GRICE ITALO A-Z R RUC
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Rucellai: la ragione conversazionale degl’amori di Linceo, o
della filosofia imperfetta – scuola fiorentina – la scuola di Firenze -- filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo fiorentino.
Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Crusca. Discepolo di
GALILEI e in certa guisa il depositario e spositore delle opinioni meta-fìsiche
professate dal suo maestro. Di più: in cui la scuola di Galilei ha uno dei
maggiori lumi. Afferma di essere amico e confidente di Galilei, ma ciò non
corrisponde al vero. In verità si incontrano solo una volta quando e suo ospite
nella villa di Arcetri. Men che meno e suo studente. Quanto poi alla
meta-fisica di Galilei, i dialoghi filosofici parlano da soli. Quando comincia
a comporre i dialoghi presero persino a chiamarlo il nostro sapientissimo
Socrate. Ma anche questa è una bufala. Il fatto è ogni volta che compone un
dialogo, ama recitarlo al suo palazzo davanti a un pubblico scelto di
personaggi del bel mondo fiorentino. Che al suo palazzo, uno dei più ricche di
Firenze, si mangia e beve gratis. Quindi più dialoghi recita, più si
gozzoviglia. Per questo lo incitano a continuare. La verità è che in filosofia
non vuole, non segue la ragione. Chiudendo gl’occhi alla scienza, in qualunque
punto, non dice nero né bianco. Altro che discepolo di Galilei anche se a
Firenze, a questa panzana, ci credeno in molti. Non è un caso dunque se i
dialoghi sono pubblicati non per meriti filosofici, ma linguistici. I dialoghi
sono citati dal vocabolario della Crusca, ed ottimo avviso è il farne spoglio
abbondante perché la loro favella è veramente d'oro e, se lo stile procede
talvolta prolisso, è sempre chiarissimo ed elegante e à gran ricchezza di voci
e frasi, convenienti agli studj speculativi. Forse è proprio per la sua grande
abilità nel farsi credere che, nel gran ducato, la sua stella sembra non
tramontare mai. Ambasciatore toscano prima presso Ladislao IV e poi Ferdinando
III. Intendente della biblioteca laurenziana. Tutore di Francesco Maria.
Acclamato priore dell'accademia della Crusca con l’alias di “imperfetto” Strano
perché lui, invece, è un perfetto: un perfetto bugiardo. Altre saggi:
“Descrizione della presa d'Argo e de gl’amori di Linceo con Hipermestra”;
Opuscoli inediti di celebri autori toscani, Prose e rime inedite di R., Tommaso
Buonaventura, Degl’officii per la società umana”; “Della provvidenza”; “Della
morale”, Crusca. Figlio di Bernardo R. e di Nannina di Piero de’ Medici,
sorella di Lorenzo il Magnifico. È educato da Francesco Cattani da Diacceto –
erede di FICINO (vedasi) – che dedica i tre libri del De pulchro a R. e a
Palla, suo fratello maggiore. Frequentarono quella scuola di eloquenza di
Diacceto tanti altri patrizi, fra cui Alamanni e Vettori. Dopo esser «più volte andato a Roma
occultamente -- Guicciardini, Storie fiorentine, a cura di A. Montevecchi -- ,
si reca a Venezia per evitare persecuzioni repubblicane e poi segue suo padre
Bernardo in Provenza, visitando i luoghi dove Petrarcha compone la maggior
parte della opera sua, come scrive al cognato Strozzi (sposato con Lucrezia R,
-- Opere, a cura di G. Mazzoni. È uno degli aristocratici coinvolti
nell’espulsione del gonfaloniere Soderini e nel reinsediamento del regime
mediceo. Pochi mesi più tardi, con l’elezione del cugino Giovanni de’ Medici al
soglio pontificio come Leone X, si trasferì a Roma e inizia la sua carriera
ecclesiastica, pur continuando quella letteraria. In curia stringe rapporti
amichevoli con Trissino d’ORO (vedasi), con il quale corrispose quando
l’umanista era nunzio in Germania, in compagnia del nipote di R., Cosimo. La sua prima tragedia, Rosmunda, è rappresentata
negli Orti Oricellari durante il soggiorno fiorentino di Leone X. Il papa crea trentuno cardinali, fra cui
diversi familiari e fiorentini, ma R, resta escluso. Secondo un’anonima storia
della casata, a dissuadere Leone X è Giulio de’ Medici, secondo cui R. è di
gran parentado, uomo di valore ed ha la sua famigla de’ R. unita, potente di
ricchezze e di straordinario numero grande di persone, il che rappresenta una
troppo temibile potenza civile (appendice a Giovanni di Paolo R., Zibaldone, a
cura di G. Battista. La delusione è così cocente che R. fuggì a Ostia con
l’intenzione di imbarcarsi, ma è frenato in tempo da Trissino e da Lascaris,
inviati dal papa. È nunzio apostolico in Francia. La sua missione risulta ben
più difficile del previsto perché Leone X ruppe i rapporti diplomatici con il
re Francesco I alleandosi con gli spagnoli e contribuendo alla cacciata dei
francesi da Milano. La promessa del cardinalato attende R. a Roma, ma non gl’è
possibile ottenerlo a causa dell’inattesa morte del papa. Rientrato a Firenze, nella villa di famiglia
a Quaracchi, inizia a comporre il suo poema Le api. Dopo che papa Adriano VI
occupa la sede vacante, è alla testa della delegazione della repubblica
fiorentina e pronuncia l’orazione gratulatoria in elegante latino. Alla morte
del pontefice olandese, dal conclave usce eletto Clemente VII. Questa volta è
il fratello Palla a recitare l’orazione, secondo alcuni scritta da R,, nominato
castellano di Sant’Angelo, una carica che tradizionalmente rappresenta
l’anticamera al cardinalato. Ma il sogno a lungo frustrato di R. non si realizza
mai, come ricorda anche Valeriano nel De litteratorum infelicitate: s’ammalò di
una febbre fulminea che lo porta in pochi giorni alla morte. È andato a
visitarlo il datario Giberti, contro il quale sfoga tutta la sua amarezza: Che
vien tu a vedere? S’io son morto? Hai tu ancora disegnato a chi tu vuoi che ’l
Papa dia questo castello? Io morrò, et muoio volentieri, per non mi vedere così
male tractare et farmi morire di fame dal Papa, che dà a te, che non sa chi tu
ti sia, xiiij o xvj mila ducati d’entrata. Ma digli che io confido in Dio, che
non ci andrà molto, che gli harà invidia della mia morte; et ne sarai causa tu,
che lo hai condotto in modo che è mal voluto da Dio et dal diavolo, et hai
rovinato la Chiesa di Dio. Ma tu farai ancor peggio. Levatimi dinanzi, et non
mi dire una parola sola, ch’io non ti voglio ascoltare -- Archivio di Stato di
Firenze, Carte Strozziane. Questo discorso profetico, riferito da Bracci a Salviati
(il quale condivideva gli interessi astrologici di R,), rivela più delle poche
lettere superstiti la personalità appassionata di R., che non a caso è scelto
come protagonista di due opere, il Dialogo sulla mutazione di Firenze di Cerretani
e il Castellano di Trissino. Il dialogo
di Cerretani è una vivacissima analisi degl’eventi prima e dopo la ‘mutazione’,
ovvero del ritorno dei Medici a Firenze, di cui R. fu testimone se non attore
di primo piano. I suoi giudizi, spesso in linea con quelli espressi dall’autore
nei suoi Ricordi, sono prudenti ma taglienti. Gli altri interlocutori sono Benivieni
e Strozzi, scelti per le loro simpatie savonaroliane; si ritrovano a Modena, a
casa del governatore Guicciardini. Castellano,
intitolato in memoria dell’ultimo incarico di R., uomo per dottrina, per bontà,
e per ingegno, non inferiore a nessun altro de la nostra età -- Trissino,
Scritti linguistici, a cura di A. Castelvecchi -- , è ambientato a Roma nel
periodo delle dispute sorte sulla scia dell’Epistola delle lettere nuovamente
aggiunte nella lingua italiana redatta dal Vicentino. A difendere la causa del
fiorentino contemporaneo è chiamato Strozzi, mentre sul fronte ‘italianista’ si
colloca R. R. è anche uno degli
interlocutori dell’inedito e incompiuto Dialogo di Valori, R., Vettori e Guicciardini
delle azioni della vita loro -- Firenze, Biblioteca nazionale centrale,
Magliabechiano -- di Guicciardini, una riflessione sul ruolo politico degl’ottimati
nella repubblica fiorentina. Le opere
letterarie di R. hanno migliore sorte del loro autore: Le api -- Venezia --,
poemetto didascalico che godé di grande fama, ispira La coltivazione d’Alamanni,
insieme alla quale fu spesso ristampato. La tragedia Rosmunda, considerata
proto-machiavelliana da Bruscagli, a differenza della Sofonisba del Trissino
«dipinse costumi che l’antichità non avea conosciuti – Passerini -- e
rappresenta la storia che precede quella omonima di tema longobardo scritta d’Alfieri.
L’Oreste, lasciato incompiuto da R., ha uno stile troppo adorno, anche se
alcuni apprezzano il patetismo delle scene con Pilade. Un commento
contemporaneo sullo stile di R. si trova nel frammento di Rossi (dal ms. Laur.
Tempi 4, c. 106r, cit. anche in G.G. de’ Rossi, Vita di Federico da
Montefeltro, a cura di V. Bramanti, Firenze): «il quale invento si può lodare
ma non come cosa che rassomigli, né rappresenti il verso eroico». Si deve a Palla, fratello maggiore di
Rucellai, la prima edizione de Le api con dedica a Trissino. Palla è un personaggio
spesso trascurato, ma attivissimo sulla scena politica e culturale del primo
Cinquecento: oltre alla missione gratulatoria del 1524 presso Clemente VII, si
ricordi l’ambasceria al duca di Urbino nell’aprile del 1527 e il tentativo di
resistenza all’espulsione dei Medici nel maggio, che causò il sacco del palazzo
di famiglia. Dopo l’assedio, nel 1530, fu ambasciatore presso l’imperatore
Carlo V. Il 4 aprile 1532 fu uno dei dodici Riformatori eletti dalla Balìa e il
27 aprile venne decretata la provvisione che stabiliva la costituzione del
Principato. Nel settembre del 1533 fece parte della delegazione che accompagnò
Caterina de’ Medici sposa al futuro re di Francia Enrico di Valois. Il 9
gennaio 1537, dopo l’assassinio del duca Alessandro, si oppose all’elezione di
Cosimo de’ Medici, esprimendo energicamente il suo dissenso nei confronti del
cugino Francesco Vettori, come raccontarono Benedetto Varchi, Bernardo Segni e
Filippo de’ Nerli. Il nuovo duca non gliene volle, e Palla ottenne poi le
cariche di vicario di Certaldo e della Val d’Elsa (1539-40) e di Pescia e della
Val di Nievole (1540-41). Concluse la sua carriera come camerario dell’Ufficio
del Monte Comune e morì quando era provveditore alle Fortezze dello Stato, il 4
aprile 1543. Palla era un fine mecenate
d’arte, e commissionò a Giuliano Bugiardini (aiutato secondo Vasari da
Michelangelo) il Martirio di s. Caterina nella cappella di famiglia a S. Maria
Novella; è effigiato nel postumo tondo vasariano di Palazzo della Signoria con
il giuramento di fedeltà del Senato fiorentino a Cosimo. Le attività culturali dei due fratelli furono
celebrate anche da Paolo Giovio nel suo dialogo De viris et feminis aetate
nostra florentibus (1527-1528), in cui vengono ricordati come «litteratos et
elegantes» (P. Giovio, Dialogo sugli uomini..., a cura di F. Minonzio, I, 2011,
p. 373) e animatori degli incontri negli Orti Oricellari. Giovio, ricordato fra
gli «amici miej» in una lettera di Giovanni a Paolo Vettori del 1524, si
rivolse a Pier Francesco Riccio dopo la morte di Palla per aggiungere al suo
Museo un ritratto di Leon Battista Alberti attribuito ad Andrea del Sarto, oggi
perduto. Un ritratto postumo di Giovanni, con i tomi del poema e della tragedia
in primo piano, e con Castel Sant’Angelo sullo sfondo, è conservato a palazzo
Rucellai. Opere. Le stampe de Le api
furono tre nel Cinquecento e tredici nel Settecento. Vedi inoltre: Opere di G.
R., a cura di G. Mazzoni, Bologna 1887; Lettere dalla nunziatura di Francia
(1520-1521), a cura di G. Falaschi, Roma 1983.
Fonti e Bibl.: Giornale de’ letterati d’Italia, 1721, vol. 33, 1, pp.
230-378 (articolo anonimo su Le api che pubblica molti documenti, fra cui
l’orazione ad Adriano VI del 1523); F.W. Kent, Due lettere inedite di Giovanni
di Bernardo Rucellai, in Giornale storico della letteratura italiana, 1972,
vol. 149, pp. 565-569; F. Vettori, Scritti storici e politici, a cura di E.
Nicolini, Bari 1972, pp. 9, 208, 333; G.G. Trissino, Scritti linguistici, a
cura di A. Castelvecchi, Roma 1986, pp. 21 s.; B. Cerretani, Dialogo della
mutatione di Firenze, a cura di R. Mordenti, Roma 1993; Id., Ricordi, a cura di
G. Berti, Firenze 1993, pp. 367, 425, 427, 436; F. Guicciardini, Storie
fiorentine, a cura di A. Montevecchi, Milano 1998, p. 426; P. Valeriano,
L’infelicità dei letterati, a cura di B. Basile, Napoli 2010, pp. 140 ss.; P.
Giovio, Dialogo sugli uomini e le donne illustri del nostro tempo, a cura di F.
Minonzio, Torino 2011, pp. 373, 597, 685 s., 743; Id., Notable men and women of
our time, a cura di K. Gouwens, Cambridge (Mass.)-London 2013, pp. 422 ss.;
Giovanni di Paolo Rucellai, Zibaldone, a cura di G. Battista, Firenze 2013, pp.
580 ss. S. Ammirato, Opuscoli, II,
Firenze 1637, pp. 242, 257 s.; E. Gamurrini, Istoria genealogica delle famiglie
nobili toscane e umbre, I, Firenze 1668, p. 279; C. Guasti, Alcuni fatti della
prima giovinezza di Cosimo I de’ Medici, in Giornale storico degli archivi
toscani, II (1858), pp. 14 s. (sul «libero petto di Palla Rucellai»); L.
Passerini, Genealogia e storia della famiglia Rucellai, Firenze 1861, pp. 139-143;
G. Mazzoni, Noterelle su G. R., in Il propugnatore, n.s., 1890, vol. 3, pp.
374-388; L. Staffetti, Il Cardinale Innocenzo Cybo, Firenze 1894, p. 121; R.
Devonshire Jones, Francesco Vettori. Florentine citizen and Medici servant,
London 1972, pp. 61, 79, 107; M. Marietti, Les Rucellai en France: marchands,
humanistes et diplomates, in La circulation des hommes et des oeuvres entre la
France et l’Italie..., Paris 1992, pp. 39-60; V. Gallo, Una tragedia cristiana:
l’Oreste di R., in Esperienze letterarie, 2001, n. 4, pp. 31-56; T. Piquet,
Nature et jardin. Le api de G. R., in
Italies, 2004, n. 8, pp. 151-168; R. Bruscagli, Protomachiavellismo della
Rosmunda, in Studi di storia dello spettacolo. Omaggio a Siro Ferrone, a cura
di S. Mazzoni, Firenze 2011, pp. 87-94; B. Alfonzetti, Il consigliere
dall’Utopia alla scena. R., Giraldi, Dolce, in Ead., Dramma e storia. Da
Trissino a Pellico, Roma 2013, pp. 3-23; N. Marcelli, R., G., in Enciclopedia
machiavelliana, II, Roma 2014, p. 462.ALFANI gia alooio di R. Istitnto
Superiore di Fireoze. FIRENZE, BARBARA. Tia Faenza. Agl' Illustbi Pbofbssobi
CONTI E FERRI. Non crediate che io dedichi a voi questo libro per cerimonia :
no ; io 1' affido invece al vostro patrocinio, come un padre che vedendo il suo
caro figlio sul punto di escire dalla vita delle mura domestiche, per entrare
in quella pubblica della citta e della patria, Io affida sicuro a cittadino
illustre, onorato, provetto, perche gli agevoli col suo nome la via, e col
consiglio suo Io diriga e protegga; io Io dedico a voi come cosa che vi
appartiene, poiche se io ne fui 1' autore, voi ne foste bene i consiglieri
sapientemente aniorevoli, que' due che in mezzo alle non lievi difficolta m'
incoraggiaste e mi ajutaste a combatterle e a superarle. E, anzi, io posso
affermare con sicurta che questo libro debba a voi piu che a me la sua vita,
dovendo io appunto alia vostra scienza, alle vostre instituzioni e ai voatri
consigli, se datomi agli studj prediletti della filosofia ho potuto proseguire
non vanamente nel difficile cammino e in queste ardue discipline, per le quali
ora meglio che mai riconosco altri ingegni che non il mio poverissimo esser
richiesti sempre, e particolarmente oggi che la filosofia vera, questa prima
nutrice della ragione umana, questa ultima consolatrice di lei o desolata dal
dubbio, o da' contrasti affranta non vinta, e con ogni sorta di mezzi
ingratamente assalita, per sostituire in sua vece una larva pericolosa a cui si
da noma di scienza, e che invero non e altro se non la cupa e colpevole
generatrice di una Comune di Parigi, e delle negazioni piu spudorate e
micidiali coUe quali, sotto i nostri occhi medesimi, per un falso giudizio di
liberta si permette di insultare scherzevolmente il buon senso e la coscienza
degli uomini. Siffatti contrasti ed errori io appena in,travedeva (non li
poteva discernere chiaramente) quando negli anni primi della gioventu.
quantunque innamorato della filosofia, maneggiava la riga e il compasso, e piu
per rar gione di metodo che per intenzione di scelta studiava le scienze
superiori esatte e le natural!, utili quelle, e necessarie queste al filosofo
che voglia conoscere tutto I'uomo e le leggi vera dell' universe. lo li
ricordo, sapete, quegli anni! AUora che il velo del disinganno che ricuopre le
malizie umane o non 6 punto soUevato a'nostri occhi, o n' e appena : allora che
i problemi e le questioni piu gravi della filosofia intomo a Dio, all' uomo ed
al mondo le si risolvono piu col cuore e col linguaggio materno, giammai
ingannatore, che non col severe e spesso arido sillogizzar delle scuole ; e
tutto ci sembra piano, evidente; e le risposte piu ardue ci sembrano le
risposte piu naturali, perche appunto dettate dalla voce infallibile della
natura. In quegli anni le negazioni si tengono e si combattono non come
negazioni vere e proprie, sibbene, e piu, come artifizi scolastici, e la
possibility, che le divengano terribilmente reali, e guastino la sovrana
armonia tra la verita e 1' intelletto, ci par le miglia Montana. Ma pur troppo,
andando innanzi, ogni giorno che passa e un fiore che cade dall' albero delle
illusioni della vita ; e noi scorgiamo sempre piu farsi reale e tremenda la
guerra al vero, le sue armonie minacciate dalla superbia di ragione delirante,
e dair odio piu spietatamente beffardo. E come difficile non esser feriti dalla
punta awelenata del dubbio! come difficile non rimanere sorpresi e colti dalle
astute carezze di quella ingannevole Armida, che si fece introdurre nelle
nostre tende a promettere le sue grazie e favori a quei che disertassero
I'antica bandiera, che e poi la bandiera delr onesta ! E quanti restarono a'
lacci che tese loro ambizione ! quanti minacciano di restarvi, chiuse le
orecchie alia voce della loro coscenza e della verity ! La quale voi,
benemeriti, m' insegnaste a venerare e difendere efficacemente (ed oh! r avessi
imparato bene) colle armi di non effimera scienza, le cui parole e i di cui
pronunziati sentii sempre lietamente rispondere a' palpiti primi del mio cuore,
a' miei primi sospiri religiosi, alia voce medesiraa di mia madre che m'
insegnava, dandomene essa la prima e col fatto 1' esempio, ad onorare Dio, ad
amare 1' umanita, a rispettare me stesso. La vostra filosofia insomma sentii
essere veramente la filosofia; e quel prime amore che mi fece cercarla quasi
inconsapevolmente, giovanetto ancora, pote con voi divenire nelr anima mia
fortissimo e consapevole, e ad essa attrarmi potentemente, stupito di tante sue
bellezze sublimi, che voi dottamente mi rivelaste, perche alia mia volta
anch'io, salendo una cattedra, insegnassi que' medesimi veri, e scoprissi
quelle medesime bellezze e il loro amore ai giovani intelletti che la patria e
la Prowidenza mi avrebbero poscia affidati. Accostandosi a questo ufficio santo
e terribile insieme, non puo 1' anima non esser compresa di alta trepidazione :
si tratta dell'avvenire di uomini, si tratta dell' avvenire della patria, che
noi dobbiam preparare. Dedicando a voi questo libro, io voglio, egregi
professori, darvi pur anco un pegno che in tale ufficio solenne, nel mio
insegnamento, seguitero le orme vostre ed i vostri precetti ; e che sempre a
conforto e guida vi avro innanzi al pensiero, illustri propugnatori della
verita e del bene. N^ voi, io spero, sgradirete il ricordo che vi testimonia
perenne la gratitudine mia, ne sdegnerete di conservare la memoria di me,
discepolo vostro, e di ajutarmi ancora, fatto da voi ad altri maestro. E cosi
legati tutti, professori e discenti, nel vincolo di reciproco affetto, i nostri
studj e le nostre fatiche saranno benedette da Dio, e coronate dal trionfo del
bene, e dalla prosperita della patria. Tutto vostro devotissimo AuGusTo Alfani.
Firenze. Spbcchio begli sceitti bditi e tnbditi di Obazio Rioa SOLI RUCELLAT.
Firmamento dei cieli e firmamonto del pensiero. Armonie loro. Orazio Ricasoli
R.. Quegli h specchio delle condizioni di quosto in Firenze. E pero si spiega r
ammirazione grande per R. de' suoi contemporanei. Divisione generale di questo
libro. Suo fine e importanza. Scrittori di R.. II marchese Carlo Rinuccini. Anton
Maria Salvini. II canonico Domenico Moreni. Tiraboschi. Passerini. Turrini.
Mamiani e Centofanti. Necessity di ritesser la vita di R. per il proposito
nostro. Difficolt^ pel difetto di docnmenti. Condizioni generali del secolo
decimosettimo. fe un secolo di contrasti politici e morali. Contrasti nelle
arti, nolle lettere, nella filosofia. Capitolo Secondo, Dblla vita di Orazio
Ricasoli Rucellai 20 Nascita di R.. Suoi parenti. Antichit^ e nobilti delle due
famiglie Ricasoli e R.. Loro attinenze con le glorie politiche e letterarie
deir Italia. I Ricasoli, i R. ed i Medici. P erch^ Orazio piucch^ Ricasoli
appellino gli scrittori col nome materno de' R.. Questi e le dottrine
platoniche. L' Accademia istituita da Cosimo e da Marsilio Ficino. Intendimenti
di questo. Suoi scritti. Platonismo cristiano di lui e de'snoi accademici. Si
nominano. Bernardo R.. Sue qnalita, opere, preg i di esse. Fa parte dell'
Accademia Platonica. L' accoglie ne' suoi Orti, onde essa piglia il nome di
Accademia degll Orti Oricellari. Figli e nipoti di Bernardo platonici. Congiura
contro i Medici, e sbandamento dell' Accademia. Gli Orti menide o d* uno
eterno. Anassimandro o dell' infinito. Necessity deir Infinite. II finito non e
privazlonc di questo. Cartesio, o 1' idea dell' infinito prova della sua
realty. Dato 1' uomo finito, conyien ammettere rente infinito. E questo secondo
argomento R. tiene per piiistringente di quello del Cartesio. Ma si I'uno che
I'altro sono argomenti probabili. Anassimandro o della luce. Galileo. R. non nega
I'influsso degli astri sul mondo e le cose nmane ; combatte pero 1' astrologia.
t- La Genesi, sant'Agostino, Dante e 1' opinion! di Anassimandro e Galileo
sulla luce. Platone, la luce e 1' anima dell' universe. Ma e tutto un pud
easere. Anassimandro o de'colori. Zenone di VELIA ed altri filosofi. Si
conchiude coll' « Hoc unum seio quod nihil ado * di Socrate. La fede.
Esposizionb del timeo di Platone nk' Dialoghi di Orazio Ricasoli R. Ammirazione
di R. pel Timeo di Platone. Opinione e scienza. Necessita di un Principio
primo. Plotino. Triniegisto. R. non e dualista, come Platone. Fine della
creazione, il buono. Obiezione e risposta. Nell'ordine dell' universe si legge
il verbo di Die. Gli archetipi eterni. Platone manca della fede, e pero nell'
attinenza di causality tra Die e il mondo cade in errori. La mente divina forma
di tutte le forme. La mente umana e le idee. Loro natura. II R. combatte
Aristotele. Trimegisto e la creazione. II mondo non e Die ; ne Dio e I'anima di
esse. Ma e sua legge. Ne I'amere, per se, e anima deir universe. Desso come
armonia ed ordine pu5 appellarsi anima del mondo. £, pel R., le Spirito Santo.
il TIMEO. Dell'anime razio NALI Quesiti. Natura dell' anima razionale. Non e
particella deir anima universale. — fe intiera e perfetta da sh, — In che il R.
si discosta qui da Platone. Spirituality dell' anima. Perfezione maggiore negli
spiriti angelici. Immortalita. Argomenti dl ragione probabili. Cartesio e la
sua teorica dell' idee connessa alia questione dell' immortality. Passe di questo
filosofo. Altre prove d' immortalita. Gapitolo Decimoprimo. Breve cenno sullb
aemonichb propoRzioNi NET Dialoghi filosofici di Orazio Ricasoli R. 187 Oggetto
di questo trattato di R.. Suono. Ordine. Armenia. Proporzione. Passo dell'
autore. Platone e le proporzioni armoniche. II medesimo e il diverso. Anco per
R. tutto e armonia. I tre regni della natura. L’armonia e ranima univorsale
platonica. II corpo umano e le armoniche proporzioni. La materia. Gindizio di
R. sn questa parte delle dottrine platoniche. Capitolo Decimosecondo. —
Esposizionb del trattato BELLA PROVVIDENZA NBI DlALOOHI FILOSOFIOI DI R.
Importanza di questo trattato. Meglio che in ogni altro scritto di R. si fa qui
palese la natura del suo ftlosofare. Prove di ci6. Obiezioni dell’Orto e
risposte. L’ordine dell'uniyerso e argomento del Provvedere di Dio. Questi e la
natura. Essa non e per al che una voce generica. II Case. Si combatte. Gli
atomi. Si nega ad essi, contro Platone ed Epicuro, la eternity. Si confuta V
accozzamento fortuito di quelli. Galileo. La creazione. Si ritorna alia
Provvidenza di Dio; prove per eliminazione. Obiezione e risposta. — Galileo e
R.. Dio non informa il mondo come anima corpo. V esempio del sole. Ficino. La
fedo. Creazione ex nihilo, Ragioni probabili. Ripete V autore : fine della
creazione il buono. II Vero Bene. I beni del mondo han ragione di mezzo, di
fine no. La esposizionb del trattato DELLA PROVVIDENZA Dei mall. Necessity di
questi nel mondo. I veri mali. La morte non h un male. E cosl la poverty, la perdita
delle ricchezze, le ingiuste persecuzioni ec. I mali occasione e strumeiito di
bene. II dolore. La infelicita. Del done della ragione. Sua natura. Malizia e
ragione. — Libero arbitrio e prcdestinazione. — Liberti e fato. Passo
dell'Autore su questo punto. Epilogo delle probability ragionevoli intorno V
esistenza di Dio provvidente. Rifugio nella fede. Esposizionb bblla psioolooia
e della morale nei Dialoghi FILOSOFIOI di Orazio RiOASOLi R. II detto di
Socrate e quello di Talete. Fatti intemi: psicologici e moral!. — Notee te
ipeum, ~ Dell* anima in generate. Galileo. fe presunzione Toler comprendere
quel che Tanima sia. Studio proficuo de' suoi strumenti. Notomia. Proemio di R.
alia parte morale. Qui h aristotelico. Riepilogo. La ragione ed il senso. Loro
contrarieta nel riconoscere il bene. Tre sorte di beni ; dell' anima, della
fortuna e del senso. Apprezzamento di essi. La vera scienza morale e il timore
di Dio. L' anima nmana, perche ragionoTole, h capace del timore di Dio, e,
perd, di virtti. — Anche qui R. e mistico. Operazioni delr anima e della
Tolonta. Errore e dubbio. Buono e reo. La felicitd,. tl la virtti. Il portico.
Aristotele. Virtii cardinali. Loro definizioni ed uffici. — Estremi delle
Tirtii. Applicazione delle yirtCi alia societa umana. Fine di essa. Doveri.
Diyisione di essi. — Cicerone. — Sentenza esagerata intorno lo donne.
Ossbbvazioni oeitichb SULLA FiLOsoFiA DI Obazio Rioasoli Ruoellai. Opportunita
della critica. — Importanza storica dei libri del R.. II professor Palermo ha giudicato
Vlmperfetto imperfottamente. Perche. Quesiti da risolvere. II Rinascimento e le
sue qualita. Scetticismo. Tradizionalismo. Bruno. Campanella. — Galileo e il
suo metodo di osservazione esterna. — I suoi scolari e TAccademia del Cimento.
Metaftsica galileiana. Sommi capi di essa nei Dialoghi dei Maesimi Siatemi.
Cartesio e r osservazione interna. Spinoza e Malebranche. Bacone. II
sensualismo di Loke. Eclettismo di R.. Suo probabilismo. Si provano riandando
la sua filosofta. L’Accademia. Cicerone. La fede. Differenza tra' iilosofl del
Medio Evo e il R.. Questi e il Galileo. Nel metodo 11 R. apparentemente e
moderno. Perche. Intende solo negativamente Taforisma socratico. Ed e sempre
probabilista. Accordi tentati. Gli fa difetto la speculazione. E per6 riesce
eclettico. Breve riscontro di tal fatto nei suoi Dialoghi su' Principii passivi
dell* universe, e nel Timeo, Platone, tl Cristianesimo e Galileo. — Cartesio. —
Teorica della cognizione. Teorica del volere. Liberty e fato. Il Portico e
l’Orto Libero arbitrio e predestinazione. Psicologia e morale. II R. e Cousin.
Aristotile. Platone. Il portico. Cristianesimo. Divisione delle virtd.
Cicerone. AQUINO. La scuola dell’Orto e R.. Teologia razionale. Platone e il
nostro scrittore. I Padri. La Fede. Si conchiude che nello studio dei tre
obietti della filosofia R. e eclettico. La forma esteriore, - lo stile - e la
natura de' personaggi ne' Dialoghi di R. sono un' ultima conferma della nostra
Conclusione. ANTOLOGIA DI COSE INEDITE DI ORAZIO RICA80L1 BdCELLAI. Ottavk.
Alia Serenissima Margherita d'Orleans, Prin cipessa di Toscana SONBTTI Della
Gobte e del eigibo di Roma da' DIA.LOGHI FILOSOFICI. ViLLEGGIATUBA TuSCOLANA. H
TimeO. Delle idee Sopra ranima del Mondo Se V Amore sia Y anima del Mondo 379
Dell' immortality delP anima 435 PbEAMBULO ALL a ViLLEGGIATUBA AlBANA ALL A
PsiCO LOGIA ViLLEGGIATUBA TiBUBTINA DELLA MoBALE. Offizi delta facoltd deUa
ragione SPECCfflO DEGLI SCKITTI EDITI E INBDITI DI RICASOLI R.. Brose edUe, s
CoNTRO I SoFiSTi. Intomo a' Principj universali della Natura, Dialoghi
filosofici che comprendono i primi tre tomi del Codice manoscritto, corretto di
mano deirAutore. Quest! pure sono stati pubblicati con una Prefazione del
Chiarissimo Prof. Palermo nel volume III del Manoscritti Palatini di Firenze,
coi tipi di M. Cellini, 1868, e precedono i noye della Provvidenza. Della
Provvidenza. Dialoghi filosofici, pubblicati insieme con una Lettera al Cav.
Poltri sulla Polonia per cura del Prof. TuRRiNi, coi tipi Le Monnier. Firenze
Nove dei quali Dialoghi, nel medesimo anno, furono ripubblicati dal Prof.
Francesco Palermo nel volume III dei Manoscritti Palatini di Firenze, coi tipi
di M. Cellini e C. alia Galileiana. Firenze. Quattro di questi dialoghi furono
pure pubblicati dal Sig. Canonico Domenico Moreni, coi tipi del Magheri in
Firenze nel 1823, e che corrispondono a.' Dialoghi iO, ii, i2, i3, de'
Manoscritti {Trattato della Provvidenza). E quelli stampati dal Sig. Prof.
Palermo corrispondono al Numero 1-9 de' medesimi manoscritti. Villeggiatura Tiburtina.
— Proemto. -- Fu pubblicato dal Sig. LuiGi FiACCHi nella bella Collezione degli
Opuscoli Scien SPECCHIO DEGLI SCRITTI EDITI E INEDITI tifici e Letterarj, e che
io ho riprodotto ora per intiero, perch^ 6 per eleganza di stile e ricc?iezza
di concetti moraji pregevolissimo. DiscoRSO CONTRO IL Freddo Positivo. Lo
pubblic6 il Canonico DoMENico MoRENi insieme con altre cose di R., del
Bonaventuri e d' altri, nel 1822 co'tipi del Magheri. Firenze. Questo discorso,
avverte Moreni nella Prefazione, per quanto risulta da una copia di una lettera
di Carlo Dati dei 6 aprile 1666 a Ottavio Falconieri, manoscritto nella
Magliabechiana alia pag. 9 del Codice 183 Class. IX intitolato Notizie dell'
Accadeniia della Crusca, Selva I, fu da lul recitato in un'Accademia a bella
posta fatta in ossequio e trattenimento del famoso Cardinale Delfino^ che
trovavasi allora di passaggio per Firenze. Eccone di essa I'articolo: Io mi era
scordato di dare a V. S. Illustrissima avviso dell'Accademia. II Sig. Cardinale
Delfino arrivo qui venerdi passato a desinare, e subito disse di voler partire
il lunedi, sicchd poco luogo restava per fare Accademia. Sabato sera essendo
bene allindata T Accademia. si fece Adunanza privata, ma pero nunierosa, dove
vennero il Sig. Cardinale e il Sig. Principe Leopoldo dalla casa li vicina del
Sig. Duca Salviati, dov'era alloggiata Sua Eminenza. II Segni, Arciconsolo,
introdusse r Accademia assai galantemente. Discorse mirabilmente il Sig. Prior
R., sostenendo che il freddo fosse privazione di calore. Opposero lo Smarrito e
il Sollecito fortemente, mantenendo il freddo positivo e reale. » Traduzione
della Prima Lettera del Libro primo di Cicerone. Ad Quintum Fratrem. Trovasi
nella raccolta fatta dal Canonico Moreni, e che ho citato di sopra, di alcuni
scritti del R., Buonaventuri ed altri; pubblicata co'tipi del Magheri, in
Firenze nel 1822. Di questa medesima parte de'Dialoghi filosofici del Rucellai,
I'egregio Parroco Luigi Razzolini pubblico qualche anno indietro V Argomento e
qualche Capitolo, cio^ quello intitolato: Della Morale; Della cognizione
delVuomo e degli strumenti e facolta onde egli e composto; Della facoltd delV
anima razionale, e Degli Officj per la Societd umana, Se non che ora questa
raccolta non trovasi piii vendibile, Vedizione essendo stata scarsissima e pero
oggi esaurita. Non ho dubitato percio di porre nella mia Antologia di cose
inedite di R. anche un brano sulla Facoltd delV Anima razionale, quasi
considerandolo come inedito. Orazione tenuta nel rendere l'Arciconsolato in
bcamo del SiGNOR Desiderio Montemagni (ossia del Timido. Qiiesta Orazione fu
pubblicata da Ltjigi Fi^cchi nella Collezione degli Opuscoli scientifici e
letterarj, L' autografo della medesima si trova in un manoscritto miscellaneo
della Biblioteca Nazionale di Firenze-, gia appartenuto alia Biblioteca dei
Padri Serviti di Firenze, segnato di N« 1422. CiCALATA SULLA LiNGUA
loNADATTiCA, letta nelV Accodemia della Ci*U8ca Vanno, Fu pubblicata nel Volume
I, parte III delle Prose Florentine, pag. 132 e segg., edizione del 1723. A
questa cicalata fu dal Canonico Lorenzo Panciatichi fatta la Contraccicalata,
che il Biscioni pel primo pubblico con ispiegazioni, a cui precede questo
avvertimento : ocNel pubblico » stravizzo delF Accadeniia della Crusca si
faceva una le» zione in burla, che si chiamava Cicalata ; contra la quale » un
altro Accademico, montato in bugnola, ne faceva una che i» si chiamava
Contraccicalata, di cui al pubblico non c' S se » non questa. » RisPOSTA ALL'
AccTJSA DATAGLi dall' Ornato (Conte Ferdinando Del Maestro), delta dal
Rticellai nelV Accodemia della Crusca a* di 26 giugno d652, Non ha indicato il
Moreni donde la ricavasse per pubblicarla, come face nelle Prose e rime del
Rticellai, del Buonaventuri e d'altri, Aroomento e descrizioni prehesse dal R.
alla Presa d' ArgOf e gli Amori di Linceo e di Ipermestra, Dramma teatrale di
Giovanni Andrea Moniglia, parte prima. Firenze, stamperia
Arcivescovile.Quest’argomento e descrizione di R. trovansi nella Raccolta delle
Poesie drammatiche del Moniglia, starapata dalla tipografia Granducale nel
1689, Firenze; tantoch^ qualcuno, fra'quali il Sig. Gav. Luigi Passerini,
bibliotecario della Nazionale in Firenze, dall'avere il R. fatte queste
descrizioni in prosa, e premesse a quel dramma, dedusse erroneamente esser lui
V autore del dramma stesso. Leggasi la Prefazione a questi Drammi del Moniglia.
Lettera SULLA PoLONiA AL SiG. Cav. Poltri. — Sta in appendice ai Dialoghi
filosqfici della Prowidenza che di R. ha pubblicati il Prof. Giuseppe Turrini,
tipografia Le Monnier,1868. Pag. 405 e segg. Questa lettera scrisse T Autore da
Varsavia b SPECCHIO DEGLI SCBITTI EDITI E INEDITI, allora che trovavasi la in
qualita d*ainbasciatore della Corte Toscana presso Vladislao quarto. Lettehe
Fahiliari: a) A Monsignor Giacomo AUoviti, Lettere cinque, pubblicate dal
Canonico Domenico Moreni, sotto il titolo di Saggio di Lettere d'Orazio R. e di
testitnonianze autorevoli in lode e difesa deW Accademia della Crusca, Firenze,
nella stamperia Magheri, 1826. «Di queste lettere come delle seguenti, ad
eccezione di pocbe, gli Originali, dice il Moreni . Ai benigni lettori)
ritroyansi in Oderzo nella immensa epistolare raccolta con grande studio e
diligenza da pill anni assembrata dal Chiarissimo Sig. Conte Giulio Bernardino
Tomitano, il quale con quella sua solita cordialita. che in pochi altri e si
leale, ad un mio cenno, senza por mente egli a si grave incarico, cui
addossavasi, me ne fece avere di esse una diligentissima copia, da lui medeslmo
fatta, clie in nulla si discosta dal loro originate. ]> b) A Monsignore
Ottavio Falconieri, — ^ una lettera nella quale combatte gli atomi frigorifici
positivi, contro i quali ei fece e lesse pure un discorso neir Accademia della
Crusca. Si trova nella raccolta medesima del Moreni di sopra menzionata. A
Monsignor Giovanni Delfino Patriarca d'Aquileja. Sono 29 lettere nelle quali R.
discorre de*suoi componimenti filosofici a quel patrizio veneto, che alia sua
voita inviava al R. i proprj. Stanno nella medesima coUezione fatta dal Moreni.
d) A Monsignor Francesco Redi, — Gli originali di queste 4 lettere sono in uno
dei volumi di lettere scritte al Redi, che con gli alUi manoscritti del
mcdesimo son passati alia Biblioteca Laurenziana. Le ha pubblicate il Moreni,
ibid. e) A Sua Altezza il Granduca Ferdinando II dei MedicL — Gli discorre del
disegno, della disposizione ed ordinamento de* suoi Dialoghi filosoficL Porta
la data del maggio 1665, soiitta di villa; estratta dal Prof. Francesco Palermo
dalla Ghigiana di Roma, dove trovasi in copia, e pubblicata nel suo
Avvertimento al volume terzo dei Manoscritti Palatini di Firenze, da lui
ordinati ed esposti, e dove ha pubblicato pure quei Dialoghi di R. che ho
accennati piu sopra. mPoesie edite. Il Filosofo R. al Filosofo Magalotti. —
Sono trentasei terzine a mo*di lettera pubblicate dal Canonico MORENI nella sua
raccolta a c. 174, citata piii volte di sopra. L*autografo io no so dove
trovisi; forse presso gli eredi. Una copia 6 nella Magliabechiana nel Codice
Manoscritto N^ 31-7. VII. sotto il titolo di Poesie manoscritte di diversi
autori del secolo XVII. Al Signor Carlo Guidacci. — Quartine in occasione della
morte del Torrigiani. Sono in numero di otto. Trovansi stampate come sopra,
COS! la copia manoscritta, cosi, credo, Toriginale. Sulla Corte. — Son dodici
sonetti levati dal Moreni, come gli altri, dal Codice Magliabechiano citato, e
comincian cosi: ft Corte albergo di regi, ove si vedo) Con benigne maniere,
uniche e sole » Lusinghiera favella onde discorda)) (Id.) 4) « Di picciol furto
un poverel sovente' D'ostro, e d* oro vestito, e altero il volto La bella
verita ch* ove s' apprende. a Che il reo costume a volo erger si scerna Dunque
tema non ha chi di natura: (icRagion che intenta a' maliziosi modi Quella, che
scende dall'Empiree soglio) 11) ((L'eterna Provvidenza il tutto regge» (Id.)
12) ({ Misere pecorelle a cui nel cielo » (Pag. 147.) Non potersi comprendere
Iddio che con la fede, quani'unque L’OPERE DI SUA PROVVIDENZA MOSTRINO
CHIARAMENTE CH'EGLI CI t. Sono dodici Sonetti, pubblicati dal signor Fiacchi,
nella collezione degli Opuscoli scientifici e letter ari. Firenze 1816, volume
XXI, dalla pagina 68 fino alia 74. Non sono stati estratti dal Codice
Magliabechiano intitolato Poesie Mss, di diversi autori, VII, 347, come ne
fanno fede le varianti che si trovano tra quelli editi dal Fiacchi, e quelli
manoscritti in XXrV SPECCHIO DEGLI SCRITTI EDITI E INEDITI quel Codice. N^ il
signor Fiacchi indica donde li abbia cavati: ma b pill che probabile siano
stati tolti dalF original e, che si conserva presso gli eredi. Questi sonetti
incominciano: c Oltre i Gonfin de' miseri raortali » 2) ft Nella piu cupa
eternita si ascose )» dc Si con sua fe' Zanobi al Ciel rapia » SuLL'EsTASi DI
Santa Maria Maddalena de'Pazzi. Sonetti, stampati nella Raccolta del Moreni.
Dove trovisi I'originaledi essi non so di certo; credo, al solito, nella
biblioteca privata degli Eredi. Una copia d nella Magliabechiana, ora
Nazionale, nel Codice Manoscritto col titolo di Poesie manoscritte di diversi
autori del secolo XVII. Incominciano. II quarto, pubblicato col quinto, come s'
6 detto, dal Orescimbeni, incomincia: «c Nel giorno che costei si bella nacque
» II quinto : « Quella che dal mio cor non parte mai » Felice annunzio a una
lettera amorosa. (Vedi Moreni. ibid., a c. 140.) cc Vanne, che serbi i miei
pensieri ascosi » SPBCCHIO DEGLI SCRITTI EDITI E INEDITI Si detestano gli abusi
del seoolo. Vedi Moreni, ibid. Sonetto, a c. « Vasti flutti solcai di speme
iniida » VORREBBE PENTIRSI MA GLI RESISTE L' ABITO NON BtJONO. SonC^to, ibid.
Incomincia: ((Piango'l mio tempo, e dell'eta fugace» In risposta a un sonetto
morale del Graziani. Sonetto, ibid., a c. . «Non toglie i pregi al cielo e non
depreda)> La Divina disposizione sempre giovevole, anche talora paia il
OONTRARio. Altri due Sonetti, ibid., a c. 135: 1) a Per entro eterna,
incoraprensibil luce i» 2) « Fra tj^nti prodi ormai viver recesso » Stimoli di
penitenza destati nella volontA non aiutata da' sensi. Sonetto pubblicato,
ibid, a c. 134. II primo verso e: « Occbi piangete. Mirerovvi ancora » Suo
AMORE DA VECCHio. — Sonetto della Tramoggia, a cui fece la censura il Dati, e
che fu pubblicato dal Fiacchi nel Vol. XI degli Opuscoli scientifici e
letterari, pag. 64. Incomincia: «Ardo bencb'abbia il crin canuto gelo» Non si
ritrova manoscritto nel Godice Magliabechiano sopra citato, n6 1' ho potuto
trovare altrove. L' autografo poi sari, come degli altri, nella Biblioteca
degli Eredi. Prose inedite. Dialoghi FiLOSOFici DEL PRIOR Orazio Ricasoli R..
Gia sappiamo di essi quali son pubblicati. Or qui pongo il contenuto de*
quattro manoscritti (cio^, Magliabechiano, Palatine, e 1 due codici della
Biblioteca Ricasoli) avvertendo subito che le Villeggiature Albana e Tiburtina
non si ritrovano die in queste ultimi due. Codj/ce Manoscritto della Palatina:
(Copia). — £ un volume in-4o slegato, di pag. 788, senz' indice, e in carattere
minutissimo. Contiene Y esposizione delle opinioni dei filosofi antichi intorno
a' principii naturali delle cose, (16 Dialogbi); T esposizione del Timeo di
Platone, (15 Dialogbi) ; cui fan seguito quelli della Provvidenza, (16
Dialogbi); e infine due dialogbi suUe Musiche proporzioni. In tutti N^ 49
Dialogbi. Codice Manoscritto, anch* esso Copia, nella Magliabechiana. — Sono
nove volumi in-4o, legati in pelle con dorature in costola, e miniature e arme
R. in frontespizio. Erano per 1' innanzi di propneta della signora Maria
Settimanni, moglie del signor marcbese Dante Catellini Da Oastiglione, e da
essa gli acquisto poi il signor Vincenzo Follini Bibliotecario, a'di 26maggio 1815.
Questi Dialogbi sono dedicati al signor marcbese Cosimo Da Castiglione. Questo
codice contiene i Dialogbi su i principii naturali deir universe (16) come il
Codice Palatino ; poi i dialogbi della Provvidenza (16), indi il Timeo (15
Dialogbi) ; e per ultimo le Musiche proporzioni, (9 Dialogbi) stando alia
indicazione e numerazipne dei Volumi. 1» Codice Manoscritto della Biblioteca
Ricasoli Firidolfi. — Son dodici volumi in-4«>, legati in pelle, di
scrittura antica ma corretta e leggibilissima. Comprendono in 1° i Dialogbi
sulle opinioni dei filosofi anticbi intorno ai principii naturali dell'
universe (16), poi la Provvidenza (16 Dialogbi), indi il Timeo, (15 dialogbi)
Villeggiatura Tusculana; si passa poi alia Villeggiatura Albana, (2 dialogbi e
il Proemio) ossia ai Dialogbi deir Anirna, della Notomia, e per ultimo, alia
Villeggiatura Tiburtina, e cioe alia Filosofia Morale (Proemio, due Argoraenti
e due Dialogbi). Questo Codice fu rivisto e corretto da Anton Maria Salvini.
Codice Manoscritto in detta Biblioteca. — Puo considerarsi come I'autografo,
percb^ corretto di mano dell' Autore. Son 14 volumi in-4o, legati essi pure in
pelle, e scritti sufficientemente bene. Qui I'ordine ^ alquanto diverse;
imperoccb6 i Dialogbi della Provvidenza si trovano coUocati nei volumi 7, 8 e
9, ciofe dope quelli della Filosofia naturale antica, (Dialogbi) e il Tin? eo
(15 Dialogbi). Abbiamo poi un volume senza Dumero col titolo di Musiche
proporzioni, (9 Dialogbi) e cbe SPECCHIO DBGLI SCBITTI EDITI E INEDITI
evidentemente va aggiunto al Timeo. Per ultimo sono le due Yilleggiature,
Albana (Proemio e 2 Dialoghi) e Tiburtina come nel Codice antecedenteraente
descritto. (Proem., 2 argomenti e 2 dialoghi). Per piii ample notizie veggasi
il mio capitolo intitolato Disegno, ordine e fine dei Dialoghi filosofici di
Orazio Ricasoli R., PlANTA E RiGIRO DELLA CORTE DI ROMA. — Libello del Stg.
PHoT Orazio R..Una copia di questo scritto inedito fu da me ritrovato in una
Filza Strozziana, neH'Archivio Centrale di State. Di questo scritto incomplete
nissuno fin qui avea fatto parola, forse perchfe sconosciuto, oltre V essere
inedito. Credo r autografo trovisi presso gU eredi. Vedi pag. 326 in Appendice.
DiscoRSO SULLA FoRTUNA. Lo lesse R. in una Adunanza tenuta dall' Accademia
della Crusca ai 20 febbraio 1654, in onore del Principe Gio. Adolfo, fratello
del re Gustavo di Svezia, come risulta dal Diario del Buonmattei. £ inedito
presso gli eredi, e penso che sia quelle incorporate tra' Dialoghi filosofici
nella Villeggiatura tiburtina, dove discorre della Filosofia Morale. Le lodi di
San Zanobi, Vescovo, protettore dell' Accademia DELLA Crusca. Discorso recitato
dal R. in un' Adunanza solenne che detta Accademia celebro in onore di quel
santo, nel Palazzo Strozzi, il 20 giugno 1651, come ricavasi a pag. 89 e segg.
del Diario di Benedetto Buonmattei allora segretario. £ inedito presso gli
eredi, ma da me non potuto leggere. Invettiva contro il collega Tommaso Segni.
— Anco questa e inedita presso gli Eredi ; ne ho potuto consultarla, e solamente
ricavasi il tenore di essa dalla difesa del Segni, della quale fa menzione il
Moreni, a pag. XVI della sua Prefazione alle Prose e poesie di R., Buonaventuri
ed altri. CiCALATA per LO Stravizzo DEL 1662. — Una copia di essasitrova nella
Libreria Marucelliana, Codice A N® 158, ed un' altra nella MagUabechiana Codice
Manoscrilto E, 5, 6, 24, insieme con altra del figlio Luigi Ricasoli R..
Trovasi pure nella Palatina* m Scherzo in lode dell* Uccello. — Lo cita il
signor LuiGi PasseRiNi nella sua Genealogia e Storia della Famiglia Ricasoli.
Firenze, Tip. Cellini, 1861, dove discorre di Orazio R., a pag. 86, e che dice
pubblicato a Firenze nella Raccolta delle Prose fiorentine, parte III, volume
I, pag. 124, Anno 1722. Ma io non V ho rinvenuto, e percio ritengo come inedito
anche esso nella Biblioteca degli Eredi. ISTRUZIONE E CaRTEGGI DEL COMMENDATORE
PRIOR OrAZIO RiCASOLI R., nella stia Ambasceria di Corte Cesarea e di PoIonia
dal principio di gennaio al giugno 1635. — Questa raccolta con le lettere del
suddetto R., e delle quali ne pubblico una come saggio il Prof. Turrini,
conservansi nell' Archivio degli Eredi; e pero non potute esaminare da me.
Lettere Familiari — Sette di queste indirizzate al suo Serenissimo Principe
trovai in una cassetta nella Biblioteca Palatina, che a^eva per titolo
Autograft Italiani, Non hanno soprascritta, c furon levate, come molte di altri
uomini illustri, dair Archivio centrale di State, nella occasione della Gran
Raccolta de'roanoscritti Galileiani e degli Accademici del Gimento. Altre tre
Lettere inedite da me ritrovate nel carteggio universale mediceo, Filza 1013,
Anni 1631-1641, dirette al Granduca Ferdinando II dal R., di Roma, negU anni
1638-39-40. AxTRA Lettera inedita di Orazio R. rinvenni nella Filza Medicea,
dal 1640 al 1650, pacco 2°, datata da Roma li 24 luglio 1649, e colla quale ei
domanda al Granduca nuove dilazioni per la Gabella. {Filza Medicea, 52,
Principe Mattias 5488). Poesie medite. L'AccADEMico Imperfetto DELLA Crusca,
che era il signor Prior Orazio R., dopo aver cenato alio stravizzo fatto dalla
medesima Accademia, presenta un meraoriale ai Provveditori della Gena,
chiedendoli il solito tribute del Cacio. Sotto questo titolo dice il signor
Passerini che si trovano pubblicate nelle Prose Fiorentine, 1723, 84 quartine,
copia delle quali e nella Magliabechiana, nel solito Codice, Poesie ec,, VII,
XXX SPECCHIO DEGLI SCBITTI KDITI E INEDITI 347, e comprendono dalla paginal99,
alia 205. Ma io non Tho potute trovare stainpate, e per do le ho poste qui tra
le inedite. Alla Serenissima Margherita d* Orleans, Principessa di ToscaNA. Per
un maizolino di fiori donatole il giortio di Santa Margherita, dal Stgiwor
Prior Orazio R.. Sono in copia quattro Ottave che si trovano nel solito codice
magliabechiano sotto il titolo di Poesie manoscritte di diversi. In morte oella
donna amata. Un Sonetto inedito che trovasi con altri editi nel medesimo Codice
Magliabechiano YII, 347. Poesie di diversidel secolo XVil a pag. 208 e;209.
Incomincia : « Quello che sola ai miei pansier risponde » Amor Platonico. —
Sonetto, ibid, a c. 213. « Non di vostra beltk caduca e frale > Sentimenti
amorosi secondo il concetto Platonico che Dio creasse le anime particolari
degli uomini, degli avanzi dell'anima UNIVERSALE DEL MONDO. — Sonetto, Con eteme
faville il sommo Sole » Si querela che il SONNO TENGA CHIUSI GLI OCCHI DELLA
sua DONNA. Vedi ibid., a c. 212. Incomincia questo Sonetto: « Orabra il sonno d
di morte, i sensi atterra » Sulla Prowidenza. — Altri tre Sonetti inediti,
ibid., che fan corpo cogli altri gia pubblicati dal Fiacchi. Corainciano :
((Come aguzza il gran fabbro, e con qual lima)) Se alla ministra del Motor
Sovrano )) Nasca talun senza mirar la luce Desiderio dell'anima d*unirsi a Dio,
Sonetto, ibid., a c. 218. Comincia : « Padre del ciel che le bell* alme accogli
t> Nel Codice Manoscritto Magliahechiano poi, sotto 11 titolo Poesie Diverse
piacevpli VIII. Var. 363, si trovano scherzi immorali del RuCELLA.1. Come pure
neiraitro Codice superiormente citato se ne trovano altri frammisti a poesie
oneste del nostro Imperfetto. Alcuni dei Sonetti raorali o religiosi di R.
trovansi ricopiati pure in altri Codici manoscritti come p. es. nel Libro
Valerii Chimentelli De FunamhulOy II, 50, e nel Codice Magliabechiano.
Firmamento dei cieli, e firnianionto del pensiero. — Armonie loro. Orazio
Bicasoli Bucellai e il sccolo decimosottimo. — Quegli e specchio delle
condizioni di qaosto in Firenze. — E pero si spiega r ammirazione graude per il
RuceHai de' saoi contcmporanei. — Dirisione generale di questo libro. — Sao
fine e importanza. Come accade nel firmamento dei cieli, cosi, o lettore
benevolo, mi sembra accadere nel firmamento del pensiero o deU'anima umana; e
I'armonia che tu scorgi regnare nelF ordinata misura de' corpi celesti non
dissomiglia punto da quest' altra armonia che le idee, o le stelle dell' anima,
compongono tra se nel loro ordinamento stupendo. Ond' ^ che in quella guisa
medesima che anco un astro il piii piccolo, 1' occhio deir osservatore de' cieK
scopre ed afferma talora necessario anello tra' maggiori e piii luminosi ; non
altrimenti nella storia del pensiero umano sovente uno scrittore, un filosofo,
pur de' non grandi, lo ritroviamo, studiandolo, quasi anello logico, se non
necessario, tra due etd. e du§ scuole che si succedono, tra' filosofi maggiori
di quell' et^ stessa. Cosi, per esempio, in un tempo di confiitti di dottrine
con dottrine, di liberty, e di servitu, di ragione e di autorita, se vi ^ un
uomo il quale specchi in se nella loro schiettezza i pensieri e le disposizioni
diverse della societa civile in mezzo alia quale egli trovasi; se quest' uomo
dia la immagine vera di que' contrast! che ingegni piii chiari e piii valorosi
di lui allora combattono; quest' uomo, anco de' non grandi, acquistera senza
dubbio per tal fatto importanza non lieve nella storia del pensierq e della
civilt^, perch^ appunto ei potra nella Storia rappresentare veramente il suo
tempo ; egli, se vogliamo conservare il paragone, sara un anello logico di quel
sistema di astri intellettuali che compongono Y armonia spirituale dell'
universo. Potrei, volendo, recar qui per la mia asserzione testimonianze
storiche a dovizia; ma non lo fo, sicuro che al leggitore non ripeterei che
notissime cose, e cadrei nel superfluo. Orazio Ricasoli R., del quale imprendo
a discorrere, non ^, giova dichiararlo tin d' ora, un gigante tra' pensatori, e
neppur grande ; egli 6 un astro minora, e nulla pitl ; invano tenteresti
ritrovare in lui una gran forza speculativa e una potenza straordinaria d'
ingegno. Forse egli era nato uomo di alti spiriti ; ma infetto anch' egli di
quel miasma ond'era ammorbata la filoSofia e le lettere nel secolo
decimosettimo, se non imbolsi affatto, pur n'ebbe il suo ingegno a sofifrire;
poichd, come scrive il Guasti nel suo Lorenzo Panciatichij era il pensiero a'
filosofi, come 1' estro a' poeti tarpato. E appunto, credo, perchd R. ci
apparisce cosl e nella filosofia e nelle lettere; appunto perch^ respird
que'miasmi, e le inclinazioni diverse del suo tempo sperimentd in sd stesso, e
manifestd ne'suoi scritti ; io son d' avviso ch' egli acquisti per noi pitl
importanza come quello che valga a rappresentarci fedelmente quel secolo nel
quale fiori, e riproduca le condizioni reali del pensiero filosofico e del
civile consorzio in mezzo al quale viveva. E se questo d vero, come in
progresso dimostrero, la cagione e ragione della stima e ammirazione
grandissima de' suoi contemporanei, che lo ritenner quasi come un mezz'
oracolo, ^ spiegata e almeno in parte giustificata. Come Orazio R., cosi quel
valenti eruditi contemporanei sentivaao dentro di se ripercosse le molteplici
disposizioni del tempo, e tutta la violenza delle correnti contrarie che
urtavano per trascinare ciascuna seco la navicella delle lor menti. R., che ^
alia testa di loro, vuol dominare la furia de' corsi, e in parte riesce ; ma
poi quasi inconsapevolmente ei segue cogli altri or questa or quella fiumana;
egli e come un prisma sulle cui faccie riflettonsi i colori molteplici dell'
iride filosofica di quelr et^. Egli e insomma il rappresentante del suo tempo
in Firenze, perch^ raccoglie in s^ stesso tutte le opinioni opposte che v'
erano allora e tenta conciliarle; e, altresi, perche questa conciliazione ha
pitl delr accademico che dell' intimamente speculativo ; speculazione che,
salvo le scienze naturali, era molto fiacca a quei tempi nella sua patria.
Dimostrato questo, apparir^ anco pitl quella importanza che a me sembra avere
questo libro, come quello che avr^ mirato ad aggiungere un po' di luce alia
storia del pensiero di quel secolo; a presentare un trapasso anco pitl intimo
tra due et^ che si succedono. E per arrivarvi, nulla di meglio che gettare uno
sguardo al viver civile del secolo decimosettimo, esaminarne attentamente le
condizioni politiche e morali, vederne lo stato delle lettere e delle scienze;
poich^ tutti insieme questi risultamenti dell' attivit^ umana, e non tra di
loro sconnessi o separati, valgono a rappresentarcela. Noi considereremo quindi
R. in quello stato de' tempi suoi, e vedremo come la sua vita vi si svolga, e nelle
varie manifestazioni a quelli esattamente risponda. E man mano che la critica
seguir^ la esposizione delle sue opere filosofiche e letterarie, delle quali
stimo opportuno ofifrire come appendice e documento al libro una Antologia^
avremo occasione di veder cose singolari e di non lieve importanza. Con questo
mezzo io spero di ricondurre nel novero de'filosofi im uomo, di cui nissuna
Storia della filosofia, ch'io mi sappia, ha fatto sufficiente menzione fin qui
; e saro lieto del pari di aver dato mano, come ho gia detto, a stringer
viepitl i legami del pensiero fra due epoche della filosofia, e di avere
additato come unione tra esse un mio illustre concittadino. Orazio Kucellai, lo
ripeto, non ^ un ingegno straordinario, ma e tale che ci spiega intieramente il
suo tempo. D'altra parte le menti straordinarie, appunto perche tali, volano
sempre innanzi al lor secolo, superano coi loro intendimenti le condizioni
de'contemporanei, e si lanciano nel futuro divinandolo. E Galileo che mori,
fiorente R., non rappresenta quel secolo, perche ancora dominava 1'
inquisizione, e le antiche scuole e le dispute del Peripato fiaccavano Tali
agli spiriti ; Galileo rappresenta, inaugurandola, 1' eta futura, le future
generazioni, quando la liberta del pensiero avr^ rotto i vincoli della
servitii, e I'astrologia ed il Sarsi e il cieco discepolato avran dato luogo al
libero esame della ragione. L' uomo che pure non sordo alle sublimi dottrine
del Vecchio d' Arcetri, e coll' animo schiuso ad esse, dara nuUadimeno ancora
una parte del suo pensiero al servigio dell' antica scuola, e quando, secondo
1' errore di alcuni dell'et^ sua, egli reputera ostili fra loro la fede e la
ragione, sara pronto per la fede di far getto della ragione sua, piuttostochd
investigarne con libero esame 1' accordo, questi, non grande ingegno, sar^ del
suo tempo la immagine. E Orazio R. ^ senza dubbio quest' uomo. Scrittori flel
R.. II marchese Carlo Rinnccini. Aoton Maria Salvini. II canonico Pomenico
Moreni. II Tiraboschi. — 11 Passerini. — II Turrini. — II Mamiani e il
Centofanti. — Necessita di ritesser la vita del Rucollai per il proposito
nostro. Difficolta pel difetto di docnmenti. — Condizioni generali del secolo
decimosettimo. fe un secolo di eontrasti politici e morali. Contrasti nelle
arti, nelle lettere, nella filosofia. Che han scritto di R. sono varj,
contemporanei a lui e posteriori. Ma gli uni e gli altri piti che la vita deir
uomo ne scrissero o lodi, o cenni necrologici, o per la scienza ne toccarono di
sfuggita. II marchese Carlo Rinuccini, accademico della Crusca sotto il nome di
lAetOy disse le lodi di R. nelr Adunanza pubblica che in onore di esso fu fatta
nella sala terrena del palazzo del duca Strozzi, a'di 11 settembre 1698, e ce
lo riferisce il Diario stesso delFAccademia, ove leggesi : Quest' elogio perd
non e a noi pervenuto, ossivvero sar^, come tant'altre cose di importanza
maggiore, sepolto in qualche libreria privata de'nostri Signori fiorentini. L'
Orazione in morte del Eucellai scritta da Anton Maria Salvini, non d che una bella
sequela di lodi delI'uomo e dell'opere sue, un rimpianto solenne per la perdita
dell' illustre Accademico contemporaneo, che lo scrittore jpropone ad esempio
imitabile di virtii e di dottrina. H canonico Moreni ha discorso
dell'Imperfetto nelle prefazioni a quella parte di scritti che ha pubblicati di
lui ; ma son cenni, son lodi, che se bastano a darci un' idea dell' uomo, non
valgono a mostrarcelo, come vorremmo, in relazione a'suoi tempi, e molto meno
ci chiariscono del come e del quanto quei tempi potessero sulla vita e sulle
dottrine di esso. Cosi il Tiraboschi nel volume ottavo della sua Storia delta
Letteratura ItcHiana, cosi il Passerini nella 6renealogia della famiglia
Ricasoli, e il prof. Turrini nella sua Prefazione ai JDidoghi Filosofici di R.
sulla Provvidenza, han dato di lui alcuni cenni brevissimi a mo' di biogralia,
per guisa che anco in essi 1' attinenze dei tempi colla vita e coU'opere
letterarie e scientifiche del nostro scrittore non spiccano, ne ti accade di
rinvenire descritte. L' illustre Mamiani e il Centofanti han toccato del
platonismo di questo seguace ed amico del Galileo, ma Than fatto di volo,
encomiandone la purezza del dettato e la ricchezza feconda dell' idioma
sapientemente adoperato ne' suoi Dialoghi. Se non che giova riconoscere che per
1' intendimento loro, questi cenni o que' tratti bastano all' uopo, n^ pud da'
lettori ricercarsi di piii. Ma 'per il fine che mi sono prefisso, apparisce
altresi manifesto come sia cosa necessaria il ritessere piil completamente la
vita di lui, per quanto mi d oggi concesso. Dico cosi, imperocche molti
documenti preziosi, che potrebbero assai illuminare questa storia e la mente
del critico non mi ^ stato eoncesso di esaminare. Non parlo qui de'Dialoghi
Filosofid, de'quaU I'erede signor Alberto Ricasoli Firidolfi tiene due copie,
una delle quali, in quattordici tomi manoscritti, ^ come autografo, perch^
corretta di mano del RuceUai; che questi Dialoghi anzi mi consent! (e glie ne
rendo pubbliche grazie) di esaminare minutamente per confrontarli coUe copie
che sono nella Biblioteca Nazionale e Palatina in Firenze ; ma io alludo ad
altri documenti preziosi pel critico, cio^ lettere, corrispondenze e scritti
minori che si trovano altrove sventuratamente, e che tanto lume avrebbero
potuto recare al soggetto. Non pertanto cercheremo nel tessere questa biogralia
del RuceUai di riempire, quanto e piii possibile, il vuoto che la mancanza di
documenti lascia, con indagini indirette, e col raziocinio; e quelle che
abbiamo tra mano bastera, credo, all' intento. Ma prima di seguire il nostro
scrittore nella via della 8ua vita, penetriamo un istante nel consorzio in cui
egli fiorisce, e ricordiamone intanto i caratteri e le quaUt^ pill generali,
ch6 le particolari noteremo via via procedendo. I ricordi del passato quando
non si restringono a una cronaca arida e secca acquistano un pregio
indipendente daU' importanza degli avvenimenti che ci rammemorano. Come il piil
piccolo vaso e r utensile piii umile coperto dalla ruggine del tempo diventano
ne' nostri musei 1' oggetto prezioso di una grande curiosity ; cosi f atti pur
semplici, ritrovati nella distanza dei secoli col loro carattere reale e
native, acquistano un pregio singolare, e anche un certo attraimento per colui
che studia la storia con un po' di immaginazione e di critica, e che nelle sue
ricerche e letture ha per canone e guida la massima morale di non ritenere per
indifferente nulla di cid che 6 umano. Che ^ mai pertanto il secolo
decimosettimo? Si dice generahnente che esso appartiene all' et^ moderna; che
la servitil del Medioevo e scomparsa; che la imitazione del Rinascimento ^
tramontata : Bacone, Cartesio, Galileo sono apparsi di gia suir orizzonte, ed
hanno inaugurato il mondo moderno. Ed e vero, ma solamente in parte ;
imperocche essi, sorgendo, trovino da sgombrare dal cielo del pensiero nubi
ancor dense, e questo non fanno ne posson fare in un attimo, sibbene
gradatamente. Le inveterate abitudini, le antiche affezioni, le tendenze ormai
radicate non si cancellano, non si mutauo a un tratto; ci vuole la esperienza
longanime, si richiede un conllitto inevitabile tra il vecchio ed il nuovo, che
trovansi Y uno dinanzi aU' altro. Ed ecco il perche, non altrimenti che nella
natura accade, cosi uell' ordine storico del pensiero e dell'azione e sempre
vauo cercare quelle divisioni recise che si trpvano nelle matematiche. Si
direbbe che la storia del pensiero e un sorite, in cui ogni conclusione
posteriore ritiene a suo termine medio e necessario la conseguenza dell'
argomento immediatamente anteriore. Ed infatti il secolo decimosettimo, a chi
ben lo riguardi in s^ stesso e nelle manifestazioni di ciascheduna delle
molteplici attivit^ umane, ^ senza dubbio un secolo di contrasti. L' Italia
(ch6 io parlo dell'Italia principalmente) scissa in molte parti, e pero debole;
deboU adimque ordinariamente anco gli animi, o forti di fortezza apparente e
non propria: essa, T Italia, teatro a' litigi tra' piccoli, a guerre tra'
grandi prepotenti, riaperta ad armenti stranieri, come terra di pascoli eletti.
Principi italiani, mentre la madre comuue era in servitii, non pure non amare
di unirsi in lega tra lore, travagliarsi invece tra loro stessi con inganni e
veleni per mania di possedimento. Amore di guerra, gelosia di acquistare
territoriuzzi italiani a danno di principe italiano compagno; non generosity,
non altezza d' animo, non dolce superbia di procurare od almeno di preparare
all' Italia quell' onorata condizione che al suo glorioso nome si conviene,
regnavano in quei tempi. (BOTTA, Sioria d' Italia, vol. I, pag. 620.) Quivi le
successioni de' principi hanno luogo rapidissime, e cosi ad ogni istante
I'ltalia ci presenta un aspetto nuovo, mentre si trova costretta a sottostare a
idee nuove, a nuovi capricci de' suoi principi nuovi. In meno di'settant' anni
tra duchi, dogi, papi ella ne vede sorgere e sparire novanta, e insieme ad essi
vede sparire e risorgere contrasti a dismisura; e se per un momento arride U
sereno della pace, gli ^ per rendere agli occhi degli uomini piil fosco il
tempo di gara che ne succede. II gran politico e gran raggiratore del
decimoterzo Luigi favoreggia intanto il duca di Nevers 6 lo vuole ad ogni costo
porre in possesso di un' eredita, la quale assicura alia Francia il punto piil
considerevole dell' alta Italia. La Germania, la Spagna ed anche Carlo Emanuele
gli muovono contro, e la terra di Mantova e posta a sacco dagli Spagnoli.
Conchiuso il trattato di Cherasco, Mantova e il Monferrato rimangono al duca di
Nevers; Alba, Torino e alcune altre terre alia Savoja, la quale alia sua volta
^ costretta a cedere Pinerolo. Ma Richelieu non h sodisfatto; egli vuole
stremata la potenza d' Austria e di Spagna, in Italia precipuamente ; e contro
la Germania presta ajuti a Gustavo Adolfo di Svezia, confisca la Lorena, e,
collegati essendo la Francia, la Savoja e i duchi di Parma e di Mantova, indice
guerra agli Spagnoli. E la Toscana, i cui Granduchi predilessero sempre la
pace, trovossi pure travolta nella comune ruina; e se i primi anni di regno
scorsero a Ferdinand© II calamitosi per gli orrori della pestilenza e della
fame, non mancarono poi a turbarlo gli orrori, non gravi meno, della guerra
contro i Francesi prima, poi contro Urbano VIII, che pari al Cardinale di
Francia nelle pretese, non nell' astuzia, per favorire i Barberini suoi nipoti,
vuol togliere ad Odoardo Farnese, cognato del Granduca Mediceo, i dominj di
Castro e Ronciglione. E mentre in Roma trattasi legalmente la faccenda, il
cardinale Barberini assalta il feudo di Castro, e se ne impadronisce. Sdegnato
il Farnese, passa col suo esercito, per la Toscana, negli Stati del Papa, e
sparge dovunque spavento e terrore. Ferdinando II, riuscitagli vana una
conciliazione, trascinato dalle insolenze de' Barberini e dalle controversie
onde tormentavalo la corte di Roma, si mette in punto di guerra, e per f arsi
sicuro all' interno, esilia quanti religiosi ed ecclesiastici vi sono nativi
delle Romagne, e col cognato sconfigge le armi del Papa, il quale cede alia
forza e al diritto, restituendo al Farnese il ducato. E cosi di questo passo
per tutto il secolo e per tutta la Italia andarono le cose; e i popoli si
vendevano, e si lasciavano vendere quantunque se ne dolessero, mentre e
dissensi e contrasti e debolezze e frodi e vilt^ costituivano allora la
totality di quel fantasma volubile che si chiama anc'oggi politica. E di tal
fatta, e non altrimenti, le condizioni morali. Che, pur restringendoci alia
Toscana, noi vediamo i suoi principi altalenare tra il bene ed il male
continovamente. Or ligi alia Spagna, or al Papa, or ai frati, or aUe cortigiane;
e Ferdinando 11, uomo prudente, ma non sempre coraggioso, cade nella
pusillanimity. E mentre dianzi ti si mostra superiore alle minaccie del governo
di Roma, vedi poi che lascia, durante il suo regno, radicare negli
ecclesiastici arbitrario esercizio di giurisdizione politica, pel quale vanno
in breve vieppiii sperdute le antiche consuetudini deUa repubblica, e le
ordinanze del duca Cosimo, e per timore dell' Inquisizione abbandonare il
disegno di erigere un monumento a Galileo. E nel medesimo tempo (come vedrem--o
poi pill particolarmente) ama e protegge gli studi, coltivandoli, e in essi
trova conforto o distrazione agli affanni politici e famigliari; e a chi gli
dimostra come, facendo egli ammaestrare il popolo, sarebbero venuti a mancare
artigiani e servitori, risponde compiacersi assai piii d' esser principe d'
uomini che di bestie. Che se dalle Corti si viene a' nobili e si scende al
popolo, noi assistiamo a' contrasti medesimi, alle medesime scene di discordie,
di debolezze, d' immorality. Ogni privilegio ^ pe' nobili, oppressione 6 pel
popolo; inani per i primi le leggi, eccessivamente rigorose al secondo*;
impedito il popolo di portar armi, padrone di cingeme quando e quant' e' vuole
il signore e di accerchiarsi di bravi, per aver mezzo cosi d'insolentir sopra i
deboli. Indi le vendette, i tradimenti, e quella riazione sanguinosa
dell'oppresso contro I'oppressore; d veramente una societa ingiusta senza
grandensea, passionata senza generosita, dove niuna esaltazione, ma
ragionamento e calcolo e frode e intrighi indecorosi predominano. E pjsrfino
nel vestire servility e contrasto di gusti si fanno palesi. Sono state tante
(dice il Rinuccini ne'suoi Bicordi Storicl) le vanita del vestire che in questo
secolo sono seguite, che si rende impossibile di poterle non solamente narrar
tutte, ma anco la maggior parte di esse: tuttavia non lascia egli di notarne
qualcuna, prima degli uoraini, poi delle donne ; dopo di che in generale ha
detto, che E quest' eclettismo esteriore era non altro se non un riflesso dell'
interno eclettismo e contrasto di quelle menti e di quelle volonta, sicch6 i
medesimi uomini, come, per esempio, R. nostro co' suoi amici, avresti veduti a
un' ora portare impettiti e gravi il vestito ricamato di seta nera e con frange
e con nastri rasati, ad un' altr' ora coraparire al pubblico in farsetto e in
pianelle. N^ poteva essere a meno che accadesse quella volubility e imitazione
servile delle mode di Francia, imitatori com' eran gi^ divenuti quegli animi
del pensare francese. Imperocch^ le guerre, la letteratura e le dispute
clericali di quella nazione occupavano gi^ gl' intelletti italiani; e il nostro
paese che, come nota il Guasti, aveva mandate Leonardo e r Alamanni a portar
suUa Senna le arti e le lettere, tornava a scuola dai discepoli, tutto trovando
ne' Francesi grande, a cominciare dal re. II quale, per mantenere il credito,
spargeva anche in Firenze quelle pensioni, che il monaco Mabillon rifiutava, e
il Dati e il Viviani soUecitavano. Scritti varj di LORENZO Panciatichi. Se
entriamo nel sacrario delle arti, delle lettere e delle scienze, noi vediamo
riflesse le condizioni medesime di contrasto, e di fare spensierato, che le
politiche e le morali condizioni ci offriroiio. Alcuni artisti si buttavano
all' esagerato, al teatrale, sostituendo al vero r artificioso, il forzato al
semplice ; gesti violenti anco negli affetti pacati, panni svolazzanti anco in
sale chiuse, riputando triviality la naturalezza; sicch^ i michelagnoleschi
fanno Veneri cLe sembran Ercoli, e si presta culto alia me'diocrit^, si segue
il traviamento. E Lodovico Caracci che tenta in Bologna coUo studio di veri
capiscuola, opporsi a' degeneri imitatori, riesce a fondare una scuola che ha
per carattere r eclettismo, stimando arte suprema accordare non solo ma fondere
quanto i grandi artisti avevan di mejglio ; ne egli ne i suoi cugini sepper mai
all' eclettismo aggiungere il pensiero ispiratore, preferendo, come dice lo
stesso Cantil (Storia Universale, vol. XVII, pag. 816), di avvicinarsi ai
fenomeni della natura e supplire al genio colle rimembranze. Percio i migliori
di loro scuola fecero riazione contro questa infelic^ idea. II cavaliere
d'Arpino proclama I'idealismo, ma condannando i marinisti materiali della
pittura, diventa egli il Marini della pittura stessa per la ricerca affettata
dell'ideale. A Guide Reni che vagheggia il soave, si contrappone il Guercino
che si d^ a' gagliardi contrasti di luce e d'ombra: alia facility del
Berrettini la creazione fiera del Rosa. Matteo Roselli contrasta con Carlo
Dolci; il primo sereno, quieto, corretto, il secondo smorfioso alquanto, e
coloritore con non abbastanza armonia. Cosi nella scultura e neir architettura,
le quali pure ci presentano piil cadute spensierate che creazioni e voli
generosi, contrasti, esagerazioni ; e 1' alito dell' affetto che spira ne'
rozzi tentativi del trecento, non ritrovi in esse ora piiH ; n^ vecchio viiol
trovare un accordo, un legame, un'armonia. Intendimento quant' altro mai
salutare e generoso, ma che appunto per esser concepito da menti ineguali a si
grande lavoro, rimane frustrato o contraffatto, e piucch^ il nuovo farlo
sgorgare naturalmente dall' antico, e ajutarne, quasi a mo' di levatrice, il
parto desiderate, trascurano inesperti e loro malgrado il primo per il secondo,
o il secondo pel primo. E un eclettismo quello che esce dalle mani di questi
uomini; 6 la figura mostruosa che Orazio ci dipinge nel principio della sua
Arte Poetica. Or bene, in quel secolo abbiamo da un lato Platone ed il
neoplatonismo, dall' altro Aristotele e 1' ipse dixit de' suoi seguaci. Qua
Galileo, 1^ il Peripato : qui il Cartesio, li Huet : qui 1' ardito proposito e
la ferma volont^ del tutto esaminare ; qua la tirannica pretensione del tutto
imporre e far accoglier per fede; da una parte la liberty,, spesso sconfinata,
del Bruno e del Campanella, dall' altra parte 1' inquisizione pronta a tai'pare
le ali, se vogliam temerarie, di quegli ardimentosi sfidatori del cielo. In una
parola noi siamo sempre con un piede nel Medioevo, con 1' altro nella Riforma.
Ella 6 questa che si combatte una vera guerra da giganti, nella quale le
intelligenze di coloro che non son ingegni potenti, si debbono trovare in baUa
di impulsi diversi, che, come dissi, se ne disputano ad ogni istante il
dominio. A larghissimi tratti noi abbiam vedute come in ispecchio le condizioni
politiche, morali e intellettuali di questo secolo ; imperocch^ senza questo
lavoro preHininare noi reputassimo di non potere arrivare a conoscere
determinatamente 1' uomo di cui teniamo discorso, e i suoi scritti, e la storica
importanza di essi. La vita di ogni individuo ^ un problema, per risolvere il
quale condizione necessaria si 6 di saper dove questa vita si svolse, e in
quale civilt^. Poich^ la civUtlt d' un secolo viene sempre essenzialmente
espressa dal tutto insieme delle opinioni, preoccupazioni e tendenze, forme e
gradi di cultura proprie o particolari a ciascuno degli ordini sociali che in
esso si comprendevano ; 6 insomnia lo specchio della vita interna dell'
individuo in mezzo agli uomini del suo tempo. Nascita del Racellai. — Suoi
parent!. — Antichitli e nobilU delle due famiglie Ricasoli e Racellai. — Loro
attinenze con le glorie politiche e letterarie dell* Italia. — I Ricasoli, i
Racellai ed i Medici. Perch^ Orazio piacchd Ricasoli appellino gli scrittori col
nome materno de* Racellai. — Qaesti e le dottrine platoniche. L' accademia
istituita da Gosimo e Ficino. Intendimenti di questo. Saoi scritti. Platonismo
cristiano di lui e de*8aoi accademici. Si nominano. Bernardo Racellai. — Sue
qualiti, opere, pregi di esse. — Fa parte deir A (Epist. 1*). E percio egli
loda Porfirio anche nella teorica dei sacrifizii, e non nega che le anime umane
vengan giu da una certa parte del cielo, e vi risalgano, e agli angeli assegna
un tenuissimo corpo; dottrine tutte, che non il Platonismo solo, ma questo e le
emanazioni alessandrine ci possono spiegare. Gli 6 per cio che 1' Accademia
istituita dal nostro Marsilio piii che Platonica dovrebbe appellarsi
neoplatonica, per un certo neoplatonismo che si distingue ad un tempo dal Platonismo
schietto, e dal neoplatonismo alessandrino, trasformati entrambi cosi dal
cristianesimo come da una certa mistura di dottrine e di forme aristoteliche;
essendo in questo aspetto neoplatonici e fondatori e continuatori di essa. I
quali furono in grandissimo numero, contemporanei ed amici del Ficino, come
egli, distinguendoli in tre classi, scrive a Martino Uranio, e li nomina tutti.
Fra i primi che meritano speciale menzione sono (scrive il medesimo Galeotti)
Giovanni Cavalcanti, che Marsilio chiamava 1' Eroe e amico unico e i fiorentini
il di lui Acate, il quale per tutta la vita fu il confidente de'suoi pensieri
piU riposti, e il confortatore delle sue amarezze: Angiolo Poliziano, cui dette
il nome di Ercole, che egli consultava in tutte le difficoM filologiche, che
fii tra' suoi piil caldi ammiratori, e con sommo conforto lo vide poi in eta
matura piil propenso alia filosofia platonica: Giorgio Antonio Vespucci,
Francesco Diacceto, Pico della Mirandola, e altri molti, tra cui Giovanni
Canacci, Bindaccio Ricasoli, e Bernardo R., i quali ultimi tre andavano ogni
giomo a tenergli compagnia quando desinava, e con essi conversava, ora
scherzando piacevolmente, ora trattando gravi argomenti di filosofia. Bernardo,
antenato illustre di Orazio R., era uomo di sublime e grave ingegno, a niuno
secondo per civile prudenza, casto nel parlare, aflFezionato a' costumi
antichi, e nulla non v' era in lui che non fosse veramente patrizio o
senatorio. La sua vita politica ci dimostra com' egli sostenne sempre le cariche
piU rilevanti, ambascerie importantissime, e sebbene stretto per sangue alia
famiglia Medicea, non fu tra i suoi amici, e seppe ad essa mostrarsi spesse
fiate contrario. Egli fu chiarissimo letterato, scrittore di storie. uno di
coloro che la lingua del Lazio seppero mantenere in onore grande, come ce ne
attesta la sua Orazione: De auxilio Typhernatibus (idferendo, modello di
perfetto latino ; il De Bello Pisano ; il De Bello Italico, in cui si descrive
la storia della venuta di Carlo VIll in Italia, e il Bellum Mediolanense, e
sovrattutti il suo De Urbe Boma che voile dedicate al suo figlio Palla, nel
qual libro, illustrando Sesto Rufo e Public Vittore, raccolse quanto si trova
negli antichi scrittori intorno alle antichit^ di Roma, e quanto ^ proprio a
dare una idea di quella regina delle nazioni. (Passerini, Curiosita Storiche.)
Lo stile di R. e piano ed elegante, ed Erasmo da Rotterdam, nel libro ottavo
dei suoi Apoftegmi, ebbe a dire che niuno meglio di lui »' era mai avvicinato a
Sallustio. Fattosi strada coUa sua dottrina, Bernardo fu dunque chiamato a
coinporre la schiera eletta delFAccademia ficiniana; e nelproferire il suo
nome, in ogni cuore fiorentino risvegliasi ormai istintivamente la memoria
degli Orti famosi. Morto Lorenzo il Magnifico nel 1492, il quale, come abbiamo
notato, avea ampliato e protetto sempre V Accaderaia Platonica, fino a
rinnovare i banchetti solenni co'quali Platone era solito di celebrare il suo
di natalizio ; i componenti di essa poterono ancora per due anni, ospitati e protetti
dal cardinale Giovanni e da Piero de' Medici, far le loro adunanze in quel
portico novello di Atene, quale era divenuta la Villa a Careggi, frammettendo
sempre, per suggerimenti e per esempio di Lorenzo, scrittore e poeta Italiano
gentile, e dello stesso Marsilio, il quale dettava un elogio italiano dell'
Alighieri, e traduceva il libro De Monarchia^ le letterarie discipline in mezzo
alle disputazioni filosofiche. Per.la qual cosa ebbe grande vantaggio*la nostra
lingua; che tutti i Platonici ripresero lodevolmente a scrivere nella lingua di
Dante e del Boccaccio, e chi raggiunse V apice dell' eleganza e della dolcezza
fu indubbiamente il Poliziano. Se non che nel 1494 cacciati, per la debolezza
vergognosa di Piero figlio di Lorenzo, dalla citt^ di Firenze i Medici, e posti
dalla plebe a sacco i loro palagi, il Ficino, se voile continuare i suoi studi
diletti, fu costretto ad abbandonare Firenze e la villa, e ricovrarsi nella
rustica solitudine del suo Montevecchio. E quei sapienti che gli facevan corona
dovetter lasciare il noto asilo, il luogo memorando de'loro divini convegni! Ma
la grand' anima del Ficino spird sempre nel petto di quegli amici e discepoli
le sublimi dottrine e le belle virtil ; e Bernardo R. diede ad essi cortese
ospitaUt^ nella sua casa in Firenze, e poi nel suo giardino, sul principio del
secolo decimosesto, donde 1' Accademia platonica prese nome d' Accademia degli
Orti Oricellarj. Quivi convennero principal! Niccolo Machiavelli, Luigi di
Piero e Luigi di Tommaso Alamanni, Piero del Riccio detto il Crinito, Antonio
Brucioli, Giovanni Corsi, Francesco Vettori, Pietro del Nero, Giovanni Canacci,
i due Francesco da Diacceto, I'uno detto il Nero, Y altro il Faona^zo dal color
delle vesti, Giovanni Corsini, Cristoforo Landino, Piero e Niccold Martelli,
Giovanni Cavalcanti e il Martini, i quali due ultimi il Ficino chiamd nel 1499
esecutoridel suo testamento; e per tacere di molti altri, i figli di Bernardo
R.. In questo giardino veramente platonico si addita ancora il luogo, dove quei
dotti uomini si radunavano, e dove sur un cartello di porfido sta scritto: Ave
Hospes. Quelle volte e quei viali risuonarono di voci sapienti, e il Diacceto
vi leggeva i suoi Libri sul Bello, il Machiavelli i suoi discorsi sulla prima
Deca di Tito Livio e i Libri suW Arte della Guerra, T Alamanni il Trattato
della Coltivazione. L' amore delle dottrine Platoniche divenne fin d'allora
viepiii tradizionale nella famiglia de' R., che lo serbarono sempre come una
gloria superba, quasi depositarii di preziosa reliquia, ereditata con tante
altre grandezze da tempi pill fortunati e migliori. E dopo due anni il ritorno
de' Medici in Firenze, morto Bernardo nel 1514, i suoi figliuoli Giovanni,
Palla, Cosimo, e il nipote Cosimino, non furono men gloriosi ed ardenti seguaci
delle vestigia pateme. E Marsilio Ficino e i tre Pulci e il Poliziano e Pico
della Mirandola, ormai spenti, doverono a questi esser modelli sublimi,
immortali, sovrattutto Bernardo. Leone X e il Machiavelli furono condiscepoli
di Giovanni, il Diacceto maestro a lui di filosofia e di eloquenza. Ebbe
anch'esso anima platonica, come conservaronla tale Palla e il nipote. E li pure
all' ombra di quegli Orti, in quell' atmosfera piena di vita e di scienza, die
mano Giovanni al suo poema suU' Api, modello tra le scrittnre di tal genere, a
tale che vi ha chi scrisse sembrare che le api stesse, ronzando d'intorno al
poeta per libare il succo dei fieri, se gli posassero talvolta sulla penna,
infondendovi quella dolcezza che tanta spirano i versi suoi. L'Accademia degli
Orti col sacrofuocodella scienza e delle lettere nutriva ancora e conserva va
quelle non meno sacro della liberty e della repubbUca ; e i liberi insegnamenti
del Machiavelli e del Diacceto congiunti alle* divine speculazioni platoniche
non poterono rimanersene privi di frutto. L'oppressore cardinale Giulio dei
Medici pesava suU' anima libera di quei platonici, come suU'ardente gioventii
fiorentina, la quale correva volentieri ad udirli. Fu allora che la quieta
stanza di Sofia videsi trasformata in sede di una congiura a danno del despota,
alia quale presero parte moltissimi, tra cui i due Alamanni, il Buondelmonti,
il Diacceto. Sventuratamente scoperta, mentre quest' ultinlo spirava la grand'
anima sua per mano del carnefice, e molti altri niigravano in esilio forzato,
I'Accademia Platonica fii sbandata, e non pot^ piii fin d' allora (1522)
proseguire le sue adunanze in quegli orti di sapienza e di pace. De'R.,
quantunque amici di liberty, pur legati strettamente alia famiglia de' Medici
in parentela, non apparisce che alcuno pigliasse parte a quella congiura; che
anzi noi conosciamo la sorte di Palla, quando nel 1527, unico superstite
de'figli di Bernardo, mostratosi dalla parte dei Medici, allorchd furono
ricacciati dalla citt^, videsi invaso il palazzo, guaste e ftirate le
suppellettili, e la vita in pericolo. Quel Palla bensi, che, ristaurata la
potenza medicea, veduto il nuovo Duca della Repubblica andare a poco a poco
erigendosi in assoluto signore, pentitosi della protezione accordatagli, si
oppose unico poi nel 1537 all'elezione del nuovo despota, morto Alessandro, e
dichiard doversi a Firenze restituire la prima liberty. Invano ; che Cosimo de'
Medici fu proclamato il Secondo Duca. II giardino stette in propriety de'R.
fino al 1573; dopo il qual tempo passd venduto, per mena certamente de' Medici,
per sei mila ducati a Bianca Cappello, che di luogo consacrato alle sovrane
armonie della scienza platonica, mutollo in sede di delizie e di volutta a'
cortigiani medicei. Ed ora questo gran monumento ricco di tante memorie e
propriety di una nobile dama Bussa, la contessa Orloff, la quale, curando il
decoro di questo luogo, ha speso ingenti somme per abbellirlo, e farvi
miglioramenti notevoli. Se pero 1' Accademia degli Orti non pote daDa congiura
in poi radunarsi, e gli Orti stessi furono con pensiero ingeneroso venduti, la
tradizione platonica non si spense guari, nd si poteva. Troppi erano gli uomini
grandi, il cuore de' quali batteva per le idee del divino Ateniese; troppo viva
era in essi la memoria del Ficino e di Bernardo ; troppo cdnsone ormai le
platoniche divinazioni al sentimento italiano, rispondenti troppo alia bellezza
del cielo che aUe pendici di Firenze, alia torre di Arnolfo, e a Italia tutta
divinamente sorride. II Casa, lo Speroni, il Patrizi platonici tutti legano i
tempi di Bernardo e dei figli ai tempi del platonico Orazio. Ma pur nella
famiglia medesima de'R. questa fiamma si conserve viva sempre, e se un uomo tra
essi debole o degenere potd r avidity del danaro preferire al glorioso possedimento
di quel luogo; sacro ormai come tempio, o cederlo, vinto dair altrui minacce, i
piii di loro dovettero deplorare sififatta perdita; mentre, contemperate dalF
indirizzo dei tempi, predilessero sempre le dottrine della illustre Accademia.
E 1' avo matemo di Orazio R., cultore del neoplatonismo, conobbe Torquato Tasso
ancor giovane a Napoli, e il Tasso, platonico in certi punti, ricorda quell'
avo con parole di molta lode e di molta familiarita nel suo Dialogo che ha per
titolo : II Goneaga o del piacere onesto. (Dialoghi del Tasso, per cura di
Cesare Guasti, Tip. Le Monnier, vol. I, pag. 60). Ed 6 a questo punto che
comparisce sulla scena della vita Orazio nostro, di animo nobile, d'ingegno
elevate, il quale doveva come riunire in s^ e nell' opere sue la tradizione
neoplatonica custodita gelosamente nel seno deDa famiglia materna. II
conservarsi, come tesoro santo^ r amore delle dottrine dell' Ateniese e del
Ficino da' R., le case dei quali furono teatro in cui i piii dotti si
raccolsero sempre, non pud da noi non risguardarsi come un' occasione, un
motivo intrinseco dell' indirizzo filosofico del nostro filosofo, o almeno come
un elemento sostanziale che doveva concorrere insieme con altri, e
potentemente, a informare lo spirito scientifico e letterario di lui. Un
Ricasoli infatti diede a Orazio la vita; ma i R. ne informaron la mente, in
quella guisa medesima che coUe sostanze di Monsignor Delia Casa ereditd, come
scrive il Casotti, il suo spirito, la sua virtii. (Elogio di R.). Non
anticipiamo il racconto ; ma possiamo dire fin d' ora che R. nostro, ammiratore
e seguace delle dottrine platoniche, dovS sognare sovente i deliziosi sapienti
convegni nell' avito giardino, e pitl d' ogni altro dolersi che quel monumento
di virtii e di dottrina non potesse piii, fatto albergo ai disordini di Bianca
Cappello, e poi di un cardinale de' Medici, ispirare nell' animo siio il forte
volere, i gravi pensieri, che quei liberi ingegni vi aveano raccolti e
maturati. Nondimeno egli, R., per far rivivere quell' avite conversazioni, e
perpetuare cosi la tradizione domestica, raduner^ nelle stanze della sua casa i
celebri eruditi del tempo suo, e dietro le orme de' suoi parenti, ascolterh e
detter^ precetti di sapienza e di virtti, non potendoli ancora di liberty. Ch^
in luogo della voce sdegnosa del Diacceto, degli Alamanni e del Buondelmonti,
che nel sacro ricinto de'suoi Orti venduti echeggiava minacciando i fautori del
dispotisDio, gli oppressori dell'antica e gloriosa repubblica, qui nelle stanze
del R., uomo di corte insieme con dotti uomini di corte, si udiranno parole di
dottrina, rime d'amore, rim-, proveri pur anco ai costumi guasti della Corte e
del Clero ; ma non saranno piii, no, gli energici avvisi del Machiavelli e
degli altri per trattener la caduta di una liberty che vedevano precipitare ;
saranno i timidi lamenti di un bene irremissibilmente perduto, deboK querele di
uomini curvati sotto il gravame della servittl, proteste inconsapevoli talora,
sommesse sempre, perch^ i Medici ormai signori assoluti, se splendidi e
munifici protettori delle scienze,'non sono tali da consentire si grande
temerity, e il tribunale 6 la ad impaurire gli intelletti, e a tarpare le
libere ali del pensiero e della coscienza. Cosi i motivi generali esteriori ed
intrinseci delI'avviamento educative e scientifico di R. apparvero a me, ed io
credo pure al leggitore, distinti. Vediamone ora lo svolgimento successive nel
cammino della sua vita. Prima edacazione e istrazione del Bacellai. Fa segnace
del Galilei. ~ Lo dichiara egli stesso ne* suoi scritti. — Abitudini sue e
motteggi de* suoi amici. — Lorenzo Panciatichi. — Luigi Ricasoli Rncellai. La
Corte Toscana e R.. Suo cortigianesimo e suo disprezzo della Corte. ~ Contrast©
de* tempi che anche su questo pimto si ripercuote nell* uomo. — Sua missione
diplomatica a Vienna «^'Varsavia. II 'signer Luigi Passerini che piii
largamente di ogni altro s' intrattenne suUa vita di R. (Genealogia della
Famiglia Bicasoli, Tipografia Cellini, pag. 84 e segg.) discorrendo della prima
educazione di lui ci dice che Ma i nomi di quegli uomini chiari non li
sappiamo, nd I'esame accurate che su tutte le opere di R. abbiamo fatto, n^
altre ricerche diligenti ce li han rivelati. Gli ^ certo perd che Galileo fu
udito dal R., e questo possiamo asserire con sicurt^ piena. Imperocche il
signer Passerini si appoggi, come noi, nell' afifermar cio sopra quelle che il
nostro scrittere nel suo Discorso centre il Freddo Positive dice in principio,
e che ^ prezzo delr opera rammentare. Questo e qualche altro passo delle opere
sue, provano essere stato il R. discepolo del Galilei, non gia nel significato
ristretto che si suol dare a questa parola, ma in quanto egli giovane piil
volte ascoltd da' labbri medesimi del Galileo la esposizione delle dottrine di
lui; e a questi passi si appoggiano il Nelli, il professor Palermo, il conte
Mamiani ed altri che ne favellarono. e pone in nota che cio ricavasi da alcuni
frammenti di oi)ere del medesimo esistenti nella sua libreria. E il professor
Palermo e il conte Mamiani chiamano con sicurezza piu che discepolo, amico del
Galilei V Imperfetto. E il canonico Moreni batte la medesima strada, aUora che
discorre di lui, e si maraviglia, e a ragione, che il Tiicaboschi, laddove nel
tomo ottavo della sua Storia della Letteratura italiana si trattiene a parlare
di R., nol collochi tra' piii solenni filosofi di quel fioritissimo secolo, in
cui \isse 1' immortal Galileo di lui maestro. (Saggio di Dialoghi filosofici
del Bucellai dato dal Moreni. Tipografia Magheri, 1823, pag. xxi. Firenze.) E le
dottrine del gran filosofo poteron davvero anch'esse ed efficacemente sull'
animo del nostro scrittore, come su di uomo tenero amico della verity. Galileo
infatti aveva trovato nella selva opaca il vello d'oro: egli aveva ritornato a
vita sotto un certo rispetto il metodo di SoCrate e lo aveva riconsegnato alle
intelligenze stanche ormai di servire ciecamente all' autorita di Aristotele.
Ecco il perch^ R. vedi abbracciare del Galileo le teorie con animo aperto. Ed
ei pud dirsi che dififerisce dagli altri segi\aci del Galileo e che li supera
in questo ; gli altri svolgon le dottrine metodiche del Galileo nell'
osservazione dei fatti esteriori e delle loro leggi ; mentre che R. si propone
di svolgere quel metodo stesso in ogni disciplina filosofica, cio6 anche nella
osservazione dell' uomo interiore; quantunque nelle conseguenze della sua
lilosofia seguiti piii il probabilismo accademico, come vedremo in progresso. n
R. dov6 avere altri maestri e di rettorica e di filosofia, e compiere nella sua
gioventii studj ordinati; e di cio fan testimonio le opere sue eruditissime, e
nello stile e nella lingua adorne di tante bellezze. Oltrediche era questo il
costume de' ricchi e de' nobili di que' secoli ; che allora, come ne ricorda il
buon Moreni (Dial, fil., pag. Vill), quanto piil erano eglino di nobilt^
forniti e al di sopra degli altri, tanto piii e'si credeano in debito ad
esempio ancora, ed eccitamento altrui, di viemaggiormente nobilitarla coUe
virtii, e colle lettere, ben persuasi che senza il di loro corredo, soccorso e
accoppiamento, niente o assai poco ella nello spirito signoreggiar suole o suUa
opinione degli uomini. D R. educate fin da giovanetto da' suoi genitori e
maestri nel sentiero della scienza e della virtii, fu quanto e piii di altri
compreso di cid, e la verity di questa sentenza tradusse egregiamente in atto
nella sua vita fino all' estremo; si che il Magalotti, quando avvenne nel 1672
il 16 febbraio la morte di lui, mestamente scriveva a Luigi Del Riccio.
(Lettere Familiari, tomo II, pag. 28) A dieci anni fu decorato delle divise
equestri delrOrdine di Santo Stefano; a sedicirimasto privo del padre, ebbe il
Priorato di Firenze, istituito dal suo avo Giuliano; e i cavaKeri di quell'
Ordine lo elessero gran Contestabile nella solenne adunanza tenuta in Pisa. A
27 anni sposo Maria Felice de' nobili Altoviti, egregia donna, e dalla quale
ebbe nove figU, tra cui Luigi il maggiore, che seguendo le orme del padre fu
anch' esso, • giusta ne dice Salvino Salvini ne' Fasti Consolari dell'
Accademia Fiorentina, e secondo che ne porgono argomento sicuro gli scritti
eruditi di lui, lo splendore della patria, e 1' ornamento non meno delle
accademie che delle corti dei principi. Orazio RuceUai pari av^ndo alle doti
della mente quelle del cuore, fu caro a quanti lo conobbero, venerate anco da'
grandi, e mite senza che cio vietasse a lui di essere nelle sue poesie e
cicalate acuto e pungente, e dei vizi rampognatore mordace. Fu come i suoi
genitori uomo pio e religioso, anco troppo talora, fino a sapere di eccessiva
misticit^ nei suoi scritti. Ebbe sua dimora in Firenze; pero talfiata recossi e
abitd in Roma, dove aveva possedimenti, e spesso, dopo le politiche incombenze
a Vienna e in Polonia, ritiravasi specialmente gli ultimi aniii nella quieta
villa al PoggiaJe, ne' dintorni di San Casciano. Le sue abitudini come d' uomo
che vuole stare in una custodia di cristallo, meticolose sempre e, come a dire,
scetticamente impacciate, che ti sembrano un debole si, ma pur verace riflesso
del suo carattere, de' suoi scritti e del suo tempo, e pero mi ci fermo. Tanto
era della sua salute eccessivamente riguardoso, che certi suoi incomodi e certe
curiose precauzioni per questi, diedero ansa ai motteggi e alle canzonature
poetiche de'suoi amici accademici, non disdette neppure da Luigi suo figlio, e
accademico anch'egli. E Cesare Guasti scrive di lui motteggiato dal
Panciatichi: E infatti nel bel suo ditirambo di im BevUore brillo, a
Panciatichi deride cosi il Bucellai: « Pupilletto, Vezzosetto, Caro Orazio
RuceUai, Gioiellino degli amici, E splendor deUe morici, Dimmi 3e io son cotto,
filosofo mio dotto, Tu che trovasti, Tu che redasti Fralle cose paterne indite
e rare Le pillole che fanno indovinare. » Dalle quali ultime espressioni
ricavasi conferma ancor di quello che nel precedente capitolo andava
accennando, sul trasmettersi quasi per tradizione ciascun de' R. di padre in
figlio, iino ad Orazio, la dottrina platonica. E delle medesime sofisticherie
ragiona quasi sul serio il figlio Luigi'nella Cicalata della Ipocondria: i Ditemi
un poco, egli esclama, quella difficoM di respirare che tiene sempre sospetto
d' asma il nostro filosofo (chd Orazio era cosi antonomasticamente appellato)
pud ella essere altro che 1' ipocondria pettorale ; la quale mentre impedisce V
esalazione di quelle si vive favilluzze, gli mantiene sempre piena di filosofia
la lingua e il petto? Cosi la vivezza dell'Imperfetto, mio genitore, con cui le
piii difficili cose del Timeo spiega si chiaramente, A daU'emorroidale
prodotta; ond'egli, che bene il ravvisa, per aggiungere coi nuovi
sopravvegnenti spiriti vigore ed impulsi all' intelletto, ad ora ad ora 1'
emorroidi rimpinza, perch^ ella per quella via non gli scappi fuori; cbe perd a
ragione dal suo gran panegirista (il Panciatichi) fu chiamato (( Gioiellino degli
amici E splendor delle morici. » Ma odansi, di grazia, de'motteggi ancor pitl
acuti che alle sue abitudini legate si fecero: e con cid intanto il lettore^ si
far^ meglio un' idea di quel che allora erano I'Accademie in generale, e dove
gli eruditi e i letterati snervavano 1' ingegno. In un altro ditirambo D' una
che per febbre deliri motteggia da capo il Panciatichi il nostro Orazio cosi: «
Malan che il ciel vi dia^ Sto male, ho le petecchie, ho quel sudore Che di
luglio uccideva il mio Priore. Solamente sdraiato sugli marraori Queir omazzo
attendea V alba deir jomo, Quand' ecco in un istante > Di strida e d'
ululati, Di singulti e latrati Himbomba Parione,* E corron le persone A casa V
Imperfetto Che faceva all' amor col cataletto. Corse Razzullo,* e senza aver
pigrizia II Priapo * volo della sporcizia, Per dichiarazione di questi versi
giova recare alcune parole di Luigi R. nella Cicalata suir Ipocondria : « N^
meno provvidente si dee reputare mio padre, diligentissimo Ipocondriaco, al
quale venne, poche settimane sono, in villa, una specie di granchio nella
penna, che debilitando quelle sue dita, ferme gliene tenne e inabili a scrivere
per due momenti ; onde esso temendo d' improvviso accidente d' apoplessia,
acciocch^ col mote non gii piovesse nuovamente flussione, mando tosto a cercare
del medico tre miglia lontano ; e intanto tenne immobile nella medesima
positura la mano e le dita per aria, finche il medico non vi arrive che gli die
licenza di muoverle. » E appresso : «E per certo s'udirebbero piu rade, o forse
non mai, le scalmane, se tosto che 1' iiomo dal natural temperamento si sente
fuori, alia prima gocciola di sudore, anche d' agosto, si ritirasse nella piii
tepida stanza ; e fino quando gli sudano le tempie per rnangiare il marinate, o
altra cosa acetosa, proibisse il far vento per cacciar le mosche da tavola.
i> Strada in Firenze^ ove era il palazzo Ricasoli^ convertito oggi in
Locanda. II Biscio7ti nella stampa annoto : « Si crede foss% un plebeo. » Ma
neW esempl&re oggi Riccardiano, suppli a penna : « Vogliono alcuni che in
quel tempi si denominasse Razzullo il poi famosissimo dott. Francesco Redi. » *
II Priapo della sporcizia, in lingua Jonadattica, il Priore della Sporta,
convento e spedale dei frati di San Giovanni di Dio. Vedilo ricordato anche
nella Controccicalata. II Panzacchi, che forse ^ questo Priore, praticava molto
in casa del march. Corsini ; dove, oltre gli altri divertimenti che le brigate
ne traevano da lui, uno Che appunto colla barba veneranda, Facea le fregagioni
A certi suoi malati vagabond! Che pativano un po'di mal di pondi. Che c' 6 e
che non c' fe ? Chi ha mal ? che cosa 6 stato ? Grida il Priore : Oiin6 ! lo
son, che son spacciato. \r 6 cascata la gocclola. Che gocciola, Signore?
Gocciola di sudore,' Gocciola amara e tetra Che alia mia tomba incavera la
pietra.* Deh! cantatemi tutti I'Epicedio! Sudai di luglio e non c' e piii
rimedio. E via di questo gusto canzonature sopra canzonature, che io debbo
tralasciare per non digredir troppo dal pill importante. II riferito per6 credo
basti a dipingere, tolta 1' esagerazione, il carattere di questo era il farlo
predicare : nella qual funzione faceva e diceva cose stravagantissime. Una
volta gli fu fatta questa burla. Avendo i signori Corsini adunata una buona
conversazione al loro giardino vicino alia porta al Prato, e volendo far
predicare questo frate su quelle parole del Vangelo, Modicum et videhitis me
etc. ; ed avendo fatto accomodare una grande asse sopra un vivaio o tinozza
d'acqua; fattolo quivi sopra salire; quando si fu bene incalorito, ed ebbe
molte volte esclamando ripetuto : Modicum, et videhitis m.e; nei ripetere
Taltra parte del testoi Modicum et non videhitis me ; gli fu tratta di subito
I'asse di sotto, e il caro frate, cadendo nell' acqua, tutto quanto vi si tiiffo.
Accorsero i servitori a trarnelo, e lo condussero in una stanza a rasciugare :
ed alcun gentiluomo fu nel1' istesso tempo a confortarlo e a dargli ad
intendere che era stata una disgrazia dalla veemenza del suo dire procurata.
(C. Guasti. In nota agli Scritti varj- del Panciatichi.) * Vedi di sopra la
nota alle parole quel sudore ec. Scherza su quel verso : Gutta caval lapidem,
non vi, sed scepe cadendo. uomo, le esitanze e i timori del quale per la salute
rassomigliano alquanto agli scrupoli ed ai timori incessanti di trasmodare che
nelle opere scritte di lui trapelano ogni momento; e a farci meglio conoscere
le consuetudini spensierate di quella et^ della quale giova veraraente ripetere
: che non sappiamo se rimpiangere que' tempi o compiangerli; perch^ rimane a
sapere, se quello fosse un ridere consolato, od un amaro sorridere. (GUASTI,
Ibid.) Come i suoi antenati, cosl Orazio entro presto nella Corte, e a dieci
anni fu ascritto tra' paggi ; e fin da quel giorno incomincio la sua vita di
cortigiano sotto il governo di Cosimo II. II quale, quantunque di ottima indole
e di buone intenzioni, non poteva per la mal ferma salute aver grandi cure del
govemo. II Rucellai perd dovette incominciar a nausearsi fin d'allora della
sfarzosa vacuity della corte, cui Cosimo U, per distrarsi dal fastidio del
governo, riempi di nani e di buflbni e di lusso spagnolesco, seguendo cosi le
misere inclinazioni di un tempo ancora piii misero e ostile alia liberty dello
speculare e del vivere. E piii ancora dov^ 1' animo suo disgustarsi del fare
artificioso dei Principi e delle Corti, quando, morto Cosimo II, e Ferdinando
II destinato a succedergli s'instruiva, giovinetto ancora, nelle cose di Stato,
le due principesse Gristina di Lorena e Maddalena d' Austria tennero per ben sette
anni le redini del govemo toscano. Amministrando con femminil leggerezza,
incorsero in gravissimi errori. Tra questi non pot^ loro perdonarsi V aver
allontanato dal consiglio e dal governo il Segretario di Stato Curzio Picchena,
uomo di probity sperimentata e di costumanze severe, al quale le aveva Cosimo
raccomandate ; sostituendo in sua vece Valerio Cioli, uomo raggiratore, avido,
menzognero, che presto pose le finanze e tutta V amministrazione in disordine.
E fu pure per i mali consigli del Cioli se le due donne, con grave danno della
Toscana s'indussero a rinunziare in favor del Papa il Ducato di Urbino, il
quale, appartenendo alia fanciullina Vittoria Della Rovere unica erede del
morto Duca Federigo, e promessa sposa a Ferdinando II, doveva come patrimonio
della moglie (deplorevoie uso del tempo) tornare alia casa Medicea. Deboli,
incerte, pusillanimi queste due principesse avevano troppi e spesso ingiusti
riguardi verso la nobilt^ ; il perche codesto ordine di cittadini,
soverchiamente privilegiato, lo fecero montare in tanta baldanza, che
impunemente opprimendo la plebe, la eccitava a tali vendette e delitti, cui le
leggi piii non potevano impedire. Ed 6 naturale ! tirannia nemica di liberty ^
sempre generatrice esecrata di licenza e delitti. Ma cid nondimeno, in tanto
contrasto di grandezza e di miseria, di virtii e di vizio, di dispotismo e di
liberty,, R. pur disgustato, lo vediamo anziche allontanarsene, continuar
I'abitudini di famiglia, proseguir nella Corte, e sotto il reggimento di
Ferdinando, salito al trono nel 1627, diventa r suo gentiluomo di camera. Egli,
Orazio, si fa, come tutti gli altri letterati del tempo, sempre piii ligio al
Granduca; ne dico cid a caso ; cM alcune lettere ''di lui ritrovate da me fra
le carte di Ferdinando II e del cardinale Leopoldo ce ne oiBFrono prova
manifesta. Biasimera poi con nobili versi i vizi dei principi e dei cortigiani;
dispregier^ con isdegni generosi quelle catene dorate ma pesanti sempre, e il
contrasto dei tempi vedremo qui pure riflettersi nei pensieri e nolle azioni
del nostro lilosofo. Ma intanto ei si piega, ei fa getto della indipendenza del
suo spiiito, cotanto necessaria soprattutto a un iSlosofo. E poi se biasima la
Corte e i cortigiani, non tocca ne biasima punto il malo govemo, si i vizi particolari
del govemante; d questo un biasimo come di famiglia grande ma quasi privata; ne
la patria sua ricorda mai, e non ha mai un pensiero per essa ; sembra quasi Y
abbia dimenticata, o non sappia che ella ^ in servitu; solamente la Corte,
TAccademia e la villa formano il mondo del nostro filosofo. Mi si permetta in
grazia dell' opportunita, ch'io tolga da un de' capitoli prossimi, qualcuna
delle sue parole servili inverso il Granduca; indi alcune altre che contro la
corte ed i principi lancia sdegnato ne'suoi sonetti, e giudichi il lettore s'io
sia, nelle mie aflfermazioni, fuori del vero. E nell' occasione della nascita
d' un suo figlio, pur di Roma un anno dopo, il 10 dicembre 1639, (V. Garteggio
idem, lett. 304, filza idem), V annunzia al suo padrone serenissimo cosi : E in
altre lettere scritte al granduca medesimo per domandargli favori, poich^
sembra in certi momenti ii suo patrimonio abbia sofferto gravi avarie, e per
rendergli grazie dei soccorsi somministratigli, arriva a dire che la sua vita medesima
^ a Ferdinando obbligata per legge di natura. Ed io non so dove pescarmi
servility maggiori di queste, n6 qual' altr' uomo mai che piii fedelmente di
lui mi narri colla sua propria bocca inconsapevolmente le tristi condizioni di
quegli spiriti. Egli ^ questo il pid alto grade della cortigianeria, ^ la
negazione di quel che gli antichi con aurea parola chiamavano umano decora !
quantunque la generale consuetudine di parole tanto serviH togliesse loro gran
parte dell' abiezione che a noi sembrano avere. Ma ecco I'antitesi, il
contrast© de' tempi nell'uomo, e Tuomo che li spiega. II R., dopo quelle ligie
proteste di servitil par ti diventi a un tratto un altro uomo, allorche quasi
libero cittadino scrive cosi contro i Principi e contro le Corti: « La beUa
verita, ch' ove s' apprende Puo far d' alte virtii feraci i regni. Ma con lume
piu vivo entro s* accende Gli uinili alberghi e ne' piu pari ingegni, Non sopra
eccelse raura unqua risplende. Dove il mentire e 1' adular s' ingegni, Anzi la
vista a' regnatori offende, Quasi infausta nemica a' lor disegni. L' inclita
Maesta temano i regi, Non cangi all' opre lor specchio si fine, E sembrin
macchie impure ilor bei fregi. Quelle ch' usan chiamar virtu divine, Arti fian
di malizia, e gli alti pregi Di lor gloria maggior frodi e rapine. » Comunque
Ferdinando II, e a buon diritto, fece di R. giovine ancora assai conto, e nell'
eta di 30 anni, sapendolo esperto nella ragione civile, gli die a sostenere le
due ambascerie, a cui ho accennato di sopra, e la prima nel 1635 a marzo per
Vienna, appresso rimperatore Ferdinando per rallegrarsi delr elezione dell'
arciduca Ferdinando suo figlio a re dei Romani, come ne attestano i documenti
che si trovano nel nostro Archivio Centrale di Stato (FU^a Medicea, n** 4389) ;
1' altra a Varsavia, nel medesimo tempo, per condolersi col re di Polonia
Vladislao IV, per la morte del Cardinale suo fratello, e per trattare il
matrimonio della principessa Anna dei Medici col principe Reale {FU^a Medicea,
n° 4795). In queste due legazioni ei diede prova di molto sapere e di
altrettanta cortesia, e le letter e stesse dei Principi e degli ambasciatori
toscani presso quelle due Corti addimosfcrano quanto R. fosse stimato e
gradito, e pel suo sapere e gentilezza di maniere ammirato da tutti. Sicchd il
Tartaglini ambasciatore del Granduca a Vienna scrivendo di lui, il 9 marzo
1635, al ball Cioli segretario di Stato ebbe a dire: (FiUa Medicea,n'*4^S8d) E
al cavalier Poltri il medesimo Tartaglini aggiungeva: Del rimanente, avremo
meglio piii tardi, discorrendo dell' opere del RuceUai, campo di vedere quanto
ei fosse nella ragion civile versato ed accorto, e quanto giustificata fosse 1'
ammirazione, che coloro i quali tenevano allora gli alti ufficj del governo
portavano a lui, che Lorenzo Magalotti per la sua prudenza qualificava come V
uomo piu esperto a f of mare il more di un principe. Ufftcj di R. nella corte
di Ferdinando II. Qnalita di qaesto principe. £ di Leopoldo. Benemerenze di
essi nella protezione e cultara degli stadj. Si restituisce a vita V Accadeniia
Platonica. Si fonda TAccademia del Gimento. R. poeta, letterato o filosofo. —
Lodi a lui de^contemporanei e dei posteriori. Rovai. Redi. Crescimbeni. Moreni.
Pallavicini. .Uffiicj di R. nell* Accademia della Crusca. Esercizio di versione
da* classici antichi introdotto dal R. nelr Accademia. Se e quanto R. conobbe
il greco. R. e i suoi Dialoghi filosofici. L’elogio a lui del SaMni.
L’Accademia in sua casa. Materia e disegno de* suoi DialoghL Relazioiil di lui
co* dotti del tempo, e co* principi. I quali r ajutano sempre. Traversie nella
sua vita, — economiche, — moral!. Rassegnazione sua. II R. e Cosimo III. Questi
non e, come generalmente si crede, nemico degli studj filosofici e e letterarj.
— Morte di R.. — Si chiude con lui V etk del Rinascimento. — Onori al merito di
quest' uomo prodigati anche dai posteri. — Come anch' io intendaonorarlo con
questo libro. Torna, pertanto, R. dalla missione politica sulla fine del 1635,
rientrando nel suo ufficio di gentiluomo di camera di Ferdinando 11, e dedicandosi
pure senza interruzione a' suoi studj, a' quali trovava, giova ricordarlo,
impulso grande ed esempio ne'molti eruditi fiorentini del tempo e negli stessi
principi, il Granduca e Leopoldo. Ferdinando II ai guasti deUe due reggenti
Cristina di Lorena, madre di Cosimo 11, e Maddalena d' Austria sua moglie, le
quali avevano empita la corte di lusso e di intrighi, tolto alia giustizia il
suo corso con le immunity e gli asiK delle chiese, tento ogni via di rimedio,
da eccellent' uomo ch'egli era. E se nella politica non gli arrisero sempre
idee felici, e seguitd ora piti ed ora meno le orme spesso non imitabili degli
avi suoi, e alia prndenza non seppe costantemente unire il coraggio, tuttavia
delle scienze, delle lettere e delle arti fu quanto e piii de'suoi predecessori
amico e cultore, e ai suoi aiBFanni cercd distrazione, proteggendole regalmente
e promovendo soprattutto le scienze esatte e le naturali. L' Emitiani Giudici
(e credo in parte a ragione, ma in parte pure esageratamente) attribuisce questa
protezione ad un fine politico e la spiega cosi : E Leopoldo fratello a lui
minore di et^ non fu di certo minore a lui per scienza e per I'amore di essa. E
il conversare frequente col Galileo Io rese esperto a schivare up. servile
ossequio al Peripato, e a farsi della osservazione, dell' esperienza e della
geometria criterio alia liberty dell' intelletto; e la filosofia naturale del
Galileo e della sua scuola trovo HI esso e nel Granduca due propugnatori
ardent! ed ^fficaci. Nutriti ne' buoni studj, contribuirono a mantenere in vita
e in vigore le Accademie toscane, dove ridioma nostro potd almeno trovar salute
dal contagio generale del tempo, e le scienze naturali uno incremento
grandissimo. Nessun' altra et^ parmi possa vantare come questa di Ferdinando e
di Leopoldo, tanto viva operosit^ di scienza e di lavoro letterario, destata
per impulso di questi due principi. E Leopoldo, il quale sebbene avesse anco
nelle faccende governative la plena fiducia del fratello, che del consiglio e
dell' opera di lui sempre si valse, pure non avendo in mano la somma delle
cose, che tutta era nel Granduca riposta, trovava piti largo campo per
promuovere e favorire le lettere, le arti e le scienze. Difatti benemerito del
nostro splendido robusto e gentile idioma con animo appassionato e caldo
facilitava e sollecitava i lavori del Vocabolario, accudiva alle pubblicazioni
di vari testi di lingua. Arricchiva di nuove collezioni la GaUeria di Firenze,
che da lui riconosce molto del suo presente splendore. Rifondava, e questa fu
delle prime sue cure, sulF esempio del vecchio Cosimo, Y Accademia Platonica,
perch^ Dante e Petrarca fossero illustrati a seconda di quella filosofia; e
sebbene il ritorno all' idee platoniche non fosse veramente un favorire la
tendenza degli intelletti in quelr etib, n^ un avvantaggiare la filosofia
Galileiana (Vedi Notizie istoriche premesse ai Saggi di Nat. Esp.^ Firenze,
1841, pag. 60), era pure un forte attacco, comunque indiretto, alle dottrine
scolastiche fatte da lungo tempo cibo quotidiano ed unico della numerosa
mediocrity; e per questi fatti e per questo colpo indiretto sarebbesi meritato
Leopoldo da qualunque ingenuo e libero storico il nome di Benemerito, quando
anche non vi avesse aggiunto tutto cid che voile operare a promuovere
direttamente la nuova Filosofia delrUniverso. Nell'avvantaggiare le lettere, la
filosofia e le scienze ebbe sempre in costume Leopoldo di associarsi agli
uomini che pitl si erano in quelle varie discipline segnalati; cosi nel
favorire lo studio della lingua nativa conveniva cogli Accademici deUa Crusca a
pubbHcare opere poetiche o testi di lingua, radunava presso di s^ i Dati, i R.,
i Redi, i Magalotti a richiamare la filosofia di Platone; istituiva a bella
posta una congrega in sua casa a raccogliere, pubblicare e ristampare le opere
del Galileo, del Castelli, del Torricelli e dei matematici antichi nuovamente
illustrati e dichiarati. E anco lo stupendo concetto di fondare un' Accademia
destinata espressamente alia Filosofia sperimentale, si deve in particjolar modo
alia gran mente del principe Leopoldo, il quale voile nel 1657 stabilire delle
regolari Adunanze, nelle quali sotto i suoi occhi la nuova filosofia
sperimentale, gi^ nelle domestiche mura promossa, avesse culto quotidiano e
sistema, con Vincenzo Viviani, BorelU, Rinaldini, Marsili Magalotti, OKva,
Bellini, Redi, molti dei quali fregiarono indi le famose University di Pisa, di
Firenze, di Siena, inauguratori sovrani di quella Riforma proclamata dal
Galileo e dal Torricelli. Orazio R. fioriva in mezzo a quegli uomini grandi, ed
emulo della loro operosita e di operosita esempio ad essi costante, nei rumori
della Oorte schivando Tozio coltivo sempre come nelle mura domestiche la morale
e gli studj, ed ivi al pari del Redi trovo mezzi e pascolo airansietli irrequieta
del sue spirito filosofico. Venuto presto in fama di molto sapere, il Granduca
e Leopoldo non potevano non prenderlo in considerazione alta, e oltre le
missioni politiche, che sopra mentovammo, gli affidarono la direzione degli
studj del principe Francesco, e nel 1657 la sopraintendenza della Biblioteca
Lanrenziana, che insieme alia Galleria veniva con regia profiisione arricchita.
Le piii illustri Accademie fecero a gar^ per ascriverlo tra loro, e prima la
Fiorentina della quale fa consolo nel 1653. E anche dell' Accademia della
Cnisca fa singolare omamento e sostegno, e ne ebbe piti volte r Arciconsolato.
Voile, imitando in ci6 la modestia di Socrate e la moderazione di Pittagora,
giusta ne scrive Anton Maria Salvini, essere chiamato in essa V Imperfetto, e
fece per impresa un disegno in matita rossa corretto con midolla di pane, col
motto : per ammenda, Mostrossi il nostro Autore poeta, letterato, e filosofo, e
in queste tre qualita riusci a' suoi contemporanei famoso, come le lodi di essi
a lui prodigate fan fede. Infatti lo stesso granduca Ferdinando e Leopoldo a
lui versi richiedevan sovente come da alcune lettere sue in risposta a loro
ricavasi. Egli, R., scrisse rime di amore, filosofiche sociali, religiose, ed
anche disoneste ; scrisse cicalate e panegirici, e dialoghi filosofici.
Certamente questa mischianza di contradittorj non potra a meno di colpire la
riflessione del lettore; molto piii se egli ricordi le qualita morali e anzi
gli scrupoli che, come nel fisico, cosi nel morale assalivano di continuo il
nostro filosofo. Perch^ mai egli a lato di poesie che ti discorrono soavemente
dell' anima, dell' amore, della Provvidenza, che ti lodano la verginit^ di
santa Maria Maddalena, • osa porre lubrici scherzi, immorali canzoni? Questo e
un primo problema che fra poco risolveremo. Intanto vogliamo finir di vedere in
qual conto cospicuo e come letterato e poeta e filosofo lo tenessero i suoi
contemporanei, e anche i ppsteriori vicini a noi; indi ridurremo coUa critica
al suo giusto valore le lodi. Francesco Rovai amico, a quel che sembra, di
Orazio, e cantore delle Muse egli pure, indirizzandogli una sua canzone in
morte d' un barone Bettino Ricasoli, cosi gli parla: « Dillo tu che sublime
Sovra Eliconia ascendi, Orazio amato, e vai per i' aure a volo, Di' se de'
colpi suoi fleri, tremendi Alcun giammai segno di piaga im prime Suir Apollineo
stuolo ; Dical tua cetra i cui sonori carmi Al tempo ed air oblio spezzate ban
V armi. )» E il Redi, pur amico di R., e scrittore forbitissimo di lingua
nostra, pote dire di lui, che E per tacer d' altri, il Crescimbeni neir Arcadia
dice che : E nel secondo volume della Volgar Poesia, aggiunge che : Ed anco
come letterato accademico ne'suoi Discorsi, nelle sue invettive, e nelle sue
cicalate, apparve a quegK eruditi modello di scrivere, e lo encomiarono
profusamente, ora ammirando Y eleganza del dettato, or il brio e le facezie di
che le andava adornando. E il canonico Panciatichi, con lettera in data di
Parigi de' 24 ottobre 1670, volendo esaltare la gran perizia che aveva nella
nostra lingua la duchessa di Vitry, cosi dice : Da che si vede com' era egli
tenuto per letterato e scrittore in gran conto, e a molti, se non a tutti i
suoi contemporanei, superiore. E il cardinale Pallavicino che quantunque, come
dice il Giudici, se la piccasse un po' troppo per modello di stile, pure ne ^
di certo maestro, in questo modo scrivendo al R. de' suoi componimenti
giudicava: (1666) E veramente R. si mostra qui, come nella versione di molte
altre cose latine fatta man mano ne' suoi Dialoghi FUosofid, del latino idioma
egregio conoscitore, non senza difetti che faremo poi notare aver esse comuni
col tempo; il tempo poi questa conoscenza delle antiche lingue prediligeva, ch^
1' et^ del Rinascimento non era ancora spirata, e dovea anzi chiudersi col
nostro Filosofo. II quale, come quel che piii d' ogni altro de'suoi
contemporanei ea; ^ro/i2550 si occupo nella filosofia di Platone doveva (e
naturale arguirlo) il greco conoscere profondamente, e piil che non il latino.
Se non che noi restiamo su tal punto tra il si e '1 no, e ci nasce anche il
dubbio ch'ei ne avesse una notizia non troppo grande, e che per la versione e
interpretazione del testo si servisse di traduzioni gia fatte dagli anteriori
neoplatonici, dal Ficino pr^cipuamente ; molto piii che neoplatonicamente nella
massima parte le teorie e le dottrine del divino Filosofo spiega ed illustra,
cogl' intendimenti di Marsiho, di Plotino e di Giamblico, n^ si cnra, se non di
radissimo, di ricondurre al suo verace e legittimo valore i pensieri
deirAteniese; ne una parola greca ne'quattordici volumi de'suoi Dialoghi ti ^
dato trovare scritta, molto meno una frase ; e se v' ^ una parola greca § logos
scritta italianamente. E vero che percorrendo le sue lettere, ne troviamo una
principalmente diretta di villa al Redi, il 13 novembre 1662, e dove dice tra
le altre cose : E piil volte di aver letto sul testo or quella or questa cosa,
di sua propria voce conferma ue' Dialoghi, e nel prime Dialogo sul Timeo
assevera aver per questo riscontrato tutti quanti i testi mighori ed esaminato
(perd) qualunque de' piii reputati interpreti e piii autorevoli. Ma come ognun
vede, questi passi vengono piii in conferma de' nostri sospetti che contro; e
ad avvalorarli vo'recare qualche espressione che ho trovato nella difesa del
signor Tommaso Segfii, com' accademico detto 1' Ardito, contro le accuse
dategli dal Kucellai, in uno di quei soliti finti battibecchi di quegli
Accademici. In questa difesa mentre si ricava la conferma che R. studid sempre
e profondamente le Matematiche, lo che si .vede chiarissimo ne' suoi Dialoghi
sulle armoniche proporzioni, e ch' ei dettd rime lubriche, v'^ pur conferma del
nostro pensiero sulla poca scienza sua del greco. Tra le altre cose egli, il
Segni, dice al R.: Entrasti dopo cio nella mia traduzione della cornmedia di
Plauto, dicendo che io I'ho fatta a non so che mio fine. A questo non ti
rispondo perch^ io non t' intendo ; se tu ti dichiari megHo, ci sar^ la
risposta anche per questo, non dubitare. Questa commedia si recita domani,
vieni alia stanza, che ci sar^ qualche cosa per te; gli ^ giomo di festa; tu
non sarai impedito da' tuoi gravissimi studj delle Mattematiche ; nou biasimo
la scienza, non ti alterare, che io so benissimo che si 6 lo pifl hello e lo
piii utile studio che possa fare un giovane nohile come tu se'; ma infatti vuoi
sapere a cid che ti serve, giacch^ io non veggo che tu sappi coUegare insieme
quattro periodi, che provino e concludano mai nulla ; e non hasta sap*er
quattro proposizioni, e poi volere orare alia presenza di cosi dotta Accademia
: innominato Ricasoli, e' ti hisogna studiare, e leggere gli autori buoni, e
leggergli nella lor lingua^ non si fidare dei trdduUori. > V 6 un proverbio
latino che dice : in vino Veritas. ed h in questo modo in realta; or credo non
men vero rimanga il proverbio temperato cosi: in ludo Veritas; poich^, in mezzo
alle finte accuse, come nei nostri scherzi, cosi in quelle tiritere accademiche
e spensierate un barlume di verity sempre traluce. E lo prova R. avendo
realmente scritto rime iramorali, araico del Giraldi, e conosciuto
profondamente le matematiche; e I'accusa di R. stesso intorno alia nullita del
merito nella versione di Plauto fatta dal Segni, della quale, per fermo, come
di nessun pregio non si fece da' contemporanei e posteriori letterati menzione
mai. Ora io ripefco che I'esser venuti in chiaro della non grande esperienza
del nostro Filosofo intorno al greco, fa molto, perchd ci spiega come pitl che
le vere dottrine platoniche, le interpretazioni neoplatoniche accettasse e
trasformasse nel suo lavoro scientifico. E perch^ su questo punto non mi
rimanesse dubbiQ veruao, io voUi confrontare i passi del Timeo, tradotti dal
R., col testo, e indi con le traduzioni latine anteriori; e cid mi servi di
riprova irrefragabile. Nel 1650 il nostro R. era nominato dalr Accademia membro
della Deputazione del Vocabolario, e prendeva a fare lo spc^lio delle Lettere
di Monsignor Delia Casa, e delle storie del Machiavelli. Cio rilevasi da'
diarii dell' Accademia e da una lettera scritta da lui al cardinale Leopoldo.
Ma pitl che per le rime, per le cicalate, e i discorsi accademici, venne egli
in alta venerazione presso i contemporanei come filosofo. Ch^ tale, vedemmo,
antonomasticamente chiamavanlo, e consultavanlo come un oracolo, sicch^ ei fu
della rinnovata Accademia Platonica r anima e il duce, in quella guisa che il
Ficino due secoli innanzi. 11 Redi appella i Dialoghi filosofici di lui E basta
leggere le lettere che R. scriveva in risposta al Cardinale Delfino, per vedere
come in riverbero, in qual alto pregio quel Patriarca tenesse i dialoghi dell'
Imperfetto; e come il Delfino, cosi il Magalotti, il Dati e tutti quei grandi
eruditi, che convenivano in sua casa ad ascoltarne lettura. Imperocch^ la casa
de' R. era una vera e propria Accademia. II R., come abbiam detto sopra, dovea
ricordarsi degli Orti di sua famiglia; doveva udire in cuor suo potente ancora
la voce dell'avo Bernardo e di quei grandi sostenitori delle dottrine
Platoniche e della liberty. Egli aveva perduto que' luoghi memorandi ; gli
dovea risospirare, e in qualche modo farli rivivere. E' mi sembra veder quella
casa; mi sembra di veder lui, co' suoi figliuoli, e con illustre schiera di
dotti, intento a favellare delr uomo, dell' uni verso e di Dio ! E di queste adunanze
fa parola appunto il Tiraboschi nell' ottavo volume della sua Storia, dove
discorrendo del fiore in che allora, nel secolo decimosettimo, erano le
Accademie fiorentine pubbliche e private, dice che tra quest' ultime, celebre
singolarmente fu quella del prior Orazio R.; e riferisce le parole di Lorenzo
Magalotti, il quale in una lettera indirizzata a Luigi Del Riccio incitalo a
procurare che non si abolisca quell' istituto, e si rallegra che egli abbia si
buoni assegnamenti per farlo sussistere, cioe il Salvini, il Lorenzini e
rAverani. E anco il Negii appella a questa riunione di letterati {Storia degli
Scrittori Fiorentini) dicendo: Ma il Salvini, nelP Elogio al Filosofo^ ci
dipinge a colori vivacissimi il fare di lui, e le sue relazioni, e i suoi modi
e le dotte adunanze, e le erudite conversazioni. E, magnificata indi il Salvini
la gentilezza e vigoria deir idioma nostro, soggiunge pitl sotto : E giacche
sono sul toccare de' Dialoghi vo' dirne qui tosto piti ampiamente, la materia e
il disegno.^ Di questi dialoghi, in numero di sessantacinque, sono stati
pubblicati solamente trentadue, quelli cioe intorno la Filosofia antica della
natura, esclusa la platonica, e il trattato della Provvidenza; * per il che
sarebbe desiderabile vederli pubblicati per intero ed ordinatamente. Era ben
naturale adunque che R., di si vasta erudizione e di tante belle qualita
adorno, riscuotesse Tammirazione de'dotti suoi contemporanei e principi d'
allora, e tutti si attribuissero a ventura ed onore di potersi chiamare suoi
amici. Talche una lunga schiera de'piii segnalati uomini del tempo vediamo f ar
corona all' illustre seguace di Galileo, al cultore della filosofia
neoplatonica, all' ultimo figlio del Rinascimento filosofico itaUano. II
Magalotti, il Redi, i due Falconieri e il Filicaia sono in continua
corrispondenza di affetto e di scienza con lui, e si legati in amicizia che
niun di lore ardisce porre un' opera in luce senza aver prima consultato gli
altri per averne le critiche, e fatte su quelle le opportune correzioni. E
Lorenzo Magalotti pone talvolta ne'suoi scritti dialogici a interlocutore
principale il nostro Orazio, e gli scrive lettere sopra un Effetto Vedi :
Indice delV opere di R.. delta neve e sul Bibollimento del sangue^ secondo i
pensieri del Galileo; in quella guisa medesima che il Rucellai scrive al
Magalotti rime confidenziali, in cui gli apre Y animo suo, e dimostra la
sfiducia grande ne' suoi proprj lavori, e minaccia di gettare al fuoco i suoi
dialoghi filosofici e si pente de'trascorsi di gioventii. 11 Filicaia gli
dedica un sonetto in sua lode, e il Redi ne discorre, encomiandolo nel suo
Ditirambo. II Viviani, nel ragguaglio deU'ultime opere del Galileo, parlando di
una lettera di esso, dice che e Monsignor Giacomo Altoviti amante delle belle
arti, il marchese Vincenzo Capponi, il Dati, il Pallavicino, il Buonaccorsi, il
Magiotti, il primo de' suoi interlocutori, e uno di quelli che composero, come
si esprime il GaUleo, il. suo triumvirato, tutti li vediamo in corrispondenza
d' affetto e scientifica col nostro filosofo ; il quale nelle sue lettere,
dimostrasi deferente a tutti, e modestissimo, e quasi trepidante ogni volta che
a qualcuno di loro invia, richiesto, qualche suo filosofico componimento. E le
lodi riguarda sempre come eccesso di bont^ deir animo di quei che gliele fanno,
non mai effetto de' meriti proprj, mentre egli trova sempre che lodare negli
scritti degli altri. E i principi govemanti lo venerarojio anch' essi con
reverenza ed affetto speciale ; e lo ajutarono sempre, poich^ dalle sue lettere
ricavasi aver egli avuto alcuni disastri in famiglia come abbiamo gia veduto
superiormente. Infatti da Pisa, ov'era gran Contestabile, soUecita dal Principe
Leopoldo con lettera del 28 aprile 1653 soccorsi profittevoU per i disastri
economici della sua casa, afline di potere con piii quiete e piCi comodamente
esercitare in qualche trattenimento studioso gli scarsi talenti ch' ei si
ritrova. A questo decadimento delle sostanze di R., accenna pure il
Panciaticlii nella sua Contraccicalata alia Cicalata sulla lingua lonadattica dove
apostrofa il Priore Orazio cosi : « Sovvegnati del viaggio da par tuo clie tu
facesti in mia compagnia a Pisa, Lucca ec, quando tu gridasti il Meschini^ (gia
somigliere del tuo corpo, ed ora nel nuovo governo revisore generale, per
quanto io intendo, delle tue possessioni) perche ti lasciava andare coUe gomite
rotte ec... > Oltrediche egli fu pure da morali traversie angustiato molto
talora; come quando ei seppe ucciso in rissa un de' suoi cari figli, Giuliano,
in casa d' una cortigiana, del quale eccesso il vino non sembra essere state r
ultima cagione. A questo fatto egli accenna in una delle sue lettere (Firenze 8
settem'bre 1668) al Patriarca d'Aquileia, dove spicca in tutta la sua pienezza
e r affetto di padre, la mitezza sua e il sentimento religioso che dominavalo
tutto. Questo scriveva I'onorando vecchio pochi anni avanti la morte sua,
sollecitata fors' anco da questi colpi della sventura ch' ei rassegnato
riguardava pur come segni incomprensibili della Provvidenza divina, di cui si
bene favelld ne' suoi libri. E anche da Cosimo III ebbe a soffrire dispiaceri.
Imperocche se ei fece sembiante, succeduto che fu a Ferdinando di onorare R.,
confermandolo nella carica di gentiluomo di Camera, a poco a poco lo allontand
dalla Corte. Perd da alcuni storici (come il Maffei) si 6 detto e si dice
ancora che Cosimo III non fu troppo tenero ma anzi ostile alle lettere ed alle
scienze filosofiche, e che percio era ben naturale s' allontanasse dalla Corte
quei che le coltivavano. In questo vi 6 per lo meno esagerazione, ed una
conferma che preso per alcune cagioni I'uomo in dispetto, spariscono troppo
spesso dalla memoria e dagU occhi quei lineamenti veri che a scemare la
bruttezza del quadro sarebbe giusto considerare. 11 liglio primogenito di
FerdinandoII quantunque meschinamente bigotto, e inabile a generosi pensieri in
politica, pure non solamente la teologia, come dice il Canttl, Storia
Universale, ma favori anzi ed amd le scienze e le lettere, e a persuadersene
basterebbe gettare uno sguardo sul grandissimo carteggio ch'egli e il suo
segretario privato canonico Basetti ebbero con tutti i primi uomini dotti del
secolo nostrani e stranieri. Questo voluminoso epistolario trovasi nell'
Archivio centrale in Firenze, e tra le altre vi si ammirano lettere dell' Autore
delYArmonia prestabilita^ il Leibnitz. Sarebbe anzi desiderabile che qualche
studioso prendesse quelle filze neglette in accurata disamina, e ne traesse ad
utility della scienza e a vantaggio di quel principe quella luce che finora non
h comparsa fuori, ed ^ per lo pitl sconosciuta agli occhi degli storici nostri.
Non possiamo dunque alia cagione supposta attribuire Tallontanamento di R.
dalla corte; sibbene forse la salute vacillantissima di lui di^ ragione a
Cosimo III di non adoperarlo piii negli ufficj di suo Gentiluomo. II R. infatti
moriva poco tempo dopo che si fu allontanato dalla Corte Medicea. Ma la morte
trovoUo col volto ridente, come Socrate, e con costanza serena. Egli moriva
nell'et^ di TOanni, stile comune, in mezzo alle lacrime de' suoi e degli amici,
la piii bella e confortevole benedizione ad un'anima che lascia la prigione del
corpo. Cristiano, ebbe pure i conforti soavi di quella religione, in nome della
quale ei filosofava con afietto di innamorato, e pieno di fiducia di vedere
svelata nell' eternity a' suoi sguardi la verity, la bont^ e la bellezza
infinita. L'avello de' suoi maggiori fu pure sepolcro a Orazio nostro nella
Chiesa di Santa Maria Novella in Firenze ; e col richiudersi di quella lapide
si cliiuse insieme il periodo del Rinascimento filosofico itaUano. Pero
rimasero le opere di lui, monumento prezioso; perche un giomo se ne imparasse
la importanza vera, che pur troppo non ravvisarono (n^ lo potevano) i suoi
contemporanei. Tuttavia i Dialoghi di R. ne furono pascolo a quegli uomini
colti anco appresso.E Anton Maria Salvini, poco dopo la morte del loro autore
scriveva a Lorenzo Adriani ragguagliandolo delle veglie che si facevano allora
quasi seralmente nell' Accademia della Crusca, per la nuova edizione del
Vocabolario: Leguntur in hoc eruditorum hominum codu scriptiones varied cdque
pulcherrimce, ac jprcesertim Horatii Oricdlarj Dialogi quibus dodissimus ille
senex disputans more Socratico philosophiam fere amplexus est universam. Huitis
contentum scribendi laborem nee aetas extrema tardavit^ qui jamdudum vita
functus, magni sui, atque operis desiderium reliquit. E il Crescimbeni scriveva
pure: se, di piti, si consideri che frammiste a queste lubriche che si
attribuiscono al nostro Priore, si leggono di suo, firmate, poesie onestamente
amorose ; e che nella sua Cicalata in quartine fatta in lode del Cacio
Lodigianoy non certo in sospetto di apocrifia, perch^ scritta di sua mano, e
riconosciuta da lui che ne fa menzione negli altri suoi scritti, egli si
compiace d' incastrarvi non pochi equivoci disonesti ; io credo che la critica
imparziale non potr^. risparmiare al Filosofo Platonico la non troppo onorifica
paternity di quelle eleganti bruttezze. Oltredich^ abbiamo visto un suo amico
medesimo Tommaso Segni, accademico, quantunque in istato di esagerazione e di
finzione burlevole, pure accennare a questo peccato del R. nella sua difesa
contro un' accusa data a lui da quest' ultimo, che in alcuni suoi scrit ti
.deplora poi queste sue giovanili leggerezze e le riprova. Ma per non stare
troppo sulle generality, e addentrarsi alquanto invece nell' analisi delle sue
poesie, incomincieremo dal notare come R. nei suoi sonetti filosofici
discorrendo della Provvidenza divina, conformemente alle dottrine neoplatoniche
e al domma cristiano, asserisce non potersi comprendere Dio che con la Fede,
quantunque le opere di sua Provvidenza od il mondo, ch^ e, per usare la frase
de' sapienti ripetuta dopo con tanta compiacenza da Galileo, codice vivo di
Dio, dimostrino chiaramente che e' c' 6. A prima vista si scorge qui la sua
grande sfiducia nelle forze delPumana ragione, che reputa da sola insufficiente
a levarsi oltre la sfera del mondo, per discorrere col suo lume naturale
dell'Ente Infinito e dei suoi attributi divini. Sentesi qui una tal qual'aura
di scetticismo, che gli antichi sistemi risuscitati dal rinascimento, e tra
loro combattentisi, dovevano aver iinito con ingenerare in quegP intelletti
spossati, nelle menti di quei filosofi allora che si stava compiendo la piti
grande delle rivoluzioni intellettuali, e la riforma si veniva mano mano
estendendo. Egli, il nostro scrittore, viene qui sulForme del Ficino a
professare che Religione e Filosofia son sorelle, e la prima la maggiore; anzi
-poich^ filosofia ^ Simore e studio di verity e di sapienza, e Dio solo ^
principio di sapienza e fontana di verity, ne consegue che legittima filosofia
non sia altro che la vera religione. Quindi se la fede non ^ I'unico fondamento
della scienza, pur n'6 engine grande e primaria; e per di piti, mediante la sola
fede noi ci accostiamo a Dio : imperciocch^ Platone scriva nel Timeo che dell'
eterna essenza non si puo dir altro, se non che ella ^ cio che e, e che ^
alI'uomo nascosta, iinche pero, aggiugne Ficino- e il R. in sentenza cristiana,
Iddio stesso non riveli s6 alia umana creatura. Ed ecco il perch^, siccome il
Ficino venne a dichiarare che voleva piuttosto credere divinamente che sapere
umanamente, professando la fede divina essere infinitamente piti certa della
sapienza degli uomini, la credulity che viene dalla fede essere sempre
confermata dalla scienza vera (Epist. lib. V, p. 1.), esister nel mondo
invisibile le cose vere, e nel mondo visibile rombi?a solamente della verity;
cosi il R. non isdegna, ma ama la filosofia; pur come i neoplatonici d' allora,
come gik il Ficino, come il Bessarione, voleva unita alia religione e
dipendente da questa, perche da se sola incapace, la filosofia, a farci
comprendere Dio, che essendo Verity perfetta e il sommo Bene (Cfr. Platone nel
Fedro) noi mortali non possiamo per le natural! vie afferrarlo, o non riusciamo
ad averdi esso che una nozione o rappresentazione analogica, guardando, anzich^
il padre, il figlio, cioe le cose belle, vere e buone di quaggiti. Questi
concetti fondamentali intorno la comprensione di Dio per I'umano intelletto, R.
voile esporceli in quattordici sonetti, ne' quali, in sostanza, e'non fa che
riprodurre quelle esclamazioni e quelle espressioni di maraviglia che di tratto
in tratto ritroviamo ne' suoi Dialoghi filosofici delta Provviden^a^ magnificando
le opere della creazione ed i portenti che Ella n' ofire, per risalire ad un
Ente che tutte le cose dell'universo ha fatte e ordinate; ed e questo, a dir
vero, non altro che questo il concetto che sotto varj aspetti ei ci viene
difiusamente ripresentando. Infatti egli professa che « A quel sovrano ed
invisibil nume Nostro intelletto non puo mai trar Y ali, » imperciocch^ non ha
pupille uguali a si gran vista Per jiffisaiie in quell' eterno lume. Ivi
fermare il guardo lian per costume Sol r angeliche menti ed imniortali. »
{Sonetto 29 del Cod. Magliab. Poesie di Diversi, p. 234.) E passando via via in
rassegna i regni della natura, minerale, vegetabile ed animale, ascende iino
all' uomo di cui dice: (Sonetto 34 loc. cit. pag. 239.) (.o7t (I Dialoghi della
Frovviden^a^ edit, dal Turrini; Le Monnier, p. 385). Indi la ideality,
platonica deU' amore, che il Petrarca traduce cristianeggiandola mirabilmente
ne' suoi versi, imitati si ben? dal R.. II Petrarca infatti, questo Raffaello
nell' arte della poesia, con generoso ardimento tolse, per cosi dire, nuovo
Prometeo dal cielo, dove Platone guardando lo contemplava, V archetipo della
beUezza perfetta, animatrice di amore; e recandolo, egli cristiano, in sulla
terra, per megUo ammirarlo fecelo reale di una realty non inane nd effimera,
nel volto divinizzato di Laura : « E in umil donna alia belta divina. *
Personificando in costei vero e buono, bellezza e virtil, realizzava I'idea,
ideal^zzava la reaM. Era un connubio divino che il poeta deU' amore cristiano cantava,
sostenuto da quelle medesime ali amoroso, da cui fa il filosofo spirituale di
Atene, ma purificato dalla religione, eccitato dalla cavalleria. La religione
inalzava ad uguagHanza la donna; come redenta, la faceva rispettabile da
disprezzata che ell' era. La cavalleria la rendeva anmiirabile, ispiratrice
delParti e delle virtii militari : i trovatori, eccitatrice delle arti di pace
e della poesia; i poeti italiani, divina, potente su i destini dell' uomo cui
conduce alia virtii per la strada deUa bellezza. II Petrarca non canta perd un
amore che non sente, nd le lodi di una donna che ei non conosce. Egli conosce,
ammira, desidera, ama Laura e per essa risale al cielo; egli conserva,
armoneggia ed innalza 1' elemento cristiano dei trovatori e dei poeti italiani
nell'ideale platonico del bene e della virttl. fi veramente un' armonia divina,
che incomincia dal cuore del poeta, si avviva sul volto della donna amata, per
avere il suo compimento 1^ dove senza velo e confine si ammirano le eteme
figlie di Dio! U R. ha piena la mente di queste idee ; egli ama secondo il
concetto platonico e petrarchesco, e questa teoria egli pure, mi si passi la
frase, viene personificando in dieci sonetti, dei quali piii che la met^
rimangono inediti ancora ; ond' io credo mio debito di dame qui un saggio, ma
senza potere affermare in qual tempo ei gli scrivesse, e se per donna reale o
immaginaria, quantunque dall'esame loro mi paia piii probabile che in gioventii
e per donna vera. Egli in uno de' sonetti inediti si rivolge alia donna amata
con questi accenti, non nuovi, gli 6 vero, ma pur delicatamente vestiti: oc Non
di vostra belta caduca e frale, Amo quel fuoco vil che i sensi accende, Ma pill
a dentro sen va Talma e comprende Un bello incorruttibiie, immortale. Qoal da »pecchio
tersiMirao ed eguale Da be* yoaif occhi nn non so che risplende, C*ha
deiretemo, e luminosa rende Qadia forma ch' k in voi breve e mortale. Non quel
che srnonta in un baleno, e fugge False lustro di ben vo cercand' io Che pria
ne abbaglia, e poi ne accende e strugge. Ma sj di raggio in raggio a quel
rn'invio Sol che non ha chi lo ricopra e adugge, E contempl^do voi, mi volgo a
Dio. » In yerit^ che noi dimentichiamo il seicento qui^ come pure negli altri
sonetti, i quali per6 ci rammentano troppo 11 Petrarca, imitato talvolta dal R.
diremo quasi con plagio. Per esempio, in questo seguente, pure inedito, in
morte della sua amata, e adomo indubitatamente di gusto delicatissimo: (C(mL
Magliab. Foesie di Diversi, VII, n* 3). Quella che dal mio cor non parte mai.
Bench^ vederla agli occhi miei sia tolto, Spesso tra 1 sonno. con pietade
ascolto Dirmi : non pianger pih ch* hai pianto assai. Son vivi in ciel di
queste luci i rat, Che vedesti languir, misero e stolto, E bench^ spirto dal
suo vel disciolto. Son quella e t*amo pur quanto t'amai. Dal tribute mortal
libera e franca Quest' alma attende alle celesti porte La tua, ch' k senza me
di viver stanca. Deh! vieni, o mio fedel, c\\*k miglior sorte Qoder V immenso
ben che mai non manea, Che un breve corso di continua morte. it Mi si confessi
giusto: chi non sente qui Tanima del Petratca che inspira? chi dal seicento non
ritoma per questi yersi alle pure regioni del trecento, ed oblia i trascorsi
scapestrati di quella et^? Non ti par egli ad ogni espressione ti ritomi sulle
labbra quel lamento diyino : « khimh \ terra h fatto il suo bel viso Che solea
far del cielo E del bel di lassb fede tra noi ? E come in questo, cosi negli
altri sonetti di amore, de' quali a maggiore conferma di quel che vo esponendo
aggiungo alcuni in appendice nella piccola Antologia degli scritti di R., i
concetti platonici chiaramente tralucono. Ad illustrazione dei medesimi io
preferirei invece di riportarmi alle parole stesse dal R. adoperate intorno V
Amore nel dialogo decimo deUa Fromidenza, modello di eloquenza e di stile, e
che valgono a compiere a maraviglia le osservazioni premesse. Ma poich6 ci
dilungheremmo qui troppo, nol fo, e rimando il lettore a quello scritto gi^
edito, potendo in questa guisa da se medesimo ritrovare tosto la verita di
quanto io venni dichiarando su questo importante subietto. Io chiudo per6
ripetendo che questi versi del Rucellai nulla per il pensiero tenendo del
seicento, ti riconducono a' giomi pill belli della italiana poesia, e ti legano
quasi il trecento col secolo dell' Achillini, del Marini e del Preti! Sembra F
ultimo respiro che in questi versi d' amore trar volesse la musa Petrarchesca,
soffocata, per cosi dire, in quella gravosa atmosfera. Non cosi riguardo alle
figure, alle imagini ed alio stile, dir si pud di tutte le altre poesie
esaminate fin qui nel loro contenuto o materia. II diffuso e il cicaleggio
accademico trovi sovente frammisto al forte e robusto pensiero; troppo uso di
mitologia, che giudichi abuso, e che ti accenna una volta di piil 1' et^ del
rinascimento imitatrice esagerata dell' antico non aver ancora finito il suo
tempo. Non di rado accanto ad un' immagine mite, delicata e serena, un' altra
immagine tronfia, rigogliosa e syentata, tolta a prestito dalla scuola
Mariniana ; come, per esempio, in un sonetto scritto da vecchio, il buon R.
confessa di amare sempre, e dice nientedimeno che arde qucA Etna, senza pensare
che neanche le Guardie del f uoco (oggi Fompieri) se c'erano, avrebber potuto
spengerlo con tutti i mezzi dell' arte loro ; e dopo soggiunge che arde qucd
dgno, senza riflettere alia sconcezza di quelF animale colle penne
abbruciaccliiate sul dorso. Ma in generale nello stile si modera, ed
appartiene, credo, alia seconda maniera di poetare, alia quale noi accennammo
in principio di questo Capitolo. Percid quelli de' suoi contemporanei, i quali
erano imbevuti deir aria medesima respirata dal R., ma perd non eccessivamente
viziati, levaronlo a' terzi cieli, pur come illustre poeta, e il medesimo Redi,
il piii puro di tutti, ebbe lodi lusinghiere per lui. Ma noi oramai abbiamo,
dopo il discorso, un criterio sicuro per ricondurre gli encomj al lor giusto
valore, e per conchiudere che Orazio Ricasoli R. fu poeta piti imitatore che
originale ; che nel loro contenuto molteplice e contrario le sue poesie, nonch^
nella forma esteriore, ritraggono fedeli il secolo nel quale egli fiori, i
contrasti del tempo nel quale egli visse; e che se talvolta sorretto dalle ali
poderose di un grande intelletto che ei prese a duce, il Petrarca, seppe farsi
soUevare ad altezze non comuni; piii spesso perd ei non potd non lasciarsi
sviare dal volo sfrenato de'suoi contemporanei, e non precipitare con essi nel
vano, nel lubrico, nelr eccessivo. delle prose letterarie e scientifiche di
orazio rica soli R.. SoxirABio. — La Prosa nel seicento. — Anche in essa R.
veriflca il nostro concetto. Contrast! nella natura diversa di questi scritti
letterarj, — Si noverano. — Invettiva all' Ornato (conte Ferdiuaodo Del
Maestro) e air Ardito (Toramaso Segni). Discorso di R. nel rendere
rArciconsolato. Cicalata sulla lingua lonadattlca. Scherzo in lode delF
Uccello. Elogio di san Zanobi. Versione della Lett&ra di Cicerone ad
Quintum Fratrem. — Critica. Discorso della Fortuna. I) suo discorso contro il
Freddo Positivo, — Riepilogo di questo discorso. Segue il metodo del Galilei.
Lettero familiari e politiche. Osservazioni. — Suo libello sulla pianta e
rigiro della Corte di Roma. Disegno di questo scritto. Giudizio. Nei suoi
discorsi, nelle sue prose letterarie e scientifiche obbedisce egli R. alia
medesima legge, verifica il nostro concetto? £ bene ricordare che anco la prosa
di quel tempi fu viziata ugualmente che la poesia; cio ^ chiaro, imperocch^ gli
uomini come pensano, scrivono; come riflettono, parlano; la parola essendo
segno d'idea. I professori d' eloquenza, i predicatori, gli accademici ed i
filosofi mostrarono allora vergogne rettoriche da fare sgomento, curiose
dicerie, stucchevoli, inani. GIUDICI, StoTia della letteratura itcdiana
Tuttavia, come nel pensiero e nelle condizioni poUticlie e religiose del tempo,
gi^ a lungo discorse di sopra, cosi nelle prose avemmo in quel secolo un
contrasto, e non sempre sconsolante, specialmente in Toscana. II DaviJa nelle
guerre civili di Francia, il Bentivoglio in quelle di Fiandra, Fra Paolo Sarpi
e il cardinale Pallavicino nelle Storie del Concilio di Trento, il Galileo e i
suoi numerosi discepoU, il Redi, il Dati, e molti altri si tennero lontani
dalle stramberie di dizione del secolo, ed alcuni sono splendido testimonio deir
indipendenza del pensiero italistno, che sorge animoso ed affronta ogni genere
di persecuzioni. Leggendo le prose di R. varie e diverse per natura, assai bene
troviamo riconfermato il giudizio nostro sulla intima e profonda rispondenza
de' tempi air uomo, e dell' uomo a' suoiscritti. Accademico della Crusca segue
1' andazzo dell' Accademia, e chiacchiera in bugnola, e finge inveire contro
questo e quell' Accademico, e cicaleggia sur un nome o sopra un verbo, con
quell' ardore col quale oggi un deputato fa e svolge un' interpellanza per
cogliere in fallo il paziente ministro ; tesse 1' elogio di san Zanobi, il
protettore delr Accademia; discorre sulla Fortuna, fa panegirici dei Granduchi,
incensa nelle sue lettere Cardinali, sdrucciola al solito in indecenze e in
equivoci; e poi in quelle stesse lettere ragiona gravemente di studj, e di
scienza ; in quelle stesse Accademie svolge con gran dovizia di dottrina ed
acume di riflessione subietti filosofici, facendo tesoro delle tradizioni
scientifiche, degl ' insegnamenti del Galileo e dell' esperienze del Cimento ;
traduce nel nostro idioma la lettera moralissima di M. TuUio Cicerone a Quinto
fratello, e mette in mostra come i pi'egi cosi i difetti pericolosi di alcune
Corti d' Europa, e quello che piil sorprende, non la risparmia neppure alia
Gorte di Roma, svelando di essa i rigiri, in un suo scritto iuedito ed
incomplete, ma dotto per riflessioni di diritto e politiche, ritrovato da me
nella Filza Strozziana 330"* dell' Archivio Centrale di Firenze. Questo
scritto lo avr^, credo, non letto ad alcuno, come le sue poesie contro le
Corti, o se si, indubitatamente in segreto a qualche fido amico suo, perch^
seegliloavesse resopubblico, sono certochene avremmo notizia da' contemporanei,
non foss' altro per le molestie a ctd egli sarebbe andato incontro. Si vede
tosto come questa diversity di soggetti sia iin accenno non dubbio di quel
contrasto di opinioni, che tanto nel suo paese, quanto nella mente di lui
doveva aver luogo in quel tempo, in cui, come abbiam tante volte ripetuto, il
mondo antico faceva quasi 1' ultimo sforzo contro il nuovo che sorgeva in
Europa, e che ormai era impossibile arrestare nel suo moto veloce e potente.
Del resto, oltre agli scritti accennati qui nel loro concetto generico, e che
specificainente nominerd nell'indice delle opere di R., sembra esser stato egli
I'autore di qualche altro scritto importante, smarrito ora, o con altri,
de'quali abbiamo esatta contezza, giacente in biblioteche private. Ma
contentiamoci di quel che c' d, ne ritomiamo a' lamenti. Era uso, per esercizio
di lingua, che gli Accademici della Crusca fingessero di darsi delle accuse e
delle impertinenze a vicenda, e in queste finte battaglie non ^ da dire quanto
volentieri s' impelagassero. D R., quantunque mite per natura, non rimase perd
dietro ad alcuno nella fierezza delle sue invettive, tanto che in una di esse,
in risposta all' accusa datagU dall' OrncUo^ ossia dal conte Ferdinando del
Maestro, (il quale con frasi arditissime, e con risonanti periodi accuso Y
Imperfetto, ultimo Arciconsolo nel 22 maggio 1652, come colpevole della pigra
lentezza in cui erano caduti gli Accademici nell' adempimento degli obblighi
loro con tanto discapito e vergogna deir Accademia), fu giudicato aver troppo
ecceduto, e che di tante villanie dovesse con pena condegna pagare il fio. (V.
Diario del Buonmattei, segretario.) E davvero questa replica ^ ingegnosissima e
curiosa, e fatta con arte fina di molto, e ci fa senapre piii lamentare che
ingegni si eletti stremassero in quelle futility le loro forze. I periodi e lo
stile e la lingua di questo scritto son veramente ammirabili, se tu eccettui al
solito una tal quale tendenza al tronfio, e quel dondolare il dettato per
troppo desiderio di leggiadria, difetto del tempo rimproverato anco al Bartoli.
Ed ^ percid tanto piii notevole come di frasi esagerate e di paroloni riprenda
accortamente V avversario, egli che vivea nel seicento, e non immune da'
secentismi, e lo richiami al puro e soave idioma toscano con tanta religiosa
osservanza da'maggiori custodito. E per dare un' idea del suo fare nelF
invettiva, riferisco qui la chiusura di questa risposta, la quale ^ degna di
considerazione. Dopo avere ben bene rimbeccato I'accusatore, e dimostrato che
invece di torti egli, r ImperfettOy aveva ragioni da vendere, e meriti da
mostrare a esuberanza, e Y Ornato d' ogni pregio disadomo, vile, calunniatore e
macchinatore della rovina dell' Accademia, cosi finisce a lui rivolgendosi : II
lettore sente di quanto veleno sian ripiene quelle parole, e come per la quanta
sua questo scritto sia modello, tanto che lo stesso Omato si dolse anche in
progresso perche la piil bella cosa che avesse a que' di fatta il prior R.,
I'avesse fatta contro di lui. Di altra sua invettiva, fiera atroce e
sanguinosa, come place chiamarla al Moreni, abbiamo notizia solo perch^ la
difesa di Tommaso Segni, scrittore, secondo il Salvini, di alta reputazione, e
contro cui quest* accusa di R. era diretta, ci attesta essere stata scritta dal
Priore Imperfetto. E da'titoli di usurpor tore, di sfacdatOj di stravagmite, di
infamatore, che possono formare la corona del piii famoso malvivente, e coi
quali il Segni apostrofa il nostro Orazio, si rileva che egli non doveva anco
in questa accusa avere scarseggiato di epiteti, tutt' altro che accademici, in
quelle sproloquio smarrito, e dove davvero la vigoria delrintelligenza,
indebolendo, smarrivasi. Come vuolsi pertanto che occupati quegli uomini, o per
giuoco, o sul serio, a tirarsela giti senza misericordia e spesso, in quelle
adunanze, dove i Principi stessi, vedendone iltomaconto, intervenivano e
fingevano di ridere ; come vuolsi che stemprati gli ingegni cosi, alzassero il
capo al di sopra delle mura della citta, e assorgessero al nome di
indipendenza, di nazione, d' Italia ? Se riscuotevansi talvolta contro il vieto
e malo governo che di lor si faceva, erano come i garriti di scolaretti che
dicon male, quando non sente, del loro maestro severo, in quella stanza, su
quella panca, e non altro; che anzi quando il maestro ritoma, si chetano e ne
hanno pitl soggezione di prima. Non m' intratterro a parlare del discorso del
Rucellai, recitato nel 1651, nel rendere P arciconsolato in mano del Timido
(Desiderio Montemagni) e pubblicato dal Fiacchi nella sua coUezione d'opuscoli
scientifici (T. XXI, pag. 59) e il cui autografo trovasi in un manoscritto
miscellaneo della Magliabechiana, segnato N. 1422. E un discorso di non molta
importanza, e, come possiamo immaginarci, pieno di comphmenti, di scuse, di
proteste, di nullita ec. ec, come ognuno soleva fexe, e R. pitl d' ogni altro
per la qualita modesta, anche troppo, dell' animo suo. fi scritto anche questo
in ottima lingua, ma con il solito vizio del tempo, il diffuso, ed un po' di
quel rigoglio accademico. E neppure, se non per aggiunger prova alia mia prima
asserzione che 6 come la stregua a cui ricondurre ogni mio discorso, io m'
intratterrd con lunghe parole ad esaminare una sua cicalata suUa lingua
lonadattica, che trovasi nelle Frose Florentine (Parte prima, Vol. I, Venezia,
1730) e la cui contraccicalata fu letta nella Accademia della Crusca la sera
dello Stravizzo del 10 settembre 1667. Daro un accenno di quel che si tratta,
per mostrar anco qui quanto allora, pur negli scherzi, si mirasse all'
esagerato, e si coprisse, quasi inconsapevolmente, di nomi pomposi la nullity
delle cose, dei concetti, degli uomini, e si cercasse ogni strada per ridere, e
come R. partecipasse anche in cid a'vizj del tempo, e in ogni verso se ne
facesse 1' immagine. Tra le molte e moltiformi accademie che spuntavano come 1'
erba sul suolo d' Italia, e precipuamente in Toscana, in Firenze, vi era quella
de' Mammagnuccoli, capitanata da Paolo Minucci, (il Puccio Lamoni del
Malmantile). Erano una conversazione di galantuomini (Nota del Minucci alia
stanza 26, cantare 3** del Malmantile) i quali facevano professione di sapere
il conto loro in ogni cosa, e particolarmente nel giuocare, e nello spender
bene il loro danaro, e d' essere il fiore della reale e onorata scapigliatura.
Avevano un loro capo che si chiamava I'Abate, dal quale erano gastigati quando
facevano qualche errore nel giuocare o nello spendere; ma pero tutto era in
galanteria. Le loro adunanze si facevano in casa r Abate, dove si giuocava a
giuochi piii di spasso che di vizio; e si facevano aitre allegrie di cene, di
merende ed altri passatempi. Costoro erano tutte persone gravi e quiete e della
piti riguardevole civilta, e percio la loro conversazione si bramava da molti
che v' intervenivano ; sebbene non fosse ammesso a quella veruno che non avesse
provata prima la sua dabbenaggine, e non fosse stato riconosciuto dall' Abate e
da altri suoi consiglieri meritevole d'esser ammesso : la quale dabbenaggine in
un certo loro gergo equivaleva a furberia. Perch^ vi era anche un gergo o
parlare furbesco, noto solo agli adepti, che riconosceva per padre il
Burchiello; ed era pure in grand' uso fra loro la lingua lonadattica, cosi
detta per ironica ampoUosit^, quasi composta dell' ionico e dell' attico
dialetto, la quale da quel gergo difFeriva, non essendo composta di parole che
avessero in qualche modo analogia con le parole vere delle cose che si volevano
significare, ma di vocaboh che del vero vocabolo avevano le prime lettere. Or
appunto sulla origine, bellezza e propriety di questo linguaggio, chiamato
dagli stessi Accademici scioperatissimo, intess^ una cicalata il nostro R.,
plena, a dir vero, di gaiezza curiosa, e che desterebbe sovente il riso, se
.dalle considerazioni fatte di sopra, e che sorgono nella mente spontanee, non
ci fosse piii sovente che mai trattenuto. E anche qui i Principi intervenivano,
lodavano, e sorridevano, e come ! quando per esempio, invece di dire: ioho
mangiato una minestra di miglio brillata, leggevasi: io ho mangiato una
minestra di miUe prelati; voi avete della rosa sotto il coUare, per dire della
roccia; per il Dante della Beatrice, il Damo della Bea; la mula delV
Arcidiacono per la musica delV Arciduca, ec. Or mi si dica: non par egh quasi
impossibile uno stranissimo cozzo questo, di vedere un uomo che sale in
bugnola. con tanta spensieratezza e che scherza su tali puerilita; e quel
medesimo uomo illustrar poi le pagine del divino Platone, e filosofare quasi
Socrate novello, giusta lo chiama il Salvini? Se la ragione di ci5 non
trovassimo noi nella condizione dei tempi che aveva preso sopravvento su lui,
di certo saremmo tentati di ritrovarla, per segtdre la teorica di alcuni
fisiologi, in qualche oncia di cerveDo che egli avesse di meno, al di sotto
cioe del peso de jure, per secemer le idee, e per fare ordinate le digestioni
dei proprj ragionamenti. Dicesi anche, e il Passerini ed altri ne fanno
menzione, che R. voile pure in prosa dar saggio delle sue debolezze erotiche, e
della sua ability negli equivoci, in uno scherzo in lode dell' Vccello. lo ne
ho fatto ricerca, ma non mi e stato dato imperocch^ autore di questo come di
altri drammi fu Giovanni Andrea Moniglia ; e R. non fece che gli argomenti e le
descrizioni in prosa di ciascun atto ; descrizioni assai vivaci, quantunque
sempre un po' verbose, e nelle quali egli dimostra una cognizione vasta e
minuta della raitologia. Che egli poi fosse, come si dice, assai padrone del
latino e delle bellezze di quella lingua apprezzatore autorevole, oltre 1'
accorta interpretazione che nei suoi dialoghi filosofici fa sovente di squarci
di classici, e argomento sicuro la Traduzione della prima Lettera del libro 1°
di Cicerone ad Quintum Fratrem superiormente notata. Ed io ho detto gi^ come
questo esercizio, si proficuo per ogni rispetto, introdusse R. nel suo secondo
Arciconsolato (1650) tra gli Accademici della Crusca ; e come il suo desiderio
ed i suoi eccitamenti non andaron delusi. Se devo dar pero il mio giudizio
intorno a questa versione, sembrami che in mezzo a' molti pregi, come la scelta
di soggetto morale, la lingua, la fedelt^, la eleganza, scoprasi il difetto di
una eccessiva imitazione del periodo latino e del giro ciceroniano, e di quel
Lei invece del tu adoperato, che ti divien quasi ridicolo, una volta che pensi
esser traduzione dalla lingua del Lazio. II buon Canonico Moreni troppo facile
alia lode e troppo inclinato alia scusa, vuole giustificare in cio R., notando
come appaia che egli con si fatto signorile trattamento abbia qui voluto
conservare la stessa sostenutezza, che Cicerone uso col fratello suo in questa
seria, e quasi rimproverante lettera ; come se r altezza o propriety, o la
bassezza e indecenza del linguaggio stesse nel lei o nel tti, o non piuttosto
nella gravita del concetti che possono manifestarsi propriamente anco col dolce
tUy appellativo con il quale il Casa monsignore, e il Moreni canonico si
rivolgevano a Dio stesso nelle loro pregliiere, senza credere, io penso, di
mancare a lui di rispetto. Deve dirsi pertanto come questa fosse una tra le
altre curiose debolezze del prior R., che viveva in quel tempo come di grandi
imprese, cosi di stravaganze e di capricci fe^ condissimo. Voglio riportar qui
due soli versi della fine di quella lettera, e che mi si dica se non par di
vedere il grave Cicerone comparire ad alcuno diuanzi vestito con seta, nastri e
rasi, e fare mutatis mutandis un complimento galante a una signora di
conoscenza che incontra, mentre lo stesso monsignor Della Casa lo vede da
lontano e sorride. « Cio conseguir^ ella facilissimamente (ecco le parole) se
penser^ che io, cui sopra di ogni altro ha premuto sempre in dar. gusto, mi
ritrovi di continuo con esso lei e intervenga a tutti i suoi discorsi ed
azioni. Resta adesso che io la preghi ad avere ogni possibil cura della sua
salute, s' ella vuole che io e tutti i suoi godiamo la stessa, e le bacio le
mani. > E Cicerone fatta la reverenza d'uso, se ne va Via pe' suoi fatti.
Del resto, se questa traduzione imita si brutto costume, allora assai in yoga
anco nella Francia, dove appunto nelle Orazioni di Cicerone, traducevasi la
parola Quirites col francese Messieurs ; ^ poi precipuamente pregevole per il
fine morale per cui essa fu fatta, ed d anco questa una lodevole espiazione per
le mende di disonesta dalle quali non serbossi immune. scrivendo, il nostro
filosofo. Quantunque di non grande importanza a prima giunta, ptir mi sembra
che questi fatti sieno, a chi gli osserva con occhio imparziale, di lume e di
prova sempre maggiore, e prendano qui per noi un' importanza che altrimenti non
avrebbero. Non siamo neanco alia met^ della strada; eppure trapeliamo gi^ qual
possa esser la natura della via che ci tocca ancora a percorrere, e quale la
m^ta. Piii c' inoltriamo, e r orizzonte nostro si dilata, ed i colori della
pittura che abbiarao dinanzi prendono un aspetto vie piti deciso, determinato e
perfetto. Dallo stato fisico, fisiologico e morale noi ci avviciniamo sempre
piCi all'intellettuale, che tutti gli comprende ed informa : noi vogliamo
cogliere il pensiero del pensiero nel R., come filosofo della natura, dell'
uomo, e di Dio. Ed infatti, senza por mano ancora alia sua macchina filosofica,
noi abbiamo in tre scritti suoi piii spiccato il pensiero filosofico di lui,
abbiamo non piii tanto il letterato e 1' accademico, quanto il ragionatore.
Quantunque, come di altri e accaduto, un suo discorso sulla Fortuna sia rimasto
inedito, pure siamo in grado di ten^er parola del concetto che dovea
informarlo, argomentandolo dall' altre opere sue filosofiche, dove appunto
della fortuna discorre. Ed aggiungo anzi che non sarei lontano dal credere che
questo discorso sulla Fortuna non fosse su per giii se non quello che nel corpo
di quel suoi dialoghi sul medesimo soggetto ritrovasi. Comunque, e da notarsi
che questo discorso egli lesse a' 20 febbraio 1654, in una solenne Accademia
che fu pubbKcamente tenuta nella Sala de' Bona del Palaz zo Pitti, per onorare
il principe Giovanni Adolfo, fratello al re Gustavo di Svezia. Arciconsolo
allora era Lorenzo Magalotti (intimo di R.) come ricavasi dal Diario
deU'Accademia, e letto da quello un elegante proeraio, discorse poi V
Imperfetto della Fortuna con sottigliezza, novita ed erudizione piii che
ordinaria (Vedi MORENI, Prose, pag. XX in nota), mostrando come fecero innanzi
il Petrarca, lo Speroni, e molti altri la fortuna non esser che nome vano in se
stessa, e invece sotto tal nome cui il volgo o pensatori traviati diedero corpo
e figura, nascondersi I'esecuzione del volere divino; e combattendo il caso
contro Epicuro, e recando a sostegno de' suoi pensamenti i pitl celebrati
autori antichi e contemporanei. Conforme poi alle teoriche Galileiane e coUe
leggi del suo metodo sperimentale e condotto il discorso del R. contro il
Freddo positivo. Discorso ingegnosissimo per argomenti di prova, e, secondo il
Dati, mirabUe (Vedi Dati, Lett, a pag. 69), che il nostro prior Orazio recito
in un' Accademia fatta a bella posta in ossequio e trattenimento del famoso
cardinale Delfino, patriarca di Aquileia, il quale trovavasi allora di
passaggio in Firenze, e a cui R., lo vedemmo, era legato in amicizia, giusta ne
fanno fede le lettere indirizzatesi scambievolmente. Non e qui ufficio nostro
il farla da fisici, e per6 non discutiamo sul valore reak delle ragioni addotte
dal R. in appoggio della sua tesi: vogliamo solamente presentare il disegno di
questo suo lavoro, per dimostrare come nella filosofia naturale egli,
quantunque nel platonismo cercasse di rinvenire armonia con quelle medesime
verity dimostrate dalla filosofia moderna, in tutto seguitasse il metodo
inaugurato dal Galileo, con cui si rapidi progressi pot6 fare la scien za
fisica, che fu solamente allora creata. Egli dunque voile provare il freddo
essere privazione di calore, contro lo Smarrito (il Dati) e il SoUecito (il
Capponi) che fortemente mantenevano il freddo essere positivo e reale. Si fatta
questione, ne ricorda il Moreni, (Prose ecc, pag. XXI) comincio a ventilarsi
nell'Accademia del Cimento con grave dissenso di vari insigni soggetti, che la
coraponevano, in tal materia, e che tento di risolvere il dottor Giuseppe Del
Papa con la sua celebre lettera a Francesco Redi, sostenendo che il freddo non
e che una sempKce privazione, ed un mero discacciamento del caldo, e non gi^
una sostanza positiva e reale come pare la volesse il Dati, versato assai, del
resto, in cose naturali e di fisica. E il Rucellai, con grande compiacenza,
premette come Platone dice, dal.tramescolamento del fuoco con gli altri
elementi nascerne il moto, e dal moto le generazioni. > E non solamente per
eccitare il caldo nei nostri sensi vuolsi il moto, ma lo stropicciamento dei
calorifici con le parti sensibili. > Tutti gli atomi, che non sono
calorifici dicogli sieno frigorifici, e in tal caso solo gli concedo, che 6 il
medesimo essere il freddo privazione del caldo. > Le cose lisce appajon piil
fredde delle rozze, perch^ si turano i passi agli stropicciamenti degli atomi,
uscendo e entrando pe' nostri pori. > Ci par freddo il piede, essendo nel
letto, e non la coscia, perch^ il freddo lo consideriamo e conosciamo in
comparazione del pii\ caldo. > 11 secco e il buio, che sono privazioili, non
forman patimenti, come fa il freddo. > Si vede, che del fuoco n' 6 tenuto
conto, e gli h stato assegnato la propria stanza ; il che non si vede seguir
del freddo ; bench^ dicano nelle neve, e nel ghiaccio ch' 6 una minima parte e
un accidente dell' acqua. > L' umido e il caldo esser cosa vera e
sostanziale, ma il secco e il freddo esser di loro la privazione. > Dicono
il freddo aver azione e moto come si vede nelle sperienze del caldo e del
freddo e delli agghiacciamenti ecc. > Scorgesi qui, io diasi,.applicato
nella sua pienezza il metodo del Galilei, ed una prova novella percid di quel
contrasto di pensieri e dottrine che andiamo man mano riscontrando nel nostro
filosofo. Che se innanzi di passare alia esposizione e all' esame diretto dei
suoi pensieri filosofici intorno all'uomo, alr universe e a Dio, vogliamo ancor
piii vedere quanta rispondenza ci sia tra lui e la sua eta, non dobbiamo che
gettare uno sguardo, ancorch^ rapido, non tanto sulle sue lettere, quanto sopra
il suo breve, incompleto, ma pure importante scritto che porta per titolo:
Pianta della Corte e del Rigiro di Roma. Son dodici pagine in 4*, divise in due
capitoli, il secondo dei quali non terminato. Le lettere del prior R. pertanto
non destano, per verity, in generale grande interesse, imperocche scarse di
numero le conosciute, e non aventi una qualit^ scientifica; ma o accennino all'
invio di scritti scientifici a' suoi amici, o parlino di cose domestiche, o
sieno incensate alia bont^ de' Principi suoi padroni ; nondimeno esse servono a
chiarirci alcun po' delle relazioni sue con i dotti contemporanei, e delle
qualit^ deiranimo suo, e del tempo in cui alcuni lavori filosofici furono da
esso scritti, e dell' ordine da assegnarsi loro; e qualcuna di esse,
diplomatica, manifesta nell' uomo nostro accorgimento non comune e conoscenza
profonda del cuore umano. Stando alia numerazione delle lettere familiari, data
dal canonico Moreni, esse non sarebbero in numero minore di cento; ma
pubblicate non ne abbiamo che 36; e io, coU'aiuto del chiarissimo cavalier
Cesare Guasti, ne ho potute ritrovare alcune altre, 8 o 10, di poco conto perd,
inedite, nella Biblioteca Palatina tra gli Autografi, e nell'Archivio Centrale
di Stato in Firenze. Quelle edite, come bene giudicd il Moreni stesso, {Prefae,
alle Led., pag. VIII) quasi che sempre conservano un non so che di grave e di
eloquente, e mai sempre appaiono scritte con facility di stile. Se non che, per
dir il vero, in qualche parte scorgesi, ed in special guisa in quelle al
cardinale Giovanni Deliino, una monotonia di sentimenti e di idee, altresi in
lui inevitabili, perdxh quasi tutte aggiransi, con maniere pero varie e
distinte, suUe di lui lodi e ordinariamente su di uu medesimo soggetto. Ed
aggiungo che per istile, che a lettera si convenga, troppa contorsione e
ridondanza di period! alcuna fiata tu vi ritrovi, non dicevole, parmi, a chi
deve tra parenti ed amici discorrere, e manifestare, tutt' altro che in una
Accademia, i proprj pensieri. Nello stile adunque ritrae del secolo, e nei
pensieri anco talora ; sicche quando egli scende al faceto fiorentino, vedi cid
farsi da lui con isforzo, e non con quella tanta facilita che riscontri nella
propriety del dettato, giustamente encomiata dal Moreni e da altri. Sul
contenuto di queste lettere sarebbe superfluo intrattenersi, dappoich^ lungo il
corso del nostro cammino ne abbiamo fatto tesoro e ne faremo ancora per
illustrare V uomo, gli atti e V opere sue letterarie e filosofiche. E neppure
minutamente ci fermeremo nelle politiche, delle quali assai duolci di non avere
che due tre, mentre e probabile che altre piii ne giacciano ignote. Scrive in
esse al signor Poltri, allora Segretario delle LL. Altezze in Firenze, e lo
ragguagUa dello stato di Vienna e di Polonia, ed esamina le condizioni interne
ed intemazionali di quei paesi, e piil specialmente le quaUt^ di quei principi.
Ed ^ notevole, invero, che egli in quel tempo di vincoli al pensiero e di animi
proni all' adulazione dei potenti, fino a encomiarne le ingiustizie e gli abiti
malvagi, dimostrisi indocile a questo difetto, sicche dimentichiam volentieri
le piaggerie al suo Granduca, e le eccessive proteste di devozione e di
servitii, e conyeniamo anche una volta col Magalotti che lo appello r uomo piil
proprio a forniare un principe (Vedi Palermo, Manoscr. Pal.^ Vol. Ill,
Avvertiinento). Se non che confrontando le date, rincrudelisce la piaga,
dappoich^ osservisi come le piil libere o meno serve di queste lettere
scrivesse piii giovane, le piCl ligie piil vecchio ; quasi coll' affievolirsi
del vigor dell' et^, quelle pure di liberi sensi deteriorasse, o per timore di
perdere protezione, o per altra causa di debolezza li tacesse, sentendoli
uguali, ossivvero scrivesse al suo principe altrimenti da quelle che avrebbe
desiderate. Ed infatti chi ha letto in quali termini R. protestasse a Ferdinand©
II dei Medici e ad ogni principe la servitii sua e de' suoi figli, pud scorgere
il divario profondo che v' ha nelle condizioni dell' animo suo in quel tempo, e
quando cosi scriveva al Poltri, da Varsavia, intorno alle qualita del re
Vladislao, presso cui era stato dal Granduca inviato in legazione straordinaria
: Noi vediam qui come R. sembri assolutamente sciolto da qualunque legame, e
non guardando in viso a persona, ne censuri aspramente i vizi e tanto piti gU
dispregi in un Re il quale preferisca V utile proprio al bene del popol suo, o
questo solamente ricerchi, perch6 appunto gli ^ via ad ottenere il proprio
vantaggio. Lo che dimostra bene quanto rettamente pensasse intorno ai doveri di
un principe R., e quanto, conoscendo le bugiarde apparenze delle corti, egli di
certo avesse bramosia di smascherarle ad utility dei soggetti; e cid vedesi piu
ampiamente nella parte morale dei suoi dialoghi; ma il volere rimaneva
pressochd inefficace o sortiva un efFetto ben lieve, una volta che ritornato in
patria lasciavasi vincere da miUe riguardi che un uomo dabbene ma debole
co-stringono, se non altro, a rimanersene muto di fronte a ogni abuso. Dove poi
nel R. piil si vede spiccare quel conflitto di sentimenti si 6, rho gi^ detto,
nel suo scritto su Roma. Non giova riandare le condizioni poUtiche ^ religiose
d' Italia e della Toscana principalmente in quel tempo; ch^ ci sembra
sufficientemente aver chiarito tal punto. Giova pero averle in mente ora coUe
quality morali del filosofo, per apprezzare in lui, amico di Principi e di
Cardinali, quella liberta di pensiero che sembra scuotere a un tratto ogni
giogo, sfidare il passato ed il presente, protestando contro certi non lodevoli
usi della Curia Romana. Si; protestava di fatto il filosofo, e la sua coscienza
sapeva bene distinguere, quantunque scrupolosamente cattolico, il principio
dagli uomini, la bont^ di un' istituzione ed i vizi di chi la sostiene ; se non
che apparisce che egli non avesse coraggio di pubblicare tale protesta, e
fors'anco quello di terminarla, sebbene tante verita gli piovessero dalla penna
e dall'animo. Sono i due sentimenti che contrastano in un medesimo uomo, il
sentimento del vero, il sentimento del timore, e il secondo sciaguratamente
prevale. Nel V Capitolo pertanto, R., con ampiezza di vedute dimostra : come V
tiguaglianjsa di tutte le condizioni degli uomini, alle pretensioni di Boma fu
sempre giovevole, sinche le dignita e le grandezse furon premio solamente dei
meriti e delle virtu, E nel secondo: come tutti i Governi ove s' intruda V avarizia
e V ambizione rovinano, e quello di Boma con esse piu che mai si sostiene, E
per giungere aUa dimostrazione della prima tesi egU osserva, come la Repubblica
universale di Roma ebbe per suo sostegno nel suo istituto originario quel misto
perfetto dei tre stati, monarchico, Ill aristocratico e democratico, reputato
per la forma piii durabile e meglio ordinata • di tutti i governi, dove ella si
mantiene nella sua bene accordata armoida, e che r uno stato di essa ben
corrisponde, e serve di correggimento all' eccesso dell' altro. Ella d questa,
si Bcorge tosto, la teoria stessa di Cicerone e del Machiavelli riprodotta nel
suo genuino significato, 1' accordo della quale pero coll' indole della vita
del Rucellai tutto intento al servizio di un principe assoluto, sarebbe per noi
sempre un eninuna, dove non avessimo la via a spiegarlo nelle ragioni tante
volte, discorse. E soggiunge E ponendo in rafironto cio che di Roma discorre
Quinto Cicerone al fratello, con quello che era Roma in quei di, e alia stretta
somiglianza delle due Rome guardando, soggiunge (notisi, di grazia, perche qui
si ritorna all' antico) che egli ha voluto registrar cid in questo luogo perche
si conoscc che o sia la postura del cielo, o sia pure la necessity dei medesimi
fini negli ultimi tempi della Repubblica romana, forse come oggi adulterati e
guasti, hanno come posto i temperamenti conformi, influiscono similmente negli
animi la stessa maniera e inclinazione di costumi, e nell'una e nelr altra
etade s' introdussero e stabihrono nella Corte di Roma contro la virtil e
contro la piet^ della sua primiera istituzione, tutte quelle arti che piii si
producono dair opere della malizia, che dalla carita e dalla devozione. Si pud
dunque concludere, che la macchina del rigiro di Roma stia appoggiata sopra r
estremo del vizio, non sopra 1' eccesso della virtii, perche qua e talmente
raffinata la fraude, che quanto gli uomini sono piti nemici, tanto piii usano
tra loro atti di confidenza, e piii liberty di tratto. E le destre che sogliono
essere testimonii di fede, sono in loro violate dall'inganno, e dalla malizia
di farsela 1' un V altro a tempo, e con vantaggio, e quegli solamente 6 stimato
piii valent' uomo, che pu6 piti. Quindi avviene che qualunque e reputato uom di
valore nelle altre regioni del mondo, venendo a Roma si perde, trovandosi in
una diflerente scuola da quelle, ove s'apprende ad esser soggetto grande con le
virtuose azioni. Quei dunque, che si mette a vivere in questa Corte non basta
che e' sia letterato e sapiente, quanto se gli conviene il saper ben discernere
i vizii altrui. Ceda perd alio stile del paese, mantengasi per sd nelI'arti
virtuose, ma assuefaccia I'animo educato ne'buoni costumi a non si scandalezzar
de' pessimi. Se il Bianchi Giovini avesse scritto il rigiro di Roma, credo che
avrebbe potuto scriver in questo modo ; piii liberamente, non giudico. Egli
seguita sempre su questo piede, ed e cosa ammirabile, senza intaccar mai i
principj, guardando ai vizi degli uomini, e dando cosi una lezione a noi che
gli uni cogli altri tramescolando, condanniamo con maliziosa leggerezza i primi
in un co' secondi, dimenticandoci o fingendoci di dimenticare i canoni piii
elementari di logica, per non dire di buon senso e di buona fede. Ambizione,
interesse private, ipocrisia, inganno ed invidia, ecco adunque, per cosi dire,
i fili conduttori nell' intricato labirinto della Corte di Roma per chi vi s'
introduce e pretende di avvicinarsi al suo centre, dappoiche fu distrutto quel
principio d' ordine nell'armonia dei tre elementi dello stato perfetto, e
incominciossi a misurare V ability degli uomini, non dai meriti dalle virtii,
ma si daU- interesse e dal genio di chi comanda. Ognuno cerca per aggiungere il
suo talento di tener quella via che stima pitl opportuna, di tener dietro a
quel flip che pensa o vede piu atto a condurlo ; sicche ognuno s'infinge per
quel che non ^, e si maschera dell' estremo contrario di quel ch' e' si sente
dentro nella sua propria natura. La virtii dunque nella Corte di Roma sempre
adonesta gli avanzamenti quantunque non abbia parte nell' avanzare. Evvi dunque
una Koma apparente, e una Roma reale; e R. ve le descrive a meraviglia con una
vigoria di concetti e di immagini, che sembra il Frate Ferrarese avergli in
certi dati momenti spirata in petto la disdegnosa anima sua. lo rimando, a
persuadersene meglio, il lettore alia fine di questo libro, 1^ dove ho
riprodotto per intiero e per la prima volta qtiesto libello incompleto, ma pur
bastevole perchi^ ci facciamo un' idea chiara dell' animo di R. intomo al
govemo di Roma, che si fondava, secondo lui, sopra Y ambizione e V interesse
private. E tanto egli era cattolico e distinguevabene religione da uomini di
Chiesa, che questo primo capitolo fa terminare cosi: II secondo capitolo e
breve, non compiuto, e insieme importantissimo, in quantochd volendo provare
come tutti i governi ova s' intruda 1' avarizia e 1' ambizione rovinano al
contrario di quelle di Roma; il R. stabilisce essi vizj essere il tossico che
la giustizia distributiva corrompe e distrugge, e i fatti antichi e modemi lo
confermano, seguendo le teorie deir Alighieri professate nel De Monarchia.
Intorno alia nobilt^, espone in un modo determinato come questa giustizia
distributiva, senza la quale riman cadavere, e imperdsenz' anima e senza vita
ogni stato, intenda ad uguagliare gli uomini sotto le leggi della virtii, la
quale solamente pud esser base di differenza tra gF individui, e non le
ricchezze ed il genio, cio^ il capriccio e 1' ingiustizia. Cid espone in
brevissime pagine col solito vigore di argomenti, coUa solita leggiadria del
dettato; ma rimane qui, come si vede, al principio, almeno in questa copia,
I'originale della quale, e chiss^ che tutt' intiero, sar^ forse con altre cose
smarrito o nascosto. Mentre io deploro 1' incompiutezza di questo scritto,in
cui da cima a fondo si sente un' aura dell' dra modema che spira, e la
coscienza deU' uomo per la forza oltrepotente del vero distrigata un istante
daUo scrupolo e dal timore, protestare contro i vizj o le loro sembianze;
tuttavia mi riconforto nella certezza che il lettore avr^ aggiunto un argomento
di piil a sostegno di quel ch' io scrissi in principio, e che d come il perno
su cui gira, pud dirsi, e consiste il mio librc' Ad eliminare poi anche
Tombradel dubbio che potesse sorgere, per avventura. sulP autenticit^ di questo
scritto, riporto qui Qui R. non 6 piil I'uoino del Medioevo e del Rinascimento;
non ^ piil 1' uomo ligio all' autorit^; e il filosofo modemo che evitando gli
eccessi del Bruno, riprova gli scandali del chiericato, ne condanna, per ainore
della religione che ei professa, gli abusi; e innamorato del vero e della
virtil, al pari di Platone, richiama con severe e giuste rampogne a tornare
nella via smarrita lo stesso sacerdote, il quale, immerso talvolta nello
interesse mondano, posterga i principj deir Evangelio, egli del Vangelo e della
carit^ cattolico banditore. in nota, come a confronto, cio che trovo scritto
dal R. stesso, nel suo trattato della Provvidenza, pag. 368. Tip. Le Monnier. —
« Ed io vi replico esser verissimo die tutte le cose che si fanno fannosi per
divino volere; e questo il fato si h. cio 6, decreto infallibile di quanto ab
eterno e' dispose ; ma dagli uomini per lo libero volere le cose si
deterrainano, come dianzi si disse. E siami lecito, signor Elea. far qui
riflessione sopra cio che avete mentovato di Roma; come Roma antica, mentre fu
appoggiata al valore, al buon costume e alia virtii diquegli animi, si feo
padrona del mondo; ma degenerando da' suo' principii si spense, perchfe cosi
voile la divina predeterminazione per mezzo del libero arbitrio mal guidato
dagli Qomini. E questa Roma moderna. che fondata su la pieta su la poverty e su
I'esempio del mondo anch' essa signora divenne, mutando costurai pill che mai
si mantiene: manifesto segnale come malgrado de'vizii piii licenziosi degli
uoraini la religione sostiene loro, non essi la religione sostengono, la quale
pero vince ogni regola perch^ ella k forte braccio e onnipotente della
Provvidenza divina. Come ci condurremo quind' innanzi nel nostro lavoro.
Esposizione de'Dialoghi filosofici. Critica. — Perche si pretermettera la
critica minuziosa delle dottrine filosofiche del Bucellai. — lucertezza del
tempo preciso in cui farono scritti i Dialoghi. — Certo e pero che son parte di
mente matura. — Quattro codici manoscritti de* Dialoghi, e qaali di essi pud
considerarsi autografo. — Parole del prof. Palermo. — Una lettera di R. al
Granduca, intorno air ordine di quest! Dialoghi. — Noi segniamo, neir esporli,
questo ordine. — Si riporta, e perche, V intero Preambolo ad essi del Bucellai.
Quando nei precedent! capitoli si e discorso della vita e degli scritti minori
di questo filosofo, dopo aver dato uno specchio generale delle condizioni
intellettuali, politiche e morali d' Italia nel secolo decimosettimo ; a
ciascun argomento facemmo precedere sempre una descrizione pitl
particolareggiata di esse, secondo che appunto il subietto nostro particolare
esigeva. Venendo ora a discorrere dei Dialoghi filosofici di lui, stimiamo
meglio invertire quest' ordine, senza recar percio verun pregiudizio alia
chiarezza e alio sviluppo logico della dimostrazione. Imperocchd di gia con
sufficiente ampiezza abbiamo tracciate certe linee che della figura ci
somministrano un disegno abbastanza determinate, sicch^ pitl non vi sia da
smarrirla, e non ci resti che colorirla piii e piii, e ridurla a compimento
maggiore. E pero la nostra mente condurr^ quind' innanzi il suo lavoro cosi:
stabilito Tordine materiale, e il fine di que'Dialoghi con critica e
precauzione, adoprando in ci5 il finqui messo in sodo con evidenza da altri; ne
esporremo con qualche larghezza il conteniito, come di un' argomentazione e de'
dati di un problema farebbesi, e indi, fermatili bene, procureremo di
scioglierlo, rivolgendoci ad un esame piii accurato ed attento delle diverse
opinioni filosofiche che combattevansi allora, e ponendo in chiara luce quel
che veramente il Kucellai ha fatto, quanto e come le abbia adoprate, con quali
intendimenti e criterj, ed il posto precise, per conseguenza, che gli si spetta
nella storia del pensiero italiano. Ne questo disegno esclude aflfatto che man
mano si espongono le dottrine del nostro filosofo e s' iacontran de' punti
cardinali che servono a qualificare il suo metodo e il suo sistema, noi
possiamo farli rilevare, e notarli, e raccomandarli alia considerazione del
leggitore; ch^ poi essi devono trovarsi come di riscontro alle loro sorgenti
generali, apparseci nell' esame del pensiero di quel tempo, e queste e quelle
ricondurci sicuri al punto d' onde muovemmo, e che nel cammino ci servi sempre
come il centro di un circolo serve ai punti della sua circonferenza. Aggiungasi
che pel fine e intendimento nostro non importa guari intrattenersi minutamente
sulla critica delle dottrine di questo filosofo, bastandoci, a mostrarne il suo
eclettismo e scetticismo, di fermar Y attenzione su que' punti che lo
appalesano piii, e indi non ci venga attribuito a soperchio se oltre
I'appendice di cose scelte letterarie, scientifiche e morali, nello sviluppo di
questa parte del libro intrecciamo la citazione di varj e non brevi pezzi di
questi Dialoghi, che pitl fanno all' uopo. Imperocche appunto trattisi qui di
esporre i pensieri filosofici d' un autore, la maggior parte degli scritti del
quale sono inediti, come puo ricavarsi dalla Nota di essi. Cosi facendo, penso
inoltre di rispanniare ai lettori quella lunga fatica che ho dovuta spendere io
nello scorrere tutti da cima a fondo questi Dialoghi, che pel diffuso stancano
spesso; ed infine riferendo qui nel mio Hbro le cose pitl importanti di questi,
mentre lo pongono, risolvono, sto per dire, o almeno agevolano di assai la
risoluzione del problema ; lasciando poi a chi avesse in animo d' intrattenersi
sull' ultimo sviluppo che ebbe il platonismo nel secolo XVII col R., il quale
chiude il ciclo del Rinascimento in Firenze, di recare piii attenta anahsi nei
suoi libri su cio ; come ad altri altre cose ; io per me che considero R. da un
punto di vista meramente storico e ne noto, per tal rispetto, Y importanza, non
son tenuto a quel lavoro di paragone, a quello studio di trasformazioni e
trapassi che le dottrine platoniche subirono dair origine loro conosciuta fino
aH^ Imperfeito; lavoro del resto della somma importanza e di grandissima
utiKt^, e che io auguro all' Italia si faccia presto e da uno de' suoi ; e credo
aver motivo di acquietarmi nella speranza che questo augurio trover^ sollecito
il suo compimento feKce. E per primo il tempo preciso in cui questi dialoghi
farono scritti, non possiamo determinare a puntino, malgrado che nolle sue
lettere R. accenni ad alcuni di essi che aveva allora, mentre scriveva,
compiuti, o si accingeva a distendere. Quel che bene si scorge (e del resto per
noi piii importante), d che tutti questi Dialoghi sono parto della sua mente
matura, imperocch^ solamente dal 1665 in poi troviamo da lui uomo adulto fatto
cenno agli amici ed al Principe di questi lavori scientifici, intomo ai quali
indefessamente aveva per lo innanzi lavorato e proseguiva ora a lavorarvi.
Omettendo di citare le lettere scritte dal nostro filosofo a messer Giacomo
Altoviti, al Patriarca Delfino ed al Redi, nelle quali fa menzione or di questo
or di quel soggetto filosofico trattato da lui, e che man mano ricopiato 1'
avea ad essi e ad altri amici o illustri personaggi per mezzo di quelli
mandavalo; io, come il chiarissimo professore Palermo nel Vol. Ill, dei
Manoscritti palatini^ daro intorno a questi dialoghi un qualche cenno, e verrd
con un brano di let^era scritta dal R. al granduca Ferdinando II, nel maggio
del 1665, a stabiUre 1' ordine (un po' incerto nelle diverse copie) e a
conoscere il disegno che I'autore aveva architettato intorno quest' oper a, che
per mala ventura rimase incompiuta. Delle quattro copie di questi Dialoghi
filosofici da me tutte esaminate con diligenza, la Palatina, la Magliabechiana,
e quelle che si conservano nella libreria privata dei Ricasoli Firidolfi, le
piii emendate sono queste ultimo due, copie entrambe, la prima in dodici tomi
nella massima parte corretta e aggiustata dall' autore, e che per6 fa citata
dagli accademici della Cru sca come r originale. La seconda in quattordici tomi
apparteneva a Lorenzo Pucci, e Anton Maria Salvini vi acconcio di sua mano gli
sbagli propri del copista. Gi^ discorrendo della vita scientifica dell'
Imperfetto (cap. Ill), avemmo occasione, ^ vero, di conoscere lo intendimento
acui egli mirava principalmente con questo scritto; ma era al disegno materiale
^ non inutile il far seguire il preambolo di R., nel quale espone ampiamente il
concetto primo di essi. Nel primo esemplare della libreria Ricasoli, pertanto,
i Dialoghi in numero di 65 sono cosi disposti nelle tre viDeggiature. che
eseguird volentieri. Le invio il preambolo, onde si ricava 1' ordine e la
distinzione di tutto il mio proponimento. Dipoi ho stimato bene lasciare il
primo Dialogo contro i sofisti, che serve solamente per introduzione alle varie
opinioni de' Filosofi intorno ai principii della natura, non essendo ripulito ;
e mando il secondo dialogo sopra I'opinione di Talete Milesio, che tenne r
acqua per principio universale di tutte le cose ; proposizione non molto
difficile a esser trattata. Appresso, saltando il numero di 25 dialoghi gik
fatti, ma non pienamente corretti, e due o tre a' quali non ancora ho messo
mano, sopra V opinione d' Aristarco Samio, le trasmetto i tre primi Dialoghi
sopra il Timeo di Platone, dei quattordici che ne ho imbastiti; parendomi che
questi trattino, sopra tutti gli altri, cose molto malagevoli a spiegarsi.
Delia prima villeggiat ura, che 6 la Tusculana, ho da fare due o tre dialoghi
innanzi al Timeo; e dopo uno sopra la filosofia d' Aristotele, che non ho
ancora cominciato. (Vedi conferma nella Trovvidensa^ Le Monnier, pag. 188, dove
si rileva che questo trattato della Provvidenza va dopo il Timeo) E appresso ne
vengono sedici dialoghi sopra r opinione d' Epicuro, che ho messo insieme, ma
non ancora bene ridotti ; e diciotto contro il medesimo Epicuro, della
Provvidenza divina, che gli ho finiti, ma non messi al polito. Della seconda
Villeggiatura, «h'^ r Albana, dov'entrano dialoghi della natura dell'anima
vegetativa e della sensitiva, compresa da molti dialoghi di notomia, gli ho
tutti distesi, ma non rivisti; e ne ho da fare due di pianta sopra Tanima
ragionevole. Delia, villeggiatura Tiburtina, ch'd 1' ultima, la quale contiene
materie morali, ne ho fatti parecchi, ma ne avrei da fare altrettanti. Vero e
che ho repertoriato ogni cosa ; e se ho tempo e quiete, che mi viene interrotta
spesso e dalle cure familiari, e dai disastri della casa, che mi tengono in
liti continue, spero in diciotto mesi o due anni ridurre ogni cosa al suo
termine. Ci trover^ delle cassature e delle rimesse, qualche errore d'
ortografia, per la rarity che abbiamo di copiatori che intendano. > Cio
nella lettera. Ma il suo proposito, negli otto anni che sopravvisse, non gli
venne fomito; lasciando, come si ^ detto, alcuni dialoghi senza 1' ultima mano,
alcuni ammezzati, e quali poco nulla fuori il disegno. E quanto alia lor
disposizione, parrebbe anche questa, aggiunge il professor Palermo, non fosse
in tutto fermata. Poiche nell' originale i dialoghi contro Epicuro seguono i
primi sedici ; onde noi gli abbiamo allogati anche cosi. Ma nel dialogo XXII si
rammenta il Timeo, come discorso dinanzi; e il Timeo vuol prima di sd i quattro
dialoghi intorno alle matematiche. E forse pero nella copia Pucci ai primi
sedici attaccansi questi, in tre, e quindi il Timeo; e nella copia Palatina il
Timeo senz' altro avanti ai Dialoghi contro Epicuro. lo pure nel discorrere
terrd quell' ordine come il pitl logico e naturale, e vi porrd tutta la cura ch'
essi meritano, poichd, quantunque vi sia del mancante, pure bastano a
costituire un importante e quasi compiuto edificio, e a rappresentarci intiero
il sistema ed il metodo di questo filosofo toscano. N^ ^ meno utile, com' ho
gi^ detto, premettere qui per intiero il preambolo cheva in testa ad essi
dialoghi, e che ci dimostra con maggiore chiarezza r obietto principale e
nobilissimo loro. fi un' orazione toccante quant' altra mai e di bellissima
lingua, che varr^ a riposare, ricreandola, la mente del leggitore, il quale
pure da essa potra fin dai primi periodi rilevare la natura deUa filosofia che
R. vuole insegnarci. Dietro alia meditazione dunque della virtii, io mi
ridussi, siccome voi vedete, sotto '1 benigno, e salutifero cielo di questo
novello Tusculo, dove 1' orribile rammemorazione sfuggendo, e' rischi della
mortifera pestilenza, che poc'anzi incominciata a Napoli, o per la corruzione
dell' aere, o pe' venti, che dalle parti Orientali soffiando, seco ne la
portaro, s' e nella citta di Roma miserabilmente appigliata, nulla dimora parve
agli occhi miei piii gioconda, n^ piii sicura, e piii lieta di questa, ne
cotanto in si spaventosi tempi per le nostre speculazioni appropriata. Vennemi
qui subito in mente di quelle cotanto feconde, che M. TuUio ci fece gi^ sopra
di questa virtii in quelle torbide congiunture delle soUevazioni civili, e si
al medesimo m' accinsi, forse con troppo animo, anch'io per I'amenita, e per le
solitudini di queste ville, desiderosamente cercandola. Ora nel levare, ch'io
feci degli occhi al cielo, mi ricordai di quanto ne ammonisce il nostro Poeta:
« Chiamavi il cielo, e intorno vi si gira, Mostrandovi le sue bellezze eterne.
» > Percid mi misi a guardar fiso d' intorno a questo nostro Emispero, e
oltre agli stupori, che di lassii in varie guise agli occhi nostri lampeggiano,
volt^mi a basso, e posi mente alle innumerabili creature, onde si vede la terra
a maraviglia ripiena. Qui considerai con qual ordine, e magistero elle sono
dalla virtuosa, e poderosa mano guidate della Provvidenza suprema, ch' elle
paion fatte tutte per noi, e come dalla loro ingegnosa architettura apprese lo
intelletto umano i piii industriosi esempli, e coll' imitazione della natura
fecesi maestro dell' arti, talmentech^ i' mi rimasi siccome attonito a prima
vista, e adombrato da una virtii si grande, che da 1' essere a tutte quante le
cose, e reputaila in ogni modo per 1' oggetto piti proprio delle nostre
meditazioni ; imperocche mi si fe' innanzi per ricordanza quel che il Timeo ne
insegna, cioe, le infinite bellezze, e maravigliose di questo mondo visibile,
essere lo specchio di quelle piii perfette, e piii ragguardevoli, che sono nel
mondo intelligibile raccolte insieme, anzi nello intelletto divino per guisa,
che sovvenendomi di que' versi : « Quanto per mente, e per occhio si gira Con
tant' ordine fe', ch' esser non puote Senza gustar di lui, chi eio rimira; » mi
fissai in esso quel piii, e credei senz' alcun fallo da si ammirabili e da si
ben regelate fatture, qualche sembianza della ragione universale agevolmente
comprendere, di maniera che io pensai di accenderne in me un certo lume pitl
spiritoso, e piii vivo per additame a voi le forme pitl simili nella virttl, e
con esso lei mettervi sulla via maestra del vivere ; ma appena i' volli ne'
segreti profondarmi della natura, e di Iddio, ch' io immantenente rimessi 1'
animo, e quanto pitt nel pensier mi stendeva, quel pitl m'accorsi la virttl,
ch'egli hanno in s6, vincere ogni sentimento umano, e vie piii di riverenza
esser degni, ch' agl' intelletti de' mortal! in verun conto proporzionali ;
anzi e' mi parve miracolo, che noi possiamo cogli occhi distinguere, ed
abbracciare coll' inmiaginazione 1' ampiezza di una tal macchina, non che noi
dobbiamo intendere con qual concerto ella si govemi, e lo spirito, che dentro
la muove, e impercio Dante, che in prima ne invitd alia contemplazione del
cielo, ce ne modera poi I'ardimento, dicendo : « Perche appressando s^ al suo
desire Nostro intelletto si profonda tanto, Che retro la memoria non puo ire. »
riflessione veramente proporzionata ad un uomo; 1' altra e d' Apollo, o di
chiunque si sia : € Cognosci te stesso, > che era scolpito in fronte al
famoso Tempio di Delfo ; proposizione divero, e ammaestramento degno di un Dio:
e '1 medesimo Socrate, il piii savio per awentura di tutti gli uomini, a tai
fondamenti appoggid la sua vera scienza; perciocch^ stracco dagli studj meno
che utili delle cose naturaU, in ch' e' conobbe poco, q nulla potersene
approfittar r uomo, tutto alia cognizion di sd stesso si diede, ciod a dire,
alia Filosofia Morale, ch^ egli ebbe per irreprobahil dottrina, e per V unico
oggetto, e pel giovevole dell' intelligenza umana. Verremo pertanto con amendue
le sopraddette proposizioni i nostri presenti trattati regolando ; ravviseremo
in prima la fallacia della Filosofia naturale, onde molti si danno a credere
d'intendere quel che per Io pitl e' non son capaci d' intendere. Quindi al
frutto discenderemo delle morali, facendoci dalla costituzione dell' Uomo, e
delle quality, e degli strumenti, che Io compongono ; imperocch^ con tal ordine
procedendo, dalle azioni pitl brutali de'sensi, riconoscendo voi stessi, salir
potrete di grade in grade alle pitl sublimi dell' intelletto ed all'altezza
gloriosa della virttt, onde 1' uomo s' illumina, e conservasi tanto piii simile
a Dio. Incomincieremo percid domani a discorrere; e perch^ le giornate, che son
lunghe, e Tore calde ne obbligano a qualche lodevol trattenimento, a niuno piii
profittevole repute potersi donare il tempo, nd scegliersi materia che pitt di questa
all' et^ vostra sia confacevole ; oltre che in si calamitosi tempi godono le
nostre vite sicura franchigia in questo aere salubre dalla pestilenziosa
mortality., che Roma atrocemente distrugge; nelle cui miserie ogni tribunale,
ed ogni pill fruttifero studio senza giudici, e senza contradittori rimaso, e
si senza maestri, o discepoli, ogni arte, e ogni Accademia oziosa lasciata; i
pitt litterati uomini in tutte le pitl nobili professioni sotto si purissimo
cielo a loro salvezza rifuggiti si sono; dove noi in conversando con loro, ed
or I'uno, or I'altro scegliendo per si deliziose gite de' tesori di questa, e
di queir altra scienza per bocca loro faremo raccolta, e perfettamente
ammaestrati ne diverremo; e 'n fra gli altri D. Raffaello Magiotti, che con
esso noi qui ^ dimora, fia il nostro Socrate sapientissimo in tutti i discorsi,
il quale ben sapete essere insigne e nell'uno e nell' aJttoo idioma ftreco, e
Latino, maestro perfetto di Geometria, ed esimio in tutte le antiche, e modeme
fildsofiche speculazioni, il cui chiarissimo ingegno in si alte materie, pitl
che I'autoritib de'nomi le sperienze convincono, e V evidenza delle ragioni.
Qaal concetto abbia della scienza il Bucellai, e soe diiferenze da Flatonc. —
Quali erano, secondo R., i fondamenti del sapero, i criteij e il metodo. —
Varie opinioni sai principj passivi delFuni ^ verso. NecessittL, noli '
esaminarle, di spogliarsi da qualunque preconcetto. — Gaida e fine deir esame
la sentenza socratica « Hoc unum scio quod nihil scio. » — Sfiducia del
Bucellai nelle forze dell* umana ragione. — II perche di qaesto. — II
probabilismo accademico si scorge qui fin da* primi passi ; e la fede come
ancora di certezza, e di salate. Talete Milesio o dell'acqua. Anassimene o
dell* aria. Graclito del fuoco. Galileo. GIRGENTI (vedasi) o i quattro
elementi. — Parmenide o d*uno eterno. — Anassimandro o dell* infinite. —
Necessity deirinfinito. — II finite non e privazionc di questo. — Cartesio, o
Tidea dell'infinito prova della sua realty. — Dato ruomo finito, convien
ammettere l*ente infinite. — E questo secondo argomento il Bucellai tiene per
piti stringente di quelle del Gartesio. — Ma si 1* nne che Taltre sone
argementi prebabili. — Anassimandro e della luce.— Galileo. — II Bucellai nen
nega 1* influsse degli astri sal mendo e le cose umane ; combatte per6 1*
astrologia. — La Genesi, sant*Agestino, Dante e 1* opinioni di Anassimandro e
Galilee suUa luce. — Platooe, la luce e 1* anima dell* universe. Ma ^ tutte un
pud easere. — Anassimandro o de*celeri. — Zenene ed altri filesofi. — Si
conchiude coll* « Hoc unum ado quod nihil ado » di Sucrate. — La fede. 11 R.,
come tutti i filosofi, vuole esaminare i tre obietti della scienza, Fuomo,
runiverso, Dio. Incomincia daj mondo, passando in rassegna le opinioni degli antichi
intomo a' principj di esso naturali, guidato dall' aforisma « quest* uno io so
che nulla io so » e dalr autorita. E sul punto di prender le mosse per questo
viaggio, egli infrena, per cosi dire, i destrieri della fantasia, perchd questa
non lascisi traviare dalle apparenze, e pel troppo desio di sapere, non cada in
presunzione smodata, ne, giusta V ammonimento platonico, 0, per dir meglio, di
Socrate, la scienza sia confusa colla opinione; o, peggio ancora, questa pigli
luogo di quella appresso colore che vogliono intendere tutto alia rinfusa e
senza scelta veruna, e quello pure che non d da loro, n^ a' proprj intelletti
proporzionale. E a ragione Socrate discorrendo della opinione che, al contrario
della scienza, giudica le cose per quel che a lei dettano le immagini e il
sogno, chiamavala una certa demenis^a dell' anima, imperciocch^ mentr' ella s'
ingegna di giungere al vero, fa si che V intelligenza prevarichi, e per lo piii
determini il falso ; anzi, se pure il vero determina, cio fa ella per caso,
talmentech^ se scienza fosse 1' opinione, la scienza consisterebbe in apporsi.
Ond' 6 che per riparare a cio, i primi sapienti della Grecia (detta da Diodoro
Siculo la scuola del genere. umano) aprirono una via maestra, la dialettica,
per la quale il naturale discorso, non a benefizio di natura, ma si camminasse
sotto 1' indirizzo della ragione. il notorio come nella dottrina di Platone si
distinguesse la fede, la scienza e 1' opinione, e come secondo Platone la
scienza consiste nel giungere agli universali, cio^ alle idee che sono la
essenza intelligibile delle cose ; essenza intelligibile delineata coUa
definizione^ e secondo cui si pud giudicare con certezza delle cose stesse. La
opinione invece consiste in un giudizio piii meno probabile secondo le apparenze
deUe cose, piuttostochd secondo Fidea loro. La fede 6 un giudizio secondo
Fautorit^. Ora R. pone queste distinzioni platoniche, ma senza seguime la
dottrina, perchd quantunque egli pure ponga la scienza nel conoscer le cose in
s^ stesse mediante le idee, nega che si possa mai giungere alia certezza se non
mediante la fede ; talch^ la scienza per lui diviene scienza o certezza nella
fede ; da sd sola non 6 che opinione piii o men probabile, o doxa, EgU esclude
solamente le matematiche, le quali, a parer suo, ci recan certezza. Ma ^
notabile anche in tal parte com'egli si allontani da Platone, il quale anzi
poneva le matematiche in secondo luogo, dando il prime luogo alia scienza delle
essenze o degli archetipi etemi, e alia scienza che vi conduce, ciod aUa
dialettica. Finalmente vuol notarsi che, secondo Platone, la sola fisica non
pud uscire dai confini della probabilita : mentre che pel R. non pud uscirne la
metafisica e la fisica, ma soltanto la matematica. A Jeracio poi, sofista
interlocutore, che esaltando la autoritit del sommo dialettico Aristotele,
dichiara infalUbile, e i dettami di lui come oracoli, si che asseveri tutto per
la dialettica e perd per Aristotele poter sapersi, e comprendersi le cose di
quaggiil e quelle anche di sopra, il sacerdote Magiotti, guidator de' dialoghi,
oppone che quantunque il filosofo di Stagira sia grande, e dette abbia
grandissime verity, pur le cose da lui proferite non son tutte vere; e
soggiunge come r eccesso della fiducia proveniente dalla logica meni a disordini
gravi, se ci si arroghi d'intendere quello che ^ racchiuso nella intelligenza
divina, e che il piccolo seno deUe menti nostre non cape; quantunque il
discorso per quest' arte si elevi all' alta contemplazione divina ; ma altro,
pel R., d contemplare e il toccar coUa mente le cose superiori, altro d lo
intenderle ed aveme possesso. Di guisa che anco pel R. la filosofia sarebbe
scienza delle ragioni supreme delle cose. Ma ognuno di gi^ si accorge della
sfiducia che il filosofo fiorentino sperimenta e professa intomo alle forze
deUa umana ragione ; intravede subito che malgrado abbia R. presi a guida i due
noti aforismi sulla indagine della verity, pure nel suo procedere innanzi ha
sempre tese le orecchie alia placida armonia della sua fede, in cui spesso lo
vedremo quietarsi, a mano a mano che egli procede tra i rumori discordanti
delle opinioni e del dubbio. Vuole avvertirsi ancora come R. non distingua
quello che i Platonici tutti distinguevano, e segnatamente Proclo ; anzi quello
che d pur necessario distinguere secondo la verita dei fatti, cio^ tra
dialettica di Platone e logica d'Aristotele. La dialettica di Platone d la
scienza dell' idee archetipe o universali, a cui si giunge per contemplazione,
discemendo Fidentico e il diverso. Invece la logica d'Aristotele espone le
leggi formali del nostro pensiero. Quindi mentre la logica di Aristotele,
considerata da s^ sola, pud servire anco al sofista, la dialettica di Platone
no, perch^ consiste nel cogliere la genuina idea delle cose. Si pud errare
secondo i Platonici, ma perchd non si contempla bene abbastanza, come si pud
errare dal fisico non osservando con esattezza i fatti ; ma la contemplazione
come 1' osservazione non possono per s6 medesime condurre all' errore. E tanto
poi ^ voro di questa sfiducia di R. che per bocca del Magiotti, in quel tempo
nel quale il Galileo, suo maestro, creava la fisica, e il Cartesio riportava
una non piil udita vittoria sulle scoperte delTanima, dice: E conchiude queste
che io con Toce militare, ma significativa, chiamevQi parole di consegna,
dicendo che la vera filosofia non consiste nell'imparar molte cose, nel saper
tutte r arti ; ma e' la riduce solamente alia cognizione di sd stesso, e a
quella vera e irreprobabil proposizione di Socrate : « Quesf uno f so che nulla
iosoE nel muoversi dubbi a vicenda nelle prossime conversazioni, dice
consistere la giusta maniera per ritrovare la vera ragione delle cose, e non
affidarsi aUa sola autorit^ nei maestri. Sfiducia adunque o fiducia
limitatissima nelle forze della umana ragione, la consapevolezza della propria
ignoranza, 1' universale consentimento, I'esame, e soprattutto la Fede^ sono le
Encore di salute dell' umano sapere, i fondamenti di esso per R. ; V autorit^
umana una riprova probabile di verity, Y autorit^ religiosa il porto dove ogni
tempesta del dubbio si calma, ed ogni nube d' ignoranza sparisce. Vediamo
intanto com' egli osservi questi criterj, ed applichi questo metodo alle
indagini sue., Deposta qualunque maniera di anticipate giudizio a favore piil
di una che d' un' altra opinione, e di che prega caldamente gli ascoltatori,
R., col Magiotti, si fa da'primi principj che gli antichi opinanti attribuirono
alle cose natural!, non dal lore principio agente, cio^ dalla Cagion Primaria,
dispositrice di tutte le cose, increata e senz' altre origini che da sh stessa
; imperciocch^ di questa per quella guisa che ne hanno speculate i grandi
uomini, faveller^ in piii appropriate luogo ; ma dai principj materiali che
essi appellano causa passiva, conciossiachd dalla cagion prima ricevono tutti
la lore impressione. Ed in sedici Dialoghi, ch' io chiamo fisid, (e, si noti,
non gi^ nel significato di scienza sperimentale, come oggi si prende, ma nelr
altro antico di speculazione filosofica intorno ai principj delle cose),
riferisce le molteplici e diverse opinioni intorno a cio professate dagli
antichi filosofi, con questo intendimento che cio^, mostrando le ragioni
apparenti che militano a favore di questa e di quella sentenza si fra di loro
contrarie, e facendo si che, una per Tina a tutte quelle opinioni, per le
ragioni probabili clie le sostengono, inclinino gli ascoltatori; se ne deduca
per conclusione finale la verity di quello aforisma socratico, e, come il gran
Vecchio faceya, cosi noi in quella specie di scettico ondeggiamento, lo poniamo
a base e a pietra angolare del nostro sapere. Ella ^ questa, come ognuno si
accorge, del trattato filosofico di R. una parte negativa. E di Talete Milesio
per prime discorre, come di quello che pensd incominciamento universale della
natura esser I'acqua, in cui gli sembrd tutte le cose si disciogliessero ;
imperciocch^ I'acqua assottigliandosi in yapori finissimi aria si facesse, e
pigliando corpo visibile se ne formassero le materie piii dure, divenisse
terra, e fino si convertisse in sassi. E poi, perch^ osservo tutte le semenze
delle cose esser umide, tutte le diverse specie e composti degli umidi fossero
sotto il genere puro, semplice e universale dell' acqua, e il fuoco stesso
avesse bisogno dell' umido per mantenersi, perch^ non la quantita e 1' eccesso
dell' umido, ma la quality, in proporzione di loro essere, ^ quella che le
suddette cose in vita sostiene. Ed aggiunge il Magiotti, come anche Zenone, il
capo e maestro degli Stoici, tenesse per fermo che Iddio per s^ in ogni natura
convertisse I'acqua, e che egli come virtii prolifica di tutte le cose nell'
acqua risedesse : adunque I'acqua era creduta da lui il cominciamento materiale
e passive del tutto, perciocch^' Zenone osservd ogni misto nella sua
putrefazione risolversi in una massa, nella quale ^ manifesto al sense che
predomina 1' umido; e sembra di piti al R. ricavarsi dalla stessa Genesi la
prima generazione dei corpi misti e viventi farsi dalla virttl vivifica di Dio
posta suU' acqua. Anzi alcuni de' primi dottori della Chiesa, san Giovanni
Crisostomo, Agostino, Procopio, seguiti dal Pererio, il luogo del Genesi, ove
si dice che lo spirUo del Signore si trasportava sopra le acque, espUcano cosi,
cio^ che una virtii divina e vitale disponeva le ^cque alia concezione e
generazione delle cose. Adunque (dice il Rucellai) tennero anch'egUno che
Domeneddio, primo agente, si valesse dell'acqua, si come prima e comune materia
passiya, ove s' imprimessero tutte le diverse forme. E accennate con precisione
altre fra le opinioni di Talete e Zenone intomo all' altre cose deUa natnra, e
osservato come Talete negasse il vuoto, e come Zenone quant' alia terra abbia
detto cose che mirabilmente ai nostri sensi s' acconciano, espone il nostro
filosofo la dottrina di Anassimene, seguita poi da Diogene, che fa deir aria il
principio naturale e causa passiva di tutte le cose, come quella che d per
tutto e prima dell'acqua che di essa componesi, riferendo i dati di possibilita
che dall'aria, come I'acqua, cosi le altre cose per mezzo di questa divengano, si
che per le ragioni che Anassimene ne porta sia giocoforza, dice il Magiotti,
che ne' sensi di lui si discenda, abbandonando Talete. Pare da non lasciarsi
sotto silenzio come R. prenda un po' all' ingrosso queste antiche dottrine.
Secondo gli Jonici e secondo Eraclito, il primo principio delle cose, acqua,
aria, fuoco, non sono gi^ r aria, 1' acqua e il fuoco quaU appariscono, ma un
intimo e occulto principio che in tutti gli elementi si tra^orma, e che pitl si
manifesta in cio che a noi apparisce essere o acqua o aria o fuoco. E qui
riferisce pure il pensiero di Anassimene intorno alia struttura dell' universe,
E all' Imperfetto che esclama : il medesimo Magiotti socrMicamente risponde :
Ed Eraclito fu quelle che ebbe si fatta opinione, cio^ dal fuoco incominciarsi
ogni cosa e nel fuoco tutto dissolversi ; e 1' acqua e 1' altre cose credette
esser pezzetti e corpusculi di fuoco insieme congiunti. Mi si conceda fermare
il pensiero un poco su questa opinione del Galileo riferita dal R.. Essa, per
quahto noi sappiamo, non trovasi nei libri di Galileo stesso, ma sembra una
ipotesi che il grand' uomo ponesse innanzi ragionando cogli amici e di^cepoU.
II qnal supposto ci riesce confermato dalle seguenti parole del R. : Inoltre 6
molto singols^re che in questa ipotesi Galileo precedeva i modemi sostenitori
deir unit^ delle forze fisiche. Ma con quanto ritegno il feujeva! aggiungendo
solo che questa non gli pareva piii inverosimile di tant' altre opinioni
spacciate fuori per vere : e non osava chiamarla, non che vera, verosimile. II
R. aggiunge, come Galileo al padre Campanella, il quale consigliava il gran
matematico a metter fuori certi suoi pensieri come una nuova e ben fondata
filosofia, rispondesse : che non voleva per alcun modo con cento pitl
proposizioni apparenti delle cose naturah screditare e perdere il vanto di died
o dodici sole da lui ritrovate, e che sapeva per dimostrazioni esser vere. E
tomando al nostro R., egU argomenta con questo tutte le cose farsi per via del
moto o del caldo, poich^ il caldo si produce dal moto, e il moto si eccita dal
fuoco (materia sottilissima che 6 per V aria e penetra per tutto) e anche la
stessa terra, come anco i modemi pensano, dice il Magiotti, riceve dal fuoco
suo intemo lo impulso onde salgano i vapori per I'aria. Dichiara indi,
esponendone le probability, come Parmenide, per render conto dell' apparenza
dei sensi, la quale basa sopra una maniera costante di rappresentarsi le cose.
tenesse anch' egli il fuoco etereo principio della natura, perd anche la terra.
E cosi di Empedocle di Agrigenfco il quale riconosce in un modo espresso
quattro elementi, la terra, Tacqua, Faria e il fuoco: e il fuoco, come agente
della produzione, esercita secondo lui la parte principale. E il Magiotti ne
illustra si bene la ragionevolezza dell' opinione, che i suoi interlocutori
abbandonato Talete, Anassimene ed Eraclito, nella sentenza di Empedocle sono
costretti di convenire. E questo artificio dialettico, si stupendamente
adoperato da Platone in quel dialoghi, dove via via esclude le diverse
opinioni, senza esprimere una conclusione positiva, e maestrevolmente, parmi,
seguito del pari dal Rucellai in questi dialoghi, all' obietto che ho
dichiarato. E, indi, tornando a Parmenide, e discorrendo delr unico principio,
ciod dell' una eternOy dice, iUustrando i concetti di lui, che il non essere
non potrebbe esser possibile, che ogni cpsa esistente e una ed identica, che
pure cid che esiste non ha punto principio, che egU 6 invariabile,
indivisibile, e che ogni movimento 8 cangiamento 6 una pura apparenza. E cosi
quantunque abbia egli ben presupposto un principio unico, immobile, eterno,
tali attributi non d^ poi cui si convengono, poich^, dice monsignor Limeo
interlocutore, non si pud negare che non ci lasci luogo Parmenide a salire un
po' piii in su, e a presupporre un' unit^ superlativa e assoluta, che non
ammette in sd stessa diversity anco insensibile, e un' immobility perfetta,
semplicissima e mai sempre costante ad un modo che in s^ non abbia movimento
alcuno, avvegnachd per lei tutti i moti e tutte le operazioni dell' universe si
tacciano, ed abbiano essere e vita. Scende poi al sistema di Anassimandro che
ripone nell' infinite il principio delle cose, e al figUo Luigi, che dice dell'
infinito essere impresa vana il farellare, poicM non potendosi intendere, 6
gran segnale ch'ei non si dia, risponde il Bucellai col suo Magiotti che gli
ingegni umani non sono adequati a tutti i possibiliy e che percid il non
comprendere una cosa non ^ per noi prova che la non ci sia; come anche in
questo caso altro si 6 il conoscere quel che ^, e come e'ci sia r infinito,
altro s' egli 6 : e mentre la prima inda^ gine a noi mortali rana riuscirebbe,
la seconda e agevolissima ad effettuarsi, per modo che sia giocoforza il
confessar3 che per necessity T infinito ci sia. Da questa conclusione di R.,
apparisce come egli attribuisse forae alia ragione la capacity di giungere alia
certezza solamente in qualche cosa. In qual cosa? Nell' aflfermare che Dio c'
d, che c' ^ il mondo, e che noi esistiamo ; negando poi alia ragione di poter
sapere per sd sola, fuorch^ con opinioni probabili, quel che siano le cose del
mondo, e I'uomo, e Dio. Ma per quello che riguarda le dottrine di Anassimandro,
R. ricorda come quel filosofo dicesse che 1' infinito e la sostanza prima,
contenente tutto in s6 stessa, e in cui avvengono e produconsi i cangiamenti
perpetui delle cose; come dall' infinito si dividono i contrarj per un continue
movimento, nello stesso modo che essi ritornano a lui. Tutto ci6 che d
contenuto nell' infinito va soggetto a cangiamento, ma d immutabile egli
stesso. E cosi si confonde 1' infinito agente colla materia per Anassimandro,
e, come per lui, anco per altri filosofi antichi e recenti. Mentre R.,
quantunque dica r infinito non potersi intendere, perch^ non ha proporzione col
finite, e quindi doversi contentare di assoggdtare lo inteUeUo a tenerlo per
fede, ei lo distingue bene e ferma il finito non esser privazione dell'
infinito, sibbene solamente il nulla infinite o finite ^ incompatibile coU'
Ente infinite, si come Y Ente finite o infinite ^ incenipatibile eel nulla
infinite. E ci5 dimestra cen eleganti parele ; ceme pure dimestra centre
Anassimandre, scerdandesi alquante dell'intendimente negative a cui mira in
questi DicHoghi eel sue metede di successiva eliminaziene, dimestra, ie dice,
geemetricamente la impessibilit^ che 1' infinite asselute si cemunichi alle
cese finite e che ci siane due infiniti, applicande alia dimestraziene la terza
prepesiziene del trattate di Galilee su i meti unifermi. E in sentenza platenica
seggiunge pei ceme tutte le cese finite e le lere perfezieni si staccane dall'
infinite, cied da quel perfettissimi esemplari etemalmente lecati nella mente
di Die, createre perd della materia dal nulla, e che raccoglie nell' atte
prime, ciee nel prime cencette dell' epere sue, una virtii seminale e ideale,
ceme direbbe Platene, di tutte le cose fatte, quante in petenza di farsi.
Vedesi con quanta chiarezza il nostre neeplatonice ricordi ed accelga i
pensieri dell' Ateniese, contemperati sempre dal Cristianesime, e cen quelle
stile che e degno di si alte dottrine le renda accessibili ad ogni intelletto,
pregio invere da tenerne cento in une scrittore di materie filesefiche. E
stabilita la necessity, del1' infinite, soggiunge : Che e' si vegga V universe
mutabile, variabile e in tutto diverse dall'essere dell' infinite, questo ^
chiaro. Adunque come s' intend' ella ? E a Luigi che risponde : oh ! questo noi
non glielo sappiam dire, cosi (prego si avverta) discorre: e questo vale che,
dato I'uomo, ^ data 1' esistenza di un ente, e che questo ente ^ limitato. E
anche in quel che con discorso metafisico applicato a naturali proposizioni 6
venuto provando, conchiude che non v'§ da riporre certezza, ma solamente
ritenerlo come probabile; e pero meglio stimare di rifugiarsi nella fede che le
cose razionalmente probabili illumina di verita, e conchiudere anco una volta
col detto sapiente di Socrate : Quesf uno io so, che nulla io so, Ne'quattro
dialoghi suUa luce (9-12) meramente fisici, egli riporta le dottrine di
Anassimandro e professa, esponendole, le opinioni del Galileo con trepidazione
per timore di guastare cid che dice il grand' uomo a cui professa venerazione,
e dichiara tutto cid che di buono dice intomo al sole e sua natura essere del
filosofo illustre. E anzi tutto ^ notevole questo passo in cui si esprime per
guisa da non lasciar dubbio che egli crede agrinflussi degli astri sulle cose
terrene: E nel dialogo sopra Xenofane, (dial. 16) detto chiaro che egli ha per
impresa impossibile e vana Y astrologia, conclude che mentre non puo negare V
influsso fisico degli astri, sulle cose della natura, e anco sull'uomo che
della natura fa parte, aggiunge pero che a voler fare 1' astrologo, vuolsi
sapere e accorgimento non ordinario, jBnezza e malizia ingegnosa; e soprattutto
il cicalar di molto ^ giovevole a interessare e prendere gli animi, di cui si
predicono gli avvenimenti ; nulladimeno da chiunque fa si fatto mestiere
agevolmente s'inciampa. Gli ^ degno senza dubbio di nota questo, perch6
distacca il Rncellai dal Rinascimento, che trovava appunto spiegazione del
risorgere cosi alacremente tutto Tantico nell'idea stessa della civiM e della
filosofia Platonica e Aristotelica, e precisamente nel loro concetto intomo al
mondo. Qual infatti era esso concetto? Quello di un movimento circolare,
concetto antichissimo, che noi ritroviamo anche nell' liidia. Platonici e
Aristotelici immaginavansi il mondo siccome una vastissima sfera, ma pur
limitata, che avendo in se molte sfere concentriche, girasse intorno a se e ad
esse, e per modo che il ritorno periodico della tale o tal'altra posizione
degli astri nel cielo si congiungesse ad un periodico rinascere degli
avvenimenti nel mondo per Tinflusso che quelli esercitavan su questi. Lo che
invero pu6 essere una tra le altre- cagioni che spiegano la fede che quel
filosofi ed eruditi del Rinascimento avevano del doversi rinnovellare in ItaHa
gli antichi sistemi, le antiche civilt^ per definire con essi i loro problemi
intorno al triplice obietto della filosofia. La luce pertanto in modo vario e
per mille maniere d^ 1' essere, per Anassimandro, a tutte quante le creature, e
senza di essa qualunque cosa riducesi al nulla. II sole ^ il fonte primiero
della luce, ma non I'unico, come ne confermano parecchie esperienze, ed essa 6
una cosa da se, che in gran dovizia ritrovasi nell' astro maggiore del sistema
nostro. La luce che Platone nel Timeo e altri filosofi poser nel fuoco e la
dissero la quintessenza piii fina e piU lata di esso, forma i colori nelle
sensibili cose, ^ Y elixir vUtB della natura, e in tutte le cose rinviensi, ed
d secondo il Galileo (che pur qui R. chiama principQ de'filosofi, e scorta e
direttore dei suoi discorsi) 1' ultima ed estrema espansione della natura. E
qui cita molti esempi addotti dal gran fisico e matematico per dimostrare che
in tutte le cose c'^ mistura di luce o etere, o fuoco, secondo che questa
sostanza gli d parso chiamarla cosi o cosi dai filosofi. E R. tiene come
Platone, Galileo e Descartes gli atomi, che come il tutto cosi 1' etere o il
faoco la luce compongono, ma pero soggiunge col Magiotti che il definire gli
atomi, rotondi, o acuti, o piramidali, d parlare per ipotesi, non perche dessi
gli abbiano visti. Comunque, e dal vedere come Galileo provi col fatto ogni
cosa esser permista o vivificata dalla luce cominciamento naturale di esse, e
dall' osservare come ci6 sembri confermato dal Genesi e dai Santi Padri, ben
deduce potersi commendare in questo senso quella proposizione platonica che
assegna 1' anima universale del mondo, e come per quest' anima egli intender
dovesse la luce. Odasi, di grazia, il ragionamento erudito : E santo Agostino,
quel sottilissimo ingegno, nelle sue Confessioni : QueUa liice soUilissima
sopra ogni cosa, alimentata da vivificante colore, quarito tempo ignorai che f
OSS' ella cagione delV ornamento delV universo ! Fino a che agli occhi miei
annebbiaii non rifulse U lume eterno del Vero! La qual luce alia bellezza ed
alio spirito, sopra d' ogni altra creatura, si rassembra di quel primo ed
ineffabil lume, che etemalmente e senza fine risplende; di cui elia d qua tra
noi la piii famiglievole immago. Che irapero fu detto 1' eterno Fattore: Luce
della luce, e fontana di lume. Ed in altro luogo: Delia luce Egli la luce, e '1
giorno. > E simigliantemente sant'Agostino, coUa sua acutezza, si andava
rivolgendo per Tanimo dicendo: Ma che pro dunque a me ne veniva, che tu,
Signore e Dio mio, Verita, fossi luddissimo corpo, ed to particella d'un corpo
tcde? Oh! quanti sentimenti al nostro proposito trar si possono da queste scritture!
Percio duirque si puo credere, con essa luce (come piii attiva, piii semplice e
piii pura, e impero, come principio, pitl alle divine cose somigliante) si
dessc, per mano del Sovrano artefice, il cominciamento e 1' omamento a tutto il
mondo visibile ; locandopoi quella per la maggior parte, come in sua miniera,
nel sole. II che viemaggiormente si autentica dal nostro medesimo divin Poeta,
in quei versi : « Lo ministro maggior della natura, Che del valor del cielo il
mondo imprenta, E col suo lume il tempo ne misural » Cosi dunque, avendosi la
luce, a cagione di sua purissima natura, non dico per la pitl simile tra le
cose visibili, ma almanco per la meno dissimigliantiB alia divina sostanza ;
puossi commendare in cid quella proposizione Platonica. Perchd Platone, col
lume solo della natura, giunse a fare una si maravigliosa graduazione: ponendo
tanti termini di mezzo tra Dio e la materia, per render meno discrepante e meno
discorde I'ammirabil concetto e fabbrica del mondo ; mentre co'mezzi all'uno e
all' altra confacevoli va regolando la differenza che e tra '1 composto
inferiore e il Supremo Compositore, e quale attaccatura, e per qua'mezzi, possa
darsi tra loro. E imper6 mi cred' io, quandunque alcun dato avesse a quelle
intelletto perspicacissimo ad esplicare quel detti della Genesi: E lo spirito
di Bio id andava sopra le acque. E disse Iddio : Sia fatta la luce, ed ecco la
luce; egli, non giungendo tant' oltre al lume della Fede, conformando tal
sentenza a'proprj Bentimenti, avrebbe rispo^to, che questo era Iddio ; il
quale, coll'occhio della sua divina Mente, se ne giva yagando, e riguardando in
qua e in 1^ sopra il chaos ; e che secondo gli esemplari e le idee
perfettissime, in essa raccolti ab atemo, disegnasse tutte le forme delle cose
fattibili, ed innanzi ad ogni . cosa facesse la luce, che ebbe dall'eterno
Motore (quantunque Egli in sd stesso sia mai sempre stabile e fermo) gl'
impulsi primieri, cio6 a dire dall' atto primo V attivit^ e il moto, ond'ella
avesse la mano (come principio della natura e anima dell' universe) in tutte le
formazioni e nella perpetuity delle produzioni, che ad ora ad ora si
rinnovellano nella materia. Che appunto disse il Timeo, Iddio col valore di sua
somma onnipotenza, senza mezzi, aver creato 1' anime, gli spiriti e gl'
intelletti universali, siccome sostanze prime, e viepitl alia sua divina natura
conformi ; aUe quab* desse la cura e '1 disegno, sotto la sua assistenza come
Architetto sovrano, di formare tutte le cose pitl materiaU e corporee, ove esse
locar si dovidno. Talmentech^ dove noi non comprendiamo quale sia quell' anima
universale, che egli intendeva per collegatrice delle cose divine coUe naturaU,
possiamo noi, con piU fondamento ancora che non avea egli, creder che cid sia
la luce; la quale fosse da Dio creata, onde ella desse all' universe sensibile,
ad esempio dell' archetipo, la sua piil bella, visibile e maravigliosa forma.
Che impero sembrami tornarci mirabilmente in acconcio quel luogo di Dante nel
Paradiso: cDunque nostra veduta, che conviene Esser alcun de'raggi della Mente,
Di cui tutte le cose son ripiene.» > Abbiamo per conseguente gran cagione
d'immaginarci, ancorch^ nol possiamo con prove infallibili fermare per vero, la
luce essere quel movimento occulto e perpetuo, sparso e disseminato per tutte
le cose viventi ; risvegliato per lo prime impulso nella natura universale
dall' atto primo, che d Iddio. > j& prcfbdbUe, disse, non
infallibilmente vero ; che la ragione d agitata e ravvolta nel contrasto di
opinioni diverse che il vero le adombrano sempre, e mai per intiero gliel
mostrano, finchd 1' anima sia mischiata col corpo. E di questi quattro dialoghi
la conclusione non d percid a dubitarsi che sia identica nella sostanza alle
altre, e confermisi ivi appunto lo scetticismo in cui si mantiene nel discorrer
dei principj della natura il tilosofo nostro, in questa parte de' suoi dialoghi
che noi chiamammo distruttiva. Uguale d poi la conclusione a cui R. arriva dope
aver favellato de' colori, ed esposte intomo ad essi le opinioni dei varj
filosofi, e cercato di avvicinare, come sempre fa, col modemo 1' antico,
Galileo con Platone. II qual Platone, come Democrito ed Epicure, fa i colori
consistere in una fiammella a cui perd 6 necessario il concorso del sole;
questo fulgore di luce riflette variamente dai corpi colorati secondo i modi
varj coi quali i raggi del sole gli feriscono, e secondo le positure e figure
delle superficie dei corpusculi componenti quello o quell' altro oggetto che i
raggi ricevono o ribattono. E come Aristotele, cosi il R. opina i colori non
esser sostanze,ma accidenti, effetto cioe di luce cadente nei corpi, luce che
forma i colori. Conchiude pero che queste sono opinioni di filosofi, ma noi non
possiamo ritenerle per veri assoluti ; e pero ritomare all' aforisma: Hoc unum
scio quod nihil sdo. Io mi astengo da riferire la esposizione che nel Biajogo
quindicesimo fa il RuceUai delle opinioni intomo al principio passive delle
cose professate da Zenone, da Archelao, da Filolao Pittagorico, da Protagora, e
da Senofane, dope le quali egli conchiude nella medesima guisa, non senza prima
aver magnificato certe stupende divinazioni di quegli antichi filosofi, e
allettato gli ascoltatori, per bocca del Magiotti, ad abbracciare ad una ad una
le loro opinioni diverse. Questo viaggio di R. a traverse le varie e molteplici
sentenze de' filosofi intorno al cominciamento passive del mondo, piii che
viaggio, adunque, ti si rassomiglia all' ondeggiare irrequieto di una nave che
sospinta in alto mare, e pur volendo pigliare una direzione a porto sicuro,
venti contrarj e tra s^ lottanti ne la tengono perplessa, mentre nell' animo
del pilota suscitano come una tempesta di dubbj suUa sorte avvenire del legno
ch' e' guida. E uno scetticismo non disperato no, ma, se m'e lecito la frase,
imo scetticismo fiducioso e credente, che si pone a fondamento di tutto il
sapere, giusta 1' insegnamento Socratico, la consapevolezza della propria
ignoranza; fondamento negativo per R., in quantochd la fede religiosa solamente
rende certi gli argomenti probabili della ragione; e che per il Cartesio si
converte nella certezza della coscienza del proprio pensiero, vale a dire in un
fondamento positivo dello scibile umano. Capitolo Nono. ESPOSIZIONE DEL TIMEO
DI PLATONE, Ammirazione del Racellai pel Timeo di Platone. Opinione e scienza.
— Necessita di un Principio primo. — Plotino. Trimegisto. — II Rueellai non e
dualista, come Platone. — Fine della creazione, il buono. — Obiezione e
risposta. — Neirorditfe delPuniverso si legrge il verbo di Dio. Gli archetipi
eterni. Platone manca della fede, e per5 neir attinenza di causalita tra Dio e
il mondo cade in errori. — La mente divina forma di tutte le forme. — La mente
umana e le idee. — Loro natura. — II Rueellai combatte Aristotele, Trimegisto e
la creazione. — II mondo non e Dio; ne Dio e Tanima di esse. — Ma e sua Icgge.
— Ne I'amore, per se, e anima deiruniverso. — Desso come armonia ed ordine pu5
appellarsi anima del mondo. — % pel Rueellai, lo Spirito Santo. Del !Bmeo di
Platone il Rueellai d^ tutta la struttura, esponendolo, col riprodurne tradotti
i punti piU qualificativi, e commentandoli. Desso,' il nostro filosofo si
accosta, direi quasi, con religioso tremore e come compreso nelP animo di alta
maraviglia a questo monumento divino del genio Ateniese, che pare scriva dal cielo
le cose stupende di lassil agl' intelletti finiti degli uomini. E per6 egli, a
malgrado che i voli della mente cerchi infrenare coUa ragione e V esame, pur
non di rado accade che amniiri piii di quel ch' e' discuta, magnifichi piii che
esamini, e Tidealismo pla. tonico lo preoccupi tutto, e dimentichi la voce del
Galileo. E su' principj della natura discorrendo in sentenza platonica, osserva
come a ragione il j&losofo ponga per universale fondamento ch' e' si dee
innanzi tutto distinguere qudlo che sempre c, da queUo che mai e, e che ha
nascimento ; e come il primo lo comprende la ragione, 1' opinione per via de'
sensi il secondo; vale a dire che a Dio non si pu6 arrivar con i sensi, ma si r
animo il pud seguire meditandolo, e raffigurandolo nelle sue contemplazioni per
cagion prima, universale, assoluta. 11 secondo (cio^ I'universo) accorgerci
ch'ei c' ^, perch^ il senso lo vede, e varie opinioni formarsi delle cose
naturali, e la certa verita di come elle siano non esserci mai chi V aggiunga;
dappoich^ il senso non sia che un vestigio dell' intelletto, e 1' opinione e V
immaginazione una copia di esso confusa ed abbozzata; ed i sensi ingannin
sovente. Edefinite il divario tra opinione e scienza, tra senso e intelletto,
R., siccome Platone, riconosce dialetticamente la necessity di un Principio
primo delle cose, o come i Teologi, di un principio prindpiante della natura,
in cui stieno gli archetipi eterni delle cose create, le quali sono alia lor
volta imagini imperfette di quelli. Onde a ragione Plotino chiama la natura
forma di tutte le forme^ ma con tale infinita disparity, che Iddio, principio
principiante di tutte le cose, eccetto della materia eterna per Platone, ma pel
R. anco di questa (nel che discostasi dal Maestro, come per senten za contraria
alia fede piil che ei la stimi contraria alia ragione stessa) infuse nel mondo
create o formato grimpulsi della sua conservazione e dello svolgersi continovo
suo. E dove sulla ragione dell'origine dello universo, opera bellissima e
imagine di qualche cosa di etemo, discorre, dimostra esser lo stesso Platone
rimasto trepidante come dinanzi a cosa troppo sovrumana, e quasi, come santo
Agostino, aver egli medesimo confessato ch' e' conviene credere per intendere,
non volere intendere per credere. N^ si diparte da Platone, anzi concorda con
lui il R. nel dire che fine della creazione fu a Dio perfettissimo il buono, e
questo per formare con amore una cosa, la quale e' voleva che riuscisse oltre
ogni paragone bellissima ; E nel Paradise, mostrando di scorgere tutte quante
queste cose sublimi nella incomprensibil luce della Divina Mente: « Pero che'l
ben, ch'6 del voler obietto, Tutto s' accoglie in lei, e fuor di quella £
difettivo, cio che 6 li perfetto. » > Per lo che vien dimostrando anch'egli
che questa copia non giugne a gran via alia perfezione del suo originale. >
E, come Dante, recasi qui pur David a sostegno della dottrina platonica,
laddove il Cantore de' Salmi enumera, come Platone fa, i principali e piii
sovrani attributi di Dio, in cui stanno gli archetipi etemi delle cose, e dice
come nella creazione, prima di tutti cominciamento universale di qualunque sua
fattura formo egli i cieli nel suo intelletto ; con che interpreta] R. aver
voluto David, come Platone, significare che avanti di creare le cose fuori di
s^, Iddio avesse ingenerato oft aitemo in s^ medesimo I'idea di quella fabbrica
che poi fece, e con la formasfione dei cieli neW intelletto^ volersi indicare
il mondo intelligibile, il mondo archetipo eterno, in sentenza stessa
platonica. E come beUo cred il mondo, perche la perfezione assoluta del bello
?ibbraccia anche la perfezione assdluta del buono, ambedue contenute in unit^
perfetta della volonta, onnipotenza e sapienza divina, cosi lo creo dunque
anche buono, formandolo con armonica proporzione, daUa discordanza riducendolo
a consonanza, dal disordine alFordine. E le forme che non riescono buone e
belle, non per colpa di Dio, ma per vizio della natura si trovan nel mondo, e
sono occasione a lui eterno Facitore per ispargere, dice Platone, suir universo
i suoi beni. II quale, soggiunge il Magiotti, piii che e' pud si studia farci
comprendere questa creazione del mondo. Onde il poeta : « Nel suo profondo vidi
che s* interna Legato con amore in un volume Cio che per I'universo si
squadema. » > Ed il Petrarca ben distingue 1' idea dalP esemplare in quel
sonetto maraviglioso che incomincia: c In qual parte del cielo, in qualMdea,
Era Tesempio onde natura tolse Quel bel viso leggiadro, in che ella volse
Mostrar quaggiu quanto lassii potea. > II qual mondo visibile, vuole il
Timeo, ma il Rucellai non consente, che per divino privilegio o per merito
dell' amma universcde che da Dio fatta immortale lo informa, sia anch' egli,
quantunque continuamente morendo, immortale. E ascendendo piii particolarmente
alle idee, agU archetipi etemi, egli, R. col Ficino dichiara, come Platone ne
insegna, la Mente Divina esser forma di tutte le forme, idea di tutte le idee,
le quali tutte in s6 le comprende, idee a cui le sensibili forme si
rassomighano come le ombre ai corpi. La idea dunque di ciascheduna cosa, bench^
in riguardo al nostro intendimento di diverse cose paia composta (ei soggiunge)
e da movimenti varj distratta in qua e e in 1^, in Dio eUa e una sola, e
sempli(?e e ferma ed etema, possedendole tutte insieme, Ed oltre convenire in
questo intendimento, il Rucellai, a conforto di esso, le ragioni di dotti
antichi e di santi ne adduce, specialmente deU' Ipponese, e lo stesso libro
dell' EcclesiasHco e di Giobbe. Ed e degno di considerazione cio; imperocchd
quantunque apparentemente egli esca qui fuori un po' del suo consueto e
sistematico probabilismo, pure in realta vi rimane; ch^ questo vero non in
quanto la mente umana lo ritrova e proferisce si 6 vero, e da accogliersi con
certezza, sibbene perch^ gliene viene conferma inMlibile dall' autorit^ dei
Ubri santi. Perd come le idee diverse dalle opinioni, le intelligibili cose
diverse dalle opinabili, ossia, come le prime notizie intelligibili si
attacchinO a noi, ^ pel Eucellai un mistero e con rAlighieri ripete: aPero Ih
donde vegna lo intelletto Per le prime notizie uomo non cape E del primo
appetibile V affetto. » E s' intrattiene a provare ancora piuttosto come esse
idee riseggano in Dio, e le cose a somiglianza di quelle si facciano. « le cose
tutte quante Hann' ordine tra loro, e questa 6 forma Che r universo a Dio fa
somigliante. Qui veggion Y alte creature 1' orma Deir eterno valore il quale ^
fine Al quale ^ fatta la toccata norma. Neir ordine ch'io dico sdho accline
Tutte nature per diverse sorti, Pill al principio loro e men vicine* Onde si
muovono a diversi Porti Per lo gran mar dell' Essere e ciascuna Con istinto a
lei dato che la porti. Evidentemente scorgiamo noi qui come il Rucelki rigetti
la opinione che lo intelletto umano sia tanquam tabfda rasa^ in cui si venga a
scriver man mano, e pur senza sottoscriversi alia teoria della Eeminiscen^a nel
senso platonico, ammetta invece la umana mente illustrata da un lume supemo
impresso in essa "da Dio, quantunque poi non sia ben chiaro sul come cio
avvenga, e anzi. reputi questo un mistero, come detto abbiamo di sopra. Ci6 che
puo dirsi per i passi gi^ riferiti o per altri che giova per brevity tacere, si
^ questo, che per lui la partecipazione delFidee eterne all' intelletto umano ^
fatta non per immediata intuizione^ ma per impressione, Perocch^ egli dica che
le idee sono nell' animo come lineamenti divini ivi stampati da Dio. Nonostante
egli segue I'Ateniese nella strada che mena al conoscimento perfetto delle
idee, che sono nella mente eterna, asserendo egli pure essere a cid necessarie
cinque condizioni. E adopera V esempio del cerchio, cui V animo nostro vuol
sapere che sia. Del rimanente R., come Platone e i neoplatonici del suo tempo,
in questa parte e cosi anche nelle altre del suo lavoro filosofico, ritiene e
professa il principio I'occasione della cognizione venire da' sensi, che la
suscitano, e la fanno ricordare alia mente, in questo significato perd che le
notizie prime siano state impresse in essa da principio dalla onnipotenza e
provvidenza divina. Veduti gli archetipi etemi, a immagine dei quali venne
formate il mondo, si discorre dell' anima di esso secondo Platone, di cui
riferisce R. testualmente i concetti, senza metter (com' e' dice) in questione
se cid sia vero o no. Ed io credo poter far grazia al lettore ed a me di questa
lunghissima e diffusa esposizione, che non ^, come altrettali, al mio soggetto.
E cosi pure della esposizione di quel sistemi falsi che ammettono il mondo da
s^ essere o governarsi (naturalismo) o Dio stesso essere (panfeismo), che R.
condanna e beff'eggia, ammettendo determinatissimamente la creazione ex nihilOy
secondo il concetto cristiano, e la fede. Belle pagine invero son quelle, e
dove si appalesa in tutto il suo splendore la luce di erudizione immensa che
irradid la mente di questo filosofo fiorentino ; se non che la h null' altro
che erudizione ; mentre valore speculative, propriamente tale, invano pur qui
tu ricerchi. Chiudero questo capitolo recando un altro ragionamento di R. preso
da Ermegisto nella sostanza, e col quale egli svolge pitl e piil il suo
pensiero sulla creazione del mondo fatta da Dio. c Tutte quante le cose che si
apprendon co' sensi, (egli dice) fatte sono, e tutto di si fanno e fannosi non
generate da per s^ ma da altri. Adunque qualcuno ci ha da essere, che generate
le abbia, il quale generate non sia, e delle generate cose piil antico: e delle
cose generate nd uno pu6 esser piA vecchio di quelle che generate non ^. Ma il
Facitore h piii potente di lore, e unico e solo in verita, sa ogni cosa perch^
niuno a lui va innanzi. Le generate cose visibili sono, egli invisibile, e pero
fa a fine di rendersi visibile, per lo che sempre fa, e a lui solo si compete
degnamente la appellazione di Dio, di Fattore, di Padre. Dio per V onnipotenza,
Fattore per I'operazione, Padre ^ per la bont^, ond' E^li opera, n^ ci ha cosa
di mezzo fra il genitore e il generato, n^ altro fiiori di questi due: uno per
propria natura la natura dell' altro riguarda mai sempre, e V efficiente e '1
fatto sono vicendevolmente uniti in guisa perd che I'uno preceda e 1' altro
seguiti. Nd la struttura di cose tanto diverse malagevole si 6 vero disdicevole
alia divina maest^ ; la costituzione di tutte le cose ridonda in gloria unica a
Dio. Perch^ da lui che fa, nieijte di reo, niente di deforme precede; siflEatte
passioni seguono solamente le operazioni create. Delia generazione la
perseveranza fa pigliar piede al male, e per tal cagione istitui Dio con la
corruzione loro la mutazione delle cose, come una certa purga via via di essa
generazione, e cosi per mezzo di una continua mortality, conservasi perpetua al
mondo la vita. Iddio ha una sola e sua propria natura, e questa si d il buono,
e il buono d quella virttl onde tutte le cose operano; quanto ^ generate, da
Dio generate si § cio^ dal buono, che ^ quelle che pud e fa ogni cosa. Iddio
nel cielo semind V immortality, in terra la mutability, in tutto quanto il
mondo la vita e il moto, a simigiianza dell' agricoltore cbe sparge i semi nel
grembo della terra, in un luogo appropriate il grano, in un altre Torzo, e in
quelle e in quell' altro altra sorta di seme, il medesimo dove riannesta, e
dove peta le viti, e altre maniere di frutti, nelle stesso mode fa Iddio. >
E se il mondo nen 6 Die, neppure Die ^ 1' anima del mondo, preva R. in altri Dialoghi,
e sostiene come Egli sia mente Creatrice e Prevvidente in quelle, senza
infermarlo, come fa anima cerpe, nd tramescolandosi con esse perch^ egli
immense nen pud esser circescritto da termini, senza cessar d' esser Die ;
perfettissimo nen pu6 nell' imperfetto stare, che ^ il mondo. Iddio crea, e la
sua mente divina gli 6 legge ; imperocchd essa in un medesimo punto pensa,
cenosce perfettissimamente e delibera impermutabilmente con sapienza infinita,
e con immutabile ennipetenza, e tutto ipso facto, senza replica, a quelle
ebbedisce, e perd legge si ^ la mente divina. come ritratto e immagine del suo
facitore, ma non gi^ reputd che Iddio anima fosse del mondo, quantunque anima
di ragione dotata e fabbricata dal maestro etemo delle sovrane intellettuali
cose e divine assegnasse all' universo. > La mente divina pertanto 6 pel R.
legge impermutabile all' universo, e concorda in ci6 che ne dice Cicerone:
Legem video sapientissimorum fuisse sentendam, neque hominum ingeniis
excogitatam, neque sdtum aliquod esse populorum sed cetemum quiddam quod
universum mundum regeret imperandij prohihendique sapientia. Ita principem
legem illam et ultimam mentem esse dicebant omnia ratione aut cogentis aut
vetantis Dei, vita autem est cum mente divina et ratio est recta summi Jovis ;
ergo divina mens summa lex est Insomma 1' anima dell' universo d pel R. lo
Spirito Santo, che e Luce ed Amore, d la Provvi denza, o I'Arte divina. E va
egli man mano avver tendo come Platone nella graduazione degli enti per r
universo e nello spiegare la formazione del mondo sensibile e spirituale siasi
accostato alia dottrina della creazione, e conchiude sovente com' egli abbia
davvero avuto a logger la Genesi. E tanto e' crede probabile cid, che
espressamente in un Dialogo pone a confronto i passi biblici sulla creazione
dell' universo con quel di Platone, per vedere a luogo a luogo dove elle si
rassembrano, e dove egli, Platone, abbia fallato. In che appunto noi abbiamo
una nuova testimonianza di fatto degli intendimenti filosofici del nostro Neoplatonico.
Egli accetta da Platone le sue dottrine finch^ armoneggiano colla Teologia
cristiana, e a tal fine cerca volta a volta in questo sense ultimo
d'interpretarle; e dove le vede troppo palesemente discordi, se ne diparte, e
alia rivelazione intieramente si appiglia. Or questo studio comparativo tra i
testi biblici sulla creazione e quei di Platone che vi si approssimano, e
importantissimo a chi voglia, come ho accennato innanzi, vedere gli estremi
svolgimenti del neoplatonismo nel secolo^decimosettimo. Si fa R. un ultimo
quesito, se cioe in sentenza platonica I'Amore sia anima del mondo, o la parte
pitl nobile opitl sovrana di essa. E teologicamente discorre di Dio sommo Bene
e sommo Amore, della Trinity dapprima, indi dell' amore necessario e dell' amore
libero, quelle nelle cose insensibili, nella madre natura e negli animali bruti
; questo nelle creature intelligenti, per le quali esso non ^ che
un.concordamento tendente alia perfezione della divina uniti; e percio disse
Platone, amore essere quell' armonia e quell' ordine che richiama le cose
discordanti alia Concordia ed all' uno, E in questo senso deve intendersi
ammetter egli 1' amore come anima del mondo, e porzione piii perfetta di essa,
e 1' immaginarsi che ei fa due Veneri generatrici di due amori, naturale 1'
uno, divino 1' altro, entrambi maestri di tutte le arti e di tutte le
operazioni. {Segue) IL TIMEO. - DELL'ANIME RAZIONALI. Qaesiti. Natura deir
anima razionale. — Non e particeUa deiranima uniyersale. et intiera e perfetta
da sd. — In che il Rncellai si discosta qai da Platone. Spiritualitd.
deiranima. Perfezione maggiore negli spiriti angelici. Immortality. — Argomenti
di ragione probabili. — Cartesio e la sua teorica dell' idee connessa alia
questione deUMmmortalitll. — Passo di questo filosofo. — Altre prove d'
immortality. Intomo a questo argomento il Bucellai si propone di vedere se
sieno da per loro le anime razionali ovvero porzioni dell' anima universale; in
che erri Platone, a ft differenza del nostro credere; e quali motivi senza lume
della fede ne persuadono, e con Socrate e col divino lilosofo e con molti altri
maestri di sovrano lume ancorch^ Gentili, che le anime nostre sono immortaU. E
per primo si studia di dimostrare la natura di queste anime, e come non sieno
particelle dell' anima universale, possedendo 1' anima nostra invece una sua
propria sostanza, ed essendo una certa essenza intellettuale da s6, che si
forma semplicemente dall'intelletto divino, come ammette Platone, £ da notare
qui come si avveri quel che abbiamo avvertito altra volta, ciod quanto il
filosofo nostro s' ingegni di ridurre a vera sentenza in conformity del
Cristianesimo le parole di Platone, che per contrario, nel Timeo, sostiene
I'anime particolari essere particelle della universale. E dice poi Platone
(continua R.) r anime esser fatte per le cose celesti e immortali, e perch6 r
uomo si faccia imitatore di Dio, servendosi per ci6 anco dei sensi, tra' quali
il piii degno e il piA umano, la vista e I'udito. Nel che, soggiunge egli,
discorda alquanto la verity nostra perch^elle sono create da Dio di ugual
perfezione di mano in mano in quel punto che fornita di fare tutta la struttura
del feto nelFutero matemale, il corpo ne divengS; capace, messoinsieme con
tutti quanti i suoi organi ben che teneri e male abbozzati, e sono anime intere
e da per loro, n^ vi ha anima comune onde le nostre razionali porzioni sieno di
essa in alcun modo. E della differenza tra questa e quelle e tra quelle e le
anime dei bruti lungamente favella, sempre appigliandosi pitl ch e ad argomenti
probabili di ragione, a precetti di fede religiosa. E il contrasto interne
dell' uomo che proviene dalla Ubert^ del volere e da' sensi e il supremo e
invincibile argomento a sostegno della spirituality dell' anima umana, e della
sua gran diflferenza con ogni altra che Platone ponga nel mondo, o che negli
animali ci sia. Stabihsce quindi, anco secondo 1' opinare di lui, la perfezione
maggiore degli spiriti angelici, chiamati da Platone SEGUE IL TIMEO. —
DELL'ANIME RAZIONALI. Demoni, o Dii, percM immagini pitl perfette che Panime
nostre dell' idea eterna; e afferma non potersi dare accostamento di termine
tra il corporeo e lo incorporeo, r immateriale e 1' incomposto, 1' anima
insomma, la quale sebbene non si veda n^ si tocchi, pur si manifesta che ella
c'^ dalle sue operazioni ammirabili, giusta ne dice pure Platone. Confessa pero
al solito che in somiglianti materie, come si ^ dell' infinite, dell'
incorporeo e delle operazioni lore, come della immortality non vi ^ da
aspettarsi mai prove convincenfi^ oltre queUe delta nostra infcHlibiLe
cattolica doUrina, perche eUe non sono da noi^ ma si bene favellare se ne puote
e trovarci da proporre molte verosimiglianjs^e e probabilUa. Nondimeno con
tutti gli argomenti che adopera Platone e i filosofi spiritualisti,
specialmente tra' nostri il Ficino e indi anco il Cartesio, di cui espone ed
ammette, temperandola col neoplatonismo, la dottrina della cognizione, e le cui
ragioni sulla immortality paiono anco al R. ben fondate, egli vien dimostrando
man mano la spiritualita e immortality delr anima con discorso vivace e
stringente, e ribattendo con arguta confutazione gli argomenti in contrario,
specialmente pohendo in evidenza gli errori, nei quali su cio cadde
Tertulliano, e rilevando le contradizioni frequenti di quella intelligenza. Non
repute inutile pertanto a questo punto riferire ci5 che R. per bocca del
sacerdote Magiotti, dice intorno alia teorica delle idee di Cartesio, teorica
della cognizione che egli connette stretto con quella della immortality, e se
ne vale come argomento, sempre s'intende, probabile, coll' uniformarsi
intieramente alia fede. Confesso bene, che il volere riconoscere del tutto dair
idee, ch' e' chiama innate, e che esse ci sieno, non che dell' essenza, dice
solamente dell' esistenza divina, r ho per intraprendimento troppo ardito, e da
non se ne uscire con onore, chi volesse, seguitando Renato, col proprio
intelletto giungere a si sovrane cose, senza gli anticipati giudicj dell'
immaginazione, percM io per me non so ritrovare modo da figurarmi come cio
segua: impercid che avendo noi si fattamente impastate le parti intelligibiU
con le sensibili, la maniera di distinguere totalmente le loro operazioni 1'
una senza I'altra, cio^ a dire quella dell' intelletto senza quella del senso, io
non mi rincuoro di rinvenirla. > La opposizione che fa il nostro autore alia
dottrina del Cartesio sull'idea innata di Dio ^ notevole molto, perch^ viene ad
escludere in lui la dottrina delle intuizioni ontologiche o anche ideali, che
abbiano per obietto Iddio e gli esemplari etemi. Scintilla della divinity si
pud dire, che sia non solamente quel lume di conoscere le cose esteme per via
de' sensi, il che hanno parimente gl' irrazionali, ma di pill quel conoscere di
conoscere, ch' e un atto proprio deir intelletto, e della mente astratto da'
sensi, pe r il quale ci si apre la strada al raziocinio, e al discorso, con cui
noi salghiamo piu in su, che le sensibili cose non sono comech' esse ne
facciano la scala per soUevarvisi sopra alquanto. Per lo che disse Plotino nelr
ordine della cognizione 1' ultimo grado tiene il senso, il sommo V intelletto ;
il senso nel conoscere tiene la linea retta, V intelletto la circolare,
rivolgendosi in sd stesso, e pero 1' anima per la vegetazione, per il senso, e
per V immaginazione si affaccia fuori di s^, ma per e' moti deir intelletto si
rende capace di riflessione in 8^ stessa, e cotale operazione si maravigliosa
del conoscere di conoscere, 6 presa da molti filosofi, anche di pit! acuto
intendere, per grande argomento dell' immortality, delle Anime, ma viemaggiore
a me pare che sia non le avere innate in noi le idee dell' esistenza, ed
essenza di Dio, e non da quQsta per I'ordine delle medesime idee, passare ad
avere plena notizia dell'essere una cosa cogitante che non pud essere distesa,
e perd essere incorporea e poi di essere insieme una cosa distesa, e non
cogitante, e perd essere corporea, onde se ne ricavi essere 1' uomo fatto di
due •cose totalmente diverse e distinte, talchd 1' una potendo stare senza 1'
altra, possa ricevere la posizione cogitante da per s^, cio6 a dire la mente, e
1' anima incorporea, e perd immortale. Ma si bene questi lumi di ragione, o di
divinity, che sono in noi ancor che annebbiati, e indistinti, si ritrovi in noi
medesimi talento d'avvedersi ch'e' ci sieno i principj di molte e molte cose,
le quali -noi ci accorghiamo avere molto pill ampio spazio di quello che non ^
conceduto a noi di giugnere a capire per possedere in verun mode scienza di
loro intera e perfetta, e non avendo in noi r intero della perfezione delle
cose di cui noi conoschiamo i principj, da' quali ci sentiamo abili a conoscere
piti, bench^ piii non arriviamo a conoscere : adunque trovandosi in noi le
misure proporzionate, e lo acume per arrivarci, e venendoci impedito 1' uso e
'1 potere da queste grossolane membra mortali, e da questi organi, che noi
abbiamo limitati, ed angusti, i quali paran la vista all' occhio dell' anima:
egli ^ molto ragionevole di credere, che abbia a essere in noi, quando che sia,
I'adempunento del conoscere 1' intero delle cose, di cui noi scorghiamo i primi
semi, e lampeggiare le scintille, il che non potendo conseguir qua, ^
verisimile, che ci sia riserbato ad altro luogo, cui le anime nostre destinate
sieno, spogliate e libere da questa gravosa soma corporea; e qui si addice
meglio la considerazione che Iddio 6 veritiero, e non cooperatore ad illusione
massime in certi principj e fondamenti, che si scorgono bene e fermamente
stabiliti a sostenere una mole di pitl alta architettura che none quella, che alia
nostra veduta si concede. Impercid che se 1' anima per s^, e per sua propria
natura avesse terminate le vie del sapere, quieterebbe s^ medesima a que' soli
principj, ne s' imm^ginerebbe piii oltre di quelli immensi spazj dello scibile
ch' ella s' immagina, credendosi che quello che gliele impedisce fusse il suo
ultimo fine; imperciocche quando uno vivendo racchiuso in una angusta spelonca,
condottovi da lontane parti di notte al bujo, e che ivi brancolando con esso le
mani, . ben grossi e sodi pilastri vi ritrovasse con archi sopra, certo ^
ch'egli s' immaginerebbe qualche alta e gran fabbrica dimorarvi sopra all'
occhio del giorno, e non indamo si forti fondamenti esservi stati sotterrati, o
che almeno alcuna volta stata vi fosse ; se pero un si fatto uomo cotanto
stolido non fosse, o ch'entro vel ponessero di nascita, che impercid non avendo
per innanzi veduto altra cosa finora di li si facesse a credere che quelle
pareti, e quelle volte fossero i termini estremi del mondo. Cid verisimilmente
succede alle bestie, le quali non hanno talento di credere che ci sia da sapere
piii di quello che elle sanno. > Ma pitl R. si compiace d' intrattenersi
nella prova a posteriori della esistenza di Dio e della immortality dell' anima
umana, e in cid pure si vale dei vigorosi argomenti dei piii riputati filosofi,
come e precipuamente di quello che ricavasi dall'ordine del mondo, e dall'
indefinito desiderio di beni insiti in noi, e della sempre incompleta
soddisfazione che i beni finiti della terra e dei sensi ci recano. E s'
intrattiene molto pur qui, ma assai piii nel trattato della Prowiden^a^ come
vedremo fra breve, a discorrere di questa natura di beni, e in che il vero bene
consista, seguendo in tutto le traccie neoplatoniche e stoiche, e come i beni
di fortuna son tali solamente in quanto s' indirizzano al conseguimento della
virtii, in che sta il vero bene. Or facendosi cid appunto per la ragione,
mediante la quale si arriva alia bonta, alia giustizia ec. e questi essendo
attributi di natura sempiterna, ne viene che Fuomo abbia I'anima immortale. E
come questo, cosi molti altri argomenti verosimili e proba bili della
immortality dell' anima, reca R. a so stegno di essa, di Platone, di Socrate,
di Pittagora, di Cicerone e di Seneca, il qualp ultimo par talrolta r ammetta,
tal'altra no; ma io credo non essere neces sario fermarcisi per riferirli,
bastandoci di porre in sodo com'egli, il nostro filosofo, cerchi corroborare
quanto piii pud con argomenti probabUi della ragione quello che intomo all'
anima umana e a' suoi futuri destini ritiene per fede, e d i rilevare com' egli
faccia anco qui uno sfoggio vastissimo di erudizione nel recare gran dissima
copia delle opinioni de' piii antichi e se gnalati pensatori su tale subbietto.
E via via ch' e' li reca, li rimprovera o corregge in quel ch' essi hanno di
non razionale, o di contrario alia fede, come la pa lingenesi o la
trasmigrazione dell' anima di Platone, ossivvero ne interpreta ciiriosamente le
frasi, come il demons di Socrate, per esempio, nel quale vuol ravvi sare
I'Angelo Custode dei cristiani. E finalmente ritorna R. a discorrere della
cosmologia, della formazione cioe del mondo e figura sua in sentenza platonica,
rigettando pero come detto si 6 la eternity della materia, e dove pu5, a
sostegno delle dottrine platoniche, riportandone i detti di Galileo e questi
con quelle conciliando, come contro la incorruttibilit^ dei cieli. Eccone il
brano, e avremo terminato 1' esposizione del Timeo. Imperf. — Nascemi nell'
intelletto una nuova opposizione da farvi procedendo secondo V ordine
platonico, e estraendoci dalla fede. Convien supporre la materia informe per s6
discordante e de'contrarj compostaessere eterna, altrimenti se creata fosse da
Dio, potriessegli apporre che egli avesse errato tirando i principj tumultuosi
e contradj, mentre poscia egli ebbe mestiero di ridurli alia similitudine, anzi
alia unitade. Biionac, — Avea mestiero di ridurre all' unitade i contrarj,
acciocche permanendo uno, e perfetto huniversale, essi operassero di lor natura
i loro effetti speciali, nella parte spicciolata di quello a modo di contrarj:
ma si ben sotto le debite regole e proporzioni tra loro ridotti per tal maniera
che non isvariassero dair ordine dato loro e mantenessero perpetue le specie,
mentre di mano in mano si rifiniscono gli individui. Imperf, — Operano i
contrarj naturalmente da contrarj, e cid ^ d' uopo per la corruzione de'
composti, riducendoli ai loro principj come udiste poc'anzi. Ma opera la
proporzione, e la analogia ch' egli ebbero per lo componimento, e per hunit^
del tutto ; richiamandoli via via mai sempre al rifacimento di quelle cose
individuali che periscono per mantenere nel loro debito pieno le specie,
altrimenti se fosse un elemento solo nulla si genererebbe giammai. E o vero
sarebbe r universe una cosa tutta, una, soda e ferma, con la figura solamente
esteriore che ritonda gli assegna il Timeo^ e allora fuori che nella grandezza,
che differenza fareste voi da esso a una palla di Travertine? si pure se da
principio senza contrarj create avesse tutte quante le cose, elleno sarebbero
sempre ferme, e le.stesse in perpetuo impermutabile stato, senza che n^ una
giammai se ne riformasse di nuovo, di che come udiste si ^. dichiarato molto
bene il Ficino. Mag, — Oh come bene si B&k un bellissimo luogo, che io vi
verrd dicendo a cotesto alto concetto, che, avete detto signor Gioseppo intorno
all'esser necessario che la creazione dell' Universo si facesse dei contrarj a
volere la perpetuity de' moti e delle generazioni, e ch' essi armonizzati
fossero con esso le lor medie proporzionali per renderlo uniforme e si
somiglievole all' unitade del mondo archetipo ! Impercid che egli h certo, che
senza Tarmonia rimaneva tra detti contrarj la materia informe e scompigliata e
disordinati moti, e senza le contrariety, restaya il mondo senza operamento che
sia, e senza il fruttifero movimento per le generazioni disfacendosi, e
rifacendosi di continuo, c onciossiacosach^ qtiando non di marmo lustro, o di
porfido si fosse 1' universo tutto, ma di qualunque altra gioia piii dura, pit!
preziosa e piii fine, qual maraviglia, o stupore recherebb'egli, e che nobilta
o maestria sarebbe in lui, a petto a quello che ci si scorge, con le continue
fabbriche che ci si formano per mezzo delle corruzioni e delle generazioni,
senza perder mai un minimo che di sua intera pienezza e di sue alte e basse
maravigliose strutture? Come ben dunque si affi^ a codesto concetto quel
pensiero non punto meno alto, che pone il nostro Linceo in bocca al Segredo
contro V incorruttibilit^ peripatetica de'cieli, riputando viepiil nobile e di
piii pregio la terra per la generazione e corruzione che in essa si fa, che ne
dessa n^ i cieli sarebbero, n^ gli astri e pianeti se veramente incorruttibili
fossero, avvertendo alle tante e si belle mutazioni, che in quella si fanno di
pitl sovrano e ingegnoso magistero, che se ozioso si stesse ancorchd di
qualunque pit! pregiata e speziosa materia fosse composta. Perchi§ altro (die'
egli nei Massimi Sistemi) verrebbe essa ad essere salvo, che una vasta
solitudine di arida e spessa arena, e si infruttifera e vana, o una massa di
dia spro, o quando bene si fosse un adamante sfavillan tissimo saria sempre un
corpaccio inutile, con quella differenza ch'^ tra un animal vivo e un morto, e
il medesimo della luna di GiOve, e di tutti gli altri orbi, potrebbe dirsi, e
vien poi seguendo con una maravi gliosissima e bella riflessione, che se il
popolo chiama preziose le pietre, le gemme e V oro, e vilissima la terra, cio
awenire per la dovizia di questa e carestia di quelle. Imperd che dove della
terra ce ne avesse penuria chi non ispenderebbe una soma di diamanti e di
rubini, e quattro carrate d'oro, per aveme so lamente tanta in un piccol vaso
da piantare un gelso mino, un arancio, ivi veggendoli nascere, crescere e
produrre si belle fronde e fieri e frutti cosi odorosi e saporiti? E il volgo
loda un belUssimo diamante (dice egli) perch^ all'acqua pura si rassomiglia, e
poi per dieci botti d' acqua non il cambierebbe. Per la qual cosa, conchiude
con molta ragione, che questi detrat tori della corruttibilit^ si meriterebbero
che un capo di Medusa gli cangiasse in statue durissime; e vera mente non
quality e attribute di piil valore si dona dalla scuola peripatetica a'cieli,
anzi farsi lore torto, la corruttibilita e generazione togliendo loro, il cui
di scorso si accoppia mirabilmente con la interpretazione del Ficino, ch'
espone lo altissimo concetto platonico, dove chiaramente si ricorda che anche
Platone ebbe per piCi nobile e per piii ammirabile, anzi per neces saria la
struttura dell' universe sensibile con muta menti continui, e con esse le
produzioni varie derivanti dalla generazione e corruzione, che se stabile,
neghittoso e fermo senza moto si dimorasse ancor che d'oro e' fosse, o di
qualunque pit! preziosa gemma di sua indefinita grandezza come verbigrazia
sarebbe state, se di una cosa stessa e senza contrarj lo architetto supremo
fabbricato lo avesse. E perd il divino filosofo,'^nch' elli antepone la
corruttibilit^. del mondo, dei cieli, dei pianeti e degli astri a quello
incorruttibile che per accrescer loro pregio assegno loro poi dopo Aristotile
di sua propria immaginazione, avvenga che egli avesse bevuto suo prime latte
dalla disciplina accademica. Oggetto di questo trattato di R.. Suono. Ordine. —
Armonia. — Proporzione. — Passo dell' autore. — Platone e le proporzioni
armoniche. II medesimo e il diverao, — Anco pel Rucellai tatto e armonia. — I
tre regni della natura. — L' armonia e Tanima anivorsale platonica. — 11 corpo
nmano e le armoniche proporzioni. La materia. Giudizio di R. su questa parte
delle dottrine platoniche. E'prende inoltre, R., in nove Dialoghi a discorrere
delle proporzionalita armoniche, delle ragioni musiche in genere e delle loro
applicazioni all' aniina platonica, aggiungendo, egli dice, molte cose e
ripetendo di quelle che della musica pitagorica, secondoch^ di essa riferisce
Marsilio Ficino, egli pronunzid. E si rif^ da certi principj universali esposti
nel trattato suo della Geometria, (Vol. 3° del Codice Ricasoli, corretto dair
autore, dove si trovano tre dialoghi sopra la matematica), che egli prova con
Galileo esser Vabhicd dell'umano sapere; i quali principj ne condurranno
agevolmente a tutte le cose particolari di questa armonia. Ogni suono ^ aria
percossa che ne viene per varj modi, increspamenti e vibrazioni alle orecchie;
e secondo la intensity di forza della causa produttrice il suono 6 pill meno
grave, pitl o meno acuto, ed ha ragione Aristotile allorchd dice, che il suono
troppo acnto muove assai il senso in breve tempo, e il grave quando 6 soperchio
in piii tempo lo muove poco, a somiglianza d' tm ago, il quale se tosto ne
tocchi qualche parte con la sua punta, a un tratto la ci punge, se a bell'agio,
piega solamente e avvalla un poco la parte ch' e' tocca, ch' altri non se . ne
sente. E le cagioni che il Mersennio, (maestro di musica che il Rucellai dta
spesso e cui segue) non che i piii celebrati maestri all'acutezza e gravity di
suoni attribuiscono e il nostro filosofo accetta, sono la figura, la radezza o
density, sottigliezza ec, insomma proporzionalita : ritenendo pur con Democrito
che da'corpi sonori escano minutissimi corpicciuoli od atomi, non pero
ammettendo, come Democrito fa, ch' essi sieno queUi che formano il suono.
Discorre elegante delle somiglianze tra il suono, la luce e gli eflfetti loro,
e delle loro diversity, sempre fisicamente. E mi sia lecito di far a meno di
esporre tutto cid di cui il nostro autore, seguendo le tradizioni pittagorica e
platonica su tal proposito, ampiamente faveUa ricavandolo dal Ficino ; e che se
pud in qualche guisa destare interesse per uno storico della musica. come
quello in che si fa tesoro degli svolgimenti successivi della scienza dell'
armonia dagli antichi fino al Galileo (del quale apprezza ed accoglie le
analoghe scoperte) per noi d un fuor d' opera, e ce ne possiamo passare senza
il menomo pregiudizio. Piuttosto io riferisco qui il concetto della fine di
questo trattato delle Musiche Proporzioni, che assommando i concetti generali
qui esposti, d altresi ponte tra le due rive, tra il trattato in genere cioe, e
le sue applicazioni all' anima platonica. Qui dunque ritomando a'primi principj
della proporzione, postavi innanzi e con tanto sapere avvertita dair accademico
nostro Linceo, convien restare ragionevolmerite convinto, tutti i primi
element! della geometria e tutte le proporzioni che in essa si contengono
essere gli elementi primi altresi della sapienza universale. Onde Iddio a tutte
sue infinite e maravigliose opere si volse, e perd in qualunque scienza e
naturale e intellettuale trovansi si fatte proporzioni, si come i primi
fondamenti di tutto lo scibile. Platone pertanto s' immagind che 1' anima
(universale) toccasse il medesimo, cioe 1' intelletto, e mente divina
ricettacolo perfettissimo ed unico delle infinite idee, le quali per V unit^
perfetta di colui che oft ceterno le concepio, s'identificano in un'idea sola;
onde I'esemplare dell' universe sensibile ch' ella dico si dirami poscia nel
diverse che viene a significar la materia per s^ varia, disordinata e
incomposta, di cui il visibile mondo crear volea, per la qual cosa a fine di
fabbricarlo ornato, e maravigliose e si degno delle mani perfette onde egli
uscio, coUegare il voUe per quanto per lo suo difetto e' poteva patire e
assimigliarlo alr unit^ e perfezione del mondo archetipo, e per6 non altra
maniera ci adopero che la mentovata armonia, la quale tratta dall'uno perfetto
si venisse scompartendo con musiche proporzioni, tra loro tendenti alrunisono,
onde la varieta divenisse per merito loro talmente bene ordinata e perfetta,
che dalla moltitudine per la commensurabilita loro fosse atta a richiamarsi
nell' uno ; impercio fe' agguaglio dell' anima a un triangolo, il cui angolo
superiore toccasse il medesimo, e allargandosi poscia co' lati nel diverso,
questi venisse proporzionevolmente digradando, come ne spose il Timeo, nelle
duple e triple, e si parimente nelle sesquialtere, e sesquiterze proporzioni;
laonde per I'ordine perfetto -e per lo regolato movimento, che la fabbrica di
questo universe ricevette da quest' anima armonizzante all' imitazione dell'
Idee in una Idea sola identificate insieme dalla moltiplicit^ delle parti
riducessesi per quanto era in lui, e s' immedesimasse nell' uno, cio6 a dire,
in quell' unit^ ch'egli ha tutto insieme senza dargliene un aJtro compagno, e a
lui somiglievole, la qual' anima mercd di suo toccamento con esso il Medesimo
il mantenga uno, perpetuo, immutabile, e si ne'suoi movimenti ordinate che
immobile resti nel suo tutto, per quel mode che Parmenide ne insegno, awenga
che di sua natura e per difetto della materia mutevole, e forse mortale,
movibile e diverse nel novero vario e senza novero delle sue membra. E infatti
R. ammirando 1' universe, ritrova tutto armonia, musiche proporzioni, e con
eleganza di dettato lo espone e lo prova nelle stelle, nel mondo, nei loro giri
costantemente ordinati, nella vegetazione, negli organi degli animali, nei
sensi dell'uomo, nelle sue intellettuali potenze. E non solamente nell'unit^,
ma sibbene nella varieta sublime dello universe, queste armoniche proporzioni
sono, ch6 nel variarsi concordemente 1' universale componimento con i definiti
armoniosi intervalli e divisioni finissime, la concord auza e requisono
armonioso e la commensurabilit^ corrispondente di tutte le parti 1' una coll'
altra, vi si rivede in somma e singolar perfezione, a modo che seppero r uno
appo r altro distinguere nelle regioni dell' acuto e del grave i maestri
migliori nel genere non solamente pill perfetto molteplice e delle duple e
delle triple, e si nel superparticolare, e delle sesquialtere e delle
sesquiterze, ma di ben mille e mille altre che ha saputo conoscere e misurare
la madre natura sotto il Maestro di Gappella Supremo^ e dove da' nostri musici
si trovano le consonanze aggiustate con limitati interstizj deH' arte : Indi
affine di dilucidar meglio come, in sentenza platonica, debba intendersi che la
simetria, I'armonia e il moto sieno anima dell' universo, e qual natura Platone
attribuisca a quest' anima universale, il Buonaccorsi riassume i principj
platonici circa la costruzione dell' universo, e dimostra che Platone ancorch'
e' voglia 1' anima universale che sia ragionevole, pure non le attribuisce gli
effetti della ragione, che negli esseri propriamente razionali osserviamo. E
continuando R. ad illustrare questi concetti deir Ateniese, osserva come in
siffatte applicazioni deU'armoniche proporzioni all' anima dell' universo pitl
che noi faccia lo stesso Ficino (piii metafisico di Platone talvolta) egli si
rende intelligibile, aggiungendo pure come se a quel filosofo fossero state
note tant'altre consonanze minori che dopo'diluiper buone accettate si sono, e
molte eziandio delle irrazionali, che al supremo Compositore razionali saranno,
avrebbe dichiarato di sicuro la divina mane averle adoperate tutte in questa
fabbrica dell' universo e delle anime umane ; le quali soggette anch' esse alia
misura, all' armonia, se travalichino i confini di essa, malvagie divengono.
Discorre quindi della fabbrica del corpo umano e delle sue parti, e, per
incidenza, della materia, e dice che noi la materia la appelleremo madre e
ricettacolo di quelle cose che generate e visibili sono, non terra ne aria ec,
per guisa che il Dafinio osservi esser sott' altre parole questa la sentenza di
Aristotele circa la materia; e R. risponda: Perd il Magiotti soggiunge: € Eisponderanno
i platonici su' loro altissimi fondamenti metafisici che la materia 6 qualcosa
perch6 la sua forma informe 6 invisibile anch' essa suo attaccamento speciale e
sua dependenza dallo intelligibil mondo nella mente divina, cio^ a dire, ha sua
idea particolare per sd, ond'ella ^ simulacro ed immagine ancorch^ visibile non
sia, nd per noi e per la nostra veduta, ^ necessario che tutte le cose che sono
fatte sieno, o che non le veggendo non abbiano a essere ; e se la non fosse
nulla per s6 ma un solo componimento insieme dei quattro elementi, le forme
sole degli elementi e non la materia da s^ avrebbero il loro esemplare, e V
idee loro per entro il ricettacolo della mentc divina. > A cui infine
VImperfetto: lo non credo necessario seguitar passo passo il Rucellai nel
commento che fa a questa parte del Timeo di Platone, avendo, parmi, citato quel
che di piii importante ho creduto trovarvi: nd al mio soggetto richiedesi altro
di quel che ho stimato far qui ed ho fatto, di un trattato che non h se non una
prolissa esposizione e dichiarazione delle opinioni platoniche in queir
argomento : opinioni che noi abbiamo visto in qual conto e' le tenga R. e com'
e' le consideri nella massima parte qual una sublime poesia del filosofo
atenieie, piuttostoch^ teoriche le quali nolle loro particolarit^ abbiano un
fondamento sul reale e sulla esperienza. Importanza di questo trattato. Meg^lio
che in ogni altro scritto del Bucellai si fa qui palese la natura del suo
filogofare. Prove di ci5. — Obiezioni di Epicaro e risposte. — L'ordine
deiraniTerso e argomento del Provvedere di Dio. Qaesti e la natura. Essa non h
per »i che una voce generica. II Caso. — Si combatte. 611 atomi. — Si nega ad
essi, contro Platono ed Epicure, la eternita. — Si confuta V accozzamento
foi^tuito di quelli. Galileo. — La creazione. — Si ritorna alia Provvidenza di
Dio; prove per eliminazione. Obiezione e risposta. Galileo e il Bucellai. Dio
non informa il mondo come anima corpo. L* esempio del sole. Ficino. La fedo.
Creazione ex nihilo. Bagioni probabili. — Bipete Tautore: fine della creazione
il buono. II Yero Bene. I beni del mondo ban ragione di mezzo, di fine no. Se
v' ^ libro nel quale, pitl che in ogni altro scritto filosofico del Bucellai,
ritroviamo delineati gl'intendimenti di lui, questo si ^ della Frowidema, dove
ragionando in sedici dialoghi contro Epicure, il quale nega il provvedere etemo
di Dio, espone in termini netti e precisi la natura e il metodo del suo proprio
filosofare, e le tentate armonie, e il rifugio nella fede e nell'autorit^
religiosa, e la grande sfiducia nelle forze deir umana ragione, e il
probabilismo, non la certezza, degli argomenti che essa, la ragione, secondo
lui nelle questioni seinpre ne somministra. E siffattamente cid accade, che pur
tralasciando Tesame d'ogni altra parte filosofica da lui scritta, quelle di
questa sola ne basterebbe a persuaderci della verity della tesi nostra :
imperocch^ come in una sintesi tutti gli element! qua si ritrovano che
costituiscono tutte le parti del suo filosofare. Egli qui si propone di votare
la dialettica faretra contro I'empie e stolte proposizioni d'Epicuro, che
dairordine dell' universe la Prowidenza ne toglie, e di vedere, divisando co'
lumi soli del ragionevole e naturale discorso, se Teterno provvedimento
nell'essere universale si ravvisi, ed attiene il proposito ; e poi quantunque
argomenti solidi in sostegno di essa egli, il R., ne rechi ed anzi dichiari che
cid meditando con una qualche scintilla di ragione, si passi molto avanti, pure
finisce poi in un e quasi pianta al raggio di sole egli sorride al lume
infallibile della fede divina. E come negli altri dialoghi, la scelta degli
interlocutori conferma pur qui la sua natura, dappoich6 anco in questi abbiamo
il sacerdote Magiotti che fa da Socrate, e a terminare il trattato, il Nicheo,
il quale fondatissimo in tutte le scienze pitl gravi, ma sopra d'ogni altra
nella teologia, in cui, giusta ne dice il Magiotti stesso, ha saputo la pitl
giovevol parte riscegliere, cio6 la cognizione dei dogmi, Tesposizione delle
sacre lettere e la perizia delle lingue ; e che udito discorrere VImperfetto e
gli altri della Prowidenza^ e contro r ateismo, e il sospetto di Guidobaldo
Trifonio che fosse assai malagevole di trovare argomenti ad acquietar
I'intelletto naturalmente ragionandone, quantunque ciascuno di essi
interlocutori stesse fermo con s6 medesimo, n^ revocasse in dubbio cid che in
chiaro si scerne coU'occhio purissimo della fede, esclama: E se dopo si
accomoda ai loro desiderj e ne discorre, egli e un discorso teologico piu che
di ragione, e a quel discorso il Trifonio, che la facea qui, pur credente, da
avversario e sofistaj conchiude : Ond'io soggiungo che se dovessi definir
questo trattato della Protwidenza (e con esso ogni altro trattato filosofico
del Eucellai) nol saprei meglio di cosi: poich^ R. non solo consideri la
Frovvidmsa in generale sibbene anco in particolare, il provvedere diDio nel
mondo e nelP uomo. E di fatto egli a favellare di Bio vuole unito il concento
sublime della natura; e qui, Platonico a tutta prova nel tratteggiare il dramma
del dialogo, dove egli ha un' arte di dire e di rappresentare raffinatissima,
apre il cuore con respiro tranquillo all' armonie dei luoghi deliziosi, e li
presso la rinomata fontana di Belvedere, nei contorni di Eoma, va, raerc^ di si
bella apertura, meditando per la chiarezza dell'aere I'ampiezza e gli stupori
del cielo, e per le pianure di Eoma le varie bellezze della terra, le quali del
Provvedere etemo recheranno contro Epicuro i piii potenti argomenti. I quali,
sull'ordine dell' universe posando, devono esser per il Eucellai riprova, non
prova, di quest' arte divina nel mondo, perocch^ con I'occhio acutissimo della
fede egli scorge chiarissimo Iddio e le sue miracolose operazioni a pro nostro.
Questa riprova h un soprappitl od un esercizio dialettico fatto a modo
Socratico, di un credente, non rindagine di un filosofo, il quale coUa ragione
solamente a guida osservi, induca, argomenti e conchiuda; non valendosi come
tale, dei dettami della fede, e facendo conto che e'non vi siano. Alia domanda
infatti se col naturale raziocinio alle prove si perviene di Dio provvidente,
il Magiotti risponde E co'medesimi argomenti di san Tommaso, e dei Padri e
de'filosofi cristiani, corroborati fin dov'e'pud dalle dottrine di Platone e
de'filosoli gentili, ribatte le opinioni di Epicure e di Lucrezio centre il
Provvedere di Dio, sia che dicano la natura divina eterna e beata godere in sd
perpetua pace e tranquillity, lontana e disgiunta per lungo intervallo dalle
cose nostre, e da' benefizj non poter esser presa; a cui R. risponde che anche
Iddio, perche Iddio e'sia, 6 forza che e'sia sommo e infinite bene ed amore,
che tanto si § a dire avere infinite carit^ e beneficenze, senza alcuno
intendimento di premio, esercitandolo a diritta ragione: sia che altri ostacoli
ne rechino in mezzo al suo cammino, egli considerando la natura di Dio, e Y
ordine sublime delF universe e del microcosmo, li supera e ne trionfa. E quando
rinnova Epicuro con Lucrezio la difficoM che Dio provvedendo turberebbe la sua
quiete, ed egli solo non potrebbe in un tempo stesso badare a tante faccende,
sostenere la soma dell'universo; soggiunge: E al sostituire che gli epicurei
voglion fare della natura a Dio, in cotal guisa risponde : Combatte indi il
fortuito e fortunoso accozzamento degli atomi secondo Epicure; n§ in cid pure
discostasi da quel ch' era state dagli anteriori filosofi allegato in
contrario, ond'io me ne passe; e poi dice che non essendo noi la misura di
tutte le cose che sono, ancor che alcune di esse si scontrino inutili o dannose
e far centre percid al provvedere di Dio, non possiamo dirlo non conoscendone i
fini e 1' ordinamento. Dope di che seguitando, com' egli dice, le sue
prohdbilita interne alia Provvidenza, viene dal generale al particolare,
esaminandola nei varj regni della natura," minerale, vegetale, animale ed
umano. E continua a combattere il case, e la insipienza sua e I'agitazione
disordinata degli atomi. a formare lo inestimabile ordine e concento di questo
teatro dell' uni verso e la perfezione di sue opere e di suo movimento. I quali
atomi se in sentenza di Platone etemi chiamar si possono, quantunque il mondo
ebbelo esse pure per fatto dopo da Iddio, il Kucellai sebbene ritenga che
esistano con Epicuro e Platone, nega pero che si possano appellare come tali,
cioe eterni, doYC dice : E riguardo al case conchiude con Galileo ch' e' non sa
quel che sia e in qual maniera possa operare si ordinatamente ; e confessar
dunque si dee, eziandio per via di ragion naturale, che r alto e supremo
artefice, e non il case, sia quelle che il formi, regga e addirizzi in tutte
quante 1' opere^sue. E la geometria dell' universe ^ come Sole che fuga le
ombre del caso dalla natura, ed ^ V A JB C delk sapienza universale, come
argutamente chiamoUa il GaKleo stesso, dopo che Platone aveva chiamato
Diogeometrizzante in tutte le opere della sua infinita sapienza. Le quali al
postutto pitl che parlare al nostro intelletto lo abbagliano di loro luce
infinita, ed il loro linguaggio travalica ogni nostro comprendimento, sicche
poco nulla intendiamo, studiando, salvo che la nostra socratica proposizione :
Perd noi possiamo sempre indagare se fra le cose del mondo visibili, ci venga
fatto di ritrovare questa natura questo reggitore del mondo, e che Iddio non
sia. E di vero se ei ci si ritrova, egli ha da essere il meglio del mondo. E
siccome il meglio di tutto ^ Tuomo, vedasi se V uomo 6 da tanto, da volgere
tutte le macchine deir universo, a suo senno, remossa in prima la opinione che
gli angeli dei cristiani o i demoni di Platone e di Socrate, i quali primi non
altro sono, per i credenti, che esecutori o iniziatori degli ordini e degli
awisi di Dio e di sue grazie dispensatori ; e i secondi non altro essendo che
spiriti fabbricatori delle cose manuali, mentre Iddio h delle ragionevoli; cid
h uno sporre le cagioni seconde sotto lo indirizzo e I'onnipotente braccio
della primaria, la quale assista e governi tutto per si fatte menti. Adunque se
non ci ha meglio deir uomo, e, quel che ^ meglio, ministro subordinato si 6
della divina volenti; la volenti divina, che da s6, o per mezzi subordinati
amministra con tanto ordine tutte le cose, essa si h che ha in mano il
provvedimento e reggimento dell' universo, come interpreta-il nostro Tullio; n^
^ convenevole a noi stremare per tal modo la di lui infinita onnipotenza, la
sua suprema ragione, la sua sapienza infallibile, per dame il vanto a chi d da
meno e ha 'minor forza e potenza, anzi, che piil schernevole si ^, alia
combinazione eventuale degli atomi e alle stravaganze incostanti e disordinate che
il caso farebbe da s$, se e' non se gli desse si alto e sapientissirao
sopraintendere. Impero 5 fuori d' ogni credenza che altri che Dio sia quello
che tutto abbia fatto e tutto muova e sostenga. E Si]r Imperfetto il quale
osserva come quel presupposto dell'incorporeo, e del non potere esser tocco e
toccare egli le cose tangibili sia un gran punto e un grande argomento a pro d'
Epicure negatore della Provvidenza, rispondesi per mezzo del Magiotti questo
che io stimo opportune di riferire per intero, perch^ sembrami un punto
importantissimo. Molteplici e varie poi sono le quistioni che a mano a mano
mette in campo e risolve il filosofo nostro su questo soggetto, ma io credo
potervi sorvolare, fermandomi alle principali; come questa anco nel Timeo
ragionata, se Iddio sia 1' anima dell' universe, e cosi lo diriga e lo muova e
a lui provveda come 1' anima al corpo nostro, a un dipresso come la pensarono i
Greci, i quali tennero Dio anima del Mondo, tra' quali Aristotele e Crisippo
della setta stoica. Al che si oppone con forza R. dimostrando I'assurdo in cui
cadrebbesi, cio ammesso; come fece appunto di sopra nel Timeo, discorrendo di
questa medesima ipotesi. Ond' ^ che egli, per il Cristianesimo non cade nel
Panteismo, n^, come Platone, nel dualismo, ma con la Creazione distinto fa Dio
dal mondo, quantunque ne sostenga la Provvidenza sopr' esso. E contrp il
Panteismo rinnuova spesso i suoi argomenti, guardando principalmente agli
attributi divini, e com'essi disconvengano e siano anzi contrarj alle qualit^
deU'universo e della materia, che imperfetta e non etema e mutabile si ^ all'
incontro di Dio eterno, immutabile e perfezione assoluta, il quale se ^ tutte
le cose, e perd Iddio d 1' universe in quanto senza di lui I'universo non
sarebbe mai state, n^ senza di lui sarebbero al presente nd al future, non d
gi^ vero che tutte le cose e 1' universe Iddio sieno ; e come il sole il quale
percuote nelle cose e le cose illuminate il sole non sono, cosi Iddio ^ tutte
le cose perch^ tutte le cose per lui sono, e senza lui non sono, ma desse non
sono Iddio, perch^ dalla materia imperfetta fabbricate sono, dov' egli
perfettissimo si e. E in somma come dice del sole Marsilio Ficino : Sol est
imtar Dei, aspectu ante omnia venerandus: est amplificatio qucedam subita et
latissima absque detrimento sui, 6b exuberantem bonitotem largitatemque suam
cunctis sese libentissinie larffiens, causa conservatioque, et excitatio omnium
quce nascuntur; absque hujus prcesentia mori cuncta videntur, hujus aute^n
prcesentia reviviscere. Simigliante definizione, piii altamente levandosi, pud
farsi di Dio, e perd: Deus est omnia, ma non le cose sono Iddio. E il Trifonio
in altro Dialogo dopo queste proposizioni soggiunge: Ma R. qui si discosta,
abbandona ed avversa anche Platone, come lo ha abbandonato sempre dove cose
contrarie alia fede professa; egli dice per il Magiotti: E come la materia,
cosi gli atomi non possono essere eterni. Imperocch^ se il mondo in tutte le
sue parti ^ imperfetto e corruttibile, come vorremmo che nei suoi componenti primarj
sia eterno e senza mancamento? Delia stessa natura e il composto che sono i
componenti suoi. E molto meno poi se noi volgeremo r occhio a quel che
veramente sia quest' eternity. Impero dunque pongo da un lato si fatti
argomenti, accorgendomi bene che mi si replicherebbe da qualcheduno de'piii
maliziosi, co'diluvj e con gli incendj varie volte avvenuti nel mondo le buone
arti essersi spente e ritornata la ruvidezza e I'ignoranza de'secoli ; essersi
le scienze o disperdute o soppresse, i hbri arsi e divampati, e si nell' acque
affogate le memorie deir istorie preterite ; molte essersene deteriorate, se
non del tutto ite male ; e percio rinascerne alcuna fiata di quelle che noi non
sapevamo che mai state fossero, altre restaurate le quali erano divenute
peggiori ; n^ percio aversi prova sicura che niuna nata ne sia dai suo' primi
principj ; impercio che esser puote che di 1^ da innumerabili secoli fossero in
fiore, e che ad ora ad ora si perdano, e ad ora ad ora si rinnoveUino, tornando
a maggiore o a minore perfezione gU ingegni e r etadi : che impero di si fatte
ragioni io non fo conto, naturalmente favellando, quantunque noi abbiamo per
fede con sicurezza irrefragabile gli anni della creazione del mondo : mentre di
cotanto pitl forza sono le altre che addotte si sono, per render con tanto piii
vaUde ragioni convinti colore che, per sola miscredenza o miUanteria d' ingegni
o mahgni o di soperchio vivaci, pongono difficult^ eziandio alle cose piil
chiare secondo r ordine della natura, perch^ 1' hanno sottoposte i nostri
maestri all' autorit^ della fede. > Ne gK sfugge robiezione deir^^r nihilo
nihitf che dal nulla non si fa altro che nidla; che perd Cicerone: erit aliquod
quod ex nihilo oriatur aut in nihilum suhifo occidat? Quis hoc phisicus dixit
unquam? € 11 Magiotti vi risponde: Se noi favelliamo del mondo Archetipo, e
eterno nella mente di Dio siccome le idee di tutte le cose che f urono, che
sono e che saranno e di tutte le possibili ad una onnipotenza infinita : ma il
mondo sensibile e la materia F ha fatto 1* artefice sovrano a quegli esemplari
dal nulla : n^ dee ci5 parer gran cosa a un Dio onnipotente e infinite. E come
gli uomini dal nulla possono far anch' essi qualcosa, come di trar fuori da
quelle una nuova forma, a maggior forza Dio infinitamente onnipotente dee poter
fabbricar la materia ex nihilo, e di cid noi dobbiamo restar persuasi che sia
cosi; come quantunque sia impossibile a intender che sia eternita 6 del pari
impossibile a restar persuaso com' ella non sia, perchd voltandoci indietro per
la graduazione d' innumerabili principj 1' uno dell' altro, ^ forza di giungere
ad un principio non principiato ed eterno. E se Dio che onnipotente si ^, pu6
adoperar gl' impossibili a noi, quale ardimento sar^ dell' uomo che voglia gl'
impossibili limitargli ch' a lui possibili sono, quantunque r uomo non giunga a
capirli, e di quel che egli afierma non abbia voluto convincercene con
argomenti, ma 8i d' autorita proferire? Imperocche Iddio voglia merito da noi,
e per intiera fede ; anzi fortiticandocela con si chiari esempi, con
rivelazioni e co'detti d' uomini ec E qui superfluo che io rintessa quelle che
dice il R. intomo al fine per cui Dio provvide alia bellezza della donna;
poiche gi^ sufficientemente V ho chiarito 1^ dove ho discorso dell' amore
secondo il nostro filosofo ; e siccome qui si rannoda la teorica della
reminiscenza Platonica, e della creazione ab ceterno dell'anime, la quale
dottrina di Platone ei vuol conciliata con quello che ne insegna la fede mentre
rigetta la tavola rasa dei Peripatetici, io ne ho riferito ampiamente a suo
luogo. Ne basti pertanto osservare: 1° com' egli, R., per bocca del prete
Magiotti, a torto, e troppo tolga all' intelligenza e alia razionalit^ delle
donne, in compenso delle quali privazioni dice aver Iddio dato loro appo I'uomo
la raccomandazione della bellezza; sendo esse, pur razionali, animali si
imperfetti e dell' uso di ragione cotanto manchevoli a petto agli uomini che
non a torto disse quel savio infra Io stremo peggiore deUe nature ragionevoli e
'1 meglio delle sensibili, la natura donnesca essere stata locata; 2** come il
nostro filosofo in sentenza platonica e petrarchesca le bellezze della donna,
raggio delle divine, abbia il supremo Provvidente create agli uomini come
gradino per ascendere a sollevarsi alle bellezze infinite. Dei mali. —
Necessita di questi nel mondo. I yeri mali. — La morte non e un male. — £ cosl
la poverty, la perdita delle riccbezze, le ingiuste persecuzioui ec. I mali
occasione e strumento di bene. II dolore. La infelicita. Del dono della
ragione. — Saa natura. — Malizia e ragione. — Libero arbitrio e
prodestinazione. — Liberta e fato. Passo dell'Autore su questo punto. Epilogo
delle probabilita ragiouevoli intorno 1* esistenza di Dio provvidente. —
Bifugio nel la fede. Intricata e ritale questione ne'tre dialoghi 11, 12 e 13
aflfronta e definisce ilRacellai col metodo 8te8SO,e co'medesimi intendimenti,
la quale d necessaria a risolversi per chiunque favelli di provvidenza; la
questione del male nel mondo, che egli reputa, come i beni, dipendere da essa.
E prima di tutto, con a maestro e duce Platone, che dei veri beni e veri mali
divinamente discorre, pone la necessity de' mali nel mondo; e al signor Elea
che obietta veder noi il giusto esser oppresso e percosso dalla sferza dei mali,
e 1' ingiusto trasportato nelle regioni della felicity, sicch^ Dio mostrarsi o
non provvidente o non equo, risponde Per la qual cosa facciamo esamine un poco
sopra di questi mali si gravi che non sono in poter nostro di ributtargli; e
veggiamo, se mali dir si deggiono, onde, dall'esser noi sopraifatti da quelli,
abbia a dependere quel giudizio, che con tanta franchezza forma Epicuro,
dell'essere Iddio a tal cagione o non giusto, o vero non provvidente ; e
incominciamo dalU ultimo, di tutte le cose piii terribile alPuomo, dico dallo
spaventoso accidente della morte, che indifferentemente e alP improvviso, e d'
innumerabili spezie e in ogni e qualunque et^ cade sopra noi viventi mortali.
E, quantunque per lo lume vivissimo della fede Y immortality dell' anime nostre
ne sia manifesta, pure non di meno, poich^ si risponde a Epicuro, all' Epicurea
favelliamo e di sue opinioni vestiamoci, supponendo con falsa dottrinach'elle
mortali esser potessero: imperd che in tal caso eziandio male non h la morte,
nd che Iddio provvidente non sia, si come egli ebbe per indubitabile, cid dee
essere argomento. Dicamisi un poco: quando bene I'anima mortale si fosse, che
torto riceve T uomo dove prima o poi egli adempia il termine a lui prescritto
del vivere, posto anch'egli come le altre cose caduche e finite a discrezione
degli accidenti fortuiti che provengono dalle seconde cagioni? Per modo che non
pena n^ gastigamento d' Iddio, ancor che provvedente, la morte degli uomini
chiamar si dee: imperd che non piti ragione ha di dolersi morendo colui ch' h
stato ingenerato a condizione di ritomare a quelle ch' egli era anzi che
ingenerato fosse, di quelle che avrebbe chi non fii mai, dolendosi perche
ingenerato non fue ; con cio sia cosa che a colui che non ^, non manca mai
nulla; n6 ha desiderj o bisogni, n^ passioni o diletti se non quello che ^; e
il mancamento e il dispiacere di esser manchevole non da altro si deriva, salvo
che dove non si conseguisca cid che ottenere si vorrebbe; n^ dolersi puote ed
esser misero se non colui che abbia senso. Adunque non altro la morte si ^ che
ritornare a non essere, cid 6 a non avere di nulla mestiere e a restar franco
da ogni tormento, si come era prima che fosse. E poi ; che ^ il nostro vivere
perch' e' s' abbia V uomo ad atterrire della morte? Alcuni piccoli animalucci
non giungono a vivere un di intiero, de' quali chi arriva alle venti ore di
vita pud chiamarsi decrepito : e ch' ^ di piii nostra vita comparata
all'eterno? Adunque, sela morte ne finisse del tutto, si come tiene stoltamente
Epicure, cid fora ricondurci a'nostri principii: cheimpero lamentarsi non gli
si conviene di torto alcuno. E quei mali che accompagnano la morte (la quale ^
un punto di tempo si momentaneo che non tocca i vivi e non s' appartiene ai
morti) o non sono che una necessity alio scioglimento che si fa di tutte le
parti sensibili a poco a poco, accid che si come passo passo si andd formando,
cosi lentamente a suo disfacimento venga il composto: quindi le malsanie avanti
le debolezze provengono d'anno in anno secondo il vigore e il temperamento che
loro piii o meno fii conceduto da vivere. Ma quanti per la crapula, per le
libidini e per ben mille sofferenze cagionate dall'ambizione o dalr avarizia si
smenomano la vita loro, mal servendosi e consumando gli strumenti datine per
nostra conservazione ! > E indi il nostro scrittore passa a discorrere degK
altri mali, la poverty, la perdita delle facolt^, i disfavor! de' principi, le
infermiii,, le servM, gli esilj, le ingiurie, le calunnie, le ignominie, le
ingiuste persecuzioni, la perdita delle provincie, e de' reami interi a' Re che
giustamente li posseggono ; e di nuovo il giusto oppresso, ringiusto esaltato;
e vi risponde, e risolve la questione^ mostrando come cid non dal caso n^ da
Dio, si da noi stessi molte volte dipenda, e dalla nostra ingiustizia del
vivere, e come alcune cose che a noi sembrano mali,, Iddio a fine di bene ce le
mandi. Convione pero dire che R. scendendo a parlare de'mali particolarmente,
e'si dimostri troppo stoico, per dirla pi^ conformemente alia quality della £ua
dottrina, troppo mistico, sicch^, a m,o' d' esempio, discorrendo della poverty
e del suo contrario, la ricchezza, mentre, e a ragione, encomia quella virtuosa
come germe e fondamento di felice tranquillity, troppo invero questa dispregi e
condanni, sbagliandone Tabuso con I'uso. Bello perd 6 il quadro che fa degli
onori dispensati sovente a' men degni, e de' dispregi a chi invece onori
avrebbe meritato per le sue virt^. La provvidenza divina, dice I'autore nostro,
die alI'uomo i mali, e lo sottopose al dolore, in quanto intendimento suo si
fii quello di renderlo perfetto e agevolargli le vie a scuotere il giogo dei
sensi e si indurargli sotto quello dell' anima razionale. Adunque il dolore
patir si pud, ed ^ dono del prowedere supremo; con cid sia cosa che a gloriosi
trionfi ne mena, la sicurezza e la liberta ne conserva dell' animo, e ne fa
esser gli uomini sopra gli uomini, anzi, come Seneca tenne, uguali o superiori
agli Dii : Ferte fortiter, die' egli, habetis quo antecedatis deum : ipse extra
patientiam malorum est : vos supra patientiam. Iddio per renderne degni di sua
alta beneficenza, perfetti ci vuole negli atti della ragione, in cui sopra gl'
irrazionali privilegiati ci ha : e gU uomini di virtii bramosi, anticipatameate
apparecchiandovisi, debbono gaiamente a tutti i patimenti essere esposti e si
aspettarseli, per conseguire i doni dell' onesto e la turpitudine viziosa
iscansare. L' infelicity, in qualunque modo ella ne accada, la pill fedele
maestra si d ddl' adoperar ragionevole ; perchd essa e quel fuoco onde si
alluma la luce, quasi che spenta, della ragione, per cui altri si perfeziona e
rendesi degno degli infiniti beni della Provvidenza Divina. Ne' tre ultimi
dialoghi di questo trattato, il Rucellai s' intrattiene a discorrere del dono
della ragione e della liberty, che il Prowedere etemo ha fatto agU uomini, si
che essi si distinguano dai bniti, e per ultimo riepiloga contro Epicure gli
argomenti gi^ espressi, sull' esistenza di Dio, e sulP arte sua divina nel
mondo. E nella prima questione egK definisce la ragione alia peripatetica, e
com' egli dice, vendendo le descrizioni per definizioni, e gli effetti per le
cagioni, imperocch^ se non si pu6 arrivare alia cognizione del senso, molto
meno si pu6 giungere a sapere quel che sia la ragione di cotanto piii pregio e
piii sovranamente prodotta. E indi lungamente discorre della malizia cui la ra
gione raffina, e de' mali usi che di questa fa Tuomo; e mentre questi
acerbamente condanna il Bucellai, come prodotti dal Kbero arbitrio delF uomo
traviato, quella difende come dono sqxiisito e stupendo dell'Etemo Prov
veditore; n^'perchd Tuomone abusa,il dono devesi spre glare, o tenere in non
cale; e conclude con V aggua glio del sole dicendo r o per varie vie si
disperdono? Qual colpa la ragione ci ha, se fluttuando per furiosi turbini di
violente pas sioni, tutti fantasimi dell' anima, torbida e confiisa si rende la
cognizione del vero? Perch^ accagionare la ragione, se le varie facce che ci si
volgono davanti de' mal regolati e incostanti appetiti, per esse ci si mo
strano falsificati e varj da quel che sono i suo'lumi negli oggetti che noi
miriamo? Non i raggi della ragione, ma si la materia ov' essi percuotono,
trasforma sua purissima luce in variati colon; onde quello che per s^ d lucido
e puro, torbido, o si vero di tinte non sue colorato rassembra ? E perch' essi
da luce proven gono, ed alterati ne sono i riverberi, distinzione ne rendouo,
ma s) rea distinzione e mentita, che abbaglia e delude in noi V elezione,
rivolta i talenti in malizia, seduce la vista dell' anima ed aguzzala in yedere
quel che non d; ond' ella allettata da immagini false, ivi si studia di
giugnere, e si adoprando astutamente il male^ perfeziona le qperazioni viziose:
per la qual cosa Marsilio Ficino, corona della patria nostra, disse divi
namente in simil proposito: Sicut miopia terrena a coda lumen reddit opacum,
facUque colorem ex lumine, sic corpus circa animam reddit ex inteUigeniia
sensum. Non h dunque colpa del lume ragionevole, per s6 mai sem pre chiarissimo,
ma di noi che tortamente il guardiamo^ con frapponimenti che ingannano e
insozzano i suoi riverberi, si che ei non ci si mostra bene, non per suo, ma si
per nostro difetto. II sole, dice il prefato autore, trapassa di presente per
la chiarit^ de'cristalli, che non parano, o rigettano indietro il vivo lume ch'
e' ne tramanda ; ma dove ne' corpi terrei ed opachi si ab batta, inetti a
imbevere la luce, voglionci replicate pcrcussioni de'raggi suoi, che pria gli
riscaldino, ac cendangli ed assottiglino ; e poscia suo lume vi penetjfa a
fecondarli. N6 piii, n6 meno, i rai vivificanti deUa ra gione umana, ch'6 pur
favilla della divina, per la purity e.trasparenza degli organi intemi, passano
agevolmente a {ax lume all'occhio dell' anima; ma se le tenebre de' sensi
brutaU e la materiality delle passion! terrene fiannosi loro innanzi, non
perdono que' raggi loro luci dezza, ma le tenebre non la comprendono ; e per6 o
il lume della ragione dall' occhio mentale smarriscesi, poi ch6 esse gliele
tengono, o vuolci tempo e atti iterati di loro vigorosi percuotimenti, accid
che disciolgano, liquefacciano e si consumino quelle grossezze, anzi ch' e'
passino a rendere sinceri all' anima gli oggetti dell' immaginativa e veridica
V elezione della volont^; cosi come non ^ colpa del sole se suo' rai non s'
insinuano si di leggieri per la durezza e asperity della terra, n^ anche ^
colpa della ragione se suo' lumi trovano I'opacit^ degli affetti che gli
ribatte, e si presta loro I'imperfezione de' suo' inform! aspetti, per falsificame
la luce. Impercid, signor Elea, la colpa tutta e di noi, e V uomo quando usa
bene la ragione, e I'ottimo di tutti gli animali, quando male, e pessimo di
tutti. Che poi I'usino pochi per lo nostro naturale iucitamentode'sensi, non d
colpa della ragione, n6 cid si dee apporre al j)rovedimento divino: ma noi
proprii ne semo i colpevoli, impercio che la ragione n' 6 data, accio che
I'uomo, come buon villano, il campo del cuor suo diligentemente lavori, si che
quello che v'^ duro, spezzi e quello che mal cresce, ricida; e con imperio
d'animo debbia governare tutte le corporal! parti; se cid non adempie, d! lui
fallo si ^. non del dono della ragione, n^ del domatore sovrano, perch^ molt!
pravamente si vagliano di tal beneficio. Con tutto che tant! e tanti scialacquino
i patrimonii, perde forse merito lor padre di cotanto utile lasciato loro?
Quanti sono che, volendo far male, giovarono altrui, e ben lor nacque ? e come
non si dee saper grado di cio a' primi, cosi n^ meno averne odio a' secondi.
FoUe discorso saria, sa d'un principe, che di una alcuna nobile e salutevole
vivanda regalo ne facesse, lamentare ci volessimo, perch^ male ne avesse fatto,
o per la mal sana disposizione di noi medesimi, o pe'rei condimenti, onde
cucinata I'avessimo. Elea. Non hanno colpa i principi se di qualche loro grazia
male ci venga, perch^ essi saper non poteano che cid ne dovesse accadere ; ma
il provveditore etemo non puote scusarsi di non antivedere le cose avvenire.
Era dunque migliore, o non darci la ragione, o si levarci Y elezione dell'
operare, che damela per male servircene. > E con questo si scende a
risolvere Taltra quistione importante del libero arbitrio dell' uomo, ch.e,
appunto dal malo uso ch' e' se ne fa, alcuni vorrebbero escluso e rimesso nelle
mani volubili della fortuna e del caso, o in quelle ferree di una cieca ed
irrevocabile necessity,. Difende R. la liberty d' elezione nell'uomo, della
quale ad esso solamente fu fatto dono tra gli animali quaggiiH, perch^ e
ragionevole appunto, e accorda questa liberty colla predestinazione, invadendo
cosi, mi sembi^a, un campo che piii che suo, 6 di teologizzante, mentre invero
assai debolmente ragiona della liberty in s6 filosoficamente considerata. In
sostanza la predestinazione puossi invero accordare con la liberty, purch6 si
badi al concetto di questa medesima predestinazione. Ch' d ella mai inf atti ?
Iddio in cui il passato e il futuro s' immedesima nell' eterno presente, non
puo, umanamente parlando, non prevedere ogni azione dell' uomo, e in tanto
prevede, egli predestina; se non che quell' idea di tempo che nelle due parole
s' inchiude non vale per Iddio, si per noi che finiti siamo e nella successione
del tempo ; ond' 6 che la liberty umana in nulla rimane impedita; imperocchd
non perch^ Iddio prevede che I'uomo determina, impercid egli determina; ma
perche I'uomo 6 per determinare di suo arbitrio, inipero Iddio, che ha
cognizione infallibile, prevede ; c e, se 1' uomo fosse per determinare il
contrario, Iddio previsto 1' avrebbe, si come colui che errar non puote nelle
sue previsioni. Adunque I'atto della determinazione 6 libero, ancor che Dio lo
preveda; ma r atto dell' esecuzione non ^ libero, e perd Iddio o il permette o
lo predetermina o toglie ch' e' non awenga, perch^ cosi predetermino. > Ond'
^ che Iddio pone Fanima razionale per entro la corporale materia, accio che la
parte inferiore alia superiore ingaggi battaglia, e con questa gli nomini da
per loro prodi si facciano contro gli empiti degli appetiti espugnandoli con la
ragione. Ma raffiguriamo ci6 ne' sentimenti piii che umani di Pittagora e di
Plato, i quali col barlume della natura nell'infinita beneficienza di Dio
ragguardando, ben si awiddero il merito della sublime condizione deiranime non
esser merito bastevole per lo godimento di quella; e si da questi astri
immaginati, ove secondo loro Iddio le teneva in serbanza, con la viziata natura
della materia vile mischiandole, le lasciava in suo arbitrio, accio che col
divino talento della ragione sapessero di proprio volere i vizii vincere e far
si che i sensi servi fossero e instrumento della ragione, non questa
instrumento di queUi; per lo cui merito o le stelle piCi luminose o' Campi
Elisi per lor felice magione dopo morte assegnarono ; ma, altrimenti oprando,
da' corpi umani la trasmigrazione davano dell' anime in que' delle bestie i cui
costumi brutali piii a' vizi loro si confacessero. Imperciocch^ la ragione non
d essa il merito d«' beneficj divini, ma si lo strumento che messer Domeneddio
ne porge loro, bene usandola, a meritevoli farsene. E perch^ pugna forte la
natura della materia corporea contro a' dettami della ragione, n^ Iddio vuol
per miracolo perfezionar la materia, quindi nasce il libero arbitrio in si
fatto contrasto di due contrarj stimoli, il, quale, dov'e'si volge, all'un di
loro d^ lavittoria: e perch^ a nostra imperfetta natura sono piii i vizi che le
virtudi conformi, non volendo Iddio fame oprar bene di potenza, perch^ i meriti
degni meriti non sarebbono appo di lui, ne viene che il minor numero se ne
approfitti: e per6 la ragione nulladimeno d prowedimento sovrano datone a dar
regola al nostro libero arbitrio, ancor che forse il minor numero se ne
vagliano. Adunque il farsi meritevole de' beni di Dio non in aver la ragione
consiste, ma nel volerla spontaneamente adoprare, potendo fare il contradio.
Imperf. — In somma ell' d una proposizione molto difficile a intendersi questo
libero arbitrio, com' egli stia collegato con la predeterminazione di Dio. Mag.
— Udite piii innanzi e con piii chiarezza. Cid che sono per deliberare ed
eleggere gli uomini, il vide Iddio ab aterno; ma videlo, non lo sforzd;
seppelo, no '1 determind; il predisse, non V ordind. > E indi R. combatte la
necessity che gli stoici affermano darsi nel nostro acconsentimento, che non
altrimenti spontaneo sia ma risultante dalle cagioni antecedenti per fatality
impermutabile. E gli oggetti che ad agire ne stimolano dimostra col senso
comune, e coir esperienza, esser bensi cagioni prossime e particolari, non
principali ed universali, e come lo acconsentimento e la deliberazione nasca da
noi si come il principle del moto alia trottola il d^ chi la tira, ma il
volgersi in giro per merito si ^ di sua propensione e figura. E nel mondo evvi
anco il fato a cui Tuomo soggiace senza che quelle contrarii il libero arbitrio
di questo. Fato, il quale non d che volere divino, pare al Bucellai che nominar
si debban le morti repentine, e ogni e qualunque altro accidente nel qual
cagion prossima particolare non si ravvisa che a quella innanzi ne disponga, ma
che immediate e all' improwiso dalla cagione universale discenda, laonde niuna
libera determinazione di nostro ai:bitrio luogo ci abbia. E riepilogando, il
nostro filosofo dice, cadendo poi nel suo solito probabilismo : Per la qual
cosa a ragione fu chiamato il fato; inJuerens rebus mobUibus immobUe promdentim
decreturn, quod singula 5wo ordine loco et tempore firmiter reddit. E in ci5
distinguono gli autori la provvidenza divina dal fato; quella dicono, vis in
Deo et potestas omnia videndi, sciendi^ et gubemandi indivisa stipata et uniter
juncta ; ma il fato lo pongono partitamente nelle cose particolari: la
provvidenza ^ in Dio solo locata, e a lui solo sta in petto: il fato h il
decreto e resecuzione di essa applicata alle cose speciali. La provvidenza
dunque ^ in Dio e il fato nelle cose discende da Dio ; e perd la provvidenza h
prima del fato, si come il sole ^ innanzi al lume, V eternity al tempo:
Providentiam rerum omnium jundim esse fatum per distributionem singtdarum?
Seriem nexumque eausarum in ordine in loco in tempore. E di queste cause si
prevale secondo lor virtii o dote data loro da Dio. Pendentem a divino consilio
seriem ordinemque causarum chiama il fato Pico della Mirandola. Ma le cagioni
seconde 1' adopera per quel modo ch' elleno usate sono di adoperarsi, e percio
delle libere determinazioni nostre mosse dagli. impulsi o degli appetiti o
della ragione, secondo che bene o male deliberiamo; il cui effetto segue o non
segue secondo la predeterminazione divina ; e noi degli atti nostri volontarj,
o ragionevoli o irragionevoli, abbiamo il merito e il demerito. Che iraperd per
divino provedere la ragione n' ^ data a correggimento di nostro libero
arbitrio, da' cui moti bene o male regolati la virtii o il vizio ne risulta,
quantunque non se ne adempiano gli efiFetti. Cosi anche naturalmente
favellando, la predeterminazione e prescienza delle cose col nostro libero
arbitrio coUegare si puote, cui la ragione soprasti ; e perd non n'^ data
indamo come altri vanamente si presuppone. Elea. — Oh quanto malagevole si 6 il
poter fermare ci6 con tutte quante le argute ragioni addottene dal nostro
Magiotti, autenticate eziandio daU'autorit^ di grand! uomini, le quali son
belle si e appariscenti, ma in somma poi non provano! Mag. — Egli ^ sufficiente
lo 'ntendere che quantunque non rintendiamo possa essere anzi abbia del
verisixnile che si fiatta coUegazione si dia, e che noi non giunghiamo a poter
provare il contradio; impercid che chi 6 colui che osa senza forza di manifeste
dimostrazioni contradire a' proprj sentimenti ? II libero arbitrio noi ce '1
sentiamo in noi da per noi : che gli effetti poi di esso dipendano da piii alta
cagione, cio eziandio n' ^ indubitabile e aperto per chiarissimo e continuato
sperimento. Come dunque volere affermare che tale collegamento non ci abbia?
Adunque acquietamci, senza negare o affermare sopra il modo come e'si sia col
nostro usato rifugio. Quest' uno i' so, che nulla io so : che d'intorno a
qualunque cosa noi non intendiamo per lo piii vero e indubitabile d' ogni
scienza che sia. > E col riassunto delle probability ragionevoli intorno
all' esistenza e al provedere eterno di Dio, si compie questo trattato,
eliminando sul bel prime 1' opinione di Epicure che la speranza e il timore
siano i due fattori di Dio nella mente dell'uomo, o, per dir meglio, riducendo questa
proposizione al sue giusto valore, che e la speranza e il timore di Dio, il
quale nolle opere sue e nell'arte sua divina si manifesta, non sono da fantasmi
o da immaginazione. E conchiude il Magiotti : E il signer Giovanni Nicheo
Dalmatino, che sopraggiugne, abbiam visto in principio della Esposizione con
quali parole si rivolga, domandato, a chi cerca altri argoraenti sull'
esistenza e prowidenza di Dio, e •come dope aver detto che grandiose segno di
tal verita si ^ V universal consentimento in tale credenza, che equivale a un
dettame di natura, si rifugia in argomento di teologia rivelata e conchiude :
Al che tutti s' acquetano, come vedemmo, e la ragion di loro, chiuse le ali, si
riposa timorosa e tranquilla, come Colombo, nel nido securo di una religiosa
credenza. II detto di Socrate e quelle di Tale to. — Fatti interni: psicologici
e morali. — Nosce te ipsum. Dell' anima in generale. — Galileo. t presunzione
voler comprendere quel che Taninia sia. Studio proficuo de' suoi strumenti. —
Notomia. — Proemio del Rncellai alia parte morale. Qui e
aristotelico.Riepilogo. — Laragione ed il scnso. — Loro contrarieta nel
riconoscere il bene. — Tre sorte di beni ; dell' anima, della fortuna e del
sense. — Apprezzamento di essi. La vera scienza morale e il timore di Dio. L'
anima umana, perche ragionevole, ecapace del timore di Dio,e, pero, di Tirttj.
Anche qui R. e mistico. — Operazioni delr anima e della volonta. Errore e
dubbio. Buono e reo. La vera felicita. — iJ la vera virtu. Stoicismo.
Aristotele. A^irtii cardinali. — Ldro definizioni ed uffici. — Estremi delle
virtu. — i\.pplicazione delle virtti alia societa umana. — Fine di essa.
Doveri. Divisione di essi. Cicerone. Sentenza esagerata intorno le donne.
Goudusione. Fin qui ^ stato un discorso per il regno della natura sensibile, e
per il regno della natura divina. Accompagnato apparentemente il Kucellai dalla
voce di Socrate, osservd, come vedemmo, le stupende regioni di questi due
regni, ma le ragioni delP esser loro non impard con certezza, si discopri col
lume incerto dell'intelletto come probabili, perche la loro certezza solamente
la fede ci manifesta, e il probabilismo (che infine non d se non uno
scetticismo) razionalmente fayellando, si fu la conclusione delsuo lunghissimo
esame: probabilismo e scetticismo, io ripeto, che come per incanto tramutossi
in evidenza, allorch^ V autoriU divina sopraggiunse, e le nebbie della ragione,
quasi raggio di sole, penetrando disciolse. Or la guida del Eucellai muta, e
come Virgilio al limitare del Paradiso ced6 V ufficio di condottiero per Dante
a Beatrice, cosi il detto Socratico sul limitare della coscenza umana si rist^,
e a quel di Talete d^ luogo, perche serva di guida al Filosofo nell' esame dei
fatti interiori, psicologici, io dico, e morali. In un modesto preambolo
accenna egli a tutto cio; e nella Villeggiatura Albana che comprende due
Dialoghi, il secondo de' quali diviso in 31 capitoli, discorre della psicologia
e antropologia, molto imperfettamente per 6, si che non ha importanza, abbozzo
piii che discorso, 6 percio anch' io spendo poche parole in compendiarla, per
quel tanto che al mio ufficio sodisfi e non piCi. Badare, egli dice, agli
antidoti contro le malattie deir Anima ^ necessario, e cid si fa e si consegue
anzi tutto, conoscendo bene s6 stessi. Nosce te ipsum; conoscendo cio^
intieramente gli organi nostri, sede delr inteUetto e dell' altre potenze dell'
Anima, e imparando a tener bene d' accordo i due movimenti contrari sotto le
leggi del dovere. E cid, applicando pure la scienza della Natura a correggimento
dell' Animo, affine di conseguire quella felicity espressa in quelle parole : E
siccome nell' individuo tre operazioni diverse ma congiunte si osservano,
vegetativa, sensitiva e ragionevole, giova dire le opinioni che in antico si
ebbero della sede di queste potenze, cio^ della natura delr Anima; discorrendo
poi partitamente dell' anima vegetativa, indi della sensitiva, e per ultimo
della ragionevole, ossia dell' anima in questi tre aspetti diversi. Poscia il
filosofo si propone di far riflessione siccome rUomo per mezzo dalle quality
eccelse dell'anima deve istruire s^ stesso neUe virtii morali, per conseguire
il bene perfetto, che spesso in oggetti onninameirte ad esse contrari noi
andiamo cercando. D disegno di queste parti si ^ chiaro, e precede con discorso
naturale della mente, e giusta il buon metodo: 1' Uomo ^ problema a s^ stesso;
ogni sosprro, ogni movimento, ogni pensiero, ogni volizione 6 un complesso di
fatti che TUomo produce e che avendo in s^ del misterioso vuol sapere di essi
il perche. L'Uomo 6 un creatore finite di cose indefinite; egli compie degli
atti agevolmente, ma quegli atti li diresti divini, se non lo sapessi finite,
tanta 6 la lore grandezza, la lore portentosit^ ! Egli si vuole conoscere e ne
ha tutto il diritto. E *a che sapere delle cose che lo circondano, se ignora
Tessere proprio? Ei vuol saper com'^, chi ^, dov'^, dov'andr^; ^ ben naturale !
A che darmi questa sete insaziabile di scienza, di amore, di infinite, se poi,
come a Tantalo, ella dovesse formare a me uno strumento d' un eterno martirio?
A che fomirmi di tanti organi stupendi, di tante facoltS, prodigiose; a che
sottoporre al mio volere in me stesso tanti abili ministri di arte e di
ingegno; a che questa ragione, questo volere, s'io son condannato come un
organismo di cera a restarmene immobile, o, come macchina, a muovermi senza
sapeme il come e il perche? Oh! dunque rUomobisogna conosca sd stesso, il sue
corpo, la sua anima, le facoM di ambedue, se vuol dir di sapere alcun che.
Questa sentenza del conoscer s^ stesso e adunque la base del verace sapere.
Obbediamola, e, guidati da essa, studiamoci. L' anima, lo abbiamo veduto, ^ di
piii sorte; quindi conviene vedere prima dell' anima in generale. II Galileo
interrogato che fosse quest' anima naturale, rispose : non lo so. Tutte le
definizioni date dagli antichi suir anima si accordano a dire che essa ^ un
movimento. Ma pero il movimento ^ un effetto, dice il Rucellai col Galileo, e
resta sempre a sapersi quel che r anima sia veramente. Chi produce questo effetto
nel mondo? chi ^ I'origine di questo moto universale? Platone reputa etemo
questo moto, ed erra stimandolo etemo colla materia, sibbene dee ritenersi
eterno con Dio ; ^ egli dunque Dio stesso, che 6 anima dell' Universe, d egli
Dio il moto che 6 anima del Mondo? fi presunzione il rinvenire se questo moto
sia veramente r anima del Mondo e percid dobbiamo starcene quieti a quello che
gi^ per lo innanzi abbiamo veduto, e non andar pitl oltre in quest' indagine,
imperocch^ chi vuol saper pitl innanzi della verity, va a caccia della bugia. E
qui invero si ferma R. quasi scoraggiato della ricerca, per passare all' esame
di cid che si vede, e di cid che si tocca, cio6 della fabbrica esteriore
delrUomo, osservando come dalla fabbrica dei diversi ingegni e deUe varie
maestranze degli organi dei corpi che vivono. argomentare si puo la quality
delle anime che quelli informano ; sicche giovi discorrere della notomia, non
ad uso della medicina o physice, come avrebbero detto gli scolastici, ma si
all' esame delr operazioni dell' anima sensitiva e della ragionevole, cio^
Metaphysice ; esaminando cio6 i /?ni a'quaH son formate quelle parti e quegli
organi, e 1' ordinamento loro sotto il regime volontario dell' anima umana o
ra^ gionevole. E nel suo trattato d' anatomia segue il Rucellai i pill dotti
Naturalisti del tempo, e soprattutto il dottissimo medico di Firenze Rodrigo de
Castro, il quale fii autore del libro SuUe Meteore del corpo Umano. L' egregio
lettore mi permetter^, e non a malincuore, ch' io gli risparmi la descrizione
di questo trattato, che del rimanente non contiene in s6 altra importanza
tranne quella di essere basato sulle cause finali e d' essere informato al
principio universale delr ordine e della proporzione. E questo ^ tutto quello
cui nella seconda Villeggiatura accenna 11 R.; poco importante, come ognun
vede, ed imperfettissimo, e che era forse per lui un abbozzo di un lavoro pii
compiuto e a cui come ad altri manco al filosofo nostro 11 tempo di porre mano,
o di dar T ultimo tocco. Reputo piuttosto, come quello che merita piii, di
intrattenermi con alquanta maggiore larghezza sul trattato delle facolta
interne e morali, nella Villeggiatura Tiburtina compreso, che quantunque
imperfetto ancli' esso, pure per natura sua e all' obietto nostro giovevolissimo,
ed incomincio pertanto dal riportame il Proemio, pubblicato dal signer Fiacchi,
come ho avvertito nel Cap. 7**, (Collet, degli opmcdi Scientif. 1814) ma
ignorato quasi generalmente, e che ^ bene risottoporlo all' attenzione del
letterato e del filosofo, percM oltre a designare in esso quel che intende
contengano i suoi dialoghi sulla morale, d come uno specchio fedele della
qualita loro e del sistema, ed agevola la strada alia critica nostra. Pboemio
alla Villeggiatura Tiburtina. Per modo che fatta questa pausa di parecchie ore
di tenebre, egli h ben ragione ch' e' ci ritorni alia vista e alia mente quell'
ammirabile opera dell' Onnipotente mano di Dio con le indefinite specie che ne
giungono a un tratto agli occhi e alia fantasia di si varie e leggiadre
particolari sue creature, che tutto il corpo universale del mondo con si
stupenda consonanza e armonia compongono insieme. Per lo che alio scoprimento
di si belle varietadi e di tante sorte di cose, che annoverare e distinguere
non si ponno in un' occhiata sola, e di si diverse tinte e lumeggiamenti, onde
si scorge tutta la terra colorata e distinta; chi non rimarrebbe attonito e
stupefatto, se non 1' avesse di giorno in giorno per lungo corso di anni
osservate e vedute, e perdutone con I'uso quotidiano degli occhi, la
maraviglia? Tutto questo per I'appunto 6 intervenuto a me stamattina su lo
spuntare dell' Alba, in questa nostra uscita per andarcene a Tivoli da Nemi
partendoci. Perch^ al primo raggio lucente, che in un attimo si distese con 1'
illuminazione della terra e del cielo dall' uno all' altro orizzonte : io non
potetti far di meno in quel subito di non rimanere strabilito da tali e si
maravigliose bellezze, che mi vennero di presente a ingombrar le palpebre come
di cosa nuova e non piii veduta, e ipsofatto aprironmi altresi la mente a piii
subUmi e piii nobili considerazioni. Impero dunque quantunque volte meco
pensando riguardo alia lucidezza del cielo, e alia vaghezza della terra, io
rinnuovo subito tra me stesso le usate riflessioni avvertendo con quante
diverse situazioni e riverberi di luce questo tutto adorno sia ; ravviso di
quanti vari colori da essa dipinto venga questo nostro Emispero, variato per
ben mille vaghe maniere di lumi e d' ombre. Vagheggio con sommo diletto quante
positure difformi vi si rinvengano di piani, di valli, di colline e di monti
che lo disagguagUano nella rotondit^ sua: osservo di quante maniere sia
divisato da una banda di boschi verdissimi, dair altra di amene campagne, e di
campi aperti, Golmi e fluttuanti d'oro ad ogni aura che spiri; scorgo dove
acque nitidissime che a guisa di tante vene serpeggiando e correndo lo
irrigano, dove Tampiezza dei mari che ondeggiando ne vengono ad ora ad ora con
tempi ordinati alle prode; e insomma innumerabili differenze di cose che in qua
e 1^ disseminate si mirano; le quali avvegnachS per difetto della capacity
nostra, ne appaiano confuse ed a case; pur tuttavia elle sono ordinate e
disposte con ammirabile simmetria dalla madre natura e da colui che la guida.
Laonde se 1' ordine altro non d che una composizione di pill cose insieme
adattate e accomodate a' lor luoghi prescritte con sommo e alto sapere dall'
opportunity dei siti, e da' tempi in che esse s' addicano, e se bellezza e
compiacenza veruna de' sensi nostri dar non si puote senz' ordina, e tutto
quello ch' 6 brutto e spiacevole, per6 spiacevole e brutto si ^ peych^ ^
disordinato ed a caso; confessare pur mi conviene che nella confusione di si
leggiadre e dilettevoli composizioni e disposizioni, ordine maraviglioso e
misura e propoBzione vi sia, comecch^ da' vostri occhi non se ne discema cosi
perfettamente la distinzione. > Dalla bella vista dunque di co^ varie ed
alte maraviglie, le quali noi in viaggiando con la considerazione godiamo
stamane ; mi si leva eziandio con gran diletto il pensiero alia contemplazione
delle altre cose belle, le quaH presentemente non ci si rappresentano all'
occhio : lasciamo da un lato il far ricordanza delle diversity* de' pesci del
mare con tante dissimili figure, e co'lor proprii colori; delle bestie della
terra d'indefinito numero, che niuna si rassomiglia alia sembianza dell' altra,
e '1 simile degli augelletti svolazzanti per r aria ; ma che direm noi della
maestria industriosa per la quale con si differenti e si minute fabbriche e
ordigni son fatti tutti quanti gli animali, e quali picciolissimi ingegni sieno
scompartiti entro di essi con finissimo lavoro, ciascuno a varie ed ammirabili
operazioni adattato? Qual'S si stolido che non rimanga a un tratto preso dalla
beltade e leggiadria delle donne, che creature ragionevoli sono, facendo
reflessione con qua' proporzioni corrispondenti di vari lineament! si bene
innestati insieme sia formata una faccia delicata e gentile? e con qual
tenerezza e delicatura risplendano a chi le mira le fattezze loro; e con che
elegante artifizio fuori dalle labbra con dolci moti balenando un riso
aggradevole, I'alme ammalii con soavissimo incanto? E chi ^ colui che
sperimentato non abbia i vivi e chiarissimi lampi, i quali scappando in un
attimo dalle loro ardenti pupille ne feriscono i cuori e 1' alme senza
discemere ove sia il dardo, e dove Tarco, e la mano che lo scocchi? Ma
contempliamo altresi la variety dell'effigie degli uomini, la robustezza delle
membra loro con si nobile proporzione scolpite dal Maestro Sovrano, e la
destrezza e la dispostezza in tutte quante le azioni, e il valore che
avvezzandosi egli acquistano per combattere talora e farci stare ogni piti
temuta fiera? e finalmente tutte quelle cose che la natura di miracoloso ha in
essi locato sopra g? irrazionali anche nelle parti corporee. Per guisa che se Y
uomo solo e per natura e per dono di ragione dilettasi e conosce quel che 1'
ordine sia, e '1 bello, e '1 modo, e V armonia di tutte le cose visibili e
apparent!, appagandovi entro la reflessione, il che non dimostrano di conoscere
n6 pigliame alcun diletto gli altri animali; e se cotanto maravigliose cose noi
risguardiamo nelle parti che hanno gli uomini a comune co' bruti, e nelF
artifiziosa composizione degli organi loro, fatti apposta dalla natura per le
operazioni sovrane a cui ci rende abili V Eterno architetto ; di quanta
maggiore ammirazione c' ingombrerem noi se trasporteremo sifiFatte meditazioni
dall'occhio alr animo, cio6 da' miracoli delle cose che si veggiono o che veder
si possono, a quelle che si fanno entro a quegli organi per oi)era di ragione,
e che dall'intelletto solamente comprender si possono? Molto piii avremo
diletto e consolazione senza alcun fallo nella bellezza, nella impermutabilit^
e fermezza loro, e si nell'ordine che puote osservarsi nelle azioni buone,
nelle deliberazioni giuste, e convenevoli, e nei giudicj retti della porzione
interiore dove consiste V operar ragionevole, e V ammirabile leggiadria dell'
onesto cotanto reputato da' filosofi, e per cui 1' uomo non a torto merita il
nome di saggio. > Ora per quella maniera che i lineamenti del volto e le
proporzioni delle parti corporee, e la loro convenienza insieme compongono quel
vago aggregate che per maestria della natura fa risplendere e piacere cotanto
il bello, e'l leggiadro ne' corpi; non altrimenti per r opera tanto pii\ sagace
e maravigliosa della ragione e per lo suo alto magistero dalle convenevoli
azioni, dagli atti dell' intelletto e dai lodevoli costumi trainee fuori 1'
ordine, la simmetria e la bellezza delr animo di piiH eccellente perfezione
senza veruno agguaglio che sia; laonde con giustissimo titolo gli antichi savi
anche di bello posero nome all' onesto, a differenza del suo contrario che essi
addimandarono turpe, cioe deforme veramente e fuori d' ogni regola e misura. Di
modo che restiamo pure persuasi come nella stessa guisa che la bianchezza delle
cami, I'oro inanellato de' capelli, la grazia d' un riso che esce con vezzosi
moti da una leggiadrissima bocca, il fulgore e la vivacity spiritosa di due
nerissime piipille che ne passano da un lato all' altro senza accorgercene per
mezzo del cuore, e le guance di rose e le altre nobili e diligenti fattezze
bene accoppiate, e disposte in un volto dalla natura spesse volte piu ad una
femmina favorevole che all' ^Itra, son tutte cose che il rendono bello ed
adomo, e fannolo riguardare, ammirare ed amare con sommo piacimento e
dilettazione da chiunque si sia. Maggiormente senza verun paragone dee muoverci
e dilettare la candidezza della mente e de' costumi, la vivezza e '1 lume
chiarissimo dell' intelletto, la grazia e la nobilta del tratto e delle
maniere, e la gravity et il decoro delle azioni che sono i lineamenti perfetti
che forma il magistero accurato della ragione, e fa bella e ragguardevole un'
anima, e rendela amabile e aggradevole e nobile e gentile e sopra tutte le
altre in grandissimo pregio, ed estimazione; e questa si h la vera bellezza che
si appfeUa dai sapienti onest^, il che non pud fare giammai la bellezza di un
volto corporale ben fatto, il quale ^ solamente bastante a destare lo stimolo
vehemente de' sensi ; dove all' eccelsa maraviglia dell' altra con altrettanta
violenza si risentono le parti superiori e le facoM piii preclare dell' anima,.
cioe a dire I' intelletto, e la mente, conciossiache quelle bellezze che all'
onest^ si appartengono, sono d' intera,^ e non corruttibile fattura; dove 1'
altre caduche sono, e transitorie, e le riguarda solamente con dilettazione la
porzione sensibile. > Ecco perch^ gl'irrazionali, che non hanno misure da
cio, non si muovono n6 si appagano se non di quello che il senso detta loro, e
che e presente, n^ del passato del fiituro fanno verun conto. che sia. Ma
I'liomo con la ragione intende alia conseguenza delle cose, a'principj, alle
cagioni e a' progress! loro, e con le passate paragona la simiglianza delle
present!, e a queste appoggia r investigazione e la conoscenza dell' avvenire,
e per tal via esamina e considera e quasi dispone tutto il corso della sua
vita, appressandosi al vero, la dove Tuomo savio s' immagina cha 1' eccellenza
del bello con giusta misura sia collocato. Per tale attitudine e inclinazione a
noi soli conceduta, tutti quanti siamo tirati alia bramosia della cognizione e
della scienza; e perciocche (come abbiam dimostrato sin qui) delle naturali
operazioni, di quelle eziandio che tutto giomo da noi si scorgono e che noi
adoperiamo o per diletto o per V uso del vivere, non ci e lecito o possibile di
rinvenire i principj loro; n^ le loro speciali cagioni ancorche gli occhi
nostri apertamente le mirino; a tale intenzione nel cominciamento de' nostri
discorsi proposi quellasentenza di Socrate ; parendomi sempre piti evidente noi
non potere ad altra scienza rivolgerci che alia cognizione di noi stessi, e di
noi alia notizia di quelle porzioni che quantunque non si veggiano, si
adoperano e regolansi da noi medesimi, e riduconsi a quella perfetta bellezza,
che risplende viepiii e con pitl verita all' occhio delle nostre menti, che
quell' altra all* occhio corporale non fa. Per la qual cosa applichiamo ogni
nostra cura, e ogni soUecitudine neir investigazione del vero, intomo a quello
ci driuscibile di aggiugnerlo, che in quel bello dimora, in quel buono cosi
sublime, il cui esemplare, il cui ammirabil ritratto dalla Divina mente
staccandosi, ne f u si altamente nell' anima impresso, cio^ il lume della
ragione dalla cui accurata meditazione arrivasi con I'intelletto e con I'opere
al vero, al buono al bello, all'onesto; prima a conoscere quale veramente e'
sia, e vagheggiarlo con sommo deaio, per indi imitarlo con I'esercizio della
retta intenzione e della virtil. Ora se noi proviamo a qual segno ci muove e ne
innamora quelr ordinamento si ben tirato di parti perfettamente locate a' lor
luoghi della belta corporale onde sfa villa quel lampo, quel non so che il
quale i piii reputati filosofanti rag^o appellarono della Divina PulcritudiQe;
che dovrebbe operare in noi, a che amore, a che consolazione destarci quell'
armonia si perfetta di convenienze tanto rettamente ordinate insieme, e si
leggiadre e si ammirabili della heliA dell' onesto? il quale piil
accertatamente nominar si puote non raggio solamente ma vivo e ben condotto
ritratto di quell' originale eterno della sapienza infinita, 1^ dove il sommo
bello di tutti i belli, il sommo buono di tutti i buoni e 1' infinite e sommo
sapere d' ogni altra sapienza in una perfezione unica e infinita si altamente
rifulge ; e se la schiettezza e modestia sola degli ornamenti arroge qualcosa
di piii alia bellezza corporea, dove la falsificazione e '1 liscio la sminuisce
e la toglie ; non altrimenti la purity e integrity de'costumi gentili e delle
maniere con I'ornamento solo delle scienze, e dell'arti pitl nobili, fanno piii
bella e pitl vaga 1' onesto dell' animo, e rccanle piti chiaro splendore che
non fa la gloria vana e I'ostentazione e 1' ambizione, la quale eziandio con le
dignita e con esso gli onori non meritati di piil alto grade adultera e guasta
e corrompe i bei lineamenti delr anima. E qui rammemoriamoci per paragone delle
belle giovani di Marino che non accattano i rossetti dair arte per farsi belle
e leggiadre, ma serbano intatto quel finissimo velo di candide e lucide carni
federate di rose, le quali non col cinabro o col bianco ma solamente coir acqua
fresca ravvivano, a difierenza delle nostre bellezze di Eoma, che false si
veggiono e dipinte co' lisci, e affatturate e guaste con V affettazione degli
ornamenti soverchi e delle artifiziate invenzioni. Ma per maggior riprova di
quanto i' vi propongo, passiamo di grazia a pitl precisa simiglianza di questo
onesto col bello, e rimarremo sicuramente convinti esser di gran lunga pitl
leggiadro 1' onesto che il bello. Ecco: il bello e la bellezza dei corpi sono
nomi universaK che tornan bene, e s' applicano a innumerabili cose, come s' 6 a
tutte quelle tanto naturali, quanto fabbricate dall'arte in cui si ravvisi a un
tratto perfezione di misure e di proporzioni che tirino gli occhi di ciascuno a
guardarle, a lodarle ad ammirarle; e cionon solamente segue nel rimirare una
vaga e bella faccia femminea, ma un cavallo o altro animale eziandio, che nella
sua specie sia ben formate dentro alle sue debite proporzioni, le quali dal
loro sesto naturale non escono punto n^ poco; il simile d'una bella pianta,
d'una selva ben posta e ben ordinata, che vi diletta senza scorgerne il perche
; e infine tutte quelle belle cose, che noi abbiamo con tanto nostro piacimento
ammirate, e nel tutto generalmente e nelle parti sue ciascuna da per s6 di beM
intera, e perfetta nel suo essere, bench^ ella sia parimente porzione della bellezza
del tutto insieme : nel medesimo mode delle cose perfezionate dell' Arte il
piii per imitazione della natura, belle ci convien dirle, e per tali celebrarle
; come delle pitture e delle sculture addiviene, delle fabbriche magnifiche e
dei palagi, e di tante e tante altre fatture ben fatte di mano in mano secondo
la qualita loro e secondo I'ordine, la simmetria e '1 componimento speciale che
loro s' addice per 1' uso a che elle hanno a servire, e per la mostra che elle
hanno a fare. Ma nella stessa guisa che nella leggiadria e nella vaghezza delle
opere della natura, noi ammirato abbiamo V alto intendimento di chi 1' ha fatte
; n6 piil n^ meno nelr artifizio e lavoro di quelle fabbricate dall' arte, non
ci dimentichiamo di lodare la maestria e '1 lavoro di colui che meglio I'abbia
sapute ridurre a fine: e come nel maestro della natura noi veneriamo Y infinite
e onnipotente sapere le sue opere contemplando; cosi dobbiamo non tq,nto lodare
la mano degli artefici, quanto riconoscere di essi I'ingegno e Tintendere che
da quella infinita sapienza piglia il suo lume primiero, ed ammirare viepitl
I'intelletto e la ragione di quelle che opera, che r opera istessa ; anzi si
dee riconoscere che quella bellezza del lavoro, che noi cotanto lodiamo, non ^
veramente titolo che meriti esso lavoro, ma conviensi alia mente e alFingegno
del lavorante; e pero anche la bellezza delle corporali cose non 6 attribute
che propriamente a' corpi belli si richieda, ma all' intendimento di chi seppe
la belt^ donar loro, al Divino se delle cose naturali favelliamo, e alia
ragione infusa nell' uomo, che 6 parimente cosa divina, se discorriamo delle
cose dell' arte. Ora se il bello veramente 6 bello non per rispetto al corpo
dov' egli e introdotto, ma per rispetto alia mente di chi con istudio e
diligente applicazione lo conduce a fine; la lode che si da per usanza a una
cosa bella non cade appropriatamente sopra la cosa, che riceve sua perfezione
d' altronde, e non trae essa da sd medesima le sue prerogative del bello, ma
sempre si dee riferire a colui che il bello ha saputo darle; e insomxaa quella
bellezza che noi tanto commendiamo nella cosa bella, non ha essa il merito di
esser tale, come I'ha chi bella I'ha fatta. > Quanto dunque ci convien
confessare che sia piii bella la bellezza dell' animo che la bellezza dei
corpi? perch^ se questa dei corpi, la quale con iscalpello o altra manuale
maestranza si forma entro materia grossolana, vile e terrestre ne' corporali
lavori, ricevendo il componimento suo e la maestria dalla prima Idea deir Architetto,
ha in se un non so che del Divino; quella degli animi che si perfeziona e
adornasi di gentili e saggi costumi, di azioni e pensieri prudenti, e di atti
tutti ragionevoli, quanto pitl veramente pud dirsi neir opera e nelF operante,
tutta insieme cosa divina, essendo 1' operante e 1' opera tutta insieme in s6
stessa della medesima condizione, e perd tanto piii maravigliosa, e sopra 1'
ordine della natura pud dirsi; perche con la ragione, che e scintilla di
Divinita, non si abbellisce materia vile e terrena, ma si purifica e si
perfeziona un' anima, che ^ della mano divina creatura tanto perfetta facendosi
leggiadra e pura dalla belta dell' onesto, che sottraendola fuori dalle macchie
fangose de' sensi corporei, nella sua prima divina sembianza la riconduce. >
L' Onesto impercid da grandi uomini si distingue in due sorter Tuna consiste
nella grandezza e eccellenza dell' animo che e bellezza vigorosa, e da uomo
grande e di alti e generosi sentimenti dov' abbia modo di esercitarli ; 1'
altra che sta posta nella conformazione col dovere e nella moderazione, e nella
modestia per cui rifulge la continenza, I'umilt^ e la temperanza che sono le
virttl, le quali formano nella pill ben misurata proporzione i lineamenti e le
fattezze di questo bello, che si chiama onesto. Con esso s'impara a non temere,
per fare il giusto, di niente che sia; a dispregiare con fortezza le cose
umane, dove iia di mestiere, e non credere intollerabile cosa alcuna che possa
all' uomo intervenire; non bramare se non il diritto, e deUberare con ottimo
cuore e con ben ponderata ragione tutte le cose che s'hanno da fare e da dire,
e da cui derivar non ne possa n6 pentimento proprio, n^ detrimento altrui; onde
traluce fuori da tutte le azioni umane quel non so che di vago e di maraviglioso
che si chiama Giudicio, il quale puo chiamarsi la grazia e '1 compimento della
beM deirOnesto; si come la gentilezza e '1 nobile portamento e '1 moto vivace
degli occhi e delle membra, la grazia si e e 1' ornamento piti leggiadro che
risplenda nella bellezza dei corpi. Tutte quante le operazioni dunque giuste,
ragionevoH e ben temperate dalla prudenza e delle altre virttl convenevoli
sono, e percid decorose e belle; come le ingiuste e fuori di ragione
disconvenevoli, senza decoro e deformi. Per la qual cosa da dubitare non 6 che
le virttl non sieno le piti aggradevoli ed ammirabili parti e piii delicate di
quel belle che chiamasi onesto, si come i vizj del turpe e deforme. Ma per quel
modo che la vaghezza corporale difficilmente dura e mantiensi senza la sanity e
sejiza una ben formata complessione ; cosi la leggiadria e la belt^ dell' animo
che ci d^ negli occhi con V avvenenza dei costumi e del tratto e delle amabili
maniere, di rado si conserva senza una buona e sana mente, e senza la
robustezza di una ben ferma e retta intenzione ; percioc^h^ quel tutto insieme
che noi scorghiamo nell' adoperar nobilmente e saggiamente ne d^ il primo
indizio (egli ^ vero) e la prima raccomandazione per giudicar poi con le debite
riprove, che 1' onesto sia vera, stabile, ferma in tutte sue parti e non
variaoile, incostante, malfondata e finta. Ma perch^ sia Fargomento pitl forte
di si fatta riprova, e con piil prestezza si rinvenga, se 6 sincero quel non so
che il quale spioca fuori talvolta dalle decorose maniere, o che abbia
veramente Y eccellenza in s6 del bello e del maraviglioso che si richiede all'
onesto, tutto consiste nell' osservare se il modo di contenersi in tutte le
azioni sia al maggior segno differente dall' operare irragionevole; e di vero
che quel bello che da noi si appella decoro, gravita e avvenenza di costumi, il
quale lampeggia fuori del portamento d' un uomo savio, tira r appro vazione di
tutti coloro i quali hanno nell'ordine, nella fermezza e nella moderazione de'
detti e de' fatti buon gusto, e tutto il compiacimento loro; per lo splendore e
*1 lumeggiamento piil vivace e pitl chiaro di questo decoro, e di questa
bellezza dell' animo, Tintelligenza e 1 giudicio si 6, e se cotanto si lodano e
approvansi le attitudini e moti del corpo e la di lui dispostezza che vagUono
alle azioni corporee; molto pill i movimenti e le attitudini ben regolate dell'
animo che servono alle opere della ragione, nelle quali avvegnach^ tutti gli
onesti uomini, come dicono i Franzesi per dar loro quel giusto titolo che
meritano le persone veramente di garbo, non abbiano tutti i medesimi talenti,
solamente che in ciascun di loro stia sempre ferma la mente retta, e
invariabile 1' uso della ragioue, non si toglie loro la venust^ dell' onesto,
non altrimenti che non perdono la grazia e la bellezza delle attitudini
corporali quegli che in esse non siano abili alle medesime cose, imperciocch^
altri sono agili al corse, altri sono isciolti nel danzare, altri nel
maneggiare un corsiero, e altri forti e robusti in varie operazioni della
ginnastica; ma in somma qualunque cosa che noi adopriamo con 1' intelletto e
col raziocinio ha sempre piu garbo e piil nobilt^ di quelle che si fanno coUe
forze e con la destrezza del corpo ; ma fermisi insomma per proporzione
infallibile e universale che 1' onesto ha per compagna mai sempre la virttl, nh
puote dalla virtil sradicarsi, e dove non d virtii non d perfetta onesto, ma
solo sembianza d' onesto. L' onesto dunque ^ bellezza vera, costante e
incorruttibile, non solamente generica, ma particolare eziandio; percioccM e
bella la virtil in genere, che d T aggregate di tutte le bellezze insieme
deU'onest^; ma tutti gli atti virtuosi, ciascuna opera di ragione, e tutte le
sue facolt^ da per se, hanno la perfezione speciale ma intera di questa
miracolosa belleiza, che onest^ da' sapienti si appella; e insomma tutto quello
che ci muove al dovere, che ci sprona al convenevole, e che ne indirizza per le
vie dell'operar virtuoso, tutto quello, che regola i nostri Sin qui abbiamo
ragionato di quel bello che si chiama dai filosofi morali onesto, il quale d^
la forma perfetta agli animi nel modo che il bello visibile abbellisce le
fattezze dei corpi; per lo che non reputo in questo luogo che sia alieno dalla
materia proposta discorrere dell' utile il qnale, a' detta di molti, vien
giudicato 1' opposto dell' onesto, che tanto s'^ dire turpe e deforme; ma essi
scambiano i termini e nomi, perciocch^ quello che onesto non ^, utile non si
puo dire, il quale presso gli stolti ha tale la sembianza per la cupidigia
loro, che utile lo credono perch^ si studiano di conseguire cose ingiuste e
disdicevoli, senza pensar piii innanzi se dannoso sia a sd e al prossimo;
perciocche oltre al male, che da essi altrui pud prodursi o col torre il loro,
o col fare lor cosa che sia ingiuriosa o spiacevole, ridonda anche in biasmo e
in inquietudine e in gravi pericoli di chi 1' usa e di chi lo cerca con
aspettativa mal pensata di trame profitto, perch^ utility, vera e stabile dar
non si puote, dove non sia congiunto 1' onesto, e 1' utile per ci6 ^ utile
perch^ e onesto; ne onesto si d^ mai che utile non sia. Ora facciamo un po'
avvertenza, vi prego, in che grado stiano amendue 1' uno con 1' altro, e per
qual maniera possano far lega insieme. Aflfermero primieramente con Marco
TuUio, che il vero onesto con I'util vero sono in istrettissima confederazione,
non potendosi trovar cosa effettivamente giovevole che onesta non sia.
Imperciocch^ quello, che dagli uomini poco savi utile falsamente si presuppone,
e quello che ^ veramente contrario all' onesto, non utile anzi detrimento e
disutile nominar si dee. Erran pero colore che reputan questa sorta d' utile al
pari dell' onesto, delusi dagli affetti soveichi dell'amor proprio e
dell'interesse, imperciocche dove sia cosa contraria al dovere, ancorch^ paia
che metta conto di conseguirla, ci ^ la turpitudine, con esso la qualv^ cosa
utile accoppiar non si pud per v runa r^aniera che sia, perch^ senza 1' onesto
util vero non trova gi^ mai. Ed d tanta la virtil e 1' e^cellenza dell' onesto,
che ancorchd e' sia utile, non perche egli e utile far si dee, ma perch^ egli 6
onesto, anteponendosi tal nome e tal riguardo air utile che util sia congiunto
col diritto e coll' onesta ; anzi 1' util vero degenererebbe dall' onesta che
seco dimora, qualora il fine di quello si preferisse al fine delP onesto. E
percid r onesto sola ne ha da indurre a operare senza far considerazione all'
utility, se non secondariamente a voler che essa non isvarj e non s' allontani
dall' onesto, il quale quantunque per nostre sregolate passioni e' ci paresse
contrario al nostro utile, sempre com' egli d onesto, utilissimo si ^. E per
ci6 niuna cosa ^ giovevole che non sia onesta, diceva Socrate, perch^ quello
f:he onesto non e, non puo mai utile divenire, sconvolgasi quanto si voglia I'ordine
dell a natura. > E quale utility si pud egli mai trovare dove si oscuri lo
splendore e '1 nome d' uomo giiisto, e da bene? E chi ^ colui che recar ci
possa tanto giovauiento ohe ci torni con to scapitare per esso la buona fama,
la giustizia e la fede ? Perch^ s' hann' eghno a trascurare le cose giuste e
oneste per acquistar ricchezze e potenze, che utile vero dir non si possono,
qualunque volta perd elle non s' indirizzino ed esercitinsi a questo fine dell'
onesta e della virttl, con le quali pill 1' operar ragionevole abhia lustro, e
facciasi riconoscere quando le faculty e le grandezze sono rettamente e
gloriosamente applicate ? Chi non ha questa mira nel maneggiare i beni della
fortuna facendoli servire a quelli dell' animo, ci6 si ^ farsi bestia, o in
forma d' uomo govemarsi da bestia. E chiunque afferma che la cupidigia,
I'avarizia, 1' ambizione e la vana^loria contravvenendo alia giustizia, possano
util cosa chiamarsi, ^ in grave errore o meiitecatto si 6. Come pu6 mai
trovarsi utility dove segue o dee seguire rimorso di coscienza o pentimento o
dove sovrastar pericoli? Pud bene nominarsi padre della patria Giulio Cesare
da' cittadini impauriti; perche egli non sar§, mai altro che un parricida. II
comandare agli altri, che dee sostenersi su la base della gloria e dell' amore
de' sudditi, come pud esser utile, dove in iscambio si vegga su '1 bilico deir
odio e della mala fama ? Ecco la bella e gloriosa utility, di Giulio Cesare
dove ell' andd a finire; rimase tra le coltella ucciso in Senato. Ecco dove
termino la tirannia usurpata in Atene lor patria da' Pisistrati, e
dagl'Ipparchi ; restarono oppressi dal valore e dalla sagacity di Aristogitone
e d'Armodio. E per addurre esempi moderni, dove pard la grandezza e la potenza
del generate Valdestain che non temeva di chi glieH potesse torre ? Si convert!
in tradimento del quale pagd il fio in Egra con sua propria strage; e di si
fatti casi e negli antichi e ne' presenti secoli ne raccontano in grandissima
dovizia tutte quante le istorie. Utile dunque non pu5 darsi con odio e con
pericolo, e con rimordimento interiore, ma vuol esser riguardato dalla stima
dei saggi e dall' amore de'buoni, il quale solamente d giusta retribuzione
dell' onesto; senza un' utility, ragionevole, ne lecita non si trova giammai, n6
utilita puo dirsi quello acquisto che sia giovevole ad uno e all' altro no;
anzi anche le oneste cose disoneste si fanno, dove V utile di qualcheduno possa
patire ; chd perd niuna cosa e pitl onesta del mantener la parola, ma perde sua
prerogativa, come cid porti pregiudizio a chi ella si mantiene; per esempio
(come i poeti fingono) non fu cosa onesta che il Sole mantenesse la parola a
Fetonte. E veridicamente parlaudo fu cosa fuori di tutti i termini dell'
onesta, e giunse alia scelleraggine che Erode mantenesse la parola a Erodiade.
Concludasi dunque che non si da onesto che non sia utile, nd util vero senza 1'
onesto, rimanendo chiaramente persuasi che 1' onest§, sia quel nome generico
che significa in una parola sola la proporzione e r armonia di tutte le
operazioni ragionevoli, e di tutte le faculta ben guidate dell'animo; per
quella guisa, che il nome della bellezza ne spiega con un sol vocabolo r
accordo insieme in ben regolata forma di tutte le parti, di tutti i lineamenti
d'un corpo bello; come di tutte le altre cose che piacciono nel genere loro ; e
siccome da tutte le cose belle particolari ne risulta questo nome universale
che beltade si appella; cosi da un ben misurato accompagnamento di tutte le
virtii morali, e di tutti quanti gh atti virtuosi, si raccoglie insieme questo
nome generale, che onesto si chiama; il quale vuol dire e abbraccia, si in
genere, come in particolare tutte quante le beUezze delFanimo. Quello dunque
che riguarda e s' aspetta in genere alia virtii morale, e alia sua perfezione
dicesi onesto; e percio da questo universale potremo nella presente
villeggiatura e nolle consuetegite che andremo facendo, potremo, dico,
favellare della virtti morale, e delle sue -pit belle parti, esamingtndo i
precetti e gli ammaestramenti di essa, che sono le pitl speciose prerogative
della bellezza deir animo. Per questa via impareremo a conoscer noi stessi, e
quali strumenti dati ne sieno dal Maestro Etemo per conseguire si nobile
ornamento, pel quale noi ci sottragghiamo dalla sembianza di bruti, e ci
accostiamo con la figura interiore alia simiglianza di Dio. > E un di pill
far rilevare al leggitore come il nostro autore si mostri qui nella morale
Peripatetico, aristotelico, subito che ripone come lo Stagirita la virtti nel
giusto mezzo; lo ch6 h da intendersi non nel mediocre, com' altri ne voUer
dedurre, si nella giusta misura, oltre la quale non ^ piil bene, non ^ pitl
perfezione, ^ un trasmodare. Stabilito cio, riassumiamo brevemente i quattro
dialoghi intomo alia morale, per indi venire alia cons^guenza del sillogismo di
cui abbiamo dato le premesse, o alia risoluzione del problema da noi posto in
campo. Gli uomini, egli dice nell' argomento del Dialogo 1% ban dunque anima
vegetativa, sensitiva e ragionevole, di cui le potenze sono, memoria, intelletto
e volonta. L' uomo cx)nsulta, giudica, compara, delibera, vuole. Sovente la
parte concupiscibile c iraocibile, come ammette anco Platone, le quali ha dato
in servigio della ragione, si trovano a contrast© coUa ragione stessa, e
traviano la volonta ; e 1' atto, anzi che virtuoso, e allora vizioso.
Imperocch^ la ragione fondi i suoi motivi suUa costanza dei beni, e stimi beni
anco i mali preseuti, che pero menano a futura felicita; e gli appetiti invece
si curino solamente de'beni presenti, guidino poi partecipino al male. I beni
degli appetiti sono pure obietto della ragione che gl'indirizza a sano e giusto
fine, subordinandoli alle azioni virtuose. Da si fatte e si diverse apprensioni
della ragione e degli appetiti si deriva la contrarieta tra loro nel
riconoscere il bene; onde secondo dove aderisca la volenti, formasi la virtil
ed il vizio di cui sta per discorrere. Se non che, giusta la sentenza
aristotelica, dir si conviene come i beni sieno di tre sorta: beni deiraninna,
della fortuna, e del sense. • E beni dell'anima si chiamano quelli che
ritroviamo in noi, e che da noi stese* dipendono, come sono le virtii, e la
retta intcnzione, i quali, come nel trattato della Provviderzo osservammo, non
ci possono esser dati n6 tolti, se non da noi medesimi. Beni della fortuna
quelli sono che stan fuora di noi, e ad arbitrio di altri ci vengono dati, e ci
vengono tolti, come le ricchezze, gli onori, il pQtere; i quali son beni non
veri e fermi, se non s' indirizzano a beni deiranimo e all'opre della virtii. Beni
del sense, per ultimo, sono quelli che noi abbiamo a comune co'bruti, e
solamente dir si possono beni, in quanto dalla natura si bramano per
mantenimento del vivere e della propagazione e conservazione della specie, e
terminano ciascuno col termine della propria vita. Nel resto i beni del sense,
dice il Eucellai, sono d' ordinario mali e non beni, fondati tutti sulla
volutt^ e sul piacere, n^ in altro case beni possono divenire, salvoch^ quando
per abito virtuoso, vinti e mortificati tutti gli aflFetti e g? incitamenti
lore, I'oprar virtuoso s' ^ a poco a poco convertito in sensualitii, sentendone
godimento eziandio nella parte inferiore. E nel V Dialogo dichiara che la
filosoila morale, ^ la piil vera e meglio fondata filosolia dell'uomo. E dove
sta questa vera apprensione della scienza dell'uomo? Udite la risposta
teologica e mistica che egli ne d^: Nel timore di Dio, imperocch^ appunto d
intendimento della filosofia morale cristiana insegnare altrui operar bene e
non far male, affine di conseguire la felicity vera che 6 il Paradise, e
sfuggire il gastigo, la pena, Y infelicity, ossia Y inferno. E cid venivano ad
ammettere anche i filosofi gentili, quando aflFermavano il bene consistere
nella felicity e nel godimento del sommo Bene. Or la felicity, non la d^ che
Dio, e il timore e I'Amore di lui ci ammaestrano a viver bene per conseguirla,
perche tutti quanti i beni veri dipendono da Lui. Initium sapientice timor
Domini. Voi scorgete qui tosto il nosce te ipsum filosofico innestato alia
religione, alia fede, e ad essa consegnato, perche non si diparta da quella via
che deve eondurre R. alia meta prefissa. Intanto dalla cognizione dell' uomo,
egli dice, e dei suoi istrumenti e facolt^ si apprende la difierenza di lui
dagli irragionevoli, i quali hanno anima vegetativa e sensitiva, ma non si
aggiunge loro come neU'uomo la ragionevole. E quest' anima che per R.,
definendola, consiste in un moto continuo e ordinate che ne fa avere sense e
ragione, non 6 nell' uomo la somma di tre anime ; sibbene 1' anima umana ha tre
doti, della ragione principalmente in s^ stessa, e poi anco quella del senso e
della vegetazione. E una unita sostanziale in cui tutte quante le facolta e le
potenze dell' uomo consistono. Dotata poi la ragionevole di libertgb, giusta
quelle che dimostrd R. nella Prowiden0a, d infinitamente superiore,
incomparabilmente piil perfetta deir altre due che ne' bruti si trovano, e per
essa I'uomo e capace di atti virtuosi o viziosi di imputazioni morali, di
premio o di pena. Imperocch^ il moto sensibile (Capo 3°, Dialogo !•) e il moto
ragionevole dell' anima umana non vadan sempre d' accordo, e la vita morale sia
soggetta a delle continue perturbazioni, nolle quali I'uomo ha dovere di
obbedire al moto ragionevole della mente. Ha il dovere ! perchd 1' uomo ha
questo dovere ? d' onde la legge ? Esiste ella questa legge che ha forza di
imporsi a tutti gli uomini, con sanzione etema, infinita? II Rucellai non lo
dimostra^ o almeno dalle sue parole non ritraesi un argomento che abbia valore
di prova. Egli ^ mistico senza dubbio, ^ tradizionalista, pur senza addarsene:
e mentre accenna a seguire il discorso naturale della mente, or con questo o
con quel filosofo antico, egli non fa altro che commentare quel che la
rivelazione gli ha dato a credere. !fe la ragione al servigio della fede. Cos'
6 pertanto questa mente al cui moto ragionevole obbedisce 1' uomo ? Ell' ha
significati diversi, ma secondo Platone, cui segue, 6 quella generale consulta
e ricettacolo in cui sono comprese tutte le potenze della parte superiore dell'
anima, ciod memoria, intelletto e volont^. La prima conserva gli oggetti
acquistati co'sensi, i quali oggetti si porgono innanzi air intelletto per 1'
immaginativa. L' intelletto gli esamina, e ne d^ alia ragione un giusto
ragguaglio. La ragione vi discute e giudica, e poi la volont^ in seguito a
giudizio delibera ed eseguisce ; al che fare la volont^ si serve dei due
ministri, moto irascibile e concupiscibile, che inviano spiriti sottilissimi ma
corporei a produrre i varj movimenti necessarj. Se non che. pur nel giudizio la
mente pu6 errare ; in quanto da' sensi posson esser ad essa presentati gli
oggetti imperfettamente o per vizio naturale. E, se non errare, pud rimaner
dubitosa ed incerta; indi I'opinione, che potendo esser falsa, ^ pericolo che
venga scambiata per la vera scienza. Ufficio dunque della ragione si 6 di far
in modo che 1' intelletto sia sgombro di passioni, n^ deve cosi subito, e come
alia cieca, prestar fede ai sensi, fontana inesauribile di errori, a chi non
esamini bene e non tenga come a salvaguardia quel detto di san Paolo: Video
aliam legem in membris meis repugnantem legi mentis mece, E, di vero, dalle
facoM ragionevoli si discerne la differenza nell' anima degli atti secondi dai
primi: coi quali atti secondi meglio riflettesi, e si pesa col giudizio il
valore e la differenza dell' onesto e del dilettovole, e principalmente la
diversity del huono e del reo. Imperciocchd il godimento del bene o il
patimento del male, giusta ne dice Cicerone, di cui qui il Eucellai si e proposto
di seguire le orme, non stiano rispettivamente nel piacere o nel dolore, beni o
mali de'sensi; ma nella felicity o infelicity che vien data dalla ragione;
felicity vera e perd immanchevole ; mentre tutti gli altri beni di quaggiii, lo
dissero stupendamente gli stoici, ci possono venir meno, e a quella vera
felicita, cui essi incapaci sono di darci, possono essere mezzo, in quanto ban
capacity, indirizzati a lor fini, di divenir beni ancb' essi. La vera felicita
pertanto, checche ne dica Epicuro e la sua scuola, sta nel possesso del Bene
sommo, cbe R. filosofo teologo, trova nel Paradiso. Ma ancbe di qua, in questa
vita, non esclude R. con gli stoici che possano i veri beni godersi, operando
secondo virtil ottima e per sempre; virtu che si acquista con la saviezza della
ragione, e con gli abiti buoni e con tenere essa in freno gli appetiti siccome
auriga gli sfrenati destrieri del suo cocchio, E la virtu ottima che e elk mai?
Risponde per lui Aristotile, del quale accetta la definizione non che le
classificazioni di essa virtCi. La virtil (Argom. del 2** Dial.) ^ abito per
elezione che si contiene nel mezzo per Tappunto fra due estremi: il vizio e
operazione dispregiatrice della ragione. L' atto virtuoso non altro e che il
ridurre la propria natura all' operare ragioBevole. Distinguonsi poi virtil
primarie nell' uomo, o, come si dice, cardinali, e secondarie, le quali
dipendono dalle prime. Le virtil cardinali, come per Aristotele, cosi per il
Cristianesimo, sono la prudenza, la giustizia, la temperanza e la fortezza. La
prima, secondo Platone, ^ la misura di tutte le altre, ^ V occhio diritto della
morality, la vera scoria neir elezione dei fini. Prudenza, 6 bilancia che pesa
con somma finezza tutti quanti gli oggetti che desiderare si debbono, o vero
sfuggire. Ad essa si riducono. per Plato-ne, tutte le virtil, perch^ 6 questa
misura, stando in mano di lei il vero compasso proporzionale per il quale si
misurano tutti i fini. La Giustizia dispensa suo diritto a ciascuno si degli
utili, come delle prerogative che competono lojx) secondo i gradi dei meriti,
della dignity e delle virti\ che egli hanno, e questa distinguesi, come
Aristotile e Cicerone fanno, in civile, distributiva, e commutativa. E per la
commutativa parla della dottrina del cambio, che, come afferma, toglie in
massima parte dal Davanzati. La fortezza, che ne insegna sopra ogni cosa di
superar s6 medesimi e soggiogare gli affetti e le passioni e non temer di
minaccie, n^ di rischi, nd di morte a pro della religione, della patria e della
reputazione. La temperanza, per cui si ritiene a freno ogni smoderata
cupidigia, ed d il vero antidote contro 1' ambizione e contro I'interesse
soperchio ; e tutte queste virtii primarie manchevoli sono, n6 possono esser
vere virttl senza il concorso e '1 sussidio 1' una dell' altra tra loro. E
siccome la virtd ^ il giusto mezzo, non la mediocrity, che e difetto, ma il
mezzo ch' d il limite tra due eccessi, od estremi, ciascuna di esse virtii ha i
saoi estremi in&a i quaU riseggono. Ed io li accenno, ma non mi ci trattengo.
Estremi della prudenza sono, (pure secondo Aristotile) la malizia e la
stupidita; della giustizia, 1' avarizia, la trascuraggine ; della fortezza,
temerity e codardia; della temperanza, gli estremi viziosi di tutte r altre.
Dalle quali tutte, e in fra i rispettivi estremi di esse, discendono o stanno
le virtii secondarie. Accosto alia prudenza, e come sue figlie, si trovano la
perspicacia, la sagacity, I'arguzia, Taccortezza, la dissimulazione (in buon
sense), 1' industria ; V astuzia, la circospezione, la sincerity, la
segretezza, la fedeM; alle quali tutte comspondono vizj; imperocchd dalla
circospezione sia agevole cosa cadere nel vizio della sospensione, della
suspicacia, come poi e agevole dall' accortezza cadere nella astuzia in mal
sense presa, nella malizia, nella simulazione, frode, tradimento,
irresoluzione, stupidity, taciturnity, finzione, adulazione, calunnia: come
dalla facondia nella procace loquacity, e nel sofisma, dalla prontezza
nelrimprudenza o inconsideratezza. Gli atti virtuosi che seguono la Giustizia
sono: Liberality Parsimonia Beneficenza (Jenerosit^ Magnanimita Magnificenza.
Le quali virtii posson degenerare e viziarsi, divenendo Ambizione Ladrocinio
Vanagloria Lascivia Superbia Prodigality,. Altre virtil secondarie Ragionevoli
rimunerazioni e retribuzioni Carit^ —
virttt divina germana della fede e della speranza. La Parsimonia sta a
dirimpetto della Liberalita. Son due atti virtuosi. Vizio ^ la Sordidezza.
Altre yirtt seguaci della Giustizia sono: Severity, Rigore da un lato, e
Equity, e Misericordia da un altro. Eccessi di equity e di rigore. Tirannie
Vendette GrudeltS, ec. Degli Atti virtuosi che seguono la Fortezza. Da un lato
Y Intrepidezza, il Coraggio, il Valore del cuore e della mano. Vi0j. Animosity — Iracondia — Audacia Indolenza
Furie Ferocia. Dall' altro lato abbiamo seguaci della fortezza : la Pazienza
ragionevole la Mansuetudine. Vi0j. Timidity, ViM Codardia. Al^e virtu seguaci
della Giustizia. Costanza Fermezza — Lmpermutabilit^. Vi^ij. Ostinazione
Pertinacia, Perfidia. Virtu. — Facility di cedere al dovere. — Piacevolezza del
tratto. — Moderazione, Gravity, Decoro — Modestia. Visj. — Alterigia,
Vanagloria ec. Virtu. Emulazione. ViiSfio. Competenza Mormorazione Falsity
Calunnia Superbia ec. Degli Atti virtuosi che seguono la Temperanza. Veramente
tutti gli atti virtuosi surriferiti accompagnano altresi la Temperanza, perch^
atto virtuoso non si d^ se la temperanza non moderi I'impeto naturale. Perd tra
gli atti piiH confiacevoli ad essa sono da annoverarsi quelli che rattengono
gl'impeti della concupiscenza o Fingordigia della gola. Virtit. — Castit^,
Pudicizia Pudore OnestS, Ingegno Digiuno Astinenza Sobriety. Vi0j opposti. —
Eccessivo rossore, e Libidine, Lascivia, Adulter)' e Ubriachezza ec. Questo per
le virtiH in s6 considerate. Or siccome la virtCl solamente 6 base della
society, umana, e n' ^ il cemento, bisogna veder di esse 1' applicazione nel
consorzio civile, e discorrere con Marco Tullio degli Officj per la society,
umana medesima. La quale d da natura, e da ragione: ch6 Dio ha fatto gli Uomini
per gli Uomini. E Iddio, poi, diede a tutti il libero arbitrio, accio niuno di
noi potesse conseguir lui senza noi stessi, e senza 1' educazione cristiana, e
senza gli ammaestramenti spirituali e senza i divini precetti, insegnatici da'
Religiosi, da' Teologi e dalle persone devote che Uomini sono; e gli Angioli
per la stessa maniera (aggiiinge il buon Bucellai) se noi non diamo le orecchie
agli ajuti loro, alle loro savie persuasioni niun utile o giovamento recar ne
possano in verun conto che sia. E, come scorgesi, la morale dell' EvangeUo
questa, ne io so davvero dove e come si applichi filosoficamente il Nosce te
ipsum! Proseguiamo : Gli ufficii, come Cicerone, divide il Eucellai in necessarj
e per ele^ione. I primi vengono imposti dalla provvidenza, i secondi dal nostro
volere. Sono dessi differenti secondo i gradi e le combinazioni delle persone,
e, al solito, si distinguono in doveri verso Dio, verso gh altri e verso noi
medesimi, dei quali ultimi pero non discorre. I doveri verso Dio sono
necessari; il prime d di gratitudine, impiegando in cid le potenze tutte delle
quali ci ha forniti, e conformando la nostra volenti a' suoi decreti, alle
ispirazioni che egli ci manda, e la nostra corta inteUigenza alle sue leggi. La
fede, 1' amor di Dio, la carit^, sono pure doveri verso Dio stesso, i quali
sono il fondamento di tutti gli altri. Accenna indi profusamente il Eucellai i
doveri verso gli altri, i primi dei quali sono i doveri conjugali, sendo per
primo la society parentale. E ricorda come V Uomo debba tenere uguale a s^ la
Donna, e la Donna riconoscere a s^ superiore Y Uomo, e come debba esser tra
essi rispetto, discrezione e compatimento ; e amare ugualmente i figli, come i
figli amare, rispettare, aiutare i genitori. E intomo alia scelta della moglie,
ecco qui coaa ne dice il prete Magiotti, e che io stimo non inopportuno di
riferire, in quanto che dalla stima in che si d tenuto e si tiene la donna, si
sia potuto e si possa argomentar sempre o comprovare il grado di civiM
de'popoli e del consorzio umano in ciascun' eta, e in questo caso pur ne
abbiamo riscontro, etarei quasi per dire matematico. € Io son prete, (dice
adunque il Magiotti;, e circa al prendersi mogli e mariti non me ne intendo e
non oserei dame alcun mio parere, massime in concorrenza dei buoni consigli e
de'giovevoli ammaestramenti e fedeli di messer Lodovico Ariosto, per non
mentovare il Laberinto di Messer Giovanni Boccaccio, il quale dalle donne
ammartellato anzi che no, fu del povero compassionevol sesso troppo rabbioso
morditore. Egli e pero bene aver per ricordo che al tempo d' oggi piii Elene si
trovano che Penelopi al moodo; e guai a colui che le -pit leggiadre, le pitL
graziose pur le donne d' alto ed acuto ingegno s' effigia nella mente per le
migliori; imperciocch^ se bella ed avvenente e' 1' ottiene, sembragli averla
debita altrui e ch'ella non sia tutta sua; dove ella sia di finezza e acume,
tutta nolle foggie I'esercita, e in ornament! novelli, e nel rigirare il marito
per piacere agli altri ; anzi, che peggio si 6, ella si tien per prudente, e
vuolsi subito meschiar nei consigli; senza che, e' si d tutto di alle novelle,
alle contese, alle grida, e allora le par di esser saggia quand' ella non fa a
mo' d' altri. Donna savia adunque, o di rado, o non si d^ mai, e tutto che con
difetti bisogni averle, il meno dannoso per mio avviso credo che sia se ha
qualche specie in lore di Prudenza, dov' elle abbiano poco conoscimento, perche
queste sono atte a reggersi, non si dando mai caso che elle sieno buone a
reggere altrui; e nolle donne, ancorchd in esse sia la ragione, poche o niuna
ne han r uso, che a tal fine definille un Uomo di senno, che la natura femminea
6 posta tra 1' estremo peggior delr Uomo e r eccesso miglior delle bestie.
Niuno dunque si lasci svolgere cosi alia prima dalla vaghezza o dalla novit^
del soggetto, o vero dall' allegria e dalle solennit^ delle nozze, imperciocchd
dopo il fatto non ci e rimedio, e cotali belle apparenze usansi ad arte, per
far rimanere al laccio gli Uomini dolci, e impegnarK con lieto animo alle
fatiche perpetue e alia schiavitudine eterna del matrimonio ; anzi la natura
medesima, per soccorrere in esse a mancamento del sesso e farle in qualcosa
aggradevoli, le ripuli, le liscid, e raffazionoUe al di fuori, e si dono loro
la grazia e gli altri arredi del bello; qualunque impero d tenuto a impacciarsi
in si fatta rete, pigli innanzi le misure giuste di quel che sono le donne ; e
del suo mestiere goda come per trastullo se la sorte gliela da bella, n^
s'inimagini, perche ella si chiami compagna, di poterne trar frutto d' amica,
ma la consideri come soggetta, e per dolce maniera di cortesia 1' avvezzi
obbediente a non recalcitrare al marito. Percid la jAtL sicura si e r aver la
moglie di grossa pasta, e di scarso intendimento ; difettose insomma (si come
io dissi) elle hanno da essere e pero Y Uomo apparecchiar si vuole a sofferire
i difetti che elle hanno, pregando Dio che buone ne le mandi, ned' e poi il
comportarle si malagevole, -atteso che donne elle sono, e tenere di cuore, e il
viacolo di quando in quando matrimoniale rinnovella e rinfresca Tamore, e serve
di buon condimento alle imperfezioni loro e ne addolcisce la noia. > Si
occupa inoltre de' doveri tra i parenti e gli agnati, tra servi e padroni,
de'nobili, de' cortigiani, imperocchd r osservanza di questi doveri privati si
riversi anche sul pubblico, ed inline de' doveri di cittadini, dei sudditi, e
de' govemanti. Intomo a' quali molto ritrae del platonico, e discorre con molta
severitit tanto per i prindpi eletti daDio, quanta per quelli eletti dagli
uomini. Tocca infine i doveri per elezione, che tanta bene^ volenza conciliano,
e intesse come iin piccolo galateo sulla data di quelle di Monsignor suo
parente, e cui dimostra avere attentamente esaminato e ritratto nei modi e
negli scritti. E accennato alia forza dell' abito, termina questo trattato
della morale di R., imperfetto nel contenuto e nel disegno, imperciocch^ egK
prometta qui di discorrere in progresso de'temperamenti e degli aflfetti degli
uomini, ma non abbia avuto o volenti tempo di dargli compimento, e d' emendare
il gi^ fatto. Sufficiente perd invero a chiarirci i termini del quesito, e a
porre in tutta evidenza il problema di cui dobbiam dare la soluzione. Agevole a
trarsi pur questa; imperocchd non trattasi di andar per il sofistico e il
lambiccato : ma si da' fatti lampanti formulare il principio, e porre questo in
attinenza con le condizioni generali e particolari del tempo, del quale lo
scrittore ^ riverbero indubitato. La critica che potremmo fare alia teorica
morale di R. si acchiude in poche parole; imperocchS sia manifesto che egli,
piil che neUe altre parti della fillosofia, qui non d^ U giusto valore alia
ragione umana. Infatti egli trascura di porre in luce la legge naturale, di cui
pur parlano si altamente gli stessi dottori scolastici, come san Tommaso, san
Bonaventnra e il Suarez, per tutto sostenersi all'autorita della legge divina,
cio^ del Nuovo Testamento. Inoltre, procedendo egli piiH ecletticamente che con
ordine interiore di concetti, non sa bene accordare quel suo tradizionalismo
con certe altre sue dottrine; giacchd di fatti egli dice la virttt consistere
neU'operare secondo ragione: ma potrebbe osservarsi che quando la ragione non
ha criterio di ragione in se medesima speculativamente, non pud averlo nemmeno
praticamente. II Eucellai rende immagine anco su ci6 de' suoi tempi; ma in che
senso diciamo tal cosa h bene sia definito. Le menti, a quei tempi, erano
agitate dai dubbi, e il nostro autore dice in piii luoghi come i dubbi
combattessero pur la sua mente. L' esame dubitativo fuor d' Italia condusse
molti a terminare nel dubbio; in Italia colore che accolsero r esame dubitativo
terminarono i piii nel riparo della Fede. Ma dobbiamo distinguere da costoro i
filosofi e i teologi non tradizionalisti, e che non accolsero F esame
dubitativo, come il Pallavicini nel suo TrattaJto del bene; giacch^ questi
ammettevano certezza razionale e verita preliminari alia Teologia, quantunque
neUa Teologia ponessero il sommo della sapienza; invece i tradmoncdisti, come
oggi li chiamano, alia ragione ricusarono la capacity di riposarsi nel vero e
nel certo, che solo ci vengono dalla fede. Ecco il perch^ mentre il
Pallavicini, il Suarez, san Tommaso, san Bonaventura con sant' Agostino
affermano esser nella ragione la legge naturale del giusto, dell' onesto, alia
quale si accorda la legge Divina positiva ; il Eucellai, per lo contrario,
parla di san Paolo e del Vangdo, e della legge naturale non tiene gran conto, bench^
aUa sfuggita Taccenni. SouMABio. Opportunita della critica. Importanza storica
dei libri di R.. II professor Palermo ha giudicato VTmperfetto imperfettamente.
Perche. Quesiti da risolvere. II Rinascimento e le sue qualita. Scetticisrao.
Tradizionalismo. Bruno. Campanella. Galileo e il sue metodo di osservazione
esterna. — I suoi scolari e rAccademia del Cimento. — Metafisica galileiana. —
Sommi capi di essa uei Dialoghi dei Masaimi Sistemi. II Cartesio e 1'
osservazione interna. Spinoza e Malebranche. Bacone. II sensualismo di Loke. —
Eclettismo di R.. Suo probabilismo. Si provano riandando la sua filosofla.
L’Accademia. Cicerone. La fede. Differenza tra' filosofi del Medio Evo e R..
Questi e il Galileo. Nel metodo R. apparentemente h moderno. Perche. Intende
solo negativaraente Taforisma socratico. — Ed e semj)re probabilista. — Accordi
tentati. — Gli fa difetto la speculazione. E pero riesce eclettico. Breve
riscontro di tal fatto nei suoi Dialoghi su' Principii passivi dell' universe,
e nel Tim^o, — Platone, il Cristianesimo e Galileo. Cartesio. — Teorica della
cognizione. Teorica del volere. — Liberta e fato, Stoicismo ed epicureismo.
Libero arbitrio e predestinazione. Psicologia e morale. — II R. e Cousin.
Aristotile. Platone. Stoicismo. Cristianesimo. Divisione delle virtti.
Cicerone. AQUINO. La Scuola Epicurea e R. Teologia razionale. Platone e il
nostro scrittore. I Padri. La Fede. Si conchiude che nello studio dei ' tre
pbietti della filosofia R. e eclettico. La forma esteriore, - lo stile - e la
natura de* personaggi ne' Dialoghi di R. sono i;n' ultima conferma della nostra
Conclusione. n problema ^ posto, adunque, in termini chiari, fatta che abbiamo
la esposizione dell' opere filosofiche di R. ne' precedenti capitoli. Ora e
tempo di risolverlo, e la via ci ^ molto agevolata; diro di piii, che dopo il
cammino gia fatto, sembrami quasi raggiunta la m^ta, che fa del viaggio nostro
il desiderio continovo. Imperocch^, riepilogando, noi ponemmo questo per
principio, che R. specchiaVa in s^ Timmagine del suo tempo in Firenze. E ad
esso volgendoci, lo vedemmo significare per la storia un potente contrasto di
elementi di un' et^ che periva sotto la mole della sua grandezza e un' et^
giovane e superbamente bella, che conquistava il regno delle intelligenze e
de'cuori. E tutte le facolt^ dell' antica far guerra a tutte le potenze della
nuova in opposizione fortissima. Ed io allora volli condurre il lettore all'
esame della vita del R. e delle sue opere letterarie; e questo contrasto
manifestossi, credo, chiaro al lettore stesso, come si era mostrato a me dopo
la lettura diligente di quegU scritti dimenticati, o non curati a dovere.
FilosoJla e autorita religiosa, gravity di discussioni scientifiche e
leggerezza di cicalate accademiche; purezza di stile e d' immagini, verbosity
ed esagerazione di confronti ; timore soperchio di aver che fare col Tribunale
dell' Inquisizione, e contro la Corte di Roma pagine sanguinose ; vita di
cortigiano ossequente e rime e lettere contro la corte ed i re ; lodi della
castita e verginit^ di Protettori e di SanfS, e scherzi equivoci e sonetti
immorali; tutto cio nel R., come precisamente nella comune degli uomini del
seicento, scorgevasi in quel trapasso dalla fine del Rinascimento alia Riforma,
dal mondo antico al mondo moderno. Un eclettismo inconciliato nei costumi,
nella vita, negli scritti, nell' arte, neUa letteratura ; e R. questo
eclettismo accoglie in se e manifesta nelle abitudini, nella vita sua civile,
letteraria e morale. Or nello scorrere che abbiamo fatto il suo lavoro
maggiore, senza intrattenersi a lungo via via a rilevar pure inumi, nella vita,
negli scritti, nell' arte, neUa letteratura ; e R. questo eclettismo accoglie
in se e manifesta nelle abitudini, nella vita sua civile, letteraria e morale.
Or nello scorrere che abbiamo fatto il suo lavoro maggiore, senza intrattenersi
a lungo via via a rilevar pure in esso que' medesimi contrasti ; nondimeno,
prevenuti, li notammo man mano, per guisa che, finito I'esame, supponessimo pur
compiuta la nostra fatica. Ma se nel mio pensiero ed in queUo del leggitore
questa conclusione si 6 gi^ fermata, giova tuttavia, anzi ^ necessario
definirla, e in un disegno piil raccolto concentrare con linee brevi e distinte
quel che abbiamo osservato lungo la via ; in quel modo medesimo che un pittore,
percorsa una vasta campagna, la raccoglie poi tutta su di piccola tela, senza
toglierne parte alcuna alio sguardo di chi la voglia fedelmente conoscere. Non
a torto pertanto (ce ne siam fatti certi) io comparai il nostro filosofo a un
prisma, suUe cui faccie si distinguevano i molteplici raggi del pensiero del
tempo suo ; e in che sta, per me, veramente 1' importanza storica di questo
scrittore ; per guisa che ognuno il quale non lo consideri, giudicandolo, in
tutti i suoi aspetti, b ne falsa il vero suo essere, o ne fa una pittura
destituita di valore, od almeno imperfetta. In questo ultimo scoglio sembrami,
io lo dico coUa dovuta deferenza, abbia urtato il professore Francesco Palermo,
1' egregio ordinatore dei Manoscritti Palatini in Firenze ; il quale di R. ha
pubblicato con un lungo avvertimento, diviso in sette paragrafi, sedici
dialoghi sulla filosofia naturale antica, e quegli altri sedici sulla
Provvidenza. In quell' avvertimento, bello davvero del rimanente, d^ il
concetto e il disegno deU' opera intiera, e la natura di essi Dialoghi chiama
fruUo di Galileo, (CONTI, Op. cit,) Tale il metodo del Galilei detto dal R., a
buon diritto, il sapientis simo Socrate, come quello che ritomava le menti al r
esame del mondo esterno e del mondo intemo, me diante il discorso della
ragione, gli assiomi naturali ed i fatti sensibili, ond' e' poteva finalmente
creare la fisica, e r Accademia del Cimento ingigantirla dietro le orme di lui,
con Benedetto Castelli, il Cavalieri, il Torricelli, il BoreUi, il Viviani, il
Eedi, il Cassini e moltissimi altri, i quali, secondando la inclinazione del
tempo coll' isti tuire quell' Accademia, applicarono i canoni deUa filoso fia
del lore Maestro alle scienze naturali, le conferma rono Bulla strada di
progresso indefinito, e le scienze universe sulla via della riforma. Ed invero,
in quel canoni del metodo Galileiano, sviluppati ampiamente nei saggi del
Cunento, accliiudevansi verity, profonde, le quali non potevano a meno di
partorire quegK effetti stupendi; e vi 6 determinato chiaramente il concetto,
il fine ed i mezzi di una filosofia che tutto comprende. Cio6, che riconosce le
somme verity naturali nell' Anima umana; che adopra la geometria per
raggiungere la verity ideale e reale, n6 trascura, anzi esige, 1' uso diligente
della esperienza, e indi del ragionamento a cogliere la evidenza: e infine non
6 spregiatrice, come molte iilosofie meschinamente altere, dell' autorit^.,
mentre la servitii dell' autorit^ stessa rigetta, e la vuole sottoposta essa
pure all' esperienza ed al nostro giudizio. Ma la filosofia del Galilei e de'
suoi scolari gene ralmente risguardava, giova averlo fisso, il metodo e la sua
applicazione particolare alle scienze naturali: a che sticettamente questi si
attennero. Ne con cid dire, io intendo negare contenersi nei libri del Galilei
sparsa una metafisica, come lamentava ilLibri, il quale, nella sua storia delle
Matematiche, si duole altamente del non trovarvi in alcuna parte delPopere del
sommo Italianol'esposizionedi essa; la quale, anzi, inclinerei anch'io a creder
davvero col Puccinotti (11 JSoem ed altri scriU% Tip. Le Monnier 1864), che
valesse a vincere le tenacity peripatetiche, indebolite gi^ dairAccademia
Platonica fiorentina. Imperocche fu prime Galileo che dimostro la necessity di
dividere fisica da metafisica, e i Umiti veri deUa ragione, la fede religiosa
nelle scienze soprannaturaK, la matematica nelle natural!. C!ome Platone, il
vero ed il bello professd Galileo per una medesima cosa, nella medesima guisa
che il false ed il brutto. E nella giomata prima dei DioHoghi dei Massimi
sistemiy il Galileo comprese i sommi capi della Metafisica, che possono qui
compendiarsi in due massimi corollarii, siccome avverte il Pucciuotti sopra
citato. Prima. Partivasi Galileo dalla Creazione, e veneraya in Dio una
sapienza infinita; anzi diceva, il sapere divine essere infinite volte
infinite: la mente umana la piii eccellente opera di Die : in essa concreate
alcune verity primitive, come preziose gemme nei loro incastri, la di cui luce,
per il terrene abitacolo in cui ella ^ posta, § da velami e da caligini
oscurata. La pienezza di cotesti veri e in parte nel soprannaturale, e parte
disseminata tramezzo alle naturali cose. L'intelletto consegue con la
intensivit^ i soprannaturali neUa lor piena luce per mezzo della rivelazione e
della fede: i naturali, colla dimostrazione matematica; e onde con questi
potenti e benefici ajuti della grazia divina, le menti con piii sollecitudine e
costanza e pienezza veggano e profittino di tali verity,, 6 mestieri che V uomo
temperi e assottigli quanto piil pud que' velami e quelle caligini di falsity,,
che partono dai fermenti e dalle passioni della sua materia: ed ecco il
fondamento della morale, e il culto necessario e il merito insieme della virtii
umana. Secondo. Per le verity naturali la mente umana procede allo'stesso modo,
solamente traendone la dimostrazione, non dalla metafisica, ma dalle
matematiche. Ch^ la geometria cammina anch' essa grandissimi spazi, e trascorre
la vastit^ delle opere della natura, e contiene nelle sue dimostrazioni la
necessity de' suoi veri; riverberando in certo modo e scoprendo quelle
matematiche leggi, coUe quali Y etemo intendimento tempera 6 govema 1'
universe. Ma la geometria, con le sue mille e mille conclusioni ottenute, 6 sempre
a immense intervallo da quanto resta ancora a investigarsi ed intendersi nella
natura: epperd si reca allato per sua aiutatrice e ministra la esperienza, la
quale, tentando effetti e cagioni, e le attinenze lore, prepara la serie deUe
probabilitS;, che la matematica disnebbia colla dimostrazione ; presentandole
come verity e leggi natural! alio intelletto, il quale, ove le trovi
rispondenti ai tipi concreati delle soprannaturali gi^ disnebbiate dalla
metafisica, ossia dalla religione, e se ne nutre e se ne bea. Ma la moltitudine
degli intelligibili nell' universe d immensurabile, e questa che il solo
Creatore vede per numero, peso e misura in un sempKce intuito, 1' uomo non
percorre che lentissimamente, e fra mille ambagi e pericoli, di conclusione in
conclusigne. Onde la necessity della modestia e della pazienza nell'
investigare e nell'operare degli uomini, nel raccorre ed intendere le veritd,
nella fisica del mondo. Comunque, il Cartesio animato come Bacone (cbe pel
dispregio alle tradizioni incappd in alcuni errori) e Galileo daU'istesso
desiderio di universale riforma, inaugurando piil precipuamente il metodo di
osservazione interna, devesi a lui il compimento dei mezzi e gl' istrumenti per
la vera filosofia, Tesperienza e la speculazione. La quale ultima per il
Cartesio recata invero all' eccesso, chiuso il pensiero in se stesso, n^
riguardando piU alle sue attinenze reali, porto ad errori il filosofo illustre,
e porse occasione a scuole diverse arbitrarie ; e basti per tutti lo Spinoza e
il Malebranche, in quella guisa stessa che dall' empirismo di Bacone scoppid il
sensualismo di Loke. D Cartesio pure comincio dair esame, e per esso istitui un
metodo, e indi tento un ordinamento generale di tutte le scienze; se non che,
ponendo il dubbio non solo di ogni istruzione ricevuta, ma pur anche del valore
delle fiacoM umane, eccedd fino ad essere scontento della logica, dell' algebra
e della geometria de' suoi tempi. CONTI. Lo si deduce chiaro dal suo discorso
sul metodo. E il Malebranche, il piii grande metafisico che la Francia abbia
prodotto, spinto dalla filosofia cartesiana, o meglio dalla parte negativa di
essa, il dubbio, si rifugid nel misticismo, e con esso la sua filosofia, ond'
e' ritornava alle intuizioni Platoniche, e preveniva Vincenzo Gioberti e
Antonio Rosmini. Tali erano i principali sistemi che allora signoreggiavano il
mondo della filosofia, disputandosi il primaU) deir autorit^, e tra loro
contrastandosi. Orazio R. ebbe cognizione di tutti questi elementi, da' quali
esci faori 1' et§. moderna: se non che non dotato di molta vigoria di
speculazione, o per formarne I'armonia tentata, o per dominarU, nel suo
filosofare or I'uno or I'altro seguitd riuscendo eclettico, e per5
speculativamente scettico una seconda volta. Spiego quest' ultima frase, in che
ripongo la sostanza della critica, con la quale io do termine a questo libro.
La filosofia di R. ammette, lo vedemmo, una prima divisione generale per
rapporto al metodo; ciod negativa e costruttiva^ e si nell'una come neU'altra
non esce il filosofo da' termini del probabilismo, egualmente che la seoonda
Accademia, guidata da Filone che fu il primo neoplatonico di Alessandria; la
quale riconoscendo la natura assoluta del vero, ammetteva solo come verosimili
le dottrine che ne derivavano. Ad illustrare la qualitit filosofica di R., si
prenda in esempio Cicerone. Questo grand' uomo in alcune parti della sua
dottrina sembra tenere dell' Accademia Nuova; quando egli, cioe, intorno alia
natura del mondo e di Dio afferma con probabilita anzichd con certezza. Ma le
probabilitli di Cicerone si ristringono alle determinazioni di problemi che il
Paganesimo e 1' estremo corrompimento e infiacchimento della filosofia greca ai
suoi tempi aveano coperto d' ombre. Bensi Cicerone non pone in dubbio mai 1'
evidenza dei supremi assiomi della ragione ; non in dubbio mai la veracity del
testimonio della coscienza psicologica e morale; non in dubbio mai la validity
del metodo dialettico e logico; n^ in dubbio mai la conoscenza che Dio e, ed h
distinto dal mondo ; n^ in dubbio, finalmente, mai la legge naturale eterna e i
doveri e i diritti che ne derivano. Ma R. non fa come il GiureconsultoJRomano;
egli se ne sta, sfiduciato della ragione, nel gretto del probabile, e ritiene
essa, la ragione, non potergli dare di pill. E, lo ripeto, questo h naturale;
imperocchd nello svolgimento della rifiessione filosofica, dovea seguire che
fra tante autorit^ opposte, la mente di lui si sentisse quasi smarrita, e che
egli, come molti altri, dubitasse della ragione appunto, perch^ si palesava con
sistemi tanto contraij, e si rifuggisse nella fede del sovrannaturale,
sostenendo incapace la ragione a farci conoscere la verity. Gontro i sofisti,
pertanto, ei ripete ed accoglie qiial principio di metodo la proposizione
socratica; ma non sa derivarne, come Socrate, il suo mondo intelligibile e
certo; I'avrebbe forse potuto fare, perche sorretto dag? insegnamenti di
Galileo e di Platone; ma si contenta di meno assai, sapendo bene di sapere per
fede, che egli stabilisce come unico fondamento di assoluta certezza, con tal
divario nell'intendimento da' filosofi cristiani o dottori del Medio Evo ; che,
cio6, mentre essi ponevano la filosofia come preliminare certo della teologia,
sicchd d' ambedue si faceva un' unica sapienza, accordando la ragione colI'autoritii
(Vedi Beductio artium ad Theologiam di san Bonaventura, e le prime questioni
delle due Somnie di san Tommaso e il Gerzone De octdo); R., invece, dichiara la
filosofia seienza dei probabili, che delle ultimo ragioni, alle quali conduce,
possiamo sempre comecch^ sia dubitare. II R. poi h moderno apparentemente nel
metodo, la osservazione, la induzione e 1' esame per fine diretto, onde coglier
le relazioni delle idee e dei f^ftti, e giungere al possedimento del vero.
Galileo suo maestro osservava, provava, sperimentava, induceva, riprovava nel
mondo dei fenomeni, e creava cosi la fisica ; e diceva sapientemente : il
tentar r essenze aver egli per impresa impossibile ; e abbatteva V alchimia e
quel castelli incantati d' ogni sistema a priori ; riconduceva la ragione al
suo posto, e facendola ridiscendere da quelle altezze pericolose, dove
temerariamente se n' era salita, la riakava nel fatto, poicM nell' ordine stia
la grandezza e la perfezione degli esseri. II R. batte la strada del Galilei,
ne accoglie quasi religiosamente i pijecetti ed il metodo, ma a qual fine ? con
quali intendimenti ? Per arrivare con Galileo alia certezza naturale delle cose
? Mi sembra che la lunga esposizione del suo lavoro filosofico contenga la
risposta genuina e sicura. Notisi frattanto, o meglio ricordisi, che spesso,
quasi in ogni dialogo, e, sto per dire, in ogni pagina, R. protesta di voler
affidarsi alia sua ragione, di volere starsi all' esame dei fatti sia esterni
che intemi nel suo discorso filosofico, e di non accettar ciecamente la
autoritil, a cui sembra fare una guerra continua ; e ripete a ogni passo che
non si deve formar giudizj sopra quelle che pare a noi, ma e'fa mestieri
esaminare le cose, avanti di pronunziar sentenzia ; e asserisce a ogni tratto,
che nel muover via via a se i dubbj sta la verace maniera per trovar la ragione
delle cose, e non nell' affidarsi alia sola Sbuiorith dei Maestri ; che d
percid necessario deporre nelle questioni qualunque maniera di anticipati
giudizii a favore piiH d' una che d' un' altra opinione, sia d'Aristotile, o di
Platone, o di Pittagora, o di qualunque siasi altro, imperciocchd r apprensione
fa in noi grandissima forza, anzi iegli d molto malagevole lo spogUarsene,
quando ci si 6 fatto r abito da' primi elementi degli studi (Dialogo J2'',
cotitro i Sofisti). II lettore vede che qui tutto in apparenza precede
direttamente ; che il filosofo, nel metodo esteriore, ^ seguace del Cartesio e
del Galileo, oh' egli e insomnia un moderno. E, voglio avvertirlo, non intendo
chiamar filosofo moderno chi d' ogni autorita e sprezzatore, imperocchd allora
bisognerebbe non fosse piil uomo, essendo pur essa, I'autoritii, un elemento
essenziale deir umana ragione. N^ il Galileo e gh altri fecero getto di quella
; chd anzi studiava il nostro matematico e Platone e Aristotile, e da tutti,
siccome Socrate, avea ambizione di intendere, e I'autorM ragionevole di essi
fomivagli sussidio a conoscere la verity. Se non che R., che professa di
seguire queste onne, e di accogliere in questo aspetto il metodo di esame, nel
fatto, e consapevolmente, vi si diparte. II suo metodo ed il suo esame non 6
che un istrumento per la vittoria della fede. In che modo ? Gik prima di porsi
in cammino verso i tre obietti della filosofia, la natura esteriore cio^, la nmana
e la divina, ha determinato in mente sua il punto preciso a cui egli vuole
arrivare, non per teoremi razionali, ma secondo la fede soltanto; e guai
altrimenti, con tanta sfiducia in che e'tiene le forze della ragione ! Egli ha
detto : — Queste sono le verity inf allibili di nostra fede, alia quale io mi
piego interamente : la umana ragione, pud ella, nel suo procedere, condurmi
alle medesime verity ? riesce ella a darmene una riprova certa o soltanto
probabile? Esaminiamo!— Vedete pertanto che questo esame non h un mezzo per*
scoprire la verita, come per il Galileo, per il Cartesio, e pe' filosofi
moderni ; R. questa verita nell'ordine degK enti la conosce per fede; il suo
esame razionale non ha per obietto di mostrare la potenza della ragione, o anche
1' accordo di questa con la fede; ma in lui e palesemente la preoccupazione di
mostrar coUa ragione la impotenza della ragione a dame certezza, per concludere
poi a favore della fede che la certezza pu6 venirci solo da questa, e che si
accordano con essa le massime probability razionali. In un tal quale rispetto,
data la differenza dei tempi, somigliano i Didloghi di R. al Saggio del La
Mennais Sulh Indifferensa, ed in un altro rispetto ne dissomigUano. Qual
somiglianza ? II La Mennais voile in quel Saggio provare, come R., la impotenza
della ragione a faxci conoscere con certezza la verity, certezza che solo vien
dalla fede. In che la dissomiglianza ? 11 La Mennais afferma che la nostra
ragione da s^ sola si contraddice di necessity ; R., per contrario, afferma che
la ragione pu6 giungere a dottrine piU o meno probabili, e, come probabUi, in
armonia coUa certezza della fede. Che la ragione non si reputi capace da lui di
giungere alia certezza, egli lo mostra da cima a fondo ne' suoi Dialoghiy dove
e nella filosofia naturale, e nella morale non arriva colF esame e colla
riflessione che a ragioni probabili piii o meno. Orazio Bicasoli Bucellai, la
sentenza socratica quesf uno to So che nulla io so accettando solo
negativamente, d^ mano per il suo metodo de' probabili alio scetticismo ; in
quella guisa medesima ch' ei la rid^ col suo eclettismo. E tanto ^ negativa 1'
applicazione dell' aforisma socratico in tutta la parte de' suoi Dialoghi, la
quale si comprende nella Villeggiatura Tusculana, che pur le dottrine stesse
del Galileo, dove si accennano teorie filosofiche sul mondo, anzich^
semplicemente sperimentali fisiche, non professa guari come certe, ma come tra
le probabili le piii probabili, sulla scienza del Mondo, e, come tali, da non
escludere che altre in progresso bandiscano quelle. Cosi neU'esporre il Timeo
di Platone, cosi nel trattato della Frowidenza^ che chiude la Villeggiatura
Tusculana, ei si restringe sempre nel solito probabilismo, quantunque parlando
del Provvedere eterno, o dell' Arte divina nel mondo, mostri credere fermamente
ch'ella esiste ed opera in esse ; ma le ragioni ed i fatti ritiene nient' altro
che come barlumi di quel vero, il quale per la fede religiosa sfavilla alle
menti che credono. E molto efficacemente della liberty egli discorre, facendo
tesoro degli argomenti recati in campo da'piH reputati filosofi in sostegno di
essa; ma con le riserye consnete della Seconda Accademia, e considerando la
ragione come regina se non spodestata del regno intellettual/B dell' Uomo, pur
di ben misera autorit^ e ginrisdizione sovr' esso. Solamente le verity
matematiche hanno yirtd di evidenza per lui, Bicchd per esse la ragione ritorni
sovrana, e siano del sapere i primordj sicuri. Nelle morali verity poi lascia
egli quel suo metodo dei probabili e afferma con sicurezza ; ma queste
affermazioni non procedono da evidenza di ragione, bensi apparisce chiaro che
esse procedono dalla dottrina del Cristianesimo intorno ai fini soprannaturali,
ed ai precetti per conseguirli ; tanto che le dottrine platoniche,
aristoteliche, ec, servono solo di raflEronto al catechismo. Questo sia detto
pel metodo della filosofia nelle opere di R. ; su che io stimo aver discorso
bastevolmente, dopo Tesame che il leggitore ha avuto occasione di fare da se,
con qualche ampiezza, de' Dior loghi filosofici di lui.' Aggiungo ora, ne ^
difficile persuadersene, che egli nel sqo sistema filosofico 6 eclettico, e
pero dit mano di nuovo alio scetticismo, riproducendo cosi pure per la
centesima volta le condizioni del pensiero in quel secolo, ed espirando
inalterata I'atmosfera filosofica del suo tempo. Vuole avvertirsi come i tre
punti cardinali, a dir cosi, del suo filosofare dovevan condurre»R. all'
eclettismo. Quei tre punti consistono : primOy certezza per la fede ; secondo,
cdmputo delle razionaU probability in sostegno della fede; ter^o, esclusione
delr autorit^ del tale o del tal altro filosofo particolare, secondo gl'
insegnamenti di Galileo. Sicche non avendo R. piena fiducia nella ragione,
escludendo le particolari autorita dei filosofi, doveva naturalmente ridursi a
cercare i dati del suo cdmputo di probabilita nelle opinioni varie di tutte le
scuole, tentandone un accozzo. Aristotile e Platone, Epicure e Cartesio,
Galileo e il Tradizionalismo, tali erano le scuole principali che disputavansi
il terreno in quel secolo. Lo abbiamo veduto. II R. ve le trova, ne apprende
gli intendimenti, ne tenia un accordo; diro con frase piil viva, e che il
lettore mi consentir^, ne immagina una confederazione, con a capo, perche
sfiduciato della ragione, la fede. II R., pertanto, che ritraeva in tutto del
sue tempo, in cui la forza speculativa degl'Italiani era svanita, e non
lievemente svanita, di questa vigoria di speculazione non era pur egli a
dovizia fornito, per riuscire ad aggiungere intendimento si alto e generoso, a
formar ciod questa sintesi, e comporre un' armonia si sovrana. Era dunque
inevitabile che in queste armonie tentate ei si smarrisse, riuscendo invece a
una fantasmagoria di accordi, cioe ad un eclettismo di quei vari elementi, di
quelle dottrine diverse, e perd, lo ripeto, desse mano di nuovo alio
scetticismo, poiche r eclettisrao sia di questo una forma particolare. E dico
cid, distinguendo le intenzioni dalla essenza speculativa d' un sistema. L'
eclettico, per le intenzioni sue, ^ tutt' altro che scettico, anzi vuole
opporsi alio scetticismo: ma e scettico speculativamente, giacch^, negando che
la ragione abbia potuto mai produrre con un criterio intrinseco suo, una
dottrina non esclusiva di sostanziali verity, crede che la filosofia si divida
tutta in sistemi particolari ed erronei, dal cui ricucimento possa derivare la
dottrina plena, o almanco la dottrina massimamente probabile. Indi apparisce
chiaro che, quantunque V eclettico dica valersi d' un criterio interiore od
anche della coscienza, principalmente si vale di im criterio esteriore o
storico; poichd altrimenti, se fiducia avesse nel criterio interiore, non
impugnerebbe la tradizione della filosofia vera, n6 la porrebbe necessariamente
divisa in brani od in sistemi erronei. Va bene che lo studio dei sistemi giova,
bensi come aiuto, n^ potrebbe giovare, quando nn criterio interiore per
eleggere il vero dal falso nei varj sistemi cimancasse. L'eclettico risponderd,
forse: Ma in tal caso, soggiungiamo noi, se un criterio interiore vi ha sicuro,
gli eclettici ban torto dicendo che tutta la storia della filosofia h una
storia di sistemi erronei, e che la verita pud solo venire dal ricucirli
insieme. Anche il tradizionalista nelle intenzioni sue e dommatico, ma h
scettico speculativamente, poich^ non ammette razionale certezza. Le quali cose
ho volute notare per la natura del mio soggetto, a far vedere cio^ che,
filosoficamente considerato, R. partecipa dei dubbj del suo tempo, e che egli
cerca rifugio dai dubbj dommaticamentenel tradizionalismo, eniditamente nell'
ecclettismo. Qual'^ infatti la sua dottrina intorno al mondo, all' Uomo, ed a
Dio? Ne'primi sedici Dialoghi, ne' quali si espongono le dottrine de' piii
antichi filosofi intorno a'principj universali della natura, e che formano, ho
detto, la parte negativa del suo filosofare, R. non acr cenna ad alcun sistema
suo particolare intorno al principio materiale dell' Universe, e solamente
riducendo al nulla e destituendo d'ogni valore di verity tutti quei sistemi
ritornati a vita dal Rinascimento, intona, pud dirsi, 1' estremo funerale a
quel grande periodo della nostra filosofia. Bensi noi ci accorgiamo di leggieri
come egli in quelle pagine stesse distingua bene, del pari che Galileo e la
scuola moderna, la scienza metafisica dell' universe stesso dalla filosofia
naturale dalla fisica: progresso grande, invero, questo;unperocch^ per 1'
innanzi e nel Medio Evo e presso i Peripatetici formava parte integrale della
filosofia la fisica. o filosofia naturale, diversa assai dalla scienza
metafisica del mondo, alia quale ben piCi avvicinasi la fisica di Aristotile e
di Platone, intendendo essi questa appunto non come scienza tutta di
esperimenti esteriori (nd r avrebbero' potuto), ma come cosmologia nel senso
che le diamo oggi ; vale a dire la scienza dell' ordine mondano in relazione
colPanima umana e con Dio; sebbene ponessero in questa anche lo studio
deU'anima, come r ultimo punto a cui la fisica menasse. Comunque, la confusione
della fisica coUa metafisica era in que' secoli giunta al colmo, cagionando
que' conflitti e quelr eteme dispute che nelle scienze rendonsi inevitabili,
ognivolta gli obietti loro per natura ed essenza distinti si mischiano. Ed i
fisici che volevano farla da metafisici, ponendosi a ricercare nell' ordine degli
enti esterni le leggi che governavangli, presumevano trovarne apche i fini,
invadendo per cotal guisa il terreno della metafisica, con indicibile danno
della scienza e del suo stesso incremento. Ma R., riconoscendo tutto cio per la
benefica influenza delle dottrine e del metodo Galileiano, sfugge i pericoU di
queste confusioni peripatetiche, n^ i fini dell' universo d^ per obietto di
studio 6 d' investigazioni alia fisica, la quale intende ne' termini stessi del
suo maestro, riprovando nel fatto del suo scetticismo, e del senso negative con
cui in questa parte intende 1' aforisma socfatico, quella naturale filosofia
architettata a priori o con induzioni ed esami troppo superficial! da' filosofi
antichi, e ritomate a vita e seguite, qual piii qual meno, da alcune scuole del
tempo suo. Tantochfe del medesimo Platone ei rigetta le opinioni intomo alia
formazione del Mondo, come quelle che non si fondamentano sulle solide basi
relazioni di dipendenza dell' una parte dall'altra, e implicitamente combattuto
1' errore di quei che V uomo dicono operare in tale e in tal modo, col tale o
tal organo, perch6 ha quell' organo, non perchd questo I'abbia avuto a quel
fine. Ed ecco percid un altro punto capitalissimo nel quale R., pur non escendo
dal suo probabilismo, segue la filosofia modema, n^ cade nolle negazioni che
delle cause finali si era &tto prima di lui, e si faceva anche al suo
tempo. Ma di ci6 basti: ch^ inutile ripetizione sarebbe recar qui nuovamente le
parole del nostro Scrittore, dove di queste ragioni finali delle cose tutte
dichiara la sua credenza. N6 stard guari piii oltre a ricordare come R. ancora
dissenta da Platone che ammette r Anima dell' Universo, mentre si adopera a
scusarne r errore, e a conciliare tal dottrina, interpetrandola benignamente, coll'
insegnamento fisico galileiano e con quelle religiose della Prowiden0a. Come il
lettore ricorder^, R. passando in rassegna i yarj sistemi antichi della
filosofia naturale, pose avanti il concetto che Platone ayesse potuto intendere
di assegnare al mondo per anima sua la luce, che per Galileo ^ a tutte le cose
frammista, ed e la estrema espansione della natura e in essa tutto risolversi
di tutto cid che 6 nel mondo con la rarefazione. N6 di cid abbiamo osservato
esser pago il Kucellai, che nel Timeo si fa varj altri quesiti intorno a quanto
di diverso dal fin qui detto potrebbe immaginarsi aver Platone opinato suUa
natura delP anima universale, come, per esempio. se abbia potuto creder esser
quella Iddio stesso, o TAmore. Indi dal primo supposto piglia le mosse a
confutare il Panteismo e il Naturalismo conforme alle dottrine stesse
Platoniche e de' piCi reputati filosofi del suo tempo, da'quali toglie gli
argomenti probabili in difesa della distinzione di Dio dal mondo. E cosi dal
vedere che per tutto e seme di amore, nelle cose inorganiche, organiche, negli
animali e neiruomo, e da considerare i fini della creazione, si domanda se per
anima dell' universe Platone possa aver tenuto I'amore, come quello che,
necessario, tira a ricongiunger le cose che per il loro difetto dal loro ordine
deviano, e, libero, le creature ragionevoli. E ambedue le ipotesi o i supposti
spiega affermando che Dio non si deve confondere col mondo, ne ponsare che egli
vi si trovi quasi anima in un corpo ; che Y amore puo, ma non come essere
vivente, ritenersi per anima universale, sibbene e Dio stesso, h il suo amore,
o lo Spirito Santo, il quale, virtii vivifica, e legge impermutabile infinita
ha valso air ora della creazione, e varra in perpetuo. E a questo sense crede
R. poter ridursi, cristianeggiandolo, il pensiero del filosofo greco, della
cosmologia del quale ricorda alcune sentenze da cui puo arguirsi che 1' amore
abbia egli considerate se non come 1' anima intera del mondo, almanco come il
fiore d'essa, che consiste nel medesimo; quell' amore che appresso i cristiani,
in Dante, in Petrarca ec, 20 altro non 6 nel suo concetto divino che la
provTidenza, o lo spirito che di s^ tutto riempie 1' iini verso. E quest'
accordo tra Platone e la fede in tal subietto palesemente dimostra aver tentato
R. ne' suoi Dialoghi ddla Prowidenffa^ ne' quali abbandonandosi spesso a
mistici voli, si compiace rinvenire questa profonda armonia tra il precetto di
fede e il pensiero del filosofo pagano, il quale, per lui, (ed ^ in fatto),
piii d' ogni altro nell' errore della gentility avvicinossi all' idea vera di
Dio e de' suoi divini attributi, quasi davvero gli si fosse in parte svelato. E
per concludere sull' opinione di R. intomo al mondo, resterebbe a ricordarsi
del come egU applichi le armoniche proporzioni aU'anima dell' universo, e in
qual modo, altresi, riconosca I'importanza delle matematiche nello studio di
esso, e quanto potuto abbia su di lui la benefica tradizione Platonica in
questo argomento. i] agevole in brevi parole sodisfare a quest' oggetto,
rammentandosi come egU, il nostro scrittore, discorso delle matematiche,
esponga neUa sua verity r applicazione che 1' Ateniese fa di esse aU'anima
Platonica, senza as^entirvi, non ammettendo Tanima universale ; ed invece
riconoscendo in tutto 1' universo la intelligenza geometrizzante divina, il
numero, V armonia, dia lode a Pittagora, Platone e a Galileo che fecero base
dello studio del mondo le matematiehe, e continui la tradizione perenne,
chiamando con essi la scienza delle quantity Vabbkcl di ogni sapere. E come
Platone, cosi R., che ne illustra il Timeo^ dall'anima universale passa a
discorrere del1' anime razionali e della loro immortality. II lettore ha tenuto
dietro all' esposizione di questi argomenti, n^ vale qui, anco in succinto, ritornare
sopr' essi pid. Certo, il nostro filosofo, ritagliando pur qui dalle teorie
platoniche sull'anima tutto quello che alle dottrine del Cristianesimo
contrasta, gli argomenti di Flatone sulla natura ed immortalitS; di quella
accetta ed espone, e cosi di Socrate, di Pittagora e di Cicerone, de' Dottori e
de' Padri, come poi del Ficino e de' neoplatonici del secolo decimoquinto, e
anco del Cartesio, contemperati da quello che la fede cristiana ne insegna,
onde dal grado di argomenti probabili assorgano alio splendore della certezza.
Ch^ col lume della ragione solamente nelle prove dell' immortality dichiard
anche qui nmi esservi da aspettarsi mai prove convincenti^ oltre quelle della
nostra infalUbile cattolicd dot-trina, percM elle non sono da rioi, ma si bene
favellar se ne puote, e trovarci da proporre molte verosimiglianze e
probability. E dove dell' idee parla, tenta (lo vedemmo) un accordo tra gli
archetipi etemi di Platone a' quaK s' inalza la mente umana e le idee innate
del Cartesio. Imperocchd e' rigetta 1' opinione aristotelica, tornata, tra'
moderni, in vita da Condillac, che lo intelletto umano sia tanquam tabula rasa,
in cui si venga a Bcriver man mano, e, pur senza sottoscriversi alia teoria
della reminiscenza nel sense platonico, ammette invece la mente umana
illustrata da un lume supemo impresso in essa da Dio, quantunque poi non sia
ben chiaro del come cid avvenga, e anzi reputi questo un mistero, nel tempo che
Platone ammette chiara e determinata la cognizione delle idee eterne. Non
esclude la relazione obiettiva di queste, e accostasi alia teorica delle idee
secondo il Cartesio, temprandola col suo neoplatonismo, e combatte il Gassendi,
non escludendo per6 quel che gli sembra contenere di buono, fino a dire che
ritagliando un po' di qu^ e un po' di 1^ si puo venire a un terzo ripiego di
verosimiglianze. E in fatti ritiene come probabile che Iddio creando ranima e
infondendo in essa il lume delle idee, queste per la nebbia del corpo e de'
sensi yengano ad essere alquanto nel loro fulgore offuscate, e i nuvoli della
materia parino la vista all' occhio deiranima, per modo che anche da tal fatto
del conoscimento imperfetto attuale delle idee e delle cose arguir si possa
Tadempimento per noi del conoscere intiero in altro luogo che sia. Ma, convien
dirlo, a me sembra che in questa teoria della cognizione e in quest' accordi e'
non riesca ben chiaro a determinar cosa pensi ; e che il suo probabilismo
assuma qui la qualita dell' esitazione e della incertezza, e che in questa
e'faccia pur altalenare la mente del critico. Causa al certo non secondaria di
tutto ci5 le deboli ali del suo speculare, ben diverse dalla semplice
erudizione, che mentre al probabilismo suo pud dar la quality di erudite, non
vale ad aggiungere vigoria a quelle intelligenze spossate da' contrasti di si
diverse dottrine. Che se dall' intendere dell' uomo passiamo al volere, noi,
nel combattere ardente che fa il Kucellai ogni obiezione della scuola epicurea
e determinista, la quale niega la liberta umana, avemmo luogo di riscontrare anco
qui il neoplatonico cristiano, il quale, facendo tesoro di' tutti quanti gli
argomenti che dalr antiche scuole fino a' suoi tempi a sostegno di essa si
recarono, manifesta 1' ampia erudizione della sua mente da un lato, e dall'
altro il suo intendimento di una sintesi delle opinioni diverse, come per
esempio quella della liberty e quella del fato, lo stoicismo e r epicureismo,
del libero arbitrio e della predestinazione, siccome riscontrossi ne' Dialoghi
della Provvidenza. Cio che preme di notare si d in primo luogo: che alle varie
facolta dell' anima non fa corrispondere altrettante anime, e, come a- dire,
giusta il pensiero platonico, la vegetativa, la sensitiva, e la intellettiva,
radice della conoscenza e del volere ; sibbene pur ammettendo queste distinzioni,
le considera come quality di un' anima sola, creata da Dio, allorch^ il corpo
deiruomo venne formato. In secondo luogo: che il R. ponendo in sodo, con tutti
gli argomenti pro7 babili de' quali puo disporre, la liberty dell' arbitrio
umano, ci stabilisce le fondamenta della morale, precisamente come Platone
faceva, e la possibility per r uomo di tendere al conseguimento del bene
perfetto e della perfetta felicity. Basta il ricordare il Proemio alia
Villeggiatura Tibnrtina per rendersene persuasi, e riandar col pensiero
principalmente i due be'Dialoghi che nel trattato della Provvidenza si trovano,
dove del dono della ragione, e della liberty e del fato discorre. Come in
principio della esposizione della sua psicologia e filosofia morale osservammo,
giova rammentarci qui esser questa la parte piil manchevole e imperfetta ie^
Dialoghi; pur tuttavolta sufficiente alr intendimento mio, che ^ quello di
dimostrare il suo eclettismo, e V applicazione mancata in lui del Nosce te
ipsum. Vuolsi avvertire qui come succedesse al Rucellai quello che poi
succedette al Cousin, qualunque siaperaltririspetti la diversita d'ingegno,
d'inchnazioni e di successi dall' uno all' altro. II Cousin, cosi nelle sue
Lezioni di storia della filosofia, come in ogni altra sua opera, sempre ripete
per gl'insegnamenti di Cartesio la necessity, dell' osservazione interiore o
dello studio della coscienza umana ;sicche parrebbe ch' egli lo studio de'
sistemi avesse dovuto subordinare a questo esame interiore, e al criterio della
coscienza. Ma invece lo studio storico de' sistemi ^ V intendimento eclettico
ed espresso del Cousin che reputa trovare in essi la integrita della filosofia.
Similmente R. ripete il Nosce te ipsum di Socrate ad ogni istante; ma in fatto
poi si vale piCi eruditamente dei sistemi che non delr esame interioi:^. E come
la interpetrazione negativa del questo io so che nierUe to so valse al R.
d'impulso ad una speculazione erudita, piuttostoche ad una speculazione
spontanea; cosi la parte dubitativa negativa delle dottrine cartesiane servi d'
impulse al Cousin per il suo Edettismo. Ed infatti, lasciando d' intrattenersi
suUa psicciogia^ cui il medesimo R. guarda e passa, nella parte morale, senza
dimenticare la stregua infallibile de' suoi ragionamenti, le verita della fede,
egli non voltando le spalle alle teorie morali platoniche, pur quelle di
Aristotile e degli stoici cerca studiosamente di conciliare insieme, giusta pud
vedersi nella definizione della virtii e nella classificazione degli ofBcj
umani. Si pud dire anzi che egli non abbia fatto che seguir passo passo or
questo or quel sistema e quel metodo; che il suo, piCi che un trattato, anco
incomplete, sia piuttosto uno specchio delle sottili distinzioni di quelle
virtii e di quel doveri, che Cicerone viene nei suoi libri enumerando.
Imperciocchd il leggitore abbia in mente quali fossero intomo la morale o la
teorica delr operare i pensieri di Platone, di Aristotile e della Scuola
Stoica. — Platone ammise Dio esecutore e mallevadore della Legge morale. La
qual legge, imposta al volere deiranima, da Platone stesso riconosciuta e per
la prima volta dimostrata immortale, riducesi alia pratica della virtii, che 6
la imitazione dell'Archetipo sommo, ciod a conformare le nostre azioni alle
idee, anteponendo all' amore dei beni sensibili quello del buono assoluto. La
virtii d una ; ma comprende in se quattro elementi, che corrispondono alle
quattro virtti conosciute da noi sotto il nome di cardinal!, sapienza (sofia),
coraggio o costanza, temperanza e probity giustizia. L' applicazione della
legge morale non gi^ alia volontS; degl' individui, ma a quella del popoli e
delle nazioni, costituisce la politica nel senso di Platone, il quale, oltrech^
veniva meno a s6 stesso, allorch^ distinti nello stato i tre ordini, ottimati o
sapienti, guerrieri ed operai, questi faceva servi, non punto mostravasi alia
corruzione dei tempi superiore, quando, per esempio, pigliando a massima che 1'
utile non dev' essere un diritto esclusivo e che dalla society umana vogliono
eliminarsi i sospetti di prole illegittima, ne inferiva la comunanza dei beni e
delle donne. Per Aristotile il bene morale ^ la felicitit, il bene assoluto e
la beatitudine perfetta che comprende V attivit^ perfetta e il godimento
perfetto. Base dell' operare umano ^ la libert^i, il cui esercizio perfetto fa
raggiungere la felicity, che ^ la somma dei godimenti. II bene finite non § che
un accostamento al bene assoluto: desso bene s'identifica col fine, e perd la
ricerca del bene e del fine si unificano. II mezzo pertanto di conseguir questo
bene, ossia la felicity, § la Yirtti. La quale consiste nell' evitare i due
estremi del vizio, come la vilta e la superbia, tenendoci nel giusto mezzo. La
giustizia poi d tutta la virtti; h la virtd nelle relazioni che gli Uomini
hanno tra loro (Lib. V, Etica Nicomachea). Or bene, ognun vede subito come la
base su cui si fonda la giustizia d per Aristotile opposta a quella su cui la
stabilisce Platone. Imperciocchd Aristotile parta dallo studio delrUomo e dei
fatti sociali, e sia guidato, come Platone, dall'ideale del bene assoluto, ed
essere divino; ma pero il suo ideale 6 il tipo perfetto della virtd, cio^ la
beatitudine, che • comprende attivita perfetta e godimento i)erfetto ; mentre
1' ideale Platonico contiene r unita perfetta, assoluta, e percio il niodo di
render giusto rindividuo e lo stato e per Platone queflo di nniiicarli il piii
possibile. E infine quail erano gl' intendimenti degli Stoici? € Insegnano
(riepiloga il Paysio nella sua SL deUa FUosofia) che ogni male ed ogni bene ^ solo
apparente o relativo, tranne il vizio che d un male vero e positivo, e la
virtii che ha in se un valore assoluto. La virtii ^ una sola, un solo il vizio,
e tutte le buone azioni fra loro, come fra loro le cattive, sono equivalenti ;
ma la virtti si esercita in quattro modi principalmente, colla prudenza, col
coraggio o fortezza d'animo, colla temperanzia e colla giustizia; e dicasi lo
stesso del vizio, le cui forme stamio negli otto contrarj avendo ciascuna
virtii due contrarj opposti. > La virtii che consiste nel vivere secondo la
legge della ragione bene ordinata come il yizio (^ una conseguenza della
ragione disordinata o pervertita, che non sa vincere le cattive inclinazioni,
sradicare gli affetti colpevoli) conduce alia felicity, riposta nel vero vivere,
cio^ in quello stato dagli Stoici chiamato apatia^ nel quale 1' animo senz'
essere insensibile, e pero libero da ogni passione, e, in genere, da tutto che
possa turbare la pace interna. Questa la mercede alia virtd promessa, questo il
premio accordato al sofo o saggio, r apatia. Frammezzo alle contraddizioni e
agli errori dello stoicismo, che qui non giova rimettere in mostra, ognuno
scorge nel sistema un germe di nobiK dottrine, fatte per elevar 1' Uomo e
destare in lui il sentimento della propria dignity dagli Stoici (s(^giunge il
Paysio giustamente) portato fino all'orgoglio presuntuoso, e direi quasi
feroce, che i beni menzogneri disdegna, e i inali pcggiori non cura, anzi
disfida. » Si fractus illabatur orbis Impavidum ferient ruince. » (HoRAT., lib.
Ill, od.S.) Ebbene, ne'due Dialoghi della morale del RuceUai, non che sparsi
poi in tutti gli altri, precipuamente nel trattato della Provvidenza divina,
noi ritroviamo predominare quest! tre sistemi da me riandati di volo, e del
quali egli cerco, tolto da ciascuno il non buono, T accordo, subordinandolo
sempre, s' intende, ai principj della morale cristiana che irraggia e vivifica
V umana coscienza. Pone egli, con Aristotile, mezzo della felicity la virtii
che sta tra due estremi ; con che non dee intendersi il mediocre, sebbene la
giusta misura oltre la quale e un trasmodare. La ragione, egli dice poi con
Platone, fonda i suoi motivi sulla costanza de' beni, e con gli Stoici stima
beni anco i mali present!, che perd menano a felicity. E distingue con Aristotile
tre sorta di beni, ieWAnima, della fortuna e del senso^ e che nel definir
giusto la natura di quest! beni, e aggiunge quale tra essi costituisce il fine
vero dell' Uomo sta la filosofia morale che ^, dice egli, la pii\ vera e
megliofondata filosofia deU'Uomo. La quale null'altro 6 alia per fine che il
timore di DiOj in che sta il vero mezzo di conseguire la vera felicity, ciod il
Paradise, che equivarrebbe al possesso del Bene sommo, assoluto di Platone. Qui
R. segue addirittura le credenze religiose, alle quali vuol ricoUegati i
sistemi di morale antica rivissuti ne' contemporanei : tantoch^ pur lo
Stoicismo che qui parrebbe escluso, ricomparisce a ogni tratto, ed in pagine, a
dir vero, beUissime; imperciocchd soventi fiate il filosofo nostrp vada
ripetendo che la virtil dee esercitarsi ad ogni costo, e malgrado tutto ; e
nell' esercizio di essa debba Y Uomo ritrovare quaggiii la vera felicity. Pero
quantunque R. abbia posto a fondamento della morale la libertlL umana, siccome
vedemmo, pur n^ dell' origini del dovere, n^ del percM della Legge morale
ragiona, cbe ha fondamento nel divino e trae dalla mente eterna la sua forza,
la sua sanzione : invece li pone come postulati necessarj e gia consentiti da
chi lo segue nei suoi discorsi, quantunque non manchi di distinguere tra legge
divina e naturale, e tra naturale e positiva. Nella divisione poi delle rirtii
e nell' analisi di esse e degli opposti loro, segue Aristotile, Cicerone e san
Tommaso, come pure segue questo e Platone neUo stabilire il fine della Society
umana, cbe riconosce nel Bene comune, nell' utile coordinato all' onesto : ond'
6 ch' ei tiene per principal fondamento dell' umano consorzio e regolatrice
degli Uffizj umani la giustimy e poi le altre virtii, cbe insieme a tutte le
loro compagne secondarie definisce con san Tommaso, come quest! le avea alia
sua volta definite con Cicerone e con Aristotile. E nel dividere gH ufficj
stessi dell' uomo, segue il R. Cicerone; anzi, ricordisi, egli quind' innanzi
non fa cbe ripetere in compendio tutto cid cbe il giureconsulto romano lascid
scritto intorno a sifiiatto argomento, temperandolo sempre con 1' insegnamento
cristiano. In conclusione, come nel tempo suo anco nolle questioni supreme
morali riscontravasi un contrasto di dottrine, la platonica, 1' aristotelica,
la stoica, la epicurea, la cristiana; cosi negli scritti morali del R. tutti
questi diversi elementi ritrovansi in un singolare eclettismo riuniti. E bo
detto ancbe la scuda epicureaj e non a case; imperoccb^ R. stesso non escluda
che pure i beni del senso ordinatamente goduti sieno fonte di felicity, e mezzo
al conseguimento del vero bene; nel che scorgesi tosto bensi la diflferenza tra
lo intendimento Epicureo e quelle di lui ; poich^ mentre Epicure e i suoi
seguaci nei beni del senso ordinatamente goduti fanno consistere il vero fine
della natura umana; R. tempera e corregge tale dottrina, restituendo a' beni
sensibili il valore e V ufficio che ad essi si compete, vale a dire di mezzo al
raggiungimento del fine supremo dell' uomo, che 6, giusta Platone e il
Cristianesimo, il Bene Sommo, Iddio. Proferendo questa parola, entriamo
finalmente nei penetrali della teologia : esaminiamo brevemente se pur in essa
il fiucellai verifica il nostro concetto, dope di che, dato un rapido sguardo
alio stile e a' personaggi de' suoi Dialoghi, avrd terminate. Come Platone,
cosi R. riguarda Dio ente eterno, infinite, beato in sd e finalita suprema,
nella cui mente riseggono gli Archetipi eterni ; pero mentre Platone cade nel
Dualismo, facendo coeterna a Dio la materia, egli, R., col Cristianesimo si
scosta qui dall' insegnamento platonico, e professa Dio creatore ex nihilo,
tomando poi con V Ateniese e Pittagora a considerarlo com' eterno
geometrizzante, ordinatore e provvidente, e da questo attribute di Dio, dall'
Arte divina che si manifesta nel Monde trae argomenti probabili dell' esistenza
del supremo Facitore, non escludendo perd affatto la possibility della prova a
priori^ quelle, per esempio, del Cartesio, che dall' idea dell' infinite
argomenta la sua realty; ma pure stabilendo sempre a cardine de'suoi
ragionamenti le verity della fede. E nel passare in esame il trattato sue della
Provvidenza, credo il lettore abbia veduto R. far tesoro di tutta la tradizione
filosofica teistica contro r Epicureismo, specialmente della filosofia de'
Padri del Cristianesimo, sovrattutto dove discorre del mali e delr origin loro,
dimostrando come di veri mali sia solamente V uomo autore e capace, perchd
dotato di libero arbitrio ; e come Iddio, essere perfettissimo e prowidente per
sua natura, non possa essere origine di male vero ; mentre quello che a noi
nella natura sembra male, o ^ limit e naturale delle cose, siccome la morte, e
pero non e male in s6 ; ovveramente 6 del fatto, che giudichiamo esser male,
sconosciuto a noi il fine o Tordinamento, e in tal caso egli e questo un errore
delle nostre corte intelligenze; e qui, in tali dottrine, come vedesi, ha
seguito Platone, e gli Stoici, e la tradizione universale cristiana. Ma per 6,
ricordiamoci anco una volta, egli, affermando tutto ci6 col lume naturale,
dichiara di non potere escire da' limiti del probabilismo, e di esser
necessario lo starsi a quel che la Fede ce ne disvela, imperocch^ V uomo che
colla sua ragione sola vuol troppo scoprire la verity, vada a caccia deUa
iugia, Platonico adunque egli e nelF ammetter Die e nel provarne la sua
esistenza ; Cristiano nell' ammetterlo come Creatore ; probabilista nelle sue
conchisioni di ragione ; mistico e tradizionalista ne' suoi intendimenti e nel
suo metodo reale, generalmente seguito nell'intiera opera sua. Egli e dunque R.
nell' esame de' tre obietti deUa filosofia, V Universe, 1' Uomo, Dio, una
seconda volta scettico filosoficamente, poich^ egli non esce dalr eclettismo.
Imperocch^ (ho dimostrato) 1' eclettico, sfiduciato dal contrasto turbinoso
delle opinioni e de'sistemi diversi, abbia perduto ogni stima nel criterio
interiore della coscienza, che ei reputa incapace da sola a riconquistare le
regioni della verity ; ma pur bramoso di questa, si pone a sceglier tra le tante
teorie quel che gli pare sufficiente a ricostituirsela innanzi gli occhi,
formosa piil ch' e' pud, affine di sottrarsi alia desolazione del nulla. Se R.
abbia vissuto in un' et^ di contrasti, vide il lettore diflfusamente. Ond' ^
che la cagione del suo eclettismo ne sorge evidentissima, e tale che raentre
giustifica in parte almeno il suo errore, stabilisce il punto di vista
importante sotto il quale si pud considerare quest' uomo, e mostrarlo ai
cultori delle disciphne filosofiche, agli studiosi delle leggi con le quali il
pensiero umano si svolge nelle vicende de' secoli. Un' ultima considerazione.
Essa risguarda la strutturade'DmZa^'Aitilosofici delnostro scrittore, forma
esteriore, ciod, stile e personaggi ; ritrovando anco in questa un triplice riscontro
della verita del soggetto propostomi, e, fin qui, io credo, dimostrata. Non
occorre dopo il gia osservato superiormente, riandare anche per capi, le
condizioni della lingua e letteratura del tempo. Noi le abbiam presenti, e
basta esaminare la forma esteriore e lo stile de' Dialoghi di R., perchd sia
evidente la rispondenza tra le prime e i secondi. Qual' e infatti la forma de'
suoi scritti filosofici ? II dialogizzare socratico, forma prediletta nell'
antichita, risuscitata in Italia fin dal trecento dal nostro Petrarca. Quella
forma preferita pur anco dal Galileo, siccome la piii acconcia a dar calore di
vita alle dottrine, ed a rappresentarle alia mente, direi, come esseri animati.
II Eucellai, anch'egli ammiratore delle dottrine platoniche, e seguace almeno
esteriormente del metodo di Socrate e del Galileo in quel secolo, oltre dettar
le opere sue nella lingua volgare, predilige acconciarle a quella forma cosi
semplice, come efficace, e che tanto bene opponevasi anco in cid al fare irto e
disarmonioso de' Peripatetic! eccessivi e della Scolastica (specialmente de'
seguaci di Scoto e degli Averroisti), la quale, per cosi dire, gelava il
pensiero in quelle forme secche ed incadaverite, e rendeva gravosa la scienza
destituendola di ogni attraimento ; con che non vogliaino offendere la
temperanza de' libri di san Tommaso, pur nelle forme sillogistiche.
Imperciocch^ la scienza sia non un che morto, ed astratto, ma parlandoci dell'
universo, delle meraviglie dell' uomo, della vita divina e delle loro relazioni,
debba esser anzi supremamente viva, ed adoma di bellezza giovanile, perch6 sia
quanto pud piii fedele imagine di quegli obietti. Ed ecco I'arte stupenda dell'
Ateniese, ne'cui 2)ia?o^M tu senti spirare quell' anima dell' universo che
nelle sue poetiche speculazioni si finse; il cuore dell' uomo battere ad ogni
istante di palpiti sovrumani e rispondere alle celesti armonie, e Iddio come
sole intelligibile scaldare, fecondandoli, i germi preziosi di quella mente,
dove sorrise perenne la primavera del bello. Orazio R. commosso da questi
concenti divini, voile nell'opere sue imitare Platone e la sua arte; e, per dir
vero, nelle sue platoniche descrizioni, nelr introdurre il discorso suUe
diverse materie con abbastanza facility, e saper man mano socraticamente
procedere nella risoluzione dei varj quesiti imita bene il Maestro. Se non che
i difetti dell'et^ sua pur qui compariscono, la difiFnsione ed il tronfio,
sicchd tu incontri, per esempio,uninterlocutore che senzainterruzioniperprender
fiato e per rompere la monotonia prosegue per lunghissimo tratto a favellare,
mentre passeggiano, come se si trovasse in una scuola, sur una cattedra; e le
immagini e le frasi ritraggono talora di quel colorito che i tempi seco
portavano, come ho avuto luogo di fare osservare per le poesie e per le prose
letterarie di lui. Con tutto cid la lingua d tersissima e ricca, e in generale
lo stile allettevole e ripieno di pure bellezze : e ti 6 dato in questi
Dialoghi ammirare delle voci preziose, sicch^ il filosofo italiano pud trovar
qui, come nei Dialoghi stupendi del Tasso, e nell'opere volgari di Monsignor
Piccolomini, la genuina favella dottrinale, anzich^ pescarla ne'libri
stranieri. E la natura diversa de' personaggi adoperati dal R. e un' ultima
conferma delle nostre persuasioni. Infatti basta a tutti ricordare chi pone a
maestro e mantenitore principale de'suoi Dialoghi iilosofici. fi il Magiotti,
un neoplatonico vero, e seguace delle dottrine fisiche del Galilei; ma
sacerdote, e soverchiamente inclinato al tradizionalismo, per guisa che
laragione destituisca del suo legittimo valore, e criterio supremo della verity
professi solamente la fede rivelata. E gli altri poi, credenti tutti, fingono
di tenere o da Epicuro, o da Cartesio, o da Aristotile, e al piii giovane,
Luigi suo figlio, per il quale precipuamente questi Dialoghi furono scritti,fa
il Eucellai rappresentare la parte fanciulla della ragione sola, che cerca
liberarsi dai dubbi che I'assalgano; dubbi che vengono passo passo fugati dagli
altri coll' autorit^ di Platone e degli antichi e moderni filosofi, corretti
perd, io lo ripeto, dal concetto cristiano ne' loro argomenti probabili, per
trovar quindi V intera pace deir anima nella certezza evidente della verity
della fede. Come vedesi, adunque, i personaggi stessi manifestano la natura del
filosofare del Eucellai, il suo metodo, il suo fine, e dimostrano essi pure
quant' io non andassi errato definendo la filosofia o il probabilismo
filosofico del Eu cellai : un viaggio alia fede e colla fede per la natura e
per la ragione. Concludendo, io dico che in quella guisa che nel consorzio
civile del secolo XVII, pure nel Eucellai trovammo i contrasti delle abitudini,
de' pensieri e delle dottrine, giusta che ce ne fecero testimonianza e la sua
vita, e le sue poesie, e le sue prose letterarie e scientifiche, ed infine i
suoi Dialoghi filosofici. Che percio egli vale meglio di ogni altro a
rappresentarci il suo tempo, le quality costitutive di esso in Firenze,
imperciocche mentre tutti gli altri, chi ad una piuttosto che ad un' altra
opinione assentiva, chi un sistema piuttosto che un altro seguitava, o nella
fisica, o nella filosofia; il Eucellai che chiude V eik del Rinascimento, tien
dietro a tutti, e da tutti trae a comporre Tedifizio suo, i cui materiali
concilia ecletticamente con la verity della fede che gli fa da cemento : e,
altresi, perch^ questa conciliazione ha piil dell' accademico che deir
intimamente speculative; speculazione, che salvo le scienze naturali, era molto
fiacca a que' tempi nella sua patria. Sembranmi chiare le premesse, legittima
la conclusione ; per il che io dovrei aprir 1' animo alia speranza di non aver
fatto inutile cosa, n^ al mio illustre Concittadino reso onore vanamente. II
benevolo lettore che mi accompagnd lunghesso la via, non serapre, a dir vero,
amena e leggiadra, giudichera : e il suo giudizio, qualunque e' sia per essere,
riterro come impulse sapiente e amorevole a nuove e maggiori fatiche, delle
quali sar^ sempre mio fine la Verita ed il suo Amore* ai OTTAVB. ALLA
SERENISSIMA MARGHERITA D'ORLfiANS, Frincipessa di Toscana. Per un mazxolino di
Fiori donatole il giomo di Santa Mar^herita dal Priore Orazio R., Quando
lacrime sparge il di nascente Dal sen delPalba in rngiadoso nembo, Ghiare
conche eritree del mar iremente Teti gli appresta, e le raccoglie in grembo.
Poi spiega il Sol dal lucido ori'ente De'raggi onde si veste aurato lembo, E
con alta virtii di sue faville Ragnna in perle Talbeggianti stille. Ma non
tutte del mar Palta Reina Accolse in Bh le prezi'ose prede; Oh! a te di quella
inargentata brina Tatto cosperso il bianco sen si vede, E 1 sol degli occhi
tuoi le tempra, e a£&na In piii pregiate e chiare perle, e cede Quel cbe
risplende con eterni ardori A te, donna reale, i primi onori. Or qual pegno al
tuo nome in si bel giomo Bender potr6 d* ossequioso affetto? Questo di bianchi
e casti fiori adomo Ficciol fascio odoroso al Regio petto Ahi non s^ aggaaglia,
ch' il falgor d^ intorno Fa parer negro ogni piu cbiaro oggetto; Qual sotto
a'rai del sol smonta e s'imbrana YergogDando di se 1' argentea Luna. Dun^ue h
vano tentar I'alto pensiero, Che seguir non lo puo mio stato umile, Ma pur
conMo troppo ardito, e spero Che lo mio buon voler non prenda a vile
QuelPeccelsa bonta nota alFImpero, Che pur suole aggradir dono servile, Se un
timido rossor purpuree rose In fra ^1 candor di questi fiori ascose.Si querela
che il sonno tenga troppo chiusi gli oechi della sua Donna, Ombra il sonno e di
morte, i sensi atterra, E gran parte di vita alPuom ritoglie, Che quasi dal suo
vel Talma discioglie, E n'insogna le vie per gir sotterra. Sonno s* altrui dk
pace, a me fa gaerra, Che '1 vivo lume a quei begli occhi togUe, L^ dove amor
del Paradiso accoglie II piii bel raggio che risplenda in terra. Ben a giusta
ragion lagnar si vole Questo mio cor, ch^in preda al sonno oppresso Scorge in
si lunga notte il suo bel sole; Se 1 Poeta, che gih, d' Apollo istesso Segui la
fronda, si di lei si duole Che 1 batter gli occhi suoi fusse si spesso.
Sentimenti amorosi in morte di sua Donna, Qaella che sola ai miei pensier
risponde, E i sensi del mio cor penetra e intende, Talor tra 1 sonno a
consolarmi scende Fercbe tregua il mio duol non aye altronde. iDdi lace si pura
in me trasfonde, Cbe quasi senza vel V alma comprende : Quantu e la su di
bello, e come splende Quel Yolto in Giel che poca terra asconde. Dicemi:
apprendi che caduca e frale Nel mondo ogni bellezza a morte fugge, E contro
morte il sospirar non vale. Ogni cosa col tempo il tempo strugge, Ma se miri il
mio ben fatto immortale, Non ha chi lo contrasti, o chi V adugge. Sentimenti
amorosi secondo il concetto Platonico, che Dio creasse V anime particolari
degli uomini dagli avanzi delVanima universale del mondo. Con eterne faville il
sommo sole Suo divino valor nel moudo accese, E quelPalta ragion dal Ciel discese,
Ghe spirto infuse a cosi vasta mole. Ma percb6 si belF opra adempir vuole, I
preziosi avanzi in man riprese, E vostr^ alma gentil formarne intese Con divine
virtudi al mondo sole. E se mille anni, e mille altri compose Spiriti accesi da
si ardente zelo, Qualche raggio piu vivo in voi nascose. E 'n porgervi natura
il mortal velo Tanta cbiarezza e leggiadria ripose, Cbe ben traspare in voi cbe
cosa e Gielo. Desiderio che ha Vanima d*unirsi a Dio, Padre del Giel, che le
beiralme accogli Quasi figlie smarrite entro al tuo seno, Dall^ atre nubi a
lucido sereno Teco r inalzi su gli empire! sogli, Dal tenebroso carcere ritogli
La mia, cli^e mai si presso a venir meno, £ di questo mortal limo terreno La
man che pria vestiUa or ne la spogli. Se col tuo sangue ricomprar yolesti Da
rio seryaggio i miseri mortali, Gosi gran somma anco a mio pro spendesti; Da si
caduchi ben, si grayi mail Per gir lieta a goder beni celesti, Tu sol puoi
darle il volo, impennar Tali. DELLA CORTE E DEL RIGIRO DI ROMA, L’ngniaglianza
di tutte le condizioni degli uomini alle pretensioni di Roma fa sempre
giovevole, sincbe le digniti e le grandezze fiiron premio solamente de'meriti e
delle yirth, Capitolo Peimo. La costituzione di questa Repubblica universale di
Roma si forma dal concorso di tutte le Nazioni cattoliche, e dalr aMuenza
continua de' pretendenti, i quali, gonfiando le rele delle proprie speranze,
qua si trasportano da qualunque regione del mondo. Ebbe per suo sostegno nel
suo originario Institute quel misto perfetto de' tre Stati Monarchico,
Aristocratico e Democratico, reputato per la forma piti durabile, e meglio
ordinata di tutti i govemi, dov' ella si man* tiene nella sua bene accordata
armonia, e che runo stato di essa ben corrisponde e serve di correggimenio alP
eccesso deir altro. Nel Papa risplende la Maest^ del primo, che ha in s^ la
plenitudine dell* autorita Ec^lesiastica indipendentemente da ogni altro fuori
che da Cristo, di modo che niuno, ne -il Collegio stesso de' cardinali
contradice a quel che e' delibera, se non per ragion di consiglio; ne'
cardinali, come senatori apostolici, si raffigura lo stato degli ottimati; il
quale farebbe perfettamente il suo officio, dove i Papi con esso loro
consultassero gli afifari maggiori di Santa Ghiesa; staccandosi poi dalla suprema
potesta le deliberazioni ben purgate et assicurate dalle passioni, e da genj;
ma T autorita maggiore del Sacro Collegio si conosce nelPInterregno, rendendo i
cardinali venerabili a ognuno la voce attiva e passiva che egli hanno al papato
negli altri ordini del Clero universale, si de' vescovi, si de' prelati, e si
pure de' sacerdoti, e de'religiosi; come altresi nella moltitudine innumerabile
de' pretendenti si considera lo stato popolare, imperocche egli avevano
grandissima parte nell'elezione de'Papi; a' vescovi apparteneva dare il lor
voto per le discordie di Religione, e per la riforma de'costumi Ecclesiastici
nella celebrazione de' Concilii, e dal concorso di essi insieme con 1' autorita
de' Pontefici se ne formavano quei sacrosanti Decreti. II Clero poi aveva il
gius dell' elezione de' vescovi, e questi, quasi sto per dire,
indipendentemente reggevano gli affari spirituali e temporali delle lor chiese:
masopra ogni altra cosa, che fa riguardevole e stimabile il comune del popolo
h, che ciascuno, di qualunque qualita o condizione, e ngualmente abile a
divenire Principe, Padrone di Roma, e capo di questa Repubblica, perche la
Provvidenza Divina, che la sostiene, a tutta 1' umana generazione benignamente
sguardando, h volta con pari misura al bene comune di tutti; appresso di Lei
solo le tenebre dell'ignoranza e de'vizi, e la chiarezza della virtu ne
distinguono, dove, quantoanoi. roscurita e lo splendore del.sangue, la poverty
e le ricchezze disagguagliano. Era danque ben dovere che la Bepubblica generale
di tntti i Gristiani si accomanasse a ciascuno, non ammettesse differenza di
gradi, ma fosse madre amoreyolo ugualmente di tutti i Gattolici, e fin tanto
cbe ella si mantenne nel vigore del suo fondamentale instituto, e cbe gli
interessi priyati non guastaron questi ordini, e non isconcertarono U
temperamento di cosi ottimo e profitteyol governo, qual requisito migliore
potea ritrovarsi, cbe la parity di tutti gli stati degli uomini tanto celebrata
a Roma, per costitnirla una patria veramente comune? Cosi invano si sforzavano
le due Ministre del mondo, dico la natura e la sorte, di dar talvolta ad
un'anima nobile o un vil corpo, o un yil mestiero, e si ad un soggetto di
concetti bassi, e di peDsieri oscuri cbiarissimo nascimento, percbe in Roma si
uguagliayano gli uomini, yeggendosi taluno col mezzo della yirtu d^ infima
miseria a stato reale eleyarsi. Altri, per lo contrario, di gran riccbezza, e
di splendido lignaggio in brevissimi spazi yenire al nulla, e perdersi ben
tosto fra la caligine della propria ignoranza, per guisa cbe con I'opere
solamente lodeyoli^ e giuste, e non con le qualita accattate dalla fortuna,
poteya ognuno partecipare di qualunquepiu degna prerogatiya, essere ascritto a
quel sagrosanto Senato, e diyenire Vicario di Cristo, e Principe di si gran
condizione. Ma a poco a poco una tale ottima instituzione traligno ancb' ella
in abuso, percbe tra V ayarizia di que* cbe comandano, e V ambizione di cbi
pretende s' introducesse nel Reggimento Ek^clesiastico la parzialit^ degli
affetti, e 1' util priyato si mise sotto il pubblico bene. La potesta dello
stato maggiore assorbi la forza, e sconyolse le operazioni degli stati minori;
ruppersi quelle bilancie cbe teneyano equiponderato il goyemo, e rimase confusa
in loro la distinzione de' pesi, si cbe delle tre forme sopraccennate altro non
ci resta cbe la figura et i nomi : quindi ^, cbe la parity degli stati nella
Corte di Roma senza il pareggiamento de' meriti h dannosa, anzi cbe no, la
quale si dee bene reputar dai plebei, cbe s’inalzano indegnamente ad
uguagliarsi co^ nobili, non da' nobili, cbe contro a ragione si yengono a
pareggiare co' plebei; conciossiacbe in quella giiisa cbe lo splendor e della
stirpe non conyiene cbe abbia yantaggio sopra la nobilta de' costumi, e degli
ornamenti delP animo cbe illustrano ancbe i piu yili; cosi non debbono
pareggiarsi quest! con quelli, quando con 1’azioni virtuose e grandi non si
solleyino dalla bassezza di lor natali. Ecco come si sono smarrite le yere
yestigia della yirtu cb' erano tanto piii calcate in Eoma, quanto per una si
gloriosa competenza gareggiavano tra lore gli ingegni, allorche gli uomini
eziandio di piccol essere avean questo unico mezzo di farsi grandi, e che il
saper solamente e '1 yalor degli ignobili era preferito alia dappocaggine, e alPignoranza
de' nobili. Ma percbe oggi si misurano le abilita degli uomini non da' meriti,
o dalle yirtu, ma si dall' interesse e dal genio di cbi comanda, imperciocche
gli ignoranti e plebei sono di numero molto maggiore, perde notabilmente la
condizione delle famiglie piu illustri, e screditansi i sentimenti migliori di
cbi porta gli stimoli dell' onore dalla nascita e dalla educazione: cosi
presero yantaggio i costumi peggiori de' mercenarii, e le buone arti, e la
reputazione, assodate prima con 1' esempio, e con 1' avanzamento di quegli,
vennero a spegnersi del tutto con 1' accrescimento, e con la stima di questi.
Per tal via si sono tolti dall'uso comune di Roma tutti i termini dell' onore,
restan priye d'ogni fede le promesse et i giuramenti, e dismisersi
insensibilmente il yalor dell' animo e i sentimenti cavallerescbi, cbe fanno
risplendere un uomo ben nato, e si pure mantengono in creanza e ben collegate
tra loro le conyersazioni civili. E perche all' abito clericale non bene si
confa V esser pregiato in opera d' arme, e farsi largo con la spada,
sottentrano piu ageyolmente nell' usanza degli uomini le occulte ingiurie, e la
tacita, fraudolente perfidia, yiepiu da temere cbe non e se affrontata ed
aperta. Gobi col dominio degli infimi resta come del tutto abolita la coscienza
dell' uomo onorato e da bene, e yiziaronsi ancbe i nobili, percb6 con
I'uguaglianza delle fortune indistintamente si miscbiarono i sangui e si
corruppero gli animi, lasciandosi yolgere all'uso e alia natura degli altri, e
poi yestendo il manto sacerdotale sotto gli onesti titoli della pazienza e
della Legge divina, cbe per ogni altra cosa dispregiano, d' ogni generosity si
spogliarono, ond' egli hanno convertito in altrettanta vilti d' animo 1' antico
sperimentato valore. Per la qual cosa non ci essendo tra gli uomini altro
tribunale aperto contro la dislealt^, e contro i mancamenti della parola, se
non prendersi (cavallerescamente parlando) V un dell' altro soddisfazione con V
arme, perche que8to in Roma sta cbiuso, si sono nutriti, e confermati sempre
yiepiu i mancamenti, e gli inganni dalla continiia impunita cbe e' godono senza
legge civile o cavalleresca venina. L' interesse dunque si e lo intendimento
primario e la scorta de' pretensori, e dove I'uomo studia al giiadagno, per lo
pill studia eziandio alia fraude e all'inganno; perci5 i \incoli deir amicizie
non li coUega qua in Roma la similitiidine delle nature, o delle virtti, o vero
un desiderio reciproco I'uno di giovare all' altro, ma si le congiugne una
mutua speranza, cbe ba Y uno di giovare a se per mezzo dell' altro, e dove
quelle la fortuna buona o contraria non ba forza per dislegarle, come non ebbe
parte nell'unirle insieme; queste la sorte quasi sempre le annoda, et ad
arbitrio suo le discioglie. Cbi viene dunque a pretendere a Roma, ricerca
sopratutto la traccia degli interessi d'ognuno; e dove trova apertura, quivi
s'ingegna di concatenare i suoi in guisa tale, cbe 1' altro si pensi di
migliorare per mezzo di quegli le condizioni de' proprii ; lo spendere offizii per
motivo di meriti, e di magnanimita di cuore, non e piu in uso, ne le
dimostrazioni di generosita ban credenza ; e se talora se ne vede qualcbe atto
apparente, dicasi pure cbe e' ci h dentro qualcbe occulto interesse cbe gli da
fondamento, e lo muove; altrimenti cbi si fonda sull'aura e corre dietro alle
voci, senza cbe e' ci entri di mezzo alcuna di queste cagioni, rimane in poco
d' ora agevolmente cbiarito. La speranza di compiacere ad un fautore potente,
il reputare cui si favorisce per mezzo efficace a qualunque intendimento
privato, fanno operare con caldezza, e chi sapra in Roma rinvenir questo filo,
et attaccarcisi con proporzione, avra vantaggio notabile nelle fabbriche
de'proprii concetti. L' importanza e dunque conoscer le cose nelle lor prime
cagioni, e farsi scaltro nel bene intendere le cifre degli animi, le quali
molte volte altro significano neU'interno, di quel che indicano altrui i
caratteri esterni. Per tal conto e necesaario lo informarsi de'fini
particolari, e de'pubblici, delle nature, de^ temper am enti e de^ genii, delle
dependenze e degli odii occulti di ciascheduno ; delle speranze e de' timori,
che vegliano ne'cuori di chiunque pretende, e si ancora delle sostanze e delle
fortune loro, perche si antiveggouo per questa via di molti successi, e sono
tanti sentieri aperti agli avanzamenti altrui, col saper ben yolgersi per i
quali, quando la via maestra e chiusa, si perviene sovente col rigiro pe'
traghetti e per vie traverse, dove non si e potuto arrivar per lo dritto. Pero
si vede che lo interesse affina gli ingegni, e come suol far la virtu, insegna
anch' egli a superar le passioni, e molti atti di avvedimento e d'industria,
che v61ti a fine d^ onore e di gloria sarebbon virtuosi, si adulterano per la
corrotta e maculata intenzione, a che incamminati sono; la soUecitudine, la
vigilanza, la destrezza e le altre operazioni migliori delFanima usate ad esser
ministre per qualificar le azioni buone, servono per render piu fraudolenti i
pensieri viziosi dell' avarizia, della vendetta, deir ambizione, delP invidia,
che sono 1 sensi piu comuni di quel che pretendono a Eoma, i quali usando il
bene male, e valendosi della piu oculata prudenza per giungere dove essi
bramano, avviene che molti si chiamin grand' uomini e saggi, cio argumentandosi
dall' operazione de' mezzi, che direbbonsi misleali, pigliandosi la riprova da'
fini. Per questo i vizii in mano a costoro peggiorano quel piu, con cio sia che
non solo sono prodotti dal senso, ma camminano sotto sembianza d' una simulata
virtu, e sono regolati dalla finezza e dal discorso dell' intelletto. Ma odasi
cio che dice di Eoma Quinto Cicerone #al fratello quando e'chiedeva il
Consolato : «Fissatevi (diceva egli) nell'animo queste tre cose, e dite da per
voi stesso: loson uomo nuovo; domando il Consolato; e, quel che e piii
notabile, questa Roma e mescolata di varie nazioni, dove sirag^irano molte
insidie, molta fallacia, e vizii di tutti i generi. Qui si ha da patire V
arroganza di molti, la perfidia di molti, la malevoglienza e la superbia di
molti, e di molti pure gli odj, et infinite molestie : m' avveggio ch' e' ci fa
di mestieri un gran consiglio e una grand' arte a voler vivere tra' tanti
uomini, e tra tante sorte di mali per ischivar le offese, per ischivar le bugie
e gli scherni, e per ischivar le insidie; ed e malagevole ad un uomo solo
adattarsi a tanta variety di costumi, di discorsi e di volont^, massime che in
questo fuor di misura ell' e viziosissima, che posta di mezzo la pecania e'
regali, ciascheduno della virtii si dimentica, e della dignita. » Sin quidisse
Quinto al fratello; il che ho voluto registrare in questo luogo, accio si
conosca che o sia la positura del Cielo, o si pure la necessita de' medesimi
fini, negli ultimi tempi della Repubblica Romana (forse come oggi) adulter ati
e guasti, hanno come posto i temperamenti conformi; influiscono similmente
negli animi la stessa maniera e inclinazione di costumi, e nell' una e nelP
altra etade s' introdussero e stabilironsi nella Corte di Roma contro la virtu
e contro la pieta della sua primiera instituzione, tutte quelle arti che piu si
producono dall' opera della malizia, che dalla carita e dalla devozione. Si puo
dunque concludere, che la macchina del rigiro di Roma stia appoggiata sopra
I'estremo del vizio, non sopra I'eccesso della virtu; perche qua e talmente
raffinata la fraude, che quanto gli uomini sono piu nemici, tanto piu usano tra
loro atti di confidenza, e piu liberta di tratto. E le destre che sogliono
essere testimonii di fede, sono in loro violate dall' inganno, e dalla malizia
di farsela I'un I'altro a tempo e con vantaggio, e quegli solamente e stimato
piu valent' uomo, che puo pi^. Quindi avviene che qualunque e reputato uomo di
valore nell'altre region! del mondo, venendo a Roma, si perde, trovandosi in
una differente scuola da quelle, ove s' apprende ad esser soggetto grande con
le virtuose azioni. Quei dunque che si mette a vivere in questa Corte, non
basta che e' sia letterato e sapiente, quanto se gli conviene il saper ben
discernere i vizii altrui. Ceda pero alio stile del paese, mantengasi nelP arti
virtuose, ma assuefaccia r animo educato ne* buoni costumi a non si
scandalizzare da' pessimi. Molti giungono a Roma, e se di eubito e all'
improvviso loro precipitano addosso similisorte di mali, si perturbano e
sovente escono de' termini, e yi ruinan sotto; ma se loro si da punto di tempo,
il far passaggio dalla virtu al vizio e molto piu agevole, che non e quello da'
vizii alle virtu, perche son mali che feriscono solamente le opinioni
accreditate nel mondo, e trapelano cosi ad ora ad ora nella consuetudine e
negli animi nostri che altri non se ne avvede ; e, guastandosi poscia, appaiono
con 1' uso men disgustevoli, ci si fa il callu, perdecisi la faccia, e non tan
to si smarrisce lo stile di operar bene, ma si eziandio 1' arte d^l conoscerlo.
Questo si e il vero modo di spegner le leggi, di 6ontaminar la religione, di
tor via la vergogna, perche non si ha timore dell' infamia. L'autoritk resta
senza un minimo fondamento, 6 gli esempli e le memorie migliori si dimentican
tutte. Cosi la fortuna ha deformato la faccia bellissima della virtu. Ognun t'
offerisce la vita, il sangue, la roba, quando il bisogno h discosto ; ma quando
s' appressa, non che gli amici, i piii cari parenti mutano faccia, e di
presente si rivoltano. Gli uomini nocivi sono, come industriosi, lodati, e
quegli che tra tanti cattivi vogliono esser buoni, perdono il credito, e sono
come sciocchi e timidi biasimati. Eoma finalmente e commercio, dove si
spacciano mercanzie di grand' importanza, le quali stanno esposte alia forza
della pecunia, che vince tutto, e insieme a chi sa meglio romper la fede, e con
piu astuzia aggirar i cervelli, i quali, tutti all' ambizione e al^util proprio
donatisi, cercan tirarsi innanzi per quella via, che lor piii torni in acconcio,
non riguardando all' onesto ; e perche alia larghezza delle distribuzioni di
Roma sempre molti ci pongon 1' occhio per una stessa cosa, quindi deriva
I'invidia e conseguentemente r odio tra' concorrenti ; ciascuno spera avanzarsi
su I'oppresoione degli altri, e niuno conseguisce una cosa, che non paia ad nn
altro di perderla, onde si nutriscono sempre i disgnsti, e qua di continuo sta
accesa una guerra civile di competitori, la quale, se fusse in sua liberta e
non raflrenata dalle cautele, che lo stesso interesse mette in ciascuno di non
gnastare i suoi fatti, si vedrebbono inimicizie scoperte, sollevazioni
perpetue, e tale effrenato stimolo metterebbe r arme in mano a ciascuno per
cavar V anima alP altro, ma cosi resta il fuoco del? odio racchiuso e coperto
in ognano dalle ceneri de' particolari rispetti, e pero altro suonano le parole
di quel cbe sentano i cuori. L'apparenza deWoltie totalmente contraria alia
sostanza degli animi ; alia largbezza delle promesse non corrispondono gli
effetti, ed armasi la fraude dove non puo apertamente impugnar la spada lo
sdegno. Niuno percio si stupisca della doppiezza di questo clima, e delle male
arti cbe ci s^ adoprano, perche dove lo interesse e la cupidita signoreggia, la
virtu vi perde il sno luogo, ed e minor male per la sussistenza del governo di
Eoma la simulazione e V inganno, postovi dalla necessita del suo fondamento,
che Y impeto scoperto delF ira, instrumento abile a precipitarla ben tosto.
Tolgasi dunque, se s5 puo, dalla Corte di Roma il fine del guadagno, o si vero
e forza per men reo partito lasciar correre questi mezzi per arrivarci. Vero e
che per entro a un labirinto cosi intrigato di tante insidiose e fallibili vie,
niuna che si tenga da uno pu6 servire di norma e d' esempio aU' altro; le
medesime scorgono gli uni al papato, e gli altri alia propria ruina; e sin
quelle della virtu e del vizio ne menano sovente ad uno stesso confine ; la
fortuna e *1 caso ci fanno la maggior parte^ e le congiunture son quelle che
apron molte volte il cammino, e ne guidano a lieto fine; percio si scorgono
gran variety di maniere et infiniti imitamenti di virtu, e di costumi varii per
accomodarsi alle opportunity de' tempi, e a quello che altri s' immagina viepiu
profittevole. Tutti gli nomini s* ingegnano sopra ogni cosa di parere quel che
non Bono, non di mutarsi da quel che sono ; V avaro si vedra talora donar del
suo, et usar atti di liberalita, per poter poi torre con piu dovizia V altrui;
il superbo e *1 vendicativo riesce pieno di cerimonie saperchievoli e di sommissione
ed umilta, per serbar a suo luogo di vendicarsi e di esercitar V alterigia. Chi
e piu artifizioso e sagace cerca di far lo stordito, e a bello studio si
lascer^ volgere a tutti i genj per apparire altrui facile, e troppo credulo e
buono. Alcnni sMmmaginano che il dare ad intendere di essere santo sia il vero
modo di tirarsi innanzi ; pero si fingono di stretta coscienza, e col viso
pallido, e col collo torto formano V instituto al di fuori della lor vita; ma
sotto il mantello deUa pieta e degli scrupoli, le azioni d^ ognuno censurano,
tengono mai sempre Farco teso, e sotto specie di bene scoccano a tempo colpi da
maestro, che coll^ acume di una sola parola modesta tolgono la reputazione a
chi e' vogliono, anzi con un sogghigno che ti fanno talora^ e col tacere,
accreditano un^opinione maligna contro a qualcheduno, e non fanno manco male
collo star cheti e col celare la verity, che s^ ei rappresentassero il falso ;
e quauti ci sono, che della lode istessa si vagliono per ruinar la fortuna di
qualcheduno, onde saggiamente di loro disse Tacito: pesHmum inimicorum genus
laudantisl Tali sono le maschere varie di Roma^ dov' ognun cerca infingersi di
verso da quel che egli e, rifuggendo per meglio coprirsi all' estremo contrario
di quel che e' si sente dentro nella sua propria natura. Per tal maniera gli
uomini travestono, non ispogliano, le passioni, e da essi i difetti si palliano
per non lasciarsi appostare, non si vincono per emendarsene. Di qui e, per
quanto io m' avviso, che Roma si dica teatro del mondo, perche compariscono in
esso tutte persone contraffatte da quel ch'elle sono; chi e d'un partite, a un
tratto diviene sviscerato dell' altro, e, secondo che vuol la fortuna, si
veggiono tuttodi cambiare varie sorte di scene, I'invidia, la malignita e lo
sdegno, e si amore fa le sue parti, per6 1' amor proprio, che quanto h piu
tenero di se stesso, tanto h piu crudele nel tiranneggiare altrui. Questi h
quegli che raggira tutto, muove gli ingegni e le macchine, e apre tante sorte
di vie, le qaali si trovano tatte piene d^ impedimenti e di spine, fnor che
quella della moneta, o pure d' accomodarsi ai genj di chi govema. Di queste, la
prima non e battata per tatti, e chi ne ha 1 modo diviene superbo, imperciocche
gli pare di poter soperchiare gli egoali, e riescon costoro per la maggior
parte ignoranti, perche fidandosi nella forza di loro ricchezze non fanno
procaccio di altri mezzi per rendersi degni, e rade volte accade che Domenedio
accoppj negli uomini i beni della fortana e quegli dell'animo. Alia seconda, di
seguire i genj, e piu acconcia la gente d' animo e di nascita vile, che non
sono gli uomini ben nati, e virtuosamente educati, percio quegli ban piu
vantaggio nel prender le inclinazioni de' Principi, i quali, per quanto amino
I'ossequio e la riverenza nel pubblico, aborrisconla in privato, perche lor
reca soggezione ; pero scelgono per loro domestici uomini entranti, prosuntuosi
e arditi, e soyente yiziosi, in essi confidano, scuoprono i lor pensieri, e le
loro magagne sicuramente, e se ne vergognan meno che non farebbon co' savii,
co* virtuosi, e con le persone moraK; quegli dunque piu agevolmente s^
inoltrano nella lor grazia, e con essa montano piu presto in altezza, e torniam
dunque a dire, che nella corruzion de'costumi e utile si de'plebei, ma notabil
danno de' nobili la parity degli stati tanto celebrata a Roma. Imperciocche
salendo in gran posto la gente bassa, e condizione mutando, non lascian i vizi
da privato, ma piglian ben tosto quegli de' grandi, e le virtii non V imparan
mai; e come e costume degli infimi esser nelle avversitadi abietti, e nella
prosperita insolenti, cosi essi, come da prima a' maggiori servilmente
obbediscono, cosi di poi a' minon imperiosamente comandano. £cco perche la
nobilt^ si co^ rompe, conciossiache dove innanzi, premiandosi sol la virtiir
con essa si adornavano gli animi e nobilitavansi eziandio de* plebei, oggi per
avanzarsi conviene che s' awiliscan coi vizi i buoni costumi, e corrompasi la
coscienza de' nobili; ma chi ha stimoli d' onore, per quanto e' s' ingegni
nelle cose lecite e oneste di andare a' versi di chi governa, non ci si
abbandona poi talmente che e^ chiuda gli occhi a quel che si dee; andra
penetrando le inclinazioni, e con quelle procurera si di confarsi, ma insieme
studiando di acquistare stima d* uomo da bene, e concetto per la virtu, non
perche questa debba avanzarlo, ma perche tirato avanti uomo virtuoBO almeno ne
adonesti V avanzamento, a lui se ne ascriva la gloria e '1 merito ; dove quando
si viene innanzi senza virtu, tutto s' attribuisce alia sola fortuna, e sovente
volte rinalzamento di questi fa spiccar meglio ie macchie de^ loro demeriti
alio splendore della dignita medesima, che indebitamente loro e stata concessa;
questi esaltati ricevon appena che un applauso lieve del volgo, che e guidato
dagli eventi, e lasciasi abbagliar la vista dal lampeggiar deir orpello; ma il
meritevole, benche dispregiato e negletto, ha per se il partito de'savi, che
col paragone della prudenza discernono anco per entro alia rozzezza e alia
oscurita dello state la purita perfetta e la chiarezza delP oro. Gran forza e
quella della verita, che finalmente non ha paura della bugia, e si schermisce
da se contro Pingiuria de' tempi, e contro alia malignita degli uomini, ne e
mai pericolo che i concetti ben fondati de' pochi restino offuscati da' giudizi
vani de* piii ; la virtu rifulge eziandio dentro alle tenebre, ne s' imbratta
mai^ perche se la tenga sotto i piedi e in mezzo alle sordidezze della poverta
la fortuna contraria. Ella si fa conoscere, e place eziandio ne'nemici, non che
negli uomini miseri. E se un uomo degno non e portato a gradi maggiori, il
biasimo torna addosso a chi dovea avanzarlo, e non a chi riceve Tingiuria.
Sarebbe bella che il credito d* un uom meritevole avesse a dipendere dal
capriccio d' un Principe molte volte poco prudente, e che gli s' avesse a
rivoltare la mala ventura in colpa ! Infelici dicansi coloro che non hanno
meriti^ e percio ne anche reputazione, quando bene sono aggranditi, perche
troppo ben si discerne quel che ne dona la virtii, da quelle che ne comparte la
sorte, la quale puo ben rendere gli uomini miseri, ma non gli pu6 gia render
indegni; anzi essa molte volte sostiene gli non degni per non gli lasciare in
preda alio scheme e alia lor propria ruina, dove i virtuosi tien bassi, perche
non abbiano tant' arbitrio e autorita sopra gli altri;posson ben essere ugaali
i gradi degli onori tra gli uomini tanto buoni, quanto cattivi, ma saranno
sempre disugnali que' della gloria ; nb perche i peggiori s' armin d' invidia e
di fraude, et allora acquistin potenza, posson mai con gli uomini savii
gareggiar di virtii, avvenga che e' si trovino in bassissimo stato. La virtu
dunque nella Corte di Roma sempre adonesta gli avanzamenti, quantunque non
abbia parte nelr avanzare. Ma la fortuna e quella che distribuisce le grazie,
la quale sul bel principio fa pomposa mostra de' doni suoi, e pare che ella si
faccia altrui innanzi col viso lieto e col grembo aperto, ma di subito poi
cambia faccia, e vuol vender carissimo quel che ella offeriece in dono. Stolto
e colui che abbandona la propria quiete dietro alle sue fallaci lusinghe, e che
a guisa del Cane d' Esopo lascia il ben eh' ei possiede, per gir dietro ad un'
ombra d' un meglio dubbioso. fi vero che alcuna volta ell' aggrandisce una casa
e quella riempie di tutti i suoi beni, e sta in suo, arbitrio d' alzar gli
uomini ad esser pari e superiori de' Re; ma quel che ella dona ad una famiglia,
sel fa pagare a gran costo della roba, del sangue e della reputazione d'
infinite altre, e per una ch' ella soUievi, mille sotto la sua condotta
pericolano. Laonde mi sembra su le rive del Tevere fiorire piu che in altro
clima quell' albero fruttificante, onde alcuni Poeti favoleggiarono che si
ritrovi nelle larghe e fertili possessioni della fortuna, da' cui sempre verdi
rami pendono frutti di varie sorte, e non meno degli amari e velenosi, che dei
saporiti e soavi, di quegli che porgono altrui salute, di quelli che danno la
morte. Alle cui radici anelano i pret«ndenti ambiziosi, tanto i nobili, quanto
i plebei, tanto gli idioti, quanto i dotti, gare^giando tra loro de' posti
migliori; quindi s'odono tuttodi querimonie I'uno dell' altro, quivi essere gli
uomini martoriati ognora dalla lunga impazienza: e chi potrebbe esplicare lo
sbigottimento, il dibattito, e I'ansieta di colore, che stanno a gola aperta
bramando che caschi loro qualche vivanda megliore ? Chi si vede appena giunto
con piu improntitudine degli altri romper la calca, et accostarsi di subito a
pi^ del tronco, V uno, che non paia sue fatto, si sospinge oltre tra gente e
gente, oh' altri non se n'avvede. Chi corrompe qualcuno per farsi far largo, e
finalmente ognuno si studia con que' modi ch' e' puo di passar oltre, et
alcuno, giuntovi sotto, ci s' inerpica sopra. Quelr altro il prende di dietro,
e s' ingegna di trarlo a basso, 6 per tal modo tra tanti contrasti e tra le
scosse dell' albero, dove cade una cosa e dove un' altra ; e a colui che a pena
v' arriva cade un porno de' piu delicati e salubri ; a coloro che piu lo
sbattevano, cadono in mano le foglie, a molti piovono i fiori, talora un ramo
si scoscende, che percuote chi si era fatto piu innanzi, e con furia ricaccialo
indietro. Et ad alcuni vien cadendo da ultimo qualche frutto sustanzievole,
quando, gia ritiratisi indietro, pareva di loro ogni speranza fuggita. Ne piu
ne meno avvengono gli accidenti di Roma; non ci ha regola per argomentare gli
eventi, ne si puo ben giudicare il punto cattivo, o '1 buono ; ogni voce, ogni
atto, ogni sospetto gli muove e perturba, gli attrista^ gli allegra; ora le
speranze si risuscitano, ora si moiono, quegli si picca di sgarir la fortuna, e
si trova alia fine sgarito ; questi con la pertinacia la vince, e in cotsll
guisa senza riprova alcuna di quel che abbia av venire, gli uomini,
fortuneggiando in Roma tra venti contrarii, sono in qua e la da varii flutti e
da varii casi sempre vacillando menati. Impercio accade che alcuni gia con le
membra cascanti e deboli tornano ad esser da capo, e pur ritengon viva la loro
ostinata ambizione, e andando invano per tutta la lor vita dietro alia gloria e
agli onori, inonorati rovinano ; perch5 e' si vede chiaro la fortuna non voler
mai ad alcuna legge soggiacere degli uomini, ed ogni regola, ond'ella si voglia
acciuffar pe' capelli, riesce vana et inutile, perche d' ordinario da chi la
segue si scosta, et a chi piu la fugge, e a lei non bada, va incontro : cosi a
Saul, che cerca I'Asine, getta nelle mani un Regno, et Assalon, che va dietro
al Regno, trovasi per la chioma appiccato ed ucciso. Quant o e bella Roma,
quanto e ella appariscente a chi la uiira in un' occhiata, a chi n' ode parlar
di lungi ! Quanto ingegnosa e colma d' industria, quanto e devota e santa,
quanto e benigna e cortese, quanto di tesori doviziosa e prodiga a chi la vede
nel frontespizio, e nella superficie di fuoril Ella si scorge alzarsi al Cielo
con superbi edificii, testimonii marayigliosi deir antica grandezza, delP
onnipotenza Bomana ; qua V abbondanza delle statue e de^ marnii fanno sin oggi
risplendere la maestria e Greca e Latina. Qua i giardini vincono quegli dell'
Esperia e gli Orti favolosi d' Armida ; le fontane paion fiumi volanti per 1'
aria e tutte le altre delizie di Eoma tolgono il yanto al lusso, alle
sontuosita de' Persiani. Se le devozioni isguardiamo, qua tutti Yocaboli di
pieta, titoli di carita, ammaestramenti di pazienza, e atti di umiltade. Qua
Corpi e Sangue de'martiri, qua raemorie scolpite di virtu cristiana. Qua Templi
marayigliosi, che fanno fede di religione ben fondata; qua tutti gli aruesi piu
sacri e piu yemerabili, si della nascita, si della vita, si della morte di
Cristo rifuggiti a mettersi in salvo nel Grembo della sua Ghiesa; e di questa
chi ne siede al governo, se non il Vicario di Cristo? Chi ode i complimenti e
le o£ferte, chi da orecchie alle cerimonie, agli accoglimenti de' cortigiani,
incontra subito maniere dolci e aggradevoli, parole significanti stima ed
affetto. La casa, via rojba, il sangue e la vita non par che sia propria, ma in
preda al servizio et a'vbleri d'ognuno; la sommissione assoggettisce altrui, si
contrasta tuttodi non il prime, ma r ultimo luogo; si fa a gara a chi vuol
essere piu immeritevole, piu servitdre, piu minimo di tutti gli altri. Chi non
esagera a prima giunta la prontezza degli amici, le grazie e '1 patrocinio de'
graiidi ? Chi considera le ricompense che ci sono, i premii proposti, 1'
entrate grossissime a vita, che non si sa onde si vengano, il dominio sopra di
esse negli altrui stati, che i Principi proprii non ci posson metier la mano,
le dignita eminenti, le grandezze, le porpore, e '1 poter comandare, e
sovraneggiare al mondo intero, a che ognuno puo giugnere? Qual altrettanto
maggiore invito possono havere g\i stranieri per correre a si belle, a si
pregiate fortune ? Ma chi poi penetra a dentro, chi pon V occhio con attenziono
a quel che e Roma sotterranea, dico sepolta ne' cuori, nelle menti de'
pretensori, negli animi di chi domina, trova ben il contrario di quanto ella fa
pompa di fuori. Le delizie di Rama sono il piu delle volte veleno ; sino i
giardini, e le foreste a chi troppo ci bada V uccidono ; le macchine piu
superbe e piu maestose sono oggi guaste, e rotte, e minaccian sempre rovine. L'
arti e' costumi che ci s' adoprano son molto poco conformi a' titoli di santit^
e agli abiti ond'essi rifulgono ; le Reliquie e' luoghi santi a pena restano
esposti al culto e alle visite de' Pellegrini, e servon nel resto per
istrumenti d' ipocrisie, e per metter al coperto le passioni e gli affetti
sregolati de' grandi, e sin Tautorita apostolica la fanno far gioco alia
potesta temporal e e agli interessi di chi si vuole aggrandire. Le cirimonie e
le cortesi maniere, che son' elleno altro che parole senza significato bfferte,
e sembianti senza affetti, e una vana significazione di onore p'osta nell'
apparenza de' volti e vana, in quanto e' s' onorano in vista coloro, i quali
talora si hanno in dispregio ; bugie le quali bene spesso si rivolgono in
tradimenti, e infine un capitale di finzioni e di lusinghe in diritto ad un
grosso e disorbitante guadagno, se i premii, le facolta immense, e le grandezze,
queste si dispensano ad arbitrio, e non per giustizia, e tutto quello che
faceva star bene molti degni e meritevoli, cola tutto ad arricchir6
smoderatamente una sola famiglia? Qua finalmente sotto la formalita de'nomi e
dell'abito esterho e sotto speciose voci si nascondon le occulte Industrie;
sotto le lodi delle virtu si usano di nascosto i vizii, pero in Roma si
sostengono le opinioni e le apparenze, piu che le operazioni del bene; si fa
caso degli errori superficiali, e gastigansi con severitii le parole ne'poveri
e neMisgraziati per tener in piede i piu grossi, e far godere V impunitade a'
maggiori. Per tal via co' riti e coUe formule, co' titoli, co' vestiti, con le
Congregazioni, co' solennizzamenti si tesse un ordine bene ag^ustato, che forma
il ritratto apparente di Roma, significante altrui quello ch'ella dovrebbe
essere, non quelle cVella e, dentro alia quale si cela un disordine, e un caoa
di fini, di speranze, di timori, d' incamminamenti a caso, d' accident!
impensati, d'odii, di finte amicizie, di gelosie, di martelli, d' invidie, di
beni, di mali che non s' intendono, non hanno riscontro, e tengon le menti
degli uomini mai sempre sospese. Perci6 si veggono i pretendenti sempre mesti,
sempre astratti da loro stessi, e si per la continua apprensione di loro
medesimi favellare come matti perche non ritrovan mai il bandolo in gual posto
si dieno dell' amicizie, dei favori, delle speranze, e delle paure nelle quali
e' si trovano martirizzati in ogni tempo su la ruota della foriuna, guidata dall'
ambizione e dalP interesse, dove sta fondato e si regge questo governo di Roma.
Per la qual cosa egli e molto ragionevol di credere, che la divina onnipotenza
lasci correre questi vizii e queste macchie nel rigiro di essa, perche a quest'
ombra riluca quel piii la verity infallibile della sua Chiesa e I'autorita ben
fondata conceduta all'altissimo ministerio del suo vicario in terra, a fine di
far conoscere che e' ne ha dato il reggimento a uomini che hanno il libero
arbitrio, e che possono involgei*si fra le passioni mortali e terrene, benche
non errare nel maneggio delle cose celestiali e divine ; e cio contro 1'
ereticale nequizia, che presume temerariamente controvertere, per li abusi
della corte de' preti, la potesta che e data loro miracolosamente da Dio. Come
tutti 1 Goyerni eye s*intruda Tavarizia e T ambizione royinano, e quello di
Boma con esse piti che mai si sostiene. Capitolo Secondo. Con r occasione del
primo Capitolo mi vien in acconcio di far meco medesimo considerazione, per
qual maniera il governo di Roma, il quale nella poUtica e nel rigiro de'
pretendefUi si regge su' fondamenti dell' interesse e dell' ambizione, pur si
sostenga e viva, mentre tutte le altre forme di Stati, dove s' introducono si
fatti vizii, per quella guisa che apertamente dimostrano gli esempli antichi e
moderni, cosi agevolmente si spengono, imperciocche essi vizii sono il tossico
che la giustizia distributiva corrompe 6 distrugge, senza la quale riman
cadavero, e impercio senz'anima e senza vita ogni Stato. Egli h dunque in prima
da sapere che lo intendimento della giustizia distributiva si e d^uguagliare
gli uomini sotto le leggi della virtu, pareg^iare in loro gli eccessi delle
fortune, e solo V uno dalF altro distinguer secondo che i beni delFanimo, non
quelli del corpo, fauno gli uni piii degli altri rilucere. Questa tende ad
abbassare la superchievole baldanza de^ ben avventurati e de' ricchi, e
soUevare altresi la virtu e la modestia do^miseri; per tal via si minuisce il
soperchio alia fortuna mal adattata, e rifannosi i danni, ed arrogesi al poco
di chi e uomo prode, ma dalVingiurie della sorte contro al dovere abbattuto.
Cosi i grandi non sono della sorte seguaci, anzi essi correggono i difetti di
quella, e fannola divenir premio della virtii; imperciocche non ci e cosa che
maculi i cuori di ruggine peggiore, quanto il ferire gli uomini nella stima di
lor medesimi, che e la piu potente passione che ne domini, delF amor proprio.
Per6 la di£Perenza infra gli uguali, che si fa o per ragion di ricchezze, o per
genio, e non per motive di virtu, che e un contrassegno lucidissimo impresso
nelP anime, che distingue gli uomini V uno dall^ altro, produce sovente che,
per uno che si grati£chi, mille se ne offendono, e Pamore che si sveglia in
quelle, non pu6*agguagliare gli odii occulti che si destano in tanti e tauti
altri: e siccome, difiPerenziando le persone a capriccio, agevolmente si
spingono gli uomini alia impazienza e a^ rancori ; cosi, distinguendoli pel
merito, si accrescono negli altri gli stimoli alVoperar virtuoso et onesto. Per
tal modo gastigandosi i viziosi, e i migliori e i piu degni premiandosi, s'
uguagliano quelle bilancie, che conservano in equilibrio i governi, tolte le
quali tutto si confonde e disordinasi, conciosiacosache si destano le invidie,
e quindi a tempo e a luogo tutte le sollevazioni civili. E questo perche non ci
ha favilla che nodrisca e accenda sdegno piu fervido nelle menti de' valor osi
e de' saggi, quanto il vedersi oltrepassare soggetti facoltosi e ignorantL
PercHe messer Domeneddio ha messe le differenze delle facolta e della potenza
tra gli uomini, affine di lasciar loro 1' arbitrio della giustizia
distributiva, BOYvenendo i mono ai piii bisogaosi, e dal fango il pregio della
virtu sollevando; anzi perci6 negli Stati cbe sono d^ ugaaglianza amatori, e^
titoli e le dignitli, che dispareggiano J gradi, senza misura sono dannevoli,
dove postergati i rigaardi di chi e piii degno di piacimento si scompartiscono,
e per inclinazione de* grandi; e non pare le retribuzioni piu sustanzievoli, ma
eziandio gli atti semplici d^ apparenza e di stima mal ripartiti partoriscon
de' mali nel consorzio civile ; e viepi^ d^ ogni altra cosa cnoce a chi merita
veggendosi, o per trascuraggine di mente, o per piacimento mal regolato di chi
govema, scemar senza ragione da quel grado, ov' ei fu una volta debitamente
locato ; imperocche e nemica mortale la nostra natora di tornare indietro, e *1
piu possente affetto che h in noi e il pregio in ciascuno di se medesimo, il
quale com' egli e in minima parte deteriorato et offeso, sempre dispiace; ma
dov' egli h offeso senza ragione accendesi un' esca, e risvegliansi si fatte
scintille, che dov'elle havessero libero il campo, o le congiunture V
aprissero, s' allargherebbon bentosto in un gravissimo et inestinguibile incendio.
DIALOGHI FILOSOFICI, IL TIMEO. Delle idee. Dafinio. Scusatemi, a interrogare
per questa volta io voglio essere il primo. Desidererei capir bene innanzi a
ogni cosa, qual differenza si faccia dairidee agli Esempli? Buonaccorsi. Quella
che si fa dal proponimento primario nella mente dell' Architettore a' disegni.
Secondo questi, donque, volendo Iddio che le forme si stampassero del mondo
sensibile della natura nella materia, non parye degna cosa a Platone che quella
penetrar dovesse nel segreto di si alta mente a contemplare quegli originali
eterni ; onde e' presuppone che per via delPanima se le ne faccia vedere
cotesti esempi. Imperfetto. II medesimd appunto intese il Petrarca, ne e vero?
e'ldistinse in quel suo maraviglioso sonetto, che qualunqueabbia buon gusto
nella Poesia Toscana sa per lo senno a mente: «In qnal parte del Ciel, in quale
Idea £ra V esempio onde Natura tolse Quel bel viso leggiadro, in ch' ella volse
Mostrar quaggiti quanto lassu potea? > Insomma e' dicono il vero, e' fu grandissimo
Platonico. JBtwnaccorsi. — Tale appunto si e la distinzione che fa il Timco
dairidee agli esempi. Magiotti. — Ora a voi appartiene, signor Gioseppe, di
dame piii ohiaramente ad intendere il valore di queste Idee, onde voi siete
state richiesto. Buonaccorsi, — Avete ragionato si dottamente, che a me non mi
da il cuore se non di autenticare, secondo lo incominciato ordine, quanto avete
detto voi con esso 1' autorita di qualche valent' uomo e del medesimo Platone
in varj luoghi di altri Dialoghi, che ne favellano ; e avvenga che io avessi
stimato starmi meglio il tacere, e ch' i' non abbia veruna fidanza di potere
internarmi tant' oltre per andare del vero alia radice, e per recare lumi
maggiori ai nostri intelletti, come di cose che troppo in su, ch' essi non
vanno^ hanno la residenza loro ;' pur tutta via (come Plotino ne ammonisce) h
degna cosa si alti principii udire, e udendogli ammirargli, e ammirandogli
stimarsi beato nel riconoscere il loro autore. Pregovi ben, Don RaflFaello, a
soccorrermi di quando in quando, secondo la memoria vostra e il vostro felice
ingegno nuove cose da dire vi suggeriscano : ma per dare autorita a quanto
discorso avete sin qui d' intorno al mondo intelligibile, e all' Idee che si
contengono in grembo a Dio, ascoltate, di grazia, come tutto cio in due versi
mette Boezio nel suo libro De Consolatione: c Tu cuncta superno DucM ah
exemplOf pidchrum pulcherrimiu ipee Mundum tnente gerens aimilique imagine
format. » Qui dunque ripigliando i nostri detti, signor Magiotti, io non vi niego
che Platone, se alcun raggio in lui di verita rivelata fosse disceso, il quale
aperte meglio le.vie della mente gli avesse, e ch' egli con ragionevole occhio
vi si fosse rivolto, ch'e'poteva per awentura giungere a piu appropriata
definizione delle divine * quality ; ma non pertanto egli e di somma lode
meritevole, avendo per nn certo 1ampeggiare solamente di natura, e in forza
(siami lecito dir cosi) di piu che umana immaginazione favellato di quelle con
tanto decoro e si al vero approssimatosi e toccolo in molte proporzioni; anzi,
che dich'io? e'mi sovviene presentemente de^ lumi soprannaturali ch' egli ebbe
dalla legge Mosaica, nel tempo che nell'Egitto e'peregrino, come sanGiustino
Martire attesta, filosofo molto celebre della Scuola Platonica. Ma il proferire
molte di si fatte proposizioni, ch' e' vi apprese, non estimando cosa sicura
per timore degli Atoniesi e delle rigorose pene delPAreopago, contro chiuDque
rinnovare osasse cos'alcuna d'intorno alia loro religionC; quelle medesime
procuro avvedutamente di farsele proprie, e sotto gli oscuri velami delle
filosofiche speculazioni la verity Teologica ricoprire. Impercio dice il
medesimo Santo, quando Platone esplica nel Tinieo la natura d' Iddio, dicendo
come poco anzi vi recitai : « Primieramente egli e da sapere che cosa sia
quello che sempre e, e che non e generato, e quello che e generato, e voramente
mai non e; > che ci6 da Mose e^ ricavasse, cui Iddio apparendo la prima
volta disse: « Io sono quello che sono. » E mandandolo agli Ebrei comand6gli che
dicesse loro ecu le stesse parole : « Colui che e, mi ha mandate a voi. » E il
medesimo Santo Filosofo soggiugne, che quello che parimente in un altro luogo
mette Platone : « Certamente Io stesso Dio, come suonan le antiche parole,
comprende il principio, il fine e il mezzo di tutte le cose, > per « quelle
antiche parole > la legge di Mose egli intendesse, ma che non ebbe in animo
far di lei menzione, sapendo quanto quella dottrina a' Greci contraria fosse. E
parve al detto Santo non altrimenti potersi intendere conciossia cosa che e'
mostra aver raccolto e da Diodoro, e da altri storici Mose essere stato il piii
antico legislatore ; anzi quando egli le leggi promulgo, i Greci non avere
ancora le lettere ritrovate da poter scrivere le Storie. E dell' Idee, ne piu,
ne meno, onde noi al presente favelliamo, crede san Giustino che Platone da
quel luogo della Genesi le abbia tratte tradotto dal Santo, e cosi dal greco a
noi portate: « Che Iddio in principio fece il cielo e la terra ; e che la terra
era; pero non ancora visibile e fabbricata. > Dove il santo filosofo giudica
quel detto da Mose « che la terra era > essersi inteso per la terra che
prima era; impercio che aveva detto Mose : e della medesima similmente detto
avea: «Fece Iddio il cielo e la terra; » stimo che volesse intendere quella
secondo r Idea ch' era avanti nella mente d' Iddio essere stata creata
sensibile. Per la qual cosa non a caso favella il nostro filosofo veramente
divino, ed e degno di somma commendazione, massime ch' egli era della scuola di
Parmenide, il quale a differenza di lui mesce insieme e confonde le superne e
divine cose con esso le inferiori e naturali, e Dio stesao con la materia e con
Tuniverso sensibile. Dove il divino nostro filosofo il valore riconoscendo
sovra il natural corso ammirabile di colui, pe '1 quale et a cui tutte le cose
vivono, di somma reverenza esser degno, e si egli solo essere di sapienza e di
potenza infinita capace, con singolar riguardo in ver cotanta perfezione, le
distingue nella sua immaginatura e trova la via che le cose di sopra adoperino
in quelle di sotto senza permischiamento insieme; e f a i suoi sforzi. con r
acume di sua mente di adattare le misure e 1' ordine di atti succedevoli nelP
infinite, le differenze di gradi e la variety dell' Idee nel Medesimo, e la
moltitudine nell' unitade, senza Tanita disgiangere, senza diversificare il
Medesimo e senza t6rr6 V incommensurabilita e la perfezione assolnta deir
iQfinito. Con le cui sottilissime considerazioni di cose incompatibili fra
loro, e si impossibili secondo lo nostro compasso, rasseiubragli poter reggere
i miracoli soprannaturali della infinita onnipotenza diyina, e se non co*
termini nostri corti e finiti renderne bene intendenti di si alte maraviglie,
metterne almeno tra via, e recare un certo bagliore alle tenebre di nostra
ignoranza, che si alto splendore da per se non patisce, accio che quindi
staccandoci dalle cose inferiori spicchiamo un volo piu in su, che conceduto ne
sia a formare giudicio di un Dio, delP Autore della natura, della Primaria
Cagione, e delle operazioni eccelse che a Lui solamente possibill sono. Viene,
dunque, e cosi favella il Ficino a interpretazione de' sentiraenti platonici
intorno all' Idee, che la mente divina e forma di tutte le forme, e Idea di
tutte quante V Idee, la quale in se tutte le comprende. Ora, perch^ la* forma
termine si chiama e mi sura, misura e termine alle cose do-^ nando; il Sommo
Bene, la Divina Mente (aflterma Plotino) come forma di tutte le forme, e misura
e termine di qualunque cosa che sia, il che autentica mirabilmente il nostro
autore nel Filebo, chiamando il Sommo Bene principio e misura dell* universe
cose che sono. Imperfetto. — Verbigrazia, V Idea sar^ il genere di tutti i
generi che piglia e abbraccia in se tutte le forme, tutte quante le specie
visibili delP universo, con esso gli individui ancora. Luigi, — r mi sarei
presupposto che I'ldea universale fusse il genere di quelle idee che dalle
scuole volanti si tengono e sparte per V aere, e per6 fuori della Mente Divina
dimorare, e che da esse tutte le speciali cose pigliano Pessenza loro.
Buonaccorsi, — La divina mente, come Idea di tutte le idee, in se non comprende
coteste si fatte Idee, comunque se le figurino o le scuole nella guisa che voi
dite, o qualunque altro si sia, ch' io non vo' perder tempo al presente e
starmi ma pensare s' elle ci sieno veramente, o ch' elle vagliano. Affermo bene
che cio il nostro filosofo iu alcun modo non tenne, siccome da vari luoghi
apertamente si ritrae, ne sono in quella sovrana Mente le forme delle sensibili
cose, ma si bene le Idee delle forme, come che da lui merce dell' Idee queste
abbiano 1' esser loro. Impero che V Idea mancando di tutte le Idee, la forma
mancherebbe di fcutte quante le forme, e fiiiirebbesi il mondo, nello stesso
modo dove non si trovasse piu facitore di vasi, o di essi vasi le forme
rompendosi, il vasajo non ne farebbe piu. Per questo ne avvertisce Marsilio,
che le forme, sostanze non sono, ma si iniinagini solamente delle vere sostanze
e queste sono le Idee, cui le sensibili forme si rassomigliano, come le ombre
a' corpi. E Alcinoo a piu distinto spiegamento : L' Idea rispetto a Dio 6 la
sua intelligenza ; per rispetto al mondo sensibile Tesemplare; rispetto a se
stessa Tessenza. Di maniera che Tldee non sopra alcun fondo materiale e
corporeo riseggono, ne tra loro si confondono, come le forme su la materia; per
lo che tra V Idee della Mente Divina e le mondane forme, yerun' altra
simiglianza non ci ha, salvo che quella, la quale e da un ritratto air
originale ; anzi e molto piii divario senza paragone tra quegli infiniti
originali e perfetti di vera e incorrotta sostanza, che nelP alto segreto di
sua mente il Supremo Artefice riposti tiene, i quali per via di disegni ed
esempi dalla natura si copiano, che e' non e infra una tela dipinta e un uomo
vero e di carne viva. Con cio sia cosa che questi quantunque tra loro
diversissimi, pur tutta via alia materia universale riferendosi, posson
chiamarsi tutt' una ; ma qual similitudine ci puo egli entrare tra la Divina
Essenza infinita e perfetta comparata con essa la materia abitacolo di tutti i
difetti, di tutti i mali V L' Idea dunque di ciascheduna cosa, benche in
riguardo al nostro intendere di diverse cose paja composta 8 da movimenti vaij
distratta in qua e la; in Dio elP e una sola, 6 semplice e ferma ed eterna,
possedendole tutte insieme ristrette e present!, che pe' nostri fallaci giudicj
vengono rimescolate, e rivoltolate col tempo, come delle sensibill forme
adiviene, e quasi elle fossero appunto volanti a caso fuori di Dio, perche noi
non siamo atti a concepire com' elle riseggono in Dio ; ma non mai fuori di Dio
proferi Platone ch' elle si dimorassero, mentre e' disse poc' anzi: Lui nel
fare il mondo avere imitato un esempio eterno e non generato : e poco piu in
giii, ch' e' formo 1' universo simigliante a se stesso. Per qual modo dunque
fuori della Divina Mente potea un esempio eterno trovarsi, e come rassembrar
lui, se gli originali, onde il mondo e' ricavo, fossero fuor di Lui? Fermisi
dunque su '1 presupposto platonico ch' e' ci sono le Idee, ed essere nella
Divina sua Mente; impero che quale osera mai affermare che Iddio alcuna cosa
abbia fatto, la quale prima col suo alto intendere esattamente riconosciuta non
abbia ? Ora s' e' la riconobbe avanti di farla, erano appresso di lui si fatte
cognizioni anticipatamente al mondo creato e queste quelle sono, che dal Timeo
appellansi Idee. Ma odasi di grazia Alcinoo che sopra cio lo comenta : « L'
Idee intendimenti sono di Dio eterni e perfetti, e quindi gli esempi eterni
parimente di tutte le cose che dalla natura si fanno dependenti dal principio
esemplare ch' e 1' Idea di tutte le Idee. » Ed eccovi pure in questo luogo
distinto 1' esempio dell' Idea, si come dianzi vi si accenno. Bafinio. — Sono
considerazioni altissime (egli e vero) di quel finissimo ingegno, ma io le ho
piuttosto per immaginazioni concepute nella sua mente, che per immagini eterne
della Divina. Impercio che da Dio si opera in an istante, e non con atti
disgiunti e temporalmente. Buonaccorsi. — Da Dio si opera in uno stante, non ve
'1 saprei contradire; ma tutta 1' Etemita e un punto presenter ed instantaneo
dinanzi et lui (come poco fa si ragiono), e nel suo infinito indivisibile tutti
gli atti, che differenti e innumerabili sono appresso di noi, i quali per nostra
imperfezione d'intervalli di tempo abbiamo mestiere per pensare, nonche per
adoprare, appresso di Lui e un atto unico e solo, e permanente, e
impermutabile; e a volere che lesae opere temerarie non fieno ed a caso,
conviene abbiano innanzi all' opera lo intendimento e la precognizione, le
quali da noi due operazioni separate si giudicano, 1' una innanzi all'altra; ma
in lui in un istesso punto si accozzano senza differenza di tempo ; e tale
anticipata cognizione 1' Idea primaria si e, dalla quale si abbracciano in s^,
e contengonsi tutte quante 1* Idee ; e pero non senza molta ragione potette
intendere il nostro filosofo e tirarlo all' Idee (come dice san Giustino
martire)quel luogo della Genesi: « Che la terra era, > come sopra memorato
abbiamo; ma che tale precognizione per r Idea antecedente all' opera pigliar si
debba, cio ne viene con aperta sentenza dichiarato e rinforzato dall'
acutissimo Vescovo Hipponense nel libro Della Cittd d' Iddio, Qual vero
religioso potra negare le Idee, o non professarle per vere? Certamente nessuno
il quale non ardisse afFermare che le cose che da Dio sono, non abbiano motivo
ond' elle sieno, n^ da lui sostenimento ricevano, e cho quello che per lui si
fa, senza conoscimento o ragione si faccia; che sarebbe un volere ch' egli
operasse quanto egli adopera sconsideratamente e senza badarvi; le quali cose
essendo fuori di ogni ragionevol convenienza, egli e necessario di confessare
I'ldee. E nello stesso luogo riferisce cio che spiega Varrone, che la favola di
Minerva, nata dal cervello di Giove, dell' Idee simbolo sia, le quali in una
perfetta e intera sapienza si ragunano nella mente divina. Ma questo e poetico
ritrovamento, dove con verita infallibile la sapienza che ha sua sede nella
mente divina pare che questo accennar voglia, mentre cosi parla essa medesima
di suo nascimento nelP Ecclesiastico : « lo dalla bocca dell' Altissimo uscii
fuori e primogenita sono di tutte quante le creature. » Anzi dove dal santo
Vescovo medesimo s' interpreta quel luogo di san Giovanni, testimone si
veritiero delle cose soprano: s' intende cio delle medesime Idee, per tal modo
discorrendola: « Quello che per esso fatto fue e vita; intendesi in Lui, nella
qual vita vide tutte quante le cose quando e' le fe', e cosi fecele si come e'
le vide, non fuori di se stesso veggendole, ma dentro se stesso e per si fatta
maniera annoveio tutte le cose che e' face. > Che avete voi da ridire signor
Dafinio verso un veracissimo maestro Cattolico? Dafinio, — lo oppongo a fine d'
imparare, non per contradirvi. MagioUi. — Eccomi in vostro aiuto,^ signor
Gioseppe, con un liiogo di Giob che mi e paruto addirsi con maravigliosa
convenienza alP Idee. Da esso si fattamente si descrive la sapienza con la
quale il sommo Motore fe^ il tutto. « Onde viene la sapienza, e quale e il
luogo deir intelligenza ? Ella e ascosa a gli occhi di tutti i viventi, ed e
occulta per infino a gli uccelli del Cielo. Iddio solo ne sa la via, e coDosce
sua residenza ; impercioche egli in una oqchiata scorge tutti i confini del
mondo, e tutto quello ch^ e sotto il cielo riguarda. Quando egli dava il tratto
a^ venti, quelli posando come ancora Pacque a certa misura; quando sua legge
imponeva e suo or dine alle pioggie, e assegnava la via alle sonanti procelle,
alP ora egli la vedeva, la contava, la regolava, e investigavala. » Al qual
fine dal nostro Dante si nomina Iddio, « Golni che mai non vide cosa nuova ; »
perche tutte avanti che fatte fossero vedute le avea per entro 1' infinito
comprendimento della sua Divina Sapienza, nella quale -sguar dava, ricercando
seco medesimo Finfinita conserva delle sue perfettissime Idee. Parv' egli ch'
e' torni bene a quella anticipata cognizione delF Intelletto Divino, a quel?
unita maravigliosa di tutte quante le Idee, al cui esemplare rimirandolo, esso
formo tutte quante le cose di qua? Buonaccorsi. — Gran rinforzo ne avete
recato, signor Magiotti, adducendone cotesto belli ssimo luogo di Giob, che si
adatta per V appunto a quell* altro di san Giovanni esplicato da sant' Agostino
: ma dee ora tirarsi innanzi il ragionamento co'nostri autori Platonici, i
quali sopra cotali fondamenti di yerita debbono giustamente acquistar gran
fede. Che queste Idee ci sieno argomenta Alcinoo cosi: « Owero Pintelletto e
egli Iddlo, o veramente una cosa si e, la quale inteude in lui; onde le
cognizioni eterne e immobili nella Divina Mente, e quests Pldee sono, misure
giustissime e perfette delP eterno potere, ch' egli cape solamente, e scorge in
se stesso, senza di materia tramesoolaraento veruno. > Se dunque vero h che
lo intelletto sia diverse daU'opinione vera, anche lo intelligibile sar^ dalP
opinabile differente ; e pero sarannoci le intelligibili cose diverse dalle
opinabili, che viene a dire le prime notizie intelligibili, siccome si hanno le
prime delle sensibili e per6 ci sono le Idee ; ma lo intendere si fatto
attaccamento non h da uomo come la Divina nostra Commedia nel Purgatorio: «
Per5, la onde vegna lo intelletto Dalle prime notizie, nomo non sape E de*primi
appetibill TafTetto.* Soggiunge poscia : « Essendo lo intelletto primario
bellissimo, conviensi che lo intelligibile oggetto di lui bellissimo sia, ma
niuna cosa piu di lui ^ bella, perche sempre intende se stesso e le sue
cognizioni; e questa sua operazione e Tldea. > Paionvi cose astratte e
metafisiche n' e vero ? Ma cotauto eccelsa materia di ragionare avendo tra
mano, ed essendo sublimi, e grandi, e con si alto intervallo sopra lo nostro
intendere simiglianti proposizioni, quanto ch' elle nell' ampio albergo
soggiornano di quella Mente Sovrana Sopra simiglianti considerazioni astratte e
inesplicabili si yiene da Jamblico alia formazione continua dell' Universo
conformandosi alP intenzione Platonica: «Iddio forma il mondo e riformalo, non
per via di celestiali movimenti, non per mezzo deUa materia mondana, ma con
esso V intelligenza per merito dell' anima sempiterna che a lui ha dato.» Ecco
che per tal maniera egli ne spone cio che voi, signor Magiotti, poco avanti
toccaste ; segue poi: « Perche nella Potenza Divina non sempre vegliano e
operano a un mode le ragioni seminali generative negli esempli formal!, si come
alcune altre viepiu immobili che precedono le seminali, coadiutrici di esse; ne
adiviene che la potenza di amendue queste ragioni, ch6 in sostanza le Idee
sono, e dope le Idee gli esempi eterni, vada innanzi alPuniversa generazione
che nel mondo sensibile di continuo si fa; dopo queste gli influssi adoperano,
e le celesti quality, si come il moto, e in ultimo la faculty della materia.
> Laonde Trimegisto in si fatto proposito anche piu chiaramente : « Iddio e
pieno di tutte le Idee, e spargendo le qualita nella sfera maggiore (cosi
chiama la materia) stando egli in sua fermezza stabile, dalla sua piti somma
altezza in questo mondo nostro sensibile semind le Idee, la detta sfera.
circondando delle qualita universali e particolari di tutti gli Enti. »
Magiotti. — A cio si accorda mirabilmente il detto di Jamblico : « II mondo,
essendo opera di Dio, conviene per si fatta guisa da lui fabbricato sia, che a
qualche Idea esemplare di esso nel suo edificare riguardato abbia, allor
ch'egli con maravigliosa provvidenza per propria bonti alia struttura s'
accinge di cotanta macchina. » Dafinio, — Questi sono pensieri che meno
difficili ne paiono, perche a noi medesimi gli adattiamo, e nolle menti nostre
sperimentiamo questi atti disgiunti, anzi che ad alcun' opera uoi ci mettiamo.
Venendogli dunque alia Divina Mente applicando, non e malagevole il cosi
figurarsegli; ma immaginandoci poi la Divina Potehza con quelle alte e
ineflfabili prerogative d' infinite, di unit^, di eternita, di stability
impertnutabile che alia soprana eccellenza di sua condizione vengono richieste,
volerle assugettire a distinzioni di tal fatta, e a misure che si affanno a
noi, e si considerare P Idee innumerabili e infinite, e poi che elle in una
Idea sola s' immedesimino, e che il numero dell' unitade (se pero numero
chiamare si dee) non si alteri con la moltitudine, qui e dove nostro
apprendimento vacilla. Buonaccorsi. — Dio, di grazia, per far la cdsa con gli
esempli piu chiara, iiditene uno, che ne mette molto proporzional mente
Ploti"no : MagiottL — Piui appropriatamente, per quanto i' m' avviso,
torna al paragone del mare il vasto Oceano del tutto, che unico e anch'egli
(come Platone afferma) per I'ordine 6 per I'armonia, la quale dalle forme senza
novero ch'egli ha in se, e di tante ragioni, il piu ch' ella puo le raccozza
insieme ; e come 1' onde del mare non sono altro che il mare, cosi le forme nel
mondo non sono altro che il mondo. Di maniera che merce di questa armania
rendesi il mondo a Dio simiglievole, che per cio il nostro filosofo, piu
innanzi favellando, Iddio generate lo chiama; ma non altramente deir agitato
mare, e da' soffi de' venti in yarie guise trasformato e commosso, non serba
anch' egli senza yicissitudini o divariamenti quella perfetta concordanza e
unione che nelr infinite ed eterne Idee si mantiene. Prima impercio che le
forme varie sono di lor natura locate nella materia, avvegna che la materia,
come V acqua del mare, sia tutt' una con le forme; ma la materia per se stessa
di contrarii e conposta; per modo che, e forme vegetabili, e forme sensibili, e
forme ragionevoli, e di altra guisa in questo visibil mondo si rappresentano ;
ne deir ordine armonico puo tanto il valore, che tra di esse qual piu e qual
meno a quel supremo esemplare non venga a rassomigliarsi ; talmente che
differmita considerabile ci ha non che nolle spezie, negH individui loro,
ancorche di quell' unica, perfetta e non mai permutabile Idea, che le contiene
in se tutte, sieno simulacri; che per cio, come le onde marine, le quali piu
variate, e di colore sono^ e di profondita, e di grandezza, e svariatamente
corrono allido; anche le forme in questo mar profondo delr universo valicano
tutte a diverse rive, dove le Idee, che in Dio sono, per lui sono, e a lui
tutte sono sempre ugaalmente e con eterna costanza ; anzi le forme stesse
razionali che d'una sola ragione pare abbiano da essere, le qnali nolle
ragionevoli creature sono vestigii piu adattatamente impressi entro la
corporale materia, della suprema ragione, per quanto a quella Divina Norma,'
ch' e senza mendo, vie piu che le altre rassembrino; pur tutta via si divariano
sovente volte e stravolgonsi da gli affetti soperchievoli e dalle smoderate
corporali perturbazioni, dalle quali ad ora ad ora sregolando si viene lor bene
ordinato adoprare, ch' esse te le scompongono, e traggon fuori dalla loro
formosa e ben proporzionata figura. Per la qual cosa piii o meno alia bella
divina sembianza si vengono accostando, e non serbano uguali, e mai sempre a un
modo le loro doti sovrane. Perche tal verita insegao Beatrice con savio
ammaestramento al nostro Dante nel suo entrare del Paradiso: Adunque non ^
tavola rasa nella mente de' fanciulli, dove si scolpiscano via via insegnando
loro cose nuove, e non piii da essi udite e vedute; ma le notizie prime di
tutte le cose impresse ne gli animi loro, avanti ch' e' nascessero, di mano in
mano si risvegliano che vi dormivano, e in ispezialit^ stuzzicandogli con esso
gli Elementi Geometrici, P ono concatenato con 1' altro, e mettendo per cosi
dire a lieva Tordine di que' primi semi, ' gli uomini delle scienze di tntte
quante le cose a poco a poco ricordarsi farebbono. Imperfetto, — Si; vol ci
sponeste, Don Raffaello, con grande evidenza alonni giorni fa : come i primi
element! geometrici sono lo A^ B, C di tutta la sapienza universale £ino alia
Divina. MagioUi. — Dissilovi, e molte probability ve ne mostrai, se Yoi ne
avete ricordanza; ma di questa sapienza infinita che e in Dio di tal sommo
bene, quale ^ colui che ne ottenga poi conoscenza intera, aon dico intendimento
perfetto, imperocch^ ci6 non h da noi? Per essa dunque tutte quante le cose
virtu acquistano, e pregio di bonta, e di sapere, e per ta^ragione e utili si
chiamano, e dilettevoli, e saggie, e si tali ne riescono a chinnque
acconciamente assaporare le sa, e drizzale al vero uso; ma senza simigliante
conosoimento, o senza al bene sovrano rivolgersi da qualunque cosa die di-
sapere ci paia, o d' intendere, e che buona, o giovevole noi giudichiamo, niuna
utility, nessuna ferma e stabile compiacenza, nulla verity si ritrae, e cio non
per altro adiviene, se non perche uscendo le nostre menti dalla vera sedia
della ragione, alia contemplazione di quella superna Idea, non giustamente, ne
con la dovuta chiarezza ci addirizziamo. Per la qual cosa tal cognizione
agevolmente si scambia, secondo le varie torbe apprensioni, e le torbid^
iuclinazioni de gli uomini da'proprii affetti mal consigliati; che altri questo
dono divino sel credono nella voluttSi ritrovare de'sensi; altri nell'
ambizione lo si figurano; chi nelle opinioni non sane di stravolta e
prosuntuosa curiositade; e a pena che i veri filosofanti nella sapienza e nella
verity il ripongono, e bene spesso anch' eglino troppo temerariamente del
proprio senno pavoneggiandosi, piii oltre del licito e del possibile si
traviano, e nella soperchia luce si acciecano. Egli e dunque manifesto che ogni
anima.ugualmente la saviezza desidera ed il buono, e, per conseguirlo, fa tutto
quello ch'Ella sa, secondo perd i bugiardi o veri oggetti che se le parano
davanti ; ma ci6 tutto consiste nel saperlo rettamente riscegliere e ravvisare,
il quale in somma non altrove che nella meditazione di Dio st^ riposto: dalla
cui Idea primaria (torno a dire) cioe dalla sua infinita sapienza quelle prime
faville nell^ anima nostra discendono, le quali, come si e detto, Idee seconde
si chiamauo da Platone, tramandate in noi dall' Eccelso Manifattore, per fame
lume tra il vero e lo iatelletto, dove con esso il guardo interno
disappassijonatamente vi ci fissiamo, e con quello ardente, e ben regolato
amore, che Ma siffatte purissime scintille del divin fulgore noi non le abbiamo
in noi da per noi ; e quelle che dal fuoco impuro dalle corporali passioni vi
si accendono alcuna volta, e con esse si permischiano, ancorche accoppiamenti
sieno mal messi insieme, e come abbozzi per un certo modo di quelle, pur
tuttavia per difetto della materia ov' elle si rinvoltano, come delle chimere
addiviene, delle abbarbagliate immagi nazioni e de' sogni, non mai alia verity
delle scienze ne menano, ma sempre a fallaci e stravolte opinioni, che dal vero
ne discostano, e concetti ne formano di la da ogni regola di ragione; e di qui
procede che invece di recarlume, torbidezza s^ adduce e fassi nugolo alia bella
chiarezza del rintelletto; che il buono, e il vero, quanto a sua intenzione
appetisce, e cio imperciocche V immaginazione male s^ in forma da quelle
passioni, che fuori del sentiero battuto del vero senza ch^ ella se ne accorga
te la ritorcono e te la disviano. « lo veggio ben si come gi& lisplende
Nello intelletto tno retema lace, Che Yista sola sempre amore accende ; E
s'oltra cosa nostro amor seduce, Non e, se non di quella alcun vestigio Mal
conosciuto, che quiri trainee. » BttorMCcorsi, — Si disse quel sublime ingegno
ch'e dellft Poesia Toscana onore e lume, nel quale egli e un gran dire ch' e'
ci si ritrovi ogni cosa. E certamente V uomo ottenebrate avendo le lucidissime
e vivacl potenze dell^ anima da^ vapori sensibili e dalP ombre corporee,
fisandosi troppo in cotanta fulgidezza per lo soperchievole abbagliamento se
gli cansa il vedere, o si veramente le ali del intelletto nostro cui solamente
si alte ragioni stanno esposte, dalla pania delle terrene voglie invischiate
trovandosi, non si ponno staccare, ne rilevarsi pnnto da terra ; e per quanto
nostra mente procnri di pervenirvi pi^ d' appresso ch' ella puo, non di meno
seguendole svariatamente, e senza filo, su '1 buono la strada manca, e invece
di aggiagnerle si perdon di vista quel piii. Per lo che dal vero sciontifico
deviandosi^ alia fallacie si donano gli uomini, e hannole per reali e per vere;
e 88 per caso ad alcuna verita pervengono (il che di rado accade per si£fatte
Tie) cio succede a simiglianza de' ciechi (come chiaramente Platone nel Sesto
della EeptMlica) cui viene a sorte camminato pe '1 diritto, a differenza di
quegli che giran girano per quella o per quell* altra via, e mai non ne vengono
a capo. Le Idee dunque, cioe le cognizioni e le cagioni delle cose vere, con lo
intelletto e non con esso i sensi comprendersi per quello che veramente elle
sono ; e conviene la loro perfezione nel loro vero essere raffigurare, 6 amare
il loro sovranissimo Autore. H che esplica il filosofo oiostro nel Convivio^
con la sua usata ammirabil maniera : « L* animo della Divina Bellezza
innamorato allor che e' gusta pe '1 suo verso, e intende le ragioni divine, non
piu i simulacri ma le cose vere in se stesso partorisce, e partorite
nodriscele, e con perfetta e ben accesa disianza richiama ad alta voce la
ragione dietro a' sensi sviata; per tal modo divenendo I'uomo familiare di Dio
e vie piii immortale degli altri.> Yedete dunque come dalla conoscenza delle
Idee, la notizia vera delle cose che sono ne risulta, non tanto esse
riconoscendo da Dio, ma ancora da noi medesimi, non come cognizioni impresse
con esso lo studio ne gli animi nostri, ma si per la reminiscenza nella nostra
mente resuscitate quelle che generate vi furono con esso noi per merito della
Divina sapienza, e che dal loto vile e dal contagio corporeo bruttate vi erano
e cancellate, senza lo ripulimento delle studiose contemplazioni che ve le
ravvivino. Le quali del tutto si perdono o o£Fuscansi per lo contradio, facendo
che per ci6 tutti gli oggetti scontraffatti a falso lume si veggiono, e
totalmente dal vero diversi. Luigi, — Come sarebbe a dire? MagioUi. — Come,
verbigrazia, alia nostra vista per alcun mezzo trasparente si ma gi*ossolano o
mal pnlito qnalcbe oggetto passando, che per esso sua immagine si stravolga e
sformi, tuttp altro da quel che e' ci rassembra e' lo giudichiamo ; o pnre come
nuvoletta tenera, e sottile, cbe yoli per r aere sereno, da noi scorta talora,
la quale, o per lo risguardamento uostro mal situato, o vero per la grossezza
de^ vapori si da lungi sguardandola in figura di Lione o di Drago, o s'in forma
d'Uomo ci si rappresenti, o di altre varie sembianze, cui, se awicinare
potessimo le pupille, tutta nebbia confusa, informe e indistinta per awentura
parrebbeci, e che tosto e ad ogni aura leggieri sfuma, e si si dilegna; o si
veramente dove un alcuno schizzo casuale o d' inchiostro o di altra tintura, il
quale da presso non e salvo che scarabocchio sformato, un ben ordinato disegno
di regolati lineamenti tal volta da discosto ci sembra ; tale per le stesse
ragioni all' occhio della mente e dello intelletto gli oggetti non di rado
intemamente si storcono e si trasfigurano ; ma non altramente che non h
mancamento del Sole, se variamente ci paiono le cose da quelle che elle sono in
varii luoghi mirandole, in diversi tempi, e sopra diversa materia; cosi non h
difetto di quella pura semenza di luce, che nelPanima nostra fa lume, e riluce
ugualmente ad ognnno, ma si de* mezzi, ond' ella trapassa, o delle corporali
pareti, ond' ella rende i riverberi, o della positura, onde gli oggetti si o no
aUa lor vera veduta si guardino^ imperci6 che tatto sta nel pigliare il verso e
'1 vero diritto per giustamente scerneirle; nel mantenere ben puri e mondati
gli organiele vie per cui passano le spezie da qualunque intasamento de gli
affumicati vapori, che in alto levano gli affetti piu bassi e piu
irragionevoli, acci6 che non vi si faccia ragunata di f uliginose fumicazioni,
le quali spesso da' varii accendimenti de' sensi vi si tramandano. In si fatto
modo per 1' use de' saggi ammaestramenti, e con la continua disciplina delle
meditazioni scientifiiche, e con esso lo incamminamento ben guidato della
ragione si conserva e chiara, e pari, e liscia la lucidezza delP immaginativa,
che non s' intorbidi e render possa le immagini vere e reali, e non isformate,
ed impure all' acume delle luci men tali, che pigliando pe '1 suo vero filo la
chiarezza di que'raggi divini scorgano e intendano le cose, come in fatto
stesso elle sono^ al loro etemo principio Yolgendosi, e da quello
riconoscendole con perfetta contemplazione. Imperfetto. — Di vero, che i luoghi
ne piii degni, ne piu proprj esser ponno a fame co' suoi veri lumi discernere
le beUezze della divina sapienza, ch' e V idea universale (come si e ^etto piu
e piu volte) di tutte le cose che sono ; irapercio che convien farsi dall'
amore verso Iddio, e dall' adorare una cotanto sublime cosa, quale e la cagione
prima di tutte le altre cagioni, e non ficcarvi la vista a fine d' intenderla
con soperchievole bramosia, e con ismoderato ardimento. E' vuol essere amore
filiale, nel modo che il figliuolo r occbio al padre contegnoso rivolge e
rimesso, e non gliene squaderna in faccia prosontuosamente e senza la dovuta
venerazione. Per tal maniera si aggiugne con 1' affetto dove con r intelletto
non si puote pervenire. BuonaccorsL — Eccovi un altro luogo vie piu dottrinale
per ammaestrarne nel divino conoscimento, in quella lettera che Platone scrive
agli amici di Deone, esplicata da Marsilio Ficino con la sua solita
sottigliezza ed acume. Ivi egli dice che V animo nostro non ha via di capire V
Idee che sono nella mente di Dio, se non conosce antecedentemente tre cose, e
in quarto luogo, la scienza non ne abbia, e nel quinto finalmente ch' e' non
apprenda il mezzo per il quale una cosa e conoscibile, e che veramente stia a
quel modo; per esempio, 1' animo nostro e mosso alia scienza di sapere quel che
sia il Cerchio: primieramente bisogna sapere questo nome del Cerchio; in
secondo luogo la sua propria definizione, e che a lui solo si convenga; terzo,
s' immagini disegnata essa figura circolare awertendo, ch'essa il vero cerchio
non e, ma solamente la sua immagine; quarto si rappresenti alia mente la forma
del medesimo Cerchio, cioe il di lui esemplare generate con esso lui ; quinto,
con si fatta elevazione di mente trapassi a coatemplare Fldea del medesimo,
quale ell^ era nella mente di Dio ; onde a simile apprensione vera e
scientifica quale e colui che aspirare possa in questa vita, se non se V animo
umano, con la filosofia, di 8U0 caduco corporale meditando la morte, come di
tntti suo* sensi, da essi per tal modo si tragga fnori, e rivoltisi a Dio ; che
impero Pico della Mirandola nega la mente delr uomo potere intendere le Idee,
se non giunto a simile stato sublime, ch' h V ultimo grado della perfezione
contemplativa; e nel Htneo, come averete udito, dice Platone agli Dii
appartenersi dMntendere le Idee, e a quegli uomini pochi, come si 6 a que^
soli, i quali merce della filosofia si sollievano al* Taltissime speculazioni
d'Iddio. Luigi. — E questi saranno quegli (m'immagino io)i quali dimenticatisi,
non che di qualunque altra cosa, dell'essere vivi, tutti alle potenze superiori
dannosi in preda, e abbandonano le inferiori^ che viene a dire datisi alia
contemplativa, perdono affatto Tuso della vita attiva. Dafinio. — Si vede che
io non sono di cotesti che voi dite ; impercio che riconosco bene tutte queste
proposizioni Platoniche essere di que' grandi ingegni acumi sottilissimi: ma
son modi, per arrivare a intendere le Idee, malagevoli molto, e assai piu che
non e la materia medesima delle Idee; m' e nondimeno di alto rilevamento e di
sommo diletto V udirli, e sentomi vostra merc^ cr;escer V ali per alzarmi vie
piu che io per me valevole non sarei, di modo che eziandio che io non giunga a
intendere, posso dirvi, signer Buonaccorsi, con molta ragione cio che fa dire a
Beatrice Io nostro Poeta: « Voi mi levate si, ch' io son piu ch* io. » Luigi. —
Io sto cheto perche io credo ch' e' nasca da me e invidio agli esimj vostri
talenti che dalla volgare schiera degli uomini vi traggon fuori. • MagioUi, —
Anzi io professo che col non intendere si alte cose s' imparl assaissimo,
comprendendo sempre con maggiore evidenza la proposizione di Socrate, che si
fatte materie sovrane dalla nostra caduca condizione in tutto e per tutto
s'ignorano. BwmaccorsL — Questa h una materia, onde si favella, ampla e
malagevole, e per6 la mente ci 'si affatica a pensarci, nonche la lingua nel
proferire tante e si varie proposizioni che non averebbe mai fine; e pero vi
prego^ Don Raffaello^ dite un po' voi, lasciandomi in tanto ripigliar lena.
(Segue) IL TIMEO. Sopra VAnima del Mondo, MagioUi. — Se il mondo Dio si e,
tutt^ insieme unico e intero, come si fanno a credere foUemente costoro; quest'
altre Deit^, onde favellato abbiamo, che assegnarono i piu de' Gentili a tutti
gli operamenti generici delP uni verso, Dii interi non saranno, ma porzioni di
Dio^ e la terra che e parte del mondo, sar^ parte di Dio, e per tal modo
sarebbe divisibile Iddio. Di piu; regioni del mondo grandissime, che
inabitabili sono, ed incolte per la lontananza del Sole, per lo freddo delle
nevi e dei ghiacci, che non mai vi si liquefanno, le quali sarebbon membra
divine a siffatti patimenti sottoposte^ verrebbero a dimostrare che Iddio non
fosse altrimenti impassibile. E non che le sopraddette regioni, ma tutte le
minuzie del mondo, s^ egli e Dio, saranno particelle di Dio ; laonde qualunque
parte che Tuomp e gli altri animali calpestano del mondo, calpesteranno
sacrilegamente una parte di Dio. Ogni fiore che si colga, ogni erba che si
divella, qualunque barba che si diradichi di sotterra, BB,rk uno strappare le
viscere, dilacerare le membra della divina sostanza^ e qualsisia cosa che
nelPuniverso si corrompa e guasti, corromperassi una parte di Dio. E tali cose
posson pensarsi non che raccontarsi senza vergogna? E per5 divinamente il
nostro sublime Filosofo nella Bepubhlica : Quel che e uno, vero, intero e
perfetto siccome e Dio, per qual maniera anche con la immaginazione si puo egli
dividere in parti? Dafinio, — Noi ci formiamo a nostro arbitrio V essere di
Dio, senza cho niuno V abbia veduto, e sappia come e qnale e^ si sia, e poi
dichiamo il mondo non potere essere Iddio, perche e' non e a quel modo che noi
immaginati ci siamo; se quello ch* e Dio fosse e dovesse essere nel modo che
dite Yoi, allora voi avreste ragione; ma che ne sappiamo noi ch' e' sia tale ?
Magiotti, — Certo e, che come sia Iddio ben nel Cielo si puo immaginare, ma non
gia qui tra noi; noi possiamo bene e dobbiamo credere ch' e* sia sopra ogni
nostra immaginazione piu perfetto di quel che noi possiamo comprendere, e non
crederlo ne figurarcelo gia mai con quelle imperfezioni che dette si sono, a
voler ch'e' sia Iddio. E pero quando noi nominiamo Iddio, noi intendiamo quel
principio supremo che senz'aver avuto principio, ha dato principio a tutte le
cose che sono, le quali sono a lui sottoposte, ed egli a niuna; il perfetto di
tutti i perfetti, cui nulla si pnote aggiungere ne torre, Toriginale primario
di tutte le cose buone, di tutte le cose vere, di tutte le cose belle, di tutte
le sapienti, intelligibili e razionali cose, le quali non son parte di Lui, ne
della sua propria essenza, ma copie, abbozzi, e imitamenti, e per lo piu non
ben messi insieme, di lui; quel che pu5 cio ch* e' vuole, e nulla ci ha che
possa sopra di lui, e pero niuno il puote offendere ne e capace di senso umano,
ne puo patire per avvenimento che sia, perche ogni avvenimento per lui viene, o
da esso si puote impedire : e impercio Parmenide chiama uno il primo Ente che
vuol dire Iddio, che non ha ne moltitudine, ne parte, ne tutto^ ne principio^
ne mezzo, ne fine, perche e infinito, informe, ne da verun luogo puo essere
circoscritto, ne si ferma per cosa che lo trattenga, ne ha movimento di luogo,
o di agitazione, ne si fa gia mai in conto, o per modo veruno, non e il
medesimo, o diverso a se o ad altro, ne si^nilene dissimile, ne uguale, n^
disuguale, perche niuna cosa il misura ned' e per novello ne per antico, ne in
tempo, ma sempre senza tempo, non generato giammai, ne si genera al presente,
n^ fu mai, ne fatto e ora, ne si far^, ned' ^, ne dope sara, ne e partecipe di
sostanza, perche egli e solo e V unica e universal essenza del tutto. II si
faceva, e fu gene' rato, e tempo preterito, U sard e si fard e future, egli e e
si genera e si fa, e presente, che son misure di tempo, ed egli non iatk sotto
le condizioni del tempo, e pero non ha veramente niun nome che appropriatamente
gli torni, niuna defiinizione che gli si addica, ne di lui si puo concepire da
noi aggiustato.sentimento, o opinione, o scienza verace, e perci6 n^ nominare
degnamente si puote, ne agguagliarlo con parole mortali^ ne pensare, ne
cognoscersi, ne da nessuno ente che sia formarsene concetto, o aver sense, o
lume 81 chiaro, che vi aggiunga, perche nostra ragione 1^ non si stende. Egli e
insomma V ottimo di tutte quante le cose che sond, ma e* non e niuna delle cgse
per ottinie ch^ elle ci paiano, perche egli e sopra 1' essenza di tutte. E se
Iddio non fosse tale, quale volete voi che fosse questo che da noi si chiama
Iddio, e si adora, e si reverisce, si come il meglio di tutto queUo ch* e,
perche ogni cosa per lui e ? E pero Iddio e in questo modo, o non ci potrebhe
essere di altra maniera. Imperfetto, — II meglio che ci abbia tra tutte le cose
visibill e il piu perfetto, senza dubbio veruno, ch' egli e il mondo, impercio
che chi fa, chi produce, e si smisuratamente adopra tante e si meravigliose
operazioni, come fa Tuniverso, e quale con maggior ragione e sapere di esso?
Magiotti. — Non puote essere il meglio e il piu perfetto, quello dove giungono
le misure del quanto e dove i nostri sensi si allargano, cui competa il nome
sovrant) di Dio; ma ha da esser quell' ottimo, e perfettissimo che sdegna gli
argomenti umani e dove niuno puo alzar le vele con la navicella del proprio
ingegno, perche di cotesto non si puo andar piu in la, ne anche da i compassi
infiniti della menta divina, conciossia cosa che essendo egli infinito,
infiniti e senza termine sono gli attributi che a Ini si convexigono. ne dalla
nostra immaginazioiie si pQ6 sapere cotanto addentro, per modo che niente ci ha
da coireggere come saocede negli sbagli e ne' difetii del mondo, che per hi
reita, e nudyagit^ natnrale della materia, a otta a otta danno in fnori, n^ con
esso V oirdine di chi lo regola pii6 ammendarsi in gnisa, che e' non iscaopra V
imperfezione di sua natora. Per la qnal cosa il mondo, ne qnell' ottimo si e,
n^ qnel peifettissimo snperlatiyo infinito, al quale si aggiugne sohunente
dalla perfezdone e dalla bonta infinita ed assolnta di an Dio, qaantnnqne
riesca ai nostri occhi 1' nniverso a. ammirabile, e qnanto a noi la pin beUa,
la piu perfetta cosa che sia, per merito del magistero sovrano che lo fabbrico,
e che veramente in loi si scorgano marayigliose cose della Omiipotenza Divina;
laonde con somma saviezza disse Plotino: « dall' imperfetto ci e la
progressione fino al perfettiBsuno, e dove la perfezione intera non sia, non si
pao dare V nltono fine il qnale per sna incommensnrabiliia divenga infinito; e
U mondo (assolntamente parlando) perfetto non e, perche a cagione deUa materia
patisce; > e pero, dice il Ficino, «gK e indivisibile, e sottoposto a
diseioglimenti contimii, e come di natora divisibUe ha mestieri di chi il
mantenga conginnto, il quale di sua natora perfettissimo' sia, ed intero, e da
se stesso, e per se stesso, e come infinito fdori di totte le'misore, e di
totte le immaginazioni deDe cose finite: impercio che il sommo di totte qoante
le cose e cosi alto, che vince la nostra vedota, e da qoesto solamente deesi
credere che abbia il mondo V essere, il vigore, Y ordine, il moto e qoeQe
innomerabili perfezionicomparatiYee positive, ch'egli ha, in come lavoro dell'
etemo motore, che impero si raggoardevole lo ci rendono e ammirando, e cio
perche ^H e opera sovrana e immensa di Dio, ma non gia perche e' sia Dio.
Dafimo. — Se r oniverso secondo la mente de' sopraddetti filosofi fosse egli
Iddio, Terrebbed a oscire d' inconyenienti molto notabili, cioe, o che
ToniTerso sia fiitto dal nolla, che non si ammette in modo alcono da venmo
filosofante, o che diano due principj eterni, e inereati, V agenie e il
paziente insieme, di una stessa dignitade e potenza, il che non pa6 tomar mai
alia ragione de'piii esperti contemplativi; dove se Iddio e la materia fosser
tutta una, sarebbe una Deitit sola etema, cio^ il mondo medesimo. Buofiaccorsi.
— Tutto il ragionamento precedente del nostro Magiotti batta a terra, anche
secondo i lumi della filosofia, cotesto presupposto, perche Iddio se fosse la
materia, di difetti sarebbe pieno e di errori, che non si deve presupporre di un
Dio^ ne puo essere una medesima sostanza fatta di due cose contrarie assolute,
onde immedesimare si potessero in un solo soggetto e le condizioni ottime di
Dio e le prave quality della materia. ImpefeMo. — Parmi aver letto, e non mi
ricordo dove, che Iddio h non Ente, e si altresi la materia e non ente ;
adunque che contrariety ci sarebb^egli se ci6 vero fosse? Buonaccorsi. — Egli ^
il Ficino che lodice: « Iddio, ch'e'chiamano il primo Ente, e veramente non
Ente per rispetto a gli Enti a' quaU egli e primo e superiore ; ma la materia e
non ente, perch* ella h inferiore a gli Enti ; » ora considerate s' e' sono
Iddio e la materia veramente contrarii. Ma con altro argomento risponde
Alcinoo, e di vero con somma saviezza, contro V opinione che il mondo Dio sia :
« Niun corpo (die* egli) esser puote Iddio; imperocchd se Dio fosse corpo, di
materia e di forma composto sarebbe, e perd non saria semplice come all' essere
di Dio vien richiesto, ne imper6 principio per s^, solo, increato, come Iddio
esser conviene. Ora non potendo esser corpo, non puote in veruna ragione essere
Iddio V universo corporeo. » MotgiotU, — Gli Stoici dividono la natura
universale in due parti, r una che fa, V altra che a farsi maneggiabile e atta
si e. Nella prima la virtii della vita e del sense consistere ; la materia per
s^ infingarda, e oziosa nella seconda; ne Y una poter stare senza V altra nell*
Universo: ma non puo gill essere il medesimo quello che adopera, e quelle in
cui si adopera, come se tutta una avesse da essere il vasaio che il fango, e il
fango che il vasaio ; e costoro danno in si fatto delirio che reputano queste
due diversissime cose il medesimo Iddio e il mondo; TArtefice e la fabbrica! La
materia, come affermauo Jamblico e Plotino, avere Tessere da Dio e ordinarsi di
continao talmente, cbe a Dio sta Tordinarla stabilmente. E la materia da lui
ricevere la sospinta, e ordinarsi mobilmente ricevendo da Dio la sua tempera
secondo gV iutervalli de^ tempi, come dall^ Orivuolaio V orivuolo, il quale
quando egli e suUa fine, per farlo ritornare al suo essere, sempre si ricarica,
se no finirebbe il suo movimento 6 non andrebbe piu; nello stesso modo la
materia di sua natura imperfetta, cammina di continuo al ritornare nel
disordine del Caos, perche via via col suo disfacimento ella quanto a se vi
ritorna, ma di presente il maestro eterno la ritempera e la rimette su Tordine,
e falla camminare compostamente per via delle continue generazioni, e di mano
in mano ch'Ella va a perdere sue forme, riformandola per mezzo di quegli esempi
eterni, e cio si fa per rispetto a Dio infinitamente, non mutandosi unqua
Iddio, ma indefinitamente secondo la materia, riformandosi di continuo essa
materia. Luigi, Che cosa e egli dunque questo Universo che anima tutte quante
le cose, (secondo il nostro vedere) le forma, nodrisce, accrescele e crea ?
tutte quante in oh le riceve e seppelliscele, e di tutte ugualmente e Padre,
perche del medesimo nascendo si fanno, e nel medesimo morendo disfannosi} s' e'
non e Iddio onnipotente, dalla cui virtCi tutte le cose €he sono hanno T essere
loro? MagioUi. — L' Universo non e Padre delle cose che sono, ma r intelletto
Divino e Padre del Mondo (dice il medesimo autore) e la materia Madre : e V
ornamento del Mondo, e prole Divina nelP utero materiale^ e pero noi scorghiamo
la prole, ma non semo atti a vedere gli artifizi ammirabili per cui ella si
concepisce, e come ella si fa, e per questo prendiamo errore, stimando il
nostro occhio e i no&tri sensi misure competenti delle cose che sono, il
che h falsissimo. £ pero non e il mondo Dio, ma per V onnipotenza di Dio egli 6
quel che egli e ; noi scorghiamo gli efifetti e non la cagione, e come detto si
e, gli pigliamo ignorantemente da quella in iscambio, facendoci a credere con
somma demenzia che quel che e fuori della nostra veduta non sia. Iddio ^, ed e
per se^ e tutte le cose sono per lui, ned esso e obbediente o sottoposto ad
alcuna natiira, ma egli e coloi che regge e governa, e che formo la natura.
{Segue) IL TIMEO. Se VAmore sia V anima del Mondo, Imperfetto. — via ponetevi
costi a sedere pro Tribunal!, e discorrete altamente come h nostro uso.
MagioUi. — £cco fatta Tobbedienza, e ricomincio a dire, essendosi favellato con
piu Dialoghi sopra il Timeo, prima intorno alia sostanza Divina,e poi intorno
al mondo intelligibile, e air Idee, si come alti esemplari del nostro
sensibile, e delle forme che questo adomano. E si parimente avendo discorso
sopra r opinione dell^ anima universale e quanto i sentimenti di Platone si
accostino in molte parti alia nostra verity, mi 6 venuto in amore di ragionare
parimente co^ sentimenti Platonic! sopra TAmore, il quale sia esso veramonte o
V anima del mondo, o la porzione piu nobile e piu sovrana di essa, e cio in
seguimento del proposito tenuto sin qui. Sommo e infinito bene e Iddio; il
sommo e infinito bene, impercio che di essenza perfettissima egli e, e anche
oggetto di infinito amore, e insieme di godimento infinite, e di perfetta
beatitudine a chi lo possiede, si come eziandio sommo e assoluto appetibile di
tutte le cose^ e appetibile a chiunque il conosce, e non V ha in s^. Ora perche
egli e sommo e infinito bene, e oggetto altresi d^ intendimentp infinito, e
per6 Iddio solo nella sua eterna mente il concepisce e intende, cio^ egli solo
cape s^ stesso. Questo concetto dunque, questa cognizione ch^ egli ha
eternamente di se medesimo, quell^atto primiero si h, onde s^ingenera lo
intelletto divino, come sopra si b mentovato, il quale e la sapienza
impermutabile ed etemale, che tanto si e a dire 11 discorso eminente e non
errante che fa Iddio sopra *1 suo essere divino, ottimo e inefiPabile, e perci6
amalo infinitamente per lo infinito merito di sua perfezione e bont^, e tale e
11 figliolo di Dio, il Yerbo divino di cui ragionato abbiamo, e per il quale
yiene constituita la persona prima del Padre correspettiva e distinta dalla
seconda che e il suo £gliuolo, in tutto e per tutto uguale a lui. Da questo
atto poscia di cognlzione e d' intendimento sovrano che fa Iddio di questo bene
etemo ch^egli possiede in s^ stesso, subito ch* e conceputo dal Padre per
oggetto di beneficenza infinita, a misura di sue altissimo valore infinitamente
V ama, e quindi procede quello ardentissimo primo amore equivalente alia
perfezione di esso infinito bene, per la cui strabondevole fecondit^ sparges!
pel Indefinitamente per lo tutto quella fuocosa e inestingoibile carit^, dalle
cui fruttlficanti faville tutte le cose che sono hanno essere* e vita. E
simigliante infinito Amore procedente da amendue le altre persone, 11 Divino
Spirito si e, il quale secondo la verita nostra h la terza Divina Persona in
essenza, e per divinita uguale ad amendue le altre del pari, e dal nostro Poeta
Teologo altamente espostoci nel Paradlso. Canto X: « Guardando nel sao Figlio
con 1* Amore Che rnno e Taltro eternal mente spira, Lo primo ed ineffablle
Yalore, > per cui le scintille di suo fuoco amoroso, cioe a dire le divine
grazie si spandono di sua Providenza onnipotente e benefica per tutti quanti
gli ordini della natura. Per le medesime scintille poi prese fuoco eziandio ogni
altro amore, imperciocche innumerabili amori si accesero nella natura
universale dalle faville infinite di questo amor primiero, come bene ne
awertisce 11 medesimo Divino Poeta, perche esso amore aperse 11 varco della
creazione deirUniverso alio sparglmento de' suoi benl portati su le all della
sua arden* tissima carlt^, de* quali egli era infinitamente ripieno, solamente
per diffondergli altrui, che egli non era in nessun conto bisognevole. c Non
per avere a s& di bene acqaisto, Gh'esser non pu6, ma perchd suo splendore
Potesse risplendendo dir: snssisto; In saa eternitii, di tempo faore, Faor
d*ogni altro comprender come i piacque, S*aperse in nuovi amor Tetemo Amore.
N& prima, qnasi torpente, si giacque, Ch^ nh prima ne poscia precedette Lo
discorrer di Dio sovra queste acque. » Qaesto amore, dunque, raccendendosi con
iscintille senza novero in tntte quante le creature, viene ripercosso da loro
piu o meno direttamente a riamare e adorare il bene in£nito, secondo ch^ esse
piu o men chiaro il rafQgurano e se-,condo le proporzioni e disposizioni,
ch^elle hanno piti o meno atte a riceverlo, e a rimandarne a lui per diritto
filo, o per via di varii e moltiplicati ripercotimenti^ i riverberi, o si pure
stravolgendogli troppo dal loro vero corso per la positura mal situata de*
proprii affetti, non in Lui, ma in altre creature erroneamente te gli fermino.
Luigi. — Questa h Teologia molto leggiadra^ ma per mio conto ricerca piu esatta
ospressione. MagioUi. — I' torno a repetere che Iddio e sommo e infinite bene,
e per6 bene non ci ha, il quale in Lui non sia, e che non discenda da Lui, e
intanto il bene e bene, in quanto egli b comunicabile; ed essendo Iddio bene
infinite, anche infinitamente comunicabile convien che sia^ e per6 tutti i
beni, che beni da noi si appellano, beni non sono, dove non si spicchino da
questo unico infinite bene, e dove non sieno riordinati a Lui. Per la qual cosa
non ci hanno beni in noi, nh fuori di noi, se non gli spande il supremo
benefattore Iddio come miniera e principio di tutti i beni. c Dunque air
essenzia, ov* e tanto avYantaggio Che ciascun ben che fuor di lei si trova
Altro non h che di suo lame un raggio, canta il medesimo nostro Poeta. Vero e
ch'essi si adnlterano sovente da noi, e fannosi degenerare dall' esser beni,
qnalanque volta secondo il loro diritto non si rivolgano, e se si torcono non
si riordinino a lui. Ora qaale e il veicolo per cni fassi penetrarc la divina
beneficenza in fra tutte le cose create, salvo che lo spargimento delle faville
di qnesto ardentissimo primo Amore da iai procedente e ugnale a lui, le quali
in quelle si appigliano pin o meno, per qnel modo ch'elle ne sieno secondo loro
capaci : cioe questo desiderio, questo appetite ch* e innestato nella natura
universale di finire beni si grandi, pe* quali ella si mantenga viva e
perpetua. Imperd merce di questo amore primiero fontana di tutti gli amon
accendonsi suo' vivissimi raggi in ogni sorte di creature o vegetabili; o
sensibili, che sono semi della sua profonda e inesausta beneficenza, e
scintille vive della sua immensa carita; e percio Tamano, e si Tamano di voglia
siccome quelle che accese ne sono ad una cieca obbedienza della sua volonta
cotanto loro giovevole per la loro prima conservagione; e Tamano gli individui
loro, ancor che per avventura non sappian di amarlo, conciossia cosa che
intendimento e^non abbiano da conoscerlo, che avrannolo forse in se le specie e
generi loro, e se non questi, hallo e V ama e V adora la madre natura, ch* h il
genere.di tutti i generi, la quale accendesi alTesecuzione del suo altissimo
provvedere, divenendo in qaesta bassa circonferenza ministra della Divinitade.
Ma tali beni che dall^ infinite e sommo bene si diramano parrebbero quasi beni
finiti, e terminabili, se non ci fosse anche a chi comnnicare i beni etemi nel
loro essere intero e perfetto, che sono i veri beni e proprii di un sommo ed
infinite bene: per lo che tra le cose note a noi, appresso V intelligenze
saperiori, che Tamano, impercio che sanno perfettamente quel che elle amano,
adorandolo a vise aperto, hannoci gli uomini, i quali ci rassembrano capaci
dello sfogo della divina bont^ intorno a gli eterni beni ; e di ragione debbono
e dovrebbono amarlo sopra ogni cosa che sia, avendone cotanta arra ne'beni
sparsi per V universe, e tanti e si be'raggi per riconoscerlo, scorgendolo
manifesto nella bellezza del tntto e nolle bellezze tante e si varie di esso; e
quando e'non fosse altro, conoscono per alto privilegio di averne la
cognizione, e la bramosia cui h credibile che sia data, perche Iddio gli abbia
fatti degni eziandio di ricevergli, il che non si ravvisa negli irrazionali che
hanno i desiderii loro, e loro affetti^ e passioni Dei primi moti solamente,
dove gli uomini hanno ne gli atti secondi lumi da distinguere e scerre il
meglio dal peggio ; che pero disse Salustio filosofo : Grirragionevoli
adoperano I'ira, e la cupidity per natura; i ragionevoli per volonta. Di
maniera che le razionali creature debbono accendersi, e '1 possono
spontaneamente, al riconoscimento e al desiderio volontario dello spandimento
delle grazie divine^ e alia gratitudine di sna infinita beneficenza ; impera
che essi beni non piu beni sarebbero in noi se non pigliassimo il loro vero
lume, e lo accendimento loro da questa primo Amore, e non si riconoscessero da
noi, e desiderassersi con piena liberta di volere e con atti riflessi
corrispondenti a lui che ne gH ofiPerisce e dona si largamente. Di qui e che le
razionali creature hanno virtii di distinguere e desiderare questi beni per
mezzo di quest o amore scambievole tra Dio e noi, il quale da lui per venire a
noi si diparte, e accendesi in noi per ritomare a lui, talmente che amore dee
essere in noi un ripercotimento di Amore, e un rivolgimento e un
ricongiungimento continue con esso le cose divine, e un concordamento tendente
alia perfezione della divina unitade. E per cio Amore, disse Platone, h
quelParmOnia e quell' ordine che richiama le cose discordanti alia Concordia ed
aU'uno; per guisa che nolle creature dotate di ragione si eccita il lume del
conoscimento e le faville di amore verso il sommo bene, e di tutti i beni che
si drizzano a Lui daUa luce splendentissima di questo primo amore e di questo
fuoco divino, qualunque volta la parte inferiore non recalcitri alia snperioro,
e le torbide passioni do' sensi non ofiFuschino la bella luce della ragione.
Impercio che i principali movimenti delPanima sono Pintelletto e la volenti, e
le altre potenze sono o a questi, o per questi. L' intelletto ha per oggetto il
vero, la volenti ha per oggetto il bnono, ma perch^ ne V uno ne V altro qua si pu6
consegaire perfettamente da loro, quindi molte fiate V amore del vero e del
buono si lascia in noi traviare dalle opinioni e dai sensi, e scambia poscia il
vero dal falso, il bnono dal reo. e non al sommo bene, ma si follemente
rivolgesi altrove. Ma saviamente lo c'insegna Platone nel Fedro, dicendo cosi:
«Che in noi sono due faculty, le quali hanno gran forza o potere di guidarci a
lor senno : V una si e la cupiditib innestata in noi, di quel che piil ci
diletta : V altra una tale opinione acquistata cbe brama il buono. Queste
alcuna Yolta convengono insieme, alcuna altra contrastano e tnmultuano in noi,
ed ora V una ed ora V altra vince. Quando r opinione sotto la scorta della
ragione ne conduce a quel che veramente h V ottimo, tale si e la virtu vera e F
adoperar ragionevole; ma dove la cupidita senza ragione alle voluttli ne
travia, e in noi imperiosamente comanda, qnesta chiamasi cupidigia, che muta
nomi, seconda a quale effetto ella stoltamente ne mena. E tale si e quell'
amore malusato e trasportato fuori del sentiero del vero amore ch' e quelle
solo, il quale all* ottimo ne insegna la via.» BuotMccorsu — Con chiarissima
distinzione considerate avete, Don Baffaello, i movimenti di questo prime
amore, e quanto sieno poderose e di quanto ben piene le forze sue ; impercio
che primo amore convien chiamarlo; con ci6 sia cosa che tutti i moti nel mondo,
e negli ordini vaij delle creature, tntti quanti gli stimoli e desiderj di
chiunque si sia, sono impulsi di quell' amore, ch' h V origine impero di tutti
gli amori. Ecco la natura percb^ si muov' ella alle generazioni se non per
amore, ed essa nel suo universal movimento non erra? e se ragione e al mondo,
come tiene il nostro filosofo,e non si regge e governa a caso, come la nostra
verita il vieta di credere, questa e ella altro cbe amore ? il quale tira a
ricongiugnere le cose, che per loro difetto dal loro ordine si deviano; per lo
che nasce spesso il tumultuoso combaitimento di quelle che fuori di ogni loro
dovuto luogo a. trovano ; cosi talora e co* venti, e co' turbini, o con le
tempeste, o co'folgori, tutte impetuosamente si commuovono. ch'e' pare ch'e' si
sconvolga il mondo. E percio essendo tratte fuori dalla loro natural positura
s' infuriano per ritornarci e per ricongiugnersi ciascuna dijnano in mano con
quello che loro torna meglio e si addice. Ne piu ne meno le razionali creature
si muovono con tutti i lor moti, quali essi sieno, o buoni, o mali, sempre per
amore; se buoni per amore alia virtu o alia bellezza degli animi, che gli
addirizza alia divina pulcritudine ; onde il Poeta: « Che mentre il segui al
sommo ben tMnvia; » se mali, perche scambiando gli oggetti che gV inducono ad
amare, studiano di conseguire quel che egli amano per le vie non vere, «
Immagini di ben segnendo false. » Impero V avaro ama le ricchezze, il lascivo i
diletti carnali, e via via di tutti i vizj e falli degli uomini, fino 1'
ambizione, anzi Tira, gli odj, e si le malevoglienze, le maledicenze, e le
vendette medesime nascono da amore per levarsi d'intomo cio, che impedisce loro
di godere quel che egli amano ; il che acutamente ci ammaestra san Tommaso, che
intanto odiamo un oggetto, in quanto e'ci puo vietare il bene che noi amiamo;
ma non di meno in si fatte passioni d^ amore, non mai i mortali si satollano,
impercio che anche conseguendo cio che par loro di volere, il vero oggetto delV
amor loro non consegmscono, ancor che e' si pensino di trovarloci entro. Impero
V amor vero e reale scorge gli uomini alia sapienza e all* amor divino. L*
amore stravolto da* sensi, e che tormina nolle cose corporee, ha solamente per
fine se stesso, cioe a dire ama quello che reputa dargli piacere e utile,
sodisfacendo in tutto per quanto e* puo ai corporali appetiti. Per la qual
ragione dicesi amor proprio, il quale da regola a* movimenti, e alle operazioni
de gli uomini, che non sanno sollevarsi a Dio. Uditelo dal Poeta nostro
sovrano, che lo ci esplica mirabilmente nel Purgatorio, al diciassettesimo
Canto. « Ne Creator, ne creatura mai, Comincid ei, figlinol, fu senza amore,
natural e o d'animo; e ta '1 sai. Lo natural fu sempre senza errore; Ma Taltro
puote errar per malo obbiotto, per troppo, o per poco di vigore. Mentre ch'egli
e ne*primi ben diretto E ne* second! s^ stesso misura, Esser non pu5 cagion di
mal diletto ; Ma quando al mal si torce, o con piii cura, con men che non dee,
corre nel bone. Contra 11 Fattore adovra sua fattura. Quinci comprender puoi,
ch' esser convione Amor sementa in voi d' ogni virtute £ d^ogni operazion che
merta pene. » E piu abbasso^ nel medesimo Canto, strettamente al nostro
proposito: « Amor nasce in tre modi in vostro limo. te chi, per esser suo vicin
soppresso Spera eccellenza, e sol per questo brama Ch*el sia di sua grandezza
in basso messo. I) chi podere, grazia, onore e fama Teme di perdor perch' altri
sormonti, Onde si attrista si, che '1 contrario ama; Ed 6 chi per ingiuria par
ch'adonti Si, che si fa della vendetta ghiotto; E tal conyien, che il male
altrui impronti. » Per lo che riconoscesi manifesto che anche il desiderar
male, e il far male altrui, nasce da amore, come detto si e, ma da amor
soverchio di se medesimo, impero che la volontft non puote per alcun modo che
sia amare semplicemente il male, ma si V ama, e il desidera sovente volte in
altri a fine sempre e per amore del proprio bene, ch' essa s' immagina, dove e'
non e delusa da' sensi, e da gli affetti corporei; conciosiache e' non
intendono gli uomini, e non sanno aprir le ale, onde salgano in alto a questo
primo amore, ne sanno volare alia fiamma vivace di questo fiioco purissimo e
ardente, il quale dissemina ampiamente le sue lucidissime scintille per lo
tutto a conservazione e vita del tutto, e alia ricongiunzione per quanto si puo
con 1* unita del suo divino facitore, come detto avete : ma lo stravolgimento
nasce in noi dal mal giudicio dell' elezione, e dall' abbacinamento della vista
dell'anime nostre, per entro le sensibili vestimenta che ne ricoprono, e
nascondonne il purissimo lume, lasciandone a pena che un mal distinto bagliore,
e tutte le bellezze, che qua tra noi rifulgono, eziandio quelle che ne' volti
risplendono di bella donna, sono riflessi e specchi della bellezza suprema; e
colui il quale riguardando con amore in essi, ivi i raggi ferma della vista
amorosa, e non sa alzargli al lor perfettissimo originale, ne va errato a guisa
di quello, che mirando il Sole nell'acqua chiara, non altro Sole che quello s'
immaginasse nel cielo; il che appunto ne awertisce Marsilio nostro, che la
belta e un certo atto, vivacita e grazia che risplende ne' corpi per lo raggio
della sua prima Idea, e consiste nelV ordine, nella proporzione e nel lume,
qualita e sembianze che si possono agevolmente guastare, e trasfigurarsi,
riraanendo solamente il corpo; e pero la bellezza e incorporea, e qualunque ama
solamente i corpi non ama vero oggetto di amore, ne bellezza sincera, per cio
che questa riceve il lume dal Volto Divino, e 1' ordine e la proporzione dalla
Divina sapienza. Per la qual cosa (die' egli) cbiunque ama il lume del Sole,
non dee amar quel corpo dove batte il Sole, ma riferire suo amore al Sole
medesimo, ch' h la cagione ne' corpi illuminati di essi riverberi ; impercio
che lo splendore del Volto Divino che nelle cose belle rifulge h T universale
della bellezza, e Tappetito che a quella si volge e 1' universale amore, e
quindi nasce poi U particolare amore a particolare bellezza ; e percio
scambiano di leggieri gli uomini questa bellezza da quella, e '1 riflesso
adombrato dalla luce chiarissima, che lo indora. Magiotti. — Yolevaci a' miei
scarsi talenti il soccorso appunto del signor Gioseppe, che ne ha dilucidato
cosi bene I'ombre del mio dire; perche non solamente non h colpa o fallo
veruno, ma e legge della natura e di Dio, che gli uomini, e le donne, anziche
gli uomini eziandio tra loro scambievolmente si amino, ma amino la bellezza
delP animo adorno della virtu ch' e figura e immagine vera di Dio, e non
terminino I'amor loro con esso Tappetito nelle forme corporee apparenti,
conciossiache questo amore sia anzi awersario d'Amore, si come quello che dalle
bellezze dell' Idee ne ritorce il guardo alia deformita della materia, e ivi si
ferma. Dafinio, — Ma lo appetite che voi dite non e egli parte di amore?
MagioUi, — Son faville scappate fuori dal fuoco dell' amor vero, che si
appigliano nella pece o nel ferro, i quali pero ne scottano i sensi e
arroventano il cuore, benche ciecLi afPatto di luce; impero che amando le
corporali bellezze, come loro ultimo fine, non si amano come Architetture
divine, e percio ancor che in esse in fatto stesso amino Iddio, come fulgor
primo di quelle, e come oggetto vero di amore, non sanno di amarlo, e amandolo,
il disamano, perche invece di ordinare T amore a lui, amano quelle, si come
incentivi non all' amor divino, ma all' amor proprio e alle proprie volutta; e
per tal modo spengono nella corporalita materiale, non che la fiamma del vero e
lecito Amore, ma il lume della ragione. Amar dunque si dee con amore (ne
ammonisce il saggio nostro filosofo) per tal guisa che cio sia venerare la
sapienza e temere dell' onnipotenza divina con ammirazione di lui ; e questo si
e amare con vera dottrina d' amore, impero che con ragione rammemoraci nel
Fedro, che la faccia bellissima della Sapienza, dove si potesse con esso gli
occhi riguardare, all'ora altri si accorgerebbe che cosa sia veramente amore.
Seguitiamo, dunque, il discorso, e si repetiamo, come questo Amor primo, onde
tutti gli amanti si accendono, e razionali, e irrazionali, lo spirito divino si
e, come si disse, il quale portandosi sopra 1' acque, fu ministro della
creazione di tutte quante le cose, riducendole alia prospettiva dell' essere; e
che parimente per via delle inspirazioni accende e volge i cuori delle
ragionevoli ai loro supremo benefattore ; ed e insomma la terza persona della
Trinity ; essendo Iddio Padre per V onnipotenza, Figliuolo per la Sapienza, e
Spirito Santo per I'Amore. Come Padre crea, come Figliuolo ordina e dispone, e
come Spirito Santo sparge la vita e conserva, e tutti richiama al loro Autore,
che pero Dante favellandone neir Inferno, ne le distingue con evidenza: «
Giustizia mosse il mio alto fattore : Fecemi la divina potestate, La somma
sapYenza e il primo amore. Dinanzi a me non fur cose create, Se non eterne, ed
io eterno duro: » con quel che segue. Ma ora adattiamo un poco al nostro vero
Timmaginazione platonica, esaminando con sollecito studio in qua' pensieri elle
si confrontino tra loro, che certo e maravigliosa cosa a udire come il nostro
Autore a tanta verity avvicinato si sia; ma ci6 a voi si appartiene di fare,
signor Gioseppe, cotanto pratico nella platonica dottrina, che in essa errar
non potete (come fare' io) nel referirlaci, e nel metterla con esso la nostra
in agguaglio. Buonaccorsi, — Non per la ragione, che la vostra modestia mi
suggerisce, ma per darvi un po' di riposo, ubbidirovvi, Don Raffaello
carissimo, incominciando anch' io col nostro eccelso Maestro a repetere il
medesimo, che detto si e ; come Iddio e sommo e infinito bene, V occhio della
cui alta mente in se risguardando concepisce V intendimento di se medesimo^ e a
simiglianza di specchio purissimo e tersissimo, ella piglia in se, e rende con
que'divini reflessi Timmagini infinite ed eterne della sua infinita Sapienza; e
queste secondo lui so no intelletto divino, il quale comprende in sh tutta
insieme 1' Architettura perfettissima dell' intelligibil mondo, con tutte
quante le Idee delle cose possibili a farsi da una onnipotenza infinita, le
quali fornite perfettamente di fare dalla sua infinita sapienza si ragunano, e
disegnansi nel ricettacolo della sua mente, e ivi in quella unita indivisibile
insieme congiunte, dimorano in una idea «ola, di che altre volte ragionato si e
in proposito dell' Idee: la cuiinfinita ed eccelsa bonta e bellezza rimirando
egll con occhio desioso e benefico, giacche per se tutta la possiede e non pu6
contenersi di non comunicarla altrui, e quindi nacquc il primo amore, come pur
voi diceste, il quale voile Orfeo essere stato locato nel seno del Gaos nato
innanzi al mondo, appellandolo percio antichissimo di somma psrfezione e di
gran consiglio. Per lo che Parmenide si lascio intendere, Iddio innanzi a tutte
le altre Delta aver conceputo Amore. Nel Caos parimente lo ripone il Divino
filosofo, quivi trasmesso dalla Divina Sapienza alia formazione e
armonizzamento delPuniverso, da esso amore la bellezza ricevendo e r ordine.
Imperfetto. — Ma quale e la via e il modo onde Iddio incominciando da se ordina
questo filo, secondo lo intendimento platonico ? Buonaccorsi. — Volendo la
Provvidenza suprema, e questo sommo e infinito bene comunicare, e mettere in
opera i frutti della sua infinita bonta, e non avendo nulla fuori di se,
delibera a quelli esemplari eterni che detto abbiamo del1' intelligibil mondo,
la creazione del mondo sensibile, per la cui e£Fettuazione dispose valersi di
questo Amore. Dafinio, — Meglio si desidererebbe da me capire la sentenza
platonica intorno alia nascita di questo amore. Buonaccorsi. — Fatevi conto che
la Divina Mente, cioe il suo perfettissimo intelletto si rivolga a Dio come
sommo benC; onde essa mente e per lo suo chiarissimo raggio illustrata, e dallo
splendore di quel raggio accendesi eziandio una viva cupidita di propagare
fuori di se si maravigliosa luce, e qaesta alta e ardente cupidita del sommo
bene amore si e. Adunque la mente ch' e accesa accostasi a Dio, e accostaDdosi
riceve le forme prime divine^ che sono la bontii, la sapienza e la bellezza
infinita del sommo bene ; e per tal maniera si dipingono spiritualmente tutte
le cose che sono, 6 che esser possono per lui, ed esse pitturc sono le Idee
infinite del Mondo Archetipo, le quali nel mondo corporeo aveva determinato con
fabbrica piu massiccia imitare; e qaeste Idee sono, appresso Platone, ne gli
animi razionali (come si disse) ragioni e notizie; ma nella materia immagini e
forme ; queste impercio rifulgouo nella Divina mente con raggio lucidissimo;
nell'anima in modo men chiaro; nel mondo in gaisa molto piu oscura. Per la qual
cosa, awertisce sottilmente questo grand' uomo, a fine di mettere ordinatamente
in filo le intelligibili cose, e trovarvi qualche attaccatura per le sensibili
per quella via pero ch' ei puo, che Tunita divina sia termine dal quale ogni e
qualunque cosa ch' e, e che puo essere, e misura senza confusione e senza
moltitudine; la mente poi e una certa moltitudine ordinatissima dell' Idee
stabile e eterna : la ragione dell' anima, moltitudine di notizie e di
argomenti, mobile si ma ordinata ; 1' opinione una moltitudine d' immagini
disordinate, e mobili: I'unita non solamente unisce le parti deU'anima tra
loro, e con tutta I'anima, ma eziandio tutta I'anima unisce con quella unita,
ch'e dell' universo cagione; la medesima anima in quanto ella riluce per lo
raggio della mente divina, le Idee di tutte le cose per la mente con atto
stabile contempera; in quanto ella si rivolge a se medesima, le ragioni
universali delle cose considera; in quanto ella risguarda i cor pi, le
particolari forme rivolta alia sede deir opinione, e si le immagini delle cose
mobili ricevute pe' sensi ; in quanto ella declina totalmente alia materia, usa
la natura per istrumento col quale muove essa materia e formala, onde le
generazioni, e gli augumenti, e i contrarii loro procedono. Innanzi dunque che
la mente da Dio ricevesse le Idee, a lui si accosto, e avanti che si accostasse
era la fiamma accesa di quello appetito del buono, e del bello cotanto perfetto
nella sua essenza, e prima che si accendesse aveva il divino raggio ricevuto
per conoscere la perfezione di se stesso; e anzi che si fatto splendore lo suo
intendimento illuminasse, gia esso desiderio ardente al riguardamento di lui
medesimo si era rivolto : ora, come dice Ficino, il primo voltamento a Dio del
divino intelletto e '1 nascimento d'Amore; la grazia poi del mondo Ideale la
bellezza si e perfetta, primo raggio della Divina bonta, alia quale di pre
sente che amore fu nato, tir6 o rapi tutte le forme a quel lame, onde il me'
che si potea in questo mondo visibile impresse restassero, e adorne ; per si
fatta maniera traendola fuori della confusione del Gaos ; che impero fa
saggiamente creduto per entro al Caos essere stato locate Amore, accio che con
la saa yivifica fiamma e fulgidissima si rendesse maneggiabile la materia
corporea e dura, alia perfezione conducendola di si bell' opera, e si perche le
tenebre da lei discacciasse, e riducessela a quell' armonia e a quell' ordine
che fa essere 1' uni verso opera degna di chi 1' ha fatto. Ch'fe egli altro
dunque questo amore secondo Platone, se non quell' auima universale, o la
porzione primaria e piu perfetta di essa, ch' e's'immagina dalla natura del
Medesimo avere avuto suo cominciamento, e poi a intenzione di farla confacevole
e attiva a siffatte operazioni, diramarsi nel Diverse? Laonde della natura di
questo e di quelle essere stata insiememente composta; impercio te la veste
della luce corporea, la quale e' cre6 innanzi a ogni cosa del mondo, come si e
detto : di maniera che ben puo dirsi 1' anima del mondo platonico non essere
salvo che amore, cioe a dire quell' appetite universale, quel caldo vivifico
disseminate nella natura del tutto, il quale acceso da quell' Amore prime,
muove tutte quante le cose alia generazione continua, onde di mano in mano che
per la naturale mortalita di tutte le cose inferiori gl' individui periscono,
merce di esse amore rifacendosi, conservansi eternalmente le specie lore, e
mantiensi il tutto immortale. E cio voile intendere per mio avviso Marco Tullio
nelle Questioni Accademiche, quando disse: Ex mtmdi ardore motus omnis oritur:
is autem ardor non dlieno impulsu, sed sua sponte movetur; animus sit necesse
est, ex quo efficitur animantem esse mundum, Eccovi dunque in questo ardore del
mondo che anima il mondo, essere chiarissimamente spiegato amore. Per la qual
cosa non a torto s' immagino il divine filosofo esserci due Veneri, con esse
distinguendo le operazioni intelligibili dalle sensibili in quanto alia fattura
dell' universe ; ed esser genitrici di questi due amori, naturale e divine; la
prima Venere tutta adorna del divine fillgore, lo sparge alia seconda Venere;
la prima suUe ali del 'prime amore e rapita air in su a riguardare la bellezza
di Dio, e cingersi della purita de'suoi raggi; la seconda pigliandone, il me'
ch'ella puote, suoi vivificanti riflessi, si rivolge alPingiu, colorando con
essi, piu al simile che riuscir le possa, la divina pulcritudine ne'corpi
mondani, aiutata a cio da quell' amore, che nell'anima universale risiede, e da
gli stimoli alia natura, e per tal via da questa Venere seconda raccolgonsi e
trasfondonsi le scintille, che schizzan fuori dal divino fuoco amoroso in tutti
i corpi del mondo, i quali per merito di quel lume riescono belli secondo la
capacita loro, e accendonsi di un ardentissimo appetite a tutte quante le
generazioni; e per tal eflfetto (cotanto alto sail Trimegisto) ch' egli affermo
proferirsi dalla voce del Verbo Divino ad ogni e qualunque cosa creata questo
comandameuto: Germinate, crescete e propagate le universe cose che sono, le
quali opere mie sono : col quale fiato amoroso e benefice impresse nella natura
e razionale e irrazionale gli appetiti del generare e dell' operare secondo suo
alto volere. In prova di che Platone nel Convivio esplica cosi: Iddio nel
creare il mondo avere innestato in qualunque delle cose da lui create una tale
amorosa concupiscenza, che aspirando ad una certa simiglianza e congiugnimento
venissero con simili impulsi propagandosi a conservarsi perpetue : e pitt abbasso
seguitando, dice : « Questo gran Dio (intende d' Amore) e cotanto ammirando, si
ritrova in tutte quante le cose, che si contengono nell' ampio giro della
natura universale, e s' introduce e spargesi per tutte le creature, e umane, e
divine, e pero egli e grande, e molta, anzi tutta 1' intera efficacia, in
qualunque cosa che sia, ha Amore; » che per tal conto i' appella di poi Padre
di tutte le delizie, di tutte quante le piii vaghe leggiadrie e bellezze e
avvenenze che dar si possono, e si di tutte le grazie, e di ogni qualsisia
desiderio e generazione ; e in somma 1' adornamento piu perfetto degli uomini e
degli Dei, e cio non si ved'egli essere 1' istessa cosa che 1' anima dell'
universe, come altresi ne vien dimostrando Apulejo di quest' anima favellando :
Illam celestem Animam fontem animarum omnium optimam et sapientissimam,
virtutem esse genitricem subservire fabricatori Deo? Ora questa Virtu Genitrice
puo ella chiamarsi altrimenti che amore? Anzi, per rendere tanto maggiormente
palese come per tutte le divine cose e piu alte amore si spande, eccovi citato
il Divinissimo Poeta nostro favellando del Paradiso : « In questo miro ed
angelico templo, Che solo amore e lace lia per confine, » e piu innanzi: «
Ricomincio: noi semo usciti fuore Pel maggior corpo al ciel eh' e pura luce;
Luce intellettual piena d' amore, Amor di vero ben pien di letizia, Letizia che
trascende ognl dolzore. » Di modo che e' si vede e nelle cose naturali e nelle
umane, e piu di ogni altro luogo e piu puramente nelle cose divine, essere
sparse amore. Imperfetto, — lo ho notato quel che dice Trimegisto che mi ha
fatto stupire, e sembrami, ch* e^ sia il crescUe et multiplicate et replete
terram secondo la divina favella. Buonaeeorsi, — E pero quando il vero e vero,
cioe quelle che ci par vero e veramente vero, gl'ingegni di piu alto acume ci
danno sovente dentro eziandio col lume naturale. Ma ritornando a questo Divino
Amore, raccogliendo insieme tutto il discorso, puo dirsi che per merito di
questo amore primiero, in sentenza di cotanto grand' uomo, tutte le fatture
deir Universe, accese di si fatte faville, si volgano e amino Dio ; le
divisibili alP indivisibility suprema ansiosamente aspirando ; le di£ferenti e
varie alia simiglianza e uniformita; le discordi all'armonia; le sparse e
disgiunte al lore piu desiderabile ricongiugnimento; le multiplici e numerabiH
alia perfezione dell' uno, cioe a dire conspirano tutte air unita delP
Universe, come il simulacro piu perfetto che mostrar si possa a' nostri occhi
del mondo divino ; per tal modo insomma, anche le cose indefinitamente difformi
al Medesimo si chiamano, dal quale tutti i beni innanzi si dipartono a fin di
spargersi per via di questo nel Diverse, e quindi desiderosamente a quello si
studiano di far ritorno, si come a lore unico perfetto e sommo bene, il quale
reputano tutti quanti i Platonici esser posto nel centre di questo circolo
universale; dal qual centre tutti i divini raggi si partono, ed a lui si
ripercuetone qualunque volta per la colpa degli impedimenti di mezzo, piu e
meno materiali e corporei da lore dirittura non si divarino, e altra via
prendane fuori del giro piu perfetto della ragione. Dafinio, — Qui correrebbe
piu bene 1' esempie del Sole constituite, secondo la sentenza Gopernicana, nel
mezzo del nestre sistema, che quindi spandende i raggi per tutto illumina piu
agevolmente tutte le cose, che per altra via. MagioUL — Non impediamo al signer
Gioseppe il corse del ragionamento, che e materia melto difficile.
Btionaccorsi. — E per cio quanto bene disse Apuleje, censiderande anch' egli
essere una sfera d' infinita retendit^ V essenza del tutte, nel cui centre
risedesse il divine Sole ad illurainamente e vivificamento continue di tutte
quanto quello ch' e, e si spandende i raggi di quell' infinite amore alia cemunicaziene
de' sue' boni, essi vie piu adoperassero perfettamente, e mineri impedimenti
patissere di mane in mane nelle ceso piu vicine a lui, che nelle piu lontane.
Corpora calestia quanto Deo finitima sunt, tanto ampUus de Deo capere, multoque
minus qua ah illis sunt secunda, et ad hcec usque terrena pro intervallorum
modo ; ita Deum per omnia permeare ! Magiotti, — Ma Dante, in cui al mio parere
si trova ogni cosa, le ci esprime con evidenza grande, e nel prime del
Paradise, e poi nel venfcettesimo canto anche meglio: « La gloria di Colui, che
tutto move, Per r iiniverso penetra, e risplende In una parte piiif e meno
altrove. Nel ciel che piil della sua luce prende ec. E poi nel ventottesimo
benche e' favelli dell' ordine de' Beati, vien poi alle cose sensibili: che
vuol dire, come nella mente divina s' accende 1' amore, che volge cioh la
intelligenza, la quale ama il suo Creatore, e ardendo d^amore da lui si parte e
ritorna a lui: il che applica Dante, si come per amoro tiitte le cose create da
Dio si partono, e a lui ritornano, a) moto delI'universo e de' celestiali
cerchi dicendo nel Paradise: ^ « £ questo cielo non ha altro dove Che la mente
divina, in che s' accende L*amor che il volge e la virtti ch'ei piove. » E
dimostra poi che 1' ultimo Cielo sia dall' Empireo com preso, il quale non e se
non luce ed amore, per il quale tutti i movimenti si ordinano de gli altri
Cieli, e poi il moto, e )' ordine si regola da tutti gli ordini della natura,
il che si ricava dal resto di quel che dice il medesimo Poeta : c Luce ed amor
d' un cerchio lui comprende, Si come questo gli altri; e quel precinto Colui
che il cinge solamente intende. Non e suo moto per altro distinto; Ma gli altri
son misurati da questo, Si come diece da mezzo e da quinto.» Ghe vuol dire,
come questo Amore onde arde lo Empireo, senza aver moto da altri che da Dio,
mubve qualunque altro moto soprano o inferiore che si dia. E ci6 e egli salvo
che quelle operazioni che assegna il divino filosofo air anima del mondo ? Per
si fatta dunque ragione, hen confessar si dee che amore sia veramente 1' anima
delr universe. Btwnaccorsi. — Ecco perche ne dice V Areopagita medesimo : «
amore e un cerchio huono, il quale sempre da bene in bene si rivolge; in quanto
Iddio e atto di tutte le cose, e quelle aumenta, dicesi bene; in quanto le
abbella e fa leggiadre, dicesi bellezza; si come bene, crea, regge, e provede;
si come bello, illumina, e grazia dona loro, e vaghezza. » Luigi, — Gio e
appunto quelle ch* i bramava di sapere, in qual modo stessero in Dio e congiugnessersi
insieme bonta e bellezza, e che legamento fosse tra loro. MagioUL — La bonta
infinita di tutte le cose h Iddio solo ; la belta e raggio di Dio sparso in que
cerchi che intorno a Dio, come centro loro, si volgono. D Sommo Bene e la sopra
eminente essenza di Dio : il Sommo Bello quel raggio si e che da esso sommo
bene rifiilge per lo tutto, penetrante prima nella mente sovrana, quindi nelP
anima dell' universe, e nolle altre razionali anime, indi nella natura e nella
materia, e la perfezione interna genera quasi sempre la perfezione di fuori; e
pero la Divina bonta la bellezza produce, e si pero la bellezza vera dicesi da'
Platonici fiore di bonta; laonde per merito di questa belt^ esteriore T interna
bonta alletta ad amare, e qualunque ama la bellezza secondo il dovere, essa ne
conduce gli amanti ad amar la bontade; per lo che con giusta ragione da Platone
amore si appella (come che in sostanza e' sia desiderio di bellezza),
bellissimo, e ottimo, e per cio donatore di tutti i beni a' mortali. Questo raggio,
impero, colora in quattro cerchi le spezie di tutte quante le cose. Ecco nella
mente divina dipigne I'Idee, ove il raggio e nel suo piii perfetto vigore; neir
anima poi la ragione, nella natura i semi, e nella materia le forme, nolle
quali cose esso splendore viene di cerchio in cerchio dalla sua perfetta luce
smontando, ma 1^ dove la divina bonta adopera immediatamente, le cose
perfettissime sono: V Fer6 se 11 caldo amor la chiara vista Delia prima yirtu
dispone e SiegDa, Tutta la perfezion quivi s' acquista. » Dimaniera che Iddio e
la bellezza, la quale tutte le cose desiderano, come detto si e, e nella cui
possessione tutte si abbellano, tutte si contentano, e quindi 1' amore in
qualunque creatura si accende, concedendo Iddio lume del vero a gli animali
razionali, e fuoco di carita, il quale va sempre crescendo, come il Poeta
stesso : « Lo raggio della grazia, onde s' accende Yerace amore, e che poi
cresue amando. E in un altro luogo, ec. « Perch e s' accrescera ci6 che ne dona
Di gratuito lame il sommo Bene; Lume che a lui yeder ne condiziona: » il che ci
sentiremo dentro di noi adivenire, dove noi andiamo mantenendo vivo col vero
amore questo lame della grazia, finche chiamati siamo a lui per goderloci a
occhi veggenti. Imperci6 che la perpetua invisibil luce del divino sole sempre
a tutte le cose con la sua presenza da conforto, vita e perfezione, e dona loro
virtu di augumento, e pero Iddio se sopra tutto PUniverso spandere. Zoroastre,
se bene ho a mente, pose tre principii del mondo, signori di tre ordini, Iddio,
la mente, e ranima, cui rispondono le spezie divine; idea, ragioni e semi. Le
Idee da Dio date sono alia mente, perch e esse con la bellezza loro richiamino
la mente in Dio; le ragioni intomo alia mente, perche elle si conducano per la
mente nelFanima, e si addirizzino Tanima alia mente. I semi circa all' anima,
impero ch^ mediante V anima passino nella natura, e dalla natura con V ordine e
con 1' armooia si richiamino alle operazioni dell' anima. Per lo medesimo
ordine poi dalla natura nella materia discendono le forme; ma queste non sono
nel filo delle spezie divine, le qaali pure da esse prendono il diritto loro, e
con esso T ordine deir anima alP Idee, e per queste all' unita prima si vadano
accostando, per quanto esse capaci ne sono. Tale si e il sistema Platonico per
cui si coUegano le cose divine ed eterne, con le temporali e sensibili; e
quindi da qaesti quattrp circoli riflettono gli splendori della Divina Bellezza
che si rivolgono piu o meno lungi al centro ch' e Iddio : e'l primo amore da
tali splendori acceso, da moto e attitudine a tutte quante ie operazioni dell'
universo, o vegetabili, o sensibili, o razionali ; le Idee, le ragioni, e'
semi, che per via di quest' amore, di quest' Anima universale discendono nella
natura, e secondo il luogo dove discendendo si posano, mutan nome, sono ie cose
vere, ma le forme poacia de'corpi sono piu tosto ombre delle cose vere. Ora
chiunque queste attentamente rigaarda, puote ammirare ed amar quelle, perche in
esse scorge, e riconoscevi il divino fulgore, e per esso sale ad amare Iddio
stesso; e come diceste, signer Grioseppe, niuno amatore amando si satolla per
qualunque conseguimento qua tra noi di ogni bellezza che sia, impercio che quel
che e' vorrebbe non conseguisce, 1' occulto sapore della Divinita gli amanti
non assaggiano, quantunque ne sentano suavissimo odore, che gli alletta ad
amarlo. E cosi per questa fragranza si appetisce il sapore nascoso, ma sovente
non sappiamo, ne ravvisiamo in che, che e^ si sia. Quel, fulgore della Divinita
che risplende nel corpo bello costrigne gli amanti a stupirsi, e venerare esso
corpo come statua di Dio, ancorche e'non si rinvengano in essa delr originale,
e pero non veramente la materia corporea si ama, come di sopra ne avvertiste,
ma la divina belt^ che in essa riluce, e vorrebbe Puomo trasformarsi nella cosa
amata (dice Marsilio) perche in quelP atto amoroso senza saperlo appetisce di
farsi Iddio. Sospirano gli amanti, perche si avveggono di lasciare se medesimi,
e non si trasformano in quel che e' vorrebbono; percio che vogliono, e non
sanno quel che essi vogliano. Laonde colui che antepone la forma del corpo alia
bellezza delP animo, non usa bene la dignita di amore ; conci6 sia cosa che la
belta corporale sia splendore neir omamento di colori e di linee che
agevolmente si cancellano e oscuransi; quella delPanima risplende nella
consonanza delle scienze e de' costumi, che sono imitamenti piu al vivo della
divina sembianza. Lo splendore del volto divino nelle sopraddette cose e 1'
universale della bellezza, I'appetito che a quelle si volge e I'uni versale di
amore, e quindi si deriva poi il particolare amore a particolar bellezza, la
quale nella convenienza deUe parti con esso i nostri occhi, che la mirano in un
modo a questo, e in un mode a quelle consiste, e nella approvazione che da noi
se ne fa col desiderarne V acquisto, nasce il particolare amore, che per ci6
scambiano tal volta gli uomini, se non ci badano diligentemente, o che non
abbiano le vere seste ne gli occhi lore, la bellezza vera dalla falsa, e '1
riflesso dal lame. Per lo che Delia mente delF uomo e situato da Dio un eterno
amore di vedere e godere F universale beltk, e con esso gli stimoU della
particolare, sed essa non ci abbarbaglia i sensi, ci moviamo alle virtu e
appetiamo la sapienza, che sono i pin be' ritratti di Dio e di piu perfetta
maniera. Per guisa che Platone, nell'Epistola al Re Dionisio : « L' animo dell'
Uomo desidera intendere le cose divine, riguardando in qneUe che a lui sono piu
propinque, e a tal cagione amore secondo lui e interpetre e mezzano per far
trasvolare le umane alle divine cose, e far discendere le divine a noi; » il
che amava meglio Cicerone dicendo: maltAerim divina aA nos, e quindi con somma
ragione appellasi amore un mezzo tra le cose mortali e le immortali. II raggio
di qualunque bellezza (come bellezza e\V e) discende innanzi da Dio, poi
trapassa nella mente, e neir intelligenza, e quindi nell* anima, come per
materia di vetro, e dall^ anima passa nel corpo, preparato a ricevere tal
raggio, e da esso corpo formoso trainee fuori massime per gli occhi come per
trasparenti finestre, e da essi penetrando negli occhi, che in quelli
riscontrano, per quegli ferisce V anima e acceudevi lo appetite, e r anima
ferita, e P appetito acceso ne induce a bramare il refrigerio, c ci6 ottiene
qualunque volta il ricondace a quelle alto luogo, onde il primo raggio discese
pe' gradi del corpo della cosa bella ed amata alia bellezza dell' anima di essa
cosa amata, di poi alia mente e alU Idea di quella, e in ultimo a Dio, ch'e lo
splendor primario, e Pe tutto insieme di ogni bello che sia. E per quale altra
cagione hanno piu forza gli occhi di accendere i cuori, che le altre belle
fattezze deWolti, se non perche amore che nasce in ciascuno h invitato a
penetrare fin entro alle bellezze dell' anima, e qaindi risalire a Dio, e non
terminare lo appetito solamente nella superficie corporea? Udite il Petrarca
com'e'favella quando e'ragiona de gli occhi: « P«r divina bellezza indarno mira
Chi g\i occhi di costei gia mai non vide Gome soayemente ella gli gira.» E
nelle canzoni Degli Occhi: « Gontar porria quel che le due divine Luci sentir
mi fanno. » E nell^ ultima : e quel che segue, sempre discorrendo sopra gli
effetti am-^ mirabili di questo Giove per lo giovamento e beneficenza ch' e'
rende al tutto, ma per via di questo amore di quest' anima dell'universo;
laonde amore, ch'e della sostanza di Griove, e Dio anch'esso, o e il fiore, e
il lume piu puro dell' anima, o e T anima stessa del mondo, la quale ordina,
unisce, e mantiene immortale la natura delle cose mortali, perche per se
morendo tutte, sua merce tutte si ringiovaniscono e si si risuscitano ; cosi
per virtu di quest' anima universale, dico di questo ferventissimo amore dal
Medesimo, cioe dal sommo bene^ tanti bem al Diverso comunicabili si fanno, e
quindi al Medesimo con armonici numeri si riconcatenano, e dal Medesimo via via
nel Di verso, e dal Diverso nel Medesimo, con perpetua amorosa circolazione
ritornano, e percio o r anima del mondo e ripiena di amore, o T amore e r anima
egli del mondo, come mirabilmente disse Torquato Tasso, in quel suo sonetto
esplicando in pochi versi quasi tutta la nostra dottrina. « Amore alma e del
mondo amore h mente Che volge in ciel per corso obliquo il sole, E degli
erranti Dei Palte carole Bende al celeste suon veloci o lento. L^aria, ]'
acqua, la terra, il foco ardente Misto a' gran membri dellMmmensa mole Nudre il
suo spirto, e s' uom s' allegra, o duole Ei n' e cagiono, o speri anco o
pavente. Pur, benche tutto crei, tutto governi E per tutto risplenda, e 'n
tutto spiri, Fiti spiega in noi di sua possanza Amore; E, disdegnando i cerchi
alti, e supemi, Fosto ha la reggia sua ne* dolci giri Be* bei nostri occhi, e
'1 tempio ha nel mio core. » Amore e dunque esso 1' anima dell' universo, perche
qualunque desiderio che si accende in tutte quante le creature di ogni sorta
ch' elle si sieno, quale appetito che sia il quale regna nel tutto e nelle sue
parti e si nelle specie e negli individui del mondo, ha suo primo impulso da
quelle incentivo sovrano che ci muove ed eccita al godimento del buono
perfetto, conciosiacosa che tutti i beni comparativi, che veramente beni sono,
dal superlativo del sommo bene ne piovono sopra di noi; e se gli appetiti
nostri si smoderano, e pigliano i mali per beni, cio non da amore, che non erra
nel suo fine, ma nasce da noi, e dalla nostra imperfetta e cieca natura, i
quali scompigliando co' fiati delle disordiaate passioni quelle faville, te le
deviano dal vero riflesso loro, cioe dal diritto incamminamento al lor bene, onde
sfavillarono da prima, scambiandolo col falso bene, che bene ci rassembra,
impercio che noi non sappiamo alzarci dalle terrene cose, ed in queste fermando
il pensiero non come mali, ma siccome beni gli bramiamo. M' immagino ch' e' vi
paia esserci noi troppo distesamente dilungati dal filo ; ma se amore e
veramente I'Anima dell' Universo, o Fanima di quest' anima, sara stata simile
proposizione parte principale, e molto ben fondata, e non digressione dell'
incominciato ragionamento. Imperfetto, — Ora che ne dite: non vi par'egli che
il concetto di quest' Anima universale, di questo amore, che da moto, regge, e
mantiene, e ordina il tutto, e riscalda di esso le parti, e svegliale a gli
appetiti delle generazioni, e della conservazione di tutte le spezie, e dell'
universo medesimo, sia una cosa in tutto e per tutto al divino spirito
somiglievole, del quale poco fa discorse si altamente il nostro Magiotti ?
MagioUu — E quello che ha proferito con si sovrano ragionamento il signor
Gioseppe, e spezialmente la difinizione cotanto sottile ed arguta ch'egli ha
seco medesimo pensato intorno alia differenza che dar si possa tra questo
amore, e 1' anima del mondo, quanto perfettamente si adatta al divino spirito!
poiche (diss'egli) che credeva poter essere per awentura questo amore quella
porzione del1' Anima Platonica, solamente nel Medesimo consistente, e il fiore
per cosi dire di essa Anima. Ora se Platone non imbrattasse per un certo modo
la sua anima con esso il componimento del Diverso, mala facesse essere perl'appunto
questo amore del Medesimo solamente fatto, che ci averebb'egli da ridire,
perche e' non fosse tutt' una col nostro divino spirito dispensatore per 1'
universo tutto, e a tutti gli ordini delle Creature, delle celestiali grazie e
degli aiuti soprani ? Quanto poco e mancato a Platone a non dir tutto vero?
Dafinio, A questo modo Platone con altri vocaboli avra quasi senza errare
intesa e espostane la Trinity ; se e' 1' ha fatto per proprio lume, ell' e
intelligenza piu che da uomo. MagiotH, — E intelligenza certo piu che da nomo,
e da non potersi intendere salvo cbe su '1 fondamento del credere, e chi
presume piii oltre e matto, come disse il nostro Dante: Puossi egli dir piu? Ma
e' non seppero perfezionare questi Platonici il concetto intero delle tre
persone e un solo Iddio, nel modo, ch' «lle sono, impercio che, come bene
osserva il cardinale Bessarione, seppe Plato ne riconoscere Iddio come la prima
mente, e il suo divino intellotto colmo delle Idee, che tanto si ^ a dire la
sua infinita sapienza, siccome figliolo seco coetemo ed ngaale, e come della
medesima natura chiam5 la divina sostanza col vocabolo del Medesimo e dell'uno.
Ma non giunse poi a far rassomigliare tanto cbe basti Y anima deir universo al
divino spirito, facendola staccare si dalla sustanza del Medesimo ; ma
rinvolgendola nel Diverso con le sensibili cose e corporee, te la permiscbi5
nel suo componimento, e percio riconobbela come inferiore e non uguale a Dio, e
al suo Divino intelletto; e questo impercio cbe tra due cose tra se per si
grande intervallo distanti, e di disuguaglianza infinita, reputo convenirci,
per necessita, de^mezzi, n^ potette capire che la Divinitli pura ed intera tra
le cose corporali e sensibili a mescolare si avesse, cotanto tra se differenti
e lontane, senza patire macchia o difetto, e percio stimo r anima composta
dell' uno e delP altro, accio che fosse mezzana per traportare la ragione ad
armon^zzare e perfezionare si vasto ed alto edificio, e non trapasso a
conoscere che la purita, semplicita e chiarezza perfetta, quale ella e in Dio,
non teme ombra, o contaminamento da veruna cosa che sia. Periculum status sui
Deo nuUum est, disse Tertulliano. Buonaccorsi. — V noto che Ermete si
approssima alia verita nostra piii che cioe a dire dell' essere divino, e della
TrinitJi delle persone. Imperfetto, — E' mi sowiene di un altro luogo di Dante,
nel Paradiso, che mi pare piii bello^ e ch' esprima bene, e nel quale
discorrendo della Trinitib specifica in ultimo lo Spirito Santo: « Nella
profonda e chiara snsslstenza Dell* alto lume parremi tre giri Di tre colon e
d'una contenenza: E run dairaltro, come Iri da Iri, Parea reflesso, e il terzo
parea fuoco Che quinci e qaindi egualmente si spiri. » Con esso il ben fondato
appoggio della fede, che si contenta di non intendere quel che ella crede,
possonsi dire cose altissime intorno ietlla Trinita ; ma gli altri che fondano
il loro sapere tutto su lo intendere, salgano pure in su quanto si vogliano,
che ognun di loro in qualche parte vacilla; impercio che non ha si gran seno la
nostra comprensione. MagioUL — E di qui nasce, che Trimegisto piglia equivoco,
e non si dichiara bene in quel suo elevatissimo presupposto, e Platone non
resta capace che un Dio possa adoperare nella materia senza termini di mezzo
alPuno e all^ altra in gran parte confacevoli ; laonde e^ s^ immagina quest'
anima composta del Medesimo e del Diverso, e svaria dalla verita, che in noi
s^innesta per grazia e per merito della fede. Imperfetto, — Ma che vuol dire
che la Genesi ancora mette che Iddio spendesse sei giorni neUa creazione dell'
Universo, e il settimo si riposasse? II tempo, come pure detto avete, non s'
incominci6 egli a computare dopo la creazione, cioe a dire I'ordine successivo
de' giorni, de' mesi e degli anni, la cui misura sono le revoluzioni quotidiane
del Sole? e poi sempre sete venuto affermando per cosa indubitabile che Iddio
onnipotente non abbia mestieri di distinzione di tempi, e di differenze, e di
atti nel suo adoperare, contrario a quelle che pone il Timeo. BuonaccorsL —
Iddio con sua onnipotente mano opera in uno istante, dico col suo Verbo
onnipotente nel modo che ne avvertisce Trimegisto scrivendo a Tazio, che il
sommo Architettore col Verbo, non con le mani, ha fabbricato il mondo. II suo
Verbo dunque con un atto solo indivisibile per5 e' fa tutto. Imperfetto. — Ora
dunque che cosa vuol' ella dire la Genesi cental divisione di giorni, che
suppongono atti diversi? Ella ne pone pure una verita infallibile ? E poi dice
che Iddio si riposasse: puo capire in un Dio la fatica, la lassezza e perci5 V
aver uopo di quieto ? Saracci sotto qualche mistero. Buonaccorsi. — Cio dice la
Scrittura, non perche Dio operi con atti distinti, ma perche delP ubo de gli
atti distinti abbisogniamo noi a fine d' intendere una operazione individua e
cotanto immensa di un Dio ; e pero la Scrittura, e per avventura Dio medesimo
nella creazione del mondo, e del tempo, si accomodo al nostro modo, e alle
misure che capiamo noi. Dafinio, — Ancbe Platone e Trimegisto V avran detto pel
medesimo fine, non perche e' non avesse a sapere quali sono le alte condizioni
dell' onnipotenza divina, e per tale effetto le assegnasse le nostre a farci
intendere il suo mo' di operare. Magiotti. — Non dico ch' e' non possa essere,
ma e' non e in verun conto vcrisimile, che alcuno che sia aggiugnesse a quello
che si arriva solamente con la iidata scorta della grazia e del lume divino,
che per Y acquisto di una tal yerita dona Iddio a suo' fedeli solamente, e non
si puo gia mai acquistare per natura, o per istudio. £' giunse pur troppo innanzi
col barlume del suo acutissimo ingegno; ma non potette, ne seppe dare il suo
legittimo e giusto peso alia divina onnipotenza, e per quanto e' si alzasse con
le misure, non seppe interamente uscire dalle nostre bilancie; e pero ne parla
il filosofo nostro come s' ella avesse bisogno di un' operatrice sotto di lei a
fare andare con ordine il mondo, e farlo vivere vita perpetua, quasi Iddio
disagiare si avesse, e partirsi da suo sovrano seggio, quando dovesse adoprare
da se, ne gli bastasse il vigore del suo divino sermone quando disse per
stabilir di pianta in un attimo I'Universo intero, si come e'fe', e si farlo
camminare con ragione in virtu di quell' editto irrevocabile che e
impermutabile legge ed eterna della sua volonta. Cambise, Xerse e Dario, come
considera Apulejo, standosene come serrati in un Tempio nella Citta capitale
de' loro reami a render co' popoli piu venerabile la loro maestli, e piu sti'
mabile e autorevoie la loro potenza, faceano abbidire prontamente, e senza
disdetta veruna le leggi loro per Tampiezza de'lor dominj. E Filippo Secondo Re
di Spagna ne' tempi modemi usava dire, che dalP Escuriale governava piu d^un
mondo; ed hassi a dabitare se un Dio immobile e perfetto per sua natura possa,
senza muoversi, con an volger di ciglio reggere e moderare il governo delP
Universo? Se con un tocco di tromba una moltitudine ne gli eserciti di
presente, ciascuno per ciascuno, si mette all' opera di quello gli si
appartiene obbedendo, senza scattare punto a gli ordini del loro generale, e pure
le leggi de gli uomini imperfette sono e mutabili a capriccio dei Principi, e o
per ribellione de'popoli alterar si possono, o perche non da tutti s' intendano
; e la voce sonora della Divina parola non si ha da udire per tutto e' suoi
decreti, e le sue leggi che non variano, e che sono di infinita luce e
chiarezza, come affermano i sacri proverbi : mandatum Domini lucema est, et lex
lux, 6 per cio etemi sono, n^ patir possono alterazione o dubbiezza ; hassi a
mettere in disputa s' essi s' odano a un tratto per tutto, e non si esegyiscano
dalla natura e da tutte le minime parti del tutto, senza ch'egli si abbia a
muovere dal suo altissimo Trono per farle eseguire ? e che perci6 se gli
convenga assegnare un' altra cosa, che se, per ministro subordinato, come si e
V anima del mondo, accio che ella vada ad ogni minima particella di esso
portandole gli ordini ec? Iddio strabondevole di forze e di potenza, di
augustissima specie, Genitore delP immortalita e la virtu stessa di tutte
quante le virtu, la cui legge sola h perfetta, e impermutabile, per cui tutti
quanti i semi fanno le special! operazioni loro nelle nature diverse di tutte
le cose ; e i Cieli, e gli Orbi, e i pianeti e tante altre stelle, con le loro
speciali revoluzioni si volgono per la medesima con tanto ordine, e regola bene
armonizzata e distinta? Non perche dunque Iddio fosse bisognevole di tempi e di
atti diversi, ma a maggiore intelligenza nostra, la Sacra Scrittura divise in
piu atti un atto solo del divino adoprare^ e in piu tempi la sua operazione
instantanea, dicendo che Iddio e il suo alto intendimento conobbe di far cosa
buona, e conosciutala delibero con esso la volont^, e deliberatala col suo
Verbo e col suo spirito fece il mondo, cosa per cosa, nella divina settimana
per fame capaci i mortali, che cio dovean credere, e non erano atti ad
intendere, essendo necessarie si fatte misure a noi per capire quel che non e
da noi. Dafinio. — Tant' h, io non ^ni rinvengo per qual ragione noi abbiamo da
a£fermare che Platone non Tabbia fatto al medesimo fine, con diverso modo dal
nostro. Magiatti. — No, perche ne il filosofo, ancor che Divino veramente
chiamar si debba, parlando cose che il tacere e bello, non poteva senza lume
soprannaturale, onde ha privilegiato solamente i suoi fedeli la Divina prowidenza^
per quanto e' si sollevasse alle piu alte cime, non poteva mai, dico, si a
dentro penetrare, come noi facciamo con la fede, nella cognizione
imperscrutabile della divina onnipotenza ; e si camminava, e vi saliva tentoni,
e non era atto a spiccare nn volo sicuro si come riesce a noi illustrati da si
chiaro fiilgore. E poi Platone non averebbe formata Tanima inferiore, come si h
detto, rendendone per ragione ch'ella dovesse mescolarsi dove non conveniva si
permischiasse Iddio, e perche in somma non capiva benissimo qnello che
veramente fosse Iddio; imper6 egli reputo necessaria qnesta anima fatta si da
Dio^ ma disseparata da lui per la forma* zione del mondo, non potendo rimaner
capace che la sovrana parity della divina essenza dovesse mettersi in risico di
macolarsi in fra le cose nostre inferiori, e cio e impossibile scorgere cosi
per V appnnto il vero, si come egli e ancora che dinanzi a gli occhi de^
mortali se ne spanda il lustro ed una vivace splendenza. Dafinio, — Se Apulejo
T intend' egli, perche tal cosa di una onnipotenza assoluta di Dio non Fha da
capire Platone ingegno divino? Buonaccorsi, — E per questo convien confessare
che ana si ampia materia, a si alta, che si distende in vie piii largo, ed
immenso spazio, ohe il seno non e delle menti nostre, avendo colmo, per grande
e spazioso ch' (b' fosse, quello del nostro divino filosofo, nel volerlo
abbracciare e comprendere UQ tal concetto tutto insieme, e ben verisimile che
glie ne scappasse fuori qualche particella, ancor che atta ad ogni capacita,
introducendovela sola, nel mpdo che poche gocciole di acqua son quelle che
fanno traboccare il vaso quando egli e gia pieno; e pero ne prese la vasta
mente Platonica quanto ella poteva di si larga e strabondevole e infinita
materia; ma perche essa mente era finita, non la potette capire e rattener
tutta ; o si pure egli e ragionevole di credere, ch' egli avesse lette e
studiate le sacre pagine di si alta proposizione, e per farsela sua fosse
constretto a mutar qualcosa, e mutasse questo; e Apulejo disse quello, e si
abbatte a dire il vero, ma non giunse poi tant^oltre a un gran pezzo quanto
Platone, e il meglio 11 tolse da lui. Imperfetto, — Egli e certo che la verita
si fa lume da Be, ma e cosi grande e cosi lucido ^ suo spandimento, ch' ella ne
abbaglia. Sant^ Agostino non die* egli discorrendo sopra quel luogo del
Vangelo: per Verhum Dei facta sunt omnia, in questa maniera ? Inveniuntur
ista et in libris Philosophorum, et quia unigenitum habet Deus per quern facta
sunt omnia, illud potuerunt videre quid est^ sed viderunt de longe. MagiottL — Anzi, tutto il contrario,
impercioche per qual maniera ci6 sia, o ch* e* se 1' abbia immaginata da se, o
no, e* s* h approssimato col suo falso tanto innanzi al vero, che piu tosto si
pu5 dire ch' e' si tocchino V un V altro con un sottilissimo confine. Ita ....
finitima sunt falsa veris, disse Marco TuUio; e Dante: € Cos! parlar conviensi
al vostro ingegno, Perocche solo da sensato apprende Ci6 che fa poscia d'
intelletto degno. > E pill abbasso: lo fo dunque conto che il moto non sia
altro che questo, e pero secondo il declive che le cose incontrano, per varie
sorte di canali e secondo le forze e le resistenze in che elle si awengano, V
una a petto all'altra, nasconne tante varieta di moti nella natura, e air insu,
e all' ingiu, e pe' lati, e non V ho per cosa soprannaturale, e che quindi poi
ne vengano gV impulsi alle sensibili cose : ma egli e che noi altri uomini
abbiamo questo mode di fare, che quando noi non giunghiamo a intendere una
cosa, o noi siamo cotanto temerarj che, perch6 noi non V intendiamo, la
neghiamo ; o tanto facili, che le assegniamo nna cagione sopra naturale, senza
sapere quelche ella si sia per quietarci nella nostra insaziabile curiositade;
tratto di coteste cose del moto, perche in che modo stieno i movimenti delP
anima imraortale e di sovrana fattura, ancor che io vi opponga per mantenere il
discorso, e investigare meglio il vero; io so e credo quel che io debbo
credere; ma che da noi si possa giugnere col nostro intendere per le vie cbe voi
fate, oh ! questo io T ho quasi per impossibile. MagioUi. — Ma quando fosse
quel che voi dite, pur ci vorrebbe un geometra perfettissimo, e sopra le cose
nostre inferior!, il quale avesse saputo con sopra natural maestria fabbricare
e situare questi canali e queste vie col loro debito declive maggiore, o
minore, e posto a^ lor luoghi si ordinatamente, e dato a tutte le variety degli
umori che vi debbono scorrere, i lor varj pesi a ragione, come non solamente
nell' universe, ma anche nel microscomo camminar si veggono tutte quante le
cose con ordine, e proporzibne, e tanti moti di vita non cessar mai finche
e^n6n si muore. Ma pure dope morte finiscono, avvegnache i canali iie' cadaveri
si scorgano interi, e non guasti, e gli umori vi si ritrovino ; ma perduto il
raoto, adunque, questi movimenti maravigliosi non hanno 1' impulso loro dal
declive, quantunque forse il declive gli agevoli loro, e ne apra loro le vie ;
e pero e' convien credere cbe r anima abbia sospinta, e con altra forza
sospinga e muova le cose, che con quella cbe voi dite ; e s' ella venisse d*
onde voi mi date ad intendere, le maestranze appareccbiate con ordine, e con
regola cotanto eaatta, non sarieno da cagione corporea, ma da cagione
intellettuale e divina, cb' e principio universale di moto, perch' essa e
quella che adatta si maravigliosamente e dispone le cose a pigliare il moto ed
operare con tant^ proporzione e virtu. Bafinio. — Anche le anime vegetative, e
le sensitive averanno a vostra detta il loro movimento da Dio. Adunque anch* esse
immortali saranno ? Magiotti. In sentenza platonica (contradicendo per6 in
qualche piccola parte a Platone) egli e assai agevole a sopire la vostra
dificult^, impercio che si come le anime razionali adoperano in virtu di quel
moto, vita, e azione, innestato dal Supremo Arteiice per entro la sustanza loro
perfetta, intera e incorporea per impulso di forza infinita; cosi il moto loro
(come detto si e) e si la vita e 1' azione loro viene a essere perpetua e
immortale ; ma nell' anime irrazionali, le quali pare che Platone abbia anch'
esse per immortali, nulla di meno, ancor che mortali elle sieno, il lor moto,
la lor vita, e la loro azione dall' anima universale riceve lo impulso, il
quale compone in quelle 1' azione con quelle ordinaraento cb' esso moto ritrova
addirsi alia disposizione varia de' temperamenti e degli organi che hanno da
muoversi; onde o la vegetabilit^ sola ne resulta, o la sensibilita con esso la
vegetabilita insieme congiunta; imperocche esso movimento delF anima universale
da sospinta alia disposizione delle parti official! de^ corpi, e inducevi la
vegetazione, e^ sensi per il modo che noi veggiamo ; e que8ta puo cbiamarsi
sustanza mliteriale, e corporea, perche quest' anima vegetabile, e sensibile,
non e anima da s^ senza essi organi, e disposizioni che concorrono insieme all'
azione 6 alia vita, e mancando e morendo gli individui, e disfacendosi la
struttura de gli organi loro, esso moto, e azione, cbe ha Purto si bene
ordinato dalla ragione e dal movimento dell' anima del mondo, finisce di esser
anima propria, e rimane nell'universale componimento dell'anima del mondo. Ma
ne anche ^ difficile il rispondervi nella vera nostra dottrina: impercio che l6
anime razionali ricevono I'impressione de'moti loro dalla forza infinita della
mano divina, quando ella le crea sustanziali, e incorporee, allor che finito di
fare il feto, informano il suo corpo, e perche il moto, la vita^ e le azioni
loro sono totalmente nell' anima, e dalla disposizione di esse membra organali
anzi ricevono impedin^ento e contradizione, che sveltezza e sussidio a' lor
moti divini. Essa anima e anima ancorche fuori de' corpi, ed ha fuori di essi
piu libera 1' azione, il moto, e la vita; e percio, anche morendo i corpi, ella
vive immortale. Le anime vegetative poi, e )o sensibili corporee sono si come
detto si e; concio sia che la parte della vita e dell' azione loro consiste
nell' attitudine e positura corporale organica, e ne' temperament! varj degli
umori composti insieme, e parte nel moto, il quale avvenendosi in esso corpo e
disposizione atta a riceverlo, tra '1 temperamento degli umori, tra la
disposizione degli organi, essi corpi ottengono le azioni loro per un modo o
per 1' altro dal moto assegnato alia natura da Dio; e percio esse anime per tal
maniera ricevon potenza di vivere le vite loro ; delle cui vite e Tesoriera la
madre natura per compartirle di raano in mano alle nascenti cose, e succedenti
V una dopo 1' altra in perpetuo. fi impero che questo moto, che s' infonde ne'
corpi dal ventre della terra, ond' egU esce, e dagl' impulsi delle operazioni
natural!, e fuoco, e aere, e umidore ne mena seco, e con fluidezza e agib'ta
indicibile per essi organ! discorrendo in varie guise, rende vivificazione
continua e accrescimento nelle vegetabili creature, e un eccitamento di senso
nelle sensibili, per quel sovrano modo che da noi non s^ intende ; ed essendo
esse anime e formandosi per loro un componiiuento di corpicelli, e un
temperamento corporeo che le racchiude; corporali e materiali si chiamano,
perche per se nulla non sono senz' essi corpicelli bene accordati a ricevere il
moto nel corpo maggiore dell' individuo. Buonaccorsi, — Quel che mi fa
maravigliare si e, come Yoi abbiate a mente tanti e si be' luoghi trovati anche
negli autori di piu credito gentili ; ma a maggior miracolo della sapienza, e
contemplazione di quell* uomo esimio di Socrate, se ne leggono molti, e n^*
Apologia^ e nel Fedone, e non solo per r immortality dell' anima, ma si e
avanzato lino a far conoscere la necessita del Purgatorio, e del Paradiso, e deir
Inferno ; e avvegna che con qualche differenza da quel che veramente e' sono,
pure ebbe talento da conoscergli ; e come che piii e piu altri ne abbiano
scritto con favolose invenzioni, Socrate ne ha favellato da senno nel punto
della sua morte, aUor che da ognuno e'si dice il vero, e che lo intelletto non
va vagando dietro a favole finte. lo so che questi sono luoghi letti, riletti,
e considerati da tutti noi piu e piu volte, ma toman si bene al nostro
proposito, ch' egli e ragionevole di replicargli ; ed io me ne piglio Tassunto,
e vovegli tutti recitare da capo per maggiore autentica di quelle che ha
ragionato si dottamente Don Raffaello sin'ora. Ascoltatemi, dunque, vi prego,
che io vo'contarvi cio che viene ragionando nel Fedone con singolare e sagacissima
saviezza, per rendere s^ medesimo persuaso dell' immortalita dell' anima in
quell' ultimo punto ch'egli era su il morire, assegnando all' anime de gli
uomini luoghi appropriati secondo i meriti fabbricatisi nella vita di qua;
seutite di grazia. Ei si fignra qnesta terra non avere il colmo piii alto della
sua sfera in questa superficie, dove ditnoriamo noi ; anzi noi, e tutti quanti
gli altri sog^ornare nelle cavitk della ten*a, e tale essere queste regioni,
dove noi abitiamo, imperci6 che e' si fa a credere la vera, nobile e piu pnra
superficie, 6 sommita di essa, sopra di quella esser locata, che da noi
chiamasi atmosfera ; anzi piu in su che 1' aere non e ne'confini del cielo;
verbigrazia (che so io?) in quella purissima e lucidissima sostan^a che etere
si appella; e di quaggiu da questa bassa parte dove noi stiamo, veggendosi il
Sole e gli astri, si come anche in questi bassi paesi tante belle e
maravigliose fatture isguardando variate con tanti e si diversi colori, che in
queste nostre abitazioni si perfette ci paiono, niuna di loro aver che fare con
le piu eccelse ch' e' si vien figurando lassu, ed essere queste imperfettissime
e impurissime in agguaglio di quelle, che si vedrebbero da chiunque si potesse
fermare su Tali in que'superni luoghi, ed ivi mirasse quelle onde son ricavate
queste, che scorgerebbe e quelle di 'tal sorta, e piu altre stupende
manifatture, e lumi, e colori, oltre ad ogni comparazione beUissimi sopra
qualunque di queste, che corrono agli occhi di noi altri mortali abitanti in si
fatte concavitadi. £ cio con molta maggior differenza di quel che si facessero
i Pesci dal fondo del mare, i quali per entro quelle arene e pantanose caverne,
non avendo volo da alzarsi su la superficie deir acque, ne vita da reggervi,
mirano i raggi del Sole e delle steUe penetranti giu per lo filo dell' onde
tutti annacquati, e adombrati, e confusi; laonde per cio sMmmaginassero di
simiglievole maniera essere veramente le stelle, e il Sole, quali eglino le
scorgono di colaggiu ; cosi e a noi, che non avendo piurae da travolare sopra
quelP etere, abbacinati standocene entro V umidore grossolano di questi vapori,
ci crediamo la luce del Sole e le altre cose belle, che lassti scintillano^ non
essere piu leggiadre e piu vaghe di quel che a noi e conceduto di scernerle. In
quelle altissime piagge, adunque, e le piante, e tutti quanti i germogli, e le
cose animate, reputa che ivi sieno di somma perfezione e Don a mutatnenti
suggette e a corruzioni in verun conto che sia; e le gemme piii preziose di
qua, e' Topazii, e' Rubini, e'Diamanti stessi, e le Perle, e le altre gioje di
piii alto pregio, essere la feccia piii impura di quelle che lassii si
ritrovano; e in somma quelle sovrane regioni di si nobili cose essere adorne, e
di oro, e di argento, e di altre simiglianti chiarissime e lucidissime sopra
ogni vostro credere e conoscimento, che quivi nascono e piii perfettamente si
conservano, per guisa che a vederle e a goderle sia veramente uno spettacolo d'
incomparabile godimento^ e beatitudine. Quivi trovarsi e Paesi Mediterranei e
creature ragionevoli, molte di piii schietto intendimento, che qua tra di noi
non sono, e di tanto in tanto avervi delP Isole, le quali non lungi poste da
terraferma sono circondate dall'aere, conciosia cosa che quello, ch'e a noi e
alle nostre Pacqua e '1 mare, a loro essere 1' Etere : e in fine tutto la
ritrovarsi temperatissimo, e per le stagioni, e per Taure che vi spirano, e
vivervi quelle fortunate genti di continuo senza ammalarsi, e forse senza
morire. Di piii giudica che vi si scorgano ricchi tempi sacrati a gli Dii. e
con esso gli Dei medesimi convivere gli uomini, e conversare domesticamente.
Imperfetio. — Mi rassembra che Socrate quasi tenga che tali maravigliose e
ragguardevoli regioni sieno i pianeti e gli astri, dove appunto Platone colloca
la dimora delP anime, assegnata loro quando da Dio dopo V anima universale si
formarono; a'cui beati luoghi le piii pure di continuo dopo lunghe
peregrinazioni facciano ritorno. Buonaccorsi. — S' immagina appresso che per
entro tutta questa gran terra si trovino innumerabili concavita di luoghi
circolari, parte piii profondi e parte piii alti, e piii ampi, e parte che
abbiano apertura e spazii eziandio minori di quelli, che abbiamo noi, e piii
cupi anche de' nostri, e tutti questi incontrarsi sotterra scambievolmente tra
loro, con varii andamenti ed uscite ; pe^ quali e grandi acque, dove
caldissime, dove freddissime, e voragini, e fiumi di fuochi in varii luoghi di
esse sotterranee spelonche muoversi e raggirarsi; e in altre di esse cavity credono
che umori fangosi vi stagnino e sieno menati in giu e in sn ondeggiando, a
simiglianza di uno qualcbe gran Taso pensile che si agiti 6 muova. Dopo cio,
della maggiore e pin ampla voragine favellando, che \k sotto dimori, la quale
per tntta quanta Tampiezza entro terra trapassa e distendesi, mostra che da
Omero fa chiamata il Baratro profondo sotto terra, e da molti altri Poeti
nominata Tartaro, nel quale tutti i fiumi sotterranei concorrono, e indi si
spandono, ed esconne ad innafQare la superficie nostra terrestre in mari, in
laghi, in fonti e in fiumi Tarii disseparandosi, e con Faria e co' fiati
interiori, come anche col movimento interne di queste acque, formarsene i
venti, i turbini, e terremoti, che scaotono la terra; e di tal sorta di acque tiene
parimente che sia Acheronte, e la Palude Acherusia, e la Stigia, e il
Piriflegetonte, e Cocito. Ora essendo per tal maniera disposte si fatte cose, e
sopra detti luoghi i morti pervenendo, dove dal suo proprio demone ciascnno si
conduce, quivi innanzi a ogni cosa giudicati sono secondo loro meriti, o
demeriti di chi visse onestamente, e con dirittura di ragione, o di chi fe' il
contrario. Coloro, che tennero, vivendo, una mezzana via, valicando Acheronte
sopra alcuni carri, pervengono alia Palude Acherusia, e quivi si purgano dalle
colpe loro, pene patendo pari aUor falli. Purificati poscia^ assoluti
rimangono, e ciascun di loro a proporzione delle opere buone e lodevoli ne
riportano condegna mercede. Ma queUi i quali nella malattia e putredine delle
enormita de' delitti di varie sorte insanabili sono, precipitano nel Tartaro,
d'onde mai non ritornano. Alcuni poi, che peccati avranno commesso curabili, ma
grandi, per essere prima venuti a pentimento, caderanno si nel Tartaro, e
condannati sarannovi per un anno o piu ; ma poi da quell' onde gittati fuori^
quali per lo Gocito, come i micidiali, quaU per lo Piriflegetonte, come i
violatori del Padre e della Madre, solamente che pentiti e' ne fieno, vengono a
galla su la Palude Acherusia, di dove chiamano ad alta voce, stridendo, que^
tali che gli hanno o£fesi, e pregangli a lasciargli varcar la Palude, ed essere
da' lor castighi prosciolti ; il che se ottengono, pongono fine a' lor mali;
quando che no, nel Tartaro rigettati sono, si dura pena imponendo loro i
Giudici. Ma gli uomini pii e giusti trasvolano a piu alte regioni, abitando
quelle beate Provincie, e purissime, che abbiam detto starsi cotanto sopra
terra; e parimente quelli, che avendo in molte loro opere fallito, si sieno
dipoi sufficientemente purgati per mezzo della filosofia, essi pure senza corpi
vivendo, hanno ottenuto in sorte dimore anche piii belle delle sopramentovate,
le cui maravigliose bellezze non e facile ad uomo di dimostrare : « e pero
(dice Socrate) deesi, o Simmia, porre ogni studio in questa vita e conseguir la
virtu, e la sapienza, perciocche bellissimo e 'I premio e di gran cose si e la
speranza, Che poi esse, che contate vi ho, sieno a punto in si fatta maniera,
non e da uomo di senno r affermarlo : nulla di meno si convien credere, o che
tali elle sieno intorno alle anime nostre e all* abitazioni loro, o ad esse
simiglianti; e conciosia cosa che egli appaja con tanta verisimilitadine che le
anime nostre sieno immortali, mette conto correre un si bel risico. Egli e
adunque ragionevole munirsi ed allestirsi a questa peregrinazione, ed
abbellirsi delli ornamenti della virtu, cioe della temperanza, della giustizia,
della fortezza, della liberty dell'anima, e della scienza della verita,
aspettando il tempo ed apparecchiandosi per essere pronto quando ne chiami il
fato.» Di si fatte considerazioni sopra V anima immortale, e sopra sue degne
prerogative aveva poco innanzi Socrate per tal modo ragionato, quantunque non
con certezza indubitabile di affermativa, siccome colui che per altissima
immaginazione naturale, e non per divino soccorso di fede ne favellava ; diceva
bene, che tutto quello, il quale intorno a ci5 si discorre, saria di animo
troppo debole e pigro chiunque sottilmente non V esaminasse, o repudiasselo, e
da esso si dipartisse senz' avere innanzi, con ogni acutezza di ragione,
adoperati tutti i pesi piu legittimi de gli argomenti, e badatoci ben bene fino
all' ultimo sforzo del nostro intendere. « Impercioch6 (segue poi) fa di
mestieri I'una delle due, o apprendere in qual modo elle possano essere, o
rinvenirne totalmente il vero, e dove qaesto conseguir non si possa,
appoggiarsi ad una delle pin forti e piu stabili ragioni umane cbe se ue
abbiano, scegliendo quella cbe abbia meno inciampi, ne debbasi percio
rifiutare, ed ivi posarsi; acci6 cbe sopra di essa portati come sopra un legno
de* meno gelosi, valichiamo per le difficultose tempeste il mare di questa
vita, mentre non se ne abbia qualcbe pin sicaro e piu ben fondato mode, quasi
un piu fermo yeicolo che ne conduca; come sarebbe a dire, qualcbe divina
parola, la quale piu sicuramente, e con minor risico lo ci faccia trapassare ;»
la qual divina parola si 6 quella, cb' h toccata per sovrana grazia di udire a
noi introducendone nel Porto della verita, con esso grirrefragabili insegnamenti
delle sacre carte. Ora, cbe dite di qnesto filosofo esimio, che tanto s'
inoltro col lume della natura solamente, a scorgere i lumi della fede? Ma piu
eziandio percbe avea descritto la felicita de^gpusti nell'altra vita in quel
discorso antecedente al Fedane, dov* e' forma la propria apologia: ivi dopo
aver fatto suo calculo di quel che torni meglio immaginarsi intorno alia morte,
considera brevemente quello che awerrebbe quando di la non ci fosse nulla, il
che non ammette in verun conto per credibile; e viene poi discorrendo cosi
della beatitudine delle cose di lit: «S* egli e vero, si come io credo, che la
morte sia an passaggio da queste a regioni piu felici, dove albergano e vivono
i defunti; ci6 h molto piti desiderabile e foi*tanato, uscendo gli uomini dalle
mani e dall' arbitrio di coloro, che si annoverano da noi e tengonsi per
giudici, per condurci dinanzi a quegli che veramente Giudici si nominano e
giastissimi Giudici sono, i quali temperano colli e correggono tutti i Giudici
fatti qua, come s^ ^ o Minosse, Radamanto, ed £aco, e Trittolemo, e tutti
quanti gli altri semidei, che giustamente e fedelmente vissero. E simigliante
trasmigrazione non e da apprezzare? Andar di Ik, e ritrovarsi a conversare con
Orfeo, con Museo, con Esiodo, con Omero e con tanti e tanti altri santi e
valorosi uomini, e un tale stato non e da anteporre a questo, dove noi oggi
dimoriamo? Che consolazione sar^ la mia, quaudo io arriverd da Palamede, da
Ajace figliuolo di Telamone, e da si grand! soggetti fatti rei a torto per la
nequizia de* Giudici nostri, paiagonando insieme il mio caso co' loro ? Ed ivi
trovare savie persone le quali esaminino e conoscano senza errare chi da yero e
sapiente, o chi lo si crede di essere e poi non sia, 6 udire schiettamente la
sentenza loro senza passioni, e parlare, e conferire insieme i pareri non e
ella questa una scuola di perfetta sapienza? Ne e pericolo che vi si moia, ne
di essere come colpevole ucciso; anzi, nelle felicitli loro per tutto '1 tempo
perpetuo essere immortali. Per la qual cosa torua conto pigliare gioconda
speranza della morte ; e questo seco medesimo reputare per vero, e per
infallibile, che nulla di 1^ possa intervenire di male a gli uomini da bene, o
vivi, o morti, ne tal cosa per yeruna maniera che sia da gli Dii porsi in non
cale, e per6 io stimo piu utile senza paragone il morire che il yiyere. »
Imperfetto. Ma della trasmigrazione dell' anime destinate a purgarsi ne'corpi
degP irrazionali, io non odo ch'e ne dica nulla? MagioUL Platone ne fayella e
nella fine del Timeo, e da molti altri luoghi si ricaya ch'egli si fatto
sentimento ayea come uscito dalla scuola Pittagorica : ma si come colui il
quale scorgeya la yerit^ per barlume, riconobbe non solamente che F anime
immortali fossero, ma che di 1^ ci fossero i premj e le pene, e fino quel terzo
luogo per purgarsi dalle colpe; il che eziandio de'cristiani ereticalmente e
per estrema foUia hanno osato di mettore in dubbio, acciecatisi da per loro nel
lume della fede, quando si yede che il lume solo naturale e stato bastante a
insegnarlo a'piti sayj gentili; ma perche senza la yeritk rivelata andavano
tentoni e al buio, cio ricercando, non h gran cosa che nel modo dell* essere e
fignrarsi simili cose sopra il nostro intendere, non tenessero il fermo a una
cosa sola, ne giugnessero per V appunto al yero, ma si bene yariando le
maniere, e il concetto, avessero per molto chiaro la proposizione di esse in
uniyersale. Ptionaccorsi. V rimango trasecolato come Socrate giugnesse fino a
conoscere che chi mdore senza sacramenti pericola, e chi con esso i sacramenti
si salva ; impercio cbe nel medesimo Fedone fa awertenza che quegli i quali
instituirno i riti e le cerimonie, non essere stati altrimenti stolti e yili
uomini, ma sotto velami di parole aver voluto significare cio che di vero detto
si e, a£Fermando che chinnque non purgato dalle sagre costumanze discendera air
altra vita, esso vi precipiter^ nel fango rinvolto ; ma coloi il quale fia
purificato e contrassegnato co' sacri instituti, vi andra per abitare con gli
Dei. Imperfetto, — lo confesso che questo e un gran dire per uno che la nostra
religione non professi. MagwUi, Egli e che la verita e una (come piu e piu
volte si e replicato), e qualunque si studia ricercarla con disappassionata
bramosia, ne puo arrivare gran parte, perch' ella ne passa d* avanti ; e s'
eila non si puo apprendere per r appunto cosi com' ella e, pur quella luce,
awegna che adombrata e non ben distinta ne disfavilla. Dafinio. In fatti se noi
non avessimo la certezza della fede, e' si cammina con supposti molto fallibili
naturalmente discorrendo, massime in quella si gran differenza che si stima
essere tra gli irrazionali e noi, che ce ne sono di quelli cui non manca se non
la parola a parer uomini. Magiotti. — Per quanto alcune bestie arrivino di lor
natura ad esser scaltre e avvedute, a badarci bene, poche o niuna giungono ad
avere T accorgimento e la distinzione, per debole ch* ella sia, che hanno anche
i bambini innanzi a gli anni della discrezione. E poi di queste s\ difficili
proposizioni hannosi da addurre veirisimigliame e non prove, altrimente il
credere a che noi siamo fenuU non sarehhe piu ere' dere, Egli e bene il vero
che la divina bonta ha dato a tutti gli uomini intelletto e ragione, a fine ch^
essi eziandio da per loro, meditando col lume della natura, acquistino certi
chiarori di sapienza ben fondata, con esso i quali ponderando in si fatta
materia il concorso delle verisimilitudini per rispetto alio contrarie, che
s'oppongono, e che negano la immortalita ; quelle ch' e' trovano in maggior
copia e di piu vif^ore a petto alF altre, dieno aiuto a' sensi, accio che e' si
rendanO piii agevoli a credere, quel che e' non sono atti ad intcndere. E
coloro che si lasciano assorbire dair ignoranza e trascarano la Divina grazia,
e gli instramenti dati loro per esercitarsi in una studiosa, assidua, e acuta
contemplazione intorno a si alte cose, o chiuggano affatto gli occhi, e
credano, e se cio non fanno, tal sia di loro ; impercio che eziandio i piu
dotti e sayj gentili, come avete inteso, hanno talento di pervenirvi ; ora se
questi uomini di si sovrano intendimento, e per essere gentili, con libera
conscienza di tenere e pubblicare cio che loro piii ragionevol parea, hanno si
fermamente insegnato altioii r immortality dell'anime; convien pur confessare
che le probabilita grandi ci abbiano e senza paragone in piu novero e di piu
forza che dalla parte ayversa non sono. Dafinio, Noi siamo tanto gelosi di
questo vivere, che in dubbio non e gran cosa che gli uomini, come condizione
tanto per loro desiderabile, abbian piu volentieri tenuto e per piu vera
Timmortalita delPanima che la mortalita; imperci6 che a quel tornare a non
essere, chi e colui che non si senta tutto turbare, e raccapricciarsi,
meditandoci sopra ? E pero anzi la passione che la ragione ha dettato loro
questo parere, come piu confacevole alia nostra natural propensione. Magiotti. Un
Socrate tanto superiore ad ogni umana affezione, di cosi sublime sapere, si
spogliato di tutte quante le cupidigie deUa terra, e tanto indifferente del
vivere, alia sola virtti tenendo fisso il pensiero e il volere, si ha da
credere che, deluso dalla propria voglia di vivere, mentre lietamente moriva,
abbia in questo a fallire? Per la qual cosa puo sicuramente affermarsi lui aver
ci6 giudicato per forza dMntendimento, non per stimoli di umanitade. Dafinio,
Son cose che la fede ce le insegna, e noi dobbiamo crederle; ma iTho per troppo
ardimento farsi a credere di capirle naturalmente. Buonaccorsi. — Gnardate se
la veritii ci viene tra le mani, dove noi non ci turiamo gli occhi, e la
vogliamo conoscere ! Secondo Platone le anime ritorneranno a'corpi umani;
secoDdo Porfirio le anime sante non ritorneranno a' mali del mondo.
Congiungansi (dice sant'Agostino) queste due sentenze, che ameudue insieme
dicono il vero, quantunque paia che, ognun da se, e Platone e Porfirio si
contradicano ; impercio che V anime non ritorneranno (egli e vero) a' mali del
mondo, ma si bene ritorneranno a'corpi, per essere o nell' Empireo eternalmente
.premiate con esse le membra corporee, o nell' Inferno punite. Dafinio, Gia noi
sappiamo manifestamente V immortality deir anime, e solamente vi ho
contradetto, acci6 che, rispondendomi, ambo venghiate a proforire si belle e
maravigliose proposizioni, come fatto avete; come altresi accio che niuno si
persuadesse ch' ella si chiara fosse per lame naturale, che si perdesse o nulla
valesse il lume della fede, nel modo e per la stessa ragione ch'e stato il
vostro giudizioso pensiero. MagioUi, Ed io ho difesa questa verity infalHbile
con si gran copia d' argomenti di probability., che udito avete, perche non si
avesse per impossible, e si tenesse alieno e lungi da ogni sussidio di naturale
ragionevolezza quelle che noi siamo obbligati di credere; laonde dovesse essere
in gran parte compatibile, come ben fondata su prove autentiche, e per
argomenti forti in natural discorso, V opinione d' Epicuro, e di chiunque vuole
dell' anime la mortalita: e fin qui mi sembra essersi a sufficienza ragionato
che le razionali anime immortali sieno, parendomi ora mai tempo che dal signor
Gioseppe si ripigli il filo del Testo Platonico, secondo la fattura che il Timeo
s'immagina di questa anima universale, da cui pur troppo deviati ci siamo.
Luigi. — Ma dell' anime ragionevoli quali sieno le faculta loro, a differenza
delle sensibili, e quali stromenti ell' abbiano per le loro operazioni, avremmo
caro di udire. MagioUi, Non e tempo a proposito di favellarne adesso, essendo
una materia da se, la quale a suo debito luogo verr& proposta, concio sia
cosa che la dottrina del Timeo, cni abbiam dato principio, verrebbe presto
presto in dimeaticanza, poiche giunti noi siamo a casa, e il ragionare e andato
piu oltre che io non credeva, e sono tre quart! di ora ch' e' sono sonate le
ventiquattro ; risolviamo quanto prima di andare a cena, e domattina che
riposato avremo e con gli spirit! piu quieti, tirerassi innanzi il ragionamento
d! quest' anima universale secondo il Teste, e a vo! si appartiene discorrerne,
signor Gioseppe. Buonaccorsi, Quando sarete desti, e che vi parra 1' ora,
venitemi prontamente a trovare, che io obbediro ai vostri comandi, quando vi
sia in piacere, perche (come ben sapete) io dormo poco, non avendo fumi di vino
da digerire, che mi vadano in su. Che gli uomini non abbiano qua ferma dimora,
e che ad altri luoghi destinati sieno dal Fautore Eternale, tra molti e molti
argomenti che se ne scernono, quello pare a me sopra gli altri aver grandissima
forza, della inistabilita degli animi loro, imperciocche della varieta
dilettandosi mai sempre senza costanza veruna, niuno soggiorno ci ha,
quantunque soUazzevole e desiderato da loro, il quale allorche e' vi giungono
gli fermi e gli quieti, e noioso in breve loro non divenga, altrove ben tosto
rivolgendo il pensiero. Ecco noi, attediati dalle bellezze piu deliziose e piu
magnifiche di Tusculo, alle piu naturali e di niuno artificio di Nemi in si
virtuosa conversazione venuti semo, che meritamente esser questi i piu grati
diporti di Diana gli attribuirono, e non molto andra che anche qui
rincrescevole la dimoranza ne fia, e ad altri paesi dirizzeremo il desio ivi
perfetto e non mai sazievole godimento aspettando, ma cio indamo, imperciocche
stabile fennezza non otterremo gia mai, finche vita avremo : si parimente, di
qualunque altro diletto favellando, cui volga I'umana condizione sua cupidigia,
quella nel conseguirlo non ferma il volere, anzi sovente disvuole cio che pur
voile teste, il che ne insegna Lucrezio in que'versi, favellando degli uomini:
« Haud ita vitam agerenty ut nunc plerumqite videmua: Quid aibi quiaque velit,
nescire, et qucerere semper; Commutare locum, quasi oniLs deponere posait. Exit acepe
foras magnis ex cedibus iUe, Esse domi quern pertaesum est, subitoque reventat;
Quippe /oris nihilo melius qui sentiat esse. Currit, agtns mannas, ad villam
prcecipitanteTy Auxilium tecteis qvMsi ferre ardentilms instans; Oscitat
extemplo, tetigit quom limina villce; Aut alit in somnum gravis, atque ohlivia
qua^t; Aut etiam properans urbem petit atque revisit. Hoe se quisque modo fugit : etc, »
cioe a dire, annoiato fin di se stesso si fugge, e da se allontanar si
vorrebbe, cio e V anima che s^ inquieta e trasporta il corpo in qua e in la,
sua debita residenza qui non avendo; solamente lo studio della scienza (non ci
ha dubbio alcuno) ne appaga, ne mai ci satolla, percbe questo solo e degno
pasto e proporzionato delPumano intendimento, si come cibo divino, conciossia
cosa che ha per oggetto e per fine la verita delle cose. « lo veggio 1)611 che
giammai non si sazia Nostro intelletto, se '1 ver non lo illustra, Di faor dal
qual nessun vero si spazia, » dice Dante, adornamento e lume della Poesia
Toscana. Ma egli e ben d' awertire, che il sole per quanto illumina, e si
comprende in un attimo di sua luce V ampiezza^ nondimeno mirandolo fisso ci
abbaglia, e nol possiamo patire, non che distinguer raggio per raggio. Nelio
stesso modo e^ si scorge a un tratto la chiarezza della verita universale, cioe
lo splendore che ne circumfulge della sapienza divina; ma chiunque si affisa in
lei, perdesi, la vista confondesi, ne si possono per alcun modo discernere a un
per uno i lumi di sua infinita virtude, cioh a dire le cagioni special!
de'miracoli della natura : Molto si mira, e poco si discerne > disse lo
stesso Poeta. Per guisa che ne apparisce (egli e il vero) un certo bagliore, e
abbiamo le imagini delle cose vere nelPanima; ma in ogni modo si annebbiate
rimangono intra le caligini onde noi siamo involti, che per una piccola favilla
che in noi di quando in quando del vero riluca, ne aduggia la mente per lo piu
una nuvola viepiu grande del falso. Cio riconobbe Socrate, come che piu
altamente di ogni altro e^ contemplasse quest a lampada accesa, imperocche
avvidesi ben tosto di non aver l’occhio dell' aquila, e quietandosi anch' egli
all' imperfezione dell' umana natura, pronunzio al mondo quella sentenza che
noi dicemmb da prima: Qiiesf uno to so, che nulla io so. Sopra I'esperienza,
dunque, di cotant'uomo chiarito anch'io, m'acciiigo solamente alia meditazione
di me medesimo, mosso da quel savio ammaestramento, scolpito cola nel Tempio d'
Apollo : Conosci te stesso. Tale si e la vera e piu sincera scieiiza^ ove dee
studiarsi ciascuno di pervenire, a intendimento di potersi di se medesimo valere
a ragione, usare de' proprj strumenti per quello a che dati ne furo, e non
iscompor 1' ordine col quale a perfettissime operazioni gli dispose il Maestro
Eterno. II piu delle creature noi veggiamo esser composte di corpo e di
spirito, e niuna piu soUecita cura per natural talento porsi da loro, quanto di
conservare e 1' uno 6 gli altri insieme congiunti a mantenimento ciascuna del
proprio individuo ; per la qual cosa elle s' ingegnano di ristorargli, e da
tutte le corporali infer mit^ di tenerli sani, solamente a fine di sottrargli
da ogni rischio di separazione; il medesimo ne piu ne meno gli uomini fanno,
imperocche null' altro per loro s'attende che ad investigare rimedj contr' a'
mali del corpo, ma poi poco o nulla si bada agli antidoti contro le malattie
dell'animo. Di questa arte nuova di medicina von-ei, impercio, che maestri
esperti noi divenissimo, e si come i medici il piu della dottrina loro nella
Notomia ripongono, ancora a noi tutta la nostra in essa fondare e richiesto,
cioe nel conoscimento con ogni studio di noi medesimi. Ma lo intendimento
nostro fia al sicuro d' assai piu pregio, conciossia che i medici riveggon
sottilmente ogni minuzia del corpo umano, e gli ordigni considerano, e lo
intrecciamento di tutte le membra, di tutte le viscere e di qualunque delle piu
minime particelle interiori, a fine d' intendere le operazioni yitali ; ma cio
e solamente per temperarle e per ricomporle, qualunque volta stemperare e
scomporre si veggiano; dove in questa disciplina novella s^insegna la valuta si
e la situazione degli organi in quanto e' servono per canali de' sensi ; ma
perche e^ sono ancora la sede delP intelletto e deW altre potenze deiranima,
imparasi eziandio per tal via come mantenere ben d' accordo due movimenti
contrarj sotto le leggi del dovere, e come P intemperanza deU'uno moderare con
la temperanza deU'altro. Di modo che questa utile e salutifera scienza della
Notomia, adottata con proporzione e a soccorso della natura, e altresi a
correggimento dell' animo, essa ne fia giovevole per a quella felicita per
venire, ove ansiosamente aspirano i saggi, cioe a godcre mente sana ia corpo
sano; percio mirabilmente Platone nel Timeo definisce la sanit^^ essere una
comuae concordia delP anima e del corpo, cioe quando il corpo e valido e fermo
sotto un animo molto piu valido; ma acciocche in tal materia con debito ordine
io proceda, diro, come in principio mi si parano innanzi tre operazioni tra se
diverse insieme congiunte nelV uomo, le quali pure in varie sorte di specie si
raffigurano r una diversa dalP altra. Ecco, nelle piante e 'n tutte quelle cose
che si nutriscono e crescono, opera la vegetativa sola, imperocche esse mancano
del sentimento ; ne' bruti la sensitiva insiememente con la vegetativa, essendo
che la seconda e consecutiva della prima, e pero crescono, nutrisconsi, e di
piii hanno sensi; ma agli uomini si dee arrogere la ragionevole, che e la piu
perfetta, ond' egli hanno senso, crescono altresi e nutrimento rioevono, ma
soprattutto gl'informa lo intelletto e la mente. Tali sono quelle diverse
qualitadi o moti (che noi dir gli vogliarao) che anime da' naturalist! si
chiamauo, cioe tre forme dove elle sono disgiunte e in oggetti di specie
disformi allogate, conciossiache ciascuna da loro V essere, la vita ; ma egli h
manifesto che chi e piu perfetto nella sua fabbrica e capace di tutte queste
operazioni varie, e impero nell' umana natura esse si riconoscono si per
movimenti diversi, ma a una medesima e sola forma adattati, cioe a dire come
potenze distinte d'un'anima sola, in quanto che tutte hanno a essere
instrumenti della ragionevole, e sotto di quella operare: percio (se ben mi
torna in mente) dissivi un giorno esger raccolte in questa piccola architettura
delP uomo tutte le potenze delP universo, e sino trovarsi effigiata in lui 1'
imagine della divina mente, la quale allora quel piu risplende, che noi
stenebrare la sappiamo da' nugoli degli aifetti, e tener monda e ben custodita
dalle sozzure e dalle corruttele dei sensi. Ora dunque per piu agevole
intelligenza di questo dir ne conviene (non mi sembra del tutto inutile, ovvero
lontano dalla materia proposta) il venire in ragionamento sopra le opinioni che
s' ebbero negli antichi secoli da quel grand' uomini intorno a quest' anima,
talmente che molti 1' assegnarono all' universo, come principio in esso e
cagione del moto, pel quale si trasfondesse e si traducesse da piu alto
cominciamento la virtu seminale nella natura maestra di tutte le innumerabili
generazioni che si fanno nella materia. Quindi con viepiu agevolezza trarremo argomento
di quel che sia 1' anima che essi appellano vegetativa, e si pure gli organi
dove s' attaccano i suoi movimenti speciali, come e a dire nelle piante; indi
trapasseremo alia sensitiva, dove acconciamente si potr^ dell' edificio de'
corpi trattare, per poter poi, staccati dalle sostanze piti basse, favellar
dell' anima ragionevole e delle quality eccelse ch'ella ebbe in dote dal. suo
Fattore; poscia farem riflessione siccome r uomo per mezzo di quelle dee
istruire se stesso nella virtii morale che alle leggi ci regola dell'
intelletto, mantiene incorrotta in noi la sembianza della suprema ragione, e
apreci la via e ne illamina per ritrovare quel bene perfetto, che noi tuttodi
alia cieca in qaa e 1^, e spesso in oggetti a lui del tutto contrarj andiamo cercando.
Offizi della facoltd delta ragione. Luigi, Nella regione, dunque, di sopra ha
suo trono la ragione. Magiotti, E per cio ad essq, si appartiene di comandare a
quella che sta di sotto, e governarla e tenerla a freno, come compos ta d^ una
moltitudine di yassalli, per lo piii sfrenati e senza regola, e percio da
questa sotto il suo comando si conviene all' altra obbedire. Luigi, Ma se ella
e piena di tumulto e di confusione recalcitrer^ per lo piu. Laonde non
occorreva darlaci, mentre alia parte razionale diventa molte volte contraria e
rubella. MagioUi, Anche questa « atta a divenir ragionevole se alia ragione
obbedisce, e a^suoi savi ricordi; anzi a quella sovrana dominatrice tocca di
rimetter Y altra al debito segno, e valersene a tutte le azioni lecite e
lodevoli, che eUa risolve di fare. Essendo^ dunque, la ragione signora nella
superior parte del corpo, ivi e dovere che alloggino i suoi piu principali e
piii confidenti rainistri; acciocch^ le assistano siccome consiglieri primari,
e questi sono le facoltk, pero dette potenze principali delP anima. Luigi, Ma
queste quali son elleno ? Imperfetto, — Memoria, intelletto e volont^; ma
dichiaratene di grazia qua' sleno veramente gli offizii loro. Magiotti. —La
memoria conserva nelF archivio e nella segreteria che ella ha in custodia e
sotto sua chiave la maggior parte degli oggetti varii che le sono cola entro
tramandati da' cinque sensi che detti abbiamo ; per le cui porte s'
intromettono come dispacci di belle e varie no vita tutte le specie, e immagini
esteriori sensibili; e siccome molte, data loro a pena un' occhiata, yi si
ripongono senza badarci come di non grande importanza; alcune poi di maggior
rilievo dall' immaginativa o fantasia, come detto si e, pongonsi innanzi
all'intelletto, dove egli, come dentro uno specchio ben chiaro, a posat'animo
le rimira; avendo egli r incumbenza di considerare diligentemente e di
intendere quel che esse sono, recandone poi alia ragione un giusto e puntuale
ragguaglio. Questa appresso ne discorre seco maturamente, e esaminano insieme
con aweduto raziocinio e con ponderate riflessioni se elle son buone o triste;
e per tal modo ne nasce il giudizio, col cui consiglio la volonta delibera di
fame conto o di lasciarle. E percio di si ben ayvertita deliberazione, e della
esecuzione di essa, ne ha la cura la volonta, la quale firma il decreto di
volerle, o di non le volere secondo la disposizione del sopraccennato consiglio
supremo. Luigi, Dell'ingegno pi6 o meno vivace degli uomini nel discorso di
questa porzione superiore, voi non ne avete favellato punto ne poco, quale e la
sua funzione. E' si dice pur tutto di: il tale ha belPingegao, ha ingegno vivo,
e uomo d'ingegno spiritoso; insomma pare che chi non ha bell' ingegno, non
abbia discorso ne attitudine, e quasi stolido o mentecatto sia. Magiotti. L'
ingegno, per dir quello che all' improwiso mi viene ora in mente, crederei che
fosse una fabbrica interna dell' uomo, che si forma per mezzo dell' intelletto
e della memoria; e percio giudico che 1' ingegno si risvegli con agevolezza in
una mente doviziosa d' immagini varie, raccolte insieme in piu tempo, o dall'
osservazione d' innumerabili cose di diversa maniera passate pe' sensi, o dalla
lettura di piu e piii sorte di sentenze, le quali cose abili sieno a muoversi
con agility e dieno stimolo e apertnra alia chiarezza dell' intelletto di
inventare e di formare di quelle medesimef accozzandole o innestandole tra loro
con bel modo, nuovi e maravigliosi disegni per entro la mente, onde ne result!
un concetto leggiadro e vivace, il quale ancorche di piti e piu belle cose
altre volte a noi note composto sia, giunga nondimeno nuovo, e generi
maraviglia in chi Tode; tanto che perche un ingegno produca e fabbricbi da se
medesimo, vuolci la memoria che presti delle piu belle immagini che ella in se
contenga, e la fantasia e r intelletto lucido e distinto il quale le sappia con
belP ordin collegare e attaccare V una con V altra in guisa, che di piii cose
vedute a avute fra mano, se ne concepisca un' altra da se, nuova e non piu
veduta o sentita. £ allora piu belli e piu vaghi si partoriscono simili
concetti ingegnosi, quanto maggiore raccolta e di piu pregiate cose abbia la
memoria fatta innanzi conserva. Yero e che glMngegni si variano r uno dall'
altro e piu pronti riescono e piu veloci, e vie piu atti a bizzarri e spiritosi
concetti; e con piu o meno prestezza te gli formano secondo i temperamenti
diversi della corporatura di chi gli possiede. Imperciocche come gli spiriti
che salgono dalla porzione inferiore abbiano la lor tempera fervida e secca; di
subito con la vivacita loro da uno moto e stimolo all' intelletto e alia
memoria, che molte volte, senza dar tempo a veruna ponderazioue degli atti
secondi, di presente alzano moli ingegnose di vari pensieri alti e di spirito ;
e quindi giudicherei che nascesse quello che entusiasmo si chiama, il quale non
rassembra dissimile a' sogni, imperciocche i sogni si formano dormendo di pezzi
dalla immaginativa, e lo piu sovente senza conclusione; e i parti dell' ingegno
stesBO negli uomini appena desti, e a cervello riposato la roattina al buio,
anch' eglino vengono in luce alia mente, e rappezzansi parimente di varie
specie, onde io repute ch' e' sien anch' essi (sto per dire) sogni a proposito.
E cio piu o meno vivacemente succede, e piii tosto, o piu tardi, secondo che la
fierezza o agility degli spiriti muova le potenze deH'anima a simiglianti
operazioni. e all'ora dicesi deir uomo che egli abbia piu o meno pronto V
ingegno. Di qui parimente avviene che chi ha piu bello ingegno, abbia sovente
meno giudizio, imperciocche T uno colla sua teraperatura minuisce V abilita
dell' altro ; essendo che 11 giudizio Yuole lentezza e flssazione di
riflessioni fatte dalla ragione 6 dair intelletto insieme, per esaminar
sottilmente e rivedere 11 conto a cio che sovvien loro. La cul savia operazione
ha duopo dl spiriti meno ferventl, e che vadan di passo e non corrano con Tali
spiegate a dar moto alle loro azionl e deliberazioni ; e per cio V Ingegno
ordinariamente da per se sapra formare abbpzzi blzzarrl e graziosl, e molte
volte subllmi e n(»blli conforml alle specie, che gli spirltl agili e accesi a
un tratto nella mente soUievano, ma non mai ben forniti di fare, se '1 giudizio
con la su^, esattezza non da loro Tultima mano. La qual cosa chiaramente si
osserva neU'esempio de'pittorl tra' quail molti che hanno spirito piu elevato e
piu vivo si veggono fare in un baleno schizzl di varie figure ciascuna da se
atteggiate con si bella propriety ed espression di aflFetti, che sembrano aver
moto e vita; ma al comporne poi una tavola o una storia tutta insieme, non
riescono nel disporle con maestrla a' lor debitl luoghi, ne' quali tornino bene
per esprimere le attitudini e i sentiment! corrlspondenti T una delP altra con
ben aggiustata simetria) Intorno a quello che slgnificare elle abbiano, perche
a cio fare vuolsi attenta applicazione e fermezza, che e opera dl giudizio, 11
quale mlsuratamente ne forml la composizione, e piu e piii volte cancelli e
rltaccia; ne tal cosa si puo comporre e mettere insieme In un attimo a forza di
vlvezza d' ingegno, come 1 priml sbozzi si fanno, obbedendo la mano alia
velocity de* mossl fantasmi. Convien dunque fermar per vera e per indubitabile
sentenza, che quanto piu V uomo con la continuazione dello studio e sotto una
bene accurata dlsclpllna negli annl piii teneri abbia megllo assodato e fissato
11. giudizio, anche nelle persone dl spirito e d' ingegno ; cotanto piii chlari
e distintl e meglio perfezionati vengon gli abbozzi loro Ingegnosl; onde la
differenza in tantl e si varj modi da un Ingegno alP altro si scorge; e questo
e quello cbe io so immaginarmi intomo agli nomini d' ingegno, e quel che
veramente questo sia, e che adoperi nel ricettacolo della nostra mente. Ma per
affermare quel ch^ egli e, e se tale sia quale detto abbiamo, e se di tal
maniera si facciano le operazioni sue, come anche delle altre facolta delP
anima, Y bo per cosa molto oscura e fallace. Imperfetto, Io stimo certo cbe voi
abbiate detto quanto se ne possa dire, e sembrami in ci5 essere pienamente
sodisfatto. Ma tornando alia volonta, questa entro di se puo dire il si o il
no; ma chi eseguisce sotto il suo ordine? Magiotti, — Per eseguire quel cbe si
e in si prudente conBulta determinato di volere, o non volere una cosa, egli e
d'uopo cbe la volonta abbia i ministri sotto di lei, a cui ella dia gli ordini.
Luigi. Ed essi ministri dove alloggiano ? Magiotti, Questi i sopraccapi sono
della regione piu bassa, nella quale comandano i due moti piu principali
sensibili, cbiamati il concupiscibile e l’irascibile ; l’uno e l’altro
promotori e caposquadra di tutti gli affetti dati per guardia e per satelliti
alia ragione, accioccbe eseguiscano con prontezza quanto da quella vien loro
imposto: verbigrazia, i moti del concupiscibile hanno da desiderare e cercare
il conseguimento di quel cbe la volonta, d' ordine della ragione ba determinato
per buono; ovvero ad accendersi il moto dell' irascibile per aborrire e per
torsi davanti quel cbe la ragione col suo consiglio ba giudicato per non buono.
Imperfetto. — Questi duo adunque (che appetiti si cbiamano) in vigor degli
ordini eseguiscono quanto la volonta comanda loro; ma in cbe modo e con quali
strumenti cio fanno? Magiotti, Spediscono ciascun di essi numerose scbiere di
spiriti, e di quelli di mano in mano, cbe sono sotto la condotta o
giurisdizione delFuno o dslP altro arruolati, a dar sospinta a' movimenti
necessarj delle mani, dei piedi e delle altre membra corporee a fine di
pigliare ii possesso di quel che place alia ragione, a per mettere in fuga e
discacciare cio che le displace. Luigi, Ma come si fanno elleno tante
operazlonl la dentro in si poco spazio? Magiotti, Egli e da sapere come queste
operazlonl fannosl dagli spirit! che sottilissimi sono, quantunque corporei ;
ma le azlonl della mente sono Incorporee come chi le governa e dispone, e pero
gli organi nostri aprono loro gran vie per Insensibili e minime che elle ci
paiano. Eccitandosi dunquein questa parte inferiore delP anima nostra divers!
affetti 6 perturbazionl, secondo la varieta degll oggett! che per via del sensl
se le rappresentano ; subito la parte ragionevole sommlnistra e prescrive il
modo di regolare e modlficare essi affetti, lasciando bene a nostra
disposizione ed arbitrlo di consentirv! o no con la volonta. Laonde se la parte
razionale si lascla vincere dalP affetto, e qudlo fa che 11 moto irraglonevole
le detta, egli e segno che la volonta sprezza gli ordini della ragione, e f a a
modo degli appetlt! disobbedienti, dove se ella alia ragione accostandosl e
alle sue savle persuasioni, volta le spalle alP affetto e lo doma, allora essa
la volenti regge e fa altresi la porzione inferiore ragio- nevole divenlre.
Vero e che le faculta dell' anlma ragione- vole non vogliono mai quello che non
sia effettivamente buono, o che da loro per buono accettato non sia. Orazio
Ricasoli-Rucellai. Ruscellai. Keywords: gl’amori di Linceo, imperfetto?
perfetto – perfetto bugiardo. --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rucellai”
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