' Medici (Arcb. di Stato
di Ftrenrc, cart. Med. filsa XI lett. 43). Ì44 ^' SABBADlNi. V e X). Il
Pizolpasso lo mandò al Decembrio a Mi- lano, perchè ne traesse copia, nel 1436
(lett. I). Il De- cembrio ne trascrisse anzitutto il commento al Phormio (lett.
I e IX) e spedi la nuova copia al Pizolpasso, che la fece ricopiare per mezzo
del suo segretario Lodrisio Crivelli (lett. II). Delle ulteriori vicende
dell'archetipo, ora perduto, non ho che dire. L'archetipo doveva essere di
lettura molto difficile, se il Decembrio sente il bisogno di invocare la be-
nevolenza del lettore. E perchè cominciò proprio dal Phormio, che nella comune
tradizione Donatiana è 1' ultima commedia ? La domanda è legittima, ma deve pur
troppo restare senza risposta. E allora domandiamo se il Decembrio si sarà
tratta copia anche delle altre commedie. La risposta qui è più facile e ci
viene suggerita da un codice della Bodleiana di Oxford, scoperto e descritto
dallo Dziatzko (i). Il cod. Bodleiano, cart, della se- conda metà del sec. XV,
scritto da diverse mani, con- tiene le cinque commedie cosi ordinate: Andria,
Eunu- chuSj Adelphoe, Hecyra, Phormio. Al Phormio è premes- sa la lettera del
Decembrio al Pizolpasso più sopra citata (n. I). Ciò mi fa supporre d' accordo
con lo Dziatzko, che ivi il Phormio fu copiato dall' apografo o da un
discendente dell' apografo del Decembrio. (i) Karl Dziatzko, Beitràge zur
kritik des nach Aelnis Donatus be- natinten Terenzcommentarsy nel già citato
Supplem. X degli Jahrbucher fùr Fkilol., 1879, p. 675-678, 691-696. — Lo
Dziatzko in questa dis- sertazione dà anche notizia e alcuni saggi di due altri
codici Donatiani: l'uno di Dresda (D 132), l'altro di Leida (Voss. Lat. Qu.
24). 2. — DONATO. 245 Niente di più naturale, che anche le altre commedie
derivino da un apografo dello stesso Decembrio (i). Più ampie notizie su Donato
e sui codici del suo commento ho comunicate in Studi ital. di filol. class. II,
1893, I-I 34. E ora finalmente ne possiamo leggere il testo critico
nell'edizione di P. Wessner, Lipsiae 191 2 sgg., la quale è a un tempo una vera
editio princeps. Nota alla p. 232 /. ii. La vita dei SS. Tiburzio e Valeriano,
alla quale accenna il Fizolpasso, si trova inserita negli Acta Sanctorum^
Aprii, n, 203 sgg.; e ivi q nominato per 1* appunto un Pagus come luogo del
supplizio: p. 207 B: Tunc iussit (assessor praefecti) carnificibus, ut ab eis
ducerentur (i due martiri) ad agrum Pagum, ubi erat sta- tua lovis....; p. 208
A: Locus igitur, qui vocatur Pagus, quarto mil- liario ab Urbe situs erat....
(I) "Suw possiamo jiltcrfiinrc, che fra 1 copisti «lei cod . Bodleiano sia
<l.i contare I^Klrisio Crivelli, perche egli trascrisse la copia del Phormio
tratta dal Decembrio (lett. Il), quando quella copia era ancora isolata.
Tutt'al più il Phormio nel co<l. Bo<llciano pnA essere un niX)grafo della
copia del Crivelli. Con ciò si CM.Iude che il codice Bodleiano discenda
<iir(ttamtnU dall'apografo del Decembrio. ni. TACITO opere maggiori (*) Le
opere mag-^ori di Tacito ci sono arrivate in due codici, entrambi ora nella
biblioteca Mediceo-Lauren- ziana: Tuno, detto il Mediceo I (Laur. 68. i),
contiene i primi sei libri degli Annales, l'altro, il Mediceo II (Laur. 68. 2),
contiene gli ultimi sei libri degli Annales e i cinque primi delle Historiae,
con numerazione con- tinua da XI a XXI. TI Mediceo I proviene dalla badia di
Korvei, donde fu portato in Italia nel 1508; sicché quando lungo il secolo XIV
e XV si parla di Tacito non si può in- tendere che della parte degli scritti
compresi nel Me- dìceo II. Lo scopritoH' del Med. II tu il Boccaccio, che lo a-
sportò dal monastero di Monte Cassino e se ne trasse un apografo di proprio
pugno (i). (ìli umanisti del cir- 339-46. h) K. ->.i!.i..i/liiii. I.f
scoperti dti cedui iattm e grtcì 29-Jo. 250 R. SABBADINI. colo fiorentino n'
ebbero copia: cosi Domenico di Ban- dino, e più tardi il Niccoli e Poggio e il
Bruni: e forse, per mezzo del Boccaccio, Benvenuto Rambaldi da I- mola (i). Se
ne fecero anche estratti; p. e. le orazioni reci- proche di Seneca e Nerone
{Ann. XIV 53 -56) veni- vano trascritte a parte (2) e furono anzi tra la fine
del sec. XIV e il principio del XV volgarizzate in to- scano (3). Fuori di
Toscana conobbe Tacito il Polenton a Pa- dova. Toccando egli nel libro I degli
Scriptores lin- gu(B latincs dell'origine dell'alfabeto adopera la testi-,
monianza di Tacito Ann. XI 1 4: Ecco i passi testuali: Cornelius autem Tacitus
cum de Claudio loqueretur in eo libro quem de Caesarum rebus scripsit in hanc
fere sententiam quantum in praesentia nostrae institu- tioni spectat scriptum
reliquit: ' Phoenices de Thebis Aegyptiis in Syriam profecti, quia mari
propellerentur, litteras Graeciae intulere; quo adepti sunt gloriam tam- quam
invenerint. ' Cornelius Tacitus neminem certum nominat, quippe (i) G. Voigt,
Die Wiederbelebung I* 250. Per il Bruni cfr. G. Kimer, Della Lauda tio urbis
Florentincs di L. Bruni, Livorno 1889, '^9» 30- (2) Il cod. Ambros. C 141 inf.
(del principio del sec. XV) f. 35 ha le due orazioni col titolo: Extractus de
XIIII libro Cornelii Cociti (corr. poi in Tacili). (3) I volgarizzamenti sono
nel cod. Magliabech. Vili 1382 del sec. XV (cfr. Studi ital. filol. class. VH
132) e in un cod. Roncioniano di Prato del sec. XIV-XV, sul quale vedi C.
Guasti in Propugnatore 1869, H> n 451-61. 3. — TACITO. 251 iam de re dubius
ita locutus est: ' Fama est Cadmum classe Phoenicum vectum rudibus adhuc
Grsecorum populis litterarum auctorem esse. Quidam tamen Cecro- pem Atheniensem
vel Linum Thebanum vai tempori- bus Troianis Palamedem memorant '. At Cornelius
Tacitus: ' In Italia inquit Etrusci ab Corintha Demarato, Aborigenes Arcades
(ii Latini sunt postea nominati) ab Evandro litteras didicere '. Eas (le tre
lettere aggiunte da Claudio) tamen vi- deri Cornelius Tacitus memorat in aere
ac plebiscitis per fora ac tempia fixis. Il libro I degli Scriptores fu
composto dal Polenton anteriormente al 1420. Ecco come egli ci informa sul
contenuto del suo codice: Librorum eius (Taciti) numerum affirmare satis certe
non audeo: fragmenta equidem libri undecimì et reli- quos deinceps ad vigesimum
primum vidi, in quis vi- tam Claudi! et qui fuerunt postea Caesares ad Vespa-
sianum usque ornate ac copiose enarravit (i). Tuttala materia del Med. IL A
\'<mezia era in possesso di Tacito Francesco Bar- baro, che nel 1 440 lo
ridomandava a Gottardo da Sar- zana, a cui 1* aveva prestato : Accipio
excusationem tuam, si diutius, quam coram exposuisti mihi, Corne- lius Tacitus
noster apud te peregrinatus est. (2) Nel (1) Cod. Riccardiano 121 f. 65.
Adopero questo codice perchè con- tiene l'abbozzo della prima redazione degli
Scriptores. Sulle due reda- rioni vc<li A. Segarizci, !.n Catinia... fli
Sécco PotenUm^ Bergamo 1899, XT.IX. >.i))l>adiui, CentotrtMta UtUrt
intdtU dt F. Barbaro 107. 252 R. SABBA DIN I. 1453 mandò il suo esemplare al
cardinale Bessarione affinchè se ne traesse copia. La copia del Bessarion e è a
Venezia (i), cod. 381 (Zanetti). A Milano aveva Tacito Giovanni Corvini, come
ve- dremo in altra parte del presente volume. Pier Can- dido Decembrio s'era
trascritto nel suo zibaldone Am- brosiano R 88 sup. f. 105V (ex libris Cornelii
Taciti) r incendio di Roma {Ann. XV 38-44); ma anch' egli venne in potere di un
testo intiero, quello che ora trovasi a Wolfenbiittel (cod. Gud. lat. 2^. 118)
con la nota autografa: Est P. Candidi. Ab eodem recognitus et emendatus e con
la data: Emptus Ferrarie MCCCCLXI die lune XXVIII sept. D. L. (2). Anche a
Napoli c'era un Tacito presso il Valla, il quale lo cita nelle Recriminationes
I, II e IV contro il Facio del 1445 e degli anni successivi (3). A Fer- rara lo
citava Angelo Decembrio (4). Reco da ultimo la seguente lettera (*): Etsi
impudenter faciam, Ab. Ksic), quod ea liceutia res tuas, cura o- pus est, ac si
meus et usu et possessione esses, exigo, persiiadet tamen humanitas tua ut
aliquid etiam sine crimine temeritatis de te mihi pol- (i) Voigt,
Wiederbelehung I^ 251 n. i. (2) F. Kohler, G. Milchsack, Die Gud. Handschriften n. 4422. (3)
Vallse Opera p. 475 (Tacit. Ann. XI 29); p. 516 {Ann. XV 67) p. 518 {Ann. XIII
47); p. 529 {Ann. XII 5); p. 531 (Ann. XIV 47; Hist. m 73; Ann. XV 6); p. 595 {Ann. XIV 49). (4) A. Decembrii, Polit.
liter. 38 nec Corneliorum opera, Taciti et Nepotis, omittenda sunt. (*)
Comparve la prima volta in Museo di antichità class. II, 1887, 450-51: dal cod.
Riccardiauo 779 f. 97. j. lACli.). 253 liceri possim. Nani cum tanto huiusce
rei, de qua ad te scribere decre- vi, desiderio affectus sim, ut vel Tantaleam
sitim in me concitari sen- tiam, concedes nonnihil, ut opinor, cura ben i
volenti se nostrae tura audaci desiderio meo videndi ac fectitandi aliquid: hoc
quoniam (i) veteres phi- losophi tradidenint, multos persaepe in homines
affectus ac passiones cadere, quae nulla vi comprimi, nulla ratione cohiberi
possunt. Sed iam tecum philosophari desinam, ad rem ipsam redeo. Cum itaque ego
et Cremonensis (Antonius) noster quendam Cornelium Tacitum, librum qui- dem
elegantissimae historiae ac prisco dicendi genere ornatura, te habere
audiremus, mirum est quam is liber meduUas nostras iufluxerit, adeo ut vel
minima eius videndi mora seu intercapedo nobis quam longissima futura sit.
Quamobrem da operam ut hunc librum tantopere desideratum ad nos quamprimum
demittas. Nam si opera tua himc nostrum ardo- rera restinxeris (2), tibi
equidem illius codicis perbellam messem dedica- bimus (3); quod coloni ipsis
dominis agrorum facere consueverunt. Nec illud te moveat, quo minus hunc librum
mittas, quod orationes Ciceronis tanto tempore apud nos retinuerimus. Nam cum
illae parura accurate ac graviter scriptae iudiciolo meo viderentur, putavi
forc, si praeceptor noster in legendo prosecutus fuisset, uti eas
luculciitiores at- que correctiores aliquanto redderemus. Quod si ex hac re
aliquid tibi in- coromodi statues, mitte quem (4) voles; non illuni librum apud
me habere voluero, quam quantum tibi commodi fuerit. Ego enim eas orationes a-
pud me servavi atque eas ita habui ut, si apud te essent, non diligen- tius
custodircntur. Comnientariolos nostros ex Plutarcho traductos tibi non
displicuisse gratum babco. Nam etsi sat tenues omnique inopia ac squalorc
sordi- dati sint, facit taroen humanitas tua ac bcnivolentia ut quicquid a
nobis proficiscatur magnum et praeclarum videatur. Habeo et pleraque alia
fragmcnta sparsa intcr amicos, quac quamprimum collcgero, statini ad te
devolare faciam. Vale; me Leonardo Aretino viro illustri et senatorio (1) hoc
quom cod. (2) rentrìnxeris cffd. (3) dedicahimur cot/. (4) quonj ? Ì54 *<•
^ABHADlNt. et in studiis litterarum perbclle cxcrcitato carum effice. Vale
iterum cor- que tuum in amplexus nostros dede. La lettera è senza intestazione.
Non può andare ol- tre il 1444, perchè in quel!' anno morì il Bruni, qui
supposto vivo. Il mittente è scolare di greco; in quel tempo due soli maestri
insegnavano greco: Vittorino e Guarino. Sul secondo deve cadere la scelta, a
ca- gione del fraseggio spiccatamente guariniano, che si avverte nella lettera.
Lo scrivente è dunque un alunno di Guarino, che s' indirizza a un amico di
Firenze. Di più non m' è lecito affermare. Per maggiori informazioni sulla
divulgazione di Ta- cito vedasi: E. Cornelius Quomodo Tacitus historiaru7n
scriptor in hominum memoria versatus sit usqiie ad re- nascentes literas saec.
XIV et XV, Progr. di Wetzglar 1888, 42-43; P. de Nolhac Boccace et Tacite in
Mclan- ges d'archéol. et d'kist, XII, Rome 1892; F. Ramorino Cornelio Tacito
nella storia della coltura, Firenze 1897; E. Rostagno in Tacitus. Cod. Laur. Med. 68. II
phototyp. editus, Lugd. Bat. 1902, XVI-XVIL * * Nel Med. II sono due lacune (*) cagionate dalla ca- duta di
due membrane, per cui andò perduto il passo delle Hist. I69-75 da — bilem
imperatorem a incertum e il passo che chiudeva il lib. I 86 e apriva il II 2 da
inopia di Rhodum et Oyprum. Senonchè entrambi i passi si sono conservati in
apografi tratti dal Medie. Il quando (*) Comparve la prima volta iii S(U(/i
ital. JiloL class. XI, 1903, 204-211. 3- ~ 1 AGITO. 2^5 ancora li conteneva e
da uno di tali apografi derivò V editio princeps \x?>c\t'à. a. Venezia tra
il 1469 e il 1470 coi tipi di Vindelino da Spira. Ma ci fu un famoso antiquus
codex Venetus, intorno al quale si formò una leggenda. Scrive infatti l'Eme-
sti (i): * Reperi etiam a P. Victorio antiquum codicem Taciti Venetum
bibliothecae S. Marci laudari ad Cic. Ep. II 12 '. La biblioteca di S. Marco a
Venezia ha presentemente e ha sempre avuto un solo codice delle opere maggiori
di Tacito, quello posseduto dal Bes- sarione (v. sopra p. 252). Ecco ora la
testimonianza di Pier Vettori, ricordata dall'Emesti, quale si legge nelle
Explicationes suarum in Ciceroftem castigationum (2) al- V Epist. fam. II 12,
i: * Nam quod apud Tacitum lib. xml (e. 12): Miro tamen certamine procerum
decer- nuntur supplicationes apud omnia pulvinaria utque Quinquatria quibus
apertse insidiae essent ludis annuis celebrarentur, mendum est; nam in vetusto
codice, qui in divi Marci bibliotheca est, Quinquatrus est non Quinquatria '
(3). Il cod. Veneto negli Ann. XIV 12 dà quinquatrii, lezione più vicina a
quinquatria che a quinquatrus, e non è vetustus: non corrisponde perciò a
quello desi- gnato dal Vettori. La verità si è che fu preso un so- lenne
equivoco e rhc nolla dii'i Marci bibliotheca non (I) Cfr. C. Comclius Tacitus,
pubi. Obcrlin, Paris Lemairc 18 19, p. xvu. (8) Lagduni 1553 p: 33. La prima
editione usci il 1536. (3) Degli apografi del Ree. XV il Lanr. 68. 5 ha ([uinquatruus,
il Parmigiano 861 quinquatria, l'ed. pr. quinquatriù 2^6 R. SABBADINl. dobbiamo
scorg-ere la Marciana di Venezia, sibbene la Marciana di Firenze, la quale
ospitò lungamente il Medie. II innanzi che passasse in Laurenziana. E quello è
il vetustus codex indicato dal Vettori e in esso si trova la lezione
quinquatruus da lui approvata (i). Abbandoniamo pertanto questa questione
oziosa e inconcludente e volgiamoci piuttosto a ricercare con maggiore utilità
quando si sian prodotte le due lacu- ne nel Medie. II; al quale scopo
occorrerebbero ampie e sicure notizie sugli apografi, stati finora a torto tra-
scurati. Tre ne possiede la Laurenziana: 63. 24; 68. 4 e 5; uno la Nazionale di
Napoli IV C 21; parecchi la Vaticana: 2965 (del 1449); iQo^; 3405. e l'Urbin.
585; uno la Spagna; uno Budapest, di Mattia Corvino; uno il collegio del
Salvatore di Oxford del 1458; uno la Bodleiana della stessa città del 1463; uno
Harleiano il British Museum del 1452 (2); uno Gudiano, ricordato più su (p.
252), Wolfenbiittel di Pier Candido Decembrio del 1461; uno la Palatina di
Vienna (242 Endlicher); uno la Nazion. di Parigi, lat. 61 18, e uno la Malate
stiana di Cesena XIII sin. 5. A questi va aggiunto il Parmense 861 membr. sec.
XV, di cui reco la descrizione. F. I Cornelii Taciti actorum diurnalium liber XI au- gustae historiae
lege feliciter. In marg-, Fragmentum. Com. , Nam Valerium Asiaticum ' {Ann. XI i ). I titoli si suc- (i) Il dubbio delI'Ernesti
fu recentemeDte accolto da E. Rostagno nella sua storia del Med. II (in
Tacitus. Cod. Laur. Med. 68. Il photo typ. e- ditus, Lugd. Bat. 1902 p. XVI).
(2) C. Comelius Tacitus, pubi. Oberlin; Ernesti praef. p. IX-XVI. 3- — TACITO.
257 cedono allo stesso modo, dal libro XI al XXI. F. iSgv termina * Fabianus in
pannonia ' {Hist. V 26). Indi la sottoscrizione: * In exemplari tantum erat. Si
quispiam hinc descripserit, sciai ine qua7itum reperi fideliter ab exemplari
transcripsisse \ Identico titolo nel Malate- stiano e identica sottoscrizione,
eccetto che legge de- scripserit novum e ita scripsisse per transcripsisse. E
neir identico modo segnano entrambi la lacuna tra il lib. I e il II delle
Hist.; infatti aUa fine del lib. XVin = HisL II il Parmense nota (f. 134): 'Si
repperero fi- nem septimi decimi libri et principium odavi decimi, quce utraque
confusa sunt cunctis in libris et varia, locum annotabo; si lector offenderis,
et tu signes oro. Valeas qui legeris et recte annotaveris (i). Il Malatest. ha
que- ste differenze: reperero; quia utraque; quae legeris. Il Parm. fu scritto
nel 1452, come rileviamo da una no- ta marginale al f. 143 {Hist. Ili 34): *
Cremona condi- ta est annis abhinc MDCCXL, quo etiam tempore A- riminum et
Beneventum aedificantur; hodie autem ab ortu creatoris sunt anni MCCCCLII '.
Resta con ciò assodato che sino almeno dal 1452 il Medie. Il aveva patito le
due perdite; il Parm. se- 1 ) L' identica nota anche nell'apografo del
Dccembrio, con queste di- vergente: reperero; septidecimi; que legeris.
Sottoscrizione del cod. Vatic. 1958 f. 41-MOv: In exemplari tantum erat. Si
quispiam hinc descripserit novuntt sciai me quantum repperi fideliter ab
exemplo transcripsisse: qtiod in ter catterà de quihus sci tur non est ncque
pessisfium neqtte mendosis" sùnum. xéXo? OecJ) f/nì^y die septimadecima
octobris ab ortu Sahatoris nostri domini Jesu CAristi anno MCCCCXL Villi.
Gtnuae pridit ftstum divi Lucat evangelistae (17 ottobre). R. Samadimi, 7V//I
iatmù 17. SABBADINI. g-na la seconda, che era facile avvertire per la man-
canza del numero XVII nella successione dei libri; non avverti la prima. Esso
nota in margine altre man- canze: f. 151 alle parole {Hist. Ili 65) invalidus
sene- cta seu ferebatur] hic aliquid deficit; f. 169 {Hist. IV 46) il testo:
pelli poterant 55.******** Sed im- mensa] hic deficit; f. i6qv retinenda erat *
* ^j- * * * * Ingressus] hic deficit; f. 171V (IV 52) orasse dicebatur ^J. *
<j. Audita interim] hic deficit textus. Qui non si trat- ta veramente di
lacune, ma di due trasposizioni, la prima in Hist. Ili 65-69, la seconda in IV
46-53, che sono anche nel Medie. II e vennero ivi avvertite con un segno.
Finalmente al f. 182, dove termina illib. IV, il copista aggiunge: Post haec
scriptiitn erat, sed non, ut videtur, loco: Neque vos impunitos patiant; nisi
et hic defectus sit textus. Pure queste quattro parole si trovano nel Medie. II
in coda al lib. IV. Tutte le note marginali sono della mano stessa del copista,
dalle quali riporteremo queste altre due: f. 57V (Ann. XIV 63) insula quae
pandaterìa] nunc ischia ap- pellatur; f. 142 {Hist. Ili 30) stato in eosdem
dies mer- catu] status merchatus generales Jiundine ut genucB allo- brogum
urbis hodie sunt. Cita il copista in margine anche autori latini, p. e. alcune
frasi di Vergilio e di Lucano, un luogo di Ci- cerone e molti di Giovenale: tra
gli altri una lettera dello Pseudo-Seneca a Paolo: f. 67 v (Ann. XV 39) eo in
tempore Nero] Seneca ad Paulum apostolum (XII): Centum XXXII® domus et ins (sic
= insulse) quatuor sex diebus arsere, septimo pausam dedit. j. — tAClTO. 259 E
ora m'ingegnerò di presentare un saggio di quella ricerca, che ritengo s'abbia
a intraprendere sugli apo- grafi del Medie. II, scegliendone tre: l'uno il cod.
Par- migiano descritto (-- P) con la doppia lacuna nel lib. I e tra il lib. I e
il II delle Hist.; gli altri due senza le lacune, il cod. Laur. 68. 5 sec. XV
(= L) e l'edit. princ. (= e). L ha correzioni di una mano seconda (m. 2), che
non sempre si possono distinguere da quelle del copista. Mi restringo alla
collazione di pochi ca- pitoli delle Hist. I i 8, ponendo a base il testo della
4* edizione del Halm, Lipsiae 1897. I I , I Servus e | Galbea L \ lunius L e P\
2 cossules P \ erant corr. m erunt Z | dccc^*'* et XX P \ 3 retulerunt L e P \
^ niemorabatur e I 5 bellatum est e \ Atctium corr. in Attium L \ potestatera P
\ con- ferri ad unum e \ 6 illi L, corr. m. 2 \ j inscicia P | 8 aliene P \ as-
sentandì L e P \ g fensos L, infensos m. 2, infusos ^ j 10 ambitioni e I adverseris
e P (alterum e ex corr. P)y admiseris Z, adverseris m. 2 I 12 fedum P e \ 13
Octo « | 14 Vespesiano P e \ incoatam in incoha- tara corr. Z | 1 6 nec P \ \%
Traiani uberioremque materiam /* | 1 9 foe- licitatc Z I 20 liccat P. 1 2, I
aggredior L e P\ opimum casibus] plenum variis casibus, in mcrg. gravioribus
opibus P \ discors om. e \ 2 scevum P \ quatuor Z e I 3 plcrunque e \ 4
prospere in orientem adverse in occidentem ( — tcs Z, — tcno m. 2) returbatum Z
e^ prospere in oriente adversaj occi- dente rcs: turbatum P \ 5 Illiricum e \
nutantes ex mut — Z | 6 Bri- tanni» Z, — nia m. 2 \ missa cohorte L e P\ in
iiosl inos /.. in e, in rhosolanot P \ Sarmathanun /' e^ sarmaritarum / . rum Z
/', lubeornm e \ 7 gente» Z, gente m. 2 \ dachui. r, dalub /' | 9 cladibus (di
ex corr.) L \ seculorum P\ \o afflictn Z e P \ baustn nut abrute urbcii Z e,
hauste nut abrutse urbes /' I foecundissima Z, f ecundiftftimau t \ \\ et urbi
L t P \ incendiis om. e \ \t cerlmoniae !. # /*| 13 iufectri corr. in infecti Z
| cadibu» < | 14 scopuli om. Z, add. 200 R. SABBADINt. m. 2 I scevitum F \
15 et otn. L, add. m. 3 \ 16 premia P\ quam qua- si i \ 17 quum Z I aliis e \
procuratores e | 20 oppressit e. I 3, I seculura P \ 2 comitates (s snperscr.)
P \ 3 sequutae ( — te) L e P \ audientes L e P \ ^ fideles P \ ipsa necessitas
om. L \ 6 tole- ratae (et om.) L \ par e \ 8 fluniinum e \ 9 tristicia L \
unqiiam P \ a- trocibus P \ IO magis vetustis L e P \ iudiciis L P \ approbatum
L € P\ Il diis ex corr. L m. 2, de e \ securitatem Z, securis m. 2 \ secu-
ritatc nostra e \ esse Z, del. m. 2. I 4, I caetenim L e P \ 2 que P j 3 orbe
terrarum e \ 4 egrum P \ 5 plerunque Z P \ causse qu» Z | 7 modo om. P \ 9
archano e, arcano Z, arch — m. 2 \ io leti P, ex laetius (?) corr. L m. 2,
laetius e \ u- surpatam Z, usurpant m. 2 1 libertatem e, om. Z, add. m. 2 \ 12
inte- gram Z, corr. m. 2 | 13 annexa ^ /* | 14 et theatris (a super scr.) P \
15 quis P I decus Z* [ 16 moesti L e P. I 5, I imbutus Z ^ Z* 1 2 magis arte Z
| impulsu L e P \ "^ traduc- tus ex traductiis (?) Z* ] 4 promisse P \
premiis e, proomiis P \ 6 intel- ligit Z ^ Z' I 7 Nimphidii e \ 8 agitar P j
Nimphidius « ( 9 et L e P \ IO plurisque P \ neque P \ il avariciam Z | laudati
P \ 12 militaris e I cselebrata Z | angebat ex aug — Z | coaspemantes Z* | 13
quatuorde- cim Z ^ Z* I assuefactos Z e P \ 15 galbe Z' | 16 militem] principem
P I 17 caetera L e P. I 6, I lunius Z ^, ^jc Julius corr. P | 3 galbe P \ 4
Ciconio L e P \ Varone P j Nymphidii L e \ 6 sotius e P \ tanquam L e P \ 7
mil- Hbus e I 9 formidolosus ex formidul — Z | 1 1 innumeri Z | 1 2 Illirico e
I promissosque ^ | 13 albano Z | 14 ceptis e P, o. csepto Z, consiliis a caepto
m. 2 \ ni ex corr. L m. 2 \ i^ prono Z, prona m. 2 \ audienti L e P, audenti Z
m. 2. I 7, I Capitoni P I 2 cedes e \ nunciarentur ^, nunciaretur Z* | in A-
frica res haud dubie {ex dibie) P \ 3 Harebonius e \ garuncianus P, Gu-
nitianus e \ 4 quum Z | familiam e \ cseptaret Z, ceptaret P \ 6 haberen- tur e
! aut e \ avaricia Z | 7 fedum e P \ cognitione e \ 8 posquam P | i mpellere L
e P \ f) nequierint Py nequirent f I ad Z* | io an corr. in ac Z, ac g 1 1 1
cjeterum Z Z*, caetera « | 1 2 cedes e | sinestre Z | prin- cipe tf Z* I 1 3
praeminuit iam Z, praeminuit. lam «, premunt. lam P \ afferebant Z ^ Z | 14
avide Z Z | 15 tanquam ^ Z* | 17 irrisui ac fa- 3- — TACITO. 261 stidio Z e, et
irrisui et f — P \ assuetis L g P \ iuvente P, iuventute e. I 8, I taiiquam Z,
om. P \ 2 aniniarum Z, corr. m. 2 | fit Z, fuit m. 2 j Hispanie preerat P \ 3
Ruffus e \ 4 domino L e P, dono L m. 2 \ 5 imposterum P \ proxirae P j 6
germanis Z, romanis e P\ % germani L e P \ <) solliciti corr. in soli — Z |
io raetus e, raoetus Z, metu m. 2 I tanquam Z P I partis /* | 12 vergenius Z,
virginius P, ungenius « | voluisset e P \ i^ quaeri Z j 15 vergenio Z e,
Virginio P \ amiciciae P I 16 etiam om. Z | esse] eum P \ tanquam Z e. Le due
famig-lie degli apografi, i lacunosi {P) e i non lacunosi {L e), non hanno
origine da due differenti e- semplari, ma dallo stesso Medie. II, di cui
riproduco- no gli errori tipici; p. e. 2, 6 missa cohorte, 2, io ur- òeSj 3, IO
magis vetusti s, 5, g et, 7, 13 praeminuit iam (premunt di P è un tentativo di
emendamento). Le di- vergenze tra le due famiglie rimontano a correzioni degli
umanisti: tale è, lasciando le numerose interpo- lazioni di e, b, 14 Vindicis
consiliis a coepto dì L m. 2 e le seguenti di P: 2, 6 /;/ rhosolanos, i, 12
cmnltantes, 5, 12 coaspcrnantes, 5, 16 principem^ 6, 11 innumeri, 7, 2
nuntiaretur, res, 7, 13 premunt. Avvennero anche contaminazioni tra le due
famiglie: 7, 12 principe {P e)t 8, 6 Romanis (P e), 8, 12 voluisset {P e). Ma
la prova perentoria che entrambe provengono dal Medie. Il l'ab- biamo nella
lezione 8, 4 domino, comune a tutti gli apografi, lezione che sul Medie. II fu
ricalcata in ra- sura da una mano del sec. XIV o X\' Senonchè non a questo
problema, orinai driiniuva- :m;nte esaurito, deve rivolgersi l'attenzione degli
stu- diosi; si tratta invece di costituire con sicurezza il testo Ila famiglia
non lacunosa in quanto che essa ci con- 202 R. SABBADINI. serva le parti
perdute nell' archetipo. E non basta; siccome la scrittura dell'archetipo, in
molti punti svani- ta, non è più decifrabile, cosi bisogna aiutarsi, oltreché
coi ricalchi fatti qua e là da una mano del sec. XV, anche e meglio con gli
apografi delle due famiglie, dei quali occorre pertanto confrontare e misurare
il grado di fede che meritano. E bisognerà determinare anche in qual tempo si
formarono. La non lacunosa potrebbe metter capo all' apografo del Boccaccio; la
lacunosa deriva da un apografo tratto posteriormente ai ricalchi e alle
emendazioni introdotte nell'archetipo da mani del sec. XV; così p. e. la
lezione 2, i plenum variis casibus (in marg. gravioribus opibus) di P è nata
dopo che una di quelle mani su opibus del Medie. II aveva scritto plenum. Meno
importante ma pur sempre utile sarebbe poi un'altra indagine, quella che si
proponesse di stabilire un termine cronologico alle emendazioni sicure e ano-
nime, che s' incontrano negli apografi; p. e. anteriori al 1452 sono le
seguenti, che già troviamo in P: i, 9 infensos; 2, 4 prospere in oriente
adversae occidente res; 3, 9 tri stia; 4, io usurpata libertate; 4, 12 integra;
6, 8 ornine; 6, 9 legione; 8, i fuit; 8, io metu. 3- — TACITO. 263 Opere minori
Le scoperte di Enoch da Ascoli (*) Per tracciare la storia della scoperta delle
opere minori di Tacito, mi bisogna trascrivere alcune lettere o brani di
lettere di Poggio, di Guarino e dei corri- spondenti di Guarino, le quali
formano la base del mio ragionamento. I. Poggius (i) Nlcolao s. juidam monachus
(2) amicus meus ex quodam monasterio Gcrmaniae, qui olim a nobis recessit, ad
me misit litteras, quas nudius quartus acccpi; per quas scribit se reperisse
aliqua volumina de nostris, quae permutare vellet cum Novella Ioannis Andreae
vel tum Speculo tum Additionibus, et nomina librorum mittit interclusa ....
Inter ea volumina est lulius Frontinus et aliqua opera Conielii Taciti nobis
ignota: viflcbis inventarium et quaircs illa volumina legalia, si reperiri
poterunt commodo pretio. Libri ponentur in Nurimberga, quo et deferri debent
Spcculum et Additiones, et exinde magna est facultas libros advehendi. Ut
videbis per invcntariun», hacc est particula quaedam, nani multi alii rcstant;
scribit enim in hunc modum: ' Sicuti mihi supplicastis de no- tr.ndo |)Octas,
ut ex his cligeretis qui vobis placcrent, inveni multos e quibu» collegi
aliquos, quo» in ccdula hac inclusa rcperictis ' . . . . Komae die in novcrobris (1425). (•) Comparve la prima
volta in Sfu(/t ital. JiloL class, VII, 1R99, M9-13»- ri) Poggii Épiit0l. eon.
Tonelli, Fiorenti» 1833, I i> m s (2) (Juetto monarn era di HemfeUl.come
risulta da altre lettere, i^i</. " -, 266, 268. 264 R. SABBADINI. IL
Guarinus (i) Veronensis suavissimo lohanni Lamolae s. p, d. (2) Tantopcre tuam
in me pietatem accumulas, ut me vel ingratum vel rusticura fatear opus sit, cum
te non superare sed ne acquare quidem possim. Nec est ut te deterream; perge
vero: scio, nihil a me supra vi- res postulas; animum tibi semel dicavi
nihilque mihi ipsi reliqui, quod tibi non impertierim (3); tu me tuo utere
arbitratu. Quam gratae autem tuae mihi litterae fiant, exprimere nequeo: eas in
sinu prae laetitia colloco, deosculor et in dulcis (4) traho sermones (5), ut
te stringere te palpare (6) te alloqui videar et mihi ipsi persuadeam (7).
Occurrit in primis modesta ornata et (8) maiestatis pristinae dignitate referta
litterarum facies, quae observantiam (9) quandam prae se fert, ita at lectorem
iuvitet (io). Accedit gravitas (11) sententiarum, verborum, dulcissimaque (12)
quaedam compositionis harmonia. Quid nuntius rena- scentium virorum et in lucem
prolatorum, quem mihi cum suavitate mi- (i) Cod. di Berlino, già Morbio 403,
ora lat. 2° 557 f. 126 (= w), cfr. R. Sabbadini, La scuola e gli studi di
Guarino p. 193; cod. Clas- sensc di Ravenna 419, 8 f. 17 (=r e). (2) s. p. d.
om, VI. {3) impatierim e. (4) dulces m. (5) sermonies e, (6) palpitare e. (7)
persuadeo e. (8) et om. m. (9) observantia e. (io) invitent e. (11) caritas m, caritatis
e. (12) dulcissima m e. 2. — TACITO. 265 rabili affers ? O si Cornelium (i)
Tacitum ipsum {2), Plinii mei amicum socium collegam, spectare etcoram affari
detar ! Quid Cornelius ille Cd- sus, cuius audito nomine ac dignitate ita eius
videndi atque audiendi (3) cupiditate incensus sum, ut totus infusus in me
Benacus (4) huiuscemodi sedare ardorem nequeat. Voluminis raagnitudinem et
litterarum sive scripturae faciem (5) scribas oro, ut quid de ilio habendo
consulam sciam. Quid dicam de Antonio Panormitano, cuius nunc primum (6)
auditum nomen tantaleara in me sitim (7) incussit ? O felix bisce viris et (8)
di- vinis ingeniis (9) aetas ! Nil vidi quod (io) ad me ex illius ingenio mi-
sissc dicis (11). Quocirca magis magisque dolco et ipsos execror (u) ta-
bellarios, quorum incuria tam bonae scribendi vices intercipiuntur (13). Non
possum in scribendo morem mihi gerere, adeo praesens istuc re- diturus nuntius
{14) instat urget inclamitat. Ego cura gratias referre cu- perem prò
pulcherrimo et commodissirao tuo munere, quibus verbis id faciam non invenio;
itaque cum referre non possim, gratias habeo. Vale, mca suavitas; valeo et
ipse, valent et liberi, nostrae peregrinationis Tri- dentinae (15) comites.
Vale iterum, y^v^r] fioi). Veronae XXVI ianuarii [1426]. (i) Comelii e. (2)
Tacitum ipsum om. m. (3) vivendi atque audiendi e, videndi audicndique m. (4)
Bonacus e. (5) faciem om. m e. k(ì) primum om. e. (7) scttum m. '8) et om. m.
9) divini ingenii m. 'IO) quml hic dtsinit m. (Il) S' intCnflr- V /hrninf>J,fn,^,fti(
,l..| I' .11. .♦Hill . < 13) obnCCffir <I3) intercipiuat e. (14)
redditunu mitius e. (15) Allude alla peregrinazione di Guarino a Trento del
1426 per incarico della città. 266 R. SABBAUINI. m. Guarinus ( i ) Veronensis
suavissimo lohanni Lamolce s. p. d. Posteaquam alteras (2) ad te descripseram,
tua e et graves et ornatse redditae mihi sunt, quae eo accumulatiores
veiierunt, quo etiam comitem habuerunt libellum vere 'EQfxacpQÓÒiTOV ....
Veronae IIII nonas februarias [1426]. IV. Antonius (3) Panormita Guarino
Veronensi s. p. d. Etsi acceperam Herraaphroditum meum plurimorum iudicio
probatum..., nihilo magis tamen animo movebar Verum cum te virum simplicem
verum apertura .... idem de me meoque libello sentientem animadver- tam, non
modo moveri non possum, sed .... gaudio distrahor, prae- sertim cum antehac
nulla mecum amicitia, nulla familiaritate fueris de- vinctus .... Ioanni vero
Lamolae .... gratias et ingentes habeo, prop- terea quod insciente me quidem
Hermaphroditum ad te miserit meum.... Ex Bononia (4) (febbraio 1426). V.
Aurispa (5) Guarino Veronensi viro doctissimo s. p. d. Credideram quom ....
(L'Aurispa scrive a Guarino, facendogli grandi elogi del Panormita. La lettera
è data da Firenze nel febbraio 1426, come si deduce dalla seguente). (1) Per le
fonti di questa lettera cfr. R. Sabbadini, Guarino Verone- se e il suo
epistolario, Salerno 1885, n. 374; per la data p. 68. (2) La precedente (II).
(3) Per le fonti di questa lettera cfr. R. Sabbadini op. cit. n. 127. (4)
Questa lettera fu scritta subito dopo che il Panormita ebbe noti- zia della
precedente (III), nella quale Guarino dava al Lamola il suo giu- dizio famoso
suir Ermafrodito. (5) Cod. Classense 419, 8 f. 17V. 3. — TACITO. 267 VI.
Guarinus (i) doctissimo et ornatissimo viro lohanni Aurispae s. p. d. Superiori
tempore cum fama referente .... Veronae III kal. martias (1426) (2). (Risponde
alla precedente, associandosi all' Aurispa negli elogi del Panormita). VII.
Antonius (3) Panormita Guarino Veronensi viro (4) illustri s. p. d. (5) Aurispa
Siculus familiaris noster hodie, quod frequenter (6) facit, ad me litteras
craisit (7) officii ac diligentiae plenas, alìoquin adeo suaves atque (8)
elegantes, ut si suas illas esse nescius fuissem, aut musarum aut certe tuas
esse iuravcrim; in quibus plura quidem, sed illud praeci- pue mihi renuntiat,
abs te sibi redditas epistolas (9) XV (io) kalendas (i) Cod. Classense 349 f.
165. (2) Le lettere V e VI, citate qui unicamente per la successione crono-
logica, furono pubbl''-*" \l•>^.^r,r\]'^^■"'^f' in Giorn. star.
!■•*'. •'■'' Siippl. 6, 103-6. ^l) Cfxl. Marciano iat. XIV 221 f. 95 (= w),
cfr. Barorzi-Sabbadini, Studi sul Panormita € sul Valla p. 22 per n" >
mì^»,. ,\a »..c»,> .. ..^r la data; cod. Claascnse 419, 8 f. 3 {=» e). (4)
viro om. m. (5) P. «• (' (6) freqncns m. (7) migit m. (8) et m. (9) U lettera
VI. (10) V m. 368 R. S.. aprilis meorum versuura, mei nominis eloquentissimas
laudatriees; meque, quod plurimi facio, tuam gratiam ininsse iam. Qua ex re
subgloriari mihi licet, qui, ne (i) otiosus quidem aut securus, aliquid
effuderim, (2) quod tuo acri magnoque iudicio comprobari (3) debuerit. Ea res
faciet ut protinus auctoritate tua fretus et de me mihi optime sperem et toto
pectore ad studia summae laudis incumbam. Nam siquis in me musarum furor est,
et est quidem fortasse non parvus, tute illum vehementius excitasti; prò quo
quidem officio tuo gratias, quas tibi permaximas ha- beo, musae reddent et
quidem foeneraticias, modo otium aliquando nan- ciscamur. Hoc hactenus. Quod sequitur et
tibi auditu et mihi relatu voluptuo- sum (4) erit. Verum pridie quam (5) illud
aperiam, iuvat abs te coe- nam lautissimam quidem stipulari: illam spondes ? *
illam spondeo '. Est igitur penes me A. Cor. Gelsi de medicina, liber, ut
nosti, diutissime non inventus ac prope extinctus. Eo, tametsi libri dominus non sim, prò ea tamen
amicitia quae inter me et dominum mutua est, meo arbi- tratu utor fruor.
Commiserat id librorum dominus, cum iamdudum ex (6) Sena decedere instituisset,
fidei ac custodiae Helencae mulieris impro- bissimae. Ego quamprimum rem novi,
mirifico quodam desiderio tabe- factus sum, siquidem Gelsi Gomelii nomen
celebratum atque singularibu» laudibus evectum (7) legerem apud nominatissimos
auctores: Quintilianum Plinium Augustinum Golumellam aliosve compluris. Eam ob
rem libri dominum exhortatus, maiorem in modum obtestatus sum, uti vel mei
causa codicem repetat. At ille ut cetera, ita mihi id facile assentit; re-
scribit, mandat Helencae uti depositum ex (8) continenti reddat. Illa vero,
quam dii perdant, magna voce ficto vultu depositum inficiata est; est (i) nequc
m. (2) effunderem m. (3) probari e. (4) voluptuosum. Vale hic desinit m. (5) quid e.
(6) et e. (7) nectum e. (8) et e. i. — TACITO. 269 enim mulier postremae
perfidiae (i), paris petulantiae; utque ea vulvae mercalis est, ita filiolam
quaestuariam, neptem venaliciam, sororem pro- stitutam habet. Nobis itaque
necessum fuit uti non solum iure nostro, sed Ulixeis quoque fallaciis, quo vix
librum tandem illa restitueret. Posteaquam vero Cor. Celsum ab huiuimodi capti
vitate reversum et iure quasi postliminii restitutum vidi possedive,
hautquaquam (2) expri- merem quantum me oblectaverit (3) et affecerit. Pulchra
etenim, vetusta littera, nec ab indocto quidem librario, transcriptus est;
membranarum color ex albo in pallidum diffusus, litterarum vero subglaucus (4);
libri facies prae vetustate venerabilis et quasi numen quoddam prae se fert.
Volumen ingens perinde est atque F. Quintiliani institutiones, totum- quc in
octo codicillos diduci tur. Integrum est, praeter ultimam chartam, item tris
circiter medium, quas Helencam (5), omni notabili infamia no- tatam mulierem,
abscidisse autumo, ut forte pensis coluique advolveret. • Quid miserum, Medea
', ne ' quid Aenea ' dixerira ' laceras ? iam parce sepulto ' (Verg. Aen. Ili
41) et vero hactenus sepulto. Quid agis, insana carnifex ? Cor. Celsum dilanias
? Cor. Celsum, qui tot dilaniatos, tot vulneratos, tot ulcera, tot cicatrices,
tot denique aegrotantes homines -^uis prope divinis curationibus iuverit
sanaveritque ? Sed redeo unde abii. Illum, postpositis legum ac humanitatis
studiis, a vertice ut aiunt ad calcem iterum atque iterum legi, nec enim medio-
cri piane cum animi iocunditate; mirifica et ferme singularis huius cla-
rissirai philosophi doctrina, mirifica eius oratio, siquidem dulcis sonora
gravi» varia figurata sublimis antiqua, ut (6) generaliter contendam ne ijjMim
quidem latinae eloquentiae principem Ciceronem in hoc genere rii.itcriae
ornatiuiì laculentius atque elegantius disserere potuisse. Tu me- cum senties,
certe scio; illudque fiet, nisi vates male vaticinor, ut quan- topcre none Cor.
Celsum concupiscas, tantopere illum cum legcris ad- ( I ) postramae perfidae e.
(2) autqoamqaam e. (3) oblectaverat e. (4) lulxrlaucus e, (5) elencam e. i70 R.
SABBADlNI. mirere: in summa nihil addubitem quin, perlecto Cornelio, fias ex
ora- tore medicns. Postremo, si non memineris, hic ille est, quem tuus F.
Quintilianus refert ' non parum multa latine scripsisse, Sextios secutum non
sine cultu ac nitore ' (X i, 124). Praeterea
est quod te non minori voluptate afficiat; sed omnino coe- nam parato, qua in
re tu me non audis. Compertus est Cor. Tacitus de origine et situ Germanorum. Item eiusdem
liber de vita lulii Agricolae isque incipit: * Clarorum virorum facta '
caeterave. Quinetiam Sex. lulii Frontonis liber de aquaeductibus (i) qui in
urbem Romam inducuntur; et est litteris aureis transcriptus. Item eiusdem
Frontonis liber alter, qui in hunc modum iniciatur: * Cum omnis res ab
imperatore delegata men- tionem exigat ' et caetera (2). Et inventus est quidam
dyalogus de ora- tore et est, ut coniectamus, Cor. Taciti, atque is ita
incipit: * Saepe ex me requirunt * et caetera. Inter quos et liber Suetonii
Tranquilli repertus de grammaticis et rhetoribus: huic inicium (^) est:
'Grammatica Romae'. Hi et innumerabiles alii qui in mauibus (4) versantur, et
praeterea alii fortasse qui in usu non sunt, uno in loco simul sunt; ii vero
omnes, qui ob hominum ignaviam in desuetudinem abierant (5) ibique sunt, cuidam
mihi coniunctissimo dimittentur propediem, ab ilio autem ad me proxi- me et de
repente; tu secundo proximus eris, qui renatos sane illustris- simos habitvirus
sis. Interea tuae partis erit rescribere qualem ad te nuntium attulerit haec
epistula, iocundum scilicet necne; meque perseveranter ama: ego procul- dubio
tuus sum integer, non animam quidem excipiens. Item vale. Ex Bononia quam cursim (aprile 1426) (6).
(i) aqueductus e. (2) Più accuratamente è descrìtto il codice di Frontino nel
Commenta- rium del Niccoli (sopra p. 4 a) su notizie fomite dal monaco di
Hersfeld. (3) hinc micium e. (4) in manus e. (5) desuetudine habierant e. (6)
Dalle parole abs te sibi redditas epistolas XV kal. aprilis risulta che la
lettera VI, a cui si allude, scritta da Guarino il 28 febbraio, fu recapi- tata
all'Aurispa il 18 marzo. Collochiamo perciò la presente nell'aprile. 3. —
TACITO Vili. Guarinus ( i ) Veronensis ci, viro Antonio Panormitce s.p. d. Unas
abs te litteras (2) acceperam antea .... Quid alterae (3) illae omni melle
suaviores ? Earum sane recordatione beatus niihi videor et inter renatos viros
illustrissimos esse receptus; prò quibus quidem mentis quas tu mihi cecas
narras et stipulari vis ? ego tibi me ipsum cenandum appono, tu me vescere et
tuo me utitor arbi- tratu ' qui das epulis accumbere divum '. Quod si quando
ipsos cerne- re, praesentis intueri et ' vivas audire ac reddere voces ' fas
fuerit, deo- rxim sane vitam mihi adeptus videbor. Id autem ita fore minime
despe- ro, quando Elencham, idest improbatam muliereni, evasit Cornelius Cel-
sus, quasi futurae felicitatis augurium. Hui ! harpyas et scyllas omnis flagitio superans et
tentigine monstrum, lena, meretrix, periura et vere elencha, idest
iXx.yyzaiS(i\. digna. Quid sibi cum Cornelio Celso, nisi ut quae tot penes
insatiata deglutit, et hunc ipsum improba devoraret ? Scd ut angorem omittam,
quam iocundum ipsorum tam illustrium vi- rorum facies habitus staturas mores te
duce cognoscere et * venieutum discere vultus * ! Nunc iuvat vivere, cum tales
prisci generis et autiqui- tatis venerandae reliquias manere intelligo et tua
benignitate meos quan- doque futuros hospites non despero. Hunc igitur diem tam
laetum, tara honoratum tuo ex nuntio habiturus sum, * dum vita mancbit ', ut
eum * meliore lapillo numerem ' et proinde Panormitalia celebrare instituaro,
modo illorum spcctandorum copiam tuum favens numen praestet. Quam quidem ad rem
adiutorcm ac socium Aurispam, latinarum ac graccarum decus musarum, implorabo.
Tu vale mea suavitas roeumque corculum. Ex Verona kalendis roaii (1426). I }
Cod. Clasienie 4i«v, lettera IV. VII. iy2 k. SABBADlNI. IX. Guarinus (i) lohanni Lamolae s. Quantas vero mihi
laetitias . Cornelii Gelsi adventus ! cuius orationem gravem ornatam copiosam
satis admirari non possum .... (Valpolicella ai primi d'ottobre 1426). X.
Guarinus (2) Veronensis Hieronymo Gualdo s. .... Est etiam hodie mihi in lucem
editum opus elegans, summa facondia copia dulcedine oriiatissimum, antiquorum
iudicio in arce loca- tum, Comelius Celsus. Is medicinae auctor est ea
suavitate erudientia et omni denique laude redundans, ut vel invitum lectorem
aliiciat; nec du- bito, si (3) ad doctorum medicorum, non dico plebeiorum et
forensium, ocalos pervenerit, eum inter primos medicinae fore principem .... Ex
Valle PoUizela v idus octobris (1426). XI. Poggius (4) Nicolao s. Dixeram Cosmo
nostro .... monachum illum Hersfeldensem dixisse cuidam se attulisse
inventarium, sicut ei scripseram, plurium voluminum secundum notam meam.
Postmodura cum summa cura quaererem hunc hominem, veuit ad me afferens
inventarium plenum verbis, re vaeuum... Itaque refersit illud libris quos
habemus, qui sunt iidem, de quibus a- lìas cognovisti. Mitto autem ad te nunc
partem inventarii sui, in quo describitur vo lumen illud Cornelii Taciti et
aliorum, quibus caremus, qui (i) Cod. Riccard. 779 f. 130. (2) Cod. Vindob.
3330 f. 141; cod. Arundel 70 f. 153V. (3) sed ccdd. (4) Poggii EpistoL I p. 207,
208. j. — TACITO. iy^ cum sint res quaedam parvulae, non satis magno sunt
aestimandae. De- cidi ex maxima spe quam conceperam ex verbis suis .... Hic
mona- chus eget pecunia; ingressus sum sermonem subveniendi sibi, dummodo
Ammianus Marcellinus, prima decas Titi Livii et unum volumen oratio- num Tullii
... et nonnulla alia opera . . . dentur mihi prò his pecuniis. Peto autem illa
deferri eorum pericnlo usque Nurimbergam .... Romae XVI kal. iunii (1427).
Rileviamo anzitutto che sin dal novembre del 1425 era giunta a Roma a Poggio
(lett. I) la notizia di una grande scoperta di autori latini, quali noti quali
ignoti, che giacevano tutti riuniti in un sol monastero di Ger- mania (VII u^o
in loco simul sunt). La notizia si dif- fuse tosto tra gli umanisti: a Firenze
la seppe per mezzo di Poggio il Niccoli (I); a Bologna la seppero, sembra per
via diversa, il Panormita e il Lamola, che la comunicarono a Guarino a Verona
(II, VII, Vili). Le informazioni da parte di Poggio e da parte del Panormita
coincidono nella sostanza tra loro e con r elenco del Comnientarium Niccoliano
(sopra p. 4-5), talché non è a dubitare che si tratti della medesima scoperta.
Come scopritore è dato da Poggio un monaco dì Ilersfeld (I n., XI), il quale
andava e tornava spesso da Roma per interessi del monastero. Ma noi credia- mo
che il monaco hersfeldese non sia stato il vero scopritore o almeno non il
primo; perchè ci par pro- babile identificare questa scoperta con quella
dell'ar- civescovo di Milano Bartolomeo Capra in Germania K. tABKADINI, Tuti
latmù US. 274 ^- SABfiADlW. nell'anno 1421 (i), quando egli si trovava colà ai
ser- vigi dell' imperatore. Della scoperta del Capra parla Poggio molto
scetticamente (2), ma il Capra era un uomo serio e alla notizia, diffusa certo
da lui stesso, dobbiamo prestar piena fede. A identificare le due scoperte del
142 i e del 1425 siamo indotti dalla coin- cidenza, che gli autori veduti dal
Capra son designati come historici e che storici per l'appunto sono i prin-
cipali autori nominati da Poggio e dal Panormita: Am- miano, Livio, Tacito. E
il convento dove furon trovati ? Su questo punto il Panormita tace e Poggio
solo indirettamente fa ca- pire che fosse il convento di Hersfeld, perchè
chiama hersfeldese il monaco scopritore; noi ne acquistiamo la certezza
considerando che tra i codici e' era Am- miano Marcellino, autore che
effettivamente stava a (i) Il Capra fu in Germania con T imperatore dal luglio
1418 al 1421 (W. Altmann, Die Urkunden Kaiser Sigmunds, n. 3336. 3714. 3887.
3944. 3951. 4040. 4085. 4233A. 4243. 4601). Nell'agosto 142 1 è sulle mosse per
partire (n. 4601). (2) Poggii Epistol. I p. 80-81 * De archiepiscopo
Mediolanensi quae scribis laetatus sum, si tamen vera sunt. Est enim res digna
triumpho inventio tam singularium auctorura; sed mihi non fit verisimile. Nam
ar- chiepìscopus is homo est, qui si quid tale reperisset, et secum asportasset
saltem tran^cribendos tales libros. Vereor autem ne audita prò certis adfirmet
ut saepius fieri solet. Quid tu putas virum tantae dignitatis fultum imperii
patrocinio summaeque auctoritatis aliquid difficultatis ha- biturum fuisse in
assequendo libros, cum illos postulasset ab illis ona- gris barbaris, si eos
invenisset, ut narras ? Illis quidem loco beneficii fuisset tradere eos libros
viro, qui apud imperatorem prò se intercedere potuisset .... Si tales
historicos reperisset, personasset ipsemet buc- cina nihii occultans ....
Londini die X iunii ' (1422). 3- — TACITO. 275 Hersfeld (i). La prova
perentoria è ora fornita dal ComìneìUaritim del Niccoli (sopra p. 4). I codici
hersfeld esi, di cui ci tramandano il titolo Poggio e il Panormita, non sommano
a un gran nu- mero, ma le indicazioni, specie del secondo, sono for-
tunatamente precise. Ne diamo l'elenco: la prima deca di Livio e le orazioni di
Cicerone, opere allora ben note; Ammiano, di cui un esemplare era stato nel 141
6 scoperto dallo stesso Poggio; Frontino Stratege7nato?iy opera nota, e De
aquaeductibus del medesimo, allora ignota; Svetonio De grammaticis et
rhetoribus^ ignoto; Tacito Germaniae. Vita Agricolae, più il Dialogus de ora-
toribus, ignoti. Tra tutti questi autori Tacito richiamò in particolar modo
l'attenzione di Poggio e ad esso in- fatti diede insistentemente la caccia, ma
con risultato negativo; l'ultimo indizio delle pratiche l'abbiamo nel 26
febbraio 1429, quando Poggio annunzia al Niccoli che il monaco tedesco era
tornato a Roma senza Ta- cito (2): poi più nulla. Due anni dopo fu fatto un
nuovo tentativo, questa volta dal Niccoli. Approfittando egli, nei primi mesi
del 1431, dell'occasione che due cardinali, il Cesarini e r Albergati, andavano
con una missione pontificia, quegli in Germania, questi in Francia, affidò loro
un elenco di autori da cercare, tra i quali gli hersfeldesi (sopra p. 2'^. E il
Cesarini fu a Norimberga, città non (I) Voigt, Dì* WitdtrbtUlmng d, class.
Aiterthums I* p. 242. (a) Poggii EpistoL I p. 268 ' Monachtti Henfeldentii
venit abìique libro (Tacito) Romae XXVI februarii 1428 ' (= 1429). 2 76 fe.
SABBADI^t. eccessivamente lontana da Fulda e da Hersfeld; ma le cure
diplomatiche gli avranno impedito di occupar- si di codici. E cosi dovette
pcissare ancora più d' uil ventennio, prima che dai volumi hersfeldesi fosse
scos- sa la polvere secolare: e ciò accadde per opera di Enoch da Ascoli.
Enoch, reduce da un viaggio in Oriente, ricevette dal papa Niccolò V, con un
breve in data 30 aprile 1451 (i), l'incarico di recarsi nel settentrione di Eu-
ropa a cercar codici. E nell' autunno infatti dell' anno medesimo si pose in
cammino, prendendo la via con- sueta di Verona, dove arrivò alla fine di
ottobre. Ivi lo accolse l'amico Gregorio Correr, che graziosamente e
lepidamente cosi narra la sua visita in una lettera a Giovanni Aretino
(Tortelli): Gregorius (2) Corrarius protonotarius Ioanni Arr etino subdiacono
apostolico in domino s. Venit ad me hac iter agens Enoch Asculanus ciim sua
barbala visendi salutandique gratia. Cumque consedissemus, percunctatus ut
valerent summus minoresque nonnulli pontifices romanae curiae coloni: « Ut in-
quam pars animae meae Ioannes Arretinus »? — « Mecenatem inquit ais doctorum
omnium praesidium, qui plerique ut nosti pauperes ad curiam illam confugiunt. »
— « Scio inquam multos doctos homines ea fortuna esse et illum huius rei non
ignarum talibus libenter opitulari. Sed fare age ut valeat. » — « Valet; nam
divites bene valere existimo, pauperes male ». — « Atqui teciim inquam sentio.
Sed quo te agis » ? (i) Pubblicato dal Voigt, Wiederbeleluvg II'' 200 e in
Arch.stor. ital. S. Ili, voi. XX, 180. (2) Cod. Vatic. 3908 f. 118 (autografo).
3. — TACITO. 277 — « In Daciam (i) inquit ■». Et simul raihi causarti uarravit
quaeren- dorum librorum quam nosti. Tum multa de Graecia et de Constantino-
poli (2), unde barbatus rediit.... Verone XXVUI octobris 1451. Appena due mesi
dopo, nel dicembre, Enoch era in Danimarca (3), di dove, se crediamo al Filelfo
(4), si sarebbe spinto fino nella Scandinavia. Nel ritorno percorse la
Germania, fermandosi a Hersfeld, Fulda, Augsburg- e in altre città, che non
sappiamo. Final- mente nella primavera del 1455 si restituì a Roma. Dalla
Danimarca trasse una lettera di Sidonio A- pollinare (5) e le Elegiae in
Maecenatem (6); dal mo- nastero di Hersfeld Svetonio De gramm. etrket.{'])y la
Germania e V Agricola di Tacito e il Dialogus de ora- toribus (8); da Fulda T
Apicius (v. sopra p. 6 c)\ dalla cattedrale di Augsburg Porfirione (9). Altre
opere da (i) Daciam = Daniam (sopra p. 7): e cosi spesso nel medio evo, cfr.
Hefele, Conciliengcsch, VP 58. (2) Ciò conferma la notizia del viaggio di Enoch
in Oriente, cfr. R. Sabbadini, Scoperte dei codici 57. (3) G. Mancini, Vita di
L. B. Alòerli, Firenze 1882, 329. (4) Fr. Philelfi Epist.., Venetiis 1502, f.
92. (5) G. MancÌDi ibid. (6) R. Sabbadini, Scoperte 142. (7) V. Rossi, V indole
e gii studi di Gio. di Cosimo de' Medici^ Ro- ma 1893, 30 Su e t onio de viris
illustrUrus^ del io dicembre 1457. ^8) Per la Germania e il Dialogus abbiamo la
testimonianza del Fon- tano del marzo 1460: cfr. M. Lchncrdt, Enoch von Ascoli
und die Ger* mania des 7'acitus, in Hermes XXXIIl, 1898, 499. (9) L'esemplare
trovato in Augsburg fu ivi mostrato da Enoch al Mei- •terlin, cfr. P.
Joachimsohn, Die humanist. Geschichtsschr. in Deutschland. St^ismund
MeisterliHt Bonn 1895, 33. 278 R. S. Enoch riportate, senza che si conosca il
luogo del rin- venimento, sono V Orestis tragoedia (i) e \ Itinerarium
Antonini. Ma molti più autori e' erano nelle città visitate da Enoch,
specialmente a Fulda, dei quali egli non si curò per nulla. La cosa può parere,
anzi è strana; e non vedo che una sola maniera di spiegarla. Il breve di
Niccolò V diceva: Nolumus enim ut aliquis liber sur- ripiatur^ sed tantummodo
ut fiat copia trans cribendi. Ma nel fatto Enoch portò seco gli originali e non
le co- pie, almeno per i codici di Hersfeld e di Augsburg, probabilmente perchè
sul luogo non trovava copisti. In tali circostanze è naturale pensare che i
monasteri e i Capitoli gli consegnassero solo poche opere, quel- le forse di
minor mole o che a giudizio dei preposti alle biblioteche avevano minor valore.
Ritornando ai codici hersfeldesi, la concatenazione delle nostre notizie ci
permette di stabilire definitiva- mente, dopo le molte questioni e i molti
dubbi solle- vati, non sempre con prudenza, sul proposito, la con- tinuità dei
fatti, congiungendo tra loro le scoperte del Capra, del monaco tedesco e di
Enoch e riferendole tutte e tre a un'unica collezione di codici, che esisteva
nel monastero di Hersfeld. Il codice di Hersfeld appena giunto a Roma fu ve-
duto da Pier Candido Decembrio (*). Era il Decembrio al servizio della curia
papale sin dal 1450; e morto (i) Sabbadini, Scoperte 142 «. 19. (*) Comparve la
prima volta in Rivista di filologia XXIX, 1901, 162-4. 3- —TACITO. lyg Niccolò
V, vi continuò l'ufficio per un altro po' di tem- po sotto il successore
Calisto III(i). Del 1455 pertanto egli vide il nuovo codice e ne diede la
seguente de- scrizione, che sta scritta di suo pugno nello zibaldone Ambrosiano
R 88 sup. sec. XV. f. 112. —
Comelii taciti liber reperitur Rome visus 1455 de Origine et situ Germanie.
Incipit: " Germania omnis a Gallis retiisque et pano- niis Rheno et
danubio fluminibus a Sarraatis dacisque mutuo metu aut montibus seperatur.
cetera occeanus ambit ". Opus est foliorum XII in columnellis. Finit: *'
Cetera iam fabulosa helusios et oxionas ora homi- num vultusque corpora atque
artus ferarum gerere. quod ego ut incom- pertum in medium relinquam ". Utitur autem comelius hoc vocabulo " inscientia
" non " Inscitia " (§ 16, dove però si legge inscitia). Est
alius liber eiusdem de Vita lulii agricole soceri sui. in quo con- tinctur
dcscriptio Britanie Insule nec non populorum mores et ritus. Incipit: " Clarorum virorum
facta moresque posteris tradere antiquitus usitatum. ne nostris quidem
temporibus quamquam incuriosa suonim etas ommisit ". Opus foliorum decem
et quattuor in columnellis. Finit: " Nam niultos veluti inglorios et
ignobiles oblivi© obruet. Agricola posteritati narratus et traditus superstes
erit ". Cornelii taciti dialogus de oratoribus. Incipit: " Sepe ex me
requiris iustc fabi cur cum priora sccula tot eminentiura oratorum ingeniis
glo- riaque floruerint, nostra potissimum etas deserta et laude eloquentie or-
bata vix nomen ipsmn oratoris retineat ". Opus foliorum XIIII in co- lumnellis. Post beo
deficiunt sex folla, nam finit: " quam ingentibus vrrl)is prosf-quuntur.
Cum ad vcros iudiccs ventum ". Deinde sequitur: " rem tr.^itiirc
nihil abicctum nihil humile ". Post hcc sequuntur folla luo cum dimidio. et finit: *'
Curo adrìsissent discessimus " (2). Suctonii tranquilli de grammnticìfi et
rhetoribus liber. Incipit: " Gram- matica rome nec in
usu quidem olim nedum in honore allo erat. rudii (1) M. Borsa, PUr Candido
Deeemhri, Milano 1893, 93-105. <2) Aveva cominciato a scrivere surr- ' ■ MA.
280 R. SABBADINI. scilicet ac bellicosa etiam tura civitate necdum magnopere
liberalibus di- sciplinis vacante ". Opus foliorum septem in columnellis.
Finit perprius: " Et rursus in cognitione cedis mediolani apud lucium
pisonem procon- sulem defendens reum. cura cohiberent lictores nimias
laudantium voces ita excanduisset. ut deplorato Italie statu quasi iterum in
formam Pro- vincie redigeretur. M. insuper brutum cuius statua in conspectu
erat in- vocaret Regum ac libertatis auctorem ac vindicem ". Ultimo imperfecto
columnello finit: " diu ac more concionantis redditis abstinuit cibo
". Videtur in ilio opere Suetouius innuere omnes fere rhetores et Gram-
matice professores desperatis fortunis finivisse vitam. L'ordine con cui si
seguivano nel codice le quattro opere era: le due tacitiane prima (la Germania
e l'A- gricola), poi il Dialogo, finalmente Svetonio: 1' ordine stesso indicato
e dal Panormita nella sua relazione del 1426 (VII) e dal Commentarium del
Niccoli (sopra p. 4-5): e che tale esso fosse, ce ne forniscono la riprova le
parole del Decembrio ultimo imperfecto columnello finita dalle quali apparisce
che la scrittura si troncava non in fine di pagina, ma a mezzo; non dunque per
la caduta di qualche foglio, ma per trascuratezza dell'a- manuense o per
difetto dell'esemplare donde copiava. Quest'ultima comunicazione sul Decembrio
io spedii da Milano in data 15 febbraio 1901 alla Rivista di filologia. In essa
ribadivo la mia antica convinzione, che Enoch avesse portato a Roma non un
apografo del codice germanico, ma proprio l'archetipo. E la mia convinzione
doveva ben presto ricevere una solenne conferma, quale non avrei mai osato
sperare. Appena un anno e mezzo più tardi, nel settembre 1902, veniva scoperto
a Iesi nella biblioteca del conte G. Balleani 3- — TACITO un codice che
conteneva otto carte originali 6.qW! Agri- cola, appartenute all'archetipo
Hersfeldese. U Agricola fu di su quel codice pubblicato nel 1907 da C.
Annibaldi {L'Agricola e la Germania di CORNELIO Tacito nel ms. latino n. 8
della biblioteca del conte G. B allearli in Iesi, Città di Castello, Lapi,
MDCCCCVII), il quale nel 19 io diede alla luce l'edizione diplomati- ca anche
della Germania {La Ger maglia di CORNELIO Tacito nel ms. latino n. 8 della
bibliot. del conte G. Balleani di Iesi; edizione diplomatico - critica,
Leipzig, Harrassowitz, MDCCCCX). Le due descrizioni dirette del codice
hersfeldese, l'una del Decembrio, l'altra del monaco trasmessaci nel
Commentarium del Niccoli (sopra pag. 4-5), non furono eseguite in condizioni
pari, perchè quanto era inesperto di manoscritti il monaco, altrettanto esperto
era il Decembrio: e si vede subito, osservando che questi all' incipit aggiunge
Vexplicit e indica inoltre la divisione dei fogli in colonna (in columnellis).
Ne ci so- no pervenute in condizioni pari, perchè la descrizione del Decembrio
è autografa, mentre quella del mona- co ci fu trasmessa nella copia di Poggio o
del Nic- coli e per giunta in una stampa malsicura. Ma un con- fronto dell'una
e dell'altra può in ogni modo riuscire utile. Nei titoli delle opere vanno
entrambe d' accordo: Dialogus de oratoribus; Suetomi Tranquilli de gram- R.
SABBAUINI . maticis et rhetoribus; De vita lulii Agricolae; De origi- ne et
situ Germaniae il Decembrio, De origine et situ Gertnanoruni il monaco, dove la
leggera differenza sarà da ascrivere a un'abbreviazione dell'esemplare.
L'accordo è completo anche nell' incipit delle sin- gole opere e nel numero dei
fogli di tre di esse: fo- gli 12 per la Germania, 14 per X Agricola, 7 per Sve-
tonio. Disaccordo apparisce invece nel Dialogus, al quale il monaco assegna 18
fogli, il Decembrio 17 (cioè XIIII -\- duo cum dimidio). Tal differenza sarà
nata da distrazione del monaco; il Decembrio affida di più, per aver riferito
sul numero dei fogli che pre- cedono e di quelli che seguono la lacuna. Ma il
De- cembrio attribuisce il Dialogus a Tacito, il monaco non ha questo nome:
ecco la differenza capitale fra le due descrizioni. E il nome di Tacito nelle
informazioni del monaco mancava certamente, perchè il Panormita sin dal 1426
scriveva: ^^/<?^?^^ de oratore et est, ut e on- ie et amu s , Cor. Taciti
(sopra p. 270). Qui la presunzione della veracità sta più dalla par- te del
monaco, uomo ignaro, che dalla parte del De- cembrio, maturo umanista, il quale
si lasciò sedurre da un' ipotesi, già espressa dal Panormita. E 1' ipotesi si
rivela dal modo com'egli introduce le tre prime note: \) Cornelii Taciti
liber... de origine....; 2) Est alius liber eiusdem de vita...; 3) Cornelii
Taciti dialogus.... Nella 3* avrebbe dovuto continuare: Est eiusdem
dialogus.... Pertanto bisognerà ritenere che il codice antico ta- ceva il nome
dell'autore del Dialogus. TACITO. 283 Seguono ora alcuni documenti sugli altri
autori sco- perti da Enoch (*). Antonius Panhormita ci. v. Ioanni Aurispae (i).
Theodorum (2) tuum, quem mihi tantopere commendas, scito apud Alphonsnm regem
magnifice collocatum .... Tu vero si me audis re- gem repete, qui te diligit et
tibi meliuscule esse cupit . . ; cooptaberis mihi crede in amplissimas
dignitates, si huc ad nos veneris . . . Veniens vero fac tecura deferas Apici
um coquinarium et Caesaris Iter, ut refert Theodorus tuus, nunc iam meus,
inven- tos Romamque perductos .... Quae de Caesaris Itinere scripsimus, ita
accipe ut nisi ver- sibus compositum sit, lulii Iter non sit, sed Antonini; hic
enim prosa o- ratione Iter edidit, Julius cannine (3); Antonini vero Iter (4)
iampridem et nos habemus .... Teodoro Gaza dopo la morte di Niccolò V, avve-
nuta nel marzo del 1455, ^^ ricoverò da Roma a Na- poli presso il re Alfonso,
accompagnato da una com- mendatizia dell'Aurispa. Il suo arrivo a Napoli è re-
cente: perriò l;i li-ft-T.. vj assegnata all'anno 1455. (♦) Comparve la prima
volta in Museo di antichità class. ITI, i88q, 363.8. (,) Cav\ I I I I ■ 11'
"'ii/w....- .li Venc- TVA IS53 (2) Teodoro (laza. 3) Gir. Suct. yul. 56.
(4) Il titolo usuale è Itinerarium Antonini, 284 I^- SABBADINI. Aurispa s. d.
Panhormitae darò eguestris ordinis viro et poetae suavi (i). Quod Theodorum (2)
bene et feliciter apud Alphonsum regem collo- caris, officium tuum exercuisti,
nam doctorum hominum est doctis bene- facere et favere. Praeterea, quod forte
tibi non in nientem venit, neces- sarius iste vir maxime regi erit, si ad
recuperandam Constantinopolim, ut aiunt, et Christi fidem resarciendam iturus
est. Dissuitur enim atque utinam non laceretur. Nusquam linguarum interpretem,
quo rex praeci- pue egebit, Theodoro aptiorem inveniet. Scribam et monebo
hominem ut nibea signetur cruce et se ut principem sequatur paret; non enim in
bello minus quam in pace utilis Graecus iste {3) parvus videbitur. Hor- taris
me et quidem vehementer ut regem repetam; quod profecto si non electione
hactenus fecerim, faciam nunc necessitate coactus. Nam eum in locum res deducta
est, ut aut mendicandum mihi sit aut hinc migran- dum. Expensae quidem sunt
ingentes, emolumenta nulla. Hic pontifex novus duo de quinquaginta secretarios
creavit, quum sex esse consueve- rimus, quando plures fueramus; unum ferme aut
duos exercet. Omnia sunt ita confusa ut quid fiat ab omnibus ignoretur. Menti
est nihilomi- nus Romae totam hyemem manere et per ver ad vos venire,
praesertim si quid nasceretur, quo, si cercior fieri non possera, spes saltem
esset dignitate mea et modo vivendi pristino servato vivere aut aliquantulum
minus laute. Scio equidem, quamvis adhuc mihi non accidit et totis vi- ribus ne
accidat resistam, quantum calamitatis quantum dedecoris ege- stas in senem
ferat, praecipue si iunior laute vixerit. Ego vir dare deum testem voco: regem
istum ita amo ita observo et colo, ut pati cuncta velim ad eius animum aliqua
parte explendum. Atque utinam aliquid facere queam quod maiestati regiae gratum
sit; nam quod possum eius nomen virtutesque amplas suas in caelum fero. A p i t
i u m pauperem coquinarium quem petis vidi et legi; (1) Cod. Vatic. 3372 f. 14.
(2) Teodoro Gaza. (3) est cod. j. - TACITO. 285 dictiones habet aliquas quae
tibi forte placebunt. Nam quantum ad co- quinandi artem pertinet, coquam habeo
domi quae omne pulmentorum genus rectius condit et voluptuosius perficit, quam
hic cum tota arte sua Apicius. In ilio certe coqua mea hunc auctorem superai,
nam Illa den- tatis solum coquinat, haec mea callet etiam viris sine dentibus
sapide molliter et condite coquinare. Caesaris Iter prosa oratione est, non
versu. Porph irionem quendam in O r a t i u m hic idem, qui Apitium ad nos
perduxit, attulit, qui mihi magis aestimandus vi- detur quam quicquam aliud ab
ipso adlatum. Sed eum qui codices
hos invenit et Romam perduxit ad vos mittam cum omnibus musis suis. Putat enim
si hos libellos regi donaverit aliquid praemii ab isto principe se habiturum,
ad quod ego maxime illum exhortatus sum. Vale. Romae idibus decembris [1455].
Aurispa viro excelienti et darò cquestris ordinis domino Antonio Panhormitae s.
(i) Multo ardentius contentiones fugi et lites quam paupcrfafcm et mi- scriam;
et omnia quieti postposueram, quam quum toto pectore adipisci studeam, malus
quidam vir, qnem optimum credideram, perverse ac im- pudcnter me solicitat.
Frater Romanus hominum quicunque vivunt men- dacissimus, qui (2) observatorem
regulae beati Benedicti se profitebatur, quum sìt non sanctarum praevaricator
regularum sed diabolicarum obser- vator, dìcit mihi solvisse pecunias Romae,
quas nunquam dedit; et duo- bus aut uno falso teste in Sicilia, me non requisito
nec sciente, in mea abscntia ad futuram rei memoriam reccptis, dicitur per
illorum (3) unum nuliius aestimationis hominem quum mccum Romae loqueretur,
qnem ego forte nunquam viderim, audisse a me quod ab ilio Romano pecunias ali-
quas reccperim, quod nusquam nec unquam factum fuit. Fuit haec causa per papam,
ut per copiam brevi» quam cxccllcntiac tuae hisce introclusam mitto intcllicrrr
pritcns, nd <;c advocata, ut, quum Romae dicit pecunia^ (1) Cod. ,..;...
,,,. (2) qacm eod. '3) illarum tod. 286 R. S.. solvisse, hic ostendat. Quare te
clarissime vir per illam antiquam nostrani comnìunem caritatem et benivolentiam
perque quietem futuram senectutis meae oro, ne permittas ut per mendatia iste
frater Romanus Testa litteras aliquas adversus causam meam isthine Neapoli a
Consilio regis extrahat et reportet; quod ut audio saepe fit invito et ingrato
rege. Sic deus fe- licem fortunam det Catherinae (i) isti aureae, quam utinam
antequam moriar viro adiunctam videam aut audiam fortunato diviti pulchro
nobili et ante alia morato. Non permittas in hoc mihi iniuriam fieri; quod tuo
favore et auxilio velim, hoc est, ut iste frater Romanus Testa omnium hominum
mendacissimus non reportet litteras a Consilio regio, me aut procuratore meo
non vocato. Timeo equidem ne iste nebulo aures isto- rum mendaciis ut consuevit
impleat. Nam si audierint rem uti est, re- pellent ad furcas talem hominem.
Hisce diebus fuit hic Enochus (2). Quum eum rogarem ut eorum co- dicum quos e
longinquis partibus attulit mihi copiam faceret, et praeci- pue Porphirionem
super operibus Oratii petebam, respondit se velie omnia prius Alphonso regi
tradere; cui opinioni ego hominem maxime sum exhortatus. Redeo ad rem meam.
Cupio ut fiat arrestum, si quid iste monachus, anteaquam hae meae litterae
prudenciae tuae afferantur, tacite impetras- set, ut quum veritas me aut
procuratore meo vocato reperta fuerit, iusti- tia ministrari recte possit; et
si quid impetrasset, ut simili pacto revo- cetur; me tibi et fortunas meas
commendo. Misi per lacobum Sores, si nominis recte meminerim, divo Alphonso
Firmicum Siculum de horoscopo {3) codicem pulchrum et preciosum. Est enim
auctor probatissimus et eloquens. Misi et n a - turales auditus Aristotelis in
graeco. Nunquam mihi re- sponsum fuit. Firmicum latinum auctorem et speciosum
(4) dono dedi; Aristotelem postulavit rex accomodari maiestati suae, quem ego
si ac- ceptabat etiam largiebar. Redde
me certiorem an hi codices regi dati (i) La figlia del Panormita. (2) Enoch da
Ascoli. (3) Cioè la Mathesis. (4) spaciosum cod. 3- — TACITO. 287 fuerint.
Vale. Reverendus pater et dominus meus archiepiscopus, (i) ut scribit, de hac
mea causa debet te per litteras suas informasse et do- minus Putius (2), qui
est procurator meus in ea re, propediem Neapoli erit, qui enucleatius rem
exponet. Vale item. Romae XXVIII augusti [1457]. Delle due lettere dell'
Aurispa la prima risponde alla precedente del Panormita. Si conferma con ciò la
data del 1455 P^r l'accenno al iiovus poiitifex, che è Calisto III, succeduto a
Niccolò V l'otto aprile 1455. La seconda lettera dell' Aurispa per la menzione
della lite col monaco Romano Testa è dell'anno 1457 (3^- Si scorge di qui che
il Gaza verso la fine del 1455, avanti di lasciar Roma, aveva veduto i codici
di E- noch e, pervenuto a Napoli, ne aveva dato rag-gnaglio al Panormita, il
quale chiede XApicius e X Itinerarium Antonini, L' Aurispa gli risponde
informandolo delle due opere, più di una terza: il commento di Porfirione a
Orazio. Nell'agosto poi del 1457 Enoch fa nuovamente capolino a Roma con la sua
merce libraria, che egli non voleva cedere alla spicciolata, bensì vendere com-
plessivamente al re di Napoli. Ma sul cadere di quel- l'anno stesso morì in
Ascoli, sua terra natale (4). 1) Simone Bologna. 2) Puccio Politi. (i) Cfr. G.
A. Cesareo in A -/.y.- ^./ -^/^ i" m2-1: R Pirro, Sicilia sacra II 1308.
(4) R. Sabbadini, Lt tcopcrtt da c^dtci laltnt t greci 142 m. 19. IV. CORNELIO
CELSO. fc. S., Tuti latini. iq. Sui codici della medicina di Corn. Celso (*) Ci
mancano finora sistematiche ricerche sul materiale manoscritto della Medicina
di Corn. Celso, le quali sole possono spianare la via a una nuova edizione
critica del testo, vivamente desiderata; onde non sarà disca- ro che io qui,
tanto per cominciare e per invogliare altri a far di più, comunichi il poco che
ho raccolto e conchiùso intorno alla trasmissione e classificazione dei codici:
avvertendo che adopero il testo di C. Darem- berg-, ' Lipsiae 1859 ', di cui
cito i capitoli e le pagine. Lacune dei codici. Per evitar confusione e per
semplificare il discorso reco anzitutto l'elenco delle lacune dei codici
celsiani, denominandole dalla [)arolM con cui cominciano. (1) Comparve ia prima
volta in .-^tuiii ii<ii. jiioL cLiss. Vili, 1900, i-3«. 292 R. SABBADINI. I.
Lacuna frictio. Comprende il passo: ' frictio infe- riorum partium IV 12 (p.
136, 23)— adiciatur. Proce- dente ' IV 19 (p. 145, 21). II. Lacuna oportet.
Comprende il passo: * oportet su- pra summum IV 20 (146, 24) — maligna purgatio
est' IV 27, I (154, 6). ni. Lacuna ***. Tra le parole * subicienda sunt ' e *
coeuntia ' IV 27, i (154, 6-7) è caduto un passo, che non si può più
ricuperare, perchè mancava già nel- l'archetipo dei nostri codici; per il che
di questa lacuna non tengo conto nella descrizione. Essa in alcuni co- dici fu
avvertita; ma nelle edizioni fu solo sospettata la prima volta da Gio. Battista
Egnazio (Cipelli) * Ve- netiis 1528 ', e determinata nel suo contenuto da Gio. Batt.
Morgagni {Opera omelia V p. 59, lettera del 1721). IV. Lacuna coeuntia.
Comprende il passo: * coeuntia. Id faciunt IV 27, i (154, 8) — opitulamur,
conquie- scat * IV 29 (156, 20). V. Lacuna est etiam. Comprende il cap. IV 2 8
* est etiam circa — obdormiat ' (155, 11-23). VI. Lacuna demissos. Comprende il
passo: * demissos eos IV 31 (158, 16) — singulorum p. 0-C iv ' V 24, 7 (180,
21). Vn. Lacuna etiamnum. Comprende il passo: * etiam- num integra est V 26, 23
(191, 16) — lanam succi- dam ' V 26, 22, (192, 34)- Vni. Lacuna ne succurrere.
Comprende il passo: * ne succurrere quidem V 27, 11 (204, 12) — atque etiam
quaedam ' V 28, 12 (213, 24). IX. Lacuna malagmate. Comprende il passo: * ma- I
4. — CORNKUO CELSO. 293 lagniate possimus Vili 9 (343, 35) — regulam obicit '
Vm IO, 7 (351, 29). X. Lacuna pedis. Comprende il passo: * pedis in ex-
teriorem Vili 22 (361, 8) — postea pateat ' Vili 25 1^2, 30). Elenco dei
codici. Prima descrivo i sedici che io stesso ho potuto esa- minare. L COD.
Laurenziano 73. I (= L) membr. a due colonne sec. X. Comunemente è assegnato al
sec. XII, ma non v'ha dubbio, a giudizio di E. Rostagno, che esso sia invece
del X. Contiene in primo luogo Celso, indi altri autori di medicina, per i
quali ri- mando al catalogo del Bandini (III 11 sgg.). Titolo: Carnelii Gelsi
Artium liber VI item medicinae Prirnus, In una nota finale, stata raschiata,
Lodovico Bian- coni {Lettere sopra A. Corn. Celso, Roma 1779, p. 212) lesse: Ex
Bibliotheka S. Ambrosii Mediolaneusis, il Bandini più esattamente: Liber
ecclesiae S. Ambro- sii Mediolanetisis. Il testo ha due sole lacune, la o-
partet e la ne succurrere, ed è perciò il più completo dei nostri codici
celsiani. Dal f. 136 in poi, in quella parte dell'opera che abbraccia i cajK
11-18 del lib. VIII, l'ordine è turbato nel modo che segue: quam in brachio (p.
353, 5) parte prolapsa est (354, 14) - naturaliter difficiliusque in pri(355,
30) mi maior in hoc quam in manu (353, 5) — uno momento fiant sin in utra (354,
13) cntus est interdum trahitur in- 294 ^' SAfiBADINI. terdum subsistit (357,
6) — ea parte in quam (358, 23) orem partem quam in posteriorem (355,30) — ab
hoc excidit radius qui adiun (357, 6) os venit ab e a sinu a qua recessit (358,
2;^) sed sine intentione etc. sino alla fine. Qui è chiaro trattarsi della
trasposi- zione di quattro fogli (8 pagine) nell'antigrafo, ognu- no dei quali
comprendeva in media 45 linee del te- to del Daremberg. A capo di qualche libro
ci sono brevi sommari e sui margini si trovano segnati i ti- toli, ma rari, dei
paragrafi; in ciò il copista non pro- cede sistematicamente. Il codice fu
ampiamente emendato o meglio alte- rato da Battista Pallavicini, che V aveva
chiesto al cancelliere bolognese Alberto Parisio per collazio- narlo col
proprio. C'è ancora nel foglio di guardia la sua lettera Alberto Parisio r. p.
bononiensis can- cellario in data ' Regii kal. decembri s MCCCCLXV '
(pubblicata dal Bandini Cod, lai. Ili 20 e dal Mehus Vita A. Traversarti p.
44), con la quale glielo re- stituisce. Negli emendamenti il Pallavicini
adoperò un suo vetustissimum exemplar, di cui trasportò le lezioni sul nostro
codice e per mezzo del quale col- mò le due lacune oportet e ne succurrere,
inserendo fogli cartacei tra le membrane al f. 63 e Siv (i). Ristabili inoltre
con l'aiuto del suo exemplar per via di note marginali l'ordine turbato alla
fine del lib. Vin. Nel corso del lib. Vili 9, al f. 133, egli scris- (i)
Secondo la comune opinione questi due supplementi sono erro- neamente
attribuiti alla mano del Niccoli. 4- — CORNELIO CBLSO. 295 se in margine: hinc
usque ad finem huius libri (Vili) carrigi bene noft potuit defectu vetustissimi
ac corru- ptissimi exemplarisy che ha riscontro con ciò che leg- giamo nella
sua lettera al Parisio: ' Ultimus liber in meo codice pariter ut in tuo fragmentatus
est '. Al f. 63, dove colmò la lacuna oportet, aggiunse: Prae- ter haec desunt
adhuc in vetustissimo exemplari duo /olia. Tenendo conto di queste note e
badando an- che come in certi luoghi manchino o siano scarsis- sime le sue
correzioni e come proprio ivi egli abbia segnato dei puntini e delle crocette
sui margini, noi veniamo alla conclusione che se il suo exemplar col- mò due
lacune del nostro codice, ne aveva alla sua volta delle altre e precisamente
cinque: \3.frictio, la coeuntia, la etiamnum, la malagmate e la pedis. Ve-
dremo poi che \ exemplar del Pallavicini è tutt'uno col codice che io chiamo
Senese (= S), ora perduto. B CoD. Laurenziano 73. 3 (= B) membr. sec. XV.
Artium Aurelii Cornelii Gelsi liber VI. que ratio me- dicine potissima sit et
quemadmodum sanos agere con- veniat liber primus incipit feliciter. A capo di
ogni libro sono segnati sistematicamente i sommari coi titoli, non numerati,
dei paragrafi, titoli che poi ven- gono ripetuti nel contesto dell'opera. Nel
sommario del lib. IV, di fronte al titolo: Remedia que faucibus dedit prodesse
stomacho vulnerato, il copista scrisse in margine: ab hoc capitulo usque ad
illud * Duo mor- bi * deficit infra. Nel sommario del lib. V, di fronte al
tìtolo: De membrana que supra cerebrum est, notò in margine: Et sic quotatio
omnium sequentium capi- 396 R. SABBADINI. tularutn corrigenda est. Nel sommario
del lib. Vili, di fronte ai titoli: De fractis ossibus involvendis. De humero,
segnò in margine: hec duo capitula desunt; e di fronte ai titoli: De talo. De
ossibus piante, in margine: hec duo capitula desunt. Ha cinque lacune, quattro
avvertite e una no; quella non avvertita è la etiamnum. Le altre quattro
avvertite sono: la fric- tio, con la nota dello stesso copista in margine: de-
sunt in vetustissimo ex empiavi quatuor folia; la coeun- tia, con la nota dello
stesso in margine: desunt in vetustissimo exemplari duo folia; la malagmate e
la pedis. Per queste quattro furono lasciati gli spazi vuoti, colmati più tardi
da altra mano. A CoD. Laurenziano 73. 2 (■= A) membr. sec. XV. Il titolo e le
cinque lacune come in B, quattro delle quali colmate più tardi dalla stessa
mano che le col- mò in B. In margine alla lacuna coeuntia è segnato: desunt in
vetustissimo exemplari duo folia; e alla la- cuna malagmate è segnato: desunt.
Qui i titoli dei paragrafi hanno la numerazione. C CoD. Laurenziano 73. 5 (=0
membr. sec. XV. Sottoscrizione: Antonius Marii Florentinus civis ab- sfilvit
Florentiae Vili idus iulii MCCCCXXVII Va- leas qui legis foeliciter. Il titolo
e la numerazione dei capitoli come in A. Anche qui le stesse cinque la- cune
come in ^ e B: la etiamnum non avvertita e le altre quattro avvertite, per le
quali furono lasciati gli spazi vuoti (i). Queste quattro lacune furono sup-
(i) Per essere stato male informato credetti {Studi ital. filol. class. VII
134) che il Laurenz. 'jt^. 5 fosse originariamente completo alla fine. 4- —
CORNELIO CELSO. 297 plite posteriormente da una mano diversa. Di fronte alla
lacuna frictio c'era una nota marginale, che fu poi cancellata. D CoD.
Laurenziano 73. 6 (= Z>; membr. sec. XV. Sottoscrizione: Aiitmiius Marii
filius Florentlnus civis atque notar ius transcripsit Florentiae Vili idus
maias MCCCCLIII. Valeas longeve qui legis. Poi: liber petri de Medicis Cos.
fil. Il codice è una copia di B, di cui riproduce anche la nota singolare in
margine al som - marie del lib. V: Et sic quotarlo (sic) omnium sequen- tium
capltulorum corrigenda est. Va osservato che quando il codice fu scritto, il
suo antigrafo era an- cora lacunoso. Le lacune furono colmate più tardi dalla
stessa mano che le colmò in Cy l'altro codice scritto da Antonio di Mario; e
siccome la mano che le colmò non è di Antonio, cosi bisognerà suppor- re che
egli allora fosse già morto. In ogni modo resta con ciò assodato che fino alla
metà del 1453 fu difficile a Firenze colmare le lacune di Celso. Questo codice
di proprietà di Piero de' Medici è for- se quello stesso ch'egli fece comprare,
intermediario il libraio Vespasiano, da Giannozzo Manetti, a Ro- '•^ ' '1 17
gennaio 1455 (Mehus op, alt. p. 372). OD. Laurenziano 73. 7 (= N) cart. sec.
XV. L'intestazione come m A B ( / > I titoli dei para- grafi sono numerati.
Nel foglio di guardia si legge: Hi e e et si II ber exaratus est manu Nicolai
Niccoli: viri diligentis et eruditi Haccivs IUldinvs. Che la scrittura del
resto sia del Niccoli mi risultò S9S R. SABBADINI. anche dal confronto con
altri codici copiati di sua mano. Questo codice può trarre facilmente in
errore, perchè a tutta prima parrebbe che V antigrafo del Niccoli avesse meno
lacune che quello dì A B C D; e Terrore potrebbe nascere da ciò, che le lacune
sono supplite di mano del Niccoli stesso e con in- chiostro quasi uguale. Ma
chi ben guardi si accorge- rà che i passi corrispondenti alle lacune sono scritti
con inchiostro un po' più sbiadito dell'altro, senza dire che il Niccoli segnò
in margine la presenza di due lacune e per esse e per le altre lasciò spazi
vuoti, ingannandosi anzi nel numero dei fogli bian- chi, in modo che mentre la
prima metà del passo corrispondente alla lacuna malagmate è a suo posto, dal f.
173V al 175V, la seconda metà dovette riman- darla più indietro, nello spazio
destinato alla lacuna coeuntia. Il codice del Niccoli pertanto aveva origi-
nariamente quattro lacune avvertite, a cui lasciò i relativi spazi vuoti; cioè:
la lacuna frictio con la no- ta marginale: desunt in vetustissimo exemplari
IIIIo''' folia; la lacuna coeuntia con la nota: desunt in vetu- stissimo
exemplari duo folia; la lacuna malagmate e la pedis. Tutte queste lacune furono
poi colmate, come ho detto, dallo stesso Niccoli. La quinta lacu- na, la
etiamnum, passò inavvertita al Niccoli, come ai copisti dei codici A B C D; ma
se in questi essa rimase, il Niccoli invece più tardi la colmò di pro- prio
pugno, incollando un nuovo foglio tra il 96 e il 98. 4. — CORNKUO CELSO. 299
Sui niarg-ini del codice operò una mano seconda, la quale al f. 96 v, dove
cadeva la lacuna etiamnunty scrisse: /tic deficit quasi una carta; e al f. 175,
dove cadeva la lacuna malagmate, notò: hic deficiunt VI columpne in ex empi
ari. Quell'/^/za carta e quelle VI columpne si riferiscono a L, da cui la mano
seconda trasportò molte lezioni sul nostro. COD. Vaticano lat. 2372 membr. sec.
XV. Il ti- tolo come \x\ A B C D N. Sottoscrizione: A^mo do- mini M. ecce.
LXVI. decimo nono vygiesima quarta ora novembris. lohannes nardi defuscis de
itro (i) scrip- sit. Ha cinque lacune non colmate: \a.frictio, per cui lasciò
vuote pag-. 6 V2» con la nota marginale: de- sunt in vetustissimo exemplari I
III f olia; la coeuntia, per cui lasciò vuote p. 2 V^; la etiamnum, non avver-
tita; la malagmate, per cui lasciò vuote p. Vg ~\~ Val la pedis, per cui lasciò
vuote 6 righe. G CoD. Vaticano lat. 2371 (= 6^) cart. sec. XV. Artium Aureli
Cor n eli Celsi lib. VI quae ratio medi- cinae potissima sit et quemadmodum
sanos agere con- veniat. liber primus incipit feliciter. lege feliciter. Al-
Tultimo si leggono due epitaffi in memoria di Eu- genio IV, il primo dei quali
comincia; ' Kugenius iacet hic Quartus, cor nobile cuius ', il secondo: '
Eugenii hic Quarti Romani Antistitis ossa '. U te- sto è tutto di una mano,
eccetto dal lib. VII 30, 2 sino alla fine, *t 'S3». 'S39i «7S6, 1762. 300 R.
SABBADINI. Non ha nessuna lacuna, o meglio ha quella sola che è comune a tutti
i nostri codici, la ***, per la quale il copista lasciò vuote pag. 2 72 con 1'
osser- vazione in margine: desunt in vetustissimo exemplari duo folta. Al f.
133, di fronte al lib. Vili 9, si legge in margine di mano del primo copista:
hinc usque ad finem huius libri corrigi bene no7i potuit defectu vetustissimi
ac corruptissimi exemplaris, V identica nota che abbiamo veduta di mano del
Pallavicini allo stesso punto del testo in L; e identica è anche la mano dello
scrittore, poiché il carattere con cui è scritto G è eguale a quello degli
emendamenti e supplementi trasportati su L. Del resto che G sia di mano del
Pallavicini, abbiamo la riprova in un di- stico da lui segnato sul foglio di
guardia. Il distico, già perduto sin dal 1775 per colpa del rilegatore, fu
veduto da Leonardo Targa, l'editore di Celso (1), e dal Bianconi (p. 22,2), che
lo riporta cosi: Dum puér atque omni virtuti deditus esses Scripsisti haec
tenera, Pallavicine, manu {2). Il codice, corretto in Roma, come deduciamo
dalla nota marginale al f. 54V (IV 16 p. 142, 16) ' Armo- racia Rome nascentia.
vulgo Ramorazi ', fu copiato prima della morte di Eugenio IV (f 1447), perché i
due epitaffi in morte di lui sono stati aggiunti po- (i) * Patavii 1769 '
praef. p. io: ' Vaticanus MMCCCLXXI. Scrip- tu» fuit a Palavicino, ut disticon
quoddam ostendit eidem praefixum '. (2) Il Bianconi vide la prima volta il cod.
col foglio di guardia, la seconda volta che lo vide, il foglio era stato
strappato. 4- — CORNELIO CELSO. JOI steriormente alla copiatura, come mostra la
diversità dell' inchiostro. CoD. Vaticano lat. 2375 cart. sec. XV. Non ha
nessuna delle lacune comuni agli altri codici, ma una peculiare ad esso, f. 70,
che va da ' quam optimum ad piperis ' IV 19 (145, 30) fino a *subicienda sunt '
IV 27, I (154, 6) e la quale fu avvertita da una mano recente, che scrisse in
margine: Lacuna di va- rie pagine. CoD. Vaticano lat. 2374 cart. sec. XV. Al f.
i, in alto, un'altra mano contemporanea scrisse: Genti- lis santesiù Alla
lacuna *^*, l'unica che esso abbia, sono lasciate vuote quattro pagine con la
nota in margine: desunt in vetustissimo ex empiati duo folia. Nel lib. Vin
10-12 si osserva un disordine del te- sto avvenuto per trasposizione di fogli e
avvertito da una mano del sec. XVII. CoD. Ottoboniano 1553 membr. sec. XV. La
sua prima segnatura era Vatic. 5951. Nel foglio di guar- dia: Codex iste
scriptus circa ann. 1458 erat S*** Bar- bi, qui postea fuit Paulus secundus P,
M. Venetus, Sottoscrizione: Aurelii Cornelii Gelsi liber octavus ex- pUcit
foeliciter. VI novemòris Vincentie MGGGGLVIIL Ha la sola lacuna **♦, per la
quale son lasciate in bianco p. 3 Ve con la nota marginale: desunt in ve-
tustissimo exemplari duo /olia. Al lib. VI 6, 24 (234, 22) ha perduto quattro
fogli, come avverti una ma- no recente: mancano quattro fogli, F CoD.
Laurenziano 73. 4 (= /J membr. sec. XV. Al tit din Am-fìii CiìfUi-lii r^ìtì
tJt» vtt'tlii ttfa Jihfi l'Ili ^01 R. SABBADINI. segue la tavola dei capitoli
di tutta l'opera. Nessu- na lacuna. Nel contesto e sui margini lavorò larga-
mente la mano di un correttore, che si deve iden- tificare con quella di
Bartolomeo Ponzio, chiamando a confronto i numerosi autografi di lui esistenti
a Firenze, p. es. il cod. Riccardiano 153 f. 114-117. V Cod. Vaticano lat. 5951
(= V) membr. sec. X (i). A. Cornell Gelsi artium libros (sic) VI item medicine
primus. Nel margine inferiore del f. i si legge di mano recente: Emptus ex
libris Iir^^ d,Lelii Ruini Episcopi Baine or egiensis an. 1623. Ha quattro
lacune: la oportet, la est etiam, la demissos e la ne succurrere. Alla lacuna
est etiam fu lasciato vuoto l'ultimo terzo del f. 65 e la prima metà del f. 65
v; il testo corrispondente a questa lacuna comprende 13 linee dell'edizione del
Daremberg e certo occu- pava nell'antigrafo del nostro codice una colonna e-
sterna, donde la probabile congettura che Tantigra- fo fosse scritto a doppia
colonna: congettura rincal- zata dalla trasposizione dei 4 fogli che V ha comu-
ne con L al lib. Vili 11-18. E poiché i fogli del- l'antigrafo contenevano ciascuno
in media 45 linee dell'edizione, dividendo 45 per c ---4 otteniamo circa 12, il
numero medio delle linee di ciascuna colonna. La lacuna demissos è dovuta alla
perdita di un quader- no dopo il f. 66v. Il testo in fine resta tronco alle (i)
Fu coUazionato da Th. Stangl (cfr. la Wochenschriftf. klass. Phi- lolog. I 1884
P' 1469), il quale giustamente osserva che con l'aiuto di esso * das Stemma der
Codices ein gesicherteres werden wird '. 4- — CORNELIO CELSO. 303 parole '
enimpat. genu vero et in exteriorem et in ' Vili 20 (360, 27), alle quali
seguono alcune linee bianche: segno questo che il rimanente era illeggi- bile
nell'esemplare o per lo scoloramento dell* inchio- stro o per la caduta
dell'ultimo foglio. Nel codice si hanno tracce di più mani, ma di tre
specialmente, che io chiamo, m. 2, tn. 3, m. 4. — La ni. 2 appartiene al sec.
XII-XIII e colmò lo spazio della lacuna est etiam con un altro testo di medici-
na, che comincia: ' Quia igitur ciliacorum morbum descrissimus restad iam ut ad
matricis naturam de- scribendam et medendam stilum vertamus. Matris tribus
nominibus appellatur ' e finisce: ' moderato sanguine orificum '. La tn. s, del
sec. XIV, fece alcune note che tra- scrivo: f. 14V-16 di fronte alla parte del
lib. II che va dal principio sino alle parole * tenuiore vix evenit ' Il praef.
— i (27, 3 31, 21) segnò: /wc minus habetur u- sque huc. f. 27 di fronte a *
Cucurbitularum duo genera ' II II (55» 16) segnò: hoc minus est. f. 31 di
fronte a ' cucurbita et cucummis et cap- paris ' II 18 (64, 30) segnò: hoc
minus est, f. 66v di fronte a ' sic ut pedes capiat ' IV 31 (158, 16), dove
comincia la lacuna dtfnissos, segnò: «- sque huc non habetur; qui probabilmente
T annotatore voleva indicare la lacuna coeuntia. \. 77V al luogo dove comincia
la lacuna /// sue- I ìirrer^ s«a''nò; hiìir Ita/>rtur vtniiis auam tfi
nostro //a- 364 R. SAÈBADINl. òetur; perciò questa lacuna non c'era nel codice
del- l'annotatore. f. 82 V di fronte al sommario del lib. VI scrisse: hoc
habetur minus usque kuc. f. 103V di fronte al sommario e al proemio del lib.
VII (262, 3 — 263, 25) scrisse: istud minus habetur usque huc. Queste note sono
importanti, perchè mostrano che la m. 3 possedeva un altro codice di Celso, di
cui se- gnava le differenze con V. Quel codice aveva il pas- so ne succurrere,
ma mancava di altri, che sono: il proemio e i capitoli i, 11 e 18 del lib. II;
il passo coeuntia; il sommario del lib. VI; il sommario e il proe- mio del lib.
VII. La m. 4, del sec. XV, fece le seguenti note mar- ginali: f. 65 di contro
alla lacuna oportet, scrisse: hic deest (sic) circa VI chartae, f. 65 di fronte
al testo non celsiano aggiunto dalla m. 2^ scrisse: non est de testu Cornelii.
f. 66v dove cade la lacuna demissos notò: hic de- sunt charte X vel circa, f.
77V alla lacuna ne succurrere notò: hic desunt charte VI, f. 152 dove sono le
trasposizioni del lib. VTII 11- 18, scrisse: in alio exemplo sequitur hoc sed
videntur om- nes partes signate transposite. L* aliud exemplum^ a cui si allude
in questa nota, è Z, che ha le stesse traspo- sizioni di F, restituite al loro
ordine primitivo dai ri- chiami marginali del Pallavicini nel 1465; donde rile-
4. — CORNELIO CKtSO. 3Ó5 viamo che dopo quest'anno il possessore di V lo con-
frontò con L. COD. Ottoboniano 3326 membr. sec. XV. Senza intestazione. E una
copia di V, di cui ha tutte le la- cune e la stessa nota marginale della m. 4;
hic ^[e- sunt] cart\e X] ve! ci\xceì\\ Finisce alle parole ' autem homo super
id scampnum aut pronus aut ' VITI 20 (360, 13) poco prima di V, del quale non
seppe rile- vare i caratteri sbiaditi. CoD. Ambrosiano E 154 sup. Artium
Aurelii Cor- nelii Gelsi liber sextus idem medicinae liber primus. Sot-
toscrizione: Finii opus anno gratiae MCCCCLXXVII Venetiis idus novembris IH. È
una misera copia di 5. contaminata con L. CoD. Ambrosiano I 128 sup., sec. XV
miscellaneo Contiene nei f. 162-186 i libri I-II io faterique quantum in bac.
Senza titolo. Aurelii Cornelii Gelsi liber primus finii. *\ Do ora un cenno dei
codici che non ho potuto e- saminare. Cod. Parig-ino lat. 7028 membr. sec.
X-XI, miscel- laneo. Contiene in primo luoffo estratti di Celso, a cui seguono
altri scritti di medicina e chirurgia. Nel sec. XIV-XV era nella biblioteca di
S. Ilario di Poitiers, come indica una nota di mano del sec. XV al f. 185V: Df
Sancio Hilario malori Pictavensi; entrò nella biblio- teca di Parigi nel sec.
XVI sotto Carlo IX (1560-1574), di cui porta le arme sulla rilegatura (da
comunicazio- ne di II. Omont). Fu adoperato da 1. A. van derLin- K. Sauìidini,
Ttsti laHmà, io. 306 R. SABBADINt den per la sua edizione di CeLso * Lugduni
Batav. 1657 '» ^®1 cui proemio è cosi ricordato: ' Mss. seu àTuÓYpa'fov codicis
Parisi ensis, descriptum anno MCXXIV. Communicavit v. ci. d. loh. Hoornbeeck .
. . '. Laonde giustamente scriveva il Daremberg nella sua edizione (p. XXXIX):
* Nescio cur saepius cum cod. 7028 con- sentiat Lindenius; an putandum ei
praesto fuisse hunc ipsum codicem vel potìus alìum illi simillimum ? ' Lo vide
nel 1760 il Bianconi (p. 229-230), ma di sfuggita; ciò che fu cagione che lo
assegnasse al sec. XV. Cod. Estense (di Modena) L 340 membr, sec. XV. L'
intestazione come va A B C D G N. Senza lacune (da comunicazione di M. Caputo).
Cod. Urbinate (Vatic.) lat. 1357 rnembr. sec. XV. Titolo come A B CD G N. Ha
cinque lacune: la etiam- num non avvertita, le altre quattro coi relativi spazi
vuoti; alla frictio corrisponde in margine la nota: de- sunt in vetustissimo ex
empiavi IlIIor folia; alla coeuntia la nota: desunt in vetustissimo exemplari
duo folia; alla tnalagmate la nota: desunt due charte; alla pedis la nota:
deficit residuum (da comunicazione di G. Mercati). Cod. Vatic. lat. 4424 sec.
XV. Titolo come ABC D G N, Termina a * profuit. Sed si se ' IV 11 p. 134, 1 1
(da comunicazione di G. Mercati). Probabilmente è copia di G. Fu veduto dal
Bianconi (p. 234). Cod. Urbinate lat. 249 membr. sec. XV. Cornelii Gelsi
medicinae liber incipit. Senza lacune, ma la pedis colmata da mano diversa
(cosi anche le altre ?). Alla lacuna *** otto linee bianche e la nota
marginale: 4- — CORNEUO CELSO. 307 Nihil deficit, sed in omni exemplari sic
reperturn est (da comunicazione di G. Mercati). Cod. della bibliot.^ Comunale
di Perugia 239 cart. sec. XV. Termina a ' edam signum ' Vili 22 (361, 9; cfr.
G. Mazzc'itinti Inventari dei mss. delle bibliot. d'Italia V p. 104). Cod.
Bodleiano 724 (Laud. E 55) sec. XIV. Contiene la sola parte chirurgica, lib.
VII- Vili (Daremberg p. XI*). Cod. Parigino lat. 6864 ' olim Mentellianus '
membr. sec. XV, misceilaneo. Contiene gli otto libri di Celso e due iìltri
libri medici. Cod. della Palatina di Mannheim, appartenuto al cardinale
Giuliano della Rovere, poi Giulio II (Bian- coni p. 236). Cod. lat. di Monaco
69 membr. sec. XV, con la sottoscrizione: Liber Poggii secret arii apostolici
explicit (Targa p. 560). Ha molte lacune (Bianconi p. 236-237), che devono
essere le stesse (X\ A B C D N. Cod. Vindobon. CLXXX (Endlicher) membr. sec.
XV. Cod. Capitolare di Toledo fi. Carini Gli arch. e le bibl. di Spagna I 491).
Cod. Nazionale di Napoli V A lobis membr. del sec. XV. Proviene dalla
biblioteca di Monteoliveto. Cod. lat. di Monaco 5328 sec. XV-XVI. Si
aggiungano: il cod. Padovano e il Salisburghese, adoperati da Giov. Rhode
(Montfaucon BibL bibL I p. 489; Fabricius Biblioth. lat. 1721, II i p. 452); il
cod. Gudiano ( non esiste a Wolfenbiittel ) e il cod. dell' Aja (Fabricius p.
449; 451); il cod. di Venddme {Calai, gèn. des mss. de France. Dèpartemeftts
III 474); 3o8 R. SABBADÌNI. il cod. Forlivese, membr. del 1451, (ora perduto) e
il cod. Marc. lat. VII. 8 cart., adoperati dal Morgagni {Opera omn. V p. 58-59;
60; 89); il codice di Giovanni Vincenzo Pinelli, di Carlo Moroni, di Carlo
Spon, di Lazaro Bonamico, di Giuseppe Scaligero (Fabricius p. 451; 452); e i
sei codici collazionati dal Dioneau sull'edizione * Lugduni 1566 ' (Bianconi p.
238). Storia dei codici. La memoria di Celso si era quasi estinta nel medio
evo, il quale del sec. X ci tramandò due soli codici, L e V, e uno ,del sec.
X-XI, il Parigino degli excerpta. Verso questo tempo, alla fine del secolo X, troviamo
citato Celso in una lettera di Gerberto, se pure la ci- tazione è diretta, come
si ha ragione di dubitare per la sua inesattezza (i); e fino a tutto il sec.
XIII tacque il nome di Celso, non comparendo esso p. es. nell'en- ciclopedia di
Vincenzo Bellovacense (2). Un certo ri- (i) Ecco la citazione di Gerberto
(recata da M. Manitius in Rheini- sches Museunt XLVII, 1892, Erg. heft p. 152):
* quem morbum tu corrupte postuma, nostri apostema, Celsus Cornelius a Graecis
fiJtatixóv dicit appellari '; cfr. Cels. IV 15 (140, 32). (2) Giovanni
Saresberiense (sec. XII) non conobbe di Celso né la Medicina né tanto meno,
come crede il Bianconi (p. loi), il De re mi- litarif perché la menzione di
questa seconda opera deriva a Giovanni da Vegezio I 8. Cfr. Joannis Saresberiensis
Policrat. reo. C. I. Webb, Oxonii 1909, II p. 57 /. 5. Dal canto suo il Webb confronta il Sares- beriense
I p. 69 * si vero, ut verbo eorum (phisicorum) utar, causas ignorant, quomodo
curant ? ' con Celso I prooem. (p. 3, 16); e I p. 177 * quasi clavum figit in
oculo illius ' con Celso VII 7, 12. Ma la prima corrispondenza é troppo
generica, la seconda é erronea. 4- — CORNELIO CELSO. 3O9 sveglio si nota nel
sec. XIV, al quale appartengono due codici: il Bodleiano e quello menzionato
sui mar- gini di V dalla rn. 2; ma l'autore non ebbe diffusione, come si
comprende dall'essere rimasto ignoto al Pe- trarca; sicché la gloria di averlo
risuscitato e rimesso in circolazione spetta intera al sec. XV. Nel sec. XV
vennero in luce tre esemplari antichi di Celso, S L V, giacche non si può tener
conto del Parigino 7028, che fu scoperto nel sec. XVI. Dei tre, V ha una
fortuna meno nota, non sapendosi in che anno precisamente né per opera di chi
sia stato ritro- vato. Da esso fu tratto, eh' io sappia, nel sec. XV un solo
apografo, l'Ottoboniano 3326, e sui suoi margini scrisse alcune note nel secolo
stesso, dopo il 1465, la mano di un lettore o del proprietario. Si può conget-
turare che sia stato rinvenuto a Bologna e ivi con- frontato con L nel tempo
che questo era in possesso del bolognese Alberto Parisio; e la congettura nasce
quasi spontanea da ciò, che nel sec. XVII vi ricom- parisce presso la famiglia
bolognese dei Ruini. Infatti la nota appostavi sul f. 1 attesta che la
biblioteca Va- ticana lo comprò nel 1623 dagli eredi di LeUo Ruini, v«;scovo di
Bagnorea, morto nel 1622 (Ughelli I p. 518). La data del 1623 solleva qualche
dubbio, poiché, co- me già osservò il Bianconi (p. 210), pare che sin dal 1607
Girolamo Rossi abbia adoperato il nostro codice (cfr. Morgagni V p. 65),
citandolo come vetus codex l "aticanus: e dall'altra parte nell'
inventario dei codici Vaticani al n. 5951 si legge \'<x noiix: dierat cum
Steph, pModius praefecturam iniit. tiiinc ìiabftur, la f]ualr ri- 310 R.
SABBADINI. tarda V entrata del codice nella Vaticana di circa un secolo e
mezzo, essendo stato Stefano Evodìo Asse- mani assunto all'ufficio di
bibliotecario nel 17Ó8. L'e- nimma si spiega con due supposizioni: o che il
(podice veduto dal Rossi fosse diverso, o che il nostro codice abbia cambiato
collocamento, poiché, come ho già detto nella descrizione (pag. 301), al posto
del Vatic. 5951 c'era anteriormente l'attuale Ottobon. 1553. Degli altri due
venuti alla luce nel sec. XV, 5 L, conosciamo molto meglio la storia, ma ci rimane
oc- culto il nome dello scopritore di S, che fu il primo a venir trovato, non
avendo base l'affermazione di Ve- spasiano da Bisticci [ViU di uomini illustri,
Firenze 1859, p. 421), secondo cui Poggio durante il concilio di Costanza trovò
' Cornelio Celso de medicina opora degnissima '. Molto probabilmente fu
scoperto a Siena, di dove il proprietario lo fece venire in sul principio del
1426 a Bologna. Ivi se ne impadroni subito il Pa- normita, che ce ne lasciò una
descrizione, per quei tempi, abbastanza esatta e lo mandò a Guarino a Ve- rona,
il quale nell'ottobre dello stesso anno (1426) ne pubblicò la prima edizione
(i). Il Panormita alla metà del 1427 lasciata Bologna, intraprese un viaggio
per Roma, fermandosi alcuni mesi a Firenze. Egli portava con sé il codice di
Celso e in quell'occasione appunto gli umanisti fiorentini se ne trassero
copia. Risalgono a questo tempo quattro^ codici Laurenziani A B C N, dei quali
iV trascritto da (i) Vedi sopra p. 265; 268-70; 271; 272. 4. — CORNEUO CELSO.
3II Niccoli e C da, Antonio di Mario in data 8 luglio 1427. Che il Panormita
portasse seco Celso, non vi può es- ser dubbio, sol che poniamo mente a un
passo di una sua lettera al Lamola da Firenze del 20 settembre 1427: * Habet
tibi gratias magnas hic eruditorum homi- num grex prò Cornelio Celso tua
diligentia t u a q u e sorte denuo comperto, habiturus etiam ingentes cum et
tua opera Cornelius hic noster mutilatus, ut no- sti, curabitur complebiturque
' (i); dove le pa.role Car- neliiis hic noster affermano che il codice era
nelle mani del Panormita, e la parola mutilatus conferma che esso sia tutt'uno
con 5, il quale era difatto mutilo. La let- tera inoltre testifica un'altra
importante notizia, ed è che il Lamola aveva trovato un nuovo codice di Celso a
Milano. Il nuovo codice scoperto dal Lamola verso la metà del 1427 è identico a
L, vuoi perchè nella notizia che ne dà il Lamola a Guarino dice che in esso
oltre Cel- so erano * alia antiquissima in medicina opera ' (2), vuoi perchè
Tommaso Parentucelli nella sua lettera del 1428 parla espressamente * de
Cornelio Celso in- vento in basilica Ambrosiana ' '>V due testimonianze
<i) Baroui-Sabbarlini, Studi mi Panormita e sul Valla p. 35. (i) Cod.
Arundcl 70 1. IJ9V Scito itcm ipHum Comclium Cclsum in- tegram miraquc niaiestntc
praeditum hic torte nostra e o m p e r- t a m et una alia aDtiqui»KÌn)a in
medicina opera.... E\ Mediolano pri« die kal. iuniat (1428). (3) In A.
Travernarii ..^. .. -... , , ..:ii Mediolani fuimut ilr ' licito Celio invento
in ha»Uica Ambrosiana tnvettigavi..M Ex Bononia ' Htnii (1428]. 312 R.
SABBADim. che hanno perfetto riscontro con ciò che abbiamo detto (p. 293) nella
descrizione di L. Il codice passò in potere di Cambio Zambeccari (i), da cui lo
ebbe anzitutto in prestito l'arcivescovo di Milano Bartolomeo Capra, al- lora
governatore di Genova sin dal 28 febbraio 1428 (2); ma già nel corso del 1429
era tornato allo Zambec- cari in Milano (3); sicché lo potè ivi vedere il
Niccoli negli anni 1430 e 1431 quando viaggiò la Venezia e la Lombardia per
fuggir la pestilenza fiorentina; e certo in quell'occasione egli supplì le
cinque lacune del suo apografo N tratto da 5, adoperando inchiostro quasi
uguale al primo, tanto che p. es. il passo corrispon- dente alla lacuna finale
pedis sembra scritto contem- poraneamente alla copiatura originaria. A questi
sup- plementi allude il Traversari con * quod Cornelii Celsi fragmenta
scripseris pari laude prosequemur ' nella lettera al Niccoli deir8 lugUo 1431
(4). (i) n Lamola nella citata lettera: ' horum omnium (operum) dominus ac
possessor factiis est Cambius '. (2) Il Parentucelli nella lettera ricordata: '
inveni (Celsum) esse apud archiepiscopum Mediolanensem, qui tum lanuae erat '.
Per la nomina a governatore di Genova cfr. Muratori R.I.S. XVII e. 1300. (3) Ciò
si ctabilisce con la Epistol. Gali. Ili 23 (Venetiis 1553 f. 60) del Panormita,
la quale va collocata al più tardi nella prima metà del 1429, perchè vi si
allude alla rivoluzione bolognese, durata dall'agosto del 1428 all'agosto del
1429. Ma lo scoppio di essa era ancora recente: proximi tumultus. (4) A.
Traversarli Epistolae Vili 2: Florentiae Vili iulii [1431]. Sul- la visita a
Verona, a cui qui si accenna, vedi la lettera di Poggio {Epist.lV 17) al
Niccoli: Laetor venisse te Veronam... Romae die VI ianuarii 1431. Cfr. sopra p.
3. 4. — CORNEJJO CELSO. 313 In tal modo venne per opera del Niccoli compilato
il primo esemplare di quella redazione che io chiamo contaminata, come
risultante dalle lezioni di due co- dici, S per il testo fondamentale e L per i
supplemen- ti delle lacune. Il secondo esemplare contaminato si deve a Battista
Pallavicini, che lo compilò, non pos- siam dire ne dove ne quando, ma
certamente poco dopo il Niccoli, su un apografo di 5 e su L. Questo Pallavicini
(i), nato a Cremona (2) nel pri- mo decennio del secolo XV, studiò sotto
Vittorino da Feltre e abbracciò hi carriera ecclesiastica, ottenendo un
arcidiaconato nel Piemonte, dove visse dal 1429 al 1435; indi, sino almeno dal
1441 (3), un posto di se- U/ Scria.->cio ili lui !.. Biaucuiii o/>. cil.
p. 225-226; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani II p.
242-258; C. de' Rosmini, /- dea deWottitno precettore p. 3 17-3 19. (2) Non
parmigiano, come lo vuole l'Affò, ma cremonese fu il Palla- vicini, com'egli
stesso attesta in questa sottoscrizione del cod. Torinese DLVIII: l'iavii losephi
historiographi Antiq. XX et ultimus explicit tiber fauste feliciterque etc. per
me Johann. Baptistam ex Marchionibus Pa- lavicinis genere patriaqae
Cremonensem, sed tum agentibus fatis extor- rem et in /-ariano moram trahfntem.
apud illuslrem avuncitlum suum d. Ioannem Caleaiium Marchionem Saiutiarum
dignissimum. non ex pre- mio neve ulto optato commodo sed sui sola grata con
tempia tiene per scrip- tum anno a nativitate domini nostri Ihesu Chris ti
MCCCCXXXV /e- bruarii luce suprema, (i'asinus Cod. mss. hibl. Taurin. II p. 126). Una quasi identica tottoscrizioue
reca il De bello iudaico di Giuseppe Flavio, finito di copiare dal Pallavicini
nel cod. Parig. lat. 5060 il 7 aprile del mr<lc«imo anno 1435 (cfr. L.
DcliHle Le cabinet des mss. II 414)- ^3) In ano lettera di Gabriele da
Concoreggio ' ex Brixia 17 iulii 1 al Pallavicini (jursti k preaupponto prcngo
In curia pontificia (A. Z.uu;lli, GnhrttU J,t (oticoi c'pìo, e*trattf>
i\.\\VArch. stor. I.omK, lR<)<). p. 30). 314 ^' SABBADINI. j^retario presso
la curia di Eugenio IV, e da ultimo il vescovato di Reggio nell'Emilia, che
resse dal 19 ot- tobre 1444 fino alla sua morte avvenuta il 12 maggio 1466. Si
dilettò di compor versi (i), nei quali riuscì mediocre, e di raccogliere,
copiare ed emendar codi- ci, nel che rese qualche buon servigio alle lettere.
Mes- sosi insieme egli dunque un esemplare contaminato di Celso, quello che
esiste oggi nel cod Vatic. 2371, vi venne poi a suo agio segnando note,
varianti e con- getture, tanto da formarsene una redazione per suo u- so
definitiva. Nel 1465 poi senti il bisogno dì riesa- minare L e lo chiese in
prestito (2) ad Alberto Pari- sio; emendato che ebbe con esso il Senese (S),
allora diventato, non si sa per che via, dì sua proprietà (3), per ricambiare
al Parisio il beneficio, trasportò le le- zioni di vS e alcune proprie
congetture su L, con V in- tendimento e la persuasione dì migliorarlo (4), e il
(i) Ai versi citati dall'Affò si aggiungano due distici scritti per la morte di
sua nipote Lucrezia, moglie di Girol. Guarino, nel cod. Vatic. 5133 f. 117V:
Respondit (all'epitaffio composto da Girolamo) ^. Episco- pus Reginus prò
Lucretia nepte sua oUm ptentissima Hieronimo coniugi afflictissitno. Versi suoi
si leggono nel cod. di Torino lat. B 237 (già H in 6); nel cod. Ambros. V 323
sup. £. 42V; nel cod. Vatic. Barber. lat. 42 f. 284-88; nel cod. Ferrar. 175 NA
6 f. l'j; nel cod. Universit. di Bologna 2618 f. 85; in jyùa^va. Biblioth.
Spenceriana, 'London 1823, 97. (2) Nella lettera sul foglio di guardia (sopra
p. 294) di /. è scritto: * quem (librum) a tua praestantia superioribus diebus
exegi '. (3) Lettera citata: * in meo codice '. (4) lòid., parlando di L: '
etsi priscam plurimamque in figuris littera- rum antiquitatem redoleat, mendis
tamen oppletus erat et mancus. Sen- ties, quod verum est, quum illum in
raauibus acceperis, et dices maius libi a me repensum beneficium quam tu mihi
erogaveris '. 4- — CORNEUO CELSO. 315 primo dicembre dello stesso anno (1465)
glielo restituì. Della sorte toccata a S dopo morto il Pallavicini non
conosciamo nulla: esso è per noi perduto, sembra, irreparabilmente. Meglio
siamo informati sulle ulteriori vicende di L. Fino al 1447 stava ancora a
Milano, ma non più in potere dello Zambeccari, sibbene del me- dico Filippo
Pellizzone, professore dipoi nello Studio di Bologna (i); alla costui morte (2)
passò nelle mani del cancelliere bolognese Alberto Parisio e dalle sue in
quelle di Stefano milanese, pure medico a Bologna, che nel 1490 lo mandò a
Firenze al Poliziano; final- mente trovò una stabile e onorata dimora nella
Lau- renziana (3). Ma ancora innanzi al 1490 L aveva fatto una ])ri- ma
comparsa a Firenze, avendolo ivi consultato Bar- tolomeo Ponzio (della Fonte)
per curare 1' fc/llio prin- ceps di Celso, uscita nel 1478. In uno infatti dei
codi- ci Riccardiani, autografi del Ponzio, il 153 f. 89, leg- \\) Scrive
traile. hileUc» l'.pist. Vcnctiis 1502 f. 43) al medico Fi- lippo Pellizzone;
Memini cum nuper, vivo divino ilio principe nostro Philippe Maria (morto nel
1447)» esses Mediolani vidìsse apud te vetu- gtihsimum quendam codicem, qui
mcdicoruni pluriutn scripta coniplccte- rctur, ut Cornciii Celsi et utriusquc
Sorani et Apuleii et Democriti et qiiarundam ctiam mulierum Ex Mediolano pridie
nona» ianuarias MCCTCXXXXVim. <2) Il Pellizzone mori «ul finire del 1450.
Neil' inventario de' «noi libri, redatto il 5 gennaio f 45 1, troviamo: Liber
Cornelii < Vocabularìum Guarini, Francincì Barbari de re uxoria, Liber de
n.nsei vntione hanitatÌH magintri Mayni .\frf)iolnt)rn<iis (Maino Miuncri
nictlico viK(onteo); dr. (ì. Biscaro it> W. XL, 191J, 219-220. ( j) M^hu^
,'V - ' ; : : : 31 6 R. S. giamo: * Post Celsum hec erant posita in vetusto co-
dice. Ex libro primo g"eneciae nihil sumptum. Ex II ', con tre estratti
tolti appunto da /., il quale dopo il testo di Celso contiene, dal f. 155, il
Liber geneciae. Il vetustus codex va pertanto identificato con Z ed è uno dei
vetusta exemplaria e Gallia conquisita procura- tigli da Francesco Sassetti,
sui quali il Fonzio condus- se V editio princeps, com'egli stesso attesta nella
dedi- ca: * Nam cum eius (Gelsi) libri pluribus essent in lo- cis temporum
iniuria mutilati atque inversi (1), vetu- stis exemplaribus tua (Saxetti) opera
e Gallia conqui- sitis in unum omnia saepius conferens in antiquum fer- me
statum redegi '. Un altro dei vetusta exemplaria portati dal Sassetti verrebbe
naturale di scorgerlo in 5; ma mi par poco probabile e in ogni caso non si può
dimostrare. Cre- do invece che sia da pensare a /^ (Laurenziano 73,4), un
codice contaminato formatosi nell'Italia settentrio- nale, forse per opera del
Lamola, di su 5 e L, indi- pendentemente dai codici contaminati del Niccoli e
del Pallavicini. In F ho già avvertito (p. 302) che s'incon- trano numerose
correzioni e lezioni di mano del Fonzio {=/); ora aggiungo che quelle lezioni
derivano da Z, come risulterà da alcune poche prove che qui reco. II 31 (72,
15) nuclei pinei F; et quae tertio libro (i) Con libri mutilati avrà voluto
intendere i codici laurenziani A B C Dy che al suo tempo erano ancora lacunosi,
e con libri inversi il cod. del Niccoli (N), in cui le lacune erano bensì
colmate, ma alcune di es- se collocate fuori di posto. Probabilmente della
presenza di L approfit- tarono i Fiorentini per riempire le lacune àx A B C D.
4- — CORNELIO CELSO. 317 hydropi enumerantur titulo decimoquinto add. marg, f.
— Questa giunta è propria di Z (F), manca in 5. VI 6, I (225, 14-15) nam si
simul et lacrima et tumor et crassa pituita coeperint, si ea pituita lacrimae
mixta est et ea lacrima calida est F, vetus exemplum aliter * et crassa pituita
lacrimae mixta est si ea la- crima calida est ' marg. f. — Il vetus exenipliim
è ap- punto Ly che omette le parole * coeperint si ea pituita '. VI 6, I (225,
18-19) longum id sed sine periculo futurum est Z, om. S F, add. marg. f. VI 7,
I (240, 2) ei rosa Z, et rosae F, * ei rosa' habet vetus exemplum marg. f. VI 7,
I (240, 16) miscentur passi cyathi tres F^ quiathi ' et sic semper scribit
marg. /.E infatti in tutto questo passo L scrive * quiathi ', * quiatho ', sex
quiathos ', * quiati ' etc. E c'è ancora di più, vale a dire che le lezioni
mar- ginedi di F discendono da Z, dopo le correzioni fatte- vi dal Pallavicini
(= /); di che ecco un j^aio di prove. VI 6, 31 (236, 18) potest prodesse
militare id quod habet 5. potest simulare id quod habet Z., potest si- militer
prodesse id quod habet /, potest prodesse mi- litare id quod habet /% potest
simulare (sim- in ras.) in quod habet /, ' similiter prodesse ' habent iuniora
exempla add. marg. f. VI 1 1 (248, 35) pirum mitium 5 L, puruni vinum p, pirum
mitium F, sunt qui legant ' puruni vinum ' marg. f. Ora siccome le correzioni
del Pallavicini su L sono della fine del 1465, cosi ne consegue che solo dopo
3l8 R. S.. quest'anno il codice giunse a Firenze. Il Fonzio, nato nel 1445,
contava nel 1465 vent' anni e difficilmente ammetteremo che già pensasse a
un'edizione di Celso; talché considerando che nel 1469- 1 471 era tuttavia
scolare a Ferrara (i), collocheremo verso il 1475 i suoi studi celsiani e
l'arrivo a P^irenze dei codici gallici. Francesco Sassetti (1429-1491),
negoziante fiorenti- no, che passò molti anni in Francia come agente della casa
Medici, col praticare intimamente gli umanisti di Firenze, in specie il Ficino
e il Fonzio, si innamorò anch'egli degli studi e cominciò a raccogliere in
Plan- cia alcuni codici, che costituirono il primo nucleo della sua biblioteca,
divenuta poi tra le più cospicue del tempo (2). Nei suoi viaggi egli certo ebbe
spesso oc- casione di fermarsi nell'Italia settentrionale e ivi potè trovare
quei codici di Celso che il Fonzio lo avrà in- caricato di cercare sia per
acquistarli, come /% sia per (i) Sulla sua dimora a Ferrara vedi C. Marchesi,
Bartolomeo della Fontey Catania 1900, 24-31. Ivi, 142-46, si parla àeW edit.
princ. di Celso. (2) Lettere edite e inedite di Filippo Sassetti race, da E.
Marcucci, Firenze 1855, p. xxxvii: * Se bene non fu (Francesco Sassetti) uomo
di lettere, si dilettò con tutto ciò di tener pratica di persone letterate. Per
il che tenne amicizia e pratica con Marsilio Ficino, Bartolomeo Fonzio et altri
litterati di quelli tempi; et aveva condotto in casa sua una libreria de' più
stimati libri latini e volgari che in quelli tempi an- dassino in volta e la maggior
parte scritti in penna '. Una buona par- te de' suoi codici latini sono ora
nella Laurenziana; di essi il 38. 23 e il 45. 14 provengono siciiramente dalla
Francia; ma la stessa provenien- za si può assegnare con molta probabilità ad
altri, quali il 12. 21, il 23. 13, il 30. IO, il 37. 6, il 47. 4, il 68. 24. 4.
— CORNELIO CELSO. 3I9 Ottenerli in prestito, come L; e poiché venivano dalla
Gallia cisalpina, il Ponzio senza scrupoli nella dedica dellV^/Vz'^ princeps li
disse exemplaria e Gallia conquisi- ta, tanto più che sui margini di F e' è
qualche nota che ricorda parole galliche, ossia italiane del setten- trione, p.
es. f. 80 (III 7, 2 p. 89, 24) * Cremor, suc- cus vel lac omnium rerum, ut
vulgo Galli cremma vo- cant '; f. 8iv (III 80 p. 92, 3) * Pittacia /é'^r^', sic
hodie Galli '. Senonchè la parola Gallia, così innocente, intesa dal Poliziano
e da Pier Matteo Uberti, avversari del Fon- zio, nel significato di Francia, fu
cagione che egli ve- nisse accusato di falsità. Esiste nella biblioteca Nazio-
nale di Firenze un esemplare della editio princeps di Celso (Incunab. Magliab.
C. 2. 9) dall'Uberti collazio- nata per conto del Poliziano con Z, alla fine
della quale T Uberti appose una nota in data ' Florentiae die quarta februarii
*, donde traggo il seguente passo: * quem (codicem vetustum) Bononia miserat ad
illum (Politianum) Stephanus Mediolanensis excellens medicus. Erat autem is
ipse liber quem Fon- tius olim habuerat: cuius exemplo imprimenda haec
exemplaria curavit, quamvis falso dicat in epistola e- xemplaria quaedam e
Gallia Saxetti opera habuisse '. Qui raccusa di falso Sfalso dicat) è formulata
netta- mente; ma è ingiusta, come facilmente si vede alla luce dei fatti. Ed è
inoltre erronea l'altra affermazione deirUberti, che il Ponzio abbia condotto
la sua edi- zione sul solo Laurenziano (L); come è erronea la di- fesa che del
Ponzio intrapresero taluni (p. es. Mehus 3 io R. S.'. op. cit. p. 45),
asserendo che egli non adoperasse il codice Laurenziano. La verità l'abbiamo
ristabilita noi ed è questa: che il Ponzio intende parlare della Gal- lia
cisalpina e che il suo testo non si basa sul codi- ce Laurenziano, ma su un
esemplare contaminato, cor- retto con l'aiuto del Laurenziano. E con ciò si
viene anche a dire che la sua edizione non ha nessun va- lore diplomatico,
perchè possediamo le due fonti da lui adoperate; essa ha solo qualche valore
per un cer- to numero di buoni emendamenti congetturali. Classificazione dei
codici. I codici sui quali si dovrà fondare la nuova edizio- ne critica di
Celso, sono quattro: 5 L F e il Parigino. 5 perduto viene autorevolmente
sostituito da A, che ne discende direttamente, di mano del Niccoli, il più
coscenzioso dei copisti. Tutti gli altri codici del sec. XV o discendono, qual
più qual meno direttamente, da S, o sono contaminati di S e di L. Ma come si
conterrà il futuro editore ? Piglierà il buono eclettica- mente dove lo trova o
darà la preferenza a una ca- tegoria di codici sull'altra ? Alla domanda si può
ri- spondere solo con la classificazione dei codici, che io non intendo di
stabilire qui definitivamente, mancan- domi larghe collazioni, ma solamente di
iniziare. Escludendo il Parigino, il quale per non contenere che excerpta non
può dar molto aiuto (i), mi sembra (i) Ampie notizie su di esso ha comunicato
Camillo Vitelli in Studi ital. filol, class. Vili, 1900, 450-76. 4- — CORNELIO
CELSO. 3Ìt che L e V siano figli del medesimo padre, a giudica- re dal consenso
delle lezioni e soprattutto dallo stato esteriore di essi. Intanto hanno
entrambi in comune le stesse lacune: la oportet e la ne succurrere; le altre
pro- prie di F, cioè la est etiam e la demissos, hanno origi- ne in esso per la
caduta di un quaderno e per lo sco- loramento dell'inchiostro di una colonna
dell'antigrafo. Inoltre hanno comune la trasposizione di quattro fogli nel lib.
Vili; e se alla fine L è integro e V mutilo, ciò è dovuto all'essersi
nell'archetipo perduta una car- ta o scolorito r inchiostro quando ne fu
copiato F, il quale per questo è di origine un poco posteriore a L. Meno
agevole riesce portare un giudizio sicuro su 5, che non esiste più. Però
richiamo anzitutto l'atten- zione su questo passo della descrizione del
Panormita (sopra p. 269): 'Integrum est, praeter ultimam chartam, item tris
circiter medium, quas Helencam, omni notabili infamia notatam mulierem,
abscidisse autumo, ut forte pensis coluique advolveret ', dove le parole
ultimam chartam e tris circiter medium significano due lacune, la pedis e la
frictio. La lacuna pedis era riconoscibile a prima giunta, perchè troncava il
testo alla fine del co- dice; ma come fece il Panormita a determinare ivi la
caduta di una sola carta, se non poteva conoscere l'estensione deiroi)era,
mancandogli il confronto di un altro esemplare ? Bisognava dunque che la lacuna
fos- se riconoscibile e determinabile esteriormente, cioè che si scorgesse lo
strappo dell'ultima carta, tanto più che egli lo addebita alla donna Klonca. Uguale
ragiona- mento ripetiamo per le tris chartas circiter mtdium; e K. lABBADINl,
Ttsti talémù fi. 3*2 R. SABBADINI. ne deduciamo che in 5 erano, almeno in due
luoghi, caduti dei fogli e che restavano dei segni, dai quali tali cadute si
potevano riconoscere. Poniamo mente in secondo luogo alle lacune e alle
corrispondenti note marginali degli apografi di 5. Le lacune da quelli segnate
sono quattro, la frictio, la coeuntia, la malagmate e la pedis: due di più che
non quelle osservate dal Panormita, il quale in un primo rapido esame del
codice non le potè avvertir tutte. Le note marginali che con pieno consenso
negli apo- grafi corrispondono alle lacune sono due: in corrispon- denza alla
lacuna frictio viene notato: desunt in vetu- stissimo exemplari quatuor folla;
in corrispondenza alla lacuna coeuntia viene notato: desunt In vetustissimo e-
xemplari duo folla. Anche qui scorgiamo maggiore e- sattezza di calcolo che nel
Panormita, poiché nella la- cuna frictio, dove si poteva riconoscere la
mancanza di quattro fogli, egli non la riconobbe che di tre. Per la lacuna
malagmate troviamo una nota marginale con- creta nel solo codice Urbinate 1357:
desunt due charte; qui forse non si poteva calcolare il numero dei fogli
caduti, ma qualche indizio esteriore ci doveva pur es- sere, altrimenti la
lacuna non sarebbe stata avvertita, come da nessuno dei copisti fu avvertita la
etlamnum, eccetto che dal Niccoli quando confrontò il suo codice N con L. Cosi
le lacune come le corrispondenti note marginali concordando in tutti gli
apografi, bisogna ammettere che esse siano state segnate e scritte sullo stesso
esemplare 5; e io non sono alieno dal credere 4. — CORNELIO CELSO. 32^ che
vadano attribuite a Guarino, il primo che copiò e pubblicò Celso. Le cinque
lacune pertanto di 5 traggono origine da esso stesso in seguito alla caduta di
alcuni suoi fogli e non sono da imputare all'antigrafo: e di ciò abbia- mo la
riconferma nella testimonianza del Pallavicini, il quale chiama corruptissimuni
exemplar il cod. S, non già per la corruttela delle lezioni, che sono anzi da
lui preferite a quelle di L, ma per la perdita dei fogli. Simile destino del
resto toccò a F, che deve la lacu- na demissos alla caduta di un proprio
quaderno e non air imperfezione dell'antigrafo. ^Stando cosi le cose, non è
arrischiato conchiudere che originariamente 5 fosse completo. Considerando poi
che tanto 5 quanto L V recano in comune la lacuna ***, dobbiamo inferirne che
di- scendessero dal medesimo archetipo quando questo aveva già perduto un
foglio. Di ciò possiamo esser certi; e certi parimente che l'archetipo era
scritto a due colonne e che da esso derivò prima 5, indi L V: an- dare più in
là sarebbe avventurarsi nel regno della fantasia. Quanto ai rapporti tra
wS" dall'una parte e L V dall'altra, li stabihrà chi sottoporrà a rigoroso
esa- me le lezioni delle due famìglie (i); a me sembra di poter per ora
affermare solo questo, che 5 con la dì- visione sistematica della materia in
capitoli, coi som- mari al princìpio dei singoli libri e coi titoli interca- (i)
I rapporti delle due famiglie tODO itati mintitninente analissatì da 314 R-
SABBADim. lati nel testo si differenzia nettamente da L V ed ha tutto l'aspetto
di una vera e propria edizione. La sua indipendenza si manifesta sin dal titolo
generale del- l'opera, il quale in L V suona: A. Cornell Gelsi artium liber
VI..,, in 5 invece (secondo che si raccoglie dagli apografi): Artium Aurelii
Cornelii Gelsi liber VI...\ dove A urelii sarà nato o da erronea soluzione
della sigla A. o da disattenta lettura di Auli (i). *** Dovrei soggiungere ora
alcuni saggi di testo; ma li tralascio, perchè ho letto nelle Mitteilungen
della casa B. G. Teubner di Lipsia (19 13, Nr. 2, 25) che è in corso di stampa
la desiderata nuova edizione critica a cura di F. Marx. (1) Primo il Bianconi
{op. cit. 117, 207) dimostrò falso il nome Au- relius. PLAUTO Il codice
Orsiniano di Plauto, (*) li medio evo conobbe una collezione plautina di ot- to
sole commedie: Amph., Asin.y Aul., Capt.., Cure, Cas., < :st., Epid. Di
queste il codice Orsiniano (ora Vatic. lat. 3870) contiene le prime quattro,
più dodici nuove, dalle Bacch. al Truc. Le prime notizie della scoperta del
cod. Orsiniano, detto cosi perchè entrò in possesso del cardinale Gior- dano
Orsini, si trovano nell'epistolario di Poggio (i). Il 26 febbraio 1429 Poggio
annunzia al Niccoli la s( operta; il Niccoli attese sino all' aprile a sentirne
di meglio e sospettò che Poggio l'avesse canzonato; Pog- mparve la prìma volta
nell' opuscolo: Guarino Vironeiff // di Cebo e Plauto^ Livorno, 1886, 43-59.
(1) F. Ramorìno, Contributi alia stòria biografica t critica di A. Btc- cadtHi,
it-2i, Palermo 18H3 (estratto i\:ì\V Àrek. stor. Sic$L)\ E. Kooig, KitriUtiitl
Giordano Orsini, Freiburg in Br. l»»()6, 87 «gg. 328 R. SABBADINI. g-io gli
rispose dicendosi offeso di un simile sospetto (i). Il 23 luglio riscrive che
per il novembre s' aspettava dalla Germania Niccolò da Treveri col Plauto (2).
AIU fine di dicembre gli annunzia 1' arrivo di Niccolò. In questa e in un'altra
lettera, del 3 settembre 1430, gli riferiva essere state vane tutte le pratiche
fatte presso r Orsini per ottenere il codice. Quel Niccolò da Treveri, tutt'
uno con Niccolò da Cusa (sopra p. 2^;^), era sin dal 1426 al servizio del-
l'Orsini, che in quell'anno fu mandato ambasciatore in Germania, donde riportò
altri codici (3). Ulteriori informazioni attingiamo all' epistolario del
Traversari. Scrive il Traversari al Niccoli in data 18 novembre 1430, che s'era
rivolto per lettera all'Orsini chiedendogli il codice, ma che non ne ebbe nemme-
no risposta: comincia a credere una favola 1' affare di Plauto (4). Nel marzo
1431 gli annunzia che rinnovò le premure presso il cardinale: ma anche questa
volta (i) Lettera di Poggio in A. Traversarii £pzs(. XXV 43: Nescio si ita me
levem adhuc vidisti in scribendo, ut coniecturare possis me lu- dendi tui
gratia ad te de Plauto scripsisse... Romae die VI maii 1429. (2) Ib. XXV 44.
(3) P. e. il Tertulliano, ora Magliabech. Conv. soppr. VI io, copiato in
Germania nel 1426. Per Curzio e Gelilo, vedi sotto p. 331 (4) A. Travers.
Epist. Vili 35 Scripsi hortatu tuo cardinali Ursino orans ut Plauti comoedias,
quas apud se haberi compereram, mitteret ad me; sed profeci nihil, nam ne
rescripsit quidem. Ita spes omnis mihi sublata videtur vererique coepi ne fabula fuerit quod
tibi renuntiatum est de Plauto... Florentiae
XVIII novembris [1430]. 5- — PLAUTO. 349 senza effetto (i). Finalmente ecco la
buona novella: nel giug-no del 1431 il codice di Plauto è giunto a Firen- ze
(2): lo portò Lorenzo de' Medici di ritorno da Ro- ma, dove era andato con
l'ambasciata fiorentina a sa- lutare il nuovo pontefice Eugenio IV; ne ci volle
meno della sua finissima arte per strappare (eripuit) dalle mani dell'indegno
possessore il prezioso tesoro (3). Qualche tempo dopo, nel 1432, quando il
Niccoli tor- nato a Firenze ebbe copiato il codice, lo prega di restituirlo
all'Orsini, che glielo aveva ridomandato (4). Ed eccoci a una terza fonte, 1'
epistolario di Guari- no. Il punto di partenza delle pratiche di Guarino per
ottenere il codice Orsiniano ci è dato da una lettera di Poggio, il quale cosi
scrive al Niccoli (5): (i) Ib. Vin 36 De Plauti comoediis.... scripsi cardinali
Ursino, sed l-rofeci nihil. Siamo del marzo 1431, perchè annunzia l'assunzione
al papato di Eugenio IV. (2) Ib. Vin 37 Laurentius (de Medicis) noster
humanissimus nuperri- mc Roma redicns attutii secum Plautinum illud volumen
vetustissimum, quod ipsc quidem necdum vidi.... Magna arte et solertia.... ex
Ursino cardinali ipse Laurentius sumpsit... Florentiae XXIII iunii [1431].
(3> Ib. Vili 2 Aliis litteris mcìs de Plautino codice vetustissimo....
scripsi ad te planius nihilque nccessc est eadem rcpetere, cum Laurentii
fcccrit summa diligcntia quod ante illum nemo. Eripuit enim ex iniustis- hi mi
posnessorìs indignis manibus res pretiosas nihil ad cum pertinente s arte
mirabili. Plautum necdum vidi.... Florentiae Vili iulii (1431!. (4) Ib. Vili 41
Cardinalis Ursinus Plautum suum.... recipere cupit. Non video qaam ob causam
Plautum tili restitucre non debcan quero oiim trantcrìpsisti. Oro ut amicissimo
homini gcratui mos [circa la me* tà del 1432I. Per la data clr. F. P. Luiso,
Hìordurimento dell' epis tv imo .il I. /'raversari, Firenfc 1899, II i 'S'
*'"14^:" /•>»>/. '"" TonrIIi, IV 17- 330 R.
SABBADINl. Plautum hactenus non potui habere; nunc si possem nollem polli-
ceorque libi me numqiiam amplius petiturum a cardinali ncque lecturum illum
istis tribus annis, si ultro concederetur. Transcribitur modo dono- que
mittetur duci Mediolani, qui eum per litteras postulavit. Marchio item
Ferrariensis petiit... Romae die VI ianuarii 1430 {-^ 143 O- Sicché al
principio del 1431 il cardinale si era ap- pigliato al partito di farne trarre
una copia per il Vi- sconti; ma intanto, come abbiamo veduto, arrivò a Ro- ma
Lorenzo de' Medici e si portò a Firenze l'archetipo. Risulta inoltre dalla
lettera di Poggio che anche il marchese di Ferrara aveva chiesto all'Orsini il
codice. Qui si allude evidentemente alla lettera scritta da Gua- rino
all'Orsini a nome di Leonello d'Este (i), la quale cade perciò senza dubbio
nell' anno 1430. Lo prega Guarino di concedere ai letterati copia del suo
Plauto, il che gli acquisterà un gran merito e nel nome di Plauto sarà eternato
anche il suo: Fac, humanissime domine quaeso, ut cum ab auctore comoediae
Plautinae dicantur, ab instauratore cognominentur Ursinae. Ma già qualche mese
prima, cioè nel maggio, Gua- rino aveva tentato di farne trarre una copia per
mez- zo del giureconsulto Zilioli, che era andato a Roma con un incarico del
marchese di Ferrara. Reco di que- sta lettera il passo che fa al caso nostro.
(i) Fez, Thesaurus^ VI, 3, pag. 164 e in molti manoscritti. 5- — PLAUTO. 331
Guari N US ci. viro et doctiss. iurisconsulto d. Ziliolo (i). .... Tuam moram
(Romae) nonnihil diuturniorem graviusciile ferre inciperem, nisi honor tuus et
dignitas tuam consolaretur absentiam et meum de te desiderium deliniret. Nam
curri undique perferatur ad nos quam laete, quatti honorifice, quam libenter
omnibus tuus excipiatur adventus et tam magnis quam mediocribus summo in honore
sis, non possum non gra- tular! et summo gaudio affici. Accedit et nova quaedam
gandendi cau- sa; nam cum tuae rei publicae legatione fungaris, et rei
litterariae lega- tioneni suscipias opus est. Fama enim est apud dominum
Ursinum vere prioris saeculi virum prò summa eius sapientia et humanitate
singulari auctores quosdam in lucem editos esse et qui diem suum obisse
putabantur in vitam revo- catos esse. Qua ex re mens praesaga quoddam facit
augurium, quod vix audeo dicere. Oro igitur tuam vigilantiam, compater
dulcissime, ut nunc luum eriga.s ingenium, nunc vires expromas, ut eorum copiam
habeamus; prò qua quidem re nulli parcas impensae: omnem ego tibi restituam pe-
ir iam. Sed hunc in modum agendum censeo. Principio ut transcribi 1 1< i.Ls
decem (2) comoedias Plauti, quae repertae nupcr sunt, ultra eas quas habebamus
antea. Ad reperiendum autem librarium, qualiscunque habcri poterit, tibi
auxilif) erit vir ornatissimus Poggius, harum rerum strcnuus indagator. Reliqui
sunt libri quos antea inemcndatos habeba- mtts. Idcirco siquero ad exemplar
repertum emendare licerct, minus es- h€t laboris: de Q. Curtio et A. Gellio
dico, quos tnmcatos habeo et * laccros cnidclitcr ora ' (Verg. Aen. 6, 4gjO-
-^'^ ^^^ etiam duos ad nostra studia redigendo» alia quacrctur vi 1. Cum
niagnarn ex ihta legatione laudcm et patiiac fructum rcportatu- nu hìh, non
minus Icrvcn» esse dcbcbis in bisce codicibus postliminio rerocandis, quibus
universum ordincm litterarium iuvare poterìs. LucuUo non parva pracdicatio
accessit quod ad Italos ex Ccrasuntc Ponti urbe poma rlctutit, quac cerasa
vocata, ex ipso quoque Luculliana sunt ap- I ) Cod. Estense 57 f. . . y.....,.^
^. ...._ ,1. ... 33' R. SABBADINI. pellata et in dies auctoris nomen
illustrant. Quid tibi debebimus ! qua laude tollemus ad sidera ! quotiens
Ziliolum legemus in Plauto ! Unum memineris oro, ut si transcribi feceris, ad
exemplar corrigaatur. Vale; viro magno et excelsi animi d. Dominico de
Capranica singulari quodam verborum ordine me totum ex animo commenda. Phirimam salu- tem die a me d.
Poggio et d. Cincio, viris doctis et ornatissimis. Com- missum denuo me facito
reverendissimis patribus et dominis de Ursinis et de S. Cruce. Vale iterum, dulcissime compater et spes mea
fidissima. Ex Ferraria XIII maii [1430]. Esìste poi anche la supplica di
Lodovico Ferrari, un nipote di Guarino, dalla quale trascrivo alcuni periodi.
Ludovicus Estensis Ferrarius ad Cardmalem Ursinum or atto (i) Omnes homines,
reverendissime pater et domine, qui per humanitatis studia versantur et
litterarum fructu velut immortalium deorum nectare et ambrosia, sicut poetae
dicerent, pascuntur, non stomachari et gravi- ter non angi animo non possunt,
cum ad Plautinos (2) versus lectitan- dos comoediasque exesas depascendas
animos (3) appulerint; in quibus etenim (4) legendis cum verborum tanta
exornatio, latinae linguae pro- prietas observetur (5), sententiarum harmonia
et antiquitatis lepos accu- mulatus percipiatur, operis lucubrati, quampluribus
vigiliis elaborati, ar- te summa contexti iacturam maximi damnant, ingenti
molestia atque a- nimi acerbltate afficiuntur. Ceterum, pater insignis et
admirande domine, hoc tempore omnibus es solatio solusque tunctos esse bono
animo iubes, ut cum hactenus apud alios Plautus comicus scriptorum negligentia vi-
(1) Titolo erroneo; non è orazione, ma lettera. Cod. Vindobon. 3330 f. 166. (2)
plantonnis cod. (3) exosas animas depascendas cod. (4) etiam cod. (5) observata
cocU 5. — PLAUTO. 333 tara cura morte coromutarit, apud te perinde ac
diligentiae parentem ac studiorum fautorem raortem cum vita permutarit. Ex
tenebris enim iam- dudum involutus apud te omnis beneficentiae refugium emicat,
cuius ope et opera noster restinguatur (i) arder et haustu Plautino sedetur
arida sitis: quod te factiirum profecto compertum habeatiir.... Quantum
iuvenili aetate florentibus lectio (2) Plautina sit conducibi- lis, in primis
animadvertamus; tum vero iocunditatem, postremo officium cum laude
considerabimus. Nam cum diversa studiorum genera sint, quorum sententiis ac
auctoritate scriptorum in hoc vitae curriculo opti- me iuventus sibi moderari
possint, apprime huius auctoris comoedias ipsis conducere posse arbitror, cum
non solum doctrinae praeceptis at- quc institutis bene vivendi normam consequi
poterunt, verum etiam ad suos mores rite componendos multorum hominum ritus
velutì ante ocu- los speculum contemplabuntur; ex quibus imaginibus piane
percipient ' quid deceat, quid non, quo virtus, quo ferat error ' C3) Hor. ad
Pis. 308). Hunc in modum Spartanos suos instruxisse liberos rerum (4) veteres
tradidere scriptores; post enim verborum documenta, servos temulentos, mente
alienatos et eos, quorum per ebrietatem ncque pes ncque mena ncque manus suum
satis officium faceret, pueris proponebaut (5) ut ab eis, sicut e speculo,
dedecore similiquc vitio quam maxime abborrcrent. Quanta praeterea est illis
studiosis hominibus voluptas, cum suppedite- tur unde animos legende
demulceant, quippe a gravioribus studiis et cura se remittentes ad lepidissimos
diversi generis hominum sermone» velut ad diversoriam sane confugient, quorum
primus noster omnium Plautus confcrtissimus est. Cui diversorio vel litterarum
potius gymnasio suppeditare (6) otium cum usuvencrit, mirificos voluptatis
flores sane 'lecerpent, cum nonnallos homines vario colloquionim genere
contenden- tes aspicient, facetiamm snavitas aurìbus applaudet et quomplurima
eli- restringa! eod, (3) lectio florentibus cod. (3) quid VirtaS qui')
""'i niiidnnf ilnrit niiM ffr.iflir prror eoJ, (4) verum cod. (5)
preponebant <oJ. (6) luppeditate cod. 334 *• SAtìBADiKr. cientur ( i )
elogia. Quibus in rebus sic tibi omnes gratas gratias habebunt, ut non minus te
in Plauto quaro Plautum in te cum tui recordatione lecturi sint Valeat tua
paternitas. Ex Ferraria kal. iulii [1430]. Ma le pratiche dell'anno 1430
rimasero infruttuose anche per Guarino; a buon porto approdarono invece quelle
del 1431 e 1432. A questo proposito reco un passo di una lettera del Panormita,
indirizzata a Fran- cesco (Barbavara): Solco dicere quod et verum est: me
expectare Plautum illum vetu- state venerabilem atque emendatissimum, quem
iamdudum accepimus pervenisse in manus apostoli Ursini et nunc esse apud
Nicholaum Ni- cholum, deinde ad Guarinum perventurum, postea ad me Guarini
bene- ficio... (2). [Pavia estate del 1432]. Di qui si scorge che il codice,
che sin dalla seconda metà del 1431 stava a Firenze, sarebbe stato trasmes- so
a Guarino a Ferrara. Non ci è dubbio dunque che Guarino 1' ebbe nel 1432. Ma
l'archetipo o un apografo? Proprio l'arche- tipo. Ecco come Guarino ne dà
l'annunzio al suo pa- rente ed amico Giovanni da Spilimbergo, allora pro-
fessore a Cividale. (i) eligentur cod. (2) Pubblicata per intero da R.
Sabbadini, Ottanta lettere inedite del Fanormita, Catania 19 io, 135. PLAUTO.
33g Guarinus Verone^isis loaiini Spilimbergensi s. (i) Habeo quod tibi
nuntiatura pergratum futurum puto prò tuo in mu- sas amore. Nuper allatae mihi
sunt uonnullae Plauti comoediae in co- dice pervetusto, quarum nomina tibi
mitto. Ad earum esemplar quasdam emendo; reli«iuas autem quarum copiam nuUam
habebamus, exscribi fa- cio. Tu contra siquid habes quod invicem niinties in re
litteraria quasi ad antidoron, fac me participem. Vale et Bartholomaeam uxorem
mode- stissimam salverò a me iube; Tadeamque (2) tibi caram facio. Ex Ferraria
XI kal. octobres [1432]. Eruditissimo viro magistro IOANNI DE SPILIMBERGO
affini meo dilectissimo CIVIDATI. L'avviso della venuta del codice era stato
dato a Guarino da Leonello, al quale egli manda una lettera piena di
entusiastici ringraziamenti, facendogli merito di aver nientemeno che ridonato
Plauto alla vita (3). . Tuae itaque magniGcentiae immensas gratias habeo et
proinde tuac illustri personae totum me trado et sic trado, ut me prò tuo uta-
ri& arbitratu. Maiorcs tibi grates in dics dicent studiosi homines et cun-
ctu-s littcratorum ordo. Nam omnes intelliguut Plautum facetissimum poetam
virumque doctissimum quasi quoddam venerabile vetustatis ex- emplar tua opera
et interventu ex tencbris ad lucem, ex antris ad gym- nasia, ex morte ad vitam
revocatum esse.... Ferrariae XV kal. sextiles [1432]. (t) Cod. Goarneriano di
S. Daniele del Friuli 140 i (2) Moglie di Guarino; camque cod. (3) Pk/.,
Tktsnurus. VI, 3. pag. 162 e in molti manoicritti. 336 R. SABBADlNi. Guarino
pertanto, che possedeva già una copia delle otto commedie, note prima della
scoperta dell' esem- plare Orsiniano, si fece trascrivere da esso sole le do-
dici nuove e corresse sul suo apografo le altre quattro, perchè il codice
Orsiniano, come ho avvertito, ne con- teneva sedici. Al testo delle otto
commedie Guarino aveva prece- dentemente rivolta la propria attenzione. Nelle
lettere agli amici alludeva volentieri a Plauto. Cosi scriveva al Capra
arcivescovo di Milano (i): Hic ipse Franciscus (Brenzonianus) dulcissimus
amoris tui legatus cura longos tecum habitos ab se et secum abs te sermones
recensuisset, ita me tuae praesentem dignitati fecit, ut vere Plautinus ille
factus sim Euclio: nam, ut ille inquit, * egomet sum hic, animus tecum est '
{AuL 178)... [Verona 1427]. E a Galasio Avogaro (2): Quas ad res si quid
obscuritatis impediat, commendo ut lucem inqui- ras, ad quam tibi praestandam
si tibi censebor idoneus, curam operam- que meam tibi libens impertiam, an
recte et prò desiderio tuo tu ipse iudicabis, modo ne sim Plautinus ille Sosias,
qui obscuram tibi lucem suppeditem dum Volcanum in cornu conclusum geram
(Am/>A. 341) [Ferrara 1431 circa]. Ricordava poi spesso il Plautino
incordies della Cist. 109, dove le edizioni moderne leggono tnihi cordi es. (i)
Cod. Riccard. 779 f. 131. (2) Cod. Vindob. 3330 f. 172. 5. — PLAUTO. 337 E
mandava ai corrispondenti copia delle commedie: p. e. a Tommaso Fano (i).
Vereor nanque ne propterea ingratus appaream, quia gratias non re- fero. Quod
autem magnas tibi bene habeam, testis erit optimus Plautus iste, quem tibi
hospitem ac domesticum facio et in aere tuo, modo ne parva repudies animi
ingentis ac tibi deditissimi munuscula. Ipsus ede- pol, si hominem rogare
coeperis, quam maxima in te mens siet, certio- rem reddet [Ferrara 1431 circa].
Inoltre attendeva ad emendarne il testo, come si rileva da tre lettere
indirizzate a Giacomo Ziliolo, con- sigliere del marchese di Ferrara: De
transcribendo Plauto iam institutum est; et profecto, ni fallor, spe- ciosuro
et minas depravatum habebis volumen. Nam m u 1 1 i s in 1 o- cis emendavi nec
sine ratione et auctoritate veterum.... Ex Vero- na ni augusti [1426] (2). Plautus tibi transcribitur, opus
meo quidem animo futurum pcrpul- chrum et accurate exaratum et litteranim facie
et voluminis dignitate.... Veronae 18 augusti (3) [1426]. Absolvit librarius
noster Plautum, quem ut videbis commendabis et bene positam operam et impensam
dices, operìs ipsius elegantia Ex Verona mi kal. novembres (4) [1426]. Sicché uno dei primi o meglio il primo che pose mano
a un emendamento di Plauto hi Guarino, avanti (l) Cod. Monac. lat. 504 f.
ii,>, ... i:i.iv#.m #11 Pmloya ia6i f. 33. (a) Cod. Estense 57 f. 37. (3)
G)d. E«t. 57 f. 46V. (4) Cod. Eit. 57 f. 69V. R. Sabbadini, Tati iatémé, a a.
338 R. SABBADINl. che il Panormita iniziasse il suo commento a Pavia (i). Però
a un vero commento Guarino non pensò mai: si limitava a semplici note nella
lettura giornaliera. Sus- sidi per la lettura di Plauto non esistevano allora,
se si eccettui una raccolta di excerpta. Ecco infatti che cosa risponde Guarino
a Giovanni da Spilimbergo (2): Ad Plautum venio, ad ciiius lectionem luillum
mihi adiumentum adest, deum tester et angelos sanctos eius, nisi quantum
quotidiana lectio spar- fiim suggerit. Quod si adesset, volitare in manus tuas
facerem e vestigio: adeo gratum esset tuae morem voluntati gerere prò mea in te
singulari dilectione et affinitate et communis patris respectu. Nonnulla tamen
re- periuntur vocabula ex eo excerpta, quae penes virum suavem et ami- cum
utrique lohannem Laudensem (3) sunt.... Ex Ferrarla Vili kal. septembris
[1432]. Ritengo che alluda agli excerpta di Gasparino Bar- zizza, che son
contenuti nel codice Ambrosiano Z 55 sup. del secolo XTV-XV, con la
sottoscrizione: Plauti Asinii poete clarissimi dieta lectiora octo comediarum
fe- (1) .Scriveva Giovanni da Spilimbergo nel 1430-31 a Guarino (cod. Guamer.
247 p. 471): Sunt nonnulli qui me iamdiu non tam adhortentur quam pene urgeant,
ut octo illas Plauti comoedias legerem, quibus publice exponendis tu apud
nostros primus et cum laude puctor extitisti. Il commento del Panormita non fu
ne compiuto né pubblicato. R. Valentini {Rendiconti della r. Accad. dii Lincei
XVI, 1907, 477-90) si illuse d'averlo scoperto nel cod. Vatic. 271 1.
Quell'anonimo commentatore adopera Donato in Terentium: è perciò da collocare
dopo il 1433 (sopra p. 214). (2) Cod. Guameriano 96 f. I26v. (3) In una silloge
di poesie volgari della metà press'a poco del sec. XV comparisce un sonetto col
titolo: d. lo. Land. (A. Cinquini Nozze Pi' £ ardi- Valli, Roma 1907, 18). Sarà
il medesimo personaggio? 5. — PLAUTO. 339 liciter expliciuìity delecta per
magistriiìn Gasparinum Per- gamensem (i). Tracce dell'operosità guariniana su
Plau- to conservano il cod. Vatic. 1631 e il cod. Harleian 2454 (2). **♦
Ritorniamo al codice Orsiniano. Guarino aveva pro- messo al Panormita di
mandargli il proprio apografo delle nuove commedie: e glielo mandò
effettivamente nella seconda metà del 1432. Ma nel 1434, tra il gen- naio e il
febbraio, il Panormita abbandonò improvvi- samente Pavia, portandosi seco
l'apografo guariniano. Di ciò Guarino mosse aspre lagnanze scrivendo agli amici
di Pavia: Luchino Belbello e Catone Sacco. Luchinus Guarino patri s. (3) ....
Affecerunt he (litterae) quidem me summa ac singulari tristitia, cura ob maximum
dolorem quera in dies pateris de tam diuturno silen- tio ad te Ludovici
(Ferrari) nepotis, tum vel tuarum Plauti comediarum amissione. Quibus rebus satis superque
memorie mandatis non doleo te» cum sed cxcrucior, non excrucìor sed pereo
funditus. Dii etiam mulctent
atque puniant, qui huiusce nostri angoris ac sollicitudinis partes sunt. Turpe
enim et odiosum genus est, quicum scmper coniunctissime et a- mantissime
vixerunt, quicquam accrbitatis animo allatum in. Quod au» tem a me petis de
Panormita an rcditurus abicrit, non te certiorem faciam, quom ipsc ncsciam de
talium opinione indicare: que quidero I) Cfr. R. Sabbadini in Gwrfi. stor. Ittt. ital. 46, 74-75. 1) F. Ritichclii Opusc. phibl.
II 229; R. Sabbadini La scuola t gli studi di Guarino 92. (3) Cod. Parig. lat.
7059 f. 24; cod. Fcrrarcto 133 NA 5 f. 2. Due altre lettere scambiate
precedentemente fra Guarino e Luchino si son perdute. 34<* ^' SAfiBADlNI.
qxialis sit, non dicam; balbus (i) enim sum. Omnem sane is suppellec- tilem
suam bibliothecamque secum traduxit; rediturum tamen se vulgo dixit; puto
autem, ut superioribus ad te meis intellexisti, kalendis grecis.. Ex Ticino
Xini martii [1434], sequenti die post tuarum oblationem. Guarinus Luchino
Belbello sai. (2). Tu non parvas
spargis querellas quod nullas a me acceperis et recte. Nam cum ' amantes non
longe a caro corpore abesse velint ' {Catull. 66, 31-32), solis possunt
praeseutes fieri litteris. Sed istas querellas in tabellarios evomas, vel
adiuvante me, facito, qui quasi hostes amicitia- rum sunt et quibus omnes
benivolentiae professores bellum indicere de- buissent. Verum enimvero quom
tuis ex litteris commonefactus essem olim te Mantuae domicilium habere, eo meas
superiores dimisi. Itaque male de me suspicari desine et salvo et inconcusso amore
nostro culpam in meritos reice. Tuam in me dilectionem ac diligentiam aperis
cum alias tum de ipso Sallustio, quem et olim ad me misisti et deinde missurus
eras, nisi Pa- normita intercepisset, cuius materiae mentio me singulari
afficit tristitia. Nam cum eum kalendis graecis rediturum dicas et is Plauti
comoedias novìssime repertas a me abstulerit eì commodatas, quo in maerore ago
vitara cogitabis. Tu igitur me certiorem facito prorsusne irrediturus a-
bierit; quod si est, perii funditus. Utinam * mors fera quae cuncta ra- pit '
et Panormitam rapuisset, ne meas raperet comoedias. Mortiferos illos Vegii (3)
versus contemplatus sum, in quibus cum mortales sententias, tum vero idem
propositum ad tam diversa concin- natum non mirati non potui: imraortalitate
dignum ingenium. (i) Allude al proprio cognome B albe Ilo
(Belbello). (2) Cod. Parig. lat. 7059 f. 24; cod. Riccard. 924 f. 188. (3)
Intende l'elegia del Vegio in versi serpentini che comincia: Mors fera cuncta
rapit non est lex certior ulla: una variazione del Vado mori medievale.
Pubblicata da L. Raffaele, Maffeo Vegio. Elenco delle opere. Scritti inediti.
Bologna 1909, 209-212. Sul Vado mori cfr. R. Sabba- dini Da codici, òraidensif
Milano 1908, 13-14. 5- — PLAUTO. 341 His inclusas mittas oro vel tuis expensis, ut de nepote
meo Ludovi- co (Ferrari) amantissimo quicquam discam, cuius litteras iamdudum
fru- stra expecto. Confer hoc in me
singulare beneficium. Vale et Vegio meo me commenda et Catoni (Sacco) viris
insignibus et optimo viro domi- no Ioanni Alexandrino. Ferrariae V kal. [apriles 1434].
Nullus hic prorsus librarius reperitur, quo fit ut tuis votis tardus vi- dear. Guarinus Veroncnsis ci. v. Catoni Sacco sai. pi. d.
(i). Habeo, ah quid dixi habeo ? habui, volui dicere, Plauti vo- lumen, novis
refertum comoediis, hoc est quas dudum sepultas revivisce- re vidit hacc aetas.
Eas a me petiit iam
biennio Antonius Panormita, ut excribi faceret. Hominem audio irrediturum
abiisse, quod me cruciat si secum irredituras detulit comoedias. Quidam autem
singiilaris huma- nitatis homo, ut fama est, Thomas (Tebaldi) cognomento
Ergoteles (2) cius rei haud ignarus esse debet. Te igitur per integritatem
tuam, per amorem, per benivolentiam mutuam obtestor oro et obsecro, ut in re-
parandis comoediis meis studium curamque tuo more adhibeas, ne simul cum homine
codicem amittam.... Kx Fcrraria XII
novembris [1434]. Queste pratiche non sortirono nessun effetto. Cio- nonostante
Guarino non tralasciò di scrivere e far scri- vere; anzi nella primavera del
1436, quando il Panor- mita fu dal re di Napoli mandato anìbasciatore a Fi-
renze (3), gli rinnovò la domanda di restituzione per mezzo di messaggeri.
Sempre inutilmente. Allora Tan- (1) Cod. Parig. lai. 7059 f. 44; cod. Ferrare««
133 NA 5 f. 4. (a) L* rt"^"'" iiitii.w. i\,-\ l'iiu.rn.if » «-.f
.V ti •ilb.ri ri| u..rvi»i<. .\r\ VJ- •conti. (3) R. biibbiuliui in Guirn.
star, UlUr, ttal, 28, 34Ì. 342 R. SABBADINI. no seguente (1437) ricorse ai
buoni uffici di Guinif or- te Barzizza, che gli poteva giovare per le relazioni
che aveva con la corte dì Napoli. Di ciò siamo informati dalle tre seguenti
lettere: Guarinus Veronensis Guinif orto Barzizio sai. (i) .... Erat superiori
tempore in urbe Papiae quidam nobilis vir An- tonius Panormita . . . Is igitur
a me per litteras petiit accommodandum «ibi Plauti volumen, in quo erant
comoediae omnes nuper in lucem re- vocatae. Has ut fingebat transcribi
cupiebat. Liberaliter igitur misso ad eum volumiue, quod et triennio tenuit,
postremo cum librum cura sin- gulari quadam gratianim actione mihi referendum
expectarem, is vel fu- giens vel fugatus meum secum, me invito et reclamante,
Plautum inter- ceptiim asportavit . . . lam intelligere te puto quid ex te
cupio: ut li- brum recuperare tua opera valeam... Ex Ferraria VII kal. octobris
[1437]. Guinifortus Barzizius Guarino Veronensi rhetorl praestantissimo ^. (2)
.... Operam enim meam apud serenissimum regem Aragonum de- sideras.... Hoc
revocandi ad nos Plauti munus quod mihi imponis ado- riar.... Nihil ad
maiestatem regiam in praesentiarum scribam, quoniam id sine alterius dispendio
ac dedecore non fieret. Agam autem litteris apud clarissimum utriusque iuris
consultum lacobum Peregri regium senatorem ac vicecancellarium.... Ex Mediolano
nonis octobris MCCCCXXXVII. (i) Cod. Ambros. O 159 sup. f. 37. (2) Cod. Ambros.
O 159 sup. f. 37 v. 33r. PLAUTO. 343 Guariniis Verattensis Guiniforto Barzlzio
sai. (i) .... Ad interceptum mihi Plautum venio, quanquam magis eum ad me
venire decuit: tot per annos eum ab iniquo possessore per meas per amicorum litteras
repetere non destiti; nec defuere nuntii coram postu- lantes, eum posteriori
tempore (1436) Florentiam ab serenissimo rege missus est, quo tempore et librum
referre potuit, nisi suum potius quam nostrum et dici et esse maluisset...
Supra quinquennium codicem usur- pavit bonus iste vir... Cum autem omnes spei
viae destituissent (2), una reliqua offerebatur, ut ad regem ipsum inclytum
scriberem. Quod ut fa- cerem tardius causa fuit, quia cursus meis ad eius
maiestatem litteris non apparebat; simul quia primos ad eum aditus ab onere
potius quam ab iocunditate auspicari subverebar.... Ex Ferraria V kal.
novembris [1437]. Ma nemmeno le premure di Guiniforte approdarono a nulla:
tanto che Guarino colta la prima favorevole occasione si rivolse direttamente al
re Alfonso. Guarinus Veronensis sai. pi. d. serenissimo Alphofiso regi Aragonum
(3) ... Ilaec autcm cum prò mca humilitatc tuac maicstati libens of- frram,
peto ab» tua scrcnitatc non prò mea quidcm causa, sed prò tua professione
raercctlcm, non arma, non equos, non vasa pretiosa, sed u- nius Itberationem
captivi, qui oliiQ cz mea familia, cum sit ingentu sin- gulari, doctrina
cximia, Kcriptis eloquentissimis honorandus, indignus est qui scr\'ìat et
priori invitu» privctur domino. \f, est l'Iautus latinac lin- guac decuf, quetn cum v.
ci. Antonio Panormitac rogatus anno iam le-
(\) 0)d. Ambro*. O i , .. ,_ ' 2) dettiduent cod. (3) Cod. Monac. lat. 78 f.
84; cod. guerin. di Brcfcia C VH 8 L 57. 344 R* SABBADINI. ptimo commodassem,
ille meum centra fas fidemque poetam usurpit et poscentem me ludificatur. Sit
ergo huius epistolae qualiscunque illud mihi a serenitate tua pretiiim, si meas
de te laudes non abhorreas, ut tuo iussu Plautus meus tam longam servitutem
serviens ad me ex tam diuturno remeet tandem postliminio, ut regiae maiestatis
opera tuus vo- cari libertus mereatur.... E Ferraria kalendis octobribus 1442.
Una seconda volta fece premura al re Alfonso nel- roccasione che andava a
Napoli il conte Giovanni Campinassi. Guarinus Verotiensis sereniss. regi Aragonmn
sai. pi. d.{\) .... Reliquum erat ut, ad studiorum meorum quantulacunque sint
opera et solatium, tuam invocem vai humanitatem vai saveritatem. At enim quid
sit, planius et opportunius coram explicabit magnificus Cam- pinassi Comes
Johannes, quo legato et patrono apud te utuntur Plauti- nae musae; ut illae tuo
patrocinio postliminii iura consequantur. Veduto che nemmeno la seconda pratica
presso il re sorti 1' effetto desiderato, Guarino smise il broncio col
Panormita e scrisse a lui questa bellissima lettera tra il burbero e
l'affettuoso. L'amicizia dei due umani- sti era stata delle più sincere ed
entusiastiche e non doveva essere a lungo pregiudicata da questo inci- dente. (i) Cod. Berlin, lat. 4«. 226
f. 29; cod. di Wolfenbiittel Aug. 2^ 83. 25 f- 92. 5. — PLAUTO. 345 Sapienti et
eruditissimo viro d. Antanio Panormitae amico praecipuo Guarinus Veronensis
sai. pi. d. {i) Etsi parum apud te meas in re mea preces et amorem pristinam
va- luisse sim eipertus, tanien in aliena novas adhibere preces constitui idque
facio vel eo Consilio, ut tuo prospiciam honori. Nam si roganti amico defuero, vereor ne fama vulgetur
te mei odium cepisse, qui tibi fui quondam carissimus. Id vero quantum ad vitae
constantiam hominisque gravitatem pertineat quis non videt ? Rem itaque
Federici Veronensis conterranei mei tibi intime commendo sic ut testis sit tuae
de me vo- luntatis non mutatae. Cui si operam tuam ac diligens studium adhibue-
ris, ut prius amicis solebas, laetabor mihi tibique congratulabor; sin ne-
glexeris contra ingenium tuum liberalitatemque naturae, non falso pu- tasse me
testimonium facies. Hac in re si amico meo studioque meo morem gesseris, audebo
et me tibi commendare, ut Plautum postliminio tam longo redire suos ad penates
iubeas, ne illum, qui amico quondam animo commodatus erat, inimica usurpes
ininrìa, et quae amicorum communia esse debent, pro- pria subreptaquc fiant. Si
eum remittere tandem statueris, isti Federico credere poteris, qui salvum ad me
mittet aut rcportabit. Id facias oro et Guarinum tibi qui olim fuit eundem velis et in posterum
fieri, quod utrique honorem pariet. Vale et quam tibi cams sim et libro
remitten- do et amico bene tractando demonstres oro. E Ferraria VTII dccembris
1442. Finalrp'*'"' 'lei 1445 ritornò a
Forrara 1' apo^Tafo plautiiK;. ( I) ( u,\. v.iUc. 3J72 I. i. 346 R. SABBADINI.
Eruditissimo et ingenii florentis vati ci. Antonio PanormitcB amico intimo
Guarinus Veronensis sai. pi. d.{\) Vix explicare calamo possem quam laetus
extiterit Augustini viri sa- ne primarii reditus, cum aliis de causis, tum quia
salutis tuae ac fortu- nae optatum attulerit nuntium... Accedit quod, ut tua,
prò amicitiae nostrae iure, communia esse de- clares, Plautum eidem ad me
deferendum dederis, in quo autem perle- gendo sic nostram recreo et instauro
memoriam, ut non sine te ipsius poetae lectio suscipi possit. Ut etiam cetera
inter nos participentur, tuum erit, siquid habes ex bisce studiis aut eximium
natum vel resurgeiis quod ad tuas pervenerit manus, me quoque voces in partem,
vel prisco te invitante proverbio tà tcov qjiÀcov xoivd. Musae nanque, ut scis, ho-
spitales sunt et munificae. Vale et ut soles me ama. Ex Ferrarla nonis maiis [1445]. Quando il Panormita
nel principio del 1434 lasciò Pavia, andò direttamente a Palermo presso il re
Al- fonso; e di là con lui si trasferi sul continente senza avere il tempo di
prender seco i suoi libri. Cosi T a- po^rafo guariniano di Plauto restò a
Palermo, dove al Beccadelli non si presentò occasione di ritornare che molti
anni dopo, vale a dire nella seconda metà del 1444. Infatti in una lettera (2),
che è posteriore all'aprile del 1444 (3), egli scrive: profectio mea Pa- normum
adhuc suspenditur. Ma poco dipoi s' accin- geva alla partenza: Ego in
praesentia Caietae ago, brevi fortassis bona cum regis venia Panormium pe- (i)
Cod. Vatic. 3372 f. I. (2) Camp. 30. (3) R. Sabbadini, Biografia di G. Aurispa
92; cfr. 85. 5. — PLAUTO. 347 titurus statimque rediturus (i). E la gita si
potè final- mente effettuare (2). Reduce da Palermo, consegnò il Plauto ad Ag*o-
stino Villa, che al principio di maggio del 1445, come s* é veduto, lo recapitò
a Guarino. *** Compiuta l'esposizione delle peripezie corse dal co- dice
guariniano, esaminiamo una lettera del Panormita che vi si riferisce: Antonius
Panormita lohanni Feruffino iuriscansulto sai. pi. d. (3). Is (Ludovicus
Ferrarius) causa est omnis contractiunculae Goarìni viri constantissimi centra
me. Cum enim sua omnis culpa et levitas sit, in me reiecit crimen Ludovicus;
siquidem abeunti mihi atque addubitanti mecum deferre Guarini codicem, suasit
iussit perpulit voluit ut deferrem illum, omnino recipiens in se Guarini
avunculi onus; iramo contradicenti mihi respondit: si moleste tandem id laturus
est Guarinus, quod nequaquam putes, bisce meis digitis exscribam illi longe
pulchrio- rcm Plautum ac pretiosiorem. Adsensi tandem, ut de Ludovico ntique ^<*nrmeritus...
Me Genuam usque Ludovicus comitatus est. Me vero a- cuntc et ab oculis cius
semoto, vide obsecro quid fecerit autquid potius ir>n fecerit^ non me modo
non excusavit sed incusavit, nec se id fecisse sc<l me criminatus est; in me
traiistulit culpam, in me poenam, hoc est Guarini indi^^nationem, omnia mihi
promissa mentitus. Ego vero id fore prospicicns, ut primnm licuit librtim
transcribi curavi, suum Guarino se- poncn», quem cum ìnvcnissem qui deferre non
gravaretur, domino rcstituc- rcm. ("um
vero Florcntiam me contuli regi» Ic^ntus, ideo lilirum ipse mc- (1) Beccatelli
Epùt. Camp. 21. (a) Camp. 38. Anche V. Laurenza, // Panormita a Nopciit Napoli
1913 p. 13, colloca quest'andata a Palermo nella gcconda metà del 1444. (3)
Gali. IV, 5, VcnctJii 1553 f. 73; collawonnU col cod. Vatic. 3371 '. 1 1 IV,
aatografo. 348 R. SABBADINI. cum non attuli, quod Panormi liber erat, non
Caietae, unde (i) subito pro- ficisci mihi fuit necesse principis mei iussu.
Iniustam ubi primum libri huius querimoniam accepi, statìm per epistolam
Guarino me excusavi iisdem fere verbis quibus nunc me purgo, compater, apud te.
Litteras ad Guarinum dedimus Scipioni Ferrariensi utriusque nostrum amantis-
simo, nunc ut audio pontifici Mutinensi (2). Is reddiderit necne mihi satis
incertum est; nam Guarinus super hac re nunquam mihi aut scripsit aliquid nec
respondit, subiratus, ut arbitror. Sed quid ultra immoror ? Consignavimus
librum Hieronymo Senensi Philippi ducis nuntio ad Al- phonsum tibi, ut admones,
deferendum, quo Guarino tutius certiusque reddatur. Interim Guarinum virum
humanissimum mihi reconciliabis, quern nisi plus quam oculos meos amo, dii mihi
oculos exturbent. Uxor mea Philippa commater tua pulchre valet, gravida iam
septem mensibus. Cum pariet quidve pariet, statim tibi et Ergeteli
significabitur.... [Napoli 1443]. La lettera, per quel che si riferisce a
Guarino, è un tessuto di menzogne. Essa è inserita tra le Epist. Gali. che
vanno fino ai primi dell'anno 1434, mentre appar- tiene alle Campanae: nel qual
proposito basterà ricor- dare che il viagg-io diplomatico del Panormita a
Firenze ebbe luogo nella primavera del 1436 e che il 30 ottobre di quell'anno
medesimo fu creato vescovo di Modena Scipione Mainenti. Ma l'anno della lettera
è il 1443, poiché appunto nel 1443 di febbraio fu mandato dal Visconti
ambasciatore a Napoli Girolamo da Siena (3). La stessa data si dimostra per
altra via. Il Panor- mita parla del prossimo parto della moghe Filippa, incinta
di sette mesi. Il parto non può essere avvenuto che nel corso dell'anno 1443 e
più precisamente entro la prima metà; e deve aver cagionato la morte di Fi- (i)
S' intende da Palermo. {2) Scipione de' Mainenti fu fatto vescovo di Modena il
30 ottobre 1436. (3) Osio, Documenti diplomatici III, 282. 5- — PLAUTO. 349
lippa, se consideriamo che il Panormita verso la metà dell' anno seguente
parlava di ripigliar moglie. Infatti egli scrive all'Aurispa: Binis tuis nunc
litteris respon- deo, breviter quidem et tumultuarie ut qui rebus pu- blicis,
hoc est regiis, rebusque privatis, hoc est uxo- ri i s obstrictus; e l'Aurispa
al re Alfonso, scherzando sulle pratiche per il nuovo matrimonio: Vale tu
felici- ter et d. Antonium Panormitam suavem poetam com- mendatum habe et sibi
aut fingenti uxorem velie aut insani enti subveni. Le due lettere cadono
nell'an- no 1444, certamente dopo l'aprile (i). Queste trattative del Panormita
condussero al suo matrimonio con Laura Arcellio, celebrato approssimativamente
nella seconda metà del 1446 (sopra p. 200). Ora è chiaro che tali ne-
goziazioni presuppongono la morte della precedente moglie Filippa al più tardi
nell'anno 1443 (2). Dimostrato che la lettera va assegnata al 1443, è una
sfacciata menzogna che in quell' anno il Panor- mita abbia mandato a Guarino il
codice, che stava ancora a Palermo. E menzogna è parimente che U (1) R.
Sabbadini, Biogrnjia di G. Aurispa 92; 95. (2) Filippa partorì una bambina a
cui venne posto nome Agata. E 10 deduco da questo bigliettino del Panormita
{Camp. 39); Antonius l^a- normita Alphonso regi s. p. d. Quoniam brevi e
Ncapoli rcccssurus ett oro atque obsecro memineris polliciti tui in nuptias
Agnthcs filiolae meae. 11 re Alfonso mori il 27 giugno 1458. Allora Agata
doveva avere un'età da marito, una quindicina d'anni, a dir poco. La prima
figlia del Pa- normita natagli da Laura Arcellio venne alla luce nel corso del
1447 e non poteva nel 1458 essere in età da manto. Del resto non si chia- mava
Agata, ma Caterina Pantia e si maritò nel 146$ (R. Sabbadini op» cit. 103).
Come apprendiamo da V. Laurensa, Agata spotò Paolo de Galluccio. 350 R.
SABBADINI. codice sia stato consegnato per il recapito all' amba- sciatore
Visconteo Girolamo da Siena, dovechè Gua- rino attesta che gli fu consegnato
dall' ambasciatore Estense Agostino Villa. Si capisce che il Panormita s'
accorse di aver ope- rato villanamente portandosi seco da Pavia il codice e per
diminuire la gravità della colpa, architettò quella lettera, seppure non
preferiamo pensare l'abbia alterata quando la inserì nella collezione
dell'epistolario. Un apografo del codice Orsiniano. (*) Il Plauto del cod.
Vatic. Barber. lat. 146, membr., è del sec. XV, ma di una scrittura così
bizzarra, che dal catalogo antico fu attribuito al sec. XII. La nu- merazione,
fatta dallo stesso copista, comincia col f. 107, il che significa che qui
abbiamo il secondo di due vo- lumi, i quali contenevano le ultime dodici
commedie, sei per ciascuno, venute alla luce per mezzo del cod. Orsiniano. Al f
. 1 95 leggiamo la nota di possesso, au- tografa del Pontano: « Nicolaus Maria
Buzutus insignis eques Neapolitanus hoc volumen dono dedit Io via no Pontano
Umbro, cum ad eum divertisset evitandae pestis gratia anno domini MCCCCLVIII.
HI die iunii ». Nell'esemplare da cui deriva il nostro Barberin. era avvenuta
una trasposizione di quinterni, per cui una parte del Truc. si mischiò al testo
del Trin. Il copista (*) Comparve la prima volta in Rivista di filologia XXXIX,
191 146-47. 5. — PLAUTO. non se n'accorse mentre trascriveva; ma nel confron-
tare poi il suo apografo col codice della biblioteca regia di Napoli vide la
discrepanza; allora al f. 176V, dove appunto comincia l'intrusione del Truc,
nel Trin.y egli segnò sul margine estemo a destra: hic usque ad 2*"
paginam aliter quam in codice regio; analoga os- servazione ripetè al f. 183:
huc usque ad sequentem se- nam longe diversus ab altero codice scilicet regio.
Ed e- rano naturali quell'a///^ e quel longe diversus: il co- pista trovava nel
codex regius il Trin,, mentre nel suo aveva dinanzi il Truc. Più tardi capi la
natura e la causa delle discrepanze, e conseguentemente sul mar- gine interno
del f. 176V, di fronte alla nota preceden- te, segnò quest'altra: require in
sequenti comedia hinc ad g paginam versus post illum versum: hec perire s o 1 e
t [Truc. 300) et in fine: Ub i perdiderunt [Truc, 301); e al f. 188 avverti:
huc usque durai err or, ante revertere ad primam paginam anterioris quinterni.
Di questo codice si occupò G. Suster (i), ma tenne conto di una sola delle
quattro note marginali, quella al f. 183, trascurando le tre rimanenti, donde
lo stra- no errore in cui egli incorse. Sanno i filologi che del- le commedie
di Plauto fu allestita una recensione ita- liana, audacemente interpolata, e
accolta p. es. nel cod. Vindobon. e nel IJpsiense. Molto e variamente si di-
scusse sulla città in cui questa redazione venne pre- parata: Firenze, Roma o
Napoli, e sull'umanista che la esegui, il Pontano, il Panormita, il Valla o
Poggio. (1) PkilotogUt, 1889, 441 M. 352 R. SABBADINI. Il Suster ripropone
Napoli e il Panormita. La redazio- ne del cod. Barber. è mista, poiché ad es.
il Truc. deriva dal cod. Orsiniano, dovechè il Poen. risale alla recensione
italiana. Questo assodò il Suster confron- tando il Truc. con l'Orsiniano e il
Poen. col Lipsiense. E fin qui tutto procede bene; il male comincia dal ra-
gionamento della conclusione. Ecco com' egli argo- menta: il cod. Barber. nel
Truc. è uguale all'Orsiniano e diverso dal codex regius\ nel Poen. è diverso
dal Truc. ed eguale al Lipsiense; dunque il cod. regius deriva dalla stessa
fonte del Lips., ossia dalla recen- sione italiana. Lo strano ragionamento,
giova ripeter- lo, muove dalla falsa interpretazione di una delle quat- tro
note marginali succitate. A che redazione appartenesse il cod. regius, si po-
trà conoscere solo quando esso tomi alla luce. In ogni e aso il Panormita non
fu l'autore della recensione ita- liana per due buone ragioni: l'una che non
era uomo capace di affrontare la recensione di un testo qualsiasi e tanto meno
di un testo cosi lungo e difficile come quello di Plauto. L'altra ragione si
fonda sulla crono- logia. Come abbiamo veduto nella storia dell'apografo
guariniano, il Panormita dal 1434 al 1444 lo lasciò a Palermo e nel 1445 lo
rimandò a Ferrara. Ora la re- censione italiana di Plauto comparisce già nel
cod. Vindobon. dell'anno 1443. Forse potrebbe venire a qualche buona
conclusione chi esaminasse l'esemplare di Poggio nel codice Vaticano 1629, che
comprende le prime otto commedie e le dodici orsiniane. VI. PLINIO tu lAiBADon,
TtJ/$ iaiémé. Le Epistulae di Plinio. Le Epistole di Plinio (*) ci sono state
tramandate da tre famiglie di codici: una comprende i libri I-V 6, cento
lettere in tutto; un' altra abbraccia nove libri e una terza otto, omettendo il
libro Vili e collocando al suo posto il IX. Qui ci occupiamo della famiglia
degli otto libri. L'archetipo di questa famiglia, ora perduto, era ri- coverato
nella biblioteca Capitolare di Verona. JJi lo adoperò nel secolo X il vescovo
veronese Raterio (890-974). Là lo studiarono due veronesi del secolo XIV,
l'autore dei Flores moralium auctoritatum^ compi- lati l'anno 1329 (cod.
Capitol. CLXVIII), e il mansio- nario Giovanni de Matociis (m. 1337), l'autore
della Brrvis adnotatio de duoòus Pliniis. L' Adnotatio^ dove si distinguono,
forse per la prima volta nel medio evo, i due Plini, ma s' insinua un nuovo
errore, che fossero veronesi, fu probabilmente scritta dal mansionario sul- (^)
Qnctto I è DttOTO. 35^ R. SABBADINl. l'archetipo Capitolare stesso e di là si
divulgò per via di copie: se pure non preferiamo credere che l'abbia divulgata
egli stesso in forma di opuscolo. Tutto ciò è dimostrato da K. Lohmeyer (i) e
da E. Truesdell Merrill (2). Quest' ultimo inoltre pubblicò un' edizione
critica delV Adnotatio (3). Dopo che il codice veronese fu studiato dal
florile- gista e dal mansionario non se ne hanno più tracce per il resto del
secolo XIV e nei primi del XV. Nulla vieta di pensare che esso sia ritornato
nella sua sede antica alla biblioteca Capitolare. Ma nel 141 9 uscì di nuovo
alla luce, non sappiamo per opera di chi: certo con la partecipazione di
Guarino. Da Venezia Guarino era andato sulla fine del 141 8 a Verona, dove il
27 dicembre celebrò le nozze con (1) In Rhein. Museum 58, 1903, 467-71. (2) In
Classical Philology, V, 19 io, 175-88. (3) Ne fu contemporaneamente pubblicata
un' edizione critica anche da C. Cipolla in Miscellanea CeriavU Milano 19 io,
758-64. Il Merrill cerca di stabilire la data àé\V Adnotatio (p. 178-81).
Comunemente la si colloca dopo 1' Historia imperialis dello stesso mansionario,
finita di comporre nel 1320: e la ragione è questa, che xìéX' Acino tatio
distingue i due Plini, dovechè nell' Historia sono ancora confusi in una
persona sola. Forse spande luce sulla questione il codice Vatic. 19 17, membr.
sec. XIV, che comprende Valerio Massimo e lo ps. Plinio De viris ili. Alla fine
di Valerio Mass. il copista sottoscrive (f. 90V): Scriptum quoque fuit volumen
hoc verone per me lohannem anno domini M.CCC.XXVJII. H titolo dello ps. Plinio
(f. 91): Gay Plinii Secundi oratoris veronensis liber de illustrium incipit
feliciter corrisponde a quello che leggiamo neWAdnotatio, la quale perciò si
potrebbe supporre fosse nota al copi- sta: e l'etnico veronensis confermerebbe
la nostra ipotesi. Così 1' Adno- tatio si collocherebbe dopo il 1320 e prima
del 1328. 6. — PLINIO. 357 Taddea Zendrata. Lasciata la novella sposa a Verona
e ritornato a Venezia a sistemarvi le proprie faccende, nell'aprile del 1419
ricomparisce a Verona, donde non si moverà più fino al 1429. Aprì subito una
scuola privata; ma le lezioni vennero bruscamente interrotte dallo scoppio
della pestilenza, per cui Guarino riparò nella sua villa di Valpolicella, dove
già si trovava nel luglio dell'anno medesimo (14 19) (i). A questo tempo
appartiene V importantissima sua lettera, con la quale annunzia la scoperta del
codice di Plinio. La collochiamo tra l'aprile e il maggio, per esservi
accennate le nozze recentissime: in ogni caso prima del luglio, perchè egW non
s'è ancora rifugiato in villa. Guarinus Veronensis suo Hieronymo (Gualdo) saL
pi. ci. (*) hi ;..i....^i.bciidun» »uiu, iiuUaiu in me culpani reicies scio,
prò tua mansuetudine et singulari in me cantate; nec dices: ' Guarinus adeo in
re uxoria hoc tempore involutus est ut littcrarum curam seponat '. Et profecto
mi Hieronymo non ita tibiarum nuptialium cantibus aures atque animum adhibui,
ut non maioris vel minimam litterarum tuarum nyllabam, quam nuptias totas immo
univcrsas faciam.... Ntidius tertius quidam mihi comraonstrati sunt mirae
vctustatis codi- . «acri ferme omnca. Unum inter eoi nactus sum, quo dclectabcris au<licndo,
quemadmodum et ego ipse spectando. Epistulae sunt Plinii singulari vcncratione;
littcrarum facies perpulchra et inter annorum ruga» splendide vigens et ttt
diceret Virg«l«us * cruda dco viridisque senectu» ' Sabba<iini, Im sciui
'fino ao-ai. V*> Comparve la prima volta iu Mmco
u'i iinltchétà class. II, 1887, 4^2-1. f>)d. Vindobon. 3^30 f. UQi
<"'»<1. Arundel 70 f. io4T. 358 R. SABBADINI. (Aen. VI 303).
Voluminis forma in angustum [magis] (i) quam lata, ut eius in paginis ternae
tendantxir columnae (2), quasi rectissimi arvorum sulci. In octo divisus est
libros et epistulas circiter CCXX. Nulli deest titulus; aliquot transcurri:
emendatissimae nnihi visae sunt et, quod non laetitiae solum sed etiam
admirationi fuit, in tanta vetustate et aetate iam decrepita nusquam delirare
videntur. Tuas cum ventura navi in dies expecto, quas ad illarum exemplar
emendare constitui, ut me adiutore ita castigatae redeant, ut neminem fallere,
nusquam mentiri discant... [Verona aprile-maggio 1419]. Cerchiamo una conferma
della data. Guarino cono- sceva senza dubbio precedentemente la silloge
pliniana delle 100 lettere; ma il nuovo trovamento gli porse occasione di
rileggere il testo, del quale infatti incon- triamo molteplici tracce in una
lettera ^:ì: Castro rupto Vallis Policellae XVII kal. sext, [141 9]. Ecco i
raf- fronti (*): Plinio V 6. Guarino (cod. Est. 57 f. 180 ecc.) § 3. Accipe
temperiem caeli re- Erit et vobis cognitu et mihi nar- gionis situm villae
amoenitatem , ratu non iniocundum, si quae sit quae et tibi auditu et mihi
relatu caeli temperies regionis situs et vil- iucunda erunt. lae amoenitas
scripto meo intellex- eritis. (i) magis omm. codd. (2) Secondo L. Traube, Palaeogr, Forsch. IV (in
Abhandl. der hist. Kl. d. k. Bayer. Akad.
d. Wiss. XXIV, p. 28-29), i rarissimi codici classici scritti a tre colonne
sono da assegnare o ad alta antichità o a origine provinciale (p. e. spagnola).
(*) Comparve la prima volta in Museo di antichità class. Ili, 1889, 355-6. 6.
PLINIO. Aestatis mira clementia; sem- Tanta aestivi temporis clementi» per aer
spirita aliquo movetur, fra- est..., aerem nunquam stare ac suavi quentius
tamen auras quara ventos semper prò votis spiri tu moveri habet. sentias; raro
ventos habet... saepitu autem auras. § 6. Hinc senes multi; videas avos Grandes
itaque natu plurimos hic proavosque iam iuvenum, audias fa- cernere licet, avos
ac proavos..; sunt bulas veteres sermonesque maiorum; qui ita memoriter quae
iuvenes ipsi cumque veneris ilio, putes alio te viderint audierintque
recenseant....; saeculo natura. quae cum attentissimus accipio, alio quodam
saeculo mihi natus videor. § 7. Regionis forma pulcherrima; Quid regio ipsa ?
quam pulchra imaginarc amphitheatrnm aliquod forma! apricae valles... cinctae
mon- immensum lata et diffusa plani- tibus..., colles quasi theatrum cir- ties
montibus cingi tur. cumstant: lata quaedam a fronte et diffusa planities. § 8.
has inter pingues terrenique ii quidem pingues nec saxei sed colles (neque enim
facile usquam terreni cum planissimis arvis ita de sazum etiam si quaeratur
occurrit) fertilitate certant... planissimis campis fertilitate non ccdunt. §
11-13. Prata florida et gemmea trìfolium aliasque berb:u> tcneras scraper et
mollcs et quasi novax a- lunt, cuncta cnim pcrcnnibus rivi» nutriuntur; ned ubi
aquac plurìmum I iliis nulla, quia devexa terra quic- ,11 i liquorì» ncccpit
nec absorbuit rffundit in Til)erìm. Modion ilio a- grot »ccat navium paticnx
oranciiquc f ruget dcvehit in urbcra, hicmc dura- tnxAt et vere; aeNtatc
wammittitur immen*ique flamini» nomeo Oliveta undique, arbusto surgunt nec
vivax pratomm deest virìditas, quae florcs trifoliura ser- pyllum ceterasque
herbas teneras et pubente« pariunt et nutriont; eai nanquc perenne» alunt rivi,
ibi enim aquarum Hatis, fonte* plurimi, \MÌUh nulla; quia quicquid liquorti
devexa tellua excipit, nutquain per inomn ■edere patitur: aut enim ad alendm
quae creavit abeorbet aut quaai tri- butaria tranifnndit io Atbaaim, qui 360 R.
SABBADINl. alveo deserit, autumno resiimit. Veronensem agrum secat, non rae-
diocrium navium.... patiens; nec... magni nomen fluminis amittit nec aestate
aquae altitudine desti- tuì tur.... § 14. Villa in colle imo sita prò- Ea villa
est molli fundata clivo, spicit quasi ex summo: ita leniter et ita sensim sine
sensu crescente, ut sensim clivo fallente consurgit, ut non ante te ascendere
intelligas, cum ascendere te non putes sentias quam ascendisse te videas.
ascendisse. § 41. Ncque enim verebar ne Quae si legentibus ullum laborem
laboriosum esset legenti tibi quod afferent, deposita interdum epistula visenti
non fuisset, praesertim cum oculos a lectione et animum ad re- interquiescere,
si liberet, deposita- rum lectarum cogitationem advocare que epistula quasi
residere^saepius poteritis sicque interquiescere et posses. quasi residere
licebit. Se il Plinio e i mirae vetustatis codices, sacri ferme omneSy furono
mostrati a Guarino, come non è a du- bitare, nella biblioteca del Capitolo,
perchè mai non lo colpirono altri volumi mirae vetustatis, quali Ausonio,
Catullo, Cicer. ad Att. ? Il suo silenzio significa che purtroppo quei preziosi
cimeli erano già stati trafugati . Seguono ora alcuni passi delle lettere di
Guarino, nei quali si parla del nuovo Plinio (*). Guarino trasse dall'antico
archetipo una copia per il Gualdo. Cosi infatti gli scrive: Epistulas Plinii
non emendavi, difficile enim fuit illud exem- plar extorquere. ....Illud
antiquum Plinii volumen transcribitur. Ex Verona V kal. ianuar. 1420 (= 28 die.
14 19) (i). {*) Comparve la prima volta in Museo di ant. class. II, 1887,
433-36. (I) Cod. Ambros. F. S. V. 21 f. 6. 6. — PLINIO. 361 Più tardi ebbe di
ritorno dal Gualdo un Plinio; for- se fu la copia eh' egli fece trarre dall'
archetipo. .... Venit in terapus
Plinins noster, quem benignissirae excepi, vel quia tuus hospes fuit. [Verona 1422] (i). Dopo questo tempo il Plinio
gnariniano usci da Ve- rona, non si sa dove. Nel principio del 1424 infatti lo
faceva rintracciare dal Biondo a Venezia; al quale cosi scrive: Nunc tempus est
ut Plinium nostrum venari inceptes, ut te duce eum faciam in patriam reducere.
Veronae XV kal. febr. [1424] (2). Nel principio dell'anno seguente esso era in
mano del Biondo, il quale se ne traeva una copia. Guarino lo sollecita che
glielo rimandi, perché doveva farlo trascrivere per il Capra, arcivescovo di
Milano: Opus habeo ut transcribi faciam Epistulas Plinii amici causa, magni
hominis et viri singularis, idest archiepiscopi Me- diulani. Cura igitur ut vel
tuas vel meas buie ad me nuntio dea. Tran- scriptac remittentur e vestigio; et
si cunctas nondum absolutas habes, mittes qnas transcripsisti; rcliquum
absolves interim. ! \ Verona XI ianuarii [1435I (3). Indi Guarino torna a
sollecitcìre il Biondo per mezzo di Francesco Barbaro, a cui scrive: t) Cod.
Vindobon. 3330 f. 150. 2) PiiM>lic;ita da R. S,.!>1..i.|iiii in (ieigcr's
ì'ierul/nhrsschri/t /Ur Kul Kenaùsana- <3; Ib. p. 510. 363 R. S.. .... Quid
de Plinio (factum sit) fj8éco? àxoi5aaip,i an omnino ixTcavew spes debeam. Ex
Verona Vim raartii [1425] (i). Nel luglio il Biondo gliene aveva mandati alcuni
quinterni; Guarino gli risponde: .... Aliquos accepi a te quinterniones
Epistularum Plinii, de quibus quid fieri velis audio.... Redeo ad E p i s t u 1
a s . Scis ar- chiepiscopus (Mediolani) ipsus quam in omni re magnificus sit et
inpri- mis in libris comparandis. Cupit igitur Epistulas ipsas quam ornatissime
scriptas et cum ipsius dignitati tum ipsi auctori peridoneas. Vale et cum ipsas
absolveris, meum fac ut habeam exemplum, licet remissurus sim; tamen iam tardum
esset, quoniam initio tuae sunt inemendatiores, quas iam librarius absoluturus
est. Itaque quas mitti volebam, mitti nolo; eas retine sed cura ut charta illa
suo reddatur loco, quam mihi solutam va- gamque commonstrasti. [Verona luglio
1425] (2). Nel 1427 la copia di Guarino stava nelle mani di uno, da cui era
difficile ottenerne la restituzione. Ne parla cosi in una lettera al Gualdo: De
Plinio certe liberalis factus sum invitus ne, ut in proverbio Graecorum est, «
leonem tonderem >. Nam cum et benigni- tate sermonis et omni humanitatis
genere demollitus homo facile insur- gat in iram, nolui meo crimine hominem
illum irritare, sed paulo post temptabo si Plinii reditum in patriam ab eo
impetrare fas mihi fuerit. Novo quodam utendum est aucupio cum bisce hominibus,
qui se pri- mos omnium dici volunt ncque sunt, ut si non amicos, at saltem non
inimicos eos habeamus. Quicquid autem sit, te ab eius restitutione li- berum
facio et indemnem reddo, etiamsi perire opus sit vel ab natali (i) Cod.
Capitol. di Verona CCXCV f. 36. (2) VierUljahrsschrift p. 512. 6. — PLINIO solo
futurus semper sit extorris. De ilio autem postliminio vendicando cura mihi sit
Veronae VITI kal. sept. 1427 (i). Nel corso del 1427 stava per essere ultimata
la co- pia del Gualdo, al quale scrive: Expectabam ut librarius absolutas
redderet £ p i s t u 1 a s tuas, quibus desunt quinterniones tres ut ad portum
tandem perducat. [Verona 1427] (2). Nel principio dell'anno seguente restituì
l'esemplare al Biondo con questa lettera: Epistulas diu recepisses, si tuus
ille furcifer insalutato minime discessisset. At vero posteaquara viam
edocuisti, illas ad caris- simam utrique nostrum Nicolaum (Abbatiensem) (3)
dimittam. Huic au- tem tabellario eas credere non sum ausus; ita enim tutus et
securus viator ingreditur iter, ut * coram latrone cantaturus ' potius quam
sup- plicaturus sit: adeo pannis vacuus rebusque visus est. NoUem ut si eum
imber adoriretur, P 1 i n i u s daret suae paupertatis poenas. Ex Verona XVIU
feb. 1428 (4). Verso la metà dello stesso anno 1428 raccomandava al Lamola, che
era in Lombardia, di cercar colà qual- che codice delle lettere di Plinio. Noli
delatigari, Lamola mi optime, in pcrquirendis doctis viri» idcst antiquis
codicibus, quorum ista referta esse debet Liguria; cunctas recensc bibliothecas
et sepultos in pulvere ac sordibus ad luccm munditiasqne revoca et cxsuKcitn.
Kpistulas Plinii vctustas rc- perìrì posse auguror. (Verona metà del 1438J (5).
(1) Cod. Arundel 70 f. 15». '2) Cod. Vindobon. 3330 f. 151. \) A Ferrara, dove
allora si trovava il Biondo. (4) ViertilJaMrssehri/t p. 5 16. 364 ìl*
sabbadini. Nel 1429 si occupava di far trarre copia del suo Plinio per il
Madio. Su questo proposito scrisse due volte a Battista Zendrata. .... Paulo de
Pretto scribo super E p i s t u 1 i s illis, quem roga per te ut mihi velit
inservire in absolvendis illis, quibus pars minima restat; non ero ingratus. Ex
Argenta XEE iulii 1429 (i). Ad rem d. Madii venio Dolco Bartholomaeum illum
Flo- rentinum non inservisse d. Madio, ut debebat et obligatus est; nec mea
unquam defuit diligentia instantia et urgentes preces. Testor deum et angelos
sanctos eius, me nullum iniunxisse illi opus transcribendum prò me, ut opus d.
Madii absolveret; fuisse autem dorai meae sumptibus meis sine uUo mihi collato
fructu menses sex totos. Unde et mihi plu- rimos debet ducatos; totum autem
patienter tolerabam, ut illas perficeret Ep i s t u 1 as . Ex S. Biasio XXn
octob. [1429] (2). Più tardi chiede con due lettere a Filippo Regino il proprio
Plinio di ritorno, il quale stava in mano di Antonio da Brescia. .... Tu curabis
Epistulas ilìas Antonianas mittere ut eas ha- beam, ' quarum indiget usus '. Ex
Ferraria in kal. ianuar. 1429 (3). .... Librum Epistularum petenti lacobo
(Ziliolo) condona. Ex Ferraria XXI aprilis 1430 (4). L' ultima notizia del
codice guariniano di Plinio è (i) Cod. Ambros. C 145 inf. f. 35 iv. (2) Cod. Vatic. Palat.
492 f. 178. (3) Cod. Marc. lat. XIV
221 f. 83. (4) Ib. f. 83. 6. — PLINIO. 365 del 1449, quando gli fu chiesto in
prestito da Nicco- lò V per mezzo di Poggio (i). Il Plinio Capitolare, secondo la
descrizione di Gua- rino comprendeva epistulas circiter CCXX. E in verità
sommando le lettere dei libri I-VII. IX (Vili), tolta la IX (Vili) 16, che
manca a questa famiglia, otteniamo il numero di 122; Guarino dunque non contò
male. Della medesima collezione parla A. Decembrio (*) nella Politia literaria
(I 4) pubblicata Tanno 1462: * Qua- rum nuper centum et viginti quatuor cum
priorìbus inventae '. Quel cum prioribus si dovrà intendere nel significato di
praeter priores, riferendo le priores alle 100 comunemente note. Addizionando
con le 100 le 124 nuove si raggiunge il totale di 224: siamo pertan- to anche
qui vicinissimo al numero effettivo di 222, ♦*♦ Il Plinio veronese era arrivato
anche a Milano (**), dove ne possedeva una copia l'arcivescovo Francesco
Pizolpasso (m. 1443), conservata ora nella biblioteca Ambrosiana sotto la
segnatura I 75 sup. (membr.). Nel f. I è dipinto lo stemma del Pizolpasso,
circondato dalle lettere F R (anciscus). In fine: Plinii Secundi e- pistolarum
liber octavus et finis explicit. Le epistole so- no numerate da I a CCXXXIIII;
ma la I 20 è divi- sa in due e dal n. CXL Villi si salta al CLX. Inoltre ( t )
Foggii Epist., coli. Tonclli IH p. 1 8 con In data: Romae die VH (ice. 1449.
(*) Comparire la prima volta in Museo di antiehilh tlass. Ili, 1889, 356. (*^
Comparve la prima volta in Ahuto di antichità tttus* HI, 1888» 79-86. 366 R.
SABBADIKI. manca la IV 26, come nella classe delle cento, e la IX (Vili) 16,
come nella classe degli otto libri: prova manifesta che la redazione è
contaminata. Il greco fu aggiunto da una seconda mano nei libri che derivano
dalla famiglia delle 100 lettere. Cosi p. e. in II 12, I il testo primitivo
dava: ***** idest ne- gociolum illud quod superesse; la seconda mano riem- pi
la lacuna con AnroupYtov. Una terza mano, che for- se è tutt' una con la
seconda, scrìsse più tardi in mar- gine la traduzione dei passi greci. Di
questo codice parla Pier Candido Decembrio nel seguente bigliettino (*): Petrus
Candidus Francisco Pizolpasso Mediolan. pr aesuli s, [i) Dum nihil ago utilius,
perlibenter Plinii tui libros inspicerem, praevi- surus utique an emendatìone
magna indigeant, ut quid et quatenus per me fieri possit aestimaturus. Vereor
enim ne minimum ingenio meo con- suluisse videar, si opus ut intelligo aetate
nostra mendatissimum ipse emendare coner, aut humanitati tuae nequaquam
indulsisse, si diffiderim. Vale. Parrebbe da supporre che i passi greci siano
stati introdotti e tradotti dal Decembrio: e la supposizione acquista conferma
da quest'altra sua lettera (2): (*) Questo § è nuovo. (i) Cod. Riccard. 827 f.
28v. (2) Cod. Riccard. 827 f. 24. 6. — PLINIO. 367 P. Candidus Michaeli
Pizolpasso s, l,actaDtiain tnum quem ad ine mutuin elingneinque misisti, ad te
bi- dui cura doctum oniatumque remitto, ita ut graece loqoi sciat et latine
dare intelligatur. Nihil a me praetennissum est diligentiae ut correctum graece
legas.... Ora il Lattanzio di cui qui si parla è l'Ambrosiano A 212 inf., già
posseduto dall'arcivescovo Pizolpasso.* e su di esso si vedono le citazioni
greche intercalate e tradotte dal Decembrio. Confrontate le scritture del greco
e delle traduzioni tanto nel Lattanzio quanto nel Plinio, si rivelano della
medesima mano. A Milano possedeva le Epistole di Plinio anche Ze- none Amidano
che ne discorre in due lettere a P. C. Decembrio: Zefio Amidanus Petro Candido
s. {\) Effecit diebus superioribus repentìnus abitus a Mediolano meus ut e-
pistolas Plinianas meas, quas usui nulli (nullo cod^ tibi fore propter
Rcripturae vitium dixeras, reliquerim. Quare cum istuc nunc proficiscatur
dominufi Gerardns Biragus noster, postea item ad nos rediturus, easdem obsecro
vel petenti illi tradas vel ne petenti quidem domum mittas. Fie- ri eniin
posset ut (in cod,) maioribus nonnullis distento negotiis conve- niendi tni nec
flagitandi illas potestas haudquaquam relinqueretnr. Ali- divi enim nonnullos
hic volumen illud habcre satis emendatum. Itnque curabo, modo meas habcam, et
cas corriRi, quac postcn tibi scniper in promptu ernnt. Saepe mihi cum Fojjgio
et Aurispa viribquc his < hniMiiis (t dortis- tfanit, quibus vel littcris
vel consuetudine aliqua co^jinHis n., <lr tr ler- mf) ty\. Ex illif iuuuB lum plurimam tibi
lalutcm dicere; itaque tu et iUorum et meo etiun nomine vale. [Firenxe
1439-41]. (I) Cod. Riocard. S.. Zeno Amidanus Petra Candido s. (i) Placet mihi
vehementer quod propositum mutaris statuerisque episto- las illas Plinianas
emendare. Nam etsi minime dubitem propter earum incorrectionem provinciam hanc
non mediocri tibi labori, ne dicam fa- stidio, merito futnram, tamen cura et
praedicatione tua et hortatione non mediocriter Plinio ipsi affectus sim, quid
malim potius quam epistolas ipsas emendatas et per te praecipue etiam, cum ea
secum et familiari- tate et consuetudine devinctus sis, ut nulla coniunctiore
amicitia et pro- piore (^propriore cod^ sermone, quam Plinii utaris. Itaque non
modo per me licet tibi epistolas ipsas emendatas reddere, sed id ipsum
recipienti tibi plurimas habeo gratias ultroque ad ipsum te opus exoratum esse
velim. Quod autem nihil tibi de Commensi (2) nostro scripserim, id ipsum visum
fuit mihi superfluum, adveniente istuc d. Gerardo Birago.... Domino autem
Poggio et Aurispae commendatum te, ut iubes, feci... [Firenze]. Le due lettere sono del tempo in cui l'
Amidano assisteva al Concilio di Firenze (1439-42). Delle Epi- stole Pliniane
avevano, egli dice, a Firenze un volumen satis emendatum: sarà da pensare al
cod. di S. Marco 284 (ora in Laurenziana), uno dei capostipiti della fa- miglia
delle 100 lettere. Il codice di Pomponio Leto? (*) Richiama particolarmente la
nostra attenzione il co- dice Ambrosiano H 65 sup., membr. della seconda (i)
Ib. f. 87. (2) Francesco Bossi vescovo di Como. (*) Questo § è nuovo. 6. —
PLINIO. metà del secolo XV. Proviene dal fondo di Gio. Vin- cenzo Pinelli, che
sul foglio 2v di guardia segnò il proprio nome: /. V. P."' Appartiene esso
pure alla classe degli otto libri; alla fine: Explicit liber octavus (IX) C.
Plinii Secundi Vero7ie7isis. Quel Veronensis ci rivela che il copista
accoglieva 1' origine veronese di Plinio, ma non senza qualche dubbio, poiché
in mar- gine al f. 58V, dirimpetto a IV 30, 3 glossò: ' Ex hoc lacu, qui penes
Comum est, alteram quam Veronam Plinio patriam fuisse coniectandum est: nisi in
altera natum, altera donatum dicas. ' E al f. 82V, di fronte a VI 24, 2
tminiccpsy ribadisce il dubbio: * Municipem se appellat Comi, non Veronae '.
Questo codice fu copiato tutto da un solo amanuen- se, molto esperto, il quale
scrisse contemporaneamen- te i luoghi greci: e di greco s' intendeva, perchè
sui margini incontriamo note di tal genere: f. iiv (I 20): Egregia epistola
xepl Ppap>.OYta(; xa\ (xaxpoXoYCag *; e simili altre, dove son
promiscuamente adoperate le due lingue. Le chiose marginali non sono molto
numerose, ma sempre assennate e dotte; p. e. a III 1 8, dove Pli- nio parla del
Panegirico: * Extat haec gratiarum ac- tio '; a in 7, dove si annunzia la morte
di Silio, cita il carme VII 63 di Marziale, ecc. Il testo è contaminato della
classe delle 100 lette- re e della classe degli otto libri e mostra una singo-
lare rassomiglianza con quello della ed. pr. del 147 1; senza però che Tuno
derivi dall'altro. Si potrebbe arrischiare una congettura sul copista e primo
possessore del codice, '^•li m irtfìni occorrono ft. sABBADun, Ttsti latmù 14.
K. SABBAOINI. molti segni di richiamo: più frequentemente NOTA (scritto
verticalmente), poi FNQ (= Yva)|j.Y) p. e. f. 4V, 8ov), e CH (=^
crY)|jLetù)<jai p. e. f. io, ySv, 86 ecc.). Que- st'ultimo segno è adoperato
specialmente da Pomponio Leto. A Pomponio inoltre risale la sigla in cui un (o
s'intreccia con un p (=(J)paTov) (i). Essa si trova due volte, al f. 55, di
fronte alle parole (IV 19, 4): ' ver- sus quidem meos cantat etc. ', e al f.
ói^ di fronte alle parole (V 5,4) ' mihi autem videtur acerba sem- per et
immatura mors etc. '. Sarebbe lecito pertanto supporre che il codice sia stato
copiato da Pomponio, se non lasciasse gravi scrupoli la scrittura. Inoltre è da
osservare che quelle sigle greche, di origine bi- zantina, compariscono sui
margini di altri manoscritti latini. Per chi volesse andar più a fondo della
questione, soggiungerò due altre note marginali, che si riferisco- no ai tempi
del copista: f. 77V, di fronte a VI 13, 4 singulos enim integra re dissentire
fas esse '] Sena- torium preceptum quod nunc servat senatus Venetus; f. 100, di
fronte a VII 25, 4 * nam tantum utraque lingua valet '] Haec laus hac aetate de
Nicolao Se- cundino dici potest. — Il Sagundino morì a Roma il 23 marzo 1463
(A. Zeno Diss. Voss. I 345). Nella nota egli è supposto ancor vivo. (i) Di
questi segni di richiamo ha pubblicato un fac-simile V. Zabu- ghin, Giulio
Pomponio LetOt Roma 1909, I 60. 6. — PLINIO. Pseudo-Plinio. (*) Fu dal
Gamurrini pubblicata nel 1883 (i) una let- tera di un Leonardo Aretino, nella
quale si parla di venti orazioni di Plinio il giovine e di una di Sveto- nio.
All'infuori del Teuffel, (2) che crede trattarsi di un equivoco, e dello Schanz
(3), che nega ogni fede alla notizia, non so se nessuno abbia discussa la
questione; ad ogni modo credo utile riprenderla in esame e cer- care di
risolverla, per quanto è possibile. E a questo scopo reco quattro lettere del
suddetto Leonardo Aretino: una (III) è quella stessa pubblicata dal Gamurrini,
della quale io miglioro in alcuni punti la lezione; le altre tre sono inedite.
Tutte quattro de- rivano dal codice Laur. Strozziano 104 f. 14-15 e ven- gono
qui riportate nel medesimo ordine del codice, I. Leoftardus Arretinus Laurentio
salutem auanipIurÌDiaìn dicit. i'oiiicmm orani, mi i-aurcnti vir (.jjiinic, si
alia se niihi materia scri- ondì ingereret, saltem quod in buccam prìmum
vcnirct, illud me tibi crscribere; itidem factttrum te verbis band ambiguis
confirmasti. Sed nde, quaeso, potuit tantus error procedere, ut inter perìtos
Htterarum t certe amioos verba data sint ? Kgo quiflrm, meum fatcbor vitium,
(•) Comparve la prima volta iu Kiiuia y. .;...., i ..;..;.... 1 52. (1) In
Studi e documenti di storia e diritto^ IV p. 14 ) (2) Irtiffcl, Gtsehiehtt der
rómisthtn Literatur {^ e 6* edi*.' § 340, 3, '' \y S( h.-iiiz, C.tsch. iler r,>m.
filler., 6 44C, ^* »«1. Hì\x,. J).
^i^l «.4. ^^i R. S.. perseverabam nihil scribere, consciiis errati mei, nisi te
sensissem in ea- dem culpa esse. Nunc autem libentius operam dedi, ut primus
hoc silentium rumpe- rem, quo et tibi excusatior esserti et amicitiae nostrae
vel superior vel acceptior forem. Scio tamen paratum esse tibi tuarum
occupationum ma- gnum argumentum; illud etiam fortasse dices: te meas
interpellare no- luisse (i). Sane ita sit, dum tu mihi id remittes; ncque enim
sum qui meam gravare causam [velim], (2) dum plus aequo tuam premo. Unum deinceps
inter nos conveniat: sit hoc paratum genus venìae; ista quidem nimia facilitas
nonnunquam peccare docuit; temperetur ergo iusta severitate {3); hoc me tibi
pacto astringo: si de cetero me tandiu cessantem videris, tuo me indignum amore
iudicato; scias cui me subi- cias poenae; nullum excogitare potui maius
supplicium, non etiam si morte dignum dixissem. Tu vero quo me tibi astringis
pacto ? praestat, ut arbitror, hoc mihi existìmandum relinquere, quam nova in
verba iu- rare. Vale. n. Leonardus Arretinus Laurentio suo salutem quamplurimam
dicit. Quantam ex tuis litteris perceperim voluptatem, Laurenti mi suavis-
sime, ex hoc potes intelligere, quod eas testes egregiae voluntatis (4) tuae
magna cum diligentia servo. Desino iam de te sollicitus esse. Re- cognosco
veterem Laurentium; nunc te laudo; didicisti quidem te ipsum vincere et piane
doces nullum esse dolorem tantum, cui tandem sapiens vir non imperet. Perge quo
coepisti et subinde te confirma. Subicerem acres tibi stimulos et currentem
adhortarer (5), nisi spera dedisses mihi (i) voluìsse cod. (2) velim om. cod. (3)
severitatem cod. (4) voluptatis cod. (5) abortarer cod. 6. — PUNio. 373 neminem eorum, quos modo novi, esse cui te magis
creditum velitn, quam tìbi ipsi. Quod fratrera meum acceptum habueris, etsi hoc
raihi antiquum sit, ita tamen gratum fuit, ut nec tu nec Appius meus quicquam
gratius fa- cere potueritis. Particulam quandam scripti mei, etsi amice, non
tamen satis aeque reprendisti; quid enim quod vel trepide vel dubìe tecxmi a-
gam ? Scripsi id vereri, ne meae prò fratre meo preces apud te essent ingratae,
cum id ex vera longe amicitia sublatura esse oporteat: quis e- nim amicum
rogabit, qui se ipsura rogaturus non sit ? Ego vero semper ita de amicitia
cogitavi, [ut] (i) una et eadem prorsus anima diversa regat corpora. Volo tamen
ut eo me affectu saepe arguas; subicis qui- dem velut quasdam amori nostro
faces; nam interdum * amantium rixae *, ut apud tuum comicum (Teren. Aìidr. IH
3, 23) saepe legis, * reinte- grati© est amoris.' Vale. m. Leonardus Arretinus
Laurentio suo s, .3.n:piu> .ni le si-iibereni, Laurenti mi suavissime, nisi
ea te constan- tia praeditum esse cognoscerem, ut certe noster amor nec
intermisso rc- mitti siicntio nec litteris intendi iandudum consuevisset. Huc
etiam ac- cedit bumanitas et benivolentia tua, qua etsi multum apud omnes uta-
ris, maxime tamen in amicorum vel erroribus vel ncgligentia certare te
'!f!lcctat. Non ergo quia tuac diffidam amicitiae quicquam (2) tibi scribo
s«:fl ut meo desiderio morcm geram. Quantam enim ex tui» litteris vo- luptatcm
capcrem, tantam ex mcis te coniecto sumere. Lìbct (3) enim tcctim aperte loqui:
co quidem (4) u«quc nostra processit amicitia, ut nec tacitas cogitationes tuas
nec suspiciones assentationis vercar. Amo te, mi Laurenti, nec sino tu unum me
dclcctant studia. S«!d postquam rct» tua te a me distraxit nec me tibi
praesentem mea (l) ut om. cod. <3) quodcumque G (•- Gamurrini). (3) lice! G.
(4) quod (7. 374 R* SABBADINI. permittit (i) necessitas, inveni quo pacto hanc
nostrani iacturam tempe- rem: communicatum esse volo, si quid apud me est, quod
(2) tibi pro- desse arbitror. Habui clarissimas orationes Sec. (3) Plinii
numero viginti, unam praestantissimi viri Suetonii Tranquilli; festino tam (4)
ad earum (5) copiam, quam ad lecturam; iam totus ardeo in eo (6) studio,
nunquam mihi fuit ita fervens animus. Magnum aliquem spero inde fructum eli-
cere, qui si aliis (7) futurus sit, nescio. Illud etiam (8) confido, quod (9)
si tu absens et Sempronius eritis (io) praesentes, mecum non mediocrem
percipietis utilitatem. Vale. IV. Leonardus Arretinus \_Laurentio] salutent
quamplurimam dicit. Postquam a gravissimis opportunitatibus meorum studiorum
respirare concessum est, Laurenti carissime, visum non sine amicitiae nostrae
cri- mine ullum tempus transire, in quo vel non tacitus agam tecum aliquod vel
ad te nostra dignum amicitia perscribam. Libenter igitur crebras ad te mitto litteras, neque dum
rescribis expecto. Cupio ex te scire, mi Laurenti, etsi optime de te mihi
persuadeo, quid agas, cum quibus ver- seris, quae te potissimum delectent (12)
studia. Nam nimius (13) et in- (i) promittit cod. (2) quidem G. (3) seri cod.t
secundi G. {4) tam om, G. (5) eam cod.y G. (6) in eo] meo G. (7) alii cod„ G.
(8) enim G. (9) qnod om, G. (io) erit cod.^ G. (11) volnptatem G. (12) delectant
cod, (13) animum cod. 6. — puNio. 375 credibilis in tanta rerum turba
perspectus est optimarum artiura amor et ardens voluntas. Scio te
occupationibus tuis aliquod tempus subducere et id totura litteris conferre, in
quo vel tecum ipse vel apud aliquem doctum virum proficias. Quod si ita est,
aeque tuo, mi Laurenti, pro- fectu ac meo gaudeo: neque enim tuum quicquam,
postquam te amare coepi, divisum a me duxi, adeo ut (i) cuncta nobis bona
pariter ac ma- la communia censeam. Sin aliter est et rex qui te (2) pulcherrimae tuae rei
publicae imposuit et totum ab (3) hoc sancto proposito distrahunt officia,
queror tecum et dolco. In qua re te non hortor solum sed piane etiam oro, ut,
quantum honestas et fides tua patitur, interdum velut ex tempestate in portum
et (4) ex hoc rerum tumultu in aliquod pulcher- rimum et litterarium (5) otium
te subducas. Et quod « auferebatur, » collige et conserva; non dico quod excedi
debeat, cum nullum tibi va- cuum sit; neque quod « subripiebatur, » quia
negotium tibi ncgavit o- tium et voluptates. Collige itaque id solum quod nimia patriae, si ni-
mia dici potest, sollicitudo cura in praesens (6) tibi aufert et hoc ipsum
serva. Nihil est enim ex omnibus quae novi, quod tibi et tuae rei pu- blicae,
si cxitum offendis, maiorem possit fructum afferre mihique et iis, qui te
beatum esse volunt, sinccram magnam voluptatem conficerc. Fac valeas. Il
Gamurrini non dubita punto, che queste lettere siano di Leonardo Bruni; io però
non solo ne dubito, ma lo neg^o risolutamente. Anzitutto nella lettera II lo
scrivente accenna a un suo fratello; e il Bruni di que- sto fratello non parla
mai nel suo epistolario. Dall'al- tra parte la costruzione stentata e spesso
erronea e il l'i) «deo et eod, (3) «it et requieta et cod, (3) ad cod, (4) te cod,
(5) littenuum cod. (6) mram preeena tod. 376 R. SABBADINI. fraseggio secco e
scorretto non sono certo del Bruni, come non è del Bruni la vacuità del
contenuto. Ag- giungo poi che il Bruni dinanzi a venti orazioni di Plinio non
sarebbe rimasto freddo, come il nostro scri- vente, ma avrebbe dato sfogo al
suo entusiasmo e degnamente apprezzata la straordinarietà della scoper- ta,
egli che sapeva benissimo quali scritti dei classici erano periti e quali
sopravvissuti. Le quattro lettere pertanto non sono del Bruni; e con ciò la
notizia delle orazioni pliniane e della sve- toniana perde gran parte della sua
importanza. Ma io vorrei anche andare più oltre. Quell' Appio della let- tera
II e quel Sempronio della III mi hanno l'aria di due nomi inventati; senza dire
che il tono delle let- tere è molto scolorito e che le scarse allusioni a fatti
positivi sono troppo generiche; onde io suppongo che esse siano lettere
esercitatone o rettoriche, come si voglian chiamare. Se a qualcuno facesse
scrupolo la menzione precisa p. e. del fratello e delle venti ora- zioni
pliniane, dia un'occhiata alle lettere esercitatone di Gasparino Barzizza, e vi
troverà menzione di fatti precisi, che sembrano desunti dalla realtà. Del
nostro presunto Leonardo Aretino recherò u- n'altra lettera (i). Bartholomaeo
Cozzae congregationis Lateranensis canonico Leonardus Aretinus s, d. Quam diu,
cum ecclesiastici declamatoris muiiere in fiorentina synodo fungereris, et [te]
de facie novi, virorum eloquentissime, et tuam gratiam (i) Cod. 761 f. I della
biblioteca Comunale di Verona. I 6. — PLINIO. 377 sum aucupatus ! Nunc autem
accepto nuntio, itcrum apud Florentinos commorari, placuit Alexandruni affinem
meum una cum meis litteris ad te mittere; uberiores sane dedissem, sed magnus
animi angor, quo vehe- menter premer, ne dicara oppriraor, id prohibuit, quod
etiam ex ipso meo Alexandre abunde cognoscere poteris; cui non tantum omnimodam
fidem exhibebis, veruni etiam hoc quaeso in me couferas gratiae: nul- lum mei
iuvandi locum praetermittas. Vale. Aretio kal. scptembris MCCCCL. Il
destinatario di questa lettera è falso. Essa appar- tiene a una serie di
documenti, nei quali una mano del sec. XVII sostituì, non so per quali fini, al
nome di Timoteo Maffei, canonico lateranese del sec. XV, il nome ipotetico di
Bartolomeo Cozza; ma gli altri no- mi non furono sostituiti e ciò diciamo cmche
di quello del mittente Leonardo Aretino. Nella data dell' anno 1450 abbiamo una
nuova prova della falsificazione, perchè il Bruni morì nel 1444. Ci fu pertanto
un umanista che per esercizio retto- rie© assunse la maschera del Bruni e in
nome suo compose alcune lettere. Ciò dev'essere avvenuto quan- do si divulgò la
notizia della scoperta del Panegirico (li l'Inno. Ho detto per esercizio
rettorie©: e questo è indubitato per 1' epistolario esercì tatorio del
Barzizza; ma in altri casi, e forse in quello preso qui a consi- derare, si
potfi c(jn^'-iunL,''L'r(j o si coiiLfiunse anche la frode (i i) < fr. i;i
generale R. S.ibbadini, Z^ scoperti dei codici latini $ greci 174*76. Su altri
due omonimi di Ix^nardo Rruni vedi una notisia di F. F. Luìao in Giorn, stor.
Uttcr. itai. 32, 148-55. Di quei due, uno, I priore dei moniutcro degli Angeli,
è pertona reale; l'altro, l'autore della lettera a Martino V, ritengo fìXium,
vn. QUINTILIANO. I La scoperta del Clétnangis. (*) Il testo di Quintiliano
adoperato comunemente nel medio evo era mutilo, mancava cioè delle seguenti
parti: Epist. ad Tryph., Prooem.^ I i, i-6; V 14, 12 — Vili 3, 64; Vili 6, 17—
Vm 6, 67; IX 3, 2— X I, 107; XI I, 71 — XI 2, 33; XII IO, 43 sino alla fine.
Nel 1 4 1 6 ne fu scoperto uno integro da Poggio a S. Gallo; ma in Francia
Quintiliano integro era noto molti anni prima. Sappiamo già che il nostro
Andreolo Arese (i) r aveva avuto di là verso il 1396: non però che l'a- vesse
trovato lui, sibbene ne entrò in possesso per mezzo dei suoi amici francesi. Le
prove di ciò sono custodite nella corrispondenza epistolare di Nicola da
Clémangis, pubblicata da tre secoli (2): le quali da tre secoli attendevano
paziente- (♦) Companre la prima vw.i.i ... /w. <j/<i di filoh-- xyviX,
191 1, 540.41. (1) Epistolario di C. Salutati, IH 146. (a) Nicolai de
Cleroaogiif Optra omnia, Lugdoni Rat., MDCXJIL 382 R. S. mente che i filologi
rivolgessero ad esse la propria attenzione. Ecco pertanto i luoghi nei quali il
Clémangis parla di Quintiliano: Epist. IV p. 20. Artis precepta, que me quoque a- pud....
Quintilianum legisse confiteor.... Epist. Ili p. II. Cum multa (vitia) ipsi etiam Cice- roni a
suis fuerunt emulis, Quintiliano teste (XII i, 14-22), obiecta. Epist. IV p.
22. Hinc est quod Cato ille superior, magnus vir ac doctissimus, oratorem
diffiniens ait: ora- tor est vir bonus dicendi peritus; ubi non primum posuit
dicendi peritiam, sed viri bonitatem (Quintil. XII I, i). Epist. V p. 25. De
poeticis autem est locus apud Quintilianum in libro de oratoria institutione,
ubi in omnium genere poematum Romanos et Gre- cos poetas invicem comparat (X i,
46-72; 85-100), sola dempta satyra, que * tota latina est ' (§ 93).... Neque
enim audet Virgilium, qui summus inter Romanos est (§ 85), aut in bucolico
Carmine Theocrito equare aut Homero in heroico (§ 86) nec Terentium comicum Me-
nandro: ' quo in genere dicit Latin os maxime claudi- care ' (§ 98), cum lingua
latina, ut ait, non sit capax illius attice venustatis, quam greca servat
comedia (§ 100).... Nec preterea Actium Pacuviumque tragicos (§ 97) Sophocli
aut Eurupidi, nec Horatium lyricum Pindaro.... Quin etiam precipuos romane
historie scri- ptores Salustium et Titum Livium Tuchitidi ac Hero- doto grecis
historicis componens, illis quodammodo adsimulare, non autem penitus audet
equare (§ loi)...; 7. — QUINTILIANO. 383 pag. 28. Varus (Verg. Ed. IX 35) autem
ipse tragicus extitit, quem cuilibet audet Greconim Quintilianus op- ponere (§
98). Epist. CXV p. 318.... ut quidam illorum scripserint ' musas ipsas sì
latine loqui vellent, Plautino maxime usuras eloquio ' (Quintìl. X i, 99). Come
vedono i lettori, il Clémangis conosceva il capitolo primo del libro X di
Quintiliano dal § 46 al loi: vogliano essi rammentare che i codici mutili nel
detto luogo cominciano dal § 108. \! Epist, V, dalla quale abbiamo tratto la
maggior messe di notizie, è indirizzata al cardinale Galeotto di Pietramala,
morto nel 1396 o 1397: perciò prima di quell'anno il Clé- mangis possedeva un
Quintiliano integro. E vero che i codici Parig. lat. 7231 e 7696, entrambi del
sec. XII (proveniente quest' ultimo dalla badia di Fleury- sur-Loire), recano
un frammento del libro X, cioè X I, 46-131 (i); onde si potrebbe supporre che
il Clé- mangis avesse veduto uno di questi due codici; ma da altri indizi
risulta che egli conosceva tutto Quintiliano. Le scoperte di Poggio. La prima
notizia (*) 1' abbiamo dal Bruni, il quale rosi scrive a Poggio (2): *
Quintilianus prius lacer atque disccrptus cuncta membra sua per te recupcrabit.
Vidi \\ ì (-il. i'icrviiif. ìM. i' . OiiMitiiMiii l 'c ifìsiit. in tu. r. 'S
Pft* rii 1890, LXXXU-LXXXVl. (*) Comparvt Ia prima volta in Rrvista di
filologia XX, 18911 307*8. (a) Leonardi Bnini Arct. F.pìst., IV 5. 384 R.
SABBADTNi. enim capita librorum: totus est, cum vix nobis media pars, et ea
ipsa lacera, superesset.... Florentiae idibus septembris MCCCCXVI '. La
scoperta fu perciò fatta tra l'agosto e il settem- bre del 141 6. Poggio mandò
subito a Firenze l'indice dei capitoli, perchè vedessero di che si trattava;
in- tanto egli poneva mano alla copia, intomo alla quale lavorò 54 giorni. Ecco
la sottoscrizione del Quintiliano Vatic. Urbinate 327 f. 235: Scripsit Poggius
Florenti- nus hunc librum Constantie die bus LI III sede apostolica vacante.
Reperimus vero eum in biblyotheca monasterii Sancii Galli, quo plures
litterarum studiosi perquirendo- rum librorum causa accessimus: ex quo plurimum
utili- tatis eloquentie studiis comparatum putamus, cum antea Quintilianum
ncque integrum 7teque nisi lacerum et trun- cum pluribus locis haberemus. — Hec
verba ex originali Poggii sumpta. Contemporaneamente se ne trasse un apografo
an- che Antonio Franchi, come attesta la sottoscrizione del cod. Vindobon. 3135 (CCXLVIII
Endlicher): J/. i^ Q. institutionum oratoriarum ad Victorium Marcellinum liber
ultimus (XII) explicit. Quem feci scribi
ego An- tonius Bartholomei Franchi de Pisis Constantie a. d, M.CCCCXVL Poco
tempo di poi Poggio annunziò le sue nuove scoperte con una lettera a Guarino
(i), nella quale fra l'altro sta scritto: Hec (Quintiliani et Asconii opera)
(i) Pubblicata parecchie volte, p. e. Poggii Épist. coli. Tonelli I 25; Bandini
Cod. lat. II 382; Zacharia Biblioth. Pistor. 48; Fabricius Bi- blioth. Lat. n
524. 7. — QUINTILIANO. 385 mea manu transcripsi et quidem velociter, ut ea mit-
terem ad Leonardum Aretinum et Nicolaum (Niccoli) Florentinum Scis quo sit in
loco, ut si eum voles habere, puto autem te quamprimum velie, facile id
consequi valeas. Constantie XVII kal. ianuar. 141 7 (= 1416). Qui la cifra 141^
va calcolata relativamente alle ca- lende di gennaio, sicché la data tradotta
nel nostro stile vale 16 dicembre 14 16. Questo metodo di datare non è molto
frequente nemmeno ai tempi di Poggio, il quale, credo, ha segnato quell'anno
sbadatamente invece di 1416. Calcolando del resto che Poggio si sia messo alla
trascrizione nel settembre, coi 54 giorni che v' impiegò giungiamo al novembre:
ciò che com- bina pienamente con la data della lettera. Di questa lettera
abbiamo due redazioni. La secon- da si legge nel Quintiliano Ambrosiano B 153
sup. f. 275V. Presento qui le differenze dell'una e dell'al- tra (*). Poggii
Fpist. ic(^^ 'FV. Tulli» Cod. Anibros. B 153 sup. I 25 anepigrafa; in marg.
epistola Poggius Fbrentinus secretarms (son lasciate vuote quattro righe
opostoliats p. s. d. Guarino suo per l' intestazione). \ 'eronensi, Licet inter
quotidiana» occupa- Licet inter varias occupationet tioncs tii;i9, prò tua in
omncs hu* tuas qui maximis in rebus continuo (♦; (.'omparvc la prima volta in
Studi itaL/iloL class. XI, 1903,351 •54. Mia lettera tengono dietro nel cod.
Ambrosiano gli indici dell'opera (ii Quintiliano. E. ftABHAMNI. 7>r/>
ttitini, 1^. -.86 R. SABBA DI M. manitate et benivolentia in me sin- gulari
iucundiim semper tibi litte- raruni mearum adventum non igno- rem, tamen ut in
bisce perlegendis praecipuam quandam praestes at- t entionem te maiorem in
modum obsecro: non quidem ob eam causam ut aliquid in me sit quod vel summe
ociosus requirat; sed propter rei dignitatem de qua scripturus sum, quam certe
scio, cum sis longe peritissimus, non parvam tibi cae- terisque studiosis
hominibus esse allaturam animi iucunditatem. Nam- quicquam ferme valerent
praecipue iis maxime praestant fuerint latinae linguae p. 27 ut nihil ei — meo
iudicio deesse videatur Cicero romanae parens eloquentiae et molestiae et
dignitatem plures erant Marcelli ac praestantes p. 28 eum modo simili intentu
revocaverimus auxilium rapi supplicium ut inquit mil. p. 29 pulvere squalentem
erant enim non in bibliotheca libri illi ut eorum quo ne capitalis quidem rei
damnati retruderentur versaris haud facilem aditum fore existimem litteris
meis, tanta est tamen apud me opinio humanitatis • tue, ut arbitrer te quoque
quo has paulum queas legere negociis tuis nonnihil temporis surrepturum: non
quidem ob eam causam ut aliquid in me sit vel quod summe ociosus requirat, sed
propter rei dignita- tem de qua sum scripturus, quam certe scio cum sis in ter
ceteros e- tatis nostre viros longe peritissimus, non parvam tibi esse
allaturam animi iocunditatem. Nam- quicquam valerent precipua iis maxime
prestent fuerunt lingue latine ut ei — meo iudicio nihil (nihil add, al. m.)
deesse videatur Cicero parens eloquentie ac molestie atque dignitatem plurimi
erant Matcelli et prestantes eum vestro (uro) simili interitu in avitam patriam
revoc — presidium supplicium rapi ut ait milibus pulvere refertum erant enim in
bibliotheca libri illi, non (non add. al. m.) ut eorum quo ne vita quidem
damnati detruderentur J. — QUINTILIANO. 387 Si essent — viros rimarentur Si
esset — viros recogno- ac recognoscerent secret Habes mi suavissime Guarine
Habes mi suavissime Johannes Vellem et potuisse libnim Velleni potuisse et
libnim consequi valeas. Vale et me consequi valeas. Cum hec scrip- quando id mutuum fit ama. Con-
sissem,supervenit Johannes Canutius, stantiae XVIII kalendas ianuarias vir
inprimis eloquens et mihi prop- anno Christi 141 7. ter ipsius probitatem
necessitudine coniunctus; quem cum rogarem ut curaret has ad te litteras
deferendas, se id munus dixit velie suscipere, sperans se prope diem isto
ventu- rum. Deinde cum mihi explicasset quoddam desiderium tuum plenum summa
honestate peteretque a me, quem sperabat plurimum posse, ut meam in ea re
diligentiam atque operam prestarem, pollicitus sum cum sua causa tum vero
maxime tua, me cum primum Leonardum Aretinum videro (nam litteris ista minime
sunt agenda) ab eo effla- gitaturum omnibus ut aiunt nervis quod te video
optare atque id prò singularì araicicia que secum est iaro inde a tcncris annis
me impetratu- rum confido. Vale
et me, quando id mutuum fit, ama. Datum Con- stantie etc. A detemìinaru il
desiinatario della nuova mia/ione trarremo costrutto da tre circostanze: che
abitava una città la quale non era Firenze, ch'era un uomo assai affaccendato,
che aveva g^randissima conoscenza (pt' ritlssimus) di codici; tre circostanze
che ci fanno pen- 388 R. SABBADINI. sare a Giovanni Corvini d'Arezzo (i), sin
dal 1407 in- signito della cittadinanza milanese, consigliere autore- vole di
Filippo Maria Visconti, appassionato ricerca- tore ed esperto estimatore, come
vedremo, di codici e possessore di una preziosa biblioteca. Una testimo- nianza
diplomatica viene opportunamente a confermare la nostra ipotesi, poiché il
Querini (2) ha veduto la lettera di Poggio in un codice di Bergamo con l' in-
testazione ad Joannem Aretinum. Intanto il Quintiliano integro era arrivato a
Firenze. Nell'aprile del 141 7 il Bruni era tutto inteso a redige- re il nuovo
testo, fondendo il codice di Poggio col codice mutilo che già ivi possedevano.
Scrive infatti a Poggio: Quintilianus tuus laboriosissime emendatur, Permulta
sunt enim in nostro vetusto codice, quae ad- denda tuo videantur. Sed in quibus locis vetustus dee-
rat, hoc est in syncopis illis grandioribus, plerisque in locis insanabilis
morbus est.... Florentiae II nonas apri- les [14 17]
(3). Il codice arrivò anche a Padova al Barzizza (*), il (0 Poggio aveva
conosciuto il Corvini nel 1414 a Milano, quando passò di là diretto al concilio
di Costanza; Leon. Bruni Aret. Epist. IV 6: questa lettera nei codici ha la
data: Florentiae JJJJ kal. decembr. MCCCCXVI. Scrive ivi il Bruni al Corvini:
Illud quoque me plurimum movet, quod ab egregio adolescente Poggio Terranovano
familiarissimo et amantissimo mei dudum percepì, quanto honore ipsura, cum ad
vos accessisset, vel solo meo nomine, fueris prosecutus. (2) Diatriba prael. ad
F. Barbari epist. p. II. (3) Leon. Bruni Epist. IV 9. (*) Comparve la prima
volta col titolo: Studi di Gasparino Barzizza su Quintiliano e Cicerone,
Livorno 1886, 2-6. 7. — QUINTILIANO 389 quale pare avesse atteso a supplire il
testo mutilo nello stesso modo che aveva praticato per i codici mutili delle
opere rettoriche di Cicerone (sopra p. 103-1 1 1). La testimonianza proviene
dal Biondo: sicut diu antea in Quintiliani Institutiotiibus multo labore
suppleverat (i). Di questi supplementi nelle lettere sì edite che ine- dite del
Barzizza non trovai finora nessun cenno; per la qual cosa non possiamo nemmeno
congetturare di che genere essi fossero. Diamo luogo invece alla let- tera, che
ce lo mostra in possesso di un Quintiliano integro: Gasparinus Ludovico Caucio
sai. (2). Studium tuum curam diligentiamque in res meas ncque laudare satis
possim nec admirari, qui nullum amici officium in depellenda a me iniu- ria
pretermisisti, quod etsi mihi tuis litteris et sermone hominum qui inde ati me
proficiscebantur explorati.ssimum esset, tamen et veteri iu- licio meo et
litteris recentibus Zebedei necessarii mei multo exploratius labui. Sed vereor
ne qui tua diligentia tam commode utor negligentis- imus in re tua vidoar. Scripsisti enim et de losepho
historico et de ' )aintiHanr>, onstantia integer ad me delatus est, utrum
copia \\:\\\fx\ pos-ct. NiUKjuum fuit cui littcnis posscm ad te committere; se-
j-f a t.ilxrllariis elusus sum; ncque occupationcs mee, quo ut nosti vix
'Kpirandi spatium concedunt, ncque ulla alia causa impedimento fuit, f-d quia
non habui cui, ut dixi, mcas darcm litteras. Nunc vero et ho- minem rt trmpus
commodÌH8Ìmum nactUN tibi satisfacio. Scia
omnia mca tiia V IO merito assecutum, ut negare nihil possim. (juititiiiaiiii^
<x vetustissimo codice in Germania transcriptus totus n- (1) FI. I3lon»lus,
opera, Baiiilcac 1559; I, p. 346. Ne parla anche lacob. Philippu» Jicrgomas,
Siif'^/rm. Chron., Vcnctiis 1513, f* >74-27Si na iUtcrando i (atti. il) Cod.
Riccardiauo 779 i. ic». 390 SABBADINI. pud nos extat (i); multo minus corruptus
est; siquid agi vis fac me cer- tioreni, modo Patavii exempletur; non enim
propter quotidianum usum carerà toto libro possem. losephus olim apud me fuit,
causa eris alieni, quo mihi Abbas San- cii Zenonis (2) tenebatur; nunc ere
persoluto liber ad Abbatem rediit. Nihil est quo satis possim tuo desiderio
facere. Alia libi via ineunda (3) est, si vis copia huius historie potiri;
temptavi omnia ut meo nomine libro isto uti posses: nihil profeci. Hec sunt que
licet tarde, tamen ut res tulit ad te scribo. ludicabis itaque meum in te
officium potius ex animo quam ex fortuna, nec tam mihi quam casui imputabis si
in referenda gratia minime possim par pa- ri, ut aiunt, reddere. Nondum
magnifico principi ac domino nostro gratias egi; sed cum o- tium quod diu
sequor atque animo (4) concepi, mihi suppeditavero, con- fido, si minus animo
meo, suo tamen abunde satisfacturum. Vale et me celsitudini sue commenda. Quel
Lodovico Cocco, al quale la lettera è indiriz- zata, è probabilmente il padre
di Marco e Giovanni, che furono scolari del Barzizza (5). Vi si trova nomi-
nato uno Zebedeo e questi era il dal Ponte, bergama- sco anch' egli come il
Barzizza, con cui era in fratelle- vole relazione (6\ Altre allusioni si fanno
nella lette- ra, delle quali non posso dare nessuna spiegazione: come r
ingiuria, nominata sul principio, e l'obbligazione che il Barzizza dice di
avere verso il doge veneto. Cosi della storia di loseffo (Giuseppe Flavio) non
incontrai altro cenno nell'epistolario barzizziano. (i) erat cod. (2) Genonis
cod. Era Pietro de Miliis. (3) tibi invenienda cod. {4) diu sepe atque animum
cod. (5) Gaspar. Barzizii Opera, I, p. 204. (6) Ibid..) p. loi etc. 7. —
QUINTILIANO. 39 1 Comunque sia, la lettera è scritta certamente da Pa- dova e,
secondo ogni probabilità, tra il 141 7 e il 141 8. Forse riusciamo a scoprire
con qual mezzo il Bar- zizza ricevette il nuovo codice. Riporterò a questo
scopo alcuni periodi di una sua lettera: Epistola Gasp ar ini Per gameti si s
(i). Reverendissime in Christo pater et domine domine mi singularissime.
Redditi sunt mihi quinterni quinque in finem Quintiliani (2), ex quibus tantam
voluptatem animo meo (3) iocunditatemquc percepi, quantam qui (4) maximam ex
rebus optatissimis, si frui eis contingat, carpit... (5) Satis itaque de
Quintiliano. Reliqua ad pueros vestros pertinentia curan- tur hic omni studio
ac diligentia. Dominus Francischinus pierunque eos adii (6), lohannes
Augustinus filius ^7) non deficit; ego, ut sepe dixi, ad gabemaculum sedeo....
(8) Patavii pridic kal. aprilis [14 17]. La lettera manca d' intestazione, ma
congetturiamo che sia indirizzata al cardinal Branda di Castiglione. Si noti
intanto che il corrispondente apparisce dal ti- tolo di reverendissitmis pater
un alto dignitario eccle- siastico e si badi poi a quello che vi è detto:
reliqua (\\ Cod. di Bergamo F V 20 p. 69. (2) Intendo in finem Quintilioni: per
giungere alla fine del testo di Quintiliano. Perciò l'ii vlmuil- riiiiiulato in
più riprese. (j) tuo cod. (4) qaam cod. (5) carpiti» cod. (6) audit cod. (7)
figlio del Barxizza. (8) Cfr. ('iccr. />. Rose. ,1 i<l gubernacain rei
publicflc Redeo. Di qui potremmo tospcttore che il Barsixsa nveuc già ricevute
le oroxioni ciceroniane del codice di Cluni (lopi 392 K. SAHBADINI. ad pueros
vestros pertincntia curantur, dove s'ha a in- tendere di fanciulli che stavano
in convitto presso il Barzizza. Ora da un'altra lettera, pure anepigrafa, ma
incontestabilmente del Barzizza, veniamo a conoscere che costui teneva a
dozzina i nipotini del cardinal Pia- centino, che è tutt'uno con Branda di
Castiglione: Sunt (i) tres alii..., nepotes reverendissimi patris d. car-
dinalis Piacentini, qui apud me nutriuntur: quibus fa- miliarem magistrum
proposui et ego, ut dici tur, ad gu- bernaculum sedeo (2) et quantum mihi
videtur clavum moderor et cursum navalem eorum dirigo (3). Il destinatario
perciò della lettera precedente è Bran- da di Castiglione: e da lui il Barzizza
ricevette in più riprese la copia del nuovo Quintiliano, inviatagli da Costanza
dove Branda assisteva al Concilio. Del nuovo testo {^^) il Barzizza cita una
lezione nella sua Orthographia, dove sta scrìtto: CoN per o ^tn que prepositio
nunquam reperi tur nisi in compositione; et est secundum Quintilianum (I 7, 5)
differentia inter con per o et n, cum per u et m, quom per q. u. o. m vel per q
et duplex u, prout in alio Quintiliano ex vetustis- simo codice transcripto,
qui repertus nuper est in Germania, scriptum comperi (4). (i) Cod. Riccardiano
779 f. 150. (2) Ripete la frase dell'altra lettera. (3) Cfr. Cicer. Epùt. ad fam. IX 15, 3
sedebamus in puppi et cla- vum tenebamus. (*) Comparve la prima volta in Studi ital. filol.
class. XI, 1903, 365. (4) Questo articolo si legge in entrambe le edizioni delV
Or t^ograpàia, la prima composta a Padova, la seconda a Milano. Cfr. Studi
itnl. XI 364-68 e sopra p. 122. 7* — QUINTILIANO La lezione per q et duplex u è
del vetustissimus codex ed è anche del Quintiliano Turicensis (Zurigo), che ha,
secondo la testimonianza dello Spalding-, per q ac diias u sequentcs. Se ne
conchiude pertanto che il co- dice scoperto a S. Gallo da Poggio va
identificato col Turicensis, il quale del resto sappiamo che pervenne a Zurigo
dalla badia sangallese (i). Verìsimilmente dal Barzizza ebbe il nuovo Quinti-
tiliano a Padova GugHelmino Tenaglia, un Fiorentino che studiava in
quell'Università (*). Il suo Quintiliano è ora il codice VI F 21 della
biblioteca Estense di Modena, nel cui foglio di guardia si legge la seguente
lettera: Guiglelminus Taitaglafamndissimo oratori integerrimoque amico suo
Bernardo Spinge s (2) s. p. d, Munus abs te diutius efflagitatum exhibeo, non
ea fortasse scripturae ornatusquc elegantia decoratum, sicut tua eiusve
principis, cui orator adsistis, humanitas celsitudoque expostulat, summa tamen
et operis per- fectione ac (ipsius auctoris praecepto) scita emendatione
absolutum. Li- brariorum enim desidia noster hic Quintilianus pluribus annis
non soluni apud nos sed apud exteras nationes et corruptus et principalioribus
mem- bris mutilatus dignosccbatur, ni cura et diligentia eruditissimi viri con-
civi» mei Poggii Fiorentini pridie illius fragmcnta ex intcriori Germania
(i> M. F.»>ii < hiinf.ii ,.,; /).• ..,<•/.•/ ..,-<,.-,]. \;„.y y
;,,.;-.,«, I p. XI. ■. (♦) Compiiive la prima volta in Rivista dt Jiioiogia
XXI, 1892, 142- 43; e in C tornale stor. leti. itai. 46, 1905, 81. '2) Forse
era segretario di qualche principe straniero residente a Fi» rcnze pretino la
corte di papa Martino V, dbe dimorò in quella città fino al settembre del 1420.
394 ^- SABBADINI. ' nobis restituisset. Quae cum collegisscm, suo in loco illa
rccondens, non infacetum sed multas oranis Hyspaniae redolens concinnitates
opus per- fectissimum tibi constitui, deprecatus hominis affectionem, non
muneris parvitatem consideres; qucm tanidiu tibi agnatisque tuis obsequentissi-
mum expositissimumque aspicies, quamdiu immortalis dei beneficio hoc in orbe
vita mihi aderit. Vale. XHII kal. iulias, ex Patavio 1420. Dalla qual lettera
desumiamo che il Tenaglia mise insieme una redazione mista, prendendo per base
il testo dei codici mutili e intercalandovi le parti venute nuovamente in luce.
Sul mittente possiamo dire qualche cosa. Guglielmi- no Tenaglia infatti fu uno
dei sedici cittadini fiorenti- ni, ai quali il Niccoli col testamento del 1437
affidava la custodia e la conservazione della sua biblioteca. Nei documenti il
Tenaglia è chiamato < cavaliere e avvo- cato > (i); senza dubbio egli nel
1420 studiava legge a Padova; anzi nel 1419 fu in quell'Università rettore dei
giuristi, come ne fa fede il discorso recitato nel- l'assunzione della carica,
il quale porta la sottoscrizio- ne (2): Oratio Guiglelmini Tanagla fiorentini
in accep- tatio7ie of fitti rethoratus utriusque Universitatis (3) iuri- starum
tam ultra montanorum quam citra. Che si tratti di Padova, è attestato dalle
parole ^ urbi Paduane >; che l'anno sia il 141 9, ricaviamo da queste altre:
< nec « vos, o eterni ignes, P. Marcelle huius urbis dignis- (i) Mehus, Vita
A, Traversarti, p. 63-64. I documenti presso G. Zippel, Nicolò AHccoli, 1890,
p. 97, 102. (2) Cod. Riccardiauo 1200 f. 151 z'; com. Quales quantasque
gratias. (3) Universalis cod. 7- — QUINTILIANO. 395 < sime pontifex, tuque
M. Dandule nec non Lau. Bra- < gadine huius regie civitatis rectissimi
presules >, perchè nel 1419 appunto il Dandolo e il Bragadin fu- rono
governatori di Padova, il primo com3 podestà, il secondo come capitano. Oltre
al primo Quintiliano, Poggio durante la sua presenza a Costanza ne scopri un
secondo, com' è at- testato da una lettera di Guarino (*): Guarinus Verone^isis
Poggio p. s. d. (i) .... Superiori tempore ad nos allatus Quintilianus est,
quem tua opera [ad vitara retractum esse] (2) haec fatetur actas et posteri non
ta- cebnot; idque tanti apud studiosos litteraruni homines fit, ut perrara
Constantiae gesta sint, quae huic ipsi librorutn inventioni anteponantur.
Ceterum cum vel librariorum menda vel alia depravatus causa (3) sit, tua raihi
opus est ope atque opera. Sentio te aliud Quintiliani exemplar nactum esse,
quod apud te est; ex quo unum nomine meo conscribi fa- cias oro, quam emendati
or esse potest. Quod si facere vis, hoc est si per alias occupationes tuas
licct, quam primum pecunias tibi dari faciam, quas tu ipse iusseris. Quam gratum autem id et mihi et
litteratis futu- rum sit, dicerc non possum. Erit praeterea officiosum admodum ut quem ad vitam
retraxerìs incolumem scrves in luce. Vale.
Barbarus noster plu- rìens tibi salutem nuntiat. Manca la data, che però si può
fissare ( on molta approssimazione. Poggio lasciò Costanza, dove è tut- (♦)
Comparve la prima volta col titolo: Studi di Gasp. Bartitta su Quintiiiano t
Ciaront^ Livorno 1886, 6. ^1) Codice Harleian 2492 f. 370V; cod. di Lyon l6^ 2)
ad vitam eskc om. codd. (j> e uni •aii.l 396 R. SABBADINI. torà presupposto,
con la corte pontificia il i6 maggio del 141 8 (i); qui siamo dunque al più
tardi nei primi mesi dell'anno medesimo. Questo secondo codice fu da lui
trovato probabil- mente nell'escursione estiva del 141 7 in Francia e Ger-
mania, donde ritornò con le otto nuove orazioni di Ci- cerone (2). E non se ne
trasse copia, come del primo, ma si portò seco 1' archetipo; di che rimane
testimo- nianza in una sua lettera al Niccoli (3): Nicolaus Tre- verensis huc
venit afferens secum sexdecìm Plauti co- moedias in uno volumine. Liber est illis litteris
antiquis corruptis, quales sunt Quintiliani Ro- mae VI kal. ianuarii 1429. Il nuovo codice fu copiato nel Monac. lat. 23473 e
nel Laur. 46. 9, il quale ultimo reca la sottoscrizione: Vespasianus d. Manni
de Tuderto mihi scripsl sub annis domini MCCCCXVIII (4). Dubbi del Valla sulla
nazionalità di Quintiliano, i^) Dell'origine spagnola di Quintiliano dubita una
bio- grafia anonima, pubblicata nell'edizione veneta del 1494, che per molto
tempo fu attribuita, non si sa su quale (i) Pastor, Geschichte der Pdpste I 165
n. 2, (2) Cfr. sopra p. 43-45. Sulle due escursioni di Poggio nel 141 7 vedi R.
Sabbadini, Poggio scopritore di codici latini in Germania (Rendic. d. r. Istit.
Lotnb. se. lett. 46, 19 13, 905-908). (3) Poggii Epist. coli. Tonelli I 304.
(4) A. Beltrami, De Quintiliani institutionis orai, codicibus in Memorie del r.
Istit. Lomb. se. e lett. XXII, 191 1, 182-86. (*) Comparve la prima volta in
Rivista di filologia XX, 1891, 317-22. ;. QUINTILIANO. 39^ fondamento, al
Valla. Il primo a negare che essa ap- partenga al Valla è stato, mi pare, lo
Spalding (i), il quale però adduce una ragione un po' troppo sogget- tiva: «
neque videtur Laurentius Valla tam negligen- ter haec fuisse scripturus >.
Io porterò un argomento assai più valido, la testi- monianza cioè dello stesso
Valla, il quale parla di Quintiliano nelle Adnotationes in Raudensem. Non cre-
do che questo passo siii stato ancora adoperato alla soluzione della presente
questione; in ogni modo non sarà male rinfrescare la notizia. Raudensis (2).
Quintilianum nominat Seneca nono (3) Declamationum suarum dicens: < transeo
istos quorum cum vita fama extincta est >. Laurentius. In hunc errorem
incidit Petrarcha, qua- lia multa peccat Vincentius Historialis (4), ut alii
multi ex plebe illitteratorum, qui alium prò alio vel aucto- rem vel principem
virum ponit, velut vStatium Tholo- sanum y^ro ^tatio Caelio (5) ac tres Catones
prò uno (\) Spalding nella sua edizione di Quintiliano, I, p. XXXVH. (2) Valla,
Adnotationes in Raudensem, Qo\or)\i\t, 1522, p. 48. Le Adno' iationts furono
composte nel 1442 o 1443, vedi R. Sabbadini, Cronologia del Panormita e del
Valla, Firenze 1891, 99-100. (3) La citazione e errata; vedi Seneca padre
Contro^'. X, praef. 2, dove i nostri tetti hanno cum ipsis invece che cum vita.
(4) Vincentius Bcllovacensis nello Speculum historiaU, V, 61, con- fonde Stazio
comico con Stazio epico. 5) Intendi Statio Caeeilio, il comico. Quanto poi a
Stazio epico, il Valla Io fa di Tolo»a, come tutti del resto nel mwlio evo,
perchè fa confuso col retore Statius Ursulus Tolosensis nominato da (ìirolamo
(( hfun. a. Abr. 2073). ^ Dotixie tere sul nome e nulla patria di Sta- 398 R.
SABBADINI. duosque Scipiones prò uno, nescientes quo quisque tempore fuerit.
Ita hi duo non vident Quintilianum plurimis annis superstitem Senecae fuisse,
quìppe qui opus de instìtutione oratoria sub Domitiano Traìano- que composuit
et mentionem Plinii iam mortui facit (i), sicut et ipse Plinius de Seneca mortuo
(2), Senecam vero a Nerone interfectum, qui senior Quintiliano cir- citer
octoginta annos fuit quique, si ipsi credimus (3), potuisset audire Ciceronem,
qui ante Quintilianum obiit circiter centum quinquag^inta annos. Ergo alius
Quin- tilianus fuit, de quo Seneca meminit, et forte pater zio si deducono
dalle sue Selve, le quali furono scoperte nel 141 7 da Poggio (Sabbadini,
Poggio scopritore 907); ma nel 1442 il Valla non le conosceva ancora. Del resto
non le conosceva più tardi nemmeno An- gelo Decembrio, poiché nella Politia
literaria, p. 29-30, parlando di Stazio nomina solo la Teòaide e V Achilleide.
La Politia fu pubblicata nel 1462 e riproduce ciò che il Decembrio aveva
imparato da Guarino a Fer- rara, sicché nemmeno Guarino conosceva le Selve. Il
fatto è abbastanza strano. La verità fu ristabilita dal Panormita nel seguente
epigramma (codd. Vatic. 1670 f. 120; 3282 f. i): In statuam Statii poetae
Neapolitani Qui cecinit Thebas primum, mox orsus Achillem Occidit, hac coli tur
Statius in statua. Hunc genuit tali gavisa Neapolis ortu, Ipsa Tolosa licet
blateret esse sunm. Haec etiam genuit Stellam fecunda poetam Ne sit in hoc uno
splendida Parthenope. Quod si vana suum contendat Gallia vatem, Sylvarum
relegas, candide lector, opus. (i) Quint., Insta. orat.,Jn, i, 21. (2) Plin.,
JSpist., V, 3, 5. (3) Seneca Controv., I, praef., 11. 7. — QUINTILIANO. 3^9
Quintiliani aut avus. Nam pater Quintiliani eloquens sane fuit, ut quodam loco
filius ipse testatur (i), affe- rens orationis illius testimonium. Quod si ita
est, non ex Calaguritana urbe oriundus est, ut Hieronymus (2 alt; sin illinc
est, ergo nec pater Quintiliani fuit, de quo facit Seneca inentionem, quoniam
Calagurae non Romae eloquentiam exercuit. Nam idem Hieronymus ait (3) Galbam,
qui fuit imperator post Neronem, du- xisse Quintilianum ex Hispania, ut Romae
rhetoricam doceret. De quo alias plura dicemus, hoc tamen di- xisse contenti,
Quintilianum hunc a puero Romae fuis- se eruditum et Hieronymum ita in
Quintiliano potuis- se errare, ut fecit in Bruto, quem ait duxisse Porciam
Catonis filiam in matrimonium virginem ^4), quae fue- rat Bibuli uxor, ut
Plutarchus (5) ait. De Seneca autem an unus sit an duo, minus dili- genter
attigit, contentus sententia nescio cuius Sidoni poetae (6), nec animadvertit
Quintilianum testimonium (7) afferra Senecae in tragoediis, ubi Medea ad
Creontem loquitur: < quas peti terras iubes ?» et tamen unum Senecam inter
legendos nominare, cuius et epistolae (i) Quintil., Inst. orat., IX, 3, 73. (2)
Girolamo scrive: e Quinlilianus ex Hif.pnnia Cnhiguiritr.nus priniu Romae
publicam scholam [aperait] et salarium e fisco acccpit ». (3) Girolamo: «
Fabius Quintilianus Romam a Galba pcrtlucitur >. (4) Girolamo, Advemis
lovinimium, I, cap. 46: « Brutus Porciam vir- ginem daxit nzorem ». (5)
Fiutare, Cat. min., XXV, 2. (6) Apoliin. Sidon., Cirni., IX, 22Q, distingue un
S( uni filosofo e 00 Seneca tragico. (7) Quintil., Inst. 400 R. SAfiBADINl. et dialog-i et
poemata et opera philosophiae ferantur (i). Tamen duo eximii Senecae fuerunt,
ut Martialis (2) te- statur, qui fuit aequalis Quintiliani luvenalìsque; ait e-
nim < Binosque (3) Senecas et unum Lucanum Fa- cunda loquitur Corduba 3>.
Ceterum an idem sit qui tragoedias et alia opera condidit, dubitari potest cer-
te. Qui nonae tragoediae (4) auctor est, Seneca maior non fuit, de quo alias
suo loco dicemus: nam de e- mentìtis ad Paulum et Pauli ad eum epistolis alio
o- pere (5) disputavimus. Riguardo
a Seneca il Valla commette uno di que- gli errori, che egli rimprovera al
Bellovacense, al Pe- trarca, al Raudense; confonde cioè in una sola perso- na
(come del resto tutto il medio evo) i due Seneca padre e figlio; inclina
tutt'al più a distinguere Seneca filosofo dal tragico (6). Riguardo invece a
Quintiliano egli è infinitamente superiore al Raudense, il quale faceva una
sola persona del Quintiliano nominato da Seneca padre con l'autore àeVi^
Instttutio oratoria. Non solo, dice il Valla, Quin- tiliano non mori prima di
Seneca, ma gli sopravvisse e sopravvisse a Plinio, esso stesso sopravvissuto a
Se- neca, sicché Quintiliano fu un ottantanni più giovane (i) X, I, 129. (2) I,
61, 7-8. (3) I codici leggono duosque Senecas unicumque Lucanum. (4) La nona
tragedia nella redazione A è VOctavia. (5) Quest' opera del Valla è perduta.
(6) Sulla questione dei due Seneca e se il filosofo sia da distinguere dal
tragico, vedi Coluccio Salutati Epistol. I 150-155. Ma il Salutati confondeva
pur sempre in una sola persona Seneca padre e figlio. 7- — QUINTILIANO. 4OI di
Seneca, avendo scritto la sua Institutio sotto Do- miziano e Traiano., Seneca
avrebbe potuto veder Ci- cerone, mentre Quintiliano morì un centocinquant'anni
dopo Cicerone. - Con ciò il Valla collocherebbe la morte di Quintiliano verso
il 105 d. Cr. Distinto per tal modo il Quintiliano dell' Institutio dal
Quintiliano citato in Seneca, egli fa di questo il padre o l'avo di quello. Se
è così, ragiona il Valla, il Quintiliano dell' Institutio non nacque in Spagna,
ma in Roma, dove suo padre era retore. O vogliamo il Quintiliano deW Institutio
nato in Spagna, di dove G al- ba lo condusse a Roma ? E allora questi non è il
fi- glio del Quintiliano citato in vSeneca. Il Valla propende per la prima
ipotesi, ammettendo perciò errore nella testimonianza di Girolamo; e per
mostrare che non è un capriccio negar fede a Giro- lamo, lo coglie in fallo
anche in un altro caso, cioè rispetto a Porcia figlia di Catone. Ora reco
alcuni passi della biografia anonima: < Marcus Fabius Quintilianus Romae
natus est, quì- bus consulibus aut quo imperante Caesare, non legi. Verissima
coniectura adducor, ut fidem libris tempo- rum non habeam, ubi legitur:
Quintilianus Calagurra urbe Ilispaniae oriundus.... At ipse dicit cum esset a-
dolescentulus, cognovisse Domitium Afrum (i) et Se- necam (2), qui ambo sub
Nerone periere. Seneca in libro sexto (3) Divisionum Quintiliani declamatoris
me- (I) QmnX., Insti t. or., V, 7, 7. i2) Ib., Xn, IO, ir. (3) Lcm;i decimo. R.
Sabsadini, lati io imi. fl6. 40i li. SABBADINI. mìnit... Is avus fuit M. Fabii
Quintiliani, qui Romae multis annis rhetoricen cum summa laude docuit. Et ipse
rursus Quintilianus mentìonem facit patris, qui causidicus fuit apud principem
Quo tempore deces- serit, affirmare non audeo, quoniam is, qui tradit, fide
caret >. Il confronto dei due testi mostra evidentemente che il Valla non è
autore della biografia, ma mostra an- che che air anonimo erano note le idee
del Valla, il quale perciò dev'essere considerato come il primo che mosse dubbi
sulla nazionalità di Quintiliano. Studi del Valla sui codici deir € Institutio
oratoria > La discussione del Valla sulla nazionalità di Quin- tiliano è un
saggio degli studi ch'egli veniva prepa- rando sul suo prediletto fra gli
autori latini e ne dà formale annunzio con quelle parole: de quo alias plura
dicemus (i). Le Adnotationes in Raudensem sono, come già ho detto, del 1442 o
1443. In quello stesso tempo il Val- la deve aver domandato un Quintiliano
all'Aurispa, il quale nel dicembre 1443 (2) cosi gli scriveva: « Quintilianum
quem ad te iampridem misi nescius sum an acceperis ». (i) Si veda anche
quest'altro passo à.€^^ò Adnotationes (p. 38): « Nam Consultus (cioè Consultus
Chirius Fortunatiaiius) ac Martianus Capella et quidam alii de arte praecepta
haec dant, sed plurima ex Quintiliano ad verbum sumpta, cum tamen de ilio, a
quo furantur, mentionem non faciant; homines improbos planeque ingenio misero
ac furaci, QUOS A- UAS CASTIGABIMUS ». (2) R. Sabbadini, Cronologia del
Panormita e del Valla, 97. ). — QUINTILIANO. 403 A cui il Valla da Napoli, in
data ultimo dicembre dello stesso anno, rispondeva (i): < Quintìlianum me
accepisse olim scripsi ». I primi frutti di quest'operosità del Valla su
Quinti- liano si trovano raccolti nel cod. latino di Parigi 7723, il quale
porta questa soscrizione: Laurentius Vallettsis hunc codi cent sibi emendavi t
ipse millesimo quadringefi- tesimo quadragesimo quarto, mense decemòris, die
nono. II codice ha molte glosse marginali di mano del Valla; ma non è di mano
del Vaila, secondo il Fier- ville (2), la soscrizione, e giustamente. Intanto
manca la parola anno e poi il Valla non avrebbe mai scritto mense decemòris die
no7io, ma mense decembri die nono o die no7io mensis decembris o V id.
decembres (3). Ne il Valla si fermò qui; che ancora nel 1447 era intento a
glossare Quintiliano, come risulta da una let- tera autografa al Tortelli,
della quale reco un passo: « (Juintilianum quem poscis, habeo enim duo, iuberem
tibi tradi per Anibrosium, si putarcm eum mihi in hoc obsecuturum; tanietsi
noUem gioia 8, quas illi feci, ab aliis transcribi, priusqnam recognon'm et
alias adhuc addidero. Nam ut scias quo studio glosas eas facturus sim, certuni
est mihi omnes libros, qui supersunt Icgendi, evolvere, eos pre- sertim qui
ante Quintilianum extitcrunt. Quid queris ? Emi Hyppocratem, qui fuit Roberti
legi (sic)^ (ere omnia illius opera, ubi aliquid ad or- namentum glosarum in
veni, quod est < ;tai6of(aOEÌ«; vocari eos qui in sua (1) Ibid. loi. (2) eh.
Ficrvillc: M. F. Quintilioni Dt instit. orat. lihtr primns^ Pa- ris iK^o, p
cxvra-cxix. (3) Cfr. Adnotationts in Raud., p. 8. j", K. SABUAlJlM.
quisquc arte prcsti.nlissinii si:i t » (i). Cuius honiinis in hac re aneto*
ritas maior est, quam aut Aristotelis aut Platonis, quia prior fuit. Ta- rn en
ut Quintilianum ipsuni ad transcribendiim legendunive emendatis- sirnum
haberes, enixius laborarem, ut meus in tuas manus perveniret, nisi potius
crederem me istuc venturum « Kal. ianuariis Neapoli [1447] (2) ». Pseudo-Quintiliano Le Declamationes (*) Le cosi dette
Declamationes maiores tramandateci da moltissimi manoscritti col nome di
Quintiliano furono ben presto note agli umanisti. Le conosceva il Petrarca, il
quale le giudicò anzi sfavorevolmente (3). Il loro numero somma a diciannove;
ma bisogna av- vertire che alcuni pochi codici, sei che si sappia fino ad ora,
tra cui il Montepess. H 226 (sec. XIII), il Laur. 22 sin. 8, (4) il Gibsoniano
(5) e il Vaticano 1773, ne (i) Cfr. Quinti!., /«j //A orat.., I, 12, 9. Nel
Thes. l.g. dello Stepha- nus il luogo ippocratico è citato con « Hippocr. p. 2,
17 ». (2) R. Sabbadini, op. cit. 115. (*) Comparve la prima volta in Studi
ital.JìloL class. V, 1897, 390-92. (3) P. de Nolhac Pétrarque et l'humanisme, 2
ed., Il 84-85. Più tar- di rincarò la dose Fr. Filelfo in una lettera del 1440
(Epist. Venetiis 1502 f. 22). (4) Membr. sec. XIV col titolo: Incipiunt
cciionts Quintilliani. Le prime quattro tengono, come nel Montepess., quest'
ordine: I Sentio iu- dicesy II Si iuvenis innocentissimus, III Satis dedecoris,
IV Ne quaeso. (5) Chiamo così il codice dal quale il Gibson la pubblicò la
prima volta nella sua ediz. di Quintiliano, Oxonii 1693. 7- — QUINTILIANO. recano
una di più, quella che comincia Ne quaeso (i), la quale non occupa sempre il
medesimo posto, per- chè in alcuni codici sta al quarto, dopo la Satis dede-
corisy e in altri all' ultimo, donde arg-omentiamo che essi o i loro esemplari
non 1' avevano originariamente e solo più tardi se la accodarono. Dei sei
codici a noi importa in modo speciale il Va- ticano, perchè essendo stato
posseduto da Gasparino Barzizza ci mostra in qual tempo la nuova declama- zione
fece la sua prima comparsa fra gli umanisti. Il Vatic. 1773, menibr. del sec.
XIV, oltre alle declama- zioni di Quintiliano (2) contiene quelle *di Seneca (3
), con la sottoscrizione di mano del copista: * Explicit liber declamazomim
Senece ', alla quale segue 1' altra di mano del Barzizza: * Et est mei
Gasparini de Bar- ziziis de pergamo. Secundum primam literam videba- tur fuisse
(4) iilicuius fratris vel conventus fratrum pre- dicatorum; qualiter pervenerit
ad manus illius qui mihi vendidit nescio. Sed ego bona fide et cum titulo emi
per m[agistrum] Angelum de fanno a domino Bene- dicto de doctoribus precio
ducatorum IIII"^ In casu quod vera dentur inditia quod vicio sit
translatus, iubeo quod r(*stituatur illi cuius est, dunimodo precium red- U Sai
codici che recano la Ne quaeso vedi H. Dcsxauer, Die hand- schriftliehe
Gruudlage der ig griisseren ps. quintii. Declamat$oneft,ljc'\^- ng 1898, 14-18.
In quest' opuiicolo sono descritti e classificati tutti i numerosi codici (una
sessantina) delle Declamazioni. ?» * Sfarci l'afta QuintiiiaHi declama tiones
incipiunt *. 'tcipH primus iiòtr didamatùmum ludi anmi sente* c^rdubinsis '. 4
!.r parole d.^ fuisst sono in ratonu * 406 K. SAHUAblNl. datur, idest ducati
IIII. Eg-o gasparinus scripsì etiussi ita fieri et non aliter ' (i). La
penultima declamazione del nostro codice, quella che in esso comincia Multa
iudices dirus pater e in altri Etsi iudices callidissimus, porta la nota
sottoscri- zione antica (2): 'Descripsi et emendavi Domitius Dra- contius de
codice fratris Hieri feliciter mìhi et usibus mais et diis omnibus ', alla
quale il Barzizza fa due brevi commenti; uno in margine: ' nota ex hoc textu
hunc librum emendatum esse ', uno nel testo: ' melius catolice quam poetice deo
et sanctis omnibus '. Egli ammetteva dunque la genuinità della parola ' diis ',
che ha tanto esercitato l'acume dei critici, i quali la interpretarono ora per
' discipulis ' ora per * doctis '; mentre a nessuno pare abbia dato ombra X *
usibus meis ', che, se non erro, forma dittografia con ' mihi '; onde, volendo
ristabilire il senso e non violentare trop- po la tradizione, io proporrei il
doppio emendamento; * mihi et OMNIBUS meis et ALns omnibus '. Il Barzizza
conosceva un secondo esemplare delle declamazioni, da lui collazionato qua e là
sui margini del nostro codice; e quello pure ne comprendeva venti, (i) Richiamo
l'attenzione su questo singolare documento di scrupolo- sità, ignota
generalmente agli umanisti in proposito di codici. In * scripsi et iussi ita
fieri ' par di sentire la solennità di una disposizione testa- mentaria e
perciò la sottoscrizione sarebbe da collocare poco prima della morte di
Gasparino, avtrenuta nel 1431. (2) La desume da altri codici, più antichi, e la
discute e illustra lar- gamente C. Ritter Die qtiintilianischen dedamationen,
Freiburg-Tiibingen 1881, p. 205-209» tua in modo eh) la Ne quacso occupasse il
quart ) pj- sto, come rileviamo dall'elenco dei cominciamenti che egli
trascrisse di sua mano nel foglio di guardia col seguente preambolo: '
Infrascripta sunt principia de- clamationum prout inveni in quodam codice
multum antiquo. Quamvis quarta declamatio non reputetur e- dita a Quintihano '.
Il dubbio qui espresso sull'auten- ticità della Ne quaeso è rincalzato da una
nota apposta al testo della medesima: ' Nota quod in ahis codicibus inveni
infrascriptam declamationem positam immediate post terciam cuius initium est
BELLO CIMBRICO secun- dum alios, secundum librum meum Satis dedecoris. Kt est eius responsiva. Sed non
putatur Quintiliani, (juia stilus non satis congruit, velut patet intuenti '. K fa veramente piacere osservare come sin da allora
fosse balenato al Barzizza il sospetto che più tardi si affacciò alla mente dei
due primi editori, il Gibson e il Burmann, e che fu ultimamente convertito in
cer- tezza da C. Ritter (p. 23-27), che sottopose la Ne quaeso a un esame
abbastanza ampio, giudicandola se- veramente e assegnandola, nella migliore
ipotesi, al I declamazioni furono da poco ripubblicate: Quintiliani quat
•eruntur Dtcìamationes XIX maions^ ed. G. I..ehnert, Lipsiae 1905. VIU. LIVIO E
SALLUSTIO. Frammenti Liviani e Sallustiani (*) Diamo posto anzitutto a due
lettere di Pier Candi- do Decembrio, indirizzate al segretario Visconteo Lui-
gì Grotto: Petrus Candì dus Aluisio Grotto s. (i) C"um vetustissimum
codicciii nuperrinie nactiis studiose lectitarem, et co maxime quod plurima e
Livio sumpta aniniadvcrteram, ex his potis- ^ìmum libris qui iampridem periere,
non mediocris me voluptas tenuit ' >ntcmplantcm res non modo gloria et laude
dij^nas, verum etiam ve- ustnte ipsa admirandas, de quibus nulla aut certe
minima apud nostros Dcmoria extaret. Dum igitur huic studio intentus curiosius
singula per- curro, cpistolam offendi non inamocnam aut inutilcm et scriptoris
pari- ter auctoritite pcrcelcbrem. Ka crat Pompei magni ad senatum Roma*
:>um epistola; de cuius viri memoria cum plura ex aliis, pauca a se seri-
;'ta pracvidisscm (2), ita cupidissime lectitare cocpi, ut desinere vix pos*
cm; et ut apud optimum poetam scriptum est: * Ner vidi«se semel (*) Comparve la
prima volta ia 3fufi'{* tfi <ìfifich: . S88, '''»-74 e in Studi itai, filol.
da (1) Cod. Riccard. 827 f. 6v. (2) Intende le lettere di Pompeo in ("i-
13 A T> . 412 R. SABBADINI. satis est, iuvat usque morali et confcrre gradum
et venicndi discere causas ' (Verg. Aen. VI 487). Hanc igitur cum rite
contemplarer, varie animo affectus sum; quippe dum viri eloqucntiam digiiitatem
virtutem postremo querelas illas mente cogito, subiit recordatio non pauciora
Ro- manos ingenio ac prudentia, quam opibus potentiaque comparasse. Non enim, ut
plerique arbitrantur, immensum illud aerarium auro opibusque refertum ad tantas
tamque praeclaras res ab illis gestas satis facere po- tuisset; sed erat
profecto illis domi consilium foris industria, ut quae opulentia perfici
nequirent, diuturnitate superarent. Cum igitar te probe nossem et optimarum
artium studiis ab adole- scentia deditum et cousiliis demum aetate optima
provectum, statui te nostri laboris facere participem Pompeianamque epistolam
tibi mittere. Nam etsi maximis in rebus astrictus sis, non deerit tamen, ut
opinor, apud te secessus verae probitati. Quid enim iocundius quam, qui mul-
tos et optimos viros assidue audias, insuper praestantem virum clarissi- mum
imperatorem audire disserentem ? bis potissimum de rebus quae non minus
utilitatis quam iocunditatis allaturae sunt tuis curis. Vale. [Milano 1440-42].
(Segue l'epistola di Pompeo). Petrus Candidus Aluisio Grotto s. (i) Sensi, vir
clarissime, ex quo epistolam ad te misi Pompeianam non- nullos quidem bonos sed
non satis eruditos viros existimare illam qui- dem non a Pompeio, cui inscripta
fuerat, verum aliquo temere dictante nuper editam et tibi falso transmissam
fuisse. Quorum profecto diligen- tiae vel potius malivolentiae ignoscendum
arbitrarcr, si eadem nunc pri- mum in nostra studia, non ante in omnem vitam et
mores exprobras- sent. Verum enim vero id mihi gaudio est huiusmodi habere
aemulos, qui nec iudicio fidant nec valeant ingenio. Utrumne illam nuper editam
esse censent, quod novis litteris sit conscripta ? an quod potius eorum
scripturis stiloque respondeat ? an quod elegantius ipsi dictare soliti, haec
ut noviora deterioraque contemnant ? Quid mirum igitur huic ignaviae (i) Cod.
Riccard. 827 f. 8. i.lVIO F. SALLUSTIO. 4I3 ordcre cn.nia, cui ree antiqiia
placent ncc ornata ? Adele etiam quid his Cdendum aut credcndum, qui de dicendi
venustate ista iudicant, si fumosa hierint libronim tegmina, non autem stilus
ipse dulcis sit aut plendidus. Sed valeant illi, ne digni quidam inter
àQX''(^oiY^^Q<^''^S (0 ne dicam scriptores, peni, olfatu perdite. Ut autem
prò mea in te benivolentia caritate aliquid efficerem, quod hi nonnulla ex
parte giatum esse posset, visura est epistolare illam cum auctoris nomine tum
stilo sententiisque percelebrem ad te mittere, qur.m quidem antiquissinio et
farr.osissimo vclumine Francisci Pizolpassi, _ raesulis nostri
praestantissinii, fideliter excerpsi, ut quanquam per se tilo liqueat esse
Pompei, testimonium tamcn possit afferre vetus exem- plar. [Milano 1440-42]. E
Stabiliamo la data delle lettere. Il Pizolpasso vi è chiamato praesul noster.
Ora noi sappiamo che il Pi- zolpasso fu eletto arcivescovo di Milano nel 1435,
men- re si trovova al concilio di Basilea, donde ritornò so- tmente tra la fine
del 1439 ^ il principio del 1440. Non prima pertanto del suo ritorno potè il
Decembrio vedere il codice; e non dopo il 1443, perchè tra il feb- braio e il
marzo di quell'anno il Pizolpasso mori (so- pra p. 213, 242). Le lettere per
conseguenza si asse- ^'^nano agli anni 1 440-1 443. Il manoscritto vi è detto
vctustissivius codcx, anti- quissimuìH et famosi ssimum volumcn^ vetus
exemplar. E non v*ha ragione di dubitare, poiché tanto il Decem- brio quanto, e
più specialmente, il Pizolpasso, di co- lici s' intendevano a meraviglia: e si
l'uno che l'altro meritano, per molteplici prove, tutta la nostra fede. Il
Decembrio poi chiama la sua copia novis litteris con- (i ) In margine:
a(^x^M*'Y"CO^ i^^^'i prmeipa ioqttorumu 4t4 ^* SABBADINI. scripta, con che
egli la contrappone a quella scrittura che allora denominavano littera mitiqua
e che corri- sponde alla scrittura da noi designata come carolingia.
Probabilmente si trattava di un codice carolingio, sco- perto o acquistato dal
Pizolpasso durante la sua pre- senza a Basilea (143 2- 1439). E doveva essere
non un volume di opere complete, ma un miscellaneo del ge- nere di quello
celeberrimo di Niccolò Cusano (ora n. 52 nell'ospedale di Cusa): e chi sa che
non l'abbia otte- nuto per mezzo di lui stesso, data l' intimità da cui e- rano
stretti i due umanisti (sopra p. iTìI-:^)}^). Il codice conteneva plurima e
Livio sumpta, ex his potissimum libris qui iampridem periere. Forse una sil-
loge di orazioni liviane? Il Decembrio non può avere scambiato con quegli
excerpta le Periochae (i), le quali allora erano notissime. Ma su questo punto
ci tocca pur troppo restare all'oscuro. Non cosi avviene fortunatamente dell'
epistola di Pompeo, la quale il Decembrio accodò alla lettera al Grotto e
trascrisse di suo pugno nello zibaldone Am- bros. R 88 sup. f. 60 v Epistula
GN. Pompei ad sena- tum. Ne reco le differenze con l'edizione di R. Jacobs,
Berlin 1874, chiamando D la lezione del Decembrio. § I adversus | scelestissimi
| quesita | nichii | patres conscripti] p. e. D I etatem: e così sempre
omettendo i dittonghi | sevissimum | optime \ miserrima | § 2 Hac in spe p. r.
| proemia prò vulneribus | scribendo (i) Si potrebbe anche supporre che egli
conoscesse le Periochae col nome di Floro e che vedendole nel nuovo codice col
nome di Livio le scambiasse per frammenti. 8. — LIVIO K SALLUSTIO. 415 tnittendoque
| trienium [ § 3 immortales | erarii | § 4 imperii | quadra- ginta] XL D \
hostesque incervicibws | agentes | summovi | Hanibal | o- portunius | § 5
lacetaniam indigetes | sertorii | sevissimos hostes ] opida I § 6 Que deinde 1
opida | fucronem ( flumen durium I vobis dare | in- grati I § 7 exercitui
hostium I conditio | victorque uterque 1 § 8 animad- vertatis j intemetioiiem
corr. in interitionem | maritimas civitates et ultro. Le orazioni e le epistole
tratte dalle Historiae di Sallustio ci furono tramandate dal codice Vaticano
3864 del sec. IX-X: ma da esso era indipendente il codice del Pizolpasso,
perchè ivi la lettera di Pompeo non portava il nome di Sallustio, tanto che il
Decembrio la credette autentica. E poi sono tali le differenze dei due testi,
che l'uno non potè discendere dall'altro. Tra le varianti del codice del
Pizolpasso una ci sem- bra deg-na di considerazione: civitates et ultro.
Quell'^/ non si leg-jj-e nel codice Vaticano; in luogo di che l'Al- dina ha
inserito un quae, tanto per accomodare alla mefflio il senso. Ma la vera
lezione si cela sotto et^ sol che si rammenti che nei manoscritti sono spesso
con- fuse le sigle che rappresentano et e quia. Si legga pertanto quìa nitro e
si avrà ricostituito il testo. Nel 1450 il Decombrio passò da Milano a Roma al
servìzio della curia pontificia e vi restò fin verso la fi- ne del 1455 (sopra
p. 278-9). In quel tempo vide la raccolta completa delle orazioni ed epistole
Sallustiane tratte dalle Historiae; la vide o nel cod. Vaticano 3864 o in un apografo
di esso e se ne copiò due nel suc- citato zibaM'"^" Ati.l,tow1:.T)o R
88 sup. f. 98-99V col 4l6 R. SABBAUINI. titolo: Orationes excerpte ex historiis
Crispi Salusfii. Anche di queste reco la collazione col testo del Jacobs.
Oratio Lepidi consulis ad p, R. % \ gentes maximi | plurimiim j adver- sum I
Lucii Siile | qne: omette i dittor.ghi | estimatis | credendo | tutan- dis I
ulciscendo | § 2 maximi — cptimis | quo] qui D \ servicium | opti- mo I § 3
subvertenda | § 4 Hanibale | § 5 vertunt | § 6 generis om. D. I parvissimeque |
immanitatem ] servitii a repetenda | § 7 agendum [ ve- stra ( Siile | § 8
estimet | § io servier.dum aut impetrandum | faciendus I Quirites] R. Z> | §
1 1 inpollita \ popullus | exitus | § 1 2 latii | nobis I prohibentur] habentur
D \ inoxia | § 13 vitaelicentia | § 14 sepulchra I § 15 viris] iuris D \ ferros
eptis corr. in ferro septis | statuit (?) ex stature corr. \ ausus] usus D \
expectat | § 16 vtis vlla corr. in uti S5'l- la I § 17 Piens | parata |
inoxiorum | divitascruciatus 1 § 18 maximum | § 19 versa \ siliceat | § 20
existimetis [ set | expectantes | que (corr. in quae) furtiles et corupte sunt
sed dum vestra socordia quam raptum i- rilicet I § 21 praeter] pariter D \
comaculatos [ vult \ non om. \ mutata pariter victoriam | capiendis | dehonesta
mentum | § 22 maximum | pa- rit] parte D \ praeter] pariter D \ est om. | § 23
tribunitiam ' eversum j iuditia I pene paucos intelligerent | § 24 vitiis
obtentui] vitus optent cui D ! pacisque | rem p. | acerbissima | quod ex quoad
corr. \ populi R. I § 25 nobis I intelliguntur corr. ex intelleguntur | maxima
{ rei p. ( im- positis I ocium j rem p. sium et sanguinis | § 26 imperium
satisque si tumerat nomim maiorum | atque et iam predio tecmen non fuit |
pocior- que I § 27 divis m. emillium cos | recipiendam | . Oratio Philippi
insita. % i Maxime velem p. e. rem p. | promptissi- mo I prava] parva D \ iis |
pessimi et stultissimi [ ea] a Z> | facienda | § 2 Probi boni. — E qui
s'arresta: indi segue un quarto di pagina bianca. Se ne conchiude che il cod.
Vaticano 3864 era in Roma prima del 1455. A Roma presentemente sono due altri
codici che contengono le orazioni e le epistole Sallustiane: il Va- ticano 3415
e l'Urbinate 649, entrambi del sec. XV. S. — LIVIO K SALLUSTIO. 4lf Ma non
derivano dall'archetipo Vaticano 3864, sibbe- ne da due edizioni; ossia il
Vatic. 3415 (autografo di Pomponio Leto) dallV^. fr. di Roma del 1475; l'Urbin.
649 dall'edizione di Mantova tra il 1476 e il 1478 (i). (1) Ciò ha dimostrato
E. Haulcr in Wientr Studitn XVII, 1895, 103-131. t. tABBADnn, 7V//I latinL 2;. UNA
COMMEDIA LATINA LA BIBLIOTECA DI CORVINI D'una ignota commedia latina posseduta
da Corvini (cofi notizie sul Corvhii e la sua biblioteca) Xeir epistolario del
Traversari, raccolto dal Canneto e pubblicato dal Mehus (0, e n^VC Amplissima
collecti^y pubblicata dal Martène et Durand (2), ci è una lettera di un Candido
a Niccolò Niccoli, la quale fu ingiu- stamente finora trascurata, mentre non è
piccola la sua importanza. Io la reco qui per intero. Candidus Nicolao Nicoli
sai. Si vale» bene est et ego valeo. Enimvero, frater optime, tx te certuni
babeo quam (3) maxime gaudeas ex hoc ut bene valeam. Sed meherde ita dii
deaeque me adiuvcnt, quam (4) hoc tecum munus lubentiui (5) (^ Comparve la
prima volta in Afuseo di antichità class. Il, 1886, 81 •96. (I) Mehuu (« Me)
XXV. 7; P- 1050. (3) Martène (» Mar) t. Ili, p. 734. (3) quod Mar. (4) quod Mi.
(5) UbenUos Mar. 42 2 R. S.. paciscar. Scito Beltraminum de Rivola q)iXov
fjf^iòjv (i) amantissimum esse. Is de te tantum mihi retulit, ut cogar quoquomodo ad te
aliquid scribere. Noe niirum siet si tani caldos (2) affectus iniecerit (3), ut
gno- tus (4) fieri cupiam nec libris tuis quod absiet (5) evenit (?). Scito e-
DÌm me his valentissime foltum (6); sed Siaawl^ovTEg tt)V Jia^aiàv juagoifiiav
(7) cum paribus aptissime iungimur. Vidi inter cetera commonitorium tuum, quod
pridie ut opinor ipsi dederas. Rari profecto sunt hi libri, frater optime, in
hac urbe, in qua nullus virtuti honos est. Omues aut ambitioni aut ceteris
ignaviis ope- ram duint (8); opto tamen ut habeas, si qui {9) apud te ne sient;
si sient, ne frustra quaerites. Etsi dupli aut quadrupli emere velis (io),
nullus venierit, nec vere possient, quod illis desiet. Advortas (il) igi- tur
animum volo et quos maxime cupis mihi notum facito; sed maxima diligentla
curatos habeto, ne apud te sint, ut dixi, ne me obtundas, ni- si (12) y.axà
xrjv XQ^^av (13) fióvov. BiPA,iodrixT) Ioannis Arretini mul- ta et (14)
peregrina et antiqua habet, quae lubentius videas. In ea si quid tibi
placuerit, curatum habebo ut transcribam. Hi sunt ferme ex antiquis libris
vetustissimi, quos carie (15) semesos ad legendum faces- se: Catonis, Palladii
(16), Columellae et Varronis Agriculturàe; (i) T]|xov Me. (2) calidos Mar. (3) inierit
Mar. (4) agnotus Me. (5) absit Me. (6) fultum Mar. (7) Me. om. graeca lac. rei.
(8) dant Me. (9) siqu'.d Me.y Mar. (io) voles Mar. (11) advertas Mar. (12)
obtundas. Nisi Me. (13) Xéeav Me. (14) et om. Mar. (15) canere Me. (16)
Platonis, lulii Mar. 9- . 4^3 L. Annaci Senecae Opuscula; Comoedìa antiqua,
quae cuius siet nescio. In ea Lar familiaris multum loquax est: volt ne
Parasitus antelucanum cubet, utplostrumvetus, pelves et rastros quatridentes
(i) ruri quam fe- s t i n i s s i m e t r a n s f e r a t ; is ne volt parere
quidem, co quod gallus nondum gallulat: meo denique iudicio vetustissima. Suetonii Tranquilli liber(2) cum Gracco; Censo- rini
ad Q. Caerellium (3) de saeculo (4); C. lulii (5) opera belli Gallici; A.
Gellii li ber cum Gracco; epistola- rum Ciceronis ad Atticum liber veterrimus
(sopra p. 91). Prae- terea multa peregrina opera, quae iugiter laudari
existimantur et quorum tibi ne nomina quidem possem perscribere. Advortito (6) itaque, ut
dixerim, si quid ex bis desiet quod (7) carius siet et rescribito. Luben- tius
lubentia tibi mittam. Notato etiam in syngrapho libros et mihi mittito. Scripsi
Leonardo Arretino litteram xt^v aYQiav, (8) ut me amet, sed nihil respondit; ne
curat quidem (9), ut arbitror. Enimvero postquam nu- buit ncc (io) opus duit
(11) nec amicis ut solitus scriptitat, ut auguror. Il passo più importante di questa lettera è dove Can-
dido parla della commedia antichissima posseduta da Giovanni Aretino.
Nell'edizione sua il Mehus rimanda con una nota al Miles gloriosus di Plauto
(lU, i, 93). (i) qaatrìdentem Me. (2) Tranquillini Mar. (3) Ccccllium Mar. (4)
Veramente il titolo ordinano è De die natali. (5) Caci lulii Mar., T. Villii
Me. (6) advorte Mar. (7) quid Mi., Mar. (8)
Tìjv ÙYvfova Mar.; am. Me. he. rei. (9) equidem Me. (io) oe Mar. (Il) dacit Mi*
424 K- SAbBADlNI. Ma evidentemente e' è errore. In quella scena del Ni- les uno
dei personaggi, Poriplectomene, parlando con altri due, Plausi de e
Palestrione, rende loro ragione perchè non prese moglie; la moglie, egli dice,
pensa sempre a sé e mai al marito; e al mattino, prima an- cora che canti il
gallo, lo sveglia e lo importuna col chiedergli danaro per il proprio lusso e
per i propri capricci. Ecco il verso: vernin priusquatn galli cantent, qnat
[uxor] me sonino snscitet etc. (v. 687). La scena del Miles quindi nulla ha che
vedere col caso nostro. Qui si tratta proprio di una commedia la- tina perduta,
della quale Candido lesse una scena, tra- smettendone il contenuto al Niccoli,
tanto per fargli capire che cosa fosse. Ciò ne fa argomentare che la commedia
doveva mancare del titolo, altrimenti Can- dido l'avrebbe dato. Era essa poi
intera o mutila ? e il codice conteneva quella soltanto ? Mi pare che la let-
tera non abbia risposta per queste due domande. In ogni modo la commedia è
antica, come si deduce e dal- l'asserzione di Candido, che di codici doveva
avere u- na certa pratica, e dalle parole arcaiche che in essa si leggevano.
Perchè non e' è dubbio che Candido nel piccolo cenno fattone conservò le forme
e le parole del testo. Alcune di queste parole meritano una spe- ciale
attenzione. Intanto quatridentes è un vocabolo molto raro per- chè, se non
erro, si trova solo in Catone {de agric. io e II). Raro è pure l'avverbio
antelucanum. U^-Yverbìo superlativo festinissime è nuovo; si trova, ch'io
sappia, 9- appendi una volta il i^o?ÀxWo festine in Cassiodoro {Var, 3, 40). È
nuovo parimenti il verbo gallici are, che si- gnifica il cantare del gallo; una
formazione del resto non molta strana, perchè esiste gallulasco, ma con al- tra
significazione. Con questo il vocabolario dello lingua antica latina viene
accresciuto di due parole: dell'avverbio festinis- sime e del verbo gallulare.
Cosi potessimo aggiunge- re alla letteratura latina una nuova commedia ! Ma pur
troppo non abbiamo da registrare che un frammento, il quale però ci dà idea
abbastanza chiara di una sce- na graziosa tra il Lare domestico e il Parassito.
Il La- re eccita il Parassito ad essere mattiniero e a recarsi in campagna con
gli stromenti agricoli; il Parassito vi si rifiuta, perchè il g.illo non ha
ancora cantcìto. Si- mihnente nel Moretum (v. 2) il contadino si alza al canto
del gallo (i). *** K ora studiamo un po' più da vicino la lettera. Sul tempo in
cui fu scritta si può argomentare con qual- che probabilità. E detto in essa
che Leonardo Bruni, dacché prese moglie, non pensa piìi agli amici. Il Bru- ni
si ammoghò tra il gennaio e il fi bbraio del 14 12 (2); ,i, .. potrebbe
pensa;-. ...:- ... i;... . ,. di un liinuncggiamcnto di qualche commedia
antica, come p. es. il Queroius del secolo IV, e VAu- luiarùi di Vitale, circa
del secolo XI (v. l'ed. dcWAuliil. di Vitale <lcl Miillenbach, Bonnae 1885).
E infatti nel Queroins il Lar familiaris è molto ciarliero: ma il pasHO della
lettera non ha riscontro con nessuna delle due. ^31 I.roii. Arrplini F.f'nl.
di. Meluis. pr.ut , I 426 R. S.. e di poco posteriore dev' essere la lettera.
Dall' altra parte il Bruni è presupposto a Firenze, di dove egli fu assente
negli anni 141 4-14 15 (i): ponendo la lette- ra dopo il 1415 andremmo troppo
lontani dal suo ma- trimonio. Bisognerà collocarla pertanto o nel 141 2 o nel
1413, qucindo la corte pontificia fuggita da Roma si fermò alcuni mesi fuor le
mura di Firenze (dal giugno al novembre). Accettando la data degli anni 14 12 o
141 3 dobbiamo rinunziare a vedere il Decembrio nella persona dello scrivente
Candido, perchè Pier Candido Decembrio nel 1413 era appena tredicenne e non par
verisimile che a quell' età trattasse cosi confidenzial- mente il Niccoli e il
Bruni; senza dire che Pier Candi- do non prima del 141 9 si stabili a Milano
{2). Inoltre r affettazione arcaica (siet, foltum, duit ecc.), di cui fa pompa
lo scrivente, era estranea allo stile del Decem- brio, il quale anzi si
professa sistematicamente con- trario agli arcaismi (3). Ma se ci è fallito il
tentativo di identificare lo scri- vente, saremo più fortunati
nell'identificazione di Gio- ii) lu quei due anni accompagnò la corte
pontificia a Bologna e di là a Costanza. (2) M. Borsa, Pier Candido Decembri e
/' umanesimo in Lombardia^ Milano 1893, li- (3) In una lettera della prima metà
del 1433 si scaglia contro quegli scrittori i quali * diphthongis et alphabetis
dumtaxat exornati, cariem priscam et ignotam redolescunt. Prima etenim quaeque
epistolarum sua- rum nota, si modo id nomen merae nugae promerentur, ex
Ciceronis commentariis immo ex XII tabulis eruitur, nonnulla etiam graece addi-
ta, ut, quasi in luna maculae, sic epistolis interpositae liturae non iude-
ceant ' (cod. Universit. di Bologna 2387 f. 133 v). 9. — CORVINI. vanni Aretino. Prima inclinavo a
vedere in lui il Tor- telli, che dei Giovanni Aretini del secolo XV è senza
dubbio il più famoso; ma mi son dovuto ricredere, j^er- chè e dimostrato il e
)ntrario da una lettera di Gaspa- rino Barzizza, che reco qui per intero: A{/
insignem et ampli ssì munì virum lohaujiem Corvinum ex urbe Aretina ducalem
secretarium et senatorem gra- vissimum co/isolatoria Gasparini Pergamensis
super inopinata morte Nicolai sui filii ( i ). Si nondum ad te consolandum
accessi aut miUas ad te litteras dedi, juìbus tantum dolorem timm vel
consolando vel dolendo lenirem, non i.ini negligentiae meae quani consilii
fuit. Meniineram enim quid in re- cnti macrore eius filii mihi accidisset, quem
cj^o primum mihi genue- ram, in quo ego omnem nieam spem constitucram, per quem
vivere e- tiam post mortem sperabam. Quo tempore illa ipsa quae remedio esse
consuevcrunt maiorem certe dolorem faciebant. Conveniebant me amici ut meos
luctus minuerent; iubebant me eorum reminisci, quae vel au- diendo philosophos
ab illis didicissem, vel expcriendo casus adversos, ut humana sunt, doccre
alios et eos ad patientiam hortari consuetus essem. scd quo magis illi me ut
mihi adessem monebant, eo acriores dolorum culcos excitabant. Dicam fortassis
quod tu admirabere; non solum con- j>cctum amicorum intcrdum fugicbam, sed
noti nunquam ctiam, si quan- to in id genuiì littcrarum incideram, quae eortmi
qui forti animo obitum Siliorum tulerunt memoriam interìre non sinunt, nihii
mihi in his legen- di» proficere vidcbar, »cd dolorem potius illum, qui aliis
occupatioiiibus Iti nobÌH quandoque ad tempuh sopitus est, renovari in me ne
magis in- i-cndi icnticbam. Quod in tuo acerbissimo casu, ttim ex me ipso tum
qua pietate »cm{)cr in tuos (uisti, evenisse non dubito. Si ergo non prìui
ulcus hoc tuum tangcndum putavi, qunm dolendi coiiKuetudincm aliqunm tibi
frrii.w»-u fxiii iliit.if in.lntii .ifiiii \,\ I.. .,11^ ,,.t. villi t.w.i ...
mi. ..■!..( .li f^f n) Cod. Ricciidiamj 774,1. ifc^v. 428 R. S.. quam
reprehensionem negligentis habere debeat. Nam in hoc tuo casa, quo haud scio an
ullum tibi potuit fortuna graviorem infligere, consue- tudinem medicorum (l)
servavi, qui (2) ea vulnera quae a principio ta- cta dolorem maiorem faciunt,
solent in secundum aut tertium diem col- ligere nec prius ad curationem
accedere, quam manum medici sine pe- riculo potest vulnus pati. Haec enim ratio
me a te, cum adhuc dolor tuus recens esset, litteris meis vel alloquendo vel
consolando revocavit, ne maius tibi vulnus in contrariara partem afferrem. Nunc
vero cum pri- stinus ille dolor tuus paulum se remittere coeperit, quanquam
medicina cuiusquam non egeas, modo illae maeroris tui reliquiae sinant, quod
minus in domestico dolore facere potili, in tuo temptabo; quod me fa- cile
consecuturum spero, si te non ex vulgo hominem quendam (3) sed unum ex patribus
conscriptis senatorem gravissimum esse memineris. Non potes, crede mihi, in hoc
tuo dolore perseverare diutius, quin amici tui, quos in hoc casu participes
maeroris tui ac socios habuisti, ultro te ac- cusent expostulentque cur tu, qui
aliis consilium dare consueveris, me- deri ipse tibi, cum iam tempus sit, non
possis; illaque vulgata in cete- ris summis viris in te dicent: Memento te
lohannem esse, in quem oculi omnium coniecti sunt. Turpe tibi illud esse tempus
expectare, in quo * nullus tantus dolor est, quem non longinquitas temporis (4)
minuat '. Multa ad hunc modum inter consolandum afferent, quae tuum dolorem
moUiant: mortales scilicet nos omnes lege naturae natos esse nec mori minus
quam nasci secundum naturam datum; non posse bono viro aut vivo aut mortuo mali
quicquam accidere; non referre quo genere mortis consumamur (5), sed quo morte
obita migremus; nec interesse utrum casu aliquo sive errore, ut nuper tuus hic
suavissimus filius interiit, an vi, an insidiis, an fato, an magis in utero, an
magis in ilio primo tem- poris puncto quo natus est, an ultra metas infantiae,
an puer, an adu- (i) mediocrem cod. (2)
quia cod. (3) quondam cod. (4) tempus cod. Cfr. Cicer. ad fani. IV 5, 6. (5)
consumatur cod. 9. — CORVINI. 429 lescens, an iuvenis, an senex, an iam
decrepitiis aliquis moriatur; uDam omnibus mortem esse, vias auteni ad illam
accedendi plures, nec tam esse curandum qua via, ut dicitur, quam quo
perveniamus, nec fieri pos- se, nisi prorsus dignitatis obliti simus, quin
multo meliora functis vita supersint, quam si immortalitate, si regnis omnibus
ac voluptatibus frui in hac vita diutius nobis concessum esset. Forte etiam
illud adicient, nihii esse, si vere illuni amasti, cur non desiderium eius
ferre aequo a- nimo debeas, cum illa ipsa, quae maxime tibi in ilio placebat,
divinitas fngenii tanta nunc sit, ut is quem ego, si longior ei vita fuisset,
disci- pulum maximi profectus fore sperabam, nunc caelo fruatur, nec illa rerum
humanarura divinarumque scientia eum fallat. Postremo nihil mi- nus sapientis
esse tibi commemorabunt, quam ea deplorare incommo- da, quae nostris luctibus
nec restitui in integrum possunt neque corri- gi; sed, quod deterius est,
nostra impatientia maximam partem calami- tati nostrae adicere. Sed neque haec
illi tibi obicient, neque te accu- sabunt scio, cum ea sis sapientia, ut multo
melius hoc docere alios, quam audire ex aliis possis. Quare neminem habeo,
cuius te malim quam tuo Consilio, cum sapiens sis, neque in hoc neque in ceteris
rebus, uti. Quod si facies et ipse tecum loqueris, intelliges cur deinccps mors
Ni- colai nostri» pueri divini ingenii, lugenda tibi sit; id ego dum te con-
solor, in meo Nicolao experior; quem cura iam spectatus vir esset amisi. Vale;
ex bibliotheca raea. Questo Giovanni Aretino pertanto è di cognome Cor- vini.
Gli era morto il figlio Niccolò, molto piccolo cer- to, perchè non era ancora
scolare del Barzizza, com'e- gli sperava, se fosse vissuto di più: possiamo
suppor- re che fosse sotto ai dieci anni. Noi sentiamo il dolo- Tc. del vecchio
Barzizza, che già aveva dovuto pian- gere la morte del suo primogenito, che si
chiamava Niccolò come il figlio del Corvini. Niccolò Barzizza era ancor vivo
nel 1423, nel quale anno era stato eletto 43Ó R. SABBAtHiJl. podestà di Trento
(i). Della sua morte il padre dà il tristo annunzio a Valerio Marcello (2); ma
la lettera non ha data. Le si può fissare però un termine estre- mo: infatti in
due codici (3) essa porta questa chiusa: Vale et me optimo pontifici ac patri
R.''^ d. Petro Mar- cello fratri tuo quo soles studio commenda. Ora Pietro
Marcello, vescovo di Padova, morì nel 1428 (4); qui siamo dunque prima; sicché
la morte di Niccolò Bar- zizza cade tra il 1424 e il 1427 e questi sono i
termi- ni estremi della consolatoria al Corvini. In quel tempo Gasparino
Barzizza era a Milano (sopra p. iii, 120) e in intima relazione col Corvini,
segretario ducale e senatore. La famiglia Corvini era originaria d'Arezzo. Il
nostro Giovanni, figlio di Gregorio (5Ì, abbandonò la patria e migrò a Milano,
dove si stabili definitivamente, a- vendovi ottenuto nel 1407 la cittadinanza.
Fu più tar- di fatto consigliere di Filippo Maria Visconti e (nel 1432) creato
(^onte palatino dall'imperatore Sigismon- do. Mori nel di del Natale 1438, come
risulta dal suo (i) Cod. della Biblioteca Nazionale di Napoli, IV A 43, f. i
Nico- laus Barzizius iuris pontificii doctor ac Tridentinus pretor desìgnatus
Ioanni Angustino fratri s. d. Ex Patavio VII kal. octobris MCCCCXXIII. (2)
Barziz. Oper, I, p. r86. Nel testo la lettera ha la data Fatavii; ma questa è,
come pur tante altre, una falsa congettura dell'editore. (3) Cod. Marc. lat.
XI, 21; cod. Querin. di Brescia C, V, 26 f. 47. (4) Agostini, Scrittori
viniziani^ II, p. 139. (5) Gregorio non viveva più nel 141 5, poiché in data
primo gennaio 141 5 si legge: lohannes de Corvinis De Aretio filius condam
domini Grigolii (Osio Documenti diplom. II 49). I <), CORVINI. 43 1
epitaffio. Lasciò un figlio, Luchino, natogli nel 1424 da Filippina de
Capitaneis (i). Mette conto sentire come ce lo rappresenta Cosimo Raimondi, a
noi ben noto, in una lettera a lui diretta (2): Itaque cum prirmim senalii
dimisso expeditisque civium populorumque negotiis, qui domum frequentant tuam,
recipere te in bibliothecam licet, quam habes opulentissimam et nullius
doctrinae i g n a r a m (3), subito in illam te posthabitis aliis omnibus
recipis ea- que legis et tecum meditare quae vel ad agendum gubernandumque re-
gnum illud referas vel ad excolendum animum conformandamque men- tem attineant,
ut n emini mirum videri debeat si tua semper plurimum in consiliis possit
oratio. Hanc enim intentam semper habes citharam gravissimisque legendis
assidue libris divinam illam vim ingenii tui, ip- sam per se quam lautissimam,
sapientissimorum hominum institutis mo- numentisque perpoliens uberiorem
efficis ac omatiorem. Quo quidem pri- rato et occupato studio tuo plus est a te perfectum quam a
multis qui ad scholas publicas profecti aliud nihil nisi litteras curaverunt.
Ex te enim et a te ipso nulloque docente non oratoriam solum sed poeticam etiam
didicisti; tantumque in utraque praestas, ut idem et summus orator sis et poeta
maximus. Nam tum versus tum cetera quae scripsisti omatis- lime nihil
antiquorum elegantiae et dignitati cedunt. Quibus non con- tentus philosophiam
illis adiunxisti; multa enim a te in ea quoque sunt percepta nec minus prò
diffuso tuo ingenio sacras explorans litteras Gre- gorium, Auguttinum,
Hieronymum, Thdtaam Aquinensem gentemque illam theologicam atquc caclestcm fere
totam es pcrscrutatus. yuin etiam velerà cognosccndi cupidus antiquitatcm
oninem volvcns cgregium nul- lum praetermiRisti facinus sive a nostris sive a
Graccis hominibus gettum, quod non penitus didiccrìs memorìnequc mandaris.... [Avignone 1431]. (i) Argelati, Bièiioth. scriptor.
Medwlan., II, 2, p. 1759-1761. (8) Cod. Ambros. B. 124 xup. f. io8v. (3) Si
occupava anche d'ajitrologin; G. D'Adda Indagini.» mila tiòrt- ria Visconteo-
Sforzesca n. 930: ' Liber unun aKtrologie... Kt fuit poiitut In libraria per d.
lohannem de Aretio die X Villi decembri» MCCCCXV*. 432 Jt. SABÈADlNt. Dalla
lettera surriferita di Candido desumiamo che nel 141 2-13 il Corvini
corrispondeva col circolo degli umanisti fiorentini (sopra p. 388 n. i). Ma più
tardi ebbe opportunità di avvicinarli persoucilmente: e fu nella prima metà del
1423, allorché guidò l'ambasciata Vi- scontea a Firenze e di là a Roma (i).
Anzi in quell'oc- casione portò al Niccoli una copia del codice Cicero- niano
di Lodi, com'è attestato da Vespasiano {Nicolao I^icoli): * UOrator e il Brutus
furono mandati a Nicolao di Lombardia ed arrecoronli gli oratori del duca Fi-
lippo quando vennero a domandare la pace nel tempo di papa Martino '. Questo
codice è ora il Fiorent. Naz. Conv. soppr. li, 14 contenente appunto XOrator e
il Brutus, con la nota: Iste liber est conventus S. Marci de Florentia ordinis
predicatorum de hereditate Nicolai de Nicolis fiorentini viri doctissimi. Un
suo apografo è il Laur. 50. 18, sottoscritto: Cosmae de Medicis hoc opus
absolvi feliciter die prima octobris MCCCCXXIII ego la- cobus Antonii Curii
lanuensis. Florentiae: donde rimane confermato che il codice pervenne al
Niccoli al più tardi nella prima metà del 1423 (sopra p. 137). Sui rapporti del
Corvini coi fiorentini e' informano due lettere dell'Aurispa e del Traversari.
L'Aurispa era giunto nel dicembre 1423 da Costan- tinopoli a Venezia in
compagnia di Giovanni Paleolo- go, il novello imperator Greco, che veniva in
Europa a chiedere soccorsi (2). Nel febbraio 1424 l' imperato- (i) Machiavelli
Istorie fior. IV 4-5; Muratori R. I. S. XIX 57-58; Commissioni di Rinaldo degli
Albitzi, Firenze 1867, I 449. (2) Muratori, ^(?^. Ital. Script. XXn,'p. 971. 9.CORVINI.
453 re e con lui l'Aurispa partirono da Venezia alla volta di Milano. Ecco che
cosa V Aurispa scrive al Traver- sari a Firenze (i): Graecorum rex cras hinc
discedet, ut Mediolanum eat, et nos una se- cum. Si rescripseris, quod ut
facias summe precor, Mediolanum litteras transmitte rogove, si tecum aut
amicitia aut familiaritas cura Ioanne Ar- retino (2), qui apud ducem Mediolani
priraus esse dicitur, est, me per epistolas sibi recommissum dede. . . . Ex
Venetiis HI idus februarias [1424]. In seguito a questa lettera ecco che cosa
scrive il Traversari al Niccoli (3): Orat (Aurispa) me ut ad se rescribam
Mediolanum litterasque com- mendaticias ad Ioannem Arretinum dem; id mihi
mature video esse fa- cieDdum atqne hoc ipso die Florentìae IV kal. martii
[1424]. Del resto il Corvini con la sua passione bibliofila non si dovette
trovare certo a disagio nemmeno a Mi- lano dove, specialmente nel decennio dal
1420 al 1430, egli visse in un centro di dotti molto insigne. C era dal 1423
l'arcivescovo Capra, uomo di gusto, cultore e protettore delle lettere, solerte
investigatore e sco- pritore di codici. Vi era fin dalla seconda metà del 142 1
Gasparino Barzizza, che terminò ivi la carriera del suo fecondo insegnamento, e
Antonio da Rho, indi- pendente e illuminato umanista, pur appartenendo al- (I)
A. TmvcTt. Epùt. XXIV. 48. (a) Ioanne Riodo Uxt. rravcr». J?fù/. Vili, 12. u
M.iAi.,M. Tati latmì, »g. 4^4 ^' SAaAiym'i. l'ordine dei minoriti. Vi si trovò
nel 1422 per alcuni mesi Flavio Biondo, proprio nella fortunata occasione che
il Landriani scopriva a Lodi 1' archetipo delle o- pere rettoriche di Cicerone
(sopra p. 137). Vi era Cam- bio Zambeccari bolognese, uno dei primati alla
corte ducale, passionato raccoglitore di opere morali antiche e delle vite di
Plutarco, che corrispondeva con l'Au- rispa a Ferrara e con Guarino a Verona. E
vi era fin dai primi giorni del 1427, per tacere di altri minori, Giovanni
Lamola, alunno di Guarino, indefesso racco- glitore e coscienzioso emendatore
di manoscritti. Senza dire che nel 1427 vi si trovò col cardinale Albergati il
maestro Tommaso Parentucelli, poi papa Niccolò V, giusto nell'anno che nella
basilica Ambrosiana fu sco- perto il famoso codice di Cornelio Celso (sopra p.
311). Sicché il nostro Corvini n' aveva d' avanzo per ali- mentare la sua
passione libraria. E infatti egli era riu- scito a raccogliersi una
considerevole biblioteca, una delle prime biblioteche degli umanisti, del
medesimo tempo di quella del Niccoli a Firenze, che fu allora la più famosa.
Aveva il Corvini un Giulio Cesare e una collezione di opuscoli di Seneca: libri
questi abbastanza comuni; ma vi troviamo le lettere di Cicerone ad At- tico e
una collezione di scrittori di agricoltura: Catone, Palladio, Columella e
Varrone, libri allora assai rari. Aveva una commedia antica, che ci è ignota;
più, ol- tre chi sa quant' altri che Candido non nomina, uno Svetonio, un
Gellio, un Macrobio, tutti e tre con le citazioni greche: pregio che gli
umanisti stimavano molto raro, perchè li sentiamo continuamente lamen- 9- — CORVINI.
43$ tarsi della mancanza dei passi greci nei testi latini. A questa biblioteca
del Corvini facevano 1' amore parecchi letterati d'allora; Guarino p. e. diede
la caccia al suo Macrobio e al suo Gellio. Sin dal 1422 infatti Guarino per
ottenerlo interpose l'opera di Niccolò marchese di Ferrara e del suo se-
gretario Ugo Mazolato e del suo consigliere intimo Giacomo Zilioli. Ecco il
passo della lettera ch'egli scrì- ve al Mazolato (riportato già sopra p. 139):
Ugo mi carissime, tua mihi ope opus ac industria, ut ad librum quera habere
ardeo cupiditate quadam incredibili, manibus ac pedibus, imrao vero mente
Consilio et cogitatione tua et Zilioli nostri intendas. Est vir quidem clarus
ac prudentissimus, Johannes Arretinus, illustrissimi ducis Mediolani
secretarius; habet Macrobium, ut audio, litteris antiquis, fide- lem,
emendatum, ita ut et graecas habeat fide optima insertas litteras. Hunc transcribendum esse cuperem
ita ut eius copiam haberemus. Ex Verona V id decembr. [1422]. Non molto tempo dopo Guarino si rivolgeva a
un milanese, a Giovanni Casati. .... Audio te caritate plurima coniunctum esse
viro gravissimo ac rnatissimo lohanni Arretino. Is ut multos alios, ita
Macrobium de Saturnalibas, A. Gcllium de noctibus Atticis habere dicitur, quos
et ego habeo, sed cum eos emendare cupiam, illos te in- terprete ab eo habere
veliro. Indignum enim censeo ut, qui me in diet !it, ii apud me incmend.iti
mancant. Ut autem favorem ,uari9, quas Ubi .imicas esse vis, curare debc.s ut
qui in militant corrìgantur et vera loqui consuescant. Id nutero mihi futurum
eit. Ut autem amicum tuum precibus non Ilare, sat crit ki nunc Macrobium pctas
(i). (Il ' I Anr.r.-si i ' ' 'nf. f. 125. 4^é
R. SAB8ADIN1\ Ma come le pratiche con la corte di Ferrara, cosi a nulla pare
siano approdate anche queste col Casati. E al suo Tacito dava la caccia Pier
Candido De- cembrio, che così scrive al Solari: Petrus Candidus Abondio Solario
s. (i) Ioannes Arretinus vir supellectile sua, ut puto, dignus, librum habet
unicum, quem prae ceteris cupiam videre. Est autem Cornelii Taciti volumen
illud, amplitudine haud Curtio dissimile, stilo vero, meo iudi- cio, longe
inferius scriptum et obtusius. Hunc cum nuperrime in biblio- theca sua
deprehendissem, institi ut illius lectione arentem sitim meam expleret (2)
idque ex humanitate sua perlibenter facturum se spopondit. Cum vero intelligam
illum et paratum (3) et propitium soli tibi esse, pergratum feceris si
Cornelium meo nomine ab ilio sumptum mihi mi- seris, quem restituturum brevi
polliceor; nec aliter Curtium meum quem habes ad me reversurum persuadeo. Potes
itaque inter Dionysium et Platonem quasi Pythagoreus quidam vadem exhibere.
Vale. L'ultimo periodo della lettera allude scherzosamente ai sospetti
suscitati da Platone nell'animo di Dionisio il giovane, nell'occasione del
terzo suo viaggio a Si- racusa, e alla parte di paciere che tra il filosofo e
il re s'era assunta il pitagorico Archita. Il Decembrio paragona il volume di
Tacito per gros- sezza a quello di Curzio: e di fatto le opere di Tacito
comprese nel cod. Med. II (sopra p. 249) - hanno su per giù r estensione degli
otto libri superstiti di Curzio, forse un po' maggiore. Strano invece il
giudizio sullo (i) Cod. Riccard. 827 f. 30 v. (2) cxpiaret cod. (3) patrem cod.
9- — GIOVANNI CORVINI. 437 Stile tacitiano, eh* egli mette al di sotto di
quello di Curzio. È lecito presumere che a un'attenta lettura si sia ricreduto;
ma non bisogna dimenticare che 1' orec- chio umanistico si sentiva più
solleticato dalla piana scorrevolezza di Curzio che dall' aspra saltuarietà di
Tacito. ♦ * Dei codici del Corvini tre si conservano nell' Am- brosiana. Cod.
Ambros. B 153 sup. membr. sec. XV. Contie- ne Quintiliano integro con la
lettera di Poggio indi- rizzata al Corvini. Passò nella famiglia dei Barbavara,
come rileviamo dalla nota al f. 278: Liber d. Caroli Barbavarae q. d.
Marcolini, e poi entrò nella collezione di Francesco Cicereio (Ciceri). Di
questo codice si parla in altra parte del presente volume (p. 385-88). Cod.
Ambros. N 199 sup. membr. sec. XIII con le Satire, le Epistole e l'A. P.
d'Orazio (*). Conserva al f. i v, autografa la seguente poesia giovanile del
Corvini, che riportiamo integralmente, perchè dei suoi parti poetici, lodati
dai contemporanei, solo questo ci è pervenuto <; quello che sarà comunicato
più sotto. Uxit amor^ qui terj^a dedit dum falUrt tempia t. Hot indignanti
similis pertextre cepi. (^ios, quia te stupeo simili quoque clade perire
Infestum sevumque malum dum vincere credis, 5 Sint licei alteriti» solamen
dulce laòoris, Ad le nunc ver lo cupiens /renare furorem. * Quonam frnter
.ibi»? tristcm que nira pcrurit? * (■) Comparve la prtmià volta iu (Jior,
stor.Utt. itaJ, 47, 1906, Jl'i». 438 R. SABBADINI. Sóre paras, animum qui
fluctus verset anhellum? Versat amor, cuius fiamme precordia lambunt; IO Nec
michi quo possim succensam tollere flammam Modus adest. Alitur quis debuit ipse
fugari, Ex quo religio, quamquam vesana, perurget^ Qua veteres sacras divam
portare sagitas Et natum dixere nobis: quia ni sacer esset, 15 Figeret haud pueri
tam certa sagita medullas. Hei michi! si simile hic vulnus temptaret amantes,
Non foret in crudt^ tam grandis vuluere langor. Nam dulces lacrime et suspiria
tracta vicisim Prestarent utrinque sibi linimenta doloris, 20 Sed deus ille'
ferus diversa in arundine certans Hunc petit aurata, que firmiter ossibus
herens Incerto facit ire gradu similemque furenti; Illa sed obtusi certatur
arundine plumbi, Qua refugit leso solacia reddere ludens. 25 Quare vagus si
sepe feror bachorque per urbem, Desine iam petere et tristera precor exue
curam. Versus editi per lohannem Corvinum de eius amore ad suum Lelium reprobum
(?). I vv. 7-26 rappresentano, se non andiamo errati, un dialogo tra un amico e
1' autore, il quale alla domanda rivoltagli nel v. 7, risponde coi vv. 8-26,
manifestando il suo amore non corrisposto per una donna (2;^ ilio). Il nome
dell' amico doveva stare nella firma, ma fu raschiato e sostituito dalle parole
stampate in corsivo. Altre raschiature e correzioni fece 1' autore nelle pa-
role corsive dei vv. 8 e 12; inoltre sagitas del v. 13 e sagita del 15 avevano
in origine due t; e una raschia- tura si osserva nella prima lettera di
linimenta, v. ig. Compiuti questi mutamenti, indirizzò il carme a un nuovo 9. —
GIOVANNI CORVINI. 439 amico, il Lelio della firma corretta, e vi aggiunse un
proemio, vv. i-6. Lelio era infelice in amore, come il Corvini. L' altro carme,
parimenti autografo, si legge nel cod. Ambrosiano H 14 inf. membr., sec. XV, f.
76 v.: Hunc primum genuit resoluta puerpera natum Margarita suum, qui sacro a
fonte Johannes Marcus erit, veteres referens cognomine patres, Quos Corvina
domus claro de sanguine traxit. 5 Mille quatercentum ter denos duxerat annos
Phoebus ab adventus radiantis tempore Christi, Cum datur aethereum puero
conspicere lumen, Disclusis oculis mediae sub tempore noctis Quam retinenda
dies vicesima quarta novembri» IO Insequitur. Superi, tallem servate puellum,
Ut superet felix et avorum premia vincat. Auctus prole nova Summi prestante
favore Hos versus cecini, nervorum stante dolore; Quos ut leteris et cudas nunc
tibi mitto I 5 Utquc modo tacitae dissolvas vincula lingue. Amen, finis.
lohannes Corvinus in nativitate nepotis. Ricaviamo di qui che nella notte dal
it, al 24 no- vembre del 1430 Margherita, nuora di Giovanni Cor- vini, partorì
un bambino, cui fu posto nome Giovanni Marco. Cortamente non son«>
ui>i»n-^« vdIì \v iitHi/ie, di cui andiamo debitori ai duii carmi; ma essi
coi gravi errori metrici, col fraseggio oscuro e impacciato e con le forme
sbagliate ci danno una umile idea del valor poe- tico dell' autore. 440 &•
S.. E ora tratteniamoci a esaminare più particolarmente questo elegantissimo
codice H 14 inf. (*). f. I Pomponii Mele de Chosmographya libri tres feli-
citer, f. 33 V Vibii Sequestris de fluminibus fontibus lacubus nemoribus
paludibus mo7itibus gentibus per literas. Vi- bius Sequesler Virgiliano filio
s. Quanto ingenio — f. 41 Vulsci italici europe. Feliciter Vibii Sequestris de
flu- minibus Fontibus Nemoribus Lacubus Paludibus Montibus Gentibus per literas
expliciti sunt. (Geographi latini mi- nor es ed. Riese p. 125). f. 41 Incipiunt
nomina regionum cum provinciis suis XVII (corr. ex XXVII) et CXV civitatibus.
De urbibus gallicis. Lugdunum.
Desideratum — hoc et hebree (Vetera Romanorum Itineraria cur. P. Wes- selingio,
Amstel. 1735, p. 617). Nomina provinciarum romanarum in Italia numero XVII.
Campania in qua est Capua — Galliarum provintie numero XVI — f. 42 Pontus.
Egyptus. Britannia numero XI (è il Laterculus Polemii, p. e. Geogr. lat. min.
p. 130-32). f. 42 Nomina provintiarum vel civitatum in provinciis Gallicanis.
Metropolis provincia lugdunensis — f. 44V id est Ventio (la Notitia Galliarum ^
in Geogr, lat. min, p. 141-44)- f. 44V Septem mira. Primum, Edes diane — alte pe-
des de {Geogr. lat. min. 159). (*)
Comparve la prima volta in Studi ital. filol. class. XI, 1903, 248-56. 9. —
GIOVANNI CORVINI. 44 1 f. 48 Accedentibus ad operìs huìus notitìam — . Proe-
mio al commento de)!' Aulular la, f. 48V Plauti Aulularia (Querolus) incipit
feliciter — f. 75 Aulularia Plauti explicita feliciter. Tutte le opere hanno
numerose chiose marginali; e tanto il testo quanto le chiose sono di una sola
mano. I quaderni che contengono T Aulularia formano un corpo separato.
Istituiti alcuni confronti dell' Aulularia Ambrosiana, che chiameremo A, col
testo di R. Peiper (Lipsiae 1875), merita esser posto in rilievo 1' accordo di
A con le correzioni di V. Ma A non deriva direttamente da F, perchè si
manifesta indipendente da esso e da tutti gli altri codici: p. e. p. 4, 2
domum; 17 propulit; p. 7, i erit; p. 11, 4 prudens sciensque; p. 16, i atque;
21 sed; p. 17, 9 illud; p. 27, 6 et; p. 31, i aluipande; p. 34, 6 tu noft; p.
37' 3 /A* p. 43. n celeriter; p. 47» 4 Sycof.; 5 ludemus; p. 50, 14
confideretur; p. 53, 20 in inficiasi P* 54» 7 nunquam; p. 55, io legimus; p.
56, 18 temptanda; p. 58, 7 esse. Sicché si dovrà dire che A discende dal
codice, ora perduto, sul quale V fu corretto. Un secondo contatto di A con V si
osserva nelle chiose. V del secolo IX è glossato da una mano del secolo XII e
le sue glosse e quelle di A si corrispon- dono perfettamente, per quanto
cilmeno se ne può conchiudere dal confronto coi pochi saggi comunicati dal
Peiper p. IX. Ecco le tre glosse analoghe di A, il cui testo è più emendato: f.
54 (p. 14, 12) PantO' malusi pantomalus nonien est ex greco latinoque com-
pactum et dicitur quasi totus malus; ji.in onini grece 442 R. SÀBBADINI. totum
sonat; f. 65 (p. 38, 18) Solidis] solidus est num- mus aureus qui sexcies
appensus unciam facit; f. 66 (p. 40, 3) Zelotypi] zelotipus est qui nimio
mulieris amore correptus eam semper observat indig-naturque levi suspicione nec
eam cuivis credit; zelus enim amor est et tipus tumor: hinc zelotipia.
Soggiungo un altro manipoletto di glosse scelto fra quelle che hanno maggior
valore. f. 55 V (p. 17, 14) Calceos] Patricios calceos Romu- lus repperit
im*"^ corrigiarum assutaque luna bicorni ad notam centenarii numeri quod
initio patricii senatore s centum fuerunt (corr. in fuerint). Dicuntur autem
calcei vel a calce vel a greco kaXa idest ligno in quo fiunt. f. 57 (p. 20, 19)
Obscurisvera involvere] Hac elocu- tione usus est Virgilius in 6° (100). f. 62V
(p. 2>2i 16) Polluunt] Hoc eleganter exprimit Virgilius Eney. 3 (234). f. 64
(p. 36, 5) Quod bonum faustum\ formula verbo- rum frequens in ystoriis
Romanorum. f. 68 v (p. 46, 5) Anima in faucibus] vulgaris loquen- di modus. f.
72 (p. 54, 7) 0 tempora o mores] Hanc exclama- tionem ponit ad contextum TuUius
invectivarum in catellinam lib. Item prò Deiotaro rege (31). f. 55 (p. 16, 22)
Ligerem] Ligerem dicit a nominati- vo liger, quem ponit Albius tibullus: '
Carnutis et fla- vi cerula limpha liger ' (I 7, 12). Questo pentametro di
Tibullo non è tratto da un testo intero, ma da Ex- cerpta, che probabilmente
esistevano a Farfa: vedi la nota seguente. 9. — GIOVANNI CORVINI. 443 f. 65 V
(p. 39, 13) Et non suntus tamen tam miseri] Lege hic execrandas fraudes
servorum. Et nota prò Biasio de Scandrilia. — Scandrig-lia è an paese del cir-
condario di Rieti e appartenne fino al secolo XV alla giurisdizione di Farfa.
Viene perciò spontaneo di pen- sare che le chiose sian nate nel monastero di
Farfa. Tali chiose non erano sporadiche e occasionali, ma costituivano un vero
commento continuo, il quale ar- rivò a noi frammentato o non fu condotto a
compi- mento: di che sarà in grado di giudicar meglio chi vorrà esaminare il
cod. V. Che si trattasse di un com- mento continuo, scorgiamo dal proemio a
esso prepo- sto, che qui riporto da A: f. 48. Accedentibus ad operis huius
notitiam aditu primo ini®'' reseranda sunt: res scilicet, mens, effectus et cui
phylosophie parti subiciatur. Res igitur est: que- rulus, aurum, fur. Mens, qua
convincitur homo suis meritis affligi divinoque beneficio damnis erui et inde- bitis
insperatisque munerari. Effectus vero quo sibi red- ditus quisque molestias
sine murmurc tolerare doce- tur et meliora sperare. Ethice supponitur quia de
mo- ribus agit. Ethis enim grece mos. liane autem Socra-
tes primus ad corrigendos componendosque mores in- ^tituit, dividens eam in
nn**' anime virtutibus, idest prudentia, qua mala discemuntur a bonis;
fortitudine, qua equanimiter adversa tolerantur; temperantia, qua libido
concupiscentiaque frenatur; iustitia, que recte iu- dicando sua cuique distribuii.
His expeditis, quod sequitur inspiciendum est, sci- licet id genus carminis
unde vocabulum suniat. Comedia 444 ^- S.. nanque dicìtur et hoc vel a greco
KOMOO idest villa, quia prius in pagis agebatur, vel a commessatione, so-
lebant enim post cibum ad eam audiendam conventus fieri; vel appellatur comedia
quasi corno odia idest ru- sticorum laus, nam privatorum acta predicat. Hec cum
tragedia communia quedam habet, vide- licet quod iambico metro constat, quod
tota personis attribuitur, quod vitia generaliter notat. In hoc autem Inter se
differunt, quod hec privatas, tragedia vero res publicas narrat, hec argumenta
fabularum ad veritatis imaginem ficta, illa regum historias, hec humiliter,
illa granditer, hec omnia personis agit, illa quedam ver- bis (i) tantum
representat, hec a tristibus inchoans in gaudio desinit, illa leta principia
mesto claudit exitu. Sunt preterea duo genera comedie, vetus et novum: vetus
ioculare, ut Plauti Accii (2) atque Terentii, no- vum quod et satiricum, ut
Flacci, Persii, luvenalis, ubi vitia cuiusque manifeste carpuntur. In hoc autem novo licet sit
effectus comicus simul et scribentis intentio, non tamen modus loquendi. Idemque per omnia dicen- dum est in tragedia, in qua
exemplum veteris sit Se- neca, novi Virgilius (3). Plautus dicitur a plausu,
quia plausibilia scripsit. [ Aulularia ] quasi ollularia, ab olla ubi latuit
aurum. (i) Vorrà intendere della musica dei cori? (2) Per lui il nome era
Plautus Accius. (3) Perchè il poeta epico canta la stessa materia della
tragedia e con lo stesso stile sublime. CORREZIONI p- 2. 1. 8: 1427 i^ggi 1425 p- 28, n. I, 1. 7:
Goldlob . . Gollob p- 105, n. 2,
I. 4: auobus . . duobus p- 126, 1. 24: textus . . . testus p- 153, I. 23: de
officii . . . de officiis p- 225, 1. 16:
Umberto . . . Uberto p- 275, 1. 12: Gerntaniae. V'ita Germania e Vita p- 136,
1. 11: litterarum . . litterarii p- 136, 1. 16: contemplationesque
contemptionesque I tionesque). p. 136, 1. 28. L'anno della lettera è nel solo
cod. di Oxford, che reca « MCCCCXXI »,aggiunto di seconda mano; ma dobbiamo
tener fermo al 1422, perchè soltanto nella seconda metà del 142 1 il Barzizza
paasò da Padova a Milano (120). p. 1-7. Del Cotnmentarium del Niccoli altri si
sono occupati: E. Ja- oobs in Wochenschrift f. klass. Philol. 19 13, 701-02; A.
Gudeman ib, '9*3» 929-33; W. Aly in Rhein. Mus. 68, 636-37; G. Andresen in
Jahresber. des philol. Vereins 40, 78-79; \V. Peterson in American Journal of
philology 35, cfr. Wochenschr, f. klass. Philol,
19 14, 608. 145, 1. 1-7. n codice di Giustino, già Saibante 269, che si ere-
'.-va perduto, è ora nel British Museum sotto la segnatura Ms. Add. 12012. p.
172, 1. 9. Sulla bufera scoppiata a Venezia il 10 agosto del 1410 fe»to di S.
Lorenzo) vedi anche Muratori R, /. 5. XXII 853. p. 1 18-19. Una lettera
importante di Cosimo Raimondi in difesa del- l'epicureismo fu pubblicata da G.
Santini in Studi storici^ Rigoli 1899, Vm IS3-68. Agostino Ammiano Marcellino Apicius
Apuleio Aristotile Asconio Pediano Aspro Aulularia, v. Qiierobts. Ausonio Catsaris
Iter 283, 285. Cassiodoro 425. Catone 1, 422, 424, 434. ' atnllo 173-74» 340.
360. ' clso (Cornelio) i, 265, 268-72, 2 "-324» 434- Censorìno 423.
'^'esarc 239, 423. 434. < hirio Consulto Fortunaziano 402. Cicerone 1, 11,
12, 269, 398, 401. Cicerone: optre filosofiche i' : 145-69, 218, 227, 241.
Cicerone: t^tre rtttcricht 12-13, 94. IOI-45' 389. 43»» 434. Cicerone:
orazioni']^ 16-19, 20-29, 31, 32, 43-56, 81,94, 146, 184- -87, 253. 275» 391»
442. Cicerone: ad Atticum 6, 13-14, 31, 41-42, 69-97, 360, 423. 434. Cicerone:
ad fantiliares 14-16, 40, 57-68, 78-80, 173, 392. Cicerone: ad Brutum 97-101.
Cicerone: Aratea 181-83. ps. Cicerone 148, 153, 183-94. Cipriano 1 1 . Comoedia
antiqua 421-25. Columella 163, 268, 422, 434. Cornelio Nepote i, 252. Comificio
ad Heren. 24, 165, 170, Curzio Rufo 239,328, 331, 436, 437. Democrito 315.
Domizio Draconzio 406. Donato (Elio): Ars 6, 7; in Tt' rentium 206-45; in
Vergitium 194, 203-05. Donato (Tib. Claudio): m Vergi» iium 4, 197-202. EUgiat
im Maitinatem Fenestella i. Firmico 286. Foca 7. Frontino: de aquaed. 4, 263,
270, 275; Strateg. 275; Groniat. 5. Gellio 328, 331, 423, 434, 435. Giovenale
258, 400, 444. Girolamo (S.) 193» 399. 40i, 43i- Giuseppe (Flavio) 313, 389,
390. Giustino 145, 445. Gregorio (S.) 431. Grillio 194. lerocle 198. Igino:
Astronom. 5. Ippocrate 403-04. Isocrate 192. Itinerarium y^w /^ «m< 2 7 8 ,
2 8 3 , 2 8 7 . Lattanzio li, 154, 162, 367. Livio 7, 23, 87, 89, 184, 233,
235» 237, 239, 243, 273, 274, 275, 382, 411, 414. Lucano 258, 400. Macrobio
139, 141, 1 43» 203,434, 435- Marcello Empirico 6. Martialis 193. Martianus
(Capella) 193, 402. Marziale 88, 89, 369, 400. Mela Pomponio 440. Moretum 425.
Mulomedicina Chironis 194. Nonio Marcello 31, 32, 33, 38, 43. 75» 1^^ 77^ 162,
165-66, 174-76. Notitia Galliarutn 440. Orazio 437, 444. Orestis tragoedia 278.
Ovidio 87, 88, 89. Palaemon 193. Palladio Rutilio 422, 434. Pandette 32, 38.
Persio 444. Platone 225, 231, 234, 404. Plauto 14, 198, 327-52, 396, 423- -24,
444. Plinio I, 265, 355, 400. Plinio: Epistulae 98, 268, 355-70 ps. Plinio 356,
371-77. Plutarco 253, 399, 434. Polibio 239. Pompeo 411. ps. Porcius Latro 183,
184. Porfirione 277, 285, 286, 287. Pri sciano 7. Probo: Ars 6. Probo: in
Persium 194. Querolus 425, 441-44- Quintiliano 160, 168, 268, 269, 270,
381-404, 437. ps, Quintiliano 23, 404-07. Sallustio II, 148, 149, 183, 208,
340, 382, 411-13, 414-17- ps. Sallustio 17, 19. Seneca (padre) 23, 184, 208,
397, 398, 400, 401, 405. Seneca (figlio) 398, 399-400, 401, 423, 434, 444. ps.
Seneca 191, 258, 400. Septem mira 440. Servio: in Vergilium 201, 203-05. ^
Sìculo Fiacco 5. Sidonio Apollinare 277, 399. Silio Italico 166, 369. Sorano
315. Stazio Cecilio 397. Stazio Papinio 397-98. Stazio Ursulo 397, 398. Stella
398. Svetonio: Caesares 99, 100, 177, 241, 423, 434. Svetonio: de granim. et
rhet. ps. Svetonio 371, 374. Tacito I, 265; opere maggiori 249- -62, 436, 437;
opere minori Terenzio 11, 206, 214, 373,382, 444. Tertulliano 6, 214, 215-16,
328. Theodosiantis (codex) 146. Tibullo 442. Tommaso d'Aquino 431. Vacca 194.
Valerio Massimo 147-48, 356. Varrone 422, 434. Vegezio Renato 208. Vergilio II,
23, 197, 203, 258, 357, 382, 442, 444. Vibio Sequestre 440. ABBADIM, Tesli
Uthnu Abbadia (dell') Nicola 363. Acciaioli Angelo 45. Adorno Giacomo 148.
Albergati (card, di S. Croce) Nic- colò 2, 214, 215, 275, 332, 434. Alberto da
Sartiano 215. Alberto II 240. Alessandrino (da Alessandria) Gio- vanni 341.
Alessio 165. Alessio Tedesco 145. Alfieri Alberto 148. Alfonso di Cartagena
224, 225, 233. »34. «35» 239. 240, 24». Allosio (d*) Enrico 219. Amelii Pietro
12. Annidano Zenone 367-68. Amplonio 194. Andrea 104. Andrea Costantinopolitano
237. Angelotto 212. Angiò (d') Giovanni r. Renato if)*). Antonio da Brescia
364. Antonio da BuMtcto 166. Antonio di M.aio 296, 297, 311. Appio 373, 376.
Aragona (d') Alfonso 198-99, 2 1 7, 283, 284, 341, 343-44. 348, 349- Aragona
(d') Maria 217, 218. Arcellio Laura 200, 349. Arese Andreolo 381. Aretino Giovanni
27. Arzignano Giovanni 135, 136, 142. Assemani E. S. 309-10. Aurispa Giovanni
87-89, 91, 92, 198-201, 206, 214-24, 232, 243, 266, 267, 271, 283-87, 349, 367»
368, 402, 432, 433, 434. Avogaro Galasio 336. Avogaro da Orgiano 23-24. Badocr
Albano 86. Baldini Baccio 297. Barbaro Candiano 31. Barbaro Ermolao 180.
Barbaro Ermolao di Zaccaria 174. Barbaro Francesco 29-43, 45, 46, 47, 48, 56,
82,91, 103-04, 141, «73. «74. 176, 251, 315, 361. B;irbavaru Ciirlo di
MarcMlino 437. Burbaviir;i Krancc»co 2 2, 334. 452 R. SABBADINI. Bartolomeo
fiorentino 364. Bartolomeo da Verona 151. Batiferro Bartolomeo 229. Barzizza
Gasparino 30, 31, 33, 36, Barzizza Gio. Agostino 391, 430. Barzizza Guiuiforte
124, 136, 151, 342-43- Barzizza Nicola 136, 429-30. Beccadelli, v. Panormita.
Bechi (de) Guglielmo 81-82, 91. Beda 7. Belbello Luchino 339-41. Bellovacense
Vincenzo 308, 397, 400. Belluomo Guglielmo 220, 221. Beltramìno da Rivola 422.
Bernardino da Siena 177. Bessarione 252. Bianconi Lodovico 293, 300, 306, 307»
309» 313» 324- Biondo Flavio Birago Gerardo 367, 368. Bisticci (da) Vespasiano
69, 297, 310, 432. Boccaccio Giovanni 99, 249, 250, 262. Bologna Simone 287.
Bonaccorso da Montemagno 23. Bonamico Lazaro 308 . Bosoni Biagio 180. Bossi
Antonio 127. Bossi Antonio di Giovanni 127. Bossi Francesco 127, 129, 130, 368.
Bossi Luigi 130. Bossi Simone di Pietro 127. Bracciolini, v. Poggio. Bracello
Giacomo 125, 126. Bragadin Lorenzo 395. Brancacci Niccolò 12. Branda di
Castiglione 391-92. Brenzoni Francesco 336. Bruni Leonardo Buonafede Giovanni
36. Buoninsegni Domenico 31, 38. Bussi Giovanni Andrea 23, 56, 184. Buzuto
Nicola Maria 350. Cadarti Giovanni 114. Calisto in 279, 287. Campinassi
Giovanni 344. Campofregoso 233. Campofregoso Tommaso 243. Campofregoso Tommaso
e Batti- sta 237, 238. Candido 28, 421-23 (sarà il me- desimo personaggio ?),
424, 426, 432. Canobio Antonio 115. Canuzio Giovanni 387. Capelli (de) Pasquino
70. Capitaneis (de) Filippa 431. Capra (della) Bartolomeo 32, 33, 50-51, 76,
77, 91, 96-97, 116- -18, 119, 126, 215, 273, 274, 278, 312, 336, 361-62, 433.
Capranica (da) Domenico 332. Carlo IX 305. Carvaial Giovanni 219. Casati
Giovanni 435. Casciotto Bartolomeo 152. Cenci 212, 332. Cenni de Nordolis
Giacomo An- drea e Paolo 149. Cesarìni Giuliano 2, 275. Ciceri Francesco 96,
152, 437. Ciriaco d'Ancona 181-82. Clémangis Nicola 15, 17, 206-08, 381-83.
Cocco Lodovico, Marco < vanni 389, 390. Colonna Kgidio 192. ilonna Prospero
21, oncorcggio (da) Gabm... ji^. oDtarini P. 104. Contrari (de*) Uguccionc 243.
' orlìinclli Angelo 31, 38. orbinclli Antonio 31, ^fl, 40. •marius I. 6. •mcr
(Oimelio/ i- , tin, F'mncesco loc) '*nter Giovanni Corradino Giannino 43, 173,
174, 176. Correr (Corrano) Gregorio 276-77. Corvini Giovanni 91, 97, 115, 121,
137, 139, 194, 252, 388, 421-44. Corvini Giovanni Marco 439. Corvini Gregorio
430. Corvini Luchino 431. Corvini Niccolò 427, 429. Corvino Mattia 256. Cosimo
Cremonese, v. Raimondi. Cotica Bertola 148. Cozza Bartolomeo 376-77. Cratander
A. 69, 70. Cremona Antonio 253. Crisolora Giovanni 39, 41, 45. Crisolora
Manuele 31, 39, 40, 42, 82, 225. Cristoforo da Parma 104. Crivelli Ambrogio
148. Crivelli Lodrisio 228, 244, 245. Grotto Luigi 411-13. Carlo Giacomo
d'Antonio 199,432. Cusano (da Cusa, da Treveri) Nic- colò 2Dandolo Marco 395.
Drccmbrio Angelo 194, 102, 222, ^o, 252. 365, 398. iM.rmbrlo Modesto 176-78.
Dcccnibrio Pier CnncUdo 17R, 224, 825, 226-4 ^ 4S4 R. S.. 278-80,
281-82,366-68,411-17, 426, 436. Decembrio Uberto 176, 225. Demetrio 39, 41.
Dioneau 308. Domenico di Bandino 250. Dominici Giovanni 80. Donato Girolamo 43,
165, 172, 173. 174. Donato Pietro 33, 43, 165, 172, 173» 174. 175» 176. Dotto
Niccolò 179. Egnazio Giovanni Battista 292. Enoch da Ascoli 263, 276-78, 280,
283-87. Este (d') Berso 218. Este (d') Leonello. 217, 221, 330, 335- Eugenio IV
217, 219, 243, 299, 300, 314, 329. Facio Bartolomeo 199-200, 252. Faella
Vitaliano 54. Fano Tommaso 337. Federico Veronese 345. Felice V 242. Ferrari
Lodovico 332-34, 339, 341. 347- Feniffino Giovanni 347. Ficino Marsilio 316.
Filelfo Francesco 277, 315, 404. Filippa (moglie del Pauormita) 348-49. Filippo
di Borgogna 200. Florilegista veronese 355, 356. Fonzio (della Fonte)
Bartolomeo 302, 315-20. Franceschino 391. Franchi Antonio di Bartolom. 384.
Francia 87. Fregoso, v. Campofregoso. Fuscis (de) Giovanni da Itro 299.
Galeotto (Tarlati) di Pietraraala 12, 206. Galluccio (de) Paolo 349. Gano da
Colle 97, 98. Gaza Teodoro 283, 284, 287. Gelenius 5. Gentile 99. Gerberto 308.
Ghenderen (de) Adriano 90. Giacomo da Siena 147, 148, Giacomo (Barzizza ?) da
Bergamo 104. Giglino Simonino 178. Giovanni XXIII 31, 165, 213. Giovanni
d'Andrea 263. Giovanni da Verona 356. Giovanni Galeazzo march, di Sa- luzzo
313. Giovanni Siculo 219. Giuliano Andrea 40, 83, 105, 136, Giulio II 307.
Giustiniano Bernardo 192. Giustiniano Leonardo 38, 39, 137. Gonzaga Lodovico
136. Gottardo da Sarzana 251. Gradi (de) Giovanni della Treccia 230. Gratapaglia
Antonio Gnaldo Girolamo 178, 357-58, 360-61 , 362-63. Guarino - 'luarino
Battista 24-25, 201-02. aiarino Girolamo 314. ruasconi Biagio 30, 31, 37. Hadoardus 160, 162. Hesdin (de)
Simone 194. Hoombeeck I. 306. Hutten (von) U. 6. Jeune (le) Jean 200-01. Jouffroy Giovanni 201. Isolano Giacomo 121. lunius F.
6. Lamola Giovanni 136, 141-44, 178, I 264, 266, 273, 311, 312, 316, 363» 434-
Landino Cristoforo 197. Landriani Gerardo ni, 120, 122, 127, 129, 434. Lantieri
Giovanni 153. I-clio 438, 439. I^to Pomponio 368-70, 417. Linden (Tan der)
305-06. Lo^li (da) Giovoimi 338. Lorenxo 37I-7S* Loschi Antonio 21-26, 54, 75,
187. Lucio da Spoleto 2, 3. Madio (Maio, Maggio) 52, 53, 136, 364. Maffei
Timoteo 377. Mainenti Scipione 348. Maineri Maino 315. Maletta Alberico 223.
Malombra Giacomo 151. Mamelino Niccolò 149. Manetti Gìannozzo 297. Marcello
Pietro 394, 430. Marcello Valerio 430. Marinoni Astolfino 21, 22, 203. Marrasio
220. Marsigli Luigi 78, 79. Marsuppini Carlo 217, 218, 222. Martino 151.
Martino V 213, 377, 393, 432. Martino Dumiense 191. Matociis (de) Giovanni
355-56. Mazolato Ugo 138, 139, 435. Medici (de*) Cosimo 20, 27, 40, 82-83, 2»6,
243, 272, 297. Medici (de*) Giovanni di Cosimo 277. Medici (de*) Giovanni 36.
Medici (de') Lorenzo 31, 33, 34, 38» 42. 329, 330- Medici (de*) Piero 297.
Mcibtcrlin Sigismondo 277. Miliis (de) Pietro 390. Modiufl Fr. 6. Monaco
hcrsfeldese 263, 272-73, 274, 275, 281-82. Montepulciano (da) Bartolomeo 1 8,
aia. 45^ É. SABBADmr. Montreiiil (di) Giovanni 11-19, 20, 28. Morgagni Giovanni
Battista 292, 308. Moroni Carlo 308. Muglio (da) Nicola 97, 98-99. Muglio (da)
Pietro 99. Nessa Simone 36. Niccoli Niccolò 1-3, 4, 27, 28, 29, 30, 32, 33' 36,
37» 39» 41» 42. 45, 46,48, 50, 51,69, 71, 75, 76, 78, 80, 81, 93, 202, 250,
263, 273, 275, 280, 281, 294, 297» 298, 312, 313, 316, 322, 329» 334. 385. 394»
396,421, 424, 426, 432, 433, 434, 445. Niccolò V 88, 276, 278, 279, 283, 287,
365. Nichesola (della) Galesio 54, 55. Nicola 2. Nicola 236. Nicola da S. Vito
183. Oldovino Antonio 117. Omodei Giovanni 111-13, 122. Oppizoni Lodovico 149,
150. Orazi Girolamo 148. Orsini Giordano 49-50, 179, 327- -36. Paleologo
Giovanni 432. Pallavitini Battista 294-95, 3^0, 304, 313-15» 316, 317, 323.
Pallavicini Panormita Agata 349. Panormita Caterina Pantia 200, 286, 349. Paolo
II 301. Parentucelli Tommaso (poi Nicco- lò V) 2, 3, 214, 215, 311, 312, 434-
Parisio Alberto 294, 295, 309, 314» 315- Parrasio Aulo Giano 105, 124.
Pastrengo (da) Guglielmo 73. Pavaro Stefano 186. Pellizzone Filippo 315.
Peregri Iacopo 342. Petrarca 12, 19, 20, 22, 32, yOy 71» 72, 94, 97, 98, 99»
100, 164, 193, 203-05, 208, 233, 235, 237, 243, 397, 400, 404. Piccolomini Enea
Silvio 192, 241. Pigna (della) Guglielmo 57. Pinelli Giovanni Vincenzo 146,
308, 369. Piscicello Niccolò 223. Pizolpasso Francesco 150, 212-13, 224, 225,
226-45, 365-67, 413» 414» 415- Pizolpasso Michele 228, 231, 367. Poggio Polenton
Sicco 21, 58, 250-51. Politi Puccio 220, 221, 287. Poliziano 62, 315, 319.
Pontano Gioviano 197, 277, 350, 35I- Ponte (dal) Zebedeo 389, 390. Ponzoni
Giacomo 180. Porcellio 171. Pretto Paolo 364. Rafanelli Marco 93-95, 152.
Raimondi Cosimo (Cosma) da Cre- mona 113-21, 123, 126, 129, 144, 431, 445.
Rambaldi Benvenuto 250. Raterio 355. Raudense, v. Rho. Regino Filippo 364. Rho
(da) Antonio 16, 397, 400, 433- Rhode G. 307. Rizzoni Martino 145. Roberto re
di Napoli 403. Rossi Girolamo 309, 310. Rossi Roberto 31, 35, 36, 38, 42. Ruini
Lelio 302, 309. Sagundino Niccolò 370. Sacco Catone 339, 341. Sale (de la)
Antonio 190-94. Salerno Giovanni Nicola 54, 136. Salatati Coluccio 16, 19, 32,
33, 57. 70, 75. 78. 80, 19»» 400- Sarc)ibcricn»c Giovanni 308. Sa«Ketti
Franccfcn 31^), 318, 31 Savoia (di) Maria 119, 126. Scaligero Giuseppe 308.
Schedel Hartmann 194. Sebastiano (miniatore) 50. Sempronio 374, 376. Seripando
Antonio 105, 124. Sichart Giovanni 70. Siena (da) Girolamo 348, 350. Sigismondo
(imperatore) 430. Soderini Francesco 87. Solari Abbondio 436. Soprano
(Soranzo?) 100. Sores Giacomo 286. Spilimbergo (da) Bartolomea 335. Spilimbergo
(da) Giovanni 334, 335. 338. Spluges Bernardo 393. Spon Carlo 308. Stefano
milanese 315, 319. Strozzi Palla 39. Targa Leonardo 300. Tcbaldi Tommaso
(Ergotele) 223, 341. 348. Tcbalducci Giacomino di Tomma- so 214, 216. Tenaglia
Gugliclmino 393-94. Icrruzzo Giovanni del fu Stefano 149. Testa Romano 285-87.
I «desco Stefano 140. Tommasi Pietro 180. Tommaso Lucano 219. Tortelli Giovanni
(Aretino) 181» 218-19, «76, 403. 4«7. •HcancUa Giovanni 218. 458 R. SABBADINI.
Traversari Ambrogio 2, 31, 38, 39, 40, 41, 44, 45, 46, 82, 91-93» 215, 222,
312, 328-29, 432-33- Treverensis, v. Cusano. Treveth Nicola 208. Trevisan Tura
(di) Pugliesi Gherardo 23. liberti Pier Matteo 319. Valla Giorgio 181, 182.
Valla Lorenzo 181, 218, 223, 243, 252. 35I' 396-404- Vegio Maffeo 340, 341.
Vergerlo Pier Paolo 192. Vettori 83. Vettori Daniele 105, 106. Vettori Piero
255, 256. Viglevio degli Ardizzi Francesco 127, 129. Villa Agostino 346, 347,
350. Vimercate (da) Taddiolo 128. Visconti (dei) Bartolomeo 151. Visconti
Filippo Maria 119, 126, 238, 240, 242, 243, 315, 330, 348, 388, 430. Visconti
Gian Galeazzo 22. Vitale 325. Vittorino da Feltre 254, 313. Zabarella Francesco
80. Zaccaria di Padova 229. Zambeccari Cambio 141, 143, 312, 315. 434- Zendrata
Battista 364. Zendrata Taddea 357. Zilioli Giacomo 139, 140, 337,435- Ziliolo
330-32. Zoalio Luca FA Sabbadini, Remigio 57 Storia e critica di testi S35
latini: Cicerone : S. LE SCOPERTE DEI CODICI LATINI Nuove ricerche col riassunto filologico IEENZE
G. C. SANSONI A 57 S33 Flre»Ee — Tip. O. Cirnewcrhi e «gli — l'Uzza Mentana, 1.
AD THEODORUM fkatrem cabissimum Agros frater aras, curas sala riiris aviti Una
Clini natis seflulus atquc lubfns. Ast pgo aro chartas et quadragesimus annuft Artes l'uni
doceo discipiilisque vaco. Sic foveas tu, care, diu sata frater agrosque, Sic
et pgo chartas discipulosque diu. 1914. Proemio Pag. vii Cap. I. Settentrione e
mezzosiorno . 1 liigliilterra (Riccardo da Bury) 4
iJermania (Amplonio Ratinck; Niccolò da Cnsa ; altri raccoRli- torl) 10 C»p.
11. Francia. Germi nazionali 32 Italiani formati.si in Francia (Dionigi da S.
Sepolcro) Sh Imiiortazione italiana in Francia e scambi reciproci (Italiani
alla curia pontitìeia in Avignone; Giovanni Colonna; Italiani alla curia regia
in Parigi) 15 Periodo eroico deirumanismo francese (Giovanni di Montreuil ; Ni-
cola di Clétnangis^ 63 Cap. III. Italia. Verona (il florilegista del 1329;
Piero di Dante). . . 88 Padova (Albertino Mussato; il Cicerone petrarchesco di
Troyes) . 10.5 Milano e Pavia (lìenzo d'Alessandria) 121 Bologna (grammatici e
retori, canonisti ; Giovanni d'Andrea) . . 150 Firenze (Piero di Parente, Lapo
ecc.; Domenico di Bandino) . . 165 Appendice (le scoperte di Poggio in Germania
; Giovanni da Verona) 191 Kiepilogo storico 196 Cap. IV. Riassunto filologico
dei due volumi (autori latini; autori greci tradotti) 198 Errata-Corrige 267
(iiunte 267 Indice delle Persone 271 PROEMIO 11 libro perfetto fino ad oggi non
1' ha scritto nessuno, né credo sia ancora nato chi lo scriverà. Quando un
lavoro ha raggiunto una misura tale da essere utile agli studi, reputo che deva
uscire alla luce. Ecco per- ché le mie Scoperte vanno a i-itroso del tempo,
essendo stato pubblicato il volume che abbraccia quasi esclu- sivamente il
secolo XV prima del pi-esente che è de- dicato al XIV. Ma la materia del secolo
xv era stata dilunga mano e da più parti preparata ed elaborata; dimodoché il
libro si trovò più prestamente maturo per la pubblicazione. Cosi non è della
materia del se- colo XIV, la quale fu assai meno esplorata e perciò su di essa
si dovette particolarmente esercitare la mia in- dagine personale. Questa è
anche la principal ragione, per cui nel secondo volume il discorso procede meno
spedito- che nel primo : ma i documenti nuovi bisognava pure che fossero
sottoposti, o nel testo o nelle note, agli occhi del lettore. Al quale non va
taciuta un'altra considerazione di capitale importanza. Il territorio in cui
spazia la narrazione presente è vastis.simo: e .spasso io non ho fatto che
accennare sommariamente gli ar- gomenti 0 toccarne una sola porzione, poiché al
mio scopo bastava cogliere i tratti principali del movimento. Chi abbia buona
volontà, può allargare e approfondire con sicuro frutto le ricerche. vili
PROEMIO Nel primo volume resposizione potè essei'e impo- stata
cronologicamente, perché sola una regione, l'ita- liana, teneva il campo delle
indagini ; nel secondo il movimento è sincrono e quei5ta condizione storica non
doveva essere trascurata; ma nell'ambito delle singole nazioni viene osservata
la cronologia. Per la Germania poi ho varcato i limiti del secolo xiv, poiché
mi è sem- brato che ivi le investigazioni seguissero una tradi- zione non
interrotta, assumendo un' importanza che nessuno ancora aveva messo debitamente
in rilievo. 11 presente volume si uniforma invece al primo nel metodo, per il
quale il racconto muove dagli scopritori lasciando in seconda linea gli autori
scoperti. Riconosco io stesso i danni che nascono da un metodo siffatto, ai
quali ben poco riparano smilzi indici di nomi. Ma per quanto ci abbia
ripensato, non riesco a ideare una strut- tura, in cui scopritori e autori
stiano egualmente in evidenza. A rimediare al male mi fu suggerito di ag-
giungere alla fine uno specchietto riassuntivo degli au- tori scoperti. Al
savio suggerimento risponde ora in larga copia il riassunto^ filologico dei due
volumi, il quale a molti parrà fin troppo filologico. Ma in veritJi se il mio
libro serve in generale alla .storia della cul- tura, esso serve più
particolarmente alla filologia, la quale da simili notizie trae, soprattutto
per la critica dei testi, la prima spinta alle proprie indngini e spesso il
filo conduttore per risolvere le più intricate questioni. 1 U lettore troverà
nel riassunto opere e .interi nuovi, elie domandano (se a ragione o a torto,
giudìclierà lui) di essere accolli nelle storie lette- rarie : Baebius (p. 204,
230), Cumoedia antiqua 1216), De bello nautico Augusti (261 /. 1), Dionysius
(207, 219), Fabius (222), Grillio (228), Erennio Modestino (221, 236),
Portuniniio (244), Valeriano (2ó7). CAPITOLO I Settentrione e mezzogiorno.
All'esplorazione dei codici classici il secolo xiv imprime una nuova e
gagliarda spinta, che rapidamente si propaga, ripercotendosi, con gradazioni
varie di intensità e di effetti, simultaneamente in pili luoghi. Il centro del
movimento è nel settentrione. Non si vuol però negare che scambi siano esistiti
tra il mezzogiorno e il settentrione. E l' Inghilterra, il paese più
settentrionale, aveva avuto nel secolo xii frequenti relazioni letterarie con
la Calabria e la Sicilia nel periodo felice in cui la corte di Palermo per
opera dei re normanni Ruggero II (1130-1154) e auglielmo I (1154-1166) diede un
forte impulso agli studi, onde molti autori greci venivano resi accessibili
agli uomini occidentali con le traduzioni latine.' A quel pe- ' Il più operoso
traduttore dal greco fu Enrico (Everico ?) Aristippo di Catania, cfr. V. Rose
in Hermes I 386-89. Sulla sua versione del l!b. IV dei Meteora d'Aristotile
vedi C. Marchesi Di alcuni volgarizzamenti toscani in codici fiorentini,
Perugia 1907, 31 (in Studi romanzi V). Su una traduzione àeW Almagesto di Tolomeo e
ingenerale sulla letteratura dell'argomento vedasi Ch. H. Haskins e D. P.
Lockwood The sicilian tran slators of the twelfth eentury and the first latin
version of Ptolemy's Almagest in Har- vard Studies in class, philology XXI,
1910, 75-102; I. L. Heiberg in Hermes XLV, 1910, 57-66 e XLVI, 1911, 207-216. Traduttori dal greco ebbe in quel tempo anche il
continente italiano: Burgundione da Pisa (e. 1110-1193) e Giacomo chierico di
Venezia. Su Burgundione cfr. F. Buonamici Burgundio Pisano in Annali delle
Università toscane XXVIII, 1908, 27-36; su Giaco- mo, C. Marchesi L'Etica
Nieomachea nella tradizione latina medievale, Messina 1904, 20-21. R.
SA.BBAD1HI. 'Xe scoperte dei codici, (cap. I riodo rimonta la grandiosa figura
storica di Gioranni da Sa- lisbury (e. 1115-1180),* che visitò l'Italia
meridionale e tanti libri, fra i quali taluni oggi perduti, conobbe e adoperò;
e la figura leggendaria di quel dotto britannico, trasformato poi dalla
tradizione popolare in un negromante, il quale si recò dal re Ruggero a
chiedergli il permesso di esumare le ossa di Vergilio per strappare al ' savio
gentil che tutto seppe ' il segreto della sua scienza.^ Anche nel secolo xiii,
quando in Palermo ai re normanni si sostituirono gì' imperatori svevi, si
mantenne vivo il culto del greco ^ e continuarono le relazioni degli inglesi
col mez- zogiorno, come provano quei due potenti ingegni, che furono Roberto
Grosthead (Grosseteste), il vescovo di Lincoln (m. 1253), e Ruggero Bacone
(1214-1294). traduttore dal greco il primo, autore di una grammatica greca il
secondo.^ Ma già fra i maggiori eruditi stessi d'Inghilterra il greco
cominciava a non esser più capito ; basterà nominare per la seconda metà del secolo
XIII Giovanni Waleys (Vallensis), l'autore della Sum- ma de regimine vitae
hutnanae,^ e per la prima metà del xiv Gualtiero Burlaeus, l'autore del Liber
de vita et moribus pili- ' Vedasi la recente edizione del sno Policraticus ree.
C. I. Webb, Oxonii 1909. 3 R. Sabbadini Giovanni Colonna biografo del sec. XIV
in Atti della r. Accademia delle scienze di Torino XLVI, I9I1, 292-93. *
Fecondo traduttore dal greco sotto Manfredi fu Bartolomeo da Messina. C.
Marchesi L' Etica Nieomachea 10. E cosi il continente non mancò di traduttori
dal greco nemmeno nel secolo im ; basterà ricordare due braban- tini, Enrico
Kosbien e Guglielmo di Moerbeke, Marchesi op. cit. 45; 69-68; 66; 78-76. 5 M. R. James A graeco-latin
lexicon of the thirteenlh century In Me- langes Chatelain, Paris 1910, 396-411.
Il Bacone raccomandava ai prelati e ai
magnati inglesi di far venire dal mezzogiorno d' Italia libri e maestri greci,
come aveva praticato 11 (Jrosthead (402). Qnest' nltinio possedeva fra l'altro
un Snida greco, il quale servi probabilmente all'anonimo inglese per la
compilazione del lessico greco-latino, di cui dà notizia il James (S99). Il
lessico sta nel cod. Arnnilel 9 del Uerald's college di Londra ed ù del sec.
xiii (396-7): l'autore era in rapporti con la Sicilia e la Calabria (402) e
for- s'anche con Roma, poiché troviamo p. e. nel lessico qnest' articolo:
'Bikos. vas vitreum quod romani carrafa dicunt ' (404). ' Lugduni 1511. cap. I)
3 losophorum : '' due nomini di molteplice dottrina, ma ignari del greco. Lo
stesso Kiceardo da Bury, di cui ora dirò, con- temporaneo del Burlaeus, sebbene
provvedesse una gram- matica greca agli scolari di Oxford, non conosceva quella
lingua. Il mezzogiorno s'estraniò dal settentrione con l'avvento degli Angioiui
e il trasferimento della corte da Palermo a Napoli. Ebbe, è vero, a Napoli la
cultura un rifiorimento sotto il lungo regno di Roberto (1309-1343), il quale
protesse e promosse gli studi altrui e li coltivò egli stesso; ma pili che al
classicismo, egli e i dotti della sua corte si dedicarono alla scolastica, alla
teologia, alla medicina, alla giurispru- denza. Cosi dei molti codici che
acquistò e fece acquistare, quasi nessuno è di argomento letterario ; e mentre
nelle sue opere cita spessissimo e largamente gli scrittori sacri, ben poco
trae dai pagani.*' Il più illustre luminare della sua corte fu senza dubbio il
medico calabrese Nicola di Deoprepio da Eeggio, fecondo traslatore dal greco;
ma eccetto qualche libro aristotelico, egli tradusse per conto del re
moltissimi trattati medici di Galeno, una trentina abbondante fra opuscoli e
opere maggiori, di una delle quali il testo greco era stato regalato a Eoberto
dall' imperatore Andronico di Costantinopoli. ' Napoli vanta anche un insigne
bibliofilo, il gran Sini- scalco Nicola Acciaioli; ma la sua collezione, di 98
codici, ' Tiibingen 1886, edito dal Knnst. ' Scoperte 189. Un ampio studio su
Roberto pubblicò W. Goetz Kónig Bobert von Neapel. Scine l'ersònlichkeit und
sein Verhàltnis zum Hu- manismus, Tiibingen 1910. 1 pochi classici noti a
Roberto sono Cicerone, Sal- lustio, Vergilio, Seneca, Valerio Massimo, Vegezìo
(33-34). Tra le sue opere (5-6, 27-28) ci sono rimaste 289 prediche (47-68). Il
Liber sententiarum (o Dieta sapientium) da alcuni codici è attribuito a
Roberto, da altri a Giovanni da Precida, C. Marchesi L'Etica Nicomachea
129-13.S; id. in Uas- segna bibliografica della letteratura italiana XVIII,
1910, 32-34. Forse la raccolta fu compilata non da Roberto, ma per suo uso. ^
R. Sabbadiai Le opere di Galeno tradotte da Nicola de Deoprepio di Eeggio in
Studi storici e giuridici dedicati a F. Uiccaglione, Catania 1910, parte III
17-24; Galenus De partibus artis medicativae herausg-. von H. Schòne,
Greifswald 1911. In questi due scrìtti il lettore trova una copiosa
bibliografia delle versioni di Nicola, che abbracciano un lungo periodo, dal
1808 al 1346. 4 INGHILTERRA (cap. I comprende in grandissima prevalenza testi
sacri e teologici, dovechc la classicità vi è rappresentata da soli 9 volumi.
'^ Gli è che, pur uscendo di famiglia fiorentina, egli non portò a Napoli
tendenze proprie, sibbene fu attratto dal movimento di quella corte: movimento
che non era umanistico, nono- stante che alcuni dotti del circolo napoletano
fossero in rap- porti col settentrione per mezzo del Petrarca. Pertanto il
risveglio umanistico del secolo xiv è essenzial- mente latino e settentrionale
e noi ne seguiremo il corso par- tendo dalla regione più nordica, l'Inghilterra.
Inghilterra. EiccARDO UÀ Buri. Riccardo d'Angerville da Bury (1286-1345)"
è il più fa- moso bibliofilo d'Inghilterra della prima metà del secolo xiv e
insieme uno dei più famosi della colta Europa di quel tempo. Come precettore e
cancelliere del futuro re Edoardo III e come vescovo di Durham (dal 1333),
Riccardo ebbe a sua di- sposizione molti mezzi per cercar libri e per farli
cercare. Li cercò durante le numerose ambasciate che sostenne a Parigi
(paradisus mundi), ad Avignone e in altre capitali ;i* li cercò fra le
collezioni dei privati e in quelle delle comunità reli- '" Cioè un
Vcrgilio, nn Vitruvio, un Valerio Massimo, due Seneca, un Gio- venale, un
Solino, un Prisciano. R. Sabbadìni / libri del gran Siniscalco Nicola Acciaioli
in 11 libro e la stampa I, 1907, 33-40. " Per notizie su Riccardo
d'Angerville, più comunemente eliiamato Ric- cardo da Biiry, cfr. G. Voigt Die
Wiederbelebung IP 248-2.50; Richard de Bury Philobiblion par H. Coclicris,
Paris 1S56, V-XVIII; C. Segré Studi petrarcheschi, nuova edizione, Firenze
1911, 263-291. '« Philobiblion 463 Nunc ad sedem Romani (leggi Komanam, cioè
d'Avi- gnone), nnnc ad cnriam (scil. regiani) Franciae, nunc ad mundi diversa
dominia taediosis ambassìatibns et periculosis temporibus miftcbamur, cir- cumferentes
tamen illani, quam aquac plurimac nequìerunt estinguere, clia- ritateni
libroniin...; quantus llnniinis inipetiis voluptatis laetificavit cor no- strum
quotiens paradisum mundi visitare vacavimus nioraturi...; ibi bi- bliotliecae
iocundae super cellag aromatum redolentes, ibi vìrens viridarium universorum
voluminum... BURY 5 giose ; 13 li commise, pagando anticipatamente (pecunia
prae- volante), ai librai di Francia, Germania, Italia; i'* li faceva
rintracciare collazionare glossare e compilare dai frati, spe- cialmente degli
ordini dei predicatori e dei minoriti,'^ e man- teneva nua turba di copisti
legatori e alluminatori. i" E cosi sottraeva i codici, un tempo vestiti di
porpora e di bisso, al- lora coperti di cenere e cilicio, ai sepolcri tenebrosi
dove dor- mivano, alla polvere che li deturpava, alle sozzure dei topi e ai
morsi dei vermi,i' imprecando alle guerre che ne cagio- navano la dispersione.
1^ Per tal modo ne raccolse un grandissimo numero tra anti- chi e recenti,'^ e
li catalogò,^'' con l'intenzione di regalarli a un istituto scolastico, eh'
egli si proponeva di fondare nella co- " Ib. 450 in ipsius (regis)
acceptati familia facnltatera suscepimus am- pliorem ubilibet visitandi et
venandi.... tum privatas tmn comraunes tum regularium tum socularium librarias.
'* Ib. 458 Statìonai'iornni ac librariorum noticiam non solnm intra na- talis
soli proviuciam sed per regnuni Franciae, Teutoniae et Italiae corapa- ravimus
dispersorum faciliter, pecunia praevolante. Inoltre si 'raccomandava ai maestri
rurali. '5 Ib. 458 ad statura pontificalem assumpti nonnullos liabuimus de duo-
biis ordinibus, praedicatoriim videlicet et niinoruni..., qui diversorum vo-
luniinum correctionibus expositionibus tabulationibus ac compilationibus
indefessis studiis incumbebant. '* Ib. 459 In nostris atriis mnltitudo non
modica semper erat antiqua- riornm, scriptorum, colligatorum, correctorum,
illnminatorum. " Ib. 451-52 coenulenti quaterni ac decrepiti codices
nostris tam aspecti- bu.i quam affectibus preciosi... Per longa seeula in
sepulchris soporata vo- luniina expergiscuntur attomata (automata o attonita
P), quaeqne In locls tenebrosis latiierunt novae lucis radiìs perfunduntur.
Delicatissimi quon- dam libri corrupti et abominabiles iam effecti, muriiim
quidem foetibus coopcrti et vermium morsibus terebrati iacebant exanimes. Et
qui olira purpura vestiebantur et bysso, nunc in cinere et cilicio recubantes
obli- vioni traditi videbantur domicilia tinearuni. '* Ib. 445 Pacis auctor et
amator altissime, dissipa gentes bella volen- tes, quae super omnes
pesfilentias librls nocent. ''
Ib. 455 ad manus nostras pervenit libroruni tam veterum quam novo- rum plurima
multitudo. II suo biografo Adamo Murimuth scrive die cinque grossi carri non
sarebbero bastati a trasportarli, cfr. M. Sondlialm Dos Philobiblon des
liiclMrd de Bury (in Zeitschrift fiir Bucherfreunde I, 1897-98, 324).
'"> Ib. 494 de quibus catalogum fecimus speeialem. 6 INGHILTERRA (cap.
i munita di Oxford, dotandolo di un reddito annuo :'^ 'ut com- ninnes fierent
quantum ad usura et studium non solum scola- ribus sed per eos omnibus
universitatis (Oxoniensis) stndenti- bus in aeternum '. Nel 1333 andò
ambasciatore alla curia di Avignone e in- contratovi il Petrarca ragionarono
insieme di studi. Il Petrarca lo giudicò ' vir ardentis ingeniì nec litterarum
iuscius ' ed ebbe notizia della gran copia di libri da lui posseduti. ^^ Essi,
due tra i più appassionati raccoglitori del loro tempo, stavano l'uno, il Bury,
quasi alla fine della sua operosità di collezio- nista, l'altro, il Petrarca,
poco più che all'inizio, poiché per trovare nella sua biblioteca il primo
grosso nucleo di codici bisogna venire all'anno 1340 circa. *^ Ma quale enorme
diffe- renza tra i due. 11 Petrarca esumava e raccoglieva gli antichi per
salvare e rinnovare la cultura umana laica, sicché en- trava, secondo la sua espressione
tolta in prestito a Seneca, nel campo della religione più come ' explorator '
che come ' transfuga ';*' Riccardo al contrario radunava e faceva rico- piare a
nuovo i libri per offrire ai fedeli cristiani il mezzo di combattere il
jìaganesimo e le eresie. *^ In due soli punti secondari s'accordavano, nel
difendere (sebbene per motivi di- " Ib. 492 Nos aatem ab olim in
praecordiis mentis nostrae propositnm ge88imus radicatum quatenus oporttinis
temporibus expectatis lìivinitiis aiiiam quandam in reverenda universitate
(Comunità) Oxoniensi, omnium artium libcralium nutrice praecipua.... fundaremus
necessariisque redditi- bus ditaremus, nnmerosis scolaribus occupatam nostrorum
llbrornm iocali- bus superditaremus, ut ipsi libri et singuli (singula?) eadem
communes fierent quantum ad usum et studium non solum scolaribus aulae tactae,
sed per eos omnibus universitatis praedictae stndentibus in aeternum. "
Quorum nemo copiosior fiiit, Petrarc. Famil. Ili 1 p. 137. " R. Sabbadini
II primo nucleo della biblioteca del Petrarca in Ben- diconti del r. Istituto
Lombardo di se. e leti., XXXIX, 1906, 878. '* Ibid. 376. S'intende ' transfuga
' dagli studi classici. •s Philobiblion 482 Sicot necfs.'tarium est reipublicae
pugnaturis militibns arma providere militarla et congestas victualinm copias
pracparare, sic ec- clesiae militanti contra Paganorum et Haereticorum insultus
operae precium constat esse librorum sacrorum multitudine communire. Verum quia
oninc quod servii mortalibus per lapsum temporis mortalitatis dispendia
pafitur, necesse est vetustate tabefacta volumina innovatis successoribus
instan- rari. ut perpetaitas, quac repugnat naturae individui, concedatur
speciei. cap. 1) versi) la lettura dei
poeti ^^ e nell' escludere dalle loro librerie le opere giuridiche: senonché il
Petrarca le escludeva, perché aveva concepito avversione contro la
giurisprudenza sin da quando ne dovette seguire i corsi di mala voglia,
Riccardo perché reputava che la legge non trovasse posto né fra le scienze né
fra le arti. ^^ L'opuscolo di Riccardo intitolato Philobiblon,^^ finito di
comporre il 24 gennaio dell'anno 1344, il penultimo della sua vita, è r unica
fonte a cui possiamo attingere informazioni sulla sua biblioteca ; ^^ e siccome
in quello nomina o cita solo occasionalmente alcuni autori, cosi siamo ben
lontani dal for- marci un'idea esatta della collezione intera; ad ogni modo
anche dal poco che dice siamo posti in grado di misurarne adeguatamente 1'
ampiezza e l' importanza. Intanto notiamo la presenza di una grammatica ebraica
e di una greca, le quali Roberto destinava agli alunni del suo collegio.^o
L'ebraico è lecito credere che si professasse a Oxford, '5 Ib. 472 Omnia genera
machinaram, quibus centra poetas solius nudae vpritatis (il nudo verismo)
amatores obiiciunt, duplici refelluntur nmbone : quia vel in obscena materia
gratns cultns sermonis addiscitnr vel, ubi ficta sed honesta sententia
tractatur, naturalis vel historialis veritas indagatur sub eloquio typicae
flctionis. " Ib. 470 minus librorum civilium appetitus nostris adhaesit
affectibus ; 471 leges nec artes sunt nec scientiae. Ma' conosceva le Pandette
: 466 Sic multi iurisperiti condidere Pandectas. '* Richardi de Buri Philobiblion,
Francofurti 1610, in Philologicarum epistolarum centuria.... ex biblioth. M. H.
Goldasti, p. 403-500. *' Il catalogo compilato da lui stesso non fu ancora
rinvenuto. La bi- blioteca poi andò intieramente dispersa dopo la sua morte,
essendo stata in parte venduta dagli esecutori testamentari, in parte
trafugata. Finora s'è rintracciato il solo volume delle opere di Giovanni da
Salisbury nel British Museum. Tutti ripetono che la collezione sia stata
assegnata al Durham College e che più tardi sia scomparsa : ma è una favola
(Sondhaim op. cit. 327). 3" Philob. 468 (irammatìcam tam grae( am quam
hebraeam nostris sco- laribas providere curavimus cum quibusdam adiunctis.
L'illusione del greco in quello stesso tempo l'ebbe anche papa Clemente V, che
nel 1312 ordinò di instituire la cattedra di quella lingua (oltre all'ebraico,
arabo e caldeo) presso la euria romana e nelle Università di Parigi, Oxford,
Bologna e Sa- lamanca {Chartularium Universit. Paris. Il 155; Giovanni XXII nel
1326 richiamò quella prescrizione, ib. 293). Sulla conoscenza del greco nel
medio evo cfr. L. Traube Vorlesungen und Abhandlungen II 83-89. (cap. I ma del greco, dopo l'età del
Qrosseteste e del Bacone, nem- meno in Inghilterra era rimasto più che il
ricordo. Delle tra- duzioni dal greco incontriamo il Fhaedon di Platone,^'
1" ar- chiphilosophus ' Aristotile, i cui ' mira volnmina totus vix capit
orbis, '^^ le Antiquitates iudaicae di Giuseppe Flavio,^' Dionisio l'Areopagita
Be divinis nominibus^^ e le Tegni {Téx^ai) di Galeno. ^^ Aggiungeremo Tolomeo
ritradotto in latino dal- l' arabo. ^^ Fra i cristiani latini si presentano
Tertulliano, Lattanzio, Girolamo, Ambrogio, Agostino, Sidonio Apollinare,
Boezio, Cas- siodoro (-De institutione divinarum litterarum), Gregorio Ma-
gno.^' Non sono certo tutti, perché l'attenzione di Riccardo si puntava in
particolar modo sui cristiani, dei quali avrebbe saputo tessere una ' letania
'. Anche dei latini pagani cita pochi nomi. Vergilio e Livio sono accennati
solo indirettamente.^^ Non v'ha menzione p. e. di Lucano e Stazio, Persio e
Giovenale, allora popolarissimi. 3' Ib. 478 hlnc Plato in Phaedrone ' in hoc,
inquit, manifestus est phi- losoplius, si abAolvit animam a corporis
[commercio] differentiis aliis homi- nibuB, ' efr. Fiat. Phaed. IX p. 65. 3«
Ib. 416, 466. 33 Ib. 485. 3< Ib. 497. Sull'Areopagita cfr. Migne P. L. 122,
1113. 35 Ib. 466 medici multi Tegni (eondidere) ; tra quei Tegni e' era senza
dubbio Ualeno. 36 Jb. 409, 466 sic Ptholomaeus edldit Alniagesti. 3' Ib. 467,
474 Cassiodorns libro suo de institutione divinarum litera- ram... Restat ergo
ut ignoratis poesibus ignoretur Hieronymus, Augusti- nus, Boetius, Lactantius,
Sydonius et pleriqne alii quorum letaniam pro- lixum capitulum non teneret. 481
per libros fam aniicis quam hostibns in- timamus quae nequaquam secure nunciis
commendaraus, quoniam libro plerumque ad principum tlialanios ingressus....
conceditur, quo repelleretur penìtus vox anctoris, sicnt Tertullianus in
principio Apologetici sui dicit. Cfr. Tertull. Apol. (Migne I, 259) ' lìceat
ventati vel occulta via tacitarum litterarum ad aures vestras pervenire. ' 422
Si Thcophrasti... perlcgisset vo- lumen : con queste parole Riccardo vuole
intendere il trattato nuziale di Teofrasto transnntato da Girolamo ad lovinian.
I (Opera, Parisiis 1706, IV II 190 88.). 3' Ib. 477 si dulcescat l'iti Livii
eloquentia lactea (cfr. Hieronym. Epist. ad Paulin. 53). 424 Versus Virgilii
adhuc ipso vivente quidam pseudo ver- slflcas nsurpavit. Questa notizia è
tratta da Donizone (cfr. R. Sabbadioi in Studi ital. di filoì. class. XV 1908,
248). cap. I) R- BURY, G. BURLEY 9 Ricorre più volte la citazione di Valerio
Massimo ^^ e di Gel- ilo, del quale ultiino pare conoscesse la sola prima parte
(lib. I-VII), ma col proemio al suo vero posto come nei co- dici antichi.'*'^
Ricorda o cita Cicerone, Sallustio,'" VA. P. di Orazio,^* le Metamorph. e
il Benied. Ani. d'Ovidio,''^ la Natu- ralis Historia di Plinio,''^ le Epist. di
Seneca,^^ j Caesares di Svetonio, ''^ Macrobio. ^^ Dei grammatici nomina Donato
e Pri- sciano,''^ Marziano Capella,'^ Foca.^" Foca non risulta noto al
Petrarca. Cosi di Marziale il Petrarca possedeva tutt' al più qualche frammento
anonimo, Riccardo un testo col nome del- l' autore.^' Un altro inglese,
contemporaneo del Bury, Gualtiero Bur- ley (Gualterus Burlaeus, 1275-1345 ?),
coltivò con buon suc- 33 Ib. 422, 461, 478. *" Ib. 416 Gellius Noctiuin
Atticarum libro secundo capitulo decimosexto (III 17)... Libro primo capitulo
iionodecinio (I 19). 447 tìellius... libro sexto capitulo XVI (VII 17). 462
Gellius sexto libro capitulo X (VII 10)... Aulus liellius nou affectavit
diutius vivere quam esset idoneus ad scribenduni, teste se ipso in prologo
noctium atticarum (§ 24). <' Ib. 467 Salustlus, Tullius... « Ib. 473.
■" Ib. 476 dum Phaeton ignarus regìminis] flt ' currus auriga paterni '
(Ovid. Met. II 327). Perii Kemed. 139 cfr. P/it7o6i6Hon... par Cocheris 128.
(ili è noto anche lo ps. ovidiano De vetula, 461. ■•' Ib. 466 sic Plinius molem
illam historiae naturalis (edidit). « Ib. 481. "^ Ib. 486. " Ib. 467.
*^ Ib. 463 Prisciani regulas et Donati. « Ib. 467. so Ib. 460 Unde Focas in
prologo graramaticae suae scribit: ' Omnia cum veternm sint explorata libellis
Multa loqui breviter sit novitatis opus ' (Grammat. lat., Keil, V 410). *' Ib.
424 Martialis Coci libcllos Fidentinns qnidam sibi mendaciter arrogavit, quem
idem Martialis merito redarguit sub bis verbis : ' Quem recitas meus est o
Fidentine lìbellus. Sed male dnm
recitas incipit esse tuus ' (I 38). Cfr. R. Sabbadini II primo nucleo della
bibliot. del Petrarca 385. — Oltre a queste notizie che si desumono dal
Philobiblon, sappiamo per altra via che dal monastero di S. Alban comperò
trentadue volumi ed ebbe in dono Terenzio, Vergilio e Quintiliano
{Philobiblion... par H. Co- cberis XXXI s.). 10 GERMANIA (jap. j cesso gli
studi sacri e profani. Il nome di lui è raccomandato soprattutto al Liher de vita
et morihus philosophorum, dove manifesta una conoscenza piuttosto larga delle
fonti classi- che, sebbene si lasci spesso sedurre dall' ambizione di far pompa
di notizie dirette che non son tali. Augurando che qualcuno s' accinga a
ricostruire la sua libreria, io mi conten- terò di soggiungere che il suo
maggior merito consiste nel- l'aver adoperato, non sappiamo in che modo, se
diretto o in- diretto, la traduzione latina medievale delle Vite dei filosofi
di Diogene Laerzio, condotta su un testo greco più completo dì quello pervenuto
a noi. Il Liber del Burley ebbe grandis- sima diffusione; e siccome girava
quasi sempre anonimo,^^ cosi fu variamente interpolato, ampliato, accorciato.
Nella prima metà del secolo xv l'operosità bibliofila del Bnry trovò molti
continuatori fra i suoi connazionali, il più illustre di tutti Umfredo duca di
Glocester, che al par di lui legò a Oxford la propria collezione. Essi
attinsero i loro tesori dall'Italia. ^^ Germania. Amplonio Ratinck. La Germania
apre la serie degli scopritori con un insigne campione, vissuto tra la seconda
metà del secolo xiv e la prima del xv, Amplonio Ratinck. Amplouius Katinck (o
llatingen) di Rheiuberg, o Amplo- nius de Berka, com'egli usualmente jireferiva
chiamarsi, nacque circa l'anno^'' 13G5. Nel 1383 lo troviamo studente a
Osnabrtick, *' Fu pubblicato criticamente dal Knust, Tiibingen 1886. Per alcune
in- formazioni cfr. R. Sabbadinl Giovanni Colonna biografo del sec. XIV in Atti
della r. Accad. delle scienze di Torino XLVI, 1911, 287-8. M Scoperte 193. ^
Ampie notizie biografiche, die io transunto, furono pubblicate da W. Schum
Beschreibendes Verzeichniss der Amplonianischen Uandschriften- Sammlung zu
Erfurt, Berlin 1887, V-XXXlll. cap. I) AMPLONIO 11 donde passò nel 1385
all'Università, allora fiorentissima, ^^ di Praga a frequentarvi i corsi di
arti. Ivi diventò ' magister ar- tiuni ' e ivi professò due anni, fino al 1388.
Nel 1391 si tra- sferisce a Colonia e vi ottiene il baccellierato in medicina ;
la laurea medica 1' ebbe nel 1393 a Erfurt, dove l' anno suc- cessivo fu
rettore dello Studio. Nel 1395 è a Vienna, nel 1399 di nuovo a Colonia. E in
Colonia si stabilisce da ora in poi definitivamente, perché nel 1401 entra al
servizio, come me- dico di casa, di Federico III arcivescovo di quella città.
Ab- bracciò lo stato ecclesiastico, ma prima aveva avuto moglie e figli. Mori
tra il 1434 e il 1435. Amplonio fu pertanto uno scoiare vagante; e la visita di
molte città di Germania e dell'estero, poiché accompagnò nel 1401 il suo
arcivescovo in Italia, deve avere alimentato e accresciuto in lui la passione
dell'esploratore e del collezionista. Fin dal 1383 comincia a possedere qualche
libro; nel 1384 fa acquisto di codici provenienti dall' Italia. Comperò intere
biblioteche, come quella del fiammingo Giovanni di Wasia (Waes), mae- stro di
teologia a Praga. Ma ciò che meglio mette in luce l'operosità bibliofila di
Amplonio è l'abitudine eh' egli aveva di tenere al suo soldo amanuensi, tra i
quali vanno in parti- colar modo ricordati due suoi concittadini : Enrico di
Berka, che lavorava in casa di Amplonio a Erfurt verso il 1394, e Giovanni
Wijssen, pure di Berka, che negli anni 1406-1410 gii allestì in Colonia per lo
meno una trentina di codici.^^ Nel 1412 venne fondato a Erfurt un collegio
universitario e in quell'occasione Amplonio gli^donò la sua biblioteca, di cui
compilò egli stesso il catalogo fortunatamente arrivato fino a 55 Non sarà
discaro sentire la testimonianza di Uberto Decemhrio, che da Praga, in data '
pridie l?al. martii 1399, ' tosi scriveva: ' Studium hio satis magnum viget in
artibns, potissimiim in theologica facnltate; in le- gibns vero et medicina non
ita. Audio quod scolares ad niimerum decem- milium numerantur in omnibus '
(cod. Ambrosiano B. 123 sup. f. 222). La lettera fu pubblicata da A. Hortis in
Archeografo Triestino VII, 1880, 439 88.; F. Novati Aneddoti Viscontei
(estratto dair.4rc^. star. Lomb. XXXV, 19C8) 21-22 dimostra clie l'anno non è
il 1399 ma il 1394. 5« Schum VII, XI-Xll, XVII, XIX, XX. (cap. I noi:^'' fortunatamente, perché non
tutti i codici si salvarono. La sua collezione costitui il fondo della ricca
biblioteca di Erfurt, che dal nome del benemerito donatore si chiama
Amploniana. La collezione di Amplonio, quale risulta dal suo inventario del
1412, comprende il numero veramente cospicuo di 636 codici, distribuiti in
tredici categorie: 1) Gramatica, codici 36; 2) Foetica, 37; 3) Loijca, 27; 4)
Rethorica, 12; 5) 3Iathe- matica, 73; 6) Fhilosophia naturalis, 60; 7)
Alchimia, 4; 8) Methaphisica, 15; 9) Philosoiìhia nioralis,35; 10) Medicina,
101; 11) Itirispericia in iure civili, 7; 12) lurispericia in iure canonico,
16; 13) Theologia, 213. Ognun vede che la parte del leone è toccata alla
medicina e alle discipline sacre : e ciò corrisponde per la medicina alle
tendenze personali del collezionista, per le discipline sacre alle condizioni
generali degli studi in Germania ; ma anche la letteratura è largamente
rappresentata. Eileviamo anzitutto una ricchissima raccolta di autori greci, profani
e cristiani, nelle traduzioni antiche e medievali. Tra i profani Platone con
tre dialoghi (il Phaedon, il Menon e il Timaeus), ^^ Aristotile^^ con tutte le
opere genuine e spurie, Ip- pocrate, Euclide,^» Tolomeo, Galeno, Porfirio; tra
i cristiani Dio- nisio l'Areopagita, Origene, Basilio,»' Giovanni il
Grisostomo," Proclo.»^ Un buon manipolo di poeti latini : Plauto (pochi
estratti), Terenzio, Vergilio (comprese alcune poesie dell' Appendiz), ^*
" Pubblicato dallo Scliuin p. 785-867. '^ Sehuni p. 818 I,iber Platonis
qui intytulatns in Fedrone. Liber eiusdem Platonis intyttilatus in Mennone. Più
il Timaeits tradotto da Calcidio. Cito il catalogo di Amplonio (Sclium p.
78")-867) non per tutti gli autori, ma solo per quelli che meritano una
speciale attenzione. ^ 796 Dkos libros Yconomicorum Aristotilis; 819 la stessa
opera copiata, nel 1398 ; 809 De pomo. fO 801. «' 867 Sermo Basilii ad
penitentes. Sermo Basilii ad monaclios. «» 852-853. •3 816 Prodi P.lementatio
tlieologica, tradotta da a. de Morbeka. ^* 814 Libcllus Virgilii Maronis de scopa, de est et non,
de bono et pru- denti, de flore virginitatis (= De rosis), de moreto vel
syniulo. 790 In un codice perduto, fra opere
vergiliane, si legge questo titolo, per me enigma- tico : Liber 6 Bucolicornm
Uarcii Valeri! Maximi. cap. I) AMPLONIO 13 Orazio (tutto, anche le Odi),^^
Ovidio (tutto, non escluse le con- traffazioni medievali), Persio, Lucano,
Stazio, Vllias latina, Giovenale, Aviano, Claudiano (maggiore e minore), i
Disticha dello ps. Catone, Massimiano. Troviamo poi nel catalogo di Am- plonio
questa triplice indicazione : ^^ Libri Lucani de bellis pnnicig. Libri Lucani poete de bellis
punicis inter Romanos et Karthaginenses. Glosule
super libris Lucani de bellis punicis tam Romanornm quani Li- [bicorum. Volle
la fatalità che tutti questi tre codici sparissero. La prima idea che s'
affaccia è che Amplonio possedesse i Punica di Silio Italico in esemplari
adespoti e eh' egli attribuisse il poema a Lucano, poeta notissimo : tanto più
che la Pharsalta porta anche il titolo De bello civili. Ma per quanto seducente
l'ipotesi, non pare accettabile; sarebbe strano che di un testo cosi raro come
quello di Silio fossero venute in luce allora tre copie. Più probabilmente il
nostro bibliofilo scambiò la guerra civile con la guerra punica: massime se si
pensi che nel medesimo equivoco incorse il suo connazionale Ugo di Trim- berg,
il quale nel Registrum auctorum del 1280 scrisse di Lucano : Hiinc sequitur in
ordine belligraphus Romanus Describens bella punica grandìloquens Lucanus :
Bella per emathios plus quam civilia campos..." Qui non ci può esser
dubbio, perché Ugo reca il principio della Pharsalia. Prosatori latini.
Sallustio, V Astronomicon di Igino,®^ Seneca padre l' autore delle
Beclamationes, come allora le chiama- '^ 790 Liber proverbiorum Oracii. Sarà
una silloge di sentenze ora- ziane. «" 790, 792. ^' Huenier Das liegistrum
multorum auctorum des Hugo von Trimberg in Sitiungsherichte der k. Alcademie
der Wissenseh., Wien 1888, CXVI p. 163 V. 142-14. E però strano che si
tramandasse un titolo, che la più fuggevole occhiata al poema doveva dimostrare
erroneo. ^* 806 Heyginus de interpretacionibus constellacionnm. 14 GERMANIA
(cap. I vano, e Seneca figlio il filosofo e tragico, comprese le opere apocrife
Be remediis forluitorum, J)e formula honestae vitae e i Proverbia, le
Beclamationes (maggiori) dello ps. Quinti- liano, Apuleio, Solino, Marziano
Capella, Vegezio Be re mili- tari, Palladio.^" i commenti di Mario
Vittorino al De inv. di Cicerone e di Servio a Vergilio, Macrobio Saturn. e In
Somn., molte opere di Boezio, Fulgenzio Mitolog. e Contili. Vergil. Aggiungiamo
le Institutiones di Giustiniano e il Bigestum. Abbastanza copiose le opere di
Cicerone in esteso o in estratto;"" nel genere rettorico: Be inv.
(con la ps. ciceroniana Rhet. ad Her.) e prò oratore magno. '^ nell'oratorio p.
Marc., p. Lig., p. Beiot. in esteso, p. Cael., p. Corn. Balbo,''^ p. Mil., le
Ca- tu., le Philipp, in estratto; nel genere filosofico Be off., Be sen., Be
amie., Parad., Tuscul., Be fin., Be creatione mundi (== Timaeus), Be divin., Be
fato, ad Hortensium (= Acad. priora). Manca ogni traccia degli epistolari.
Scopri un autore nuovo, Grillio, di cui reca tre titoli : ''' Grillius super
Topicam Marci Tulii Cyceronig Grillius egregie super primam Rethoricani Tulii
Grlllia8 super libris 5 Boecii de consolatu philosophico. Del commento al Be
inv. abbiamo alcuni estratti a stampa nei Rhetores latini minores ; ''* dei due
rimanenti manca ogni altra notizia, perché il tempo come i tre suaccennati
Lucani, cosi ha divorato questi tre testi di Grillio. 11 commento al Be
consolattone serve a determinar meglio l'età di Grillio, il quale è perciò
contemporaneo di Boezio; né lo possiamo al- lontanare da quel periodo, essendo
il suo nome ricordato da Prisciano.''^ " 816 Libri Palladii de
agricnltura. •o 796, 821, 822. "' Saranno estratti dal De oratore. "
Le due orazioni p. Cael. e p. Balbo restarono ignote al Petrarca. " 797.
'* Ed. Halm 596. Questo commento era noto ad altri nel sec. xii e xm (M. Manitius
in lihein. Mus. XLVII Erg. heft 109). "' Grammatici lat. II p. 36, 27.
cap. 1) AMPr.ONIO 15 La libreria di Amplonio offre un'importante silloge di
scritti grammaticali e metrici. Le due Artes di Donato, le Tnstitutio- nes di
Prisciano con le altre sue opere minori : De accentihus (apocrifa), 7)e numero
et pondere, De metris Terencii, De XII versihus Virgilii, Liher preexercitative
(= Praeexerci- tam. rhet.),""^ il Cew^àwe^ntTO di Servio, Servii
grainatici Circa Donatum de odo partihus oracionis^"^ un Tractatus
(anonimo) de X Vili versibus. Bufino In metra Terenciana^^ B. Augustini Aurelii
De odo partibus orationis,'''-' la Grammatica e l'Orto- grafia di Foea.^"
Inoltre un Antiquum vocabularium secundum ordinem alphabeti de composìcione
vocabulorum latinorum grecorum et quorundam barbaricorum et est in se triplex.
'*' Un altro suo lessico porta questo titolo: Liber doctoris Ny- colai de Lyra
De interpretacionibus vocabulorum dijficilium tam latinorum grecorum quam
hebreorum quod nuncupafur Triglossum, idest trium linguarum, fere omnes
gramaticos corrigens.^^ Con questo veniamo a sapere che cosa era il Tri-
glosson adoperato e citato dal Petrarca.^^ Tale la biblioteca latina profana di
Amplonio: ricca e sva- riata, nonostante parziali mancanze ; la deficienza più
grave è negli storici, che dubitiamo se attribuire a simpatie e anti- patie
personali o allo stato della cultura del suo tempo. Gli autori latini cristiani
sono numerosissimi. Vi figurano Prudenzio e Sedulio, Prospero d'Aquitania,
Tertulliano con V Apologeticus e Lattanzio con V Instit. e i due opuscoli meno
'6 787, 788, 789, 80G. "' 787. " 789. Il Tractatus anonimo doveva
esser quello dello ps. Acrone sui metri d'Orazio. Cfr. Pseudacronis Scholià in
Horaiium vetustiora ree. 0. Keller, I p. 4-12. "9 787. ''' 787 Gramatica
egregi! Foce De partibus oracionis et aliis multis. (Grammat. lat. Keil V 410-439). Orthographla eiusdem
Foce (in un codice del sec. ix). 1,'Ortografla di Foca fu pubblicata da R.
Sabbadini in Mivista di filologia XXVIII 637-44. " 786, un cod. del see.
ix. «« 786, un cod. del 1407. 83 Cfr. H. Sabbadini in Giornale star. d. leti,
ital, 45, 1905, 170-171. (cap. I diffusi
De ira dei. De opificio hominis,^* Cipriano, Girolamo (soprattutto con
un'-ampia silloge di epistole),^^ Girolamo e Gen- nadio De viris illustribus,
Ambrogio, Agostino, Gregorio Ma- gno, Isidoro, Di Cassidoro un estratto
dell'opera, allora raris- sima, De artibus liberalibus (o De institutione
humanarum litterarum). E tralascio i moltissimi autori medievali.^® Due
particolarità meritano di essere rilevate in questa bi- blioteca : che la
maggior parte delle opere vi compariscono in due e pili esemplari e che un gran
numero di testi sono glossati, donde scorgiamo che Amplonio cercava di
preferenza i commenti. Niccolò da Cusa. Quando Amplonio mori, Niccolò da Cusa
aveva circa tren- tatre anni, essendo nato nel 1401. A noi piacerebbe poter sta-
bilire che il giovine scopritore si fosse incontrato col vecchio 0 ne avesse
almeno udito parlare. In ogni modo, finché non sarà dimostrato il contrario,
non esitiamo a considerare il Cusano come continuatore dell'opera del suo
illustre connazionale, pur consentendo che oltre all'esempio di Amplonio e alla
pro- pria innata disposizione sia da tener conto di una spinta ve- nutagli
dall' Italia. È noto infatti che dopo compiuti i corsi teologici all'Università
di Heidelberg, si recò alla scuola di diritto canonico nello Studio di Padova,
dove fu promosso ' doctor decretorum ' nel 1423.*^ *< 86Ó Septem libri
Fìrmiani Lactancii divinanmi institucioniim. Uber eiusdem Lactancii de ira dei.
Liber eiusdem de opificio dei 8ive de forma- cione liomiais. Apologeticnm Tertiiliani
de ignorancìa Ihesu Cliristi : volii- men rarum (del sec. xiv). «^ 861-862. 8«
Facciamo eccezione per il volume del Bnrley, in grazia del titolo im- portante
che reca: 822 Liber de vita et moribns philosophorum Galteri Burley extractiis
originaliter de Libris Laercii super eisdem. " Marx Verseichniss der
Tlandschriften-Sammlung des Hospitah ^u Cues, l'rier 1906. Nella prefazione
sono alcune notizie biografiche del Cu- sano, p. III-IV. cap. I) N. DA CUSA 17
Il Cusano si procacciò manoscritti in tutte le maniere pos- sibili : parte li
copiò da se,^^ parte li faceva copiare da altri,*^ parte li ebbe in
dono,^" parte li acquistò dai privati.^' Alcuni provengono da chiese o
conventi ; ^^ di altri conosciamo o so- spettiamo il paese d'origine, ma non
sappiamo se appartenes- sero a possessori privati o a istituti pubblici. ^^ j
codici greci derivano nella maggioranza da Costantinopoli.^^ Il Cusano fece la
sua prima scoperta nel 1426, quand'era appena venticinquenne: stava allora al
servizio del cardinale Giordano Orsini. Egli pose le mani su un tesoro
veramente inestimabile, la biblioteca del duomo di Colonia. E la sco- perta fu
clamorosa^^ e suscitò grande eccitazione negli uma- nisti d' Italia ; ma la sua
inesperienza cagionò amare delu- sioni a se e agli altri, poiché da quei codici
s'ebbe un solo importante acquisto, il Plauto Orsiniano, destinato a dare in
breve tempo novello impulso alla critica italiana. Né si perde d'animo o dormi
sugli allori il Cusano, che non più di due anni dopo, nel 1428, entra in
possesso di nuovi codici.^^ Nel 1437 prese parte all'ambasi-eria delegata dal
concilio di Basilea e dal papa a invitare l'imperatore di Costantino- '* otto:
81, 83, 84, 85, 86, 87, 88, 106. Cito i numeri del Ver2eichniss del Marx. «M n.
38, 184 (dei 1453). fo I n. 73, 82, 96 (del 1453), 105, 132, 172, 179 (del
1453); ognuno ebbe un singolo donatore. Due donatori furono italiani, Niccolò V
(n. 132) e Pan- tino Dandolo vescovo di Padova (n. 82), i rimanenti tedeschi.
'1 Sette (n. 56, 68, 69, 70, 71, 72, 74) furono acquistati nel Belgio, dagli
eredi di maestro Pietro di Brussella; quindici in Germania, da più posses- sori
: quattro (2-39, 241, 246, 251) e quattro (240, 242, 268, 272) da uno, tre
(294, 307, 308) da uno, e singoli da singoli (193, 260, 263, del 1445, 296).
"2 Tre da città di Germania : Hilder (20), M:ill)urg (66), Freisingen
(206), otto da Liegi (29, 31, 52, 61, 159, 171, 191, 226). '3 Sedici provengono
da Norimberga (211, del 1444), due da Coblenza (12, 229), uno da Francoforte
(93, del 1447), uno da Heidelberg (212), uno da Basilea (168) al tempo del
concilio, uno da Montpensier (247). ^ I n. 18, 47, 48 del catalogo del Marx, i
n. 5676, 5588, 6692 della col- lezione Harley del British Museum e il Yatic.
gr. 358. S5 Scoperte 110. 5^
Marx n. 94: ' 1428. 8 die lulii... babai istum librum et sermones Ray- mundi
(Lulll ?) et textum sententiarum '. Quest'
ultimo è il n. 66 ; Raimondo / è perduto. Il n. 83, pure del 1428, è copiato di
propria mano. / S> Sabbidisi. Lt Koptrtt d«< coiM. S 18 GERMANIA (cap. I
poli : e di quell'occasione approfittò per acquistare un buon manipolo di
codici greci.''' Più tardi, nel 1444, ne comperò se- dici latini a Norimberga,
dove s' era recato ad assistere alla dieta dell'impero. *** Ma la maggior messe
avrà raccolta negli anni 1451-54, nei quali fu investito di legazioni in
Germania, in Boemia, in Prussia, in Inghilterra, nei Paesi Bassi. ^^ Abbiamo
riservato all'ultimo le scoperte degli anni 1430-32, che ci sono rivelate da
due lettere di Francesco Pizolpasso al Cusano e da una di Ambrogio Traversari
al cardinal Giuliano Cesarini, presidente del concilio di Basilea. Le tre
lettere ca- dono nel periodo conciliare e sono propriamente del dicembre 1432 e
del gennaio 1433. Ne trascriveremo qui intanto i passi che fanno al nostro
proposito.'"" <Franciscus episcopus Papiensis doctissimo Nicolao
Vitsano s. p. d.>. Pro re vero Kbraria de taa iugi et abiqne diligentia
studio et sedn- litate memoriaque mei, te et commendo maiorem in modnm et
gratias im- niortales ago obsecroque ut sicut facis continues magnificum
laborem liuius- modi ad meritum tui : omitto gloriam nominis augendi ac fractam
com- mnnem et publieam utilitatem profuturam ; imo quo iam dudura plurimis
proficis, ut et ego in me experior ipso. Dabo autem operam de opusculia
Naziameni conquiiendis iuxta significata per te ; interea vero Hilarium tnum
iam reintegratum nova scriptura fere consimili, supposita carta una loco illius
oblicterate, tuo clienti reddidl, meo et absoluto et percurso ad littore tantum
emendationem possibilem. Tu quoque memorie habeto ut ha- beamus codices illos
Suetonii Tranquilli ceterosque alios de viris illustri- bus ducibusque iuxta
firmata dudum ; item et Frontinum de termis urbis, Mthicum beatissimi Iheronimi
et quidqnid suuni habueris. Cura ctiam prò declamationibus Quintiliani; item de
alio etiam A. Gellio ut sanius poasit V Anche prima del viaggio di
Costantinopoli, come vedremo, egli pos- sedeva codici greci. '^ Ecco una nota
di suo pugno (Marx n. 211): ' 1444. Ego Nicolaua de Cassa prepositus monasterii
Treverensis dyocesis orator pape Eugenii in dieta nurombergensi que erat ibidem
de mense septembris ob erecclonem anti- pape felicis ducis Sabnudìe factam
Basìlee per pnucos sub titulo concilii . in qna dieta erat Fridericus romanorum
rex cum electoribus. emi Sperani so- lidam raagnam, astrolabium et turketum,
sebrum super Almagesti cum aliis librìs 15 . prò XXXVIII florenis renensibus '.
^» Marx p. IV. A questo tempo risaliranno gli acquisti fatti a Liegi e a
Brussella, dei quali s' è accennato più su. ■o" Le lettere furono
pubblicate integralmente da R. Sabbadini Niccolò da Cusa e i conciliari di
Basilea alUt ricerca dei codici (in Sendiconti della r. Accademia dei Lincei
XX, 1011, 9-19). cap. 1) N. DA CUSA 1§ per cxemplaria transcribi : at saltem si
nequeas nltra, memento tui papirei principii detarendi quantum penes te est ;
de habendo vero quandoque Plinio ilio tantopere expetito tamque diu expectato
si quid potes : reor enim tantum poterla quantum voluerìs, tantum antem voles
nihil addubito quantum mea fides et benivolentia erga me tua exigunt ; studium
auxiliare tuum industriamque appone prò ea re mihi exoptatissima. Demum vero
dum a cliente tuo, restituens Hilarium, peterem proverbia Illa greca vel Fe-
stum Pomponium, mihi presentavit grecos codices, cum necdnm intelligara integre
latinum, atque codicem plurimis refertum non vulgaribus et sen- tentiis et
opusculis, inter que musica Augustini etc., affirmatque non esse penes se alios
libros. Quare, mi Nicolae, peto abs te ut iubéas predictos, de qnibus te
premonui, hic loci eommunicet mihi libros adaperiatque manum, qnod tu
liberaliter debes efficere de omnibus tuis librìs, ut consuevlsti ca- ritative,
cum illis sìquidem qui eis oblectantnr et fidi sunt observatores; nam eum omnia
avaritia sit evitanda, Illa prorsus execranda est que oc- cnlit quod
eomraunicatum non poteat amitti. Nec te moveat casna ille de Hilarii tui carta
attraraentata sen deleta, non enim simile unquam accidit pauperi librario meo
nec mihi ; sed difficile est nimis et pene impossibile apud mundum evitare
casna ingratoa quodqne nolia aemper: emendatum tamen ita fecit, ut dieas nihil
interesse ; studiosua attentusque porro sum in librorum alienorum custodia
semper non minus quam oculorum meorum. Itaqne circa rem omnem librariam age ceu
iam cepiati sicque agant bine tui; verum missafatiamuaista libraria. Baailee
XVII decembria MCCCCXXXII. Franciscus episcopus Papiensis et comes doctissimo
Nicolao suo pera- mando s. p. d. Adlator autem preaentium est Michael nepos
meus, qui gratia vi- sendi veneranda tantorum regum aacra, ">' visendi
gloriosam Coloniam Ro- manorum olim, viaendi et presentiam tuam corpoream, ad
quam illectus est fama, ilio tendit; per quem obsecro mitte libros expetitos
quesitos et per te oblatos Victorinumque illnm quem, olim a gloriosissimo
Iheronimo laudatum, laudatissimura et tu dudum mihi fecisti, et aliud quicquam
egregii et peregrini : eque enim illesi conservabuntur quicunque codicea ad
manus meas pervenerint, ac apud camerara tuam Basilee VII ianuarii MCCCCXXXIII.
A tergo : Viro doctissimo utriusque iuris et liberalium domino Nicolao decano
saneti Fiorini de Confluentia venerando ami- cissimo mihi in Christo. Domino
amantissimo et mihi singulari benivolentie suavitate memorando patri luliano
(Cesarini) Ambrosius (Traversari) in domino eternam salutem. ....Sed hactenus
iata; alind nunc afferro placet, mi humaniasime lu- lìane. Accipe quid velim.
Heri cum ad me visitationis canaa convenisaent ><>■ S'intende il
tesoro conservato nella sacristia della cattedrale di Colonia. (cap. I plurimi civitatis nostre studiosi, tui
amantissimi ac deditissimi tibi, et in primis Nicolaus"" noster
iocundissimus, Carolus Aretinus'"' et lohannes Pra- tensis '"< qui
nuperrìme a vobis rediit aliique nonnulli, ortus est sermo de libris atque
litteris. Tom loiianncs ipse retulit, prinsquam proficisceretur vidisse
illustrem virum Nicolanm Treverensem '"^ cum volumina guedam hu- manissimo
viro archiepiscopo Mediolanensi '"* nostro amantissimo ostenderct atque
Inter oetera codicem ingentem eximie vetustatis notavisse qui plu- rima et
versu et prosa oratione contineret, soluraque Aratum sive a Cice- rone sive a
Germanico Cesare traductum ex titulo cognovisse : ceterum animo ad reditum
intento neglexisse cetera indagare soUertius. Hoc ipsuni tamen volumen modo
penes te esse, neque ipsum solum, verum et aliud ingens et egregium, in quo
cuncta Ciceronis opera preter epistolas conti- nerentur. Omnibus incredibile
existimantibus, cum vel orationes eius sole et de piiilosophia libri seorsum et
de oratoria itidem tres et quidem per- grandes codices implerent, ille sic a
Lutio "" romano, adulescente excito et prompto, se accepisse
meraoravit. Adiecit insuper Nicolanm Treverensem alia
quoque volumina se allaturum promisisse. Te oro, pater optime atque
humanissime, qnoniam magna expectatione ille suspendit animos nostros, qui
quantum bisce studiis sint dediti minime ignora», indìcem omnium li- brorum qui
in duobus illis voluminibus habentur diligentissime confectum mittas ad nos.
Nosti aviditatem omnium et Nicolai presertim nostri qui ne- que inter
occupationes perpetuas ut aliquid sacrum ex greco transferara exi- gere nunquam
desistit mecumque fert molestissime huiusce onus iniunctnm mihi: erit hoc
omnibus profecto gratissimum Florentie ex nostro monasterio Sancte Marie de
Angelis XIX ianuarii <1433>. Ora esamineremo partitamente le singole
testimonianze. 1) Codicem ingentem eximie vetustatis notavisse qui plu- rima et
versu et prosa oratione contineret solumque Aratum sive a Cicerone sive a
Germanico Cesare traductum ex titulo cognovisse. In questo volume riconosciamo
il celeberrimo cod. Bruxellensis 10615-729, veramente ingens (ff. 233) ed
eximie vetustatis (sec. xii), che contiene plurima et versu et prosa oratione,
fra cui tre scritti col nome di Arato : f. P9-105 Arati Involutio sphaerae;
Arati Ea quae videntur; f. 107-122 "" Niccolò Niccoli. iM Carlo
Marsuppinl. '°< 11 suo cognome è Ceparelli (Hefele Conciliengesch., VII
448). Km Btato liberato dalla prigionia a Basilea nel settembre 1482 (Monum.
Condì.. II 260). 106 Niccolò da Cusa; Cusa dipendeva dalla diocesi di Treveri.
">5 Bartolomeo Capra, morto a Basilea tra il settembre e l'ottobre del
1433. 10) Lucio da Spoleto. Oli Umbri venivano chiamati in senso lar^o Romani.
cap. I) N. DA CUSA 21 Arati philosophi Astronomicon liher primus incipit
(VAsiro- nomicon di Manilio). Troviamo in esso opere antiche e medie- vali che
fino allora erano rimaste ignote agli umanisti, vale a dire: copiosi frammenti
dei Gromatici, gli ultimi 88 versi della Ciris, i Catalepton,^^^ il
Phoenix^"'^ dello ps. Lattanzio, P. Annii Fiori Vergilius orator an poeta,
Salviano Be gii- bernat. dei, le Laudes dei di Draconzio (con l'erronea
attribu- zione ad Agostino), i Versus de XII ventis Tranquilli phy- sici '
Quatuor a quadris venti flant partibus orbis ', il Solinus metricus di
Teoderico e altri. Di alcuni di tali componimenti il codice del Cusano è fonte
unica.^'" Da questo volume furono copiati Manilio e il carme sui venti nel
cod. Marciano lai XII. 69. del sec xv, dove Manilio ha la sottoscrizione:
Scripsi Basileae.^^^ Con ciò la nostra identificazione rimane confermata. 2)
Volumen . . . ingens et egregium, in quo cuncta Ciceronis opera preter
epistolas continerentur. Di fronte a quest' infor- mazione gli umanisti
fiorentini si mantennero scettici, perché sapevano che ciascuna delle tre
categorie di opere cicero- niane, le filosofiche, le oratorie e le rettoriche,
avrebbe costi- tuito da sé un grosso volume. E altrettanto scettici ci mo-
striamo noi. Se vogliamo prestar fede alla notizia, dobbiamo ridurne le
proporzioni a una collezione di estratti »'^ o meglio ancora supporre che più
codici ciceroniani fossero stati legati in un sol volume. In ogni caso ci
sembra di ravvisare qui il codice descrittoci da Poggio:"' ' Nicolaus ille
Treverensis... dicit se habere (volumina) multorum operum Ciceronis, in quibus
sunt ">' Gli umanisti vennero verso quel tempo in possesso di un altro
testo dei Catalepton, indipendente dal codice del Cusano. 'i>9 Si ha notizia
del Phoenix scoperto a Strasburgo durante il concilio di Basilea (Scoperte
116): sarà il volume del Cusano? "" Questo codice fu ampiamente
descritto dal Traube in Poetae latini aevi Carolini III 152-3 e da P. Thomas
Catalogne dea mss. de classiques latins de la hibliothèque royale de Bruxelles,
Gand 1896, p. 65-74. '>' P. Thielscher in Rhein. 3Iuseum, LXII, 1907, 52.
'1' Sugli estratti ciceroniani nel medio evo cfr. M. Manitius Oeschichte der
latein. Literat. des Mittelalters, Miinchen 1911, I 478-483. "3 Epist.
coli. Tonelli, I p. 266, Romae XXVI februarii 1428 (= 1429). Su questo codice,
ora smarrito, delle orazioni agrarie e della Pisonìana cfr. A. C. Clark in
Anecdota Oxoniensia, Class. Ser. XI, 1909, 23-27. (cap. I orationes de lege agraria, in
Pisoneni, de legibus, de fato et plura alia ex fragmentatis '. 3) Mitte . . .
Victorinum illum, qiiem olirti a gloriosissimo Iheronimo laudafum,
laudatissimum et tu mihi fecisti. Mario Vittorino, pagano cristianizzato, è
ricordato pili volte da Gi- rolamo : nel De viris illustr. 101, nei Cht'onic.
ad a. 2370 e nel proemio del Comm. in epist. ad Galat. Di lui gli uma- nisti
conobbero presto il commento al De invenf. di Cicerone e solo più tardi VArs
grammatica. Forse il codice del Cusano conteneva VArs, che per un umanista
aveva assai maggiore attrattiva del commento ciceroniano. Non eredo si
trattasse di qualcuna delle opere d'argomento cristiano. 4) Dabo operam de
opusculis Nazianzeni conquirendis iuxta significata per te. Il Cusano doveva
aver sentore di qualche ripostiglio che ricoverasse le opere di Gregorio Na-
zianzeno e avrà indotto il Pizolpasso a occuparsene. Si parla certo di opuscoli
tradotti, perché il Pizolpasso ignorava com- pletamente il greco. Nessun codice
di questo autore compa- risce fra i Cusani pervenuti a noi. 5) Hilarium tuum .
. . tuo clienti reddidi, meo et absoluto et percurso ad littere tantum
emendationem possibilem. Sup- pongo sia l'opera di Ilario Super psalmos, alla
quale gli uma- nisti davano volentieri la caccia. Il Pizolpasso emendò la sua
copia con quella del Cusano; ma nell'inventario dei codici del
Pizolpasso"* quest'autore non s'incontra C'è invece nn Ilario tra i codici
dell'ospedale di Cusa (n. 30), che sarebbe facile identificare, perché il
Pizolpasso ne fece ritrascrivere una carta che s'era macchiata; però nella
descrizione del Marx"* questa circostanza non è rilevata. 6) Ut
habeamus... Ethicum beatissimi Iheronimi. S'in- tende l'opera cosmografica, che
va erroneamente sotto il nome di Girolamo. Credette d' averla scoperta per il
primo Hartmann Schedel nel 1483; ma sin dal 1432 già la pos- >M L'inventario
dei codici del Pizolpasso fu pubblicato dal Magistretti in Archivio storico
lombardo XXXVI, 1909, 302 ss. "' Marx Verzeichniss der
Handsrhriften-Sammlung des Hospitals tu Cues, Trier 1905. cap. I) N. DA CUSA 23
sedeva il Cusano, nel cui patrimonio superstite non esi- ste più.""
7) Cura prò declamationibus Quintiliani. Tra i codici del Cusano il Bruxell.
9142-45 contiene le cosiddette Declama- zioni maggiori dello ps. Quintiliano.
Le possedeva anche il Pizolpasso nel codice ora Ambros. E 91 sup. (n. 61
dell'in- ventario) ; ma queste non derivano da quelle, perché offrono materia,
ordine e lezione differenti. Viene perciò di conget- turare che si trattasse
delle declamazioni minori, che vanno parimente sotto il nome di Quintiliano e
che pili tardi ven- nero portate di Germania in Italia.''' 8) Bum a cliente tuo
. . . peterem Festum Fomponium : cioè Pompeo Festo. Era un autore molto ricercato
dagli uma- nisti e non tanto facile ad avere. Non figura tra i codici né del
Pizolpasso né del Cusano. 9) Milli presentava (cliens tuus) codicem plurimis refer-
tum non vulgaribus et sententiis et opuscuUs, inter que Mu- sica Augustini etc.
Probabilmente una silloge di opuscoli di
Agostino, allora assai letti."^ La Musica era già posseduta da Vittorino
da Feltro, da cui l'ebbe il Traversari."^ 10) Cura . . . de habendo
quandoque Plinio ilio tantopere expetito tanique diu expectato. Non è certo il
Panegyricus di Plinio il giovine, scoperto l'anno dopo (1433) dall'Aurispa, E
non è nemmeno l' Epistolario, quello che tra i codici Harleiani provenienti dal
Cusano porta il n. 2497,'^" perché il Pizolpasso lo possedeva.'-' Sarà la
Nat. Histor. ? o l'opera falsamente at- '•« SnWMMcus cfr. M. Manitius, op. cit.
I 229-234. 11' Scoperte 142. 11» Scoperte 148. 1" Scoperte 88, 94. Si
trovava anche nella biblioteca dei papi ad Avi- g:none fin dal 1375, cfr. F.
Ehrle Historia Inblioth. rom. pontif. I 533. 1'" Su questo codice vedi E.
T. Merril in Classical Philology II, 1907, 131. Appartiene alla medesima
famiglia del Pragense, del sec. xiv, scritto in Boemia. "1 Ora cod.
Ambros. I 75 snp., n. 29 dell'inventario. Questo codice inol- tre è di origine
diversa, poiché appartiene alla classe degli otto libri, la quale omette il
libro Vili, segnando come Vili il IX. I codici Cusano e Pra- gense invece
abbracciano bensì anch'essi otto libri, ma nel libro Vili ac- colgono un
miscuglio dei libri VII, Vili e IX. 24 GERMANIA (cap. i tribnitagli De viris
illustrihus. ? Ma non bisogna dimenticare la notizia data da Poggio,'^' la
quale per iscrupolo trascrivo: ' De historia Plinii cura multa interrogarem
Nicolanm hunc Treverensem, addidit ad ea quae mihi dixerat, se habere vo- lumen
historiarum Plinii satis magnum ; tum cum dicerem : videret ne esset Historia
naturalis, respondit, se hunc quoque librum vidisse legisseque, sed non esse
illum de quo loque- retur: in hoc enim bella Germaniae contineri '. 11) Cura. .
. de alio etiam A. Gellio, ut sanius possit per exemplaria transcribi : at
saltem si nequeas, memento tui pa- pirei principii deferendi quantum penes te
est. Questo è con ogni probabilità il Gellio scoperto qualche tempo prima dal
Cusano che egli annunziò a Poggio come Agellium integrum,^^^ e che Poggio poi
mise in ridicolo : ' Agellium scilicet truncuni et mancum et cui finis sit prò
principio '.'** Poggio ebbe torto. Il Gellio del Cusano era certo mutilo come
tutti gli altri, ma portava in principio la prefazione frammentaria ('
iucundiora alia reperiri queunt — in libro quaeri invenirique possit '), che i
codici recenti rimandano alla fine come chiusa del li- bro XX. Alcuni testi
però mancano di quel passo tanto alla fine quanto al principio, e uno di tali
apografi manchevoli sarà dapprima capitato nelle mani del Cusano, il quale im-
battutosi poi in un altro che lo recava, potè ragionevolmente credere d'avere
un testo più completo : e per tale lo annun- ziò a Poggio e pili tardi al
Pizolpasso, che gli chiese almeno (saltem) W papireum principium. Ma \^trché
papireumì Perché dall'esemplare membranaceo antico il Cusano si sarà trascritto
la prefazione su fogli di carta, premettendoli al suo apografo. 's« Epislol. 1
p. 208: Roniae XVI kal. iiinìi (1427). K per iscrupolo noto ancora che Corrado
Gesner scrisse: ' de rebus Oermanicis libros quos Augn- stae Vindelicorum
(Augsburj:?) extare ferunt'; e poi: 'libros 20 de bellis germanicis, quos citat
Tacitus et Cuspinianus, qui alicubi eo» adhuc latere opinatnr '
(Gcsnerus-Frisius Bibliotheca, liguri 1583, 131). Per più ampie notizie sulla
presunta esistenza in Germania di Plinio De Germanorum bellis cfr. M. Lehnerdt
in Hermes XLVllI, 191.1, 278-82; il quale suppone anche la possibilità (278)
che il Cusano abbia veduto a Korvei il Tacito Ann. 1-V (ora Med. i), che stara
unito con Plin. Epist. (ora Laur. 47. 36)- 'W Poggii Epistol. I p. 266 del 26
febbraio 1429. "< Epist. I p. 305 del 27 dicembre 1429. cap. I) N. DA
CUSA 26 Quella prefazione rimase relegata alla fine dell'opera anche nelle
edizioni e solo nella Gronovìana del 1651 passò al suo posto naturale in
principio. Ma il Bussi nell'ed. princeps del 1469 intuì la verità, poiché al
frammento proemiale accodato al libro XX prepose il titolo: Auctoris tanqttam
prefationis admonitfo in operis totius stimma de noctium ordine. 12) Dum a
cliente tuo . . . peterem proverbia illa greca . . . mihi presentava grecos
codices. Ecco qui autorevolmente at- testato che il Cusano possedeva
manoscritti greci anche pre- cedentemente al suo viaggio a Costantinopoli del
1437. I Pro- verbia greca si conservano nel famosissimo codice miscellaneo (ora
n. 52) dell'ospedale di Cusa, che contiene fra l'altro estratti di autori fino
allora rimasti ignoti agli umanisti : Mario Plozio De metris, Porfirione ad Horat.,
Cicerone p. Fonteio. Per alcuni passi di quest'orazione ciceroniana e per
alcuni dell'm Pis. il nostro codice è fonte unica. '^' Ricorde- remo inoltre
estratti da Cicerone Philipp, e p. Fiacco ; dal- VHìstoria Augusta, da Plauto e
dalle Sententiae di Siro. 13) Ut habeamus codices illos Suetonii Tranquilli
cete- rosque alios de viris illustribus ducibusque ittxta firmata dudum. 14)
Item et Frontinum de tennis urbis. Prendiamo le mosse da Frontino. 11 De
aquaeductibus (qui detto de termis) ^^^ era noto per due soli codici: l'uno
scoperto da Poggio a Monte- cassino, l'altro rinvenuto nel monastero di
Hersfeld dal mo- naco tedesco che s'era messo in comunicazione con Poggio. Il
Frontino posseduto dal Cusano deriva naturalmente da Hers- feld, il cui
convento egli perciò aveva visitato poco dopo il monaco sunnominato e n'aveva
tratto inoltre Svetonio De gram- maticis et rhetoribus e la Vita Agricolae di
Tacito : che que- sti autori voglionsi intendere con le parole del Pizolpasso
co '" Il codice fu ampiamente descritto e illustrato da I. Klein JJeher
eine Handsehrift des Nicolaus von Cues, Berlin 1866, e da S. Hellinann Sedu-
lius Scottus in L. Traubes, Quellen und Vniersuchungen sur latein. Phi- lol.
des Mittelallers, I, 1906, 93-99. "'^ Il testo veramente ha terminis. Si
potrebbe pensare a un estratto gromatico di Frontino ; ma nel codice gromatico
Cusano di Brussella 10615- 729 non comparisce un titolo De terminis urbis. 26
GERMANIA (cap. I dtces Suetonii Tranquilli ceterosque alias de viris
illustrihus, ducibusque}^'' I Caesares di Svetonio erano notissimi e certo il
Cusano non li avrebbe nel 1432 presentati come una novità. 15) A questi codici
ne aggiungiamo un altro nominato dal Pizolpasso in una lettera posteriore (del
1437) : ' Habet vir iste peritus theutonicus (Nicolaus Cusanus) libros copiosos
in greco etiam cum latino et vocabulorum et verbornm et omnis grammatice,
seriosissime litteris vetustis descriptos '.'^* Qui s'accenna manifestamente al
celebre lessico greco-latino, ora cod. Harleian 5792,»29 * * * Il Cusano legò
la sua biblioteca all'ospedale di Cusa, dove essa tuttora si conserva e conta,
anche dopo le gravi sottra- zioni patite, il numero cospicuo di circa 270
volumi. ''" Undici volumi trasmigrarono nella biblioteca reale di
Brussella,'*' venti circa passarono coi codici Harleiani nel Museo britan- nico
di Londra'^^; due sono nella Vaticana.'^^ Ma sommando i codici di Cusa, di
Brussella, di Londra e di Koma siamo ben lontani dal ricostruire l'intera
collezione del Cusano, per- ché dei quindici volumi attestati dalle nostre
lettere, tre soli abbiamo potuto identificare ai codici superstiti. Né è tutto.
Più non esiste il volume greco dei Concili attestato dal Cesa- rini,'^* né il
Venanzio Fortunato veduto a Cusa dal Brower i»' Scoperte 108. '»* E. Sabbadini
in Muieo di antichità clais. Ili 411. '" Vedi la descrizione del codice in
Catalogne of ancient manuscripts in the British Museum. Part. I, Greek, London,
1881, 10-13. Il testo è pub- blicato in Corp. ploss. lat. II 215-48,3.
"" Descritti ultimamente dal Marx, op. cit. '311 numeri 3819-20;
3916; 3923; 5093; 8873-77; 9142-45 ; 9681-95 ; 9799-9809; 10054-56; 10616-729;
11196-97. Cfr. P. Thomas, op. cit. ; L. Tranbe in Poet. lat. aevi carol. Ili
152-163. "Plauto Orsiniano Vatic. lat. 3870 e il commento degli Evangeli
Vatic. gr. 368. ^•* A. Traversarii Epistolae XXIV 6: Scrivo il card, Gialiauo
Cesarini al Traversar! : Memini quod Inter libros domini Nicolai de Cnsa erat
unum volumen in graeco ubi erat VI. VII. Vili Concilium... Credo etiam qnod
eme- rit illnm Constantinopoli,., Fcrrariae die XVII octobris (1438), oap. I)
N. DA CUSA 27 nel 1617, né tre de' sei autori greci veduti nel 1614 da Ales-
sandro Hegius : Epifanio, Atanasio, Climaco.'^^ Appartennero al Cusano inoltre
l'archetipo magontino del commento di Do- nato a Terenzio e VKinerarinìn
Antonini,^^^ ora smarriti ; e nemmeno si hanno tracce di due codici, Curzio
Eufo e Ma- crobio Iti somn. Scipionis, ricordati da Poggio.*" Altri
raccoglitori. Ad Amplonio e al Cusano, che spiegarono la loro opero- sità
indagatrice o in tutto o in massima parte sul snolo ger- manico, accompagniamo
alcuni minori che radunarono ugual- mente le loro modeste collezioni senza
uscire di patria. II conte Giovanni von Lupfen possedeva nel 1444 oltre a nn
manipolo di libri canonici, alcuni poeti latini : Terenzio, Vergilio, Ovidio,
inoltre le Epistole di Girolamo. A lui si ri- volgeva in quell'anno Enea Silvio
Piccolomini'^^ per chieder- gliene qualcuno in prestito. Il Piccolomini
corrispondeva anche con Giovanni Schindel, astronomo e medico, che professava
nell'Università di Praga e che lasciò la sua libreria di dugento volumi al
collegio di S. Carici^*» Il dottissimo monaco benedettino Giovanni Trithermius
(m. 1516), fu un assiduo e fervente ricercatore di codici. Per parecchi anni
visitò moltissime biblioteche dei monasteri del suo ordine, dalle quali
acquistava o per via di cambi o a pa- 1^ Klein, op. cit., 4 ; gli altri tre :
Basilio, Atti degli apostoli e Plntarco sono ora ai nn. 5576, 6588, 5692 dei
codici Harleiani. >3« Scoperte 113. '" Epist. 1 p. 267 ; il volumen in
quo sunt XX opera Uypriani char- taginensis ivi nominato potrebb'essere il n.
29 f. 36-76 dell'ospedale di Cusa. 138 Der Briefweehsel des E. S. Piccolomini
herausg. von R. Wolkan, Wien 1909, I 310-312 lettera del Piccolomini ' in
Novacivitate Austrie 5 idus aprìlis 1444 ' al Lupfen. Retulit mihi... Michahel
Pfullendorflus te pluribus libris habundare, quorum nomina etiam mihi
prescrìpsit... Est enim apud te Ovidius de tristibus, de arte amandi et amoris
remedio, Terentius quoque comicus et leroninuis in epistolis, quos... eipeto
relegere. Vedi la nota ib. '3' Ib. I 582-4. Nacque a KoniggrJitz tra il 1370 e
il 1380. La lettera del Piccolomini è del 1445. 28 GERMANIA (cap. I gamento i
duplicati.'*" Arriccbi di copiosissimi volumi la badia dì Sponheim e
lasciò la sua collezione privata di più centi- naia di libri stampati e di
tredici manoscritti al monastero di S. Giacomo in WUrzburg. Altri tedeschi
formarono invece le loro collezioni, se non in tutto per buona parte almeno, in
Italia. Fra questi ricor- deremo Alberto von Eyb e i cugini Schedel. Alberto
von Eyb (1420-1475), nativo di Somniersdorf, dopo i primi studi fatti a
Kottenburg e all' Università di Erfurt, si trasferi in Italia, dove per
quindici anni, dal 1444 al 1459, con una breve interruzione, frequentò le
Università di Pavia, Bologna e Padova, conseguendo la laurea in utroque iure a
Pavia il 7 febbraio 1459."' Ma più che alla giurisprudenza, il suo nome è
legato alla letteratura, nella quale produsse tre pregevoli lavori : i Flores,
lo Speculum poetrie e la Marga- rita poetica}^'^ Fu collezionista. Le
biblioteche di Eichstiitt, Augsbnrg, Gotha, Monaco, conservano ancora alcuni
dei suoi volumi, tra i quali i seguenti autori latini : Plauto, Terenzio,
Tibullo, Ovidio, Giovenale, Cicerone, Valerio Massimo, Lattanzio.**^ Né solo
questi conobbe ; che ben altri, poeti e prosatori, adoperò >^o Nel 1607
Bcrireva: Permulta enim coenobìa nostri ordinis in diversis provinciis
multoties visitavi per annos viginti, omnium bìbliothecas perlu- stravi et
ubicunque aliquid qiiod prina haberem repperi dnplicatnm, id al- terum niihi
dato pretio rei aliquod volumen aliiid impressuni, quale postulas- sent inventi
possessores, comparansin recompensam, ut contingeret, agebara. Multa pretiosa
et optandae lectionis volumina in papiro simul ac in per- gamene scripta per
hunc modum, non solum in nostro sed in aliquibus «tiam aliis ordinibns,
rommutando accepi. Cfr. E. Jacobs Die neue Widu- kind-Iiandschrift tmd
Trithemius in X. Archiv der Gesellschaft fiir al- tere deutsche Geschichtskunde
XXXVI 203-208. Sulla biblioteca di Sponheim radunata dal Trithemius vedi P.
Lehman n Naehrichten von der Sponhei- mer Bibliothek des Abtes J. Trithemius in
H. Grauert Festgahe, 1910, 206-220. Nel 1502 essa comprendeva circa 2000 volumi
(206), in maggio- ranza però stampati (209). Il Lehmann ne ha rintracciati
venticinque. Cfr. dello stesso : Johannes Sichardus und die von ihm benuteten
Bibliotheken und Handschriften, Miinchen 1912, 176-79. '■" il. Herrmann
Albrecht von Eyb und die Frùheeit des deutschen Hu- manismus, Berlin 1893, 51,
65, 79, 83, 119, 169. "» Id. 85, 92, 187-194. '« Id. 87, 90, 146-152. cap.
I) ALTRI KACCOGLITORI 29 per la compilazione della Margarita poetica. Ma non
biso- gna dimenticare che egli venne in Italia allorché l' umanismo toccava
l'apogeo e non ne trasse tutto il profitto che poteva e doveva. * Hermann
Schedel, di nove anni più giovine del Cusano (1410-1485), fu un appassionato
bibliofilo. Studiò medicina prima nell' Università di Lipsia e poi per cinque
anni (1439-44) in quella di Padova, La sua collezione passò in eredità al cu-
gino Hartmann, pure lui medico. Hartmann nacque il 13 feb braio 1440; dopo
frequentata l'Università di Lipsia nel 1456-61, si trasferi dal 1463 al 1466 a
Padova, laureandosi ivi in me- dicina, che esercitò poi in patria a Nordlingen,
ad Amberg e da ultimo a NUrnberg fino alla morte (28 novembre 1514). Hartmann
nella passione per i libri superò di gran lunga il cugino e di buona parte dei
propri codici fu egli stesso il co- pista. Come Amplonio, redasse di sua mano
il catalogo, che ci è arrivato.'** La collezione degli Schedel nel 1552 venne
in potere di Giangiacomo Fugger, dal quale la comperò il duca Alberto V di
Baviera (1550-1579) per donarla alla biblioteca di Monaco, dove tuttora si
trova. Ma non tutti i libri sono a Monaco; altri emigrarono a NUrnberg, a
Maihingen, a Hamburg; altii sono perduti.'*' Hartmann imparò in Italia anche un
pò di greco e un pò d'italiano; e non trascurò l'ebraico. Ciò spiega perché
nella sua biblioteca comparisce un discreto manipolo di autori greci ed ebraici
con qualche volgare italiano. Vi è pure bene rap- presentato il volgare
tedesco. Il catalogo comprende 623 vo- lumi, dei quali forse due centinaia sono
stampati. Natural- mente la parte maggiore è fatta alla medicina ; occupano il
secondo posto l'umanismo e il classicismo latino. Vi incon- triamo alcuni
autori venuti dalle scoperte di Enoch da Ascoli : '« R. Stauber Die Schedelsche
Bihliothek, Freiburg in Br., 1908; p. 103- U5 testo del catalogo. Vi son
premesse notizie biografiche dei due cugini. "5 Id. U6-H7; 152-158. 80
GERMANIA (cap. I Diodorus Sicniua. Cornelins Tacita» de sìtn Germanie.
Saetonias de Grammaticis et Rlietoribus et de viri» illDstribus.i^ Parimenti
alcuni fra gli scoperti a Bobbio : Probi instituta arcinm. Maxinii Victorinì.
Donaciani fragmentum et alia. H7 Merita esser rilevata un'altra silloge di
grammatici mi- nori : Phocas, Caper, Agretins, Donatns, Servins ac Sergius de
latinitate et orthographia. 1^8 Inoltre il commento di uno ps. Probo a Persio,
nuovo que- sto, se pure non è identico allo ps. Cornuto : Fersius Flaccus cum
commentario Probi Yalerii in pergamento. i*» Hartmann si copiò nel 1483 a S.
Ermerano Vnistoria Ethici philosopht^'^" e credette di averla tratta per
il primo alla luce ; ma l'aveva trovata precedentemente il Cusano. Le vere
scoperte degli Schedel furono due: una di Hartmann, una di Hermann. Tra il 1460
e il 1490 Hartmann entrò in possesso del codice Monac. lat. 601, che contiene
di mano del secolo ix-x un frammento della grammatica di Dositeo, fino allora
ignota.'^* Hermann ci salvò l'unico esemplare della 3Iu- lomedicina Chironis
nel codice Monac. lat. 243 del secolo xv: Tabula ingeniornm curationis
egritiidlnnm Bernardi de equorum etc. '^^ 11 codice proviene probabilmente da
Padova. L'editio pr. di questo testo, importantissimo monumento di latino
volgare, vide la luce nel 1901.«3 '<5 E. Stanber, op. cit. p. 115. Diodoro e
Tacito sono dell' incnnabnio ' Bononie MCCCC72 '. '« Id. 139. È l'incunabulo
del Parraalo ' Mediolani 1504'. '^' Id. 104. Forse l' incunabulo Hain-Copinger
6214. '*' Id. 113. Questo è nn manoscritto. '50 Id. 56, 117. Cfr. Cosmographia
Aethici... primum ed. H. Wuttkei Lìpsiae 1853. '5' K. Krumbacher in Rhein. Mttseum XXXIX, 1884, 349.
'M Stanber 125. 'M Claudi! Hermeri
Mulomedicina Chironis ed. E. Oder, Lipsiae 1901. Pare che un altro esemplare ne
possedesse Godofredus Thomasius di Norim- berga (1660-1746), Oder p. VII 1.
Verosimilmente era una copia del codice del concittadino Hermann Schedel. cap
I) Non riesco a identificare un vescovo tedesco collezionista, a cui accenna
Pier Candido Decembrìo in una lettera del 1437 a Francesco Pizolpasso : Hee
meditanteni (me) convenit Zacharias ìlle Padnanus, obtestans ut quic- quam ex
meo studio sibi promerem : iturum se in brevi ad Germanicas par- tes epìscopnm
quendam conventnrum, cuius biblyotliecam immensam refe- rebat (cod. Rìccardiano
827 f. 111). 11 Pizolpasso stava allora al concilio di Basilea. Del Cusano non
si può intendere, che fu fatto vescovo solo nel 1449. Zaccaria passò da Basilea
nel maggio 1437 (R. Sabbadini in Museo di an- tichità classica III 408).
CAPITOLO II Francia. Gkrmi nazionali. La parte che ebbe la Francia nel nuovo
movimento non è agevole a determinare. Si può credere e si afferma che in
Francia il risveglio classico parti dall' Italia, soprattutto per il contatto
che ebbero i francesi con gli italiani della curia pontificia quando questa nel
principio del secolo xiv si tra- sferi ad Avignone. Ma io stimo che tali
sospetti e tali giudizi non siano esatti. Nel secolo xiii la Francia aveva dato
degli insigni bibliofili, ragguardevolissimo fra tutti Jeroud d'Abbe- ville,
che nel suo testamento del 1271 legò alla biblioteca della Sorbona circa 300
volumi, dei quali 118 sono tuttora nella Na- zionale di Parigi.' Nella sua
collezione* figurano tutte le di- scipline con larga copia di volumi, ma per
quello che spetta al classicismo rileveremo numerose traduzioni, antiche e re-
centi, di Aristotile, oltre a Euclide e Tolomeo ; un buon ma- nipolo di poeti
latini: Vergilio, Orazio, Ovidio, Lucano, Sta- zio, Giovenale ; fra i
grammatici Donato e Prisciano ; fra i retori Vittorino e Marziano Capella ;
molte opere di Seneca e di Boezio. Di Cicerone possedeva la Rhetorica (= De
inv.), parecchie opere filosofiche (De leg., De off., De sen.. De amie, ' L. Delisle Le cabinet
des mss. de la bibliothèque Natìonale II 148, 149. ' I volumi dì Qeroud si trovano elencati nel catalogo
generale della biblioteca della Sorbona compilato l'anno 1338 e pubblicato dal
Delisle Le cabinet III 8 ss. Nelle citazioni ricliiamerò i numeri d'ordine del
catalogo, ma lolo per le opere di particolare importansa. cap. II) GERMI
NAZIONALI 33 Farad., Acad.),^ le Verrinae,* e le Epist. fam.^ le quali ul- time
erano allora rarissime. Due altre rarità della collezione sono un frammento
groniatico di Giunio Nipso ^ e, cimelio assai più prezioso, le Elegie di
Tibullo.'' Un continuatore di quest'indirizzo cosi eccellentemente rap-
presentato da Geroud parmi si deva scorgere in Bernardo Qui, nato forse prima
che Geroud morisse e morto nel 1331. Ber- nardo per allestire la seconda
edizione della Storia dei con- cili, approfittando di una legazione in Italia
nel 1317 visitò il Capitolo di Verona a compulsarvi i famosi codici conci-
liari.** In costui riconosciamo pertanto un esploratore, non im- porta se di
scrittori ecclesiastici, anziché profani. 3 Delisle ib. 1,1 5 ' Tiilliiis ad
Lucillmii ' ; intendi ad Lucullum, ossia gli Acad. priora. * Ib. lil 6
'Tiilliiis ad Cetiliniu oratorein ', vale a dire la Divinatio in Caeciliiim,
che apre la serie delle Verrine. '■> Ib. LI 28 'Epistole Tnllii. Inc. in
2" fol. Pompeins (ad finn. I 2, 1). in pen. te iubet' (Vili 6, 5 qnae
inbet). Abbiamo perciò i primi otto libri ad t'am., che nella tradizione di
oltr'aliie sVrano staccati dagli ultimi otto. " Ib. liVI 49 ' Geometria
lioecii, Agrimensura Innii '. rrobabilniente si- mile al testo del codice
Bajnbergense. " Ib. liVl 35 ' Epymabaton Albii 'i'ybullii elegoagraphi...
Inc. in 2° fui. h. michi (I 1, 49). in pen. nec liceat' (III 12, 18). Tralascio
Vincenzo di Beauvais, l'autore del triplice Speculum, sulla *ni conoscenza
degli scrittori amichi basterà vedere K. Boutaric in lievue des questions
historhjues XVII, 1875, 5-57; e il famoso bibliografo della metà del sec. xiit
Riccardo di l'ournival. sul ([uale cfr. M. Manitius in lihein. Mas. Xl.VH Erg. lieft 1-5. * 1,.
Delisle Notice sur les v>ss. de Bernard Gui in Notices et extraits de la
bililiut. Nation. XXVIl, 11 173, 183, 300-303. Reco
le note di Bernardo, perché giovano alla storia della Capitolare veronese : 302
'Gesta vero istius synodi (Ephesine) inveni et legi in civitate Verona in
ecclesia cathedrali «le antiqua valde littera dy ptongata... (Sesta vero istius
Calcedonen- sis synodi continent acciones XVI et habentur integre in Verona
civitate in ecclesia cathedrali ubi ego legi in littera antiqua di ftongata...
Gesta istius sexte synodi babent accfones XVlll, qne inveni et legi in civitate
Ve- rona in ecclesia cathedrali... Gesta istius septiine synodi Anastasius
biblio- tecarius lohanuis pape VII de greco transtnlit in latinuni, ad lundeni
lo- hannem papani, sicut in jirefatione seu prologo idem Anastasius hec pre-
iiiittit. Hec autem magna sunt, que inveni et legi Nerone in ecclesia
cathedrali'. 303 'Gesta vero lercie universalis synodi Ephesine prime, item
gesta quarte universalis synodi Calcedonensis, item gesta sexte universalis
.synodi apud Constantinopblini, item gesta scptimc synodi in Nicea Bithinie U.
Sabhadim. Le scoperte dei codici. 3 34 FRANCIA (cap. ir Notiamo poi in Francia
un risveglio classico indipendente dal movimento italiano, risveglio che si
manifesta nei volga- rizzamenti dei testi latini. Esso s'inizia già sotto il
regno di Giovanni I e si allarga sotto Carlo V e suo fratello Giovanni, il duca
di Berry. Per invito di Giovanni I Pietro Bersuire (Berchorius), prima minorità
poscia benedettino, tradusse nel 1352 tutti i libri di Livio che allora si
conoscevano.' Sotto Carlo V e per eccitamento di lui volgarizzò dal latino, tra
gli anni 1370 e 1377, alcune opere d'Aristotile Nicola Oresme (m. 1382), alunno
dell' Università di Parigi, dove poi insegnò dal 1356 al 1361, più tardi, dal
1377, vescovo di Lisieux.'» Per il duca Giovanni di Berry volgarizzò Valerio
Massimo il dot- tore in teologia Simone de Hesdin, dell'ordine degli ospita-
lieri, il quale ci trasmise inoltre un discreto canone degli storici coi
seguenti nomi : Giulio Celso (Cesare), Sallustio, Li- vio, Lucano, Svetonio,
Giuseppe Flavio, Pompeo Trogo (Giu- stino), Aurelio Vittore, Orosio, Darete. Da
quello poi che egli dice di Frontino, che pochi cioè lo potevano vedere e
posse- dere, non è arrischiato argomentare che fosse anche investi-
gatore." congresrato tempore Constantini et Yrenee matris eius babentur in
Verons ili ecclesia catliedrali, ubi ego vidi et legi inde in iMsdciii '. ' Voigt Die Wiederbelebung
IPasS; A. Tlioiiias De loannis de Mon- sterolio vita et operibus, Paris 1883,
48-50. Compose anche opere inorali, in una delle
quali, il Rcductorium morale, allegorizza le favole delle Me- tani. d'Ovidio.
11 Petrarca pare l'abbia conosciuto solamente nell'amba- sceria a Parigi del
1361 (Petrarc. Fam. XXII 13). "> Le opere d'Aristotile volgarizzate
sono VMhica, la Politicn, gli Oe- conom. e il De caelo et niimdo. Cita anclie
autori latini. Thomas 50-51 : Voigt 11 339-40. Per altri volgarizzamenti
siiggiritì dai'arlo V, Voìgt 11 339. " Il duca dì Berry era appassionato
bibliofilo, Dclislc Le cabinet I 56-68. Bìblioflio e amatore di volgarizzamenti
fu anche Antoine de Bourgogne, so- prannominato il Gran Bàtard (1421-1504 ; A.
Boinet in Bibliothèque de ì'eeole des GUartes LXVII, 1906, 253-269). Su S. Hesdin, Voigt II 339, ma
specialmente M. Lecourt Antoine de la Sale et Simon de Hesdin in Mélanges
Chate- lain, Paris 1910, 341-353. Per i
volgarizzamenti di Valerio Ma-s-simo e Oiro- lamo 344, 350, 361 ; il canone
degli storici 343 : su Frontino 345. Adopera anche i poeti, p. e. Vergilio,
Orazio, Claudiano 348. Simone, come il Le- court dimostra, fu sfacciatamente
saccheggiato da Antonio de la Sale, il presunto scopritore del De virtatibus di
Cicerone. Cfr. M. Tnllii Ciceroni» De virtutibus libri fragmenta coli. H.
Knidiinger, Lipsiae 1908. Il compae- sano di Simone, Hiovanni de Hesdin, non
manca parimente di una certa cap. II) ROBERTO DE' BARDI 35 Italiani formatisi
in Francia. Accanto a questa fioritura di volgarizzamenti sorta spon- tanea sul
suolo francese richiama la nostra attenzione un al- tro fatto che non manca
d'importanza, ed è che nella prima metà del secolo xiv alcuni italiani
formarono in Francia la propria educazione e istruzione. Collochiamo in questa
cate- goria p. e. due Toscani : Koberto de' Bardi e Dionigi da S. Se- polcro.
Roberto de' Bardi, fiorentino di nascita, studiò prima a Or- léans '- e indi
nell'Università di Parigi, nella quale fu per al- cuni anni (1333-35) lettore
di teologia e di cui tenne la can- celleria dal 1336 fino alla morte avvenuta
nel 1349.'=* Nel campo della sua professione il Bardi fu esploratore di codici,
poiché cercò e raccolse i Sermoni di Agostino e ne costituì la silloge che è
pervenuta sino a noi.'* cultura letteraria, di cui fa pompa nella polemica
contro il Petrarca. Per gli autori ivi da lui citati vedasi ìiolUae Pétrarque
et l'humanisme 11*308, ai quali è da aggiungere ' Statius Tullensis vel ut alii
dicunt Tliolosanus ' (Petrarc. Opera p. 1066). Su Claudiano scrive: '
Claudianus dicitnr Vien- nensis ' (p. 1066), scambiato con Mamertus Claudianus,
di cui lesse in Gen- nad. 84. Una glossa giovenaliana '. ' luvenalis in fine
tertiì (Vili 276): Aut j)a8tor fuit aut illud quod dicere nolo, idest latro aut
homicida, di- cit glossa ibidem' (p. 1067), I/unico testo notevole da lui
adoperato è il Culex, di cui reca i v. 79-82, 89 (p. 106:3). ^^ Questo almeno
parmi si debba ricavare da Pli. Villani Liber de civit. Florent. famosis
civibus, Florentiae 1847, p. 21 : Postremo ad tlieologiae cognitionem
conversus, Aureliam (= Aurelianum) sua transtulit studia. 13 Chartularium
Universit. Paris. 11431, 4.53, 460, 501-502. Nel 1340 il Bardi invitò il Petrarca
a Parigi per la laurea; pare si fossero incontrati fin dal 13:ì3. '* B. Aurelii
Angustìni Millehquium (a cura del Caruso), Lugduni 1655, 2452 : Sequitur tabula
sermonum, nomine quorum compreliendi trac- tatus et liomilias: de quibus dicit
veuerabilis meus pater et dominus d. Robertus, qui nunc est canccllarins
Parisiensis et liorum sermonum amator ac curiosus investigator, quod in eis et
epistolis continetur ma- xima tlieologia et speculativa et moralis; quos ipse
ad ordinem redegit valde pulclirum et utilem. Sed ego non tot vidi quot habet
ipse. La sil- loge si conserva nel cod. Vatic. lat. 479 e nei Parig. lat. 2030
ss. Il cod. Vatic. delle cinque parti conserva le due sole prime. L'opera ha il
ti- tolo : Incipit collectorium sermonum sancti Augustini ypponensis episcopi
per liobertum de bardis cancellarium parisiensem et saere pagine humi- 36
FUAN'CIA (cap. Il Dionigi da S. Sepolcro. Dionigi oriundo di Borj;;o S.
Sepolcro (Arezzo) nacque nella seconda metà del secolo xiii. Dei suoi primi
studi in Italia non sappiamo nulla, ma possiamo supporre cbe vi abbia ri-
cevuta l'istruzione elementare. Xel 1317 lo troviamo già a Pa- rigi, dove legge
le Sententiae di Pietro Lombardo nella qua- lità di baccalaureus ; la
promozione a magister sarà seguita pochi anni dopo : certo in ogni modo nel
i;ì29 era sacre pa- gine magister. In religione appartenne all'ordine degli
ago- stiniani. Nel 1329 ricomparisce in Italia : abitava allora a Todi.'* Deve
aver visitate altre regioni, come Roma, delle cui an- tichità e chiese ba
cognizioni"' minute, e forse il Veneto.'^ Nel 1339 era a Firenze, di dove
sul finir dell'anno si tra- sferi alla corte di Napoli, invitatovi dal re
Roberto.'* 11 17 lem professorem ordinatum et compilatum ex sermonibus guos
eiusdem sancii nomine insignitos invenit in diversis ae vetustis codicibus in
qui- bus erant inordinate prò magna parte dispersi. La collezione coniprendt-
cinque parti : In prima parte collccti siint sermones de quibusdani rcbIìk et
sanctis veteris testamenti. In secunda de sollempnitatibus et sanctis novi
testamenti. Jn tercia de verbis et seriptis veteris testamenti. In quarta de
Tcrbis et seriptis novi testamenti. In quinta de ornamentis et impedimen- tis ecclesie sen
fìdelium et de retribntionibus nltimis bonorum et maloram. 15 Chartulurium Universitatis Parisiensis II r.O'i.
'^ Valgano i seguenti cenni nel suo commento a Valerio Massimo, cod. Ambros. C
208 inf. f. 10>:pontis sublicii qui hodie vocatur pons Molis; f. 76 Cum
autem in mediam partem fori\ (Valer. Max. V 6 Ext. 2) idest plathee et in Illa
parte ubi nunc est ecclesia S. Androe Antoni!, iu.xta qnam est fo- cus qui
diuitur infernus; f. 89 Notaudum ergo Rome fuisse quasdam scalas (Gemonias)
occultas subterraneas quibus a carcere publico, qui nunc voca- tur S. Nicolaus,
ad carcerem occulte ad Capitolium venicbatnr. Ma tali in- formazioni potè avere
dai Mirabilia o per bocca altrui. " Commento a Valer. Mass. nel cod.
Vatic. lat. 1924 f. 15', trattando delle cinque fonne di sogno definite da
Macrobio {in Somn. I :l) : empbya- tes (= èqjiàXrìjg), istud autem in aliqno
ydiomate vocatur sai vanellus. Per quanto mi consta, la parola salbanello è
propria solo dei dialetti veneti, dai quali è adoperata nel doppio significato
di ' incubo ' (folletto) e di ' spcccliietto ' (gioco di luce) ; ma anche
questa notizia la potè avere da altri. "> Petrarc. Fam. IV 2 p. 206
(del IS39): Accepi te Florentia digressuni ivisse Neapolim. Un accenno a
costumi fiorentini nel commento a Valer. Mass., cod. Vatic. 1924 f. 5' aca-
ettam stii numinis vindex Apollo] (\'iler^ C.jp_ II) DIONIGI DA S. SEPOLCRO 37
marzo 1340 fu creato vescovo di Monopoli. Mori nel gennaio del 1342.1» Dionigi
fu investigatore di codici. Egli sa che la sezione di Livio nella quale si
narrava la prima guerra punica ' com- niuniter non liabetur';^ sa che 'non
liabetur a Latiuis ' un libro d'Aristotile a cui si riferisce Valerio Massimo
(Vili 15 Ext. 1).-' f^ul T)e Nili inundatione del medesimo autore lesse un
aneddoto ' in quodam libro mnltum antiquo quem inveni in quadam ecclesia '.^^
Cita ' quedam glose in margine librorum antiquorum '." Di Valerio Massimo,
autore da lui commentato, cercò molti esemplari, dei quali confrontò le varie
lezioni." Max. I 1, 18) .\ccipitiir aiiteiii liic fraginentum prò
scLsaiira illa vestimen- oriim glie flt causa oinatus ex inferiori parte, quo
oriiatu iiiaxiine utuutur florentinoriim iuveiie.s et pueri. " Uhartuì.
Universit. Paris. II .'502; Vi. (ioetz Koniri Hobertvon Nea- pel 39. ''^
Coiniiiento a Valer. Mass. nel cod. Vatic. 1924 f. 21 (Valer. Max. I 8 Ext.
19): tangit ystoriani prò qiia titum liviuni introducit in teste m ; ubi antem
hoc litus livins dicat non inveni nec nieniini me legisse ; nam cnm Marcns
Regnili» de quo liie tangit primo bello punico interierit, supra quo titns
livins coinmuniter non habetur, ipaum videre non potui. 'I Commento a Valer.
Mass. nel cod. Ambros. C 208 inf. f. 140 (Valer. Max. Vili U Kxt. :ì): Nota
qnod liee verba dicit .\ristotiles in libro aliqiio qui non habetur a l.atinis.
Sic ipsuin dicentein in libris qui coinmuniter li:i- bentur nonduni vidi. ''
Ib. f. ISf (Valer. Max. Vili 7 Ext. 3): Legitnr eniin in quodain libro
inultuiii antiquo quem inveni in quadam ecclesia quod Aristotiles circa huius
fluvii (Nili) inundationem insistens cum causa» refluxus capere non valerci, in
aquain se prolilciens dixit : non possuin te capere, capias me. Qnod ntrum sit
verum, lectoris iudìcio relinquatur. Questo aneddoto aristo- telico manca al
Burlaeus Di vita et moribus philnsophorum. Gregorio Na- zianzeno, citato da
Benzo e da Rio. Waleys (cod. Ambros. B 24 inf. f. 279) riferisce questo
aneddoto aristotelico al flusso e riflusso del mare. '3ib. f. 34 (Valer. Max.
VI 1, \i) penis eontudit] Notandum qnod hic est du- plex littera: una dicit
parmis, alia dicit perni». VX ut inveni in quibu- sdam glosis in margine
librorum antiquorn ni sunt genera arniorum cuni qnibus iste fuit concnssus
(contusus?). Cfr. (iotz Thesaurus gloss. emen- datar. ' pernae dicuntur
procellae de montibus '. Non trovo altro di meglio. ^* Scelgo pochi esempi tra i
molti. Cod. Ambros. C 208 inf. f. 13' (Valer. Max. Ili 2, 19) Nerviorum] aligui
libri habent Anervorum (cioù Arver- norum) et tnnc sunt populi Anervie... a
civitate .enerva, qne hodie vocatur clarus raons (Clerinont) ; f. 149v (Valer.
Max. IX 1 Kxt. 4) Dyogiridis] in isto § litera est multa varietale diversa et
in ninltis libris aliter posita ; esemplarla tamen antiqua hanc habent ; f. 16C
sulla questione a chi fosse 38 FRANCIA (cap. II Oltre a Valerio Massimo,
dichiarò Vergilio, le Metam, d'Ovidio, le Trag. di Seneca, la Folti, e la Ehet.
di Aristo- tile;" e «lucati commenti secondo op;ni verosimiglianza corri-
spondevano ad altrettanti corsi pubblici tenuti nelle scuole d'Italia 0 di
Francia. Di tutti il |)iù diffuso è quello a Valerio Massimo, che s'incontra
manoscritto frequentemente nelle bi- blioteche ; e di esso soltanto noi ci
occupiamo. Dionigi lo de- dicò al cardinale Giovanni Colonna ; e con ciò
otteniamo un termine cronologico, essendo stato il Colonna insignito della
porpora il 18 dicembre 1327; «« l'altro termine è il 1342, l'anno della morte
di Dionigi. .Ma i termini si ristringono di più se consideriamo che Dionigi
tocca delle rovine di Cuma presso Napoli^' e di Velia presso Salerno*** e
rammenta un partico- lare intimo di Carlo II re di Sicilia ;=* donde
argomentiamo che egli dovette se non comporre, certo dar l'ultima mano al suo
commento negli anni (1339-42) della dimora in Napoli. La dedica è tal
documento, che merita esser qui riprodotto nella sua integrità. Reverendo* in
Christo patri et suo domino speciali domino lohanni de Coinmpna divina
providentia Sancti Angeli diacono cardinali frater Dyoni- intìtolata l'opera di
Valerio Mass.: Ego vidi libniiii valde antiquiim in quo ad Tyberinm erat
intitulatio. '^ W. (Joctz Kònig Robert 39. »* Ciaconius II 428. " Cod.
Ambros. C 208 inf. f. 52 (Valer. Mai. IV7, 1) Blosium Cumannm, de civitate
posita in Campania, ciiins vestigia prope Neapolim adhnc app.irent. '' Cod.
Vatic. 1924 f. 2" (Valer. Max. I 1. 1) Anelia (= a Velia) : Civita» antiqua
fuit cuius ad hoc (= adhnc) vestigia prope Salernum apparent. *' Cod. Ambros.
f. 65' (Valer. Max. V 2 Kxt. 2) (ìratitudinem istius regi» (Mitridatis) in
causa simili imitatiis Ciiit bone memorie illustris Karolnsge- candu» rex
Sicilie, qui In redemptiouem domini Kaynaldi de Avella, mili- ti» strenui et
fldelissinii, qnem rex Fredericus tenebat captlvuin, primo cap- tivo» siculos
< quos > habebat et deinum Yschiam Capras Procidam, insula» sai regni
notabile», insupcr Castrum abbatis insigne locale, quibus acerrime 8uum regnum
poterai circumveniri, contnlit et dedit, volen» potius pre- dictis qnam tanti
militis et tam iìdelis carere presidio. * Cod. Vatic. lat. 1924 merobr. sec. Xiv ; cod. Vatic.
Kep. 1059 membr. »ec. XIV. Fu
pubblicato dall' F.ndlicher Catalog. cod. phiìolog. lat. bibl. Palai. Vindob.
p. 85; dal Mlttarelli Biblioth. S. Michaelis 1174; da C. Marchesi Di alcuni
volgarizzamenti toscani in codici fiorentini in Studi romanzi V, Perugia 1907.
Reco le varianti con nn vel. cap. II) DIONIGI DA S. SEPOLCRO 39 sins de burgo
Sancti Sepiilcri ordinis fratrum lieremitarum Sancti Angu- stini Clini Olimi
subiectione et reverenti» filiali se totiiiii. Moralium ptiilosoplioiiiin
attestante sententia ad vite immane precaven- 5 das insidias et iiominum
versntias discernendas virtus, que prudentia nomi- natnr, dignoscitur pre
ceteris ymo convincitur necessaria : ea siquidem, cle- mentissime pater, falli
non potest, fallere non vult. Homo prudens scit qua via egredi debeat et cito
agenda diiiidicat: liinc preterita meinoran- tur, dispensantnr presencìa,
providentur futura, nt vere tali virtute dota- 10 tns sit ocnlis corpus plenum,
iutrinsecus et extrinsecus ante et retro per totnm, ut prophetica vìsio et
lohannls revelatio nianìfestant. Sane libruni Valeri! Maximi prò sua brevitate
modernis obsourura temporibus, in quo virtutuni relucent exeinpla et quodam
modo singnlari prudentia ipsa refnl- get, declaranduni assumpsi, ut legentibus
clarum fìat quod difficile primi- 15 tus apparebat. Hoc autem nullatenus facere
potuissein nisi gesta Roma- norum ac etlain alienigenarum per antiquos antores
diversis in locis nar- rata seriose perlegissem, qui, quod ipse Valerius
breviter, diffuse narrant ac prolixe : quos ideo hic annotare curavi nt operi
eertior fìdes detur nec labor videatur inanis tantorum autoritate comprobatus.
20 Sunt autem predicti antores, quos necessario oportuit intueri : Titus Li-
vius prlncipaliter et cgregii doctores Augustinus, (ìregorius, Ambrosius et
leronimus, quorum dieta, et maxime Augustini libro De civitate Dei et le-
ronimi in Cronicis et Epistolis, fuernnt plernnque necessaria. Quandoque etiam
de Biblia et Magistro historiarum ac etiani de Decreto et de lohanne 'i'>
Crisostomo aliqna prò inaiori declaratìone propositi sunt accepta. Preterea hic inserta assumpta
sunt de Hugone libro De sacranientis, de Ysidoro libro Kthìmologiaruni, de
Papia, de Ugutione, de Prisciano, de loseplio libro Hi- storiarum antiquarum,
de Orosio, de Lactantio, de Macrobìo libro De sompnio Scipionis, de Policrato,
de Suetonlo, de Boetio, de Sedulio, de Cassiodoro ^0 libro Variarum, de Seneca,
de Tullio, de Platone, de Aristotile, de Aver- roy, de Avicenna libro
Naturalium, de Yarrone, de Iure civili, de Vegecio, de Solino, de Plinio, de
Frontino, de 'V'ita philosopliorum, de Rethorica Urlili, de Computo, de Fabio
ystorico, de Salustio, de Paulo Longobardorum ysto- riographo, de instino, de
lulio Florio. Fuit autem necessariuin poetas in- 35 spicere, sicut Virgilium,
Lucanum, Oratium, Persium. Ovidium, luvenaleni, Knstacium Venusinum, qui sub
nomine poete introducitur et Planctus Ita- lie nominatur, lulium Cesaiem et
eius l'oetriam, Stacium et Alexandri Ysto- riam tam metrice quam jirosayce
scriptam. Insuper oportuit cronicas in- tueri, videlicet Cronioam Klinandi,
Cronicani Atheniensium, Yspanorom et 40 Oallorum ac etiam Annalia Romanorum
quorum autor non habetur, et 13. vel sui — 16. vel ni — 17. vel auctores — 18.
vel serio — 19. vel prolixe ego hic anotare — 20. vel videtur — 20. autoritate]
vel testimonio — 21. vel auctores — 21. vel quos me — 21. vel oportet — S3. vel
dieta maxime — 25. vel et a magistro — 26. rei accepta sunt — 27. vèl Ugone —
27. lei libro de sacerdotio — 28. vel Uguitione (Hugulcione) — 32. vel \arone
(banone) — 33. de Frontino-philosophorum] de libro ystorico cod. Vatic. Reg. —
35. de Instino de Nonio de Floro Mittar. — 36. vel scilicet — 37. vel
Kustracium (Rustrachium, Kustachium, Eustatliium) — 37. vel plancus (plau- («s)
— 38. rei poeticam (poetam). 40
FRANCIA (c„p. j, Cronicani Petri Viterbiensig qiie Pantheon appellatur. ac
ctiam ploreg alio» rerum ^«sfarnni et particiilarium narratore». Prefatum
igitnr opuR, pater reverende, vestro in^enio corriffendum ruIi- mitto, ut qui
origine urbi», dignitate orbi» princeps existitis utriusque ge- sta vestri
esamini» discreto iudicio discernati» ac ex varietate preterita presencia
ordinando possiti» fiitnrornni noticiain arbitrari et tandem vita feliciter
usi, illius qui laborantibu» datur in ])remiam et a quo et labori» inicinm et
consumationis flnem accepi, posgitis glorie soeiari. 42. i;el atqne pinres (et
plnres) — 43. vel et om. — 44. pater et domine reverende cod. Vatic. Keg. — 4.5. urbis romane princeps cod. Vatic.
Beg. La lista degli autori potrebbe parere troppo pomposa e de- stinata a
colpir di sorpresa il lettore; ma da una rapida scorsa che io diedi al commento
^'^ essa riceve piena conferma, anzi dev'essere completata, perclu'' il testo
cita Ippocrate, (ìaleno, un commento aristotelico di Simplicio ^i e
Quintiliano, ^s che non compariscono nel proemio. Qualche volta cogliamo Dio-
nigi in fallo : sia che rechi come desunti direttamente da En- nio ^^ due versi
che gli derivano da Apuleio o da Marziano Capella o da altra fonte; sia che
richiami Sallustio per un passo che gli viene da Isidoro, ^^ o che citi e nel
proemio e nel te- ■'" Ho letto iì commento nel cod. .\mbros. C 208 inf.
menibr. sec. xiv. Contiene il testo contornato dalle glosse di Dionigi, come in
altri eodici; f. 166" ExpUciunt filose fratris Dyonisii àe\burgo ordinis
heremitarum S. Augustini magistri teologie super Valerio Maximo. Questo codice
è mutilo al principio; per la parte mancante ho supplito col cod. Vatic. lat.
1924 membr. sec. xiv. Cito molto »onimariamente per risparmio di spazio; solo
nei casi di particolare importanza richiamo i fogli dei codici. Il Pan- zer
Annal. typogr. I 76 segna un'edizione del secolo xv, che a me non rinsci
trovare. " Cod. Ambros. f. 164v Ypoeras et (Jalenns ; f. 39 Notandnm qnod
hie .\rchitas magmi» philosophus tuit sìcut testatur Snpplicius (sic) super
pre- dicamenta Aristotilis. ^* Cod. Ambros. f. 132v et hoc ponit Quintilianus
libro primo (I 10,18) institutiomiui oratoriarum dicen» : ' fons philosopborum
ipse Socrates laro senes (sic) in^titni lira non erubescehat '. '3 Cod. Ambro».
f. 138 (Valer. Max. Vili 11,5) linde ponuntur versus Ennii poete: ' Inno Vesta
Minerva Ceres Dyana Venns Mars luppiter Mercurio» Liber et Neptunus Appello ';
cfr. Apul. lìe Deo Socr. 2 e Martian. Cap. I 42. s* Cod. Ambre», f. 2 unde
Salustius eam (Siciliam) dieit Italie coninn- ctam fuisse sed medium spacinm
impela mari» divisnm et perangustmn scissum, cfr. Isid. Etijm. XIII 18,3 e
anche Serv. ad Aen. MI 414. cap. Il) DIONIGI DA S. SEPOLCRO 41 Sto rautorità di
Vairone, mentre trovò la citazióne parimenti in Isidoro. ^^ E cosi sarà di Platone
nominato nella dedica. Ma per chi ha dimestichezza con la letteratura medievale
e uma- nistica, questi sono peccatucci veniali, che non scuotono per nulla la
nostra fede. E fede intera merita il nostro commen- tatore, al quale dobbiamo
anzi preziose notizie di autori ignoti. E di vero egli ricorda la Rhetorica di
Grillio, da aggiun- gere come quarta alle tre opere del medesimo autore
scoperte da Amplonio (sopra p. Ì4).^^ Ci tramanda alcuni passi di un ' Fabius
historicus ', il quale non conoscianio per altra via.^''^ Aggiungerò clic egli
adopera il Liher de vita philosophoruni non nella compilazione del Burlaeus,
che verosimilmente non era stata ancora pubblicata, bensi nella forma
primitiva, che vien citata da molti altri, ma della quale fino ad oggi non s'è
rintracciato il testo integro, ss '5 P. es. co<1. Vatip. f. 21" (Valer.
Max. II 1, 2) temine eum viris cuban- tibiis] Siciit (licit Varrò do vita
popiili romani, viri discumbere idest ia- cendo comedere cepernnt, sed quìa
iisiis iste mulieribus displieuit, ideo si- debant et viri iacebnnt; cfr. Isid.
Ktym. XX 11, 9. 3s Cod. Anibros. C. 144 (Valer. Max. Vili 1.0 Kxt. 1) Predieta
de Pita- gora magnifica diffuse ponit fìrilius in sua retlioriea. Potrebbe
darsi però che (irillio toceasse di Pitagora nell'illustrare il proemio del
lib. II Deinv. di Cicerone, dove si parla dei Crotoniati. R in tal caso avremmo
il com- mento di tirillio, già noto, al Uè inv., ma completo, mentre il
frammento pili Inngo salvatoci dal cod. Bamberg. sec. xi giunge fino a I 22. 3'
Cod. Vatic. f. 31v Sicnt doeet Fabius ystoricus ; ait enim : ' fiallorum
.siquidem corpora animi feroces plusquam humana erant sed sicut virtus eorum
primo impetu maior est quam virorum ita sequens minor quani fe- minarum' (cfr.
Caes. B. G. 1130; IV 1). Cod. Ambros. f. 2 (Valer. Max. II 7, \h) Hanc
hystoriam tangens Fabius hystoricus dicit; 'Komaui iusserunt captìvos, quos
pyrrus reddiderat, infames liaberi quod armati capi potuis- sent nec ante eos
ad veterem statuni reverti, quam sibi notorum (= bi- nomm ?) occisorum hostium
spolia retulìssent " (cfr. Frontin. Strateff. IV 1,18, che concorda con
Valer. Mass.). " Kccone alcuni saggi. Cod. Ambros. f. ih" Iste
Diogene» fuit mirabili» homo ut in libro de floribns )ihilosophorum narratur. Dicebat
enim ibi esse comedendum ubi fanies inveniebat et ea bora: unde cum in plathea
comederet a quodam interrogatus: cnr in plathea comedis V respondit, quia in
plathea fameo (Burlaeus p. 208 sotto altra forma). Kt dum semel iret ad forum
et videret hominum popularium multitudinem super crepldinem ascendens clamabat:
o honiines venite, o homines venite. Rusticis ergo 42 FRANCIA (cap. II Anche
nella letteratura medievale più prossima ai suoi tempi egli ha cognizioni
riposte. A me non risulta nota da altre fonti la Poetica di Giulio Cesare ^ e
le Etymologiae di Bustrachius. ■*■' Quasi ignoto è Eustachio da Venosa, da Ini
citato come ' il poeta ' e la cui opera intitolata Planctus Italie non fu
ancora rinvenuta.^' Nuovo dovrebb'essere pure multi» congregatis et petentibns
cur vocasset, non voco vos inqait sed lio- mines, qnia brntaliter viventes ut
vos non itunt lioniines sed pecudes (Bnr- laeiis p. 206 sotto altra forma); 1'.
131^ Sicut legitur
in philosophornra vita Democritus iste vir sìngularis inquisitionis cui fuit
cure de oninibuH enti- bus et de omnibus voluit reddere rationeni. Ipse enim
fuit ille qui compe- rit feniculum utileni, quia dum moraretur in silva vidit
serpentes Unire feniculo oculos suos (manca al Burlaeus) ; f. 162 Nam hic
Homerus pisca- tores se et suos pannos sive vcstimenta purgantes. i. (= et?)
querentes pediculos iuvenit. Qui tanquam sapienti viro liane questioneni ut
solveret petìerunt: quotquot cepimus non habemus < quotquot non cepimus
habe- nius >. Que verba Homerus ìntelligens de piscibus, videre non poterat
quid illos non haberent quos ceperant et illos baberent quos non ceperant.... Burlaeus p. f>8-60 in forma assai differente.
L'aneddoto (anclie in Valer. Max. IX 12 Kxt. 8, e ps. Herodot. T'ito Hom. 35)
da altri è riferito a Pla- tone (p. e. Uiog. lAert. Vit. IH 40) '' Conosco
bensì un Cesare, del sec. xiii, autore di una Hes metrica e di un Khì/thmicum
dictaiiien, pubblicati da Oli. Fierville Une grammaire latine inèdite du XIII
siede, Paris 1886, 94-1 l.'i; ma quei trattati si leg- (:ono nel cod. Laur. 23.
22 sec. xiv col nome di Pietro da Isolella (aggiunto di mano del sec. xv).
*" Cod. Ambros f. 52 Ut de ipso (Sardanapalo) narrat Kustraebius primo
Ethymologiarum et .\ugu8tinii8 2° de civitate dei (II 20^.... Dicit auteni
primo Ethymologiaruin Eustraehius bec verba: ' Sardanapalus liabitatio- nem
habens in Nilo et in palaciis manens, arma quidem non attlgit neque ad
venationem exivit, unxit faciem et oculos subpinsit, ad concubinas de
pulcritudine decertans et compositìone oruatus omnì muliebri consuetudine
utens....; in suo sepulcro gulosi subscripseraut : tanta halieo quanta come-
debair. et bibebam '. Cfr. Paroemiogr. gr. Gotting. 1839, I p. 450. *' Valga
questo saggio, cod. Vatic. f. 23v De qua (Tarentina civitate) poeta dicit: '
Deliciis vulgata suis fit nota per orbem Bino cincta mari fertilitatis humus.
Emulus liic Rome suus (= sinus) iinbellisqiie notatus Fertilis urbsque mari
divitiosa suo; Vitibus hic variis niultisque frondescit (correggi multisfr — )
oli vis Diversis poniis flcubns atque piris. l'ratiset «ilvis uber<r>ìma
fert numerosa Hic armenta greges et genus omne fere. Inde Ceres bombis (= bombyx) sai
quioquid fertile cultu Terra parit conctis de- litiosa cibis. Quia numerare
queat pisces maria ostrea tunnos Anratas zephalos piscis et omne genus '. VimbelUs notatxts richiama Vimbelle Tartnlum di
Horat. Epist. I 7,45. «ap- ") DIONIGI DA S. SEPOLCRO 43 il Pantheon di
Pietro da Viterbo, senonché è probabile che si tratti di uno scambio col
viterbese Goffredo. ^^ Dionigi possiede una larga cultura. Dal medio evo ha de-
sunto un buon numero di storici e di cronisti: Paolo Diacono, Elinando, Pietro
Comestore (nominato e nel proemio e nel testo sempre come ' magister
historiarum '); e molte crona- che anonime : la Cronica Atheniensium (anche col
titolo di Gronice Grecorum), gli Annales Romanorum (o Cronice tem- pore Sylle
scripte), una Cronica Yspanorum et Gallorum, una Cronica longa, una Cronica
Bomandiole,*^ ì Gesta regni Si- culorum e le Storie d'Alessandro Magno in prosa
e in versi. ** Altre fonti medievali a lui familiari sono il Computus, il
Decretum (di Graziano), il De sacramentis di Ugo (da S. Vit- tore), il
PoUcratus {sic, di Giovanni da Salisbury) e i lessici di Papia e d'Uguccione.
Degli autori tradotti dall'arabo adopera Avicenna e Aver- roe, dei tradotti dal
greco Giuseppe Flavio, Giovanni il Gri- sostomo e Aristotile, di cui cita più
opere : VEthic, la Poli- tic, la Phìjs., la Metaphys., la Rhet , la Meteor., il
De ani- ma, il De bona fori., il De somn. et vig., il De inund. Nili. ** K
reputo sia di fJoffredo la Cronica metrice scripta spesso citata da Dionigi, p.
e. cod. Anibros. f. 158t In cronica illa metrica dicitur : ' Ipsa <',apnt
regis sub eodeni sanguine niergit Dicens tolle bibe, pravi gula pes- ximaregìs.
Sangninises sitiens,
sanguinem mensa {= sanguine mersa) bibe ' (cfr. Instin. I 8, 13). *' Cod. Vatic. f. 3 non reputatur
superfluum si rediicatur in mentem «inare Romandìola clini flanimina dicebatur;
nam sicut legi in quadam cro- nica.... E qui una lunga notizia di carattere
leggendario sulle città della Komagna e delle Marche. *> Cod. Vatic. f. 13v
(cfr. Valer. Max. I 7 Ext. 2) Hec ystoria aliter in Alexandre narratur; dicitur
uanque ibi sive fabulose si ve veridice quod Alexander in arborum solis ac lune
monfem ascendens audivit ab ipsis de sua morte responsum.... Notandum quod
seqoendo ystoriam Alexandri post- <|uam arbores solis ac lune sibi de morte
predixerant virit anno uno et mensibus octo: anno ìnquid completo vlves et
mensibus octo. Il vaticinio ' anno completo vive» et mensibus octo ' forma un
verso esametro. Pro- balbilmente la storia metrica di Alessandro Magno era il
poema in dìstici composto nel 1236 da Quilichinus (Qualichinus, Wilichinus) de
Spoleto. Ne restano più codici; sui Parigini 8501,8514 puoi vedere I. Berger de
Xivrey in Notices et estraits des mas. XIII, II p. 208-209. 44 FRANCIA (cap. II
La sua professione di agostiniano e dottore in teologia li è pegno elle doveva
avere molta dimestichezza con gli scrit- tori cristiani. I quattro grandi padri
Girolamo, ^^ Ambrogio, Agostino, ■'8 Gregorio stanno alla cima. Poi vengono
Lattan- zio, Orosio, Boezio {De consol.}, Cassiodoro { Varine), Isidoro
(Etym.). Sedulio è collocato tra i prosatori, donde siamo in- dotti a
sospettare che del Trattato pasquale possedesse solo la redazione in prosa.
Piuttosto considerevole è la sua conoscenza dei classici latini. I ])oeti che
meglio ha in i)ratica sono Vergilio, Orazio (tutte le opere), Ovidio (tutto),
Lucano, Persio, Stazio, Gio- venale. Nel campo della prosa spazia più
ampiamente. In- tanto troviamo un discreto manipolo di storici o di autori ado-
perati come fonti storiche: Sallustio, Livio, Plinio (Nat. Hist.), Svetonio,
Frontino (Strateg.), Floro, Solino, Giustino, Vegezio (De re mil.). Di Livio
cita le tre deche: la l col titolo di libri ab urbe condita, la III di libri de
secundo bello punico, la IV di libri de bello macedonico. Sallustio è per lui
l'autore anche à^Winvectiva cantra Tullium. Conosce poi Quintiliano (già
ricordato), Prisciano. Macrobio {in Somn.) e il Digestum. Kestano i due sommi
prosatori, (cicerone e Seneca. Tra le opere filosofiche del primo attinge al De
off., alle Tusc. al De amie, e De sen., tra le rettoriche al De orat. *' Dì
Seneca adopera 1 Dialogi, il De benef. *** e J)e ehm., le Epist. e i Proverbia
apocrifi. « La Chron., le Epist., Super Matthaeum, Super Kccìeniast.. il prò-
Ingus Biblie. <« Z>e civ. dei, le Epist., i Soliloq., Super Genes., De
vera relig.. De verbo Dom. *' Cod. V.itic. f. 1' 'rulliu.s libro de oratore: '
ystori.-v est testis tem- porum, Inx veritatis.... ' (II 36); f. 22 Tollius: '
nicliil prestabillins vi- detur qnam posse dicendo tinere {sic) liotniiiiim
< cetus > iiieiites allicere volnntate» impellere quo velit ' {De orat. 1
30). Non ho trovato indizi delle orazioni. <■' lA citazione (cod. Ambros. f.
llOr) Seneca libro VII de uRìciis : ' Dii» donum posuinius, in stìpem iecimas '
k tratta dal De benef. VII 4, 6. cap. Il) ITALIANI AD AVIGNONE 46 Importazione
italiana ix Francia e scambi reciproci Italiani alla curia pontificia in
Avignone. Fin qui abbiamo raccolto alcuni di quei fatti, i quali a parer nostro
rivelano che in Francia si preparava un risorg^i- mento umanistico indipendente
dall'italiano. Ora prenderemo in esame gli italiani che iniziati agli studi
elassici nella loro patria si trasferirono, quale occasionalmente quale stabil-
mente, in Francia, portandovi semi nuovi di cultura, ma non senza ricevere alla
lor volta nuovi impulsi dall'indirizzo che pur colà s'era manifestato : di che
nacque quello scambio di dare e di avere, il quale intensificò l'operosità e
produsse maggiori frutti. E comincerò col i)rcsentare tre romani : anche perché
si veda che Konia i)tiiiia dell'età di Cola di Eienzo s'era già messa per la
nuova via. I tre romani sono Raimondo Soprano, tìiovanni Cavallini e Giovanni
Colonna. Di Raimondo Soprano ^ non si conosce propriamente la pa- tria; ma
buoni indizi portano a credere che fosse di Roma: anzitutto perché sui margini
del suo Livio segnò egli stesso notizie molto particolari di tojìografia
romana^, poi perché quel codice reca il nome di un personaggio romano, il car-
dinal Giovanni Colonna,^ finalmente perché un altro libro con postille della
medesima mano del Livio, il codice Parig. lat. 1617, proviene da Roma, dove lo
comperò il Petrarca nel 1337.* Raimondo stava presso la curia pontificia di
Avignone con funzioni giuridiche, masi occupava anche di storia; e infatti
insieme col testo di Livio, il suo codice conteneva pure Dicti e Floro; e nelle
postille marginali vengono citati la Descri- zione delle 16 province d'Italia,
Solino, Eutropio, Orosio e il ' Tutti lo chiamano Soranzo, a cui
corrisponderebbe la forma latina JSuperantius, doveché nei eodici è sempre
detto Superanus, V. de Nolhac Pétrarque et V humanisme II' 22, n. 2. 0 sarà meglio
Sorano? * Nolhac ib. II 18-19. 3 Id. II 21. Md. II 207 n. 3. 43 FRANCIA (cap.
II De civ. dei di Agostino,^ opera quest'ultima che nel medio evo era trattata
come una fonte storica capitale. Ma il titolo per cui Raimondo si raccomaniia
più a noi è quello di bibliofilo. Il Petrarca lo dice ' copiosissimus librorum
' ; " ma della sua biblioteca giunsero a noi pochi resti: due codici
cristiani (i Pa- rig. lat. 1617 e 2540, entrambi del secolo xiv)" e il
Livio sopra nominato con Dicti e Floro (ora Parig. lat 5690).* Possedeva
inoltre un'antologia ciceroniana col De oratore, col De legihus e 'aliquot
orationes ant epistoias'. ® La perdita di questo codice, ilquale era stato
regalato al Petrarca, fu ed è cagione di rammarico ai filologi, perché il
Petrarca ebbe nell'estrema vecchiaia l'illusione che ivi fosse compreso il De
gloria}*^ 11 Petrarca ricevette in dono da Raimondo anche un volume con
'Varronis aliqua '," esso pure perduto, che gli creò un'altra illusione,
di poter ricuperare i libri varroniani Divinarum et humanartim rerum}^ Molto
probabilmente si trattava delle Sententiae Varronis}^ Raimondo Soprano iniziò
la sua collezione a Roma e la prosegui in Avignone, poiché il codice Parig.
2540 già accen- nato sembra derivi dal mezzodì della Francia.!^ '- Nolliac 11
17. 0 Id. 11 20. ' Id. Il 207-208. * Id. II 14-17. Quei)to Livio, entrato poi
in potere del Petrarca, contiene tre deche; ma la IV è mutila, perché manca di
tutto il libro XXXIII ; e il XL s'arresta al e. 37 (id. II 16). ' Id. I 260. Le
orazioni saranno state le tre Cesariane. Nelle epislolas io propendo a vedere
nna scelta del corpo epistolare ad Br. e ad Q. fr., compilata da Niccolò da
Mu^'lio e tramandat<ici in due codici : il Vatic. Barber. lat. 56 e
l'.iugnst. 4.» U (.3006 Heinemann) di Wolfenbiittel, cfr. R. Sabbadini II primo
nucleo della bibtiot. del Petrarca in Jiendiconti del r. Istit. Lomb. di lett.
e se. XXXIX, 1906, 387. '° Nolbac I 26-3-68. 11 codice andò perduto per colpa
di ConTenevoIe da Prato. 11 Id. I 260. » Id. I 267. 1' Petrarc. Fam. I 6 p. .53
Atqui Varronis provcrbìum est: ' nimium altercando veritag amittitnr '.
Veramente il proverbio è di Publilio (Ma- erob. Satum. II 7, 11), ma
l'attribuzione erronea prora che il Petrarca co- nosceva le Sententiae
Varronis. " Nolhac II 207. cap. U) GIOVANNI CAVALLINI 47 Giovanni
Cavallini c'informa egli stesso della sua origine e del suo ufficio. Il nome
intiero è Giovanni Cavallini de' Cer- roni ; aveva a Roma il canonicato di S.
Maria Rotonda e nella curia pontificia di Avignone la carica di scrittore
apostolico. ^^ Suo padre Pietro visse fino all'età di cent'anni.'^ Compose una
Polistoria,^^ che non mi risulta se ci sia arrivata. Egli invece è noto a noi
per le glosse affidate ai margini di un Valerio Massimo. Il codice, ora
Vaticano lat. 1927, membranaceo, fu scritto nella prima metà del secolo xiv,
secondo ogni proba- bilità in Avignone : comunque, la mano del copista è fran-
cese.'* 11 Cavallini emendò il testo del presente esemplare con l'esemplare
appartenuto a un patrizio romano, Giovanni Or- sini, arcivescovo di Palermo.'^
Dal modo com'è data la noti- zia pare che l'Orsini fosse ancora vivente; e
siccome il suo arcivescovado di Palermo cominciò dal 1320 e fini con la morte
avvenuta nel 1333, '^ cosi se ne dedurrebbe che il Cavallini mise mallo alle
cliiose del suo Valerio nel terzo decennio del secolo xiv.^i '^ Cod. Vatic. 1927 f. 1 TAber Valerli
Maximi lohannis Caballini de Cerronilìus de Urbe scriptoris domini pape et
Canonici S. Marie Mo- tunde de dieta urbe. '■^ Ib t. 81 Huic commenioro
Petriiin de Cerioiiibns qui centum anno- rum numero vitam egit ; qui nullo unquaiii
frigore caput vestimento coo- peruit, qui fuit et pater meus idest mei
loliannis Caballini domini pape scriptoris. '■ Ib. f. 84 (Valer. Max. IX 1, 3) In Polistoria
lohannis Caballini titulo de superbia cuiusdam ex Columpnensibus in renovanda
lege Oppia. " La sua firma sta al f. 93^ : Nomen scriptoris Kadulplius
plenuH amorls. '^ Alla fine del Libro IX f. 93v Li bruni istum Valeri! correxit
lohannes Caballini de Cerronlbus de Urbe scriptor domini pape cuni Valerio
Reve- rendi patria et domini domìni lohannis archiepiscopi panormitani de
genere Ursinorum de Cauipoflore et aliquas concordautias apposuit manu sua ex
dictis Titi et tullii et plurìum aliorum ystoriographorum. Lo ste.sso Cavallini
aggiunse il supposto frammento del libro X con questo preambolo: Deci mu.s
huius operis liber qui et ultimus vel negligentia vel malivolentia li-
brarionnn deperiit, abrevìator vero tltulos eius habebat integre fortassig,
tamen de uno tantum hoc est de prenomine epythoma representabat. ' De prenomlne
Terrentius Varrò... ' ™ Gams 952; R. Pirro Sicilia sacra, Panormì 1733, I
l.")9. " Un fatto del 133.^j è ricordato al f. 95v : Anno natìvitatis
dominice Mille ecc. XXXV. mensis septembris die tertia, pontificatus domini
Bene- 43 l'KANUA (cap. It E dalla prima metà del secolo ci pare non si debba
uscire, ]»oiché in una nota è |)resupposto vivo il re Koberto di Sici- lia (m.
1343),2^ in un'altra vive ancora il papa Benedetto XII iìu. ]342)."^-*
Siccome poi paria di Lodovico il Bavaro in modo •da lasciar credere che fosse
morto (1347) 2* e accenna pari- menti alla morte di Stefano Colonna il
^'iovane, senatore di Ronia,^" avvenuta nel novembre del 1347, cosi
riterremo ap- 1)rossimativamente ([uale termine estremo l'anno 13i'0. Nelle
chiose il Cavallini inserisce continue allusioni aj^li avvenimenti e ai
jìersonaggi contemporanei. ])ortando su (jue- «ti e su quelli il proprio
giudizio passionato,""* massimamente quando è toccato ne' propri
interessi.^^ In ciò egli è un vero precursore degli umanisti del secolo
successivo, i quali mi- schiavano nel commento dei testi la loro esuberante
jìersona- lità. E uomo di passione si rivela anche jìcr un certo senti- mento
di italianità, il quale s'eleva a un'entusiastica enume- -dicti pape XII,
Ursini de Fonte et de Monte famosi pri nei pes Romani prop- ter odiuin et
briffani qiie liabebant ciiiii Coliimpnensibus... fecernnt dirui -duos arciis
inedios Pontis Kmilii. " f. 66 nota prò le^e Koberto rege Sicilie. '3 (.
76v nota contr.i papani Benedictuni XII (1334-4-2), qui imperavit episcopis et
pn'liilis ad eoruni epi.scopatinn riddire ut ipse sedei» l'etri apo- stolatn
vacnani despicit vi-sitare. Clr. f. 81^' Non sic doniìnius B(ertrandua) de
Montefaventio cardinalis qni nunqnam ediflciis ccclesiasticis sna pecu- nia
constrnotis inscribl voluit scd ex loto gloriam teniporalem conlempxit. Questo
Bertrando fu ereato cardinale nel 1316 e mori nel 1343 (Ciacon. U 411-12); ma
non si capisce se .sia aucor vivo. ^* f. 90^' tempore ludovici de bavaria. '5
f. 18 Nota contra d. Stepliannni de Cohinipna qni tempore sui «ena- tus tnlit
legein ne noviter nxorati ultra XX «lonvivas eoruin prandiis isivi- tarent; f.
.'i2 Kodeni modo contigit Stepliano de Columpna qui poterai eva- dere de bello
in quo inortuus init. .sed ut filium periclilanteui in uodem bello videret
credens eum posse vivere ipso interiit. Padre e figlio niori- Tono nell'assalto
a Porta S. Lorenzo del novembre 1347 (cfr. Lettere di Fr. Petrarca volgarizzate
da (i. Fracassetti li 280). •" P. e. f. 20>' Nota contra Tliebaldum de
S. Eustachio et illosde genere suo qui assidue apoliant altare S. Marie
Rotunde...; f. 90v Sed Theballus de S. Kustacliio vivit malavita auferendo et
spoliando altare ecclesie S. Marie Kotundfl... " f. 85v Supple Fredum de
Parione de urbe eum cuius periculosa simu- lationo ac perfidia truculenta est
tetrius diniicare quam cuni hostibus ma- 1 Ifeafis....; sic liostes lohannis
Cahallini corrunipunt dlctum Fredum evi- Hlenter fallacem. oap. II) GIOVANNI
CAVALLINI 49 razione di tutti i pregi onde l'Italia è largamente fornita,
erompendo in questa vivace invettiva: 'ergo taceant quibus Ytalia tot dotibus
piena habetur noverca. Sed quia virtus sibi parat invidiam, non est mirum si
Ytalici et Ytalia paradisi terrestris socia ab aliis nationibus brutali more
viventibus no- vercatur '."^^ Il Cavallini fu un ricercatore di libri e
risulta da ciò, che egli sa che la seconda deca di Livio non si trova comune-
mente : soggiunge però che la possedeva il monastero di Mon- tecassino. E di
più ancora : che a Montecassino esistevano i sei libri del De re pubhca di
Cicerone. *^ Noi ci manteniamo assolutamente increduli sulla doppia
informazione ; ma essa è importante per quel che dimostra, che cioè lo spirito
di inda- gine era sin da allora molto vivo e che da Roma si guardava già con
senso di curiosità e di speranza alla badia di Mon- tecassino : poiché mi pare
indubitato che tali voci non da Avi- gnone partissero, ma da Roma. La cultura
del Cavallini dalle postille marginali si rivela abbastanza am])ia e varia.
Stando alla sua dichiarazione, gli autori maggiormente adoperati furono Livio e
Cicerone. E in efifetto Livio è citato frequentissimamente nelle tre deche. Ci-
cerone figura con un discreto numero di opere : il De inv., il De orai, ^o (e
la ps. ciceroniana Ithet. adHer.) tra le rettori- che, tra le filosofiche il De
off., le Tuscul., il De leg.,^^ il De sen., il De amie, e i Farad. ; tra le
oratorie p. Deioiaro,^ le " f. S.'jv, facendo eco alle parole di Carbone :
' taceant quibus Italia noverca est ' (Valer. Max. VI 2, 3). " f. 88v
Liber livii de bello punico primo comuniter non habetur sed reperitnr liodie in
Monasterio Montiscasinatis, ubi etiam consistit liber Tullii de Re publica sex
libros contlnens. La leggenda dell'esistenza del De re p. fa capolino più
volte, p. e. nel raccoglitore dell'antologia cicero- niana di Troyes (De Nolhac
Pétrarque et Vhumanistne I^ 233-4) e in Nic- colò da Cusa, Scoperte 110-111. 3" f. 79 Tnllius de optimo
genere oratoris libro secundo dìcit qnod ' ni- chil est perfecto oratore
preclarius '... (De orat. II
33) ; f. 44 TuUius libro II de oratore § ' quare primum genus ' (II 2òl). 3' f.
54v Tullius quinto (sic) de legibus. Eicbianio i fogli del codice solo in casi
particolari. 3' f. 55» oratio Tullii prò rege deiotaro. Con qnesta avrà
posseduto an- che le altre due Cesariane. il. Sabdadini, Le scoperte dei
codici. 4 50 FRANCIA (cap. II Philipp.^ e le Catilin.^ Di Seneca figlio adopera
tutte le opere filosofiche genuine e alcune spurie; di Seneca padre le
Beclamationes o, com'egli le chiama, Acclamai iones : pari- mente le
Beclamationes ps. quintilianee. Altri prosatori a lui noti sono Frontino,
Vegezio, nn commentatore di Vergilio,^^ Macrobio in Somn. Scip., il Digesto,
Fulgenzio {Mitholog.). Oltre Livio s'incontrano i seguenti storici: Sallustio,
Svetonio, Solino,^ Giustino (citato quasi sempre come Trogo) ed Eutro- pio. I
poeti citati non sono molti: VergiI io, Orazio (glossato), Ovidio (Metam. e A.
A?'), Lucano, Giovenale, i Bisticha dello ps. Catone e qualche raccolta ps.
ausoniana.^* Un certo numero di cristiani: Lattanzio, Girolamo, Ambrogio,
Agostino,^^ Orosio. Cassiodoro, Cassiano, Gregorio Magno, Isidoro^" e la lìegula
di S. Benedetto.^' Pochissimi i Greci tradotti: Aristofile (Ethic. e Rhet.),
Hermes, Esopo, il cosiddetto Egcsìppo e Galeno.*^ Fra i testi medievali
ricorderò la Graphia aureae urbis RomaeS^ ^ f. 85 Tullius libro
philippicariini... ' tam fuit immemor bainanitatig '... {FUI. XI 8). 3' f. 85
Ad presentem inateriam laudi» et vicioriim ac iTudelitatum Sylle accedit
Tullius libro invectivarum centra Syllani invectiva tertia qiie iu- cipit ' Rem
publicam o (juirites ' {Catil. Ili) § ' ille erat unus timendus ex hits omnibus
' (§ 16) et § ' etenim recordamini quiritcs ' (§ 24). yui ha con- fuso i nomi
dì Siila e di Catilina. S5 f. 14 Commentator super eneidos qui est septimus liber virgilii dicìt
qnod ' trossula est purpura cernia que cocco prctexta contìcitur '. Forse pin che Servio, questo era uu Vergilio
glossato, come il Tuionensis, ora Ber- nens. 165, che reca l'identica nota:
Aen. VII 612 (Thilo) ' Trosnia que pur- pura coccoque pretesta conlicitur, cui
idcirco coccum adhìbetiir qiiod rus- sati antea preliabautur propter vulnera et
aspersiones sanguinis quo pos- set hoc colore velari, uiide russati vocabantur
'. . s' f. 78^ Solinus de mlrab. mundi ; ma al f. 49 Sydonius de mirabilibu»
mundi. Lo scambio ci fa credere che conoscesse anche Sidouio Apollinare. "
f. 86 Ovidius... quam necis artifex arte perire sua (.-1. A. I 655-6). 3' f. 76» unde Pictacus
philosophus dicit : ' pareto legi quisque legent sanseris ' ; cfr. Ausonii
Opuscula ree. Peiper p. 407 v. 12. 3' Molte opere; fra
l'altre f. 9.'i Autj:u8tinus super psalmo LXXXXVIIII. *" f. 24 Isidorns de
summo bono; f. 42 Isidorus libro li sententìarum. <' f. 66V In regnla beati
bcnedicti. *'■ {. 78v Dicit Galienus de exercito {sic} parve spere quod
exercitium qnideni potentat, otium liqucfacit. " f. 84v ut notatur
pienissime in graphia idest scriptura aurea urbis, que est apnd eccluaìam
sancte Marie nove de urbe, quam vidi et Icgi cap. li) GIOVANNI COLONNA 51
Giovanni Colonna. Giovanni Colonna, nato a Roma approssimativamente nel 1265,
apparteneva all'ordine dei predicatori domenicani. Della sua prima età sappiamo
che fu al servizio di Giovanni Conti romano, provinciale dei domenicani delie
province unite della Sicilia e di Roma e poi della sola provincia di Roma. Il
Conti ottenne nel 1209 l'arcivescovado di Pisa. Dopo aver retta quella prelazia
fino all'anno 1312, egli venne creato arcive- scovo di Nicosia di Cipro, dove
mori il 1332.^* 11 periodo di tempo nel quale il Colonna stette al servizio del
Conti fu quello dell'arcivescovado pisano (1299-1312). Nella seconda metà della
sua vita lo ritroviamo in Avignone occupato presso la curia pontificia, ma non
conosciamo né l'ufficio che vi teneva né altro d' importante de' casi suoi,
salvo che egli accenna ad avvenimenti degli anni 1325 e 1332. Questo è quanto
ricaviamo dai dati autobiografici ch'egli stesso ci fornisce nel Liher de viris
illustribus. Altre notizie si desumono da una lettera autografa di Landolfo
Colonna, dalla quale argomentiamo come Giovanni fosse figlio di Bar- tolomeo,
del ramo dei signori di Gallicano. Landolfo, fratello di Bartolomeo e zio del
nostro, fu canonico di Chartres e scrisse due ojìere, un Tractatus de
pontificali officio e un Breviarium historiarum, che dedicò a Giovanni XXII (m.
1334).^^ La sua plurifs. Chi vorrà cercare in altri codici postillati del sec.
xiv, troverà messe abbondante di notizie. ** Per le notizie biografiche sul
Colonna e sul Conti vedi R. Sabbadini Giovanni Colonna biografo e bibliografo
del sec. XIV in Atti della r. Accademia delle scienze di Torino .XLVI, 1911,
282 285. A conferma della morte del Conti nel 1332 valga questa nota: 'Anno
domini MCCCXXXIl, in kallendis augusti, decessit sancte memorie dominus frater
Johannes de co- mite Romanus, ordinis predicatorum, archiepiscopus Nicosìensis,
vir inaudite misericordie et pietatis ad paupercs, cuius anima requiescat in
pace', pub- blicata da U. Balzani Landolfo e Giovanni Colonna secondo un cod.
Bod- leiano, Roma 1885, 4 (estratto duWArchivio della r. società romana di
storia patria Vili). '^ Balzani op. cit. 5-6. 52 FRANCIA (cap. II lettera, di
cui dicevamo, indirizzata al nipote, venne pur- troppo raschiata in molti
punti, che più c'interessavano; ad ogni modo essa e' informa che Giovanni nei
primi tempi che vesti l'abito domenicano viveva ancora un po' mondanamente. E mondana
fu la sua gioventù, poiché egli ebbe un figlio, Oddone, il quale conseguiva nel
1301 dall'arcivescovo Conti un feudo in quel di Pisa. Giovanni era allora '
familiare e domicello ' del Conti.^^ Giovanni, oltre al Liher de viris
illustribus, di cui discor- reremo largamente, compose il Mare historiarum in
sette li- bri, terminato poco dopo il 1340,^'' poiché in quell'anno la- vorava
attorno al libro VI : e con ciò acquistiamo un nuovo dato cronologico della sua
vita. Nel secondo ventennio pertanto del secolo xiv il Colonna viveva ad
Avignone. Di là fece escursioni in altri luoghi della Francia, sicuramente a
Chartres, probabilmente a Parigi ; •** e in quei viaggi dovette avere occasione
di stringere rapporti con gli studiosi di Francia. Egli del resto non era nuovo
alla cultura francese, perché il Conti suo superiore era stato al- lievo dell'
Università di Parigi e la teologia ivi appresa aveva professata, innanzi di
venire assunto a provinciale del suo or- dine, nelle scuole di Orvieto e di
Siena. Sicché il Colonna ar- rivò in Francia imbevuto di dottrina italiana e
francese. E in Francia prosegui gli studi, anzi, ciò che a noi più importa, vi
intraprese o vi continuò l'investigazione dei codici, come ci risulta attestato
per Chartres, nella cui cattedrale vide un Livio, e come desumiamo dall' opera
De viris illustribus, la quale presuppone una larga padronanza di materiale
bibliografico. *^ La lettera di Landolfo fu data in luce da U. Balzani (op.
cit. 19-21), che la trasse dai margini di un Lattanzio nel cod. Canon. 131 di
Oxford. Su Oddone vedi N. Zuccbelli Cronotassi dei vescovi e arcivescovi di
Pisa, Pisa, 1907, 113. *' L"opera s' intitola : Mare historiarum
compositum a fratre lohanne de Columpna romano ordinis fratrum predicatorum,
Pertz Monum. Germ. histor. X.KIV, 267 n. 3. Il cod. Parigino 4914 fu copiato
nel 1381 (ih. 269). 11 Mare del resto fu adoperato da un anonimo ai tempi
dell'imperatore Carlo IV (m. 1378; ib. 268). Per l'anno 1340 ib. 266. <« R.
.Sabbadinì Giovanni Colonna ecc. 2S2, 284. cap. JI) GIOVANNI COLONNA 53 Il
Liher de viris illustribus del Colonna ci è pervenuto in due redazioni: l'una
nel codice Marciano latino X 58, del secolo XIV, l'altra nel codice Vatic.
Barberiniano lat. 2351, del secolo xv. L'opera contiene le biografie degli uomini
il- lustri pagani e degli uomini illustri cristiani, distribuiti in ordine
alfabetico. Le due serie, la pagana e la cristiana, son tenute distinte, in
modo che i pagani precedono e i cristiani seguono : ma nella redazione Marciana
troviamo prima l'intera serie dei pagani, indi l'intera serie dei cristiani;
invece nella Barberiniana le due serie si presentano contigue in ciascuna
lettera dell'alfabeto. Kiteniamo che la redazione Barberiniana non sia fattura
di un interpolatore, ma provenga dall'autore stesso, che abbia voluto rendere
più comodo il maneggio del volume e pensiamo che abbia mutata la disposizione
dopo ve- duto il De viris illustribus di Guglielmo da Pastrengo, dove è
adottato il medesimo ordine: per ogni lettera prima i pa- gani, quindi i
cristiani.*^ L'autore ha intrapreso il suo lavoro col presentimento della
rovina a cui andavano incontro le scienze e le arti. Le let- tere, egli dice,
salvano la dottrina, il giure, la religione e il bello stile {recti usus
eloquii), per tacere degli altri vantaggi che arrecano : il conforto nel
dolore, il sollievo nelle fatiche, la contentezza nella povertà, la moderazione
nella ricchezza e nel piacere. Sicché non vi ha nella vita umana maggior di-
letto 0 utilità che nella letteratura : ' experto crede, conchiude egli, quia
omnia mundi dulcia hiis collata exerciciis amare- scunt'. Un'altra ragione
dell'opera risiede nella professione dell'autore, il quale come predicatore
vuol offrire esempi e sen- tenze ai propri correligionari ; e gli esempi e le
sentenze non trae solo dai cristiani, ma anche dai pagani, memore del detto di
Agostino, che non bisogna aver paura delle verità cristiane le quali
s'incontrano presso gl'infedeli, ma occorre anzi to- glierle a loro,
illegittimi possessori, e volgerle a uso della fede. ^ •" K. SabbadìDÌ
Giovanni Colonna ecc. 281. M Id. 280. 64 l-'RANCIA (eap. II Il Colonna è
biografo onesto e avverte perciò il lettore che non tutte le notizie ch'egli
comunicherà sono dirette: al con- trario moltissime gli derivano indirettamente
da altri. E in verità le fonti sono regolarmente citate. Le principali sono le
seguenti: anzitutto i tre biografi cristiani Girolamo, Gennadio, Isidoro, poi
le Institutiones div. di Lattanzio e l' Historia ecclesiastica di Eusebio, tra
i pagani Seneca, inoltre le opere di due autori assai vicini a lai: lo Speculum
historiale di Vincenzo Bellovacense e il Liher de vita et morihus philoso-
phorum di Gualtiero Burlaeus, citati quegli per nome, questi, siccome si
soleva, col titolo del volume. ^i Dato pertanto l'am- pio uso delle fonti
indirette, saremo molto cauti nello stabilire quali fossero gli scrittori noti
al Colonna, col rischio di ijeccare per difetto: ma a noi preme sopra tutto di
evitare l'eccesso.^^ Autori greci tradotti. Di Platone adopera il Timaeus nella
traduzione di Calcidio. Doveva aver veduto molte opere di Ari- stotile, ma ci
mancano argomenti per determinarle. Conosce Esopo nelle riduzioni prosastiche e
metriche medievali da lai studiate a scuola: ' que eciam hodie a pueris
leguntur in sco- lis '. Ha le Antiquitates e il Bellum iudaicum di Giuseppe
Flavio, V Historia eccles. di Eusebio già ricordata e il Libel- lus ad monachos
di Basilio, con la vita di lui attribnita ad Amphilochio. Interessante è ciò
che scrive in proposito di Gio- vanni il Grisostomo: 'vidi et ego librum super
actus aposto- lorum quasi nostra etate de greco in latinum translatum '. Il
Commentarius in actus apostolorum fu tradotto al tempo di Cassiodoro, ma quella
traduzione s"è perduta; di quest'altra medievale non m'è occorso cenno
altrove. ^^ Autori latini cristiani. Conosce sicuramente le seguenti opere: le
Epist. e il De lapsis di Cipriano; il De vtris il- lustr., le Epist. e il
Comment. super propket. di Girolamo; le Epist., le Confess. e il De civ. dei di
Agostino e l'apocrifo *' E. Sabbadini Giovanni Colonna ecc. 287. "
Transunto la lista degli autori dal mio citato opuscolo (290-306), nel quale il
lettore troverà notizie più estese. ') Probabilmente sarà di Burgundione, che
tradusse altre opere del Grisostomo. eap. II) GIOVANNI COLONNA 56 Libellus de
spiritu et anima; le Hisior. di Orosio; la Fsychom. e il Dittochaeon di
Prudenzio; gli Epigranim. di Prospero; le Collation. di Cassiano ; le Episi, di
Sidonio Apollinare e vari scritti di Boezio e di Gregorio Magno. Poeti latini
pagani. Terenzio ' poeta comicas excellentissi- mtis et in describendis actibus
honiinum singularissimus' gli era molto familiare: lo confondeva, .seguendo
l'errore di Oro- sio, con Terenzio Culleone. Vergilio era per lui l'autore
delle tre opere enunciate nell'epitaffio : ' pascua rura duces ', perciò
ignorava V Appendix. Conosce le leggende napoletane ('que Virgilius fecit in
civitate Neapolitana '), ma le ripudia perché false; narra invece distesamente
la novella della scoperta del sepolcro, ch'egli trae quasi alla lettera da
Gervasio dì Til- bury, colorendola, diremo cosi, magicamente. Circa a Lucano
osserva che narrò la guerra civile per inteso dire o per let- tura, perché
visse un secolo dopo. Stazio, l'autore della Theb. e deWAchill., è per lui,
com'era in tutto il medio evo, una sola persona col retore tolosano di egual
nome. Gli dà per madre Agilia, madre di Lucano, e aggiunge che in Eteocle e
Polinice volle simboleggiare l'odio fraterno di Tito e Domi- ziano. Ma la
singolarità maggiore è che lo colloca nella se- zione dei cristiani esaltandone
le virtù: ' morum honestate preditus, viciis instanter (donde Statius) restitit
coluitque in-' defesse virtutes'. A me non risulta che il Colonna abbia letto
la Commedia di Dante; sicché la notizia della cristianità di Stazio gli dev'
essere venuta da una tradizione allora viva. Anche Claudiano, ' poeta
clarissimus qui gesta Archadii et Honorii imperatorum fratrum luculento Carmine
scripsit ', è per lui un convertito al cristianesimo: ma di ciò ha trovato un
indizio in una testimonianza di Agostino. Sul conto di Gio- venale ripete, con
qualche variazione novellistica, la biografia tramandataci dall'antichità.
Finalmente incontriamo Catone,- l'autore del ' libellus (Disticha) qui a pueris
in scolis legitur ' probabilmente studiato nel corso elementare anche dal Co-
lonna, il quale fa un' osservazione, fatta da altri prima e poi, che questo
Catone citando Lucano non è da confondere coi due Catoni più antichi. 56
FRANCIA (cap. II Prosatori latini pagani. Pare che abbia cercato i libri De re
pubi, di Cicerone, 'qui nunc nnsqnam reperiuntur '. Dello stesso autore
conosceva le tre orazioni Cesariane e verosimil- mente alcune opere
filosofiche. Cesare gli era noto sotto il nome di Giulio Celso. Aveva i due
Bella di Sallustio, del quale tra- smette un doppio schizzo biografico,
compilato sui Bella, sulle invettive ps. ciceroniane-sallustiane, su Orosio e
sugli scolii ora- ziani. Di Livio possedeva le tre deche note allora (1, III e
IV) e ne scopri una quarta nel Capitolo di Chartres : ' huius hi- storiarum
volumen centum quinquaginta libros continet, sed omnes minime reperiuntur,
exceptis duntaxat triginta libris, licet raro xl reperiantur; vidi ego tamen
quartam decadam in archivis ecclesie Carnotensis;^^ sed littera adeo erat
antiqua, quod vix ab aliquo legi poterat '; dove è impossibile decidere se egli
intenda veramente della IV fra le superstiti, che cor- risponderebbe alla V,^^
contando la II perduta. La difficoltà delia lettura farebbe supporre che si
trattasse di scrittura in- sulare. Riferisce poi una curiosa notizia, secondo
la quale i libri di Livio furono bruciati da Caligola, ma che si salvarono i
primi quaranta perché s'erano già divulgati fuori di Roma e d'Italia. Sa
inoltre della scoperta a Padova del presunto sepolcro. '-^ Valerio Massimo è
per lui ' vir Inter Romanos eloquentis- simus ', il cui libro ' hodie apud
Latinos multuni communis est '. Giudica Quinto Curzio ' orator insignis, quem
discernere non possis utrumne ornatior in loquendo an facilior in espli- cando
fnerit'. Il suo volume 'raro invenitur'; 'si quando ta- men apud aliquos
inventum est, reperitur in pluribus defec- tuosum et detruucatum '. Seneca fu
l'autore più caro al Co- lonna, che lo cita ogni momento come fonte. Confonde
al par degli altri di quel tempo in una sola persona padre e figlio, &'
Ricorderemo che mio zio Landolfo era stato o era tuttavia ' canoni- CU8
Carnotensis '. » Nell'inventario dei libri di Ferdinando I D'Aragona dell'anno
1481 si legge: n. 17 Decades tra Livii impergameno ; n. 31 Quinta deca Livii
(H. Omont in Bibliothèque de Vécole dea chartes, 1,XX, 1909, 456-70). 5"
Sotto Iacopo I da Carrara. (1318-24), R. Sabbadini op. cit. 281. cap. U)
GIOVANNI COLONNA 57 dei quali ha tra mano tutte le opere, eccetto il Ltidus de
morte Claudii. Non ammette lautenticità del De quatuor virtuUhus, del De
moribus e dei Proverbia. Si palesa poi convinto della cristianità di Seneca,
fondandosi sulle massime cristiane che sono sparse nei vari scritti, ma in
particolar maniera sulla corrispondenza con Paolo. Di Quintiliano ha V
Institut. orai. in otto libri: perciò mutila; inoltre il Liber causarum ossia
le Declamationes apocrife. Altri autori a lui familiari sono Svetonio, Trogo '
vir eloquentissimus ', il quale ' solus ex la- tinis historiographis
orientalium regum gesta aggressus est scribere ', compendiato da Giustino, che
' communiter et in lo- cis plurimis reperitur'; gli scrittori dell'jSis^or.
Aug.\ Eutro- pio nella redazione ampliata di Paolo Diacono e Simmaco
l'epistolografo. Kiguardo a Simmaco contesta al Bellovacense l'affermazioue che
fosse suocero di Boezio, ma non per la ra- gione cronologica, poiché ignorava
l'esistenza di due Simmachi, bensi osservando che nell'epistolario ci sono
frequenti accenni di paganità. L'elenco dei classici latini da noi qui
presentato apparisce per vari rispetti lacunoso.- perché, lasciando gli autori
più rari a trovarsi, alla lista dei poeti mancano Plauto, Orazio, Ovidio,
Persio, Massimiano; mancano alla lista dei prosatori i nomi di Plinio il giovine,
Apuleio, Gelilo, Floro, Solino, Macrobio. Ma questo appunto ci prova ciie le
conoscenze del Colonna sono pienamente dirette e tutte personali e non
raccattate di qua e di là. Ci piova inoltre che i libri di cui dà relazione
erano ve- ramente suoi e non provenivano né dalla collezione di qualche alto
personaggio della curia, se ne eccettuiamo suo zio Lan- dolfo, né dalla
biblioteca pontificia, la quale del resto non possedeva molti degli autori da
lui citati. Certo i libri li cercò da se e l'apprendiamo dalle frasi: ' hodie
apud Latinos mul- tum communis est ' (Valer. Mass.) ; ' facile volenti querere
re- periuntur' (le opere di Seneca); 'communiter et in locis plu- rimis
reperitur ' (Giustino); e più ancora dalle frequenti confes- sioni che il tale
e il tal altro scrittore non si rinvengono in nessun luogo. Qualche opera la
dovette chiedere in prestito; e di vero tra i tanti luoghi nei quali lascia in
bianco la ero- f 68 FRANCIA (cap. II nolo^ia defili autori, ve n' ha nn paio
dove poteva trovare le desiderate indicazioni presso il Bellovacense e il
Burlaeus; ma probabilmente nel tempo cbe stendeva il De viris illu- stribus
quei due autori non erano più nelle sue mani. Oltre che nella ricerca e nella
collezione dei lesti, l'opero- sità del Colonna si esercita anche nella
critica, perché, come s' è veduto, non sempre accetta le attestazioni delle sue
fonti, e schiettamente esprime i suoi dubbi sull'identità delle per- sone e
sull'autenticità delle opere, precorrendo in questo ri- guardo il Petrarca, col
quale per quanto ci consta non ebbe verun rapporto personale. Al pari dei tre
romani, dei quali ho finora discorso, viveva in curia un altro bibliofilo
italiano, un toscano di Pietraniala, il cardinale Galeotto Tarlati. Galeotto
era stato nominato nel 1378 cardinale da Urbano VI; ma dipoi abbandonò questo
papa e si ricoverò nel 1388 ad Avignone presso l'antipapa Cle- mente VII, che
lo ripristinò nella dignità cardinalizia.-" Mori verso il 1397 (certo
prima del settembre 1398) di calcolo a Vienna di Francia. ^^ Del suo amore pei
codici attesta ampia- mente Nicola di Clémangis, il quale ricordai suoi libri
'qui multi erant et singulariter electi'. ^^ Fu possessore di un co- dice
ciceroniano con opere filosofiche e oratorie.'''' A lui indi- rizzò il Clémangis
due famose lettere,*' per confutare l'affer- mazione del Petrarca, che
l'eloquenza e la poesia non si po- tessero trovare fuori d'Italia. * * * Prima
di lasciare la curia di Avignone, sentiamo rol)bligo di rammentare un altro
appassionato raccoglitore di libri, quantunque non italiano : lo spagnolo
Pietro De Luna, l'antipapa 5' Ciaconìus II 650; M. Sonchon Die Fapstwahlen,
Braunschweig 1899, II 266, 306. M Nicolai de Clemangiis Opera omnia, Lagdnui
Batavor. MDCXIII, JSpist, XII p. 50 obiit autem Viennae, calcalo, ut aiunt. ^ Ib. p. 50. '» A. Thomas De
Ioannis de Monsterolio vita et operibm, Paris 1888, 60. «' Jipist. IV, V. cap. H) PIETRO DE LUNA 59 Benedetto
XIII, assunto alla dignità pontificia il 1394. Pietro De Luna nacque nel 1334
in Aragona; coltivò il diritto civile e canonico, che professò a Montpellier;
divenne cardinale di Gregorio XI il 1375. Il Clémangis, che ce lo presenta come
' acutissimus et doctissimus colligendoruinque egregiorum li- brornm
avidissimus', narra di essere stato dal di lui biblio- tecario interpellato se
possedesse le Epist. di Plinio e d'averlo indirizzato al suo amico Gontier Col
che ne aveva una copia.** Quando nel 1408 il De Luna dovette abbandonare la
Francia, portò seco la biblioteca ])ontificia, allora di ben 1090 volumi, a
Peniscola in Catalogna, dove passò gli ultimi anni della sua vita. Ivi mori nel
1424. "^ II De Luna s'addestrò nelle disci- pline e formò la propria mente
in Francia a contatto dei fran- cesi e degli italiani ; rimane ora a vedere se
il suo ritorno in Spagna con si ricco patrimonio librario iniziò anche colà il
movimento umanistico o meglio contribuì a ringagliardirlo. Io credo di si;
cerchi le prove chi vorrà."* Italiani alla curia rrgia in Parigi. Insieme
con gli italiani che si recavano in Francia alla curia pontificia, va tenuto
conto di altri che frequentavano in- vece la corte regia e tra questi è
Andreolo Arese. L' Arese, nativo di Milano, servi tre Visconti: da cancelliere
Galeazzo Maria^^ e Gian Galeazzo, da consigliere Filippo Maria. Andò «' Id. Epist.
XXXVIII p. 121-12-2. " Delisle Le cabinet I 486-493. Sull'ulteriore
fortuna di questa biblio- teca, ib. 493-407. '^ Illustre bibliofilo spagnolo fa
p. e. anche Juan Fernandez de Heredia. gran mae.stro dell'ordine gerosolimitano
(n. e. 1810), di cui il Salutati (Epist. II 289-90, dove son citate le fonti)
celebra la ' copia cumulatioque librorum '. Attese specialmente a raccogliere
storici (Plutarco, Eutropio, Orosio) e a farli tradurre in aragonese. E cfr.
anche R. Beer Die Hss des Kloster Santa Maria de Bipoli (in Sitzungshtrichte
der k. Akad. derWis- sensch. in Wien 155, 3 Abh.; 158, 2 Abh., 1907-08,
specialmente 158, 2 Abh. p. 79-96. per gli incrementi ricevuti nei sec. xiv e
xv). '5 Sino almeno dal 1379; Epistolario di C. Salutati a cura di F. No- vati,
Il 139. 60 FRANCIA (cap. II più volte ambasciatore in Francia/* dove pare si
trattenesse a lungo, se stiamo a quello che scrive di lui il Salutati nel 1396:
' qui moram in Gallia continuam trahit '.^^ In questo medesimo anno e nella
medesima occasione il Salutati aggiunge che l'Arese aveva scoperto un
Quintiliano integro: 'repperit totum Quintilianum de institutione oratoria,
quem habenius admodum diminutum'.*^'' La lettera in cui si leggono tali parole
è indi- rizzata a un umanista francese, Giovanni di Montreuil. Ve- dremo in
seguito che gli umanisti francesi prima del 1397 erano in possesso di un
Quintiliano integro, donde la presunzione che la copia dell'Arese provenisse da
loro, se pure egli la ebbe; perché se l'avesse avuta, non si capirebbe come fosse
ri- masta inaccessibile al Salutati. È certo bensi che Andreolo possedette un
esemplare delle Verrinae di Cicerone, da Ini donato alla Sorbona, ora codice
della biblioteca Nazionale lai. 16674.''^ E anche questo gli venne, se mal non
sospetto, dai francesi, che Io scoprirono nel monastero di Cluni. Ciò non
esclude che egli sia stato un solerte esploratore; e ne abbiamo una solenne
testimonianza nel Byalogus moralis philosophie di Uberto Decembrio, dove Uberto
cosi parla ali'Arese: ' Habes Senecam tunin semper in iiianibus, epìstolas
potissime in qni- bus quicquid moralis docet piiylosophia brevibus sententiis
explicavit. Ha- bes preterea Cieei-onem, qui ante illum in officii.s, in
tusculanis, in bonorum et malornm flnibus, in deorum natura, in divinatione, in
legibus et ceteris phylosopiiie voluininibus quantus phiiosoplius in moralibas
presertira exti- terit demonstravit. Habes bistori Oi^raplios iandiu
faniiliares. Quin imo ad mathematicos tnuin etiam penetravi! ingeninm.
Astronomiam po- tissime dilexisti. Qnid loquar in phy sic Ì8? nonne omnem
medicine artem solerti etiam studio quesivisti'? E l'Arese risponde : Sed
tanien liis libris quos mibi plurimos ut nosti fontana secunda con- tribuit,
adversa non sine dolore maxime spoJiavìt. Senecam solum de quo <^ Una delle
più antiche ambasciate fu del 1389, Arisi Cremona litte- rata I 229;
Epistolario di C. Salutati II 140. «' Epistol. di V. Salutati ìli 146. '« Ibid.
«e 11 cod. ha questa nota : Hnnc librum Verrinarum Tallii dedit facun- dus vir
Andreas de Arisiis natione lombardus. ambassìator et secretarius d. cap. ri) A.
ARESE. A. DE MILIIS 61 supra meministi, veliiti solatorera paupertatis
adversantisque fortune inecum ipse detinui.' ■'* L'indagine pertanto dell'Aiese
aveva spaziato per vari campi: della filosofia, della letteratura, delle
scienze, ond'èa lamentare che non si sappia in quali regioni d'Italia e di
Francia egli abbia esplorato e dove sia andata a finire la sua raccolta, che
egli, se non interpretiamo male le sue malinco- niche parole, fu costretto
dalle necessità della vita a vendere. Milanese era pure Ambrogio de
Miliis,'" che nella seconda metà del secolo xiv migrò in Francia in cerca
di miglior for- tuna. E miglior fortuna gli arrise per opera di due uma- nisti
francesi, Gontier Col e Giovanni Montreuil, che lui po- vero, miserevole e
straniero raccomandarono al duca Luigi d' Orléans, ^^2 ji quale lo prese come
proprio segretario. E in quel servizio restò fino alla morte del duca,
assassinato nel 1407; anzi continuò a servire il figlio Carlo, poiché nel 1412
Am- brogio ricomparisce in Asti,'''^ città che era stata portata in dote al
defunto duca Luigi dalla moglie Valentina Visconti. Di Ambrogio de Miliis ci
sono arrivate due lunghe epi- stole, ^^ dettate con discreta disinvoltura
umanistica, ma nelle dncis Mediolanensis collegio de Sorbona ut poneretur in
magna libreria (Delisle Le cabinet li 14.3). ■° Cod. Amhros. B \'ìi sup. f.
104"; il passo è recato in parte dall'Arisi Cremona litt. I 229. ^' Nel
Fagnani Famiglie milanesi (manoscritto nella bibliot. Ambro- siana, lettera M
II f. 199v) troviamo in data Papié die XVI octobris 1395 nn decreto di Gian
Galeazzo Visconti con cui dona la cittadinanza milanese al suo segretario
Pliìlippns de Miliis. Ma il nostro Ambrogio pare fosse oriundo di Milano. ''
Thomas De Ioannis de Monsierolio etc. 53; Nicolai de Cleniangiis Opera, Epist.
i'II p. 33.: Quis enira nescit domuni lohannis (de Monstero- lio) non aliter
atque sibimet die noctnque tibi patuisse tuaruniqne miseriarum atque inopiarum
perfuginm fuisse?... Tantumne de letheo flumine bibisti ut oblivisci potueris
sua meaque instantia atque opera factum esse ut illius clarissimi principis
famulatum, quo tantopere modo insolescis, adipiscere- ris? cum tu pauper,
inops, alienìgena, raiserabilis potius quam invidiosus me atque illum supplici
prece, assidua postulatione incredibilique inipor- tnnitate prò aliquo tibi
impetrando servitio quotidie obtunderes ? La lettera è indirizzata dal Col al
Miliis. " Thomas 53. '•* Martène Veterum scriptorum... amplissima
collectio II 14.56-65. 62 FRANCIA (cap. II quali sopravvivono tracce del cursus
medievale: è lo stesso fenomeno che osserviamo nelle lettere del Petrarca. In
esse non è sfoggio di cultura, ma vi troviamo un buon manipolo di autori:
Terenzio, Vergilio, Orazio, Sallustio, Seneca filosofo e tragico, Giovenale.
Ambrogio si professava antivergiliano. La spinta gli sarà venuta dalle critiche
mosse al sommo poeta da Evangelo nei Saturnalia di Macrobio ; e siccome egli
era un entusiastico ammiratore d'Ovidio, cosi pose Vergilio al di sotto
d'Ovidio, che egli giudicava ' ingenii excellentioris'.''^ Si professava
inoltre anticiceroniano. Qui la spinta parti dall'invettiva ps. sallustiana e
dal Petrarca, che notava nel sommo oratore con- traddizioni e incostanze. '^
Questa insurrezione contro le due massime autorità, riconosciute
universalmente, nella poesia e nella prosa rivela uno dei pili singolari
istinti umanistici ita- liani, che prenderà forma geniale nel Valla. E al Valla
pre- luse il De Miliis anche con attacchi alla religione: ' Novisti, scrive il
Montreuil, Ambrosium nostrum de Miliis, audivisti totiens quomodo de religione,
de fide, de sacra scriptura deque preceptis ecclesiasticis sentiebat universis,
ut Epicurus qnippe, quam catholicus censeretur '." Ambrogio ricercava
codici: e qui pure portava un istinto italiano quale s'era manifestato prima
nel Boccaccio e si mani- festò poi in Poggio, l'istinto di rubarli. Un giorno
andò col Montreuil a visitare la biblioteca di un monastero e approfit- tando
della buona fede dell'abbate ne sottrasse furtivamente le Epistole di Seneca.
Kimproveratone poscia dal Montreuil, rispose che a quei monaci non sarebbero
servite a nulla, mentre a lui erano utili. '^ E un terzo istinto s'appalesa in
Ambrogio, quello dell'ac- cattar brighe, che generò la caratteristica e troppo
ricca let- teratura delle invettive del secolo xv, auspice in ciò un poco il
Petrarca. Pare che il Montreuil apponesse ad Ambrogio di " Marlene II
1424. ■• Id. II 1426-28. ■" Id. II 1416. ■» Thomas op. cit. 74. cap. 11)
AMBROGIO DE MILIIS 63 essere egoista ('sibi soli amicus'): bastò questo perché
l'ita- liano lanciasse un'invettiva contro il suo benefattore, rinfac-
ciandogli l'avidità del denaro e mettendo in ridicolo la sua ambizione
letteraria.™ È vero che Ambrogio più tardi cambiò vita:®** ma resta pur sempre
che sin dalla seconda metà del secolo xiv egli riunisce in se molti germi
peculiari dell'umanista italiano, che riceve- ranno largo sviluppo nel secolo
successivo; ma siccome gli manca la genialità vuoi demolitrice del Valla, vuoi
esplora- trice di Poggio, vuoi aggressiva dei 'gladiatori della penna', cosi lo
possiamo considerare come una loro anticipata cari- catura. E ora ritorniamo ai
francesi, dai quali il presente capitolo ha preso le mosse, per istudiare
quelli che hanno creato il periodo eroico dell' umanismo in Francia. Accenniamo
di volo ai minori, che cercarono codici o si occuparono in qual- che modo di
antichità, quali l'agostiniano Giovanni Coti, bi- bliotecario pontificio e
amico del Petrarca, i Giacomo Legrant (Magnus), - Giovanni Courtemisse
(Breviscoxa) ^ e Gontier " L' invettiva fu indirizzata al Col (Martène li
1456-59), il quale gli rispose per le rime (N. de Clemaiij.'iis Opera, J'Jpist.
VII). *" Martène li 1416: la lettera è del 1400. ' Nel 1345 il Coti era
maestro di teologia presso la curia di Clemente VI e penitenziere del papa.
Mori il 1361. Fu vescovo dal 1:Ì47 successivamente in tre sedi, all'ultima
delle quali, S. Paolo Tricastrino (Trois-cliateaux) fu assunto il 4 novembre
1349. Perciò è tutt' uno col Johannes Tricastrinus, a cui il Petrarca indirizza
la Famil. VII 4, dell'anno 1352. Il Coti come cu- stode della biblioteca
pontificia aveva chiesto al Petrarca le opere di Ci- cerone glossate {Uhartularium
Vniversit. Paris. II 571, 617; tìams 620). Vednnno parlando di Giovanni
d'Andrea che il Coti cercò per Ini mano- scritti di (Sirolamo, facendoli venire
fin dalla Scozia. Dal medesimo d'An- drea siamo informati che il Coti lesse le
Sententiae nello Studio di Parigi. * Thomas op. c;t. 82-83. 3 1 codici Parig.
•5740 (Livio), 17895 e 18440 (Terenzio e Cicerone) ap- partennero a lui. Difese
Cicerone centra gli attacchi del De Miliis (Tho- mas 83 84). 64 FRANCIA (cap.
It Col ^ (Gontherus Colli), perché ci tarda di accostarci ai due grandi
luminari, Giovanni di Montreuil e Nicola di Clé- niangis. Giovanni di
Monteeuh.. Giovanni di Montreuil (de Monsterolio), nato nel 1354, se- gui gli
studi presso l'Università <ii Parigi sotto Giacomo Fla- meng. ^ Abbracciò lo
stato ecclesiastico, fu fatto canonico di Kouen e poi proposto di Lille,
accumulando molte prebende in grazia dell'elevata posizione politica che si
procacciò, poi- ché fino alla morte fu segretario del re Carlo V e segretario
inoltre del duca di Berry, mecenate degli studiosi. Sostenne molte ambascerie :
in Inghilterra e Scozia del 1394, in Ger- mania del 1400, del 1404 ad Avignone,
del 1412 a Koma presso il papa Giovanni XXIII, nella quale occasione visitò
anche Firenze, e del 1413 in Borgogna. Mori a Parigi il giù gno del 1418,
ucciso dalle soldatesche borgognone. Il Montreuil fu un intelligente, operoso e
fortunato ricer- catore di codici. Un forte impulso gli venne dagli italiani e
forse prima di tutti da Andreolo Arese, che verso il 1395 Io mise in comunicazione
con Coluceio Salutati e col suo circolo : e per mezzo di quegli umanisti egli
potè entrare in possesso di alcuni autori. <* Ad alimentargli l' amore per
le indagini avrà contribuito anche la presenza a Parigi del milanese Am- brogio
de Miliis; ma anche prima di quel tempo il Montreuil deve avere eseguite
esplorazioni per conto proprio, certo in * Fu segretario del duca di Berry, a
cui regalò i propri codici (Tho- mas 80-81). B Per le notizie biografiche vedi
il già citato A. Thomas De Joannìs de Monsterolio vita et operibus, Parisiis
1883, 4-13. • Rechiamo due passi di lettere, forse indirizzate alla medesima
per- sona, che ci rimane sconosciuta, perché le lettere del Montreuil sono
tutte anepigrafe. Maximas reverentìe tue, pater conscripte, gratias ago et
habeo de liberali efficacique missione tua orationis Marcì Tullii prò Quinto
Li- gario... Veruni quia apud nos rari sunt (Ciceronis libri) et penes vos in
illis partibus, ut dicitur, in copia, obsecro... quotquot plures eiusdem Cice-
ronis orationes ac epistolas suas quanticunque constiterint (qui modo non audeo
de re publica, de oratore, de particioue orationis, de in- Tectìvis in Verreni
et in M. Anthonium, de Tnsculanis queatig. cap. II) GIOVANNI DI MONTREUIL 65
seguito le continuò indipendentemente dagli italiani, che in taluni campi egli
superò di gran lunga. Tra le biblioteche da lui esplorate possiamo con
sicurezza collocare le parigine, la monastica di Cha-'ilis (Caroli locus)
presso Seniis (Silvanectum), "^ ricca di codici cristiani, quella di
Cluni, come vedremo, ricca di codici classici e un'altra non bene determinata.^
Innanzi di stabilire quali autori fossero noti al Montreuil, sarà opportuno
sgombrare il terreno da alcuni errori. Si cre- dette che conoscesse le
Historiae di Tacito,'-* ma il passo che ne reca gli viene da Orosio. i"
Nemmeno Lucrezio conobbe. È bensì vero che leggiamo in lui questa citazione : '
lUeque est (Epicurus) de quo disertissimus poeta Lucrecius ait: Ethe- rens sol
Veri dici s homi num purgavit pectora dictis 'i' la quale corrisponde a
Lucrezio III 1044, VI 24; ma i codici lu- creziani danno aerius in luogo di
aethereus e igitur in luogo di hominum. Le due differenti lezioni della
citazione del Mon- treuil combaciano con Lattanzio,'* dal quale perciò il Mon-
treuil ha derivato il suo testo. Altre citazioni indirette po- trebbero trarre
in inganno : una di Lucilio, una di Varrone e una di Cicerone: '^ tutt'e tre da
Lattanzio.'' Un'ultima osser- vazione per dissipare un grave equivoco. Il
Montreuil scrive: nibus oniis dare) mittere patemitas tua non omittat (Thomas
102). — De- precor qnatenii.s de libris tuis eloquentie ac poesis, quibus te a
puero novi multipliciter abimdare, mihi mutuo vel sub vendifionis pretìo
commnnicare non recuses. Et si impresentianim non venires Parisius, quod te
audio (unde spiritus hilareseunt) e vestigio facturum, per lume accessorem (=
nuntium), nepotem tuum..., aliqua de prefate laudabilissime artis oratorie
volumina buie sitibundo (= mihi) commnnices atque mittas, maxime cupienti ora- tiones
TuUii vel ipsius ant Lactantii et Cypriani epistolas ac opera Virgili!
Crispumque Salustium aut etiam l'erentium..., seuetiani... de scripturìs Fran-
cisci Petrarche (Martène Veterum scriptoì-um... amplissima collectio II 1433,
del 1.395, perché è di ritorno dall'ambagceria inglese del 1894). ' Martène II 1393. "
Thomas 74. " Thomas 75. 'O Historiae 1 IO. " Thomas 72. "
Lactant. Instit. div. IH 17, 23 ; VII 27, 6. 13 Martène II 1379, 1442, 1483. '< Lactant.
Instit. div. VI 5, 2 ; III 14, 15; De opif. dei 17. R. Sabbadini. Le icoptrte dei eodici. 5 66 FRANCIA
(eap. Il ' Vale mi pater et ut ad gnatum scribit Cicero tibi persua- deas te
michi esse carissimum '. Fu volato scorgere qui '^ un luogo delle Epistulae ad
fam. di Cicerone (XIV 3, b); pia si tratta invece della chiusa del De offìcns
(III 121) del medesimo autore, opera che appunto è iudirizzata al figlio Marco.
Dei greci pagani tradotti nomina spesso Aristotile : no- mina Giuseppe Flavio,
' rerum ludaicaruni clarus valde ac extentus actor'.'^ Autori cristiani greci
adoperati nelle tradu- zioni sono Giovanni il Grisostomo •'' e Gregorio
Nazianzeno.'* Venera tutti i quattro grandi luminari della chiesa latina:
Girolamo, Ambrogio, Agostino e Gregorio Magno, ma concede le SHe preferenze a
Girolamo.'^ Chiese le Epistole di Cipriano,**^ ma non sappiamo se le ottenne.
Leggeva il 'ciceroniano'*' Lattanzio tanto nelle Instit. div. quanto nelle due
operette minori ; ^ parimenti il De consolai, di Boezio,*^ j^ Mathesis di
Giulio Firmico,** VOrmesta di Orosio,'^ e le Etymol. di Isi- doro. 2* Il
Montreuil cita volentieri gli autori letti, perché se li era assimilati e
perché era fornito di una memoria straordi- naria : dote che gli è riconosciuta
dal suo amico Clémangis.*' " Thomas 57; Mendelsohn in Ciceroni» Epistulae,
Lipsiae 1893, p. XIII nota. '6 Cod. Vati e. Reg. 332 f. 67. " Marlene II
H36. '8 Id. II 1406. '9 Id. II 1404. "> Id. II 1433. " Tliomas 57,
71, 76; cod. Vatic. Reg. 332 f. 55 Firmianns in primo^ suarum institntionum
totiiis ernditionis et elocutionis repletaruni, ut dia- logns dici possint
Ciceronis. " Sopra (p. 65 n. 14) abbiamo veduto che citava dal De opif.
dei. «3 Id. II 1440. " Id. Il 1441. "> Cod. Vatic. Reg. 332 f. 52v
Oroslus in Ormesta. !« Martène II 1338. " Nicolai de Clemangìis Opera,
Epist. X p. 47 al Montreuil : Miror nempe admodum, cum tot philosophorum
moralium documenta, tot grave» oratornm sententias, tot egregia dieta poetarum,
tot celeberrima.s historicas- rerum gestarum narratlones pertinaci studio indesinenter
lectites, quorum etiam ex frequenti usu partem ingentem memoria retines....
cap. Il) GIOVANNI DI MONTREUIL 67 Forse c'entrava un po' anche la smania di
mettere in mostra la projìria erudizione ; ma ciò era naturale in un uomo che
si trovava in possesso di nuovi tesori : e noi gliene siamo grati, poiché cosi
ci ha dato modo di stabilire di quali autori egli disponesse, massime nel campo
classico latino, che è quello che soprattutto richiama la nostra attenzione.
Cominceremo dai poeti. Plauto, s' intende il Plauto delle otto commedie, l'ebbe
da principio dall' Italia,^^ ma pare che ne aspettasse poi uno da Clani.^'* Per
Terenzio professava un vero entusiasmo, onde continuamente gli cadono dalla
penna le sue sentenze.^** Altrettanto ripetiamo per Vergilio, il ' poe- tarum
parens', il ' rex noster'.^' Apprezzava in Orazio parti- colarmente r ' ethicus
' delle Epistole,^^ ma lo gustava anche come satirico e come lirico.^^ Ovidio
era per lui il 'magister amoris ',^* ma ciononostante lo richiama spesso. Altri
poeti noti sono Persio e Giovenale, Lucano e Stazio, Seneca tra- gico ^^ e
Claudiano.^^ Aggiungeremo qualche componimento ieìV Anthologia'^'^ e
dubitativamente l'Homerus latinus.^* " Thomas 70. '3 Vale et quid in ilio
Cluniacensi egeria cenobio scriptis intimato nec oblivisearis transeriptionem
Plauti senis (Thomas 73). Plauti senis sarà nato àA Plauti Asinii, che si legge
nel titolo di alcuni codici (p. e. Vatic. 1630, sec. XV, f. llOv Plauti Asinii
poete comici) e di alcune edizioni (p. e. M. Accii Plauti Asinii comici ci.
Comoediae quinque, Argentorati MDXIV). *> Thomas 65-68. Lo credeva schiavo
africano (Thomas 71), secondo l'er- rore di Orosio. " Thomas 64, Martène II
1425. 3« Thomas 71. 33 Id. 73. 3' Id. 64. 35 Thomas 73, Martène II 1465. 3'i
Thomas 70; cfr. Claudian. De IV cons. Honor. 263. 3' Thomas 105; Martène II
1385 Sicut de Virgilio Octavianus ait : Lau- detur vigeat placeat relegatur
araetnr (dal carme Ergane supremis attribuito ad Augusto, Bahrens P. L. M. IV
p. 182, 42) ; id. II 1432 ab ilio
(Virgilio) qui latine eloquentie. ut testatur Angustus, raagnus fuit auctor
(ibid. V. 3). 3* Cod. Vatic. Reg. 332 f. 54v quod Homerus per lovem suum
maximum conflrmat, qui puerum quem delicias suas vocitabat, ab Orco nequivit
ni- sibus totis ad se, fatis obstantibus, revocare (cfr. Hias lai. 520-27 ; ma
può la notizia derivare da Cicer. Be
divin. II 25). 68 FRANCIA (cap. 11 Passando ai prosatori, enumereremo anzitutto
quelli che erano allora più alla portata degli studiosi. Tra questi po- niamo :
Sallustio,^* Livio,^" Valerio Massimo,'" Seneca (trattati morali ed
epistole^^ Svetonio, Floro,''^ Giustino,** Vegezio,*^ Macrobio.'"' Autori
più difficili a ottenere erano : Cesare, che il Montreuil sulle prime cita col
nome di Giulio Celso e quindi col suo proprio,'''' Plinio il giovine, di cui
adopera più volte le Epistole,^* Plinio il vecchio, del quale giudica ' pinguis
et floridus ' lo stile,^3 Quintiliano,»^ Gellio,^' Apuleio,^^ Solino,^» Servio
commentatore di Vergilio.^* Autori allora rarissimi erano Catone De agricultura,
Var- rone Be re rustica e Vitruvio : e questi ebbe il Montreuil dal- l'Italia
;55 forse da Firenze. Ma d'Italia non gli potè venire Petronio, di cui conosce
il carme sul Bellum civile^^ che ci 3' Thomas 74. <" Id. 73. <'
Thomas 73, 75 ; Martèiie II 1349 illnd Demadis, cfr. Valer. Max. VII 2 Ext. 13.
■•2 Thomas 74. " Id. 70. .« Id. 71. « Martène II
1356. *'■ Thomas 63 da confrontare col libro IV dei Saturnalia ; id. 73 ; Mar-
tène II 1425 cfr. Saturn. VI. <' Thomas 69-70. <' Thomas 74, cfr. Plin.
Epist. IV 20; Martène II 1425 iuxta Plinìum ut musas in eo (Virgilio) loqui
credas, cfr. Plin. Epist. Il 13, 7, dove però la frase non è riferita a
Vergilio. *"> Cod. Vatic. Reg. 332 f. 58v ita ut a Plinio stilo suo
pingui ac florido fuerit affirmatum ' naturam mortalibus nichil prestitisse
melius quani vite brevitatem' {K. H. VII 168). Questo giudhsio si attaglia a
Plinio il gio- vine ; ma allora i due autori erano confusi in uno. 6» Thomas
60, da confrontare con Quintil. Instar. X 1, 112: passo che è anche nei codici
mutili. S'i Thomas 70, cfr. Geli. V 16; Martène II 1418 prius euique cum Comico
molendum esset in pistrino, cfr. Geli. Ili 3, 14. 5« Thomas 69, cfr. Apnl. Met.
IV 18. " Thomas 75. 51 Martène li 1425 Cum... de Marone... dixisset
(Cicero): magne spes altera Rome. Questa notizia deriva da Servio ad Ed. VI 11.
6» Thomas 70. ■' Martène II 1337 Cur ita? quia, ut inqutt Anfranìus (con questo
nome alcuni codici chiamano Petronio) Scorta placent fractique enervi cor- cap.
II)GIOVANNI DI MONTREUIL 69 fu trasmesso anche isolatamente. Questo però non
esclude ch'egli possedesse altre parti del Satiricon, poiché ricorda la frase '
irata virtus abditur '?' Abbiamo riservato all'ultimo Cicerone, nella ricerca
delle cui opere il Montreuil pose la massima cura, riuscendo a fare delle
scoperte di capitale importanza. Sin dal 1395, reduce dall'ambasceria
britannica del 1394, si rivolgeva a un ita- liano, il quale ' a puero
multipliciter abundabat ' di opere oratorie e poetiche, perché gli mandasse
Vergilio, Terenzio, Sallustio, Lattanzio, Cipriano e orazioni ed epistole di
Cice- rone.^' Qualche tempo dipoi pregava la stessa persona, come parrebbe, per
ottenere scritti ciceroniani. Aveva già ricevuto l'orazione prò Ligario: ora
domandava altre orazioni ed epi- stole ; avrebbe voluto chiedere anche il De re
p., il De orai., le Partit. orai., le Verr., le Philipp, e le Tuscul.; ma te-
meva di essere troppo esigente.^^ Verso il 1410 dava la caccia a un famoso
codice, contenente ' libri morales Tullìi pluresque orationes ', che era
appartenuto prima al cardinal francese Pietro Amelii (m. 1389), poi al
cardinale italiano Galeotto di Pietramala (m. 1397) e da ultimo al cardinale
Niccolò Bran- cacci (m. 1412). Il codice era allora a Bologna,^ dove risie-
deva la curia pontificia. Pensai per un momento al codice pe- trarchesco di
Troyes n° 552; ma esso è in 'littera nova ', do- veché quello cercato dal
Montreuil era ' littera nec antiqua nimisnec nova': perciò approssimativamente
del sec. xii-xiii. DI talune opere ciceroniane il Montreuil s'era formato un
volume, che comprendeva porzione delle Epistole ' cum non- nullis sue industrie
aliis operibus '.•^^ |)ore gressus Et laxi crines et tot nova nomina vestia
Queqne virum qiieruDt turba sepulta mero circum veni t. Est favor In precio
senibusque libera virtus excidit, omnibus una impen- det clades, arma cruor
cedes incendia totaque bella ante ocu- los volitanti fervet avaritia pleraque
alia inundant vitia, da confron- tare con Petron. 119 v. 25-27, 31, 42-43,
170-171, 215-216. 5' Thomas 73, cfr. Petron. 89, 9. ^' Martène II 1433, citato
sopra, p. 64 n. 6. ^' Thomas 102, citato sopra, p. 64 n. 6. ™ Id. 60. »' Id.
107. 70 FRANCIA cap. Il) Dei trattati rettoiici possedeva certamente il De
orai, (mu- tilo) e le Fartit. orat.^^ Il De orat. stava nel monastero di Cluni
:®3 ed è probabile che di là sia venuto al Montreuil. Aveva un buon manipolo di
libri filosofici : i Farad., il De amie, il De nat. d.,^^ le Tuscul, il De
divinai., il De leg..''-^ il De off.,^^ il De fin.^'' Alcuni di essi forse
provenivano da Cluni, dove si trovavano due copie del De sen., i Farad., le
Tusc, il De off. e il De amic.''^ 11 Montreuil era in possesso delle due
raccolte epistolari di Cicerone. La raccolta ad Att. stava nelle sue mani sin
dal 1395 almeno ; poiché la lettera di quell'anno, da noi più 8U ricordata,
nella quale domandava dall' Italia molti autori clas- sici, si chiude con
queste parole: 'Vale meque diligas et tibi, ut ciceroniano utar verbo,
persuadeas te a me fraterne amari 'r'^» parole che compariscono nelle Epist. ad
Att. (1 5, 8). Ne riceviamo la conferma da un altro luogo, dove leggiamo : '
Octaviani autem avus argentarius, pater nempe astipulator fuit, sicuti haec
Tnllius certa occasione oborta ad eundem Octavianum scribens improperat '. ™
Qui si tratta à&WEpistula ad Octavianum (§ 9), spuria, trasmessaci con la
silloge ad Att.''^ Ora non mi par probabile che il Mon- "^ Thomas 56.
Citazioni dal De orat. : Thomas 14, Cicero : ' adest enim fere nemo... ', Be orat. I 116; Martène li
1424: 'Est enim, expriniit ipse, oratori finitimus poeta...'. De orat. I 70;
ib. 1329: Phormìones de quibas idem Tullius..., De orat. II 77. "^ M.
Manitius, in Philolog. XLVll, Er^iinz. lieft. XV IC : ' Doctrina eiusdem
(Ciceronis) de oratore'. Il
catalogo del monastero è del sec. Xll. "* Reco dal Marlene II 1378 un
passo di lezione un po' controversa : ' Itaque cum Tullio ut alius in
Synephoebis libet esclamare : proli deum atque hominum postalo obsecro oro
ploro atqne imploro fidem ', De nat. d. I 13. ^ Thomas 56. «« Cod. Vatic.
Regin. 332 f. 59 suis in officialibus (Tullius). ^'' Martène II 1442 : ìd
asserente Cicerone : ' clamai Epicurus non po- test iocunde vivi...'. De fin. I
67. ^ Mauitius ib. : Tullius de senectnte. Paradoxa Stoicorum Ciceronis. Libri
Tusculanarum eiu.sdem. Cicero de officiis. Cicero de amicitia. Tullius de
senectute ad Catonem. »« Martène li 1488. '■" Ib. II 1408. '' Forse di
essa si parla in un'altra lettera del Montreuil, Thomas 61. cap. II) treuil sin
dal 1395 avesse potuto ottenere la copia delle let- tere ad Att. da Firenze,
dove erano arrivate da poco e vi si custodivano gelosamente ; perloché è forza
ammettere che le abbia avute dal monastero di Cluni, il cui catalogo reca : *
Libri epistolarura Ciceronis ad Atticum XVI *. '* Che egli fosse in relazione
con Cluni, ci risulta da quanto scrive in una sua lettera : ' Vale et quid in
ilio Cluniacensi egeris cenobio, scHptis intimato ' ; '^ donde apprendiamo che
il suo corrispon- dente si occupava di codici. Il medesimo monastero aveva
anche la silloge ad fam. in doppio esemplare : ' Epistole Ciceronis ad Publicum
Lentulum proconsulem (lib. I) et ad Curionem (lib. II) et ad Appium (lib. Ili)
et ad alios multos. Epistole Ciceronis ad Publicum Lentulum et ad alios multos
ut supra '. ■" Ma non era com- pleta; abbracciava cioè i primi 8 libri,
perché i codici della famiglia transalpina avevano diviso la silloge in due
volumi. E di vero da una lettera del Clémangis al Montreuil veniamo a sapere
che questi possedeva delle Epist. ad fam. solo una porzione : ' quas penes te
prò magna saltem p o r t i o n e ha- bes'. ''^ Prosegue il Clémangis: ' Cum
autem Cicero ipse ad reges, ad consules, ad summa imperia scribens... '. E
infatti nei primi 8 libri fra i corrispondenti incontriamo dei procon- soli (l
1), degli edili curali (Il 9), dei propretori (II 18), dei censori (III 11) e
degli imperatores (III 1; V 7; VII 5), che il Clémangis interpretò per reges.
La riprova c'è fornita dal Montreuil, che nelle citazioni delle Epist. ad fam.
si man- tiene nei confini dei primi 8 libri : ' Occasione certa data nt ad
ligandum committerem eiusdem Ciceronis epistolarum porti onera... ad eonspectum
meum sese casn ipsius Ciceronis iniecerunt ìsta verba: CumVatinii defendeiidi
st inni liis '...■" (ad /«un I 9, 19). '' Manitius op. cit. "3 Thomas
73, citato sopra, p. 67 n. 29. '* Manilius ib. ■5 Voigt in Ehein. Museum XXXVI,
1881, 47.',. •'■ Thomas 107. 72 FRANCIA cap. II) ' Non pauca similia (Cicero
ait) in de consolatione fliìae tractando ' ^' (ad fam. IV 6-6). 'Et si esse una
minus poteriinas quam veli mus, animoruro
amencoaiunctioiieii4clein'|ii(!stu(IiÌ8 ita ferrea in us, ntnun- quam non una
esse, ut ait Cicero, videamnr '. ''^ Eipetianio per le Episl. ad fam. quello
che abbiamo detto per le Epist. ad Ait.: il Salutati le custodiva gelosamente,
non facendone parte che agli amici intimi, e solo alla sua morte (1406)
entrarono liberamente in circolazione. Vengano ora le orazioni ciceroniane note
al Montreuil. Le ricaviamo dai seguenti passi delle sue lettere: ' Vide prò
Sestio orationem '. " 'In conservatoria seu iiortatoria prò Lucio (=
Licinio) Ardila'.*" ' (Juerenti miciii, ut fìt, lioc in Elicone modico
alium libelluin quendani meum, nunc quasi dedita opera hese ter quateique (=7)
Verrine mee, quas accomodati causa liesterno die quesiistis, obtulerunt '. '
'Non preteristi videre oratioues Tullii tottot sceleribus implicitas, pre-
sertim he quo prò Sexto Koscio, Chientio, Mìlone ac Cecilio (= Caelio) necnon
in Claudium (= de domo ad pont.) acte sunt, nichilominusque in Catilinam
Verremqne et Antlioniuin..., Ciceronis atqne Salustii vicissitudi- narie
invective'. *' Quest'ultima lettera del Montreuil, lunghissima e impor-
tantissima per le reminiscenze classiche, credo indirizzata al Clémangis,
perché a lui solo si addice la lode che gli rivolge lo scrivente (f. 61): 'Non
tu ipse, quo nemineni, pace omnium dixerim, cognovi autores antiquos enixius
lectitasse aut intel- lexisse satius... '?, e ne vorrei conchiudere che all'esplorazione
del monastero di Cluni ebbero parte tutt'e due. Trascriviamo pertanto dal
catalogo di Cluni i titoli delle orazioni ciceroniane : " Martène II 1441.
■» Martène II
1429, cfr. Cicer. ad fam. V 13, 5. '» Martène II 1424. '0 Thomas 55. «' Thomas 55, 108. " Cod. Vatic.
Regin. 332 f. 59v. Con in Claudium s'intende inde domo ad pont., che p. e. nel
cod. Vatic. 1742 (sec. zv) f. 21òv è intitolata in P. Clodium. cap. II) n» 412) Defensio Marci Tullii prò Milone;
ii" 496) Cicero prò Milone et prò (Cluentio) Avito (=Habito) et prò Murena
et prò quibusdam aliis; n°498)''3 Cicero in Catillinam et idem prò Q. Ligario
et prò rege Deiotaro et de pn- blicis litteris et de actione ideinque in
Verrinisi n° 501) Controversia in Salustium et Salustii in eum et invectìve
Ciceronis in Catìlinam. ^* E soggiungiamo l'indice del cod. Parigino lat.
14749, già di S. Vittore, il quale fu tratto, almeno in parte, dai codici di
Cluni : 85 a) 1 De imp. Cn. Pompei; 2 p. Milone; 3 pridie quani in exilium
iret; i cura senatui gratias egit ; 5 cuni populo gratias egit; 6 de domo; 7 p-
Sestio; 8 in Vatinium ; 9 de provinciis consularibus; 10 de harusp. respon-
si»; 11 p. Balbo; 12 p. Caello; 13 p. Plancio ; 14 p. Sulla; 15 p. Arcliia; 16
p. Murena; 17 p. Sex. Roselo; 6) 18 pridie quam in exilium iret; 19 cum senatui
gratias egit; 20 cum populo gratias egit; 21 p. Marcello; 22 p. Li- gario; 23
p. Deiotaro; 24 invectiva Salustii in Cicer. ; 25 ìnvectiva Ciceronis in Sa!.;
26 p. Cluentio; 27 p. Quinctio ; 28 p. Fiacco. Il cod. Parig. 14749 si compone
di due sezioni, come si vede dalla ripetizione dei n' 3, 4, 5 nei n' 18, 19,
20. Il copista perciò 0 meglio i copisti non trascrissero pedissequamente i codici
di Cluni, ma ne fecero una scelta. Delle orazioni citate dal Montreuil erano
nuove le seguenti quattro: ih Sest.,p.S- Roselo, p. Quinci., p. Flac. La p.
Ardi, l'aveva rinvenuta il Petrarca a Liegi ; le due p. Quinci, e p. Flac.
tornarono alla luce sul finire del sec. xiv anche in Italia. Ripetiamo dal
vecchio catalogo la descrizione di uno dei codici di Cluni : il n° 496) '
Cicero prò Milone et prò (Cluen- tio) Avito (=- Habito) et pio Murena et prò
quibusdam aliis. ' Questo volume fu riscoperto da Poggio nel 1415, in un viag-
gio che fece da Costanza per la Francia. Egli se ne impa- droni, non sappiamo
con qual diritto, e lo mandò agli amici *3 11 cod. 498 di Cluni fu rintracciato
nell'odierno Holkhamicas n» 29 del sec. IX ; ma ha perduto molta della sua antica
materia. Le parti super- stiti sono: frammenti delle quattro Catil., delle p.
Lig. e p. Deiot. e delle Verr. lib. II. 11 Peterson {Anecdota Oxoniensia,
Class. Ser. IX p. 11-111, VI) opina giustamente che delle Verr. contenesse in
origine i soli libri li e 111 e mancasse forse della p. Marc. *< Manitius
ib. *5 Come ha dimostrato A. C. Clark The vetus Cluniacensis of Poggio, in
Anecdota Oxoniensia, Classical Series, X p. XI ss. Il Clark crede che i numeri
3-12 derivino dal cod. Parig. 7794 del sec. ix (p. XIV). 74 FRANCIA cap. Il)
fiorentini non più tardi del giugno di quel medesimo anno, giacché tra la fine
di luglio e il principio d'agosto lo vide a Firenze il Barbaro.^^ In tutto ciò
un punto solo ci rimane oscuro : come e quando abbia Poggio nella prima metà
del 1415 potuto intraprendere il suo viaggio in Francia. Non sa- rebbe più
ovvio il supporre che il manoscritto sia stato portato a Costanza dal Montreuil
stesso, che ne fu il primo scopri- tore l»' Di là trassero gli umanisti
italiani due orazioni nuove per loro : 1). Sex. Rose, e p. Mur.^^ L'archetipo
Cluniacense andò perduto ; onde devesi ascrivere a gran fortuna che prima del
trafugamento l'abbiano copiato i francesi, che ce ne lasciarono un apografo ben
più coscienzioso ed esatto degli apografi ita- liani. Chi volesse avviare
diligenti indagini, riuscirebbe forse a scoprire nel sunnominato Parig. 14749
la mano del Mon- treuil 0 di alcuno dei suoi amici. Da quanto abbiamo esposto
risulta chiaro che il Mon- treuil quale ricercatore e scopritore di opere
ciceroniane non ha nulla da invidiare né al Petrarca che lo precedette, né al
Salutati che gli fu contemporaneo, né a Poggio che venne dopo. Nicola di
Clemakgis. Di poco più giovine del Montreuil fu il suo connazionale e amico
Nicola Poillevillain de Clamengiis, comunemente de- nominato Nicola Clémangis,
nato nella Champagne verso il 88 Cfr. K. Sabbadini La gita di F. Barbaro a
Firetue in Misceli di studi in onore di A. Hortis 616. *' H. von der Hardt Rer.
cane. Constant. V 28 tra i presenti a Costanza negli anni U14-15 dà Johannes de
Monsterolio. Cfr. anche H. Finke UiWer volti Konstanzer Ronzii, Heidelberg
1903, 69. Non si dimentichi che nel- l'ambasciata italiana del 1412 il
Montreuil conobbe gli umanisti romani e fiorentini : nella quale occasione egli
può aver comunicato la scoperta dei codici di Cluni. *' Il codice conteneva
almeno cinque orazioni : p. Mil., p. Cael., p. Rose. Amer., p. Mur. e p.
Cluent., come apparisce dagli estratti del Mon- tepulciano nel cod. Laur. 54, b (cfr. Clark op.
cìt. p. Vl-VII). cap. II) NICOLA DI
CLEMANGIS 75 1360.1 ^ dodici anni si recò allo Studio di Parigi,^ dove com-
piuti i corsi elementari s'inserisse nel 1375 alia facoltà di arti,^
ottenendovi la licenza l'aprile del 1380. Immediatamente dopo frequentò la
facoltà teologica, ma non vi consegui che il solo grado di i)accelliere. Vesti
l'abito ecclesiastico, e nel 1395 fu creato canonico e decano di S. Clodoaldo
della dio- cesi di Parigi. Questa prima parte della sua vita egli tra- scorse
nello Studio parigino, nel quale insegnò arti dal 1381 al 1397." Col 1397
s'inaugura un nuovo periodo della sua vita, poi- ché il 16 novembre di
quell'anno fu assunto aU'uificio di scrit- tore apostolico da Benedetto XIII,
che lo investi inoltre di un canonicato a Langres.^ Alla corte di Avignone
rimase un de- cennio. Nel 1407, alcuni mesi prima che scoppiasse la nuova
bufera con la scomunica lanciata da Benedetto XIll contro il re di Francia, il
Clémangis s'era allontanato dalla curia, ri- tirandosi per alcuni mesi a Genova.
E cosi egli entra nel terzo periodo: periodo di solitudine e di scoramento,
passato nel monastero di Langres (Lingona) e nelle certose di Valprofonds e
Fontaine du bosc.'^ In questo tempo comparisce ancora come familiare di sua
santità ; '' ma non pare che abbia più risieduto presso la curia. 1 Per le
notizie biografiche vedi G. Voigt Bie Wiederbelebung W 349- 356 e soprattutto
il Chartularium Univtrsit. Paris. Ili 282, 452, 454, 606, 624; IV 62, 483. 2
Nicolai de Clemangiis Catalaunensis, archidiacoiii Baiocensis, Opera omnia,
Lugdunì Batavor. MDCXIII, Epist. XLII p. 127 indirizzata al colle- gio dello
Studio di Parigi : Nam quando primum ad urbem illam precla- rissimam atque a
laribus patris ad illud vestrum inclytum perveni gtudium ' alter ab undecimo
nondum me ceperat annua ' (cfr. Verg. Ed. VIII 39). 3 Nel 1378-79 frequentava
il quart'anno (Chartular. Ili 282). * Al suo insegnamento accenna in una
lettera al Montreuil (Epist. XIX p. 81), dove all'invito di ritornare a Parigi,
risponde : tu et ceteri familia- ritate coniuncti ad me domum properabitis, me
assidua flagitatione aliquid legare compelletis, ad me tanquam ad magistrum
discipulorum turbam con- gregabitis, sicutuie ibi olim in Studio
agentemfaceresolere me- m in isti. 5 Chartular. Ili 454. ^ Voigt II 351-52.
■> Chartular. Ili 454 in una lettera di Martino V del 18 marzo 1418. 76
FRANCIA cap. II) Nel quarto e ultimo periodo lo troviamo nuovamente a Pa- rigi
nel collegio di Navarra, dal 1425 circa sino alla morte, avvenuta il 1437.* Il
Clémangis è sostanzialmente un autodidacta. Quando egli difende dall'accusa del
Petrarca la cultura francese del suo tempo, esce in questa affermazione ? ' in
Studio Parisiaco (vidi) etiam sepe Tullianam publice legi rhetoricam, sepe item
privatim, nonnunquam etiam Aristotelicam. Poete vero summi et optimi Virgilius
atque Terentius illic etiam sepe leguntur '. Vero è che egli parla solo
dell'oratoria e della poe- tica; ma anche ristretto a queste due discipline,
l'elenco di quei quattro autori è ben meschina cosa rispetto alle vaste e
scelte cognizioni che s'era procacciate il Clémangis. Se ascol- tiamo invece
Pietro d'Ailly, gli autori letti a Parigi nella fa- coltà letteraria erano i
seguenti: ' Granimaticalia Prisciani rudimenta, logicalia Aristotelis
argumenta, rhetorica Tallii blandimenta, poetica integumenta Virgilii, Ovidii
fabulas, P u 1 g e n t i i mithologias, odas 0 r a t i i , ormestas 0 r o s i i
, I u - venalis satiras, Senece tragedias, comedias Therentii, invectivas
Salustii, Sydonii epistolas, Cassiodori for- mulas, declamationes Quintiliani,
decades Titi Livii, Va- lerli (Maximi) epythomata, Marcialis epygrammata,
cento- ues Omeri, Saturnalia Macrobii '.^o Questo secondo elenco è più ideale
che reale; restiamo increduli sul conto di Livio, dei centones Omeri (l'Homerus
latinus) e delle Odi d'Orazio; escludiamo senza esitazione Marziale, se pure
non si tratti del Marziale inglese; ma anche accettata integralmente la lista
del d'Ailly, il Clémangis le rimane sempre di gran lunga su- periore. E
autodidacta doveva essere, perché fu un solitario. A dif- ferenza del suo amico
Montreuil, il Clémangis non ebbe nes- suna corrispondenza con l'Italia e con
gli italiani, come, non senza un certo compiacimento, dichiara egli stesso : '
Crede mihi, Bononiam vestram, quam matrem stndiorum vocas, nun- "
Vhartular. IV 483. ' Epist. V p. 29. "> Chartular. Ili p. XII. ^ap. Il)
NICOLA DI CLEMANGIS 77 quam omnino vidi nec Italiani aliave iuga, pruinis ac
perpe- tuo gelu rigentia, viciniua ulio tempore attigi quam nunc at- tingo'.^^
Queste caratteristiche parole sono indirizzate a un italiano, al suo protettore
il cardinale Galeotto di Pietramala, il quale non si sapeva dar pace che un
francese, il Cléman- gis, potesse essere tanto colto e scrivere cosi
elegantemente senza aver frequentate le scuole italiane. Perché bisogna ri-
conoscere la verità: il dettato del Clémangis non è certo per- fetto, ma è
consapevolmente stilistico; anzi è il solo dettato latino stilistico che il
rinascimento francese del secolo xiv ab- bia prodotto. E aveva pienamente
ragione il nostro umanista di aifermare, quando calunniosamente gli
attribuirono la pa- ternità della bolla di scomunica contro il re, che bastava
darle un'occhiata superficiale per accorgersi che quello non era il suo stile ;
'^ nella quale occasione gli torna il destro di sog- giungere che spetta a lui
il merito di aver fatto risorgere in Francia l'eloquenza da lungo tempo
sepolta.^^ E con l'elo- quenza voleva restituita anche la tradizione della
bella scrit- tura : la ' perfecta ac rite formata littera ', con l'esatta pun-
teggiatura e con gli accenti,'* nel che egli doveva aver in- 11 Epist. IV p.
21. 12 Epist. XLII, XLV, XLVI. " Epist. XLVI p. 141 ipsam eloquentiam diu
sepultam in fialliis quo- dammodo renasci novisque iterum floribus, licet
priscis longe imparibus, repullulare laboravi. i< Epist. CIX p. 306 al Col :
Non te autem latet quanta bisce tempo- ribus intelligentiura .sit scriptorum
(copisti) penuria et in iis potissimuni scribendis, que aliquantulum observant
stylum, in quibus nisi puncti et note distinctioniim, quibus per cola et
commata et periodos stylus currit, attentiori diligentia discernantur, confusum
atque barbarum est quod scri- bitur. Tu preterea non ignoras quam rari, imo
quam pene nulli talia curent aut observare aut prò sensus atque clausularum
varietate distinguere : quam exinde puto negligentiam maxime accidisse, quoniam
diutius eloquentia, in qua hec sunt necessaria, caruinius. Cessavit igitur una
cura dictatu an- tiqua scribendì formula, qua perfectam ac rite formatam
litteram cum certa distinctione clausularum notisque accentuum tractira
antiquari! scribebant et surrexerunt scriptores, quos cursores vocant, qui
rapido, iuxta nomen, cursu properantes nec per membra curant orationera
discernere nec pieni aut imperfecti sensus notas apponere, sed in uno impetu,
velut hii qui in stadio currunt, ita fugam celerant ut vix antequam ad metam
veniant, sal- tem prò recreando spiritu pausam ullam faciant. Quod quidem In
vulgari- 78 FRANCIA cip. II) Danzi agli occhi i graziosi esemplari carolini dei
secoli IX e X. Quando il Clémangis scriveva le succitate parole al car- dinal
Pietramala, non era ancora il 1397, l'anno in cui il car- dinale mori. E prima
di quel termine il Clémangis s'era già fornito di tutta la meravigliosa erudizione
classica, che egli rivela massimamente nelle due lettere al Pietramala
stesso,'^ volte a confutare l'asserzione del Petrarca, non esistere elo- quenza
e poesia fuori d'Italia: alle quali fa d'uopo accom- pagnarne una terza, jìure
apologetica, ma anepigrafa,'^ del 1394, quando era tuttavia recente
l'assunzione di Benedetto XIII al pontificato. Queste tre lettere meriterebbero
d'esser qui ri- portate per intero allo scopo di mostrare quali conquiste uma-
nistiche avesse il Clémangis conseguito nel primo periodo della sua vita : che
fu il periodo veramente operoso e fecondo in questo riguardo, poiché nel
secondo la sua attività venne as- sorbita dalle incombenze della curia
pontificia e negli ultimi due abbandonò gli studi classici per i sacri. In quel
primo periodo che corre fino al 1396 egli si trova già in possesso di un
Quintiliano integro, un ventennio e più innanzi che lo riscoprisse Poggio a S.
Gallo ; si trova in pos- sesso del commento di Donato a Terenzio, un
quarantennio innanzi che lo rinvenisse a Magonza l'Aurispa. In quel tempo egli
conosce molte orazioni di Cicerone, quali le Catil., le Philipp., la p. Mil. e
la p. Arch., che potè aver tratte, al- meno in parte, e forse in compagnia del
Montreuil, dal mo- nastero di Cluni. Quali altre biblioteche esplorasse il Clé-
mangis non sappiamo, se si eccettui quella di Langres e le parigine. Per
Langres abbiamo la sua stessa testimonianza : bus scriptìs et qne cult» carent
atqne eloquentia, quia satis per se ipsa elueescant, tolerarì ntcunque potest;
at ubi ad stylum ventura est, nihil ilio potest esse negotio ineptius, cum ex
punctis ac notis illis et sensus et intelligentia et recta pronuntiatio et
persuasionis efficacia et clausularum in corpore orationis debita distinctio
proveniant: aine quibus quid est ont- tio nisì chaos confusura atque ìndigestum
? 15 Epist. IV e V. 1" E fisi. III. cap. Il) ma restiamo un po' delusi nell'udire che ivi '
librorum magna angustia est':''' s'intende di libri classici, dove ci
attendevamo ben altro, pensando che nel 1417 Poggio scopri colà l'orazione
ciceroniana p. Caecina. Quanto alle biblioteche di Parigi viene naturale la
supposizione, perché in quella città il Clémangis studiò e professò. E di là
deriva certamente la conoscenza degli autori ch'egli adopera nella sua primizia
letteraria, l'elo- gio dell'Università parigina, composto verso il 1388, dove
fi- gurano Terenzio, Vergilio, Cicerone, Cesare, Sallustio, Orazio, Livio,
Ovidio, Seneca, Valerio Massimo, Stazio, Svetonio, Gio- venale, Apuleio,
Macrobio.'^ Ed ecco l'elenco degli autori noti al Clémangis, i quali trarremo
dalle sue orazioni e dalle sue epistole.'^ Autori greci tradotti. Troviamo
nominato alcune volte Ari- stotile; ^"^ certamente lo doveva conoscere più
che da queste citazioni non apparisca, ma non sembra che lo adoperasse molto.
Una volta si richiama alle versioni medievali di Esopo ^^ e un paio di volte
alla riduzione perduta delle Vite dei filo- sofi di Diogene Laerzio.^^ Dei
greci cristiani è ricordato il Gri- sostonio supra Matthaeum.^^ " Epist.
XXVIII p. 102 data ' Lingonae ' : Unum mihi maxime deest solacium, copia
librorum, quorum magna in loco isto angustia est, sed con- solantur me sacre
littere, ad quas tandem post oratoriam poeticamque lec- tionem me confero. '^
l'ubblicato in Chartular. Universit. Paris. Ili p. XXIX. " Indiclieremo
con 0 le orazioni, con E le epistole; la cifra segna le pagine; ma limiteremo
le citazioni al puro necessario. Fin qui ho trascritto e seguiterò a
trascrivere il testo con l'ortografia press'a poco in uso al tempo del
Clémangis, correggendo tacitamente i numerosi errori dell'edi- zione. Della
scorrettezza dell'edizione si lamenta anche H. v. d. Hardt (Kerum concil.
Constant. I 82-84), il quale avverte che il codice di Wol- fenbiittel dà un
testo più emendato e in taluni punti assai differente. » 0 43 ; E 32, 74, 99,
314. " E 169 sua existimatione mons factus raurem partu ridiculoso secun-
dum Esopi fabulam parturiat. È la favola 31 di Esopo-Romolo. 22 E 59 illud
Socraticum usurpare posse : ' quo ego calicò, locus hic nescit; que locus hic
scit, ego non calleo ' (manca al Burlaeus) ; E 259 cum Biante dicere : ' omnia
bona mea mecum porto '. «3 E 301. 80 FRANCIA cap. II) Autori latini cristiani.
Ne conosce un numero cospicuo : Tertulliano,^* raro nel medio evo, Cipriauo,^^
Lattanzio,-'^ Gi- rolamo,^' Agostino,^^ Orosio,^" PrudenziG.^*^ Ilario di
Poitiers e Ilario di Arles,^^ Cassiano, Sulpicio Severo, Prospero, Genna- dio,
Gregorio di Toars,^^ Boezio,^^ Isidoro.** Passando ai classici latini,
cominceremo dai poeti. Intanto bisogna escludere Plauto, che non è mai
nominato. Cosi va escluso Marziale, che egli non segna tra gli spagnoli,^^ e
Au- sonio, che non segna tra i francesi.*^ Ma crediamo che cono- scesse
Tibullo, ignoto quasi al medio evo, poiché non da altri che da lui reputiamo
abbia desunto il gioco di parole ' ferus imo ferreus ' : ^' del resto Tibullo esisteva
a Parigi tra i codici appartenuti a Geroud d'Abbeville. I poeti più
frequentemente citati sono Terenzio, Giovenale, Vergilio. Terenzio è per lui il
' comicus '; ^* Giovenale il ' satyrieus '.^'^ Di Vergilio adoperava le sole
tre opere autentiche ; ignorava perciò le poesie del- '•* E 26 Afer fuit
Tertullianus, cuius ipse aliquot vidi volnniina. '5 E 26 Afer martyr gloriosus
oratorqne suavissimns Cyprianiis, cuins nihii est eloquentia predulcius ; E
171. « E 26. " E 26. " E 26 fuit Afer ipse Augustinns, iiiter omnes
qui latine scripgerunt ingenio mirabìlis, scieiitla ìncoinparabilis, stylo
promptissimus, labore vi- gilantissimus, scriptìs copio8Ìs.simu8, disputator
acutissimus, catliolice ve- ritatis predicator iìdelissimus, lieresum
errorunique omnium extirpator acerrima ; E 20, 257 ; 0 43, 44, 66. " E 26.
30 £; 26 lyrico insignis Carmine Prudentius. s' E 27. ss E 27. S5 E 342. 3* E
317 Duo siquidem eRse feruntur genera salium, unum amarum et liostile, quod
Greci sacrosmon dicunt, quia cameni mordeat et dolorem menti inferat, aliud
urbanum et iocosum. quod antismon illi appellant, no- stri autem facetiam (cfr.
Isid. Etym. 1 36, 30); E 26. =5 E 26. S" E 27. ^ E 81, cfr. Tibull. I 10,
2 quam ferus ac vere ferreus llle fuit. 3s £ 7 ecc. 3^ E 26 ecc. cap. II) VA2)pendix.^^^ Dopo questi i poeti preferiti
erano Orazio e Ovidio. Di Orazio ricorda le Odi, le Satire, le Epistole, VA. P.
; " il codice Parigino lat. 7977 Libri omnes Oratii fu suo. Cita d'Ovidio
le Mdam., \'A. A., i Trist., Yex Ponto:^^ B.a.m- menta Persio,^^ Lucano,''^
Stazio,''^ Claudiano "^ e presumibil- mente alcuni carmi AtW
Anthologia.^'' I prosatori gli sono noti in gran copia. Eicordiamo Ce- sare
(col suo nome),'''* Sallustio,*^ Livio,^" Valerio Massimo,^' Frontino (gli
Straieg.),^'- Plinio il giovino (le Epist.),^^ Gel- *" E 190 Non repente
orsus est Virgilius bella et elarissima ducum ge- sta describero; a pastoribiis
cepit, per agros et colonos trans! vit ."icqiiu demuin ad Knoam suum
nobili cannine decorandiini pervenit. <' P: 6, 36; e 297; E 16, 17, 36; E
11, 28. « E 45 (tenipus edax Met. IV 234); ^214 (quid magls A. A. I 1, 75); E
8.5 (carmina Tr. I 1, 41), 297 (crede milii Tr. Ili 4, 25-6); E 169 (cre- scit
laudata ex P. IV 2, 35). « E 166, 183. '* E 15 (I.uc. V 385-6), 26 ibi Lucanus
illina (.Senecae) ncpos, etiam Cordnbciisis, cgregins civiliuni belloruni
dcseriptor, astroruni quoqne et pliilosophie doctissinins. Donde avrà ricavata
quest' ultìinjt notizia? <5 E 27 Statina Papinius Tolosanus, omnium Inter
lieroìcos Latinos, uno exccpto Virgilio, gravissinius studiosissiroaque
Vìrgilii ìniitatione alter quasi Virgilius. <" E 120 iuxt.i verbum
Clandiani: 'tolluntur in altum ut lapsu gravi ore rnant ' {in Jiuf. I 22-23).
^' E -50 Feci autem elegiaco, ut decet, Carmine, varia epigrammata sive, ut
verbo viilgatiori utar, epitaphia... Qnedam binis clausi versibns, qnedam
qunternis et nonnulla senis, qui nunierus in epitaphio, si morem veterum
sequimur, exccdi non debct. Avrà veduto gli epitafti dei dodici Sapienti su
Cicerone ? *^ 0 169 qui (lulius Cesar) in gestis suis inserere non erubuit '
totius fiallie consensu! non modo Koinanorum pottsntiani .sed ne ipsum quidera
to- tum pos.se orbem resistere ' {B. G. VII 29). E 254 que, authore lulio
Cesare, non i)cr dolos aut insidias solet b(!lla gerere ; Gallorinn enim, ut
ille ait, est aperta virtnte i>reliari, non frandulentis nstntiis (Ti. G. 1
13). Questi due passi non sono in Aimoin» llist. frane. ^Migne P. L. X39,
632-7). <■' 0 78 amicorum est idem velie idemque nolle {Cat. 20, 4); E 48, 146.
M O 172; E 147 Campane delitie (XXIII 18), 211 Foticiorum (IX 29). ^' A' 261
posscm recenscre Antioclinm regera potentissimum... (IV I Ext. 9), 5- E 82 ut
refert lulins Frontinus in libro StratagiMiiatum, Komauis quondam adversus
fiennanos bellum gerentilfus Lingonas I,XX mìlia pugna- toruin in anxilium
niiserunt (Strat. IV 3, 14). ^' E 48 Meas frequonter exigis litteras, niliil
autem liabeo quod sfri- bam, nisì que amicorum inter se communia suiit : valeo
bene et opto te R. Sabbadini. Le ficoperte dei codici, 6 82 PEANCIA (cap. Il
lio,^' Apuleio,^^ Pomponio Mela,^ Elio Donato (l'^rs)," Servio
commentatore di Vergilio,^^ Macrobio {Saturn.),^^ Marziano Capella col commento
di Eemigio/''' ora codice Parigino 8674. Di Seneca padre e figlio, da lui
confusi in una sola per- sona, conosce tutte le opere prosastiche e
poetiche."^ Notevole il giudizio sul carattere 'breve e commatico'^^ dello
stile delle Epistole. Con Cicerone ha molta familiarità. Dei trattati rettorici
adoperava il De invent.P il De orat.,^^ oltre la ps. ciceroniana Rhet. ad
Heren.,^'" che è presentemente nel codice 15559 di Brussella. Un buon
manipolo di opere filosofiche : il similiter bene valere (Plin. Kfist. I 11;
Senee. Epist.lh, 1, ma s'avvicina pivi a Plinio) ; E 122 aveva veduto le Episi.
presso il Col. ^ i? 114 ' Comes ìlle facundus', qui iuxta proverbium I.aberii '
mihi in vìa prò vehieulo fuit' (Geli. XVII U, il proverbio è di Publìlio Siro,
ma ivi Gelilo nomina anche Laberìo). 55 E 26 Afer fuit Apuleus Madaurensis
ìUustris orator et Inter plato- nicos philosophos fama clarissimus, cuius
pulclierrime extant orationes, (De magia o Apologia) qnibus de magica arte sibi
obiecta se coram iudi- cibus expurgat, quas me aliquando legisse nemini. 5S E
26 illic Pomponius Mela antiquus cosmographus totius orbia situm et ambitum
brevissima et pulcheirima descriptione complexus. 5' E 14 Si Donatum consulas,
solecismum illic esse reperies. 5'* J? 42 illud Yirgillanum : 'omnia fert etas, animum
quoque' (Ecì. IX 51). Quod si dixeris vatcm per hee verba sensisse animi
viresque me- morie per longevitatem auferri et quodammodo extinguì, scio et
pasto- rem cuius verba sunt ad hunc quem profers sensum illa dixisse et ita in
commentariis solere exponì (Serv. Ecì. IX 51). ^"^ E 39 illorum (oculorum)
memor, quos Virgilius texta filis Home- rieis descriptione (Saturn. V 2 e 4).
<* E 188 Vidit hee allquantula ex parte Martianus Capella qui Mercu- rium
Philologie coniugio copulai. •J' E 26 Anneus Seneca Cordubensìs, nobilis inter
stoicos philosophos, orator in declamatoriis, vates in tragediis, cuius sole
hodie apud Latinos supersunt tragedie ; E TS ' non magna, inquit (Alexander),
cura laboro quid aut quantum te acciperc deceat scd quid et quantum me dare '
(Ben. De benef. Il 16, 1). 6' .E 95 epistole
Annei Senece, qui suo brevi et commatico ge- nere dicendi moralia virtutum
documenta ex Stoicorum pertica delibata nobis tradii. <>3 E 29 Tallianam
rhetoricam ; E 345 eloquentiam sine sapientia... (Ve inv. I n. 6< Fj 12
Tulliua in libro de oratore... (I S) ; £28 in libro autem de ora- tore (I 11).
« Sic me Cicero... (ad Her. Ili IO). C'iP- ") De amic.,'^ il De sen./''' le Tuscul.,^^ il Be
off.,'^'> il De leg.'" Delle Epistole cita solo le fam.^^ e doveva
essere il corpo dei primi otto libri, quello medesimo noto al Montrenil. Le
orazioni di Cicerone egli studiò con amore e su di esse anziché sui precetti
delle sue opere rettoriche formò il proprio stile.''^ Dalle citazioni si
apprende che conosceva le Catil.,''^ le Philipp.,''* la p. Mil.,"'^ la p.
Arch.,'"^ la^). Ligario'''' e Be prov. constdar?^ ''*'' 0 43 solem e
tnnndo illos tollere dixìt Cicero (De amie. 47); ES2 Cicero... modiuni sali.s
(67). <•>' i' 46, K 229 piitat Cicero {De sen. 66). s* O 46 qtiis non
luce clariiis vìdeat {Taso. I 90); E 28. 6' E 22 dixisse piito Ciceroneni (De
off. I 46); E 24 Cicero neminem pntat (7)e off. I 46). ■•'' 0 161 Tulliana
verba ab eo in Ilbris de legibus scripta: ' eo perni- ciosins de re publica
merentnr vitiosi principes '... {De leg. Ili 32). " 7<,'86 ' lolianni
suo carlss. Nicolaus salutem dlcit'. Nosti suas Ciceronem episfola.stali morcordlri;
/'y'95 lege Tullianas epistolas et illas malore ex parte videbis de sua aut
amlcoriim suorum re domestica conscriptas : et tamen ille epistole pluris apud
plerosque estimautur quam epistole Aiinei Senece... '* E 20 hoc certissime...
adstruere audeo, legendìs Tullianis orationìbus quam legenda ipsius arte longe
plus me eloquentia profceisse. "' A' 13 Quìs fulminantem... Ciceronem nnnc
ferret... in Catilinam?; E 74 qnos sentinam rei pnbliee Cicero vocat {Catti. II
7). ''* E Vi Qnis fulminantem in Marcum Antonium Ciceronem nunc ferret?; E 131
possem... ea uti defensione qua adversus M. Antonium Cicero utitur..., 'quam
multa, inquit, solent esse in amicoruui litferis, que si palam apud alios
recitentur inepta videantur' {Phil. 117); 7? 260 testis est Cicero antiqui poete
sententiam memorans : 'male parta male dilabuutur ' {Vhih II G5). "s E 254
silent leges inter arma, ut ait Cicero (p. Mil. 11) ; E 13 Qnis fulminantem...
Ciceronem nunc ferret... in Clodium? Qui si potrebbe inten- dere anche
l'orazione de domo. ■f' E 21 ' Hec preterea studia, ut ait Cicero,
adolcscentiam exercent (agunt codd.), senectutem oblectant, secundas res
ornant, adversis prefu- gium atque solatìum prebent, delectant domi, non
impcdiunt foris, pernoc- tant nobiscum, peregiinantur rusticantur ' {p. Arch.
16) ; E 28 in oratione quam prò Licinio Archia scripsit, 'sic, inquit, a summis
hominibus erudi- tissimlsque accepimus ceterarum rerum studia et doctrina et
preceptis et arte constare, poetam natura ipsa (manca radere) et mentis viribus
excitari et quasi divino quodam spiritu inflari ' (§ 18). " E 156 Unde
Tullins ad lulium Cesarem, qui de insigni clementia maxime commendatur in
oratione prò Q. I.igario, ita loquitur: 'nulla de virtutibus tuis pluris nec
adraìrabilior nec gratior misericordia est; homi- nes enini ad deum nulla re
propius acccdunt quam salutem hominibus dando, niliil habet nec fortuna tua
maius quam ut possis nec natnra me- lius quàm ut velis servare quaniplurimos '
(§ 37-38). '" O 170 Cicero de provinciìa consularibus testatas est neminem
unquam . 84 FRANCIA cap. Il) Ci resta a dire dei due autori, la cui scoperta
costituisce il principal merito del Clémangis : Quintiliano integro e Do- nato
coinnientatore di Terenzio. Ecco i luoghi nei quali il Clémangis parla di
Quintiliano: Artis precepta, qiie me quoque apud... Quintilìannm legisse
confiteor... "' Cum inulta (vitia) ipsi etiani Ciceroni a suis fnerunt
emulia, Quìnti- liauo teste (XII 1, U-22), obiecta.»' Hìne est quod Cato ille
supcrior, magnng vir ac doctissimus, oratorem diffiniens ait : orator est vir
bonus dicendi peritus: ubi... non primnm po- suit dicendi peritiam sed viri
bonitateni (Quinti). XII 1, 1).*" De poetlcis autein est locus apud
Quintilianum in libro De oratoria in- stltutione, ubi in omnium genere poematum
Romanos et Grecos poetas invicem comparat (X 1, 46-72; 85-100), sola dempta
satyra, que 'tota la- tina est' (8 93)... Neque eniin audct Virgilium, qui
summns Inter Romanos est (§ 85), aut in bucolico cannine Theocrito equare ant
Homero in lieroieo (§86) nec Terentinm comicum Menandro : 'quo in genere dicit
I-atinos maxime claudicare' (§ 98), cum lingna latina, nt ait, non sit cap.Tx
illius attico vcnustatis, quam greca servat comedia (§ 100)... Nec pretcrea
Actium Pacuvinmque tragicos (§ 97) Sophocli aut Kurupidi, nec Horatium lyricnni
Pindaro... Quin etiam precipuos romane historie scriptores Salustium et Ti- tum
Livìum Tnchitidi ac Herodoto grecis Iiistoricis componens, illis quo- dammodo
adsimulare, non autem penitus audct equare (§ 101)...*'- Varus (Verg. Kcl. IX 35) autem
iste tragìcus extitit, quem cuilibet audet Greco- rum Quintilianus opponere (§
98).*-'' ...ut quidam illorum scripserint ' mnsas
ipsas si latine loqni vellent, Plautino maxime usuras eloquio' (Quintil. X 1,
99).** Come si vede il Clémangis conosceva il capitolo primo del libro X di
Quintiliano dal § 46 al 101 : basterà ora rammen- tare che i codici mutili nel
detto luogo comiuciano dal § 108. h'Epist. V, dalla quale abbiamo tratto la
maggior messe di notizie, è indirizzata al cardinale Galeotto di Pietramala,
sapienter de re p. cogitasse qui non iam inde a principio Romani imperii
Galliam maxime timendani putaverit... Addit preterea bec verba : ' Alpibus
Italiam niunierat antea natura non sine aliquo nnmine (leggi numinum) munere ;
nam si ille aditus Gallorum ìnliumanitati et multitudiui pafnisset, nunquam hec
urbs summo imperio domicilium ac sedem prebuisset ' (S 34). ■9 Epist. IV p. 20. *» Kpist.
Ili p. 11. *' Kpist. IV p. 22. S' Epist. V p. 25. 83 Epist. V p. 28. 84 Epist.
CXV p. 818. cap. II) NICOLA DI CLEMANGIS 86 morto nel
1397: perciò prima di quell'anno il Clémangis pos- sedeva un Quintiliano
integro. Fu creduto e affermato che in Francia non esistessero co- dici
completi di Quintiliano ; ma due manoscritti parigini, il 7231 e il 7696, del secolo
xii, recano un frammento del libro X (X 1, 46-131), che manca negli esemplari
mutili, quel fram- mento che contiene i passi citati dal Clcmangis. Uno dei
due, il 7696, proviene dal monastero di Fleury-sur-Loire; *^ donde la
presunzione che a Fleury avessero anche il testo intero. Escludiamo che il
Clémangis si fosse imbattuto in uno di quei due frammenti, perché senza dubbio
egli possedeva di Quin- tiliano assai maggior materia che ivi non fosse.
D'altra parte la scoperta di un Quintiliano integro in Francia riceve con-
ferma da ciò che s'è già detto (p. 60) sul conto dell'Arese. Anche per Donato
poniamo a principal fondamento VEpist. V del Clémangis, che per essere scritta
al cardinale Galeotto si appalesa anteriore all'anno 1397. Di fronte alle parole
del- l'umanista francese collochiamo quelle di Donato.^^ CLEHiHais. Domito.
Nunquid ronianus fuit Terentius, totitis latine comedie longe ante alios
princeps, qni licet vetustissimus sit, utpote qui tempore belli punici se- pag.
3, 5 cum inter flnem secundi cundl clariiisse dicitur, tam excel- punici
belli... lenter tamen tamque eleganter in illa antiqiiitate scripsit, ut
omnibus fere posteris latinis et facultatem et voluntatem describende comedie
ade- iiierit. Ncque enim post illnm alias scribereaususest, unotantuni dempto
pag. 8, 15 Iinnc Afranius quidem Affranlo, qui de Terentìi super alios omnibus
comicis praefert, scribens excellentiahunc ternarium iambicum in Compitalibus:
Terentio non simi- in Compitalibus scripsit: Terentio lem dices quempiam.^' non
similem diccs quemplam. Qua autem Terentius ipsc patria fuerit, '*= M. F. Quintiliani De instit.
orai, liber priinus par Ch. Fierville,
Paris 1890, LXXXII-LXXXVI. "6 Nell'edizione del Wessner, Lipsiae 1902. *'
Non trovo nulla da correggere in questo verso, che presso il Wes.iner suona : '
Terenti num similem dicetis quempiam ? ' Tutti i codici danno dicens. 86
FRANCIA cap. II) fabiilarum siiarum titilli indiraiit, in qiiibus Afer et
CliartaBinensis inscri- bitiir. Quod si illuni propterca roina- niim censeii
Uebere contcndiint, qiiod captlviis est ex Carthagine, ut non- nulli aÌHiit,
Romani perductus...*** png. 3, 4 quidam captuin egse esi- sti inant... Servus
in Eunnclio, domini no- mine ancillam daturus de remotis- sima illain
comniendat regione: Kx Ktliiopia usque est aucilla hec.*'-' Senex ille qui apud
Comicum sa- pieiiter liis verbis pliilosopliatur : ' Oinncs cuni secunde rea
sunt ma- xime nieditari secum oportet quo pacto adversam fortunam ferant, pe-
ricnla exilin dainna '. Etscquitur: ' Percgre redieris semper cogites aut fìlli
peccatum aut uxoria mortem aut morbum filie: communìa esse hec et fieri posse
ut ne quid animo sit no- vum quidque preter spein evenerit, omne ìd deputare in
lucro'. Super quo Donatua in Commentario: ' bona, iuquit, sententia: nionet
tuin maxime aapienti metuendum, quo tempore maxime securus est stultus \'-*>
Eun. Ili 2, 18 'usque' addituin est, ut longinquitas monstraretur... Ex
Aethiopia est usque haec ostendit quid sit ex Aetliiopia, addendo ' us- que',
ut ex longinquitate dignitas muneris pouderetur. Phor. II 1,11. Et bona
sententia: tuni maxime aapienti mctucndnni, quo tempore maxime securus est
stultus. Una poraione, purtroppo un'ausa! piccola porzione, del com- mento
trovato dal Clcmangis si conserva nel codice Ambros. L 53 sup.^' Il codice e di
mano francese del principio del se- colo XV e appartenne al Pizolpasso, il
quale negli anni 1420-22 fu vescovo di Dax e se lo portò seco al ritorno di
Francia in Italia: questo giova a stabilire che fu copiato nel primo ven- tennio
del secolo. Ma cbi lo scrisse non era un amanuense di professione, sibbene un
dotto, che compilò per proprio uso uno zibaldone classico-umauistico. 11 codice
infatti contiene estratti ■« Episl. V p. 25-26. "" Epiai. LVII p.
159. '«> Epist. LXXX p. 242. i" Scoperte 120-121. cap. Il) NICOLA DI
CLEMANGIS dalle chiose di Nicola Trivelli alle tragedie di Seneca, estratti
dalle Variae di Cassiodoro, dal De re milit. di Vegezio, dal- Vexpositio
Terentii medievale e dal commento di Donato, più un passo della Nat. Ristor.^
di Plinio, inoltre lo ps. Seneca Be remediis fortuitoriim, la Catilinaria e la
Giugurtina di Sallustio e la vita petrarchesca di Terenzio. Sull'interno dei
due cartoni stanno frammenti di una composizione medievale in distici. Perciò
il compilatore disponeva dì un buon numero di testi e doveva essere in intimi
rapporti col Clémaugis. * * * Qui finisce la nostra rassegna del rinascimento
classico francese : rassegna la quale dimostra, vogliamo sperare, che la
Francia ebbe germi propri di una cultura nuova. Quei germi furono fecondati nel
contatto con gli italiani che anda- vano in Francia mossi da ragioni di studio
e più che altro attratti dalla presenza della curia pontificia in Avignone ; e
fecondati e sviluppati produssero rigogliosi frutti per opera massimamente del
Montreuil e del Clémangis: i due sommi campioni dell' umanismo francese, che
possono sostenere il con- fronto di qualsiasi umanista italiano. E in quei due
io rav- viso i rappresentanti di due indirizzi diversi. Il Montreuil di- pende
in principio dagli italiani, pur avendoli in processo di tempo emulati e in
certi rispetti superati. Il Clémangis, auto- didacta, spirito solitario e
sdegnoso dell'aiuto altrui, batté vie proprie, ricollegandosi al suo
connazionale Geroud d'Abbeville e iniziando un movimento umanistico francese
indipendente, vuoi nella cura delia forma vuoi nella ricerca dei codici. Pur-
troppo l'opera sua geniale fu dalle turbolenze civili bruscamente e miseramente
travolta e troncata; talché quando la Francia, un secolo dopo, volle rientrare
nella via dell'umanismo, do- vette ricalcare le tracce degli italiani. "• f. 99» Plinius. Itaque
hercle Itnpunitas summa est {N. H. XXIX 17-18). CAPITOLO III Italia. Verona. Verona possedeva nel Capitolo del duomo una delle più
ricche e preziose biblioteche medievali. Ad essa aveva lar- p;amente attinto
nel secolo ix il vescovo Katerio, che vi lesse Catullo e gli epistolari di
Cicerone (ad Atl.) e di Plinio il p;iovine;^ ma in maggior misura vi attinseio
i veronesi nella prima metà del secolo xiv, quando stava per sorgere il rinno-
vamento classico. Di Guglielmo da Pastrengo, il pili illustre, ho già discorso
a lungo ; * su altri tre, degni di particolar men- zione, m'intratterrò qui: il
mansionario della cattedrale Gio- vanni de Matociis, l'anonimo florilegista e
Piero di Dante. Il mansionario Giovanni , morto nel dicembre del 1337, compose
tra il 130G e il 1320 la Historia imperialis, una va- sta cronaca che va da
Augusto a Carlo Magno, per la quale ebbe a consultare molte scritture sacre e
profane. Per la sua professione religiosa era naturale che gli fossero
familiari gli scrittori cristiani e perciò troviamo frequenti citazioni da Gi-
rolamo, * Ambrogio, Agostino, Gregorio Magno, Boezio, Pela- gio {super
epistolas Pauli), Giovanni il Qrisostomo (Epistolae), ' Cfr. K. Lohraayer in Rìieinisch.
Mus. UVIII, 1903, 471. « Scopate 4-20. ' A. Avena Guglielmo da Pastrengo e
gliinUi dell'umanesimo in Ve- rona, Verona 1907 (estratto dagli Atti
dell'Accademia d'agr. sciente lett. di Verona IV, VII 1906), 34-49. Do i
risultati dell'Avena, richiamando solo eccezionalmente le singole pagine. cap.
Ili) GIOVANNI DE MATOCIIS 89 Gregorio Nisseno {De anima). Cure speciali dedicò
agli opu- scoli di S. Zenone suo concittadino.' Non mancava di una certa
cultura letteraria e gli sono noti Prisciano maggiore e minore, le Etymologiae
di Isidoro e le Mitologiae di Fulgenzio; ma mostra poca dimestichezza coi poeti
; avrà senza dubbio letto p. e. Vergilio, Lucano, Stazio, ma cita solamente
Ovidio ^ (Fast, e Amor.). Invece ado- pera un discreto groppo di storici :
Livio, Svetonio, Giustino, Solino, Eutropio, il Ve viris illustribus (nella
redazione am- pliata) attribuito a Plinio il giovine,^ Orosio, Cassiodoro, Eu-
sebio, Kufino e le famose collezioni degli Ada conciliorum, che formavano e
formano ancora uno dei più grandi tesori della Capitolare.''^ Ebbe tra le mani
Y Historia Angusta nel famoso codice, coni' io credo, ora Vatic. Palat. 899,
che veri- similmente vide nel Capitolo. Egli s'accorse, e forse per il primo,
del disordine che il testo presentava in alcune vite* o non è improbabile che o
dalla mano sna o di altro veronese provengano le note marginali del secolo xiv
che ristabiliscono in parte l'ordine della narrazione.^ Come tra gli autori
cristiani ebbe a cuore massimamente S. Zenone, cosi tra i pagani attrassero
soprattutto la sua at- tenzione i due Pliui. Quando scriveva VHistoria
impcrialis, ossia prima del 1320, egli conosceva indirettamente o almeno *
Avena id. 40. s Id. 38. (• 'icv'wK nKWAdnotatio de duohus l'iiniis: Fccit ctiam
Plinins... li- brimi viiornm illustiiiini a Proca rege Albaiioriiin iisque ad
Cleopatrani in nonagìnta octo capitulis, secuiulum ipsornni viroriini numeruni,
in quo vitas ipsorum et merita mirabili et aperta brevit.ite describit (Merrill
p. 188, Ci- polla p. 762). La notizia è importante. I.a redazione comune
comprende 77 vite e finisce con Pompeo ; la redazione integra, tramandataci da
due soli codici (il Bruxell. 9755-63 e l'Oxon. Canon, mise. lat. 131, Scoperte
186), comprende 86 vite e termina, come il codice del mansionario, con Cleopa-
tra. La dìfterenza nel numero delle vite dipenderà da un diverso modo di
contare i personaggi descritti. Cfr. S. Aurelii Victoris Liber de Caesari- bus
ecc., ree. P. Pichlmayr, Mpsiae 1911, p. XIII. ' Avena 45. Cfr. sopra pag. 33.
*< Trovò ' valde corruptam et confusam ' la vita di Alessandro Severo e
'valde confusam et discordem ' quella di Gallieno (Avena 35). ^ P. de Nolliac
Pétrarque et l'huinanisme li 50. 90 VERONA (cap. IH assai poco i due autori,
che confondeva come fece costante- mente il medio evo in una persona sola, sui
quali dava una notizia desunta da una cronaca (ut in quadam ystoria le^itur).
Pili tardi esaminando il cenno biografico di Svetonio premesso alla Natur.
Histor. del vecchio Plinio e l'epistolario di Plinio il giovine, fu posto in
grado di distinguere nettamente le due persone e di procacciarsi su ciascuna
informazioni più precise. 11 testo dell'epistolario venne da lui certamente
trovato nella Capitolare ed era quello l'archetipo della famiglia chiamata dai
critici degli otto libri. Egli dettò in quell'occasione una dissertazioncella
col titolo Brevis adnotatio de duobtis Pliniis Veronensibiis ex tnultis hic
collecta, che premise verisimil- mcnte all'archetipo capitolare e che di là fu
poi ricopiata quando isolatamente quando in testa alle epistole. Il mansio-
nario corresse gli errori vecchi sui due Plini, ma ne introdusse lino nuovo,
che fossero cioè entrambi veronesi.^' Il FLOBILEGISTA DEL 1329 Il codice della
Capitolare di Verona reca all'ultimo (f. 27) questa sottoscrizione : '
Expliciunt Flores mo- ralium atoritatum maxime Utilitatis et honoris sub brevi
Inter- vallo conditi per me (seguono sei punti disposti a stella e un'V). In
hoc lassum opere laborando. Sub anno xpisti Imperantis, mil- lesimo, bis centum
lunctis centumque triginta, minua uno'.' '0 La Brevis a(lnotalio fu
recentemente ripubblicata da C. Cipolla in Miscellanea Ceriani, Milano 1910,
758-63 e da E. Truesdell Merrill in Clas- sical Philology V, 1910,186-188. Ivi
il mansionario cita tra le opere di Plinio il giovine due titoli, che non so
donde abbia desunti : De institutione ar- tium liberalium libros septem; De
tripartitione orbis librossex. 11 Merrill si studia di dimostrare che il mansionario
conosceva l'epistolario anche quando componeva V Hislor. imper. (ib. 177-181);
ma le sue ragioni non sono adatte a persuadere interamente. Sul cod. Capitolare
dell'epistolario clr. anche K. Lohmayer in Hhein. Museum T,VI11, 1901, 467-471.
Che il man- sionario sia stato il primo ad assegnare a Verona i due Plini, è
affermato dal Della Torre Rezzonico Disquù-iiliones l'iinianae I 4. ' La
sottoscrizione fu pubblicata più volte (dal Detlefscn in Jahrbii- cher far
class. Philol. 1863 p. 552, da W. Meyer Die Sammlungen der Spruchverse des
Publilius Syrus, Leipzig 1877, 66, da A. Avena op. cit. 80), cap. HI) IL,
FLORILEGISTA DEL 1329 91 Sbrogliato dalle pastoie della forma esce fuori netto
il 1329 quale anno della compilazione; ma il nome del compilatore rimarrà forse
per sempre celato sotto quei sei punti disposti a stella e sotto la sigla ' V
'. Rassegniamoci pertanto a ignorare l'autore e occupiamoci dell'opera.
Cominceremo dall'accennare gli estratti dagli autori greci tradotti. Di Platone
conosce il Timaeus, tradotto e commen- tato da Calcidio;^ di Aristotile, sedici
opere, ^ tra cui gli Oeconomica, traslatati da poco (nel 1294). ^ Ha alla mano
le Antiquitates, De bello iud. e Cantra Apionem di Giuseppe Flavio,^ Egesippo,
•* Giovanni il Crisostomo super epistola ad Hebraeos,'' VEcclesiast. historìa
di Eusebio con la continua- zione di Rufino,* le Sentenze di Sisto,^ Esopo
nella parafrasi metrica di Romolo,^" le Exhortationes ad Demonicum di Iso-
crate. ^1 II libro del Burlaeus De vita et moribus^hilosopho- rum non era ancor
giunto a Verona o meglio non era ancora stato pubblicato, sicché il nostro
florilegista non da esso at- tinge le massime dei filosofi, ma dalla fonte
comune,!"^ che s'è perduta (cf. sopra p. 41). m.i (la nessuno parmi esattamente.
Il codice presumibilmente dalla casa dell'autore passò presso i Del Monte, uno
dei quali ci segnò la nascita di sette suoi figlioli; la primogenita nacque nel
1488. Solo più tardi sarà en- trato nella biblioteca della Cattedrale. L'opera
comprende tre libri, suddi- visi in capitoli. 2 f. 3, 7, 13v Plato in Intlraeo,
14v Plato in Tymeo; f. S^Calcideus super Timeo ecc. Non gli erano noti il
Meuone e il Fedone tradotti dall'Aristippo. ' Avena op. cit. p. 42. * {. 15
Aristotiles in ycono(micis). s f. 3, 10', 17 ecc. 8 f. 1" ecc. ' f. IV . 8
f. IOt , 12 ecc. " f. 12v
Sistns philosopliHS : ' etiam in mìnimis caute age '. "' f. 6v . " f.
6 (I)socrates libro exhortationum : ' i'idelis esto diis non tantum ymolans sed
in iureiuraudo perseverans; illud .enim iuditium""operum est, lioc
vero probitatis signuin ' ; f. I5v (I)socrates: ' Consiliare diutius, eflice
vero consiliata velocins. Sic autem ad penìtus consiliandum incitaberis, si
calamitates provenientes ex consilii carenila prospexerìs ; nam et sanitatis
servande magis sumus seduti cum n\iseri8 langores animadvertimus '. '2 Coincidono col Burlaeus p. e. le seguenti : f. 1»
Solon : ' deos lionora ' (Buri. p. 18); f. 14^ Talcs milesius : ' velocissimum
entium est intellectus, 92 VERONA ,,p „j) Troviamo frequentemente nominato
losep in 1", in 2°, in 3° Ylliados, '^ che non è autore antico : si tratta
del poeta in- glese losepii Iscaiins del aec. xii, che ridusse in versi la
prosa di Darete De excidio Troiae. " Numerose e importanti sono le
citazioni dai poeti latini. Di Plauto non ha letto nessuna commedia, eccettuato
il Que- rolus, che è una riduzione posteriore dell'^lM/w^ana; ''■ ma in
compenso sovrabbonda negli estratti da tutte le comme- die di Terenzio.!"
Adopeia tutto Vergilio (meno V Appendix), tutto Orazio,!" tutto Ovidio,
'^^ Lucano, i due poemi di Sta- zio, Giovenale,!^ i Disticka di Catone. ^^ Gli
è noto Mar- ziale, ^i poco divulgato nel medio evo. Cosi reca molti passi da
Claudiano, fornitigli isAVopus maius,^'^ il che potrebbe signifi- passim otenim
curri t ' (Buri. p. 10); f. 10 Cleobolus: 'dilìge scientiani, ignorantiam fiige
' (Buri. p. 42); f. 15 Socrate» : ' velox consiliuiii scqiilfur pcnitentia'
(Buri. p. 126); f. 24 Plato : ' non liabites terram in qua sniiiptiis lucruui
cxuperant et in qua mali prevalont bonis et ubi pluriinum.dcniini luentiuutur '
(Buri. p. 2241. Mancano al Burlaeas queste altre dne : f. 24 Teo- critus : '
veritas brevis est, ineDdatinm longuni ' ; f. 25» MeneTranes (Meno- plianes?):
'cuui illi quidam diceret : ille illius amicus est, cur ergo, inquit, ilio
divite ille pauper est? amicus non est qui fortune particeps non est ', le
quali ritornano in Caecilii Balbi De nugis phiìosophorum p. 24 e 29 (dal cod.
Monac. lat. 6292 del sec. x). Di questa di Demostene, f. 19» Dc- iiiostenes : '
Icx est cui omnes liomines decet obedire propter multa et va- ria et maxime
quia omnia lex est iuventio et donum dei; dogma autem omnium sapientuni,
cohercio delictorum voluntarioi-um et involuutariorum, secundum quam decet
vivere qui in civitate sunt ', non ho rinvenuto men- ziono altrove. Sulla questione
cfr. Wolfllin in Archiv fiir ìatein. Lexikogr. XV, 1908, 569-74. '•■' f. 1, 3v,
4, 6v, 7 ecc. •• Vedi l'edizione di Darete, FJpsiae 1873 (Mcister) p. XVlll-XX
e M. Ma- nitius in Mitteilunf/en der Gcsellsch. filr deutsche Ereiehung und
Schul- gesch., XVI, 1906, 2.-)0. '3 Citata sempre col titolo Plautus in
Auluìaria. "> Avena op. cit. 41. »" Id. 38. IX Id. 39. '" Id.
40. 2" Id. 39. " f. 1» Marcialis coqus (Mart. Vili 24, 3-6). Ma più spes-so clie il Mar- ziale antico, è citato il
suo imitatore inglese Godfrey di Wince8ter(m. 1107), autore di un Liber
proverbiorum, Avena 40. ^ I richiami sou fatti con uu numero progressivo :
Claadianus in primo cap. Ili) care che non gli fosse sfuggito nemmeno l'opus
minus o De rapiti Pros. Compariscono poi nei Flores poeti rimasti fino allora
sco- nosciuti. Le sentenze di Publilio Siro non furono interamente ignorate dal
medio evo, che le trovava nelle sillogi spesso ano- nime dei proverbi, ma il
nostro veronese potè attingere a una raccolta più ampia, poiché sedici delle
sentenze da lui tra- scritte non occorrono in altre fonti. ^' Da poco era
tornato alla luce Catullo : e il nostro florilegista è uno dei primi a ci- tarlo.^^
Nuovo era parimente Tibullo, da cui egli deriva tre passi.-^ E affatto nuovi
due tardivi poeti cristiani, l'uno Bloso Draconzio, dalla cui Jlomulea trae
quattro frammenti,^'' l'altro Creseonio Corippo, alla cui lohannis attinge nove
citazioni.^' E siamo ai prosatori latini. Ecco intanto un manipolo di storici:
Giulio Cesare, appellato col suo nome^^ e non con Maioris (f. 1", 2, 17»)
= In Ruf. 1 21-23; 86-S7 ; 215-19; Clandianns in 2 Cf. 20) = In Buf. II 230;
Claudianus in 4 (f. 4) = J)e IV cons. Iloti. 220- 27; Claudianus in V (f. 4»,
16») = Panegyr. Manìii Theod. 1-8; 189-97; Claudius iu sexto (f. 6v) = De bello
Goth. 72-73; Claudianus in VIIl(f. lOv, 12V) = In Eutrop. li 5-6; 7-8;
Claudianus in malori libro IO (f. 16») = De prim. cons. Stil. II 103-105.
Questa distribuzione non coincide con nessuna di quelle stabilite dal Birt
nella sua edizione (Monum, Germ.hist., Auct. antiquiss. X) p. CXXIX-CX.\XIII.
23 W. Meyer op. cit. 48-49, 61-66, dove sono dati molti estratti del cod.
Veronese. 2< f. IQv Catullus ad Varum (XXK 19-21). 25 f. 1 Tibulus in libro
de felicitate pauperis vite: ' Ne tibi cell>indì spes 8it peccare paranti
Kst deus ocnltos qui vetat esse dolos. Ipse deos sonino domitos emittere voceni
Cogit et invi (sic) fata tegenda loqui ' (I 9, 23-24; 27-28); f. 24 Tibulus: '
Nec iurare time ; Veneris periuria venti Irrita per terras et lon^a fri!ta
ferunt ' I 4, 21-22); Idem: ' Ha niiser et siquis primo periuria celiat Sera
tamen tacitis pena venit pedibus ' (I 9,3-4). Credo che non da nn florilegio,
ma da un testo intiero egli copiasse; almeno ne- gli Excerpta parigini (Rhein.
Mus. XXV, 1870, :381-392) manca il passo I 4, 21-22 da lui recato. Cfr.
Scoperte 22. 2c Scoperte 2. -" Della lohannis s'è .salvato un solo codice,
il Trivulziano 686, che è diverso dal Veronese, il quale non divideva la
materia in otto libri, ma in sette; anche nelle lezioni c'erano differenze,
cfr. 0. Lòwe in Rhein. Mus. XX.KIV, 1879, 138-140, dove son pubblicati tutti i
nove estratti dei Flores. 28 f. 15» lulius Cesar libro IMI de bello Gallico; f.
16 lulius Cesar in primo do civilli bello. 94 VERONA cap. Ili) quello di Giulio
Celso; Sallustio;*" Livio ;^" Valerio Massimo,^' Curzio Rufo col
titolo di Alexandreis,'^^ PJutropio nella reda- zione di Paolo Diacono,''^ V
Ilistoria Augusta,^^ Orosio^^ e Dieti con la denominazione di Yiias?^ Fra gli
altri jnosatori accanto ai più comuni, quali i due Seneca,^^ Apuleio,^'
Frontino, Vefi^ezio,^'' Macrobio ^" {Safur. e Somn.), il Digestum,^^ ci si
presentano alcuni meno di- vulgati: Varrone Ber. rust.''^ con le Sentenliae ps.
varro- 29 f. iSv SaUistius in Catilinario; f. 4 Salustìus de lugiirtino bello:
e cosi sempre; f. 9v Saliistiu.s libro de lugiirtino bello (3, 3) ha la lezione
' summe demciitie est ' ignota ai eodici, clie danno ' extremae '. 3" Le
tre deche sono citate col numero progressivo dei libri, p. e. f. lOv Titns
Livius libro XXX: ' preterita magis reprehendi poesunt qnam corrigi ' (XXX 30,
7). 3' Avena 34. 32 f. 1 Quintus Ciircius in V Alexandreidos, f. 9» Curtius Ruffus
in Vili Alexandreidos ecc. " f. 5 Paulus dyaconus in Istoria Romanorum.
3< f. 3» Flavius Vopiscus in vita Aureliani : ' Neque enim prius qnam
aliquando ad sumam rerum pervenit qui non a prima etate gradibus vir- tutis
ascenderli' (II p. 145 Peter); f. 5v Flaviiis Vopiscus in vita Firmi, Sa-
turnini etc. (sic): ' Francis familiare est ridendo fldem frangere ' (II p.
212); f. II Vulcacius Galli(canus) in vita Avidii Cassii imperanfis: ' Ncque
enim milites regi possunt nisi vetere disciplina' (I p. 81-82); f. 13 lulius
Ca- pitolinus in vita Anthonini : ' Permitte illi ut homo sit ncque ei vel phy-
losopliia vel imperium tollit affecttis ' (1 p. 41); f. 16v luIius Capitolinus:
' Kquius est ut ego M. Anthonins tot talium amicorum consilium seqnar quam tot
tales amici meam unius voluntatem sequantur ' (I p. 62); f. 18 Elius Spartianns
in vita Peseni tyranni : ' ludex nec dare debct nec acci- pere ' (I p. 149). Il
florilegisfa studiò VHist. Aug. sul ramoso codice, allora Veronese, ora Vatic.
Palat. 899. 35 Avena 48. 30 f. 8 ecc. Ditis libro 2 yllados. 37 Del padre
conosce le cosiddette Declamationes, del figlio i Dialoffi, il De eleni., i\ De
bene/., le Natur. Q., le /'.'pist., le Trag., Avena 3G; Inol- tre le opere
spurie De moribus f. 26, De quatuor virtutibus f. 8v, il liher Pfoverbiorum (.
Iv, 3', 5» ecc.; il lÀber VII arcium f. 2, 8>', 12», non è che VEpist. 88.
s« Metani, (o Asinus com'egli lo chiama), De deo Socr., Florid., Avena 37. 39
Avena 38. <» Avena 33, 37. <i f. Iv, ecc. *i f. Iv Marchus Varrò libro
primo Kusticorum : ' Qnoniam ut aiunt dei faclentes adiuvant, prius invocabo
cos ' (I 1, 4) ; f. 2 Varo in prinvo Rosti- cap. Ili) IL FLORILEGISTA DEL 1329
95 Diane, ""^ Petronio, ^^ Plinio il vecchio,'^ Plinio il
giovine,""' Quintiliano Instit. oratS' con le Causae o Declamationes
ps. quintilianee^^ e Gellio.''^ Kesta Cicerone, di cui sfogliò molte opere.
Delle rettoriche il De inventione^ e il De orat?^ (mutilo). Delle filosofiche
un numero cospicuo, tutte forse in un sol volume : il Be off.,^^ il De nat.
dcor.,^'^ le Tuscul.,^^ il I)e divin.,^'" il De leg.->^ il Be fin.,^''
il Be sen.,^ il Be amic.,^^ i Parad.,'^ il Somn. Scip.^^ carum rerum : ' Nobia
enim ad agrìcultiiram dedìt natura experientìam et imitationem ' (I 18) ; f. 8»
Marcus Varo in secundo rerum rusticarum : ' Nenio enim omnia seire poteat ' (II
1, 2). <•' GÌ! estratti veronesi sono stati per la prima volta adoperati
nella recente edizione di P. Germanu Die sogenannten Sententiae Varronis, Pa-
derborn 1910, 26. ** f. 8 Petronins : ' Raram facit mixturam cum sapientia
forma ' (e. 94); f. 27 Petronins : ' Cum fortuna manet vultum servatis amici,
Cum cecidit, turpi vertitis ora fuga ' (e. 80). ■•^ f. 2 Plinius libro 8
Naturalis ystorie; 7 Plinius in XI Naturalis ygto- rie ecc. w Gli estratti
dall'epistolario furono pubblicati integralmente da E. Truesdell Merrill in
Classical Phiìoìogy V, 1910, 183-186. *' f. 11 Quintillianus libro de oratoriis
institntionibus : 'Si studiis sco- las prodesse, moribus autem nocere
constaret, pocior mihi ratio vivendi honeste quam vel optinie dicendi videretur
' (I 2, 3). ** Avena 36. <' 1,0 cita sempre nella seconda parte : f. 13v
Agellius libro Noctium atticarum = XIX i con la lezione spurcicius del cod. Q;
f. 6v Marcus Cato ccnsorius = XIII 18, 1 con la lez. agunt ài Q; t. 13v
Affranius libro to gatorum = XIII 8, 4-5; f. 14v Paeuvins = XIV 1, 34; f. 24
Publius Nigìdius = XI 11. Lo nomina, come si vede, direttamente una sola volta.
•* f. 8v Tulius in primo prime retliorice ecc. ^' f. 19 Tulius in primo de
oratore : ' Plura enim multo iudicant Iiomi- nes odio amore aut cupiditate aut
iracnndia '... (II 178). Forse al De orai. andava connes.so il frammento
dell'Orator. Cita pure la Rhet ad Her., f. 7v Tulius in 3 secunde rcthorice
ecc. ^ f. ìRy, 17v, ifv^ 23» eco. ; traeva da nn codice della classe Z. ^' f 1,
4 ecc. 5' f. IV ecc. !'5 f. 3, lOv ecc. 56 f. 3v, 16, 23. ^'' f. 9 ecc. 5» f. 2
ecc. ^' f. 4 ecc. «<• f. 2v, 4 ecc. " f. Iv Tulius in VI de republica.
96 VERONA (cap. ili e gli Academ. posieriora,'^^ il cui testo era allora rarissimo.
Un discreto gruppo di orazioni : p. 3farcello,'^^ p. Deiotaro,'^^ De resp.
harusp.,^^ p. Balbo,^'^ p. Sestio^^ e le Fhilipp.'^^ Le due orazioni p. Balbo e
p. Sestio rimasero ignote al Petrarca. Dell'orazione spuria prò se di solito
intitolata pridie quam in exilium irei, reca due l)revi saggi.®'' Nel
florilegio compariscono inoltre due passi delle lettere di Cicerone ad. Br.: ed
è questa la prima volta che dopo pa- recchi secoli d'oblio risorge dalla
biblioteca del Capitolo ve- ronese la silloge epistolare ad Att., alla quale
andavano con- giunte le due sillogi minori ad Br. e ad Q. fr.''^ Per ultimo
ricorderò i principali autori cristiani adoperati dal fiorijegista :
Cipriano,'''' Lattanzio, Girolamo, Ambrogio, •s f. 12" Tuliu» libro de Aehadeniicis:
' Inepte quid (qnisquis codd.) Minervam docet ' (Acad. post. I 18). <'3 f.
10, 22 Tulius prò Marco Marcello. <>' f. 19 Tulius prò divinatore (sic):
' Nemo fere est qui su! peri- culi ìudex non sibi se equioreni quam reo prebeat
' (p. Deiot. 4). Le tre Cesariane andavano di solito insieme, sicché avrà
veduto anche la p. Ligario. <^ f. 7v Tulius de responsione aurus)>ieum.
•^ f. 5 Tulius prò Cornelio Balbo: ' Est lice scculi inaliti» (macnla COdd.)
qnedam atque labes virtuti velie inviderò ipsumqne florcm dignitatis in-
fringerc ' (§ 1")). ''^ f. 7 Tulius in oiatione prò Seftio: ' Multorum
animus viso (voltu codd.), flagitia parietibus te tejfuntur (tegebantur codd.)
sed hoc obstrnctio nec diuturna est nee obducta ut curiosis (curiosis om. codd.)
oculis per- spici non possi t ' (§ 22). <« f. 3, :tv, 4v, 8, 8v, l.'iv ecc.
; il libro XIV è citato come XllI, f. 4» Tn- lins XIII Philipen(si): 'Ut enim
cursn cursus fìt, sic in viris fortibns virtus virtnte superatur ' (XIV 18),
perché il suo codice era lacunoso tra il libro V e il VI. c;i f 4v 'rnlliis in
qiiadam oratione prò se: 'Si dnlcis est gloria consc- quere virtiitem, noli
labonmi oblcere ' (e. MI); f. 19v Tulins in qnadani oratioiK^ : ' Neiiio tani
facinorosa iiiventus est vita, ut non taiM(Mi iudicium prius seufentiis
convinceretur quam snpplicio a<liceretur ' (e. VII). "" f. 'J.'iv
Tulius in quadaui epistola ad Brutum : ' NichiI enim minns homiiiis videtur,
quam non rcspondcre in amore liiis a quibus provocere ' (I.K 6, 1 Sjó^ren) ; f.
10 Cicero libro :! epistolarum ad Brutum : ' Vieit amen- tia levissimi hominis
nostrani prudentiam ' (IX 2:),!)). .Snll' iinportaiiza della designazione
numerica liirro ;i cfr. 0. K. Sthmidt in Abhandì. der konigì. Siichsisch. Geseìlsrh. der
WissensrJi. x, 1887, 278-79. ^' f. 5, lOv De mortalilate; f. 12 Ad virginet; (.
17 De eccles. unitale; f. 10' De lapsis ; f. 23'" Ad (.De)metnanuin. Clip,
ni) ir. rr.oRiLKGtSTA del 1320 97 Agostino, iSidouio Apollinare, Boezio,
Ennodio, Cesario, Ilario di Poitiers, Isidoro, Cassiodoro."'' Di Cassiodoro cita anche l'opuscolo spurio De
amicitiaP Piero di Dante Piero di Dante scrisse il suo commento alla Commedia
del padre' negli anni 1340-1341, com'egli stesso avverte in più luogbi. Nel
canto xx del Purgatorio: ' tertia (genealogia Francorum regum) incipit a dicto
Ugone et huc usque, scilicet in 1310, fuernnt reges 19 ' ; nel vi del Paradiso:
' a nativitate Christi citra sunt 1340 '; nel xvi : ' et nunc in 1340 ' e nel
xxvi : ' a Cliristo hucusqne 1341 anni '. ^ Dal xx del Purgatorio perciò al XVI
del Paradiso stiamo sempre entro il limite del 1340; con gli ultimi canti del
Paradiso entriamo nel 1341. Di qui sembra ragionevole postulare un altr'anno
almeno, il 1339, per l'Inferno e il principio del Purgatorio: cosi assegneremo
alla composizione dell'intero commento tre anni: 1339-1341. Dante mori nel 1321
: ora considerando che ' iam diu ' era stato Piero eccitato a illustrare
l'opera paterna ^ e che egli 'din ' se ne schermi, * pos8Ìamo con fondamento
supporre che ab- bia posto mano ai lavori preparatorii sin dal 1335. In quel
tempo abitava a Verona, dove fermò stabile dimora dal 1332 al 1347."' '■'■
Ver tutti cfr. Avena 44-r,0. "•' f. a'iv, 26. Un beli 'esemplare di
quest'opuscolo è nel cod. Universit. di Bologna ISòO, iiieinbr. sec. xiv f. 14.
1 l'etri Alleglicrii Super Datiti^ Comoediam cominentarium cur. V. Nan- nucci,
Florentiae 1845. Piero compose una seconda (e forse una terza) re- dazione (lei
commento, la qnale è certamente posteriore al 1348. Ma per le stampe è «.scita
solo la prima e a ((uesta noi ci atteniamo. Del resto l'au- tore segue in
entrambe lo stesso metodo. Sulla nuova redazione vedi L. Kocca Di alcuni
commenti della dioina Comuedia, Firenze, Sansoni, 1891 399-42Ó. ' ^ Rocca op.
cit. .3".0-.">l. •' Commentar, p. 1. * ib. p. 2. ^ Giornale
Dantesco XIV 203; XVI 204: A. Spagnolo in Alti e memo- rie dell'Accademia
d'aijric. se. e lett. di Verona 19UÒ-06, IV, vi p. 91. R. Sabbadi.si. Le
scoperte dei codici, 7 98 VERONA cap. Ili) Piero era giurista : ' purus
pusilliisque iurista ' si cliiaiiia egli stesso® e ce n'accorgiamo dalle
citazioni del Digesto" e dai continui richiami ai Decreta di Graziano; ^
ma coltivava anche gli studi grammaticali. Tiene infatti in pronto Donato^ e
Prisciano;'" e all'occasione sa risolvere questioni minute, come sulla
punteggiatura; " manifesta poi una passione sfre- nata per le
etimologie,^^ nelle quali ebbe a maestri Fulgenzio, Isidoro, Papia, Uguccione,
Pietro Comestore e altri. A trattati grammaticali attinge le definizioni degli
omonimi e dei si- nonimi.'^ Un commentatore del ' poema sacro ' doveva essere
ben munito di dottrina cristiana; e in questo riguardo Pietro non è venuto meno
al suo delicato ufficio. Egli adopera larga- li Commentar. 2. Sì laureò in
diritto a Bologna, probabilmente al prin- cipio del 1328, G. Livi in lUvista
delie biblioteche XVIU, 1907, 11. " Uommentar. p. 11 more Ulpiani
iurisconsulti, dìcentis: ' iuri operam datui'um prius nosse oportet unde nomen
iuris de-scendat ' (Digest I 1, 1). >* Gratianus in principio Deeretoriim p.
94, 277, 631 ecc., e più spesso Decreta, in Decretis p. 5, 240, 273 ecc. ° p.
637 Donatus magister Sancti Hieronymi, qui fecit Donalum in grammatica. '"
p. 406 a qua Graecia, testante Prisciano (praef. 1), omnia arsetdoc- trina
incepit. " p. 393 Nam in dictamine est triple» pnnetatio. Prima est comma
et est punetum < ciim > virgula suspensiva; secnnda dicitur colum et est
punctuni cum virgula et puncto ; tertia est periodus et est punetum plannm.
Verbi gratia in hoc esemplo: di sponens deus bumanuin gcnus de nia- nibus
cripere inimici , per angelnm magni consilii filium de virgine statuit
incarnari; qui sui sanguinis effusione nos ad optatam glorìam revocavit. Modo
habes in ista oratione omnes tres punctationcs. Comma est ibi: eripere de
manibus inimici; nam si ul- torius non procederet, animus auditoris remaneret
in suspense. Colum est ibi: statuit incarnari: nam licet ulterius non
scriberetur, animus au- ditoris posset quietar!, licet nltcrius scrìptor posset
loqui, ut ibi dum di- cit: revocavit; et ibi fit punetum qnietans scribentem et
andientem et dicitur periodus (Purg. xiv 6, dove Piero invece che accolo
leggeva a colo). '2 p. 5, 6, 7, 9, 10, 265, 274, 293, 322, 377, 406, 491, 493,
545 Apollo idest a polo, 556, 616, 629, 641, 686 ecc. '3 p. 115 Nequitiam ditis
bene purgai regia Ditis; 451 Prodigusest animi vitio retinenda profundens. Qui
retinet cupide quod rcs deposcit a va- rus. Largus qui sumptus facit ex ratione
libenter; 695 In bello socii, comites in calle feruntur, Ofliciura collega
facit diacusquc sodalem. cap. IH) PIERO DI DANTE mente il vecchio e il nuovo
Testamento,'^ i quattro grandi luminari della chiesa Girolamo, ^^ Ambrogio,
Agostino, Gre- gorio Magno, poi Boezio, Cassiodoro, Isidoro,'" senza dire
di S. Tommaso e dej?li altri medievali. Di quegli autori cono- sce molte opere,
certo le principali, direttamente, ma molte gli son note indirettamente dal
Becretiim di Graziano. ^' Cosi credo tragga da Graziano in buona parte le
citazioni dai padri greci : Dionigi l'Areopagita, Origene, Atanasio, Basilio,
Gio- vanni il Grisostomo, Giovanni Damasceno; ^^ come al^ri au- tori, p, e.
Metodio, Strabo^'-' e simili gli derivano da Pietro Comestore, che egli chiama,
secondo la consuetudine di quei tempi, 'magister in historiis'^" e che è
una delle sue fonti precipue. Dei greci profani conosce il Timaeus^^ di Platone
e le An- tiquitatcs iudaicae ^^ di Giuseppe Flavio nelle traduzioni an- tiche ;
nelle traduzioni medievali conosce le Exhortationes ad '* Pare clie adoperasse
per la Bibbia un testo diverso dal volpato. P. e. pa?. 270 Paiilus {ad Corinth.
1 5, 5) ' tradidi biiiusniodi hominem sata- nae in interitnm earnis ' (la
volgata omette hominem, cfr. Sabatier lii- blior. sacr. lat. vers. antiq. Ili
670) ; p. 374 Sapientiae V (§ 8) : ' Qnid nobis profnit scientia ant qnid
deliciae contulerunt? (la volgata: 'quid nobis profnit superbia, aut divitiarum
iactantla qnid contulit nobis? Sabatier li 398); p. 390 ' Douiinus ait Kliae :
quoniani Acliab reveritus est faeieni ineani ' (lieg. Ili 21, 29; la vulgata:
quia igitnr linmiliatns est mei causa ', Sabatier I 591); p. 732 leremias 31 (§
21): ' novum faeiet doniinus super terrani post partuni ' (la volgata: ' quia
creavit dominus novum super ter- rain feraina circnmdabit vìrnm ', Sabatier li
698). Ma potrebbe anche essere in causa la sua abituale negligenza ne! citare.
'' p. 87 Hieronymus vero in libro centra loviniannm dicit qnod Dido casta
perniansit et se occidit propter amoroni castum, eo quod larbas re.'c Libyae
eam tauien volebat in coniugem. La questione della castità di Di- done era
stata posta ancora prima da Benzo Alessandrino. "> Le Etymolog. sono
molto citate, p. 6, 8, 10, 33, 2:f7, 023 ecc. 1^ Hieronymus in Docretis p. 474,
518, 669; Augustinus recitatus in De- cretis 259, 285, 474; (Iregorius in
Decretis 14, 2S0, 330; Cassiodorus recita- tus in Decretis 518, G73 ; Isidorus
recitatus in Decretis 485, 518. '■^ p. 572, 602, 623, 681, 714, 720; 242; 697;
83; 91, 309, 362, 669, 689; 83, 345, 602, 717, 724. >' p. 174, 490 ecc.
2" p. 148 Magister vero in historiis scholasticis ecc. 2' p. 565 Plato in
Timaeo; 567 Plato in Tiniaeo. *2 p. 689 loseplius in libro 2° Antiquitatum ecc.
100 VERONA (cap. Ili Denionicum di Isocrate,'*' il Centiloquium e V Almagestum
di Tolomeo*' e ps<reccbie opere di Aristotile, quali VEth., la Polit., la
Metaphys., la Phys., la Meteor , il T)e anima, il De bona fort., il De caelo ci
m., il De animai., il De general, ani- mal., il Peri hermen., il De vegetai).,
gli Elench., e i Poster, nnalgt. ^^ Venendo ai classici latini, il jìoeta che
ricorre più spesso è, come ognuno si può aspettare, Vergiiio, di cui però non
rammenta le poesie (leìVAppendix. Segue per frequenza di ri- chiami Ovidio, con
prevalenza delle Metam.;^^ ma anche gli altri libri sono adoperati : gli
Amores, le Heroides o com'egli le cliiama Epistolae, VA. A., il Remed., ì
Fasti, i Trist., e Vex P.,^ non escluso il De vetula;^'' della cui autcnticitìi
sem- bra non dubiti. Molto citati sono pure Lucano e Stazio. Lu- cano è sempre,
secondo l'antica definizione, il ' poeta histo- ricus '. -* Di Stazio ha alla mano
tanto la Theb. ^ quanto VAchill. Quest'ultima Piero, non altrimenti che suo
padre, ri- putava incompiuta: ' defecit (Statius) in morte antequam coni-
pleret librum Achilleidos *. ^' 23 p. 212 Per id qtiod srribit Socrntes (=
Isocrate» § 15) dicens : ' qiiae facere turpe est, ea nec dicere lionestiim
puto ' (legpri pìita). Cfr. R. Sab- badiiiì in Rendic. del r. Istit. Lomb. di
se. e hit. XXXVill, 1905, C74 ss. " p. 81, 410,411,412,685. 25 p. 20, 99,
138, 241, 323, 349, 416 pliiIo.sopliu8 in 5» ad Nicoinachum ; 261, 3(4, 422,
658; 314, 443 ; 372, 41 1 ; 416 : 21, 314, 371; 57; 295; 478; 472; 644 ab
Aristotele in primo per^eminias, 705; 80; 408; 3, 79. «i p. 11, 15, 87, 149,
255-257, 292-93 ecc. ^ 224; 87, 182, 191, 227, 238, 273, 500 ecc.; 89, 240,
610; 259, 360 (Re- med. 462), 546; 21, 77, 78, 256, 323; 234, 309; 72,519. 28
p. 101 licct Ovidiiis de vetiila dicat ; anche p. 175 Ovidius ait : ' Ven-
tique et pluviae lunae sequitur mare niotum ' è nel De vetula v. 1866 (lib.
111). «> p. 91. ■■'" p. 454. 3' p. 449. Coloro clie la volevano
compiuta, per dare al moncone l'ap- parenza di un poemetto Anito, lo dividevano
in cinque libri. l'in comune- mente veniva diviso in due, di un'estensione
quasi eguale : e cosi fa Piero, il cui testo inizia il secondo libro dal v.
675; poiclié parlando del ricono- scimento d'Acliille tra le ancelle di
Licomede scrive p. 234; de quo Statius in secundo (in suo erroneamente
l'edizione) Achilleidos ait piene. 1 codici miffliori e le edizioni critiche
portano il libro I fino al v. 9G0. Cfr. R. Sab- badini in Atene e Roma XII 26:i
ss. cap. Ili) PIERO DI DANTE Degli altri poeti gli è noto Terenzio, ^^ di cui
reca il passo sn Taide [Eun. \\l 1, 2), che Dante desunse indirettamente da
Cicerone (De amie. 98).^^ Fa Terenzio contemporaneo di Scipione il maggiore,^'
ripetendo l'errore di Orosio. Orazio per Dante era il ' Satiro '; Piero oltre
alle Satire, alle Epistole e all' J.. P.,^^ conosce anche le Odi.^' Familiari
gli sono i due satirici del- l'impero Persio e Giovenale.^^Trae una citazione
da Marziale," qualcuna dai Disticha di Catone ;^^ e tre da Claudiano: dal De
rapiu Proserp.,^'^ dal De IV cons. Honor.^^ e dal Bell. Gild:^' Quanto riguarda
i prosatori, nomineremo anzitutto Cice- rone e Seneca. Le opere ciceroniane
citate da Piero non sono molte: fra le rettoriche il De inv.,'^'^ fra le
filosofiche il De amic.,'^^ il De sen.,^^ le Tusc.,'^ il De off.f il De nat.
deor:^^ "^ p. 10 ut Tercntius in siiis comoediis fecìt. •■'■'' p. 193
illam Tliaidcm de qua ait Terentiiis in comoedìa Illa sua qaae dicitur
Eunucliiis. •" p. 456 Terentliim Cartliaginensem poetam comicum, qui
tempore prio- lis \fricani floruit. 35 p. 11 ; 83, 182, 387, 391 ; 5, IO, 7G.
■■!« p. 658 Hoi-atius in Odìs (II 10, f. 8). ^' p. 11, 4f,6; 11, 31. ■"*
p. 568 Martialis: ' qui fingit sacros auro vel niarmore vultns Non facit illii
deca, qui rogat ille facit ' (VIII 24, 5-6) : se pure non è indiretta. M p.
228, 322 iuxta illud : ' Conscius ipse sibì de se putat omnia dici ' (Cat. I
7). I" p. 11 parlando delle discese all'inferno ricorda anche quella
descritta da Claudiano (De rap. Vros. II 306-360). " unde Claudianns : '
procllvior usus in peiora datur ' (v. 262). '- p. 274 Claudianus : ' quamvis
discrimine summo pioditor apporto! — comuiittere tali ' (I 262-65). Altre volte
con Claudianus cita V Anticlau- dianus di Alano, p. e. pag. 104 cfr. Alan. VIII
58 ss. — Notiamo una citazione indiretta da Lucrezio, p. 220 Ad hoc etiam
Lucretius (III 981 ss.) figurando ieciir Tityi vulturibus in inferno esse datum
laiiiandiim et lanìatum semper renasci, ex eo quod Latonam de stupro
interpellavit (da Servio Aen. VI 596 0 dal Poetarius di Alberico, cfr. Classici
auctores cur. A. Maio, III 189). '■' p. 369 ille subtilissimus sculptor
Policretus, de quo Tullius in .socundo Rhetoricae, cfr. De inv. II 1-3, dove
però non si parla di Policlcto scul- tore, ma di Zeus! pittore; p. 689 cfr. De
inv. Il 161. « p. 451. «
p. 12, 263. « p. 22, 478, 673. *'' p. 180, 246, 296. « p. 456, cfr. De nat. d.
1 60. 102 VERONA (cap. Ili Le Epistole
gli sono ignote, come pare anche le orazioni.*' Di Seneca figlio conosce tutte
le opere: le Tragedie,^ i Dia- logi,^^ il De dem.,"^^ il De benef.^'^ le
Epist.,^^ le Nat. QuaestJ'^ e l'apocrifo De form. hon. vitac.'^ Ha alla sua
portata un buon manipolo di storici : Sal- lustio,'"^ Livio ^* col suo
compeudiatore Floro''' e forse le Periochae,^^ Valerio Massimo,"'
Svetonio, ''^ Giustino,** il De viris illustrihus da lui attribuito a Plinio,
'^' Orosio, ^' Dicti e Darete.^" Altri scrittori degni pure di menzione
sono: Apuleio, ^'' Solino, ®* Marziano Capella, '^^ Servio in ** Cita bensì un
passo delle Filippiche, p. 458 cfr. Plulip. IV 13, ma Io può arer trovato nello
Specul. hisior. VI 20 di Vincenzo Bellovacense. i» p. 10, 98, 103, 121, 151. 51 p. 296 Seneca ad Sereniiin,
cfr. De tratiq. an. 16, 1. 52 p. 150 Seneca ' ferina rabies "... cfr. De
elem. I 24, 3. Ki p. 79, 180. 51 p. 29, 41,
153. M p. 35, 635 i versi: ' Eunis ad anroram — madesclt ad Austro' sono di Se-
neca N. Q. V 16; ma dei due primi ' Jlitis ab occiduo Zepbyrus, ruit Eurus ab
ortii, Turbidus a plaustro Boreas, contrarins Auster' uou so indicare la fonte.
Sfi p. 3, 28, 296. 5^ p. 307. 5x p. 580 in prima decade 'l'iti Livii ; 221
praemittit de Caco centauro qui, ut recitat Tìtus Livius (I 7), occisu.s fuit
ab Hercule. N'am cum redirct de Hispania ipse Hercules, trinmpho habito de
Geryone rege ipsius, et cum magna praedaapplicuissetad locum ubi est hodie Roma
et dictus Cacus cssct in caverna quailam ubi est liodie ecclesia S. Sabinae...
(cfr. Jordan Topogra- phic der Stadt llom II 611 n. 2); p. 244 cfr. Liv. XXII
43 ss., XXIII 12. 6'' p. 583 secundum Flornm abbreviatorcm Titi Livii. * p. 334
Viridomarum ducem Oallorum in singulari bello snperavit, Perioch. XX, ma cfr.
anche Fior. 1 20, 5. '■1 p. 79-80 ecc. M p. 484-8.5, cfr. Suet. lui. 37, 49. «'
p. 246. 61 p. 663 ut ait l'iinius et Livius, ex parte Romanorum electi sunt
tres fratres Horatii, ex parte Albanorum tres alii tcrgemini fratres dicti Cu-
ratii..., cfr. De vir. ili. 4. 65 p. .56, 86, 170. 66 p. 88, 208, 233, 675.
6" p. 105 Lucius Apuleius ait: 'non Consilio prndenti 8cu remedio sa- gaci
divinae providentiae fatali» dispositio subvertl potcst ' {Metam. I XI). ^ p.
76 Solinns ipsum (Homcrum) esse natam de Smyrna civitate Phry- giae vatem
omnium nobilissirauni (40, 16); p. 628 is {Aslau.s) Arcadum pauperrimus erat...
(I, 127). 6'i p. 12, 558, 667. cap. Ili) PIERO DI DANTE 103 Verg.,""^
Macrobio Saturn.,^^ e in SomnP Incontriamo qualche citazione anche dalla Nat.
Hist. di Plinio, ^^ che Piero chiama veronese anziché comasco, consentendo con
la Brevis adno- tatio del mansionario. Rimarchevole questa notizia: '
Valerianus in 4° dicit, quod Antisthenes respondit cuidam dicenti sibi malum:
non curo quia robustior debet esse auditus quam lingua, cum una sit et aures
duae'."' L'aneddoto è riportato anche da Giovanni di Salisbury : '^ • Antitanes
quoque cuidam di- centi: maledixit tibi ille. Non michi, inquit, sed illi qui
in se quod ille culpat agnoscit. Sed etsi michi maledicere curet, non curo,
quia auditus lingua debet esse robustior, cum singulis hominibus linguae sint
singulae sed aures binae '. Il tenore della risposta è assai affine nei due
autori, ma Piero non discende dal Saresberiense, il quale storpia il nome in
Antitanes doveché Piero lo reca giusto. Chi sia poi quel ' Valerianus in 4° ',
non mi attento nemmeno a congettu- rare. Il medesimo motto ricorre nel Liher de
ntigis philoso- phorum dello ps. Cecilio Balbo"" e nel De vita et
moribus phi- losopJiorum del Burlaeus," che lo attribuiscono a Xenocrate.
Nel metodo di citare di Piero si osservano delle strane singolarità. Sarà bene
recare alcuni esempi. P. 435 qui (Fabritius) secundum quod scribitur per
Vegetium de re mi- litari in quarto libro, dum esset consul Romae, legati»
Epirotarum sibi ™ p. 334 nam prima arma Romulus... (ad Aen. VI 859); 147 dicit
Ser- vius [ad Aen. VI 14). ■' p. 87, 321 [Saturn. I 3), 337. " p. 493
Macrobius super secando somnio Scipìonis (Somn. II 17; I 8). '•'^ p. 632
secundum Plinium Veronensem ' quinque circuii sunt In coelo non apparentes
sensu sed potius iutellectu, qui dicuntur paralleli '... (iV. H. VI e. 39) ; p.
709 scias quod quatuor sunt climata coeli nostri ab ae- quinoctiali citra,
secundum Plinium (XXXVII e. 59). '•* p. 669. "3 Policrat, III 14 (Webb I
p. 224). "6 Caecilii Balbi De nugis philosophorum p. 7; p. 29 dal cod.
Monac. lat. 6292 Xenocrates loquaci cuidam : stulte inquit audi melius, os unum
a natura, aures duas accepimus. " p. 264 Ilio (Xenocrates) loquaci cuidam
dixit: audi multa, loquere panca, os enim unum et aures duas a natura
accepimus. 104 VERONA (cap. Ili aiiium niultuiii offerenti liii.s reniiit; p.
46.S nani dicit Vegctiiis de re militari : Alexander in itinere ciiin ainicis
acfeptn pane comedebat; item Scipioneni et Catonein eodeni vino uso8 quo et
reiniges iitebantur. — Ma qne»ti testi non occorrono in Vegezio, sibbene nel
libro IV (3: 1, 2, IO) degli Slrateg. di Frontino. P. 221 unde Ovidius... iani
primum saxis suspensam liane aspice ru- pem. — Ma questo è V'ergilio Aen. Vili
190. P. .MI De quo (Mntio) Valerius in tractatu de patientia ait : Cum magis
laudein... Et Seneca: Mutius captus ait: Romanus sum civis... — Valerio
Mas.sinio racconta il fatto dì Muzio (III 3, I), ma il passo citato è in Seneca
Kpist. 66, 51; e il passo ascritto a Seneca è in Livio II 12. P. 420 Virgiliu.s
in 12» ait: Urbs capitnr, vitam laqueo sibi tlnit Amata. — Ma questo verso non
è di Vergilio, bensì delle Periochae metriche del- l'Eneide, che portano
falsamente il nome d'Ovidio."* P. 15 Orpheus idest sapiens...; 32
EpicharmnB comicus ait...; 38 Palinu- nis prò voluntate... ; 70 Nam dicitur
Charon... ; 150 in hi»torii.s legitnr qnod Ixion...; 581 Anacreon scribit...
ecc. — Tutto ciò è nelle Mitlialog. di Ful- genzio (p. 31, 55, 61, 77, 95, 93
Helm), di cui vien sempre taciuto il nome ; una volta il nome comparisce: p.
148 Fulgentius vero dicit quod Pasiphae liabnit rem cuni apocrisarìo
cancellarlo dicti regis, qui Taurus vocabatur ; et ideo quia medius nobilis C-k
parte matris et niedius ignobilia ex parte patri», ideo semihomo et bestia
dictus est. Ma questa volta il testo non ù di Fulgenzio. P. 92 Contra quos
(gulosos) est illnd Solini: Caesar, etsi tantus erat, pisciculos parvulos,
panem secunduni comedebat et c.aseuni bubalinum. — .Ma Solino non ha nulla di
ciò, senza dire che la latinità non possiede il vocabolo hubalinus (bensì
bubulinus). V. 687 Tnllius dicit: dicitur latria religio. — Ma la parola latria
non esiste presso Cicerone. P. Ili Unde Virgilius: ex se prò nicritii falso
plus omnibus iullat. — Ma questo non è verso vergiliano. P. 668 Ovidius de
Ponto: diilcis amor patriae allieit onines. — Nell'ex 1'. invece leggiamo il
verso: Riirsus amor patriae ratione valeutior omni (I 3, 29). P. 3? Ovidius de
ipso Virgilio ait: Omnia divino cantavi t cannine vates. — Ma il verso non è
ovidiauo e forse nemmeno antico. Lo cita anche Zone, un maestro fiorentino
della seconda metà del sec. xiv, nel principio del suo commento a Vergilio:
'Omnia divino nionstravit Carmine vates. Ovidius amiratus scìentiam profundam
Virgilii, hoc dixit 3" (ìeorgicornm ' (cod. Vatìc. 6990, sec. xiv, f. 80).
Sarebbe agevole ingrossare la lista, ma il feuonieno è già abbastanza posto in
chiaro. Le spiegazioni che se ne possono dare sono varie : o Piero usava poca
diligenza nel procurarsi gli estratti o attingeva a fonti non sempre dirette e
pure o si fidava troppo della sua memoria. '« JJiihrens F. L. M. IV p. 168 v.
128. cap. IH) PIERO DI DANTE Preferiamo quest' ultima e ne diamo una prova
palmare- jN'ell'esporre l'azione della TAcò. di Stazio'-' egli scrive: Unde
dolore dictus Oedipus se caecavit et se occidisset, nisi quod arma sibi
abstulit dieta Antigone eius filia. Ad quod ait Sta- tius in 11°: 'Antigone
furata gradus, nec casta retardat Vir- ginitas, sed casta manus subtraxerat
ensem '. Ma in XI 355-56 il testo ha: ' Antigone furata gradus, nec casta
retardat Vir- ginitas, volat Ogygii fastigia muri Exsuperare fuiens ', dove
Antigone vuole impedire non il suicidio del padre, ma lo scontro dei due
fratelli. Il suicidio del padre impedisce ella invece ai v. 627-30 del medesimo
libro, dove troviamo alcune delle parole qui addotte : ' Sed casta manu
subtraxerat enses Antigone ' (629). Piero dunque tece una contaminazione dei
due luoghi: e ciò è dovuto a errore di memoria. Ad ogni modo tutte le
distrazioni che abbiamo rilevate e la poca precisione nel trascrivere le fonti
non ci vietano di conchiudere che Piero di Dante possedeva un'ampia e mol- teplice
conoscenza degli scrittori latini : e certo ne cono- sceva in maggior copia che
non appaia, perché di nominarne altri gli mancò l'occasione. Il suo commento fu
dettato in Verona negli anni 1339-11 e solo Verona gli poteva sommi- nistrare
tanti mezzi di studio. Valga anche questo argomento a confermare l'autenticità
delle sue chiose,^" da molti senza serie ragioni revocata in dubbio.
Padova. I principali promotori del rinascimento classico in Padova furono
uomini di legge : Levato e il Montagnone giudici, il Mussato notaio. '^ p. 464.
'" Pi-r la difesa dell'aijtenticità vedi Rocca 373-399 e C. Cipolla Un
contributo alla storia della controversia intorno all'autenticità del com-
mento di Pietro Alighieri alla Divina Commedia in Nozze Oian Sappa Flandinet,
Bergamo 1894, 7.5-88; alle prove ivi addotte s'aggiunga la no- tizia commiicata
dallo Spagnolo (op. cit. p. 91), clic cioè l'icro recitò nella piazza delle
Erbe a Verona un Carme sulla Commedia del padre. 106 PADOVA (cap. Ili Lovato
nacque nel 1241 1 e mori nel 1309. Nel campo delle lettere dedicò la propria
attività alla poesia classica, della quale prende gagliardamente le difese
contro i partigiani della poesia volgare, rappresentati dal suo corrispondente
Bellino. Bellino stava coi più e ne secondava la predilezione per le rime
volgari, Lovato stava coi pochi e seguiva la poetica clas- sica. A questa si
moveva il rimprovero di essere oscura e astrusa ; ma sulla volgare gravava
un'accusa ben peggiore, poiché se le rime (concinna vocabula) solleticavano gli
orec- chi, erano anche causa che chi le cercava travisasse il pen- siero.
Lovato sente che la vittoria sua è vicina e al contrad- dittore rivolge questa
fatidica domanda : quanti tra poco sa- ranno con te ? ' Mox quota pars tecnm ?
' ^ Lovato compose poemi epici su Tristano e Isotta, sui Guelfi e Ghibellini,
che si son perduti; restano invece alcune delle sue liriche,^ nelle quali
notiamo una cura amorosa della composi- zione e precisione nella tecnica del
verso. Gli autori latini piti familiari a lui sono tra i prosatori Cicerone e
Boezio, tra i poeti Vergilio, Orazio, Ovidio, Stazio, Persio, Giovenale.* Non
parliamo delle tragedie di Seneca, delle quali egli dichiarò la metrica.^ MUSSATO
(vedasi), figlio illegittimo di Viviano dal Musso, nacque in S. Daniele d'Abano,
Padova, e mori esule a Chioggia. Nella sua prima età campava ' ni solito la
nascita si colloca nel 1240, ma a me pare più vicino al vero il 1341, R.
?is.h\ìs.àini Postille alle Epistole inedite di Lovato \n Studi medievali II
261. Cfr. su I^ovato W. Cloetta Beitràge eur Litteraturge- schichte des
Mittelalters und der Renaissance II 5 ss. « Sabbadini ib. 2-.8. 3 Vedi le nuove
Epistole pubblicate da C. Foligno in Studi medievali II 37-58. < Sabbadini
ib. 262. 5 II trattatello metrico di Lovato fu pubblicato parzialmente da F.
No- vali in Giorn. star. d. letter. ital. 6, 192 di sul cod. Vatic. 1769,
integral- mente da B. Peiper De Senecae tragoediarum lectione vulgata, Bresiau
I89.'j, 32-35. Il metro giambico è esposto anclie da Nicola Trivet contem-
poraneo di Lovato, R. Sabbadini in Studi ital. di filai, class. XI 202. "
Per le notizie biograficlie vedi A. Zardo Albertino Mussato, l'ad. 1884. oap.
Ili) ALBERTINO MUSSATO 1la vita facendo ripetizione agli scolaretti e copiando
i Bi- sticha dello ps. Catone. Poi abbracciò la professione del no- taio. Nel
1309 fu a Firenze uno degli esecutori degli ordina- menti di giustizia;^ ma
cariche maggiori esercitò in Padova, nel cui governo e nelle cui lotte
politiche ebbe attivissima parte, sostenendo frequenti ambascerie ad Enrico
VII, ad altri principi e comunità e combattendo strenuamente in can)po. Scrisse
opere in prosa e in verso. Abbiamo in prosa : De gc- stis Henrici VII Caesarts,
De gestis Italicorum post Hen- ricum Caesarem^ un frammento su Lodovico il
Bavaro e un'epistola a Benzo d'Alessandria; in verso: tre canti epici
sull'assedio di Cangrande Scaligero, epistole, elegie, soliloqui ° e una
tragedia, ì'Ucermis. Per la storia di Enrico VII e per la tragedia ottenne nel
131.5 la corona d'alloro. Nel determinare gli autori noti al Mussato bisogna
avver- tire che solo parzialmente possiamo raggiungere lo scopo, per- ché
rarissime volte li cita, specie i prosatori, sicché li dob- biamo cogliere
dalle sue imitazioni. Il suo grande autore di prosa è senza eccezione il
conterraneo Tito Livio, che nomina qua e là con l'appellativo di ' archigraphus
'.i" Su Livio egli modella la storia De gestis Henrici VII, seguendolo
nell' in- trecciare al racconto orazioni dirette e indirette e perfino nel
riferire i prodigi quali preannuuziatori di gravi avvenimenti." Il
Alussato prese parte non piccola ai fatti che espone, ma parla di sé in terza
persona; il che fa pensare che qui abbia imitato Cesare, di cui perciò avrà
letto i Commentarti in un testo segnato col nome di lui e non con quello del
recensore Giulio Celso. Ne scorgiamo una riprova nel principio della ' Zardo
21-22, 30. ' Sette libri giacciono inediti nel cod. Vatic. 2962, M. Minoia Della
vita e delle opere di A. Mussato, Roma 1884, 242-53. 9 Non gli appartengono le
dieci Egloghe, Minoia 198-206. "> Prologo alla Storia di Enrico VII in
Muratori B. I. S. X 9 : nam lìcet ea rudis a patavini siiavitate distet
arcliigraphi. Poemata p. 37 Plaii- dcat arcliigraphi si non niihi tibia Livi ;
cfr. p. 33 Dissernit Livi nec raea lingua Titi. Cito le opere si prcsastiche
che poetiche dal 'Jraevii-Burmanni Thesaurus antiquitatum, Lugd. Bat. 1722, VI,
II. Le prose e le poesie hanno numerazione propria. Il p. 49. 108 PADOVA icap.
Ili sua storia: « Lucemborc oppidiim est Francorani fines a Ger- mania
distinguens ','^ dove ci par di risentire il principio del B. G. (I 1) di
Cesare : ' Gaiiia est omnis divisa in partes trcs '. Un terzo modello storico è
Sallustio, da cui toglie il modo di presentare i personaggi, l'uso di inserire
i documenti nella narrazione e certi tentativi di colorito arcaico.'-' Ricorda
una volta Cicerone,'* di cui è naturale supporre che abbia cono- sciuto più
opere: e talune frasi celo confermano, queste due p. e. che si incontrano nel
prologo della Storia : ' multum ipse mecuiii diucpie percunctatus ' ''' e '
velie autem debebis '."' Se- neca gli era familiarissimo nelle Tragedie e
non è a dubitare che altrettanta fosse la dimestichezza con le prose. Inutile
dire che egli, giurista, dovesse avere tra le mani il Digesto, di cui ricorda
le citazioni omeriche.'^ Lo stile della prosa storica ebbe cura il Mussato che
fosse ' eminentior ','^ per essersi proposto a modello il iiviano; e se si
vuole, la forma manifesta una certa sostenutezza ; ma quanto lontana ancora dal
modello ! male architettato il pe- riodo, la collocazione oscura e contorta, la
sintassi e il les- sico, il lessico soprattutto, zoppicanti. Ma si sente che è
uno stile formato sugli scrittori antichi, perché non viene usato il cursus dei
Bictamina. Assai più spedito e non di rado ele- gante riesce il Mussato nella
poesia, assai più scorrevole e chiaro, tanto che la società dei notai di Padova
lo pregò, ed egli acconsenti, di voltare in versi l'assedio di Cangrande, af-
finché ' esset metricum hoc demissum sub camoena leniore no- tariis et
quibusque clericulis blandimentum '.i' » p. 1. ■3 p. 26 capiiindnm, p. 47
capiunda ecc. 1' Poem. p. 3!^ Nota natis Marci tibi sors sacvissima Tulli, Fama
licet digli! vivat lionesta viri. '"' Il nesso 'din miiltiimque ' ò
frequente in Cicerone; ma il Mussato con ogni probabilità aveva in mente il
principio del De invent. ' Saepe et multum lioc raecum cogitavi ' fi 1). '«
Cfr. Cicer. De off. I 2. " p. 44 Ins civile mei versus allegat Hoinerl. p.
e. Digest. C. Ohmm 11. " p. 297. " p. 297. cap. Ili) In effetto il
Mussato nella poesia apparisce vero artista, assommando in quella l'operosità
costante della scuola pado- rana si dell'età precedente clie della sua :
costante, se non concorde, poiclic anche a Padova la poesia classica era com-
battuta ; e come Lovato la dovè difendere contro Bellino, cosi il Mussato una
volta contro Giovannino da Mantova, frate domenicano, che la osteggiava perche
contraria alla teologia,-" un'altra volta contro Giovanni da Vigenza,
giurista, che ne biasimava in particolar modo l'oscurità.^^ E cosi s'inaugurò a
Padova quella lotta tra i propugnatori e gli oppugnatori dei poeti antichi, che
si riaccese violenta a Firenze nella seconda metà di quel secolo e divenne un
luogo comune nel succes- sivo. Nella polemica del Mussato con Giovanni da
Vigonza in- contriamo un luogo, che per la sua singolarità merita di es- sere
trascritto per intiero :^^ Antiqui lixas quidam dixere poetng, A manutiin iactn
mobiliumque podiira. Quos auctore novo nostri dixere ealuplios, Qui mutant
facies oraqiie torta uiovent. Kident fìgnientis variis, ridentur et ipsi,
Luxuriae nugis daiit alimenta siiis. Arguitiir Poenis illos adduxit al) oris
Scipio qui noMtram primus in Italiani. Vitandos igitur taics dixere poetas Neve
quìs imninnis lego iiibente foret. Augustine, vagos illonim respuis actus Verbaque
fignientis assiniulata suis, Quae lieet inducant hilares in fronte cacliinnos,
Noxia sub tacito pectore crimen liabent. Snnt vitanda igitur fìgmenta citantia
luxus; Absint a castis scenica gesta viris. Fingere sub vitlo est et verbo si
quis et actu, Quod canit, bocque siniul per sua membra gerii. Qui il Mussato descrive i giullari, che con canti e
gesti sconci ridevano e facevano ridere il pubblico. Gli antichi, egli dice, li
chiamarono lixae. Veramente lixae erano presso gli '•*' p. 54 .sg. 81 p. 44-45.
110 PADOVA (cap. Ili auticlù i vivandieri, die seguivano Teéercito, tra i quali
jìcrò si mischiava altra gente, come, secondo attesta Giustino (XXXVIII 10, 2),
coci, pistores, scaenici. Agostino, di cui si richiama l'autorità, tocca pili
volte nel De civ. dei degli scandalosi spettacoli scenici, ma specialmente nel
libro II 26-27, dove ò menzione degli impuri motus scenicoriim, ai quali cor-
rispondono i vagi acfus del Mussato. La curiosa definizione di lixn ' a manuuni
iactu mobiliumque pedum ' si riporta a una confusione con luxa (lussato,
slogato) ; infatti guardando nei lessici medievali, p. e. nel Liher glossariim,
troviamo sotto il lemma Lixa tra le altre la definizione ' et membra loco mota
luxa dicuntur '.^3 Al nome antico di lixae, prosegue il Mus- sato, i moderni '
auctore novo' hanno sostituito quello di ca- lephi. Ecco pertanto comparire,
sin dalla prima metà del se- colo XIV, il vocabolo caleffo, scartato non si sa
perché dalla Crusca, e la cui derivazione dà ancora filo da torcere agli eti-
mologisti. Ma in mezzo a tante singolari notizie una più ci colpisce, che i
giullari, si denominassero lixae o calephi, siano stati la prima volta
importati d'Africa in Italia da Scipione. A che fonte attingesse o in quale
equivoco fosse incorso il Mussato, in verità non sapremmo dire. I principali
poeti noti al Mussato sono da lui enumerati nell'elegia indirizzata al collegio
degli artisti padovani,^' della quale si fissa esattamente il tempo, essendo
posteriore al con- ferimento della laurea, che ebbe luogo il 3 dicembre 1315,^^
e anteriore al Natale dell'anno medesimo.^" Fu scritta perciò nel dicembre
del 1315. Ne riferisco a uno a uno i vari passi che ci interessano. (v. 9-10)
Carmine sub nostro cupidi lasciva Cntnlli Lesbia, diilce tibi nnlla susarrat
avis. II Mussato aveva certo letto nei Trist. II 427 d'Ovidio: 'Sic sua lascivo
cantata est saepe Catullo Femina, cui falsuni «s Cod. Ambros. B 36 inf. f. 173.
** P. 33 36. '^ Albertino Mussato Kcerinide Tragedia a cura di L. Padrin, Boi.
1900, X. " V. 45-46 Festa dies aderit, qua me celebrare poetae More
volent, Christi tunc oricntis erit. cap. IH) Lesbia nonien erat'; ma non di lì
egli deriva la conoscenza di Catullo, perché dei tanti poeti ivi ricordati da
Ovidio non nomina nessun altro: al pili al piti potremmodire che dal luogo
ovidiano trasse l'attributo lascivus, trasportandolo da Catullo a Lesbia. Il
distico del Mussato s' interpreta cosi : ' Nei no- stri versi, 0 lasciva Lesbia
del cupido Catullo, nessun uccel- lino ti bisbiglia dolci cose '. Con avis il
poeta intende il passer, che egli vide in capo alla raccolta catulliana (II) e
in dulce e in susurrat sentiamo l'eco di mellitus e di pipiahat (III 6 e 10),
come in cupidi Catulli risuona forse il mi cu- pido del carme CVII 4. Che il
Mussato abbia posseduto una copia di Catullo, non sarà tanto facile dimostrare;
ma che abbia dato una scorsa a tutto il libellus, o sull'archetipo o su un
apografo, non par dubbio. (7. 7-8) Non ego fagineis cecini te Tytire silvis,
Scripta Dionaei nec milii gesta diicis. Nel primo di questi due versi sono
enunciate le Eclog. di Vergilio, nel secondo YAmcis. Le Georg, sono significate
in un altro distico (p. 46) : ' Infera Threicius placavit numina vates,
Perdidit Eurydicem nec minus ille suam ' (lib. IV). Ver- gilio è uno degli
autori prediletti del Mussato; dell' Eneide specialmente ricorrono continue
reminiscenze anche nelle prose; l'Eneide ò largamente imitata nei tre canti
epici sull'assedio di Cangrande (p. 297), nel Somnium (p. 63) in cui è
descritta la discesa dell'autore agli inferi sotto le sembianze di una co-
lomba e in generale iu tutti i carmi. Il testo vergiliano gli fu compagno in
patria e nell'esilio.^^ (v. 5) Non effo sum Naso tenerorum Insoi- amoriim (Tr.
IV 10, 1). (v. 73) Non aniat obscenos irata Tragoedia risus (Tr. H 409). (v.
75) (iaudet enim nulla gravitate Tragoedia vinci {Tr. li 381). Sono tre versi
desunti dai Tristia ovidiani, opera caris- sima al Mussato, che ne trasse un
centone (p. 69). L'idea del centone gli dovette venire dall'esempio di Proba,
della quale scrive : ' Inclyta Centone despice metta Probe ' (p. .55). Ma
" p. 50, dove Io ridomanda al maestro Guizzardo, a cui l'aveva pre- stato.
112 PADOVA (eap. ,11 tutto Ovidio j,'li fu senza dubbio familiarissirno. Cosi
nel di- stico : ' In nova conversas mutavi corpora formas, Temporis aeterni ius
liabet istud opus ' sono adombrati il principio e la fine delle Metam. ; nei
versi ' Ttine cum soUiciti piena tinioris erant ' (p. 37) e 'Nomen ab aeterna
^* posteritate ferani ' rico- nosciamo reminiscenze dalle Heroides (I 12; XV
374). (v. 77-Sfi) lleiciilis Oetaei morteiii viviqiie l'iirorem Tractavit
series illa proterva dnas. De rroadiim laehrymis Agamemnoniisque Mycenis Musa
ferax alias prodìdit illa duas. Haec eadem dirum l'iiaedrae consuinpsit amorem,
Piiasidis exilinm suppliciiimque viri. Oeilìpodein visii cassiim prolernque
fureiiteiii Kdidit in rcliquas expliciiitque diias. Mcrsa refcrtur aquis Octavia
nupta Neroni Fertque Thyestaeas imisa cruenta dapes. Abbiamo qui la descrizione delle dieci tragedie, che
vanno sotto il nome di Seneca, elencate a coppie nel seguente or- dine:
Hercules Oet?^ ed Herc. Ftir , Troades e Agam., Hip- polyt: e Medea, Oedipus e
Thehais, Octavia e Thijestes. Il Mussato studiò a fondo queste tragedie:
anzitutto ne compose gli argomenti,'"' indi le imitò con larghezza e
discernimento neU'Ecerinis, che è il primo ardito e felice tentativo di re-
staurazione del teatro classico. Né all'autore sfuggirono le gravi difficoltà
dell'impresa, non foss'altro per l'applicazione dei metri, com'egli stesso
dichiara nell'elegia che abbiamo sott'occhio : v. 76 ' mens mea traxit difficiles
ad sua nietra modos': difficoltà non tanto per le serie liriche dei cori, usate
qua e là anche nel medio evo, quanto per il senario dialogico, che al medio evo
rimase estraneo. E a onor del vero è giusto riconoscere che il Mussato,
seguendo gli schemi trac- '* externa il testo. *■' r.ià dal titolo Hercules
Oetaeus ai capisce die il Mussato adoperava la redazione interpolata, dai
critici espressa con A ; se ne lia una con- ferma in questo passo citato dai
suoi commentatori (A. Mussato Ecerinide a cura di L. Padrin, 246): Nunquam
stigias fertur ad undas Inclita vir- tus ; vivile fortea Nec letliacos saeva
per aiiines Vos fata trahent, sed cum sunimas F.xiget horas consumpta dies Iter
ad supcros gloria paudet (Herc. Oet. 19S4 ss). I,e lezioni rivite, saeva,
pandel sono proprie di A. •0 Zardo 317. eap. Ili) ll;l ciati dal suo maestro Lovato, costnii se
non impeccabilmente, eerto con lodevole perizia i senari : meglio in ogni modo
di A. Loschi suo imitatore, che neW Achilles sbagliò spesso la struttura del
penultimo piede. (v. 56) Minius eniin tiagicis vatìbiis liircus erat (A. P.
220). (v. 71) rabidis flagrabat iaiiibis {A. F. 79). (v. 104) Personal
Archilochi sub ftritate metri (A. P. 183). Tre reminiscenze dell'ars poetica
oraziana, donde altrove incontriamo delle vere citazioni (p. 49): Hoc quoque
idem est quod gairit Horatius: ' amphora coepit Institiii : curreiite rota cur
iirceus exit?' (21-22). Coeptaque depingi ' imilicr formosa superne ' Artifici
iratns qnaerit cur 'tnrpiter atrum Oesinat in piscem ' (3-4). Quidquam si coeperis, imple.
Desine: ' sit qnod vis dum simplex taxat et unum' (23). Dalle Epist. (I 7, (].''>) desunse il vocabolo
popellns {Hist. j). -16) più volte usato e dalle Sat. (II ó, llOj la chiusa
'vive valeque ' {Hisf. p. 41). Dol)biamo credere che abbia conosciute anche le
Odi. (v. 13-14) Bella sub Aematliiis alins eivilia campis Kdidit et ritus
deliciasque Pliari. L'esametro significa il principio della Pharsalia di Lu-
cano, il pentametro il libro X della medesima. L'esordio è pili testualmente
ripetuto in quest'altro distico (p. 45): 'Bella per Aeniathios per me civilia
campos Edita sunt populis Caesa- reumque decus '. (v. 11-12) Non me detinuit
bissenis tibia cannis, Nec vigii Aeaciden ad fera bella tuli. Con le hissenae
cannae dell'esametro allude ai dodici libri della Thebais di Stazio, col
pentametro nìVAchilleis, che egli riteneva incompiuta, perché nel frammento
lasciato dal poeta i fera bella sono ancora lontani assai. Pili chiaramente
signi- fica la Thebais in questo distico (p. 45) : ' Fraternas acies ce- cini
Cadmeiaque bella, Oedipodae tenebras Graiugenumque neces '. L'esordio
deWArhilleis è imitato nell'esordio dell'as- .sedio di Cangiande (p. 297): '
Invictum populum forniida- tunique per omnein '. 1 14 PADOVA — ALBERTINO
MUSSATO (cap. Ili Esaurite le testimonianze dell' Elegia ad collegium artista-
rum, attingeremo ad altri luoghi informazioni ulteriori sui poeti. Terenzio è
cosi ricordato: ' Nosti enim illud Terentianum {Eun. I 1, 41): obsequium
amicos, veritas odium parit' (p. 360}: se pure la citazione non è di origine indiretta.
Eeco inoltre il tragico Persio ; ' Hoc est quod tragico declamat Persius ore (I
1): 0 hominum curas o quantum in rebus inane est ' (p. 49), con una imitazione
del prologo: 'Unde Cab al - 1 i n i 8 musa resultai aquis ' (p. 40) ; Giovenale
(VII 82-86) : ' Carmine siclaetam nonfecit Statius urbem, Thebais in scenis cum
recitata fuit Nec minus haec tragico fregi t subsellia ver su' (p. 40);
Claudiano {in Ruf. I 22): 'Non ego me sursum tollo... casu ne graviore ruam*
(p. 46); i Disticha di Catone, attribuiti a Seneca : ' Illud quoque Ca- tonis,
qui de moribus censuit..., quod L. Annaeo Senecae^' imputatur opusculum ' (p.
207) : quelli che in gioventù egli copiava per guadagnarsi il pane. Potrebbe
nascere il sospetto che nel comporre la Priapeia e la Cunneia avesse adoperato
la raccolta degli 80 Priapea: ^* ma il sospetto svanisce subito alla semplice
lettura dei due carmi, per i quali trovò materia e forma ad esuberanza nelle
satire d'Orazio e nelle elegie d'Ovidio. Tutt'al più dal titolo Priapeia si desume
che il Mussato conoscesse la vita vergi- liana di Servio. Su Geremia da
Montagnone, il terzo promotore dell'uma- nismo padovano, vedi Scoperte 218-220.
3' I Disticha furono assegnati a Seneca anche posteriormente (cfr. A. Barriera
Sull'autore e sul titolo dei Disticha Catonis in liivista d'Italia, dicembre
19U, 9U-912). Vi accenna già il titolo del cod. Parig. 8320 del sec. II Liber
Catonis Cordttbensis. '2 I dne carrai'sono nel cod. Holkham CCCCXXV del sec.
xiv (cfr. A. Mussato Ecerinide a cura di L. Padrin, XXI). Furono stampati nel
Giornale degli eruditi e dei curiosi V, 1884, 126-128, 147, dì sul cod.
Marciano lat. XIV. 120 sec. XV f. 84-86. La Priapeia comprende 39 distici, 24
la Cunneia. cap. Ili) Il Cicerone petrarchesco di Troyes Il codice 552 di
Troyes, del secolo xiv, fu posseduto dal Petrarca.! Ora contiene il commento di
Girolamo a Job e opere ciceroniane, ma in origine il commento di Girolamo gli
era estraneo. Alle opere ciceroniane va innanzi una lunga no. tizia biografica
e bibliografica su Cicerone.^ Tutto il codice, compresa la notizia, è scritto
da una sola mano, in due co* loune. Si domanda se questa collezione ciceroniana
fu messa in- sieme dal Petrarca: e rispondiamo negativamente, perché il
Petrarca contraddice in margine più volte l'autore della no- tizia preliminare
con falsum, aperte falsum, falsum apertis- sime e gli corregge quinquagenariiis
in quadragenarius, sex in quatuor, quatuordecim in tredecim. D'altro canto il
Pe- trarca possedeva qualche opera ciceroniana, p. e. sin dal 1333 la p.
Archia, che in questa raccolta non comparisce, senza dire che egli non vi
avrebbe fatto inserire due volte il De fato (f. 231^ e 337). Il volume
comprende le seguenti opere : Opere filosofiche : I)e off., Tuscul., De nat. deor.,
De di- vin.. De fato, De amie, De
sen.. Farad., Academ. prior.. De leg. Opere
rettoriche : De orat., Orai., Partit., De inv., Rhet. ad Her. Opere oratorie :
Le quattro Catilin., le tre Caesar., le due post reditum, di più le invettive
ps. ciceroniane-sallustiane. Agli Acad pr. il raccoglitore prepose il passo
delle Con- fess. (Ili 4) di Agostino, dove parla àQWHortensius, nella credenza
che VHortensius, perduto, fosse tutt'nno con gli Acad. pr., i quali, da uno
degli interlocutori, venivano spes-so designati col titolo ora di Lucullus, ora
di Hortensius. Il De • P. de NoUiae Pélrarque et l'humanisme I 226-230, dove è
minuta- mente descritto. * ComuniCiit.i in estratto Ib. (cap. Ili orai, e VOrat., nel testo mutilo,
sono raggriiiii)ati sotto la de- nominazione comune De orat., in modo che il
frammento del- l'Ora/, formi il libro IV. 11 De inv. e la Rhet. ad Her. sono
stati strappati dal codice, ma vi esistevano originariamente, come si rileva
dall' indice sul foglio di guardia. Pur mancandovi il De finib. tra le opere
fiiosoficlie, alcune orazioni e gli epistolari, la collezione di Troyes è una
delle più cospicue antologie ciceroniane del medio evo. Nell'elenco delle opere
di Cicerone la notizia preliminare non sempre va d'accordo con la collezione.
La notizia lia : ' scripsit de fato duobus libris ', la collezione assegna al
De fato un libro solo in entrambe le copie, sebbene nella seconda sia
intitolato ' Incipit liber primus de fato '. Nella notizia è detto: 'scripsit
invectivarum adversus Catillinam et complices libros sex ', nella collezione
sono, naturalmente, quattro. Ti- tolo delle Partitiones nella notizia: '
scripsit de partitione ora- tionis librum unum ', nella collezione : ' liber
rlietorice sub com- pendio'. Titolo degli Acad. nella notizia: 'scripsit de
aclia- demicis librum unum vel secundum alios quatuor', nella collezione: 'de
laude ac defensione phylosopbie introducens Lucullum loquentem ad Hortensium '.
Ne trarremo la conseguenza cbe l'autore della notizia pre- liminare e il
collezionista delle opere ciceroniane siano due ])ersone diverse ? Non è
necessario. La notizia non serve da prefazione a tutta la raccolta, ma al solo
De off., con cui s'apre il volume. Dichiara infatti il biografo verso la fine:
' Hec de vita et gestis, fine ac laudibus viri plarissimi Marci Tullii Ci-
ceronis. Sequitur accessus ad
littcram super eiusdem libris qui de officiis intitulantur '. Perciò il raccoglitore dapprima si pro- cacciò il De
off., al quale destinò un'ampia notizia prelimi- nare ; in seguito venne in
possesso di altre opere ciceroniane e se le copiò. Questo basta a spiegare le
discordanze notate. Ecco ora l'elenco delle opere' segnate nell'introduzione:
a) De officiis; De fato; aliud volumen duobus contextuai libris, qui
intitulantur Dj/aloi/oruin ad Hortensium, in quo cohortatus est ad pliilosophie
studium ; De re publica libris sex: hi libri nusquam baberi dicnntur; Somnium
Scipionis: cap. Ili) DI TROYES 117 Tuscul. quaestion. ; De natura deortim ; De
senectute ; De amicitia; Paradoxa ; De legibus : De fine boni et mali; De
crcatione mundi (— Timaeus); De Achademicis ; libros duos qui intitulantur De
gloria. b) De oratore libris qnatuor per dialogi moduni ; scripsit voluinen
qnod lihetoricorum intitiilatur diciturque Ars vetus, et Novam ad Herennium
libris quatuor;^ De particione ora- cionis ; De orthographia. e) Orationum XII
libros; ' Invectivarum adversus Catil- linam libros sex; volumen Fhilippicarum
libris qiiatnordecim, quia centra Philippum scripsit vel ut alii<s> est
vcrisimilius contra Cesarern Otavianum et Authonium in campo Philippico; De
suppltciis ; Da signis ; De divisione formarum. Manca nell'elenco il De divinai
, che comparisce nella rac- colta : da quest'opera in ogni modo deriva la
notizia sul De re p.: ' niagnus locus pliilosopliieque proprius a Platone Ari-
stotile Thco|)lirasto totaque peripateticorum scola tractatus uberrime '.■' 1
titoli hivectivarum libri sex e Orationum libri X7/ s'incontrano anche presso
altri scrittori:'' sono perciò tradizionali. Lasciando YHortensius, il De re p.
e il De glo- ria, irreparabilmente perduti, con De signis e De suppliciis
s'intendevano le Verr. IV e V della seconda actio ; ma il no- stro biografo non
le possedeva, come non possedeva, dal modo in cui ne parla, le Philipp., e
forse nemmeno il De fin. e il Timaeus. Con De orthographia gli autori medievali
citavano l'opera perduta De chorographia, nota da un luogo di Pri- sciano (VI §
83), dove i manoscritti leggono anche Cosmo- graphia, Chronographia e
Horthographia. Non saprei poi che dire del De divisione formarum, se pure non è
da emendare de divisione frumentaria, che corrisponderebbe alla Verr. Ili della
seconda actio. 3 II testo dà: scripsit ad Herennium volumen quod Klietoricorum
inti- tiilatur dieiturqiie ars vetns et noVam libris qiiatuor: forse per
distrazione del copista. * librum cod. = Cicer. T>e divin. II 3. ■* P. e. il
Burlaeus (cap. HI Anche qui silenzio
assoluto sugli epistolari. Merita essere riferita una leggenda sui libri De re
p. : ' Feruntur a nonnuUis esse Athenis, Inter portam Aureliam, sub lapidea
columna sic inscripta: Hic latet hic intus Ci- ceronis in archa miranda.
Tollite ncque latet, dura latet ipse latet'. Tali racconti di libri preziosi e
rari na- scosti hanno radice nell'antichità" e si ripeterono frequente-
mente nel medio evo, Kicorderò la contraffazione ps. ovidìana De vetula,^ del
secolo xiii, che pone egualmente nelle regioni orientali la scoperta del
manoscritto. Entrambe le leggende sono preziosi indizi di contatti letterari
fra l'occidente latino e l'oriente greco. Oltre a Cicerone, il raccoglitore
mostra nell'introduzione familiarità con altri autori: Cesare,"
Sallustio,^" Valerio Mas- simo," Plinio il vecchio,!^ Plinio il
giovine,^^ Lucano,^* Gellio,^^ ' P. e. Livio XL 29, Plin. N. H. XIII 84 ecc. ^
Ecco la notìzia del De vetula. Nnper autem in subnrbio civitatis Dio- scuri,
que regni Colclioruin capud est, cnm extralierentur quedani genti - llum
aiitiquornm sepulcra de cymiterio publico, quod iuxta oppidiim Thomis erat,
inter cetera unum inventum est, cuius epigrama litteris arnicnicis erat scultum
in eo eiusque interpetratio sic sonabat. Hic iacet Ovidius in- geniosissimus
poetarum. In capite vero sepulcri capsella eburnea est inventa et in ea liber
iste nulla vetustate consumptns, cuins litteras non agno- scentes indigene
miserunt euni Constaiitinopolini, Vatacliii principis tem- pore, de cuius mandato
Leoni sacri palatii prothonotario traditns est et ipse eum perlectum publicavit
et ad multa climata derivavit (cod. Ambros. G 130 inf. sec. xiv, f. 108 v). La
leggenda è foggiata sulla dedica e sul pro- logo di Dicti. ^ Constat eum
(Ciceronem) in Gallia iuxta lulium Celsum sub Cesare militasse (Caos. B. G. V
38-52). Doppia confusione: di Marco Tullio col fra- tello Quinto, di niulio
Cesare con «iulio Celso. '" Salustius dicit eum (Ciceronem) fuissc hominem
noTum (Catil. 23, 6). " Cnm autem, ut tradit Valerius (I 7, 6), in villa
qnadam Campitini- tatis (leggi Campi Atinatis) deversarot Tullius... <' Ad
liuius autem Tnllii Ciceronis laudes eximias explicandas Pliriius Veronensis
vìr clarissimus aurea lingua talia profert : ' .Sed quo te, Marce Tulli...' (N.
II. VII 116). '3 Htc (Cicero) poetarum mira beniguitate fovit ingenia (Plin.
Epist. Ili Ifi, 1). " Lacanus innuiteum (Ciceronem) favisse Pompeio et in
bello Emathio perorasse (Phars. VII 62-85). '5 Scripsit (cicero) libros duos qui
intitulantur de gloria, quos allega* Agellius (XV 6). cap. Ili) DI TROYES 119 Macrobio,'" i Dodici
sapienti/^ Eusebio,^* Girolamo,i^ Kufino,^'' Agostino,^' Orosio.^^ Altri testi
cita il biografo, che noo riesco a identificare. P. e. ' In commentis habetur
qnod pater (Ciceroni») ex eque- stri ordine ac regione prefata faber ferrarius
fuit '. Né so dire donde gli derivi la seguente curiosa risposta di Socrate: '
So- crates licet ethicam invenerit <et> docuerit, nichil tamen de ea
scripsit; quod cura ab auditoribus interrogaretur, cur doc- trinam suam
scriptorum monumentis non fuleiret, respondit: malie se in cordibus
rationaliurn, quara in pellibus mortuorum animalium (cioè nelle pergamene)
scribere'. Da quanto siamo venuti esponendo appar chiaro che il no- stro
personaggio fu un assai colto e fortunato investigatore di codici, e poiché ci
è negato scoprirne il nome, contentia- moci di fissarne la nazionalità e il
tempo. 11 De Nolhac fon- dandosi sulle iniziali miniate del codice pensò di
assegnarlo al mezzogiorno della Francia.^^ Io, dopo esaminate e fatte esa-
minare le miniature in confronto con codici francesi della me- desima età, sono
giunto alla conclusione che esse apparten- gono all'Italia settentrionale. La
scrittura poi, di cui possiedo copiose fotografie, non mi lascia dubbioso un
istante che essa sia dì mano italiana del settentrione. ''"' De somnio Scipionis,
super quo commentatns est vir clarissimua Ma- crobius philosophus. "
Extant epitapliìa eiusdem Tnllii edita a sapientibus infrascrìptis... (Bàhrens
P L M IV p. 139-U3). Qui sono sette
soli. 1* Cicero Arpinas equestris ordinis et inatre Elvia, ex regione Volsco-
rum ortus est, ut tradit Kusebius in cronicìs (01. 168, 3). '' Nupsìt et tercio
eadera Terrentia Messale Corvino et sic quasi per quosdam eloqueritie gradus
devoluta est. Cum rogaretur TuUius ab Yreio amico suo ut post repudium...
(Advers. lovinian. 1 48). "> In quibus (Ciceronis lìbris) doctor
leroninius adeo avide studuit, ut in hoc centra ipsum invective scribens
Rufìnus Aquilcgensìs dicat Inter ce- lerà : relegaraus, queso, que scribit, sì
una pagina est que non eum cicero- nianum pronuntiet et ubi non dicat: Sed
TuUius noster. (Rufln. Jn- vect. II 5). " In hoc libro (Hortensio) se
studuisse asserii Augnstìnus (Confess. Ili 4). " Huius (Ciceronis) gener
Dolabella Trebonium unum ex interfectoribus lulii Cesaris Smyrne interfecit
(Oros. VI 18, 6). '^ Pétrarque et Vhumanisme (o;,,,. m A detenni nare l'italianità del
raccoglitore contribuisce no altro indizio. Verso la fine dell'introduzione
egli scrive: ' Idem (Cicero) etiani instituit carcerem quod dicitur Tulliaiinm,
de ([uo Sainstius: ad levain carceris circiter XII pedes ab Iiunio depress us
erat; eumautemlocuniinunie- bant undique parietes atque infra camera lapi- deis
arcubus iuncta, sed inculta tenebris, odore feda atqne terribilis facies eius
(Catil. 55, 3-4). Ibi bodie
ecclesia sub nomine sancii Nicholai, qui est titulus car- ilinalit<i>us'.
Qui abbiamo il ricordo di una tradizione
con- servataci, sotto due forme un po' diverse, dai Mirahiba e dalia Graphia
aureae urbis Uomae}^ Ora una notizia cosi partico- lare non la poteva avere, ci
sembra, che un italiano. Se a questo si aggiunga che Plinio nell'introduzione
oda lui chia- mato veronese (sopra n. 12), avremo un indizio sicuro che gli era
già pervenuta da Verona la Brevis adnotatio de duobus Pliniis del mansionario
Giovanni, nella quale si sostiene l'ori- gine veronese dei due autori (cfr.
sopra p. 90): donde la pre- sunzione che abitasse una città non molto lontana
da Verona. Quanto poi al tempo, collochiamo l'antologia nella prima metà del
secolo xiv, perché il codice sino almeno dal 1343 stava nelle mani del Petrarca.^''
Tra le opere accolte nel volume merita uno speciale ri- guardo il I)e ojficiis,
che si presenta nella forma di una vera edizione, con la materia divisa in
capitoli e con le intestazioni premesse a ogni capitolo. Per essa il redattore
ebbe fra le mani due codici, l'uno della famiglia Z, l'altro della famiglia
X,*" da lui contaminati sistematicamente, in maniera che ne usci un testo
ibrido, quale in nessun altro esemplare si conserva. " Nei Mirabilia
leggiamo: in Aleplianto tcmpluin Sibille et tenipliitn CìceroiiÌ8 in Tulliano;
nella Graphia, che risale almeno al sec. xiii : in Klefanto templnm Sibille et
templum Cieeronis ; ubi mine est domnii fllio- rum Petri Leonia, ibi est career
Tiillianns, ubi est ecclesia S. Nicholai (U. Jordan Topographie der Stadi Rom
im Alterthum. Berlin 1871, Il 359, 371, 632, 642). '5 R. Sabbadini in
Kendiconti del r. IsM. lomb, disc, e leti. XXXIX, 1906, 374-7.-). '" Da X
trasse anche la lunga interpolazione I 40. cap. lllj OI TROYES 121 Se il
redattore sia stato il collezionista stesso, non si può (lire con certezza, ma
è molto probabile, quando si tenga conto dell'erudita introduzione ch'egli
mandò avanti al De officiis: e ciò accrescerebbe notevolmente i suoi meriti
filologici.^''^ Milano e Pavia. L'operosità umanistica della Lombardia si
concentra in Pavia e Milano, le due capitali della dominazione viscontea. E i
Visconti stessi non rimasero estranei al nuovo indirizzo, anzi taluni di essi
vi presero parte attiva, specialmente nel- l'incetta dei codici. Un primo
nucleo della biblioteca, desti- nata a diventare poi cosi insigne, risale
all'arcivescovo Gio- vanni (m. 1354); ma il suo vero fondatore fu il nipote Ga-
leazzo, che stabilita nel 1360 la capitale a Pavia, vi costruì il celebre
castello, nella cui torre la libreria trovò sicura e onorata sede. Quali codici
comprendesse sin da allora la col- lezione, non è facile dire ; ma se
effettivamente accoglieva p. e Varrone (Rerum rusticar.), Properzio e Ausonio,'
abbiamo dinanzi a noi vere rarità. Il massimo incremento lo consegni sotto il
successore Gian Galeazzo suo figlio (1378-1402), il quale per arricchirla non
si fece scrupolo di spogliare per di- ritto sia di sovranità sia di guerra
capitoli di chiese e ar- chivi di jirincipi. Alcune, ben i)oche fra le tante,
di tali spo- gliazioni ci son note. Verso il 1390 tolse dalla cattedrale di
Vercelli il prezioso codice delle Epist. ad fam. di Cicerone (ora Laurenziano
49. 7) ; nel 1388 conquistata Verona, sottrasse parecchi tesori alla libreria
del capitolo, certo l'altra colle- zione epistolare ciceroniana ad Att. ; circa
quello stesso tempo guerreggiando con Padova, trasportò a Pavia dagli archivi
dei Carraresi la collezione del Petrarca.^ '■ Questo collice del De off. fu
anipi.iinente an.iliZ7.ato e discusso da C- Marcliesi Un nuovo codice del de
off. di Cicerone in 3Iemorie del r. Istit. Lomb. di se. e ìett. XXII, 1911,
190-212. ' 0. K. Schniidt Die Vi.iconti und ihre Bibìiothek sv, Pavia (in Zett-
schrift fiir Geschichte und Politile, 1888} 4-7. « Scliniidt 13-15. 122 PAVIA (cap.
IH I Visconti amavano stringere relazioni con gli nmanisti. L'arcivescovo
Giovanni l'anno prima (1353) della morte riusci ad attirare a Milano il
Petrarca, che si trattenne in quella città otto anni (sino al 1361).
Cancelliere di Gian Galeazzo fu quel Pasquino Capelli, che richiamò
l'attenzione del duca sul- l'esistenza delle Epist. ad fam. di Cicerone. A ciò
si aggiunga l'Università di Pavia istituita da Galeazzo nel 1361; la quale
sebbene da principio avesse le sole facoltà di scienze prati- che, il diritto e
la medicina,^ pure in seguito accolse altre cattedre. Infatti più tardi
v'in.segnò teologia il candioto Pietro Filargo, il futuro papa Alessandro V
(1409-10), allievo degli Studi di Oxford e di Parigi ; < nel 1400 vi tenne
scuola di ret- torica latina Gasparino Barzizza e negli anni 1400-1403 scuola
di greco Manuele Crisolora.^' II più famoso e forse l'unico allievo di greco
del Crisolora a Pavia fu Uberto Decembrio, che come frutto di quelle le- zioni
ci diede la versione latina di qualche orazione di De- mostene e di Lisia, ma
sopra tutto della Politeia platonica." Uberto per tre lustri (fino al
1405) fu compagno indivisibile del Filargo e con lui visitò le corti d'Italia e
di Germania: il che avrà senza dubbio giovato ad allargare le sue cognizioni,
quantunque la cerchia dei suoi studi si mantenesse piuttosto ristretta,
essendosi di preferenza occupato di filosofia attinta alle opere di Cicerone e
di Seneca. Da questi due latini trasse la materia del suo dialogo De morali
philosophia ; sulle Tu- scul. di Cicerone modellò il trattato De re publica,
nel quale dà il sunto a una a una di tutte le epistole di Seneca.^ Frequentò
l'Università di Pavia fin dal 1388 anche Anto- nio Loschi, nativo di Vicenza,
il quale quattr'anni dopo (1391) ' M. Borsa Un umanista vigevanasco del sec.
XIV in Giornale Ligu- stico XX, 1893, 97, 213. * Borsa 83. » Id. 85, 99. 6 Id.
109-110. '^ Cod. Anibros. B 123 snp. f. 109117. Ma aveva dimesticliezza anche
con altri autori, che scrivendo citava volentieri (F. Nevati Aneddoti Vi-
scontei i-8, estratto AaU'Arch. star. Lomb. XXXV, 1908). Su Uberto vedi iu
generale Borsa op. cit. 81-111. cap. Ili) PAVIA 123 entrò nella cancelleria dei
Visconti, dove restò fino al 1405. 11 Loschi coltivò in quegli anni con buon
successo gli studi classici; imitò nelle sue epistole poetiche largamente Ver-
gilio, neWAchilles le tragedie di Seneca ; " aveva familiare Livio;
conosceva, certamente dalla biblioteca viscontea, Pro- perzio; ma il suo autore
prediletto era Cicerone, di cui ri- cercò con particolar cura le orazioni.
Aveva alla mano il gruppo delle Verr. e delle Philipp, e anzi interpretò
rettori- camente undici orazioni singole : p. Pomp., p. Mil., p. Piane, p.
Sulla, p. Arch.,p. Marc.,p. Ligar., p. Deiotar., p. Cluent., p. Quinci., p.
Fiacco nella Inquisitio artis in orationihus Ci- ceronis, diventata ben tosto
popolarissima tra gli umanisti. La composizione deìV Inquisitio va assegnata
approssimativa- mente al 1395; siamo in ogni modo prima della morte di Gian
Galeazzo (1402), la quale provocò paure e incertezze, fughe e turbolenze,
doveché il proemio dell' Inquisitio ci rappresenta il Loschi alla corte di
Pavia intento a ragionare ' de doctissi- morum honiinum studiis deque omni
genere literarum ' ^ col suo amico Astolfino Marinoni, cultore egli pure degli
studi classici. Non è senza interesse fissare questa data, perché con essa
otteniamo un sicuro termine cronologico alla comparsa delle due orazioni p.
Quinctio e p. Fiacco, ultime nel commento del Loschi. Di esse possediamo solo
codici del secolo xv ; ma vennero certamente alla luce sulla fine del secolo
xiv e con- temporaneamente in Francia e in Italia. Dagli estratti che ne dà il
Loschi rileviamo che la famiglia italiana è indipendente ' VAchilles fu
composta prima del 1390, cfr. Vf. Cloetta lìeitràge eur Idtteraturgeschichie des
Mittelalters und der Renaissance II 105 ss. " Per tutto questo e per altri studi del Loschi
cfr. R. Sabbadini in Gior- nale stor. d. letter. Hai. 60, 1907, 37-40. Sul suo
volgarizzamento delle De- clamationes ps. quintilianee vedi ora C. Marchesi nel
voi. I della Miscella- nea di studi critici pubblicata in onore di G. Mazzoni.
Nel 1419 il Ma- rinoni era presso la curia pontificia, Historiae patriae
monumenta. Liber iurium rei p. Genuensis II p. 1490. Dal famoso Vergilio del
Petrarca, ora in Ambrosiana, allora nella Viscontea di Pavia, si copiò negli
anni 1393-94 le tre opero vergiliane. Questo importante autografo del Marinoni
è il cod. Casanat. (Koina) 960. 124 PAVIA (cap. Ili dalla francese.»" Ora
io credo di poter anche definire in qual prnppo quelle due furono trasmesse
dalla tradizione diploma- tica italiana. E di vero nel codice Ambrosiano B 123
snp. dei secolo XV leggiamo (al f 77*) l'esatta descrizione di gei ora- zioni
ciceroniane, dove è segnato per ciascuna il titolo, il prin- cipio, la fine e
l'estensione, in quest'ordine: a) Pro Cn. Platino.... ; fjiiinternus 1 ; b) Pro
P. Sylla.... ; qiiaterniis 1; e) Pro P. Quintio....; quaternus I ; d) prò L.
Fiacco....; quaternus 1 ; e) Pro imperatore delif/endo in laudem Cn.
Pompei....; tennis 1 ; f) in senatvi de responsis aruspicttm.... ; quatornns
1." Il detto codice contiene opere di Uberto Decembrio e di suo figlio
Pier Candido, alcune anzi di mano di Pier Candido stesso. La descrizione del
gruppo ciceroniano è di mano di- versa; ma l'essere stata inserita in un codice
dei Decembri lascia sospettare che quel testo di Cicerone provenga da loro. E
cosi le sei orazioni sarebbero venute a Pavia in potere prima di Uberto e poi
degli umanisti di quel circolo. Ma non direi che siano state scoperte dai
pavesi ; la scoperta spetta piuttosto ai fiorentini e propriamente, come
vedremo, a Lapo da Castiglionchio. '" Le lezioni peculiari del Loschi ho
comunicate in Berliner philolog. Wochenschrift XX\, 1910, 299-300, recensendo il
libro del Clark Inventa Italortim. " liceo il principio e la line della p.
Quinctio: (Que res in civitate due plurìniinn possunt, hec centra vos ambe
facinnt in hoc tempore summa gratia et eloquenza — Itaquc (§ 99) hec te
obsecrat C. Aquili ut qnam exi- stimatìonem in iudicium tuum prope acta iam
etate decursaqne attulit eatn liceat ei secum ex hoc loco atferre ne is de
cuius officio nemo unquam du- bitavit LX" dcnique anno dedecore macula
turpissimaque ignomìnia note- tnr ne ornamentis eius omnibus nevins prò spoliis
abutatur ne per te ferat quo minus que existimatio p. Quintium usque ad
senectutem perduxit eadem Hsque ad ro^um prosequatur) e della p. Fiacco: (Cum
in maiimis peri- culis huius urbis atqne iniperii gravissimo atque acerbissimo
rei p. casu socio atque adiutore consiliorum periculorumque meorum L. Fiacco
cedem a vobis couiugibus liberis veatris vasfitatcm a teniplls delubris urbe
Italia depellebam. Sperabam iud. honoris potlus L. Flacci me adiutorem futurum
quam miseriarum deprecatorem — Miseremini (§ 106) iud. famille niiscrc- mini
fortissimi patris, miseremini filli, nomen clarissimum et forlissimiim vel
generis vel vetustatis vel hominig causa rei p. reservate), affinché si veda
che le lezioni sono proprie della famiglia italiana. cap. fin PAVIA 12B A
Pavia, contemporaneamente al Losclii e in relazione letteraria con lui era,
oltre al Marinoni, Giovanni Manzini. Il Manzini capitò a Pavia prima del 1387;
segui in quell'anno Gian Galeazzo Visconti nella spedizione contro Antonio
Della Scala e fu institutore del figlio del cancelliere Pasquino Ca- pelli.
Proveniva dalla scuola di Bologna, dove aveva atteso due anni alle lettere e
cinque anni alla giurisprudenza; ma la sua cultura, piuttosto larga e varia,
nel fondo restò es- senzialmente letteraria. 1^ Accanto a questi cultori degli
studi classici troviamo a Pavia due giureconsulti collezionisti: il genovese
Bartolomeo di Iacopo, che raccolse opere giuridiche e letterarie, e l'emi-
liano Pinoto Pinoti, che raccolse opere giuridiche. Bartolomeo, notaio e
dottore in leggi, dopo esercitati vari uttìci in patria e fuori, si ritirò,
eertamente prima del 1388, a Pavia, dove fu fatto consigliere del Visconti,
terminandovi la vita nell'anno suddetto (1388) o nel successivo. Ebbe commercio
epistolare col Petrarca e col Salutati; il Manzini lo giudicò 'in successione
Tullianae facundiac nulli nostri teniporis comparabilem.' '■' N^ella sua ricca
collezione, dove non mancavano anche testi sacri e medievali, incontriamo una
rarità: Catullo. i' Pinoto di Reggio d'Emilia, consigliere egli pure del
Visconti, abitava nella parrocchia di S. Pietro al Muro una casa comprata da
Bianca, la vedova di Galeazzo. L'inventario dei libri coi prezzi di ciascuno di
essi si legge nel testamento che fu rogato in Pavia il 17 ottobre 1384:
presente fra gli altri testimoni Pietro Filargo. Sono cinquanta e pili volumi,
in maggioranza giuridici, con un certo numero di testi sacri : ma nessun
classico. Nel legato li distribuì c'osi: trentacinque volumi al monastero di S.
Maria del Carmelo di Reggio; cinque volumi per dotare '■- viveva ancora tra il
1401 e il 1404. Vedi lo notizie su di lui nella Miscelìan. ex ms. libris
Idblioth. colleg. rom. soc. lesv, Koniae Ì7M, 1 i:ij SH. e pres.so F. Novati in
7''. Petrarca e la Lombardia, Milano 1904, 179-92. Copiava, come il Marinoni,
codici petrarcliesclii. 1' Cfr. la Misceli, succitata, I 210. 11 Vedi F. Novati
Umanisti genovesi del sec. xiv. Bartolomeo di Iacopo in Giorn. Ligustico XVII,
1890, 23-41. L'inventario dei codici compilato nel 1390, p. 38-40. isti MILANO
(cap. Ili alcune ragazze, quattro al suo nipote paterno Bonviciuo di (iabriele
Pinoti, sei e altri minori al nipote materno Tommaso di Guido Cambiatore. A
questi due nipoti, allora all' incirca ventenni e inscritti da poco al corso di
legge a Pavia, Pinoto lasciò inoltre quaranta fiorini annui per ciascuno fino
al ter- mine degli studi al venticinquesimo anno.^^ Da Pavia volgiamo l'occhio
alla vicina Milano. Se diamo ascolto a Uberto Decembrio, i milanesi attendevano
solo ' ar- tibus fabrilibus et sordidis ' ; ^*' ma chi cerchi con pazienza
potrà rettificare quel severo giudizio. Intanto un po' di luce viene dal codice
Vaticano lat. 2193 del secolo xiv. Esso è di scrittura lombarda; di scuola
lombarda indubbiamente, e assai l)rol)abilmente milanese, le finissime
miniature. Il codice ap- partenne al Petrarca, che v' inseri di proprio pugno,
in fogli rimasti vuoti, due orazioni di Cicerone (p. Marc, e p. Ligar.) e
alcuni appunti di giardinaggio. Fu supposto che il volume fosse stato messo insieme
sotto la direzione del Petrarca ;i" ma notiamo che egli lo possedeva
almeno sin dal 1348, quando stava a Parma, mentre la sua dimora in Milano
comincia col 1353. Io reputo al contrario che nel codice s'abbia a ri-
conoscere un'antologia compilata da un erudito milanese di sui numerosi e
preziosi manoscritti che esistevano nelle chiese e nei monasteri di quella
città. L'antologia abbraccia molte opere di Apuleio : il lìe deo Socr.,
VAsclep. (apocrifo), il De Fiat., Yad Faustum {-= De mundo), i Flon'd., il De
mag. e le Metam. ; inoltre gli Strateg. di Frontino, il De re milit, di Vegezio
e i primi tredici libri del De agric. di Palladio. I testi derivano da buona
fonte, perché ad es. i libri d'Apuleio hanno il greco e Vegezio reca in fine la
sottoscrizione di Eu- tropio.'* Che il compilatore dell'antologia operasse con
criteri '^ Testamentum domini Pinoti de Pinotis, Regii, apnd Prospcrum Vi'-
drotum, 1072. '1' Borsa op. cit. 97. '" P. de Nolhac Pétrarque et
l'humanisme II 100, dove si discorre am- piamente del codice. "* Entropius
emendavi ecc. (Teuffel-Schwabe Geschichte dei- róm. Liter. § 432, 6). cap. Ili)
MILANO 127 personali e pratici, appar manifesto dal copioso indice alfa- betico
annesso a Palladio.^-' Con eguale, se non maggiore, presunzione di verità rite-
niamo di orìgine milanese due altri codici, gli Ambrosiani E 14 inf., E 15 inf.
Sono due maestosi volumi (era. 40 X 27) gemelli, entrambi membranacei, della
seconda metà del se- colo XIV. Provengono dalla collezione dì Francesco Ciceri
(Cìcereius), professore milanese del secolo xvi.^* Hanno l'iden- tica
dimensione, larghi margini tutt'e due, tutt'e due scrìtti su due colonne e ogni
colorina di quaranta righe ; tutt'e due co- piati con bella calligrafia dal
medesimo amanuense, che sì firma in ambedue nella stessa maniera : Marcus de
Bapha- nellis scripsit. Sono poi l'uno e l'altro splendidamente mi- niati. Il
tipo della scrittura è senza dubbio settentrionale, probabilmente lombardo lo
stile delle miniature. A raffermare la convinzione dell'origine lombarda
s'aggiungono i fogli di guardia di E 15, che contengono ìndici spettanti
all'ammini- strazione del ducato milanese del 1476: sicché nella seconda metà
del secolo xv, al qual tempo risale la legatura, i due volumi erano in Milano.
Il frontispìzio poi di E 14 reca uno stemma, che non s' è purtroppo potuto
identificare, ma che dimostra che il Rafa- nelli, 0 Ravanelli,^! come suona
oggi in Lombardia questo co- gnome, non lavorava per se, ma per conto di
qualche signore. Quel signore era un collezionista ciceroniano; ì due co- dici
infatti sono tutti occupati da opere di Cicerone, cosi distribuite : '" f.
150v-163v Tabula in libris Pnlladii de agriculiura per ordinem alphabeti. -» Il
Ciceri, nato .1 Torno (Como) nel 1621, si stabili nel 1548 a" Milano,
«love visse ininterrottamente, esercitando l' ufficio di; professore,' fino
alla morte, che accadde il 31 marzo 1596 (Fraiicisci Cicereii Epistolar. libri
XII, Mediolani 1782, I p. XIX, XXV; V. Forcella Iscrizioni delle chiese e degli
altri edifici di Milano, 1889, li p. V-VI). ^' Ci fu un Marcus de Raplianellls,
veneziano,'dì professione" notaio, della seconda metà del secolo xiv; ma è
diverso daPnostro copistaTper informazioni sul notaio vedi R. Sabbadini in
Athenaeum I, 1913, U-15 e E. Cessi in N. Ardi. Veneto XXV, 1913, 259. 128
MILANO (cap. Ili Opere filosoficlie : De off., Tuscuì. qtiacst.. De nat. deor.,
De essentia mundi (Timaeus), De seti., De amie. De divinai.. De fato. De
legib.. De fin., Somn. Scip. Opere rettoriche : De inveii, Rhet. ad Heren. (in
sei li- bri), Topica, De orai, e Orator (mutili, il Iranimento del- l'Omo, dai
§ 91 alla fine segnato come libro IV). Orazioni : Philippicae (in 13 libri,
perciò testo mutilo fra il libro V e il VI). Epistole : ad Quint. fr., ad
Atticum, ad Brutum (il {^rnppo ad Br. è dato per intiero, gli altri due in
estratto).^"- Vedc ognuno ciie qui abbiamo un'insigne collezione cice-
roniana, qnale il medio evo non conobbe e a cui può in quel tempo tener fronte
solo quella del Petrarca. E chi sa che essa non fosse ancor pili copiosa che
oggi non sia, perciié non è improbabile che ai due volumi esistenti se ne
accomjìagnasse un terzo con altre orazioni, quelle almeno che erano tra le pili
divulgate. In questa collezione spiccano soprattutto per importanza i tre gruppi
epistolari, dei quali il codice Ambrosiano conserva il testo più antico
arrivato fino a noi, più antico del Mediceo (49. 18) e da esso indipendente,
.senza clic si possa indovinare donde l'ignoto milanese l'abbia scovato.*-*
Brnzo d'Alek.sandria Assegniamo a Milano anche Benzo d'Alessandria. Versi-
mente non sappiamo dove abbia poste le basi della sua cul- tura, ma in Milano e
nelle sue adiacenze risiedette più a lungo. Egli appartiene in ogni modo alla
scuola lombarda, della quale è il più illustre rappresentante, cosi coni' è nel
medesimo tempo il più genuino precursore del Petrarca e di Poggio nella ricerca
dei codici. -■■ Vedasi la uiiutita dtìscrizione dulie epistole dì questo codlee
(K. 14) presso C. A. Lelimann De (Jiceronix ad Alt. cpislulis recens. et emtnd.
20-25. 23 R. Snbbadini in liirisla di filologia X.VXVIII 690, dove è recensita
l'opera del Sjogreii. cap. IH) BENZO 129 Benzo nacque ad Alessandria ^ nella
seconda metà del secolo XIII e mori verso il 1330 a Verona, dove almeno dal
1325 al 1329 fu nella cancelleria degli Scaligeri. Di pro- fessione era
notaio.^ Dove abbia frequentato i corsi univer- sitari, non sappiamo;
verisimilmente a Bologna, città che fu certo da lui visitata e di cui celebra
la fama universale.^ Mentre esercitava l'ufficio di notaio presso il vescovo di
Como Leone Lambertenghi,'* pose mano a una vasta enciclopedia in tre parti.
Ecco qui la testimonianza di un contempora- neo, che lo dovette conoscere
personalmente, Guglielmo da Pastrengo : Bencius, Lombardus gente, patria
Alexandrinus, Canisgrandis primi, inde nepotum cancelarius, magne litterature
vir, omnium liystoriograpiio- rimi scripta conplectens et a mundi eonstructione
exordìum sumens cuncta- ruiii genciuin, nationuin, regum populorumque omnium
simul gesta cou- texuit. opus grande, volumen inimensum, quod in tres dimensum
est partes.5 ' Un abbozzo di questo capitolo su Benzo fu da me precedentemente
pubblicato in Rhein. 3Ius. LXIII, 1908, 22i-Ai Bencius Alexanckinus und der
Cod. Veronensis des Ausonius. Per la biografia cfr. L. A. Ferrai in Bulìettiìio
dell' istituto star. ital. VII, 1889, 97 ss. ; G. Biscaro in Archivio stor.
lombardo, XXXIV, 1907, 281 ss. * II Biscaro lo fa anche sacerdote. L'errore ù
nato da ciò, che riferisce a Benzo quello che egli toglie dalla Descriptio
Terrae sanetae del tedesco Brocardo. Narra Brocardo (cod. Ambros. A 223 inf. f.
20) di aver recitato due messe a Gerusalemme : ' Ego bis dixi missam de
passione et legi pas- sionera in missi secundum lohannem in loco ipso passionis
Chrlsti '; Benzo ripete nella sua enciclopedia (cod. Ambros. B 24 inf. f. 128)
questa notizia e di là fu conchiuso ch'egli fosse sacerdote e viaggiasse in
Palestina. Bro- cardo dà (ib. f. 13) l'anno del suo viaggio in Terra Santa: '
istud accidit anno domini MCCLXXXIII in festo omnium sanctorum'; e anche questa
no- tizia fu riferita a Benzo, che la trascrisse nel suo volume (f. 28). Ma
Benzo ha nominato tutte due le volte la sua fonte. ^ ' Huius matricis ecclesie
(Bononiensis) tìtulus beato Petro apostolo inscriptns est. Unde in sigillo
comuuitatis inscriptus est etiam talis versus : Petrus ubique pater, legum
Bononia mater.... De laudibus prete- rea ipsius notare michi videtur superfluum,
cum fere cuncti maxime litte- rati studentcs quantis bonis affluat sint experti
' (f. 149"). ' Biscaro 283-84. Il Lambertenghi fu
vescovo di Como dal 1295 al 1325. 5 Gulielmi Pastregici De origin. f. 16; la
nota fu ripubblicata critica- mente da C. Cipolla in 3Iiscellanea Ceriani,
Milano 1910, 770. R. Sahbadiki. Le acoperte dei codici. 9 130 MILANO (cap. Ili
Delle tre parti noi possediamo solo la prima nel poderoso codice Ambrosiano B
24 inf., in folio, di carte 280." Ma che fossero tre, ricaviamo dalla
sottoscrizione del volume super- stite, la quale suona (f. 283) : JSxplicit
historia de moribus et vita philosophorum que est ultima primi voluminis; e dal
proemio del libro XXIV (ultimo), dove si rimanda alla terza parte (f. 256 bis):
' De reliquis autem pbilosophis et viris il- lustribus qui post Alexandrum
usque ad nostra tempora cla- ruerunt, dum romauum maxime clareret imperium,
tercia bui US operis parte ponam '. Però non riusciamo a capire come il
Pastrengo abbia potuto vedere l'opera compresa in un gol volume, sia pur '
immenso ' quanto si voglia. Il tempo in cui fu composta la prima parte si
determina abbastanza esattamente. Intanto rechiamo un'attestazione del-
l'autore, la quale si trova nel quartultimo dei ventiquattro libri, di cui
consta il nostro volume : (f. 212") ' cum in hac etate nostra annoque
conpilacionis huius sol iam mi Iesi es trecesies et vicesies giraverit cnrsum
ex quo sol gratie buio mundo effulsit '. Quando cioè stendeva il libro XXI era
l'anno 1320. Un anno intero trascorse dalla stesura alla rico- piatura: (f.
233) ' Explicui itaque adi u vanto deo Tliebane ob- sidiouis ystoriam ^
micbique attulit casus ut mense maio, IX videlicet die, hanc secundam
compilacionem et cor- reccionem explerem, quam XX die precedentis mensis in-
choaveram, sumens a prima translacione quam preterito anno feceram similiter
mense maio ex eisdem versibus Sta- cianis '. Poco prima, nel 1319, scriveva il
libro XIV, perché ivi ri- corda che correva il second'anno dacché Genova
sosteneva l'assedio dei fuorusciti** Ghibellini e dei Viscontei, assedio 6
Membr. del sec. xiv, a due colonne; f. 1 Incipit cronica a principio mundi
usque ad aventum xpisti. Le carte segnate sono 283, ma due ven- nero saltate.
" Nel libro XXI racconta la guerra di Tebe parafrasata sulla Theb. di
Stazio. 8 f. 150T Sed factum est dolorosiii et dolosis civinm sedicionibns ut
urbs ipsa fernim in se convertens et sibi ipsi hostis effecta a civili anga-
tur hoste pariter et forensi, secundo iam labente anno ex quo obsessa cap. ni)
BENZO 131 iniziato nel marzo del 1318.^ Nell'ambito poi del medesimo libro
leggiamo quest'altra notevole dichiarazione: (f. 148) 'Et vere libenter urbis
illius (Comi) insisterem laudibus, cum in ea gratum et quietum sim domicilium
nactus ad conpilandum pre- sens opus et malora alia^" exacto iam fere
septennio'. Se pertanto nel 1319 lavorava da sette anni attorno all'opera,
l'avrà cominciata verso il 1312. Per conseguenza assegniamo alla com- posizione
del primo volume un decennio: dal 1312 al 1322." Negli anni cbe
precedettero la sua dimora a Como, Benzo stava a Milano al servizio del giudice
Clone Bellaste da Pistoia. La sua presenza a Milano è accertata per tutto
l'anno 1311 ^- e per porzione del 1310; ma non andremo lontani dal vero sup-
ponendo che vi avesse stabilito il domicilio da uno o due lustri. Questi dati
sono importanti perché ci mettono in grado di collocare i viaggi di Benzo
nell'ultimo decennio del secolo xiii: viaggi numerosi e lunghi, che abbracciano
poco meno che tutta l'Italia superiore e parte della media. A noi piace
figurar- celo, dalla nativa Alessandria,^^ dopo visitate le città vicine di
Asti,!' Acqui, 15 Tortona,^'' muovere alla volta della Ligu- ria ; ^'^ di là,
prendendo la via della costa, spingersi in To- miserabiliter labicat
(=Iaborat?) se ìpsam ruinis deformans et rapinis eva- cuans cedibus
consuminens. ■■' Muratori Annuii d'Italia, anno 1318. *" Intenderà i due
volumi successivi. " Questo è confermato da altre date che si incontrano
nel libro XIV: f. 149v anno Cliristi MCCCXI ; f. U7v usque ad annum nativitatis
Cliristì MCCCXV. 12 C'era nel maggio e nel settembre 1311; il 6 gennaio 1311
vide l'in- coronazione di Enrico VII (Biscaro 287-88) : stava perciò a Milano
sin dal- l'anno precedente. l'i f. 151 Ai-KXANDRiA... In sigillo cìvitatis
talis consueverat esse versus: Depriniit elatos levat Alexandria stratos. Mi
servo della descri- zione dei sigilli comunali come di indizio sicuro (o molto
probabile) che Benzo visitò la città. " f. 151 AsT... In sigillo'eiusdem
habetur hic versus: Aste virct mundo sancto custode Secundo. 15 f. 151 Vidi
enim fontes ibi (in Acqui) calentes. '<> f. 150 Terdonì... Hodie in
sigillo comunitatìs inscnlptus est huiusmodi versus: Pro tiibus donis si mi li
s Ter don a leonia. '^ f. i.50'' I»NUA... habent in sculpturìs sigilli
conimunitatis ymaginem griffi aves pedibus conculcantis sive unguibus
constringentis et versum ta- leni : (irìffus ut has angit sic hostes lanua
frangit. 132 MILANO (cap. Ili scana, di cui toccò Lucca.^* Pisa,^^ Siena,^''
Firenze," Pistoia; ^^ indi prendere la costa adriatica, toccando
Ravenna,^^ e risa- lendo su su fino a Bologna,^' Parma,^^ Borgo San Donnino ;
^^ voltare i)oi verso il Veneto o, come allora si chiamava, la Marca
Trivigiana,^^ percorrendo Mantova, Piatole,^ il presunto pae- '8 f. 139 Luca...
Multi in liac civitate artiflces habentur in auro et serico. Situs eius in
plano est non longe a montibua niuroque ex lapidibus quadrìs cincta
ninnitissinia redditur... Sed sedicio civilis mul- tum decora civitatis ipsiiis
ediflcia deformavit. Queste son notizie de visu. " f. 139 Pise... Hanc
civitatem preterfliiit amnis nomine ArnuK, intra ipsam civitatem ab utroque
margine mnro lapideo fultus et in eo gradus ad aque descensiini. Ditissima et
opulentissima est civitas et lionorabilem habet archiepiscopatiim ; snbsunt
cnim suffragane! episcopi quatuor. Portura quoque in mari possidet. In ea
sepultus est Henricus imperatnr linins nomi- nis VII, liabens in matrici
ecclesia marmoreo lapide monumento (= — ntnm) loco eminenti imperialiter
sitnatum. Notizie dirette, meno quella sulla tomba di Enrico VII, erettagli nel
duomo di Pisa nel 1315 (25 agosto), due anni dopo la morte (A. da Morrona Pisa
illustrata, Livorno 1812, I* 271-74). 2" f. 1.39 Sene... Huiiis autem
civitatis catliedralìs ecclesia matrem Vir- ginem habet in titulum, unde et
civitatis sìgillura bnnc contìnet versuni : Salve virgo Senam veterem quam
cernia amenam; et per hoc in- nuitnr quod antiqua sit annis et aitu
delectabili. Date altre notizie su Siena, soggiunge: Hoc sicut inveni scrìpsi,
sed huius relationis auctorem non legi. Perciò si tratta di notizie orali avute
sul posto. 21 f. 139v Florencia... Unde miror quid sculpture significent
sigillo ip- 8ÌU8 civitatis impresse ; est enim in eo Hcreulis ymago clavam
nianu ge- stantis et versus talis : Herculea clava domat Florencia prava. 22 f. 139v PisToRiuM... versus
autem qui imprcssus est sigillo comunitatis ipaius civitatis, nam talis est
versus : Que volo tautillo Pistoria celo sigillo. 23 f. 139V Ravenna... ut
habetur in codicibns ecclesie ravennatis; f. 140 Versus sigillo ipsius urbis
impressns antiquani esse insinuat dicens : Urbis antique sigiUum summe Ravenne;
f. 147v legi in cronicis ecclesie ravennatis... 2< Cf. aopra p. 129, n. 3. 2' f. 149^ Parma... In
sigillo ipsius civitatis versus habetur qui talis est : Hostia turbetur quia
Parniani virgo tuetur. 26 t. 149y In lapide grandi ante basilicam beati Donini
in bnrgo eìnsdem (S. Donnino) sunt antique littere, scilicet lulìa civitas uri-
Bopoli. 2^ f. 1I2V Venecia que modo dicitur Marchia Trivisina. 2* f. 149
Mantua. In suburbano quoque pago aupra ripam ipsius lacus sito, qui Pplectolis
dicitur, natus fertur fuisse Virgillus. Questa è la prima notizia diretta,
indipendente dalla danteaca, su Pietole. cap. Ili) BENZO 133 sello natale di
Vergilio, il lago di Garda,^'' Verona ^o e Vene- zia.-^i Le ultime città
visitate devono essere state le lombarde, Bergamo,^^ Pavia,^^ Milano, Como,
perché in questa regione, e propriamente in Milano e Como, fissò la sua dimora,
finché non tornò nuovamente a Verona, chiamato nella cancelleria degli
Scaligeri. Quei viaggi furono intrapresi a scopo di studio. Benzo an- dava in
cerca di notizie per la sua enciclopedia ; dagli ar- chivi e dalle chiese
traeva codici, cronache, iscrizioni e do- cumenti di ogni genere, e tutto
leggeva, ora diligentemente ora frettolosaniente,^' ora copiando, ora
transuntando : nel che ebbe, due secoli dopo, imitatore il concittadino Giorgio
Me- rula, il quale parimenti dal 1488 al 1493 esplorò e fece esplo- rare
parecchie biblioteche e archivi d' Italia per compilare la Historia
Vicecomitum?'^' 29 f. 94 Benacus... Hic hodie dicitur laeus (iarde, <a>
castro eiusdem nominis. In eo lacu nascuntur pisces sapidissimi, qui vulgo
dicuntur carpo- nes (= carpiones), quod genus piscium nusquam reperitur quain
in lacu ipso et per menses duos cocti et su<b> sale servantur. Notizie de
visu. 30 f. 149v Verona... De urbis autera huius nomine feruntur illi duo ver-
siculi ethimologiam et antiquitatem insinuantes eiusdem : Ve vere sur- gens Bo
rotas (= rotans) per circuitum ni. Nani antiqua urbs est vocata Verona (sarà:
nauique antiqua urbs a vera est Verona vocata; e vera, forma volgare di viria,
significherà ' anello ')... Laberinthum etiam, quod nunc Barena dicitur, ibi
habetur..., cuius pars exterior terre motibus corruit. De ipsis autem ruinis,
scilicet lapidibus quadris, constructa fuit pars muri urbis que est inter
portam qua itur Mantuam ad (ac ?) monasterium S. Zenonis. Notizie de visu. 3*
f. 140 Vexecik... Ecclesiam habet civitas ista beato Marcho dicatam, in qua
quiescit, mirabilia operis venustate decoram. Questa e altre notizie farebbero
credere che ci sia stato. 32 f. 148^ Peroìmum... Hec in clivo limpidine (cioè
limpidezza) fontium et consltu virgultorum ameno quasi in throno sedeng... E
altre notizie de visu. 33 f. 147 Papia... Hec inveni in antiquis scriptnris
apud ipsam urbem... Hee que loquor (il Regissol di Pavia) oculis meìs vidi et
novi. Alcune delle succitate notizie Benzo avrà forse potuto sapere dagli
ambasciatori conve- nuti a Milano per l'incoronazione di Enrico VII; ma nella
grande maggio- ranza conobbe quelle città direttamente. 3< f. 144v quorum
omnium auctorum libros seu cronicas vel scripsi vel partim seriose partim
perfunctorie legi. 35 Scoperte 157. 134 MILANO cap. Ili) Neil' impostare la sua
enciclopedia Benzo tolse a modello lo Speculimi historiale di Vincenzo
Bellovacense. Al ])ar di lui reca prima le testimonianze de^H altri e quindi
introduce col lemma ' actor ' le notizie proprie. Nel nominare le fonti è
coscienzioso, sebbene in questo riguardo la sua diligenza ri- manga inferiore
all'esemplare ; bisogna però escludere nelle dimenticanze ogni ombra di
malizia. Nell'esposizione e nel- l'apprezzamento dei fatti dà prova di ))uon
discernimento cri- tico. Si studia sempre di scegliere fra gli scrittori gli
auten- tici, com'egli li chiama, e quando le testimonianze non sono concordi,
esprime i suoi dubbi, di esse accettando franca- mente quella che gli pare più
attendibile. Concorrendo nelle testimonianze i poeti e gli storici, dà la
preferenza agli sto- rici, perché i poeti ' non historice sed lege artis
poetice sant locuti ' ; ^^ talché p. e. non ammette l' incontro di Enea con
Bidone secondo il racconto vergiliano e segue invece l'autorità di Trogo,^^
precedendo in ciò il Petrarca. Nel narrare la storia di Milano abbozza una
critica delle fonti. All'origine di lanua da ' lanus ' non presta fede, perché
trova che in Livio il nome suona non lamia ma dcnua.''^'^ Se la fonte gli
riesce oscura, lo dichiara.'* Confronta anche le varie lezioni dei codici.^'
3'" f. 2Ziv In nullo autem circa liiiiiis liistoire (della guerra troiana)
com- pilacionein nec Omenim, cimi iiiaudaceni (mend-) illum Sibilla fiiisse
insì- nuet, nec Ovidiiim nec Virgiliuni secutiis sum, quia non historice scd
lege artis poetice sunt locuti. 3~ f. 13G Eliininandns erjro est per hec Trogi
sive lustiui dieta illornm fabulosus error, qui sequentes Omeruni, quem Sibilla
Erictrea niendacem appellai, nec non Virgiliuni et Ovidiuni sequaces Omeri,
quo» loeutos con- stat ut Octa Viano Augusto placereut quibusve niox (mos) est
non liistorìas sequi sed legeni pocìus artis poetice inimitari, credunt innio
asserunt F.neam troianum liane vidisse Didonem aut ei contemporaucuni fuisse
eanique eum adaiuasse impudico vel pudico amore et ob id, cum se ciani
ahsentasset Eiieaa, ipsain se pugione confodisse furibundi ainoris velieineutia
vieta. Sog- giunge le tfstimoniauze di fiirolamo Contra lovin. e <li
Agostino Uunfcss. ** f. l.'iOv Unua... Conchiude : Per hec igitur pafet hanc
urbem non lanuam sed Genuam antiquitns nuncnpatam et sic non a lano dictnm vel
conditani. *•' f. 112 'Hec est et Tuscia, sed Tnsciam dicere non debemus, quia
nusquam legimus'. Actor. Hec Ysidorus (Etym. XIV 4, 22) ; sed quid dicere velit
in hoc ultimo verbo, non intelligo ; forte corrnptns est te.xtns. ■*" f.
236 sul numero delle navi greche a Troia', alia littera dicit naves MCXLII,
alia MCCXVI (presso Darete XIV). cap. Ili) BENZO 135 Certo non si deve
pretendere da lui pili che in quel tempo non si potesse. Cosi egli crede
ciecamente a Dicti e a Darete, fidandosi delle prefazioni che gabellano i due
autori per con- temporanei della guerra troiana," e contrapponendo, a chi
di quella guerra negava l'esistenza, l'autorità di Agostino.'^ Ma la guerra di
Troia fu da ben più altri e prima e dopo di lui ritenuta vera ed egli del resto
non mancò di rilevare contrad- dizioni fra Darete e Dicti, le quali attribuisce
alla passione degli informatori.'''' Sicché nell'insieme Benzo ci lascia l'im-
pressione di una mente illuminata. Nella citazione delle fonti ora si mantiene
ligio al testo, trascrivendone anche gli spropositi, ora lo riporta
liberamente. Quando la fonte è poetica, specialmente se si tratta di passi
hmghi, coni' è il caso p. e. della guerra tebana e della gio- vinezza
d'Achille, cantate da Stazio, riduce la poesia in prosa e sostituisce ai
vocaboli antichi i vocaboli più recenti, perché i suoi coetanei capivano poco i
versi, e perché il lessico la- tino s'era profondamente modificato.''* Inoltre
non trascurava la forma e dei capitoli più difficili, quello ad es. della
guerra tebana, stendeva prima la minuta e poi lo trascriveva in pulito.^^ La
conoscenza che ebbe Benzo degli autori è larga e va- ria, massimamente per
quanto si riferisce ai medievali ; ma " f. 233. <* f. 251 Movet me
quoque quorundam ridiciilosa opiiiio blaterantium hoc est inepte clamancium
fabulas esse poeticasque ficciones qiie de troiano excidio tam noto tainque
famoso a tam illustris (-stribus) scriptoribus siint narrata. Segno la
citazione di Agostino. *' {. 2;i:!v Non mirari tamen non possum quod in eorum scriptis
tanta tamqiie frequens dissonancia et diversitas reperitur. Cansam quoque
varie- tatis eorundem scriptorum fuisse pnto affectiva rellacio parcinm circa
gesta vel magnificare suos vel adversarios delionestare voleneium. ■" f.
212V Ego autem considerans qnod modernis temporibus sic ars me- trica in
dissuetudinem venit ut nec eani moderni fere amplectentur immo paucissimi
autliornm maxime antiquorum metrice vix possunt absque multis comnientis et
glosis ad intellectnm conpreliendere (-bendi)... ; f. 2'')3 nietra eius
(Statii) in prosam reddìgens... ; f. 213 Sane cum antiquorum latinum sermoneni
contemplor et dum quam dissimile sit a moderno eloquio consi- dero, vere video
adinipletum quod dudum predixit Oracius... 'multa re- nascentur... ' (A. P.
70-72). '5 f. 233... hanc secundam compilacionem et correccionem... 136 MILANO
(eap. Ili di questi non terremo conto, se si eccettuino qualche scrittore e
qualche testo che dall'antichità attinsero parte delia loro materia; tra i
quali nominiamo il Poeiarius di Alberico,^^ i Mirabilia Momae,'^'' la Graphia
aureae urbis lìomae^^ e un Liber de proprietatibus;^'^ dal quale trae notizie
geografiche e a cui talvolta appone il nome di Isidoro.^ Kiguardo agli autori
antichi, dobbiamo esser guardinghi nel determinare quali gli fossero noti
direttamente, perché non sempre, e l'ho già avvertito, indica la fonte, onde
taluni che sembrano citati di prima mano potrebbero derivargli da altri e
soprattutto da Vincenzo Bellovacense. Ci rifaremo dai greci tradotti. Di
Platone pare non cono- scesse nulla.^i Opere d' Aristotile n'avrà certo vedute,
ma non sappiamo quali, perché nell'elencarle riproduce il passo del
Bellovacense ; tra^^ le spurie cita il De pomoP Adopera an- che la Vita
Aristotelis, che va sotto il nome di Ammonio, traslatata allora di recente in
Inghilterra e che egli toglie dalla Summa di Giovanni Walensis.^' ^ f. 133 ab
Alberico in libro qui dicitur Poetarius ; f. 261 Albericns in Poetarlo ecc. *''
Li adopera nella descrizione di Roma, f. 141 ss. <8 f. 144T illins Graphia
anree compilator. <9 f. 99V ecc. '^ f. 107, 110 ecc. Isidorns ex libro
proprietatum. 51 f. 273V Ut autem in Fedrone narratur, bibit farmacnm et ciini
hii, qui ingressi erant eum, Xantippem coningem invenissent piierum tenentem et
exclamantem, Socratem (-tes) aspiclens Tritonem (Crit-) faniiliarem albi,
abicito inquit ìllam... et hec dicens patienter snstinens valde ilariter et fa-
cile bibit. Hec in Fedrone (Phaed. 60 a, 117 e). Questo brano della tradu-
zione medievale del Phaedon tfli deriva dalla Summa del Waleys, Lugd. 1511, f.
169. 6' f. 279, cfr. Vinc. Bel. Sp. Mst. Ili 84. " f. 279. 3< f. 277v
Aristotiles... Huius antem origo et vita fuisse legitur huius- modi in libro de
vita et moribus philosophorum : Aristotiles quidem fuit gente macedo, patria
vero strangiritanus. Strangiria autem civita.s est Tra- chìe... Il Liber de
vita et mor. philos. fa parte della Summa del Waleys, nella quale si trova il
tractatus de vita eius (Aristotelis) transìatus de greco in latinum (lo.
Valensis Summa, Lugd. IMI, f. 164v). Il testo greco fu pubblicato la prima
volta da L. Holstenius Vita Aristotelis peripateti- eorum principis, Lugd. Bat.
1621. cap. HI) BENZO 137 Per la storia degli ebrei sfruttò largamente le opere
di Flavio Giuseppe 1" historiographus disertissimus ' e di Ege- sippo ; ^^
per la cronologia in generale e per la storia della chiesa Eusebio tradotto da
Girolamo e da Bufino ; =" per le im- prese di Alessandro Magno VHistoria
Alexandria'' dello ps. Callistene, anonima, e l'Epistola Alexandri ad Aristotelem.^
Rammenta le ' elegantes et famose fabule ' di Esopo,^^ ' homo grecus et
ingeniosus ' ; e cita Dioscuride,"" Origene,^^ Giovanni il
Grisostomo,*^^ Clemente Alessandrino : ^^ ma se tutti diretta- mente questi
ultimi, non saprei aifermare. Speciale menzione richiede il Liher de vita
philosopliorum, la ben nota riduzione medievale delle Vitae di Diogene Laerzio.
Benzo non potè adoperare l'omonimo scritto del Bur- laeus, che non era ancora
uscito, bensì ebbe tra mano la re- dazione originaria, ma stranamente alterata
e ingrossata, come apparirà da un paio d'esempi : Homerus (f. 263)... Fuit
autem Homerus, ut scribitur in libro de vita phi- losophornra, homo bone
magnitudinis, pulcro forme, remissì coloris, magni capitis, inter humeros
strictus, gravem liabens aspectum et in facie signa variolanim. SocRATES (f.
274)... Fuit autem, ut in eodem libello de philosophorum vita legitur, vìr
coloris rubei, conpetentis magnitudinis, calvug, decorus ^ f. 9Iv Hic finis
terminusqne a me ponitur historiarum hebraici sive iudaici populi ex hiis que
sumpta sunt per me ad huius operis compilacio- nem a scriptis Flavii losephi
hìstoriographi dissertissimi et Egesippi in stilo historiarum losepho non
infimi ; f. 16^ losephus in libro centra Apionem. 56 f. 21, 133 ecc. ^ f. 37v
ecc. 58 f. nv ecc. 53 f. 44, 267v. «> f. 97v Diascorides. 6' f. 32v Origenes
in expositione arche Noe. 6' f. 32» Johannes constantinopolitanus de
reparatione lapsi ; f. 263 Nar- rat vero Crisostomus in quodara sermone super
ilio verbo ' dicentes se sapientes stulti facti sunt' Fiatoni fuisse propositam
questionem (sui pidocchi dei pescatori), sic dicens : 'Plato iuxta litus maris
deambulans '... Hee Crisostomus. Tamen lohannes de Walia in Summa sua
{Uompendil. Ili 4, 16) ponit quod fuit rei huius recitator (Jregorius
Nanzanzenus qui fecit tractatum super ilio verbo apostoli: 'sapientia huius
mundi etc. ' Cfr. sopra p. 42 n. 38. ^■^ f. 103 Clemens in itinerario. 138
MILANO (cap. Ili facie, gpansas humerìs, jfrossorum ossium, modice carnig,
oculorum nigro- ruin, lentarum palpebrarum, multi silenciì, raembrorum
quietornm inulteque cogitacionìs. Si direbbe che tali ritratti fossero
modellati su quelli degli eroi e delle eroine di Grecia e di Troia, che
leggiamo presso Darete (XII-XIII). Fra i cristiani latini aveva dimestichezza
con Lattanzio^' e i quattro grandi luminari : Girolamo,^^ Ambrogio,^ Grego-
rio,*'''' Agostino, soprattutto il De civitate dei di quest'ultimo."*
Spessissimo adoperato per la storia è Orosio,**^ per la mitolo- gia Fulgenzio.™
Di Boezio cita il T)e consolai.'^ e il De mu- sica,^^ di Cassiodoro molto le
Variae, talvolta VHistoria tri- pertitaP Assai di frequente ricorrono i
richiami alle Eiy- mologiac di Isidoro,'''* e a Miletus,'''^ che sarà Melittus,
il collaboratore della Chronica dello stesso. Non dimenticheremo la Datiana
historia?^ Vorremmo aggiungere VApologeticus di Tertulliano,''^^ ma ci sembra
tolto di seconda mano dal Bel- lovacense. Di alcuni scrittori pagani ha solo
conoscenza indiretta. Cita da Sallustio il fatto dei Philaeni ''^ {I»g. 19); ma
per la parola di Giugurta (35) : ' urbem venalem et mature peritu- M f. 265. 65
f. 21 Super Amos ; f. 32v super Ezechielem ; 186» supra Danielem ; 271v super
Genesim ; 21, 265v ecc. centra lovinianum, 271, 280 ecc. Epist. 66 f. 31, 32V.
6" f. 32t ecc. 6* f. 7 ecc. Altre opere : 32v Scrmo de incarnat. dom. ; in
psalmos ; 249v Confes.s. ; 268 centra mendacium ; 276» coutra lulianum. 6» f.
7v ecc. ~'> f. 256 bis ecc. Mitolog. "1 f. 267 ecc. "' f. 269 Hic
(Pythagoras) ut scribit Tnllius libro de consiliis cum audis- set
taurominutanum iuvenem libidine tlagrantem... Cfr. Boeth. De tnus. I 1. Ville.
Beluac. Spec. hist. Ili 21 cita lo stesso passo, ma senza le parole ' libro de
consiliis '. ~^ f. 9-t ecc. Epist.; f. U4t Cassiodorus in Tripertita. '* f. lUv
112 126v ecc. ■« f. 12, 140, 149
ecc. "6 f. 20, 144 ecc. Datius. ~ f. 270, 273t ecc. ''8 f. I37v Hoc idem
scribit et Salustlus. cap. Ili)
BENZO 139 ram '... rimanda a Orosio.''^ Cesare gli è intieramente ignoto e
nella descrizione delle città della Gallia^*^ non fa mai il suo nome; le poche
volte che lo ricorda,*^' copia il monaco Aimoino 0 Ammonio, com'egli lo chiama.
Da Cicerone reca qnesto detto : ' Theofrastus, qui a divinitate loquendi, ut
ait Cycero, nomen accepit'.*^ La frase ciceroniana si rinviene nell'Ora^or (§
62), in un luogo che manca ai codici mutili. Se ne conchìu- derà che Benzo
possedeva VOrator integro? No certo, da chi abbia veduto la medesima notizia
nella Chronica di Giro- lamo. «^ Troviamo allrcsi una citazione dMe
Fhilippicae: 'Idem TuUius libro XIII Philippicarum scribit eciam lucu- lenter:
memoria inquit bene reddito vite sempiterneqne (sic) si non esset '...''' Ma il
brano è dato anche dal Bellovacense; *= e d'altra parte sarebbe questo l'unico
indizio che Benzo pos- sedesse orazioni ciceroniane. Egli nomina assai spesso
la Na- tur. Histor. di Plinio*" e sempre in tal forma, che parrebbe
l'avesse tra le mani ; ma altrove confessa di non la possedere.*' E nemmeno
Plinio il giovine conosceva, perché là dove parla di Como,** lo tace assolutamente.
Per gli altri scrittori che elencheremo, crediamo di aver raggiunto la ])rova
che li possedeva. Collocheremo in capo a tutti Vergilio,*^ insieme col suo
commentatore Servio,'-"" da cui "9 f. U2v. *) f. 151v-],52v. 81 f. 107,
irw. S2 e. 48. 83 Migne P. L. 27, 478. S' f. 274, cfr. Phil. XIV 32. « Spec. hist. VI 20. Vero è che nel Bellovac.
invece di 'libro XIII ' si ha ' in 14 ' ; ma potrebb'essere una correzione
dell'editore. S" f. 97v, 98, 104', Ilo, 116, 118, 118v, 119, 121, 278'
ecc. '"" f. UU' Nunc de siiigiilis Italie provinciis disserendnin
est. Sed hoc prius sciendum qiiod secunduni Plinium libro III Ytalia XII
fainosas et po- tcntissiiiias particulaies preter insulas continet regiones de
qiiibns ipse Pli- nius diffuse tractat. Sed cum liber ille ad me non
pervenerit... ; f. I26v Servius... De civitatibus auteni tocius orbi» multi
quidem ex parte scripse- runt, ad plenum tamen Phtolomeus greee, Plinius
latine... (ad Aen. VII 678). Actur. Ego vero cum hiis caream auctoribus... 8«
f. 148. »3 f. 233r ecc. ^ f. 126V, 13ÓV ecc. 140 MILANO (cap. Ili deriva
copiose notizie storiche e miticlie. E gli faremo seguire Orazio, ' nobilis et
antiquus ille poeta ', con VA. P. e le Odi, esso pure commentato.®^ Ovidio è
consultato specialmente per le 3Ietam.;^'^ ma sono ricordate anche le Heroid. e
^\\ Amo- res?'^ Qua e là comparisce il nome di Lucano.®* Particolare
predilezione mostra per Stazio, che, come soleva al suo tempo, confondeva col
retore tolosano omonimo, ma lo distingueva, ciò che allora non tutti facevano,
dall'altro omonimo Cecilio Stazio.®^ Di lui ammira lo ' stilus rethoricus et
facundus ', T'elegars metrum ' e sa da Giovenale l'entusiasmo che susci- tava
in Koma con la ' leporis dulcedo ' nella declamazione della Tebaide.'-*'^ Anche
l'Achilleide egli giudica ' coloribus rethoricis venustata ', in proposito
della quale riferisce che Domiziano gli aveva domandato un poema sulle proprie
ira- prese, ma che il poeta non ritenendole ancora degne di canto, né d'altra
parte osando opporre un rifiuto, sotto pretesto di addestrar l' ingegno gli
dedicò il nuovo lavoro. E tutto ciò di- 91 Per 1'^. P. f. 212» Oracius nobili»
et antiquus ille poeta : ' multa in- quit renascentui'... (A. P. 70-72). Perle
Odi f. 270» Quante aiitem venera- cionis hic vetustissimus poeta Pindarus
fuerit et quam preclarus in arte poetica, insìnuat Oracius, niagnus eciain
poeta, in odia suis... (IV 2). Per il commento f. 133» Unde et Oracius, causam
volens succincte estendere quare dii, ut secuudum euni loquar, passi sint
ipsius urbis destruccionem, Inter cetera ait : Ilion Ilion fatalis et incestus
index Paris et mu- lier peregrina scilicet Helena te vertit in pulverem
postqnam Laumedon pacta mercede destituii idest fraudavit deos non per- solvens
libamina que in constitucione ipsius urbis diis ipsis promiserat (Carm. Ili 3,
18 ss.). '■'* f. 134, 260» ecc. Ovidius in maiori. 93 f. 262» De qua (Phaedra)
meniinit Ovidius Epistolarum (Heroirf. IV); f. 149 unde illnd monosticon: '
Mantua Virgilio gaudet, Verona Catullo ' (Am. Ili 15, 7). 91 f. 94» ecc. 95 f.
52 Statius poeta Cecilius comediarum scriptor, non ille Statius, qui thebanam
scripsit historiam. 96 f. 212» Quoniani regum septem communi accessu insignem
historiam scriptorum veterum et potentissime (= potissime) Staeii tholosensls stilug
rethoricus et facundus toto orbe sic celebrem reddidit... Hanc autem histo-
riam Stacius ipse eleganti metro conscripsit imperante Domiciano Augusto; cuius
sano Stadi tanta leporis dulcedine lingua redoluit, ut quemadmodum luvenalis
satyricus memìnit sna recitando carmina eciam romanam nrbem lefam efflceret...
(luven. Sat. VII 82-86). cap. Ili) BENZO 141 chiara desumersi dal
proemio.^" È manifesto die vi lesse più che non vi sia scritto; ma non
errò nell'affermare che Stazio prevenuto dalla morte lasciò imperfetto il poema
: nel che consente, come vedremo meglio più sotto, con la Commedia di Dante,^^
da lui certo non veduta. Il suo testo terminava con le parole: ' et memini et
meminisse iuvat, scit cetera mater'; ^^ vi mancava perciò il verso spurio di chiusa,
aggiunto da un interpolatore, che a tutti i costi volle dare al moncone l'ap-
parenza di poema finito (v. sopra p. 100). Tanto la Theb. quanto VAchill. di
Benzo erano chiosate. ^"'^ Abbiamo testé ri- cordato Giovenale, il
'satyrus': ^'^^ di esso pure aveva il com- mento. 1"* Ultimi tra i poeti
noti a Benzo vengono 1' autore AeWIlias Intina}^^ da lui citato col nome
d'Omero, e Clau- diano, 1" auctor ingeniosissimus'.^"* Questi i poeti
coi loro commentatori. La prosa è anzitutto rappresentata da un discreto
manipolo di storici. Livio è per ^ f. 253 Sciendum quoque est qnod hano
liistoriam (Acliillis) Stacius tholosensis Domiciano imperatori metrice
scripsit, coloribus quidem retho- ricis venustatam, quam tanien compiere
nequivit morte preventus. Volens enim idem imperator ut de gestis suis opus
componeret, cum iam ipse Sta- cius librum Tliebaidos... complevisset nec
videret Domicianum aliqua ges- sisse memoria digna nec tameu palam auderet
renuere subire opus, sub pretestu acnendi ingenium prestolatus est hoc opus
assumere. Hoc autem
invocatione operis idem auctor insinuai. 9" Purg. XXI 93. 99 f. 256v. 100
f. 212'' per la Theb. : usus sum commentatorura adminiculo; f. 253 per VAchill.
: nonnulla ex commentis accipiens. wi f. 17, 275 ecc. 102 f. 275 Commentator
etiam luvenalis dicit quod nolebat (Socrates) iurare per loveni, sed per canem
aut lapidem vel quicquid ad manum ei accidisset, unde ab Athcniensibus
dampnatus, in carcere veneno hausto, periit; f. 279v nam flexo genu vel gradu
incedebat (Aristoteles), ut dicit commentator super luvenalem. 103 f_ 244 Verba
Priami ad Acliillem secundum Onierum : '0 greee gen- tis Acliilles fortissime o
regnis meis inimice '... {II. lat. 1028 ss.) ; f. 245 Recitat autem Omerus in
liane sententiain verborum i)aratam fuisse Hectoris regalem sejnilturam : '
Rogus sìqHidem a duodecini principibus constructus est, cui additi sunt equi
currus tube clipei'... (ib. 1048 ss.). 104 f. 141 Huius preterea urbis (Romae)
inclite laudea preclarissimas eleganter liic epitliomare insinuat Claudiànus
auctor ingeniosissimus dicens: ' Hec est urbs qua nichil ether in terris
complectitur alcius ' .. (Cons. Stilic. Ili 130 ss.). 142 MILANO (cap. Ili lui
'omnium scriptornm et historioj^raphornm maxima», in CUÌU8 narracione ouinis
tacet oblocutor et gaudet elocutor '.^''^ Possedeva le tre deche I, III e IV, non complete,
|)erehé la IV mancava, come del resto nell'esemplare petrarchesco, del libro
XXXIII,^"" e il libro XL giunj^eva press'a poco al e. 15,^"'
dove il codice del Petrarca continuava fino al e. 37. Più d'una volta lamentò
la perdita della deca II i"* e non vi potè sup- plire con le Periochae,
che gli rimasero ignote. Valerio Mas- simo fu una delle sue fonti precipue.
^'^^ Molto si giovò di Curzio Eufo nella storia di Alessandro Magno.^'*'
Conobbe Sve- tonio,iii Lucio Floro ; ^^* frequentemente adoperati sono, né
poteva essere altrimenti, Solino, del quale sa dir solo questo, che visse dopo
Ottaviano,'!^ e Giustino, di regola citato con la formula ' lustinus ex Trogo
'.^i' 11 suo Eutropio era nella 103 f. i44v. "•<■' f. 177 Hec ex Tito
Livio snnipsi de gestis inter Pliilippam et Roma- no9 ceterosqne eoruiii socios
circa ea qua Philippi gesta tangiint. Sed quia in exemplari non invoni bellnni
quod inter Filippiim et consulem Quìntum B'iamineum hoc tempore ultimo gestum
sive secutum est pace a senatn ut predicitur repudiata... "w f. I80v
Demetrius vero qua potuit oratione suspiciones dìluit se excu- saus. (Lìv. XL
12) Actor. Huius orationem imperfwtani inveni in exemplari libro Titilivii ; ita
quod qualein exitum siniultas illa fraterna habuorit se- cundum dieta Tyti
prosequi non possum ; ncque enim ultra uaquam de li- bris eius inveni nec
haberi audivi, preter hanc decadam quartam et terciam et primani. '«8 f. Viiiv
Servius scribit (ad Aen. I 343) quod Carthago a carta dieta est, ut legitur in
liistoria Penornm et in Livio et sonat Penorum lingua nova civitas ut docet
Livius. Actor. Quod autem Llvius hoc ponat non legi ex omnibus tribus
decadibus, scilicet prima tertia et quarta; pulo antem in aliis haberi et
maxime in secunda, que nusquani haberi dicitur; f. 260 A Tito autem Livio hanc
advectionem (di Ksculapio) non sunipsi, quia ipsa eo tempore fult in quo
secundam operis sui decadam Titns inccpit, qne nn- squam haberi dicitur. In
fine enim illius decade (primae) alìqna de ipso Esculapio deveheudo in urbem
tangens dicit, quod ' eo anno quo pestilen- tia ipsa laborabant Romani'... (X
47). Un accenno a questi fatti avrebbe trovato nelle Periochae. 109 f. 104 ecc.
"' f. 17', 159, 160 ecc. Il' f. 115, 266V ecc. m f. 181. •»3 f. 262 quem
(Solinnm) constai fnisse temporibus eciam post Octa- vianum. «" f. 17V
ecc. cap. Ili) BENZO redazione originaria/i^ non nell'ainpliata di Paolo
Diacono. Per la guerra troiana fonde insieme le narrazioni dì Dicti e
Darete,"" ponendo però a base Dicti, perché il 8uo testo di Darete
era frammentario. Cosi almeno credeva : credenza er- ronea, insinuatasi in lui
e in altri, dal confronto di Darete con la traduzione francese di Benoit de
Sainte-More, che va- lendosi di nuove fonti aveva ingrossato la redazione
primitiva latina. Benzo possedeva la traduzione francese, non è ben chiaro se
l'originaria poetica o la riduzione posteriore i)rosa- stica; e di essa anzi ci
ragguaglia che era popolarissima e che veniva cantata per i villaggi e nelle
piazze. Ciò lo trat- tiene dal voltarla in latino; donde rileviamo che egli
s'era anche impadronito della lingua francese.^^^ Altri autori usati da Benzo
sono Frontino,i^* Apuleio, di cui scopri quattro opere, due di più del
Bellovacense,"" Aulo Gel- ilo, di cui possedeva entrambe le parti,i^^
Marziano Capella.i^^ "3 f. HIT, 136, 140V. •"■' f. 233 iinus enim
secundam qnod indicat epistola Septiminii (sic) ad Quintum Archadimn (sic)
vocatus est Dytis ex gnosio oppido... ; f. 233v al- ter... fiiit Dares frigius.
Hic ut meminit Cornelius Nepos in epistola ad Sa- lustiura Crispnm... "T
f. 233v minus tamen usiis sum ex Daretis scrìptis, quia eiusdem opus non
continuatuiu sed per tran.situin couipilatum ad me pervenit, quamquam et
gallico idiomate comniuniter habeatur passimque adeo sic (=8it) vulga- tum ut
vicis cantitetur et plateis, propter quod non curavi in latinum illud deduccre.
Cfr. P. Rajna in Arehiv. stor. lombardo XIV, 1887, 21-22. 118 f. 208V. iw f.
280 Huius Apulei duos se repperisse libros dicit Vincencius, unum scilicet De
vita et moribus Platonis, allum qui intitulatur I)e deo Soera- tis. Ego vero
alium eiusdem Apulei librum legi qui intitulatur sic: Apulei platonici
floridorum; alium quoque librum eiusdem comperi qui intitulatur Asini aurei vel
secundum alios intitulatur sic : Ludi Apulei platonici Madaurensis
Methamorfoseos liber. 1*' Per la prima parte (I-YIl) f. 272 ne eo (Protagora)
scribit Agellius libro V (V 10) Noctium atticariim introducens theraa super
dilacione iudicii diflfiniendi Inter ipsum Protliagoram et eius discipuium
Eunallium... Protha- goras qui fuerit ' acerrimus sophisticator ', ut ait Agellius
libro V cap. l (V 3, 7). Citato anche dal Bellovacense Spec. hist. HI 55, ma in
maniera diversa. Per la seconda parte (I.K-XXl f. 166t Agellius. Super ea
vanitate mater eius Olympias ' eum comiter admonuisse visa est docens eum '
(XIII 4, 3). '21 f. 160 Marcianus. In hac eciam Alexander Victoria contra
Darium... (VI 594). 144 MILANO (cap. Ili e Macrobio coi SaUirn}^ e col
Somnium}^ Cicerone gii è noto assai imperfettamente. Nulla degli epistolari,
nulla delle orazioni, poco delle opere rettoriche,'24 „„ j,uon numero delle
filosofiche : Tuscul.}^^ De offic.}^^ De divin.}'^' De nat. deor.,^'^^ De
sen.,^-^ De amic.,^^'^ De fatoP^ Con Seneca ha maggior familiarità. Cita i
DialogiP^ il De henef.}^'^ il De clem.,^^^ il De ira,^^'= le iV^a^. Quaest.,^^^
le Epist}^'' e le Tra- goediaeP^ Tutti gli autori che abbiamo finora enumerati
non risulta per qual via siano pervenuti alla conoscenza o nel possesso di
Benzo. Di alcuni soli possiamo accertare la provenienza e di questi teniamo
parola qui alla fine. Essi sono gli scrittori àQW Historia Augusta e i due
poeti Catullo e Ausonio, tro- vati a Verona nella biblioteca del Capitolo : i
due ultimi si- curamente, i primi presumibilmente. Benzo reca alcuni passi
dall'lZjs^ Aug.p^ in uno dei quali invece di ' statura decori ' legge
erroneamente ' stature '}*^ «2 f. 249v. *23 f. 268. 124 274v Inter Xenofontem
autem et nxorera simal litigantes Tnllius li- bro rethoricorum qiiandam
mulìerem Aspasiam nomine introducens... (De inv. I 51). 125 f. 256v bis. '26 f.
144. 12^ f. 267, 273v. 12« f. 266. 129 f. 206v, 271. 130 f. 207v. 131 f. 274.
132 f. i38v De fonte Arethusa nieminit Seneca libro de consolatione quod '
celebratissimus carniinibus "... (Dial. VI 17, 3); f. 207 De eo
(Pisistrato) refert Seneca eiu8 dis.simulandi virtutem ostendens... (Dial. V,
11, 4). 133 f. 166v, 172. 131 f. 170, 267. "5 f. 270. '30 f. 94v, 156V.
'3' f. 263. '3s f. 2o2v Seneca tainen in ultima tragediarum dicit eum
(Herculera) incensiim fuisse in monte Etlieo, unde et Etheus appellatila est;
sed forte de alio Hercnle intellexit vel corruptus est textus. Benzo lesse in
Cicer. Tusc. II 19 Oela e credette clie Jitha fosse una parola diversa. "9
f. 94v, 102V, 106, 134, 147. "0 f. 106, Treb. Poli. Tyr. Mg. II p. 115
Peter. cap. m) BENZO 145 come il codice Palatino 899, che nella prima metà del
se- colo siv stava a Verona. Benzo inoltre non sempre attribuisce le vite ai
loro propri autori : ^*^ e ciò è da imputare alla la- cuna e alle trasposizioni
del Palatino. Vero è che una mano di quello stesso secolo ha in parte
restituito l'ordine con note marginali; ma le note non dovevano ancora essere
state scritte quando Benzo ebbe il codice tra mano. Da ultimo VHist. Au(j. non
era un testo molto facile a rintracciare e questa sa- rebbe una ragione
sufficiente a persuaderci che lo vide a Ve- rona. Dalie scarse notizie che ne
trasse s'indovina che lo sfo- gliò fuggevolmente. Nella Capitolare veronese
trovò l'archetipo di Catullo, da cui trascrisse l'unico passo seguente : '
Dicit preterea Catullus ])oeta veronensis ad amicum Aurelium scribens sic:
Poeto tenero meo sodali velini occilio papi re dicas ve- ro nani
veniatnovirelinquens domimenialarium- que litus' (Catull. XXXV l-4)."2 E
dall'averne tratto cosi scarsa messe è da dedurre che l'abbia sfogliato più
fuggevol- mente ancora deir//is^. Aug., arrestandosi fofse a un jiunto,
<love qualche lettore veronese aveva già segnato un richiamo, ])oiché ivi
per la prima volta Catullo nomina Verona. Il ti- tolo ad amicum Aurelium è
sbagliato ; ma si spiega da ciò, che nell'archetipo l'interstizio più prossimo
al carme XXXV, donde la [ìresentc citazione è tolta, stava al carme XXI, il
quale comincia con le parole 'Aureli pater'; indi la presun- zione di Benzo che
tutti i versi successivi fossero indirizzati ad Aurelio. Lasciando domi per
Comi, errore materiale di scrittura, la lezione occilio (in luogo di cecilio) è
della mas- sima importanza. Essa fra tutti i codici catulliani non s'in- contra
che in 0, l'unico apografo diretto dell'archetipo; ma Benzo non la potè
derivare da 0, che è posteriore forse di mezzo secolo: la lesse perciò
nell'archetipo. Siccome la visita di Benzo a Verona cadde tra la fine del
secolo xiii e il prin- !<■ f. 106, Treb. Poli. Tyr. trig. II p. 115, con
rattribuzione a Giulio Capitolino; f. U7, Treb. Poli. Valer. II p. 69-72, 85,
con l'attribuzione a Capitolino. "2 f. 94. U. Sabììadini. Le acoperte dei
codici, XO 146 MILANO (cap. HI cipio del XIV, in ogni caso avanti il 1310, cosi
fu egli uno dei primi che esaminò il codice veronese.^*^ Abbiamo dunque buoni
argomenti per stabilire che Benzo vide a Verona VHist. Aug. e Catullo. Per
Ausonio ce lo at- testa egli stesso : ' Hunc etiam cathalogum Ausonii repperi
in archivo ecclesie veronensis, in quo erant libri innumeri et ve- tustissimi
'."^ L'Ordo urhium nohilium è da lui adoperato nel libro XIV. Io ne reco
qui tutte le citazioni, ora letteralmenle, ora, ))er ragione di brevità,
collazionate col testo del Peiper (Lipsiae 1S>6), in modo che nessuna
lezione resti trascurata. Terrò presenti anche le differenze del codice
Tilianus (Leid. Voss. lat. Q 107) : f. 142v Ausoiiius in catlielogo urbiuni
illnstrinm dicit qiiod prima est inter nrbes deoriiin domus aurea lioma. Questo
passo manca al cod. Tilian. f. 136 Scrihit quoque Decius Magnus Ansonins libro
qui dicitnr catlia- logns urbium nobiliuni volens estendere qnod licet Carthago
et Bizancinm sive Constantinopolis niagnifice fiierjnt nrbes, tamen cedere
debent Kome, sic Inter cetera. Cita tre versi, 11-1:1. 11 divum in ras. ; 12
ausustas ; 13 bizantina licos. f. 129 Ansonins... loquens de Alexandria et
Antiochia inter cetera sic refert dicens. Pue versi 1011. 10 te scllicet
Alexandria ; illa scilieet Antio- cliia; 11 ingenitura; ancliora. Manca al Til.
f. 151^ De qua (Treveri) scribit Decius Magnns .Ansonins in catlialag» urbinm
nobilium VII (leggi VI) eam loco ponens, qui sic inquit. Tutto. 1 gestis ; 3 in
oin.; 6 perlabitnr ; 7 omnigenns; conmcrcia. f. 14.5v Unrte Decius .Magnus
Ansonins vir illustris in cathalago urbium nobilium post Romani
Constantinopolim et Cartliaginem et Antiocliiam Ale- xandriam atque Treveriin,
loquens de urbe Mediolani sic ait. Tutto. 2 In- numero; 3 et mores laeti oin.
(la lacuna di Benzo mostra che la lezione 'ingenia antiqui mores' del Til. è
congetturale); 6 teatri; 7 celebri ; S pe- ristula. Et notandurn qnod iste
Ausonius fnit conteniporaneus Theodosio iunior! qui cepit imperare anno domini
Illl<^ XXV. f. 138v De liuius quoque urbis (Capue) mirabili quondam potentia
hiis eroicis versibus scribit Decius -ìlagnus Ausonius... dicens. Tntto. 1
pelago; 5 ante] ant; S attolleret ; 9 parentem idest Romani; lOappeciìt;
12herili; U corruerent ; feste. Hec Ausonius, qui ideo octavum dixit locum quia
in cathago (sic) nobilium urbium posuit eaui octavam. f. 140 Hanc civitatem
(Aquileiam) Ausonius in cathalago nrbium nobi- lium nonnm posnit, qui (corr. ex
que) quiasinc magna expositione obscuri '« Sulla questione vedi W. G. Hale Bemo
of AUxundria and Catuì- tus in Cìassical Philoloyy III, 1908, 233-34. i<<
f. 146. cap. Ili) BENZO 147 sunt, ideo illos ohmisi, dicit tameii eain esse
celebcirini ara menibns atqne portu. Manca al Til. f. 151» De ipsa (Arelate)
loqnitiir Aiisoniiis... dicens sic. Tutto. 1 Prode; 1-2 Arelate — Roma om.; 4
Rodani; 7 alia; 8 aqiiitanica. f. 1.52V Unde Ansonius... dicit liane (Terraconam)
esso nibem cui tota Yspania suo» fasces su bui itti t q uè cura Co r d uh a
certa t non arce potenti ac cumBracharaqnesinupelagisedivitemesse iactat. Manca
al Til. f. 142v De Cathinia et Syracnsa nrbibus .scribit Ansonius... dicens.
Tutto. 1 cathìnam; siraciisas; 2 hanc (ea; co»T.) scilicet cathinam ; pietatem
; 3 il- laii; scilicet siracusas coniplexam. f. 152 Hnius etiam urbis (Tolosae)
nieminit Ansonius..., insìnnans se in ipsa urbe fiiisse nutritnin qno<lqiie
eam ingens anibitns muris cocti- li bus Circuit et pnlclier anuiis Haruna
perlabitur innunieris populis liabitatam. Manca al Til. f. 151» De hac etìani
urbe (Narbone) egrej^ia... Decins Magniis Anso- nius magnifica refert dicens:
tre versi, l-.S. 1 marcie; sub nomine. Indi i)ro- segne: Tu in fìallia togati
nominis prima quis memoret portus tnos niontes et lacus. quis populos vario
discrimine vestis et oris. quis templum qnod quondam de marmore vario (quis
tem- plnm — vario o»J. TU.) cuius tanta moles erat quantam non sper- neret olim
tarqninius et gef nlns et iteriim ìlle (mìles TU.) cesar qui capi tolia cui
mina aurea statuii, te martis (in maris corr. aZ m.) orientalis et liiberi
nierces ditant. Te classes libici et siculi profundi et q iiicq uìd vario cursn
per fiumi na et per (reta advebitur toto tibi orbe navigai. f. 152 De bac urbe
(Bnidigala) multa preclara... scribit vir illustris Au- sonìns qui in ea
originem habuit; unde sic Inter cetera loqnitur: 0 patria te insignem dico
viris moribus ingeniis bominnni et iirocerum senatu vino et aquis. Burdegalis
est niihi natale soluni uhi ni i - tis est celi clemencia et irri gue terre
indnlgentia larga ver en i in longnm (enim longnm in rax.) et bruma b re vis. i
bi es t su h ter quoque i nga fronde» fervent fluenta inimitata marinos meatns.
Quadra etiam ibi est murorumspecies. sicaltis turribns ardua ut summitates
intrent nubes aereas. latas habet pi a tea s. etre- spondentes indirecta
compita portas. per medium anteni uibis habet fontani idest natnralis (idest
naturali» om. Til.) fluminis alveum. Rt post plura sic flnit: idem Ansonius:
Diligo burdcgalam roniam colo, civis in illa burdegala. Consul in ambabns. Cune
hic scilicet in burdegala ibi scilicet rome sella curulis (cune- curnlis om.
Til.). Le citazioni di Ausonio si allontanano dal solito metodo di Benzo, il
quale preferisce trascrivere liberamente le sue fonti e quando son poesie
parafrasarle in pro.sa. Qui invece la trascrizione è rigorosa e quasi sempre
completa ; il che tanto più ci colpisce, in quanto s'è osservato che l'esame
degli altri due codici veronesi fu frettoloso. Da ciò il sospetto che Benzo 148
MILANO (cap. Ili abbia portato seco il codice. Il sospetto diviene certezza
quando si consideri che Ausonio fin dalla prima metà del secolo xiv era sparito
da Verona ; infatti non lo nomina né l'autore dei Flores dell'anno 1329 né il
Pastren^o (m. 13G3) nei snoi Viri illustres. Nel Catalogus urhium è manifesta
la grandissima rasso- miglianza 0 pili esattamente l' identità del codice
veronese col testo del Tilianuse con l'edizione milanese del Ferrari del 1490,
particolarmente nel snnto i)rosastico delle descrizioni di Nari)0 e IJnrdigala.
Il Tilianus e l'edizione milanese desunsero senza dubbio il Catalogus dal
codice che Giorgio Merula scoperse nella chiesa di S. Eustorgio di Milano.'^'
Il Tilianus comprende una raccolta considerevole di poesie d'Ausonio ; ma il
Cata- logus urhium fu aggiunto pili tardi su alcuni fogli rimasti vuoti e con
caratteri che imitano la cosiddetta scrittura lon- gobarda cioè la beneventana.
Questa parte perciò venne tra- scritta di su un antico esemplare, che a mio
giudizio è lo stesso veronese, il quale conseguentemente verrebbe a essere
tutt'uno con l'eustorgiano del Merula. Il veronese, trafugato da Benzo, fu
smembrato, non sapremmo dire né come né quando, e alcuni fogli capitarono in S.
Eustorgio, ma disor- dinati e deperiti nella scrittura, perché l'ordine dei
carmi nel testo del Tilianus e dell'edizione milanese è turbato, mentre esso è
rigorosamente osservato da Benzo, il quale inoltre nel suo esemplare aveva
Ietto su Narbo (v. 14) e su Burdigala (v. 39-40) qualche cosa di pili del
Tilianus, che in quei luoghi segnò una croce a indicare il guasto. Di Ausonio
Benzo adoperò anche il Ludtis sapientum, dal quale trae nel suo libro XXIV le
seguenti citazioni : f. 266 Hnìiis eciam Tlialetis sententìa est, ut scribit
Aiisoiiius de ludo septcm sapientum: vadimonio adest noxa. — Huius (Pitaci) est
quoque '<5 Scrìve il Ferrari nel proemio dell'edizione milanese:
adiecimusque ex cataloffo illustrium nrbium nonnulla excerpta epigrammata, quae
(ieor- glus Merula.... in bibliotheca divi Eustorgii primus indagavit. I,o
stesso co- dice era stato adoperato l'anno avanti da Stefano Dulcinio nella
descrizione delle Nuptiae ili. mi ducis Mediolani, Mediolani X kal. martìi 1489
(incu- nabulo nulla bibliot Trivulziana) ; ivi al f. b IV si legge: Ansonii
eniisti- cliion Et Mediolani mira omnia (y. 1.). cap. Ili) BENZO 149 illa
conpendiosa quìdem ged pliisquam utilissima sententia tempus agno- sce,
secundum quod scribit Aiisonius de ludo VII sapientum. — De quo (Cliilone)
nicliil leppcii preter quod scribit Aiisonius fiiisse liane eius seii-
teiitiain nosce te ipsum. Aliqni taiiien asciibunt eani Soloui. — Cuius
^CIeobol^) eciain Ansonius hanc dicit fuisse sententiain : modus optinius. Huius
(Biantis) quoque fuit illa sententia ut scribit Ausonius : phires mali. — Huius
(Periandri) quoque, ut scribit Ausonius, illa est sententia moderacio totum. f.
206 Huius (Solonis) quoque extat grecum illud proverbium de quo roeminit
luvenalìs (XI 27) gnoti se liton, quod latine souat scito te ipsnm... Hoe tamen
proverbium sive sententiam dicit Ausonius fuisse Chi- lonis. Huius eciani
fertur fuisse elegans illa sententia que talis est: feli- citatis index dies
ultimus est... hanc autem sententiam paucissimis verbis conprelieudit vir
illustris Ausonius in libello sive tractain qui inti- tulatnr ludus VII
sapientnni, dicens eam esse eiusdem Solonis, que talis est : finem respice
longe vite. Queste citazioni formano un'appendice del Ludus, (Peiper p. 182) la
quale era sin qui nota solo dall'Ausonio petrarche- sco, ora cod. Parigino lat.
8500. E le lezioni dei due codici sono identiche "^ Di qui io dedurrei che
l'apografo petrar- chesco fu copiato di snll'esemplare veronese, tanto più che
il volume del Petrarca è un aggregato di vari manoscritti indi- pendenti.*^'''
Ciò rincalza la mia congettura, che l'esemplare veronese sia stato ridotto in
pezzi, da uno dei quali provenne il Catalogus urbium del Tilianas e da un altro
l'apografo pe- trarchesco del Ludus sapienium. Q,nest'\ì\t\mo fu copiato pro-
babilmente a Milano. Tale pertanto la sorte toccata al codice veronese dopo che
usci dalla Capitolare."* * « * Dalla nostra esposizione risulta confermato
quello che da principio dicemmo, che Benzo è il più genuino precursore ita-
"^ Eccetto moderacio, clie sarà da imputare alla distrazione di Benzo o
del suo copista. '^^ P. de Nolliac Pétrarque et l'kumanisme I 204. "s II
codice veronese riuniva cosi i due componimenti, il Catalogus e il Ludus, che
secondo la divisione dei manoscritti stabilita da C. Schenkl appartenevano a
due famiglie differenti. Resta a dire una parola sul manoscritto frammentario
veronese man- dato nel 1493 da Matteo Bosso al Poliziano (Peiper p. XLIII). Non
doveva provenire dalla Capitolare, ma da qualche privato. Esso conteneva
disiecta 160 BOLOGNA (eap. Ili liano del Petrarca e di Poggio. Le sue lunghe e
varie pere- grinazioni ce lo rappresentano quale un esploratore che traccia
prima con precisione un piano e poi lo eseguisce sistematica- mente. Cospicuo
fu il provento delle sue indagini e più co- spicuo ancora ci api)arirebbe, se
avessimo la fortuna di ricu- perare gli altri due volumi della sua
enciclopedia, i quali com'io credo dovettero essere o in tutto o in parte
condotti a compimento nella seconda dimora veronese, quando egli potè senza
fretta attingere ai tesori del Capitolo. 11 suo spirito petrarchesco si rivela
anche nei!' uso dei documenti raccolti, sui qqali sa esercitare una critica,
che lo pone molto al di «opra di Vincenzo Bellovacense, il suo modello. Bologna
Grammatici b Retori. A Bologna non mancarono nel secolo xiv maestri di gram-
matica, di rettorica e di poesia, quali mediocri quali ottimi. Giovanni
Bonandrea vi lesse rettorica sicuramente nel 1303,' a cui successe come maestro
di grammatica, dal 1321 al 1328 almeno, Bertolino Benincasa.^ Nel 1321
insegnava poesia Ovi- dio Forestiere, grammatica dal 1307 al 132(ì Rainieri da
lieggio d'Emilia.3 Grammatico di professione non era certamente Cecco d'Ascoli
(Francesco Stabili), che professò astrologia all'Uni- versità di Bologna fino
al 1324; ma le discipline grammati- cali non ebbe a sdegno, i)0iché ci lasciò
un commento ai versi memoriali ortografici di maestro Syon.* membra di Ausonio
e Prudenzio e fu con molta verisimifflìnnza copiato nel cod. HarlRian 2u99, che
porta la sottoscrizione : Kalendis Marcii 1471 Ve- ronae mihi Stephanus de
Novomonte sci'ipsi (Peiper p. XUI). ' F. Novali La giovinezza di Coìuccio
Salutati, Torino 1888, 88, 78 n.; Fantnzzi Scrittori bolognesi li 375. ' Nevati
ib. 34. 3 Id. 33. * Dovette abbandonare Bolof^na nel 1324 per accusa di eresia
e fu arso a Firenze il 16 settembre 1327. Cfr. in generale Gaspary Storia della
lette- cap. iij) GRAMMATICI E RETORI 151 Al di sopra di costoro s'elevò
Giovanni del Virgilio, lettore di poesia nel biennio 1321-23 e confermato nel
1324; ^ ma nemmeno egli produsse opere di grande valore, che tali non si
possono stimare né le aride compilazioni poetiche delle fa- vole ovidiane, né
le egloghe scambiate con Dante, le quali ultime rivelano in lui scarsa cultura
classica, ristretta quasi tutta al solo Vergilio : sicché fu non più che un
ovidiano e un vergiliano.'' Alta nominanza godè Pietro da Maglio, l'amico e il
corrispondente del Petrarca e del Boccaccio e il maestro del Salatati. Professò
privatamente grammatica e rettorica, dal 1310 al 1350 circa, a Bologna, donde
passò a Padova verso il 13ti0. Ritornato a Bologna, vi ottenne, dal 1371
almeno, la cattedra pubblica, che occupò fino alla morte (1382).'' Ma quanto
valente professore, altrettanto fu fiacco compositore di versi e di epistole.
Di due suoi omonimi, Giovanni insegnò arti in Bologna dal 1371 in poi e
commentò alcune opere ari- stoteliche e il De invent. di Cicerone; Nicola fu
poeta e rac- coglitore delle lettere ciceroniane ad Brtitum? ratura italiana I
298-301 e in particolare sull'opera nuovamente scoperta (ì. Boflìto II de
principiis ustrolopiae di Cecco d'Ascoli in Giornale stor. d. Ietterai, ital.,
Supplem. VI, 190;ì, l-f)9. Vedi andie E. Sicardi II Pe- trarca e Cecco d'Ascoli
(Nozze D'Alia-Pitré, Palermo 1904). Il commento al versi memoriali fu
pubblicato da A. Beltranii in Studi medievali II, 1907, 525-537. Cecco cita
comunemente gli autori medievali e i greci tradotti, po- chissimo i latini. 5
Novati ib. 33-34. Leggeva ' Virgilio, Stazio, r,ucano ed Ovidio ', A. Cor- radi
Notizie sui professori di latinità nello Studio di Bologna, Bologna 1887, 50.
15 Tutte le poesie di Giovanni del Virgilio furono raccolte da Wicksteed e
Gardner Dante and Giovanni del Virtiilio, Westminster 1902. Sulle com-
pilazioni ovidiane vedi anche C. Marchesi I^c allegorie ovidiane di Gio- vanni
del Virgilio (in Stuai romansi VI, 1908). ~ Novati ih. 33-4S e in Giornale
stor. d. letter. ital. 17, 1891, 93. s Novati La giovinezza 32-33 n. e in
Giornale stor. ibid. Giovanni mori il 1414. Nell'inventario dei codici di
Giovanni Marcanova del 1467 leg- giamo : Recollectiones super arte velcri
magistri lohannis de Muglio (cod. Est. di Modena o K 4, 31 f. 4v). Sulle
lettere ciceroniane raccolte da Nicola cfr. R. Sabbadini in Rendiconti del r.
Istituto Lombar. di se. e leti. XXX1.\, 1906, 387-88, Sembra diverso da ser
Nicolaus q. lacobi de Muglio curie Bononie, die assisteva a un testamento nel
1338 (Novati La giovinezza 32,n. 1). 152 BOLOGNA (cnp. Ili Meglio siamo in
grado di misurare la cultura di un mae- stro meridionale, il pugliese
Bartolomeo, detto del Regno, cor- rispondente del Salutati. Fin dal 1383 aveva
la cattedia di grammatica, alla quale più tardi venne aggiunta la rettorica con
l'esposizione degli autori. Viveva ancora nel 1408, ma del 1415 era già morto.
Delle numerose poesie due sole pare siano giunte a noi.** Nell'interpretazione
degli autori egli allargò di molto i confini osservati dai suoi predecessori,
poiché oltre agli epici Vergilio, Lucano, Stazio, alle Metam. d'Ovidio, a
Orazio (forse VA. P.), ai satirici Persio e Giovenale e, cavai di battaglia dei
lettori, a Valerio Massimo, egli espose Te- renzio e Plauto, Cicerone e
Livio.i" Terenzio e Cicerone di- ventarono in seguito i testi fondamentali
nella scuola di Gua- rino, Livio in pieno rinascimento fu introdotto da
Vittorino da Feltro, Plauto da Guarino e dal Panormita ; sicché per questo
riguardo Bartolomeo va considerato un vero precursore. Si salvarono le sue
recollette sul De off. di Cicerone nel co- dice V E 8 dell'Estense di
Modena." Delle notizie sull'insegnamento di Bartolomeo andiamo de- bitori
a un suo allievo. Benedetto da Piglio, nato verso il 1805.1* Dal suo paesello
nativo del Lazio si recò a studiare a Bolo- gna (verso il 1385), dove si
trattenne molti anni,i3 ospite di un mecenate, il cavalier Giovanni de
Loddovicis, dilettante di lettere e amatore soprattutto di Ovidio e del
'tragico' Valerio Massimo.!* Vi praticò anche qualche giurista, come Floriano 9
Epistolario di Coliiccio Salutati a cura di F. Novati, II 343-4. 1" W. Wattenbach
Benedictus de Pileo in Festschrift sur Begriissung der Ileideìberger
Philologenversammlung, 1865, 106. "
epistolario di C. Salutati II 344. 1* Nel 1415 s'avvicinava alla tarda età,
Wattenbach 121. 1' Wattenbach 105 : per muUos annps. 1* Valerio Massimo è
significato cosi : Quin etiam tragicos solitus per- currere campos Militat in
castris, Maxime, saepe tuis (Wattenbach 105). Va- lerio Massimo era stimato
l'autore dallo stile tragico, sublime. Alla fine di un trattato sulla
punteggiatura ai leggono nel cod. Ambros. R 1 snp. fol. 115V, del sec. xv,
questi nomi quali rappresentanti dei tre stili: Plantus in humili ; alique
epistole Cìceronis, Terentins in mediocri ; Valerius in gravi. cap. IH)
GKAMMATICI E RETORI 1Ó3 da S. Pietro.'^ Terminati gli studi a Bologna, apri
scuola egli stesso, sembra nel Lazio.^" Dipoi lo troviamo scrittore
aposto- lico sotto Alessandro V.i^ Questo papa non vide finir l'anno del suo
regno, essendo stato eletto il 2fj giugno del 1409 e morto il 3 maggio del
1410; e siccome gli ultimi quattro mesi della sua vita (dal 12 gennaio 1410)
trascorse a Bologna, cosi verisimilmente in quella città Benedetto fu assunto
al nuovo ufficio. Da allora in poi non abbandonò più la curia, che segui a Roma
e da Eoma si sottrasse con essa nel giugno del 1413 all'invasione del re
Ladislao.i'* Passato al servizio del cardi- nale Pietro Stefanesco degli
Annibaldi, si recò con lui al con- cilio di Costanza, ma gliene incolse male,
poiché nella fuga dei curiali di Giovanni XXIII del marzo 1415 egli fu carce-
rato, né riacquistò la libertà che dopo otto mesi.''-' f] riacqui- stata che
l'ebbe, ne approfittò per tenere a (Gostanza una let- tura su Lucano.^
Ricomparisce in curia sotto Martino V con l'ufficio di segretario.^' 11
principal suo componimento è il Libellus penancm, scritto durante la prigionia,
•* diviso in tre parti: la prima, intitolata Nuntius, è una lunga elegia; la
seconda, Narratio, è prosa; la terza. Supplicano, consta di epistole poetiche.
Adopera vari metri : l'esametro, il pentametro, l'aselepiadeo, il gliconio,
l'adonio navà orinar ; anche il ritmico.*^ Dai suoi versi non risulta che
possedesse conoscenze classiche molto larghe : Vergilio, Orazio, Ovidio,
Seneca, Giovenale, e tra i 's Su Floriano vedi Fantuzzi Scrittori bolognesi VII
301 e Chartula- rium Studii Bonoti., Bologna 1909, 89, 97, :i02. Mori il 1441.
"j Sci (lei .suoi scolari erano nativi del Lazio : uno di Velletri, uno di
Capranica e quattro d'Anagni (Wattenbacli 101, 108, IH, 112). '^ Voigt Die
Wiederbelebung IP 21. '* Nel soggiorno romano Benedetto s'innamorò di quelle
rovine (Wat- tenbach 109-110), forse in compagnia di Poggio. '■' Wattenhacli
123. 2" La prolusione sta nel cod. Riccardiano 754 f. 193 Frefalio B. de
Vil- leo super Lucanuin, con la data ' Constantle XXVII septembris anno 1417'
(cfr. Neues Arehiv XII, 1887, 607-8). 21 Voigt II 21. 22 Wattenbadi 123-4. 23
Fu ammiratore di Dante, Wattenbach 107. 154 BOLOGNA (cap. Ili cristiani
Girolamo, Cassiodoro, Boezio. I modelli del Libellus penaruni furono i Tristia
d'Ovidio e il I)e consolai, di Boe- zio. S'era formato una libreria, che lasciò
a Roma nella fuga del 1413; gliela salvò l'amico Niccolò Gaetano.^* II maggior
lustro letterario venne a Bologna nella seconda metà del secolo xiv dall'
imolcse Benvenuto Karnhaldi, il dot- tissimo commentatore della Commedia di
Dante. Chi indagherà le fonti di quest'opera monumentale, metterà in chiaro
quanto vasta cultura classica potesse procacciarsi uno studioso nel tempo in
cui abbandonava la salma moitale lo spirito immor- tale del Petrarca. A me
basta dire due jìarole sulla sua pri- mizia (iuvenilis etatis imbecillitate),
il Romuleon, composto a Bologna tra il 13G1 e il 1364,^^ e dedicato al
governatore Goniez Alboinoz. Nel liomuleon, un compendio di storia romana da
Romolo a Diocleziano, la forma, ancora impacciata nel cursus, nella gonfiezza e
nel manierismo medievale, è assai ineguale e gros- solana, né l'autore nemmeno
nelle opere posteriori è riuscito ad accostarla alla dignità antica ; il
racconto e l'orditura ri- sentono dell'inesperienza giovanile e le fonti sono
scarse e non bene adoperate. Tra gli autori citati occasionalmente no- tiamo
Vergilio,-** Orazio, Giovenale,^''^ Seneca padre e figlio, confusi in uno,^'^
Frontino {De arte belli),'^'^ le Cnusae dello ps. Quintiliano,^"^
Vegezio,^' Solino, ^^ le Variae di Cassiodoro,*^ le 2* Wattenbach 108. 23 Sulla
cronologìa della vita del Rambaldi vedi F. Novali in Giorn. stor. d. letter.
itaì. 17, 1891, 95. Nacque tra il 1336 e il 1340; udi il Boc- caccio legger
Dante a FircMize nel 1373; esulò nel 1376 da Bologna a Fer- rara, dove mori nel
giugno del 1390. ^'' Cod. Anibros. S 67 sup. f. 2». Questo codice contiene nei
f. 1-175 il Romuleon anepigrafo. 2' Ih. f. I.'i2v. 2* Ib. f. 4<' Seneca
Tragèdia; f, 125'' Seneca libro de benefic. ; f. 140 Se- neca ad Lucillum; f.
143 Seneca de ira; f. 144v Seneca libro Declamatio- num ; f. 148 Seneca in
libro dn clementia. " Ib. f. 119^' Frontinus in libro de aite belli. *>
Ib. f. iv Qnintilianus libro de causis. 8' Ib. f. iv Veget. de re militari. 3*
f. 4v Solinns libro primo de mirabilibus. 33 f. 2» Cassiodorus libro Variarum.
«ap. HI) GRAMMATICI E RETORI Etymol. (li
Isidoro.^* Da Cicerone solamente qualche citazione indiretta; ^^ che se
quell'autore gli fosse stato familiare, o])- portuuità di ricordarlo non gli
mancava. Circa alle fonti storiche ci informa egli stesso nel proemio, che e
degno di essere riferito testualmente si per la forma che per la materia : '
Principi bus 3S placuisse viris non nltiuia laus est', inquit Oratius in
epintolis suis (I 17, 35). Hanc; anctoiitateiii secutus, illiistiium Romanovuni
regnili consulnrn ac ìmperatorum, non omnia (|niileiii sed ijne
niemorabiliora^^ fere erediderlin, inclita gesta*'* Incniento latino, luiinili
stilo et sermone ma- terno sìne ulla retlioricorum pompa verbornm brevi
volumine qnantnm ma- 5 terie qnalitas patitur, ad instantiam serenissimi
railitis domini Gometii de Albornotio Ispani cuins inandatis, prins sibi
riilectns qnam cognitiis, neqneo''-' refragari. qnem iam plnribns trinmphis
clarissimis celebratum qnia armo- rnin solertia distrahit, militaris alligai
disciplina, rei pnblice cnra sollicitat utilins gnbernande amenissinie nec non
opnlentissime Bononie civitatis, 10 cnius liabenas'» regit prndens et providus
guliernator et quain sonantihns nn- diqiie armoruin fragoribns bellornm
distnrbine" opiiressam, revocata patria''^ liberiate iam dndnm snis
propulsa de laribns, spectabili virtute sua poten- ter erexit, nobilissiniarum
historiariim obscnritati sedulitate studi! invigi- lare non <3 valet :
invitus qnodam modo protialior ad ssribenduni invenilis 15 etatis
iinbecillitate cui ))lurìmum ignorantia solet esse cognata, sed propi- tiante
deo maturitate animi rohoranda, famosissinios historiaruin anctores et si non
qno ad stilum quo ad elTectnm saltein iiosseni '•" iinitatus, potissime:
Titnlivinni, Augustinnm de civitate dei, Valerium Maximum, Salustiuni,
Suetonium, Helium Spartianum, Heliuin I.anipridinn),^' lulinm Capitulinuin, 20
Lucium Flornm, Iiistinuiii, I.ueannni, Orosium, Eutropium alìosqne qnampln-
3< f. 28 Isydorns libro Ethimóìogiarum. M f. Uiv ipse (Caesar) ut scribit
Tullius pnnivit parrìcidas in omnibus bonis, ceteros vero in dimidia parte
bonorum (cfr. Sueton. luì. 42); f. 143 Tnllins libro 3» de olTiciis (da Sueton.
luì. 30) ecc. •■'I' Cod. Ambios S 67 snp. f. 1. Per il proemio ho tenuto
presente anclie il cod. Liiur. 66, 23, sec. xv, f. ], esso pure anepigrafo;
cfr. Bandini C'orf. Laur. lai. II 803. ^' habiliora Laur. 3" Il verbo di
cui gesta è oggetto, sta alla linea 15, protralior ad seri- bendum. Questa
sintassi briaca formava la delizia di quei tempi. ™ nescio Laur. *" et Bononie civitatis
habenas Laur. <' undiqnc flagoribus bellornm gnerrarnm disturbine Laur. ^ patria] prima Laur. •■5 non] animo Laur.; una
sfacciata interpolazione. " posse ** Laur. '3 Helium Lanipridium om.
Ambros. 156 BOLOGNA (oap. Ili res, non ignarus^* presens opuscnliini mìnus
sepe^' ulla conditum rethorice dulcedinis suadela : mihi tamen sufiìcìat
prefati domini satisfacere votis. Tra gli scrittori nominati nell'elenco a noi
farà specie tro- vare Agostino e Lucano: entrambi erano invece fonti di pri-
ni'ordine per gli storici medievali. Livio è citato nelle tre de- che: la prima
col titolo Ab urbe condita, la terza col titolo De bello punico, col titolo De
bello Macedonico la quarta, giusta l'uso invalso presso molti. Gli alii
quamplures saranno quelli che più su notammo come citati occasionalmente e che
non entrano nella categoria degli storici. Alla lista degli sto- rici
aggiungeremo altri due nomi AqW Hi storia Auyusta,^^ inoltre Giuseppe Flavio ^^
e Giulio Celso ossia Cesare;^" ma di Cesare sì giova ben |)Oco : la sua
guida per le guerre gal- liche, è Orosio, come per la guerra civile Lucano.
S'incontra una volta ricordato anche Tacito.^i ma per via indiretta : questo
autore venne nelle sue mani alquanto pili tardi.^^ Canonisti. Oltre che i
lettori di grammatica, rettorica e poesia con- viene considerare
nell'Università di Hologna anche i giuristi, come quelli che coltivavano gli
studi letterari. E di due ca- « ignaros Laur. *'' sapere Tmw. <» Cod.
Anibros. S 67 siip. f. 171
Trebeliiis Polio; f. 172 Flavina Sira- C usi US. *^ Ib. f. 2v losephus libro de
captivitate ludeoriim. 60 f. 120 (ialli eiiim ut dicit lulliis Celsus sunt
honiìnes capitosi qui per insìdias pugnare nesciunt sed solum viribns et opere
(Caes. B. G. 113, 6); f. 120v lulius Celsus ecc. 51 f. 167 Cornelins et
Suetonius referunt qnod sexcenta milia ludeorum in eo bello occiaa fuerunt
(cfr. Oros. VII 9, 7). '>'^ Lo conosceva quando
componeva V Augustalis libellus, del 1» gen- naio 1385, dove scrive:
Claudius... fuit... infortunatus in nxoribus, de qua- rum una Messalina scribit
Cornelius Tacitus {Ann. XI 12; 26 ss.) et dicit Invenalis (VI 130) 'et Lassata
quamvìs nundnm satiata recessit' (eod. Ani- bros. R 1 sup. f. 66). Nel
liomuìeon (f. I52v) cita in proposito di Claudio la stessa testimonianza di Giovenale,
ma non quella di Tacito. cap. Ili) GIOVANNI D'ANDREA noni ti specialmente è
doveroso tener discorso, intendo di Gio- vanni d'Andrea e di suo genero
Giovanni Calderini. 11 Calde- rini (m. 1365) raccolse codici classici; e il
Salatati cercava nel 1375 ])resso i suoi eredi ])er mezzo di Benvenuto Kani-
baldi un Gelilo integro.^ Egli si occupava di indagini lette- rarie nel campo
del giure canonico, poiché compilò la tavola delle citazioni bibliche che
occorrono nel Decretimi e nelle Decretali ; ^ ma pili direttamente ancora
rientra nel campo letterario un altro suo lavoro congenere, l'indice del
Folicra- ticus di Giovanni da Salisbury.^ Ben i)iù vasta cultura e canonica e
teologica e letteraria possedette Giovanni d'Andrea (1270 e. — 1348),^ il quale
co- nosceva gli autori delle discipline letterarie al pari e meglio di un
maestro di grammatica e rettorica. Chi dia una sem- l)lice occhiata alle sue
opere canoniche indovinerà facilmente gli scrittori che tace e vedrà gli
scrittori che cita, tra i quali ultimi ricorderò ad esempio i due Plini,^ che
erano noti a ' Totus Aselliiis Bononie est apud heredes d. loliannis Calderini,
Epi- stolario di C. Salutati I 20:!. 2 II cod. 273 (meiubr. del sec. xiv) del
collegio di .Spagna in Bologna contiene la tavola con la sottoscrizione (f. 64)
: Explicit tabula attctori- tatum et sentenciarum bihììe inductarum in
conpilacionibus decretoruin et decretalium cotatarum. lohannis Caldarini
deeretorum doctoris. finite M.CCC.XLVII. ultimo aie augusti, hora scxta. Qui
seripsit scribat seui- per cum domino vivat. Stanysiaus Hernianni. Clvia
Cracoviensis. Indi al f. 54v questenote di possesso, tutte di mani del sec. xiv
: Iste liber est do- mini lohannis guillelmi de bononia. Kectorìs ecclesie
fratrum gaudentiuni de bononia. | Iste liber est domini guillelmi de bononia
recthoris ecclesie fratrnra gaudenaium. | Ego fiullielmus fillius predicti
domini loliannis sub- scripsi. 1 Iste liber est guillelmi de musselinis de
bononia Kectoris ecclesie diete Marie fratrum gaudeneium de bononia. guilelmus
subscripsit. — I.o stesso codice contiene nella i)rima parte, con numerazione
distinta dalla seconda, V lei-onimianiis di (iiovanni d'Andrea; f. 63v Kxplicit
leronimia- nus per loliannem andree conpositus finitus anno domini M.CCC. qua-
dragesimo sexto. Cfr. F. von Schulte Die Geschichte der Quellen und Li- teratur
des canon, liechts lì 250. 3 Novali La giovinezza 04. * Vedi per tutti P. von
Schulte ib. II 207 ss. s Per Plinio il vecchio cfr. Ioli. Andreae Novella in
Decret. 1, prologo f. 2v Plinìus Seeundus ad Vespasianum (la dedica della N.
H.)\ per Plinio il giovine cfr. In VI decretai, librum commentarla f. 96
Plinius Seeundus.. libro I epistola XX; Plinius lib. I epistola Vili; lib. III
epist. 20; Plinius 168 BOLOGNA (cap. Ili pochi anche fra i letterati di
professione. Però le cognizioni di Giovanni risentivano sempre del vecchio
indirizzo e bastò ch'egli si mettesse a competere col Petrarca, perché apparis-
sero luminosamente le differenze delle due scuole. Nel 134.5 il Petrarca
ripassò per Bologna e in quell'occa- hione rinfrescò la conoscenza di Giovanni
d'Andrea,^ di cui verisimilmente aveva frequentato le lezioni.'' Da quella
visita il carteggio dei due amici ricevette nuovo alimento, come mo- strano due
lettere del Petrarca scritte al bolognese,* le quali collochiamo appunto tra il
1345 e il 1346 per la ragione sue- sposta e anche per una citazione dalle
Epist. ad Att. di Ci- cerone, scoperte dal Petrarca a Verona nel 1345 : ^ pur
non escludendo che la citazione sia stata introdotta posterior- mente.i"
11 Petrarca rimprovera a Giovanni un vezzo assai comune ai vecchi eruditi,
massimamente ai giuristi, di affa- stellare citazioni su citazioni, '^ per far
pompa di sapere: vezzo del resto dal quale il Petrarca stesso non riusci a
emanciparsi intieramente. Maggior ragione ha il Petrarca nel rilevare altri
difetti tradizionali del canonista, il quale collocava Valerio Massimo primo
tra i moralisti ^^ e Platone e Cicerone tra i Secunilus lib. I epist. tertia ;
lib. Ili opist. VII; f. 97 Plinliis lib. 4 epist. XII. Noteremo anche unii
compilazione su Valerio Massimo ; nell'inventario dei codici di (ìio. Marcanova
del 1467 troviamo seg^nato : Summaria Va- ìerii per lohannem Andree de Bononia
(cod. Est. di Modena a K 4, 81 f. 6). « F. 1,0 Parco in Revue des bibìiothèques
XVI, 1906, 312-13. " 11 Petrarca, Fani. IV 16 p. 246 scrìve a Giovanni :
.id id vero qnod me veliit iiiratae militiae desertorem argnis, quoniam, cnm
maxime florere inciperem, stiidiiim iuris Ijononi.amque diniiserim... 8 Fani.
IV ir, e 16. ' Petrarc. Fam. IV 15 p. 239 alioquin quid de ipso Tnllio
dicemiis, qui in epistolis ad Atticum quodam loco Platonem sunm detim vocat (ad
Att. IV 16, 8). i" A ogni modo le due lettere sono posteriori al 1341,
essendovi ricor- data la morte del vescovo di Ix)mbez fiìacomo Colonna, p.
2:18. I>a IV 1") nel cod. Parig. 856S ha la data : XVI kal.
septerabris. *' p. 241 animadverti enim te in scriptis tnis omni studio ut
appareas niti. Hìnc ille discursus per ignota volumina, ut ex singulis aliqiiid
decer- pens rebus tuis interseras. '2 p. 238. oap. IH) GIOVANNI D'ANDREA poeti,
]ier due favole che avevano accolte, quella di Er e quella del 8o<2;no di
Scipione.^^ Il canonista leggeva con amore il suo Terenzio, ma cercava in lui
le massime morali e per questo non aveva avvertito nei prologhi i richiami ai
nomi di Nevio e di Plauto, due autori, che egli erede inventati dal Petrarca.i^
Qui il senso storico riporta per opera dell'umanista un'ele- gante vittoria. E
non la sola. Il canonista ammetteva la con- temporaneità di Ennio e di Papinio
Stazio, attingendo, si ca- pisce, a una fonte impura, p. e. al De vita et
morihus philoso- pliorum del Burlaeus, che fa di Cecilio Stazio e di Papinio
Stazio un unico personaggio, coetaneo di Ennio. '^ A ben altre fonti ricorre
invece l'umanista. Di Ennio sa che visse al tempo dell'Africano maggiore: e qui
leggeva nella p. Archia{% 22) di Cicerone: ' carus fuit Africano superiori
noster Ennius'; sapeva che Stazio era fiorito sotto Domiziano: e qui aveva
letto con occhio di storico i prologhi della Thcb. e àc\V Achill. L'umanista
grava piuttosto rudemente la sua superiorità sul canonista, ma salva il
ris|)etto e la stima: Giovanni è per lui sempre il ' pater ', è seni i)re il '
sohis sino exemplo nostri tem- poris earum, quibus es deditus, litterarum
princeps '.i" La polemica epistolare fra i due amici aveva avuto origine
dalla questione quale fosse il maggiore dei padri della chiesa latina: Girolamo
o Agostino. Il Petrarca dava la preferenza ad Agostino, a Girolamo la dava
invece Giovanni d'Andrea, il quale richiama l'attenzione del contraddittore su
una sua disputano longissima composta intorno all'argomento. ^^ La disputano, a
cui qui si allude, è Vleronimianus, che godè di " p. 2.38. Su di ciò cfr.
Macrob. in Somn. I 2 (e Valer. Max. I 8 Ext. 1). '« p. 239-240. '5 BiirlaeiLS
p. 308 (Knnst): Staciiis Cecilius, poeta, contemporaneiis Ennii poete... Hlc
duos libros composiiit poetico.s, seil. Acliilleidem et Tliebaidem. Questa
confusione del resto era tradizionale e abbiamo veduto (p. 140) che Benzo
d'Alessandria la impugnava. Perciò (Jiovanni può avere attinto anche ad altra
fonte. 10 p. 242. •" p. 244 quod in quodam opere tuo probasse te dicis
disputatone longissima. 160 BOLOGNA (cap. Ili moltissima diffusione ^^ e fu
anclie stampato nell'anno 1482,^9 a Colonia. Esso comprende quattro parti,
nella prima delle quali l'autore si lamenta che gli italiani abbiano tiascnrato
il culto di Girolamo e pone in chiaro i suoi meriti; nella se- conda ne narra
la vita, la morte e i miracoli ; nella terza ri- porta le testimonianze sul
conto di lui ; nella quarta dà il ca- talogo delle opere, delle quali reca il
principio e la fine e qualche estratto.^*^ All' ingratitudine degli italiani
'-*' e ai ine- riti di Girolamo alludeva Giovanni nella sua lettera al Pe- tra
rea. ^^ "* Alcuni codici sono ricordati dal voii Sclinlte op. cit. II 217
n. 64. lo lio adoperato il sunnominato del collegio di Spagna di Bologna, il
Lanrenz. Aedil. 46, nieinbr. sec. xiv, e il Braiden.se (Milano) AD XIV 25
niembr. sec. XIV : f. 86v Anno domini M.CCC.LXXXXI.K. die VI angusti liora prima
noctia ; f. 87v Iste liber est doinus sancte Marie de grafia ordinis
cartusiensis prope Papiam. Seguo il Braidensc, perché contiene la redazione
definitiva. 1'» Hain 1082; Copinger 1082. 2" Cod. Braidense f. 1
Icroniniianum hoc opus, per loliannem Andree urgente devocione compositum, in
partes rite dividitur, testante leronimo super Ezechielem libro nono in
principio: quod divisus dietantis scribentig et legentis labor respirat in
partibus. Ipsius vero jiartes sunt quatuor no- tabiliter inequales; ad equalitatem
enim iiartium diviuum prcceptum, ius ■ scriptum vel compilantlum mos non artat.
Primo antem ponit auctor sui admirationem qnerulosam quam verificando
iustificat, subdcns eniendam per eum inclioatam et quod evenit in Troia et
prius in Tuscia et Ducatu. Se- cundo ponit beati leronimi legendam et niiracula
per triplex tenipns di- stincta, interserens sue mortis tempus et seriem et ea
que verbo tunc docait ac sue sepulture locum et translalionein ipsius. Tercio
jrer sanctorum et doctorum auctoritatts leronimuin gloriosum extolit, de ipso
epithapliia him- num et orationes subdens et exprimens qnos habuit preceptores.
Quarto quia ' memoratu digna lucide sunt ponenda', ut dicit Valerius li. octavo
capi- talo XI in princijiio, ipsius scripta et canones transumptos ex illis
nomi- natim exprimit et Inter signa ponit. Et ut labor alTerat secum fructum,
illorum aliqua prenotanda ad mores falubria retliorlcis et prelocntoribns (cioè
ai maestri di rettoriea e ai predicatori) utilia preelegit et describit, raeliora
et pollitiora per id reddens iiigenia : ad quod elaborandum est, quia tardas
mentes virtus non facile coniitatur, que odit animos inibeciles et enerves.
" Petrarc. ib. p. 244 iiidigiiani quandam et singularem erga Hierony- mum
ingratitudinem Italornm, da confrontare con Vleronimianus f. 1 : leronimum
iugiter allegamus, scd modice veneramur. .\dmiror in hoc \ta- liam defecisse,
in qua sub trium coudoctorum (Ambrogio, Agostino e Gre- gorio M.) noininibus
ecclesìe merito pululant. 22 Petrarc. ib. p. 244 non te illum propterea
praetulìsse quia sit maior, sed quia fructuosior ecclegiae. La grande utilità
recata alla Chiesa da Gi- rolamo consiste per Giovanni nelle traduzioni
bibliche: leronimiantis f. Iv ,ap. Ili) GIOVANNI D'ANDREA 16i Secondo
un'attestazione di Giovanni nella Novella in sex- tum '^ V leronimianus fu
composto nel 1334 : ma si dovrà in- tendere che allora fu cominciato a
scrivere. Lo strano è che nella Novella richiama V leronimianus^ & n^W
leronimianus richiama la Novella : ^^ di che non sappiamo dare che una sola
spiegazione, che cioè le due opere procedessero paralle- lamente. Un sicuro
indizio cronologico ci vien fornito à&WIero- nimianus stesso, nel quale
s'accenna a Soranzo Lambertucci vescovo dì Cervia come non più vivo.-"
Siccome il Lamber- tucci mori nel 1342,^'' cosi dopo quest'anno ne collocheremo
il compimento: e non molto dopo, giacché da un altro luogo àe\Y leronimianus
apprendiamo che esso fu pubblicato il 30 dicembre del 1346, ma col ritardo di
quasi un lustro dal tempo che era stato terminato (fuit publicatio fere uno
lustro tar- data). Il ritardo dal compimento alla pubblicazione dipese da
questo, che l'autore attendeva il trattato Contra hereticos?^ yucro quia plus
profecit latinorum ecclesie quam qni vetiis et noviim testa- nieiitiim de greco
et ebraico et ceteros ipsliis lihros sicut Raiiielem de cal- daico «eniioue
licet ebraicis literis et Job (le arabico, premissis in eia suis famosi» et
utillbiis prologis, transtulit in latinum. Quod doctorum nulli cre- ditur
fuisse possibile, cuni non Icffamus illos multiplicis lingue fuisse pe- ritos,
quod esse non ambigitur spiritus sancti donuui Actuum secuudo, nec est
dubitandum illuni deo luagis acceptum, cui ab ipso plus donatur. Kingamus nil
aliud per leronimum actuni fore : debuissetne Vtalia fidei zclatrix et mo- rum
norma nongentis annis et amplius neglexisse venerationem illius? 23 II passo in
von Schulte op. cit. II 218-219. -'' Novella t. 2v (chiusa del proemio) : Stylo
plano et pedestri qui d«- lectat prooemiare sic placuit; uti enim altieri
licuisset, ad quem si non at- tingeret ingenium proprium, docuissent innumeri
et maxime Alanus de planctu ecclesiae, quem fidenter exquirat qui mulcetur in
bis; de quo vide in line Hieronj-miani Io. Andreac. '" leronimianus f. 86
(epilogo) Ut ciini Alano libro de planctu nature stilum frenando concludam,
causam dante quod scripsi in proemio Novelle, fateor coiniter in liumanis
correctionis limam necessariam ecc. '-' leronimianus f. 9 Hanc autem
(be.atitudinem) consequtum spero re- colende memorie patrem dominum Superantium
do Cingalo decretoruni doc- torem et cpiscopum Cerviensem, qui me doctorem
suuni iniitari dignatus in predicto originls sue loco pulcram ad ipsius
doctoris honorem de suis pa- triiiionialibus fundavit et dotavit ecclesiaui. •"
Ughelli II 474. Il 1336 nel giorno consacrato a Girolamo (30 set- tembre) pose
le fondamenta della chiesa in di lui onore. •'» leronimianus f. 63" Contra
hereticos ex regulis diftinitionuni. Kst sciendum quod propter spera inveniendì
hunc librum causatam a libro Sen- R. Sabbadini. Le scoperte dei codici. \ \ 1^2
BOLOGNA (cap. Ili Resta dunque stabilito che V leronimianus fu cominciato verso
il 1334, finito nel 1343, pubblicato il 30 dicembre del 1346.2» Apparisce da
quest'opera che la devozione di Giovanni per Girolamo toccò gli eccessi del
fanatismo : scrisse in lode sua un inno e sette orazioni; ne celebrava la
vigilia e la festa; faceva imporre il nome di lui ai bambini e ai frati;
collocò la sua eflfigie sulla cattedra e ne fece dipingere la vita in casa propria
; innalzò al suo nome una chiesa fuori di Bolo- gna, una i)arte della Certosa e
])arecchi altari nelle altre chiese.^" Ma ciò che più importa al nostro
assunto è che il pio canonista va annoverato tra gli esploratori, perché cercò
e fece cercare le opere di Girolamo in Italia e fuori,^' le or- dinò e
classificò, separando le spurie dalle genuine-'* e ne compilò un esatto
catalogo.^^ In queste investigazioni fu ain- tentiarum, ut infra dicam, fiiit
liiiiua operis puhlieatio fere uno lustro tar- data, in originali spacio hic
diniisso, si, quod liaberetur. Trinità», de qua est libri sermo, concederet.
Novissime autem, scilicet ciirrentis anni domini quadragesimi sexti die
penultimo (30 die. 1346) a proxime dieto reverendo patre (Giovanni Coti) librum
recepì, quem per annoruni curricnla meis pre- cibns quesitum nuperrime de
Scotia se asseruit recepisse. In libris ergo seri- bendis servato solito ordine
hic locetur ; in iam seriptis si spaciuni carte non recipit, glntino vel filo
alia carta iungatur vel liicsignatum locetur in fine. Questa nota del cod.
Braidense deriva dall'autografo definitivo e manca negli altri codici da me
veduti. 2'' Ma anche prima ne uscirono copie, p. e. la Bolognese sopra
ricordata del collegio di Spagna dell'anno 1346 e la Lanrenziana pure nominata,
la quale manca della nota che ho tratta dal cod. Braidense. 3" f. 8v.
L'inno comprende dodici strofe ritmiche, delle quali ecco la prima: Hic
sacerdos fuit ordine Poregrinans maris cnlniine Heremita soli- tudine nenium
regule professor Claustri sancti fabricator Et monachorum pastor (f. 8). "
Cercò anche reliquie, f. 9 Diversas provintias et ultramarinas per lì- teras et
nuncios visitavi, laboravi alìquid habere de suis reliqniis. 32 Nel determinare
l'autenticità si giovò della lettera del certosino «ui- gono del sec. xii: f.
32v Kst autem sciendum quod de l'iirisius recepì qnan- dam epistolam fratria
(;uigonis maioris prioris Cartnsiensis, cuius grandi» opinio perdurat in ordine
et postinodnm illius transcriptuni apud Cartusiam (di Bologna) fore percepì, in
qua scribens ad Durbonenses fratres asserii quasdam epìstolas atribui lerouimo
que non fuerunt ipsius; sn (iuigone cfr. Migne P. L. 30, 307. » L'elenco è cosi
distribuito: prima enumera le lettere, introdotte da Ad, e i trattati, introdotti
da De, seguendo l'ordine alfabetico dei dcsfi- Tiatari e dei titoli ; poi
vengono i libri introdotti da Cantra, finalmente cap. Ili) GIOVANNI D'ANDREA
163 tato massimamente da due monaci afcostiniani. il francese Giovanni Coti^' e
l'italiano Bartolomeo Caruso.^' Anzi è probabile che dall'esempio del canonista
venisse al Caruso Fidea di un lavoro simile per Agostino.''' 11 Caruso fu fatto
vescovo di Urbino il 12 dicembre del 1347," ma prima di quel tempo viveva
in Bologna, dove attendeva al suo Au- (/ustinianus mentre Giovanni attendeva
a,\\' leronimianus. Quando l'opera fu compiuta, fra Dionisio di Modena gli sug-
qiielli iiitiodotli da Super: sempre tenendo l'ordine alfabetico. Di ciascuna
opera reca il principio e la fine e i passi mitrliori. Delle traduzioni dal
greco possiede le seguenti (f. '27v) : Librum Didimi de spiritu sancto ;
Triictattim Origenis super cuniica ; Urigenis homelias XVI super Gene- si m ;
XI II super Kxodum ; XV super Leritico; Epiplmnii epistolum ud lohannem
episcopum; Victorinum super Apocalipsim. Trovòanclie uji inno; f. 25v Inveni
etiain compositos ultra plura centenaria annornin sccundum existiniationoni
nieani XXX tales versus : ' leroniuius doctor latii i Inri.-isliiins autor'...
l'ost Ijos versus iUi sequitur talls liyninus : " Kcce qui Clinsti de-
coravit aulam '... Cfr. Ciievalier Beperturium hymnologicuin 1892, I :!10. 469.
Kntranibi i coinponimentì furono pubblicati dal MoJie III an. ■" f. 6^5
Contea. Silere non debeo qnod sub hac littera fui mnltum adiu- tus per
reverendnm niicbi patrem sed in leronimi [leronimi è omesso dal cod.
Braiden.se) devotione confratrem dominum fratrein loliannem Cocti or- dinis
bereniitaruni Parisius Sententias tunc legentem {Parisius-ìegentem sta solo nel
cod. Braid.). Cum eniiu libros Cantra Luciferìanos, Cantra Pela- gianos et
Cantra Susanniim in Ytalia ìnvenìre non posseni, ipse qui ex l)rofunditate
scientie, liumilitate, caritate et conscientie puritate sue reli- gioni.s est
decor, iaindiu avidissiinus in leronìini libris liabeudis, illos alin- sqne
qnamplnrimos quos eque desiderabam mlchi communicavit amanter. 35 f. 27v Ibi
(Tliomas) etiam attribuii leronìmo epistolam cui titnlum dixit De
coluibitatione clericorum et mulierum et priucipinm ' prouiLserani quidem vobis
' et finein 'deus pacis erit vobiscum ', qnam din et sollicifu- dine non parva
quesitam cum invenire non posseni, novissime vir devotione sincerus et fervidns
caritate, grandis scientia nec minor facuudia frater Bartholauieus de Urbino
ordinis bercniitarum, qui .\ ugusti niauum com- posnit, per quem dlctorum
.\ugnstini cnpidos in aingulis materiis copiosos etTecit, micbi l'pistolain
illaui sibi notam exhibuit, que fiiit Augustini inti- tulata sub nomino Libri
de smgiilariiate clericorum. In quo me letìfìcavit. quia illi querende finem
imposnit. Cfr. Milleloquiuin August. 2436: Liber de singularitate clericorum
apud aliquos appropriatur Hieronynio, apud vero alios Origeui, sed verius est
Augustini. *"' Miìleloquium, nella dedica: Occurrit insuper moderna
inspectio viri spectabilis amici d. Ioannis Andreae de Bononia, decretorum
doctoris ègregii, in quo d(!Ì grafia in nioribus et scientia declaratur, qui de
vita et libris beati Hleronjml luculenter librum edidit, quem Hieronymianum
nuucnpavlt. ■n Ughelli lì 787. Mori nel 1:350. 164: BOLOGNA {,.ap. in geri il
titolo di Milleloquium veritatis Augustini'^^ e il Pe- trarca p:li compose
l'epigramma di commiato.^* Il poderoso volume del Milleloquium ^^ s'apre con le
testi- monianze intorno ad Agostino ; seguono poi gli estratti ago- stiniani,
raccolti sotto lemmi in ordine alfabetico ; alla fine è dato l'elenco dei libri
d'Agostino, distribuiti in categorie. Non tutte le opere gli riusci di scovare
; mancano p. e. la Gram- matica, la Rettorica, la Dialettica; delle epistole ne
rintracciò centottantotto, un numero del resto cospicuo. Conosceva fra l'altro
il De musica, raro a trovarsi."^ E dovè intraprendere viaggi, perché non
tutti i codici stavano radunati in un sol luogo :''^ una copia iéW Enchiridion
' argenteis et aureis lit- teris * era nel palazzo vescovile di Bologna.^^
Anch'egli, come Giovanni d'Andrea, badò a sceverare con molta cura gli scritti
spuri dai genuini. * * * Pure un medico collezionista vorremmo assegnare a
Bolo- gna, perché fu allievo di quell'Università: Guido da Bagnolo di Eeggio
d'Emilia, medico del re di Cipro. Con testamento del 12 ottobre 1362''^ egli
lasciò parte dei propri beni stabili 38 Milleloquium, dedica: Kcvereiido
aiiteiii patri frati i Dionysio de Mu- tina, sacrae pagìnae professori et niinc
priori generali meo, siibcuius nia- gisterio apud Bononiam compilavi, placuit
ipsum 0|ius Milleloquium veri- tatis Auf/ustini debero iiititulari, quia in
mille capitulis contiiietiir. Il 19 marzo 1333 è promosso in Bologna al
magistero di teologia il frate Dio- nisio, ' qui tam in Parisiensi quam in
aliìs studii.s generalihus quatuordecim aiinis legerat' (Chartrtlar. Universit.
Paris. II 404; già dal 1343 era priore degli Agostiniani, ib. Il 535, 546). 35 P. de Nolliac
Pétrarque et Vhumanisme li 297 ss. *• B. Aurolii Augustiiii Milleloquium
veritatis a f. Bartholomaeo de Urbino digestum. Lugdnnì 1555. *' Il Salutati, epistolario III 146, ne
faceva ricerca in Francia per mezzo di (ìiovanni da Montreuil. '2 Milleloquium,
dedica : Disquirentis tanien animadvertat ingeniam, niilii facile non fuisse
multa voluniina revolvendo flores rligere, cum non in eodem loco et tempore
libros omnes liabuerim et nihil nisi quod in ori- ginali proprio vidi liic
rescripserim. w Milleloq. 2421 Libar Eucliirid... In eplscopatu Bononiensi argentei*
et anreis litteris scriptum inveni. ** Il testamento è nell'Archiv. di St. di
Reggio d'Emilia, dov'io lo con- sultai; fu pubblicato dal Taccoli Mem. st. di
Reggio II 251 ss. Cfr. Tiraboscbi cap. Ili) FIRENZE 165 e i libri 'in medicina
et artibus' ai gidvani regfriani che fre- quenta-ssero lo Studio bolognese.
L'elenco dei codici somma a 59; oltre a molti trattati medievali, in particolar
modo d'ori- gine araba, vi incontriamo un'opera di Ippocrate, sette di Ga-
leno, V Almagesium e il Qiiadripartitum di Tolomeo, il Be simplicìbus di
Giovanni Damasceno e alcuni scritti aristote- lici : la Mefeor., la Metaphys.,
il Be caelo et mundo e la Rhe- torica. FlKENZE Un giorno il Petrarca parlò con
entusiasmo del fiorentino Francesco Nelli a un messo della repubblica di
Firenze, che ne rimase trasecolato come di un portento: eppure quel messo
conosceva il Nelli di persona. ' Che e' è da meravigliare, se la commerciale e
industriale Firenze non conosce i letterati? ' ^ esclama il Petrarca,
pronunciando cosi su Firenze un giudizio non equo, ripetuto poi da altri. Egli
dimenticava in quel mo- mento che il suo codice, tanto oramai famoso, di
Vergilio era stato allestito da un fiorentino, Piero di Parente. Sanno i
cultori di Vergilio che i quattro versi i)roemiali dell'Eneide ' lUe ego qui
quondam — horrentia Martis ' e i ventuno del libro II ' lamque adeo super unus
eram — fu- riata mente ferebar ' (567-87) non ci furono trasmessi dai co- dici
antichi, ma da Servio nella biografia del poeta premessa al commento del poema.
Invece nel codice vergiliano apparte- nuto al Petrarca (ora conservato nella
biblioteca Ambrosiana) i quattro versi e i ventuno occupano 1 posti che loro
spettano : e ciò si deve all'opera personale di un fiorentino, Piero di
Parente, il quale mise insieme il Vergilio petrarchesco. Infatti al f. 52 del
codice, nel bel mezzo della biografia serviana, leggiamo queste importanti
parole, estranee al testo di Servio: Biblioteca Moden. I 134-137. fluido
coltivòanche la filosofia e la storia. Fu lino dei quattro averroisfi, coi
quali polemizzò il Petrarca a Venezia nel 1368. Mori verso il 1370. ' retrarc.
Fani. XVIII 9 (del 1355 e.) indirizzata al Nelli (p. 493) : mi- reniur si te
mercatrix et lanifica nostra non noverit? 166 FIRENZE (cap. IH ' Qiios (versus)
ideo pclriis parentis f I oreii ti nus, qui hoc niodo^ voliimcii instituit, in
siiis locls reponi fecit. quia ipsos quani maxime ne- cessarios iudicavit.
Kxistimans etiam Virgiliuin nipote divino afflatum gpi- ritn cansaa rernm et
ordinem ceteris altius melinsqne sensisse. periit auteni Tarenti in apulie
cìvitate. Nani diim inetapontnni cupitvidere valitudinem ex sniis ardore
contraxit. Sepultns est autem neapoli in cuins tumulo ab ipso compositiim tale
dysticon : Mantua me gennit. calabrl rapuere. tenet nune partlienone {sic),
cecini pascna rnra ducesque ' ^ (sic). Io credo che la notizia non derivi da
Piero stesso, sibbene da un copista cbe trascriveva il volume allestito da
Piero {qui ìioc volumen instituit). E mi inducono in tal credenza due ragioni :
che Piero avrebbe probabilmente, parlando di sé, preferita la persona priuia
alia terza {instituit, fecit, iudi- cavit) e che non sarebbe iucorso nello
scambio grossolano di pnrthenone per parthenope. Ora il codice petrarchesco va
col- locato tra la fine del secolo xui e il ])rincipio del xiv; sicché Piero di
Parente, l'allestitore dell'antigvafo, sarà da asse^^nare alla seconda metà del
secolo xiii. Il volume comprende tutte tre le opere di Vergilio, incorniciate
dal commento di Servio di lezione scelta' e corredata sempre dei jìassi greci ;
inoltre l'Achilleide di Stazio, contornata da un' interpretazione medie- vale ;
^ due commenti medievali*" del Barbarismus dì Donato e quattro odi
d'Orazio, con scolii. Ci troviamo pertanto di- nanzi a una ragguardevole antologia,
la quale ci fa iatrave- dere'più di quello che non contenga, perché Piero
trasse cer- tamente l'Achilleide da un codice che recava anche la Tebaide. e le
odi d'Orazio da un testo che abbracciava tutte le opere; e cosi i due commenti
del Barbarismus da uu volume che * Unisci hoc con vohunen o intendi modo
avverbialmente. 3 Vedi per maggiori inrorniazioni R. ,'<abbadini Quali
biografie rer- giliane fossero note al Petrarca (in Rendiconti del r. Istit.
Lombardo di se. e lett. XXXIX, 1906, 194-196) I v. Aen. II 667-87 furono
inseriti al lor posto anclie nel cod. Cassellano del sec. ix-x. * Io ne Ilo
tratto un passo varroniano più completo in Berliner phiìol. Wochenschrift 1906,
607; cfr. M. Ilim in Mhein. Mus. 1907, LXII 156-7. 5 L'Achilleide è qui divisa
in cinque libri, cfr. K. Sabbadini in Atene e Roma XII 265-69. o Uno dei
commenti è più vecchio e apparisce identico a qnello di nn codice di Monaco (R.
Sabbadini in Giornale stor. d. lelter. ital. 45, 169-170). <.ap. Ili) PIERO
DI PARENTE 167 poteva racchiudere altri trattati f^rammaticali. A ciò
s'aggiunga che la nota surriferita accenna al racconto della morte di Vergilio
quale è tramandato dalla biografia di Donato,'^ con una singolare variaute:
poiché invece che a Brindisi colloca la morte del poeta a Taranto (perùt
Tarenti). Tutto sommato, se nella seconda metà del secolo xiii Piero potè
disporre di tanti e cosi notevoli testi, bisogna convenire che nella ' città
mercantile e industriale ' il movimento uma- nistico s'era già iniziato:
iniziato, se non ancora molto dif- fuso. E a dire il vero ci tiene alquanto
perplessi un cànone di poeti antichi, quale è costituito da Dante nella Vita
nuova, composta contemporaneamente o poco posteriormente all'an- tologia di
Piero (nel 1293). ^ Quel cànone comprende cinque poeti : Vergilio, Lucano,
Orazio, Omero e Ovidio,'-* quegli stessi cinque che un ventennio più tardi
ricompariranno nella Com- media, in un ordine un jìo' diverso e meglio definiti
: Vergilio ' l'altissimo poeta ', Omero ' poeta sovrano ', Orazio ' satiro ',
Ovidio 'terzo', e 'ultimo' Lucano. 1° Numero esiguo, come ognun vede. Vergilio,
Ovidio, Lucano erano nomi già ben co- nosciuti prima di Dante, il quale di
Orazio non lesse mai le "Piero scrìve: duni Metapontuin cupit videre
valitndinem ex solis ardore contraxit; scrive Donato : diim Megara..
ferventissimo sole coifiio- Sfit lansuorem nactus est. L'una notizia deriva
dall'altra, ma dond(' pro- venga la doppia sostituzione di Metaponto a Megara
«t di Taranto a Brin- disi, non mi risulta; cfr. K. Sabbadìni in Sludi ital. di
filol. class. XV, 1907, 237. Kell'edizione fiorentina (1471-72) del commento di
Servio a cura dei Cennini padre e figli la vita di Vergilio reca lo stesso
passo di Piero di Parente: Periit autem Tarenti apuliae civitate. Nani duni
inetapontum cupit videre, valitudinem ex solis ardore coutraxit. Scpultus est
autem Neapoli in cuius tumulo ab ipso conipositum est distichou tale : Mantna
me genuit ecc. Ma l'edizione è indipendente dal testo di Piero. * N. Zingarelli
Dante 375. 3 Vita Nuova § 25. "' Inf. IV 80; 88-90. Altrettanto esìguo è
il cànone dantesco dei pro- satori illustri. Leggiamo infatti nel Ve vulg.
eloq. II 6, 6: et fortassis utilissinium foret ad illam (constructionem)
habituandam regulatos vidisse j)oetas, Vìrgilìuni videlicet, Ovidiura
Metaniorfoseos, Statium atque Lucanum, nec non alios qui usi sunt altissimas
prosas, ut Titum Liviuni, Plinium, Frontinum, Paulum Orosiuni et multos alios,
qnos amica solìtudo nos vi- sitare invitat. E si badi che di questi quattro uno
solo possiamo affermare con certezza essere stato noto all'Alighieri : Orosìo.
168 FIRENZE (cap. Ili odi, note a Piero, né lesse mai Terenzio, divul^atissimo
per l'innanzi, e lesse Persio, Stazio e Giovenale solo dopo scritta la Vita
nuova. Ma sarà credo miglior consiglio escludere dalla nostra storia le
testimonianze di Dante, il quale in tutto il patrimonio della sna produzione
offre assai pochi indizi di aver preso o aver voluto prender parte al moto
umanistico. Tornando all'accusa del Petrarca, egli ebbe dunque torto di
dimenticare Piero di Parente, com'ebbe torto, e anzi mag- giore, di non
ricordare che nel 1350 da un altro fiorentino, Lapo di Castiglionchio, aveva
ricevuto Y Institutio oratoria di Quintiliano, rimastagli fino a quel tempo
ignota, e quattro orazioni, pure nuove per lui, di Cicerone : De imp. Cn. Pom.,
p. Mil., p. Piane, e p. Sulla, in cambio delle quali mandò all'amico la p.
Archia. Ebbe da lui anche le Philipp., che però gli erano note già prima. ^^
Lapo (m. 1381), probabilmente più giovine del Petrarca, fu un valente cultore
del diritto canonico, che insegnò jìrima a Firenze fino al 1378 e dipoi a
Padova, ove quell'anno stesso per ragioni politiche si ritirò in esilio. ^^ Ma
egli coltivò con grande amore e successo anche gli studi letterari, e, ciò che
a me piace rilevare, indipendentemente dal Petrarca, di cui fu emulo nel
ricercare e raccoglier codici. Abbiamo una prova di questo nei testi nuovi da
lui forniti al Petrarca e un'altra prova, ben più importante, in un' antologia
ciceroniana da lui compilata. L'antologia ci si conserva nel codice Vaticano
Palat. 1820. Il codice, membranaceo della fine del secolo xiv, contiene le
segnenti opere di Cicerone: De off.. De amie, De sen., Parad., p. Marc, p.
Ligar., p. Deiot., le quattro Catilin . De imp. Cn. Pomp., p. Mil,p. Piane., p.
Sulla, p. Areli., Salitisi, in Cicer., Cieer. in Sali. In fine troviamo questa
soscrizione : '• De Nolhac Pétrarque et l'humanisme II 86; i 224-22Ù; Lettres
de Fr. Nelli à Pétrarque par H. Cocliìn, Paris 1892, 139. '« Cochin op. cit. 184-85, 194. A Padova insegnò
diritto canonico Tanno 1379 (A. «loria Monumenti della Univeisità di Padova,
Padova 18SS, I 319-20). cap. Ili) LAPO 169 (ilori.i lau8 et lionor Cui puerile
decus Qiiod me conscripsit Frompsit osanna pium tibì sit rex criste redemptor
Henricus prusia natus Henricus de prusia scripsit Possidet lume palliava
vocitatus in urbe lohannes Et ludovicus iiiiìs utnimqiie iubar Hoc opus fecit
scribi dominus lohannes ludovicus de lambertatlis utriusque iuris doctor. M. CCC.
LXXXXIIII.'^ Apprendiamo dalla sottoscrizione che Giovanni Lodovico
Lanibevtazzi, illustre giurista padovano e professore di quella Università/'
era anche studioso dei codici classici e collezio- nista; onde viene ad
accrescere la schiera tanto numerosa degli umanisti della feconda scuola
padovana. Il copista è un prussiano, Henricns de Prusia,!^ forse identico con
Enrico del fu Enrico di Prussia, notaio dell'Università nel 1399.^" Quan-
tunque transalpino, adopera la scrittura italiana, ma non tanto da non lasciar
qualche traccia della sua origine, poiché è tran- salpina la forma del s corto
finale, almeno nella prima parte del volume. Il codice è tutto di mano di
Enrico; non solo, ma da Enrico furono scritte anche le numerose glosse antiche
sparse su pei margini: le antiche, che di altre glosse più re- centi non mette
conto occuparsi. Ci domandiamo da chi provengano quelle glosse. Non certo
dall'amanuense Enrico, il quale non poteva possedere quella riposta cultura che
esse rivelano, per tacere che egli copia talvolta ciò che non capisce,
storpiando e guastando. Ci soccorre del resto un argomento ben pili sicuro.
Alcune glosse contengono richiami alle jìagine seguenti del testo, ri- chiami
che non corrispondono alle pagine del nostro codice. Eccone due: '3 Le parole
stampate in tondo sono in ros.so, le corsive in nero; Hen- ricus de prusia
scripsit fu aggiunto dopo, ma dalla medesima mano. 1' Vedi per tutti A. Gloria
op. cit. I p. 110, 180. Il Lanibertazzi fu li- cenziato nel 1372, laureato in
diritto civile nel 1378, in diritto canonico nel 1382. All'Università insegnava
ancora nel 1399; mori il 1401. <3 11 Clark, M. Tulli Ciceronis Orationes p.
Tullio p. Fonteio ecc., Oxonii, p. X intende erroneamente de l^usia per de
Perusia. ic Gloria ib. I 111. FIRENZE (cap. m f. 3 (Cicer. De off. I 26)
existimt honoris iniperii potentie glorie ciipi- ditates] in marg. (jlorie et
imperii cupidità^. R((iquire) infra eie. intelli- gendum (De off. I 61). 8«
col{iimna) ante med(iiiin) et col(umna) 2* in med(io) sed illud (I 64) et
col(umna) 7« jiost ad reni (I Ti). Qui osserviamo anzitutto che il copista non
ha capito iti sigla del ' § ' in luogo della quale Iia scritto ' eie ';
seconda- riamente che i rimandi non corrispondono ai fogli del nostro volume.
f. Sv (De off. I 88) Nec vero audiendi qui jjraviter ininiicis irascendum
putabant] in marg. Kequire in ainic(itia) (Cic. De amie. 77) cur 4 a line
eoll(iinina) 2 in fl(ne). Ripetiamo l'osservazione sulla mancata corrispondenza
del rimando e aggiungiamo che il copista ha scritto ' cur ' invece di ' car(ta)
'. Escluso il copista, si potrebbe pensare al Petrarca come autore delle note,
avendo esse uua cotal rassomiglianza con le petrarchesche. Ma anche questa
ipotesi deve essere abban- donata, perché incontriamo sui margini un richiamo
p. e. alla bibbia ^' e uno a Pietro Coinestore,^* il che era contrario alla
consuetudine del Petrarca. Rimane da produrre, in favore della paternità di
Lapo, la seguente postilla: f. 28v (Cic. De off. ni 47) Male etiani qui
piiregrino-s urbibug uti prolii- bentj in marg. Nota, onius contrarium
fiorentini interdum venctiis passi sunt nesoio tamen an eornm culpa an iniuria
probibentium. Manifestamente qui si tratta di un esule fiorentino, ciò che
s'addice benissimo a Lapo, il quale esulò a Padova ed ebbe forse ivi occasione
di o-sservare la durezza usata talvolta dai Veneziani verso i suoi
concittadini. Questo spiegherebbe inol- tre come il suo codice fosse rimasto u
Padova, ove il Lam- bertazzi lo fece copiare. A rincalzo della nostra ipotesi
viene un'altra considerazione. L'ultima parte del volume contiene le cinque
orazioni ciceroniane De itnp. Cn. Pomp., p. Miì., p. Flanc, p. Sulla e p. Ardi,
con la sottoscrizione (f. 129'): " f. 103 cita i Salmi. '<* f. 128
Kequire historiam scolasticam libro return 1°. cip. ni) LAPO 171 Marci Tullii
Ciceronis quinque orationes preclarissime expìi- ciiint. Le quattro prime sono
appunto quelle che Lapo donò al Petrarca e la quinta quella che gli fu dal
Petrarca ricambiata. Conchiudiamo perciò che il codice rappresenta un'antolo-
gia ciceroniana messa insieme da Lapo e da lui annotata. Dall'esemplare di Lapo
il jìrussiano Enrico trascrisse scrupo- losamente testo e note. Il testo Vatic.
Palatino nelle quattro orazioni donate da La])o al Petrarca è pienamente
conforme al codice Parigiuo 14749 della famiglia francese, col quale ha comuni
anche al- cune note marginali. Le note dai margini del Palatino o del suo
antigrafo sono certo passate su quelli del Parigino, per- ché il Palatino ne ha
un numero maggiore e talune di esse, come la citazione varroniana dal Be ling.
lat. che vedremo poi, di siffatta natura, che solo dall' Italia, anzi da
Firenze, potevano partire. Quanto al testo, esso in un luogo della p. Piando
citato dal Petrarca coincide con la lezione del Pari- gino. Lapo ebbe pertanto
le quattro orazioni da un codice francese, ma non direttamente dal Parigino,
che le disjìone in ordine diverso e ne contiene molte di più. ^"^ Le
chiose marginali del nostro codice Palatino rivelano la conoscenza di altre
opere ciceroniane: del De orai., delle Tuscul.^" e del De fin.,^'- delle
Fhilipp.,^^ della p. Corn. w Vedi il Clark op. cit. p. IX-X. Il Petrarca cita
in p. Piane. 66 la lezione màis et ferus comune al Palatino e al Parigino. 11
eod. Parig. è il famoso, di cui s'è parliito sopra p. 73. Esso comprende 23
orazioni cicero- niane e con molta probabilità fu copiato posteriormente al
Palatino che è del 1394: certo in ogni modo posteriormente all'antigrafo del
Palatino. 2» f. ICv (Cic. De off. I 108) Erat in lutio crasso] in inarg. De hoc
eo- dem infra e. 4 in principio 2 pagine. Hic est unus coUocutorum in
libro de or. de quo in 1. (II 98) : ' Atque esse tamen multos videmus qui
neminem imitentur et sua parte (= suapte) natura quod velint sine cuiusquam si-
militudine consequntur; quod et in nobis animadverti recte potest, Cesar et
Cotta quorum alter inusitatum nostris quideni oratoribus leporem quen- dam et
salem, alter acutissimum et subtilissimum dicendi genus est conse- cutus etc. '
Dehoc 5 Tuscul. (V55): ' G. Cesar in quo mihi videtur specimen fnisse
humanitatis salis leporis ' ; ubi et de 1. Cesare patre eius est mentio. 21 f. 38 Paria amicorum
tria vel quatuor (Cic. De amie. 15). Tria di- cit de finibus (I 6.5) card. (=
carta) 7^ pag. 1" post principiuni. Questo co- dice, di cui si cita la
pagina, era certamente nella collezione di Lapo. 2- f. l?v (Cic. De off. II 22)
ut sepe in nostra re publìca videmus mer- 172 FIRENZE (eap. Ili Balbo ^^ e
della jh Fiacco. 2' Le due ultime restarono i<,'note al Petrarca. La p.
Fiacco poi presuppone la conoscenza anche della p^Mwc^io, perché entrambe ci
furono tramandate insieme dai manoscritti. L'una e l'altra abbiamo già veduto
(p. 123) essere state in possesso di Antonio Loschi a Milano verso la fine del
secolo xiv; ora nel medesimo tempo le ritroviamo a Firenze o a Padova presso
Lapo. Oltre Cicerone, Lapo nelle glosse cita più altri autori : il Timaeus^° e
forse un altro dialogo di Platone;^'' Terenzio,^'' Livio, ^* Valerio Massimo,*^
Seneca,^" Lucano, ^^ Svetonio,^* Gelilo, ^^ Giustino,^"* Lattanzio,
^^ Agostino,^" Macrobio, '^^ Isidoro. ^** cede condueti] in marg. Hec ipsa
sententia et seqiieiis est 1° Pliilipp. (I 33-34) col(umna) antepenultinia uon
procnl a fine. Anche questo era nella collezione di Lapo. 23 f. 115 Idem prò
Cornelio Balbo: ' Ncque enini inconstantis puto sen- tentiam tanquam aliquod
navìgium atque cursuin ex rei p. ti:mpe8tate mo- derari ' (§ 61). 2< f. 80v
(Cic. Catil. Ili 6) Itaqne hesterno die L. Flaccum] in marg. Hnnc din postea
pnicra oratione defendit cicero. *5 f. 128 Homerus denique qui ide(ni) fuerit
cfriptìus, siqnidom the- banus fertur, que civitaa est apiid eirypfum
nobilissima calcronis (= Cal- cidius) in tliymeum seeundo commentario, ubi de
magorum stella. Vedi Clialcid. in Timaeum 8 CXXV (Hamburgi, cur. Io. A.
Fabricio, 1716, p. 32.5). '^^ f. 2 (Cic. De off'. I 15) mirabiles amore» ut ait
piato excitaret sa- pientie] ini marg. Plato defran. (?) 2. car. 7. pagin. 1 (=
pagina 1). La cita- zione ciceroniana è tratta dal l'haedr. p. 250 D ; ma
questo dialogo non era noto al medio evo. D'altra parte dalla forma errata
della chiosa non so cavar nulla. *7 f. 8» (Cic. De off. I 80) human! nichil a
se alienum putat] in marg. In eutontnmernmenon (I 1, 25) non procul a
principio. '■» f. 99. «> f.
81. 30 f. H" Seneca de gratitudine ad lucillum epistola 81. 3' f. 91. 3«
f. 82 1° de XII Cesaribns. 33 f. 46 (Cic. De amie. 90) illud Catoni» : mnlto meliu» de qnibnsdam acerbo»
inimico» mererij in marg. Adde Favorini dictuiu in noctibns Athicis (XIX 3).
3< f. 112. 35 f. 21v 36 f. 94v AngURtinus libro centra quinqne hereses in
medio. 3" f. 17v Reqnire in Saturnalibus. 38 f. 26 le Etymoì. cap. Ili)
LAPO, ZANOBI 173 Per ultimo riserviamo due rarità: Y Historia Augusta^'^ e il
De lingua latina di Varrone.'"' Per compiere il quadro della cultura di
Lapo aggiunge- remo che nelle chiose egli cita di frequente lezioni di altri
codici.'^ Parimente cultori degli studi classici sono due fiorentini,
contemporanei di Lapo, Zanobi Mazzuoli da Strada e Fran- cesco Nelli, i quali
hanno tra loro questo di comune, che negli ultimi anni della vita furono
attratti nell'orbita del gran si- niscalco di Napoli Nicola Acciaioli. Zanobi,
^ grammatico di professione, ottenne nel 1335 la cattedra di grammatica a
Firenze, succedendo in quest' ufficio a suo padre.^ Il 1349 passò al servizio
del gran siniscalco a Napoli, continuando ivi l'esercizio dell'insegnamento
gram- niaticale.3 Pizzicava anche di poesia; anzi il 15 maggio del 1355 ^ f.
17v (Cic. Ve off. II 25) Iiyonìsius qui cultros metuens tonsorios oanileiite
carlione sibi adiirebat capìllum) in marg. Simile de comniodo Romano principe
legimus; efr. Lanipridius Comm. Anton. 17 adiirens comam et barbam timore
tonsoris. '" f. i (Cic. Ve off. I 37) perdnellis esset, liis liostis
vocaretiir) in marg. Hostis. Requìre M. Yarronem de lingua latina in principio;
cfr. Varr. Ve I. l. V 3 ut hostis: nam tum eo verbo dicebant pcregrinuin qui
suis lejjibus, nunc dicunt eum quem tum dicebant perduellem. " Reco
qualclie lezione del suo Ve officiis: lì 1 quid inutile: aut ex duobus utilibus
quid utilius aut quid maxime utile de quibus; III 121 rao- nunientis. Uu paio
di varianti : I 1 ad dicendum] aliter discendnm ; I 2 Quam obreni disces tu
quidem a principe liuÌH8)liunc versiculum aliqui non liabent. ' Per le notizie
biografiche vedi H. Cochin Lettres de Fr. Nelli à Pé- trarque, Paris 1S92, 185
e F. Porcellini Zénobi da Strada e la sua venuta nella corte di Napoli (in
Ardi. stor. per le prov. napol. XXXVII, 1912, 242-263). * Fin dal 1320 leggeva
a Firenze ' in arte grammatica et in aliis arti- bus et scientiis ' Guicciardo
da Bologna, il comnienlatore dell'74'certnis del Mussato (F. Nevati Indagini e
postille dantesche, Bologna 1899, 113). A Firenze insegnò rettorica un
corrispondente del Petrarca, Bruno di Casino, morto il 1348 (V. Rossi in Studi
letter. e linguistici dedicati a P. Kajna, Firenze 1911, 195). Ma non i)are che
questi e altri maestri abbiano i)rati- cato ricerche di codici. Firenze nel
sec. XIV diede anche due commenta- tori vergiliani: Zone (v. sopra p. 104) e
Giovanni (nel cod. Vatic. 1514). 3 Petrarc. Fani. XII 3, del 1349, come ha
dimostrato il Porcellini op. cit. 248-53. E del medesimo anno sono le Fani. XII
14, 15, 16, 18; XIII, 9, IO- 1 74 FIRENZE (lap. Ili ricevette dalle mani di
Carlo IV a Pisa la corona d'alloro, con grave scandalo della gente seria. Nel
1359 diventò segretario dei brevi presso il papa in Avignone, dove mori il
1361. Attese a raccoglier codici, che alla sua morte entrarono in possesso del
Siniscalco;* ma non conosciamo di che genere fossero.^ Francesco Nelli® fino
almeno dal 1351 era priore de' SS. Apostoli in Firenze. Nel 1361 si trasferi a
Napoli al servizio del gran Siniscalco e ivi mori di peste il 1363. Egli è,
pos- siamo dire, un allievo del Petrarca, che conobbe a Firenze nel 1350 e a
cui sono dirette le trenta lettere del suo epistolario. La cultura del Nelli si
mantiene entro modesti confini. I poeti da lui più spesso adoperati sono
Terenzio, Vergilio, Orazio, Ovidio, Persio, Stazio, Giovenale.''' Possediamo il
suo Stazio, copiato da quello del Petrarca,* nel codice Pari- gino 8081. Tra i
prosatori, ai due già notati dal Cochin, Ci- cerone e Seneca,"
aggiungeremo Sallustio,i° Plinio il giovine^' e Donato biografo di Vergilio.^*
■• Tanfiini Nicola Acciaioli, Firenze 1863, 205. 5 Abbiamo bensì i! catalogo
dei libri del Siniscalco, pubblicato da R. Sabbadini v. sopra p. 4 n. 10, ma è
del 1359, quando la collezione di Zanobi non c'era ancora entrata. fi Per le
notizie biografiche Cochin op. cit. 10-U; 74-78. ' Cochin 32, 161, 163, 168, 189,
190, 211, 216-217, 2-".7 ' fert animus ' Ovid. Met. I 1, 272. •* Cochin 32
; Nolhac Pétrarque et l'humanisine 1 200-202. Il Nelli alla Theb. II 37-40 nota: istos qnatuor
versus ligatos simul in nullo alio Statio inveni ; nescio ntrum sint de textu
nec ne. Questi quattro versi di solito man- cano nei manoscritti e qua e là
sono suppliti in margine. Si dice che lo Stazio del Petrarca sia stato venduto
recentissimamente a Monaco di Baviera. 8 Cochin 33. '" Cochin 210-213 Etsi
falso conqneror de natura — cuiquam potest ipsa. Questo ' ystoricus verax
ìlhistrisque ' è Sallustio, di cui si transunta il cap. I del lugurth. "
p. 2.52 Amicorum hystoria vulgata duorum est: alterins, increpanti alteri quod
sibi non scriberet, respondentis se nichii hahere qnod scribe- ret; at contra
ille hoc ipsum sibi prò epystolari munere flagìtabat. Questo ò Plin. JSpist. I
11. '2 p. 182 scis Virgiliuni semel causam egi.sse ; cfr. Suetonius ed. Reif-
fcrscheid p. 58, 4. Altre citazioni non riconosciute dal Cochin: p. 213 par-
tem enim nostri ortus — secundnni nostri sententiam Arpinatis, Cicer. De off. 1 22; 23(1 ut ait
arbiter fabularnm, Terent. Heaut. Il 4,4; p. 253 iste Ciip. Ili) NELLI, MAR.SILl, TEDALDO 175 Anche nella seconda
metà del secolo xiv Firenze conta illustri raccoj;;litori di codici.
Ricorderemo intanto Luigi Mar- sili (m. 1394), 1^ l'anima e il centro del circolo
che si riuniva in S. Spirito. Il Marsili da Firenze passò a studiare a Padova,
di là a Parigi, dove consegui il titolo di ' magister theolo- giae '. Nel 1382
era di ritorno in patria. Quantunque teologo, citava largamente Vergilio,
Cicerone e Seneca. Intorno alla sua collezione ci lasciò un' importante
testimonianza Fr. Boc- chi ;!' ' voliimina optimorum librorum, qui erant illi
in amo- ribus, nndique collegit tam sumraa cum voluptate, ut summus
cumulusi"' amplissimae bibliothecae instar esset '; dopo di che soggiunge:
' hos ille libros omnes ecclesiae S. Spiritus legavit '. Tedaldo della Casa, di
Mugello, frate minorità, fu insieme raccoglitore e copista. Della sua
collezione fece dono nel 1406 alla chiesa di S. Croce, donde circa trentacinque
volumi pas- sarono in Laurenziana.'* Codici suoi in altre biblioteche sono:
l'Ambrosiano E 3 sup. col commento di Francesco da Buti a Persio e all'^. P.
d'Orazio,!^ l'Universitario di Bologna 2799'^ litere qiia.s, nt ait ille divine
pagine sublimis interpres, Ovid. Heroid. ITI 3; p. 25+ non tanquam transfuga,
ut ait ille, aed ut cnriosus venator, Senec. fCpist. 2, 4; p. 265 Percurrit,
imo precurrit hec Flacciani, ut paulo post Horestiaul fere voluminis alteram ad
se trahat epystolam. Cfr. luvenal. 1 6 in tergo necdum finitus Orestes. Con
Flaccianum volumen intende una lettera breve, come le epistole d'Orazio; con
Horestianum volumen intende una lettera lung.a. Qui abbiamo la breve; la Innga
s'è perduta. li In generale Voigt Die n'iederhelebung P 187-190. '< Fr. Boccili
Elogiorum, Florentiae 1844, 12. *^ Intendo, se non c'è errore di trascrizione,
cumulus seil. voìwptatis, ossia: il colmo della gioia era per lui una copiosa
biblioteca. "i Bandini Cod. lat. V 711, indice. '■ Il commento a Persio è
di mano di Tedaldo, l'altro di mano diversa, ma ritoccato da lui. La prefazione
a Persio comincia cosi : f. 1 Movit tua caritativa exliortatio frater in xpisto
Thedalde me devotum tuuni francis- eum de buiti de pisis nt semel id agerem
quod qnociens lecturus fuerini id agere convenìsset. Ideoque ut libi
obsequerer, milii vero labores deme- reni et idem acceptantìbns prodessem,
lectnram poetrie oratii fiacei venu- sini sub integumento exemplorum latentis
et satyrarum persii vulterrani habentium sententiarnm difficiles aditus, continuationum
diverticula fallen- tia et voc.abulorum peregrinorum frequentiam scribere ut
edidi snm ag- gressus. Sottoscrizione a Persio, f. 54: M» CCCLXXXV die prima
marcii Flo- rentie Tliedaldns ordinis minorum. "< Iste libcr fuit ad
usua fratris Thedaldi de Casa. 176 FIRENZE (cap. Ili con testi sacri e il
Parigino C342 con un numero cospicuo di opere filosofiche e oratorie di
Cicerone e un catalogo cice- roniano sistematico.'^ Il catalogo, come tutti i
documenti del genere, registra libri salvati e libri perduti, autentici e apo-
crifi; ma vi figurano tre titoli, che meritano di essere atten- tamente
considerati : Liber epistolarum ad Q. fratrem. Liber epistolaruin ad Brutum.
Liber epistolarum ad Atticum. Co- desti titoli il Della Casa non può aver desunti
da nessun elenco tradizionale, ma o li apprese per bocca altrui o li lesse nel
codice Laurenziano 49. 18. La prima supposizione mi par più verisimile per due
ragioni : l'una che nel codice Laurenziano la silloge ad Q. fr. segue quella ad
Br., doveché in Tedaldo la precede; l'altra che il codice Parigino porta la
data del 27 aprile 1376, quando il codice Laurenziano dell'epistolario non era
ancor giunto a Firenze. Notiamo nella raccolta di Tedaldo questi altri antori
clas- sici: Ovidio (Heroides), Seneca (Tragoediae), Stazio, Apuleio, gli
scrittori deW Histor. ^«tf?., Solino, Eutropio, Prisciano. Ri- corderemo anche
la traduzione latina anonima di due dialoghi di Luciano, il Timon e il Charon,
da lui copiati nel 1403,^ che sou da annoverare tra i primi frutti della scuola
di greco del Crisolora. Un anno prima che Tedaldo donasse la sua libreria alla
chiesa di S. Croce, nel 1405 Giovanni Dominici, condotto dal 1403 a legger la
Bibbia nello Studio della natia Firenze, com- poneva la Lucuta noctis,^^ per opporsi
al dilagare della cor- rente umanistica. Il Dominici (1356-1419), dell'ordine
dei pre- dicatori, cardinale di Gregorio XII (1408), scrisse trattati ascetici
in volgare, ma non trascurò le discipline classiche " P. de Nolliac
Pétrarque et l'humanisme II 279-282. Le opere filoso- flche contenute nel
volume sono: De off'.. Parati., De amie. De sen., Tu- scul., Somn. Scip.; le
oratorie: le quattro Catti., le tre Caesarianae, le due post reditum, le
Philipp, e le invettive tra Cicerone e Sallustio. "> Bandini Cod. lai.
IV 189 (XXV sin. 9 S. Croce f. 77 e 86, con la sot- toscrizione : ' MCCCCIII.
26 inali scripta siint lice Florentie. Frater Thedal- dus timo vacans). 2'
Beati lohannis UomÌDici Lucala noctis par R. Coulon, Paris 190S, LXXXIV. cap.
Ili) DOMINICI 177 nelle quali par di sentire l'influsso del Salutati. Che
s'occu- passe in raccoglier codici, non ci risulta; a Firenze del resto non
mancava il modo di istruirsi approfittando delle colle- zioni che erano nelle
chiese e presso gli amici. E che egli ne abbia ampiamente profittato, ce lo
attesta la Litcula. Dei cristiani conosce i quattro massimi poeti: Giovenco,
Prudenzio, Sedulio, Aratore ;^'^ inoltre V Apologeticus di Ter- tulliano e il
De artihus ac disciplinis liberalihus di Cassio- doro : -^ due opere rare. I
poeti pagani ])er le idee professate dall'autore non po- tevano trovare troppo
larga accoglienza nella Lucuta. Vi si citano infatti solamente Terenzio,^'
Vergilio,^^ Orazio*^ (A. F. ed Epist.), Ovidio [Metani,, Hcroid., A. A.,
Amor.),^"^ Persio e Lucano.^ Più numerosi e quasi diremmo molto numerosi i
prosatori. Sallustio,^'-' Livio^o (le tre deche), Valerio Massimo, ^i Plinio il
vecchio, 3^ Svetonio, ^^ Quintiliano,^^ Gellio (entrambe le parti), 3^
Apuleio,^* Giustino,*''' Solino,** Palladio,*^ Vegezio,'*" Macrobio^i (in
Sonin.). Il Digesto è ricordato col titolo di 22 Lucula 95, 411. 23 Ib. 72,
83-84. 21 Ib. 16, 351. 25 Ib. 14, 69, 358 ecc. «8 Ib. 86, 244, 403. 2' Ib. 22,
27, 9Sr.4. A; 259 in epistolarum libello; 411 Cur nitimur in vetitum seniper cupimusqiie
negata (Amor. Ili 4, 17). 2< Ib. 83, 169; 131, .305, 351 ecc. 29 p. 22, 402.
3» p. 124-125 ecc. 3> p. 98, 120, 277 ecc. 32 p. 22, 80, 216. 33 p. 7 quis
eniin eloquencia gravior Cesare, teste Cicerone ad Biutum et ad Nepotera
Cornelinm... (Suet. lui. 55-56). 3< p. 33. 33 Gellio è sempre per Ini
Agellio; p. 59 (JV. A. XVII 19); 64 (III 17); 113 Agellins libro primo Noct.
atic. (II 1); 115 (X 12)
ecc. s" p. 85 Apnlegium de magia, de deo Socratis, de asino aureo ecc. 3^
p. 81 ecc. 3^* p. 81, 98-99. 3'-'
p. 77. *o p. 10, 81. " p. 108, 197 ecc. R. Sabbadimi. Le scoperte dei
codici, 12 178 FIRENZE (cap. Ili Pandecta Pisana:^'^ non era ancora scoppiata
la guerra del 1406, in seguito alla quale la Pandecta da Pisana diventò
Fiorentina. Dei Seneca il Dominici conosce le Declamationes^ le opere
filosofiche e le Tragedie, oltre ai Proverbia spuri. Ma mentre tutto il medio
evo aveva confuso in una gola per- sona Seneca padre e Seneca figlio, egli,
certamente sulle orme del Salutati,^* ammette due autori, all'uno dei quali, da
lui denominato ora ' Anneus ' ora ' Seneca ', assegna le Declamai. e i trattati
filosofici, all'altro, denominato ora ' Tragieus ' ora ' Cordubensis Tragieus
', assegna le Tragoediae.^^ Eagguardevoli sono le cognizioni del Dominici rispetto
a Cicerone. Degli scritti rettorici adopera solamente il De in- vent.,^^ ma in
gran copia le opere filosofiche: De creatione mundi (Timaeus), '"
Tuscul.," De nat. deor.. De divin.,^^ De « p. 94, 199 ecc. ■•3 11 Sahitoti
in una lettera del 1371 {Epistol. a cura di F. Novali I 150-155) stabilisce
sull'autorità di Sidonio Apollinare (Migne P. !.. 58, 701), che Seneca il
filosofo si deva distinguere da Seneca il tragico. L'erroneo sdoppiamento era
stato proposto dal Boccaccio e fu accettato da Domenico di Bandino, da
Gasparino Barzizza, dal Polenton, da Benvenuto Kambaldi e da altri. La prima
spinta era partita dal Petrarca, che nella lettera a Se- neca (Fam. XXIV 5),
del 1348, mette in dubbio che VOctavia possa essere di Seneca il filosofo,
tanto più, soggiunge, che 'et duos Senecas Cor- dubam habuisse Hispani testes
sunt '. Il Petrarca probabilmente aveva letto la notizia dei due Seneca in
Marziale (I 61, 7) ' duosque Seneca» facunda loquitur Corduba' (il testo
integro della lettera a Seneca presso W. Cloetta Beitràge sur
Litteraturgeschichte des Mittelalters und der Re- naissance li 87, 238). Un
riassunto umanistico della questione dei due Seneca presso Valentinelli
Biblioth. mss. S. Marci IV 101. In Rafael» Volterrano s' incontra per la prima
volta un accenno alla distinzione di Seneca padre da Seneca figlio. Scrive
infatti (Commentar, urftan., Basilea» 1559, lib. XIX p. 446): M. Annaeus
Seneca, Senecae philosophi pater,... ern- ditìssimus fuit, ut cui
declamationes, quae fliii dicuntur esse, non- nulli referant. Ma da quel che
segue apparisce che nemmeno lui ha idee sicure. •" Lucuta 16-17, 69, 23,
27, 191, 196; 246 Cicero vel Anneus, Aristo- teles. Maro vel Tragieus: qui è
chiaro che con Anneiis e Tragieus si de- signano due persone diverse. « Ib. 8,
257. « Ib. 108, 204 ecc. « p. 17. « p. 367. cap. Ili) DOMINICI 179 Icg.,'^'^ De
off.,^ De sew., "'' De aniic.^^ e g\\ Acaclem. priora.^^ Nelle orazioni
incontriamo qualche novità, poiché oltre alla p. Ligar. e p. Arch.,'''^
occorrono richiami alla p. CaelioF^ Novità parimenti negli epistolari : e di
vero abbiamo nna ci- tazione sicura dalle Epist. ad Q. /^r., -''^ il che
significa che gli intimi amici del Salutati avevano potuto ottenere prima della
sua morte (1406) di dare un'occhiata nel corpo epistolare ad Att., che egli
possedeva sin dal 1392. Domenico di Bandino non nacque a Firenze, ma trascorse
ivi buona parte della sua vita, insegnando grammatica e arti;^ e per questo lo
collochiamo tra i fiorentini. Fu un so- lerte raccoglitore di codici, ^ di che
fa fede una lettera di passo dei Signori di Firenze del 27 dicembre 1411, con
la quale si ordinava di lasciar libero transito per le terre della « p. 36.
5" p. 269, 285 ecc. 51 p. 21, 22 ecc. Il 32 p. 360. \ 33 p_ 207 Cicerone
in dyalogo ad Hortenseni probante: ' oninis cognicio jnultìs est obatructa
diflicultatibus ' {Acad. prior. 7). V. 360 TuUius, ubi kit: ' phylosophiain
paueis quibusdam verain dederunt nec hominibus ab Riis aut datum est bonura
maiiis aut potuit ullum dari '. 11 luogo è in Cicer. Acad. post. 7, ma il
Dominici lo trae da Agostino De civ. dei XXII 22. 3» p. 38, 94. 3^ p. 131
ciceroni libuìt exclamare in laudes eius : ' o magna vis veri- tatis, que
contra liominum ingenia calliditatem solerciam contraque flctas honiinnm
insidias facile per se ipsam se defendit ' {p. Cael. 63). Un altro brano più
lungo a p. 402: De quo Tullius aìt orando: ' Habuit ille pei- ninlta —
luxuriose vivere ' {p. Cael. 12-13), con soppressioni e alterazioni. La lezione
del Dominici si scosta nettamente dal cod. 2 (Parig. 14749). ^' p. 69 ' Quid
enim melius quam memoria recte factorum et liberiate contentuin negligere
humana ', prout scribit Marcus Brutus Ciceroni (ad Br. IX 24, 9 Sjogren). '
Epistolario di C. Salutati a cura di F. Novatl I 260; III 396-97. 2 Fin dal
1377 possedeva una collezione, di cui mandò l'indice al Sa- lutati, ib. 1 276.
I 180 FIRENZE (cap. Ili giurisdizione fiorentina a Domenico, che viaggiava '
con tre sua some de libri '. ' Ser Domenico, notaio e maestro d'arti e
grammntica, figlio di maestro Bandino Bianco, nacque in Arezzo verso il 1335.'
Toccò con la sua vita il diciottesimo anno del secolo xv,^ ma la sua cultura e
la sua mente appartengono in tutto al xiv. L'opera non ancora nota abbastanza,
alla quale affidò dure- volmente il suo nome, è il Fons memorahilium universi,^
un'enciclopedia composta di vari lessici in ordine alfabetico, dove è
compendiato tutto lo scibile che poteva allora inte- ressare agli studiosi.
Allo scopo nostro, che è di mettere in chiaro le sue cognizioni classiche,
basterà tener conto di quella sezione del Fons, che tratta De viris clarisJ
Domenico ci si presenta da se come ' avidus scrnptator ' di opere storiche,
quelle evidentemente che più servivano ai suoi fini ; scrive infatti accennando
ai Bella perduti di Plinio il vecchio: ' In primo volumine usque ad sua tempora
de- scripsit bella omnia Romanorum. Sed deperi(i)t etate nostra nec usquam
superest, quod ego talium avidus scruptator audiverim '.* Livio dovette essere
senza dubbio uno degli au- tori da lui più letti e più ricercati : e chi sa con
che vene- razione ne visitò nel 1374 la supposta tomba a Padova nel monastero
di S. Giustina.^ Ma delle tredici deche liviane non 3 U. Pasqui in Atti e
memorie della r. Accademia Fetrarca, Arezzo 1908, Vili 147. * Pasqiii 146 n. 3.
5 Pasqui ib. Mori alla fine d'agresto del 1418 e fu sepolto il primo di
aettembre. *> Alla composizione del Fon^ dedicò un lungo periodo di tempo,
circa mezzo secolo; nno dei più recenti indizi cronologici si riferisce
all'anno 1899, f. 68v Blanchoeuii... Anno qnidem domini 1399 '... Ma nel 1403
non ora peranco finito (cfr. Epistol. del Salutati III 626). " 11 De viris
claris forma il volume III dei tre compresi nel codice LanrenEiano Aedil.
170-172 cart. see. xv princ. In calce al f. 1 di mano del sec. XV : Iste liber
est domini (ieminiani de Inghyramis de prato Canonici Flororentini (sic)
decretoruin doctoris Et auditoris sacri pallatii apostolici causarum. » f. 819
PuNius. 9,f. 386^ TiTcs LiTios... vidlqne anno grafie 1S74 reliqnias ìpsius,
lioc «st saxeum tumulum Pactavii positum apud moniales Sancte lustine. L'oc- I
cap. Ili) DOMENICO DI BANDINO 181 riusci a rintracciare clic le tre già
familiari ai contemporanei ; e clie tredici ne avesse scritte, egli sapeva
benissimo dalle Pertochae: ' TiTUS Livius.... hyatorias sparsas per annalia in
13 decas propria latinitate contraxit. Nec potest dici non esse veruni, quamvis
tantum tres legantur ubique; nam et ego Epythoma seu mavis omnium dictarum
decarnm abreviationes habeo, quarnni multis exempla dedi'; i'' dalle quali
ultime parole apprendiamo che Domenico nonché contentarsi di rac- coglier
testi, li divulgava tra i suoi amici. Anche le orazioni e le epistole di
Cicerone erano per lui fonte ricca di notizie storiche e perciò s'informava
dove se ne trovasse. Snl qual riguardo ci trasmette alcune notizie singolari.
Dice infatti che egli possedeva ventidue orazioni, ma che sapeva di uno il
quale ne aveva vedute quarantaquattro ; che delle epistole egli aveva veduti
dieci quinterni, ma che gli era stato riferito come altri ne possedesse trenta
e Gasparino Barzizza venti- quattro.^^ Il numero 44 delle orazioni è certamente
esagerato, ma una quarantina allora erano conosciute. ^^ Non sapremmo invece
che pensare dei dieci quinterni veduti da Domenico, perché molti più quinterni
comprende tanto il cod. Lauren- ziano 49. 18 della silloge ad Att., quanto
l'altro Laurenz. 49. 7 della silloge ad fam.: questo arrivato a Firenze il
1392, quello qualche tempo dopo. Non sarà in ogni modo inopportuno ram- mentare
che il Laurenz. 49. 18 fu copiato da undici ama- casione in cui andò a Padova è
cosi da lui stesso descritta (f. 172 Fbakci- scus Petrarcha): anno tandem
domini 1374 inralescenfe per Tusciani conta- giosa glandularum peste, dimissa
ego infecta patria, Bononie profeetus sa- liitis gratia, legebam Rlietorìca Ciceronis.
Quo tempore dum
(dominus cod.) Franciscu» de Carrara dominus Paduanus me suìs magnìficis
prerogativis attralieret, Pactavium profeetus sum. '<• f. 386» Le Pertochae erano già note al
Petrarca, ma non a Benio. " f. 388v Tbllius Cicero... Orationum vidi 22.
Est tamen qui michi di- .\it vidisse habuisse et legisse 44. Epistolarnm vidi X
quinternos. Est tamen qui michi dixit vidisse X™ (prima era stato scrìtto
XXIII, poi cancellato). Kt quod maglster (iasparrinus habet 8™. I numeri sono
scritti cosi anche nel cod. Parig. lat. 16926 f. 347». Credo che m sia
trascrizione erronea della oìfra ni; e interpreto : X X IH = 30; 8 X IH = 24.
Non vedo altra so- luzione plausibile. " R. Sabbadini in Studi Hai. di
ftlol. class, vu, 1899, 103-104. 182 FIRENZE (cap. Ili nuensi ed eojli Io potè
forse vedere appena giunse a Firenze in fascicoli ancora sciolti. A stabilire
gli autori conosciuti dal nostro Domenico, egli ci offre indizi sicuri, perché
ora attesta che erano nelle sue mani, ora li adopera come fonti, ora ne reca un
giudizio, da cui si rileva che li aveva letti. Ma non ci occuperemo che dei più
rari e importanti, tenendo presente che prima di lui ci furono le collezioni
del Petrarca, del Boccaccio e del Salutati. Cominciando dai greci tradotti, è
inntile produr le prove che conosceva tutte le opere d'Aristotile note al suo
tempo. Non sappiamo al contrario quali dialoghi avesse di Platone, perché nel
lessico manca il lemma Plato. Conosceva i cinque libri di Dioscoride^^ e le
Exhortationes ad Demonicum di Isocrate, dalle quali comunica molti estratti ;
^' e non di- sprezzava Esopo ' licet parvulis legatur in scolis'. ^» Aveva
inoltre a mano le vite di Plutarco, delle quali fa larghissimo uso,
specialmente nella biografia di Cicerone. ^^ Degli autori latini segneremo
anzitutto i mancanti. Nella biografia dei Catoni i''' non ricorda il De
agricultura di Catone il vecchio, che pure era stato posseduto dal Salutati;
cita Ca- '3 f. 140 DiÀScoRDEs... edidit 6 libro» de potestatìbus ac virtutibus
her- bariim arbonim lapidum aromatiim animaliiini. 1* f. 219 IsocRATHES...
Scripsit librum de liorfationuni (sic) ad Dmoniam (sic) unde liec nefanda
(notanda?) descripsi... Su questa traduzione me- dievale del TtQÒg àrjfióviKOv
vedi ciò clie scrisai in Rendiconti del r. Isti- tuto Lombardo di se. e lett.
XXXVIII, 190;">, 674-682. La traduzione fn testé pubblicata
integralmente da K. Emminger Studiemu den Fiirsicnspiegeln. Die spàtmittelalt.
Uebtrsetzung der Demonicea, Diss., Miinchen 1913, 14-22. " f. 157. '8 f. 320
Plutìkcus.... Et de vir illis (=
de viris ìllustribus) scripsit di- vinum librnm. Le Vite dì Plutarco furono nel sec. xiv tradotte in
gr«-co moderno e da quello ritradotte in aragonese e dall'aragonese in toscano
(C. Salutati Epistolario a cura di F. Nevati li 301). Domenico non potè
adoperare il Cicero Novus tradotto o meglio ridotto dal Bruni, perché nel 1412
non era ancor lesto (I,eon. Bruni Aret. Epist. Ili 19). Ma è vero dal- l'altra
parte che nel Cicero novus il Bruni parla di una versione del Cicerone di
Plutarco : ' Otioso milii nuper ac lectitare aliquid cupienti oblatus est
libellus quidam ex Plutarclio traductus in quo Ciceronis vita contineri
dicebatur ' (A. Mai M. Tullii Ciceronis sex orationum etc. .Me- diolani 1817,
255). '■ f. 86. Cfr. Scoperte 34. cap. Ili) tulio sulla fede dello Spectilum
Gestonim mundi^^ e Tibullo sulla fede d'Ovidio. '* E c'è un po' da
meravigliarsene, perché Catullo era già stato nelle mani del Petrarca, e
Tibullo fu pos- seduto dal Salutati e avanti di lui dai Veronesi. ^° Degli
autori che erano nella sua collezione ricordiamo un Gelilo intiero, ^' escluso
s' intende il libro Vili, che è irreparabilmente perduto; il commento di Servio
a Vergilio, libro allora abbastanza diffuso, e la biografia vergiliana di
Donato,-^ poco divulgata e spesso anonima; e il commento di Vittorino al De
inventione di Cicerone. ^^ Abbiamo già accennato alle tre deche di Livio e alle
Periochae; alle orazioni e alle epistole di Cicerone: tra le orazioni vanno
annoverate le Verrine. ^* Le opere filosofiche di Cicerone erano più comuni e
di esse ha contezza Domenico. Comuni pure le opere di Apuleio, che egli enumera
tutte, con alcuni titoli anzi che non si incontrano altrove. ^^ Di Censorino
cita '* f. 90. Catulus prout scribitur in Speculo Ges. Muti. ' fiiit veionensis
poeta lyriciis '... Non conosco questo Speculum né trovo la citazione fra i
testimonia raccolti dallo Scliwabe nella .sua edizione Catulliana, Berolini
18S6. 1'' f. 380v. -" Per Tibullo vedi Scoperte 2, 16, 35 e sopra p. 93.
21 f. 18v Agruius (= .\gelliu8) pliilosophus et orator fuit Ronianus diu- que
in studio versatus Atlienis. Hic 20 libros quorum titulus est Noctiuni
Acthiciirum multa gravitate composnit. Le parole ' diu in studio versatus
Atlienis ' provano che il suo testo aveva la prefazione; ma non possiamo dire
se alla (ine o al principio; v. sopra p. 24. 2^ f. 400v ViRoiLius... natus
est secundum et Servium et Donatum eiusdem nobilissimos expositores... Invece la biografia vergiliana di Donato posse- duta
dal Petrarca (B. Sabbadini in Rendiconti del r. Istituto lombardo di se. e
lett. XXXIX 196-198) era forse anonima. 23 f, 400 VicTOEiNcs... Sed primo
scripserat "super Rhetorica de inventione Tullii. 2< f. 398 Yeeees... Sed si
quis vult omnes eius pravìtates noscere legat Verrinas Tullii nbi omnia piene. Non è chiaro se conoscesse il corpo intiero. -^ f. 43
Apuleius... edidit.. libros Vili de Platonis dictìs ac factis... ; alium
scripsit de deo Socratis, alium de re publica, alium de virtutibus her- barum
(Scoperte 147), scripsit et Cosraograpliiam (= De mundo) et librum distinctura
in libros 12, cuius titulus est Methomorphoseos... Quin etiam librum
Declaniationum (= Floridorum) et librum de magia (= Apologia) sub elegantissimo
stilo feeit et mirabilem librum de piscibus. Per questo passo ho anche la
lezione del cod. di Bimini D IV 290 f. 51, identica al Laurenziano, eccetto il
principio, che suona cosi : edidit libros plurimos unum scilicet de platonis.
184 FIRENZE (cap. Ili un passo*" e rammenta Colamella con nn cenno di
lode:" ciò elle dimostra che l'aveva veduto. Columelia era assai raro
allora;^ altrettanto ripetiamo di Varrone e Tacito, due autori ritornati alla
luce per merito del Boccaccio.^ Il nostro mae- stro conosceva il Be re rustica
di Varrone, e dal modo com'egli parla del volume del De lingua latina ('
volumen magnuni ') è ragionevole dedurre che abbia avuto sott' occhio anche
quello. 30 Tacito dichiara espressamente d'averlo letto; '^i del resto Io
adopera spesso come fonte. Tra i poeti vide Properzio, ^^ rarissimo allora e
noto sola- mente al Petrarca e al Salutati, e due ne possedette, che al
Petrarca restarono quasi ignoti. Marziale e Ausonio. 11 suo Marziale era
integro, conteneva cioè 12 libri di Epigrammi, il libro degli Xenia e quello
degli Apophoreta;'^'^ ma mancava 2f' f. 177 (ìENius teste Cenaorino libro de
natali die... (e. 3). II lemma Ceksorinus manca. *' f. 118T Coi.uMELLA optime
scrìpsìt de agricultura. 28 Lo conobbero per primi Guglielmo da Pastrengo e il
Boccaccio, E. Sabbadini in Rendiconti del r. Istituto Lomb. se. e leit.
XXXVIII, 1905, 781. ■'■* Scoperte 29-31. 'J f. 395 ViRRo... Scripsit volumen
magnum de origine lingue latine. Scri- psit de rebus rusticalihu»; f. 48v
Aristotiles, teste Varrone primo libro 1, 8) rerum rusticarum, de agricultura
scripsit; f. 42^ Apollonius teste Varrone in primo libro rerum rusticarum fuit
phylosophus de agricuitnra scribens etc. " f. 122 CoRNELius Taciti's
orator et hystoricus eloqoentissimus proat eius probant Hystorie, quas cum
multo lepore legimns. 3' f. 327v ' Propertius Aureiius poeta dubiusne Romanus
an Uniber. Sed Umber fuit sententia Petrarchina in X sua Egloga. Fuit
contemporaneus et amicus OTÌdii ipso dicente in ultima epìstola libri 4 Trist.
(IV 10,45) Sepe 8U08 solitns recitare Propertius ignes '. Il Petrarca nelPJ^cJ.
XII 207-208 scrive: alius, dubium Romanus an Umber, Umber erat varieque minax
et blandus amice. Il falso nome Aureiius ci affida che Domenico se non pos-
sedette, vide certamente un codice di Properzio e propriamente un codice della
famiglia di A e di i*', i soli che ci hanno trasmesso il doppio nom« Propertius
Aureiius. A (Leidense Voss. lat. in 8° 38) è del scc. xiii, di mano francese.
Il Petrarca n'ebbe in Francia una copia, che del 1426 e del 1459 si conservava
nella biblioteca di Pavia, ma ora ù perduta. F (Lan- renz. 36.49) del sec. xiv,
appartenne al Salutati. F.sso fu copiato di sul- l'apografo petrarchesco nel
1380 per interposizione di Lombardo della Seta, il quale lo riscontrò
sull'esemplare (per tutto questo vedi B. L. Ullman The manuscripts of Propertius
in Òlassical Philology VI, 1911,284-288). •' f. 394 Valerius.. Mirtulis fuit
romanus vates; scripsit namque pront venerunt ad manus meas libros 12
Epygramatum; scripsit et Ceniam libruni cap. Ili) degli estratti dal Liher
spectaculorum, che già furono noti al Boccaccio.^* Nel suo esemplare di Ausonio
la Gratiaruni actio empiva 4 fogli e precedeva di altri 9 fogli VEiìicedion:
3^' donde rileviamo che il suo testo era approssimativamente uguale a quello
dell'ex?, princeps. Dei poeti cristiani nomi- niamo solo Prudenzio, di cui
conosceva altre opere oltre alle due divulgatissime nel medio evo, la
Psychomachia e YEva columha?^ Nel medio evo accadde più volte che due autori
fossero confusi in uno, come ad es. Seneca padre, l'autore delle De-
clamationes, con Seneca figlio, l'autore dei trattati filosofici; Quintiliano,
l'autore deWInstit. orai., con un anonimo au- tore delle cosiddette
Declamationes. Questa doppia contami- nazione perdura tuttavia in Domenico, ^^
il quale dal canto suo ne crea una terza, identificando Anneo Floro, l'autore
del- l'Epitome di Livio, con Giulio Floro di cui parla Quintiliano.^* unum,
Apopliereta similiter librum unum. Lo cita spesso come fonte, tal- volta col
nome di Martialis Cocus. 3' Scoperte 29. 35 f. &8v AusoNius Magsus fuit
poeta clarissimus, (Jallus quidem Brudl- galensis, qui ilans de se ipso plenam
notìciam Epythapliyum paternum edi- dit sub liis carminibus : ' Nomen ego
Ausonius non ultimus arte medendi — Talis vita tibi qualia nota inicliì ' (p.
21 Peiper). Prius autem post 9 cartas poneret (= posuerat ?) largissimas
Graciarum actiones prò (= per) 4 cartas ad firacìanuin Augustum cuius si (= se)
fuisse credltorem et ipse Grayus (= Gracianus) primo eum prefectum fecit omnium
Galliarnm, se- cundo pretorem et tertìo eonsulcm. Epistola eìus incipit: 'Ago
tibi grates imperator Augusto ' (p. 353 Peiper). ^ f. -328 Prudentius...
coniposuit librnni utilem do pugna virtntum et vitiornm (= Psych.), librum
etiam de Columba... plnraque alia fecit volu- niina eleganter, dove è da badare
airavverhio eleganter. 5" f. :330v QuiNTiLiiNus... Scripsit librum
Causarum (= Declamat.) et ad Victorinuni libros 12 de oratoria institutione,
ntrumque volumen verbis et Sen- tentiisornatissimum'.Mail suotestodell'/nstt'i.
orai. era mutilo; f. 358» Seneca. ^ (. 222 luLius Florus, qui lulius Secundus
apud plerosque legitur, fnit eloquentie mire scribente Quintiliano libro X de
institutione orat. (X 3, 12-13)... ubi aperte vides quod fuit tempore Quintlliani
sub Traiano principe. Quod etiam ipse profitetur circa principium libri primi
sui Ephythomatis < ex > Titolivio. Il Salutati invece toglieva VEpitome a
L. Floro e la assegnava a Seneca (Salutati Epistolario I l.'iS; Il 298),
indotto dalla no- tizia sugli Annei, che in alcuni codici di Floro sta ora al
principio ora alla (Ine, dove si legge : ' Ergo quisnam liorum libri liuius
auctor sit ? An L. Anneus
Melas? an L. Anneus Seneca? ineertum facit communitas nomi- 186 FIRENZE (cap. Ili Si faceva anche una sola persona di Giustino, il
compendia- tole di Trogo, e di Giustino il martire : ma in questo caso Domenico
rimane esitante. ^^ Accetta invece la separazione della persona di Giulio
Cesare, l'autore dei Commentarii , dalla persona del redattore del testo di
essi, Giulio Celso.'"' Cosi erano stati confusi fino allora Plinio il
vecchio e Plinio il giovine, nettamente distinti la prima volta neìVAdnotatio
de duohus Fltniis del mansionario veronese Giovanni de Ma- toeiis;^^ Domenico
li separa egli pure, servendosi dell'Epi- stolario di Plinio il giovine;** ma è
incerto se a questa con- clusione sia pervenuto con le sue sole forze. A lui
invece va aggiudicata la distinzione dei due Lattanzi, l'apologista cri- stiano
e il commentatore di Stazio.*^ Stazio, l'autore della Tebaide e
dell'Achilleide, era per Do- menico, come del resto durante tutto il medio evo
fino alla scoperta delle Selve, una sola persona con Stazio il retore di
Tolosa.^* Sono famosi i due versi di Dante su Stazio: ' Can- nuni Lncii et
Annei. Nani Fiori non est ibi mentlo ' (cfr. R. Sabbadini Spo- gli Ambrosiani
latini in Studi ital. di filol. class. XI, 1903, 361-362). 39 f 222 lusTiKiis
hystoricus rhetor et phylosoplius 44 lìbros a Trogo Pom- peio magistro suo
editos ad maximam abbreviatioiiem redegit... Scripsit etiam libriim de natura
demonnni..., libruni de animo, dyalognm adversus Indeos, scripsit centra
llarchioneni iiereticum... Tandem... fuit martirisa- tiis... Michi auteni non
piene compertum est ntrum iste martirisatus sit idem vel diversus cuin
discipulo Trogi. ■•" f. 104t Cesar; cfr. f. 222 Iulus Celsis prout
quibusdam placet fuit ipse lulius Cesar. La separazione era stata fatta dal
Salutati Epist. II 800 (del 1392 e). *' Scoperte 3 e sopra p. 90. ■*' f. 319
Plinios duos, avunculum et pepotem {sic), utrunque litteris mi- gis (sic)
celebrem, Verouensis (= — ses) patria de familia Secundorum, prout ex epistolis
Plinìi nepotis de multis locls potest elici presenti calamo explicaturns sum.
Che i Plini fossero nativi dì Verona, è opinione espressa la prima volta dal
mansionario tiiovanni (sopra p. 90), di cui Domenico doveva conoscere
VAdnotatio. Cita le lettere di Plinio col numero progres- sivo, non
oltrepas.sando la 97»; il che e! fa credere che avesse la sola col- lezione
delle prime cento. *' f. 228 Laciantrs agnomen est; FIrmianus at (= autem)
propriuni... l.ACTASTius aiius a superiori; insignis homo doctusque valde,
comentico (sic) stilo aperuit utrunque Statluni. Et quod sit a superiori
diversus liinc ac- cipio quod super 4 Thebaidis (IV 106) allcgnt Boetium. *' f.
270 SiiTius poeta Oallus de civìlate Tholose... cura Statina Sirculus cap. Ili)
tai di Tebe e poi del grande Achille, Ma caddi in via con la seconda soma '
{Purg. xxi 92-93), i quali risuscitarono in Italia la questione se
l'Achilleide, la ' seconda soma ', fosse 0 no da riguardarsi completa. Per
Dante era incompleta e tale la riteneva, indipendentemente da lui, come abbiamo
veduto (p. 141), Benzo d'Alessandria ; ma la maggioranza credeva il contrario.
Francesco Nelli in una lettera al Petrarca scritta nel 1355 circa e spedita
cinque anni dopo si metteva contro l'opinione di Dante; non abbiamo la risposta
del Petrarca, '=* ma sappiamo che giudicava finito il poema. Anche Benvenuto da
Imola, interprete di Dante, stava con coloro che davano per compiuta
l'Achilleide; ma egli, seguendo quella nefasta scuola esegetica che voleva e
vuole salvare a ogni costo l'impecca- bilità dei grandi autori, sostiene che
anche Dante la pensava cosi e che con ' seconda soma ' intendeva un terzo poema
di Stazio su Domiziano, da lui promesso nell'Achilleide (I 19) e che non ebbe
il tempo di scrivere. *" Parimente Domenico combatte l'opinione di Dante,
ingegnandosi di dimostrare come l'Achilleide sia compiuta.'*" Del resto la
dimostrazione filologica dell' incompiutezza dell'Achilleide l'ha data nel
secolo xv Francesco Filelfo nel suo commento a quel moncone epico. Ecco qui le
sue parole: Deinde Statium Achilleidos. . Et istum propter repentinam mortem
nullo modo explere potuit; quanquam aliqui dicant esse completum: quod esse non
potest, ut in propositione agnominetur, quasi post Virgilinm sarsum canens...
Perfecto hoc primo vo- lumiiie (la Tebaide), secundum cepit sub Acliillis
titulo; in eo namque par- tito in 5 libros posuit prime Achilli.s infantie
rndìmenta. '' Lettres de Fr.
Nelli à Pétrarque par H. Cocliin, Paris 1892, 285. ■•» Benvenuti Comentiim super Dantis Comoediam,
Florentiae 1887, IV 16. I" f. 270 Ego autem reor volumen completum esse...
Cfr. sulla questione R. Sabbadini in Atene e Koma XII 265-69. Ugo di Triniberg
nel lìegistrum auctorum del 1280 ritiene incompleto il poema, nonostante che il
suo co- dice lo dividesse in cinque libri. Scrive egii infatti : Statins...
Eius (Donii- tiani) gesta scribere proposuit rogatus Huic et Achilleidos e.st
liber inchoa- tus. Quem tamen ut voluit idem non complevit, Nam in quinto libro
mors scribentem hunc delevit (Huemer Dns Megistrum multorum auctorum des Hugo
von Trimberg in Sitzungsberichte der Te. Akademie der ìVissensch.^ 1888, CXVI
p. 162 v. 110-11-3). 188 FIRENZE (cap. ai probare possumus, qnoniani ait (v. 7)
Sed tota iuvenern de- diicere Troia... Numerus librorum in duos tantum
dividitur: in primum et secundum; secundus vero finem non habet, ut dixi.
Nibilominus aliqui indocti in V libros dividere audent, quod nullo modo
Priscianus pcsse fieri probat, qui hune textura nisi in primo et secundo
allegat. ■'^ * * Questo può essere sufficiente a dare un'idea della cultura
letteraria di Domenico. Ma per illuminare un po' meglio la figura dell'insigne
collezionista soggiungerò qualche notizia complementare anche dal volume I
della sua enciclopedia, quello che contiene la materia diremmo cosmografica, ^
augu- rando che altri analizzi per il medesimo scopo tutta l'opera. Di Platone
possedeva il Timaeus tradotto e commentato da Calcidio^ e il Phaedon nella
versione medievale; ^ e qual- che scritto di Galeno^ e di Tolomeo.^' Siamo
accertati che aveva il De lingua latina di Varrone, almeno il libro V. '*^ **
Cod. Est. di Modena F. 8. 15 f. 17 Commentum Statii Achiìleidos editum sub
doctissimo viro Francisco Filelfo. ' Ho esaminato il voi. I nel cod. Torinese
D. 1. 8, meinbr. a due co- lonne, con la sottoscrizione : f. 207 Michael de
Franchis de Clavario scripsit prò magnifico domino l'etro de Fintone de
Sabaudia studente Taurini, anno M. Ilio. XCVI.'° Ma non so metter d'accordo
questa data con l'anno 1402 che 8i legge nel testo al f. 105 e tanto meno con
la dedica del tìglio del- l'autore a Martino V, papa dal 1417 al 1431. Il
figlio dichiara (f. 1) che il padre lavorò intorno all'opera quarantotto anni.
Sui viaggi intrapresi alla ricerca de' codici Domenico ci dà quest'informazione:
f. 108 yuin etiam illis succurrerent, quibus (dativo^ sunt bibliotece vacue
illorum precipuo- rnm voluminnm, que per varia» urbes variasque gentes multo
dispendio conquisivi. * f, 3 Platon. Thy(meus); 33 Calcidius super primo
Thimei. f. 32v Hanc opinionem scribit Thomas... ; ego autem ipsam legi ori-
ginaliter in Phedore (sic). < f. iv. ^ r. 109 Legat Phtolomeam in tribus
librig qaos de armonia idest con- sonantia vocum edidit. " f, 162 Varrò 5
de origine lingue latine; cosi f. I7&v, is2* eco. cap. Ili) DOMENICO DI
BANDINO 189 Cita inoltre Curzio Eufo,'' Vibio Sequestre,^ Pomponio Mela,^
ì'Astronomicon di Tgino;i° tra i poeti Vlbis d'Ovidio,ii rara- mente da altri
ricordato, il Raptus Proserpinae di Claudiano,^^ Aratore 1^ e lo ps. Catone/'
l'autore dei Disticha, col nome di Dionysiua, nome che già ai conosceva da una
testimo- nianza, alla quale però si prestava poca fede, dello Scaligero.'^
Noteremo anche Alcidio, i" uno scrittore quasi ignoto del primo medio evo,
e 1' anonimo compilatore, esso pure appar- ' f. 177v. 8 f. 184, 185. ' f. 177. 10 f.
93v. " f. Iv. 12 f. 106. 13 f. 132 Arator de gestis apostolorum. '< f.
31V Forsan hoc etiam expressit Dioreiis (si potrebbe anche leggere Pioreris)
phjiosophus et christianus quando inter documenta moralia sua dixit : ' Si deus
est animus nobis ut carmina dieunt Hic tibi precipue sit pura mente colendus '
Cat. I 1-2). La storpiatura del nome sarà da
imputare al neffligentissimo copista. '5 Teuffel-Schwabe Geschichte der róm.
Liieratur % 398, 1. La testimo- nianza dello Scaligero sta nella sua ediiiione
di Parigi del 1605 e suona: In libro vetustissimo Simeonis Bosii iuridici
Leniovicensia (1535 e. -1580 e.) viri eruditissimi et acutissimi titulus ita
conceptus ibat: Dionysii Catonis Disticha de moribus ad fllium. Ma prima dello
Scaligero aveva dato notizia del codice Elia Vinet con queste parole: Quod
Carmen (Catonis) quae prosaica eiusdem argumenti antecednnt in vulgatìs
editionìbus, haec, cuiuseumque alterius auctorìs sint, nobis Simo Bosius
codicem visendae an- tiquitatis aliquando ostendit, in quo sola erant et
Dionysio Catoni inscri- bebantur. Donde si rileva che il codice del Bosius
aveva la sola parte prosaica premessa ai Disticha, con l'attribuzione a
Dionysius Cato. Per tutto ciò vedi M. Boas Der Codex Bosii der Dieta Catonis
(in Rhein. Mus. LXVII, 1912, 68-69), il quale crede inventato dal Bosius il
nome di Diony- sius; ma la testimonianza di Domenico di Bandino metto fuori di
dubbio l'autenticità della notizia. A parer mio quel nome proviene da Cassius
Dio- nysius Uticensis, il traduttore di Magone citato da Varrone (De r. r. 1
10) e da Columella (1 1, 10). Da Dionysius Uticensis e da Cato Uti- censis i
ricercatori della paternità dei Disticha hanno tratto per via di contaminazione
Dionysius Cato. i" f. 33 Epicurus refferente Alcidio in libro secundo...
Lo conobbe anche il Bruni, che lo cita nei Dialogi ad Petrum Histrum (Livorno
1889, per cura di G. Kirner, p. 13 Cassiodorum illi nobis servavere et Alcidium
et alia huiusmodì somnia). È segnato nell'inventario del codici di Gio. Mar-
canova : Liber Alcidii in pergamene (cod. Estense " K. 4. 31 f. 4). 190
FIRENZE (cap. IH tenente al primo medio evo (sec. viii), di un glossario, cosi
citato da Domenico: ^"^ ' Paludes, prout scribitur in glosario, nnde
Papias decerptas (deceptus corf.) est, sunt aquosa loca herbam habentes
semper'. Io identifico quel glossario col Liber glossarum, dal cui maestoso
esemplare Ambrosiano'* traggo la medesima definizione; 'Paludes. loca aquosa
herba<ra> semper habentes paludes dicuntur'. Chiudiamo col cenno su
Pietole, il presunto paesello nativo di Vergilio, già nominato da Benzo (sopra
p. 132) e da Dante:'' ' MiNCius^". .. Nam incole omnes asserunt Marronem
natuni^' in villa sita super huius (Mincii) margine propinquaque^ Man- tue per
duo millia passuum, quam liodie vocant Piectola: ob cuius servandam memoriamo'
propiuquum montlculum Vir- gilii montem dicunt, asserentes agros fuisse
Marronis '. " f. 182V. '8 Cod. Ambros. B 36 inf., membr. sec. x, a tre
colonne, f. 226, con l'in- dicazione della fonte: de glosis. Domenico aveva
colto nel segno; il lessico di Papia ha per fonte principale il Liber
glossarum. Lo stesso giudizio re- cava il Salutati {Epist. HI 8). i» Purg. XVIII 83. 2» f. 200. '* vatum
cod. 22 propinqua quam cod. 's victoriam cod. APPENDICE Le scoperte di Poggio in Germania (1417).
Da una lettera di Poggio a Francesco Pizolpasso, scritta da Costanza il 18
settembre del 1417,' stacchiamo il seguente luogo : ' Scias velim me multa
veterum excellentium virorum monumenta diligentia mea reperisse. Nam bis
Halamaniam peragravi solus. Novissime autem, quod triumphi loco est, septem
reperi M. Tullii orationes, que antea amisse erant : quarum tres sunt contra
legem agrariam, quarta in Pisonem in senatu, quinta prò A. Ceeinna, sexta prò
C. Rabirio po- stumo, septima prò C. Rabirio perduellionis reo ; iteni octava
prò Roscio comedo, cui deest principium et finis. Alia post- modum senties '.
Anzitutto attraggono la nostra attenzione le parole bis e solus. Con solus
Poggio mira a differenziare queste due gite in Germania, nelle quali non ebbe
compagni, dalie due pre- cedenti in Svizzera, nelle quali ebbe dei compagni,
tra cui principalmente Bartolomeo da Montepulciano.^ Che le escur- sioni
intraprese in Germania siano state due {bis), impariamo soltanto ora dalla
lettera al Pizolpasso. Nella seconda escursione, la più recente {novissime),
scopri otto orazioni ciceroniane. Ma non andremo lungi dal vero as- segnando ad
essa anche quegli autori, della cui scoperta non ' Pubblicata da A. Wilmanns in
Zentralblatt fur Bihlioihékswesen XXX, 1913, 460. Per la data vedi R. Sabbadini
in Mendiconti del r. Istit. Lomb. di se. e leti. XLVI, 1913, 906. 2 Scoperte
77-79. 192 APPENDICE eravamo riusciti a stabilire con sicurezza la data, vale a
dire Columella, Stazio (Silvaé) e il secondo esemplare integro di Quintiliano.^
Le otto orazioni elencate da Poggio nella lettera ricompariscono tali e quali
nelle sottoscrizioni della copia (Laur. Conv. soppr. 13) tratta dal suo
autografo ; * ma e' è un particolare che merita d'essere rilevato ; poiché
mentre nella lettera si affermano scoperte tutte otto in Germania, le sotto-
scrizioni invece danno la p. Caecina scoperta in Francia a Langres {in sìlvis
Lingonum) e le altre sette talune in Fran- cia talune in Germania ; donde
risulta che nella seconda escursione Poggio passò il Reno. Per questa
escursione io avevo proposto il tempo che corre tra il luglio e il settembre
del 1417 : ^ j)roposta che viene ora pienamente confermata. La prima gita in
Germania va collocata approssimativa- mente nella primavera del 1417, perché la
lettera congratu- latoria del Barbaro a Poggio per le nuove scoperte è del 6
luglio di quell'anno." Gli autori registrati dal Barbaro, esclu- dendo
quelli trovati nelle escursioni svizzere, sono i .seguenti : Tertulliano,
Lucrezio, Manilio, Silio Italico, Ammiano Marcel- lino, Capro, Eutiche e Probo.
Stavano forse tutti nel mona- stero di Fulda, tre certamente: Ammiano,
Tertulliano e Probo. Per Ammiano (ora Vatic. 1873) valga la sottoscrizione del
co- dice stesso : Monasterii fuldensis est liher iste, combinata con la
testimonianza dì Poggio: ' Ammianum Marcellinum ego la- tinis musis restituì
cum illuni ernissem e bibliothecìs ne di- cam ergastulis Germano rum '.'' Per
Tertulliano e Probo ri- correremo al Commentar ium del Niccoli,^ compilato su
infor- mazioni di Poggio : In monasterio suldulensi (leggi fuldcnsi)
continentur infrascripti libri.... Septimi Tertulliani Apo- ' Scoperte 82. *
Scoperte 81. Delle due sottoscrizioni pubblicò il facsimile A. C. Clark in
Anecdota Oxonien$ia, Class. Ser., XI, 1909. 5 Scoperte 81. < Ib. 80-81.
" Ib. 80. * Il Uommentariuin Nicolai Nicoli in peregrinatione Germania fu
pubblicato nel Catalogo XII della Libreria antiquaria di T. de Marini» « C,
Firenze 1913, p. 14-16. LE SCOPERTE DI POGGIO 193 logeticum: predar um opus;
Eiusdem Ter tulliani ad- ii er su s indacos (leggi iudaeos): liher magnus ut
Boetius de consolatione : ... Ars Probi eruditissimi grammatici: grande opus.
Ciò pone fuori di dubbio la visita di Poggio al monastero di Fulda. E cosi
conchiudiamo che le escursioni di Poggio durante il concilio di Costanza furono
quattro: due in Svizzera in com- pagnia di altri : la i)rima nell'estate del
1416, la seconda nel gennaio del 1417; due in Germania da solo: l' una nella
pri- mavera, l'altra nell'estate del 1417 : in questa seconda scon- finò in
Francia. Ce ne sarebbe una quinta, diretta in Francia nella primavera del 1415;
ma su di essa pesano, come ab- biamo veduto (sopra p. 74), gravi dubbi.
Giovanni da Verona. Tra i veronesi che coltivarono gli studi classici nella
prima metà del secolo xiv (sopra p. 88-90) annovereremo anche un Giovanni, che
copiò nel codice Vaticano 1917 (membr. sec. xiv) Valerio Massimo e lo ps.
Plinio Be viris illustrihus. La sottoscrizione a Val. Mass. suona : (f. 90')
Scriptum quoque fuit volumen hoc Verone per me loìiannem anno domini
M.CCC.XXVIII. 0 di seguito o a brevissimo intervallo ag- giunse lo ps. Plinio,
col titolo (f. 91) : Gaij Plinii Secundi oratoris Veronensis liher de illustrium
(sic) incipit feliciter. La prima idea che s'affaccia è di ravvisare in questo
Gio- vanni l'omonimo mansionario ; ma vi s'oppone recisamente il testo dello
ps. Plinio, che qui è nella redazione breve, doveehé il mansionario possedeva
la lunga. Piuttosto dalla parola Ve- ronensis del titolo argomentiamo che il
nostro Giovanni co- nosceva V Adnotatio de duobus Pliniis del mansionario,
nella quale Plinio viene in modo identico denominato : Cnius Pli- niiis
Secundus Veronensis orator. E cosi otteniamo per V Ad- notatio un termine
cronologico anteriore al 1328. Alla fine di Valerio Massimo e prima della
sottoscrizione si legge inoltre il seguente colofone : R. Sabbadini. Le
écoperle dei codici. • 13 194 APPENDICE Explicit Valeri! Maximi factonini et
dictoriim memonbniiim urbis Rome exterarumque gentiuin liber iiomis et ultiinus
feliciter. Claruit autem vir
iste clarissiiniis Valeriiig Maximus temporibus divi Augusti, quo imperante
natns est xpistus. Kt eidem Augusto
dicavit ho8 libros. Floruerunt etiam eo tempore viri illustres. Tytiis Livius
Patavlniis siimmus hystoricus. Sextus pytagoricns. Atlienodorus tliarsensis
Stoycus phy- losopIiHS. Marcus Verius Flaccus gramatieus. Ovidius Naso.
Virgilins man- tuanus summus poetaruiii. Marcus Terentius Varrò rerum divinarnm
et hn- manarum peritissinius. Marcus Tullius Cicero romani eloquii tnba. Corni-
tìcins poeta. Cornelins Nepos scriptor hystoricus. Marcus Varus' poeta.
Cornelius (iailus foro luliensis poeta. Numacius Plaeus orator Cicerouis di-
scipulus. Atracinus orator.
Emilius Macer Veronensis poeta. Oratius Flaccn.t Veuusinus poeta. Marcus
Porcius Cato ' latinus deelamator. lulius Hyrcinn» policastor gramatieus.
Albutius Syllo novarìensis rlietor. Melissns spoletinus gramatieus. Unde merito
dici potest tunc .seculum fioruissc et quia etiam orbìs pacem liabuit
universus. Questa lista di nomi non deve far paura;
essa è tratta con parecchie storpiature dalia Cronica di Eusebio-Girolamo. Un
miglior giudizio della cultura di Giovanni si raccoglie dalle note marginali a
Valerio Massimo, dove son citati : Livio (f. 42), Plinio N. H. (f. 77),3
Svetonio (f. 4U), Macrobio Sa- turn. (f. 50) e alcune opere di Cicerone: Farad,
(f. 62»), De seti. (f. 34), De off. (f. 57), Tusc. (f. 78"), De nat. d. (f. 3), De divin.
(f. 36"), De orai. (f. 75 e 750-*
Più tardi il cod. Vaticano passò nelle mani di Francesco Zabarella. Infatti di
fronte alle parole Et eidem Augusto di- cavit del surriferito colofone un
lettore postillò : Contra patet in probemio supra ubi paterno avitoque sideri.
Potius ergo Tyberio qui fuit Otaviano filius adoptivus. f. za. Nelle sigle f.
za. io leggo Franciseus Zabarella. Il medesimo postillatore al f. 66", di
fronte alle parole di Valerio Mass. Itigurte bcllum indixit, qui inatrem (VII
5, 2) ' Difficilmente qui il lettore riconoscerà M. Bavius. * Anclie qui si
stenta a riconoscere Latro. 3 Alle parole dì Val. Mass. miri/ice et ille artifex
(Vili 12 ext. a) : S I pelles. g. princeps omnium pictorum ; et est lieo
ystoria na. yst. 1. 3 5 (XXXV 84). ■•
Alle parole di Val. Mass. Pericks autem (vili 9 ext. 2): F,x. S de oratore (III
18S). Alle parole Par vere amicicie (Vili 8, 1): Ex. 1. de ora- tore (II 22).
GIOVANNI DA VERONA 195 notò : hic adjìci debet, ut Colncio videtiir : eius
filius qui niatrem ideam etc. Nam quod idem fuerit qui hec omnia fe- cerit
ratio temporum non consentit ; et id ex Cicerone in primo de officiis (§ 109)
satis colligi potest. Lo Zabarella era amico e corrispondente di Coluccio
Salutati. Sulla questione mossa dal Salutati circa Scipione Nasica vedi il suo
Epistolario a cura di F. Nevati III p. 398-400. RIEPILOGO STORICO Nel secolo
xiv il rinnovamento classico, di cni abbiamo tracciato le linee maestre, tien
dietro a un Inn{;;o periodo di sosta; perché la vasta e molteplice operosità
letteraria spie: gata dal secolo xii s'era estinta o quasi nel successivo. Quel
movimento è tutto settentrionale. Rotti o rallentati i vincoli con le regioni
dell'antica Magna Grecia e con la Sicilia, le quali avevano conservato il
patrimonio delle lettere greche, la cul- tura occidentale ridiventa
essenzialmente e unicamente latina. Il movimento è inoltre generale e
simultaneo. Noi abbiamo seguito il suo corso partendo dagli estremi confini
nordici : ma per semplice comodità di esposizione, che mal sapremmo dire in
qual paese esso abbia avuto principio. E nei suoi pri- mordi ebbe vita
indipendente presso le singole nazioni. Solo a un punto avanzato del suo
sviluppo cominciano reciproci scambi, finche r Italia, preso un insolito
slancio, si pose a capo del rinnovamento. E una delle principali ragioni di
questa inat- tesa piega ci pare deva cercarsi nell' elemento laico che pre-
domina in Italia. In Inghilterra, in Germania, in Francia gli studiosi sono
quasi tutti ecclesiastici. Al contrario in Italia: a Firenze e a Verona laici
ed ecclesiastici, a Bologna in pre- valenza laici, tutti laici a Padova e in
Lombardia. E, fatto non meno notevole, questi laici contano i loro migliori
rappresentanti non tra i grammatici e i retori, ma tra i giuristi, quali il
Salu- tati, il Pastrengo, Piero di Dante, Bonzo, il Mussato, il Monta- gnone:
donde risulta chiaro che il connubio, antico in Italia, della scienza giuridica
con le arti del trivio aveva preparato di lunga mano materia « forza per un
fecondo lavoro futuro. RIEPILOGO STORICO Ma sarebbe grave errore credere il
novello indirizzo di origine puramente italiana. La Francia, che a torto venne
giudicata estranea ai primi inizi del risveglio, è invece forse l'unica a
mantener vivo fin l'amore dell'indagine, come provano Abbeville, Fournival, Beauvais
ed altri. Parigi è maestra di studi agl’italiani, e dimostra con Clémangis di
saper creare un tipo di risorgimento suo proprio, che, pur troppo, cause
esterne troncarono sul nascere. In Inghilterra Bury ha pochissimi contatti con
l'Italia, e quando a' incontra con PETRARCA ad Avignone la sua raccolta
libraria è già interamente formata. Aniplonio acquistò alcuni libri
dall'Italia, ma la massima parte della sua biblioteca gli proviene dalla
Germania. La Germania e l'Inghilterra, e più la Germania, avrebbero anch' esse
con le proprie forze promosso un rinnovellamento della classicità. Non è colpa
loro se l'Italia le sopravanza, ond' esse nel sec. xv attinsero per necessità
alle fonti italiane. Ma Cusa, pur avendo studiato in Italia e ricevuto da
quella una certa spinta, seppe poi condurre le esplorazioni genialmente, per
conto proprio e con criteri propri, sul suolo tedesco. Di mano in mano pertanto
che s'indagano i fatti, vengono mutando i giudizi. E come nell' apprezzamento
del fenomeno generale, cosi devono mutare nell' apprezzamento della parte che
vi ebbero le singole regioni e le singole persone. Quanto alle regioni, da BOLOGNA,
centro antico di cultura, c'era da aspettarsi di più; e di più s'aspetta da FIRENZE,
che per comune consenso è l'ante-signana del movimento umanistico: senonché
questo si verificò soltanto nella prima metà del secolo xv, mentre nel xiv essa
restò molto al di sotto di Verona e Padova e al di sotto pure della Lombardia.
Quanto alle persone, PETRARCA (vedasi) ritenne se stesso e fu ed è dai critici
ritenuto più originale di quello che in effetto non sia: basterà ricordare che
fu preceduto da BENZO (vedasi). Nella storia non esistono miracoli ; esiste
solo il grado maggiore o minore di ingegno o di genialità, che ciascuno porta
nel lavoro comune. Il riassunto filologico comprende quasi soli i nomi degli
antori latini: dei greci segno quei pochi, che il medio evo conobbe per via di
traduzioni (le umanistiche rimangono perciò escluse). Non separo i cristiani
dai pagani, perché di alcuni non è dato sapere a quale religione veramente
appartenessero; d'altro canto gli studiosi d'allora coltivavano
indifferentemente, come praticano i filologi odierni, e gli uni e gli altri.
Avevo pen- sato di distribuirli in gruppi, ma la chiarezza non ne avrebbe
guadagnato; sicché ho scelto l'ordine alfabetico, il quale ha il vantaggio della
perspicuità e della comodità: in tal modo il riassunto compie anche l'ufficio
di indice. Spessissimo è im- possibile decìdere se chi conosce un autore lo
possieda oppure l'abbia semplicemente letto e transnntato: nel sec. xv i pos-
sessori erano certo più numerosi, quando con facilità si mol- tiplicavano gli
esemplari, doveché nel xiv la maggior parte, meno poche eccezioni, più che
raccoglitori erano lettori. Questo mi ha impedito di adattare ai singoli casi
le formule rispon- denti alla verità storica. Per gli autori rari e nuovi ho
notato i nomi degli scopritori e dei possessori; ma c'è una categoria di antori
che erano comunemente adoperati : questi ho segnato impersonalmente con le
formule abbastanza noto, molto noto, notissimo, divulgatissimo, dalle quali chi
legge apprende d'un tratto gli autori che costituivano il patrimonio
tradizionale della scuola e della cultura. cap. IV) (Le cifre nude rimandano alle pagine del primo
volume ; le cifre precedute dal numero romano li rimandano alle pa- gine del
secondo). Autori latini. ps. AcRONE. Commento ad Orazio. Primitivamente
compren- deva le sole Odi e gli Epodi; poi vi si aggiunsero l'A. P. e le
Satire: mai le Epistole. Il nome di Acrone compare già nel 1433 in un codice di
Vittorino da Peltre con le Odi e gli Epodi. Nel cod. VII 481 della Capitolare
di Lucca, del 1459, è intestato ad Acrone il commento non solo alle Odi e agli
Epodi, ma anche all'A. P. e alle Satire. Una copia presso il Panetti (188). Nel
cod. Ambros. I 38 sup. del sec. xv il nome di Acrone è attribuito al commento
ps. cornutiano di Persio: f. 74 Acronis commenttim super satyras Fersii
expUcit. La falsa attribuzione sarà nata per congettura di chi possedendo il
testo ps. cornutiano anepigrafo lesse il nome di Acrone alla Sai. II 56. Presso
Amplonio si trovava: Tractatus de XVIII versihus. Forse un estratto dal
commento i)S. acroniano. AnAMANZio (Martikio). Be h muta et v vocali. Era in un
co- dice di Gio. Gabriel, ]iresso cui lo vide e copiò a Venezia il Poliziano
nel luglio 1491 (155). Ne fu scoperto un altro esem- plare a Bobbio dal Galbiate.
Aefjritudo Ferdiccae. Trasmessa da un unico codice, Harleian 36S5, del sec. xv
(126). Aethici Cosmographia. Copiata nel 1417. Poi ritrovata da P. Donato a
Spira. Aethicus HiEKONYMUS. Scopcrto dal Cusano (II 22) e poi nel 1483 da
Hartmann Schedel (II 30). Anche nel cod. Vatic. Barbcr. lat. 45 del sec. xv. Lo
conosceva il Polenton: Ethiciis phi- losophus: hunc traduxit in latinum e greco
Hieronimus pre- sbiter. AfiOSTiNO. Opera : ricercate ed elencate dal Caruso nel
Mtl- leloquium (II 163-64). Numerose opere vedute dal Ferrantini 1 De scriptor.
ling. lai. nel cod. Ambros. G 62 inf. f. 60. (cap. IV a Nonantola nel 1424 (89). —
Sermones: raccolti da Roberto de' Bardi in Francia (II 35). — Opuscula :
raccolti dal Cor- rado e stampati nel 1491 (148). Epistulae: un cod. gallico
veduto dal Traversar! a Treviso (94). — Enchiridion ' argeu- teis et anreis
litteris ' a Bologna (II 164). — De musica: co- piato 'Venetiis ' nel cod. Harleian 5248; presso Vittorino il
1433 (94) e il Cusano (II 23). — De odo partibus orationis: scoperto da
Amplonio (II 15). Rhetorica e Dia lectica: scoperte dal Capra.i — Le sne opere
in generale e il De civitatc dei in particolare, adope- rato come fonte storica
(II 46, 155, 156), erano molto cono- sciute : in Inghilterra (II 8), in
Germania (II 16), in Francia (II 66, 80), in Italia (10, 27, 42, 68, 74, 75,
88, 90, 122, 165; II 39, 44, 46, 50, 54, 88, 97, 119, 138, 156, 172). — De
trmitate: tradotto in greco dal Pianude; presso il Niccoli e Palla Strozzi
(60,207). Agrecio. Noto verso la metà del sec xv (133). Presso Hart- mann
Schedel (II 30). Agrimensori, v. Gromatici. Alberico. Poetarius {Mythographus
Vatic. III). Noto a Benzo (II 136), al Petrarca (25).^ Alcidio (medievale).
Noto a Domenico di Bandino, al Bruni, al Marcanova (li 189). Ambrogio. Opere
vedute dal Ferrantini a Nonantola nel 1424 (89), dal Pizolpasso in Francia
(122). In generale abba- stanza noto: in Inghilterra (li 8), in Germania (II
16), in Francia (II 66), in Italia (10, 27. 28, 90, 123; II 39, 44, 50, 88, 96,
138). Ammiano Makcellino. L'abbate di Fulda portò nel 1414 a Costanza '
lectissima volnmina ' del suo convento, tra essi, come si crede, Ammiano, di
cui si sarebbe impossessato Pog- gio : ora cod. Vatic. 1873 (80, 81). ^ Ma la
verità e che Poggio 1 Nel 1491 il Poliziano vide le Aries di Agostino in un '
nntiquissimns codex ' di Gio. Gabriel Ccod. lat. di Monaco 807 f. 67). 2
Snll'età e sulle fonti di Alberico v. R. Raschke De Alberico mylliologo (in
Brest plUlol. Abhandl. 45), Breslau 1913. 3 Cfr. P. Lehmann Johannes Sichardus
und die von ihm benuMen Bi- bìioth. und Hss, Miincheu 1912, 93. cap. IV) stesso lo trasse con altri autori da Fulda
nella primavera del 1417 (li 192). Sin dal 1434 ne possedeva copia Giordano Or-
sini: ora nell'archivio della basilica Vaticana (123, 124). ^ L'ebbero nel 1402
Greg. Piccolomini (202), tra il 1497 e 1499 il Parrasio (170). Nel 1427 fu
scoperto un altro codice a Hers- feld (107, 108, 109), di cui alcuni fogli si
conservano nell'ar- chivio di stato di Marburg. ^ Amphilochio. Vita di Basilio.
Nota al Colonna (II 54). Anthologia latina. 'Ergone supremis': carme at- tribuito
ad Augusto (Biihrens P. L. M. IV 179). Noto al Mon- treuil (II 67) e al
Petrarca.^ — XII Sapientes. Noti al Boc- caccio (31, 33, 41) e in parte al
redattore del cod. di Troyes (II 119). — Carmi trascritti in codici del sec. xv
(126); altri scoperti dal Galbiate a Bobbio nel 1493 (100) e dal Sanna- zaro in
Francia (140, 165). Antimo. In un cod. del sec. xiv-xv (128). Antonini
Itinerarium. Scoperto da P. Donato nel 1436 a Spira (119) e da Ciriaco nel 1453
e. (14(»). Posseduto dal Cusano (113; II 27). Apicio (propriamente Cabli
Apicius). Scoperto da Enoch il 1453 e. in Germania (140) nel monastero di
Fulda, dove l'aveva veduto il 1417 Poggio. Nel Commentar ium del Niccoli (II
192) è segnato cosi: In monasierio fuldensi... Aepitii de compositis libri odo:
opus medicinale et optimum.'^ ' Cfr. E. Pistoiesi 11 Vaticano descr. e illustr.
II 192, dov'è la minuta descrizione del codice fatta da Luca Holstenio. 2
Lehmann ib. 122. 3 K. Sabbadini in Rendiconti del r. Islit. Lomb. di se. e
leti. XXXIX, 1906, 194. Leffgiamo nel Petrarca (Ker. memor. I 2) : Scripsit
(Augustus) et epigraininafum librimi et epistolarnm ad amicos..., quod opus
inexplicitum et carie semesum adolescenti milii adnioduni in inanus venit
frustraque post- modum quaesituin. Fu un' illusione del Petrarca, alla quale
prestò fede F. Riihl (in Berlin, philol. iVoehenschr. 1895, 468). 11 Petrarca
lesse del liber epigrammatum in Sueton. Aug. 85 e delle Epistolae in Sueton.
Vita Horatii. * I sette codici apiciaui si dividono in due famiglie; A, la migliore,
coi cod. Vatic. Urbin. 1146 sec. x e Parig. 8209 sec. xv ; J5, l'inferiore, con
gli altri cinque (C. Giarratano I codici dei libri de re coquinaria di Celio,
Napoli 1912, 4-5). Suppongo che B derivi dall'esemplare di Enoch. (cap. IV Apollonitis Tyrius. Sin dal 142(5
nella biblioteca di Pavia (130). Aproniano, V. Vergilio. Apuleio. Il Boccaccio
scopri e asportò il cod. Cassi nese (ora Laur. 68. 2), archetipo di tutti gli
altri, ^ comprendente le Metam., il I)e inag. e i Fior. (20); possedeva anche
il De deo Soer. (29). Il Petrarca possedè alcune opere nel cod. Vatic 2193
messo insieme a Milano (24, 2tì; II 126). Altri possessori 0 conoscitori di
Apuleio: Amplonio (II 14), il Montreuil (II 68), il Clémangis, Benzo (Il 143),
Piero di Dante (II 102), Tedaldo (II 176), il Dominici (lì 177), Domenico di
Bandino (II 183). — Peri hermenias: trovato dal Fessane a Poitiers (139). ps.
Apuleio. De herbis (Herbarium) : scoperto dal Lamoia a Milano nel 1427 (103);
presso Domenico di Bandino (Il 183) e Giord. Orsini (123); riscoperto dallo
Zerbi nel 1474 (147, 148). — Opera medica: copiata a Basilea nel 1-133 (117). —
De re publica; De piscibus: citati da Domenico di Bandino (Il 183). De
asptrationis nota; De Dipthongis (due opuscoli me- dievali, 178). Copiati dal
Perotto nel cod. Vatic. Urbin. 1180: f. 118 in vetustissimo codice repertum
est. Aquila Romano. Figurae. Presso il Niccoli sin dal 1421 (86-87). Aratore.
Noto al Salutati, ^ a Domenico di Bandino (II 189), al Dominici (II 177). Un
codice fu ])ortato, forse di Francia, dal Sassetti (165); il medesimo, pare, di
cui parla il Crinito: ' nactus sum codicem perveterem a Cosmo Saxetto, in quo
et Arator. ' ^ Arusiano Messio. Exenipla locutionum. Scoperto a Bobbio nel 1493
dal Galbiate (162). AscoNio Pediano. Scoperto a S. Gallo nel 1416 da Poggio e
compagni. La copia autografa di Poggio è nel cod. Matrit. X 81 con la firma
Poggius Florentinus; la copia di Zomino * L. Apnleì Metani., ree. I. van der
Vliet, Lipsiae 1897, V. « Salutati Epistol. Il 146, lettera del 1385. 3 C. Di
Pierro in Giom. star. d. letter. ital. autof!;rafa nel cod. Forteguerrl di
Pistoia 37 con la data X hai. aug. 3ICCCCXVII. Constantiae ; la copia, non
autografa, del Montepulciano, nel cod. Laur. 54.5 termina cosi: Die XXV iulii
MCCCCXVI. B. de Montepoliciano (78-79).i L'ebbero il Niccoli (91-92) e nel 1418
Cosimo de' iledici (183). AsPKO Emilio. Il Pastrengo^ dice: Asper super
Virgilio scripsit et libros in arte grammatica condidit. La notizia ' super
Virgilio scripsit' l'ebbe da Servio, clie cita spesso Aspro; ma potè conoscere
la grammatica. La grammatica è copiata in codici del sec. xv e l'ebbe Giord.
Orsini (123, 124). La vide Poggio a Fulda nel 1417; infatti nel Commentarium
del Nic- coli (II 192) leggiamo: In monasterio fuldensi... Ars Anpri
peritissimi grammatici. Il Leto si copiò la grammatica nel cod. Vatic. 1491.*
Cita il commento a Vergili©: indebitamente, non lo conosceva (168). AsTERio. Ad
Renatum monachum. Trovato dal Niccoli nel 1430 (91). Augusta, v. Historin
Augusta. Augusto, v. Anthologia. Aulularia, v. Querolus. Aurelio Vittore. Liler
de Caesarihus. Scoperto dal Biondo nel 1423 (101) e pili tardi dal Bessarione
(186). — Origo gentis Romanae. Scoperto dal Bessarione (186).^ ps. Aurelio
Vittore. Epitome de Caesarihus (o Brevia- rium). In codici del sec. xv (130).
Presso S. Hesdin (II 34). V. ps. Plinio il giovane. De vir. ili. Ausonio. Nella
Capitolare di Verona era un cod. di Auso- nio, veduto ivi prima del 1310 da
Benzo, cbe lo portò a Mi- lano e ne trasse il Catalogus urbium e il Ludus
septem sa- pientiim. A Milano il codice restò e fu smembrato: un fram- mento
del Catalogus entrò in S. Eustorgio, dove lo copiarono 1 Cfr. Q. Asconii
Pediani Orat. Uicer. enarratio, ree. A. C. Clark, Oxouii 1907, XIV, XVII. 2 De
originibus f. 8. 3 V. Zabiighin Giulio Pomponio Leto, Grottaferrata 1910, II
213. ' Vedi S. Aurelii
Victoris Liber de Caesarihus ecc. ree. F.
Pichlmayr, Lipsiae 1911. (cap. IV il
Menila, il Dulcinio, il cod. Tilianus e il Ferrari, il quale ultimo lo stampò
nell'edizione milanese del 1490. 11 Ludus fu copiato nel cod. Parig. 8500, che
poi passò nelle mani del Pe- trarca. Questo codice riunisce, da fonti varie, il
Catalogus, il Ludus e le (apocrife) Fenochae e altri opuscoli ausoniani. ' Da
esso T. Ugoleto trasse per l'edizione del 1499, intermediari il Calco e il
Berneri, il Catalogus, il Ludus e le Feriochac; ai quali aggiunse la 3Iosella,
desunta dal cod. del Verazzano (24, 144; II 14fJ-149). — 11 Boccaccio e
Domenico di Bandino possedettero un testo identico all' ed. pr. ' Venctiis
1472' (30, 33; II 185). Matteo Bosso mandò nel 1493 da Verona alcuni frammenti
al Poliziano (154; II 149). Il Sannazaro nel 1502 e. scopri in Francia il
famoso Voss. lat. Ili con un'importante silloge di componimenti (140, 165). —
Ausonio a Pavia nel 1360 (? II 121). pg. Ausonio. Carmi presso il Cavallini (II
50). AviANO. Noto ad Amplonio (li 18), al Pastrcngo (12), al Salutati (in un
testo anepigrafo),^ al Montagnone (220), al Lan- driani (100), al Perotto
(147), al Sassetti (105). AviENO (Rufio Pesto). Prooemìum (31 esani.); scoperto
da G. Valla; riscoperto nel cod. Ortelianus, perduto (149). — Arafra: copiati
nel cod. Ambros. D 52 iuf. del sec. xv, riscoperti da G. Valla (149). Sono
anche nel cod. Vindob. 107. — Ora maritima: scoperta da G. Valla (149);
rinvenuta nel cod. Ortelianus, per- duto. — Orbis terrae- scoperto dal Capra
nel 1423(102,104); copiato da altra fonte nel cod. Ambros. D 52 inf.,
riscoperto da G. Valla (149) e nel cod. Ortelianus, perduto. ^ Baebius, V.
Ilias latina. Balbo (agrimensore). Presso l'Alciato (25). Beda. Opere
grammaticali. In codici del sec xv (133). Presso il Sassetti (165). Stampate
'Mediolani 1473' (133). Benedicti [S.) Regula. Presso il Cavallini (Il 50). '
Forse il Pctrarci conobbe anche qualche altra cosa, R. Sabbadini in hendic. del
r. Istit. Lomb. di te. e UH. XXXIX, 1906, 884-5, 2 Salutati Epist. Ili 274. '
Kufl Festi Avieni Carmina ree. A. Holder, ad Aeni pontem 18S7, V. cap. IV) Bibbia.
Codici scoperti da Ciriaco (123). Forse Fiero di Dante adoperava una traduzione
diversa dalla volgata (li 99). Boezio. Molto adoperato; diffusissimo il De
consolatione : in Inghilterra (li 8), in Germania (II 14), in Francia (li 32,
66, 80). in Italia (9, 211 ; II 39, 44, 55, 88, 97, 99, 106, 138, 154). ps.
Boezio. Geometria. Presso Geroud (II 33) e il Salutati. Demonstratio artis
geometricae (42). Breviatio tabular um Ovidii. Nota al Petrarca (25). Nelle
edizioni del sec. xv attribuita a Donato (25) e a Lat- tanzio Placido: infatti
Bono Accorsi nel proemio di Ovidio Mctam. ' Mediolani 1475 ' scrive : incidi in
Coelium Firmianum Lactantium Placidum.... qui in fabulas eiusdem poetae
(Ovidii) commentatus est. BuKGUNDio pisano (1110 e. - 1193). Autore di numerose
versioni dal greco (11 ; li 1, 54). ^ BuRLET (Burlacus) Gualtiero (medievale).
Be vita et moribus philosophorum . Caesares, v. Aurelio Vittore. Calhurnio
Flacco. Declamationes. Le fece venire di Ger- mania il Todeschini nel 1472 e.
(142-143). Il cod. Chigiano H Vili 261 ha un testo più completo degli altri.
Calpurnio Siculo. Bucolica. Vincenzo di Beauvais Spec. 11. XXXI 115 '
Scalpurius in bucolicis ' ^ deriva probabilmente da un excerptnm, come il cod.
Parig. 17903 sec. xiii f 74 ' Scalpurius in bucolicis '. Possedeva il testo
intero a Ve- rona Rinaldo da Villafranca, da cui l'ebbe il Pastrengo. Ed era di
Rinaldo, non della Capitolare, perché il florilegio del 1329 non conosce questo
autore. Il Petrarca nel 1362 e. lo do- mandò ai due veronesi (16, 22). Il
Boccaccio se ne trasse un apografo, passato poi nella parva libraria di S.
Spirito (33) e da esso derivano probabilmente il Napolet. V A 8 e il Laur. '
Salutati Epist. I 257. 2 Cfr. F. Buonamici Bargundio Pisano in Annali delle
Univ. tose. XXVIII. 1908, 27-36, dove è pubblicata per la prima volta la
traduzione del Liber de vindemiis. ■i Calpuru. Ili 10. (c;,,,. iv Gadd. 00 inf. 12, entrambi del
principio del sec. xv. Lo scopri anche Pogcrio in Inghilterra verso il 1420
(83). Il ' cod. vetu- stissimus ' portato di Germania da T. Ugoleto, contenente
le egloghe di Calpurnio e Nemesiano, s'è perduto, ma su quello fu condotta
l'edizione di A. Ugoleto: inoltre ce ne rimangono due collazioni manoscritte
(143), ^ Capko. Scoperto da Poggio a S. Gallo nel 1417 (80). Di mano del Leto
nel cod. Vatic. 1491.^ Presso Hartmann Schedel (II 30). Copiato e stampato nel
sec. xv, ma sempre il solo libro I (133). Caiìisio. «Scoperto dal Galbiate a
Bobbio nel 1493 (1(52). Di là verso il 1500 il Parrasio trasse il codice, ora
Napolet. IV A 8 (159). Estratti (apocrifi) di Carisio sono in un altro cod.
Bobbiese, scoperto dal Galbiate, il Vindobon. IG. ^ Cassiano. Collationes. Note
al Ciémangis (Il 80), al Cavallini (II 50), al Colonna (II 55), al Niccoli
(88), a Greg. Correr (119). Cassiodoro. De institutione divinarum litterarum.
Presso il Bury (II 8), il Pizolpasso (122, 130). — De institutione sae-
ctilarium litterarum. Presso Amplonio (II 1(3), il Boccaccio (28), il Dominici
(Il 177) ; in un cod. Ambros. del 1462 col nome di Severiano. — Orthographia.
Copiata in un cod. del sec. xiv, che fu adoperato da uno studioso del sec. xv
(134). — Variae. Notissime: in Francia (II 76), in Italia (187; II 39, 44, 50,
89, 97, 99, 138, 154). — Historìa tripertita. Presso Benzo (II 138). — ComputusA
In un cod. Ambros. del 1462 (130). ps. Cassiodoro. De amicitia. Noto al
florilegista del 1329 (II 97). Cassio Felice. De medicina. Copiato nel sec. xv;
stampato la prima volta nel 1879 (129). Catone. De agricultura. Presso il
Saiutati (34), il Montre- uil (II 68), il Corvini (74), il Sassetti (165), il
Polenton (184). Il Poliziano adoperò il famoso ' codex Plorentinus ',
l'archetipo perduto (152). • Cfr. in generale Calpnmii et Nemesianì Bucolica
ree. C. Giarratano, Neapoli 1910, VI ss., XXIV. ' V. Zabaghin Giulio Pomponio
Ltto, li 213. 3 Grammat. lat. Keìl I 5^3-565. * Per la paternità di
Ca.s9Ìo(loro cfr. P. Lehmann in Pliilologus LXXf, 1912, 290-299, dove n' è data
una nnova edizione. cap. IV) ps. Catone. Disticha. Assai noti : in Germania (II
13), in Italia (23, 203; II 50, 55, 92, 101), come mannaie scolastico (II 55),
Fin dal sec. x era stato notato, e il Colonna e il Sa- lutati lo ripetono, che
per ragioni cronologiche autori dei Di- sticha non ])otevano essere i due
Catoni antichi (II 55).^ Il Mus- sato attesta che taluni li attrihuivano a
Seneca (II 114); Do- menico di Bandino li cita col nome di Dionysius (II 189),
nato forse dalla contaminazione di Dionysius JJticensis con Caio Uticensis.
Catollo. Dalla Capitolare di Verona, dove lo lesse (II 88), Raterio (sec. ix)
se lo portò nel Belgio, donde lo riportò un veronese, di nome Francesco,
scrivano alle porte (o meglio al porto), alla fine del sec. xiii (1, 212).
Nella Capitolare lo vi- dero Bonzo prima del 1310 (II 145), il florilegista del
1329 (2; II 03), il Broaspini (4), il Pastrengo (14). Ne ebbero noti- zia a
Padova il Mussato prima del 1315 (Il 110-111) e il Mon- tagnone (220).^ Ne
possedettero copia il Petrarca (23) e il Salu- tati: quest'ultimo non nel cod.
Parig. 14137 (= G), ma nel Vatic. Ottob. 1829 (= R), senza escludere che anche
G sia stato scritto in casa del Salutati. ^ Copiato a Venezia da G. Donato nel
1411 (120); collazionato dal Poliziano nel 1485 sull'edi- zione del 1472 (153).
Il Catullo del Pontano era membranaceo.* Ug. Pisani lo escludeva dalle lezioni
pubbliche (201). Celso Cornelio. Scoperto a Siena nel 1426 e venuto in pos-
sesso del Panormita (ora perduto); nell'anno successivo Gua- rino lo pubblicò
(99, 141). Un secondo esemplare, ora Laur. 73. 1, ne scopri il Lamola nel 1427
a Milano : venne in pos- sesso dello Zambeccari (103), poi del Sassetti (165) ;
nel 1431 lo vide il Niccoli (91). Un terzo esemplare venuto in luce nel sec. XV
è il Vatic. 5951 (103). Possedettero Celso : Paolo II (65) e P. C. Decenibrio
(205). Stampato nel 1478 (150, 165). ' Salatati Epist. Ili 27.3-76. 2 lì. L. Lllman
Hieremias de Montagnone and his eitalions front Ca- tullus in Ulassical
philology V, 1910, 66-82. ■i W.
G. Hale in Classical philology III, 1908, 244, 251. * G. Filangieri Documenti
per la storia le arti e le industrie delle Provincie napoletane, Napoli 1885,
III 54. (cap. IV ps. Celso. Epistulae.
Presso il Panormita (99, 103). Censorino. Presso il Petrarca (25, 26), il Capra
nel 1423 (101, 104), Domenico di Bandino (li 183-4), il Corvini (74), P. C.
Decembrio (205). Neil' edizione ' Mediolani 1503 ' Tristano Calco col sussidio
di un ' venerandae antiquitatis codex ' pre- senta il suo testo 'adiectis
quatuor integris capitibns et in- numeris pene clausulis antiquae lectioni
restitutus '. Infatti egli aggiunge: tertiam partem capitis eius quod est de
natu- rali institutione et tota illa de coeli positione, de stellis fixis, de
terra et principium geometriae. Corri- sponde alle pag. 55-73 dell' edizione di
F. Hultscli, Lipsiae 1867. Cesare. Nel medio evo era generalmente scambiato con
Giulio Gelso, il revisore del testo dei Commentarii. Uno dei primi a correggere
l'errore fu il Salutati, seguito da Dome- nico di Bandino (II 18(5). Il
Clémangis (II 81), il florilegista del 1829 (II 93) lo citano col suo vero
nome; il Montreuil prima col nome di Celso, poi col vero (II 68). Il Petrarca
lo conosce per Celso ; ma in un codice della sua vita di Cesare, il Parig. 5784
A, del sec. xv, una mano sincrona corresse l'er- rore; la quale al f. 90, di
fronte alla citazione del De hello gali. Vili 1 segnò: Hic incipit octavus
Commentariorum liber, quem fecit lulius Celsus (cioè Hirtius). Septem autem
primos et usque ad hunc passum fecit ipse Cesar, quamvis hic aetor (se.
Petrarca) aliquot in locis contradicat, et male. Cicerone teste et ipso Celso
(cioè Hirtio) in prologo suo. L'errore con- tinuava nel sec. xv e P. C.
Decembrio nel 1423 senti il bi- sogno di rettificarlo. ^ Cesare non fu molto
adoperato. Lo conobbero S. Hesdin (II 34), il Montreuil (II 68), il Clémangis
(II 81), il Petrarca (24, 26), il Salutati e Domenico di Bandino (II 186), il
Co- lonna (II 56), il Mussato (II 108), il redattore del cod. di Troyes (II
118), il Kambaldi (II 156), il Corvini (74), A. e P. C. Decembrio (139). ps.
Cesare. Un'epistola gromatica posseduta dal Beccari nel 1371 e ricercata a
Milano verso il 1430 (35, 42, 217). 1 K. Sabbadiiii in Museo di anlichità
class. Ili 362. cap. IV) AUTORI LATINI 209 Cesare (Ginlio), medievale. Poetria.
Nota a Dionigi ([1 39,42). Cesakio. Sermones. Noti al fiorilegista del 1329 (II
97). Cesio Basso. J)e metris. Scoperto a Bobbio dal Galbiatc nel 1493 (162).
ps. Cesio Basso. Be metris Horatii. Scoperto a Bobbio nel 1493 dal Galbiate
(162). Chikone Mulomedicina Chironis. Scoperta a Padova nel sec. XV e salvata
da Hermann Scbedel (II 30). Stampata la prima volta ' Lipsiae 1901 ' da E. Oder
sotto il nome di Claudio Ermero (129). Cicerone (M. Tullio). 1) Opere
rettorielie. Comunemente note erano quattro : T>e invent., Rhet. ad Her.
(ps. cicer.), De orai, e Orai, (mutili): in Germania (II 14), in Trancia (II
32, 70, 76, 82), in Italia. Gasp. Barzizza scoperse nuovi passi del De orai,
mutilo (218). — Topica. Copiata dal Kafauelli (II 128). — l'artitiones ora-
toriae. Note al Montreuil (II 70), al redattore del cod. di Troyes (II 115) e
al Bruni, il quale ultimo nel Cicero novus {141ò e.) le nomina col titolo di
Orafor minor. ^ — De optimo genere oratorum. Trascritto anepigrafo nel cod.
Malatestiano XII sin. 6 (f. 24) del principio del sec. xv. — Nella seconda metà
del 1421 il Landriani scopri nella cattedrale di Lodi il famoso co- dice, ora
perduto, con cinque opere : De inv., lihet. ad Her., De orai., Orni., Brutus.
Il Brutus era del tutto nuovo; il De orai., e Y Orai, ritornavano integri. Del
codice s' impadroni Gasp. Barzizza, clic lo fece copiare dal Raimondi (100,
212). Il Brutus di Guarino è a Napoli (98). 2) Orazioni. Le tre Caesarianae.
Note ad Amplonio (II 14), al Clémangis (II 83j, al fiorilegista del 1329 (II
9(5), al redat- tore del cod. di Troyes (II 115), al Cavallini (II 49), al
Colonna (II 56), a Lapo (II 168), al Petrarca (27), che ne copiò due di suo
pugno nel cod. Vatic. 2193 (II 126), al Montagnone (220), a Tedaldo fll 176),
al Dominici (lì 179), a Lucio da Spoleto, che 1 A. Segarizzi La Catinia le
orazioni e le epist. di S. l'oìenton, Ber- gamo 1899, 104-lOfi, 128. H.
Sabraoini. /.e scoperte dei codici. (cap. IV le scrisse a Basilea nel 1432.' —
Catilinariae. Presso Am- plonio (II 14), il Clémangis (Il 83), il Montagnone
(220), Lapo (li 1(J8), il Petrarca (27), il redattore del cod. di Troyes (II
115), il Cavallini (II 50), Tedaldo (II 176), Poggio (76), Lucio da Spoleto,
che le scrisse a Basilea nel 1432.'^ — Philippicae. Classe mutila tra il libro
V e il VI e che perciò segna tredici libri. Presso Aniplonio (II 14), il
Montagnone (220), il florile- gista del 1329 (II 96), il Pastrengo (18), Lapo
(li 171), il Pe- trarca (27, 76), il Cavallini (li 50), il Kafanelli (Il 128),
il Loschi (11 123), Tedaldo (li 176) — Classe integra. Presso il Clémangis (?
II 83), Iacopo Scarperia nel 1403 (76), il Salutati e Poggio (76), il Niccoli
(87), Doni, de Dominicis (187). Estratti scoperti dal Cusano (II 25). —
Verrinae. Tre ne ebbe il Petrarca (27) ; le possedettero tutte sette: Geroud
(II 33), il Boccaccio (? 33). l'Arese (Il 60), il Loschi (Il 123), il Capra
(33), Cosimo de' Me- dici (nel cod. Laur. 48.27), il Bruni fin dal 1407 (75). »
— Post reditum. Note al redattore dei cod. di Troyes (Il 115), al Pe trarca
(27), al Montagnone (220), a Tedaldo (Il 176) ecc. — Orazioni aggru])pate o
singole: p. CaeL, p. Balbo, p. Miì. presso Amplonio (Il 14). — p. Cael. presso
il Dominici con lezione diversa dai codici francesi (li 179). — p. Balbo presso
Lapo (Il 172). — p. Balbo, p. Sest., de resp. har. note al fiori- legista del
1329 (Il 96). — *p. Liif.,p. Mil., de prov. cons. note al Clémangis (Il 83). —
p. Mil., p. Piane, p. Sull., de imp. Cn. Pomp. i)resso Lapo {Il 168), il quale
le trasmise al Pe- trarca (27;: derivano dalla famiglia francese (Il 171). — p.
Ardi, trovata dal Petrarca nel 1333 (27), che la passò a Lapo (Il 168); presso
il Clémangis (Il 83), il Dominici (11 179). Lucio da Spoleto, che se la copiò
nel cod. Trivulziano 771. — 2). Balbo, p. Sest., p. Cael., in Vatin., de resp.
har., de domo ad pont. trovate dal Bruni nel 1407 (75). — Nell'ultimo de- ' K.
Sabbadini in Jiendic. della r. Accad. dei Lincei .\.\, l'JII, 30. 2 Id. ib. '
Nel Cicero novus {1415 e.) scrive: scptem libri accnsatioiiis in Ver- roin
(cod. Ambros. L 86 sap. f. 163). 11 suo codice è ora il Laur. Strozz. ti del
scc. XV (R. Sabbadini in Kivista di fUolofiia XXXIX, 1911, 244). cap. IV)
AUTORI LATINI 211 cennio del sec. xiv il Loschi a Pavia commentò dieci ora-
zioni : p. Pomi)., p. Mil., p. Sulla, p. Ardi., p. Marc, p. Lig., p. Beiot., p.
Cluent.,p. Quinci., p. Flac. (Il 123-124). Due di que- ste, p. Quinci, e p.
Flac, erano state da poco scoperte contem- poraneamente in Italia (forse a
Firenze, II 172) e in Francia, ma la famiglia italiana è indipendente dalla
francese. — Il Montreuil possedette molte orazioni : p. Lig. avuta dall'
Italia, le Catilin., alcune Verr., le Philipp., p. Cael., p. Mil., p. Cluent.,
p. Sest., p. Arch., provenienti dalla Francia e in gran parte da Cluni. Certo
ebbe da Cluni le sillogi di due codici : il 498, che si salvò, per quanto
mutilato, e il 496, che conteneva due ora- zioni nuove, p. S. Rose, e p. Miir.,
e integra la p. Cluentio. Il codice 496 fu portato nel 1415 a Costanza, dove
Bartol. da Mon- tepulciano se ne trascrisse larghi estratti; Poggio l'anno
stesso se lo appropriò e lo mandò a Firenze (77, 84; II 72-74): ivi lo vide
subito dopo il Barbaro. ' Le nuove orazioni sono in un codice di Cosimo de'
Medici del 1418 (183). Sempre nel 1415 fu copiata a Costanza un'altra silloge
di orazioni: Catil. I-IV, Sali, in Cic, Cic. in Sali., Philipp. I-XIII (il
testo mutilo), p. Cluent., p. Marc, post. red. in sen., p. Archia.- Poggio
nell'estate del 1417 viaggiando in Germania e in Francia scopri altre otto
orazioni, tutte nuove : p. Caec. (a Langres), in Pis., le due p. llahir., le
tre de lege agr. e p. Uose, coni. (81-82, 84; lì 191-192). L'in Pis. e le tre
de lege agr. furono scoperte più tardi anche dal Cusano (II 21). La p. Rose.
CODI, e le due p. Rahir. si conoscono dal solo codice di Poggio. * Verso il
1428 Poggio vide il famoso cod. Vatic. Basii. H 25. che contiene (in gran parte
frammentarie) le Philipp., p. Flac, in Pis. e p. Fonteio : nuova quest' ultima.
Ma il codice * R. Sabbadini in Miscellanea di studi in onore di A. Hortis,
Trieste 1910, 616, 617. - Constantie tempore generalis coneilii Con.stantiensis
anno d. MCCCCXV vigesima prima die mensis octobris. È il cod. IX 107 del
collegio dei ge- suiti di Vienna (E. Gollob in SiUungsber. der k. Akad. d.
Wiss. in Wien, 161, 1909, 7 Abh. p. 17). ■' Sulla divulgazione di queste
orazioni cfr. R. Sabbadini in Berlin, philol. n'ochenschr. 1910, 297-99. 212
KIA8SUNT0 FILOLOGICO (oap. IV non lo scopri lui, bensi il card. Orsini. Infatti
nell' Index ìi- brorum mss. arcfiivii basilicani S. Petri a ci. v. Luca Uoì-
stenio digestus leggiamo : Tnllii Philippiearum antiquissimus codex. ' D'altra
parte l'inventario dei libri dell'Orsini, alle- gato al testamento del 1434,
reca : Tulius Philippiearum. ^ I codici dell' Orsini passarono parte nell'
archivio di S. Pietro, parte nella biblioteca del Vaticano.'' La scoperta dev'
essere avvenuta nel suo viaggio di Germania del 1426. * Il Cusano scopri delle
p. Font, e in Pis. frammenti che non si trovano in altri codici; anche estratti
della p. Fiacco (II 25). Tutte le orazioni a noi note, meno p. M. Tullio, sono
nel- r edizione del Bussi del 1471 (127). Orazioni spurie: pridie quani irei in
exilium (127; II 96). — Invettive scambiate fra ('icerone e Sallustio.
Notissime (27, 220; II 73, 168, 17G ecc.). 3) Opere filosofiche. Furono molto
divulgate: in Germania (111), in Francia (II 32-3, 70, 82-3), in Italia (19,
36, 86, 98, 202. 218, 220; II 3, 44, 46, 49, 56, 60, 95, 122, 144, 168, 171,
176, 183, 194). Possessori di numerose sillogi : dodici opere il Petrarca (26),
nove il Dominici (II 178-9), dieci Amplonio (II 14), undici il Rafanelli (lì
128), undici il florilegista del 1329 (lì 95-9(3), dieci il redattore dei
codice di Troyes (II 115). Quest'ultimo inoltre compose un'edizione del De
offic. adoperando un co- dice della classe Z e uno della classe X (II 120). 11
Niccoli ebbe da Strasburgo il cod. Laur. S. Marco 257 del sec. x (87, 117); il
Poliziano un 'antiquissimus liber" del De divin. (153). — Academica
posteriora. Karissimi. Li conob- bero Riccardo di Fournival nel sec. xiii,^' il
florilegista del 1329 (II 96), il Petrarca (26), Guarino sin dal 1412."
Anepigrafi ' E. Pistoiesi II Vaticano descr. e illttstr. Il 196. i Pistoiesi II
191. 3 E. Kònig Kardinal Giordano Orsini, Frcibiirfr in Br. 1906, 10r>-07,
117, 119. ♦ Su questo viaggio, Kouig 49-52. •"> M. Mauitiu» in Hhein.
Mtis. \UVll Erg. heft 2, 17. '' Nell'invettiva contro il Niccoli del 1412
scrive Ruarino: iste Ciccronis Ainaffanius ' <|ui nulla arte adliibita
vulgarì sermone disputare solebat' (Acad. post. 5; R. Sabbadini No:ze Curdo-
Marcellino, Lonigo 1901, IS). C3p. n) AUTORI LATINI 213 nel cod. Malatestiano
xii sin. 6 (f. 25') del principio del sec. xv. Copiati nel 1414 da Gio.
Aretino, riscoperti a Milano dai De- cenibri nel 1426 e posseduti dai Barbavara
(105). Falsa notizia della scoperta di tutti quattro i libri de^'li Acad. in
Siena nel 1447 (127). — De gloria. Illusione del Petrarca d'averlo pos- seduto
(II 46). — De re publica. Leggenda che fosse nascosto sotto una colonna di
marmo ad Atene (Il 118); che si conser- vasse nel monastero di Montecassino (II
49). Credè d'averlo trovato nel 1426 il Cusano (110): ma era il Somn. Scipionifi
(111). 4) Epistolari. JEpistulae ad Atticum. Questo corpo com- prende sedici
libri ad. Att., un libro ad Br. e tre ad Q. fr., più la spuria ad Octavianum.
a) Un esemplare del corpo esisteva nel sec. xiv a Cluni, donde probabilmente lo
trasse il Montreuil (II 70-71). b) Un secondo esemplare della triplice silloge,
più in forma di estratti che integro, venne alla luce in Lombardia, dove lo
copiò nella seconda-metà del sec. xiv il Rafanelli (II 127-8). Forse
l'archetipo di esso sarà da riconoscere nel 'liber veterrimus ' venuto poi in
possesso del Corvini (74). e) Un terzo esemplare, assai famoso, si conservava
nella Capitolare di Verona. Ivi lo lessero nel secolo ix Eaterio (II 88), nel
sec. XIV il florilegista del 1329 (2; II 96) e il Pastrengo (18, 21); indi ne
trasse una scelta di sessanta lettere il Broaspini (4) e un apografo intiero il
Petrarca nel 1345 (15, 19, 27; una cita- zione testuale 40, cfr. II 158).
Questo esemplare fu asportato da Giangaleazzo Visconti (7 ; II 121). Verso il
1393 ne arrivò una copia al Salutati a Firenze (75, ora Laur. 49. 18), dove
forse la vide Domenico di Bandino, quando gli undici fascicoli stati scritti
contemporaneamente da altrettanti amanuensi non erano ancora cuciti insieme (II
181-2). Da allora quell'archetipo scom- j)arisce, se pure non entrò dimezzato
nella biblioteca di Pavia, donde nel 1409 il Capra trasse un codice con le
lettere ad Br., ad Q. fr. e coi primi sette libri ad Att. (73). Copiò la
silloge Poggio nel 1408 (76), Rodolfo Misoti nel 1415 (205). La videro 0 la
possedettero il Dominici nel 1405 (II 179), Domenico di Bandino (Il 181), Gasp.
Barzizza (36), il Polenton (34), l'Au- rispa (116;, il Poliziano (156), Agost.
Maffei (190), Umfredo di 214 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV Glocester (205).
Delle Epist. ad Br. fece una raccolta a parte Niccolò da Muglio (II 151). d) Un
quarto esemplare, il più fa- moso e più completo di tutti, fu veduto il 1417 da
Poggio nel monastero di Fulda. Esso comprendeva anche il cosiddetto libro li ad
Br. Ecco com'è descritto nel Commentarium dei Niccoli (II 192). In monasteno
fuldensL... M. Tu liti Ci- ceroni s volumen epistolarum ad A cticum, quod in-
cipit: Cum liec scribebam res existimatur etc; ' finit : Cicero Capitoni. 2
Questo archetipo, ora perduto, fu adoperato dal Cra- tander per la sua edizione
di Basilea del 1528. — Epistuìae ad familiares: in sedici libri. Questa
denominazione, poco pro- pria, esisteva già nel 1406: sua probabile origine
(o4). I primi otto libri si trovavano in Germania e in Francia (a Cluni e
altrove) : ne ebbero copia il Cusano (112), Geroud (II :53), il Montreuil e il
Clémangis (7;5; II 71-72, 83). Tutti i sedici libri furono scoperti nel cod.
Vercellese (ora Laur. 49. 9), che fu fatto copiare per il Salutati nel 1392
(34, 72, 75). Possedettero la silloge intera il Polenton (34), Gasp. Barzizza
f36), il Poliziano (152, 170). Guarino prima della scoperta del Vercellese ebbe
un testo mutilo, dai cui libri II, IV, V, IX, X, XI, XII, XIII compilò sin dal
1403 un'antologia (72-73). 5) Aratea : versi 1-471. Sono nel cod. Ambros. D 52
inf. del sec. XV. Ne scopri un altro esemplare a Vercelli nel 1442 Ci- riaco. 3
Stampati da G. Valla nel 1488 (149). ps. Cicerone. In Catilinam. Una quinta
Catilinaria, ve- nuta alla luce sino almeno dal 1439. Qualche codice 1' attri-
buisce a Porcius Latro, col cui nome fu spesso stamjiata (127).'* — Synonyma.
Differentiae. I Synon. (Abditum oper- tum) e le Biffer. (Inter mctum timorem et
pavorem) furono noti al Salutati (35). Lucio da Spoleto il 1432 copiò a Basilea
i Synon. nel cod. Trivulziano 771 ■• (106). Presso il Polenton (185). Una nuova
redazione dei Synon. scopri il Cusano (112). — ' ì; il principio dei cosiddetto
libro II ad Biutttm. 2 Ad Alt. XVI 16 C. S. in Kivisla di fiìolog.. lUll, Uò.
< R. Sabbadini Da codici Brnidensi, .Milano 190S, 6-9. ^ R. Sabbadini in
liendic. delìn r. Accnd. dei Lincei XX. lail, ;De re militari. È un'epitome
tratta nel sec. xiii dal i>e reniilit. di Vegezio. Il Petrarca la cercò
inutilmente ; ^ il Polenton ne impugnò l'autenticità (185). Fu stampata anche
col titolo: Modestus De vocahulis rei tnilitaris.^ Nel cod. Riccard. 710 «lei
sec. XV e nel Magliabech. XXIII 17 del sec. xvi f. 121 porta il nome di M.
Catone.^ — De orthographia o De gram- matica. Tutt'uno col ciceroniano De
chorographia citato da Prisciano (II 117). — De virtutibus. Antoine de la Sale
pre- tende nella Salade d'avere scoperto il De virtutibus di Cice- rone, da cui
riporta estratti in francese. Ne fu fatta una ri- traduzione latina a cura di
H. Knollinger, ' Lipsiac 1908 '.'' Ma il De la Sale è un contraffattore
matricolato (II 34).^' Cicerone (Quinto). Commentariolum petitionis. Copiato in
codici del sec. xv (128), i quali rappresentano una famiglia italiana, diversa
dal cod. Erfurtensis." Cipriano. JEpistulae. Vedute dal Pastrengo nella
Capitolare di Verona (10). Latino Latini, che collazionò quel codice sulla stampa
' Lugduni 1537', in servizio dell'edizione del Manuzio, lo descrive ' iitteris
paene maiusculis (cioè semiunciale) mirae antiquitatis '. La stampa
collazionata si trova nella Brancac- ciana di Napoli. Il codice fu restituito
al Capitolo veronese nel 1570; ma da allora se n'è perduta ogni traccia."
11 Bussi si copiò le Epist. dal cod. Parig. 1659 e poi le stampò a Roma del
1471 (122). Le ebbe il Colonna (II 54). Opere vedute o possedute da Amplonio
(II IG), dal Cusano (111; II 27), dal Clémangis (II 80), dal florilegista del
1320 (II 96), dal Fer- rantini (89), dal Traversari (88, 95), dal Pizolpasso
(122). Cr.AUDiANO (Claudio). Il Colonna lo fa cristiano (II 55). Il >
Petrarc. Fani. XXIV 4 p. 267 Fracass. 2 L. Dalmasso La storia di un estratto di
Vegezio in liendic. del r. Istit. Lomb. di se. e leti. XL, 1907, 805 ss. '* L.
Calante in Sludi ital. di jHoì. class. XV H8. ' Cfr. E. Sabbadlni in Atene e
Roma XII, 1909, 2-6. ■' Sui plagi suoi vedi M. Lecourt in Mélanges Chatelain,
Parigi 1910, 341-353. " Q. Ciceronis Ueliquiae ree. F. Biicheler, Lipsiae
1869, 12. ' (i. Mf reati Di alcuni nuovi sussidi per la critica del testo di S.
Ci- priano in Studi e docum. di storia e diritto XIX, 1893. 216 RIASSUNTO
FILOLOGICO (cap. IV codice della Capitolare di Verona, adoperato dal
florilegista del 1329 e dal Pastrengo, conteneva il Claud. niaior e minor, il
Paneg. 01. et Prob. e i Carmina minora: ma l'ordine del Claud. maior non
corrisponde a nessuno dei conosciuti. 11 cod. attuale non era ancora entrato
nella Capitolare (12; II 92-93). T. Ugoleto scopri un codice in Germania ; la
sua edizione del 1500 contiene carmi nuovi (143j. Noto ad Amplonio (li 18),
agli Hesdin (II 34-35), al Montreuil (II 67), al Clémangis (li 81), al
Montagnone (220), al Mussato (II 114), al Colonna (II 55), al Petrarca (24), al
Boccaccio (34), a P. da Montagnana (187), a Dom. di Baudino (II 189), a Piero
di Dante (II 101), a Gasp. Barzizza (36-,^7). La Gigantomachia greca ci tu
salvata da C. Lascari (68). Claudiano Mamerto. 7)e atatu animae. Trascritto nel
cod. Vatic. Barb. lat. 1952 del sec. xv. Un lettore coevo notò sul f. 1 : Non
est autcm Claudianus poeta, sed alius ad quem Si- donius scribit {Epist. IV 3)
et de hoc libro facit celebrem men- tionem. CoLUMELLA. Noto al Pastrcugo (16).
L'ebbero il Boccaccio (29), Dom. di Bandino (II 184). Copiato l'anno 1409 nel
cod. Parig. 6830 A (82). Scoperto da Poggio nel 1417 (82), che ne vendè copia a
Gio. de' Medici (lòO). Lo possedette il Corvini (74); P. C. Decembrio lo
promise a Umfredo dì Glocester (206). Due codici presso i Medici: l'uno nella
libreria pubblica (S. Marco), donde ne trasse copia il Niccoli (87), l'altro
nella privata ' lìteris langobardis' veduto dal Poliziano (151), che si crede
essere il famoso Ambros. L 85 sup. di scrittura an- glosassone : in ogni modo
questo codice stava in Italia gin dal sec. XV (151-52).' Commentarioli notarum.
Trovati da Poggio (82). Comoedia antiqua. Scoperta sin dal 1412 e. dal Cor-
vini, riperduta (74). Compiitus. Trovato dal Galbiate a Bobbio nel 1493, ri-
])erduto (160). Sarà stato affine a quello di liabano Mauro.* • K. Sabbaiiìniin
Hivistadifiìolog. XXXIX. 1911,247-48. In fft^neiale cfr. R. Sabbadini in
liendic. del r. Mit. Lomb. disc, e ìett. XXXVlll.lDO.'i, 781-83. '^ I*. eg. in
Balozius Misceli. Concilia. Atti famosi dei concili, tra i quali di S. Fa-
condo, possedeva e possiede la Capitolare di Verona, veduti dal mansionario
Giovanni (11.89), dal Pastrengo (10) e prima, nel 1317, dal Gui, che li elenca
(II 33); egli vide anche le raccolte conciliari dei Domenicani bolognesi.^ Più
tardi nel 1433 rivide le bolognesi il Traversari (94, e le ravennati 95).
Con-iolat io ad Liviam (attribuita a Ovidio). Venuta alla luce verso il 1470
(125-20). Constant ino (de) ci Helena. Copiato nel sec. xv di su un cod. del
xiv (130). Constantinopolitanae urbis descript io. Sco- perta a Spira da P.
Donato nel 1436 (119). Consulto, v. Fortunaziano. Cornelio Nepote. Possedeva le
biografie di Catone e At- tico il Polenton, che per il primo attribuì a
Cornelio anche le vite dei capitani greci. Più tardi dimostrò la paternità cor-
neliana il Parrasio (ISti). Forse dal Polenton ebbe le vite E. Barbaro, presso
cui le vide, come una novità, nel 1433 a Pa dova il Traversari (95). ps.
Cornelio Nepote. Presunto traduttore di Darete (13). CoRNiFicio. Fino almeno
dal sec. xin e poi dal Petrarca e dal Salutati si parlava di un Cornificio,
poeta, autore di una Ristoria romana, rivale e detrattore di Vergilio (38, 39,
217). ps. CoR.NUTO. Sotto questo nome andavano già nel sec. xii scolii
marginali a Persio, riuniti in volume nel sec. xv (131). Una copia a Poitiers
Cornutus super Persium (139) e a Ur- bino (16i1).2 Anche scolii marginali a
Giovenale portavano un tal nome. Il cod. Gud. lat. 4.° 53 di Wolfenbiittel
(Giovenale con scolii) reca la sottoscrizione (del 1384): Expliciunt glosule
luvenalis excerptedecornuto. Hoc opusluniiluvenalissatirici fuitGrego- rii
notarli de Clericatis de Vincentia quod scribi fecit per dom- uum Andream
ecclesie de Marano. In millesimo trecentesimo ' L. «elisie in Notiees et
extraiis XXVn, il 183, ao3. 2 Sulla questione in generale vedi C. Marchesi Gli
scoliasti di Persio in Hivisla di filol. XXXIX. 1911, r,64 ss. 218 RIASSUNTO
FILOLOGICO (cap. IV octuagesiiiio quarto septime indictionis- Nel 1444 lo cercava
Guarino (131). Una copia in Urbino (169). P. C. Decembrìo in un cànone di
scrittori latini segna: lunii luvenalis libri satyra- rum in uno volumine cuin
coniento Cornuti. ' Il Fasi metteva in dubbio l'autenticità di Cornuto (169).
Lettere a Persio dello ps. Cornuto presso il Polenton (176>. Ckesconio
(vescovo). Concordia canonum. Nella Capitolare di Verona e nella Vallicellana
(15, 215). Cresconio Corippo. lohanm's. Consultata nella Capitolare veronese
dal florilegista del 1329 (2; II 93) e dal Pastrengo (15). Un cod. nella
Corvina (35). L'unico esemplare pervenu- toci fu copiato dal De Bonis (35).
Curzio Rufo. Noto a Benzo (II 142), al florilegista del 1329 (II 94), al
Pastrengo (12), al Colonna (II 56). al Petrarca (24), a Dom. di Bandino (II
189), al Cusano (111; II 27), al Sas- setti (165). ps. Curzio. Epistolae.
Falsificate nel sec. xv (176). Dama so. I)e gestis pontifìciim. Noto al
Pastrengo (9). . Darete. Noto a S. Hesdin (II 34), al Pastrengo (13). al Pe-
trarca (24), a Benzo (II 135), a Piero di Dante (II 102). Benzo credeva con
altri frammentario il testo, ch'egli conosceva anche nella riduzione francese
di Benoit (II 143). Batiana hi stori a. Nota a Benzo (II 138). 'DESll^ERlo.
Dialogus. L'ebbe il Traversar! da Montecassino (88, 89). DicuiL. De mensura
orhis terrae. Scoperto da P. Donato a Spira nel 1436 (119). Differcntiae. Le
sillogi 'Inter polliceri et promittcre ' e ' Inter habundare et superfluere
" furono copiate il 1432 a Basilea da Lucio spoletino nel cod. Trivulziano
771.* L" Inter polliceri et promittere ' fu molto diffusa nel sec. xv col
nome di Isidoro (135). Una silloge scoperta a Bobbio (102). ' Inter auxilium et
praesidium et subsidium ' presso F. Barbaro nel cod. Parig. 6842 D ; vedi ps.
Palemone. " cod. Ambros. R. 88 stip. f. 172.' 2 R. Sabbadini in Kendic.
della r. Accad. dei Lincei XX, 1911, 30. cap. IV) AUTORI LATINI 219 Digestum.
Molto noto: in Inghilterra (II 7), in Germania (II 14), in Italia (6, 7, 13,
220; II 44, 50, 94, 98, 108). La Pandeda Pisana nota al Dominici nel 1405 (II
177-8) e al Poliziano (155, 169). JDimensuratio provincìarum. Scoperta da P.
Donato nel 1436 a Spira. Da taluni è attribuita a Hieronymus presbi- ter (120).
Diomede. Scoperto dal Cusano (112). Noto al Tortelli; tra- scritto in più
codici del sec. xv (112), p. e. nel Laur. Aedil. 168 f. 126 e. dal Leto nel
cod. Vatic. 1491. ^ DioNYSius, V. ps. Catone. Ditti (Dictys). Noto a Benzo (II
135, 143), al florilegista del 1329 (II 94), al Pastrengo (13), al Petrarca
(24), a Piero di Dante (II 102). Scoperto come nuovo da Poggio con l'attri-
buzione a L. Settimio il presunto traduttore (81). Donato (Elio). Ars. Assai
nota: in Inghilterra (II 9), in Francia (II 32, 82), in Germania (19; II 15,
30), in Italia (14, 24, 203; II 98). Piero di Parente e il Petrarca avevano un
te- sto corredato di due commenti (37-38; II 166). A. Decembrio possedeva VArs
minor nella riduzione medievale detta lamia, tradotta in greco dal Planude
(137). — Commentum Bucolic. Vergili. L'aveva il Petrarca (25, 26, 38-39); ora
perduto. — Vita Vergili. Nel cod. Vatic. 1575 (217). La conoscevano Pier« di
Parente e il Petrarca (39; II 167), il Nelli (II 174), Dom. di Bandino (II
183), il Polenton (186).^ — Epistula ad Mu- natium (39, 132).* — Commentum
Terenti. Scoperto dal Clc- niangis prima del 1397 (II 85-86); di quel testo
perduto portò un frammento in Italia il Pizolpasso (121; II 86). lii- scoperto
dall'Aurispa a Magonza nel 1433 (116): di quest'ar- chetipo s' impadroni il
Cusano (113; II 27). Un terzo esemplare scoperto a Chartres nel 1447 (132). '
V. Zabngliin Giulio Pomponio Leto II 213. - Sulle varie redazioni di questa
Vita cfr. R. Sabbadini Le biografie di Vergilio antiche medievali umanistiche
in Studi ital. di filai, class. XV, 1907, 202-214, 2:!7-r)6. ■' Ripubblicata da
I. Brumnier Vitae Vergilianac, Lipsiae 1912, p. VII ; e cfr. sulla luedesinia
R. Sabbadini in liiristn di filol. XLI, 191S, 425-6. 220 RIASSUNTO FILOLOGICO
(cap. IV Falsa notizia di un commento trovato in Francia a tre commedie di
Plauto (194). ps. Donato, v. Breviatio fab. Donato (Tiberio Claudio).
Interprctationes vergilianae. La prima jìarte, cod. Laur. 45, 1-5 coi libri
1-V, fu portata di Francia dallo Jouffroy nel 1438 (194-95, 20G) ed entrò nella
collezione di Piero de' Medici (!206): l'adoperarono il Poliziano (169-70), il
Landino, il Crinito (lOG). La seconda parte, ora cod. Vatic. 1512, coi libri
VI-XII, era j^innta in Italia sin dal 1466 (132). Entrambi i codici furono
scritti in Francia nel sec. IX. Ne esisteva un esemplare in Svizzera nel
monastero di S. Marco in lieichennu, dove lo vide Poggio durante il con- cilio
di Costanza (1415-1417). Leggiamo infatti nel Commen- tarium del Niccoli (li
.192): In monaAtfrio Sancti Marci quod est in lacu Cons^an^/e (cioè Reichenau)
sunt Commen' tarla Donati grammatici in litteris vetustiss/'mis in libros odo
Eneidos Virgilii. La prima edizione in- tegra usci ' Neapoli MDXXXV ', condotta
sull'esemplare di Scip. Capece ' cuius in manus ex Fontani bibliotheca deve-
nerat '. ^ Do.VAZiANO (Attilio). Ars. Scoperta dal Galbiate a Bobbio nel 1493
(162). Presso Hartmann Schedel (II 30). DosiTEO. Un frammento scoperto da
Hartmann Schedel (134; II 30). Drvconzio. Romulea. Nota al florilegista
veronese del 1329 (2; II 93). — Laudes dei. Scoperte, sotto il nome di
Agostino, dal Cusano (112-13; II 21). La redazione di Eugenio da To- ledo
venuta in luce nel sec. xv (113). — Carmi scoperti dal Corio a Milano (146),
dal Galbiate e dal Parrasio a Bobbio (159, 160. 161). ps. Dkaconzjo. Due carmi
copiati dal Poliziano a Venezia (155).* ' Tib. Claudi Donati Jnterpreldtiones
Vergil. ed. H. (ieorsii, I.ipsiac 1905, I p. XVII-XXIII, XXXVIII; P. Wessner in
Berlin, philol. ìVochenschr. 1906, 303-5, dove son citati i miei scritti,
rimasti ignoti al «eorgii. « Anthoìogiu Ultimi. Riese 2' ediz. n. S66-867. cap.
IV) AUTORI LATINI 221 Egesippo. Noto al florilegista del 1329 (II 91), a Benzo
(li 137), al Pastrengo (11), al Cavallini (II 50), ad A. Decembrio (138).
Ennodio. Scrive il Pastrengo {I)e origin. f. 29): Ennodius episcopus Ticinensis
epistolarum librum ad diversos directa- rum eleganti et arduo stilo composuit.
Epigrafi. Portate di Germania da Poggio; raccolte da lui (82), da P. Donato
(120), dal Mainenti, da Ciriaco (118). Epigr animata (LXX). Scoperti a Bobbio e
.riperduti (160). Epistiilae ad Caesarem senem. Trasmesse dal cod. Vatic. 3864
(già Veronese? 216), donde furono copiate nel Va- tic. Urbin. 411. Erennio
Modestino. Nel cod. Monac. lat. 807 (autografo del Poliziano) f. 63-66 sono
trascritti col nome di Herennius Modestinus i carmi vergiliani decastici e
tetrastici, ^ che fino dal sec. ix vengono erroneamente attribuiti a Ovidio. Il
co- dice doveva essere di scrittura visigotica del sec. vii; appar- teneva al
patrizio veneto Gio. Gabriel. ^ Ethicus, V. Aethicus. Eustachio da Venosa
(medievale). Flanctusnaturae. Noto a Dionigi (II 39, 42). ' Biihrens P. L. M.
IV I62-16S; 173-176. - Scrive il Poliziano, f. 6S: Coepi liora XX die VII iulii
1491 Veneti!» ex codice vetustissimo lohannis «abrielis patricii veneti, quod
licuit opera Albertucii Oeorgii patricii veneti; f. 66'' absolvi die VIII iunii
(leggi »M?n) U91 kng. poi.; f. 67 Die VII iulii hora X. 1491 Venetiis in
aedibus ferra- riensis dncis ex antiqui.ssimo codice...: Est antera liber
litteris vix legibi- libus et implicatis maxijne: cuius libri doniinus erat
Johannes Gabriel pa- tricius venetus. Mihi eius facta est copia opera
Albertucii Georgii veneti patricii, Antonii Chronici Vinciguerrae. Un altro
carme di Modestino in Biih- rens P. L. M. IV 360. Per tutto questo vedi A.
Sabatucci Dai codici monacensi latini, Venezia, tipogr. Emiliana, 1911. I carmi
tetrastici alle Georg, furono trasmessi col nome di Modestino anche in codici
del sec. xr. Cosi nel Catalogne
des livres de la l/ibliothèque de feu M. le due de la Vallière, al n. 2431 (un
ms. del sec. xv scritto in Italia, contenente VAppendi.T Vergi!., le Ed. e le
Geo.) leggiamo: ' Chaque livre des Géor- gìques est precède de r argunient en quatre
vers de Herennius Mode- stinus'. 222
RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV EuSTRACHio (medievale). Ettjmologiae. Citate da
Dionigi (Il 42). EuTiCHE. Scoperto da Poggio (81, li 192); dal Galbiate a
Bobbio nel 1493 (162, 163). Noto al Leto, i Eutropio. Di solito s'adoperava la
redazione ampliata di Paolo Diacono. Abbastanza noto in Italia. Expositiones
vocahulorum. Opera medica copiata a Basilea nel 1433 (118). ExupERANTiusIulius.
^^)«7ome. Scoperta dal Pizol passo (121); posseduta dal Perotto (148), che la
copiò di sua mano nel cod. Vatic. Urbin, 1180 f. 139' col titolo ' lulii
grammatici '. Fabius historicus. Citato da Dionigi (II 41). Facondo, v.
Concilia. ps. Faone. Finte risposte di Faone a Saffo (176). ps. Favinius
(Kemius), v. de Ponderibus. FEriRO. Il Perotto scoi)ri 64 favole, ciie
trascrisse di suo pugno, trenta delle quali non compariscono in altra fonte
(147). ^ Fe- dro venne in luce alla fine del sec. xvi nel cod. Pithoeanus, ora
in Francia (Mantes) presso il marchese de Rosanbo; il cod. Reniensis, scoperto
nel sec. xvii, peri in un incendio. ^ ps. Fexestella. Il De liomanorwn
magistratihus di A. Fiocchi fu erroneamente o maliziosamente attribuito a Fene-
stella (177), sino almeno dal 1469. Nel cod. Anibros. I 118 sup. f 76 porta il
titolo Fenestclla de magistratihus Roma- norum, con la sottoscrizione: Anno
1469. die ultimo iunii Gre- gorius hyadertinus de Pasinis propria niann
scripsit Phani. Festo Pompeo. Pesto Farnesiano. Noto al Rallo e al Leto (145)
prima del 1484, * Copiato nel 1484 dal Poliziano a Roma (154). — Compendio di
Paolo. Copiato in Italia nel sec. xiv (80). Un ' exemplar reverendae vetustatis
' incompleto (A-N) venuto in luce a Firenze nel 1427 (135). Scoperto prima del
1 V. Zabiijthin Giulio Pomponio Leto II .380 n. 103. ' G. Thiele in Hermes XLVI,
1911, 633-37. » Teuffel Scliwabe Gesch. der ròm. Liter. § 284, 4 ; .Sclianz § 866. < V. Zabughìn
Giulio Pomponio Leto, Roma 1909, I 193-96, II 122; S. Pompei Pesti De rerbnr.
signif. ed. Liuditay, I.ipsiae dal Cusano (II 28): da esso forse deriva la
copia fatta a Basilea nel 1433 (134). Scoperto da Poggio a S. Gallo (80), da T.
Ugoleto (143). Altri possessori (103, 206, 218). FiLARGiRio. Scoperto dal
Sassetti in Francia, ora cod. Laur. 45, 14 (139). Lo adoperò il Poliziano
(150). i FiRMico Materno. Mathesis. Abbastanza noto il testo mu- tilo (libri
I-IV): in Francia (II m\ in Italia (25, 26, 85, 94). Ne scopri un testo integro
(libri I-VIII) verso la fine del sec XV il Negri in Germania, dove era venuto in
luce sin dal 1468 (145).- Il cod. Harleian 2766 del sec. xv (testo mutilo)
sotto- scrive: Nil deficit sccundum esemplar Montiscasinense. '^ Floro (L.
Anneo). Epitoma. Il Salutati la assegna a Se- neca, Dom. di Bandino a Giulio
Floro (II 185). Assai nota : in Francia (II 68), in Germania (113), in Italia
(12, 16, 24, 37; II 44, 45, 102, 142, 155). Floro (P. Annio). Vergilius orator
an poeta. Frammento scoperto dal Cusano prima del 1432 (II 21). Stampato la
prima volta dal Ritschl in Rhein. Mus. I, 1842, 303. Foca e ps. Foca. Ars. Nota
al Bury (II 9), ad Amplonio (II 15), a L. Valla (133-4). La vide il Poliziano a
Venezia presso Gio. Gabriel nel 1491 * e Poggio a Fulda nel 1417, come si
rileva dal Commentarium del Niccoli (II 192) : In monasterio fuldensL... Phocas
grammatictis. — De nomine et verbo. De aspiratione. Copiati e stampati nel sec.
xv (133). — Orthographia. Presso Amplonio (II 15). Stampata la prima volta nel
1900 (134; II 15). FoRTCNAZiANO (Attillo). Ars. Scoperta a Bobbio dal Gal- '
Cfr. C. Barwick De lunio Filargirio VergiUi interprete in Comment. philol. len.
vili, II 1909, 59s8, dove si dimostra clie il cod. Laur. col Pa- ri};. 7960
formano una classe contrapposta al Parig. 11308. - Del 1468 è appunto il cod.
Norimberghese V 60; e press'a poco dello stesso tempo l'esemplare di Giovanni
.Marcanova, ora Marc. lat. VI l/JH. Sulla scoperta e divulgazione del testo
integro vedi lulii Firmici Ma- terni Mathes. ed. Kroll et Skutscli, Lipsìae
1913, II p. XV-XXXIII. •* L'esemplare di Montocassino, trovato da Poggio nel
1429, non esiste pili (ib. p. IX-X). Sarà stato copiato nel cod. Harleian? o
questo sarà stato collazionato con quello? * Cod. Monac. lat. 807 f. 67 Ara
Focoe. 224 RIASSUNTO FILOLOGICO («ap. IV biate nel 1493. I primi editori
attribuirono a Fortunaziano anche il De metris di Cesio Basso (158, 162j.
Fortunaziano (Chirio Consulto). Ars rhetorica. Scoperta dal Capra nel 1423
(101-102, 104) e dall'Aurispa nel 14.33 a Co- lonia (116), nella cui cattedrale
il codice è tuttora, i Nota al Polenton (186). Copiata nel cod. Laur. Aedil.
168 sec. xv f. 189. ps. Fortunaziano. Coìnputtis. In un cod. Ambros. del 1462
(130). Fragmentum Arati, v. Germanico. Frontino (S. Giulio). Strategemata,
(chiamati anche De arte belli, Il 154). Assai noti : in Francia (II 34, 81), in
Ger- mania (113), in Italia (14, 25, 78, 101, 104, 207, 209; II 44, 50, 126,
143, 154). — De aquaeductihus. Scoperto da Pogijio nel 1429 a Montecassino (85,
88). Un altro esemplare esisteva a Hersfeld nel 1425 (108), cosi descritto nel
Commentarium del Niccoli (II 192): In monasterio hersfeldensi... lui ti
Frontini de afjueductis que in tirhem inducunf liher I. Incipit sic: Persecutus
ea que de modulis dici fuit necessartum.... (§ 64). Continet hic liber XIII
(fblia). Item eiusdem Frontini liber. Incipit sic: Cum onmis res ab im-
peratore delegata interiorem... (§ 1). Continet XI folia: donde vediamo che
l'ordine dei due libri era invertito. Presso il Pon- tano copiato da esso.*^ —
Estratti gromatici. A Firenze (150). — Epistulae. A Ferrara nel 1436 (128): ma
erano estratti gromatici. '■'■ V. Gromatici. ps. Frontone. Gli fu falsamente
attribuito l'anonimo De nomintim verborumque differentiis scoperto a Bol)bio
(158, 162). Fulgenzio (Planciade). Mithologiae. Abbastanza note; in Francia (II
76), in Germania (II 14), in Italia (9, 130. 220; II 50, 89, 188). —
Continentia Vergiliana. Presso il Petrarca ' Al n. Cl.XVI, P. Lehmann
Franciscus Modiws ah Handschriftenforscher, Miinclien 1908, ?5. 2 P.
Fil.ìngierì Documenti ecc. Ili .IT. s R. Sabbadini in Rivista di filol. XXXIX,
1011, 242. cap. IV) AUTORI LATINI 225 (25), Amplonio (II 14). Copiata a Basilea
nel 1433 (135). — Expositio antiquorum sermonum. Scoperta dal Boccaccio (31,
33, 41) ; scritta di mano del Salutati nel cod. Laur. Conv. soppr. 79 f. 109.
Fulgenzio (vescovo di Kuspe). Scambiato col initografo (9, 211). ps. Gallo. Le
elegie di Massimiano fino dalla prima metà del sec. xv furono (per errore?)
attribuite a Gallo e col suo nome stampate nel 1501. Ma già nel sec. xv erano
state stam- pate col nome vero (179, 181). A Gallo fu anche attribuito il carme
' Lydia bella ', scoperto o forse contraffatto dall'Alle- gretti nel 1372
(179). Cod. Malatestiano XXIX sin. 19, del 1475: Galli poete carnieri in Lydiam
puellam ; indi: Eiiisdem in Gallam ' 0 mei procul ite nunc amores ' (45
falecei, tutti col trocheo in prima sede). Il nome di Gallo servi ad altre
falsificazioni nel sec. xvi (181). Gelasio. Opere vedute dal Pastrengo nella
Capitolare di Verona (10, 215). Gellio (nel medio evo Agellio per À. Gellio 92;
II 118). 11 testo s'era diviso in due parti : l'una coi libri I-VII, l'altra
coi 1. IX-XX; il 1. VIII è irreparabilmente perduto (92). ^ Le notizie di un
Gellio integro, p. e. presso Gio. Calderini e Al- fonso vescovo di Burgos (92;
II 157) devono intendersi di vo- lumi che portavano riunite le due parti :
perché non tutti le possedevano entrambe. Noto al Bury (II 9), al Montreuil (II
68), al Clémangis (II 82), al Cusano (111; II 24), al florile- gista del 1329
(II 95), al Pastrengo (6, 8-9, 13, 19, 20), al redattore del cod. di Troyes (II
118), al Petrarca (25, 92), a Benzo (II 143), a Lapo (II 172), a Gasp. Barzizza
(36), al Do- minici (II 177), a Domenico di Bandino (II 183), al Corvini (74),
al Cantelli (97), ai Decembri (138, 205). Il Niccoli trovò un testo con
quattordici libri: VI-VII; IX-XX (92). Un ' vetu- stissimum esemplar '
adoperato dal Niccoli (92). Nel 1432 ne allestì un' edizione coi passi greci
Guarino (97). Nei codici la ' II Gellio posseduto dal Pistoiese Zoinino, ora
cod. Parig. 18528 del sec. XV, al posto del libro Vili ha alcuni fogli vuoti,
con la nota in mar- gine: Iste liber deficit et adhuc meis temporibus non
reperitiir. R. Sabbadini. Le scoperte dei codici, 15 226 RIASSUNTO FILOLOGICO
(cap. IV l)refazione (mutila) ora si trovava al principio, ora stava ac- codata
al libro XX (II 24-25, 183). Nel codice trovato dal Cusano stava al principio
(II 24). Gencciae. Trovate dal Laniola a Milano nel 1427 (103). Gennadio. De
viris illustribus. Noto ad Amplonio (li 16), .1 Gio. Hesdin (II 35), al
Clémangis (Il 80), al Colonna (li 54). Il testo della Capitolare veronese
veduto dal Pastrengo alla vita d'Agostino accoda l'elenco delle opere compilato
da Possidio (i\ 9, 10, 20, 215). Germanico. Aratea. Il Fragmentum Arati trovato
in Si- cilia comprendeva i v. 1-430 e il fragm. IV 52-163; sin dal 1429 lo
possedeva Poggio (85, 203), più tardi il Panetti (188). ITna collezione più
completa era in mano del Salutati, di cui si conserva il codice (35, 85). Le
due collezioni furono stam- pate da G. Valla nel 1488 (149). Giovanni da
Salisburt (104 ; II 2) (Saresberiensis, ni 1180). Adoperava fonti antiche, poi
perdute. Era citato come Poli- cratus (Policraticus), che è il titolo della sua
opera princi- pale (6, 20, 219; II 7, 39, 43, 103). II Calderini ne stese
l'indice (II 157). Giovenale. Note biografiche presso il Pastrengo (11-12), il
Colonna (II 55). Testo con glosse posseduto da Gio. Hesdin (II 35), da Benzo
(II 141). Notissimo: in Francia (II 32, 67, 76, 80), in Germania (II 13, 28),
in Italia. Un esemplare ' langobardis literis ' ebbe il Poliziano dal Gaddi
(152). Cinzio da Ceneda lo commentò (107). Ug. Pi- sani lo escludeva dalle
lezioni pubbliche (201). GiovEN'CO, v. luvencus. Girolamo. Assai adoperato: in
Inghilterra (II 8), in Ger- mania (19; II 16, 27), in Francia (II 63, 66, 80,
102), in Italia. Il più appassionato raccoglitore di scritti di Girolamo fu
Gio. d'Andrea, che ne dà un elenco si- stematico nel leronimianus (II 159-163).
ps. Girolamo, v. Aethicus. Giulio Celso, v. Cesare. cap. IV) AUTORI LATINI 227
Giulio Paolo. Sententiae (nella Lex romana Visigothorum). Scoperte a Strasburgo
nel 14:^3 (117). ^ Giustiniano. Institutiones. Presso Amplonio (li 14).
Giustino, compendiatore di Pompeo Trogo. C'era chi lo identificava al martire
(9; II 186). Qualcuno s'era illuso di aver trovato l'originario Trogo, come
l'Adimari in Spagna nel 1418 (8(i); Andrea Giuliano l'andò a cercare in
Germania.* Spesso vien citato come Trogo o coi due nomi insieme: lu- stinus ex
Trogo (II 142). Assai noto: in Francia (II 34, 68), in Italia. Glosa de
partibus orai ionis. Scoperta a Bobbio nel 1493 (163). Glossarla graeco-latina.
Presso Amplonio (II 15). Il famoso Harlcian 5792 scoperto dal Cusano prima del
1437 (110, 112; II 26). Altri presso altri (53, 138). Uno ' persimilis Polluci
• trovato a Bobbio nel 1493 (162).Glossarum libcr. Lo adoperavano il Salutati e
Dom. di Bandino, che giustamente lo reputavano fonte di Papia (II 190). Il
Liher vocabulorum, che il Cremona aspettava nel 1430 e. dal- l'assistente
dell'arcivescovo di Milano (103), era con ogni pro- babilità il Liber
glossarum, ora cod. Ambros. B 36 inf., il quale proviene dalla sacristia del
duomo e si trovava in Milano sin dal principio del sec. xiv. ^ GoDFREY DI
WiNCESTER (m. 1107). Veniva spesso citato col nome di Marziale, di cui fu
imitatore (220; II 76, 92). Goffredo da Viterbo (medievale). Pantheon. Noto a
Dio- nigi (II 43). Gradibus (de) cognationum. Scoperto da P. Donato a Spira nel
1436 (119). Graphia aureae urbis iìowae. Nota a Benzo (II 136) e al Cavallini
(II 50). ' Il cod. è ora il Berneng. 263 del sec. ix. L'ebbe da Strasburgo Oio.
Sìchart (Sichardas), che l' adoperò per la sua edizione della Lex Visig. ' Basileae 1628 ' (P.
Lehinann Johannes Sichardus und die von ihm benuteten Biblioth. und
Handschriften, Miinchen 1912, 55, 77-S, 188-4). 2 Cod. di Oxford Canon, lat. 281, Coxe III 231. 3
Archiv. star. Lombardo XXXVII, 1910, 219-21. 228 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV
Grazio. Cynegeticon. Scoperto in Francia dal Sannazaro nel 1502 e; il suo
codice è fonte unica del testo (140, 165, 212). Gregorio Magno. Molto noto: in
Inghilterra (II 8), in Ger- mania (II 16), in Francia (II 66), in Italia (7,
89, 119; li 44, 50, 55, 88, 99, 138). Gregorio di Touks. Hisforia Francorum.
Nota al Pastrengo (10), al Clémangis (II 80). Gkillio. Super Topicam M. Tullii
Ciceronis. Super pri- mam Rhetoricam (De inv.) Tullii. Super libris quinque
Boc- thii de consol. philos. Scoperti tutt' e tre da Amplonio (II 14). —
Rhetorica. Scoperta da Dionigi (II 41). Gr ornatici. Frammenti scoperti dal
Cusano fll 21). Co- dice gromatico, col falso nome di Varrone, presso il
Petrarca (25). Verso la metà del sec. xv pervenne a Firenze il cod. Laur. 29,
32: lo adoperarono il Della Fonte e il Poliziano (150, 151, 1.56, 170). Un
codice più completo, ora a Wolfen- btittel, fu scoperto dal Galbiate a Bobbio
nel 1493 (159, 160). Il codice gromatico, ora Vatic. Palat. 1564, fu veduto nel
1417 da Poggio a Fulda. Ecco com' è descritto nel Commentar ium del Niccoli (II
192): In monasterio fuldensi... Julius Fron- tinus Celso de agrorum qu alitate, qui liher
est multis figiiris pictus. Incipit sic: Notum est omnibus Gelse... Siculi
Flacci de conditionibus agrorum. Opus
etiam figuris pictum. ^ V. ps. Cesare, ps. Frontino. He r bis (De). Trascritto
a Basilea nel 14.33 (117). Historia Augusta. Questo titolo complessivo
apparisce già nell'ed. pr. ' Mediolani 1475': Historiae augustae scrip- tores,
curata da Bono Accorso. Fu desunto dal testo stesso: Cornelium Tacitum
scriptorem historiae augustae.* Nel 1385 il Rambaldi aveva intitolato Libellus
augustalis il suo compendio degli imperatori romani (Il 156). Il cod. Vatic.
Palat. 899 del sec. ix, il capostipite di tutti gli altri (147), nel sec .\iv
era a Verona: ivi lo videro Benzo • Cfr. P. Lehinann Johannes Sichardus 1
15-17. * Histor. aug. il 178 Peter. cap. IV) AUTORI LATINI 229 prima del
1310(11 144-5), il nian8Ìonario Giovanni (che s'accorse del disordine
nell'impaginatura 3; II 89), il florilegista del 1329 (2; II 94), il Pastrengo
(15, 21). Da Milano ' VII cai. augusti ' (1354) ne chiese al Pastrengo una
copia il Petrarca: ' Libro ilio valde egeo in viroruni illustrium congerie, cui
hos humeros qualescumque subieci. Gli bisognava per il De viris illustrihus.
Duo anni dopo gliene fu tratto a Verona un apo- grafo (15-16, 22, 25, 26) da
Gio. di Campagnola, l' apografo che è ora il cod. Parig. 5816, con la nota di
mano del Pe- trarca: ' hunc feci scribi Verone 1356 '. ^ Se il codice veronese
fosse stato in mano di privati, probabilmente il Pastrengo glielo mandava a
Milano; ma doveva appartenere al capitolo. Più tardi esso archetipo venne in
possesso, non sappiamo per qual via, del Petrarca che lo postillò: una di
quelle postille è posteriore al 1367 (22). Dopo del Petrarca passò, nemmeno qui
sappiamo come, al Manetti (147), da lui alla Palatina di Heidelberg e
finalmente alla Vaticana. Conobbero 1' Hist. aug. Lapo (II 173), il Rambaldi
(II 155-6), il Colonna (II 57), Te- daldo (II 176), Gasp. Barzizza (36), il
Bruni (173), il Poliziano (153). Ne scopri estratti il Cusano (21; II 25). lanua,
v. Donato. Igino. Poeticon astronomicon. Noto ad Amplonio (II 13), al
Boccaccio,^ a Dom. di Bandino (II 189), al Costantini, al Poliziano (155).' Lo
vide Poggio a Fulda nel 1417; infatti nel Commentar ium del Niccoli (II 192)
leggiamo: In monasterio fuldensi: Hyginus de astrologia, qui incipit sic: '
Hygi- nus M. Fabio pi. sai. dicit. Etsi te studio gramniatice artis inductum '.
Ignazio. Epistulae. Erano a Nonantola (89). Le ebbe il Pa- rentucelli dalla
Cartusia Gallicana (91).3 Ii-ARio DI Akles. Noto al Clémangis (Il 80). '
Petrarc. Fata. IX 15 p. 55 Fracass. 2 P. de Nolhac Pétrarque et l'humanisme I 117, Il 48. 3
Boccacc. De geneal. ,deor . VJI
e. 41. * Sulla sua diffusione nel periodo del rinascimento cfr. B. Soldati La
poesia astrologica nel quattrocento, Firenze 1906, 75. = Forse invece di
Gallicana va letto Garegnana (presso Milano). 230 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV
Ilario di Poitiers. Opere note al florilegista del 1329 (II 97), al Clémangis
(II 80), al Cusano (Il 22), a Greg. Correr (Ufi), vedure dal Ferrantini a
Pomposa nel 1424 (89). Super aliquot ■ psalmos trovato a Pomposa dal
Parentucelli nel 1427 (91). Ilias latina. Nel medio evo quando citano Omero si
deve intendere di questo compendio latino, che ora i filologi vo- gliono
attribuire a Silio Italico o a Bebio Italico, i Nota a Benzo (II 141), al
Petrarca (24), in Francia (II 76), ad Am- plonio (II 13), al Sassetti (165). Il
testo scoperto da T. Ugoleto fu pubblicato nel 1492 e nel volume Ilomeri opera
e graeco traducta ' Venetiis MCCCCCXVI ' f. AAI - BBII con la sot- toscrizione:
Findari Illias emendcttissimi explicit ex exem- plari Thadaei Ugoleti. losEPH
IscANUs (sec. XII), traduttore in versi di Darete. Noto a Verona (13; II 192).
Isidoro. Divulgatissime le £'<«/woZo^«ae: in Francia (Il 66, 80), in
Germania (II 16), in Italia ps. Isidoro, v. Differentiae. luLius Obsequens.
Scoperto da Giocondo (171). luvENCUs. Copiato in codici del sec. xv (p. «.
Brit. Mus. Add. 19744 del 1467-68 e Querin. di Brescia C VII 15 f. 1
anepigrafo). Lattanzio Firmiamo (il ciceroniano II QQ). Institutiones.
Notissime: in Inghilterra (II 8), in Germania (II 15, 28), in Francia (II 66,
80), in Italia (27, 88, 119, 122, 295; II 44, 50, 96, 172, 186). Ne scopri un
esemplare ' vetustatis pene de- crepite ' il Mainenti al concilio di Basilea
(118). — De ira dei. De opificio hominis. Meno divulgati. Li ebbero Ampio- nio
(II 16), il Montreuil (II <ò6), F. Barbaro fin dal 1416 (73). De opif.
scoperto a S. Gallo (79). Nel 1426 il Parentucelli trasse da Nonantola il
celeberrimo codice, ora Universit. di Bologna 701 (già S. Salvatore), c'ie
oltre alle tre opere note, contiene V Epitome, allora nuova (90, 218). 1 Poetae
latini minores ree. Vollmer. II. Ili, Homerus Latinus idest Baebii Italici
Ilìaa latina, Lipsiae 1913. Il nome Baebius è degnato dal cod. Vindobon. lat. ps. Lattanzio. Phoenix. Scoperta dal Cusano
i)rima del 1432 (II 21) e poi trovata a Strasburgo nel 1433 (116-17). — De
passione domini (' Quisqnis ades ', in 80 esametri). Tra- scritto in più codici
del sec. xv : il Classense 297 (124), l'Uni- versit. di Bologna 401 e il
Querin. di Brescia G IV 10, que- st' ultimo col titolo : Liber de cruce domini
feliciter incipit secundum Franciscum patriarcham (124),^ dove sarà da leg-
gere : Franciscum Fetrarcham. Lattanzio Placido. Commento a Stazio. Noto al
Boccaccio (28-29, 33). Fu confuso con Lattanzio Firmiano, ma Doni, di Bandino
li distinse (II 18(3). — Glossae. Copiate a Basilea nel 1433 (134-35). Note
all'Orsini (135), al Parrasio (170) e a Ma- riangelo Accorsi che ne cita una:
Gnarurem dici gnarum scientemque invenimus apud Placidum grammaticnm nescio
quem).2 Sui codici Vaticani del sec. xv cfr. Cori). Gloss. Lat. V, p. VIL ps.
Lattanzio, v. Breviatio fab. Laus Fisonis. Nota al Pastrengo col titolo Lucanus
in Catalecton (17). E forse la Laus correva anche sotto il nome di Lucanus
minor, perché la Pharsalia in un cod. di Pavia s' intitolava Lucanus maior?
Legenda S. Benedicti longa. Ottenuta a Firenze da Montecassino (89). Leone
papa. Sermones. Portati di Francia dal Parentucelli (107). Noti a Gr. Correr
(119). ps. Lepido. Sotto questo nome L. B. Alberti pubblicò nel 1426 la sua
Fhilodoxeos (171). Lessici, V. Glossario. LiBERiL'S poeta. Nel catalogo di
Niccolò V (125). Livio. Negli anni 1318-24 a Padova, sotto Iacopo I da Carrara,
si scopri la presunta tomba di Livio (Il 56). Il medio evo conobbe tre sole
deche: la I, III e IV, e nemmeno com- plete, perché mancava il libro XXXIII.
Nella copia di Benzo poi il libro XL giungeva press' a poco al e. 15 (II 142).
Cosi 1 Cfr. Studi ital. di filol class. XIV 37-38, 87. 2 M. Accursii Biatribae,
Romae 1624 f. 12'' ; cfr. C. G. L. V 24, 17. 3 R. Sabbadini in Rivista di
filol. RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. iv nella copia del Petrarca il XL resta
tronco al e. 37 (li 46). Nell'edizione ' Mediolani 1495 ' il Minuziano con
l'aiuto di ' vetustissima exemplaria ' supplì i e. 41, 18-43, 8 del libro XXVI,
che si trovano solo in codici recenti. Il libro XXXIII fu scoperto nel 1015 da
Giovanni Horrion nel cod. Baniberg. M IV 9 del sec. xi e venne per la prima
volta stampato in- tegralmente nell'anno successivo 1616 in tre città: Roma,
Ve- nezia e Parigi.i Una leggenda faceva risalire a Caligola la distruzione
delle deche (II 56). Di tanto in tanto si spargevano notizie dell'esi- stenza
di un Livio intiero (107). La II deca fu ripetutamente cercata, ma invano (Il
37, 142); Andrea Giuliano intraprese a questo scopo un viaggio in Germania.* Fu
nn' illusione del Ca- vallini che essa si conservasse a Montecassino (II 49),
come s'illuse il Colonna d'aver veduta la V a Chartres (II 56), mentre forse
era la IV. I primi cinque libri della V vennero alla luce solo nel 1527 per
opera del Grynaeus (164, 171, 212). In un codice del Pizolpasso (perduto) pare
si trovassero frammenti nuovi, poiché scrive P. C. Decembrio: Cum vetustissimnm
co- dicem nuperrime nactus studiose lectitarem et eo maxime quod plurima e
Livio sumpta animadverteram, ex bis potis- simum libris qui iampridem periere.*
Nelle citazioni alcuni ponevano il numero successivo de'sin- goli libri (da uno
a quaranta, II 94), altri designavano la I deca con ab urbe condita, la III con
bellum punicum, la IV con bellum macedonicum (II 44, 156). Coloro che
adoperavano Livio, conoscevano, meno poche eccezioni, le tre deche. Notissimo:
in Francia (II 34, 63, 68, 76, 81), in Inghilterra (II 8), in Italia Il Bruni
ebbe la III deca ' ex vetnstissi- < Cfr. l'ediz. dì Livio del Lemalre,
Paris. 1825, XII, I p. 137, 342. Il libro XXXIII era anche nel cod. Mag-ontino,
ora perduto, che comprendeva la IV deca da XXXI 17 a XL e fu adoperato per
l'edizione dì Hagonza del 1519 e quella di Basilea, curata dal Gelenius, del
15-35. 2 Cod. di Oxford Canon, lat. 281, Coxe III 281. 3 R. Sabbadìni in Studi
ital di filol. class. XI 268. cap. IV) AUTORI LATINI 233 ma scriptura ' (75).
11 Fregoso s' impadroni dell'esemplare pe- trarchesco (184). I tre volumi di
Cosimo de' Medici, ora a Be- sanQon, furono tratti ' ex vetustissimo exemplari
' (183). — Pe- riochae. Erano rare ; le possedevano Piero di Dante (? II 102),
Dom. di Bandino (II 181) e il Petrarca (25); l'esemplare petrar- chesco passò
nelle mani de' Barzizza e del Parrasio (25). Le tre deche furono volgarizzate
in francese dal Bersuire II 84). Lucano. ' Poeta historicus ' (II 100, 155,
156). Curioso l'equi- voco, tradizionale, di Ugo di Trimberg e di Amplonio, che
asse- riscono cantata da Lucano la guerra punica (II 13). Notissimo: in
Germania (II 13), in Francia (II 32, 34, 67, 81), in Italia A. Decembrio ebbe
un codice ' an- tiquissimus ' (138). Alcuni luoghi palinsesti in un cod. di
Bob- bio (163). ps. Lucano, v. Laus Pisonis. Lucrezio. Scoperto nel 1417 (a
Fulda? II 192) da Poggio, il quale credeva mutilo il suo testo (80, 82).^ Il '
codex oblon- gus ' del sec. ix. proveniente dal duomo di Magonza, era già noto
nel 1479.* Ltra (de) Niccolò. Triglossum. Presso Amplonio e il Pe- trarca (II
15). Macrobio. Saturnalia. In somnium Scipionis. Molto noti: in Inghilterra (II
9), in Germania (II 14, 27), in Francia (II 68, 79, 82), in Italia Un codice '
vetustissimus ' ricevette il Poliziano dal Michelozzo (152). II Capra e il
Corvini possede- vano esemplari coi passi greci (74, 101, 104). — Estratti
gram- maticali. Scoperti a Bobbio (163). Volgarizzamenti (195). ' Il codice
trovato da Poggio derivava dallo stesso archetipo di 0 Q, piegando più verso 0.
Dall'apografo poggiano, perduto, discendono più o meno direttamente i codici
umanistici, tra i quali il più fedele è il Lanr. 35, 30, copiato dal Niccoli.
11 Laur 35, 81 rappresenta una vera edizione umanistica (C. Hosius in Mhein. Mus. LXIX, 1914, 109-122). ' T.
Lucreti Cari De rer. nat. ree. C.
I.achmannus, Berol. 1863, II, p. 6. 234 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV Maluo
Teodoro. De mefris. Copiato e stampato nel sec. xv (133). Posseduto da A.
Trebisonda nel cod. di Wolfenbuttel 2876 (Heinemann). Manilio (o Manlto).
Astronomicon. Scoperto da Poggio fa Fulda? II 192) nel 1417 (80). Ne scopri un
esemplare indipen- dente, sotto il nome di Arato, il Cusano (113; II 2I).Un
terzo esem- plare provenne da Montecassino al Panormita e da costui a Lo- renzo
Bonincontri (146), il quale nel commento a Manilio, f. 3,' cosi lo descrive:
Sed tamen multa de ipsius (Manilii) nomine perscruptando, accepi ab Antonio
Panormita... cura Alfonsi (m. 1458) temporibus Neapoli essem, quosdani
quinterniones valde perturbatos vetustissimosque, quos ex bibliotheca
cassinensi se accepisse dicebat quosque mihi tradidit dirigendos (cioè dige-
rendos), in quibus in onini librorum principio talis inscriptio erat: L.
Manilii poete illustris Astronomicon incipit. In ceteris libris numerus cum
eadeni inscriptione: quos ego quinterniones transcripsi una cum Gallina siculo,
in quibus etiam quosdam versus pluribus locis inveni, quos in exem- piaribus
Poggii aut impressorum deesse cognovi. Un quarto esemplare, col nome ' Manlio '
e probabilmente in lettera maiuscola, ne possedeva a Padova Pietro Leoni, da
cui l'ebbe nel 1491 per la collazione il Poliziano (1-54-55, 169-70).' Marcello
Empirico. Medicamenta. Forse scoperti dal Pa- normita (99). Li vide Poggio a
Fulda nel 1417; leggiamo in- fatti nel Commentarium del Niccoli (II 192): In
monasterio fuldensi: Marcellus vir illustris ex magno officio Theodosio seu
filiis sai. d. Incipit sic: ' Secutus opera studiosorum virorum qui licet
alieni fuerint ab institutione medicine '. Opus egregium. V. ps. Celso. ps.
Mario Rustico. D. Calderini finse d'averlo trovato in Francia (179, 180).
Martino di Braga. De formula vitae honestae (o anche De copia verborum), in due
parti, delle quali la prima tratta De quafuor virtutihus, la seconda De
tnoribus. Quest'opera » Cfr. e. Di Pierre in Giorn. star, della lett. ital. 55,
1910, 9, 11. cap. IV) AUTORI LATINI 236 ora intiera ora in estratto girava nel
medio evo sotto il nome di Seneca (185), a cui però il Colonna contesta la
paternità (II 57).i La citano p. e. Amplonio (II 14), il Polenton (185).
Martirio, v. Adamanxio. Marziale. Noto al Bury (II 9), in Parigi (II 76), al
flo- rilegista del 1329 (II 92), al Pastrengo (8), al Petrarca (? II 178),2 al
Montagnone (220), al Boccaccio (29), a Dom. di Ban- dino (II 184-5), a Gasp.
Barzizza nel 1407 (73), al Capra nel 1423 (101, 104 da un cod. antichissimo),
ad A. Decembrio (138 da un cod. ' antiquissimus '), a B. Valla (147 da un cod.
' langobar- dis characteribus ')• H Poliziano ne vide uno in S. Marco ' lan-
gobardis literis ' (152) e uno in Vaticana (154). Il Sannazaro scopri estratti
in Francia (140, 165). E di Francia era forse stato portato dal Sassetti il
cod. Vatic. 3294, venuto poi verso il 1485 in potere di T. Ugoleto (143), che
lo acquistò per conto del re Mattia.^ Gli Spectaculn uscirono alla luce nel
sec. xiv per mezzo di un codice ' vetustissimus ', nel quale essi erano segniti
dai primi nove libri degli epigrammi e da porzione del X. Questo esemplare fu
copiato dal Boccaccio ; dal medesimo esemplare trasse i soli Spedacula il cod.
Universit. di Bolo- gna 2221.^ Altri codici degli Spectac. furono scoperti dopo
il sec. XV (29, 33, 216-17). Nel cod. Malatestiano I sin. 6 Pier Cennini l'anno
1463 accodò al libro XIV gli Spectac. con que- sta nota: Hec que secuntnr
Epigrammata Martiali falso attri- buta snnt ; vetustissimi enim codices non
habent, quanquam nonnulli ex recentioribus in prima totius voluminis fronte
Labeant. Ug. Pisani escludeva Marziale dalle lezioni pubbliche (201). ps.
Marziale (197). Nel cod. di Ivrea LUI sec. xi esisteva Marfialis poeie
profetia.^ V. Godfrey di
Wincester. ' Cfr. E. Bickel in Bhein. Mus.
LX, 1905, 505-551. ^ R. Sabba dini in Rendic. del r. Istit. Lomb. di se. e
lett. XXXIX, 1906, 885. 3 A. del Prato Librai « biblioteche parmensi del sec.
XV, Parma 1905, 12. * R. Sabbadini in Rivista di filol. XXXIS, 1911, 248-9. 3
Mazzatinti Inventari IV 9. 236 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. iv Marziano Capella.
Molto noto: in Francia (139; II 32, 82), in Inghiterra (II 9), in Germania (II
14), in Italia (14, 24, 217; II 102, 143). Ne ebbe un testo ' vetustissimus '
il Poliziano (152). Il codice ' admirandae vetnstatis ' noto a T. Ugoleto stava
nel 1482 nella sacristia di Parma; poi fu venduto al padre di Ugo Grozio e da
costui adoperato per l'edizione del 1599.' Massimiano. Noto al Montagnone
(220), al Petrarca (?24), al Salutati (3ò), ad Amplonio (II 13). V. ps. Gallo.
Maximinus. Be ratione metrorum. Be caesuris. Copiati e stampati nel sec. xv
(133). Maximl's ViCTOKiNUs, V. MetroHus. * Melitto. Noto a Benzo (II 138).
Mensihus (de). Trascritto in codici del sec. xv (126). Metrokius (pili che nome
di autore, è titolo che designa la materia). Be finalibus syllabis. Copiato e
stampato nel sec. XV e scoperto a Bobbio nel 1493 (159, 162, 163). Mirabilia
urbis liomae. Noti a Benzo (II 136). MoDESTiNo, V. Erennio ps. Modesto, v. ps.
Vegezio. Montibus (de) portis et viis urbis Romae. Scoperto da P. Donato nel
1436 a Spira (119). Musa Antonio. Virtutes herbe vettonice. Presso lo Zerbi nel
1474 (147). MusciONE. Genecia. Trovata dal Lamola a Milano nel 1427 (103).
Nemesiano. Bucolica. Probabilmente nel cod. di Rinaldo da Villafranca (16, 22)
alle egloghe di Caipuruio seguivano anonime quelle di Nemesiano. I due autori
erano invece no- minati nel cod. del Boccaccio (33-34). La conferma che il Boc-
caccio citasse Nemesiano si ha dal Crinito, che scrive: loan- nes Boccacius...
citat Nemesiani poetae versiculos.* Ter il cod. di T. Ugoleto vedi Calpurnio
Siculo. — Cynegetica. Scoperta in Francia dal Sannazaro nel 1502 e. (140, 165).
* Del Prato op. cit. 15, 16 ; A. Pczzana Storia di Parma IV App. p. 74. ' Ediz.
di Nemesiano di Aldo, ' Venetiis 1634 ' f. 26. cap. IV) AUTORI LATINI 237 Nipso
Giunio, gromatico. Presso Geroud (II 33). V. Gromatici. domina VII montium
Romae. In un cod. Bobbiense scoperto il 1493 (163). Nominibus (de) gallicis. Al
Corvini fu noto il fram- mento (74), clie ricorre in molti altri codici. Il
testo com- pleto è dato dal solo Vindob. 89 del sec. viii. Pubblicato da T.
Mommsen in Monum. Germ. histor. Auct, antiquis-. IX 613. Nonio Mahcei.lo.
Presso il Petrarca (25, 26),^ Guido da Pie- trasanta nel 1402 (86). Nel 1409 il
Capra ebbe dalla biblio- teca di Pavia il cod. petrarchesco e lo passò al Bruni
e al Niccoli (73). Nel 1415 P. Barbaro lo portò da Firenze e lo di- vulgò a
Venezia e a Padova.* Poggio ne mandò più tardi da Parigi un esemplare a Firenze
(83). Lo possedevano a Fer- rara nel 1436 (198). Notitia dignitatum. Scoperta
da P. Donato a Spira nel 1436 (119-20). Presso P. C. Decenibrio (206). Notitia
Galliarum. La cita il Salutati ^ con erronea attribuzione: Vibius Sequester sub
metropoli Viennensi con- numerat civitatem Genuensium, Gratianopolim et alias
plures civitates (cfr. Notit. Gali. § 11). La possedeva Gio. Corvini (74).
Scoperta a Spira nel 1436 da P. Donato (119). ps. OcTAviDS Oratianus. Gli fu
attribuito per errore VEu- poriston di Teodoro Prisciano (129). Orazio. Nel
medio evo le Odi e gli Epodi erano meno apprezzati e poco letti. Ugo di Trimberg
scrive nel suo Begi- strum del 1280: Horatius... Qui tres libros etiam feeit
prin- cipales [Sat , Epist., A. P.). Duosque dictaverat niinus usua- les,
Epodon videlicet et librum Odarum, Quos nostris tem- poribus credo valere
parum."* — Satirae. Epistulae. Notis- sime : in Inghiterra (Il 9), in
Germania (II 13), in Francia ' R. Sabbadini iu Kend. del r. Istit. Lomb. di se.
e ìett. XXXIX, 1906, 381-82. 2 R. Sabbadini I codici Trivuhiani del De off. di
Cicer., Milano 1908, 12-14; Id. in Misceli, di studi in onore di A. Aorte,
Trieste 1910, 618. 3 Epistol. IV, 1,
p. 97. < I. Hiimer in Sitzungsber. der k. Akad. der Wiss. in Wien 116, 1888,
p. 161 V. 66. 238 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV (II 32,
34 67, 79, 81), in Italia. Possedevano o conoscevano certamente anche le Odi :
Amplonio (II 13), il Montreuil (II 67), il Clémangis (II 81), il florilegista
del 1329 (II 92), il Pastrengo (11), Piero di Dante (II 101), il Petrarca (23),
Piero di Parente (li 166), Dionigi (II 44), Benzo (li 140). Avevano testi
glossati il Cavallini (II 50), Benzo (II 140). Un codice ' vetustissimus '
donato dal Vespucci al Poliziano (152). — Liber proverbio rum Oracii. Presso
Atnplonio (II 13). Sarà stata una silloge di sentenze? — VA. P. commentata dal
Buti (II 175). ps. Ok.\zio. Versus elegi epistoleqtie prosa oratione. Citati,
forse per equivoco, dal Polenton (176). Orestis tragoedia. Scoperta da Enoch
(140, 142). Origo gentis Romanae, v. Aurelio Vittore. Orosio. Historiae. Citate
di solito col titolo enimmatico di Ormesta (104; II 66). Notissime: in Francia
(II 34, 65, 76, 80), in Italia (9, 24, 122, 211; II 44, 45, 55, 94, 102, 119.
138, 155, 156). Ovidio. Divulgatissimo : in Germania (II 13, 27), in Inghil-
terra (II 9), in Francia (li 32, 67, 76, 81), in Italia. Conobbero anche 1'
Jbis il Montagnone (220), il Boccaccio (41), Dom. di Bandino ai 189). —
Halieutica. Scoperti in Francia dal Sannazaro, il cui co- dice è unica fonte
(140, 165). — Sappho Phaoni. Scoi)erta nel sec. xv. Sta già in un cod. del
1423; la conosceva il Panormita nel 1426 (99). Bono Accorso nell'ediz. delle
Me- tani. ' Mediolani 1475 ' f. 5 scrive: Tradnxit elegiam illam a Saphone
graeca compositam ; quod facillime persnaderi \)o- test cuni hic versus: l^st
iti te facies sunt apti lu- sibns anni et in praedicta elegia (v. 21) et in
libro Amo- rum (II 3, 13) reperiatnr. — Complementi alle Heroid. XVI e XXI
venuti in luce nel sec. xv (125). — Le Metam. com- mentate da Dionigi (II 38).
Tradotte in greco dal Planude (60). Ug. Pisani escludeva l' A. A. e il Remed.
dalle lezioni pubbliche ps. Ovidio. Molte contraffazioni ovidiane furono
composte nel medio evo, che sin da allora erano sospettate (177). — Risposte
umanistiche di A. Sani alle Heroides (176). V. Consolatio ; Breviatio fab.
Palemone. Ars. Scoperta dal Fontano (148) prima della morte del Panormita
(1471), a cni ne mandò un esemplare. Copiata dal Leto nel cod. Vatic 1491 e da
Lelio Antonio Au- gusto nel cod. Vatic. 5337 l'anno 1500.1 Scambiato con Vit-
torino (163). ps. Pale.mone. Differentiae ' Iram et iracundiam ', acefale. Esistevano
complete in un cod. di Montecassiuo, ora perduto, e cominciavano: ' Adipiscitur
et acquirit'.^ Palladio Rutilio. De agricultiira. Noto ad Amplonio (II 14), al
Montagnone (219), al Pastrengo (14), al Petrarca (25, II 126j, nel cod. Vatic.
2193, al Dominici (II 177), al Corvini (74), a F. Barbaro (nel cod. Parig. 6842
D). Pandette, v. Digest um. Panegyrici. Scoperti dall'Aurispa a Magonza nel
1433 in- sieme con quello di Plinio il giovane. V. Plinio il giovane. Paolino
vescovo di Nola. Opere presso Angelo Catone ar- civ. di Benevento in un '
antiquissimus codex ' consultato dal Poliziano a Firenze nel 1494.^ Paolo
Diacono, v. Eutropio, Pesto. Paolo Emilio, v. Giulio Paolo. Papi a. Esemplare
antico nella cattedrale di Reggio, cer- cato da Guarino (98) e veduto da
Ciriaco (123). ps. Pafiriano. De orthographia libri deceni. Inventato do-
losamente dal Tortelli (179). Papirio. Nel 1491 il Poliziano lesse a Venezia in
un co- dice del patrizio Gio. Gabriel Artificialis Papirti etymologia^ p.s.
Papikio. De situ Reatino. Falsificazione (178). 1 V. Zabaghin Giulio Pomponio
Leto, I 209. i R. Sabbadinì in Rivista di filol. XXXIX, 1911, 243-4. 3 C. Dì
Pierro In Giorn. star. d. lett. ital. 55, 1910, 8. * Cod. Monac. lat. 807 f.
67; forse è il frammento pubblicato in Gram- mat. latini K. VII 216. 240
RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV Pelagio. In Epist. Paulì. Noto al mansionario
Giovanni (II 88). Pelagonio. Ars veterinaria. Scoperta dal Poliziano (156).
Alcuni fogli palinsesti trovati a Bobbio nel 1493 (156, 163). Persio. Il poeta
dal ' tragicum os' (li 114). Notissimo: in Germania (II 13), in Francia (II 67,
81), in Italia Ma era meno popolare di Giovenale. Il Poliziano ne pos- sedeva
un 'commentarium literis langobardis' (153). Commen- tato dal Buti (II 175).
Ug. Pisani lo escludeva dalle lezioni pubbliche (201). Petronio. Il Carmen de
bello civili (e altri frammenti) presso il Montreuil sotto il nome di Afranius
(II 68-9); copiato in un cod. di Monaco il 1408. ^ — Una 'particula' scoperta
da Poggio in Inghilterra (83), il libro XV trovato dal medesimo a Colonia (83,
84). Posseduto dal Niccoli (86), da F. Barbaro (nel cod. Parig. 6842 D). — Cena
Trùnalchionis. Scoperta nel 1423 (128): certamente in Italia, perché la
scrittura è ita- liana. ^ ps. Petronio. Glosse che vanno sotto il suo nome
(134). Philomela. Presso il Salutati'' nel 1400 con attribuzione ovidiana.
Trascritta in codici del sec xv (126). Physiognomonia. Trascritta in un cod.
del sec. xv (128). Pier Damiano. Suo presunto autografo a Faenza (95). Placidi
Glossae; Placido, v. Lattanzio Placido. Plauto : da alcuni chiamato Plautus
Asinius (II 67). Le prime otto commedie (112) : note al Montreuil (II 67, le
cercò a Cluni), al Petrarca (24), a Bartol. del Regno (li 152), al Panormita
(103), al Polenton (184), a P. da Montagnana (187), a Pietro Tommasi. * Ne ebbe
estratti Amplonio (li 12). — Le ' Cfr. l'edìz. del Biiclieler, Berolini 1862,
XXXIV. ' Intorno alle varie ipotesi escogitate sull'ignoto scopritore cfr. K.
Sab- badini in Bivista di filol. XXXIX, 1911, 249-51. 11 codice era andato a
finire in Traù; e non è improbabile che qualcuno dei prelati dalmati, che presero
parte al concilio di Basilea, l'abbia di là portato in patria. ■> Epistol.
Ili 590. * A. Segarizzi La corrispondema familiare ecc. In Atti dell'i, r.
Accad. degli Agiati in Rovereto Xlll, 1907, p. 28 (dell'estratto). cap. IV)
AUTORI LATINI 241 nuove dodici commedie: scoperte nel 1425 a Colonia dal Cu-
sano per conto di Giord. Orsini (111. 112; II 17, 26); ^ il Cu- sano ne trovò
poi anche degli estratti (II 25). Possedute da A. Decembrio (138), da Albrecht
von Eyb (II 28), dal Fontano nel cod. Vatic. Barb. lat. 146.* Gasp. Barzizza
estrusse \e sententiae dalle prime otto (37); da tutte Bono Accorso, che le
stampò 'Tarvisii 1475': Plautina dieta memoratu digna a Bono Accursio Pisano
collecta. Plinio. Il medio evo confondeva i due Plini in una per- sona sola (3;
Il 68, 89-90). Primo distinse le due persone il mansionario veronese Giovanni,
il quale fu anche il primo ad assegnare a entrambi per patria Verona (3; II
90): seguito in ciò da Piero di Dante (II 103), da Gio. da Verona (II 193), dal
redattore del cod. di Troyes (II 118, 120) e da Domenico di Bandino (li 186).
Plinio il vecchio. Naturalis historia. Nota al Bury (II 9), al Montreuil (II
68), al mansionario Giovanni (3; II 90), al ilorile- gista del 1329 (II 95), a
Gio. da Verona (li 194), al Pastrengo (14), al redattore del cod. di Troyes (II
118), a Gio. d'Andrea (Il 157), a Dionigi (II 44), a Domenico di Bandino (II
186), al Do- minici (II 177), al Montagnone (219), a Gasp. Barzizza (36), a T.
Ugoleto (143), a Ferdinando d'Aragona (153). Il codice del Petrarca (25) passò
a T. Fregoso (184), quello del Salutati al Bruni (75). La copia del Perotto è
nel cod. Vatic. 1952, di Paolo li nel Vatic. 1593, la copia del Becchi fu
scritta a Ba- silea nel 1433 (117, 118). Il cod. Laur. 82. 1 e 2 fu forse fatto
venire di Lnbecca dal Niccoli (118): lo adoperò il Poliziano (152\ La redazione
di Guarino del 1433 è nel cod. Ambros. D 531 inf. — Physica (o Medicina) in
cinque libri. Scoperta dall'Anrispa nel 1433 e copiata in quell'anno a Basilea
nel cod. del Becchi (116, 117, 118). L'ebbe P. C. Decembrio (205) e in un testo
di tre libri suo fratello Angelo (138). — Sino- nime. Copiati a Basilea nel
1433 (117). — Bella Germaniae. Li cercò invano Dom. di Bandino (II 180). Credè
d'averli sco- 1 Cfr. K. Konig Kardinaì Giord. Orsini, Freiburg in Br. 1906,
89-96. 2 R. Sabbadlni in Rivista di filol. RIASSUNTO FILOLOGICO (caj,. iv perti
il Cusano (111 ; Il 24). Si diceva fossero ad Augsbnrg (li 24). Plinio il
giovane. Epùtulae. — a) Il corpo delle cento let- tere. Noto a Vincenzo di
Beauvais e al Burlaeus (3), a G. Col (li 59), al Montreuil (II 63), al
Clémangis (li 81), al re- dattore del cod. di Troyes (li 118), a Gio. d'Andrea
(Il 157), al Nelli (lì 174), a Dora, di Bandino (li 180 j. — b) 11 corpo degli
otto libri: I-VII, IX. Era nella Capitolare di Verona, dove lo lesse nel sec.
ix Raterio (Il 88). Nel sec. xiv l'ado- perarono il mansionario Giovanni (3; Il
90), il florilegista del 1329 (2; II 95), il Pastreugo (lo). Lo riscoperse
Guarino nel 1419 (96). Posseduto da A. Decembrio (138) e dal Pizol- passo (Il
23). Il cod. di otto libri del Cusano è di altra fa- miglia (II 2ii). — e) 11
corpo di nove libri. Stampato dallo Schurener a Koma nel 1474 e. (128). Non si
conosce il suo esemplare manoscritto. 11 cod. Vatic. 3864 coi libri I IV fu del
Leto (145, 167) — d) Il corpo dei nove libri con le epi- stole a Traiano.
Scoperto da fra' Giocondo a Parigi (164, 212). Il codice di Giocondo fu in
parte copiato, in parte collazio- nato nel volume Bodleiano di OxConl Auct. L.
4, 3. Ed ecco come. Questo volume contiene: 1) redizione dei nove libri di
Plinio del Beroaldo ' Bononiae H;8'; 2) l'edizione dell'A- vanzi del 1502 con
le Epistolae 4(i nujier repertae della cor- rispondenza con Traiano. Le 46
lettore nuove (a Traiano, cioò le 41-121 della nostra numerazione) |)eivennero
all'Avanzi ' Petri Leandri industria ex Gallia '. Ora nel testo del Be- roaldo,
al libro Vili, furono intercjiliiti otto fogli, sui quali una mano coeva, /,
scrisse le leiteie Vili 8, 3-18, 11, man- cauti al Beroaldo. La stessa mano J
nel testo dell'Avanzi in- tercalò dieci fogli (il primo di qurlli aiicsso è
caduto), sui quali scrisse le lettere a Traian > niiincanti : le 1-40 della
nostra numerazione. Un' altra mano, /, di [ìoco posteriore, in- trodusse
numerose correzioni margiuMli e interlineari, tanto sul testo stampato, quanto
sulle gini.te manoscritte; copiò la lettera IX 16 mancante al Beroaldo e alla
fine dell'Avanzi segnò questa importante nota: 'bue p.iuii iunioris epistolae
ex vetustissimo exemplari parisiensi et restitutae et emen- cap. IV) AUTORI
LATINI 243 datae sunt opera et industria ioannis iucundi prestantissimi
architecti hominis impriinis antiquarii '. La mano i è del fa- moso umanista
francese Guglielmo Bude, il quale perciò ebbe tra mano l'archetipo di Giocondo.
L'archetipo fu poi portato dall'ambasciatore veneto Mocenigo ad Aldo, che se ne
servi per la sua edizione del 1508, la prima che reca intiero il corpo delle
epistole a Traiano e degli altri nove libri. Da allora l'archetipo spari. ^ —
Fanegyricus. Scoperto insieme col corpo dei Panegyrici veteres dall'Aurispa a
Magonza nel 1133 (IIG). L'archetipo restò a Alagonza, dove fra gli anni 1458 e
1460 lo copiò e fece copiare Gio. Hergot nel codice Ui)8alicnsis [A), che è con
H (Harleian 2480) uno dei due apografi diretti. 11 Magontino è perduto. ^ Ne
ebbe copia P. C. Decembrio (205) per mezzo del Pizolpasso, che stava al
concilio di Basilea. Scrive il Decembrio al Pizolpasso:^ Per- legi Panegiricum
Plinii nostri... Gratias itaque uberrimas re- fero dignitati tuae, cuius opera
eifectum est ut Orpheus noster ex inferis rediret denuo. ps. Plinio. De viris
illustrihus. Lo adoperarono il Petrarca (24), Piero di Dante (li 102), A.
Decembrio (138); lo copiò Gio. da Verona (II 193). Il mansionario Giovanni ne
conobbe un testo completo (II 80), forse nella Capitolare Veronese. — Orntiones.
Falsa notizia della scoperta di venti orazioni (174). Plozio (Mario o M.
Claudio) '&\C¥.YiV>mE. Artium grammat. libri. Frammenti del libro III
scoperti dal Cusano (113; lì 25). I libri I e II scoperti dal Galbiate a Bobbio
nel 1493 (1(32). PoLEMio Silvio. Laterculus. Posseduto da Gio. Corvini (74) e
da Gio. JouftVoy (nel cod. Vatic. 630 del sec. x). Scoperto da P. Donato n
Spira nel 1436 (119). Pompeo (grammatico). Commentum Artis Donati. Posse- duto
anonimo dal Salutati (34-35). • Per tutto questo vedi E. Truesdell Merrill On a
Bodleian copy of Pliny's letters in Classical philolmjy II, 1907, 129156; e con
ciò restano iiimiillate le conclusioni del Hardy da me riferiti^: Scoperte
170-71. Sulla trasmissione delle lettere a Traiano cfr. lo stesso Merrill in
Wiener Studien XXXI, 1909, 250-58. ^ Xll Panegyrici latini ree. G. Bàbrens,
Lipsiae 1911, XII, XVI. 3 Cod. Eiccardiano 827 f. 2 v. 244 RIASSUNTO FILOLOGICO
(cap. IV Pompeo Trogo, v. Giustino. Pomponio Mela. Noto al Clémangis (II 82),
al Pastrengo (14), al Petrarca (25), a Doni, di Bandino (II 189), a P. C. De-
cembrio (206). Copiato a Basilea nel 1433 (135). Ponderibiis (de) carmen. I v.
1-163 copiati in codici del sec. xv (135). Il testo intero scoperto a Bobbio
dal Gal- biate nel 1493 (163). In taluni codici porta il nome di Remìns
Pavinius. ^ ps. PoRCiTJS Latro, presunto autore di una Catilinaria, v. ps.
Cicerone. PoRFiRiONE. Commentum Horati. Estratti scoperti dal Cu- sano prima
del 1432 (II 25). Scoperto da Enoch nel 1454 e. nella cattedrale di Augsburg
(140, 142).* Un altro codice, Va- tic. 3314, rinvenuto da Ag. Patrizi (148).
Raffaele Regio, nel suo Porfirione, stampato ' Venetiis 1481 ' afferma : unicum
enim ex antiquis (exemplaribus) duntaxat invenitur. Sarà stato l'e- semplare di
Enoch? Il Minuziano nella sua ediz. di Orazio con commenti ' Mediolani 1486 '
ha fatto uso di un ' Porpbyrio quidam antiquissimus '. PoRTUNiANO. Citato da
Gio. Saresberiense (20). Possidio. Catalogo delle opere di Agostino. Noto al
Pa- strengo (215). Prccatio terre. Precat io Ae r 6 arwm. Scoperte dallo Zerbi
nel 1474 (147, 148). Priapea (ottanta). Scoperti dal Boccaccio, che li aveva
attribuiti a Vergilio (31, 32-33; 41): tale attribuzione divenne poi comune.
Noti al Polenton. ^ Una scelta di quaranta stam- pati dal Bussi nell'ediz.
romana di Vergilio del 1469, la rac- colta intera, più ' Rusticus aerari' e '
Quid hoc novi est ' nella 2* ediz. del 1471. Ug. Pisani li escludeva dalle
lezioni pub- bliche (201). Prisciano. Institutiones. Molto note: in Germania
(19; II 15), in Inghilterra (II 9), in Francia (II 32, 76), in Italia (8, 1 A.
Riese Anthol. lat. 2* ediz. n. 486. 2 Cfr. P. loai'liimsohn Die ìmmanist.
Geschichtsschreib. in Deutschìand- Sigismund Meisterlin, Bonn 1895, 33, donde
sì rileva che Enocli mostrò in Augsburpf al Meisterlin il Porfirione trovato
ivi. ' K. Sabbadini in Studi itaì. di fllol. class. XV 260. cap. IV) AUTORI
LATINI 246 14, 2i, 104, 165, 219; II 4, 44, 89, 98, 176). — Ve numero et
pondere. Presso Aniplouio (Il 15). — Partitiones XII ver- suum Aeneidis. Presso
Amplonio (II 15). Scoperte a S. Gallo (79). — In carmina Tercntii. Presso
Amplonio (II 15), il Can- telli e Guarino (98). — De noni, pronom. et verbo.
Posseduto da L. Valla (123). — De laude Anastasii. Scoperto a Bobbio dal
Galbiate nel 1493 (163). — Periegesis. Trovata a Fulda nel 1417 da Poggio, come
risulta dal Commentarium del Nic- coli (II 192): In monasterio fuldensi:
Prisciani (Tramma- tici opus quod dicitur Perigesis hoc est descriptio orbis
terre. Veduto a Padova presso P. Leoni nel 1491 dal Poliziano, il quale scrive
(cod. Monac. lat. 807 f. 60): Die XI iulii 1491, hora 10 Patavi, contuli
Priscianum De situ orbis anti- quissimum, qui erat Petri Leonis medici
excellentissimi. ps. Pkisciano. De accentibus. Noto ad Amplonio (II 15), al Pastrengo
(14), al Tortelli ecc. (133). v. Dionigi Periegeta ; Ermogene, (autori greci).
Pkobo. Instituta artiiim. Scoperti da Poggio a Fulda nel 1417 (81; II 192-3).
Presso Hartmann Schedel (II 30) e nella biblioteca di Pio II (81). — Catholica.
Scoperto dal Galbiate e dal Parrasio a Bobbio (158, 159, 102). — De nomine.
Sco- perto a Bobbio (102). — Notae iuris. Scoi)erte, pare, da Ci- riaco;! il
codice più antico appartenne al Pizolpasso (121). ^ Può sorgere il sospetto che
non il Pizolpasso derivi il testo da Ciriaco, ma viceversa. Ciriaco nomina
molti illustri perso- naggi veduti in quell'occasione (novembre 1442) a Milano:
perché tace dell'arciv. Pizolpasso? ps. Probo. De ultimis syllabis. Scoperto a
Bobbio (162). — Commento a Giovenale. Scoperto da G. Valla (149, 212) ; so-
spettato dal Poliziano e dal Pasi (169). Scrive il Filelfo in una lettera
autografa a Cicco Simonetta del 6 (?) settembre 1472:^ ' Commentariorum Cyriaci
nova f'ragmenta, Pisauri 1763 (pubblicati ila A. degli Abati Olivieri) 1 n. '
Valerii Probi notas iuris'. '' Il Pizolpasso mori nel febbraio 1443 fcfr.
Archiv. storie. Lomb. XXXVII, 1910, 221). ■i Archiv. di Stato di Milano.
Autografi, lettera di P. Filelfo e (?) sett. 1472. Pubblicata malamente dal
Benadduci in Atti e memor. r. deputai, ttor. per le Marche, Y, 1901, 192. 246
RIASSUNTO FILOLOGICO (jap. iv Magnifice compater... Praeterea ve pregho me
mandate quelli tre 0 vero doi quaderni che sono di Probo in Giovenale, li
quali, secondo me ha dicto messer .Io. .Tacomo, è dietro al luvenale. S[ub]ito
li farro transscrivere o vero li transscrivero io medesemo. Vale. Ex Mediolano
(Y?) I septembris 1472. Plii- lelfus. Maffnifico militi et sapientissimo ducali
secretano d. Ciccho compatri honorandissimo. Papiae. A Pavia, dove il Filelfo
s'indirizza, insegnava allora Giorgio Valla, che vi tenne cattedra dal 1466 al
1476. ^ — Commento a Persio. In Urbino (169). Noto al Pasi (149, 169) e a
Hartmann Schede! (II 30). — Commento alle Bucoliche e Georgiche di Vergilio.
Noto nella seconda metà del sec. xv a Cinzio da Ceneda, al Leto e al Poliziano
(133, 168). Ce Io conferma l'esemplare Pa- rigino dell'incunabulo di Vergilio
postillato dal Poliziano, il quale col nome di Probo reca molte note
corrispondenti al commento probiano.* Nuovamente scoperto a Bobbio dal Gal-
biate nel 1493 (133, 161Ì. Properzio. Noto in Francia nel sec. xiii a Kiccardo
da Fonrnival e dalla Francia l'ebbe il Petrarca (23; II 184). » Il cod. Laur.
36,49 appartenne al Salutati (11 184). In Pavia nel 1360 (? II 121). Noto al
Loschi (II 123), a Dom. di Ban- dino (II 184), al Panormita (103). Copiato dal
Fontano. * Il ' cod. Neapolitanus ' (iV) fu posseduto da B. Valla (147, 153),
collazionato dal Poliziano (153, 154). N non è di origine ita- liana, ma
proviene forse da Metz o da quelle vicinanze. ^ \]g. Pisani lo escludeva dalle
lezioni pubbliche (201). Proprietatibus (de) liher (medievale). Adoperato da
Benzo col nome di Isidoro (II 130'i. Prospero d'Aquitania. Noto ad Amplonio (II
15), al Co- lonna (II 55), al Clémangis (II 80). ' F. Gabolto Giorgio Valla e
il suo processo a Veneiia, estratto dal N. Archiv. Veneto I, 1891, 3-4. « I.
Aistermann De M. Valerii Probi Beriitii vita et aeriptis, Diss. Bonn. 1909, 78.
3 Cfr. K. Sabbadini in Uendic. del r. Istit. Lomb. di se. e lett. XXXIX, 1906, 884 e M.
Manìtius in Rhein. Mus. XLVII Erg. heft. 8.
* G. Filangieri Documenti ecc. IH 55. 5 B. L. llllnian in (Jlassical philology
VI. 1911. 288. cap. IV) AUTORI LATINI 247 Proverbia Graecorum. Scoperti dal
Cusano (II 25). Prudenzio. Noto ad Amplonio (Il 15), al Colonna (li 55), al
Clémangis (Il 80), al Dominici (Il 177), a Dom. di Ban- dino (II 185). Pochi
carmi presso il Petrarca (28) ; frammenti mandati dal Bossi al Poliziano (154).
Copiato dal Sinibaldi nel 1481 (170). Scoperto dal Galbiate a Bobbio (160,
161), dal Parrasio altrove (170). PuBLiuo (nel medio evo Publio) Siro.
Sententiae. Note al florilegista del 1329 (2; II 93) e forse al Pastrengo (8,
9): il cod. Veronese aveva una collezione più ricca d'ogni altra (II 93).
Estratti scoperti dal Cusano (113; II 25). Andavano comunemente sotto il nome
di Seneca col titolo di Proverbia (113, 220; Il 14, 178); ma il Petrarca i
s'era già accorto che alcune sentenze dei Proverbia Senecae ricorrevano in
Macro- bio 2 col nome di Piibiilio (Publio). Il Colonna contesta la pa- ternità
di Seneca (II 57). Quaestiuncula inter Hadrianum et Epictetum. Scoperta da P.
Donato a Spira nel 1486 (120). Querolus (riduzione tardiva AqW Aultil. di
Plauto). Noto al florilegista del 1329 (II 92), al Petrarca (24), a Gio. Cor-
vini (86, 74), a Gio. Conversino e a F. Barbaro (36). QuiLiCHiNUS (Vilichinus)
da Spoleto. Compose nel 1236 in distici la storia di Alessandro Magno. Noto a
Dionigi (II 43). Quintiliano. Institutio oratoria. Il testo mutilo, ridotto ap-
prossimativamente alla proporzione di otto o nove libri (13; II 57), fu noto al
Bury (II 9), al Montreuil (II 68), al fiori- legista del 1329 (II 05), al
Pastrengo (13j, a Dionigi (II 40), al Colonna (II 57), a Lapo e per suo mezzo
al Petrarca (25, 26; II 168). a Dom. di Bandino (II 185), al Dominici (II 177),
al Panoriiiita (99). 11 fragmentum di Gio. Conversino (36) forse era del libro
X, come nei codd. Parig. 7231 f. 60, 7696 f. 123 v. (II 85). — Testo integro.
Scoperto dal Clémangis in Francia nel sec. tu (II 84-85): da lui l'ebbe l'Arese
(? 36; II 60). Lo riscoperse Poggio nel 1416 a S. Gallo (78). L'anno dopo
Poggio venne in possesso di un secondo esemplare (82). Il primo 1 Rer.
memorami., Basìleae 1554, III 511. - Saturn. Il 7. 248 RIASSUNTO FILOLOGICO
(cap. IV scoperto è l'attuale Turicensis, che restò a S. Gallo fino al sec
xviii : apografi di esso sono il Vatic. Urbin. 327, l' Ambros. B 153 sup.
(mandato a Gio. Corvini), il Harleian 4829 (di mano di Zomino), il Vindobon.
3135/ e il Vatic. Basii. H 11, 12 (?). Il secondo esemplare scoperto se lo
portò seco; ora è perduto, ma ne rimangono apografi, p. e. il Laur. 4(5, 9 del
1418 e il Monac. lat. 23473. Poggio si servi del secondo esemplare per emendare
l'antigrafo del Vatic. Urbin. 327. * Un terzo esem- plare integro scoperse il
Capra nel 1423 (101, 104). Possedet- tero copie integre Cosimo de' Medici
(183), io Jouffroy (195), il Pizolpasso. ^ Integro era in origine il
famosissimo Ambros. E 153 sup., che fu posseduto da Gio. Barbavara (146). Il
Laur. 46, 7 di Piero de' Medici viene da Strasburgo (117). ps. Quintiliano.
Declamationes (maiorea) o Causae civiles. Molto note: in Germania (II 14, 23),
in Francia (II 76), in Italia Furono volgarizzate dal Loschi. ' — Declamationes
(mi- nore»). Scoperte pro'oabilinente dal Cusano prima del 1432 (II 23) e note
ad A. Decembrio (138). Verso il 1471 le fece venire di Germania il Todescliini
(142, 143). Di questo codice germanico abbiamo due apografi : il Cliigiano H
VIII 261 e il Monac. lat. 309, sul quale fu condotta l'edizione dell' Ugoleto.
Più antico e più completo è il cod. Mcntepessnl. 126 del sec. ix-x. Uebus (de)
bellicis. Scoperto da P. Donato a Spira nel 1436 (119). Regiones urbis lìomae.
Scoperte a Spira da P. Do- nato nel 1436 (119). Il Biondo ne trovò un esemplare
nel 1455 a Montecassino col nome di Sextus Rnffus : ■' seppure un tal nome non
lo congetturò lui. 1 Con la sottoscrizione: M. F. Q. institutionum oratoriarum
ad Vic- torinum Marcellium liber ultimus (XII) expUcit. Quem feci scribi ego
Antonius Bartholomei Franchi de Pisis Constantie a. d. M. CCCC. X VI: 2 A.
Beltrami De Quintil. Insili, orat. codicibus in Memorie del r. Istit. Lomb. di
se. e lett. XXII, 1911, 185-6. ■1 Scrivo P. C. Decembrio al Pizolpasigo:
Hactenus Qiiintilinni tui libro» vidìsse ineminerani, nane me illos leRisse
profiteor (cod. Riccanl. 827 f. 28 v.). < C. Marchesi II volgarizzamento
italico delle Declamai, ps. Quintil. in Miscellanea di studi critici in onore
di G. Mazzoni I 279-303. 5 Cfr. CugDoni in Atti della r. Aecad. dei Lincei
Vlir, 1888, 687. cap. IV} AUTORI LATINI 249 ps. RuFFUS Sextus, V. Regiones.
IluFiNjANO (Giulio). Scoperto da B. Renano (171). Rufino (d'Antiochia). In
metra terentiana. Noto ad Am- plonio (II 15) e al Cantelli (97, 98). Rufino
(d'Aquileia). In Hieronymum. Presso il redattore del cod. di Troyes (II 119).
RuFio Festo Ayieno, V. Avieno. Rufo Festo. Noto al Pastrengo (12). RuTiLio
Lupo. Schemata. Presso il Niccoli sin dal 1-121 (86, 87). RuTiLio Namaziano.
Scoperto dal Galbiate a Bobbio nel 1493 (160, 161). Ne possedè una copia '}\
Sannazaro (161, 165-66). Saceudote (M. Claudio), v. Plozio. Sallustio. Cenni
biografici del Colonna (II 56). Bella. No- tissimi : in Germania (19 ; li 13),
in Inghilterra (II 9), in Francia (II 34, 68, 81), in Italia (16, 24, 139, 165,
219 ; II 3, 44, 50, 56, 94, 102, 118, 155, 174, 177). — Epistulae et ora-
tiones (tratte dalle Historiae). Forse le vide il Pastrengo a Verona nel cod.
ora Vatic. 3864 (17, 216). Questo codice, ado- perato prima del 1455 da P. C.
Decembrlo (17) e pia tardi dal Leto (145), venne copiato nel cod. Vatic. Urbin.
411 (17). L'Episfula Pompei stava anche in un codice ' antiquissimus et
famosissimus ' del Pizolpasso, donde la trasse P. C. De- cembrio (17, 121). V.
ps. Cicerone. Salomonis glossar ium . Stampato nel sec. xv (134). Salviano. De
providentia (guhernatione) dei. Scoperto dal Cusano prima del 1432 (II 21) e da
Greg. Correr in Ger- mania (119). La stessa opera posseduta dal Pizolpasso
(122) nel cod. Ambro^. D 35 sup. ScAURo, V. Terenzio Scauro. Sedulio. Posseduto
da Amplonio (II 15), dal Salutati, ^ da Dionigi (Il 44), dal Dominici (II 177).
Carmen paschale e Hymni scoperti dal Parrasio (160, 170). 1 Epistol. II 145 del
138C. 250 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IT Seneca. Il Colonna lo credeva cristiano
(II 57). Tutto il medio evo confuse in una persona sola i due Seneca, padre e
figlio.^ Un primo sospetto s'affacciò al Petrarca, clie pensò a due Seneca
sulla testimonianza, pare, di Marziale (II 178); tosto dopo si convinsero
dell'esistenza di due Seneca il Salu- tati e il Boccaccio sulla testimonianza
di Sidonio (Il 178). L'opinione del Salutati, talora modificata nei nomi, fu
accolta da mólti altri. Ma dividevano, tra due Seneca o tra Seneca e un altro
autore, le opere filosofiche dall' un canto, le tra- gedie dall'altro ; le
Declaniationes continuarono a essere at- tribuite a Seneca figlio; solo in
Eafifaele Volterrano leggiamo che alcuni le attribuivano al padre (II 178). Seneca
padre. Declamationes. Cosi chiamavano gli estratti delle Controversiae. Molto
note: in Germania (II 13), in Fran- cia (II 82), in Italia Suasoriae et
Controversiae. Il testo in- tero scoperto dal Cusano e quasi a un tempo dal
Bussi (112). Noto al Poliziano (156). Seneca figlio. Opere filosofiche.
Notissime: in Germania (19; II 14), in Inghilterra (II 9), in Francia (II 32,
68, 82), in Italia. Il famoso cod. Ambros. C 90 inf. dei Dialogi, sec. xi-xii,
venne adoperato nel sec. xv, come mostrano postille marginali di più mani. —
Tragoediae. Abbastanza note: in Francia (II 6/, 76, 82), in Italia (23, 184,
220; li 57, 62, 102, 122, 176, 178). Dionigi le commentò (II 38); Lovato ne
dichiarò i metri (II 106); il Mus- sato ne scrisse gli argomenti e ne imitò la
materia e i metri n&WEcerinis (II 112). Tutti seguivano il testo volgalo;
il Po- liziano adoperò il cod. J]trnscus (152). ps. Seneca. T)e remediis
fortuitornm. Presso il Montagnone (220), Amplonio (II 14) e altri. — Epistole a
Paolo. Note al Montagnone (220), al Colonna (II 57), al Polenton (185). V.
Martino da Braga; Publilio Siro. • Ciò imbarazzava i biografi per la cronologia
; P. P. Vergerlo ad os. asiiegnava a Seneca 118 anni di vita (Archeoprafo
Triestino XXX, 1906. 3.55-56). cap. IV) AUTORI LATINI 251 Septem mira. Presso
Qio. Corvini (74). Septem montes Romae. Nel cod. di Spira scoperto dà P. Donato
il 1436 (119). Sereno Sammonico. Medicina. Copiata il 9 febbr. 1457 nel cod.
Malatest. XXV sin. 6 da Francesco da Figline per uso di Malatesta Novello.
Stampata da G. Valla (149). Sergio. Explanatio in TJonatum. Non ancora stampata
integralmente (37). — De liitera. Copiato e stampato nel sec. XV (133; II 30).
Veduto dal Poliziano a Venezia nel 1491 in un ' antiquissiraus codex ' di Gio.
Gabriel: Commenta- rium Sergii grammatici de littera.^ Scoperto a Bobbio nel
1493 (163). ps. Sergio. De arte grammatica. Scoperto dal Galbiate a Bobbio nel
1493 (163). Servio. Spesso scambiato con Sergio. Commentarii in Ver- gilium.
Abbastanza noti: in Germania (II 14), in Francia (II 68, 82), in Italia Il
testo allestito da Piero di Parente (II 166) è nel Ver- gilio petrarchesco
dell'Ambrosiana (25, 38, 40). 11 Poliziano adoperò il famoso cod. Vatic. 3:Jl7
(154). La redazione danie- lina fu nota per le Bucci, e le Geor. al Leto.^ —
Centime- ter. Noto ad Amplonio (II 15), al Salutati (34). Veduto dal Po'
liziano a Venezia nel 1491 in un ' antiquissimus codex ' di Gio. Gabriel :
Marii Servii grammatici de generihus metro- rum.^ — De finalihus littcris.
Copiato e stampato nel sec. xv (133). Scoperto a Bobbio (162, 163). — Comment.
Donati. Noto al Pastrengo (14), ad Amplonio (II 15). L. Valla ne trovò a
Benevento un testo più copioso di quello a noi conosciuto (123). — Glossae.
Scoperte dal Cusano (112). Settimio, v. Ditti. Severiano Giulio. Principia
artis rhetoricae. Trascritto nei codici Ambros. A 36 inf. e D 17 inf. del sec.
xv (130). • Cod. Monac. lat. 807 f. 67. Nota quindi il Poliziano: Item conìatio
de ratione metrorum euius principium : ' Quot sant genera metrorum '. Non
conosco qnest' opera. 2 V. Zabiighin Giulio Pomponio Leto, Grottaferrsta 1910.
II 71. ^ Cod. Monac. lat. S07 f. 67. 262 RIASSUNTO FILOLOGICO (tap. IV Sextus
Platonicus. I)e bestiis (opera medica). Scoperto dallo Zerbi (147, 148).
SiDONio Apollinare. Epistulae. Note al Bnry (II 8), al liorilegista del 1329
(II 97), al Cavallini (II 50), al Colonna (II 55), al Pizolpasso (122). Il
Petrarca ^ cosi ne giudica lo stile : Sales eius seu tarditatis meae scii
illius stili obice non satis intelligo. — Carmina. Noti al Salatati (li 178).
Siuo Italico. Scoperto nel 1417 da Poggio o a Fulda (Il 192) o a Costanza. ^ Se
ne trassero copia tanto lui quanto Bar- tolomeo da Montepulciano (80). Dalla
copia di Bartolomeo de- riva il cod. Vatie. Ottob. 1258.^ Un altro esemplare,
riperduto, fu trovato il 1564 nel duomo di Colonia da Lud. Carrio. •• -- Gli 82
versi spuri (VITI 144-225) furono interpolati da Batt. Guarino o più
probabilmente da Giacomo Costanzo (180, 181-2). Simmaco. Epistulae. Note al
Colonna (II 57) e al Pastrengo, il quale confondeva l' epistolografo col
nipote, suocero di Boe- zio (13). SiNFOSio. Aenigmata. Trascritti in codici del
sec. xv (126). Solino. Assai noto: in Germania (II 14), in Francia (II 68), in
Italia. Ne scopri uno il Capra nel 1423 col titolo Onnesta mundi (101, 104): ma
avrà equivocato con Orosio. L'esemplare por- tato di Francia dal Sannazaro
aveva nel titolo: 'ab ipso edi- tus et recognitus': donde l'illusione che fosse
autografo (139, 165). Stazio. Il Colonna gli dava per madre Agilia e lo credeva
cristiano (II 55). Nel medio evo facevano una persona sola di Stazio il poeta
napoletano e di Stazio il retore tolosano; Stazio ' Fam. praef. p. 21 Fracass.
• ' In quapiani turri ' scrive L. Gyraldus Diaì. de poet. hist. IV, Ba- 8ileae
16S0, II 177, il clie farebbe pensare alla torre di S. liallo, nella ijuale
Poggio e compagni trovarono tanti codici. Ma «iova notare che l'unica menzione
di Siilo trasmessaci dal medio evo occorre in un catalogo per l'appunto di
Costanza del sec. ix : Sili volutnen (M. Manitius in Rhein Mus, XLVII Erg. heft
60). 3 R. Sabb.idini in Mivista di fìlol. X.X.\IX, 1911, 241-2. * P. Lehmann
Franciscus Modius ah Handschriflenf'orsclier, Miincbeafn da taluni confuso
anche con Cecilio Stazio comico (li 140, 159). Nella Thebais si voleva vedere
un' allusione alle gelosie fraterne di Tito e Domiziano (II 55). L'Aehilleis
chi stimava incompiuta, come Ugo di Trimberg (II 187), Dante (II 100, 141), Benzo
(II 141), il Mussato (II 113), Piero di Dante (li 100), chi compiuta, come il
Petrarca, il Nelli, Dom. di Bandino, il Eambaldi (Il 187). Per farla credere
compiuta un interpola- tore divise il moncone in cinque libri e vi aggiunse
alla fine- un verso di chiusa (II 100, 141, 166, 187). i II Filelfo dimostrò
filologicamente che è incompiuta (II 187-8). — Thebais; Achiì- leis. Entrambi i
poemi notissimi: in Germania (II 18, 187), in Francia (li 32, 67, 81), in
Italia. I testi di Benzo (II 141) e di Piero di Parente (II 166) erano
chiosati. — SU-, vae. Scoperte da Poggio nel 1416 o 1417 (82). Sono copiate,
insieme con Manilio, da un amanuense tedesco nel cod. Ma- trìt. M 31, che una
volta comprendeva anche Silio. ^ Il cod. Laur. 29, 32, adoperato dal Ponzio e
dal Poliziano, reca la Silva II 7 tratta da un esemplare diverso dal Poggiano
(150). Famoso l'incunabulo Corsiniano deUe Silvae collazionato dal Poliziano
(153).» Sdlpicia. Heroicum carmen. Scoperto dal Galbiate a Bobbio nel 1493
(158, 160, 161). SuLPicio Severo. Vita b. Martini. Nota al Pastrengo (9, 10),
al Clémangis (II 80), a Greg. Correr (119). Sui.picio Vittore. Instit.
oratoriae. Scoperte da B. Re- nano (171). SvETONio. Caesares. Notissimi: in
Inghilterra (II 9), in Francia (II 34, 68), in Italia (12, 24, 74, 87, 122,
152, 153; II ' SI veda p. e. questa sottoscrizione del cod. Vindobon. 267
(Endlicher CCLV) f. 31: F.xplicit liber Statii Achilleydos cuius libri sunt
quiiiqne et per consequens totuni eius opus. Scriptum est inanu mei loliannis
ser Antonii Pauli de Gualteiiis de Gualdo sub anno domini die XX mensis
augusti. 2 P. Tliielscher De Statii Silvarum Silii Manilii scripta memoria,
Diss. Tubing. 1906, 11. 3 A. Klotz nella seconda edizione delle Silvae, Lipsiae
1911, p. LXXXII- XC sostinne che il Poliziano non ebbe tra mano il codice
antico, ma il Ma- trit. M 81. 2B4 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. ly ). Il Poliziano
vide un ' vetustissiraum exemplar' in Vaticana (154). — De grammor ticis et
rhetoribtis. Scoperto a Hersfekl da un monaco ano- nimo (108) e un po' più
tardi dal Cusano (II 25-26): portato di là in Italia da Enoch nel 1455 (141).
In quello stesso anno vide a Koma il codice e lo descrisse P. C. Decembrio
(141, 16G). Posseduto dal Pontano (148), da Hartmann Schedel (II 30). ps.
SvETONio. Versus de XTI ventis ' Quatuor a quadris venti flant partibus orbis':
riduzione poetica di materia trat- tata da Svetonio.Scoperti dal Cusano (II
21). Pubblicati la prima volta dal Kitschl in Ehein. Mus. I, 1842, 131. — Opu-
scolo scoperto da Gentile da Urbino e attribuito a Svetonio (148). Finta
scoperta di un'orazione (174). , Tacito. Il Pastrengo non lo conosce, ma afferma
che fu bi- bliotecario di Tito {8). AnnalesXI-XV 1, Historiae I-V: nel cod.
Laur. 68, 2. Il codice proviene da Montecassino, donde lo sottrasse il
Boccaccio. Lo conob- bero il Kambaldi (II 15*3), Dom, di Bandino (II 184), P.
C. Decembrio (105). — Annales I-VI: nel cod. Laur. 68, 1. Questo codice fu
portato di Korvei a Koma nel 1508 (161, 171, 212, 213). — Agricola, Germania,
Dialogus. Scoperti nel 1425 da un monaco anonimo a Hersfehl (108-109), donde
poco dopo il Cusano si copiò l'Agricola (II 25-26). Portò le tre opere a Roma
Enoch nel 1455 (109, 140-41) e ivi le vide in quell'anno stesso e le de8cri.sse
P. C Decembrio (141, 166). Il cod. Leid. col Dialogus e la Germania è autografo
del Pontano (148).^ La Oermania presso Hartmann Schedel (li 30). Otto fogli
àeWAgncola del cod. originario di Hcrsfcld (del sec. x) sono ritornati
recentis- simamente in luce a Iesi (141-42).* Teodoro Pkisciaxo. Genecia.
Trovata a Milano dal Lamola 1 G. Wissowa Zur Biurteiìung der Leidener
Germania-Us, Miinchen 1906, 2 Io crede apografo del cod. Hont.nniano; in.T io
sono di contrario av- viso; cfr. l'Ile american Journil of philul. XXXIV, 1913,
13 n. 1. ' Vedi L'Agrieoht e la Germania di Cokii. Tacito a cura di C. Anni-
baldi, Città di Castello 1^07; p. 87 102 il testo de»;!) otto fogli antichi.
Dello stesso; La Germania di Corkeiio Tacito, Leipzig 1910; a p. 5-15 è tentata
la ricostruzione dell' intero codice primitivo hersfeldese. eap. IV) Euporiston.
Copiato in un cod. del sec. xv (129) col falso nome di Octavius Oratianiis.
Nell'inventario di Ferdi- nando I d'Aragona del 1481 porta il titolo Prisiani
Medicina.^ Terenziano Mauro. Scoperto dal Galbiate a Bobbio nel 1493 (158, 168,
212). Terenzio. Nel medio evo fu comunemente confuso con Te- renzio Culleone,
dietro l'errore di Orosio (II 55, 67, 101), er- rore rilevato e corretto dal
Petrarca. ^ Notissimo: in Germania (19; II 12, 27, 28), in Inghilterra (II 9),
in Francia (II 63, 67, 76, 80), in Italia. Il cod. Ambros. H 75 inf. con le
figure fu adoperato nel sec. xv (126); il Laur. 38, 24 entrò nella collezione
di Lorenzo il Magnifico (12i3). Il cod. Bembino fu venduto da Porcellio a Beni.
Bembo (146): lo vide a Venezia il Poliziano (155). Gasp. Barzizza estrasse le
sententiae (37). Terenzio Scauko. Testo integro trascritto in un cod. del sec.
XV (133-34). Tertulliano. Apologeticus. Presso il Bury (II 8), Amplonio (II
15). Lo leggeva il Dominici nel 1405 (II 177). Lo scoperse Poggio nel 1417 (80)
a Fulda con un'altra opera. Leggiamo infatti nel Commentar ium del Niccoli (II
192): In monasferio fuldensi: Septimi Tertulliani Apologeticuw,, preda- rum
opus. Eiusdem Tertulliani adversus iudaeos: liber magnus ut Boetius de
consolatione. ' L'aveva nel 1424 il Niccoli che aspettava altre opere da Cluni
(87) e più tardi T. Ugoieto.* — Opera. Il Clémangis vide ' aliquot vohunina '
(II 80). Le fece copiare in Germania, a Pforzheim, nel 1426 Giordano Orsini in
due volumi, i quali formano ora il cod. Magliabech. Conv. * H. Omont in Bibliothcque de Vécole
des Charles LXX, 1909, 456 ss. * R.
Sabbadìni in Studi ital. di fiìol. cìass. II 28, V 310-12. 3 I due Tertulliani
furono riscoperti dal Modius (P. Lehniann Franci- scus Modius, Mtinchen 1908,
80), le cui collazioni vennero comunicate da F. Innius nella sua edizione di
Franecker 1597. Si son salvati 10 fofjll del- l'ar/u. Iudaeos nel cod. Parig.
lat. 13047 (E. Kroyniann in Rhein. Mus. LXVllI, 1913, 1:M). < A. del Prato
Librai e biblioteche parmensi del sec. X V, Parma RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV
soppr. VI 10. I due. volumi furono copiati dal Niccoli nel cod. Magliab. Conv.
sopp. VI 11 e poi entrarono in suo possesso. A questa silloge manca
VApologeticus.^ Il Parentucelli nel 1433 scopri in Germania ' tucte le opere '
in due volumi (115), che for- mano ora il cod. Magliabech. Conv. soppr. VI 9,
di mano tran- salpina: anche di esso s'impadroni il Niccoli.* Questa silloge
contiene V Apologeticus. Da una famiglia diversa deriva il te- sto del
Parrasio, in due volumi, uno il Vindob. 4194, l'altro il Napolet. Nazion. VI C
36: anche qui c'è V Apologe- ticus. ^ Testamentuni Porcelli. Nel cod. Malatest.
XXVI sin. 1, appartenuto a Malatesta Novello, morto il 1465. Veduto da me in un
codice del pistoiese Ganucci, contenente la raccolta epigrafica di Gio.
Marcanova con la dedica al medesimo Ma- latesta Presso il Ponzio (150).
TiBERiANO. Trascritto in codici del sec. xv (126). Tibullo. Conoscevano il
testo intero in Francia nel sec. xiii Geroud (II 33), Kiccardo di Fournival,''
Vincenzo di BeauvaiS,^ il Clémangis (II 80). E a un testo integro anziché ad
estratti attingevano in Verona il florilegista del 1329 (2, 16; II 93) e il
Pastrengo (16, 19. 22). Da quel codice della Cajìitolare veronese si staccò
probabilmente il 'fragmentum Cuiacianum', da III 4, 65 e. alla fine, passato
poi nelle mani dello Scali- gero e indi riperduto. È certo infatti che quel
'fragmentum' fu adoperato in Italia durante il sec. xv." Il Salutati
possedè il cod. Ambros. K 26 sup. (35), venuto poi in possesso de' Me- dici
(183). Ebbe Tibullo il Panormita (103); il Fontano ne pos- sedè una copia
membranacea. " Collazionato dal Poliziano sul- l'ediz. del 1472 (153). Ug.
Pisani lo escludeva dalle lezioni pubbliche (201). • E. Kroymann Die
Tertullian-Ueberlieferunf/ in Italien in Sitmngsber. der k. Akad. der wiss. in
in'«n 138, 1898. 3 Ahh. 13-u. • Kroymann 12. ^ Kroymann 26-27. < M. Manitius
in Khein. Mus. XLVIl Krg. lieft 3. 5
Spec. doctr. V 14, 73 ecc. Albii Tibulli Elegiae ed. E. Hiller, Lipgiae 1886,
p. v. " 0. Filnn^ìeri Documenti ecc. Ili 54. cap. ivr*- ;- ps. Tibullo.
Gli s'attribuì l'epistola ovidiana di Saffo a Faone (176). Tiziano,
commentatore di Vergilio, citato da Servio: nomi- nato abusivamente dal Leto e
da Cinzio (168). Traiano. Epistalae, v. Plinio il giovane. Triglossum, v. Lyra.
Vacca. Commento a Lucano. Posseduto dal Petrarca (25, 39-40). Valeriands.
Citato da Piero di Dante (II 103). Valerio Placco. Argonaut. I-IV 317. Questo
frammento fu scoperto nel 1416 a S. Gallo da Poggio, che se lo copiò nel cod.
Matrit. X 81 (78, 79). L'apografo del Montepulciano; in data S. Gallo 16 luglio
1416, s'è perduto, ma ne conserva co- pia il cod. Vatic. Ottob. 1258.1 II cod.
Vatic. 3277 (sec. ix) col testo integro fu venduto in Firenze verso il 1485 dal
Sassetti a T. Ugoleto, presso cui lo videro il Ponzio e il Poliziano (151, 156,
170). Il Sassetti l'aveva portato forse di Francia. L' Ugo- leto l'acquistò per
conto del re Mattia. ^ N'ebbe un apografo il Fontano (148), ora cod. Monac.
lat. 802. Valerio Massimo: l'autore dallo 'stile tragico' (Il 152), il ' principe
dei moralisti ' (II 158). Notissimo : in Inghilterra (II 9), in Francia (II 68,
76, 81), in Italia. Com- mentato da Dionigi (II 38) e dal Cavallini (II 47).
Gio. d'Andrea ne compilò i sommari (II 158). Volgarizzato in francese da S.
Hesdin (II 34). Valerii (Marci) Maximi. Liber 5 bucoUcorum (?). Presso Amplonio
(II 12). Varrone. De re rustica. Noto al Montreuil (II 68), al flo- rilegista
del 1329 (2; II 94), al Pastrengo (15), che forse ne aveva una copia di suo
(22), al Polenton (184). Lo possedet- > R. Sabbadini in Rivista di filol.
XXXIX, 1911, 241-42. 2 A. del Prato Librai e biblioteche parmensi 12. Prima che
il Vatic. 3277 fosse portato in Italia, ne dovette giungere d'oltr'alpe qualche
copia, perché ad es. l'apografo Vatic. Reg. ISSI porta la data del 1468: Finis,
Pomponio praeceptore. Luce XX V iulii 1468 saliUis christianae, aetatis meae
21. Sul detto Vatic. e suoi apografi vedi C. Valeri Flacci Argon. ed. 0.
Kranier, Lipsiae 1913, p. XI ss. K. Saiìbadini. 17 258 RIASSUNTO FILOLOGICO
(cap. IV teio il Petrarca (25), Dom, di Bandino (II 184), Gio. Corvini (74), il
Sassetti (165). Il famoso ' Florentinns ', perduto, fu noto forse al Niccoli
(87), certo al Poliziano (152). i— T)e lingua latina. Scoperto a Montecassino
dal Boccaccio, che lo asportò di là (30-31, 33, 213). II Petrarca conobbe il
libro V (25, 30) e il VI;2 il Salutati il lib. V;» Lapo il V (II 173); Dom. di
Ban- dino un 'volumen magnum ' (II 184, 188). Noto al Panormita (103), al
Polenton (184). Lo possedette Gio. dal Moiin (218). — De rebus divinis et
humanis. Il Petrarca s'era illuso d'averlo posseduto (27). ps. Vakrone.
Un'opera aromatica presso il Petrarca (25). — Sententiae Varronis.* Note al
florilegista del 1329 (II 94-5) e al Petrarca (II 46). Vegezio Kenato. T)e re
militari. Abbastanza noto: in Germania, in Francia, in Italia. Trovato da
Poggio a S. Gallo (80). — Mulomedicina (o De mascalcia, coni' è chiamato nel
cod. Magliabech. XV 39 del sec. xv). Posseduta da Piero de' Medici, da Giord.
Orsini (?), dal Platina (129). Volgarizzata (129). V. ps. Cicerone De re
militari. Velio Longo. De ortìiograpìiia. Scoperto dal Galbiate a Bobbio nel
1493 (158, 162). Velleio Patercolo. Scoperto da B. Renano nel 1515 a Mur- bach
(164, 171, 212). Venanzio Fortunato. Scoperto dal Cusano (II 26). Lo pos-
sedeva Angelo Catone arciv. di Benevento in un codice ' ve- tnstus' consultato
dal Poliziano a Firenze nel 1494.'' Ventis (de). Carme trascritto in codici del
sec. xv (126). ' Si ritiene comunemente che tutti gli apografi recenti derivino
dal Florentinus; m:i II. .bollóri (in I'7ener SUtdien XXXV. 1913,
7.">-l]-2i pare abbia dimostrato obe il Viiidoboii. :5:) ne è
indipendente. « R. Sabbadini in Kendic. del li. Istit. I.omh. di se. e hit.
XXXIX, 1906, 38 <. •' Salutati Kpistol. IV, I p. 162 del 1406 * pretium
quasi peritinm ', cfr. Varr. L. L. V 177. ' Ripubbliratu dì su codici dei sec.
xiii, xiv e xv da P. Oermann Die sog. Sententiae Varronix, Paderborn 1910. ^ C.
di Pierre in Giorn. utor. della ìetter. Hai. Vergilio. Etimologie del suo nome
(155-56). ^ Racconti fa- volosi sulla sua vita e sulle opere (II 2, 8, 55).*
Pietole suo paese natale (II 132, 190). Alcuni collocavano la sua moite a
Taranto (lì 167).^ — Bucolica, Georgica, Aeneis. Notissime: in Inghilterra, in
Germania, in Francia, in Italia. Il famoso esemplare del Petrarca è nella
bibliot. Ambrosiana (37-40). Codici insigni: F (Vatic. 3225) posseduto dal
Fontano (148), poi da P. Bembo, indi da F. Orsini, che nel 1602 lo cede alla
Vaticana.'' — R (Vatic. 3864) veduto il 1484 dal Poliziano nella Vaticana (154,
155, 169). — M (Mediceo). Fino al 1461 almeno appartenne alla badia di Bobbio,
donde verso il 1470 venne trasportato nella chiesa di S. Paolo a Roma. Nel 1471
l'ebbe tra mano il Leto e da lui lo ricevette il Bussi, che se ne giovò fuggevolmente
per la seconda edizione vergiliana del 1471. Da esso il Leto trasse gli scolii
col nome di Aproniano. Per qualche tempo (1500-1507 e.) pare sia stato
ricoverato nella Vaticana, donde fu sottratto e passò in mano di possessori
privati, finché trovò dimora fissa nella Laurenziana (145, 167).^ ps.
V?;RaiLio. Aetna. Adoperato nella scuola d'Orléans del sec. XIII. •' Secondo il
Giraldi il Petrarca lo possedè: extat item de Aetna monte... ex antiquissimo
certe et castigato codice, qui Francisci Petrarchae fuisse creditur. "
Stampato dal Bussi nel 1471 su copia del Leto. — Catalcpton. Scoperti dal
Cusano prima del 1432 (II 21). Sono trascritti in codici italiani del sec. XV
(126). Stampati dal Bussi nel 1471 sull'esemplare del 1 R. Sabbadiiii Le biografie
di Vergilio antiéìie medievali umanistiche in Studi ital. di filol. class. XV,
1907, 238-40. ' Sabbadini op. cit. 244, 260. ■* Sabbadini 236-7. * Fragmenta et
pictur. Vergiì. cod. Vatic. 3335
phototyp. expressa Romae 1899, 8-12. ' 5 R. Sabbadini Zur Ueherlieferungsgeschichte
des Codex Mediceus in Rhein. Mus. LXV, 1909, 475-80. '■ Sabbadini Le biografie
242. ■ Aetna Carmen Vergilio adscriptum ree. M. Lenchantin de Guberna- tis,
Angust. Taur. RIASSUNTO FILOLOGICO (^ap. IV
Leto. — Giris. Gli ultimi 88 versi scoperti dal Ciisjino. Dalle storpiature del
nome {Cirina, Stirino, Osiotim) con cui il Pastreugo, il Boccaccio e altri la
citarono (11, 32) argomentiamo che non la conoscessero. 1 Stampata dal Bussi
nel 1471 su copia del Leto. — Copa. Presso Amplonio (II 12). Nel cod. Universit.
di Bologna 2221 del sec xiv f. 160. Stampata dal Bussi Culex. Ado- perato nella
scuola d'Orléans del sec. xiii. '^ Noto al Petrarca, a Gio. Hesdin, al
Boccaccio (31, 41). Stamjìato dal Bussi Dirae (e Li/dia). Scoperte dal
Boccaccio (31, 41). Stampate dal Bussi nel 1469 e nel 1471. Elegiae in
Maecenatem . Scoperte da Enocli in Danimarca Stampate dal Bussi. — 'Est et non'
(di Ausonio).^ Noto ad Amplonio (IL 12), al l'olen- ton. * Stampato dal Bussi
nel 1469 e nel 1471. — Moretuni. Noto a Ugo di Trimberg, '' ad Amplonio (II
12), al Pastrengo e forse al Boccaccio (32). Copiato nel cod. Parig. 7989 del
1423. Guarino ne mandò una copia al medico Bernardo. Nel cod. di Abshurg
4." al carme dcdicatorio di Guarino segue il testo del Moretum. Stampato
dal Bussi Rosae (Ver erat, di Ausonio). Note ad Amplonio (Il 12). al Pastrengo
(11), al Petrarca (24), al Polenton." Stampate dal Bussi nel 1469 e nel
1471. — ' Speme lucrum'. Noto al Polenton." — 'Vir bonus' (di Auso- nio).
Noto ad Amplonio, al Polenton.** Stampato dal Bussi. Il famoso codice Vatic.
32-52 coi Septem ioca iuvenalia fu scoperto da B. JBembo (147). — De '
Sabbadini Le biografìe 243. 2 Ib. 242. 3 Già dal principio del .sec. xvi
Marianjfelo Accorsi (Diatribae, Koiiiae 1624 f. 6.5') aveva avvertito clie i
compoiiinienti ' Est et non ', ' Ter bino» de- ciesque', 'Ver erat', ' V'ir
bonns' in alcuni codici erano attribuiti ad An- .<<onio. » Sabbadini Le
biografie 2G0. 5 I. Hiimer in
Siteunr/sher. der k. Akad. der ll'isx. in ìl'ien. ; Ibid. •< Ibid. cap. IV) AUTORI LATINI hello nautico Augusti cum Antonio et
Cleopatra. Posseduto da A. Decerabrio e poi riperduto Epistola a Mecenate.
Pinta da P. C. Decenibrio. V. Priapea. ViBio Se(ìuestre. Noto al Pastreugo
(14). Lo jìossedettero il Petrarca (25), Dom. di Bandino Gio. Corvini (74).
Martino Salio uell'ediz. di Vibio 'Taurini scrive: Dura crranens gallicas
bibliothecas i)ercurrereni, oecurrit milii Vibii Sequestris libellus magna
quideni ex parte corrosus... ViNDiciANo. Genecia. Scoperta dal Lamola a Milano
nel U27. Trascritta a Basilea Epistula Pentadio. Copiata a Basilea nel 1433
(118). Nota al Poliziano (118, 156). Virici (de) illustribus, v. Aurelio
Vittore e Plinio il giovane. ViTRuvio. Posseduto da Nic. Acciaioli di 4), dal
Mon- treuil (II 68), dal Petrarca (25, 26), dal Boccaccio (30), dal Sassetti
(165). Scoperto a S. Gallo da Poggio (79). Noto a P. C. Decembrio (206).
Vittorino (Mario). Commento al De inv. di CICERONE (vedasi) Presso Amplonio (II
14), Geroud (II 32), il Petrarca (25, 26i, Dom. di Bandino De ortìiographia (un
frammento del- VArs). Noto a Gasp- Barzizza Ars grammatica Keil Scoperta dal
Cusano (? II 22). Nota al Tortelli (179). — Un'altra Ars grammatica (Keil VI
187). Scoperta a Bobbio col nome di Palemone. Vittorino Massimo, v. Metrorius.
Zknone. Sermones. Raccolti dal mansionario Giovanni (3; II 89) e da Leonardo da
Quinto (4). Scoperti nella Capitolare di Verona da Guarino (97). Fatti copiare
da E. Barbaro Li possedeva Gregorio Corraro (Correr). ' ' Il Corralo in una
lettera l'autografa) a Giovanni Tortelli scrive: Lae- tor librum Sanct! Zenonis
placniaae Sanctissimo domino nostro, in quo scire vellem que opera Basylii et
Gregorii Nazanzeni inserta sint... Veronae V marti! 14r,l (cod. Vatic. 3908 f.
m). RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV iutori greci tradotti. Ai.EssANiJKO ÌIagno,
V. ps. Callistcne. ps. Ammonio. Vita Aristotelis, tradotta nel medio evo. Nota
al Waleys e a Benzo (II 13(3). Akato, V. Cicerone e Germanico. ps. Arato.
Involutio sphaerae. Ea quae videntur. Reda- zioni latine scoperte dal Cusano
(II 20). Aristotelis vita, v. ps. Ammonio. Aristotile. Le opere elencate dal
Pastrengo. L'elenco fu pubblicato di sui codici Vaticani e illustrato da C.
Cipolla in Miscellanea Ceriani Le traduzioni latine antiche e medievali sono
molto note: in Inghilterra, in Germania, copiosissima collezione, in Francia, copiosissima
collezione, in Italia. Meteora. Tradotta dall'Aristippo Volgarizzamenti
francesi (II 34). ps. Aristotile. Oeconomica. Tradotti Basilio. Traduzioni
presso Amplonio (II 12), il Colonna (Il 54), trovate dal Pareutucelli nel 1427
(91). ps. Callistene. Le traduzioni e le riduzioni latine della storia di
Alessandro Magno e della presunta lettera di costui erano molto comuni nel
medio evo. Note a Benzo a Dionigi P. C. Decembrio le scopri nel sec. *xv come
una novità (42, 102). Cirillo Alessandrino. Traduzioni possedute dal Pizolpasso
Clemente Alessandrino. Traduzioni note a Benzo, Diogene Laerzio. Riduzione
latina medievale col titolo De dictis philosophorum o J)e vita et moribus
philosophorum o Cronica de nugis philosophorum. Esisteva sin dal sec. x; in
parte fu ritradotta più tardi, nel sec. xii, dall'Aristippo Il testo latino s'è
perduto, ma fu spessissimo adoperato, con successive alterazioni e
interpolazioni, dagli scrittori medie- vali. Noto al Buriey, a Benzo, al
tìorilegista del 1329 (II 91), a Dionigi (H 41), al Clémangis (II 79). Dionigi
Akeopagita. Tradotto presso il Bury, Amplonio, il Parentucelli nel cod. Vatic.
175. Dionigi Periegeta. Periegesis, tradotta da Prisciano. Nota a Ugo di
Trimberg nel 1280. ' Scoperta dal Capra 11 Polenton l'attribuiva a Lattanzio
Placido (185). DioscoRiDE. De herbarnm notione. Tradotto presso Benzo, Doni, di
Bandino, a Pavia. Riduzione alfabetica stampata nel 1478 (129). Ermogene.
Praeexercitationes tradotte da Prisciano. Presso Amplonio e fin dal 1421 presso
il Niccoli (87). Esopo. Divulgatissima la riduzione medievale che va sotto il
nome di liomulus. Nota a Benzo, al fiorilegista, al Cavallini (II 50), al
Colonna (II 54), al Clé- mangis (II 79), a Doni, di Bandino (Il 182) ecc. II
Pastrengo De origin. f. 25': Esopus poeta graecus ex attica urbe fa- bularum
condidit librum, qnem Romulus quidam ex graeco transtnlit in latìnum. Eusebio.
Historia ecclesiastica. Assai nota la traduzione antica: al mansionario
Giovanni, al fiorilegista, al Pastrengo (6), a Benzo (II 187), al Pizolpasso Be
temporibus. La copia di Gregorio Corraro fu ri- chiesta da Niccolò V. Scrive
infatti il Corraro a Gio. Tortelli in data Verone XXVIII octobris là'jl: Faciam
quod iubet Sanctissimus d. noster. ut veniens Eusebinm de temporibus mecum
ferani vel mittam, si qua me causa remorabitur.'* Galeno. Opere tradotte dal
regino Nicola Deoprepio (71: II 3). Note a Ugo di Trimberg (19), al Bury (II
8), ad Am- |)lonio (II 12), a Guido da Bagnolo al Cavallini, a Dom. di Bandino
(II 188). — Dynamidia. Presso il Cusano. — Anffibalumtna. Copiati a Basilea. '
Prisciu» (= Priseiamis) Sed librum perieiresis iiietrice gcribebat (I. Hiimer
in SiUungsber. der k. Akad. der ìViss. in ìrien 116, 1888, p. 164 V. 174). •'
Cod. Vatic. 3908 f. 118V (autografo). RIASSUNTO FILOLOGICO (ca|>. IV Giovanni
Damasceno. Tradotto da Bnrgandio. Citato dal Pastrengo (11). Presso Guido da
Bagnolo e il Paren- tucelli nel cod. Vatic. 175. Giovanni Grisostojio.
Traduzioni note ad Aniplonio di 12), al Montreuil al Clóniangis, al mansionario
Giovanni al florilegista del 1329 (II 91j, a Branda Castiglione (76). Poggio a
Londra nel 1420 lesse ' XXXV lio- meliae stiper epistola Pauli ad Hebraeos ', '
VII homeliae in laudem Pauli apostoli' tradotte da Àniano e homeliae in
evanf/elium Ioannis ' tradotte da Burgundio.^ — Commentarius in actus
apostoloruni. Tradotto da Burgun- dio (?). Noto al Colonna (II 54). Giuseppe
Flavio. Noto nella traduzione latina al Bury(ll 8), al Montreuil (II 66), a S.
Hesdin, a Benzo, al ilorilegista del 1329 (II 91), al Pastrengo (11), a Dionigi
(II 43), al Colonna (II 54), a Piero di Dante (II 99). Presso A. Decembrio in
un esemplare ' antiquissiraum in littera longubarda. La copia del Petrarca (28)
jìassò nelle mani di T. Fregoso (184). Gregorio Nazianzeno. Traduzioni presso
il Montreuil (II 66), il Cusano (II 22), Greg. Corraro (II 261 n. 1). Gregorio
Nisseno. De anima. Tradotto da Burgundio. Noto al mansionario Giovanni (II 89)
e al Pastrengo (11). Hermas. Pastor- Scoperto dal Niccoli nel 1430 (91). Hermes
Trismegistos. Traduzioni note al Cavallini. Ippocrate. Traduzioni note a Ugo di
Trimberg (19), ad Amplonio a Dionigi (II 40), a Guido da Bagnolo (lì 165). —
Dynamidia. Scoperti dal Cusano. Epistola ad Antiochum. Copiata a Basilea.
Ireneo. Coutra haereses. Il Parentucelli ne rintracciò un esemplare in
Lombardia (91) e uno ne riportò di Francia. Isocrate. Exhortationes ad
Deinonicum tradotte nel medio evo. Note al Biirley, al Montagnone, al Pastrengo
(219), al florilegista a Piero di Dante
(II 100\ a Doni, di Bandino (II 182). ' Poggii Kpist. coli. Tonelli l p. SO.
Ciip. IV) Okigene. Traduzioni note ad Aniplonio (II 12), a Benzo (II 137), al
Traversali, al Pizolpasso Platone. Timaeus, tradotto da Calcidio. Noto ad
Amplouio, al Montagnone, al florile^'ista, a Lapo, al Colonna (Il 54), a Piero
di Dante (II 99), a Doni, di Bandino Menon e Phaedon tradotti dall'Aristippo.
Noti al Monta^none (219), ad Aniplonio (II 12). — Phaedon noto al Bury, a Doni,
di Bandino Plutarco. Vitae. Tradotte nel sec. xiv in ^reco moderno e dal De
Heredia fatte ritradurre in aragonese ps. Plutakcg. Institutio ad Traianum.
Trasmessa da Gio- vanni di Salisbury (175). PoKFiRio. Traduzioni presso
Aniplonio (II 12). Pkisciano Lidio. Quaestiones. Nella redazione latina note al
Pastrengo (14). In Urbino (135). Proclo. Traduzioni note al Montagnone (219). —
Elemen- tatio theologica tradotta dal Moerbeke. Presso Aniplonio (II 12).
Simplicio. Super praedicam. Aristotelis. Noto nella tradu- zione a Dionigi Teofkasto.
T)e nuptiis. Transuntato da Girolamo adv. Io- rinianum I 47. Noto al Montagnone
(219) e a tutti gli stu- diosi di Girolamo. Tolomeo. Traduzioni note a Geroud al
Bury ad Ani])lonio (II 12), al Montagnone (219), a Piero di Dante a Guido da
Bagnolo (II 165), a Doni, di Bandino (II 188). — Almagestum tradotto dal greco
in Sicilia nel sec. xu CORRIGE p- 7 linea 16: Roberto Riccardo p- 23 nota 120:
Merril Merrill p- •24 n. 122 l. 9: Ann. I-V Ann. 1-Vl p- 27 ?. 21: Trithermius
Trithemius p- 32 l U: Jeroiid Geroud p- 63 l. 20: Coiirtemisse Courtecuisa Wien
1888 p- 192 n. 8 ?. 1 : O'ermania Germanie GIUNTE p. 3 n. 9. Aifgiungi : F. Lo
Parco Niccolò da Ueggio antesignano del risorgimento dell'antichità ellenica
nel sec. XIV, Napoli 1913 (estratto da- gli Atti della r. Accad. arch. leti.
art. di Napoli, N. S. II, 1910), donde rileviamo che non si cono.scono
traduzioni aristoteliche di Nicola. A Orléans studiò anche Gino da Pistoia (L.
Chiappellì in Bollettino stor. pistoiese XII, 1910, 129-33). p. 47 l. 6. La
PoUstoria del Cavallini esiste nel cod. Gudiano lat. 2° 47 (Wolfenbiittel),
nienibr. sec. xrv, di fogli 85 a due colonne, col titolo : In- cipit pì'Ologus
Polistorie lohannis Caballini de Cerronibus de Urbe, apo- Ktolice sedis
scriptoris, de virtutibus et dotibus Romanorum libri X. Me- riterebbe di essere
studiato. p. •')3 l. 31. Le parole di Agostino sono nel De doctr. christ. 11 4,
60. p. S.") l. 22. Sulla cristianità di Stazio reco l'importante notizia
di Fran- cesco da Fiano nella sua difesa dei poeti, tramandataci dal cod.
Vatìc. Ot- tob. 1438 del principio del sec. xv, f. 132 : Francisci de Fiano ad
M.mim pattern d. cardinalein Bononienaem contra ridiculos oblocutores et
fellitos 268 GIUNTE detractores poetarum. 'l'Biiiiiiia al f. 147 con la
lìnna : Tuus siquid est ¥. de fiano. La
difesa fu scritta, se non erriamo, nell'iiltiiiio decennio del Tre- cento. Ecco
il passo su Stazio, f. 141 : Quid Statius natione Tolosanus, queni aliqiii
Narbonensem voinnt? Siquidem Domitìano, Titi Vespasiani germano fratre
imperante, qui christiaiiorinn inexorabilis perseciitor fuit, eiini elam, metu
principis in ebristianos omnium snppliciorum seneribus scvientis. Cbristi tenentein fidein et, si
non aque vel sanguinis, baptismoqui- deni flamìnis legimus fuisse respersum. Flaminia sarà jnw/taro,-, lo Spirito Santo? 11 verbo
legimus attesta una tradizione scritta. Curioso il cenno alla doppia patria di
stazio natione Tolosanus , qaem aliqui Narbonensem volunt, che non mi risulta
da altra fonte. Lo stesso Francesco (ibid.) crede alla cristianità di
Clandiano, al pari del Colonna (p. -jS). Anche Ovidio fu ritenuto cristiano,
come si legge in un commento ano- nimo delle Metam. del sec. xi. Secondo il
commentatore, Ovidio visse ai tempi di Domiziano, di cui temendo le
persecuzioni fìnse di onorare gli dèi pagani (Jleiser Ueber einen Commentar zìi
den Metam. des Ovid, in Sitzungsber. des Akad. d. Wiss. zu Munclien, 188.5,
.'il). Probabilmente qui Ovidio fu confuso con Stazio; e la confusione
attesterebbe che la leg- genda della cristianità di Stazio risale molto
addietro. p. 80 l. 11. Il gioco di parola ferus, ferreus è anche in Cicer. ad
Q. f'r. I 3, 3 ego ferus ac ferreus; ma reputo più probabile l'abbia letto in
Tibullo, se pure non era tradizionale. p. 166 l. 26. Va però notato che
l'Acliilleide in alcune collezioni di te- sti scolastici è disgiunta dalla
Tebaide -- Boas in Mnemosyne. Nel cod. Casanat. (Roma) 1369, sec. xiv, f. 79 ho
trovato che la sigla 1II>" rappresenta il numero XIII, in modo cioè che
a i» veng.i attribuito il valore del numero X. Con tale indizio le cifre di
Domenico si potrebbero interpretare cosi: X'" = XX; 8™ = 18. p. 205 /. 8.
Della Breviatio fabularum Ovidii fu pubblicata un'edi- zione critica in P.
Ovidi Nasonis Metamorph. libri XV. Narraiiones fa- bui. Ovidianarum ree. H.
Magnus, Berolini L'at- tribuzione a Lattanzio Placido si incontra anche in un
codice, il Laur. 90, 99 della fine del sec. xv (ib. p. 627, 629). p. 206 l. 16.
Più volte ho espresso il dubbio se l'opera del Burlaeus fosse o non fosse
ancora uscita; poiché se cono.seessimo l'anno precìso della pubblicazione, ce
ne gioveremmo per stabilire altre date. Viene opportuno a questo proposito il
cod. (indiano lat. 4". 200 di Wolfen- biittel (n. 4504 del recentissimo
catalogo di Kóhler e Milchsack), che con- tiene ai f. 150-52 e.r.cerpta tratti
in Bologna dal Libelhis de vita philoso- phorum (anonimo), con la
sottoscrizione: Hoc opus e.ref/i sub annis d. M. evo. XXVI. die Galli et Lulli
(16 ottobre). Sicclié il Libellus, arrivat« già a Bologna, e. per giunta
anonimo, nel 1326, jiotrebb'essere uscito verso il 1320, se non prima. Ma è
veramente l'opera del Burlaeus o un'altra re- dazione? Anche questo è un
argomento degno di studio In una lettera (autografa) di Niccolò Volpe a
ùiovanni Tor- telli (cod. Vatic. 8908 f. 96) son da rilevare le seguenti parole
: ' Scribe mihi quomodo incipit ìlle Donatus, quem legens invenisti Scipionem
Na- GIUNTK 269 siciim dictum a naso ; nani in libraria Saucti Petri (in
Bologna) est quod- dani volumen quod inscribitur Donati ; tanien multa ibi
repperi quae Do- iiatum non redolent... Bononiae (*) marti! . ...Tro creatione
huius pa- llai (ciot; Niccolò V) urbs Bononiensis laetata est.' L'anno è
certamente il 1447, per l'elezione di Niccolò V, avvenuta il 6 marzo. Non
conosco nes- sun'opera di lionato che contenga l'etimologia di Nasica a naso; e
non so die sia accaduto del Donato bolognese visto dal \olpe. 11 Tortelli stava
allora a Roma. p. 230 l. h. Una recensione umanistica dell'Jh'as latina
intrapresa per eccitamento di Niccolò V è nel cod. Vatic. 2756 niembr. sec. xv.
La dedica al papa comincia: f. Iv Rex reguin patrumque pater Nicolae sacrorum,
Ma- gna inbes magnis eflicienda viris. p. 237 l. 25. II primo in Italia ad
apprezzare Orazio lirico fu il snlmo- nese Giovanni Quatrario (1336-1402), il
quale nella seconda metà del sec. XV compose 19 carmi nei vari metri delle Odi
e degli Epodi oraziani. Si leggono nel volume di G. Pansa Giovanni Quatrario da
Snhnona, Sul- mona Molti argomenti toccati solo di passaggio in questi due
volumi sono ampiamente sviluppati in un terzo, che si trova in corso di stampa
;i Catania, presso l'editore Francesco Battiato, col titolo: Storia e critica
di testi latini. Acciaioli Ailly (d') Pietro 76. Alano Albornoz Gomez Alessandro
V, v. Filargo. Alighieri Alighieri Piero di Dante 88, 97-105, 196. Amelii
Pietro 69. Amplonio, v. Ratinck. Andrea (d') Giovanni 63, 157-63. Andronico 3.
Angerville (di), t. Bury. Aragona (d') Ferdinando I 56. Arese Andreolo 59-61,
64, 85. Aristippo Enrico (Everico ?) 1. Anrispa Giovanni 23, 78. Averroe 39.
Avicenna 39. Bacone Ruggero 2, 8. Bagnolo (da) Guido 164 65. Bandino Bianco Bandino
(di) Domenico Barbaro Francesco 74, 192. Bardi (da') Roberto 35-36. Bartolomeo
di Iacopo 125. Bartolomeo da Messina 2. Bartolomeo del Regno Barzizza Gasparino
Beauvais, v. Vincenzo. Sellaste Cione 131. Bellino 106, 109. Benedetto XII 48.
Benedetto XIII, v. Luna. Benedetto da Piglio 152-54. Benincasa Bertolino 150.
Benoit de Sainte-More 143. Benzo da Alessandria Berry (duca di) Giovanni 34,
64. Bersuire Pietro 34. Bertrando de Montefaventio 48. Boccaccio Giovanni 62, Bonandrea
Giovanni 150. Bosius Simeone 189. Bosso Matteo 149. Bourgogne (de) Antoine 34.
Bracciolini, v. Poggio. Brancacci Niccolò 69. Brocardo 129. Bruni Leonardo 182,
189. Bruno di Casino 173. Bury (da) Riccardo 3, 4-9, 197. Bussi Giovanni Andrea
25. Enti (da) Francesco 175. Caecilius Balbus 92, 103. Calcidio 12. Calderini
Giovanni 157. Cambiatore Tommaso di Guido 126. Capelli Pasquino Capra
Bartolomeo Carlo II 38. Carlo IV 52. Carlo V 34, 64. Carrara (da) Francesco
181. Carrara (da) Iacopo I 56. Caruso Domenico Casa (della) Tedaldo 175 76.
Carallini Giovanni Cavallini Pietro 47. Cecco d'Ascoli 1.50, 151. Cennini 167.
Ceparelli, v. Prato. Cesare (medico) 42. Cesarini Ciceri (Cicereius) Clémangis
(di) Nicola Clemente V 7. Clemente VI 63. Clemente VII 58. Col Gontier Cola dì
Rienzo 45. Colonna Bartolomeo 51. Colonna Giacomo 158. Colonna Giovanni 38, 45.
Colonna Giovanni 45, 51-58. Colonna Landolfo 51, 5G. Colonna Oddone .52.
Colonna Stefano 48. Conti Giovanni 51, 52. Convenevole da Prato 46. Coti Conrtecuisse
Giovanni 63. Crisolora Manuele 122. Cusano (o da Cnsa) Niccolò 16-27, 31, 197.
Dandolo Fantino 17. Decembrìo Pier Candido 31, 124. Deeerabrio Uberto Deoprepio
di Nicola 3. Dionigi da S. Sepolcro 36-44 Dionisio da Modena 163-64. Dominici
Giovanni 176-79. Donizone 8. Dulcinìo Stefano 148. Edoardo III 4. Elinando 39,
43. Enoch da Ascoli 29. Enrico Berka 11. Enrico di Prussia Eyb (von) Alberto 28
29. Federico III 11. Ferrari Giulio Emilio 148. "Fiauo (da) Francesco
267-8. Filargo Pietro 122, 125, ISJi. Filelfo Francesco Flameng (iiacomo 64.
Floriano da S. Pietro 153. Florilegista (il) veronese 8», 90-97. Forestiere
Ovidio 150. Fournival (di) Riccardo Fredo di Parioni 48. Francbi (de) Michele
188. Fngger Gian Giacomo 29. Gaetano Niccolò 154. Galeotto di Pìetramala, v.
Tarlati. Geroud d'Abbeville Gervasio di Tilbnry 55. Giacomo di Venezia 1.
Giovanni I 34. Giovanni XXII 7Giovanni XXIII Giovanni (duca) di Berry, v.
Berry. Giovanni da Firenze 173. Giovanni (de Matociis) mansionario 88-90, 186,
193. Giovanni da Verona 193-95. Giovanni da Vigonza 10'.'. Giovanni di Wasia
11. Giovannino da Mantova 109. Graziano 39, 43, 98, 99. Gregorio XII 176.
Grosthead (Grosseteste) Roberto 2,8. Guarino Veronese 152. Guglielmo I 1. Gui
Bernardo 33. Guigone 162. Quizzardo 111, 173. Heredia (de) .luan Fernaudez 59.
Hesdin (de) Giovanni 34-35. Hesdin (de) Simone 34. Inghirami Gemignano 180.
Isolella (da) Pietro 42. Kosbien Enrico 2. Ladislao Lambertrtziti Giovanni Lodovico 109, 170.
Lainbeiteiiglii Leone 129. Lanibertucci .Soraiizo 161. Lapo da Castiglioiichio Lejjrant
(jiacomo (53. JJlier glossarum UU, 190. ]..oddovici8 (de) Giovanni 152.
Lodovico il Bavaro Loschi Lovato Lucio da ^Spoleto 20. Luna (de) Pietro
(Benedetto XIII) Lupten (von) Giovanni 27. Manfredi Manzini Marcanova Marinoni Marsili
Marsuppini Martino Matociis, V. Giovanni mansionario. .Morula Giorgio 133,
148./ Metodio 99. Milìis (de) Ambrogio Miliis (de) Filippo 61. Mirabilia urbis
Jiomae 120, 136. Moerbeke (di) Guglielmo 2. Montagnone (da) GeremialOS, 114,
196. Monte (del) 91. Montepulciano (da) Bartolomeo 191. Montreuil Muglio (da)
Giovanni 151. Muglio (da) Niccolò 46, 151. Muglio (da) Pietro 151. .Murimuth
Adamo 5. Mussato Albertino Musselini Giovanni e Guglielmo 157. Musso (dal)
Viviano Nelli Francesco 165, 174, 187. Niccoli Niccolò Niccolò V 17. Nicola da
Reggio, v. Deoprepio. Oresine Nicola 34. Orleans (d') Carlo 31. Orlt'aus (d'j
Luigi 61. Orsini Giordano 17. Orsini Giovanni 47. Panormita (il) Antonio 152.
Paolo diacono 39, 43, 143. Papia 39, 43, 98, 190. Parente, v. Piero. Pastrengo
(ila) Guglielmo 53, 88, 129, 184, 196. Petrarca Pfullendorf Michele 27.
Piccolomini Enea Silvio 27. Piero di Parente 165-67, 168. Pietro di Brussella
17. Pietro Comestore Fingono (da) Pietro 188. Pinoti Bonvicino di Gabriele Pinoti
Pìzolpasso Poggio Bracciolini Poillevillain, v. Clémangis. Polenton Sicco 178.
Poliziano Angelo 149. Prato (da) Giovanni 20. Precida (da) Giovanni 3.
Quatrario Giovanni 269. Radolfo 47. Rafanelli iRav -) Marco 127. Raineri da
Reggio Rambaldi Raterio Ratinck Aniplonio Rinaldo d'Avella 38. Roberto (re dì
Napoli) 3, 36, 48. Ruggero li 1, 2. Sale (de la) Antonio 34. Salutati Scala
fdella) Antonio Scala (della) Cangrande Scaligero Giuseppe 189. Schedel
Hartmann 2>, 29-30. Schedel Hermann 29, 30. Schindel Giovanni 27. Seta
(della) Lombardo 184. Soprano (Soranzo ?) Stabilì v. Cecco. Stanislao dì
Ermanno 157. Stefanesco Pietro degli AnnibaldilòS. Strabo 99. Syon 160. Tarlati
Tebaldo da S. Eustachio 48. Thomasius Godofredus 30. Tommaso (san) 99. Tortelli
Giovanni 268, 269. Traversar! Ambrogio 18, 19, 23, 26. Trithemiiis Giovanni
27-28. Triveth Nicola 87, lOG. ;;go di Trimberg 13, 187. Ugo da S. Vittore 39,
43. Uguccione 39, 43, 98. Umfredo di Glocester 10. Urbano VI 58. Valeriane 103.
Valla Lorenzo 62, 63. VallensÌH. v. Waleys. Vetula (de) Vincenzo di Beauvais
(Bellovacense) Vinet Elia 189. Virgilio (del) Giovanni 151. Visconti Bianca Visconti
Filippo Maria 59. Visconti Galeazzo Visconti Galeazzo Maria 59. Visconti Gian
Galeazzo Visconti Giovanni Visconti Valentina 61. Vitn (de) philosophorum Viterbo
(da) Pietro Vittorino da Feltre Volpe Niccolò 268. Volterrano Raffaele 178.
Waleys Giovanni 2, 37, 136, 137. Wasia, T. Giovanni. Wijssen Giovanni 11.
Zabarella Francesco 194. Zanobi (Mazzuoli) da Strada Zone (Zono, Clone) dì
Firenze Le scoperte dei codici latini Nome compiuto: Remigio Sabbaldini.
Sabbadini. Keywords: CICERONE. Speranza, “Grice e Sabbadini”.
Commenti
Posta un commento