GRICE ITALO A-Z R RUG
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Ruggiero: la ragione conversazionale di Remo e di Romolo –
filosofia meridionale -- scuola
napoletana -- filosofia campaniana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo napoletano.
Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Scrive “Critica del
concetto di cultura” (Catania, Battia), cui CROCE rimprovera la mancata
distinzione tra “cultura” e “falsa cultura”. Idealista, senza aderire
all'attualismo di GENTILE. Liberale, pur non risparmiando critiche alla classe
politica espressa dal partito liberale. Insegna a Messina e Roma. Avendo aderito
all'idealismo con GENTILE, la sua ri-vendicazione dei valori del liberalismo lo
rende un esponente di spicco dell'opposizione al fascismo. Per non perdere la cattedra
presta il giuramento di fedeltà al fascismo. Autore, tra le altre saggi, di una
imponente Storia della filosofia e di
una Storia del liberalismo. Socio degl’esploratori italiani. Indaga nella
storia della filosofia ROMANA la potenza di libertà costruttrice del mondo degl’uomini,
e, auspicando in tempi oscuri il ritorno alla ragione, e ad Italia maestro ed
apostolo di fede nell'umanità. Saggi: Storia
della filosofia,” “La filosofia greca” (Bari, Laterza); “Cristianesimo” (Bari,
Laterza); “Rinascimento, riforma e contro-riforma” (Bari, Laterza); “La
filosofia moderna: cartesianismo” (Bari, Laterza); “L’illuminismo” (Bari, Laterza);
“Da Vico a Kant” (Bari, Laterza); “L'età del romanticismo” (Bari, Laterza); Hegel;
(Bari, Laterza); La filosofia contemporanea (Bari, Laterza); “La filosofia politica
italiana meridionale (Bari, Laterza); “L'impero britannico dopo la guerra”,
Firenze, Vallecchi, “Storia del liberalismo” (Bari, Laterza); “Filosofi” (Bari,
Laterza); “L'esistenzialismo” (Bari, Laterza); “Scritti politici”, Felice,
Bologna, Cappelli, La libertà, Mancuso,
Napoli, Guida); Lettere a Croce (Bologna, Mulino); Croce, La Critica, I filosofi
che dissero "NO" al duce, in La Repubblica, Un ritratto filosofico (Napoli,
Società Editrice); L'impegno di un liberale” “Tra filosofia e politica (Firenze,
Monnier); Treccani, Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Griffo, La coscienza critica del liberalismo; Sgambati,
Tra ethos e pathos. Il diritto pubblico romano
lascia, assai meglio del diritto privato, osservare le discontinuità e le
suture, a testimonianza delle sue radicali trasformazioni. Esso non
presenta un processo di sviluppo dall’interno, ma piuttosto
un’opera di lento accrescimento dall’esterno, che fa coesistere il nuovo
e l’antico, come per dissimulare i mutamenti da un periodo a un altro. La
preoccupazione costante dei ROMANI è di salvare la continuità storica delle
loro istituzioni, di sforzare il primitivo regime cittadino, fino a
includervi tutto il ricco contenuto degl’acquisti posteriori. La
città è per essi un più saldo organismo che non la polis dei Greci:
il principio della sovranità popolare, come fondamento della
costituzione, vi è assai più stabilmente riconosciuto e presidiato, e,
principalmente, le magistrature cittadine vi rivestono quel
carattere e quel prestigio monarchico, che vivamente impressiona un greco
romanizzato come Polibio. Lo spirito militare è in gran parte causa della
maggiore coesione e dell’acentramento della vita pubblica. Ma esso è
anche il principio della espansione della città in più vaste associazioni
politiche, aventi per base l’autonomia municipale, limitata soltanto
dalle esigenze della difesa dal nemico esterno. L’interesse
militare suggerisce infatti la prima grande federazione che, col nome di lega
latina, aggruppa alcune città sotto l’egemonia romana; che sarà il
modello delle future aggregazioni. Il principio federale è
quello che salva il nucleo della città, pur mirando oltre la sparsa vita
cittadina; e ad esso Roma si attacca per salvare sé stessa insieme con le
sue conquiste. Il lento processo di assimilazione dei popoli soggiogati
compiuto dalla civiltà romana si fonda tutto sulla preventiva
dissoluzione degl’originari stati nazionali e indigeni e sulla
trasformazione di essi in aggregati municipali autonomi, e solo
militarmente legati a Roma. L’idea del decentramento amministrativo è
certo una delle più grandi che il diritto pubblico romano ci abbia
tramandato. Ma essa ha per l’antichità un valore anche maggiore che per
noi, perché storicamente l’autonomia municipale è un passo
importantissimo nella formazione del nuovo principio dello stato,
che sorge sulla rovina delle nazionalità, e sul riconoscimento delle più
minute unità cittadine, confluenti con la loro vita propria nel più vasto
organismo politico. Si forma così una patria communis, che ha sotto
di sé una patria particolare, domus od origo Questa doppia istanza della
vita pubblica, che da una parte favorisce la profonda esigenza del
self-government t dall’altra include il particolarismo locale, come momento
subordinato, nella più comprensiva vita statale, è una grande creazione romana.
I greci, che anche seppero moltiplicare, in numerose colonie, la
vita delle proprie città, non riuscirono tuttavia a trarre dal
particolarismo cittadino nessuna idea superiore e comune; cosi perdettero
il frutto del loro lavoro in una dispersione incapace di [Mommsen.
Le droit public romain, Paris] riflettersi nel suo principio creatore. Essi
posero in vita una folla di particolari in luogo di una universalità vera
e propria; ciò che ne distingue l’opera nettamente da quella dei ROMANI. Il
municipio costituito in seno allo stato e subordinato allo stato è certo una
delle manifestazioni dìù notevoli e feconde dell’età di SILLA (si veda).
Il periodo sillano rappresenta però ancora un’età di transizione
tra i due momenti, della città e dello stato, quando l’antico
particolarismo è quasi vinto, ma ancora non balza fuori la nuova
universalità. Il progresso, lungo questa via, fino all’età di GIULIO (si
veda) Cesare, è rapido e sicuro. E vi ha contribuito, più che
l’accrescimento diretto del numero dei cittadini, mediante l’estensione
del diritto di cittadinanza, l’incorporazione di un numero sempre
maggiore di stati clienti, il cui regime consta, senza eccezione, di due
elementi: dipendenza legalmente determinata in rapporto allo STATO ROMANO;
indipendenza, o meglio, autonomia amministrativa. Il processo di romanizzazione
è sollecito per la sua stessa spontaneità. In presenza delle progredite
istituzioni romane, le città della provincia sono volontariamente tratte
ad imitarle, abbandonando i vecchi costumi nazionali, presto riconosciuti
inadeguati alle esigenze della vita cittadina. Un segno della spontaneità di
questo lavoro d’assimilazione è la scomparsa delle stesse tradizioni
della religione locale nell’occidente romano, come il druidismo nella
Gallia. Roma, da parte sua, è parca nel concedere come un premio
ambito ciò che pure è suo interesse precipuo di largire. Essa non accorda
a tutte le città un’adeguazione politica completa, ma la lascia sperare
alle più fedeli. Al di sotto delle città latine che hanno tutte la piena
cittadinanza, vi sono città sine suffragio o città di semi-cittadini, con
diverse gradazioni di privilegi e più o meno scarsa reciprocità verso la
capitale. La più grande forza di attrazione è da Roma esercitata per
mezzo delle colonie, formanti la vera ossatura romana della vasta
compagine imperiale. Con l’estendersi delle conquiste, i piani
coloniali vengono ampliati e coordinati. Da Caio GRACCO (si veda), autore
di un primo grande disegno organico, a GIULIO (si veda) Cesare ed ai suoi
imperiali successori, si svolge un fecondo lavoro, che ha per scopo di
popolare di Romani le regioni occupate e di saldarle alla madre
patria. Il principio veramente romano che presiede a questo lavoro è
epigrammaticamente espresso dal motto: ubicumque vicit Romanus, habitat. Ma
se noi guardiamo nel suo insieme la configurazione politica del grande stato
federale sull’unire della repubblica, e prima che GIULIO (si veda) Cesare
avesse stampato nel diritto pubblico i segni del suo genio
precursore, essa ci colpisce con l’aspetto di un ingombro congestionante
e poco vitale. L’impero è tutto ricondotto alla metropoli. I magistrati
municipali di Roma sono i signori del mondo, l’Italia e la provincia
non sono che un’appendice della capitale. Il rigido principio della
conquista sforza fino alle estreme conseguenze il potente particolarismo
nazionale dal quale prende le mosse; e tutta la vita locale, fuori di
Roma, nel tempo stesso che viene elevata a una coscienza nuova di
sé, viene mortificata e depressa da una taccia d’irrimediabile inferiorità
rispetto alla nazione dominante. Manca un’idea unica che attraversi e
vivifichi tutte le membra del grande organismo. Il legame che lo connette è
estrinseco e sovrapposto, riassumendosi nella forza dell’imperium, che
sanci- [Sbn-ec., ad litio.] sce una eguale schiavitù ai popoli
sotto la potenza militare romana. Piccole città isolate e
sterminati regni sono aggiogati disordinatamente allo stesso carro;
purché l’esterno legame sia salvato, Roma non si preoccupa della vita che
internamente si svolge nei suoi domini e la lascia in balìa all arbitrio
di despoti indigeni. Essa regna sul mondo, ma non lo governa; si appaga
di un compito estrinseco di polizia, che dia sicurezza ai propri commerci.
La sua coscienza mondiale si compendia nell’idea dello sfruttamento
del mondo a suo profitto. Questa deficienza veniva osservata specialmente dagli
orientali, presso i quali erano più vive le esigenze della comunione
spirituale dei popoli formanti uno stesso stato. Apollonio di Tiana,
anche quando l’impero aveva portato molto più avanti il lavoro di
unificazione del mondo, lamenta l’eccessiva materialità del governo
romano, che si strania ed aliena gli spiriti. Una profonda trasformazione di
regime s’inizia però con GIULIO (si veda) Cesare, che, per l’immatura
fine, non riesce a portarla a compimento. Cesare dà il colpo di
grazia al nazionalismo latino e fonda la nuova idea imperiale,
distaccandone il centro dal territorio di Roma e idealizzandolo nella
persona del monarca. La legge cesarea dei municipi comincia col
parificare, in diritto, tutte le città, e col trasformare,
conseguentemente, il significato della preminenza di Roma. Questa non è più
l’impero stesso, ma la prima delle municipalità dell’impero, e le sue
magistrature scendono al livello di semplici cariche municipali. La
figura del monarca si distacca nettamente da quella del magistrato. Non è
più il princeps, cittadino tra [Sef.k. Gesch. des Untergangs der antiken
Welt. Berlin. UI.'p. 110. 2 PiiiLosrn.. Apoi. Ty.. ep.] i cittadini,
ma il dominus che trascende tutto il mondo parificato al suo cospetto e
riceve la propria autorità direttamente dal divino. Questa idea è
affatto nuova allo spirito romano. GIULIO (si veda) Cesare l’attinge
all’Oriente e l’adatta arditamente ai suoi piani. Essa ha un
significato teocratico e mistico, che viene accolto con diffidenza e
senza convinzione dalla scesi frivola dell’ultima età repubblicana, ma
conquista l’età seguente, dominata da uno spirito di concentrato fervore
religioso. L’Oriente riuscirà ad imporla all’Occidente solo quando gli
avrà comunicato la sua fede viva ed ardente. Il dominus compendia
l’unità religiosa e l’unità giuridica della vita. Sotto il primo aspetto,
egli è il re-divino, l’incarnazione vivente della divinità, che allaccia,
con la gerarchia ordinata dei suoi ministri, tutto il mondo sottoposto. Sotto
l’aspetto giuridico, egli è il re-proprietario, al quale appartengono
per diritto proprio le persone e i beni dei soggetti. Quell’unità che i
popoli sono incapaci di concepire sotto l’astratta luce ideale
dell’impero, e che pure è un bisogno sensibile, immediato della loro
esistenza, essi la vedono incarnata e personificata nel Signore. In
questo foco si accentra tutta la sparsa vita spirituale di genti e razze
diverse, che vi ravvisano un senso alla propria riunione sotto un giogo
comune e sollevano e riscattano la loro schiavitù nella visione di un
alto fine religioso di cui sono partecipi. GIULIO (si veda) Cesare ha una
chiara percezione dell’aspetto religioso della sua missione : la SANCTITAS
REGNVM è per lui il fondamento stesso del nuovo regime monarchico, da cui
soltanto possono irradiarsi una potenza e un prestigio coestesi alla
vasta mole dell’impero. [Svet.. Jul. Caes.] Le conseguenze di questa
premessa sono, per il diritto pubblico, inestimabili. Al
decentramento politico e amministrativo, airindifferenza per la
vita locale delle città e degli stati particolari, in una parola al
regime del mero stato di polizia, subentra un regime accentratore, dove
un sovrano assoluto vigila per mezzo d’un esercito di funzionari sull
andamento di tutte le cose del regno, che ormai gli appartengono, e
spoglia città e cittadini di quelle libertà che contraddicono all’onnipotenza
del proprio dominio. Una volta che il mondo non è più un aggregato
inorganico di città, ma forma un’unità reale e vivente, è giusto che
tutte le sue parti, cospirino per quel eh’ è possibile al fine comune,
rinunziando all’autonomia che disgrega e disperde le forze. GIULIO
(si veda) Cesare e sul punto di realizzare questa vasta trasformazione
politica; pero mancò non soltanto a lui la vita, ma anche ai tempi la
maturità necessaria per portarla a compimento. Più di tre secoli
occorreranno per attuare la monarchia da lui vagheggiata. Per il momento,
gl’immediati successori rinunziano ai più arditi piani e si pongono sul
terreno delle istituzioni vigenti, col proposito di piegarle gradatamente
ai loro fini. OTTAVIANO (si veda) è, almeno all’apparenza, ben poco
innovatore. Egli conserva integro il principio della sovranità popolare,
ripristina le magistrature repubblicane sospese nel tempo della guerra
civile, riconosce un potere sovrano al senato. L’idea dell’impero emerge
per lui dallo stesso regime politico tradizionale, di cui porta a compimento lo
spirito monarchico che già gli e immanente. Nella sua concezione, il
principe è il primo cittadino tra i cittadini, il primo magistrato tra i
magistrati. Egli anzi si guarda accuratamente di legare a questo
nome [Mommskn. Le drolt pnblic romain.] cariche e prerogative nuove ed
inusitate, e si avvale invece degli stessi poteri che gli fornisce la
tradizione repubblicana. Attribuendosi l’imperium o potenza proconsolare, egli
ha il comando in capo esclusivo delle milizie di tutto l’impero; e poiché
questa posizione preponderante dal punto di vista della forza può
apparire eslege a Roma e nell’ Italia — sottratta giuridicamente al potere
proconsolare — OTTAVIANO vi aggiunge la dignità consolare, alla quale più
tardi rinunzia per assumere il tribunato del popolo, la magistratura più
popolare e praticamente efficace . Così, per via di successive sovrapposizioni
di cariche preesistenti, come il pontificato e la censura oltre quelle
già nominate, si forma il potere nuovo del principe, e si consolida con
un prolungamento, dapprima limitato e poi indefinito, della durata delle
cariche stesse. L’impero si costituisce cosi condensando le forze più
vitali delle istituzioni repubblicane, senza innovazioni apparenti,
capaci di suscitare reazioni popolari. Dopo il regime eccezionale della
dittatura militare e del triumvirato, esso ha perfino l’aspetto di una
reintegrazione delle magistrature ordinarie. Alla monarchia vagheggiata
da GIULIO (si veda) Cesare subentra, almeno in principio, una DI-ARCHIA,
una divisione del potere tra il principe e il senato. Tutta la
provincia viene separata in due parti, imperiale e senatoriale, con
diversi magistrati; e al senato viene attribuita ramministrazione dell’
Italia, che OTTAVIANO non crede opportuno prendere per sé, ritenendo più
facile usurpare le libertà della corrotta capitale e della lontana
provincia anzi che quelle più tenaci dei municipi 1 Mommsen]
OTTAVIANO rifiuta la censura, ma la riassunse Domiziano, per
l'opportunità che gli offre questa carica di influire sulla nomina del
senato.] italici. Di fatto però questa di-archia si converte gradatamente
in una vera monarchia, perché l’imperatore può esercitare una preponderante
influenza sulla costituzione e sul funzionamento del senato, che
finisce col divenire un passivo strumento nelle sue mani. Con felice
incoerenza, OTTAVIANO però tien fermo al principio cardinale della
concezione monarchica del suo grande predecessore, accettando l’idea
della divinità dell’imperatore, pur contraddiente a quella della
sovranità popolare, che informa di sé la nuova carica. L’apoteosi del
principe, cioè il riconoscimento della sua divinità dopo la morte e la
conseguente attribuzione degli stessi onori riserbati agli dèi, — altari,
culto e sacerdoti appropriati— costituisce la parte più importante della
riforma religiosa d’OTTAVIANO. L’influsso sempre più vivo
dell’Oriente spingerà i suoi successori ad ingrandire questo culto,
includendovi l’adorazione dello stesso imperatore vivente: una
trasformazione piena di significato, perché con essa l’apoteosi si distacca
dalla vecchia concezione occidentale della religione dei MANI, che
in un primo tempo aveva giovato ad accreditarla, e s’innesta nello
spirito teocratico dell’Oriente. L’unificazione religiosa dell’impero
completa e ribadisce l’unificazione politica. Il culto dell’imperatore si
eleva sui culti particolari delle singole nazioni e diviene per i popoli
il simbolo di una comunanza spirituale di vita e quasi l’atto di adesione
a un identico destino storico. A questo punto terminano le storie particolari
delle genti, o meglio confluiscono nella storia universale. Il migliore
ammaestramento filosofico che ci vien offerto dalla conoscenza
dello sviluppo del diritto pubblico romano sta per l’appunto nella
conquistata coscienza dell’unità e dell’universalità del piano della storia,
che vince la sparsa frammentarietà delle storie del passato, chiuse
a guisa di monadi in sé stesse e ricomincianti sempre dal nuovo il proprio
lavoro. Roma provoca il brusco risveglio delle genti, rompe l’isolamento
della loro vita, le costringe, pur riluttanti, a entrare nella
vasta orbita della sua azione e a collaborare a una opera comune. La
cittadinanza che l’impero largisce egualmente a tutti i suoi abitanti
esprime la nuova patria ideale e comune, che si eleva sulle patrie
particolari e che gl’uomini accettano quasi come un segno del riscatto
dalla schiavitù del suolo che li lega e li circoscrive materialmente.
Essa è una prima rivelazione dell’umanità a sé stessa: una umanità
ancora pregna di materialità ingombrante e passiva, che non sa guardare
oltre i rapporti contingenti e terreni della vita ed esaurisce i suoi compiti
spirituali nell’adorazione d’un padrone comune; ma eh’ è tuttavia il
primo momento di una rivelazione che non si esaurisce in essa e crea forme
di consapevolezza sempre più profonde. LA FILOSOFIA ITALIANA •i3
(ì. I»K
huGGiKKO. La filosofia
coniemfor>tnea.DA
MACHIAVELLI A GIOBERTI 1.
La fortuna dei
nostri filosofi. Con la filosofia
italiana vogliamo rifarci dall’origini. Se c’è un paese che può vantare uno svolgimento originale di
pensiero, dal rinascimento ai nostri giorni, questo è appunto l’Italia. E nel
tempo stesso, sembra che nessun paese puo deplorare, con maggior diritto dell’Italia, il disconoscimento più pieno
della sua vita mentale. Il nostro rinascimento è in generale conosciuto. Ma,
dopo, ci si sequestra dalla circolazione del
pensiero europeo. Vico è lettera morta
fuori d’Italia; e l’epoca piu
tardi offre questa stranezza, che vengono elevati a fama europea filosofi mediocri come Hamilton, Cousin e più tardi Lotze,
mentre sono ignorati SERBATI (vedasi), GIOBERTI (vedasi), e SPAVENTA (vedasi)
-- tre filosofi geniali, che proseguono la tradizione speculativa del pensiero
europeo, proprio quando sembra interrotta, nella fine apparente dell’idealismo. R. non sta a fare un ridicolo
processo agli stranieri per averci
dimenticati. Noi per i primi non ci siamo dimostrati all’altezza del
nostro passato. E le stesse condizioni civili e politiche d’Italia purtroppo
contribuisce alla sprezzante dimenticanza
Si, perché la
circolazione del pensiero avviene in modo diverso nei tempi moderni che
nel Rinascimento. Allora potevamo, anche
politicamente schiavi, dettar le leggi della cultura agli stranieri. Allora
infatti la vita del pensiero è l’universalismo
astratto, naturalistico, che neutralizza le differenze della storia. La sua espressione è il concetto
della sostanza di BRUNO (vedasi), l’unità indifferente degl’opposti. Invece, s’inizia un movimento profondo d’individuazione.
È il periodo dello storicismo. Il
pensiero non vive più astratto dalla sua vita storica, e, fuori dell’individuazione
politica, sociale, morale d’un popolo è nulla. È flatus vocis. Cosi si sono
affermate la cultura della Germania, quella della ‘Gallia, e quella di Oxford
-- culture di popoli formati. La nostra no. Noi avemmo due grandi filosofi.
SERBATI (vedasi) e GIOBERTI (vedasi). Ma sono un’anticipazione sulla nostra
realtà storica. Noi non h celebrammo che quando volemmo far la nostra storia.
Il loro pensiero rifulge di vivida luce coll’unificazione. Ma divienne
cosa morta un anno piu tardi..E l’Italia
che si forna nel ’fiO non è rosminiana
né giobertiana. Perché? Purtroppo è nota la decadenza mentale e morale di
quella Italia. La sua voce non è più la voce generosa di Gioberti, ma la molle
cantilena di ROVERE (vedasi) e l’accento rauco di FERRARI (vedasi). In un corso
di filosofia che resta celebre nella storia della nostra filosofia, il terzo
dei grandi filosofi italiani, SPAVENTA
(vedasi), ri-evoca le glorie del nostro passato, e spiega a una folia d’ignari
lo svolgimento originale della filosofia italiana: nella nuova luce da lui
diffusa sulla nostra filosofia. BRUNO
(vedasi) e CAMPANELLA (vedasi) trovano il loro posto nella storia della
filosofia come precursori di Cartesio, di Spinoza e di Locke. VICO (vedasi),
come il geniale pre-sentimento del criticismo. E infine, GALLUPPI (vedasi),
SERBATI (vedasi), e GIOBERTI rappresentano la coscienza via via più compiuta
del criticismo, come questo s’è svolto in Germania per opera di Fichte e di
Hegel. Ma SPAVENTA (vedasi) avverte che la caratteristica dell’ingegno italiano
in tutti i tempi è quella d’essere precursore, d’avere il pre-sentimento d’una verità,
ma di non saperla svolgere, e di falsificarne perfino il senso e la portata. Ma
colla rinnovata coscienza della propria storia, SPAVENTA (vedasi) spera che l’Italia
risorta allora a unità politica, riprende,
in una piena consapevolezza, il posto che le spetta nella cultura. Ed
egli stesso ne addita la via, con uno sforzo tenace per porsi all’altezza del
movimento storico, comprimendo ogni impulso della sua filosofia originale per
ri-vivere intensamente la filosofia altrui; facendosi scolaro, per poter
diventare il maestro degl’italiani. Ma l’Italia alla quale SPAVENTA parla non è
in grado di capirlo. Ell’è quella stessa
Italia che ha pervertito la filosofia di GIOBERTI (vedasi) in una speculazione
flaccida e senza sangue -- la filosofia
dei bramani, come lo stesso SPAVENTA (vedasi) dice. Ond’è che il geniale
hegeliano parve a taluni un mistico, ad altri un sovvertitore della scolastica;
a nessuno quello che in realtà è. I falsi nazionalisti gli rimproverano il suo
hegelismo; i falsi hegeliani il suo
nazionalismo. In verità gli rimproveravano gli’uni gl’errori degl’altri. Dalla
doppia taccia SPAVENTA (vedasi) è immune: egli che sente, si, ITALIANAMENTE la
filosofìa. Ma la pensa universalmente. Il primo insegnamento di SPAVENTA
(vedasi), come quello ilei suo granile conterraneo, SANCTIS (vedasi), è dunque
infruttuoso; a riceverlo, le menti sono impreparate. Non cosi oggi, che nella
rinascente italianità. noi impariamo a vivere in comunione col nostro passato,
consci che ogni sviluppo della vita speculativa è possibile solo mediante una
piu salda continuità colla tradizione storica. L’Italia nostra non s’è fatta
net 1860 ma si va facendo ai nostri giorni: quella stessa Italia che va
conquistando una posizione sempre più eminente
tra i popoli, afferma la forza interiore di questa ascensione col
rinnovamento della sua coscienza speculativa. In tale rinnovamento. risorgono i
nostri grandi, SANCTIS (vedasi). SPAVENTA (vedasi); attraverso essi, noi ci
colleghiamo al nostro passato. Io esporrò brevemente l’ammaestramento loro e di
quelli che proseguendone l’opera hanno contribuito con loro al presente
risveglio su questo passato. Il
Rinascimento e Machiavelli. Gl’albori della filosofia sono da ricercare
nell’umanismo. Ivi la filologia già lascia intravvedere il principio e
l’indirizzo della filosofia; ivi già s’accenna quel ritorno all’antico di
CICERONE (vedasi) che è invece creazione del nuovo. Sotto i colpi dell’umanismo
comincia il dissolvimento della scolastica, che prosegue poi, più rapido, nel rinnovamento della vita civile e
politica, e della speculazione che l’esprime. Qual è il significato della
scolastica? Essa è un connubio del cristianesimo col LIZIO. Il Dio che s’era umanizzato in
Cristo si naturalizza nella logica del LIZIO: diviene l’ente, l’oggetto, nei
quadri della sillogistica. Il monumento della scolastica è la prova ontologica
d’AOSTA. Questo naturalismo è già un
grande progresso: non è il naturalismo fisico dei pre-socratici, non il
naturalismo ideale degl’accademici, ma è naturalismo divino. Per mezzo suo si
svolge la contra-dizione del cristianesimo, colla sua doppia affermazione
dell’umanità e della divinità del divino. E il naturalismo del rinascimento che
sorge come negazione di quello scolastico, contiene in realtà la doppia
esigenza, nella sua unica aflermazione del divino e l’umano della natura. Con
esso s’inizia l’età umana della fìlosofia. Quanto al suo procedimento
speculativo, la scolastica si compendia nei princìpi della sillogistica; la sua
visione etica del mondo, poi, nell ascetismo e nel misticismo: la speranza
messianica implica la svalutazione della realtà attuale e della vita. E il rinascimento
è l’anti-tesi di entrambi gl’indirizzi:
esso è la sopravvalutazione della vita —
quella che la libertà comunale, gl’attivati commerci e i rapporti politici
promoveno e intensificano; e in pari tempo esso è l’atteggiamento della
filosofia speculativa, che non ha una realtà fatta innanzi a sé, da
sillogizzare, ma crea la sua realtà, osservando, provando, inducendo. Nascono
cosi due scienze, la politica e la
fisica, ambedue dal me Essa è la sola cosa stabile ed eterna: ogni
volto, ogni faccia, ogni altra cosa è vanità, è come nulla; anzi è nulla tutto
ciò che è fuor di questo uno. Spinoza non parla con maggior vigore, ma a
differenza di BRUNO (vedasi), egli non indietreggerà d’un passo dalla posizione
conquistata. Il filosofo italiano, come già TELESIO (vedasi), e poi CAMPANELLA
(veasi), alterna il nuovo col vecchio: più veemente di Spinoza, è assai meno
coerente, e accanto al nuovo Dio lascia sussistere l’antico. Più oscillante
ancora di BRUNO (vedasi) è CAMPANELLA (vedasi), benché rappresenti un’esigenza
nuova del pensiero speculativo. La difficoltà del concetto di sostanza è che la
filosofia, naturalizzandosi nell’oggetto, non può spiegare sé stessa. La
sostanza è conosciuta ma non si conosce:
come ciò è possibile? Come può l’uomo, un semplice modo od accidente, conoscere
la sostanza, ed elevarsi a Dio, se è semplice effetto? come l’effetto ritorna
alla causa? Il problema che il concetto della sostanza apre alla speculazione è
quello del conoscere, e ad esso s’appuntala filosofia del frate di Stilo. CAMPANELLA
(vedasi) è confusamente il Cartesio ed il Locke della fìlosofla italiana. Muove
dal dubbio scettico e trova la certezza nella coscienza di sé, nel xensus
SPAVENTA (vedasi), Saggi di critica, Napoli.. LA FILOSOFIA ITALIANA abciilus, ma d’allra parte
fonda la conoscenza della natura sul semplice sensus addilux. Le due esigenze
restano in lui inconciliate: per avere una conciliazione si dovrà giungere fino
a Kant. Ond’è che la certezza delle cose
esteriori sembra a CAMPANELLA (vedasi) ora uno sviluppo, ora una caduta, ora un
incremento, ora un limite. 15 l’intonazione generale della sua filosofia è,
nella metafisica, il razionalismo, la dottrina delle primalità fondata sul
sensus abditiis; nella teoria del conoscere l’empirismo, la mera certezza
sensibile e la concezione dell’intelletto come
semplice senso illanguidito. Ma se per questo verso egli fa un gran
passo su BRUNO (vedaso), gli resta poi di gran lunga indietro pella convinzione
e la fede nell’infinita presenza del divino nell’universo. CAMPANELLA (vedasi)
è in qualche modo, e quasi inconsciamente, il filosofo della restaurazione
cattolica, come fha definito SPAVENTA (vedasi). Egli, col suo
razionalismo, non toglie i ceppi alla
scienza, se non perché questa se li rifaccia da sé medesima e si sottometta
liberamente. Ma l’entusiasmo di BRUNO (vedasi) non trova il suo riscontro che
nello sforzo tenace di BONAIUTO Galilei. Con questo la scolastica, solo
virtualmente superata nella filosofìa del rinascimento, è vinta per sempre. Il
naturalismo non è più soltanto celebrato come nuova tendenza dello spirito, ma è l’attualità
spirituale: nella scienza s’umanizza la natura, che non è più la mera
privazione degli scolastici, né la divinità ancora trascendente della
speculazione, ma è la scienza stessa, l’atrermazione dell’umanità concreta del
mondo, di quel mondo che non ci è estraneo ma interiore, e che vive della
stessa nostra vita di ricerca e di conquista incessante. DA MACHIAVELLI A GlOBERTI Vico. Tra MACHIAVELLI
(vedasi) e VICO (vedasi) corrono due secoli, e ratteggianieiito mentale è
profondamente mutato. All’apparenza li direste vicini, rivolti come sono tutti
e due al passato, per attingere d’esso la loro forza. Ma con che occhio diverso
lo guardano! MACHIAVELLI (vedasi) vede nel passato il mezzo per liberare il
presente dalle accidentalità storiche e
per contemplar l’uomo nell’intimità della sua natura, delle sue passioni: egli
fonda così la politica. Con VICO (vedasi), il naturalismo umano del rinascimento
è già sorpassato, e l’esperienza storica non suggerisce più alcuna distinzione
tra sostanza ed accidente, ma la considerazione dello sviluppo, dello
spiegamento della mente umana. VICO (vedasi) fonda la storia. Le due mentalità sono profondamente
diverse. La tradizione dei politici si continua attraverso GIUCCIARDINI
(vedasi), PARUTA (vedasi), SARPI (vedasi), ed ha un lontano rappresentante in
GALIANI (vedasi). Anche questi, come VICO (vedasi), fa la critica del suo
secolo, e del giacobinismo che quello prepara; ma la sua critica non pre-annunzia
il secolo seguente; essa è quella del politico, che, incapace d’intendere l’aspirazioni,
ha e.sperienza per avvertire le sue
fanciullaggini e sorridere alle sue illusioni. La critica di VICO (vedasi) è al
contrario novatrice. Essa investe tutta la filosofia, il cartesianismo e il
sensismo. All’universalità astratta del primo che non spiega la scienza, perché
vuol fondarla sulla rivelazione immediata dell’evidenza VICO (vedasi)
contrappone l’intuizione genetica delle cose, che le [ P. un'acuta osservazione
di CROCE (vedasi): la filosofia di GALIANI (vedasi), in Critica, spiega nel
loro farsi, nel loro sviluppo: e prelude cosi allo storicismo. E mentre il
sensualismo trae dall’esperienza sensibile un motivo tutto materialistico. VICO
(vedasi) svolge, da quella stessa esperienza, l’universale fantastico, la poesia e la lingua, nella loro originalità
spirituale: e cosi prelude al romanticismo – e a GRICE!. Queste geniali
intuizioni sono comprese in un’unità potente: è la mentalità umana che nel suo
sviluppo s’afferma come dispersa nel senso e nella fantasia e s’unifica e si
riflette nel pensiero. VICO (vedasi) perciò intravvede una metafisica della
mente, una storia ideale, eterna, pella quale
corrono le storie delle singole nazioni: nelle modificazioni della mente
sono per lui da ricercare i momenti dello sviluppo storico. Ecco la grande
originalità di VICO (vedasi): per MACHIAVELLI (vedasi) l’umanità era natura,
sostanza, e perciò fatale nel suo corso, nella sua logica interiore. Con VICO
(vedasi) sorge il concetto della mentalità, della provvidenza immanente
nello sviluppo della nazione. In MACHIAVELLI
(vedasi) c’è ancora, contro l’apparenza, l’intuizione teologica del mondo, e la
tristezza d’un’attesa messianica: l’uomo è fatto trascendente a sé medesimo. In
VICO (vedasi) non più. Nella sua concezione storica l’umanità è tutta spiegata.
Ma pure quello stesso VICO (vedasi), che scrutando la storia di Roma, attua
magnificamente la sua idea, lascia poi intatto il pregiudizio
dell’elezione arbitraria degl’ebrei. Nel passare alla storia di Roma, VICO
(vedasi) aveva compiuto il suo grande
sforzo, e vi s’era esaurito,
senza aver più la forza di ri-passare alla storia degl’ebrei, come osserva CROCE
(vedasi) nella sua bella monografia su VICO (vedasi). È viltà? È pregiudizio?
Forse, con più verità, è un difetto intrinseco dei sistema: VICO (vedasi) non sa uscire dal
particolarismo ristretto dell’unità nazionale: manca a lui il concetto
dell’università del particolare, deiriimanità della nazione, che è l’opera del secolo seguente. E
perciò quel passaggio dai romani agl’ebrei, che a noi sembra oggi cosi facile,
non è possibile al suo genio. VICO (vedasi) non ha mai il riconoscimento che
gli spetta, né in Italia né fuori, né
vivente né dopo morto. S’impadronirono della sua dottrina i positivisti,
e falsificarono nel modo più barocco la sua celebre formula della conversione
del vero col fatto. Rivendicarne la memoria e perseguirne la speculazione è
stata l’opera di SPAVENTA (vedasi), di SANCTIS (vedasi), e più ancora, di CROCE
(vedasi). Per merito loro la profonda lacuna della nostra cultura è
colmata. Con MACHIAVELLI (vedasi) e con VICO
(vedasi) noi possediamo gl’esponenti maggiori della storia della nostra filosofia,
dal Rinascimento VICO (vedasi) colla sua intuizione d’una metafìsica della mente umana è il pre-sentimento
del criticismo, che si svolge poi in Italia per opera di GALLUPPI (vedasi), SERBATI (vedasi), e
GIOBERTI (vedasi). La posizione storica
di questi filosofi è stata fraintesa
generalmente, e da loro medesimi per primi, finché la critica di SPAVENTA
(vedasi) non ne ha liberato la dottrina dall’involucro contingente e svelata la
stretta parentela colla filosofia tedesca. La spiegazione del fraintendimento
ci è data dalla considerazione dell’ambiente nel quale sorsero e si
svilupparono le dottrine. L’Italia è infestata dal sensualismo, e la stessa filosofia kan-liunn non vi s’introduce che attraverso
reclettismo e la psicologia degli scozzesi: il valore sommamente originale del
concetto della soggettività ne vien completamente perduto. Nel rinnovamento
cattolico, che s’inizia in questo stesso periodo, il sensismo vien minato alla
base, ma non già in nome del criticismo. Il sensismo è, nelle sue ultime
conseguenze, scettico; è un vano gioco d’elementi
soggettivi, che non fonda l’oggettività, il sapere. Ma il criticismo, si
soggiunge, non è anch’egli chiuso nel soggettivismo delle forme del senso e
dell’intelletto? e non va a finire del pari nello scetticismo? Con questa
critica si pretende di disfarsi di Kant, e si cre Sono curiose queste citazioni
di VICO (vedasi) che s’in1 H. Arie, storia e fìlosofta, Firenze. contrailo
presso i positivisti; se ne trovano oltre che in CATTANEO (vedasi), VILLARI
(vedasi), CAHELLI (vedasi) e Wngiiilli (vedasi). VICO (vedasi) diviene un
precursore del positivismo, la sua formula della conversione del vero col fatto, identità del pensiero e dell’essere,
come mentalità, sviluppo, viene dai più intesa nel senso che la verità sta nel
fatto e non già nella mente. Ma pure
queste reminiscenze vichiane trattengono i positivisti dal cadere in una
metafìsica materialistica. Sono tutti assai prudenti, anche perché non hanno
nulla da dire: il più arrischiato forse è ANGIULLI (vedasi), che è d’ingegno un
po’più filosofico degl’altri. Ma il suo programma positivistico non manifesta
alcun contenuto nuovo di dottrina. FI quando il positivismo, pella logica stessa del suo movimento, degenera ovunque
nel materialismo, i nostri positivisti sono pronti a sconfessare la conseguenza
d’essi non voluta delle dottrine. VILLARI (vedasi) polemizza coi materialisti.
GABELLI (vedasi) distinse un vecchio ed un nuovo positivismo, e manifesta la sua avversione
per quest’ultimo. Certo in questi pentimenti c’era qualcosa d’ingenuo, proprio
di chi non sa valutare la portata d’una
dottrina, mentre l’accetta; e i materialisti galli sono più conseguenti dei
positivisti italiani, nel negare quell’idealità vaghe che questi lasciavano
ancora ondeggiare al di sopra dei fatti. Ma se in ciò i nostri sono meno
filosofi, sono poi più di buon senso nelle loro riserve, perché dopo tanti
sforzi per liberarsi d’una metafìsica pseudo-idealistica, non volevano trovarsi impegoiati in una altra metafìsica,
di tendenze materialistiche. La trivialità di questa metafìsica non tarda a
manifestarsi. Essa sorge dal connubio tra la filosofìa e la biologia; e il suo
nome era il monismo: un nome che dice tutto, anche più del contenuto di
dottrina con cui lo si è voluto giustifìcare. I suoi fautori sono medici,
naturalisti, botanici, fisici, e via discorrendo. La loro opera sarebbe certamente andata dispersa se MORSELLI
(vedasi) non avesse avuto la felice idea di raccoglierla e disciplinarla in una
Rivista di filosofia scientifica, che resta come prezioso documento della
filosofia italiana. Ma l’esagerazioni più stravaganti del positivismo
materialistico si videro nella scuola d’antropologia, fondata da LOMBROSO
(vedasi), notissimo autore di saggi in
cui il genio e la delinquenza s’accoppiavano in una felice coincidentia
oppositorum. Di queste dottrine non ci occuperemo, perché son divenute di
competenza forense, e funestano le squallide aule delle nostre Corti d’Assise.
Accenneremo soltanto a una propaggine del positivismo italiano che per opera
specialmente di FERRI (vedasi) s’è innestata nella dottrina socialistica. E
del FERRI (vedasi) raccomando la lettura
d’una prefazione a una sgrammaticata traduzione italiana deWAntidiiliring d’Engels,
che è un bel documento del livello di cultura del nostro ex-socialista. Ma con
tutto ciò, del positivismo italiano noi non avremmo che notizie scarse e
frammentarie, s’esso non fosse stato conglobato e quasi condensato in una
dottrina unica d’ARDIGÒ. Di questo
perciò vogliamo occuparci un po’più estesamente. La filosofìa d’ARDIGÒ ha
quello stesso motivo naturalistico che abbiamo osservato nel positivismo della
Britannia; essa è l’indiflerenza tra il sensismo e il materialismo, senza per
altro il rigore logico di MORE GRICE TO THE Mill – GRICE e Baker, MILL -- e la
veduta vasta, per quanto superficiale, di Spencer. Mentre infatti l’empirismo della Britannia è veramente
monistico, nel senso che, ammesso il fatto naturale della sensazione, ritiene
poi derivata e posteriore la distinzione del soggetto e dell’oggetto, ARDIGÒ
invece tradisce fin dal principio la sua preoccupazione dualistica, propria del
realismo ingenuo. Perciò ammette come fondamentale la distinzione del senso
interno e del senso esterno, dell’auto-sintesi
e dell’etero-sintesi, cioè d’una parte l’associazione dei dati psichici stabili
che costituiscono il me di GRICE – PERSONAL IDENTITY, I AM NOT HEARING A NOISE
--, dall’altra l’associazione degli stati psichici accidentali che
costituiscono il non-me. Questa è prova dell’inferiorità della dottrina in
quistione rispetto alle altre forme di positivismo, perché la distinzione non
fa che adombrare quella tra la materia e la sensazione – WHAT’S THE MATTER?
NEVER MIND! --, e giustifica quell’illusorio raddoppiamento del mondo nella
conoscenza, che ad empiristi come Avenarius o Mach parrebbe una mostruosità. Il
termine comune di materia psichica, nei due campi, del senso interno e del
senso esterno, non è in effetti altro che un nome, che si può trasformare a piacere in un altro, l’indistinto,
che ARDIGÒ (vedasi) pone a fondamento della realtà. Si vuole che ARDIGÒ fa una
critica dei-rinconoscibile di Spencer, e c’è veramente un saggio suo su questo
soggetto. Ma bisogna proprio dire che egli sia andato in cerca della pagliuzza
nell’occhio del fratello, senza accorgersi del trave che ha nel proprio. Almeno
il povero Spencer poteva illudersi di
veder il divino in quel suo inconoscibile, mentre nel caso dell’indistinto,
nemmeno questa immaginazione è più possibile. Con questo concetto del neutro
d’ARDIGÒ l’epurazione degl’in-conoscibili, degl’in-coscienti e simili prodotti
del facile eclettismo è compiuta, e non resta che l'innocua sodilisrazione (ti
dire uno, quando le cose, a dispetto del positivista, pare che vogliano dire due. L’indistinto o neutro
d’ARDIGÒ non contiene dunque più alcuna traccia del divino. L’idea del divino è
del tutto radiata dai quadri di questa filosofia, e al suo posto subentra il
concetto dell’infìnito o della virtualità permanente dell’esperienza: un
concetto che, come quello inilliano della possibilità delle sensazioni
dimostra, si. la preoccupazione immanentistica del positivismo, ed è perciò da
lodare nel movente psicologico della sua formazione, ma è nel fatto
insufficiente, come quello che si travaglia ancora nel dualismo del LIZIO, e
dissimula, nella sua apparente facilità, il problema non risoluto, e
l’ignoranza dei potenti sforzi che la speculazione di venti secoli ha compiuto
per giungere al graduale superamento di esso. Questo cenno sul motivo fondamentale dell’opera d’ARDIGÒ può
bastare, come un saggio della sua filosofia. Lo svolgimento della dottrina,
secondo i criteri direttivi dell’empirismo, è dato dal tentativo d’aggruppare
in varie forme e in varie guise il materiale plastico della sensazione: un
campo di ricerche che l’empirismo nella Britannia aveva già da tempo sfruttato, e che con ARDIGÒ
non è in grado di dar nuovi frutti. Dal
dualismo si val al monismo.
Nell'imperversare delle dottrine materialistiche, molte voci modeste sono
soffocate, che forse in un ambiente più propizio avrebbero potuto esercitare
un’efficacia maggiore. La loro influenza sulla filosofia italiana è assai
scarsa, in un tempo in cui il materialismo domina la vita sociale nelle sue più
cospicue manifestazioni. Esse nondimeno
riuscirono a formarsi un teatro più ristretto, ma insieme più consono alla loro
intonazione: la cattedra. E come già nella Gallia lo spiritualismo eclettico,
svalutato dai nuovi indirizzi, si conserva nella cerchia universitaria, così
nell’Italia positivistica e materialistica s’ha un insegnamento universitario
con tendenze spiritualistiche. Noi abbiamo già accennato a quel dualismo platonizzante che si delinea nelle opere di
ROVERE (vedasi), FERRI (vedasi) e BERLINI (vedasi). Come quello che, bilanciato
tra i due domini estranei del pensiero e dell’essere, naufraga poi nello
spiegare la mediazione d’entrambi, il conoscere, esso non poteva riuscir
vincitore di quel positivismo che vive nella medesima diffìcoltà, e solo cerca
di dissimularla colle sue poco fondate
asserzioni. Né il dualismo, nella
forma datagli da BONATELLI (vedasi) o da CANTONI (vedasi), per quanto più
corretto e rammodernato, ha migliori probabilità di successo. In fondo la
difficoltà resta identica, e al più veniva spostata in più remote regioni.
Nella sua vita infaticabile di studio e di ricerca, BONATELLI (vedasi) non
riusce mai a migliorare la posizione iniziale della sua filosofia, che noi
conosciamo dal saggio, Pensiero e conoscenza. Là egli, ispirandosi a Lotze,
muove dal soggettivismo empirico della coscienza e invano si tortura per
conseguire l’oggettività del conoscere. Il pensiero è da lui ridotto al
semplice pensato, alla mera forma indifferente a ogni contenuto, qual’è quella
della logica del LIZIO, e cosi fin dal principio gli è preclusa la via a concepire la relazione tra il pensiero e
l’essere. Egli afferma, si, che pensare è giudicare, ma non intende il valore e
la portata di questa grande verità della R.,
La filosofìa contemporanea. LA FILOSOFIA
ITALIANA lilo.solia kantiana, che
è neutralizzata dall’intuizione fondamentalmente platonica della sua dottrina.
Di qui, se il pensiero è il semplice pensiero, la certezza del reale non è che un’inferenza, un’analogia, per cui
noi interpretiamo le cose esterne a noi nei termini della nostra esperienza
soggettiva SOMEONE IS NOT HEARING A NOISE GRICE. Ma¬ cho cos’è la realtà in sé
stessa? Ora è qualcosa di simile ai reali di Lotze, ora è lo stesso pensiero
inteso come norma ideale a cui tentano d’adeguarsi le singole conoscenze.
Soluzioni deboli, come si vede, perché
col principio d’analogia crediamo di muovere, ma in realtà non moviamo un passo
fuori della mera soggettività; e la norma ideale, d’altra parte, posta fuori
del pensiero attuale, è la mera oggettività, a cui manca il ponte di passaggio
verso il soggetto. Oggettività pura e semplice, e soggettività pura e semplice,
dunque: qui la soluzione, in fondo, non fa che ridarci tal quale il problema. Il platonismo del primo saggio
si trova immutato negl’altri; al più s’epura. Nell’opuscolo PERCEZIONE GRICE
POTCH e pensiero è detto che l’oggetto GRICE OBBLE opera sul soggetto,
imprimendo in questo l’immagine di sé stesso; immagine che non è per nulla
sfigurata e deformata dalla passione del conoscente, perché il mutamento subito
da questo consiste soltanto in ciò, che
egli conosce ciò che prima non conosce – GRICE NEGATION AND PRIVATION KNOW. La
conoscenza viene così sempre più alleggerita di quel compito copernicano che
Kant aveva voluto imporle e quindi ridotta a una mera duplicazione
inesplicabile d’una realtà in sé bell’e fatta. Il termine della speculazione di
BONATELLI (vedasi) è, per questa via, il
capo [BONATELLI (vedasi), Pensiero e conoscenza Bologna. BONATELLI
(vedasi); Percezione e Pensiero Atti del R. Istituto Veneto di scienze, lettere
ed arti, volgimento completo della tesi critica: la forma non è più del
soggetto ma appartiene all’oggetto GRICE OBBLE in sé, e al soggetto non viene
attribuito che la semplice modilicazione sensibile, o, in altri termini, la
materia 11 che significa, se non mi
sbaglio, volere ricondurre la tesi dualistica all’assurdo. Un altro dualista
orientato verso la filosofia di Lotze è CANTONI
(vedasi), pur colla sua vasta, ma poco
profonda, cultura critica. Nel suo lodevole tentativo d’acclimatare la
filosofìa critica in Italia, egli introduce quel famoso problema sull’origine
psicologica dell’a-priori che ha grande fortuna in Germania, e che costituì per lungo tempo il capo dei naufragi
di molti critici. Nell’intento di
CANTONI (vedasi), quel problema dove salvare la critica dal mero soggettivismo
in cui pare la chiude la critica: il riconoscimento della formazione
psicologica dell’a-priori dove infatti segnare il punto di convergenza della
doppia azione del pensiero e della realtà. Ma per quella legge
dell’eterogenia dei fini, la cui
fecondità è sorprendente, la ricerca di CANTONI (vedasi) è viziata precisamente
da quello stesso soggettivismo contro il quale egli crede di combattere. Come
infatti si può parlare di formazione psicologica dell’a-priori, tranne che
questo non venga inteso che come il semplice a-priori della coscienza empirica,
e non della coscienza e insieme della
realtà? Esso dunque presuppone
qua una coscienza, là una realtà bell’e fatta, e dice: questa coscienza nell’appropriarsi
quella realtà procede per gradi; è prima un mero a posteriori, e si a priorizza
a poco a poco con lo spogliarsi del contenuto sensibile e col concepire la
forma astratta delle cose che il pensiero può padroneggiare -- concepire
universalmente, necessariamente -- appunto perché è vuota di contenuto Ma
questo, è il falso a priori analitico da
cui Kant s’era liberato nella sua critica, e che poi Lotze, con un
anacronismo, aveva voluto ripristinare.
Esso non regge se non in quanto si pone il pensiero d’una parte e il reale
dall’altra, e si fa giocare il pensiero con sé stesso, nella sua vuota
interiorità. E questo fa appunto CANTONI (vedasi), il quale, una volta fuori
della buona via, parla d’applicazione delle categorie al reale, d’una
corrispondenza Ira quelle e questo con un completo capovolgimento di tutti i
principi fondamentali del kantismo. Un filosofo raccolto e con una simpatica
intonazione mistica è ACRI (vedasi), personalità assai caratteristica della
filosofìa italiana. In un periodo di grande rozzezza spirituale, quando il
materialismo regna incontrastato, ACRI (vedasi) osa scuotere il giogo della
dittatura e affrontare direttaniente il nemico. Rivolgendosi ai naturalisti, ACRI
(vedasi) dice: voi colla vostra cellula credete di spiegar tutta la vita della
coscienza, e in realtà non spiegate niente; nella cellula nulla c’è che
chiarisca la medesimezza della coscienza, e l’unità sua, e la sua facoltà
formativa, e quella speculativa, e quella volitiva, e nulla c’è che chiarisca la più umile dell’operazioni sue E ricorre, per mostrare l’impossibilità di
comporre l’uno coi più, al grazioso esempio dell’aquila d’ALIGHIERI che sembra
un unico essere, ed è un’accolta d’esseri; e da da lon[CANTONI (vedasi). Kant,
Milano. ACRI (vedasi) Videmus in aenigmate,
Bologna. --tano l’illusione di dire; io, io, nienlre in realtà, a
sentirla da vicino, dice noi, noi. Ma il
platonismo d’ACRI (vedasi)
riproduce, in più sublime sfera, la stessa difficoltà, e, in fondo, la
stessa illusione dell’aquila d’ALIGHIERI. Poste l’idee, non si spiega più il
pensiero; e posta l’intuizione immediata della verità ideale, riesce
inesplicabile la rillessione dell’auto-coscienza. Quindi invano cerca ACRI
(vedasi) d’adombrare con immagini poetiche il principio della riflessione, che in realtà manca nella sua filosofìa. ACRI
(vedasi) ricorre all’esempio dello scintillio della luce stellare. Ma questo
esempio appunto tradisce la difficoltà dell’accademia. Lo scintillare della
stella è la mera apparenza della riflessione ilella luce, è l’illusione
soggettiva della nostra visione. La dottrina della coscienza è così la nota
fuori posto nella concezione d’ACRI (vedasi); questi abbracciamenti tra Platone e Kant, a tanti
secoli di distanza, hanno sempre qualcosa di fittizio. GRICE LO CHIAMA KANTOTLE
O ARISKANT, VIS-A-VIS PLATHEGEL OR HEGPLATO. Nei nomi di BONATELLI (vedasi), di
CANTONI (vedasi), e d’ACRI (vedai) si compendia l’indirizzo dualistico della FILOSOFIA
ITALIANA. Più recentemente esso ha avuto un altro prosecutore in SARLO (vedasi), fondatore
della rivista la Cultura filosofica. Questa, sorta in anti-tesi col positivismo
e coll’agnosticismo, e riprendendo alcuni motivi di Lotze, cerca di svolgere e
ravvivare il dualismo, col porlo in contatto colle dottrine gnoseologiche e colle
ricerche di psicologia sperimentale. E torna infine opportuno parlare a questo
punto d’un filosofo, che nell’ultimo
decennio ha compiuto uno sforzo notevole per conquistare una veduta idealistica
della realtà: intendiamo dire di VARISCO (vedasi). In “Scienza ed opinioni,”
egli si muove ancora nel campo della metafisica dommatica. Il mondo è da lui
inteso come un insieme d’elementi originari o monadi che operano gl’uni sugl’altri.
L’azioni reciproche tra le monadi sono in effetti di due specie. Determinano cioè; una variazione in ciascuna
monade; una variazione tra le monadi, ossia ne modificano raggruppamento -- la distribuzione spaziale. I fatti della prima
specie sono psichici, quelli della seconda, fisici. Questo è il dualismo della
metafisica dommatica, e consiste nel considerare le relazioni del mondo fisico
come affatto fuori della monade, mentre ripugna alla monadologia ammettere azioni infra-monadiche -- le monadi non hanno finestre; e una volta
ammesse, risulta inconcepibile la conoscenza di quelle relazioni, perché non si
comprende dove mai esse cadano, se son fuori della monade. Ma coll’approfondire
il concetto della monadologia, VARISCO (vedasi) supera il dualismo della
metafisica dommatica. Nel volume: I massimi problemi il dualismo tra fisi e psiche ha un significato
gnoseologico, nel senso che quella distinzione non è più tra due realtà
estranee l’una all’altra, ma si costituisce nel dominio stesso della
conoscenza. La realtà fisica di “Scienza e opinione” diviene una psichicità, un
complesso di sensibili: il soggetto, la psichicità della posizione, diviene
l’unità del molteplice sensibile. Su questa dualità originaria, VARISCO
(vedasi) eleva la sua costruzione. D’una parte la realtà dei sensibili si
costituisce secondo le sue leggi; dall’altra la realtà del soggetto, secondo il
principio dell’unità di coscienza. In tal modo il dualismo non [VARISCO
(vedasi), I massimi problemi, Milano, dove è riassunta la dottrina. Ancora Scienza
ed opinioni, Roma] è risoluto; e questo perché VARISCO (vedasi) non ha svolto il concetto dell’unità della
coscienza in tutta la sua portata, eliminando quel residuo del LIZIO che sta
nel porre, di fronte alla coscienza, dei sensibili non sentiti, delle potenze
che aspettano di porsi in atto. Insoinma l’ombra del dommatismo, «Iella
precedenza di quei sensibili di fronte all’atto dell’auto-coscienza permane
sempre, e in veste psicologica si ripresenta quella realtà fìsica di “Scienza ed opinioni,” che VARISCO
(vedasi) non ha mai veramente risoluta. Per superare il dualismo, egli fa
ricorso a un concetto della filosofia di SERBATI (vedasi), quello dell’essere
in universale; ma ne muta profondamente il significato, che non è più per lui
trascendentale, ma empirico, ed esprime soltanto l’identità del pensato,
l’indifferenza di soggetto e oggetto; in
altri termini, quella psichicità primaria su cui deve fondarsi la dualità di
fisi e psiche. VARISCO (vedasi) compie un notevole sforzo per mostrare come
questo indifferenziato, per un’intima esigenza, si differenzi: e ciò mostra che
egli è bene addentro nella difficoltà dell’idealismo; ma non mi pare che
risolva il suo problema, perché non veggo il principio della differenziazione,
il soggetto. Quel differenziarsi è
perciò ancora da lui inteso nel senso della metafisica dell’essere e non del
conoscere, vale cioè a fondare una monadologia e non una fenomenologia. Per
giungere a questa è necessario spogliarsi del tutto della preoccupazione di una
realtà fatta, sia come natura, sia come potenza del pensiero, e guardarsi
dall’anticipare in qualunque modo il mondo sull’atto concreto del pensare. Già nella dottrina che VARISCO
(vedasi) accenna della personalità s’intravvede il principio d’un
approfondimento dell’idea del soggetto. Riporto le seguenti sue parole: Quando
ciò di cui giudico sono io stesso, il mio fare non è più soltanto ri-costruttivo;
è veramente costruttivo. L’io, ossia l’iinità dell’auto-coscienza ben diversa
dalla pura unità della coscienza, dal
soggetto animale, non esiste che in quanto afferma sé stesso – cf GRICE I’M NOT
ON THE FIRST ROW, I’M ON THE STAGE Bene, ma una volta inteso che riprodurre è
in verità, nel mondo della coscienza, della realtà in fieri, un produrre,
bisogna andare avanti, approfondire il concetto della riflessione creatrice,
che è il cardine della filosofìa, svelare tutti i tesori che esso racchiude: allora solo si vedrà, nella
trasparenza della coscienza, tutta la realtà nella sua pienezza. VARISCO
(vedasi) invece si ferma a metà: egli infravvede, ma non svolge, il motivo
fecondo dell’iilealismo. Il criticismo italiano è per molli rispetti benemerito
della nostra cultura, per avere alacremente pronio.sso gli studi storici, che
fra noi facevano difetto. Si pensi che perfino i due più profondi filosofi italiani,
SERBATI (vedasi) e GIOBERTI (vedasi), spropositarono talvolta nel modo più
deplorevole la storia della filosofia, si da falsare la loro stessa posizione
storica di fronte alla speculazione. E nel campo della storia della filosofia
si sono specialmeiile distinti FIORENTINO (vedasi), TOCCO (vedasi), MASCI
(vedasi), TARANTINO (vedasi), CHIAPPELLI (vedasi), ed altri ancora. Ma, quanto all’atteggiamento
dottrinale, il criticismo ha uno stretto rapporto coll’indirizzo di cui abbiamo
testé parlato. Il criticismo si svolge infatti più specialmente nei confini
segnati dall’analitica trascendentale di
-- VARISCO (vedasi), I massimi problemi,
Kant. Di qui. il limite della sua forza speculativa e dato dalle
antinomie; limite che si vuol poi superare colla dimostrazione della vanità d’ogni
metafisica – H. P. GRICE, “METAFISICA”: Reason still speaks to us, but not in
the form of assertions, but IMPERATIVES! Ma colla metafisica il criticismo è
costretto, suo malgrado, a fare i conti, quando vuole spiegarsi quell’a-priori
che esso accetta da Kant. Non appena esce dalla semplice distinzione tra il
problema della formazione empirica delle
conoscenze e quello della loro validità, e vuol cercare di spiegarsi il come e
il perché di quest’ultima, eccolo già alle prese colla metafisica. Il valore,
come abbiamo già notato, è un concetto neutro, bilanciato tra il pensiero e
l’essere; la spiegazione del valore è dunque il problema metafisico del
rapporto tra il pensiero e l’essere. In che modo risolverlo? Il criticismo,
non sapendo vedere nelle categorie altra
cosa che quel semplice fatto del valore, ha esaurito già la sua provvista, e
non può chiedere perciò al suo Kant quella spiegazione ulteriore; esso allora
la perseguiterà attraverso la psicologia, la biologia, e finirà col ritrovarsi
in una posizione che aveva già oltrepassata colla sua premessa. Questa difficoltà
del criticismo si rivela nel modo più
caratteristico nella parabola descritta dal suo primo rappresentante in
Italia, FIORENTINO (vedasi), che non riuscì a mantenersi nella sua posizione
iniziale, ma, cedendo all’urto delle nuove ricerche biologiche, contro cui
s’era già abbattuto il criticismo in Germania, fini col fraintendere del tutto
il significato dell’a-priori kantiano, contaminandolo di naturalismo
evoluzionistico. Più fedele allo spirito
del criticismo è MASCI (vedasi), che se ne può considerare come il maggiore
rappresentante. Le sue istanze negative contro i fraintendimenti dei principi
fondamentali del criticismo sono solide, ma la fondazione postiva di quegli
stessi principi dà luogo alla difficoltà già notata a proposito del criticismo in
genere. Giustameute MASCI (vedasi) difende l’a-priorità dello spazio e del tempo, come funzioni
spirituali, dal psicologismo, che colla semplice costruzione delle
rappresentazioni di spazio e tempo s’illude di aver soddisfatto all’esigenza
dell’estetica trascendentale. Col suo mosaico delle sensazioni esso crede di
costruir la forma, invece la presuppone a ogni passo. Né migliori surrogati
della deduzione del criticismo offrono le ricerche biologiche sull’a-priori, che non riescono
addirittura a rendersi conto del problema di cui si tratta. Un altro errore che
si suol commettere nell’interpretazione del critiismo, è quello di ridurre la
realtà alla mera rappresentazione – H. P. GRICE, P. F. STRAWSON, D. F. PEARS,
‘REDUCTION” --; cosi, osserva MASCI (vedasi), si fa svaporare il reale, mentre,
secondo i principi del criticismo, la serie psichica non ha maggiori diritti al
riconoscimento della serie fisica. Ma esistono fisi e psiche come due realtà
per sé? Qui sta il problema. K pare che MASCI (vedasi) a un certo punto sia
sulla via di risolverlo secondo il criterio dell’idealismo assoluto, col
riconoscere l’inanità della riflessione che vuol risalire a una realtà oltre
l’atto dell’auto-coscienza. Però non
riesce a rendersi conto che al di là di quell’atto non c’è una realtà
che sia a noi preclusa pella scarsezza delle nostre facoltà mentali, ma che non
c’è proprio nulla, fuori che la proiezione della nostra ombra – PROBLEM WITH
BEING ON STAGE IS THE SHADOW -- GRICE. E una volta perduto il criterio
dell’unità concreta, fisi e psiche gli restano innanzi come due fatti distinti,
che egli pur sente [MASCI (vedasi), Il
materialismo psico-fisico, Napoli] il bisogno ili unificare. E concepisce cosi
il suo monismo. Non si tratta di sapere né come la materia genera il pensiero,
né come questo genera l’azioni
materiali. Porre cosi il problema è renderlo insolubile, perché l’idee
di materia e spirito sono generalizzazioni unilaterali, astrazioni nostre,
operate in direzioni opposte, d’un processo che in realtà è unico. E per
conseguenza cerca di trasferire quell’unità in un passato in cui psiche e tisi
erano indill'erenziate. La monadologia d’una
parte e il principio dell’auto-coscienza dall’altra: questa a me pare la
doppia esigenza inconciliata in cui si travaglia la filosofia di MASCI
(vedasi). E nella stessa difficoltà s’imbatte un altro filosofo, MARTINETTI
(vedasi), che vi resta impigliato, benché faccia un grande sforzo per
liberarsene, cercando di fondere la metafìsica dell’essere colla metafisica del
conoscere. Come già Bnirac, egli
concepisce il reale come una pluralità di monadi, o per togliere la possibilità
d’un fraintendimento storico di centri coscienti o unità sintetiche di soggetto
oggetto. Ma questa pluralità, realisticamente intesa, è incompatibile colla
monadologia. Posta la monade, o comunque il rapporto soggetto-oggelto, è con
ciò tolta la realtà nel significato
realistico delle altre monadi, la cui
esistenza è possibile solo come iilealilà nella monade. Lo svolgimento dell’idealismo
è consistito nell’approfondire questo concetto nuovo dell’idealità, in cui s’è
riconosciuta la realtà vera e concreta: così è stato abbattuto il vecchio
concetto del mondo come totalità naturale, e s’è costituito il nuovo concetto
del mondo come esperienza assoluta. MARTINETTI (vedasi) invece tien fermo
ancora all’idea del mondo come un tutto naturale e dissemina lungo d’esso i
suoi centri coscienti, senza intendere
che questo è incompatibile col concetto nuovo dell’idealità che egli mostra d’accettare.
Ond’è che, malgrado tutti gli sforzi, egli resta un realista, e, come tale, si
mostra impigliato in una difficoltà insolubile allorché vuol superare il
disgregamento dei principi coscienti in
una unità superiore. Una volta posta dommaticamente la plu MARTINETTI (vedasi), hitroiiuzlone
alla metafisica, Torino -- ralità delle coscienze, l’unitù o sarà un nome, o un
principio trascendente, perché lo ripeto, la pluralità, come tale, è fuori
dell’atto di coscienza. Dato questo residuo di dommatismo, un vero superamento
della metafisica dell’essere non è più possibile a MARTINETTI (vedasi), il quale non riesce
che a una conciliazione apparente tra quella metafisica e la metafisica del
conoscere, col mostrare che la stessa instabilità dei centri coscienti, per cui
essi si sviluppano e si potenziano in sintesi sempre più alte, si dà nel campo
del conoscere come processo delle conoscenze dalle forme più semplici e
imlilTerenziate del senso alle sintesi più
alte dcH’iiitellelto e della ragione. Qui non fa che ripro. Purtroppo
egli sa per esperienza che la gente a cui osa parlare di Hegel è solita di
prendersi segretamente gioco di lui, e allora conclude che l’hegelismo non si
può dimostrare che ad un hegeliano. E allora insorge più grave un nuovo
problema. Come si fa a diventare hegeliani? Qui le cose si complicano, una
volta che non si può diventare hegeliani
se già non si è tali. Ecco l’antinomia da risolvere; e l’unica via possibile è
d’ammettere che hegeliani si è in quanto si nasce. Questa è per lui una vera
rivelazione: egli finirà per convincersi di essere hegeliano per diritto
divino, e dall’alto di questa convinzione potrà lanciare uno sguardo di
commiserazione ai non eletti, rassegnarsi alle defezioni dei suoi scolari,
e abbandonarsi, senza nessuna
preoccupazione d’essere inteso o compreso, alle sue contemplazioni. La
filosofia di VERA è appunto la contemplazione del sacerdote di Brahma. Il
termine a cui s’appunta Vera, Inlroduclion à la philosophie de Hegel, Paris, in.
l’idealismo assoluto è l’idea nella sua vuota universalità, senza più nessun
contatto col mondo della vita. Per toccarla bisogna porsi al di sopra della sfera del sentimento,
abdicare alla propria coscienza individuale, e purilicarsi di tutta la propria
contingenza umana. Che cosa crede VERA (vedasi) di conquistare in un tal modo è
difiìcile dire; non certo l’universale concreto di Hegel. Ed è davvero
impressionante vedere come le pagine piene di vita della fenomenologia o della logica,
dove tutto il mondo della storia si
fonde in una grandiosa epopea, diano luogo, per opera del sonnolento hegeliano,
a un annacquato platonismo che prende le idee per entità e per mere
rappresentazioni di cose, e le dialettizza in un nebuloso empireo. Qui si
compiva quel pervertimento dell’hegelismo in una metafisica dell’essere, assai
peggiore dell’antica, perché cristallizzava l’idea nelle cose, e deduce i
cavalli dagl’asini, commisurando la
deduzione al grado progressivo di perfezione delle relative idee. Di fronte a
una tale metafisica è la benvenuta la reazione dello Schopenhauer, contro cui
pur sente bisogno VERA (vedasi) di protestare. Con ben altra mente concepiva
l’hegelismo SPAVENTA (vedasi). GIOBERTI (vedasi) dice, non diversamente da
Hegel: pensare è creare. L’idea del pensiero come creazione è l’idea della filosofia
di Kant, mentre Cartesio e Spinoza non sono giunti che al concelto del pensare
come causare. Ma GIOBERTI (vedasi) s’è
elevato al nuovo principio tutto d’un colpo, per una subitanea esplosione: egli
intuisce ma non prova la creazione; questa per lui è un fatto, indeducibile e
indimostrabile. Eppure egli stesso, in un passo importantissimo delle Postume, integra la formula del pensare
= creare, coll’altra: provare è creare. Il pensiero prova l’atto creativo col
ri-produrlo e ri-crearlo dentro di sé;
ma ri-produrre è produrre, e ri-creare è creare. Ecco il grande concetto
della mentalità, la quale non si svolge per accrescimento e ri-produzione del
suo prodotto, ma per creazione del nuovo: il prodotto stesso non esiste che in
questo nuovo produrre; l’atto creativo,
che in questo atto che lo ri-crea. A tale conclusione non è giunto GIOBERTI
(vedasi), il quale, anzi, dall’idea che provare è creare aveva voluto inferire
che la creazione è indimostrabile. Ma poiché il carattere essenziale della
mentalità è appunto il provare in ciò la mente si distingue dalla sostanza che
si definisce soltanto, il problema che la filosofia di GIOBERTI (vedasi) apre ai successori è:
provare la creazione. Ed è questo appunto il problema di SPAVENTA (vedasi). GIOBERTI
(vedasi) dice: essere è creare, pensare
è creare, creare è pensare. Questa identità bisogna provare. Creare è l’ente
concreto, soggiunge SPAVENTA (vedasi), è fare, realizzare, individuare,
sostanziare, entare, far esistere; è la realtà, l’assoluta realtà. È assoluta realtà, perché, per GIOBERTI
(vedasi), Dio stesso è creare, creare sé stesso. Toglieteci creare e avrete il
niente. Eppure non si ha mai il niente; giacché togliere qui è pensare; il
pensare rimane, e ci è sempre. Ciò vuol dire: il creare, tolto, rimane; perché
il togliere stesso è creare: cioè come semplice togliere —
negare — è momento del creare. Ora come si prova la
realtà, il creare? Il pensare è; non può
non essere. Il pensare prova sé stesso: negare il pensare è pensare. 11 Pen-, GIOBERTI
(vedasi), Nuova ProtoloQla, SPAVENTA (vedasi), LA FILOSOFIA ITALIANA, Bari Appendice:
Schizzo d’una storia della logica. LA FILOSOFIA ITALIANA inesauribile ricchezza
è il grande pregio della logica hegeliana. Essa spiega il processo originale,
creativo, per cui il pensiero creando le
proprie determinazioni crea sé medesimo; è la storia ideale, eterna del
pensiero, prospettata nel sistema della scienza. Sta qui il significato dell’affermazione
di SPAVENTA (vedasi), che la spiegazione del creare è la logica. Questa logica,
di cui SPAVENTA (vedasi) toglie ad Hegel, dice cosi, lo scheletro, è da lui
svolta nel suo carattere più profondo,
perché concepita nel suo motivo storico cartesiano. L’interpretazione
delle tre prime categorie, l’essere, il non essere, il divenire, costituisce di
per sé sola il documento maggiore dell’originalità di SPAVENTA (vedasi).
L’essere è da lui inteso come la posizione immediata del pensiero, come il
semplice pensato. Esso è l’assoluto astratto, è il pensiero che s’estingue
neH’cssere. Ma io penso l’essere, e in
quanto lo penso, l’essere non è più il semplice astratto, ma il mio astrarre,
il mio pensare. Dunque, per virtù stessa del pensiero, l’estinguersi del
pensiero nell’essere è in verità un distinguersi. Pella grande importanza
dell’argomento, ripeterò testualmente il nostro autore. Fissando l’essere, egli
dice, io non mi distinguo come pensiero dall’essere; io mi estinguo come pensiero nell’essere; io sono l’essere. Ora
questo estinguersi del pensare nell’essere è la contradizione dell’essere. E
questa contradizione è la prima scintilla della dialettica. L’essere si
contradice, perché questo estinguersi del pensare nell’essere, e solo cosi è
possibile l’essere, è un non estinguersi: è distinguersi, è vivere. Pensare di
non pensare, fare astrazione dal pensare, cioè fissare l’essere, è pensare; è astrazione, cioè
pensare. Questa contradizione delpensiero che s’estingue nell’essere, e in
quanto s’estingue, pensa, e cioè si distingue e risorge, è il divenire, inteso
come pensare. Essere e non Essere, in quanto inverati nel Divenire, non sono
più quel che sono prima d’essere inverati; ma sono ciascuno quella stessa unità
nella differenza che è il divenire; e in quanto
tale unità, sono davvero, cioè attualmente, distinti. In quanto
veramente uno e distinti, si dicono appunto inverati; cioè momenti del
divenire. SPAVENTA (vedasi), La fllos. Hai. conseguenza un’altra distinzione:
quella della verità in sé e della verità per noi, di una metessi e d’una
mimesi, nella lingua di GIOBERTI (vedasi). Questa propedeutica, egli dice alludendo
alla fenomenologia, che è scienza, e prova il primo della scienza, ci è solo in
quanto ci siamo noi, coscienza o spirito finito: noi dobbiamo elevarci alla
scienza, non siamo immediatamente scienza. La vera scienza, invece, ci è in sé
assolutamente; è non solo umana, ma divina; quando l’altra è solo umana, e non
divina. È divina come momento della vera scienza, non come propedeutica; Dio
non ha bisogno di propedeutica. Quanti
c.avilli per dissimulare un passo falso! In fondo qui SPAVENTA (vedasi) è un
dommatico della più bell’acqua, un platonico che distingue una verità in sé e
una verità per noi, mentre ciò ripugna nel modo più completo all’idealismo. La
ragione dell’errore è che a SPAVENTA (vedasi) manca del tutto una fenomenologia
dell’errore; quindi egli non riesce a
svolgere il concetto della verità come sviluppo, come processo, che pure
è nello spirito della sua fìlosofìa; ma Unisce inconsciamente coll’oggettivarla
in un che di fatto e di compiuto, in una realtà in sé. Qui c’è ancora un
residuo della mentalità dell’hegeliano, che mentre ammette il progresso, il
movimento, e simili, è condotto poi, per la sua soverchia fedeltà alla lettera,
a negare tutte queste cose, allorché è giunto al culmine della
speculazione. Ma non è qui che bisogna vedere nella sua più grande vivezza la
filosofia di SPAVENTA (vedasi). Quello stesso SPAVENTA (vedasi) che afferma il carattere astrattamente divino
della scienza, dice poi, con quanta maggior verità!, che l’apriori è la stessa
potenza della natura, la potenza umana, la quale risulta e si concentra e s’individua da tutta la sparsa attualità
antecedente: e perciò è insieme un assoluto a posteriori. Qui s’intravvede il
vero SPAVENTA (vedasi), il filosofo che meglio d’ogni altro comprende l’umanità
dell'assoluto, di quell’assoluto che non è lontano da noi, ma ci è intimo, e
non è fuori della nostra contingenza, ma è questa stessa contingenza, sub
specie aeterni. Egli dice. Tutti coloro
che fanno ad Hegel due accuse opposte, di relativismo e d’assolutismo,
sono il trastullo d’una illusione ottica, propria della posizione in cui si
mettono; ciascuna parte prende di mira nell’assoluto hegeliano quell’elemento
che a lei fa male agl’occhi: i semi-soggettivisti, l’esperienza, il fenomeno,
la manifestazione, il divenire; gl’oggettivisti, il pensiero; nessuna ha
l’animo e la potenza d’aflìssarlo come
quello che è veramente, vale a dire come ragione assoluta, al di là della
quale, oltre e fuori, non vi ha nulla, e il relativo e il cosi detto assoluto
non sono che enti astratti, e come membri scissi dall’unità organica e viva: da
un lato viene scambiata la relazione col relativo come opposto all’assoluto, e
daH’altro l’assolutezza coll’assoluto, come opposto al relativo. Ai primi io dico: il processo dal primo
pensabile dal puro essere al pensabile assoluto all'assoluta soggettività del
mondo, come unità di conoscere e volere, di verità e bontà, e da questo come
prima esistenza, esteriorità omogenea e indifferente o spazio, all’intimità o
soggetto corporeo, Scritti flios. eli., Paolotlismo, positivismo, razionalismo.
all’animale, al senso, come senso umano o
spirituale, allo spirito o soggetto assoluto, questo processo non è un
gioco vano del pensiero con sé stesso, solamente nel mio intendimento, o un pallido
riflesso d’un lontano ed invisibile oggetto; ma, come atto infinito, come il
pensiero che si determina in sé medesimo e si raccoglie nelle sue
determinazioni e si condensa e concentra e si compie e pone come assoluto
pensiero, è l’atto dell’assoluto, il suo
intendimento, la presenza sua, lui stesso. Ai secondi dico: questo processo,
appunto come produzione, osservazione critica che il pensiero fa di sé stesso,
e in quanto il pensiero, e non altro che lui, principia originalmente e investe
sempre e conchiude quella che si chiama comunemente esperienza, e non s’esercita
fuori e senza di questa come in vuoto aere; questo processo è non solo empiria, ma l’assoluta
empiria; e ha sempre più valore d’ogni frammento e articolo sconnesso a cui si
dà tal nome. Qui, pur con qualche reminiscenza dello schematismo hegeliano,
c’è il pensiero che concentra tutta la
vita dell’hegelismo. Di fronte al concetto della relazione assoluta, che è
quello stesso del fenomenizzarsi della realtà nel pensiero umano, scompare ogni dualità del pensiero in sé e del pensiero
per noi, d’un processo della coscienza e d’un processo della scienza; e in
quanto la realtà non è il mero contingente né il mero assoluto, ma il processo
assoluto del contingente, essa non è soltanto una soluzione o una cosa bell’e
fatta e anticipata senza problema, né qualcosa che si perseguita sempre e a cui
non s’arriva mai, un eterno problema SPAVENTA (vedasi). Principii d’etica,
Napoli. l’idealismo assoluto che non è mai soluzione, ma è l’eterno problema che
è l’eterna soluzione, l’assoluta possibilità che è l’assoluta attualità.
Svolgere questo concetto è soddisfare all’esigenza millenaria posta. Qui, come
si vede, GENTILE (vedasi) riprende e svolge il concetto della dialettica,
accennato da SPAVENTA (vedasi) nel suo saggio sulle prime categorie della
logica di Hegel: è la dialettica dell’essere e del pensiero, che, sola, a noi
sembra feconda e rispóndente allo spirito dell’idealismo post-hegeliano.
L’assoluta a-priorità della sintesi, in questo dialettismo, è l’assoluta [GENTILE
(vedasi), L’atto del pensare come atto puro, Annuario della biblioteca fllosoofca
di Palermo, immanenza del pensiero, come
atto puro o pensiero concreto. Come tale esso è pensiero nostro; fuori
di quest’attualità non v’è il pensiero,
ma il pensato, che è natura, materia. E il ritmo dialettico del pensare è
appunto il convertirsi del pensiero in pensato, dell’alto in fatto, per
risorgere poi eternamente da sé medesimo. Questa dottrina dell’assoluta
immanenza, per cui la vera concretezza è il pensiero attuale, e che perciò nega esplicitamente ogni anticipazione
della realtà come potenza sull’atto del pensare, ed è la più recisa negazione
del vecchio concetto del mondo come il tutto dell’immaginazione, è stata appena
abbozzata in poche pagine da GENTILE (vedasi). Ogni ulteriore discussione
intorno ad essa è prematura; bisognerà prima conoscerla nel suo pieno
svolgimento. Abbiamo seguito lo sviluppo
della filosofia italiana. Questo sviluppo non ha subito nessuna brusca
interruzione come falsamente si è creduto. Il naturalismo del rinascimento
precede e pre-annunzia il movimento cartesiano, e similmente la dissoluzione
del naturalismo, che avverrà in Germania per opera di Kant e dei suoi
successori, s’inizia già in Italia con VICO (vedasi), e prosegue poi, a un
secolo di distanza, con SERBATI (vedasi)
e GIOBERTI (vedasi), che inconsapevolmente attuano l’esigenza posta dalla
metafisica della mentalità. La filosofia speculativa ITALIANA entra in un periodo di decadenza. L’ultime
apparizioni della metafisica sono tenui e senza consistenza, come l’ombre della
caverna platonica. Il positivismo in Italia sorge colla giusta esigenza d’una
dottrina che non vuole anticipare col pensiero sulla realtà, ma finisce ben
presto col falsare la sua premessa in un miscuglio ibrido di dottrine e in una
mal dissimulata simpatia pel materialismo. I suoi primi accenni sono opera di
specialisti, come CATTANEO (vedasi), CABELLI (vedasi), VILLARI (vedasi) ed
altri ancora. Privi di vera originalità, ma corretti nella loro povertà. Le sue
ulteriori esplicazioni sono orientate
verso la scienza e particolarmente la biologa. Il rappresentante maggiore di
questo indirizzo è ARDIGÒ (vedasi) che, per il suo sforzo serio e tenace di
pensiero, pur senza dire quasi niente di nuovo, eleva il positivismo italiano
quasi all’altezza di tutti i positivismi del mondo. La rinascita della
filosofia speculativa è segnata d’un approfondimento del dualismo tra il pensiero e l’essere, che già s’accenna
nelle opere di ROVERE (vedasi) e FERRI (vedasi), e per cui si passa dal
dualismo dommatico di BONATELLI (vedasi) al dualismo gnoseologico di VARISCO
(vedasi). Il criticismo, come quello che non svolge la potenza dell’a-priori,
si travaglia nello stesso problema, e non riuscendo a superare la posizione
della metafisica dell’essere, finisce
col ricadérvi, annullando cosi il concetto dello spirito, ch’esso attinge
originariamente alla filosofia critica. E infine, librato sulle due
metafisiche, in una posizione incerta, ma pure interessante ed originale, MARTINETTI
(vedasi) segna il punto in cui la mentalità del criticismo si volge verso
l’idealismo assoluto. Ma la linea classica della METAFISICA ITALIANA è ripresa da SPAVENTA (vedasi), che promuove
l’indirizzo della filosofia di GIOBERTI (vedasi) con quella più chiara
coscienza della sua vera natura, chft poteva esser data dalla cultura
hegeliana. Con SPAVENTA (vedasi) comincia implicitamente il processo
dissolutivo della filosofìa di Hegel, che è in pari tempo costitutivo d’una
metafisica che mira a svolgere nella sua pienezza la potenza umana della realtà, l’a-priori critico,
negando nel modo più reciso ogni trascendenza. Le tappe di questo cammino sono
segnate da CROCE (vedasi) e da GENTILE (vedasi). Con essi, gli sforzi della
filosofìa italiana convergono verso una dottrina dell’assoluta immanenza, che,
come assoluto idealismo, sarebbe anche in pari tempo l’assoluto positivismo.
Abbiamo seguito, nelle esplicazioni
originali della sua vita, lo sviluppo della filosofia contemporanea. Nelle
diflerenze degl’indirizzi e delle correnti, s’avrà già potuto osservare
quell’identita spirituale profonda, che vince l’apparente atomismo delle
dottrine, e per cui quel pensiero è l’unico pensiero contemporaneo, nei vari
momenti del suo corso vitale. E sorgono ora le domande: a che mai esso tende?
È una vita che si dissipa in un gioco
senza scopo, in una ridda di teorie di cui l’una vive della morte dell’altra,
in una rassegnata attesa che suoni la propria ora? O è un momento di vita
questa morte; e allora a che vive quella vita? Qui la facile sapienza agnostica
si accontenterebbe di rinunziare a comprendere l’intimità più profonda del
pensiero, col chiamar vana la pretesa per cui noi, atomi sperduti neU’immensità del pensiero,
vogliamo erigerci a giudici del pensiero: come può un elemento trascurabile
adeguarsi al tutto? Ma a noi ripugna questa dotta ignoranza. Noi abbiamo la
ferma coscienza che il pensiero non è la vuota immensità che ci opprime, perché
al di sopra di noi, ma è pensiero nostro, è l’intimità di noi a noi stessi. La
vastità non deve opprimerci, perché non
ci sta di fronte distesa, ma è dentro di noi raccolta, nello stesso processo
continuo della ricerca, per cui progrediamo d’una posizione all’altra. La
storia del pensiero del mondo non è che la semplice storia psicologica di
ciascuno di noi, che vive in sé i momenti di quel pensiero universale. Questa
convinzione ci è di grande conforto. Nella nostra storia intima noi ricordiamo mille sconfitte e mille vittorie, ricordiamo
la ridda delle teorie, che sembrano nascere soltanto per perire; e nondimeno
questo non ci suggerisce alcuna considerazione pessimistica, perché la salda
coscienza del nostro pensiero attuale è coscienza di forza, di vita e non già
di morte; e noi inneggiamo perfino alla morte perché sentiamo che del trionfo
su di essa è materiata la nostra vita.
Cosi è di tutta la storia. Noi qui abbiamo scritto l’epigrafe di molte
dottrine: è la stessa epigrafe che abbiamo scritta sui momenti oltrepassati
della nostra vita; colla stessa fiducia noi possiamo renderci interpreti della
vita che si concentra e s’individua dalle varie correnti della filosofia,
perché sentiamo che è la vita stessa che s’agita in noi e che ci dà forza di
dominare i momenti di vita oltrepassata.
La storia non è fonte di pessimismo, e neppure di facile ottimismo, ma di
forza, di tenacia, di lavoro. Ormai il positivismo è finito, il kantismo dà gl’ultimi
aneliti, e l’improvvisazioni filosofiche, che un tempo son parse le prime
espressioni d’una altra filosofia, ci fanno appena sorridere; sono forse dei
vagiti; come riconoscere in essi le nostre voci? A taluno pare che noi parliamo qui con troppa sicurezza. Ci si dice:
siete voi ben sicuri di non essere dei tardi epigoni d’un lontano movimento di filosofia?
ombre e non corpi vivi? È questo il problema che la storia deve risolvere; e
allora si vedrà se noi — parlo, s’intende, in nome dell’idealismo — se
noi, che diamo principio a rinnovar la fìlosofìa, siamo nella mattina per dar
fine alla notte, o pur nella sera per
dar fine al giorno, come dice il nostro BRUNO (vedasi). Nella filosofia si
compie la critica del movimento kantiano, che culmina in Hegel. Ma questa
critica, lungi dall’essere dissolutrice come i suoi inconsapevoli ministri
hanno creduto, è la vera critica integratrice, che comincia a colmare l’abisso
tra Kant ed Hegel e a svolgere i motivi delle loro dottrine. La filosofia
kantiana, col suo concetto della cosa in
sé, apre largo adito alla trascendenza nelle sue varie forme, che si possono
compendiare tutte nel dualismo, non
risoluto, dell’essere e del pensiero. Hegel, negando questo dualismo, e
unificando la logica dell’essere e quella del conoscere, sopprime virtualmente
l’idea della trascendenza, ma nel fatto poi la ripristina nel seno stesso dell’immanenza
da lui scoperta: scienza e coscienza,
logo e natura, natura e spirito; ecco in una veste nuova l’antiche forme del
dualismo. Nella decadenza e nel discredito della filosofia idealistica che
comincia dopo Hegel, pare che siano naufragate tutte le sue più geniali
intuizioni: il naturalismo e il positivismo dichiarano bancarotta della
metafisica, ed esaltano i fatti, l’esperienza. Eppure, nella loro lingua infantile e confusa, essi sono gl’esponenti
di quella stessa esigenza che pone l’hegelismo: la negazione del trascendente,
l’immanentismo assoluto. Nella storia della filosofia ricorre spesso questo
tema immanentistico: col LIZIO, di fronte alla dottrina dell’idee, con BRUNO
(vedasi) e Spinoza, di fronte alla scolastica. Ma questo continuo ricorrere è
un continuo progredire; cosi l’ultima sua apparizione non è più quella d’un’immanenza
puramente ideale, né divina, ma
schiettamente umana. Ma se sotto questo aspetto, come espressioni d’esigenze,
il naturalismo e il positivismo hanno pella storia un grande valore, lo stesso
non può dirsi del modo con cui hanno cercato d’attuare il proprio tema. Noi
perciò nel corso della nostra
esposizione, mentre abbiamo accentuato
l’importanza ideale di queste dottrine, ci siamo guardati con cura
dal farne un’ampia esposizione, perché
l’ignoranza dei loro autori è tale, che non sanno essi stessi dove risegga
l’originalità della loro posizione, e Uniscono col dare un ricalco di temi
oltrepassati, confusi insieme nell’ibridismo più strano. Ma il significato
ideale del naturalismo, che sorge dalle scienze biologiche, è questo: che vana è la pretesa di voler far
del pensiero un’entità vaga e nebulosa, venuta su chi sa come, a illuminare il
mondo della materia, mentre bisogna indagare la genesi del pensiero, se si vuol
dare una spiegazione propria d’esso., E il significato del positivismo sta
nella negazione d’ogni vuota ideologia, che pretende fare a meno dei fatti e
anticipare in qualunque modo su d’essi
col pensiero. Si tratta insomma di quell’eterno motivo immanentistico
con cui la cultura ha compiuto la critica. Ma il significato ideale del
naturalismo e del positivismo sta soltanto nei nuovi problemi e non già nelle
soluzioni loro; perché il naturalismo, nel suo tentativo d’indagare la genesi
biologica del pensiero retrocede al periodo pre-cartesiano della storia. ]cioè alla dottrina degl’influssi fìsici tra l’anima e il corpo;
e d’altra parte il positivismo, col richiamarsi al fatto come a realtà
assoluta, ricade in quella trascendenza,
che esso aveva già implicitamente negata. Il fatto porta con sé una duplice affermazione
di trascendenza: d’un lato, nella fissità delle sue linee, esso è posto come
trascendente di fronte al pensiero; dall’altro, in quanto è un complesso di
determinazioni finite, è trasceso in quanto pensato. Quindi, una duplice
incongruità, della realtà naturale di fronte al pensiero e viceversa, e una duplice inesplicabilità dell’una pell’altro.
Come espressioni di problemi, il naturalismo e il positivismo conservano un
valore attuale; come soluzioni, il primo va a finire nella deificazione di sé
stesso -- ciò che se era grandioso in un BRUNO è ridicolo in un contemporaneo;
e il secondo ha per suo termine l’agnosticismo, cioè la propria sterilità ed
impotenza. La contradizione del
positivismo sta nel dissidio tra ciò che esso dice di fare e ciò che
realmente fa: sorge in nome dell’immanenza e intanto vive nella trascendenza,
ora agnostica, ora materialistica. Questa è la sua contradizione; ed ecco che a
risolverla sorgono le nuove filosofìe, che tutte vogliono porsi come
continuatrici dell’opera del positivismo. È notevole questo fatto, che ogni
pensatore, il quale sia giunto a una visione concreta e immanente dei problemi
filosofici, ha sentito il bisogno di battezzare la sua filosofia come il vero
positivismo; ciò dimostra che quanto v’è di più vitale nell’esigenza del
positivismo non è quello che si disperde e s’annulla nelle scuole positivistiche,
ma è piuttosto quel momento del nostro sviluppo spirituale che ci è di sprone a
conquistare una visione immanentistica
della vita. Ma l'immanentismo che da principio sorge come esplicazione di
quello spirito positivo che è in tutti i pensatori, è la più povera forma
d’immanentismo: quella del senso, della coscienza immediata. Ed è il tema più
frequente che ricorre in quel periodo, e che vale a caratterizzarlo tutto.
Tanto nella forma d’un empirismo, come in un Mill, in un Mach, o in uno Schuppe; o di un fenomenismo, come in tutte
le scuole kantiane; o d’un intuizionismo come nella filosofia di Bergson e in
altre ancora, è sempre l’identico motivo fondamentale, che si ripete su scale
diverse. Noi abbiamo osservato come il principio dell’esperienza immediata si
annulli da sé medesimo, e lungi dal fondare un’assoluta immanenza, è fatalmente
spinto verso il trascendente. E il
trascendente, di fronte ad esso, è tutto il pensiero, in quanto costituisce un
suo osi avviene che dalla cultura falsamente soggettivistica e
individualistica, per cui il pensare è il riuscire del concetto, e la vita è un
semplice rischio, si passa, in base all’esigenza d’un’intimità più profonda, a
una celebrazione del trascendente, al misticismo, che assume in certi pensatori
un’intonazione veramente elevata. Ma il
misticismo non migliora la posizione logica dei problemi, e determina invece il
momento in cui l’esigenze stesse del pensiero, che s’è svolto nei limiti di
determinate premesse, rendono quelle premesse insuflicienti, ed esprimono un
bisogno di rinnovamento. Cosi avviene che quell’immanentismo della vita che era
nelle convinzioni del pensiero del secolo XIX e che non aveva potuto trovare
nel positivismo la sua formulazione adeguata, non riesce neppure ad esprimersi
in questa filosofìa dell’esperienza immediata, che anch’essa sconfina nella
trascendenza. L'esperienza storica dei secoli ha mostrato che l’attuazione del
principio immanentistico si compendia nella risoluzione di due problemi, che in
fondo si riducono ad un solo: quello
dell’umanità della storia e quello del valore umano della realtà fisica
esteriore. La filosofia che ora abbiamo considerata era insufficiente a
risolvere l’uno e l’altro problema. Il positivismo meccanizza lo sviluppo della
storia, creando un naturalismo, e cioè una trascendenza, nel seno stesso dell’umanità,
col suo concetto della massa cieca e brutale; e la stessa fìlosofìa
intuizionistica ed empiristica è incapace
di comprendere il valore della storia. La coscienza della storicità del reale è
in aperta antitesi con una concezione immediata della vita. E d’altra parte il
riconoscimento dell’umanità del cosi detto mondo fìsico non puo esser dato da
nessuna delle due dottrine: né dal positivismo, che non ha neppure coscienza
del problema, né dalla filosofìa dell’immediato, che si mostra, già nella sua premessa, come
dualistica, e per cui la realtà esteriore, sia come mondo fìsico, sia come
scienza naturale, costituisce alcunché di trascendente. Tuttavia già in questo
campo si preparano i germi d’un rinnovamento. Colla critica delle scienze
comincia infatti, nel seno stesso della filosofìa empiristica, un rapido
processo di dissoluzione di quel naturalismo, che aveva solidificato i concetti delle scienze
empiriche, rendendoli quasi materia opaca di fronte al pensiero, mentre sono
pur opera sua. Noi abbiamo confutato questo indirizzo, mostrando che esso
idealmente non rappresenta alcunché di nuovo di fronte alla soluzione di Kant
del problema della scienza, e che anzi è soltanto a mezza via tra il puro
dommatisino e Kant, ciò che rende equivoca la
sua posizione e paradossali taluni dei suoi assunti, che invece, svolti
lino alla line, conterrebbero dei motivi profondi di verità. Ma il valore
storico di questa critica delle scienze è assai grande, quando si pensi che
essa ha di fronte da combattere, non già Kant, bensì quel naturalismo e
positivismo che rendeno la scienza impenetrabile al pensiero. Così, avere
riscoperta l’azione immanente dello
spirito in quel campo che gli si era reso del tutto estraneo. e mostrato che il
mondo della scienza. che è il mondo stesso della natura, ri-entra nella sfera
dell’arbitrio umano; e avere perciò annullata quella concezione rigidamente
meccanica del mondo che non solo i positivisti, ma, pare incredibile!, perfino
i kantiani avevano instaurata: tutti questi sono meriti veramente grandi
di quel vasto movimento di critica delle
scienze. Cosi s’è andato via via dissolvendo quel concetto del mondo come una
realtà solidificata di fronte al pensiero, e s'è compreso sempre meglio il
valore immanente dell'esperienza, che non è meramente riproduttiva d’una cosa
in sé, ma produttiva di realtà e
Louvain, in 2 voli., l’uno contenente i testi, l’altro una ri-costruzione
storica delle lotte tra AQUINO e
averroisti. colle sue esigenze storiografiche, e assai spesso le falsilica e le
perverte. Non contenta di promuovere la conoscenza dei fìlosofi medievali, essa
ha voluto copiarli, re-integrando una pretesa sintesi scolastica, creata dall’immaginazione
pseudo-storica d’uno storico di valore, uscito dalle sue file, Wulf. Di fronte
al pre-esistente AQUINO, la scolastica ha
voluto assumersi il compito più ampio di ricalcare non solamente l’orme d’AQUINO (vedasi), ma anche quelle d’altri
dottori, agostiniani e sentisti, che, un tempo nemici dell’angelico, vengono
ora da Wulf scoperti come suoi collaboratori, nell’opera. da veri certosini!,
di comporre uno smisurato mosaico scolastico, al quale è dato l’improprio nome
di sintesi. Collaboratori sono in certo
e profondo significato tutti i filosofi, quale che sia la loro divisa; ma la
collaborazione wulfìana tende a sopprimere l’individualità d’ogni singolo
pensatore e d’inserirne le dottrine, come materiale amorfo, in una costruzione
anonima, avulsa dalla storia, perché non più partecipe della mobilità del
divenire, ma statica e inerte, atta soltanto ad accrescersi per successive
sovrapposizioni. antiche o nuove che
siano. Scolastica sarebbe quindi non più una tisonomia storica che si
trasforma, ma un masso immobile di pietra, che Wulf si dà cura di sottrarre ad
ogni movimento, anche esterno, col separare nettamente la scolastica dall’anti-scolastica,
cioè col sostantivare, in un’altra unità separata e rigida, tutti quei moti
divergenti e disgregatori, che pur appartengono allo stesso pensiero medievale e che, inclusi con sano
criterio storico nella scolastica, le conferirebbero quella mobilità viva che
appartiene a un vero organismo. Questo pregiudizio più che scolastico falsifica
la storia della filosofia medievale di Wulf, opera immeritainente celebrata,
perché non può non suscitare, nei critici meglio disposti ad apprezzare il
lavoro altrui, che un senso di dispetto o
di deplorazione, al constatare come una cosi vasta e profonda conoscenza
del pensiero medievale si falsifichi e s’annulli, per colpa di un testardo
proposito di voler trattare la storia con un criterio decisamente anti-storico.
Pereant historiae, purché sia salva la scolastica: par che Wulf ragioni cosi. E
in effetti, separando scolastica ed anti-scolastica, papa ed anti-papa, nel
cuore stesso della storia medievale,
dove la separazione degl’elementi organici è più aspra e, diciamo pure,
ripugnante, è tanto più facile perpetuare la separazione in seguito, quando l’anti-scolastica
diviene a sua volta un’età storica, e accrescere la scolastica dei magri doni
dello spirito, che le piovono addosso di tanto in tanto. È sorta cosi la
scolastica, quella scuola che, pur avendo di fronte ad AQUINO (vedasi)
l’incontestabile vantaggio di spaziare in un cielo storico incomparabilmente
più vasto e di non accontentarsi d’un AQUINO ischeletrito, mutilo, custodito
nella solitudine e quasi nel deserto dei secoli, ha poi sùbito voluto
rinunziare ai suoi privilegi storici, facendo della storia una pesante cappa di
piombo. Confesso che la lettura del corso di Mercier m’è costata assai più fatica che non quella delle somme d’Alessandro
o d’AQUINO o dell’opus oxoniense di Duns. La ragione è che si tratta d’una
fatica senza premio, che inaridiva progressivamente e senza recupero le proprie
fonti e l’energia della resistenza. In fondo, non c’è che la struttura esterna
massiceia, pesante, d’AQUINO, senza lo spirito d’AQUINO (vedasi), tormentato
dal problema insolubile di costringere
nelle forme aristoteliche una materia ribelle. Mercier raccatta nella storia
quel poco che è compatibile colle sue premesse dommatiche: il criterio
cartesiano dell’evidenza, il problema della criteriologia, inteso come
un’attenuazione della critica gnoseologica, il pseudo-empirismo dei
positivisti, e sopra tutto il formalismo della logica analitica. La
criteriologia forma il segreto della
composizione di tutto il mosaico: essa ripristina dopo Kant il dubbio
cartesiano, limitato ai soli oggetti della conoscenza, dichiarando illegittimo
il problema del valore delle facoltà conoscitive: un valore che viene
dommaticamente presupposto. E del primo dubbio si sbriga facilmente col
riconoscere l’evidenza immediata d’alcuni principi d’ordine ideale, ai
quali si dà cura di negare ogni
carattere sintetico e attribuisce invece un valore meramente analitico, che
avvalora la loro intatta oggettività. Ma tra i princìpi in questo modo
sottratti al dubbio, v’è il principio di causa, il cui valore oggettivo
consente di passare, senza salti, dalla sfera dei giudizi ideali a quella dei
giudizi empirici; il mondo della natura e della scienza viene agevolmente
rimorchiato dal principio d’identità. L’ontologia e la cosmologia del corso
merceriano procedono di pari passo dalle premesse criteriologiche testé
enunciate; idealismo e positivismo sono insieme saldati dal concetto di causa,
che vanta titoli eguali presso l’uno e presso l’altro. E l’idealismo salva la
trascendenza di Dio, l’immortalità dell’anina, la rivelazione, con tutto il
pesante bagaglio della dommatica
cristiana; il positivismo consente alla neo-scolastica di modernizzarsi, di
koketlierenm direbbero i tedeschi, colle scienze della natura e 'l’indulgere il
più ch’è possibile al gusto dei tempi. Una tale filosofìa è criticata in quanto
è esposta; non si saprebbe se più deplorare l’ignoranza che vi si dispiega di
tutta la storia del pensiero moderno o l’ingenuità di certi passaggi me'ntali, quello p. es., mediato dal
principio di causa. Io rispetto assai più il dommatismo puro, lo schietto AQUINO,
che nega la storia del pensiero e si chiude nelle vecchie e venerande formule;
ma almeno non si lascia cosi facilmente misurare dalla mentalità moderna come
questa filosofia che le s’accosta troppo da presso, e si trastulla ingenuamente
coi suoi problemi. Il neo, anteposto al
suo nome, vale a designare null’altro che l’infantilità. Il movimento
scolastico italiano sorge come una copia fedele della scuola di Lovanio. GEMELLI
e CANELLA fondano una Rivista di
filosofia scolastica sul modello della rivista belga ed accettano, nel
programma, l’ideologia merceriana: MATTIUSSI (vedasi) lo spaventa con il veleno
di Kant, dove gli lascia intravvedere il
rischio di rinnovare la miseria d’Abelardo, non più per amore d’una bella
Eloisa, ma della filosofia di Kant. Noi pretendiamo, dice l’apocalittico MATIUSSI
(vedasi), che nell’opera del filosofo di Koenigsberg dal principio alla fine
ogni cosa è impossibile e il disegno n’è contradittorio, che tutto è rovina e
che qualunque asserzione s’ammetta di quello sic che egli da sé nuovamente disse, ne rimane tronco alla
radice dell'essere conoscitivo; ed è veleno, del quale basta una goccia per
dare la morte alla scienza e all’intelletto. E in un altro suo scritto. Il
Problema della conoscenza, MATIUSSI
mostra di porre allo stesso livello la critica di Kant della ragione e il
dubbio di Mercer sull’oggettività della conoscenza additando, nel dommatismo
puro, la via della salvezza dell’anima e
del corpo. Questa recrudescenza di animosità da parte dei dommatici deriva in
gran parte dalla scandalosa impressione che sul loro animo fa il tentativo di
CHIOCHETTI (vedasi), animoso e ardente filosofo trentino, il quale si propone d’acclimatare
negl’ambienti scolastici il sistema di CROCE (vedasi). Iinfatti pubblica una
serie di articoli su quella filosofìa,
nella Rivista di GEMELLI, facendo precedere all’esame della filosofia di
CROCE un excursus storico sulla speculazione tedesca che ne costituiva il
fondamento. Il piano storico del lavoro è sbagliato, in quanto che la genesi
della filosofia di CROCE (vedasi) si spiega rimontando non la corrente
centrale, metafisica -- CROCE dice teologica --
Kant-Fichte-Schelling-Hegel-SPAVENTA;
ma una corrente laterale che ha per suoi estremi VICO (vedasi) e SANCTIS
(vedasi). L’interessamento di CROCE pelle grandi filosofìe tedesche interviene
in un secondo momento, come per meglio intonare, storicamente, un pensiero già
in gran parte formato per via diversa. A ogni modo, lo sforzo di volere
attribuire un interesse centrale a una filosofia che ripudia ogni centro
fisso dell’interesse speculativo,
costituiva per CHIOCCHETTI una propizia opportunità per poter superare, insieme
con Croce, tutta la speculazione classica, e per liberarsi, cosi, del pesante
fardello della storia. Alla filosofia crociana egli fa larghe e importanti
concessioni: la teoria dell’arte, dell’ateoreticità dell’errore, e
principalmente quella del concetto concreto, che culmina nella circolarità creatrice dello spirito. Fa
naturalmente le sue riserve. Ammettiamo anche noi un divenire, un progresso, ma
non possiamo concepirlo senza ricorrere a un principio che non sia principiato,
perché personale nel senso più alto della parola; un principio fine a sé stesso
e fine del tutto, un (ictus parus personale, dal quale e per il quale il
progresso esiste, un centro di riferimento di
tutta l’attività. Moveva alcune critiche in parte calzanti. Il concetto
di persona, il valore della persona: ecco quello che manca, soprattutto nella
dottrina di Croce, e rende vano e senza significato il divenire della realtà
attraverso le forme. Anche il concetto dello spirito come circolo o come
ininterrotto e ordinato arricchimento d’attività, per avere un senso,
dev’essere concetto e deve inchiudere in
sé come elemento essenziale il fine dell’attività progressiva, la persona; se
no abbiamo l’assurdo del progresso in infìnitum, checché opponga Croce. Ma il
vizio più grave che svaluta l’adesioni non meno delle critiche, sta in un
fraintendimento, che non saprei spiegarmi con motivi puramente mentali -- ateoreticità
dell’errore, Chiocchetti! --: quello del concetto puro di Croce coll’unìversale
in re d’AQUINO (vedasi). In fondo, accettando l’universale concreto, CHIOCCHETTI
non vi riconosce che il progenitore scolastico, dimenticando, o mostrando di
dimenticare, che in esso c’è l’appercezione pura di Kant, la risoluzione
dell’oggettività naturale, in una parola, lo spirito. Affermare che l’Individualismo
e universalismo fanno centro in Europa, donde
s’irradia la storia del mondo; tutte le conquiste della civiltà estra-europea
sono infatti europee nello spirito e nell’impulso; l’Africa particolarmente è
il supremo sforzo e il massimo rispltato della storia europea. Questo non porterà
nome di uomo o di popolo, perché le massime creazioni sono anonime: il genio
può riassumere l’incoscienza d’un popolo, non dare la propria fisonomia alla sua coscienza. Il suo carattere ideale è
chiuso tra due fdosofle, che rappresentano il suo trionfo e la sua degradazione.
Dopo Tenorrae abbacinante filosofia di Hegel, che ri-assunse tutta l’antichità
e aperse l’era moderna, la degradazione è precipitosa; Hegel solleva il mondo
nelle idee, i positivisti distrussero le idee nei fatti; la loro filosofia era
la sola conveniente a una fase
industriale, che isola gl’individui livellandoli invece d’unificarli;
l’inconoscibile, del quale l’interpretazione istintiva è ideale e pregio della
vita, venne dichiarato inutile, la storia cessò di chiedere le rivelazioni del
passato ai grandi pensieri per impararle dalla parzialità dei piccoli
documenti, le leggi non furono che disposizioni nelle apparenze fenomeniche, la
morale un mutare di costumi, le idee una
metamorfosi delle sensazioni. La superlicialità rese tutto facile, e la
volgarità parve la sicurezza del reale. L’uomo, senza lo spasimo dell’infinito
nel cuore e la luce divina nel pensiero. I La Hiuolta ideale^ Laterza. ritliscese nell’animalità,
ultimogenito d’una serie, anziché primogenito della creazione. Contro questa
degradazione positivistica o industriale, che
annulla le grandi conquiste ideali dello spirito, e si riassume
nell’individualità nuda e atomistica e nell’umanità identica e vuota, e abbassa
la coscienza all’inconscio, la responsabilità all’eredità del passato, la
creazione all’associazione, ORIANI (vedasi), echeggiando alcuni concetti
dell’idealismo, s’afferina fautore d’un superiore individualismo, in cui fa
consistere l’originalità del pensiero
nioderno. Ed enuncia il principio che l’individuo non è tale che nell’unità
delle proprie antitesi: sopprimete in lui il temperamento della razza, il
carattere della nazione, la lìsonomia della famiglia, e la sua originalità s’annebbia.
Ma l’individualità vera non è quella che s’allerma nell’isolamento; la
grandezza delrindividuo si misura dalla quantità dell’anime che può assorbire
e significare: nessun individuo ha
niente da dire finché parla di sé stesso. E l’inclusione, in esso, d’un più
vasto mondo, crea la sua responsabilità storica, momento negativo essenziale di
quella liberazione e sublimazione del mondo, che si compie nell’alTermazione
piena di sé stesso. L’individuo è la storicità vivente: bisogna affermare,
esclama ORIANI (vedasi), che tutto quanto forma
il nostro spirito è un legato della storia pelle generazioni future,
quindi il nostro interesse nel presente soltanto un’eco del passato, che
ridiventerà voce nell’avvenire. Ogni cooperazione umana aumenta di
responsabilità crescendo d’importanza, giacché la superiorità non è che il
diritto di soffrire più in alto, pensando per quelli che non pensano, amando
per quelli che non amano, lavorando per
quelli che non possono. E questa sublimazione dell’umanità nell’individuo forma
la sua libertà concreta, liberatrice, che non discorda dalla necessità, ma ne è
la coscienza immanente. L’affermazione d’essa si compie attraverso i gradi
necessari della progressiva complicazione della vita umana; la famiglia, la
nazione, lo stato, l’umanità; cioè attraverso le successive negazioni della soggettività, che si
riconquista, integra, solo al termine del laborioso pellegrinaggio. Quindi
nella famiglia gli sposi debbono sparire nei genitori sacrificandosi alla
devozione dei figli; quindi nella società gl’interessi individuali saranno
sempre subordinati a quelli. £ il solito pregiudizio logico-formale, che
svaluta il pensiero nell’atto stesso in cui intraprende la sua ricerca, abbassando le leggi al di sotto della massa
caotica dei fatti. E Pareto, non certamente a sua lode, ci dà un’applicazione
esatta del suo principio, coll’addensare prodigiose masse d’esempi e collo
svuotarle in pretese leggi ed insignificanti uniformità, che rappresentano il
residuo d’una morta astrazione. Egli vuole classificare l’azioni umane secondo
i principi della classificazione detta
naturale in botanica e in zoologia; anzi, neppure l’azioni concrete
formano oggetto della sua elaborazione, ma gl’elementi di quelle azioni. Del
pari sic il chimico classifica i corpi semplici e le loro combinazioni, e in
natura si trovano mescolanze di tali combinazioni. L’azioni concrete sono
sintetiche; esse hanno origine da mescolanze, in proporzioni variabili. E
lascia impregiudicato l’ulteriore
problema se siffatto essere sia impersonale
-- panteismo -- o personale -- teismo. Troppo a buon mercato! Il compito
d’una metalisica del conoscere comincia proprio qui, dove VARISCO (vedasi) s’arresta
perplesso: ma egli è arrivato esaurito, con
un essere indeterminatissimo, proprio dove l’idealismo concentra la
massima concretezza dello spirito. Il suo errore è comune a tutta la metafisica dell’essere, che vuota
progressivamente, lungo la scala degl’esseri, i suoi concetti, e cerca
infine Cosicché, mentre GENTILE è venuto
fuori dalla tradizione propriamente hegeliana, che ha avuto in SPAVENTA uno dei
suoi esponenti maggiori, CROCE ha subito solo rinilusso indiretto generale -- egli dice nella prefazione alla Logica
(Ifllfi) — è insieme annullare il concetto STATICO del sistema fìlosolìco,
surrogandolo col concetto DINAMICO – cf. Luigi Speranza, “STATICA E DINAMICA DI
GRICE” -- delle semplici sistemazioni storiche dei gruppi «li problemi, delle
quali ciò che persiste e sopravvive sono i singoli problemi e le loro soluzioni
e non già l’aggregato e l’ordinamento esterno, che ubbidisce ai bisogni dei
tempi e degli autori e passa con questi,
o si serba e s’ammira solo per ragioni estetiche, quando pur abbia tal pregio. In
questa più recente fase, CROCE ha finito col capovolgere la posizione iniziale
della sua filosofia di fronte al problema storico: passando via via dalla
considerazione della storia come arte, a quella che ne fa una forma di realtà
autonoma, inferiore alla filosofìa, a quella dell’identità e reciprocità piena colla filosofia, finalmente
a quella della sopravvalutazione della storia rispetto alla pura filosofìa, CROCE
ha, come si vede, descritto un ciclo, nel quale dobbiamo riconoscere che la sua
filosofia si è molto arricchita ed ha sempre meglio appagato quell’esigenza
verso la concretezza, che lo sprona. Nella sua citata autobiografia mentale
egli ci dice cl^e l’esigenza
immanentistica è ormai cosi viva in lui, che gli fa immaginare non senza
diletto che abbandona un giorno la filosofìa nel significato comune, per
narrare la storia pensata. Ormai egli ha là preparazione necessaria pel
cimento: la storia della storiografia italiana, che egli va pubblicando a
puntate nella serie della Critica può significare già un avviamento a questo
indirizzo. Ma per un filosofo
l’abbandono della filosofia non può avere che un significato, a sua volta,
filosofico o dialettico; non certamente quello d’un mero passaggio d’una sfera
d’attività ad un altra. E per ora, quell’abbandono ci viene spiegato nel suo
più vero senso dall’ultima monografìa filosofica che Croce pubblica da qualche
mese: Sulla filosofia Pella bibliografla
e le discussioni intorno alla filosofia di Croce, R. rimanda al voi.
Casteli.aso, Introduzione allo studio dell’opere di Croce, note bibllografiche
e critiche. Bari] teologizzante e le sue
sopravvivenze (Napoli), (love i filosofì
stessi vengono incitati ad abbandonare una folla di problemi insolubili,
eufemisticamente chiamati problemi massimi ed eterni. Per Croce, conforme al
suo coerente immanentismo, vale il principio dell’unità del problema colla
soluzione, secondo il quale un problema acquista carattere di problema solo nel
punto in cui viene risoluto. Quindi i pretesi problemi insolubili, che formano
il tormento di tutte le filosofie, sono in realtà non-problemi, ma miscugli
ibridi di rappresentazioni e di concetti, adeguati piuttosto ad alcune forme d’esperienza
religiosa anziché all’esigenze razionali
dello spirito. Tra questi primeggia il problema della conoscibilità del reale,
del rapporto tra il pensiero e l’essere, in cui Croce ci mostra la presenza d’un
interesse meramente teologico, e cioè compatibile soltanto con una intuizione
dualistica del reale. La filosofia di
GENTILE (vedasi) segue, in quest’ultimo periodo, un inverso processo di
sistemazione e d’accentramento. Quando R.
chiude, con una sommaria esposizione dei suoi capisaldi, la r edizione della presente storia, il pensiero
di questo filosofo è in gran parte disseminato nei suoi lavori storici; e
soltanto una breve monografìa. L’alto del pensiero come atto puro, lascia
presentire la peculiarità d’un atteggiamento mentale del tutto nuovo. Da quel
tempo in poi, GENTILE (vedasi) lavorato a
sviluppare la sua dottrina dell’idealismo attuale, le cui tappe più
importanti sono costituite dal sommario di pedagogia come scienza filosofica, Laterza;
La riforma della dialettica hegeliana, Messina; Teoria generale dello spirito
come atto puro, Pisa; Sistema di logica come teoria del conoscere, Pisa. Per
ragioni di spazio, R. è scostretto a sorvolare sulla fase preparatoria e
formativa di questa fìlosolìa, che ha le
sue tappe nettamente segnate dall’informa della dialettica e dal sommario di
pedagogia. Il primo saggio ci spiega in che modo GENTILE sia riuscito —
affatto indipendentemente da CROCE —
a rompere lo schematismo hegeliano, utilizzando l’importanti indagini di
SPAVENTA sulle tre prime categorie della logica di Hegel. Una volta inteso
l’essere, il non-essere e il divenire,
non più come posizioni logiche oggettive del reale, ma come momenti della
coscienza, dove il divenire, sintesi dei termini precedenti, esprime il
processo stesso del sapere, che vince nella sua concretezza i momenti astratti
e rig di in cui l’analisi lo decompone, tutta la sopra-struttura della logica
hegeliana viene inevitabilmente sconvolta. Il sommario di pedagogia, nella sua introduzione, compie, in
rapporto alla fenomenologia, la stessa istanza critica che la riforma della
dialettica compie in rapporto alla logica di Hegel. Il pensiero puro, come non
ha bisogno di percorrere i gradi categorici dell’essere del conosciuto, secondo
gli schemi della logica formale per giungere alla piena coscienza di sé, perché
s’afferma a priori come pensiero
consapevole e attuale; così non ha neppur bisogno d’attraversare i gradi
psicologici della conoscenza, cioè la sensazione, l’intuizione, ecc., perché
1« 1,’csscre che Hegel dove mostrare
identico ai nonessere nei divenire che solo è reuie, non è i essere che egli
definisce come l’assoluto indeterminato -- TassoUito indeterminato non può
essere che l’assoluto indeterminato! --
ma l’essere del pensiero che deHniscc e, in generale, pensa: ed è, come
vide Cartesio, in quanto pensa, ossia non essendo -- perché, se fosse, ii
pensiero non sarchile iiueiio che è, ossia un atto --, e perciò ponendosi,
divenendo -- Teoria generale della spirito come atto puro, R. T.a tllosotla contemporanea. non può mutuare d’altri
che da sé, non solamente la sua forma,
ma anche il suo contenuto. Cosi
Gentile porta al suo estremo l’idea implicita in ogni filosofia idealistica,
che il pensiero non può originarsi che da sé, mostrando che qualunque dato o
presupjpostc che si voglia anticipare alla sua attività ha il valore di cosa
posta da quella stessa attività. Di fronte al comune psicologismo, tale istanza
critica culmina coll’identificazione del pensiero e della sensazione, nel senso
che qualunque esigenza ideale s’attribuisca
alla sensazione fuori di ciò che ne costituisce un dato irriducibile, dove si
rivela una falsa posizione fdosofica è un’esigenza mentale, inclusa cioè
nell’attualità del pensiero. Con l’efl'ettuata identificazione, vien negata una
fenomenologia dello spirito nel significato hegeliano, cioè come una
progressiva deduzione ed implicazione di gradi spirituali; ma viene nel tempo stesso affermata una nuova
fenomenologia del sapere e della realtà come consapevolezza, che coincide colla
storia stessa, nella concretezza del suo divenire. L’assoluto psicologismo ha
il valore d’un assoluto storicismo. Posto infatti che il pensiero non deriva
che da sé la realtà propria, e che questa derivazione è la sua eflettiva e
pratica esplicazione, il corso ideale del pensiero non è che la storia reale
del peìisiero stesso e quindi del mondo. Qui l’idealismo gentiliano si pone
come la negazione recisa d’ogni realtà che s’opponga al pensiero come suo
presupposto e del pensiero stesso concepito come realtà già costituita fuori
del suo svolgimento, come sostanza indipendente dalla sua reale manifestazione.
La realtà dello spirito o delle cose, posta fuori della soggettività pensante,
forma la così detta natura, distinta dal pensiero non come oggetto da Oggetto,
ma come oggetto da soggetto, ossia inclusa e risoluta nel pensiero, nell’atto
stesso in cui questo la riconosce distinta da sé, e cioè, pensandola, la pone,
e ponendola la nega come già posta o presupposta. La natura si svela cosi una
realtà pensata, un processo logico
esaurito e pietrificato, capace tuttavia
di risollevarsi all’attualità spirituale, in quanto lo spirito lo pensa e
l’include nel suo processo, che ha un cominciaraento spontaneo, assoluto, in
quel pensare. Nulla dunque è fuori dello spirito, « se Tesser fuori è un
riconoscimento, cioè un porre fuori mediante l’attività del pensiero. Né vale
appellarsi all’ignoranza, come documento delTirriducihile esteriorità di taluni fatti alla coscienza; perché la
stessa ignoranza non è un fatto senza essere insieme una cognizione: cioè
ignoranti siamo solo in quanto o noi stessi ci accorgiamo di non sapere, o se
n’accorgono altri; sicché l’ignoranza è un fatto, a cui l’esperienza può
appellarsi solo poiché è conosciuto. La coscienza si pone pertanto come una
sfera 11 cui raggio è infinito: come centro assoluto e
immoltiplicabile nella cui unità converge la molteplicità degl’oggetti,
che esiste solo in virtù del suo riconoscimento. L’unità della coscienza, del
soggetto, è la pietra angolare di questa filosofia: essa include non soltanto i
cosi detti fatti dell’esperienza esterna, incomprensibili nella loro struttura
fuori della sintesi mentale; ma anche gl’atti dell’esperienza interna e dei
soggetti empirici umani o sub-umani, la
cui pluralità è del tutto identica a quella degl’oggetti naturali e si risolve
quindi nell’unità dello spirito che attualmente la pensa. Un mondo ideale
policentrico, monadistico, rappresenta per Gentile un residuo di naturalismo
ingiustificabile, poiché non c’è esperienza umana che coltra il mutuo
trascendersi delle monadi e raccolga la loro sparsa idealità in un principio unico, il quale verrebbe perciò
spostato all’infinito. Mentre invece, l’esperienza nella sua concretezza esige
l’assoluta immanenza di quel principio, fuori del quale anche la pluralità
svanisce. Il rapporto tra me e un altro soggetto empirico – il tu, il noi --
non può esistere fuori della mia coscienza che lo pone; se mai trascende la
sfera della coscienza, ogni mutua intelligenza
sarebbe preclusa; ma, appunto perciò l’atto di coscienza che include
l’altro – il tu del noi -- in me e nel
tempo stesso lo distingue da me, costituisce la soggettività più profonda in
cui si risolvono le soggettività
empiriche. l’io e l’altro, e che
forma la comune radice d’esse. Quell’atto dunque non è mio, perché tale
appartenenza significherebbe già la sua riduzione al soggetto empirico,
ma è l’io, è ratTermarsi concreto d’un rapporto nella forma della soggettività
mentale. Gentile dà a questo io il nome di soggetto assoluto o trascendentale; ad esso, a
differenza dall’io empirico – cf. H. P. Grice, “Personal Identity,” Mind, attribuisce
l’identità universale e immoltiplicabile, che
vince la sparsa
attualità del monadismo. Con questo
concetto, egli è
in grado di
risolvere le varie antinomie che hanno travagliato il pensiero di molti
filosofi, come quelle del realismo e del nominalismo, dell’universale e
dell’individuale, ecc. fino alla recente vexata quaestio della distinzione tra
l’attività teoretica e l’attività pratica e del primato dell’una o dell’altra.
Nell’attualità dell’Io assoluto v’è la
ragione unitaria di ciò che nelle antinomie si polarizza, e insieme la spiegazione del modo con cui la
polarizzazione avviene, quando lo spirito, affiorando alla superficie, perde
l’intimo contatto con sé stessa e converte in determinazioni statiche e rigide
gl’astratti momenti della sua sintesi originaria. Cosi il rapporto del
teoretico e del pratico è da Gentile compreso nell’unità a priori dello
spirito, che è atto intelligente o riflessione attiva, cioè unità dinamica di
teoria e prassi; mentre la difTerenza nasce nella sfera superficiale della
coscienza, dove i 'due momenti si solidificano in entità distinte. Tale
unificazione spirituale, per Gentile, non vuol essere assorbimento del
molteplice nell’uno ed estatica contemplazione dell’uno, ma realizzazione e
comprensione dell’uno nel molteplice, e insieme differenziamento e
moltiplicazione dell’uno; insomma quello
spiegamento dello spirito, che riconduce a sé, alla propria identità, gl’atti
della sua reale esplicazione. In questo principio è riposto il criterio dello
storicismo di GENTILE. Vi sono due modi di concepire la storia. In questa
posizione si risolve l’antinomia storica, secondo la quale lo spirito è
affermato come storia, perché è svolgimento dialettico, ed è negato come storia, perché è atto eterno fuori del
tempo. E si risolve nel concetto del processo che è unità, la quale si
moltiplica restando una; d’una storia, perciò, hleale ed eterna, che non è (la confondere con quella di VICO, che ne lascia fuori di sé una che si svolge
nel tempo; laddove reterno, nella concezione di Gentile, è lo stesso tempo
considerato nella sua attualità. Ma di fronte a
questa molteplicità vera e attuale che s’esplica nella storia, e la cui
concretezza sta nel suo svolgersi dall’unità e nell’unità dello spirito, v’è
un’altra e diversa molteplicità, astrattamente fissata nell’oggetto del
pensiero ed esistente indipendentemente dall’atto mentale. Mentre la prima
appartiene alla logica del pensiero puro, 1’altra rientra nella logica astratta
del pensato. La differenza nasce dalla dialettica stessa del pensiero; che, in
quanto è atto, è dillerenziamento ed esplicazione di sé; ma l’atto, una volta
compiuto e isolato dalla soggettività creatrice, si converte in un fatto, cioè
si naturalizza e diviene una realtà intelligibile e non più intelligente. A questo
pensato s’appropriano non le categorie della
dialettica, che concernono il pensiero in fieri, ma quelle della logica
formale, le quali determinano la struttura dell’oggetto mentale come puro
oggetto. Tuttavia la peculiarità del processo spirituale sta in ciò che in esso
l’astrattezza di quella posizione oggettivistica è non solo negata, ma anche allcrmata. il pensiero concreto,
nell’atto in cui nega il pensato come tale, l’afferma come momento inseparabile del suo sviluppo. La
dialettica viva dello spirito sta in questo continuo naturalizzarsi e
straniarsi del pensiero, del soggetto, nell’oggetto; e in questo ri-affermarsi
di sé, attraverso la stessa oggettivazione, che è ri-soluzione dell’oggetto
come tale e sua inclusione nel proprio ciclo. Gentile, Sistema di logica come
teoria del conoscere, Pisa, Conforme a queste
premesse, GENTILE ammette due logiche, l’una che è grado all’altra; Se
dialettica diciamo la logica del concreto, ossia del puro conoscere, che è
riinità del soggetto e dell’oggetto, oltre la dialettica bisogna pure
ammettere, come grado alla stessa dialettica, una logica dell’astratto, ossia
del pensiero in quanto oggetto, nel momento dell’opposizione, senza di cui non
è attuabile l’unità in cui il concreto risiede
Nel sistema di logica come teoria del conoscere GENTILE finora ci ha
dato una logica del pensato; ad essa terrà dietro la dialettica, cioè il
sistema dell’attività pensante, di cui non possediamo che i capisaldi, già
esposti nelle pagine precedenti. La diflerenza del pensiero GRICE IMPIEGARE e
del pensato GRICE IMPIEGATO e della molteplicità immanente all’uno e all’altro vale anche a determinare
il rapporto tra le forme assolute, e che > Donde la necessità di porre su
due plani ben distinti le relazioni interne del pensato e le relazioni
nelt’atto del conoscere, la relatività delle determinazioni del reale e quella
del momenti del processo conoscitivo, l’/o penso della logica kantiana e il
soggetto assoluto della metafisica. quindi una metafisica della mente deve seguire una via multo più
indiretta e faticosa per fondare la spiritualità del reale. Dalla critica del giudizio
di Kant, alla filosofia della natura di Schelling e di Hegel, via via fino al
contingentismo di Boutroux, all’evoluzione creatrice di Bergson, al realismo d’Alexander,
al hegelismo d’Hamelin. è tutta una serie di sforzi per questa via più ardua;
essi valgono almeno a segnalare la
presenza d’un problema di cui l'attualismo s’é sbrigato troppo a cuor leggero.
Tutto ciò che forma oggetto della metafisica dell’essere non s’illumina in un
fiat col porre l’equazione tra l’essere e l’esser conosciuto; cosi non si fa
che porlo semplicemente a foco; ma si
tratta poi di conoscerlo
clTettivainentc; se no, si trasferisce il mistero da una posizione all’altra,
senza accrescere d’un sul iota la nostra
conoscenza della realtà. Pretendere di aggiogare il mondo all’atto del
pensiero, senza che questo si faccia concretamente coscienza, autorivelazione,
atto del mondo, è un faticare per trascinarsi dietro la propria ombra: agendo
nihil agere. Questi cenni critici preludono a un esame particolareggiato della
filosofia di GENTILE, che io mi propongo di
pubblicare nell’appendice al presente saggio, e ad una revisione della
mia posizione idealistica, di cui ho cominciato a dare qualche sporadico saggio
negli scritti pubblicati in questi ultimi anni. In questa nota si fa cenno
unicamente dei saggi che hanno attinenza col testo. Per una bibliografia più
estesa, rKBKBWEG. Gniiulriss der Gescliichle der Pliitosoiìhie: die Pliil. seit
lieginn des neiinzehnten
Jahrhitiiderls); ed. da Heinze. Berlino, litoti.INTRODUZIONE. Sulla filosofia
contemporanea in generale, ampi ragguagli si trovano nelle riviste, come La
critica, la Rivista di filosofia, la Cultura filosofica, la Zeitschrift fiir Phltosophie
und phitosophische Kritik, la Revue de Métaphysique et de Morale, il Mind.
inoltre WiNDELBANU, Lehrbuch der Geschichte der
Philosophie, Strassburg, Tùbingenl; Hoffdino. Moderne Philosophen,
Leipz.; MARTINETTI, Introduzione alla metafisica, Torino; SARLO, Studi sulla filosofia, Roma; V'illa. La
psicologia, Torino; L’idealismo moderno, Torino; ALIOTTA, La re-azione
idealistica contro la scienza, Palermo; su di essa, v. la mia recensione in
Critica. Il concetto della nazionalità della filosofia, da cui prende le mosse
la nostra introduzione, si trova sviluppato nelle opere di SPAVENTA.
specialmente: LA FILOSOFIA ITALIANA, Bari. LA FILOSOFIA TEDESCA. KOlfe. Die
Philosophie der Gegenwart in Deutschland, Leipzig, Cahitolo I: intorno alla
tlissoluzioni- tlclPhi-gelismo, J. H. Erdmaxn, Gniiulriss der Gesrhichle der
l‘hilosophie, i-(l. da B. Erdinann, Berlin. Per la scuola di Tubinga: Baur, Die
Tiibinger Schiile vnd ihre Stelliiny zur Geyenioart, Tiibingen; Zkller, C.
tiaur et fècole de Tiibitmue. Ir. fr., Paris; Strauss, Dos l.ebeit Jesii. Tùb.;
Der alte iind tiene GItinbe, Leipzig. Un parallelo tra Strauss e Renan si trova
nei Vorlrdge und Abhnndiungeii geschichtlichen Inhalts dello Zeller. Sul
materialismo storico: Marx. Dos Kapital, Krilìb der itolitischeii Oekoiwmie,
ed. dalVEngels (Hamburg); ifisère de la pbilosopltie, Paris; Encels, llerrn
Kngen Dùhrings Gmaitilzang der Wisiseiischnft, Stuttgart. In proposito
I.abriula, Saggi intorno ulta concezione mnlerialislictt della,, storia (3
v(dunii. Roma; (!. Gentile. La /i/osoflo di Murjc, Pisa; Croce. Materialismo
storico ed economia marxista, Bari. Sulla psicologia dei po- pedi: Xeilschrift
far Vólkerpsgcliologie and Spracliaa's- senschaft, ed. da .\1 Lazahls e H.
Steinthal, Sul naturalismo: BCchneh, KrafI and Staff, Frankfurt a M..; E. nu
Bois Reymond, Die sieben Weltrdihsel, la:ipzig,: sono le opere più
significative. Inoltre: Duhkixg, Cursus der PliUosophie; Logik und
ÌVissenscbaftsIheorie, Leipz; Th. Fechne;h. Zend-Aiiesta, Leipzig; Hartmann,
Philosophie des Vnbeaaissten, Berlin; Kalegorienlehre, Leipzig; Drews, Das Ich
als Grand-problem der Metaphgsik, Freiburg. Sul naturalismo in genere, cfr. .4.
Lance, Histoire da matèrialisme, tr. fr., Paris, Lotze: Mikrokosmos, Leipzig,
vedi; Logik, Leipzig; Metaphgsik, Leipz.. Sul Lotze: Caspari, //. L. in seiner
Slellang za der durch Kant begriindeten neaesten geschichte der Pbilosophie
Breslau; H. Schoen, La métaphgsigue de H. L., Paris; Wallace, Lectures and
Essags, Oxford (vi si parla del Lotze in appendice); R., La filosofia dei
valori in Germania, Trani (estr. dalla Critica). Laas, Idealismas und
Positivismus, Berlin, Schlppe, Erlienntnistheoretische iMyik, Bonn, ;
(inindriss der Erkenntnistheorie iiiid l-f>iiik, Berlin. Rehmke, l.ehrhiich
der itUgemeinen Psiirbolofiie, Hainlniri!. Leipzig); Pliilosopbie ah
Griindiuhseiisfbafl, Leipzig: organo della cosi della illosolia del dalo è la
Xeitschrift fiir immanente Philoxophie. Sulla teoria degli oggelti. efr. gli
art. di A. Meinono nella Xeitschrift fiir Phil. tt. pliit. Kritik; in
particolare: Veber die Stellung der Geuenstandtheorie im Stistem der IVi.s-
senschaften. Cfr. inoltre le Vntersuchaniien zar Gegenstandtheorie iind
Psr/chologie, ed. dallo stesso Meinong. Circa roricnlanienlo generale della
dottrina, v. la relazione delTHoFLER al Congresso inlernazionale di Psicologia,
Roma: Sind wir Psiicholoìiisten?. Per l’empirio-criticismo: Avenarius,
l’hitosuphie ids Den-ken der Welt gerndss dem Prinzip der kleinsten Kraft-
masse. Prolegomenu zìi einer Kritik der reinen Erfahriing. Leipzig (Berlin);
Kritik der reinen Erfahriing, 2 voli., Berlin; Der menschiirhe Wetthegriff,
Leipzig. SiiirAvenarius v. il saggio del Wundt in Philosophische Stiidien; un
articolo assai limpido è quello del Delacroix. A., in Renne de métaph. et de mor.,
Petzoi.dt, Einfiihrnng in die Philosaphie der reinen Erfahriing, Leipzig; E.
.Mach. Die Prin- zipien der Mechanik in ihrer Entinickeliing hislorisch-
kritisch dargestellt, Leipzig; Die Prinzipien der Wàrnilehre
historisch-kritisch entinickelt, Leipzig; Die Anaigse der Empfìndiingen, Jena,
Erkenntniss nnd Irrtnm, Leipzig. Cornelius, Einleiinng in die Philosophie,
Leipzig, Di tendenze alOni, olire l'Helinoltz e il Kirchoff, è IL Hertz: v.
l’interessante introduzione ai suoi Prinzipien der .Mechanik, Leipzig. Sulla fìlosolia dell’illusione: .A. Spir, Pensée et
realité, tr. fr.. Lille; Esqiiisses de philosophie cri- tiqiie, Paris.
Recentemente H. Vaihinokr, Die Phi¬ losophie des Als Oh, Berlin. Alb. Lance,
Geschichle des Mnte- rialismiis nnd Kritik seiner Bedeiitnng in der Gegenwart,
Iserlohn, Leipzig); O. Liebmann, Kant nnd die Epigonen, Stuttgart; Znr Analysis
der Wirklichkeil, Strassburg; A. Riehl, Der philosophische Kriticismiis und
seine liedeutung fiir die positive Wis- senschdft, Leipzig. Sul k.TnIismo
inatemalico-platonizzunte, Cohen, Knnts Theorie der Erfahrung, Berlin; System
der Phiiosophie: 1 parie: Logik der reineii Erkennlniss. Berlin: EtUik des
reinen Willens, Berlin; recentemente, Aesthetik des reinen Gefùhls, Berlin. Sul
Cohen v. il recente fase, dei Kantstudien, Natorp, Platos Ideenlehre, Leipzig;
Die logischen Grundlayen der exakten Natunvissenschoften, Leipzig, Cassirer,
SuhslanzbegriU und Funktions- hegritf, Berlin. Sulla lllosofla dei valori,
oltre le opere del Lotze cit.: C. Siuwart, l.ogik, Tiibingen; Bergmann, Reine
Logik, Berlin, Win- DEi.BANn, Reitrdge zur Lehre vom negntiven Vrteil (Slniss-
hiirger Abhundliinyen zur Philopophie E. Zellers 70 Geburtstag, Kreib. i. Br.,
; Prdiudien, Aufsatze und Heden zur Einleituny in die Phiiosophie, Freiburg
i-Br.; Vgm System der Kategorien (Phitos, Abhandl. C. Siywurt zu seinem 70
Gehurtstuge gewidmet, Tiibingen; Veber Willensfreiheit, Tiibingen; 7,um Regriff
des Gesetzes (Rerirht iiber den Intern. Congress
fiir Phit., Heidelberg). H. Rickert, Der Gegenslund der Erkennlniss, ein Hei-
triig zum Problem der philos. Transsrendenz, Freiburg
(Tiibingen); Zwei Wege der Erkenninistheorie. In proposito, v. il cit. mio
scritto: L(t filos. dei valori in Gemi, Sullo storicismo, oltre i saggi del
Windelbaiid: \\'. Dilthey, Einleitung in die Geistesuiissen- srhaflen, Leipzig;
P. Barth, Die Phiiosophie der Geschichte als Sociologie, Leipzig; G. Simmel,
Die Probleme der Geschichtsphilosophie, Leipzig; Rickert, Die Grenzen der
naturwissenschaftlichen Be- griffsbildung. Eine logische Einleitung in die
hislori- schen Wissenschaften, Freiburg i-Br.; S. Hbs- SEN, Individuelle
Kausalitàt, Berlin, Sulle scienze sociali: C. Bolglé, Les Sciences sociales en
Allemagne, Paris, Simmel, Einleitung in die Moralwissen- schaften, Berlin;
Phiiosophie des Geldes, Stammleh, WirtschafI und Rechi nach der ma-
terialistischen Geschichtsau/fassung, Halle, 1896 (Leipzig); Die Lehre von dem
richtigen Rechte, Berlin, Sul movimento teologico: \. Ritschl, Die christliche
Lehre oon der Rechfifertigung und Versdhnung, Bonn; W. Hermann, Die Religion In
Verhàltnis zum Welferkennen und zur Sitllichkeit, Halle; sul Ritschl e il
ritschlìanisnio, v. le importanti osservazioni del Boutroux, Science et
religion, Paris, Harnack, L’essenza del Cristianesimo, tr. it., Torino, Sul
neo-kantismo in genere, v. la rivista Kantstudien, che si va pubblicando sotto
la direzione del Vaihinger e ora anche del Bauch. Sulla psicofisica, Ribot, La
psgchologie allemande conlemporaine, Paris. Sul psicologismo cfr.; Husserl,
Logische l'ntersucliungen, Halle; F. Brentano, Psgchologie vcm empirischen
Standpunkte, Leipz. (il secondo volume, preannunziato, non è stato poi
pubblicato). Th Lipps, Grundtatsacben des Seelenlehens, Bonn; Leitfaden der
Psgchologie, Leipzig; A. Meinong, Psgchologisch-elhische Untersuchungen, Graz,
Ehrenfels, Sgstem der Wertlheorie, I: Allgemeine Wert- Iheorie. Psgchologie des
Begehrens; II: Grttndzilge einer Ethik, Leipzig. Intorno a questa dottrina,
cfr. Orestano, Valori umani, Torino, Wundt, Sgstem der Phitosophie, Leipzig;
Einleitung in die Phitosophie, Leipzig, Paulsen, Einleitung in die Philo-
sophie, Berlin; Sgstem der Ethik, Berlin, Bergmann, .Sgstem des objectioen
Idea- lismus, Marburg, Sul naturalismo: E. Haeckel, A'aturliche
.Schopfungsgeschichte, Berlin; Die Weltràthsel, Bonn; VV. Ostwald, Vorle-
sungen ilber Naturphilosophie, Leipzig, Busse. Geist und Kórper, Seele und
Leib, Leipzig, Nietzsche, Die Geburt der Tragodie aus dem Geiste der Mgstik,
Leipzig; Als sprach Zarathustra, Chem- nitz, Leipz.; Jenseits uon Gut und Róse,
Leipzig, Sul Nietzsche cfr. il saggio del Berthelot, pubblicato nel volume:
Éuolutionnisme et Platonisme, Paris, Sulla metafisica del Irasccndentc: R.
Eucken, Geschichte und Kritik der Grundbegri/fe der Ge- genwart, Leipzig, pubblicato
per la terza volta col nuovo titolo: Geistige Stromungen der Geyen- G. R.. La
filosofia contemporanea. wart, Leipzig; Der Kampf um einen geisligen
Lebensinhalt, Leipz.; Ln visione della vita nei grandi pensatori. Ir. il.,
Torino; J. Volkelt, Erfahrung and DenUen, Hamburg iind l.eipzig; Th, Lippe,
Naturphilosophie (in; Die Philosophie in Beginn des zwanzigsten Jahrhun- dert.
ed. dal Windelband, Heidelberg: manca nella 1* ediz.); J. Cohn, Allgemeine
Aesthetik, Leipzig; Vo- raussetzungen and Ziele des Erkennens, Leipzig,
MCnsterbero, Philosophie der Werle, Leipzig, LA FILOSOFIA FRANCESE. Damiroji, Essai sur la philosophie en France, Paris; H.
Taine, Les philosophes frangais, Paris: F- Ravaisson, La philosophie en France,
Paris, Boutroux La philosophie en France (Congresso di flios., Heidelberg).
Cfr. inoltre VAnnée philo- sophique. ed. dal Pillon, e la Revue de métaphsique
et de morale, ed. dal Léon. Sull’eclettismo: CousiN, Fragments philosophiques,
Paris: del Joifproy il la¬ voro più importante e significativo è la Préface à
la tra- duction des esqttisses de phil. morale de Dugald Stewart, Paris; Ad.
Garnier, Traité des facultés de Vàme, Paris; Ch. de Rémusat, Essai de
philosophie Paris, Sulle dottrine biologiche della scuola eclettica c’è
un’ampia rassegna del Saisset, L àme et le corps (in Revue des deux Mondes). Cfr.
intorno all’eclettismo in generale il mio scrilterello: L’eclettismo francese
{Rivista di filosofia). Sul positivismo:
Coiute, Cours de philosophie. positive, Paris; E. LittrA. A. Comte et SI. Miti,
Paris; La Science au point de ime phiio- sophique, Paris; A. Cournot, Essai sur
les fonde- menls jfe nos connaissances, Paris; I raité de i’enchainement des
idées fondamentales dans les Sciences et dans l’histoire, nuova ediz. a cura di
Lévy-Bruhl, Paris; H. Taire, De V Intelligence, Paris Sulla metafisica
positiveggiante. VacheROT, La métaphysique et la Science, 2 voli., Paris, Sui
nuovo spiritualismo: F. Ravaisson, La phil. en Frutice oìt.; P. .Ianet, l.es
cuiises fìnales, Paris; Princiiies de métaphysiqtie et de psycologie, Paris: c
una raccolta di lezioni universitarie, inte¬ ressante per valutare la mentalità
di questo indirizzo. E. Vacherot, Le nouveau spiritiialisnie,
Paris. Cfr in proposito il mio articolo; Il nuovo spiritualismo fran¬ cese
iliivista di filosofìa). Per la filosofia della libertà: SéCBETAX. La
philosophie de la liberlé, Paris. L’articolo di P. Janct sul Sé- cretan, a cui
si allude nel testo, fu pubblicato nella Renile des deux Mondes ristampato, con
una risposta del Séeretan, nel voi. cit. del J.: Psych. et inétaph. Sul fenomenismo: Cn. Renoi'VIEH. Es- sais de crilique
générale: 1. Logiqiie, Paris. Psgchotogie rationelle, Paris; IH. Princ.ipes de
la nature, Paris; Inlroduclion à la philosophie ana- lytique de l'histoire,
Paris; La nouvelle mo¬ nadologie (in collaboraz. con L. Prat), Paris; Le
personalisme, Paris. Cfr. inoltre VAnnée philoso- phiqiie, ed.
dal Pillon. dove sono raccolti molti articoli del Renouvier e dei suoi
seguaci.- J. .1. (ìolrd. Le phénomène, Paris; Les trois
dialectiques IReniie de mét. et de mor.; Philosophie de la religion, Paris,
Boirac, L'idée dii phénoméne, Paris, Lachelieb, Dii fondement de l'in-
diiclion. Illùse de doctorat, Paris; Psychologie et métaphysique, in Rev.
pliilos. Questo saggio è stato poi ristampato in appendice alla ediz. del
Fon- deni. de l'induct.; Kssngs on some unsettled Questions of Politicai
Economo, Lond., : importante il saggio V, dove si parla della dottrina della
definizione. Bradley, The Principles of Logic, Lond.;
Bosanquet, Logic or thè Morphology of Knowledge, Oxford; Baldwtn, Thought and
Things: A stiidg of thè deiielopment and meaning of thought or Genetic Logic,
London. Sulla psicologia dell’empirismo: Tu. Ribot. La psgchologie
anglaise. Paris. Sull’etica: Mill. Utilitarianism,
Lond., dal Frasers Magazine; Spencer, Data of Ethics. Cfr. Guyau, La morate
anglaise “and lack thereof” – H. P. Grice, Paris. Spencer, First Principles,
Lond. Sullo Spencer Gaupp, Spencer, Stuttgart. Sulla dottrina della scienza:
Maxwell, Discourse on moleculs Scientiflc Papers, ed. Niven: Matter and motion,
London; Clifforb, Lectures and Essags, London. Sul prammatismo: Peyrcb, How lo
make our ideas clear (thè Popular Science Monthly; James, Principles of
Psychologu, Boston; Will lo belieue, New-York, Grice: “He willed that he was an
Englishman; he failed!” ; The narieties of Religious Experience, New-ork and
London; Pragmatism: A new nome for some old ways of thinking, New-York; Dewey,
Studies in logicai Theory, Chicago. Per la letteratura sul prammatismo, cfr. il
Journal of Philosophy, Psycology and Scientiflc Methods, ed. da Woodbridge. Per
l’umanismo, cfr. Schiller, Études sur l humanisme, trad. fr., Paris. Sulla
LOGISTICA: Russell, The principles of mathematics, Cambridge; L. Couturat, Les
principes des mafhématiques, Paris; Hodgson, Time and Space, Lond.; The
Methaphysic of Experiencei, Lond. Quest’opera non è a nostra
conoscenza diretta, ma ne abbiamo avuto notizia da due articoli, l’uno di
Sarlo, La metafìsica dell'esperienza delTHodgson, Riuista fllosoflca; l’altro
di Dauriac, in L’année philosophique. SulThegelismo
inglese: Stirling, The secret of Hegel, Lond.; Wallace, Introduction to thè
sludy of Hegel's Hhilosophy Oxford; E. Caibd, Hegel (Blackwood’s Phil.
Classic,) Edinb.-Lond.; Baillie. The oriyin and significance of Hegel’s Logik,
London; J. MacTaooart, Studies in thè hegelian dialfclic, Cambridge; Studies in
hegelian cosmology, Cambridge. Di Green, cfr. Introduction to Hume's Treatise
on Human Nature (nell’ediz. delle opere di Hume. a cura di Green e Grose,
Lond.; Prolegomena to ethics, ed. da Bradley, Oxford. Sul Green, PARODI, Vidéalisme de J. H. G., in lìev. de
métaph. et de mor. Bradley, Appearance and Realily. d Methaphysical Essay,
London. Intorno alla fìlosofla della religione cfr. .Newman, Ari essay in nid
of a Grommar of assent, Lond.; l.e dèueloppement du dogme chrétien par
Breinond, Paris. L’autobiografla del N. è stata tradotta col titolo: Il
cardinale Newman, Piacenza; Tyrrel, La religion exterieure, tr. fr., Paris;
Cairo, The euolution of Religion, Gifford Lec- tures, Glasgow, Wallace,
Lectures and Essays on Naturai Theology and Ethics edito postumo dal Caird, con
una biografia), Oxford. Baillie, An outline of thè idealistic
construction of Experience, London. Wabd, Natura- lism and agnosticism, London;
The renlm of ends, or Pluralism and Theism, Cambridge; Rovce, The spirit of
Modem Philosophy,Boston; The world
and thè indinidual,
New-York, LA FILOSOFIA ITALIANA. SPAVENTA,
LA FILOSOFIA ITALIANA, Bari; FIORENTINO, LA FILOSOFIA IN ITALIA, Napoli; GENTILE,
LA FILOSOFIA IN ITALIA, pubblicata nella l» serie della Critica. Un ricco
materiale di recensioni, varietà,
documenti si trova ne La Critica, Rivista di Letteratura, Storia e
Filosofia, diretta da CROCE. Sul
Rinascimento: Spaventa, Saqgi di
crilica, Napoli; Gentile, TELESIO,
Bari, e Storia della
filosofia italiana (Vallardi, Milano); Fazio
Allmaybh, Galilei nella
collezione del Sandron: I grandi Pensatori, Palermo. Sulla
posizione storica di MACHIAVELLI non è stata aggiunta ancora una sola linea a
quanto dice Sanctis nella sua Storia della letteratura italiana. Di BRUNO v. l'edizione
dei dialoghi italiani cur. Gentile: dialoghi metafisici, Bari; dialoghi morali,
Bari, nella collana di classici della filosofia, cur. Croce e Gentile. Su BRUNO,
v. Spaventa, Saggi di critica; inoltre
La fìlos. ital. nelle sue relaz. ecc., e Gentile, G. fì. nella storia della
cultura, Palermo. Intorno a CAMPANELLA,
v. l'opere testé citate di SPAVENTA. Fondamentale è il saggio d’AMABILE, La
congiura, il processo e la follia di
CAMPANELLA, Napoli, Morano, e Campanella nei castelli di Napoli, in Roma e in
Parigi. Su GALILEI, cfr. il volume cit. di Fazio. Di Vico si va curando un’edizione
completa delle opere nella collezione del Laterza Scrittori d'Italia. Nei classici
della filosofia è stata testé pubblicata, cur. Nicolini, un’edizione della scienza
nuova, con ampie annotazioni e un’importante prefazione. Su Vico cfr. Spaventa,
La filos. ital.; SANCTIS, St. della
letter. it.] Croce, La filosofia di Vico, Bari, e Gentile, La prima fase
della filosofia di Vico nella miscellanea
di studi in onore di Torraca, Napoli. Di GALLUPPI, Saggio filosofico sulla
critica della conoscenza, Napoli. Vari accenni a Galluppi si trovano nelle
opere di Spaventa; v. inoltre: Gentile, Da Genovesi a Galluppi, Napoli.
Rosmini-Serbati, Saggio sull’origine dell’idee, Roma. Intorno a R.: Gioberti,
Degl’errori filosofici di Serbati, Bruxelles; Spaventa, Scritti filosofici, ed.da Gentile, Napoli;
Gentile, Rosmini e Gioberti, Pisa. Di Gioberti si può vedere La protologia, cur.
da Gentile, Bari, nella collana di classici della filos., ecc.). Inoltre: Spaventa, La filosofia
di Gioberti, Napoli; La filos. ital.
ecc.; inoltre il saggio di Gentile, R. e ROVERE,
Del rinnovamento della filosofia in Italia, Parigi; Confessioni d’un
metafisico, Firenze; Ferri, Essai sur
l'histoire de la philosophie en Italie, Paris; Il fenomeno sensibile e la
percezione esteriore, ossia i fondamenti del realismo, Lincei; Bf.htini, Idea d’una
filosofia della vita, Torino, Ferrari, La filosofia della rivoluzione, Londra. Sul
positivismo: Cattaneo, Opere edite e inedite, Firenze; Villari, Arte, Storia,
Filosofia, Firenze; Gabelli, L’uomo e le
scienze morali, Milano; Angiulli, La
filosofia e la ricerca positiva, Napoli; La filosofia e la scuola, Napoli;
Ardigò, Opere filosofiche. SuIl’A. Marchesini, La vita e il pensiero d’Ardigò,
Milano. Organo del positivismo, dal è la Rivista di filosofia scientifica, ed.
da Morselli. Inoltre la Rivista di filosofia e scienze affini, edit. da uno
scolaro d’Ardigò, Marchesini. Questa rivista s’è fusa colla Rivista filosofica
di Cantoni in una Rivista di filosofia
ed ha assunto un indirizzo eclettico. Intorno alla filosofia dualistica:
Bonatelli, Pensiero e conoscenza, Bologna; Percezione e Pensiero, Atti del R.
Istituto veneto di scienze, lettere ed arti. Cantoni. Kant, La filosofia
teoretica, La filosofìa pratica; La filosofia religiosa, la critica del
giudizio e le dottrine minori, Milano, Acri, Videmus in aenigmate, Bologna. Sarlo,
Studi sulla filosofia, Roma; I dati dell’esperienza psichica, Firenze; inoltre
vari articoli pubblicati nella Cultura filosofica da lui diretta. Vahisco,
Scienza e opinioni, Roma; I massimi problemi, Milano. V'arisco pubblica un
altro volume: Conosci te stesso, Milano, di cui abbiamo parlato nell’Appendice.
Sul kantismo: Fiorentino, ELEMENTI DI FILOSOFIA AD USO DEI LICEI, ED. DA
GENTILE, NAPOLI; Masci, Una polemica su Kant, l’Estetica trascendentale, e l’antinomie,
Napoli; Le forme dell’intuizione, Chieti; Il materialismo psicofisico e la
dottrina del parallelismo in psicologia, Napoli; Martinetti, Introduzione alla
metafisica, Torino, Suirhegelismo: Vera. Iniroduction
à la philosophie de Hegel. Paris; La logique de Hegel, Paris; Spaventa, La
filosofia di Gioberti. Napoli;
Saggi di critica filosofica, politica, religiosa, Napoli; Esperienza e
metafisica, cur. Jaia, Torino-Roma; Scritti filosofici, con note e un discorso
sulla vita e sulle opere dell’autore, cur. Gentile, Napoli; Principi di etica,
cur. Gentile, Napoli; Da Socrate a Hegel, saggi, cur. Gentile, Bari; La
filosofia italiana nelle sue relazioni colla filosofia europea, cur. Gentile,
Bari; Logica e metafisica, cur. Gentile,
Bari. Della Storia della letteratura italiana di Sanctis è stata fatta testé
una nuova edizione cur. Croce nella collana
Scrittori d'Italia. Sul marxismo:
Labriola, Saggi intorno alla concezione materialistica della storia: In memoria
del manifesto dei comunisti, Roma: Del materialismo storico. Dilucidazione
preliminare, Roma: Discorrendo di socialismo e
di filosofia. Roma; Croce. Materialismo storico ed economia marxistica,
Palermo. Di Croce cfr.: La filosofia dello Spirito. Estetica, come scienza
dell’ESPRESSIONE e linguistica generale, Palermo, Bari; Logica come scienza del
concetto puro, Bari; Filosofia della Pratica. Economica ed etica, Bari; Saggi
filosofici: Problemi di estetica e contributi alla storia dell’estetica
italiana, Bari, La filosofia di Vico,
Bari; v. inoltre la Critica, cit.
Intorno a questa rivista sono sorte due collane di testi: Classici della filosofia
moderna, e Filosofi d’Italia, pell’editore Laterza di Bari. Di Gentile, oltre
gl’articoli che va pubblicando in Critica: Rosmini e Gioberti, Pisa; Il
concetto scientifico della pedagogia, Roma; Da Genovesi a Galluppi, Napoli; Il
concetto della storia della filosofia,
Pavia dalla Rivista filosofica;
Il modernismo e i rapporti tra religione
e filosofia, Bari; L’atto del pensare come atto puro, Palermo, Annuario
della biblioteca filosofica. R. rimanda
all’appendice pella rassegna bibliografica degli scritti. NOTA BIBLIOGRAFICA. Avvertenza. Nel testo abbiamo
generalmente rispettato la cronologia: ma evidentemente, dove si parla di filosofi contemporanei, è il criterio dell’esigenza di pensiero ch’essi
rappresentano quello che decide del posto che spetta a ciascuno. Lo stesso
criterio vale per ciò che concerne i vari
periodi dell’attività fllosoflca
d’uno stesso pensatore. Guido De Ruggiero. De
Ruggiero. Ruggiero. Keywords: storia della filosofia romana, Vico. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Ruggiero” – The Swimming-Pool Library.
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