GRICE ITALO A-Z R ROS
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rossi:
la ragione conversazionale di Romolo; o lo storicismo – la scuola di Torino. filosofia
piemontese -- filosofia italiana – l’astuzia della ragione converszionale di
Weber e Grice -- Luigi Speranza (Torino).
Abstract. H. P.
Grice: “My idea on the longitudinal unity of philosophy – her historical unity,
that is, as Dilthey would call it – is Oxonian at heart, and I use as evidence
my OWN experience as a TUTOR – not a lecturer – having to assing to my pupil,
for each week during FOUR LONG YEARS – something from PLATO OR ARISTOTLE _and_
some contemporary source, which in my case, meant ‘Philosophy’!” -- Grice:
“Rossi writing about ‘storicismo tedesco’ reminds me of Warnock, an Irishman at
Oxford, writing about English philosophy!” Keywords: metodo in psicologia filosofia. Filosofo piemontese.
Filosofo italiano. Torino, Piamonte. Studia a Torino sotto ABBAGNANO, Napoli, e Milano.
Insegna a Cagliari e Torino. Studia lo storicismo, l’illuminismo, e il
positivismo. Saggi: Lo storicismo, Einaudi, Torino; “Storia e storicismo, Lerici,
Milano; La storiografia Saggiatore, Milano; “Oltre lo storicismo, Saggiatore,
Milano; “Storia della filosofia”, Treccani Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Cf. Grice, “Speranza e l’opera di Grice in Italia.”
CLASSICI DELLA FILOSOFIA COLLEZIONE FONDATA D’ABBAGNANO DIRETTA DA GREGORY
CLASSICI UTET, Tipografia ‘Toso, via Capelli, Torino. È difficile isolare,
nell'àmbito della filosofia contemporanea, un indirizzo che possa essere
caratterizzato in maniera univoca, e al tempo stesso esaustiva, con la
designazione di storicismo ». Ciò dipende in primo luogo dal fatto che il
termine storicismo » — così come si è venuto diffondendo a partire dagli anni
’20, dapprima in Germania e poi in Italia — è stato impiegato per indicare
posizioni filosofiche (e anche non filosofiche) disparate, recando con sé quasi
sempre una carica polemica o, al contrario, elogiativa che gli ha impedito per
lungo tempo di essere assunto a contrassegno di un’impostazione di pensiero o
di diventare una designazione storiografica comunemente accettata. Nella
cultura tedesca lo storicismo è stato infatti identificato originariamente con
una considerazione storica dei diversi campi della vita e della cultura fondata
su un atteggiamento relativistico, che comportava quindi una relativizzazione
dei valori alla particolare cultura o al particolare periodo storico nel quale
si sono formati. Nella cultura italiana esso è invece servito a indicare
soprattutto, almeno fino alla seconda guerra mondiale, una concezione della
storia (di derivazione hegeliana) che affermava la fondamentale storicità di
tutto il reale, e di conseguenza la riduzione di ogni conoscenza a conoscenza
storica. In altri paesi, eccetto in quelli di lingua spagnola, il termine ha
avuto scarso successo: nella cultura francese è rimasto sostanzialmente assente
— tant'è vero che il primo studio organico del movimento storicistico tedesco,
cioè il libro di Aron, è intitolato alla filosofia critica della storia anziché
allo storicismo — mentre nella cultura anglosassone ha acquistato, in virtù
della polemica di Karl Popper contro la miseria dello storicismo , un
significato quasi sempre negativo. In epoca più recente, cioè nel corso degli
anni ’60, è subentrata una tendenza piuttosto diffusa a identificare lo
storicismo con la concezione marxistica della storia, vale a dire con il
materialismo storico: tendenza chiaramente connessa con il processo di
rinnovamento del marxismo contemporaneo, operato attraverso il recupero di
autori come il Lukdcs di Geschichte und Klassenbewusstsein e il Gramsci dei
Quaderni del carcere, nonché attraverso l’incontro con altri orientamenti del
pensiero contemporaneo, in primo luogo con l'’esistenzialismo. AI di lì di
queste considerazioni relative al significato del termine, e ben più importanti
di esse, vi sono però altri due ordini di motivi i quali spiegano la difficoltà
di cui si diceva. Il primo ordine di motivi consiste in una caratteristica
intrinseca allo storicismo, ossia nel fatto che esso non è soltanto, né
principalmente, una dottrina o un complesso di dottrine filosofiche, ma è pure
un movimento che ha avuto larga influenza sulla ricerca storica e sulle scienze
sociali, e che presenta connessioni tutt'altro che irrilevanti con le vicende
politiche europee del secolo xx. Le formulazioni più propriamente teoriche
dello storicismo contemporaneo come la teoria della conoscenza storica e
l’analisi della struttura storica del mondo umano e della relazione dell'uomo
con i valori sono quindi aspetti di un fenomeno più vasto, al quale
continuamente rimandano. Il secondo ordine di motivi risiede invece nel legame
ricorrente dello storicismo con altri indirizzi della filosofia contemporanea:
per un verso con l’idealismo in tutte le versioni che si richiamano,
direttamente o indirettamente, alla concezione hegeliana della storia e per
l’altro verso con il neocriticismo o con l’esistenzialismo o con il marxismo o
con il pragmatismo, magari (in qualche caso) perfino con il neopositivismo.
Risulta così impossibile determinare un nucleo dottrinale al quale siano
riconducibili le diverse manifestazioni dello storicismo contemporaneo, e che sia
più o meno presente in tutte: al contrario, le varie forme di storicismo
divergono anche su questioni d'importanza fondamentale. La possibilità di
individuare lo, storicismo come un indirizzo a sé stante della filosofia
contemporanea appare perciò problematica sia per quanto concerne i rapporti tra
pensiero filosofico e altri campi culturali, sia all’interno dello stesso
pensiero fiosofico. Sarà opportuno soffermarci più da vicino su questi nessi.
Già dal punto di vista biografico gli esponenti dello storicismo contemporaneo
che siano filosofi di professione, e nient'altro che filosofi, sono assai rari,
e non certamente i più importanti. Dilthey, pur insegnando filosofia, è stato
però insieme studioso di psicologia e di pedagogia, e ha soprattutto dedicato
gran parte della propria attività all’analisi e alla ricostruzione storica di
alcuni momenti centrali di sviluppo della cultura moderna, dal Rinascimento
alla Riforma, dall’Illuminismo al mondo romantico. Georg Simmel e Max Weber
occupano un posto di grande rilievo nella sociologia contemporanea; inoltre,
mentre il primo è autore di numerosi saggi di argomento artistico, letterario
ed estetico, e ha ripetutamente affrontato i problemi concernenti la fisionomia
e il significato della cultura moderna, il secondo è pervenuto all'analisi
metodologica delle scienze sociali muovendo da studi sulle società commerciali
del Medioevo, sul diritto agrario romano, sulle condizioni dei contadini nella
Germania e, infine, sulla scuola storica di economia. Ernst Troeltsch è stato
in primo luogo un teologo, e tutta la prima fase della sua attività speculativa
è ispirata da preoccupazioni tipicamente teologiche: la sua successiva
riflessione sulla storia e sulla conoscenza storica è anch’essa radicata in una
problematica religiosa, e prende le mosse dalla consapevolezza dell’urto della
coscienza storica moderna sulla validità della fede cristiana. Friedrich
Meinecke è giunto ai problemi dello storicismo attraverso l’analisi del
processo di formazione dello stato nazionale tedesco e della struttura della
ragion di stato nell'età moderna; anche professionalmente, egli è stato uno
storico, e solo in secondo luogo un filosofo, In quanto a Benedetto Croce,
anch'egli è stato all'inizio com'è noto soprattutto studioso di storia e di
critica letteraria, e il suo sforzo di elaborazione filosofica è proceduto di
pari passo con l’approfondimento di temi di storia etico-politica, dî estetica
e di linguistica. E l’esemplificazione potrebbe agevolmente continuare. Ma la
connessione con altri campi culturali non è soltanto un dato biografico; essa è
pure una dimensione intrinseca dello storicismo contemporaneo. Da un lato,
infatti, la consapevolezza del fondamentale carattere storico dell’uomo e della
realtà sociale ha condotto all’analisi dei momenti decisivi della storia
culturale europea, nel duplice intento di delineare secondo il programma
indicato da Dilthey la vicenda dello spirito europeo e di porre in luce le
relazioni reciproche tra settori diversi del processo storico, c contemporaneamente
ha promosso il ricorso alle prospettive concettuali che erano offerte dalle
scienze sociali, in particolare dalla sociologia. Dall'altro lato il
riconoscimento della storicità della filosofia, del suo legame con le altre
manifestazioni culturali di un’epoca, della sua dipendenza dai risultati della
ricerca condotta dalle scienze particolari, ha mostrato l'impossibilità di una
filosofia che pretenda di configurarsi come una forma autosufficiente di
sapere, fornita di validità incondizionata. Non meno arduo è discriminare lo
storicismo dai diversi indirizzi della filosofia contemporanea con i quali è
quasi sempre intrecciato. Ciò vale sia per il legame con l’idealismo, che
risulta essenziale al pensiero di Croce (o del suo discepolo inglese R. G. Collingwood),
sia per il nesso con l’esistenzialismo o con il marxismo o ancora con il
pragmatismo, allorché la problematica storicistica s’innesta su una piattaforma
dottrinale diversa e rispondente ad altri interessi. È vero che Croce si è
proposto fin dal saggio Ciò che è vivo e ciò che è morto nella filosofia di
Hegel (1906) e dalla Logica come scienza del concetto puro (1909) di
differenziare la propria impostazione filosofica da quella di Hegel, eliminando
la distinzione hegeliana tra idea, natura e spirito e risolvendo quindi i primi
due momenti nel terzo, che viene così fatto coincidere con la realtà intera, in
maniera da identificare il processo di realizzazione dello spirito con lo
sviluppo storico e da interpretare ogni fatto come fatto storico. Cionondimeno
il crociano storicismo assoluto si configura come una ripresa intenzionale
della concezione della storia formulata dall’idealismo del primo Ottocento e
soprattutto da Hegel, dal quale deriva il postulato fondamentale della
razionalità dello sviluppo storico e l'affermazione del suo carattere
progressivo. Del resto, la stessa qualificazione di storicismo è stata adottata
da Croce molto tardi, nel corso degli anni ’30, durante il trapasso dal sistema
della filosofia dello spirito alla posizione de La storia come pensiero e come
azione e degli scritti successivi: il saggio /! concetto della filosofia come
storicismo assoluto è, difatti, del 1939. Nel pensiero di Croce lo storicismo
sorge quindi sulla base di un’impostazione chiaramente idealistica, ed è
inseparabile da questa. La stessa definizione della filosofia come metodologia
della storiografia ha ben poco in comune con una concezione metodologica della
filosofia (quale si è sviluppata partendo da una prospettiva neocriticistica),
ma poggia su una concezione idealistica anzi,neoidealistica del sapere la quale
nega il carattere conoscitivo delle scienze naturali, interpretandole come
prodotto della forma economica dello spirito, e perciò riduce la conoscenza a
conoscenza storica, vale a dire a conoscenza dello sviluppo dello spirito nella
serie infinita delle sue manifestazioni finite. Anche in vari altri autori lo
storicismo si presenta come un approccio ai problemi della storia e della
conoscenza storica condizionato dall’assunzione di presupposti propri di
orientamenti di pensiero eterogenei, ed è lungi dal configurarsi in modo
autonomo. Per esempio, la concezione heideggeriana della storicità dell’esserci
è strettamente dipendente dalla teoria diltheyana della storicità; ma questa
viene ricondotta a un quadro ontologico del tutto estraneo alla filosofia di
Dilthey, risolvendosi in un elemento dell’analitica esistenziale di Sein und
Zeit. Analogamente, se è vero che Karl Jaspers si è richiamato con insistenza a
Max Weber (fino ad asserire che egli non ha insegnato una filosofia, ma era una
filosofia , anzi la filosofia per eccellenza del suo tempo), la problematica
storicistica occupa un posto del tutto secondario nell’esistenzialismo
jaspersiano. Né le cose stanno in maniera diversa nel caso del marxismo. Molte
delle categorie interpretative di Geschichte und Klassenbewusstsein, in primo
luogo quella di possibilità oggettiva , sono di origine weberiana; ma il
rinnovamento del marxismo intrapreso da Lukdcs poggia non già su
un’accettazione dell’impostazione metodologica di Weber, bensì su uno sforzo di
replica a Weber, cioè sullosforzo di sottrarre il materialismo storico alla
critica a cui egli lo aveva sottoposto. Anche la recezione di posizioni
storicistiche nel clima filosofico-culturale francese degli anni ’60,
caratterizzato in misura prevalente dall'incontro tra esistenzialismo e
marxismo basti pensare alla Critigue de la raison dialectigue di Jean-Paul
Sartre, apparsa nel 1960 non può certo essere scambiata per una forma vera e
propria di storicismo. Al di fuori della cultura europea, poi, l'affermazione
dell'identità tra esperienza e storia e del carattere problematico
dell’esperienza in quanto sequenza di eventi storici, formulata da John Dewey
in Experience and Nature (1925), sviluppa in modo originale temi propri del
pragmatismo americano, € può caso mai essere ricondotta a una matrice hegeliana
filtrata attraverso un’interpretazione naturalistica, non già a una piattaforma
storicistica. In tutti questi casi ci troviamo di fronte a forme d'incontro tra
storicismo e altri indirizzi filosofici (se non addirittura, come nell’ultimo,
a un'affinità piuttosto remota), in cui esso perde inevitabilmente qualsiasi
specificità. Se si vuole individuare, nell’ìmbito della filosofia
contemporanea, un movimento storicistico che abbia proprie caratteristiche
distintive, e che non sia subordinato ad altre impostazioni teoriche, occorre
cercarlo nella cultura tedesca degli ultimi due decenni del secolo xix e dei
primi decenni di questo secolo, fino alla vigilia della seconda guerra
mondiale. Soltanto entro tale contesto si può legittimamente parlare di uno
storicismo contemporaneo, cioè di uno storicismo che non sia la ripresa o la
rielaborazione di una concezione della storia formulata nel primo Ottocento
(quale quella hegeliana), e che d'altra parte non costituisca un semplice
elemento di una costruzione filosofica fondata su presupposti eterogenei. Con
ciò non si vuol dire affatto che esso esaurisca il panorama dello storicismo
nella filosofia contemporanea, in cui rientrano a buon diritto anche le altre
forme a cui si è accennato; si vuol piuttosto affermare che è la sola forma di
storicismo che possegga una sua caratterizzazione autonoma rispetto ad altri
indirizzi filosofici, che cioè sia sorto fin dall’inizio come un movimento
indipendente. Anche se lo storicismo tedesco appare legato, soprattutto nella
sua fase iniziale di sviluppo, con il neocriticismo sviluppatosi a partire dal
1860 sulla base del programma di ritorno a Kant avanzato da Kuno Fischer, da Otto
Liebmann e da Hermann von Helmbholtz, il suo rapporto con questo è un rapporto
non tanto di derivazione o di dipendenza, quanto di differenziazione, che
comporta quindi un crescente distacco dai presupposti e dall'impostazione
gnoseologica del neocriticismo. E in seguito, già a partire dal primo decennio
di questo secolo, tale legame appare come un'eredità del passato, che
sopravvive soltanto in figure piuttosto marginali del movimento storicistico
(per esempio nel vecchio Rickert). Perciò la scelta presentata in questo volume
si limita ai principali esponenti dello storicismo tedesco, lasciando da parte
autori che trovano la loro collocazione primaria in altri orientamenti della
filosofia contemporanea. II. Lo storicismo tedesco contemporaneo prende le mosse
dal dibattito metodologico sulla conoscenza storica, cioè dalla discussione sul
carattere peculiare, sul metodo e sull’oggetto delle discipline che studiano
l’uomo e la realtà sociale nella loro dimensione storica. Alla base di tale
dibattito c'è chiaramente un'esigenza critica in senso kantiano, vale a dire
l'esigenza di determinare le condizioni che rendono possibile la conoscenza e
che ne garantiscono la validità. Se quest’esigenza è comune pure al movimento
neocriticistico nelle sue varie manifestazioni, è invece caratteristico dello
storicismo il proposito di estendere l’ìmbito dell’indagine critica a un campo
del sapere che era rimasto estraneo sia alla considerazione di Kant sia agli
interessi propri del neocriticismo, Agli occhi di Dilthey, ma anche di
Windelband o di Rickert o di Simmel, il limite della critica kantiana consiste
nel fatto che essa si riferisca esclusivamente alle scienze naturali, alla
conoscenza fisico-matematica nella sistemazione datane da Newton, senza
rendersi ancora conto che un analogo problema di fondazione critica si pone
pure per la conoscenza scientifica dell’uomo e del mondo umano, considerato nel
suo sviluppo storico. Questo limite trova certamente una base di
giustificazione nella situazione del sapere all’epoca di Kant, cioè in un’epoca
in cui le scienze storico-sociali facevano appena i primi passi. Ma a distanza
di un secolo il primo (e unico) volume dell’Einleitung in die
Geisteswissenschaften di Dilthey compare nel 1883, poco più di cent'anni dopo
la pubblicazione della Kritik der reinen Vernunft e cioè dopo i progressi
decisivi che queste discipline hanno compiuto nella prima metà dell’Ottocento,
soprattutto ad opera della scuola storica, esso risulta ormai privo di
fondamento. Dilthey si trova dinanzi a un edificio concettuale nuovo, che si è
venuto in larga misura costituendo dopo Kant, e che non trova posto nel quadro
categoriale della critica della ragion pura ; perciò si propone di affiancare
ad essa una critica della ragione storica , vale a dire un'indagine concernente
le condizioni di possibilità della conoscenza storica. Al problema kantiano
della possibilità della natura (e della conoscenza scientifica della natura) fa
riscontro il problema della possibilità della storia (e delle scienze
storico-sociali). Questa è l'ispirazione comune, pur nella diversità di
formulazioni e anche di presupposti, alla prima fase di sviluppo del movimento
storicistico. Su tale base Io storicismo prende posizione contemporaneamente
nei confronti del positivismo e del neocriticismo. Sorto in un periodo in cui
il positivismo veniva diffondendosi anche nella cultura tedesca, soprattutto
nell’àmbito degli studi psicologici e psico-sociologici particolarmente
importante è, a questo proposito, l’opera di Wilhelm Wundt esso accoglie l’esigenza
positivistica di un’analisi scientifica dei fenomeni del mondo umano, e quindi
il rifiuto di una considerazione metafisica dell’uomo e della storia. Da ciò la
sua diffidenza, se non l'ostilità, nei confronti della concezione idealistica
della storia; da ciò la polemica sotterranea ma non meno accentuata verso Hegel
e la visione hegeliana del processo storico come realizzazione progressiva
dello spirito del mondo , che soltanto molto più tardi cederà il posto a un
tentativo di recupero dell'eredità dell’idealismo condotto da Dilthey sul
terreno storiografico attraverso lo studio degli scritti giovanili di Hegel, e
da Windelband piuttosto sul piano teorico, attraverso la proclamazione della
necessità di un rinnovamento dell’hegelismo (come suona il titolo di un saggio).
Ma lo storicismo respinge, al tempo stesso, la riduzione dello spirito a natura
che gli sembra implicita nel positivismo classico; e soprattutto respinge il
tentativo di ricondurre la conoscenza dell’uomo e del mondo umano a un modello
di spiegazione comune a tutto il sapere, che comportava l’assimilazione delle
scienze storico-sociali al procedimento delle scienze naturali. Il distacco dal
positivismo — nella versione che ne avevano dato Auguste Comte nel Cours de
philosophie positive o John Stuart Mill nel System of Logic, Ratiocinative and
Inductive — si esprime proprio nella rivendicazione dell'autonomia metodologica
della conoscenza storica, nell’affermazione della sua irriducibilità alla
conoscenza della natura, e quindi nella tesi di una fondamentale dicotomia del
sapere: scienze della natura e scienze dello spirito in Dilthey, scienze
nomotetiche e scienze idiografiche in Windelband, conoscenza naturale e scienze
storiche della cultura in Rickert. Il modello milliano di spiegazione causale è
valido, secondo Dilthey, per le scienze della natura: così per Windelband e per
Rickert la conoscenza è, e dev'essere, orientata in vista della determinazione
di leggi generali organizzate in un sistema di leggi, a cui possano venir
ricondotti i fenomeni. Ma quel modello non è applicabile alla conoscenza
dell’uomo e della realtà, che ha per Dilthey un diverso fondamento e si serve
di altre categorie; e le leggi non trovano diritto di cittadinanza nelle
scienze storico-sociali, o per lo meno non possono costituirne il fine ultimo.
Ma attraverso la critica al positivismo si compiva anche un netto distacco
dalle prospettive neocriticistiche. Come nella Kritik der retnen Vernunft, così
nelle opere dei neocriticisti della fine dell’Ottocento in particolare in
quelle della scuola di Marburg, rappresentata soprattutto da Hermann Cohen e da
Paul Natorp non trovava posto la dicotomia del sapere che il nascente movimento
storicistico sosteneva: nella permanente identificazione della conoscenza con
la conoscenza fisico-matematica questo non poteva non scorgere una sostanziale
incapacità di adeguazione al mutamento di orizzonte scientifico intervenuto
dopo Kant. Anche in Windelband e in Rickert, che rimangono più legati
all’impostazione gnoseologica generale del neocriticismo, questa divergenza è
esplicita: a un secolo di distanza dalla critica kantiana il compito della
teoria della conoscenza è quello di estendere il proprio ambito alla conoscenza
storica, determinando anche per questa il fondamento che ne garantisce la validità.
Ben più nettamente, nell’Einleitung in die Geisteswissenschaften Dilthey si
propone di fare per le scienze storico-sociali ciò che Kant aveva fatto per le
scienze della natura; e, al pari di Kant, muove dal riconoscimento
dell’esistenza di un complesso di discipline organizzate, dinanzi alle quali
non ha senso chiedersi se siano valide oppure no, ma occorre invece andare alla
ricerca del fondamento della loro validità, cioè chiedersi come siano possibili
e di quali princìpi si avvalgono nell’organizzare concettualmente il dato
empirico. È un decennio dopo, in Die Probleme der Geschichtsphilosophie, Simmel
affronterà il compito di determinare le categorie della conoscenza storica e i
suoi rapporti con le scienze sociali. Tuttavia l'allargamento o se si vuole il
completamento della teoria della conoscenza formulata da Kant costituisce
soltanto un aspetto, e forse neppure il più importante, del distacco dal
neocriticismo. L'altro aspetto, diversamente presente nei singoli autori,
riguarda la stessa impostazione gnoseologica del neocriticismo, vale a dire il
tipo e i presupposti dell'indagine critica. Come si è accennato, Windelband e
Rickert rimangono sostanzialmente fedeli a questa impostazione: nei primi saggi
teorici windelbandiani a partire da Was ist Philosophie? e da Normen und
Naturgesetze e dagli altri scritti che compongono la prima edizione dei
Pràludien (apparsa l’anno successivo) il distacco dal neocriticismo avviene
nella direzione di una teoria dei valori che attribuisce alla filosofia il
compito di individuare i princìpi a priori dell'attività umana in tutti i
campi, e quindi anche nell’ambito conoscitivo, e che li interpreta appunto come
valori forniti di una loro intrinseca validità indipendente dall’esperienza,
sulla base della distinzione tra essere e dover essere, tra la necessità
empirica (propria delle leggi naturali, oggetto della scienza) e la validità
ideale delle norme (di esclusiva pertinenza della filosofia). Il soggetto del
conoscere rimane quindi il soggetto trascendentale, capace di pervenire a una
verità incondizionata sulla base della conformità alle norme proprie
dell’attività conoscitiva; rimane il soggetto trascendentale sottratto come
Rickert ribadisce in Die Grenzen der naturwissenschaftlichen Begriffsbildung
(1896-1902) a ogni determinazione empirica. La conoscenza storica trova il
fondamento della propria validità, di una validità altrettanto universale e
necessaria di quella della conoscenza naturale, nella presenza di valori
incondizionati che costituiscono i princìpi della sua elaborazione concettuale.
Le cose stanno ben diversamente per Dilthey, e anche per Simmel. Entrambi
respingono infatti il postulato di un soggetto trascendentale per rivendicare
il carattere empirico dell'io che indaga la storia; perciò respingono anche
l’attribuzione alla conoscenza storica di una validità indipendente
dall'esperienza. Per Dilthey la conoscenza quella delle scienze dello spirito
ancor più di quella delle scienze della natura è inseparabile dal complesso
della vita umana, è cioè una funzione dell’esistenza concreta dell’uomo in
quanto individuo empirico e della situazione storico-culturale in cui egli
vive: di conseguenza la validità di ogni sapere è condizionata dalla struttura
complessiva della coscienza, dal suo radicarsi nell’esperienza vissuta. Perciò
negli anni ’go, e ancora nei suoi ultimi scritti, Dilthey sarà condotto ad
affrontare appunto l’analisi di questa struttura, nell'intento di mostrare come
da essa scaturisca il procedimento conoscitivo proprio delle scienze
storico-sociali e come in essa siano presenti le condizioni che ne fanno una
forma oggettivamente valida di sapere. Nello stesso periodo Simmel opera una
netta riduzione della conoscenza storica alla comprensione psicologica,
assumendo così un punto di vista radicalmente opposto a quello del neocriticismo:
dal momento che i fenomeni a cui si riferisce tale conoscenza hanno la loro
radice nella vita psichica degli individui, essa deve sempre risalire da certi
dati esterni, oggetto di osservazione empirica, all’interiorità spirituale
degli individui che in questi si manifesta. La conoscenza storica si riassume
quindi nell'atto psicologico dell’intendere, cioè in un atto che comporta la
proiezione di un processo psichico vissuto dal soggetto conoscente a un'altra
personalità, alla quale esso viene attribuito. E le categorie di cui si avvale
nell'organizzare concettualmente il dato empirico non sono princìpi 4 priori,
eterogenei a questo dato, ma sono semplici presupposti psicologici, forniti di
una validità puramente ipotetica: anch’esse derivano, seppure in maniera
indiretta, dall'esperienza. AI di là del limite rappresentato dall’esclusiva
considerazione delle scienze naturali, l'impostazione gnoseologica del
neocriticismo appariva perciò scarsamente idonea al compito di fondazione della
conoscenza storica, che il movimento storicistico si proponeva. Il mutamento di
àmbito dell’indagine critica trascinava con sé anche un mutamento dei
presupposti di quest’'indagine. E qui entra in gioco un’altra componente, non
meno essenziale, dello storicismo tedesco: il richiamo all’opera della scuola
storica, alla quale viene attribuito secondo le parole di Dilthey il merito di
una definitiva costituzione della scienza storica e, mediante questa, delle
scienze dello spirito . Si può anzi rilevare una correlazione precisa tra tale
richiamo e il distacco dal neocriticismo. In Windelband e in Rickert, che
accolgono l'impostazione gnoseologica del neocriticismo, l'eredità della scuola
storica è sostanzialmente assente: anche quando, nel primo decennio del
Novecento, essi cercheranno nelpassato le premesse di una concezione della
storia coerente con la teoria dei valori, queste saranno rintracciate piuttosto
nell’orientamento storico dell’idealismo post-kantiano, nella visione storica
della realtà presente nei successori di Kant e particolarmente in Hegel. In
Dilthey, invece, l’abbandono dei presupposti neocriticistici si accompagna alla
consapevole recezione dei risultati e della stessa impostazione di ricerca
della scuola storica. Tra questa e il programma di una critica della ragione
storica non esiste, per Dilthey, una soluzione di continuità: lo storicismo
accoglie il lavoro compiuto dalla scuola storica e il suo edificio concettuale
per indagarne criticamente le condizioni di possibilità, in maniera analoga a
quella in cui Kant si era rifatto alla sistemazione newtoniana. Dilthey compie
così una scelta esplicita tra le due grandi direzioni di sviluppo della
concezione della storia che si possono individuare nella cultura tedesca della
prima metà del secolo quella rappresentata dall’idealismo post-kantiano, che
era culminata nella filosofia della storia di Hegel, e quella rappresentata
dalla scuola storica, che trova il suo approdo nella Weltgeschichte di Leopold
von Ranke; ed è una scelta in favore della seconda, cioè opposta alla scelta di
Windelband e di Rickert. Tuttavia il richiamo all'opera della scuola storica
non va disgiunto da uno sforzo diretto a metterne tra parentesi i presupposti
più tipicamente romantici. Nello stesso modo in cui recupererà in seguito il
concetto hegeliano di spirito oggettivo, ma interpretandolo come il prodotto
dell’oggettivazione della vita, cioè come il complesso delle manifestazioni
dell’attività umana nel mondo sensibile, fin dagli scritti precedenti
all’Einleitung in die Geisteswissenschaften Dilthey lascia cadere la nozione di
spirito del popolo di cui Savigny e altri esponenti della scuola storica si
erano serviti per indicare il principio creativo unitario della vita di un
popolo, considerata nel suo sviluppo storico. E anche l’individualità di ogni
epoca storica, lungi dall’esprimere come per Ranke il suo rapporto diretto con
Dio, verrà a designare, nella fase conclusiva del pensiero diltheyano, il suo
carattere di autocentralità, vale a dire l'orizzonte entro il quale si
collocano tutte le manifestazioni culturali, politiche, sociali di un’epoca,
derivando da esso il loro significato specifico. Polemica contro il positivismo
e contro il riduzionismo metodologico implicito nell’assunzione di un modello
unitario di spiegazione dei fenomeni; distacco dal neocriticismo e dalla sua
stessa impostazione gnoseologica; richiamo all’opera della scuola storica, ma
contemporaneo abbandono dei suoi presupposti romantici queste sono le
coordinate del movimento storicistico nella sua prima fase di sviluppo. E in
relazione ad esse si determina la posizione che i principali esponenti dello
storicismo assumono nel tentativo di pervenire a una fondazione critica della
conoscenza storica. La stessa polemica tra Dilthey e Windelband, che ha inizio
nel 1894, dev’essere collocata su questo sfondo. La rivendicazione
dell’autonomia della conoscenza storica si configura, in Dilthey, nella forma
di una distinzione tra scienze della natura e scienze dello spirito. Fin dal
1875, nel saggio Uber das Studium der Geschichte der Wissenschaften vom
Menschen, der Gesellschaft und dem Staat, Dilthey aveva sostenuto il carattere
peculiare di queste discipline e l’inapplicabilità al loro sviluppo della legge
di progresso scientifico enunciata da Comte nel Cours de philosophie positive.
Da tale punto di vista le scienze dello spirito costituiscono una totalità
caratterizzata in contrapposizione alle scienze della natura dall’appartenenza
del soggetto conoscente allo stesso mondo, cioè al mondo umano, che è oggetto
della loro indagine. La distinzione tra scienze della natura e scienze dello
spirito è quindi fondata, in ultima analisi, su un diverso rapporto del
soggetto conoscente con il loro oggetto: un rapporto di estraneità nel primo
caso, un rapporto dall’interno e quindi di fondamentale identità nel secondo
caso. Da questa differenza derivano le varie antitesi mediante le quali Dilthey
ha cercato, nell’Einleitung in die Geisteswissenschaften, di definire la
fisionomia rispettiva delle scienze della natura e delle scienze dello spirito.
Dal punto di vista dell’oggetto, le prime studiano una realtà esterna all’uomo,
mentre le seconde si riferiscono al mondo umano considerato nella sua
dimensione storica. Dal punto di vista della fonte da cui proviene il dato
empirico, le prime muovono dall’esperienza esterna, cioè dall’osservazione
sensibile, mentre le seconde si radicano nell’esperienza vissuta che l’uomo ha
di sé, della propria vita interiore e dei propri rapporti con gli altri. Dal
punto di vista del procedimento, le prime tendono a fornire una spiegazione
causale dei fenomeni, mentre le seconde si propongono di intenderli ,
avvalendosi di categorie eterogenee a quelle della conoscenza naturale. Così
caratterizzato, l’edificio delle scienze dello spirito si presenta come un
complesso di discipline che abbracciano lo studio dell’individuo al pari di
quello della società, l’analisi delle strutture del mondo umano (sistemi di
cultura e sistemi di organizzazione esterna della società) al pari dell’analisi
del suo sviluppo storico, cioè delle sue varie epoche. Universale e particolare
, studio comparativo delle uniformità presenti nella struttura psichica o nella
struttura del mondo umano e studio delle sue manifestazioni singole,
considerate nella loro individualità, costituiscono perciò i due scopi
conoscitivi, tra loro inscindibili, delle scienze dello spirito. Proprio contro
questa conclusione si rivolge la polemica di Wildelband, allorché egli
affronta, undici anni dopo nel saggio Geschichte und Naturwissenschaft il problema della conoscenza storica. Anche
Windelband intende garantire l’autonomia della conoscenza storica rispetto alla
scienza naturale, ma il criterio di distinzione tra di esse viene cercato sul
terreno puramente metolologico, vale a dire nella diversità del loro
orientamento. Da un lato vi sono scienze che mirano alla costruzione di leggi
generali (le scienze nomotetiche), dall’altro vi sono invece scienze che mirano
alla determinazione della fisionomia di un fenomeno nella sua individualità (le
scienze idiografiche). Le prime costituiscono, nel loro insieme, la conoscenza
naturale; le seconde costituiscono la conoscenza storica. Una distinzione
siffatta risulta perciò indifferente al carattere naturale o spirituale dei
fenomeni studiati, su cui aveva insistito Dilthey; anzi, la distinzione
diltheyana tra scienze della natura e scienze dello spirito non poteva non
apparire, agli occhi di Windelband, come l’eredità di un’antitesi metafisica.
Le scienze naturali sono tali non già in quanto studino fenomeni
ontologicamente distinti da quelli spirituali, ma in quanto sono orientate
verso la conoscenza di rapporti generali, esprimibili sotto forma di leggi; e
la conoscenza storica si differenzia da esse in quanto cerca in ogni fenomeno
ciò che gli è proprio, vale a dire la sua individualità. Quando Windelband
criticava il criterio di distinzione formulato da Dilthey, questi era ormai
impegnato in uno sforzo di approfondimento della posizione dell’Einleitung in
die Geisteswissenschaften. In un saggio apparso nello stesso anno, cioè nelle
Ideen dider cine beschreibende und zergliedernde Psychologie (1894), egli
muoveva dal rapporto tra scienze dello spirito ed esperienza vissuta per
affrontare l’analisi della struttura della vita psichica: se il compito di queste
discipline è un compito non già di spiegazione, ma di comprensione dei
fenomeni, e se la comprensione riposa sulla conoscenza che l’uomo ha di sé,
ossia sull’introspezione, allora lo studio di tale struttura assume
un'importanza centrale per la fondazione delle scienze dello spirito. L'analisi
della struttura della vita psichica, condotta dalla psicologia, viene perciò a
coincidere con l’indagine critica delle condizioni di possibilità delle scienze
dello spirito. Dilthey perviene così in significativa consonanza con le tesi
espresse due anni prima da Simmel a privilegiare la psicologia come scienza
fondamentale , facendone la base e il punto di partenza di ogni conoscenza
dell’uomo e del mondo umano. Ma la psicologia capace di assolvere questa funzione
non è la psicologia associazionistica della tradizione herbartiana, diffusa
nella cultura tedesca di fine Ottocento, che Dilthey respinge in quanto
esplicativa e costruttiva: è una nuova psicologia descrittiva e analitica che
deve porre in luce la struttura della vita psichica, analizzarne i diversi
elementi e i loro rapporti, senza pretendere di offrirne una spiegazione che
avrebbe inevitabilmente carattere naturalistico. L'attribuzione alla psicologia
di un compito di fondazione critica era esposta alle obiezioni di Windelband in
misura ancora maggiore di quanto non lo fossero le formulazioni dell’Einleitung
in die Geisteswissenschaften. Di ciò Dilthey era consapevole: e difatti egli
abbandonerà ben presto tale strada, per affrontare direttamente la polemica con
Wildelband nei Beitràge zum Studium der Individualitit. Nel respingere la
distinzione windelbandiana tra scienze nomotetiche e scienze idiografiche
Dilthey è condotto non soltanto a lasciar cadere la pretesa di assegnare alle
scienze dello spirito un fondamento psicologico, ma anche ad approfondire
l'analisi del loro procedimento di ricerca. Se nell’Einlestung in die
Geisteswissenschaften uniformità e individualità rappresentavano due aspetti
distinti della struttura del mondo umano, ai quali corrispondevano due scopi
conoscitivi diversi delle scienze dello spirito, ora il secondo termine
acquista un’importanza preminente. Il problema centrale dell'analisi
metodologica diltheyana diventa quello del sorgere dell’individuazione sulla
base dell’uniformità, vale a dire del configurarsi in forma singolare di fenomeni
che pur presentano caratteristiche analoghe. Dilthey lo risolve inserendo tra
uniformità e individuazione un termine medio, il tipo, che costituisce al tempo
stesso l’elemento comune a una molteplicità di fenomeni e la loro norma
intrinseca. L’uniformità deriva dal legame con la realtà naturale, con il mondo
fisico e biologico che condiziona il sorgere dei fenomeni spirituali; sulla sua
base si realizza l'individuazione, resa possibile da un insieme di forme
fondamentali che sono appunto i vari tipi di questi fenomeni. Il compito delle
scienze dello spirito viene riposto non più nello studio separato
dell’uniformità e dell’individuazione, ma nello studio del loro rapporto: ma in
tal modo il tipo diventa il termine di riferimento del processo dell’intendere,
il quale cessa di identificarsi con l’introspezione o di essere riconducibile
ad essa per configurarsi soprattutto come comprensione degli altri individui e
delle loro manifestazioni di vita. Il procedimento delle scienze dello spirito
viene quindi a coincidere con la comprensione, vale a dire con la riproduzione
di stati interiori altrui, i quali vengono rivissuti dall’individuo sulla base
della propria esperienza. Alla distinzione tra conoscenza delle leggi e
conoscenza dell’individuale, formulata da Windelband, Dilthey contrappone
pertanto l’antitesi tra spiegazione causale e comprensione; ma all’interno di
questa impostazione confluisce una nuova esigenza, quella di affermare il
carattere individuale in ultima analisi del mondo umano. Spetterà però a un
allievo di Windelband, Heinrich Rickert, concludere, per quanto
provvisoriamente, questo dibattito in Die Grenzen der naturwissenschaftlichen
Begriffsbildung e nella contemporanea, più breve trattazione di
Kulturwissenschaft und Naturwissenschaft (1899): due opere scolastiche che
avranno però larga fortuna, e che saranno più volte ripubblicate con modifiche e
ampliamenti (di particolare rilievo saranno, per i Grenzen, la seconda edizione
e la terza). Rickert riprende la distinzione windelbandiana, cercando di
ricondurla a un quadro sistematico. Il procedimento della conoscenza storica e
la sua autonomia vengono dedotti attraverso un'analisi dei limiti propri della
scienza naturale, cioè mostrando che l’ideale di quest’ultima l'ideale di
un’integrale spiegazione meccanica della realtà, da conseguire mediante la
costruzione di un sistema di leggi di sempre maggiore generalità si lascia
sfuggire l’individualità di ogni fenomeno nella sua immediatezza empirica. Da
ciò la necessità di un’altra forma di conoscenza che si riferisca proprio a
questa individualità, e che risulta irriducibile alla scienza naturale e al suo
tipo di elaborazione concettuale del dato. In questa prospettiva la distinzione
tra le due forme di conoscenza scienza naturale e conoscenza storica rimane
fondata su una differenza di metodo: la medesima realtà può essere oggetto di
entrambe, indipendentemente dall’eventuale determinazione ontologica dei
fenomeni, ed anzi si presenta come natura quando è considerata in riferimento a
leggi generali e come storia quando è considerata in riferimento al
particolare. Ma l’individualità storica non coincide con l'immediatezza
empirica del dato; anch’essa è infatti il risultato di un procedimento di
elaborazione concettuale, sebbene differente da quello della scienza naturale.
Rickert indica la base di tale procedimento nella relazione ai valori, vale a
dire nel rapporto con valori forniti di validità incondizionata, i quali
presiedono alla scelta del dato empirico e alla costruzione un individuo
storico. L’individualità di un oggetto risulta così fondata sul suo riferimento
ai valori, che ne costituisce il significato. In tal modo la conoscenza storica
viene a differenziarsi dalla scienza naturale anche ‘per quanto riguarda il
campo di ricerca; e questo è identificato con la cultura, cioè con una realtà
che abbraccia tutti i possibili fenomeni a cui viene attribuito un significato
in virtù della relazione a qualche valore. Il dibattito metodologico degli
ultimi due decenni dell’Ottocento mette perciò capo a un approfondimento di
rilievo delle posizioni iniziali degli studiosi che vi hanno preso parte.
Dinanzi alla critica di Windelband, Dilthey è condotto ad accentuare
l’importanza dell'individualità e a riformulare la distinzione tra scienze
della natura e scienze dello spirito nei termini di un’antitesi tra spiegazione
e comprensione, dalla quale prenderà le mosse l’elaborazione conclusiva del suo
pensiero, contenuta negli scritti del periodo. D'altra parte la distinzione
enunciata da Windelband nel °94 trova in Rickert uno sviluppo sistematico
nell’ambito della teoria filosofica dei valori; e in questo quadro Rickert è
costretto a riconoscere all’antitesi tra scienza naturale e conoscenza storica
anche una dimensione oggettiva, che il suo maestro aveva inteso escludere.
Anzi, la conoscenza storica risulta nient'altro che il complesso delle scienze
della cultura , cioè il complesso delle discipline che hanno per oggetto
fenomeni forniti di significato, di un significato che può essere stabilito
com’egli dirà nel 1913, richiamandosi esplicitamente a Dilthey mediante
l’intendere . Erano così poste le premesse perché venisse messa in disparte la
questione se l’autonomia della conoscenza storica abbia un fondamento oggettivo
oppure una base puramente metodologica, mentre d’altra parte nuovi problemi,
suscitati dal costituirsi di nuove discipline e dall'incontro con altri
indirizzi di pensiero, si affacciavano ormai all'orizzonte dello storicismo tedesco.
III. Quando Dilthey scriveva l’Einleitung in die Geisteswissenschaften, la
sociologia era ancora una scienza estranea all'ambiente culturale tedesco. In
un capitolo di quell’opera egli conduce una critica radicale dell’impostazione
sociologica comtiana, coinvolgendo la sociologia nella medesima condanna della
filosofia della storia. Filosofia della storia e sociologia rappresentano, ai
suoi occhi, due espressioni di un medesimo atteggiamento metafisico nei
confronti del processo storico, cioè di un atteggiamento che pretende di fare a
meno del paziente lavoro delle discipline particolari per attingere di colpo la
totalità della storia, per determinarne le leggi costitutive, le fasi e la
direzione di sviluppo. È vero che alla base della filosofia della storia c'è
una prospettiva teologico-religiosa, esplicita da Agostino a Bossuet e poi
implicita da Vico e da Lessing fino a Hegel, mentre la sociologia poggia su una
concezione naturalistica; ma anch'essa non è altro che una forma di metafisica,
e precisamente una metafisica naturalistica della storia che presuppone la
subordinazione dei fenomeni spirituali all'insieme della conoscenza della
natura . Contro la sociologia nella formulazione datane da Comte ma la critica
vale, in fondo, per tutta la sociologia positivistica Dilthey fa valere la tesi
che il processo storico può essere conosciuto soltanto attraverso l’analisi dei
suoi diversi aspetti, compiuta da una pluralità di discipline particolari, non
già attraverso la pretesa illusoria di abbracciarlo nella sua totalità. Anche
in seguito lo storicismo tedesco manterrà la posizione critica verso la
sociologia positivistica, enunciata da Dilthey. Ma pochi anni dopo, nel 1887,
un giovane studioso di formazione filosofica, Ferdinand Ténnies, pubblicava un
libro destinato a inaugurare un tipo di sociologia svincolato dai presupposti
del positivismo, dal titolo Gemeinschaft und Gesellschaft. Esso si proponeva di
mostrare l’esistenza di due diverse forme di organizzazione, designate appunto
la prima come comunità e la seconda come società , e fondate rispettivamente su
rapporti di carattere organico e su rapporti di carattere meccanico tra gli
individui che ne fanno parte. Attraverso l’analisi comparativa delle due forme
di organizzazione Tonnies perveniva a delineare due modelli differenti di
relazioni tra gli uomini e, al tempo stesso, due momenti storicamente
successivi nello sviluppo dell'umanità. Il modello della comunità è quello di
una relazione organica tra i membri del corpo sociale, la quale riposa su un’unità
fondamentale delle volontà individuali e si esprime dapprima nell’ambito della
parentela, del vicinato e dell’amicizia: è la forma originaria di
organizzazione, che comporta il possesso e il godimento in comune dei beni,
nonché l’azione solidale del gruppo nella difesa come nell’offesa. Il modello
della società è invece quello di una relazione meccanica, e quindi arbitraria ,
la quale riposa sull'incontro e sulla somma di volontà individuali separate e
sulla stipulazione di un contratto che le vincola all’osservanza di determinate
norme: è una forma derivata di organizzazione, che si esprime soprattutto nei
rapporti di scambio. La comunità è universalmente diffusa, e caratterizza in
modo esclusivo ogni tipo di associazione primitiva: è propria del villaggio, ma
si ritrova anche nella città antica e in quella medievale, organizzata sulla
base di un'economia corporativa. La società è, al contrario, la forma
specificamente capitalistica di associazione tra gli individui: essa è definita
dalla divisione del lavoro, dall’equivalenza tra lavoro e merce, dalla
proprietà privata, dal sorgere di un’economia monetaria, dallo sviluppo del
capitalismo e dall’allargamento del mercato fino a dimensioni mondiali. In
quest’analisi Tònnies proseguiva indubbiamente lo sforzo della sociologia
positivistica di individuare le caratteristiche strutturali della società
industriale moderna, distinguendola dalle precedenti forme di organizzazione
sociale: sotto tale profilo il suo rapporto con Comte (e in qualche misura
anche con Spencer) è esplicito, ancorché non privo di sostanziali riserve. Ma
egli si richiamava soprattutto ad altri due filoni culturali, dai quali
desumeva gli elementi per determinare la fisionomia rispettiva della comunità e
della società. Nel caratterizzare la comunità egli si rifaceva infatti per il
tramite di Otto von Gierke e della sua opera Das deutsche Genossenschaftsrecht,
apparsa tra il 1868 e il 1881 alla scuola storica: la comunità tònnesiana non è
altro, in fondo, che la trasposizione in termini analitici dell'ideale
romantico di una società organica, fondata sull’unità dello spirito del popolo
. Ma in tal modo questo ideale veniva per così dire storicizzato, e le
categorie di cui la scuola storica si era servita per costruire la propria
concezione della società venivano utilizzate per definire una forma specifica
di organizzazione sociale. Nel caratterizzare la società Ténnies si rifaceva,
assai più che alla sociologia positivistica, per un verso a Hobbes e per
l’altro verso a Marx. Dal primo egli derivava la visione di un’organizzazione
su base contrattuale, a cui gli individui partecipano in quanto individui,
mossi dalla duplice aspirazione alla potenza e al guadagno; dal secondo traeva
gli strumenti per individuare il contenuto economico della società moderna e
per identificarla quindi con il capitalismo. Sul rapporto con la scuola storica
che tanta importanza riveste in Dilthey si innestava così il riferimento a Marx
e alla sua interpretazione della società moderna come società capitalistica.
Bisognerà tuttavia attendere l’ultimo decennio del secolo perché il
materialismo storico, fin allora rimasto un indirizzo eterodosso ed emarginato
dagli ambienti accademici, entri nella cultura tedesca. Nel 1894, annunciando
la pubblicazione del terzo e ultimo volume di Das Kapital (a cura di Engels),
Werner Sombart richiamava gli studiosi tedeschi a una diversa considerazione
dell’opera di Marx, e insisteva sulla necessità di tener conto dell’analisi che
questa offriva del processo capitalistico di produzione. E proprio sul terreno
dell'interpretazione del capitalismo e della sua struttura economica doveva
compiersi l’incontro tra il pensiero marxistico e la storiografia economica
ufficiale, rappresentata soprattutto dalla suola di Gustav von Schmoller. In un
paese che, seppur parecchi decenni dopo l’Inghilterra e anche dopo altre
nazioni continentali come il Belgio c la Francia, aveva conosciuto un rapido e
fiorente sviluppo capitalistico fino a diventare ormai una delle potenze
dominatrici del mercato mondiale il problema delle origini del capitalismo e
dei suoi caratteri distintivi rispetto ad altre forme di economia, nonché dei
rapporti tra l'economia capitalistica e gli altri aspetti fondamentali della
società moderna, acquistava un rilievo preminente. Ed esso costituirà,
all’inizio del nuovo secolo, il terna centrale delle maggiori opere di Sombart,
a partire da Der moderne Kapitalismus, e delle contemporanee ricerche di Max
Weber sul condizionamento reciproco tra religione e sviluppo economico.
Nell'ultimo decennio dell’Ottocento lo storicismo tedesco si trova perciò
inserito in un panorama culturale in rapida trasformazione. Esso non deve più
fare i conti soltanto con l’eredità della scuola storica e con l’edificio
concettuale che essa aveva costruito, ma ha davanti a sé una sociologia che sta
sorgendo sulla base di presupposti diversi da quelli della sociologia
positivistica, ha davanti a sé altre scienze sociali che si propongono di
sviluppare un’analisi empirica di particolari settori della società; e sullo
sfondo comincia a profilarsi l'ombra scomoda del materialismo storico. Nuovi
problemi si impongono quindi alla sua riflessione: non più quello
dell’autonomia della conoscenza storica e della sua distinzione dalle scienze
della natura che appaiono ormai cosa acquisita ma i problemi dei rapporti tra
la sociologia e le altre discipline, tra le scienze sociali e la ricerca
storica, tra l’interpretazione economica della storia e altre direzioni di
analisi. Ad essi rivolge la propria attenzione Georg Simmel, dal saggio Uber
soziale Differenzierung al volume Die Probleme der Geschichtsphilosophie e alla
contemporanea, ampia E:nleitung in die Moralwissenschaft, dalla Philosophie des
Geldes alla Soziologie. Simmel muove dal presupposto del compito descrittivo
delle scienze sociali. In esso si manifesta il suo atteggiamento ambivalente
verso il positivismo, dal quale accoglie il postulato della possibilità di una
descrizione empirica dei fenomeni sociali ma di cui respinge, al tempo stesso,
l’assunzione di una struttura legale della realtà alla quale la conoscenza
scientifica debba, in ultima analisi, riferirsi. Con ciò Simmel non giunge a
negare l’esistenza di una struttura del genere, ma la considera inattingibile
alla conoscenza, e quindi irrilevante. Le leggi dei fenomeni sociali questa
tesi è formulata fin dal 1890 sono leggi non macroscopiche ma microscopiche, e
regolano non già il comportamento e il processo evolutivo delle varie forme di
associazione e di organizzazione, bensì i rapporti tra gli individui che ne
costituiscono gli elementi ultimi. Non esistono quindi o, se anche esistono,
non si possono determinare il che è la medesima cosa leggi di sviluppo della
società in quanto tale, considerata nella sua totalità: al massimo, esistono
leggi psicologiche a cui si conforma l’azione degli individui. All’antitesi
diltheyana tra spiegazione e comprensione Simmel sostituisce così la
distinzione tra un procedimento esplicativo, fondato su leggi generali, e un
procedimento rivolto alla descrizione dei fenomeni; e questo gli appare l’unico
legittimo nell’ambito delle scienze sociali come nella ricerca storica.
Tuttavia la descrizione non costituisce la semplice riproduzione di una realtà
oggettivamente sussistente: essa comporta un’elaborazione del dato empirico che
può avvenire solo sulla base di categorie. Queste rappresentano l’elemento
formale della conoscenza, distinto dal contenuto: la loro funzione è di
organizzare il dato, e quindi di determinare la direzione di ricerca delle
varie discipline. Ma l’apriorità delle categorie, la loro differenza rispetto
al contenuto della conoscenza, non significa affatto che esse siano forme
universali e necessarie dell’intelletto: al contrario, anch'esse derivano
dall'esperienza e sono diverse da una disciplina all’altra. Compito
dell'indagine critica è perciò quella di individuare tali categorie, di
stabilirne la funzione, di accertare il modo in cui operano nelle varie scienze
sociali, attraverso un’analisi del procedimento concreto € del campo di ricerca
di ogni disciplina. Simmel ha condotto quest'analisi non tanto in termini
generali, quanto in riferimento a problemi specifici; né è possibile
rintracciare nelle sue varie opere una linea coerente e unitaria di sviluppo.
In Die Probleme der Geschichtsphilosophie egli affronta l'esame dei rapporti
tra psicologia e ricerca storica, cercando di determinare i presupposti
psicologici sui quali poggia il procedimento di comprensione di quest’ultima,
per giungere infine alla negazione del carattere scientifico delle leggi
storiche a cui viene riconosciuto un valore puramente ipotetico e anticipatorio
e al rifiuto dei vari tentativi di scoprire un senso della storia
scientificamente valido. Nell’Einleitung in die Moralwissenschaft egli si
propone di dimostrare la possibilità di una conoscenza scientifica della vita
morale e di individuarne il campo di ricerca, ai confini tra psicologia,
scienze sociali e ricerca storica. Nella Philosophie des Geldes egli prende in
considerazione un concetto economico fondamentale, quello di denaro, per
analizzare il processo attraverso il quale il valore economico diventa
un'entità misurabile e trova quindi la propria unità di misura appunto nel
denaro. Più tardi, nel 1908, Simmel perverrà ad affrontare il problema
dell'autonomia della sociologia nei confronti delle altre scienze sociali,
proponendone una concezione svincolata sia dai presupposti positivistici sia
dall’impostazione storico-tipologica ch’essa aveva trovato nell’opera di
Tònnies, La concezione simmeliana è fondata sull’affermazione del carattere
puramente formale della sociologia. Dal punto di vista del contenuto non è
possibile differenziare la sociologia dalle altre scienze sociali: i fenomeni
che esse studiano sono pur sempre i medesimi, e sono riconducibili a processi
psichici individuali. Ma la sociologia rappresenta un nuovo tipo di
considerazione di questi fenomeni, in quanto essa li studia non già come
fenomeni morali o economici o politici, e via dicendo, bensì nei modi di
relazione in certa misura permanenti tra gli individui, da cui hanno origine i
processi di associazione . La sociologia prescinde dal contenuto dei fenomeni
sociali, che sono sempre variabili, per limitarsi all'analisi delle forme di
associazione; essa è la dottrina dell’essere-società dell'umanità . In altri
termini, mentre le singole scienze sociali studiano i fenomeni sociali in
quanto qualificati nel loro contenuto, la sociologia indaga i processi in cui i
rapporti reciproci tra gli uomini dànno luogo alle strutture della società. Il
suo oggetto specifico consiste perciò nelle forme di associazione, che
costituiscono l’elemento formale onnipresente nella vita sociale e che, pur
essendo anch'esse sottoposte a un mutamento e a una trasformazione, posseggono
tuttavia un grado di permanenza superiore al ritmo della vita individuale. Quando
Simmel pubblicherà la Soziologie, questa disciplina avrà ormai trovato una
piena legittimazione nella cultura tedesca; e lo stesso Dilthey in contrasto
soltanto apparente con la posizione assunta nell’Einl/eitung in die
Geisteswissenschaften avrà parole di apprezzamento per la prospettiva
simmeliana. Nel corso degli anni ’90 e nei primi anni del nuovo secolo la
sociologia aveva cercato non soltanto di definire teoricamente il proprio
compito e i propri metodi, ma si era impegnata in uno sforzo di analisi
empirica di diversi aspetti della realtà tedesca contemporanea, Molto tempo era
trascorso da quando Heinrich von Treitschke aveva sbrigativamente asserito che
la conoscenza della società si esaurisce nella scienza politica, in quanto ogni
aspetto della vita sociale è riconducibile allo stato: i problemi della struttura
economico-sociale della Germania post-bismarckiana richiedevano un altro tipo
di considerazione, che era appunto offerto dalla nuova scienza. In questo
contesto si viene compiendo la formazione di una delle più importanti
personalità del movimento storicistico, cioè di Max Weber. Partito da studi a
cavallo tra storia del diritto e storia economica, il giovane Weber prende ben
presto parte a un'inchiesta sulla situazione del lavoro agricolo in Germania,
promossa dal Verein fir Sozialpolitik , analizzando nel volume Die Verhaltnisse
der Landarbeiter im ostelbischen Deutschland il processo di trasformazione
dell’agricoltura tedesca nelle regioni orientali e i problemi, anche politici,
che ne derivavano; in seguito altri aspetti dell’economia capitalistica
contemporanea attraggono la sua attenzione, finché nel ’97 una grave crisi
nervosa non lo costringe a interrompere per vari anni ogni attività. Ma già in
questo primo, intenso periodo di lavoro intellettuale viene a delinearsi il
posto centrale che, negli studi successivi di Weber, assumerà il problema del
capitalismo moderno e della sua individualità storica, cioè della sua
specificità rispetto alle altre forme di economia. Nel medesimo tempo
l’emergere di sempre più marcati interessi metodologici lo spinge a seguire da
vicino la discussione sul materialismo storico, che proprio verso la metà degli
anni ’go si estende dalla Germania verso altri paesi europei, e ad avvertire
l’esigenza di definire il procedimento delle scienze sociali. Così egli si
accosta alla problematica dello storicismo, al cui sviluppo offrirà poi un contributo
decisivo agli inizi del nuovo secolo. IV. Nel 1905, dopo quasi un decennio
dedicato prevalentemente all'analisi dei principali momenti di sviluppo della
cultura moderna, Dilthey riprendeva il progetto di una critica della ragione
storica , formulato nell’Einleitung in die Geisteswissenschaften. Egli si
rendeva certamente conto ne sono prova i tentativi piuttosto disparati di
prosecuzione, compiuti negli anni ’90 di non essere riuscito a realizzare
quella fondazione delle scienze dello spirito che si era proposto. Anzi, si
rendeva anche conto che la soluzione prospettata nel 1883 rischiava di
vanificare la validità oggettiva di tali discipline, riducendole
all’immediatezza dell’esperienza vissuta. Infatti, se le scienze dello spirito
hanno la propria base nell’esperienza vissuta che l’uomo ha di sé e degli
altri, e se la comprensione degli altri poggia sulla capacità di rivivere gli
stati interiori altrui com'era asserito nei Beitràge zum Studium der
Individualitit è chiaro che la validità della conoscenza storica e delle
discipline che la costituiscono rimane confinata al piano psicologico. Per dare
alle scienze dello spirito un fondamento conoscitivo adeguato era necessario
abbandonare questo piano, e garantire in qualche modo l’oggettività
dell’intendere, la partecipabilità dei suoi risultati. Ancora una volta il
punto di partenza era offerto dall'analisi della struttura della vita psichica,
alla quale sono dedicate in massima parte le tre Studien zur Grundlegung der
Geisteswissenschaften. Ma in quest’analisi Dilthey non soggiace più, come nelle
Ideen tiber eine beschreibende und zergliedernde Psychologie, alla tentazione
di risolvere il compito di fondazione critica delle scienze dello spirito in
una descrizione psicologica del loro procedimento. Un’impostazione del genere
non poteva ormai non apparirgli inficiata di psicologismo, cioè di una
confusione arbitraria tra determinazione delle condizioni di validità del
conoscere e analisi delle sue condizioni psichiche; e proprio lo psicologismo
era stato sottoposto pochi anni prima a una critica spietata da parte di Edmund
Husserl nelle Logische Untersuchungen (1900-1901), l’opera che segna l'inizio
del movimento fenomenologico. Come aveva rilevato Husserl, la psicologia è una
scienza sperimentale, che non può avanzare alcuna pretesa di fondazione; anzi,
essa stessa richiede di esser fondata nella sua validità, Dilthey, che aveva
letto attentamente le Logische Untersuchungen, recepisce questa critica: se il
punto di partenza della fondazione delle scienze dello spirito consiste
nell’analisi della struttura della vita psichica, essa non è tuttavia
riducibile a quest’analisi. L'indagine critica concerne la validità delle
scienze dello spirito: al di là della descrizione delle varie operazioni conoscitive,
sulla cui base si costituiscono le singole discipline, si pone appunto un altro
problema, quello della fondazione del loro metodo e dei loro risultati. In
questo contesto anche l’esperienza vissuta viene in qualche modo ridimensionata
nella sua importanza. Certamente, ogni manifestazione della vita psichica ha la
sua radice in essa, cioè nel corso ininterrotto dell’ErleZer, nella successione
di stati interiori da cui questo è formato. Ma l’Erleben possiede una sua
struttura, rappresentata dalla relazione tra atto e contenuto; e dai diversi
modi di questa relazione sorgono le varie forme di atteggiamento della vita
psichica, i suoi sistemi» cioè l'apprendimento oggettivo, il sentimento e la
volontà. La conoscenza coincide appunto col primo di questi sistemi, nel quale
è presente una tendenza verso l’oggetto, verso un oggetto concepito e qui è
evidente la suggestione di Husserl come parzialmente trascendente » rispetto
all’esperienza vissuta. Perciò essa si sviluppa su un piano ulteriore rispetto
all’Erleben: su questo piano sorgono le operazioni comuni a ogni specie di
apprendimento oggettivo, da quelle elementari (come la comparazione, la
distinzione, la relazione) a quelle proprie del pensiero discorsivo (come la
riproduzione memorativa di uno stato passato, il rapporto tra espressione e ciò
che è espresso, il giudizio, il concetto, il sillogismo), e si compie altresì
la differenziazione tra i metodi delle varie discipline, in particolare tra
scienze della natura e scienze dello spirito. In tale prospettiva Dilthey
affronta, nell’ultima delle Studier zur Grundlegung der Geisteswissenschaften
e, più ampiamente, in Der Aufbau der geschichtlichen Welt in den
Geisteswissenschaften (1910), il duplice problema della delimitazione delle
scienze dello spirito e della loro fondazione critica, Esso viene impostato
individuando il fondamento di queste discipline non più nell’esperienza
vissuta, ma nel nesso tra esperienza vissuta, espressione e intendere comune
sia all’introspezione sia alla comprensione storica, vale a dire sia alla
conoscenza di sé sia alla conoscenza degli altri. Ogni elemento del mondo umano
è infatti, per Dilthey, l’espressione di un'esperienza vissuta, l’espressione
della vita di un individuo. Ma questa espressione, la quale comporta la realizzazione
dell’esperienza vissuta all’esterno, in forme sensibili, è una realtà oggettiva
e osservabile: a questa realtà, non alla vita psichica nella sua immediatezza,
si rivolge il processo dell'intendere. L’intendere non si riduce quindi a un
atto di penetrazione simpatetica , al rivivere un certo stato interiore proprio
o di un altro individuo; tanto meno si riduce all’introspezione, poiché come
Dilthey afferma esplicitamente l’uomo si conosce soltanto nella storia, mai
mediante l’introspezione . Tuttavia intendere un elemento della realtà
spirituale vuol dire pur sempre riportarlo all’esperienza vissuta da cui è
scaturito, ossia considerarlo come espressione della vita: l’intendere non è
altro che un ritrovamento dell’io nel tu, la scoperta, in tutte le
manifestazioni storiche, della vita psichica dalla quale procedono. Il nesso
tra esperienza vissuta, espressione e intendere viene quindi a configurarsi
come un nesso circolare: come l’espressione deriva dall’esperienza vissuta e
l’intendere si riferisce all’espressione, così l’intendere deve anche risalire
per il tramite dell’espressione all’esperienza vissuta. Essendo fondate su tale
nesso, le scienze dello spirito risultano caratterizzate da un riferimento
retrospettivo all’esperienza vissuta. Come già nell’Ein/eitung in die
Geisteswissenschaften, così anche nell'ultima fase del pensiero diltheyano esse
poggiano dunque sul presupposto di un’identità fondamentale tra soggetto e
oggetto, e la loro possibilità deriva appunto dal fatto che la vita coglie qui la
vita. La loro certezza non è più immediata ma mediata, in quanto trova una
garanzia nel rapporto tra esperienza vissuta, espressione e intendere; tuttavia
anche questa garanzia trae origine, in ultima analisi, dall’appartenenza
dell’uomo allo stesso mondo studiato dalle scienze dello spirito, vale a dire
dalla struttura dell’uomo come essere storico. Perciò le categorie della
ragione storica, i modi di apprendimento del mondo umano, coincidono con le
forme strutturali di tale mondo: esse ne costituiscono la semplice traduzione
concettuale. Dilthey rimaneva così legato, anche nell’ultima fase del suo
pensiero, all’eredità metodologica della scuola storica. L’insistenza
sull’esperienza vissuta come radice di tutta la vita psichica, sul costante
riferimento retrospettivo ad essa delle scienze dello spirito, e nel medesimo
tempo il privilegiamento della vita considerata come la dimensione fondamentale
del mondo umano che ha fornito lo spunto a un’interpretazione metafisica della
filosofia di Dilthey, senza dubbio arbitraria ma tuttavia sintomatica ne sono
una chiara dimostrazione. Non del tutto a torto Husserl estendeva allo
storicismo diltheyano, nel saggio Philosophie als strenge Wissenschaft (1910),
la critica rivolta allo psicologismo. La costruzione del mondo storico
delineata negli scritti del periodo 1905-11 rimane sempre in un difficile,
precario equilibrio tra lo sforzo di svincolarsi dal piano dell’immediatezza,
dalla tendenziale riduzione della conoscenza storica all’esperienza vissuta, e
il permanente legame con la scuola storica e con i suoi presupposti
metodologici. Ma nei medesimi anni in cui il vecchio Dilthey esponeva
all'Accademia delle Scienze di Berlino i risultati conclusivi della sua analisi
delle scienze dello spirito, quei presupposti subivano una critica radicale e
definitiva da parte di Max Weber di trent'anni più giovane sulle colonne prima
dello Schmollers Jahrbuch e poi del rinnovato Archiv fir Sozialwissenschaft und
Sozialpolitik . Se per Dilthey la conoscenza storica coincideva pur sempre con
l’edificio concettuale della scuola storica, per Weber s’identificava ormai con
un complesso di discipline che si erano costituite la sociologia in primo
luogo, ma anche la scienza economica nella versione marginalistica
distaccandosi da tale edificio e respingendone sia l’impostazione generale sia
la pretesa di onnicomprensività. A queste discipline, al loro procedimento
concreto e ai loro rapporti si riferisce l’analisi metodologica di Weber, che
non a caso prende le mosse dalla polemica contro la scuola storica di economia.
Quando Weber ritorna agli studi nel 1901, il suo interesse è attratto
soprattutto dal problema largamente dibattuto in quel periodo del metodo della
scienza economica; e a questo è dedicato il suo primo saggio metodologico,
Roscher und Knies und die logischen Probleme der historischen Nationalbkonomie
(1903-06). Da circa mezzo secolo la scuola storica dominava gli studi di
economia negli ambienti accademici tedeschi: essa si proponeva, in opposizione
all'economia classica di Smith o di Ricardo, di indagare i fenomeni economici
nel loro sviluppo, come parte integrante della totalità della vita di un
popolo. Ciò facendo Roscher, Hildebrand, Knies avevano in realtà trasferito
all'ambito economico l’impostazione organicistica della scuola storica, la
visione del processo storico come prodotto di uno spirito del popolo che
garantisce, in ogni momento di sviluppo, la connessione dei diversi aspetti
della realtà sociale. Questa impostazione era stata criticata fin dal 1883 da Karl
Menger nelle Untersuchungen ùiber die Methode der Sozialwissenschaften und der
politischen Oekonomie insbesondere, un’opera che aveva dato inizio a una
celebre disputa. Weber riprende le obiezioni di Menger, respingendo la pretesa
di determinare leggi di sviluppo economico, cioè tendenze evolutive dei
fenomeni economici fornite di significato legale. Ma la sua critica si estende
subito all’intera eredità metodologica della scuola storica, all’edificio
concettuale che essa aveva costruito. E a tal fine egli si richiama a un’altra
opera apparsa da poco, ai Grenzen di Rickert, accogliendo la distinzione che
egli aveva formulato tra scienze naturali e scienze della cultura, Rickert gli
offriva infatti gli strumenti per condurre una duplice polemica: da un lato
contro l’oggettivismo storico, cioè contro la dottrina che ripone il fondamento
dell’autonomia della conoscenza storica in una determinazione oggettiva del
campo di ricerca, cioè in una presunta specificità ontologica dei fenomeni
storici, dall’altro contro l’intuizionismo storico, cioè contro la dottrina che
cerca tale fondamento in qualche forma di comprensione intesa come intuizione
immediata. Se Dilthey non è nominato, cadono invece sotto i colpi della
polemica di Weber autori come Wundt, Miinsterberg, Lipps, come il Simmel dei
Probleme der Geschichtsphilosophie e il Croce dell’Estetica. Il richiamo a
Rickert aveva però anche una portata positiva. Accogliendo un criterio
puramente metodologico di distinzione tra scienze naturali e scienze storico-sociali
Weber lasciava da parte l’antitesi di origine diltheyana tra spiegazione e
comprensione, e poteva rivendicare anche alla conoscenza storica un compito di
spiegazione causale. Soltanto che questa assumeva una connotazione particolare.
Nelle scienze naturali, infatti, la spiegazione consiste nel riportare un
fenomeno a leggi generali, di cui esso costituisce un semplice caso
particolare: tra l'avvenimento da spiegare e le leggi vi è un rapporto di
sussunzione . Nelle scienze storico-sociali la spiegazione riveste invece un
carattere individuale: essa è rivolta alla determinazione del rapporto causale
specifico che intercorre tra due o più fenomeni individuali, ossia tra momenti
successivi di uno stesso processo individuale di sviluppo. Sulla strada indicata
da Rickert era quindi possibile attribuire un compito esplicativo anche alle
scienze storico-sociali, ma asserirne al tempo stesso la diversità da quello
delle scienze naturali. La metodologia storiografica di origine romantica e al
pari di essa anche il positivismo avevano identificato la causalità con la
legalità; rifiutando tale identificazione Weber affermava, al contrario, la
specificità della spiegazione causale-individuale e la sua compatibilità con il
processo dell’intendere. Egli perveniva così a recuperare un elemento centrale
dell'impostazione diltheyana: la conoscenza storica deve, a differenza delle
scienze naturali, comprendere il proprio oggetto. Ma questa comprensione è
inseparabile dalla spiegazione causale. Più precisamente, la comprensione
consiste nella formulazione di ipotesi interpretative concernenti il senso
degli avvenimenti, che occorre poi verificare attraverso il ricorso alla
spiegazione causale. Si compie in tal modo l’incontro tra due orientamenti di
analisi metodologica, che nel corso degli anni ’90 erano apparsi
inconciliabili: da una parte la spiegazione causale viene svincolata dal
riferimento esclusivo a leggi generali, e si riconosce la possibilità di un
tipo di spiegazione proprio della conoscenza storica, orientato in senso
individualizzante; dall’altra l’intendere acquista una propria autonomia
metodologica nei confronti dell'esperienza vissuta, e il suo procedimento viene
ricondotto a regole oggettive. Su questa base Weber affronta, nel saggio Uber
die Objektivitàt sozialwissenschaftlicher und sozialpolitischer Erkenntis e
nelle Kritische Studien auf dem Gebiet der kulturwissenschaftlichen Logik, il
problema dell’oggettività delle scienze storico-sociali che rimarrà centrale
nella sua riflessione metodologica. Le condizioni di tale oggettività vengono
determinate per un verso nell’esclusione dei giudizi di valore, per l’altro
verso nel ricorso alla spiegazione causale. Weber accoglie infatti la
distinzione rickertiana tra giudizio di valore e relazione ai valori, per
affermare l’estraneità del primo a ogni forma di conoscenza e per individuare
nella presenza o nell’assenza di quest’ultima la differenza principale tra
conoscenza storica e scienze naturali. Le scienze storico-sociali poggiano su
una relazione ai valori che designa il riferimento a certi criteri di scelta
del dato rilevante per la loro indagine, i quali presiedono quindi alla sua elaborazione
concettuale. Ma nell’analisi di questa relazione Weber si distacca nettamente
da Rickert, lasciando cadere il presupposto della validità incondizionata dei
valori. Egli muove, al contrario, dall’affermazione della relatività dei
criteri di scelta impiegati dalle scienze storico-sociali, e perciò dalla
constatazione del carattere inevitabilmente soggettivo delle loro premesse,
cioè del loro condizionamento culturale. Si pone così il problema di stabilire
come, date queste premesse soggettive, le scienze storico-sociali possano
tuttavia pervenire a risultati validi oggettivamente. La garanzia di tale
validità è rintracciata nel principio di causalità, che vale seppure in forma
diversa sia nelle scienze naturali sia nelle scienze storico-sociali. Ma la
relatività dei criteri di scelta incide, in realtà, sullo stesso procedimento
di spiegazione causale. Essa rende impossibile in linea di principio, e non
solamente di fatto, determinare tutti gli elementi del processo causale da cui
scaturisce un certo evento: ogni spiegazione è sempre parziale, in quanto
individua una particolare serie di antecedenti e mai la totalità degli
antecedenti di un fenomeno. Ciò implica che il rapporto tra una certa condizione
o un certo complesso di condizioni (considerate come cause del fenomeno) e il
fenomeno da spiegare non è esprimibile in un giudizio di necessità, cioè in un
giudizio il quale asserisca che, data quella condizione o quel complesso di
condizioni, ne deriva immancabilmente come suo effetto quel fenomeno; esso deve
venir formulato su una diversa base categoriale, cioè in un giudizio di
possibilità oggettiva, La spiegazione di un avvenimento consiste perciò nella
determinazione delle condizioni che lo hanno reso oggettivamente possibile,
nonché del grado di rilevanza di ognuna di queste condizioni; tant'è vero che i
giudizi di possibili tà oggettiva si dispongono lungo una scala i cui estremi
sono costituiti dalla causazione adeguata e dalla causazione accidentale , cioè
dalla determinazione rispettivamente dell’indispensabilità o della
non-indispensabilità di una certa condizione per il verificarsi del fenomeno da
spiegare. Un oggetto storico, considerato nella sua individualità, non è
soltanto come si è visto indeducibile da un sistema di leggi generali, ma non è
neppure suscettibile di una spiegazione esaustiva. Le scienze storico-sociali
possono spiegarlo sempre in maniera parziale, riportandolo a una o più serie
particolari di condizioni; e i giudizi che enunciano tale rapporto sono appunto
giudizi di possibilità oggettiva. Affermando l’orientamento individualizzante
della spiegazione storica Weber non ha però inteso escludere il riferimento a
leggi generali, o per lo meno a uniformità di comportamento dei fenomeni
sociali : il sapere nomologico è anzi presupposto indispensabile per la stessa
formulazione di giudizi di possibilità oggettiva. Ma esso ha una funzione
puramente strumentale, nel senso che quelle che Weber chiama regole generali
dell’esperienza intervengono nel procedimento esplicativo soltanto come
supporto per la costruzione di processi tipico-ideali con i quali comparare il
processo reale, e sono impiegate in vista della determinazione di un nesso
causale tra fenomeni individuali. La relazione tra generale e individuale si presenta
così in maniera inversa nelle scienze naturali e nelle scienze storico-sociali.
Nelle prime il fenomeno viene ridotto a caso particolare di una legge, e anche
il rapporto di causa ed effetto tra due fenomeni viene considerato come una
semplice specificazione di un rapporto esprimibile in forma generale, cioè in
forma di legge. Nelle seconde il riferimento a regole empiriche generali serve
invece come mezzo: il sapere nomologico di cui la conoscenza storica si avvale
è costituito del resto da tipi ideali, cioè da concetti formati attraverso un
processo di astrazione dalla realtà empirica e di accentuazione unilaterale di
alcuni suoi elementi. Weber non si è però limitato a fornire una
caratterizzazione del procedimento esplicativo delle scienze storico-sociali in
termini individualizzanti, sulla linea tracciata da Rickert; gli ha anche dato
una struttura categoriale diversa da quello delle scienze naturali. Lo schema
di spiegazione della conoscenza storica, definito in termini di giudizi di
possibilità oggettiva, si presenta infatti come uno schema condizionale . Sotto
questo profilo che è probabilmente il più importante la teoria weberiana della
spiegazione rappresenta un radicale rifiuto del postulato di una struttura
legale della realtà sociale, che il positivismo ottocentesco aveva sovente
associato al modello di spiegazione su base deduttiva formulato da John Stuart
Mill. Per Weber la realtà sociale non è il dominio di leggi necessarie: in esse
si possono ritrovare soltanto uniformità di comportamento verificabili
empiricamente, la cui elaborazione concettuale dà luogo alle leggi che
costituiscono l'apparato teorico delle scienze storico-sociali. Perciò il
procedimento esplicativo di queste discipline poggia non già su relazioni
invariabili, bensì su possibilità oggettive; e i rapporti che esso pone in luce
sono rapporti di condizionamento i quali esprimono il grado maggiore o minore
di probabilità del verificarsi, sulla base di condizioni date, di un
determinato fenomeno. Mentre Dilthey concludeva una fase del dibattito
metodologico dello storicismo tedesco, Weber ne apriva contemporaneamente
un’altra. Ci troviamo qui di fronte a una svolta decisiva nello sviluppo del
movimento storicistico, a una svolta caratterizzata non soltanto dalla
consapevole rottura con l'eredità della scuola storica, ma anche dallo sforzo
di risolvere l'indagine critica nell’analisi metodologica del procedimento
concreto delle scienze storico-sociali e del loro tipo di spiegazione,
abbandonando le ambizioni di una loro fondazione filosofica. L'impostazione
weberiana avrà conseguenze durature, e di ampia portata, sullo sviluppo di
queste discipline, in primo luogo della sociologia. Del resto lo stesso Weber
simpegnerà in seguito, sulla linea tracciata nei suoi primi saggi metodologici,
nella definizione del compito e delle categorie della sociologia comprendente ,
indicando il suo oggetto specifico nelle uniformità dell'agire umano dotate di
senso e affermandone l’autonomia, anzi l’antitesi relativa, nei confronti della
ricerca storica. Su questa base egli giungerà a fornire, in quella che è
rimasta fino ad oggi l’opera più importante della sociologia novecentesca cioè
in Wirtschaft und Gesellschaft, pubblicata postuma una sistemazione organica
della teoria sociologica e dei principali campi d’indagine della nuova scienza.
V. La problematica dello storicismo tedesco non si esaurisce tuttavia nel
dibattito metodologico al quale abbiamo finora limitato la nostra attenzione.
Al contrario, alla discussione sul metodo della conoscenza storica, sulla sua
autonomia rispetto alle scienze naturali e sui suoi rapporti con le scienze
sociali si affianca, fin dall’inizio, la consapevolezza che lo sviluppo di
questo nuovo tipo di sapere non può non incidere sull'immagine dell’uomo e
della realtà, la consapevolezza che la dimensione storica deve in qualche modo
trovare diritto di cittadinanza in una concezione filosofica generale. Molti
anni prima dell’Etz/eitung in die Geisteswissenschaften, in una lettera che
risale al 1860, Dilthey aveva individuato la caratteristica fondamentale di
questa nuova concezione filosofica nello sforzo di comprendere l’uomo come un
essere essenzialmente storico, la cui esistenza si realizza soltanto nella comunità.
E in base a questo egli assumeva fin da allora una duplice posizione critica:
da una parte nei confronti di ogni metafisica la quale pretenda di cogliere il
significato della storia ancorandolo a un piano provvidenziale divino,
dall’altra nei confronti di qualsiasi tentativo di ricondurre il processo
storico a un principio assoluto ad esso immanente, Il rifiuto
dell’interpretazione teologica della storia diventerà esplicito nell’Einleitung
in die Geisteswissenschaften, in cui il sorgere delle scienze dello spirito
viene collegato al processo di liberazione del sapere dalla metafisica
tradizionale; ma era già implicito negli scritti precedenti, nella stessa
adesione del giovane Dilthey ai presupposti metodologici della scuola storica.
Ad esso si accompagna però l'atteggiamento polemico verso Hegel, il rifiuto del
postulato della razionalità della storia e di una visione del processo storico
come successione razionalmente ordinata di incarnazioni dello spirito del mondo
. Affrontando il problema dell’essenza della storia, Dilthey la identificava
con il puro e semplice movimento storico , inteso come il lavorare di una
generazione per la successiva, il concretarsi dell'individuo in rapporti
sociali ricchi di contenuto, per cui egli lavora . Questa presa di posizione
anti-metafisica, sorretta dal richiamo alle prospettive neocriticistiche, verrà
poi chiaramente in luce nell’Einleitung in die Geisteswissenschaften, in cui è
asserita in modo esplicito la storicità dell’individuo e del mondo umano nel
suo complesso, e in cui viene compiuto il tentativo di dare una definizione
della storia che prescinda dal riferimento a princìpi speculativi. La vita
dell’uomo si risolve nel processo storico, nell’instaurazione di rapporti con
gli altri individui e nella costruzione dei sistemi di cultura e dei sistemi di
organizzazione esterna della società; e ogni stato sociale è inserito in questo
processo, per cui risulta uno stato storico . La storicità viene in tale
maniera assunta a dimensione costitutiva non soltanto dell’uomo in quanto
individuo, ma dello stesso mondo umano che è oggetto delle scienze dello
spirito. Dilthey ritornerà più tardi, nell’ultima fase del suo pensiero, su
queste implicazioni più generali della propria filosofia, cercando di darne una
sistemazione organica. Ma già prima esse erano ben percepibili. Che lo
storicismo avesse conseguenze di ampia portata e soprattutto conseguenze
negative sulla considerazione di tutti gli aspetti della vita umana, che non
soltanto richiedesse nuove prospettive di analisi ma mettesse
contemporaneamente in crisi credenze e sistemi tradizionali, appariva chiaro
già pochi anni dopo la pubblicazione dell’Einleitung in die
Geisteswissenschaften. Ed era quasi inevitabile che il primo terreno a venirne
investito dovesse essere quello religioso. La consapevolezza delle implicazioni
filosofiche dello storicismo poneva infatti in questione il postulato del
valore assoluto della fede cristiana e, insieme ad esso, la possibilità di una
teologia. Dalla coscienza di questa crisi prende le mosse la speculazione di
Ernst Troeltsch. Erede della teologia liberale, allievo di Albrecht Ritschl,
Troeltsch avverte il carattere antinomico del rapporto tra storia e religione:
se ogni forma di vita religiosa è storicamente condizionata, se può esser
compresa soltanto in relazione ai diversi aspetti di una certa cultura o di una
certa epoca, nessuna religione può aspirare a una validità incondizionata. E
quindi anche il Cristianesimo diventa una religione come le altre, ossia un
prodotto dello sviluppo storico, privo perciò di quel fondamento soprannaturale
che doveva distinguerlo dalle religioni non cristiane. In questa prospettiva
Troeltsch affronta a partire dal saggio Christentum und Religionsgeschichte
(1897) il problema della specificità e della validità del Cristianesimo. Di
questo problema Troeltsch ha dato soluzioni oscillanti e non sempre coerenti,
dapprima indicando nel Cristianesimo non già la religione assoluta ma la
religione più alta alla quale l’umanità sia pervenuta nel suo sviluppo storico,
e recuperando così un quadro storico-evolutivo che aveva respinto nella sua
polemica contro il tentativo di conciliazione tra storia e religione compiuto
dalla concezione romantica, poi andando in cerca di un @ priori proprio della
vita religiosa che ne garantisca l’irriducibilità alle altre forme di attività
umana e affermando la presenza di valori assoluti all’interno del processo
storico. Pur nel variare delle soluzioni, l'orientamento del suo pensiero
rimane abbastanza determinato. Esso muove infatti dal riconoscimento che, con
il sorgere della coscienza storica moderna, anche la considerazione della
religione e quindi la costruzione di una teologia devono collocarsi sul terreno
della storia. Che cosa sia il Cristianesimo, quale sia la sua origine, se sia
giustificata la sua pretesa di validità universale, se abbia ancora senso una
teologia tutte queste sono questioni da affrontare sulla base di una
prospettiva storica, facendo rientrare il Cristianesimo nell’ambito di una
storia generale della religione. Nel volume Die Absolutheit des Christentums
und die Religionsgeschichte (1902) Troeltsch lascia cadere il tentativo di
ricondurre tutte le religioni a un nucleo comune o a una linea unitaria di
sviluppo, per guardare invece al Cristianesimo come a un fenomeno storico
individuale, nel quale si realizza non già il possesso — impossibile in linea
di principio — ma il grado più elevato di partecipazione alla verità religiosa.
Il Cristianesimo è interpretato quindi come una religione storicamente
condizionata, da indagare nel suo sviluppo e nelle sue diverse manifestazioni:
qualsiasi fondazione della fede cristiana deve procedere ormai da questo
riconoscimento, senza di cui essa è destinata a naufragare di fronte alla coscienza
storica. Tuttavia la storia non costituisce, per Troeltsch, una realtà
autosufficiente e chiusa in se stessa: al contrario, può riferirsi a valori
assoluti, a una realtà trascendente che si colloca al di fuori del processo
storico e che è accessibile soltanto in maniera parziale e in forme differenti.
Troeltsch trova così nella teoria dei valori il punto di partenza di una
giustificazione della vita religiosa. Fin dal saggio Die Selbstdindigkeit der
Religion egli si era richiamato al neocriticismo; cercando il fondamento della
religione e della sua autonomia in un principio trascendentale distinto da
quelli che presiedono alla conoscenza o alla moralità o all'arte: ma un
fondamento del genere rimaneva puramente formale, e non garantiva affatto la
validità oggettiva delle credenze religiose, tanto meno quella di una
determinata forma storica di religione. Anche in seguito il compito della
filosofia della religione è additato nella determinazione della possibilità
della vita religiosa come sfera a sé stante dell’attività umana; ma questa
viene individuata non tanto nella struttura della vita psichica — come farà
Dilthey nei saggi dedicati alla teoria dell’intuizione del mondo e, in
particolare, nel breve saggio Das Wesen der Religion — quanto nella relazione con valori
trascendenti. In tal modo il rapporto tra coscienza religiosa e valori si
configura come un caso specifico di un rapporto più generale, cioè del rapporto
tra l’uomo nella sua esistenza storica e un mondo al di là della storia, dal
quale egli deve trarre i propri criteri normativi. La posizione assunta da
’Troeltsch negli scritti di filosofia della religione degli anni ’90 e dei
primi anni del nuovo secolo era, per molti aspetti, emblematica. Nell’intento
di salvaguardare la vita religiosa dall’urto della coscienza storica e dalle
conseguenze relativizzanti che essa sembrava comportare, Troeltsch iniziava un
processo di recupero di prospettive metafisiche all’insegna della teoria dei
valori, che sarebbe stato ripreso con maggior coerenza dall'ultimo Windelband e
dal Rickert del dopoguerra (oltre che da lui stesso, nei successivi scritti di
filosofia della storia). Egli si rendeva ben conto che il riconoscimento della
storicità dell’uomo e del mondo umano era un'acquisizione definitiva, e che per
ritrovare nuove certezze occorreva pur sempre muovere da tale base. Il
tentativo idealistico di conciliare storia e religione — comune a
Schleiermacher e allo Hegel delle Vorlesungen tiber die Philosophie der
Religion — gli appariva una sostanziale mistificazione della vita religiosa e
della sua storia, arbitrariamente interpretata come la manifestazione
progressiva di un’ipotetica essenza della religione. Agli occhi di Troeltsch la
realtà storica era una realtà finita, distinta dal mondo trascendente dei
valori e in un rapporto problematico con questi; di conseguenza, il divino gli
si presentava come qualcosa di lontano, di accessibile soltanto parzialmente e
con fatica, in una dimensione diversa da quella del sapere scientifico. La
concezione romantica della storia, la concezione del processo storico come sede
di realizzazione di un piano provvidenziale, era così respinta esplicitamente:
tanto la filosofia hegeliana della storia, che nella successione dei singoli
spiriti dei popoli scorgeva la marcia incessante dello spirito del mondo , quanto
la visione rankiana che in ogni epoca ritrovava un rapporto immediato con la
divinità, appartenevano per lui a un passato ormai concluso. Il nuovo
storicismo veniva perciò a differenziarsi nettamente, nella sua concezione
della storia, da quello della prima metà del secolo XIX; e questa eterogeneità
traspariva con chiarezza dalla presa di posizione nei confronti di Hegel, Esso
era così destinato a incontrarsi in un dialogo che non cesserà mai di essere
più o meno polemico con il materialismo storico, il quale pure aveva preso le
mosse dalla crisi della filosofia idealistica della storia e dalla critica dei
suoi presupposti. Negli anni in cui l'emergere del problema del capitalismo
moderno, della sua origine e delle sue caratteristiche distintive costringeva
la cultura accademica tedesca a fare i conti con l’analisi marxiana (ed
engelsiana) del sistema capitalistico e del suo sviluppo, il materialismo
storico si trovava da parte sua impegnato in un difficile compito di revisione
delle proprie prospettive. Il crollo del capitalismo, che nel 1848 era potuto
sembrare imminente, si allontanava sempre più nel tempo, trasformandosi in un
obiettivo di lungo periodo; il sistema capitalistico si rivelava in grado di
assorbire le spinte del movimento operaio e di sopravvivere ai periodi di
depressione economica; la previsione di un progressivo accentuarsi della
divisione della società in due classi contrapposte appariva priva di
fondamento. Lo stesso Engels era costretto a riconoscere, nel 1895, la
discrepanza tra teoria e realtà, tra le aspettative rivoluzionarie e il
consolidamento del capitalismo. In questa situazione uno dei maggiori esponenti
della socialdemocrazia tedesca, Eduard Bernstein, avviava tra il 1896 e il 99
un processo di revisione dei princìpi dottrinali del marxismo, i cui risultati
pubblicati dapprima sulla rivista Neue Zeit confluiranno in seguito nel volume
Die Voraussetzungen des Sozialismus und die Aufgaben der Sozialdemokratie
(1889). La polemica di Bernstein si rivolge contro le interpretazioni del
materialismo storico in chiave deterministica, contro la trasformazione della
teoria materialistica della storia in una dottrina della necessità storica,
esprimibile in presunte leggi di sviluppo. A tale polemica si accompagna lo
sforzo di sottrarre il materialismo storico al postulato della riconducibilità
di ogni fenomeno a cause (in ultima analisi) economiche, di cui gli altri
aspetti della vita sociale sarebbero semplici manifestazioni sovra-strutturali,
Contro la distinzione tra struttura economica e sovrastruttura Bernstein fa
valere infatti la tesi della molteplicità dei fattori del processo storico,
rivendicando quindi l’autonomia della sfera politica e soprattutto della sfera
ideologica rispetto ai processi economici. Ogni fenomeno dev'essere spiegato
come il risultato dell'incontro e della cooperazione di cause diverse, tra cui
quelle economiche rivestono certamente un’importanza essenziale, ma in nessun
modo esclusiva e determinante. Questa riformulazione del materialismo storico,
che tendeva chiaramente a presentarlo non più come una concezione generale ma
come una teoria scientifica della storia, era destinata ad avere larga
risonanza fin dai primi anni del nuovo secolo anche nell’ambito del movimento
storicistico. Certo non in Dilthey, concentrato nella realizzazione del
programma di una critica della ragione storica , e neppure in Windelband o in
Rickert, che si proponevano di sviluppare una filosofia della storia sulla base
della teoria dei valori; ma piuttosto nei suoi esponenti più giovani, da Weber
allo stesso Troeltsch. E ancora una volta la religione diventava il terreno
principale di questa discussione, il terreno sul quale lo storicismo, impegnato
in un’interpretazione storica dei fenomeni religiosi, doveva però evitare al
tempo stesso la loro riduzione a processi puramente economici e assicurarne in
qualche modo l'autonomia. Fin dal 1904 Max Weber, ritornato al lavoro dopo una
parentesi di alcuni anni, affrontava il problema dell’origine del capitalismo e
dello spirito capitalistico , e formulava la celebre tesi della derivazione di
quest’ultimo dalla ricerca calvinistica di una conferma della salvezza
individuale attraverso il successo conseguito nell’agire mondano, in
particolare nell’attività professionale. In questa prospettiva il rapporto tra
fenomeni economici e fenomeni religiosi risultava rovesciato: lungi dal
determinare lo sviluppo della religione, il capitalismo è esso stesso
condizionato all’origine in uno dei suoi elementi costitutivi da un fenomeno
religioso qual è l’etica calvinistica. Tuttavia Weber era ben lontano da una
concezione spiritualistica della storia, del tipo di quella enunciata da Rudolf
Stammler in Wirtschaft und Recht nach der materialistischen
Geschichtsauffassung (1896) nei cui confronti egli assumerà anzi una posizione
aspramente critica in un saggio del 1907. Weber concepiva piuttosto la
relazione tra economia e religione (al pari di quella tra l’economia e
qualsiasi altra sfera della realtà sociale) come un nesso di condizionamento
reciproco, del quale si deve di volta in volta indagare la direzione e la
portata. Riconducendo l’origine non già del capitalismo ma di una sua
particolare componente, cioè dello spirito capitalistico, all’etica
calvinistica, Weber respingeva il materialismo storico come concezione generale
della storia, ma riconosceva la sua validità (e fecondità) in quanto principio
euristico, in quanto ipotesi interpretativa. In una sostanziale convergenza con
Bernstein anche se muovendo da una posizione di critica al materialismo
storico, non già di revisione interna egli rifiutava di ammettere un condizionamento
univoco dei processi storici, e quindi anche di quelli religiosi, da parte di
una presunta struttura economica della storia, e affermava l’impossibilità di
ricondurre qualsiasi fenomeno a cause solamente economiche; ma rivendicava
l’importanza di un’indagine diretta ad accertare il peso del condizionamento
economico sulle diverse sfere della vita sociale. L’unilateralità del
materialismo storico gli appariva nient’altro che un caso specifico della
unilateralità di ogni criterio di interpretazione: non la sua limitatezza, ma
la sua assolutizzazione è da respingere. E difatti nei successivi saggi
sull’etica economica delle religioni universali che confluiranno nei Gesammelte
Aufsitze zur Religionssoziologie (1920) Weber allargherà il proprio ambito di
considerazione, affrontando lo studio sia delle influenze che la situazione
economica e i rapporti di classe e di ceto esercitano sulla formazione e sullo
sviluppo delle dottrine religiose, sia del modo in cui queste orientano
l’attività economica di determinati gruppi sociali, il loro atteggiamento
tradizionalistico o razionalistico nei confronti del guadagno e del lavoro
professionale. In quei medesimi anni anche Troeltsch si accingeva a un’analisi
storica delle dottrine economico-sociali sorte sul terreno del Cristianesimo.
Lo separava da Weber non soltanto un’originaria diversità di interessi, ma
anche una differente valutazione della Riforma protestante, che questi
considerava un elemento decisivo per la formazione dello spirito capitalistico
e quindi della civiltà moderna, mentre Troeltsch vi scorgeva piuttosto nel
volume Die Bedeutung des Protestantismus fiir die Entstehung der modernen Welt la continuazione di una cultura su base
teologica quale quella medievale. Ma la lunga consuetudine degli anni di
Heidelberg, dove Troeltsch insegnò, lo portò ad attenuare questo giudizio e a
riconoscere le possibilità di sviluppo in senso liberale e democratico del
Calvinismo, contrapposto al Luteranesimo conservatore. Così, mentre Weber
estendeva la propria analisi alle religioni della Cina e dell’India, oltre che
alla religiosità ebraica, Troeltsch dedicava alla sociologia del Cristianesimo
un’opera di ampio respiro, Die Soziallehren der christlichen Kirchen und
Gruppen. Anch’egli si proponeva di indagare lo sviluppo del Cristianesimo,
dall’epoca primitiva al Cattolicesimo medievale e poi alla Riforma, nei suoi
mutevoli rapporti con la vita economica e con l’organizzazione della società,
ponendo in luce il trapasso dall’originario atteggiamento di indifferenza
rispetto al mondo a uno sforzo sistematico di subordinarlo a fini religiosi. E
in quest’impresa si trovava a dover fare i conti con il materialismo storico, a
rivendicare nei suoi confronti quell’autonomia della religione che costituiva
la preoccupazione dominante degli scritti degli anni '90. Ma la posizione di
Troeltsch veniva a divergere in maniera significativa al di là delle
dichiarazioni di principio da quella di Weber, in quanto egli postulava
l’esistenza di una causalità autonoma della vita religiosa e concepiva così il
condizionamento reciproco tra i vari tipi di fenomeni storici come incontro di
serie causali indipendenti. Se la critica di Weber si collocava sullo stesso
versante metodologico di Bernstein, quella di 'Troeltsch era piuttosto
assimilabile alla concezione spiritualistica di uno Stammler, in quanto si
richiamava a una definizione ontologica della struttura del processo storico.
Questa divergenza, ancora celata, verrà chiaramente in luce più tardi,
condizionando l’elaborazione della filosofia della storia di Troeltsch e
orientandola verso un esito assai diverso da quello a cui era pervenuto Weber. Allargando
la propria considerazione dal metodo della conoscenza storica alla struttura
oggettiva della realtà studiata dalle scienze storico-sociali, il movimento
storicistico si trovava impegnato nella critica delle concezioni della storia
prodotte dalla cultura filosofica della seconda metà del Settecento e della
prima metà dell’Ottocento, In tale maniera si compiva, da un lato attraverso il
rifiuto della visione del processo storico come manifestazione o realizzazione
di un principio assoluto, dall’altro attraverso la riduzione del materialismo
storico in termini metodologici, la dissoluzione della storia universale . Il
processo storico tendeva ad articolarsi in una molteplicità di processi
particolari, in una molteplicità di rapporti e di direzioni di sviluppo non
riconducibili a una matrice unitaria sia essa il cammino dello spirito del
mondo o la presenza della divinità o anche soltanto l’azione determinante della
struttura economica. Non più la storia come totalità, ma la storicità dell’uomo
e del mondo umano nelle sue dimensioni concrete diventava il centro di
riferimento di una considerazione filosofica della storia. Il problema del
senso della storia, di un senso inerente al processo storico in quanto tale ed
esprimibile in una direzione di sviluppo o in un termine ultimo, lasciava
perciò posto alla ricerca del significato dei singoli avvenimenti, delle
singole epoche e dei loro rapporti reciproci. Questo mutamento di impostazione
non rivestiva soltanto un carattere negativo: al contrario, esso dava luogo a
un'analisi strutturale del mondo umano e della sua storicità, alla
determinazione dei modi concreti in cui questa permea la vita degli individui e
della società. Tale sforzo speculativo accomuna, al di là delle differenze,
autori come Dilthey o Simmel o lo stesso Weber, e costituisce accanto al
dibattito sul metodo della conoscenza storica il secondo nucleo problematico
dello storicismo tedesco.L'analisi strutturale dell’uomo e del mondo umano
viene condotta lungo tre direttrici principali. La prima è rappresentata da
Dilthey, il quale tende sempre più chiaramente dopo l’Einleitung in die
Geisteswissenschaften a trasformare la critica della ragione storica in una
filosofia dell’uomo come essere storico, riportando le categorie delle scienze
dello spirito alla struttura del mondo umano che costituisce il loro oggetto
complessivo. La seconda è rappresentata da Simmel che, dopo il 1910, compie il
trapasso dalla prospettiva relativistica formulata nel periodo precedente a una
metafisica di tipo immanentistico, la quale individua nel rapporto tra la vita
e le sue forme la struttura fondamentale dell’esistenza. La terza è
rappresentata da Weber, il quale muove dall’analisi della relazione ai valori
per definire su tale base l’esistenza dell’uomo, e con essa il significato da
un lato della scienza e dall’altro della politica. Le tre direttrici di analisi
si distinguono, già a prima vista, per il diverso atteggiamento che assumono
nei confronti del relativismo. Dilthey afferma la relatività di ogni fenomeno
storico e l'immanenza dei valori alla storia; ma il suo relativismo è enunciato
soprattutto in chiave negativa, e viene a coincidere con il riconoscimento
della finitudine dell’uomo e del mondo umano in sostanza, esso non è altro che
il rifiuto di una concezione metafisica della storia la quale pretenda di
determinarne il senso attraverso il riferimento a qualche principio assoluto.
In Simmel lo storicismo viene invece identificato col relativismo, e la
conseguenza di ciò è che l’affermazione della relatività della vita si
trasforma nella sua assunzione a fondamento di ogni realtà: dal relativismo,
teorizzato in forma positiva, si sviluppa così una filosofia della vita di
stampo chiaramente romantico. Un esplicito atteggiamento anti-relativistico
caratterizza invece il pensiero di Weber: ai suoi occhi il relativismo poggia
su una teoria organicistica, che egli respinge per sostenere l’irriducibilità
dei valori al processo storico e per qualificare il rapporto dell’uomo con i
valori come una presa di posizione che comporta una scelta tra i diversi valori
e le diverse sfere di valori. Il riferimento ai valori perde quindi quella
funzione di garanzia della validità incondizionata della conoscenza e
dell’agire umano, che Windelband e Rickert gli avevano attribuito. Fin
dall’Einleitung in die Geisteswissenschaften Dilthey si è proposto di
determinare, sia pure in maniera sommaria, la struttura del mondo umano come
realtà storica. Questa struttura è caratterizzata dalla polarità tra
l'individuo e i sistemi costituiti in virtù delle relazioni che si instaurano
tra gli individui. L'individuo è il nucleo fondamentale, il Grundkòrper del
mondo umano, e quindi della storia. Ma l’individuo assume un’esistenza storica
soltanto nella misura in cui entra in rapporto con altri individui, cercando di
soddisfare i propri bisogni attraverso la divisione del lavoro e nel corso
delle generazioni. Da quest’azione reciproca, da queste relazioni che
acquistano una loro consistenza autonoma rispetto ai singoli uomini, sorgono
due tipi di sistemi, i sistemi di cultura e i sistemi di organizzazione esterna
della società. I sistemi di cultura vale a dire l’arte, la religione, la
filosofia, la scienza e così via nascono da una comunanza di scopi presenti in
una molteplicità di individui, che vi trovano la base della loro cooperazione.
I sistemi di organizzazione sociale cioè le varie istituzioni, dalla famiglia
allo stato e alla chiesa si reggono invece non soltanto su interessi comuni, ma
anche su rapporti di dominio e di subordinazione, e hanno quindi sempre un
carattere più o meno coercitivo. Gli uni e gli altri si sviluppano nel corso
temporale della vita, hanno cioè una dimensione storica: anche se il grado
della loro permanenza nel tempo è assai superiore a quello dell’esistenza
individuale, non per questo acquistano un’esistenza metastorica. Questa
struttura del mondo umano si riflette nell’edificio delle scienze dello
spirito, il quale comprende da un lato due discipline la psicologia e
l’antropologia che studiano in modo specifico l’individuo, dall’altro la
ricerca storica e le scienze dei vari sistemi di cultura e di organizzazione
sociale. In seguito, negli scritti del periodo 1905-1911, Dilthey è pervenuto a
concepire le categorie delle scienze dello spirito come la traduzione delle forme
strutturali del mondo umano. La vita, la temporalità, l'essenza e lo sviluppo,
il valore, lo scopo, il significato non sono categorie astratte, applicabili a
un oggetto qualsiasi; esse sono radicate nella struttura stessa del mondo
umano, la quale condiziona perciò il procedimento conoscitivo delle scienze
dello spirito. Su questa base il mondo umano viene inteso come il prodotto del
processo di oggettivazione della vita, vale a dire come spirito oggettivo anche
se in senso del tutto differente da quello hegeliano, ossia come il complesso
delle manifestazioni storiche dell’attività umana e la sua struttura è definita
facendo ricorso alla nozione di connessione dinamica . Questa nozione,
introdotta dapprima per caratterizzare la struttura della vita psichica e in
seguito estesa a ogni espressione della vita, designa un insieme organizzato di
elementi che ha il proprio centro in se stesso, che si prefigge scopi suoi
propri e che produce valori peculiari. È quindi una connessione dinamica sia il
mondo umano nel suo complesso sia ogni suo elemento singolo, dall’individuo ai
sistemi di cultura e ai sistemi di organizzazione sociale; anzi, il mondo umano
è una connessione dinamica la quale si articola, al suo interno, in una
molteplicità di connessioni che ne ripetono i caratteri strutturali. Non
soltanto la vita storica è orientata in vista di determinati scopi e crea
valori, ma ogni connessione dinamica è contraddistinta da scopi e valori
particolari, che la differenziano da tutte le altre. Riprendendo i risultati
dell'analisi strutturale condotta nell’Ein/eitung in die Geisteswissenschaften,
Dilthey riconduce i vari elementi del mondo umano al concetto unificante di
connessione dinamica. Ma accanto ai sistemi di cultura e ai sistemi di
organizzazione sociale si collocano ora anche le epoche storiche, che vengono a
costituire la struttura diacronica del mondo umano: se i due tipi di sistemi
rappresentano le forme permanenti di relazione tra gli individui, le epoche
storiche dànno alla loro attività una fisionomia diversa nel tempo. E difatti
ogni epoca, pur essendo collegata da molteplici rapporti sia con quelle
precedenti sia con quella che la segue come Dilthey pone in luce analizzando
l’esempio dell’Illuminismo è caratterizzata da un proprio orizzonte, nel quale
rientrano tutte le sue manifestazioni. Di conseguenza, queste traggono il loro
significato dall’appartenenza a una data epoca, e possono essere comprese
soltanto in relazione ai suoi scopi e ai suoi valori peculiari. La tesi
dell’autocentralità delle epoche storiche sfocia quindi nell’affermazione della
relatività di ogni fenomeno storico. Questa conclusione vale anche per il
sapere, e più specificamente per la filosofia. Negli ultimi anni di vita
Dilthey ha cercato di porre in luce le implicazioni che il riconoscimento della
fondamentale storicità dell’uomo e del mondo umano comporta per la filosofia e
per la sua tradizionale aspirazione a una validità universale. Dapprima nel
saggio Das Wesen der Philosophie (1905), in seguito in Das geschichtliche Bewusstsein
und die Weltanschauungen e in Die Typen der Weltanschauung und ihre Ausbildung
in den metaphysischen Systemen (entrambi del rgri), Dilthey ha tracciato le
linee di una filosofia della filosofia impostata sulla considerazione della
filosofia come una forma non già di sapere scientifico, bensì di intuizione del
mondo. La filosofia, infatti, non è in grado di offrire alcuna conoscenza
oggettiva: il suo sforzo di affrontare il mistero del mondo e della vita è
accostabile più a quello dell’arte e della religione che non al procedimento
d'indagine delle scienze della natura o delle scienze dello spirito. Arte,
religione e filosofia trovano così la loro unità non nello spirito assoluto a
cui Hegel le aveva ricondotte, bensì nell’intuizione del mondo, cioè in un
atteggiamento di fronte alla vita che è caratterizzato da un complesso di
conoscenze, di modi di sentire e di princìpi di condotta. Tutte e tre sorgono
su questa base, proponendosi di dare per vie diverse unarisposta al mistero del
mondo e della vita: l’arte lo fa in forma intuitiva, la religione andando in
cerca di un rapporto con l’invisibile, la filosofia formulando soluzioni che
aspirano a una validità universale. Perciò la filosofia risulta anch’essa
condizionata dal tipo di intuizione del mondo che esprime, e la sua pretesa di
dare una soluzione del problema della realtà che valga per sempre è
contraddetta dalla stessa molteplicità delle dottrine filosofiche. Questo
condizionamento è però duplice, in quanto procede per un verso dalla struttura
della vita psichica e per l’altro verso dal processo storico. In quanto esprime
concettualmente un'intuizione del mondo, ogni dottrina filosofica rientra in un
tipo particolare di visione della realtà, caratterizzata dall’importanza
preminente accordata a un certo aspetto della struttura psichica; rientra cioè
nell’ambito o del naturalismo o dell'idealismo oggettivo o dell'idealismo della
libertà, che corrispondono alle tre possibili forme di atteggiamento dell’uomo
nei confronti del mondo. Nel medesimo tempo ogni dottrina filosofica,
appartenendo a una data epoca storica, ne riflette i problemi e le
caratteristiche peculiari. La storia della filosofia viene perciò a
configurarsi come lo sviluppo e la lotta reciproca di tre tipi fondamentali di
metafisica, che ricorrono in veste nuova nelle varie epoche. Da quest’analisi
Dilthey trae la conclusione che la filosofia deve abbandonare la pretesa
metafisica di determinare un principio incondizionato della realtà. Anch’essa
deve, in altri termini, riconoscere la propria storicità, accogliendo i
risultati della coscienza storica moderna. Dilthey riprende così, a proposito
della filosofia, le considerazioni che Troeltsch aveva formulato in riferimento
alla religione. Ma, a differenza di Troeltsch, egli si guarda bene dal proporsi
una fondazione della filosofia che ne ristabilisca la validità universale,
rivelatasi ormai illusoria: egli intende piuttosto costruire una filosofia
della filosofia intesa come l’autoriflessione storica della filosofia sopra di
sé, che si sviluppa in primo luogo attraverso l’approfondimento del significato
storico delle diverse dottrine filosofiche. In questa prospettiva si inquadrano
i molteplici studi che Dilthey è venuto conducendo, soprattutto dopo il 1890,
sulla concezione dell’uomo nel Rinascimento e nella Riforma, sull’età di
Leibniz e sulla cultura illuministica tedesca, e infine sulla concezione filosofica
romantica e sull’influenza che questa ha esercitato sulla formazione di Hegel.
La relatività della filosofia è considerata non già come la conseguenza
negativa della coscienza storica moderna, come una conclusione paralizzante a
cui ci si debba sottrarre, ma come la condizione indispensabile di una nuova
impostazione di ricerca filosofica. Nei medesimi anni a partire dalla
Philosophie des Geldes (1900) fino agli Hauptprobleme der Philosophie e alla
raccolta di saggi PAilosophische Kultur anche Simmel era impegnato nel delineare una
prospettiva rigorosamente relativistica. Ma il relativismo di Simmel aveva una
base più psicologica che storica, ed era alimentato dal richiamo ad autori di
matrice romantica come Goethe, Schopenhauer e soprattutto Nietzsche. Il suo
punto di partenza era infatti rappresentato da un’interpretazione psicologica
delle categorie: anche se le forme del conoscere assolvono una funzione
distinta dal contenuto, e servono anzi a organizzarlo, non per questo sono
eterogenee rispetto ad esso. Le categorie derivano dall’esperienza, e hanno
quindi un'origine psicologica, non già un carattere trascendentale. Questa
impostazione che comportava un netto distacco dal neocriticismo e dal suo
sforzo di distinguere il piano della validità del conoscere da quello del
procedimento psicologico con cui lo si attinge conduceva Simmel ad affermare la
relatività non soltanto della conoscenza, ma di ogni attività umana. La verità
scientifica è relativa all'assunzione di determinati presupposti, i quali
rivestono carattere psicologico e non posseggono alcuna validità universale;
analogamente, il valore di un'azione morale o di un atto economico dev'essere
commisurato a criteri che sono anch'essi sempre relativi. La stessa filosofia
può pervenire a una verità soltanto relativa, la quale consiste nella capacità
di esprimere l'elemento tipico di una certa persona e di renderlo comunicabile
ad altri individui. In questo relativismo Simmel individuava l’essenza della
civiltà moderna, il risultato di un secolare processo di distacco dalla fede in
una verità universale e in valori incondizionati. Lo stesso rovesciamento dei
valori proclamato da Nietzsche era interpretato in maniera storicamente
discutibile come l’affermazione della relatività di ogni criterio di condotta
etica. Ma il relativismo simmeliano del primo decennio del secolo era pur
sempre definito in modo prevalentemente negativo; e in ciò stava la sua
genericità e insieme la sua ambiguità. Infatti il riconoscimento della
relatività di tutti gli aspetti della vita umana tendeva a trasformarsi in un
principio assoluto, ed esprimeva né più né meno che l’impossibilità di
trascendere la vita, considerata come l’orizzonte onnicomprensivo di ogni
attività umana. Erano così poste le premesse per il passaggio da una
prospettiva relativistica a una metafisica della vita, che Simmel compie negli
anni successivi al 1910 e che si manifesta soprattutto nei saggi apparsi su
Logos, nel volume Kan: und Goethe (1916) e infine nella Lebensanschuung. Di
questa metafisica egli rintraccia i presupposti remoti nella concezione
romantica della realtà, in particolare nell’organicismo di Goethe; e da Goethe,
l’antitesi del razionalismo kantiano, trae la visione della vita come un
processo continuo che si realizza in una molteplicità di forme, le quali si
distaccano dal divenire per acquistare una propria autonoma consistenza. La
dialettica tra la vita e le forme diventa così il tema centrale dell'ultima
fase del pensiero simmeliano. La vita è intesa come un corso infinito e
ininterrotto, che produce forme finite e che, dopo averle create, tende a
distruggerle. Le forme nascono così dal divenire della vita ma nel medesimo
tempo gli si contrappongono, e devono quindi resistere allo sforzo incessante
che la vita fa per riassorbirle in sé e per produrre altre forme. La vita è per
Simmel contemporaneamente più-vita (Me4rLeben) e più-che-vita (Me4r-als-Leben):
è più-vita nel senso che è continuo superamento di ogni limite che essa stessa
pone; è più-che-vita nel senso che si auto-trascende producendo una
molteplicità di forme finite le quali diventano indipendenti da essa. Da questa
dialettica emergono i mondi ideali , prodotto dell’organizzazione sistematica
delle forme, che nel loro insieme costituiscono lo spirito: ognuno di questi
mondi è trascendente rispetto al puro e semplice divenire della vita, e ha la
propria base in un principio fondamentale comune a tutte le sue forme, Tra
questi mondi ideali vi è anche il mondo della storia, nel cui ambito gli avvenimenti
acquistano un proprio significato elevandosi al di sopra del divenire della
vita. In tal modo la storicità, lungi dall'essere un attributo o una dimensione
della vita, viene a qualificare un piano di realtà trascendente rispetto ad
essa, in cui la temporalità del divenire non dissimile dalla durata reale di
Bergson, un filosofo verso il quale Simmel nutriva una non casuale simpatia
lascia posto al tempo propriamente storico. Ben diverso è l’esito a cui
perviene Weber riprendendo in esame, durante e dopo la guerra, il problema del
rapporto con i valori, e dando ad esso una portata più generale. Dopo i grandi
saggi metodologici degli anni 1903-06 Weber aveva concentrato i suoi interessi
da un lato sull’analisi dell'etica economica delle religioni universali, in
riferimento al problema dell'individualità del capitalismo moderno, dall’altro
sulla determinazione delle categorie sociologiche (alla quale è dedicato il
saggio Uber einige Kategorien der verstehenden Soziologie del *13). Lo scoppio
del conflitto aveva poi accentuato come vedremo il suo impegno politico, che
farà di lui, fino alla morte, uno dei maggiori protagonisti del dibattito
post-bellico in Germania. Sollecitato da questo impegno, egli ritorna nel 1917,
in un saggio dal titolo Der Sinn der Wertfreiheit der soziologischen und
òkonomischen Wissenschaften, sul tema della avalutatività delle scienze
storico-sociali, per ribadire la differenza di principio tra il compito di
queste discipline e la funzione dei giudizi di valore. Ma il discorso si allarga
ben presto a un tentativo di enucleare le implicazioni filosofiche della
propria impostazione metodologica, che Weber sviluppa sia in quel saggio sia in
due conferenze tenute a Monaco nel 1919 sulla scienza come professione e sulla
politica come professione . Diversamente da Dilthey (c anche da Simmel), Weber
non si propone di fornire un'analisi strutturale del mondo umano muovendo
dall’analisi del procedimento delle scienze storico-sociali: il campo di
ricerca di queste discipline non può essere per lui oggetto di un tipo di
considerazione distinto da quella metodologica, ma può essere individuato nelle
sue relazioni interne soltanto nell’ambito di questa, In altri termini, non
esiste una struttura oggettiva del mondo umano o della realtà storica a cui la
filosofia possa riferirsi prescindendo dal o pretendendo di andare oltre il
lavoro delle varie discipline, in un tentativo di unificarne i molteplici (e
anche variabili) punti di vista. Tuttavia la relazione di valore inerente al
procedimento conoscitivo delle scienze storico-sociali offre la base per un
discorso più ampio, che assume il rapporto con i valori come fondamento di
un’analisi dell’esistenza umana e della sua stessa storicità. Come si è visto,
Weber si era avvalso della nozione rickertiana di relazione ai valori per
distinguere le scienze storico-sociali per un verso dalle scienze naturali, per
l’altro verso dalla presa di posizione pratica che è costitutiva della politica
e dai giudizi di valore in cui questa si esprime. Le scienze storico-sociali si
differenziano dalle scienze naturali in quanto hanno a loro fondamento una
relazione con certi valori i quali presiedono alla selezione del dato empirico,
orientando la ricerca in una determinata direzione; si differenziano dall’agire
politico in quanto sono neutrali nei confronti dei fenomeni che esse studiano.
L’oggettività delle scienze storico-sociali è perciò garantita, in primo luogo,
dal fatto che il loro rapporto con i valori è eterogeneo rispetto a quello
implicito nei giudizi di valore. Ne deriva una duplice conseguenza, e cioè che
prescindendo dalle scienze naturali, a proposito delle quali Weber accoglie
acriticamente l’interpretazione che ne aveva dato il positivismo ottocentesco
l’attività umana è qualificata, in generale, da un rapporto con i valori, ma
che questo rapporto assume una configurazione diversa nelle sue varie sfere. Si
pone così a Weber il problema, fin allora rimasto in ombra, di determinare le
forme di tale relazione e di ricondurle eventualmente a una comune modalità. La
risposta a questo problema segna il distacco definitivo di Weber dalla teoria
dei valori qual era stata elaborata da Windelband e da Rickert, e soprattutto
dal suo sviluppo in senso metafisico, verso cui Rickert si avviava in quello
stesso periodo, Per Weber il rapporto con i valori non rappresenta più in alcun
modo un fondamento assoluto, capace di garantire la validità incondizionata del
sapere o dell’agire umano: al contrario, in ogni momento della propria esistenza
l’uomo si trova a dover compiere una scelta tra valori e tra sfere di valori in
conflitto reciproco. I valori cessano infatti di apparire come un mondo
organizzato sistematicamente, fornito di una propria coerenza interna: le sfere
di valori sono molteplici e non riconducibili a un ordine gerarchico, così come
i valori che appartengono a ogni sfera possono essere non soltanto diversi, ma
addirittura inconciliabili tra loro. Nel suo rapporto con i valori l’uomo è
obbligato a una scelta incessante, poiché l'assunzione di determinati valori
come criterio di orientamento del processo conoscitivo o dell’agire politico
comporta nel medesimo tempo la negazione o il rifiuto di altri. La relazione
tra l’uomo e i valori viene perciò a configurarsi sempre come una relazione
problematica, definita in termini di scelta da parte dell’uomo. Su questa base
Weber ha cercato di individuare il senso della scienza e, parallelamente ad
esso, il senso della politica. La scienza riveste ovviamente un'importanza
tecnica, in quanto consente l’elaborazione di determinati strumenti
suscettibili di uso pratico. Ma il suo significato non si esaurisce in questo;
anzi, la stessa funzione tecnica della scienza si tratti di scienze naturali
oppure di scienze storico-sociali rimanda alla questione se si debba o no
dominare tecnicamente la vita, e in vista di quali scopi. Muovendo da
quest’analisi Weber ha indicato, nel saggio Wissenschaft als Beruf (1919), il
senso della scienza nella sua capacità di fornire all’uomo la chiarezza , vale
a dire la consapevolezza del proprio agire e soprattutto del rapporto tra gli
scopi che si prefigge e i mezzi dei quali si serve per conseguirli, In tal modo
la scienza, pur non potendo formulare giudizi di valore, assolve una funzione
critica nei confronti dei valori, in quanto pone in luce le condizioni e le
conseguenze della loro realizzazione: se non la validità, almeno la
realizzabilità dei valori cade quindi sotto la sua considerazione. Ma anche il
senso della politica risulta definito in base a un rapporto con i valori,
seppure di diverso genere. Nel saggio Politik als Beruf (anch’esso del ’19)
Weber muove dalla constatazione che la politica consiste sempre in rapporti di
forza, in quanto ogni agire politico è diretto all’acquisizione o al mantenimento
di un potere garantito coercitivamente; ma perviene a riconoscerne il senso
nella dedizione a una causa, a un compito che dev'essere assolto appunto
attraverso la conquista e l’esercizio del potere. Il semplice dominio sugli
altri non costituisce lo scopo ultimo dell’agire politico più di quanto
l’utilizzazione tecnica di certi strumenti non costituisca il fine principale
della scienza: anch'esso acquista significato soltanto se vien posto in
rapporto con i valori. E infatti la dedizione a una causa , che dà all’agire
politico la sua coerenza interna, coincide sempre con una presa di posizione in
favore di determinati valori e contro altri. Così stando le cose, l’agire
politico non può non entrare in una relazione positiva o negativa con l’etica.
E infatti il rapporto tra etica e politica diventa un tema centrale nell'ultima
fase della riflessione filosofica di Weber fin dall'articolo Zwischen zwei
Gesetzen del 1916 intrecciandosi strettamente con l’analisi del rapporto
dell’uomo con i valori. Weber muove dalla distinzione tra due forme
fondamentali di etica, che obbediscono a criteri del tutto differenti: l’etica
della coscienza o dell’intenzione e l’etica della responsabilità, La prima è
caratterizzata dall'assunzione di un certo valore come scopo assoluto, da
perseguire sempre e in ogni caso, senza tener conto dei mezzi che occorrono per
la sua realizzazione; la seconda è caratterizzata invece dalla considerazione
del rapporto tra il valore assunto come fine e le sue condizioni o, una volta
che sia realizzato, con le sue conseguenze. L'etica dell’intenzione si esprime
in norme incondizionate, le quali prescrivono un determinato comportamento
prescindendo dalla possibilità di attuarlo di fatto: la sua manifestazione più
elevata è indicata da Weber nel Sermone della montagna, nell’etica evangelica
indifferente alle condizioni del mondo . Essa è un'etica irrelativa, che non
tiene conto dell’esistenza di altre sfere di valori o, al massimo, pretende di
subordinarle tutte al proprio imperativo assoluto: come tale, è indifferente
anche alla politica, se non addirittura ostile ad essa. Al contrario, l’etica
della responsabilità si esprime in norme le quali tengono presenti sia le
condizioni di realizzazione dei valori a cui l'agire si riferisce, sia le
conseguenze che questa comporta: il suo interesse è rivolto non soltanto al
perseguimento, ma anche all’attuazione effettiva di tali valori. Essa riconosce
quindi l’esistenza di altre sfere di valori, e in particolare l'importanza
dell’agire politico. Tra queste due forme di etica non c'è possibilità di
conciliazione e neppure d’incontro, ma c’è piuttosto un contrasto permanente.
Non diversamente dalle altre sfere di valori, anche quella etica contiene in sé
una scissione che le impedisce di offrire agli individui delle regole univoche
e incontrovertibili di comportamento. Così l’uomo risulta sempre coinvolto nel
conflitto tra i valori, e questi vengono a loro volta a dipendere
dall’assunzione o dal rifiuto che di essi compiono, in una situazione concreta,
i singoli individui. La stessa storicità dell’esistenza umana viene a
coincidere con questa presa di posizione di fronte ai valori, mediante la quale
l’uomo è impegnato a dare un senso al mondo. D’altra parte la validità dei
valori è definita dal loro rapporto con la storicità, in quanto lo sviluppo
storico è il terreno della loro possibile realizzazione. In tale maniera i
valori perdono quella trascendenza ontologica che aveva loro attribuito
Rickert, ma mantengono una trascendenza che si può dire normativa, nel senso
che assolvono una funzione di orientamento e di guida per l'agire umano. La
loro validità, se da un lato non è certo incondizionata, dall’altro non è
neppure circoscritta a una singola epoca o a un particolare ambito culturale.
Ciò spiega perché Weber abbia sempre respinto il relativismo, scorgendo in esso
il prodotto di una concezione organicistica che conduce a eliminare la
relazione problematica dell’uomo con i valori. Se la filosofia dei valori ne
postulava arbitrariamente la validità per tutte le epoche e per tutte le
culture, il relativismo presuppone non meno arbitrariamente un legame
necessario tra i valori e l'orizzonte storico di una singola epoca o di una
singola cultura: in entrambi i casi i valori cessano di essere il termine di
riferimento di una scelta da parte dell’uomo, per configurarsi come una
struttura determinante della sua esistenza. Coerentemente, perciò, il distacco
definitivo da un’interpretazione metafisica dei valori si accompagnava negli
ultimi saggi filosofici di Weber con la polemica anti-relativistica, e con
l’esplicito richiamo alla dottrina platonica secondo cui l’anima sceglie il suo
proprio destino e cioè il senso del suo agire e del suo essere . VII. Nel corso
del conflitto mondiale il panorama dello storicismo tedesco si trasforma
rapidamente. Scompaiono intanto, in breve volger di tempo, i maggiori
rappresentanti della sua prima generazione. Nel 1grr era morto Dilthey, dopo
aver dedicato la sua lunga esistenza al tentativo sempre rinnovato di costruire
una critica della ragione storica e dopo averne dato negli ultimi anni la
formulazione più compiuta. Nell'ottobre 1915 moriva Windelband e tre anni dopo,
nel settembre 1918, lo seguiva Simmel. Weber e Troeltsch, che appartenevano
ormai a una generazione successiva in quanto erano nati rispettivamente nel
1864 e nel 1865 sopravviveranno ancora per qualche anno, il primo fino al 1gzo
e il secondo fino al 1923; e saranno per entrambi anni di intensa attività
intellettuale e di impegno politico. Rickert vivrà invece più a lungo, fino al
1936; ma le sue opere, a partire da Die Philosophie des Lebens del ’20, sono
sempre più caratterizzate dallo sforzo di affermare l’autonomia ontologica dei
valori e di fornirne un’elaborazione sistematica, e si collocano ormai al di
fuori del movimento storicistico. Accanto a questi elementi biografici, un
altro fattore interviene a modificare in maniera profonda il panorama dello
storicismo tedesco: l’importanza decisiva che la politica e i suoi problemi
assumono nel dibattito filosofico. Dilthey, Windelband, Rickert, in fondo lo
stesso Simmel (pur così attento allo sviluppo delle scienze sociali) avevano
prestato scarsa attenzione alle vicende della Germania bismarckiana e
post-bismarckiana, o per lo meno i loro interessi politici non si erano mai
tradotti in uno sforzo di formulazione teorica. La stessa esaltazione del
passato tedesco, che si può trovare nel lavoro di ricostruzione storica di
Dilthey, e il risalto da lui dato alle peculiarità della tradizione culturale
tedesca rispetto a quella francese o inglese esprimevano assai più il richiamo
retrospettivo al mondo romantico anziché un'adesione al processo di
unificazione politica della Germania, Del resto, la formazione di Dilthey si
era compiuta prima dell'avvento di Bismarck al potere, in un ambiente ancora
permeato di motivi liberali su cui aleggiava il recente ricordo dell'assemblea
di Francoforte. Più in generale, il prevalere del problema dell’autonomia e
delle condizioni di validità della conoscenza storica e la connessione tra
analisi metodologica e analisi strutturale avevano contribuito a dare allo
storicismo tedesco un’impronta sostanzialmente apolitica; e i suoi esponenti
erano stati difatti filosofi accademici, inseriti nella vita universitaria
tedesca ma scarsamente partecipi a ciò che avveniva al di fuori. Questo stato
di cose cambia del tutto con la prima guerra mondiale: anche Windelband, poco
prima di morire, dedica il suo ultimo scritto, la lezione di guerra sulla
Geschicktsphilosophie (apparsa postuma nel 1916), alla ricerca di un senso
razionale della storia, impostandola in riferimento allo scoppio del conflitto
e alla rottura della solidarietà morale tra i popoli che esso comporta. Il
richiamo all’idea di umanità, intesa come principio regolativo del processo
storico, rappresenta la sua risposta al venir meno della fiducia in uno
sviluppo ordinato e pacifico del genere umano, che la guerra aveva
drammaticamente messo in questione. Sarebbe tuttavia errato far coincidere
l'emergere degli interessi politici in seno al movimento storicistico con la
crisi del 1914-18. Già prima, infatti, il processo di unificazione politica della
Germania e la soluzione bismarckiana erano stati oggetto della riflessione sia
di Weber che di uno storico a lui quasi coetaneo, Friedrich Meinecke. Figlio di
un deputato liberale, Weber aveva esordito sulla scena politica tedesca da
posizioni nazionalistico-conservatrici, ma ben presto se ne era distaccato per
avvicinarsi al gruppo dei socialisti della cattedra . Nei saggi del periodo
1893-95, che traevano le conclusioni dell'inchiesta condotta sulla situazione
del lavoro agricolo nella Germania orientale, egli poneva in rilievo il
decadere dell’aristocrazia fondiaria prussiana in un ceto di imprenditori
capitalistici, ormai incapace di assolvere la funzione politica di un tempo.
Negli anni successivi la sua opposizione al regime personale di Guglielmo II e
alla politica imperialistica divenne sempre più aperta; e con essa maturava
anche una valutazione più positiva del sistema parlamentare, favorita dallo
studio e dall’esperienza diretta della democrazia americana. Meinecke muove
anch'egli da una sostanziale adesione a posizioni conservatrici, condividendo
il giudizio della scuola storica prussiana sul modo in cui la monarchia degli
Hohenzollern e Bismarck avevano realizzato l’unità politica della Germania.
Allievo di Droysen, di Sybel, di Treitschke, egli è il continuatore della loro
impostazione storiografica e al tempo stessso l’erede della loro visione
politica; anzi, le sue indagini si ispirano a un preciso obiettivo di
giustificazione storico-politica del processo di formazione dello stato
nazionale tedesco. Fin dalla biografia dedicata a uno degli eroi delle guerre
anti-napoleoniche, il maresciallo Hermann von Boyen (pubblicata nel 1886-99),
l’analisi di questo processo è diretta a mostrare il carattere positivo, e
storicamente inevitabile, della soluzione prussiana, in contrapposizione alla
vanità dei tentativi compiuti dal liberalismo riformatore del ’48. Non soltanto
l’edificio politico bismarckiano, ma in generale il concretarsi delle
aspirazioni nazionali tedesche in un’organica struttura statale diventa dal
volume Das Zeitalter der deutschen Erhebung (1906) ai saggi raccolti sotto il
titolo Von Stein zu Bismarck (1909) e a Radowitz und die deutsche Revolution
(1913) il centro di riferimento delle successive ricerche di Meinecke.
Bisognerà attendere la guerra e la sconfitta tedesca perché egli avverta
finalmente i limiti della costruzione di Bisrmarck e si impegni in una
sostanziale revisione delle prospettive della scuola storica prussiana. La
prima grande opera di Meinecke, Weltbirgertum und Nationalstaat (1908),
costituisce infatti il tentativo più compiuto di giustificare l’edificio
politico bismarckiano, considerato come il punto di confluenza e d’incontro tra
la nazione culturale tedesca e la nazione territoriale prussiana. Meinecke si
propone qui di mostrare come da una parte le aspirazioni della cultura tedesca
al conseguimento dell'unità nazionale si siano gradualmente svincolate dalle
idee universalistiche di origine settecentesca, e come dall'altra lo stato
prussiano sia diventato l’interprete di tali aspirazioni e abbia saputo
realizzarle concretamente. Da Wilhelm von Humboldt a Novalis, a Friedrich
Schlegel, a Fichte, a Miiller, a Savigny, e infine a Ranke momento conclusivo
di questo processo la nazione culturale tedesca acquista coscienza della
propria individualità e del proprio diritto di costituirsi in una struttura
statale unitaria; e tale coscienza comporta appunto il progressivo abbandono
della visione cosmopolitica dell'Illuminismo e del suo astratto ideale di
umanità. Contemporaneamente la Prussia subordina i propri interessi particolari
a quelli della causa nazionale tedesca, assumendo l’egemonia del processo di
unificazione politica della Germania. Dopo il fallimento del ’48 Bismarck dà
così esistenza storica all’ideale nazionale che la cultura romantica aveva
proclamato, innestandolo sulla struttura dello stato prussiano. Questa
giustificazione dell’edificio politico bismarckiano era però destinata a
rivelare la sua intrinseca debolezza al momento della sconfitta tedesca. Già
prima e durante il conflitto Weber aveva denunciato i limiti della costruzione
di Bismarck, imputando ad essa la mancanza di una classe politica in grado di
dirigere il paese e di controllare il potere della burocrazia. In numerosi
saggi scritti nel corso della guerra, e soprattutto nel volume Parlament und
Regierung im neugeordneten Deutschland (1917), egli insisteva sulla necessità
di tener distinti i compiti del funzionario e del politico, ossia di non
ridurre la vita politica ad amministrazione; e ciò lo conduceva a sottolineare
la funzione dei partiti e del parlamento come sede di formazione di una classe
politica. La situazione della Germania guglielmina, con la sua dipendenza
diretta della burocrazia dal potere monarchico, gli appariva caratterizzata da
uno pseudo-costituzionalismo che sottraeva al parlamento la direzione e il
controllo dell'amministrazione pubblica. Se in Weber la critica a Bismarck e
all’eredità politica bismarckiana si innestava su una linea di sviluppo che
risaliva all’ultimo decennio dell'Ottocento, in Meinecke la sconfitta tedesca
aveva invece un effetto traumatico, e lo costringeva a un profondo processo
autocritico. Il suo originario conservatorismo lasciava posto alla
rivendicazione del regime democratico, la quale si accompagnava alla denuncia
del militarismo prussiano e del fallimento dei suoi sogni imperialistici.
Venivano così in luce i difetti insanabili, già indicati da Weber, di una
costruzione che non era riuscita a modificare il vecchio ordinamento
economico-sociale di origine feudale né a rendere le masse popolari partecipi
alla vita politica. Quella che un decennio prima era potuta sembrare una felice
sintesi tra nazione culturale e nazione territoriale , tra le aspirazioni della
cultura romantica all’unità nazionale e gli interessi della monarchia
prussiana, si rivelava ora a Meinecke come una soluzione debole, come un
compromesso instabile realizzato all’insegna di una politica di potenza che
avrebbe condotto al fallimento del 1918. Avanzata per la prima volta nel saggio
Kultur, Machtpolitik und Militarismus, sviluppata più ampiamente nei saggi di
Nach der Revolution, questa critica sfocierà in seguito in Das
preussisch-deutsche Problem im Jahre 1921 — nella revisione del quadro
storiografico tracciato in Weltbiirgertum und Nationalstaat. Più tardi ancora,
nel 1924, Meinecke ne trarrà spunto per affrontare il problema dell’antitesi
tra potenza e spirito, considerati come i momenti antinomici della vita
politica. Mentre Weber e Meinecke si portavano (al pari di Troeltsch) su
posizioni apertamente democratiche, appoggiando la repubblica di Weimar e
prendendo parte alla sua travagliata esistenza, la coscienza della sconfitta
tedesca trovava un'espressione emblematica in un’opera destinata ad avere
larghissima fortuna — in Der Untergang des Abendlandes di Oswald Spengler,
apparsa tra il '18 e il ’22. A differenza degli altri esponenti del movimento
storicistico, Spengler viveva ai margini della cultura accademica: dopo aver
conseguito il dottorato aveva dapprima insegnato in liceo, e si era quindi
dedicato all'attività pubblicistica. La sua stessa formazione filosofica non era
priva di aspetti dilettanteschi: i suoi autori prediletti erano Goethe e
Nietzsche, ma l’uno e l’altro subivano nell’opera spengleriana un sostanziale
travisamento. Accanto alla loro presenza non è difficile cogliere alcuni temi
caratteristici dell’ultimo Dilthey e di Simmel: anzi, i presupposti
fondamentali di Der Untergang des Abendlandes mostrano chiaramente la loro
derivazione da Dilthey, anche se si tratta di un Dilthey interpretato (e il più
delle volte frainteso) in senso relativistico. Spengler accoglie infatti la
distinzione diltheyana tra scienze della natura e scienze dello spirito,
trasformandola nell’antitesi tra il mondo come natura e il mondo come storia e
affermando l’irriducibilità della conoscenza storica al metodo della scienza
naturale; analogamente, egli fa propria la tesi dell’autocentralità delle
epoche storiche, traducendola nel postulato della radicale eterogeneità delle
culture e della loro reciproca incomunicabilità. Su questa piattaforma
s'innesta il richiamo alla prospettiva organicistica di Goethe, in virtù del
quale ogni cultura viene interpretata come un organismo biologico che deve
necessariamente percorrere il ciclo vitale proprio della specie alla quale
appartiene. Dalla visione della storia come sviluppo di una molteplicità di
culture chiuse in se stesse, destinate a morire dopo aver esaurito il complesso
di possibilità che le caratterizza al momento della nascita, deriva la profezia
spengleriana dell’imminente tramonto dell'Occidente , nella quale il crollo della
potenza della Germania si trasfigura nell’inevitabile destino di morte di
un'intera civiltà. L’impianto dottrinale di Der Untergang des Abendlandes si
regge in primo luogo, come si è accennato, sull’antitesi tra il mondo come
natura e il mondo come storia ; e questa vien fatta coincidere con la
contrapposizione goethiana tra divenuto e divenire. Il mondo come natura è
infatti il mondo del divenire, caratterizzato dall’estensione spaziale e dalla
necessità causale, che trova la propria formulazione nella legge matematica; il
mondo come storia è il mondo del divenire, caratterizzato dalla direzione del
corso temporale e dalla necessità organica, che si esprime nella forma vivente.
La loro conoscenza comporta perciò due specie differenti di logica: la natura
può essere appresa avvalendosi di una logica meccanica, che si regge sul
principio di causalità e sulla determinazione di rapporti matematici, mentre la
storia può essere colta soltanto attraverso la logica organica, che si regge
sull’intuizione della forma vivente. Spengler riprende quindi da Dilthey la
distinzione tra spiegazione e comprensione, ma riduce al tempo stesso
quest’ultima procedendo in senso opposto a Weber a un atto intuitivo,
all’immediatezza dello sguardo storico . Il rifiuto del metodo naturalistico e
della spiegazione causale mette così capo all’antitesi tra due tipi di
conoscenza, che vengono rispettivamente designati come sistematica e come
fisiognomica. C'è però ancora un’altra differenza, non meno importante. I due
tipi di conoscenza non si pongono più sullo stesso piano, come avveniva in
Dilthey: dal momento che ogni divenuto procede dal divenire, il mondo come
storia acquista una preminenza ontologica rispetto al mondo come natura , e
l’immagine della natura viene a dipendere dalla concezione del mondo,
storicamente condizionata, delle singole culture. Su questa base Spengler si
propone di realizzare una morfologia della storia universale , concepita come
studio delle forme viventi del divenire storico. Ma la storia universale si articola,
ai suoi occhi, in una molteplicità di forme non riconducibili a una superiore
unità. Il divenire storico non è il progressivo dispiegamento di un principio
unitario, ma coincide con la ripetizione necessaria di una medesima vicenda,
che è poi il ciclo biologico delle culture. La struttura portante del mondo
come storia è perciò non il singolo individuo e neppure l'umanità nel suo
complesso, ma la singola cultura, nel suo sorgere attraverso il distacco
dall’umanità primitiva astorica per definizione e nel suo successivo sviluppo
fino alla morte inevitabile, a una morte cui non può sottrarsi come non può
sottrarvisi nessun altro organismo. La storia è quindi storia di culture, e
l’esistenza storica dell’individuo è definita dalla sua appartenenza a una
cultura e al suo particolare mondo simbolico. Infatti, se è vero che tutte le
culture percorrono uno stesso ciclo, esse si differenziano d’altra parte tra
loro per quanto riguarda la concezione del mondo. Ogni cultura è infatti
caratterizzata, fin dalla nascita, da un complesso di possibilità, da una
propria eredità biologica che è diversa da quella delle altre culture. La
visione organicistica della storia e l'affermazione della relatività delle
culture e dei loro rispettivi mondi simbolici rappresentano così i due aspetti
strettamente connessi dell’impostazione di Der Untergang des Abendlandes.
"Tra le varie manifestazioni delle culture vi è sì una corrispondenza
formale, che consente di stabilire analogie e di dar luogo a uno studio
comparativo, ma c’è anche una radicale eterogeneità di contenuto: la matematica
occidentale e la matematica indiana, tanto per fare un esempio, non hanno alcun
rapporto tra loro. Non soltanto non esiste alcuna verità assoluta, ma ogni
prodotto storico e quindi anche ogni teoria scientifica, ogni dottrina
filosofica o religiosa, ogni norma etica non è altro che l’espressione di una
data cultura in un particolare momento del suo sviluppo. Di conseguenza, la sua
validità è circoscritta all'ambito della cultura che l’ha prodotta, ed è
ulteriormente limitata a una certa fase del suo processo evolutivo. Ogni
cultura ha un proprio orizzonte che abbraccia tutte le sue manifestazioni, e
che le rende perfino incomunicabili alle altre culture. Spengler perviene in
tal modo a preannunciare l'imminente tramonto dell’Occidente. L'analisi del
processo evolutivo della cultura occidentale rivela infatti che essa non
soltanto ha da tempo concluso la sua fase creativa, ma è ormai prossima alla
fine. Anzi, essa non è propriamente più una cultura, ma è una cultura
meccanizzata e divenuta, una cultura-in-declino (Zivilisation): ne è prova il
rovesciamento dei valori che caratterizza l’epoca moderna, al pari di qualsiasi
epoca di declino di una cultura. Spengler accoglie così la diagnosi che della
civiltà contemporanea avevano dato i critici aristocratici della seconda metà
dell'Ottocento, da Burckhardt a Nietzsche, i quali avevano guardato con timore
e preoccupazione all’avvento della democrazia e del socialismo, all’irrompere
delle masse sulla scena storica, all’importanza crescente del sapere
scientifico e della tecnica. La stessa contrapposizione tra Kultur e
Zivilisation esprime per un verso la predilezione, tipicamente romantica, per i
valori originari e primitivi della cultura, per l’altro verso la valutazione
negativa dell’azione uniformante della civiltà industriale moderna e delle
tendenze egualitarie che tendono a eliminare le differenze di ceto. Anche per
Spengler la dissoluzione del vecchio ordine sociale, il mutamento dei rapporti
tra le classi, il declino dell’aristocrazia e l’ascesa della borghesia, la
preminenza dell’economia sulla politica, l’onnipotenza del denaro sono aspetti
di una crisi che investe non soltanto la Germania, ma l’intero Occidente. A
questa crisi è impossibile sottrarsi, in quanto essa è il portato inevitabile
del ciclo biologico delle culture e si colloca quindi sotto il segno del
destino. L'individuo può soltanto riconoscerne la necessità, e cercare di
disporsi nella direzione del processo storico anziché pretendere vanamente di
opporglisi. L’opera di Spengler esprimeva la crisi politico-culturale della
Germania sconfitta, ma rivelava altresì l'incapacità di analizzarne i motivi
storici concreti e la tendenza a trasporla su un piano metafisico. Attraverso
la polemica contro la democrazia e il socialismo, attraverso l’esaltazione
degli aspetti primitivi della storia e il rifiuto della civiltà industriale
moderna, Spengler forniva elementi preziosi all'elaborazione dell’ideologia
nazista. In una serie di volumi di più immediato intento politico da
Preussentum und Sozialismus (1919) a Der Mensch und die Technik e a Jahre der
Entscheidung (1933) egli avanzava infatti la proposta di un socialismo
prussiano capace di restaurare l’autorità dello stato, e concepito come la
continuazione dell’ideale germanico della subordinazione dell'individuo alla
volontà collettiva del corpo sociale. Anche se Spengler guarderà sempre con
diffidenza a Hitler, rifiutando di riconoscersi nel movimento che andava al potere
nel °33, non per questo si può negare l’affinità profonda tra la sua posizione
anti-democratica (e anti-marxista) e l’ideologia del nazismo. La stessa
affermazione del dovere etico di accettare il destino poteva facilmente
tradursi in un atteggiamento di convinta adesione al nuovo regime, esaltato
come il segno dei tempi nuovi e lo strumento della riscossa tedesca. Su un
versante diverso, le conclusioni relativistiche di Der Untergang des
Abendlandes ponevano in luce un’altra crisi, quella dello storicismo; ponevano
cioè in luce il pericolo di una vanificazione dei valori a cui questo era
esposto. Non a caso lo stesso Weber, e con lui Troeltsch e Meinecke, si
affrettarono a prendere le distanze da Spengler e a denunciare le aporie della
sua opera. Dopo di allora l'ombra del relativismo graverà sempre minacciosa
sulla cultura filosofica tedesca, spingendola verso una restaurazione dei
valori che ne salvaguardasse, in qualche modo, la validità oltre l'ambito della
singola cultura o della singola epoca storica. VIII. Toccherà a ‘Troeltsch e a
Meinecke tentare una risposta alla crisi dello storicismo. Partiti da interessi
e da esperienze culturali differenti, essi si trovano alla fine del conflitto
impegnati in una comune battaglia contro le conseguenze relativistiche dello
storicismo e contro l’ anarchia dei valori che questo sembra comportare.
Lasciata Heidelberg, Troeltsch si era trasferito a Berlino passando
contemporaneamente dall’insegnamento della teologia sistematica a una cattedra
di filosofia; e qui egli incontrava Meinecke, che era approdato alla capitale
l'anno precedente. S’inizia così tra loro un periodo d’intensa collaborazione
filosofica a cui porrà termine, nel febbraio 1923, la morte di Troeltschj; e la
piattaforma dottrinale definita in questi anni continuerà a ispirare per lungo
tempo l’elaborazione teorica di Meinecke, ancora sotto il regime nazista e
negli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Comune a entrambi è la
consapevolezza della crisi dello storicismo, intesa secondo la formulazione di
Troeltsch, che Meinecke sostanzialmente condivide non già come una crisi della
ricerca storica ma come una crisi del pensiero storico , e cioè del significato
che la storia riveste per la concezione del mondo. Lo storicismo si configura
ai loro occhi come una concezione generale della realtà, che procede dalla
fondamentale storicizzazione del nostro sapere e del nostro pensiero: non tanto
uno sforzo di analisi metodologica delle scienze storico-sociali o di analisi
strutturale del mondo umano, quanto una visione complessiva del mondo e della
vita. Comune a Troeltsch e a Meinecke è pure l’intento di sottrarsi alla crisi
dello storicismo attraverso una restaurazione dei valori che ne recuperi
l’assolutezza un’assolutezza senza la quale l’uomo rimane privo di criteri di
orientamento per il proprio agire. La riduzione dei valori a prodotto storico,
nella quale Dilthey aveva visto una conquista positiva dello storicismo, appare
invece una sua conseguenza negativa, che mette in pericolo la stessa possibilità
di norme etiche. Perciò essi cercano nella teoria dei valori un punto di
appoggio per opporsi all’esito relativistico dello storicismo, che l’opera di
Spengler esprimeva in modo emblematico. Già nel 1904, al suo primo approccio ai
problemi della filosofia della storia, Troeltsch si era richiamato alla
definizione rickertiana dell’oggetto storico, indicandone il fondamento nella
relazione ai valori. Anche nel periodo berlinese in Der Historismus und seine
Probleme e poi nei saggi postumi raccolti sotto il titolo Der Historismus und
seine Uberwindung (1924) la teoria dei valori costituisce lo sfondo
dell’elaborazione filosofica di Troeltsch. Il punto di partenza del suo
tentativo di restaurazione dei valori è rappresentato infatti dalla
caratterizzazione dell'oggetto storico come una totalità individuale , a cui è
inerente una connessione di senso che la distingue in maniera radicale
dall'oggetto della conoscenza naturale. A differenza dei processi naturali,
l’oggetto storico è costituito da un rapporto con i valori che ne garantisce
l’unità, anzi un'unità di significato la quale abbraccia i molteplici elementi
che lo compongono. Troeltsch afferma così la presenza nell’oggetto storico di
un senso immanente, il quale viene identificato con il valore (individuale) di
tale oggetto. Ciò comporta un mutamento rilevante, ancorché non esplicito,
rispetto alla posizione di Rickert. Mentre per quest'ultimo il senso
dell’oggetto storico consisteva nel riferimento a valori incondizionati che si
realizzano storicamente ma che sussistono indipendentemente dalla storia, per
Troeltsch senso e valore coincidono: il mondo dei valori non è più un mondo
fornito di autonomia ontologica, ma diventa la connessione significativa
inerente allo sviluppo storico. Al pari del singolo oggetto storico nella sua
individualità, anche lo sviluppo storico nel suo complesso risulta costituito
dalla presenza immanente dei valori. Questi diventano perciò la struttura
assiologica della storia, la sua struttura per così dire assoluta . Il recupero
dell’assolutezza dei valori avviene postulandone non più la trascendenza
metafisica ma l'immanenza, e quindi ‘attraverso il ritorno alla nozione
romantica di individualità. In questa impostazione Meinecke poteva trovare una
sostanziale continuità rispetto al punto di vista espresso in Welrbirgertum und
Nationalstaat. Quando nel 1918, nel saggio Persònlichkeit und geschichiliche
Welt, egli affronta per la prima volta il problema del rapporto tra storia e
valori, è proprio la nozione romantica di individualità che gli permette di
riconoscere da un lato l’autonomia della singola persona e dall’altro la
presenza nella storia di forze sovra-personali che s'intrecciano dando vita ai
fenomeni storici. Lo sviluppo storico gli appare un processo nel quale l'uomo,
pur essendo inserito in una molteplicità di serie causali, produce tuttavia un
mondo di valori spirituali che, collocandosi oltre il livello dell’esistenza
naturale, si contrappongono alla causalità della natura. Si ripropone così, sul
terreno della storia, il problema kantiano del rapporto tra necessità e
libertà, concepito in termini per un verso di antitesi e per l’altro verso di
connessione. Per Meinecke lo sviluppo storico è infatti un intreccio
indissolubile di necessità e di libertà, dove il primo termine è identificato
con l’azione causale delle condizioni naturali e il secondo con la capacità di
creare valori culturali. Ma quest’intreccio è tutt'altro che una coesistenza
armonica: al contrario, la realizzazione dei valori comporta una lotta costante
contro le condizioni naturali e quindi lo sforzo di rompere il quadro della
loro causalità. La drammaticità di questo rapporto è stata posta in luce da
Meinecke soprattutto a proposito del mondo della politica e, in particolare,
dell’esistenza dello stato. Nella sua seconda grande opera storica, Die Idee
der Staatsrison in der neueren Geschichte (iniziata durante la guerra ma
pubblicata soltanto nel ’24), egli ha additato nell’antitesi tra potenza e
spirito la struttura fondamentale della politica e l’essenza stessa della
ragion di stato . Ma quest’antitesi non è altro che una manifestazione del
contrasto tra necessità e libertà. Da una parte la politica è legata a
condizioni naturali: al pari di ogni organismo, lo stato tende
all’autoconservazione e, per conservarsi, deve affermare la propria potenza nei
confronti degli altri stati e, occorrendo, in conflitto con essi, Dall'altra
parte la politica è in rapporto con i valori: anche lo stato si propone di
produrre o quanto meno di salvaguardare i valori culturali, procedendo oltre la
propria base naturale e abbracciando in sé la vita etica, giuridica, religiosa,
artistica di un popolo. Lo stato ha così un'essenza in qualche modo duplice:
esso è insieme necessità e libertà, natura e spirito, o più precisamente krdtos
e é:h05 vale a dire aspirazione alla potenza e aspirazione alla realizzazione
di valori culturali. La sua esistenza si svolge tra due poli, tra il polo della
naturalità da cui prende le mosse e il polo della spiritualità verso cui si
eleva. Questo contrasto intrinseco al mondo della politica costituisce
l’antinomia della ragion di stato , nel suo sempre rinnovato tentativo di conciliare
due termini tra loro inconciliabili. Che questo tentativo sia aleatorio, e dia
luogo soltanto a sintesi provvisorie, è dimostrato soprattutto dalla tendenza
del primo termine a prevalere sul primo, cioè dalla tendenza dell'impulso alla
potenza a subordinare a sé i valori culturali. La potenza è infatti
indifferente ai valori culturali e alla loro realizzazione, è indifferente
rispetto al bene e al male. Ma quest'amoralità della potenza trapassa di
continuo come dimostra la storia dell'idea di ragion di stato , da Machiavelli
fino a Treitschke nell’immoralità, ossia nel rifiuto o nella soppressione dei
valori culturali, Il diritto dello stato alla propria conservazione e al
proprio accrescimento lo spinge verso una politica di potenza di stampo bismarckiano,
nella quale l'autonomia dei valori va inevitabilmente perduta. L’antinomia tra
&rdtos e éthos appare quindi, in sostanza, un aspetto particolare
dell’antitesi tra il fondamento naturale della storia e l’aspirazione a valori
culturali; e l'esigenza di garantire l’autonomia di questi ultimi nei confronti
dell’opposta aspirazione alla potenza coincide con l’esigenza di salvaguardarne
l’assolutezza che, essa sola, può evitare che la relatività dei valori degeneri
in un relativismo dei valori . In Der Historismus und seine Probleme (apparso
due anni prima di Die Idee der Staatsrison) Troeltsch si proponeva di offrire
una via di uscita da questa difficoltà attraverso la formulazione di una
filosofia materiale della storia. Compito della filosofia della storia è, in
generale, quello di elaborare una sintesi culturale adeguata a una certa
situazione storica, e capace perciò di indicare agli individui la direzione di
sviluppo da percorrere in riferimento ad essa. Anche per l’epoca contemporanea
si pone un problema del genere: non diversamente dal passato, la filosofia deve
oggi proporre agli uomini un ideale di civiltà costruito attraverso una critica
immanente del processo evolutivo della cultura occidentale e la determinazione
delle sue possibilità di sviluppo. Perciò la sintesi culturale contemporanea
non può non essere condizionata dai valori specifici di un certo ambito di
civiltà, ed anzi esprimere questi valori assumendoli a criterio direttivo per
il futuro. Ancora una volta, quindi, i valori rivelano la loro intrinseca
relatività; e il rapporto con l'assoluto, lungi dal configurarsi come un dato
incontrovertibile, si presenta piuttosto come un compito da realizzare. Il
divenire storico, con la molteplicità e la variabilità delle sue forme, si
incontra e si scontra con il bisogno insopprimibile di trovare delle norme in
grado di fornire un orientamento sicuro all’agire umano. Ma allora come risulta
chiaramente dai saggi postumi di Der Historismus und seine Uberwindung la
conciliazione tra relatività storica e assolutezza rimane sempre problematica.
Essa è fondata, in ultima analisi, su una convinzione personale, su un atto di
fede. Una posizione del genere era senza dubbio assai debole; né i tentativi di
approfondimento compiuti in quegli stessi anni da Meinecke nei saggi Ernst
Troeltsch und das Problem des Historismus (1923) e Kausalitàten und Werte in
der Geschichte riuscivano a darle una base più solida. La stessa distinzione
tra causalità naturale e causalità etico-spirituale, che riposava
sull’identificazione di quest'ultima con lo sforzo umano di realizzazione dei
valori culturali, si richiamava sempre alla nozione romantica di individualità,
mettendo capo all’affermazione dell’individualità del valore e della sua
inerenza al processo storico. Non a caso, un decennio più tardi, l’adesione
allo storicismo e lo sforzo di sottrarlo alle spire mortali del relativismo si
compongono non tanto sul terreno teorico, quanto in un nostalgico quadro
retrospettivo delle origini dello storicismo. In Die Entstehung des Historismus
Meinecke muove dalla convinzione che lo
storicismo costituisca la maggiore rivoluzione culturale dell’età moderna, in
virtù della quale la fede giusnaturalistica in una ragione eterna e atemporale
ha lasciato il posto al duplice riconoscimento dell’individualità dei singoli
momenti del mondo umano e della loro appartenenza a un processo di sviluppo che
tutti li comprende. Il diritto naturale elemento costante della tradizione
filosofica occidentale, dal pensiero antico al Cristianesimo, dal Rinascimento
all'Illuminismo è considerato da Meinecke il grande antagonista dello
storicismo, e al tempo stesso il suo immediato antecedente storico. Sorto
attraverso un secolare distacco dall’impostazione giusnaturalistica, che ha
avuto inizio con il trapasso dal razionalismo seicentesco alla cultura
illuministica, lo storicismo è giunto alla sua piena maturità nel pensiero
tedesco di fine Settecento con Herder, con Mîser, con Goethe. In questa
prospettiva il rapporto tra Illuminismo e storicismo si presenta come un rapporto
di opposizione, ma anche di continuità: la cultura illuministica ha messo in
crisi, dall’interno, la fiducia nell’esistenza di norme razionali immutabili,
creando così le premesse di un nuovo senso della storia. Perciò lo storicismo
di cui Meinecke delinea il processo genetico è pur sempre identificato con la
concezione romantica della storia e con l’elaborazione dottrinale che questa ha
subìto da parte della scuola storica tedesca, in particolare ad opera di Ranke.
E nel richiamo a Ranke, il quale concepisce Dio al di sopra del mondo, il mondo
creato da lui, ma anche percorso dal suo spirito, e perciò affine a Dio e al
tempo stesso anche sempre imperfetto in quanto terreno , Meinecke cerca il modo
di sottrarre lo storicismo al suo esito relativistico. Contro l’idealismo
post-kantiano e contro la filosofia della storia di Hegel egli ribadisce in
polemica con Croce, che aveva sostenuto l’ascendenza hegeliana dello storicismo
e la sua identità col razionalismo concreto l'impossibilità di ricondurre il
processo storico a un principio razionale; contemporaneamente egli rivendica
nei confronti del movimento storicistico degli ultimi decenni l’assolutezza dei
valori, un’assolutezza operante nell’ambito della storia che designa
(rankianamente) la presenza di Dio in ogni epoca storica. Questa impostazione,
esplicitamente formulata in una serie di saggi poi raccolti in Vom
geschichtlichen Sinn und vom Sinn der Geschichte (1939) e negli Aphorismen und
Skizzen zur Geschichte (1942), segnava la conclusione dello sforzo speculativo
dello storicismo tedesco contemporaneo. Ma ne segnava anche, in larga misura,
il fallimento. L'ombra del relativismo dava luogo a un tentativo di
restaurazione dei valori che si risolveva, in fondo, nel ritorno alla visione
romantica della storia, a quella visione da cui il movimento storicistico aveva
cercato a partire da Dilthey di svincolarsi. E significativamente
l’affermazione della presenza dell’assoluto in ogni momento del processo
storico veniva a coincidere proprio con quella relativizzazione dei valori che
Troeltsch e Meinecke si erano proposti di evitare. La via di uscita dal
relativismo era trovata in un vago e generico rinvio al senso ignoto della
storia, alla possibilità di conciliare immanenza e trascendenza su un piano
inaccessibile alla logica umana. Caratteristico prodotto di un’epoca che aveva
guardato alla storia con fiducia, di un’epoca che aveva visto il consolidarsi
del capitalismo industriale e l’affermazione della potenza del nuovo stato
nazionale tedesco, di un’epoca che aspirava a penetrare scientificamente i
processi storici senza però ridurli naturalisticamente a processi biologici o
psicologici, il movimento storicistico non ha retto al trauma della guerra e
della sconfitta. Anche se i rapporti tra la crisi politico-culturale della
Germania post-bellica e la crisi dello storicismo tedesco sono tutt'altro che
diretti, e sfuggono in ogni caso a troppo facili semplificazioni del tipo di
quelle predilette dal Luk&cs della Zerstorung der Vernunft non si può
negarne né la sostanziale contemporaneità né la correlazione. Il movimento
storicistico ha ormai esaurito la sua carica produttiva; e la morte di Weber
può essere assunta come data emblematica di questa svolta. Da allora esso
guarda al futuro con timore, con il timore che il processo storico porti non
già all’accrescimento ma alla perdita del patrimonio culturale che la storia
precedente ha trasmesso. Da ciò il ripiegamento sul passato che spinge
Troeltsch e Meinecke a idealizzare l’eredità del pensiero romantico e a
cercarvi un rifugio. Il grandioso quadro storiografico di Die Enzstehung des
Historismus è sì un esame di coscienza dello storicismo, ma ne costituisce
anche quasi inconsapevolmente l’elogio funebre. In una Germania dominata dal
nazismo, la quale si apprestava a tentare una rivincita che avrebbe condotto a
un nuovo più grave disastro, in unclima culturale ormai caratterizzato dalla
presenza di altri orientamenti filosofici in primo luogo la fenomenologia e
l’esistenzialismo non c’era più posto per lo sforzo di analisi metodologica e
di analisi strutturale che lo storicismo aveva perseguito. Il ritorno alla
concezione romantica, al senso di uno sviluppo pervaso da forze irrazionali mai
completamente eliminabili, rappresentava la resa dinanzi al presente, e insieme
un tentativo di fuga dalla sua opprimente e disperata realtà. Non per questo,
tuttavia, l’eredità del movimento storicistico andava perduta. Nella breve e
travagliata stagione della repubblica di Weimar esso aveva fecondato per vie
diverse il sorgere dell’esistenzialismo, il rinnovamento del pensiero
marxistico, lo sviluppo lella sociologia del sapere. Dalla Psychologie der Weltanschauungen
di Jaspers a Sein und Zeit di Heidegger, da Geschichte und Klassenbewusstsein di
Luk&cs a Ideologie und Utopie (1929) di Mannheim, esso ha contribuito in
maniera decisiva al delinearsi di nuove prospettive filosofiche e di nuove
direzioni d'indagine storico-sociologica. Anche più tardi, quando il nazismo
sarà pervenuto al potere, il movimento storicistico continuerà ad agire
soprattutto fuori dei confini tedeschi, e un'intera generazione di studiosi più
giovani educati nell'immediato dopoguerra e costretti all'esilio all’inizio
degli anni ’30 recherà all’estero l'insegnamento di Dilthey, di Simmel e
soprattutto di Weber, Così lo storicismo tedesco è sopravvissuto in forme
molteplici alla propria crisi, mostrando la sua non ancora cessata capacità di
trasfigurazione. Vengono qui indicate soltanto opere di carattere generale, che
si riferiscono in tutto o in parte allo storicismo tedesco contemporaneo e ai
suoi rapporti con la cultura filosofica otto-novecentesca. Le monografie
dedicate a singoli autori sono menzionate nelle rispettive note bibliografiche.
R. Aron,
Essai sur la théorie de l'histoire dans l’ Allemagne contemporaine (La
philosophie critique de l’histoire), Paris. M. ManpeLsaum, The Problem of
Historical Knowledge, New York, Antoni, Dallo storicismo alla sociologia,
Firenze. H. R. von SrBik, Geist und Geschichte vom deutschen Humanismus bis zur
Gegenewart, Miinchen, Luracs, Die Zerstorung der Vernunft, Berlin; tr. it. Torino, R., Lo storicismo
tedesco contemporaneo, Torino, HucHes, Consciousness and Society (The
Reorientation of European Social Thought), New York; tr. it. Torino. R., Storia e storicismo nella filosofia,
Milano, Kon, Die Geschichtsphilosophie des 20. Jahrhunderts Kritischer Abriss
(tr. dal russo), Berlin, ScHmipr, Deutscher Historismus und der Ùbergang zur
parlamentarischen Demokratie: Untersuchungen zu den politischen Gedanken von
Meinecke, Troeltsch, Max Weber, Liùbeck-Hamburg, Branps, MHistorisme als
Ideologie: Het onpolitieke en anti-normative Element in de Duitse
Geschiedwetenschap, Assen, Iccers, The German Conception of History: The
National Tradition of Historical Thought from Herder to Present, Middletown
(Conn.); tr. tedesca col titolo Deussche Geschichtswissenschaft, Miinchen Tessitore,
Lo storicismo, nella Storia delle idee politiche, economiche e sociali, Torino.
Sulla storia e sui
significati del termine storicismo si rimanda ai seguenti studi: E. RorHacger,
Historismus, Schmollers Jahrbuch , Lee e Beck, The Meaning of Historicism ,
American Historical Review , Ranp, Two Meanings of Historicism in the Writings
of Dilthey, Troeltsch and Meinecke, Journal of the History of Ideas, XXV, R.,
Storicismo, nella Enciclopedia Feltrinelli-Fischer: Filosofia, Milano, ManpeLBAUM,
Historicism, in The Encyclopedia of Philosophy, New York, Iccers, Historicism,
nel Dictionary of the History of Ideas, New York. La presente edizione I testi compresi in questo volume
sono stati tradotti ex mzovo anche quando ne esisteva un'altra traduzione
italiana. Si è fatta eccezione soltanto per gli scritti filosofici di Dilthey e
per i saggi metodologici di Weber, a suo tempo tradotti dal curatore in due
volumi della Biblioteca di cultura filosofica di Einaudi, nonché per il primo
capitolo della Soziologie di Simmel, del quale si è utilizzata la traduzione
(non ancora pubblicata) di Giorgio Giordano per i Classici della sociologia
delle Edizioni di Comunità, e per l’altro saggio weberiano Wissenschaft als
Beruf, del quale si è utilizzata l'ottima traduzione di Antonio Giolitti. Anche
in questi casi, però, la traduzione è stata sottoposta a una revisione
accurata, e in diversi passi modificata a scopo di uniformità terminologica. Il
curatore desidera ringraziare pubblicamente Sandro Barbera, che ha prestato la
sua valida opera di traduttore, nonché Claudio Magris, Massimo Mori ed Enzo
Randone, che lo hanno aiutato a rintracciare alcune citazioni. Un particolare
ringraziamento va a Massimo Mori, che ha contribuito alla correzione delle
bozze. DILTHEY nasce a Biebrich am Rhein, nel ducato di Nassau, figlio di un
pastore calvinista. Dopo aver compiuto gli studi liceali a Wiesbaden, si
iscrive a Heidelberg e quindi a quella di Berlino. A Heidelberg è allievo dello
storico della filosofia Fischer, a Berlino di alcuni dei maggiori maestri della
scuola storica come il filologo classico Boeckh, lo storico Ranke, il geografo
Ritter, nonché di un altro illustre storico della filosofia, Trendelenburg. In
virtù del loro insegnamento la partecipazione di Dilthey al mondo della cultura
romantica, soprattutto alla poesia e alla musica da un lato e alla religiosità
dall’altro partecipazione di cui è testimonianza il diario, pubblicato dalla
figlia Clara Misch Dilthey col titolo Dilthey (Leipzig-Berlin; Gottingen) si
traduce nell’interesse storico per la concezione del mondo e per le
manifestazioni artisticoletterarie, religiose, filosofiche del Romanticismo
tedesco. Da questo interesse prese le mosse una serie di studi su Hamann e su
Schleiermacher, che metteranno capo dietro suggerimento di Trendelenburg prima
alla dissertazione di dottorato De principiis ethices Schleiermacheri (Berlin;
tr. it. Napoli) e poi al primo volume di un'ampia biografia rimasta incompiuta,
il Leben Schleiermachers (Berlin, 1867-70; 2° ed. a cura di H. Mulert,
Berlin-Leipzig, a cura di M. Redeker, Berlin, 1970). Dopo aver ottenuto
l'abilitazione a Berlino, Dilthey diventa professore di filosofia a Basile, per
poi trasferirsi a Kiel e a Breslau. In quest'ultima città egli stringe amicizia
col conte Paul Yorck von Wartenburg, con il quale egli avrà un intenso e
fecondo scambio intellettuale fino alla morte di lui: testimonianza di questo
scambio sono le lettere pubblicate postume (nel Briefwechsel zwischen Wilhelm
Dilthey und dem Grafen Paul Yorck von Wartenburg, Halle). Infine, Dilthey fu
chiamato a succedere a Lotze a Berlino. Priva di avvenimenti esteriori di
rilievo (Dilthey non partecipò mai alla vita politica tedesca), la vita di
Dilthey coincide sostanzialmente con la sua carriera accademica e con la sua
attività intellettuale. Morì a Siusi (Bolzano). Negli anni in cui scrive il
VersucA einer Analyse der moralischen Bewusstsein, presentato come lavoro di
dissertazione a gl’anni in cui pubblica il saggio Uber das Studium der
Geschichte der Wissenschaften vom Menschen, der Gesellschaft und dem Staat)
Dilthey ha elaborato i presupposti della propria impostazione filosofica,
staccandosi gradualmente dalle posizioni romantiche della sua gioventù e
avvicinandosi al movimento neoccriticistico. L'Habilitationsschrift, dedicata a
un'analisi della coscienza morale che riflette da vicino l'insegnamento di
Trendelenburg, vuol rivendicare nei confronti dell'etica kantiana il carattere
storico delle prescrizioni in cui si esprime l’imperativo categorico, e quindi
la variabilità del contenuto della morale. In seguito, la prolusione con la
quale Dilthey dà inizio al suo insegnamento a Basilea (Die dichterische und
philosophische Bewegung in Deutschland), se da un lato pone in rilievo
l’importanza del contributo che la cultura tedesca di fine Settecento, da
Lessing a Hegel, ha dato alla comprensione delle manifestazioni storiche del
mondo umano, dall’altro fa valere l'esigenza di estendere l’indagine critica
alle scienze che studiano la realtà storico-sociale. Il saggio riprende questi
temi impostando per la prima volta in termini espliciti il problema della
fondazione critica di queste discipline, ossia delle scienze dello spirito .
Questo problema costituisce il punto di partenza di tutta la successiva
produzione filosofica diltheyana del periodo berlinese. Compare il primo (e
anche unico) volume dell’Ein/eitung in die Gersteswissenschaften (tr. it.
Firenze, 1974), in cui Dilthey si propone di rivendicare l'autonomia delle
scienze storico-sociali nei confronti delle scienze naturali, determinandone le
caratteristiche specifiche e quindi le condizioni che ne garantiscono la
validità. Le scienze della natura e le scienze dello spirito si differenziano
secondo l'analisi diltheyana in primo luogo per il loro oggetto, in quanto le
prime studiano un complesso di fenomeni esterni all'uomo, mentre le seconde
studiano invece un dominio di cui l’uomo è parte integrante e di cui possiede
una coscienza immediata. A questa differenza di oggetto si accompagna perciò
una differenza di carattere gnoscologico, dal momento che i dati delle scienze
della natura provengono dall'osservazione esterna e i dati delle scienze dello
spirito derivano, in primo luogo, dall'esperienza interna, dall'esperienza
vissuta (Er/ebnis) che l'uomo ha di sé e dalla comprensione che può avere degli
altri uomini; inoltre, mentre le prime si propongono di fornire una spiegazione
causale, le seconde si avvalgono di categorie peculiari come quelle di
significato, di scopo, di valore ecc. Entrambi questi criteri di distinzione
riconducono però a una differenza di rapporto tra soggetto e oggetto: nelle
scienze della natura i due termini sono eterogenei tra loro, mentre nelle
scienze dello spirito il soggetto conoscente appartiene allo stesso mondo umano
che costituisce l'oggetto dell'indagine. Ma non soltanto il rapporto tra
soggetto e oggetto, bensì la stessa struttura del mondo umano presenta un
proprio carattere specifico. Il mondo umano ha il suo nucleo elementare, il suo
Grundkéòrper (come Dilthey lo chiama), nell’individuo, e appare costitui to da
un complesso di rapporti storicamente condizionati, dai quali sorgono i sistemi
di cultura e i sistemi di organizzazione sociale. Gli uni e gli altri devono
essere compresi nella loro esistenza storica, in quanto la struttura del mondo
umano è appunto storica. Da ciò deriva l’articolazione sistematica
dell’edificio delle scienze dello spirito. Da una parte la ricerca storica
indaga le manifestazioni del mondo umano nella loro individualità; dall’altra
le discipline di tipo generalizzante cercano di scoprire le uniformità del
mondo umano. E di queste fanno parte sia la psicologia e l’antropologia, che
hanno per oggetto l'individuo, sia le scienze dei sistemi di cultura e le
scienze dell’organizzazione esterna della società, le quali studiano
rispettivamente le forme culturali (arte, religione, filosofia, scienza ecc.) e
le istituzioni politiche, economiche, giuridiche in cui si strutturano i
rapporti tra gli uomini. L'Einleitung in die Geisteswissenschaften segna così
la data d'inizio, per così dire, del movimento storicistico tedesco. Le due
direzioni di ricerca che in essa si intrecciano, cioè l’analisi metodologica
delle scienze dello spirito e l’analisi della struttura del mondo umano come
mondo storico-sociale, vengono riprese da Dilthey in una serie di saggi successivi,
particolarmente nelle /deen tiber eine beschreibende und zergliedernde
Psychologie (1804) e nei Beitrige zum Studium der Individualitit (1895-96). Nel
primo, partendo dalla determinazione della struttura della vita psichica,
Dilthey formula il programma di una psicologia descrittiva e analitica che si
contrappone alla psicologia esplicativa e costruttiva di impostazione
positivistica, e attribuisce ad essa un compito di fondazione rispetto alle
altre scienze dello spirito compito che verrà in seguito messo in disparte. Nel
secondo egli addita nella spiegazione e nella comprensione i procedimenti
caratteristici propri rispettivamente delle scienze della natura e delle
scienze dello spirito e, respingendo la distinzione tra scienze nomotetiche e
scienze idiografiche che Windelband aveva formulato (come vedremo) nel 1894,
determina il compito delle scienze dello spirito nello studio
dell’individuazione storica, quale essa sorge sulla base dell'uniformità
attraverso la mediazione del tipo. Negli scritti del periodo (cioè,
all'incirca, del periodo successivo alla conclusione dell’insegnamento
berlinese) il problema della fondazione delle scienze dello spirito trova la
sua più matura formulazione. Soprattutto nelle Studien zur Grundlegung der
Geisteswissenchaften, in Der Aufbau der geschichilichen Welt in den
Geisteswissenschaften e negli appunti manoscritti che ne costituiscono il Plan
der Fortsetzung Dilthey realizza nella sua forma definiti va il progetto,
perseguito fin dalla gioventù, di una critica della ragione storica (tr. it.
Torino, 1954). Attraverso l’analisi delle scienze dello spirito egli perviene a
individuare il fondamento della loro validità nel nesso tra l’Erleben (ossia il
divenire della vita, di cui il soggetto è immediatamente consapevole),
l’espressione della vita e l’intendere: la vita si realizza in un complesso di
manifestazioni oggettive o di oggettivazioni che devono essere intese, cioè che
devono costituire il termine di riferimento dello sforzo umano di comprensione.
La conoscenza del mondo umano, fornita dalle scienze dello spirito, si
configura pertanto come una conoscenza dall’interno, che è opera dell’uomo
stesso; però questa conoscenza non è data immediatamente nell’introspezione, ma
può essere ottenuta soltanto attraverso lo studio dei prodotti storici
dell'attività umana. L’intendere implica un riferimento retrospettivo
all’Erleben, il quale è mediato dall'espressione; esso esprime la
consapevolezza dello scaturire di tutte le manifestazioni storiche dal processo
produttivo della vita. D'altra parte il mondo umano si configura come
l’oggettivazione dello spirito, cioè come spirito oggettivo anche se in senso
ben diverso da quello hegeliano. E l’analisi di questa struttura pone in luce
che ogni fenomeno del mondo umano è una connessione dinamica, la quale produce
valori e realizza scopi, avendo il proprio centro in se stessa. Di tale specie
sono non soltanto i sistemi di cultura e i sistemi di organizzazione sociale,
ma anche le epoche storiche, le quali si differenziano per i loro valori e fini
particolari e sono caratterizzate ognuna da un proprio orizzonte; cosicché ogni
epoca deve essere compresa in base al suo sistema di valori, il quale
costituisce il criterio di valutazione di ogni sua manifestazione. Attraverso
quest'analisi della struttura del mondo umano Dilthey perviene, negli scritti
del periodo, a riconoscerne la fondamentale storicità: già l'individuo in
quanto tale è un essere storico, e storicamente condizionati sono tutti i
fenomeni del mondo umano. La critica della ragione storica sfocia così in una
critica storica della ragione, vale a dire in una filosofia dell’uomo come
essere storico. La storicità del mondo umano coinvolge la stessa filosofia, che
risulta qualificata come una forma particolare di intuizione del mondo. Nel
saggio Das Wesen der Philosophie (tr. it. Torino) e negli altri due saggi
dedicati al medesimo tema, Das geschichtliche Bewusstscin und die
Weltanschauungen e Dice Typen der Weltanschauung und ihre Ausbildung in den
metaphysischen Systemen, Dilthey ha definito il rapporto tra filosofia e
intuizione del mondo. Arte, religione e filosofia sono tutti e tre modi di
esprimere un'’intuizione del mondo che non è soltanto una forma di conoscenza
della realtà, ma anche un complesso di valori, di fini e di regole di condotta,
ossia un atteggiamento di fronte alla vita; e la filosofia si
distinguedall’artee dalla religione per la sua aspirazione a una validità
incondizionata un’aspirazione che è però contraddetta dalla coscienza storica,
la quale pone in luce il condizionamento storico di tutte le dottrine filosofiche.
Su questa base Dilthey individua le forme tipiche di intuizione del mondo (e
quindi anche di filosofia) nel naturalismo, nell’idealismo oggettivo e
nell’idealismo della libertà, e interpreta la storia della filosofia come una
lotta tra questi tre tipi ricorrenti. Tra la pretesa di validità incondizionata
della filosofia e la coscienza storica si determina quindi un’antinomia, la
quale trova la propria soluzione in una filosofia della filosofia intesa come
indagine critica sulla possibilità e sui limiti della filosofia. Essa deve
porre in luce il carattere illegittimo della pretesa metafisica di offrire una
spiegazione globale della realtà, e richiamare la ricerca filosofica alla
consapevolezza della propria relatività storica. Questa concezione della filosofia
e della sua storia ispira anche le numerose opere di storiografia filosofica a
cui Dilthey ha dedicato gran parte della sua attività. Dai primi studi su
alcune figure del mondo culturale romantico e dalla biografia di Schleiermacher
egli è venuto allargando il proprio campo di ricerca al Rinascimento, alla
Riforma, all’Illuminismo, per poi ritornare all’analisi del Romanticismo
tedesco e dell’idealismo post-kantiano. Un primo gruppo di saggi, pubblicati
per la maggior parte e quindi raccolti sotto il titolo generale Weltanschauung
und Analyse des Menschen seit Renaissance und Reformation (tr. it. Firenze), è
dedicato al Rinascimento e alla Riforma, nonché al processo di fondazione del
sistema naturale delle scienze dello spirito nel secolo xvi. Un secondo gruppo
concerne invece la cultura filosofica del Settecento, con particolare riguardo
a Leibniz e a Federico Il: particolarmente importante tra di essi è quello
dedicato alla concezione illuministica della storia, Das achtzehnte Jahr
hundert und die geschichiliche Welt (tr. it. Milano). Un terzo gruppo riguarda
invece gli aspetti poetici e musicali della cultura romantica tedesca,
considerati nel loro rapporto con l'intuizione del mondo propria del
Romanticismo: essi sono raccolti in Das Erlebnis und die Dichtung (Leipzig; tr.
it. Milano) e nel volume postumo Von deutscher Dichtung und Musik (Leipzig,
1933). A questo filone di studi si collega l’ultimo dei lavori storici di
Dilthey, cioè l'ampia biografia del giovane Hegel tracciata in Die
Jugendgeschichte Hegels, nella quale la formazione del pensiero hegeliano viene
studiata nei suoi legami con l’ambiente culturale del Romanticismo tedesco e
indagata nei suoi motivi teologici . Al centro di tutti questi scritti sta la
connessione tra la filosofia e l'intuizione del mondo propria delle varie
epoche, analizzata nel ripresentarsi di certe posizioni fondamentali
corrispondenti ai vari tipi di intuizione del mondo che fanno della successione
delle diverse dottrine un processo storico unitario. Le opere di Dilthey sono
state raccolte nelle Gesammelte Schriften, edite dalla casa editrice Teubner.
Dopo la guerra, la casa Vandenhoeck und Ruprecht di Géttingen ha ristampato più
volte le opere di Dilthey, aggiungendovi nuovi volumi: la raccolta è tuttora da
completare. Il primo volume (a cura di B. Groethuysen) comprende l'Einlcitung
in die Geisteswissenschaften; il secondo (a cura di G. Misch) racchiude gli
studi sul Rinascimento e sulla Riforma, sotto il titolo Weltanschauung und
Analyse des Menschen seit Renaissance und Reformation; il terzo (a cura di P.
Ritter) raccoglie gli studi sull’età di Leibniz, sull'età di Federico il Grande
e il saggio Das achtzehnte Jahrhundert und die geschichtliche Welt, sotto il
titolo Studien zur Geschichte des deutschen Geistes; il quarto (a cura di H.
Nohl) comprende la Jugendgeschichte HRegels und andere Abhandlungen zur
Geschichte des deutschen Idealismus; il quinto e il sesto (a cura di G. Misch,
che vi ha premesso un ampio e importante Vorbericht) raccolgono, sotto il
titolo complessivo Die geistige Welt: Einleitung in die Philosophie des Lebens,
alcuni saggi fondamentali tra cui Uber das Studium der Geschichte der
Wissenschaften vom Menschen, der Gesellschaft und dem Staat, i Beitrige zur
Lòsung der Frage vom Ursprung unseres Glaubens an die Realitàt der Aussenwelt
und seinem Recht, le Ideen iiber eine beschreibende und zergliedernde
Psychologie, i Beitrige zum Studium der Individualitit, Das Wesen der
Philosophie, nonché diversi altri saggi di poetica e di estetica; il settimo (a
cura di B. Groethuysen) racchiude, sotto il titolo Der Aufbau der
geschichtlichen Welt in den Geisteswissenschaften, le tre Studien zur
Grundlegung der Geisteswissenschaften, l'ampio saggio che dà il titolo al
volume e il relativo Plan der Fortsetzung; l'ottavo (a cura di B. Groethuysen)
comprende i saggi dedicati alla Weltanschauungslehre, e cioè Das geschichtliche
Bewusstsein und die Weltanschauungen e Die Typen der Weltanschauung und ihre
Ausbildung in den metaphysischen Systemen; il nono (a cura di O. F. Bollnow) è
dedicato alla Pidagogik; il decimo (a cura di H. Nohl) racchiude il System der
Ethik; l'undicesimo (a cura di E. Weniger) raccoglie, sotto il titolo
complessivo Vom Ausgang des geschichtlichen Bewusst sein, numerosi saggi
giovanili su storici tedeschi dell'Ottocento; il dodicesimo (a cura di E.
Weniger) comprende vari saggi Zur politischen Geschichte, a cui fa seguito
l'elenco completo degli scritti di Dilthey); il quattordicesimo (a cura di M.
Redeker, e apparso nel 1966, su licenza dell’editore de Gruyter) contiene il
vol. II del Leben Schleiermachers; il sedicesimo (a cura di U. Herrmann)
raccoglie, sotto il titolo complessivo Zur Geistesgeschichte des 19.
Jahrhunderts, una serie di articoli e di recensioni del periodo. Rimangono al
di fuori delle Gesammelte Schriften i seguenti volumi, già menzionati nella
nota biografica: Der junge Dilthey. Ein Lebensbild in Briefen und Tagebiichern,
Leipzig-Berlin, e Gòttingen; Das Erlebnis und die Dichtung, Leipzig-Berlin, ”,
1g1o3, e Géttingen, 4; Von deutscher Dichtung und Musik, Leipzig-Berlin, 1933,
e Gòttingen. Il Leben Schleiermachers è stato completato con la pubblicazione
del secondo volume, Schleiermachers System als Philosophie und Theologie (a
cura di M. Redeker), Berlin; lo stesso Redeker ha in seguito dato una nuova
edizione critica del primo volume, Berlin, Rimangono inoltre al di fuori delle
Gesammelte Schriften varie raccolte di lettere, e precisamente: il Briefwechsel
zwischen Wilhelm Dilthey und dem Grafen Paul Yorck von Wartenburg, Halle, ; i
Briefe Wilhelm Diltheys an Beyrnhardt und Luise Scholz, Sitzungsberichte der
Preussischen Akademie der Wissenschaften , Philosophisch-historische Klasse, Briefe
Diltheys an Rudolf Haym, Abhandlungen der Preussischen Akademie der
Wissenschaften , Berlin. Si veda inoltre W. Biemel, Einleitende Bemerkung zum
Briefwvechsel Dilthey-Husserl, Man-World. Tra l'ormai vasta letteratura critica
dedicata all'opera e al pensiero di Dilthey segnaliamo gli studi seguenti: B.
GroetHursen, Dilthey, Deutsche Rundschau , Stern, Der Begriff des Geistes bei
Dilthey, Tùbingen, col titolo Der Begriff des Verstehen bei Dilthey, Tiibingen,
1926. B.
ScHarpnact, Diltheys Verhdltnis zur Geschichte, Berlin, Lanporese, Diltheys
Theorie der Geisteswissenchaften, Halle, MiscH, Lebensphilosophie und
Phinomenologie. Eine Auscinandersetzung der Diltheyschen Richtung mit Heidegger
und Husserl, Bonn, e Leipzig-Berlin, 1931, infine Stuttgart, Karsuse, Wilhelm
Diltheys Methode der Lebensphilosophie, Hiroshima, Decener, Dilthey und das
Problem der Metaphysik, Bonn-Kéln, Liesert, Wilhelm Dilthey, Berlin, 1933. C.
Cuppers, Die erkenntnistheoretischen Grundgedanken Wilhelm Diltheys,
Leipzig-Berlin, Hennic, Lebensbegriff und Lebenskategorie. Studien zur
Geschichte und Theorie der geisteswissenschaftlichen Begriffsbildung mit
besonderer Beriicksichtigung Wilhelm Diltheys, Aachen, StenzeL, Dilthey und die
deutsche Philosophie der Gegenwart, Philosophische Vortrige der
Kant-Gesellschaft , Berlin, Masur, Wilhelm Dilthey und die europdische
Geistesgeschichte, Deutsche Vierteljahrschrift fir Literaturwissenschaft und
Geistesgeschichte , BiscHorr, Wilhelm Diltheys geschichiliche
Lebensphilosophie, LeipzigBerlin, BoLLnow, Dilthey. Eine Einfihrung in seine
Philosophie, Leipzig Berlin, e Gottingen, ErxLEDEN, Erlebnis, Verstehen und
geschichiliche Wahrheit. Untersuchungen tiber die geschichiliche Stellung von
Wilhelm Diltheys Grundlegung der Geisteswissenschaften, Berlin, Puccraretti,
Introduccibn a la filosofia de Dilthey, La Plata, Grocx, Diltheys Grundlegung
einer twissenschaftlichen Lebensphilosophie, Berlin, Giusso, Dilthey e la
filosofia come visione della vita, Napoli, Henner, Der Begriff der Lebendigkeit
im Diltheys Menschenbild, Berlin, Hopces, Wilhelm Dilthey: an Introduction,
London, MiscH, Vom Lebensund Gedankenkreis Diltheys, Frankfurt a.M., Imaz, E!
pensamiento de Dilthey: evolucién y sistema, México, Hotsorn, Dilthey and the
Critique of Historical Reason, Journal of the History of Ideas , Hopaes, The
Philosophy of Wilhelm Dilthey, London, Masur, Wilhelm Dilthey and the History
of Ideas, Journal of the History of Ideas , Krusacx, Diltheys Philosophy of
History, New York, Diaz pe Cerio Ruiz, Dilthey
y el problema del mundo histérico, Barcelona, Necri, Saggi sullo storicismo
tedesco: Dilthey e Meinecke, Milano, WaisMann, Dilthey o la lirica del
historicismo, Tucumîn, 1959. J.-F. Suter, Philosophie et histoire chez Wilhelm
Dilthey, Basel, 1960. F. Diaz pE Certo Ruiz, Introduecibn a la filosofia de W.
Dilthey, Barcelona, Diwarp, Wilhelm Dilthey: Erkenntnistheorie und Philosophie
der Geschichte, Géttingen, MuLLer-VoLuMER, Towards a Phenomenological Theory of
Literature: A Study of Wilhelm Dilthey's Poetik , The Hague, REnTHE-FinK,
Geschichilichkeit: ihr terminologische und begriffliche Ursprung bei Hegel,
Haym, Dilthey und Yorck, Gòttingen, Marini, Dilthey e la comprensione del mondo
umano, Milano,Gorsen, Zur Phinomenologie des Bewusstseinsstroms. Bergson, Dilthey, Husserl,
Simmel und die lebensphilosophischen Antinomien, Bonn, Hiunermann, Der
Durchbruch geschichtlichen Denkens im 19. Jahrhundert: Johann Gustav Droysen,
Wilhelm Dilthey, Graf Paul Yorck von Wartenburg, Freiburg i.B., Catasrò,
Dilthey e il diritto naturale, Napoli, Krausser, Kritik der endlichen Vernunft.
Wilhelm Diltheys Revolution der allgemeinen Wissenschaftsund Handlungstheorie,
Frankfurt a.M., Parmer, Hermeneutics: Interpretation Theory in Schleiermacher,
Dilthey, Heidegger and Gadamer, Evanston (IIl.) Robi, Morphologie und
Hermeneutik. Zur Methode von Diltheys Asthetik, Stuttgart, H. N. TurtLe,
Wilhelm Dilthey's Philosophy of Historical Understanding, Leiden, 1969. F. Branco, Dilthey e Schleiermacher, Proteus,
poi raccolto nel volume Storicismo ed ermeneutica, Roma, Marini, Dilthey e il
giovane Hegel, nel volume Incidenza di Hegel (a cura di F. Tessitore), Napoli. Branco,
Dilthey e la genesi della critica storica della ragione, Milano, Hernmanw, Die
Pédagogik Wilhelm Diltheys, Gòttingen, Marini, Dilthey filosofo della musica,
Napoli, 1973. Un'ampia bibliografia si trova in F. Diaz pe Cerro Ruiz, W.
Dilthey y el problema del mundo histérico, cit., pp. xrx-Lv. Del medesimo
autore si veda però ora il saggio Bibliografia de W. Dilthey, Pensamiento. Ma
il lavoro più completo è quello di U. Herrmann, Bibliographie Wilhelm Diltheys:
Quellen und Literatur, Wernheim/Bergstr.-Berlin-Basel, . SCIENZE DELLO SPIRITO
E SCIENZE DELLA NATURA * I. LE SCIENZE DELLO SPIRITO: UN COMPLESSO AUTONOMO
ACCANTO ALLE SCIENZE DELLA NATURA Il complesso delle scienze che hanno come
loro oggetto la realtà storico-sociale viene qui compreso sotto la designazione
di scienze dello spirito. Il concetto di queste scienze, in virtù del quale
esse costituiscono un complesso unitario, e la delimitazione di tale complesso
nei confronti delle scienze della natura potranno essere spiegati e fondati in
maniera definitiva soltanto nel corso dell’analisi; all'inizio ci limitiamo a
stabilire il significato in cui impiegheremo l’espressione e a indicare
provvisoriamente l'insieme dei fatti sul quale si fonda la delimitazione di
tale complesso unitario delle scienze dello spirito nei confronti delle scienze
della natura. L’uso linguistico comprende sotto il nome di scienza un insieme
di proposizioni i cui elementi sono concetti, cioè perfettamente determinati,
costanti in tutta la connessione di pensiero e forniti di validità universale,
i cui legami sono fondati, in cui infine le parti sono reciprocamente connesse
in una totalità allo scopo di poter comunicare, cosicché un elemento della
realtà può essere concepito nella sua compiutezza in virtù di questa
connessione di proposizione oppure un ramo dell'attività umana può esser
regolato in base ad essa. Indichiamo perciò * Einleitung in die Geisteswissenschaften,
libro I: Ubersicht tiber den Zusammenhang der Einzelwissenschaften des Geistes,
Leipzig, Duncker und Humblot, 1883, capitoli u-vir, pp. 5-35, ora in Gesammelte
Schriften, Leipzig und Berlin, vol. I, 1914, PP. 4-28 (traduzione di Sandro Barbera
e Pietro Rossi). qui col termine scienza ogni insieme di fatti spirituali in
cui si ritrovano le caratteristiche sopra indicate e a cui dunque generalmente
viene applicato il nome di scienza: in modo corrispondente presentiamo
provvisoriamente il nostro compito. Questi fatti spirituali, quali si sono
storicamente sviluppati nell’umanità, e ai quali è stata tramandata secondo un
comune uso linguistico la denominazione di scienze dell’uomo, della storia,
della società, costituiscono realtà che noi non vogliamo dominare, ma anzitutto
comprendere. Il metodo empirico esige che anche in questo settore delle scienze
venga determinato in modo storico-critico il valore dei singoli procedimenti di
cui il pensiero qui si serve per la soluzione dei suoi compiti, e che venga
chiarita, nell’intuizione di questo grande processo che ha per soggetto
l’umanità stessa, la natura del sapere e del conoscere relativi a questo campo.
Un tale metodo sta in antitesi a quell'altro di recente troppo di frequente
praticato dai cosiddetti positivisti che deriva il contenuto del concetto di
scienza da una determinazione concettuale del sapere sorta per lo più sul
terreno delle attività proprie delle scienze della natura, e che in base ad
essa decide quali siano le attività intellettuali a cui spetta il nome e il
rango di scienza. In tal modo alcuni, prendendo le mosse da un concetto
arbitrario di sapere, hanno con miopia e presunzione negato alla storiografia,
qual è stata praticata da grandi maestri, il rango di scienza; altri hanno
creduto di dover trasformare in conoscenza della realtà quelle scienze che
hanno a loro fondamento imperativi, e non già giudizi sulla realtà. L'insieme
dei fatti spirituali che ricadono sotto questo concetto di scienza viene di
solito suddiviso in due rami. L’uno è designato col nome di scienza naturale ;
per quanto riguarda l’altro non si dispone, abbastanza stranamente, di una
designazione universalmente riconosciuta. Aderisco qui all’uso linguistico di
quegli studiosi che indicano quest'altra metà del globus intellectualis con
l’espressione di scienze dello spirito. Da una parte questa designazione è
diventata e non poco lo deve all’ampia diffusione del System of Logic di John
Stuart Mill! abituale e universalmente intelligibile. D’al1. Il System of Logic,
Ratiocinative and Inductive di Mill tra parte, confrontata con tutte le altre
designazioni inadeguate tra cui è possibile scegliere, essa appare la meno
impropria. ‘È pur vero che essa esprime molto incompiutamente l’oggetto di
questo studio, giacché in esso i fatti della vita spirituale non sono separati
dalla vivente unità psico-fisica della natura umana. Una teoria che voglia
descrivere e analizzare i fatti storico-sociali non può prescindere da questa
totalità della natura umana e limitarsi all'elemento spirituale. Ma
l’espressione ha in comune questo difetto con tutte le altre che si sono
applicate: scienza della società (sociologia), scienze morali, scienze
storiche, scienze della cultura tutte queste designazioni soffrono del medesimo
errore, di essere cioè troppo ristrette in rapporto all’oggetto che devono
esprimere. Il nome che qui si è scelto ha per lo meno il vantaggio di designare
adeguatamente l'ambito centrale di fatti a partire dal quale è stata vista in
realtà l’unità di queste scienze, abbozzato il loro ambito, compiuta benché
ancora in maniera assai incompleta la loro delimitazione rispetto alle scienze
della natura. Il motivo di cui è derivata l’abitudine di delimitare queste
scienze rispetto a quelle della natura, intendendole come una unità, è radicato
nella profondità e nella totalità dell’autocoscienza umana. Ancor prima di
procedere a indagini sull’origine del mondo spirituale, l’uomo trova in questa
autocoscienza una sovranità del volere, una responsabilità delle sue azioni,
una capacità di sottoporre tutto al pensiero e di opporsi a tutto nella libertà
della sua persona, mediante cui si distingue da tutta la natura. Egli si
ritrova infatti, in questa natura per impiegare un'espressione spinoziana come
un Imperium in imperio®. E poiché per lui esiste solamente ciò che è fata.
Pascal esprime in modo molto geniale questo sentimento della vita nelle
Pensées: Tutte queste miserie provano la sua grandezza: sono miserie da gran
signore, miserie di un re spodestato. Noi abbiamo fu pubblicato a Londra e
tradotto in tedesco da I. Schiel nel 1849. Questa traduzione utilizza appunto
il termine Geistessvissenschaften per rendere l'espressione milliana moral
sciences: così, per esempio, il titolo del sesto libro (On the Logic of Moral
Sciences) risulta tradotto Logik der Geisteswissenschaften. Dilthcy fa ricorso
per la prima volta al termine Geistestvissenschaften proprio in riferimento a
Mill, nel saggio Uber das Studium der Geschichte der Wissenschaften vom
Menschen, der Gesellschaft und dem Staat, ora raccolto in Gesammelte Schriften.
to della sua coscienza, ogni valore e ogni scopo della vita risiede in questo
mondo spirituale che agisce in lui in maniera autonoma, e ogni fine delle sue
azioni risiede nella costruzione di fatti spirituali. Così egli distingue dal
regno della natura un regno della storia, nel quale in mezzo alla connessione
di una necessità oggettiva, che costituisce la natura la libertà emerge in
innumerevoli punti. In antitesi al corso meccanico dei mutamenti naturali, il
quale già contiene fin dall’inizio tutto ciò che in esso ha luogo, i fatti
della volontà producono realmente qualcosa in virtù del loro impiego di forza e
dei loro sacrifici, del cui significato l'individuo è consapevole nella propria
esperienza; essi suscitano lo sviluppo, sia nella persona sia nell’umanità
attraverso e oltre la vuota e desolata ripetizione del corso della natura nella
coscienza, della cui rappresentazione come ideale di progresso storico si
compiacciono gli adoratori dello sviluppo intellettuale. Invano l’epoca
metafisica, per la quale questa differenza nelle basi di spiegazione si
configurava immediatamente come una differenza sostanziale inerente alla
struttura dell’universo, ha lottato per stabilire e giustificare formule in
vista della fondazione di questa differenza dei fatti della vita spirituale da
quelli del corso naturale. Tra tutte le trasformazioni che la metafisica antica
ha conosciuto presso i pensatori medievali, nulla è stato più ricco di
conseguenze del fatto che in questo periodo, in connessione con tutti i
movimenti religiosi e teologici dominanti in cui erano inseriti questi
pensatori, s’introdusse nel nucleo centrale del sistema la determinazione della
differenza tra mondo degli spiriti e mondo dei corpi, e quindi la relazione di
entrambi questi mondi con la divinità. La principale opera metafisica del
Medioevo, la Summa de veritate catholicae fidei di Tommaso, abbozzaa partire
dal secondo libro una struttura del mondo creato in cui l’essenza (essentia
quidditas) è distinta dall’essere (esse), mentre in Dio i due momenti sono una
sola cosa*. Essa dimostra che nella gerarchia del un'idea così grande
dell'anima umana che non possiamo sopportare di esserne disprezzati, di non
esserne stimati (I, 5) (Oeuvres complètes, Paris). a. Summa contra Gentiles creato
c'è un elemento necessario superiore, costituito dalle sostanze spirituali che
non risultano dall’unione di forma e materia ma sono incorporee per sé gli
angeli e dalle quali si distinguono le sostanze intellettuali o forme
incorporee che, per il completamento della loro specie (cioè della specie uomo
), abbisognano dei corpi. Su tale base essa elabora in polemica con la
filosofia araba una metafisica dello spirito umano la cui influenza può venir
seguita fino agli ultimi scrittori metafisici nei giorni nostri*; da questo
mondo di sostanze imperiture si distingue la parte del creato che ha la propria
essenza nell’unione di forma e materia. Questa metafisica dello spirito
(psicologia razionale) fu posta poi da altri eminenti metafisici in relazione con
la concezione meccanicistica della natura e con la filosofia corpuscolare, non
appena queste ultime diventarono dominanti. Ma ogni tentativo di elaborare sul
fondamento di questa dottrina delle sostanze, e con i mezzi della nuova
concezione della natura, una rappresentazione sostenibile dei rapporti tra
spirito e corpo naufragò. Quando Descartes sviluppò sulla base delle proprietà
chiare e distinte dei corpi in quanto grandezze spaziali la sua
rappresentazione della natura come un immenso meccanismo, considerando costanti
le grandezze di movimento presenti in questo complesso, si introdusse nel
sistema insieme con l’ipotesi che una sola anima imprime dall’esterno un
movimento in questo sistema materiale la contraddizione. L’impossibilità di
rappresentare un'influenza da parte di sostanze non-spaziali su questo sistema
esteso non veniva certo diminuita dal fatto che Descartes raccolse in un punto
il luogo spaziale di tale azione reciproca come se potesse con ciò far
scomparire la difficoltà. L’avventurosità della concezione secondo cui la
divinità sorreggerebbe con ripetuti interventi questo gioco di azioni
reciproche, oppure di quell’altra, secondo cui invece Dio avrebbe, come il più
abile degli artefici, predisposto fin dall’inizio i due orologi del sistema materiale
e del mondo degli spiriti in modo tale che un avvenimento naturale produca una
sensazione e un atto di volontà realizzi una trasformazione del mondo esterno,
dimostrano nel modo più chiaro l’inconciliabilità della nuova metafisica della
natura con a. Summa contra Gentiles, libro II, cap. xvi. la precedente
metafisica delle sostanze spirituali. Cosicché tale problema operò come pungolo
sempre stimolante, favorendo la dissoluzione del punto di vista metafisico in
generale. Questa dissoluzione si completerà nella conoscenza che si svilupperà
più tardi che l’Erlebnis dell’autocoscienza è il punto di partenza del concetto
di sostanza, che questo concetto sorge dall’adattamento di tale Erlebris alle
esperienze esterne prodotto dal conoscere che procede secondo il principio di
ragion sufficiente e che in tal modo questa dottrina delle sostanze spirituali
altro non è che un riportare il concetto, formatosi in tale metamorfosi,
all’ErleBnis entro cui era originariamente dato il suo presupposto. In luogo dell’antitesi
tra sostanze materiali e sostanze spirituali subentrò quella tra il mondo
esterno dato nella percezione esterna (sensation) mediante i sensi, e mondo
interiore, dato primariamente in virtù dell’apprendimento interno degli eventi
e delle attività psichiche (reffection)?. Il problema assume in tal modo un
aspetto più modesto, che implica però la possibilità di un'impostazione
empirica. Di fronte al nuovo e migliore metodo si fanno ora valere gli
Erlebrisse che avevano trovato un'espressione scientificamente insostenibile
nella dottrina delle sostanze propria della psicologia razionale. Per la
costituzione in forma autonoma delle scienze dello spirito occorre anzitutto
che in base a questo punto di vista critico da quei processi i quali sono
formati mediante un collegamento concettuale sulla base del dato sensibile, e
soltanto di questo, si distinguano, come un ambito particolare di fatti, quegli
altri processi che sono invece dati primariamente nell’esperienza interna, cioè
senza alcuna cooperazione dei sensi, e sono quindi formati sulla base del
materiale dell’esperienza interna, dato in modo primario, in occasione di
processi naturali esterni, per esser sottoposti a questi mediante un
procedimento equivalente, per la sua funzione, al ragionamento analogico. Nasce
così un particolare dominio di esperienze che ha la sua origine autonoma e il
suo materiale nell’Erlebnis interiore, e che diventa quindi spontaneamente
oggetto di una partico2. Dilthey si riferisce qui alla distinzione tra
sensazione e riflessione formulata da Locke. lare scienza di esperienza. E
finché qualcuno non asserirà di essere in grado di derivare dalla struttura del
cervello di Goethe e dalle qualità del suo corpo e di rendere così meglio
conoscibile l'insieme di passioni, di figure poetiche e di invenzione concettuale
che noi indichiamo come la vita di Goethe, non sarà neppure contestata la
posizione autonoma di una scienza siffatta. Orbene, ciò che per noi qui esiste,
ed esiste in virtù di questa esperienza interna, ciò che per noi ha valore o
costituisce uno scopo ci è dato soltanto nell’Er/ebnis del nostro sentimento e
della nostra volontà: in questa scienza sono così contenuti i princìpi del
nostro conoscere, che determinano in quale misura la natura può esistere per
noi, e i princìpi del nostro agire, che spiegano l’esistenza di scopi, di beni,
di valori su cui è fondato ogni commercio pratico con la natura. Una fondazione
più approfondita della posizione autonoma delle scienze dello spirito accanto
alle scienze della natura, che costituisce qui il nucleo della costruzione
delle scienze dello spirito, sarà compiuta più avanti, gradualmente, nella
misura in cui si procederà nell’analisi dell’Erlebnis complessivo del mondo
spirituale nella sua incomparabilità con ogni esperienza sensibile concernente
la natura. Mi limito qui a chiarire il problema, facendo cenno al duplice senso
in cui si può asserire l’incompatibilità dei due ambiti di fatti:
corrispondentemente, anche il concetto dei limiti della conoscenza della natura
acquista un duplice significato. Uno dei nostri maggiori scienziati ha
intrapreso la determinazione di questi limiti in un trattato assai discusso, e
ha di recente illustrato questa determinazione dei limiti della sua scienza®.
Supponiamo di aver tutte le trasformazioni del mondo corporeo in movimenti di
atomi, causati dalle loro forze centrali costanti: in questo caso la totalità
del mondo sarebbe conosciuta in base alle scienze della natura. Uno spirito a.
E. Du Bors-ReyMonp, Uber die Grenzen des Naturerkennens, Leipzig: dello stesso
autore si veda pure Die sieben Weltritsel, Berlin Reymond, fisiologo
positivista, autore delle due opere citate da Dilthey, sostenne l'impossibilità
per l’uomo di risolvere gli enigmi trascendenti e la necessità di attenersi al
principio dell’ignorabimus. egli prende le mosse da quest'immagine di Laplace
che per un dato istante conoscesse tutte le forze operanti della natura, e la
reciproca posizione degli esseri di cui essa consta, € che inoltre fosse anche
abbastanza sapiente da sottomettere ad analisi questi dati, sarebbe in grado di
comprendere in una medesima formula i movimenti dei massimi corpi celesti come
dell’atomo più leggero ®. Siccome l'intelligenza umana nella scienza
astronomica è una debole copia di uno spirito di tal fatta, Du Bois-Reymond
indica la conoscenza di un sistema materiale prospettata da Laplace come
conoscenza astronomica. Partendo da tale immagine si approda di fatto a una
concezione assai chiara dei limiti entro cui è racchiusa la tendenza dello
spirito proprio delle scienze naturali. Ci sia ora concesso di introdurre in
questa considerazione del problema una distinzione relativa al concetto di
limite della conoscenza naturale. Dal momento che la realtà, in quanto
correlato dell’esperienza, ci è data nella cooperazione della struttura dei
nostri sensi con l’esperienza interna, dalla differenza di provenienza dei suoi
elementi costitutivi che ne deriva scaturisce un'incomparabilità tra gli
elementi del nostro calcolo scientifico, la quale esclude la derivazione dei
fatti di una determinata provenienza da quelli di provenienza diversa. Dalle
qualità dell'elemento spaziale perveniamo così attraverso la fatticità del
senso del tatto nel quale viene esperita la resistenza alla rappresentazione
della materia; ogni senso è racchiuso entro il suo specifico ambito di qualità;
e se dobbiamo apprendere uno stato della coscienza in un momento determinato,
siamo costretti a passare dalla sensibilità alla percezione degli stati
interni. Pertanto noi possiamo soltanto accogliere i dati nell’incomparabilità
in cui essi si presentano a seguito dela. P. S. LarLace, Essai philosophique
sur les probabilités, Paris, Laplace, matematico e astronomo, autore
dell'Exposition du système du monde (1796), del Traité de mécanique céleste,
della TAéorie analytique des probabilités e del saggio citato da Dilthey, diede
un contributo decisivo alla formulazione della teoria già enunciata da Kant
dell'origine del sistema solare da una massa gassosa. L'Essai sviluppa le
implicazioni filosofiche del calcolo delle probabilità. la loro diversa
provenienza; la loro esistenza di fatto rimane per noi priva di
giustificazione; ogni nostro conoscere è limitato alla constatazione di
uniformità nella successione e nella contemporaneità, secondo le quali esse
sono in relazioni reciproche nella nostra esperienza. Si tratta di limiti
inerenti alle condizioni stesse del nostro esperire, cioè di limiti che
sussistono in ogni punto della scienza della natura, non già di barriere
esterne in cui urti la conoscenza della natura, bensì di condizioni immanenti
allo stesso esperire. La presenza di questi confini immanenti della conoscenza
non costituisce però impedimento alcuno per la funzione del conoscere. Se col
termine comprendere si designa una completa trasparenza nell’apprendimento di
una connessione, allora ci troviamo di fronte a barriere contro cui urta il
comprendere. Ma, sia che la scienza sottometta al suo calcolo, riconducendo i
mutamenti della realtà a movimenti di atomi, delle qualità oppure dei fatti
della coscienza sempre che questi si lascino sottomettere l’inderivabilità non
costituisce impedimento alcuno alle sue operazioni. È tanto poco possibile
trovare un passaggio da una determinatezza meramente matematica o da una
grandezza di movimento a un colore o a un suono, quanto a un evento della coscienza:
non posso spiegare la luce azzurra mediante il corrispondente numero di
oscillazioni più di quel che possa spiegare il giudizio negativo mediante un
processo che accade nel cervello. Come la fisica cede alla fisiologia il
compito di spiegare la qualità sensibile dell’ azzurro , così la fisiologia che
nel movimento di parti materiali non possiede neppur essa un mezzo per far
apparire d’incanto l'azzurro trasmette alla psicologia il suo compito, che
rimane in definitiva, come in un gioco di specchi magici, affidato alla
psicologia. Ma l’ipotesi che le qualità sorgano dal processo della sensazione è
di per sé solamente un mezzo ausiliario di calcolo, che riconduce le
trasformazioni della realtà quali si dànno nella mia esperienza a una certa
classe di trasformazioni al suo interno che costituisce un contenuto parziale
della mia esperienza, per poterle collocare in certo modo su uno stesso piano a
scopo di conoscenza. Se fosse possibile sostituire a fatti definiti in maniera
determinata, che nel contesto della considerazione meccanicistica della natura
occupano un posto stabilito, fatti di coscienza definiti in modo costante e
determinato, e con ciò stabilire conformemente al sistema di uniformità in cui
si trovano i primi il presentarsi dei processi della coscienza in un accordo
completo con l’esperienza, allora questi fatti di coscienza sarebbero inseriti
nella connessione della conoscenza naturale allo stesso modo di un qualsiasi
suono o colore. Ma proprio a questo punto l’incomparabilità tra processi materiali
e processi spirituali assume un diverso senso, e pone alla conoscenza naturale
limiti di tutt'altro genere. L’impossibilità di derivare i fatti spirituali da
quelli dell'ordine meccanico della natura, che si fonda sulla diversità della
loro provenienza, non impedirebbe l’inserimento dei primi nel sistema dei
secondi. Soltanto quando le relazioni tra i fatti del mondo spirituale si
presentano incomparabili nella loro specie con le uniformità della natura,
viene esclusa una subordinazione dei fatti spirituali a quelli accertati dalla
conoscenza meccanica della natura: infatti qui non ci si trova di fronte a
confini immanenti al conoscere empirico, bensì a limiti in cui la conoscenza
naturale finisce e ha invece inizio un’autonoma scienza dello spirito, che si
costituisce intorno a un proprio centro. Il problema fondamentale consiste
pertanto nello stabilire quella data specie di incomparabilità tra le relazioni
dei fatti spirituali e le uniformità dei processi materiali che esclude la
subordinazione dei primi e una loro interpretazione come qualità e aspetti
della materia, e che dev'essere di tutt’altro genere della differenza
sussistente tra i diversi ambiti particolari di leggi della materia così come
queste si presentano nella matematica, nella fisica, nella chimica e nella
fisiologia, sotto forma di un rapporto di subordinazione che si sviluppa in
modo coerente. L’esclusione dei fatti spirituali dalla connessione della
materia, delle sue qualità e delle sue leggi presupporrà sempre un contrasto che
si manifesta, in qualsiasi tentativo di subordinazione siffatta, tra le
relazioni dei fatti di un campo e quelle di un altro. E ciò appare chiaro
quando l'incomparabilità della realtà spirituale viene ricondotta ai fatti
dell’autocoscienza e dell’unità della coscienza ad essa inerente, alla libertà
e ai fatti della vita normale ad essa collegati, in antitesi all’organizzazione
spaziale e alla divisibilità della materia nonché alla necessità meccanica a
cui soggiace il comportamento di ogni sua parte. Vecchi quasi quanto la
riflessione rigorosa sulla posizione dello spirito rispetto alla natura sono i
tentativi di formulare questo tipo di incomparabilità dell’elemento spirituale
con qualsiasi ordine naturale, sulla base dei fatti dell’unità della coscienza
e della spontaneità del volere. Nella misura in cui nell'esposizione di questo
illustre scienziato viene introdotta la distinzione tra i confini immanenti
dell’esperire e i limiti della subordinazione dei fatti alla connessione della
conoscenza naturale, i concetti di limite e di inesplicabilità acquistano un
senso esattamente definibile, e scompaiono quindi difficoltà che si sono fatte
ampiamente rilevare nella polemica intorno ai limiti della conoscenza naturale
provocata da questo scritto. L'esistenza di confini immanenti all’esperienza
non è affatto decisiva rispetto alla questione riguardante la subordinazione di
fatti spirituali alla connessione della conoscenza della materia. Se ci si
propone come nel caso di Haeckel5 e di altri scienziati di inserire i fatti
spirituali nella connessione della natura, assumendo l’esistenza di una vita
psichica negli elementi in base ai quali si costituisce l'organismo, tra un
tentativo del genere e la conoscenza dei confini immanenti di ogni esperienza
non sussiste assolutamente alcun rapporto di esclusione; su di esso decide
soltanto il secondo tipo di indagine sui limiti del conoscere naturale. Per
questo anche Du Bois-Reymond ha proseguito nel secondo tipo di indagine, e
nella sua dimostrazione si è servito dell’argomento dell’unità della coscienza
così come dell’argomento della spontaneità del volere. La dimostrazione della
tesi che gli elementi spirituali non possono mai essere compresi sulla base
delle Ioro condizioni materiali ° viene condotta come segue. Anche nel caso di
una conoscenza compiuta di tutte le parti del sistema materiale, della loro
reciproca posizione e del loro movimento, a. E. Du Bors-RexMonD, op. cit., p.
28. Hacckel, biologo e filosofo positivista, autore di numerose opere di
argomento zoologico e di una Generelle Morphologie der Organismen, nonché di
vari volumi sulla teoria dell'evoluzione, fu uno dei maggiori esponenti del
darwinismo in Germania. Il libro Die Welrétse! (1899), scritto in polemica con
Du Bois-Reymond, rappresenterà un tentativo di risposta in chiave positivistica
a quelli che Du Bois-Reymond aveva indicato come gli enigmi insolubili del
mondo. rimane però del tutto incomprensibile perché a un certo numero di atomi
di carbonio, d’idrogeno, di azoto, di ossigeno, non dovrebbe essere
indifferente in qual modo essi sono collocati e si muovono. L'impossibilità di
spiegare l'elemento spirituale rimane tuttavia immutata anche se ognuno di
questi elementi è corredato di coscienza al pari delle monadi; in base a
quest’ipotesi non si può spiegare la coscienza unitaria dell’individuo*. a. E.
Du Bois-RerMonD, op. cit., pp. 29-30; cfr. anche Die sieben Weltritsel cit., p.
7. Quest'argomentazione ha del resto valore conclusivo soltanto se alla
meccanica atomistica si attribuisce una validità per così dire metafisica. Alla
sua storia, accennata da Du Bois-Reymond, si può avvicinare anche la
formulazione che troviamo nel classico della psicologia razionale, Moses
Mendelssohn? Leggiamo per esempio in Schriften, Leipzig) Tutto quanto distingue
il corpo umano da un blocco di marmo può essere ricondotto a movimento. Ma il
movimento non è altro che il mutamento del luogo o della posizione. È evidente
che tutti i mutamenti di luogo possibili al mondo, per quanto possano essere
raccolti insieme, non comportano affatto la percezione di questi mutamenti di
luogo. Tutta la materia è costituita da più parti. Se le singole
rappresentazioni fossero isolate nelle parti dell'anima così come gli oggetti
lo sono nella natura, non si incontrerebbe mai la totalità. Noi non potremmo
paragonare tra loro le impressioni dei vari sensi, confrontare le
rappresentazioni, percepire rapporti, riconoscere relazioni. Ne deriva
chiaramente che non soltanto nel pensiero, ma anche nella sensazione la
molteplicità deve convergere nell'unità. Dal momento però che la materia non è
mai un soggetto singolo ecc. . Kant sviluppa questo tallone d'Achille di ogni
conclusione dialettica della dottrina pura dell’anima come il secondo
paralogismo della psicologia trascendentale. In Lotze? questi atti del sapere
relazionante sono stati svilupppati in vari scritti (da ultimo nella
Metaphysik, Leipzig) come il fondamento insuperabile, su cui può riposare con
sicurezza la convinzione dell'autonomia dell'anima , e costituiscono la base di
questa parte del suo sistema metafisico. Mendelssohn, autore dei P/ilosophische
Gespriche, dei Briefe tiber die Empfindungen, del Phédon, delle Morgenstunden c
di varie altre opere, fu uno dei maggiori esponenti della filosofia popolare di
ispitazione illuministica; amico di Lessing, lo difese dall'attribuzione di
spinozismo sostcnuta da Jacobi. Dilthey si riferisce qui al tentativo di
dimostrazione dell'immortalità dell’anima, criticato da Kant nella Critica
della ragion pura. Lotze, autore della MetapAysik, della Logi%, del
Mikrokosnus, del System der Philosophie e di numerose altre opere, alcune delle
quali pubblicate postume, fu il maggiore rappresentante dello spiritualismo
ottocentesco tedesco: il suo pensiero ebbe larga diffusione, influenzando la
cultura filosofica della seconda metà del sccolo in senso anti-positivistico c
antipsicologistico. Già la sua tesi contiene in quel non possono mai essere
compresi un doppio senso che ha come conseguenza l'emergere, nella
dimostrazione stessa, di due argomenti di portata ben differente. Da un lato
egli afferma che il tentativo di derivare fatti spirituali da trasformazioni
materiali (attualmente caduto in oblio in quanto rozzo materialismo, e compiuto
ancora soltanto attraverso l’ipotesi dell’esistenza di proprietà psichiche
negli elementi) non può eliminare i confini immanenti di ogni esperienza: il
che è certo, ma non decisivo contro la subordinazione dello spirito alla
conoscenza naturale. Egli afferma allora che tale tentativo deve naufragare
davanti alla contraddizione tra la nostra rappresentazione della materia e il
carattere di unità che è proprio della nostra coscienza. Nella sua posteriore
polemica con Haeckel, a quest'argomento aggiunge quell’altro che, se si
mantiene tale ipotesi, si ha un’ulteriore contraddizione tra il modo in cui un
elemento materiale è meccanicamente condizionato nella connessione naturale e
l’Er/ebnis della spontaneità del volere; una volontà presente negli elementi
della materia che deve volere, voglia o non voglia, e ciò in rapporto diretto
al prodotto delle masse e in rapporto inverso al quadrato delle distanze è una
contradictio in adiecto. In un ambito più ampio, però, le scienze dello spirito
comprendono in sé fatti naturali, hanno a fondamento la conoscenza della
natura. Se si concepissero esseri puramente spirituali in un regno di persone
costituito soltanto da essi, il loro venire alla luce, la loro conservazione e
il loro sviluppo, al pari della loro scomparsa (in qualsiasi modo ci si
rappresenti lo sfondo da cui provengono e a cui sono destinati a fare ritorno),
sarebbero legati a condizioni di tipo spirituale; il loro benessere sarebbe
fondato sulla loro posizione rispetto al mondo spirituale; la loro connessione
reciproca, le loro origini si compirebbero con mezzi puraa. E. Dv Bois-Revmonp,
Die sieben Weltritsel. mente spirituali e gli effetti durevoli di tali azioni
sarebbero anch'essi di tipo puramente spirituale; lo stesso loro ritrarsi dal
regno delle persone avrebbe il suo fondamento nell’elemento spirituale. Un
sistema composto da individui siffatti potrebbe venir conosciuto da pure
scienze dello spirito. In realtà un individuo nasce, si conserva e si sviluppa
sulla base delle funzioni dell’organismo animale e delle sue relazioni col
corso naturale dell'ambiente; il suo sentimento vitale è, almeno in parte,
fondato su queste funzioni; le sue impressioni sono condizionate dagli organi
di senso e dalle influenze del mondo esterno; la ricchezza e la mobilità delle
sue rappresentazioni, la forza e la direzione dei suoi atti di volontà
dipendono sovente dalle modificazioni del suo sistema nervoso. L'impulso della sua
volontà comporta un accorciamento delle fibre muscolari, cosicché l’agire verso
l’esterno è connesso ai mutamenti di posizione delle particelle dell’organismo,
e le conseguenze durevoli delle sue azioni volontarie esistono soltanto nella
forma di trasformazioni all’interno del mondo materiale. La vita spirituale di
un uomo è perciò una parte separabile solo in virtù di un’astrazione della
vivente unità psico-fisica in cui si manifesta un'esistenza e una vita umana,
Il sistema di queste unità viventi è la realtà che costituisce l’oggetto delle
scienze storicosociali. In virtù del duplice punto di vista del nostro
apprendimento, l'uomo come unità vivente è per noi (quale che sia il suo stato
metafisico) una connessione di fatti spirituali fin dove giunge la consapevolezza
interiore, ed è invece un complesso corporeo nella misura in cui apprendiamo
per mezzo dei sensi. La consapevolezza interiore e l'apprendimento esterno non
si compiranno mai nello stesso atto, e quindi il fatto della vita spirituale
non ci è mai dato contemporancamente a quello del corpo. Ne derivano
necessariamente per la coscienza scientifica che voglia cogliere i i fatti
spirituali e il mondo corporeo nella loro connessione, di cui è espressione la
vivente unità psico-fisidue punti di vista differenti, e tra loro irriducibili.
Se procedo dall’esperienza interna, troverò l’intero mondo esterno dato nella
mia coscienza: le leggi di questo complesso naturale sottostanno alle
condizioni della mia coscienza e dipendono quindi da esse. Questo è il punto di
vista che la filosofia tedesca a cavallo tra il secolo xvi e il nostro
designava come filosofia trascendentale. Se invece assumo la connessione della
natura quale essa mi si offre come realtà nel mio apprendimento naturale, e
percepisco i fatti psichici come inseriti nella successione temporale di questo
mondo esterno nonché nella sua suddivisione spaziale, troverò che le
trasformazioni della vita spirituale dipendono dall’intervento della natura o
dell’esperimento, consistente in trasformazioni materiali provocate agendo sul
sistema nervoso: un'osservazione dello sviluppo della vita e degli stati
morbosi allarga queste esperienze in un quadro complessivo del condizionamento
dell’elemento spirituale da parte dell’elemento corporeo. Sorge allora il modo
di concepire proprio dello scienziato che procede dall’esterno ver-so
l’interno, dalle trasformazioni materiali alle trasformazioni spirituali. Così
l’antagonismo tra il filosofo e lo scienziato è condizionato dall’antitesi dei
loro rispettivi punti di partenza. ‘Procediamo ora dal tipo di considerazione
proprio della scienza naturale. Finché questo tipo di considerazione rimane
consapevole dei propri limiti, i suoi risultati sono incontestabili. Essi
ricevono una più precisa determinazione del loro valore conoscitivo soltanto
dal punto di vista dell'esperienza interna. La scienza della natura analizza la
connessione causale del corso naturale. Laddove quest’analisi ha raggiunto il
punto in cui una situazione o una trasformazione materiale è legata in maniera
regolare con una situazione o una trasformazione psichica, senza che sia
possibile rinvenire tra loro un ulteriore elemento intermedio, allora si può
soltanto constatare questa relazione regolare, ma non si può applicare a tale
relazione il rapporto di causa ed effetto. Noi scopriamo che le uniformità di
un ambito di vita sono regolarmente collegate con uniformità dell’altro, e
l’espressione di questo rapporto è dato dal concetto matematico di funzione.
Una concezione di tale rapporto, che consenta di paragonare il corso delle
trasformazioni spirituali e di quelle corporee alla marcia di due orologi
caricati in modo identico, è in accordo con l’esperienza tanto quanto una
concezione che assuma come base esplicativa uno solo dei due orologi, considerando
entrambi gli ambiti di esperienza come manifestazioni diverse di uno stesso
fondamento. La dipendenDI za dell’elemento spirituale dalla connessione della
natura è quindi il rapporto secondo il quale la connessione universale della
natura condiziona causalmente quelle situazioni e trasformazioni materiali che
sono per noi collegate regolarmente, e senza un’ulteriore mediazione, con
situazioni e trasformazioni spirituali. In tal modo la conoscenza naturale vede
la concatenazione delle cause spingere i suoi effetti fino alla vita
psico-fisica; qui sorge una trasformazione in cui la relazione tra materiale e
psichico si sottrae alla concezione causale, e questa trasformazione ne
richiama a sua volta una nel mondo materiale. In questo contesto l’importanza
della struttura del sistema nervoso si rivela all’esperimento del fisiologo. I
confusi fenomeni della vita vengono dipanati in una chiara rappresentazione dei
rapporti di dipendenza, nella cui successione il corso naturale spinge le sue
trasformazioni fino all’uomo; queste poi penetrano, attraverso le porte degli
organi di senso, nel sistema nervoso: sorgono la sensazione, la
rappresentazione, il sentimento e il desiderio, che hanno poi un’azione
retroattiva sul corso della natura. La stessa unità vivente, che ci riempie col
sentimento immediato della nostra inscindibile esistenza, viene risolta in un
sistema di relazioni tra i fatti della nostra coscienza e la struttura e le
funzioni del sistema nervoso che possono essere empiricamente accertate:
infatti ogni azione psichica si mostra collegata con una trasformazione
all’interno del nostro corpo soltanto attraverso il sistema nervoso, e da parte
sua la trasformazione corporea è accompagnata da un mutamento del nostro stato
psichico soltanto attraverso l’effetto che ha sul sistema nervoso. Da
quest’analisi delle viventi unità psico-fisiche sorge ora una più chiara
rappresentazione della loro dipendenza dalla connessione complessiva della
natura, all’interno della quale esse compaiono e operano, e dalla quale
nuovamente si ritraggono, nonché dalla dipendenza dello studio della realtà
storico-sociale dalla conoscenza della natura. Su questa base si può stabilire
il grado di attendibilità delle teorie di Comte e di Spencer in merito alla
posizione di queste scienze all’interno della gerarchia della scienza nel suo
insieme, da essi formulata. Poiché questo scritto si propone di fondare la
relativa autonomia delle scienze dello spirito, esso deve pure sviluppare in
quanto aspetto complementare della loro posizione nel complesso delle scienze
il sistema delle dipendenze in virtù del quale esse sono condizionate dalla
conoscenza naturale e costituiscono quindi il momento ultimo e supremo della
costruzione che ha inizio con la fondazione matematica. I fatti dello spirito
sono i limiti superiori dei fatti della natura; i fatti della natura
costituiscono le condizioni inferiori della vita spirituale. Proprio perché il
regno delle persone, cioè la società umana, è la manifestazione suprema del
mondo dell’esperienza terrena, la sua conoscenza ha bisogno in innumerevoli
punti della conoscenza del sistema di presupposti che risiedono, per il suo
sviluppo, nella natura. E invero l’uomo, in virtù della sua posizione entro la
connessione causale della natura, è condizionato da questa secondo una duplice
relazione. Come abbiamo visto, l’unità psico-fisica riceve continuamente
influenze, per il tramite del sistema nervoso, dal corso universale della
natura, e a sua volta agisce su di esso. È tuttavia proprio della sua natura
che le influenze che da essa procedono assumano principalmente la forma di un
agire diretto da scopi. Per questa unità psico-fisica il corso della natura e
la sua qualità da un lato determina la formazione degli scopi, dall'altro
contribuisce al raggiungimento di questi scopi come un sistema di mezzi. E
perciò noi stessi esistiamo là dove vogliamo, dove operiamo sulla natura,
appunto perché non siamo forze cieche, bensì volontà che stabiliscono
riflessivamente i loro scopi indipendenti dalla connessione della natura.
Pertanto le unità psico-fisiche si trovano in una duplice dipendenza rispetto
al corso naturale. Da una parte questo condiziona, in quanto sistema di cause a
partire dal posto della terra nell'insieme del cosmo la realtà storico-sociale,
e il grande problema del rapporto tra connessione naturale e libertà
all'interno di tale realtà si scompone, per lo scienziato empirico, in
innumerevoli questioni particolari riguardanti il rapporto tra fatti dello
spirito e influenze della natura. D'altra parte, dagli scopi di questo regno di
persone scaturiscono effetti retroattivi sulla matura, sulla terra che l’uomo
considera in questo senso come propria abitazione, e in cui agisce per
accomodarvisi; anche questi effetti retroattivi sono legati all’utilizzazione
della connessione legale della natura. Tutti gli scopi si presentano in
definitiva all'uomo soltanto all’interno del processo spirituale, giacché solo
in esso esiste qualcosa per lui; ma lo scopo cerca i suoi mezzi nella
connessione della natura. Quanto poco percepibile è spesso la trasformazione
prodotta nel mondo esterno dalla potenza creatrice dello spirito! E tuttavia
soltanto su di essa poggia la mediazione in virtù della quale il valore così
creato esiste anche per gli altri. I pochi fogli che, come residuo materiale di
un più profondo lavoro intellettuale degli antichi nella direzione dell’ipotesi
di un movimento della terra, pervennero nelle mani di Copernico, sono diventati
il punto di partenza di una rivoluzione nella nostra visione del mondo. A
questo punto si può intuire quanto sia relativa la reciproca delimitazione di
queste due classi di scienze. Polemiche come quelle condotte a proposito della
posizione della linguistica generale sono infruttuose. In entrambi i luoghi di
trapasso che conducono dallo studio della natura a quello dello spirito, nei
punti in cui la connessione della natura influenza lo sviluppo dell’elemento
spirituale e negli altri in cui invece riceve l’influenza dell'elemento
spirituale oppure costituisce il luogo di passaggio per l’influenza su un altro
elemento spirituale, le conoscenze relative alle due classi di scienze si
mescolano sempre. Le conoscenze delle scienze naturali si mescolano con quelle
delle scienze dello spirito. E infatti in questa connessione in conformità alla
duplice relazione con cui il corso naturale condiziona la vita dello spirito la
conoscenza dell'influenza formativa della natura si intreccia spesso con la
constatazione dell’influenza che essa esercita come materiale dell’agire. Così
dalla conoscenza delle leggi naturali di formazione dei suoni deriva una parte
importante della grammatica e della teoria musicale, e il genio del linguaggio
o della musica è a sua volta legato a queste leggi naturali: lo studio delle
sue funzioni è quindi condizionato dalla comprensione di tale dipendenza. A
questo punto si può inoltre intuire che la conoscenza delle condizioni presenti
nella natura, e formulate dalla scienza naturale, costituisce in larga misura
il fondamento dello studio dei fatti spirituali. Come lo sviluppo ‘dell’uomo singolo,
così anche la diffusione del genere umano sulla terra e la formazione dei suoi
destini nella storia sono condizionate dall’intera connessione cosmica. Per
esempio, le guerre costituiscono un elemento fondamentale di ogni storia: in
quanto storia politica, essa ha a che fare con la volontà di stati, ma questa
si presenta in armi e si impone per mezzo loro. La teoria della guerra dipende
però in primo luogo dalla conoscenza dell’elemento fisico, che offre terreno e
mezzi alle volontà in conflitto: la guerra persegue infatti lo scopo di imporre
al nemico la nostra volontà con i mezzi della violenza fisica. Ciò implica che
l’avversario dev'essere costretto, fino a essere privo di difesa che è lo scopo
teorico di quell’atto di violenza designato come guerra cioè fino al punto in
cui la sua situazione diventa più svantaggiosa del sacrificio che gli si
richiede, e può essere scambiata soltanto con una situazione ancor più
svantaggiosa. In questo grande calcolo, dunque, i numeri che risultano più
importanti per la scienza, e di cui essa si occupa in primo luogo, sono le
condizioni e i mezzi fisici, mentre c'è assai poco da dire circa i fattori
psichici. Le scienze dell’uomo, della società e della storia hanno dunque a
loro fondamento le scienze della natura, anzitutto perché le stesse unità
psico-fisiche possono essere studiate soltanto con l’aiuto della biologia, e
inoltre perché il mezzo in cui ha luogo il loro sviluppo e la loro attività
teleologica, e al cui dominio tale attività si riferisce in gran parte, è la
natura. Sotto il primo aspetto, il loro fondamento è costituito dalle scienze
dell’organismo, sotto il secondo prevalentemente da quelle della natura
inorganica. La connessione che si deve spiegare in questi termini poggia da una
parte sul fatto che queste condizioni naturali determinano lo sviluppo e la
distribuzione della vita spirituale sulla superficie terrestre, dall'altra sul
fatto che l’attività teologica dell’uomo è legata alle leggi della natura e
quindi condizionata dalla loro conoscenza e utilizzazione. Il primo rapporto
indica pertanto solo una dipendenza dell’uomo dalla natura, mentre il secondo
contiene questa dipendenza soltanto come aspetto complementare della storia del
suo crescente dominio sulla terra. Quella parte del primo rapporto che
racchiude in sé le relazioni dell’uomo con la natura circostante è stata
sottoposta da Ritter al metodo comparativo. Brillanti intuizioni, e in
particolare la sua valutazione comparativa dei continenti in base alla
struttura dei loro contorni, lasciavano intravvedere una predestinazione della
storia universale fissata II10 WILHELM DILTHEY nei rapporti spaziali della
terra. I lavori successivi non hanno però confermato quest’intuizione,
concepita da Ritter" come una teleologia della storia universale, e poi
posta da Buckle® al servizio del naturalismo: al posto della rappresentazione
di una dipendenza uniforme dell’uomo dalle condizioni naturali è subentrata la
rappresentazione più prudente secondo cui la lotta delle forze etico-spirituali
contro le condizioni della morta spazialità ha continuamente diminuito nei
popoli storici a differenza dai popoli privi di storia il rapporto di
dipendenza. Anche qui si è affermata una scienza autonoma della realtà
storico-sociale, che utilizza a scopo di spiegazione le condizioni naturali.
L’altro rapporto mostra invece con la dipendenza inerente all’adattamento alle
condizioni naturali che il dominio della spazialità è così legato al pensiero
scientifico e alla tecnica che l'umanità nella sua storia riesce a prevalere proprio
in virtù della subordinazione. Natura enim non nisi parendo vincitur®. Il
problema del rapporto delle scienze dello spirito con la conoscenza della
natura può quindi esser considerato risolto soltanto se si risolve l’antitesi,
dalla quale siamo partiti, tra il punto di vista trascendentale, secondo cui la
natura è sottoposta alle condizioni della coscienza, e il punto di vista
oggettivo-empirico, secondo cui lo sviluppo dell’elemento spirituale è
sottoposto alle condizioni della totalità della natura. Questo compito
costituisce un aspetto del problema della conoscenza. Se si isola questo
problema per le scienze dello spirito, non appare impossibile una soluzione
convincente per tutti. Le sue condizioni sarebbero la dimostrazione della
realtà oggettiva dell’esperienza interna e la comprova dell’esistenza di un
mondo esterno; pera. Bacone, De interpretatione naturae et regno hominis,
aforisma Ritter fu uno dei maggiori gcografi tedeschi della prima metà
dell'Ottocento: la sua opera principale è Die ErdAunde im Verhiltnis zur Natur
und Geschichte des Menschen, che offre una descrizione sistematica del Vecchio
Mondo, ispirata al presupposto (di origine herderiana) dell’individualità dei
continenti e alla considerazione dell'azione trasformatrice dell'ambiente da
parte dell’uomo. Buckle, storico inglese, autore di una History of Civilization
in England di ispirazione positivistica. tanto in questo mondo esterno fatti ed
esseri spirituali esistono in virtù di un processo di trasposizione della
nostra interiorità in essi. Come l'occhio accecato dal sole ne ripete in modo
variopinto l’immagine nei luoghi più vari dello spazio, così il nostro
apprendimento moltiplica l’immagine della nostra vita interiore e la colloca in
svariate maniere nei più diversi luoghi della natura circostante: questo
processo può essere però esposto e giustificato logicamente come un’inferenza
analogica da questa vita interiore originaliter data in modo immediato soltanto
a noi, attraverso le rappresentazioni delle manifestazioni ad essa concatenate,
a qualcosa di affine corrispondente a manifestazioni affini del mondo esterno,
che sta a loro fondamento. Qualunque cosa sia la natura in se stessa, lo studio
delle cause della realtà spirituale può accontentarsi del fatto che in ogni
caso i suoi fenomeni possono venir concepiti e utilizzati come segni del reale,
e le uniformità presenti nei suoi rapporti di coesistenza e di successione
possono venir concepite come segni di uniformità presenti nel reale. Se però ci
si introduce nel mondo dello spirito e si indaga la natura o in quanto
contenuto dello spirito o in quanto scopo o mezzo intessuto nelle volontà, per
lo spirito la natura è appunto ciò che essa è in lui, e qui è del tutto
indifferente quale possa essere in sé. È sufficiente che lo spirito possa far
conto nel suo agire, comunque la natura gli sia data, sulla sua legalità, e possa
gustare la bella apparenza della sua esistenza. Le scienze dello spirito non si
sono ancora costituite a complesso unitario; esse non sono ancora in grado di
stabilire una connessione in cui le singole verità siano ordinate secondo i
loro rapporti di dipendenza da altre verità e dall'esperienza. Queste scienze
sono cresciute nella prassi stessa della vita, sviluppandosi in base alle
esigenze della formazione professionale, e la sistematicità delle facoltà al
servizio di tale formazione è quindi la forma spontanea della loro connessione.
I loro primi concetti e le loro prime regole sono state quindi trovate per lo
più nell’esercizio delle funzioni sociali. Jhering!® ha dimostrato che il
pensiero giuridico ha prodotto i concetti fondamentali del diritto romano
mediante un cosciente lavoro spirituale compiutosi nella stessa vita del
diritto. Anche l’analisi delle più antiche costituzioni greche indica in esse i
precipitati dell’ammirevole forza di un pensiero politico consapevole fondato
su concetti e princìpi chiari. L'idea fondamentale in base alla quale la
libertà dell’individuo viene riposta nella sua partecipazione al potere
politico, ma questa è regolata dall’ordinamento statale in conformità alla
funzione che l’individuo assolve per il tutto, è stata dapprima decisiva per
l’arte politica, e soltanto in seguito è stata elaborata in forma scientifica
dai grandi teorici della scuola socratica. Il progredire verso teorie
scientifiche comprensive si appoggiava quindi prevalentemente sul bisogno di
una formazione professionale dei ceti dirigenti. Così già nella Grecia, dai
compiti di un insegnamento politico superiore sorsero, nell’età dei Sofisti, la
retorica e la politica; e la storia della maggior parte delle scienze dello
spirito nei popoli moderni mostra l’influenza dominante del medesimo rapporto
fondamentale. La letteratura dei Romani riguardo alla loro comunità ricevette
la sua struttura più antica dal fatto di essersi sviluppata in forma di
istruzioni per i sacerdoti e per i singoli magistrati®. Perciò la sistematica
di quelle scienze dello spirito che contengono la base per la formazione
professionale degli organi dirigenti della società, come anche l’esposizione di
tale sistematica in veste enciclopedica, è emersa in definitiva dal bisogno di
un compendio su quanto occorre a tale propedeutica; e la forma più naturale
delle enciclopedie sarà sempre come Schleiermacher ha magistralmente mostrato a
proposito della teologia quella che si articola con la coscienza di tale scopo.
Con queste condizioni limitative, chi penetri nelle a. Cir. T. Mommsen, Romisches
Staatsrecht, Leipzig SBg Jhering,
giurista c filosofo del diritto, autore di Der Geist des ròmischen Rechts, di
Der Kampf ums Recht, di Der Zweck im Recht c di numerose altre opere, alcune
delle quali pubblicate postume, diede un contributo fondamentale alla
considerazione storico-istituzionale del diritto c, in particolare, all'analisi
del diritto romano. scienze dello spirito troverà nelle opere enciclopediche
uno sguardo d’insieme sui singoli gruppi importanti di queste scienze?. Vari
tentativi che vanno al di là di queste funzioni di scoprire la struttura
complessiva delle scienze che hanno per oggetto la realtà storico-sociale hanno
preso le mosse dalla filosofia. In quanto cercavano di derivare questa
connessione da princìpi metafisici, essi sono ricaduti nel destino che tocca a
ogni metafisica. Già Bacone si servì di un metodo migliore, ponendo le scienze
dello spirito allora esistenti in relazione con il problema di una conoscenza
della realtà sulla base dell’esperienza, e commisurò a questo compito le loro
funzioni e i loro difetti. Comenio" si propose, con la sua pansofia, di
derivare dal rapporto di reciproca dipendenza interna delle verità la successione
di gradi in cui esse devono presentarsi nell’insegnamento; e poiché in tal
modo, opponendosi al falso concetto di una istruzione formale, scoprì il
principio fondamentale di un’educazione futura (purtroppo al di là da venire
ancor oggi), con il principio della dipendenza reciproca delle verità preparò
anche una struttura appropriata delle scienze. Comte, sottoponendo a indagine
la relazione tra questo rapporto logico di dipendenza in cui stanno tra loro le
verità e il rapporto storico di successione in cui esse compaiono, creò il
fondamento per un'autentica filosofia delle scienze. Egli consia. Per uno
sguardo d'insieme di questo tipo su particolari campi delle scienze dello
spirito, si rimanda alle seguenti enciclopedie: R. von MoHI, Enzyklopidie der
Staatswissenschaften, Tubingen (si veda inoltre la panoramica e la valutazione
di altre enciclopedie nella sua Geschichte und Literatur der
Staatswissenschaften in Monographien dargestellt, Erlangen, WarNnKONIG,
/uristische EnzyKlopéidie oder organische Darstellung der Rechtswissenschaft,
Erlangen; ScHLErERMAcHER, Kurze Darstellung des theologischen Studiums, Berlin;
A. Bòcgn, Enzyklopidie und Methodologie der philologischen Wissenschaften (a
cura di E. Bratuschek), Leipzig Comenius, filosofo e pedagogista, autore della
Didactica magna e di varie altre opere, appartenne alla comunità dei Fratelli
Boemi e fu coinvolto nelle guerre di religione, che lo costrinsero all'esilio.
Il suo pensiero, ispirato all'ideale della pansofia , ha ispirato un largo
movimento di riforma educativa, in Germania e fuori. derò la costituzione delle
scienze delle realtà storico-sociali come il fine del suo grande lavoro, e di
fatto la sua opera diede luogo a un forte movimento in questa direzione: Mill,
Littré!”, Herbert Spencer hanno ripreso il problema della connessione delle
scienze storico-sociali®. Questi lavori assicurano a colui che si introduca
nelle scienze dello spirito uno sguardo d'insieme di tipo completamente diverso
da quello che offre la sistematica degli studi professionali. Essi collocano le
scienze dello spirito nella connessione della conoscenza, ne colgono il
problema nel suo ambito complessivo e ne intraprendono la soluzione entro una
costruzione scientifica che comprende tutta la realtà storico-sociale. Però,
pieni della smania temeraria di costruzione scientifica oggi dominante in
Inghilterra e in Francia, privi dell’intimo sentimento della realtà storica che
si forma solamente in base a una consuetudine pluriena. Uno sguardo d'insieme
sui problemi delle scienze dello spirito, secondo la connessione interna in cui
stanno tra loro in rapporto sotto il profilo metodologico e in cui si può
quindi ottenerne una coerente soluzione, si trova abbozzata in A. Comte, Cours
de philosophie positive, Paris (nei volumi IV-VI). Le sue opere successive, che
contengono un punto di vista modificato, non possono servire a questo scopo. Il
più importante abbozzo di sistema delle scienze ad esso opposto è quello di
Herbert Spencer. Al primo attacco a Comte (in Essays, prima serie, London)
Spencer faceva seguire un'esposizione più precisa in The Classification of the
Sciences, London (cfr. la difesa di Comte in E. Lirtré, Auguste Comte et la
philosophie positive, Paris). Ma la più compiuta esposizione del complesso
delle scienze dello spirito è ora offerta dal suo System of Synthetic
Philosophy, del quale sono apparsi per primi, nel 1855, i Principles of
Psychology, e poi a partire dal ’76 i Principles of Sociology (in relazione
all'opera Descriptive Sociology); la parte conclusiva, i Principles of Ethics e
Spencer stesso dichiara di ritenerli quelli per cui tutti i precedenti
costituiscono soltanto il fondamento tratta nel primo volume, i fatti
dell'etica [The Data of Ethics, London]. Accanto a questo tentativo di
delineare una teoria della realtà storico-sociale, merita ancora di essere
menzionato quello di John Stuart Mill, contenuto nel sesto libro di A System of
Logic, Ratiocinative and Inductive, London, 1851 (che tratta della logica delle
scienze dello spirito o scienze morali), e nello scritto August Comte and
Positivism, London Littré, scienziato e filosofo, fu allievo e divulgatore del
pensiero di Comte, a cui dedicò vari scritti; si distaccò tuttavia dal maestro,
rifiutando l'esito religioso della filosofia comtiana, nale con questa realtà
nella ricerca particolare, i positivisti non hanno trovato quel punto di
partenza per i loro lavori che avrebbe dovuto corrispondere al loro principio
della connessione delle scienze particolari. Essi avrebbero dovuto cominciare
il loro lavoro studiando l’architettonica dell'immenso edificio delle scienze
positive, continuamente ampliato da aggiunte, sempre trasformato dall'interno,
sorto a poco a poco attraverso i millenni, renderlo comprensibile attraverso
l’approfondimento del suo piano di costruzione e così render giustizia — con
un’intuizione feconda per la ragione della storia alla molteplicità di aspetti
con cui si sono effettivamente sviluppate queste scienze. Essi hanno invece
innalzato un edificio provvisorio che non è sostenibile più di quanto lo siano
le temerarie speculazioni di Schelling o di un Oken” sulla natura. È così
accaduto che le filosofie dello spirito tedesche sviluppate sulla base di un
principio metafisico di Hegel, di Schleiermacher e del tardo Schelling impieghino
l’acquisizione delle scienze positive dello spirito con una penetrazione più
profonda dei lavori di questi filosofi positivi. Dall’approfondimento dei
compiti delle scienze dello stato hanno preso le mosse in Germania altri
tentativi di fornire una struttura comprensiva nel campo delle scienze dello
spirito, provocando però ovviamente un'unilateralità del punto di vista ?. Le
scienze dello spirito non costituiscono un complesso fornito di una
costituzione logica analoga alla struttura della conoa. Il punto di partenza è
rappresentato dalle discussioni sul concetto di società e sul compito delle
scienze sociali, nelle quali si è cercata un'integrazione alle scienze dello
stato. La spinta è stata data da L. von STEIN, Der Sozialismus und Communismus
des heutigen Frankreichs, Leipzig, 2° ed. 1848, e da R. von Mont,
Gesellschafts-Wissenschaften und Staats-Wissenschaften, Zeitschrift fr die
gesamte Staatswissenschaft, ripreso nella sua Geschichte und Literatur der
Staatswissenschaften, Erlangen. Indichiamo come particolarmente rilevanti due
tentativi di articolazione, cioè quelli di L. von STEIN, System der
Staatswissenschaft, Stuttgart, e di A. ScHarrLe, Bau und Leben des sozialen
Kòrpers, Tùbingen Oken, naturalista, autore di numerose opere di filosofia
della natura che si ispirano all’organicismo schellinghiano. scenza naturale.
La loro connessione si è sviluppata diversamente e deve quindi essere
considerata ora così come è storicamente cresciuta. Il materiale di queste
scienze è costituito dalla realtà storico-' sociale in quanto essa è conservata
nella coscienza dell’umanità come un insieme di conoscenze storiche, ed è stata
resa accessibile alla scienza sotto forma di una conoscenza sociale che va al
di là della situazione attuale. Per quanto sterminato sia questo materiale,
salta tuttavia agli occhi la sua incompiutezza. Interessi in nessun modo
corrispondenti all'esigenza della scienza e condizionati dalla tradizione pure
privi di qualsiasi relazione con quest’esigenza hanno determinato lo stato
della nostra conoscenza storica. Fin dall'epoca in cui, raccolti intorno al
fuoco dell’accampamento, i compagni di tribù e d’arme narravano le gesta dei
loro eroi e l’origine divina della loro stirpe, il forte interesse della vita
in comune ha salvato e conservato alcuni fatti dall’oscuro fluire della vita
umana abituale. L'interesse dell’epoca successiva e la vicenda storica hanno
deciso che cosa di questi fatti dovesse giungere fino a noi. La storiografia
come libera arte espositiva accoglie una parte di questo sterminato complesso,
cioè quella che appare fornita di interesse da un qualche punto vista. Ne
consegue che la società odierna vive, per così dire, sugli strati e sulle
rovine del passato; i precipitati del lavoro culturale presenti nel linguaggio
e nella superstizione, nel costume e nel diritto, come pure nelle
trasformazioni materiali che vanno oltre le testimonianze, contengono tutti una
tradizione che sorregge le testimonianze in modo inestimabile. Anche per la
loro conservazione ha deciso la mano della vicenda storica. Soltanto in due
punti si trova uno stato del materiale che corrisponde alle esigenze della
scienza. Il corso dei movimenti spirituali nell'Europa moderna è conservato con
sufficiente compiutezza negli scritti che ne sono parte costitutiva. Così pure
i lavori della statistica consentono per il breve periodo e il ristretto ambito
di paesi in cui sono stati applicati di gettare uno sguardo numericamente
fondato nei fatti della società che quei lavori accolgono: essi permettono di
fornire alla conoscenza dello stato attuale della società un fondamento esatto.
L’impossibilità di penetrare nella connessione di questo materiale sterminato
conduce a tale lacunosità; anzi ha contribuito non poco a rafforzarla. Non
appena lo spirito umano cominciò a sottoporre la realtà ai suoi principi, esso
si rivolse anzitutto, preso dallo stupore, al cielo; questa vòlta al di sopra
di noi, che sembra poggiare sul cerchio dell’orizzonte, lo occupò tutto: una
totalità spaziale in sé conclusa che sempre e dovunque avvolge gli uomini. Così
l’orientamento nell'edificio del mondo fu il punto di partenza della ricerca
scientifica, nei paesi orientali come in Europa. Il cosmo dei fatti spirituali
non si offre invece alla vista nella sua immensità, ma si offre soltanto allo
spirito raccoglitore del ricercatore; esso emerge in alcune parti singole, dove
uno studioso collega dei fatti, li esamina e li accerta: allora esso si
costituisce nell’interiorità dell'animo. Un vaglio critico delle tradizioni,
l'accertamento dei fatti e la loro raccolta costituiscono quindi un primo
lavoro comprensivo delle scienze dello spirito. Dopo che la filologia elaborò
una tecnica esemplare sulla materia più difficile e bella della storia,
l’antichità, questo lavoro in parte viene condotto in innumerevoli ricerche
particolari, in parte viene a costituire un elemento di indagini ulteriori. La connessione
di questa pura descrizione della realtà storico-sociale in quanto si propone,
sulla base della fisica della terra, con l'ausilio della geografia, di
descrivere la distribuzione dell’elemento spirituale e delle sue differenze
sulla terra, nel tempo e nello spazio può acquistare la sua capacità di
penetrazione sempre soltanto se la riconduce a chiare misure spaziali, a
rapporti numerici, a determinazioni temporali, con strumenti di
rappresentazione grafica. La semplice raccolta e il semplice vaglio del
materiale si trasformano qui gradualmente in una sua elaborazione e
articolazione concettuale. Le scienze dello spirito, così come esse sono e
operano, in virtù della ragione immanente che agisce nella loro storia non già
nel modo che desiderano alcuni architetti temerari, i quali vorrebbero
costruirle su nuova base congiungono in sé tre distinte classi di asserzioni.
Le asserzioni della prima classe esprimono un reale che è dato nella
percezione: esse contengono l’elemento storico della conoscenza. Le asserzioni
della seconda classe enunciano il comportamento uniforme delle parti di questa
realtà, isolate mediante un’astrazione: esse formano l'elemento teorico di
essa. Le asserzioni dell’ultima classe esprimono giudizi di valore e
prescrivono regole: in esse è racchiuso l'elemento pratico delle scienze dello
spirito. Fatti, teoremi, giudizi di valore e regole da queste tre classi di
proposizioni sono costituite le scienze dello spirito. E la relazione tra
orientamento storico, orientamento teorico astratto e orientamento pratico si
presenta come un rapporto fondamentalmente comune a tutte queste discipline. La
comprensione del singolare, dell’individuale rappresenta in esse uno scopo
ultimo e in ciò esse sono la costante confutazione del principio spinoziano
omnis determinatio est negatio al pari della formulazione di uniformità
astratte. Dalla sua prima radice nella coscienza fino alla vetta suprema, la
connessione dei giudizi di valore e degli imperativi è indipendente dalla
connessione delle prime due classi. La relazione reciproca di questi tre
compiti nella scienza pensante può essere sviluppata soltanto nel corso di
un'analisi di teoria della conoscenza (o, in senso più ampio,
dell’auto-riflessione). In ogni caso le osservazioni concernenti la realtà rimangono
separate dai giudizi di valore e dagli imperativi anche alla radice: sorgono
così due tipi di proposizioni, che sono distinte in linea di principio. Al
tempo stesso si deve riconoscere che questa distinzione all’interno delle
scienze dello spirito ha come conseguenza una loro duplice connessione. Una
volta sviluppate, le scienze dello spirito contengono, accanto alla conoscenza
di ciò che è, la coscienza della connessione dei giudizi di valore e degli
imperativi, nella quale si congiungono valori, ideali, regole, nonché la
tendenza alla formazione del futuro. Un giudizio politico che respinge
un'istituzione non è né vero né falso, ma è giusto o ingiusto, in quanto se ne
valuta la tendenza, il fine; vero o falso può essere invece un giudizio
politico che illustri le relazioni di questa istituzione con altre istituzioni.
Soltanto se si assume questa prospettiva per interpretare la proposizione,
l’asserzione, il giudizio, si può fondare una teoria della conoscenza che non
comprima la realtà oggettiva delle scienze dello spirito nei limiti ristretti
di una conoscenza di uniformità, secondo l’analogia con le scienze della
natura, venendo pertanto a mutilarle, ma che le comprenda e dia loro un
fondamento così com’esse si sono sviluppate. Gli scopi delle scienze dello
spirito cogliere l’aspetto singolare e individuale delle realtà
storico-sociale, conoscere le uniformità operanti della sua formazione,
determinare fini e regole per il suo ulteriore sviluppo possono essere
conseguiti soltanto mediante gli strumenti del pensiero, cioè mediante
l’analisi e l’astrazione. L'espressione astratta in cui si prescinde da
determinati aspetti della situazione, mentre se ne sviluppano altri, non è il
fine ultimo esclusivo di queste scienze, ma è il loro mezzo indispensabile.
Come il conoscere che procede per astrazione non può risolvere in sé
l’autonomia degli altri scopi di queste scienze, così né la conoscenza storica
né quella teorica né lo sviluppo delle regole che dirigono di fatto la società
possono far a meno di tale conoscere. La disputa tra la scuola storica e la
scuola astratta è sorta in quanto la scuola astratta ha commesso il primo di
questi errori, e la scuola storica l’altro. Ogni scienza particolare sorge
soltanto mediante l’artificio dell'isolamento di una parte dall’insieme della
realtà storico-sociale. La storia prescinde da quei caratteri della vita di un
particolare uomo o di una particolare società che si presentano identici,
nell’epoca da essa indagata, con quelli di tutte le altre epoche; il suo
sguardo è diretto a quel che c’è di distintivo e di singolare. In ciò il
singolo storico può ingannarsi, in quanto da tale direzione del suo sguardo già
deriva la selezione di certi aspetti nelle sue fonti; ma chi mette a confronto
il procedimento effettivo dello storico con il complesso della realtà
storico-sociale, dovrà ben riconoscerlo. Da ciò deriva l'importante principio
che ogni scienza particolare dello spirito conosce la realtà storico-sociale
solo relativamente, in quanto ha coscienza della propria relazione con le altre
scienze dello spirito. L’organizzazione di queste scienze e il loro corretto
sviluppo nella loro particolarità dipendono pertanto dalla capacità di tener
presente la relazione di ognuna delle loro verità con il complesso della realtà
della quale fanno parte, nonché della costante consapevolezza dell’astrazione
in virtù della quale queste verità sussistono e del limitato valore conoscitivo
che ad esse spetta a causa di questo loro carattere astratto. Tre diversi
compiti deve assolvere la fondazione delle scienze dello spirito. Essa
determina il carattere generale della connessione in cui, sulla base del dato,
sorge in questo campo un sapere universalmente valido: si tratta qui della
struttura logica generale delle scienze dello spirito. Occorre poi illustrare
la costruzione del mondo spirituale nei suoi campi particolari, quale avviene
nelle scienze dello spirito attraverso l’intreccio delle loro operazioni.
Questo è il secondo compito, e nel corso della sua soluzione verrà gradualmente
in luce, per astrazione dal loro stesso procedimento, la dottrina del metodo
delle scienze dello spirito. Infine si cercherà quale sia il valore conoscitivo
di queste operazioni delle scienze dello spirito e in quale misura sia
possibile, mediante la loro cooperazione, un sapere oggettivo intorno ai
fenomeni spirituali. Tra questi due ultimi compiti c'è una stretta connessione
interna. La distinzione delle varie operazioni rende possibile provarne il
valore conoscitivo, e questo esame mostra in quale misura sia possibile, in
virtù di esse, tradurre in sapere la realtà che è oggetto delle scienze dello
spirito e la connessione reale in essa sussistente: in tale maniera si otterrà
un fondamento autonomo della conoscenza per il nostro campo, mentre * Der
Aufbau der geschichtlichen Welt in den Geisteswissenschaften, parte III:
Allgemeine Sitze fiber den Zusammenhang der Geisteswissenschaften, Abhandlungen
der kSniglich Preussischen Akademie der Wissenschaften
(Philosophisch-historische Classe), 1910, pp. 49-123, ora in Gesammelte
Schriften, Leipzig und Berlin, vol. VII, 1927, pp. 120-188 (La costruzione del
mondo storico nelle scienze dello spirito, tr. it. di Pietro Rossi, in Critica
della ragione storica, Torino, Einaudi, 1954, pp. 200-289). si apre la
possibilità di una connessione generale della teoria della conoscenza, il cui
punto di partenza risieda nelle scienze dello spirito. Il carattere generale
della connessione nelle scienze dello spirito è dunque il nostro prossimo
problema. Il punto di partenza è la dottrina della struttura dell’apprendimento
oggettivo in genere. Essa mostra in ogni apprendimento una linea progressiva
dal dato ai rapporti fondamentali della realtà, che al di lù di quello si
rivelano al pensiero concettuale. Le medesime forme di pensiero e le medesime
classi di operazioni di pensiero, ad esse subordinate, rendono possibile la
connessione scientifica nelle scienze della natura e nelle scienze dello
spirito. Su questa base sorgono poi, nell’applicazione di quelle forme e di
quelle operazioni di pensiero ai compiti particolari e sotto le condizioni
particolari delle scienze dello spirito, i metodi specifici di queste. E poiché
i compiti delle scienze producono i metodi di soluzione, i singoli procedimenti
costituiscono una connessione interna, condizionata dallo scopo del sapere.
L'apprendimento oggettivo costituisce un sistema di relazioni, nel quale sono
contenuti percezioni ed Er/ebnisse, rappresentazioni della memoria, giudizi,
concetti, deduzioni, insieme alle loro forme composte. A tutte queste
operazioni nel sistema dell'apprendimento oggettivo è comune la presenza in
esse soltanto di relazioni di fatto: così nel sillogismo sono presenti soltanto
i contenuti e le loro relazioni senza che lo accompagni alcuna coscienza di
operazioni di pensiero. Il procedimento che suppone al di sotto del dato, come
sue condizioni di coscienza, singoli atti che vengono concepiti come
corrispondenti alle relazioni di fatto, derivando dalla loro cooperazione la
realtà dell'apprendimento oggettivo, contiene un'ipotesi che non può mai essere
verificata. I vari Erlebnisse entro questo apprendimento oggettivo sono elementi
di una totalità determinata dalla connessione psichica. In questa connessione
psichica la conoscenza oggettiva della realtà è la condizione per l’esatta
constatazione dei valori e per l’agire conforme allo scopo. Così il percepire,
il rappresentare, il giudicare, il dedurre sono operazioni che collaborano
nella teleologia della connessione dell’apprendimento, la quale assume quindi
il suo posto nella connessione della vita. 1. La prima operazione
dell’apprendimento oggettivo sul dato eleva a coscienza distinta ciò che in
esso è contenuto, senza far subire un mutamento alla forma della datità. Io
chiamo primaria questa operazione, in quanto l’analisi che muove dal pensiero
discorsivo non ritrova nessuna operazione più semplice. Essa sta al di là del
pensiero discorsivo, il quale è legato al linguaggio e si svolge nei giudizi;
poiché gli oggetti, su cui si giudica, presuppongono già operazioni di
pensiero. Comincio qui con l’operazione della comparazione. Io trovo il simile
e il dissimile, concepisco gradi di distinzione. Davanti a me stanno due
foglioline di diverso colore grigio: si osserva la diversità e il grado di
diversità nel colore non in base a una riflessione sul dato ma come un elemento
di fatto, poiché il colore stesso è uno stato di fatto. Del pari distinguo,
nella mia esperienza immediata, gradi di piacere, quando passo dal tocco di un
tono determinato e della sua ottava a una completa armonia. Questa operazione
di pensiero, con cui soltanto la logica ha che fare, è semplice. E il suo
risultato, in rapporto al suo valore di verità, non è diverso dall’osservare un
colore o un suono; qualcosa che esiste diventa osservabile. Identità e
differenza non sono qualità delle cose come l’estensione o il colore: esse
sorgono in quanto l’unità psichica reca a coscienza rapporti che sono contenuti
nel dato. E poiché l’affermazione dell’identità e l'affermazione della
differenza trovano soltanto ciò che è dato, così come sono dati l'estensione e
il colore, esse costituiscono un analogo della percezione stessa; ma in quanto
creano concetti di rapporti logici come quelli di identità, di differenza, di
grado, di affinità, contenuti nella percezione ma non dati in questa, esse
appartengono al pensiero. Sulla base della comparazione sorge un’altra
operazione. Quando separo due stati di fatto siamo di fronte, dal punto di
vista logico e non si tratta affatto di processi psicologici a un'operazione di
pensiero diversa dalla distinzione. Nel dato sono contenuti separatamente due
stati di fatto, e viene colta la loro estraneità. Così in un bosco una voce
umana, il rumore del vento, il canto di un uccello vengono colti non solo come
distinti tra di loro, ma anche come una pluralità. Quando un suono della stessa
qualità, cioè della stessa altezza, dello stesso timbro, della stessa intensità
e della stessa durata, ritorna una seconda volta in un altro punto del corso
temporale, in questa seconda operazione di pensiero sorge la coscienza che il
secondo suono è altro dal primo. Un ulteriore rapporto è concepito in un
secondo caso di separazione. In una foglia verde posso separare tra loro colore
e forma, e allora ciò che coerisce nell’unità dell’oggetto, e che non può venir
realmente separato, diventa tuttavia separabile idealmente. Anche quando le
condizioni preliminari di quest'operazione di separazione sono molto complesse,
l'operazione stessa è tuttavia semplice. Essa è determinata, al pari della
comparazione, dal contenuto di fatto che reca a conoscenza. E qui si apre la
prospettiva sul processo di astrazione, così importante per la costruzione
della logica. La distinzione delle membra di un corpo inerisce alla realtà
concreta del corpo; in ognuna delle sue parti è mantenuta questa realtà
concreta, ma quando estensione e colore vengono tra loro separati, e il
pensiero si rivolge al colore, allora da tale distinzione sorge l’operazione
dell’astrazione: di ciò che è stato idealmente separato viene posto in evidenza
un aspetto. L'unione di vari elementi distinti si può compiere solo sulla base
di una relazione tra questi vari elementi. Noi cogliamo il rapporto spaziale
tra stati di fatto distinti,o gli intervalli in cui i processi si susseguono
temporalmente. Anche questo collegare e questo unire portano soltanto a
coscienza rapporti che già sussistono; ma ciò avviene mediante operazioni di
pensiero che hanno a base relazioni, come quelle di spazio e di tempo, di fare
e subire. Questo prendere insieme è la condizione perché si costituisca
l'intuizione del tempo. Quando il battito di un orologio si succede varie
volte, davanti a me sta soltanto il susseguirsi di tali impressioni, ma solo
prendendole insieme diventa possibile comprendere questa successione. Questo
prendere insieme dà luogo al rapporto logico di una totalità con le sue parti.
Sulla base dei rapporti di separazione e della graduale differenza delle
relazioni contenute nel sistema di suoni sorge, in questo collegamento, un
complesso così condizionato che viene però in luce soltanto nel collegamento
stesso, e cioè l'accordo o la melodia. Qui appare particolarmente chiaro come il
prendere insieme avviene entro ciò che è contenuto nell’Erlebnis di percezione
o di ricordo, e come tuttavia sorge in esso qualcosa che non esisteva senza
quel prendere insieme. Noi ci troviamo qui ai limiti che conducono al di sopra
della constatazione di ciò che è contenuto in tali rapporti, nella regione
della libera fantasia. Questi esempi e non si tratta di nulla di più dimostrano
che le operazioni elementari del pensiero spiegazo il dato. Precedendo il
pensiero discorsivo, esse ne contengono le premesse, in quanto nella
comparazione si preparano la formazione dei giudizi e dei concetti generali e
il procedimento comparativo, nella separazione le astrazioni e il procedimento
analitico, e infine nelle relazioni ogni specie di operazioni sintetiche. Così
un’interna connessione fondante va dalle operazioni elementari di pensiero al
pensiero discorsivo, dall’apprendimento del contenuto di fatto degli oggetti ai
giudizi su di essi. Ciò che è percepito sensibilmente o immediatamente vissuto
trapassa, a un ulteriore grado di coscienza, nella rappresentazione della
memoria. In essa si compie un'ulteriore operazione dell'apprendimento
oggettivo, a cui corrisponde un particolare rapporto della nuova formazione con
il suo fondamento. Questo rapporto della rappresentazione della memoria con il
contenuto dell’apprendimento sensibile e dell’Erlebnis è un rapporto di
riproduzione. Infatti la libera mobilità delle rappresentazioni è, nel campo
dell’apprendimento oggettivo, limitata dall’intenzione di adeguarsi alla realtà
e tutti i modi di formazione delle rappresentazioni sono determinati da questo
orientamento verso la realtà. In esso sorgono rappresentazioni totali e
rappresentazioni generali, preparando un nuovo grado della coscienza. Questo
nuovo grado viene alla luce nel pensiero discorsivo: il rapporto di
riproduzione cede qui il posto a un’altra relazione entro l'apprendimento
oggettivo.Il pensiero discorsivo è legato all’espressione, in primo luogo al
linguaggio. In ciò consiste la relazione dell’espressione con ciò che è
espresso, mediante la quale sorgono forme linguistiche sulla base dei movimenti
degli organi linguistici e delle rappresentazioni dei loro prodotti. La
relazione con ciò che in esse viene espresso costituisce la loro funzione: esse
hanno un significato come elementi della proposizione, mentre la proposizione
medesima ha un senso. La direzione dell’apprendimento va dalla parola e dalla
proposizione all'oggetto che esse esprimono: in tal modo sorge la relazione tra
Gi proposizione grammaticale, o l’espressione effettuata mediante altri segni,
e il giudizio che produce tutte le parti del pensiero discorsivo. Qual è ora il
rapporto tra il dato o il contenuto rappresentativo, condizionato dalle
precedenti operazioni degli Erlebnisse di apprendimento, e il giudizio? In
questo uno stato di fatto viene predicato di un oggetto: da ciò deriva che non
si può qui parlare di una riproduzione del dato o del contenuto
rappresentativo. Dalla connessione di pensiero procedo alla determinazione
positiva del rapporto. Ogni giudizio è analiticamente contenuto in essa, e
viene inteso come suo elemento. Nella connessione dell’apprendimento oggettivo
ogni sua parte si riferisce, per il tramite della connessione in cui è
inserito, al fatto di essere contenuto nella realtà. Questa è infatti la regola
suprema a cui sottostà ogni giudizio: esso deve essere contenuto nel dato
secondo le leggi formali del pensiero e secondo le forme del pensiero. Anche
giudizi che esprimono qualità o azioni di Zeus o di Amleto sono riferiti nella
connessione del pensiero a un dato. Così tra il giudizio e le forme finora
illustrate dell’apprendimento oggettivo sorge un nuovo rapporto, il quale
mostra due aspetti. Questa duplicità è determinata dal fatto che il giudizio da
una parte è fondato nel dato, ma dall'altra rende esplicito ciò che in questo è
contenuto solo implicitamente, ma in forma esplicitabile. Nella prima relazione
sorge il rapporto di rappresentazione: il giudizio rappresenta per mezzo di
contenuti di fatto, racchiusi nel dato, elementi del pensiero che soddisfano le
esigenze di costanza, chiarezza, distinzione, legame stabile con i segni
verbali che sono inerenti al sapere. D'altro lato, i giudizi realizzano
l’intenzione dell’apprendimento oggettivo di avvicinarsi dal condizionato, dal
particolare e dal mutevole ai rapporti fondamentali della realtà. Il rapporto
di rappresentazione si estende all’intera connessione del pensiero discorsivo
entro l'apprendimento oggettivo, in quanto questo si compie mediante il
giudicare. Il dato nella sua concreta intuitività e il mondo di
rappresentazioni che lo riproduce sono in ogni forma del pensiero discorsivo
rappresentati da un sistema di relazioni tra elementi stabili del pensiero. E a
ciò corrisponde, nella direzione inversa, che quando si ritorna all’oggetto
questo conferma e verifica, nella pienezza della sua esistenza intuitiva, il
giudizio o il concetto. Proprio per le scienze dello spirito è particolarmente
importante che l’intera freschezza e l’intera forza dell’Er/ebris ritornino poi
direttamente, o nella direzione dall’intendere all'Erleden. Il rapporto di
rappresentazione implica che, in determinati limiti, il dato e il pensato
discorsivo siano scambiabili. Se si sottopone ad analisi la connessione del
pensiero discorsivo, si presentano in questa dei modi di relazione, i quali
ritornano regolarmente prescindendo dal mutamento dei contenuti del pensiero e
sussistono al tempo stesso in ogni luogo della connessione del pensiero, nonché
in rapporto interno tra di loro; tali forme del pensiero sono il giudizio, il
concetto e il sillogismo, che si presentano in ogni parte della connessione del
pensiero discorsivo e formano la sua intelaiatura. Ma anche le classi di
operazioni del pensiero discorsivo, subordinate a queste forme elementari la
comparazione, l'analogia, l’induzione, la partizione, la definizione, e infine
la connessione fondante sono indipendenti dalla delimitazione dei singoli campi
del pensiero, in particolare dalla reciproca delimitazione delle scienze della
natura e delle scienze dello spirito. Esse si distinguono secondo i compiti
dell’intera connessione del pensiero, che la realtà pone secondo i suoi
rapporti generali, mentre sono le forme particolari del metodo a esser
condizionate dalle qualità dei singoli campi. Alla regolarità di queste forme
corrisponde la validità del loro lavoro concettuale, e di questa acquistiamo
certezza mediante la coscienza dell’evidenza. E le qualità più generali a cui è
legata la validità di queste diverse forme, indipendente dal mutare degli oggetti
e costante nel venire e nell’andare degli Erlebnisse di pensiero e dei loro
soggetti, si esprimono nelle leggi del pensiero. Noi non abbiamo bisogno di
superare il rapporto di rappresentazione, quando passiamo dai giudizi di realtà
ai giudizi necessari. Un assioma di geometria è necessario in quanto esso
esprime i rapporti fondamentali ovunque constatabili con l’analisi
dell’intuizione spaziale, e del pari il carattere di necessità delle leggi del
pensiero è abbastanza spiegato dal fatto che esse sono ovunque contenute
analiticamente nella connessione del pensiero. Un metodo scientifico sorge in
quanto le forme e le operazione generali del pensiero vengono collegate in un
tutto composto mediante lo scopo racchiuso nella soluzione di un determinato
compito scientifico. Se si presentano problemi simili a questo compito, allora
il metodo applicato a un campo limitato si rivelerà fecondo anche per un campo
più ampio. Spesso un metodo, nello spirito del suo scopritore, non è ancora
legato alla coscienza del carattere logico e della portata che lo
caratterizzano: questa coscienza sorge soltanto in seguito. Essendosi il
concetto di metodo sviluppato per secoli particolarmente nell’uso linguistico
dello studioso della natura, anche il procedimento che tratta una questione di
dettaglio, ed è quindi assai più complesso, può venir designato come metodo.
Quando si aprono differenti vie per la soluzione dello stesso problema, esse
vengono differenziate come metodi diversi. Dove le forme di procedere di uno
spirito mostrano qualità comuni, la storia delle scienze parla di un metodo di
Cuvier! nella paleontologia o di un metodo di Niebuhr? nella critica storica.
Con la dottrina del metodo entriamo nel campo in cui comincia a farsi valere il
carattere particolare delle scienze dello spirito. 1.
Gcorges-Léopold-Chrétien-Frédéric Dagobert barone di Cuvier, naturalista
frapcese, autore del Tableau élfmentaire de l'histoire naturelle, delle Legons
d’anatomie comparée, delle Recherches sur les ossements fossiles des
quadrupèdes, de Le règne animal distribué après son organisation e di numerose
altre opere, si dedicò a studi di zoologia, con particolare riguardo
all'analisi della struttura dci molluschi e dei pesci, e di paleontologia. Le
sue indagini hanno aperto la strada all'esplorazione degli animali fossili. Niebuhr,
storico, autore di una fondamentale Rémische Geschichte, impostò la propria
analisi del mondo antico sulla base di una critica sistematica delle fonti; il
suo scetticismo mise capo a una radicale svalutazione delle testimonianze
antiche sulla storia romana. Tutti gli Erlebnisse dell’apprendimento oggettivo
sono, entro la sua connessione teleologica, diretti alla penetrazione di ciò
che è, vale a dire della realtà. Il sapere forma una gradualità di operazioni:
il dato è spiegato nelle operazioni elementari del pensiero, riprodotto nelle
rappresentazioni, tradotto nel pensiero discorsivo e così rappresentato in
differenti modi. Perciò la spiegazione del dato mediante le operazioni
elementari del pensiero, la riproduzione nella rappresentazione rammemorata e
la traduzione nel pensiero discorsivo possono venir racchiuse entro il più
ampio concetto di rappresentazione. Tempo e ricordo liberano l'apprendimento
della dipendenza dal dato e compiono una scelta di ciò che è significativo per
l’apprendimento; il particolare viene sottoposto agli scopi dell’apprendimento
della realtà mediante la relazione col tutto e mediante la subordinazione sotto
il generale; la mutabilità del dato intuitivo viene elevata a rappresentazione
universalmente valida in una relazione concettuale; mediante l’astrazione e il
procedimento analitico il concreto viene inserito in serie uniformi che
consentono asserzioni di regolarità, oppure penetrato nella sua articolazione
attraverso un’opera di suddivisione. L’apprendimento tende così a esaurire
sempre di più ciò che ci è accessibile nel dato. 2. In due direzioni sono
logicamente collegati gli Er/ebnisse che appartengono all’apprendimento
oggettivo: nell’una gli Erlebnisse sono in rapporto tra loro in quanto, come
gradi nell’apprendimento del medesimo oggetto, cercano di esaurire mediante
esso ciò che è contenuto nell’Erlebez o nell’intuire, e nell'altra
l'apprendimento collega un elemento di fatto con l’altro mediante le relazioni
reciproche che vengono colte. Là si ha un approfondimento nell’oggetto
particolare e qui un’estensione universale: approfondimento ed estensione che
sono in dipendenza reciproca. Intuizione, ricordo, rappresentazione totale,
denominazione, giudizio, subordinazione del particolare all’universale,
collegamento delle parti in un tutto queste sono forme dell’apprendimento: senza
che l’oggetto debba mutare, cambia il modo e la forma di coscienza in cui esso
esiste per noi, quando si passa dall'intuizione al ricordo o al giudizio. La
direzione verso lo stesso oggetto, che è loro comune, le collega in una
connessione teleologica, in cui hanno posto solo quegli Erlebnisse che compiono
qualche operazione nella tendenza a cogliere questo determinato elemento
oggettivo. Questo carattere teleologico della connessione, che qui si presenta,
condiziona il passaggio da un elemento all’altro entro di essa. E finché
l’Erlebnis non è pienamente esaurito, o l’oggettività data parzialmente e
unilateralmente nelle intuizioni particolari non è ancora pervenuta a pieno
apprendimento e a compiuta espressione, vi è sempre un clemento di insoddisfazione,
e questo esige che si proceda oltre. Le percezioni che riguardano lo stesso
oggetto sono tra loro legate in una connessione teleologica, in quanto
procedono riferendosi al medesimo oggetto. Così una particolare osservazione
sensibile ne richiede sempre più altre, che vengono a completare
l'apprendimento dell’oggetto; e in questo processo di completamento si esige
già il ricordo, come ulteriore forma di apprendimento. Esso sta, entro la
connessione dell'apprendimento oggettivo, in un saldo rapporto con il
fondamento intuitivo, in maniera che ha la funzione di riprodurre, ricordare e
mantenere così utilizzabile questo fondamento per l'apprendimento oggettivo.
Qui appare assai chiaramente la distinzione tra l'apprendimento dell’Erlebris
della memoria che studia il processo che sta a base di esso nelle sue
uniformità, e la nostra considerazione della memoria secondo la sua funzione
nella connessione dell’apprendimento, per cui esso riproduce ciò che è
immediatamente vissuto o appreso. La memoria può accogliere in sé, sotto
un’impressione o sotto l'influenza di uno stato d'animo, molteplici contenuti
distinti dal loro fondamento, e proprio qui hanno la loro origine le immagini
estetiche della fantasia: ma la memoria presente in tale connessione
teleologica, basata sulla penetrazione dell’oggetto, possiede la tendenza verso
l’identità con il contenuto intuitivo o vissuto dell’apprendimento oggettivo. E
che la memoria abbia compiuto la sua funzione nell’apprendimento oggettivo
risulta dalla possibilità di constatare la sua somiglianza con il fondamento
percettivo dell’apprendimento. In questa tendenza degli Erlebnisse conoscitivi
verso un oggetto particolare è già presente il procedere verso qualcosa di
sempre nuovo. I mutamenti nell’oggetto mostrano la connessione dinamica in cui
esso si trova, e, in quanto il contenuto di fatto può venir spiegato solo
mediante nomi, concetti, giudizi, è richiesto un ulteriore passaggio
dall’intuizione particolare all’universale. A questa tendenza verso la
totalità, l’elemento attivo, l’universale, corrisponde il procedere delle
relazioni rintracciabili nel singolo oggetto a quelle che hanno luogo in più
grandi connessioni oggettive. In tal modo la prima tendenza delle relazioni
conduce alla seconda. Nella prima tendenza erano tra loro collegati quegli
Erlebnisse di apprendimento che tendono a cogliere in maniera sempre più
adeguata lo stesso oggetto mediante diverse forme di rappresentazione. Nella
seconda sono invece collegati gli Er/ebnisse che si estendono a sempre nuovi
oggetti e penetrano leloro relazioni reciproche, sia nella stessa forma di
apprendimento sia attraverso l’unione di diverse sue forme. Sorgono così
rapporti complessi, i quali risultano particolarmente chiari nei sistemi
omogenei, che rappresentano cioè rapporti di spazio, di suono o di numero ®.
Ogni scienza si riferisce a un’oggettività suscettibile di delimitazione, in
cui risiede la sua unità, e la connessione del campo scientifico dà ai principi
che esso racchiude la loro coerenza reciproca. Il completamento di tutte le
relazioni contenute in ciò che è immediatamente vissuto o intuito costituirebbe
il concetto di mondo: in esso è racchiusa la pretesa di esprimere tutto ciò che
può venir immediatamente vissuto o intuito mediante la connessione delle
relazioni di fatto in esso racchiuse. Questo concetto di mondo è l’esplicazione
che è data anzitutto nell'orizzonte spaziale. Spiegazione, riproduzione e
rappresentazione sono gradi della relazione col dato, in cui l’apprendimento
oggettivo si approssima al concetto di mondo. Essi sono gradi, poiché in ognuna
di queste posizioni dell’apprendimento oggettivo quella precedente costituisce
la base di quella successiva. a. Ideen tiber eine beschreibende und
zergliedernde Psychologie, Sitzungsberichte der kòniglich Preussischen Akademie
der Wissenschaften (ora in Gesammelte
Schriften]. b. Qui lo sguardo si dirige anche al compito logico di riduzione
delle forme del pensiero discorsivo a forme di espressione dei rapporti
presenti nel dato, così come vengono posti in luce dalle operazioni elementari
del pensiero. Dai fatti contenuti nel campo dell’apprendimento sensibile noi
Allorché questa connessione dell’apprendimento oggettivo sottostà alle
condizioni contenute nelle scienze dello spirito, viene a delinearsi la
particolare struttura di tali discipline. Sulla base delle forme e delle operazioni
generali del pensiero si fanno qui valere compiti specifici, che trovano la
loro soluzione nell’intreccio di metodi propri. Nell’elaborazione di queste
forme di procedimento le scienze dello spirito sono state ovunque influenzate
dalle scienze della natura; e poiché queste hanno elaborato prima i loro
metodi, si è avuto in larga misura un adattamento di essi ai compiti delle
scienze dello spirito. In due punti ciò risulta particolarmente evidente: nella
biologia sono stati scoperti per siamo condotti a considerare l’immanenza
dell'ordine entro la materia della nostra esperienza sensibile, e la
distinzione della materia delle impressioni dalle forme di collegamento si
rivela un mero strumento di astrazione. Il principio di identità dice che ogni proposizione
vale indipendentemente dal posto mutevole che essa occupa entro la connessione
del pensiero e dal mutamento che avviene nei soggetti delle asserzioni; e il
principio di contraddizione ha a suo fondamento quello di identità. In questo
al principio di identità si aggiunge la negazione, che è soltanto il rifiuto di
un'assunzione che si presenta in noi o al di fuori di noi, e si riferisce
sempre a un’asserzione già formulata, sia questa contenuta in un atto cosciente
del pensiero o in un'altra forma. Il principio di identità esige per la
proposizione una validità costante; e perciò viene esclusa l'eliminazione di
tale proposizione. Noi non possiamo al tempo stesso affermarla e negarla, in
quanto viene alla coscienza il rapporto di contraddizione. E quando dichiaro
falso il giudizio negativo, io rifiuto di eliminare la proposizione, e ne
risulta confermata l’'asserzione affermativa: il principio del terzo escluso
esprime questo fatto. Così le leggi del pensiero non designano alcuna
condizione aprioristica per il nostro pensiero; e i rapporti racchiusi nella
comparazione, nella separazione, nell’astrazione, nella relazione, si ritrovano
poi nelle operazioni del pensiero discorsivo e nelle categorie formali, di cui
si parlerà poi. Non è necessario ritenere che il giudizio presupponga il
subentrare del rapporto categoriale tra cosa e qualità, poiché questo può venir
inteso in base alla relazione tra l'oggetto e ciò che da esso è predicato. la
prima volta i metodi comparativi poi sempre maggiormente applicati alle scienze
sistematiche dello spirito, e i metodi sperimentali elaborati dall’astronomia e
dalla fisiologia sono stati trasferiti alla psicologia, all'estetica e alla
pedagogia. Anche oggi, nello sforzo di soluzione di compiti particolari, lo
studioso di psicologia di pedagogia, di linguistica o di estetica si chiederà
spesso se i mezzi e i metodi scoperti nelle scienze della natura per la
soluzione di problemi analoghi possano venir sfruttati nel proprio campo. Ma,
nonostante tali punti particolari di contatto, la connessione delle forme di
procedimento delle scienze dello spirito è, fin dal suo inizio, diversa dalla
connessione delle scienze della natura. Qui vengono considerati soltanto i
principi generali necessari per la penetrazione della connessione delle scienze
dello spirito, mentre la trattazione dei metodi appartiene allo studio della
costruzione delle scienze dello spirito. Due spiegazioni terminologiche devono
essere qui anticipate: per unità della vita psichica intendo gli elementi del
mondo storico-sociale, e con struttura psichica designo la connessione in cui,
nelle unità della Vita psichica, sono tra loro legate diverse operazioni. 1. La
vita. Le scienze dello spirito poggiano sul rapporto di Erledn:s, espressione e
intendere. Così il loro sviluppo dipende sia dall’approfondimento degli
Erlebnisse sia dalla crescente tendenza all'esaurimento del loro contenuto, ed
è nel medesimo tempo condizionato dall’estensione dell’intendere all'intera
oggettiva zione dello spirito e dalla capacità di cogliere in modo sempre più
compiuto e metodico il contenuto spirituale delle diverse manifestazioni della
vita. Il complesso di ciò che ci si rivela nell’Erleden e nell’intendere è la
vita come connessione che comprende il genere umano. E quando per la prima
volta ci troviamo di fronte a questo grande fatto, che per noi è il punto di
partenza non soltanto delle scienze dello spirito ma anche della filosofia,
occorre andar oltre la sua elaborazione scientifica e penetrare il fatto stesso
nella sua costituzione grezza. Infatti, dove la vita ci si presenta come uno
stato di fatto proprio del mondo umano, noi incontriamo le sue determinazioni
nelle varie unità della vita; incontriamo rapporti vitali, presa di posizione,
l’atteggiamento, la creazione effettuata sulle cose e sugli uomini e la sofferenza
che ne deriva. Nello sfondo permanente da cui emergono le operazioni
differenziate, non c'è nulla che non contenga un rapporto vitale dell'io. Come
tutto ha qui una posizione di fronte ad esso, altrettanto viene però a mutare
la situazione dell’io secondo il rapporto che le cose e gli uomini hanno con
esso: non esistono nessun uomo e nessuna cosa che siano soltanto oggetti per
me, e che non racchiudano una pressione o un vantaggio, il fine di una tendenza
o un’obbligazione del volere, un'importanza, una pretesa di esser preso in
considerazione, una vicinanza interna o una resistenza, una distanza e una
estraneità. Il rapporto vitale, sia esso limitato a un dato momento o duraturo,
fa sì che tali uomini e tali oggetti mi rechino felicità, estendano la mia
esistenza, accrescano la mia forza, oppure vengano a limitare in questo
rapporto lo spazio della mia esistenza, a esercitare una pressione su di me, a
diminuire la mia forza. E ai predicati che le cose acquistano soltanto nel
rapporto vitale con me corrisponde il mutare degli stati in me stesso che ne
scaturisce. Su questo sfondo della vita emergono poi l'apprendimento oggettivo,
la valutazione, la posizione di scopi, come tipi di atteggiamento che hanno
luogo in innumerevoli sfumature che passano l’una nell'altra: essi sono legati
nel corso della vita in interne connessioni, le quali comprendono e determinano
ogni occupazione e ogni sviluppo. Se illustriamo ciò con il modo in cui il
poeta lirico reca a espressione l’Erlebnis, si vede che egli muove da una
situazione e raffigura uomini e cose nel rapporto vitale con un io ideale, in
cui la sua esistenza e entro di essa il corso della sua esperienza vengono
accentuate nella fantasia; questo rapporto di vita determina ciò che il vero
lirico vede ed esprime degli uomini e delle cose e di se stesso. Anche il poeta
epico può dire soltanto ciò che emerge in un rapporto di vita da lui
raffigurato. Oppure, quando lo storico descrive situazioni e persone storiche,
egli desterà un'impressione della vita reale, tanto più forte quanto meglio
raffigura tali rapporti di vita. Egli deve porre in luce le qualità degli
uomini e delle cose che scaturiscono e operano in tali rapporti di vita e, si
potrebbe dire, dare alle persone, alle cose, ai processi, la forma e il colore in
cui essi hanno dato forma, dal punto di vista del rapporto di vita, a
percezioni e a immagini di memoria nella vita stessa. 2. L'esperienza della
vita. L'apprendimento oggettivo scorre nel tempo, e così in esso sono già
contenute immagini di memoria. E in quanto ciò che è immediatamente vissuto
cresce continuamente e sempre più svanisce con il progredire del tempo, sorge
il ricordo del corso della propria vita. Parimenti, sulla base della
comprensione di altre persone, si formano i ricordi dei loro stati e le
immagini esistenziali delle diverse situazioni; e certo in tutti questi ricordi
la situazione è sempre legata con il suo ambiente di contenuti di fatto, di
avvenimenti e di persone. Dalla generalizzazione di ciò che in tal modo si
presenta insieme sorge l’esperienza di vita dell’individuo. Essa sorge in forme
di procedimento equivalenti a quelle dell’induzione. Il numero dei casi, in
base ai quali questa induzione decide, cresce di continuo nel corso della vita;
e le generalizzazioni che si formano vengono sempre corrette. La sicurezza che
spetta all'esperienza personale della vita è distinta dalla validità universale
di tipo scientifico: infatti queste generalizzazioni non sono compiute
metodicamente e non possono venir racchiuse in formule rigorose. Il punto di
vista individuale, inerente all’esperienza personale della vita, si corregge e
si amplia nell’esperienza generale della vita: con questa io intendo i princìpi
che si formano in qualsiasi ambito di persone in rapporto reciproco e che sono
comuni ad esse. Si tratta di asserzioni sul corso della vita, di giudizi di
valore, di regole della condotta di vita, di determinazioni di scopi e di beni:
il loro contrassegno sta nel fatto che esse sono creazioni della vita
collettiva, le quali riguardano tanto la vita dell’uomo singolo quanto la vita
delle comunità. Sotto il primo aspetto, in quanto costume, abitudine e, in
riferimento alla persona individuale, come opinione pubblica, esse esercitano,
per il prevalere del numero e per il sopravvivere della comunità alla persona
singola, un potere su di questa e sulla sua esperienza o forza di vita, che
sovrasta di solito la volontà di vita dell’individuo. La sicurezza di questa
esperienza generale della vita rispetto a quella personale è maggiore, in
quanto i punti di vista individuali pervengono in essa a un equilibrio e cresce
il numero dei casi che stanno a base dell’induzione. D'altra parte in questa
esperienza generale si rivela, in modo ancor più forte che in quella
individuale, l’incontrollabilità dell'origine del suo sapere dalla vita. 3. La
distinzione delle forme di atteggiamento nella vita e le classi di asserzioni
nell'esperienza della vita. Nell’esperienza della vita si presentano ora
diverse classi di asserzioni, le quali si rifanno alla distinzione di
atteggiamento nella vita. Infatti la vita non è solo la fonte del sapere,
considerata nel suo contenuto d'esperienza; le tipiche forme di atteggiamento
dell’uomo condizionano pure le diverse classi di asserzioni. Qui si deve
soltanto constatare per adesso il fatto di questa relazione tra la diversità di
atteggiamento della vita e le asserzioni dell’esperienza della vita. Nei
singoli rapporti di fatto della vita, che si presentano tra l'io da un lato e
le cose e gli uomini dall’altro, sorgono i diversi stati della vita: situazioni
differenziate dell’io, sentimenti di pressione o di accrescimento
dell’esistenza, desiderio di un oggetto, timore o speranza. E come cose o
uomini esercitanti una pretesa sull'io assumono uno spazio nella sua esistenza,
come sono portatori di vantaggi o di impedimenti, come sono oggetti di
desiderio, di aspirazione, di distacco, così da questi rapporti vitali derivano
le determinazioni a essi relative, che si aggiungono all’apprendimento
oggettivo di uomini e di cose. Tutte queste determinazioni dell’io e degli
oggetti o delle persone, quali scaturiscono dai rapporti della vita, vengono
elevate a riflessione ed espresse nel linguaggio: così nascono in esso
di-stinzioni come asserzioni di realtà, desiderio, esclamazione, im erativo. Se
si prendono ora in esame le espressioni che si riferiscono alle forme di
atteggiamento, cioè alle varie prese di posizione dell'io di fronte agli uomini
e alle cose, risulta che esse rientrano in certe classi supreme. Esse
constatano una realtà, valutano, designano una posizione di scopo, formulano
una regola, esprimono il significato di un fatto in base alla più ampia
connessione in cui esso è inserito. Inoltre vengono in luce Je relazioni tra
queste forme di asserzione contenute nell’esperienza della vita: gli atti di
penetrazione della realtà formano uno strato sul quale poggiano le valutazioni,
e questo strato è a sua volta la base per le posizioni di scopo. Le forme di
atteggiamento contenute nei rapporti vitali e i loro prodotti vengono oggettivati
nelle asserzioni che constatano tali forme in quanto stati di fatto;
analogamente vengono rese indipendenti le predicazioni di uomini e di cose, che
scaturiscono dai rapporti vitali. Questi stati di fatto sono nell’esperienza
della vita elevati a sapere universale mediante un procedimento equivalente
all’induzione: così sorgono le molteplici proposizioni, poste in luce nella
saggezza generalizzante del popolo e nella letteratura sotto forma di proverbi,
di regole di vita, di riflessioni sulle passioni, sui caratteri e sui valori
della vita. Anche in queste ritornano le differenze che si sono osservate
nell’espressione delle nostre prese di posizione o delle nostre forme di
atteggiamento. Ancora nuove distinzioni si fanno valere nelle asserzioni dell’esperienza
della vita. Già nella vita medesima la conoscenza della realtà, la valutazione,
l’elaborazione di regole, la posizione di scopi si sviluppano in differenti
gradi, di cui ognuno è il presupposto del successivo. Essi sono stati indicati
per l’apprendimento oggettivo; ma sussistono del pari nelle altre forme di
atteggiamento. Così la stima dei valori dinamici di cose o di uomini presuppone
che siano state constatate le possibilità di recar utile o danno racchiuse
negli oggetti, e una decisione diventa possibile solo mediante la ponderazione
del rapporto delle rappresentazioni di fine con la realtà e i mezzi, in essa
dati, di realizzare tali rappresentazioni. Le unità ideali come sostegni della
vita e dell'esperienza della vita. Un’infinita ricchezza di vita si sviluppa
nell’esistenza indivi duale delle varie persone, attraverso i loro rapporti con
l’ambiente, gli altri uomini e le cose. Ma ogni singolo individuo è nel
medesimo tempo un punto di incrocio di connessioni che pervadono gli individui e
sussistono in essi, ma sovrastano la loro vita e posseggono un'esistenza
autonoma e un proprio sviluppo per il contenuto, il valore, lo scopo che vi si
realizza. Sono cioè soggetti di tipo ideale: a essi è intrinseco qualche sapere
intorno alla realtà; in essi si sviluppano punti di vista di valutazione; in
essi si realizzano scopi; per cui acquistano e mantengono un significato nella
connessione del mondo spirituale. Ciò avviene già in alcuni sistemi di cultura
nei quali non c'è un’organizzazione che racchiuda i suoi elementi, come in
generale nell'arte e nella filosofia. Altrove sorgono però unioni organizzate.
Così la vita economica crea le sue associazioni, e nella scienza nascono centri
per la realizzazione dei suoi compiti, e le religioni dànno vita alle
organizzazioni più salde tra tutti i sistemi di cultura. Nella famiglia, nelle
varie forme intermedie tra questa e lo stato, nello stato medesimo si trova poi
la suprema elaborazione di un’unitaria posizione di scopi entro una comunità.
Ogni unità organizzata di uno stato sviluppa una conoscenza di se stesso e
delle regole, a cui è legata la sua sussistenza, così come della sua situazione
di fronte al tutto. Essa gode dei valori sviluppatisi nel suo grembo; essa
attua gli scopi che riposano sul suo essere e che servono alla conservazione e
alla promozione della sua esistenza. Essa stessa è un bene dell’umanità,
realizza beni e acquista un significato specifico entro la connessione
dell'umanità. Arriva ora il punto in cui si presentano al nostro sguardo la società
e la storia. Sarebbe però erroneo voler limitare la storia al cooperare degli
uomini in vista di scopi comuni. L'uomo singolo, nella sua esistenza
individuale che poggia su se stessa, è un essere storico. Egli è determinato
dalla sua posizione nella linea del tempo, dal suo luogo nello spazio, dalla
sua situazione nell’azione reciproca dei sistemi di cultura e delle comunità.
Lo storico deve quindi intendere l’intera vita degli individui com’essa si
manifesta in un determinato tempo e in un determinato luogo. Proprio l’intera
connessione che va dagli individui, in quanto orientati verso lo sviluppo della
propria esistenza, ai sistemi di cultura e alle comunità, e infine all’umanità,
costituisce la natura della società e della storia. I soggetti logici, a cui ci
si riferisce nella storia, sono tanto gli individui particolari quanto le
comunità e le connessioni. 5. Lo scaturire delle scienze dello spirito dalla
vita degli individui e delle comunità. La vita, l’esperienza della vita e le
scienze dello spirito stanno dunque in una costante connessione interna e in un
costante scambio reciproco. Non un procedimento concettuale costituisce il
fondamento delle scienze dello spirito, ma la consapevolezza di uno stato
psichico nella sua totalità e il suo ritrovamento nel rivivere. La vita coglie
qui la vita, e la forza con cui vengono compiute le due operazioni elementari
delle scienze dello spirito è la condizione preliminare della loro compiutezza
in ogni parte di esse. Così anche in questo punto si nota una differenza
decisiva tra le scienze della natura e le scienze dello spirito. In quelle la
distinzione del nostro rapporto con il mondo esterno avviene sulla base del
pensiero naturalistico, le cui operazioni produttive hanno un riferimento
esterno, mentre in queste si mantiene una connessione tra vita e scienza, per cui
il lavoro della vita nell’elaborazione del pensiero costituisce la base per la
creazione scientifica. L’approfondimento in se stesso perviene nella vita,
sotto certe circostanze, a una perfezione a cui neppure Carlyle? è pervenuto, e
la comprensione degli altri viene qui condotta a un livello di virtuosismo che
neppur Ran3. Carlyle, storico e filosofo romantico, autore del Sartor Resartus,
della History of the French Revolution, di On Heroes, Hero-Worship, and the
Heroic in History c di varie altre opere, contribuì in misura rilevante
all’introduzione dell'idealismo tedesco, in particolare del pensiero di
Schelling, nella cultura inglese. La sua concezione della storia mette in
risalto l’importanza decisiva degli eroi . DILTHEY ke' ha raggiunto. Da una
parte le grandi nature religiose, come Agostino e Pascal, sono gli eterni
modelli per l’esperienza che si nutre del proprio Erlebnis, e dall’altra, nella
comprensione delle altre persone, la corte e la politica educano a un'arte che
guarda al di là di ogni apparenza; un uomo di azione come Bismarck, al quale
sono sempre presenti per natura i suoi fini in ogni lettera che scrive e in
ogni colloquio, non può venir eguagliato da nessun interprete di atti politici
e da nessun critico di narrazioni storiche per ciò che riguarda l’arte di
leggere le intenzioni che stanno al di là dell’espressione. Tra la penetrazione
di un dramma da parte di un ascoltatore di forte sensibilità poetica e la più
eccellente analisi di storia letteraria non c’è, in parecchi casi, alcuna
distanza. E anche l’elaborazione concettuale è continuamente determinata, nelle
scienze storico-sociali, dalla vita medesima: mi riferisco alla connessione che
conduce continuamente dalla vita, dall’elaborazione concettuale intorno al
destino, ai caratteri, alle passioni, ai valori e agli scopi dell’esistenza,
fino alla storia come disciplina scientifica. Nell’epoca in cui, in Francia,
l’azione politica era fondata più sulla conoscenza degli uomini e delle
personalità eminenti che su uno studio scientifico del diritto, dell'economia e
dello stato, e la posizione nella vita di corte poggiava su tale arte, anche la
forma letteraria delle memorie e degli scritti sui caratteri e sulle passioni è
pervenuta a un’altezza non più raggiunta in seguito, ed è stata coltivata da
persone poco influenzate dallo studio scientifico della psicologia e della
storia. Una connessione interna unisce qui l'osservazione della società
illustre, i letterati e i poeti che da essa imparano, i filosofi sistematici o
gli storici scientifici che si formano sulla base della poesia e della
letteratura. Si è visto, agli inizi della scienza politica in Grecia, che lo
sviluppo dei concetti relativi alle costituzioni e alle funzioni politiche ha
preso le mosse dallo stesso 4. Leopold von Ranke, storico tedesco, autore della
Geschichte der romanischen und germanischen Vélker seguita dalla celebre
dissertazione Zur Kritik neuerer Geschichtsschreiber, di Die ròmischen Pùpste,
ihre Kirche und ihr Staat, della Deutsche Geschichte im Zeitalter der
Reformation e di numerose altre opere, è la principale figura della scuola
storica tedesca. La sua attività storiografica culmina nelle conferenze
dedicate alle Epochen der neueren Geschichte e nella Weltgeschichte, rimasta
incompleta. sviluppo della vita statale, e che muove creazioni in questa hanno
poi condotto a nuove teorie. Questo rapporto risulta quanto mai evidente nei
più antichi stadi della scienza giuridica tanto romana quanto germanica. 6. La
connessione delle scienze dello spirito con la vita e il loro compito di
validità universale. Così il sorgere dalla vita e la perdurante connessione con
essa costituisce il primo tratto fondamentale della struttura delle scienze
dello spirito; esse poggiano infatti sull’Er/eden, sull’intendere e
sull’esperienza della vita. Questo rapporto immediato, in cui stanno tra loro
la vita e le scienze dello spirito, conduce in tali discipline a un’antitesi
tra le tendenze della vita e il loro fine scientifico. Dal momento che gli
storici, gli economisti, i teorici del diritto pubblico, gli studiosi della
religione sono inseriti nella vita, vogliono anche influire su di essa. Essi
sottopongono al loro giudizio persone storiche, movimenti di massa, tendenze,
ma tale giudizio è condizionato dalla loro individualità, dalla nazione a cui
appartengono, dal tempo in cui vivono. Anche quando credono di procedere senza
presupposti, essi sono determinati da questo loro orizzonte: ogni analisi
intrapresa sui concetti di una generazione passata mostra che in questi sono
contenuti elementi, i quali derivano dai presupposti dell’epoca. Però nel
medesimo tempo in ogni scienza come tale è contenuta l'esigenza della validità
universale. Se debbono esserci scienze dello spirito nel significato ristretto
del termine, esse debbono porsi questo fine in maniera sempre più cosciente e
più critica. Sull’antitesi di queste due tendenze si basa gran parte dei
contrasti scientifici che si sono manifestati, negli ultimi tempi, nella logica
delle scienze dello spirito. Tale antitesi si esprime nella maniera più forte
entro la scienza storica, che è diventata il punto centrale in questa
discussione. La soluzione di questa antitesi si compie soltanto nella
costruzione delle scienze dello spirito; gli ulteriori principi generali sulla
connessione delle scienze dello spirito già contengono il principio di tale
soluzione. Il risultato finora da noi conseguito permane. La vita e
l’esperienza della vita sono le fonti sempre nuove della comprensione del mondo
storico-sociale; la comprensione procede dalla vita verso sempre maggiori
profondità; e soltanto nella reazione sulla vita e sulla società le scienze
dello spirito pervengono al loro più alto significato, che è in continuo
accrescimento. Ma la strada verso questa azione deve passare attraverso
l’oggettività della conoscenza scientifica. La coscienza di ciò era già
operante nella grande epoca creatrice delle scienze dello spirito. In seguito a
vari disturbi che si possono riscontrare nel corso del nostro sviluppo
nazionale, ma anche nell’applicazione di un ideale culturale unilaterale dopo
Burckhardt®, noi cerchiamo ora di elaborare questa oggettività delle scienze
dello spirito in maniera sempre più priva di presupposti, più critica, più
rigorosa. Io trovo il principio per la soluzione dell’antitesi che si presenta
in queste scienze nella comprensione del mondo storico come una connessione
dinamica, la quale è centrata in se stessa, in quanto ogni connessione dinamica
particolare in essa contenuta ha in sé, in virtù della posizione e della
realizzazione di valori, il proprio centro, ma tutte sono strutturalmente unite
in una totalità nella quale il senso della connessione del mondo
storico-sociale deriva dalla significatività delle singole parti; cosicché ogni
giudizio di valore e ogni posizione di scopi diretta verso il futuro, devono
essere fondati esclusivamente su questa connessione strutturale. A questo
principio ideale ci avviciniamo ora nei seguenti princìpi generali sulla
connessione delle scienze dello spirito. La connessione delle scienze dello
spirito è determinata dal suo fondamento nell’Erlebden e nell’intendere, e
tanto nell’uno Burckhardt, storico svizzero, autore di Die Zeit Constantins des
Grossen, di Die Cultur der Renaissance in Italien e di una postuma Griechische
Kulturgeschichte (1898-1902), nonché di varie altre opere, è uno dei maggiori
esponenti della storiografia post-romantica; il suo libro sulla civiltà del
Rinascimento ha rinnovato l'interpretazione di questo periodo storico. Le sue
idee sulla storia sono esposte nel corso di lezioni Uber das Studium der
Geschichte, pubblicato postumo col titolo Weltgeschichiliche Betrachtungen. quanto
nell’altro si fanno subito valere importanti differenze rispetto alle scienze
della natura, le quali dànno un carattere proprio alla costruzione di tali
discipline. Ogni immagine ottica è diversa da un’altra, che si riferisca al
medesimo oggetto, per il punto di vista e le condizioni dell’apprendimento:
queste immagini sono legate in un sistema di relazioni interne in virtù dei
vari modi di apprendimento oggettivo. La rappresentazione totale, che così
sorge dalla serie delle immagini secondo i rapporti fondamentali racchiusi nel
contenuto di fatto, è qualcosa di rappresentato e di pensato in aggiunta. Gli
Erlebrisse sono invece legati tra loro in un’unità di vita entro il corso
temporale; e ognuno di essi ha così il suo posto in un corso i cui elementi
sono uniti reciprocamente nella memoria. Non parlo qui ancora del problema
della realtà di questi Er/ebrisse, e tanto meno delle difficoltà inerenti
all’apprendimento di un Er/ebnis: basta che il modo in cui l’Erlebnis esiste
per me sia del tutto diverso dal modo in cui stanno davanti a me le immagini.
La coscienza di un Erlebnis e della sua qualità, il suo esistere-per-me e ciò
che in esso esiste per me, sono la stessa cosa: l’Er/ebrnis non si contrappone
a chi lo apprende come un oggetto, ma la sua esistenza per me non è distinta da
ciò che in esso esiste per me. Non vi sono diverse posizioni spaziali da cui
possa venir visto ciò che in esso esiste; e differenti punti di vista, da cui
esso può venir appreso, possono sorgere soltanto in seguito, mediante la
riflessione, e non incidono sul suo carattere di Erlebris. Esso è sottratto
alla relatività di ciò che è dato sensibilmente, per cui le immagini si
riferiscono all'elemento oggettivo soltanto nella relazione con il soggetto
conoscente, con la sua posizione nello spazio e con ciò che sta in mezzo tra
lui e gli oggetti. Dall’Erlebris una linea diretta di rappresentazioni procede
fino all’ordine dei concetti in cui esso viene appreso pensando. Esso viene
anzitutto spiegato mediante le operazioni elementari del pensiero; e qui
trovano il loro significato specifico i ricordi, in cui esso viene poi appreso.
E che cosa accade quando l’Erlebnis diviene oggetto della mia riflessione? Io
sto sveglio di notte, mi preoccupo della possibilità di terminare nella mia
vecchiaia i lavori iniziati, rifletto su ciò che vi è da fare. In questo
Erlebris c'è una connessione strutturale di coscienza: l’apprendimento
oggettivo costituisce il suo fondamento, su questo poggia una presa di
posizione come preoccupazione e come sofferenza provocata dall'elemento
soggettivamente appreso, e come tendenza a andare oltre di esso. E tutto ciò
esiste per me in questa sua connessione strutturale. Io reco a coscienza
distinta un certo stato, pongo in luce ciò che in esso è strutturalmente
collegato, lo isolo: ma tutto ciò che vengo in tal modo a trarne fuori è
contenuto nell’Erlebris stesso e viene in tal modo solo spiegato. Il mio
apprendimento dell’Erlebris stesso viene però sviluppato, sulla base dei
momenti in esso contenuti, in Er/ebrisse che, sebbene separati da un lungo
spazio di tempo, sono legati strutturalmente nel corso della vita con tali
momenti: io ho coscienza dei miei lavori in virtù di un esame precedente, e con
questo stanno in relazione, in un passato ancor più lontano, i processi da cui
sono sorti tali lavori. Un altro momento si dirige verso il futuro; ciò che ora
sussiste richiederà ancora un lavoro incalcolabile da parte mia; io ne sono
preoccupato e mi oriento internamente a tale operazione. Tutto questo s, di e
a, tutte queste relazioni di ciò che è immediatamente vissuto con ciò che è
ricordato e anche con il futuro, mi spinge indietro e avanti. Essere trascinato
in questa serie poggia sull’esigenza di sempre nuovi elementi, richiesti,
dall’Erleden; a ciò può cooperare pure un interesse che deriva dalla forza
emotiva di questo. È un essere trascinato, non una volizione, tanto meno
quell’astratta volontà di sapere a cui si è fatto ricorso dopo la dialettica di
Schleiermacher. Nella serie, che in tal modo sorge, tanto il passato quanto il
futuro o il possibile sono trascendenti rispetto al momento riempito
dall'Erlebnis: ma entrambi, il passato e il futuro, sono legati all’Er/ebris in
una serie che si articola mediante tali relazioni in una totalità. Ogni passato
è legato strutturalmente come riproduzione a un Er/ebnis trascorso, in quanto
il suo ricordo implica un riconoscimento. Anche il possibile da venire è legato
a tale serie mediante l’ambito di possibilità da essa determinate. Così in
questo processo sorge l’intuizione della connessione psichica nel tempo, la
quale costituisce il corso della vita, in cui ogni singolo Erlebnis è legato a
una totalità. E tale connessione della vita non è una somma o un complesso di
momenti successivi, ma un’unità costituita da relazioni che uniscono tutte le
parti. Muovendo dal presente noi percorriamo indietro una serie di ricordi fin
dove il nostro piccolo, debole e informe io si perde nel crepuscolo, e ci
spingiamo innanzi, da questo presente, verso possibilità in esso racchiuse, che
assumono vaghe ed ampie dimensioni. Da ciò deriva un risultato importante per
la connessione delle scienze dello spirito. Gli elementi, le regolarità, le
relazioni che costituiscono l’intuizione del corso della vita, sono insieme
contenuti nel corso della vita; e al sapere relativo al corso della vita spetta
quindi lo stesso carattere di realtà proprio dell’Er/ebnis. 2. Il rapporto di
reciproca dipendenza nell’intendere. Se negli Erlebnisse cogliamo la realtà
della vita nella molteplicità dei suoi rapporti, quel che ci appare, in questa
prospettiva, è sempre soltanto qualcosa di singolare, cioè la nostra propria
vita di cui siamo coscienti nell’Erleden. Tale sapere resta un sapere relativo
a qualcosa di irripetibile, e nessun strumento logico può superare la
limitazione alla singolarità contenuta nella forma di esperienza dell’Erleden.
Soltanto l’intendere elimina tale limitazione dell’Erlebnis individuale, come
d’altro lato conferisce agli Erlebnisse della persona il carattere di
esperienza della vita. Estendendosi a più uomini, a varie creazioni spirituali
e a varie comunità, esso amplia l’orizzonte della vita individuale e apre nelle
scienze dello spirito la via che reca, attraverso ciò che è comune, al
generale. L’intendersi reciproco ci assicura del rapporto di comunazza che
sussiste tra gli individui: questi sono infatti tra loro legati da una
comunanza in cui sono intrecciate appartenenza reciproca o connessione,
uniformità o affinità. La stessa relazione di connessione e di uniformità
pervade tutte le cerchie del mondo umano. Questa comunanza si esprime
nell’identità della ragione, nella simpatia presente nella vita affettiva,
nell’obbligazione reciproca del dovere e del diritto, accompagnata dalla
coscienza di ciò che deve essere. La comunanza delle unità viventi è il punto
di partenza per tutte le relazioni tra particolare e universale nelle scienze
dello spirito. L'esperienza fondamentale della comunanza pervade l’intero
apprendimento del mondo spirituale, collegando la coscienza dell’io unitario e
la coscienza dell’uniformità con gli altri, l'identità della natura umana e
l’individualità. Essa costituisce il presupposto dell’intendere.
Dall’interpretazione elementare, che richiede soltanto Ia conoscenza del significato
delle parole e delle regolarità con cui esse sono legate in proposizio-ni
dotate di senso, cioè la comunanza del linguaggio e del pensare, l'ambito di
ciò che è comune si estende di continuo, rendendo possibile il processo di
comprensione nella misura in cui il suo oggetto è costituito da nessi superiori
di manifestazioni della vita. Dall'analisi dell’intendere risulta però un
secondo rapporto fondamentale, che è determinante per la struttura della
connessione delle scienze dello spirito. Noi abbiamo visto come le verità delle
scienze dello spirito poggiano sull’Erlede e sull’intendere: ma l’intendere
presuppone d'altra parte l’utilizzazione delle verità delle scienze dello
spirito. Per illustrare ciò con un esempio si prenda il compito di comprendere
Bismarck: una straordinaria quantità di lettere, di documenti, di narrazioni e
di racconti su di lui costituisce il materiale che si riferisce al corso della
sua vita. Lo storico deve ampliare il confine di questo materiale, per cogliere
ciò che ha influito sul grande uomo di stato e ciò che egli ha prodotto. Fin
quando dura il processo dell’intendere, la delimitazione del materiale non è
ancora conclusa. Già per conoscere uomini, avvenimenti, situazioni come
appartenenti a questa connessione dinamica, egli ha bisogno di princìpi
generali, i quali stanno anche a base della sua comprensione di Bismarck,
estendendosi dalle qualità comuni dell’uomo alle qualità di classi particolari.
Lo storico darà a Bismarck un posto tra gli uomini d’azione in base alla psicologia
individuale, seguendo in lui la specifica combinazione dei tratti che sono loro
comuni. Da un altro punto di vista si ritroveranno nella sovranità del suo
essere, nell’abitudine a comandare e a dirigere, nell’inflessibilità del
volere, le qualità fondamentali del nobile prussiano latifondista. E, in quanto
la sua lunga vita ha occupato un posto determinato nel corso della storia
prussiana, ecco di nuovo un altro gruppo di princìpi generali da cui sono
determinati i tratti comuni agli uomini di questo tempo. L'enorme pressione che
si esercitava, secondo la situazione dello stato, sulla consapevolezza politica
produceva naturalmente le più diverse forme di reazione. La comprensione di
queste esige princìpi generali sulla pressione che una certa situazione
esercita su una totalità politica e sui suoi elementi, nonché sulle sue
ripercussioni. I gradi di sicurezza metodica nella comprensione dipendono dallo
sviluppo delle verità generali mediante cui tale rapporto consegue il suo
fondamento. Risulta ora chiaramente che questo grande uomo di azione, il quale
ha avuto le sue radici completamente nella Prussia c nel suo regno, dovrà
sentire in modo particolare la pressione che si esercita su di essa
dall’esterno. Egli dovrà pure valutare le questioni interne della costituzione
di questo stato principalmente dal punto di vista del potere statale. In quanto
poi è il punto di incontro di comunità quali lo stato, la religione, l'ordine
giuridico, e in quanto ha pure, come personalità storica, determinato e mosso
în modo eminente una di queste comunità, e nel medesimo tempo opera in esse,
egli richiede da parte dello storico una conoscenza generale intorno a queste
comunità. In breve, il suo intendimento giungerà a compimento solo in virtù
della relazione col complesso di tutte le scienze dello spirito. Ogni
relazione, che deve essere elaborata nella rappresentazione di questa personalità
storica, acquista la massima sicurezza e distinzione solo attraverso la sua
determinazione mediante i concetti scientifici relativi ai vari campi. E il
rapporto reciproco di questi campi è fondato infine su una intuizione totale
del mondo storico. Così il nostro esempio ci illustra la duplice relazione
insita nell’intendere: l’intendere presuppone l’Erleben, e l’Erlebnis si eleva
a esperienza della vita solo in quanto l’intendere conduce al di fuori della
ristrettezza e della soggettività dell’Erleben, nella regione della totalità e
dell’universale. Inoltre, la comprensione della personalità singola esige per
la sua compiutezza il sapere sistematico, come d'altra parte il sapere
sistematico dipende dalla viva penetrazione della singola unità vitale. La
conoscenza della natura inorganica si compie in una costruzione scientifica
nella quale il grado sottostante è sempre indipendente da quello che esso
fonda: invece nelle scienze dello spirito tutto, a partire dal processo
dell’intendere, è determinato dal rapporto di reciproca dipendenza. A ciò
corrisponde il corso storico di queste discipline. La storiografia è in ogni
punto condizionata dalla conoscenza delle connessioni sistematiche che si
intrecciano nel corso storico, e la cui profonda investigazione determina il
progredire dell’intendere storico. Tucidide si fondava sul sapere politico
sorto nella prassi dei liberi stati greci, e sulle dottrine intorno allo stato
sviluppatesi nel periodo sofistico. Polibio ha riunito in sé l'intera saggezza
politica dell’aristocrazia romana, che in questo tempo era al culmine del suo
sviluppo sociale e spirituale, con lo studio delle opere politiche greche da
Platone fino allo Stoicismo. L’unione della saggezza politica fiorentina e
veneziana, sviluppatasi in una élite assai evoluta e piena di vivaci dibattiti
politici, con il rinnovamento e la prosecuzione delle dottrine antiche ha reso
possibile la storiografia di Machiavelli e di Guicciardini. La storiografia
ecclesiastica di Eusebio”, dei sostenitori e degli avversari della Riforma,
come Neander” e Ritschl*, è piena di concetti sistematici riguardanti il
processo religioso e il diritto ecclesiastico. E infine la fondazione della
storiografia moderna nella scuola storica e in Hegel aveva dietro di sé da un
lato il legame della scienza giuridica moderna con le esperienze dell’età
rivoluzionaria e dall’altro l’intera sistematica delle scienze dello spirito
sorte da poco. Quando Ranke sembra avvicinarsi alle cose con ingenua gioia di
narra6. Cesarca, padre della Chiesa ispirato dal neoplatonismo, autore del
Chronicon, della Historia ecclesiastica, della Praeparatio evangelica, della
Demonstratio evangelica, del De ecclesiastica theologia e di vari altri
scritti, è una delle fonti principali per la storia del Cristianesimo
primitivo. Scrisse parecchi pampAlets di polemica anti-pagana, e prese parte
alla controversia tra Ario e Alessandro sull’interpretazione della trinità. 7.
Johann August Wilhelm Neander, storico della chiesa e teologo tedesco, autore
di diversi volumi sull’imperatore Giuliano, su Bernardo di Chiaravalle, su
Giovanni Crisostomo, su Tertulliano, nonché di una Allgemeine Geschichte der
christlichen Religion und Kirche rimasta incompiuta. Ritschl, teologo
protestante, autore di Die Ent stehung der altkatholischen Kirche (1850), di
Die christliche Lehre von Rechifertigung und Versohnung, della Geschichte des
Pietismus, di Theologie und Metaphysik e di varie altre opere. tore, la sua
storiografia può venir tuttavia intesa solo se si ripercorrono le molteplici
fonti di pensiero sistematico, che si sono incontrate nella sua formazione. E
questa reciproca dipendenza dell’elemento storico e dell’elemento sistematico
cresce sempre di più avvicinandoci al presente. Proprio la critica storica, nei
suoi lavori fondamentali, ha mostrato la sua dipendenza non solo dallo sviluppo
formale dei metodi ma anche dalla più profonda penetrazione delle connessioni
sistematiche, dai progressi della grammatica, dallo studio della connessione
del discorso, quale si è sviluppato dapprima nella retorica, e inoltre dalla
nuova concezione della poesia come ci appare sempre più chiaramente nel caso
dei precursori di Wolf° che hanno derivato le loro conclusioni su Omero da una
nuova poetica e dalla nuova cultura estetica nel medesimo F. A. Wolf, dalle
considerazioni economiche, giuridiche e politiche in Niebuhr, dalla nuova
filosofia congeniale con Platone in Schleiermacher, e in Baur!° dalla comprensione
del processo in cui si sono formati i dogmi, come l’avevano sviluppata
Schleiermacher e Hegel. E, viceversa, il progresso nelle scienze sistematiche
dello spirito è stato sempre condizionato dal movimento dell’Er/ebez verso
nuove profondità, dall’allargarsi dell’intendere in un maggiore ambito di
manifestazioni della vita storica, dalla scoperta di fonti storiche fin allora
ignote o dall’emergere di grandi masse di esperienze in nuove situazioni
storiche. Ciò è già dimostrato dalla formazione delle prime linee di una
scienza politica nell’età dei Sofisti, di Platone e di Aristotele, così Wolf,
pedagogista e filologo, autore della Geschichte der ròmischen Literatur, dei
Prolecomena ad Homerum (1794), di una Enzyklopidie der Philologie pubblicata
postuma, nonché di diversi altri volumi di argomento classicistico 0
pedagogico, occupa un posto importante nella storia della critica omerica. 1o.
Ferdinand Christian Baur (1792-1860), storico e teologo tedesco, autore di Das
manichdische Religionssystem, di Die christliche Gnosis oder die christliche
Religionsphilosophie in ihrer geschichtlichen Entwicklune, del LeArbuch der
christlichen Dogmengeschichte, di Paulus der Apostel Jesu Christi, di Die
Epochen der kirchlichen Geschichtsschreibung e di numerose altre opere, tra cui
le postume Vorlesungen ùber die christliche Dogmengeschichte, è il maggiore
esponente dell'atteggiamento razionalistico nella storiografia religiosa della
prima metà dell'Ottocento, La sua concezione della religione e della storia
della religione si ispira in larga misura a Hegel. come dall’origine di una
retorica e di una poetica in quanto teoria della creazione spirituale nella
medesima epoca. Sempre tale intreccio dell’Erleben con la comprensione di
persone singole o di comunità come soggetti sovra-individuali è stata determinante
nei grandi progressi delle scienze dello spirito. I geni dell’arte narrativa
come Tucidide, Guicciardini, Gibbon, Macaulay ", Ranke producono anche
nella loro limitazione opere storiche non soggette al tempo; e nella totalità
delle scienze dello spirito vi è dunque un progresso, in quanto viene
gradualmente conquistata alla coscienza storica la penetrazione delle
connessioni che cooperano nella storia, la storiografia si immerge nelle loro
relazioni che costituiscono una nazione, un'epoca, una linea di sviluppo
storico, e di qui si dischiudono poi profondità della vita, quali sono esistite
nelle varie situazioni storiche, che vanno al di Îà di ogni intendere
precedente. Come potrebbe venir comparata quella passata con la comprensione
che uno storico odierno ha di artisti, poeti, scrittori? 3. La spiegazione
graduale delle manifestazioni della vita attraverso la costante azione
reciproca deî due orientamenti scientifici. Il rapporto di condizionamento
reciproco ci appare dunque come rapporto fondamentale tra l’Erleden e
l’intendere. Più da vicino, esso viene a determinarsi come rapporto di
spiegazione graduale nella costante azione reciproca tra le due classi di
verità. L’oscurità dell’Erlebris viene chiarita, gli errori derivanti dalla
ristretta comprensione del soggetto vengono corretti, l’Erlebnis medesimo è
ampliato e completato nell’intendimento di altre persone, come d’altra parte le
altre persone sono intese mediante i propri Erlebnisse. L'intendere allarga
sempre più l'ambito del sapere storico mediante la più intensa utilizzazione
delle fonti, mediante il ritorno indietro nel passato finora non compreso, e
infine mediante il progredire della storia medesima, che produce sempre nuovi
avvenimenti estendendo così 11. Thomas Babington Macaulay (1800-1859), uomo
politico e storico inglese, autore della History of England from the Accession
of James II, nonché di numerosi Essays e Biographical Essays, recò nella sua
storiografia un'impostazione liberale: Dilthey si riferisce qui soprattutto
alle suc grandi qualità narrative. ISI
l'oggetto dell’intendere. In tale procedere l'ampliamento di ambito richiede
sempre nuove verità generali per la penetrazione di questo mondo della
singolarità; e l’estensione dell’orizzonte storico rende nel medesimo tempo
possibile l'elaborazione di concetti sempre più generali e sempre più fecondi.
Così in ogni punto e in ogni tempo si presenta, nel lavoro delle scienze dello
spirito, una circolarità di Erleden, di intendere e di rappresentazione del
mondo spirituale in concetti generali. E ogni grado di questo lavoro possiede
un’unità interna nel suo apprendimento del mondo spirituale, poiché la
conoscenza storica del singolare e le verità generali si sviluppano in
un'azione reciproca e quindi appartengono alla stessa unità dell’apprendimento.
A ogni grado l’intendimento del mondo spirituale è qualcosa di omogeneo e
unitario, dalla concezione del mondo spirituale ai metodi di critica e di
indagine particolare. Qui possiamo rivolgere ancora uno sguardo all’epoca in
cui è sorta la moderna coscienza storica. Essa è stata realizzata quando
l'elaborazione concettuale delle scienze sistematiche si è coscientemente
fondata sullo studio della vita storica, e la conoscenza del singolare è stata
coscientemente fecondata dalle discipline sistematiche dell'economia politica,
del diritto, dello stato, della religione. A questo punto poteva sorgere la
comprensione metodica della connessione delle scienze dello spirito: il
medesimo mondo spirituale diventa, secondo la diversità del punto di vista da
cui è considerato, oggetto di due classi di discipline. La storia universale
come connessione singolare, il cui oggetto è l’umanità, e il sistema di scienze
dello spirito indipendenti che si riferiscono all’uomo, al linguaggio,
all’economia, allo stato, al diritto, alla religione e all’arte, si completano
reciprocamente. Esse sono distinte dal fine e dai metodi che questo determina,
ma al tempo stesso cooperano nel loro costante legame alla costruzione del
sapere relativo al mondo spirituale: Erleben, rivivere e verità generali sono
legati dall’operazione fondamentale dell’intendere. L'elaborazione concettuale
non è fondata su norme o valori che si presentano al di lì dell’apprendimento
oggettivo, ma sorge dal carattere dominante di ogni pensiero concettuale, cioè
dalla tendenza a porre in luce ciò che è stabile e duraturo entro il corso del
divenire, Il metodo si muove così in una duplice direzione: nella tendenza
verso il singolare procede dalla parte al tutto e da questo di nuovo alla
parte, e nella tendenza verso il generale tra questo e il particolare ha luogo
la medesima azione reciproca. Se abbracciamo l’insieme di tutte le operazioni
dell’intendere, allora appare in esso, di fronte alla soggettività
dell'Er/ednis, l’oggettivazione della vita. Accanto all’Erlebris l’intuizione
dell’oggettività della vita, e del suo manifestarsi in molteplici connessioni
strutturali, diventa il fondamento delle scienze dello spirito. L'individuo, le
comunità e le opere in cui si sono trasposti la vita e lo spirito,
costituiscono il dominio esterno dello spirito. Queste manifestazioni della
vita, quali si presentano nel mondo esterno alla comprensione, sono per così
dire inserite nella connessione della natura. Questa grande realtà esterna
dello spirito ci circonda sempre: essa è una realizzazione dello spirito nel
mondo sensibile, a partire dall’espressione fuggevole fino al dominio secolare
di una costituzione o di un testo giuridico. Ogni manifestazione particolare
della vita rappresenta, nel campo di tale spirito oggettivo, ur elemento
comune. Ogni parola, ogni proposizione, ogni gesto e ogni formula di cortesia,
ogni opera d’arte e ogni impresa storica sono comprensibili solamente in quanto
un rapporto di comunanza unisce chi in essi si esprime con chi li intende;
l’individuo vive, pensa e agisce di continuo in una sfera di comunanza, e solo
in questa può intendere. Tutto ciò che viene inteso reca, per così dire, il
marchio della sua conoscibilità in base a questa comunanza: noi viviamo in
questa atmosfera, che ci circonda costantemente, e siamo immersi in essa. Noi
siamo ovunque a casa in questo mondo storico che intendiamo, ne penetriamo il
senso e il significato, siamo coinvolti in questi rapporti di comunanza. Il
mutare delle manifestazioni della vita, che agiscono su di Noi, ci spinge di
continuo a una nuova comprensione; ma nel medesimo tempo anche nell’intendere
si ha, poiché ogni manifestazione della vita e la sua comprensione sono legate
ad altre, un movimento che progredisce secondo i rapporti di affinità dal
singolo individuo dato verso il tutto. E, crescendo le relazioni tra ciò che è
affine, aumentano nel medesimo tempo le possibilità di generalizzazione già
racchiuse nella comunanza come determinazione di ciò che è inteso.
Nell’intendere si fa valere anche un'ulteriore qualità dell’oggettivazione
della vita, che determina tanto l'articolazione secondo affinità quanto la
tendenza della generalizzazione. L’oggettivazione della vita contiene in sé una
molteplicità di ordini articolati. Dalla distinzione delle razze fino alla
diversità delle forme di espressione e dei costumi in una stirpe, in una città,
vi è un'articolazione di differenze spirituali condizionata su base naturale.
Differenze di altro tipo si presentano nei sistemi di cultura, altre separano
tra loro le epoche in breve, molte linee che delimitano da qualche punto di
vista ambiti di vita affine attraversano il mondo dello spirito oggettivo e si
incrociano in esso. La pienezza della vita si manifesta in innumerevoli
sfumature e viene compresa mediante il ricorrere di tali differenze. Mediante
l’idea dell’oggettivazione della vita noi perveniamo per la prima volta a
gettare uno sguardo sull’essenza di ciò che è storico. Tutto è qui sorto
dall’attività spirituale e reca quindi il carattere della storicità: perfino
nel mondo sensibile esso si inserisce come prodotto della storia. Dalla
distribuzione degli alberi in un parco, dalla disposizione delle case in una
strada, dallo strumento appropriato di un artigiano fino alla sentenza del tribunale,
tutto è intorno a noi, a ogni ora, storicamente divenuto. Ciò che lo spirito
immette oggi del proprio carattere nella sua manifestazione di vita, è domani,
quando ci sta dinanzi, storia. Col procedere del tempo noi siamo attorniati
dalle rovine di Roma, da cattedrali, dai castelli della monarchia assoluta. La
storia non è nulla di separato dalla vita, nulla di staccato dal presente a
causa della sua distanza nel tempo. Guardiamo il risultato: le scienze dello
spirito hanno, come loro datità complessiva, l’oggettivazione della vita. Ma in
quanto l’oggettivazione della vita diventa per noi qualcosa di inteso, essa
racchiude sempre, in quanto tale, la relazione dell’esterno all’interno. Perciò
tale oggettivazione è ovunque legata nell’intendere all’Er/eben, in cui
all'unità della vita si dischiude il suo contenuto, permettendo così ad essa di
interpretare quello di tutte le altre. Dal momento che qui stanno i dati delle
scienze dello spirito, risulta pure che tutto ciò che è stabile ed estraneo, in
quanto proprio alle immagini del mondo fisico, deve venir eliminato dal
concetto del dato proprio di questo campo. Tutto il dato è qui venuto alla
luce, e quindi è storico; è inteso, e quindi contiene in sé un elemento comune;
è noto in quanto è inteso, e contiene in sé un raggruppamento del molteplice,
poiché già l’interpretazione del manifestarsi della vita nell’intendere
superiore poggia su un raggruppamento. Anche il procedimento di classificazione
di tali manifestazioni è quindi già presente nei dati delle scienze dello
spirito. E qui viene a completarsi il concetto delle scienze dello spirito. Il
loro ambito si estende quanto l’intendere, e l’intendere ha il suo oggetto
unitario nell’oggettivazione della vita. Così il concetto di scienza dello
spirito è determinato, in base all’ambito dei fenomeni che rientrano in essa,
mediante l’oggettivazione della vita nel mondo esterno. Lo spirito intende
soltanto ciò che esso stesso ha creato. La natura, cioè l’oggetto della scienza
naturale, comprende la realtà prodotta indipendentemente dall’opera dello
spirito. Tutto ciò in cui l'uomo ha impresso, operando, la sua impronta,
costituisce l’oggetto delle scienze dello spirito. E anche l’espressione
scienza dello spirito riceve a questo punto la sua giustificazione. Si è nel
passato discorso dello spirito delle leggi, del diritto, della costituzione:
ora possiamo dire che tutto ciò in cui lo spirito si è oggettivato, rientra
nell’ambito delle scienze dello spirito. 2. Io ho finora designato questa
oggettivazione della vita anche con il nome di spirito oggettivo: tale termine
è stato profondamente e felicemente coniato da Hegel. Debbo però indicare anche
con precisione il senso in cui lo uso, distinguendolo da quello che Hegel gli
attribuisce. Tale distinzione riguarda tanto il posto sistematico del concetto
quanto la sua finalità e il suo ambito. Nel sistema hegeliano il termine
designa un grado nello sviluppo dello spirito, un grado posto tra lo spirito
soggettivo e lo spirito assoluto. Il concetto di spirito oggettivo ha pertanto
presso di lui il suo posto nella costruzione ideale dello sviluppo dello
spirito, la quale trova il suo substrato reale nella realtà storica e nelle
relazioni che in essa sussistono e si propone di comprenderla speculativamente,
lasciando così alle sue spalle le relazioni temporali, empiriche, storiche.
L'idea, la quale nella natura si manifesta nel suo essere altro, estraniandosi
da sé, ritorna in se stessa nello spirito, sul fondamento di tale natura. Lo
spirito del mondo ritorna alla sua pura idealità, realizzando la sua libertà
nel suo sviluppo. Come spirito soggettivo esso è la molteplicità degli spiriti
individuali; e poiché in questa il volere si realizza sulla base della
conoscenza dello scopo razionale attuantesi nel mondo, nello spirito
individuale si compie il passaggio alla libertà. In tal modo è dato il
fondamento per la filosofia dello spirito oggettivo. Questa mostra come la
volontà libera razionale, e quindi in sé universale, viene a oggettivarsi in un
mondo etico: questa libertà, che ha il contenuto e lo scopo della libertà, è
anzitutto soltanto concetto, principio dello spirito e del cuore, ed è
destinata a svilupparsi come oggettività, come realtà giuridica, etica e
religiosa e come realtà scientifica *. In tal modo è posto lo sviluppo dallo
spirito oggettivo allo spirito assoluto: lo spirito oggettivo è l’idea
assoluta, ma solo come idea che è in sé; e in quanto esso è sul terreno della
finitudine, la sua razionalità reale conserva in sé l’aspetto dell’apparenza
esterna È. L'oggettivazione dello spirito si compie nel diritto, nella moralità
e nell’eticità. L’eticità realizza la volontà razionale universale nella
famiglia, nella società civile e nello stato; e lo stato realizza nella storia
universale la sua essenza, in quanto realtà esterna dell'idea etica. In tal
modo la costruzione ideale del mondo storico ha raggiunto il punto in cui i due
gradi dello spirito, la volontà razionale universale del soggetto singolo e la
sua oggettivazione nel mondo etico come sua superiore unità, rendono possibile
a. Hecet, Werke, vol. VII, parte II (1845), p. 375 [EnzyK/opadie der
philosophischen Wissenschaften, parte III, $ 482]. b. Op. cit., p. 376
[EnzyKWopidie der philosophischen Wissenschaften]. l’ultimo e massimo grado: il
sapere che lo spirito ha di se stesso come forza creatrice di ogni realtà
nell’arte, nella religione e nella filosofia. Lo spirito soggettivo e oggettivo
devono esser considerati il cammino su cui si costituisce la suprema realtà
dello spirito, lo spirito assoluto. Qual è stata la posizione e l’importanza
storica di questo concetto dello spirito oggettivo, scoperto da Hegel?
L’Illuminismo tedesco, troppo spesso disconosciuto, aveva posto in luce il
significato dello stato come il più ampio ente collettivo che realizza
l’eticità intrinseca degli individui. Mai dopo i giorni dei Greci e dei Romani
la comprensione dello stato e del diritto è stata più fortemente e
profondamente espressa come in Carmen, Svarez, Klein, Zedlitz, Herzberg, i
massimi funzionari dello stato federiciano!. Questa intuizione dell’essenza e
del valore dello stato si è unita in Hegel con le idee antiche di eticità e di
stato, e con la penetrazione della realtà di queste idee nel mondo antico: egli
ha fatto così valere il significato dei rapporti di comunanza nella storia. La
scuola storica perveniva nello stesso tempo, sulla strada della ricerca
storica, alla scoperta dello spirito collettivo, a cui Hegel era giunto
mediante una propria specie di intuizione storico-metafisica. Anch'essa
perveniva a una comprensione, che andava oltre i filosofi idealistici greci,
dell’essenza della comunità, quale si manifesta nel costume, nello stato, nel
diritto e nella fede, e che non può venir derivata dal cooperare degli individui.
In tal modo sorgeva in Germania la coscienza storica. Hegel ha raccolto il
risultato di tutto questo movimento in un solo concetto nel concetto di spirito
oggettivo. Ma i Carmer fu gran cancelliere e presidente della Commissione
Icgislativa dello stato prussiano; sotto la sua direzione fu pubblicato, nel
1780-81, il primo volume del Corpus iuris Friedericianum. Karl Gottlieb Svarez
(1746-1798), collaborò alla redazione del codice prussiano, Klein, anch'egli
collaboratore di Carmer nella redazione del codicc prussiano, autore dei
Grundsùtze des gemeinen deutschen peinlichen Rechts e di mumerose altre opere
giuridiche, soprattutto di carattere penalistico. Zedlitz, ministro di Federico
II, ebbe gran parte nella riforma del sistema scolastico prussiano. Herzberg,
anch'egli ministro sotto il regno di Federico II, autore del Mémoire raisonné
con cui il sovrano cercò di giustificare nel 1756 l'invasione della Sassonia,
che diede inizio alla Guerra dei sette anni. presupposti sui quali Hegel ha
fondato questo concetto non possono più venir mantenuti. Egli ha costruito le
comunità sulla base della volontà universale della ragione: noi dobbiamo oggi
muovere dalla realtà della vita, poiché nella vita opera la totalità della
connessione psichica. Hegel ha costruito metafisicamente; noi analizziamo il
dato. E l’analisi attuale dell’esistenza umana suscita in tutti noi la
coscienza della fragilità, della forza dell'impulso oscuro, della sofferenza
derivante dalle tenebre e dalle illusioni, della finitudine presente in tutto
ciò che è vita, anche dove da essa derivano le supreme forme della vita della
comunità. Non possiamo quindi intendere lo spirito oggettivo sulla base della
ragione, ma dobbiamo rifarci alla connessione strutturale delle unità viventi
che si continua nelle comunità. E non possiamo costringere lo spirito oggettivo
entro una costruzione ideale, ma dobbiamo piuttosto porre a base la sua realtà
nella storia. Noi cerchiamo di intendere e di rappresentare con concetti
adeguati questa realtà. E in quanto lo spirito oggettivo viene così liberato
dalla sua fondazione unilaterale in una ragione universale, che esprimeva
l’essenza dello spirito del mondo, e liberato anche dalla costruzione ideale,
diventa allora possibile un nuovo concetto di esso, il quale comprende il
linguaggio, il costume, ogni specie di forma della vita e di stile di vita al
pari della famiglia, della società civile, dello stato e del diritto. Così cade
anche quello che Hegel ha distinto, rispetto allo spirito oggettivo, come
spirito assoluto: arte, religione e filosofia rientrano in questo concetto,
poiché proprio in esse l'individuo creatore si mostra nel medesimo tempo come
rappresentante della comunanza spirituale, e lo spirito si oggettiva proprio in
tali forme vigorose, e può esservi riconosciuto. Questo spirito oggettivo
contiene certo in sé un’articolazione, che va dall’umanità fino ai tipi di
minore estensione: in esso agisce questa articolazione, cioè il principio di
individuazione. E quando l’individuale viene appreso nell’intendere, in base a
ciò che è universalmente umano e attraverso la sua mediazione, si ha un
rivivere della connessione interna che conduce da ciò che è universalmente
umano alla sua individuazione. Questo movimento viene appreso nella
riflessione, e la psicologia individuale abbozza la teoria che fonda la
possibilità dell’individuazione *. A base delle scienze sistematiche dello
spirito sta pertanto lo stesso rapporto tra le uniformità, che stanno a
fondamento, e l'individuazione che sorge sulla loro base cioè il rapporto tra
teorie generali e procedimenti comparativi. Le verità generali, quali possono
esservi accertate a proposito della vita etica o della poesia, diventano così
il fondamento per la penetrazione delle differenze dell’ideale morale o
dell’attività poetica. E in questo spirito oggettivo tutte le realtà del
passato, in cui si sono formate le grandi forze totali della storia, sono
diventate presente. L'individuo, come portatore e rappresentante dei rapporti
di comunanza che in lui sono intrecciati, gode e penetra la storia in cui essi
sono sorti. Esso intende la storia perché è un essere storico. In un ultimo
punto il concetto qui formulato di spirito oggettivo si distingue da quello di
Hegel. Sostituendo alla ragione universale di Hegel la vita nella sua totalità,
l’Er/ebnis, l’intendere, la connessione della vita storica, la forza
dell’irrazionale in essa presente, sorge il problema della possibilità della
scienza storica. Per Hegel questo problema non esisteva: la sua metafisica,
nella quale lo spirito del mondo, la natura come sua alienazione, lo spirito
oggettivo come sua realizzazione e lo spirito assoluto fino alla filosofia come
attuazione della sua autocoscienza interiore sono identici, lascia alle sue
spalle questo problema. Ma oggi occorre viceversa riconoscere il dato delle
manifestazioni storiche della vita come il vero fondamento del sapere storico,
e trovare un metodo per affrontare la questione della possibilità di un sapere
universalmente valido intorno al mondo storico sulla base di questo dato. IV.
IL MonDo SPIRITUALE COME CONNESSIONE DINAMICA Così nell’Erleben e
nell’intendere attraverso l’oggettivazione della vita si apre dinanzi a noi il
mondo spirituale. E a. Cfr. il mio saggio Beitrige zum Studium der
Individualitàt, Sitzungsberichte der koniglich Preussischen Akademie der
Wissenschaften , 1896, pp. 295-335 [ora in Ges. Schr., vol. V, pp. 241-316]. il
nostro compito è ora quello di determinare più da vicino nella sua essenza
questo mondo dello spirito, questo mondo storico e sociale, in quanto oggetto
delle scienze dello spirito. Riprendiamo anzitutto i risultati delle indagini
precedenti in rapporto alla connessione delle scienze dello spirito. Questa
connessione poggia sul rapporto tra Erleben e intendere, e da ciò derivano tre
princìpi fondamentali. L'ampliamento del nostro sapere intorno a ciò che è dato
nell’Erleder si compie mediante l’interpretazione delle oggettivazioni della
vita, e questa interpretazione è a sua volta possibile soltanto sulla base
della profondità soggettiva dell’Erledez. Così pure la comprensione del
singolare è possibile soltanto mediante la presenza in esso del sapere generale,
e questo ha a sua volta il proprio presupposto nell’intendere. Infine, la
comprensione di una parte del corso storico si compie pienamente solo mediante
la relazione della parte col tutto, e l’analisi storico-universale della
totalità presuppone la comprensione delle parti che sono in essa unite. In tal
modo viene in luce la reciproca dipendenza in cui stanno tra loro
l'apprendimento di ogni particolare elemento oggettivo delle scienze dello
spirito nella totalità storico-sociale di cui l'elemento fa parte, e la
rappresentazione concettuale di questa totalità nelle scienze sistematiche
dello spirito. Così nel progresso delle scienze dello spirito, in ogni punto
del loro corso, si rivelano l’azione reciproca dell’Erleben e dell'intendere
nell’apprendimento del mondo spirituale, la dipendenza reciproca del sapere
generale e del sapere singolare, e infine la graduale spiegazione del mondo
spirituale. Perciò noi li ritroviamo in tutte le operazioni delle scienze dello
spirito, in quanto formano in generale il substrato della loro struttura. Così
noi dovremo riconoscere la dipendenza reciproca di interpretazione, critica,
collegamento delle fonti, sintesi di una connessione storica: un rapporto
simile sussiste nella formazione dei concetti di soggetti quali l'economia, il
diritto, la filosofia, l’arte, la religione, che designano le connessioni
dinamiche di diverse persone in una operazione comune. Ogni volta che il
pensiero scientifico cerca di compiere un’elaborazione concettuale, la
determinazione dei segni distintivi costituenti il concetto presuppone pure la
constatazione degli stati di fatto che devono esser compresi nel concetto; e la
constatazione e la scelta di questi stati di fatto esige segni distintivi,
sulla base dei quali poter decidere sulla loro appartenenza all'ambito del
concetto. Per determinare il concetto di poesia, io debbo trarlo da quegli
stati di fatto che costituiscono l’ambito di tale concetto, e per constatare
quali opere appartengano alla poesia debbo già possedere un segno distintivo
sulla base del quale l’opera può venir riconosciuta come poetica. Questo
rapporto è quindi il carattere più generale della struttura delle scienze dello
spirito. 1. Carattere generale della connessione dinamica del mondo spirituale.
Da ciò deriva il compito di concepire il mondo spirituale come una connessione
dinamica, cioè come una connessione contenuta nei suoi prodozti duraturi. Le
scienze dello spirito hanno il loro oggetto in questa connessione dinamica e
nelle sue creazioni. Esse analizzano sia tale connessione sia quella logica,
estetica, religiosa, che si manifesta in solide formazioni e che caratterizza i
vari tipi di queste, sia la connessione presente in una costituzione o in un
libro giuridico, che si riferisce poi appunto alla connessione dinamica da cui
è sorta. Questa connessione dinamica si distingue dalla connessione causale
della natura in quanto, conformemente alla struttura della vita psichica, essa
produce valori e realizza scopi. E invero non è un fatto occasionale, ma
dipende dalla struttura stessa dello spirito che questo produca valori e
realizzi scopi nella propria connessione dinamica, sulla base
dell’apprendimento: tale carattere può venir definito il carattere teleologico
immanente delle connessioni dinamiche dello spirito. Con ciò intendo una
connessione di operazioni, che è fondata nella struttura di una connessione
dinamica. La vita storica crea; essa è continuamente attiva nella produzione di
beni e di valori, e tutti i concetti relativi sono soltanto riflessi di questa
sua attività. I portatori di questa costante creazione di valori e di beni nel
mondo spirituale sono individui, comunità e sistemi di cultura in cui gli
individui agiscono insieme. La cooperazione tra gli individui è determinata dal
fatto che essi si sottopongoWilhelm Dilthey intorno al no a regole per la
realizzazione dei valori e si prefiggono degli scopi. Così in ogni specie di
questa cooperazione c’è un rapporto vitale, che inerisce all’essenza dell’uomo
e lega tra loro gli individui quasi come un nucleo che non si può afferrare psicologicamente,
ma che si manifesta in ogni sistema di relazioni tra uomini. L’azione entro di
esso è condizionata dalla connessione strutturale tra l'apprendimento, gli
stati psichici che si esprimono nella scelta di valori e quelli che consistono
nella posizione di scopi, di beni e di norme. Questa connessione dinamica si
rivela in primo luogo negli individui. In quanto poi essi sono punti di
incrocio tra sistemi di relazioni, di cui ognuno costituisce un centro
permanente di attività, entro tali sistemi vengono a svilupparsi beni comuni e
forme di attuazione di tali beni secondo regole, a cui viene attribuita una
specie di validità incondizionata. Ogni relazione permanente tra individui
racchiude perciò in sé uno sviluppo nel quale valori, regole e scopi vengono
prodotti, elevati a coscienza e consolidati nel corso dei processi del
pensiero. Questa creazione che si compie in individui, comunità, sistemi di
cultura, nazioni, sotto le condizioni naturali che sempre offrono a essa il suo
materiale e la sua spinta, perviene nelle scienze dello spirito alla
riflessione su se stessa. Da tale connessione strutturale deriva poi che ogni
unità spirituale 4a il suo centro in se stessa. Come l’individuo, così anche
ogni sistema di cultura e ogni comunità ha il suo centro entro di sé; in virtù
di esso l’apprendimento della realtà, la valutazione e la produzione di beni
sono collegati in un complesso unitario. Ora si presenta un nuovo rapporto
fondamentale nella connessione dinamica che costituisce l'oggetto delle scienze
dello spirito. I diversi soggetti creativi sono intrecciati in più ampie
connessioni storico-sociali, come le nazioni, le età, i periodi storici. Così
sorgono forme più complicate di connessione storica. I valori, gli scopi, i
nessi che in esse si presentano, portati da individui, comunità, sistemi di
relazioni, debbono essere compenetrati dallo storico. Essi debbono venir
comparati, ponendo in luce l'elemento comune che è in essi e raccogliendo le
diverse connessioni dinamiche in sintesi. E qui dall’autocentralità, intrinseca
a ogni unità storica, deriva un’altra forma di unità. Ciò che opera nel
medesimo tempo in un nesso reciproco, come individui e sistemi di cultura e
comunità, vive in un continuo scambio spirituale e completa anzitutto la sua
vita psichica con quella altrui: già le nazioni vivono più sovente in una forte
chiusura reciproca e hanno perciò il loro orizzonte proprio; se però considero
un periodo come quello medievale, il suo ambito visuale è separato da quello
dei periodi precedenti. Anche quando i risultati di tali periodi mantengono la
loro influenza, essi vengono tuttavia assimilati nel sistema del mondo
medievale. Questo ha così un orizzonte chiuso. E un'epoca è così incentrata in
se stessa în un muovo senso. Le varie persone dell’epoca hanno il criterio di
misura del loro operare in un elemento comune. Il nesso delle connessioni
dinamiche nella società dell’epoca ha tratti simili. Le relazioni
dell’apprendimento oggettivo mostrano in essa una interna affinità; il modo di
sentire, la vita dell'animo, gli impulsi che ne derivano sono affini tra loro.
E così anche il volere si sceglie scopi uniformi, mira agli stessi beni e si
trova vincolato in maniera simile. È compito dell’analisi storica ritrovare
negli scopi, nei valori, nei modi di pensare concreti la concordanza in un
elemento comune che domina l’epoca. Proprio da questo elemento comune sono
determinate anche le antitesi che qui si presentano. Così ogni azione, ogni
pensiero, ogni creazione comune, in breve ogni parte di questa totalità storica
acquista la propria significatività in virtù del suo rapporto con la totalità
dell’epoca o dell’età. E quando lo storico giudica, egli constata ciò che
l'individuo ha compiuto in tale connessione, e anche in quale misura il suo
sguardo e il suo operare sono andati già oltre di essa. Il mondo storico come
una totalità, questa totalità come una connessione dinamica, questa connessione
dinamica come produttrice di valori e di scopi, cioè creatrice, quindi la
comprensione di questa totalità in base a se stessa, infine l’autocentralità
dei valori e degli scopi nelle età, nelle epoche, nella storia universale
questi sono i punti di vista da cui deve essere concepita la connessione, a cui
dobbiamo pervenire, delle scienze dello spirito. Così il rapporto immediato
della vita, dei suoi valori e dei suoi scopi con l’oggetto storico viene
gradualmente sostituito nella scienza, in base alla sua tendenza alla validità
universale, dall'esperienza delle relazioni immanenti che sussistono nella
connessione dinamica del mondo storico tra la forza attiva, i valori, gli
scopi, il significato e il senso. Soltanto su questo terreno della storia
oggettiva può sorgere il problema se e come siano possibili le previsioni sul
futuro e sulla subordinazione della nostra vita a fini comuni dell’umanità.
L’apprendimento della connessione dinamica si forma in primo luogo in chi ne ha
coscienza immediata, per il quale la successione del divenire interiore si
sviluppa in relazioni strutturali. E tale connessione è poi ritrovata, mediante
l’intendere, in altri individui. La forma fondamentale della connessione sorge
così nell’individuo, riunendo il presente, il passato e le possibilità del
futuro in un corso vitale: questo corso si riproduce poi nel corso storico, in
cui sono inserite le unità della vita. In quanto lo spettatore di un
avvenimento vede connessioni più ampie o una narrazione le racconta, sorge
l'apprendimento dei fatti storici. E in quanto questi assumono un posto nel
corso temporale, presupponendo in ogni punto l’azione del passato e spingendo
le loro conseguenze fin nel futuro, ogni avvenimento implica un movimento
ulteriore e il presente conduce avanti verso il futuro. Altri modi di
connessione sussistono in opere che, scisse dai loro autori, recano in sé la
propria vita e la propria legge. Prima di spingerci entro la connessione dinamica
da cui esse sono sorte, noi cogliamo le connessioni sussistenti nell’opera
compiuta. Nell’intendere sorge la connessione logica in cui sono legati tra di
loro i princìpi giuridici che formano un libro di diritto. Se leggiamo una
commedia di Shakespeare, troviamo che gli elementi di un accadimento, legati
secondo i rapporti di tempo e di azione, sono qui elevati secondo le leggi
della composizione poetica a un’unità che li solleva, all’inizio e alla fine,
al di fuori del corso dinamico collegando le loro parti in una totalità. 2. La
connessione dinamica come concetto fondamentale delle scienze dello spirito.
Nelle scienze dello spirito noi cogliamo il mondo spirituale sotto forma di
connessioni che si formano nel corso temporale. Operare, energia, corso
temporale, accadere sono quindi i momenti che caratterizzano l’elaborazione
concettuale delle scienze dello spirito. Da queste determinazioni di contenuto
non dipende però la funzione generale del concetto nella connessione delle scienze
dello spirito, la quale richiede determinatezza e costanza in tutti i giudizi.
I caratteri di un concetto, il cui nesso ne forma il contenuto, debbono
soddisfare tali esigenze; e le asserzioni, in cui i concetti sono collegati,
non debbono contenere contraddizioni né entro di sé né tra di loro. Questa
validità indipendente dal corso temporale, che sussiste in tal modo nella
connessione del pensiero e determina la forma dei concetti, non ha alcun
rapporto con il fatto che il contenuto dei concetti propri delle scienze dello
spirito può rappresentare il corso temporale, l’operare, l'energia e
l’accadere. Noi vediamo operante nella struttura dell'individuo una tendenza o
una forza impulsiva che si partecipa a tutte le forme più complesse del mondo
spirituale. In questo mondo si presentano forze collettive che si fanno valere
in una determinata direzione nella connessione storica. Tutti i concetti delle
scienze dello spirito, in quanto rappresentano qualche elemento della
connessione dinamica, contengono in sé questo carattere di processo, di corso,
di accadere o di agire. E quando le oggettivazioni della vita spirituale
vengono analizzate come qualcosa di compiuto, quasi di fisso, resta sempre il
compito ulteriore di penetrare la connessione dinamica in cui tali
oggettivazioni sono sorte. In un ambito più vasto i concetti delle scienze
dellospirito sono rappresentazioni fissate di un procedere, e costituiscono la
solidificazione nel pensiero di ciò che è corso o direzione di movimento. Pure
le scienze sistematiche dello spirito racchiudono il compito di un'elaborazione
concettuale, che esprime la tendenza insita nella vita, la sua mutabilità e la
sua mobilità, ma soprattutto la finalità che vi si realizza. E nelle scienze
dello spirito, sia storiche sia sistematiche, si presenta il compito ulteriore
di dare alle relazioni una corrispondente elaborazione concettuale. È stato
merito di Hegel aver cercato di esprimere nella sua logica l'incessante
corrente dell’accadere. Ma è stato suo errore ritenere che tale esigenza fosse
inconciliabile con il principio di contraddizione: contraddizioni non
risolubili sorgono soltanto se si vuol spiegare il fatto del fluire della vita.
E altrettanto erroneo è stato, ed è, giungere da tale presupposto al rifiuto
dell’elaborazione concettuale sistematica nel campo storico. Così nel metodo
dialettico di Hegel la varietà della vita storica è venuta a irrigidirsi,
mentre gli avversari dell’elaborazione concettuale sistematica nel campo
storico lasciano sprofondare in una profondità irrappresentabile della vita la
molteplicità dell’esistenza. A questo punto si può comprendere la più profonda
intenzione di Fichte. Nel faticoso approfondirsi dell’io in se medesimo, esso
si ritrova non come sostanza, essere, datità, ma come vita, attività, energia.
In tale modo egli aveva già elaborato i concetti che esprimono l’energia del
mondo storico. 3. Il procedimento di determinazione delle connessioni dinamiche
particolari. La connessione dinamica è in sé sempre complessa. Il punto di
partenza è un’azione particolare, per la quale cerchiamo procedendo indietro i
momenti causanti. Tra i molti fattori, ne è determinabile soltanto un numero
limitato che abbia importanza per questa azione. Quando ricerchiamo l'intreccio
delle cause del mutamento della nostra letteratura, in virtù del quale è stato
superato l’Illuminismo, distinguiamo allora gruppi di cause, ci sforziamo di
misurarne l'influenza, e delimitiamo in qualche modo lo sconfinato contesto
causale secondo il significato dei momenti e secondo i nostri scopi. Così
poniamo in luce una connessione dinamica per spiegare il mutamento in
questione. D'altra parte noi distinguiamo, in un'analisi metodica condotta da
diversi punti di vista, le connessioni particolari presenti nella concreta
connessione dinamica; e su questa analisi poggia precisamente il progresso che
ha luogo sia nelle scienze sistematiche dello spirito sia nella storia.
L’induzione, che constata i fatti e i nessi causali, la sintesi che lega tra
loro con l’aiuto dell’induzione le connessioni causali, l’analisi che distingue
tra loro singole connessioni dinamiche, la comparazione questi, o equivalenti,
sono i modi in cui si costituisce in prevalenza la nostra conoscenza della
connessione dinamica. E noi applichiamo gli stessi metodi quando indaghiamo le
creazioni durature scaturite da questa connessione dinamica quadri, statue,
drammi, sistemi filosofici, scritti religiosi, libri giuridici. La connessione
in essi presente è diversa secondo il loro carattere, ma anche qui l’analisi
dell’insieme dell’opera su base induttiva e la ricostruzione sintetica della
totalità in base alla relazione delle sue parti, sempre su base induttiva, si
intrecciano tra loro con la costante presenza di verità generali. A questa
tendenza del pensiero verso la connessione è legata nelle scienze dello spirito
un’altra tendenza che, procedendo dal particolare al generale e viceversa,
indaga le regolarità presenti nelle connessioni dinamiche. Qui si manifesta il
più ampio rapporto di reciproca dipendenza tra le forme di procedimento. Le
generalizzazioni servono a formare delle connessioni, e l’analisi della
concreta connessione universale in connessioni particolari è la strada più
feconda per la scoperta di verità generali. Se si tiene presente il
procedimento di constatazione delle connessioni dinamiche nelle scienze dello
spirito, viene in luce la grande differenza che lo separa da quello che ha reso
possibili gli enormi successi delle scienze della natura. Le scienze della
natura hanno a proprio fondamento la connessione spaziale dei fenomeni: la
numerabilità e la misurabilità di ciò che si estende spazialmente o si muove
nello spazio rendono in esse possibile la scoperta di leggi generali esatte. Ma
l’interna connessione dinamica è solo aggiunta dal pensiero, e i suoi elementi
ultimi non possono venir indicati. Invece, come abbiamo visto, le unità ultime
del mondo storico sono date nell’Erleden e nell’intendere. Il loro carattere di
unità è fondato nella connessione strutturale in cui sono collegati
l'apprendimento oggettivo, i valori e la posizione di scopi. Noi abbiamo
un’esperienza vissuta di questo carattere dell'unità vivente anche per il fatto
che può costituire uno scopo soltanto ciò che è posto nel suo volere, che è
vero soltanto ciò che trova conferma di fronte al suo pensiero, e che possiede
valore per essa soltanto ciò che ha un rapporto positivo con il suo sentire. Il
correlato di questa unità vivente è il corpo che si muove e opera in base a un
impulso interno. Il mondo storico-sociale dell’uomo è costituito da queste
viventi unità psico-fisiche: tale è il risultato sicuro dell’analisi. E anche
la connessione dinamica di queste unità mostra poi qualità particolari che non
sono esaurite dai rapporti di unità e di pluralità, di tutto e di parte, di
composizione e di azione reciproca. Procedendo, l’unità vivente risulta una
connessione dinamica che si pone al di là della natura in quanto viene
immediatamente vissuta, ma le cui parti attive non possono venir misurate
secondo la loro intensità bensì solo valutate, e la cui individualità non può
venir scissa dall’elemento umano comune, di modo che l’umanità è soltanto un
tipo indeterminato. Pertanto ogni stato particolare nella vita psichica è una
nuova posizione dell’intera unità vivente, un rapporto della sua totalità con
le cose e con gli uomini; e, in quanto ogni manifestazione della vita
procedente da una comunità o appartenente alla connessione dinamica di un
sistema di cultura è il prodotto del cooperare di varie unità viventi, gli
elementi di queste forme composte rivestono un carattere corrispondente. Per
quanto ogni processo psichico appartenente a tale totalità possa dipendere
dall'intenzione della connessione dinamica, tuttavia questo processo non è mai
determinato da essa in maniera esclusiva. L'individuo, in cui esso si compie,
si inserisce come unità vivente nella connessione dinamica; e nella sua
manifestazione esso opera come totalità. La natura, per la differenziazione dei
sensi di cui ognuno racchiude un ambito di qualità sensibili omogenee, è
distinta in diversi sistemi ognuno dei quali è internamente omogeneo. Lo stesso
oggetto, una campana ad esempio, è duro, bronzeo, capace di produrre al
rintocco una serie di suoni; e ognuna delle sue proprietà occupa un posto in
uno dei sistemi dell’apprendimento sensibile, senza che ci sia data una
connessione interna tra queste qualità. Nell’Erlebder io esisto a me stesso
come connessione. Ogni situazione mutata produce una nuova posizione della vita
intera. Del pari in ogni manifestazione della vita, che appare dinanzi alla
nostra comprensione, opera sempre tutta la vita. Perciò né nell’Erleden né
nell’intendere ci sono dati sistemi omogenei, che ci consentano scoprire leggi
di mutamento. Comunanza e affinità si presentano a noi nell’intendere, e questo
ci porta d’altro lato a cogliere innumerevoli sfumature di differenziazione,
dalle grandi distinzioni tra razze, stirpi e popoli, fino all’infinita
molteplicità degli individui. Perciò nelle scienze della natura domina la legge
dei 168 WILHELM DILTHEY mutamenti, mentre nel mondo spirituale domina la
comprensione dell’individualità, dalla persona singola all'umanità intera,
nonché il procedimento comparativo, che cerca di ordinare concettualmente
questa molteplicità individuale. Da questi rapporti derivano i limiti della
conoscenza spirituale in rapporto sia allo studio della psicologia sia alle
discipline sistematiche, che dovranno essere illustrati più da vicino nella
dottrina del metodo. Da un punto di vista generale è evidente che sia la
psicologia sia le singole discipline sistematiche avranno un prevalente
carattere descrittivo e analitico; e qui possono servire le mie precedenti
considerazioni sul procedimento analitico nella psicologia e nelle scienze
sistematiche dello spirito, a cui mi rifaccio nell’insieme *. 4. La storia e la
sua comprensione per mezzo delle scienze sistematiche dello spirito: il sapere
storico. La conoscenza spirituale si compie, come si è visto, attraverso la
reciproca dipendenza della storia e delle discipline sistematiche; e poiché
l'intenzione dell’intendere precede in ogni caso l'elaborazione concettuale,
noi cominciamo con le proprietà generali del sapere storico. L'apprendimento
della connessione dinamica, costituita dalla storia, sorge anzitutto in base a
punti particolari, in cui i resti raccolti del passato vengono tra loro
collegati nell’intendere mediante la relazione con l’esperienza della vita; ciò
che ci circonda da vicino diventa mezzo per comprendere ciò che sta lontano ed
è passato. La condizione di questa interpretazione dei resti storici risiede
nel carattere di persistenza nel tempo e di universale validità umana di ciò
che noi vi rechiamo dentro. Così noi vi trasponiamo la nostra conoscenza dei
costumi, delle abitudini, delle connessioni politiche, dei processi religiosi; e
il a. Cfr. Ideen tiber eine beschreibende und zergliedernde Psychologie,
Sitzungsberichte der kòniglich Preussischen Akademie der Wissenschaften [ora in Gesammelte Schriften]. Si vedano
inoltre le Studien zur Grundlegung der Geisteswissenschaften: Erste Studie,
Sitzungsberichte cit.,[ora in Gesammelte Schriften], l’Eiz/eitung in die
Geistewissenschaften, e C. Siwart, Logik, Tubingen, presupposto ultimo di
questa trasposizione è costituito sempre dalle connessioni che lo storico ha
vissuto in sé. La cellula originaria del mondo storico è l’Erlebnis, nel quale
il soggetto si trova in rapporto al suo ambiente nella connessione dinamica della
vita. Questo ambiente opera sul soggetto e ne subisce l'influenza: esso è
composto dall'ambiente fisico e spirituale. In ogni parte del mondo storico vi
è quindi la medesima connessione del corso di un accadere psichico in rapporto
dinamico con il suo ambiente. Qui sorge il problema di valutare le influenze
naturali sull'uomo e di constatare pure l’azione che su di lui esercita
l’ambiente spirituale. Come la materia prima viene nell’industria sottoposta a
diversi modi di lavorazione, così anche i resti del passato vengono elevati a
piena comprensione storica mediante diverse procedure. La critica,
l’interpretazione e il procedimento che reca unità nella comprensione di un
processo storico si collegano tra di loro. L'aspetto caratteristico sta però anche
qui nel fatto che non si ha una semplice fondazione di un’operazione
sull’altra: la critica, l’interpretazione e il collegamento concettuale hanno
compiti diversi; ma la soluzione di ogni compito richiede continuamente
cognizioni ottenute per altre vie. Proprio questo rapporto ha però come
conseguenza che la fondazione della connessione storica dipende sempre da un
intreccio di operazioni che non può venir illustrato logicamente in modo
completo, e che mai può giustificarsi di fronte allo scetticismo storico
mediante prove incontestabili. Si pensi alle grandi scoperte di Niebuhr
sull’antica storia romana. La sua critica è in ogni punto inseparabile dalla
sua ricostruzione del corso effettivo. Egli ha dovuto constatare come sia sorta
la tradizione della più antica storia romana e quali conclusioni si possano
trarre sul suo valore storico in base a tale origine. Egli ha dovuto nel
medesimo tempo cercar di trarre da un’argomentazione oggettiva i lineamenti
fondamentali della storia reale. Senza dubbio questo procedimento metodico si
muove in un circolo, se si applicano le regole di una dimostrazione rigorosa. E
quando Niebuhr si è contemporaneamente servito della conclusione analogica da
processi di sviluppo affini, la conoscenza di tali processi sottostà allo stesso
circolo, e la conclusione analogica qui impiegata non dà nessuna certezza
rigorosa. Anche le narrazioni contemporanee debbono prima venir esaminate in
riferimento alla concezione dell’autore, alla sua attendibilità e al suo
rapporto con il processo in questione. E quanto più le narrazioni vengono a
distare temporalmente dall'avvenimento, tanto più diminuisce la loro
credibilità, se il loro valore non può venir accertato mediante una riduzione
ad altre più antiche e contemporanee all’avvenimento stesso. La storia politica
del mondo antico ha una base sicura dove esistono dei documenti, e così pure la
storia politica del mondo moderno dove sono conservati gli atti che fanno parte
del corso di un avvenimento storico. Con le raccolte critico-metodiche dei
documenti e il libero accesso degli storici agli archivi è cominciata per la
prima volta una conoscenza sicura della storia politica. Questo può arrestare
completamente lo scetticismo storico di fronte ai fatti, di modo che su tali
fondamenti sicuri viene a costruirsi, con l’aiuto dell’analisi delle narrazioni
in rapporto alle loro fonti, e dell'esame dei punti di vista dei narratori, una
ricostruzione che possiede probabilità storica e la cui utilità può venir
negata soltanto da menti spiritose ma non scientifiche. Questa ricostruzione
non perviene certo a un sapere sicuro intorno ai motivi delle persone che
agiscono, ma vi perviene intorno alle azioni e agli avvenimenti, e gli errori a
cui sempre rimaniamo esposti per i fatti particolari non mettono in dubbio
l'insieme. In posizione assai più favorevole che nella comprensione del corso
politico la storiografia si trova di fronte ai fenomeni di massa, ma
soprattutto quando si tratta di opere artistiche o scientifiche che si possono
sottoporre ad analisi. 5. I gradi della comprensione storica. Il graduale
assoggettamento del materiale storico si compie per diversi gradi, che sono
sempre più immersi nelle profondità della storia. Molteplici interessi spingono
anzitutto alla narrazione di ciò che è accaduto. Qui viene in primo luogo
soddisfatto il bisogno originario di curiosità per le cose umane, in
particolare per quelle della propria patria; e si fa pure valere la
consapevolezza della nazione e dello stato. In tal modo sorge l’arte narrativa,
il cui modello per ogni tempo resta Erodoto. Ma poi viene in primo piano la
tendenza alla spiegazione. La cultura ateniese nell’età di Tucidide ha per la
prima volta offerto le condizioni indispensabili per tale spiegazione. Le
azioni sono state derivate, mediante un’acuta osservazione, da motivi
psicologici; le lotte tra gli stati, il loro corso e il loro esito sono stati
spiegati in base alle forze militari e politiche, e sono stati studiati gli
effetti delle costituzioni statali. E quando un grande pensatore politico come
Tucidide spiega il passato mediante il sobrio studio della connessione dinamica
in esso presente, ne deriva contemporaneamente che la storia ammaestra anche
intorno al futuro. Per conclusione analogica, quando si è riconosciuto un corso
dinamico antecedente e si è mostrata l'affinità con esso dei primi stadi di un
processo, si può prevedere il ripresentarsi di un simile corso in seguito.
Questa conclusione, sulla quale Tucidide ha fondato la capacità della storia di
ammaestrare sul futuro, è infatti di decisiva importanza per il pensiero
politico. Come nelle scienze naturali, così anche nella storia una regolarità
entro la connessione dinamica consente di effettuare asserzioni € di svolgere
un’azione fondata sul sapere. Se già il contemporaneo dei Sofisti aveva
studiato le costituzioni come forze politiche, in Polibio ci si presenta una
storiografia in cui la trasposizione metodica delle scienze sistematiche dello
spirito nella spiegazione della connessione dinamica della storia consente di
introdurre nel procedimento esplicativo l’azione di forze permanenti, come la
costituzione e l’organizzazione militare o le finanze. L'oggetto di Polibio è
stata l’azione reciproca degli stati che, dall’inizio della lotta tra Roma e
Cartagine fino alla distruzione di Cartagine e di Corinto, costituirono per lo
spirito europeo il mondo storico; egli ha quindi cercato di derivare dallo
studio delle forze permanenti in essi operanti i singoli processi politici. Il
suo punto di vista diventa storico-universale, in quanto egli riunisce in sé la
cultura teoretica greca, lo studio della raffinata politica e della condotta
militare della sua patria, con una conoscenza di Roma che era resa possibile
soltanto dal contatto con i maggiori uomini di stato della nuova potenza
mondiale. E numerose forze spirituali operano nel tempo da Polibio fino a
Machiavelli e a Guicciardini, in primo luogo l’approfondirsi senza fine del
soggetto in se medesimo e nello stesso tempo l'estensione dell’orizzonte
storico; ma i due grandi storici italiani restano affini a Polibio nel loro
procedimento. Un nuovo livello è stato raggiunto dalla storiografia soltanto
nel secolo xvitr. Allora sono stati introdotti due grandi princìpi, in quanto
la connessione dinamica concreta, estratta come oggetto storico dal grande
fluire della storia, è stata 424 lizzata in connessioni particolari, come
quelle del diritto, della religione, della poesia, comprese nell’unità di
un’epoca. Ciò presupponeva che lo sguardo dello storico mirasse, al di là della
storia politica, alla storia della civiltà, che per ogni suo campo fosse già
conosciuta, mediante le scienze sistematiche dello spirito, la funzione che
esso esercita, e che si fosse già formata una comprensione del cooperare di
tali sistemi di cultura. La storiografia moderna ha avuto inizio nell'età di
Voltaire. E in seguito è stato introdotto un nuovo principio, quello di
sviluppo, a opera di Winckelmann”, di Justus Méser" e di Herder: esso
afferma che in una connessione dinamica storica è racchiusa, come nuova qualità
fondamentale che essa percorra in virtù della sua essenza una serie di
mutamenti di cui ognuno è possibile soltanto sulla base dei precedenti. Questi
diversi gradi designano momenti che, una volta conquistati, sono rimasti vitali
nella storiografia. L'arte narrativa di intrattenimento, la spiegazione acuta,
l’applicazione ad essa del sapere sistematico, l’analisi in connessioni
dinamiche particolari e il principio dello sviluppo questi momenti sono venuti
a sommarsi e a rafforzarsi reciprocamente. Winckelmann, archeologo e storico
dell’arte tedesco, autore della Geschichte der Kunst des Altertums e di varie
altre opere, fu il maggior teorico del classicismo settecentesco: la sua
dottrina del bello ebbe larga influenza sull'estetica di fine Settecento c
della prima metà dell'Ottocento. Mser, storico tedesco, autore della
Osnabriickische Geschichte e di altre opere, fu un rappresentante della
reazione anti-illuministica del pensiero tedesco della seconda metà del
Settecento: la sua impostazione storiografica, fondata suli’csaltazione della
struttura feudale e patrimoniale della vecchia Germania c quindi orientata in
senso fortemente conservatore, è stata considerata un importante momento
preparatorio dello storicismo romantico. L’isolamento di una connessione
dinamica dal punto di vista dell'oggetto storico. Sempre più chiaro ci appare
il significato dell’analisi della concreta connessione dinamica e della sintesi
scientifica delle singole connessioni dinamiche in essa contenute. Lo storico
non segue all’infinito, partendo da un punto, il nesso degli avvenimenti in
tutte le direzioni; piuttosto nell’unità di un oggetto, che costituisce il suo
tema, risiede un principio di selezione che è dato proprio insieme al compito
dell’apprendimento di tale oggetto. Infatti la trattazione dell’oggetto storico
non richiede soltanto il suo isolamento dalla vastità della concreta
connessione dinamica, ma l’oggetto contiene al tempo stesso un principio di
selezione. La caduta di Roma, la liberazione dell'Olanda, la Rivoluzione
francese richiedono la selezione di processi e di connessioni che racchiudano
le cause tanto particolari quanto generali, cioè le forze operanti in tutte le
loro trasformazioni, per la rovina dell’Impero romano o per la liberazione
dell'Olanda o per il compiersi della rivoluzione. Lo storico che lavora con
connessioni dinamiche deve distinguerle e collegarle in maniera che nessun
dettaglio vada smarrito, poiché ogni particolare viene rappresentato nei forti
tratti della connessione dinamica complessiva. In ciò non consiste soltanto la
sua capacità rappresentativa, ma questa è piuttosto il risultato di un
determinato modo di vedere. Quando si indagano queste salde e profonde
connessioni, risulta anche qui che la loro comprensione deriva dal nesso tra il
progredire dell’intendere storico delle fonti con una sempre più profonda
penetrazione delle connessioni della vita psichica. Se ci si avvicina poi alla
specie di connessione dinamica che sì presenta nei maggiori avvenimenti
storici, le origini del Cristianesimo o la Riforma o la Rivoluzione francese o
le guerre di liberazione nazionale, la si può concepire come opera di una forza
totale che supera, nella sua tendenza unitaria, tutti gli ostacoli. E si
troverà sempre che in essa operano due specie di forze. L'una è costituita da
tensioni che risiedono nel sentimento di bisogni imperiosi e non soddisfatti
dalla situazione presente, in nostalgie di ogni specie, nell’accrescersi degli
attriti e delle lotte, e anche nella coscienza di un'insufficienza delle
capacità di difendere ciò che esiste. L’altra è costituita dalle energie che
spingono in avanti, da un volere e un potere e un credere di carattere
positivo. Esse riposano sugli istinti vigorosi di molti, ma sono manifestati e
rafforzati da Erlebnisse di personalità importanti. In quanto tali tendenze
positive derivano dal passato per dirigersi verso il futuro, esse sono
creatrici: racchiudono in sé degli ideali, la loro forma è l’entusiasmo, e in
questo è insita una forma peculiare di parteciparsi e di estendersi. Da ciò
deriviamo il principio generale che nella connessione dinamica di grandi
avvenimenti storici i rapporti tra pressione, tensione, sentimento di
insufficienza dello stato di fatto cioè sentimenti con segni negativi e con
forme di rifiuto costituiscono il fondamento per l’azione, sorretta da
sentimenti positivi di valore, da fini da raggiungere e da determinazioni di
scopo. Quando entrambi gli elementi cooperano, si verificano i grandi mutamenti
del mondo. Nella connessione dinamica l’agente peculiare è perciò costituito
dagli stati psichici che si esprimono nel valore, nel bene e nello scopo, e tra
i quali non si debbono considerare come forze operanti soltanto le tendenze
verso i beni di cultura, ma anche la volontà di potenza, anche l’inclinazione a
opprimere gli altri. 7. I sistemi di cultura. Da ciò risulta che già la
determinazione dell’oggetto di un’opera storica implica una selezione degli
avvenimenti e delle connessioni. Ma la storia racchiude un sistema coerente per
cui la sua concreta connessione dinamica riposa su campi particolari isolabili,
in cui sono compiute operazioni separate, di modo che i processi svolgentisi
negli individui in rapporto a un’operazione comune costituiscono una
connessione dinamica unitaria e omogenea. Tale relazione è già stata illustrata
da me in precedenza ®: su di essa poggia l'elaborazione concettuale mediante
cui diventano conoscibili, nell’indagine storica, connessioni di carattere
generale. L’analisi e l'isolamento mediante cui vengono poste in luce tali
connessioni dinamiche è quindi il a. Einleitung in die Geistestissenschaften,
p. 52 sgg. [ora in Gesammelte Schriften]. procedimento decisivo che l’analisi
logica delle scienze dello spirito deve prendere in esame. Appare subito
evidente l’affinità di tale analisi con quella in cui viene scoperta la
connessione strutturale dell’unità della vita psichica. Le più semplici e
omogenee connessioni dinamiche, che compiono una funzione culturale, sono
l’educazione, la vita economica, il diritto, le funzioni politiche, le
religioni, la socialità, l’arte, la filosofia, la scienza. Io prendo ora in
esame le qualità di un sistema siffatto. In esso viene compiuta un’operazione.
Così il diritto realizza le condizioni coercitive per l’attuazione dei rapporti
della vita. La poesia ha la sua essenza nell’espressione di ciò che è
immediatamente vissuto e nella rappresentazione dell’oggettivazione della vita,
in maniera tale che l'avvenimento isolato dal poeta si presenta, nel suo
significato per la totalità della vita, ricco di conseguenze. In questa
operazione gli individui sono legati tra di loro. I processi particolari, che
in essi hanno luogo, si riferiscono alla connessione dinamica costituita da
tale operazione e le appartengono: così essi sono membri di una connessione che
realizza l'operazione. Le regole giuridiche del testo legislativo, il processo
in cui le parti avverse discutono, dinanzi a un tribunale, intorno a
un'eredità, secondo le regole del testo legislativo, la decisione del tribunale
e la sua esecuzione costituiscono una lunga serie di processi psichici
particolari, che si distribuiscono e si intrecciano in diverse persone, per
risolvere infine il compito inerente al diritto relativamente a un determinato
rapporto della vita. Il compimento della funzione poetica è, in grado assai
maggiore, legato al processo unitario che avviene nell’animo del poeta; ma
nessun poeta è il creatore esclusivo della sua opera, in quanto egli trae un
avvenimento dalla saga, si trova davanti la forma epica in cui lo eleva a
poesia, studia l’efficacia di scene particolari nei suoi predecessori, impiega
una misura metrica, deriva la sua concezione del significato della vita dalla
coscienza popolare o da individui eminenti, ha bisogno di ascoltatori che
godano nell’accogliere in sé l'impressione dei suoi versi e nell’attuare così
il suo sogno di influenza. Così la funzione del diritto, della poesia o di un
altro sistema di scopi della cultura si realizza in una connessione dinamica
che riposa su determinati processi, legati da tale operazione, i quali hanna
luogo in certi individui. Nella connessione dinamica di un sistema di cultura
si fa valere anche una seconda qualità. Il giudice, oltre a esplicare la sua
funzione nell’ordine giuridico, è inserito anche in varie altre connessioni
dinamiche; agisce nell’interesse della sua famiglia, deve realizzare una
funzione economica, esercita la sua finzione politica, forse scrive pure dei
versi. Perciò gli individui non sono legati nella loro totalità a tale
connessione dinamica, ma nella molteplicità dei rapporti dinamici sono uniti
tra loro soltanto quei processi che appartengono a un determinato sistema, e l’individuo
è inserito in diverse connessioni dinamiche. La connessione dinamica di un tale
sistema di cultura si realizza mediante una posizione differenziata dei suoi
membri. La solida impalcatura di ognuno di essi è formata da persone in cui i
processi, che servono a tale funzione, costituiscono l’occupazione principale
della loro vita, sia per inclinazione sia per motivo professionale. Tra di esse
emergono poi le persone che incorporano in sé, per così dire, l'intenzione
verso tale funzione, e che per la loro unione di talento e di professione
diventano i rappresentanti di questo sistema di cultura. E infine i portatori
veri e propri della creazione che ha luogo in tale campo sono le nature
produttive i fondatori delle religioni, gli scopritori di una nuova intuizione
filosofica del mondo, gli scopritori scientifici. Così in una connessione
dinamica siffatta ha luogo un intreccio: le tensioni, accumulate in un vasto
ambito, spingono al soddisfacimeno del bisogno; l'energia produttiva trova la
strada per la quale si compie tale soddisfacimento o suscita l’idea creatrice
che spinge in avanti la società; infine si aggiungono i collaboratori e poi i
molti che l’accolgono. Procedendo nell’analisi, ognuno di tali sistemi di
cultura, che realizza un’operazione, attua un valore comune a tutti coloro che
sono ad essa indirizzati. Ciò di cui l’individuo ha bisogno, e che non può mai
realizzare, gli proviene dall’ agire della totalità: un valore creato in
comune, a cui egli può partecipare. L'individuo ha bisogno delia sicurezza
della sua vita, della sua proprietà, dell'insieme della sua famiglia; ma
soltanto una forza indipendente della comunità soddisfa il suo bisogno mediante
il mantenimento di regole coercitive della vita comune, che rendono possibile
la protezione di questi beni. L'individuo soffre, nei tempi primitivi, sotto la
pressione di forze indomabili intorno a lui, di forze cioè che stanno al di là
dell’ambito ristretto di attività della sua stirpe o del suo popolo; ma una
diminuzione di tale pressione è ottenuta solo mediante la creazione della fede
da parte dello spirito collettivo. In ognuno di tali sistemi di cultura,
dall'operazione a cui mira la connessione dinamica deriva un ordine dei valori;
questo viene creato nel lavoro comune compiuto in vista di essa; sorgono
oggettivazioni della vita in cui il lavoro si è condensato; e sorgono pure
organizzazioni che servono alla realizzazione delle varie operazioni nei
sistemi di cultura libri giuridici, opere filosofiche, poesie. Il bene, che la
funzione doveva realizzare, è ora creato e sarà sempre più perfezionato. Le
parti di tale connessione dinamica acquistano una significatività nel loro
rapporto con la totalità quale portatrice di valori e di scopi. Anzitutto le
parti del corso della vita hanno un significato in base al loro rapporto con la
vita, con i suoi valori e con i suoi scopi, con lo spazio che qualcosa occupa
in essa. E quindi gli avvenimenti storici diventano significativi in quanto
sono elementi di una connessione dinamica, cooperando alla realizzazione di
valori e di scopi della totalità insieme ad altre parti. Mentre noi ci troviamo
perplessi di fronte alla complessa connessione dell’accadere storico, senza
percepire in esso né una struttura né delle regolarità né uno sviluppo, ogni
connessione dinamica, che realizza una funzione culturale, ha una propria
struttura. Se concepiamo la filosofia come connessione dinamica, essa si
presenta anzitutto come una molteplicità di operazioni: elevazione delle
intuizioni del mondo a validità universale, riflessione del sapere su se
stesso, relazione della nostra attività conforme a uno scopo e del sapere
pratico con la connessione della conoscenza, spirito critico sempre presente
nell’intera cultura, opera di collegamento e di fondazione. L’indagine storica mostra
però che abbiamo qui da fare ovunque con specifiche funzioni che si presentano
sotto certe condizioni storiche, ma che sono alla fine fondate su una funzione
unitaria propria della filosofia. Essa è riflessione universale che procede
continuamente verso le più alte generalizzazioni e le fondazioni ultime. La
struttura della filosofia sta quindi nel rapporto di questo suo carattere
fondamentale con le funzioni particolari, in base alle condizioni temporali.
Così la metafisica si sviluppa sempre nell’interna connessione della vita,
dell’esperienza della vita e dell’intuizione del mondo. In quanto la tendenza a
un saldo fondamento, che in noi lotta continuamente contro l’accidentalità
della nostra esistenza, non trova alcuna soddisfazione duratura nelle forme
religiose e poetiche di intuizione del mondo, sorge allora il tentativo di
elevare l'intuizione del mondo a sapere universalmente valido. Inoltre nella
connessione dinamica di un sistema di cultura si può ogni volta rintracciare
un’articolazione in forme particolari. Ogni sistema di cultura ha uno sviluppo
che si compie sulla base della sua funzione, della sua struttura, delle sue
regolarità. Mentre nel concreto corso dell’accadere non si può trovare nessuna
legge di sviluppo, la sua analisi in connessioni dinamiche particolari e
omogenee rivela la successione di stati determinati dall’interno, che si
presuppongono l’un l’altro in maniera che dallo strato sottostante ne emerge
ogni volta uno superiore, e che procedono a una crescente differenziazione e a
un crescente collegamento. 8. Le organizzazioni esterne e l'insieme politico:
le nazioni organizzate politicamente. a) Sulla base dell’articolazione naturale
dell'umanità e dei processi storici si sviluppano gli stati del mondo civile,
ognuno dei quali riunisce in sé connessioni dinamiche di sistemi di cultura, e
soprattutto le nazioni organizzate in forma statale. L'analisi si limita qui a
questa forma tipica dell’attuale organizzazione politica. Ognuno di questi
stati è un’organizzazione composta da varie comunità: la coesione delle
comunità in esso racchiuse è quindi il potere sovrano dello stato, al di sopra
del quale non esiste nessun'altra istanza. E chi potrebbe negare che il senso
della storia, fondato nella vita, venga a esplicarsi tanto nella volontà di
potenza che riempie questi stati, nel bisogno di dominio verso l’interno e
verso l’esterno, quanto nei sistemi di cultura? E a tutto questo aspetto di
brutalità, di temibilità, di distruzione, che è contenuto nella volontà di
potenza, a tutta la pressione e a tutta la coercizione intrinseche al rapporto
di dominio e di obbedienza, non è forse legata la coscienza della comunità,
dell’appartenenza reciproca, la gioiosa partecipazione al potere dell'insieme
politico, tutti Erlebrisse propri dei supremi valori umani? Il lamento sulla
brutalità del potere dello stato è fuori luogo poiché, come Kant ha visto, il
più difficile compito del genere umano sta proprio nel riuscire a contenere il
volere individuale e la sua tendenza a estendere la propria sfera di potenza e
di godimento mediante la volontà collettiva e la coercizione che essa esercita,
e inoltre perché per tale volontà, in caso di conflitto, la decisione risiede
soltanto nella guerra, e anche all’interno la coercizione resta l’ultima
istanza. Sul terreno di questa volontà di potenza, intrinseca all’organizzazione
politica, sorgono le condizioni che rendono possibili i sistemi di cultura.
Così si presenta qui una struttura complessa, nella quale i rapporti di forza e
le relazioni dei sistemi di scopo sono legati in un’unità superiore, e la
comunanza sorge anzitutto dall’azione reciproca dei sistemi di cultura. Io
cerco ora di illustrare tutto questo rifacendomi alla più antica società
germanica a noi nota, quale ce la descrivono Cesare e Tacito. Qui la vita
economica, lo stato e il diritto si trovano legati alla lingua, al mito, alla
religiosità e alla poesia proprio come in ogni epoca successiva: tra le qualità
dei singoli campi della vita c'è un’azione reciproca che pervade in un dato
tempo la totalità. Così, nella Germania di Tacito, dallo spirito guerriero è
sorta la poesia eroica che già magnificava Arminio"! nei suoi canti, e
questa poesia a sua volta rafforzava lo spirito guerriero. Da questo spirito
guerriero è derivata pure l’inumanità presente nella sfera religiosa, come
mostrano il sacrificio dei prigionieri e l’impiccagione dei loro cadaveri in
luoghi sacri. Proprio tale spirito influiva sulla posizione del dio della
guerra Arminio, principe dei Cherusci, sconfisse le legioni romane, guidate da
Quintilio Varo, nella Foresta di Teutoburgo nel 9 d. C., e in seguito guidò la
resistenza germanica contro l'invasore, costringendo i Romani ad abbandonare la
frontiera dell'Elba per ritirarsi sul Reno. La sua figura fu esaltata come
quella di un eroe nazionale tedesco. entro il mondo divino, e da ciò risultava
di nuovo una ripercussione sul sentimento bellico. Così viene a costituirsi una
concordanza tra i diversi campi della vita, la quale è così forte che dallo
stato di uno di essi possiamo compiere un’illazione sullo stato di un altro. Ma
quest’azione reciproca non spiega compiutamente i rapporti di comunanza che
collegano tra loro le diverse operazioni di una nazione. Che tra economia, guerra,
costituzione, diritto, linguaggio, mito, religiosità e poesia vi sia in questa
età una straordinaria concordanza e una straordinaria armonia, non deriva dal
fatto che una funzione fondamentale qualsiasi, sia essa anche la vita economica
o l’attività bellica, abbia condizionato le altre. Il fatto non può venir
considerato neppure come prodotto dell’azione reciproca dei diversi campi nella
loro situazione in quel dato periodo. In termini generali, quali che siano le
influenze derivanti dalla forza € dalle proprietà di certe operazioni, tuttavia
l’affinità che lega tra loro i diversi campi della vita entro una nazione
deriva da una profondità comune che nessuna descrizione può esaurire. Essa
esiste per noi soltanto nelle manifestazioni della vita che scaturiscono da
tale profondità e che la esprimono. È l’uomo, facente parte di una certa
nazione in un dato tempo, che inserisce in ogni manifestazione della vita entro
un determinato campo della civiltà qualcosa della sua particolare essenza;
poiché i momenti della vita degli individui, legati nella connessione delle
operazioni, non procedono da essa esclusivamente come abbiamo visto, ma l’uomo
intero è sempre operante in ognuna di queste attività e partecipa loro le
proprie qualità peculiari. E poiché l’organizzazione statale racchiude in sé
diverse comunità fin giù alla famiglia, l'ambito più vasto della vita nazionale
racchiude pure piccole connessioni e comunità che hanno propri movimenti, e
tutte queste connessioni dinamiche si incrociano nei singoli individui. Più
ancora lo stato attrae l’attività che ha luogo nei sistemi di cultura; e la
Prussia di Federico è l'esempio tipico di tale estremo aumento di intensità e
di estensione dell’influenza statale. Accanto alle forze indipendenti, che
collaborano nei sistemi di cultura, agiscono in essi anche le attività che
procedono dallo stato; e nei processi appartenenti a tale totalità statale,
l’attività autonoma e il condizionamento da parte della totalità sono sempre
legati tra loro. Il movimento proprio di ogni cerchia particolare in questa
grande connessione dinamica è determinato dalla tendenza a compiere la propria
funzione. Questa forza attiva ha in sé la duplicità della tensione e di
un’energia positiva volta alla posizione di scopi: tutte le connessioni
dinamiche concordano in ciò, ma ognuna ha pure la sua peculiare struttura,
dipendente dall’operazione che compie. Molto differente è infatti la struttura
di un sistema di cultura, in cui si realizza una connessione articolata di operazioni,
in cui i processi individuali vengono mossi da tale connessione, in cui lo
sviluppo dei valori, dei beni, delle regole, degli scopi è determinato
dall’essenza immanente di questa funzione, da quella propria della connessione
dinamica di un’organizzazione politica, poiché in questa non esiste tale legge
di sviluppo immanente in una funzione, i fini mutano in genere secondo la
natura delle organizzazioni, la macchina è per così dire impiegata per attuare
un altro compito, mentre vengono risolti compiti del tutto eterogenei e
realizzati valori di classe totalmente differente. Da tale articolazione del
mondo storico in connessioni dinamiche particolari risulta una conclusione, che
ci fornisce l’indicazione per l'ulteriore soluzione del problema contenuto nel
mondo storico. La conoscenza del significato e del senso del mondo storico è
stata spesso ottenuta, per esempio da Hegel o da Comte, mediante la
determinazione di una direzione generale del movimento della storia universale;
questa operazione riunisce il cooperare di diversi momenti in un'intuizione
indeterminata. In realtà risulta che il movimento storico si compie nelle
connessioni dinamiche particolari; e inoltre appare chiaro che l’intera
problematica diretta a porre in luce un fine della storia è del tutto
unilaterale. Il senso manifesto della storia deve essere cercato anzitutto in
ciò che sussiste sempre, in ciò che ricorre nelle relazioni strutturali, nelle
connessioni dinamiche, nella formazione di valori e di scopi entro di esse,
nell'ordine interno in cui stanno tra loro dalla struttura della vita
individuale fino all’ultima più vasta unità: questo è il senso che la storia ha
sempre e ovunque, che poggia sulla struttura dell’esistenza individuale e che
si manifesta nella struttura delle connessioni dinamiche più complesse entro
l’oggettivazio ne della vita. Tale regolarità ha determinato anche lo sviluppo passato
e ad essa è sottoposto il futuro. L'analisi della costruzione del mondo
spirituale avrà soprattutto il compito di mostrare tali uniformità nella
struttura del mondo storico. In tal modo viene pure eliminata la concezione che
ha visto il compito della storia nel progresso da valori, obbligazioni, norme,
beni relativi ad altri incondizionati: con essa ci trasferiremmo dal campo
delle scienze empiriche al campo della speculazione. Infatti la storia assiste
pure alla posizione di un elemento incondizionato, sotto forma di valore, di
norma o di bene. Elementi del genere si presentano sempre in essa sia come dati
nella volontà divina, sia come dati in un concetto razionale di perfezione, in
una connessione teleologica del mondo, in una norma universalmente valida del
nostro agire, fondata su base trascendentale. Ma l’esperienza storica ha
conoscenza soltanto dei processi, per essa così importanti, in virtù dei quali
questi elementi vengono posti: essa non sa nulla, di per sé, in merito a una
loro validità universale. Seguendo il corso in cui si elaborano tali valori,
beni o norme incondizionate, essa osserva per diversi di essi il modo in cui la
vita li ha prodotti; la posizione incondizionata è stata possibile solo in
virtù della limitazione dell’orizzonte temporale. Essa guarda di qui alla
totalità della vita nella pienezza delle sue manifestazioni storiche, e osserva
la disputa mai appianata che si svolge tra queste posizioni incondizionate. La
questione se la subordinazione a tale elemento incondizionato, che è appunto un
fatto storico, debba essere ricondotta in maniera logicamente necessaria a una
condizione generale, non limitata temporalmente, insita nell'uomo, o se sia da
considerare come prodotto della storia, conduce alle estreme profondità della filosofia
trascendentale, che stanno al di là dall’ambito dell’esperienza storica e a cui
neppur la filosofia è in grado di fornire una risposta sicura. E se anche tale
questione fosse decisa nel primo, ciò non potrebbe servire allo storico per la
selezione, la comprensione, la scoperta di qualche connessione, qualora non
potesse venir determinato il contenuto di tale elemento incondizionato: così
l'intervento della speculazione nel campo di esperienza dello storico
difficilmente potrà avere successo. Lo storico non può rinunciare al tentativo
di intendere la storia in base a se stessa, in base all’analisi delle varie
connessioni dinamiche. Così una nazione organizzata in forma statale può venir
concepita come un’unità strutturale individualmente determinata di connessioni
dinamiche. Il carattere comune delle nazioni organizzate in forma statale
poggia su regolarità che consistono nella forma di movimento delle connessioni
dinamiche, nelle loro relazioni reciproche e, poiché esse sono creatrici di
valori e di scopi, nel rapporto tra connessione dinamica, determinazione di
valori, posizione di scopi e connessione di significato entro un’organizzazione
politica. Ognuna di queste connessioni dinamiche è incentrata in se stessa in
un modo particolare, e su ciò è fondata la regola interna del suo sviluppo.
Sulla base di tali regolarità, che pervadono tutte le nazioni organizzate
statalmente, si elevano le loro forme individuali, lottando e cooperando nella
storia per la loro vita e la loro validità. In ogni nazione organizzata in
forma statale l’analisi e soltanto questa, non già la storia dell'origine delle
nazioni interviene in tale connessione distingue vari momenti. Tra gli
individui in essa racchiusi, che stanno tra loro in un rapporto di azione
reciproca, esistono uniformità di carattere e di manifestazioni della vita;
essi hanno coscienza di queste uniformità e dell’appartenenza reciproca che su
queste riposa; in essi vive perciò una tendenza a rafforzare tale appartenenza
reciproca. Queste uniformità possono venir constatate negli individui singoli,
ma pervadono e caratterizzano anche tutte le connessioni esistenti entro la
nazione. L'analisi mostra inoltre in ogni nazione un nesso di connessioni
dinamiche particolari. Il potere esterno e interno dello stato fa della nazione
un'unità che opera in forma autonoma. Entro questa unità si sovrappongono vari
gruppi sociali, e ognuno costituisce una connessione dinamica relativamente
indipendente. I sistemi strutturali, che procedono al di là della singola
nazione, si presentano qui in rapporto con altre connessioni dinamiche, e sono
modificati dalle uniformità che pervadono l’intero popolo; e la forza della
loro azione è accresciuta dai gruppi che si costituiscono in base alla loro
tendenza a una determinata funzione. Così sorge la complessa struttura di una
nazione organizzata in forma statale: ad essa corrisponde una nuova interna
disposizione di questa totalità. In essa viene vissuto un valore per tutti;
l’agire degli individui ha in essa un fine comune. La sua unità si oggettiva
nella letteratura, nei costumi, nell'ordinamento giuridico e negli organi della
volontà collettiva, manifestandosi pure nella connessione dello sviluppo
nazionale. Voglio ora illustrare in alcuni punti fondamentali la cooperazione
dei diversi momenti che fanno parte di una totalità statale organizzata, così
come sono stati determinati, nella vita nazionale di una certa epoca. A tale
scopo mi rifaccio ai Germani dell’età di Tacito. Quando Tacito scriveva, il
fondamento della vita germanica era sempre l'unione della guerra con lo
sfruttamento del terreno, della caccia con l’allevamento del bestiame e con
l’agricoltura. L’'arrestarsi della diffusione delle stirpi germaniche ha
accelerato il corso naturale verso la fissazione del domicilio, e la Germania è
divenuta un paese agricolo. Da questo rapporto con il suolo e il terreno nella
caccia, nell'allevamento del bestiame e nell’agricoltura, è derivato il legame
dei Germani di allora con la terra e con ciò che su di essa-cresce e vive: tale
legame è il primo momento decisivo per la vita spirituale dei Germani in questa
epoca, Altrettanto chiara è l’influenza dell’altro fattore sociale, prima
accennato, di questa età, cioè dello spirito guerriero delle stirpi germaniche
nella vita politica, negli ordinamenti sociali e nella cultura intellettuale
del tempo. I compiti della guerra pervadevano tutti i settori della vita; si
facevano valere nel rapporto delle famiglie con l’ordinamento militare, cioè
nelle centurie; incidevano sulla posizione dei capi e dei prìncipi. Dallo
spirito guerriero è sorto poi anche il sistema del seguito, di importanza
decisiva per lo sviluppo militare e politico. Il principe è circondato da un
seguito composto da gente libera, che costituisce la sua corte militare:
soltanto la guerra poteva nutrire tale seguito. Esso era legato quindi al
principe dal più saldo rapporto di fedeltà, da un rapporto che a noi si rivela
nel canto eroico e nell’epica popolare con la sua bellezza propriamente
germanica. Dalla guerra scaturisce poi il regno militare di un Marbod". A
questi fattori si aggiunge l’individualità dello spirito nazionale. Le sue
uniformità si fanno valere nel risultato delle connessioni dinamiche. Lo
spirito guerriero, che le stirpi germa16. Marbod, principe dei Marcomanni,
contemporanco e avversario di Arminio. niche di quest'epoca hanno in comune con
gli stadi primitivi di altri popoli, mostra tuttavia presso di esse una forza e
un carattere particolare. Il valore della vita di una persona singola è riposto
nelle sue qualità belliche. Da Tacito appare che i migliori di essi vivevano in
modo completo soltanto in guerra; la cura della casa, del focolare e del campo
era lasciata alle donne e agli individui inadatti alla guerra. Un carattere
peculiare spinge questi Germani a operare nella pienezza del loro essere e ad
abbandonarsi senza riserve alla lotta. Il loro agire non è determinato e
limitato da una posizione razionale di scopi; in esso c'è una sovrabbondanza di
energia che li spinge al di là dello scopo, c'è qualcosa di irrazionale. Nella
loro passione inconsumabile e indomabile essi mettono in gioco con i dadi la
loro persona e la loro libertà. Nella battaglia si rallegrano del pericolo;
dopo la lotta cadono in una pigra quiete. Il loro mito e Ia loro saga eroica
sono totalmente pervasi da questo carattere ingenuo e inconscio che ripone il
valore e il piacere maggiore dell’esistenza non già nella serena intuizione del
mondo propria dei Greci, non già nella razionale determinazione di scopi
propria dei Romani, ma nella manifestazione illimitata della forza in quanto
tale, nella scossa e nell’estensione e nell’elevazione che ne deriva per la
personalità. Questo aspetto, che trova la sua suprema espressione nella gioia
della lotta, esercita la sua influenza sull'intero sviluppo dei nostri
ordinamenti politici e della nostra vita spirituale. L’ultimo tra i momenti
contenuti in una totalità nazionale, e che determinano il suo sviluppo, risiede
nella subordinazione dei gruppi minori alla totalità politica, quale essa sorge
in virtù dei rapporti di dominio e di obbedienza e dei rapporti di comunità
compresi in una volontà statale sovrana. Così in Germania vengono a susseguirsi
il regno popolare in piccole comunità di struttura imperfettamente
differenziata, poi, sulla base della crescente divisione del lavoro, l’articolazione
professio nale e la distinzione dei ceti in una totalità nazionale poco solida,
la formazione della signoria indipendente con la sua intensiva ed estesa
attività statale negli stati territoriali, che gradualmente stritola, in mezzo
ai diritti individuali e alla volontà di potenza dei prìncipi, l’ordinamento
fondato sulle professioni e sui ceti, e infine lo sviluppo di tali stati verso
un continuo ampliamento dei diritti individuali, dei diritti della comunità
popolare nel sistema rappresentativo, conforme a ordinamenti democratici, e
d’altra parte la subordinazione dei diritti principeschi all’impero nazionale.
Se si guarda a tale sviluppo, esso appare ovunque condizionato in duplice modo:
da un lato esso dipende dal rapporto mutevole delle forze entro il sistema
statale, e dall’altro è condizionato dai fattori dello sviluppo interno, propri
dello stato particolare, che noi abbiamo seguito. Così risulta chiara la
possibilità di sottoporre ad analisi la connessione dinamica che condiziona i
momenti particolari dello sviluppo di una nazione e lo sviluppo totale di essa,
distinguendola nei suoi fattori. Le regolarità presenti nella struttura della
totalità politica determinano le situazioni della totalità c i suoi mutamenti.
Vi sono quasi degli strati successivi nell’ordinamento di vita di questa
totalità, di cui il posteriore presuppone il precedente, come abbiamo visto dai
mutamenti dell’organizzazione politica. Ognuno mostra un ordine interno in cui,
a partire dall’individuo, le connessioni dinamiche formano valori, realizzano
scopi, raccolgono beni, sviluppano regole di condotta. I portatori e i fini di
tali operazioni sono però differenti. Così sorge il problema dell’interna
relazione reciproca tra tutte queste operazioni, dalla quale esse traggono il
loro significato. Pertanto l’analisi della connessione logica delle scienze
dello spirito ci conduce di fronte a un compito ulteriore, sulla cui soluzione
getterà luce la costruzione delle scienze dello spirito in virtù del
collegamento dei loro vari metodi. 9. Età ed epoche. In un determinato periodo
di tempo si possono quindi porre in luce analiticamente singole connessioni
dinamiche e mostrare i momenti di sviluppo in esse contenuti, determinando
inoltre le relazioni che uniscono tali connessioni in una totalità strutturale
e le uniformità presenti nelle parti di un insieme politico: così noi possiamo
pure intendere l’altro aspetto del mondo storico, la linea del corso temporale
e dei mutamenti che esso racchiude in riferimento alle connessioni dinamiche,
come una totalità continua e tuttavia separabile in sezioni temporali. Ciò che
caratterizza anzitutto le generazioni, le età, le epoche *, sono tendenze
dominanti di profonda incidenza. Ciò che le caratterizza è la concentrazione
dell’intera cultura di un periodo in se stessa, cosicché nella determinazione
di valori, nella posizione di scopi, nelle regole di vita dell’epoca risiede il
criterio di giudizio, di valutazione e di stima delle persone e degli
orientamenti che attribuisce a una determinata epoca il suo carattere. Un
individuo, una tendenza, una comunità acquistano il proprio significato in
questa totalità in base al loro rapporto interno con lo spirito del tempo. E in
quanto ogni individuo è inserito in tale periodo, ne deriva pure che il suo
significato per la storia consiste in questo suo rapporto con l'età. Quelle
persone che procedono vigorosamente innanzi in un certo periodo sono gli
esponenti dell’età, i suoi rappresentanti. In questo senso si parla di spirito
di un’epoca, per esempio dello spirito del Medioevo o dell’Illuminismo. Da ciò
risulta pure che ognuna di tali epoche trova una limitazione in un orizzonte di
vita: con questo intendo la limitazione per cui gli uomini di un'età vivono in
rapporto al suo pensiero, al suo modo di sentire, alla sua volontà. In essa c'è
una relazione di vita, rapporti vitali, esperienza della vita e formazione
intellettuale, che mantiene e lega gli individui in un determinato ambito di
modificazioni dell’apprendimento, della formazione di valori e della posizione
di scopi. Elementi inevitabili sovrastano qui gli individui particolari.
Accanto alla grande tendenza che domina e pervade un'intera età, dando a quel
periodo il suo carattere, ve ne sono altre che si contrappongono a essa. Esse
mirano a conservare l’antico, osservano le conseguenze dannose
dell’unilateralità dello spia. Già nel 1865, nel saggio su Novalis [ora in
Er/ebnis und Dichtung] ho illustrato e impiegato il concetto storico di
generazione, usandolo più ampiamente nel primo volume del Leben Schleiermachers
e poi, nel 1875, nel saggio Uber das Studium der Geschichte der Wissenschaften
vom Menschen, der Gesellschaft und dem Staat [ora in Gesammelte Schriften, vol.
V, pp. 31-73], sviluppandolo insieme ai concetti ad esso collegati. L’ulteriore
determinazione dei concetti di continuità storica , movimento sto rico ,
generazione , età , epoca è possibile soltanto nell’illustrazione della
costruzione delle scienze dello spirito. rito dell’epoca e si rivolgono contro
di questo; se invece si presenta qualcosa di creativo e di nuovo, che sorge da
un altro sentimento della vita, allora comincia entro questo periodo il
movimento indirizzato a produrre una nuova età. Ogni contrapposizione resta
quindi sul terreno dell’età o dell’epoca; ciò che in essa si oppone ha nel
medesimo tempo la struttura di quell'età. In questo elemento creativo ha allora
inizio un nuovo rapporto di vita, di relazioni vitali, di esperienza della vita
e di formazione intellettuale. Così i rapporti di significato che esistono in
un periodo tra le forze storiche sono fondati in quella relazione reciproca
delle uniformità e delle connessioni dinamiche, che si possono designare come
tendenze, correnti, movimenti. Da esse si perviene per la prima volta al
problema più complicato di determinare analiticamente la connessione
strutturale di un’età o di un periodo. Tale problema può venire illustrato
considerando l’Illuminismo tedesco dal punto di vista di questa interna
connessione: compiendo l’analisi di un’età anzitutto in una nazione
particolare, si viene infatti a semplificare il compito. La scienza si era
costituita nel secolo xvi. Dalla scoperta di un ordine legale della natura e
dall’applicazione di questa conoscenza causale al dominio sulla natura era
sorta la fiducia dello spirito in un regolare progresso della conoscenza. In
questo lavoro di indagine le varie nazioni civili erano unite tra loro: così è
sorta l’idea di un’umanità unita nel progresso. Si formò l’ideale di un dominio
della ragione sulla società; esso ispirò le forze migliori; così queste si
unirono in uno scopo comune, lavorando in base agli stessi metodi e attendendo
dal progresso del sapere il miglioramento dell’intero ordinamento sociale.
L'antico edificio alla cui costruzione avevano cooperato il dominio della
chiesa, i rapporti feudali, il dispotismo illimitato, i capricci dei principi,
l'inganno pretesco edificio sempre trasformato dai tempi e sempre bisognoso di
nuovi restauri doveva venir mutato in una costruzione razionale chiara e
simmetrica. Questa è l’unità interna in cui sono legate in una totalità la vita
spirituale degli individui, la scienza, la religione, la filosofia e l’arte
nella connessione europea dell’Illuminismo. Questa unità si compì in modo
differente nei vari paesi, atteggiandosi in maniera particolarmente felice e
solida in Germania. Qui una tendenza generale si fece valere nella sua più alta
vita spirituale. Se ci si rifà indietro in Germania si può trovare, a partire
da Freidank”, la tendenza a subordinare coscientemente la vita a salde regole;
e se si volesse designarle come morali, il fatto sarebbe rappresentato da un
punto di vista unilaterale e determinato entro un ambito troppo ristretto. La
serietà dei popoli nordici è qui legata a un bisogno di riflessione, che deriva
da un orientamento verso l’interiorità della vita ed è senza dubbio connesso
con le situazioni politiche. Come nell’immobilità della vita statale le
clausole giuridiche, i privilegi, gli accordi ostacolano il libero movimento
della vita, così anche nell’individuo il sentimento dell’obbligazione sovrasta
la libera posizione di scopi: nel godimento della vita si scorge sempre
qualcosa di illecito. I potenti lo arraffano per sé, ma in esso c'è qualcosa
che mette in crisi la loro coscienza. Così nella filosofia tedesca del secolo
xviti vi è un tratto fondamentale che unisce tra loro Leibniz, Thomasius *,
Wolff”, Lessing, Federico il Grande, Kant e innumerevoli altri minori. Tale
tendenza all’obbligazione e al dovere era stata promossa dallo sviluppo del
Luteranesimo e della sua morale fin da Melantone. Essa era favorita
dall’articolazione della so17, Freidank, nome o (più probabilmente) pseudonimo
di un poeta didattico tedesco della prima metà del secolo x1tr, che seguì
Federico II in Palestina: il suo poema Bescheidenheit ebbc larga fortuna. Thomasius,
giurista e filosofo, autore di tre libri Institutionum iurisprudentiue divinae,
della Introductio in philosophiam rationalem, dei Fundamenta iuris naturae et
gentium e di numerose altre opere soprattutto di etica, fu uno dei maggiori
esponenti della scuola del diritto naturale alla fine del Seicento: la sua
opera si ispira in larga misura all'insegnamento di Pufendorf. Wolff, filosofo,
è il principale rappresentante dell'Illuminismo di derivazione Icibniziana: fu
autore di numerosi manuali scientifici e di opere filosofiche come la
Philosophia rationalis, sive logica methodo scientifico pertractata, la
Philosophia prima sive Ontologia, la Cosmologia generalis, la Psychologia
empirica, la Psychologia rationalis, la Theologia naturalis, la Plilosophia
practica universalis, lo Jus naturae methodo scientifico pertractatum, lo Ius
gentium, le Institutiones suris naturae, la Philosophia moralis sive Ethica e
l'Oeconomica. Il suo lavoro di sistemazione del sapere filosofico ebbe larga
influenza nella cultura tedesca del Settecento, e ad esso si richiamerà anche
Kant. cietà in base al concetto di professione e di ufficio, che Lutero aveva
introdotto nell’età moderna. E nella misura in cui la tendenza all’autonomia
della persona progrediva nell’Illuminismo, la perfezione diventava dovere:
nella ragione vi è una legge naturale dello spirito, che richiede
dall’individuo la realizzazione della perfezione in sé e negli altri. Questa
esigenza è dovere: un dovere che non è imposto dalla divinità, ma che deriva
dalla legge della nostra propria natura e può venir stabilito su basi
razionali. Soltanto in seguito la regola razionale può venir riferita al
fondamento delle cose: questa è la dottrina di Wolff, che si rifà indietro a
Pufendorf ”, Leibniz, Thomasius, e che procede in avanti fino a Kant,
riempiendo tutta la letteratura dell’Illuminismo tedesco. In questa dottrina
risiede il legame che unisce i Tedeschi dell’Illuminismo con i Tedeschi del
secolo xvi, producendo uno spirito unitario in quest’epoca, un qualcosa di
imponderabile che, ovunque modificato e pur sempre il medesimo, pervade
l’intera nazione: una determinazione del valore della vita, che sta a base
della connessione vitale dell’Illuminismo tedesco. Il nuovo schema di movimento
dell’anima verso il suo valore supremo è fondato nel carattere razionale
dell’uomo. La persona individuale realizza il suo scopo in quanto divenuta
maggiorenne in virtù delle sue capacità razionali, realizza in sé il dominio
della ragione sulle passioni, e questo della ragione si manifesta come
perfezione. In quanto la ragione è poi universalmente valida e a tutti comune,
e la perfezione della totalità mediante la ragione è superiore alla perfezione
dell'individuo nel senso che la perfezione di tutti ha un valore superiore a
quella di una persona sola e sorge qui l'obbligazione suprema in virtù della
quale l’individuo è legato al bene della totalità, ne deriva la più precisa
determinazione di questo principio come principio di perfezione di tutti gli
individui, da raggiungersi mediante il progresso della totalità. Questo
principio dell'Illuminismo non ha la sua base nel puro pensiero, e il suo
dominio non poggia su questo, ma in Pufendorf, giurista e filosofo, autore dei
De iure naturae ei gentium libri octo, dei De officio hominis et civis iuxta
legem natttralem libri duo c di Eris scandica, nonché di varie altre opere di
argomento storico e giuridico, è la maggiore figura del giusnaturalismo
seicentesco. esso pervengono a un'espressione astratta tutti i valori della
vita di cui hanno esperienza gli uomini dell’Illuminismo. Per queste menti,
Wolff soprattutto, la perfezione diventa quindi, in modo abbastanza strano, un
dovere, la tendenza verso di essa diventa una legge vincolante per l'individuo,
e infine la divinità diventa per Wolff e i suoi scolari oggetto di doveri i
quali hanno il loro centro di riferimento nella tendenza alla perfezione. La
stessa esperienza della vita, in cui sono fondate queste idee, può venir
studiata in Leibniz nel modo migliore. Essa poggia sull’Erlebnis della felicità
dello sviluppo. E il grande pensatore, come poi anche Lessing, ripone nel
progredire medesimo la suprema felicità dell’uomo, in quanto essa non può mai
essergli offerta dal contenuto del momento. E che tale progredire non si
riferisca a questo o a quello scopo particolare, ma allo sviluppo della persona
individuale, comprendendo e legando tutto ciò che vi è in essa, Leibniz per
primo lo esprime mediante il suo Er/eden. Questo Erlebnis è stato ovunque
preparato dal fatto che l’individuo nell’infelicità della vita nazionale veniva
spinto sempre verso se stesso, e indirizzato ai compiti culturali comuni. E
così come Leibniz lo aveva enunciato, esso agì dappertutto. Con i concetti di
valore derivanti dalla vita stessa, che Leibniz accoglieva, è determinato anche
il compito che egli poneva alla sua filosofia, cioè quello di derivare il
significato della vita e il senso del mondo dalla connessione dei valori
individuali dell’esistenza. Così nell’età dell’Illuminismo una connessione
unitaria conduce dalla forma della vita all'esperienza della vita, dagli Erlebnisse
in essa contenuti alla loro rappresentazione in concetti di valore, in
imperativi del dovere, in determinazioni di scopo, nella coscienza del
significato della vita e del senso del mondo. In questa connessione cresce la
coscienza che tale epoca ha di sé, e nel passaggio a formule astratte queste
pervengono, mediante la dimostrazione razionale, a un carattere assoluto;
vengono formulati valori, obbligazioni, doveri, beni incondizionati, mentre
proprio qui lo storico percepisce chiaramente la loro origine dalla vita
medesima. Se nella riflessione dell'individuo sulla vita troviamo in Germania
una tendenza alla sua formazione razionale, una tendenza analoga si sviluppa
nel medesimo tempo nella vita statale, sulla base delle condizioni particolari
della connessione dinamica della vita politica. Sempre più invadente diventava
l’attività statale nello sviluppo europeo dell’età moderna, in tutti i vari
campi della cultura: nella burocrazia, nella classe militare, nelle istituzioni
finanziarie risiede il centro di organizzazione di tutti i rapporti di forza, e
l’attività dello stato diventa una forza propulsiva del movimento culturale. Su
questo processo influiscono ovunque la lotta reciproca dei grandi stati per la
potenza e per l'ampliamento, e il bisogno interno di trasformare in una
totalità unitaria le parti messe insieme attraverso le guerre e le successioni
ereditarie. L'unità degli stati moderni si concentra nel monarca, nella sua
burocrazia e nel suo esercito. Ma essi debbono pervenire a una più salda articolazione
dei loro organi e a un impiego più intensivo delle loro forze. Ciò diventa
possibile soltanto con una più razionale condotta degli affari; il progresso
politico non avviene spontaneamente ma viene prodotto. Ogni attività
dell’insieme è determinata da una razionale posizione di scopi. Questo insieme
include sempre in sé vari compiti culturali la scuola, la scienza, anche la
vita ecclesiastica, ove essa può venir raggiunta. I prìncipi rappresentano in
sé non solo l’unità, ma anche l’orientamento culturale di tutto lo stato. Le
libere forze irrazionali della fedeltà della persona alla persona vengono
sostituite da altre operanti in modo più calcolabile e più sicuro. Così anche
nella vita statale si attua la relazione di forze che dà all’età illuministica
la sua unità. All’ordine razionale della vita e all’utilizzazione razionale
della natura, di cui lo stato ha bisogno, viene incontro il movimento
scientifico fondato nel secolo xvII, e questo trova a sua volta nello stato
l'organo necessario per sottoporre tutti i settori della vita a una
regolamentazione razionale, dall'impresa economica alle regole del buon gusto
nelle arti. Nessun paese era politicamente preparato come la Germania a questa
interna relazione, nella quale risiedeva l’essenza dell’Illuminismo. I suoi
piccoli stati dipendevano dallo sviluppo della cultura, e la Prussia anche dal
progredire delle forze spirituali necessarie alla lotta per il potere. La
circolazione delle forze religiose e scientifiche, dalla vita delle comunità
protestanti al sistema scolastico e alle università, da queste allo sviluppo
del pensiero religioso presso il clero e alle teorie giuridiche presso i
giuristi, e poi di nuovo giù giù fino al popolo, non fu mai in alcun paese
sviluppata come in esso. Nell’Illuminismo tedesco cooperano forze di origine
assai diversa, e connessioni dinamiche colte in stati assai differenti del loro
sviluppo. Mentre l’unità dello spirito dell’Illuminismo si realizza nella
scienza e nella riflessione filosofica come nella vita sociale, essa viene ad
attuarsi pure mediante l’efficacia di questo spirito in tutti i singoli campi
della vita spirituale. Nello sviluppo del diritto troviamo in Germania un
interessante esempio di tale fenomeno nell’origine della più compiuta
legislazione dell’epoca, il diritto territoriale. A Halle, dallo spirito dello
stato prussiano si forma un indirizzo autonomo del diritto naturale e della
giurisprudenza che su esso si fonda. Thomasius, Wolff, B6hmer? e vari seguaci
diffondono dappertutto, con i loro scritti, la concezione giuridica di tale
scuola. Essi formano i funzionari adatti, per l’unità e il carattere nazionale
del loro orientamento spirituale, a compiere l’opera legislativa, a lungo
bloccata, della Prussia. Sotto l’influenza di questo diritto naturale stanno il
re, che promuove tale opera, e i ministri e i consiglieri che la eseguono. La
stessa connessione interna si trova nel movimento religioso dell’età
illuministica: anch'esso mostra la duplicità peculiare dell’Illuminismo
tedesco, in quanto è a un tempo polemico e costruttivo. La storia
ecclesiastica, il diritto naturale e il diritto ecclesiastico cooperano nel
Protestantesimo tedesco a formare una visione del Cristianesimo primitivo che
in Bòhmer, Semler ”, Lessing, Pfaff” diventa la forza produtti Bòhmer, giurista
tedesco, autore degli Elementa iurisprudentiae criminalis, delle Observationes
selectae ad B. Carpzovii Practicam novam rerum criminalium e di Meditationes
sulle recenti leggi penali, fu uno dei più importanti studiosi di diritto
penale del Settecento. Semler, teologo protestante tedesco, autore delle
Vorbereitungen zur theologischen Hermeneutik, della /nstiturio brevior ad
liberalem eruditionem theologicam, dell'Apparatus ad liberalem Novi Testamenti
interpretationem, delle Asketische Vorlesungen zur Beforderung einer
verniinftiger Anwendung der christlichen Religion e di altre operc, sostenne in
polemica col Pietismo una teologia liberale, fondata sulla distinzione della
parola divina dalla parola della Bibbia. Pfaff, teologo protestante, autore
delle Institutiones theologiae dogmaticae et moralis, del De origine iuris
ecclesiastici va di un nuovo ideale della religiosità e dell'ordinamento della
chiesa. E anche qui si ha la medesima circolazione delle idee che
dall’insoddisfazione per lo stato presente e dalla forza positiva delle nuove
idee universali, attraverso le scuole e le università che sono indipendenti dal
potere dell'ortodossia ecclesiastica e che stanno in connessione con lo spirito
scientifico, conduce alla formazione del singolo sacerdote che fa valere nella
città o nella campagna un Cristianesimo illuminato, affine allo spirito
dell’epoca. La religiosità cristiana non ha mai esercitato in nessun altro
tempo all’infuori dell’Illuminismo tedesco un’influenza così schietta, così
coerente, così orientata verso le supreme idee morali e religiose, e nel
medesimo tempo così concorde con il teismo cristiano. Nuovi valori religiosi di
grande portata si sono allora formati nella vita ecclesiastica e religiosa.
Anche la poesia tedesca dell’epoca è determinata dalla trasformazione dei
valori e degli scopi che si compie nell’età dell’Illuminismo. Negli stati
indipendenti tedeschi l’Illuminismo incide sulla creazione poetica. Muovendo
dalla Francia, anche in Germania viene elaborata la prosa moderna in rapporto
con la società colta. Vengono assegnati ai generi poetici le loro regole, e
queste disciplinano la forma superiore di arte fantastica di Shakespeare e di
Cervantes in componimenti poetici articolati in maniera strettamente logica.
L'ideale di questa poesia diventa l’uomo determinato dall’idea della perfezione
e dell’Illuminismo; e la sua intuizione del mondo è la fede nell’ordine
teleologico del mondo a partire dalla natura. La diretta espressione diquesto
ideale e di questa intuizione del mondo diviene la poesia didattica; ad essa
seguono l’idillio e l’elegia. Non viene afferrato il carattere tragico della
vita: la commedia, il dramma e soprattutto il romanzo diventano la suprema
espressione poetica dell’epoca, e acquistano una struttura corrispondente: un
realismo guidato da idee ottimistiche pervade ogni opera poetica. Questa connessione
unitaria, nella quale si esprime nei diversi campi della vita l'orientamento
dominante dell’Illuminismo tedesco, non determina però tutti gli uomini che
apparten(1719), delle Institutiones iuris ecclesiastici e di varie altre opere,
fu uno dei maggiori rappresentanti della dottrina teologica della prima metà
del Settecento. gono a tale età; e anche là dove essa influisce, trova accanto
a sé altre forze. Si fanno valere le opposizioni delle età precedenti: particolarmente
efficaci si mostrano le forze che si riallacciano a situazioni e a idee
antiche, cercando però di dare loro una nuova forma. Nella sfera religiosa si è
presentato così il Pietismo. Esso è stato la più robusta tra le forze in cui
l’antico ha assunto forme nuove. Esso è affine all’Illuminismo nella crescente
indifferenza per tutte le forme ecclesiastiche esteriori e nell’esigenza di
tolleranza, ma soprattutto nel fatto che, al di là della tradizione e
dell’autorità distrutte dalla critica, cerca un semplice e chiaro fondamento di
legittimità per la fede. Tale fondamento risiede nel contatto con Dio e
nell’esperienza religiosa che ne deriva. Soltanto il convertito intende la
Bibbia; a lui si rivela la parola divina che gli è partecipata in essa; egli è
in grado di fare delle scoperte, per così dire, nel campo del Cristianesimo. La
tolleranza del Pietismo sta nel riconoscimento di ogni fede cristiana fondata
sulla conversione: il Pietista risvegliato da essa deve completare la propria
esperienza religiosa mediante la storia di conversioni altrui. E così vediamo
che il Pietismo appartiene al grande movimento individualistico, poiché esso
procede oltre il Luteranesimo escludendo la chiesa dal processo interiore della
persona. Ma nel medesimo tempo si contrappone all’Illuminismo per la sua
adesione alla fiducia di Lutero nell’esperienza religiosa derivante dal
contatto con Dio. Il Pietismo si ritrova poi in un rapporto interno con la
compiutezza raggiunta dalla nostra musica religiosa in Bach. Certo, Bach non
era pietista, ma i canti dell'anima cristiana, che accompagnano la
rappresentazione della vita di Cristo, mostrano già di per sé abbastanza
chiaramente la sua connessione con la soggettiva interiorità religiosa, che era
venuta in luce nel movimento pietistico. La medesima tendenza verso lo stato di
cose esistente si manifesta di fronte alle tendenze politiche del governo
illuminato. Essa è diretta al mantenimento del regno e dei privilegi di ceto
nei singoli stati, e alla conservazione degli antichi diritti. Ma anche queste
tendenze raggiungono la loro più alta coscienza e la loro fondazione mediante
lo studio della letteratura illuministica di teoria dello stato, e Ie proposte
di Schlos ser e di Méser cercano anche di soddisfare i nuovi bisogni e lo
spirito dell'Illuminismo. Le idee politiche dell'Illuminismo dovevano
circondare Méser quando egli, in base alla situazione presente, sviluppava la
sua comprensione di essa e le sue tendenze pratiche. Dall’esempio
dell’Illuminismo tedesco si comprende quindi la relazione interna delle
tendenze che hanno determinato le antitesi c la mutabilità in tale periodo,
allorquando si constatano i momenti che, entro il suo orientamento
fondamentale, rendono possibile rivolgersi verso il futuro. Proprio la tendenza
illuministica verso ciò che è regolare ha prodotto in diversi campi una
penetrazione degli avvenimenti storici, in cui sembrava essersi realizzata la
regola. Così nel Cristianesimo primitivo si trovava il tipo di una religiosità
più libera e questa rafforzava la tendenza al suo studio in Thomasius, in
B6hmer e in Semler. Le regole, che la critica contemporanea stabiliva
nell’arte, erano rafforzate dall’analisi approfondita del tipo dell’arte antica,
e da questo punto di vista Winckelmann e Lessing illustravano l’arte antica e
le leggi della creazione artistica, spiegando l’un termine con l’altro. Un
altro momento dell’orientamento verso i compiti del futuro stava nel fatto che
la comprensione della persona singola conduceva a porre l’accento
sull'individualità della creazione e del genio. Se ci chiediamo poi come, in
mezzo al corso degli eventi che trascina la Germania e procede dando luogo a
ininterrotti, continui mutamenti, possa venir delimitata tale unità, la
risposta è anzitutto questa: che ogni connessione dinamica reca in sé la sua
legge, e le sue epoche sono del tutto diverse da quelle delle altre in virtù di
tale legge. Così la musica ha un movimento peculiare, secondo cui lo stile
religioso che scaturiva dalla massima forza dell’ErleBnis cristiano raggiungeva
il suo culmine nella stessa età con Bach e con Hiindel, quando l’Illuminismo
era già la tendenza dominante in Germania. E nella stessa epoca in cui sorgono
le più importanti opere di Lessing 24. Schlosser, giurista c uomo politico,
autore del Kasechismus der Sittenlehre fiirs Landvolk, dell’Anti-Pope, oder
Versuch tiber den natiirlichen Menschen, dei Politische Fragmente, del saggio
Uber Scelenwanderung, fu esponente dell'Illuminismo tedesco; polemizzò contro
la filosofia kantiana, nasce il nuovo movimento creatore dello Sturm nd Drang,
che segna l’inizio di un'epoca successiva nella letteratura. E se ci chiediamo
quali siano i legami che creano un’unità tra le diverse connessioni dinamiche,
la risposta è questa: essa non è un’unità esprimibile in un pensiero
fondamentale, ma piuttosto una connessione tra le tendenze della vita medesima,
che si costituisce nel suo corso. Nel corso storico si possono delimitare
periodi nei quali, dalla costituzione della vita fino alle idee supreme, un'unità
spirituale si forma, raggiunge il suo culmine e di nuovo si dissolve. In ognuno
di tali periodi vi è una struttura interna che esso ha in comune con gli altri,
e che determina la connessione delle parti del tutto, il corso e le
modificazioni nelle tendenze: noi vedremo in seguito a che cosa può servire il
metodo di comparazione per l'apprendimento della struttura. Nell’efficacia
costante dei rapporti strutturali generali ci si rivela anzitutto il
significato e il senso della storia. Nel modo in cui questi dominano in ogni
punto e in ogni età, determinando la vita dell’uomo, risiede in primo luogo il
senso del mondo spirituale. Il compito è ora quello di studiare
sistematicamente le regolarità che costituiscono la struttura della connessione
dinamica nei suoi portatori, a partire dall’individuo. In qual modo queste
leggi strutturali consentano di formulare asserzioni sul futuro, può venir
determinato solo se è posto tale fondamento. L'aspetto immutabile e regolare
dei processi storici è il primo oggetto di studio, e da ciò dipende la risposta
a tutte le questioni sul progresso nella storia, e sulla direzione in cui si
muove l'umanità. La struttura di una certa età si mostra quindi come una
connessione delle connessioni e dei movimenti particolari entro il grande
complesso dinamico di tale età. In base a momenti quanto mai molteplici e
mutevoli viene a costituirsi una totalità più complicata; e questa determina il
significato che riveste tutto ciò che agisce nell’epoca. Quando lo spirito di
tale età è nato da dolori e dissonanze, allora ogni individuo ha in esso e
mediante esso il suo significato. Da questa connessione sono in primo luogo
determinati i grandi uomini storici: la loro creazione non si muove a distanza
storica, ma assume i suoi fini dai valori e dalla connessione di significato
dell'età medesima. L'energia produttiva di una nazione in un dato tempo riceve
la sua forza maggiore proprio in quanto gli uomini di tale età sono limitati
entro il suo orizzonte; il loro lavoro serve alla realizzazione di ciò che
costituisce la tendenza fondamentale dell’ epoca. Così essi diventano i loro
rappresentanti. Tutto in un'età acquista il suo significato dalla relazione con
l’energia che dà ad essa il suo orientamento fondamentale. Essa si esprime
nella pietra, sulla tela, nelle azioni o nelle parole; e si oggettiva nella
costituzione e nella legislazione delle nazioni. Pieno di essa, lo storico
penetra le epoche passate, e il filosofo cerca in base ad essa di interpretare
il senso del mondo. Tutte le manifestazioni dell'energia che determina l’epoca
sono imparentate tra di loro. Qui si presenta il compito dell’analisi, cioè il
compito di riconoscere nelle diverse manifestazioni della vita l’unità della
determinazione di valore e della tendenza verso uno scopo. E in quanto le
manifestazioni di vita di questa tendenza spingono verso valori e scopi
assoluti, si chiude il cerchio in cui sono racchiusi gli uomini di questa età;
poiché in esso sono contenute pure le tendenze che vi si contrappongono. Si è
visto come il tempo imprime anche su di esse la propria impronta e come la
tendenza dominante ostacola il loro libero sviluppo. Così l’intera connessione
dinamica dell’epoca è determinata in forma immanente dal nesso della vita, del
mondo affettivo, della formazione di valori e delle relative idee di scopo. È
storico ogni agire che si inserisca in questa connessione: essa costituisce
l'orizzonte dell’età, e da essa è determinato infine il significato di ogni
parte in questo sistema dell’epoca. Tale è l’autocentralità delle età e delle
epoche, in cui si risolve il problema del significato e del senso che sì
possono trovare nella storia. Ogni età contiene il riferimento retrospettivo a
quella precedente e continua le forze sviluppatesi in quella, ma nel medesimo
tempo è già presente in essa la tendenza creativa che prepara l’età successiva.
Come essa è sorta dall’insufficienza dell'età che la precede, così reca con sé
i limiti, le tensioni e la sofferenza che preparano l’età posteriore. E poiché
ogni forma della vita storica è finita, deve esservi contenuta una mescolanza
di forza gioiosa e di pressione, di estensione dell’esistenza e di ristrettezza
della vita, di soddisfacimento e di bisogno. Il culmine degli effetti della sua
tendenza fondamentale è breve; e da un'età all’altra Ia fame passa attraverso
tutti i modi di soddisfacimento, senza mai poter essere saziata. Qualsiasi cosa
ci risulti in merito al rapporto delle età e dei periodi storici tra loro, in
relazione alla crescente complessità della struttura della vita storica, è
proprio della natura finita di tutte le forme della storia che esse siano
accompagnate dall’atrofia e dalla schiavitù, cioè da una brama insoddisfatta: e
questo soprattutto in quanto i rapporti di potere non possono venir eliminati
dalla vita comune degli esseri psico-fisici. Come lo stato sovrano dell’età
illuministica produceva pure le guerre di gabinetto e lo sfruttamento dei
sudditi per il godimento della corte, al pari della tendenza allo sviluppo
razionale delle forze, così ogni altro ordinamento dei rapporti di potere
racchiude pure una siffatta duplicità di effetti. E il senso della storia può
venir cercato soltanto nel rapporto di significato di tutte le forze legate
nella connessione delle varie età. 10. L'elaborazione sistematica delle
connessioni dinamiche e dei rapporti di comunanza. In quanto la comprensione
della storia avviene mediante l'applicazione ad essa delle scienze sistematiche
dello spirito, l’illustrazione precedente della connessione logica della storia
ha già rivelato i caratteri generali della sistematica delle scienze dello
spirito. Infatti l'elaborazione sistematica delle connessioni dinamiche, poste
in luce entro la storia, ha come proprio fine la scoperta dell’essenza di tali
connessioni dinamiche. Per ora mi limito a stabilire solo i seguenti tre punti
di vista per l'elaborazione sistematica. Lo studio della società poggia
sull’analisi delle connessioni dinamiche contenute nella storia. Quest’analisi
procede dal concreto all’astratto, dallo studio scientifico dell’articolazione
naturale dell'umanità e dei popoli verso la distinzione delle singole scienze
della cultura e la separazione dei campi dell’organizzazione esterna della
società *. Ogni sistema di cultura forma una connessione dinamica a. Ciò è
trattato più ampiamente nell’Einleitung in die Geisteswissenschaften [ora in
Gesammelte Schriften] che poggia su rapporti di comunanza; poiché la
connessione compie un'operazione, essa ha un carattere teleologico. Ma qui si
presenta una difficoltà riguardante l’elaborazione concettuale che avviene in
queste scienze. Gli individui, che cooperano in tale operazione, appartengono
alla connessione soltanto nei processi in cui collaborano a realizzare
l’operazione stessa, ma tuttavia agiscono con tutto il loro essere, e quindi un
campo siffatto non si può mai costruire in base allo scopo dell’operazione, poiché
accanto all’energia orientata verso tale operazione stanno sempre anche gli
altri aspetti della matura umana; e si fa valere la sua mutabilità storica. Qui
risiede il problema logico fondamentale della scienza dei sistemi di cultura; e
vedremo come per la sua soluzione si sono formati e combattuti metodi
differenti. A questa difficoltà si aggiunge un limite che riguarda
l’elaborazione concettuale delle scienze dello spirito: esso deriva dal fatto
che le connessioni dinamiche realizzano operazioni e hanno un carattere
teleologico. L'elaborazione concettuale non è pertanto qui una semplice
generalizzazione che ricavi l’elemento comune dalla serie dei casi particolari.
Il concetto esprime un tipo, e sorge nel procedimento comparativo. Ad esempio,
io cerco di precisare il concetto di scienza, comprendendo sotto di essa ogni
connessione diretta a ottenere una conoscenza. Tuttavia entro i libri dedicati
a lavori scientifici vi è molto di infruttuoso e di illogico, cioè di erroneo:
ciò contraddice all’intenzione orientata verso la loro funzione. L'elaborazione
concettuale pone in luce quei tratti in cui è realizzata la funzione di tale
connessione: questo è il compito della dottrina della scienza. Oppure, se
voglio precisare il concetto di poesia, anche qui ha luogo una costruzione
concettuale a cui non tutti i versi possono venir subordinati. La molteplicità
dei fenomeni in un campo siffatto si raggruppa intorno a un punto centrale,
costituito dal caso ideale in cui l'operazione è realizzata in modo compiuto. La
discussione intorno alla connessione generale delle scienze dello spirito è
pertanto conclusa. L'analisi seguente della costruzione delle scienze dello
spirito illustrerà i metodi particolari in cui si realizza la connessione
logica generale. Il mondo storico esiste sempre, e l’individuo non lo considera
soltanto dall’esterno, ma è intrecciato in esso; né è possibile scindere queste
relazioni. Ciò che rimarrebbe sarebbe soltanto la condizione inafferrabile
dalla quale si dovrebbero derivare, astratte dal corso storico, le condizioni
necessarie di questo corso in tutte le età insieme con il dato: problema
insolubile al pari di quello della possibilità della conoscenza prima o
indipendentemente dal conoscere stesso. Noi siamo esseri storici prima di
considerare la storia, e soltanto perché siamo quelli diveniamo questi. Tutte
le scienze dello spirito poggiano sullo studio della storia trascorsa fino a
ciò che sussiste nel presente, in quanto questo è il limite di ciò che rientra
nella nostra esperienza relativa all'oggetto costituito dall’umanità. Quello
che può venir immediatamente vissuto, inteso e tratto fuori dal passato nella
coscienza, viene qui compreso: in tutto questo noi cerchiamo l’uomo, e anche la
psicologia è soltanto una ricerca dell’uo* Plan der Fortsetzung zum Aufbau der
geschichilichen Welt in den Geisteswissenschaften: Zweîtes Projekt einer
Fortsetzung, in Gesammelte Schriften, Leipzig und Berlin (Secondo progetto: il
problema della storia, tr. it. di R., in Critica della ragione storica, Torino,
Einaudi). Non sono stati tradotti alcuni paragrafi che, per il loro carattere
di puri e semplici appunti, nonché per le frequenti interruzioni del discorso,
sarebbero risultati di troppo difficile lettura. I passi omessi vengono
indicati di volta in volta nelle note. 1. Non è stata tradotta la parte
iniziale del paragrafo (Gesammelte Schriften. mo in ciò che viene
immediatamente vissuto e inteso, nelle espressioni e negli effetti che ne
derivano. Perciò ho indicato come compito fondamentale di ogni riflessione sulle
scienze dello spirito quello di una critica della ragione storica. Occorre che
la ragione storica risolva il compito rimasto fuori dall’ambito visuale della
critica della ragione di Kant, il cui problema è stato determinato in
riferimento ad Aristotele, secondo cui la conoscenza avviene nel giudizio. Noi
dobbiamo uscire dall’aria pura e raffinata della critica della ragione kantiana
per adeguarci alla natura del tutto differente degli oggetti storici. Qui si
presentano le questioni seguenti: io ho esperienza immediata delle mie
situazioni e sono intrecciato nelle azioni reciproche della società come punto
di incrocio dei suoi diversi sistemi, i quali sono sorti dalla stessa natura
umana che io vivo in me e intendo negli altri. La lingua in cui penso è sorta
nel tempo, i miei concetti si sono formati in esso: io sono, fino alla
profondità non più penetrabile del mio io, un essere storico. In tal modo si
presenta il primo importante momento per la soluzione del problema conoscitivo
della storia: la prima condizione di possibilità della scienza storica risiede
nel fatto che io stesso sono un essere storico, € che colui che indaga la
storia è il medesimo che fa la storia. Così sono possibili giudizi storici
sintetici e universalmente validi. Ma i princìpi della scienza storica non
possono essere formulati in princìpi astratti che esprimano equivalenze,
poiché, in conformità alla natura del loro oggetto, debbono poggiare su
rapporti fondati nell’Erleden. Nell'Erleben vi è la totalità del nostro essere,
che riproduciamo poi nell’intendere: qui è dato il principio della reciproca
affinità tra gli individui. 2. Il concetto storico.L’uomo si conosce soltanto
nella storia, mai mediante l’introspezione. In fondo noi tutti lo cerchiamo
nella storia, anzi vi cerchiamo anche l’elemento umano quale si manifesta nella
religione, ecc.: noi vogliamo sapere che cosa esso sia. Se vi fosse una scienza
dell’uomo, questa sarebbe un’antropologia capace di intendere la totalità degli
Erlebnisse secondo la loro connessione strutturale. L’uomo singolo realizza
sempre una sola possibilità del suo sviluppo, che poteva sempre assumere
un’altra direzione in base all'orientamento del suo volere. L’uomo in generale
esiste per noi solo sotto la condizione di certe possibilità realizzate. Anche
nei sistemi di cultura noi cerchiamo una struttura antropologicamente
determinata, nella quale si attua un x; e noi lo diciamo essenza, ma questa è
soltanto una parola per designare un procedimento spirituale che costituisce
una connessione concettuale in questo campo. Anche qui le possibilità di tale
campo non vengono esaurite. L'orizzonte si allarga. Infatti, anche quando lo
storico ha dinanzi a sé un materiale limitato, mille fili lo conducono sempre
più avanti nell’illimitatezza di tutti i ricordi del genere umano. La
storiografia comincia in quanto, muovendo dal presente e dal proprio stato, si
rappresenta ciò che ancora quasi vive nella memoria della generazione presente;
ciò costituisce un ricordo ancora in senso proprio. Oppure vengono stesi degli
annali in cui si registra, procedendo negli anni, ciò che è accaduto. Col
procedere della storia lo sguardo si allarga al di là del proprio stato, e una
sezione sempre più vasta del passato entra nel regno dei morti della memoria.
Di tutto ciò è rimasta l’espressione dopo che la vita stessa è trascorsa, sia
sotto forma di espressione diretta, con la quale certe anime hanno manifestato
ciò che sono state, sia sotto forma di narrazioni relative ad azioni e a
situazioni di individui, di comunità e di stati. E lo storico sta in mezzo a
tutti questi resti di cose passate, e di manifestazioni di anime racchiuse in
fatti, parole, suoni, immagini di anime che da tempo non sono più. Come deve
egli evocarle? Tutto il suo lavoro diretto a tal fine poggia
sull’interpretazione dei resti conservati. Si pensi a un uomo che non abbia
alcun ricordo del suo passato, ma che pensi o agisca soltanto in base a ciò che
questo passato ha prodotto in lui, senza esser cosciente di alcuna sua parte:
tale sarebbe anche la situazione delle nazioni, delle comunità, dell'umanità
medesima se essa non riuscisse a completare i resti, a interpretare le
espressioni, a ricondurre la narrazione dei fatti dal loro isolamento alla
connessione in cui sono sorti. Tutto questo è interpretazione, ossia un’arte
ermeneutica. Il problema è ora di vedere quale forma questa assuma quando essa
è completamente staccata dall’esistenza individuale, e si debbono formulare
asserzioni su soggetti che costituiscono in qualche senso delle connessioni di
persone, cioè su sistemi di cultura, nazioni o stati. Anzitutto occorre qui un
metodo per ritrovare, in questa illimitata azione reciproca tra esistenze
individuali, delle rigorose delimitazioni, quando queste mancano invece
nell’unità vivente della persona. È come se si dovessero tirare linee e
disegnare figure che rimangono ferme nella corrente continua di un fiume. Tra
questa realtà e l’intelletto non sembra possibile alcun rapporto conoscitivo,
poiché il concetto separa ciò che è legato nel fluire della vita e rappresenta
qualcosa di valido universalmente e per sempre, indipendentemente dalla mente
che lo ha formulato, mentre il fluire della vita è ovunque soltanto singolare,
e ogni onda va e viene entro di esso. Questa difficoltà, dopo che Hegel
contrappose per primo la conoscenza intellettuale, caratteristica
dell’Illuminismo, all'essenza del mondo storico € umano, costituisce il
problema proprio del metodo storico. Ma questo problema può venir risolto: non
abbiamo bisogno di rifugiarci nell’intuizione e di rinunciare ai concetti, ma
dobbiamo invece rielaborare i concetti storici e psicologici. È stato merito
geniale di Fichte aver formulato tali concetti adatti alla vita psichica e in
generale allo spirito, mettendo l'energia al posto della sostanza, e ponendo le
attività spirituali in relazione con le precedenti e in antitesi con quelle
contemporanee, in modo che venga a delinearsi un progredire che diventa
possibile in virtù del tempo, dell’energia che in questo opera e dell’unità che
si differenzia. Tuttavia egli si è limitato a formulare questo schema di
dinamica psichica, ma la sua realizzazione si richiama ai concetti kantiani
anziché alla realtà. Herbart e Hegel non sono pervenuti neppur essi all'aria
aperta del mondo storico reale. Tuttavia ciò è stato l’inizio di uno
sconvolgimento di tutto il pensiero relativo al mondo storico, in una
connessione interna che scaturisce nella maniera più chiara nel Romanticismo,
prima con Niebuhr e poi con Hegel e con Ranke, conducendo così alla moderna
storiografia. Noi possiamo liberarci dalla confusione concettuale in cui
quest’antitesi tra realtà storica e conoscenza intellettuale si esprimeva
allora mediante concetti ispirati al principio di identità, in quanto guardiamo
alla natura stessa dei concetti storici. Il loro carattere logico è
l'indipendenza dell’asserzione dal soggetto in cui si presentano e dal momento
in cui essa ha luogo: la loro validità è indipendente dal luogo e dal tempo in
senso psicologico. Il loro contenuto è invece l’accadere, il corso di qualsiasi
specie; l’asserzione è indipendente dal tempo, mentre ciò che viene espresso è
il corso temporale. Anzi, non tutti i concetti storici risultano correttamente
formulati da questo punto di vista; ma, soltanto in quanto lo sono, possono
occupare un posto nell’apprendimento del mondo storico. Nel medesimo tempo i
concetti esistenti debbono spesso venir rielaborati in modo che possa
esprimersi in essi ciò che è mutevole e dinamico. In fondo il problema appare
simile a quello della matematica superiore, che cerca di dominare i mutamenti
della natura. Ogni parte della storia, ad esempio un'età, non può venir colta
mediante concetti che esprimano qualcosa di stabile in essa, cioè in un sistema
di relazioni tra qualità definite, quali sarebbero state per l’età
illuministica l'autonomia nello stato o l’Illuminismo nella vita spirituale. In
tal modo non si coglie la natura specifica del tempo, ma si tratta piuttosto di
un sistema di relazioni le cui parti sono dinamiche e inoltre mostrano continui
mutamenti qualitativi nell'azione reciproca. Infatti le relazioni medesime,
poggiando sull’azione reciproca tra forze, sono mutevoli, cioè ognuna di esse
racchiude in sé una regola di mutamento. Applicando questo al periodo
illuministico risulta che l’'ordine sociale che era esistito fino al termine
del secolo xvi e all’inizio del xvi diventa impossibile poiché i contrasti tra
gli interessi particolari della nobiltà, dei ceti e del governo, e quelli tra
gli interessi delle province tra di loro e in rapporto all'insieme, non
consentono in Germania il sorgere di una volontà statale unitaria, una cura
comune per il tutto e un continuo perseguimento degli scopi statali. Diverse
sono invece le epoche nelle quali, in Inghilterra, in Francia e in Italia, si
fa valere la medesima insufficienza dell’esistenza politica. Essa diventava
insopportabile verso l’esterno, poiché l'aspirazione alla potenza in questi
stati concorrenti si manifestava assai diversamente che in qualsiasi epoca
precedente. Essi erano sorti l’uno accanto all’altro, condizionati nella loro
forma soprattutto dall’eredità e dalla guerra, senza ancora esser legati da
nessuna letteratura unitaria e da nessuna lingua comune sviluppatasi entro di
questa. Tale letteratura, e tale lingua, fu creata per la prima volta per gli
Italiani da Dante. In tal modo sorse la tendenza all’unità nazionale, che però
non trovò alcuna possibilità di attuazione per la politica contrastante dei
tiranni e delle repubbliche, secondo la situazione delle forze. Tale sviluppo
ha avuto luogo altrimenti sia in Inghilterra sia in Francia; mentre per la
Germania il momento decisivo è stata la terribile pressione che grandi stati
quali la monarchia universale spagnola e la potenza francese hanno esercitato
su un paese che è stato in tal modo costretto a cercare la sua unità nazionale.
Sorge però ora la questione del modo in cui può formarsi nello storico una
connessione che non è prodotta da una mente né è immediatamente vissuta, e
neppure può venir ricondotta all’Erlebnis di una persona, in base alle sue
espressioni e alle asserzioni relative ad esse. Ciò ha come presupposto la
possibilità di formare soggetti logici, e non psicologici. Devono quindi
esserci strumenti per delimitarli e un fondamento di legittimità per
apprenderli come unità o connessione. Noi cerchiamo l’anima: questo è l’ultimo
punto a cui siamo pervenuti nel lungo sviluppo della storiografia. Ma qui si
pone il problema: certamente ogni azione reciproca avviene tra unità psichiche,
ma per quale via noi troviamo un’anima dove non c'è anima individuale? La base
più profonda è offerta dalla vita e da ciò che da essa procede, dal
raggiungimento della vitalità e, per così dire, dalla melodia della vita
psichica nell’eliminazione di ogni regola rigida”. 3. Il progresso. Quando si
parla della storia, il presupposto dell’intendere storico sta nel fatto che vi
sia un significato dei momenti storici e un senso del corso storico. Secondo questo
presupposto, anche se lo scopo della sua esistenza è posto nell’individuo
stesso, nella storia dovrebbe tuttavia esserci un progredire della 2. Non sono
stati tradotti i paragrafi sulle nazioni e sullc ctà (Gesammelte Schriften). felicità
individuale e un estendersi della felicità a molti: questa è insomma la
concezione dei moderni storici inglesi. Ma tale concezione procede al di là di
se stessa: anche se qui il progresso della vita individuale di generazione in
generazione è concepito come un’azione quasi meccanica di accumulazione di
valori, viene in tal modo presupposto un modo di azione nella cui natura è
insito un progresso. Proprio in questa maniera agisce nella storia un rapporto
in virtù del quale il suo corso ha un senso; infatti questo termine designa
soltanto il presupposto in base al quale può venir inteso il corso storico, ma
non un’affermazione su qualche forza distinguibile dal modo di agire medesimo,
la quale possa conferire alle varie parti del corso il loro significato core
un'essenza immanente a questo corso. In ciò risiede soltanto la condizione
sotto cui può venir intesa la storia, e il prodotto e il risultato di questa è
la storia universale. Ma anche qui non c’è alcun presupposto ulteriore su
qualsiasi agente unitario nella storia, sia esso un agente immanente o una
condizione reale, il quale possa venir considerato nella filosofia della storia
come provvidenza o come scopo immanente o come forza di svolgimento storico. 4.
La connessione storica universale: dalla fatticità all’ideale. Le epoche sono
differenti tra loro per struttura. Ad esempio, il Medioevo contiene una
connessione di idee affini che dominano nei suoi vari campi, quali le idee di
fedeltà nel feudalesimo, la successione di Cristo come principio di obbedienza,
il cui contenuto è costituito dalla trascendenza dello spirito rispetto alla
natura in virtù dell’abnegazione, la successione teleologica di gradi nella
scienza. Ma si deve riconoscere che lo sfondo di queste idee è la violenza, che
questo mondo più alto non può superare. E ovunque è così: la fatticità della
razza, dello spazio e dei rapporti di violenza costituisce la base che non può
mai venir elevata spiritualmente. È stato un sogno di Hegel credere che queste
età costituiscano un grado dello sviluppo della ragione: rappresentare un’età
implica sempre un chiaro sguardo su tale fatticità, Ma c’è tuttavia una
connessione interna, la quale conduce dai rapporti condizionanti, dalla
fatticità, dalla lotta delle forze allo sviluppo degli ideali. Ogni situazione
data in questa serie senza fine condiziona un mutamento, poiché i bisogni, che
trasformano le energie esistenti în attività, non possono mai venir
soddisfatti, e il desiderio di ogni specie di soddisfacimento non può mai venir
saziato. Ogni forma della vita storica è finita, e contiene perciò un insieme
di forza gioiosa e di pressione, di estensione dell’esistenza e di ristrettezza
della vita, di soddisfazione e di penuria, provocando così le tensioni di forza
e una nuova distribuzione da cui derivano di continuo altre azioni. Inoltre,
soltanto in pochi punti della vita storica vi è un temporaneo stato di quiete,
le cui cause sono diverse equilibrio, forze opposte, ecc.: ma la storia è
movimento. Anche nello stesso procedere c’è una felicità, poiché in esso si
risolve la tensione e si realizza l’ideale. Tra la morta necessità di fatto e
Ja più alta vita spirituale sta il continuo sviluppo dell’organizzazione,
dell’istituzione, dell'impiego regolato della forza: l'intelletto crea, per
così dire, meccanismi che servono al soddisfacimento dei bisogni,
perfezionandoli di continuo. Lo scopo, che l’intelletto pone, dà luogo a tali
meccanismi, che possono essere tanto ferrovie quanto armate, tanto fabbriche
quanto miglioramenti costituzionali: essi costituiscono il campo proprio
dell'intelletto, che cerca mezzi per certi scopi e calcola le azioni come
cause. Qui appare una combinazione, la quale rivela propriamente l’essenza
della storia. La sua base è la fatticità irrazionale, da cui deriva da un lato
il parteciparsi della tensione fino ai meccanismi e dall’altro la
differenziazione in nazioni, in costumi, in forme di pensiero, fino
all’individualità su cui riposa la vera e propria storia dello spirito. 5.
Realtà, valori, cultura. Gli avvenimenti diventano significativi in quanto si
riferisco no a una connessione per la quale essi lo sono. Se mi formo un
concetto di connessione di valore fondata sovra-individualmente e
trascendentalmente poiché trascendentale è ogni determinazione avente la sua
base nel sovra-individuale allora sorge la questione se tale procedimento sia
possibile, anche se si intendessero soltanto punti di riferimento formali,
dotati di carattere incondizionato, per ciò che è empirico. Ma se si lascia da
parte tale fondazione mediante la filosofia trascendentale, non c’è più alcun
metodo per stabilire norme, valori o scopi incondizionati: ve ne sono soltanto
di quelli che avanzano la pretesa a una validità incondizionata, ma che, per la
loro origine, sono inficiati di relatività. Noi attribuiamo invece un
significato effettivo a qualsiasi connessione di tipo reale o ideale, in
rapporto a cui un uomo o un avvenimento acquisti questo carattere. Quando
considero nella connessione dinamica un luogo in quanto tale, come fa Meyer?, e
lo valuto in conformità al presente, dovrei però avere prima un criterio che
serva a determinare ciò che è significativo nel presente, perché altrimenti
sarebbe significativo tutto ciò che ha agito sull’infinita serie delle
situazioni presenti. E una cosa è chiara: che io trovo significativo nel presente
ciò che è fecondo per il futuro, per la mia azione in esso, per il progredire
della società verso tale futuro. E qui vedo in maniera assai chiara, nella mia
posizione pratica, che, se voglio regolare il futuro, io parto da giudizi
universalmente validi su ciò che deve essere realizzato. Il presente non
contiene situazioni, ma processi e connessioni dinamiche, che racchiudono anche
il procedere verso il futuro di qualcosa che può venir prodotto. La frase di
Bismarck, secondo cui egli sarebbe stato collocato dalla sua religione e dal
suo stato in una posizione nella quale il servizio di tale stato era più
importante di ogni altro compito culturale, aveva per lui una validità
universale in virtù del suo fondamento religioso. Da ciò deriva che noi dobbiamo
ammettere tale rapporto anche per il passato. In un’età si sviluppano norme,
valori, scopi universali, in rapporto ai quali deve esser anzitutto compreso il
significato delle azioni. Se questi debbano venir determinati solo in una
limitazione o incondizionatamente, è una questione ulteriore. Sembra 3. Eduard
Meyer (1855-1930), storico tedesco autore di una monumentale Geschichte des
Altertums (1884-1902), nonché di altri importanti volumi sulla cronologia
dell'antico Egitto, su Cesare e Pompeo, sulle origini del Cristianesimo.
Dilchey si riferisce qui alla tesi sostenuta in Zur TAcorie und Methodik der
Geschichte, Halle. che anche in una nazione abbia luogo un antagonismo a
proposito dei valori. In questa maniera si perviene al principio che lo svilu
po di tali idee si muove entro contrapposizioni (Kant, Hegel) che sono
contenute entro il corso dello svolgimento delle istituzioni, di modo che il
loro rapporto reciproco rende sempre possibile un’altra posizione più ampia e
più libera. Anzitutto non vi sono valori che valgano per tutte le nazioni.
Nell'Impero romano si è sviluppata una concezione aristocratica dell’umanità
come sostegno dell’humanitas; nel Cristianesimo l’umanità è divenuta soggetto
di valore; tale concezione si è poi trasformata nell’Illuminismo. La storia è
essa medesima la forza produttiva delle determinazioni di valore, degli ideali
e degli scopi, in base a cui viene commisurato il significato di uomini e di
avvenimenti. In tale processo questo rapporto mostra una duplice direzione,
verso le epoche e verso il progresso dell'umanità. 6. Il problema del valore
nella storia. Si dice che in tal modo sorga soltanto la coscienza della
relatività storica. Senza dubbio la relatività è propria di ogni fenomeno
storico per fatto che esso è finito... Si pone però il problema seguente: ciò
che viene espresso nelle categorie storiche sussiste soltanto come momento del
movimento storico? in altri termini, nella storia è contenuto qualcosa che ha
valore solamente in quanto sorge, agisce e tramonta in questa connessione? ed è
possibile per caso una determinazione di valori separata da questo corso?
L’ultimo problema di una critica della ragione storica su questa direzione è il
seguente. Ovunque nella storia c’è formulazione e selezione nella ricerca della
connessione interna, ovunque c'è un progresso secondo i rapporti di finitudine,
dolore, forza, antitesi, accumulazione, che lega una parte della storia con le
altre, e la forza, il valore, il significato e lo scopo sono ovunque gli
elementi a cui è legata la connessione storica: ma la connessione, il valore,
il significato, lo scopo, quali essi vengono colti nell’esperienza,
costituiscono l’ultima parola dello storico? La strada che imbocco è
determinata dai seguenti princìpi: il concetto di valore deriva dalla vita, e
il criterio per ogni giudizio è offerto da concetti relativi di valore, di
significato e di scopo, propri di certe nazioni e di certe epoche. Occorre
perciò illustrare come questi si siano ampliati in qualcosa di assoluto: ciò
vuol dire, insomma, il pieno riconoscimento dell’immanenza dei valori e delle
norme, anche presentantisi come incondizionati, nella coscienza storica. La
coscienza storica della finitudine di ogni fenomeno storico, di ogni situazione
umana o sociale, la coscienza della relatività di ogni specie di fede è
l’ultimo passo verso la liberazione dell’uomo. Con esso l’uomo perviene alla
sovranità di trovare in ogni Erlebnis il suo contenuto e di darsi a questo
completamente, senza il vincolo di nessun sistema filosofico o religioso. La
vita si libera dalla conoscenza concettuale; lo spirito diventa sovrano
rispetto a tutte le ragnatele del pensiero dogmatico. Ogni bellezza, ogni
santità, ogni sacrificio, rivissuti e interpretati, schiudono delle prospettive
che rivelano una realtà. E così pure accogliamo in noi tutto ciò che c’è di
malvagio, di terribile, di brutto, riconoscendo che occupa un posto nel mondo e
che racchiude in sé una realtà, la quale dev'essere giustificata nella
connessione del mondo: qualcosa su cui non ci si può illudere. E di fronte alla
relatività si fa valere, come il fatto storico essenziale, la continuità della
forza creatrice. Così dall’Erleden, dall’intendere, dalla poesia e dalla storia
deriva un'intuizione della vita, la quale esiste sempre in e con questa. La
riflessione la eleva a distinzione e a chiarezza concettuale. La considerazione
teleologica del mondo e della vita viene riconosciuta come una metafisica che
poggia su una visione unilaterale, non arbitraria cioè ma parziale, della vita,
e la dottrina di un valore oggettivo della vita come una metafisica che va
oltre ogni possibile esperienza. Ma noi abbiamo esperienza di una connessione
della vita e della storia, in cui ogni parte ha un significato. Come le lettere
di una parola, la vita e la storia hanno un senso, e come una particella o una
coniugazione, nella vita e nella storia vi sono momenti sintattici che hanno un
significato. Ogni uomo procede alla sua ricerca. Nel passato si è cercato di
penetrare la vita in base al mondo; ma c'è solo la via che procede
dall’interpretazione della vita al mondo, e la vita esiste solo nell’Erleben,
nell’intendere e nella comprensione storica. Noi non rechiamo nella vita nessun
senso del mondo. Noi siamo aperti alla possibilità che senso e significato
sorgano soltanto nell’uomo e nella sua storia. Ma non nell’uomo singolo, bensì
nell’uomo storico, poiché l’uomo è un essere Storico. Tra i motivi che sempre
dànno nuovo alimento allo scetticismo, l’anarchia dei sistemi filosofici è uno
dei più potenti. Tra la coscienza storica della loro illimitata molteplicità e
la pretesa di ognuno di essi a una validità universale sussiste una
contraddizione che sostiene lo spirito scettico in misura maggiore di qualsiasi
dimostrazione sistematica. Illimitata, caotica, la molteplicità dei sistemi
filosofici sta alle nostre spalle e si estende intorno a noi: in ogni tempo,
fin da quando esistono, essi si sono esclusi e combattuti a vicenda. E non si
intravvede alcuna speranza che si possa giungere a una decisione tra di essi.
La storia della filosofia conferma questo effetto che l’antitesi dei sistemi
filosofici, delle intuizioni religiose e dei princìpi etici ha sull’incremento
della scepsi. La lotta tra le spiegazioni del mondo del pensiero greco più
antico produsse la filosofia del dubbio all’epoca dell’illuminismo greco.
Quando le campagne di Alessandro e l’unione di differenti popoli in regni più
grandi misero davanti agli occhi dei Greci le diversità dei costumi, delle
religioni, delle visioni della vita e del mondo, si * Die Typen der
Weltanschauung und ihre Ausbildung in den metaphysischen Systemen, nella
raccolta Weltanschauung, Philosophie und Religion in Darstellungen (a cura di
M. Frischeisen-Kéhler), Berlin, Verlag Reichl und Co., ora in Gesammelte
Schriften, Leipzig und Berlin (traduzione di Barbera e R.). formarono le scuole
scettiche, le quali estesero le loro operazioni corrosive anche ai problemi
della teologia il male e la teodicea, il conflitto tra la personalità divina e
la sua infinitezza e perfezione e alle assunzioni concernenti il fine etico dell'uomo.
Anche il sistema di credenze dei popoli europei moderni e la loro dogmatica
filosofica vennero seriamente scossi, nella loro universale validità, dal
momento in cui alla corte di Federico II Hohenstaufen Maomettani e Cristiani
pervennero a un raffronto reciproco delle loro convinzioni e nell'orizzonte del
pensiero scolastico penetrò la filosofia di Averroè e di Aristotele. E quando
l’antichità risorse, quando gli scrittori greci e romani furono compresi nei
loro autentici motivi e l'epoca delle scoperte geografiche pervenne a conoscere
in misura crescente la varietà dei climi, dei popoli e dei loro modi di pensare
presenti sul nostro pianeta, scomparve del tutto la fiducia degli uomini nelle
credenze fin allora saldamente delimitate. Oggi i viaggiatori accertano e
annotano con cura i più diversi tipi di fede; noi registriamo e analizziamo i
potenti, grandi fenomeni delle convinzioni religiose e metafisiche che si
trovano presso i ceti sacerdotali dell'Oriente, nelle città-stato greche, nella
cultura araba. Noi guardiamo indietro alla sconfinata distesa di rovine delle
tradizioni religiose, delle affermazioni metafisiche, dei sistemi dimostrati:
lo spirito umano ha tentato e saggiato, nel corso di molti secoli, possibilità
di ogni tipo per fondare scientificamente la connessione delle cose, per
rappresentarla poeticamente o per annunciarla religiosamente; e la ricerca
storica condotta con metodo critico indaga ogni frammento, ogni residuo di
questo lungo lavoro compiuto dalla nostra specie. Ogni sistema esclude l’altro,
lo confuta; e nessuno riesce a dimostrare se stesso. Nelle fonti storiche non
ci è dato trovare nulla di analogo al sereno dialogo che caratterizza la Scuola
d’Atene dipinta da Raffaello, espressione della tendenza eclettica di quel tempo.
In tal modo la contraddizione tra la crescente coscienza storica e la pretesa
delle filosofie a una validità universale è diventata sempre più aspra, e
sempre più generale la disposizione alla curiosità dilettevole nei confronti di
nuovi sistemi filosofici, quale che sia il pubblico che possono raccogliere
intorno a sé e il tempo per cui possono trattenerlo. Assai più in profondo
delle conclusioni scettiche che muovono dal carattere antitetico delle opinioni
umane giungono però i dubbi cresciuti sul terreno della progressiva formazione
della coscienza storica. Era un tipo d’uomo compiuto, dotato di un contenuto
spirituale determinato, che costituiva il presupposto dominante del pensiero
storico dei Greci e dei Romani. Questo stesso tipo stava alla base della
dottrina cristiana del primo e del secondo Adamo, del figlio dell'uomo. Il
sistema naturale del secolo xvi era sorretto dal medesimo presupposto. Il
sistema naturale scoprì nel Cristianesimo un paradigma astratto e durevole di
religione — la teologia naturale; dalla giurisprudenza romana astrasse la
dottrina del diritto naturale e dalla produzione artistica greca un modello di
gusto. Secondo questo sistema naturale, in ogni diversità storica erano quindi
contenute forme fondamentali, costanti e universali, di ordinamenti sociali e
giuridici, di fede religiosa e di eticità. II metodo di derivare dalla comparazione
delle forme di vita storica un elemento comune, di estrarre dalla molteplicità
dei costumi, delle proposizioni giuridiche e delle teologie, attraverso il
concetto di un tipo supremo, un diritto naturale, una teologia naturale e una
morale razionale — secondo un procedimento che, a partire da Ippia!, si era
sviluppato attraverso lo Stoicismo e il pensiero romano — dominava ancora il
secolo della filosofia costruttiva. La dissoluzione del sistema naturale ebbe
inizio con lo spirito analitico del secolo xvi. Esso prese l’avvìo
dall'Inghilterra, dove la più libera prospettiva su forme di vita, costumi e
modi di pensare barbari e stranieri si incontrerà con le teorie empiristiche e
con l'applicazione del metodo analitico alla teoria della conoscenza, alla morale,
all'estetica. Con Voltaire e Montesquieu questo spirito passò poi in Francia.
Hume e d’Alembert, Condillac e Destutt de Tracy? videro nel fascio I. Ippia di
Elide, sofista vissuto tra la seconda metà del secolo v e la prima del secolo
Iv a. C., si occupò di problemi matematici e astronomici, nonché di grammatica,
di retorica e di dialettica. Dilthey si riferisce qui alla distinzione tra
leggi scritte , proprie delle singole città, e le leggi non scritte , comuni a
tutti gli uomini e aventi il loro fondamento nella natura. Tracy sviluppa la teoria della conoscenza di
Condillac nell' ideologia , concepita come analisi delle facoltà e del pro di
impulsi e di associazioni — così concepirono l’uomo — illimitate possibilità di
far emergere le forme più svariate tra la diversità di clima, di costumi e di
educazione. L'espressione classica di questo modo di considerazione storica
furono la Natural History of Religion e i Dialogues concerning Natural Religion
di Hume. E dai lavori di questo secolo xvi scaturì già l’idea dello sviluppo,
che doveva poi dominare il secolo xix. Da Buffon? fino a Kant e a Lamarck*
viene acquisita la conoscenza dello sviluppo della terra, del succedersi su di
essa di differenti forme di vita. D'altra parte si formava, in lavori di
importanza decisiva, lo studio dei popoli civili: a partire da Winckelman,
Lessing e Herder, questi lavori applicarono ovunque l’idea di sviluppo. Da
ultimo, nello studio dei popoli primitivi si trovò l’elemento intermedio tra la
dottrina scientifica dello sviluppo e le conoscenze storico-evolutive fondate
sulla vita statale, sulla religione, sul diritto, sui costumi, sul linguaggio,
sulla poesia e sulla letteratura dei popoli. In tal modo il punto di vista
storico-evolutivo poteva venir realizzato nello studio dell’intero sviluppo
naturale e storico dell’uomo, e il tipo uomo si risolveva in questo processo di
sviluppo. La dottrina dello sviluppo così formatasi è necessariamente legata
alla conoscenza della relatività di ogni forma di vita storica. Di fronte allo
sguardo che abbraccia la terra e tutto il passato scompare la validità assoluta
di qualsiasi singola forma di vita, costituzione, religione o filosofia. Così
la formazione della coscienza storica distrugge, ancora più radicalmente della
disputa tra i vari sistemi, la fede nella validità universale di qualsiasi
filosofia che abbia voluto esprimere in modo rigoroso la connessione del mondo
mediante una connessione concettuacesso di formazione e di combinazione delle
idec. La sua opera principale è rappresentata dagli E/4ments d'idéologie Buffon,
grande naturalista autore di una monumentale Histoire naturelle, générale et
particuliòre, intraprese per primo un tentativo di classificazione sisternatica
delle specie viventi affermando la loro continuità nell’ambito della catena
degli esseri. 4. Jcan-Baptiste-Pierre-Antoine de Monet de Lamarck, naturalista
autore di numerose opere tra cui la Philosophie zoologique e la Histoire
naturelle des animaux sans vertèbres, fu tra i fondatori della teoria
evoluzionistica: egli affermò la capacità di trasformazione delle specie
biologiche in conseguenza del rapporto con l'ambiente, nonché la
trasmissibilità dei caratteri acquisiti nel corso della trasformazione. le. La filosofia deve cercare non già nel
mondo ma nell’uomo la connessione interna delle proprie conoscenze. Intendere
la vita vissuta dell’uomo questa è l’aspirazione dell’uomo moderno. La
molteplicità dei sistemi, che hanno cercato di cogliere la connessione del
mondo, è in connessione manifesta con la vita; essa è una delle sue creazioni
più importanti e più istruttive, per cui la stessa formazione della coscienza
storica, che ha esercitato una funzione così distruttiva rispetto ai grandi
sistemi, dovrà fornirci gli strumenti per eliminare l’aspra contraddizione
esistente tra la pretesa di validità universale di ogni sistema filosofico e
l'anarchia storica di questi sistemi. La vita. La radice ultima dell’intuizione
del mondo è la vita. Diffusa sulla terra in innumerevoli corsi di vita
particolari, rivissuta in ogni individuo, saldamente assicurata nella risonanza
del ricordo dal momento che, in quanto mero attimo del presente, si sottrae
all’osservazione e d’altra parte afferrabile più compiutamente in tutta la sua
profondità, così come essa si è oggettivata nelle sue manifestazioni, da parte
dell’intendere e dell’interpretazione che non in qualsiasi percezione interiore
e in qualsiasi apprendimento del proprio Er/ebris, la vita ci è presente nel
nostro sapere in innumerevoli forme, e mostra tuttavia ovunque gli stessi
tratti comuni. Tra le sue diverse forme ne metto in rilievo 24. Non spiego, non
separo in parti; mi limito a descrivere lo stato che ognuno può osservare in se
stesso. Ogni pensiero, ogni azione interna o esterna emerge come una punta
raccolta e penetra avanti. Mi è però anche possibile rivivere uno stato di
quiete interiore; esso è sogno, gioco, distrazione, sguardo all’intorno e lieve
agilità come sostrato della vita. In esso comprendo altri uomini e altre cose
non soltanto come realtà che stanno con me e tra di loro in una connessione
causale: da me si dipartono in ogni direzione relazioni vitali, io mi rapporto
a uomini e cose, prendo posizione nei loro confronti, soddisfo le loro esigenze
verso di me e mi attendo da essi qualcosa. Le une mi rendono felice, ampliano
la mia esistenza, accrescono la mia forza; le altre esercitano su di me una
pressione e mi limitano, E dove la determinatezza della singola tendenza che
spinge in avanti lascia spazio all’uomo, egli nota e sente queste relazioni.
L'amico è per lui una forza che innalza la sua esistenza, ogni membro della
famiglia ha un posto determinato nella sua vita, e tutto quanto lo circonda
viene da lui inteso come vita e come spirito che si sono oggettivati. La panca
davanti alla porta di casa, l’albero ombroso, la casa e il giardino hanno in
questa oggettivazione la loro essenza e il loro significato. È in questo modo
che la vita di ogni individuo crea da sé il proprio mondo. 2. L'esperienza
della vita. Dalla riflessione sulla vita sorge l’esperienza della vita. I
singoli eventi, che il fascio di impulsi e di sentimenti richiama in noi
all'atto dell’incontro con il mondo circostante e col destino, vengono in essa
raccolti in un sapere oggettivo e universale. Nello stesso modo in cui la
natura umana è sempre la medesima, sono comuni a tutti anche i tratti
fondamentali dell'esperienza della vita: la transitorietà delle cose umane e la
nostra forza di godere l’attimo; la tendenza delle nature forti o anche
limitate a superare questa transitorietà con la costruzione di una solida
impalcatura della loro esistenza; l’insoddisfazione delle nature meno
resistenti o più pensierose di fronte ad essa e la nostalgia per un elemento
realmente duraturo in un mondo invisibile; la penetrante potenza delle passioni
che, come un sogno, creano immagini fantastiche finché in esse si smarrisce
l'illusione. Così l’esperienza della vita si forma in maniera differente nei
singoli individui. Il loro substrato comune in tutti è formato dalle intuizioni
della potenza del caso, della corruttibilità di tutto ciò che possediamo,
amiamo o anche odiamo e temiamo, della costante presenza della morte, che
determina onnipotente per ciascuno di noi il significato e il senso della vita.
Nella catena degli individui sorge l’esperienza universale della vita. Sulla
base della ripetizione regolare delle singole esperienze si forma nella
coesistenza e nella successione degli uomini una tradizione di espressioni, che
col trascorrere del tempo acquistano una precisione e sicurezza sempre
maggiore. La loro sicurezza poggia sul numero sempre crescente dei casi da cui
perveniamo a una conclusione, sulla loro subordinazione a generalizzazioni
precedenti e su una continua verifica. Anche dove, in un singolo caso, i
princìpi dell’esperienza della vita non vengono recati a coscienza, essi
agiscono su di noi. Tutto quanto ci domina sotto forma di costume, di
consuetudine, di tradizione, è fondato su tali esperienze della vita. Ma
sempre, nelle esperienze particolari come in quelle universali, il tipo di
certezza e il carattere della formulazione è assolutamente diverso dalla
validità universale propria della scienza. Il pensiero scientifico può
controllare il procedimento sul quale poggia la sua sicurezza, può formulare
esattamente e fondare le sue proposizioni: la nascita del nostro sapere dalla
vita non può essere controllato nello stesso modo, e non possiamo progettare
formule fisse per esprimerla. A queste esperienze della vita appartiene anche
il saldo sistema di relazioni entro cui l’identità dell'io è collegata con le
altre persone e con gli oggetti esterni. La realtà di se stesso, delle persone
estranee, delle cose intorno a noi, e le loro relazioni regolari formano
l’impalcatura dell’esperienza della vita e della coscienza empirica che in essa
si forma. L’io, le persone, le cose circostanti possono essere designati come
fattori della coscienza empirica, che ha la sua consistenza nelle relazioni
reciproche di questi fattori. E quali che siano le procedure del pensiero
filosofico mediante cui esso astrae dai singoli fattori o dalle loro relazioni,
questi rimangono i presupposti determinanti della vita stessa, indistruttibili
al pari di essa e non modificabili da alcun pensiero, in quanto sono fondati
nell'esperienza della vita di innumerevoli generazioni. Tra queste esperienze
della vita le più importanti sono quelle che fondano la realtà del mondo
esterno e le mie relazioni con esso, poiché limitano la mia esistenza,
esercitano su di essa una pressione che non posso eliminare e ostacolano le mie
intenzioni in una maniera inattesa e non modificabile. L’insieme delle mie
induzioni, la somma del mio sapere riposa su questi presupposti fondati nella
coscienza empirica. Il mistero della vita. Dalle mutevoli esperienze della vita
emerge, di fronte all’apprendimento orientato verso la totalità, il volto della
vita: volto contraddittorio, vitalità e al tempo stesso legge, ragione e
arbitrio, volto che offre aspetti sempre nuovi, e quindi chiaro forse nei
particolari ma completamente misterioso nell’insieme. L’anima cerca di
raccogliere in un complesso le relazioni della vita e le esperienze in esse
fondate, ma non vi riesce. Al centro di tutte le cose incomprensibili stanno la
procreazione, la nascita, lo sviluppo e la morte. Il vivente sa della morte, e
non è tuttavia in grado di intenderla. Già dal primo sguardo a un morto, la
morte risulta incomprensibile alla vita: su ciò poggia anzitutto la nostra
posizione di fronte al mondo come a qualcosa di altro, di estraneo e di
terribile. Nel fatto della morte vi è quindi una forza che costringe a
rappresentazioni fantastiche che hanno il compito di rendere intelligibile
questo fatto; fede nei morti, culto degli antenati, culto dei trapassati
generano le rappresentazioni fondamentali della fede religiosa e della
metafisica. E l’estraneità della vita si accresce nella misura in cui l’uomo
sperimenta nella società e nella natura una lotta permanente, l’annientamento
continuo di una creatura da parte di un’altra, la spietatezza di ciò che opera
nella natura. Emergono strane contraddizioni che nell'esperienza della vita
vengono sempre più forti alla coscienza e non sono mai risolte: tra
l’universale transitorietà e la volontà in noi presente verso qualcosa di
saldo, tra la potenza della natura e l'autonomia del nostro volere, tra la
limitatezza di ogni cosa nello spazio e nel tempo e la nostra facoltà di
oltrepassare ogni limite. Questi misteri hanno impegnato i sacerdoti egizi e
babilonesi al pari della predicazione cristiana, Eraclito al pari di Hegel, il
Prometeo eschileo al pari del Faust di Goethe. 4. La legge di formazione delle
intuizioni del mondo. Ogni grande impressione mostra all'uomo la vita in un
aspetto particolare; il mondo appare in una luce diversa; dal momento che
queste esperienze si repetono e si connettono, sorgono le nostre disposizioni
interiori nei confronti della vita. Da una relazione vitale la vita intera
riceve una colorazione e un’interpretazione nelle anime affettive o pensierose
così sorgono le disposizioni universali. Esse cambiano man mano che la vita
mostra all'uomo aspetti sempre nuovi; ma nei diversi individui predominano,
secondo la loro essenza, determinate disposizioni di vita. Gli uni si attaccano
alle cose concrete, sensibili, e vivono nel godimento immediato; altri
perseguono, attraverso il caso e il destino, grandi scopi che dànno durata alla
loro esistenza; vi sono nature gravi che non sopportano la transitorietà di ciò
che amano e posseggono, e alle quali la vita appare quindi priva di valore e
quasi intessuta da vanità e da sogni, oppure che cercano qualcosa di permanente
al di là di questa terra. Le più universali tra le grandi disposizioni di vita
sono l’ottimismo e il pessimismo. Essi si differenziano però in svariate
sfumature. A chi lo contempla in qualità di spettatore, il mondo estraneo
appare come uno spettacolo variopinto e fuggevole; a chi governa ordinatamente
la propria vita secondo un progetto, lo stesso mondo appare invece familiare,
di casa: egli sta nel mondo a pie’ fermo e appartiene ad esso. Queste
disposizioni di vita, le innumerevoli sfumature della posizione di fronte al
mondo, costituiscono il terreno per laformazione delle intuizioni del mondo. In
queste si compiono, sulla base delle esperienze di vita in cui sono operanti le
molteplici relazioni vitali degli individui nei confronti del mondo, i
tentativi per risolvere il mistero della vita. E proprio nelle loro forme
superiori si fa valere in modo particolare un procedimento: la comprensione di
un dato incomprensibile mediante uno più chiaro. Ciò che è chiaro diventa mezzo
di comprensione o fondamento di spiegazione di ciò che è incomprensibile. La
scienza analizza, e quindi sviluppa relazioni generali dalle situazioni
omogenee così isolate; religione, poesia e metafisica originaria esprimono il
significato e il senso della totalità. Quella conosce, queste intendono. Una
tale interpretazione del mondo, che rende trasparente la sua essenza molteplice
attraverso un'essenza più semplice, comincia già col linguaggio, per
svilupparsi poi nella metafora in quanto sostituzione di un'intuizione mediante
un’altra affine che la rende in qualche senso più chiara, nella
personificazione che avvicina e rende comprensibile umanizzando, oppure
attraverso ragionamenti analogici, che determinano il meno noto a partire dal
più noto sulla base dell’affinità e così si accostano ormai al pensiero scientifico.
Ovunque la religione, il mito, la poesia e la metafisica originaria cercano di
rendere qualcosa intelligibile e capace di suscitare impressione, ciò avviene
mediante il medesimo procedimento. |, 5. La struttura dell’intuizione del
mondo. Tutte le intuizioni del mondo, quando si propongono di fornire una
soluzione compiuta del mistero della vita, contengono di regola la stessa
struttura. Questa struttura è sempre una connessione in cui, sulla base di
un'immagine del mondo, vengono decise le questioni relative al significato e al
senso del mondo, e da essa vengono derivati l’ideale, il sommo bene, i princìpi
supremi della condotta della vita. Essa è determinata dalla legalità psichica
in virtù della quale l'apprendimento della realtà nel corso della vita
costituisce la base per la valutazione delle situazioni e degli oggetti secondo
i criteri di piacere e di dispiacere, di gradevole e di sgradevole, di
approvazione e di disapprovazione; e questa valutazione della vita forma quindi
a sua volta il substrato delle determinazioni del volere. Il nostro
comportamento attraversa regolarmente queste tre posizioni della coscienza, e
la natura peculiare della vita psichica si fa valere nel fatto che in tale
connessione dinamica persiste lo strato sottostante: le relazioni presenti
negli atteggiamenti in base a cui io giudico gli oggetti, provo piacere di
fronte ad essi e sono indirizzato alla realizzazione di qualcosa in essi,
determinano la costruzione di questi diversi strati e costituiscono in tal modo
la struttura delle formazioni in cui la connessione dinamica della vita
psichica. trova la propria espressione. La lirica mostra nella forma più
semplice questa connessione una situazione, una successione di sentimenti da
cui spesso scaturisce un desiderio, una tensione, un'azione. Ogni rapporto
vitale si sviluppa verso una connessione in cui le medesime forme di
atteggiamento sono legate strutturalmente. Così anche le intuizioni del mondo
sono formazioni regolari in cui si esprime questa struttura della vita psichica.
Il loro substrato è sempre un'immagine del mondo; essa sorge dall’atteggiamento
dell’apprendere quale si presenta nella successione regolare dei gradi del
conoscere. Noi osserviamo processi interiori e oggetti esterni. Noi spieghiamo
le percezioni che in questo modo sorgono rendendo in esse trasparenti, mediante
le funzioni clementari del pensiero, i rapporti fondamentali del reale; quando
le percezioni svaniscono, esse vengono tuttavia riprodotte e ordinate nel
nostro universo di rappresentazioni, che ci solleva al di sopra
dell’accidentalità delle percezioni; la saldezza e la libertà che lo spirito
acquisisce a questo livello, il suo dominio sulla realtà giungono poi a
compimento nella regione dei giudizi e dei concetti, dove la connessione e
l’essenza del reale vengono colte come fornite di validità universale. Quando
un’intuizione del mondo giunge al suo pieno sviluppo, ciò avviene di regola a
questi gradi di conoscenza della realtà. A questo punto su di essa si
costruisce un altro atteggiamento tipico, in un’analoga regolare successione di
livelli. Nel sentimento di noi stessi assaporiamo il valore della nostra
esistenza, attribuiamo a persone e a oggetti che ci circondano una capacità di
influenza sulla nostra esistenza, in quanto la elevano e la estendono: quindi
determiniamo questi valori secondo le possibilità di recar giovamento 0 danno
che sono contenute negli oggetti, valutiamo tali possibilità e cerchiamo per
questa valutazione una misura incondizionata. In tal modo situazioni, persone e
cose acquistano un significato in rapporto al complesso della realtà, e questo
ne riceve un senso. Percorrendo questi gradi nell’ atteggiamento del sentire si
forma per così dire, nella struttura dell’intuizione del mondo, un secondo
strato; l’immagine del mondo diventa fondamento della vita e della comprensione
del mondo. Secondo la medesima legalità della vita psichica, dall’apprezzamento
della vita e dalla comprensione del mondo emerge uno stato supremo della
coscienza: gli ideali, il sommo bene e i princìpi supremi in cui l'intuizione
del mondo ottiene la sua energia pratica come dire, la punta con cui essa si
apre un varco nella vita umana, nel mondo esterno e nella profondità
dell'anima. L’intuizione del mondo si fa ora formatrice, plasmatrice.
riformatrice! E anche questo stato supremo dell’intuizione del mondo si
sviluppa attraverso gradi differenti. Dall’intenzione, dalla tensione, dalla
tendenza si sviluppano le posizioni di scopo durevoli indirizzate alla
realizzazione di una rappresentazione, il rapporto tra scopi e mezzi, la scelta
tra gli scopi, la selezione dei mezzi e infine la connessione delle posizioni
di scopo in un ordinamento supremo del nostro comportamento pratico in un
progetto complessivo di vita, in un sommo bene, in norme supreme dell’agire, in
un ideale di formazione della vita personale e della società. Questa è la
struttura dell’intuizione del mondo. Ciò che è confusamente contenuto come un
fascio di compiti nel mistero della vita, viene qui elevato a una connessione
consapevole e necessaria di problemi e di soluzioni. Questa progressione si
svolge secondo gradi determinati in maniera regolare dall’interno: ne consegue
che ogni intuizione del mondo ha uno sviluppo e nel corso di questo perviene
all’esplicazione del suo contenuto; essa ottiene così gradualmente durata,
saldezza e potenza, nel corso del tempo: essa è un prodotto della storia. 6. La
molteplicità delle intuizioni del mondo. Le intuizioni del mondo si sviluppano
in condizioni differenti. Il clima, le razze, le nazioni determinate attraverso
la storia e la formazione degli stati, le delimitazioni temporalmente
condizionate secondo epoche ed età in cui le nazioni cooperano, si collegano
alle condizioni specifiche che producono la molteplicità delle intuizioni del
mondo. La vita, che nasce in queste condizioni specificate, ha moltissimi
aspetti; lo stesso vale per l’uomo che apprende la vita. A queste differenze
tipiche si aggiungono quelle delle singole individualità, del loro ambiente e
della loro esperienza di vita. Nello stesso modo in cui la terra è ricoperta di
innumerevoli forme viventi, tra le quali ha luogo una lotta continua per la
sopravvivenza e per lo spazio vitale, nel mondo umano si sviluppano le forme di
intuizione del mondo, contendendosi tra loro il potere sull’anima. Si fa così
valere un rapporto regolare per cui l’anima, spinta dall’incessante mutamento
delle impressioni e dei destini, nonché dalla potenza del mondo esterno, deve
tendere a una saldezza interiore per potersi contrapporre a tutto ciò: essa
viene condotta dal mutamento, dalla discontinuità, dallo scivolare e dal fluire
della sua costituzione, delle sue intuizioni della vita, a una valutazione
durevole della vita e a fini ben definiti. Le intuizioni del mondo che
promuovono la comprensione della vita e conducono a fini utili, si conservano e
soppiantano quelle che meno rispondono a queste esigenze. Si compie così una
selezione tra di esse. E nella successione delle generazioni le intuizioni del
mondo più vitali si sviluppano verso una forma sempre più compiuta. E come
nella molteplicità della vita organica opera la stessa struttura, così anche le
intuizioni del mondo sono formate secondo un medesimo schema. Il profondo
mistero della loro specificazione ha la sua base nella regolarità che la
connessione teleologica della vita psichica imprime alla particolare struttura
delle formazioni di intuizione del mondo. i AI centro dell’apparente
accidentalità di queste formazioni vi è, in ognuna di esse, una connessione
teleologica che scaturisce dalla reciproca dipendenza delle questioni contenute
nel mistero della vita, e in modo particolare dal rapporto costante tra
immagine del mondo, apprezzamento della vita e fini della volontà. Una comune
natura umana e un ordine dell’individuazione stanno in salde relazioni vitali
con la realtà; e quest'ultima è sempre e dovunque la stessa, la vita mostra
sempre gli stessi aspetti. In questa regolarità della struttura dell’intuizione
del mondo e del suo differenziarsi in forme particolari si presenta un momento
impercettibile: le variazioni della vita, il mutamento delle epoche, le
trasformazioni della situazione scientifica, il genio delle nazioni e degli
individui. In virtù di ciò cambia incessantemente l’interesse ai problemi, la
potenza di determinate idee che sorgono dalla vita storica e che la dominano;
nelle intuizioni del mondo si fanno valere, secondo il luogo storico che
occupano, combinazioni sempre nuove dell’esperienza della vita, disposizioni
interiori e pensieri sempre nuovi: esse sono irregolari in conformità ai loro
elementi, alla forza e al significato che questi ultimi assumono nel complesso.
Tuttavia, a causa della legalità che opera nel profondo della struttura e della
regolarità logica, esse non sono aggregati ma formazioni. A questo punto,
sottoponendo queste formazioni a un procedimento comparativo, risulta inoltre
che esse si ordinano in gruppi all’interno dei quali sussiste una certa
affinità. Come le lingue, le religioni, gli stati rivelano in virtù del metodo
comparativo certi tipi, certe linee di sviluppo e regole di trasformazione, la
stessa cosa si può mostrare anche nelle intuizioni del mondo. Questi tipi
attraversano la singolarità storica delle formazioni particolari. Essi sono
sempre condizionati dalla particolarità propria del campo in cui sorgono. Ma
volerli derivare da tale particolarità è stato un grave errore, proprio del
metodo costruttivo. Soltanto il procedimento storico comparativo può accostarsi
alla determinazione di questi tipi, delle loro variazioni, dei loro sviluppi e
incroci. La ricerca deve pertanto tener sempre aperta, nei confronti dei suoi
risultati, ogni possibilità di prosecuzione. Qualsiasi analisi è solamente
provvisoria. Essa è e rimane nient’altro che uno strumento per vedere in modo
storicamente più profondo. E al procedimento storico comparativo si collega
sempre la sua preparazione mediante l’osservazione sistematica e
l’interpretazione dell’elemento storico che ne scaturisce. Anche
quest’interpretazione psicologica e storico-sistematica della realtà storica è
esposta all'errore del pensiero costruttivo, che in ogni campo dell’ordinamento
vuol porre alla base un rapporto semplice, come se fosse un impulso formativo
in esso presente. Riassumiamo ora quanto è stato fin qui posto in luce in un
principio, che la considerazione storica comparativa conferma in ogni punto. Le
intuizioni del mondo non sono prodotti del pensiero; esse non nascono dalla
mera volontà di conoscenza. L'apprendimento della realtà è certo un momento
importante, ma è soltanto un momento. Esse scaturiscono dall’atteggiamento di
vita, dall'esperienza della vita, dalla struttura della nostra totalità
psichica. L’elevazione della vita a coscienza nella conoscenza della realtà,
nella valutazione della vita e nell'operazione della volontà è il lungo e
difficile lavoro che l'umanità ha compiuto nello sviluppo delle intuizioni
della vita. Questo principio della dottrina delle intuizioni del mondo riceve
conferma se poniamo mente al corso della storia nel suo insieme: mediante tale
corso risulta confermata una conseguenza importante del nostro principio, che
ci riporta al punto di partenza di questo saggio. La formazione delle
intuizioni del mondo è determinata dalla volontà rivolta alla stabilità
dell’immagine del mondo, della valutazione della vita, dell’azione della
volontà, derivante dal carattere fondamentale sopra descritto della successione
di gradi dello sviluppo psichico. Sia la religione sia la filosofia cercano la
stabilità, l’efficacia, il dominio, la validità universale. Ma su questa via
l'umanità non ha fatto un solo passo avanti. La lotta reciproca tra le
intuizioni del mondo non è pervenuta ad alcuna decisione in nessuno dei suoi
punti nodali. Certamente la storia compie una selezione tra di esse, ma i
grandi tipi permangono autosufficienti, indimostrabili e indistruttibili, gli
uni accanto agli altri. Essi non devono la loro origine ad alcuna
dimostrazione, perché non possono essere risolti da alcuna dimostrazione. I
singoli gradi e le formazioni specifiche di un tipo vengono sì confutate, ma la
loro radice nella vita perdura, continua ad agire e produce sempre nuove
formazioni. II. I TIPI DI INTUIZIONE DEL MONDO NELLA RELIGIONE, NELLA POESIA E
NELLA METAFISICA Prendo le mosse da una distinzione tra le intuizioni del mondo
che è condizionata dai campi della cultura in cui esse compaiono. Il fondamento
della cultura è formato dall’economia, dalla vita sociale, dal diritto e dallo
stato. In ciascun campo domina una divisione del lavoro in virtù della quale la
singola persona assolve, in un determinato luogo storico del suo operare, una
funzione determinata. Qui la volontà è inquadrata in compiti delimitati che
vengono ad essa assegnati dalla connessione teleologica propria di un dato
campo. La scienza introduce in questa connessione pratica della vita, mediante
la conoscenza, una regolamentazione razionale del lavoro; in questo modo sta in
connessione strettissima con la prassi e, poiché anch'essa sottostà alla legge
della divisione del lavoro, ogni scienziato si prefigge, in un determinato
campo e in un determinato punto del lavoro conoscitivo, un compito limitato. La
stessa filosofia è sottomessa, in una parte dalle sue funzioni, a questa
divisione del lavoro. Invece il genio religioso, poetico o metafisico vive in
una regione in cui è sottratto al vincolo sociale, al lavoro racchiuso in
compiti delimitati, alla subordinazione a ciò che può venir raggiunto nei
limiti del tempo e della situazione storica. Ogni riguardo a tale vincolo
falsifica anzi la sua comprensione della vita, che deve porsi di fronte a ciò
che è dato in piena spontaneità e sovranità. Essa diventa non vera già a causa
della limitazione della prospettiva, del riferimento a una situazione temporale
a causa di una qualsiasi tendenza. In questa regione della libertà sorgono e si
formano le intuizioni del mondo più valide e più potenti. Le intuizioni del
mondo sono però distinte nel genio religioso, in quello artistico e in quello
metafisico secondo la loro legge di formazione, la loro struttura e i loro
tipi. 1. L'intutzione religiosa del mondo. Le intuizioni religiose del mondo
scaturiscono da un particolare rapporto di vita dell’uomo. Al di là della
realtà dominabile in cui l’uomo primitivo in quanto guerriero, cacciatore,
lavoratore e fruitore del suolo produce trasformazioni nel mondo esterno,
mediante il suo agire fisico, in una razionale posizione di scopi, il campo di
tale operare si estende fino all’inaccessibile, a ciò che non è attingibile da
parte della conoscenza. E in quanto di qui gli sembrano procedere effetti che
gli procurano fortuna nella caccia, successo nella guerra, mentre nella
malattia, nella follia, nella vecchiaia, nella morte, nella perdita della
moglie, dei figli, del gregge, si scopre dipendente da qualcosa di sconosciuto,
nasce allora la tecnica diretta a influenzare questa realtà incomprensibile che
non si lascia dominare dall’attività fisica con le proprie preghiere, con le
proprie offerte, con la propria subordinazione. Egli vuole accogliere in sé le
forze di esseri superiori, stabilire un buon rapporto con essi, unirsi ad essi.
Le azioni dirette a questo fine costituiscono il culto originario. Nasce la
professione dello stregone, del guaritore o del sacerdote; man mano che questo
ceto si organizza sempre più saldamente, in esso si concentrano abilità,
esperienza, sapere, e vi si forma un modo di vita particolare che lo separa
dagli altri membri della società. In questo modo nelle piccole comunità chiuse
dell’orda e della tribù nasce una tradizione di esperienza religiosa della
vita, che si è sviluppata nel rapporto con gli esseri superiori, e di
ordinamento spirituale di vita; e dalle pratiche del culto magico lo sviluppo
di questa religiosità superstiziosa perviene a poco a poco fino al processo
religioso, nel quale l'animo e la volontà dell’uomo vengono assoggettate
mediante una disciplina interiore al volere divino. II momento decisivo risiede
nel modo in cui le idee religiose primitive si sviluppano sulla base degli
Er/ebnisse, sempre e dovunque ricorrenti, della nascita, della morte, della
malattia, dei sogni, della follia, sulla base di interventi malvagi o benefici
dell'elemento demoniaco sul corso della vita, sulla base di strane commistioni
di ordine nella natura che comporta sempre un rapporto teleologico di colui che
apprende nei confronti di essa e infine sulla base del caso, della forza
distruttiva e del conflitto. Il secondo io presente nell’uomo, le forze divine
del cielo, nel sole e nelle stelle, il demoniaco nella foresta, nella palude e
nelle acque queste rappresentazioni fondamentali determinate da rapporti vitali
costituiscono i punti di partenza di una vita fantastica condizionata
affettivamente, che viene alimentata da esperienze religiose sempre nuove.
L'influenza dell’invisibile è la categoria fondamentale della vita religiosa
elementare. Il pensiero analogico combina poi le idee religiose fino a tradurle
in dottrine concernenti l’origine del mondo, dell’uomo e dell’anima.
L'influenza del soprasensibile, presente nelle cose e negli uomini, conferisce
loro un significato religioso. Queste cose e questi uomini sono sensibili,
visibili, distruttibili, limitati, e tuttavia sono una sede di influenze divine
o demoniache. Il mondo è pervaso da un rapporto religioso di cose e persone
singole, concrete e finite, con l’invisibile, in virtù del quale il loro
significato religioso risiede nell'influenza dell’invisibile celata in esse.
Luoghi e persone sacri, immagini della divinità, simboli, sacramenti sono tutti
casi particolari di questo rapporto: nella religione esso ha lo stesso
significato che possiede il simbolico nell'arte e il concettuale nella
metafisica. E la traduzione diventa, all’interno del rapporto religioso proprio
a causa dell’oscurità della sua origine una potenza di eccezionale efficacia.
Questa è la base di tutto l’ulteriore sviluppo religioso. Mentre negli stadi
primitivi opera in prevalenza lo spirito della comunità, il passaggio verso
gradi superiori si compie in virtù del genio religioso nei misteri, nella vita
dell’eremita, nel profetismo. A influenze particolari tra l'uomo e gli esseri
superiori subentra, nel genio religioso, un rapporto dell’uomo nella sua
totalità nei confronti di essi. Questa esperienza religiosa concentrata
raccoglie quindi le idee religiose elementari per tradurle in intuizioni
religiose del mondo, le quali hanno la loro essenza nel fatto che qui
l’interpretazione della realtà, l'apprezzamento della vita e l'ideale pratico
scaturiscono dal rapporto con l’invisibile. Esse sono contenute nel discorso
metafisico e nelle dottrine della fede; poggiano su una costituzione della
vita; si sviluppano nella preghiera e nella meditazione. Tutte le formazioni
tipiche di queste intuizioni religiose del mondo comportano, fin dal loro
inizio, l’antitesi tra esseri benefici ed esseri malvagi, tra esistenza
sensibile e mondo superiore. L’immanenza della religione universale negli
ordinamenti della vita e nel corso naturale, l’Uno-Tutto spirituale che
costituisce la verità, la connessione e il valore di tutte le cose particolari
e a cui l’esistenza particolare deve quindi fare ritorno, la volontà divina
creatrice che produce il mondo e che crea gli uomini secondo la sua immagine o
che sta in opposizione a un regno del male e per combatterlo prende al suo
servizio gli uomini pii questi sono i tipi principali delle varie intuizioni
religiose del mondo. E come fin dall'inizio il rapporto con l'invisibile è
separato dal lavoro e dal godimento inerenti all’esistenza sociale terrena,
così queste intuizioni religiose del mondo sono in contrasto permanente con la
concezione mondana della vita: in questa si fa spesso valere, all’interno di
tale antitesi, un naturalismo originario che trae la sua energia e la sua
potenza proprio dall’antitesi nei confronti delle intuizioni religiose del
mondo. Nelle epoche religiose troviamo quindi la lotta tra tipi diversi che
mostrano una chiara affinità con quelli della metafisica. Il monoteismo
giudaico-cristiano, la forma cinese e indiana di panenteismo e per contro la
posizione e il modo di pensare naturalistici sono i gradi preliminari e i punti
di partenza per l'ulteriore sviluppo della metafisica. Ma il rapporto
religioso, con la sua magia, con le sue forze, le sue figure e i suoi luoghi di
culto religiosi, con le immagini del simbolismo religioso, costituisce sempre
il substrato delle intuizioni religiose del mondo, nello stesso modo in cui il
popolo costituisce l'ampio strato inferiore della vita comunitaria della
chiesa. In queste intuizioni del mondo si conserva sempre un nucleo oscuro,
specificamente religioso, che il lavoro concettuale dei teologi non è mai in
grado di spiegare e di giustificare. Mai può essere superata l’unilateralità di
un’esperienza che scaturisce dal rapporto di preghiera, di sollecitazione, di
sacrificio di sé con esseri superiori e che dalle relazioni dell'anima con essi
perviene a coglierne i predicati. Di qui nasce un rapporto per cui l’intuizione
religiosa del mondo è sì la preparazione di quella metafisica, ma non può mai
risolversi completamente in quest’ultima. La dottrina giudaico-cristiana del
dio puramente spirituale, che crea liberamente, e delle anime formate a sua
immagine si è trasformata nell’idealismo monoteistico della libertà; le
differenti forme della dottrina religiosa dell’Uno-Tutto hanno preparato il
panenteismo metafisico; nella speculazione indiana, nei misteri e nella Gnosi
si è sviluppato lo schema dell’emanazione della molteplicità del mondo dall’Uno
e del ritorno in esso, qual è stato elaborato dai neoplatonici, da Bruno, da
Spinoza e da Schopenhauer. Altrettanto chiara è la connessione che dal
monoteismo conduce alla teologia scolastica dei pensatori giudaici, arabi e
cristiani, e da essa a Descartes, a Wolff, a Kant e ai filosofi dell'età della
Restaurazione nel secolo xrx. Ma per quanto il lavoro concettuale che la
teologia compie nelle intuizioni religiose del mondo possa accostarle alla
metafisica, la loro legge di formazione e la loro struttura le separano pur
sempre dal pensiero metafisico. Il punto di vista unilaterale della
costituzione religiosa della vita e dell’intuizione religiosa del mondo
costituisce il loro limite. L’animo religioso è sempre, con le sue esperienze,
nel giusto. Lo spirito progressivo riconosce che il fissarsi dell'anima al
mondo sopra-sensibile questo prodotto storico della tecnica sacerdotale
manteneva in piedi l’idealismo, sia pure in virtù di una trasposizione
artificiosa, e imponeva un disciplinamento della vita, sia pure con ascetica
rigidità, ma anche che il procedere dello spirito nella storia deve cercare
posizioni più libere nei confronti della vita e del mondo, le quali non devono
essere legate a tradizioni che scaturiscono da discutibili origini misteriose.
Le posizioni dell’intuizione del mondo nella poesia. Nella religione cose e
uomini acquistavano la loro significatività in virtà della fede nella presenza
in essi di un forma soprasensibile. La significatività dell’opera d’arte
consiste nel fatto che un elemento singolare, un dato sensibile viene separato
dal nesso dei rapporti di causa ed effetto ed elevato a espressione ideale
delle relazioni vitali così come esse ci parlano con il colore e la forma, la
simmetria e la proporzione, gli accordi dei suoni e il ritmo, il processo
psichico e l’accadimento. C'è in tutto questo una tendenza a formare
un’intuizione del mondo? In sé, la produzione artistica non ha niente in comune
con l’intuizione del mondo; ma il rapporto della costituzione vitale
dell’artista con la sua opera ha qui tuttavia dato luogo a una relazione
secondaria tra opera d’arte e intuizione del mondo. L’arte si è sviluppata, in
un primo momento, sotto l’influenza della religione. L'ambito delle cose sacre
è il suo oggetto più prossimo; gli scopi della comunità religiosa si fanno
valere nell’architettura e nella musica; in questa connessione l’arte ha
elevato il contenuto della religiosità all’eternità in cui scompaiono i dogmi
transitori, e da questo contenuto è scaturita la forma interna dell’arte più
alta come mostrano l’epica religiosa di Giotto nella pittura, la grande
architettura ecclesiastica e la musica di Bach e di Handel. Ciò che costituisce
quindi l'andamento storico del rapporto dell’arte con le intuizioni del mondo è
il fatto che la costituzione vitale dell’artista è pervenuta a una libera
espressione sulla base di questo approfondimento religioso dell’arte. Questo
non dev'essere cercato nell’introduzione di un’intuizione della vita nell’opera
d’arte, bensì nella forma interna delle formazioni artistiche. È stato compiuto
uno sforzo considerevole per comprovare la presenza di tale elemento nella
pittura e per mostrare l’influenza delle tipiche costituzioni vitali da cui
scaturiscono l’intuizione naturalistica del mondo, quella eroica e quella
panenteistica sulla forma delle opere pittoriche. Un analogo rapporto si
potrebbe mostrare anche nella creazione musicale. E quando artisti della
potenza spirituale di un Michelangelo, di Becthoven, di Richard Wagner
arrivano, in virtù di un impulso interiore, a formare un'intuizione del mondo,
questa contribuirà a rafforzare l’espressione della loro costituzione vitale
nella forma artistica. Tra le arti, però, la poesia ha un rapporto particolare
con l'intuizione del mondo. Infatti il mezzo in cui essa opera, il linguaggio,
le consente un'espressione lirica o una rappresentazione epica o drammatica di
tutto ciò che può venir visto, udito, vissuto. Io non voglio qui tentare di
definire l'essenza e la funzione della poesia. Svincolando un avvenimento dal
nesso delle relazioni della volontà, e trasformando la sua rappresentazione in
questo mondo dell’apparenza in un’espressione della natura della vita, la
poesia libera l’anima dal peso della realtà e nel medesimo tempo ne rivela ad
essa il significato. Soddisfacendo la segreta aspirazione dell’uomo,
imprigionato dal destino e dalle proprie decisioni nei confini di una vita
determinata, ad attuare nella fantasia quelle possibilità di vita che non ha
potuto realizzare, essa amplia l’io dell'uomo e l'orizzonte delle sue
esperienze di vita. Essa gli apre lo sguardo verso un mondo più alto e più
forte. In tutto questo si esprime però il rapporto fondamentale su cui poggia
la poesia: la vita costituisce il suo punto di partenza; i rapporti vitali con
gli uomini, le cose, la natura diventano il suo nucleo; nel bisogno di
raccogliere le esperienze che scaturiscono dai rapporti di vita sorgono così le
disposizioni universali della vita, e la connessione di ciò che si è esperito
nei singoli rapporti di vita è la coscienza poetica del significato della vita.
Queste disposizioni universali stanno alla base del libro di Giobbe e dei
Salmi, dei cori della tragedia attica, dei sonetti di Dante e di Shakespeare,
della grandiosa conclusione della Divina Commedia, della grande lirica di
Goethe, di Schiller e dei romantici, nonché del Faust di Goethe, dei Nibelunghi
di Wagner e dell'’Empedocle di Hòlderlin. La poesia non vuole quindi conoscere
la realtà così come fa la scienza, ma vuol mostrare la significatività
dell’accadimento, degli uomini e delle cose, presente nelle relazioni vitali;
così il mistero della vita si concentra qui in una connessione interna di tali
relazioni, intessuta di uomini, di destini, di circostanze. In ogni grande
epoca poetica si compie di nuovo, secondo una successione regolare, il
passaggio dalla fede e dai costumi ad essa relativi, che si formano sulla base
dell’universale esperienza di vita della comunità, al compito di rendere
nuovamente intelligibile la vita in base ad essa stessa. Questa fu la via che
ha condotto da Omero ai tragici attici, dalla fede cattolica alla lirica
cavalleresca e all’epica, dalla vita moderna a Schiller, Balzac, Ibsen. A
questo passaggio corrisponde la successione delle forme poetiche nella quale
dapprima si forma l’epica e quindi il dramma realizza la massima
concentrazione, elaborando in una concezione della vita la connessione dei
rapporti di azione, di carattere e di destino creati dalla vita, mentre il
romanzo dispiega infine l’illimitata pienezza della vita ed esprime una
coscienza del significato della vita. Concludiamo. L’emergere della poesia
dalla vita la porta direttamente a esprimere nell’accadimento un'intuizione
della vita stessa, concepita sulla base della sua particolare costituzione.
Essa si sviluppa poi nella storia della poesia, in cui questa si accosta
gradualmente al suo fine di intendere la vita in base a essa stessa,
esponendosi con piena libertà alle grandi impressioni vitali. Pertanto la vita
mostra alla poesia aspetti sempre nuovi. La poesia indica in tal modo le
possibilità illimitate di vedere la vita, di valutarla, di dare ad essa una
nuova forma. L'accadimento diventa così simbolo, ma non di un pensiero, bensì
di una connessione osservata nella vita osservata a partire dall’esperienza di
vita del poeta. È così che Stendhal e Balzac vedono nella vita un tessuto
creato senza finalità dalla natura stessa, in virtù di un oscuro impulso di
illusioni, di passioni, di bellezza e di corruzione, in cui la volontà forte si
acquista la vittoria; Goethe vi scorge invece una forza formatrice che riunisce
in una connessione dotata di valore le forme organiche, lo sviluppo umano e gli
ordinamenti sociali; Corneille e Schiller vedono in essa il teatro di azioni
eroiche. Ognuna di queste costituzioni vitali corrisponde a una forma interna
della poesia. Di qui ai grandi tipi di intuizione del mondo non c’è che un
passo, e il legame della letteratura con i movimenti filosofici conduce un
Balzac, un Goethe, uno Schiller a questa perfezione suprema della comprensione
della vita. In tal modo i tipi dell’intuizione poetica del mondo preparano
quelli della metafisica, oppure trasmettono la loro influenza a tutta la
società. 1 tipi di intuizione del mondo nella metafisica. Tutti i fili del
discorso si intrecciano nella dottrina della struttura, dei tipi e dello
sviluppo delle intuizioni del mondo nella metafisica. Riassumo i rapporti che
sono qui decisivi. I. Il processo complessivo del sorgere e del consolidamento
delle intuizioni del mondo spinge all’esigenza di elevarle a un sapere
universalmente valido. Anche nei poeti di maggiore capacità di pensiero le
grandi impressioni sembrano illuminare sempre la vita sotto nuovi aspetti: la
tendenza al consolidamento conduce al di là di esse. Nel nucleo delle religioni
universali rimane qualcosa di bizzarro e di estremo, che scaturisce dai più
accentuati degli Erlebnisse religiosi, dalla fissazione dell'anima
nell’invisibile propria della tecnica sacerdotale, e che è inaccessibile alla
religione. L’ortodossia si irrigidisce su questo; la mistica e lo spiritualismo
tentano di riportarlo all’Erleben; il razionalismo vuole afferrarlo
concettualmente e si vede costretto a dissolverlo: così la volontà di dominio
presente nelle religioni universali che si era appoggiata all'esperienza
interiore dei credenti, alla tradizione e all’autorità viene sostituita
dall’esigenza della ragione di trasformare in conformità a se stessa le
intuizioni del mondo e di fondare razionalmente la propria validità. Quando
l’intuizione del mondo viene così elevata a una connessione concettuale, e
quando questa viene fondata scientificamente, presentandosi così con la pretesa
di validità universale, allora nasce la metafisica. La storia mostra che,
dovunque essa compaia, lo sviluppo religioso l’ha preparata, che la poesia la
influenza e che la costituzione vitale delle nazioni, il loro apprezzamento
della vita e i loro ideali agiscono su di essa. L’aspirazione a un sapere
universalmente valido dà a questa nuova forma di intuizione del mondo la sua
struttura propria. Chi è in grado di dire quali siano i punti in cui la
tendenza al conoscere, che opera in tutte le connessioni teleologiche della
società, diventa scienza? Il sapere matematico e astronomico dei Babilonesi e
degli Egizi si è svincolato dai compiti pratici e dal legame con la casta
sacerdotale, ed è così diventato autonomo, soltanto nelle colonie ioniche. E
quando la ricerca prese a suo oggetto la totalità del mondo, la nascente
filosofia e le scienze entrarono in una relazione strettissima. Matematica,
astronomia, geografia diventarono mezzi di conoscenza del mondo. L'antico
problema della soluzione del mistero della vita impegnò i Pitagorici o Eraclito
così come aveva impegnato i sacerdoti dell'Oriente. E se la potenza avanzante
delle scienze naturali fece del problema della spiegazione della natura il
centro della filosofia nelle colonie, nel suo sviluppo ulteriore tutte le
grandi questioni inerenti al mistero del mondo vennero discusse nelle scuole
filosofiche, le quali erano appunto orientate verso la relazione interna tra
conoscenza della realtà, direzione della vita e volontà negli individui e nella
società, ossia verso la formazione di un’intuizione del mondo. La struttura
delle intuizioni del mondo nella metafisica è stata determinata anzitutto dalla
loro connessione con la scienza. L'immagine sensibile del mondo si trasformò in
immagine astronomica; il mondo del sentimento e delle azioni della volontà fu
oggettivato in concetti di valori, di beni, di scopi e di regole; l'esigenza di
forma concettuale e di fondazione portò gli indagatori del mistero del mondo a
fare della logica e della teoria della conoscenza la loro base: lo stesso
sforzo di soluzione condusse dai dati condizionati e limitati a un essere
universale, a una causa prima, a un sommo bene, a uno scopo ultimo; la
metafisica diventò sistema e quest’ultimo procedette, attraverso l'elaborazione
di rappresentazioni e concetti insufficienti che si erano formati nella vita e
nella scienza, a formare concetti ausiliari che oltrepassavano qualsiasi
esperienza. Al rapporto della metafisica con la scienza si aggiunse quello con
la cultura mondana. In quanto la filosofia si trasmette allo spirito di ogni
connessione teleologica presente nella cultura, essa ne riceve nuove forze e al
tempo stesso partecipa a questa l’energia della sua idea fondamentale. La
filosofia consolida i procedimenti e il valore conoscitivo delle scienze;
elabora le esperienze non metodiche della vita e la letteratura che le
riguarda, traducendole in un apprezzamento generale della vita; eleva a una
connessione unitaria i concetti fondamentali del diritto, scaturiti dalla
prassi del negozio giuridico; pone i princìpi relativi alle funzioni dello
stato, alle forme di costituzione e alla loro successione, sorti dalla tecnica
della vita politica, in rapporto con i compiti supremi della società umana;
intraprende a dimostrare i dogmi oppure, quando il loro nucleo oscuro risulta
inaccessibile al pensiero concettuale, esercita su di esso la sua opera
universale di distruzione; razionalizza le forme e le regole della pratica
artistica sulla base di uno scopo proprio all’arte: ovunque essa vuol imporre
la direzione della società da parte del pensiero. Infine, un’ultima cosa. Oguno
di questi sistemi metafisici è condizionato dal posto che occupa nella storia
della filosofia; esso dipende da un certo stato del problema ed è condizionato
dai concetti che ne scaturiscono. Così nasce la struttura di questi sistemi
metafisici la connessione logica in essi presente e nel medesimo tempo la loro
irregolarità condizionata in varie maniere, l'elemento rappresentativo che
esprime in determinati sistemi un determinato stato del pensiero scientifico, e
nel medesimo tempo l'elemento della singolarità. Pertanto ogni grande sistema
metafisico diventa un complesso che irradia in molteplici direzioni, che
illumina ogni parte della vita a cui appartiene. Un unico sistema metafisico
universalmente valido tale è la tendenza di tutto questo grande movimento. Il
differenziarsi della metafisica che scaturisce dalla profondità della vita
appare a questi pensatori come un’aggiunta accidentale e soggettiva, che
dev'essere eliminata. Il lavoro sterminato rivolto alla creazione di una
connessione concettuale dimostrabile in maniera concorde nella quale sarebbe
quindi possibile risolvere metodicamente il mistero della vita acquista un
significato autonomo; nello sviluppo verso questo fine ogni sistema trova il
suo posto in base allo stato del lavoro concettuale. Il corso di questo lavoro
si compie nei paesi civili dell'Europa, dapprima negli stati mediterranei e
poi, a partire dal Rinascimento, negli stati romano-germanici in uno strato
superiore che soltanto di tempo in tempo viene influenzato dalla religiosità
prevalente al di sotto di esso, e che cerca sempre più di sottrarsi a tale influenza.
In questa connessione compaiono distinzioni tra i sistemi che sono fondate sul
carattere razionale del lavoro metafisico. Alcune indicano certi stadi del suo
sviluppo, come quella tra DILTHEY dogmatismo e criticismo. Altre percorrono
l’intero processo: esse scaturiscono dallo sforzo che la metafisica compie di
rappresentare in una connessione unitaria quanto è contenuto nell'apprendimento
della realtà, nell’apprezzamento della vita e nella posizione di scopi; e il
loro oggetto è costituito dalle possibilità di risolvere questi problemi
fondamentali. Se poniamo mente alle fondazioni della metafisica, ci si
presentano le antitesi tra empirismo e razionalismo, tra realismo e ideali smo.
L'elaborazione della realtà data viene compiuta sulla base degli opposti concetti
dell’uno e dei molti, del divenire e dell’essere, della causalità e della
teleologia, e a tutto ciò corrispondono differenze tra i sistemi. I differenti
punti di vista a partire dai quali viene concepito il rapporto tra il
fondamento del mondo e il mondo, tra l’anima e il corpo, si esprimono nelle
prospettive del deismo e del panteismo, del materialismo e dello spiritualismo.
E in base ai problemi della filosofia pratica si producono altre differenze,
tra cui si deve sottolineare quella tra l’eudemonismo e la sua prosecuzione
nell’utilitarismo e la dottrina di una regola incondizionata del mondo morale.
Tutte queste differenze trovano il loro posto nei campi particolari della
metafisica e designano le varie possibilità di sottoporre questi campi sulla
base di concetti opposti al pensiero razionale. Tutte quante possono essere
considerate, nel contesto di tale lavoro sistematico, come ipotesi in virtù
delle quali lo spirito metafisico si avvicina a un sistema universamente
valido. Sono così sorti infine i tentativi di classificare i sistemi metafisici
da questo punto di vista. Alle prevalenti contrapposizioni dei concetti nella
riflessione, fondata sulla natura della stessa elaborazione concettuale della
metafisica, corrisponde perciò nel migliore dei casi una duplicazione dei
sistemi, con l’antitesi tra punto di vista realistico e idealistico, o un’altra
analoga. A chi potrebbe sfuggire il significato che il lavoro concettuale della
filosofia ha compiuto nei campi più diversi? Esso prepara le scienze indipendenti;
essa le abbraccia. Di questo punto ho già detto prima in maniera dettagliata.
Ma ciò che distingue l’attività metafisica dal lavoro delle scienze positive è
la volontà di sottomettere ai metodi scientifici che si sono formati per i
singoli campi del sapere la connessione dell’universo e della vita stessa.
Questi metodi superano i limiti dei procedimenti delle scienze particolari
mirando all’incondizionato. 3. A questo punto è possibile chiarire l’idea
fondamentale da cui ha preso le mosse in generale il nostro tentativo di una
dottrina dell’intuizione del mondo, e che definisce anche questo lavoro. La
coscienza storica ci riporta al di qua della tendenza dei metafisici a un
sistema unitario universalmente valido, al di qua delle differenze da essa
derivanti che dividono i pensatori, e infine al di qua del collegamento di
queste differenze in forma di classificazioni. La coscienza storica assume a
proprio oggetto l’antitesi effettivamente esistente tra i sistemi nella loro
costituzione complessiva. Essa vede queste costituzioni complessive nella loro
connessione con il corso delle religioni e della poesia. Essa mostra inoltre
come tutto il lavoro concettuale della metafisica non abbia fatto un solo passo
in direzione di un sistema unitario. In tal modo essa considera l’antitesi tra
i sistemi metafisici come fondata sulla vita stessa, sull'esperienza della
vita, sulle posizioni nei confronti del problema della vita. Su tali posizioni
poggia la molteplicità dei sistemi e al tempo stesso la possibilità di
distinguere al loro interno determinati tipi. Ognuno di questi tipi abbraccia
la conoscenza della realtà, l'apprezzamento della vita e la posizione di scopi.
Essi sono indipendenti dalla forma dell’antitesi in cui, in base a punti di
vista contrapposti, vengono risolti i problemi fondamentali. L'essenza di
questi tipi si manifesta chiaramente se si guarda ai grandi geni metafisici che
hanno espresso la loro costituzione personale in sistemi concettuali con
pretesa di validità. La loro tipica costituzione vitale è tutt'uno con il loro
carattere: essa si esprime nel loro ordinamento della vita; riempie ogni loro
azione; si manifesta nel loro stile. E se i loro sistemi sono ovviamente
condizionati dallo stato dei concetti in cui vengono alla luce, tuttavia i loro
concetti storicamente considerati sono soltanto strumenti ausiliari per la
costruzione e la dimostrazione della loro intuizione del mondo. Spinoza
comincia il suo trattato sulla via per arrivare alla conoscenza perfetta con
l’esperienza vitale della nullità dei dolori e delle gioie, della paura e della
speranza della vita quotidiana; prende la decisione di cercare il vero bene,
che garantisce una gioia eterna, e risolve quindi questo compito nella sua
Ethica attraverso il superamento della schiavitù verso le passioni nella
conoscenza di Dio come fondamento immanente della molteplicità delle cose
transeunti, e attraverso l’amore intellettuale infinito di Dio che procede da
questa conoscenza, e in virtù del quale Dio, l’infinito, ama se stesso nei
limitati spiriti umani. L'intero sviluppo di Fichte è l’espressione di una
tipica costituzione dell'anima dell’autonomia morale della persona di fronte alla
natura e a tutto il corso del mondo; e così la sua parola ultima, con cui si
chiude la grande azione di volontà di questa vita tempestosa, è l'ideale
dell'uomo eroico, in cui la funzione suprema della natura umana che si compie
nella storia in quanto teatro della vita morale è legata all'ordine
sopra-terreno delle cose. E l'enorme influenza storica di Epicuro che pure dal
punto di vista intellettuale rimase molto al di sotto dei massimi pensatori sta
nella pura chiarezza con cui egli ha espresso una tipica costituzione
dell’anima. Essa consiste nella serena subordinazione dell’uomo alla
connessione regolare della natura e nel godimento sensibilmente gioioso, e
tuttavia riflessivo, dei suoi doni. Così intesa, ogni genuina intuizione del
mondo è un’intuizione che nasce dallo stare entro la vita stessa. Le giovanili
annotazioni di Hegel, sorte dal contatto delle sue esperienze
metafisico-religiose con l’interpretazione dei documenti del Cristianesimo
primitivo, costituiscono un esempio di siffatte intuizioni. Questo stare dentro
la vita si compie nelle prese di posizione nei suoi confronti, nelle relazioni
vitali. È questo, del resto, il significato profondo del detto ardito, secondo
cui il poeta sarebbe il vero uomo. A queste prese di posizione si rivelano
dunque certi aspetti del mondo. Non ci azzardiamo qui a continuare. Noi non
conosciamo la legge di formazione in base a cui dalla vita scaturisce il
differenziarsi dei sistemi metafisici. Se vogliamo accostarci alla comprensione
dei tipi di intuizione del mondo dobbiamo rivolgerci alla storia. E ciò che di
essenziale la storia ha qui da insegnarci è la possibilità di cogliere la
connessione tra vita e metafisica, il collocarsi nella vita come centro di
questi sistemi, la coscienza delle grandi connessioni dei sistemi che
percorrono la storia e in cui esiste un atteggiamento tipico per quanto si
voglia poi limitarli o frammentarli. Si tratta cioè di vedere in profondità
sulla base della vita, di seguire le grandi intenzioni della metafisica. È
questo il senso nel quale proponiamo una distinzione di tre tipi principali.
Per tale distinzione non c’è altro strumento che la comparazione storica. Il
suo punto di partenza è che ogni mente metafisica si pone di fronte al mistero
della vita da un determinato punto di vista, quasi dovesse dipanarne l’intrico:
questo punto è condizionato dalla posizione rispetto alla vita, e a partire da
esso si forma la struttura specifica del suo sistema. Possiamo quindi ordinare
i sistemi in gruppi secondo il loro rapporto di dipendenza, di affinità, di
attrazione e di repulsione reciproca. Ma qui si presenta una difficoltà propria
di ogni comparazione storica. La comparazione, infatti, deve presupporre un
criterio di selezione delle caratteristiche presenti in ciò che si compara, e questo
criterio determina poi l’ulteriore procedimento. Pertanto ciò che qui propongo
ha un carattere del tutto provvisorio. Il nucleo di questo può essere soltanto
l’intuizione che è scaturita da una lunga consuetudine con i sistemi
metafisici. La loro stessa comprensione in una formula storica può avere un
carattere solamente soggettivo. Rimane aperta la possibilità di disporre
logicamente la cosa in modo diverso, unificando per esempio le due forme di
idealismo oppure legando l’idealismo al naturalismo, oppure procedendo in altre
maniere. Questa distinzione di tipi deve servire soltanto a vedere più
profondamente nella storia, e ciò a partire dalla vita. L’uomo si trova
determinato dalla natura. Essa comprende il suo corpo non meno del mondo
esterno. E proprio la situazione oggettiva del corpo, i potenti impulsi animali
che lo scuotono, determinano il suo sentimento della vita. Quella visione e
quella considerazione della vita che ne esauriscono il corso nel
soddisfacimento degli impulsi animali e nella subordinazione al mondo esterno,
da cui traggono il loro nutrimento, sono vecchie come l’umanità stessa. Nella
fame, nell’impulso sessuale, nella vecchiaia e nella morte l’uomo si vede
sottoposto alle potenze demoniache della vita della natura. Egli stesso è natura.
Eraclito e l’apostolo Paolo la descrivono entrambi, con analoghe parole piene
di disprezzo, come la concezione della vita propria della massa legata ai
sensi. Essa è permanente; non c’è periodo in cui non abbia dominato una parte
degli uomini. Anche al tempo del più rigido dominio della casta sacerdotale
orientale esisteva questa filosofia della vita dell’uomo sensibile; e anche
quando il Cattolicesimo reprimeva ogni espressione teorica di questo punto di
vista si parlava molto di Epicurei ; ciò che non era consentito di esprimere in
princìpi filosofici risuonava tuttavia nelle canzoni dei Provenzali, in alcune
poesie di corte tedesche, nelle epopee francesi e tedesche di Tristano. E
proprio ciò che Platone dipingeva come la vita di piacere e la dottrina
edonistica dei proprietari e dei commercianti, si ripresenta ai nostri occhi
come la filosofia della vita della gente di mondo del secolo xvii. Al
soddisfacimento dell’animalità si aggiunge un elemento nel quale l’uomo è
mmaggiormente dipendente dal suo ambiente: la gioia del proprio rango e del
proprio onore. Alla base di questa concezione del mondo sta sempre lo stesso
atteggiamento: la subordinazione della volontà alla vita animale dell’impulso
che domina il corpo e alle sue relazioni con il mondo esterno. Il pensiero e
l’attività teleologica da esso diretta sono qui al servizio di quest’animalità,
si realizzano nel suo soddisfacimento. Questa costituzione della vita trova la
sua espressione anzitutto in una parte considerevole della letteratura di tutti
i popoli a volte come forza intatta dell’animalità, più spesso in lotta con
l'intuizione religiosa del mondo. Il suo grido di battaglia è l'emancipazione
della carne. In quest’antitesi contro il necessario ma tremendo disciplinamento
dell'umanità da parte della religione consiste il diritto storico, relativo,
della reazione di un' affermazione sempre risorgente e operante nella vita
naturale. Quando questa costituzione della vita diventa filosofia, allora sorge
il naturalismo. Questo afferma teoricamente ciò che in essa è vita: il processo
della natura è la realtà unica e intera; fuori di esso non esiste nulla; la
vita spirituale è distinta soltanto formalmente, in quanto coscienza, dalla
natura fisica, secondo le qualità contenute in questa, e tale determinatezza
della coscienza, vuota di contenuto, deriva dalla realtà fisica secondo la
causalità naturale. La struttura del naturalismo da Democrito a Hobbes e da
questo al Sistème de la natureS è uniforme: il sensismo come teoria della
conoscenza, il materialismo come metafisica e un duplice atteggiamento pratico
da un lato la volontà di godimento, dall’altro la conciliazione con il corso
prepotente ed estraneo del mondo, attuata sottomettendosi ad esso
nell’osservazione. La legittimità filosofica del naturalismo poggia su due
proprietà fondamentali del mondo fisico. Come sono preponderanti all’interno
della realtà data nella nostra esperienza l’estensione e la forza delle masse
fisiche! Esse circondano come qualcosa di smisurato e continuamente più esteso
le rare manifestazioni spirituali; così considerate, queste appaiono come
interpolazioni nel grande testo dell’ordine fisico. Perciò l’uomo naturale,
nella considerazione teorica di tali rapporti, deve trovarsi totalmente
soggetto a quest'ordine. Al tempo stesso la natura è la sede originaria di ogni
conoscenza delle uniformità. Già le esperienze della vita quotidiana insegnano
a constatare queste uniformità e a contare su di esse; le scienze positive del
mondo fisico si accostano, attraverso lo studio di queste uniformità, alla
conoscenza della loro connessione regolare. Così esse realizzano un ideale di
conoscenza irraggiungibile per le scienze dello spirito, fondate sull’Er/edez e
sull’intendere. A questo punto, però, le difficoltà inerenti a questo punto di
vista spingono il naturalismo, in una dialettica incessante, verso formulazioni
sempre nuove della sua posizione nei confronti del mondo e della vita. La
materia da cui il naturalismo procede è un fenomeno della coscienza; in tal
modo esso cade nel circolo vizioso di voler derivare da ciò che è dato
solamente come fenomeno per la coscienza la coscienza stessa. È impossibile
derivare dal movimento, che ci è dato come fenomeno della coscienza, la
sensibilità e il pensiero. L’incomparabilità di questi due fatti conduce dopo
che il problema si è rivelato insolubile nei più disparati tentativi compiuti
dal mate È il titolo dell'opera principale di Holbach, in cui sono
sistematicamente esposti i princìpi del materialismo illuministico. rialismo
antico fino al Sistème de la nature alla tesi positivistica della
corrispondenza tra fisico e spirituale. Anche questa è esposta a forti
obiezioni. Infine, la morale del naturalismo originario si mostra incapace di
spiegare lo sviluppo della società. 2. Cominciamo con l'aspetto gnoseologico
del naturalismo. Il naturalismo ha il suo fondamento gnoseologico nel sensismo.
Col termine sensismo intendo il riconducimento del processo della coscienza o
delle funzioni all'esperienza sensibile esterna, delle determinazioni di valore
e di scopo al criterio del piacere e del dispiacere sensibile. Il sensismo
costituisce l’espressione filosofica diretta della costituzione naturalistica
dell’anima. È qui dato, fin dal suo porsi, il problema psico-genetico del
naturalismo, quello di derivare dalle singole impressioni l’unità della vita
psichica come una unitas composttionis. Il sensista non rifiuta né il fatto
dell’esperienza interna né l’elaborazione concettuale del dato, ma trova
nell’ordine fisico la base di ogni conoscenza della connessione regolare del
reale, e le proprietà del pensiero diventano per lui, in maniera immediata o
per il tramite di una teoria, una parte dell’esperienza sensibile. La prima
teoria sensistica è stata formulata da Protagora*. Nella metafisica precedente
la forza universale della ragione operante nel pensiero umano non era stata
ancora separata dalle proprietà fisiche dell’uomo, dal processo di respirazione
e dalle immagini dei sensi concepite come corporee. Protagora insegnò che la
percezione nasce dalla cooperazione di due movimenti, l'uno esterno e l’altro
organico, che ha luogo nell’uomo; dato che per lui la percezione e il pensiero
erano inseparabili, egli derivò dalle percezioni sorte in tal modo l’intera
vita dell'anima. Egli spiegò anche il piacere, il dispiacere e l’impulso sulla
base della cooperazione dei due movimenti. Era dunque senza dubbio un sensista.
Egli scoprì inoltre fin da allora, muovendo da questo punto di vista, le
conseguenze fenomenistiche e relativistiche in esso implicite. La dottrina
relativistica di 6. Protagora di Abdera, il maggiore rappresentante della
Sofistica, vissuto nella seconda metà del secolo v a. C., elaborò una teoria
sensistica della conoscenza e formulò il principio secondo cui l’uomo è misura
di tutte le cose , tradizionalmente interpretato come anche qui da Dilthey in
senso relativistico. Protagora considera ogni conoscenza, ogni posizione di
valore e ogni determinazione di scopo determinato dall'elemento puramente
empirico dell’organizzazione umana; essa esclude quindi che sia possibile
comparare queste funzioni con i processi esterni a cui esse si riferiscono. In
tale maniera la conoscenza, la determinazione di valore e la posizione di scopo
posseggono una validità soltanto relativa, cioè nella correlazione con questa
organizzazione. È qui eliminato il legame tra il soggetto e il suo oggetto,
presente nell’assunzione di un’identica ragione universale che agisce nell’universo,
e che in quanto simile riconosce il simile. L'organizzazione sensibile mostra
nel regno dell’animalità che giunge fino all'uomo le forme più diverse, e da
ognuna di esse deve sorgere un mondo totalmente differente. La fattualità
meramente empirica dell’organizzazione sensibile, il fatto che ogni pensiero è
vincolato ad essa e l'inserimento di tale organizzazione nella connessione
fisica costituiscono il fondamento di tutte le dottrine relativistiche
dell'antichità. Com'è possibile, sulla base di questi presupposti,
un’esperienza e una scienza empirica? Questo era il problema successivo.
Matematica, astronomia, geografia, biologia si sviluppavano continuamente, e la
scepsi sensistica doveva rendere comprensibile la loro possibilità. Già il
probabilismo di Carneade” conteneva in sé la tendenza a istituire un equilibrio
positivo tra i presupposti sensistici e le scienze empiriche. Nella sua scepsi
la validità della coscienza viene riposta, anziché nei rapporti (così conformi
allo spirito greco) di riproduzione di una realtà esterna oggettiva da parte
delle rappresentazioni, nell’accordo interno delle percezioni tra di loro e con
i concetti, in una connessione priva di contraddizioni. Nell’ideale della
massima probabilità raggiungibile, nella distinzione dei suoi livelli, si
otteneva un punto di vista in base al quale si poteva contemporaneamente
combattere la metafisica e assicurare al sapere empirico una misura, anche se
modesta, di validità. Ma soltanto quando la grande epoca della fondazione della
scienza matematica della natura riconobbe, nel secolo xvi, l’esistenza di un
ordine della natura secondo leggi, il sensismo 7. Carneade, filosofo della
Media Accademia. entrò nel suo ultimo e decisivo periodo. La scienza naturale
si era costituita come sapere empirico inattaccabile; il sensismo era costretto
a riconoscere questo fatto, a collegarsi ad esso e a superare le conseguenze
scettiche dell'epoca antecedente. Fu questa la grande impresa di David Hume.
Egli stesso ha considerato la sua filosofia come una prosecuzione della scepsi
accademica. E infatti in lui ricorrono i caratteri principali di questa scepsi:
la fattualità meramente empirica della nostra organizzazione sensibile e del
pensiero ad essa connesso; di qui l’eliminazione di qualsiasi rapporto di
riproduzione tra lo spirito che apprende e il mondo oggettivo, e quindi lo
spostamento della conoscenza nel mero accordo interno delle percezioni tra di
loro e con i concetti. Ma questi princìpi acquistano nella sua analisi il loro
sviluppo più fecondo: dalle regolarità dell’accadere nascono le abitudini di
determinate associazioni; nella capacità di associazione ad esse inerenti
risiede il fondamento esclusivo dei concetti di sostanza e di causalità. Ne
derivano conseguenze che avrebbero costituito i fondamenti del positivismo. La
connessione del mondo diventa, in virtù dei legami di sostanza e di causalità,
un effetto secondario dei fatti animali dell’abitudine e dell’associazione; la
scienza empirica viene limitata alle uniformità di coesistenza e di successione
dei fenomeni, escludendo ogni sapere concernente le relazioni interne,
l’essenza, la sostanza o la causalità; queste uniformità costituiscono
l'oggetto del nostro sapere riguardo ai fatti spirituali e fisici: tutte
le‘parti del mondo sono legate in un’unica legalità. Il sensismo è l’intimo
spirito del sistema di David Hume; ma i suoi grandi risultati si sono
svincolati dai presupposti metafisici nella teoria positivistica della
conoscenza di D’Alembert. Il positivismo diventò un metodo, e nei confronti di
questo punto di vista fenomenistico il naturalismo stesso fece valere con
Feuerbach, Moleschott*, Biichner? la solare evidenza del sensibile , e con
Comte la reciproca connessione Moleschott, biologo e fisiologo, autore della
Physiologie des Stoffwechsels in Pflanzen und Tieren e di Der Kreislaut des
Lebens, è uno dei più noti esponenti del positivismo materialistico tedesco. Biichner,
medico e filosofo, autore di Kraft nad Stoff, di Natur und Geist, di Die
Stellung des Menschen in der Natur, è un altro importante esponente del
positivismo materialistico tedesco. dei fatti fisici e la dipendenza da essi di
quelli psichici, così come insegnava la nuova fisiologia del cervello. La
metafisica del naturalismo trovò il suo fondamento meccanicistico nell’età
successiva a Protagora. La spiegazione meccanicistica è, in sé e per sé, un
procedimento proprio delle scienze positive, e quindi è compatibile con diverse
visioni del mondo: la metafisica meccanicistica sorge soltanto quando nella
realtà non si vede altro che il meccanismo, quando certi concetti che, per la
conoscenza della natura, sono strumenti del suo procedimento vengono
considerati come entità. Le cause dei movimenti vengono riposte nei singoli
elementi materiali dell'universo, e a questi elementi vengono ricondotti,
secondo un metodo qualsiasi, i fatti spirituali. Dalla natura viene espulsa
quell’interiorità che la religione, il mito e la poesia vi avevano collocata:
ora la natura è diventata senza anima, e da nessuna parte una connessione
unitaria pone limite alla sua interpretazione tecnica. Soltanto questo punto di
vista permette di dare al naturalismo una forma rigorosamente scientifica. Il
suo problema diventa ora quello di derivare il mondo spirituale dalla
disposizione meccanica delle parti corporee ordinate secondo leggi. Una
letteratura sterminata si è proposta di risolvere questo compito. I suoi
culmini sono il sistema epicureo e la splendida esposizione datane da Lucrezio;
il tenebroso e possente sistema di Hobbes, che concepì in modo coerente
l’intero mondo spirituale dal punto di vista dell’impulso da cui scaturisce la
lotta per il potere degli individui, dei ceti e degli stati; nella Francia del
secolo xvrri il sistema della natura, che espresse nelle sue fredde formule il
mistero degli uomini più miscredenti e dei libertini di tutti i tempi; infine
la fanatica dottrina materialistica di Feuerbach, Biichner, Moleschott e
compagni. La potenza di queste dottrine poggiava sul fatto che esse erano state
costruite sul terreno della realtà esterna spaziale che cade sotto i sensi,
accessibile al pensiero esatto delle scienze della natura. In nessun luogo esse
contenevano un oscuro residuo di forze impenetrabili. Non c’era angolo in cui
potesse celarsi un elemento spirituale autonomo o un elemento trascendente.
Tutto era razionale e naturale. Infatti l’anima di questa metafisica
materialistica è la lotta contro la potenza della religiosità e della
metafisica spiritualistica con le loro oscurità. E la sua legittimità storica
risiedeva nello sforzo di superare l’alleanza della chiesa con il dispostismo
all’interno della società. In un tale ordinamento delle cose non c'è spazio
alcuno per la considerazione del mondo dal punto di vista del valore e dello
scopo. Valori e scopi sono qui ciechi prodotti del corso della natura, i quali
hanno un interesse particolare soltanto per l’uomo, poiché l’uomo è per se
stesso, in virtù della sua vita interiore, centro del mondo e tutto misura in
conformità ai suoi sentimenti, alle sue aspirazioni, ai suoi fini. di L’ideale
di vita del naturalismo doveva essere duplice, in base al suo doppio rapporto
con il corso della natura. A causa della sua passione l’uomo è schiavo del
corso della natura ma uno schiavo accorto e calcolatore che si pone al di sopra
di esso in virtù della potenza del pensiero. Già l’antichità sviluppò entrambi
gli aspetti dell’ideale naturalistico. Il sensismo di Protagora aveva già in sé
le condizioni dell’edonismo di Aristippo! Per quest’ultimo, infatti, tanto le
percezioni sensibili quanto i sentimenti e i desideri sorgono nei contatti
dell'organizzazione sensibile con il mondo esterno; essi non possono quindi
esprimere i valori oggettivi contenuti nella realtà ma soltanto il rapporto in
cui il soggetto, con il suo sentimento, si pone nei loro confronti. Da ciò
Aristippo concludeva che nel piacere inteso come il movimento migliore che
abbia luogo nella nostra organizzazione sensibile risiede il criterio e il fine
del giusto agire. Nella connessione fisica della nostra animalità con la natura
esterna, quale si palesa nei movimenti sensibili, dev'essere ricercato il
criterio e il fine dell’arte di vivere. La riflessione socratica diventa qui
gioco sovrano del pensiero formale che calcola i valori del Aristippo di Cirene,
filosofo socratico, fu il maggiore rappresentante dell’edonismo nel pensiero
greco. piacere e che si eleva al di sopra delle convenzioni, cioè sopra gli
ordinamenti oggettivi della vita. Ma nell’apprendimento ottico e nel godimento
estetico che tanta importanza rivestiva per lo spirito greco c'era un altro
ideale, e anche questo si collocava nell’ambito di quella metafisica
naturalistica che ha i suoi rappresentanti in Democrito, in Epicuro, in
Lucrezio. Ad esso condussero le esperienze dell'impulso vitale. Si tratta della
tranquillità d'animo che nasce in colui che accoglie in sé la connessione
sempre salda e duratura dell’universo. Tale costituzione dell'anima trovò la
sua espressione nel poema didattico di Lucrezio. Egli riviveva in sé la potenza
liberatrice della grande visione cosmica, astronomica e geografica del mondo
creata dalla scienza greca. L'universo smisurato e le sue leggi eterne, la
nascita dei sistemi del mondo, la storia della terra che si copre di piante e
di animali e che infine produce l’uomo questa concezione gli consentì di
osservare molto al di sotto di sé gli intrighi politici e le povere marionette
divine adorate dal suo popolo. Anzi la stessa vita dell'individuo, con la sua
sete di godimento e di potere, la lotta delle esistenze particolari sul teatro
dell’Impero romano si rimpiccioliva da questo punto di vista cosmico: pio è chi
guarda all’universo con spirito sereno . Già nell’antichità l’esperienza che,
nel corso del mondo, compie l’uomo che desidera la felicità dei sensi aveva dissolto
la rigidità della dottrina del piacere sensibile come fine della vita. Accanto
a quello sensibile si era affermato il durevole piacere spirituale. Già allora
la scuola epicurea si era proposta di risolvere mediante l’assunzione di uno
sviluppo progressi vo il compito decisivo di derivare la cultura, in tutta la
sua ricchezza e grandezza, dai sentimenti del piacere e del dispiacere
sensibile. Ma solamente l’epoca moderna approntò strumenti scientificamente
validi per la spiegazione naturalistica dello sviluppo spirituale: la
comprensione della vita spirituale in base all'ambiente, la derivazione della
vita economica dagli interessi dell'individuo, la derivazione della cultura
intellettuale dal progresso economico e infine la teoria dell'evoluzione, che
consentì di porre a fondamento delle caratteristiche intellettuali e morali
degli uomini l’accumularsi di trasformazioni minime avvenute nel corso di
smisurati spazi di tempo. L'ideale naturalistico quale fu enunciato, al termine
di un lungo sviluppo culturale, da Ludwig Feuerbach l’idea dell’uomo libero che
in Dio, nell’immortalità e nell’ordine invisibile delle cose riconosce i
fantasmi delle sue aspirazioni ha esercitato un'influenza potente sulle idee
politiche, sulla letteratura e sulla poesia. Prendiamo nuovamente le mosse dal
fatto dell’affinità tra un gran numero di sistemi che, essendo fondata su una
costituzione vitale e su una posizione nei confronti del mondo, racchiude in sé
la soluzione dei problemi inerenti al mistero della vita secondo una determinata
tendenza, e in tal modo riunisce questi sistemi in un secondo tipo di
intuizione del mondo. L’idealismo della libertà è una creazione dello spirito
ateniese. L'energia formatrice, plasmatrice, sovrana in esso presente diventa
con Anassagora !, Socrate, Platone e Aristotele principio di comprensione del
mondo. Cicerone ha espresso con vigore il suo accordo, il suo sentimento di
affinità con Socrate e tutta la scuola socratica della storia greca successiva.
I grandi apologisti e padri della Chiesa cristiana si trovano in un consapevole
accordo sia con lo spirito socratico sia con la filosofia romana. La scuola
scozzese poggia completamente sull’orientamento di pensiero di Cicerone ed è al
tempo stesso consapevole della propria comunanza con gli antichi scrittori
cristiani. E proprio la coscienza di tale affinità collega a questi scrittori
precedenti Kant e Jacobi !, Maine de Biran" e i filosofi francesi a lui
imparentati fino a Bergson. rt. Anassagora di Clazomene, filosofo ionico,
elaborò la teoria del nous, ossia dell'intelletto divino che regola la
mescolanza degli clementi i quali costituiscono la realtà fisica, inserendo in
essa un principio ordinatore: a questa dottrina si riferisce esplicitamente
Socrate, nel Fedone platonico. Jacobi, autore di una seric di lettere polemiche
contro Moses Mendelssohn Uber die Lehre des Spinoza, traduttore di Bruno,
claborò una filosofia dell'identità criticando sia Kant sia l’idcalismo
post-kantiano. È una figura centrale nel dibattito sullo spinozismo che
caratterizza il pensiero tedesco verso la fine del secolo xvi. Biran, autore
dell’Essui sur les fondeLa coscienza di tale affinità è accompagnata da
un'aspra polemica dei rappresentanti di questo indirizzo contro il sistema
naturalistico. La coscienza della completa diversità dal naturalismo nella
concezione della vita, nell’intuizione del mondo e nell’ideale ispira ognuno di
questi pensatori, e si afferma con la massima intensità nei più profondi. Ma
anche l’opposizione al panteismo fu resa sempre più consapevole da questo
idealismo della personalità. Se il panteismo greco più antico si era distaccato
dalla personificazione religiosa della divinità e dal rapporto personale con
essa, Socrate si oppose a questo panteismo, e la filosofia romana dominante
insistette sull’affinità con Socrate. Anche la più antica filosofia cristiana
si sente unita ai rappresentanti dell’idealismo della libertà e della
personalità in antitesi sia al naturalismo sia al panteismo. La stessa
posizione emerge nella polemica della più tarda filosofia cristiana contro
l’idealismo oggettivo di Averroè. Essa si manifesta poi durante il Rinascimento
nella lotta di Giordano Bruno contro ogni forma di filosofia cristiana e di
quest’ultima contro il nuovo panteismo bruniano. A partire da questo periodo
essa prosegue poi nel conflitto tra Spinoza e tutte le dottrine della
personalità o della libertà, o tra Leibniz e numerosi esponenti della dottrina
della libertà, infine nelle lotte tra Kant, Fichte, Jacobi, Fries e Herbart da
un lato, Schelling, Hegel e Schleiermacher dall'altro. Tutte le grandi
polemiche filosofiche degli ultimi secoli acquistavano un carattere
appassionato in virtù del legame in cui le varie soluzioni autentiche di un
problema stanno con le diverse intuizioni del mondo. Il conflitto di Bayle! con
Spinoza ha alla radice un’esigenza di libertà nei confronti del determinismo.
Il conflitto di Voltaire con Leibniz ments de la psychologie, del saggio Des
rapports des sciences naturelles avec la psycologie e di numerosi altri scritti
tra cui il Journal intime, pubblicato postumo è il capostipite dello
spiritualismo francese dell'Ottocento: la sua posizione esercitò una larga
influenza sul pensicro spiritualistico, fin verso gli inizi del nuovo secolo. Fries,
autore di una Neue Kntik der Vernunfe e di numerose altre opere, in cui è
formulata un'interpretazione in chiave psicologica della filosofia kantiana. Bayle,
autore delle Pensées diverses sur la comète e soprattutto del celebre
Dictionnaire historique et critique, fu una delle grandi fonti di ispirazione
della cultura illuministica francese, che da lui derivò il suo atteggiamento
critico nei confronti della tradizione e il ricorso all'analisi erudita si
richiama a una presa di posizione pratica della coscienza che muove dall'uomo e
che tende quindi in un primo luogo a garantire la libertà contro la metafisica
contemplativa fondata sull’intuizione dell'universo. Rousseau contrappone con
enorme successo alle forme più diverse di naturalismo o di monismo una filosofia
della personalità e della libertà. La discussione tra Jacobi e Schelling tocca
i principali problemi che separano idealismo oggetttivo e filosofia della
personalità; e nessuna disputa è stata mai condotta con tanta passionalità.
Anche la polemica di Herbart contro la filosofia monistica deriva la propria
veemenza dalla convinzione che il monismo poneva in questione le grandi verità
del sistema teistico, mentre egli si ergeva a difensore della visione cristiana
del mondo, che nelle sue radici più profonde è teistica. L’asprezza con cui
Fries e Apelt'‘ conducono la loro battaglia contro la speculazione monistica è
condizionata in egual misura dall’odio verso la deformazione delle scienze
sperimentali della natura compiuta da Schelling e da Hegel e dall’odio verso la
dissoluzione del teismo cristiano sotto il manto di una difesa del
Cristianesimo. De A questa coscienza di comunanza reciproca e di antitesi, che
rispettivamente unisce tra loro i rappresentanti dell’idealismo della libertà e
li separa sia dall’idealismo oggettivo sia dal naturalismo, corrisponde
l’effettiva affinità tra i diversi sistemi di questo tipo. Il legame che in
questi sistemi tiene insieme l'intuizione del mondo, il metodo e la metafisica
consiste nel fatto che l’atteggiamento, che con sovrana autosufficienza si
contrappone a ogni datità, contiene in sé l'indipendenza dello spirituale da
tale datità: lo spirito è consapevole della sua essenza come distinta da ogni
causalità fisica. Con profonda penetrazione etica Fichte ha colto la connessione
tra il carattere di un certo gruppo di pensatori e l’idealismo della libertà,
in antitesi a ogni sistema della natura. Questa libera potenza dell'io si come
strumento critico. Dilthey si riferisce qui alla polemica con Spinoza, condotta
nella voce Spinoza del Dictionnaire. Apelt, allievo c continuatore di Frics,
del cui pensiero diede un'esposizione nella Mezaphysik. trova quindi legata nel
rapporto con altre persone non già fisicamente, bensì nella forma e
nell’obbligazione morale; nasce così il concetto di un regno di persone in cui
gli individui sono vincolati da norme e tuttavia interiormente liberi. A queste
premesse è poi sempre connessa la relazione degli individui liberi,
responsabili e interiormente legati in virtù della legge, nonché del regno
delle persone, con una causa originaria personale e libera. In base alla
costituzione vitale ciò è fondato sul fatto che la spontanea e libera vitalità
si scopre come una forza che determina altre persone secondo la loro libertà,
ma nel medesimo tempo avverte che in essa stessa altre persone sono divenute
una forza da cui essa viene determinata in modo corrispondente alla propria
spontaneità. Così questa vivente forma di determinazione attiva e passiva
diventa lo schema della connessione universale in generale: essa viene per così
dire proiettata nella stessa connessione universale, la si ritrova in ogni
rapporto in cui sta il soggetto del pensiero sistematico, fino al più
comprensivo. In tal modo la divinità viene sottratta alla connessione della
causalità fisica e concepita come qualcosa che la governa come una proiezione
della ragione che pone scopi, fornita di potenza autonoma nei confronti della
datità. Anassagora e Aristotele hanno determinato filosoficamente ed espresso
con precisione questo concetto di divinità mediante il rapporto della divinità
con la materia. Quest'idea di un dio personale acquista la sua formulazione
metafisica più radicale nel concetto cristiano della creazione del mondo dal
nulla, dal non-esistente; essa esprime infatti la trascendenza della divinità
rispetto alla legge causale, che regna nel mondo naturale secondo la regola ex
ni/tilo nihil. La trascendenza di Dio rispetto alla coscienza del mondo, la
quale connette le sue verità in base al principio di ragion sufficiente, viene
poi giustificata criticamente da Kant: Dio è presente soltanto alla volontà,
che lo richiede in virtù della sua libertà. Sorge così la struttura comune a
tutti i sistemi che rientrano in questo tipo di intuizione del mondo. Dal punto
di vista gnoseologico questo tipo si fonderà, non appena diventa
filosoficamente consapevole del suo presupposto, sui fatti della coscienza.
Nella metafisica questa intuizione del mondo passa attraverso diverse forme.
Essa compare dapprima nella filosofia attica come concezione della ragione
formatrice, che plasma il mondo della materia. La grande scoperta di un
pensiero concettuale e di una volontà morale indipendenti dalla connessione
naturale, e della loro connessione con un ordine spirituale, costituisce in
Platone il punto di partenza di tale concezione, e anche in Aristotele ne
rimane il fondamento. Preparata dalla nozione romana di volontà e
dall’intuizione, anch'essa romana, di un rapporto di governo di Dio nei
confronti del mondo, si forma nel Cristianesimo la seconda concezione, cioè la
dottrina della creazione. Essa costruisce un mondo trascendente sulla base
delle relazioni esperite nell’atteggiamento del valore. I concetti di Dio
propri della coscienza cristiana sono il rapporto del padre con i suoi figli,
il contatto con Dio, la provvidenza come simbolo del governo del mondo, la
giustizia, la misericordia. Un lungo cammino è stato poi percorso da qui fino
al supremo raffinamento a cui tale coscienza di Dio perviene nella filosofia
trascendentale tedesca. In un’asciutta ed eroica grandezza l’idealismo della
libertà costruisce qui come appare nel mondo più compiuto in Schiller il mondo
soprasensibile che esiste soltanto per la volontà, poiché è posto dal suo
ideale di un’aspirazione infinita. Questa intuizione del mondo possiede un
fondamento universalmente valido nei fatti della coscienza. In quanto coscienza
metafisica dell’uomo eroico, essa è indistruttibile: si rinnoverà sempre in
ogni grande natura attiva. Essa non può tuttavia definire e fondare il suo
principio in maniera scientificamente valida. Anche qui si mette però in moto
una dialettica incessante che procede di possibilità in possibilità, ma che è
incapace di pervenire a una soluzione del suo problema. La volontà operante
consapevolmente nella famiglia, nel diritto e nello stato fu sviluppata dal
pensiero romano in concetti di vita, e questi vennero alla fine ricondotti a
un’innata predisposizione verso la condotta della vita. In tal modo la
sicurezza della condotta della vita poggiava su un elemento irraggiungibile e
indimostrabile. La regolarità dell’ordinamento della vita fu fondata su
presupposti innatistici, che tuttavia potevano essere provati soltanto sulla
base degli ordinamenti della vita, sulla base del reciproco accordo dei popoli.
In questo modo la filosofia romana della vita fondò il suo idealismo della
personalità. Su di esso la coscienza cristiana determinò come principio di tale
punto di vista la trascendenza dello spirito, la sua indipendenza da qualsiasi
ordine naturale. Ma la trascendenza è soltanto un'espressione simbolica della
volontà nel sacrificio, nel procedere oltre il nesso naturale della motivazione
attraverso l’abbandono della vita, ossia della forza di vivere in vista della
realizzazione di un ordine di vita soprasensibile. L'ideale del sacro vale come
prova di se stesso, ma nessuna formula consente di elevarlo a coscienza logica.
Kant e la filosofia trascendentale si proposero quindi di determinare e di
fondare in maniera universalmente valida questa volontà ideale. Si fece valere,
rispetto al corso del mondo, un elemento indeterminato come norma suprema e
supremo valore. Il tentativo falli. Ma esso si rinnovò nell’idealismo
personalistico francese, da Maine de Biran a Bergson, e nella forma idealistica
del pragmatismo quale si presentò in James e nei pensatori a lui affini, nonché
nella grande corrente della filosofia trascendentale tedesca. La sua potenza è
indistruttibile; cambiano solamente le sue forme e i modi di dimostrazione.
Questa potenza poggia su una costituzione vitale che prende le mosse dall’uomo
che agisce ed esige una regola salda per la posizione di scopi. Schiller è il
poeta di questo idealismo della libertà, così come Carlyle è il suo storico:
Umiliato a servire un vile, Alcide viveva un tempo un'aspra dura vita in
un’eterna guerra: contro l'Idra ebbe a lottare ed abbatté il leone, per liberar
gli amici si gettò vivo dentro la barca del nocchiero dei morti. Ogni gravame,
ogni tormento getta l'inganno della Dea implacata sulle docili spalle
dell’odiato, finché finisce il suo cammino finché, spogliato il suo terreno
involucro, il Dio fiammante sciogliesi dall'uomo e beve le sottili aure
dell'etere. Lieto del nuovo, insolito aleggiare si leva in alto, e la visione
cupa della vita terrena, cade e cade!?, Legati da una connessione reciproca si
presentano poi altri sistemi che divergono dai due tipi finora descritti. Essi
formano la massa principale di ogni metafisica, si estendono per l’intera
storia della filosofia, e il loro stretto legame con i grandi fenomeni affini
della fede e dell’arte rimanda a un'intuizione del mondo che attraversa la
religione, la concezione artistica, e il pensiero metafisico. I. Intendiamo
determinare l'ambito in cui questo tipo si presenta all’interno della
metafisica. La massa centrale dei sistemi filosofici non può venir assegnata né
al naturalismo né all’idealismo della libertà. Senofane!, Eraclito, Parmenide e
i loro continuatori, il sistema stoico, Giordano Bruno, Spinoza, Shaftesbury ',
Herder, Goethe, Schelling, Hegel, Schopenhauer e Schleiermacher tutti questi
sistemi rivelano un tipo chiara 17. Scuuter, Gedichte, Das Ideal und das Leben,
vv. 131-46 (tr. it. di Alfero). e 18. Scnofane di Colofone, filosofo ionico
vissuto tra la scconda metà del secolo vi e l’inizio del secolo v a. C.,
critico della concezione antropomorfica della divinità: alcune testimonianze,
molto discusse, ne fanno il maestro di Parmenide e il fondatore della scuola
eleatica. 19. Anthony Ashley Cooper conte di Shaftesbury, filosofo inglese,
autore dell'Inquiry Concerning Virtue or Merit, della Letter Concerning
Enthusiasm, della Characteristics of Men, Manners, Opinions, and Times e di
numerosi altri scritti, fu uno dei principali rappresentanti del deismo;
elaborò la teoria del senso morale come base e criterio di valutazione del
comportamento umano. mente comune, che diverge completamente dagli altri che
abbiamo già esposti. Essi sono reciprocamente legati da un rapporto di
dipendenza e dalla più definita coscienza della loro affinità. Lo stoicismo era
consapevole della propria dipendenza da Eraclito. Giordano Bruno ha utilizzato
in un ambito più vasto i concetti fondamentali degli Stoici; Spinoza è
condizionato dallo Stoicismo e dal complesso di idee filosofiche che aveva come
centro Giordano Bruno. In Leibniz la grande prospettiva spirituale del
Rinascimento trova la sua espressione più compiuta, in antitesi al rigido
monismo spinoziano. Dopo la dissoluzione delle forme sostanziali, nel
Rinascimento non viene più riconosciuta alcuna realtà in mezzo tra la
connessione divina e le cose particolari: il mondo è l’esplicazione di Dio, che
si è scomposto in esso nella forma di una molteplicità illimitata; ogni cosa
particolare rispecchia in sé l’universo. Questa è anche la prospettiva di
Leibniz. Se la sua dipendenza dalla situazione intellettuale del tempo gli
consente di concepire la divinità come individuo, la dipendenza dalla sua cultura
teologica lo ha indotto a mettere in primo piano le relazioni con la teologia:
il panenteismo rimane la sua intuizione fondamentale, e la nuova grande idea
del suo sistema è la concezione dell'universo come una totalità singolare in
cui ogni parte è determinata dalla connessione ideale di significato del tutto.
Tale sistema è interamente determinato dalla questione del senso e del
significato del mondo. Il suo parente più prossimo è Shaftesbury, influenzato
sia dallo Stoicismo sia da Giordano Bruno. I grandi idealisti oggettivi
tedeschi vivono nella sfera di influenza di Leibniz, sono condizionati da
Shaftesbury attraverso il movimento poetico tedesco, in modo particolare per il
tramite di Goethe e di Herder; e la loro dipendenza da Spinoza, in parte diretta,
in parte mediata dal precedente movimento letterario, è provata e può esser
dimostrata in un ambito ancor più ampio. Questi sistemi costituiscono così una
connessione storica non meno saldamente conclusa di quella del naturalismo e
dell’idealismo della libertà. Essi hanno sempre espresso nel modo più deciso
anche la loro antitesi verso gli altri due tipi di intuizione del mondo. Con
quanta durezza Eraclito giudica il materialismo della plebel In quale netta
opposizione lo Stoicismo si pone nei confronti del sensismo epicureol Esso è
però al tempo stesso consapevole, in quanto rinnova l’ilozoismo, del proprio
distacco da Platone e Aristotele. Giordano Bruno ha condotto, con una passione
senza pari, la lotta contro ogni forma di visione cristiana del mondo e di
ideale di vita cristiano. La stessa passionalità irrompe in Spinoza, tra le
catene delle dimostrazioni, in quelle appendici stilisticamente libere che
erano state originariamente composte in forma autonoma, come manifestazioni
della sua disposizione di vita. Schelling e Hegel indirizzano manifesti e
pamphlets contro l’idealismo della libertà e in particolare contro Kant, Fichte
e Jacobi, in quanto filosofi della riflessione. Prescindendo dall’invettiva di
Schopenhauer, la critica di Schleiermacher alla dottrina etica è
fondamentalmente un unico grande scritto polemico contro l’etica sensistica e
contro la limitativa etica dualistica di Kant e di Fichte, in favore
dell’idealismo oggettivo. Se il procedimento comparativo segue questi indizi,
esso è in grado di riconoscere l'affinità dei membri di questo gruppo,
reciprocamente così legati, e la struttura ad essi comune in virtù della quale
sono riuniti a formare un medesimo tipo di intuizione del mondo. La connessione
di princìpi che costituisce la struttura di questo tipo comprende una posizione
gnoseologico-metodologica della coscienza, una formula metafisica che contiene
varie possibilità di formazione di sistemi metafisici, e infine un principio di
formazione della vita. La posizione gnoseologica-metodologica della coscienza
nei confronti del mistero del mondo consisteva, nella prima delle tre
intuizioni, nel passaggio dalla conoscenza delle uniformità presenti nel mondo
fisico a generalizzazioni che permettevano di subordinare anche i fatti
spirituali a questa legalità meccanica esterna. Per contro l’idealismo della
libertà ha trovato nei fatti della coscienza il punto saldo per una risoluzione
universalmente valida del mistero del mondo; esso richiedeva l’esistenza e la
possibilità di constatare determinazioni universali della coscienza, non
ulteriormente risolvibili, che con forza spontanea producono la formazione
della vita e dell’intuizione del mondo nella materia della realtà esterna. Il
terzo tipo di atteggiamento gnoseologico-metodologico è completamente distinto
dagli altri due. Esso può venir rintracciato in egual misura in Fraclito come
nello Stoicismo, in Giordano Bruno come in Spinoza e Shaftesbury, in Schelling,
Hegel, Schopenhauer e Schleiermacher. Esso è fondato infatti sulla costituzione
vitale di questi pensatori. Diciamo che un atteggiamento è di tipo
contemplativo, estetico o artistico quando in esso il soggetto si riposa, per
così dire, dal lavoro conoscitivo delle scienze naturali e dall’agire in
riferimento ai nostri bisogni, agli scopi che ne derivano e alla loro
realizzazione nel mondo esterno. In questo atteggiamento contemplativo la vita
del sentire, in cui la ricchezza della vita, il valore e la felicità
dell’esistenza vengono avvertiti anzitutto in modo personale, si allarga in una
specie di simpatia universale. In virtù di tale ampliamento del nostro io nella
simpatia universale noi riempiamo e animiamo la realtà intera con i valori che
sentiamo, con l’operare in cui realizziamo la nostra vita, con le idee supreme
del bello, del bene e del vero. Le disposizioni che la realtà suscita in noi,
le ritroviamo nuovamente in essa. E nella misura in cui allarghiamo il nostro
sentimento particolare della vita nella partecipazione alla totalità del mondo
e avvertiamo la nostra affinità con tutte le manifestazioni del reale, la gioia
della vita si rinsalda e cresce la coscienza della propria forza. È questa la
costituzione dell’anima in cui l’individuo si sente tutt'uno con la connessione
divina delle cose e in tal modo affine a qualsiasi altro membro di questa
connessione. Nessuno ha espresso questa costituzione dell'anima in modo più
bello di Goethe. Egli loda la fortuna di poter sentire e godere la natura. Né
tu m’accordi appena il freddo stupore d'un ospite ma, come nel cuore a un
amico, mi dai di fissare nel fondo del suo essere. Guidi davanti a me la
schiera dei viventi e a riconoscere m'insegni i miei fratelli fra piante mute,
in aria c in acqua 2. 20. GoetHE, Fasst (tr. it. di F. Fortini). Questa
costituzione dell'animo trova la soluzione di tutte le dissonanze della vita
nell’armonia universale delle cose. Il sentimento tragico delle contraddizioni
dell’esistenza, la disposizione pessimistica, l'umorismo che coglie
realisticamente la limitatezza e l’angustia opprimente dei fenomeni, ma nella
loro profondità scopre l’idealità vittoriosa del reale, sono soltanto gradini
che conducono alla percezione di una connessione universale di esistenza e di
valore. La forma di apprendimento è nell’idealismo oggettivo sempre la
medesima: non già l’ordinamento dei casi secondo rapporti di affinità o di
uniformità, ma l’intuizione complessiva delle parti in un tutto, l'elevazione
della connessione della vita a connessione del mondo. Il primo tra questi
pensatori a riflettere sul suo procedimento filosofico fu a quanto ne sappiamo
Eraclito. Egli ha avuto una profonda coscienza dell’atteggiamento contemplativo
e ha espresso la sua antitesi nei confronti del pensiero personificante della
fede, nei confronti della percezione sensibile che, presa da sola, egli tiene
in scarso conto e nei confronti della cosmologia scientifica. Il filosofo fa
oggetto della sua riflessione ciò che lo circonda da vicino, costantemente,
giorno per giorno, dove egli ritrova dunque sempre le medesime cose. Essere
presente a ciò che ci accade: con questa espressione viene genialmente
raffigurata la profonda saggezza in virtù della quale i fenomeni del corso del
mondo, evidenti agli occhi della massa, diventano invece per il filosofo
autentico oggetto di stupore e di meditazione. In base a questo atteggiamento
contemplativo Eraclito concepiva il corso del mondo come sempre identico come
il continuo fluire e la corruttibilità di ogni cosa, ma anche come un ordine
concettuale presente in ogni suo punto. In tal modo il sentimento tragico del trascorrere
incessante del tempo, in cui il presente è sempre e non è più, si risolve ai
suoi occhi nella coscienza di una regolarità nell'universo che permane in mezzo
a tale fuga. Nello Stoicismo domina la stessa intuizione dell’universo come un
tutto di cui le cose particolari sono parti, c in cui esse vengono tenute
insieme da una forza unitaria. Esso ha eliminato il rapporto di subordinazione
dei fatti a unità concettuali astratte, che prevaleva in Platone e Aristotele;
in luogo della relazione logica del particolare con l’universale subentra, nel
suo sistema, il rapporto organico di un tutto con i suoi elementi cioè quella
forma di apprendimento che Kant ha posto in stretta relazione, come intuizione
del finalismo immanente della realtà organica, con la forma dell’intuizione
estetica. E dopo che erano scomparse la sillogistica e la sisternatica
scolastica che avevano impiegato le forme sostanziali al servizio della
teologia cristiana, per fondare un mondo trascendentale le medesime categorie
di intuizione del mondo si presentano nel periodo di transizione dal Medioevo
all’età moderna: l’intero e le sue parti, l’individualità di queste parti fino
alle più piccole. Già in Nicola Cusano compare quella finissima concezione
estetica dell’universo secondo cui la cosa particolare, in quanto contrazione
del tutto, rispecchia in sé l'universo. Spinoza è il rappresentante di questa
dottrina dell’universo come uzità, e anche l’intuizione leibniziana del mondo è
scaturita nonostante il suo concetto di Dio, fondato sulla monadologia e
connesso con la sua tendenza teologica da questa costituzione dell’anima. La
piena consapevolezza gnoseologica di tale atteggiamento contemplativo si ha in
Schelling, Schopenhauer e Schleiermacher. L’intuizione intellettuale di
Schelling, l'atteggiamento estetico contemplativo, libero dal volere, di
Schopenhauer in cui il soggetto non segue più le relazioni reciproche delle
cose in base al principio di ragion sufficiente, ma coglie nei fenomeni ciò che
ne costituisce l'essenza e infine la religione come intuizione e sentimento
dell’universo nei Discorsi di Schleiermacher: queste sono le diverse forme
nelle quali si esprimono i vari aspetti del medesimo atteggiamento, che è
proprio di questo tipo di intuizione del mondo. Da tale atteggiamento deriva la
formula metafisica comune a tutta questa classe di sistemi. Tutti i fenomeni
dell’universo sono duplici: da un lato, cioè nella percezione esterna, essi
sono dati come oggetti sensibili e stanno, in quanto tali, in una connessione
fisica; d’altro lato recano in sé, considerati per così dire dall'interno, una
connessione vitale che può essere rivissuta nella nostra interiorità. Questo
principio può essere quindi espresso anche come affinità di tutte le parti
dell’universo con il fondamento divino e tra di loro. Esso corrisponde alla
concezione di una simpatia universale che nel reale, in ciò che si manifesta
nello spazio, avverte ovunque la presenza della divinità. La coscienza di
quest’affinità è il carattere metafisico fondamentale comune alla religiosità
degli Indiani, dei Greci e dei Germani; e da essa deriva, nella metafisica,
l’immanenza di tutte le cose come parti di un tutto in un fondamento universale
e di tutti i valori in una connessione di significato che costituisce il senso
del mondo. La contemplazione, l’intuizione, che nella propria vita rivive
quella del tutto in qualsiasi modo possa interpretarla coglie nei fenomeni dati
esternamente un’interna connessione divina. Da questo medesimo atteggiamento
sorge infine di regola la concezione deterministica; qui il singolo si scopre
determinato dal tutto, e la connessione dei fenomeni viene concepita come
caratteristica interna, quali che siano le determinazioni che vengono ad essa
attribute. Ciò che è contenuto in questa formula dell’idealismo oggettivo come
costituzione della connessione del mondo, la religiosità, la poesia e la
metafisica lo esprimono tutte soltanto in modo simbolico. Esso è assolutamente
inconoscibile. La metafisica separa soltanto aspetti particolari dalla vitalità
del soggetto, dalla connessione vitale della persona, proiettandoli
nell’immensità come connessione del mondo. Ne scaturisce una nuova incessante
dialettica che conduce di sistema in sistema finché, esaurite tutte le
possibilità, viene riconosciuta l’insolubilità del problema. È questo
fondamento del mondo volontà oppure ragione? Se lo determiniamo come pensiero,
occorre però una volontà perché qualcosa nasca. Se lo si concepisce invece come
volontà, essa presuppone un pensiero che ne determini lo scopo. Volontà e
pensiero non si lasciano però ridurre l’uno all’altro. A questo punto la
possibilità di pensare logicamente il fondamento del mondo si arresta, e ciò
che rimane è soltanto il rispecchiamento in esso della vita mediante la
mistica. Se si concepisce il fondamento del mondo in maniera personale, questa
metafora esige tuttavia di essere delimitata da determinazioni concrete. Se
invece si applica ad essa l’idea dell’infinito, scompaiono di nuovo tutte le
sue determinazioni, e anche qui rimane soltanto l’impenetrabile,
l’inconcepibile, l’oscurità e la mistica. Se è fornito di coscienza, esso
ricade sotto l’antitesi di soggetto e oggetto; d° altra parte non possiamo
comprendere come qualcosa di inconscio possa produrre la coscienza che gli è
superiore; siamo nuovamente di fronte a qualcosa di inafferrabile. Non ci è
possibile pensare come dall’unità del mondo possa nascere una molteplicità,
dall’eterno qualcosa di mutevole: ciò è logicamente inconcepibile. Il rapporto
di essere e pensare, di estensione e pensiero non viene reso comprensibile
dalla parola magica dell’ identità . Così, anche di questi sistemi metafisici
ciò che rimane è soltanto una costituzione dell’anima e un’intuizione del
mondo. Goethe ha dato l’espressione più alta di questa intuizione del mondo.
Che sarebbe un Dio che agisse soltanto dall'esterno, facesse rotare intorno al
dito l'universo! A Lui s’addice di muovere il mondo dall’interno, di albergare
la Natura in Sé, Sé nella Natura, così che il mondo, che in Lui vive, vibra ed
è, mai senta mancanza della Sua forza, del suo spirito %!. 21. GoetHE, Gort und IVelt,
procmio (tr. it. Amoroso). WINDELBAND
nasce a Potsdam. Frequenta dapprima l’Università di Jena, poi quelle di Berlino
e di Gòttingen, dedicandosi inizialmente a studi storici e sviluppando in
seguito i suoi interessi sotto la duplice influenza di Fischer e Lotze in
direzione della filosofia. Dopo aver conseguito il dottorato a Gòttingen con la
dissertazione Die Lehren vom Zufall (Berlin), Windelband ottiene l’abilitazione
a Lipsia con Über die Gewissheit der Erkenntnis (Berlin), nel quale emerge
chiaramente la sua adesione al movimento neo-criticistico e, in particolare,
all'interpretazione della filosofia in chiave di teoria della conoscenza.
Divienne professore a Zurigo, da dove si trasferisce a Friburgo e dopo a
Strasburgo. Viene chiamato a Heidelberg quale successore di Fischer. La parte
più cospicua della produzione di Windelband è costituita da numerose opere di
storia della filosofia, che hanno avuto larga diffusione e risonanza anche al
di fuori dei paesi di lingua tedesca. La prima di queste opere, Die Geschichte
der neueren Philosophie in ihrem Zusammenhange mit der allgemeinen Kultur und
den besonderen Wissenschaften (Leipzig; tr. it. Firenze), rappresenta un
modello di interpretazione neocriticistica della storia della filosofia
moderna, considerata come avente il proprio centro nello sviluppo della teoria
della conoscenza. Il carattere specifico del pensiero moderno rispetto a quello
antico e medievale viene individuato nel distacco dalla metafisica e nello
sforzo di pervenire a un'indagine critica; cosicché l'opera di Kant viene
presentata come il punto di confluenza dei suoi principali indirizzi, ossia
come la sintesi tra razionalismo ed empirismo. Nella successiva Geschichte der
Philosophie, poi ripubblicata con il titolo di LeArbuch der Geschichte der
Philosophie (Freiburg i.B.; tr. it, Firenze), si riflette invece il passaggio
dall’originaria prospettiva neocriticistica alla teoria dei valori: il
presupposto della centralità del problema gnoseologico viene messo in disparte,
e la filosofia si allarga ad abbracciare una molteplicità di problemi teoretici
e pratici, studiati nel loro rapporto con la vita culturale e con la vita
politico-sociale. Lo stesso vale per la Geschichte der alten Philosophie
(Miinchen) e per la monografia P/aton (Stuttgart; tr. it. Palermo). Negli anni
successivi Windelband è pervenuto a elaborare, sulla base del richiamo a Kant,
i presupposti di quell’impostazione filosofica che sarà indicata come teoria
dei valori. Attribuendo alla filosofia il compito di determinare i princìpi 4
priori che garantiscono la validità del conoscere, egli li interpreta come
valori forniti del duplice carattere dell'universalità e della necessità, ossia
come valori incondizio nati: in riferimento alla conoscenza, la filosofia si
configura come teoria critica in quanto si pone il problema della validità del
conoscere e individua i valori su cui essa si fonda. Ma tale tipo di
considerazione non è limitato al campo della conoscenza, bensì si estende anche
alla moralità e all'arte. In una serie di saggi raccolti col titolo di
Préludien (Freiburg i.B.-Tiibingen) e via via arricchita nelle successive
edizioni (Tiibingen; tr. it. Milano) Windelband delinea una concezione della
filosofia come ricerca e individuazione dei valori che costituiscono la norma
intrinseca dell'attività umana nei suoi diversi campi, distinguendo così la
validità normativa dei valori dalla validità empirica delle leggi naturali. Ciò
che è proprio dei valori non è l’esistenza di fatto, bensì il dover essere ;
anche se non trovano una realizzazione empirica, non per questo i valori
cessano di valere incondizionatamente. Essi fanno parte di una coscienza
normale che si colloca su un piano trascendente rispetto alla realtà empirica,
e sul quale questa non può incidere. Il compito della filosofia diventa perciò
quello di stabilire i valori che stanno a base rispettivamente del conoscere,
dell'agire e del sentire secondo la tripartizione kantiana delle facoltà umane.
In questa prospettiva Windelband ha affrontato, nel discorso rettorale di
Strasburgo Geschichte und Naturwissenschaft (1894), il problema della
conoscenza storica; e l’ha affrontato in aperta polemica con Dilthey. Egli
respinge infatti la distinzione tra scienze della natura e scienze dello
spirito a causa del suo fondamento oggetti vo, e vi sostituisce una distinzione
puramente metodologica tra due gruppi di discipline differenziate in base al
loro orientamento conoscitivo: le scienze nomotetiche, dirette alla
determinazione di leggi generali, e le scienze idiografiche, rivolte alla
comprensione dell’individuale. In quanto insieme delle scienze idiografiche, la
conoscenza storica appare quindi caratterizzata dallo sforzo di determinare la
fisionomia individuale di ogni avvenimento, poco importa che esso appartenga
alla natura o all'ambito dei fenomeni spirituali. Nell'ultimo periodo della sua
vita Windelband ha sviluppato le implicazioni metafisiche della teoria dei
valori, affiancando all'esigenza del ritorno a Kant il richiamo alla visione
storica del mondo elaborata dall'idealismo post-kantiano. Nel volume Die
Philosophie im deutschen Geistesleben des 19. Jahrhunderts (Tiibingen) e in
alcuni saggi, poi raccolti nei Pràludien, egli addita nell’orientamento storico
dell'idealismo post-kantiano l’eredità principale della filosofia
dell'Ottocento, riprendendo su tale base la polemica contro il naturalismo e
contro il tentativo di ridurre la storia a natura. Nell’Ein/eitung in die
Philosophie (Tiibingen, 1914) egli formula la distinzione tra scienza naturale
e conoscenza storica da un altro punto di vista, cioè in riferimento al
rapporto tra realtà empirica e valori: la scienza naturale si presenta come una
conoscenza priva di rapporto con i valori, mentre la conoscenza storica diventa
una conoscenza in relazione ai valori, dal momento che la realtà storica è il
terreno della realizzazione empirica dei valori. Nella postuma e incompiuta
lezione di guerra sulla Geschicktsphilosophie (Berlin), infine, il senso della
storia viene definito in base all'idea di umanità, kantianamente intesa come
principio regolativo e quindi come postulato che deve consentire la valutazione
dei singoli avvenimenti. Non esiste alcuna raccolta delle opere filosofiche di
Windelband, né esse sono state ristampate in epoca recente. Si dispone invece
di ristampe aggiornate dei manuali di storia della filosofia: il Lehrbuch der
Geschichte der Philosophie (completato da H. Heimsoeth), è stato ancora
pubblicato dalla casa editrice Mohr, Tiibingen, e così pure la Geschichte der
abendlindischen Philosophie im Altertum (a cura A. Goedeckenmeyer), Miinchen,
1963. Limitata è anche la letteratura critica sulla filosofia di Windelband,
spesso considerata insieme con quella di Rickert. Tra gli studi in proposito
segnaliamo i più importanti: H. Ricxert, Wilhelm Windelband, Tiibingen. A.
Ruce, Windelband, Zeitschrift fir Philosophie und philosophische Kritik , WieperHoLt,
Wertbegriff und Wertphilosophie, Erginzungshefte alle Kantstudien , Berlin, ScHescHicHs,
Die Kategorienlehre der Badischen philosophischen Schule, Berlin, JarowenKgo, Windelband:
ein Nachruf, Prag. ROSSO (vedasi), Figure e dottrine della filosofia dei VALORI
– cf. H. P. Grice, The conception of value – axiology --, Torino, e Napoli. I
nomi hanno un loro destino di rado, però, strano come quello del termine
filosofia . Se ci rivolgiamo alla storia chiedendo che cosa propriamente sia la
filosofia, e ci guardiamo intorno tra quelli che sono stati definiti, e ancora
vengono definiti, filosofi , per sapere come concepiscono ciò che hanno fatto e
fanno, ne otteniamo risposte così diverse e divergenti tra loro che sarebbe
un'impresa disperata voler ricondurre questa variopinta e cangiante
molteplicità a un’espressione semplice, e costringere la pienezza di tali
mutevoli fenomeni sotto un concetto unitario ". Certamente un tentativo di
questo genere è stato compiuto abbastanza spesso dagli storici della filosofia.
Si è voluto prescindere dalle particolari determinazioni di contenuto con cui
ogni filosofo è solito porre già nell’esposizione del compito che si prefigge
la quintessenza dei punti di vista che ha acquisito. Si pensava di poter così
pervenire a una definizione puramente formale, indipendente sia dal mutare
delle intuizioni temporali e nazionali, sia dall’unilateralità delle
convinzioni personali, e quindi adatta a comprendere tutto quanto è stato
chiamato filosofia . Ma sia che s’intenda designare la filoso a. Sulle
definizioni della filosofia si veda più particolarmente W. WinDELBAND, Lehrbuch
der Geschichte der Philosophie, Tibingen und Leipzig. Was ist Philosophie? Uber
Begriff und Geschichte der Philosophie, in Pràludien, Freiburg i.B. und
Tibingen, Akademische Verlag von ]. C. B. Mohr (traduzione di Barbera e R.). fia come saggezza, o come scienza dei princìpi,
o come dottrina dell’assoluto, o come auto-conoscenza dello spirito umano, o in
qualsiasi altra maniera, la definizione rimarrà pur sempre troppo ampia o
troppo ristretta: sempre ci saranno formazioni storiche che, indicate col nome
di filosofia, non si lasceranno subordinare all’una o all’altra di quelle
determinazioni formali. Sarebbe inutile ripetere cose spesso dette ed esibire
le istanze negative (che è facile far emergere dalla storia) contro simili tentativi.
Vale invece la pena indagare con un po’ più di precisione i motivi di questo
fenomeno. È noto che, per ottenere una definizione valida, la logica pretende
l’indicazione del concetto di genere prossimo superiore e dell’attributo
specifico: entrambe le esigenze non possono però venir soddisfatte in questo
caso. Anzitutto si affermerà subito che il concetto superiore nel quale rientra
la filosofia è quello di scienza. Sarebbe un’obiezione ben debole dire che nel
nostro caso la specie coincide talora completamente col genere: così per
esempio alle origini del pensiero greco, dove appunto ancora non c’è che una
scienza indivisa, o più tardi, in certi periodi, quando la tendenza
universalistica di un Descartes o di uno Hegel riconosce le altre scienze soltanto
nella misura in cui si lasciano ridurre a parti della filosofia. Ciò dimostra
soltanto che il rapporto tra questa specie e il genere non è costante; ma
lascia inalterato il carattere della filosofia come scienza. Tantomeno sarebbe
possibile confutare la subordinazione della filosofia al concetto di scienza
con la dimostrazione che nella maggior parte delle dottrine filosofiche sono
sempre presenti elementi e procedimenti non scientifici. Anche quest’obiezione
dimostrerebbe solo quanto poco la filosofia reale abbia finora assolto il suo
compito. Del .resto la storia delle altre scienze offre fenomeni paralleli a
questo, come l’epoca fabulatoria della storia, la fanciullezza alchimistica
della chimica o il fanatico periodo astrologico dell'astronomia. Nonostante
ogni imperfezione, quindi, la filosofia meriterebbe la qualifica di scienza a
patto di poter stabilire che tutto quanto si definisce come filosofia vuole
essere scienza, e può anche con una corretta esecuzione esserlo. Ma non accade
così. Una simile subordinazione sarebbe già problematica se si mostrasse ed è
possibile, anzi è stato mostrato che i compiti che i filosofi si sono imposti
non soltanto occasionalmente, ma che hanno indicato come loro autentico fine,
mai e poi mai possono essere risolti per via di conoscenza scientifica. Se la
dimostrazione introdotta per la prima volta da Kant, e da allora ripetuta in
mille varianti dell’impossibilità di una fondazione scientifica della
metafisica è giusta, tutte le filosofie di tendenza essenzialmente metafisica
escono dall’ambito della scienza ; e ciò colpisce seriamente non fenomeni
subordinati, ma proprio quelle vette della storia della filosofia i cui nomi
sono sulla bocca di tutti. I loro poemi concettuali non possono quindi venir
sussunti sotto il concetto di scienza in senso oggettivo, ma soltanto in senso
soggettivo: essi si proponevano di compiere, e credevano di aver compiuto
scientificamente ciò che non si può affatto compiere scientificamente. Ma
neppure è possibile trovare tra i rappresentanti della filosofia l'universalità
di questa pretesa soggettiva, che cioè la filosofia debba essere scienza. Per
non pochi tra di essi, intanto, l'elemento scientifico vale al massimo come
mezzo, più o meno inevitabile, per lo scopo vero e proprio della filosofia. Chi
vede in quest’ultima un’arte della vita come i filosofi dell’epoca ellenistica
e romana non cerca più il sapere per il sapere, come invece conviene a una
scienza. Se poi al sapere scientifico si chiede soltanto un prestito, è del
tutto indifferente dal punto di vista della scientificità che lo si faccia per
scopi politici, tecnici, morali, religiosi o di qualsiasi altro tipo. Anche tra
quelli che intendono la filosofia come conoscenza, molti sono chiaramente
consapevoli che non possono acquisire tale conoscenza mediante la ricerca
scientifica: senza pensare ai mistici (per i quali tutta la filosofia è
illuminazione), quanto spesso si ripete nella storia la confessione che le
radici ultime di una convinzione filosofica non devono essere ricercate in un
procedimento dimostrativo di tipo scientifico! Come ancoraggio a cui la
filosofia deve tenersi stretta, sopra le onde del movimento scientifico, viene
indicata a volte la coscienza con i suoi postulati, a volte la ragione come
percezione di un’insondabile profondità vitale, talora l’arte come organo della
filosofia, talora una comprensione di tipo geniale, un’ intuizione originaria,
talora una rivelazione divina: Schopenhauer, l’uomo in cui molti contemporanei
onorano il filosofo par excellence, confessa più volte che la sua dottrina non
è stata acquisita, né può essere dimostrata, mediante un lavoro metodico, ma
prende forma soltanto davanti allo sguardo d'insieme che solo riesce a dare
un’interpretazione complessiva ai risultati conoscitivi della scienza. La
filosofia è quindi ben lungi dal poter essere semplicemente subordinata al
concetto di scienza, come spesso ci si immagina, sviati da tendenze posteriori
e definizioni consuete. Certamente il singolo può ben costruirsi un concetto di
filosofia che consenta tale subordinazione: ciò è accaduto, accadrà sempre, e
noi stessi vogliamo tentarlo. Ma quando si considera la filosofia come una
formazione storica reale, quando si confronta tutto quanto è stato indicato
come filosofia nei movimenti spirituali dei popoli europei, una sussunzione del
genere non è consentita. La consapevolezza di questo fatto si manifesta in
varie forme. Nella storia della filosofia essa assume la forma per cui, di
tempo in tempo, riappaiono aspirazioni a elevare a scienza, finalmente, la
filosofia. A ciò si connette il fatto che, anche laddove vi sia sempre
conflitto tra indirizzi filosofici, ognuno di essi mostra la tendenza a
pretendere per sé solo il carattere della scientificità, negandolo alla
prospettiva avversa. La distinzione tra filosofia scientifica e filosofia non
scientifica è un'espressione di battaglia di cui da sempre ci si compiace.
Platone e Aristotele hanno contrapposto la loro filosofia, in quanto scienza (episteme),
alla Sofistica come opinione (doxa) ascientifica e piena di pregiudizi; e con
un capovolgimento che si potrebbe quasi dire uno scherzo della storia, oggi i
rinnovatori positivistici e relativistici della Sofistica tentano di
contrapporre la loro dottrina, in quanto filosofia scientifica , a quelli che
ancora accreditano la grande conquista della scienza greca. Tra chi sta al di
fuori della mischia, non considerano scienza la filosofia coloro che nella sua
storia non vedono altro che la storia degli errori umani . Infine colui al
quale la superficiale presunzione del moderno enciclopedismo non ha ancora
fatto perdere il rispetto per la storia, chi sta ancora pieno di stupore di
fronte alle grandi formazioni concettuali della filosofia, dovrà diventare
consapevole che non è sempre il significato scientifico della filosofia ciò a
cui rende il suo tributo, bensì qui l'energia di una più nobile intuizione
della vita, là l’artistica armonizzazione di idee contrastanti qui l'ampiezza
di rappresentazioni di portata universale, là Ia forza ordinatrice del lavoro
combinatorio del pensiero. In realtà i fatti storici esigono di prendere le
distanze da una subordinazione così incondizionata della filosofia al concetto
di scienza, quale viene quasi ovunque ammessa. L’aperto sguardo dello storico
sarà piuttosto costretto a vedere in essa un fenomeno culturale ramificato e
proteiforme che non si lascia schematizzare o rubricare con semplicità. Egli
comprenderà che con quella usuale sussunzione si fa torto alla scienza non meno
che alla filosofia: alla filosofia in quanto si costringe in un ambito troppo
stretto la sua aspirazione verso un ambito sempre più vasto, e alla scienza in
quanto la si rende così responsabile di tutto quanto confluisce da molte altre
fonti nella filosofia. Anche ammesso che si possa sussumere il fenomeno storico
della filosofia sotto il concetto di scienza e attribuire tutto quanto vi si
oppone all’imperfezione delle singole filosofie, sorge la questione non meno
ardua di come si debba distinguere, all’interno di questo genere, la filosofia,
in quanto specie particolare, dalle altre scienze. Anche a questa seconda
questione la storia e soltanto di questa stiamo in definitiva parlando non dà
nessuna risposta universalmente valida. Le scienze possono distinguersi in
parte secondo i loro oggetti, in parte secondo i loro metodi; ma in nessuna di
queste due prospettive è possibile rintracciare un segno distintivo permanente
per tutte le manifestazioni storiche della filosofia. Per quanto riguarda gli
oggetti, accanto a sistemi filosofici che fanno oggetto della loro indagine
tutto quanto esiste o perfino tutto quanto è possibile, ve ne sono altri,
altrettanto significativi, che delimitano strettamente il loro campo
d'indagine, per esempio ai fondamenti ultimi dell’essere e del pensiero, o alla
dottrina dello spirito, o alla teoria della scienza, e così via. Interi campi
del sapere che per l’uno sono, se non l’unico, almeno il terreno principale
dell’elaborazione filosofica, vengono invece dall’altro espressamente esclusi
dal dominio della filosofia. Vi sono sistemi che non vogliono esser altro che
etica; ve ne sono altri che, delimitando la filosofia alla teoria della
conoscenza, si propongono di lasciare l’indagine dei problemi morali ed
estetici alla storia dell’evoluzione psicologica e biologica. Vi sono sistemi
in cui la filosofia viene totalmente risolta in psicologia; ve ne sono altri
che tracciano uno scrupoloso confine rispetto alla psicologia, considerata come
una scienza empirica. Di molti filosofi presocratici non conosciamo che alcune
osservazioni e teorie, che al giorno d’oggi releghiamo nella fisica,
nell’astronomia, nella metereologia ecc., ma che nessuno designerebbe mai come
filosofiche: nei sistemi successivi compare talora come elemento integrante una
propria visione della natura: talora, invece, vien fatta una rinuncia di
principio ad essa. In ogni filosofia del Medioevo il centro di gravità
dell'interesse sta in problemi che sono oggi oggetto della teologia; lo
sviluppo della filosofia moderna allontana sempre più da sé, di secolo in
secolo, tali questioni. I problemi del diritto o dell’arte rappresentano qui
gli oggetti più importanti della filosofia; là si negava invece la possibilità
di una loro trattazione filosofica. Tutta l’antichità, e anche la maggior parte
dei sistemi metafisici anteriori a Kant, non ha avuto sentore di una filosofia
della storia: oggi essa è diventata una delle discipline più importanti. Da
questa diversità degli oggetti della filosofia risulta ora per lo storico una
difficoltà non irrilevante, e finora quasi mai trattata in linea di principio®:
con quale estensione e in quali limiti, cioè, egli debba assumere nella storia
della filosofia le dottrine e i punti di vista formulati da un filosofo,
prescindendo dal significato biografico che possono avere per la
caratterizzazione della sua personalità. Qui sembrano aprirsi soltanto due vie
pienamente coerenti: o si segue la storia in tutte le stranezze delle sue
denominazioni e si lascia che l'esposizione storica vaghi, allo stesso modo
dell’interesse filosofico, da un oggetto all’altro, oppure si pone a fondamento
una determinata definizione della filosofia e in base ad essa si compie la
scelta e la distinzione delle singole dottrine. Nel primo caso si paga l’
oggettività storica con una molteplicità sconcertante e a. Cfr. il mio saggio
Geschichte der Philosophie, in Die Philosophie im Beginn des zwanzigsten
Jahrhunderts (Festschrift fiv Fischer), Heidelberg. con la mancanza di
connessione tra gli oggetti; nel secondo caso l’unitarietà e la capacità di
penetrazione così acquisite poggiano sull’unilateralità con cui si impone come
schema un presupposto, determinato personalmente, nel movimento storico. La
maggior parte degli storici della filosofia hanno imboccato, senza rendersene
conto (o anche senza poterlo fare), una via di mezzo, sviluppando le teorie di
quei filosofi che si addentrano nel dettaglio delle scienze particolari soltanto
nella loro connessione di principio con il complesso della dottrina e
rinunciando in misura maggiore o minore (secondo l'estensione del loro lavoro)
a riprodurre la realizzazione specifica. Siccome non esiste per questo un
criterio determinato, e nemmeno può esistere in una maniera che possegga una
validità universale di per sé evidente, al posto di esso sono subentrati per lo
più l’arbitrio dell’interesse personale o l’accidentalità di una certa
sensibilità. Di fatto, per il modo con cui si configurano i rapporti storici,
questa difficoltà non può essere superata in linea di principio; essa viene
rammentata qui soltanto come conseguenza necessaria del fatto che non è
possibile stabilire in modo universalmente valido l’oggetto della filosofia in
base alla comparazione storica. La storia dimostra piuttosto che nell’ambito in
cui si può indirizzare la conoscenza non vi è nulla che non sia già stato
incluso una volta nella filosofia, e così pure nulla che non ne sia stato una
volta escluso. Tanto più comprensibile appare allora la tendenza a cercare il
carattere specifico della filosofia non già nell'oggetto ma nel metodo, e a
ritenere che la filosofia tratti bensì gli stessi oggetti delle altre scienze,
ma con un metodo suo proprio: di qui il fatto che essa respinge da sé
determinati oggetti inaccessibili al suo metodo, mentre deve esercitare una
pretesa permanente di possesso su altri, particolarmente appropriati al suo
modo di procedere. Un tentativo di tal genere compiuto su larga scala da Wolff,
che per ogni gruppo di oggetti della conoscenza scientifica accostava una
disciplina filosofica a una disciplina storica (come si diceva allora: oggi si
direbbe empirica) può essere teoricamente formulato molto bene come progetto.
Ma anch'esso non basta a una determinazione storica del concetto di filosofia
per il semplice motivo che anche tra i filosofi che assumono per la loro
scienza un metodo particolare (e sono una piccola parte) non c'è il minimo
accordo riguardo a questo metodo filosofico . Non è quindi possibile parla re
con validità storica universale di un particolare modo di trattazione
scientifica il cui impiego costituisca l'essenza della filosofia, né si può
sostenere che tale essenza possa trovarsi nell’aspirazione, anche incompiuta, a
questo metodo. Giacché da un lato tutti quelli secondo cui la filosofia
oltrepassa il lavoro scientifico non vogliono, conseguentemente, saperne di un
metodo filosofico; d’altra parte proprio coloro che vogliono elevare a scienza
la filosofia cedono molto spesso al desiderio di comprimerla entro metodi di
altre scienze sperimentati in campi particolari, per esempio entro i metodi
della matematica o dello studio induttivo della natura. Infine, laddove si è
imposto un metodo specifico della filosofia, quanto esso è lontano dall’essere
universalmente riconosciuto! Il metodo dialettico della filosofia tedesca
appare ai più un capriccio stravagante e stupido; e se Kant credeva di aver
stabilito per la filosofia il metodo critico , gli storici non si sono messi
ancor oggi d’accordo su ciò che voleva dire. Queste osservazioni potrebbero
essere tirate in lungo con un'infinità di esempi. Ma per quanto riguarda il
significato logico inerente a un'istanza negativa, anche quando essa abbia
un'estensione minima, i casi qui menzionati bastano a dimostrare che è
impossibile qualunque sia la via imboccata trovare mediante l’induzione storica
un concetto universale di filosofia che comprenda se non altro tutti i fenomeni
storici che vengono chiamati filosofia. Se non è possibile sussumere senza residui
la filosofia sotto il concetto generico di scienza, tanto meno è possibile
farlo rispetto ad altri concetti generici di attività culturali come l’arte o
la poesia: bisogna perciò rinunciare alla possibilità di trovare per via
storica il concetto superiore prossimo comprensivo della filosofia. Nessuno
metterà in dubbio che ogni filosofia è un prodotto spirituale, una formazione
della rappresentazione; ma nessuno vorrà considerarlo come un punto di vista in
qualche modo utilizzabile. Sembra che ai filosofi accada come a tutti gli
individui umani che si chiamano Paolo, e nei quali non è assolutamente
possibile indicare un segno comune ir virtà del quale essi recano tutti questo
nome. Ogni denominazione si fonda sull’arbitrio storico e può quindi rimanere
più o meno indipendente e distante dall’essenza di ciò che deve denominare:
così sembra valere, se si considera l’intero corso temporale, anche per il
termine filosofia , poiché la comunanza della parola non corrisponde a
un’unitarietà dell'essenza da determinare concettualmente. Se ci si limita a
brevi periodi e a singoli ambiti culturali, si potrà forse trovare al loro
interno un significato costante connesso col nome di filosofia: ma esso cessa
di valere non appena si segue il termine nella sua applicazione attraverso
tutta la storia. Certamente, questo risultato della considerazione storica
appare quanto mai preoccupante: se esso rimanesse privo di integrazione, una
storia universale della filosofia risulterebbe priva di senso. Avrebbe,
appunto, lo stesso valore per tornare al paragone di prima del tentativo di
scrivere la storia di tutti gli uomini che si chiamano Paolo. È chiaro allora
che proprio a quei pensatori autonomi che hanno costruito un loro concetto di
filosofia rigidamente determinato, come Kant e Herbart, la consueta storia
della filosofia che doveva offrire loro elementi così poco affini è rimasta
estranea e antipatica, mentre le epoche di eclettismo (che non sanno mai che
cosa si debba propriamente denominare filosofia) sono state anche quelle in cui
più si è occupati storicamente di filosofia. Se però la riflessione storica
deve mantenere un senso razionale, essa presuppone (anche se non è in grado di
mostrare un concetto universale di filosofia) che il mutamento sperimentato nel
corso dei secoli dal termine filosofia non significhi mero arbitrio e
accidentalità, ma anzi abbia un senso razionale e un valore specifico. Se
nonostante le stranezze delle digressioni individuali la storia del termine
filosofia è l’espressione di uno sviluppo profondamente significativo nella
connessione della vita culturale dell'umanità europea, allora la storia di
questo e dei fenomeni particolari in esso compresi acquisisce un senso autonomo
e fornito di valore non già malgrado, ma proprio in virtù di questo mutamento
di significato. Del resto le cose non stanno, di fatto, diversamente; e solo
quando si è chiarita la storia del termine filosofia si è anche in grado di
determinare ciò che nel futuro, aspirando a una validità più che individuale,
possa essere legittimato a portare questo nome. Dobbiamo ai Greci sia il
termine sia il primo significato di qriocepla. Divenuto denominazione tecnica
pare ai tempi di Platone, il termine significa esattamente ciò che oggi noi
Tedeschi designamo col termine scienza * che, per fortuna, è molto più
comprensiva di quanto non lo sia la science dei Francesi e degli Inglesi. È il
nome che assume un bambino appena nato. Saggezza, che si tramanda di
generazione in generazione nella forma di antichissime narrazioni mitiche;
dottrina morale, espressione riflessa dell'anima popolare; intelligenza pratica
che, accostando esperienza a esperienza, agevola alla nuova generazione il
cammino della vita; conoscenze pratiche acquisite nella lotta per l’esistenza
in singoli compiti e nella loro soluzione, e accumulate col trascorrere dei
tempi in un potere e in un sapere imponente tutto ciò è esistito da sempre in
tutti i tempi. Ma la curiosità dello spirito di cultura liberato dalla
necessità della vita, che nella nobiltà dell’ozio comincia a indagare per
possedere il sapere soltanto di per se stesso, senza alcun scopo pratico, senza
guardare all’edificazione religiosa o alla nobilitazione morale, per trovare
godimento in esso come valore assoluto e completamente indipendente questo puro
impulso al sapere è stato sviluppato per la prima volta dai Greci, che sono
così diventati i creatori della scienza. Analogamente all’impulso al gioco ,
essi hano no tratto fuori dagli intrecci delle rappresentazioni mitiche, a. Non
bisognerebbe mai dimenticare che nelle traduzioni sorgono parecchi
fraintendimenti quando si rende piXogopfa con filosofia , incorrendo così nel
pericolo che il lettore moderno intenda il termine nel senso attuale, assai più
ristretto. Basterà un esempio tra i molti. Un noto passo di Platone viene
facilmente tradotto nel modo seguente: La sventura dell'umanità non avrà
termine finché i governanti non filosoferanno o i filosofi non governeranno,
ossia finché potere politico e filosofia non coincideranno . È comodo sorridere
sc per filosofia si pensa alle fantasticherie metafisiche e per filosofi ai
professori sprovvisti di senso pratico e ai dotti solitari! Ma si traduca
correttamente; e quando allora si trova che Platone non ha preteso altro se non
che il governo stia nelle mani della cultura scientifica, si vedrà forse come
egli abbia profeticamente precorso, con quella massima, lo sviluppo della vita
europea. dalla dipendenza a bisogni etici e quotidiani l'impulso al sapere,
trasformando così la scienza, al pari dell’arte, in organi autonomi della vita
culturale. Nella nebulosità fantastica della natura orientale gli esordi
dell’impulso artistico e scientifico si rdono nel tessuto di una vita
complessiva indistinta: i Greci, come guide dell’occidentalismo, cominciano a
distinguere l’indistinto, a differenziare quanto è ancora embrionalmente non
dispiegato e a introdurre, per le supreme attività dell’uomo civile, la
divisione del lavoro. La storia della filosofia greca è così la storia della
nascita della scienza: tale è il suo senso più profondo e il suo significato
intramontabile. Lentamente l’impulso scientifico si svincola dai fondamenti
generali in cui è originariamente incapsulato; allora esso si comprende, si
esprime con fierezza e petulanza e infine giunge a compimento producendo, in
completa chiarezza e in tutta la sua estensione, il concetto di scienza. Dalla
ricerca di Talete! sul fondamento primo delle cose fino alla logica di
Aristotele, è tutto un grande sviluppo tipico il cui tema è la scienza. Questa
scienza si indirizza perciò a tutto quanto può diventare oggetto del sapere, o
sembra poterlo diventare: abbraccia il Tutto, l’intero mondo della
rappresentazione. Ciò che l’impulso al sapere divenuto autonomo trova davanti a
sé come materiale per la propria attività nei racconti mitici del passato,
nelle regole di vita dei saggi e dei poeti, nelle conoscenze pratiche di un
popolo di commercianti impegnato in svariate attività tutto ciò è ancora così
poca cosa che può essere agevolmente riunito in una sola testa ed elaborato con
pochi concetti fondamentali. Così, in Grecia la filosofia è scienza unica e
indivisa. Ma il processo di differenziazione già avviato deve necessariamente
procedere. Il materiale cresce, e di fronte allo spirito conoscente e
ordinatore si articola in diversi gruppi di oggetti, che appunto perciò esigono
una trattazione differenziata. La filosofia comincia a dividersi: le singole
filosofie si separano e ognuna di esse pretende ora per sé sola il lavoro di
una vita di un ricercatore. Lo spirito greco entra nell'età delle scien 1.
Talete di Mileto, filosofo ionico vissuto tra il secolo vil e il secolo vi a.
C., è tradizionalmente considerato il punto di partenza della speculazione
filosofica greca. ze specialistiche. Se ora ogni disciplina assume il nome del
proprio oggetto, dove rimane il nome di filosofia? In un primo tempo esso si
lega all’universale. Il possente spirito sistematizzatore di Aristotele, in cui
quel processo di differenziazione ha trovato il suo compimento, creò tra le
altre anche una filosofia prima , cioè una scienza fondamentale che detta
anche, più tardi, metafisica trattava della connessione suprema e ultima di
tutte le conoscenze. Qui tutti i concetti prodotti nei singoli compiti della
scienza si unificavano in un quadro complessivo dell’universo, e per questa
suprema funzione onnicomprensiva fu quindi mantenuto il nome originario della
scienza complessiva. Soltanto che, nello stesso tempo, comparve un altro
elemento che aveva la sua base non in un movimento puramente scientifico, ma in
un movimento culturale generale. Quella divisione del lavoro scientifico
avvenne nell'epoca di decadenza della Grecità. Alle culture nazionali subentrò
una cultura universale in cui la scienza greca costituiva sì un vincolo
essenziale, ma retrocedeva rispetto ad altre esigenze, oppure si poneva al loro
servizio. Dalla Grecità si passa all’Ellenismo, dall’Ellenismo all’IMPERO
ROMANO. Si anda istituendo un enorme meccanismo sociale, che divorava la vita
nazionale con i suoi interessi particolari, che contrapponeva l’individuo, come
atomo effimero, a una totalità impenetrabile ed estranea, che con l’acurizzarsi
della lotta sociale costringeva infine il singolo a rendersi il più possibile
indipendente, e a preservare per sé il massimo di felicità e di serenità,
sottraendolo al grande strepito, nella quiete dell’esistenza individuale. Dove
i destini del mondo esterno passavano annientando interi popoli e potenti
imperi, la felicità e il godimento sembravano rifugiarsi nell’interiorità della
persona, e così per tutti i migliori la questione della giusta direzione da
dare alla vita personale divenne la più importante e scottante. Di fronte alla
vivacità di questo interesse si indeboliva il puro impulso al sapere: la
scienza veniva ancora apprezzata soltanto nella misura in cui poteva servire a
questo interesse, e quella filosofia prima sembrava offrire la sua immagine
scientifica del mondo solo allo scopo di comprendere quale posizione spetta
all’uomo nella connessione universale, e come egli possa di conseguenza
indirizzare la propria vita. L’esempio tipico di questo movimento lo vediamo
nello Stoicismo. La subordinazione del sapere alla vita è il carattere
universale dell’epoca: per essa la filosofia è quindi arte di vivere ed
esercizio di virtù. La scienza non è più uno scopo in sé; essa è il più nobile
strumento di felicità. Il nuovo organo dello spirito umano sviluppato dai Greci
entra in uno stato di dipendenza destinato a durare a lungo. Col trascorrere
dei secoli esso cambia padrone. Mentre le scienze particolari entrano al
servizio dei singoli bisogni sociali tecnica, insegnamento, medicina,
legislazione ecc. la filosofia è anzitutto quella scienza complessiva che deve
insegnare come l’uomo possa diventare al tempo stesso virtuoso e felice. Ma
quanto più il mondo perdura in questa situazione, quanto più una sfrenata
ricerca del godimento e la mancanza di convinzione invadono la società, tanto
più si frantuma l’orgoglio della virtù, tanto più il desiderio di felicità
dell'individuo appare privo di prospettive. Con tutto il suo splendore e con
tutto il suo desiderio di piacere il mondo esterno si spopola, e sempre più
l’ideale si sposta dalla regione mondana in una regione trascendente, più alta,
più pura. L'idea etica si trasforma in idea religiosa, e ora filosofia
significa conoscenza di Dio. L’intero apparato della scienza greca, il suo
schema logico, il suo sistema di concetti metafisici sembra ora destinato
soltanto a fornire un’espressione conoscitiva adeguata all’aspirazione
religiosa e a una convinzione piena di fede. Nella teosofia e nella teurgia che
si trasmettono dagli agonizzanti secoli di transizione alla mistica del
Medioevo questo nuovo carattere della filosofia emerge non meno di quanto
emerga nel duro lavoro concettuale con cui tre grandi religioni tentarono di
assimilare a sé la scienza greca. In questa forma, come ancella della fede, la
filosofia si manifesta nei lunghi e difficili secoli di apprendistato dei
popoli germanici: l'impulso al sapere sì è fuso nell’impulso religioso e non
ha, accanto ad esso, un suo autonomo diritto. La filosofia è il tentativo di
sviluppo scientifico e di fondazione delle convinzioni religiose. Nell’emancipazione
dal dominio esclusivo della coscienza religiosa risiedono le radici del
pensiero moderno, che affondano profondamente nel cosiddetto Medioevo. Anche
l'impulso al sapere si rifà libero, riconosce e afferma il proprio valore
specifico. Mentre le scienze specialistiche seguono, con compiti e metodi in
parte nuovi, la loro strada, la filosofia ritrova negli ideali della Grecia il
puro sapere fine a se stesso. Essa si scrolla di dosso la finalità etica e
religiosa diventando di nuovo la scienza complessiva della totalità del mondo,
di cui vuole acquisire la conoscenza per proprio conto e per se stessa, senza
appoggio estraneo. La filosofia diventa metafisica in senso stretto, sia che
riproduca i sistemi dei grandi filosofi Greci, sia che intenda poetizzare in
una combinazione fantastica le nuove intuizioni offerte dalle scoperte
dell’epoca, sia che vada alla rigorosa scuola di una matematica fornita di
antica dignità eppure ancor giovane, sia che voglia cautamente costituirsi con
le conoscenze della nuova indagine della natura. In tutti i casi essa vuole
fornire, indipendentemente dal conflitto delle opinioni religiose, una
conoscenza autonoma del mondo fondata sulla ragione naturale , e si contrappone
così alla fede in qualità di sapienza mondana . Ma accanto a questo interesse
metafisico ne compare fin dall'inizio un altro, che prende gradualmente il
sopravvento. Sorta in opposizione alla scienza tutelata dalla Chiesa, questa
nuova filosofia deve anzitutto mostrare come intenda produrre il suo nuovo sapere.
Essa procede da indagini sull’essenza della scienza, sul processo del
conoscere, sull’adattamento del pensiero ai suoi oggetti. Se questa tendenza è
inizialmente metodologica, assume però sempre di più il carattere di teoria
della conoscenza. Non indaga più soltanto sulle vie, ma sui limiti della
conoscenza. E proprio l’antitesi, che ora si ripete e si approfondisce, tra i
sistemi metafisici suscita la questione se sia in generale possibile la
metafisica, cioè se la filosofia abbia un proprio oggetto, se abbia diritto a
esistere accanto alle scienze particolari. E alla questione si dà risposta
negativa! Il secolo che nella sua suprema fiducia nel sapere pensa di
padroneggiare la storia con la sua filosofia il secolo xvi è quello che
riconosce e confessa che la forza conoscitiva dell’uomo non basta per
abbracciare la totalità del mondo e per penetrare i fondamenti ultimi delle
cose. Non esiste metafisica. La filosofia ha distrutto se stessa. Che cosa può
ancora significare il suo vuoto nome? Tutti i singoli oggetti sono divisi tra
le scienze particolari. La filosofia è come il poeta, giunto troppo tardi alla
spartizione del mondo. Infatti, l’attività di ricucitura dei risultati ultimi
delle scienze specialistiche è ben lungi dal costituire la scienza
dell’universo. Essa è compito di una diligente compilazione o di una
combinazione artistica, non della scienza. La filosofia è come il re Lear, che
ha suddiviso tutto il suo tra i figli e ora è costretto a subire di farsi
gettare sulla strada come un mendicante. Però dove massimo è il pericolo,
l’aiuto è vicinissimo. Se è stato possibile dimostrare che la filosofia che
voleva essere metafisica è impossibile, con queste indagini è sorto un nuovo
ramo del sapere, il quale ha bisogno di un nome. Anche se tutti gli altri oggetti
sono stati divisi senza residuo tra le scienze specialistiche e si è dovuto
definitivamente rinunciare a una scienza dell’intuizione del mondo, quelle
stesse scienze sono però un “forse uno dei più significativi, e pretendono di
essere oggetto di una scienza specifica che stia con esse nello stesso rapporto
in cui queste stanno con le cose. Accanto alle altre scienze compare come
disciplina particolare e chiaramente determinata una zeoria della scienza. Se
non è una conoscenza del mondo che riunisce tutti gli altri punti di vista, ora
è però l’auto-conoscenza della scienza, l'indagine centrale in cui tutte le
altre scienze trovano la loro fondazione. A questa dottrina della scienza si
trasmette il nome, divenuto privo di oggetto, di filosofia: essa non è più la
dottrina della totalità del mondo o della condotta della vita, ma è la dottrina
del sapere non è più una metafisica delle cose, ma è una metafisica del sapere
. Se si fa attenzione al mutamento che si è così compiuto attraverso due
millenni nel significato del termine, appare chiaro che la filosofia anche se
non è mai stata completamente scienza e, quando pur voleva essere scienza, non
si è costantemente rivolta al medesimo oggetto si è tuttavia mantenuta in una
determinata relazione con la conoscenza scientifica; e che questa è la cosa più
importante il mutare di tale relazione dipende dal cambiamento di valutazione,
avvenuto nello sviluppo della cultura europea, nei riguardi della conoscenza
scientifica. La storia del termine filosofia è la storia del significato
culturale della scienza. Non appena il pensiero scientifico si rende autonomo
come impulso del conoscere in vista soltanto del sapere, esso assume il nome di
filosofia; quando poi la scienza unitaria si divide nei suoi rami, la filosofia
diventa conoscenza del mondo connettiva, conclusiva, universale. Non appena poi
il pensiero scientifico viene di nuovo ridotto a strumento della riflessione
etica e della contemplazione religiosa, la filosofia si trasforma in arte di
vita o in formulazione di convinzioni religiose. Quando la vita scientifica
ridiventa libera, anche la filosofia ritrova il carattere di conoscenza
autonoma del mondo, e quando comincia a rinunciare alla soluzione di questo
compito si trasforma in una teoria della scienza. All’inizio scienza
complessiva e indifferenziata, nella differenziazione delle scienze particolari
la filosofia diventa in parte quell’organo che connette le operazioni di tutte
le altre scienze in conoscenza complessiva, in parte uno strumento al servizio
di una condotta di vita etica o religiosa, in parte infine l'organo nervoso
centrale in cui deve pervenire alla coscienza il processo vitale degli altri
organi. Dapprima identica con la scienza, la filosofia è in seguito il
risultato di tutte le scienze particolari o la dottrina di ciò in vista di cui
la scienza esiste, o infine la teoria della scienza medesima. Sempre la
concezione di ciò che vien chiamato filosofia è caratterizzante rispetto alla
posizione che la conoscenza scientifica assume nella valutazione dei beni
culturali di ogni epoca. Sia che la si consideri come un bene assoluto oppure
soltanto come un mezzo in vista di scopi superiori, sia che la si ritenga o no
in grado di comprendere il fondamento vitale ultimo delle cose, ciò si
manifesta nel senso che di volta in volta si collega col termine filosofia . La
filosofia di un'epoca è il termometro del valore che questa attribuisce alla
scienza: proprio perciò la filosofia appare ora essa stessa come scienza, ora
come qualcosa che procede al di là di questa, e quando viene considerata come
scienza, essa abbraccia la totalità del mondo, oppure è l'indagine sull’essenza
della conoscenza scientifica. Quanto diversa è la posizione che la scienza
assume nella connessione della vita culturale, altrettanto equivoca e
multiforme è la filosofia; e da ciò si comprende che dalla storia non si può
ottenere nessun concetto unitario di essa. S'intende che questo sguardo
d'insieme alla storia del termine filosofia è una considerazione di massima che
si concentra sull’interesse principale delle diverse epoche e che non vuol
negare né dimenticare il fatto che le quattro tendenze particolari qui distinte
scorrono parallele in tutti i periodi per ognuno dei quali è stato abbozzato
uno specifico significato complessivo di filosofia . Già nella filosofia greca
si fanno valere certe tendenze a trasformare la filosofia in arte di vita o in
critica della conoscenza; e d’altra parte l'ideale di una conoscenza fine a se
stessa non è mai scomparso completamente dall’orizzonte dell'umanità europea.
Ma le inclinazioni dei singoli cedono il passo al predominio della coscienza
complessiva: perciò è soltanto possibile proporre una tale considerazione di
massima. Quanto però gli individui procedano tuttavia per la loro strada,
risulta particolarmente chiaro se si tiene presente che nella nostra epoca si
sono ancor sempre rinnovate quelle quattro concezioni della filosofia, dopo che
erano state messe in ombra da quella più importante. Infatti non si è ancora
presa in esame la trasformazione più importante che la filosofia ha subìto,
ossia quella che si ricollega al nome di Kant. Essa si colloca immediatamente
dopo quella quarta fase, in cui la filosofia si è configurata come teoria della
scienza. Che cosa vuol dire teoria della scienza?Rispetto ad altri oggetti
teoria vuol dire la spiegazione di dati fenomeni in base alle loro cause e la
determinazione delle leggi secondo cui si compiono i processi causali del
gruppo di fenomeni in questione. Nel medesimo senso si concepiva prima di Kant
anche il compito della filosofia: essa doveva comprendere la scienza. Essa
doveva cioè spiegare l'origine delle rappresentazioni e mostrare le leggi
secondo cui esse si trasformano in prospettive scientifiche, in concetti
generali e in relazioni tra concetti fondate su giudizi. È del tutto evidente
che, se la filosofia viene così intesa come una scienza che deve spiegare
geneticamente il pensiero scientifico, si risolve completamente in indagini
sulle leggi di sviluppo dello spirito: essa è allora per metà psicologia
individuale, per metà storia della cultura vale a dire quello che i Francesi
chiamano ideologia”. Essa 2. Il termine, coniato da Tracy negli El4ments
d’idbologie, designa quella corrente filosofica che, richiamandosi a Condillac,
ne sviluppa l’impostazione gnoscologica nel senso di un'analisi del processo di
formazione delle idee, dei loro rapporti e della loro combinazione. mostra in
base a quali leggi generali viene a formarsi, secondo una necessità naturale,
la certezza dell’individuo e il modo di rappresentazione dei popoli civili. Da
ciò si comprende la tendenza psicologica che caratterizza tutte le
manifestazioni significative della filosofia nel secolo precedente Kant. Questa
filosofia è quindi essenzialmente un'applicazione di conoscenze psicologiche e
storiche al concetto della scienza: essa si propone di spiegarla nello stesso
modo degli altri fatti spirituali. È però facile trovare che tale trattazione,
fondata sul procedimento delle altre scienze, non soddisfa affatto lo scopo per
cui si andava alla ricerca di quella teoria della scienza . Infatti il compito
di una teoria del genere dovrebbe appunto essere non soltanto quello di
distinguere e di descrivere, tra l’intera massa delle rappresentazioni e dei
nessi delle rappresentazioni, quelle che sono di solito designate come
scientifiche, ma di mostrare perché proprio a queste competa un valore di
verità, in modo che non solo vengano generalmente riconosciute di fatto come
scientifiche, ma meritino di essere riconosciute come tali. Si voleva appunto
sapere da che cosa dipende il fatto che le conoscenze acquisite dalla scienza
posseggono un valore necessario che oltrepassa la loro origine accidentale, e in
quale modo la scienza debba procedere per assicurare ai suoi risultati tale
valore. Questo problema non può essere risolto indicando il processo conforme
alle leggi naturali attraverso cui viene prodotto, negli individui o nella
specie, ciò che pretende al titolo di scienza. Tale necessità naturale di
origine psicologica si ritrova infatti senza eccezione in tutte le
rappresentazioni e i rapporti tra rappresentazioni; in essa non c'è mai un
criterio per decidere sulla questione del valore. Se la filosofia prekantiana
trattava quindi sempre il problema gnoseologico nel senso di cercare l’origine
delle rappresentazioni, e portava avanti il dibattito sulla questione se le
nostre conoscenze siano fondate, per quanto riguarda la loro origine,
sull’esperienza o su concetti innati, o su entrambi (e secondo quali rapporti
tra i due termini), sul terreno di questa impostazione psicologica il problema
non poteva mai essere deciso. Per la psicologia può essere interessante
stabilire se una rappresentazione è sorta per l'una o per l’altra via: ma per
la teoria della conoscenza la questione è soltanto se le rappresentazioni siano
valide, cioè se possano essere riconosciute come vere. La grandezza di Kant
risiede proprio nel fatto che, con un lavoro intellettuale indicibilmente arduo
e complicato, si è elevato al di sopra dei pregiudizi della filosofia della sua
epoca fino al punto di vista secondo cui per il valore di verità di una
rappresentazione è del tutto indifferente il processo naturale del suo
pervenire alla coscienza. Il modo e la maniera in cui, sulla base di leggi
psicologiche, perveniamo come individui, come popoli, come genere umano alla
produzione di determinate rappresentazioni e alla fede nella loro correttezza,
non decidono per nulla del loro valore assoluto di verità. Il processo naturale
del corso della rappresentazione può, nell’individuo come in tutti, condurre
egualmente all’errore come alla verità; esso domina dovunque, e perciò la sua
indicazione non costituisce una prova della validità di certe rappresentazioni
in antitesi ad altre. Se in definitiva anche Kant si è visto quindi costretto,
nella sua rinuncia alla precedente metafisica, a definire la filosofia come
metafisica non delle cose ma del sapere, per lui questa teoria della conoscenza
non era una storia dello sviluppo individuale o storico-culturale, e neppure
una teoria genetico-psicologica, bensì un’indagine critica. Poco importa come,
per quali motivi e secondo quali leggi sono pervenuti alla coscienza,
nell’individuo o nel genere umano, quei giudizi per i quali si pretende una
validità universale e necessaria la filosofia non indaga la loro causalità,
bensì la loro fondazione: essa non è spiegazione, ma critica. Non è qui il
luogo* di approfondire con quali mezzi e in a. A. questo proposito l’autore
rimanda all’esposizione della filosofia kantiana, condotta dal punto di vista
sopra sviluppato, che è contenuta nella sua Geschichte der neueren Philosophie,
Leipzig. Per coloro che si occupano più da vicino di questa difficile
questione, aggiungo esplicitamente che la soluzione del problema, i suoi
presupposti e il suo metodo devono essere tratti unicamente dalla Critica della
ragion pura, mentre i Prolegomeni espongono soltanto la storia della scoperta
kantiana, cioè il processo psicologico attraverso cui egli è stato condotto
alla comprensione di questa verità . Cfr. anche la mia Geschichte der
Philosophie. quale modo Kant abbia compiuto questa critica, o mostrare come
abbia faticosamente elaborato il nuovo principio per sottrarlo agli intrecci di
una considerazione psicologistica. Qui è sufficiente far risalire in piena
chiarezza il concetto assolutamente nuovo di filosofia che la critica kantiana
ha inaugurato. In quanto filosofia teoretica, essa vuol essere soltanto
un’indagine sulla legittimità con cui si attribuisce a certe rappresentazioni e
rapporti tra rappresentazioni il carattere di una superiore necessità e
validità universale, che oltrepassano la necessità dell’origine empirica. Le
rappresentazioni vanno e vengono; come ciò avvenga, può spiegarlo la
psicologia: la filosofia indaga quale sia il valore che ad esse spetta dal
punto di vista critico della verità. Questo principio, sviluppato dapprima per
la teoria della conoscenza e nell’elaborazione del suo compito specifico, viene
da Kant esteso con grande consequenzialità. La conoscenza scientifica non è
l’unico campo della vita psichica in cui noi distinguiamo tra i fenomeni
condizionati per quanto riguarda il loro processo causale in modo conforme a
leggi naturali quelli a cui si attribuisce un valore necessario e
universalmente valido e quelli in cui ciò non avviene. Nel campo morale
assumiamo lo stesso valore, completamente indipendente dal modo di origine
psicologica, per valutare la bontà o la cattiveria delle azioni, dei sentimenti
e dei caratteri; nel campo estetico lo assumiamo per valutare quei sentimenti
particolari che, senza alcun riferimento a scopi consapevoli o a interessi di
qualsiasi specie, caratterizzano il loro oggetto come gradevole o sgradevole.
In entrambi questi campi spetta quindi alla filosofia il compito, del tutto
parallelo al compito della teoria della conoscenza, di indagare la legittimità
di tali pretese. Anche qui non si tratta di una quaestio facti, ma di quaestio
iuris. In questa generalizzazione la filosofia critica si manifesta come la
scienza delle determinazioni di valore necessario e universalmente validi. Essa
indaga se esista una scienza, cioè un pensiero che possegga con validità
universale e necessaria il valore della verità; indaga se esista una morale,
cioè un volere e un agire che posseggano con validità universale e necessaria
il valore del bene; indaga se esista un'arte, cioè un intuire e un sentire che
posseggano con validità universale e necessaria il valore della bellezza. In
tutte queste tre parti la filosofia sta dinanzi al suo oggetto e quindi nella
prima parte, quella teoretica, anche dinanzi alla scienza non come le altre
scienze stanno di fronte ai loro oggetti particolari, bensì criticamente, cioè
in modo da sottoporre a esame il materiale effettivo del pensare, del volere,
del sentire in base allo scopo della validità universale e necessaria, e in
modo da escludere e da respingere tutto quanto non regge a questo esame. In tal
modo per citare soltanto l’esempio più eminente e più noto Kant dimostra che la
metafisica nel vecchio senso di scienza dell’intuizione del mondo non può
essere stabilita con validità universale, per quanto necessariamente l'impulso
psicologico del sapere possa condurre a ciò. È facile capire in quale rapporto
specifico, di comprensività e tuttavia di completa trasformazione, questa nuova
determinazione concettuale della filosofia stia con quelle precedenti. Questa
filosofia lascia cadere completamente la pretesa di costituire tutta la
scienza; ma in quanto indaga nella sua parte teoretica i fondamenti su cui
poggia la validità universale di ogni pensiero scientifico, assume l’intero
ambito delle scienze come proprio oggetto. Essa lascia però a una scienza
particolare alla psicologia il compito di comprendere la storia evolutiva e la
conformità alle leggi di questo suo oggetto, per indagare da parte sua su che
cosa si fonda il valore di verità delle rappresentazioni, quale che ne sia l’origine.
In quanto però estende questa sua critica a tutte le determinazioni di valore
universalmente valide dello spirito razionale, essa appare come indagine
generale sui valori supremi; e se la trasformazione successiva del senso del
termine filosofia era caratterizzante del signiftcato attribuito nelle varie
epoche alla conoscenza scientifica, nella risposta complessiva alle questioni
critiche fornita con le sue tre grandi opere Kant diede anche una formulazione
totalmente nuova di questo interesse, cioè una formulazione adeguata alle
condizioni della cultura contemporanea *?. Come si è già ricordato, molto tempo
doveva trascorrere prima che il principio kantiano fosse inteso e pervenisse a
un a. Si veda, in questo stesso volume, il discorso su Kant [Immanuel Kant: zur
Sikularfeser seiner Philosophie, in Praludien. predominio esclusivo. Tra i suoi
successori Herbart è stato quello che vi si è maggiormente attenuto dal punto
di vista formale. Altri hanno immediatamente tradotto i suoi risultati in una
metafisica o in una scienza filosofica universale, le cui determinazioni ultime
essi dovevano poi, per esplicita ammissione, cercare in postulati etici o in
intuizioni estetiche. Molti hanno pensato di limitare nuovamente la filosofia a
una teoria della conoscenza, e la maggior parte di questi sono ricaduti, o con
indagini autonome o riproducendo teorie del secolo xvni, nella tendenza
psicologica. Non sono mancate neppure le richieste di ricondurre la filosofia a
un’indagine esclusiva di ciò che ha significato per gli scopi pratici della
vita umana. Tutti questi tentativi sottostanno all’uno o all’altro pericolo:
essi negano il carattere specifico della filosofia facendone o una scienza in
generale o una scienza delimitata in modo preciso rispetto alle altre. Nel primo
caso fanno della filosofia un romanzo di concetti, nell’altro un ragù composto
di rifiuti provenienti dalla psicologia e dalla storia della cultura. La
filosofia può rimanere o diventare scienza autonoma soltanto se porta alle
estreme conseguenze, con pienezza e rigore, il principio kantiano. Senza quindi
disconoscere la mutevolezza storica del significato del termine filosofia ,
senza rifiutare a nessuno il diritto di chiamare filosofia ciò che gli aggrada,
faccio per l'appunto uso di questo diritto derivante dalla mancanza di un saldo
significato storico sulla base dell’analisi storica sviluppata intendendo per
filosofia in senso sistematico, e non storico, la scienza critica dei valori
universalmente validi. La scienza dei valori universalmente validi designa gli
oggetti; la scienza critica designa il metodo della filosofia. Sono convinto
che tale concezione non è che Ja realizzazione compiuta dell'idea fondamentale
di Kant. Ma non mi sarei mai permesso di pretendere per questa definizione il
nome di filosofia se non potessi dimostrare in modo convincente
indipendentemente dallo sviluppo storico, e senza fare uso delle formule della
dottrina kantiana la necessità di una scienza particolare del genere, in cui il
nome svolazzante di filosofia possa trovare un solido appiglio. Da quando Kant
ha fatto stare in piedi l’uovo di Colombo, non è difficile ripetere il trucco. Tutte
le proposizioni in cui esprimiamo i nostri punti di vista si distinguono,
nonostante l'apparente identità grammaticale, in due classi che devono essere
esattamente separate l’una dall’altra: i giudizi e le valutazioni. Nei primi
viene espressa la connessione tra due contenuti rappresentativi, nelle seconde
è espresso un rapporto della coscienza giudicante con l'oggetto rappresentato.
Vi è una fondamentale differenza tra le due proposizioni questa cosa è bianca e
questa cosa è buona , nonostante che la loro forma grammaticale sia del tutto
identica. In entrambi i casi al soggetto (secondo la forma grammaticale) viene
attribuito un predicato; ma questo predicato è in un caso in quanto predicato
del giudizio una determinazione compiuta in sé, ricavata dal contenuto di ciò
che è oggettivamente rappresentato, nell'altro è in quanto predicato della
valutazione una relazione che rimanda a una coscienza la quale pone uno scopo.
In un giudizio si esprime ogni volta il fatto che una determinata
rappresentazione (il soggetto del giudizio) viene pensata in una relazione,
diversa secondo le diverse forme di giudizio, con un’altra determinata
rappresentazione (predicato del giudizio). In una valutazione, invece, a un
oggetto rappresentato nella sua completezza, e quindi presupposto come
conosciuto (il soggetto della proposizione valutativa), viene aggiunto il
predicato della valutazione, mediante il quale non si accresce affatto la
conoscenza del soggetto in questione, ma si esprime il sentimento di
approvazione o di disapprovazione con cui la coscienza valutante sta in
rapporto con l’oggetto rappresentato. Tutti i predicati del giudizio sono
quindi rappresentazioni positive, le quali si riferiscono al mondo
rappresentato come concetti di genere, come qualità, attività, stati, rapporti
ecc. Una cosa è il corpo, che è grande, duro, dolce ecc., che si muove, urta,
si arresta, ne trascina altri ecc. Tutti i predicati della valutazione sono
invece espressioni dell'accordo o disaccordo da parte della coscienza
rappresentante: una cosa è gradevole o sgradevole, un concetto è vero o falso,
un'azione è buona o cattiva, un paesaggio è bello o brutto ecc. È chiaro che
una valutazione non contribuisce affatto alla comprensione dell'essenza
dell’oggetto valutato. La cosa deve anzi essere presupposta come nota, cioè
come compiutamente rappresentata, prima che abbia un senso dire di essa che è
gradevole, buona, bella ecc. E tutti questi modi di predicare della valutazione
hanno senso soltanto nella misura in cui si prende in esame se l'oggetto
rappresentato corrisponda o no a uno scopo in base al quale la coscienza
valutante lo concepisce. Ogni valutazione presuppone, come sua misura, uno
scopo determinato, e ha senso e significato soltanto per chi riconosce tale
scopo. Ogni valutazione compare quindi nella forma alternativa
dell’approvazione o della disapprovazione. Il soggetto rappresentato della
proposizione corrisponde o non corrisponde allo scopo, e per quanto diversi
siano i gradi di corrispondenza o di non corrispondenza, cioè di contraddizione,
e altrettanto diversi siano quindi i gradi di approvazione e di
disapprovazione, dev’esserci o accordo o disaccordo se si vuol parlare in
generale di una valutazione conseguente. Questa distinzione tra giudizi e
valutazioni sarebbe meglio compresa nel suo significato fondamentale e di ampia
portata se non effettuassimo sempre una particolare combinazione tra i due
elementi. I giudizi, cioè le connessioni puramente teoretiche tra
rappresentazioni, che si compiono in forme diverse, vengono formulati nel processo
della rappresentazione comune come nella vita scientifica solamente in quanto
viene ad essi accordato o negato un valore che supera la necessità
dell’associazione, conforme alle leggi naturali, cioè in quanto vengono
dichiarati veri o falsi, affermati o negati. Nella misura in cui il nostro
pensiero è orientato verso la conoscenza, cioè verso la verità, tutti i nostri
giudizi sottostanno subito a una valutazione che esprime la validità o non
validità della connessione tra rappresentazioni compiuta nel giudizio. Il
giudizio puramente teoretico è dato propriamente soltanto nella domanda o nel
cosiddetto giudizio problematico, nei quali si compie solamente un certo
collegamento tra rappresentazioni, ma non ci si esprime sul loro valore di
verità. Non appena un giudizio viene affermato o negato, insieme con la
funzione teoretica si è compiuta anche quella di una valutazione dal punto di
vista della verità. A questa valutazione che si aggiunge al giudizio non diamo
nessuna espressione linguistica quando la valutazione è affermativa, poiché la
tendenza al valore di verità dei giudizi viene presupposta come ovvia nella
comunicazione, mentre la disapprovazione si esprime mediante la negazione. Ogni
asserzione cosiddetta affermativa -- “il A è B” – “The dog is shaggy” – H. P.
Grice – “Smith is happy” “Let Smith be happy”, “Smith, be happy!” – H. P. Grice
usa alpha e beta per A e B -- implica
quindi l’opinione che il giudizio, il quale connette le rappresentazioni A e B
nel modo espresso, deve valere come vero; e ogni asserzione negativa (A non è B
– H. P. Grice, “Negation and privation” -- ) implica l’opinione che quel
giudizio già espresso, o di cui si teme la formulazione, dev'essere ritenuto
falso. Tutte le proposizioni conoscitive contengono quindi immediatamente una
combinazione di giudizio e di valutazione: sono connessioni tra rappresentazioni
del cui valore di verità si decide affermando o negando?*. La distinzione tra
giudizio e valutazione è quindi della massima importanza, poiché su di essa si
fonda l’unica possibilità che ci è rimasta di determinare la filosofia come
scienza particolare, profondamente distinta dalle altre già in virtù
dell’oggetto. Tutte le altre scienze devono infatti stabilire un giudizio
teoretico: l'oggetto della filosofia è costituito invece dalle valutazioni. Le
scienze particolari devono, in quanto scienze storiche o descrittive, formare
giudizi che attribuiscano a determinati oggetti, dati all’interno
dell'esperienza, determinati predicati in parte singolari e in parte costanti
di qualità, di stati, di attività, di rapporti con altri oggetti; oppure, in quanto
scienze esplicative, devono ricercare quei giudizi generali da cui è possibile
derivare, come casi specifici, tutte le qualità, gli stati, le attività e le
relazioni delle cose particolari. Una scienza naturale descrittiva constata che
a una determinata cosa per esem a. Questa distinzione estremamente importante,
anzi fondamentale per la logica tra i due elementi del giudizio , appena
sfiorata da Descartes nella quarta Meditazione e trattata di sfuggita da Fries
(Neue Kritik, Heidelberg), è stata recata a una precisa comprensione soltanto
nella logica moderna in virtù delle indagini sul giudizio negativo di Stowart
(Logik, Tiibingen), di Lotze (Logik, Leipzig) e specialmente di BercMann (Reine
Logik, Berlin). Dal punto di vista psicologico ha richiamato l’attenzione su di
essa, anche se in forma barocca, Brentano (Psychologie, Wien). Sull'argomento
si vedano i mici Beitràge zur Lehre vom negativen Urteil, nelle Strassburger
Abhandlungen zur Philosophie: Zeller zu seinem stebenzigsten Geburstage,
Freiburg i.B. Tiibingen, e il saggio Vom System der Kategorien, nelle
Philosophische Abhandlungen, Sigwart zu seinem siebzigsten Geburtstage,
Tibingen. pio a una pianta o a un organismo psichico spettano questi o quei
predicati, o in modo costante o subordinatamente a certe condizioni; una
scienza storica deve accertare che singoli uomini o popoli si sono trovati in
questi o quei rapporti, hanno compiuto queste 0 quelle azioni, hanno vissuto
questi o quei destini. Una scienza esplicativa stabilisce col nome di leggi
quei giudizi generali dai quali, nella loro qualità di premesse maggiori,
deriva come conseguenza necessaria il corso dei mutamenti in cui le cose reali
e le loro situazioni stanno in rapporto reciproco di causa o effetto. Le
scienze matematiche, infine, formulano indipendentemente da qualsiasi evento
temporale giudizi generali sulla necessità intuitiva con cui le forme spaziali
e numeriche stanno tra loro in relazioni determinate. Tutti questi giudizi, per
quanto siano particolari in un caso e generali nell’altro, per quanto
variamente e diversamente si configuri il loro significato gnoseologico,
contengono connessioni tra rappresentazioni, cioè connessioni tra un soggetto
rappresentato e un predicato rappresentato, il cui valore di verità deve venir
determinato dalla scienza. In base al presupposto che ad alcuni dei giudizi
possibili si attribuisce la verità e ad altri no, le scienze cercano di
stabilire l'ambito complessivo di quanto dev'essere oggetto di affermazione, e
a tale scopo di negare con una motivazione esplicita ciò che rischia di essere
affermato erroneamente. Esse compiono quindi nel campo del conoscere
affermazioni e negazioni, approvazioni e disapprovazioni, e nella loro
articolazione estendono tale attività a tutti gli oggetti accessibili in
generale alla comprensione umana. Da questo punto di vista alla filosofia non
rimane più niente da fare. Essa non può voler essere né una scienza
descrittiva, né una scienza esplicativa, né una scienza matematica: trova tutti
i gruppi di oggetti già occupati dalle scienze particolari, che si riferiscono
ad essi in una di queste tre maniere, e consisterebbe soltanto di prestiti se
volesse, con scelta arbitraria, abbracciarne qualcuno. Il compito della
filosofia non può consistere nell’affermare o nel negare, come fanno le altre
scienze, giudizi in cui devono venir riconosciuti, descritti o spiegati
determinati oggetti. L'oggetto che ad essa rimane è costituito dalle
valutazioni. Ma anche nei loro confronti deve, se vuol essere autonoma, porsi
in un rapporto totalmente diverso da quello che le altre scienze hanno con i
loro oggetti. La filosofia non deve né descrivere né spiegare le valutazioni:
questo è compito della psicologia e della storia della cultura. Ogni
valutazione è la reazione di un individuo che vuole e sente di fronte a un
determinato contenuto rappresentativo. È un processo della vita psichica che
risulta necessariamente per un verso dallo stato di bisogno, per l’altro dal
contenuto della rappresentazione. Ma sia il contenuto della rappresentazione
sia lo stato di bisogno sono a loro volta prodotti necessari del movimento
complessivo della vita, Come tali essi devono venir compresi; e dal momento che
non basta a spiegarli la psicologia individuale poiché gli scopi e i bisogni in
base a cui l'individuo sottopone a esame il proprio contenuto rappresentativo
per approvarlo o disapprovarlo sono per molti versi comprensibili soltanto in
base al movimento della società bisogna far intervenire la storia dello
sviluppo della cultura umana per comprendere in tutta la sua estensione
l’origine conforme a leggi delle valutazioni e per riconoscere le leggi secondo
cui procedono tali valutazioni. La trattazione psicologica e storico-evolutiva
delle valutazioni e della loro conformità a leggi costituisce quindi di per sé
un problema del tutto legittimo della scienza esplicativa dello spirito. La scienza
esplicativa assolverebbe il suo compito soltanto in modo incompleto se si
arrestasse di fronte a questi fatti. In base alle leggi psicologiche e ai
movimenti dello spirito sociale è necessario spiegare in quale modo le forme di
valutazione riconosciute nella nostra coscienza comune siano sorte attraverso
il suo sviluppo naturale, come noi abbiamo imparato a distinguere il vero, il
bene, il bello dai loro contrari, e come il modo e la maniera particolare in
cui effettuiamo tali valutazioni, cioè la configurazione specifica che abbiamo
assegnato a questi scopi supremi che determinano la misura e il valore, siano
condizionati dalla necessità della nostra storia. Queste indagini corrispondono
perciò a un compito incontestabile della scienza: non costituiscono una
disciplina autonoma, ma devono essere messe insieme da vari capitoli della
psicologia e della storia della cultura. Chi voglia chiamare filosofia queste
combinazioni quanto mai interessanti come fanno fin dall’età illuministica i
filosofi inglesi e francesi e come, imitandoli, è accaduto qua e là anche da
noi /adeat sibi: non intendiamo discutere sui nomi. Però dobbiamo protestare in
nome della filosofia tedesca inaugurata da Kant se con tale denominazione si vuol
importare anche da noi l’opinione superficiale che non esista, al di là di
questa storia dello sviluppo psicologico e storico-culturale, nessun compito
scientifico superiore. La filosofia, quale noi la intendiamo, ha un punto di
partenza del tutto diverso. Tutte le valutazioni che si compiono negli
individui e nella società sono prodotti necessari della vita psichica. Da
questo punto di vista esse sono tutte egualmente legittime: comunque siano
apparse, hanno tutte una volta apparse una causa sufficiente. Senza di queste,
infatti, non sarebbero apparse. Come fatti empirici, quali vengono spiegati
dalla psicologia e dalla storia evolutiva, esse semplicemente esistono alla
stessa stregua. Appartengono alla realtà empirica e, come oggi ogni altra cosa,
hanno cause sufficienti di esistenza e le loro leggi di origine e di movimento;
sottostanno a tali leggi come gli oggetti a cui le valutazioni si riferiscono e
che, in quanto fatti empirici, sono sottoposti alla stessa necessità naturale
conforme a leggi. Le sensazioni e le rappresentazioni con i sentimenti di
piacere e dispiacere che esse suscitano; le connessioni tra rappresentazioni
insieme alla certezza con cui vengono dichiarate vere o false; le
determinazioni della volontà e le azioni, come le valutazioni in virtù delle
quali vengono caratterizzate come buone o cattive; le intuizioni e i sentimenti
che le valutano come belle o brutte tutto questo è, come fatto empirico dello
spirito umano individuale o generale, prodotto necessario di condizioni e leggi
date. Tuttavia e questo è il fatto fondamentale della filosofia siamo
incrollabilmente convinti che, accanto a questa necessità naturale che
coinvolge tutte le valutazioni e i loro oggetti senza eccezione, vi sono certe
valutazioni le quali valgono in modo assoluto anche se di fatto non pervengono
a un riconoscimento 0 per lo meno non pervengono a un riconoscimento generale.
Certamente ognuno pensa necessariamente così come pensa, e ritiene vere le
rappresentazioni sue o di altri perché tali deve necessariamente ritenerle:
tuttavia siamo convinti che di fronte a questa necessità del ritenere vero, che
si compie secondo una legalità naturale, vi è wna determinazione di valore
assoluta in base a cui si deve decidere del vero o del falso, non importa che
ciò accada o no di fatto. Noi tutti abbiamo questa convinzione: infatti nella
misura in cui dichiariamo vera una qualsiasi rappresentazione in base al corso
necessario del nostro rappresentare, questa dichiarazione non significa altro
se non la pretesa che ciò debba valere non soltanto per noi, ma per tutti gli
altri. Non importa se tale pretesa venga soddisfatta nel caso singolo, se sia
giustificata nel caso singolo: ma è chiaro che la valutazione delle
rappresentazioni dal punto di vista della verità presuppone un criterio
assoluto di questo genere, che deve valere per tutti. La stessa cosa vale per i
campi dell'etica e dell’estetica. Certamente ciò che uno giudica buono o
cattivo da un lato, bello o brutto dall’altro, è condizionato secondo leggi
dalla situazione culturale e dal corso della vita personale di ciascuno; ma in
entrambi i casi le predicazioni in tal modo espresse implicano la pretesa di
valere per tutti e di essere necessariamente riconosciute da ognuno nello
stesso modo. Per quanto queste valutazioni si configurino in modo relativo
nella loro realtà empirica, si elevano pur sempre alla pretesa di una validità
assoluta, e trovano il loro senso nel presupporre la possibilità di una
valutazione assoluta. Sono questa pretesa e questo presupposto a distinguere le
tre forme caratteristiche di valutazione che possiamo chiamare di valutazione
logica, etica ed estetica da tutte le mille forme di valutazione in cui si
esprime soltanto il sentimento individuale di piacere o dispiacere per un
oggetto rappresentato. A chi prova piacere per un colore, a chi gusta una cosa
*, a chi prova gioia in un oggetto perché ne trae un qualche vantaggio non
capiterà mai, purché sia provvisto di buon senso, di pretendere che tutti gli
altri facciano propria la sua valutazione. La conformità alle leggi delle
funzioni psicologiche comporta certamente il fatto che in esseri organizzati in
modo eguale o analogo tendano a comparire le stesse sensazioni, e con la stessa
intensi a. Il modo di esprimersi abituale parla, con la fluidità delle sue
designazioni, anche di un gustare e di un odorare buono o bello . È auspicabile
che nell’espresssione scientifica si eviti sempre questa negligenza. tà di
sentimento. Ma se, in virtù di qualche disturbo abituale o di una disposizione
momentanea, questo o quell’individuo diverge da questa maniera generale di
sentire, in ciò non vediamo una cosa degna di particolare attenzione e non ce
ne stupiamo affatto. Quanto più però risaliamo da queste tonalità elementari
del sentire ai sentimenti molto più vari e complessi di piacere e dispiacere,
che sono connessi a rappresentazioni composte di cose e di rapporti tra cose,
tanto più si restringe senza che ciò ci meravigli o ci colpisca l’accordo tra
gli individui. La molteplicità delle combinazioni non consente, nonostante
l’identità conforme a leggi dei processi fondamentali, un'identità di
risultati. Nessuno presuppone una validità universale per i propri sentimenti
di piacere o di dispiacere; nessuno pensa neppure che vi sia un criterio
assoluto con cui determinare per chiunque la valutazione del carattere
gradevole delle cose. Una pretesa siffatta non ha senso, e un’edonistica, cioè
una dottrina del piacere, può essere soltanto un capitolo della psicologia e
della storia evolutiva, mai una disciplina filosofica. Chi addossa quindi alla
filosofia Ia responsabilità di decidere nella polemica tra ottimismo e
pessimismo, chi esige da essa che pronunci un verdetto assoluto sulla questione
se il mondo sia più adatto alla produzione di piacere che di dispiacere o viceversa,
costui lavora supposto che proceda a un livello superiore al dilettantismo in
base all’illusione di trovare una determinazione assoluta per un campo in cui
nessun uomo ragionevole l’ha mai cercata. Di una valutazione dell’universo dal
punto di vista edonistico si potrebbe infatti parlare soltanto se esistesse un
metro di legittimazione per i sentimenti soggettivi di piacere e dispiacere. Ma
siccome questo manca, agli ottimisti e ai pessimisti non rimane che mettersi a
fare un calcolo approssimativo dei singoli sentimenti empirici di piacere e di
dispiacere e una valutazione dei loro rapporti di quantità e di intensità, che
è priva di qualsiasi base solida. Se qualcuno vuol chiamare tutto ciò
filosofia, fabeat sibi; io lo considero una scarica dell'impulso al piacere,
che appartiene alla storia della patologia del pensiero umano?. a. Cfr. il mio
Der Pessimnismus und die Wissenschaft, Der Salon. Una volta esclusa
l’edonistica rimangono soltanto tre forme di valutazione in cui la pretesa di
universalità si impone come elemento essenziale cioè le forme caratterizzate
dalle tre coppie di concetti del vero e del falso, del bene e del male, del
bello e del brutto. Vi sono dunque soltanto tre scienze fondamentali
propriamente filosofiche: la logica, l’etica e l'estetica. La psicologia * è
una scienza empirica in parte descrittiva e in parte esplicativa; la metafisica
nel vecchio senso di un sapere dogmatico concernente i fondamenti ultimi di
tutta la realtà è un’assurdità: invece la teoria della conoscenza, la filosofia
della natura, la filosofia della società e della storia, la filosofia dell’arte
e la filosofia della religione sono legittimate solamente in quanto vengano
trattate non in senso metafisico ma in senso critico, dal punto di vista di
quelle tre scienze filosofiche fondamentali, come loro ramificazioni,
applicazioni o integrazioni. In tutte e tre occorre quindi prendere in esame la
pretesa della valutazione logica, etica ed estetica a una validità universale.
Bisogna osservare subito che a un’identica impostazione problematica
corrisponde un’indagine metodologicamente identica e sistematicamente parallela
per le tre discipline; ma non per questo viene minimamente condizionata o
pregiudicata un'identità del risultato e della risposta. Si potrebbe per esempio
pensare che la filosofia critica confermi il diritto della valutazione logica a
una validità universale, e che invece si veda costretta o a respingere del
tutto o a riconoscere soltanto con limitazioni assai rilevanti la pretesa
corrispondente in uno degli altri due campi. In questo caso il campo in
questione sarebbe totalmente abbandonato, proprio a causa della mancanza di un
criterio assoluto, alla trattazione psicologica e storico-evolutiva. Ma poiché
è presente la pretesa a una validità universale, e poiché tale pretesa non può
venir presa in esame né dalla scienza descrittiva né dalla scienza esplicativa,
dev’esserci assolutamente un'indagine filosofica, anche se questa dovesse
portare a risultati semplicemente negativi. Anche chi dovesse dunque pervenire
con indagini critiche o anche mediante una prevenzio a. Ho già difeso la causa
della completa separazione della psicologia dalla filosofia nella mia
prolusione zurighese Uber den gegenivàrtigen Stand der psychologischen
Forschung, Leipzig. ne più o meno chiara alla convinzione che nell’uno o
nell’altro di questi campi o anche in tutti e tre sono possibili sempre e
soltanto valutazioni relative (come avviene nel campo dell’edonistica) e mai
valutazioni assolute, sarebbe tuttavia costretto ad ammettere il fatto della
pretesa a quest'ultime, e pertanto a concedere la legittimità dell’impostazione
filosofica. E solo di questo qui si tratta: non si debbono anticipare i
risultati della filosofia. Se l’oggetto della filosofia è così determinato, ci
si domanda in che cosa consista la critica a cui esso deve venir sottoposto, e
quale sia il procedimento scientifico che la rende possibile. Se qui si è
sempre parlato anzitutto della pretesa alla validità universale e alla
necessità delle valutazioni logiche, etiche ed estetiche, occorre indicare con
maggiore esattezza che questa validità universale non è una validità di fatto e
che la necessità non è necessità causale. Chi è convinto della verità di un
giudizio è di solito ben lontano dal credere che questo giudizio sia
riconosciuto, o anche soltanto possa venir riconosciuto, da tutti. Nella nostra
lotta per la verità, l’universalità effettiva del riconoscimento è una
prospettiva del tutto esclusa. D'altra parte, per situazioni culturali
inferiori c'è senza dubbio una validità universale effettiva di
rappresentazioni e di modi di valutazione che sono manifestamente erronee e
sbagliate. L'importante non è quindi che tutti gli esemplari della specie Homo
sapiens siano unanimi nel riconoscimento di un giudizio; e neppure è possibile
trovare, attraverso un’induzione comparativa delle valutazioni reali, una
validità universale in senso filosofico. Poiché cause identiche hanno effetti
identici è possibile e accade di fatto in mille modi che gli stessi motivi
provochino ovunque lo stesso errore. Per la verità o la falsità di una
rappresentazione è del tutto indifferente il numero degli uomini che la
riconoscono o la respingono. La validità universale di cui qui si tratta non è
una validità di fatto, bensì ideale; non è una validità reale, ma una validità
che dovrebbe essere. Lo stesso discorso vale per la necessità di queste
valutazioni. Causalmente necessarie sono sia la pazzia sia la saggezza, sia il
peccato sia la virtù, sia il sentimento della bellezza sia il suo contrario. Il
sole della necessità naturale splende sui giusti come sugli ingiusti. La
necessità con cui sentiamo la validità delle determinazioni logiche, etiche ed
estetiche è anch'essa una necessità ideale: non è una necessità dell’essere
costretti e del non poter altrimenti, ma del dover essere e del non dover fare
altrimenti. È quella necessità superiore che non si esaurisce completamente
nella necessità naturale a cui sono sottoposti il nostro rappresentare, il
nostro volere e il nostro sentire; è la necessità del dover essere. Nessuna
legge naturale costringe l’uomo a pensare, a volere e a sentire nel modo in cui
dovrebbe sempre pensare, volere e sentire secondo la necessità logica, etica ed
estetical Se quindi la filosofia deve stabilire i princìpi della valutazione
logica, etica ed estetica, non può limitarsi a chiedersi quali determinazioni
abbiano in questi campi una validità universale, oppure a indagare quali si
facciano valere o si siano fatte valere con una necessità psicologica e
storico-evolutiva. In nessuna di queste due direzioni si può trovare un
criterio di ciò che deve avere validità. La massa, o anche soltanto la
maggioranza, non è il tribunale di fronte a cui si decide il valore assoluto, e
la dimostrazione delle cause del suo comportamento non è una fondazione della
sua legittimità. D'altra parte nell’energia con cui il singolo si attiene,
contro un mondo che lo contraddice, a ciò che ha riconosciuto per vero, buono o
bello, non si manifesta l’ostinazione dell’arbitrio individuale ma un impulso
della convinzione che in lui si è fatto strada qualcosa che dovrebbe valere per
tutti e di cui non può fare a meno. Entro la necessità naturale del movimento
della storia umana, certamente, la difesa di questa convinzione può sembrare
disperatamente analoga all’illusione personale: lo scopritore di una nuova
verità, il riformatore della vita etica, il creatore di una nuova arte appare
ai suoi contemporanei e forse anche a molte generazioni di posteri come un
infatuato. Ma per quanto sia difficile, anzi impossibile decidere nel singolo
caso quale dei due fenomeni sia presente in un dato momento, tuttavia noi tutti
crediamo nella possibilità di distinguere, noi tutti siamo convinti che anche
se non sempre lo comprendiamo, e soprattutto se non lo comprendiamo subito
esiste un diritto del necessario in senso superiore che dovrebbe valere per
tutti. Noi crediamo in una legge superiore a quella dell'origine naturale di
tutte le nostre valutazioni: crediamo a un diritto che ne determina il valore.
Ho detto che tutti ci crediamo. Non dimentico così quei teorici del relativismo
che in tutte queste determinazioni e convinzioni non vedono altro che prodotti
necessari della società umana? Ma essi non intendono presentare la loro teoria
soltanto come si trattasse di una semplice opinione; vogliono anzi provarla e
dimostrarla. E che cosa significa dimostrare? Significa presupporre che al di
sopra della necessità del movimento delle rappresentazioni c'è una necessità
superiore che tutti dovrebbero riconoscere. Chi dimostra il relativismo, lo
annienta. Il relativismo è una teoria in cui nessuno ha ancora veramente
creduto, in cui nessuno potrebbe credere: è una fable convenue?. Perciò ovunque
la coscienza empirica scopre in sé questa necessità ideale di ciò che deve
valere universalmente, si imbatte in una coscienza normale, la cui essenza
consiste per no: nel fatto che noi siamo convinti che essa debba essere reale,
del tutto indipendentemente dalla realtà che riveste nel dispiegarsi della
coscienza empirica, sottoposto alla necessità naturale. Per quanto ristretto
sia il grado e l’ambito in cui questa coscienza normale penetra quella empirica
e si fa valere all’interno di essa, ciononostante tutte le valutazioni logiche,
etiche ed estetiche sono costruite in base alla convinzione che esista una
coscienza normale a cui dobbiamo elevarci se le nostre valutazioni debbono
pretendere una validità universale necessaria: una coscienza normale che non
vale nel senso del riconoscimento fattuale, ma che dovrebbe valere e che perciò
costituisce non già una realtà empirica, ma un ideale in base a cui dev'essere
commisurato il valore di ogni realtà empirica. Le leggi di questa coscienza in
generale secondo l’espressione kantiana non sono più leggi naturali, che
valgono in ogni circostanza e secondo cui devono configurarsi i singoli fatti,
ma sono invece norme, che devono appunto valere e la cui realizzazione
determina il valore di ciò che è empirico. a. Su questo, come su ciò che segue,
si veda più particolarmente il saggio Kritische oder genetische Methode?,
raccolto in questo stesso volume [Préludien. La filosofia non è quindi altro
che la riflessione su questa coscienza normale, l'indagine scientifica intorno
a quelle, tra le determinazioni di contenuto e le forme della coscienza empirica,
che rivestono valore di coscienza normale. Nella coscienza empirica di un
individuo, dei popoli, dell’umanità esse sorgono necessariamente così come
sorgono stupidità, abiezioni, mancanza di gusto: compito della filosofia è di
rintracciare, entro il caos dei valori individuali o effettivamente universali,
quelli a cui inerisce la necessità della coscienza normale. In nessun caso è
possibile derivare tale necessità da qualcosa: la si può soltanto indicare;
essa non viene prodotta, ma solo recata alla coscienza. L'unica cosa che la
filosofia può fare è di lasciar scaturire questa coscienza normale dai
movimenti della coscienza empirica e di confidare nell’evidenza immediata con
cui la sua normalità, non appena giunta a chiara coscienza, si mostra operante
e valida in ogni individuo, così come essa deve valere. Un principio come il
principio logico di non contraddizione, o un principio come il principio morale
della coscienza del dovere, non sono dimostrabili. Nella vita reale delle
rappresentazioni e della volontà si può soltanto recarli alla coscienza, a una
chiara formulazione, e occorre confidare che in ognuno, purché si rifletta
seriamente, la coscienza normale si faccia valere e riconoscere con evidenza
immediata. Non potremmo più avere alcun rapporto logico e scientifico con chi
rifiutasse la validità delle leggi del pensiero; non potremmo intenderci
moralmente con chi rifiutasse qualsiasi dovere. Il riconoscimento della
coscienza normale è il presupposto della filosofia: è, in astratto, il medesimo
presupposto che sta in concreto a fondamento di tutta la vita scientifica,
etica ed estetica. Ogni intesa su qualcosa che gli individui debbono
riconoscere al di sopra di sé come norma valida, presuppone questa coscienza
normale. La filosofia è quindi la scienza della coscienza normale. Essa penetra
la coscienza empirica per stabilire in quali punti emerga in questa tale
validità universale normativa. È essa stessa un prodotto della coscienza
empirica, e non si contrappone a questa come qualcosa di proveniente dall’esterno;
ma poggia sulla convinzione costitutiva di ogni valore della vita umana che in
mezzo ai movimenti naturali della coscienza empirica abbia una necessità
superiore, e indaga i punti in cui questa viene alla luce. Questa coscienza in
generale è quindi un sistema di norme che, come valgono oggettivamente, così
devono pure valere soggettivamente, e tuttavia soltanto in parte valgono nella
realtà empirica della vita spirituale dell’uomo. Solamente in base ad essa si
determina il valore del reale. Queste norme rendono pertanto possibile
formulare valutazioni universalmente valide per la totalità degli oggetti che
vengono conosciuti, descritti e spiegati nei giudizi delle altre scienze. La
filosofia è la scienza dei princìpi della valutazione assoluta. Non si
incorrerebbe in contraddizione se si sostenesse che questa coscienza normale è
ciò che il linguaggio popolare intende propriamente col termine ragione , cioè
l'elemento sovraindividuale che deve valere universalmente, e perciò si
potrebbe chiamare la filosofia scienza della ragione. Ma preferisco rinunciare
a questa denominazione perché il termine ragione è stato usato dai filosofi
tedeschi con significati così diversi che il suo impiego in una definizione
sarebbe equivoco e darebbe luogo a vari malintesi. La filosofia come scienza
della coscienza normale è essa stessa un concetto ideale che non è realizzato e
la cui realizzazione come risulterà anche in seguito è possibile solo entro
certi limiti: le fondamenta per la sua costruzione sono state poste dalla
filosofia kantiana. Ma dal punto di vista di questo concetto anche ciò che si
chiama storia della filosofia, e che dev'essere trattato come tale, acquista
subito un altro aspetto ben definito. La validità della coscienza normale come
misura assoluta di valutazione logica, etica ed estetica sta sì, come
presupposto imprescindibile, a base di tutte le funzioni superiori dell’uomo e
soprattutto di quelle che, in quanto prodotti della cultura sociale, hanno come
contenuto la creazione e la conservazione di ciò che sta al di sopra
dell’arbitrio degli individui; ma si manifesta in primo luogo come
impregiudicata e ovvia subordinazione a una coscienza complessiva prodotta dal
processo necessario dell'anima del popolo. Soltanto in seguito alla scossa che
questo subisce subentra la riflessione su una misura ideale a cui tutti
dovrebbero piegarsi, e da tale riflessione si sviluppa la tendenza a elevarsi a
questa coscienza normale, a farla valere nella coscienza empirica. Ma lo
spirito umano non si identifica con questa coscienza ideale: esso sottostà alle
leggi del suo movimento naturale, e soltanto a tratti conduce a un risultato in
cui si afferma l’evidenza immediata della validità normativa. Il processo
storico dello spirito umano può quindi essere considerato dal punto di vista
secondo cui si è gradualmente manifestata in esso in mezzo al lavoro sui
singoli problemi, al mutare dei suoi interessi, all’intreccio dei suoi fili
particolari la coscienza delle norme, e secondo cui esso rappresenta, nel suo
movimento progressivo, una penetrazione sempre più profonda e comprensiva della
coscienza normale. Nulla impedisce di concepire, in base a questa
determinazione del concetto di filosofia, la progressiva consapevolezza delle
norme come il senso autentico della storia della filosofia. Questa è appunto
una delle linee che, muovendo da un saldo concetto della filosofia, si può
ricostruire all’interno della storia, senza però pretendere di abbracciare in
tal modo tutto il suo contenuto così ramificato. Questa linea corre lungo le
vette che, sull’ampio sfondo delle altre rappresentazioni, hanno raggiunto
l’etere della coscienza normale, e designa anche le più alte frastagliature
dello sviluppo storico-culturale. Infatti la riflessione sulle norme assolute è
semplicemente il prodotto di ogni attività culturale, e alla filosofia
rivendichiamo soltanto il compito di recarle alla coscienza nella loro
connessione e nella loro articolazione necessaria, attraverso una indagine
scientifica. Una storia della filosofia di questo genere sarebbe quindi una
scelta che dovrebbe mostrare il progresso graduale in cui lo spirito
scientifico ha lavorato alla soluzione del compito che abbiamo qui formulato.
Perciò essa non cessa affatto di essere una scienza empirica, come dev'essere
appunto ogni disciplina storica. Se si considera la storia dal punto di vista
di un compito da risolvere, allora si ha soprattutto il dovere di indicare il
processo causale attraverso cui essa ha proceduto per fasi successive alla sua
soluzione. I compiti non si realizzano da soli; essi vengono realizzati. Anche
le determinazioni della coscienza normale a cui il pensiero filosofico si
innalza sono venute alla luce nel processo naturale del movimento storico del
pensiero, come determinazioni di contenuto della coscienza empirica. La storia
della filosofia deve cogliere questa loro origine empirica, senza pregiudizio
del valore che ad esse spetta quando sono penetrate nella coscienza empirica in
virtù della loro evidenza normativa ?. Perciò questa concezione non dev'essere
interpretata nel senso che essa statuisca per esempio secondo la ricetta
hegeliana una misteriosa auto-realizzazione delle idee , in virtù della quale
le mediazioni empiriche appaiano come un accessorio non necessario. Nella
conoscenza empirica non abbiamo altro luogo in cui trasportare le idee
all’infuori delle teste degli uomini pensanti, e soltanto in queste esse sono,
se pervenute alla coscienza, forze determinanti e operanti. La storia della
filosofia non deve considerarle come fattori, ma deve spiegarle come prodotti.
Il principio che il filosofo trova diventa una forza operante nel movimento
empirico dello spirito solamente per il fatto che egli lo reca alla coscienza
come risultato del suo lavoro. Oppure il filosofo è forse qualcosa di diverso
che un uomo tra uomini? In realtà non gli è concessa una forza di pensiero di
tipo differente da tutti gli altri; ed egli stesso lo dimostra nel modo
migliore quando, con la pubblicazione delle sue opere, esprime il desiderio di
far pensare gli altri come lui e procede pertanto nonostante l’intuizione
intellettuale e simili doti mistiche dall’assunzione che gli altri debbano
compie re, sotto la sua guida, lo stesso suo movimento di pensiero. Ma le sue
idee non sono sorte in modo diverso da quelle degli altri. Come tutti quanti,
egli passa da una fanciullezza senza idee a una lenta maturazione;
dall'ambiente in cui è nato ed è stato educato assorbe conoscenze e punti di
vista che si fissano in lui come un tesoro di verità originario, ed egli le
arricchisce con la propria ricerca e il proprio giudizio. Ma l’orizzonte di
pensiero e la direzione d'interesse che gli pongono le questio a. L'autore ha
cercato di trattare la storia della filosofia da questo punto di vista,
abbozzato nel suo LeArbuch der Geschichte der Philosophie. Si vedano, nella
quarta edizione (Tibingen und Leipzig, 1907), l'introduzione e i paragrafi
conclusivi, e inoltre il saggio Geschichte der Philosophie, sopra citato. ni
rimangono pur sempre tracciati in modo inevitabile dalla somma complessiva di
ciò che ha fino a quel momento pensato e vissuto. Così dai lati più diversi,
dalle premesse più remote si forma come avviene in ogni uomo una massa di
rappresentazioni spesso eterogenea ma fusa in tutte le direzioni, un sistema
psichico che tende, come sempre, all’unificazione. Ma invece di accontentarsi,
come avviene nella maggior parte degli uomini, del compromesso superficiale tra
le rappresentazioni più visibilmente contrastanti, e invece di lasciarsi
imporre da una delle opinioni dominanti le linee più generali della concezione
del mondo, il quadro delle singole prospettive, l'individuo la cui attività
designamo come filosofia è in grado di cercare mediante il proprio sforzo di
riflessione in virtù della situazione personale, delle doti spirituali e
dell’energia del carattere una connessione unitaria delle sue rappresentazioni.
Non si deve però mai dimenticare che quest'attività di ricerca è completamente
condizionata in tutta la sua direzione e in tutta l’estensione del contenuto
rappresentativo, e quindi naturalmente anche nel suo risultato, dall'intera
massa del materiale di pensiero già esistente. Nessun principio filosofico cade
dal cielo o piove in grembo al filosofo, ma è il risultato conclusivo della sua
molteplice attività di pensiero. Che nella realizzazione definitiva di uno
stato di equilibrio certe rappresentazioni si dimostrino più potenti e
significative di altre, è cosa ovvia; ma questa forza e questa significatività
competono ad esse 12 primo luogo anche soltanto nelle condizioni statiche di
questo sistema individuale di rappresentazioni. Se al filosofo è capitato di
trovare, con uno sforzo maggiore o minore, un principio unitario per disporre
tutto il suo materiale ideale, le varie parti di questo materiale staranno però
chiaramente in un rapporto assai diverso con esso. Alcune e soprattutto quelle
che sono determinanti per cogliere tale principio si connettono facilmente e
quasi per proprio conto all'immagine del mondo così costituita; altre si dimostrano
invece più o meno refrattarie. Infatti altre opinioni, che provengono da
regioni completamente diverse e hanno un aspetto del tutto indifferente, devono
a volte accettare di essere spostate e trasformate a profitto di quel principio
fondamentale; questo apre ora anche nuovi ambiti di rappresentazione e nuove
conoscenze; di fronte ad esse le vecchie idee vengono relegate sullo sfondo e,
se non soppiantate del tutto, almeno parzialmente trasformate, continuando però
a costituire il materiale su cui soltanto può farsi 0 l’attività assimilatrice
e trasformatrice della nuova fora. Ma di rado vedremo un filosofo nella felice
situazione di mr disporre tutto il suo materiale rappresentativo in un’intima
relazione uniforme con il principio da lui scoperto; e tra le idee contrastanti
ve ne saranno sempre alcune che non cedono al nuovo principio, ma sono talmente
radicate nell’anima con la loro forza originaria che ad onta della loro
mancanza di relazione, o addirittura della loro contraddizione rispetto a quel principio
si conservano accanto ad esso e pretendono, con non minore forza, un posto
spesso assai significativo nell’intuizione umana del mondo. Ne derivano
smagliature e spaccature nel sistema, ma esse sono superate e nascoste nella
certezza soggettiva del filosofo. E quanto più energicamente egli cerca di
mantenere insieme le sue diverse convinzioni, tanto più lo vedremo incline a
cedere all’illusione di considerarle in accordo laddove in realtà non lo sono
affatto né possono diventarlo, oppure a ipotizzare tra di esse una connessione
che mai, per la loro stessa natura, possono acquisire. Si spiega così
l’eterogeneità degli elementi che, in numero più o meno grande, si trovano in
ogni sistema filosofico in un’antitesi altrimenti incomprensibile rispetto al cosiddetto
principio fondamentale. Anche la caratteristica circostanza che proprio in
questi punti i filosofi siano soliti insistere nel modo più rigido sulla
necessaria omogeneità di concezioni disparate, risulterà comprensibile se
riflettiamo che soltanto le convinzioni intimamente legate con la personalità
del filosofo possono mantenersi indipendenti dal principio appena scoperto, e
che un sentimento di certezza altrettanto salda fonde ora insieme
rappresentazioni altrimenti diverse, di modo che ne viene straordinariamente
rafforzata la capacità di scoprire, sotto la spinta di questo interesse,
passaggi e connessioni apparenti. Ma tutte queste mancanze di connessione e
queste contraddizioni con i loro artificiosi intrecci non potrebbero esistere
se un sistema filosofico crescesse in modo organico fin dall’inizio
completamente indipendente, in base all'impulso del suo principio fondamentale.
Esse sono invece del tutto comprensibili se abbiamo chiaro il fatto che il
molteplice materiale ideale, prodotto e trasmesso dai lati più diversi, deve
raccogliersi e fissarsi nella testa del filosofo molto tempo prima che questi
abbia anche soltanto pensato alla ricerca del suo principio; e che quindi tale
principio deve compiere più tardi, nell’assoggettare a sé il materiale
preesistente, un lavoro di difficoltà assai diversa e talora completamente
insolubile. La concezione teleologica della storia della filosofia dal punto di
vista della soluzione successiva di un compito espresso in un saldo concetto di
filosofia è quindi una considerazione che è giustificata in quanto tale, ed è
forse necessaria e auspicabile nell’interesse della filosofia così determinata.
Ma essa non costituisce di per sé sola tutta la storia della filosofia. La
storia è constatazione empirica e spiegazione empirica. Se anche nei confronti
di tale oggetto questo compito deve mantenere la sua purezza, esso richiede una
trattazione psicologica e storico-culturale. D'altra parte, però occorre
metterlo ancor più in risalto di fronte alle inclinazioni e alle tendenze
attuali la filosofia ha l’interesse più vivo a saper conosciuto e riconosciuto
il fatto che questo processo naturale ha condotto, in virtù della riflessione
sulla coscienza normale, a convinzioni che non esistono semplicemente come ne
esistono anche altre e che non sono pervenute a validità soltanto perché tale è
stato il risultato del corso delle rappresentazioni, ma che posseggono
l’assoluto valore di dover avere validità. Non bisogna dimenticare che questo
prodotto della necessità naturale si identifica con una necessità superiore,
quella normativa. Il movimento empirico del pensiero umano conquista alla
coscienza normale, l’una dopo l’altra, le sue determinazioni. Noi non sappiamo
se esso arriverà a un termine; ancor meno sappiamo se la successione storica,
in cui ci appropriamo di alcune di queste determinazioni, abbia un significato
che indichi una loro connessione interna. Per la nostra conoscenza, la
coscienza normale rimane un ideale di cui riusciamo a cogliere soltanto il
margine. Il pensiero umano può soltanto o, come scienza empirica, comprendere
il singolo dato nella sua connessione causale e nella sua determinatezza
fornita di valore, oppure, come filosofia, riflettere, con l’aiuto
dell’esperienza, sui princìpi evidenti di una valutazione assoluta. Una
comprensione completa della totalità della coscienza normale da un punto di
vista scientifico ci è negata. Nell’ambito della nostra esperienza traluce a
tratti l’ideale; e se dobbiamo essere convinti della realtà di una coscienza
normale assoluta, ciò riguarda la fede personale, non più la conoscenza
scientifica. È un prezioso privilegio del rettore quello di poter intrattenere
gli ospiti e i colleghi nell’anniversario della fondazione dell’università, su
un oggetto tratto dall’ambito della disciplina di cui egli si occupa: ma il
dovere che corrisponde a tale privilegio crea particolari preoccupazioni al
filosofo. Certamente, gli è relativamente facile trovare un tema che possa
contare con sicurezza su un interesse generale. Ma su questo vantaggio
prevalgono di gran lunga le difficoltà che comporta il modo specifico di
indagine della filosofia. Ogni lavoro scientifico è rivolto a collocare il suo
oggetto particolare in un ambito più vasto e a decidere le singole questioni
sulla base di prospettive più generali. E fin qui la filosofia si comporta come
le altre scienze; ma, mentre queste possono considerare, con una sicurezza
sufficiente per l'indagine specialistica, tali principi come saldi e dati, alla
filosofia è essenziale il fatto che il suo specifico oggetto di ricerca è
costituito appunto dai princìpi stessi e che quindi non può derivare le sue
decisioni da qualcosa di più generale, ma deve di volta in volta determinarsi
nel modo più generale. Per la filosofia in senso stretto non esiste alcuna
indagine specialistica: ogni suo problema particolare estende spontaneamente le
sue direttrici fino alle questioni ultime e supreme. Chi vuol parlare
filosoficamente di cose filosofiche deve avere sempre il coraggio di prendere
posizione in modo complessivo, e deve anche avere il coraggio, difficile da
conser * Geschichte und Naturwissenschaft (discorso rettorale tenuto
all'Università di Strasburgo, 1894), in Pràludien, Tiibingen, Verlag von J. C.
B. Mohr (traduzione di Barbera e R.). vare, di condurre i suoi uditori
nell’alto mare delle riflessioni più generali, dove la terraferma minaccia di
scomparire alla vista. Da tali riserve il rappresentante della filosofia
potrebbe sentirsi tentato o a tracciare soltanto un quadro storico della sua
disciplina o a trovare rifugio nella particolare scienza empirica che gli
indirizzi e le consuetudini accademiche ancora gli assegnano la psicologia.
Anch’essa offre una quantità di oggetti che toccano chiunque e la cui
trattazione promette un bottino tanto più sicuro quanto più vari sono i punti
di vista metodologici e oggettivi che il vivace movimento di questa disciplina
ha recato in luce negli ultimi decenni. Ma rinuncio a entrambe le vie d’uscita:
non voglio né sostenere l’idea che non esiste più filosofia ma soltanto storia
della filosofia, né quell’altra secondo cui la filosofia come Kant l’ha
nuovamente fondata potrebbe restringersi nell’angusta cornice della scienza
specialistica il cui valore conoscitivo è quello che Kant stesso stimava di meno
tra le discipline teoretiche. In un'occasione come l'odierna mi sembra invece
doveroso testimoniare che, anche nella sua forma attuale di rifiuto di ogni
pretesa metafisica, la filosofia si sente all’altezza di quelle grandi
questioni a cui deve non soltanto il contenuto significativo della sua storia,
ma anche il suo valore nella letteratura e la sua posizione nell’insegnamento
accademico. Così il rischio insito nel compito mi stimola a illustrare con un
esempio quell’impulso dell'indagine filosofica per cui ogni problema specifico
si allarga fino agli enigmi ultimi della visione umana del mondo e della vita,
e a mostrare qui la necessità con cui ogni tentativo di recare a intelligenza
piena quanto è apparentemente noto con chiarezza € semplicità ci spinge,
rapidamente e inarrestabilmente, fino ai confini estremi della nostra facoltà
conoscitiva, circondati di oscuri misteri. Se a questo scopo scelgo un tema
tratto dalla logica, e in particolare dalla metodologia, dalla teoria della
scienza, è perché penso che in questo modo possa venire in luce in modo
particolarmente chiaro e comprensibile l’intima connessione tra il lavoro
filosofico e il lavoro delle altre scienze. La filosofia non è mai stata né
vive estranea alla scienza in un mondo inventato col pensiero, ma è esistita e
sussiste in un ricco scambio reciproco con ogni conoscenza vitale della realtà
e con tutti i contenuti di valore della vita reale dello spirito. Se la sua
storia è stata la storia degli errori umani, il motivo risiede nel fatto che
essa assumeva in buona fede come compiute e certe, dalle teorie delle scienze
particolari, ciò che anche all’interno della scienza poteva valere al massimo
come verità in divenire. Questa connessione vitale tra la filosofia e le altre
discipline appare nel modo più chiaro proprio nello sviluppo della logica, che
non è mai stata altro se non la riflessione critica sulle forme di conoscenza
reale ad essa preesistenti. Mai un metodo fecondo si è sviluppato sulla base di
una costruzione astratta o di riflessioni meramente formali dei logici: ad essi
spetta soltanto il compito di recare alla sua forma universale ciò che è stato
eseguito con successo nelle singole scienze e di determinare in tal modo il suo
significato, il suo valore conoscitivo e i limiti della sua applicazione. Da
dove la logica moderna ha preso per menzionare l'esempio più eminente in
antitesi con la sua progenitrice greca, la rappresentazione matura dell’essenza
dell’induzione? Non dall’enfasi programmatica con cui l’ha raccomandata e scolasticamente
descritta Bacone, bensì dalla riflessione sull’efficace applicazione che questa
forma di pensiero ha ottenuto dai tempi di Keplero e di Galilei nel lavoro
specifico della ricerca naturale, raffinandosi e rafforzandosi da un problema
particolare all’altro. Sulle medesime connessioni riposano però ovviamente
anche i tentativi della logica moderna di tracciare, nel dominio del sapere
umano sviluppatosi in modo così vario, linee concettualmente determinate al
fine di delimitarne le singole province. Il mutevole predominio esercitato
negli interessi scientifici dell'età moderna dalla filologia, dalla matematica,
dalla scienza naturale, dalla psicologia, dalla storia, si rispecchia nei
diversi abbozzi di un sistema delle scienze, come si diceva una volta, o di una
classificazione delle scienze , come viene chiamata oggi. Gran parte di
responsabilità spetta alla tendenza universalistica che, disconoscendo
l’autonomia dei singoli campi del sapere, voleva sottoporre tutti gli oggetti
alla costrizione di un unico metodo, di modo che per l’articolazione delle
scienze restavano soltanto punti di vista oggettivi, cioè metafisici. L’uno
dopo l’altro il metodo meccanicistico, il metodo geometrico, il metodo
psicologico, il metodo dialettico, e da ultimo il metodo storico-evolutivo
hanno preteso di ampliare il loro dominio, dallo stretto campo della loro
feconda applicazione originaria, possibilmente a tutto l’ambito della
conoscenza umana. Quanto più grande appare il contrasto di queste diverse
tendenze, tanto più cresce per la riflessione della teoria logica il vasto
compito di realizzare una giusta ponderazione di quelle pretese e una
separazione equilibrata dei loro ambiti di validità attraverso le
determinazioni universali della dottrina della conoscenza. Grazie a Kant si è
compiuta la differenziazione metodologica della filosofia dalla matematica e,
nelle linee generali, anche dalla psicologia. Da allora il secolo xix ha
sperimentato accanto a una certa paralisi dell’impulso filosofico, all’inizio
sovraeccitato, una più varia molteplicità di tendenze e di movimenti nelle
scienze particolari: nell’appropriarsi di numerosi problemi di specie nuova
l’apparato metodologico si è modificato da tutte le parti, estendendosi e
raffinandosi in misura prima sconosciuta. Intanto i diversi procedimenti si
sono variamente intrecciati tra di loro, e nel momento in cui ognuno di essi
pretendeva una posizione dominante nella visione del mondo e della vita dei
nostri giorni, per la filosofia teoretica sorgevano nuove questioni. Su tali
questioni, senza pretendere affatto di esaurirle, intendo attirare la vostra
attenzione. Non occorre quasi menzionare il fatto che le divisioni alle quali
qui miro non possono riflettere l’articolazione che Ie scienze trovano nella
separazione delle facoltà universitarie. Questa è infatti sorta dai compiti
pratici delle università e dal loro sviluppo storico. Lo scopo pratico ha
spesso unificato ciò che da un punto di vista puramente teoretico doveva essere
separato, e ha staccato ciò che doveva essere strettamente unificato: lo stesso
motivo ha mescolato per vari versi le discipline propriamente scientifiche con
quelle pratiche e tecniche. Non si deve però pensare che ciò sia andato a tutto
detrimento dell’attività scientifica. Piuttosto, le relazioni pratiche hanno
anche qui avuto la conseguenza di provocare uno scambio tra i diversi campi del
sapere più ricco e vitale di quello prodotto nel caso delle più astratte
combinazioni di un materiale omogeneo, quali avvengono nelle accademie.
Tuttavia i mutamenti che gli ordinamenti delle facoltà delle università
tedesche hanno subito negli ultimi decenni, in modo particolare per quanto
riguarda quella che una volta era la facultas artium, indicano una certa
tendenza ad attribuire un'importanza maggiore ai motivi metodologici di
articolazione. Se si seguono questi motivi con un interesse soltanto teoretico,
si può anzitutto assumere come valido il fatto di contrapporre la filosofia e
quindi, come sempre, anche la matematica alle scienze empiriche. Le prime due
possono essere raccolte sotto il vecchio nome di scienze razionali , anche se
in un significato del termine assai differente e che non si può qui discutere
più da vicino. Basti per ora esprimere il loro carattere comune in forma
negativa, dicendo che non sono indirizzate immediatamente alla conoscenza di
qualcosa che è dato nell’esperienza, anche se le prospettive da esse acquisite
possono e debbono essere impiegate a tale scopo nelle altre scienze. A questo
momento oggettivo corrisponde, dal lato formale, un comune carattere logico, in
quanto entrambe la filosofia come la matematica non poggiano mai le loro
affermazioni su singole percezioni o su masse di percezioni, anche se
l’occasione di fatto, psico-genetica, delle loro indagini e delle loro scoperte
può risiedere in motivi empirici. Per scienze empiriche intendiamo invece
quelle che hanno il compito di conoscere una realtà comunque data e accessibile
alla percezione: la loro caratteristica formale consiste quindi nel fatto che
per la fondazione dei loro risultati hanno in ogni caso bisogno, accanto ai
presupposti assiomatici universali e alla correttezza del normale procedimento
di pensiero parimenti richiesta per ogni tipo di conoscenze, di una
constatazione dei fatti attraverso la percezione. Per la divisione di queste
discipline dirette alla conoscenza del reale è attualmente corrente la
distinzione tra scienze della natura e scienze dello spirito: io la considero
però, in questa forma, poco felice. Quella tra natura e spirito è un’antitesi
oggettiva che è pervenuta a una posizione predominante al tramonto del pensiero
antico e agli inizi di quello medievale, e che nella metafisica moderna si è
fatta valere, con la massima decisione, da Descartes e da Spinoza fino a
Schelling e a Hegel. Se giudico correttamente la disposizione della filosofia
più recente e le conseguenze della critica gnoseologica, questa separazione
rimasta aderente al modo generale di rappresentazione e di espressione non può
più ora venir ritenuta così sicura e ovvia da diventare senza riesame il
fondamento di una classificazione. A ciò si aggiunga il fatto che a
quest’antitesi tra oggetti non corrisponde un’antitesi tra modi di conoscenza.
Se Locke tradusse il dualismo cartesiano in una formula soggettiva,
contrapponendo percezione esterna a percezione interna (sensation e reffection)
come organi distinti di conoscenza da un lato del mondo corporeo esterno, della
natura, dall'altro del mondo spirituale interno, la critica della conoscenza
dell’epoca più recente ha fatto sempre più vacillare questa concezione e ha per
lo meno posto fortemente in dubbio la legittimità dell’assunzione di una
percezione interna come modo particolare di conoscenza. Non è neppure ormai
possibile ammettere che i fatti delle cosiddette scienze dello spirito siano
fondati semplicemente sulla percezione interna. Ma l’incongruenza tra un
principio oggettivo e un principio formale di divisione si manifesta
soprattutto nel fatto che tra la scienza della natura e la scienza dello
spirito non è possibile inserire una disciplina empirica di tanta importanza
come la psicologia, la quale dev'essere caratterizzata in base all'oggetto solo
come scienza dello spirito e, in certo senso, come il fondamento di tutte le
altre scienze, mentre il suo intero procedimento, il suo comportamento
metodologico, è dall’inizio alla fine quello delle scienze della natura. Perciò
essa ha dovuto accettare talvolta la designazione di scienza naturale del senso
interno o anche quella di scienza della natura spirituale . Una divisione che
mostri difficoltà di tal genere non ha alcuna consistenza dal punto di vista
sistematico: ma per ottenerla ha forse bisogno soltanto di piccole
trasformazioni nella sua formulazione concettuale. In che cosa consiste
l'affinità metodologica della psicologia con le scienze naturali? Evidentemente
nel fatto che anch'essa, al pari di queste, constata, raccoglie ed elabora i
fatti soltanto dal punto di vista e allo scopo di intendere la conformità a
leggi generali a cui questi fatti sono sottoposti. Certamente la diversità
degli oggetti comporta che i metodi particolari di accertamento dei fatti,
nonché il modo della loro utilizzazione induttiva e la formulazione alla quale
possono venir ricondotte le leggi scoperte, siano molto differenti; e sotto
questo aspetto la distanza della psicologia, per esempio, dalla chimica è di
poco maggiore a quella che intercorre tra la meccanica e la biologia. Ma ed è
questo che qui importa tutte queste differenze di carattere oggettivo stanno in
secondo piano rispetto all'identità logica che tali discipline posseggono per
quanto riguarda il carattere formale dei loro fini conoscitivi: esse cercano
sempre leggi dell’accadere sia che si tratti di un movimento di corpi, di una
trasformazione di materia, di uno sviluppo della vita organica o di un processo
del rappresentare, del sentire e del volere. Viceversa, la maggior parte delle
discipline empiriche, che sono state da parte di altri designate come scienze
dello spirito, è decisamente diretta a rappresentare nel modo più compiuto ed
esauriente un evento singolo, più o meno esteso, con una sua realtà singolare e
limitata nel tempo. Anche da questo lato gli oggetti e gli strumenti tecnici
particolari con cui è assicurata la loro comprensione sono quanto mai diversi.
Si può infatti trattare di un singolo avvenimento o di una serie complessiva di
azioni e di vicende, dell'essenza e della vita di un singolo uomo o di un
intero popolo, del carattere specifico e dello sviluppo di una lingua, di una
religione, di un ordinamento giuridico, oppure di un prodotto letterario,
artistico, scientifico e ognuno di questi oggetti richiede una trattazione
adeguata alla sua particolare fisionomia. Ma sempre lo scopo conoscitivo rimane
quello di riprodurre e di intendere nella sua realtà di fatto una formazione della
vita umana, che si è presentata nella sua configurazione singolare. È chiaro
che con ciò si designa l’intero ambito delle discipline storiche. Noi ci
troviamo quindi di fronte a una divisione puramente metodologica delle scienze
empiriche, che deve essere fondata su concetti logici sicuri. Il principio di
divisione è costituito dal carattere formale dei loro fini conoscitivi. Le une
cercano leggi generali, le altre fatti storici particolari: per esprimerci nel
linguaggio della logica formale, il fine delle une è il giudizio generale,
apodittico, mentre quello delle altre è la proposizione singolare, assertoria.
Questa distinzione si ricollega così a quell’importantissimo e decisivo
rapporto presente nell’intelletto umano, che fu riconosciuto da Socrate come la
relazione fondamentale di ogni pensiero scientifico: il rapporto
dell’universale con il particolare. A partire da questo punto si è divisa la
metafisica antica, in quanto Platone cercava la realtà negli immutabili
concetti di genere, mentre Aristotele la cercava nell’essere singolo che si
sviluppa secondo uno scopo. La moderna scienza della natura ci ha insegnato a
definire ciò che è in base alle necessità durevoli dell’accadere che in esso sì
compie; ha messo la legge naturale al posto dell’idea platonica. Perciò
possiamo dire che nella conoscenza del reale le scienze empiriche cercano o il
generale nella forma di legge di natura o il singolare nella forma storicamente
determinata; esse considerano da un parte la forma sempre permanente,
dall’altra il contenuto singolare, in sé determinato, dell’accadere reale. Le
prime sono scienze di leggi e le seconde sono scienze di avvenimenti; quelle
insegnano ciò che è sempre, e queste ciò che è stato una volta. Il pensiero
scientifico se è consentito elaborare nuove espressioni è nel primo caso
n0motetico, nel secondo idiografico. Se vogliamo attenerci alle vecchie
espressioni, possiamo pure parlare in questo senso di un’antitesi tra
discipline naturali e discipline storiche, fermo restando che in questo senso
metodologico lo psicologia dev’essere senz’altro compresa tra le scienze
naturali. In generale, rimane da considerare che quest’antitesi metodologica
classifica solo il modo di trattazione e non il contenuto del sapere. Resta
possibile ed è di fatto vero che gli stessi oggetti possono essere sottoposti a
un'indagine nomotetica e al tempo stesso a un'indagine idiografica. Ciò dipende
dal fatto che l’antitesi tra il sempre eguale e il singolare è, per un certo
verso, relativa. Ciò che all’interno di periodi di tempo assai grandi non
subisce nessun mutamento immediatamente percepibile e può quindi venir
considerato nomoteticamente in base alle sue forme immutabili, può tuttavia
risultare da una prospettiva ulteriore valido per un periodo di tempo pur
sempre limitato, cioè qualcosa di singolare. Così una lingua è dominata, in
tutte le applicazioni particolari, dalle sue leggi formali, che rimangono le
medesime in ogni mutamento dell’espressione; ma d’altra parte questa stessa
lingua particolare, con le sue specifiche leggi formali, è soltanto una
manifestazione singolare e transitoria nella vita linguistica dell’uomo. Lo
stesso vale per la fisiologia del corpo, per la geologia e in un certo senso
perfino per l'astronomia: con ciò il principio storico viene trasferito nel
campo delle scienze naturali. L’esempio classico a questo proposito è
costituito dalla scienza della natura organica. Come sistematica, essa riveste
carattere nomotetico in quanto, nel paio di millenni per cui è stata finora
condotta l’osservazione umana, può considerare i tipi identici dell'essere
vivente come la loro forma conforme a leggi. In quanto storia dello sviluppo,
che rappresenta l’intera successione degli organismi terrestri come un processo
di discendenza o di trasformazione che si compie gradualmente nel corso del
tempo e la cui ripetizione su qualche altro pianeta non soltanto non possiede
nessuna garanzia di certezza, ma neppure qualche probabilità, essa è invece una
disciplina idiografica, cioè storica. Già Kant, anticipando il concetto della
moderna teoria della discendenza, chiamava colui che avesse osato affrontare
quest’ avventura della ragione col nome di futuro archeologo della natura . Se
ci chiediamo come la teoria logica si sia finora atteggiata nei confronti di
quest’antitesi decisiva tra le scienze particolari, ci imbattiamo esattamente
nel punto in cui questa è rimasta più che altrove bisognosa di riforma. Il suo
intero sviluppo mostra la più decisa predilezione per le forme di pensiero
nomotetico. Certamente si tratta di un fatto ben spiegabile. Dal momento che
ogni ricerca e dimostrazione scientifica si svolge nella forma del concetto,
l’indagine sull’essenza, sulla fondazione e sull’applicazione di ciò che è
generale rimane l'interesse più prossimo e più importante della logica. A ciò
si aggiunga l'influenza del corso storico. La filosofia si è sviluppata
muovendo da ricerche di scienza naturale, dalla questione della pbsic, cioè
dalla permanenza dell'essere nel mutare dei fenomeni; e seguendo un corso
parallelo che non mancava neppure della mediazione causale rappresentata dalla
tradizione storica del Rinascimento la filosofia moderna è pervenuta alla
propria autonomia con l’aiuto della scienza della natura. Perciò non poteva
accadere se non che la riflessione logica si rivolgesse in primo luogo alle
forme di pensiero nomotetico, facendo dipendere durevolmente da queste le sue
teorie generali. Ciò vale ancor sempre: tutta la nostra dottrina tradizionale
del concetto, del giudizio e del sillogismo è ancor sempre ritagliata sul
presupposto aristotelico che il principio generale sta al centro dell'indagine
logica. Basta aprire un qualsiasi manuale di logica per convincersi che non
soltanto la grande maggioranza degli esempi viene scelta dalle discipline
matematiche e dalle scienze naturali, ma che anche i logici che si mostrano
pienamente sensibili al carattere specifico della ricerca storica cercano pur
sempre i punti di riferimento ultimi delle loro teorie sul versante del
pensiero nomotetico. Sarebbe auspicabile ma le premesse in questo senso sono
ancora troppo scarse che la riflessione logica rendesse giustizia alla grande
realtà presente nel pensiero storico, nella stessa misura in cui ha inteso
cogliere le forme dell'indagine naturale fin nei suoi particolari. Concedetemi
per ora di considerare un po’ da vicino il rapporto tra sapere nomotetico e
sapere idiografico. Come si è detto, all’indagine naturale e alla conoscenza
storica è comune il carattere di scienza empirica: entrambe hanno cioè come
punto di partenza o, in termini logici, come premesse delle loro dimostrazioni
delle esperienze, dei fatti della percezione. Esse coincidono inoltre nel fatto
che né l’una né l’altra possono appagarsi di ciò che l’uomo ingenuo pensa
solitamente di esperire. Entrambe hanno bisogno, come loro fondamento, di
un'esperienza scientificamente purificata, criticamente vagliata e sottoposta a
esame nel lavoro concettuale. Nella stessa misura in cui bisogna disciplinare
accuratamente i propri sensi per stabilire le sottili distinzioni presenti
nella conformazione di esseri strettamente imparentati, per vedere con successo
attraverso un microscopio, per cogliere con sicurezza Îa sincronia
dell’oscillazione di un pendolo e della posizione di una lancetta, nello stesso
modo occorre fatica per determinare il carattere specifico di una scrittura,
per osservare lo stile di uno scrittore o per cogliere l'orizzonte spirituale e
l'ambito di interessi di una fonte storica. Per natura l’una e l’altra cosa
possono essere fatte soltanto in maniera imperfetta. Se quindi la tradizione
del lavoro scientifico ha fatto sorgere, in entrambe le direzioni, una quantità
di strumenti tecnici sempre più raffinati di cui il discepolo della scienza si
appropria nella pratica ogni metodo specifico poggia da un lato su punti di
vista oggettivi già acquisiti o per lo meno accolti in via ipotetica,
dall’altro su connessioni logiche spesso assai complicate. Qui occorre
osservare di nuovo che finora l’interesse della logica si è rivolto molto di
più alla tendenza nomotetica che alla tendenza idiografica. Sul significato
metodologico degli strumenti di precisione, sulla teoria dell’esperimento,
sulla determinazione della probabilità in base a molteplici osservazioni di un
medesimo oggetto, e su questioni analoghe, si hanno indagini logiche
approfondite; ma i problemi paralleli della metodologia storica non hanno
trovato eguale attenzione da parte della filosofia. Ciò è connesso con il fatto
che com'è nella natura stessa della cosa, e come conferma la storia l’ingegno e
l’opera della filosofia e della scienza naturale si sono incontrati molto più
spesso di quanto non sia avvenuto tra la filosofia e la storia. Eppure sarebbe
di estremo interesse per la dottrina generale della conoscenza portare alla
luce le forme logiche in base alle quali si compie, nella ricerca storica, la
critica reciproca delle percezioni, formulare le massime di interpolazione
delle ipotesi e determinare così anche qui quale parte assumono nell’edificio
della conoscenza del mondo, che si sorregge reciprocamente con tutti i suoi
elementi, da una parte i fatti e dall’altra i presupposti generali con cui li
interpretiamo. Tutte le scienze empiriche coincidono in definitiva però nel
principio ultimo, che consiste nell’accordo senza contraddizione di tutti gli
elementi della rappresentazione relativi al medesimo oggetto: la distinzione
tra indagine naturale e storia ha inizio soltanto dove si tratta di utilizzare
i fatti a scopo conoscitivo. Qui vediamo che l’una cerca leggi, l’altra forme.
Nella prima il pensiero conduce dall’accertamento del particolare
all'apprendimento di relazioni generali, mentre nella seconda esso si arresta
alla caratterizzazione accurata del particolare. Per lo scienziato naturale il
singolo oggetto dato alla sua osservazione non possiede mai, in quanto tale,
valore scientifico; esso gli serve solo in quanto si ritiene giustificato a
considerarlo come un tipo, come un caso specifico di un concetto di genere, e a
trarne fuori questo concetto: in ciò egli riflette soltanto su quei caratteri
che sono appropriati alla comprensione di una generalità conforme a leggi. Allo
storico si pone invece il compito di far rivivere una formazione del passato
nella sua intera configurazione individuale, rendendola idealmente presente.
Egli deve compiere nei confronti di ciò che è realmente esistito un’opera
analoga a quella dell’artista nei confronti di ciò che è nella sua fantasia.
Qui ha le sue radici l’affinità della creazione storica con quella estetica,
delle discipline storiche con le Belles lettres. Da ciò consegue che nel
pensiero naturalistico predomina la tendenza all’astrazione, nel pensiero
storico quella all’intuitività. Quest’affermazione risulterà inattesa soltanto
a chi si è abituato a limitare materialisticamente il concetto di intuizione
alla recezione psichica di ciò che è presente in modo sensibile, e ha
dimenticato che c’è intuitività cioè vitalità individuale di ciò che è presente
idealmente tanto per l’occhio dello spirito quanto per l'occhio del corpo.
Certamente quella concezione materialistica è al giorno d’oggi molto diffusa,
ma suscita serie riserve. Quanto più ci si abitua, ovunque si presentano delle
rappresentazioni, a mettere in evidenza il più possibile quel che vi è da
toccare e da vedere, tanto più si espone la spontanea facoltà dell’intuizione a
causa del prevalere dell’intuizione ricettiva al pericolo di rattrappirla per
mancanza di esercizio, e poi ci si meraviglia quando la fantasia sensibile
diventa pigra e incapace di funzionare non appena non può più toccare e vedere
in modo corporeo. Per la pedagogia vale infatti lo stesso che per l’arte, e in
particolare per l’arte drammatica, dove oggi ci si dà ogni pena per tenere
impegnati gli occhi, sicché non rimane più nulla per l’intuizione interiore
delle forme poetiche. Che però la forza dell’indagine naturale consista
nell’astrazione e invece quella della storia nell’intuitività, risalta ancor
più chiaramente se si comparano i risultati della loro ricerca. Per quanto
intricato possa essere il lavoro concettuale di cui la critica storica ha
bisogno per elaborare i dati della tradizione, il suo fine ultimo è tuttavia
quello di trarre fuori dalla massa del materiale la vera forma del passato per
tradurlo in chiarezZa piena di vita; ciò che essa fornisce sono immagini di
uomini e di vita umana, con tutta la ricchezza delle loro configurazioni
singolari, conservate nella loro piena vitalità individuale. Così per bocca
della storia ci parlano lingue e popoli passati, sollevati dalla dimenticanza a
nuova vita, e così pure la loro fede e le loro figure, la loro lotta per il
potere e per la libertà, la loro poesia e il loro pensiero. Quanto diverso è il
mondo che l'indagine naturale costruisce davanti ai nostri occhi! Per quanto
intuitivi possano essere i suoi punti di partenza, i suoi scopi conoscitivi
sono le teorie, sono le formulazioni in ultima istanza matematiche delle leggi
del movimento: essa lascia dietro di sé in modo autenticamente platonico la
singola cosa sensibile che nasce e perisce, in un’apparenza priva di realtà, e
aspira alla conoscenza della necessità legale che domina, in un'immutabilità
atemporale, ogni accadere. Dal variopinto mondo dei sensi essa estrae un
sistema di concetti costruttivi entro cui vuol cogliere la vera essenza delle
cose che sta dietro i fenomeni, un mondo di atomi, incolore e muto, senza la
terrestre fragranza delle qualità sensibili il trionfo del pensiero sulla
percezione. Indifferente a ciò che è transitorio, essa getta la sua àncora in
ciò che rimane eternamente eguale a se stesso. Non cerca il mutevole in quanto
tale, ma la forma immutabile del mutamento. Ma se l’antitesi tra i due tipi di
scienze empiriche è così profonda, si comprende perché tra di esse deve
scoppiare, ed è di fatto scoppiata, la battaglia per esercitare un'influenza
decisiva sulla visione generale del mondo e della vita. Ci si domanda che cosa
sia più prezioso per lo scopo complessivo della nostra conoscenza, se il sapere
concernente le leggi o quello riguardante gli eventi, se la comprensione
dell’universale essenza atemporale o quella dei singoli fenomeni temporali. È
chiaro fin dall’inizio che questa questione può venir decisa soltanto in base a
una riflessione sui fini ultimi del lavoro scientifico. Mi limito ad accennare
di sfuggita alla valutazione che si fonda sull’utilità. Di fronte ad essa
entrambe le direzioni di pensiero sono in egual misura legittime. Il sapere
riguardante leggi generali ha sempre il valore pratico di rendere possibile la
previsione di situazioni future e l’intervento in vista di scopi dell’uomo nel
corso delle cose. Ciò vale sia per i movimenti del mondo interno sia per quelli
del mondo materiale esterno: nell’ultimo, in particolare, la conoscenza
acquisita in virtù del pensiero nomotetico consente la produzione degli
strumenti con cui si amplia in misura sempre crescente il dominio dell’'uomo
sulla natura. Ma l’attività diretta a scopi nella vita comune dell’uomo dipende
in grado non minore dalle esperienze del sapere storico. L'uomo è per variare
un antico detto l’animale che ha una storia. La sua vita culturale è una
connessione storica che diventa più spessa di generazione in generazione: chi
vuole entrare in questa per cooperarvi in modo attivo deve possedere la
comprensione del suo sviluppo. Una volta spezzatosi questo filo bisogna poi lo
ha mostrato la storia stessa rintracciarlo e riannodarlo di nuovo con fatica.
Se la cultura contemporanea dovesse essere sepolta a causa di un evento
elementare o nella configurazione esterna del nostro pianeta o nella
configurazione interna del mondo umano possiamo star certi che le generazioni
successive ne scaveranno con diligenza le vestigia così come noi facciamo con
quelle dell’antichità. Già per questi motivi l'umanità deve portare il suo
grande fardello storico, e se col trascorrere del tempo esso minaccia di diventare
sempre più pesante, al futuro non mancheranno i mezzi per alleggerirlo con
cautela e senza danno. Ma non è questo l’utile in questione: qui si tratta
infatti del valore intimo del sapere, non certamente della soddisfazione
personale che il ricercatore ha nel suo conoscere, e soltanto in virtù di esso.
Questo godimento soggettivo che proviene dalla scoperta e dall’accertamento è
in definitiva presente in egual modo in ogni tipo di sapere. La sua misura
viene determinata molto meno dall’importanza dell’oggetto che dalla difficoltà
dell'indagine. Senza dubbio vi sono accanto a ciò distinzioni oggettive, c
quindi puramente teoretiche, nel valore conoscitivo degli oggetti: ma la loro
misura non è altro che il grado in cui essi contribuiscono alla conoscenza complessiva.
L’elemento singolo rimane oggetto di curiosità oziosa se non diventa pietra di
costruzione in una struttura più generale. In senso scientifico il fatto è così
già un concetto teleologico. Non una qualsiasi realtà costituisce un fatto per
la scienza, ma soltanto ciò da cui per dirla in breve essa può apprendere
qualcosa. Questo vale soprattutto per la storia. Accadono molte cose che non
sono fatti storici. Che nel 1780 Goethe si sia fatto costruire una campana di
casa e una chiave, e il 22 febbraio una cassetta per le lettere, è documentato
dal conto di un fabbro tramandato in modo assolutamente autentico: ciò è quindi
accaduto del tutto realmente e con certezza, ma non per questo è un fatto
storico né storico-letterario, né biografico. Si deve d’altra parte obiettare
che è impossibile, entro certi limiti, decidere in anticipo se al singolo
elemento, a ciò che si offre all’osservazione o alla tradizione, spetti o no
questo valore di fatto. Perciò la scienza deve fare come Goethe in tarda età:
fare provvista, raccogliere ciò di cui può impadronirsi, paga dell’idea di non
trascurare nulla di ciò che potrebbe utilizzare in seguito, e della fiducia che
il lavoro delle generazioni future nella misura in cui non ne sarà impedito
dalle vicende esteriori della tradizione conserverà, come un grande setaccio,
quanto è utilizzabile e lascierà cadere ciò che è inutile. Ma questo scopo
essenziale di ogni sapere particolare, cioè lo scopo di inserirsi in un grande
complesso unitario, non è affatto limitato alla subordinazione induttiva del
particolare al concetto di genere o al giudizio universale: esso si realizza in
egual misura dove la caratteristica singola diventa elemento significativo di
un’intuizione complessiva. Quell’attenersi a ciò che è conforme al genere è una
unilateralità del pensiero greco, diffusasi dagli Eleati fino a Platone, che
trovava il vero essere, come la vera conoscenza, soltanto nell’universale. Da
lui si è poi trasmessa fino ai giorni nostri, in cui Schopenhauer si è fatto
portavoce di questo pregiudizio rifiutando alla storia il valore di scienza
autentica perché essa coglierebbe sempre il particolare, e mai l’universale. È
certamente esatto che l'intelletto umano può rappresentarsi il molteplice
soltanto perché coglie il contenuto comune dei singoli elementi dispersi; ma
quanto più aspira al concetto e alla legge, tanto più deve lasciare dietro di
sé il singolare in quanto tale, dimenticarlo e abbandonarlo. È ciò che vediamo
laddove si tenta, in modo specificamente moderno, di fare della storia una
scienza naturale , come si è proposta la cosiddetta filosofia della storia del
positivismo. Che cosa rimane in definitiva, in una simile induzione di leggi,
della vita dei popoli? Un paio di banali generalità, che si fanno scusare
soltanto se accompagnate da un’accurata analisi delle loro numerose eccezioni.
Di fronte a ciò occorre tener fermo il fatto che ogni interesse e ogni
valutazione, ogni determinazione di valore dell’uomo si riferiscono al singolo
e a ciò che è singolare. Pensiamo soltanto come si indebolisce presto il nostro
sentimento non appena il suo oggetto si moltiplica o si mostra come un caso
eguale tra mille. Non è la prima così suona uno dei passi più crudeli del
Faust!. Nella singolarità e nell’incomparabilitàdell'oggetto si radicano tutti
i nostri sentimenti di valore. Su ciò poggia la dottrina spinoziana del
superamento dei moti dell’animo attraverso la conoscenza: per essa la
conoscenza è infatti un tuffarsi del particolare nell’universale, del singolare
nell'eterno. Ma che ogni valutazione vitale dell’uomo dipenda dall’unicità
dell’oggetto, risulta anzitutto dalla nostra relazione con le personalità. Non
è forse un'idea insopportabile che un essere caro e amato possa esistere tal
quale anche soltanto una seconda volta? Non è pauroso e impensabile che debba
esistere nella realtà un secondo esemplare di noi stessi, con questa nostra
peculiarità individuale? Di qui l’orrore, la spettralità inerente alla
rappresentazione del sosia anche se a una distanza temporale molto grande. È sempre
stato per me penoso il fatto che un popolo pieno di gusto e di sentimenti
raffinati come quello greco si sia abbandonato alla dottrina, che attraversa
tutta la sua filosofia, secondo cui nel ricordo periodico di tutte le cose deve
ritornare anche la personalità, con tutto il suo agire e il suo patire. Come è
svalutata la vita se si conosce con esattezza quante volte è già esistita e
quante volte si ripeterà! com'è spaventosa l’idea che già una volta io sono
vissuto e ho sofferto, ho desiderato e lottato, amato e odiato, pensato e
voluto, e che quando il grande anno cosmico è trascorso e il tempo ritorna,
devo recitare sempre di nuovo lo stesso ruolo sulla stessa scenal E ciò che
vale per la vita individuale dell’uomo vale ancor più per l’insieme del processo
storico: esso ha valore soltanto se è singolare. Questo è il principio che la
filosofia cristiana ha vittoriosamente affermato nella Patristica contro
l’Ellenismo. Al centro della visione del mondo erano in primo piano la caduta e
la redenzione del genere umano come fatti singolari. Si trattava della prima
grande e forte percezione dell’inalienabile diritto metafisico della conoscenza
storica, ossia del diritto di mantenere il passato, in questa sua realtà
singolare, per il ricordo dell’umanità. 1. GoerHE, parte I, scena Giornata cupa
campagna (è la scena in prosa, immediatamente successiva al Sogno della notte
di Valpurga ). D'altra parte le scienze idiografiche hanno però bisogno a ogni
passo di princìpi generali, che possono prendere a prestito in una fondazione
completamente corretta soltanto dalle discipline nomotetiche. Ogni spiegazione
causale di un processo storico presuppone rappresentazioni generali del corso
delle cose; e se si vuol ricondurre le dimostrazioni storiche alla loro pura
forma logica, esse conservano sempre come premesse supreme le leggi naturali
dell’accadere, in particolare dell’accadere psichico. Chi non avesse alcuna
notizia del modo in cui gli uomini pensano, sentono e vogliono, non
naufragherebbe soltanto nell’abbracciare insieme i singoli eventi per giungere
alla conoscenza degli avvenimenti, ma già nell’accertamento critico dei fatti.
È certamente assai strano con quanta indulgenza siano state in fondo accolte le
pretese della scienza dello spirito nel campo della psicologia. Il grado
notoriamente molto imperfetto con cui sono state finora formulate le leggi
della vita psichica non è mai stato di impedimento agli storici: in virtù di
una conoscenza naturale dell’uomo, in virtù della sensibilità e dell’intuizione
geniale essi sapevano quel che basta a intendere gli eroi e le loro azioni
storiche. Ciò dà molto da pensare e mette seriamente in dubbio se la concezione
dei processi psichici elementari, impostata dai moderni secondo uno schema
matematico-naturale, possa fornire un contributo apprezzabile alla nostra
comprensione della vita reale dell’uomo. Nonostante tali insufficienze di
realizzazione nel caso singolo appare chiaramente che nella conoscenza
complessiva, in cui ogni lavoro scientifico deve in definitiva unificarsi,
questi due momenti rimangono l’uno accanto all’altro nella loro particolare
posizione metodologica. Quella conformità delle cose a leggi generali offre il
saldo quadro della nostra immagine del mondo esprimendo, al di sopra di ogni
mutamento, l'essenza eternamente eguale del reale; e all’interno di questo
quadro si dispiega alla memoria della specie la connessione vivente di tutte le
singole configurazioni fornite di valore per l'umanità. Questi due momenti del
sapere umano non possono essere ricondotti a una fonte comune. Certamente la
spiegazione cau-sale del singolo accadimento con la sua riduzione a leggi
generali induce a ritenere che dovrebbe essere possibile, in ultima istanza,
comprendere in base alla conformità delle cose a leggi naturali anche la particolare
configurazione storica dell’evento reale. Così Leibniz riteneva che tutte le
vérités de fai: abbiano le loro cause sufficienti nelle vérizés eternelles. Ma
egli poteva postularlo soltanto per il pensiero divino, non realizzarlo per
quello umano. È possibile illustrare questo punto con un semplice schema
logico. Nella considerazione causale qualsiasi evento particolare assume la
forma di un sillogismo in cui la premessa maggiore è una legge naturale, ossia
un certo numero di necessità legali, la premessa minore è una condizione data
nel tempo o un complesso unitario di condizioni del genere, e infine la
conclusione è il singolo avvenimento reale. Nello stesso modo in cui la
conclusione presuppone dal punto di vista logico le due premesse, l’accadere
presuppone due specie di cause: da un lato la necessità atemporale in cui si
esprime l’essenza durevole delle cose, dall’altro la condizione particolare che
si presenta in un determinato momento del tempo. La causa di un'esplosione è
nel primo significato quello nomotetico la natura del materiale esplosivo che
esprimiamo in forma di leggi fisico-chimiche, mentre nell’altro significato
quello idiografico è un movimento singolo, cioè una scintilla, una vibrazione o
qualcosa di simile. Soltanto i due elementi presi insieme causano e spiegano
l'avvenimento, ma nessuno è una conseguenza dell’altro: la loro connessione non
appare fondata in essi stessi. Quanto poco la premessa minore presente nella
sussunzione sillogistica è una conseguenza di quella maggiore, altrettanto poco
nel corso dell’accadere la condizione che si aggiunge all’essenza universale
della cosa può essere derivata da questa essenza legale. Occorre piuttosto
ricondurre a sua volta questa condizione, in quanto evento temporale, a
un’altra condizione temporale da cui essa è derivata secondo una necessità
legale; e così via 17 infinitum. Non si può pensare concettualmente un termine
iniziale di questa serie infinita; e anche quando si tenti di rappresentarlo,
la situazione iniziale risulterà pur sempre qualcosa di nuovo che si aggiunge
all’essenza universale delle cose, senza derivare da essa. Spinoza ha espresso
questo punto attraverso la distinzione tra due forme di causalità, quella
infinita e quella finita, e ha così eliminato con geniale semplicità molte
obiezioni su cui i logici moderni si sono affannati 2 proposito del problema
della pluralità delle cause. Nel linguaggio della scienza odierna si potrebbe
dire che lo stato presente del mondo consegue dalle leggi generali della natura
soltanto presupponendo lo stato immediatamente precedente, e questo a sua volta
presupponendo il suo precedente, e così via; ma una particolare determinata
disposizione degli atomi non deriva mai dalle leggi generali del movimento. Da
nessuna formula universale si può pervenire immediatamente alla particolarità
di un singolo punto temporale: a questo scopo occorrerebbe ancor sempre la
subordinazione alla legge dello stato precedente. Dal momento che non esiste
alcun termine fondato su leggi generali al quale si possa pervenire seguendo a
ritroso la catena causale delle condizioni, nessuna sussunzione sotto quelle
leggi può aiutarci ad analizzare il dato temporale fino ai suoi fondamenti
ultimi. In ogni esperienza storica e individuale rimane quindi per noi un
residuo di incomprensibilità qualcosa che non può essere espresso né definito.
In tal modo l'essenza ultima e intima della personalità resiste all’analisi
condotta con categorie generali; e questo elemento impenetrabile si manifesta
alla nostra coscienza come il sentimento dell’irriducibilità causale del nostro
essere, cioè come il sentimento della libertà individuale. A questo punto è già
venuta fuori una quantità di concetti e di problemi metafisici. Per quanto
quelli possano essere infelici e questi mal posti, ne sussiste pur sempre il
motivo. L'insieme del dato temporale si manifesta nella sua indeducibile
autonomia accanto alla conformità a leggi generali in base alle quali esso pure
si realizza. Il contenuto dell’accadere del mondo non può essere compreso in base
alla sua forma. Su questo scoglio sono naufragati tutti i tentativi di derivare
concettualmente il particolare dal generale, i molti dall’uno, il finito dall’
infinito , l’esistenza dall’ essenza . Si tratta di una frattura che i grandi
sistemi di spiegazione filosofica del mondo sono soltanto riusciti a
nascondere, ma non a riempire. Ciò è quanto vide Leibniz allorché indicò
l’origine delle vérités eternelles nell’intelletto divino e l'origine delle
vérités de fait nella volontà divina. Ciò è quanto vide Kant allorché trovò nel
felice ma inafferrabile fatto che tutto quanto è dato nella percezione può
essere ricondotto sotto le forme dell’intelletto, e quindi ordinato e compreso,
un indizio di connessioni teleologiche divine che va molto al di là del nostro
sapere teoretico. Di fatto nessun pensiero può fornire risposte conclusive a
tali questioni. La filosofia può mostrare fin dove giunge la forza conoscitiva
delle singole discipline; ma al di là di queste, neppure essa può conquistare
un punto di vista oggettivo. La legge e l'avvenimento rimangono l’una accanto
all’altro come le grandezze ultime e incommensurabili della nostra
rappresentazione del mondo. Qui sta uno dei punti-limite in cui il pensiero
scientifico può soltanto determinare il compito e porre la questione, con la
chiara coscienza che non sarà mai in grado di risolverli. RICKERT nasce a
Danzica. Frequenta dapprima l’Università di Berlino e poi quella di Strasburgo,
dove consegue il dottorato sotto la guida di Windelband con la dissertazione Zur
Lehre von der Definition (Freiburg i.B.). Dopo aver ottenuto l’abilitazione a
Heidelberg, con il volume Der Gegenstand der Erkenntnis (Tibingen), divienne
professore a Friburgo, dove succede al filosofo positivista Riehl. In questo
periodo egli pubblica le sue opere più significative, da Die Grenzen der
naturwissenschafilichen Begriffsbildung (Tiibingen) a Kulturwissenschaft und
Naturwissenschaft (Tibingen), dal saggio Geschichisphilosophie (Heidelberg) ad
alcuni importanti articoli sulla teoria dei valori apparsi nella rivista Logos
. Nel 1916, dopo la morte di Windelband, gli succede sulla cattedra di
Heidelberg, dove continuerà a insegnare fino alla morte, avvenuta il 28 luglio
1936. Anche Rickert muove da un’impostazione neocriticistica, e in questa
prospettiva egli affronta, in Der Gegenstand der Erkenntnis, il proble ma del
rapporto tra soggetto e oggetto. Ma già in questo libro la garanzia della
validità della conoscenza viene individuata in un dover essere che appare
indipendente dalle condizioni psicologiche del conoscere, cosicché l’analisi
gnoseologica risulta ricondotta ai presupposti della teoria dei valori.
Successivamente, in Die Grenzen der naturtwissenschaftlichen Begriffsbildung e
in Kulturwissenschaft und Naturivissenschaft, Rickert riprende la distinzione
windelbandiana tra scienze nomotetiche e scienze idiografiche cercando di
recuperare, al tempo stesso, una distinzione oggettiva tra la natura e il mondo
storico-sociale, identificato con la cultura. Egli cerca infatti di derivare dalla
distinzione tra i due gruppi di discipline, e dalla diversità del loro
orientamento conoscitivo, le caratteristiche differenzianti della natura e
della cultura. La medesima realtà si presenta come natura oppure come cultura
secondo il punto di vista dal quale essa è considerata: perciò la natura è la
realtà considerata in riferimento al generale, cioè determinata nella sua
struttura di leggi, mentre la cultura è la realtà considerata in riferimento
all’individuale, cioè costituita da un complesso di fatti e di rapporti
particolari. Ma l’individualità dell'oggetto storico non è altro, per Rickert,
che la sua relazione con determinati valori culturali, i quali presiedono
all’elaborazione concettuale della conoscenza storica e valgono come suoi
criteri di scelta. Scienza naturale e conoscenza storica si differenziano
quindi non soltanto per il loro diverso orientamento conoscitivo e per il
diverso modo di configurarsi della realtà che costituisce il loro oggetto, ma
anche per la presenza o l’assenza di un riferimento ai valori: mentre la
conoscenza della natura prescinde da qualsiasi relazione di valore, cosicché la
natura si presenta come un sistema di rapporti regolati da leggi generali, la
conoscenza storica seleziona il dato empirico in base a criteri di valore. La
cultura oggetto della conoscenza storica è perciò la realizzazione storica dei
valori, di valori incondizionati che sussistono di per sé, indipendentemente
dall’eventuale riconoscimento che' possono ricevere da parte degli uomini.
Questo rapporto con i valori costituisce il senso della cultura, e dà perciò
significato all’azione storica degli individui e alle varie forme storiche di
cultura. Negli anni successivi al 1g1o Rickert appare sempre più impegnato nel
tentativo di dare una formulazione sistematica della teoria dei valori, alla
quale fa riscontro un’interpretazione metafisica del processo storico. E questo
tentativo appare accompagnato, soprattutto in Die Philosophie des Lebens
(Tibingen, 1920), dalla presa di posizione polemica contro i più svariati
indirizzi della filosofia del Novecento, responsabili ai suoi occhi di negare
la trascendenza e l’assolutezza dei valori e ricondotti all’etichetta della
filosofia della vita una designazione che serve per qualificare tanto
Nietzsche, Dilthey, Simmel, Spengler, quanto James e Bergson, e che verrà in
seguito estesa anche a Weber e a Jaspers. Nel primo volume, il solo pubblicato,
del System der Philosophie (Tibingen), Rickert cerca di elaborare un sistema
dei valori fondato sulla distinzione di sei sfere di valori: tre sfere di
carattere contemplativo, che sono quelle della scienza, dell’arte e della
religiosità, e tre sfere di carattere pratico, che sono quelle della comunità
etica, della comunità erotica e della comunità religiosa con la divinità. In
questo quadro la storia viene interpretata come l'organo di riconoscimento dei
valori, in quanto questi, pur avendo una loro autonoma esistenza su un piano
trascendente rispetto alla realtà empirica, possono essere individuati soltanto
sulla base di determinati beni culturali storicamente realizzati. L'ultima fase
del pensiero di Rickert da Die Logik des Pridikats und das Problem der
Ontologie (Heidelberg) a Grundprobleme der Philosophie (Tibingen) e ai saggi
raccolti nel volume postumo Unmittelbarkeit und Sinndeutung (Tibingen) è
caratterizzato dall'accentuazione del carattere ontologico della teoria dei
valori e dal duplice richiamo a Hartmann e a Heidegger. I! problema del
rapporto tra cultura e mondo dei valori viene a configurarsi come il problema
del posto dell’uomo nel mondo; e l’analisi antropologica appare fondata sulla
determinazione del legame dell’uomo con i diversi modi dell’essere. L'uomo
nasce e cresce come essere naturale, e diventa uomo culturale ponendosi in
relazione con i valori, cioè con una realtà trascendente che stabilisce il
senso della sua esistenza e del suo sforzo di realizzazione storica dei valori.
Ricordiamo qui le altre opere di Rickert: Psycho-physische Kausalitàt und
psycho-physischer Parallelismus, Tibingen, 1900; Das Eine, die Einheit und die Eins:
Bemerkungen zur Logik des Zahlbegriffs, Heidelberg; Kant als Philosoph der
modernen Kultur, Tiibingen; Die Heidelberger Tradition und Kants Kritizismus,
Berlin. Numerosi sono gli articoli apparsi in Logos , nelle Kantstudien e in
varie altre riviste, dei quali indichiamo qui soltanto i principali: Uber die
Aufgabe einer Logik der Geschichte, Archiv fir systematische Philosophie; Zwei
Wege der Erkenninistheorie, Kantstudien; Vom Begriff der Philosophie, Logos;
Lebenswerte und Kulturwerte, Logos; Vom System der Werte, Logos; Uber logische
und ethische Geltung, Kantstudien; Psychologie der Weltanschauungen und
Philosophie der Werte, Logos (in polemica con Jaspers); Die Methode der
Philosophie und das Unmittelbare, Logos; Vom Anfang der Philosophie, Logos; Die
Erkenninis der intelligibeln Welt und das Problem der Metaphysik, Logos;
Geschichte und System der Philosophie, Archiv fiir Geschichte der Philosophie;
Wissenschaftliche Philosophie und Weltanschauung, Logos. Le opere di Rickert
non sono state più ristampate in epoca recente, né di esse esistono traduzioni
italiane. Tra gli studi dedicati alla filosofia di Rickert segnaliamo i
seguenti: O. ScHLunke, Die Lehre vom Bewusstsein bei Heinrich Rickert, Leipzig,
IQII. A. Faust, Heinrich Rickert und seine Stellung innerhalb der deutschen
Philosophie der Gegenwart, Tibingen, FepeRIcI, La filosofia dei valori di
Heinrich Rickert, Firenze, GurvitcH, La théorie des valeurs de H. Rickert,
Revue philosophique de la France et de l’étranger , ScHescHics, Die
Kategorienlehre der Badischen philosophischen Schule, Berlin, Pact, Pensiero
esistenza e valore, Milano, Rammino, Jaspers und Heinrich Rickert.
Existentialismus und Wertphilosophie, Bern, Rosso, Figure e dottrine della
fiosofia dei valori, Torino, e Napoli, Mitter-Rostowsra, Das individuelle als
Gegenstand der Erkenninis: eine Studie zur Geschichtsmethodologie Heinrich
Rickerts, Winterthur. H. Sere, Wert und Wirklichkeit in der Philosophie Heinrich Rickerts,
Bonn. Una bibliografia ormai
invecchiata, ma che fornisce molte indicazioni sugli scritti di Rickert e su
Rickert nei primi decenni del secolo, si trova in F. FeperIci, La filosofia dei
valori di Heinrich Rickert. All’inizio del secolo xx le scienze filosofiche si
trovano ancora, in gran parte, sotto il segno della restaurazione. La loro
ultima fioritura è dipesa dal ridestarsi dell’interesse per Kant, e anche le
idee con cui la filosofia di orientamento kantiano deve oggi combattere non
sono sorte nella nostra epoca, ma derivano da un periodo ancora precedente
dello sviluppo filosofico. Si tratta per lo più di respingere di nuovo il
naturalismo illuministico, su cui l’idealismo di Kant non è riuscito a
riportare una vittoria definitiva. Nello stesso modo, se qualcuno volesse
sostenere che anche Kant è almeno in parte superato, non si potrebbe dire che
ciò sia avvenuto ad opera di idee elaborate di recente: quasi tutti i progressi
reali compiuti rispetto a Kant risiedono essenzialmente nella direzione
imboccata dai suoi immediati successori, a cui oggi ci si comincia a rifare.
Per questo motivo lo studio della storia della filosofia riveste oggi un grosso
significato, e per questo motivo festeggiamo un uomo come Kuno Fischer, che non
soltanto ha molto contribuito a rianimare la comprensione di Kant, ma ha anche
riavvicinato alla nostra epoca le idee dei suoi grandi discepoli. Non bisogna
temere di dover ripercorrere il processo di sviluppo che *
Geschichtsphilosophie, in Die Philosophie im Beginn des zwanzigsten Jahrhunderts:
Festschrife fiir Kuno Fischer (a cura di W. Windelband), Heidelberg, Carl
Winter*s Universitàtsbuchhandlung (traduzione di Barbera e R.). Fischer,
storico della filosofia di orientamento hegeliano, autore di un'importante
Geschichte der neueren Philosophie e della monografia Hegels Leben, Werke und
Lehre (1901): la sua opera ha largamente ispirato l'interpretazione in senso
idealistico dello sviluppo del pensiero filosofico moderno. RICKERT ha condotto
da Kanta Fichte, da questi a Schelling o a Schopenhauer, e poi fino a Hegel. La
nuova epoca comporta nuove questioni, che esigono risposte nuove: nulla si è
mai ripetuto nella vita storica. Ma non si deve chiudere gli occhi dinanzi alla
prospettiva che l’idealismo kantiano e post-kantiano contiene un tesoro di idee
che è ancora lungi dall’esser stato utilizzato completamente e dal quale
possiamo trarre, se dobbiamo misurarci con i problemi filosofici della nostra
epoca, una quantità di idee preziose. Ciò vale per nessun'altra disciplina
filosofica più che per la filosofia della storia. Benché negli ultimi tempi
l’interesse per essa sia straordinariamente aumentato, la filosofia della
storia non può, almeno per quanto riguarda i suoi concetti fondamentali,
avanzare la pretesa di insegnare qualcosa di mai udito, di nuovo. Proprio le
speculazioni che vengono considerate particolarmente moderne vivono quasi
esclusivamente di idee che hanno trovato la loro formulazione nell’Illuminismo;
e anche la tendenza che combatte questi indirizzi illuministici è costretta a
riconoscere con gratitudine che alcune delle sue armi migliori sono state
forgiate in parte da Kant, e in parte ancora maggiore dagli idealisti
post-kantiani, in particolare da Fichte e da Hegel. Chi volesse quindi avere un
quadro della situazione attuale della filosofia della storia e dei suoi
movimenti, dei suoi problemi principali e delle diverse direzioni che Ja loro
soluzione assume, potrebbe tentare per acquisire i concetti fondamentali di
seguire all’indietro i fili che portano all'idealismo tedesco e più in là,
procedendo verso il passato, fino all’Illuminismo. Ma anche nell’ambito della
filosofia della storia non si tratterà di una mera restaurazione dei
precedenti. Per rendersene conto basta pensare allo sviluppo della scienza
storica nel secolo xx; e in ogni caso nei sistemi del passato dobbiamo
distinguere ciò che è valido in modo durevole da ciò che è storicamente
divenuto. Per la filosofia della storia ciò è stato fatto soltanto in parte.
Occorreranno ancora varie indagini, del tipo di quelle condotte da Lask?
sull’idealismo di Lask, filosofo allievo di Windelband, autore di Die Logik der
Philosophie und die Kategorienlehre e di Die Lehre vom Urteil. Rickert si
riferisce qui al volume Fichtes Idealismus und die Geschichte, Tibingen. Fichte
e la storia, perché emerga il significato durevole di queste idee. Già per
questo motivo l’orientamento storico non si presta a un rapido sguardo sul
presente. E anche a prescindere da ciò, qui non è consigliabile procedere in
modo esclusivamente storico. Nonostante tutta la gratitudine che proviamo per
il nostro passato filosofico, nonostante il riconoscimento della sua
superiorità di originalità creativa, occorre augurarsi di venir fuori della
nostra situazione di epigoni, di non procedere soltanto dall’epoca
dell’Illuminismo all’epoca di Kant, ma di tentare di percorrere la nostra via;
e proprio la filosofia della storia ha forse più occasioni per porre in rilievo
che il filosofo non può mai essere soltanto uno storico, che la filosofia non
può mai arrestarsi alla storia. Lasciamo quindi da parte il passato e tentiamo
di sviluppare un orientamento sistematico. Ma anche su questa via ci imbattiamo
in difficoltà. L’intensa familiarità con la storia ha recato con sé non
soltanto una grande ricchezza di idee filosofiche, ma anche una confusione
considerevole e quindi un’insicurezza che si estende ai concetti più elementari
del nostro lavoro. Alla questione di che cosa sia in generale la filosofa non
esiste alcuna risposta che goda di riconoscimento generale, e ciò che vale per
la totalità varrà per le sue parti. Se vogliamo procedere senza arbitrio,
dobbiamo anzitutto richiamare i diversi significati che si connettono
all’espressione filosofia della storia e giustificare il nostro concetto di
tale scienza. Anzitutto tre concetti emergono chiaramente. Della filosofia in
generale si dice che sarebbe la scienza dell’universale, in antitesi alle
scienze particolari. Filosofare vorrebbe quindi dire cercare una conoscenza
complessiva della realtà, fornire l’insieme di ogni conoscenza scientifica. Se
su questa base si determinano i compiti di una filosofia della storia, essa
deve raccogliere mentre le scienze storiche particolari hanno a che fare con i
campi particolari della vita storica ciò che quelle singole discipline hanno
scoperto in un quadro complessivo unitario, in uno sguardo d’insieme sulla
totalità, in breve, in una storia universale. Filosofia della storia in questo
primo significato del termine equivarrebbe quindi a storia universale. Ma la
generalità di un’esposizione può essere intesa in modi diversi. Se, per richiamarci
nuovamente al concetto della filosofia in generale, si pone ad essa il compito
di fornire una conoscenza complessiva della realtà, allora non si può ritenere
che essa possa accogliere in sé tutta la pienezza di contenuto del materiale
conosciuto dalle discipline particolari. La sua generalità deve piuttosto
essere sempre connessa con una generalizzazione nel senso che il contenuto del
sapere specialistico va perduto in grado maggiore o minore, e in definitiva
tale generalizzazione può spingersi al punto che soltanto i principi generali
diventano oggetto di indagine. Di qui deriva anche un nuovo concetto della
filosofia della storia. In questo modo tale disciplina deve lasciar da parte il
contenuto particolare della vita storica, per indagare sul suo senso universale
o sulle sue leggi universali. Anche senza un’ulteriore determinazione dei
concetti di senso e di legge, sorge così il concetto di una scienza dei
princìpi storici, che si distingue nettamente dal concetto di storia
universale. E infine, se storia non significa ciò che è accaduto, bensì
rappresentazione di ciò che è accaduto o scienza della storia, si perviene a un
terzo concetto. In ogni caso, quest’ultimo concetto si accorda con un punto di
vista, variamente rappresentato, in merito ai compiti della filosofia in
generale, per cui essa specialmente nella sua parte teoretica deve avere per
oggetto non tanto le cose stesse, quanto il sapere relativo alle cose. La
filosofia della storia può quindi essere considerata anche come scienza del conoscere
storico o come una parte della logica nel senso più ampio del termine. Forse si
sentirà ancora la mancanza di una disciplina che si occupi del significato del
pensiero storico per la trattazione dei problemi generali dell’intuizione del
mondo e della concezione della vita. Ma a tali questioni sarà facile rispondere
se il lavoro finora solo indicato è stato compiuto e non c'è quindi motivo di
elencare un quarto tipo di filosofia della storia. Certamente la storia
universale, la dottrina dei princìpi della vita storica e la logica della
scienza storica sembrano essere, di fatto, tre scienze egualmente legittime,
ognuna delle quali ha i suoi problemi particolari, e che hanno però tutte
diritto al nome di filosofia della storia. Ma se si guarda con maggior
precisione, si presenta subito un quadro diverso. Come la storia universale
deve sussistere accanto alle singole discipline storiche? Dev’essere concepita
come una mera somma delle scoperte di quelle? Certamente no. Da essa si esigerà
al minimo che esponga in modo unitario la totalità storica. Ma che cos’è questa
totalità, in cui consiste il principio della sua unità e della sua
articolazione? Attraverso questioni di questo genere il primo tipo di filosofia
della storia conduce, nella trattazione dei suoi concetti fondamentali, al
secondo tipo. Ma anche i concetti di cui la scienza dei princìpi ha bisogno per
determinare il suo compito non possono venir presupposti come ovvi, sia che si
pensi a leggi universali a cui dev'essere sottoposta ogni vita storica, sia che
si voglia porre a fondamento della totalità dello sviluppo storico un senso
unitario. In questi concetti vi sono dei problemi. Mentre ognuno ritiene ovvio
cercare le leggi naturali, si contesta però decisamente la possibilità di
indicare leggi storiche; prescindendo da questo, perché nel campo delle scienze
naturali le leggi vengono ricercate dalle stesse discipline particolari, mentre
per la storia questo compito spetta a una disciplina filosofica? Con quale
diritto, inoltre, ipotizziamo un senso del corso storico, e quali strumenti
abbiamo per riconoscerlo? La filosofia della storia come scienza dei princìpi
non può cominciare il suo lavoro senza affrontare questioni di tal genere; né
potrà rispondere ad esse se non ha chiara l’essenza del conoscere storico in
generale, cioè se non possiede nozioni logiche. Vediamo così la seconda delle
tre discipline condurre alla terza, nello stesso modo in cui la prima conduceva
alla seconda. Da ciò deriva pertanto tra i diversi tipi di filosofia della storia
che a prima vista sembravano costituire tre scienze indipendenti, ognuna con
problemi differenti una connessione tale che la logica della storia deve
costituire il punto di partenza e il fondamento di tutte le indagini di
filosofia della storia. Fino a quale punto, poi, i problemi della scienza dei
princìpi e della storia universale debbano trasformarsi in problemi logici, se
devono poter essere risolti in generale, è cosa che soltanto l’indagine
concreta può stabilire. Ma già da ora è certo che non è arbitrio, ma necessità,
se prendiamo qui le mosse da uno sguardo d'insieme sui problemi e sui dibattiti
più importanti della logica della storia. Anteponendo questa parte entriamo
immediatamente nel campo della filosofia della storia, in cui la nostra epoca può
maggiormente pretendere una certa originalità. Per la formulazione e la
trattazione logica dei problemi si trovano nella filosofia dell’idealismo
tedesco osservazioni sì molto valide, ma isolate e asistematiche; e nella
filosofia pre-kantiana del passato e del presente non si è fatto nulla per
rispondere a tali questioni. Nonostante l’evidente connessione tra logica della
storia e filosofia della storia in senso lato, i primi tentativi di comprendere
a fondo, nel suo carattere specifico, l’essenza logica della scienza storica
non risalgono molto all’indietro di Paul*, di Naville‘, di Simmel e soprattutto
di Windelband. Anche sulle questioni più elementari, infatti, domina finora in
questo campo il più violento contrasto di opinioni; anzi, una logica della storia
che meriti questo nome deve ancora combattere per la giustificazione della sua
esistenza. Non soltanto si crede come fa per esempio Lindner® di poter trattare
scientificamente i problemi della filosofia della storia senza una fondazione
logica, ma si è addirittura contestato il diritto di esporre un concetto
puramente logico della storia e del metodo storico. I motivi non consistono
soltanto nel fatto che in tali questioni sono intervenuti molti ai quali fa
difetto la preparazione necessaria per trattare problemi del genere. E neppure
derivano soltanto dalle difficoltà che si presentano in questo campo: solo che
si imbocchi la via giusta, l'essenza logica della storia non è più difficile da
comprendere di quella di altre scienze. Ma proprio su questa strada non esiste,
stranamente, alcuna concordia. Sembrerebbe ovvio che chi va alla ricerca di
chiarezza in questo campo cerchi un orientamento, almeno preliminare, nel3.
Hermann Paul (1846-1921), glottologo tedesco, autore dei Prinzipien der
Sprachgeschichte (1880), fu un rappresentante del metodo storico nello studio
della linguistica. 4. Adrien Naville (1845-1930), filosofo svizzero di origine
positivistica, autore del volume De la classification des sciences, Paris, 1888
al quale si riferisce qui Rickert e di altri scritti di teoria della
conoscenza. 5. Theodor Lindner (1843-1919), filosofo e storico tedesco, autore
della Geschichtsphilosophie: das Wesen der geschichtlichen Entwicklung (1901),
e di una Weltgeschichte scit der Volkerivanderung (1901-16). le opere dei
grandi storici universalmente riconosciuti, e stabilisca anzitutto ciò che
distingue il pensiero storico da quello delle altre scienze. Sembrerebbe poi
ovvio che debba essere anzitutto compresa la struttura logica della scienza
storica quale essa esiste, prima di pronunciare un giudizio sul suo valore
scientifico. Ma in questo caso l’ovvio non coincide con ciò che avviene di
solito. Talvolta il riferimento alle opere dei grandi storici viene piuttosto
respinto per esempio da Lamprecht* e da Tònnies” come non scientifico: queste
esposizioni non conterrebbero vera scienza. In particolare, proprio coloro che
per tutto il resto non si stancano di celebrare l’esperienza come unico
fondamento di ogni sapere, nell’indagine logica delle scienze empiriche si
mettono al lavoro utilizzando un concetto di scienza storica fissato in
precedenza e mai realizzato; e poiché non trovano mai gli storici sulla via che
conduce al loro ideale, pensano che sia anzitutto necessario elevare a scienza
la storia. In teste di questo genere si è così fissata l’idea di un’antitesi
tra scienza e storia, e proprio questi pensatori si sentono stranamente
chiamati a istruire la scienza storica sui suoi veri fini. Non ci si deve
meravigliare del fatto che la maggior parte degli storici non vuole saperne di
simili speculazioni estranee alla storia. Così avviene che storia e filosofia
spesso non si comprendono più, ed entrambe soffrono di questa situazione.
L’astorica filosofia della storia che un tempo aveva avuto larga risonanza soprattutto
nella forma delle teorie (non della prassi) di un Taine® e di un Buckle e che
oggi viene rinnovata, Lamprecht, storico tedesco, autore di importanti saggi
metodologici come Alte und neue Richtungen in der Geschichtswissenschaft
(1896), Was ist Kulturgeschichte? (1896-97), Die kulturhistorische Methode
(1900) e della Einf@zhrung in das historische Denken (1912), nonché di una
monumentale Deutsche Geschichte in dodici volumi (1891-1904), è il maggiore
rappresentante dell’orientamento positivi. stico nella storiografia tedesca dî
fine Ottocento. 7. Ferdinand Tònnies (1855-1936), sociologo tedesco, autore di
Gemeinschaft und Gesellschaft (1887), di Die Sitte (1909), della Kritik der
òffentlichen Meinung (1922), della Einfiihrung in die Soziologie (1931), nonché
di una nota monografia su Hobbes (1896) e di vari scritto sul marxismo. 8.
Hippolyte-Adolphe Taine (1828-1893), storico e filosofo positivista francese,
autore della Philosophie de l'art (1865), del libro De l'intelligence (1870),
di numerosi saggi di critica e di storia letteraria, nonché di un'ampia opera,
rimasta incompiuta, su Les origines de la France contemporaine (1876-93), fu il
maggiore rappresentante dell'impostazione positivistica nell’ambito
dell'estetica. più con passione che con chiarezza, per esempio da Lamprecht, è
stata abbastanza respinta, per gli scopi della scienza storica empirica, da
Droysen’, Bernheim”, von Below", Eduard Meyer e altri. Ma in questo
dibattito metodologico tra storici in cui sono state introdotte anche questioni
come quelle della libertà e della necessità, della conformità alle leggi e
dell’accidentalità, della teleologia e del meccanicismo molto è rimasto non
chiarito da un punto di vista filosofico, nonostante alcuni preziosi risultati:
perciò anche gli storici si mostrano talvolta assai perplessi quando, seguendo
la caratteristica dell’epoca che torna a farsi più filosofica, passano dalle
loro indagini specialistiche a considerazioni più generali. Ma di questa
situazione soffre molto di più la filosofia. A causa della incomprensione del
pensiero storico, che proprio nella nostra epoca è quanto mai importante, la
filosofia è condannata a una profonda mancanza di influenza; e fino a qual
punto tale mancanza d’influenza sia connessa alla separazione dalla storia
risulta in modo particolarmente chiaro dal fatto che, se oggi si manifesta
talora un interesse filosofico nei rappresentanti delle cosiddette scienze
dello spirito, esso è per lo più mediato dal legame con indagini di metodologia
della storia. Ai nostri giorni l’incomprensione dell’essenza del lavoro storico
viene naturalmente in luce con la massima chiarezza nei rappresentanti dei
dogmi naturalistici, oggi nuovamente di moda; e non fa una differenza
essenziale se questo naturalismo si presenta come materialismo o come
psicologismo. In entrambi i casi il riconoscimento della storia come scienza
significherebbe uno scuotimento dei concetti naturalistici fondamentali.
Infatti dove si identifica la realtà con la natura, vi è tanto meno spazio per
la storia quanto più si pensa in modo coerente. Ma l’estraneità della nostra
filosofia alla storia ha motivi ancor più Droysen, storico, autore della
Geschichte des Hellenismus e della Geschichte der preussischen Politik
(1855-86), nonché di un Grundriss der Historik (1868) che espone in forma
sistematica i principi del metodo storico. ro. Ernst Bernhcim (1850-1942),
metodologo della storia tedesco, autore di un fortunato Le/lrbuch der
historischen Methode und der Geschichtsphilosophie (1889). rt. Georg von Below,
storico tedesco, autore di Der deutsche Staat des Mittelalters, di Die deutsche
Geschichtsschreibung von den Befreiungskriegen an bis zu unseren Tagen (1916),
nonché di altri studi di storia costituzionale ed economica. profondi. Per
quanto il naturalismo come intuizione del mondo sia stato in linea di principio
completamente superato per merito di Kant, nella sostanza tale superamento non
procede in direzione del pensiero storico. Nel seguace di Newton vi sono al
massimo le premesse per una comprensione di questo pensiero, e la metodologia
di Kant è ancora dominata quasi del tutto e proprio nella sua più importante
opera teoretica dall’interesse per la matematica e per la scienza naturale.
Dfatto, quindi, ci si può richiamare a Kant come fa per esempio Max Adler! con
una certa parvenza di legittimità se si ricusa al lavoro storico un vero e
proprio carattere scientifico. Si aggiunga infine che tra le scienze della
natura nella misura in cui sono scienze sistematiche e la filosofia che
anch'essa aspira a un sistema c’è un’affinità formale maggiore di quella che
esiste tra la filosofia e la storia, la quale non può mai diventare una scienza
sistematica. Si deve anzi parlare di un antagonismo tra pensiero storico e
pensiero filosofico, che nessuno può anche soltanto desiderare di accantonare:
la filosofia dovrà sempre combattere lo storicismo come intuizione del mondo.
Ma tutto ciò fa apparire ancor più urgenti i compiti di una logica della
storia. Il naturalismo viene respinto non meno dello storicismo, e la filosofia
può sperare di aver ragione dello storicismo soltanto se ha compreso a fondo
l’essenza e il significato del pensiero storico. Da tutto ciò deriva per la
logica il compito di superare completamente nella sua unilateralità il
naturalismo metodologico, ancora rappresentato pure da Kant, e di pervenire
così a una comprensione di ogri lavoro scientifico. L'affermazione che finora
poco si è fatto per la soluzione di questo compito incontrerà forse opposizioni
se si tengono presenti le molte indagini sull’essenza delle scienze dello
spirito intraprese da Mill in poi; e certamente non si può dire che Adler,
sociologo e filosofo, autore di Marx als Denker, di Marxistische Probleme, di
Kant und der Marxismus, di Das Soziologische in Kants Erkenntniskritik, del
Lehrbuch der materialistischen Geschichtsauffassung e di varie altre opere, fu
uno dei maggiori esponenti del cosiddetto austro-marxismo, orientato verso
un’interpretazione in chiave kantiana di Marx, Rickert si riferisce qui al
volume Kausalitàt und Teleologie im Streite um die Wissenschaft, Wien. tutti questi
lavori siano privi di valore. Ma nelle indagini (per altro verso estremamente
preziose) condotte per esempio da Dilthey, Wundt!, Miinsterberg! e da altri, il
punto decisivo, che rende possibile una reale comprensione logica della storia,
non è stato affatto toccato (come da parte di Wundt e di Miinsterberg) oppure
(come in Dilthey) non è stato elaborato in modo preciso e posto al centro, in
modo da diventare realmente fecondo in una logica della storia. Ciò trova già
espressione nella terminologia consueta, che contrappone le scienze dello
spirito alle scienze della natura. L’antitesi tra natura e spirito è oggi
tutt'altro che univoca. I pensatori che si sono occupati dell'essenza delle
scienze dello spirito determinano in modo assai diverso anche il concetto
fondamentale di spirito, e sono d'accordo soltanto su un punto, cioè che
esistono in generale due gruppi diversi di scienze empiriche. E nemmeno si può
sperare che dal concetto di spirito si pervenga a un accordo sull’essenza del
pensiero storico. Questi tentativi contengono alla loro base troppi presupposti
per lo più di carattere metafisico, che offrono soltanto degli appigli a un
naturalismo estraneo alla storia. L'unico concetto di spirito con cui oggi si
può lavorare senza bisogno di una fondazione più precisa è quello di realtà
psichica in antitesi a quella fisica: che ciò che chiamiamo piacere o ricordo o
volontà non sia un corpo, è infatti ammesso da tutti i pensatori che meritano
di essere presi in considerazione. Ma quest’unico concetto di spirito,
senz’altro utilizzabile, è del tutto inadeguato per una delimitazione delle
diverse scienze e per la comprensione dell’essenza della 13. Wundt, psicologo e
filosofo tedesco, autore dei Beitrige zur Theorie der Sinneswahrnehmung, delle
Vorlesungen fiber die Menschenund Tierseele (1863-64), dei Grundziige der
physiologischen Psychologie, della Logik, della Eekik, del Systera der
Philosophie, della Einleitung in° die Philosophie, della Volkerpsychologie e di
varic altre opere, fu il maggiore esponente del positivismo in Germania: è
considerato il fondatore della moderna psicologia scientifica, basata sul
metodo sperimentale. Rickert si riferisce qui alla terza parte della Logik, che
reca il titolo Logi der Geisteswissenschaften (Stuttgart). Miinsterberg,
psicologo c filosofo, autore dei Grundzige der Psychologie, della Philosophie
der Werte, di Psychologie und Wirtschaftsleben, dei Grundzige der Psychotechnik
e di varie altre opere, si ispirò da una parte all'insegnamento di Wundt e
dall'altra alla filosofia dei valori. storia. Il naturalismo può a buon diritto
sostenere che, se l’elemento spirituale nel senso sopra indicato non è
certamente corpo, appartiene però del tutto alla natura, e dev'essere quindi
indagato scientificamente allo stesso modo di tutti gli altri oggetti naturali.
Esso può sostenere che non si tratta soltanto di una teoria, ma che la prassi
della psicologia moderna eleva questa certezza al di sopra del conflitto tra le
diverse prospettive metodologiche. Di fronte a queste affermazioni i
sostenitori dell’antitesi tra scienze della natura e scienze dello spirito
saranno disarmati finché non avranno determinato il loro concetto fondamentale
in modo incontestabile, e nel caso del concetto di spirito ciò non sarà mai
possibile con mezzi logici, o in ogni caso lo sarà soltanto qualora si sia già
acquisito il concetto logico della storia. La dottrina del metodo non ha alcun
bisogno di impegnarsi dapprima in tutte queste questioni controverse, se
rivolge la sua attenzione soltanto a ciò che vuol porre in chiaro, cioè al
metodo. Il metodo consiste nelle forme utilizzate dalla scienza
nell’elaborazione del suo materiale. Con ciò non si vuol negare che il metodo
sia variamente condizionato dal carattere specifico del materiale. Anche
un’indagine che rifletta sulla diversità di contenuto delle singole scienze può
condurre quindi a questo o a quel risultato, prezioso dal punto di vista
logico. Ma questi risultati si presenteranno in modo più o meno accidentale, e
una logica che vuol raggiungere il suo fine con sicurezza e per la via più
breve prescinde pertanto da tutte le distinzioni di contenuto delle singole
scienze, per poter meglio comprendere le distinzioni metodologiche di carattere
formale. Essa deve soltanto riflettere sul fatto che nelle scienze empiriche
agli oggetti si contrappone sempre un soggetto conoscente che siano essi
oggetti spirituali o corporei, processi naturali o prodotti culturali li assume
come dati , e che il soggetto si prefigge il fine di conoscere questa o quella
parte, o anche la totalità del mondo dato. Si riconoscerà allora facilmente che
la conoscenza non consiste in una riproduzione o in una copia, ma in una
comprensione trasformatrice degli oggetti. A dimostrarlo già basta,
prescindendo da tutti gli altri motivi, la semplice riflessione che la realtà
data da cui muove ogni scienza empirica si presenta, nella totalità come in
ogni sua parte, come una molteplicità sterminata che nessuno è in grado di
riprodurre. Il contenuto di ogni giudizio che asserisca qualcosa sulla realtà è
necessariamente, in confronto alla realtà stessa, una grossa semplificazione.
La scienza può perciò anche essere considerata come una trasposizione del
materiale dato intuitivamente in immagini di pensiero, per le quali si
preferisce usare il nome di concetto per distinguerle dall’intuizione. In
questo processo di trasformazione concettuale consiste il metodo della scienza.
Inoltre ed è questa la cosa principale le forme del lavoro scientifico, in
quanto strumenti per il conseguimento del fine scientifico, devono dipendere
nel loro carattere specifico dalla specificità formale dei fini a cui il
soggetto tende nel conoscere. La logica deve quindi indagare i compiti,
formalmente diversi tra loro, che le diverse scienze si pongono e cercare di
comprendere i metodi scientifici nella loro diversità come gli strumenti,
necessariamente differenti, per il conseguimento di questi diversi fini o come
i modi, anch'essi necessariamente differenti, della trasformazione e
dell’elaborazione concettuale del materiale intuitivamente dato. Ovviamente, le
distinzioni metodologiche che ne risultano sono, al pari delle distinzioni dei
fini, puramente formali; ma proprio in virtù di questo loro carattere puramente
formale esse devono valere come elementi fondamentali e decisivi per la
comprensione dell’essenza logica di un metodo scientifico. La logica ha a che
fare sempre e soltanto con le forme del pensiero. Se da queste determinazioni
generali del compito di una logica delle scienze particolari ci volgiamo ai
concetti fondamentali che la logica della scienza storica deve sviluppare in
modo particolare, sarà necessario in primo luogo recare alla coscienza la
massima antitesi formale presente nella nostra concezione della realtà
empirica, cioè chiedersi che cosa significhi logicamente quest’antitesi e
indicare quale termine dell’antitesi sia determinante per la rappresentazione
storica della realtà. Che vi siano due tipi sostanzialmente diversi di
apprendimento della realtà, si può forse comprenderlo nel modo migliore
guardando alle conoscenze pre-scientifiche che possediamo di una parte più o
meno grande del mondo. Sarebbe illusorio credere di avere qui una copia della
realtà quale essa è. Prima che la scienza si accinga al suo lavoro è sorta già
sempre qualche specie di elaborazione concettuale, e la scienza trova come
proprio materiale i prodotti di questa elaborazione concettuale prescientifica,
non la realtà libera da interpretazioni. La massima distinzione formale in
questa elaborazione concettuale pre-scientifica è però quella seguente. La
maggior parte delle cose e degli eventi ci interessano solamente per quello che
hanno in comune con altri; e quindi noi facciamo attenzione a questo elemento
comune, anche se di fatto ogni parte della realtà è individualmente diversa da
ogni altra e nulla nel mondo si ripete esattamente. Poiché l’individualità
della maggior parte degli oggetti ci è del tutto indifferente, noi non la
conosciamo; per noi questi oggetti non sono che esemplari di un concetto di
genere, che possono essere sostituiti da altri esemplari dello stesso concetto:
anche se non sono mai identici, noi li vediamo come tali e quindi li designamo
soltanto con nomi di genere. Questa delimitazione, a tutti nota, dell’interesse
a ciò che è generale (nel senso di ciò che è comune a un gruppo di oggetti), o
apprendimento generalizzante, sulla cui base riteniamo a torto che nel mondo
esista qualcosa come l’identità e la ripetizione, è per noi al tempo stesso di
grande valore pratico. Esso articola in un modo determinato la molteplicità e
la policromia della realtà, e ci rende possibile di orientarci in essa. D'altra
parte l'apprendimento generalizzante non esaurisce affatto ciò che ci interessa
nel nostro ambiente, e che quindi conosciamo di esso. Questo o quell’oggetto
viene piuttosto preso in considerazione proprio per quello che è ad esso
peculiare, e che lo distingue da tutti gli altri oggetti. Il nostro interesse e
la nostra conoscenza si riferiscono quindi proprio alla sua individualità, a
ciò che lo rende insostituibile; e se anche sappiamo che esso si lascia
cogliere, al pari degli altri oggetti, come esemplare di un concetto di genere,
tuttavia non vogliamo considerarlo identico ad altre cose, ma vogliamo estrarlo
espressamente dal suo gruppo: ciò trova la sua espressione linguistica nella
designazione con un nome proprio anziché con un sostantivo di genere. Anche
questo tipo di articolazione, o apprendimento individualizzante della realtà, è
così corrente che non richiede una ulteriore analisi. Ma una cosa è importante
e dev'essere sottolineata: la conoscenza dell’individualità di un oggetto non
costituisce neppur essa una copia nel senso che noi conosciamo l’intera
molteplicità del suo contenuto, ma anche qui si compie una determinata scelta e
trasformazione, cioè si estrae un complesso di elementi che, in questa
particolare composizione, appartiene soltanto a quell’urico oggetto
determinato. Dobbiamo quindi distinguere l’individualità che spetta a qualsiasi
cosa o evento il cui contenuto coincide con la sua realtà, e la cui conoscenza
non può essere raggiunta né merita di essere oggetto di aspirazione
dall’individualità per noi significativa, e consistente di elementi determinati;
e dobbiamo aver chiaro che questa individualità in senso stretto (la sola a cui
di solito si allude) non costituisce una realtà, al pari del concetto di
genere, ma è soltanto un prodotto del nostro apprendimento della realtà, della
nostra elaborazione concettuale pre-scientifica. La distinzione qui illustrata
deve suscitare in alto grado l'interesse della logica. In primo luogo, non
soltanto ogni lavoro scientifico si richiama a processi pre-scientifici e ai
loro risultati, ma dev'essere in larga misura inteso come elaborazione
sistematica di ciò che è stato cominciato in modo non arbitrario. Inoltre tale
distinzione è particolarmente significativa sia perché è puramente formale in
quanto qualsiasi oggetto può essere appreso in modo generalizzante e in modo
individualizzante sia perché, come antitesi tra generale e particolare,
rappresenta la massima distinzione che si possa pensare da un punto di vista
logico. Se deve avere un significato per i metodi delle singole scienze, la
logica deve anche fare di esse il punto di partenza delle proprie indagini. Per
quanto riguarda la considerazione generalizzante degli oggetti, non c'è alcun
dubbio non soltanto sulla sua importanZa pratica, ma anche sulla sua importanza
teoretica per la scienza. Il metodo di molte scienze consiste in una
subordinazione del particolare al generale, che coincide con la formazione di
concetti di genere e con la considerazione degli oggetti come esemplari di
questi. Conoscere significa allora comprendere ciò che non è conosciuto come
caso particolare di ciò che è noto, in modo da eliminare l’individuale, il
singolare, e da accogliere nella scienza soltanto l'elemento comune. Il fine
supremo di questa conoscenza è di ricondurre la realtà da conoscere sotto
concetti universali in modo che questi ultimi si uniscano, mediante rapporti di
sovra-ordinazione e di subordinazione, in un sistema unitario, e che si tenda
dove è possibile a concetti il cui contenuto valga ir modo incondizionatamente
universale per gli oggetti da indagare. Dove si perviene a questo tipo di
conoscenza, si è colto ciò che chiamiamo le leggi della realtà. Del tutto
legittimo è poi anche il tentativo di applicare questo metodo di comprensione a
tutti i campi della realtà e di andare quindi ovunque alla ricerca di leggi, sia
nella realtà spirituale o in quella corporea, sia nei processi naturali o nella
vita culturale. Ciò può essere certamente più difficile in un campo che in un
altro, e anzi qualche volta i concetti incondizionatamente universali sono
inconoscibili all'uomo; ma la considerazione generalizzante non è mai esclusa
in linea di principio, e da ciò sembra risultare una conseguenza metodologica
fondamentale. Si può cioè concludere che il pensiero scientifico coincide con
la formazione di concetti generali e che quindi, da un punto di vista puramente
formale, esiste soltanto “r metodo scientifico. L’antitesi tra apprendimento
generalizzante e apprendimento individualizzante avrebbe allora significato per
la logica soltanto nella misura in cui la scienza elimina ovunque l’individuale
mediante concetti generali; e proprio perché nella nostra analisi non si è
tenuto alcun conto della peculiarità del materiale delle diverse scienze, la
divisione consueta in scienze della natura e scienze dello spirito sembra
svanire, almeno nel suo significato metodologico formale. Piuttosto, la vita
spirituale dev'essere trattata in modo generalizzante al pari del mondo
corporeo: perciò anche la scienza storica è naturalmente costretta ad applicare
il metodo generalizzante. Di fatto, sono questi i motivi migliori su cui
poggiare la proclamazione di un metodo universale, perché si tratta di motivi
puramente formali e, nella misura in cui l’apprendimento generalizzante celebra
i suoi massimi trionfi nelle scienze della natura, qui abbiamo nel medesimo
tempo il miglior fondamento del naturalismo metodologico. Ma una logica che
voglia comprendere le scienze così come realmente esistono non si accontenterà
di questo. Dal giusto principio che ogni realtà può essere sottomessa a una
considerazione generalizzante essa non concluderà che la formazione di concetti
generali è senz'altro identica con il procedimento scientifico. Essa si
chiederà piuttosto se tutte le scienze applicano effettivamente questo
procedimento e dovrà rispondere negativamente osservando il lavoro scientifico
che è presente nelle opere di tutti gli storici. Questo fatto è così evidente
che anche i sostenitori di un metodo universale di tipo generalizzante o del
naturalismo metodologico non possono negarlo. Essi cercano di aiutarsi dicendo
che la scienza storica è oggi ancora imperfetta e per questo motivo non si
adegua al sistema sopra indicato, ma che quanto più progredirà, tanto più si
servirà anch'essa dell’unico metodo scientifico, cioè del metodo
generalizzante. Questo punto di vista è però insostenibile, e non soltanto come
si deve sempre sottolineare nel modo più energico per il fatto che la realtà di
cui la storia tratta non può essere ricondotta sotto concetti generali e
infatti questa è un’affermazione indimostrabile per la logica che procede in
modo formale ma semplicemente perché rientra nell’essenza della scienza storica
che, non appena comprende se stessa, essa non vole compiere un'elaborazione
della realtà in riferimento a ciò che vi è di comune negli oggetti, e non vuole
compierla perché su questa via non è mai possibile conseguire i fini che essa
si pone in quanto storia. Ma quali sono questi fini, nel loro carattere
formale? Se l'oggetto storico si tratti di una personalità, di un popolo, di
un’epoca, di un movimento economico o politico, religioso o artistico
dev'essere rappresentato come una totalità, occorre in ogni caso coglierlo
nella sua singolarità e nella sua individualità irripetibile, e assumerlo nella
rappresentazione come se non potesse essere sostituito da nessun'altra realtà.
Perciò la storia non può servirsi, se si prende in considerazione il suo fine
ultimo, ossia la rappresentazione dell’oggetto nella sua totalità, del
procedimento generalizzante, poiché questo coincide con un’esclusione
dell’individuale e conduce così al contrario logico di ciò a cui la storia
aspira. È quindi ancora una volta del tutto indifferente che l’oggetto storico
sia un oggetto corporeo o spirituale, un prodotto culturale o un processo
naturale; importa solo che, dove è presente in generale un interesse storico
per una qualsiasi realtà, si tende a una rappresentazione con un contenuto
individuale, perché questa soltanto si presta alla soluzione del compito
proprio della scienza storica. Ciò non deve significare che la storia cerchi di
fornire una copia dell’individualità del suo oggetto: tanto poco essa potrebbe
infatti ottenerla, quanto poco nelle conoscenze pre-scientifiche possediamo
copie degli oggetti designati con nomi propri. Né deve significare che la
storia rappresenti il suo oggetto individualizzandolo in tutte le sue parti, ma
vuol dire che viene anzitutto presa in considerazione soltanto l’individualità
del tutto e che questa non coincide affatto, se prescindiamo dall’idea di una
copia, con la somma delle individualità delle sue parti. Infine, non si può
negare che per raggiungere il suo fine la storia ha bisogno di concetti
generali e procede in modo generalizzante, così come, all’inverso, nelle
scienze generalizzanti non si può fare a meno della rappresentazione dell’individuale
come punto di partenza per la formazione di concetti generali. Si deve
provvisoriamente rendere consapevole il carattere logico del fize ultimo di
ogni rappresentazione storica, e la struttura logica del risultato che
necessariamente corrisponde a questo fine. Se si va alla ricerca di esempi, è
naturalmente del tutto indifferente l’indirizzo a cui appartiene l’opera
storica che si prende in considerazione. Prendiamo la Weltgeschichte di Ranke o
Les origines de la France contemporaine di Taine, la Deutsche Geschichte im 19.
Jahrhundert di Treitschke! o la History of Civilisatton in England di Buckle,
la Begrindung des Deutschen Reiches durch Wilhelm I di Sybel! o la Caltur Treitschke,
storico tedesco, autore del volume Die Gesellschaftswissenschaft, ein
kritischer Versuch, della Deutsche Geschichte im 19. Jahrkundert, degli
Historische und politische Aufsitze, delle Vorlesungen iiber Politi, pubblicate
postume, e di numerosi altri scritti, fu il maggiore rappresentante della
storiografia ottocentesca tedesca di ispirazione nazionalistica. Egli si
richiama a Hegel per formulare una concezione dello stato come fine supremo
della società, polemizzando contro il liberalismo e negando \la possibilità di
una scienza sociale autonoma nei confronti della scienza politica. 16. Heinrich
von Sybel, storico tedesco, autore della Geschichte des ersten Kreuzzuges, di
Die Entstchung des deutschen Konigtums, della Geschichte der Revolutionszeit,
di Die Begriindung des deutschen Reiches durch Wilhelm I e di varie altre
opere, fu uno dei principali rappresentanti del punto di vista
nazionale-liberale nella storiografia tedesca dell'Ottocento; nel 1856 fondò la
Historische Zeitschrift . Sotto il profilo der Renaissance in Italien di
Burckhardt, lo Scharnhorst di Max Lehmann" o la Deutsche Geschichte di
Karl Lamprecht: ovunque, in corrispondenza ai titoli delle opere, che indicano
la totalità storica, troviamo una serie di avvenimenti trattati così come si
sono svolti una sola volta nel mondo e quale che sia il modo in cui li ha
plasmati lo storico rappresentati nella loro particolarità e individualità.
Forse che la Deutsche Geschichte di Lamprecht (il quale crede di lavorare con
un metodo nuovo) contiene come elemento costitutivo soltanto ciò che è dato trovare
in altri esemplari del concetto generico di nazione, vale a dire nello sviluppo
del popolo francese, inglese o russo, e ciò che si è ripetuto spesso e si
ripeterà in tempi diversi e in luoghi diversi? Basta porre questa domanda per
vedere che anche uno storico che rifiuta in teoria la concezione
individualistica , nella prassi tratta sempre il suo oggetto in modo
individualizzante. Ma tale procedimento, che appartiene all'essenza di ogni
rappresentazione storica, non è applicato in nessun'opera di discipline non
storiche sia che si occupino di corpi o della vita spirituale. La Lehre von den
Tonempfindungen di Helmbholtz ! o il Keimplasma di Weismann", la
Medizimetodologico è importante il suo saggio Uber den Stand der neueren
deutschen Geschichtsschreibung. Lehmann, storico tedesco, fu allievo di Droysen
e soprattutto di Ranke; insegnò a Marburg e poi a Gòttingen. Le sue opere
principali sono Ja biografia di Scharnhorst (Leipzig) alla quale si riferisce
Rickert nel testo e un'altra importante biografia di Stein. Helmholtz, fisico,
anatomista e fisiologo tedesco, autore del volume Uber die Erhaltung der Kraft,
dello Handbuch der physiologischen Optik, di Die Lehre von den Tonempfindungen
als physiologische Grundlage fiir die Theorie der Musik, dei Populàre
wissenschafiliche Vortrige, delle Wissenschafiliche Abhandiungen, e di numerosi
altri scritti, fu uno dei maggiori scienziati della scconda metà
dell’Ottocento. I suoi contributi vanno dalla fisica (scoprì la legge della
conservazione dell'energia) all'elettrologia, dalla geometria all'ottica
geometrica, dall'anatomia alla fisiologia del sistema nervoso. Weismann,
zoologo e biologo, autore di Uber die Berechtigung der Darwinschen Theorie, di
Uber den Einfluss der Isolierung auf die Artbildung, delle Studien zur
Deszendenztheorie, di Die Kontinuiràt des Keimplasmas als Grundlage einer
Theorie der Vererbung, di Uber den Riickschritt in der Natur, degli Aufsitze
tiber Vererbung, di Das Keimplasma, di Die Allmacht der Naturziichtung, di Uber
Germinalselektion, dci Vortrige tiber Deszendenziheorie e di varie altre opere,
si richiamò a Darwin, di cui riprese e sviluppò la teoria della selezione
naturale. È considerato uno dei fondatori della genetica moderna. nische
Psychologie di Lotze”® o la Entwicklungsgeschichte der Tiere di von Baer”, il
Treatise on Electricity and Magnetism di Maxwell? o Gemeinschaft und
Gesellschaft di Tonnies nell’esposizione definitiva tutte queste opere
considerano nei loro oggetti come risulta già dai titoli soltanto ciò che
consente di ritenerli eguali ad altri esemplari dello stesso concetto di
genere, e di cui si può quindi dire che si ripete a piacimento. Che vi siano
non soltanto scienze generalizzanti dello spirito, ma anche scienze
individualizzanti dei corpi, non ha alcuna importanza in questo contesto. Noi
non ci occupiamo della differenza tra spirito e corpo, ma soltanto della
differenza formale dei fini e dei metodi scientifici; e anche ai fanatici del
metodo scientifico sarà difficile rifiutare la differenza che abbiamo indicato.
È quasi inconcepibile che si possa ancora discuterne. Stabiliamo quindi come
punto di partenza di una logica della storia che non soltanto nelle nostre
conoscenze pre-scientifiche vi sono due modi di apprendimento della realtà
distinti in linea di principio, quello generalizzante e quello
individualizzante, ma che ad essi corrispondono due modi di elaborazione
scientifica della realtà differenti nei loro fini ultimi e così pure nei loro
risultati ultimi. Ciò non vuol dire ovviamente che si debbano separare tra loro
due gruppi di scienze, in modo che ne risulti al tempo stesso il principio di
una divisione del lavoro scientifico. Distinzione logica non significa
divisione reale, e l’antitesi formale non deve né può servire alla divisione
reale, poiché quest’ultima si collega a differenze oggettive del materiale, non
già a differenze logiche. È quindi del tutto erroneo combattere il valore
logico dell’antitesi dicendo che essa frantumerebbe il lavoro scientifico in
modo contraddittorio rispetto ai fatti e che vorrebbe separare ciò che di fatto
è 20. Rickert si riferisce qui alla Medizinische Psychologie oder Physiologie
der Scele, Leipzig. Bacr, zoologo c biologo tedesco, autore di Uber
Entwicklungsgeschichte der Tiere, delle Reden und kleine Aufsàtze, del volume
Zum Streit îîber den Darwinismus, delle Studien auf dem Gebiete der
Naturwissenschaften. Maxwell, fisico, autore del Treatise on Electricity and
Magnetism, di Matter and Motion c di varie altre opere, diede un contributo
decisivo alla formulazione della teoria elettromagnetica della luce. ovunque in
un rapporto di cooperazione. Si tratta soltanto della distinzione concettuale
di due diverse tendenze di apprendimento nelle scienze, che possono molto
spesso, e fors’anche sempre, cooperare di fatto; e questa distinzione
concettuale sarebbe necessaria anche se non si potessero separare due tipi di
scienze neppure in riferimento ai loro fini ultimi. Se si cerca ora di
determinare in modo più preciso l'essenza del procedimento individualizzante,
occorre anzitutto porre in rilievo che il metodo della scienza non coincide con
quell’apprendimento individualizzante della realtà che possediamo nelle nostre
conoscenze pre-scientifiche. Anche nel caso dell’apprendimento generalizzante
noi parliamo di metodo soltanto dove l'elaborazione concettuale viene compiuta
sistematicamente. Che cosa corrisponde nella storia a quella connessione
sistematica di concetti più o meno generali? Nell’indicazione di questi
elementi che costituiscono la scientificità del metodo individualizzante la
logica della storia dovrà scorgere una volta che abbia trovato il suo punto di
partenza il suo ulteriore compito. Qui si potranno naturalmente porre in luce
soltanto alcuni punti che in tempi recenti hanno dato occasione a questioni
controverse, e che sono particolarmente adatti a chiarire la differenza del
procedimento individualizzante da quello generalizzante. Cominciamo con
un'ulteriore analisi del concetto che abbiamo posto in risalto fin dall’inizio:
il concetto di totalità storica. L'individualizzazione pre-scientifica estrae
spesso gli oggetti dal loro ambiente in modo da separarli l’un l’altro e quindi
da isolarli. Ma l'elemento isolato in quanto tale non è oggetto di interesse
scientifico, e nulla è più sbagliato che identificare il metodo
individualizzante con il mettere insieme fatti isolati così come fanno i suoi
avversari. Piuttosto la storia, al pari delle scienze generalizzanti, deve
cogliere tutto in una connessione. Ma in che cosa consiste la connessione
storica? A partire da ogni oggetto storico essa si estende in certo modo lungo
due dimensioni, che si potrebbero designare come la dimensione della larghezza
e quella della lunghezza; occorre cioè anzitutto stabilire le relazioni che
uniscono l'oggetto con il suo a1biente e poi seguire nel loro legame reciproco
i diversi stadi che percorre dall'inizio alla fine, ossia, come si usa dire,
imparare a conoscerne lo sviluppo. Certamente, un oggetto così rappresentato è
poi, a sua volta, parte di un ambiente più grande e di uno sviluppo anteriore,
e lo stesso vale poi per questa connessione più comprensiva, di modo che scorge
una serie a due dimensioni che conduce fino ai limiti della totalità storica
ultima. Dove stia questo limite, non è ancora possibile chiarirlo con i
concetti finora acquisiti. In una specifica ricerca storica il punto dove si
cessa di perseguire la connessione storica dipende dalla scelta del tema. Qui
si tratta provvisoriamente soltanto di fissare il concetto di una connessione
storica in generale come connessione di una serie evolutiva di stadi diversi
reciprocamente connessi, concepita nel legame col proprio ambiente. Ciò è tanto
più necessario quanto più sono derivati di qui errori largamente diffusi
sull'essenza del metodo storico. La connessione può essere definita, in
antitesi ai singoli oggetti, come l’elemento generale della storia; e da ciò è
poi sorto il punto di vista secondo cui anche la scienza storica procederebbe
in modo generalizzante. L'inserimento di un oggetto nel suo ambiente così come
lo storico lo compie è un processo estraneo al procedimento delle scienze
generalizzanti. Il milieu è sempre individuale, e viene preso in considerazione
dallo storico nella sua individualità. Esso è generale soltanto nel senso che i
singoli individui in esso inseriti ne costituiscono le parti. Ma che il
rapporto della parte con il tutto non sia identico al rapporto tra l'esemplare
e il concetto di genere ad esso sovra-ordinato, è cosa che non dovrebbe
richiedere discussione. Proprio perché la storia deve sempre considerare il
particolare nel generale, cioè considerarlo come elemento di un tutto, essa
deve venir assegnata (in riferimento ai suoi fini ultimi) alle scienze
individualizzanti: lo stesso risultato si ricava da una considerazione dello
sviluppo storico. Anche lo sviluppo è generale soltanto nel senso che
costituisce una totalità la quale comprende le sue parti. Nella storia lo
sviluppo significa sempre il sorgere di qualcosa di nuovo, di qualcosa non mai
esistito finora; e poiché nei concetti di legge entra soltanto ciò che può
essere considerato come qualcosa che si ripete a piacimento, i concetti di
sviluppo storico e di legge si escludono a vicenda. Soltanto l’equivocità del
termine sviluppo rende possibile unificare un procedimento storico-evolutivo
con un procedimento scientifico fondato su leggi e parlare di leggi dello
sviluppo ; per esempio dove come nell’embriologia storico-evolutiva si guarda
alle serie evolutive per quel che hanno di comune, e dove quindi z07 si deve
prendere in considerazione il divenire storico del nuovo nel suo carattere
specifico. In breve, gli sviluppi storici non sono altro che individualità
storiche concepite nel loro divenire e nel loro crescere, e pertanto la loro
rappresentazione è possibile, analogamente a quella della connessione con
l’ambiente storico, soltanto con un metodo individualizzante. Anzi, la
connessione storica generale non è che la totalità storica stessa, non già un
sistema di concetti universali: la storia considera appunto sempre questa
totalità nella sua particolarità, nella sua singolarità e nella sua
individualità. Se poi indaghiamo anche sul ruolo che i concetti generali hanno
nella scienza storica, ci imbattiamo anzitutto nel fatto che tutti gli elementi
dei giudizi e dei concetti storici sono generali. E tali devono essere già
perché li si indica con parole generalmente comprensibili, e perché le parole
debbono la loro comprensibilità soltanto al fatto di possedere un significato
generale, cioè comune a più oggetti. La storia lavorerà quindi sempre con
concetti generali di realtà, che costituiscono gli elementi ultimi dei propri
concetti individuali, e perverrà alla loro rappresentazione individualizzante
solo mediante una determinata combinazione di questi elementi generali. Ma ciò
non esaurisce ancora il significato dei concetti generali nella storia. Essi
risultano indispensabili proprio anche per istituire la connessione storica. Il
nesso reciproco dei diversi stadi di una serie storico-evolutiva o di un
oggetto storico con il suo ambiente è sempre un legame causale, e la scienza
storica deve rappresentare questi rapporti di causa ed effetto per esprimere il
legame delle parti con la totalità. Certamente non di rado si afferma che gli
oggetti dell'indagine storica o una parte di essi sono esseri liberi e che
perciò lo storico non dovrebbe indagarne le connessioni causali. Tuttavia,
anche prescindendo dalla questione se il concetto di libertà sia da
identificare in genere con quello di assenza di causa, e se il problema della
libertà non debba essere trasferito dalla filosofia teoretica all’etica, in
ogni caso il concetto di assenza di causa non ha alcun senso per una scienza
empirica. Anche la storia deve presupporre che ogni suo oggetto sia l’effetto
necessario di avvenimenti precedenti, e deve quindi indagare anche la
connessione causale. Ancora una volta ci imbattiamo in un punto che può
suscitare molte questioni controverse. Si è cioè proclamata l’esistenza di un
metodo causale della storia che dovrebbe essere analogo al metodo delle scienze
generalizzanti. Ciò può essere ritenuto esatto soltanto se si identifica il
concetto di causalità con il concetto di conformità a leggi. Se si fa questo,
certamente ogni scienza che indaghi connessioni causali e quindi anche la
storia è una scienza di leggi; ma questa identificazione non ha alcuna
legittimità. Per possedere realtà empirica, i legami causali devono piuttosto
essere realtà individuali, poiché non vi sono altre realtà al di fuori di
quelle empiriche individuali. Invece le leggi sono sempre generali e possono
perciò valere, se devono essere più che concetti, soltanto come realtà
metafisiche. Ma la dottrina del metodo deve mantenersi libera da presupposti
metafisici; essa può quindi parlare soltanto di legami causali individuali in
quanto realtà empiriche e di leggi in quanto concetti generali. L'espressione
metodo causale che è particolarmente usata come antitesi al procedimento
teleologico — è perciò un'espressione polemica che non dice nulla, proprio
perché ogni scienza empirica ha a che fare con connessioni causali, e le
connessioni causali in quanto tali sono ancora indifferenti rispetto alle
differenze di metodo: esse permettono, al pari di ogni altra realtà empirica e
individuale, sia un apprendimento generalizzante sia un apprendimento
individualizzante. Ma — e con ciò ritorniamo al significato dei concetti
generali — anche se ogni connessione causale storica tra due stadi di una serie
storico-evolutiva è un processo in cui la causa produce qualcosa che non
esisteva prima, la rappresentazione di questi nessi causali storici è
possibile, al pari di ogni rappresentazione dell’individuale, soltanto
utilizzando elementi concettuali che abbiano ognuno per sé un contenuto
generale e che solo nella loro composizione particolare esprimono
l’individualità del reale; nella rappresentazione di legami causali individuali
si aggiunge invece qualcosa che richiede di fatto l’uso di concetti generali in
un senso particolare. Lo storico non vuole cioè indicare soltanto la
successione temporale di causa ed effetto, ma anche acquisire uno sguardo sulla
recessità con cui da questa causa individuale e irripetibile scaturisce
quest’effetto individuale e irripetibile; e qui non si può evitare una deviazione
attraverso concetti generali di rapporti causali ed eventualmente attraverso
leggi causali. Per quanto il legame causale non possa essere generalmente
designato come realtà empirica, per esprimere scientificamente la sua necessità
noi possediamo soltanto lo schema spaziale e temporale del dovunque e del
sempre , e perciò alla rappresentazione scientifica anche della necessità
causale individuale si collega sempre la formazione di un concetto generale o
(dove si può pervenire ad essa) di una legge causale generale — circostanza che
spiega al tempo stesso il consueto scambio tra legge e causalità. Ciò costringe
anche la storia, se vuol gettare un ponte tra una causa individuale e il suo
effetto individuale in modo che la connessione causale si lasci cogliere come
necessaria, a impiegare concetti generali di connessioni causali. Essa
raggiunge il proprio fine scomponendo il concetto dell’oggetto individuale —
che dev'essere colto come effetto necessario — nei suoi elementi sempre
generali e poi connettendo questi elementi, egualmente generali, del concetto
della causa individuale, in modo che ognuno di questi legami tra elementi
concettuali generali esprima la connessione causale necessaria delle realtà ad
essi sottoposte. Fatto questo, la storia ricompone gli elementi generali del
concetto di causa, considerati di per sé, in un concetto che rappresenta
l'individualità di questa causa: essa ottiene in tal modo, mediante una
deviazione attraverso concetti causali generali, una prospettiva scientifica
sul legame necessario della causa storica individuale con l’effetto storico
individuale. Ovviamente, in questo modo è stato indicato soltanto un ideale
logico la cui realizzaziorie può essere raggiunta solo parzialmente dove non si
riesce a collegare causalmente tutti gli elementi del concetto di effetto a
elementi del concetto di causa; e quindi soltanto di rado potrà scomparire
dalle rappresentazioni storiche un residuo causalmente non derivabile. In casi
del genere si parla anche di libertà, perché manca la possibilità di scorgere
la necessità causale. Non sì può in questa sede discutere più da vicino quali
mezzi la storia possegga per cogliere nel modo più compiuto possibile la
necessità di un nesso causale storico, e in quale rapporto stia quindi con le
scienze generalizzanti. Ma è fin d’ora chiaro che anche per lo storico è
importante la conoscenza di leggi causali circostanza che spiega perché si vuol
fare della storia una scienza di leggi. Altrettanto chiaro è però che con
questa importanza dei concetti di legge non cambiano per nulla i fini della
storia. I prodotti del pensiero generalizzante sono per essa sempre soltanto
deviazioni o strumenti e servono, al pari degli elementi generali dei concetti
storici, a una rappresentazione che vuol cogliere la totalità storica in modo
individualizzante. Neppure mediante un'esposizione di tutti i casi in cui il
procedimento generalizzante è soltanto mezzo di una rappresentazione
individualizzante si potrebbe esaurire il significato che i concetti generali
hanno nella storia. Ciò che si prende in considerazione nella sua singolarità e
individualità è sempre e soltanto la totalità storica, non già tutte le sue
parti. Molte di esse non vengono rappresentate dalla storia qualora non abbiano
alcun significato per l’individualità del tutto, e anche la maggioranza delle
parti rappresentate viene raccolta sotto concetti generali di gruppo. Anzi, si
può sostenere che in una rappresentazione storica non c'è bisogno che siano
presenti concetti di oggetti parziali, i quali contengano soltanto ciò che è
singolare e individuale, e che in essa si formano esclusivamente concetti di
gruppo che contengono ciò che è comune a una pluralità di oggetti. Tali
concetti di gruppo sorgono necessariamente quando lo storico non sa abbastanza
degli avvenimenti che rappresenta per poter penetrare nella loro individualità,
ed è perciò costretto ad accontentarsi di un concetto generale. Ma in
moltissimi casi, e forse anche in tutti, lo storico vuole formare di fatto un
unico concetto di gruppo, e allora sembra procedere, anche riguardo al suo
fine, in modo generalizzante. In relazione a ciò si può meglio comprendere
anche una questione assai dibattuta. Si è ritenuto che la vecchia tendenza
della storiografia sia individualistica , ma soltanto perché attribuisce troppo
valore ad avvenimenti politici o di altro genere, e quindi a singole persone.
La nuova tendenza dovrebbe, per non rimanere in superficie, occuparsi di meno
delle azioni politiche di singole personalità e di più dei movimenti di massa,
penetrando così l'essenza autentica dello sviluppo culturale. AI vecchio metodo
individualistico si contrappone pertanto un nuovo metodo collettivistico , e
questo viene valutato, proprio perché forma soltanto concetti generali, come il
nuovo metodo della storia, l’unico veramente scientifico e da tempo in uso
nelle scienze naturali. Ammettiamo pure, per comprendere il significato logico
di questo punto di vista, che sia vero che lo storico operi soltanto con
concetti di gruppo infatti questa proposizione è logicamente assurda come
quella secondo cui la storia dovrebbe formare un sistema di concetti generali e
immaginiamoci per esempio una rappresentazione della Rivoluzione francese che
tenga conto soltanto dei movimenti di massa, perché ciò che le singole persone
hanno compiuto appare inessenziale. Si potrebbe allora dire che la storia
procede realmente, in base al nuovo metodo, in maniera non soltanto
collettivistica ma anche generalizzante, come una scienza naturale? Tanto ovvia
quest'idea appare ai rappresentanti del nuovo metodo, altrettanto essa è falsa,
perché e questo motivo è sempre determinante soltanto le parti della totalità
possono essere ricondotte a concetti generali. Anche una storia che proceda in
maniera collettivistica considera sempre la totalità nella sua individualità, e
anche i concetti generali di gruppo devono venir formati in modo da essere
adatti alla rappresentazione dell’individualità del tutto. Di metodo
generalizzante si potrebbe parlare soltanto nel caso che si dovesse
rappresentare una rivoluzione qualsiasi e non già come presupponiamo e come
dobbiamo presupporre finché la rappresentazione ha carattere di storia questa
determinata Rivoluzione francese, che ha avuto inizio nel 1789 e così via. La
contrapposizione tra metodo individualistico e metodo collettivistico è quindi
fuorviante. Tutti gli storici procedono in modo più o meno collettivistico, e
lo hanno sempre fatto. La circostanza che oggi qualcuno lavora il più possibile
con espressioni generali come quelle di epoche e di movimenti di massa,
parlando soltanto di fattori psico-sociologici e dichiarando inutilizzabile
ogni psicologia individuale (che del resto soltanto i dilettanti possono porre
in relazione con la concezione individualistica della storia), per dare a
intendere a sé e agli altri di procedere al modo della scienza naturale, può
forse dar luogo a una storia vaga e indeterminata oppure condurre, trascurando
le personalità essenziali, a una falsificazione diretta dei fatti, ma non può
cambiare per nulla il carattere individualizzante del metodo storico. Dobbiamo
anzi fare un passo più in là. Anche i concetti generali di gruppo impiegati
dalla storia non sono pur contenendo soltanto ciò che è comune a una pluralità
di oggetti concetti generali nel senso di quelli che forma una scienza
generalizzante procedente in modo sistematico. Lo storico può cioè ritenersi
soddisfatto di un concetto di gruppo soltanto se in esso è già contenuta nel
medesimo tempo l’individualità di tutti gli elementi di tale gruppo, per lui
significativa nella connessione storica. Perciò il fine in riferimento al quale
sono formati i concetti storici di gruppo non costituisce una generalizzazione
del tipo di quella compiuta dalle scienze generalizzanti, bensì una
rappresentazione dell’individualità di gruppo. Anche questi concetti generali
sono sempre prodotti di un procedimento individualizzante, nella misura in cui
il principio che determina i loro elementi può essere compreso soltanto in base
ai fini della storia individualizzante. Si può anche designarli come concetti
collettivi individualizzanti, per distinguerli sia dai concetti collettivi ai
quali si tende nelle scienze generalizzanti, sia dai concetti generali
impiegati strumentalmente nella storia. Questa distinzione può forse suonare un
po’ sofistica finché non si sarà trattato di un altro aspetto del metodo
storico. Occorre cioè richiamare ora l’attenzione sulla circostanza, già
rammentata, che l'apprendimento individualizzante non considera tutta la
molteplicità individuale di una realtà, ma comporta una scelta trasformatrice.
Alla base di questa scelta e di questa trasformazione dev'esserci nella scienza
storica un principio, e soltanto il suo chiarimento esplicito completerà la
comprensione dell’essenza logica del metodo storico. Per pervenire a un tale
principio riflettiamo nuovamente sulle nostre conoscenze pre-scientifiche. Esse
dipendono dall’interesse che il nostro ambiente suscita in noi. Ma che cosa
vuol dire avere interesse per gli oggetti? Vuol dire che non ci limitiamo a
rappresentarceli, ma che li riferiamo al tempo stesso alla nostra volontà e li
poniamo in relazione con le nostre valutazioni. Dove apprendiamo qualcosa in
modo individualizzante, la particolarità dell'oggetto deve in qualche modo
essere collegata con valori che non sono collegati a loro volta con nessun
altro oggetto; se ci arrestiamo a un apprendimento generalizzante, il
collegamento con il valore dipende soltanto da ciò che è allo stesso modo
presente in altri oggetti e che può quindi essere sostituito da altri esemplari
del medesimo concetto di genere. Questo è l’aspetto non ancora illustrato della
differenza tra apprendimento generalizzante e apprendimento individualizzante:
anche in riferimento ad esso i due metodi scientifici mostrano un’antitesi di
principio. Se dalla generalizzazione pre-scientifica si procede a subordinare
scientificamente gli oggetti a un sistema di concetti generali, non soltanto si
astrae dall’interesse per ciò che è singolare e individuale, ma si allenta
sempre più, con il progredire del processo di formazione del sistema, il legame
dell’elemento comune a più oggetti con i valori. Se cioè ogni concetto generale
è subordinato a un concetto ancor più generale, e se alla fine tutti i concetti
sono ricondotti al concetto generalissimo verso cui tende l’indagine, allora
anche gli oggetti per i quali il sistema deve valere possono essere considerati
come egualmente forniti di valore o egualmente privi di valore: infatti il
principio che determina ciò che è essenziale in un oggetto non può più essere
ora l'interesse originario, ma può essere soltanto la posizione che l’oggetto
assume nel sistema di concetti generali. La divisione tra essenziale e
inessenziale, originariamente compiuta sempre in base a punti di vista
valutativi, viene così respinta da una scienza generalizzante, e al tempo
stesso sostituita dal fatto che l'elemento generale o comune coincide ora, in
quanto tale, con l’essenziale. Lo svincolarsi degli oggetti da tutte le
relazioni di valore costituisce perciò l’altro aspetto, non ancora considerato,
del metodo generalizzante, e ci indica contemporaneamente l’altro aspetto, non
ancora considerato, dell’individualizzazione scientifica. Può quest’ultima
egualmente distinguersi dall’individualizzazione pre-scientifica per il fatto
di svincolare gli oggetti da tutti i valori? Non si scorge in virtù di quale
principio diverso dalla relazione di valore debba sorgere l'apprendimento
individualizzante. Se sciogliamo un oggetto da tutte le connessioni con i
nostri interessi, esso potrà venir considerato semplicemente come esemplare di
un concetto generale. L’individuale può diventare essenziale soltanto in
riferimento a un valore, e quindi eliminando ogni relazione di valore si
eliminerebbe anche l’interesse storico e la storia stessa. Viene così alla luce
non soltanto una connessione necessaria tra considerazione generalizzante e
considerazione avalutativa, ma anche una connessione altrettanto necessaria tra
apprendimento individualizzante e apprendimento legato ai valori: per cogliere
la struttura logica della storia anche sotto questo aspetto, occorre perciò
conoscere più da vicino il tipo dei valori e del loro legame con gli oggetti
storici. Anche qui è necessario, naturalmente, una volta accertato l’elemento
comune presente nella relazione di valore pre-scientifica e scientifica,
separarle nettamente tra loro. Che i valori abbiano nella scienza un ruolo
determinante, anzi debbano essere princìpi dell’elaborazione concettuale,
sembra contraddire l’essenza della scienza. A buon diritto proprio dallo storico
si esige che rappresenti le cose il più oggettivamente possibile, e per quanto
questo fine non possa essere raggiunto completamente da nessuno, si può però in
ogni caso indicarlo come ideale logico. Come si accorda con tutto ciò
l’affermazione che le relazioni di valore appartengono all’essenza del metodo
storico? Per comprendere questo fatto occorre chiarire che c’è un tipo di
relazione di valore che non coincide con una presa di posizione e con una
valutazione pratica, e che gli oggetti possono essere riferiti ai valori anche
in maniera puramente teoretica. Certamente, se dalla molteplicità del reale si
trae fuori questo elemento come essenziale, e si lascia in disparte quell’
altro come inessenziale, si può sempre designare tutto ciò come una presa di posizione
nei confronti della realtà, nella misura in cui l’essenziale è ciò che è
fornito di valore per la conoscenza scientifica. Ma questo tipo di valutazione
non manca in nessuna elaborazione concettuale della scienza sia essa
generalizzante o storica perché il fine della scienza deve sempre valere come
valore per conferire un senso al lavoro scientifico. Se si vuol comprendere
nella sua particolarità l’essenza della relazione di valore nella scienza
storica si deve perciò prescindere totalmente da questa valutazione, per quanto
importante la sua presenza possa essere per la trattazione di altri problemi
filosofici. Qui importa soltanto stabilire se, per il fatto che l’individualità
di un oggetto diventa essenziale in virtù del riferimento a un valore, ne
derivi necessariamente anche una valutazione positiva o negativa dell'oggetto;
e a tale domanda occorre rispondere in modo decisamente negativo. La
rappresentazione storica implica una relazione di valore soltanto nella misura
in cui l'oggetto, appreso in modo individualizzante, ha un qualche significato
per un valore; ma non ha bisogno di pronunciarsi sul fatto se esso possegga un
valore positivo o negativo e può quindi prescindere del tutto da ogni
valutazione, che dev'essere sempre positiva o negativa. Noi dobbiamo
distinguere con precisione la valuta zione pratica e la relazione puramente
teoretica di valore. Anzi, se pensiamo che non conosciamo mai la realtà così
com’era, ma che ogni conoscenza è già una trasformazione della realtà, diventa
chiaro che non si può disputare del valore positivo o negativo di
un’individualità se tra coloro che disputano non c’è già un comune
apprendimento individualizzante della realtà, sorto da una relazione di valore
puramente teoretica e indipendente dalla diversità delle loro valutazioni
pratiche; altrimenti non si disputerebbe affatto della stesse individualità.
Perciò, quanto il conoscere teoretico e la valutazione positiva o negativa sono
due processi distinti in linea di principio, tanto poco la relazione puramente
teoretica di valore è in contraddizione con la conoscenza scientifica. Lo
storico non valuta i suoi oggetti in quanto storici, ma trova di fronte a sé
dei valori come quelli dello stato, delle organizzazioni economiche, dell’arte,
della religione ecc.; e in virtù della relazione teoretica degli oggetti con
questi valori, vale a dire in riferimento al fatto se e come la loro
individualità significhi qualcosa per questi valori, la realtà si articola ai
suoi occhi in elementi essenziali e inessenziali, senza ch’egli debba
pronunciare un giudizio di valore diretto, positivo o negativo, sugli oggetti.
L'essenza della relazione di valore storica diventa del tutto chiara se
fissiamo ancora un secondo punto, in virtù del quale l’individualizzazione
scientifica si distingue da quella pre-scientifica; e già i concetti di valore
prima utilizzati come esempi vi alludono. La relazione teoretica di valore
nella storia non è soltanto indipendente da una valutazione positiva o
negativa, ma deve anche essere 207 arbitraria sotto un altro punto di vista,
cioè in riferimento ai valori con cui gli oggetti vengono posti in relazione.
Ciò si consegue però solamente in quanto lo storico articola la realtà in
elementi essenziali e inessenziali in relazione a valori universali, ossia a
valori quali quelli incorporati negli esempi sopra indicati dello stato,
dell’arte, della religione ecc. Per quanto ciò sia in fondo semplice, anche di
qui sono sorte molte contese e molte incomprensioni. In particolare, si è
ancora una volta ritenuto che il metodo della storia sia un metodo
generalizzante a causa dell’universalità dei valori. Certamente così si può
giustificare questo punto di vista lo stato è per esempio un concetto generale,
e se gli eventi storici vengono rappresentati come eventi politici, l’elemento
politico in essi presente, in virtù del quale sono storicamente essenziali, è
pur sempre l'elemento comune. Così essi vengono ricondotti sotto il concetto
generale di politico nello stesso modo in cui nelle scienze generalizzanti gli
oggetti vengono appresi come esemplari di un concetto di genere. È veramente
giusto questo? È esatto che valori universali sono nel medesimo tempo concetti
generali. Ma, in primo luogo, la storia non si prefigge mai di formare o anche
soltanto di ordinare sistematicamente questi concetti universali di valore,
come dovrebbe fare se fosse una scienza generalizzante; essa si trova già di
fronte concetti universali di valore, e solamente la filosofia della storia,
non già la scienza storica empirica può come vedremo avanti porsi il compito di
pervenire a un sistema di concetti universali di valore. Inoltre e questa è la
cosa principale l’universalità del valore non ha per la storia il significato
di contenere ciò che è comune a più valori particolari: importa soltanto il
fatto che la storia riferisce i suoi oggetti a valori i quali valgono come
valori per tutti coloro a cui si rivolge, o per lo meno vengono da tutti intesi
come valori. Del resto, il riferirsi degli oggetti ai valori conduce a un
apprendimento individualizzante, poco importa che i valori siano puramente
individuali oppure universali nel senso indicato: questa differenza riguarda
infatti soltanto la validità dei valori, non già la struttura logica della
relazione di valore. In breve, che per giungere a risultati universalmente
validi la scienza storica abbia bisogno di valori universali non incide affatto
sull’antitesi tra il metodo storico individualizzante riferito ai valori e il
metodo generalizzante avalutativo delle scienze di leggi. Volendo, si può anzi
dire che ogni scienza, per avere validità universale, deve sempre subordinare
il particolare all’universale. Ma questa frase è, per la sua indeterminatezza,
molto equivoca e in ogni caso non dice nulla. Se si vuole adoperarla nella
dottrina del metodo occorre distinguere rigorosamente una subordinazione
generalizzante a concetti avalutativi di genere o di legge da una
subordinazione individualizzante a concetti universali di valore; e la cosa
migliore sarà di impiegare il termine subordinazione soltanto per designare il
rapporto reciproco dei concetti generali e il rapporto dell’esemplare con il
concetto di genere ad esso superiore, altrimenti possono sorgere soltanto
errori. Se con questa prospettiva più esatta sull’essenza del procedimento
individualizzante ritorniamo ancora una volta ai concetti storici che
sembravano costituire, per la generalità del loro contenuto, un’istanza
negativa contro la caratterizzazione della storia come scienza
individualizzante, è possibile comprendere meglio i concetti storici di gruppo
nella loro differenza dai concetti storici di gruppo generalizzanti. Essi non
hanno soltanto come tutti i concetti relativi a parti storiche lo scopo di
esprimere l’individualità del tutto storica a cui appartengono; ma anche la
scelta di ciò che è essenziale è determinata, nella loro formazione, dal valore
universale dominante. In altri termini, non già l'elemento comune in quanto
tale costituisce di per sé l’essenziale, ma la circostanza che il suo contenuto
consiste dell’elemento comune a una pluralità di oggetti ha per unico
fondamento il fatto che soltanto l’individualità del gruppo, e non
l’individualità delle singole parti, riveste significato per il valore
universale, e che quindi già il concetto di gruppo contiene individualità sufficiente
a esprimere ciò che è essenziale per la rappresentazione individualizzante
riferita ai valori. Il principio di elaborazione concettuale dei concetti
storici collettivi è quindi esattamente lo stesso che per tutti gli altri
concetti storici: ancora una volta risulta quanto poco senso abbia definire
collettivistico il procedimento della storia, in riferimento al suo carattere
/ogico. La polemica tra il cosiddetto metodo collettivistico e il cosiddetto
metodo individualistico è una polemica sul contenuto della scienza storica, e
non ha nulla a che fare con i problemi logici del metodo. Anche una
rappresentazione che proceda in modo puramente collettivistico non soltanto
sarebbe come si è già visto individualizzante, ma sarebbe anche guidata, al
pari di qualsiasi rappresentazione storica, da punti di vista valutativi. Il
grosso ruolo che i punti di vista valutativi hanno nella storia viene del resto
sempre più riconosciuto e meglio compreso nei tempi recenti, anche se non
sempre l’attenzione è rivolta ai due punti più importanti, cioè alla
distinzione della relazione teoretica di valore dalla valutazione pratica e
all’universalità dei valori. Naturalmente qui non è possibile trattare in modo
esaustivo tutte le questioni connesse con i valori; ci limiteremo però a porre
in rilievo almeno due punti. Un'indagine logica non potrà mai proibire allo
storico di oltrepassare la relazione teoretica di valore per assumere una
posizione valutativa nei confronti dei suoi oggetti; e forse nessuna
rappresentazione storica è mai del tutto libera da valutazioni positive o
negative. Si deve però anche stabilire che, dove sembra essere presente un
giudizio di valore, non sempre si intendeva realmente formularlo. In ogni
rappresentazione storica si troveranno cioè proposizioni che accompagnano
soprattutto le azioni umane con un predicato di lode o di biasimo, che
constatano qui un atto di bontà o di coraggio, là un delitto; e proprio questo
sembra distinguere la storia dalle scienze di leggi, per le quali il vizio e la
virtù sono prodotti quanto lo sono il vetriolo o lo zucchero. È anche chiaro
che lo storico può prendere posizione con proposizioni del genere. Ma in
moltissimi casi i predicati di valore servono soltanto all’accertamento di
fatti e alla caratterizzazione puramente teoretica degli avvenimenti. Quando
per esempio un’azione viene designata come criminale, ciò può anche voler dire
che le fonti costringono ad assumere che siamo di fronte a un atto che
generalmente si definisce delitto; e se un altro storico accompagna
quest’azione con un altro predicato, ciò non significa necessariamente che egli
valuti altrimenti lo stesso stato di fatto, ma che egli può anche assumere un
altro stato di fatto che poi deve, naturalmente, designare in modo diverso.
Nella trattazione dei fattori valutativi presenti nella storia ci si dovrebbe
porre in ogni caso la domanda se il predicato di valore ha realmente
l’intenzione di valutare, o se non serva piuttosto soltanto allo scopo di
utilizzare il significato terminologico ad esso generalmente connesso per
stabilire un fatto, nello stesso modo in cui ciò avviene con significati che
non possono essere impiegati a scopo di valutazione. Se quindi la comparsa di
valutazioni può sembrare in parecchi casi più frequente di quanto non sia in
realtà, occorre d’altra parte porre in rilievo che in certo senso anche le
valutazioni sono un elemento indispensabile della scienza storica. Se è certo
che la relazione teoretica di valore non è una presa di posizione pratica e che
perciò lo storico può sempre astenersi da qualsiasi valutazione dei suoi
oggetti, altrettanto certo è che nell’ambito dei valori a cui riferisce i suoi
oggetti egli dev’essere in qualche modo, anche come storico, un uomo che compie
valutazioni. Nessuno che non ponga i valori politici in relazione alle proprie
valutazioni positive o negative, che non abbia cioè un qualche rapporto
valutativo nei confronti di questioni politiche, scriverà o leggerà di storia
politica: senza essere egli stesso un uomo che compie valutazioni in questo
campo, non comprenderebbe infatti i valori che guidano la selezione del
materiale storico, e non avrebbe quindi il minimo interesse storico per esso.
Ma ciò che vale per la storia politica deve parimenti valere per la storia
dell’arte, della religione, dell’economia ecc. Spesso ciò non viene neppur
osservato, come certe cose evidenti: vi sono anzi molti storici i quali credono
non soltanto di stare con i loro oggetti in un rapporto semplicemente
conoscitivo, ma anche di essere, in quanto storici, puri spettatori. Di fatto
lo storico si distingue dal ricercatore che procede in modo generalizzante
anche perché nel suo lavoro non soltanto deve riconoscere come valore il fine
scientifico ch'egli persegue, ma prende anche posizione se non verso gli
oggetti storici, almeno nei confronti dei valori universali a cui riferisce in
modo individualizzante i suoi oggetti. Quale significato abbia per l’
oggettività delle scienze storiche il fatto che c’è storia soltanto per esseri
capaci di valutazione, in quale rapporto questa oggettività stia con
l’oggettività delle scienze generalizzanti o scienze di leggi, le quali non
hanno bisogno di riconoscere altro valore se non quello stesso della scienza
generalizzante, non può venir discusso in questa sede. Qui si deve soltanto comprendere
la struttura logica della scienza storica quale esiste di fatto, e in
particolare descrivere l’essenza del suo metodo riferito ai valori e
individualizzante, così come viene realmente esercitato, e penetrare questo
metodo nella sua necessità logica che risulta dai fini della storia. In base ai
fondamenti indicati non si è finora parlato del carattere specifico del
materiale storico, e non si è quindi neppure potuto rispondere alla questione
del modo in cui perveniamo a rappresentare non soltanto in modo generalizzante,
ma anche in modo individualizzante, il materiale di cui trattano le scienze
storiche. Il motivo di ciò dev'essere finalmente indicato per rendere
comprensibile l’essenza della scienza storica, e ciò in quanto lo specifico
carattere materiale degli oggetti storici può essere inteso in base all’essenza
logica del metodo storico. Decisiva è qui, ancora una volta, la connessione
dell’apprendimento individualizzante con l'apprendimento riferito ai valori. La
rappresentazione individualizzante costituisce cioè un bisogno soprattutto dove
più stretto è il nesso degli oggetti con i valori. Se ripensiamo
all’elaborazione concettuale prescientifica, vediamo che essa è sempre
caratterizzata dal fatto che sono in prevalenza uomini quelli che vengono
considerati come individui, e che in questi uomini è particolarmente
significativo in virtù della sua individualità ciò che è espressione della loro
vita psichica. Anzi, il nostro apprendimento individualizzante è talmente
dominato dall’interesse per la vita psichica degli uomini che equipara
addirittura il concetto di individuo con quello di personalità, e si è
costretti a riflettere esplicitamente sul fatto che un qualsiasi oggetto mostra
parimenti un’impronta assolutamente individuale. Se e fino a qual punto la
storia in quanto scienza che riferisce i suoi oggetti non a valori individuali
puramente personali, ma a valori universali, debba rappresentare le
personalità, dipende soltanto da ciò che le personalità significano nella loro
singolarità per i valori universali; perciò l’individualizzazione scientifica
può allontanarsi di molto da quella pre-scientifica. Dal momento però che ogni
storia viene fatta da uomini, anche la rappresentazione scientifica del
singolare e del particolare dev'essere prevalentemente rivolta alla vita
psichica degli uomini; e questo è il motivo per cui le scienze storiche sono
sempre state inserite tra le scienze dello spirito. Comprendiamo ora con tutta
chiarezza perché questa designazione esprime una caratteristica secondaria dal
punto di vista logico e non è neppure adatta, anche prescindendo da ciò, a
caratterizzare in modo compiuto il materiale della scienza storica. Infatti non
è soltanto la vita spirituale, ma è in misura prevalente Ja vita spirituale che
interessa lo storico nella connessione con i processi corporei; inoltre non
tutta la vita spirituale, e neppure tutta la vita psichica dell’uomo, ma
soltanto una determinata e relativamente piccola parte della vita psichica
degli uomini viene presa in considerazione come materiale da parte della
scienza storica. Anche volendo limitare questa parte per conseguire una
caratterizzazione ancor più esatta del materiale storico, ciò può avvenire
ancora una volta soltanto in base alla comprensione che abbiamo realizzato
dell’essenza del metodo storico, e cioè appunto in riferimento alla
particolarità dei punti di vista valutativi che nell’elaborazione concettuale
individualizzante sono determinanti per la selezione di ciò che è essenziale.
Il fatto che si tratti sempre di valori umani universali può venir espresso
anche dicendo che diventano storicamente essenziali soltanto gli oggetti che
posseggono un significato in relazione a interessi sociali. Perciò, in virtù
della connessione storica delle parti con la totalità storica o con la società,
l’oggetto principale della ricerca storica non è l’uomo in genere, concepito
come svincolato da essa, ma è l’uomo come essere sociale e ciò soprattutto
perché partecipa alla realizzazione dei valori sociali. Certamente, il concetto
di societas dev'essere qui preso in senso tanto ampio da comprendere anche
comunità come quelle degli scienziati o degli artisti. Se chiamiamo con il nome
di cultura il processo con cui i valori sociali universali si realizzano nel
corso dello sviluppo storico, l’oggetto principale della storia dev'essere la
rappresentazione delle parti o della totalità della vita culturale umana, e
ogni materiale storicamente importante deve avere un qualche legame con la vita
culturale umana, poiché soltanto allora vi è un motivo per riferirla ai valori
universali e indagarla nella sua particolarità e individualità. I valori che
guidano la selezione di ciò che è essenziale nella storia devono perciò essere
designati anche come valori culturali universali così come li abbiamo incontrati,
per esempio, nei concetti di valore dello stato, del diritto, dell’arte, della
religione, dell’organizzazione economica. S'intende che lo storico non può dire
che cosa sia progresso culturale o regresso culturale, poiché in tal caso
passerebbe dalla relazione teoretica di valore alla valutazione pratica. Non
c'è bisogno che i suoi ideali culturali assumano un'importanza determinante per
l'elaborazione del suo materiale; ma egli dev'esserein grado di comprendere i
valori culturali universali degli uomini e dei popoli che rappresenta, per
poter separare l’essenziale dall’inessenziale in virtù di una relazione
puramente teoretica di valore. Inoltre l'indagine storica non è limitata ai
processi culturali. Particolarmente quando occorre conoscere le cause degli avvenimenti
storici, possono risultare significativi anche oggetti che appartengono
semplicemente alla natura , e che diventano importanti proprio con riguardo
alla loro individualità: per esempio la particolarità del clima di una
determinata regione, la posizione geografica di un paese, e così via. Ma per
trovare posto in una rappresentazione storica questi oggetti devono sempre sia
connettersi causalmente con processi culturali sia essere considerati nel loro
significato per i valori culturali; e al centro di una scienza
individualizzante resterà sempre una qualche parte dello sviluppo singolare
della vita culturale. Che con ciò non sì intenda affatto vantare un particolare
metodo storico-culturale, come oggi sovente vien fatto in antitesi al metodo
della storia politica, non richiede un’esplicita assicurazione. La logica non
può decidere la questione del campo di lavoro specifico della storia, e neppure
perviene alla questione dell'essenza del metodo storico. Se si vuol parlare di
un’antitesi tra storia politica e storia culturale in genere, l’una e l’altra
devono però applicare il medesimo procedimento individualizzante; può soltanto
darsi che la storia culturale, nel senso più ristretto in cui oggi talvolta la
si intende, applichi concetti di gruppo in misura più ampia di quanto non
faccia la storia dei processi politici. Noi sappiamo però che un numero
maggiore o minore di concetti di gruppo non cambia per nulla l’essenza del
metodo storico. A prescindere da ciò, non è affatto stabilito che la storia culturale
sia configurata in modo più collettivistico della storia politica. Tali
questioni hanno a che fare con la dottrina del metodo soltanto nella misura in
cui devono essere tenute scrupolosamente lontane dalle indagini logiche. Il
dilettantismo logico dei giorni nostri ha anche qui prodotto disorientamento,
ma non possiede ancora un'importanza tale da giustificare un esame più
ravvicinato in questa sede. Il termine cultura viene qui usato nel senso che la
vita politica è una parte della vita culturale in genere. Esso non designa
altro che l’insieme degli oggetti che hanno un significato diretto per la
realizzazione dei valori universali e che, a causa di questa relazione di
valore, non possono mai essere rappresentati in modo esaustivo da una scienza
generalizzante, ma richiedono invece di essere appresi da una scienza
individualizzante. Con ciò è subito chiaro in qual senso la scienza storica sia
una necessità per gli uomini civili. L'uomo civile riferirà sempre la realtà ai
valori culturali universali, cosicché deve sorgere la domanda relativa al modo
in cui si è compiuta la realizzazione della cultura nel suo sviluppo singolare:
a tale questione può dare risposta soltanto la storia individualizzante, mai
una scienza generalizzante. Se guardiamo ancora una volta indietro, utilizzando
i concetti che abbiamo fornito si può delineare un sistema delle scienze
empiriche in cui alla storia è assegnato in riferimento sia al suo metodo che
al suo materiale un posto stabile; sulla base di questa prospettiva si possono
comprendere e affrontare gli altri gruppi di problemi di filosofia della
storia. Dal punto di vista del metodo le scienze particolari procedono o in
modo generalizzante e sistematico o in modo individualizzante e quindi non
sistematico. Il loro materiale consiste o di oggetti naturali, svincolati dai
valori, o di processi culturali, che sono invece riferiti a valori. Questo è
soltanto uno schema generalissimo: non si deve quindi dire si dovrà sempre
sottolinearlo che le diverse discipline lavorano in modo esclusivamente
generalizzante o esclusivamente individualizzante, che trattano soltanto di
oggetti naturali o soltanto di processi culturali, e che gli oggetti naturali
devono essere rappresentati soltanto in forma generalizzante e i processi
culturali soltanto in forma individualizzante. Al contrario, i diversi metodi
sono strettamente congiunti nella trattazione dei diversi materiali, e i
princìpi di divisione qui forniti possono collegarsi in maniera differente. Il
procedimento generalizzante parte da fatti individuali, mentre quello
individualizzante ha bisogno di concetti generali come strumenti di
rappresentazione e di connessione. Accanto alle scienze naturali generalizzanti
vi sono discipline che trattano dei processi naturali in modo individualizzante
e quindi, anche se mediatamente e indirettamente, in riferimento ai valori,
come per esempio la storia dell'evoluzione degli organismi; e viceversa la vita
culturale può, nonostante la relazione di valore, essere sottoposta a una
rappresentazione generalizzante. Anzi, anche prescindendo del tutto dalla
psicologia, molte delle cosiddette scienze dello spirito come per esempio
almeno in parte la linguistica, la giurisprudenza, l'economia sono scienze
culturali non certo storiche, ma sistematiche; il loro metodo non coincide
necessariamente con quello delle scienze naturali generalizzanti, e la loro
struttura logica costituisce quindi uno dei problemi più difficili e
interessanti della dottrina del metodo. Ma per quanto grande possa essere la
varietà delle aspirazioni scientifiche che la logica non deve criticare, ma
semplicemente riconoscere come fatti, e per quanto i princìpi logici di
divisione debbano quindi limitarsi a distinguere concettualmente ciò che è
strettamente connesso nella realtà, la storia la quale tratta degli uomini,
delle loro istituzioni e delle loro imprese può essere solamente designata, con
riguardo ai suoi fini ultimi, come scienza individualizzante della cultura. Il
suo scopo è sempre la rappresentazione di una serie di sviluppo singolare, più
o meno comprensiva; e i suoi oggetti sono essi stessi” processi culturali
oppure stanno in relazione con valori culturali. In tal modo questa scienza
risulta in linea di principio distinta per il suo contenuto da tutte le scienze
naturali, procedano esse in modo generalizzante o individualizzante, e
metodologicamente distinta anche da tutte le scienze culturali che trattano i
loro oggetti in modo sistematico. La logica della storia deve muoversi entro
questo quadro. Soltanto allora essa può penetrare che cosa è realmente la
storia, e soltanto così può essere utile a una filosofia che voglia comprendere
il significato della storia reale per la soluzione dei suoi problemi. La
costruzione di scienze del futuro, oggi particolarmente cara alla logica della
storia, non ha invece alcun valore né per la ricerca particolare né per la
filosofia, se non quello di un esempio scoraggiante. Anche la questione d ei
princìpi dell’accadere storico, che prendiamo ora in esame, può trovare
risposta soltanto se ci si appoggia sul concetto di ciò che viene di fatto
rappresentato come storia dalle scienze storiche. Già sappiamo che questi
princìpi vengono cercati o in leggi generali o nel senso generale della vita
storica. Se si vuole pervenire a chiarezza sui compiti della filosofia della
storia come dottrina dei princìpi, occorre determinare che cosa si può
intendere quando si parla di legge oppure di storia, e chiedersi che cosa
meriti il nome di principio della storia. Ne risulterà che l’alternativa tra
legge e senso della storia, al pari della lotta tra metodo generalizzante e
metodo individualizzante, investe le due tendenze principali contrapposte della
filosofia della storia contemporanea, e che la decisione in questo scontro
dipende essenzialmente, ancora una volta, dalla comprensione dell'essenza
logica della scienza storica empirica. Il termine legge appartiene a quelle
espressioni la cui equivocità ha dato occasione a molteplici oscurità e
fraintendimenti. Mentre nell’identificazione tra legge e causalità la causa
lità viene unilateralmente considerata come forma dell’apprendimento
generalizzante, esiste d’altra parte un uso linguistico secondo cui conforme a
legge equivale senz'altro a necessario . Il termine può allora designare la
necessità di ciò che è singolare e particolare, e anche la necessità di un
imperativo o di un valore. Pretendere di vietare in ogni caso quest’uso sarebbe
pedantesco, e non avrebbe successo. Nella filosofia, però, bisognerebbe
evitarlo almeno nei punti decisivi; e in ogni caso, se alla filosofia della
storia viene posto il compito di cercare le leggi della storia, ciò ha un senso
chiaro soltanto se per legge si intende la legge naturale. La necessità della
legge non significa allora la necessità di una realtà individuale, ma universalità
incondizionata di un concetto, e più precisamente il nesso necessario di almeno
due concetti generali e il nesso necessario delle realtà corrispondenti
soltanto nella misura in cui la legge dice che, quando un oggetto individuale
mostra tra le altre caratteristiche anche quelle che costituiscono gli elementi
di un concetto generale, con esso è dovunque e sempre connesso realmente un
altro oggetto che, tra le altre caratteristiche, possiede anche quelle che
costituiscono gli elementi dell’altro concetto generale. In breve, la
conoscenza della legge è la forma di apprendimento della realtà a cui tende,
come ideale supremo, ogni scienza generalizzante della natura. Che la scienza
storica empirica non si ponga mai il fine ultimo di trovare leggi in quest’accezione,
già lo sappiamo. Lo storico che fa questo cessa di essere storico e di volere
una rappresentazione storica del suo oggetto. Perciò, dal momento che scienza
storica empirica e scienza di leggi si escludono concettualmente tra loro, si
può dire che il concetto di legge storica contiene una contradictio in adiecto
dove ovviamente il termine storico ha soltanto il senso formale o logico già
indicato, e questo principio riveste carattere logico anche nella misura in cui
è indipendente non soltanto da ogni idea sul materiale della storia, ma anche
da ogni visione sull’essenza della realtà in genere. Esso vale tanto
presupponendo il materialismo o il parallelismo psico-fisico quanto
presupponendo una metafisica spiritualistica o una dottrina metafisica della
libertà. Anche la storia di un oggetto le cui leggi ci fossero note senza alcun
residuo non consisterebbe mai di queste leggi, ma le utilizzerebbe soltanto
come mezzi. Ma ciò che vale per la scienza storica empirica non vale
necessariamente per la filosofia della storia. Poiché è logicamente legittimo
rivestire ogni realtà con un sistema di concetti generali, e poiché non occorre
essere seguaci del materialismo o del parallelismo psico-fisico per ritenere
possibile che ogni essere accessibile alle scienze empiriche possa venir
ricondotto a leggi generali, sembra che si possa senz'altro ritenere che il
filosofo della storia il quale, in quanto filosofo, non è uno storico, ma ha
sempre a che fare con l’universale scopra leggi valide per lo stesso materiale
che le scienze storiche empiriche tendono ad apprendere in modo
individualizzante. Dal momento che tale materiale è costituito principalmente
dalla vita sociale degli uomini, da ciò sorge l’idea di una sociologia come
filosofia della storia che ricerca leggi un'idea che è più vecchia della
terminologia di Comte, ma che trova molti seguaci anche ai giorni nostri. Per
tale via, questi sociologi cercano una conoscenza che conduca al di là delle
singole rappresentazioni storiche, con la loro aderenza al particolare, e
penetri l'essenza universale di tutto lo sviluppo storico. Evidentemente così
ritengono almeno i più cauti rappresentanti di questo punto di vista la
conoscenza storica di ciò che è singolare e individuale non è priva di valore,
ma costituisce, al contrario, l'indispensabile fondamento di una considerazione
ulteriore ossia costituisce, dal punto di vista della filosofia della storia,
soltanto il fondamento, il lavoro preparatorio. Su questa base si deve poi
innalzare l’edificio di una filosofia della storia comprensiva, che abbracci
nelle sue leggi il ritmo e quindi i princìpi di tutta la vita storica. Se
passiamo a valutare questo punto di vista, vediamo infatti che, se il termine
storico designa non già il metodo, ma il materiale della storia, il concetto di
legge storica non contiene per lo meno nessuna contraddizione logica; e in ogni
caso è un'impresa del tutto legittima ricercare le leggi della vita sociale
degli uomini. Del tutto diverso è però chiedersi se abbia un senso designare
come princìpi dell’accadere storico le leggi eventualmente trovate attraverso
la considerazione generalizzante del materiale che la storia rappresenta in
modo individualizzante, e se sia quindi corretto chiamare la sociologia col
nome di filosofia della storia. Questa è qualcosa di più che una questione
terminologica; e se ad essa si risponde affermativamente in base al principio
che si possono trovare leggi per ogni realtà, quindi anche per gli oggetti
delle scienze storiche, si trascurano due punti d'importanza decisiva. I
princìpi storici devono cioè essere in primo luogo princìpi della cultura e in
secondo luogo princìpi dell'universo storico. Sono appropriate a tale scopo le
leggi nel senso di leggi naturali? Ciò che soprattutto importa può venir
chiarito nel modo migliore se si ripensa al fatto che né la conoscenza
pre-scientifica, né una qualsiasi conoscenza scientifica della realtà empirica
riproduce questa realtà quale esiste indipendentemente dalla nostra
elaborazione concettuale, ma che ogni conoscenza si costituisce soltanto in
virtù di un apprendimento che trasforma la realtà. Nel suo processo di
formazione la scienza può essere guidata soltanto dai fini che si è posta come
scienza generalizzante o individualizzante, e una scienza generalizzante potrà
quindi sperare di pervenire a leggi soltanto se si libera da tutti gli
interessi per la realtà che non siano quelli indirizzati a determinare concetti
incondizionatamente generali per il proprio campo. Essa deve poter separare ciò
che ad altri modi di apprendimento appare connesso, e deve comprendere sotto un
concetto ciò che in rapporto ad altri interessi non sembra avere assolutamente
nulla in comune. Quanto essa si allontani così dall’apprendimento
pre-scientifico risulta particolarmente chiaro allorché si determinano le leggi
più comprensive. Basta considerare che le scienze di leggi conducono a una
separazione di principio dell’elemento fisico spaziale dall’elemento psichico
inesteso, e quindi alla rappresentazione di due mondi tra i quali non è più
possibile istituire alcuna connessione reale, mentre per il nostro
apprendimento pre-scientifico e anche per il nostro apprendimento storico i due
campi sono inscindibilmente legati tra loro. Oppure si pensi come il
trattamento imposto dalle scienze di leggi faccia sempre più scomparire il
carattere di cosalità della nostra immagine del mondo e introduca al suo posto,
in misura crescente, concetti di relazione. Una scienza della vita sociale
degli uomini richiederà evidentemente, in linea di principio, la medesima libertà
di trasformare la realtà mediante l’elaborazione concettuale generalizzante; se
ciò viene applicato al suo rapporto con la vita storica, ne risulta che la
sociologia nel caso che voglia essere al tempo stesso filosofia della storia
non possiede questa libertà di distruggere ogni forma di apprendimento della
realtà diversa da quella determinata dal suo fine di una conoscenza di leggi.
Se della sociologia si deve realmente poter dire che tratta il medesimo
materiale della storia, essa dovrà per lo meno cercare le leggi della vita
culturale, in quanto ogni scienza storica ha a che fare o con processi
culturali o con realtà che sono in relazione con questi. Ma la cultura non è
affatto una realtà libera da interpretazioni, che possa venir sottomessa a una qualsiasi
elaborazione e trasformazione concettuale; da una parte la cultura è una
sezione determinata della realtà, di cui non si sa se per essa, e soltanto per
essa, valgano concetti di legge, dall’altra tale sezione è una realtà già
articolata e trasformata in modo ben determinato da valori culturali. Chi può
dire se questa articolazione, dalla cui consistenza dipende se designamo una
realtà come cultura, si conserva allorché cerca di farsi valere l'apprendimento
generalizzante? Se però questo non avviene, allora la sociologia in quanto
scienza di leggi rappresenta insieme con l’altra vita sociale non storica anche
la medesima realtà trattata dalla storia, ma non l’apprende come la medesima
realtà, ossia non la rappresenta come cultura; e quanto poco importi da questo
punto di vista la comunanza del materiale, appare chiaro non appena si pensi
che l'oggetto comune non è che una parte di quella sterminata molteplicità che,
in quanto tale, non soltanto non può confluire in nessuna scienza, ma di cui
possiamo parlare solo in generale, mai in particolare, perché non la conosciamo
libera da interpretazioni. C'è perciò non soltanto un’inconciliabilità tra
metodo generalizzante e metodo individualizzante nelle scienze particolari, ma
manca pure ogni garanzia di conciliabilità tra la considerazione delle scienze
di leggi e la considerazione delle scienze della cultura; anzi a causa della
stretta relazione tra pensiero individualizzante e pensiero riferito ai valori
è, se non logicamente impossibile, almeno molto improbabile che i concetti di
legge possano sempre coincidere nel loro contenuto con i concetti culturali
generali. Con ciò è tolto il terreno, già in linea di principio, al programma
di una sociologia intesa come filosofia della storia, la quale poggi sul principio
che dev'essere possibile trovare leggi per una qualsiasi realtà. Il tentativo
di determinare leggi della vita sociale mantiene ovviamente il suo buon
diritto, ma nulla ci autorizza a considerare queste leggi come princìpi della
vita culturale, semplicemente perché sono leggi della medesima realtà libera da
interpretazioni di cui tratta la storia. A ciò si può credere soltanto se,
indulgendo a un ingenuo realismo concettuale, si scambia il nostro
apprendimento pre-scientifico e scientifico della realtà con la realtà stessa.
Poiché in un certo senso qui non andiamo al di là delle possibilità logiche e
almeno secondo quanto si è detto finora soltanto un caso miracoloso potrebbe
far sì che i concetti di legge e i concetti culturali coincidano sempre, per
giungere a chiarezza occorre ancora mostrare esplicitamente in quale caso ogni
ricerca di leggi della vita culturale è priva di senso. Il punto decisivo sta
nuovamente nel concetto del rapporto che la totalità ha con le sue parti.
Anzitutto, in quali casi l’apprendimento della realtà come cultura può
accompagnarsi con l’apprendimento generalizzante? Dal momento che i valori
culturali sono sempre, in quanto valori universali, anche concetti di contenuto
generale, gli avvenimenti storici i quali diventano essenziali in virtù della
loro individualità in riferimento a un valore culturale universale possono
essere considerati come esemplari di questo concetto generale. Infatti, anche
se il procedimento individualizzante è sempre riferito a valori, questo principio
non può essere rovesciato in modo da affermare che ogni valore universale rende
individualizzante la rappresentazione. Anche quei processi che vengono in luce,
per esempio, in una storia dell’arte o del diritto possono essere visti come
esemplari del concetto generale di arte o di diritto; e se in tal modo si deve
sciogliere anche la relazione di valore che le cose hanno, in virtù della loro
individualità, con il valore culturale di arte o di diritto, una
rappresentazione generalizzante di questo tipo rimane tuttavia rappresentazione
di processi culturali anche nel senso che essa considera gli oggetti come
cultura; infatti il concetto culturale di arte o di diritto è ciò che delimita
il campo e determina quali oggetti diventano esemplari di tale sistema di
concetti generali. Ciò che vale per questi valori culturali può naturalmente
valere anche per tutti gli altri: si può quindi pensare che quelle grandi unità
della vita storica che chiamiamo popoli civili vengano tutte concepite come
esemplari di un sistema di concetti generali in cui poi si esprimono le leggi
che valgono per lo sviluppo sempre ricorrente d’un qualsiasi popolo civile.
Certamente, per i motivi prima addotti, non si può mai chiamare tutto questo
col nome di storia; inoltre, se tale compito viene indicato come possibile, si
deve pensare soltanto alla possibilità logica, lasciando da parte le difficoltà
di fatto che si oppongono a una siffatta impresa. Infatti qui importa solamente
concedere al programma di una scienza della vita culturale fondata su leggi
tutto quanto è pensabile per poi, fatto questo, poter decidere con maggiore
sicurezza se la scienza di leggi a cui si aspira, concepita nella sua
perfezione, sia in grado di soddisfare le pretese di una filosofia della storia
come dottrina dei princìpi della vita storica. Se si vuol rispondere a questa
domanda occorre tener presente che la filosofia della storia, comunque si possa
altrimenti determinare il suo compito, non dev'essere filosofia dell’oggetto di
un'indagine storica particolare, bensì filosofia dell’oggetto di una storia
universale, e deve al tempo stesso stabilire i princìpi dell’universo storico.
Per universo storico si deve però in ogni caso intendere per quanto
indeterminato possa essere questo concetto la totalità storica più comprensiva
possibile, e quindi qualcosa di singolare e di individuale nel suo concetto, a
cui ogni oggetto considerato da una scienza storica particolare appartiene come
elemento individuale; inoltre, dai princìpi della storia pretendiamo che siano
i princìpi dell’unità di questo universo. Già da questo risulta che una scienza
di leggi, in quanto dottrina dei princìpi storici, non soltanto incontra
difficoltà più o meno grandi, ma è anche logicamente impossibile. Non si
obietti che anche la totalità dell’universo è, in base al suo concetto,
qualcosa di singolare e che quindi, se quest’argomentazione fosse giusta, non
dovrebbero esserci leggi che valgono come assumiamo per esempio nel caso della
legge di gravità per la totalità dell’universo. Le scienze generalizzanti non
hanno mai a che fare con la totalità dell’universo nello stesso modo in cui la
filosofia della storia ha a che fare con l'universo storico. Esse vanno alla
ricerca di leggi soltanto nel senso che vogliono stabilire ciò che vale per
tutte le sue parti. Mai però pensiamo di considerare queste parti come elementi
della totalità, e le leggi generali non possono affatto essere princìpi
dell’unità di questo tutto. Quanto più esse sono generali, tanto più ogni parte
è soltanto esemplare di un genere, ed è quindi sciolta da tutte le
determinazioni che la rendono un elemento della totalità. Se assumiamo quindi
che la sociologia abbia raggiunto il suo fine supremo e abbia trovato leggi per
tutte le parti dell’universo storico, ad esempio per lo sviluppo di tutti i
popoli civili, allora questi sarebbero diventati per essa esemplari di un
genere, e in quanto esemplari concettualmente isolati l’uno dall’altro. Essi
non potrebbero venir ricondotti all'unità dell’universo storico individuale,
poiché come elementi di una connessione storica dovrebbero sempre essere
individui, e le leggi trovate dalla sociologia non potrebbero venir utilizzate
come princìpi dell’unità degli elementi individuali dell’universo individuale.
Il concetto di legge come principio dell'universo storico è quindi per la
filosofia della storia logicamente assurdo, tanto quanto lo è il concetto di
legge storica inteso come fine di una scienza storica empirica. Certamente la
filosofia della storia guarda al generale , ma soltanto nella misura in cui
essa ha a che fare con l'universo storico, e proprio perciò il suo oggetto
rimane sempre uno sviluppo singolare e individuale, che ha come suoi elementi
degli individui. La sociologia come scienza di leggi può quindi, per quanto
possa essere fornita di valore sotto altri aspetti, offrire alla storia
concetti ausiliari per l’analisi di connessioni causali, ma non può mai
prendere il posto della filosofia della storia. Da questo punto di vista devono
essere valutati anche tutti i tentativi di riconoscere fattori o forze generali
della vita storica. Dal momento che ogni storia tratta di uomini, e in ogni
uomo si possono distinguere un aspetto corporeo e un aspetto spirituale, è
evidentemente possibile effettuare una divisione di tali forze in fisiche e psichiche,
e si potrà fors’anche dare con successo uno sguardo d’insieme ancor più
specializzato a quei fattori che agiscono nell’accadere storico. Ma, quale che
sia il giudizio che si può dare nel singolo caso sul valore di tali sforzi, non
soltanto è necessaria, a causa della separazione tra apprendimento naturale e
apprendimento culturale della realtà, la massima precauzione nell'impiego di
tali teorie generalizzanti, ma soprattutto non ci si deve mai illudere che
queste forze e questi fattori generali siano e neppure determinino ciò che è
storicamente essenziale. Si tratta piuttosto soltanto di condizioni senza le
quali non possono esserci avvenimenti storici; ma proprio perché sono
condizioni assolutamente generali, non hanno interesse né per lo storico empirico
né per il filosofo della storia. Così, per esempio, il calore del sole è un
fattore che non possiamo eliminare da nessun avvenimento storico; e tutta la
storia avrebbe avuto un corso diverso anzi non ci sarebbe stata nessuna cultura
se gli uomini non si fossero potuti capire con il linguaggio. Ma il calore del
sole e il linguaggio non sono certamente princìpi storici . È proprio il
carattere di incondizionata generalità che toglie ad essi interesse storico.
Anzi, prescindendo del tutto dal fatto che una scienza delle forze e dei
fattori generali della vita sociale possa essere chiamata filosofia della
storia, si può ben dubitare che le molteplici conoscenze naturali, psicologiche
e culturali che vengono qui prese in considerazione possano congiungersi in una
scienza unitaria. Almeno finora questa scienza non esiste affatto, né ci sarà
in futuro; e se lo storico sente il bisogno di una visione delle forze generali
che agiscono nel campo di cui egli tratta, si rivolge alle scienze particolari
generalizzanti, cioè all’antropologia, alla psicologia, alla sociologia e così
via, che lo informeranno nel modo più preciso. Non recheremmo un contributo
essenziale al chiarimento del principio generale a cui dobbiamo qui limitarci
se pretendessimo di approfondire nei particolari i diversi gruppi di problemi
considerati; si deve soltanto sottolineare ancora che lo storico può cercare
insegnamento presso le scienze particolari generalizzanti solamente per quanto
riguarda i fattori più o meno costanti della vita storica, mentre non deve
attendersi dalle scienze generalizzanti alcuna risposta per parecchie questioni
che si riferiscono all'essenza generale della vita storica e in particolare per
le questioni che vengono qualificate come problemi di filosofia della storia.
Qui ci limitiamo a un esempio sul quale le più diverse tendenze della scienza
storica empirica e della filosofia della storia cadono in errore. Si tratta
della questione concernente il ruolo che hanno nella storia gli individui
abitualmente designati in modo eminente come individuo, cioè le singole
personalità. Qui proprio la concezione che rifiuta sia la trattazione empirica
sia la trattazione filosofica della storia in favore di una scienza di leggi ha
interesse a sottolineare che questo problema non è suscettibile di una
soluzione generale in senso cosiddetto individualistico ; e ciò risulta ancora
una volta da una prospettiva logica. Certamente è del tutto sbagliato dire che
nella storia non interessano affatto le singole personalità, e che determinante
è solamente la vita generale delle masse; ma altrettanto falso è cercare sempre
i fattori decisivi nelle imprese di singole personalità e spiegare la storia
seguendo Carlyle come una somma di biografie. Purtroppo, l’alternativa che qui
viene in luce è molto spesso posta in connessione con la questione dell’essenza
logica della storia, cosicché i rappresentanti del punto di vista secondo cui
la storia procede in modo individualizzante (nel senso da noi indicato) vengono
al tempo stesso ritenuti seguaci di una storia di personalità; e invece il
metodo individualizzante non ha il minimo rapporto con il culto degli eroi. Al
contrario, proprio perché la storia è la scienza dell’individuale, la filosofia
della storia non può decidere in favore dei grandi uomini la questione del
significato che posseggono le singole personalità. Il motivo è lo stesso che
vieta di cadere nell’estremo opposto e di fare dell’elaborazione di concetti
collettivi un principio di metodo. L'affermazione che importano sempre le
personalità sarebbe anzi prodotto di un’elaborazione concettuale
generalizzante, ossia una legge storica. Per ogni aspetto particolare
dell’accadere storico si deve indagare quali movimenti di massa e quali imprese
meramente personali abbiano avuto un’importanza decisiva per i valori culturali
dominanti: soltanto allora è possibile rispondere alla questione del
significato dei singoli uomini per tutti gli aspetti particolari della storia.
Di fatto, né le affermazioni generali sull’importanza decisiva delle masse, né
quelle sul ruolo delle singole personalità devono la loro popolarità a
un'elaborazione concettuale generalizzante; esse devono venir ricondotte a
un’arbitraria unilateralità nel privilegiamento di questi o quei valori
culturali, e quindi a una scelta arbitraria del materiale storicamente
essenziale come risulterà ancor più chiaramente rispondendo alla domanda sui
princìpi della vita storica. Per quanto riguarda la questione del significato
delle leggi storiche, concludiamo accennando ancora a un punto che ha dato
parimenti occasione a dispute. Si tratta cioè ancora di mostrare che non
soltanto certi problemi largamente trattati di filosofia della storia non
ammettono nessuna decisione generale, ma che anche dove uno storico afferma un
principio valido per ogni vita storica, non è affatto detto che si tratti
sempre di un prodotto dell’apprendimento generalizzante. Prendiamo come esempio
una tesi di Ranke che ha avuto una parte rilevante nella polemica sulle leggi
storiche. Essa contiene come dice von Below una verità universale: la nozione
che la vita interna degli stati dipende in larga misura dai rapporti reciproci
tra gli stati, dai rapporti mondiali , e viene al tempo stesso designata come
una scoperta scientifica di prim’ordine. Ci si può chiedere se questa verità
universale non sia una legge storica, anche se soltanto nel senso, logicamente
privo di contraddizione, di una legge valida per il materiale rappresentato in
modo individualizzante dalla storia. Chi conosce la concezione storica di
Ranke, risponderà negativamente a tale domanda. Per questo grande storico i
rapporti mondiali costituiscono un complesso determinato di stati civili in
connessione reciproca, e Ranke considera come facenti parte del suo mondo
storico soltanto gli stati che sono in connessione con questi stati civili, e
che quindi ne sono anche influenzati. Nel principio sopra menzionato se esso
deve valere in modo assolutamente generale ed essere quindi libero da ogni
contenuto propriamente storico abbiamo di fronte non già un prodotto della
scienza generalizzante e una scoperta scientifica, ma soltanto la formulazione
di un presupposto metodologico con cui Ranke si accosta, e deve accostarsi se
vuole trattare tutto in termini di storia universale, nel senso da lui inteso
alla rappresentazione individualizzante dei singoli stati. Lo stesso vale per
altre affermazioni generali, come per esempio quella che ogni individuo, per
quanto grande, è rinchiuso entro confini dati dalla situazione culturale del
suo popolo. Ciò è assolutamente evidente, poiché anche qui non si afferma altro
che la connessione reale di ogni parte storica con la totalità storica. Un
sistema di princìpi generali siffatti non potrebbe mai servire come scienza
ausiliaria generalizzante della storia nella ricerca di connessioni causali, ma
può soltanto contenere i presupposti che dobbiamo assumere se dev'essere in
generale possibile la storia in quanto rappresentazione scientifica di
connessioni storiche. Così si mostra nuovamente che non ha alcun senso cercare
nelle leggi i princìpi dell’accadere storico. Ma proprio perché il rifiuto di
una filosofia della storia come scienza di leggi è risultato come conseguenza
necessaria della comprensione dell’essenza logica della storia, sembra con ciò
di essere andati troppo in là nella dimostrazione. Infatti, per quanto false
siano nel loro contenuto tutte le teorie sociologiche che pretendono di essere
filosofia della storia, esistono di fatto dei tentativi di determinare leggi
valide per la totalità singolare dello sviluppo storico, e questi sarebbero
senz’altro impossibili se il concetto di una scienza di leggi come filosofia
della storia contenesse una contraddizione logica. Ciò è certamente esatto, e
pertanto occorre ancora mostrare che, laddove i princìpi dell’accadere storico
sembrano determinati in forma di leggi, essi non sono mai enunciati, da un
punto di vista formale, come leggi nel senso delle leggi naturali. E dal fatto
che intendiamo ciò che qui è realmente presente deriva al tempo stesso una
risposta alla questione di ciò che può essere designato come principio della
vita storica. È caratteristico di quasi tutti i tentativi di trovare la legge
naturale dell’universo storico il fatto che tale legge debba contenere
contemporaneamente la formula del progresso della storia: con ciò è subito
posto in chiaro l’elemento essenziale. Si capisce quanto debba essere
allettante abbracciare d’un solo colpo legge naturale, legge di sviluppo e
legge di progresso, come credeva di aver fatto Comte con la sua legge dei tre
stati teologico, metafisico e positivo e quanta popolarità goda quindi ancor
oggi questo tipo di sociologia, che promette di rendere tanto. Ma si capisce
anche, non appena si sia ottenuta chiarezza sull’essenza logica della storia,
che tali promesse non potranno mai essere mantenute. In primo luogo, progresso
o regresso sono concetti di valore, più esattamente concetti che esprimono un
incremento o una diminuzione di valore; e di progresso si può parlare soltanto
se si possiede un criterio di valore. In secondo luogo, il progresso indica il
sorgere di qualcosa di nuovo, che non è mai esistito nella sua individualità.
Ma il concetto di un criterio di valore, come concetto di ciò che dev'essere,
non può mai coincidere con un concetto di legge, che contiene sempre ciò che è
o deve necessariamente essere, e che non ha quindi alcun senso esigere. Dover
essere ed essere necessariamente si escludono l’un l’altro sotto il proftlo
concettuale, e solamente a causa della già menzionata equivocità del termine
legge si può parlare di una legge di progres Inoltre il sorgere di qualcosa di
nuovo, di non ancora esistito, non rientra in alcuna legge, poiché una legge
contiene soltanto ciò che ricorre ripetutamente. Se per progresso si intende
quindi in primo luogo il sorgere di qualcosa di nuovo e in secondo luogo un
incremento di valore, e per legge una legge naturale, allora il concetto di
legge di progresso è due volte logicamente assurdo. Quando l’universo storico è
unificato in virtù di una legge, articolato in riferimento al sorgere di qualcosa
di nuovo e designato come progresso, la legge non può mai essere una legge
naturale. Perciò la legge di Comte è anche di fatto una formula valutativa. Per
lui il positivo vale come dover essere, come ideale assoluto. In base a questo
egli considera lo sviluppo dell’umanità e stabilisce ciò che i suoi diversi
stadi rappresentano di nuovo e di valido per la realizzazione del suo ideale.
Una scienza di leggi, che deve sciogliere i propri oggetti da ogni vincolo
valutativo e considerarli come esemplari indifferenti di un genere, non può
fare nulla di simile. Qui non è possibile — e neppure necessario per il
chiarimento del principio — illustrare criticamente i vari tentativi compiuti
per porre in luce presunte leggi come princìpi dell’accadere storico e per dimostrare
che queste leggi contengono, più o meno celati, concetti di valore, e quindi
non sono leggi. Basti ricordare esplicitamente quello che è legato al nome di
Darwin e che può essere definito come il tentativo di dare al concetto di
sviluppo storico un carattere puramente naturalistico in virtù della
dimostrazione che proprio la legge naturale dello sviluppo garantisce il suo
necessario incremento di valore. Ogni progresso da un livello inferiore a uno
superiore è condizionato — così si sostiene — dalla legge universalmente valida
della selezione, che sempre più elimina ciò che è cattivo e aiuta ciò che è
buono a riportare la vittoria. Perciò tale legge deve nel medesimo tempo essere
il principio dello sviluppo storico e del progresso. A parecchi ciò suona assai
plausibile, ma non occorre pervenire a un'illustrazione più ravvicinata delle
idee sulla cui base si sono ottenuti i più diversi concetti di progresso per
mostrare che siamo qui dinanzi a un fraintendimento totale della biologia di
Darwin. Se questa teoria deve fornire una spiegazione puramente naturalistica,
essa deve rinunciare a qualsiasi teleologia dei valori, e quindi anche evitare
completamente l'impiego di concetti valutativi come superiore e inferiore. La
selezione naturale non elimina affatto ciò che è cattivo conservando il buono,
ma aiuta semplicemente a far vincere il più adatto alla vita in determinate
condizioni; e questo processo può essere chiamato progresso soltanto se si fa
della vita in quanto tale, in qualsiasi forma si manifesti, un valore assoluto.
Ma ciò sarebbe del tutto privo di senso, perché ogni vita ha dimostrato
capacità vitale per il fatto stesso di esistere, e quindi da questo punto di
vista cade ogni differenza di valore. Sulla base dei concetti darwiniani non si
può valutare la vita umana superiore a quella animale, e quindi designare come
un progresso lo sviluppo che conduce all'uomo. Perciò è del tutto impossibile
formulare u na qualsiasi distinzione di valore all’interno della vita umana in
base a punti di vista propri della scienza naturale. Soltanto quando si è già
presupposta come fornita di valore sulla base di un criterio di valore una
determinata formazione, si può definire come progresso lo sviluppo che conduce
ad essa. Ma non sarà mai possibile derivare dalle leggi naturali del processo
di sviluppo che devono essere le medesime per ogni stadio, se devono essere
leggi generali il principio del progresso. La circostanza che certe formazioni
naturali, come per esempio gli uomini, vengono valutate come evidentemente »
superiori rispetto ad altre forme ci spiega sì la possibilità di una storia
evolutiva individualizzante degli organismi e conduce i rappresentanti di una
filosofia naturalistica della storia a ingannarsi sull’uso che continuamente
fanno di princìpi di valore, ma non cambia nulla al fatto che dai concetti
propri della scienza naturale non si può derivare alcun valore. Da
quest’illusione sono infine dominati anche coloro che vogliono costruire una
filosofia della storia sul concetto di razza per lo più ispirati dalla nozione
darwiniana di razze favorite nella lotta per l’esistenza ». Essi trascurano il
fatto che, per edificare una qualsiasi filosofia della storia, sono costretti a
utilizzare questo concetto in modo del tutto acritico e infondato, come concetto
di valore; e tale procedimento è tanto più sospetto in quanto con ciò
discreditiamo il concetto estremamente importante per la filosofia della storia
di nazione, che è un concetto culturale e designa l’individualità di un popolo.
Il concetto di nazione civile non ha nulla in comune con il concetto
naturalistico di razza tutt'altro che esente da obiezioni, del resto, anche dal
punto di vista della scienza naturale di cui si fa oggi un abuso così
dilettantesco. La germanità non risiede nel sangue ma nell'animo ha detto
Lagarde”, un uomo non sospettabile di apprezzare poco l’ele 23. Paul Anton de
Lagarde, orientalista c filosofo tedesco, autore mento nazionale; e alla base
di questa espressione sta la stessa idea che proibisce di elevare concetti
naturali, come quello di razza, a princìpi di filosofia della storia. La
dimostrazione che le presunte leggi storiche sono formule di valore ci ha al
tempo stesso indicato la strada attraverso cui devono essere effettivamente
cercati i princìpi dell’accadere storico: ancora una volta è qui decisiva la
comprensione dell’essenza logica della scienza storica. L'universo storico non
è nient'altro che la totalità storica più ampia possibile, concepita in modo
individualizzante, e poiché la relazione di valore è la conditio sine qua non
dell’apprendimento individualizzante in genere, possono essere solo concetti di
valore quelli che costituiscono il concetto dell’universo storico. Ma soltanto
ciò che esegue questo lavoro e rende possibile connettere in unità come elementi
individuali le diverse parti dell’universo storico, merita il nome di principio
storico; perciò la filosofia della storia in quanto scienza dei princìpi è, se
deve avere un compito, la dottrina dei valori da cui dipende l’unità e
l’articolazione dell’universo storico. In riferimento a questi valori si può
anche interpretare il senso unitario dell’intero sviluppo. L'’interpretazione
di tale senso ha sempre rappresentato di fatto l'aspirazione della filosofia
della storia, anche quando si credeva di dover cercare leggi perché non si
distingueva tra legge e valore, tra essere necessariamente e dover essere, tra
essere e senso, e non si era consapevoli che ciò che non si può riferire a
valori è assolutamente privo di senso. Neppure il naturalismo ha voluto rinunciare
a interpretare il senso della storia, né del resto sarebbe facile rinunciarvi.
Tutta la vita culturale è vita storica e gli uomini civili a cui appartengono
anche i naturalisti non possono in quanto tali tralasciare di rendersi conto
del senso della cultura, e quindi del senso della storia. Sorge qui un compito
che non può essere assolto né dal naturalismo, che scioglie la realtà da ogni
relazione di valore, né dalla scienza storica empirica, che rappresenta il
corso storico in base di Uber das Verhdltnis des deutschen Staates zu
Theologie, Kirche und Religion {1873), dei Politische Aufsitze, di Uber die
gegenwirtige Lage des deutschen Reiches e di vari altri scritti, cditore di
Giordano Bruno, formulò una filosofia della storia di ispirazione teologica. a
una relazione di valore puramente teoretica; perciò ci si attende dalla
filosofia della storia, come dottrina dei princìpi dell’accadere storico, la
soluzione di questo compito necessario e inevitabile . Meno semplice della
questione dell'oggetto di questa filosofia della storia è affrontare il
problema del modo di trattazione. Qui è possibile prospettare soltanto #2
compito, contro la cui possibilità di soluzione non vengono avanzate obiezioni
di rilievo. Esso si riallaccia alle operazioni effettive degli storici e dei
filosofi della storia, cercando di mostrarvi la funzione dei valori culturali
come princìpi della rappresentazione. Per qualche lavoro questo compito è,
almeno in parte, di così facile soluzione da non aver affatto bisogno di
un’indagine particolare. In una storia dell’arte o della religione devono in
ogni caso esserci dei valori artistici e religiosi, ai quali vengono riferiti
gli oggetti da rappresentare. Ma non sempre le cose vanno nel senso che un
determinato punto di vista valutativo emerge subito come elemento dominante.
Soprattutto nelle opere più comprensive, le quali hanno per oggetto lo sviluppo
di interi popoli o intere epoche, si incontrano i punti di vista più diversi,
ed è un’occupazione assai attraente quella di chiarire perché lo storico tratti
estesamente certi avvenimenti e soltanto brevemente altri, e non tratti per
nulla di processi altrettanto reali. Gli storici stessi non sempre sono
consapevoli dei motivi di questo fatto. Non possono esserlo perché spesso non
sanno nulla della struttura logica della loro attività e credono di non
stabilire relazioni di valore in genere. Tanto più importante è allora chiarire
esplicitamente i loro presupposti e mostrare da che cosa essi dipendano
nell’elaborazione del loro materiale. Occorre perciò mostrare che ogni storico,
specialmente quando non si limita a indagini particolari, possiede una specie
di filosofia della storia che è decisiva per ciò che egli ritiene importante e
non importante; ed è certamente un compito che vale la pena affrontare quello
di porre in luce la filosofia della storia presente soprattutto nei grandi
storici. Anche in uno storico così oggettivo , com'è per esempio Ranke,
agiscono presupposti filosofici ben determinati intorno al senso della storia,
e così dev'essere per il fatto stesso che egli voleva trattare tutto dal punto
di vista della storia universale. Giustamente Dove ha osservato che Ranke si è
opposto alla partecipazione unilaterale non già mediante la neutralità, ma
mediante l'universalità del sentimento simpatetico, riconoscendo in tal modo
implicitamente la relazione ai valori. Ma se le cose stanno così, non ci si può
limitare a questo. In che cosa consiste l'universo dei sentimenti simpatetici
in questo grande storico? Un’indagine orientata in vista di tale scopo
recherebbe forse maggiore luce sulla questione riguardante le tanto discusse
idee di Ranke. Si potrebbe mostrare che la filosofia della storia di Ranke è
stata soggetta a trasformazioni, ma che tra i fattori di cui si compongono
queste idee tutt'altro che semplici hanno sempre avuto un ruolo essenziale i
punti di vista valutativi dominanti della concezione della storia di Ranke. In
tali indagini, e in altre analoghe, storia e filosofia devono avere uno stretto
contatto. Ancor più importante tra i punti di vista filosofici è però l’analisi
dei tentativi che procedono oltre la scienza storica empirica in quanto
stabiliscono esplicitamente princìpi della vita storica, e cioè princìpi che
servono alla comprensione dell’intero sviluppo umano e all’interpretazione del
suo senso. Qui occorre quindi non soltanto l’analisi, ma anche la critica;
occorre cioè dopo aver determinato fino a qual punto i principi della vita
storica siano valori, e in che cosa essi consistano indagare con quale diritto
questi punti di vista valutativi vengano considerati decisivi per il senso
generale dello sviluppo universale. Naturalmente anche qui possiamo di nuovo indicare
soltanto qualche esempio. Si prenda, come esempio particolarmente
caratteristico, la cosiddetta concezione materialistica della storia, proprio
nella forma originaria del Manifesto comunista e nella misura in cui si limita
del tutto indipendentemente dal materialismo teoretico o metafisico a
un’interpretazione della vita storica empirica. Già il fatto che essa sia sorta
come elemento di un programma politico indica dove devono Dove, storico
tedesco, autore della Deutsche Geschichte im Zeitalter Friedrichs des Grossen
und Joseph l (1883), della Kaiser Wilhelms geschichtliche Gestalt (1888), di
Grossherzog Friedrich von Baden als Landesherr und deutscher Fiirst (1902) e di
varie altre opere, editore delle opere complete di Ranke. essere cercati i punti
di vista valutativi che la ispirano. Essa può venir compresa soltanto se si
considera che gli interessi dei suoi fondatori si rivolgevano alla lotta del
proletariato contro la borghesia e che la vittoria del proletariato ne
costituiva il valore centrale, assoluto. Poiché la cosa essenziale in
riferimento a questo valore è oggi la lotta tra le due classi, si cerca di
comprendere l’intera storia come storia di lotte di classe e di ricondurla in
tal modo a unità. I nomi dei partiti in lotta cambiano: liberi e schiavi,
patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, artigiani e garzoni si
contrappongono tra loro. Ma ogni volta è essenziale, in riferimento al punto di
vista valutativo dominante, il fatto che si tratta di oppressori e oppressi, di
sfruttatori e sfruttati i quali lottano tra loro ai diversi gradi dello
sviluppo storico. Così si ottengono i princìpi generali dell’accadere storico,
e anche la formazione futura viene parimenti determinata dal valore assoluto,
dall’auspicata vittoria del proletariato sulla borghesia. Nella fase attuale di
lotta la cosa principale, l'elemento decisivo, è la lotta per i beni economici.
Perciò nella storia la vita economica dev'essere sempre la cosa principale, e
le epoche della storia devono articolarsi in base alle diverse formazioni
economiche: da ciò deriva la concezione materialistica , cioè economica. Quanto
tutta questa concezione dipenda da punti di vista valutativi, è cosa che non
richiede un’ulteriore dimostrazione. Che poi non si accontenti di considerare
come elemento essenziale ciò che è riferito al suo valore assoluto, ma faccia
coincidere l'essenziale secondo un realismo concettuale ingenuo a cui si
aggiunge qui ancora il realismo concettuale nient’affatto ingenuo degli
hegeliani con ciò che è propriamente reale , e conceda a tutta la restante vita
culturale soltanto un'esistenza di grado inferiore, non cambia in nulla il
quadro che abbiamo delineato. Questo errore è tipico delle costruzioni di
filosofia della storia che non sono consapevoli di utilizzare come punti di
vista dominanti dei valori, e al tempo stesso serve a mantenere l'oscurità sul
principio direttivo perché, una volta compiuta la separazione tra due diversi
tipi di reale e trovata nella vita economica in conseguenza di un platonismo
con segno rovesciato la causa vera e propria di tutti gli altri avvenimenti
storici, deve poi necessariamente sorgere la parvenza che la concezione
materialistica della storia constati semplicemente dei fatti, partendo sempre
dalla vita economica intesa come fondamento. Queste ipostatizzazioni
metafisiche dell’elemento economico sono però soltanto esagerazioni, e possono
essere eliminate senza intaccare il nucleo filosofico del materialismo storico.
In ogni caso, uno sguardo ai princìpi di valore di questa filosofia della
storia fornisce anche il punto di vista da cui deve prendere le mosse la
critica. La questione decisiva consiste nel sapere se sia legittimo scorgere il
valore assoluto nella vittoria del proletariato in campo economico, e quindi in
un bene economico. Naturalmente la questione non dev'essere decisa in questa
sede. Si potrà al massimo ritenere fin d’ora poco probabile il fatto che
princìpi di valore ottenuti in base a punti di vista politici di partito siano
adatti anche all’interpretazione del senso della storia universale. Infatti una
quantità sterminata di aspirazioni e di imprese umane di tutti i secoli appare,
da questo punto di vista, del tutto priva di senso. Non ci si può tuttavia
limitare a queste supposizioni. Proprio l’idea che la filosofia della storia
non soltanto deve chiarificare analiticamente i principi delle opere di storia
empirica e delle costruzioni di filosofia della storia, ma deve anche assumere
criticamente posizione nei loro confronti non appena questi princìpi avanzano
una pretesa di validità universale, indica che il compito principale di una
scienza dei princìpi storici si colloca in una direzione del tutto diversa. La
critica è possibile sempre soltanto sulla base di un criterio di valore;
inoltre, per poter definire unilaterale una concezione della storia, si deve in
qualche modo disporre di una concezione onnilaterale. La dottrina dei princìpi
dell’accadere storico si svilupperà quindi in una scienza autonoma soltanto se
nella determinazione dei princìpi storici aspira tanto alla completezza
sistematica quanto a. una fondazione critica. Essa deve cioè porsi come fine la
determinazione di un sistema di valori; inoltre essa prende in considerazione
non soltanto la valutazione di fatto, ma anc he la questione della validità dei
valori culturali, e per questo ha bisogno di un valore assoluto a cui poter
commisurare le valutazioni effettive. Questo valore fornirà al tempo stesso
anche il punto di vista decisivo per la determinazione di un sistema di valori,
cosicché il problema della sistematizzazione e quello della validità dei valori
culturali si connettono strettamente tra loro. Ma come la filosofia della
storia deve pervenire a un sistema di valori che renda ad essa possibile
interpretare il senso dell'intero corso storico? Con questa domanda perveniamo
all'ultima e più importante questione della dottrina dei princìpi storici. Si
affaccia qui l’idea di attribuire questo compito a un tipo particolare di
indagine psicologica: certamente non alla psicologia esplicativa sia che si tratti
di psicologia individuale della vita psichica in generale oppure di psicologia
della vita sociale, condotta secondo un metodo naturalistico ma soltanto a una
psicologia dei valori culturali. Tutta la storia non solo tratta essenzialmente
di uomini civili, ma è scritta esclusivamente da uomini civili. I valori
generalmente riconosciuti dall’uomo civile devono a quanto sembra essere nel
medesimo tempo i princìpi di una storia universale dell'umanità civile. È così
possibile concepire una psicologia della cultura che indaghi il complesso dei
valori culturali universali e li rappresenti sistematicamente, fornendo
contemporaneamente un sistema dei princìpi dell’accadere storico in cui trovino
il loro posto tutti i sistemi di valore ottenuti analizzando le opere storiche
e di filosofia della storia, e a cui essi debbano essere commisurati. È questo
in ogni caso il senso più profondo, anzi l’unico, che si può attribuire
all’affermazione che la psicologia dev'essere la base della filosofia della
storia: esso sta anche alla radice dello sforzo di Dilthey, totalmente
incompreso dagli psicologi, per delineare il programma di una psicologia
descrittiva e analitica da affiancare alla psicologia esplicativa. Per quanto
suggestiva possa apparire l’idea di procurare in questo modo alla filosofia
della storia un fondamento puramente empirico, e quindi sicuro, la sua
realizzazione incontra una difficoltà insuperabile. Questa psicologia della
cultura non può limitarsi all’indagine dell’uomo civile nel senso di accertare
e sistematizzare le valutazioni comuni a tutti gli uomini civili, poiché da
questo procedimento generalizzante deriverebbe un sistema di valori
estremamente povero, in cui potrebbero essere contenuti soltanto pochi dei
princìpi di una storia dell’universo storico. La psicologia della cultura
dovrebbe piuttosto rivolgersi alla vita storica stessa in tutta la sua pienezza
e molteplicità, per conoscere tutti i valori culturali; e come potrebbe
pervenire in questo modo a punti di vista che rendano possibile un’articolazione
e un dominio di questo materiale? Per separare entro la molteplicità della
valutazione l’essenziale dall’inessenziale, essa dovrebbe già possedere ciò che
deve invece cercare: la conoscenza dei valori che sono princìpi di una storia
universale e princìpi dello stesso universo storico. Così la psicologia della
cultura come filosofia della storia entra in un circolo da cui non può
sfuggire. Non è possibile avvicinarsi al fine di una rappresentazione e
fondazione sistematica dei princìpi storici per via puramente empirica,
attraverso la mera analisi delle valutazioni effettive. Occorre piuttosto in
primo luogo riflettere, prescindendo del tutto dalla molteplicità del materiale
storico, su ciò che vale assolutamente ed è presupposto di ogni giudizio di valore,
ossia che pretende a una validità più che individuale. Soltanto quando si siano
trovati valori validi atemporalmente si può riferire ad essi tutti quanti i
valori culturali empiricamente constatabili, che si sono sviluppati nel corso
della storia, e tentare così una disposizione sistematica e al tempo stesso una
presa di posizione critica. Solamente se è possibile ottenere valori
soprastorici, si può allora realizzare una filosofia della storia come scienza
particolare dei princìpi dell’universo storico e interpretare il senso della
storia dell’universo. Ma la riflessione sui valori sopra-storici non appartiene
più al campo della filosofia della storia come disciplina filosofica
particolare; essa può venir intrapresa soltanto in connessione con la determinazione
di un sistema filosofico in generale. La filosofia della storia come dottrina
dei principi viene così a dipendere dal complesso delle indagini filosofiche,
in particolare dalla dottrina del senso del mondo o nel caso che tale questione
non sia una questione scientifica dalla dottrina del senso della vita umana. I
fondamenti della filosofia della storia coincidono pertanto con i fondamenti di
una filosofia come scienza dei valori in generale. L'indagine volta a
determinare il concetto della filosofia della storia come dottrina dei princìpi
storici in generale può essere condotta soltanto fino a questo punto. Non si
può qui rispondere alla questione se la determinazione di valori assoluti possa
ancora rientrare nei compiti della scienza, poiché essa è identica alla
questione riguardante il concetto di filosofia scientifica in generale. Qui
importava solamente mostrare che le leggi non possono essere princìpi della
storia, e quindi mostrare che, se possono ancora esserci problemi di filosofia
della storia al di fuori della logica della storia, questi devono riassumersi
nella questione del senso della storia, e inoltre che l’interpretazione di
questo senso richiede ancora un criterio di valore fornito di validità
sopra-storica. Si deve ancora aggiungere che la filosofia come scienza critica
e sistematica dei valori non ha bisogno di presupporre come criterio nessun
valore assoluto determinato dal punto di vista del contenuto. Anche se si
riesce soltanto a ottenere un valore incondizionato puramente formale, si può
tuttavia trarre l’intero contenuto del sistema dei valori dalla vita storica,
per quanto questa sia asistematica per definizione. Anzi, la filosofia della
storia che ricerca il senso della storia dovrà servirsi di princìpi di valore
puramente formali, proprio perché questi devono essere tali da valere per tutta
la vita storica. Certamente, in base a questo presupposto si può concepire un
sistema di valori che possegga completezza sistematica soltanto sotto il
profilo formale, mentre riguardo al contenuto non può mai essere concluso
perché la vita storica continua a svilupparsi e quindi sorgono valori culturali
sempre nuovi, determinati nel contenuto, i quali devono trovare la loro
collocazione nel sistema. Perciò il sistema di valori può essere definito
sistematico in riferimento al suo contenuto soltanto nella misura in cui la
conclusione sistematica ci si presenta come un compito altrettanto necessario
quanto insolubile, e l'oggetto della filosofia come scienza dei princìpi
risulta pertanto un’ idea nel senso kantiano come sempre avviene quando
l'oggetto è l’incondizionato nella pienezza del suo contenuto. Alla
realizzazione dell'idea di un siffatto sistema di valori dovrebbero quindi
contribuire tutte le epoche, con la coscienza che esse non potranno mai
condurlo a termine. Ciò non cancella però il significato di questo lavoro. Al
contrario, chi si decide a compierlo trarrà coraggio tanto da uno sguardo sul
passato quanto da uno sguardo verso il futuro. Se prescindiamo dai problemi che
nel corso dei secoli si sono svincolati dalla filosofia e sono stati attribuiti
alle scienze particolari, ne risulta che tutti i filosofi importanti hanno
cercato di lavorare in vista di un sistema di valori nel senso sopra indicato,
poiché tutti hanno indagato sul senso della vita, e già questa domanda
presuppone un criterio assoluto di valore. Essi devono quindi venir considerati
tutti come precursori. Ma il fatto che a tale questione fondamentale per ogni
filosofia non soltanto non si è ancora risposto, ma non si potrà neppure mai
rispondere con una completezza di contenuto, finché sorgerà nuova vita storica,
costituisce appunto soltanto un motivo che accresce l’importanza del lavoro
diretto a risolverlo: infatti la coscienza tanto della grande necessità quanto
dell’insolubilità di un compito ci dà la sicurezza della sua eternità , e
quindi il conforto fichtiano che coloro i quali collaborano alla soluzione
della questione diventano, in virtù del loro lavoro, eterni come lo è il
compito stesso. Ora possiamo finalmente rivolgerci ai problemi della terza
disciplina che pretende il nome di filosofia della storia. Essa vuol fornire,
in antitesi alle scienze storiche particolari, una storia universale, cioè
rappresentare il mondo storico o l’universo storico. Come può conseguire il suo
fine? Il suo compito consiste forse nell’abbracciare in una totalità le
rappresentazioni delle scienze particolari e se per questa via non è possibile
ottenere una totalità realmente conclusa nel riempire con costruzioni più o
meno ipotetiche le lacune che la ricerca delle scienze particolari lascia
ancora nella storia universale? Un semplice riassunto non può avere valore come
lavoro scientifico autonomo, e il tentativo di formulare supposizioni laddove
lo sguardo dello specialista non perviene a ipotesi realmente fondate
susciterebbe lo scherno di tutti gli storici. Una filosofia della storia del
genere è superflua se non altro per il fatto che la storia universale viene
scritta dagli storici stessi. Come la filosofia in generale non ha più, in
quanto scienza dell'essere, compiti autonomi che si riferiscano alla realtà
empirica da quando su ogni campo specifico della realtà ha avanzato le sue
pretese una scienza particolare, così una conoscenza complessiva della totalità
storica, la quale si distingua dalle indagini scientifiche particolari soltanto
per il fatto di non limitarsi a una parte, non può certamente essere più
compito della filosofia della storia. Non soltanto la rappresentazione di
ambiti storici particolari, ma anche la storia universale dev'essere come
scienza storica lasciata esclusivamente agli storici, che ne sono i soli
competenti, nello stesso modo in cui soltanto gli addetti alla ricerca empirica
possono accertare scientificamente qualcosa in merito all’essere della natura, in
generale come in particolare. La filosofia si renderebbe ridicola se credesse
di poter fare in questo campo più delle scienze. Ma con ciò il problema di una
trattazione filosofica del materiale rappresentato dal complesso delle scienze
storiche empiriche è tutt'altro che deciso. Anche se considera non soltanto le
forme ma altresì il contenuto della totalità storica, la filosofia ha nei
confronti di essa un compito che non può essere affrontato da nessuna scienza
storica empirica; e proprio la circostanza che la storia universale viene
scritta in modo puramente storico da storici può servire alla determinazione di
questo compito filosofico. Cerchiamo quindi, in base alla comprensione
dell'essenza logica della scienza storica, di chiarire anzitutto il concetto di
una rappresentazione empirica della storia universale, e poi di vedere quali
questioni, a cui gli storici non possono in quanto tali dare una risposta,
rimangano ancora alla filosofia. La storia universale così come l’ha scritta
per esempio Ranke non si distingue affatto nel modo dalla rappresentazione di
oggetti particolari; e così ha voluto, del resto, il suo autore. Egli era anzi
convinto come riferisce Dove? che in ultima analisi non si può scrivere
nient'altro che storia universale ; e in ogni caso la storia universale è
scaturita in Ranke dal lavoro scientifico particolare, senza l’aggiunta di un
principio nuovo. Per noi è qui soprattutto importante considerare che cosa
Ranke, come storico, intenda per mondo storico, cioè per la totalità di cui egli
tratta. In un passo egli dice che l'impulso alla conoscenza viene trascinato La
frase citata da Rickert si trova negli Aufsétze und Veròffentlichungen zur
Kenntnis Ranke, in Ausgewihlte Schriften vornelimlich historischen Inhalts,
Leipzig. ad abbracciare l’intero ambito dei secoli e degli imperi dalla
convinzione che nulla di umano gli è distante ed estraneo. Ma, di fatto, Ranke
è ben lungi dal trattare nella sua storia universale di tutti i secoli e di
tutti gli imperi, e non l’avrebbe fatto neppure se gli fosse stato concesso di
portare a termine la sua opera. Egli stesso lo osserva quando dice che, se la
vocazione di Alessandro non fosse stata quella di attraversare l’India e di
scoprire la parte orientale dell'Asia, questa regione per secoli ancora non
sarebbe entrata a far parte dell'ambito della storia universale . L’ universo
di Ranke può essere determinato soltanto come una parte della storia
dell'umanità a noi nota, e non come l’ultima più comprensiva totalità storica
in senso logico; anzi, la sua esigenza di una trattazione storico-universale
del materiale storico consiste essenzialmente solo nel fatto che egli non vuole
limitarsi a un popolo singolo, ma seguire le connessioni che i diversi popoli
appartenenti a un determinato ambito culturale stringono tra di loro. Non
soltanto Ranke non ha mai tentato di fatto di stabilire concettualmente
l’universo storico, ma neppure poteva tentarlo, se voleva restare uno storico.
In primo luogo, un compito di questo genere può essere risolto soltanto con
l’ausilio di un sistema di valori culturali nel senso già indicato, dalla cui
determinazione lo storico è quanto mai lontano; in secondo luogo il senso
storico deve fare resistenza non soltanto alle leggi storiche, ma a ogni altra
specie di sistematica, poiché questa lo priverebbe della libertà e
dell’ampiezza di considerazione di cui ha bisogno per un apprendimento
impregiudicato di ogni avvenimento storico nel suo carattere specifico. Perciò
tutti gli storici, anche quando scrivono di storia universale rimanendo
tuttavia storici, non procederanno in linea di principio in maniera diversa da
Ranke. Tale supposto difetto è stato di recente sottolineato decisamente in una
storia universale su base etno-geografica . Ma questo tentativo di trattare
storicamente suite le parti della terra ha realmente cambiato qualcosa da un
punto di vista di principio? Esso non può valere, in ogni caso, come
delimitazione sistematica dell’universo storico. Anzi, ciò che la storia
guadagna in generalità esteriore e quantitativa, va necessariamente perduto
come unità interna, perché il principio direttivo non è un concetto culturale.
L’inevitabile difetto di ogni rappresentazione puramente storica della storia
universale ci indica al tempo stesso i compiti di una trattazione filosofica
dell’universo storico. In antitesi alla storia, la filosofia non rinuncerà mai alla
tendenza alla sistematizzazione. Ovviamente, finché si tratta di fatti storici
essa deve sempre appoggiarsi alla scienza storica empirica e sottomettersi
senza condizioni alla sua autorità. Ma per il resto può vedere in tutte le
rappresentazioni puramente storiche, incluse le più ampie, soltanto del
materiale che essa elabora sistematicamente a modo suo. Certamente, essa può
farlo solo se ha risolto in misura maggiore o minore il suo compito di scienza
dei princìpi. Ma se è pervenuta anche soltanto all’inizio di un sistema
criticamente fondato dei valori culturali, nel senso prima indicato, la
filosofia può apprendere anche il contenuto della storia in modo tale che non
ne derivi un sistema di concetti generali come in una scienza generalizzante,
ma una delimitazione e articolazione sistematica dell’universo storico. Per
quanto riguarda la delimitazione, nel concetto di totalità storica ultima
rientra così tutto ciò che è essenziale, per la sua individualità, in
riferimento ai valori culturali universali suscettibili di venir fondati
criticamente, e quindi più che empirici. Certamente, l’universo storico che
sorge in questo modo può essere soltanto un’ idea in senso kantiano, cioè non
può mai essere definitivamente concluso al pari del sistema dei valori culturali
dal punto di vista del contenuto; esso appartiene quindi per dirla con Medicus*
alla dialettica trascendentale di una critica della ragione storica. Ma questa
circostanza non esclude l’autonomia della sua trattazione sistematica, in
quanto filosofia della storia. Anzi, la relazione al sistema di valori permette
al tempo stesso un'articolazione della totalità storica: è cioè possibile
delimitare reciprocamente determinate parti come suoi elementi più importanti,
come le Medicus, filosofo, autore di uno studio sulla Kants Philosophie der
Geschichte (1902) e di importanti lavori sulla vita e sul pensiero di Fichte,
nonché di varie opere teoriche come le Grundfragen der Aestetik, Die Freiheit
des Willens und ihre Grenzen, Macht und GerechtigKeit, Vom Wahren, Guten und
Schònen, nonché editore delle opere di Fichte. Rickert sì riferisce al saggio
Kant und Ranke, Kantstudien. sue epoche o i suoi periodi , ordinandole in modo
che il senso della storia non si esprima soltanto in un’astratta formula di
valore, ma anche nella rappresentazione dello sviluppo stesso. In una filosofia
della storia siffatta anche la selezione di ciò che è essenziale deve
distinguersi da quella che compiono le scienze empiriche: infatti non appena si
considerano non già tutti i valori culturali forniti di universalità empirica,
ma soltanto quelli che hanno trovato la loro fondazione nel sistema dei valori,
la ricchezza dei particolari storici retrocederà e si parlerà soltanto delle
grandi epoche o periodi. Dove si vogliano scorgere i rappresentanti di queste
epoche se in singole personalità o in movimenti di massa può naturalmente
essere deciso, ancora una volta, soltanto caso per caso. Così pure non si può
rispondere pregiudizialmente rispetto all’ ‘indagine storica alla questione se
gli elementi più comprensivi del processo di sviluppo singolare siano le
diverse epoche che si susseguono, oppure le diverse individualità dei popoli
che in parte cooperano nel medesimo tempo. Qui importa soltanto chiarire il
carattere sistematico di una trattazione filosofica dello stesso oggetto che le
scienze storiche trattano storicamente, e distinguere in tal modo nettamente la
filosofia della storia dalle scienze storiche empiriche. Anche con la storia la
filosofia, nel senso sopra indicato, deve procedere astoricamente. Perciò Ranke
aveva ragione quando si sentiva in opposizione alle costruzioni di storia
universale intraprese dai filosofi, e temeva un’irruzione della filosofia nel
campo dello storico. T'uttavia egli non ha reso giustizia, nel suo giudizio,
alla filosofia della storia, perché sentiva questa differenza più che
formularla concettualmente in modo netto. Egli stesso ha cercato se non nella
Weltgeschichte, almeno nelle conferenze Uber die Epochen der neueren Geschichte
qualcosa che si accosta per un certo verso a una filosofia della storia. Ma
questa rappresentazione è impostata in modo troppo storico per essere una
filosofia e si presenta quindi come una forma di trapasso o una forma mista,
che evidentemente non perde affatto il valore come manifestazione di una
personalità geniale, ma che tuttavia, riguardo alla sua struttura logica,
dev'essere definita appunto come una forma di trapasso. Essa vuole cioè essere
per un certo verso sistematica, e nel medesimo tempo non riconosce in parte i
presupposti di cui nessuna sistematica di filosofia della storia può fare a
meno. In tal modo essa dimostra quanto sia necessario distinguere
concettualmente in modo netto tra scienza storica empirica, non sistematica, e
filosofia della storia. Se ciò è avvenuto, e se il filosofo della storia
rinuncia a fare irruzione nelle scienze storiche, la sua considerazione
sistematica dello sviluppo storico complessivo possiede un diritto
incontestabile 4ccazzo alla rappresentazione storica e non sistematica della
vista storica. Ma affinché tale distinzione, e al tempo stesso anche la
necessità di questo tipo di filosofia della storia risulti perfettamente
chiara, bisogna ancora prendere in considerazione un secondo punto, che è
connesso nel modo più stretto con l’aspirazione alla sistematizzazione.
All'essenza del senso storico non appartiene soltanto la mancanza di
sistematicità; l’apprendimento impregiudicato del corso storico presuppone
anche una fede nel diritto di ogni realtà storica. Perciò lo storico deve
cercare, in quanto storico, di astenersi da un giudizio di valore diretto sui
suoi oggetti, e la logica della storia deve pertanto separare nettamente la
relazione teoretica di valore dalla valutazione pratica. Invece la filosofia,
che deve assumere criticamente posizione nei confronti dei valori culturali,
non sa nulla di un diritto proprio dell'elemento storico in quanto tale; in
modo altrettanto deciso di quello in cui riconosce il procedimento puramente
storico dell'indagine specifica, lo storicismo come intuizione del mondo appare
ad essa un’assurdità. Questo storicismo, che si crede così positivo, si
manifesta come una forma di relativismo e di scetticismo e, se pensato fino in
fondo in modo coerente, può condurre al nichilismo completo. Si sottrae a
quest'apparenza soltanto perché rimane aderente a una qualche struttura della
molteplicità storica, collegando ad essa il diritto di ciò che è storico e
traendone quindi una ricchezza di vita positiva. Ciò lo distingue sì dal
relativismo e dal nichilismo formulati in modo astratto, ma in linea di
principio non lo innalza affatto al di sopra di questi. Se fosse coerente, esso
dovrebbe concedere a qualsiasi essere storico il diritto di ciò che è storico;
ma non è in grado di aderire a nulla, proprio perché dovrebbe aderire a tutto.
In quanto intuizione del mondo, esso assume come principio la completa assenza
di princìpi, e quindi dev'essere combattuto nel modo più deciso dalla filosofia
della storia. Nella concezione dell’universo storico l'opposizione allo
storicismo si manifesta nel fatto che la filosofia della storia abbandona la
considerazione storica, riferita ai valori in modo puramente teoretico, in
favore della valutazione critica. Che cosa ciò significhi, risulta chiaro nel
modo migliore per il fatto che così riacquista il suo diritto il concetto di
progresso. Tale categoria non appartiene certamente ai princìpi della scienza
storica empirica. Al pari della relazione a un sistema di valori, questa
categoria eliminerebbe la valutazione impregiudicata dei processi storici nel
loro carattere specifico e toglierebbe sovranità come Ranke ha giustamente
detto al passato. La filosofia della storia, invece, non può fare a meno di
questa categoria se vuol superare il nichilismo storicistico. Essa deve
giudicare, in connessione con l’articolazione dell’universo storico, i diversi
stadi del processo di sviluppo singolare con riguardo alla funzione che essi
hanno assolto per la realizzazione dei valori criticamente fondati. A tale
scopo la filosofia della storia deve non soltanto togliere sovranità al passato
in consapevole antitesi rispetto alla considerazione puramente storica in vista
del presente e del futuro, ma deve pure giudicarlo, cioè commisurare il suo
valore a ciò che dev'essere. Ovviamente, alla questione se il corso della
storia rappresenti ovunque, o anche soltanto in alcune parti, una serie
progressiva continua o un incremento di valore, può rispondere solo l’indagine
stessa. All’inizio sussiste la possibilità sia di un regresso continuo sia di
un’oscillazione in su e in giù, cioè di un'alternativa di progresso e di
irrigidimento. Si può anzi pensare che nella vita storica non sia possibile
mostrare, in riferimento ai valori, né un avanzamento né una decadenza. Ma,
quale che possa essere la decisione in proposito, in ogni caso tutti i filosofi
che si sono realmente occupati in modo individualizzante di storia, cioè dello
sviluppo culturale umano, e non hanno soltanto cercato come sociologi le leggi
della vita sociale, si sono accinti alla considerazione del corso storico
impiegando un criterio di valore; e soltanto così hanno potuto articolare e
giudicare le epoche dell’universo storico. Anche un filosofo come Schopenhauer,
che non voleva saperne di filosofia della storia perché lo sviluppo storico non
mostrava ai suoi occhi alcun progresso e gli pareva quindi completamente privo
di senso, ha contribuito a una filosofia della storia nel senso sopra indicato;
e soltanto per il suo risultato puramente negativo ma non riguardo alla
posizione del problema della filosofia della storia è differente, in linea di
principio, dagli altri filosofi della storia. Il carattere sistematico e al
tempo stesso valutativo della trattazione filosofica dell’universo storico può
rimanere poco chiaro soltanto dove, come spesso avviene, non si è in grado di
distinguere tra essere e dover essere, tra realtà e valore, oppure dove, a
causa della diffidenza dominante contro la fondazione scientifica dei valori,
ci si azzarda solo in modo celato a esprimere giudizi di valore, per suscitare
la parvenza di una trattazione puramente contemplativa. La ricerca dei giudizi
di valore e la dimostrazione della loro sostanziale inevitabilità diventano, a
causa dell’oscurità e dell’indeterminatezza oggi molto diffuse in questo campo,
un compito tanto più urgente della filosofia. Queste considerazioni hanno però
soltanto lo scopo di mostrare quale compito si pone alla filosofia accanto alle
scienze storiche empiriche, non appena essa può presupporre come idea un
sistema di valori culturali. Un’indicazione in proposito sarebbe possibile
soltanto in connessione da un lato con un sistema filosofico e dall'altro con i
risultati delle scienze storiche cosa che non si può dare in questa sede.
Perché l’esposizione non rimanga troppo schematica, gettiamo ora uno sguardo
indietro sul passato della filosofia della storia. Una comparazione dei
concetti prima enunciati di universo storico e di una storia universale di
carattere filosofico, che ne deriva, con la configurazione attuale ancor oggi
sostenibile di questa disciplina può forse servire nel modo migliore a
illuminare la situazione odierna. Inoltre, collegarsi al passato è qui
vantaggioso anche perché ora abbiamo a che fare con /a forma dei problemi in
cui la filosofia della storia ha occupato inizialmente e prevalentemente gli
uomini, e perché occorre nello stesso tempo mostrare, mediante uno sguardo
retrospettivo, quanto poco arbitrario sia il mostro modo di considerare la
filosofia della storia, orientato in base alla logica. Ne risulterà infatti che
anche per questa via arriviamo alla fine ai problemi che sono stati una volta i
problemi principali della filosofia della storia. È stato sovente sottolineato
e l’ha mostrato soprattutto Dilthey che, se non il concetto di storia in
generale, almeno quello di universo storico era estraneo ai Greci, e che
soltanto il Cristianesimo ha reso possibile l’idea di una storia universale nel
senso rigoroso del termine. Decisiva è qui la rappresentazione dell’unità del
genere umano. Nel suo aspetto principale, essa appare prodotta dalla relazione
delle sue diverse parti con Dio: infatti tutti i popoli devono cercare Dio, e
in tal modo il genere umano nel suo sviluppo singolare assurge all’idea di una
totalità conclusa. Dio ha creato il mondo e gli uomini, e tutti gli uomini
discendono da una sola coppia. Così la storia universale ha inizio in un
determinato momento del tempo, e terminerà col giudizio universale.
Quest'ultimo decide in quale misura lo sviluppo abbia assolto il suo compito di
esprimere il suo significato. Peccato originale e redenzione sono i due termini
che articolano le epoche di questo processo in modo tale che ne scaturisce una
serie di gradi di sviluppo. È chiaro come su tale base sia possibile delineare
una storia universale in cui ogni avvenimento, che è significativo in
riferimento al senso della storia, diventa elemento della totalità, grado di
sviluppo di una connessione unitaria. Manca però, per completare il quadro nei
particolari, un elemento essenziale. Per quanto all’inizio nella filosofia
cristiana ci si dia poca pena dei problemi del mondo esterno, le
rappresentazioni religiose si legano gradualmente nel modo più intimo con una
determinata immagine del cosmo, tratta essenzialmente dall’antichità. Il corso
del tutto è delimitato non solo temporalmente dalla creazione e dal giudizio
universale, ma anche trasferito su una scena che si può abbracciare
spazialmente. Si pensi per esempio al mondo di Dante un mondo che può essere
disegnato nella sua totalità. Esso forma un globo in sé concluso, in mezzo al
quale sta il teatro della storia universale, la terra. Sopra questo globo,
spazialmente separato da esso, vi è la sede di Dio, a cui sulla terra fa
riscontro Gerusalemme, e così via. Con questi presupposti si può realmente
parlare di una storia universale nel senso rigoroso del termine, e nell’ambito
esattamente delimitato di tale rappresentazione si può anche abbozzare un
quadro efficace di tale storia universale. Mentre lo sguardo dei pensatori
greci si posava sul ritmo eterno dell’accadere, oppure doveva rivolgersi
all'immagine di un regno di forme soprannaturali, ma in ogni caso del tutto
astoriche e atemporali, ora l’essenza vera e propria del mondo è vista nello
sviluppo singolare del mondo, riferito a Dio. La molteplicità dei tentativi di
filosofia della storia intrapresi su questo terreno comune non ci riguarda in
questa sede. È lampante che il loro concetto e la loro articolazione
dell’universo storico mostrano logicamente la medesima struttura del concetto
prima esaminato e dell’articolazione della totalità storica ultima; e che, in
particolare, i loro princìpi fondamentali siano concetti di valore risulta
chiaro già considerando il loro carattere filosofico-religioso Dio è il valore
assoluto. La storia universale vuol essere una specie di giudizio universale ,
e proprio in un senso che questo termine non ha in Schiller. Essa vuol fornire
in maniera provvisoria un conto del valore del corso storico, che deve poi
essere saldato in modo definitivo da Dio nel giudizio universale. Qui ci
interessa inoltre stabilire che cosa ha tolto il terreno a tutti questi
tentativi di filosofia della storia. Si tratta in larga misura della
trasformazione, avvenuta all’inizio del mondo moderno, delle rappresentazioni
del cosmo di quella trasformazione ancora oggi importante perché ha creato in
linea di principio l’immagine del mondo che dobbiamo ritenere definitiva, e in
ogni caso l’unica finora scientificamente sostenibile. Come ha mostrato
soprattutto Riehl ”’, qui non è decisiva tanto la sostituzione del punto di
vista geocentrico con quello eliocentrico, poiché mutando la posizione della
terra entro l'universo si sarebbe ben potuto concludere un compromesso.
Decisiva è piuttosto la distruzione dell’idea diun cosmo chiuso, che si può
abbracciare con un solo sguardo. La dottrina dell’infinità del mondo di
Giordano Bruno fu lo scoglio su cui doveva naufragare ogni filosofia della
storia che voleva essere storia universaRichl, filosofo austriaco, autore di
Redlistische Grundziige, di Moral und Dogma, di Uber Begriff und Form der
Philosophte, di un'ampia opera su Der philosophische Kritizismus und scine
Bedeutung fiir die positive Wissenschaft, di Zur Einfàhrung in die Philosophie
der Gegenwart, nonché di vari volumi storici su Kane, Nietzsche, ecc. le nel
senso rigoroso del termine. Di ciò che è temporalmente e spazialmente
illimitato vi è soltanto scienza di leggi; e la storia universale perde così
per sempre il suo significato vero e proprio. Nel medesimo tempo diventa
problematico anche il concetto di una totalità storica in generale, e non
sembrano esserci vie di soluzione. Anche la storia del mondo umano non è più
quell’unità necessariamente riferita, nella sua individualità, al valore assoluto.
Il suo teatro, la terra, ha perduto il suo significato nel cosmo infinito. Essa
è diventata l’esemplare indifferente di un genere, e altrettanto indifferente
diventa, nella prospettiva di una scienza di leggi, tutto quanto di singolare e
di particolare avviene su di essa. È importante sottolineare che tutte queste
trasformazioni sono avvenute, in linea di principio, per opera delle dottrine
di Copernico e di Giordano Bruno e non già come molti ritengono per opera della
biologia moderna. La teoria dell’evoluzione ha certamente un valore
straordinario per la scienza. Abbiamo prima mostrato che essa non è in grado di
fornire princìpi filosofici positivi per una considerazione storica; dobbiamo
ora aggiungere che essa non trova più da distruggere gli elementi essenziali
della vecchia filosofia della storia, almeno per chi abbia anche soltanto
pensato fino in fondo l’idea dell’illimitatezza temporale del mondo. Tra le
scienze naturali è stata quindi realmente importante per le questioni relative
all’intuizione del mondo non già la biologia ma l'astronomia, e anche
quest’ultima ha semplicemente avuto un significato negativo, almeno per i
problemi di filosofia della storia. Possiamo anzi dire che il passo decisivo
per la nuova svolta positiva nella trattazione dei problemi di filosofia della
storia era già stato compiuto prima che la biologia evoluzionistica fosse
giunta anche soltanto ai suoi inizi: infatti questa trasformazione prendeva le
mosse come sempre accade quando si tratta dei fondamenti ultimi del nostro
pensiero filosofico da Kant, che oggi si crede in modo alquanto sorprendente di
poter confutare con il darwinismo, cioè partendo dalla funzione del tutto
particolare presente nella connessione tra problemi gnoseologici e problemi
etici. Kant stesso ha paragonato la sua teoria della conoscenza all'impresa di
Copernico, e noi possiamo segu ire questo paragone anche in un’altra direzione.
L'idealismo trascendentale ha significato, proprio in virtù del punto di vista
copernicano , una conversione nella via che la filosofia credeva di dover
imboccare sulla base della nuova immagine del mondo fornita dall’astronomia:
una conversione, però e questo è l'elemento decisivo la quale lascia del tutto
intatta la nuova immagine del mondo e ciononostante rende possibile riprendere
i vecchi problemi. Grazie a Kant l’uomo viene posto di nuovo con il pieno
riconoscimento della moderna scienza della natura al centro del mondo:
certamente non in senso spaziale, ma in modo ancor più significativo per i
problemi della filosofia della storia. Ora tutto gira nuovamente intorno al
soggetto. La natura non è la realtà assoluta, ma è determinata nella sua
essenza universale da forme di apprendimento soggettive, e proprio la totalità
infinita del mondo non è che un’idea del soggetto, l’idea di un compito a lui
necessariamente posto, ma nello stesso tempo insolubile. In virtù di questo
soggettivismo i fondamenti della scienza empirica della natura risultano non
soltanto intatti, ma addirittura più saldi; completamente sepolti sono invece i
fondamenti del naturalismo come intuizione del mondo che rifiuta ogni senso a
ciò che è storico. Questo lavoro di distruzione, che sgombra anzitutto la via
dagli impedimenti che si frappongono a concepire un essere come storia, è tanto
più importante in quanto, dato lo stretto legame della teoria della conoscenza
con l’etica, comporta immediatamente la fondazione di una costruzione positiva
di filosofia della storia. L'uomo non sta al centro della natura solamente con
la sua ragione teoretica, ma si comprende al tempo stesso, con la sua ragione
pratica, come ciò che dà un senso oggettivo alla vita culturale, cioè come
personalità consapevole del dovere, autonoma, libera; e questa ragione pratica
possiede il primato. Che cosa può ancora significare di fronte a questo il
fatto che il teatro della storia rappresenta spazialmente e temporalmente una
piccola particella destinata a scomparire, posta in un punto qualsiasi
dell'universo? Per il soggetto autonomo, teoricamente e praticamente
legislatore , questi rapporti spaziali e temporali sono ora diventati del tutto
indifferenti nella trattazione delle questioni di valore. Nell'indagine della
natura , inclusa la vita psichica, l’uomo autonomo lascia piena libertà alla
scienza che ha distrutto la vecchia immagine del mondo. Ma egli non concederà
mai che questa scienza concernente l'essere delle cose abbia qualcosa da dire
sul valore o sul disvalore, sul senso o sulla mancanza di senso del corso del
mondo, poiché è assolutamente certo in quanto ragione pratica della sua libertà
, che costituisce il senso autentico del mondo e della sua storia. Kant non ha
creato egli stesso un sistema di filosofia della storia, ma sulla base del suo
pensiero ne sono sorti uno dopo l’altro, e in ciò dobbiamo riconoscere certo
un'influenza non inessenziale. Il corso singolare dello sviluppo dell'umanità
ha nuovamente potuto essere concepito con l’aiuto dei concetti assoluti di
ragione e di libertà come unità, e venir articolato nei suoi diversi stadi in
modo tale da misurare ogni stadio in base al suo contributo specifico alla
realizzazione del senso del mondo. Questa possibilità di acquisire di nuovo un
rapporto positivo con la vita storica è ciò che conferisce alla filosofia
dell’idealismo tedesco il suo significato predominante e intramontabile per il
futuro che possiamo prevedere. Una filosofia che ne sia in linea di principio
incapace potrà sì compiere qualcosa di significativo per problemi specifici, ma
non produrrà mai un'intuizione del mondo veramente comprensiva, soddisfacente per
gli uomini civili, e tanto meno potrà avanzare la pretesa di essere progredita
al di là della filosofia dell’idealismo tedesco. Dominato dall’idea che lo
scopo della vita terrena dell’umanità sia quello di orientare con la libertà
tutti i suoi rapporti secondo ragione, Fichte ha costruito filosoficamente, per
la prima volta dopo Kant, la storia universale come totalità unitaria; e anche
Hegel ha abbozzato in base al concetto di libertà il suo sistema di filosofia
della storia, che abbraccia molto più delle postume Vorlesungen, raggiungendo
in tal modo il culmine ancor oggi per molti versi incompreso di questo tipo di
considerazione filosofica della storia. Non possiamo addentrarci qui nel
contenuto del suo sistema; e neppure importa sottolineare le differenze che
separano tra loro i concetti di libertà di Kant, di Fichte e di Hegel. Qui
importa soltanto che la filosofia dell’idealismo tedesco ha trovato un concetto
di valore incondizionato che le ha permesso di trattare filosoficamente, nel
modo che si è detto, la totalità del corso storico, che questo concetto di
valore era al tempo stesso abbastanza formale da servire come punto di
riferimento per la storia universale come viene grandiosamente espresso
soprattutto da Hegel e infine che non c’era più bisogno, almeno in linea di
principio, di presupposti del tipo di quelli adoperati dalla filosofia della
storia distrutta dalla moderna scienza della natura. Per la filosofia della
storia del nostro tempo sorge così la questione se sia possibile, sul terreno dell’idealismo
fondato da Kant e nel pieno riconoscimento di tutti i risultati della moderna
scienza della natura, trovare anzitutto un punto di vista valutativo che
consenta di trattare filosoficamente la storia universale, e quindi pervenire a
una filosofia della storia che in linea di principio mostri con riferimento al
sapere storico del nostro tempo, e mantenendo intatta ogni diversità di
contenuto la stessa struttura formale dei sistemi di filosofia della storia di
Fichte e di Hegel. Ma con questo, e proprio richiamandoci a quei pensatori, il
problema di una trattazione filosofica dell’universo storico non sembra ancora
sufficientemente chiarito. La filosofia della storia dell’idealismo tedesco è
sì indipendente dalle dottrine della scienza naturale, ma proprio per questo è
tanto più dipendente da presupposti sull'essenza merafisica che sta alla base
del mondo fenomenico della storia. Già la dottrina della libertà di Kant è
connessa con il suo concetto metafisico di un carattere intelligibile, e in Hegel
appare del tutto chiaro quanto la sua filosofia della storia sia fondata
metafisicamente. È possibile svincolare la filosofia della storia dalla
metafisica, oppure essa presuppone sempre due specie di essere, cioè un mondo
dei fenomeni in cui si svolgono gli avvenimenti storici e un mondo della realtà
vera, posta al di là dei fenomeni, a cui gli avvenimenti storici devono essere
riferiti se devono raccogliersi in uno sviluppo unitario e articolato? Soltanto
ora siamo pervenuti al punto decisivo, e in virtù della connessione che lega
tra loro i diversi problemi di filosofia della storia l’importanza di tale
questione risale ancora più indietro. Abbiamo scoperto che l’interpretazione
del senso generale della storia presuppone l’idea di un sistema di valori incondizionati,
a cui sia possibile commisurare i valori culturali forniti di generalità
empirica. Questo sistema non sarà forse realmente fondato soltanto se lo si è
ancorato per così dire metafisicamente e si può quindi essere certi che
l’essere storico, nel suo fondamento metafisico, è anche disposto alla
realizzazione di ciò che dev'essere? Anche per la scienZa storica empirica i
presupposti metafisici sembrano indispensabili. Vi sono pensatori a cui la
storia appare come qualcosa di spettrale finché i suoi oggetti, e in
particolare le personalità storiche, vengono considerati semplicemente come
realtà immanenti. Quelle che agiscono sul teatro della storia devono essere
anime dotate di essenza, metafisiche, e noi dobbiamo poterle pensare in certa
misura inserite in una grande connessione spirituale , che si innalza al di
sopra delle anime singole e di cui nulla sa Ia semplice esperienza, ma che
costituisce il sostegno dei valori incondizionati e senza la quale tutta la
storia sarebbe un disordine senza senso, che non avrebbe nessun significato
indagare. È necessario almeno accennare a una presa di posizione anche nei
confronti di questi problemi; e noi cominciamo con la questione dei presupposti
metafisici di cui neppure la scienza storica empirica può fare a meno, perché
soltanto così si può rispondere alla domanda sulla necessità di assunzioni
metafisiche per la ricerca del senso della storia e per la trattazione
filosofica della storia universale. Bisogna in primo luogo ammettere
incondizionatamente che molti storici hanno una fede che, a volerla formulare
concettualmente, assumerebbe un carattere metafisico; altrettanto certo è che
questa fede contribuisce a far apparire loro veramente significativa l'indagine
della vita storica. Anche qui si può rinviare di nuovo a Ranke, il quale
designa le grandi tendenze della storia come idee di Dio, attraverso cui si
realizza il piano provvidenziale divino; e nel medesimo modo si potrebbe
mostrare che altri storici assumono presupposti sovra-empirici. Non ne sono certamente
liberi soprattutto coloro che ritengono di aver trovato le leggi di sviluppo di
ogni vita storica: infatti presso di loro tale fede assume sì, sotto
l'influenza della moda, un abito naturalistico, diventando la fede in concetti
di leggi intesi come forze operanti, ma non per questo cessa di essere
metafisica. Né si può respingere il problema presente in una fede come quella
manifestata da Ranke spiegando che tutto ciò sta al di fuori della scienza e
non esercita la minima influenza su di essa, poiché quest'idea è giusta
soltanto nel senso che la fede come dice Ranke della sua dottrina delle idee
non fa mai violenza sulle particolarità della vita storica. Per il resto,
anch'essa appartiene ai presupposti della ricerca storica, nella misura in cui
vi è presente la convinzione che, quando conferiamo alla vita storica in genere
un significato oggettivo , si tratta di qualcosa di più che di un'assunzione
arbitraria. Ma con questo non si è ancora detto, d'altra parte, che proprio l'elemento
metafisico presente nella fede sia importante a tal fine. Lo storico in quanto
storico farà bene in ogni caso a considerare la sua fede come semplice fede e a
guardarsi dal pericolo di immettere nelle sue indagini una qualsiasi metafisica
formulata scientificamente. Egli si porterebbe altrimenti sul terreno della
teoria delle due specie di essere, a cui abbiamo già accennato, e si
imbatterebbe subito in grandi difficoltà se dovesse fare dichiarazioni sul
rapporto degli avvenimenti storici, che si svolgono soltanto nel mondo
dell'esperienza, con la realtà trascendente. Anzi, già l’idea che gli
avvenimenti storici siano semplici fenomeni di un essere metafisico ad essi
sottostante non è adatta a far apparire allo storico più significativa la sua ricerca,
ma al contrario gli guasta necessariamente ogni gioia nel suo lavoro. Allo
studioso di scienze naturali può forse essere indifferente che i suoi oggetti
siano fenomeni o realtà assolute. Egli li considera soltanto come esemplari di
un genere, e i concetti generali di cui va in cerca mantengono in ogni caso la
loro validità. Invece gli avvenimenti che sono essenziali nella loro
individualità perdono il loro significato se non possono venir considerati come
realtà, e se nell’essere immediatamente accessibile alla scienza non si
realizzano anche i valori a cui lo storico riferisce gli oggetti. L'esigenza di
una realtà autentica presente dietro di essi non deve quindi mai la propria
origine a un interesse della scienza storica. Essa deve piuttosto venir ricondotta
agli effetti di quella strana teoria della conoscenza che riduce il mondo
dell’esperienza a mera parvenza, a velo di Maia, affermando che il suo
riconoscimento come realtà condurrebbe al sonnambulismo o come si dice oggi
all’illusionismo. Per il pensiero non sfigurato in questa o in analoga maniera
la vita data immediatamente non può mai essere un sogno o un fantasma; e lo
storico empirico deve in ogni caso attenersi al mondo accessibile alla sua
esperienza. In esso egli deve vedere l’unica realtà che gli importa come
storico, accantonando la questione del suo substrato metafisico. Ma possiamo
arrestarci a un sistema di valori inteso come definitivo anche se cerchiamo i
princìpi della storia e ne interpretiamo il senso? Oppure l’assunzione di una validità
incondizionata di questi valori include l'assunzione di una realtà
trascendente, e da ciò non deriva per la filosofia che non può lasciare in
sospeso tali questioni il compito di determinare il rapporto dei valori con
questo mondo metafisico? Anche qui si deve ammettere che il presupposto di una
validità incondizionata dei valori ci conduce fuori del mondo immanente, e
quindi nel trascendente, e che affinché nulla rimanga oscuro si deve affermare
nei confronti di una filosofia puramente immanente la validità di valori
trascendenti. Ma assai poco si è fatto se si crede di dover andare oltre,
spiegando che questi valori indicano anche un qualche essere trascendente. In
primo luogo non ci si può spingere, con buona coscienza scientifica, oltre
questa indicazione del tutto indeterminata; inoltre ogni tentativo di
determinare più da vicino la realtà trascendente deve trarre il proprio
materiale dalla realtà immanente o arrestarsi a pure negazioni. Non c’è bisogno
di dimostrare che non si può asserire nulla di scientificamente attendibile in
merito al rapporto di una realtà del tutto indeterminata, o determinata in modo
puramente negativo, con il mondo immanente. La realtà trascendente rimane
quindi un concetto completamente vuoto e infecondo anche per la filosofia della
storia come dottrina dei princìpi. Questa disciplina ha perciò fatto abbastanza
chiarendo a se stessa questo punto e accontentandosi dell’aspirazione a
determinare un sistema di valori incondizionati. Non si obietti che il concetto
di un dover essere trascendente, che è qui presupposto, potrebbe essere
dimostrato vuoto e infecondo con i medesimi argomenti impiegati per il concetto
di essere trascendente. Certamente non è possibile determinare che cosa
significa un essere trascendente se non dicendo che qui si tratta di valori
forniti di validità sopra-storica, atemporale, incondizionata; anche qui il
concetto viene perciò acquisito per mezzo della negazione, in quanto partiamo
dal valore condizionato e togliamo ad esso la condizionatezza. Il concetto che
ne deriva ha però un significato del tutto differente da quello che sorge
quando, per ottenere il concetto di essere trascendente, partiamo dal concetto
dell’essere immanente e neghiamo la sua immanenza. Con questa negazione
togliamo all’essere ogni contenuto, mentre al dover essere lasciamo il
contenuto e gli togliamo soltanto una limitazione, che gli impedisce il pieno
dispiegarsi di una tendenza in esso presente la tendenza a valere. Questa
differenza tra essere trascendente e dover essere trascendente può forse venir
chiarita nel modo migliore richiamandoci al concetto kantiano di idea. Kant
trasforma appunto il concetto di realtà trascendente nel concetto di dover
essere trascendente, stabilendo in tal modo sia il diritto sia l'illegittimità
di una scienza che aspiri all’incondizionato. La stessa cosa avviene se ci
arrestiamo al dover essere trascendente e rifiutiamo un essere trascendente:
proprio la filosofia della storia come scienza dei princìpi non ha alcun motivo
di seguire l’indicazione dei valori trascendenti verso un essere trascendente.
Sono, appunto, soltanto valori quelli che essa trova come princìpi della vita
storica, e ad essa interessa solamente la validità dei valori in quanto valori.
Inoltre, questa validità incondizionata deve già essere salda prima che si
possa anche soltanto parlare di un’indicazione verso una realtà trascendente;
occorre cioè che l’unico problema significativo per la dottrina dei princìpi
storici sia già risolto prima che si presenti il problema di una realtà
trascendente in generale. Perciò anche la filosofia della storia, nella misura
in cui ha a che fare con i princìpi della vita storica, può lasciare in sospeso
i problemi metafisici così come fa la scienza storica empirica, perché in ogni
caso tali problemi non appartengono a questa parte della filosofia. Ma che cosa
accade allora con la storia universale filosofica se siamo costretti ad
arrestarci, dinanzi alla questione della realtà trascendente e del suo rapporto
con l’essere immanente, a un won liquet, o addirittura a respingere l’idea di
una realtà metafisica in generale? Forse che la rappresentazione filosofica
sistematica dell’universo storico, la quale non si limita ai valori ma li pone
esplicitamente in collegamento con il contenuto dell’essere storico, non perde
ogni senso se in certa misura avvicina soltanto dall’esterno i suoi valori alla
vita storica e non può affatto presupporre se e come l’essere storico immanente
è connesso non soltanto mediante la relazione di valore, ma anche realmente, con
il proprio fine della realizzazione dei valori? Non c’è dubbio che qui siamo di
fronte a un problema straordinariamente difficile, e che le aspirazioni
metafisiche della nostra epoca così come si esprimono soprattutto nelle opere
di Eucken® acquistano, da questo punto di vista, un significato da non
sottovalutare anche per la filosofia della storia. Neppure in questo contesto
si può certamente ammettere che il mondo dell’esperienza abbia bisogno di una
struttura metafisica, perché altrimenti il mondo non sarebbe, per così dire,
abbastanza reale e acquisterebbe qualcosa di spettrale. Infatti, se non
possiamo abbracciare abbastanza realtà nell’esperienza immediata, nessun
pensiero che si muova in concetti astratti potrà riempire questa lacuna. Ma ci
si può effettivamente chiedere la relazione necessaria della realtà storica con
valori incondizionati non presuppone un legame superiore tra essere e dover
essere, e nel medesimo tempo una specie di realtà che non possiamo più
concepire come immanente? Qui l’idea di una realtà metafisica sembra
inevitabile, e quindi la filosofia della storia appare connessa alla metafisica
nel modo in cui avviene, per esempio, in Hegel. Ma non dobbiamo forse anche qui
dire che con la semplice idea di un'indicazione verso un legame metafisico dei
valori con la realtà empirica si esaurisce pure tutto ciò che la scienza è in
grado di pensare, e che è del tutto sufficiente assumere una qualsiasi
relazione necessaria non ulteriormente determinabile della realtà con i valori?
Se consideriamo ancora, per 28. Rudolf Eucken, filosofo, autore dei Prolegomena
zu Forschungen tiber die Einhcit des Geisteslebens in Bewusstsein und Tat der
Menschhest, del fortunato volume Die Lebensanschauungen der grossen Denker, di
Der Kampf um einen geistigen Lebensinhalt, di Der Wakrheitsgchalt der Religion,
delle Grundlinien einer neuen Lebensanschauung, di Der Sinn und der Wert des
Lebens, della Einfiihrung in cine Philosophie des Geisteslebens, di Mensch und
Welt c di numerose altre opere, anche di argomento storico, cbbe larghissima
notorietà per le sue doti di scrittore € per il carattere al tempo stesso
popolareggiante e retorico del suo idcalismo, Ha il premio Nobel per la
letteratura. esempio, la filosofia della storia di Hegel, troveremo che la
metafisica ha un peso molto limitato nella descrizione di tutte le
particolarità. Per delimitare e articolare l’universo storico è importante
solamente il concetto di libertà come concetto di valore e la convinzione
generalissima che lo sviluppo verso la libertà è in qualche modo inerente
all’essenza stessa del mondo. Qui sono però presenti solo i due presupposti già
accennati di un valore assoluto e della sua necessaria relazione con la realtà
storica in generale. Per il resto la filosofia della storia di Hegel si muove
entro concetti che derivano dalla vita storica immanente e che si riferiscono
soltanto a questa vita immanente. Non si procede così in tutti i tentativi di
filosofia della storia che hanno la forma di una storia universale? non
dobbiamo anzi dire che anche per il filosofo della storia una maggiore quantità
di metafisica non soltanto non è richiesta, ma può addirittura diventare
dannosa? A lui, come allo storico empirico, ciò che interessa è lo sviluppo
della cultura nel mondo immanente, nel mondo spazio-temporale. Se questo mondo
immanente viene perciò ridotto da qualche metafisica a una realtà di secondo
grado, se la vera realtà in cui i valori supremi coincidono con l’essere
supremo viene concepita come atemporale e aspaziale, lo sviluppo
spazio-temporale, singolare e individuale, perde allora subito ogni senso anche
dal punto di vista della filosofia della storia, così come dal punto di vista
della storia empirica. A quale scopo tutto quel processo di lotta dell'umanità,
che nel corso dei millenni riesce a realizzare solo approssimativamente e
imperfettamente ciò che è per sempre reale nella più profonda essenza del
mondo? Se nel tempo possiamo scorgere soltanto un filo del tessuto del velo di
Maia, allora non esiste più una filosofia positiva della storia. In tal caso il
suo compito consiste solo nel comprendere la vanità di tutto ciò che è storico,
in quanto scorre necessariamente nel tempo, e nel negare con Schopenhauer ogni
senso alla storia. Se dev’esserci non soltanto una scienza storica empirica, ma
anche una filosofia della storia, proprio l’elemento temporale presente nel
mondo dev'essere in ogni caso assolutamente reale. Ma ci si potrebbe infine
ancora domandare non si può forse attribuire anche a ciò che è temporale una
realtà metafisica, € l’essere trascendente deve proprio venir concepito come
necessariamente atemporale, se si vuole pensarlo? Qui sembra aprirsi ancora
un’ultima strada per la quale unificare tra loro filosofia della storia e
metafisica. Ma si tratta di una semplice apparenza, perché nella filosofia
della storia il nervo del pensiero metafisico viene reciso dall'assunzione di
una realtà metafisica di ciò che è temporale. Quel che ci dava soltanto
un’indicazione sull’essenza trascendente del mondo era appunto la convinzione
della validità trascendente dei valori e l'esigenza del loro nesso reale con la
realtà storica. Ma la trascendenza del valore significa proprio la sua validità
atemporale, e soltanto una realtà atemporale potrebbe essere il sostegno
metafisico di valori atemporali; ma per instaurare un legame necessario dello
sviluppo storico con valori atemporali non si può fondare la validità dei
valori su un essere metafisico che si esaurisce nel tempo. Una metafisica che
voglia essere la base della filosofia della storia si imbatte quindi nelle
maggiori difficoltà non appena aspira a una formulazione concettuale dei suoi
presupposti trascendenti che sia in qualche modo diversa da quella contenuta
nel concetto di dover essere trascendente. Per trovare nel corso storico
temporale un senso oggettivo, abbiamo bisogno dell’atemporale. Ma non appena
poniamo questo elemento atemporale come realtà metafisica e priviamo quindi della
vera realtà il corso storico, annulliamo ogni senso della storia e ogni
possibilità di una sua trattazione filosofica. C'è una via per sfuggire a
questo circolo, oppure ogni metafisica della storia deve naufragare in esso?
Non siamo costretti, anche in una trattazione filosofica della storia
universale, a scorgere nei valori atemporali e nella loro relazione necessaria,
ma scientificamente indeterminabile, con la realtà temporale i presupposti
ultimi a cui dobbiamo arrestarci ? Se si dovesse rispondere positivamente a
questa domanda e almeno finora non vediamo alcuna via che ci permetta una
risposta negativa i compiti della filosofia della storia, che all’inizio
sembrava scindersi in tre diverse discipline, si configurerebbero in modo del
tutto unitario. Dovendo lasciare all’indagine delle scienze particolari
l’intero campo dell’essere empirico e rinunciare a cogliere l’essenza
metafisica del mondo, alla filosofia rimane come campo specifico il regno dei
valori. Essa deve trattare questi valori come valori, indagare sulla loro
validità e penetrare le connessioni teleologiche di valore. Uno di questi campi
di valori è quello della scienza, in quanto essa aspira alla realizzazione dei
valori di verità, e la filosofia della storia ha quindi a che fare anzitutto
con l’essenza della scienza storica. Essa la concepisce come la
rappresentazione individualizzante dello sviluppo singolare della cultura, vale
a dire dell’essere e dell’accadere fornito di significato, nella sua
individualità, in riferimento ai valori culturali. Da ciò deriva allora che i
princìpi della vita storica sono essi stessi valori, e la trattazione di questi
valori con riguardo alla loro validità diventa perciò il secondo compito della
filosofia della storia, che però coincide in ultima analisi con il compito
della filosofia come scienza dei valori in generale. In tal modo le due
indagini che risultano necessarie stanno in una connessione sistematica, e in
questa connessione si inserisce infine anche il terzo gruppo di questioni di
filosofia della storia. Esso costituirà la conclusione dell’intero sistema
filosofico, poiché in esso si cerca di mostrare quanto dei valori criticamente
fondati si è realizzato nel corso precedente della storia, e quali sono state
le grandi epoche di questa realizzazione dei valori, per comprendere dove oggi
stiamo in questo processo di sviluppo e dove dobbiamo cercare il nostro compito
per il futuro. La filosofia della storia, partendo dalla logica della storia,
tratta perciò sempre di valori: in primo luogo dei valori da cui si possono
derivare le forme concettuali e le norme della ricerca storico-empirica, quindi
dei valori che costituiscono in quanto principi del materiale storicamente
essenziale la storia stessa, infine dei valori la cui graduale realizzazione si
compie nel corso della storia. SIMMEL nasce a Berlino. Compe gli studi
universitari a Berlino, dove segue i corsi di storici come Mommsen e
Treitschke, di psicologi come Lazarus e Steinthal, di etnologi come Bastian,
nonché dello storico della filosofia antica Zeller. Fin da questi anni la
personalità di Simmel rivela interessi culturali molteplici, che
caratterizzeranno anche in seguito la sua produzione filosofica. A Berlino egli
consegue il dottorato, con la dissertazione Das Wesen der Materie nach Kants Physischer
Monadologie. I pregiudizi razziali ancora largamente diffusi negli ambienti
universitari tedeschi, uniti all’impressione di dilettantismo che il suo stile
filosofico puo a prima vista suscitare, rendeno lenta e difficile (nonostante
l’appoggio di amici influenti, come lo stesso Weber) la carriera accademica di
Simmel, relegandolo per molti anni nella posizione di libero docente; e
soltanto egli ottenne la nomina a professore straordinario. Ma le sue lezioni
berlinesi sono largamente frequentate, e da esse trassero spunto allievi
destinati a diventare famosi, come per esempio il giovane Gyorgy Luk£4cs.
Soltanto Simmel è chiamato a coprire una cattedra di filosofia, a Strasburgo; e
qui muore. Le prime opere di Simmel sono caratterizzate da un prevalente
interesse per le scienze sociali, che si traduce sul piano filosofico nello
sforzo di affrontare il problema critico delle scienze sociali e, in
connessione con queste, della conoscenza storica. Dal saggio Uber soziale
Differenzierung (Leipzig) alla Einleitung in die Moralwissenschaft
(Stuttgart-Berlin) e alla Philosophie des Geldes (Leipzig), la ricerca positiva
sui fenomeni sociali si intreccia con il tentativo di determinare l'ambito e
l'orientamento di indagine delle scienze sociali, ponendo in luce la loro
struttura logica e la loro relazione con altre forme di conoscenza scientifica.
Su questo terreno Simmel prende posizione nei confronti della concezione
positivistica delle scienze sociali, affermandone il compito descrittivo e
respingendo il postulato dell’esistenza di una struttura legale della realtà
storico-sociale. Nello stesso tempo egli si propone, richiamandosi a una
prospettiva kantiana, di determinare le categorie che stanno a base
dell’elaborazione concettuale delle scienze sociali. Ma queste categorie
vengono da lui interpretate non già come princìpi 2 priori, bensì come punti di
vista relativi sulla base dei quali le singole discipline si organizzano
metodologicamente. Infatti Simmel intende non tanto stabilire in linea generale
il campo di ricerca delle scienze sociali, quanto analizzarle nei loro
procedimenti specifici e nei loro rapporti reciproci. Nell'Einleitung in die
Moralwissenschaft egli affronta il problema dell’impostazione della scienza
morale considerata come una scienza che si pone al confine tra psicologia,
scienze sociali e ricerca storica nell’intento di svincolare l’etica dal
dominio di concetti generali per portarla sul terreno dell’osservazione
empirica e quindi della descrizione dei comportamenti umani. Nella Philosophie
des Geldes egli analizza il significato del concetto di denaro in relazione al
concetto di valore, ponendo in luce la sua trasformazione da valore sostanziale
in valore funzionale, cioè in designazione simbolica del diverso valore delle
cose. Nell'ambito di questa prospettiva di origine kantiana, anche se
profondamente modificata, Simmel si è pure proposto, in Die Probleme der
Geschichtsphilosophie (Leipzig), di determinare le condizioni di validità della
conoscenza storica, considerata nelle sue basi psicologiche e nei suoi rapporti
con le scienze sociali. Egli ha individuato il fondamento della conoscenza
storica nell'identità tra soggetto e oggetto identità che rende appunto
possibile la comprensione; cosicché le categorie storiografiche diventano presupposti
psicologici, i quali assolvono la funzione di organizzare concettualmente il
dato empirico. Perciò la loro validità risulta relativa, e parimenti relativi
sono i risultati a cui pervengono sia le scienze sociali sia la conoscenza
storica. Il culmine di questa prima fase della produzione simmeliana è
rappresentato dalla Soziologie: Untersuchungen iiber die Formen der
Vergesellschaftung (Leipzig), in cui Ja distinzione della sociologia dalle
altre scienze sociali viene formulata su una base puramente formale,
attribuendo a queste il compito di studiare i fenomeni sociali nel loro diverso
contenuto (morale, economico, politico, e così via) e a quella l’analisi delle
forme di associazione che costituiscono la struttura propria della società in
quanto tale. La sociologia così intesa prescinde quindi dallo studio del
contenuto della società, per limitare la sua indagine ai modi di relazione tra
gli individui; essa ha per oggetto la maniera in cui i rapporti tra gli
individui si costituiscono come fenomeni sociali. L'autonomia della sociologia
dalle altre discipline storico-sociali viene perciò ottenuta attraverso la
rigorosa determinazione del suo carattere formale . Già prima della Soziologie,
attraverso la critica della nozione kantiana di a priori e lo studio di Goethe,
di Schopenhauer e di Nietzsche filosofi a lui particolarmente congeniali Simmel
veniva enunciando i princìpi di quel relativismo destinato ben presto a
tradursi in una filosofa della vita. Dal volume su Kant (Leipzig; tr. it.
Padova) a Schopenhauer und Nietzsche (Leipzig; tr. it. Torino), fino a
Hauptprobleme der Philosophie (Leipzig; tr. it. Firenze, 1920) e ai saggi
raccolti col titolo di Philosophische Kultur (Potsdam), egli ha respinto il
tentativo di cercare un fondamento assoluto del conoscere, così come delle
altre manifestazioni della vita umana, affermando la necessità di riconoscere
il carattere relativo dell’attività dell’uomo in ogni campo e quindi anche il carattere
relativo della verità filosofica. Nel periodo successivo, e soprattutto negli
anni di Strasburgo, questa prospettiva relativistica mette capo
all'affermazione dell’intrascendibilità della vita. In Der Konflikt der modernen
Kultur (Miinchen-Leipzig, tr. it. Torino)
e in Lebensanschauung (Miinchen-Leipzig, ; tr. it. Milano) la vita si configura
come il principio ultimo e incondizionato dal quale traggono origine tutte le
forme della realtà, le quali sono poste in essere dalla vita e tuttavia si
contrappongono al suo fluire. La vita è infatti un processo infinito, creatore
di forme finite che si organizzano su un piano trascendente rispetto alla vita,
costituendo così i diversi mondi ideali dello spirito: la vita cerca di
travolgere queste forme, mentre esse cercano di sfuggire a una distruzione
inevitabile. La vita può essere quindi definita al tempo stesso come più-vita e
più-che-vita : più-vita in quanto processo temporale continuo che cresce su se
stessa, superando i limiti che essa si pone, e più-che-vita in quanto
produzione di forme finite che emergono da tale processo. Simmel ha applicato
questa impostazione all'analisi dei più svariati fenomeni culturali, in
particolare dei fenomeni artistici. Egli ha anche ripreso in esame in alcuni
saggi che vanno da Das Problem der historischen Zeit a Die historische Formung
e a Vom Wesen des historischen Verstehens (Berlin) il problema della storicità,
considerata dal punto di vista della dialettica tra la vita e le sue forme. Il
rapporto tra la vita e la storia si presenta, in questi scritti, come il
rapporto tra il processo temporale della vita (che, in quanto tale, non è
ancora storico) e un mondo ideale che emerge da esso, contrapponendosi alla
vita e cercando di resistere alla sua opera distruttrice. L'elaborazione
concettuale della conoscenza storica coincide quindi con lo sforzo di
costituzione di questo mondo ideale, e il procedimento della comprensione sul
quale la storiografia si fonda appare qualificato non già come un rapporto
immediato, bensì come una relazione che presuppone il riferimento all’alterità
di un diverso individuo. Ricordiamo qui le altre opere di Simmel: Philosophie
der Mode, Berlin, ; Kan und Goethe, Berlin, e Leipzig; Die Religion, Frankfurt
a.M.; Goethe, Leipzig; Rembrandt: cin Runstphilosophischer Versuch, Leipzig;
Grundfragen der Soziologie: Individuum und Gesellschaft, Berlin-Leipzig; Der
Krieg und die geistigen Entscheidungen, Miinchen-Leipzig, 1917. Altre raccolte
di saggi sono le seguenti: Zur Philosophie der Kunst: Philosophische und
kunstphilosophische Aufsétze (a cura di Gertrud Simmel), Potsdam;
Schulpidagogik (lezioni a cura di K. Hauter), Osterwieck / Harz; Fragmente und
Aufsitze aus dem Nachlass und Veròffentlichungen der letzen Jahre (a cura di G.
Kantorowicz), Miinchen; Rembrandtstudien, Basel; Bricke und Tiìr: Essays des
Philosophen zur Geschichte, Religion, Kunst und Gesellschaft (a cura di M.
Landmann, in collaborazione con M. Susman), Stuttgart. Dei numerosi articoli di
Simmel ci limitiamo a segnalare quelli non compresi nelle raccolte che abbiamo
menzionato: Zur Metaphysik des Todes, Logos; Das individuelle Gesetz, Logos,
poi anche in forma di volume (a cura di M. Landmann), Frankfurt a.M.; Der
Fragmentcharackter des Lebens, Logos; Fragment iiber die Liebe, Logos; tr. it.
Milano. Le opere di Simmel sono state largamente ripubblicate nel dopoguerra.
Tra le ristampe della Scientia Verlag citiamo quella della Einle:tung in die
Moralwissenschaft, Aalen, quella della Philosophie des Geldes, Aalen, , e
quella della Soziologie, Aalen; sono stati inoltre riediti Uber soziale
Differenzierung, Amsterdam, e Haupitprobleme der Philosophie, Berlin, Un'importante
raccolta di documenti è il Buch des Dankes an Georg Simmel. Briefe,
Erinnerungen, Bibliographie (a cura di K. Gassen e M. Landmann), Berlin,
apparso in occasione del centenario della nascita. Oltre alle traduzioni
italiane già pubblicate sono in preparazione quella della Philosophie des
Geldes (per i Classici della sociologia U.T.E.T.) e della Soziologie (per i
Classici della sociologia delle Edizioni di Comunità). Dell’ampia letteratura
critica concernente l’opera e il pensiero di Sim mel segnaliamo gli studi
seguenti: MAMELET, Le relativisme philosophique chez Georg Simmel, Paris, Apter,
Georg Simmels Bedeutung fiir die Geistesgeschichte, WienLeipzig, FriscHersen-KonLER,
Simmel, Kantstudien , Kwevets, Simmels Religionstheorie: ein Beitrag zum
religibsen Problem der Gegenwart, Leipzig, Kragaver, Simmel, Logos , IX,
1920-21, pp. 307-38. W. Frost, Die Soziologie Simmels, Acta Universitatis
Latviensis (Riga) JANKÉLÉvITcH, Georg Simmel, philosophe de la vie, Revue de
métaphysique et de morale , Sevrman, The Social Theory of Simmel, Chicago, e
New York, Srernuorr, Die Form als soziologische Grundkategorie bei Georg
Simmel, Kélner Vierteljahrshefte fiir Soziologie , Fagran, Kritik der
Lebensphilosophie Georg Simmels, Breslau, Loose, Die Religionssoziologie Georg
Simmels, Dresden, MiLLEr, Georg Simmel als Deuter und Fortbildner Kants,
Dresden, 1935. R.
Heserte, The Sociology of Simmel: The Forms of Social In teraction, nel volume
An Introduction to the History of Sociology (a cura di Barnes), Chicago, American
Journal of Sociology , LXIII, 1958, n. 2 (fascicolo commemorativo del
centenario della nascita di Durkheim e di Simmel), con articoli di K, D,
Narcete, K. H. Wotrr, L. A. Coser, T. M. Mis. Simmel (a cura di K. H. Wolff),
Columbus (Ohio), Susman, Die geistige Gestalt Georg Simmels, Tibingen, Miier,
Lebdensphilosophie und Religion bei Georg Simmel, BerlinMiinchen, Banri,
Filosofi contemporanei (a cura di R. Cantoni), Milano-Firenze. Bauer, Die
Tragik in der Existenz des modernen Menschen bei G. Simmel, Berlin, WeincartNER,
Experience and Nature: the Philosophy of Georg Simmel, Middletown (Conn.),
1962. P. Gorsen, Zur Phinomenologie des Bewusstseinsstroms: Bergson, Dilthey,
Husserl, Simmel und die lebensphilosophischen Antinomien, Bonn, LiepescHùtz,
Von Georg Simmel zu Franz Rosenzweig: Studien zum jiidischen Denken im
deutschen Kulturbereich, Tiibingen. Un elenco completo degli scritti di Simmel
è dato da E. RosenTHAL e K. OsertaenDER, Books, Papers and Essays by Georg
Simmel, American Journal of Sociology. Ma la bibliografia più completa degli scritti di e su Simmel è quella di
K. Gassen, in Buch des Dankes an Georg Simmel cit., pp. 309-65, la cui ultima
parte concernente la letteratura critica è riprodotta in Georg Simmel. Se la
teoria della conoscenza in generale muove dal fatto che il conoscere
considerato da un punto di vista formale è un mero rappresentare e il suo
soggetto è un’anima, la teoria del conoscere storico è ulteriormente
determinata dal fatto che la sua materia è il rappresentare, il volere e il
sentire di personalità, e che i suoi oggetti sono anime. Tutti i processi
esterni politici e sociali, economici e religiosi, giuridici e tecnici non
sarebbero per noi né interessanti né comprensibili se non scaturissero da
movimenti psichici, e non suscitassero altri movimenti psichici. Se non vuol
essere un gioco di marionette, la storia dev'essere storia di processi
psichici, e tutti gli avvenimenti esterni che essa descrive non sono che ponti
gettati tra gli impulsi e gli atti di volontà, da un lato, e i riflessi del
sentimento suscitato da quegli avvenimenti esterni, dall’altro. Questo fatto
non è cambiato neppure dalla concezione materialistica della storia, la quale
vuol derivare i movimenti storici dai bisogni fisiologici degli uomini e dal loro
ambiente geografico. Infatti non c'è fame che metta mai in movimento la storia
universale se non fa male; e ogni lotta per i beni economici è una lotta per le
sensazioni di comodità e di godimento, dal cui carattere di scopo trae il suo
significato ogni possesso esteriore. Anche le condizioni del terreno e del
clima sarebbero indifferenti per il corso della storia, tanto quanto il terreno
e il clima di Sirio, se non influenzassero direttamente e indirettamente la
costituzione psicologica dei popoli. Se vi fosse una psico * Die Probleme der
Geschichtsphilosophie, cap. I: Von den Psychologischen Vor aussetzungen in der
Geschichesforschung, Lcipizig, Verlag von Duncker und Humblot (traduzione di
Barbera e R.). logia come scienza di leggi, la scienza storica sarebbe
psicologia applicata nello stesso senso in cui l'astronomia è matematica
applicata. Se il compito della filologia è quello di conoscere ciò che è
conosciuto, la ricerca storica ne costituisce soltanto un ampliamento, in
quanto accanto a ciò che è conosciuto ossia a ciò che è teoreticamente
rappresentato deve conoscere anche ciò che è sentito. Questo carattere di
interiorità dei processi storici, che fornisce il punto di partenza e il
termine di ogni descrizione della loro esteriorità, richiede una serie di
presupposti specifici che è compito della teoria della conoscenza storica porre
in luce. Dietro l’4 priori assoluto dell’intelletto, da cui prendiamo le mosse,
c'è un secondo priori valido all’interno dell'intelletto e quindi relativo.
Quando varie rappresentazioni particolari vengono raccolte in un concetto
generale, quando un soggetto e un predicato vengono riuniti in un giudizio, più
giudizi in una massima, il materiale è separabile dalla forma che lo contiene,
e ciascuno dei due elementi può essere rappresentato da solo. Per quanto in
questo materiale possa già essere presente molto o poco di aprioristico e di
spontaneo, nella relazione che qui consideriamo vi è un contenuto dato su cui
l’intelletto compie un'ulteriore funzione, la quale è da parte sua 4 priori nei
confronti di quel materiale; essa non è presente nel contenuto, ma si aggiunge
ad esso. Se però, secondo la schematizzazione kantiana, esistono soltanto tre
specie di 4 priori quello della sensibilità, che ha per materiale le sensazioni,
quello dell’intelletto, che ha per materiale le intuizioni, e quello della
ragione, che ha per materiale i giudizi o propriamente una sola specie, poiché
le altre devono essere ricondotte all’ priori dell’intelletto, la
considerazione empirica mostra facilmente l’ingiustificata angustia di questa
divisione. Vi sono chiaramente moltissimi gradi di 4 priori, così come vi sono
mescolanze molto diverse tra la forma aggiunta e il contenuto preesistente. In
particolare, poi, non c'è alcun metodo che ci conduca a un sistema saldamente
concluso e garantito da ogni spostamento di confine delle funzioni con cui
elaboriamo il materiale conoscitivo dato di volta in volta. Tra le forme più
generali, accessibili a ogni materiale e superiori all’esperienza individuale,
e le forme specifiche, acquisite empiricamente e applicabili come a priori
soltanto a certi contenuti, non vi sono distinzioni nette e sistematiche, ma
trapassi graduali: così per esempio tra la legge causale o la connessione in un
concetto di ciò che è identico in oggetti diversi, da un lato, e i presupposti
metodici (o di altro tipo) di un particolare settore della vita, di una
particolare scienza, dall’altro. Ogni formazione giuridica presuppone
l’aspirazione a un determinato stato. Che i rapporti umani consentano il
conseguimento di uno stato del genere solamente mediante norme stabilite e
determinazioni di pene per la loro trasgressione è un 4 priori molto generale
che ha per conseguenza una certa formazione, cioè un legame di rappresentazioni
preesistenti. Ma per la formazione di leggi questa forma di connessione non è
tanto generale quanto può esserlo la connessione causale tra motivazione
psichica e azione esteriore, che parimenti necessaria per l’elaborazione
giuridica può essere istituita tra i fenomeni, ma non tratta immediatamente da
essi. D'altra parte l’a priori che costituisce la forma del diritto è, a sua
volta, un elemento generale rispetto ai presupposti da cui scaturisce nel caso
particolare la formulazione giuridica. Così il principio che la prova spetta
all’accusatore, o la diversa validità del diritto consuetudinario, produce
un'elaborazione dei fatti in vista dello scopo di conoscere che cosa sia giusto
un’elaborazione che non è presente nel materiale stesso, ma che solo in esso
compie la sua funzione interpretativa, Con pieno diritto Kant ha rivolto il
proprio senso critico contro gli empiristi che volevano limitare le loro
ricerche alla semplice recezione di impressioni sensibili, alla registrazione
di elementi di fatto comprovabili immediatamente. Egli ha mostrato che, senza
neppure avvedersene, essi fanno continuamente uso di proposizioni metafisiche
non dimostrate e che soltanto in base a queste istituiscono quella connessione
tra i dati sensibili che fa di quest'ultimi un'esperienza intelligibile. Ma
l'influenza e la necessità dei presupposti inconsci e indimostrati si estende
molto al di là di ciò che mostrano le indagini di Kant. In ogni momento sia la
teoria che la prassi fanno uso di forme di connessione del materiale empirico,
cioè di quella facoltà plastica dello spirito in grado di fondere ogni contenu
b ce) to dato attraverso il modo di ordinarlo, di accordarlo e di sottolinearlo
nelle più diverse forme definitive. Queste connessioni che espresse in forma di
principi appaiono come presupposti 4 priori, rimangono inconscie nella misura
in cui la coscienza in generale si dirige più al dato, a ciò che è
relativamente esterno, che non alla propria funzione interna. Infiniti
contenuti di pensiero attraversano lo spirito, prima che abbia coscienza del
fatto che pensa; esso osserva gli oggetti del mondo esterno molto prima dei
processi che avvengono al suo interno, e quanto più il processo è interno,
ossia quanto più è si potrebbe dire psichico, tanto più tardi esso ne consegue
la coscienza, che inerisce piuttosto ai suoi stimoli esterni. E tanto più la
coscienza inerisce a questi ultimi quanto più essi, con la varietà del loro
mutare e la nettezza delle loro antitesi, stimolano continuamente la
sensibilità psichica alla distinzione, mentre le funzioni formali dell'anima
sono di numero più limitato e si offrono ai contenuti più diversi in modo
sempre eguale, producendo in virtù della loro esistenza permanente e della loro
universalità endemica quella consuetudine ad esse che fa scivolare la coscienza
al di sopra di loro come su qualcosa di assolutamente ovvio. Anche qui vale la
profonda osservazione di Aristotele che ciò che viene per primo nell’ordine
razionale delle cose la funzione conoscitiva dello spirito viene per ultimo
nella nostra considerazione e osservazione. Ma in quale misura questo dominio
inconscio delle forme di connessione si estenda sul materiale dei fatti, non è
stato riconosciuto da Kant in tutta la sua ampiezza a causa della netta
separazione da lui operata tra l’a priori e ogni elemento empirico. Poiché oggi
estendiamo l’esperienza molto più in alto di quanto non facesse Kant, per noi
l’4 priori si estende anche molto più in profondità. Nel rapporto reciproco tra
gli uomini ognuno deve in ogni momento presupporre negli altri la presenza di
processi spirituali che non può constatare immediatamente, ma senza i quali le
azioni di questi altri apparirebbero una mescolanza di impulsi improvvisi,
priva di senso e di connessione: noi li completiamo così come completiamo la
macchia cieca che interrompe la nostra immagine, senza avvertire
l'interruzione, dato che tale integrazione ci appare cosa ovvia. Come
comprendiamo l’interno soltanto per analogia con l’esterno cosa che il
linguaggio già indica quando designa tutti i processi psichici con termini
tratti dal mondo dell’intuizione esterna così d’altra parte intendiamo
l’esteriorità degli uomini soltanto in base all’interiorità sottostante. Ma
proprio per questo motivo integriamo anche l’esterno così come lo richiede la
connessione interna già postulata, cioè in quanto esiste in generale una
connessione interna. Si può ben affermare che nessun cronista ci racconta in
modo preciso ciò che ha visto dello sviluppo di un avvenimento al quale ha
assistito: lo conferma ogni interrogatorio giudiziario di testimoni, ogni
narrazione di un tumulto. Pur con la migliore intenzione di attenersi alla
verità, il narratore aggiunge a ciò che ha immediatamente visto elementi che
completano l’avvenimento nel senso che egli ha tratto fuori dal dato: e anche
l’ascoltatore deve sempre vedere nel suo spirito, in base alle sue esperienze e
alla fantasia da esse determinate, più di quanto gli viene effettivamente
detto. La fisiologia dei sensi ci ha mostrato innumerevoli casi in cui
integriamo inconsciamente, in oggetti e movimenti particolari, le impressioni
frammentarie dei sensi così come lo richiedono le esperienze già fatte. Nel
caso di avvenimenti complessi avviene esattamente lo stesso; nel caso degli
avvenimenti storici l’integrazione esterna è essenzialmente determinata da
ipotesi psichiche, dalle esperienze relative alla continuità e allo sviluppo
della vita psichica, alla correlazione esistente tra le sue energie, al corso
dei processi teleologici. Non soltanto tutto questo è presupposto per impulso
da parte dei rapporti esterni, ma, una volta che ciò sia presupposto, gli
avvenimenti esterni vengono integrati nella misura in cui anch'essi commisurati
alle leggi dell’esperienza relative alla connessione tra interno ed esterno
forniscono ora ai processi interni una serie parallela ininterrotta. Proprio
questa integrazione spontanea di ciò che è esterno costituisce una delle prove
più forti del fatto che anche l'interno non è semplicemente derivato dai fatti,
ma viene aggiunto ad essi sulla base di presupposti generali. Partendo
dall'aspetto puramente esterno che uno offre all'altro si inferiscono, in base
a innumerevoli presupposti, le idee e i sentimenti dell’altro che al massimo
rappresenta un’inferenza dall’ effetto alla causa. Nelle faccende quotidiane
troviamo sufficienti occasioni di comprovare la correttezza di tale inferenza,
poiché il comportamento esterno dell’altro, previsto in anticipo, risponde
realmente senza eccezione al nostro agire che giunge fino a lui. Soltanto per
processi psichici superiori e più complicati queste inferenze diventano
incerte, inducono a innumerevoli errori e forniscono così la prova che anche
nei casi più sicuri si tratta solo di presupposti, i quali vengono collocati
dinanzi al dato e debbono la loro sicurezza all’utilità pratica, ma non a
un’interna necessità che li fa scaturire in maniera razionale da quel dato.
Questi presupposti della vita quotidiana si ripetono ora nella ricerca storica
in modo più compiuto e più ricco di influenza che in qualsiasi altra scienza,
compresa perfino la psicologia. Quest'ultima assume infatti i presupposti in
questione come oggetti d'indagine ®. La ricerca storica assume invece i
presupposti psicologici senza che siano comprovati e in modo non metodico.
Anche se questi presupposti fossero così ovvi che ogni fatto esterno potesse
disporsi senza difficoltà e in modo del tutto univoco sotto il presupposto ad
esso adatto, la loro determinazione costituirebbe già un compito considerevole.
Questo diventa però estremamente più sottile e più difficile in quanto talvolta
vediamo connesse allo stesso avvenimento interno conseguenze esterne totalmente
differenti. Ciò è per noi comprensibile soltanto in virtù di una diversità
degli elementi concomitanti o delle conseguenze psichiche di quel primo avvenimento,
che dev'essere quindi ricondotto ora sotto una norma psicologica, ora sotto
un’altra del tutto opposta. Per esempio Sybel® racconta, a proposito del
rapporto tra il Comitato di salute pubblica e gli hebertisti nel 1793: Essi
{gli hebertisti] erano stati fin allora in rapporti eccellenti con Robespierre,
perché quest’ultimo si era appoggiato sulle loro forze e aveva perciò
assecondato i loro desideri. Ciò che però li separava fin da allora in modo
irrevocabile era la semplice circostanza che Robespierre era diventato la guida
del supremo potere statale, mentre gli hebertisti erano rimasti in una
posizione subordina a. Certamente essa assume, anche da parte sua, parecchi
presupposti che rimangono impliciti in tutte le conoscenze di altro genere da essa
dipendenti. b. Cfr. H. von SyBet, Geschichte der Revolutionszeit von 1789 bis
1798, Diisseldorf. ta. I fatti esterni Robespierre asseconda i desideri degli
hebertisti; essi si legano a lui; egli ottiene una posizione dominante; essi si
distaccano da lui costituiscono, in base ai presupposti psicologici
sottostanti, una serie ben comprensibile. E tuttavia tali presupposti non sono
affatto così cogenti e univoci come appaiono a prima vista. Abbastanza spesso
accade che, assecondando i desideri di qualcuno, dimostrandogli favore con le
proprie azioni, se ne ottenga la simpatia e la dedizione pratica; ma accade
anche il contrario. Così si racconta, nelle sanguinose faide familiari del
Trecento, di un nobile ravennate che aveva riunito tutti i suoi nemici in una
casa e che avrebbe potuto senz'altro sopprimerli; invece di farlo, li lasciò
liberi e per di più fece loro ricchi doni: quelli avrebbero allora agito contro
di lui con raddoppiata violenza e malizia e non avrebbero avuto pace fino al
suo annientamento e ciò, aggiunge il racconto, perché la vergogna per il
beneficio ricevuto non li avrebbe lasciati in pace. Anche qui la serie degli
avvenimenti esterni ci è pienamente comprensibile perché integriamo come
presupposto psicologico e come elemento di mediazione appunto quella
depressione del sentimento di personalità che spesso trasforma il beneficio
ricevuto in un tarlo roditore nel beneficato, rendendolo nemico del
benefattore. Per il nostro scopo è indifferente il fatto che nell'esempio
precedente siano tramandate testimonianze dirette di partecipanti, che ne
esprimano la costituzione psicologica, di modo che lo storico aveva bisogno di
addurle come presupposto: infatti non soltanto egli deve accettare la
tradizione immediata in. innumerevoli casi analoghi, in cui viene riferito
qualcosa di puramente esterno, ma l’accetterebbe anche soltanto se riconosce
come possibile sia l’una sia l’altra costituzione psicologica e può
ricostruirla in virtù della propria esperienza connessa. Inoltre noi
comprendiamo che l’assunzione di Robespierre a capo del governo comportava
azioni ostili degli hebertisti contro di lui, per il solo fatto che ne
suscitava l’odio e la gelosia. Accetteremmo però senz'altro come probabile
anche la narrazione del risultato opposto: che cioè il pieno dispiegarsi della
potente personalità di Robespierre, la posizione dominante a cui era pervenuto,
avesse spezzato anche interiormente ogni opposizione di quel partito te) in
quanto esso, sapendo di non poter far nulla contro, avrebbe voluto almeno mantenere
con la docilità e la subordinazione una qualche partecipazione al potere un
comportamento che comprendiamo benissimo, in base alle norme psicologiche
presupposte se, per esempio, ci viene raccontato a proposito del senato romano
nell’epoca della dittatura militare. Nell’un caso ci soddisfa il fatto che il
beneficio o il conseguimento del potere abbia un effetto psichico di adesione,
nell’altro che abbia un effetto di distacco, senza però trovare in esso, come
atto esterno, il fondamento di questa diversità. Piuttosto, sulla costituzione
psicologica che ha deciso tra le due alternative ci informa soltanto
l'avvenimento successivo, che però è comprensibile solo in virtù dell’ipotesi
di quella precedente affezione psichica. Facciamo ancora un secondo esempio.
Knapp* dice, a proposito della situazione agraria russa dopo l’abolizione della
servirtù della gleba: I contadini si impegnarono a fornire al signore fondiario
determinate prestazioni in cambio di un salario. I contadini lo fecero molto
mal volentieri, poiché il mutamento di base giuridica non consolava il
contadino della continuità del fatto di lavorare per il signore; e neppure al
signore la cosa era di grande aiuto perché la prestazione dei contadini, ora
pattuita anziché obbligata, veniva effettuata malamente nonostante che fosse
pagata . La prima motivazione presuppone come ovvio, o almeno tale da non
richiedere un’ulteriore discussione, che la conseguenza di una determinata
situazione sul modo di sentire non muta finché questa rimane esteriormente la
medesima, anche se è mutato del tutto l'elemento interno che produceva in
origine quella conseguenza. La seconda motivazione presenta come cosa
chiarissima il fatto che il contadino su cui non si ha più un potere assoluto,
ma con cui bisogna scendere a patti, lavori peggio di prima. Se i fatti
mostrassero che in Russia i redditi economici sono costantemente aumentati dopo
il 1864, motivi psicologici esattamente opposti avrebbero connesso causa ed
effetto in modo non meno plausibile; si sarebbe senz’altro considerato che non
già l’agire esterno, ma il fondamento etico e il motivo per cui ciò accade a.
G. F. Knapp, Die Bauern-Befreiung und der Ursprung der Landarbeiter in den
dlteren Theilen Preussens, Leipzig. sono decisivi riguardo al fatto di lavorare
con piacere e amore oppure con sentimenti opposti. E riguardo alla coercizione
al lavoro contadino, dalla Prussia ci giunge invece, prima dell’abolizione
della servitù della gleba, la lamentela costante che la corvée è il lavoro
peggiore, il più negligente e privo di coscienziosità. Senza voler trarre da
esempi di questo genere che si trovano in ogni parte di qualsiasi opera storica
uno scetticismo a basso prezzo e ingiustificato nei confronti
dell’interpretazione psicologica in generale, tali differenze di
interpretazione possibile devono renderci attenti al fatto che non si può
considerarle come un fattore sempre eguale, e quindi trascurabile. Piuttosto,
la constatazione dell’una o dell’altra conseguenza, sulla base di un ulteriore
avvenimento esterno, è decisiva per stabilire la costituzione psichica che
dominava la situazione iniziale e pertanto come la direzione di una retta è
determinata da due punti stabiliti il carattere complessivo dello sviluppo. Ma
questi presupposti, e il significato della scelta tra di essi, rivestono una
particolare importanza negli innumerevoli casi in cui le imprese esterne non
sono tramandate in modo scevro di dubbio e univoco, e in cui l'accertamento e
l'ordinamento dipendono dalla loro probabilità psicologica. Anche nei casi più
sicuri, però, non è il semplice fatto che decide dell’intelligibilità della
conseguenza, ma sono i principi psicologici a cui il semplice fatto si
subordina come premessa minore, per far apparire l'avvenimento successivo come
possibile e intelligibile. Dietro le azioni visibili degli uomini si
sottintendono scopi e sentimenti invisibili, che sono necessari per connettere
in modo intelligibile quelle azioni. Se non potessimo procedere al di là del
materiale storico realmente constatabile, sarebbe in forse la costruzione di un
qualsiasi sviluppo, la possibilità di comprendere un qualsiasi elemento singolo
in base a un altro. Helmholtz ha detto una volta che la dimostrazione della
legge causale sarebbe assai debole se dovesse venir derivata dall’esperienza; i
casi della sua piena dimostrabilità sono rari in rapporto al numero sterminato
di quelli che si sottraggono a una più completa penetrazione causale. Se ciò
vale già per i processi della natura sottostante la vita psichica, ancora più
rara deve diventare la dimostrazione della causalità in base alla stretta
esperienza laddove il complicato e oscuro elemento dei processi cerebrali si
inserisce tra i processi visibili dei quali si indaga il legame causale. È
chiaro che avremmo una prospettiva completa se penetrassimo fino in fondo le
influenze e le trasposizoni esterne e corporee che hanno luogo tra i singoli
atti di una personalità storica, e conoscessimo inoltre il valore psichico di
ogni processo cerebrale presente in questa serie. Questo è però un ideale irraggiungibile;
cosicché noi ci aiutiamo almeno inserendo dei processi psichici dietro e tra i
processi esterni. Qui l'elemento ipotetico, che esige una particolare
considerazione metodologica, non è tanto l’ipotesi di un elemento psichico in
generale, che risieda inafferrabile dietro i fenomeni, quanto il contenuto
specifico dei processi di coscienza supposti. Certamente anche tale elemento
per quanto possa sembrare straordinario considerarlo ancora come ipotesi non è
affatto un fondamento così semplice e indiscutibile della narrazione storica; e
non lo è perché il rapporto tra processi coscienti e processi inconsci in noi è
assai incerto. In particolare, quando si tratta di movimenti di interi gruppi
che possiamo spiegare anche soltanto in base a posizioni di scopo e a impulsi
sentiti, sono spesso determinanti processi organici che non hanno alcun aspetto
di coscienza. Tanto qui quanto negli individui singoli moltissimo di ciò che,
per la sua conformità formale a uno scopo, viene ricondotto a cause interne
alla coscienza accade per suggestione, o per un meccanismo motorio ormai
fissato da cui sono da lungo tempo esclusi gli elementi coscienti, o per uno
stimolo inconsapevole. Come la formazione conforme a scopi dell'essere vivente
induce gli spiriti che riflettono ad ammetterne una causa intelligente, perché
si è abituati a considerare la conformità a scopi soltanto come conseguenza di
una volontà cosciente e pensante, così noi ci rappresentiamo compiendo lo
stesso errore le più svariate azioni umane come effetti di una posizione
cosciente di scopi, anche se procedono da tendenze del tutto meccaniche e da
necessità inconscie. Se i movimenti dei nostri organi interni, il lavoro del
cuore, i processi di digestione, avvengono nel modo più utile per il conseguimento
degli scopi vitali, e senza che ne abbiamo affatto coscienza, lo stesso
sviluppo che ha regolato questi processi poteva ben ordinare anche i nostri
processi cerebrali in modo tale da promuovere la vita senza bisogno di una
coscienza. GEORG SIMMEL 443 Anche se si affermasse che la scienza storica deve
descrivere soltanto la storia dei processi coscienti, tuttavia i processi
inconsci si inseriscono in modo così vario tra quelli coscienti e ne
costituiscono così diffusamente il substrato che senza il ricorso ad essi non
si può conseguire una spiegazione sufficiente dell’elemento cosciente; e questa
spiegazione fallisce necessariamente se alla base di ogni azione visibile si
vogliono porre idee chiare e una cosciente conformità a scopi. Stabilire se
dietro l’azione stia un processo psichico cosciente esprimibile con parole e
una risposta positiva costituisce il presupposto di ogni narrazione storica è
una questione particolarmente difficile nel caso di quei processi che devono
realmente a una coscienza la conformità della loro forma a uno scopo e
l’impulso alla loro realizzazione in determinate situazioni, ma che in seguito
l'hanno perduta poiché l’azione si è gradualmente trasformata in un’azione
meramente riflessa e istintiva. Se per esempio la conformità a scopi e la
necessità hanno indotto un gruppo a guerre ripetute, da ciò può svilupparsi una
tendenza bellica, e dinanzi alle sue successive manifestazioni sarebbe vano
cercarne la ragion sufficiente nella coscienza di chi agisce. Oppure, la
sottomissione e la servilità di un ceto rispetto a un altro possono essere
sorte da cause del tutto coscienti; se però queste sono durate un lungo
periodo, non si può più interrogare la coscienza degli individui per averne
informazioni sullo scopo del particolare comportamento in questione: per quanto
uno scopo possa essere ancora sempre presente, la coscienza di esso è in ogni
caso tramontata e l’azione se ne presenta priva. È però evidente che l’azione
comparirà facilmente anche quando lo scopo non sussiste più, e un qualsiasi
impulso esterno o abitudine interna produce uno stimolo formalmente affine a
cui l’azione risponde in modo riflesso. È perciò ben chiaro a base di quali
errori stia il presupposto ingenuo che cerca senz'altro in processi psichici
coscienti la connessione significativa tra le azioni dei singoli o dei gruppi,
facendole scaturire dal carattere teleologico di quei processi. Del resto la
scienza storica lavora di fatto anche in base al presupposto di un inconscio
parziale o totale. Sentiamo parlare dalla tendenza di parecchie stirpi a
impadronirsi irresistibilmente di ciò che sta intorno e a spostare in avanti
senza sosta, come spinte da un impulso di crescita fisica, i loro confini; si
parla dell’oscura spinta dei popoli tedeschi verso l’Italia come dell’istinto
dell’uccello migratore, che impulsi del tutto inconsci spingono a seguire
determinate direttrici del cielo; d'altro lato si parla dell'immobilità e
dell’indolenza di alcune stirpi, le quali certamente spesso non pervengono alla
coscienza del singolo ma determinano il suo comportamento come una forza
naturale, mentre egli crede di essere attivo e capace di reazione. Occorre
infine ricordare quelle formazioni oggettive che fondano propriamente come un
possesso collettivo spirituale la società: il diritto e il costume, il
linguaggio e il modo di pensare, il culto e la forma di commercio. Certamente,
tutto ciò non sarebbe mai sorto senza l’attività cosciente degli individui; ma
questa non si è quasi mai orientata verso la formazione che alla fine ne risulta
come se costituisse il suo scopo. Ciascuno lavora piuttosto alla propria parte,
mentre la totalità di cui è parte si sottrae al suo sguardo; il confluire dei
contributi, il costituirsi della forma sociale che questo materiale individuale
assume non rientra più nella coscienza del singolo lavoratore. Nella
coesistenza con gli altri egli cerca l’espressione più adeguata per la sua
inclinazione e per il suo ritegno, per la sua indifferenza e per il suo
interesse, scoprendo in tal modo certe parti delle forme di rapporto speciale;
il suo bisogno religioso lo spinge a parole e ad azioni in cui crede di trovare
i ponti più sicuri verso il principio divino, e in questo modo costruisce
l’edificio del culto; mediante certe regole di prudenza cerca di proteggersi dalle
soperchierie nella conduzione degli affari, e così fonda le usanze commerciali
comuni. Di ogni azione mossa dall’interesse particolare che non abbia carattere
distruttivo, di qualsiasi relazione tra uomini rimane quasi come caput mortuum
un contributo alla formazione dello spirito pubblico, dopo che i suoi effetti
sono stati distillati attraverso mille sottili canali sottratti alla coscienza
dell’individuo, Ciò vale particolarmente per il tessuto della vita sociale:
nessun tessitore sa che cosa sta tessendo. Tuttavia le formaziono sociali
superiori possono sorgere soltanto tra esseri che posseggano una coscienza
degli scopi; ma essc sorgono, per così dire, accanto alla coscienza degli scopi
propria degli individui, in virtù di un processo formativo che non ha luogo in
essa e ciò già per il fatto che per ottenere quell’effetto sociale è richiesta
la conformità e la contemporaneità di innumerevoli azioni di altri, che
l'individuo può prevedere soltanto in casi rarissimi. In breve, dietro le
manifestazioni storiche visibili non si può ipotizzare come loro funzione
costante una piena coscienza, al fine di interpretarle e di collegarle; ma
sebbene una tale coscienza debba costituire nel complesso il presupposto dello
storico, egli lo sospende abbastanza spesso. Una filosofia della storia
dovrebbe stabilire in quali casi Io storico guidato dall’istinto o dalla
riflessione astrae dalla conformità cosciente a scopi nelle azioni umane. Essa
dovrebbe cioè indagare quando dobbiamo porre a base della spiegazione dell’accadere
una volontà e un pensiero cosciente, e quando siamo soliti rinunciare a tale
ipotesi. Il compito specifico non consisterà qui nel determinare per la
storiografia leggi pratiche in merito alla giustificazione di questa o
quell’ipotesi. Ciò sarebbe possibile soltanto alla psicologia. La teoria della
conoscenza dovrebbe piuttosto soltanto stabilire in quali casi al nostro
bisogno di spiegazione basta l’una e in quali l’altra ipotesi. Le
rappresentazioni storiche non come devono essere, ma come esse sono realmente
dovrebbero venir analizzate in base ai princìpi secondo cui, anche
inconsciamente, decidono sull’ipotesi di una coscienza o di un’inconsapevolezza
sottostante alle azioni fisiche. Presupponendo questa coscienza, passiamo ora a
ipotizzare i suoi contenuti. Anzitutto, anche a questo proposito si tratta di
un presupposto molto generale. Che tali elementi psicologici di connessione che
lo storico aggiunge agli avvenimenti siano veri oggettivamente, cioè valgano a
indicare realmente gli atti di coscienza delle persone che agiscono, non
avrebbe alcun interesse per noi se non comprendessimo questi processi in base
ai loro contenuti e al loro corso. Se ciò non avvenisse, quella interpretazione
corretta potrebbe essere ottenuta con qualsiasi mezzo come per esempio quando
essa non ha bisogno della ricostruzione psicologica da parte dello storico, ma
è in apparenza immediatamente data dalle manifestazioni e dalle confessioni
delle singole personalità; tuttavia non potremmo concedere ad essa il carattere
di verità. Che cosa significa allora questo comprendere, e quali sono le sue
condizioni? La prima condizione consiste chiaramente nel fatto che quegli atti
di 446GEORG SIMMEL coscienza vengono riprodotti in noi, cioè che possiamo (come
si dice) trasferirci nell'anima delle persone . Comprendere una proposizione
significa che i processi psichici di colui che parla, consegnati nelle parole,
vengono da queste appunto stimolati nell’ascoltatore; non appena si ha una
differenza essenziale tra le rappresentazioni di due persone, la parola che va
dall’una all'altra viene fraintesa o non è compresa. Una riproduzione diretta
di questo genere ha luogo ed è sufficiente soltanto dove si tratti di contenuti
teoretici di pensiero, per i quali non è essenziale che essi abbiano il loro
punto di partenza nelle rappresentazioni proprio di questo individuo. Nelle
conoscenze oggettive o logiche io mi rapporto all’oggetto del conoscere
nell’identico modo di colui di cui comprendo le rappresentazioni; egli me ne
comunica soltanto il contenuto e dopo di ciò viene di nuovo, per così dire,
escluso. Da allora il contenuto è presente parallelamente nel mio pensiero e
nel suo, senza dover subire trasposizioni o modificazioni per il fatto di avere
in questo la propria origine. Questo rapporto già si modifica in qualche
maniera laddove si tratta non di un semplice processo teoretico di idee, che ci
si può rappresentare come rispecchiamento del comportamento oggettivo dello
cose (che si offre a tutti nella stessa misura) nelle forme logiche, ma è in
questione la comprensione di processi soggettivi. Noi pretendiamo tuttavia di
comprendere ogni specie e ogni grado di amore e di odio, di coraggio e di
disperazione, di volontà e di sentire, senza che le manifestazioni in base a
cui comprendiamo tali affetti ci pongano nella stessa parzialità ad essi
propria. Tuttavia quel processo psichico che chiamiamo comprensione può
consistere solamente in una trasformazione psicologica, in una condensazione o
anche in un rispecchiamento sbiadito di quegli affetti: in tale processo deve
in qualche modo-esserci il loro contenuto. Se sopra abbiamo indicato come
compito della storia quello di conoscere non soltanto ciò che è conosciuto, ma
anche ciò che è voluto e sentito, questo compito può essere risolto solamente
in quanto esiste qualche specie di trasposizione psichica per partecipare al
voluto e al sentito. Infatti quell’essere sentito reale, che ha avuto luogo in
qualche momento del passato, non costituirebbe altrimenti la condizione sotto
la quale avviene ciò che chiamiamo comprensione. Chi non ha mai amato non
comprenderà mai colui che ama, il debole non comprenderà mai l’eroe, né il
collerico comprenderà il flemmatico; e viceversa la nostra comprensione dei
movimenti, dei tratti del volto e delle azioni altrui si esprime tanto più
facilmente quanto più sovente abbiamo noi stessi sentito gli affetti di cui
costituiscono il simbolo; si esprime anzi più o meno facilmente nella misura in
cui la nostra situazione interiore del momento ci dispone a sensazioni analoghe
o a sensazioni distanti, agevolando o rendendo difficile la riproduzione
psicologica. La ripetizione degli atti di coscienza che si compiono nell’altro
individuo è quindi presente in qualche forma della cui origine non possiamo
ancora farci un quadro positivo nella comprensione dei propri, ed è
indispensabile a questo scopo. La trasformazione che diventa così necessaria
mostra ora un approfondimento significativo se, più che al contenuto della
comprensione, si guarda al fatto che si tratta del processo di rappresentazione
di un altro, di un non-io, che è appunto un non-io. Certamente, nel caso di
oggetti umani si pongono in dubbio le conseguenze gnoseologiche della
convinzione che gli oggetti conoscitivi non ci sono dati nel loro in sé, ma
soltanto come rappresentazione. La storia si potrebbe dire ci è accessibile in
un modo completamente diverso dalla natura. La distinzione tra io e non-io
avrebbe un senso completamente diverso se entrambi i termini fossero anime;
infatti essi sarebbero differenti soltanto dal punto di vista numerico, e non
in linea generale, e se nessuno spirito può penetrare all’interno della natura,
potrebbe però penetrare all’interno di un altro spirito che esso
rispecchierebbe in sé in modo del tutto adeguato. Con un pilastro così esile
non è quindi ancora possibile gettare un ponte sull’abisso tra io e non-io.
Anzitutto, la loro identità generale non elimina la necessità di
esteriorizzazioni, di trasposizioni e di simbolizzazioni di ogni sorta che
servano a mediarli. Un rispecchiamento immediato, una comprensione immediata
derivante dall’identità di natura sarebbe una lettura del pensiero e
telepatia,oppure presupporrebbe un'armonia prestabilita non meno mirabile di
quella leibniziana. Piuttosto, la stessa conoscenza di un processo spirituale
costituisce, da parte sua, un processo che può venire soltanto stimolato e
dev'essere compiuto dal soggetto. Ma ciò trasformerebbe alla fine il
parallelismo di fatto da un rapporto diretto in un rapporto indiretto; in
definitiva, nonostante tutte le inevitabili complicazioni, un processo psichico
potrebbe rispecchiarsi in un’altra anima con la medesima precisione con cui le
parole affidate a un apparecchio telegrafico si riproducono in quello della
stazione ricevente, anche se ciò che sta nel mezzo e che fa da tramite sono
processi completamenti eterogenei. Ma la difficoltà più profonda consiste nel
fatto che i processi così prodotti in me, nel medesimo tempo non sono i miei:
io li penso come storici, anche se li rappresento ed essi sono quindi mie rappresentazioni
come processi (e rappresentazioni) di un altro. E neppure basta, se vogliamo
conoscere un altro, che riproduciamo in noi stessi i suoi processi psichici e
aggiungiamo: non sono io, è lui a sentire così! In primo luogo, infatti,
secondo questo presupposto io sento effettivamente così, e quell'aggiunta non
può essere i forma di supplemento al contenuto, di modo che entrambi rimangano
reciprocamente isolati, ma deve penetrare quel contenuto, accompagnarlo
immediatamente come suo esponente. Questo sentire ciò che propriamente non
sento, questo riprodurre una soggettività che è però possibile, ancora una
volta, soltanto in una soggettività che si contrappone oggettivamente a quella
ecco l'enigma del conoscere storico, per la cui comprensione le nostre
categorie logiche e psicologiche sono chiaramente strumenti ancora troppo
grossolani. In questo conoscere sono certamente presenti entrambi gli elementi
vale a dire il compimento da parte propria dell’atto in questione e la
coscienza che è accaduto in altri; ma questa è soltanto una scomposizione
successiva in elementi di cui il processo della conoscenza storica non mostra
coscienza alcuna. Qui non si tratta tanto di una scomposizione successiva di
elementi che preesistevano separati, così come nell'intuizione del mondo
esterno la sensazione e l'intuizione spaziale non esistono separatamente per
poi riunificarsi in quella. La proiezione di un rappresentare e di un sentire
sulla personalità storica è un atto unitario, la cui condizione preliminare è che
io abbia provato nella mia vita soggettiva i processi psichici in questione. Ma
poiché vengono ora riprodotti come rappresentazioni di un altro, essi subiscono
una trasformazione psichica che li distacca dall’esperienza soggettiva della
personalità conoscente così come vengono distaccati da quella della personalità
conosciuta. Anche se queste ultime due coincidono in linea generale, anche se
amore e odio, pensiero e volontà, piacere e dolore sono come avvenimenti
personali nell'anima del soggetto conoscente esattamente i medesimi che hanno
avuto luogo nell’anima dell’oggetto conosciuto, non già la conoscenza storica,
bensì quel processo di rappresentazione trasformato dalla proiezione su un
altro, costituisce questa identità immediata. Una cosa del tutto analoga
avviene nel rapporto tra pensiero e materia: se il substrato trascendente
dell'anima e quello del mondo esterno fossero realmente identici, ciò non
comporterebbe ancora che le rappresentazioni che l’anima si fa del mondo
esterno siano effettivamente identiche a quelle che formerebbe l’in sé del
mondo o un suo immediato rispecchiamento. La conoscenza del mondo rimarrebbe
sempre nelle forme di esperienza ad essa proprie, indipendentemente
dall’identità dei substrati che la delimitano da entrambe le parti, anche se
quest’identità istituisce forse la possibilità del rappresentare in generale.
In esatta analogia, l’identità psicologica tra conoscente e conosciuto è sì il
fondamento, nell’ambito storico, della possibilità di conoscenza in generale,
ma di per sé non significa ancora che la rappresentazione proiettata fuori del
soggetto possegga un'identità di contenuto con i processi soggettivi presenti
nella personalità storica. Non seguirò qui oltre questa metamorfosi, la quale
procede col contenuto psichico primario in quanto questo è reso oggettivo e con
esso sì conosce un’altra personalità: piuttosto, assumendola come presupposto,
metterò l’accento sull'identità psicologica di contenuto tra il soggetto e
l'oggetto del conoscere storico che questo esige. Se si potessero comprendere i
processi storici semplicemente subordinando gli atti psichici i quali si
distanziano troppo da quelli che si compiono nell'anima dell’osservatore, di
fatto non li si comprenderebbe e la loro descrizione susciterebbe nella nostra
anima tanto poca reazione quanto un discorso fatto in una lingua a noi
sconosciuta. In primo luogo, quindi, lo storico presuppone che la sua anima
possa istituire in sé gli stati psichici dei suoi personaggi, cioè che una
qualche analogia, per quanto remota, delle loro azioni accertate con le proprie
azioni permetta di concludere che lo sfondo di coscienza, che le stesse azioni
hanno o avrebbero in lui, sia presente anche in quelli. Quando Ranke esprime il
desiderio di dissolvere il proprio io per vedere le cose così come sono state
in sé, il compimento di tale desiderio eliminerebbe proprio il risultato che ci
si aspetta. Una volta dissoltosi l’io, non rimarrebbe nulla con cui cogliere il
non-io. L’intromissione dell’io non è un’imperfezione della quale un tipo
ideale di conoscenza possa fare a meno; questa può eliminare soltanto certi
aspetti dell'io, ma voler dissolvere l'io in generale è una contraddizione
logica non soltanto perché esso costituisce, alla fine, il sostegno di ogni
rappresentare in generale infatti anche Ranke aveva limitato a questo la sua
manifestazione ma anche perché i suoi contenuti specifici sono punti di
passaggio indispensabili di qualsiasi comprensione di altri individui. Questa
partecipazione simpatetica alle motivazioni delle persone, al complesso e ai
singoli aspetti del loro essere, del quale vengono tramandate soltanto
espressioni frammentarie, questo processo di trasposizione in tutta la
molteplicità di un enorme sistema di forze, ognuna delle quali viene compresa
soltanto perché la si rispecchia in sé questo è il senso vero e proprio della
pretesa che lo storico sia e debba essere artista. La concezione comune secondo
la quale questa pretesa sarebbe giustificata solamente una volta che si sia
conclusa la ricerca dei fatti, e limitatamente all’esposizione per il lettore,
è del tutto errata; infatti anche il fisico, il filologo, il giurista, in breve
ogni studioso che scriva per gli altri, in particolare per cerchie più vaste,
dev’essere artista nell'esposizione. Ma già per il fatto che lo storico
interpreta, elabora, ordina i fatti in modo che producano l’immagine coerente
di un processo psicologico, la sua attività si avvicina a quella poetica, e ne
risulta distinta soltanto di grado, per la libertà che quest’ultima possiede
nell’organizzione del suo materiale. Una volta che il poeta si è deciso per un
determinato carattere, una volta che ha spinto i rapporti tra i suoi personaggi
in una determinata direzione, anch'egli non è più libero, e tutto ciò che fa
accadere si discosta soltanto in misura limitata dall’esperienza psicologica
media su uomini e casi analoghi. Se il processo poetico che, muovendo dalla
libera invenzione, deve legarne la successiva organizzazione nell’opera d’arte
definitiva alle leggi conosciute dell’accadere ha per motto siamo liberi al
primo momento, nel secondo siamo schiavi, la ricerca storica si limita a
rovesciarlo. Nel primo momento, cioè rispetto al materiale di fatti con cui ha
inizio il suo lavoro, essa è vincolata; invece è libera nell’elaborazione di
tale materiale in una totalità del corso storico, cioè è lasciata al
funzionamento di categorie soggettive e al processo formativo nell’anima dello
storico. Ciò che Schopenhauer spiega a proposito dell’essenza dell’attività
estetica che cioè l’intelletto si spoglia della preoccupazione del proprio io
per trasferirsi completamente nell’oggetto da cui non lo separa più nessuna
duplicità di essenza, ma che anzi si rispecchia senza residuo in esso, cosicché
in questo attimo non è affatto altro da quest’oggetto rappresenta di fatto,
prescindendo dal rivestimento metafisico, l'elemento decisivo anche per lo
storico, anzi per chiunque acquista una qualsiasi conoscenza storica. Ogni
riproduzione e ogni comprensione di un oggetto psicologico significa che il soggetto
comprendente percorre in sé il processo psichico nella cui conoscenza si
immerge e che esso è realmente nella misura in cui l’io consiste nel suo
processo di rappresentazione in questo attimo *. a. Per lo storico la
difficoltà particolare consiste nel fatto che egli può ricavare l'immagine
complessiva di una personalità soltanto dalle sue manifestazioni specifiche, ma
d'altro lato può interpretare e raggruppare correttamente questi elementi
soltanto in base all'immagine complessiva della personalità che sta a loro
fondamento. Questo circolo logico viene, al pari di molti altri simili, risolto
nella prassi in quanto gli elementi che si presuppongono a vicenda si
sviluppano in un’azione reciproca e gradualmente. La conoscenza assolutamente
corretta del carattere e della tendenza complessiva di una persona potrebbe
naturalmente essere ottenuta soltanto sulla base di un’interpretazione
assolutamente corretta delle sue espressioni, e viceversa; se quindi occorresse
l’incondizionata correttezza e completezza di entrambe le conoscenze, non si
potrebbe pervenire a nessuna delle due. Soltanto perché sia l’una sia l’altra
sono ottenute pezzo per pezzo, in quanto in entrambe si ha un incremento
graduale che dalla congettura e dall'assunzione ipotetica conduce fino alla
certezza, ognuna delle due parti serve all’altra come punto saldamente
accertato per la determinazione di un analogo punto dall’altra parte, la cui
connessione con punti successivi conferma ulteriormente il primo. Da qualche
parte si deve cominciare in modo dogmatico o ipotetico, e soltanto
l'attendibilità delle indagini successive che da esso procedono può decidere
sulla verità del fondamento; nell’elePer quanto riguarda la questione generale
attinente alla teoria della conoscenza, non è che lo storico colga le
personalità storiche perché è identico ad esse infatti questo è appunto da
stabilire ma presuppone la propria identità con esse perché vuole coglierle e
non può farlo altrimenti. Si ha qui lo stesso rapporto che Kant aveva affermato
a proposito della conoscenza della natura: noi non conosciamo la realtà perché
il pensiero e l’essere coincidono, ma essi coincidono perché noi conosciamo la
realtà, ossia perché il nostro intelletto introduce la sue forme conoscitive
nell’essere, perché lo elabora come sua rappresentazione secondo le leggi di
cui ha bisogno in vista dell'esperienza. Lo storico respinge come improbabili o
non vere le azioni tramandate quando esse fanno riferimento a una base psichica
che gli sembra insostenibile nel suo processo .di penetrazione dello stato
psicologico della persona altrimenti presupposto, e che quindi urta contro la
logica dei fatti psicologici. Nel caso di un’improbabilità esteriore, fisica,
la differenza rispetto al rifiuto della tradizione è chiaramente soltanto graduale,
ed esiste soltanto nella misura in cui le leggi fisiche della natura sono da
noi conosciute in modo più certo delle leggi psichiche. A proposito di questa
riproduzione degli avvenimenti psichici da parte dello storico occorre
considerare due aspetti: in primo luogo le forze naturali e le categorie
presenti nella sua mento spirituale non solo il fondamento sorregge l'edificio,
ma anche l’edificio sorregge il fondamento. Il rapporto della totalità con il
particolare, che ovunque presenta alla metodica del conoscere gli enigmi più
ardui, mostra le proprie difficoltà anche dove si tratta della totalità e della
singolarità di un individuo. La medesima difficoltà conoscitiva si presenta in
riferimento all'essenza e alla tendenza di interi popoli e gruppi, di interi
periodi di tempo, oltre che di avvenimenti particolari. Uno dei compiti più
sottili della-teoria della conoscenza sarebbe quello di elevare alla coscienza,
e di indicare nel caso singolo, il modo effettivo di questa reciprocità come la
nostra interpretazione storica consideri gli elementi particolari che sono
ambigui, se non privi di senso senza un’immagine del tutto; quali siano i
mutamenti tipici a cui la tendenza generale, assunta a titolo di prova, porta
nell’apprendimento degli elementi particolari; se le conoscenze orientate verso
il particolare e verso la totalità siano collocate in modo stratificato l'una
sull’altra; in quale rapporto questi strati si estendano quanto più s'innalza
l’edificio complessivo, e così via. anima, il cui campo di validità delimita
l'ambito di ciò che può in generale essere intelligibile e penetrato
simpateticamente mediante la sua coscienza; in secondo luogo le esperienze di
fatto che dànno contenuto a queste facoltà e a queste forme, indicando alla
coscienza quali, tra le sensazioni e le idee che sono in generale possibili
alla sua anima, vengono realizzate nel mondo animato che lo circonda. La
critica della conoscenza deve distinguere per bene i due momenti. Lo storico
può infatti respingere alcuni avvenimenti come impossibili e ordinarne altri
soltanto in un determinato modo, perché i processi psichici che dovrebbe
altrimenti stabilire non gli sono intelligibili, cioè non possono essere
compiuti da lui stesso. Qui come altrove non si tratterà ovviamente di idee o di
impulsi particolari dei personaggi storici, bensì della connessione tra di
loro, del comparire di un’idea o di un impulso a condizione che ne siano già
stati accolti altri. D'altro lato egli potrà sì seguire interiormente tali
avvenimenti psichici e determinate combinazioni tra di essi, che la tradizione
sembra offrire, ma dovrà modificarli perché la sua esperienza della vita gli
mostra che è possibile riprodurli nella fantasia, ma che non si presentano
nella realtà. Qui Ia filosofia della ricerca storica trova i suoi oggetti di
ricerca nelle influenze a cui sono sottoposte da entrambi i lati le immagini
storiche, e che vengono di solito osservate almeno nei casi in cui superano
troppo la misura media della soggettività. Le differenze che devono essere istituite
non soltanto nella rappresentazione storica, ma anche nella determinazione, per
esempio, del corso della vita di GIULIO (vedasi) Cesare o di Gregorio VII o di
Mirabeau, a seconda che la natura dello storico sia grande o limitata,
risultano evidenti; lo stesso vale per quelle che derivano dall'ambito di
esperienza dello storico se cioè egli ha formato la sua intuizione della vita in
base a ristretti rapporti piccoloborghesi o nel grande commercio mondiale, se
in una comunità politicamente sottomessa o in una comunità libera. In sostanza
già lo sappiamo, perché possiamo immaginarcelo anche senza una particolare
considerazione, e perché vi sono alcuni esempi flagranti che impediscono di
trascurare questo fatto. Ma la conoscenza scientifica richiede indagini sul
numero più grande possibile di casi, anche proprio su quelli in cui la
soggettività sembra ritrarsi del tutto indagini che avrebbero bisogno di quella
fine capacità investigativa che ha prodotto risultati così splendidi
soprattutto nella filologia classica. Certamente, pregiudizi e toni soggettivi
sono sempre correggibili nel caso particolare. Nel momento stesso in cui si
pongono in luce e se ne mostra l’origine psicologica, si può anche prescindere
da essi. Ma con ciò si dimentica di solito che, anche dopo aver rifiutato
questa scorza, non rimane soltanto oro puro, che la nuova conoscenza è sì
libera da questo determinato presupposto soggettivo, ma non da ogni presupposto
in generale. Si corregge una data concezione, ma la si corregge solo
introducendone un’altra. Non soltanto i presupposti del conoscere in generale,
dell’intellectus ipse nelle sue forme più generali, devono essere accettati da
ogni contenuto empirico particolare, poiché a volerne prescindere
nell'interesse di una verità puramente oggettiva non si potrebbe più
rappresentare nulla; ma queste forme universalmente date esistono di nuovo solo
negli spiriti particolari, e quindi nella loro tonalità e modificazione
individuale, di modo che questo spirito individuale costituisce in certa
misura, nella sua tendenza complessiva e nella sua disposizione
caratteriologica, l’a priori per l’a priori generale nella sua momentanea realizzazione.
Comunque ci rappresentiamo sistematicamente quelle forme universali, esse hanno
soltanto il significato di concetti generali che non si ritrovano tal quali
nella realtà e qui nella realtà del conoscere ma che compaiono sempre e solo
con una differenza specifica, che si può certo mettere da parte, ma soltanto se
se ne pone al suo posto un’altra. Ciò che concepiamo come unità e sviluppo del
carattere, come coerenza tra scopo e mezzi, come causazione psicologica, si
presenta a ogni uomo che opera con il loro aiuto non in una forma astratta ma
in forma personale, esercitando i suoi effetti sul materiale storico non come
categoria logica questo sarebbe l’ideale irraggiungibile del conoscere ma come
forza psicologica, sostenuta dalla personalità con il complesso delle sue
esperienze, dei suoi istinti, dei suoi sentimenti. Come nessun uomo è uomo in
generale, né consiste soltanto delle proprietà comuni a tutti gli uomini, così
il conoscere non è mai un conoscere in generale, né consiste soltanto dell’esercizio
delle forme a priori universali del pensiero. Si può certo costruire l'uomo in
generale in modo astratto e sottraendo tutte le differenze specifiche, ma non
appena si vuol avere un uomo reale occorre nuovamente aggiungere qualcosa di
specifico e di individuale anzi, soltanto nell’ambito di questo lo si può
rappresentare intuitivamente; ed esattamente lo stesso avviene con le forme 4
priori del pensiero e con la loro conferma pratica *. Nell’organizzazione del
materiale storico in base alle esperienze interne ed esterne dello storico
agisce certamente una grandezza incommensurabile che ne rende assai difficile
l’analisi gnoseologica. Noi possiamo, nonostante tutto, ricostruire negli altri
e con la sicura sensazione della loro piena esattezza processi psichici che non
abbiamo provato né in noi né in altri. È molto facile spiegare tutto questo
come una semplice trasformazione di esperienze reali. In primo luogo, infatti,
il a. Qui si tratta di un 2 priori singolare, e il cui carattere specifico non
è di facile comprensione. Se ammettiamo l’a priori nella teoria della
conoscenza, pensiamo a rappresentazioni determinate nel contenuto e da
stabilire concettualmente, che si possano poi indicare in modo sempre eguale
nell'esperienza conclusa; cosicché l'universalità e necessità dell’4 priori ne
costituisce la caratteristica essenziale. Qui si tratta però di un priori il
cui contenuto non è universale ma individuale, e in cui non c’è nulla di
universale e necessario se non il fatto che questa posizione della conoscenza
viene riempita e determinata da qualche 4 priori, mentre rimane completamente
indeterminato e accidentale quale degli infiniti compimenti possibili debba
avere nel caso presente. La questione così importante per la critica kantiana,
se cioè l’4 priori del conoscere possa esso stesso venir conosciuto 4 priori,
trova in questo caso una soluzione in quanto resta ferma la sua generale
necessità 4 priori cioè la conoscenza che le categorie logiche agiscono
soltanto nella tonalità di un’intera individualità ma il contenuto specifico di
questo 4 priori dell'a priori è del tutto variabile e può essere costruito solo
caso per caso. Che la conoscenza storico-psicologica accordi all’4 priori
dell’individualità un'influenza molto maggiore della conoscenza della natura
esterna, dipende dal fatto che sulle categorie dell’ordine e della valutazione
(su cui esso manifesta la sua influenza) non si può raggiungere, per motivi
facilmente spiegabili, un accordo così largo come quello che si ha in
riferimento alle categorie relative al mondo esterno. Nel caso di quest'ultime
l'individualità non si rileva nella tonalità delle categorie logiche perché in
tale direzione si hanno soltanto differenze individuali evanescenti, anche se
ben nette per i grandi periodi culturali. L'elemento logico e l'elemento
psicologico possono qui concrescere in una unità che non vi sarebbe ragione di
scindere. confine tra forma e materia potrebbe, in questa prospettiva, essere
assai arbitrario e significare più una denominazione aggiunta dall’esterno che
non una distinzione oggettiva prescindendo del tutto dal fatto che la
formazione spontanea della forma, oppure della materia, non sostituirebbe per
noi un enigma minore; inoltre rimarrebbe ancora da spiegare perché una forma in
cui rechiamo dall’interno il contenuto empirico dato per altra via possegga
appunto quella sicurezza soggettiva della sua possibilità e della sua realtà,
mentre altre, che sono altrettanto possibili per la nostra fantasia e che non
mancano, al pari di quella, di una conferma empirica, non comportano una tale
sensazione. Il talento più appariscente e imprevedibile sotto questo aspetto
viene di solito designato come genialità: il genio sembra creare da sé le
conoscenze che l’uomo non geniale può ricavare soltanto dall'esperienza. In
base agli stimoli più tenui si presenta nel genio un’immagine intimamente
coerente e convincente di processi spirituali, di connessioni di idee e di
passioni di personaggi storici, della cui mentalità non esistono più esempi da
gran tempo; accostando gli elementi più disparati e interpretando quelli più
straordinari, la sua fantasia domina un materiale che non può avergli messo a
disposizione la sua esperienza. Accontentarsi di una completa inesplicabilità
di questa genialità storico-psicologica è quindi particolarmente pericoloso,
perché la questione non riguarda soltanto pochi grandi geni, ma tra questi e
l’uomo comune vi sono innumerevoli manifestazioni intermedie, anzi proprio
quest’ultimi mostrano abbastanza spesso le premesse occasionali della
riproduzione geniale, apparentemente sovra-empirica, di processi psichici ad
essi altrimenti estranei. Questo fatto ci tocca tanto più da vicino, in quanto
il genio storico può, a sua volta, soltanto affidare le sue deduzioni a parole
le quali possono stimolare e agevolare negli altri i processi che rivestono
interesse per lui, ma le quali devono in definitiva lasciarne a loro il
compimento. Per non dover considerare del tutto come un miracolo questo grande
campo della comprensione di processi psichici che non sono oggetto della propria
esperienza, possiamo interpretarla come un processo in cui diventano coscienti
certe disposizioni ereditarie latenti. Le generazioni precedenti hanno lasciato
in eredità alle successive, in una forma qualsiasi, le modificazioni organiche
connesse in modo non ancora spiegato ai loro processi psichici; la smisurata
ricchezza, la piccolezza e la reciprocità delle singole parti di questa eredità
non pervengono però in generale a una chiara coscienza. Ora, noi chiamiamo
genio un uomo in cui questo insieme dato è ordinato in modo così favorevole che
la sua riproduzione ha luogo facilmente, in base a stimoli minimi, e perviene
in misura sufficiente a una chiara coscienza. In lui si compiono processi
psichici quanto mai lontani dalla sua esperienza individuale, perché essi sono
immagazzinati nel suo organismo come ricordi della specie ed eccezionalmente in
modo che le innumerevoli contro-tendenze e gli innumerevoli offuscamenti che
scaturiscono dalla stessa fonte non li escludono dalla coscienza. In base a ciò
comprendiamo anche gli occasionali lampi di genio di persone per altri versi
non geniali, e la generale possibilità di seguire la comprensione aperta dal
genio, se alle disposizioni ereditarie presenti anche in loro vengono
assicurati, attraverso la chiara espressione e stimolazione di gruppi affini,
gli aiuti psicologici necessari per arrivare alla coscienza. La dottrina
mistica di Platone, secondo cui ogni apprendere non è che un ricordare!,
assumerebbe così un senso reale. Se riproduciamo in noi uomini da tempo
scomparsi con tutta la ricchezza dei loro più intimi impulsi, se il loro
carattere formatosi in condizioni completamente estranee, mai viste da noi
viene incontro al nostro sguardo emergendo da una tradizione frammentaria, è
chiaramente vano voler spiegare questa capacità in base alle esperienze della
vita individuale nello stesso modo in cui non si può derivare da questa fonte
la conformità allo scopo di movimenti istintivi o la direzione e la correttezza
degli impulsi etici. Come il nostro corpo racchiude in sé le acquisizioni di
uno sviluppo millenario e conserva ancora immediatamente in organi rudimentali
le tracce di epoche precedenti, così il nostro spirito contiene come mostra la
più semplice riflessione i risultati e le tracce di processi psichici trascorsi
dei più diversi gradi di sviluppo della specie. L'intera misura della nostra
comprensione, anche per quegli esseri viventi che si discostano molto dal
nostro modo di senti I. Simmel si riferisce qui alla teoria della reminiscenza,
esposta nel Fedone. re, può quindi venire dal fatto che l'eredità della specie
contiene però, oltre al nostro carattere essenziale, tracce del carattere degli
antenati e ci rende così possibile il comprendere vale a dire il compimento dei
loro medesimi processi psichici. Il conoscitore geniale di uomini è soltanto
l’erede prediletto (per questo aspetto) della specie, e lo storico geniale
rappresenta solo un suo rafforzamento. Infatti la comprensione storica è
distinta solo per grado dalla comprensione dei personaggi e dei rapporti
contemporanei. Anche questi ultimi ci offrono fenomeni esteriori, non mai
completi, e dal punto di vista dell’empiria sensibile ogni altro uomo è per noi
un automa, ogni sua parola è mero suono, in cui possiamo introdurre un’anima
soltanto in base al nostro proprio io. Il processo del conoscere storico è solo
quantitativamente differente dal processo del comprendere che noi compiamo
sull’esteriorità di tali immagini: esso trova soltanto un materiale molto più
incompleto e incoerente, indicazioni ancora più insicure, uno spazio ancora
maggiore per le congetture e una necessità più comprensiva. Ma se per tutto ciò
dobbiamo rimandare alle oscure disposizioni ereditarie che ci rendono
comprensibile anche ciò che non abbiamo vissuto di persona, la scissione tra i
presupposti universalmente validi, che applichiamo agli avvenimenti per poterli
comprendere, e le interpretazioni soltanto personali, si aggrava
straordinariamente. Se la comprensione geniale ma anche ogni altra forma di
comprensione dell’accadere storico scaturisce da questa fonte, ai nostri
strumenti conoscitivi è del tutto precluso scomporre analiticamente quei
presupposti fino ai loro elementi ultimi e ricondurli alle loro fonti; per
questi casi dovrà bastare una constatazione e una registrazione di fatto. Se la
ricostruzione psicologica del consueto contenuto storico procede con relativa
sicurezza e in accordo generale, ciò deriva dal fatto che qui si tratta
essenzialmente di interessi c di movimenti di interi gruppi, e che essi costituiscono
il fondamento e il punto di arrivo anche delle azioni dei singoli personaggi
storici. Questi sono straordinariamente più semplici e univoci delle condizioni
individuali. Nel caso di grandi masse si tratta sempre delle basi primarie
dell’esistenza, degli interessi generali, grandi e grossi, in cui molti uomini
possono incontrarsi e al di sopra dei quali si sollevano solamente le
individualizzazioni più sottili e difficili dei moti psichici. Nello stesso
modo in cui una collettività non può dissimulare di proposito la sua volontà e
il suo pensiero cosa che è invece possibile all'individuo essa non lo fa
neppure involontariamente, ma documenta invece le sue tendenze, le sue azioni e
reazioni psichiche con la stessa chiarezza delle manifestazioni degli impulsi
semplici propri di una massa in quanto tale, contrapposti agli impulsi
differenziati di una persona. Proprio per questo motivo le basi psichiche dei
movimenti storici diventano ora più comprensibili a chiunque: quanto più è
sicuro che in ogni individuo si trovano gli interessi più bassi e primitivi, e
quindi ereditati da più lungo tempo, tanto più probabile gliene riuscirà la
riproduzione. Dove sono in gioco questioni puramente individuali, la diversità
delle individualità impedirà spesso la riproduzione, cioè la comprensione; ma
ciò che vogliono gruppi interi e che l’individuo vuole in relazione ad essi è
presente con alto grado di sicurezza in ogni individuo, e può quindi essere
stimolato. Perciò anche nel conoscere storico si cela la soggettività e la
personalità della penetrazione simpatetica, che attribuiamo più facilmente ai
processi della personalità singola. Assumendo come oggetto i processi
psichico-sociali e penetrandoli simpateticamente, noi non abbiamo l’idea di
essere relegati nella nostra soggettività e nell’accidentalità delle sue
esperienze interne, ma dobbiamo rappresentarci qualcosa di oggettivo. E
tuttavia questo elemento oggettivo è, qui come altrove, soltanto un elemento
soggettivo molto generale, e contiene solo sensazioni che sembrano rimosse
dalla sfera personale perché nessuna personalità può sottrarsi ad esse. Ma,
alla base, anche le sensazioni che portano in luce movimenti sociali (la
necessaria sovrae subordinazione nei gruppi, l'unificazione per scopi generali
o la divisione in vista dell’utilità individuale, l'elevazione e la
trasformazione da parte di idee religiose e politiche) possono essere valutate,
anzi constatate, soltanto in virtù di una penetrazione simpatetica di carattere
personale. Anche quello che, in movimenti del genere, pensiamo di poter
cogliere con le mani, possiamo in realtà coglierlo soltanto con l’anima. La
diversità dell’ priori con cui interpretiamo e ordiniamo i fatti storici trova
quindi propriamente la sua manifestazione più appariscente in un punto del
tutto differente, cioè quando la rappresentazione è diretta da un pregiudizio
determinato nel contenuto. Il caso più decisivo è quello in cui una tendenza
preesistente assegna alla ricerca il fine a cui deve pervenire, considerandola
e presentandola come corretta e compiuta soltanto nel momento in cui vi
perviene proprio come si dichiara corretta una qualsiasi ricerca soltanto se
soddisfa la legge causale. Se qui prescindiamo dalle falsificazioni coscienti o
semi-consapevoli che avvengono per scopi pratici, personali o di partito,
soprattutto la difficoltà trattata nella nota di pp. 451-52 aprirà un vasto
campo all’a priori tendenzioso. Alcuni elementi particolari di una personalità
o di un periodo sono dati; in base ad essi si forma un'immagine della loro
totalità e del loro carattere interno; a questo punto nuovi elementi
particolari verranno molto facilmente considerati apocrifi se non si adattano a
questa immagine già fissata, oppure saranno modificati fin quando non si
accordano con essa. La convinzione oggettiva orientata in questo senso riceverà
facilmente appoggio dagli interessi dell'animo: quando, per esempio, in certi
momenti sorge l’impressione di un carattere grandioso o di elevata eticità,
allora subentra un interesse personale per esso che stabilirà in una direzione
determinata i presupposti per l’apprendimento di ogni fatto futuro. Anche qui
si fa valere il significato psicologico della prima impressione. Come le prime
convinzioni della vita trovano ancora sgombro il campo dello spirito e possono
stabilirsi in vario modo con una forza che non incontra ostacoli, in modo da
decidere dell’accettazione o del rifiuto delle convinzioni future, così lo
stesso processo si ripete per il particolare campo e problema del conoscere. Il
giudizio ricavato in modo impregiudicato dal primo fenomeno diventa pregiudizio
rispetto al secondo, e ogni fenomeno che si presenti successivamente trova
davanti a sé una direzione prestabilita dell’intuire e del giudicare, da cui
viene abbastanza sovente trascinato senZa opporre resistenza o almeno costretto
a un compromesso. È facile scorgere che qui siamo davanti a un problema a due
facce: l’una rivolta verso l’aspetto soggettivo, alla forza di gravità del
pensiero che tende a mantenerlo nella direzione già presa, cioè nel pregiudizio
soggettivo che assume 4 priori il vecchio a criterio del nuovo; l’altra rivolta
verso l’aspetto oggettivo, in quanto nelle persone e negli avvenimenti viene
presupposta l’unità e la continuità che quella tendenza psicologico-soggettiva
sembra rendere possibile e giustificare. La questione della parte rispettiva
dell’oggetto e del soggetto nella conoscenza, da Kant limitata in modo
inopportuno ai rapporti più generali che sono immodificabilmente comuni a tutti
i processi del pensiero, sorge anche di fronte a questi processi specifici del
conoscere, diretti da princìpi già molto complessi. Quell’unità
caratteriologica sia degli individui che dei gruppi appartiene chiaramente ai
presupposti 4 priori di ogni ricerca storica*. Ora, però, questa unità non è
qualcosa di formale, non è uno schema generale in base a cui sia possibile
determinare in anticipo il rapporto dei suoi contenuti empirici. Un errore
profondo è insito nella fede che in base all'unità della personalità umana si
possa inferire il suo comportamento necessario secondo a. Attraverso una
singolare svolta dell’unità così presupposta viene alla luce il quadro delle
manifestazioni di interi gruppi. Soltanto singole voci o singoli accidenti
diventano di solito consapevoli in modo esatto; soltanto quando si collocano in
un ambito tenuto insieme da interessi o da legami noti per altra via, essi sono
manifestazioni dell’insieme di tale ambito. Come dell’individuo sono sempre
note soltanto singole manifestazioni, che tuttavia circoscrivono per noi
l'insieme della sua personalità, così i sintomi particolari si estendono a
partire da un gruppo fino a un movimento psichico caratterizzato in modo
determinato del gruppo nella sua totalità. Cito a caso dalla Romische
Geschichte di THEoDoR MoMmMSsEN (Berlin, 1854-55): un grido di sdegno
attraverso l’Italia intera; Mario si dimostrò un condottiero che manteneva ?
soldati disciplinati e tuttavia di buon animo, guadagnandone al tempo stesso
l’amore con un rapporto cameratesco; l'aristocrazia non si dette la minima pena
di nascondere la sua rabbia e la sua apprensione; i partiti respirarono (vol.
III, p. 193). E da Die Cultur der Renaissance in Italien di Jacos BurcKHarDT
(Basel): con un’ingenuità terrificante Firenze confessa la sua simpatia guelfa
per i Francesi (vol. I, p. 89); nei momenti cattivi sorge qua e là la vampa
della penitenza medievale, e il popolo impaurito vuole impietosire il cielo con
flagellazioni e alte invocazioni di misericordia. Mentre l’unità dello sviluppo
caratteriologico costruisce una successione completa in base a singoli elementi
dati, qui si ha la stessa cosa per la loro coesistenza l'uno accanto all'altro.
Come là viene presupposta l’anima individuale, qui viene presupposta per così
dire l’anima sociale come talmente unitaria che il dato immediato, rna solo
frammentario, permette anche di inferire un'eguale costituzione di ciò che non
è dato. certe norme e certe conseguenze. Al contrario, osserviamo piuttosto un
certo ordine e una certa serie di sviluppo dei fenomeni psichici che li
percorre tutti, e l’unità della personalità è solamente un nome che designa la
loro connessione di fatto non già una connessione da costruire in modo
puramente logi Parlando di questa unità in generale s'intende che le azioni e
le rappresentazioni di un uomo sono costituite in modo che noi le comprendiamo
come produzioni di un'anima numericamente semplice e immutabile. Ma dal momento
che si tratta di una semplice x di cui non possiamo dire nulla di più, l’unità
di tale essere significa che possiamo ricondurre l’una all’altra le
rappresentazioni dell’uomo e spiegarle reciprocamente. C’è però bisogno di
certi princìpi il cui dominio ci rappresenta l’unità della personalità, la
quale non può essere percepita immediatamente. Se individuiamo quindi l’unità
della personalità nel fatto che quest'uomo, la cui vita è amareggiata da una
pesante sventura, vede anche nel mondo che lo circonda soltanto dolore e
dissonanze, e se diciamo che si tratta dello stesso elemento per il quale egli
teme sempre nuova sventura per sé e rende difficile la vita ai suoi simili, noi
conosciamo appunto delle regole psicologiche in base a cui possiamo ricondurre
geneticamente tali processi l’uno all’altro. Queste sintesi non sono
intelligibili perché siano unitarie, ma le chiamiamo unitarie perché sono
intelligibili; e ci appaiono intelligibili perché siamo abituati a osservarle.
Perciò non si reca alcun disturbo all'unità della personalità se accanto al
proprio dolore si scorge l'aspirazione a rendere felici gli altri, o se accanto
ad esso emerge, in certo senso come surrogato, un ottimismo teoretico come
spesso accade in uomini fisicamente disgraziati. In un avaro, l’unità della sua
personalità ci sembra garantita sia ch’egli non ceda ciò che ha ottenuto in
vista di alcuna probabilità futura, sia che lo getti a piene mani non appena
speri in un guadagno da usura. I fenomeni considerati in sé e per sé, e in base
al loro contenuto, non sono ancora decisivi rispetto al fatto di costituire
un’unità, ma sono decisivi soltanto rispetto alla possibilità di scoprire, in
base a qualche regola nota, un legame causale tra di essi. Così noi ipotizziamo
da un lato un’affinità di contenuto tra le azioni di un individuo, dall’altro
una certa dissomiglianza — quando cioè circostanze esterne mutate influenzano
il suo agire. E mentre ciò presuppone l’immutabilità del nucleo interno,
proprio una trasformazione di questo nucleo rientra nell'immagine di una
personalità unitaria quando si prendano in considerazione le diverse età della
vita. La conclusione che si trae, in base a certi modi di azione di una
persona, in merito alla possibilità o all'impossibilità di altri modi di azione
non è una conclusione logica immediata, ma dipende da un'esperienza psicologica
reale assunta come premessa maggiore. C’è appena bisogno di accennare
all'influenza che tutto questo — e la sua estensione a periodi e a gruppi —
esercita sulla costruzione del processo storico, sull’interpretazione dei fatti
particolari, sull’integrazione della tradizione e sulla sua critica. Il compito
più importante per la filosofia della ricerca storica sarebbe ora quello di
determinare le norme particolari che assumiamo, sulla base dell’ unità dei
caratteri, come criteri delle tradizioni e come veicoli di rappresentazione; la
latitudine entro la quale spieghiamo tuttavia come possibili azioni divergenti;
gli sviluppi e le modificazioni che riteniamo ovvie seguendo il principio
interno della personalità, e quelle per cui dobbiamo invece cercare una
spiegazione nelle circostanze esterne. Vi sono indubbiamente procedure ben
precise di questo genere, in base alle quali si agisce, che vengono tacitamente
presupposte tra lo storico e il lettore, ma alla cui consapevole constatazione
non si è ancora pervenuti. Un problema ancora più profondo si apre poi quando
indaghiamo sulla duplicità di motivazione, sopra menzionata, della presupposta
unità dei soggetti storici: in quale misura l’esperienza psicologica oggettiva
e in quale misura la tendenza soggettiva al rafforzamento della capacità di
pensiero e alla semplificazione della conoscenza cooperano nella formazione
delle immagini storiche — vale a dire alla formazione che in base ai fatti
originariamente dati abbozza uno schema del processo successivo, limitando così
la portata della divergenza caratteriologica da ciò che si era stabilito
all’inizio. Nel caso dei presupposti più generali con cui elaboriamo il
materiale della conoscenza — gli assiomi matematici, le rappresentazioni
primarie di sostanza e di forza, la legge causale, i princìpi logici e così via
— tale questione può trovare risposte più semplici. L’idealismo deriverà
senz'altro questi presupposti dal soggetto, negando qualsiasi partecipazione
dell’oggetto e dell’esperienza al loro sorgere. Il realista empirico, al
contrario, affermerà proprio per queste rappresentazioni fondamentalissime
l’accordo incondizionato con l’oggetto, e la loro fondazione nell’esperienza
continua di esso. Una così chiara separazione di principio non è possibile
nella nostra questione. Già l’identità generale tra l’anima che indaga e
l’anima che è indagata rende probabile che le tendenze più generali della prima
trovino un riflesso nella seconda, giustificando quindi la loro assunzione, e
che il risultato della ricerca sia determinato nello stesso senso da entrambi i
lati. Il realista deve concedere che abbastanza spesso, e in modo abbastanza
osservabile anche senza una critica particolare, presupposti e massime
soggettive che servono all’unità e alla semplicità del pensiero sono decisivi
per l'elaborazione storica. D'altra parte, anche ammettendo le influenze
psicologiche di più vasta portata su tale elaborazione, non si potrà negare
che, pur con la rinuncia a ogni convinzione monistica che ci si porta dietro,
la realtà offre prove sufficienti in favore dell’interpretazione realistica; e
in generale, quanto più alti e complicati sono gli ambiti a cui ci solleviamo,
tanto più è impossibile separare di un tratto e con un'alternativa netta i loro
elementi costitutivi 4 priori e quelli a posteriori. Uno dei compiti più alti
della filosofia della storia potrebbe essere però la determinazione dei loro
limiti e in particolare della loro azione reciproca, il vicendevole
rafforzamento tra il fattore soggettivo e il fattore empirico di quella
rappresentazione di un'unità presente negli uomini, negli avvenimenti, nei
gruppi e nelle epoche. Queste considerazioni possono essere riassunte nella
proposizione: la psicologia è l’4 priori della scienza storica. Il compito
della teoria della conoscenza nei suoi confronti è quello di determinare le
regole mediante le quali si perviene, in base ai documenti e alle tradizioni
esteriori, ai processi psichici, e le regole sufficienti a istituire una
connessione intelligibile tra questi ultimi. Se è vero che il conoscere umano
si è sviluppato partendo da necessità pratiche, perché la conoscenza del vero è
un’arma nella lotta per l’esistenza tanto nei confronti dell’essere extraumano
quanto nella concorrenza degli uomini tra di loro, da lungo tempo esso non è
però più legato a questa origine, e da semplice mezzo per gli scopi dell'agire
è diventato esso stesso uno scopo definitivo. Ciononostante il conoscere,
perfino nella forma sovrana della scienza, non ha rotto dappertutto le
relazioni con gli interessi della prassi, anche se esse non si presentano ora
come meri effetti di quest'ultima, bensì come azioni reciproche dei due domini
esistenti ciascuno per diritto autonomo. Infatti non soltanto il conoscere
scientifico si presta, nella tecnica, alla realizzazione di fini esteriori
della volontà, ma, d’altro lato, dalle situazioni pratiche, interne ed esterne,
sorge il bisogno di comprensione teorica; talvolta si manifestano nuove
direzioni di pensiero, e con il loro carattere puramente astratto gli interessi
di un nuovo modo di sentire e di volere penetrano nella problematica e nelle
forme della vita intellettuale. Così le pretese che la scienza sociologica ama
far valere costitui scono la prosecuzione e il rispecchiamento teorico della
potenza pratica raggiunta nel secolo xtx dalle masse rispetto agli interessi
dell'individuo. Il fatto che il senso di importanza e l’attenzione che i ceti
inferiori pretendono da quelli superiori sia sostenuto proprio dal concetto di
società dipende però dalla * Soziologie: Untersuchungen îiber die Formen der
Vergesellschaftung, cap. 1: Das Problem der Soziologie, Leipzig, Verlag von
Duncker und Humblot, 1908, Pp. 1-46 (traduzione di Giorgio Giordano, per i
Classici della sociologia delle Edizioni di Comunità). circostanza che, in
virtù della distanza sociale, i primi si presentano agli altri non nei loro
individui, ma soltanto come massa unitaria, c che appunto questa distanza non
permette agli uni e agli altri di essere uniti sotto alcun altro aspetto di
principio se non quello che essi costituiscono insieme una società . Dal
momento che le classi, la cui efficacia risiede non già nell’importanza
percepibile dei singoli, bensì nel loro essere società , attiravano su di sé la
coscienza teorica in conseguenza dei rapporti di forza pratici il pensiero si
accorse a un tratto che ogni fenomeno individuale è determinato in genere da
un'infinità di influenze provenienti dalla sua cerchia ambientale umana. E
quest’idea acquistò per così dire forza retrospettiva: accanto a quella
presente, anche la società passata apparve come la sostanza che costituiva
l’esistenza individuale, così come il mare costituisce le onde. Qui parve
conquistato il terreno in base alle cui forze diventavano suscettibili di spiegazione
le forme particolari nelle quali esso formava gli individui. Questo
orientamento di pensiero fu favorito dal relativismo moderno, cioè dalla
tendenza a risolvere il singolare e il sostanziale in azioni reciproche;
l'individuo era solamente il luogo în cui si collegano dei fili sociali, la
personalità era soltanto il modo particolare in cui ciò accade. Una volta
raggiunta la coscienza del fatto che ogni agire umano si svolge nell’ambito
della società e che nessun agire può sottrarsi alla sua influenza, tutto ciò
che non era scienza della natura esterna doveva essere scienza della società.
Questa appariva come il territorio onnicomprensivo in cui si trovavano insieme
l’etica e la storia della cultura, l'economia politica e la scienza della
religione, l’estetica e la demografia, la politica e l’etnologia, poiché gli
‘oggetti di queste scienze si realizzavano nel quadro della società: la scienza
dell’uomo si configurava come scienza della società. A_ questa concezione della
sociologia come scienza di tutto ciò che è umano in generale contribuì il fatto
che essa era una scienza nuova e che di conseguenza verso di essa si
affollavano tutti i possibili problemi che non trovavano altrove una sede
precisa così come un territorio scoperto da poco diventa sempre, in principio,
l’eldorado di esistenze senza patria e sradicate: l’inevitabile
indeterminatezza c mancanza di protezione dei confini dànno a ognuno il diritto
di insediarvisi. Considerato però più da vicino, questo ammassamento di tutti i
precedenti campi del sapere non ne produce affatto uno nuovo. Esso significa
soltanto che tutte le scienze storiche, psicologiche, normative vengono versate
in un grande calderone al quale viene attaccata l'etichetta di sociologia. In
tal modo si sarebbe dunque trovato soltanto un nuovo 707, mentre tutto ciò che
esso designa è ià stabilito nel suo contenuto e nei suoi rapporti o viene
prodotto nell’ambito dei settori di ricerca precedenti. Il fatto che il
pensiero e l’agire umano si svolgano nella società e siano determinati da essa
non fa della sociologia la scienza onnicomprensiva di quello, così come non si
possono trasformare la chimica, la botanica e l’astronomia in contenuti della
psicologia per il fatto che i loro oggetti diventano in definitiva reali
soltanto nella coscienza umana e sottostanno ai presupposti di questa. Alla
base di questo errore sta un fatto certamente frainteso, ma di per sé molto
significativo. L’intuizione che l’uomo è, in tutta la sua essenza e in tutte le
sue manifestazioni, determinato dal fatto di vivere in azione reciproca con
altri uomini deve certo condurre a una nuova forma di considerazione in tutte
le cosiddette scienze dello spirito.” Non è ora più possibile spiegare i fatti
storici, nel senso più ampio della parola, cioè i contenuti della cultura, i
tipi di economia, le norme della moralità partendo dall’uomo singolo, dal suo
intelletto e dai suoi interessi e, dove ciò non riesce, ricorrere subito a
cause metafisiche o magiche. Per esempio, a proposito del linguaggio non si è
più posti di fronte all’alternativa se esso sia stato inventato da individui
geniali oppure dato da Dio agli uomini; nelle forme della religione non c’è più
bisogno di distinguere l’invenzione di astuti sacerdoti e la rivelazione
immediata, e così via. Piuttosto noi crediamo ora di comprendere i fenomeni
storici in base all’agire reciproco e all’agire in comune degli individui, in
base alla somma e alla sublimazione di innumerevoli contributi individuali, in
base al concretarsi delle energie sociali in formazioni che stanno e si
sviluppano di là dell'individuo. La sociologia, nella sua relazione con le
scienze esistenti, è quindi un nuovo metodo, uno strumento ausiliario della
ricerca, per avvicinarsi ai fenomeni di tutti quei campi in modo nuovo. Con ciò
essa non si comporta in maniera essenzialmente diversa da quella in cui si
comportava a suo tempo l'induzione, la quale penetrava come nuovo principio di
ricerca in tutte le scienze possibili, si acclimatava per così dire in ognuna
di esse e l’aiutava a trovare nuove soluzioni nell’ambito dei compiti
stabiliti. Ma come l’induzione non costituisce per questo una scienza
particolare o addirittura una scienza onnicomprensiva, così non lo diventa, per
gli stessi motivi, la sociologia. Nella misura in cui si appoggia alla considerazione
che l’uomo dev’essere compreso come essere sociale e che la società è la
portatrice di ogni accadere storico, essa non contiene alcun oggetto che non
venisse già trattato in una delle scienze esistenti, ma è soltanto una nuova
via per tutte queste, un metodo scientifico che non costituisce proprio per la
sua applicabilità alla totalità dei problemi una scienza a sé. Ma quale può
essere l’ oggetto proprio e nuovo, la cui indagine fa della sociologia una
scienza autonoma e dai confini determinati? È ovvio che per questa sua
legittimazione quale scienza nuova non occorre la scoperta di un oggetto la cui
esistenza fosse prima ignota. Tutto ciò che indichiamo in generale come oggetto
è un complesso di determinazioni e di relazioni di cui ciascuna, proiettata su
una pluralità di oggetti, può diventare oggetto di una scienza particolare.
Ogni scienza poggia su un’astrazione, in quanto considera la totalità di una
qualche cosa, che non possiamo afferrare in modo unitario per mezzo di nessuna
scienza, secondo uno dei suoi aspetti, cioè dal punto di vista di un
determinato concetto. Di fronte alla totalità della cosa e delle cose ogni
scienza si sviluppa attraverso la loro scomposizione in base alla divisione del
lavoro in qualità e funzioni particolari, dopo che si è trovato un concetto che
permette di individuare quest'ultime e di coglierle nel loro ricorrere nelle
cose reali secondo connessioni metodiche. Così, per esempio, i fatti
linguistici che vengono ora raggruppati a costituire il materiale della linguistica
comparativa esistevano già da lungo tempo in fenomeni trattati scientifica
mente; ma quella scienza particolare sorse con la scoperta del concetto sotto
il quale quei medesimi fenomeni, prima separati nei diversi complessi
linguistici, si coordinano in maniera unitaria e vengono regolati da leggi
specifiche. Così anche la sociologia come scienza particolare potrebbe trovare
il suo oggetto particolare soltanto tracciando una nuova linea attraverso certi
fatti che, in quanto tali, sono perfettamente noti; solo che fino ad ora non
era diventato operante appunto il concetto il quale consente di riconoscere
l’aspetto di questi fatti che cade su uella linea, come l’aspetto comune ad
essi tutti e costituente un'unità metodico-scientifica. Di fronte ai fatti
quanto mai complicati della società storica, assolutamente non coordinabili
sotto un rico punto di vista scientifico, i concetti della politica,
dell'economia, della cultura ecc. producono tali serie conoscitive sia
collegando certe parti di quei fatti ad esclusione o con il concorso soltanto
accidentale degli altri in processi storici singolari, sia individuando i
raggruppamenti di elementi che, indipendentemente dal singolo qui e ora,
comportano una connessione atemporalmente necessaria. Se deve dunque esserci
una sociologia come scienza particolare, occorre pertanto che il concetto di
società in quanto tale sottoponga i dati storico-sociali al di là della
raccolta estrinseca di quei fenomeni a un nuovo processo di astrazione e di
coordinamento, in modo che certe determinazioni degli stessi, prima considerate
in altre e molteplici relazioni, vengano riconosciute come reciprocamente
connesse e quindi come oggetti di un’uricascienza. Questo punto di vista
risulta da un’analisi del concetto di società, che si può designare come
distinzione tra forma e contenuto della società sottolineando che qui si tratta
propriamente soltanto di un paragone per dare approssimativamente un nome
all’antitesi degli elementi da distinguere: quest’antitesi dovrà essere colta
direttamente nel suo senso singolare, senza essere pregiudicata da altri
significati di questi nomi provvisori. In ciò prendo le mosse dalla
rappresentazione più ampia della società, da quella che evita il più possibile
la polemica sulla sua definizione: che essa esiste là dove più individui
entrano in azione reciproca. Quest’azione reciproca sorge sempre da determinati
impulsi o in vista di determinati scopi. Impulsi erotici, religiosi o
semplicemente socievoli, scopi di difesa e di attacco, di gioco e di acquisizione,
di aiuto e di insegnamento, nonché innumerevoli altri, fanno sì che l’uomo
entri con altri in una coesistenza, in un agire l'uno per l’altro, con l’altro
e contro l’altro, in una correlazione di situazioni, ossia che eserciti effetti
sugli altri e ne subisca dagli altri. Queste azioni reciproche significano che
dai portatori individuali di quegli impulsi e scopi occasionali sorge un'unità,
cioè appunto una società . Infatti l’unità in senso empirico non è altro che
azione reciproca di elementi: un corpo organico è un'unità perché i suoi organi
stanno tra loro in uno scambio reciproco di energie più stretto che con
qualsiasi essere esterno; uno stato è 470 perché tra i suoi cittadini sussiste
il corrispondente rapporto di influenze reciproche; e non potremmo considerare
come unitario neppure il mondo se ognuna delle sue parti non influenzasse in
qualche modo ogni altra parte, se la reciprocità, comunque mediata, delle
influenze fosse eliminata. Quella unità o associazione può presentare gradi molto
diversi, secondo il modo e la prossimità dell’azione reciproca dall’effimera
riunione per una passeggiata alla famiglia, da tutti i rapporti validi fino
alla disdetta all’appartenenza a uno stato, dal fuggevole insieme di una
compagnia di albergo all’intima unione di una gilda medievale. Tutto ciò che
negli individui, nei luoghi immediatamente concreti di ogni realtà storica è
presente come impulso, interesse, scopo, inclinazione, situazione psichica e
movimento, in modo che da ciò o in ciò sorga l’azione su altri o la recezione
delle loro azioni tutto ciò lo designa come il contenuto, quasi come la materia
dell’associazione. In sé e per sé questi materiali di cui è piena la vita,
queste motivazioni che la sospingono, non sono ancora di carattere sociale. Né
la fame o l’amore, né il lavoro o la religiosità, né la tecnica o le funzioni e
i risultati dell’intelligenza costituiscono ancora così come sono dati
immediatemente, e secondo il loro senso puro un'associazione: la costituiscono
soltanto quando strutturano la coesistenza isolata degli individui uno accanto
all’altro in determinate forme di coesistenza con e per l’altro, le quali
rientrano sotto il concetto generale dell’azione reciproca. L'associazione è
dunque la forma, realizzantesi in innumerevoli modi diversi, in cui gli
individui raggiungono insieme un'unità sulla base di quegli interessi sensibili
o ideali, momentanei o durevoli, coscienti o inconsci, che spingono in modo
causale o che attirano teleologicamente e nell’ambito della quale questi interessi
si realizzano. In ogni fenomeno sociale esistente il contenuto e la forma
sociale costituiscono una realtà unitaria; una forma sociale non può acquistare
un’esistenza scissa da ogni contenuto, così come una forma spaziale non può
sussistere senza una materia di cui essa costituisca la forma. Questi sono
piuttosto gli elementi, inseparabili nella realtà, di ogni essere e accadere
sociale: un interesse, uno scopo, un motivo e una forma o maniera di azione
reciproca tra gli individui, mediante la quale o nella cui forma quel contenuto
acquista realtà sociale. Ciò che rende appunto tale la società , in ogni senso
della parola finora valido, sono evidentemente i modi sopra indicati di azione
reciproca. Un dato numero di uomini non diviene società per il fatto che in
ognuno di essi sussiste un contenuto vitale determinato oggettivamente o che lo
muove individualmente; soltanto quando la vitalità di questi contenuti acquista
la forma dell’influenza reciproca, quando ha luogo un’azione di un elemento
sull’altro immediatamente o mediata da un terzo elemento la pura e semplice
prossimità spaziale o anche la successione temporale degli uomini si traduce in
una società. Se deve quindi esserci una scienza il cui oggetto è la società e
nient'altro, essa può voler indagare solamente queste azioni reciproche, questi
modi e forme di associazione. Infatti tutto ciò che si trova ancora nell’ambito
della società , tutto ciò che viene realizzato per mezzo e nel quadro di essa,
non è società, ma soltanto un contenuto che assume o viene assunto da questa
forma di coesistenza e che soltanto insieme ad essa dà luogo alla formazione
reale, che si chiama società nel senso più vasto e usuale. Che questi due
elementi inseparabilmente uniti vengano separati nell’astrazione scientifica,
che le forme di azione reciproca o di associazione vengano collegate tra loro,
concettualmente isolate dai contenuti che soltanto mediante esse diventano
sociali, e metodicamente sottoposte a un punto di vista scientifico unitario
questo mi sembra fondare l’unica e intera possibilità di una scienza specifica
della società in quanto tale. Soltanto con essa i fatti che designamo come
realtà storico-sociale sarebbero realmente proiettati sul piano del puro e
semplice sociale. Ma per quanto siffatte astrazioni, che dalla complessità o
anche dall’unità della realtà producono la scienza, possano essere stimolate
dagli intimi bisogni del conoscere, una qualsiasi loro legittimazione deve
tuttavia risiedere nella struttura dell’oggettività stessa: infatti soltanto
qualche relazione funzionale con la realtà di fatto può mettere al riparo da
impostazioni sterili, da un carattere occasionale dell’elaborazione concettuale
della scienza. Se un naturalismo ingenuo sbaglia pensando che il dato contenga
già le disposizioni analitiche o sintetiche mediante le quali esso diventa
contenuto di una scienza, tuttavia le determinazioni che esso effettivamente
possiede sono più o meno adatte a quelle disposizioni all’incirca come un
ritratto deforma fondamentalmente la figura naturale, eppure l'una si presta
meglio dell’altra a questa forma ad essa radicalmente estranea. A ciò si può
poi commisurare il migliore o peggiore diritto di quei problemi e metodi
scientifici. Così il diritto di sottoporre i fenomeni storico-sociali
all’analisi secondo forme e contenuti e di ricondurre i primi a una sintesi si
fonderà su due condizioni, le quali possono essere verificate soltanto in base
ai fatti. Si deve da un lato trovare che la medesima forma di associazione
ricorre con un contenuto del tutto diverso, per scopi completamente differenti,
e che, al contrario, il medesimo interesse assume come sue portatrici 0 modi di
realizzazione forme completamente diverse di associazione così come le medesime
forme geometriche si ritrovano nelle materie più diverse e la medesima materia
si configura nelle forme spaziali più diverse, o come avviene tra le forme
logiche e i contenuti materiali della conoscenza. Entrambe le cose sono però
innegabili in quanto fatti. In gruppi sociali i più diversi che si possano immaginare
per i loro scopi e per il loro intero significato, noi troviamo tuttavia i
medesimi modi formali di atteggiamento reciproco tra gli individui.
Sovra-ordinazione e subordinazione, concorrenza, imitazione, divisione del
lavoro, formazione di partiti, rappresentanza, contemporaneità del
raggruppamento all’interno e della chiusura verso l’esterno, nonché
innumerevoli aspetti simili, si ritrovano in una società statale e in una
comunità religiosa, in una banda di congiurati e in una consociazione economica,
in una scuola artistica e in una famiglia. Per quanto molteplici possano essere
gli interessi dai quali si perviene a queste associazioni, le forme in cui esse
si attuano possono tuttavia essere le medesime. E d'altra parte lo stesso
interesse può configurarsi in associazioni di forma molto differente: per
esempio, l’interesse economico si realizza tanto mediante la concorrenza quanto
mediante l’organizzazione pianificata dei produttori, ora attraverso
l'esclusione di altri gruppi economici ora attraverso l'aggregazione ad essi; i
contenuti della vita religiosa stimolano, rimanendo identici nella sostanza,
una forma di comunità ora liberistica ora centralistica; gli interessi che
stanno a base delle relazioni tra i sessi si soddisfano nella molteplicità
quasi sterminata delle forme di famiglia; l'interesse pedagogico conduce a una
forma di rapporto ora liberale ora dispotica tra maestro e allievo, ora ad
azioni reciproche individualistiche tra il maestro e il singolo allievo, ora a
forme più collettivistiche tra quello e il complesso degli allievi. Come può
restare identica la forma nella quale si attuano i contenuti più divergenti,
così può rimanere costante la materia mentre la coesistenza degli individui,
che ne è portatrice, si muove in una molteplicità di forme. In tal modo i
fatti, benché materia e forma costituiscano nella loro concretezza un’unità
inscindibile della vita sociale, offrono quella legittimazione del problema
sociologico che esige la constatazione, l’ordinamento sistematico, la motivazione
psicologica e lo sviluppo storico delle forme pure di associazione. Questo
problema è direttamente contrapposto al procedimento secondo il quale sono
state finora create le scienze sociali particolari. Infatti la divisione del
lavoro tra queste scienze è stata completamente determinata dalla diversità dei
contenuti. Economia politica e sistematica delle organizzazioni ecclesiastiche,
storia dell’organizzazione scolastica e storia dei costumi, politica e teorie
della vita sessuale ecc. si sono divise il campo dei fenomeni sociali in modo
tale che una sociologia, la quale voleva comprendere la totalità di questi
fenomeni con la loro connessione di forma e contenuto, non poteva risultare
nient’altro che un riassunto di quelle scienze. Finché le linee che .tracciamo
attraverso la realtà storica per suddividerla in campi di ricerca separati
congiungono soltanto quei punti che rivelano i medesimi contenuti di interessi,
questa realtà non concede nessun posto a una sociologia particolare. Occorre
piuttosto una linea che, attraversando tutte quelle finora tracciate, sciolga
il puro fatto dell’associazione, considerato nelle sue molteplici
configurazioni, dal suo collegamento con i contenuti più divergenti e lo
costituisca come campo particolare. Essa diventa in tal modo una scienza
specifica nello stesso senso in cui lo è diventata con tutte le ovvie
differenze di metodo e di risultati la teoria della conoscenza, astraendo le
categorie o funzioni del conoscere in quanto tali dalla molteplicità delle
conoscenze delle cose singole. Essa appartiene al tipo di scienza il cui
carattere specialistico non consiste nel fatto che il loro oggetto venga
compreso insieme ad altri sotto un concetto complessivo superiore (come la
filologia classica e la germanistica, oppure l’ottica e l’acustica), bensì nel
fatto di accostare un intero campo di oggetti da un punto di vista particolare.
Non il suo oggetto, ma la sua forma di considerazione, la particolare
astrazione da essa compiuta, la differenzia dalle altre scienze storico-sociali.
Il concetto di società copre due significati che devono essere tenuti
rigorosamente distinti nella trattazione scientifica. Essa è da un lato il
complesso degli individui associati, il materiale umano formato socialmente,
che costituisce l’intera realtà storica. Ma d’altro lato la società è anche la
somma di quelle forme di relazione, in virtù delle quali dagli individui sorge
appunto la società nel primo senso. Così si definisce sfera sia una materia
formata in un determinato modo, sia anche, in senso matematico, la pura e
semplice figura o forma in virtù della quale dalla semplice materia sorge la
sfera nel primo senso. Quando si parla di scienze della società in quel primo
significato, il loro oggetto è tutto ciò che accade nella e con la società;
mentre la scienza della società nel secondo senso ha per oggetto le forze, le
relazioni e le forme mediante le quali gli uomini si associano, e che
costituiscono quindi, nella loro configurazione autonoma, la società sensu
strictissimo il che evidentemente non viene alterato dal fatto che il contenuto
dell’associazione, le modificazioni specifiche del suo scopo e interesse
materiale decidono spesso o sempre della sua formazione specifica. Del tutto
errata sarebbe qui l’obiezione che tutte queste forme gerarchie e corporazioni,
forme di concorrenza e forme di matrimonio, amicizie e costumi socievoli, forme
di potere da parte di una persona o di più persone sono soltanto costellazioni
di avvenimenti in società già esistenti: se non esistesse già una società, mancherebbe
il presupposto e l’occasione per il sorgere di tali forme. Questa concezione
nasce dal fatto che in ogni società a noi nota agisce un gran numero di forme
di connessione, cioè di forme di associazione del genere. Se anche una di esse
venisse meno, rimarrebbe ancor sempre la società , cosicché di ciascuna può
certo sembrare che si aggiunga a una società già compiuta o sorga nell’ambito
di essa. Ma se si immagina di eliminare tutte queste forme, non rimane più
nessuna società. La società sorge soltanto quanto siffatte relazioni
reciproche, suscitate da certi motivi e interessi, diventano operanti. Se la
storia e le leggi della formazione complessiva che così si sviluppa sono quindi
certamente materia della scienza della società nel senso più ampio, è pur vero
che essendosi questa già suddivisa nelle scienze sociali particolari a una
sociologia nel senso più stretto, cioè in quello che pone un compito
particolare, rimane soltanto più la considerazione delle forme astratte, le
quali non tanto producono l’associazione quanto piuttosto soro l’associazione.
La società, nel senso che può impiegare la sociologia, è allora o l’astratto
concetto generale che designa queste forme, il genere di cui esse sono specie,
oppure la loro somma di volta in volta operante. Da questo concetto consegue
inoltre che un dato numero di individui può essere società in grado maggiore o
minore: a ogni nuovo fiorire di formazioni sintetiche, a ogni costituzione di
gruppi di partito, a ogni unificazione in vista di un’opera comune o in
comunione di sentimento e di pensiero, a ogni divisione più netta tra servi e
padroni, a ogni pasto in comune, a ogni adornarsi per gli altri, lo stesso
gruppo diventa appunto più società di quanto lo fosse prima. Non esiste mai
società in generale, nel senso che quei particolari fenomeni di connessione si
siano formati soltanto presupponendo la sua esistenza; infatti non esiste
alcuna azione reciproca in quanto tale, ma particolari modi di essa, con il cui
manifestarsi la società esiste e che non sono né la causa né la conseguenza di
questa, ma sono immediatamente già essa stessa. Soltanto la sterminata quantità
e diversità con cui esse sono in ogni attimo operanti ha conferito al concetto
generale di società una realtà storica apparentemente autonoma. Forse in questa
ipostasi di una mera astrazione risiede la causa della peculiare nebulosità e
insicurezza che hanno circondato tale concetto e le precedenti trattazioni
della sociologia generale così come non si è fatta molta strada con il concetto
di vita, finché la scienza non lo ha considerato come un fenomeno unitario di
realtà immediata. La scienza della vita ha raggiunto un terreno solido soltanto
quando sono stati indagati i singoli processi all’interno degli organismi la
cui somma o il cui tessuto costituisce la vita, soltanto quando si è
riconosciuto che la vita consiste solo in questi processi particolari dentro e
tra gli organi e le cellule. Soltanto in questa maniera si può cogliere ciò che
nella società è veramente società , così come soltanto la geometria determina
che cosa negli oggetti spaziali costituisce realmente la loro spazialità. La
sociologia come dottrina dell’essere-società dell’umanità la quale può ancora
essere oggetto di scienza sotto innumerevoli altri aspetti sta dunque con le altre
scienze speciali nello stesso rapporto in cui la geometria sta con le scienze
fisico-chimiche della materia: essa considera la forma mediante la quale la
materia si traduce in corpi empirici la forma che certamente di per sé sola
esiste soltanto nell’astrazione, proprio come le forme di associazione. Tanto
la geometria quanto la sociologia lasciano ad altre scienze l'indagine dei
contenuti che si presentano nelle loro forme, o dei fenomeni totali di cui esse
considerano la pura e semplice forma. C'è appena bisogno di avvertire che
quest’analogia con la geometria non va più in là della chiarificazione che
abbiamo qui tentato del problema di principio della sociologia. Soprattutto la
geometria ha il vantaggio di trovare già pronte nel suo campo forme estremamente
semplici, nelle quali possono essere risolte le figure più complicate; perciò è
possibile, partendo da relativamente poche determinazioni fondamentali,
costruire l’intero ambito delle figure possibili. Per quanto riguarda le forme
di associazione non c'è da aspettarsi, almeno per lungo tempo ancora, una
risoluzione anche soltanto approssimativa in elementi semplici. La conseguenza
di questo fatto è che le forme sociologiche, se devono avere qualche
determinatezza, valgono soltanto per una cerchia relativamente ristretta di
fenomeni. Quando si dice per esempio che la sovra-ordinazione e la
subordinazione sono una forma presente in quasi ogni associazione umana, con
questa conoscenza generale si è fatta poca strada. Occorre piuttosto scendere
alle specie particolari di sovra-ordinazione e di subordinazione, alle forme
specifiche della loro realizzazione, che perdono allora naturalmente ambito di
validità in rapporto alla loro determinatezza. Se l’alternativa che si usa
proporre ora a ogni scienza se cioè essa proceda alla scoperta di leggi
atemporalmente valide o alla rappresentazione e alla comprensione di processi
storicoreali singolari non esclude comunque innumerevoli forme intermedie
nell’esercizio effettivo della scienza, il concetto problematico qui stabilito
non viene toccato fin dall'inizio dalla necessità di questa scelta. Questo
oggetto astratto dalla realtà può essere da un lato considerato sotto il
profilo delle relazioni legali che, poste semplicemente nella struttura
oggettiva degli elementi, rimangono indifferenti alla loro realizzazione
spaziotemporale: esse sono appunto valide, poco importa che le realtà storiche
le mettano in azione una o mille volte. D'altra parte quelle forme di
associazione possono anche essere considerate nel loro verificarsi in un luogo
e in un tempo, nel loro sviluppo storico entro determinati gruppi. La loro
determinazione sarebbe, in quest’ultimo caso, uno scopo autonomo per così dire
storico, mentre nel primo sarebbe materiale induttivo per la scoperta di rapporti
legali atemporali. Sulla concorrenza, per esempio, siamo edotti dai campi più
diversi: la politica e l'economia politica, la storia delle religioni e quella
dell’arte ce ne presentano innumerevoli esempi. In base a questi fatti si
tratta allora di stabilire che cosa significhi la concorrenza come forma pura
di atteggiamento umano, in quali circostanze essa sorga, come si sviluppi,
quali modificazioni subisca per effetto della specie particolare del suo
oggetto, da quali contemporanee determinazioni formali e materiali di una
società essa venga potenziata o frenata, come la concorrenza tra gli individui
si differenzia da quella tra i gruppi in breve, che cosa essa sia come forma di
relazione degli uomini tra loro, la quale può accogliere in sé tutti i contenuti
possibili ma, attraverso l’identità del suo manifestarsi nella grande varietà
di questi ultimi, dimostra di appartenere a un campo regolato da leggi proprie
e legittimato all’astrazione. Nei fenomeni complessi ciò che è uniforme viene
messo in evidenza con una specie di sezione trasversale, mentre ciò che in essi
è difforme cioè in questo caso gli interessi sostanziali viene d’altra parte
paralizzato. In modo corrispondente si deve dunque procedere con tutti i grandi
rapporti e le azioni reciproche che formano la società: con la formazione dei
partiti, con l'imitazione, con la formazione di classi, di cerchie e di
suddivisioni secondarie, con l’incorporarsi delle azioni sociali reciproche in
formazioni particolari di carattere oggettivo, personale, ideale, con lo
sviluppo e il ruolo delle gerarchie, con la rappresentanza di collettività da
parte di singoli, con il significato di un antagonismo comune per la coesione
interna del gruppo. A tali problemi principali si aggiungono poi, sostenendo in
modo uniforme la determinatezza formale dei gruppi, dei fatti da una parte più
specifici e dall’altra più complicati, come per esempio il significato
dell’apartitico , quello del povero come elemento organico delle società,
quello della determinatezza numerica degli elementi dei gruppi, del primus
inter pares e del tertius gaudens. Come procedimenti più complicati si
dovrebbero ricordare l’incrociarsi di cerchie molteplici nelle singole
personalità, la particolare importanza del segreto nella formazione di cerchie,
la modificazione dei caratteri di gruppo a seconda che essi comprendano
individui che si trovano insieme localmente oppure individui separati da
elementi estranei, nonché innumerevoli altri fenomeni. Con ciò lascio
impregiudicata come già si è accennato la questione se nella diversità dei
contenuti si presenti un’eguaglianza assoluta delle forme. L'eguaglianza
approssimativa che esse mostrano in circostanze materialmente molteplici così
come il fenomeno contrario è sufficiente per ritenerlo possibile in linea di
principio; nel fatto che ciò non si realizzi completamente si manifesta appunto
la differenza tra l’accadere psichico-storico, con le sue fluttuazioni e
complicazioni mai interamente razionalizzabili, e la capacità della geometria
di separare con assoluta purezza le forme sottoposte al’ suo concetto dalla
loro realizzazione nella materia. Si tenga pure presente che questa eguaglianza
del modo di azione reciproca in qualsiasi diversità del materiale umano e
oggettivo, e viceversa, è anzitutto soltanto uno strumento per compiere e
legittimare nei singoli fenomeni complessivi la separazione scientifica di
forma e contenuto. Metodologicamente questa sarebbe stata richiesta anche nel
caso che le costellazioni di fatto non lasciassero pervenire a quel procedimento
induttivo che fa cristallizzare l’eguale rispetto al differente, proprio come
l’astrazione geometrica della forma spaziale di un corpo sarebbe legittimata
anche qualora questo corpo così formato si presentasse di fatto una sola volta
nel mondo. Che ciò implichi una difficoltà di procedimento è innegabile. Si
prenda per esempio il fatto che, verso la fine del Medioevo, certi maestri di
corporazione erano spinti, a causa dell'estensione delle relazioni commerciali,
a un approvvigionamento di materiali, a un impiego di apprendisti, a nuovi
mezzi per attrarre i clienti che non si conciliavano più con i vecchi princìpi
corporativi secondo i quali ogni maestro doveva avere lo stesso nutrimento
dell’altro, e che cercavano per questo di porsi al di fuori della stretta
unione prima esistente. Considerato sotto il profilo della forma puramente
sociologica, che astrae dal contenuto specifico, ciò vuol dire che
l’ampliamento della cerchia con la quale l’individuo è legato in virtù delle
sue azioni procede di pari passo con una maggiore configurazione della
specificità individuale, con una maggiore libertà e differenziazione reciproca
dei singoli. Ma non esiste, a quanto vedo, nessun metodo sicuramente efficace
per ricavare questo significato sociologico da quel fatto complesso, realizzato
in virtù del suo contenuto. Quale configurazione meramente sociologica, quale
particolare rapporto reciproco di individui, facendo astrazione dagli interessi
e dagli impulsi che rimangono nell’individuo e dalle condizioni di carattere
puramente oggettivo, siano contenuti nel processo storico ciò può essere
spiegato rispetto a quest’ultimo in molteplici direzioni; non soltanto, ma i
fatti storici che ricoprono la realtà di determinate forme sociologiche possono
essere indicati soltanto nella loro totalità materiale, e manca un mezzo per
rendere dimostrabile, e attuabile in tutte le circostanze, la loro separazione
in un momento materiale e in un momento sociologico-formale. Ci si comporta qui
allo stesso modo che con la dimostrazione di una proposizione geometrica sulla
base dell’inevitabile accidentalità e rozzezza di una figura disegnata. Ma il
matematico può ora contare sul fatto che il concetto della figura geometrica
ideale è noto e operante, e viene intimamente considerato come l’unico senso
ora essenziale del tratto di gesso o d’inchiostro. Ma qui non si può partire
dal presupposto corrispondente, in quanto non si può ricavare logicamente dal
fenomeno totale complessivo ciò che è realmente la pura associazione. Occorre
qui affrontare il rischio di parlare di procedimento intuitivo per quanto
distante esso sia dall’intuizione metafisico-speculativa di una particolare
messa a fuoco con la quale si attua quella separazione e che può essere
insegnata soltanto adducendo degli esempi, finché essa non sarà colta con
metodi esprimibili concettualmente e di sicuro affidamento. Questa difficoltà è
accresciuta dal fatto che non soltanto l’impiego del concetto sociologico
fondamentale manca di un appiglio indubitabile, ma che anche quando si opera
efficacemente con esso, per molti aspetti degli avvenimenti l'inserimento sotto
di esso o sotto il concetto della determinatezza di contenuto rimane sovente
arbitrario. Si potrà per esempio avere opinioni opposte sulla questione se e
fino a qual punto il fenomeno del povero sia di natura sociologica, ossia un
risultato dei rapporti formali all’interno di un gruppo, condizionato dalle
correnti e dagli spostamenti generali che si producono necessariamente nel
confluire degli uomini, oppure se la povertà sia da considerare come una
determinazione soltanto materiale di certe esistenze individuali,
esclusivamente dall’angolo visuale del contenuto di interesse economico. I
fenomeni storici potranno essere considerati, nel loro complesso, da tre punti
di vista distinti in linea di principio: da quello delle esistenze individuali
che costituiscono i portatori reali delle situazioni; da quello delle forme di
azione reciproca formale, che certamente si attuano anche soltanto in esistenze
individuali, ma che vengono ora considerate non già sotto il profilo di queste,
bensì sotto quello del loro insieme, del loro esistere l’una con e per l’altra;
da quello dei contenuti concettualmente formulabili di situazioni e
avvenimenti, in presenza dei quali non si indaga in questo caso sui loro
portatori o sui loro rapporti, bensì sul loro significato puramente oggettivo
l'economia e la tecnica, l’arte e la scienza, le norme giuridiche e i prodotti
della vita affettiva. Questi tre punti di vista si intrecciano continuamente, e
la necessità metodologica di tenerli distinti si scontra a ogni passo con la
difficoltà di ordinare ogni elemento in una serie indipendente dall'altra, e
con l'aspirazione a un'immagine complessiva della realtà, comprendente tutte le
posizioni. Né si trà mai stabilire per tutti i casi quanto profondamente un
elemento, fondante e fondato, penetri nell'altro, con la conseenza che
nonostante tutta la chiarezza e precisione metodologica dell’impostazione di
principio a stento si potrà evitare l’equivocità: la trattazione del singolo
problema sembra rientrare ora nell’una ora nell’altra categoria, e anche
nell’ambito di una categoria non sempre può essere delimitata con sicurezza
rispetto alla forma di trattazione dell’altra. Del resto spero che la
metodologia della sociologia qui proposta risulterà più sicura e forse
addirittura più chiara attraverso le analisi dei suoi problemi singoli che non
da questa fondazione astratta. Nelle cose dello spirito non è fenomeno tanto
raro ma è anzi presente in tutti i campi di problemi più generali e più
profondi che ciò che dobbiamo chiamare, con inevitabile paragone, il fondamento
non sia così solido come la costruzione eretta al di sopra. Anche la pratica
scientifica non potrà fare a meno, particolarmente in campi finora inesplorati,
di una certa misura di procedimento istintivo, i cui motivi e le cui norme
acquistano soltanto in seguito una coscienza del tutto chiara e un'elaborazione
concettuale. E se il lavoro scientifico non può mai adagiarsi completamente su
quei modi di procedere ancora indistinti, istintivi, adottati soltanto nella
ricerca particolare, esso sarebbe d'altra parte condannato alla sterilità se di
fronte a compiti nuovi si volesse porre come condizione già del primo passo una
metodologia compiutamente formulata. Nell'ambito del campo di problemi che
viene costituito separando le forme di azione reciproca associativa dal
fenomeno totale della società alcune parti delle indagini qui proposte si
collocano ormai, per così dire, quantitativamente al di là dei a. Considerando
l’infinita complicazione della vita sociale, nonché i concetti e metodi
delineantisi appunto dalla prima sgrossatura con i quali essa dev'essere
padroneggiata spiritualmente, sarebbe una pretesa immodesta voler già ora
sperare in una chiarezza di domande e in un’csattezza di risposte che arrivi
fino in fondo. Mi sembra più dignitoso fare fin dall’inizio quest'ammissione,
poiché in questo modo almeno il primo passo è più netto, piuttosto che mettere
in questione, con l'affermazione della conclusione, addirittura gweszo
significato di tentativi del genere. compiti altrove riconosciuti come
sociologici. Appena si pone la questione delle influenze reciproche tra gli
individui, la cui somma produce quella coesione nella società, si rivela
immediatamente una serie anzi, per così dire, un mondo di forme di relazione
che finora non venivano comprese affatto nella scienza della società, o lo
erano senza cogliere la loro importanza fondamentale e vitale. In complesso la
sociologia si è propriamente limitata a quei fenomeni sociali nei quali le
forze in azione reciproca sono già cristallizzate in base ai loro portatori
immediati, per lo meno a costituire unità ideali. Stati e unioni sindacali,
gruppi sacerdotali e forme di famiglia, costituzioni economiche ed eserciti,
corporazioni e comuni, formazione di classi e divisione del lavoro industriale
questi e i grandi organi e sistemi del genere sembrano costituire la società ed
esaurire l’ambito della scienza che la riguarda. È ovvio che, quanto più una
regione di interessi e una direzione di azione sociale è grande, significativa
e dominante, tanto più presto il vivere e l’agire immediato, inter-individuale,
si realizzerà in formazioni oggettive, in un'esistenza astratta al di là dei
processi particolari e primari. Ma questa osservazione richiede un'integrazione
importante in due direzioni. Oltre a quei fenomeni macroscopici, che si
impongono da tutte le parti per la loro estensione e per la loro importanza
esterna, esiste un numero sterminato di forme di relazione e di modi di azione
reciproca tra gli uomini che sono di dimensioni minori e meno appariscenti nei
casi particolari, ma che vengono offerti da questi casi particolari in una
quantità inestimabile e che, sia pure infiltrandosi tra le formazioni sociali più
comprensive, per così dire ufficiali, sono quelli che soli dànno origine alla
società quale noi la conosciamo. La limitazione ai primi fenomeni ricorda la
scienza primitiva del corpo umano interno, che si limitava ai grandi organi,
nettamente delimitati, come il cuore, il fegato, i polmoni, lo stomaco ecc., e
trascurava invece gli innumerevoli tessuti, privi di una denominazione popolare
o non conosciuti, senza i quali quegli organi più distinti non darebbero mai
luogo a un corpo vivente. Con le formazioni della specie sopra indicata, che
costituiscono gli oggetti tradizionali della scienza della società, non sarebbe
assolutamente possibile comporre la vita reale della società così come si
presenta nell’esperienza: senza l’intervento di innumerevoli sintesi,
singolarmente meno comprensive alle quali devono essere in gran parte dedicate
queste indagini la vita sociale si sfalderebbe in una molteplicità di sistemi
discontinui. Ciò che rende più difficile fissare scientificamente tali forme
sociali poco appariscenti, le rende al tempo stesso infinitamente importanti
per la più profonda comprensione della società: il fatto cioè che in generale
esse non sono ancora consolidate in formazioni stabili, sovra-individuali, ma mostrano
la società per così dire allo status nascens naturalmente non nel suo primo
inizio assoluto, storicamente imperscrutabile, bensì in quello che si ha ogni
giorno e ogni ora. L'associazione tra gli uomini si allaccia, si scioglie e si
riallaccia continuamente, come un eterno fluire e pulsare che incatena gli
individui, anche quando non perviene a organizzazioni vere e proprie. Qui si
tratta quasi di processi microscopico-molecolari all’interno del materiale
umano, i quali però costituiscono l’accadere reale che si concatena o si
ipostatizza in quelle unità e sistemi macroscopici e stabili. Il fatto che gli
uomini si guardano l’un l’altro e che sono reciprocamente gelosi; il fatto che
si scrivono lettere o pranzano insieme; il fatto che riescono simpatici o
antipatici prescindendo completamente da tutti gli interessi tangibili; il
fatto che la gratitudine per la prestazione altruistica produce nel tempo un
vincolo indissolubile; il fatto che uno chiede la strada all’altro o si veste e
si adorna per l’altro tutte le mille relazioni che si riflettono da persona a
persona, momentanee o durevoli, coscienti o inconscie, superficiali o ricche di
effetti, da cui questi esempi sono scelti del tutto a caso, ci legano in modo
indissolubile. In ogni attimo questi fili vengono filati, vengono lasciati
cadere, ripresi di nuovo, sostituiti da altri, intessuti con altri. Qui
risiedono le azioni reciproche accessibili soltanto alla microscopia
psicologica tra gli atomi della società, che sorreggono tutta la tenacia ed elasticità,
tutta la varietà e unitarietà di questa vita così chiara e così enigmatica
della società. Si tratta di applicare il principio delle azioni infinitamente
numerose e infinitamente piccole anche alla prossimità caratteristica della
società, così come si è dimostrato efficace nelle scienze che studiano la
successione la geologia, la teoria dello sviluppo biologico, la storia. I passi
incommensurabilmente piccoli producono la connessione dell’unità storica, e le
azioni reciproche, altrettanto impercettibili, tra persona e persona producono
la connessione dell’unità sociale. Soltanto ciò che accade nel dominio dei
contatti fisici e spirituali, della causazione reciproca di piacere e di
sofferenza, dei discorsi e dei silenzi, degli interessi comuni e antagonistici,
soltanto questo costituisce la meravigliosa indissolubilità della società, il
fluttuare della sua vita con cui i suoi elementi acquistano, perdono, spostano
incessantemente il loro equilibrio. Forse con questo riconoscimento la scienza
della società può raggiungere il punto che per la scienza della vita organica
ha rappresentato l’inizio della microscopia. Se fino ad allora l'indagine era
limitata ai grandi organi corporei, nettamente divisi, le cui differenze di
forma e di funzione si presentavano evidenti, soltanto a questo punto il
processo vitale si è mostrato nel suo legame con i suoi più piccoli portatori
le cellule e nella sua identità con le innumerevoli e incessanti azioni
reciproche tra di esse. Soltanto osservando come le cellule si uniscano o si
distruggano tra loro, si assimilino o si influenzino chimicamente, è possibile
comprendere a poco a poco come il corpo crei la sua forma, la mantenga o la
cambi. I grandi organi, nei quali questi fondamentali portatori della vita e le
loro azioni reciproche si sono riuniti in formazioni particolari e in funzioni
percepibili a livello macroscopico, non avrebbero mai permesso di comprendere
la connessione della vita se quegli innumerevoli processi, che si svolgono tra
i più piccoli elementi e sono per così dire soltanto riassunti da quelli
macroscopici, non si fossero svelati come la vita vera e propria, la vita
fondamentale. AI di là di ogni analogia sociologica o metafisica tra le realtà
della società e dell'organismo si tratta qui soltanto dell’analogia del metodo
di trattazione e del suo sviluppo; della scoperta dei tenui fili, delle
relazioni minime tra gli uomini, dalla cui ripetizione continuativa vengono
fondate e sorrette tutte quelle grandi formazioni che, diventate oggettive,
presentano una storia vera e propria. Questi processi primari, che creano la
società dall’immediato materiale individuale, sono quindi da sottoporre a una
considerazione formale accanto ai processi e alle formazioni superiori e più
complicate; e le particolari azioni reciproche che si offrono in queste misure
non del tutto consuete all’analisi teorica devono essere esaminate come forme
costitutive della società, come parti dell'associazione in generale. Anzi, a
questi tipi di relazione apparentemente privi di importanza sarà opportuno
dedicare una considerazione tanto più approfondita quanto più la sociologia è
solita trascurarli. Ma proprio con questa svolta le indagini qui progettate
sembrano destinate a diventare nient'altro che capitoli della psicologia, in
ogni caso della psicologia sociale. Certamente non c’è nessun dubbio che tutti
i processi e gli istinti sociali hanno la loro sede nelle anime, che
l’associazione è un fenomeno psichico e che nel mondo della realtà corporea non
c'è nessuna analogia col suo fatto fondamentale, che cioè una pluralità di
elementi si traduce in unità, poiché in esso tutto rimane confinato
all’insuperabile esteriorità dello spazio. Qualsiasi accadimento esterno che
possiamo indicare come sociale sarebbe un gioco di marionette, non più comprensibile
e non più significa tivo dell’ammassarsi delle nuvole o dell’incrociarsi dei
rami di un albero, se non fossimo in grado di riconoscere in modo del tutto
evidente motivazioni psichiche, sentimenti, pensieri, bisogni non soltanto come
portatori di quegli elementi esteriori, ma anche come loro elemento essenziale
e come l’unico che propriamente ci interessi. La comprensione causale di ogni
accadere sociale sarebbe quindi raggiunta di fatto quando le constatazioni
psicologiche e il loro sviluppo permettessero di dedurre completamente questi
avvenimenti in conformità a leggi psicologiche per quanto problematico ci
appaia questo concetto. E non c'è neppure nessun dubbio che gli aspetti
dell’esistenza storico-sociale che noi possiamo cogliere non sono altro che
concatenazioni psichiche, che ricostruiamo con una psicologia istintiva o con
una psicologia metodica e riduciamo a un’interna plausibilità, al senso di una
necessità psichica degli sviluppi in questione. In questo senso ogni storia,
ogni analisi di una situazione sociale è un esercizio di sapere psicologico.
Tuttavia è della massima importanza metodologica, e addirittura decisivo per i
princìpi delle scienze dello spirito in generale, riconoscere che la
trattazione scientifica di fatti psichici non ha affatto bisogno di essere
psicologia; anche dove facciamo ininterrottamente uso di regole e di conoscenze
psicologiche, dove la spiegazione di ogni fatto singolo è possibile soltanto
per via psicologica come nell’ambito della sociologia il senso e l'intenzione
di questo procedimento non devono necessariamente sfociare nella psicologia,
cioè nella legge del processo psichico, che può portare soltanto un determinato
contenuto, ma deve pervenire proprio a questo contenuto e alle sue
configurazioni. Abbiamo qui una differenza soltanto di grado rispetto alle
scienze della natura esterna che, in quanto fatti della vita spirituale, si
svolgono anch'esse in ultima analisi soltanto nell’ambito dello spirito: la
scoperta di ogni verità astronomica o chimica, così come la riflessione su di
essa, è un avvenimento della coscienza che una psicologia compiuta potrebbe
dedurre integralmente soltanto da condizioni e sviluppi psichici. Ma quelle
scienze sorgono in quanto assumono come proprio oggetto, in luogo dei processi
psichici, i loro contenuti e le loro connessioni, all'incirca come noi
consideriamo un dipinto nel suo significato estetico e storico-artistico e non
lo deduciamo dalle oscillazioni fisiche che costituiscono i suoi colori, e che
naturalmente creano e sorreggono l’intera esistenza reale del dipinto. È sempre
na realtà che non possiamo abbracciare scientificamente nella sua immediatezza
e totalità, ma che dobbiamo cogliere da una serie di punti di vista separati e
configurare quindi in una pluralità di oggetti di scienze tra loro
indipendenti. Ciò è necessario anche nei confronti di quegli avvenimenti
psichici i cui contenuti non si raccolgono in un mondo spaziale indipendente e
non si contrappongono visivamente alla loro realtà psichica. Per esempio le
forme e le leggi di una lingua, che pure è certamente formata soltanto da forze
dell’anima e per scopi dell'anima, vengono tuttavia trattate da una scienza
linguistica che prescinde del tutto da quella realizzazione data del suo
oggetto e che lo rappresenta, lo analizza e lo costruisce soltanto nel suo
contenuto oggettivo, insieme alle formazioni esistenti soltanto in questo
contenuto stesso. Analogamente avviene con'i fatti dell’associazione. Che gli uomini
si influenzino l’un l’altro, che uno faccia o subisca qualcosa, che presenti un
essere o un divenire, perché altri esistono o si manifestano, agiscono o
sentono tutto questo è naturalmente un fenomeno psichico, e la realizzazione
storica di ogni singolo caso può essere compresa solamente attraverso una
rielaborazione psicologica, attraverso la plausibilità di serie psicologiche,
attraverso GEORG SIMMEL 487 l’interpretazione di ciò che è constatabile
dall’esterno per mezzo di categorie psicologiche. Ma una particolare intenzione
scientifica può trascurare del tutto questo accadere psichico in quanto tale e
seguirne, scomporne, metterne in relazione i contenuti così come si coordinano
sotto il concetto di associazione. Si osservi per esempio come il rapporto di
un individuo più potente con altri più deboli, che ha la forma del primus inter
pares, graviti in modo tipico nel senso di tradursi in una posizione di potere
assoluto del primo e di escludere a poco a poco gli aspetti di eguaglianza.
Benché nella realtà storica questo sia un processo psichico, a noi interessa
ora soltanto dal punto di vista sociologico come si dispongano qui i diversi
stadi di sovra-ordinazione e di subordinazione, fino a qual punto in una
determinata relazione un rapporto di sovra-ordinazione sia compatibile con un
rapporto di equiparazione in altre relazioni, e a partire da quale punto di
preponderanza esso distrugga completamente quest’ultimo; se la connessione, la
possibilità di cooperazione sia maggiore nel primo o nel successivo stadio di
tale sviluppo, e così via. Oppure si constata che gli antagonismi raggiungono
il massimo accanimento quando sorgono sulla base di una precedente comunanza o
appartenenza reciproca che sia ancora in qualche modo sentita, per cui si
indica come uno degli odi più feroci quello tra consanguinei. Ciò potrà essere
reso comprensibile, anzi descritto, come avvenimento soltanto in termini
psicologici. Ma, considerata come formazione sociologica, non interessa la
serie psichica che si svolge in ciascuno dei due individui, bensì la sinossi di
entrambe sotto la categoria dell’unione e della discordia. Anche se la
descrizione singolare o tipica del processo può sempre essere soltanto
psicologica, ciò che ora importa è stabilire fino a qual punto il rapporto tra
due individui o partiti possa implicare antagonismo e appartenenza reciproca,
per lasciare ancora al tutto la colorazione di quest’ultima o dargli quella del
primo; quali specie di appartenenza reciproca, sotto forma di ricordo o di
istinto insopprimibile, forniscano i mezzi per danneggiare in modo più crudele
e più profondamente lesivo di quello possibile nel caso di una precedente
estraneità; in breve, come quell’osservazione debba essere presentata quale
realizzazione di forme di relazione tra gli uomini, quale particolare
combinazione di categorie sociologiche essa rappresenti. Riprendendo un accenno
precedente, si può paragonare questo procedimento pur con tutte le differenze
alla deduzione geometrica che si compie su una figura disegnata sulla lavagna.
Tutto ciò che qui può essere dato e visto sono tratti di gesso riportati
fisicamente; ma ciò che noi intendiamo nella trattazione geometrica non sono
questi tratti, bensì il loro significato dal punto di vista del concetto
geometrico, che è completamente eterogeneo rispetto a quella figura fisica come
disposizione di particelle di gesso mentre d'altra parte possono essere
inquadrati in categorie scientifiche anche sotto la specie di questa formazione
fisica, facendo oggetto di indagini particolari per esempio la loro origine
fisiologica o la loro composizione chimica o la loro impressione ottica. I dati
della sociologia sono dunque processi psichici, la cui realtà immediata si
offre in primo luogo alle categorie psicologiche. Ma queste, pur essendo indispensabili
per la descrizione dei fatti, rimangono al di fuori dello scopo
dell’osservazione sociologica, il quale consiste piuttosto soltanto nella
realtà oggettiva dell’associazione sorretta dai processi psichici e spesso
descrivibile solamente per mezzo di questi così come, per esempio, una
composizione teatrale contiene dall’inizio alla fine processi psicologici, può
essere compresa soltanto psicologicamente, e tuttavia la sua intenzione non
risiede in conoscenze psicologiche, bensì nelle sintesi che i contenuti dei
processi psichici costituiscono dal punto di vista del tragico, della forma
artistica, dei simboli vitali ?. Se la dottrina dell’associazione in quanto
tale, distinta da tutte le scienze sociali che sono determinate da un
particolare contenuto della vita sociale, è apparsa come l’unica scienza
legittimata ad assumere senz'altro il nome di scienza della società,
l'importante non sta naturalmente in questa denominazio a. L'introduzione di
una nuova forma di considerazione dei fatti deve sostenere i diversi aspetti
del suo metodo mediante analogie con campi riconosciuti; ma soltanto il
processo forse senza fine in cui il principio determina le sue attuazioni
nell’ambito della ricerca concreta, e in cui queste attuazioni legittimano il
principio come fecondo, può ripulire tali analogie dagli aspetti in cui la
diversità di materia copre l’eguaglianza formale che è ora decisiva. Ma questo
processo le libera della loro equivocità soltanto nella misura in cui le rende
superflue. ne, bensì nella scoperta di quel nuovo complesso di problemi
particolari. La polemica su ciò che significhi propriamente sociologia mi
sembra assolutamente priva di rilievo finché verte soltanto sul riconoscimento
di questo titolo ad ambiti di problemi già esistenti e trattati. Se invece per
indicare questo insieme di compiti si sceglie il titolo di sociologia con la
pretesa di coprire completamente ed esclusivamente il concetto di sociologia,
ciò dev'essere ancora giustificato nei riguardi di un altro gruppo di problemi
che, non meno degli altri, cercano innegabilmente al di là delle scienze della
società determinate in base al contenuto di pervenire ad asserzioni sulla
società in quanto tale e considerata nel suo complesso. AI pari di ogni altra
scienza esatta, rivolta alla comprensione immediata del dato, anche la scienza
sociale è delimitata da due campi filosofici. Il primo comprende le condizioni,
i concetti fondamentali, i presupposti della ricerca particolare, che non
possono trovare sistemazione in questa perché stanno piuttosto già a base di
essa; nel secondo questa ricerca particolare viene recata a completamenti e a
connessioni e messa in relazione con domande e concetti, che non trovano posto
nell’ambito dell'esperienza e del sapere immediatamente oggettivo. Quello è la
teoria della conoscenza, questo la metafisica dei campi particolari in
questione. La seconda implica propriamente due problemi, che però
nell’effettiva trattazione concettuale restano di solito giustamente indivisi:
l’insoddisfazione per il carattere frammentario delle conoscenze particolari,
per la rapida fine delle constatazioni oggettive e delle serie dimostrative
conduce all'integrazione di queste lacune con i mezzi della speculazione; e
appunto questi mezzi servono all'esigenza parallela di integrare la mancanza di
connessione e la reciproca estraneità di quei frammenti nell'unità di un quadro
complessivo. Accanto a questa funzione metafisica, orientata verso il grado del
conoscere, un’altra procede verso una diversa dimensione dell’esistenza, nella quale
risiede il significato metafisico dei suoi contenuti: noi la esprimiamo come il
senso o lo scopo, come la sostanza assoluta tra i fenomeni relativi, o anche
come il valore o il significato religioso. Di fronte alla società questa
attitudine spirituale suscita domande come questa: la società è lo scopo
dell’esistenza umana o un mezzo per l'individuo? non è essa per l’individuo un
mezzo, ma al contrario un ostacolo? il suo valore consiste nella sua vita
funzionale o nella produzione di uno spirito oggettivo o nelle qualità etiche
che essa desta nei singoli? nei tipici stadi di sviluppo delle società si
manifesta un “analogia cosmica, in modo tale che le relazioni sociali degli
uomini debbano essere inserite in una forma o in un ritmo generale, che di per
sé non compare nel fenomeno ma che fonda tutti i fenomeni, e che guida anche le
forze dei fatti materiali? può esserci in generale un significato
metafisico-religioso di collettività, oppure questo significato è riservato
alle anime individuali? Ma queste e innumerevoli domande analoghe non mi
sembrano possedere quell’autonomia categoriale, quel caratteristico rapporto
tra oggetto e metodo che le legittimerebbe a fondare la sociologia come una
scienza nuova, coordinata con quelle esistenti. Tutte queste sono infatti
senz'altro domande filosofi che, e il fatto che esse abbiano assunto come loro
oggetto la società significa soltanto l’estensione a un campo più vasto di un
modo di conoscenza già dato nella sua struttura. Che si riconosca oppure no la
filosofia come scienza, la filosofia della società non ha alcun diritto di
sottrarsi ai vantaggi o agli svantaggi della sua appartenenza alla filosofia in
generale attraverso la costituzione in una particolare scienza sociologica. Non
diversamente stanno le cose con i problemi filosofici che non hanno la società
come loro presupposto (come nel caso dei precedenti), ma che ricercano invece
essi stessi i presupposti della società non già in senso storico, come se si
dovesse descrivere il sorgere di una qualche società particolare o le
condizioni fisiche e antropologiche sulla cui base può sorgere una società. Né
si tratta qui degli stimoli particolari che muovono il loro soggetto quando
incontra altri soggetti e i cui modi sono descritti dalla sociologia. Si tratta
invece di questo: quando un soggetto siffatto sussiste, quali sono i
presupposti della sua coscienza di costituire un essere sociale? In quelle
parti considerate di per sé non si ha ancora una società; ma essa è già reale
nelle forme di azione reciproca: quali sono dunque le condizioni interne e di
principio in base alle quali gli individui forniti di tali stimoli dànno
origine alla società in generale, l’a priori che rende possibile e forma la
struttura empirica dell'individuo in quanto essere sociale? Come sono possibili
non soltanto le formazioni particolari che sorgono empiricamente, e che
rientrano nel concetto generale di società, ma la società in generale come
forma oggettiva di anime soggettive ? COME È POSSIBILE LA SOCIETÀ? Kant poteva
porre e dare una risposta alla questione fondamentale della sua filosofia come
è possibile la natura? soltanto perché per lui la natura non era altro che la
rappresentazione della natura. Ciò non significa soltanto che il mondo è la mia
rappresentazione , e che noi possiamo quindi parlare anche della natura
solamente in quanto essa è un contenuto della nostra coscienza; ma significa
che ciò che chiamiamo natura è un modo particolare in cui il nostro intelletto
raccoglie, ordina, dà forma alle sensazioni. Queste sensazioni date del
colorato e del gustabile, dei suoni e delle temperature, delle resistenze e
degli odori che attraversano la nostra coscienza nella successione accidentale
di un'esperienza vissuta soggettiva, non sono di per sé ancora natura , ma lo
diventano attraverso l’attività dello spirito che le compone in oggetti e in
serie di oggetti, in sostanze e in proprietà, in collegamenti causali. Così
come ci sono dati immediatamente, gli elementi del mondo non posseggono per
Kant quella conmessione che sola costituisce l'unità comprensibile, e conforme
a leggi della natura, o meglio che significa appunto l’essere-natura di quei
frammenti di mondo in sé incoerenti e manifestantisi senza regola. Così
l’immagine kantiana del mondo si delinea in un contrappunto quanto mai caratteristico:
le nostre impressioni sensibili sono per lui puramente soggettive, poiché
dipendono dall’organizzazione fisico-psichica che in altri esseri potrebbe
essere diversa e dall’accidentalità dei suoi stimoli, e esse diventano oggetti
quando vengono accolte dalle forme del nostro intelletto, configurate da queste
in regolarità stabili e in un'immagine coerente della natura j ma d'altra parte
quelle sensazioni sono pur sempre il dato reale, il contenuto del mondo da
assumere nella sua invariabilità e la garanzia di un essere indipendente da
noi, cosicché ora proprio quelle elaborazioni intellettuali delle sensazioni in
forma di oggetti, di connessioni, di regolarità causali appaiono come
soggettive, come qualcosa di aggiunto da noi in antitesi a ciò che riceviamo
dall’esistenza, come le funzioni dell’intelletto stesso che esse pure
immutabili avrebbero con un altro materiale sensibile formato una natura
diversa per contenuto. La natura è per Kant un determinato modo di conoscere,
un’immagine che si sviluppa attraverso le nostre categorie conoscitive e in
esse. La questione: come è possibile la natura? ossia quali sono le condizioni
che devono sussistere perché vi sia una natura si risolve quindi per lui
mediante la ricerca delle forme che costituiscono l’essenza del nostro
intelletto e che in tal modo producono la natura in quanto tale. Si sarebbe
tentati di trattare in modo analogo la questione delle condizioni 4 priori in
base alle quali è possibile la società. Infatti anche qui sono dati elementi
individuali che in certo senso sussistono anch'essi nella loro esteriorità
reciproca, al pari delle sensazioni, e raggiungono la loro sintesi nell’unità
di una società soltanto attraverso un processo di coscienza che pone l'essere
individuale del singolo elemento in relazione con quello dell’altro in
determinate forme e secondo determinate regole. Ma la differenza decisiva tra
l’unità di una società e l’unità della natura consiste in questo: che la
seconda dal punto di vista kantiano qui presupposto sussiste esclusivamente nel
soggetto conoscente e viene prodotta esclusivamente da lui sulla base degli
elementi sensibili di per sé privi di legame, mentre l’unità sociale viene
realizzata senz'altro dai suoi elementi, poiché essi sono coscienti e
sinteticamente attivi, e non ha bisogno di alcun osservatore. Il principio
kantiano secondo il quale la connessione non può mai risiedere nelle cose,
poiché viene posta in essere soltanto dal soggetto, non vale per ia connessione
sociale, che di fatto si compie piuttosto immediatamente nelle cose che qui
sono le anime individuali. Anch’essa rimane naturalmente, come sintesi,
qualcosa di puramente psichico e senza parallelo con le formazioni spaziali e
con le loro azioni reciproche. Ma l’unificazione non ha qui bisogno di nessun
fattore al di fuori dei suoi elementi, perché ciascuno di questi esercita la
funzione che nei confronti del mondo esterno compie l’energia psichica
dell'osservatore: la coscienza di costituire con gli altri un’unità è qui
effettivamente tutta l’unità in questione. Naturalmente ciò non designa la
coscienza astratta del concetto di unità, bensì le innumerevoli relazioni
singolari, il sentimento e il sapere di questo determinare e venir determinato
nei confronti degli altri, e d’altra parte non esclude affatto che un terzo
osservatore compia ancora tra le persone una sintesi fondata soltanto su di
lui, al pari che tra gli elementi spaziali. Quale settore dell’essere dato
all'intuizione esterna debba essere raccolto in un’unità non risulta dal suo
contenuto immediato e semplicemente oggettivo, ma viene determinato dalle
categorie del soggetto e in base ai suoi bisogni conoscitivi. La società è
invece l’unità oggettiva che non ha bisogno dell'osservatore non compreso in
essa. Le cose della natura sono da una parte assai più distanti tra loro che
non le anime: l’unità di un uomo con l’altro che è implicita nel comprendere,
nell'amore, nell'opera comune non trova alcuna analogia nel mondo spaziale, in
cui ogni essere occupa il suo posto che non può dividere con nessun altro. Ma
d’altra parte i frammenti dell’essere spaziale si compongono, nella coscienza
dell’osservatore, in un’unità che di nuovo non viene raggiunta dall’insieme
degli individui. Infatti, dal momento che gli oggetti della sintesi sono qui
esseri indipendenti, centri psichici, unità personali, essi si ribellano contro
quell’assoluto comporsi nell'anima di un altro soggetto, al quale deve
adattarsi il disinteresse delle cose inanimate. Così un gruppo di uomini è
un’unità in misura molto superiore realiter, ma idealiter in misura molto
inferiore di quanto un tavolo, sedie, un divano, un tappeto e uno specchio non
costituiscano l’ammobiliamento di una stanza o di quanto un fiume, un prato,
alberi, una casa non costituiscano un paesaggio , o, su un dipinto, un quadro .
La società è la mia rappresentazione , ossia poggia sull’attività della
coscienza, in un senso del tutto diverso dal mondo esterno. Infatti l’altra
anima ha per me appunto la stessa realtà che possiedo io, cioè una realtà che
si differenzia molto da quella di una cosa materiale. Per quanto Kant
garantisca che gli oggetti spaziali hanno esattamente la medesima sicurezza
della mia propria esistenza, con quest’ultima possono essere intesi soltanto i
singoli contenuti della mia vita soggettiva: infatti il fondamento del
rappresentare in generale, il sentimento dell'io, possiede una
incondizionatezza e una incrollabilità che non viene conseguita da nessuna
particolare rappresentazione di un oggetto esterno materiale. Ma anche il fatto
del tu possiede per noi si possa o no giustificarla questa stessa sicurezza; €
come causa o come effetto di questa sicurezza noi sentiamo il tu come qualcosa
di indipendente dalla nostra rappresentazione di esso, qualcosa che esiste di
per sé esattamente come la nostra propria esistenza. Che questo per-sé
dell’altro non ci impedisca tuttavia di farne una nostra rappresentazione, che
qualcosa che non si può risolvere affatto nel nostro rappresentare divenga
ciononostante contenuto, e quindi anche prodotto di questo rappresentare questo
è lo schema e il problema psicologico-gnoseologico più profondo
dell’associazione. Entro la nostra coscienza noi distinguiamo molto esattamente
tra la fondamentalità dell'io, presupposto di ogni rappresentare, la quale non
partecipa alla problematica dei suoi contenuti che non si può mai mettere
completamente da parte, e questi contenuti che, col loro andare e venire, con
la loro dubitabilità e correggibilità, si presentano come semplici prodotti di
quella forza ed esistenza assoluta e ultima del nostro essere psichico. Ma noi
dobbiamo trasporre nell’altra anima, anche se in ultima analisi la
rappresentiamo pure, appunto queste condizioni, (e) piuttosto questi aspetti
incondizionati del nostro io; essa possiede per noi quella misura estrema di
realtà che il nostro io possiede di fronte ai suoi contenuti e che siamo sicuri
debba spettare anche a quell’altra anima nei confronti dei suoi contenuti. In
queste circostanze la questione come sia possibile la società riveste un senso
metodologico completamente diverso dalla questione come sia possibile la
natura. Infatti alla seconda rispondono le forme conoscitive mediante le quali
il soggetto compie la sintesi di elementi dati nella natura , mentre alla prima
rispondono invece le condizioni poste 4 priori negli elementi stessi, in virtù
delle quali essi si associano realmente nella sintesi società . In certo senso
l’intero contenuto di quest'opera, così come si sviluppa in base al principio
che abbiamo stabilito, è un inizio di risposta a tale questione. Infatti essa
indaga i processi che si compiono in ultima analisi negli individui e che
condizionano il loro essere-società non già come cause antecedenti rispetto a
questo risultato, bensì come processi parziali della sintesi che noi chiamiamo
riassuntivamente società. Ma la questione dev'essere intesa anche in un senso
più fondamentale. Ho detto che la funzione di attuare l’unità sintetica, che
nei confronti della natura riposa sul soggetto osservatore, nei confronti della
società sarebbe passata appunto agli elementi di questa. La coscienza di
costituire una società non è presente all'individuo in maniera astratta, ma
ognuno sa pur sempre che l’altro è legato a lui, per quanto questo sapere
dell’altro come associato, questo conoscere tutto il complesso come società si attui
di solito soltanto in particolari contenuti concreti. Ma forse le cose qui non
stanno diversamente che nel caso dell’ unità del conoscere , secondo la quale
noi procediamo nei processi della coscienza coordinando un contenuto concreto
con l’altro, senza tuttavia averne una coscienza distinta se non in rare e
tardive astrazioni. La questione è dunque la seguente: qual è in linea del
tutto generale e 4 priori il fondamento, quali presupposti devono agire
affinché i particolari processi concreti della coscienza individuale siano
realmente processi di socializzazione, quali elementi in essi contenuti
permettono che la loro funzione sia, in termini astratti, quella di costruire
un’unità sociale in base agli individui? Le apriorità sociologiche avranno lo stesso
doppio significato di quelle che rendono possibile la matura: da una parte esse
determineranno, in maniera più compiuta o più difettosa, i processi reali di
associazione; d’altra parte esse costituiscono i presupposti ideali e logici
della società perfetta, anche se forse mai realizzata in questa perfezione così
come la legge causale da un lato vive e opera negli effettivi processi della
conoscenza e dall'altro costituisce la forma della verità in quanto sistema
ideale di conoscenze compiute, indipendentemente dal fatto che questa venga
realizzata attraverso tale dinamica psichica temporale e relativamente
accidentale oppure no, e indipendentemente dalla maggiore o minore
approssimazione della verità realmente presente nella coscienza alla verità
idealmente valida. È una pura questione di titolo se l'indagine di queste
condizioni del processo di socializzazione debba essere definita gnoseologica
oppure no, poiché la formazione che ne deriva, e che è regolata dalle sue
forme, non consiste in conoscenze, bensì in processi e stati esistenziali
pratici. Ma ciò che qui intendo, e che dev'essere esaminato dal punto di vista
delle sue condizioni come il concetto generale di associazione, è qualcosa di
conoscitivo: la coscienza di associarsi o di essere associati. Forse lo si
definirebbe meglio un sapere che non un conoscere. Infatti il soggetto non sta
qui di fronte a un oggetto di cui esso acquisti gradualmente un'immagine
teorica, ma la coscienza dell’associazione è immediatamente il suo sostegno o
il suo intimo significato. Si tratta dei processi dell’azione reciproca, i
quali per l'individuo significano il fatto non astratto, ma tuttavia
suscettibile di espressione astratta di essere associato. Quali forme debbano
stare a base di essi, ossia quali categorie specifiche l’uomo debba per così
dire recare con sé affinché sorga questa coscienza, quali siano perciò le forme
che la coscienza così sorta la società come un fatto di sapere deve sorreggere,
tutto ciò può ben essere chiamato la teoria della conoscenza della società.
Cercherò qui di delineare come esempio di una tale indagine alcune di queste
condizioni o forme 2 priori dell’associazione, le quali non possono certamente
essere designate con ur4 sola parola come le categorie kantiane. I. L'immagine
che un uomo si fa di un altro in base al contatto personale è condizionata da
certi spostamenti che non sono semplici illusioni dovute a un'esperienza
incompiuta, a deficiente acutezza della vista, a pregiudizi simpatici o
antipatici, ma sono modificazioni di principio della costituzione dell’oggetto
reale. E queste si muovono anzitutto in due dimensioni. Noi vediamo l’altro in
qualche misura generalizzato, forse perché non ci è dato di rappresentare
pienamente in noi un’individualità divergente dalla nostra. Ogni riproduzione
di un'anima è condizionata dalla somiglianza con essa, e sebbene questa non sia
assolutamente l’unica condizione del conoscere psichico poiché appare
necessaria da un lato una contemporanea diseguaglianza, per poter acquistare
distanza e oggettività, dall’altro una capacità intellettuale che rimane al di
là dell’eguaglianza o diseguaglianza dell'essere tuttavia il conoscere perfetto
presupporrebbe un’eguaglianza perfetta. Sembra che ogni uomo abbia in sé un
punto di individualità più profondo che non può essere internamente riprodotto
da nessun altro uomo nel quale questo punto sia qualitativamente divergente. E
il fatto che questa esigenza non sia conciliabile, già sotto il profilo logico,
con quella distanza e valutazione oggettiva sulle quali poggia inoltre la
rappresentazione dell’altro, dimostra soltanto che ci è negato il sapere
perfetto intorno all’individualità dell’altro; e tutti i rapporti degli uomini
tra loro sono condizionati dal diverso grado di questo difetto. Quale che sia
la sua causa, la conseguenza è però in ogni caso una generalizzazione
dell'immagine psichica dell’altro, uno sfumare dei contorni che aggiunge
all’unicità di questa immagine una relazione con altre. Noi rappresentiamo ogni
uomo con particolari conseguenze per il nostro rapporto pratico con lui come il
tipo di uomo al quale la sua individualità lo fa appartenere; lo pensiamo,
insieme a tutta la sua singolarità, sotto una categoria generale che certamente
non lo ricopre del tutto e che egli non ricopre del tutto, e in virtù di tale
determinazione questo rapporto si differenzia dal rapporto tra il concetto
generale e il particolare che in esso rientra. Per conoscere l’uomo noi non lo
vediamo nella sua pura individualità, ma lo vediamo sorretto, elevato o anche
abbassato dal tipo generale al quale lo assegniamo. Anche quando questa
trasformazione è così impercettibile che non possiamo più riconoscerla
immediatamente, anche quando vengono meno tutti i consueti concetti
caratterologici morale o immorale, libero o vincolato, signorile o servile ecc.
noi denominiamo internamente l’uomo secondo un tipo tacito col quale il suo
puro essere per sé non coincide. E ciò conduce ancora un gradino più in giù.
Proprio in base alla piena unicità di una personalità noi ci formiamo un'immagine
di essa che non è identica alla sua realtà, ma che tuttavia non è un tipo
generale, ma è piuttosto l’immagine che egli mostrerebbe se fosse per così dire
interamente se stesso, se realizzasse, in senso buono o cattivo, la possibilità
ideale insita in ogni uomo. Noi siamo tutti frammenti non soltanto dell’uomo in
generale, ma anche di noi stessi. Noi siamo tutti abbozzi non soltanto del tipo
uomo in generale, non soltanto del tipo del buono e del cattivo e simili, ma
siamo abbozzi anche di quella individualità e unicità di noi stessi non più
denominabile in linea di principio la quale circonda, quasi disegnata con linee
ideali, la nostra realtà percepibile. Lo sguardo dell’altro integra però questo
materiale frammentario in quel che noi non siamo mai puramente e interamente.
Egli non può vedere soltanto uno accanto all’altro i frammenti che sono
realmente dati, ma come noi completiamo la macchia cieca nel nostro campo
visivo in modo tale che non si è coscienti di essa, così da questo materiale
frammentario perveniamo alla compiutezza della sua individualità. La prassi
della vita ci spinge a formare l’immagine dell’uomo soltanto in base ai
frammenti reali che conosciamo empiricamente di lui; ma essa poggia appunto su
quelle modificazioni e integrazioni, sulla trasformazione di quei frammenti
dati nella generalità di un tipo e nella compiutezza della personalità ideale.
Questo procedimento di principio, anche se in realtà raramente attuato fino
alla perfezione, opera nell’ambito della società già esistente come l’a priori
delle ulteriori azioni reciproche che si sviluppano tra gli individui. Entro
una cerhia legata da una qualche comunanza di professione o di interessi ogni
membro vede l’altro non già in modo puramente empirico, ma in base a un 4
priori che questa cerchia impone a ogni coscienza che ne faccia parte. Nelle
cerchie degli ufficiali, dei fedeli di una chiesa, dei funzionari, dei dotti,
dei familiari ognuno vede l’altro partendo dall’ovvio presupposto che egli è un
membro della sua cerchia. Dalla base di vita comune scaturiscono certe
supposizioni attraverso le quali ci si guarda reciprocamente come attraverso un
velo. Certamente questo non soltanto nasconde il carattere specifico della
personalità, ma le conferisce una nuova forma, fondendosi con la sua
consistenza individuale-reale in una formazione unitaria. Noi vediamo l’altro
non già semplicemente come individuo, bensì come collega o camerata o compagno
di partito, in breve come coabitatore del medesimo mondo particolare; e questo
presupposto inevitabile, che opera in modo del tutto automatico, è uno dei
mezzi per portare la sua personalità e la sua realtà nella rappresentazione
dell’altro alla qualità e alla forma richiesta dalla sua sociabilità. Ciò vale
evidentemente per il rapporto tra appartenenti a cerchie diverse. Il borghese
che fa la conoscenza di un ufficiale non può affatto liberarsi dal pensiero che
questo individuo è un ufficiale; e per quanto l’essere ufficiale possa far
parte di questa individualità, non ne fa però parte nell’identica forma
schematica in cui, nella rappresentazione dell’altro, ne pregiudica l’immagine.
E così accade al Protestante di fronte al Cattolico, al commerciante di fronte
al funzionario, al laico di fronte al sacerdote, e così via. Ovunque abbiamo
qui offuscamenti del profilo della realtà ad opera della generalizzazione
sociale, i quali ne precludono in linea di principio la scoperta nell’ambito di
una società socialmente assai differenziata. Così l’uomo incontra nella
rappresentazione dell’uomo spostamenti, sottrazioni e integrazioni poiché la
generalizzazione è sempre, nel medesimo tempo, più o meno dell’individualità
rispetto a tutte queste categorie operanti 4 priori: rispetto al suo tipo come
uomo, all’idea del suo proprio compimento, alla collettività sociale a cui egli
appartiene. Su tutto ciò aleggia come principio euristico del conoscere l’idea
della sua determinatezza reale, assolutamente individuale. Ma mentre sembra che
l'acquisizione di questa determinatezza conduca a una relazione correttamente
fondata con lui, di fatto quelle modificazioni e formazioni nuove che
ostacolano la sua conoscenza ideale sono proprio le condizioni in virtù delle
quali diventano possibili le relazioni, che sole conosciamo come sociali,
all’incirca come in Kant le categorie dell'intelletto, che formano i dati
immediati in oggetti del tutto nuovi, rendono esse soltanto conoscibile il
mondo dato. II. Un’altra categoria sotto la quale i soggetti guardano se stessi
e si guardano reciprocamente, in modo da poter produrre così formati la società
empirica, può venir formulata con la proposizione apparentemente banale che
ogni elemento di un gruppo non è soltanto parte di una società, ma è inoltre
ancora qualcosa. Ciò opera come 4 priori sociale nella misura in cui la parte
dell’individuo che non è rivolta alla società o non si risolve in essa mon se
ne sta semplicemente priva di relazione accanto alla sua parte socialmente
significativa, cioè non è soltanto un corpo estraneo alla società a cui questa,
volente o nolente, fa posto. Il fatto che l’individuo non sia per certi aspetti
elemento della società costituisce la condizione positiva della possibilità di
esserlo con altri aspetti del suo essere: il modo del suo essere-associato è
determinato o condeterminato dal modo del suo non-essere-associato. Dalle
indagini seguenti risulteranno alcuni tipi il cui significato sociologico è
fissato, addirittura nel suo nucleo e nella sua essenza, dal fatto che essi
sono in qualche modo esclusi dalla società per la quale la loro esistenza è
significativa: così avviene nel caso dello straniero, del nemico, del
criminale, perfino del povero. Ma ciò non vale soltanto per questi caratteri
generali, ma anche, in innumerevoli modificazioni, per qualsiasi fenomeno
individuale. Il fatto che ogni momento ci trovi circondati da relazioni con
uomini e che il suo contenuto ne sia determinato direttamente o indirettamente
non parla affatto in senso contrario; l’inserimento sociale in quanto tale
riguarda appunto esseri che non sono completamente abbracciati da esso. Del
funzionario sappiamo che non è soltanto funzionario, del commerciante che non è
soltanto commerciante, dell’ufficiale che non è soltanto ufficiale; e questo
essere extra-sociale, il suo temperamento e il precipitato dei suoi destini, i
suoi interessi e il valore della sua personalità, per quanto poco possano
modificare la sostanza delle attività compiute quale funzionario, commerciante,
militare, gli conferiscono tuttavia ogni volta per chiunque gli stia di fronte
una determinata zuance e intrecciano nella sua immagine sociale imponderabili
elementi extra-sociali. L'intero sistema di rapporti degli uomini nell’ambito
delle categorie sociali sarebbe diverso se ognuno si presentasse all’altro
soltanto come quel che è nella sua categoria, come portatore del ruolo sociale
che proprio ora gli spetta. Certamente gli individui, al pari delle professioni
e delle situazioni sociali, si differenziano secondo la misura di quell’inoltre
che essi possiedono o ammettono insieme con il loro contenuto sociale. Un polo di
questa serie è costituito per esempio dall'uomo nei rapporti di amore o di
amicizia. Qui ciò che l’individuo riserva per sé, al di là degli sviluppi e
delle attività rivolte all’altro, può avvicinarsi quantitativamente al
valore-limite zero; siamo in presenza di un’unica vita, che può essere
considerata o viene vissuta per così dire da due lati per un verso dal lato
interno, dal terminus a quo del soggetto, e poi anche, come vita del tutto
immutata, nella direzione dell’individuo amato, sotto la categoria del suo
termi nus ad quem, che essa accoglie senza residuo. Sotto una tendenza del
tutto diversa il sacerdote cattolico presenta un fenomeno formalmente identico,
nel senso che la sua funzione ecclesiastica ricopre e ingloba completamente il
suo essere-per-sé individuale. Nel primo di questi casi estremi l’ inoltre
dell’attività sociologica scompare, perché il suo contenuto si è risolto
completamente nel rivolgersi all'individuo che gli sta di fronte, nel secondo
perché il tipo corrispondente di contenuti è scomparso in linea di principio.
Il polo opposto è offerto per esempio dai fenomeni della cultura moderna
determinata dall’economia monetaria, nella quale l'uomo come produttore,
compratore o venditore, e in generale come soggetto di una prestazione, si
avvicina all’ideale dell’oggettività assoluta. Prescindendo dalle posizioni
elevate, di carattere direttivo, la vita individuale e cioè il tono della
personalità complessiva è scomparso dalla prestazione; gli uomini sono soltanto
i portatori di un equilibrio di prestazione e contro-prestazione regolato
secondo norme oggettive, e tutto ciò che non fa parte di questa pura
oggettività è anche di fatto sparito da essa. L’inoltre ha assorbito
completamente in sé la personalità con la sua colorazione particolare, la sua
irrazionalità, la sua vita interiore, lasciando a quelle attività sociali
nettamente separate soltanto le energie ad esse specifiche. Gli individui
sociali si muovono sempre tra questi estremi, in modo tale che le energie e le
determinatezze rivolte al centro interno mostrano un qualche significato per le
attività e il modo di sentire validi per l’altro. Infatti nel caso-limite
perfino la coscienza che quest'attività o questo stato d’animo sociale sia
qualcosa di separato dal resto dell’uomo e 707 entri, con ciò che egli è e
significa altrimenti, nella relazione sociologica, ha un'influenza del tutto
positiva sull’atteggiamento che il soggetto assume di fronte agli altri e che
gli altri assumono di fronte ad esso. L’a priori della vita sociale empirica è
il fatto che la vita non è del tutto sociale; noi formiamo le nostre relazioni
reciproche non soltanto con la riserva negativa di una parte della nostra
personalità che non entra in esse, e questa parte influisce sui processi
sociali nell'anima non soltanto mediante connessioni psicologiche generali, ma
proprio il fatto formale che essa sta al di fuori di tali processi determina il
modo di questa influenza. Il fatto che le società siano formazioni derivanti da
esseri che stanno allo stesso tempo dentro e fuori di esse è anche alla base di
una delle più importanti formazioni sociologiche: quella, cioè, per cui tra una
società e i suoi individui può sussistere anzi forse, in modo più aperto o più
latente, sussiste sempre un rapporto simile a quello tra due partiti. In tal
modo la società produce forse la più cosciente, almeno la più generale
configurazione di una forma fondamentale della vita in genere: il fatto che
l’anima individuale non può mai stare in una connessione senza stare
contemporaneamente al di fuori di essa, che non è mai inserita in un
ordinamento senza trovarsi nel medesimo tempo contrapposta ad esso. Ciò va
dalle connessioni trascendenti e generalissime fino alle più singolari e
accidentali. L'uomo religioso si sente completamente circondato dall’essere
divino, come se fosse soltanto un battito della vita divina, e la sua propria
sostanza è data senza riserve, anzi in una mistica indistinzione con quella
dell’assoluto. Eppure, per dare anche soltanto un senso a questa fusione, egli
deve conservare un qualche essere autonomo, un termine personale a lui
contrapposto, un io separato per il quale la risoluzione in questo essere
divino onnicomprensivo rappresenta un compito infinito, un processo che non
sarebbe né metafisicamente possibile né religiosamente percepibile se non
partisse da un essere per sé del soggetto: l’essere-uno con Dio è condizionato
nel suo significato dall’essere-altro rispetto a Dio. AI di là di questo
innalzamento nel trascendente la relazione che lo spirito umano rivendica,
attraverso tutta la sua storia, con la natura come un tutto rivela la medesima
forma. Noi ci sappiamo da un lato inseriti nella natura, come uno dei suoi
prodotti che sta da eguale tra eguali accanto a qualsiasi altro, come un punto
che le sue materie ed energie raggiungono e abbandonano, nello stesso modo in
cui circolano attraverso l’acqua corrente e la pianta in fiore. E tuttavia
l’anima ha il sentimento di un essere-per-sé indipendente da tutti questi
intrecci e da queste relazioni, che si designa col concetto così malsicuro
sotto il profilo logico di libertà, il quale offre a tutto questo meccanismo,
di cui noi siamo pur tuttavia un elemento, un termine contrapposto e un
ripagamento che culmina nel radicalismo per il quale la natura viene considerata
soltanto una rappresentazione presente nelle anime umane. Come però qui la
natura, con tutta la sua propria innegabile legalità e con la sua dura realtà,
è pur sempre inclusa nell’io, così d’altra parte questo io, con tutta la sua
libertà e il suo essere per sé, con la sua antitesi nei confronti della mera
natura, è pur sempre un elemento di essa. La connessione usurpatrice della
natura è appunto tale che essa comprende questo essere autonomo, anzi spesso
ostile ad essa, e che ciò che nel suo più profondo sentimento vitale sta al di
fuori dev'essere invece un suo elemento. Questa formula vale egualmente per il
rapporto tra gli individui e le singole cerchie dei loro legami sociali, oppure
se questi vengono riassunti nel concetto o nel sentimento di essere associati
in generale per il rapporto tra gli individui in quanto tale. Noi ci sappiamo
da una parte prodotti della società: la serie fisiologica degli antenati, i
loro adattamenti e le loro fissazioni, le tradizioni del loro lavoro, del loro
sapere e delle loro credenze, l’intero spirito del passato cristallizzato in
forme oggettive determinano le disposizioni e i contenuti della nostra vita,
cosicché può sorgere la questione se l'individuo sia qualcosa di diverso da un
recipiente nel quale si mescolano in misura variabile elementi preesistenti.
Infatti, anche se questi elementi fossero in ultima analisi prodotti dagli
individui, il contributo di ognuno sarebbe una grandezza infinitesimale, e
soltanto mediante il loro riunirsi in specie e in società si produrrebbero i
fattori nella cui sintesi consisterebbe poi di nuovo l’individualità che si può
specificare. D'altra parte noi ci sappiamo membri della società, intessuti con
il nostro processo vitale, con il suo senso e il suo scopo in modo tanto poco
indipendente nella sua prossimità come nella sua successione. Come non
possediamo un essere per noi in quanto esseri naturali, perché la circolazione
degli elementi naturali pervade tanto noi quanto formazioni completamente prive
di un io, e l'eguaglianza di fronte alle leggi naturali risolve senza residui
la nostra esistenza in un mero esempio della loro necessità, così in quanto
esseri sociali non viviamo intorno a un centro autonomo, ma siamo in ogni
attimo composti dalle relazioni reciproche con gli altri; e in tal modo siamo
comparabili con la sostanza corporea, che per noi sussiste soltanto più come
somma di molteplici impressioni sensibili, ma non come esistenza di per sé. Noi
sentiamo però che questa diffusione sociale non risolve completamente la nostra
personalità. Non si tratta soltanto delle riserve già avanzate, di particolari
contenuti il cui senso e il cui sviluppo risiedono 4 priori solamente
nell'anima individuale e non trovano assolutamente posto nella connessione
sociale; non si tratta soltanto della formazione dei contenuti sociali, la cui
unità come anima individuale non ha essa stessa carattere sociale, così come la
forma artistica nella quale confluiscono le macchie di colore sulla tela non è
derivabile dall’essenza chimica dei colori. Si tratta, in primo luogo, del
fatto che l’intero contenuto della vita, per quanto possa essere completamente
spiegato in base agli antecedenti sociali e alle relazioni reciproche,
dev'essere contemporaneamente considerato sotto la categoria della vita
individuale, come esperienza vissuta dell’individuo e interamente orientata
verso di esso. L'uno e l’altro elemento non sono che categorie diverse sotto le
quali ricade lo stesso contenuto, proprio come la medesima pianta può essere
vista ora nelle condizioni biologiche del suo sviluppo, ora nella sua
utilizzabilità pratica, o ancora sotto il profilo del suo significato estetico.
Il punto di vista dal quale l’esistenza dell’individuo viene ordinata e
compresa può essere scelto tanto all’interno quanto all’esterno di esso; la
totalità della vita, con tutti i suoi contenuti socialmente derivabili, può
essere tanto concepita come il destino centripeto del suo portatore, quanto
valere con tutte le sue parti riservate all’individuo come prodotto ed elemento
della vita sociale. Il fatto dell’associazione colloca dunque l’individuo nella
duplice posizione dalla quale sono partito: egli è compreso in essa e
contemporaneamente si contrappone ad essa, è un elemento del suo organismo e al
tempo stesso è un tutto organico concluso, è un essere per essa e un essere per
sé. Ma l’aspetto essenziale e il senso del particolare 4 priori sociologico che
si fonda su tale fatto è che tra individuo e società l’interno e l'esterno non
costituiscono due determinazioni sussistenti l’una accanto all’altra benché si
possano occasionalmente sviluppare anche in questo modo, fino all’ostilità
reciproca ma definiscono la posizione del tutto unitaria dell’uomo che vive
socialmente. La sua esistenza non è soltanto parzialmente sociale e
parzialmente individuale in una divisione di contenuti; ma si colloca sotto la
categoria fondamentale, formativa, non ulteriormente riducibile di una unità
che non possiamo esprimere altrimenti che mediante la sintesi o la
contemporaneità delle due determinazioni logicamente contrapposte dell'essere
membro della società e dell’essere per sé, dell’essere prodotto e compreso
dalla società e del vivere in base al proprio centro e per il proprio centro.
La società non consiste soltanto come è risultato sopra di esseri che in parte
non sono associati, ma anche di esseri che si sentono da una parte esistenze
completamente sociali, e dall’altra, conservando lo stesso contenuto,
completamente personali. E questi non sono due punti di vista che coesistano
privi di relazione, come quando si considera per esempio lo stesso corpo sotto
il profilo ora del suo peso, ora del suo colore, ma costituiscono insieme
l’unità che chiamiamo essere sociale, la categoria sintetica nello stesso modo
in cui il concetto di causazione è un'unità 4 priori, anche se include entrambi
gli elementi, del tutto differenti per il loro contenuto, del causante e del
causato. Il fatto che abbiamo a disposizione questa formazione, questa capacità
di produrre sulla base di esseri ognuno dei quali può sentirsi come ferminus a
quo e terminus ad quem dei suoi sviluppi, dei suoi destini e delle sue qualità
un concetto di società che fa leva proprio su tali elementi, e di concepire
quest’ultimo come terminus a quo e terminus ad quem di quelle vitalità e
determinatezze esistenziali, costituisce un 4 priori della società empirica, e
rende possibile la sua forma quale la conosciamo. La società è una formazione
composta da elementi diseguali. Infatti anche dove tendenze democratiche o
socialistiche programmano o parzialmente raggiungono un’ eguaglianza , si
tratta sempre soltanto di un’eguaglianza di valore delle persone, delle
prestazioni, delle posizioni, mentre un’eguaglianza di qualità, di contenuti
vitali e di destini tra gli uomini non può neppure venir presa in considerazione.
E dove d'altra parte una popolazione ridotta in schiavitù costituisce soltanto
una massa come nei grandi regimi dispotici orientali quest’eguaglianza riguarda
sempre solamente certi aspetti dell’esistenza, per esempio quelli politici o
economici, ma mai la sua totalità, in quanto le sue qualità congenite, le sue
relazioni personali, i suoi destini vissuti avranno inevitabilmente una specie
di unicità e di insostituibilità non soltanto per il lato interno della vita,
ma anche per le sue relazioni reciproche con altre esistenze. Se ci si
rappresenta la società come uno schema puramente oggettivo, essa sì rivela
quale ordinamento di contenuti e di prestazioni che stanno in una relazione
reciproca per spazio, tempo, concetti, valori, permettendo così di prescindere
dalla personalità, dalla forma dell'io che sostiene la loro dinamica. Se quella
diseguaglianza di elementi fa apparire ogni prestazione o qualità nell’ambito
di questo ordine come caratterizzata individualmente, come inequivocabilmente
fissata al suo posto, la società si configura come un cosmo la cui molteplicità
è sì sterminata nel suo essere e nel suo movimento, ma in cui ogni punto può
essere costituito e svilupparsi soltanto in quel determinato modo, se la
struttura del tutto non dev'essere mutata. Ciò che è stato detto della
costruzione del mondo in generale che nessun granello di sabbia potrebbe essere
formato e collocato diversamente da com'è, senza che questo abbia come
presupposto e come conseguenza una modificazione dell'intera esistenza vale
anche per la costruzione della società, considerata come un intreccio di
fenomeni qualitativamente determinati. Quest'immagine della società in generale
trova un’analogia (come in una miniatura, infinitamente semplificata e per così
dire stilizzata) in una struttura di funzionari che consiste, in quanto tale,
in un determinato ordine di posizioni , in una predeterminatezza di funzioni
che, staccate dai loro portatori, dànno luogo a una connessione ideale;
nell’ambito di questa ogni nuovo individuo che entra a farne parte trova un
posto inequivocabilmente determinato, che lo ha per così dire aspettato e al
quale le sue energie devono adattarsi armonicamente. Naturalmente ciò che qui è
fissazione consapevole e sistematica di contenuti di prestazioni è, nella
totalità della società, un inestricabile intreccio di funzioni; le posizioni al
suo interno non sono date da una volontà costruttiva, ma si possono cogliere
soltanto attraverso l’attività creativa e l’esperienza vissuta degli individui.
E nonostante questa enorme differenza, nonostante tutto ciò che di irrazionale,
di imperfetto, di riprovevole dal punto di vista del valore la società storica
presenta, la sua struttura fenomenologica vale a dire la somma e il rapporto
del modo di esistenza e delle prestazioni offerte da ogni elemento sotto il
profilo oggettivo-sociale rimane un ordine fatto di elementi ciascuno dei quali
occupa un posto individualmente determinato, una coordinazione di funzioni e di
centri di funzioni dotate di senso, anche se non sempre di valore,
oggettivamente e nel loro significato sociale; mentre l’elemento puramente
personale, l'elemento internamente produttivo, gli impulsi e i riflessi dell’io
vero e proprio restano completamente fuori considerazione. Ossia, in altri
termini, la vita della società scorre non già psicologicamente, bensì
fenomenologicamente, considerata puramente sotto il profilo dei suoi contenuti
sociali in quanto tali come se ogni elemento fosse predestinato alla sua
posizione in questa totalità; con tutta la disarmonia rispetto alle istanze
ideali essa scorre come se tutti i suoi elementi stessero in un rapporto
unitario che fa dipendere ciascuno, proprio perché esso è questo particolare
elemento, da tutti gli altri e tutti gli altri da questo. Ciò permette di scorgere
l’a priori del quale dobbiamo ora parlare, e che per l’individuo significa un
fondamento e la possibilità di appartenere a una società. Che ogni individuo
sia di per sé orientato dalla sua qualità verso una determinata posizione
nell’ambito del suo miliew sociale; che questa posizione che idealmente gli
appartiene sia anche realmente presente nel complesso sociale questo è il
presupposto in base al quale l'individuo vive la sua vita sociale e che si può
definire come il valore di universalità inerente all’individualità. Esso è
indipendente dalla sua elaborazione in una chiara coscienza concettuale, ma
anche dalla sua realizzazione nel corso della vita reale così come l’apriorità
della legge causale quale presupposto formativo del conoscere è indipendente
dal fatto che la coscienza la formuli in concetti distinti e che la realtà
psicologica proceda sempre in conformità ad essa oppure no. La nostra vita
conoscitiva poggia sul presupposto di un’armonia prestabilita tra le nostre
energie spirituali, anche se ancora individuali, e l’esistenza esteriore,
oggettiva: infatti questa rimane sempre l’espressione di un fenomeno immediato,
non importa se si possa poi ricondurla metafisicamente o psicologicamente alla
produzione dell’esistenza ad opera dell'intelletto stesso. Parimenti la vita
sociale in quanto tale poggia sul presupposto di una fondamentale armonia tra
l’individuo e il complesso sociale, anche se ciò non impedisce le crasse
dissonanze tra la vita etica e la vita eudemonistica. Se la realtà sociale fosse
conformata senza ostacoli e senza difetti in base a questo presupposto di
principio, noi avremmo la società perfetta di nuovo non nel senso di una
perfezione etica o eudemonistica, ma nel senso di una perfezione concettuale:
per così dire non la società perfetta, ma la perfetta società. Finché
l’individuo non realizza o non trova realizzato questo 4 priori della sua
esistenza sociale vale a dire la penetrante correlazione del suo essere
individuale con le cerchie circostanti, la necessità integrante per la vita del
tutto della sua particolarità determinata dalla vita personale interiore fino
ad allora egli non è associato, e la società non è quell’attività reciproca
priva di lacune che il suo concetto enuncia. Questo comportamento acquista una
consapevole accentuazione con la categoria della professione. L’antichità non
ha conosciuto questo concetto nel senso di una differenziazione personale e di
una società articolata in base alla divisione del lavoro. Ma anche
nell’antichità sussisteva il fenomeno che ne costituisce il fondamento: che
l’agire socialmente efficace è l’espressione unitaria della qualificazione
interiore, che l’aspetto totale e permanente della soggettività si oggettiva
praticamente in virtù delle sue funzioni nella società. Soltanto che questa
relazione si attuava in un contenuto generalmente più uniforme; il suo
principio emerge nell’osservazione aristotelica che alcuni sono destinati per
la loro natura al SovAzbew, altri al Seorétew. A un grado più elevato di
elaborazione il concetto presenta la struttura caratteristica per cui da una
parte la società produce e offre in sé una posizione che è si differenziata da
altre per contenuto e contorni, ma che può in linea di principio essere
occupata da molti ed è quindi per così dire qualcosa di anonimo; e dall’altra
parte questa posizione, nonostante il suo carattere di generalità, viene
assunta dall’individuo in base a una chiamata interiore, a una qualificazione
sentita come del tutto personale. Affinché esista in generale una professione
deve sussistere quell’armonia comunque essa sia sorta tra la costruzione e il
processo vitale della società, da un lato, e le qualità e gli impulsi
individuali, dall'altro. Su questo presupposto generale si fonda in ultima
analisi l’idea che per ogni personalità vi sia, nell’ambito della società, una
posizione e funzione alla quale essa è chiamata , e l'imperativo di cercare
finché la si trova. La società empirica diventa possibile soltanto mediante
questo 4 priori che culmina nel concetto di professione, e che certamente al
pari di quelli finora trattati non può essere designato con una semplice parola
d’ordine, come consentono di fare le categorie kantiane. I processi di
coscienza con i quali l’associazione si compie l’unità a partire dai molti, la
determinazione reciproca degli individui, il significato reciproco degli
individui per la totalità degli altri e di questa totalità per l’individuo
hanno luogo in base a questo presupposto di principio, non già astrattamente
consapevole ma che si esprime nella realtà della prassi: il presupposto secondo
cui l’individualità del singolo trova un posto nella struttura
dell’universalità, anzi che questa struttura, nonostante l’aspetto
imprevedibile dell’individualità, è rivolta in certa misura a questa e alla sua
funzione. La connessione causale che intesse ciascun elemento sociale
nell’essere e nell’agire di ogni altro, dando così luogo alla rete esteriore
della società, si trasforma in una connessione teleologica non appena la si
considera dal punto di vista dei portatori individuali, di coloro che la
producono, i quali si sentono come io e il cui atteggiamento cresce sul terreno
della personalità che è per sé e si determina da sé. Il fatto che quella
totalità fenomenica si adatta allo scopo di queste individualità che quasi le
si fanno incontro dall’esterno, che offre al processo vitale di queste,
determinato dall’interno, il luogo in cui la sua particolarità diventa un
elemento necessario nella vita del tutto tutto ciò, assunto come categoria
fondamentale, conferisce alla coscienza dell’individuo la forma che lo designa
come elemento sociale. È una questione abbastanza oziosa se le indagini sulla
teoria della conoscenza della società, che dovevano essere esemplifica te da
questi abbozzi, rientrino nella filosofia sociale o non già addirittura nella
sociologia. Ammettendo pure che esse costituiscano una zona di confine tra i
due metodi, la sicurezza del DI problema sociologico quale è stato tratteggiato
avanti e la delimitazione nei confronti della problematica filosofica non ne
soffrono più di quanto la determinatezza dei concetti di giorno e di notte non
soffra del fatto che esiste un crepuscolo, o quella dei concetti di uomo e di
animale non soffra del fatto che forse si possono trovare gradi intermedi che
riuniscono le caratteristiche di entrambi in maniera per noi concettualmente
non separabile. Quando il problema sociologico si rivolge all’astrazione di ciò
che nel complesso fenomeno che chiamiamo vita sociale è realmente soltanto
società, vale a dire associazione; quando esso elimina dalla purezza di questo
concetto tutto ciò che viene sì realizzato storicamente soltanto entro la
società, ma non costituisce la società come tale, come forma singolare e
autonoma di esistenza allora viene individuato un nucleo di compiti assolutamente
inequivocabile; e pur potendo accadere che la periferia di questa cerchia di
problemi entri, temporaneamente o durevolmente, in contatto con altre cerchie,
che la delimitazione dei confini diventi dubbia, non per questo il centro
rimane meno saldo al suo posto. Passo ora a mostrare la fecondità di questo
concetto e problema centrale in indagini particolari. Lungi dalla pretesa di
esaurire il numero delle forme di azione reciproca che costituiscono la
società, esse mostrano soltanto la via che potrebbe condurre all’isolamento
scientifico dell’intero ambito della società dalla totalità della vita; cioè si
propongono di mostrarla compiendo i primi passi su tale cammino. La relazione
di uno spirito con un altro, che noi definiamo comprendere, costituisce un
avvenimento fondamentale della vita umana, la cui recettività e attività
propria è unificante in un modo non più scomponibile, ma che è soltanto oggetto
di esperienza vissuta. Nell’esame del comprendere in generale è incluso l'esame
del comprendere propriamente storico. Infatti, nello stesso modo in cui tutte
le nostre produzioni ideali, puramente spirituali, trovano i loro abbozzi
frammentari in quelle forme e in quei modi di procedere che lo spirito ha
sviluppato per esigenze pratiche e per i progressi della vita, così anche la
storia scientifica si è preformata in maniera indicativa nelle formazioni e nei
metodi con cui la prassi si costruisce le immagini del passato come condizioni
della vita che avanza. Ma dal momento che senza di ciò è del tutto impensabile
ogni passo della vita, sorretto dalla coscienza del passato, qui non si tratta
del caos sterminato e senza forma dell’intera materia ricordata o tramandata
della vita; al contrario, già la sua valutazione pratica è condizionata dalla
sua scomposizione e dalla sua sintesi, dall'ordinamento in concetti e in serie,
dall’attribuzione e dallo spostamento di accento, da interpretazioni e da
integrazioni. Così diverse categorie teoretiche funzionano qui in vista di un
interesse non teoretico, continuamente incorporate nelle con * Vom WWesen des
historischen Verstehens, Geschichtliche Abende in Zentralinstitut fur Erziehung
und Unterricht , 5, Berlin, E. S. Mittler und Sohn, 1918, poi raccolto in
Briicke und Tiir: Essays der Philosophen zur Geschichte, Religion, Kunst und
Gesellschaft (a cura di M. Landmann, in collaborazione con M. Susman),
Stuttgart, Kochler Verlag (traduzione di Barbera e R.). nessioni della vita al
pari di qualsiasi coordinamento di movimenti, di qualsiasi impulso o riflesso.
La storia come scienza sorge non appena quelle categorie che elaborano il
materiale della vita in un'immagine spiritualmente intuibile, logicamente fornita
di senso e quindi in primo luogo suscettibile di applica zione pratica, si
svincolano da questa subordinazione a uno scopo € costituiscono autonomamente,
in base a un interesse teoretico libero da legami, in una nuova completezza e
con un nuovo valore specifico, le immagini della vita passata. Come noi siamo
sempre, per così dire, storici embrionali di noi stessi, così d'altra parte noi
completiamo e assolutizziamo in quanto storici scientifici gli orientamenti e
le elaborazioni della vita pre-scientifica. Sulla base di questo rapporto
reciproco del tutto generale l’analisi della comprensione storica appare
condizionata dall’esame del modo in cui può accadere che un uomo ne comprenda
un altro. Infatti, per quanto differenti possano essere i punti di partenza e
le vie, l’interesse e il materiale, la comprensione di Paolo e di Luigi XIV è
alla fine essenzialmente identica a quella di un uomo che conosciamo
personalmente. La struttura di ogni comprendere è una sintesi intima di due
elementi inizialmente separati. Ciò che è dato è un fenomeno fattuale, che in
quanto tale non è ancora compreso. Da parte del soggetto a cui questo fenomeno
è dato si aggiunge un secondo elemento, emergente in modo immediato da questo
soggetto, oppure da esso assunto ed elaborato il pensiero comprendente, che
penetra per così dire il fenomeno dato e ne fa qualcosa di compreso. Questo
secondo elemento psichico è talvolta cosciente di per sé, talvolta
rintracciabile soltanto nel suo effetto, vale a dire, appunto, in ciò che ora
viene compreso. Tale rapporto fondamentale trova tre configurazioni tipiche,
che trapassano tutte dalla loro più o meno grande realizzazione in forma
pre-scientifica alla metodica della storia scientifica. In primo luogo si
tratta di comprendere i fenomeni e le azioni di un individuo che sono dati ai
sensi esterni in modo tale che essi siano motivati psichicamente, cioè in
questo caso di comprendere gli avvenimenti psichici attraverso queste
manifestazioni sensibili che li accompagnano. A prima vista l’altro uomo è per
noi una somma di impressioni esterne. Noi lo vediamo, lo tocchiamo, lo udiamo;
ma che dietro tutto ciò viva un’anima, che tutti questi elementi esterni
abbiano un significato psichico, un aspetto interno che non si esaurisce nella
loro immagine sensibile in breve, che l’altro non sia una marionetta, ma
qualcosa di comprensibile interiormente ciò non è dato in eguale misura, ma
rimane sempre una congettura non suscettibile di essere provata in modo
assoluto. E come l’individuo deve comunicare l’essere animato all’altro,
anziché sentirlo come una concretezza cogente, ossia come un’impressione
sensibile, la stessa cosa avviene naturalmente anche in relazione ai contenuti
psichici particolari. Ciò che quello vuole e pensa e sente, noi non possiamo vederlo:
tutto quanto si vede è solamente un ponte e un simbolo per stimolare e guidare
il soggetto alla creazione costruttiva di ciò che può accadere nell’anima
dell’altro. Ulteriore conseguenza di ciò è il fatto che ogni sapere relativo a
questi processi dell’altro, ogni loro comprensione, rappresenta una
trasposizione di avvenimenti interni vissuti dal soggetto stesso: ogni
sentimento, il sorgere di rappresentazioni sulla base di rappresentazioni
passate, il dominio degli impulsi da parte dell’intero ambito di idee tutto ciò
deve prima avvenire in me per poter essere imputato all’altro. Da dove, se non
dalla mia anima, dovrei infatti prendere il materiale per la conoscenza e la
comprensione degli altri, che non si presentano davanti a me in modo leggibile?
E in ciò sta manifestamente anche il problema fondamentale del comprendere
propriamente storico. Se già posso comprendere l’uomo che si offre ai miei
occhi e alle mie orecchie solamente in quanto lo fornisco, al di là di tutto
ciò che ho visto e udito, dei contenuti della mia anima, un uomo da lungo tempo
passato del quale ci sono tramandate soltanto azioni oggettive, manifestazioni
frammentarie, tracce oggettive della sua esistenza sarebbe per me un semplice
complesso di elementi esterni non compresi qualora non collocassi dietro tutto
ciò situazioni e movimenti psichici, il cui senso e la cui connessione non
possono venirmi se non dalle esperienze della mia propria interiorità. La
comprensione della persona storica presupporrebbe quindi, per quanto essa sia
per altri versi diversa da me, un'identità essenziale tra noi due rispetto ai
punti da comprendere. Mi richiamo a quest’apparente inevitabilità, per la quale
si offrono come prove alcune osservazioni. L'esperienza sembra indicare che chi
non ha mai amato o odiato non comprende chi ama o chi odia, che la sobrietà
dell’uomo pratico non comprende il comportamento dell’idealista sognatore e
viceversa, che il flemmatico non comprende le connessioni di idee del sanguigno
e viceversa. Così lo storico pedantesco, adatto ai rapporti piccolo-borghesi,
non comprenderà mai le manifestazioni della vita di Mirabeau o di Napoleone, di
Goethe o di Nietzsche, per quanto visibili e chiare esse siano. L’assenza di
speranza con cui la comprensione dell'Europa si pone dinanzi all'anima
orientale viene comprovata dai conoscitori di cose orientali in modo tanto più
netto quanto più profonde e ampie sono le loro esperienze. Meno imperativo ma
ritengo non meno fondato è il dubbio se l’uomo moderno comprenda nella loro
reale interiorità l’Ateniese delle guerre persiane, il monaco medievale o anche
solamente la società di corte dipinta da Watteau. Non parlo qui della mancanza
o dell’equivocità delle fonti, ma di un’impossibilità di comprensione a cui non
può essere di aiuto la quantità e il contenuto dei documenti, poiché la
costituzione del soggetto non fornisce quella reazione all’oggetto che
costituisce il comprendere. Sarebbe tuttavia avventata la conclusione che alla
base della comprensione sta l’identità tra soggetto e oggetto. Se si osservano
un po’ più da vicino quei fatti, risulterà che essi sono esclusivamente di
carattere negativo, ossia che una certa misura di diseguaglianza sostanziale
impedisce certo la comprensione; ma da ciò non discende affatto che l’identità
la produca positivamente. Sarebbe un errore eguale al voler concludere, sulla
base di un disturbo psichico provocato da determinate lesioni cerebrali, che
questo punto della corteccia cerebrale abbia prodotto il processo di coscienza
in questione nella sua normalità. Il mutamento o l’assenza di una tra le varie
complicate condizioni, più o meno prossime, dei processi organici e in
particolare di quelli psichici basta spesso a determinare una completa
deviazione, senza che per questo essa possa valere come loro causa positiva. Si
potrà soltanto dire che una certa misura di diversità psichica è di ostacolo
alla comprensione di date manifestazioni. Che però questa sia prodotta
dall’identità di essenza è tanto meno dimostrato quanto più vediamo infinite
volte che i fraintendimenti peggiori sorgono proprio tra uomini maggiormente
simili per disposizione naturale. Il presupposto logico del presunto
condizionamento del comprendere da parte dell’identità di essenza è che le
qualità psichiche presenti nell'altro debbano essere inferite soltanto in base
a certi simboli e indizi esterni. Anche questo è a prima vista plausibile.
Quando il bambino ha un dolore, sente se stesso gridare; in base a questo, e
soltanto in base a questo, può inferire che un altro, che egli sente gridare, prova
dolore come lui, e così via. Contro la generalizzazione di questa ipotesi
voglio addurre però una sola obiezione, puramente empirica. Una delle
percezioni che ci rivelano nel modo più univoco e impressionante la
costituzione psichica di un altro è Io sguardo del suo occhio; ma proprio per
questo ci manca ogni analogia tratta dalla percezione di noi stessi. Chi non è
attore e non ha studiato davanti allo specchio l’espressione degli occhi di
collera e di tenerezza, di languore e di estasi, di spavento e di desiderio non
ha quasi mai occasione di osservarla in se stesso. Qui non può quindi
sussistere nessuna associazione tra la propria esperienza interna e la propria
percezione esterna, tale che l'inferenza dalla percezione esterna di un altro
all’interpretazione dell’interiorità altrui possa configurarsi come un richiamo
a tale associazione. Quest’unico fatto mi sembra costituire una prova
sufficiente che la propria esperienza interna-esterna non può fornire la chiave
per penetrare l’esperienza esterna-interna di altri. Di un'esperienza del
genere c’è però bisogno se non altro per l’infelice separazione dell’uomo in
corpo e anima, la quale riserva al corpo di per sé preso una percezione
concreta che si presuppone soltanto fisico-esteriore, mentre per la constatazione
dell'elemento psichico ha bisogno di quella trasposizione mediata da rapporti
di associazione dell’esperienza soggettiva interna negli altri, cioè di un atto
che è tanto complicato (anzi mistico) quanto insufficiente per la funzione che
da esso si pretende. Piuttosto, io sono convinto che noi percepiamo l'uomo
intero e che soltanto in virtù di un’astrazione successiva ne percepiamo la
corporeità isolata proprio come anche nel soggetto percipiente non è l’occhio
anatomicamente isolato che vede, ma è l’uomo intero, la cui vita complessiva è
come canalizzata dal singolo organo di senso. Questa percezione dell'esistenza
totale può essere oscura e frammentaria, suscettibile di perfezionamento
mediante la riflessione e l’esperienza personale e stimolata dai particolari,
sfumata secondo il grado di capacità e finora non localizzabile in un organo
determinato essa è il modo fondamentalmente unitario in cui l’uomo agisce
sull’uomo, è l'impressione complessiva non ben analizzabile intellettualmente,
la conoscenza prima e per lo più decisiva degli altri, anche se ancora aperta a
molti completamenti. E come la comprensione storica in generale è soltanto un
modo del comprendere identico nel tempo, e del tutto attuale, così la creazione
o il discorso, l’azione o l'influenza a noi tramandati dall'uomo del passato lo
contengono realmente, in linea di principio, e lo presentano alla nostra
altrettanto indivisa facoltà recettiva; ogni elemento particolare che l’uomo
offre è una pars pro toto. Certamente nella realtà storica gli stimoli sono più
scarsi, la via per ottenere l’immagine compiuta è più lunga e tortuosa, il
risultato è più incompleto e problematico. In definitiva, però, nella misura in
cui viene raggiunta, l’immagine della personalità storica e del suo comportamento
sta dinanzi a noi come quella di un uomo conosciuto di persona, accessibile e
còlto nelle sue determinazioni particolari e nel loro legame causale, senza
essere in alcun modo un calco delle nostre proprie qualità o delle nostre
esperienze vissute. E se, anche soltanto per giungere alla sua constatazione,
vi fosse bisogno di una trasposizione dei fatti psichici dalla loro sede
propria, non per questo sarebbe in alcun modo data la comprensione di questi
fatti. Quantosovente ci troviamo infatti del tutto incapaci di comprendere di
fronte al nostro proprio passato, quanto sovente l’uomo maturo non capisce più
azioni e sentimenti della sua gioventù, quanto di appena sentito e voluto
dobbiamo accettare come fatto muto della nostra esistenza senza comprendere
come abbia potuto sorgere dalle sue condizioni e dal nostro carattere, anzi
senza comprendere che cosa sig nifica nel suo senso autentico! Qui l'oggetto
della volontà di comprensione è certamente dato nella propria esperienza, e
niente può dimostrare in modo più decisivo che la presunta trasposizione della
propria esperienza interna non rappresenta la via alla comprensione della
personalità storica. Può darsi che si colga soltanto lo spirito al quale in
qualche modo si somiglia: può darsi che le azioni di un essere vivente su Sirio
ci risultino magari intelligibili ma per il fatto di assomigliare in modo
essenziale a uno spirito, non lo si coglie ancora. Al modo di pensare greco con
il suo solido sostanzialismo, con la sua aderenza alla sicurezza plastica della
forma e la sua immediata forza di convinzione, corrispondeva il principio che
si può conoscere soltanto il simile con il simile . Ciò appare però un dogma
ingenuamente meccanicistico come se la rappresentazione del comprendere e il
suo oggetto fossero due grandezze da far coincidere, mentre in questo modo si
fa straordinariamente violenza ai fatti. Nessuno potrà infatti negare di saper
cogliere in altri dei sentimenti che non ha provato egli stesso, di comprendere
nodi del destino interiore che non ha mai vissuto, di rappresentarsi impulsi
della volontà che siano completamente estranei alla sua volontà. Non si può
mettere in disparte questa difficoltà, a cui va incontro la concezione della
propria esperienza come presunta condizione del comprendere, concedendo che
naturalmente il processo psichico vissuto in sé non coincide precisamente con
quello vissuto da un altro, e che si devono apportare in esso alcune
trasformazioni, diversità di tono, certi mutamenti quantitativi e qualitativi.
Infatti, se si concepisce la differenza tra i due processi come una differenza
poco importante o solo formale, essa non risulta più facile da superare; e dove
starebbe poi il criterio che consente di giudicarla oggettivamente più grande o
più piccola? Il principio per cui noi comprendiamo negli altri solo ciò che
abbiamo esperito in noi stessi può solamente valere o non valere; ed esso viene
infranto dal più insignificante contenuto psichico, che sappiamo presente
nell'anima altrui senza che si sia presentato nella nostra, così come dal più
esteso. Ciò che trascina in queste difficoltà l’intera teoria è il realismo,
che pretende di assumere nel conoscere le cose come esse sono realmente . La
propria esperienza vissuta è in base al suo stesso concetto realtà immediata, e
solamente quando l’esperienza vissuta dell’altra anima può essere rappresentata
in identità con essa questo ingenuo modo di pensare crede di essere certo in
virtù dell'identità dei fenomeni esterni anche del processo veramente avvenuto
nell’altro. Dal fatto che posso certo rappresentare l’esperienza vissuta altrui
si inferisce, del tutto erroneamente, che io devo rappresentarmela come
rappresento la mia nello stesso modo in cui i teorici dell'etica dell’egoismo
inferiscono, in base al fatto che sono il soggetto della mia volontà, che devo
esserne anche l'oggetto; e si giunge a questa conclusione perché soltanto la
propria esperienza vissuta si presenta come realtà piena, mentre non si può
essere certi di quella altrui, se non in virtù di una possibile trasposizione
da quella a questa o considerandola come questa. Anche nella teoria della
penetrazione simpatetica dei miei processi interiori negli altri dovrei sapere
in anticipo quale parte delle mie esperienze vissute devo delegare a tale
missione; ma così viene già presupposta l’intuizione del processo esterno che
dovevo invece ottenere per questa via. Ritengo piuttosto che l’incorporazione
della propria anima nell’altro, per percepirlo come animato, costituisca una
trasposizione del tutto indimostrata da esperienze di altra specie a questo
fenomeno non comparabile; ritengo cioè che il tu sia piuttosto un fenomeno
originario allo stesso titolo dell’io, e che la teoria della proiezione valga
per il tu tanto poco quanto vale per le cose date nello spazio. Le cose non
sono compiute una volta per tutte nella nostra testa, e poi proiettate con un
procedimento misterioso in un spazio pronto a riceverle come si trasloca con i
propri mobili in un appartamento vuoto; riconoscere questo spazio costituirebbe
pur sempre un problema non minore del riconoscere in anticipo tale oggetto come
oggetto spaziale. Piuttosto, se per una volta poniamo la questione partendo dal
soggetto, la spazialità dell’oggetto è un modo o forma originaria dell’intuire.
In questo caso, intuire non significa altro che intuire spazialmente e la
duplicazione della cosa come se essa fosse dapprima in noi e poi fuori di noi è
del tutto superflua. Così l’anima non è dapprima qualcosa che sappiamo presente
in noi e che poi proiettiamo in un corpo appropriato a tale scopo, in modo da
pervenire a un tu soltanto attraverso questo strano processo; in noi sorgono
piuttosto anche qui ci atteniamo al punto di vista dell’idealismo certe
rappresentazioni che fin dall’inizio costituiscono un tu e vengono percepite
come suoi contenuti psichici. L’espressione linguistica in base a cui si
colloca l’essere animato dell’uomo dietro il suo aspetto visibile e palpabile,
questa simbolizzazione spaziale del tutto superficiale, contribuisce molto a
separare gnoseologicamente tale essere animato, inteso come l’aldilà
misteriosamente inattingibile, dall’ esterno che è invece immediatamente
accessibile. Soltanto se abbiamo prima scisso il fenomeno dell’altro uomo in
un’anima e in un corpo, dobbiamo allora costruire un ponte tra di essi, per
ricucire l’unità che era invece data fin dall’inizio: noi abbandoniamo il corpo
esclusivamente alla sensibilità ottica, e altrettanto esclusivamente consegnamo
l’anima alla nostra anima, lasciando poi trasmigrare quest’anima inquel corpo
mediante un processo di introduzione, di trasposizione, di proiezione o
comunque si voglia chiamare quest’atto mai dimostrabile. Ma tale scomposizione
è l’atto di violenza di un pensiero atomizzante. Certamente, anche la prassi
quotidiana, al pari della formazione dell’immagine storica, sembra legalizzare
partendo da un materiale sempre accidentale e lacunoso, spesso soltanto
superficialissimo questa scomponibilità e la distanza, che il pensiero deve
quindi superare, tra esterno e psichico. Ma tale separazione, prodotta dalla
precarietà e dalla discontinuità materiale della vita, ha tuttavia come punto
di partenza e come punto di arrivo il fondamentale fatto unitario che si può
chiamare il tu l’altro immediatamente compreso come animato. Anche quando la
considerazione del sintomo più esterno conduce per la via più lunga e
tormentosa alla sua comprensione psichica, questa categoria sta a base di essa,
e si trova di nuovo, pienamente realizzata, al termine della via. La categoria
del tu che è decisiva per la costruzione del mondo pratico e del mondo storico,
quasi come quelle di sostanza o di causalità lo sono per il mondo della scienza
naturale non può essere paragonata a nessun'altra. Non posso designare il tu
come mia rappresentazione nel medesimo senso in cui designo ogni altro oggetto:
debbo attribuirgli un essere per sé, così come lo percepisco, distinto da tutti
gli altri oggetti, soltanto nel mio proprio io. Perciò si spiega il fatto che
noi percepiamo l’altro uomo, il tu, al tempo stesso come l'immagine più distante
e impenetrabile e come quella più prossima e familiare. Il tu animato è da una
parte l’unico nostro pari nel cosmo, l’unico essere con cui possiamo
comprenderci reciprocamente e sentirci come uno come con nient'altro, cosicché
collochiamo nella categoria del tu ciò che per altri versi è natura, dove
riteniamo di sentirci in unità con essa: così Francesco poteva parlare agli
animali e agli esseri inanimati come a fratelli. D'altra parte, però, il tu
possiede una propria autonomia e sovrani tà accanto a noi che nient'altro
possiede, una resistenza contro la dissoluzione nel processo di
rappresentazione soggettivo dell’io, quell’assolutezza della realtà che l'io
sente in se stesso. Il tu e il comprendere sono la stessa cosa, espressa una
volta come sostanza e una volta come funzione un fenomeno originario dello
spirito umano come il vedere e l’udire, il pensare e il sentire, oppure come
l’oggettività in generale, come lo spazio e il tempo, come l’io; è il
fondamento trascendentale del fatto che l’uomo sia uno %éov roArrwxév.
Certamente, si tratta di un grado successivo del nostro sviluppo; certamente,
di rado esso possiede la medesima univocità del suo contenuto; certamente, esso
compare soltanto sulla base di condizioni psicologiche più complicate. Ma anche
gli atti della coscienza che si presentano come primari sono condizionati da
ciò che è trascorso; anch'essi hanno bisogno di uno sviluppo. Qui c’è soltanto
una differenza di grado: è perciò erronea l’opinione che tali fenomeni psichici
non possano essere in sé nulla di semplice e di primario per il fatto che
compaiono soltanto tardi, incompleti e in situazioni variamente condizionate.
Che l'insufficienza delle condizioni in cui si leva l’immagine o la
comprensione le mantenga incomplete, non prova affatto che esse vengano
prodotte per associazione mettendo semplicemente insieme quelle condizioni. Le
differenze all’interno di questo fenomeno originario sono innegabili,
soprattutto tra la comprensione di un avvenimento attuale o di una persona
convivente e la comprensione di oggetti divenuti storici. Che i dati siano qui
di solito numericamente più scarsi e accidentali, che siano affidati alla
mediazione intellettuale piuttosto che all’immediatezza sensibile, che nessuna
atmosfera temporale comune unisca il soggetto comprendente e il suo oggetto
tutto ciò può, nel caso particolare, escludere in parte o del tutto la
comprensione, ma sotto questo rispetto non esiste una differenza necessaria di
principio tra il presente e il passato. Certamente, noi possiamo avere un'esperienza
vissuta soltanto di ciò che è presente; ma anche nei confronti di questo
possiamo avere il rapporto di comprensione storica, che ognuno ha verso il
proprio passato. Per lo sguardo che scruta le distanze storiche l’avvenimento
esterno e l'avvenimento psichico sono spesso molto più separati l’uno
dall’altro di quanto non siano per l’intuizione immediata, ed esso ha più
sovente bisogno di compiere inferenze dall’uno all’altro; ma tutte queste sono
soltanto strade di accesso allungate, le quali in definitiva conducono a quel
comprendere che assume unità attraverso l’unità; oppure costituiscono le sue
frammentarie realizzazioni. Per questo comprendere, che spesso viene scisso
nelle sue condizioni a causa di insufficienze pratiche e accidentali, e perciò
appare all’analisi intellettuale come un’interpretazione di sintomi esterni
autonomi sulla base di un elemento psichico che sta dietro di essi, è adeguato
il concetto di intuizione, che pure di per sé è poco attraente. Ma ciò che
suscita sospetto, l'elemento mistico abusivamente presente in esso, scompare
proprio se noi abbiamo chiaro il fatto che l’applicazione dell’intuizione al
comprendere storico è circondata dall’uso, del tutto inevitabile, che se ne fa
in ogni momento della vita pratica. Una struttura più complicata mostra il
secondo tipo di comprendere, con cui un atto già conosciuto come psichico
dev’essere compreso mediante un altro atto appartenente alla stessa sfera
psichica. Se di un legittimista dello Hannover degli anni successivi al 1866 sentiamo
dire che ha odiato Bismarck, noi comprendiamo anzitutto questo sentimento in
modo immediato, così com’esso è. L’odio è un affetto a noi immediatamente noto.
Noi conosciamo interiormente il significato soggettivo che non richiede
un’ulteriore analisi di questo affetto, poco importa in quali circostanze e
attraverso quale portatore esso ci viene incontro. Questa comprensione di un
contenuto psichico particolare è trans-storica e, per così dire, oggettiva:
infatti si tratta sempre del medesimo processo psicologico fondamentale, sia
che lo applichi a Brunilde contro Crimilde', allo hannoveriano contro Bismarck,
all’inquilino contro il padrone di casa che lo angaria. La duplicità di
elementi che ogni comprendere I. Noti personaggi femminili della leggenda dei
Nibelunghi. presuppone consiste, in questa comprensione immediata dell’elemento
psichico, nel fatto che un caso individuale viene compreso in virtù di un
contenuto generale preesistente nel soggetto. Però comprendo storicamente
l’odio dello hannoveriano se conosco la guerra del ’66 e l'annessione
prussiana, ossia se lo riconosco in generale come elemento di una connessione
temporale complessiva. Ma, a questo punto, ogni momento di tali connessioni
dev'essere di nuovo compreso, a sua volta, in quel primo senso. Come comprendo
l’odio, devo ora comprendere che cos’è l'attaccamento a una casa regnante o il
valore attribuito all'indipendenza politica. Mentre quel primo comprendere
sembrava riguardare un contenuto atemporale o sovra-individuale e l’altro la connessione
reale di un divenire molto articolato, di fatto anche quest’ultimo si scinde in
una successione di singoli punti di comprensione, ognuno dei quali dev'essere
di nuovo compreso in modo sopra-storico e psicologico. Pertanto il comprendere
storico in quanto tale viene alla luce in modo manifesto quando questi momenti
discontinui, e compresi per così dire atemporalmente in modo discontinuo,
vengono riempiti da parte dell’osservatore di una corrente vitale continua che
li lega insieme, che apre la porta di uno agli altri, che permette di sentirli
come pulsazioni del corso temporale della vita. Il comprendere isolato di prima
si mostra ora fondato su una certa astrazione, in quanto dalla vita che sale e
si abbassa senza posa esso trae fuori la cresta di un’onda come un oggetto
circoscritto del comprendere, mentre nella realtà questa è legata in modo
continuo con la precedente e con la successiva, con tutte le onde della
medesima vita. L'istituzione di questa connessione continua è ciò che imprime
alla tradizione di quanto è meramente accaduto la forma della storia. Stabilire
che un determinato avvenimento ha avuto luogo in un certo anno non lo
trasformerebbe ancora in un avvenimento storico, se l’anno si collocasse
isolatamente in uno schema temporale per altri versi vuoto. Infatti sarebbe
ancor sempre possibile com‘prendere l'avvenimento in base al suo significato
interno, alla sua specificità indipendente dal tempo. Certo questo deve
avvenire in ogni caso; con ciò è però soltanto dato il materiale in cui il
divenire della storia si compie come una formazione determinata. La storia non
è il passato che ci è dato immediatamente €, più precisamente, in veste di
frammenti sempre discontinui, ma è invece una determinata forma o somma di
forme con cui lo spirito sintetico che osserva penetra e domina il materiale
accertato in precedenza, ossia la tradizione di ciò che è accaduto. Per il
fatto che comprendo una serie come storica non si aggiunge ad essa niente di
nuovo per quanto riguarda il suo contenuto; si è soltanto conseguita o
istituita una specie di connessione funzionale da parte dell’intuizione
interna. Come la considerazione storica in genere sottrae il particolare
contenuto di realtà alla rappresentazione limitata a quest’ultimo e lo colloca
come elemento prodotto e produttivo in connessioni senza fine, così procede ora
anche la funzione del comprendere quando coglie come storiche le realtà
psichiche date. Questi dati devono anzitutto venir compresi di per sé come
unità psichiche in qualche modo chiuse: senza tale presupposto non possono
essere storicizzate. Esse però lo diventano soltanto se si fluidificano in
qualche misura, se si mostrano come le formazioni particolari, di volta in
volta determinate, di una dinamica della vita che le collega tutte tra loro. È
quindi’ possibile determinare con maggiore profondità e precisione il concetto
della comprensione storica di una qualsiasi realtà psichica particolare dicendo
che esso significa la comprensione di questo elemento singolo in base alla
totalità vivente del suo portatore. È un errore assai diffuso ritenere che la
successione di certi dati psichici, ognuno dei quali presenta soltanto il suo
contenuto circoscritto, concettualmente determinabile, fornisca anche la
comprensione del dato successivo. Ciò corrisponde al principio atomistico e
meccanicistico che fa coagulare la vita psichica, intorno ai suoi contenuti
esprimibili logicamente, in singole rappresentazioni , e che vorrebbe coglierla
come la somma dei movimenti delle parti così separate l’una dall'altra. In tal
modo la comprensione dovrebbe procedere immediatamente di contenuto in
contenuto sulla base di quella che si potrebbe chiamare la logica della
psicologia, ma che in realtà è soltanto una mescolanza indistinta di logica e
di psicologia. Ma in questo modo viene meno la connessione dinamica, la
compenetrazione, l’unificazione del molteplice, e quindi proprio la
comprensione di un elemento mediante l’altro.Quest'ultima esige infatti la
visione interiore di un movimento continuo della vita, le cui tappe sono soltanto quei momenti
particolari indicabili in base al
contenuto. Soltanto se in ognuno di essi si percepisce l’uomo intero, che non è una sostanza rigida
ma uno sviluppo vivente, noi
comprendiamo il momento successivo, poiché la
direzione della corrente che conduce fino ad esso è indicata da quello precedente. Però, come si è già detto,
questo sviluppo non è comprensibile come
un saltare di contenuto in contenuto, ma
soltanto in virtù del processo di attualizzazione della vita che rende ora intelligibili come proprie
fulgurazioni quei contenuti particolari suscettibili di essere denominati sia che questa vita sia attuale o trascorsa.
Ciò può estendersi, senza alcun
mutamento di principio, al di là dell’individuo, poiché nella medesima corrente della vita, che produce
onde su onde, noi scorgiamo una
moltitudine di individui. Il fenomeno originario del comprendere si realizza allora in quella
successione che si estende in modo del tutto
sovra-individuale della vita che continuamente spinge contro tale
singolarità. Sono qui dunque presenti
due modi di comprendere, sulla cui
distinzione e sul cui intreccio si esige tanta maggior chiarezza quanto più lo
storicismo ha commesso, con la sua superficiale
concezione, i peggiori fraintendimenti. Quando comprendo la poesia Warum gabst du uns die tiefen Blicke®
nel suo contenuto e nel suo significato poetico, ciò avviene in modo del tutto
astorico. Quando però comprendo il contenuto e il tono della poesia in base al
rapporto di Goethe con la signora von Stein, e comprendo che essa designa nello sviluppo di questo rapporto un'epoca ben determinata, tale comprensione è
ora comprensione storica. Ciò può essere illustrato in modo particolarmente
chiaro nella storia dell’arte. Con l’ultima pennellata del pittore al proprio
dipinto, il suo significato si pone al di là della storia. Ma il dipinto può a
sua volta diventare un fattore storico in virtù dei suoi destini esteriori, in
virtù del mutamen‘to di interpretazione e di valutazione, in virtù della sua
influenza sull'arte posteriore. Ma quell’altro significato vale a dire
le leggi della sua formazione e del suo complesso cromatico, il 2. È il verso iniziale di una poesia di
Gocthe della primavera del 1776, dedicata all'amico Charlotte von Stein. rapporto
del suo oggetto con il suo stile particolare, la passionalità o la calma
dell’esecuzione, l’accentuazione del disegno o
dell'elemento specificamente pittorico, in breve la specificità del suo essere
non ne viene toccato; esso ha consumato in sé i movimenti del suo divenire e, inteso in
quelle determinazioni puramente
immanenti, è diventato indifferente nei loro confronti. La linca di demarcazione così tracciata tra
comprensione oggettiva e comprensione
storica di un elemento spirituale ha il
suo punto di appoggio in una problematica assai profonda del nostro conoscere relativamente alla sua
sicurezza e univocità. Una creazione dello spirito che dev'essere compresa
deve venir paragonata a un enigma che il suo creatore ha costruito su una determinata
parola risolutiva. Se chi indovina trova ora un’altra parola altrettanto
adeguata, con cui l’enigma preso in senso oggettivo perviene al medesimo
risultato logico e poetico, questa costituisce una soluzione completamente
corretta al pari di quella che si era proposta il poeta, e che non ha così il
minimo vantaggio rispetto alla prima o rispetto a tutte le altre parole
risolutive che si possono ancora escogitare e, in linea di principio, in numero
illimitato. Se un processo creativo è riuscito a trovare la forma dello spirito
oggettivato, tutti i più diversi tipi di comprensione sono parimenti
giustificati nella misura in cui ognuno di essi è in sé conclusivo, esatto,
oggettivamente soddisfacente. Non hanno alcun bisogno di riandare alla realtà psichica
individuale di quel processo creativo, assumendolo a criterio di questa
coscienza. La comprensione immanente di un’opera d’arte, per esempio, è
infinitamente variabile così come lo sono i sentimenti che essa suscita e che
non sono affatto vincolati a quelli che il creatore vi ha investito: i
complessi affettivi e valutativi dell’uomo moderno dinanzi al duomo di
Strasburgo o alla sonata Chiaro di luna, i supporti profondi della sua
comprensione non possono essere ritenuti infondati o falsi soltanto perché non
coincidono con quelli di Erwin von Steinbach* o di Beethoven. E ciò vale non
solo per domini ideali secondo il loro contenuto. Il tecni3. Architetto della
seconda metà del secolo XII, ebbe gran parte nella costruzione della facciata
del duomo di Strasburgo. co empirico può inventare un dispositivo meccanico che
gli risulta pienamente intelligibile in base al rapporto tra i congegni da lui
combinati e l’effetto che si propone; un ricercatore più profondo, riandando
alle leggi generali di natura che agiscono in quei congegni, può scoprire che
lo stesso apparecchio può venir impiegato per scopi a cui l'inventore non ha
pensato. Soltanto se si fossero esaurite senza residui le possibilità in essa
racchiuse, l’invenzione sarebbe realmente compresa così com'è, cioè sarebbero
realizzate le possibilità di comprensione virtualmente presenti nella sua
oggettività. Non diversamente stanno le cose con le costituzioni politiche o
con singole leggi. Ciò che esse propriamente significano dal punto di vista
logico o pratico, i loro creatori lo sanno spesso in modo assai incompleto, o
non lo sanno affatto; altre personalità, la casistica, lo sviluppo reale
mostrano sovente gli effetti in esse riposti, che non si possono però definire
come errori o storture per il fatto che la genesi soggettiva non li conteneva.
Ovunque tra creatore e opera c’è questo rapporto, in qualche modo inquietante:
l’opera pervenuta alla sua autonomia contiene qualcos'altro (in più o in meno,
qualcosa che è dotato di maggiore o minor valore) rispetto all’intenzione del
creatore. In questo senso il processo di creazione è sempre soltanto
un'espressione 4 potiori; ciò che il creatore ha voluto e, più esattamente, ha
potuto è sempre soltanto un elemento di ciò che è stato effettivamente creato, e
solo cogliendo le sterminate possibilità in cui esso si dispiega, al di là di
questo elemento, il suo contenuto oggettivo sarebbe realmente compreso. In
tutto ciò ch e creiamo esiste, oltre a quello che z0i creiamo realmente, ancora
un significato, una legalità, una fecondità che oltrepassano la nostra forza e
la nostra intenzione. Tuttavia noi abbiamo senza dubbio creato il tutto, e non
si tratta affatto di elementi raccolti che dispiegavano la loro peculiarità e
le loro potenzialità entro la nostra creazione; il problema consiste proprio
nel senso e nella capacità della nostra creazione, i quali diventano
incondizionatamente possibili e reali solo con il fatto di essere stati creati
da noi. Da questo sentimento nascono le rappresentazioni che sempre ricorrono
con una certa tonalità mistica come se tutto ciò che creiamo fosse già
idealmente preformato e noi fossimo in certa misura soltanto le levatrici che
aiutano un ente metafisico a nascere nella realtà. Inteso come un dato di fatto
interno, ciò spiegherebbe in ogni caso come mai quello che apparentemente è
creato solo da un soggetto possiede significati innumerevoli di ogni specie, i
quali oltrepassano tutte le intenzioni creative e le forze di questo soggetto;
come mai, quindi, anche la comprensione spirituale di una creazione del genere
non costituisca, in linea di principio, un problema con un’unica soluzione
possibile. Con ciò quell’antitesi tra i due significati del comprendere si
sviluppa ulteriormente. In base a quanto si è detto finora, nel comprendere dal
punto di vista teorico ed estetico il Faust, per esempio, si prescinde del
tutto dalla sua origine psichica. Se i diversi tipi del comprendere soddisfano
in eguale misura le esigenze di connessione logica e artistica, di esplicazione
unitaria delle oscurità, di sviluppo reciproco delle parti, allora sono tutti
corretti in eguale misura. Se devo invece comprendere il Faust storicamente e
psicologicamente, cioè comprendere tale formazione sulla base degli atti e
degli sviluppi psichici che si sono determinati, momento per momento, nella
coscienza di Goethe, è esclusa in linea di principio una corrispondente
pluralità di significati: questo processo di creazione si è infatti
rispecchiato in un determinato modo che la nostra conoscenza può cogliere o non
cogliere, ma che essa non può rappresentare in diversi modi tra loro
equivalenti. Una pluralità di forme storiche di comprensione dell’origine del
Faust, create dal processo psichico, che siano tutte parimenti corrette nello
stesso modo in cui può esserlo una pluralità di forme di comprensione oggettiva
è un’assurdità. Anche a proposito della comprensione storica può esserci,
naturalmente, una pluralità di ipotesi; di esse, però, una è vera e l’altra è
falsa alternati va di fronte a cui non si trova la comprensione in base al
contenuto oggettivo, la quale la sostituisce piuttosto con altri criteri di
valore. Nei confronti di uno stesso contenuto oggettivo si può così soddisfare
in modo compiuto l'esigenza di comprenderlo storicamente; ma non si può invece
mai soddisfare in maniera compiuta l’altra esigenza di comprenderlo
oggettivamente, in base a tutti i significati che racchiude in sé. In ciò
consiste il profondo paradosso che, dove il comprendere storico è comprendere
psichico, esso non può mai pervenire a una completa univocità, non può mai
decidere in assoluto tra una pluralità, anzi tra una contrapposizione di
princìpi esplicativi. La ricchezza e la mobilità delle connessioni psichiche
sono così grandi che nessuna legge psicologica è in grado di determinare in
modo vincolante gli sviluppi successivi di una determinata costellazione
psichica; spesso tale sviluppo, procedendo per una certa direzione, ci appare
altrettanto plausibile di quello che procede in direzione precisamente opposta.
Che il beneftcio ricevuto produca riconoscenza, lo comprendiamo tanto quanto il
fatto che esso lasci dietro di sé umiliazione e risentimento; che l’amore
dichiarato risvegli un amore corrispondente, lo riteniamo altrettanto
comprensibile del fatto che provochi assenza di attrazione e indifferenza, e
via dicendo. Quando serie genetiche vengono alla luce mediante
un’interpolazione psicologica cosa che accade sempre, più o meno
consapevolmente non si tratta di una necessità accertata, quale la richiede, in
modo univoco, la comprensione scientifica. In ogni caso, l'ipotesi di una data
via psicologica è quella corretta secondo la realtà; qualunque altra è erronea
poco importa se poi questa correttezza o questa erroneità può essere da noi
stabilita incondizionatamente. In tal modo viene stabilita la differenza
fondamentale della comprensione storica rispetto alla comprensione del
contenuto oggettivo in quanto tale. Lo storicismo radicale vuol esaurire
l’intera problematica di una formazione così creata tracciando le condizioni e
i gradi del suo sorgere nel tempo. Le qualità oggettive dell’essere, sottratte
alla temporalità, si risolvono, come compiti conoscitivi, nel loro divenire;
adesso la questione riguarda le premesse e i momenti preparatori, gli sviluppi
e le condizioni favorevoli o gli impedimenti che hanno suscitato tale
formazione, e una comprensione sufficiente del contenuto oggettivo dev'essere
identica alla risposta a questo problema. S’intende che sostituire la
comprensione di un oggetto nella sua atemporalità con la comprensione del modo
in cui si è pervenuti all’oggetto reale nel tempo non ha più senso che
equiparare la vista dalla vetta di un monte col percorrere la via che ha
condotto passo passo il viandante fino a questa vetta: ciò vorrebbe dire
infatti tagliar via arbitrariamente tutta una dimensione del problema del
comprendere. Ma il problema apparentemente eliminato ha la sua legittimità non
soltanto al di fuori della realtà storica, ma anche proprio all’interno di
essa. La comprensione in apparenza puramente storica fa infatti continuo uso
della comprensione oggettiva sopra-storica, senza peròrendersene conto
metodologicamente. Non capiremmo mai la natura della cosa in base al suo
sviluppo storico se non la comprendessimo in qualche modo in se stessa;
altrimenti quell’impresa sarebbe chiaramente del tutto priva di senso. Con ciò
si apre un terzo tipo di processi di comprensione, la cui fondamentale
duplicità di elementi non è quella tra es terno e interno, né quella tra fisico
e psichico, bensì la duplicità tra contenuto psichico e contenuto atemporale.
Tra questi si presentano ora nessi di reciprocità assai singolari, dal momento
che la comprensione oggettiva trans-storica non riguarda soltanto i contenuti
particolari, che pervenivano a un contatto reciproco e a un ordinamento
unitario solo in quanto eranoassunti nella corrente dello sviluppo storico.
Quei contenuti mostrano però già nel loro stato ideale delle relazioni e delle
disposizioni, e costituiscono per così dire simboli atemporali della loro
realizzazione psichica temporale — sempre in una dipendenza reciproca fondata
nel profondo. Se uno storico della filosofia afferma che comprendere Kant
significa spiegarlo storicamente, le dottrine pre-kantiane gli appariranno come
gradini che conducono in direzione della dottrina kantiana, stabilendo quindi
in modo intelligibile il suo contenuto e il suo momento temporale. Ma ciò non
avrebbe successo se tutte queste dottrine — e qui sta il punto decisivo — non
costituissero nel loro contenuto logico oggettivo, e senza riferimento alla
loro comparsa storica, una serie intelligibile. Le cose non stanno diversamente
che per qualsiasi inferenza realizzata sul piano psichico. Noi comprendiamo del
tutto il movimento psichico che, aggiungendo alla convinzione che tutti gli
uomini sono mortali, l’altra che Caio è un uomo, porta per così dire
organicamente la coscienza fino al contenuto: Caio è mortale. Tuttavia lo
comprendiamo soltanto perché tutte queste idee erano valide nel loro contenuto
oggettivo, e quindi sono del tutto atemporali e indifferenti rispetto al fatto
che possiamo rappresentarle soltanto in una serie temporale. Noi percepiamo il
carattere di verità — indipendente dalla nostra rappresentazione — della
proposizione tutti gli uomini sono mortali, che non esiste prima o dopo il
carattere di verità delle proposizioni Caio è un uomo e Caio è mortale ; tutte
e tre le idee valgono in una coordinazione assolutamente atemporale: la morte
di Caio non risulta quindi come conseguenza temporale dopo gli altri due fatti;
l'ordine che in base alle prime due conduce a quest’ultima non costituisce una
successione, come lo è il fatto di rappresentarla e di esprimerla, ma è un
ordine oggettivo puramente interno, che ha luogo in una ideale contemporaneità.
Se esso non esistesse, non riconosceremmo neppure la direzione e la legittimità
dello sviluppo psichico che essa realizza in una determinata successione. La
stessa cosa avviene nel caso della comprensione storica di Kant. Il
razionalismo, che declassa ogni esperienza sensibile e colloca la verità
incondizionata soltanto nella ragione a priori; il sensismo, che rifiuta
quest’ultima e scorge soltanto nell’esperienza la fonte di una conoscenza
valida; la soluzione kantiana secondo cui soltanto l’esperienza ci dà una
conoscenza oggettiva come vuole l’empirismo soltanto che essa è già formata da
quei principi della ragione, e di conseguenza questi valgono
incondizionatamente, ma solo per gli oggetti dell’esperienza e mai di per sé,
al di là di essa queste impostazioni hanno un ordine ideale, determinato
soltanto dal loro senso oggettivo atemporale. Se non comprendessimo il senso di
tale ordine soltanto di per sé, indipendentemente dalle sue realizzazioni
psichiche in forma storica, non comprenderemmo mai neppure l'ordinamento
temporale di queste ultime, che ci apparirebbero piuttosto come una semplice
successione discontinua. La razionalità della loro successione, mediante la
quale cogliamo la direzione della corrente della vita nei soggetti che la
sorreggono e che la realizzano in sé, è possibile soltanto come rispecchiamento
temporale di quell’ordine puramente oggettivo. Accanto al principio che la
comprensione di Kant è condizionata dalla sua spiegazione storica, si può porre
l’altro principio che la spiegazione storica di Kant è condizionata dalla sua
comprensione. Se noi penetriamo attraverso gli avvenimenti l’unità di una
corrente vitale e la vediamo determinata dai momenti precedenti e orientata
verso i successivi, e se quindi in altri termini comprendiamo ogni momento
successivo in base al precedente, tale processo acquista legittimità e impulso
soltanto in base a quella comprensione oggettiva dei suoi contenuti, cioè in
base al loro reciproco rapporto logico, non già al loro rapporto vitale e
temporale. Qui si fa però valere un presupposto metodologico che mostra una
connessione molto più stretta, e per così dire incondizionata, tra comprensione
storica e comprensione oggettiva. Prenderò le mosse dall’esempio (non importa
se effettivamente vero o da correggere) dello sviluppo del punto di vista
kantiano dal dogmatismo, attraverso lo scetticismo sensistico, fino al
criticismo. Su quale base possiamo dire che uno di questi punti di vis ta o di
questi concetti si sviluppa fino all’altro in modo intelligibile? Ognuno di
essi esprime esattamente soltanto il suo proprio contenuto, è totalmente concluso
in sé, e dire che procede oltre se stesso è un'espressione simbolica che lascia
impregiudicato ciò di cui si discute qui Ja possibilità: è un tentativo del
tutto disperato voler spremere da questi concetti disposti l’uno accanto
all’altro uno sviluppo che renda l’uno comprensibile in base alla comprensione
dell’altro. Che tuttavia noi scorgiamo qui di fatto uno sviluppo del genere,
ciò può avvenire soltanto perché poniamo a base di questa serie puramente
oggettiva di punti di vista, e che nessuna vita individuale concreta può
abbracciare, un soggetto ideale prodotto per così dire di finzione la cui
vivente continuità spirituale percorre questi stadi e li connette in modo tale
da scioglierli dalla chiusura di un senso di volta in volta limitato a se stesso
e da trasformarli quindi in momenti di uno sviluppo. Questo è lo strumento
applicato continuamente e senza particolare coscienza, lo strumento per così
dire tecnico, con cui uno stadio c i diventa intelligibile sulla base
dell’altro, che è ad esso collegato ora in un tempo quasi atemporale, mediante
una vita atemporale. La stessa cosa avviene quando si concepiscono le opere di
un periodo più lungo della storia dell’arte come uno sviluppo. Per esempio, i
dipinti si dispongono l’uno dopo l’altro in modo discontinuo, e ognuno
costituisce un’unità isolata ognuno entro il proprio ambito in cui nessuno sa
nulla dell’altro. Lo storico dell’arte costruisce tra di essi uno sviluppo
graduale dalla rigidità alla mobilità, dalla povertà alla pienezza,
dall’insicurezza al padroneggiamento sovrano dei mezzi, dall’accidentalità
della composizione a un equilibrio armonico che abbraccia ogni elemento in modo
dotato di senso, e così via. Non si può quindi assolutamente dire che il
creatore dell’opera collocata al punto più alto abbia percorso, nel suo
sviluppo personale, tutti gli stadi precedenti. E non è neppure in questione
questo, bensì la possibilità di costruire tale serie evolutiva in base a
criteri oggettivi tratti dal complesso delle opere, come se ognuna di esse
fosse caduta dal cielo. Ma proprio questa possibilità risiede in ciò che si
potrebbe chiamare il soggetto metodologico, cioè in una formazione ideale che
percorre queste creazioni in un’evoluzione che si può cogliere psichicamente,
nei suoi momenti preparatori, nel suo crescere e nel suo decadere, unificando
l’ordine oggettivo della loro coesistenza in un processo vitale concepito come
temporale, la cui continuità non si rinserra nell’ambito della singola opera.
Anche l’uso linguistico sembra legittimare quest’interpretazione. Noi diciamo
che l’arte, il diritto, la chimica si sviluppano. È però chiaro che l’arte, il
diritto, la chimica ecc., in quanto tali, non sono realtà, ma formulazioni
riassuntive di fenomeni particolari separati tra loro, anche se collegati da
molteplici relazioni, sotto concetti astratti. Se l’arte, nel senso storico qui
in questione, consiste della somma delle opere d’arte, il termine arte non
designa un'unità concreta e neppure, quand’anche essa lo fosse, un’unità
vivente, in grado di sviluppar si ; in tal caso dovrebbe essere l’arte a
produrre i quadri, mentre sono gli artisti a farlo. Se però applichiamo
quest’espressione, abbiamo creato l’ipostatizzazione di un concetto strumentale
e un soggetto del tutto nuovo, che ha quella capacità di auto-sviluppo
riservata esclusivamente al vivente e le cui espressioni o tappe sono le singole
opere d’arte. Questo soggetto viene percepito in uno sviluppo temporale, e ciò
ancora per il fatto che i momenti di tale sviluppo posseggono quel rapporto di
sviluppo sopratemporale, puramente oggettivo. Noi ne abbiamo bisogno già per
casi isolati: quando comprendiamo l’amore o l’odio in generale, senza rapporto
con la realtà di un individuo, attribuiamo loro per così dire un portatore
ideale, una vita in generale che nel suo complesso risponde con essi a
qualsiasi stimolo e che è, per così dire, versata in queste forme momentanee.
Come concetti rigidamente conclusi, strappati dalla connessione della vita,
essi sarebbero per noi poco più che parole, e in ogni caso attendevano soltanto
di essere compresi in modo appropriato. Ciò diventa ancora più chiaro laddove
un avvenimento particolare media la comprensione di un altro avvenimento
particolare. Il fatto che noi comprendiamo un sentimento di vendetta poco
importa se rappresentato storicamente o in astratto in base a un'ingiustizia
subìta in precedenza, non avviene in virtù di uno strettissimo accostamento tra
i due processi, ma in quanto possiamo rappresentare un fluire unitario della
vita, del quale costituiscono due onde legate dalla corrente stessa. Così
risulta pure che il ritmo, la continua mobilità della vita è il sostegno
formale della comprensione, anche in quelle connessioni logiche di contenuti
oggettivi che, da parte loro, rendono intelligibile il concreto accadere
vivente di questi contenuti oggettivi. Ma la vitalità specifica e operante di
quel soggetto ideale è una trasformazione o un’oggettivazione di quella che noi
rintracciamo in noi stessi ma come vitalità sovra-individuale, di cui noi siamo
per così dire solo un esempio. All’interno dell’accadere e dell’ondeggiare
incessante percepiamo tuttavia in noi, più o meno sicura, una finalità almeno
formale, una realizzazione di disposizioni, un dispiegarsi di germi che noi
abbiamo o, piuttosto, che noi siamo. Tale sensazione trova una manifestazione
parziale o una concentrazione quando i contenuti psichici si ordinano in una
serie, di cui ogni momento successivo ci diventa consapevole, rispetto al
precedente, come arricchimento, come promessa mantenuta, come incremento ed
estensione della nostra situazione. In quanto, dopo aver posto le premesse, pervengo
alla conclusione; in quanto percorro le teorie filosofiche del secolo xviI
finché compare il criticismo; in quanto, considerando l’arte italiana, giungo
dalla rigidità bizantina e dalla scarsa articolazione delle figure del Trecento
fino al rilassarsi individualizzante del Quattrocento e quindi all'unità
armoniosamente raccolta della composizione del primo Rinascimento, sento il mio
spirito nella misura in cui vive in queste sue espressioni ampliarsi
gradualmente, sempre più attualizzato nelle sue forze intuitive. Mentre vive in
questa successione di contenuti e passa attraverso di essi, lo spirito si sente
non soltanto mosso, ma anche dotato dello specifico valore dello sviluppo .
Così considerato, questo è forse qualcosa di originario e di non ulteriormente
risolvibile, e neppure dipendente da un fine posto in precedenza, ma
costituisce soltanto una ritmica imposta dallo stesso movimento spirituale, una
particolare specie di crescita interna. Che poi io designi l'ordinamento
storico o ideale delle cose come il loro sviluppo, non sarebbe chiaramente un
arbitrio; anzi, esse devono, nel senso più preciso, questo tono valutativo al
processo di auto-dispiegamento dello spirito, che le rivive nella loro
successione non appena sono diventate suoi contenuti. Se si considerano quindi
i contenuti svincolati dall’anima che se li rappresenta, sotto la categoria di
un’oggettività esprimibile concettualmente, allora essi formano una serie
evolutiva oggettiva; essi sono attraversati dalla corrente del sentimento vivente
di aspirazione e di sviluppo del soggetto rappresentante, dal quale però si è
ora astratto, che ha lasciato loro soltanto la connessione interna e la
costruzione mediante cui l'elemento successivo è condizionato dal precedente, e
quindi risulta intelligibile proprio nella sua posizione. Se comprendere un
contenuto particolare non è in linea di principio (secondo l’opinione che
abbiamo qui esposto) nulla di diverso dalla sua comprensione come
manifestazione della totalità della vita di modo che il comprendere ne è
soltanto l’espressione abbreviata ciò risulta ora valido, attraverso il
soggetto ideale che ha esperienza vissuta o il soggetto reale che'osserva,
anche per quei contenuti che si offrono come puramente oggettivi o come
realizzati da portatori diversi. Così si presenta dunque l’unione dei motivi
storico-psichici e dei motivi oggettivi all’interno del fenomeno complessivo
del comprendere. Noi comprendiamo lo sviluppo psichico reale di una serie, i
cui elementi si fondano in una successione temporale, soltanto sulla base della
relazione oggettiva, trans-vitale, dei suoi contenuti. Senza un incremento o
una diminuzione visibile in questa relazione, senza la nozione del fatto che i
contenuti oggettivi in quanto tali si richiamano a vicenda e che l'uno fonda o
condiziona l’altro prescindendo dalla realizzazione temporale, essi non possono
neppure venir compresi come successione psichica, come successione
temporale-reale. E d’altra parte questo ordinamento ideale in forma di sviluppo
è tra di essi possibile in quanto ne viene percorsa la continuità del movimento
psichico. Lo sviluppo oggettivo dei contenuti richiede, come 4 priori che dà
loro forma, quel progredire della coscienza, non ulteriormente definibile, che
si annuncia come sentimento specifico: esso soltanto può allentare la chiusura
senza ponti di ogni contenuto, e la trasporta in quella continuità che solo si
può chiamare sviluppo. Così lo sviluppo psichico è condizionato ed è
comprensibile in base a quello oggettivo, e questo è condizionato e comprensibile
in base a quello. Ciò significa che entrambi sono soltanto i due aspetti, resi
metodologicamente autonomi, di un’unità: l’unità dell’accadere compreso
storicamente. E poiché il comprendere è un fenomeno originario nel quale si
esprime un rapporto universale dell’uomo, gli elementi in cui esso si realizza
o gli aspetti unilaterali tra cui si muove la riflessione si compenetrano, cioè
rappresentati come autonomi si costruiscono in correlazione tra di loro.
Considerato dall’altra parte, questo circolo è inevitabile perché la vita è
istanza determinante dello spirito, cosicché la sua forma determina infine
anche le formazioni mediante cui deve diventare comprensibile a se stessa. La
vita può essere appunto compresa soltanto dalla vita, e a tal fine si dispone
in strati di cui l'uno media la comprensione dell'altro, e che nella loro
dipendenza reciproca annunciano la sua unità. A questo punto appare chiaro che
il motivo vitalistico per la soluzione del problema del comprendere era già
prefigurato nelle considerazioni con cui ho cercato di chiarirlo respingendo le
interpretazioni che di esso si offrono a prima vista. Infatti queste
interpretazioni, considerate in modo preciso, risultano in linea generale
discendenti da una fondamentale intuizione meccanicistica. Ad essa risponde il
fatto che l’uomo offre all'uomo solo il suo aspetto fisico esterno, dietro il
quale soltanto un atto intellettuale, mediato da associazioni, colloca un'anima
e determinati processi psichici. L'unità e la totalità del vivente si sottrae
infatti al meccanicismo; esso può incollarlo insieme soltanto in base ai
singoli frammenti che, per una concezione organica, sono il risultato di
scomposizioni successive della sua unità. Perciò esso non può concepire il
comprendere come fenomeno originario che si manifesta tra un uomo nella sua
totalità e un altro uomo anch'esso nella sua totalità, ma lo concepisce come
sintesi secondaria di fattori separati. In base alla medesima mentalità gli
sfugge l'elemento creativo si può ben dire così del processo del comprendere,
che permette al soggetto di produrre in sé ciò che gli è estraneo e distante,
ciò che non ha vissuto personalmente, come immagine di un’altra anima. La sua
aspirazione finale di risolvere ogni relazione in equivalenze lo conduce a fondare
o a ridurre anche il comprendere esclusivamente all’identità tra soggetto e
oggetto. Esso può concepire il compreso soltanto come ripetizione meccanica di
ciò che già preesiste nel comprendente; e doveva quindi dato che evidentemente
ciò non è conciliabile con i fatti attaccarsi al mezzo disperato di costruire
gli avvenimenti psichici nella personalità storica partendo da singoli
frammenti, che si possono raccogliere insieme sulla base delle esperienze
interne del soggetto della conoscenza storica: un tentativo che non è possibile
discutere seriamente, e del tutto privo di valore già per il fatto che la
comprensione della vita interiore corre appunto lungo le continue comnessioni e
unificazioni dei contenuti che si possono designare singolarmente. Ciò che è
decisivo per la vita e per l’individualità, ossia l’unificazione, non si
potrebbe quindi raggiungere con la semplice trasposizione dei frammenti messi
insieme. Rientra in tutto nell’essenza dell’intuizione meccanicistica voler
rappresentare anche il comprendere storico come una mera copia dell'accaduto
come esso era realmente , anziché scorgere che anche questa è un’attività del
soggetto dipendente dalle categorie e dalle forme in cui assume il suo oggetto
(alle quali, per esempio, quel soggetto metodologico appartiene come una
necessità 4 priori), una formazione spirituale specifica; e che anche qui la
sua verità relativa a un oggetto è qualcosa di vivente, di funzionale e di
elaborato, non già la riproduzione meccanica di una lastra fotografica. Forse
con ciò il problema del comprendere storico diventa qualcosa di molto più
difficile e profondo che nell’intuizione semplice, e tuttavia assai più strana,
secondo cui la comprensione di un’altra anima si compie come ripetizione
dell’esatto contenuto di quest’anima nello spirito che l’accoglie e ha luogo
solamente in quanto l’esperienza vissuta propria di questo spirito viene
trasposta in quella. In queste diverse interpretazioni della comprensione
psichica si fa valere l’antitesi tra un punto di vista meccanicistico e un
punto di vista organicistico e vitalistico. E come avviene in ogni conflitto
spirituale, spinto fino alla sua istanza suprema, ogni decisione tra i due
punti di vista risulta dipendente da quella che l’uomo ha preso in merito alla
totalità e alla profondità della propria intuizione del mondo. WEBER nasce a
Erfurt, figlio di un avvocato impegnato nella politica attiva e di una donna di
forti interessi morali e religiosi, alla quale egli rimane sempre profondamente
attaccato. Condotto a Berlino, dove il padre divenuto deputato del partito
liberale-nazionale accoglie in casa alcuni dei maggiori esponenti della vita
politica e della cultura tedesca dell’età bismarckiana, Weber compe gli studi
liceali nella capitale. In questo ambiente Weber rivela ben presto la sua acuta
intelligenza e una straordinaria capacità di applicazione nello studio
filosofico. Frequenta successivamente le università di Heidelberg, Berlino,
Gòttingen e poi di nuovo Berlino. A Berlino consegue il dottorato con una
dissertazione sulle società commerciali nel medio evo, Zur Geschichte der
Handelsgesellschaften im Mittelalter (Stuttgart). In seguito gli interessi di
Weber si sviluppano in due direzioni principali. Da una parte, soprattutto
sotto l'ispirazione e la guida di Mommsen, egli si dedica allo studio della
STORIA ECONOMICO-SOCIALE DELLA ANTICA ROMA, scrivendo un saggio ancor oggi
fondamentale sul diritto agrario romano, Die ròmische Agrargeschichte in ihrer
Bedeutung fiir das Staatund Privatrecht (Stuttgart; tr. it. Milano) con la
quale ottiene l’abilitazione e soffermandosi in particolare sui rapporti tra la
crisi sociale del tardo impero e il tramonto della civiltà antica. Dall'altra
parte, sotto l'influenza dei cosiddetti socialisti della cattedra (Schmoller,
Wagner, Brentano ecc.) e attraverso la partecipazione all'attività del Verein
fir Sozialpolitik , Weber si accosta alla ricerca sociologica empirica e
collabora a un progetto di studio delle condizioni del lavoro agricolo in
Germania con un'inchiesta sulla situazione delle regioni orientali. Nel volume
Die Verhiltnisse der Landarbeiter im ostelbischen Deutschland (Leipzig), nonché
in vari saggi che ne sviluppano le implicazioni più propriamente politiche,
egli pone in luce il trapasso dalla tradizionale proprietà di tipo signorile
alla proprietà capitalistica, cercando di determi nare le conseguenze che ne
risultano sul piano politico-sociale: la formazione di una classe di
imprenditori fondiari e la proletarizzazione della manodopera agricola, con la
necessità che da essa deriva di ricorrere alla immigrazione polacca per colmare
il vuoto prodottosi tra i contadini tedeschi. Attraverso questa inchiesta
comincia a delinearsi quello che sarà il problema centrale dell’opera di Weber,
cioè il problema del capitalismo moderno e della sua individualità storica. E
difatti, in una serie di saggi di poco posteriori la sua attenzione si
concentra sui vari aspetti dell'organizzazione capitalistica dell'economia e
sulle condizioni del lavoro industriale. Conseguita l'abilitazione, Weber sposa
Schnitger (che alla sua figura intellettuale dedicherà, dopo la morte, una
celebre biografia). L’anno seguente egli intraprende la sua carriera accademica
quale professore di economia politica a Friburgo e a Heidelberg. Ma una
gravissima crisi nervosa lo costringe a sospendere l'insegnamento e a
interrompere il lavoro scientifico. Questa crisi durerà parecchi anni: soltanto
dopo un lungo periodo di riposo, di cure e di viaggi, con l’amorevole
assistenza della moglie, Weber potrà far ritorno al lavoro, abbandonando però
al tempo stesso la cattedra universitaria. Egli rimane a Heidelberg come
studioso privato, ma assume insieme a Jaffé e a Sombart la direzione dell’
Archiv fir Sozialwissenschaft und Sozialpolitik ; e questa rivista, sulla quale
compariranno molti dei suoi saggi più importanti, diventa per opera sua un
centro di attività a cui collaborano i più insigni studiosi tedeschi di scienze
sociali. In questi stessi anni, a contatto con l’ambiente filosofico di
Heidelberg, si vengono precisando le lince della riflessione metodologica
weberiana. In un primo saggio, Roscher und Knies und die logischen Probleme der
historischen Nationalòkonomie (pubblicato nello Schmollers Jahrbuch), Weber
rivolge la sua critica ai presupposti organicistici della scuola storica di
economia, respingendo la pretesa di assegnare alla scienza economica il compito
di scoprire tendenze evolutive fornite di valore legale. Ma la critica della
scuola storica (a cui fa riscontro l'accettazione dei princìpi della teoria
marginalistica, soprattutto nella formulazione datane da Carl Menger) si
allarga in una presa di posizione polemica nei confronti dell’eredità
metodologica romantica, e in particolare dell'interpretazione della conoscenza
storica come un procedimento di comprensione immediata, diretto a cogliere
intuitivamente i fenomeni storici nella loro individualità. La piattaforma di
questa polemica è offerta a Weber dal richiamo all'impostazione metodologica
rickertiana. Dinanzi all’alternativa tra la definizione della conoscenza
storica come complesso delle scienze dello spirito, formulata da Dilthey, e la
sua qualificazione come sapere idiografico, proposta da Windelband e da
Rickert, egli sceglie infatti la seconda soluzione. Né la specificità
dell'oggetto né la specificità del procedimento di ricerca, di per sé prese,
sono in grado di garantire l'autonomia della conoscenza storica: la
contrapposizione tra natura e spirito è un'antitesi di carattere metafisico,
mentre la distinzione tra spiegazione e comprensione rischia di ridurre la
conoscenza storica a una specie di penetrazione immediata, a una forma di
intuizione. L'oggetto delle scienze storico-sociali deve perciò essere definito
in correlazione al loro metodo, cioè in base all’orientamento verso
l’individualità; mentre l’intendere dev’essere concepito come una comprensione
capace di trovare una verifica empirica e di tradursi in spiegazione causale.
Per questa via si è venuto delineando il problema centrale della metodologia di
Weber, vale a dire il problema dell'oggettività delle scienze storico-sociali.
Nel saggio Die Objektivitàt sozialwissenschaftlicher und sozialpolitischer
Erkenntnis, che inaugura la nuova serie dell' Archiv (tr. it. Torino) e in
alcuni saggi successivi, in particolare nelle Kritische Studien auf dem Gebiet
der kulturwissenschaftlichen Logik (tr. it. Torino), Weber ha enunciato le due
condizioni fondamentali di oggettività delle scienze storico-sociali,
indicandole da un lato nell’esclusione dei giudizi di valore e dall'altro nel
ricorso alla spiegazione causale. La prima condizione stabilisce la differenza
di principio tra il compito delle scienze storico-sociali in quanto scienze e
il compito dell’attività politica, e più in generale di qualsiasi presa di
posizione valutativa; la seconda stabilisce invece la funzione esplicativa
delle scienze storico-sociali e l’applicabilità al loro dominio della categoria
di causalità. Su questa base Weber si richiama alla distinzione rickertiana tra
giudizio di valore e relazione ai valori. Se il giudizio di valore è estraneo
alle scienze storico-sociali come a ogni altra disciplina scientifica, ciò che
distingue la loro struttura da quella delle scienze naturali è proprio il
riferimento a certi valori in virtù dei quali avviene la selezione del dato
empirico. Weber lascia però cadere il presupposto della validità incondizionata
dei valori, a cui Rickert faceva appello: i valori sono sì criteri di scelta
che permettono la selezione del dato empirico e la costruzione dell'oggetto
storico, ma sono essi stessi assunti in rapporto allo specifico punto di vista
da cui si pone l’indagine. I valori non sono quindi forniti di un'esistenza
metastorica; essi sono sempre i valori di una certa cultura, a cui appartiene
il soggetto della ricerca, La relazione ai valori designa pertanto il
condizionamento culturale delle scienze storico-sociali, il punto di partenza
soggettivo che stabilisce la direzione dell'indagine. Entro questa direzione è
possibile una determinazione oggettiva di rapporti, che può essere conseguita
mediante il ricorso alla spiegazione causale. Ma in tale maniera la stessa
spiegazione causale di un oggetto storico risulta inevitabilmente parziale,
anzi unilaterale. Essa non mette capo alla scoperta di rapporti necessari, ma
procede alla formulazione di giudizi di possibilità oggettiva che si collocano
entro i due casi-limite della causazione adeguata e della causazione
accidentale. Le scienze storico-sociali individuano quindi, di volta in volta,
una serie di condizioni che accanto ad altre, parimenti importanti rendono
possibile il verificarsi di un determinato avvenimento. In quest'opera esse si
avvalgono pure di concetti generali e di regole generali che hanno il carattere
di tipi ideali e che possono organizzarsi, con una relativa autonomia, in
discipline teoriche come la scienza economica o la sociologia. Questi concetti
e queste regole assolvono una funzione strumentale rispetto allo scopo primario
delle scienze storico-sociali, che è la spiegazione degli avvenimenti nella
loro individualità, ma sono nondimeno indispensabili. La via verso
l’individuale passa sempre attraverso il sapere nomologico. Perciò l’edificio
del sapere storico comprende non soltanto la ricerca storiografica, ma anche le
scienze sociali astratte, costituite mediante l’organizzazione sistematica di
concetti tipico-ideali e dirette alla determinazione delle uniformità di
comportamento dei fenomeni sociali. Negli stessi anni Weber ha affrontato il
problema dell’individualità storica del capitalismo moderno, con i due saggi
Die protestantische Ethik und der Geist des Kapitalismus (tr. it. Roma) e Die
protestantischen Sekten und der Geist des Kapitalismus (1906). Weber definisce
il capitalismo moderno come una struttura economica a orientamento razionale,
che si colloca nel quadro del processo di razionalizzazione della vita che è
caratteristico della civiltà moderna; per cui esso si differenzia anche da
quelle forme di economia che come il capitali smo antico possono presentare
tratti simili. Alla ricerca storica si pone pertanto il compito di spiegare per
quali motivi, cioè in rapporto a quali condizioni, questa struttura sia sorta
soltanto in Occidente e nell'età moderna, e di determinare le linee del
processo attraverso cui essa si è formata. Weber sostiene, in polemica con la
concezione materialistica della storia, l'impossibilità di fornire una
spiegazione della genesi del capitalismo moderno che faccia appello soltanto a
condizioni economiche; e si propone di mostrare che ad esso ha contribuito in
modo decisivo, accanto a un certo tipo di organizzazione dell'impresa e a una
certa configurazione dei rapporti materiali , anche una particolare mentalità
lo spirito capitalistico la quale è il risultato di una trasformazione
dell’etica calvinistica e della sua specifica forma di ascesi mondana, diretta
a comprovare la grazia divina mediante il lavoro e il successo negli affari.
Questa tesi costituisce il presupposto anche dell’analisi che Weber ha
successivamente dedicato alla religione cinese, all’Induismo e al Buddismo,
alla religione ebraica, negli studi raccolti sotto il titolo complessivo Die Wirtschafesethik
der Weltreligionen. Attraverso lo studio comparativo delle varie etiche
economiche a cui le religioni universali hanno dato origine, cercando di
regolare con esse la vita economica, egli si propone infatti di mostrare per
via negativa che soltanto nel capitalismo moderno è presente quella particolare
mentalità che costituisce lo spirito capitalistico, e che soltanto l’ascesi di
tipo calvinistico poteva offrire le condizioni adatte per la sua formazione.
L'analisi weberiana si rivolge così a determinare la diversità dell'etica
economica del Protestantesimo da quella delle altre religioni, cioè in ultima
analisi a spiegare i caratteri peculiari del capitalismo moderno. Pertanto la
sociologia della religione di Weber appare, in fondo, una ricerca storica che
si avvale strumentalmente di concetti tipico-ideali, subordinando l’analisi
tipologica a un preciso scopo di individuazione. Soltanto nel saggio Uber
einige Kategorien der verstehenden Soziologie (tr. it. Torino), e più
esplicitamente nella trattazione sistematica di Wirtschaft und Gesellschaft
(edita postuma a Tiibingen; tr. it. Milano), la sociologia cessa di costituire
un momento astratto nell’ambito di un'indagine orientata in senso
storiografico, per configurarsi come una disciplina autonoma che si pone in
antitesi rispetto alla ricerca storica, delimitando un proprio campo di ricerca.
La sociologia assume a oggetto le uniformità dell’atteggiamento umano in quanto
fornite di senso, e le forme di relazione che sorgono sulla base dei diversi
tipi di atteggiamento l’atteggiamento razionale rispetto allo scopo,
l'atteggiamento razionale rispetto al valore, l’atteggiamento affettivo,
l'atteggiamento tradizionale. In questa prospettiva Weber ha condotto, in
Wirtschaft und Gesellschaft, un'analisi sistematica dei rapporti tra i vari
settori della vita sociale e le forme di economia; cosicché il problema
dell’individualità storica del capitalismo moderno risulta trasposto sul piano
di una tipologia delle strutture economiche, considerate nel loro rapporto
reciproco con gli altri campi della vita di una società. Negli anni successivi
al 1903 lo sviluppo della riflessione metodologica e della ricerca
storico-sociologica si intreccia, in Weber, con il rinnovato interesse per le
vicende politiche tedesche e per la situazione europea. Comincia a delinearsi,
in questo periodo, la posizione sempre più critica di Weber nei confronti
dell’eredità bismarckiana, che lo condurrà a formulare un severo giudizio sulla
struttura politica della Germania, incapace di favorire la formazione di una
classe dirigente preparata e responsabile. Questa critica, che Weber ha
sviluppato durante la prima guerra mondiale dalle colonne della Frankfurter
Zeitung, viene espressa in modo compiuto poco prima della fine del conflitto in
Parlament und Regierung im neugeordneten Deutschland (Munchen; tr. it. Bari),
in cui egli affronta il problema dell'imminente ricostruzione politica della
Germania. Successivamente Weber partecipa in maniera diretta alla vita
politica, prima come consulente della Commissione di armistizio a Versailles e
poi collaborando alla redazione del progetto di costituzione della repubblica
di Weimar. Rritorna all'insegnamento, accettando una chiamata all’Università di
Monaco, dove tiene due celebri conferenze sul senso della scienza e sul senso
della politica (Wissenschaft als Berut e Politik als Beruf; tr. it. Torino) e
il suo ultimo corso di lezioni, dedicato a un'analisi delle categorie
sociologiche. Risale a questi anni anche la Wirtschaftsgeschichte, pubblicata
postuma (Berlin). La morte lo coglie a Monaco, in pieno fervore di attività.
L'ultimo periodo della vita di Weber è caratterizzato anche dallo sforzo di
sviluppare le implicazioni filosofiche della propria analisi. Non a caso il
problema che viene in primo piano, durante questi anni, è il problema dei
valori, che gli veniva riproposto con urgenza dal conflitto mondiale e dalle
questioni etico-politiche che esso aveva sollevato. Riprendendo, nel saggio Der
Sinn der Wertfreiheit der soziologischen und dkonomischen Wissenschaften (tr.
it. Torino), la tesi dell’avalutatività delle scienze storico-sociali, Weber ha
dato una formulazione esplicita della propria concezione dei valori. I valori
non posseggono una validità incondizionata, e tanto meno sono entità
trascendenti; la loro validità coincide con la possibilità di trovare una
realizzazione nell’agire umano. D’altra parte i valori non possono essere
riportati a un'unità sistematica: la loro molteplicità è irriducibile, e sia
tra le diverse sfere di valori sia all’interno di ogni sfera si verificano
sempre conflitti di valori. Ciò vale nei rapporti tra etica e politica, tra
scienza e religione, e via dicendo; ma vale perfino all’interno della sfera
etica, che è dominata dall’antitesi tra etica dell’intenzione ed etica della
responsabilità. L’agire dell’uomo è la sede in cui si manifesta il contrasto
reciproco dei valori, in quanto l'accettazione di certi valori comporta
inevitabilmente il rifiuto di altri, e il primato accordato a una certa sfera
implica la subordinazione o la negazione di altre sfere. Il rapporto dell’agire
umano con i valori si presenta quindi come una relazione problematica definita
mediante una scelta la scelta che l’uomo compie dei valori che devono servire
come criterio di orientamento per la propria condotta. Su questa base Weber ha
affrontato, in Wissenschaft als Beruf, il problema del senso della scienza,
cioè il problema del significato che la scienza riveste in relazione al posto
dell’uomo nel mondo. Egli ha indicato tale significato nella chiarezza, cioè
nella presa di coscienza del rapporto tra gli scopi dell’agire e i mezzi
necessari alla loro realizzazione, a cui l’uomo perviene in virtù della
conoscenza scientifica. La scienza mette in questione la possibilità di
realizzare i valori, determinando le condizioni dalle quali essa dipende; la
sua è quindi una funzione problematizzante e critica. In maniera analoga Weber
ha impostato, in Politik als Beruf, il problema del senso della politica. Se è
vero che la politica implica sempre rapporti di forza e mira a conseguire o a
mantenere un certo potere, è altrettanto vero che essa è dedizione a un
compito, a una causa. In quanto tale, la politica presuppone una scelta in
favore di certi valori, a cui si accompagna il rifiuto di altri; cosicché nel
conflitto tra le varie forze si riflette una lotta tra valori diversi e
inconciliabili. Il senso della politica è perciò differente dal senso della
scienza il che consente a Weber di ribadire la tesi dell’indipendenza reciproca
di conoscenza scientifica e di attività politica. Ma la base sulla quale essi
vengono determinati è la medesima: un’interpretazione del posto dell’uomo nel
mondo che risulta fondata sul rapporto di scelta che intercorre tra l'uomo e i
valori. I saggi metodologici di Weber sono raccolti nei Gesammelte Aufsitze zur
Wissenschaftslehre, Tùbingen (a cura di J. Winckelmann). Il volume comprende i
seguenti saggi: Roscher und Knies und die logischen Probleme der historischen
Nationalòkonomie, Die Objektivitit sozialwissenschaftlicher und
sozialpolitischer Erkenntnis, Kritische Studien auf dem Gebiet der
kulturwissenschaftlichen Logik, R. Stammlers Ùberwindung der materialistischen
Geschichtsauffassung con il relativo Nachtrag, Die Grenznutzlehre und das
psychophysische Grundgesetz (1908), Uber einige Kategorien der verstehenden
Soziologie, Die drei Typen der legitimen Herrschaft (apparso postumo), Der Sinn
der Wertfreiheit der soziologischen und Gkonomischen Wissenschaften,
Wissenschaft als Beruf nonché il primo capitolo di Wirtschaft und Gesellschaft.
Di questi saggi il secondo, il terzo, il sesto e l’ottavo sono tradotti nel
volume 7 metodo delle scienze storico-sociali (a cura di R.), Torino;
Wissenschaft als Beruf è invece tradotto insieme a Politik als Beruf nel volume
Il lavoro intellettuale come professione (tr. it. di A. Giolitti, intr. di D.
Cantimori), Torino Gli altri scritti di Weber sono raccolti per buona parte nei
seguenti volumi: Gesammelte Aufsitze zur Religionssoziologie, Tiùbingen, con
varie riedizioni fototipiche (una traduzione italiana completa è in corso di
preparazione per i Classici della sociologia delle Edizioni di Comunità): il
primo volume comprende i due saggi Die protestantische Ethik und der Geist des
Kapitalismus e Die protestantischen Sekten und der Geist des Kapitalismus,
nonché l'introduzione e la prima parte di Die Wirtschaftsethik der
Weltreligionen, dedicata a Konfuzianismus und Taoismus; il secondo comprende la
seconda parte, dedicata a Hinduismus und Buddismus; il terzo comprende la terza
parte, dedicata a Das antike Judentum. Una nuova edizione dei saggi sull'etica
protestante, corredata della relativa discussione, è stata fornita da J.
Winckelmann, col titolo Die protestantische Ethik: cine Aufsatzsammlung, Miinchen,
e Hamburg. Gesammelte politische Schriften, Miinchen, e Tiibingen,(a cura di J.
Winckelmann), ; tr. it. (parziale) Catania: di questa traduzione non fanno
parte né Parlament und Regierung im neugeordneten Deutschland, già tradotto, né
il saggio Politik als Beruf, tradotto invece nel volume // Zavoro intellettuale
come professione cit. Gesammelte Aufsitze zur Sozialund Wirtschaftsgeschichte,
Tiubingen: il volume comprende Agrarverhaltnisse im Altertum e una serie di
altri saggi di storia economico-sociale del mondo antico e del Medioevo, nonché
Die lindliche Arbeitsverfassung, Entwickelungstendenzen in der Lage der
ostelbischen Landarbeiter e Der Streit um den Charakter der altgermanischen
Sozialverfassung in der deutschen Literatur des letzten Jahrzehnts. Gesammelte
Aufsitze zur Soziologie und Sozialpolitik, Tùbingen: il volume comprende
diversi saggi di sociologia empirica, tra cui soprattutto Zur Psychophysik der
industriellen Arbeit, e gli interventi alle riunioni del Verein fir
Sozialpolitik . Rimangono al di fuori di queste raccolte: i due volumi Die
ròmische Agrargeschichte in ihrer Bedeutung fiir das Staatund Privatrecht e Die
Verhdltnisse der Landarbeiter im ostelbischen Deutschland, già menzionati;
l’opera sociologica fondamentale Wirtschaft und Gesellschaft, Tùbingen, a cura
di J. Winckelmann, tr. it. Milano; le lezioni sulla Wirtschaftsgeschichte:
Abriss der universalen Sozialund Wirtschaftsgeschichte (a cura di S. Hellmann e
M. Palyi), Miinchen-Leipzig (una traduzione italiana è in preparazione presso
Einaudi). Rimangono inoltre al di fuori delle varie raccolte e dei volumi qui
elencati numerosi scritti, discorsi, interventi congressuali, nonché gli
Jugendbriefe, Tiibingen. Di grande importanza per la comprensione della
personalità di Weber è la biografia scritta dalla moglie Marianne Weser, Weber,
cin Le bensbild, Tiibingen, e Heidelberg. Due importanti raccolte di documenti
sono state pubblicate rispettivamente da E. BAuMGARTEN, col titolo Max Weber:
Werk und Person, Tiibingen, e da R. KénIG e J. WincKELMANN, col titolo Max
Weber zum Gedichinis (fascicolo speciale della Kòlner Zeitschrift fir
Soziologie und Sozialpsychologie). La letteratura critica sull'opera e sul
pensiero di Weber ha acquistato, particolarmente negli ultimi due decenni,
dimensioni sempre più cospicue. Tra di essa ci limitiamo a segnalare gli studi
seguenti: WEBER A. von ScHELTING, Die logische Theorie der historischen
Kulturwissenschaft von Max Weber und im besonderen sein Begriff des Idealtypus,
Archiv fiir Sozialwissenschaft und Sozialpolitik , OrrenHEMER, Die Logik der soziologischen
Begriffsbildung (mit besonderer Beriicksichtigung von Max Weber), Tiibingen, Warter,
Weber als Soziologe, Jahrbuch fir Soziologie , Graz, Der Begriff des Rationalen
in der Soziologie Webers, Karlsruhe, Prisrer, Die Entwicklung zum Idealtypus
(Eine methodologische Untersuchung iiber das Verhaltnis von Theorie und
Geschichte bei Menger, Schmoller und Max Weber), Tibingen, LanpsHut, Kriti der
Soziologie, Minchen-Leipzig, e NeuwiedBerlin, Bienrair, Webers Lehre vom
geschichilichen Erkennen, Berlin, Wotr, Max Webers ethischer Kritizismus und
das Problem der Metaphysik, Logos, StrzeLEWIcz, Die Grenzen der Wissenschaft
bei Weber, Frankfurt a.M.. K. Jasrers, Weber: Deutsches Wesen im politischen
Denken, im Forschen und Philosophieren, Oldenburg; nuova edizione col titolo
Max Weber: Politiker, Forscher, Philosoph, Bremen, e Miinchen; tr. it. Napoli, LéwrrH,
Max Weber und Karl Marx, Archiv fiir Sozialwissenschaft und Sozialpolitik, poi
raccolto nelle Gesammelte Abhandlungen zur Kritik der geschichilichen Existenz,
Stuttgart; tr. it. Napoli,
Scnurz, Der sinnhafte Aufbau der sozialen Welt (Eine Einleitung in die
verstehende Soziologie), Wien. C. Stepine, Politit und Wissensschaft bei Max
Weber, Breslau, . A. MertLer, Weber und die philosophische Problematik in
unserer Zeit, Leipzig. A. SaLomon, Max Webers Methodology, Social Research , ScuettIno,
Max Webers Wissenschafeslehre, Tiibingen, Lennert, Die Religionstheorie Max
Webers, Stuttgart, 1935. A. Saromon, Weber's Sociology, Social Research , Saromon,
Weber's Political Ideas, Social Research , Parsons, The Structure of Social
Action, New York-London, e Glencoe {Ill.; tr. it. Bologna, WernreicH, Weber,
l'homme et le savant, Paris, Maver, Max Weber in German Politics, London, ScHaar,
Geschichte und Begriff (Eine kritische Studie zur Geschichtsmethodologie von
Ernst Troeltsch und Max Weber), Tiibingen, HenricH, Die Einheit der
Wissenschaftslehre Webers, Tiibingen, WincKeLManN, Legitimitit und Legalitàt in
Max Webers Herrschaftssoziologie, Tubingen. R., La sociologia di Max Weber,
Quaderni di sociologia. Mertrau-Ponty, Les aventures de la dialectique, Paris, WincKeLMAnN,
Gesellschaft und Staat in der verstehenden Soziologie Webers, Berlin, Momxsen,
Mar Weber und die deutsche Politik, Tibingen, TensrucK, Die Genesis der
Methodologie Max Webers, Kélner Zeitschrift fir Soziologie und
Sozialpsychologie , Benpix, Max Weber: an Intellectual Portrait, Garden City
(N.Y.), Karsren, Das Problem der Legitimitàt im Max Webers Idealtypus der
rationalen Herrschaft, Hamburg, Scuwerrzer, The Method of Social Economics: a
Study of Max Weber, Bloomington (Indiana) Wecener, Die Quellen der
Wissenschaftsauffassung Max Webers und die Problematik der Werturteilsfreiheit
der NationalòkRonomie, Berlin, FLEIscHMann, De Weber à Nietzsche, Archives
européennes de sociologie, Weber und die Soziologie heute (a cura di O.
Srammer), Tibingen; tr. it. Milano, Revue des sciences sociales , fascicolo dedicato
a Weber, con contributi di Benpix, Momxsen, Parsons, e FerrarOTTI, Max Weber e
il destino della ragione, Bari, Janoska-Benpi, Methodologische Aspekte des
Idealtypus: Max Weber und die Soziologie der Geschichte, Berlin, LazarseeLD e
A. OserscHaLL, Max Weber and Empirical Social Research, American Sociological
Review , LoewensteIn, Max Webers staatspolitische Auffassungen in der Sicht
unserer Zeit, Frankfurt a.M.-Bonn, SancHez Azcona, Introduccibn a la sociologia
segin Weber, Mexico, StreisanD, Max Weber: Soziologie, Politik und
Geschichtsschreibung von der Reichseinigung von oben bis zur Befreiung
Deutschlands vom Fascismus, Berlin, Weber: Gedichtnisschrift der
Ludwie-Maximilian-Universitàt Miinchen zur 100. Wiederkehr seines Geburtstages
(a cura di K. EncIScH, B. Prister e J. WincxeLMann), Berlin, Asramowskt, Das
Geschichtsbild Max Webers: Universalgeschichte am Leitfaden des okzidentalen
Rationalisierungsprozesses, Stuttgart, FreunD, Sociologie de Max Weber, Paris;
tr. it. Milano, MunHLmann,
Max Weber und die rationale Soziologie, Tiibingen, Prapes, La sociologie de la
religion chez Max Weber, Louvain-Paris, ALsert, Theorie und Praxis: Max Weber
und das Problem der Wertfreiheit und der Rationalitàr, nel volume Die
Philosophie und die Wissenschaft (a cura di E. Oldenmeyer), Meisenheim am Glan,
R. Aron, Les étapes de la pensée sociologique, Paris, tr. it. Milano, Cavarti,
Max Weber: religione e società, Bologna, Herrino, Weber und Ernst Troeltsch als
Geschichtsdenker, Kantstudien , Mitter, Max Weber, New York, Terecen, De
sociologie in het werk van Max Weber, Meppel, 1968. The Protestant Ethic and
Modernization: a Comparative View (a cura di S. N. ErsenstaDT), New
York-London, Cavatti, La fondazione del metodo sociologico in Max Weber e
Werner Sombart, Pavia, Rogers, Weber's Ideal Type Theory, New York, LacHmann,
The Legacy of Max Weber: Three Essays, London, Mirzman, The Iron Cage: an
Historical Interpretation of Max Weber, New York, Weber and Modern Sociology (a
cura di A. SaWav), London, Benpix e G. RotH, Scholarship and Partisanship:
Essays on Max Weber, Berkeley-Los Angeles, Dronsercer, The Political Thought of
Weber, New York, Gippens, Capitalism and Modern Social Theory: an Analysis of
the Writings of Marx, Durkheim and Max Weber, London-New York, Hurnacet, Kritik
als Beruf. Der Kritische Gehalt im Werk Webers, Frankfurt a.M., Huncar, Empirie
und Praxis: Ertrag und Grenzen der Forschungen Max Webers im Licht neuerer
Konzeptionen, Meisenheim am Glan. W. Lerèvre, Zum historischen Charakter und
zur historischen Funktion der Methode biirgerlicher Soziologie: Untersuchungen
am Werk Max Webers, Frankfurt a.M. ScHLucHTER, Wertfreiheit und
Verantwortungsethik: zum Verhdltnis von Wissenschaft und Politik bei Max Weber,
Tiibingen Weber, sein Werk und seine Wirkung (a cura di D. Kaester), Miinchen, Bruun,
Science, Values and Politics in Max Weber's Methodology, Copenhagen, Runciman,
A Critique of Weber's Philosophy of Social Science, London-New York, WeremBercH,
Le volontarisme rationnel de Max Weber, Bruxelles, BeetHaMm, Weber and the Theory of Modern
Politics, London, Mommsen, The Age of Bureaucracy: Perspectives on the
Political Sociology of Weber, Oxford. Un elenco degli scritti di Weber (compresi gli articoli di giornale) è
stato fornito per la prima volta da Marianne Weser, Max Weber, ein Lebensbild;
esso è stato completato da J. WINcKELMANN nell’antologia di testi weberiani
Soziologie, Weltgeschichtliche Analysen, Politik, Stuttgart. Per una
bibliografia degli studi su Weber si veda l’articolo di GertH e GertH,
Bibliography on Max Weber, Social Research, nonché le importanti integrazioni
fornite da W. Mommsen, Max Weber und die deutsche Politik. La prima questione
*, che di solito si pone presso di noi a una rivista di scienza sociale che sia
al tempo stesso una rivista di politica sociale, nel momento del suo apparire
oppure del a. Ogni qual volta, nella prima parte delle seguenti considerazioni,
si parlerà esplicitamente in nome degli editori, 0 si determineranno i compiti
dell’ Archivio , non si tratterà naturalmente di opinioni private dell’autore,
bensì di formulazioni che hanno avuto l’espressa approvazione dei coeditori.
Per la seconda parte la responsabilità, tanto per la forma quanto per il
contenuto, spetta soltanto all'autore. Che l’ Archivio non cadrà mai nella
proclamazione settaria di una determinata posizione scolastica, è garantito
dalla circostanza che il punto di vista non solo dei suoi collaboratori, ma
anche dei suoi editori, è tutt'altro che identica, perfino sotto il profilo
metodologico. D'altra parte una convergenza su certe concezioni fondamentali ha
costituito naturalmente il presupposto dell'assunzione collettiva della
redazione. Questa convergenza si riferisce in particolare alla considerazione
del valore della conoscenza seorica da punti di vista unilaterali , nonché
all'esigenza dell’elaborazione di concetti precisi e della rigorosa distinzione
tra sapere empirico e giudizio di valore, nel senso in cui essa verrà qui
presentata naturalmente senza la pretesa di chiedere qualcosa di nuovo .
L'ampiezza della discussione (nella seconda parte) e la frequente ripetizione
dello stesso pensiero servono allo scopo esclusivo di pervenire al massimo
possibile di comune intelligibilità in tali considerazioni. Per que* Die
Objektivitit sozialwissenschaftlicher und sozialpolitischer Erkenntnis, Archiv
fiir Sozialwissenschaft und Sozialpolitik, raccolto nel volume Gesammelte
Aufsitze zur Wissenschaftslehre, Tubingen, ]. C. B. Mohr (a cura di Johannes
Winckelmann) (L’ oggettività conoscitiva della scienza sociale e della politica
sociale, tr. it. di Pietro Rossi, in Il metodo delle scienze storico-sociali,
Torino, Einaudi. passaggio sotto una nuova redazione, è quella concernente la
sua tendenza . Anche noi non possiamo sottrarci a tale questione, e dobbiamo a
questo punto in riferimento alle osservazioni formulate nella nostra Nota
introduttiva! addentrarci in un'impostazione problematica più fondamentale. Si
offre in questa maniera l’opportunità di illustrare lungo varie direzioni il
carattere specifico del lavoro della scienza sociale in genere, quale noi lo
intendiamo, di modo che ciò possa essere utile per quanto, o piuttosto proprio
in quanto si tratta di nozioni di per sé evidenti se non per lo specialista, almeno
per il lettore che è più lontano dalla prassi del lavoro scientifico. Scopo
esplicito dell’ Archivio è stato, fin dall’inizio, quello di promuovere,
accanto all'estensione della nostra conoscenza intorno alle situazioni sociali
di tutti i paesi, e quindi intorno ai fazti della vita sociale, anche
l'educazione del giudizio sui suoi problemi pratici e pertanto in quella
maniera, certo assai modesta, in cui un fine siffatto può venir perseguito da
studiosi privati la critica del lavoro pratico di politica sociale, fino ai
fattori legislativi. E tuttavia l’ Archivio si è proposto sempre di essere una
rivista esclusivamente scientifica, e di lavorare soltanto con i mezzi della
ricerca scientifica cosicché si presenta subito il problema del modo in cui quello
sto interesse molto c'è da sperare non troppo si è sacrificato di precisione
dell’espressione, ed è stato pure del tutto tralasciato il tentativo di
presentare, in luogo di un’'elencazione di alcuni punti di vista metodologici,
un'indagine sistematica. Ciò avrebbe richiesto l'inserimento di una quantità di
problemi di teoria della conoscenza, che in parte si situano a un livello
ancora maggiore di profondità. Qui ci si propone non già di fare della logica,
bensì di rendere utili per noi dei risultati noti della logica moderna; e
quindi non di risolvere dei problemi, ma di illustrarne il significato ai non
specialisti. Chi conosca i lavori dei logici moderni io cito solo Windelband,
Simmel e, per i nostri scopi, specialmente Heinrich Rickert osserverà subito
come ogni cosa essenziale sia qui legata ad essi, 1, Si tratta della Nota
introduttiva alla nuova serie dell’ Archiv fir Sozialwissenschaft und
Sozialpolitik , che enunciava il programma della nuova redazione, costituita
oltre che da Weber da Edgard Jaffé e da Werner Sombart. Cfr. Archiv , XXI,
1904, pp. ivi scopo possa conciliarsi, in linea di principio, con la
limitazione a questi mezzi. Allorché l’ Archivio procede nelle sue pagine a
valutare le misure legislative o amministrative, oppure le proposte per tali
misure, che cosa significa questo? Quali sono le zorme per questi giudizi?
Quale è la validità dei giudizi di valore che talvolta esprime da parte sua
colui che giudica, o che un autore, nell’avanzare proposte pratiche, pone a
fondamento di queste? E in quale senso egli si mantiene allora sul terreno
della discussione scientifica, dal momento che la caratteristica della
conoscenza scientifica deve essere rintracciata nella validità oggettiva dei
suoi risultati cioè nella sua verità? Noi intendiamo illustrare dapprima il
nostro punto di vista di fronte a questa questione, per trattarne in seguito
un’altra più ampia: in qual senso vi soro in generale verità oggettivamente
valide sul terreno delle scienze che studiano la vita culturale? È una questione
che, in considerazione del continuo mutare e della lotta accanita che investe
anche i problemi apparentemente più elementari della nostra disciplina, il
metodo del suo lavoro, il modo di formazione dei suoi concetti e la loro
validità, non può essere evitata. Noi vogliamo quindi non già offrire delle
soluzioni, ma piuttosto porre in luce dei problemi quei problemi a cui la
nostra rivista, per essere giustificata nel suo lavoro passato e futuro, dovrà
dedicare la propria attenzione. Noi tutti sappiamo che la nostra scienza, anzi
con l’eccezione forse della storia politica ogni disciplina che abbia per
oggetto le istituzioni e i processi culturali della vita umana, è storicamente
sorta in relazione a punti di vista pratici. Il suo scopo prossimo, e
all’inizio anche esclusivo, era quello di produrre giudizi di valore su
determinati provvedimenti politico-economici dello stato. Essa costituiva una
tecnica » all'incirca nello stesso senso in cui lo sono anche le discipline
cliniche nell’ambito delle scienze mediche. È noto pure come questa posizione
sia venuta gradualmente mutando, senza che tuttavia fosse realizzata una
distinzione di principio tra la conoscenza di ciò che è» e la conoscenza di ciò
che deve essere ». Contro questa distinzione operava dapprima la convinzione
che i processi economici siano regolati da leggi di natura immutabilmente
eguali, e in seguito l’altra convinzione che essi dipendano da un principio di
sviluppo univoco; e pertanto si riteneva che ciò che deve essere coincidesse 0
con ciò che è immutabilmente, nel primo caso, oppure con ciò che diviene
immancabilmente, nel secondo caso. Con il risveglio del senso storico la nostra
scienza fu dominata da una combinazione di evoluzionismo etico e di relativismo
storico, la quale tentava di spogliare le norme etiche del loro carattere
formale, di determinarle nel contenuto mediante l’incorporazione dell'insieme
dei valori culturali nell’ambito della sfera etica, e di elevare perciò
l’economia politica alla dignità di una scienza etica su fondamento empirico.
Dal momento in cui si contrassegnava l’insieme di tutti gli ideali culturali
possibili con l'impronta della sfera etica, svaniva però la dignità specifica
degli imperativi etici, senza acquisire d’altra parte nulla per l’oggettività
di quegli ideali. Per il momento noi possiamo e dobbiamo lasciar qui da parte
una confutazione di principio di tale posizione; e ci soffermeremo
semplicemente a osservare che anche oggi non è scomparsa l'opinione inesatta
comune ovviamente soprattutto ai pratici che l'economia politica produca e
debba produrre giudizi di valore, derivandoli da una specifica intuizione
economica del mondo . La nostra rivista, in quanto rappresentante di una
disciplina empirica, deve respingere in maniera fondamentale questa posizione
come vogliamo mostrare fin dall’inizio poiché siamo convinti che non può mai
essere compito di una scienza empirica quello di formulare norme vincolanti e
ideali, per derivarne direttive per la prassi. Che cosa discende però da questa
proposizione? Non ne discende in nessun modo che i giudizi di valore, in quanto
essi si basano in ultima istanza su determinati ideali e sono perciò di origine
soggettiva , siano sottratti alla discussione scientifica in genere. La prassi
e lo scopo della nostra rivista avrebbe sempre smentito un principio siffatto.
La critica non si arresta di fronte ai giudizi di valore. La questione è
piuttosto la seguente: che cosa significa e a che cosa tende una critica
scientifica di ideali e di giudizi di valore? Essa richiede una considerazione
alquanto approfondita. Ogni riflessione pensante sugli elementi ultimi di un
agire umano fornito di senso è vincolata anzitutto alle categorie di scopo e di
mezzo . Noi vogliamo qualcosa, in concreto, o per il suo proprio valore oppure
come mezzo al servizio di ciò che si vuole in ultima analisi. Alla
considerazione scientifica è quindi accessibile in primo luogo,
incondizionatamente, la questione dell’appropriatezza dei mezzi in vista di un
dato scopo. In quanto noi (entro i limiti del nostro sapere) possiamo
validamente stabilire quali mezzi sono appropriati o non appropriati per
raggiungere uno scopo prospettato, possiamo per questa strada misurare le
possibilità di conseguire con determinati mezzi a disposizione uno scopo
determinato, e quindi criticare indirettamente la stessa determinazione di tale
scopo, in base alla situazione storica presente, come praticamente fornita di
senso oppure come priva di senso in base alla configurazione dei rapporti
esistenti. Noi possiamo inoltre, se sembra data la possibilità di raggiungere
uno scopo prospettato, stabilire naturalmente sempre entro i limiti del nostro
sapere le conseguenze che avrebbe l’impiego dei mezzi richiesti accanto
all'eventuale conseguimento dello scopo prefisso, sulla base della connessione
complessiva di ogni accadere. Noi offriamo in tale maniera a colui che agisce
la possibilità di misurare tra loro le conseguenze non volute e quelle volute
del suo agire, e perciò la risposta alla questione: che cosa costa il
conseguimento dello scopo voluto, in forma di pregiudizio prevedibilmente
recato ad altri valori? Dal momento che, nella grande maggioranza dei casi,
ogni scopo al quale si tende costa oppure può costare qualcosa,
l’auto-riflessione di uomini che agiscano in modo responsabile non può
prescindere dalla reciproca misurazione dello scopo e delle conseguenze
dell’agire; e renderla possibile è infatti una delle funzioni essenziali della
critica tecnica, quale noi l'abbiamo finora considerata. Tradurre quella
misurazione in una decisione nor è certo più un possibile compito della
scienza, ma è compito dell’uomo che vuole: egli misura e sceglie tra i valori
in questione secondo la propria coscienza e secondo la sua personale concezione
del mondo. La scienza può condurlo alla coscienza che ogri agire, e
naturalmente anche (secondo le circostanze) il zon-agire, significa nelle suc
conseguenze una presa di posizione in favore di determinati valori, e perciò
cosa che oggi viene così volentieri dimenticata di regola contro altri.
Compiere la scelta è però cosa sua. Ciò che noi possiamo ancora offrirgli per
questa decisione è la conoscenza del significato di ciò che viene voluto. Noi
possiamo insegnargli a conoscere nella loro connessione e nel loro significato
gli scopi che egli vuole, e tra cui sceglie, rendendo esplicite e sviluppando
in maniera logicamente coerente le idee che stanno, o che possono stare, a base
dello scopo concreto. Infatti è evidentemente uno dei compiti essenziali di
ogni scienza della vita culturale dell’uomo quello di schiudere alla
comprensione spirituale queste idee , per le quali si è lottato e si lotta, in
parte realmente e in parte apparentemente. Ciò non va oltre i limiti di una
scienza che tende a un ordinamento concettuale della realtà empirica, sebbene i
mezzi necessari per questa interpretazione dei valori spirituali non
costituiscano induzioni nel senso comune del termine. Tuttavia questo compito
cade, almeno parzialmente, al di fuori dell'ambito della disciplina economica
nella sua specializzazione, quale è definita in base alla consueta divisione
del lavoro scientifico; si tratta piuttosto di un compito della filosofia
sociale. Solo che la forza storica delle idee è stata così predominante per lo
sviluppo della vita sociale, e lo è tuttora, che la nostra rivista non può
sottrarsi a tale compito, e deve piuttosto considerarlo nell'ambito dei suoi
doveri più importanti. Ma la trattazione scientifica dei giudizi di valore può
non soltanto farci comprendere e rivivere gli scopi che ci prefiggiamo e gli
ideali che stanno alla loro base, ma soprattutto può insegnarci anche a
valutarli criticamente. Questa critica può certo avere soltanto un carattere
dialettico, cioè può soltanto essere una valutazione logico-formale del
materiale che ci è offerto dai giudizi di valore e dalle idee storicamente
date, e quindi un esame degli ideali in base al postulato della n0n
contraddittorietà interna di ciò che viene voluto. Essa può, proponendosi
questo scopo, condurre colui che agisce volontariamente a un’auto-riflessione
su quegli assiomi ultimi che stanno a base del contenuto del suo volere, vale a
dire a quei criteri di Weber. valore ultimi da cui egli inconsapevolmente muove
o da cui per essere coerente dovrebbe muovere. Recare alla coscienza questi
criteri ultimi, che si manifestano nei giudizi concreti di valore, è in ogni
caso l’ultima cosa che essa può compiere, senza penetrare nel campo della
speculazione. Che il soggetto che giudica debba conformarsi a questi criteri
ultimi è un suo affare personale, e riguarda il suo volere e la sua coscienza,
non già il sapere empirico. Una scienza empirica non può mai insegnare a nessuno
ciò che egli deve, ma può insegnargli soltanto ciò che egli può e in
determinate circostanze ciò che egli vuole. È vero che, entro il campo delle
nostre scienze, i vari modi personali di concepire il mondo penetrano di
continuo anche nell’argomentazione scientifica, intorbidandola sempre e
conducendola a considerare in maniera diversa il peso di argomenti scientifici,
pur sul terreno della determinazione di semplici connessioni causali tra i
fatti; e che di conseguenza risultano diminuite o aumentate, a seconda dei
casi, le possibilità degli ideali personali, cioè la possibilità di volere
qualcosa di determinato. Anche gli editori e i collaboratori della nostra
rivista ritengono sotto questo rispetto che in verità nulla di umano sia loro
alieno . Ma molto intercorre tra questa confessione di debolezza umana e la
fede in una scienza etica dell’economia politica, che dovrebbe dalla propria
materia produrre degli ideali, oppure dar luogo a norme concrete mediante
l’applicazione di imperativi etici universali a tale materia. Ed è anche vero
che proprio quegli elementi intimi della personalità, i supremi e ultimi
giudizi di valore che determinano il nostro agire e che dànno senso e
significato alla nostra vita, sono da noi avvertiti come qualcosa di oggeztivamente
valido. Noi possiamo rappresentarceli soltanto se essi si presentano a noi come
validi, come derivanti dai nostri supremi valori, e se quindi essi sono così
sviluppati, nella lotta contro le resistenze della vita. E certamente la
dignità della personalità consiste tutta nel fatto che per essa vi sono valori
a cui riferisce la propria vita: anche se nel caso singolo questi valori
sussistono esclusivamente entro la sfera della propria individualità, tuttavia
l’estrinsecarsi in quelli dei suoi interessi, per i quali reclama la validità
dei valori, diventa l’idea alla quale essa si riferisce. Soltanto in base al
presupposto della fede nei valori ha senso, in ogni caso, il tentativo di
formulare giudizi di valore. Giudicare la validità di tali valori è però una
questione di fede, ed è inoltre forse un compito della considerazione
speculativa e dell’interpretazione della vita e del mondo nel loro senso, ma
non è sicuramente oggetto di una scienza empirica nel significato adottato in
queste pagine. Per questa distinzione non ha rilievo decisivo come spesso si
ritiene il fatto empiricamente determinabile che quei fini ultimi sono
storicamente mutevoli e contestati. Infatti anche la conoscenza dei princìpi
più sicuri del nostro sapere teorico anche del sapere delle scienze naturali
esatte o della matematica è in primo luogo prodotto della cultura, nello stesso
modo in cui lo sono la sensibilità e il raffinamento della coscienza. Soltanto
quando riflettiamo in maniera specifica sui problemi pratici della politica economica
e sociale (nel senso consueto del termine), risulta chiaro che vi sono
numerose, anzi innumerevoli questio ni particolari di carattere pratico, per la
cui discussione si muove, in generale accordo, da certi scopi assunti come di
per sé evidenti sì pensi per esempio ai crediti in caso di necessità, ai
compiti concreti dell’igiene sociale, all’assistenza dei poveri, a
provvedimenti come le ispezioni di fabbriche, i tribunali del lavoro, gli
uffici di collocamento, cioè a gran parte della legislazione protettiva dei
lavoratori e che di questi scopi si discute, almeno in apparenza, solo in
riferimento ai mezzi adatti per conseguirli. Ma anche se si scambiasse qui
l’apparenza dell’auto-evidenza con la verità ciò che la scienza non potrebbe
mai fare impunemente e se si volessero considerare i conflitti, entro i quali
subito conduce il tentativo della realizzazione pratica, come questioni
puramente pratiche di opportunità il che sarebbe molto spesso erroneo dovremmo
tuttavia osservare che anche questa apparenza di auto-evidenza dei criteri
regolativi di valore svanisce appena procediamo dai problemi concreti dei
servizi assistenziali alle questioni della politica economica e sociale. Il
contrassegno del carattere politico-sociale di un problema consiste precisamente
nel fatto che esso non può venir sbrigato sulla base di considerazioni
meramente tecniche che facciano riferimento a scopi stabiliti, e che si può,
anzi si è costretti a disputare intorno agli stessi criteri regolativi di
valore, dal momento che il problema rientra nella regione delle questioni
culturali di portata generale. E la disputa si svolge non soltanto, come oggi
così volentieri si crede, tra interessi di classe, ma anche tra intuizioni del
mondo e con ciò tuttavia rimane naturalmente vero che l'adesione dell'individuo
a una certa intuizione del mondo è decisa anche, oltre che da vari altri
elementi, e di sicuro in misura molto elevata, dal grado di affinità che la
unisce al suo interesse di classe (se vogliamo qui accogliere in via provvisoria
questo concetto solo apparentemente univoco). Di certo c'è, in ogni
circostanza, soltanto una cosa, che quanto più generale è il problema del quale
si tratta, vale a dire quanto più esteso è il suo significato culturale, tanto
meno esso può trovare una risposta univocamente determinata in base al
materiale del sapere empirico, e di conseguenza tanto maggiore rilievo hanno
gli ultimi assiomi, così personali, della fede e delle idee di valore. È
semplicemente una ingenuità sebbene essa sia tuttora condivisa talvolta da
specialisti ritenere possibile di stabilire in primo luogo per la scienza
sociale pratica un principio e di trovare una conferma scientifica della sua
validità, per dedurne quindi in maniera univoca le norme per la soluzione dei
problemi pratici particolari. Per quanto le discussioni di principio di
problemi pratici, condotte per riportare i giudizi di valore che si impongono
in maniera irriflessa al loro contenuto di idee, siano indispensabili nella
scienza sociale, e per quanto la nostra rivista intenda dedicarsi in maniera
particolare anche ad esse, non può tuttavia essere suo compito come non può
essere il compito di nessuna scienza empirica in genere la creazione di un
denominatore comune di portata pratica per i nostri problemi, in forma di
ideali ultimi universalmente validi; esso sarebbe non soltanto di fatto
insolubile, ma anche in sé privo di senso. E quale che sia l’interpretazione
del fondamento e del modo di obbligatorietà degli imperativi etici, è però
certo che da essi, in quanto costituiscono norme per l’agire concretamente
condizionato dell’;dividuo, non si possono dedurre in maniera univoca dei
contenuti di cultura che debbano essere accolti, e che anzi ciò è tanto meno
possibile quanto più comprensivi sono i contenuti in questione. Soltanto le
religioni positive o più precisamente le sette legate da un vincolo dogmatico
possono attribuire al contenuto dei valori culturali la dignità di comandi
etici incondizionatamente validi. Al di fuori di esse gli ideali culturali, che
l’individuo rsole realizzare, e i doveri etici, che egli deve compiere, sono di
dignità fondamentalmente differente. Il destino di un’epoca di cultura che ha
mangiato dall’albero della conoscenza è quello di sapere che noi non possiamo
cogliere il senso dell’accadere cosmico in base al risultato della sua
investigazione, per quanto perfettamente accertato esso sia, ma che dobbiamo
essere in grado di crearlo, e che di conseguenza le intuizioni del mondo non
possono mai essere prodotto del sapere empirico nel suo progredire, mentre gli
ideali supremi, che ci muovono nella maniera più potente, agiscono in tutte le
età solo nella lotta con altri ideali, che ad altri sono sacri come a noi i
nostri. Soltanto un sincretismo ottimistico, quale risulta talvolta prodotto
dal relativismo storico-evolutivo, può illudersi teoricamente sull’estrema
gravità di questo stato di cose oppure sottrarsi praticamente alle sue
conseguenze. È ovvio che nel caso singolo può essere soggettivamente doveroso
per il politico pratico cercare una mediazione tra le antitesi di opinioni
esistenti, proprio come può esserlo prendere partito per una di esse. Ma ciò
non ha proprio nulla a che fare con l’ oggettività scientifica. La linea di
mezzo non è verità scientifica in nessun modo più di quanto lo siano gli
estremi ideali di parte, di destra oppure di sinistra. Mai l’interesse della
scienza è alla lunga così mal garantito come le volte in cui non si vuole
guardare in faccia i fatti scomodi e le realtà della vita nella loro durezza.
L° Archivio combatterà senza sosta la grave auto-illusione che si possano
ottenere norme pratiche di validità scientifica attraverso la sintesi di
diversi punti di vista, oppure in base a una diagonale tracciata tra di loro,
in quanto essa amando rivestire relativisticamente i propri criteri di valore è
molto più pericolosa per una ricerca impregiudicata di quanto non lo sia la
vecchia ingenua fede dei diversi partiti nella dimostrabilità scientifica dei
propri dogmi. La capacità di realizzare la distinzione tra il conoscere e il
valutare, cioè tra l'adempimento del dovere scientifico di vedere la realtà dei
fatti e l'adempimento del dovere pratico di difendere i propri ideali questo è
il principio al quale dobbiamo attenerci più saldamente. In ogni epoca c’è e
rimarrà sempre questo è ciò che ci interessa una differenza insormontabile tra
un’argomentazione la quale si diriga al nostro sentimento e alla nostra
capacità di entusiasmarci per fini pratici concreti o per forme e contenuti
culturali, oppure anche alla nostra coscienza nel caso in cui sia in questione
la validità di norme etiche e un’argomentazione la quale si rivolga invece alla
nostra capacità e al nostro bisogno di ordinare concettualmente la realtà
empirica, in maniera da pretendere una validità di verità empirica. E questa
proposizione rimane corretta nonostante che quei valori supremi che stanno a
base dell’interesse pratico siano e restino sempre di decisiva importanza, come
si porrà ancora in luce, per la direzione che l’attività ordinatrice del
pensiero assume ogni volta nel campo delle scienze della cultura. È e resta
vero, infatti,che una dimostrazione scientifica metodicamente corretta nel
campo delle scienze sociali deve essere riconosciuta come giusta, allorché essa
abbia realmente conseguito il proprio scopo, anche da un Cinese. Il che vuol
dire, più precisamente, che essa deve in ogni caso aspirare a questo fine,
benché forse non pienamente attuabile per l’insufficienza del materiale, e che
l’analisi logica di un ideale, considerato nel suo contenuto e nei suoi assiomi
ultimi, nonché l’indicazione delle conseguenze che logicamente e praticamente
derivano dalla sua realizzazione, deve essere valida per chiunque, anche per un
Cinese, una volta posto che sia riuscita. E ciò mentre a lui può mancare la sensibilità
per i nostri imperativi etici, e mentre egli può respingere e certo respingerà
spesso quell’ideale e le valutazioni concrete che ne discendono, senza tere in
tal modo il valore scientifico dell’analisi concettuale. sicuro la nostra
rivista non ignorerà i tentativi, che i. e inevitabilmente si ripetono, di
determinare in maniera univoca il sezso della vita culturale. Al contrario,
essi appartengono ai prodotti più importanti di questa vita culturale, e in
determinate circostanze anche alle sue più potenti forze direttive. Perciò noi
seguiremo sempre con cura il corso delle discussioni di filosofia sociale in
questo senso. Anzi, noi siamo quanto mai alieni dal pregiudizio che le
considerazioni della vita culturale, le quali tentano di pervenire a interpretare
metafisicamente il mondo, procedendo oltre l’ordinamento concettuale del dato
empirico, non possano per questo loro carattere adempiere alcun compito in
servizio della conoscenza. In che cosa consista questo compito è certo un
problema in primo luogo di teoria della conoscenza, la cui soluzione deve, e
può anche, essere qui messa in disparte per ciò che concerne i nostri scopi.
Poiché una cosa dobbiamo stabilire per il nostro lavoro: che una rivista di
scienza sociale nel senso da noi illustrato, in quanto essa aspira al carattere
di scienza, deve essere una sede nella quale si cerca la verità, e una verità
tale per rimanere all'esempio che esiga anche per il Cinese la validità propria
di un ordinamento concettuale della realtà empirica. Certamente gli editori non
possono proibire una volta per sempre, a se stessi e ai collaboratori, di
esprimere i propri ideali anche in forma di giudizi di valore. Solo che da ciò
scaturiscono due importanti doveri. In primo luogo, viene il dovere di rendere
ben consapevole in ogni momento il lettore e se stesso dei criteri a cui viene
commisurata la realtà e da cui è derivato il giudizio di valore, invece di
illudersi, come troppo spesso accade, intorno ai conflitti tra gli ideali,
mediante un’imprecisa congiunzione di valori di diverso tipo, e di volere «
offrire qualcosa a ognuno . Se questo dovere viene rigorosamente osservato, la
presa di posizione valutativa di carattere pratico può risultare non soltanto
innocua, ma anche direttamente utile nel puro interesse scientifico; poiché
nella critica scientifica delle proposte legislative, nonché di altre proposte
pratiche, la chiarificazione dei motivi del legislatore e degli ideali
dell’autore criticato non può venir compiuta in tutta la sua portata, in forma
intelligibile, se non mediante il confronto dei criteri di valore che sono alla
loro base con altri, e naturalmente anche, in primo luogo, con i propri. Ogni
valutazione fornita di senso del volere di un altro può essere soltanto una
critica condotta in base alla propria intuizione del mondo, cioè una lotta
contro l'ideale altrui sulla base di un proprio ideale. Se nel caso particolare
l’assioma valutativo ultimo, che sta a fondamento di un volere pratico, deve
essere non soltanto determinato e analizzato scientificamente, ma anche
illustrato nelle sue relazioni con altri assiomi valutativi, rimane inevitabile
una critica positiva per mezzo di un “esposizione sistematica di questi ultimi.
Nelle pagine di questa rivista, specialmente in occasione della discussione di
leggi, si tratte rà inevitabilmente, oltre che di scienza sociale e cioè
dell’ordinamento concettuale dei fatti anche di politica sociale e cioè della
rappresentazione di ideali. Ma noi non pensiamo di presentare siffatte
discussioni polemiche come scienza , € ci guarderemo con tutte le nostre forze
dal mescolare e scambiare le due cose. Non è più allora la scienza che parla; e
infatti la seconda fondamentale prescrizione di un discorso scientifico
impregiudicato è di illustrare con chiarezza in tali casi al lettore (e, lo
ripetiamo, in primo luogo di chiarire a se stesso) che, e dove, finisce il
ricercatore con la sua opera di pensiero e dove comincia a parlare l’uomo che
vuole, dove gli argomenti concernono l’intelletto e dove si dirigono invece al
sentimento. La continua mescolanza della discussione scientifica dei fatti e
del ragionamento valutativo è una delle caratteristiche ancora più diffuse, ma
anche più dannose, dei lavori della nostra disciplina. E le considerazioni
precedenti si dirigono appunto contro questa mescolanza, non già contro
l'enunciazione dei propri ideali. L’indifferenza e l’ oggettività scientifica
non posseggono nessuna affinità interna. L’ Archivio non è mai stato, e non
deve neppur diventare almeno secondo la sua intenzione un luogo nel quale si
conduca una polemica contro determinati partiti politici o politico-sociali, e
tanto meno una sede in cui si faccia opera di proselitismo a favore di, oppure
in opposizione a ideali politici o politicosociali; per tale scopo sussistono
altri organi. Il carattere proprio della rivista è stato fin dall’inizio, e
dovrà essere anche in futuro, per quanto dipende dagli editori, quello di
riunire insieme nel lavoro scientifico i più aspri avversari politici. Essa non
è stata finora un organo socialista e non diventerà in avvenire un organo
borghese. Essa non esclude dalla propria cerchia di collaboratori nessuna
persona che voglia porsi sul terreno della discussione scientifica. Essa non
può costituire un’arena di risposte , repliche e contro-repliche, ma d’altra
parte non può evitare a chiunque, neppure ai suoi collaboratori e tanto meno ai
suoi editori, di essere soggetti nelle proprie pagine alla più severa critica
scientifica. Chiun que non possa sopportare ciò, o che ritenga di non poter
collaborare, neppure al servizio della conoscenza scientifica, con gente che
lavora per ideali diversi dai suoi, può rimanere lontano dalla rivista. Certo
con questa ultima proposizione non vogliamo illuderci in proposito si è però
detto praticamente molto di più di quanto non appaia ad un primo sguardo. In
primo luogo, come si è già accennato, la possibilità di incontrarsi con
avversari politici su un terreno neutrale sociale o ideale ha purtroppo, in
base a ciò che risulta empiricamente, i suoi limiti psicologici dovunque, e in
particolare nella situazione tedesca. Degno di essere combattuto senz’altro di
per sé come segno di una ristrettezza mentale basata sul fanatismo e di una
cultura politica arretrata, questo ostacolo viene accresciuto in misura
considerevole, nel caso di una rivista come la nostra, dalla circostanza che
nel campo delle scienze sociali l'impulso a considerare i problemi scientifici
è dato di regola da questioni pratiche, di modo che il puro riconoscimento
della sussistenza di un problema scientifico sta in unione personale con il
volere di uomini viventi, diretto a un determinato scopo. Nelle colonne di una
rivista, la quale viene in vita sotto l'influenza dell’interesse generale per
un problema concreto, si troveranno perciò di regola insieme, come
collaboratori, uomini che dedicano a tale problema il loro interesse personale,
in quanto ad essi sembra che determinate situazioni concrete siano in
contraddizione con valori ideali a cui credono, e che quei valori siano in
pericolo. E quindi un’affinità elettiva di ideali siffatti unirà la cerchia dei
collaboratori e consentirà di reclutarne degli altri, di modo che essa
acquisterà almeno nella trattazione dei problemi politico-sociali di portata
pratica un determinato carattere, quale inevitabilmente si accompagna a ogni
cooperazione di uomini forniti di una viva sensibilità, la cui presa di
posizione valutativa di fronte ai problemi non è sempre del tutto repressa
anche nel puro lavoro teoretico, e si esprime pure in maniera del tutto
legittima entro l’ambito dei presupposti prima discussi attraverso la critica
di proposte e di misure pratiche. L’ Archivio apparve in un periodo nel quale
stavano in primo piano, nelle discussioni della scienza sociale, determinati
problemi pratici costituenti la questione dei lavoratori nel senso tradizionale
della parola. Quelle personalità per cui i supremi e decisivi ideali valutativi
si congiungevano ai problemi che esso intendeva trattare, e che pertanto
divennero i suoi più consueti collaboratori, furono proprio per questo anche
rappresentanti di una concezione culturale atteggiata in maniera identica o
simile in base a quelle idee di valore. Ognuno sa pertanto che, sebbene la
rivista abbia decisamente rifiutato di seguire una tendenza mediante
l’esplicita limitazione alle discussioni scientifiche e mediante l’esplicito
invito agli appartenenti a ogni settore politico , essa tuttavia ha posseduto
sicuramente un carattere nel senso che si è detto. Esso fu creato in base alla
cerchia dei suoi collaboratori regolari. Furono in generale uomini che,
nonostante ogni altra divergenza di opinioni, ritenevano proprio fine quello di
proteggere la salute fisica delle masse dei lavoratori e di rendere loro
possibile una crescente partecipazione ai beni materiali e spirituali della
nostra cultura; uomini che consideravano come mezzo in vista di tale fine la
connessione dell'intervento statale nella sfera degli interessi materiali con
il libero sviluppo ulteriore dell'ordinamento esistente dello stato e del
diritto, e che quale potesse essere la loro opinione sulla formazione
dell'ordinamento della società nel remoto futuro sostenevano per il presente lo
sviluppo capitalistico, non già perché questo sembrasse loro la migliore nei
confronti delle più vecchie forme di organizzazione sociale, ma perché esso
pareva praticamente inevitabile, e d’altra parte il tentativo di una lotta a
fondo contro di esso risultava non tanto un vantaggio quanto un ostacolo per il
progredire della classe operaia verso la luce della cultura. Nelle condizioni
oggi esistenti in Germania che non hanno qui bisogno di un'ulteriore
chiarificazione questo non era, e non sarebbe neppure oggi, da evitare. Anzi,
ciò giovò senz'altro alla partecipazione di tutte le parti alla discussione
scientifica, e costituì per la rivista un elemento di forza, e forse anche data
la situazione uno dei titoli che ne giustificavano l’esistenza. È fuor di
dubbio che lo sviluppo di un carattere in questo senso può, e anzi dovrebbe per
forza significare, in una rivista scientifica, un pericolo per un lavoro
scientifico impregiudicato, nel caso in cui la scelta dei collaboratori sia
stata di proposito unilaterale: in questo caso l'adozione di quel carattere
varrebbe praticamente come la presenza di una tendenza . Gli editori sono
pienamente consapevoli della responsabilità che questa situazione impone loro.
Essi non si propongono né di mutare di proposito il carattere dell’ Archivio ,
né di conservarlo artificiosamente mediante un’accurata limitazione della
cerchia dei collaboratori agli studiosi che abbiano determinate convinzioni
politiche. Essi lo accettano come dato, e confidano nel suo ulteriore sviluppo
. Come esso si configurerà in futuro, e come forse si trasformerà per
l'inevitabile ampliamento della nostra cerchia di collaboratori, dipenderà in
primo luogo dal carattere di quelle personalità che entreranno in tale ambito
con l’intenzione di servire il lavoro scientifico, e che diverranno o
rimarranno di casa sulle colonne della rivista. E ciò sarà ulteriormente
condizionato dall’estensione dei problemi, al cui avanzamento la rivista si
propone di tendere. Con questa osservazione noi perveniamo alla questione,
finora non ancora discussa, della delimitazione di contenuto del nostro campo
di lavoro. Ma ad essa non si può fornire una risposta senza prendere in esame
anche la questione della natura del fine conoscitivo della scienza sociale in
genere. Noi abbiamo presupposto, distinguendo in linea di principio giudizi di
valore e sapere empirico , che vi sia di fatto un tipo incondizionatamente
valido di conoscenza, cioè di ordinamento concettuale della realtà empirica,
nel campo delle scienze sociali. Questa assunzione diventa però ora un
problema, dal momento che noi dobbiamo discutere che cosa può significare nel
nostro campo la validità oggettiva della verità alla quale tendiamo. Che il
problema sussista come tale, e che non venga qui creato in maniera sofisticata,
non può sfuggire a nessuno che assista alla lotta di metodi, concetti
fondamentali e presupposti, al continuo mutamento dei punti di vista e alla
continua rielaborazione dei concetti che vengono impiegati, e che constati come
la considerazione teorica e la considerazione storica siano ancor sempre divise
da un abisso apparentemente insuperabile quasi a costituire, come si lagnava a
suo tempo con tono lamentoso un disperato esaminando viennese, due economie
politiche . Che cosa vuol qui dire oggettività? Semplicemente questa questione
vogliono affrontare le considerazioni seguenti Fin dall’inizio questa rivista
ha considerato gli oggetti dei quali si occupava come oggetti
ecozomico-sociali. Per quanto abbia poco senso anticipare qui determinazioni
concettuali e delimitazioni di discipline scientifiche, dobbiamo tuttavia porre
brevemente in chiaro che cosa ciò significhi. Che la nostra esistenza fisica,
al pari del soddisfacimento dei nostri più alti bisogni ideali, urti sempre
contro la limitazione quantitativa e l’insufficienza qualitativa dei mezzi
esterni che occorrono a tale scopo, e che per tale soddisfacimento vi sia appunto
bisogno di una previdenza organizzata e del lavoro, della lotta contro la
natura e dell’associazione con gli uomini, questo è espresso in forma molto
imprecisa il fatto fondamentale al quale si riferiscono tutti quei fenomeni che
noi indichiamo nel senso più ampio come economico-sociali . La qualità di un
processo, che lo rende un fenomeno economico-sociale , non è qualcosa che
inerisca ad esso in quanto tale, oggettivamente . Essa è piuttosto condizionata
dalla direzione del nostro interesse conoscitivo, quale risulta dallo specifico
significato culturale che attribuiamo nel caso singolo al processo in
questione. Ogni qual volta un processo della vita culturale, considerato in
quegli aspetti della sua particolarità in cui risiede il suo significato
specifico per noi, è ancorato in maniera diretta o anche in maniera mediata a
tale situazione, esso contiene, oppure può per lo meno contenere, nella misura
in cui ciò ha luogo, un problema di scienza sociale, vale a dire un compito per
una disciplina che si propone per oggetto la chiarificazione della portata di
quella situazione fondamentale. Noi possiamo, entro l'ambito dei problemi
economico-sociali, distinguere processi e complessi di norme, istituzioni ecc.,
il cui significato culturale consiste per noi essenzialmente nel loro aspetto
economico, e che ci interessano in primo luogo come per esempio i processi
della vita delle borse e delle banche soltanto da questo punto di vista. Ciò
avverrà di regola (anche se non esclusivamente) quando si venga a trattare di istituzioni
le quali siano state create o siano utilizzate consapevolmente per scopi
economici. Noi possiamo chiamare questi oggetti del nostro conoscere con il
nome di processi oppure di istituzioni economiche . Ad essi se ne aggiungono
altri come per esempio i processi della vita religiosa che non ci interessano,
oppure sicuramente non ci interessano in primo luogo, dal punto di vista del
loro significato economico e in virtù di questo, ma che tuttavia in certe
circostanze acquistano significato da questo punto di vista, poiché ne derivano
effetti che ci interessano sotto il punto di vista economico: essi sono
fenomeni economicamente rilevanti. Infine, tra i fenomeni che non sono
economici nel nostro senso, ve ne sono alcuni i cui effetti economici non presentano
per noi nessun interesse, o almeno non un interesse considerevole come per
esempio l'orientamento del gusto artistico di un'epoca ma che sono da parte
loro inffuenzati in misura più o meno forte, nel caso specifico, in certi
aspetti importanti della loro fisionomia, da motivi economici, per esempio dal
tipo di organizzazione sociale del pubblico che si interessa all’arte: essi
sono fenomeni condizionati economicamente. Quel complesso di relazioni umane,
di norme e di rapporti determinati normativamente, che noi chiamiamo lo stato ,
è per esempio un fenomeno economico per ciò che riguarda la sua economia
finanziaria; è un fenomeno economicamente rilevante in quanto agisce, per via
legislativa o altrimenti, sulla vita economica (anche quando punti di vista
assai diversi da quelli economici determinano consapevolmente il suo
atteggiamento); ed è infine un fenomeno condizionato economicamente in quanto
il suo atteggiamento e il suo carattere sono condeterminati, anche in relazioni
che non siano economiche , da motivi economici. È implicito in ciò che si è
detto che da una parte l’ambito dei fenomeni economici è fluido, e non
delimitabile in maniera precisa, e che d’altra parte naturalmente gli aspetti
economici di un fenomeno non sono mai soltanto condizionati economicamente
oppure soltanto economicamente operanti , € che in genere un fenomeno mantiene
la qualità di fenomeno economico in quanto, e solamente per il periodo in cui
il nostro interesse si dirige esclusivamente al significato che esso possiede
per la lotta materiale per l’esistenza. La nostra rivista come del resto anche
la scienza economico-sociale a partire da Marx e da Roscher? si è occupata non
soltanto di fenomeni economici , ma anche di fenomeni economicamente rilevanti
e di fenomeni condizionati economicamente . L'ambito di siffatti oggetti si
estende naturalmente in maniera fluida, in quanto è legato al diverso
orientamento del nostro interesse attraverso l’insieme di tutti i processi
culturali. Motivi specificamente economici cioè motivi che sono ancorati, nella
loro fisionomia per noi significativa, a quel fatto fondamentale operano sempre
là dove il soddisfacimento di un bisogno, per quanto immateriale esso sia, è
legato all'impiego di mezzi esterni limitati. Il loro peso ha pertanto condeterminato
e trasformato ovunque non soltanto la forma del soddisfacimento, ma anche il
contenuto dei bisogni culturali perfino di tipo interiore. L’influenza
indiretta di relazioni sociali, di istituzioni, di raggruppamenti umani che
stanno sotto la pressione di interessi materiali si estende (spesso
inconsapevolmente) a tutti i campi della cultura senza eccezione, raggiungendo
perfino le più sottili sfumature del sentimento estetico e religioso. I
processi della vita quotidiana non meno degli avvenimenti storici dell’alta
politica, i fenomeni collettivi e di massa al pari delle azioni singolari di
uomini di stato o dei prodotti letterari e artistici di origine individuale
subiscono questa influenza e sono così condizionati economicamente . D'altra
parte l’insieme di tutti i fenomeni e di tutte le condizioni di vita di una
cultura storicamente data opera sulla formazione dei bisogni materiali, sul
modo del loro soddisfacimento, sulla formazione dei gruppi di interessi e sul
tipo dei loro strumenti di potere, e perciò sul modo in cui si svolge lo
sviluppo economico esso diventa cioè economicamente rilevante . In quanto la
nostra scienza imputa, nel regresso causale, i fenomeni economici a cause
individua2. Roscher, economista tedesco, autore del Grundriss zu Vorlesungen
tiber die Staatswissenschaft nach geschichtlicher Methode, del Systeni der
Volkswirtschafislehre, delle Ansichten der Volkswirtschaft e di varie altre
opere, fu il fondatore della scuola storica di economia. Alla critica della sua
impostazione è dedicato il primo saggio metodologico di Weber, Roscher und
Knîes und die logischen Probleme der historischen Nationalokonomie, Schmollers
Jahrbuch fir Gesetzgebung, Verwaltung und Volkswirtschaft (ora in Gesammelte
Aufsitze zur Wissenschaftslehre). li di carattere economico e non economico
essa mira a conseguire una conoscenza storica . E in quanto segue ur elemento
specifico dei fenomeni culturali, quello economico, determinandolo nel suo
significato culturale attraverso le più diverse connessioni di cultura, essa
mira a conseguire una inzerpretazione della storia da uno specifico punto di
vista, offrendo un’immagine parziale, un lavoro preliminare per la piena
conoscenza storica della cultura. Sebbene un problema economico-sociale non
sussista ovunque ha luogo una connessione di elementi economici in quanto
conseguenza o in quanto causa poiché esso sorge soltanto dove il significato di
quei fattori è problematico, e può venir determinato con sicurezza solo
mediante l’impiego dei metodi della scienza economico-sociale da ciò che si è
detto finora risulta stabilito l'ambito quasi sconfinato del campo di lavoro
della considerazione economico-sociale. La nostra rivista ha finora di solito
rinunciato, in base a una ponderata auto-limitazione, alla considerazione di
un’intera serie di campi particolari molto importanti della disciplina, e in
modo speciale alla considerazione dell'economia descritti va, della storia
economica in senso stretto e della statistica. Allo stesso modo essa ha
lasciato ad altri organi la discussione delle questioni tecnico-finanziarie e
dei problemi economico-tecnici della formazione del mercato e dei prezzi della
moderna economia di scambio. Il suo campo di lavoro è costituito dalla
considerazione del significato odierno e del processo storico di certe
costellazioni di interessi e di certi conflitti che sono sorti in virtù della
funzione preminente dell’impiego di un capitale in cerca di investimento
nell’economia dei paesi moderni. Essa non si è quindi limitata ai problemi pratici
e storico-evolutivi che definiscono la questione sociale in senso stretto, cioè
alle relazioni della moderna classe di lavoratori salariati con l'ordinamento
sociale esistente. È certo che l’approfondimento scientifico dell'interesse
che, negli anni dopo l’'80, veniva estendendosi presso di noi per questa
speciale questione, ha rappresentato dapprima uno dei suoi compiti essenziali.
Quanto più la considerazione pratica della condizione operaia è diventata anche
presso di noi oggetto permanente dell’attività legislativa e della discussione
pubblica, tanto più il centro di gravità del lavoro scientifico ha dovuto
spostarsi verso la determinazione delle connessioni di carattere più universale
in cui questi problemi trovavano il proprio posto, sfociando in un'analisi di
tuzti i problemi culturali creati dalla fisionomia particolare dei fondamenti
economici della nostra cultura, e in quanto tali specificamente moderni. La
rivista ha perciò cominciato assai presto a trattare storicamente,
statisticamente e teoricamente i più diversi rapporti, in parte condizionati
economicamente e in parte economicamente rilevanti , che si presentano anche
nelle altre grandi classi delle nazioni moderne nelle loro relazioni
reciproche. Noi traiamo soltanto le conseguenze di questo atteggiamento
allorché indichiamo ora come campo di lavoro più particolarmente proprio della
mostra rivista la ricerca scientifica del gezerale significato culturale della
struttura economico-sociale della vita della comunità umana e delle sue forme
storiche di organizzazione. Questo e non altro abbiamo inteso, chiamando la
nostra rivista Archivio per la scienza sociale . La parola deve comprendere qui
la trattazione storica e teorica degli stessi problemi la cui soluzione pratica
è oggetto della politica sociale nel senso più ampio del termine. Noi facciamo
perciò uso del diritto di impiegare l’espressione sociale nel suo significato
determinato in base ai problemi concreti del presente. Se si vuol chiamare
scienze della cultura quelle discipline che considerano i processi della vita
umana dal punto di vista del loro significato culturale, la scienza sociale nel
nostro senso appartiene a questa categoria. Vedremo ora quali conseguenze di
principio ne derivano. Senza dubbio isolare l’aspetto economico-sociale della
vita culturale rappresenta una delimitazione assai sensibile del nostro tema.
Si dirà che il punto di vista economico o come lo si è imprecisamente definito
materialistico , in base a cui è qui considerata la vita della cultura, è
unilaterale . Certamente, e questa unilateralità è intenzionale. La fede che
sia compito del lavoro scientifico nel suo progredire quello di guarire la
considerazione economica dalla sua unilateralità , in maniera da ampliarla in
una scienza sociale generale, è inficiata anzitutto dal fatto che il punto di
vista del sociale , cioè della relazione tra gli uomini, possiede una
determinatezza sufficiente per la delimitazione dei problemi scientifici solo
quando è accompagnato da qualche predicato specifico che lo qualifica nel suo
contenuto. Altrimenti esso, in quanto oggetto di una scienza, comprenderebbe
naturalmente la filologia al pari della storia della chiesa, e in modo
particolare tutte quelle discipline che si occupano del più importante elemento
costitutivo di ogni vita culturale, cioè dello stato, e della più importante
forma della sua regolamentazione normativa, cioè del diritto. Che l’economia
sociale prenda in esame delle relazioni sociali non è un buon motivo per
pensare che essa precorra una scienza sociale generale , allo stesso modo in
cui la circostanza che essa si riferisca a fenomeni della vita o che abbia a
che fare con processi di un corpo celeste non autorizza a considerarla
rispettivamente parte della biologia oppure parte di un’astronomia artificialmente
accresciuta e migliorata. Non già le connessioni di fatto delle cose , bensì le
connessioni concettuali dei problemi stanno a base dei campi di lavoro delle
scienze: dove si procede ad affrontare con un nuovo metodo un nuovo problema, e
si scoprono in tale maniera verità le quali aprano nuovi importanti punti di
vista, là sorge una nuova scienza . Non è un caso che il concetto di sociale ,
il quale sembra avere un senso così generale, rechi con sé, ogni qual volta lo
si controlla nel suo impiego, un significato particolare, specificamente
atteggiato, quand’anche di solito indeterminato; l’elemento generale sussiste
in esso di fatto soltanto nella sua indeterminatezza. Qualora lo si assuma nel
suo significato generale , esso non offre nessun punto di vista specifico dal
quale illustrare il significato di certi elementi della cultura. Liberi ormai
dalla fiducia antiquata nella possibilità di dedurre la totalità dei fenomeni
culturali come prodotto oppure come funzione di costellazioni di interessi
materiali , noi riteniamo però d'altra parte che l’analisi dei fenomeni sociali
e dei processi culturali dal punto di vista specifico del loro condizionamento
economico e della loro portata economica sia stata, € possa ancora rimanere in
ogni tempo prevedibile, con un’applicazione oculata e con libertà da ogni
restrizione dogmatica, un principio scientifico fornito di fecondità creativa.
La cosiddetta concezione materialistica della storia come intuizione del mondo
0 come denominatore comune di spiegazione causale della realtà storica deve
essere rifiutata nel modo più deciso; invece l’accurato impiego
dell’interpretazione economica della storia è uno degli scopi essenziali della
nostra rivista. Ma ciò richiede una più precisa illustrazione. La cosiddetta
concezione materialistica della storia , nel vecchio senso, genialmente
primitivo, che compare per esempio nel Manifesto comunista, sopravvive oggi
soltanto nella testa di persone prive di competenza specifica e di dilettanti.
Presso questa gente è tuttora diffusa la circostanza che il loro bisogno
causale di spiegazione di un fenomeno storico non è soddisfatto finché non si
mostrano (oppure non sembrano essere) in gioco, in qualche modo o in qualche
luogo, delle cause economiche: ma proprio in questo caso essi si accontentano
delle ipotesi a maglie più larghe e delle formulazioni più generali, in quanto
il loro bisogno dogmatico è soddisfatto nel ritenere che le forze istintive
economiche siano quelle proprie , le sole vere, e anzi in ultima istanza sempre
decisive . Il fenomeno non è però affatto singolare. Quasi tutte le scienze,
dalla filologia alla biologia, hanno talvolta avanzato la pretesa di dare
origine non soltanto a un sapere specializzato, ma anche a intuizioni del mondo
. E sotto l'impressione del profondo significato culturale delle moderne
trasformazioni economiche, in particolare della portata predominante della
questione operaia , l'ineliminabile carattere monistico di ogni forma di
conoscere priva di consapevolezza critica nei confronti del proprio lavoro
condusse naturalmente per questa strada. Lo stesso carattere viene ora in luce
nell’antropologia, mentre si viene sviluppando con crescente asprezza la lotta
politica e politico-commerciale tra le nazioni per il dominio del mondo: è
diffusa la fede che in ultima analisi ogni accadere storico sia una derivazione
del gioco reciproco di qualità razziali innate. In luogo di una mera
descrizione acritica dei caratteri dei popoli è subentrata la costruzione ancor
più acritica delle proprie teorie della società su fondamento naturalistico .
Noi seguiremo con cura nella nostra rivista lo sviluppo della ricerca
antropologica, in quanto essa abbia significato per i nostri punti di vista.
C'è però da sperare che venga gradualmente superata, mediante un lavoro
metodicamente disciplinato, la situazione in cui il ricondurre causalmente i
processi culturali alla razza documenta soltanto il nostro 0n-sapere proprio
come avviene nel caso del riferimento ali’ ambiente 0, prima ancora, alle
condizioni dell’epoca . Se qualcosa ha finora danneggiato questa ricerca, è
certo la presunzione di alcuni fervidi dilettanti di poter fornire per la
conoscenza della cultura un orientamento specificamente diverso, e superiore,
rispetto all’estensione della possibilità di una sicura imputazione di singoli
concreti processi culturali della realtà storica a concrete cause storicamente
date, conseguita mediante un esatto materiale di osservazione determinato in
base a specifici punti di vista. Esclusivamente nella misura in cui possono
fornirci questo, i loro risultati hanno interesse per noi e qualificano la
biologia razziale come qualcosa di più di un prodotto della moderna febbre di
fondazione scientifica. Non diversamente stanno le cose per quanto riguarda il
significato dell’interpretazione economica del corso storico. Se oggi, dopo un
periodo di illimitata sopravvalutazione, incombe su di essa il pericolo di
essere sottovalutata nella sua capacità orientativa per il lavoro scientifico,
ciò è Ja conseguenza dell’acriticità senza pari con cui l’interpretazione
economica della realtà fu impiegata come metodo universale , nel senso di una
deduzione di tutti i fenomeni culturali vale a dire di tutto ciò che in essi
risulta per noi essenziale come in ultima istanza economicamente condizionati.
Oggi la forma logica, nella quale essa si presenta, non è del tutto unitaria.
Là dove si presentano difficoltà per una spiegazione puramente economica, vi
sono a disposizione diversi mezzi per mantenere in piedi la sua validità
universale come elemento causale decisivo. Talvolta si considera tutto ciò che
nella realtà storica è deducibile da motivi economici come qualcosa che proprio
perciò risulta scientificamente privo di significato, e quindi come qualcosa di
accidentale . Oppure si estende il concetto di ciò che è economico fino a
renderlo irriconoscibile, in maniera da inserire nell'ambito di quel concetto
tutti gli interessi umani che siano in qualche maniera legati a mezzi esterni.
Se è storicamente stabilito che in due situazioni eguali sotto il profilo
economico si è tuttavia reagito in maniera diversa per le differenze di
determinanti politiche e religiose, o climatiche, o di innumerevoli altre non
economiche allora si procede a degradare tutti questi elementi, allo scopo di
conservare la supremazia dell'elemento economico, a condizioni storiche
accidentali, dietro Ie quali i motivi economici operano in qualità di cause .
S’intende però che tutti quegli elementi che risultano accidentali per la
considerazione economica seguono le loro proprie leggi, proprio al pari degli
elementi economici, e che per una considerazione la quale vada dietro al loro
significato specifico le condizioni economiche sono storicamente accidentali
nel medesimo senso del rapporto inverso. Un tentativo prediletto di
giustificare, ciò nonostante, l’importanza predominante dell'elemento
economico, consiste infine nell’interpretare la costante correlazione e
successione dei singoli elementi della vita culturale nel senso di una
dipendenza causale o funzionale dell’uno dall’altro, o piuttosto di tutti i
rimanenti da uno solo, e cioè da quello economico. Dove una determinata
istituzione 202 economica ha storicamente compiuto anche una determinata
funzione al servizio di interessi economici di classe, dove, per esempio,
determinate istituzioni religiose si lasciano impiegare, e sono impiegate, come
polizia nera , l’intera istituzione viene allora presentata o come creata
appunto per questa funzione o in maniera assolutamente metafisica come
orientata in base a una tendenza di sviluppo che muove dall’elemento economico.
Non c'è più bisogno oggi di illustrare a nessun specialista che questa
interpretazione dello scopo dell'analisi economica è espressione in parte di
una determinata costellazione storica, la quale indirizzava il proprio
interesse scientifico verso determinati problemi culturali condizionati economicamente,
e in parte di un rabbioso patriottismo scientifico, e che essa risulta ormai
per lo meno invecchiata. La riduzione esclusiva a cause economiche non è in
qualsiasi senso esauriente in nessun campo dei fenomeni culturali, e neppure in
quello dei processi economici. In linea di principio una storia della banca di
qualsiasi popolo, che volesse per la spiegazione avvalersi soltanto di motivi
economici, sarebbe naturalmente impossibile nello stesso modo in cui lo sarebbe
una spiegazione della Madonna Sistina in base ai fondamenti economico-sociali
della vita culturale dell’epoca in cui è sorta e non sarebbe, sempre in linea
di principio, più esaustiva di quanto non potrebbe esserlo per esempio la
derivazione del capitalismo da certe trasformazioni di contenuti della
coscienza religiosa che hanno cooperato alla genesi dello spirito
capitalistico, o la derivazione di qualsiasi altra formazione politica da
condizioni geografiche. In tutti questi casi è decisiva, per misurare
l’importanza che dobbiamo assegnare alle condizioni economiche, la classe di
cause alla quale devono essere imputati quegli elementi specifici del fenomeno
in questione, a cui nel caso singolo attribuiamo un sigrificato in virtù del
quale esso ci interessa. Il diritto dell’analisi unilaterale della realtà
culturale da punti di vista specifici nel nostro caso dal punto di vista del
suo condizionamento economico deriva però anzitutto, in linea puramente
metodica, dalla circostanza che l’educazione della vista a osservare l’azione
di categorie causali qualitativamente omogenee, e il continuo impiego del
medesimo apparato metodico-concettuale, offrono tutti i vantaggi della
divisione del lavoro. Che essa non sia troppo arbitraria è provato dal suo
risultato, cioè dal fatto che fornisce la conoscenza di connessioni le quali si
rivelano fornite di valore per l'imputazione causale di processi storici
concreti. Ma l’ unilateralità e la irrealtà dell’interpretazione puramente
economica del corso storico è soltanto un caso specifico di un principo
generale che vale per la conoscenza scientifica della realtà culturale.
Illustrarlo nei suoi fondamenti logici e nelle sue conseguenze metodiche
generali è lo scopo essenziale delle discussioni che seguono. Non c’è nessuna
analisi scientifica puramente oggettiva della vita culturale o ciò che forse è
più ristretto, ma che non significa certo nulla di essenzialmente diverso per
il nostro scopo dei fenomeni sociali , indipendentemente da punti di vista
specifici e unilaterali, in base a cui essi sono espressamente o tacitamente,
consapevolmente o inconsapevolmente .scelti come oggetto di ricerca, analizzati
e organizzati nell'esposizione. Il fondamento di ciò sta nel carattere
specifico del fine conoscitivo di ogni lavoro di scienza sociale, che voglia
procedere oltre una considerazione puramente formale delle norme giuridiche o
convenzionali della coesistenza sociale. La scienza sociale, quale noi vogliamo
promuoverla, è una scienza di realtà. Noi vogliamo intendere la realtà della
vita che ci circonda, e in cui noi siamo collocati, nel suo carattere proprio
noi vogliamo cioè intendere da un lato la connessione e il significato
culturale dei suoi fenomeni particolari nella loro configurazione presente e
dall’altro i motivi del suo essere storicamente divenuto così-e-non-altrimenti.
Allorché cerchiamo di riflettere sul modo in cui essa si presenta
immediatamente a noi, la vita ci offre una molteplicità, senz’altro infinita,
di processi che sorgono e scompaiono in un rapporto reciproco di successione e
di contemporaneità, in noi e al di fuori di noi. E l'assoluta infinità di
questa vita molteplice non diminuisce anche quando prendiamo in considerazione
un singolo oggetto isolatamente per esempio un atto concreto di scambio e
vogliamo studiarlo con serietà allo scopo di descrivere questo oggetto singolo
esaurientemente in tutti i suoi elementi individuali, per non parlare poi di
coglierlo nel suo condizionamento causale. Ogni conoscenza concettuale della
realtà infinita da parte dello spirito umano finito poggia infatti sul tacito
presupposto che soltanto una parte finita di essa debba formare l’oggetto della
considerazione scientifica, e perciò risultare essenziale nel senso di essere
degna di venir conosciuta . Ma in conformità a quali princìpi si procede a isolare
questa parte? Si è ripetutamente creduto di poter trovare anche nelle scienze
della cultura il criterio decisivo nel ricorrere conforme a leggi di
determinate connessioni causali. Il contenuto delle leggi che noi riusciamo a
conoscere nel corso sempre molteplice dei fenomeni deve costituire secondo
questa concezione il solo aspetto scientificamente essenZiale in essi presente:
quando abbiamo dimostrata valida senza eccezione, con i mezzi di una induzione
storica complessiva, la legalità di una connessione causale, oppure quando
l’abbiamo recata a un’evidenza intuitiva immediata per l’esperienza interna,
allora ogni formula così ritrovata subordina a sé qualsiasi numero, per quanto
grande si possa pensarlo, di casi omogenei. Ciò che della realtà individuale
rimane al di fuori di questa determinazione dell’aspetto conforme a leggi o
vale come un residuo ancora privo di elaborazione scientifica, che dev'essere
sottoposto ad analisi attraverso il completamento progressivo del sistema di
leggi, oppure rimane da parte come qualcosa di accidentale e proprio perciò di
scientificamente inessenziale, in quanto esso non è comprensibile legalmente, e
quindi non appartiene neppure al tipo del processo e può essere soltanto
oggetto di oziosa curiosità . Sempre ricompare di conseguenza anche presso i
rappresentanti della scuola storica la convinzione che l’ideale a cui ogni
conoscenza, e quindi pure la conoscenza della cultura, tende e può tendere,
anche se in un lontano futuro, sia un sistema di proposizioni teoriche, da cui
possa venir dedotta la realtà. Un rappresentante eminente della scienza
naturale ha ritenuto, com’è noto, di poter indicare come fine ideale (di fatto
non attuabile) di una siffatta elaborazione della realtà culturale una
conoscenza astronomica dei processi della vita. Ci sia consentito qui di
prendere in esame più da vicino tale tesi, per quanto queste cose siano già
state discusse. In primo luogo risulta ovvio che quella conoscenza astronomica
, a cui si è pensato, non è una conoscenza di leggi, ma assume piuttosto le
leggi di cui si serve come presupposti del suo lavoro da altre discipline,
quale la meccanica. Essa stessa si interessa però di un’altra questione, e cioè
di stabilire il risultato individuale che è prodotto dall’azione di quelle
leggi su una costellazione individuale, poiché queste costellazioni individuali
hanno per noi significato. Ogni costellazione individuale, che essa ci spiega o
predice, può certo venir spiegata causalmente solo come conseguenza di un’altra
costellazione del pari individuale che l’abbia preceduta; e per quanto si possa
risalire indietro nella nebbia grigia del più remoto passato, la realtà per la
quale Je leggi valgono rimane sempre individuale, e quindi non deducibile da
leggi. Uno stato originario del cosmo, che non rechi in sé un carattere
individuale, o che lo rechi in misura minore della realtà cosmica presente,
sarebbe naturalmente un'idea priva di senso. E tuttavia un resto di simili
rappresentazioni non viene fuori nel nostro campo in quelle assunzioni, ora intese
giusnaturalisticamente ora invece verificate in base all'osservazione dei
popoli primitivi, di stati originari economico-sociali che sono privi di
accidentalità storiche come nel caso del comunismo agrario primitivo , della
promiscuità sessuale ecc., da cui lo sviluppo storico individuale scaturisce
poi attraverso una specie di caduta nel concreto? Punto di partenza
dell'interesse della scienza sociale è senza dubbio la configurazione reale, e
quindi individuale, della vita culturale che ci circonda, considerata nella sua
connessione che è sì universale, ma non per questo meno individualmente
atteggiata, e nel suo procedere da altri stati sociali di cultura, a loro volta
evidentemente atteggiati in forma individuale. Senza dubbio la situazione che
abbiamo illustrato a proposito dell’astronomia come un caso-limite (che è
regolarmente considerato anche dai logici allo stesso scopo), si presenta qui
in una misura assai più ragguardevole. Mentre per l’astronomia i corpi cosmici
hanno interesse soltanto nelle loro relazioni quantitative, accessibili a
un’esatta misurazione, nella scienza sociale ciò che ci interessa è invece la
configurazione qualitativa dei processi. A ciò si aggiunga che nelle scienze
sociali siamo di fronte a una cooperazione di processi spirituali, e che
intendere questi processi rivivendoli costituisce naturalmente un compito di
tipo specificamente diverso da quello che le formule della conoscenza esatta
della natura in genere possono o vogliono risolvere. E tuttavia queste
differenze non sono in sé così fondamentali come può sembrare a un primo
sguardo. Senza la considerazione delle qualità non procedono prescindendo dalla
meccanica pura neppure le scienze esatte della natura; inoltre nel nostro campo
specifico incontriamo l'opinione certo distorta che il fenomeno della
circolazione monetaria, fondamentale almeno per la nostra cultura, possa venir
espresso quantitativamente e proprio per ciò sia comprensibile legalmente; e
infine dipende da un’accezione più stretta o più larga del concetto di legge se
si comprendono nel suo ambito anche regolarità che, in quanto non esprimibili
quantitativamente, non sono neppur accessibili a nessuna considerazione di
carattere numerico. Per ciò che riguarda in particolare la cooperazione di
motivi spirituali , essa non esclude in nessun caso la determinazione di regole
dell'agire razionale; e soprattutto non è ancora scomparsa oggi la convinzione
che sia compito della psicologia quello di adempiere, nei confronti delle
singole scienze dello spirito , a una funzione analoga a quella della
matematica, analizzando i fenomeni più complicati della vita sociale nelle loro
condizioni e nei loro effetti psichici, riportandoli a fattori psichici il più
possibile semplici, classificando quindi questi ultimi nelle loro varie specie
e infine studiandoli nelle loro connessioni funzionali. In tale maniera si
darebbe vita, se non a una meccanica , almeno a una specie di chimica della
vita sociale, considerata nei suoi fondamenti psichici. Se indagini di questo
genere possono mai essere valide e il che è cosa diversa fornire risultati
particolari utilizzabili per le scienze della cultura, non possiamo qui
deciderlo. Ciò non avrebbe però alcuna importanza per la questione di cui ci
occupiamo, cioè se il fine della conoscenza economico-sociale nel nostro senso,
costituito dalla conoscenza della realtà nel suo significato culturale e nella
sua connessione causale, possa venir raggiunto mediante l’investigazione di ciò
che ricorre in conformità a leggi. Posto il caso che si pervenga un giorno, sia
per mezzo della psicologia sia per altre vie, ad analizzare in base ad alcuni
semplici fattori ultimi tutte le connessioni causali dei processi della
convivenza umana finora osservate, e inoltre anche quelle concepibili in
qualsiasi tempo futuro, e che si possa quindi abbracciarle in maniera
esauriente in un'immensa casistica di concetti e di regole che valgono come
leggi rigorose quale rilievo avrebbe il risultato di tutto questo per la
conoscenza del mondo culturale storicamente dato, o anche soltanto di qualche
suo particolare fenomeno, come per esempio del capitalismo nel suo divenire e
nel suo significato culturale? Esso varrebbe come mezzo conoscitivo né più né
meno di un lessico delle combinazioni chimico-organiche per la conoscenza bio-genetica
del mondo animale e vegetale. Nell’uno come nell’altro caso si sarebbe compiuto
un lavoro preliminare sicuramente importante e utile. Nell’uno come
nell’altrocaso la realtà della vita non si lascerebbe però dedurre da quelle
leggi e da quei fattori; e ciò non già perché nei fenomeni della vita debbano
risiedere altre superiori e misteriose forze ( potenze , en telechie o come
altrimenti le si è chiamate) questa è una questione del tutto a sé — ma
semplicemente perché per la conoscenza della realtà ha per noi importanza la
costellazione in cui si trovano quei fattori (ipotetici!), raggruppati in un
fenomeno culturale che sia storicamente per noi significativo, e perché, se
vogliamo spiegare causalmente questo raggruppamento individuale, noi dovremmo
sempre rifarci ad altri raggruppamenti, del pari individuali, in base ai quali
spiegarli , naturalmente attraverso l’impiego di quei concetti (ipoteticil) di
legge. Determinare quelle leggi e quei fattori (ipotetici) sarebbe per noi in
ogni caso solo il primo dei diversi lavori che dovrebbero condurre alla
conoscenza a cui aspiriamo. L’analisi e Ja coordinazione del raggruppamento
individuale storicamente dato di quei fattori e della loro cooperazione
concreta, condizionata in tale maniera, che risulta sigrificativa nel suo modo
specifico, e soprattutto la chiarificazione del fondamento e del tipo di questa
significatività — questo sarebbe il suo compito successivo, da risolvere certo
con il ricorso a quel lavoro preliminare, ma tuttavia pienamente nuovo e
a4t0nomo nei suoi confronti. Seguire nel loro divenire le specifiche
caratteristiche individuali, significative per il presenze, di tali
raggruppamenti, risalendo il più possibile nel passato, e spiegarle
storicamente in base alle costellazioni precedenti, che sono a loro volta
individuali, costituirebbero un terzo compito che si può concepire — e la
predizione di possibili costellazioni nel futuro, infine, sarebbe il quarto.
Per tutti questi scopi sarebbe chiaramente di grande importanza come mezzo
conoscitivo — ma anche soltanto in quanto tale — e anzi sarebbe senz'altro
indispensabile in vista di essi, la presenza di concetti chiari e la conoscenza
di quelle leggi (ipotetiche). Ma anche in questa funzione si mostra subito, in
#2 punto decisivo, il limite della loro portata, e mediante la loro
determinazione perveniamo a cogliere il carattere specifico decisivo della
considerazione propria delle scienze della cultura. Noi abbiamo designato come
scienze della cultura quelle discipline che aspirano a conoscere i fenomeni
della vita nel loro significato culturale. Il significato della configurazione
di un fenomeno culturale, nonché il suo fondamento, non può però essere
derivato, motivato e reso intelligibile in base a nessun sistema di concetti di
leggi, per quanto completo esso sia, poiché esso presuppone la relazione dei
fenomeni culturali con idee di valore. Il concetto di cultura è un concetto di
valore. La realtà empirica è per noi cultura in quanto la poniamo in relazione
con idee di valore; essa abbraccia quegli elementi della realtà che diventano
per noi significativi in base a quella relazione, e soltanto questi elementi.
Una minima parte della realtà individuale di volta in volta considerata è
investita dal nostro interesse, condizionato da quelle idee di valore; essa
soltanto ha significato per noi, e lo ha in quanto rivela relazioni che sono
per noi importanti a causa della loro connessione con idee di valore.
Esclusivamente in questo caso, infatti, essa è per noi degna di venir
conosciuta nel suo carattere individuale. Ciò che per noi riveste significato
non può naturalmente essere determinato attraverso nessuna indagine del dato
empirico, che sia condotta senza presupposti; al contrario, la sua
determinazione è il presupposto per stabilire che qualcosa diviene oggetto
dell'indagine. Ciò che è significativo non coincide naturalmente, in quanto
tale, con l'ambito di nessuna legge, e tanto meno vi coincide quanto più
universalmente valida è quella legge. Infatti il significato specifico che ha
per noi un elemento della realtà 207 si trova naturalmente in quelle tra le sue
relazioni che esso ha in comune con molti altri. La relazione della realtà con
idee di valore, che dànno ad essa significato, nonché l’isolamento e
l’ordinamento degli elementi del reale così individuati sotto il profilo del
loro significa to culturale, rappresenta un punto di vista del tutto eterogeneo
e disparato rispetto all’analisi della realtà in base a leggi, e al suo
ordinamento in concetti generali. I due tipi di ordinamento concettuale del
reale non hanno tra di loro relazioni logiche necessarie di nessuna specie.
Essi possono eventualmente coincidere in un caso singolo, ma sarebbe molto
pericoloso che questa congiunzione accidentale ingannasse sulla loro
eterogeneità di principio. Il significato culturale di un fenomeno, per esempio
quello dello scambio in un'economia monetaria, può consistere nel fatto che
esso si presenta come fenomeno di massa, in quanto costituisce una componente
fondamentale della vita culturale odierna. E tuttavia è proprio il fatto
storico che esso assolve questa funzione ciò che dev'essere reso comprensibile
nel suo significato culturale, e spiegato causalmente nella sua origine
storica. L'indagine dell’essenza dello scambio în generale e della tecnica della
circolazione di mercato è un lavoro preliminare invero molto importante e
indispensabile! Non soltanto non si è risposto così alla questione concernente
il modo in cui storicamente lo scambio è pervenuto al suo fondamentale
significato odierno; ma soprattutto ciò che in ultima analis i ci interessa il
significato culturale dell'economia monetaria, in virtù del quale soltanto ci
interessiamo di quella descrizione della tecnica della circolazione monetaria,
e in virtù del quale soltanto c’è oggi una scienza che studia tale tecnica,
risulta inderivabile da qualsiasi di quelle leggi . Le carat teristiche di
conformità a un genere dello scambio, del negozio ecc. interessano i giuristi
mentre ciò che ci concerne è il compito di analizzare proprio quel significato
culturale del fatto storico che oggi lo scambio è fenomeno di massa. Allorché
esso deve venir spiegato, allorché vogliamo intendere che cosa distingue la
nostra cultura economico-sociale da quella, per esempio, dell’antichità, in cui
lo scambio mostrava le medesime qualità generiche di oggi, e quando si deve
spiegare in che cosa consista il significato dell’ economia monetaria ,
intervengono nell’indagine princìpi logici di origine del tutto eterogenea. Noi
impieghiamo infatti quei concetti, che ci offre la ricerca degli elementi
generici dei fenomeni economici di massa, come mezzo di rappresentazione, e ciò
nella misura in cui vi sono contenuti elementi della nostra cultura forniti di
significato; ma il fire del nostro lavoro non è conseguito mediante una
rappresentazione, per quanto precisa, di quei concetti e di quelle leggi,
poiché al contrario la questione di che cosa dev’essere fatto oggetto di
un’elaborazione di concetti di genere non è senza presupposti , bensì è stata
decisa proprio in riferimento al significato che posseggono per la cultura
determinati elementi di quella molteplicità infinita, che noi diciamo
circolazione . Noi aspiriamo alla conoscenza di un fenomeno storico, cioè di un
fenomeno fornito di significato nel suo carattere specifico. E la cosa decisiva
è questa: soltanto in base al presupposto che esclusivamente una parte fizita
dell’infinito numero dei fenomeni risulta fornita di significato, acquista un
senso logico il principio di una conoscenza dei fenomeni individuali in genere.
Noi ci troveremmo perplessi, anche se fossimo provvisti della più completa
conoscenza possibile di tutte le leggi dell’accadere, di fronte a questa
questione: come è possibile in genere la spiegazione causale di un fatto
individuale dal momento che già una descrizione anche della più piccola sezione
di realtà non può mai essere concepita come esaustiva? Il numero e il tipo
delle cause, che hanno determinato un qualsiasi avvenimento individuale, è
infatti sempre infinito, e non c’è una caratteristica inerente alle cose stesse
la quale consenta di isolarne una parte, che venga essa soltanto presa in
considerazione. Un caos di giudizi esistenziali sopra infinite osservazioni
particolari sarebbe il solo esito a cui potrebbe recare il tentativo di una
conoscenza della realtà che fosse seriamente priva di presupposti. E anche
questo risultato sarebbe possibile solo in apparenza, poiché la realtà di ogni
osservazione singola mostra, a uno sguardo più prossimo, infiniti elementi
particolari, che non possono mai venire espressi in maniera esaustiva in
giudizi di osservazione. In questo caos reca ordine soltanto la circostanza che
in ogni caso ha per noi interesse e significato solo una parte della realtà
individuale, in quanto essa sta in relazione con idee di valori culturali con
le quali ci accostiamo alla realtà. Soltanto determinati aspetti dei fenomeni
particolari, sempre infinitamente molteplici, cioè quelli ai quali attribuiamo
un significato culturale universale, sono quindi degni di essere conosciuti, ed
essi solamente sono oggetto della spiegazione causale. Anche questa spiegazione
causale pone però a sua volta in luce lo stesso fatto, che cioè un regresso
causale esaustivo da qualsiasi fenomeno concreto nella sua piera realtà non
soltanto risulta praticamente impossibile, ma è semplicemente un’assurdità. Noi
mettiamo in luce soltanto quelle cause a cui devono essere imputati gli
elementi di un accadere che risultano essezzziali nel caso particolare: la
questione causale, quando si tratta dell’individualità di un fenomeno, non è
una questione di leggi bensì una questione di connessioni causali concrete; non
è una questione relativa alla formula alla quale si deve subordinare come
esempio specifico tale fenomeno, ma è una questione relativa alla costellazione
individuale a cui esso deve venir imputato come suo risultato è cioè una
questione di imputazione. Ogni qual volta sia in questione la spiegazione
causale di un fenomeno culturale cioè di un individuo storico , come noi lo
intendiamo in base a un’espressione già usata talvolta nella metodologia della
nostra disciplina, e ora divenuta consueta nella logica in una più precisa
formulazione la conoscenza delle leggi della causalità può essere non già
scopo, ma soltanto mezzo dell’indagine. Essa ci rende più agevole l'imputazione
causale degli elementi dei fenomeni, culturalmente significativi nella loro
individualità, alle loro cause concrete. In quanto, e solo in quanto essa serve
a questo fine, ha valore per la conoscenza di connessioni individuali. Quanto
più le leggi sono generali , cioè astratte, tanto meno esse servono per i
bisogni dell’imputazione causale di fenomeni individuali, e quindi
indirettamente r la comprensione del significato dei processi culturali. Che
cosa deriva da tutto ciò? Naturalmente non ne deriva che la conoscenza del
genera le, la formazione di concetti astratti di genere, la conoscenza di
regolarità e il tentativo di formulazione di connessioni legali non abbiano nel
campo delle scienze della cultura alcuna giustificazione scientifica. Al
contrario, se la conoscenza causale dello storico è un’imputazione di effetti
concreti a cause concrete, l'imputazione valida di qualsiasi effetto
individuale non è possibile in genere senza l’impiego della conoscenza
nomologica cioè della conoscenza delle regolarità delle connessioni causali. Se
si deve attribuire in concreto nella realtà a un singolo elemento individuale
di una connessione un significato causale nei riguardi dell’effetto che
intendiamo spiegare, questo può essere stabilito, in caso di dubbio, soltanto
attraverso la valutazione degli effetti che di solito ci aspettiamo in generale
da esso e dagli altri elementi del medesimo complesso, che consideriamo ai fini
della spiegazione vale a dire attraverso la determinazione di quelli che sono gli
effetti adeguati degli elementi causali in questione. In quale misura lo
storico (nel senso più ampio del termine) possa compiere con sicurezza questa
imputazione con la sua fantasia nutrita di esperienza personale della vita e
metodicamente disciplinata, e in quale misura egli si rifaccia invece all’aiuto
di discipline speciali che gliela rendono possibile, è cosa che dipende dal
caso singolo. Ma ovunque, e così pure nel campo di complicati processi
economici, la sicurezza dell’imputazione è tanto maggiore quanto più assodata e
comprensiva è la nostra conoscenza generale. Che si tratti sempre, anche per
tutte le cosiddette leggi economiche senza eccezione, non già di connessioni
legali nel senso ristretto valido nel caso delle scienze esatte della natura,
ma di connessioni causali adeguate espresse in forma di regole, cioè di un
‘applicazione della categoria di ( possibilità oggettiva che qui non può venir
analizzata più da vicino, non fa la minima differenza per tale proposizione.
Solo che la determinazione di tali regolarità non è già fine, bensì mezzo di
conoscenza; ed è in ogni caso una questione di opportunità se si debba o meno
esprimere in una formula, sotto forma di legge, una regolarità di connessione
causale nota in base all’esperienza quotidiana. Per la scienza esatta della
natura le leggi sono tanto più importanti e fornite di valore quanto più esse
sono universalmente valide; per la conoscenza dei fenomeni storici nel loro
fondamento concreto le leggi pià generali, in quanto sono le più vuote di contenuto,
sono invece di regola anche le più prive di valore. Infatti quanto più estesa è
la validità di un concetto di specie, cioè il suo ambito, tanto più esso ci
distoglie dalla realtà concreta; per racchiudere l’elemento comune di quanti
più fenomeni, esso deve essere infatti il più possibile astratto, e perciò
povero di contenuto. La conoscenza del generale non è mai per noi, nelle
scienze della cultura, fornita di valore di per sé. Da quanto si è detto finora
risulta dunque che è priva di senso una trattazione oggettiva dei processi
culturali, per la quale debba valere come scopo ideale del lavoro scientifico
la riduzione di ciò che è empirico a leggi . Essa non è priva di senso, come
sovente si è ritenuto, perché i processi culturali o anche i processi
spirituali si comportino oggettivamente in maniera meno legale, bensì per i
motivi seguenti: 1) perché la conoscenza di leggi sociali non è conoscenza
della realtà sociale, ma è soltanto uno dei diversi strumenti di cui il nostro
pensiero si avvale a tale scopo; 2) perché non si può concepire una conoscenza
di processi culturali se non sul fondamento del significato che ha per noi la
realtà della vita, sempre individualmente atteggiata, in determinate relazioni
particolari. In quale senso e in quali relazioni ciò avvenga non ci è svelato
da nessuna legge, perché è deciso dalle idee di valore in base alle quali
consideriamo nel caso singolo la cultura. La cultu ra è una sezione finita
dell’infinità priva di senso dell’accadere del mondo, alla quale è attribuito
senso e significato dal punto di vista dell’uomo. Essa è tale anche per gli
uomini che si contrappongono a una cultura concreta come a un mortale nemico, e
che aspirano a un ritorno alla natura . Infatti essi possono pervenire a questa
presa di posizione solo in quanto riferiscono la cultura concreta alle loro
idee di valore, e la trovano troppo leggera . È questo fatto puramente
logico-formale che si tiene presente allorché qui si parla della connessione
logicamente necessaria di tutti gli individui storici con idee di valore .
Presupposto trascendentale di ogni scienza della cultura non è già che noi
riteniamo forzita di valore una determinata, o anche in genere una qualsiasi
cultura , bensì è il fatto che noi siamo esseri culturali, dotati della capacità
e della volontà di assumere consapevolmente posizione nei confronti del mondo e
di attribuirgli un serso. Qualunque possa essere questo senso, esso ci condurrà
a valutare nella vita determinati fenomeni della coesistenza umana in base ad
esso, e ad assumere nei loro confronti una posizione (positiva o negativa) in
quanto fornita di significato. Quale che sia il contenuto di tale presa di
posizione, questi fenomeni hanno per noi un sign: ficato culturale, e su questo
significato soltanto poggia il loro interesse scientifico. Quando qui si parla,
in riferimento all’uso linguistico dei logici moderni, del condizionamento
della conoscenza della cultura da parte di idee di valore, si spera di non
essere esposti a fraintendimenti di specie così rozza come l’opinione che si
debba attribuire un significato culturale soltanto ai fenomeni forniti di
valore. La prostituzione è un fenomeno culturale al pari della religione o del
denaro; e tutti e tre lo sono in quanto e solamente in quanto, e nella misura
in cui, la loro esistenza e la forma che storicamente assumono tocchino,
direttamente o indirettamente, i nostri interessi culturali, e in quanto essi
suscitano il nostro impulso conoscitivo sotto punti di vista orientati in base
a idee di valore, le quali rendono per noi significativo il settore di realtà
che è pensato in quei concetti. Ogni conoscenza della realtà culturale è
sempre, come risulta da tutto questo, una conoscenza da particolari punti di
vista. Quando noi richiediamo allo storico e allo studioso di scienze sociali,
come presupposto elementare, che egli sappia distinguere ciò che è importante
da ciò che non lo è, e che egli disponga dei punti di vista indispensabili per
questa distinzione, ciò vuol semplicemente dire che egli deve imparare a riferire
i processi della realtà consapevolmente o inconsapevolmente a valori culturali
universali, e quindi a porre in luce le connessioni che sono per noi
significative. Sebbene si ripresenti sempre l’opinione che sia possibile
assumere dalla materia stessa quei punti di vista, ciò deriva dall’illusione
ingenua dello specialista il quale non riflette che egli ha dapprima isolato,
in virtù delle idee di valore con cui si è inconsapevolmente accostato alla
materia, un ristretto elemento da un’assoluta infinità come quello che solo lo
interessa per la sua trattazione. In questa scelta di singole parti
dell’accadere, che ha luogo sempre e ovunque in forma sia consapevole che
inconsapevole, viene in luce anche quell’elemento del lavoro delle scienze
della cultura che sta a base di un’affermazione così sovente udita che
l’aspetto personale di un’opera scientifica costituisca ciò che propriamente
vale in essa, e che in ogni opera, affinché sia degna di esistere, debba
esprimersi una personalità . Certo senza le idee di valore del ricercatore non
vi sarebbe nessun principio per la scelta della materia, € nessuna conoscenza
fornita di senso del reale nella sua individualità; e come senza la fede del
ricercatore nel significa to di qualche contenuto culturale risulta senz'altro
privo di senso ogni lavoro diretto alla conoscenza della realtà individua le,
così l'orientamento della sua fede personale, cioè la rifrazione dei valori
nello specchio della sua anima, indicherà la direzione anche al suo lavoro. E i
valori a cui il genio scientifico riferisce gli oggetti della sua ricerca
potranno determinare la concezione di un'intera epoca, potranno cioè essere
decisivi non solo per stabilire ciò che nei fenomeni è fornito di valore, ma
anche per stabilire ciò che è significativo o privo di significato, ciò che è
importante e ciò che è senza importanza . La conoscenza delle scienze della
cultura, nel senso che abbiamo definito, è vincolata a presupposti soggettivi
in quanto essa si occupa soltanto di quegli elementi della realtà che hanno una
relazione per quanto indiretta con i processi ai quali attribuiamo un
significato culturale. Essa è tuttavia naturalmente una pura conoscenza causale
nel medesimo senso in cui può esserlo la conoscenza di processi naturali
individuali forniti di significato, i quali rivestano un carattere qualitativo.
Accanto alle varie confusioni prodotte dall’invasione del pensiero
giuridico-formale nella sfera delle scienze della cultura, è stato di recente
compiuto il tentativo di confutare » in linea di principio la concezione
materialistica della storia» mediante una serie di spiritosi sofismi,
sostenendo che, in quanto tutta la vita economica deve svolgersi in forme
regolate giuridicamente o convenzionalmente, qualsiasi sviluppo » economico
deve assumere la forma di tendenze alla creazione di nuove forme giuridiche, e
che esso è quindi comprensibile soltanto in base a massime etiche, e risulta su
questa base diverso nella propria essenza da ogni sviluppo naturale ». La
conoscenza dello sviluppo economico avrebbe pertanto un carattere teleologico
»Î. Senza voler qui discutere il significato che per la scienza sociale può
avere l'equivoco concetto di sviluppo »; 0 il concetto logicamente non meno
equivoco di teleologico», si deve tuttavia constatare che una conoscenza
siffatta non potrebbe mai essere teleologica » ze/ senso presupposto da questa
prospettiva. Nonostante la più completa identità formale delle norme giuridiche
in vigore, il significato culturale dei rapporti giuridici a cui le norme si
riferiscono, e perciò anche delle norme medesime, può mutare in maniera
radicale. Certo, se ci si vuole inoltrare per un momento almanaccando nelle
fantasie di un tempo futuro, si può per esempio concepire teoricamente compiuta
una socializzazione dei mezzi di produzione » senza che sia sorta alcuna
tendenza » mirante consapevolmente a questa conseguenza e senza che venga
eliminato o aggiunto nessun paragrafo della nostra legislazione: la frequenza
statistica di particolari relazioni giuridicamente regolate sarebbe cambiata
certo alla base, e in molti casi ridotta a zero, una gran parte delle norme
giuridiche diventerebbe praticamente priva di significato, e il loro intero
significato culturale sarebbe mutato in maniera da risultare irriconoscibile.
La Weber si riferisce qui al volume di Stammler, Wirtschaft und Recht nach der
materialistichen Geschichtsauffassung, Leipzig. Alla critica della seconda
edizione di quest'opera sarà dedicato il saggio di Weber R. Stammlers
Uberwindung » der materialistischen Geschichtsauffassung, Archiv. fùr
Sozialwissenschaft und Sozialpolitik (ora in Gesammelte Aufsatze zur
Wissenschaftslehre). Rudolf Stammler, filosofo del diritto tedesco di
orientamento neo-kantiano, scrisse inoltre Die Lehre voni richtigen Recht, la
Theorie der Rechtsivissenschaft, Die Gerechtigheit in der Geschichte, un
Lelrbuch der Rechtsphilosophie e varie altre opere. teoria materialistica »
della storia poteva quindi con diritto mettere da parte le discussioni de lege
ferenda, poiché il suo punto di vista centrale consisteva appunto
nell’inevitabile mutamento di significato delle istituzioni giuridiche. Colui
al quale il semplice lavoro di comprensione causale della realtà storica appare
subalterno, può sì evitarlo — ma è impossibile sostituirlo con qualsiasi
teleologia ». Scopo » è, per la rostra trattazione, la rappresentazione di un
effetto, che diviene causa di un'azione; e noi consideriamo anche questa al
pari di ogni causa che contribuisca o possa contribuire a un effetto fornito di
significato. Il suo significato specifico poggia soltanto sul fatto che noi
possiamo e vogliamo anche irztendere, oltre che constatare, l'agire umano.
Quelle idee di valore sono, fuor di ogni questione, soggettive». Tra
l’interesse storico» per una cronaca di famiglia e quello per lo sviluppo dei
più grandi fenomeni di cultura, che furono e sono comuni a una nazione o
all'umanità per lunghe epoche, c'è un'infinita gradazione di significati », i
cui momenti avranno per ognuno di noi un ordine differente. E così pure esse
mutano storicamente con il carattere della cultura e delle idee che guidano gli
uomini. Da ciò 207 consegue ovviamente che la ricerca delle scienze della
cultura possa dar luogo soltanto a risultati i quali siano soggettivi» nel
senso che valgono per l’uno e non per l’altro. Ciò che cambia è piuttosto il
grado in cui essi interessano l’uno e non l’altro. In altri termini, ciò che
diventa oggetto dell’indagine, e in quale misura questa si estenda
nell’infinità delle connessioni causali, è determinato soltanto dalle idee di
valore che dominano il ricercatore e la sua epoca; nel come? », vale a dire nel
metodo della ricerca — come ancora vedremo — il punto di vista» a cui si ispira
è determinante per l’elaborazione degli strumenti concettuali che egli impiega
— mentre nel modo della loro applicazione il ricercatore è di certo, qui come
ovunque, vincolato alle norme del nostro pensiero. Poiché verità scientifica è
soltanto ciò che esige di valere per tutti coloro che vogliono la verità. Da
ciò risulta in ogni caso l’assurdità dell’idea — la quale talvolta prevale
anche presso gli storici della nostra disciplina — che possa essere fine, per
quanto remoto, delle scienze della cultura quello di costruire un sistema
chiuso di concetti, nel cui ambito la realtà possa venir compresa in
un'articolazione in qualsiasi senso definitiva, e da cui essa venga quindi di nuovo
dedotta. La corrente dell’accadere sconfinato procede senza fine verso
l’eternità. E sempre nuovi e diversamente atteggiati si presentano i problemi
culturali che muovono gli uomini, cosicché rimane fluido anche l’ambito di ciò
che acquista per noi senso e significato da quella infinita, e sempre eguale,
corrente dell’accadere, configurandosi come individuo storico ». Mutano le
connessioni concettuali in base a cui l’accadere è considerato e colto
scientificamente. I punti di partenza delle scienze della cultura si protendono
quindi mutevoli nel più lontano futuro, finché qualche definitivo irrigidimento
della vita spirituale non farà desistere l’umanità dal porre nuove questioni
alla vita sempre inesauribile. Un sistema delle scienze della cultura, anche
soltanto in forma di una fissazione definitiva, oggettivamente valida,
sistematizzante delle questioni e dei campi di cui esse dovrebbero trattare,
sarebbe di per sé un’assurdità: da un tentativo del genere potrebbe derivare
sempre solo una collezione di punti di vista, specificamente diversi e tra loro
in vario modo eterogenei e disparati, in base ai quali la realtà è risultata o
risulta per noi cultura , cioè fornita di significato nella sua specificità.
Dopo queste lunghe discussioni, possiamo finalmente affrontare la questione che
ci interessa metodicamente in vista di una trattazione dell’ oggettività della
conoscenza della cultura: quale è la funzione e la struttura logica dei
concetti con cui la nostra scienza, al pari di ogni altra, lavora, e cioè per
formulare la domanda con particolare riguardo al problema decisivo qual è il
significato della teoria e dell’elaborazione concettuale teorica per la
conoscenza della realtà culturale? L'economia politica è stata almeno
originariamente lo abbiamo già detto una tecnica, per ciò che concerne il
centro di gravità delle sue discussioni: essa considerava i fenomeni della
realtà da un punto di vista valutativo che, almeno in apparenza, era univoco,
stabile e pratico, vale a dire dal punto di vista dell’accrescimento della
ricchezza della popolazione. Ma d’altra parte, fin dall’inizio, essa non è
stata soltanto una tecnica , in quanto era inserita nella possente unità
dell’intuizione giusnaturalistica e razionalistica del mondo, formulata dal
secolo xvi. Il carattere specifico di quell’intuizione del mondo, con la sua
fede ottimistica nella possibilità di una razionalizzazione teoretica e pratica
del reale, operava essenzialmente in maniera da ostacolare la scoperta del
carattere problematico di tale punto di vista, assunto come di per sé evidente.
Sorta in stretta connessione con il moderno sviluppo della scienza naturale, la
considerazione razionale della realtà sociale è rimasta ad essa affine in tutto
il suo modo di analisi. Nelle discipline naturali il punto di vista
pratico-valutativo, fondato sulla determinazione di ciò che è immediatamente
utile in senso tecnico, era strettamente legata alla speranza ereditata
dall’antichità e in seguito ancora sviluppata di pervenire sulla via
dell’astrazione generalizzante e dell’analisi del dato empirico nelle sue
connessioni legali a una conoscenza di tipo monistico dell’intera realtà che
fosse puramente oggettiva , cioè svincolata da tutti i valori, e al tempo
stesso razionale, cioè liberata da ogni accidentalità individuale, e assumesse
la fisionomia di un sistema concettuale di validità metafisica e di forma
matematica. Le discipline naturali legate a punti di vista valutativi, come la
medicina clinica e ancor più quella che abitualmente è detta tecnologia ,
diventavano pure dottrine pratiche. I valori a cui esse dovevano servire, vale
a dire la salute del paziente, il perfezionamento tecnico di un concreto
processo produttivo ecc., erano di volta in volta stabiliti per ognuna di esse.
I mezzi impiegati erano, e potevano essere soltanto forniti dall'impiego dei
concetti legali scoperti dalle discipline teoriche. Ogni progresso di principio
nella formazione di tali concetti era, o poteva essere, anche un progresso
della corrispondente disciplina pratica. Dato un certo scopo, la progressiva
riduzione delle particolari questioni pratiche (di un caso di malattia, di un
problema tecnico) a leggi generalmente valide di cui esse costituiscono un caso
specifico, e quindi l’estensione del sapere teorico, era immediatamente connessa,
ed anzi coincidente, con l’allargarsi delle possibilità pratico-tecniche.
Allorché la biologia moderna ha sottoposto anche quegli elementi della realtà
che ci interessano storicamente, cioè nel modo in cui essi sono divenuti
così-e-non-altrimenti, al concetto di un principio evolutivo universalmente
valido, che almeno apparentemente ma non certo in verità ha consentito di
subordinare tutto ciò che è essenziale in tali oggetti a uno schema di leggi
valide in generale, sembrò che si avvicinasse in qualsiasi scienza il momento
della fine per tutti i punti di vista valutativi. Poiché il cosiddetto accadere
storico era una parte dell’intera realtà, e il principio causale, che
costituisce il presupposto di ogni lavoro scientifico, sembrava esigere la
riduzione di ogni accadere a leggi generalmente valide, e poiché infine era
evidente l’immenso successo delle scienze della natura le quali avevano
proceduto in base a questo principio, sembrò allora inconcepibile un senso
della ricerca scientifica diverso da quello della scoperta delle leggi
dell’accadere. Soltanto ciò che è conforme alle leggi poteva essere
scientificamente essenziale nei fenomeni, e i processi individuali venivano
presi in considerazione solamente in quanto tipi , cioè in quanto
rappresentanti illustrativi delle leggi; un interesse diretto ad essi sembrava
costituire un interesse non scientifico . È impossibile seguire qui le forti
conseguenze di questa fiduciosa disposizione del monismo naturalistico sulle
discipline economiche. Allorché la critica socialistica e il lavoro degli
storici cominciavano a tradurre in problemi gli originari punti di vista
valutativi, il potente sviluppo della ricerca biologica da un lato e
l'influenza del panlogismo hegeliano dall’altro impedirono all’economia politica
di determinare in maniera distinta, nella sua piena portata, il rapporto tra
concetto e realtà. Da ciò è risultato, per quanto ci interessa, che nonostante
il poderoso argine opposto alla penetrazione dei dogmi naturalistici dalla
filosofia idealistica tedesca successiva a Fichte, dalle indagini della scuola
giuridica tedesca e dal lavoro della scuola storica di economia politica
tedesca, e in parte proprio în conseguenza di questo lavoro, i punti di vista
del naturalismo rimangono ancora da superare in alcuni punti decisivi. Tra
questi c’è in particolare il rapporto, che rimane ancor sempre problematico,
tra lavoro teorico e lavoro storico nell’ambito della nostra disciplina. Il
metodo teorico astratto si contrappone ancora og con un’asprezza priva di mediazione
e apparentemente insormontabile, alla ricerca storico-empirica. Esso riconosce
del tutto correttamente l'impossibilità metodica di sostituire la conoscenza
storica della realtà con la formulazione di leggi o di pervenire viceversa a
leggi in senso stretto attraverso il mero accostamento di osservazioni
storiche. Per ottenere tali leggi dal momento che per esso è certo che la
scienza debba aspirare a questo fine supremo si procede dal fatto che noi
abbiamo un’esperienza immediata delle connessioni dell’agire umano proprio
nella Joro realtà, e quindi così esso suppone possiamo rendere il suo corso
immediatamente intelligibile con evidenza assiomatica, e penetrarlo nelle sue
leggi. La sola forma esatta di conoscenza, cioè la formulazione di leggi evidenti
che si possano immediatamente intuire, sarebbe al tempo stesso la sola che
consente l’accesso ai processi non immediatamente osservati; e quindi, almeno
per i fenomeni fondamentali della vita economica, la determinazione di un
sistema di princìpi astratti e di conseguenza puramente formali, in analogia a
quello delle scienze esatte della natura, sarebbe il solo mezzo per dominare
spiritualmente la molteplicità della vita sociale. Nonostante la distinzione
metodica di principio tra conoscenza legale e conoscenza storica, che il
creatore della teoria aveva compiuto come primo e unico, alle proposizioni
della teoria astratta è stata però da lui attribuita una validità empirica, nel
senso di una deducibilità della realtà dalle leggi. E ciò certo non nel senso di
una validità empirica dei princìpi economici astratti presi di per sé, bensì in
maniera che, quando si fossero elaborate corrispondenti teorie esatte di tutti
gli altri fattori che si possono considerare, tutte queste teorie astratte
prese insieme dovrebbero contenere in sé la vera realtà delle cose vale a dire
ciò che della realtà è degno di essere conosciuto. La teoria economica esatta
determinava l’effetto di ur motivo psichico, mentre le altre teorie avrebbero
il compito di sviluppare in forma simile tutti i rimanenti motivi in princìpi
di validità ipotetica. Pertanto al lavoro teorico, cioè alle teorie astratte
della formazione del prezzo, dell’interesse, delle rendite ecc., è stata
talvolta attribuita la pretesa fantastica di servire, secondo la pretesa
analogia dei princìpi fisici, per dedurre da date premesse reali risultati
quantitativa mente determinati, e cioè leggi in senso rigoroso, valide per la
realtà della vita, in quanto l'economia dell’uomo sarebbe univocamente
determinata , dato un certo scopo, in rapporto ai mezzi. E non si è tenuto
presente che, per poter aspirare a questo risultato anche nei casi più
semplici, si dovrebbe assumere come data € presupporre come nota la totalità
della realtà storica attuale, insieme a tutte le sue connessioni causali, e
che, quando questa conoscenza fosse accessibile allo spirito finito, non si
potrebbe attribuire nessun valore conoscitivo a una teoria astratta. Il
pregiudizio naturalistico, secondo il quale si dovrebbe creare, con quei
concetti, qualcosa di affine a ciò che producono le scienze esatte della
natura, aveva condotto appunto a un’errata comprensione del senso di queste
formazioni teoriche. Si è creduto che si trattasse dell'isolamento psicologico
di uno specifico impulso dell’uomo, dell'impulso al guadagno, oppure
dell’osservazione isolata di una specifica massima dell'agire umano, cioè del
cosiddetto principio economico. La teoria astratta riteneva di potersi reggere
su assiomi psicologici; e la conseguenza era che gli storici invocavano una psicologia
empirica, allo scopo di poter mostrare la non-validità di quegli assiomi e
derivare psicologicamente il corso dei processi economici. Noi non intendiamo
criticare a fondo, in queste pagine, la fede nell’importanza di una scienza
sistematica della psicologia sociale che del resto è ancor da creare come
fondamento futuro delle scienze della cultura, e in particolare dell'economia
sociale. Proprio gli abbozzi finora compiuti, in parte brillanti, di
un’interpretazione psicologica dei fenomeni economici mostrano in ogni caso che
si procede dall’analisi delle qualità psicologiche dell’uomo all’analisi delle
istituzioni sociali, ma che viceversa il chiarimento dei presupposti e degli
effetti psicologici delle istituzioni presuppone la precisa conoscenza di queste
ultime, nonché l’analisi scientifica delle loro connessioni. L'analisi
psicologica significa allora semplicemente un approfondimento, molto importante
nel caso specifico, della conoscenza del loro condizionamento storico-culturale
e del loro significato culturale. Ciò che ci interessa nell’atteggiamento
psichico dell’uomo nelle sue relazioni sociali è appunto determinato in ogni
caso specificamente, secondo il particolare significato culturale della
relazione in esame. Si tratta infatti di motivi e di influssi psichici tra loro
molto eterogenei, cd estremamente compositi nel caso concreto. La ricerca
psicologico-sociale costituisce un attento esame di diversi generi particolari,
e tra loro assai disparati, di elementi della cultura, considerati in rapporto
alla possibilità di interpretarli mediante la nostra comprensione. Noi dobbiamo
imparare mediante essi a intendere spiritualmente in misura crescente partendo
dalla conoscenza delle istituzioni particolari il loro condizionamento e il
loro significato culturale, senza voler dedurre le istituzioni da leggi
psicologiche o volerle spiegare in base a fenomeni psicologici elementari.
Anche la polemica così complessa che si è svolta intorno alla giustificazione
psicologica delle enunciazioni teoriche astratte, intorno all'importanza dell’
impulso al guadagno e del principio economico ecc., ha dato un frutto assai
scarso. Nel caso delle enunciazioni della teoria astratta, solo in apparenza ci
troviamo di fronte a deduzioni da motivi. psicologici fondamentali; in verità
si tratta piuttosto di un caso specifico di una forma di elaborazione
concettuale che è propria, e in certa misura indispensabile, delle scienze
della cultura umana. Vale qui la pena caratterizzare tale forma in maniera un
po’ più approfondita, per accostarci così alla questione fondamentale del
significato della teoria per la conoscenza fornita dalla scienza sociale. E a
tale fine noi lasceremo una volta per sempre fuori discussione se le formazioni
teoriche che rechiamo come esempio, o alle quali accenniamo, corrispondano,
così come esse sono, allo scopo a cui vogliono servire, se cioè esse siano di
fatto elaborate in maniera conforme allo scopo. In quale misura l’odierna
teoria astratta debba ancora essere sviluppata è, alla fine, anche un problema
di economia del lavoro scientifico, a cui si riferiscono altri problemi. Anche
la teoria dell'utilità marginale sottostà alla legge dell'utilità marginale .
Noi abbiamo dinanzi a noi, nella teoria economica astratta, un esempio di
quelle sintesi che si designano di solito come idee di fenomeni storici. Essa
ci offre un quadro ideale dei processi che avvengono in un mercato di beni,
sulla base di un'organizzazione sociale fondata sull'economia di scambio, di
una libera concorrenza e di un agire rigorosamente razionale. Questo quadro
concettuale unisce determinate relazioni e determinati processi della vita
storica in un cosmo, in sé privo di contraddizioni, di connessioni concettuali.
Per il suo contenuto questa costruzione riveste il carattere di un’ufopia,
ottenuta attraverso l’accentuazione concettuale di determinati elementi della
realtà. Il suo rapporto con i fatti empiricamente dati della vita consiste solo
in questo, che laddove vengono determinati o supposti operanti, in qualsiasi
grado, nella realtà connessioni del tipo astrattamente rappresentato in quella
costruzione, cioè processi dipendenti dal mercato , noi possiamo illustrare
pragmaticamente e rendere intelligibile il carazzere specifico di questa
connessione in un tipo ideale. Tale possibilità è indispensabile sia a scopo
euristico sia a scopo espositivo. Il concetto tipicoideale serve a orientare il
giudizio di imputazione nel corso della ricerca: esso non è un’ ipotesi , ma
intende orientare la costruzione di ipotesi. Esso zon è una rappresentazione
del reale, ma intende fornire alla rappresentazione un mezzo di espressione
univoco. Esso è quindi l’idea di un’organizzazione moderna della società,
fondata sull'economia di scambio, che è storicamente data; esso è stato
elaborato in base ai medesimi principi logici con cui si è proceduto a
costruire l’idea dell’economia cittadina medievale come concetto genetico.
Quando si fa così, si perviene a formare il concetto di economia cittadina non
già come una media dei princìpi economici operanti di fatto nell’insieme delle
città osservate, ma appunto come un zipo ideale. Esso è ottenuto attraverso
l’accentuazione unilaterale di uno o di alcuni punti di vista, e attraverso la
connessione di una quantità di fenomeni particolari diffusi e discreti, esistenti
qui in maggiore e là in minore misura, e talvolta anche assenti che
corrispondono a quei punti di vista unilateralmente sottolineati in un quadro
corcettuale in sé unitario. Considerato nella sua purezza concettuale, questo
quadro non può mai essere rintracciato empiricamente nella realtà; esso è
un’utopia, e al lavoro storico si presenta il compito di determinare in ogni
caso singolo la maggiore o minore distanza della realtà da quel quadro ideale,
stabilendo per esempio in quale misura il carattere economico della situazione
di una determinata città possa venir qualificato concettualmente come proprio
dell’ economia cittadina . Oculatamente impiegato, quel concetto rende i suoi
specifici servizi a scopo di indagine e di illustrazione. Proprio nello stesso
modo si può, per analizzare ancora un altro esempio, indicare l’ idea dell’
artigianato in un’utopia, congiungendo determinati tratti che si possono
rintracciare diffusamente presso gli artigiani dei più diversi tempi e paesi
accentuati unilateralmente nelle loro conseguenze in un quadro ideale in sé
privo di contraddizione, e riferendoli a un'espressione concettuale, che si
trova manifestata nel loro ambito. Si può inoltre compiere il tentativo di
individuare una società nella quale tutti i rami di attività economica, e anche
spirituale, siano regolati da massime che ci appaiono come l’applicazione del
medesimo principio caratteristico dell’ artigianato , elevato a tipo ideale. Si
può poi ancora contrapporre quel tipo ideale dell’artigianato a un corrispondente
tipo ideale di organizzazione industriale capitalistica, astratta da certe
caratteristiche della grande industria moderna, e quindi compiere infine il
tentativo di elaborare l’utopia di una cultura capitalistica , dominata
esclusivamente dall’interesse all'impiego di capitali privati. Essa dovrebbe
congiungere, accentuandoli in un quadro concettuale non contraddittorio per la
nostra considerazione, determinati tratti esistenti in maniera diffusa della
moderna vita materiale e spirituale, considerati nel loro carattere specifico.
Ciò sarebbe un tentativo di indicare l’idea della cultura capitalistica se e
come a ciò si possa pervenire, non è ancora dato di saperlo. È però possibile,
o piuttosto dev’essere considerato come sicuro, che si pervenga ad abbozzare
più utopie di questo tipo, e certamente in misura assai numerosa, di cui
nessuna è eguale alle altre, e di cui nessuna può venir osservata nella realtà
empirica come ordinamento di fatto valido della situazione sociale; ognuna
comporta però la pretesa di costituire una rappresentazione dell'idea della
cultura capitalistica, e ognuna può anche far valere questa pretesa in quanto
ha assunto dalla realtà, congiungendoli in un quadro ideale unitario, certi
tratti della nostra cultura forniti di significato nel loro specifico
carattere. Infatti quei fenomeni che ci interessano come fenomeni culturali
derivano di regola questo interesse per noi cioè il loro significato culturale
da idee di valore assai differenti con le quali possiamo porli in relazione.
Come vi sono perciò punti di vista estremamente diversi dai quali possiamo
considerarli per noi significativi, così si possono impiegare anche i più
diversi princìpi di scelta delle connessioni da assumere in un tipo ideale di
una determinata cultura. Quale è però il significato di questi concetti
tipico-ideali per una scienza di esperienza, quale noi intendiamo promuoverla?
Si deve anzitutto porre in luce che la nozione di ciò che deve essere , vale a
dire di un modello normativo , deve essere accuratamente distinto qui da questo
quadro concettuale a cui ci riferiamo, e che è ideale in senso puramente
logico. Si tratta della costruzione di connessioni che appaiono motivate in
maniera plausibile alla nostra faztasia, e quindi oggettivamente possibili , cioè
adeguate nei confronti del nostro sapere nomologico. Chi ritenga che la
conoscenza della realtà storica debba o possa essere una riproduzione priva di
presupposti» di fatti oggettivi », rifiuterà ad essi qualsiasi valore. E anche
chi ha riconosciuto che non c'è un’ assenza di presupposti » in senso logico
sul terreno della realtà, e che pure il più semplice riassunto di documenti o
la più semplice registrazione delle fonti può avere qualche senso scientifico
solo in base a un riferimento a significati », e quindi in ultima istanza a
idee di valore, considererà tuttavia la costruzione di qualsiasi utopia »
storica come un mezzo di illustrazione pericoloso per un lavoro storico
impregiudicato, e più spesso semplicemente come un gioco. E infatti non si può
mai decidere @ priori se si tratti con questo di un puro gioco concettuale,
oppure di un’elaborazione concettuale scientificamente feconda; anche qui
esiste un solo criterio, quello dell’efficacia per la conoscenza di fenomeni
culturali concreti nella loro connessione, nel loro condizionamento causale e
nel loro significato. Non come fine, bensì come mezzo ha dunque importanza la
formazione di tipi ideali astratti. Ogni attenta osservazione degli elementi
concettuali della rappresentazione storica mostra però che lo storico,
nell’intraprendere il tentativo di determinare, al di là della mera
constatazione di connessioni concrete, il significato culturale di un processo
individuale per quanto semplice possa essere, e quindi di caratterizzarlo »,
lavora e deve lavorare con concetti che possono venir definiti in maniera
precisa e univoca soltanto sotto forma di tipi ideali. Oppure concetti come
individualismo », imperialismo », feudalesimo », mercantilismo » ecc. sono
convenzionali », e le numerose formazioni concettuali del medesimo tipo, con le
quali cerchiamo di concepire e di intendere la realtà, possono venir
determinate nel loro contenuto mediante una descrizione priva di presupposti»
di qualsiasi concreto fenomeno, oppure mediante la congiunzione in forma astratta
di ciò che è comune a più fenomeni concreti? La lingua che lo storico parla
contiene in centinaia di parole questi quadri concettuali indeterminati,
elaborati per un bisogno di espressione che inconsapevolmente si fa valere, e
il cui significato può dapprima soltanto essere avvertito intuitivamente, non
già concepito con chiarezza. In infiniti casi, particolarmente nel campo della
storia politica descrittiva, l’indeterminatezza del loro contenuto non è certo
di alcun pregiudizio alla chiarezza della rappresentazione. Basta infatti che
nel caso singolo sia sentito ciò che è in mente allo storico, oppure ci si può
accontentare che una particolare accezione del contenuto concettuale sia
presupposta con un relativo significato per il caso singolo. Ma” quanto più
precisamente si deve recare alla coscienza la significatività di un fenomeno
culturale, tanto più inevitabile diventa il bisogno di lavorare con concetti
chiari, determinati non solo in maniera particolare ma anche in tutti i loro
aspetti. Una definizione » di quelle sintesi formulate dal pensiero storico,
secondo lo schema gezus proximum-differentia specifica, è naturalmente
un’assurdità; se ne faccia pure la prova. Una forma siffatta di determinazione
del significato verbale è possibile solo sul terreno di discipline dogmatiche,
che lavorano con sillogismi. Non può esservi o può esservi soltanto in
apparenza una semplice risoluzione descrittiva» di quei concetti nei loro
elementi, poiché ciò dipende proprio dalla determinazione di quali elementi debbano
essere considerati come essenziali. Se si deve tentare una definizione genetica
del contenuto concettuale, rimane soltanto la forma del tipo ideale nel senso
sopra fissato. Esso costituisce un quadro concettuale, il quale non è la realtà
storica, e neppure l’ autentica » realtà, e tanto meno può servire come uno
schema nel quale la realtà debba essere inserita come esempio; esso ha il
significato di un puro concetto-limite ideale, a cui la realtà deve essere
misurata e comparata, al fine di illustrare determinati elementi significati vi
del suo contenuto empirico. Questi concetti sono formazioni nelle quali
costruiamo, impiegando Ja categoria di possibilità oggettiva, connessioni che
la nostra fantasia, orientata e disciplinata in vista della realtà, giudica
adeguate. Il tipo ideale rappresenta, particolarmente in questa funzione, il
tentativo di concepire gli individui storici o i loro elementi particolari in
virtù di concetti genetici. Si prendano per esempio i concetti di chiesa» e di
setta». Essi si lasciano risolvere, in via puramente classificatoria, in
complessi di caratteristiche in cui non soltanto il confine tra l’uno e
l’altro, ma anche il contenuto concettuale deve rimanere sempre fluido. Se però
voglio concepire il concetto di setta» geneticamente, cioè in riferimento a
certi importanti significati culturali che lo spirito di setta» ha avuto per la
cultura moderna, allora determinate caratteristiche dell’uno e dell’altro
diventano essenziali, in quanto stanno in relazione causale adeguata con quegli
effetti. I concetti diventano però al tempo stesso tipico-ideali, cioè essi non
si presentano mai, o si presentano soltanto in maniera sporadica, nella loro
piena purezza concettuale. Qui come ovunque ogni concetto non puramente
classificatorio allontana dalla realtà. Ma la natura discorsiva del nostro
conoscere, vale a dire la circostanza che noi possiamo cogliere la realtà
soltanto mediante una catena di mutamenti di rappresentazione, postula una
siffatta stenografia di concetti. La nostra fantasia può certo fare sovente a
meno di una espressa formulazione concettuale come mezzo di ricerca ma per la
rappresentazione, se essa vuol essere precisa, l’impiego di tali concetti è in
innumerevoli casi del tutto indispensabile sul terreno dell’analisi culturale.
Chi la respinga in linea di principio deve limitarsi all’aspetto formale, per
esempio a quello storico-giuridico, dei fenomeni culturali. Il cosmo delle
norme giuridiche può naturalmente venire al tempo stesso determinato in forma
concettualmente chiara e valere (in senso giuridico1) per la realtà storica. Ma
è del loro significato pratico che deve occuparsi il lavoro della scienza
sociale nel nostro senso. Questo significato può però spesso essere reso
consapevole in maniera precisa soltanto mediante il riferimento del dato
empirico a un caso-limite ideale. Se lo storico (nel senso più ampio della
parola) rifiuta un tentativo di formulazione di un tipo ideale siffatto come
costruzione teorica , cioè come qualcosa di non adatto o di non indispensabile
per il suo concreto scopo conoscitivo, la conseguenza è di regola che egli
impiega, consapevolmente o meno, altri concetti analoghi sezz4 una formulazione
linguisti ca e un'elaborazione logica, oppure che egli rimane attaccato al
campo di ciò che è sentito indeterminatamente. Nulla è tuttavia più pericoloso
di una mescolarza di teoria e storia, derivante da pregiudizi naturalistici,
sia che si creda di aver fissato in quei quadri concettuali di carattere
teorico il contenuto proprio , l’essenza della realtà storica, sia che li si
impieghi invece come un letto di Procuste nel quale debba essere costretta la
storia, sia che si ipostatizzino infine le idee come una realtà vera e propria
che sussista dietro al fluire dei fenomeni, cioè come forze reali che si manifestano
nella storia. Soprattutto quest’ultimo pericolo incombe su di noi quando siamo
abituati a comprendere tra le idee di un'epoca anche, e anzi in prima linea, i
principi o gli ideali che hanzo dominato le masse, oppure una parte
storicamente considerevole degli uomini di quell’epoca, e che perciò sono stati
significativi come componenti della sua configurazione culturale. A ciò si
devono ancora aggiungere due considerazioni in primo luogo la circostanza che
tra l’idea nel senso di una direzione concettuale, pratica o teorica, e idea
nel senso di un tipo ideale di un’epoca da noi costruito come strumento
concettuale sussistono di regola determinate relazioni. Un tipo ideale di
determinate situazioni sociali, che si lascia astrarre da certi caratteristici
fenomeni sociali di un’epoca, può e questo è infatti sovente il caso avere
ispirato l’uomo del tempo come ideale da conseguire praticamente oppure come
massima per la regolamentazione di determinate relazioni sociali. Ciò vale già
per l’idea della garanzia del sostentamento e di varie teorie canonistiche,
specialmente di san Tommaso, in rapporto al concetto tipico-ideale oggi
impiegato dell’economia cittadina del Medioevo, a cui abbiamo accennato sopra.
E ciò vale maggiormente per il famigerato concetto fondamentale dell’economia
politica, vale a dire per il concetto di valore economico. Dalla Scolastica
fino alla teoria marxistica il principio di qualcosa che sia oggettivamente
valido, e che quindi deve essere, si è qui amalgamato con un’astrazione derivata
dal corso empirico della formazione del prezzo. E quel principio, che il valore
dei beni debba essere regolato secondo determinati princìpi di diritto naturale
, ha avuto e ha tuttora un'immensa importanza per lo sviluppo della cultura non
solo del Medioevo. Esso ha intensamente influenzato soprattutto la formazione
empirica dei prezzi. Ciò che però viene, e può venir pensato sotto quel
concetto teorico, può essere chiarito in maniera realmente univoca soltarzto in
virtù di una precisa elaborazione concettuale, e cioè di un’elaborazione
tipico-ideale e a ciò dovrebbe riflettere chi motteggia sulle robinsonate della
teoria astratta, almeno finché non abbia da porre al loro posto qualcosa di
meglio, e cioè di più chiaro. Il rapporto causale tra l’idea storicamente
determinabile, che governa gli uomini, e quegli elementi della realtà storica
dai quali è possibile astrarre il tipo ideale ad essa corrispondente, può
naturalmente configurarsi in maniera assai diversa. In linea di principio
occorre però stabilire soltanto che si tratta di due cose ovviamente
eterogenee. Ma a ciò si deve inoltre aggiungere che noi possiamo comprendere
con precisione concettuale quelle idee medesime che governano gli uomini di
un’epoca, e che operano in maniera diffusa tra di loro dal momento che si
tratta qui di una più complicata formazione concettuale di nuovo soltanto zella
forma di un tipo ideale; e ciò perché vivono empiricamente nella testa di una
indeterminata e mutevole molteplicità di individui, assumendo in essi le più diverse
gradazioni di forma e di contenuto, di chiarezza e di senso. Per esempio,
quegli elementi della vita spirituale degli individui singoli in una
determinata epoca del Medioevo, che di solito noi designamo come il
Cristianesimo degli individui in questione, costituirebbe naturalmente rel caso
che si potesse rappresentarli in maniera compiuta un caos di connessioni
concettuali e affettive di ogni tipo, infinitamente differenziate e assai
contraddittorie, sebbene la Chiesa medievale abbia certo realizzato l’unità
della fede e dei costumi in misura particolarmente elevata. Se si propone la
questione di che cosa sia stato allora in questo caos i Cristianesimo
medievale, con il quale si deve nondimeno operare continuamente come se fosse
un concetto ben determinato, e in che cosa consista l’elemento cristiano che
noi troviamo nelle istituzioni del Medioevo, risulta subito che anche qui
viene, in ogni singolo caso, impiegata una pura formazione concettuale da noi
creata. Esso è una combinazione di proposizioni di fede, di norme
giuridicoecclesiastiche e di norme etiche, di massime della condotta della vita
e di innumerevoli connessioni particolari, che noi uniamo in un’idea: è una
sintesi alla quale non possiamo pervenire in maniera non contraddittoria senza
l’impiego di concetti tipico-ideali. La struttura logica dei sistemi
concettuali in cui rappresentiamo tali idee , e il loro rapporto con ciò che ci
è immediatamente dato nella realtà empirica, sono naturalmente assai diversi.
La questione si presenta ancora in forma relativamente semplice nei casi in cui
vi siano uno oppure pochi princìpi teorici direttivi che si possono facilmente
esprimere in formule per esempio la fede nella predestinazione di Calvino o
postulati etici chiaramente formulabili, i quali abbiano dominato gli uomini e
prodotto effetti storici, in maniera da poter articolare l’idea in una
gerarchia di posizioni che si sviluppano logicamente in base a quei principi
direttivi. Già allora si scorda però con troppa facilità che, per quanto
potente sia stata nella storia l’importanza anche della forza coercitiva
puramente Zogica del pensiero il marxismo ne è un esempio eminente tuttavia il
processo storico-empirico nella testa degli uomini deve di regola venir inteso
come condizionato psicologicamente e non logicamente. E il carattere
tipico-ideale di siffatte sintesi di idee storicamente operanti risulta in
maniera ancor più distinta allorché quei fondamentali principi direttivi e quei
postulati non vivono, oppure non vivono più, nella testa degli individui
dominati da posizioni che ne derivano logicamente, oppure per associazione, in
quanto l’idea che in origine stava alla loro base è scomparsa, oppure ha
trovato una diffusione solo nelle proprie conseguenze. In maniera ancor più
decisiva il carattere della sintesi emerge come il carattere di un’ idea che
noi creiamo quando quei fondamentali princìpi direttivi fin dall’inizio sono
pervenuti solo in forma incompiuta, o non sono pervenuti, a coscienza distinta,
o per lo meno non hanno assunto la forma di chiare connessioni concettuali.
Quando perciò adottiamo questo procedimento, come accade e deve accadere molto
sovente, ci troviamo con questa idea sia essa l’idea del liberalismo di un
determinato periodo o quella del metodismo o quella di qualsiasi specie di
socialismo concettualmente non sviluppato di fronte a un puro tipo ideale, che
è analogo alle sintesi dei princìpi di un’epoca economica da cui abbiamo preso
le mosse. Quanto più ampie sono le connessioni che si devono rappresentare, e
quanto più molteplice è stato il loro significato culturale, tanto più la loro
rappresentazione sistematica in un complesso concettuale si accosta al
carattere del tipo ideale, e tazto meno è possibile operare con uno solo di
tali concetti; e tanto più naturali e inevitabili diventano quindi i tentativi,
sempre ripetuti, di recare a coscienza sempre nuovi aspetti significativi
mediante l’elaborazione di concetti tipico-ideali. Tutte le formulazioni di
un’essenza del Cristianesimo, per esempio, sono tipi ideali che hanno sempre, e
necessariamente, soltanto una validità molto relativa e problematica se
pretendono di essere considerate come una rappresentazione storica di ciò che
esiste empiricamente; e sono invece di alto valore euristico per la ricerca e
di alto valore sistematico per tale rappresentazione se vengono impiegate
semplicemente come mezzi concettuali per la comparazione e per la misurazione
della realtà in riferimento ad esse. In questa funzione esse risultano
addirittura indispensabili. A tali formulazioni tipico-ideali si aggiunge però
di regola ancora un altro elemento, che ne complica ulteriormente il
significato. Esse vogliono di solito essere, oppure sono inconsapevolmente,
tipi ideali non soltanto in senso /ogico, ma anche in senso pratico: sono cioè
modelli che per attenerci all'esempio contengono ciò che il Cristianesimo deve
essere secondo la convinzione dell’autore, cioè che in esso è per lui
essenziale , perché fornito di valore permanente. In questo caso, però, sia
esso consapevole o più spesso inconsapevole, siffatte formulazioni contengono
degli ideali 4i quali l’autore riferisce valutativamente il Cristianesimo: sono
compiti e fini verso cui egli orienta la sua idea del Cristianesimo, e che
naturalmente possono essere assai diversi, e senza dubbio sempre lo saranno,
dai valori ai quali gli uomini del tempo, per esempio i Cristiani primitivi,
riferivano il Cristianesimo ‘. In questo significato le idee non sono
naturalmente più puri strumenti logici, non sono più concetti a cui la realtà
viene misurata comparativamente, bensì sono ideali in base ai quali essa è
giudicata valutativamente. Nor si tratta più del puro processo teorico di
riferimento di ciò che è empirico ai valori, ma di giudizi di valore che
vengono accolti nel concetto del Cristianesimo. Poiché qui il tipo ideale
pretende una validità empirica, esso penetra nella regione dell’interpretazione
valutativa del Cristianesimo; il terreno della scienza empirica è abbandonato,
e di fronte a noi sta una professione personale, un'elaborazione concettuale di
carattere tipico-ideale. Per quanto questa distinzione sia una distinzione di
principio, tuttavia la mescolanza di quei due significati dell’ idea , così
fondamentalmente diversi, si presenta molto spesso nel corso del lavoro
storico. Essa è sempre prossima allorché lo storico comincia a sviluppare la
sua concezione di una personalità o di un’epoca. In antitesi ai criteri etici
costanti che uno Schlosser® impiegava in conformità allo spirito del
razionalismo, lo storico moderno educato relativisticamente, che vuole da un
lato intendere in base a se stessa e dall’altro tuttavia anche giudicarel’epoca
di cui parla, sente il bisogno di assumere i criteri del proprio giudizio dalla
materia, cioè di lasciar scaturire l’idea nel senso di ideale dall’idea nel
senso di tipo ideale . E l’attrattiva estetica di un procedimento del genere lo
trascina continuamente a scordare la linea in cui l’una e l’altra si distaccano
una deficienza che da un lato non può fare a meno del giudizio valutativo, e
dall'altro porta a respingere da sé la responsabilità dei propri giudizi. Di
fronte a ciò è tuttavia un dovere elementare dell’autocontrollo scien4. Weber
si riferisce qui alle discussioni sull’ essenza del Cristianesimo,
particolarmente vive nella cultura filosofico-religiosa tedesca dci primi anni
del secolo a partire dalla pubblicazione di Das Wesen des Christentums di Adolf
von Harnack. Schlossser, storico, autore della Welegeschichte in
zusammenhingender Darstellung, della Geschichte des 18. Jahrhunderts, poi
continuata col nuovo titolo di Geschichte des 18. Jahr hunderts und des 19. bis
zum Sturz des franzòsischen Kaiserreichs mit besonderer Riicksicht auf geistige
Bildung, di una Weltgeschichte fiir das deutsche Volk di carattere divulgativo
e di varic altre opere. tifico, e il solo mezzo per prevenire gli inganni,
distinguere con precisione la relazione logica comparativa della realtà con
tipi ideali in senso logico dalla valutazione della realtà in base a ideali. Un
tipo ideale nel nostro senso si può ripeterlo ancora una volta è completamente
indifferente nei confronti del giudizio valutativo, e non ha nulla a che fare
con una perfezione che non sia puramente logica. Vi sono tipi ideali tanto di
bordelli quanto di religioni; e vi sono tipi ideali di bordelli che possono
sembrare tecnicamente conformi allo scopo dal punto di vista dell’odierna etica
di polizia, come ve ne sono di quelli per cui vale proprio l'opposto. Deve qui
necessariamente venir messa in disparte la discussione approfondita del caso
che si presenta di gran lunga come il più complicato e interessante la
questione della struttura logica del concetto di stato. Si deve solamente
osservare che, chiedendoci che cosa corrisponda nella realtà empirica all’idea
dello stato , noi troviamo un’infinità di comportamenti umani attivi e passivi,
in forma diffusa e discreta, di relazioni regolate di fatto e giuridicamente
che presentano un carattere in parte singolare e in parte regolarmente
ricorrente, tenute insieme da un'idea, cioè dalla fede in norme valide di
fatto, o che devono valere, e in rapporti di potere di uomini sugli uomini.
Questa fede è in parte un possesso spirituale concettualmente elaborato, in
parte è invece oscuramente sentita, in parte ancora passivamente accolta e
configurata nel modo più diverso nella testa di individui i quali, se
concepissero l’idea come tale in maniera realmente chiara, non avrebbero
bisogno della dottrina generale dello stato a cui tale idea intende dare
origine. Il concetto scientifico di stato, in qualsiasi modo venga formulato, è
naturalmente una sintesi che z0i assumiamo per determinati scopi conoscitivi.
Ma d'altra parte esso è pure astratto dalle non chiare sintesi che sono state
ritrovate nella testa degli uomini storici. Però il contenuto concreto che lo
stato storico assume in quelle sintesi dei contemporanei può venire illustrato
soltanto se ci orientiamo in base a concetti tipico-ideali. Inoltre non c’è il
minimo dubbio che il modo in cui quelle sintesi sono effettuate, in forma
sempre logicamente incompiuta, dai contem poranei, cioè il modo in cui essi si
fanno le loro idee dello stato per esempio la metafisica organica dello stato,
sorta in Germania, in antitesi alla concezione commerciale americana è di
importanza eminentemente pratica; cioè anche qui, in altri termini, l’idea
pratica che si crede debba valere o valga e il zipo ideale teorico, costruito a
scopi conoscitivi, si accostano tra loro e mostrano la continua tendenza a
passare l’uno nell’altro. Noi abbiamo sopra considerato di proposito il tipo
ideale essenzialmente quand’anche non esclusivamente come una costruzione
concettuale per la misurazione e la caratterizzazione sistematica di
connessioni individuali, cioè significative nella loro singolarità, come per
esempio il Cristianesimo, il capitalismo ecc. Ciò è avvenuto allo scopo di
mettere da parte la banale nozione che nel campo dei fenomeni culturali cid che
è astrattamente zipico sia identico con ciò che è astrattamente conforme al
genere. Questo non è il caso. Senza analizzare qui in linea di principio il
concetto di tipico, più volte discusso e assai screditato per l’abuso fattone,
noi possiamo assumere dal nostro precedente esame che l’elaborazione di
concetti di tipo, nel senso di un’eliminazione di ciò che è accidentale , trova
la propria sede anche e precisamente in rapporto agli individui storici.
Naturalmente anche quei concetti di genere, che troviamo a ogni passo come
elementi di esposizioni storiche e di concreti concetti storici, possono però
venir formati come tipi ideali mediante un procedimento di astrazione e di
accentuazio-ne di determinati elementi ad essi concettualmente essenziali.
Questo è appunto un caso di applicazione dei concetti tipicoideali
particolarmente frequente e importante dal punto di vista pratico; e ogni tipo
ideale individuale si costruisce in base a clementi concettuali che sono
generici, e che sono stati formati come tipi ideali. Anche in questo caso
emerge però la specifica funzione logica dei concetti tipico-ideali. Un
semplice concetto di genere, nel senso di un complesso di caratteristiche
comuni a più fenomeni, è per esempio il concetto di scambio finché prescindo
dal significato degli elementi concettuali e analizzo semplicemente l’uso
linguistico quotidiano. Se però pongo questo concetto in relazione, per
esempio, con la legge di utilità marginale ed elaboro il concetto di scambio
economico come concetto di un processo economicamente RAZIONALE, allora questo
contiene in sé, al pari di ogni concetto logicamente sviluppato in maniera
compiuta, un giudizio sulle condizioni tipiche dello scambio. Esso assume
carattere genetico e diventa perciò al tempo stesso tipico-ideale in senso
logico, cioè si allontana dalla realtà empirica, la quale può solo essere
comparata con esso e ad esso riferita. Una cosa analoga vale per tutti i
cosiddetti concetti fondamentali dell'economia politica: essi possono venir
sviluppati in forma genetica soltanto come tipi ideali. L’antitesi tra semplici
concetti di genere, i quali riuniscono ciò che è comune a certi fenomeni
empirici, e tipi ideali di carattere generico come per esempio nel caso di un
concetto tipico-ideale dell’ essenza dell’artigianato è naturalmente fluida nel
caso singolo. Ma nessun concetto di genere ha in quanto tale carattere tipico,
e non c’è nessun tipo di media che sia puramente conforme a un genere. Ovunque
parliamo, per esempio in statistica, di grandezze tipiche , si presenta
qualcosa di più che una mera media. Quanto più ci troviamo dinanzi a una
semplice classificazione di processi che si presentano nella realtà come
fenomeni di massa, tanto più si tratta di concetti di genere; quanto più invece
vengono formate concettualmente complicate connessioni storiche, prese in quei
loro elementi su cui poggia il loro specifico significato culturale, tanto più
il concetto o il sistema concettuale assumerà il carattere del tipo ideale.
Poiché scopo dell’elaborazione di concetti tipico-ideali è sempre quello di
rendere esplicito con precisione 207 già ciò che è conforme al genere, bensì,
al contrario, il carattere specifico di certi fenomeni culturali. Che tipi
ideali, anche di carattere generico, possano essere e siano impiegati, presenta
un interesse metodologico soltanto in connessione con un altro fatto. Finora
abbiamo imparato a conoscere i tipi ideali essenzialmente soltanto come
concetti astratti di connessioni che, permanendo nel flusso dell’accadere, sono
da noi rappresentati come individui storici, i cui si compiono determinate
linee di sviluppo. Ora si presenta però una complicazione, la quale reintroduce
in maniera molto facile, con l’aiuto del concetto di tipico , il pregiudizio
naturalistico che fine delle scienze sociali debba essere la riduzione della
realtà a leggi. Anche le linee di sviluppo possono venir costruite come tipi
ideali, e queste costruzioni possono avere un valore euristico assai
considerevole. Ma così sorge, in misura particolarmente forte, il pericolo che
vengano tra loro confusi il tipo ideale e la realtà. Si può per esempio
pervenire al risultato teorico che in una società organizzata in forma
rigorosamente artigianale la sola fonte di accumulazione del capitale sia la
rendita fondiaria. Su tale base si può forse poi costruire poiché non si deve
qui indagare la correttezza della costruzione un quadro ideale della trasformazione
dell'economia a carattere artigianale in un'economia capitalistica,
condizionato da determinati fattori semplici terreno limitato, popolazione
crescente, afflusso di metalli preziosi, razionalizzazione della condotta della
vita. Se il corso storico-empirico dello sviluppo sia stato di fatto quello
costruito può venir indagato soltanto con l’aiuto di questa costruzione in
quanto mezzo euristico, mediante la comparazione tra tipo ideale e fatti. Se il
tipo ideale è correttamente costruito, e tuttavia il corso oggettivo zor
corrisponde al corso tipico-ideale, si verrebbe a conseguire la prova che la
società medievale 07 è stata, in determinate relazioni, una società a carattere
rigorosamente artigianale ». E quando il tipo ideale è stato costruito in maniera
ideale » euristica se e come ciò possa avvenire nel nostro caso, rimane qui del
tutto fuori della nostra considerazione allora esso orienterà nel medesimo
tempo la ricerca sulla via che conduce a una più precisa penetrazione di quegli
elementi della società medievale i quali non presentano carattere artigianale,
studiati nel loro specifico carattere e nel loro significato storico. Esso ha
attuato il suo scopo logico, quando reca a questo risultato, proprio in quanto
ha manifestato la sua propria irrealtà. Esso costituiva, in tale caso, la prova
di un'ipotesi. Il procedimento non è esposto a nessuna riserva metodologica fin
quando si tenga presente che la costruzione tipico-ideale di uno sviluppo e la
storia sono due cose da tenere rigorosamente distinte, e che la costruzione è
stata qui semplicemente il mezzo per compiere in maniera sistematica
l'imputazione valida di un processo storico alle sue cause reali, entro
l'ambito di quelle possibili in conformità allo stato della nostra conoscenza.
Mantenere rigorosamente in piedi questa distinzione è reso sovente molto
difficile secondo quanto ci dice l’esperienza dalla seguente circostanza.
Nell’interesse della presentazione in forma intuitiva del tipo ideale o dello
sviluppo tipico-ideale si cercherà di #lustrarlo mediante materiale intuitivo
tratto dalla realtà storico-empirica. Il pericolo di questo procedimento, che
pure è in sé del tutto legittimo, consiste nel fatto che il sapere storico
appare qui come servitore della teoria, anziché viceversa. Il teorico si trova
di fronte alla tentazione di considerare questo rapporto come normale, oppure
il che è peggio di accostare teoria e storia, e addirittura di scambiarle tra
loro. Questo caso si presenta in misura ancor più accentuata allorché la
costruzione ideale di uno sviluppo è effettuata in maniera da inserirla, con la
classificazione concettuale di tipi ideali di determinate formazioni culturali
(per esempio delle forme di impresa industriale muovendo dall’ economia
domestica chiusa », oppure dei concetti religiosi cominciando dalle divinità
dell’attimo »), entro una classificazione genetica. La serie dei tipi che
risulta in base alle caratteristiche concettuali prescelte appare quindi come
una loro successione storica, legalmente necessaria. L'ordine logico dei
concetti da un lato, e dall’altro l'ordinamento empirico di ciò che viene
concepito nello spazio, nel tempo e nella connessione causale, sembrano così
legati tra loro che quasi irresistibile diventa la tentazione di fare violenza
alla realtà, per confermare nella realtà la validità effettiva della
costruzione. Di proposito si è evitato di condurre la dimostrazione in
riferimento a quello che per noi è di gran lunga il più importante caso di
costruzioni tipico-ideali cioè in riferimento a Marx. Ciò è avvenuto per non
complicare ancora l’esposizione tirando dentro anche le interpretazioni di
Marx, e per non anticipare le discussioni con cui la nostra rivista farà di
regola oggetto di analisi critica la letteratura accumulatasi sul oppure in
rapporto al grande pensatore. Qui ci si può pertanto limitare a constatare che
tutte le leggi» e le costruzioni di sviluppo specificamente marxistiche in
quanto sono teoricamente prive di errore hanno naturalmente carattere
tipicoideale. Chiunque abbia lavorato con concetti marxistici conosce
l’eminente, e anzi singolare significato euristico di questi tipi ideali,
quando li si impieghi per comparare con essi la realtà, e conosce al tempo
stesso la loro pericolosità quando si voglia presentarli come validi empiricamente,
oppure come forze operanti , tendenze ecc. reali (cioè, in verità,
metafisiche). Concetti di genere; tipi ideali; concetti di genere
tipico-ideali; idee nel senso di combinazioni concettuali empiricamente
operanti negli uomini storici; tipi ideali di queste idee; ideali che dominano
gli uomini storici; tipi ideali di questi ideali; ideali a cui lo storico
riferisce la storia; costruzioni zeoriche effettuate mediante l’impiego
illustrativo del dato empirico; indagine storica condotta mediante l’impiego di
concetti teorici come casi-limite ideali; e inoltre ancora le diverse
complicazioni possibili a cui si è solo potuto accennare sono tutte formazioni
concettuali, il cui rapporto con la realtà empirica del dato immediato resta
problematico in ogni caso particolare. Questa elencazione mostra già da sola
l’intrico senza fine dei problemi metodico-concettuali, che rimangono sempre in
vita nel campo delle scienze della cultura. E noi abbiamo dovuto astenerci
assolutamente dall’esaminare le questioni metodologiche pratiche connesse ai
problemi che si è potuto soltanto indicare, e dal discutere in maniera
approfondita le relazioni della conoscenza tipico-ideale con la conoscenza
legale , dei concetti tipico-ideali con i concetti collettivi, e così via. Lo
storico persevererà tuttora, dopo queste polemiche, nell’affermare che la
prevalenza della forma tipico-ideale di elaborazione concettuale e di
costruzione è un sintomo specifico della giovinezza di una disciplina. E in
questo gli si deve in un certo senso dar ragione, ma con conseguenze diverse da
quelle che egli vorrebbe trarne. Prendiamo un paio di esempi da altre
discipline. È certo vero che lo scolaro infastidito, al pari del filologo
primitivo, concepisce anzitutto una lingua organicamente , cioè come una totalità
sovra-empirica retta da norme, ma concepisce il compito della scienza come la
determinazione di ciò che in quanto regola linguistica deve valere. Elaborare
logicamente la lingua scritta , come ha fatto ad esempio la Crusca, ridurne il
contenuto a regole, è normalmente il primo compito che una filologia si
propone. E quando invece oggi un insigne filologo proclama oggetto della
filologia il modo di parlare di ogni individuo , la determinazione di un
programma siffatto è possibile solo in quanto nella lingua scritta ci si trova
dinanzi a un tipo ideale relativamente stabile, con cui può operare (almeno
tacitamente) l’analisi dell’infinita molteplicità del modo di parlare, che
altrimenti sarebbe del tutto priva di orientamento e di approdo. Non altrimenti
le costruzioni delle teorie dello stato a carattere giusnaturalistico o
organico, oppure per rammentarci di un ideale nel nostro senso la teoria dello
stato antico formulata da Benjamin Constant‘, funzionavano in certa misura come
porti di rifugio, finché non si è imparato a orientarci nell’immenso mare dei
fatti empirici. La maturazione di una scienza comporta infatti sempre il
superamento del tipo ideale, nella misura in cui esso viene concepito come
empiricamente valido oppure come concetto di genere. E perciò, per esempio,
l’impiego dell’acuta costruzione di Constant è ancor oggi del tutto legittimo
per l’illustrazione di determinati aspetti e di caratteristiche storiche
peculiari dell’antica vita statale, se si tiene fermo con cura il suo carattere
tipico-ideale. Non solo, ma soprattutto vi sono scienze alle quali è assegnata
un’eterna giovinezza; e queste sono tutte le discipline storiche, tutte quelle
cioè a cui il fluire sempre progrediente della cultura propone di continuo
nuove posizioni problematiche. È connesso all’essenza del loro compito che
tuzte le costruzioni tipico-ideali debbano tramontare, ma che al tempo stesso
altre nuove siano sempre indispensabili. Di continuo si ripetono i tentativi di
determinare il senso proprio o vero dei concetti storici, e mai essi giungono
alla fine. Di conseguenza le sintesi, con cui la storia di continuo lavora,
rimangono regolarmente nella forma di concetti solo relativamente determinati,
oppure, allorché si deve conseguire a ogni costo l’univocità del contenuto
concettuale, il concetto diventa un tipo ideale astratto e si rivela come un
punto di vista teorico, quindi unilaterale , dal quale la realtà può Rebecque,
uomo politico francese del periodo napoleonico e dell'età della Restaurazione,
esiliato da Napoleone, in seguito uno dei maggiori esponenti dell’opposizione
liberale alla monarchia borbonica, autore del Cours de politique
constitutionelle, del famoso discorso De la liber:é des anciens comparée è
celle des modernes, dell’opera De la religion, considéré dans sa source, ses
formes et ses dévelopments (1824-27), dei MÉlanges de politique et de
litiérature (1829) e di vari altri scritti, tra cui il volume postumo Du
polytAdisme romain. essere illuminata e al quale essa può venir riferita ma che
si mostra evidentemente inappropriato come schema in cui essa potrebbe venir
inserita senza residuo. Poiché nessuno di quei sistemi concettuali, di cui non
possiamo fare a meno per la penetrazione degli elementi di volta in volta significativi
della realtà, può tuttavia esaurirne l’infinita ricchezza. Nessuno è qualcosa
di diverso da un tentativo di recare ordine, sulla base della situazione del
nostro sapere e delle formazioni concettuali a nostra disposizione, nel caos di
quei fatti che abbiamo compreso nell’ambito del nostro inzeresse. L'apparato
concettuale che il passato ha sviluppato mediante l'elaborazione, cioè
piuttosto mediante la trasformazione concettuale della realtà immediatamente
data e il suo inserimento in quei concetti che corrispondevano alla situazione
della sua conoscenza e alla direzione del suo interesse, sta in continua
contrapposizione con la nuova conoscenza che noi possiamo e vogliamo ottenere
dalla realtà. In questa lotta si compie il progresso delle scienze della
cultura. Il suo risultato è un continuo processo di trasformazione di quei
concetti con cui cerchiamo di penetrare la realtà. La storia delle scienze
della vita sociale è e rimane caratterizzata da un continuo alternarsi tra il
tentativo di ordinare concettualmente i fatti mediante un’opera di elaborazione
concettuale, la risoluzione dei quadri concettuali così ottenuti mediante
l’estensione e l’approfondimento dell’orizzonte scientifico, e l’elaborazione
di nuovi concetti sul fondamento così mutato. Non viene qui affatto in luce
l’erroneità del tentativo di formare sistemi di concetti 12 gezere ogni
scienza, anche la semplice storia descrittiva, lavora con la provvista
concettuale del suo tempo bensì la circostanza che nelle scienze della cultura
umana la formazione dei concetti dipende dalla posizione dei problemi, e
quest'ultima varia con il contenuto della cultura stessa. Nelle scienze della
cultura il rapporto tra il concetto e il suo contenuto comporta la
transitorietà di ogni sintesi siffatta. I grandi tentativi di costruzione
concettuale hanno di regola avuto il loro valore, nel campo della nostra
scienza, nel rivelare le limitazioni di significato del punto di vista che sta
alla loro base. I più importanti progressi nel campo delle scienze sociali
sono, dal punto di vista oggettivo, connessi alla trasposizione dei problemi
pratici della cultura, e si presentano nella forma di una critica
dell’elaborazione concettuale. Sarà uno dei principali compiti della nostra
rivista servire allo scopo di questa critica, e perciò all'indagine dei
princìpi della sintesi nel campo della scienza sociale. Traendo le conseguenze
di quanto si è detto, noi perveniamo a un punto in cui le nostre opinioni si
discostano talvolta da quelle di alcuni, anche eminenti, rappresentanti della
scuola storica, tra i cui discendenti tuttavia ci siamo annoverati. Essi
permangono sovente, in maniera espressa o tacita, nella convinzione che il fine
ultimo, lo scopo di ogni scienza sia quello di ordinare la propria materia in
un sistema di concetti il cui contenuto deve essere ottenuto mediante
l'osservazione di regolarità empiriche, l’elaborazione di ipotesi e la loro
verifica, finché non sia sorta su tale base una scienza compiuta e perciò
deduttiva. In vista di questo fine il lavoro storico-induttivo che si sta
attualmente conducendo sarebbe un lavoro preliminare, condizionato
dall’imperfezione della nostra disciplina: nulla deve naturalmente apparire più
sospetto, dal punto di vista di questa forma di considerazione, della formazione
e dell’impiego di concetti precisi che vorrebbero anticipare prematuramente
quel fine, proprio invece di un lontano futuro. Questa concezione sarebbe in
linea di principio incontestabile sul terreno della dottrina antica e
scolastica della conoscenza, a cui sono ancora profondamente attaccati gli
specialisti della scuola storica: scopo dei concetti si presuppone essere la
riproduzione rappresentativa della realtà oggettiva, e da ciò deriva la
continua insistenza sull’irrealtà di ogni concetto preciso. Chi pensa però fino
in fondo il principio fondamentale della moderna dottrina della conoscenza,
richiamantesi a Kant, che i concetti sono e possono essere solamente mezzi del
pensiero foggiati allo scopo di dominare spiritualmente il dato empirico, non potrà
ritenere la circostanza che i concetti genetici siano necessariamente tipi
ideali come un'obiezione valida contro la loro elaborazione. Per lui il
rapporto tra concetto e lavoro storico si inverte: quel fine ultimo gli appare
logicamente impossibile, e i concetti si rivelano non già fire, bensì mezzo in
vista della conoscenza delle connessioni significative da puntì di vista
individuali. Proprio in guanto i contenuti dei concetti storici sono
necessariamente mutevoli, questi debbono essere ogni volta formulati in maniera
precisa. Egli avanzerà soltanto l’esigenza che nel loro impiego sia
accuratamente tenuto fermo il loro carattere di formazioni concettuali ideali,
che cioè tipo ideale e storia non vengano scambiati tra loro. Dal momento che
non si può considerare come fine ultimo quello di pervenire a concetti storici
realmente definitivi, per l’inevitabile mutamento delle idee di valore
direttive, egli riterrà che proprio in quanto concetti precisi e univoci
vengono formulati in riferimento al particolare punto di vista, che ogni volta
esplica una funzione direttiva, sia data la possibilità di mantenere chiari
nella coscienza i limiti della loro validità, Si affermerà ora e noi l’abbiamo
già ammesso che una concreta connessione storica può nel caso particolare venir
illustrata intuitivamente nel suo corso, senza che sia di continuo posta in
relazione con concetti definiti. E di conseguenza si reclamerà per lo storico
della nostra disciplina che egli, al pari di ciò che si è detto dello storico
politico, parli la lingua della vita . Certamente! Occorre solamente aggiungere
che in questo procedimento rimane necessariamente accidentale, in un grado
spesso molto elevato, se il punto di vista in base a cui il processo
considerato ottiene significato pervenga, o meno, a chiara coscienza. Noi non
ci troviamo in genere nella felice situazione dello storico politico, per il
quale i contenuti di cultura, a cui egli riferisce la sua esposizione, sono di
regola univoci 0 almeno così sembrano. Ogni rappresentazione che sia solo
intuitiva assume il carattere proprio di una rappresentazione artistica: ognuno
vede ciò che reca in cuore. Giudizi validi presuppongono sempre l’elaborazione
logicz del dato intuitivo, cioè l'impiego di concetti; ed è certo possibile, e
spesso esteticamente soddisfacente, conservarli in petto, ma ciò minaccia di
continuo il sicuro orientamento del lettore, sovente anche quello di chi
scrive, per ciò che concerne il contenuto e la portata dei suoi giudizi.
Estremamente pericolosa può però diventare l’omissione di una precisa
elaborazione concettuale per le discussioni pratiche di politica economica e
sociale. Quale confusione abbiano qui prodotto per esempio l’impiego del
termine valore questo figlio del dolore della nostra disciplina, al quale può appunto
essere dato un senso univoco soltanto su base tipico-ideale oppure parole come
produttivo , dal punto di vista economico-politico ecc., che non reggono a
nessuna analisi concettualmente chiara, è addirittura incredibile per lo
spettatore che stia al di fuori. E a recar danno sono qui prevalentemente i
concetti collettivi assunti dal linguaggio quotidiano. Si prenda, per fornire
un'illustrazione il più possibile accessibile anche a chi non abbia competenza
specifica, il concetto di agricoltura, quale si presenta nell’espressione
interessi dell’agricoltura. Se assumiamo anzitutto gli interessi
dell’agricoltura come le rappresentazioni soggettive più o meno chiare, ed
empiricamente determinabili, che i singoli operatori economici hanno dei loro
interessi, e prescindiamo quindi del tutto dagli infiniti conflitti di
interessi che qui sussistono tra allevatori di bestiame, ingrassatori di
bestiame, coltivatori di grano, consumatori di grano, distillatori di acquavite
e così via, non ogni estraneo ma certo almeno ogni specialista si renderà conto
dell'enorme groviglio di relazioni di valore, tra loro antagonistiche e
contraddittorie, che è qui sotto oscuramente implicato. Noi vogliamo qui
enumerarne solo alcune: interessi di agricoltori che vogliono vendere il proprio
podere, e che perciò sono interessati esclusivamente a un celere rialzo del
prezzo del terreno; l'interesse contrapposto di coloro che intendono comperare,
o accrescersi, o prendere in affitto; l'interesse di coloro che, per motivi di
vantaggio sociale, desiderano conservare un determinato podere per i propri
successori e sono quindi interessati alla stabilità della proprietà terriera;
l'interesse contrapposto di coloro che desiderano, per sé e per i propri figli,
un movimento del terreno in direzione di un padrone migliore oppure il che non
è senz'altro identico di un acquirente fornito di disponibilità di capitali;
l'interesse puramente economico dei padroni più capaci, nel senso dell'economia
privata, alla libertà di movimento economico; l'interesse antagonistico di
determinati strati dominanti alla conservazione della tradizionale posizione
sociale ed economica del proprio ceto, e quindi della propria discendenza;
l’interesse sociale degli strati di agricoltori 207 dominanti al declino di
quegli strati superiori, che opprimono la loro posizione; il loro interesse,
che talvolta risulta in collisione col precedente, di possedere in quegli
strati una guida politica per la protezione dei propri interessi di guadagno. E
l’elenco potrebbe ancora essere accresciuto a lungo, senza trovare una fine,
per quanto si proceda in maniera sommaria e imprecisa. Noi trascuriamo il fatto
che agli interessi più egoistici di questo tipo possono mescolarsi o unirsi i
più diversi valori ideali, e che tali valori possono ostacolarli o deviarli,
per tenere soprattutto presente che, quando parliamo di interessi
dell'agricoltura, pensiamo di regola z0n soltanto a quei valori materiali e
ideali a cui gli agricoltori stessi riferiscono i propri interessi, bensì anche
a quelle idee di valore, in parte completamente eterogenee, a cui noi possiamo
riferire l'agricoltura: per esempio interessi produttivi, derivanti
dall’interesse in una nutrizione più a buon mercato della popolazione e
dall’interesse, che non sempre coincide con quello, in una nutrizione
qualitativamente migliore, a cui possono contrapporsi in varia maniera gli
interessi della città e della campagna mentre non c’è alcuna garanzia che
l’interesse della generazione presente sia identico con il probabile interesse
di quelle future; oppure interessi demografici, in particolare interessi a una
24merosa popolazione agricola, derivanti dagli interessi dello stato per motivi
di politica di grande potenza o di politica interna, oppure da altri interessi
ideali di specie più diversa, come dall’influenza prevista di una numerosa
popolazione agricola sul carattere culturale di un paese interessi i quali
possono contrastare con svariati interessi privati di tutte le parti della
popolazione agricola, e presumibilmente anche con tutti gli interessi presenti
della massa della popolazione agricola. Oppure si può rammentare l’interesse a
un determinato tipo di organizzazione sociale della popolazione agricola, a
causa delle influenze politiche o culturali che ne derivano interesse che può
urtarsi per il suo orientamento con tutti i presumibili interessi presenti e
futuri, anche i più urgenti, dei singoli agricoltori e anche dello stato . E
ciò che complica ulteriormente la cosa lo stato , al cui interesse noi
volentieri riferiamo questi e numerosi altri interessi particolari del genere,
è per noi spesso solo una designazione che riveste un groviglio, in sé
estremamente intricato, di idee di valore, con cui esso è da parte sua posto in
relazione nel caso singolo: sicurezza puramente militare verso l’esterno;
sicurezza della posizione dominante di una dinastia o di determinate classi
all’interno; interesse alla conservazione e all’estensione dell’unità statale
della nazione, per se stessa o in funzione della conservazione di determinati
beni culturali oggettivi, tra loro di nuovo assai diversi, che noi crediamo di
rappresentare in forma di un popolo fornito di unità statale; trasformazione
del carattere sociale dello stato nel senso di determinati ideali culturali,
ancora assai diversi e si potrebbe continuare a lungo se si volesse anche
soltanto accennare che cosa corre sotto l’etichetta di interessi statali , a
cui possiamo riferire l’agricoltura. L'esempio qui prescelto, e ancor più la
nostra sommaria analisi, è grossolano e semplificato. Chi è privo di competenza
specifica potrebbe ancora analizzare in maniera simile (e più a fondo) per
esempio il concetto di interessi di classe dei lavoratori , per vedere quale
groviglio, pieno di contraddizioni, in parte di interessi e di ideali dei lavoratori,
in parte di ideali in base a cui noi consideriamo i lavoratori, stia al di
sotto di esso. È impossibile superare lo slogan della lotta di interessi
mediante un’accentuazione puramente empiristica della loro relatività: una
chiara e precisa determinazione concettuale dei diversi punti di vista
possibili è la sola via che ci consente di procedere oltre l'oscurità della
frase. L’ argomento del libero commercio come intuizione del mondo o come norma
valida è una cosa ridicola, ma gravi danni ha recato alle nostre discussioni di
politica commerciale e lo stesso vale quali che siano gli ideali di politica
commerciale che il singolo vuole rappresentare il fatto che noi abbiamo
sottovalutato nel suo valore euristico l'antica esperienza di vita dei grandi
mercanti depositata in tali formule tipico-ideali. Solo mediante formule
tipico-ideali diventano realmente espliciti nel loro proprio carattere i punti
di vista considerati nel caso singolo, e ciò attraverso un’opera di confronto
del dato empirico con il tipo ideale. L'uso dei concetti collettivi
indifferenziati, con cui lavora il linguaggio quotidiano, è sempre il
rivestimento di oscurità del pensiero o della volontà, ed è abbastanza spesso
lo strumento di ingannevoli raggiri in ogni caso è però un mezzo per ostacolare
lo sviluppo di una corretta impostazione problematica. Noi siamo alla fine di
queste considerazioni, che miravano semplicemente a porre in luce la linea,
spesso molto sottile, che separa scienza e fede, e a cogliere il senso
dell’aspirazione alla conoscenza economico-sociale. La validità oggettiva di
ogni sapere empirico poggia sul fatto, e soltanto sul fatto che la realtà data
viene ordinata in base a categorie che sono soggetti ve in un senso specifico,
in quanto cioè rappresentano il presupposto della nostra conoscenza, e che sono
vincolate al presupposto del vglore di quella verità che soltanto il sapere
empirico può darci. A colui che non consideri fornita di valore questa verità e
la fede nel valore della verità scientifica è infatti prodotto di determinate
culture, e non già qualcosa di naturalmente dato non abbiamo nulla da offrire
con i mezzi della nostra scienza. Invano egli andrà in cerca di un’altra verità
che possa sostituire la scienza in ciò che essa soltanto può fornire concetti e
giudizi che non sono la realtà empirica, e che neppure la riproducono, ma che
consentono di ordinarla concettualmente in modo valido. Nel campo delle scienze
sociali empiriche della cultura l'abbiamo visto la possibilità di una
conoscenza fornita di senso di ciò che per noi è essenziale nell'infinità
dell’accadere appare vincolata al costante impiego di punti di vista di
carattere specifico, i quali sono tutti, in ultima analisi, orientati verso
idee di valore che da parte loro possono essere empiricamente constatate e
vissute come elementi di ogni agire umano fornito di senso, ma zor già fondate
come valide in base al materiale empirico. L’oggettività conoscitiva delle
scienze sociali dipende piuttosto dal fatto che il dato empirico è sì orientato
continuamente verso quelle idee di valore che sole gli forniscono un valore
conoscitivo, ed è compreso nel suo significato in base ad esse, ma tuttavia non
diventa mai piedestallo per la prova, empiricamente impossibile, della loro
validità. E la fede, che sempre è in qualche forma presente in tutti noi, nella
validità sovra-empirica delle ultime e supreme idee di valore a cui ancorare il
senso della nostra esistenza, non esclude ma reca con sé l’incessante
mutabilità dei punti di vista concreti da cui la realtà empirica deriva un
significato: la vita nella sua realtà irrazionale e il suo contenuto di
possibili significati sono inesauribili, perciò la concreta configurazione
della relazione di valore rimane fluida, sottoposta com'è al mutamento
nell’oscuro avvenire della cultura umana. La luce, che emana da quelle supreme
idee di valore, cade sempre su una parte finita, e continuamente mutevole,
dell’immensa e caotica corrente degli avvenimenti che fluisce nel tempo. Tutto
ciò non dovrebbe venir frainteso nel senso che il compito proprio della scienza
sociale debba essere una continua caccia affannosa di nuovi punti di vista e di
nuove costruzioni concettuali. Al contrario, nulla dovrebbe qui venir affermato
in maniera più risoluta del principio che il contributo alla conoscenza del
significato culturale di connessioni storiche concrete è l’esclusivo fine
ultimo a cui, accanto ad altri mezzi, intende servire anche il lavoro di
elaborazione e di critica concettuale. Vi sono anche nel nostro campo, per
usare un’espressione di F. T. Vischer?, cercatori di materiale e cercatori di
significato . La gola bramosa di fatti dei primi può essere saziata solo con
materiale documentario, con tavole statistiche e con inchieste, ma è
insensibile alla raffinatezza del nuovo pensiero. La golosità dei secondi
altera il proprio gusto con sempre nuovi distillati concettuali. Quella genuina
capacità artistica, che per esempio tra gli storici Ranke possedeva in misura
così grandiosa, si manifesta di solito nella capacità di creare qualcosa di nuovo
mediante il riferimento di fatti z0t a punti di vista anch'essi noti. Ogni
lavoro delle scienze della cultura in un’epoca di specializzazione, dopo
essersi diretto in base a determinate impostazioni problematiche a considerare
una determinata materia, e dopo essersi creato i suoi princìpi metodici,
riterrà l’analisi di questo materiale come uno scopo a sé, senza controllare di
continuo in maniera consapevole il valore conoscitivo dei singoli fatti in
riferimento alle ultime idee di valore, e anche senza rimanere consapevole del
proprio legame con queste. Ed è bene che sia così. Ma a un certo momento muta
il colore: il significato dei punti di vista impiegato in maniera non riflessa
diventa incerto, e la strada si perde nel crepuscolo. La luce dei Vischer,
autore di una Aesthetik oder Wissenschaft des Schònes in sci volumi, dì
ispirazione hegeliana, e di numerosi saggi di estetica e di critica
artistico-letteraria. grandi problemi culturali è di nuovo spostata. Allora
anche la scienza si appresta a mutare la propria impostazione e il proprio
apparato concettuale, e a guardare nella corrente dell’accadere dall'alto del
pensiero. Essa segue quegli astri che, essi soli, possono mostrare senso e
direzione al suo lavoro: ma sorge il nuovo impeto e mi slancio per bere alla
sua luce eterna. Il giorno innanzi a me, la notte alle mie spalle, su di me il
cielo, sotto di me le onde”. 8. GoetHne, Faust (tr. it, di F. Fortini). Per
valutazione si debbono qui di seguito intendere, se nient'altro è detto
esplicitamente o risulta di per sé evidente, le valutazioni pratiche di un
fenomeno influenzabile mediante il nostro agire, il quale viene considerato come
riprovevole oppure come degno di approvazione *. Con il problema della libertà
di una determinata scienza da valutazioni di questa specie, cioè con un
problema concernente la validità e il senso a. Questo saggio è la
trasformazione di una comunicazione, diffusa in forma manoscritta, preparata
per una discussione interna nella riunione del Verein fr Sozialpolitik . È
stato eliminato il più possibile tutto ciò che interessava soltanto questo
gruppo di studio, mentre sono state ampliate le considerazioni metodologiche
generali. Tra le altre comunicazioni presentate per tale discussione è stata
pubblicata quella del prof. E. Spranger!, nello Schmollers Jahrhbuch fir
Gesetzgebung, Verwaltung und Volkswirtschaft. Io confesso di aver trovato
stranamente debole, perché non maturato chiaramente, questo lavoro di un
filosofo che anch'io stimo assai; ma evito qui, anche già per ragioni di
spazio, ogni polemica con lui, limitandomi a esporre il mio proprio punto di vista.
* Der Sinn der Wertfreiheit der soziologischen und dlkonom:schen
Wissenschaften, Logos , raccolto nel volume Gesammelte Aufsitze zur
Wissenschafeslehre, Tiùbingen, ]. Mohr (a cura di Winckelmann) (Il significato
della avalutatività delle scienze sociologiche ed economiche, tr. it. di R., in
!/ metodo delle scienze storico-sociali, Torino, Einaudi. Spranger, filosofo e
pedagogista tedesco, autore di Lebensformen, di Kultur und Erzichung, di
Lebenserfahrung e di numerose altre opere, fu allievo di Dilthey, del quale
sviluppò soprattutto la teoria delle scienze dello spirito. di questo principio
logico, non ha nulla a che fare la questione del tutto diversa, di cui si deve
ora preliminarmente discutere la questione se si debba, oppure no, fare
professione nell'insegnamento accademico a favore delle proprie valutazioni
pratiche, di carattere etico oppure fondate in riferimento a ideali di cultura
o, in altra maniera, su un'intuizione del mondo. Questa non può venir discussa
scientificamente. Infatti essa stessa è una questione del tutto dipendente da
valutazioni pratiche, e quindi non può essere decisa per tale via. Per citare
soltanto i poli estremi, vengono sostenuti: 2) sia il punto di vista per cui la
separazione di argomenti puramente logici o puramente empirici dalle
valutazioni pratiche, o etiche, oppure connesse a un'intuizione del mondo è sì
giustificata, ma tuttavia (e forse proprio perciò) entrambe le categorie di
problemi appartengono all'ambito della cattedra; b) sia il punto di vista per
cui, anche se quella separazione n0n può essere realizzata logicamente in maniera
coerente, si deve raccomandare di tener distanti il più possibile
dall’insegnamento accademico tutte le questioni pratiche di valore. Questo
secondo punto di vista mi sembra inammissibile. In particolare la distinzione,
non di rado fatta per le nostre discipline, delle valutazioni pratiche in
valutazioni politiche di parte e in valutazioni di altro carattere mi sembra
semplicemente ineseguibile, e appropriata soltanto a nascondere la portata
pratica della presa di posizione suggerita agli ascoltatori. Inoltre,
l'opinione che alla cattedra si addica la mancanza di passione , e che di
conseguenza debbano essere evitati gli argomenti che comportano il pericolo di
discussioni eccitate , sarebbe una volta ammesso in genere che sulla cattedra
si possano enunciare valutazioni una convinzione da burocrati, che ogni
insegnante indipendente dovrebbe respingere. Di quegli studiosi che 70 hanno
ritenuto di dover rinunciare a valutazioni pratiche nelle discussioni
empiriche, proprio i più appassionati come per esempio Treitschke, e a modo suo
pure Mommsen® furono quelli maggiormente tollerabili. Poiché 2. Theodor
Mommsen, filologo e storico tedesco, autore di una fondamentale Romische
Geschichte rimasta incompleta, di Uber das rimische Miinzivesen, degli
Unteritalische Dialekte, della Romische Chronoappunto mediante la forte
accentuazione emotiva l’ascoltatore è almeno posto nella situazione di poter da
parte sua stabilire la soggettività della valutazione del professore, nella sua
influenza su un'eventuale distorsione delle sue proposizioni di fatto, e di
fare quindi da sé ciò che rimane precluso al temperamento del professore. Può
quindi restar affidata all’autentico pathos quell’efficacia sulle anime della
gioventù che come io presumo i sostenitori delle valutazioni pratiche pronunciate
dalla cattedra desiderano assicurare ad esse, senza che l’ascoltatore venga
traviato alla confusione reciproca di diverse sfere come necessariamente accade
quando la determinazione di fatti empirici e l'esortazione a una presa di
posizione pratica di fronte a grandi problemi della vita sono entrambe immerse
nella stessa fredda assenza di temperamento. Il primo punto di vista mi sembra
accettabile, e così lo è dal punto di vista soggettivo dei suoi sostenitori,
solo se l’insegnante si pone come dovere incondizionato in ogni caso
particolare, e fino al pericolo di rendere priva di attrattive la propria
lezione quello di rendere inesorabilmente chiaro ai suoi ascoltatori e, ciò che
costituisce la cosa principale, a se stesso, che cosa delle sue asserzioni è
dedotto con un puro procedimento logico o è determinazione puramente empirica
di fatti, e che cosa è invece valutazione pratica. Far questo mi sembra,
d’altra parte, addirittura un imperativo di onestà intellettuale, una volta
ammessa l’estraneità delle due sfere; in questo caso è assolutamente il minimo
che si possa chiedere. Invece la questione se dalla cattedra si debba o no, in
generale (pur con tale cautela), enunciare valutazioni pratiche, è da parte sua
una questione di politica universitaria pratica, e può in ultima analisi essere
decisa soltanto dal punto di vista di quei compiti che l’individuo vorrebbe
assegnare, in base alle sue valutazioni, alle università. Chi per esse, e
quindi per se stesso, pretende ancor oggi in virtù della sua qualificazione di
professore universitario la funzione universale di formare gli logie bis auf
Casar, delle Romische Forschungen, del Rémisches Staatsrecht, del Romisches
Strafrecht (1899) e di varic altre opere, editore del Corpus Inscriptionum
latinarum, fu il maggiore storico dell'antichità dell'Ottocento. uomini e di
propagare una convinzione politica, etica, artistica, culturale o di altra
specie, si comporterà in maniera differente da colui che ritiene di dover
affermare il fatto (e le sue conseguenze) che le aule accademiche svolgono oggi
la loro azione realmente fornita di valore soltanto mediante l’insegnamento
specifico da parte di individui specificamente qualificati, e che pertanto l’
onestà intellettuale è la sola virtù particolare alla quale essi devono
educare. Si può sostenere il primo punto di vista sulla base di posizioni
ultime altrettanto svariate che il secondo. Quest'ultimo in particolare (che io
personalmente accolgo) si può derivarlo sia da una smisurata sia da una molto
modesta valutazione del significato della formazione specifica . Lo si può
sostenere, per esempio, non già perché si desideri che tutti gli uomini nel
loro senso intimo diventino il più possibile degli specialisti; ma, proprio al
contrario, perché si desidera vedere le ultime e più personali decisioni di
vita, che un uomo deve prendere da sé, non confuse insieme con l'insegnamento
specifico per quanto alto il suo significato possa essere valutato non solo per
la disciplina generale del pensiero, ma anche, indirettamente, per
l’auto-disciplina e per l'orientamento etico del giovane e vedere altresì la
loro soluzione in base alla coscienza propria dell’ascoltatore r07 eliminata da
una suggestione che si esercita dalla cattedra. Il pregiudizio di Schmoller*,
favorevole alla valutazione dalla cattedra, mi risulta personalmente del tutto
comprensi bile come l’eco di una grande epoca, che egli e i suoi amici
contribuirono a creare. Ma ritengo che neppure a lui possa sfuggire la
circostanza che anzitutto la situazione di fatto è, per la giovane generazione,
mutata notevolmente in un punto importante. Quarant'anni or sono, nel mondo
degli studiosi delle nostre discipline era assai diffusa la fede che nel campo
delle valutazioni pratico-politiche una soltanto delle possibili prese di
posizione dovesse essere quella eticamente giusta (anche se Schmoller,
cconomista e storico economico, autore di Uber einige Grundfragen des Rechts
und Volkswirtschaft, delle Grundfragen der Sozialpolitix und der
Volkswirtschaftslehre, del Grundriss der allgemeinen Volkswirtschaftslehre, di
Die soziale Frage e di varic altre opere, fu il fondatore della cosiddetta
giovane scuola storica di economia, c difese l'impostazione storica dell’econo
mia politica nei confronti della teoria marginalistica. Schmoller ha certamente
rappresentato questo punto di vista solo in misura assai limitata). Ma questo
non è oggi più il caso, come si può facilmente rilevare, proprio tra i sostenitori
delle valutazioni dalla cattedra. La legittimità delle valutazioni dalla
cattedra non viene più oggi sostenuta in nome di un’aspirazione etica, i cui
postulati di giustizia (relativamente) semplici in parte si configuravano, e in
parte sembravano essere, sia nel modo della loro giustificazione sia nelle loro
conseguenze, (relativamente) semplici e soprattutto (relativamente)
impersonali, in quanto erano univocamente sopra-personali. Essa viene invece
sostenuta (per effetto di uno sviluppo inevitabile) in nome di un variopinto
mazzo di valutazioni culturali , cioè in verità di pretese soggettive alla
cultura o, in termini chiari, del supposto diritto della personalità
dell’insegnante. Ci si può anche indignare di fronte a questo punto di vista,
ma non lo si potrà confutare e proprio in quanto esso implica appunto una
valutazione pratica che di tutti i tipi di profezia la profezia professorale,
atteggiata in tal senso personalmente , è la sola realmente insopportabile. È
una situazione senza confronto quella di numerosi profeti accreditati dallo
stato, i quali non predicano per le strade o nelle chiese o altrove sulla
pubblica piazza, oppure, privatamente, in conventicole personalmente scelte che
si dichiarano tali, ma si permettono invece di esprimere in nome della scienza
, nella quiete che si supponeoggettiva, ma che è poi incontrollabile, priva di
discussione, e soprattutto protetta da ogni contraddittorio, di un'aula
accademica privilegiata dallo stato, decisioni dalla cattedra su questioni di
intuizione del mondo. È un vecchio principio, decisamente sostenuto da
Schmoller in una certa occasione, che gli argomenti enunciati nelle aule
accademiche debbono rimanere sottratti alla discussione pubblica. Sebbene sia
possibile opinare che ciò abbia eventualmente, pure nel campo delle scienze
empiriche, certi svantaggi, si assume ovviamente e anch'io assumo che la
lezione debba essere appunto qualcosa di diverso da una conferenza , che il
rigore impregiudicato, la conformità ai fatti, la sobrietà dell’esposizione
accademica possano essere danneggiati nel loro scopo pedagogico dall’introdursi
della pubblicità, per esempio della pubblicità di tipo giornalistico. Solo che
un siffatto privilegio di incontrollabilità sembra in ogni caso appropriato
soltanto all'ambito della pura qualificazione specifica del professore. Non c’è
però nessuna qualifica zione specifica per la profezia personale, e quindi non
può neppur esserci nessun privilegio. E in primo luogo essa non può abusare
della situazione di costrizione esistente per lo studente il quale deve, per
progredire nella vita, far ricorso a determinate istituzioni accademiche e
quindi ai rispettivi insegnanti per istillargli insieme a ciò di cui egli ha
bisogno, ossia allo stimolo e alla disciplina della sua capacità di ragionare e
del suo pensiero, e insieme a ciò determinate conoscenze, anche in forma
protetta da ogni contraddizione la propria cosiddetta intuizione del mondo ,
per quanto interessante essa possa talvolta risultare (mentre sovente è
abbastanza indifferente). Per la propaganda dei suoi ideali pratici il
professore, al pari di ogni altro individuo, ha a disposizione altre
opportunità; e quando non le ha, può facilmente procurarsele nella forma più
appropriata, come l’esperienza dimostra per ogni onesto tentativo. Ma il
professore non deve avanzare la pretesa di recare nel suo zaino, in quanto
professore, il bastone di maresciallo dell’uomo di stato (o del riformatore
culturale), come egli fa quando utilizza la protezione della cattedra per
esprimere il suo sentimento di uomo di stato (o di politico della cultura).
Nella stampa, nelle assemblee pubbliche, nelle riunioni, nei saggi, in ogni
altra forma accessibile a ogni cittadino, egli può (e deve) fare ciò che il suo
dio o il suo demone gli significa. Ma ciò che oggi lo studente dovrebbe
soprattutto imparare nell'aula accademica dal suo professore è la capacità: 1)
di accontentarsi del semplice adempimento di un dato compito; 2) di riconoscere
anzitutto i fatti, anche e in primo luogo i fatti personalmente scomodi, e
quindi di distinguere la loro determinazione dalla presa di posizione
valutativa; 3) di posporre la propria persona alle cose, e quindi di reprimere
anzitutto il bisogno dell’esibizione importuna del suo gusto personale e degli
altri suoi sentimenti. Mi sembra che questo sia oggi molto più urgente di
quarant'anni or sono, quando il problema non esisteva propriamente in questa
forma. Nor è vero affatto come è stato affermato che la personalità costituisce
e debba costituire in questo senso un’ unità , e che essa subisca per così dire
detrimento quando non la si esibisce in ogni occasione. In ogni lavoro
professionale, infatti, il compito come tale reclama il proprio diritto, e
dev'essere adempiuto in base alle sue leggi. In ogni lavoro professionale colui
che vi si dedica deve limitarsi a esso, ed escludere ciò che non appartiene
rigorosamente al compito, ma soprattutto il proprio amore e il proprio odio. E
zor è vero che una forte personalità sia documentata dal fatto che in ogni
occasione indaga secondo una nota personale ad essa soltanto propria. Si deve
al contrario auspicare che proprio la generazione che ora cresce si abitui di
nuovo soprattutto al pensiero che essere una personalità è qualcosa che non si
può volere di proposito, e che c’è soltanto una via per diventarlo (forse!) la
dedizione senza riserve a un compito , quale possa essere nel caso specifico
questo compito, e l’ esigenza quotidiana che ne deriva. È contro le regole
dello stile mescolare nelle discussioni di fatto le faccende personali. E non
compiere quel tipo specifico di auto-limitazione, che esso richiede, significa
spogliare il lavoro professionale del solo significato che oggi gli è ancora
realmente rimasto. Poco importa che il culto della personalità ora di moda
tenti di affermarsi sul trono, nell'ufficio pubblico o sulla cattedra: esso
conduce sì quasi sempre a vasti effetti esteriori, ma interiormente è sempre
misera cosa, e danneggia ovunque il compito. Spero che non ci sia particolare
bisogno di dire che gli avversari, a cui queste analisi si riferiscono, hanno
certo ben poco da fare con questa specie di culto di ciò ch e è personale in
quanto personale . Essi in parte considerano il compito della cattedra in
un'altra luce, in parte hanno ideali educativi che io rispetto, ma che non
condivido. Però si deve considerare non soltanto ciò che essi vogliono, ma
anche il modo in cui ciò che essi legittimano con la propria autorità opera su
una generazione, la quale rivela già una predisposizione sviluppata in maniera
inevitabilmente molto forte a ritenersi importante. E infine richiede appena un
accenno il fatto che parecchi supposti azversari di valutazioni (politiche)
dalla cattedra non sono affatto giustificati quando, per screditare le
discussioni di politica culturale e sociale che si compiono pubblicamente al di
fuori dell’aula accademica, si richiamano al principio dell’esclusione dei
giudizi di valore , da loro ancora spesso gravemente frainteso. L'indubitabile
esistenza di questi elementi falsamente avalutativi, ma in realtà tendenziosi,
e introdotti nella nostra disciplina dall’ostinata e consapevole posizione
partigiana di forti cerchie di interessati, ci consente di comprendere con
chiarezza come un ampio numero proprio di studiosi interiormente indipendenti
possa attualmente continuare a sostenere la valutazione dalla cattedra, poiché
essi hanno troppo orgoglio per partecipare a quella pagliacciata di una
avalutatività soltanto apparente. Personalmente io ritengo che, ciò nonostante,
debba essere fatto quello che (secondo la mia opinione) è corretto, e che il
peso delle valutazioni pratiche di uno studioso sarebbe soltanto accresciuto
dalla sua capacità di limitarsi a sostenerle nelle occasioni opportune al di
fuori dell’aula accademica, se si sa che egli possiede il rigore di fare, entro
l’aula, soltanto ciò che è proprio del suo ufficio . Ma tutte queste sono
appunto anch'esse questioni pratiche di valutazione, e perciò non suscettibili
di esser risolte. In ogni caso, però, l'affermazione di principio del diritto
della valutazione dalla cattedra sarebbe coerente, a parer mio, solo se al
tempo stesso si garantisse che tutte le valutazioni di ogni parte abbiano
l'opportunità di farsi valere sulla cattedra *. Da noi, invece, con
l’insistenza sul diritto alla valutazione dalla cattedra si sostiene di solito
precisamente l'opposto di quel principio di un’equa rappresentanza di tutte le
correnti (e ovviamente anche di quelle più estreme ). Era per esempio
naturalmente coerente, dal punto di vista personale di Schmoller, la tesi in
base a cui egli spiegava che marxisti e manchesteriani sono privi di
qualificazione per occupare cattedre universitarie, sebbene egli non abbia mai
compiuto l’ingiustizia di a. A tale scopo non basta affatto il principio
olandese dell'emancipazione anche della facoltà teologica dal controllo
confessionale, congiunta alla libertà di fondare università a condizione che
siano assicurati i mezzi finanziari, che siano osservate le prescrizioni per la
qualificazione dei professori, e che sia garantito il diritto privato di
istituire cattedre con il patronato delle candidature da parte di coloro che le
istituiscono. Infatti ciò avvantaggia soltanto chi possiede denaro e le
organizzazioni autoritarie che si trovano già in possesso del potere: soltanto
gli ambienti clericali, come è noto, ne hanno fatto uso. ignorare i contributi
scientifici che sono venuti da queste direzioni. Proprio su questi punti io
personalmente non ho mai potuto seguire il nostro venerato maestro. Non si può
ovviamente insieme richiedere l’autorizzazione alla valutazione dalla cattedra
e allorché se ne devono trarre le conseguenze sostenere che l’università è
un'istituzione statale per la formazione di funzionari fedeli allo stato . In
tale maniera l’università diverrebbe non una scuola specializzata (ciò che a
molti docenti sembra degradante), bensì un seminario di preti solo senza
poterle dare la dignità religiosa che questo possiede. Si è voluto dedurre
certi limiti con un puro procedimento logico. Uno dei nostri più eminenti
giuristi spiegava una volta, mentre si pronunciava contro l'esclusione dei
socialisti dalle cattedre, che egli non avrebbe potuto accettare come
insegnante di diritto soltanto un anarchico , poiché questi nega in genere la
validità del diritto come tale ed egli riteneva ovviamente questo argomento
come conclusivo. Io sono dell’opinione precisamente opposta. L’anarchico può
sicuramente essere un buon conoscitore del diritto. E se egli è tale, allora
proprio quel punto di Archimede che si pone a/ di fuori delle convinzioni e dei
presupposti che ci appaiono così evidenti quel punto in cui lo colloca, quando
è pura, la sua oggettiva convinzione può renderlo capace di riconoscere nelle
concezioni fondamentali della dottrina giuridica in uso una problematica la
quale sfugge a tutti coloro per cui esse sono troppo ovvie. Infatti il dubbio
più radicale è il padre della conoscenza. Il giurista ha tanto poco il compito
di dimostrare il valore di quei beni culturali, la cui esistenza è legata alla
permanenza del diritto , quanto il medico ha il compito di provare che
l’allungamento della vita è degno di essere perseguito in ogni circostanza.
L'uno e l'altro non ne sono neppure in grado, con i loro mezzi. Ma se si vuol
fare della cattedra la sede di discussioni pratiche di valore, allora sarebbe
ovviamente un dovere quello di sottoporre proprio le questioni fondamentali di
principio a una libertà di discussione, senza restrizione alcuna, da tutti i
punti di vista. Può accadere questo? Ma le più decisive e importanti questioni
pratico-politiche di valore sono oggi escluse, per la natura della situazione
politica, dalle cattedre delle università tedesche. Per colui al quale gli
interessi della nazione stanno al di sopra di tutte senza eccezione le sue
istituzioni concrete, è per esempio una questione di importanza centrale
stabilire se la concezione oggi predominante della posizione del monarca in
Germania sia conciliabile con gli interessi internazionali della nazione, e con
quei mezzi, cioè : Ta guerra e la diplomazia, con cui ad essi si provvede. Non
sono sempre i peggiori patrioti, e neppure gli avversari della monarchia, che
sono oggi inclini a rispondere negativamente a questa questione, e a non
credere più nella possibilità di successi duraturi in quei due campi, fino al
momento in cui non subentrino dei mutamenti molto profondi. Eppure ognuno sa
che queste questioni vitali della nazione non possono venir discusse in piena
libertà sulle cattedre tedesche ®. Ma in considerazione di questo fatto che
cioè proprio le questioni decisive di valutazione pratico-politica sono in
permanenza sottratte alla libera discussione dalle cattedre mi sembra
confacente alla dignità dei rappresentanti della scienza soltanto il tacere
anche su quei problemi di valore, che si consente loro gentilmente di trattare.
In nessun caso si deve però mescolare la questione se sia lecito, o necessario,
o si debba nell’insegnamento presentare valutazioni pratiche che è una
questione non risolubile, poiché condizionata da una valutazione con la
discussione puramente /ogica della funzione che le valutazioni assolvono per le
discipline empiriche, ad esempio per la sociologia e per l'economia politica.
Altrimenti qui ne soffrirebbe la discussione impregiudicata del problema
propriamente logico la cui decisione però non dà per quelle questioni alcuna
indicazione, al di fuori di una che è richiesta su base puramente logica, cioè
l'esigenza della chiarezza e della precisa distinzione delle sfere
problematiche eterogenee da parte dei docenti. Io non vorrei discutere inoltre se
la distinzione tra determinazione empirica e valutazione pratica sia difficile
. Essa lo è. Noi tutti, io che sostengo questa pretesa al pari di altri, a.
Questo non è affatto un caso particolare della Germania. In quasi tutti i paesi
vi sono, manifesti o celati, dei limiti di fatto; ed è diverso soltanto il tipo
dei problemi di valore che vengono esclusi. commettiamo sempre e ripetutamente
degli errori in proposito. Ma per lo meno i sostenitori della cosiddetta
economia politica etica potrebbero ben sapere che anche la legge morale è
irrealizzabile pienamente, ma tuttavia vale in quanto è imposta . E un’analisi
della coscienza potrebbe forse mostrare che la realizzazione del postulato è
difficile soprattutto perché noi rinunciamo con riluttanza a inoltrarci sul
terreno così interessante delle valutazioni con la nota personale che ci
stimola. Ogni docente avrà naturalmente osservato che gli sguardi degli
studenti si illuminano, e che i loro volti diventano più attenti, quando egli
comincia a dichiararsi personalmente; e avrà osservato pure che la frequenza
delle sue lezioni è influenzata in maniera molto vantaggiosa dall’aspettativa
che egli lo faccia. Egli sa inoltre che la concorrenza tra le università per la
frequenza mette sovente in condizioni di vantaggio, per le chiamate, un profeta
per quanto piccolo, che riempia le aule, rispetto a uno studioso per quanto
rilevante, che si dedichi all'insegnamento oggettivo s'intende quando la
profezia non si discosti troppo dalle valutazioni, politiche o convenzionali,
considerate normali. Soltanto il profeta falsamente alieno da valutazioni, che
esprime certi interessi materiali, ha nei suoi riguardi una possibilità
maggiore, in virtù dell'influenza di tali interessi sui poteri politici. Io
ritengo tutto questo indesiderabile, e quindi non voglio addentrarmi a
discutere la tesi secondo cui l’esclusione di valutazioni pratiche sarebbe cosa
meschina , e renderebbe noiose le lezioni. Non voglio pronunciarmi sulla
questione se le lezioni su un campo specifico di esperienza debbano tendere
soprattutto a essere interessanti , ma da parte mia temo che in ogni caso uno
stimolo realizzato mediante una nota personale troppo interessante tolga alla
lunga agli studenti il gusto per il semplice lavoro di ricerca. Non voglio poi
discutere, ma riconoscere esplicitamente che, proprio sotto l'apparenza della
soppressione di ogni valutazione pratica, si possono risuscitare
suggestivamente, con particolare forza, tali valutazioni, secondo il noto
schema di far parlare i fatti. La migliore qualità della nostra eloquenza
parlamentare ed elettorale opera appunto con questo mezzo e ciò è del tutto
legittimo per i suoi scopi. Non c'è però bisogno di sprecare nessuna parola per
mostrare che questo procedimento sarebbe sulla cattedra, proprio dal punto di
vista della pretesa di quella distinzione, il più riprovevole di tutti gli
abusi. E che un’apparenza, slealmente suscitata, di realizzazione di un
imperativo possa presentarsi come la sua realtà, non significa una critica
dell’imperativo stesso. Questo è però senz’altro implicito: che, se
l'insegnante non ritiene di doversi precludere delle valutazioni pratiche, deve
però assolutamente dichiararle come tali e agli studenti e 4 se stesso. Ciò che
si deve combattere nella maniera più decisa, infine, è la convinzione non rara
che la via dell’ oggettività scientifica sia rappresentata dalla commisurazione
reciproca delle diverse valutazioni, e da un compromesso diplomatico tra di
esse. La linea di mezzo non può essere dimostrata scientificamente, con i soli
strumenti delle discipline empiriche, proprio allo stesso modo in cui non
possono esserlo le valutazioni estreme . Inoltre, nella sfera della valutazione
essa sarebbe normativamente ben poco univoca. Essa non appartiene alla
cattedra, bensì ai programmi politici, agli uffici e ai parlamenti. Le scienze,
sia normative sia empiriche, possono rendere agli uomini politici e ai partiti
in lotta soltanto un servizio inestimabile, e cioè dire loro: 1) quali siano le
diverse prese di posizione ultime concepibili di fronte a questo problema
pratico; 2) come stiano i fatti di cui essi devono tener conto nella scelta tra
queste prese di posizione. In questo modo noi rimaniamo fedeli al nostro
compito . Un fraintendimento senza fine, ma soprattutto una disputa terminologica,
e quindi completamente sterile, si sono legati al termine giudizio di valore il
che non ha ovviamente contribuito per nulla alla questione. È del tutto fuori
dubbio, come è stato accennato, che queste discussioni riguardino, nelle nostre
discipline, valutazioni pratiche di fatti sociali, considerati come
desiderabili o indesiderabili praticamente da un punto di vista etico, o da
qualche altro punto di vista culturale, o per altri motivi. Che la scienza 1)
miri a conseguire risultati forniti di valore , cioè corretti dal punto di
vista logico e in riferimento ai fatti; 2) e miri a conseguire risultati
forniti di valore , cioè importanti nel senso dell'interesse scientifico; che
inoltre già la scelta della materia implichi una valutazione queste due cose
sono state seriamente sollevate, nonostante quanto si è detto in proposito *,
come obiezioni . Ed è pure sempre risorto il fraintendimento, quasi
incomprensibilmente forte, secondo il quale la scienza empirica non può
trattare come oggetto le valutazioni soggettive degli uomini (e ciò mentre la
sociologia, e nell'ambito dell'economia politica tutta la dottrina dell’utilità
marginale, poggia sul presupposto contrario). Si tratta invece esclusivamente
della pretesa, di per sé perfino banale, che il ricercatore e l’espositore
debbano incondizionatamente fezer distinte poiché si tratta di problemi
eterogenei la determinazione di fatti empirici (compreso l’atteggiamento
valutante , da lui constatato, degli uomini empirici su cui indaga) e la sua
presa di posizione pratica, che valuta questi fatti (comprese le valutazioni di
uomini empirici che sono oggetto di indagine) come apprezzabili o non
apprezzabili, e che in questo senso risulta valutativa . In una trattazione per
altri aspetti fornita di valore, uno scrittore si esprime così: un ricercatore
potrebbe assumere come fatto anche la propria valutazione, e trarne le
conseguenze. Ciò che qui si intende è incontestabilmente esatto, ma
l’espressione scelta è erronea. Si può naturalmente convenire, prima di una
discussione, che una determinata misura pratica per esempio che la copertura
dei costi richiesti da un aumento dell’esercito debba esser ricavata soltanto
dalle tasche dei possidenti sia il presupposto della discussione stessa, e che
si debbano quindi discutere semplicemente i mezzi per attuarla. Questo è anzi
sovente opportuno. Ma una siffatta intenzione pratica, presupposta di comune
accordo, non la si chiama un fatto , bensì uno scopo stabilito 4 priori. Che si
tratti effettivamente anche di cose diverse, potrebbe risultare presto nella
discussione dei mezzi salvo che lo scopo presupposto come indiscutibile fosse
così concreto come accendersi un sigaro. In tal caso anche i mezzi hanno solo
di rado bisogno di discussione. a. Debbo riferirmi a ciò che ho già detto nei
miei saggi precedenti (la correttezza talvolta insoddisfacente di formulazioni
particolari, che in essi possono riscontrarsi, non riguardano nessuno dei punti
essenziali della questione); per l' inconciliabilità di certe valutazioni
ultime in un importante campo di problemi potrei rinviare a G. RabBRUCH,
Einfiihrung in die Rechtswissenschaft, Berlin. Io divergo da lui in alcuni
punti; ma essi non hanno importanza per il problema qui discusso. In quasi ogni
caso di un proposito generalmente formulato, come in quello prima scelto come
esempio, si farà invece esperienza che nella discussione dei mezzi non soltanto
appare che i vari individui hanno inteso qualcosa di completamente diverso
sotto tale scopo che si supponeva preciso, ma in particolare risulta che
proprio il medesimo scopo è voluto su basi ultime differenti, e che ciò
influenza la discussione sui mezzi. Ma lasciamo questo da parte. Infatti, che
si possa partire da un determinato scopo, voluto in comune, e discutere
soltanto i mezzi per conseguirlo, e che da ciò risulti allora una discussione
da condurre sul piano puramente empirico non è ancora accaduto a nessuno di
contestarlo. Tutta la discussione si aggira sulla scelta degli scopi (e non già
dei mezzi in vista di uno scopo che è dato), cioè concerne appunto il senso in
cui la valutazione, a cui l’individuo si richiama, non può essere assunta come
fatto , ma può diventare oggetto di una critica scientifica. Se non si è
determinato questo, ogni altra discussione è infruttuosa. Noi non discutiamo
qui la questione della misura in cui le valutazioni pratiche, in particolare
quelle etiche, possono da parte loro pretendere una dignità mormativa,
rivestendo quindi un carattere diverso da quello implicito in questioni simili
a quella introdotta da questo esempio, se le bionde debbano essere preferite
alle brune, o in altri giudizi soggettivi di gusto. Questi sono problemi della
filosofia dei valori, non già della metodica delle discipline empiriche. Ciò
che concerne le ultime è soltanto che da un lato la validità di un imperativo
pratico in quanto norma, e dall’altro la verità di una determinazione empirica
di fatti appartengono a settori problematici del tutto eterogenei, e che si
danneggia la dignità specifica di ognuno dei due quando si dimentica ciò,
cercando di unificare le due sfere. Questo è avvenuto in forte misura, a mio
parere, soprattutto da parte di Schmoller*. Proprio il rispetto per il nostro
maestro mi proibisce di passare sopra questi punti, in cui ritengo di non poter
concordare con lui. a. Nella voce economia politica (Volkswirtschaftslehre)
nello Handwérterbuch der Staatswissenschaften , Berlin. In primo luogo vorrei
rivolgermi contro la tesi secondo cui, per i sostenitori dell’ avalutatività ,
il mero fatto dell’instabilità storica e individuale delle prese di posizione
valutative di volta in volta in vigore varrebbe come prova del carattere necessariamente
solo soggettivo , per esempio, dell’etica. Anche le determinazioni empiriche di
fatti sono spesso soggette a disputa; e sul fatto che un tale debba essere
ritenuto un furfante uò sovente esserci una concordanza sostanzialmente più
generale di quella relativa (proprio presso gli specialisti) alla
interpretazione di un'iscrizione mutilata. L'assunzione, effettuata da
Schmoller, di una crescente unanimità convenzionale di tutte le confessioni e
di tutti gli uomini intorno ai punti principali delle valutazioni pratiche sta
in aspra antitesi con la mia impressione opposta. Ma questo mi sembra senza
rilievo per la questione. Ciò che in ogni caso è da discutere, infatti, è che
ci si possa arrestare scientificamente di fronte a una qualsiasi evidenza di
fatto, convenzionalmente stabilita, di certe prese di posizione pratiche, per
quanto diffuse esse siano. La funzione specifica della scienza mi sembra,
proprio all’opposto, quella di trasformare in problema ciò che è
convenzionalmente evidente. E proprio questo hanno fatto, al tempo loro,
Schmoller e i suoi amici. Che si possa poi indagare, e in certe circostanze
valutare altamente, l’efficacia causale della esistenza di fatto di certe
convinzioni etiche o religiose sulla vita economica da ciò non deriva affatto
che quelle convinzioni, che hanno forse causalmente operato molto, debbano
perciò anche essere condivise o anche soltanto ritenute fornite di valore; così
come, al contrario, mediante l’affermazione del valore di un fenomeno etico o
religioso non si è detto proprio niente sulla possibili tà di qualificare anche
le inconsuete conseguenze, che la sua realizzazione ha avuto o avrebbe, con il
medesimo predicato positivo di valore. Su queste questioni non si arriva a
niente attraverso determinazioni di fatto; esse vengono giudicate
dall'individuo in maniera assai diversa, a seconda delle sue proprie
valutazioni religiose, o pratiche di altro genere. Tutto ciò non riguarda la
questione che viene discussa. E invece io mi oppongo energicamente alla convinzione
che una scienza realisti ca dei fenomeni etici, vale a dire l’indicazione delle
influenze di fatto che le convinzioni etiche, prevalenti in un certo gruppo di
uomini, hanno subito dalle altre condizioni di vita e a loro volta hanno
esercitato su di esse, possa da parte sua dare luogo a un’etica , la quale
possa asserire qualcosa intorno a ciò che deve valere. Ciò avviene tanto poco
quanto un'esposizione realistica delle concezioni astronomiche, per esempio,
dei Cinesi che mostrasse in base a quali motivi pratici e in qual modo facciano
dell’astronomia, a quali risultati e perché essa pervenga potrebbe avere per
scopo di dimostrare la correttezza di questa astronomia cinese; e quanto la
constatazione che gli agrimensori romani oppure i banchieri fiorentini (gli
ultimi proprio nelle partizioni di grandi patrimoni) pervennero sovente con i
loro metodi a risultati inconciliabili con la trigonometria o con la tavola
pitagorica, potrebbe porre in discussione la validità di queste. Mediante
l'indagine psicologico-empirica e storica di un determinato punto di vista
valutativo, considerato nel suo condizionamento individuale, sociale, storico,
non si perviene mai a nient'altro che a questo a spiegarlo comprendendolo. E
ciò non è da poco. Esso è da desiderarsi non soltanto per la conseguenza
concomitante personale (ma non scientifica), che si può più facilmente rendere
giustizia a chi, realmente o apparentemente, la pensa in maniera diversa. Ma è
anche scientificamente molto importante: 1) per lo scopo di una considerazione
causale empirica dell'agire umano, per imparare cioè a conoscere i suoi reali
motivi ultimi; 2) per determinare, allorché si discute con qualcuno che diverge
(realmente o apparentemente) nella loro valutazione, i punti di vista
valutativi delle due parti. Infatti il senso vero e proprio di una discussione
di valore è questo di comprendere ciò che l'avversario (o anche, ciò che colui
che parla) realmente intende, cioè il valore a cui ognuna delle due parti tiene
in realtà, e non solo in apparenza, rendendo così possibile in genere una presa
di posizione di fronte a questo valore. Ben lungi dal ritenere che dal punto di
vista dell'esigenza dell’ avalutatività delle analisi empiriche siano sterili,
o prive di senso, le discussioni intorno alle valutazioni, proprio la
conoscenza di questo loro senso risulta il presupposto di ogni utile
considerazione del genere. Esse presuppongono semplicemente la comprensione
della possibilità di valutazioni ultime inconciliabilmente divergenti in linea
di principio. Poiché tutto comprendere non significa anche tutto perdonare , né
la mera comprensione del punto di vista altrui conduce, di per sé, alla sua
approvazione. Fssa conduce almeno altrettanto facilmente, e sovente con
maggiore probabilità, a conoscere perché e in che cosa n0n si può concordare.
Questa conoscenza è appunto una conoscenza di verità, e 44 essa servono le
discussioni valutative . Ciò che su tale strada non si può certo conseguire
perché sta nella direzione precisamente opposta è una qualsiasi etica normativa,
o in genere la capacità vincolante di qualche imperativo . Ognuno sa piuttosto
che un fine siffatto viene reso più difficile dall’azione relativizzante ,
almeno in apparenza, di tali discussioni. Con questo non si dice naturalmente
che si debba, per tale motivo, evitarle. Proprio al contrario. Una convinzione
etica che si lascia scalzare dalla comprensione psicologica di valutazioni
divergenti è stata infatti fornita di valore né più né meno delle opinioni
religiose che vengono distrutte dalla conoscenza scientifica come talvolta
accade. Quando infine Schmoller sostiene che i propugnatori dell’ avalutatività
delle discipline empiriche possono riconoscere soltanto verità etiche formali
(è ovvio che egli le intende nel senso della critica della ragione pratica ),
ci si deve addentrare sebbene il problema non rientri senz’altro nella nostra
questione — in alcune considerazioni. In primo luogo si deve respingere
l’identificazione — implicita nella concezione di Schmoller — degli imperativi
etici con i valori culturali , anche con i più alti. Infatti può esserci un
punto di vista per il quale i valori culturali sono imposti , anche nella
misura in cui risultano in inevitabile e inconciliabile conflitto con ogni
etica. E viceversa è possibile, senza interna contraddizione, un’etica la quale
rifiuti tutti i valori culturali. In ogni caso le due sfere di valori non sono
identiche. E così pure è un grave (per quanto diffuso) fraintendimento ritenere
che proposizioni formali, come quelle dell’etica kantiana, non contengano
alcuna indicazione di contenuto. La possibilità di un'etica normativa non viene
in alcun modo posta in questione per il fatto che vi sono problemi di carattere
pratico per i quali essa non può fornire, di per sé, prescrizioni univoche (e a
tale ambito appartengono in modo specifico determinati problemi istituzionali,
cioè appunto i problemi politico-sociali ), e inoltre che l’etica non è la sola
cosa che valga nel mondo, ma che accanto ad essa sussistono altre sfere di
valori — i cui valori può, in certe circostanze, realizzare soltanto chi si
assuma una colpa etica. In ciò rientra specialmente la sfera dell’agire
politico. Sarebbe da deboli, a parer mio, voler negare le tensioni nei
confronti della sfera etica, che essa appunto contiene. Ma ciò non è affatto
proprio soltanto di essa, come fa credere la contrapposizione in uso di morale
privata e di morale politica . — Indaghiamo ora alcuni limiti dell’etica, a cui
si è prima fatto riferimento. Le conseguenze del postulato della giustizia
rientrano nell’ambito delle questioni che non possono venir decise univocamente
da ressuna etica. Se per esempio — il che corrisponderebbe maggiormente alle
concezioni espresse a suo tempo da Schmoller — si debba anche molto a colui che
fa molto, o viceversa si possa chiedere molto a chi molto può fare; se quindi
in nome della giustizia (eliminando allora altri punti di vista — come quello
dell’ incentivo necessario) si debbano concedere al grande talento anche grandi
possibilità, o se si debba invece (come riteneva Babeuf*) pareggiare
l'ingiustizia dell’ineguale distribuzione dei doni spirituali, preoccupandoci
con rigore che il talento, il cui semplice possesso già fornisce un sentimento
di prestigio che rende felice l’individuo, non possa utilizzare ancora per sé le
sue migliori possibilità nel mondo — tutto questo non può venir risolto in base
a premesse etiche . A questo tipo appartiene però la problematica etica della
maggior parte delle questioni di politica sociale. Ma anche nel campo
dell’agire personale vi sono problemi fondamentali, di carattere specificamente
etico, che l’etica non può risolvere in base ai propri presupposti. Tra di essi
rientra in primo luogo la questione fondamentale se il valore in sé dell’agire
etico — il puro volere o l’intenzione , come si vuole esprimerlo — debba
bastare alla sua giustificazio4. Frangois-Noel Babeuf, noto come Gracchus
Babeuf, esponente dell'ala estremistica della Rivoluzione francese, pubblicò il
giornale Le tribun du peuple e diresse la Congiura degli cguali: la sua teoria
politica, di ispirazione rousscauiana, è fondata sulla rivendicazione
dell'eguaglianza non soltanto politica, ma anche economica.ne, secondo la
massima il Cristiano agisce bene e rimette a Dio la conseguenza (come i
moralisti cristiani l’hanno formulata), oppure se si debba prendere in
considerazione la responsabilità per le conseguenze dell’agire, previste come
possibili 0 come probabili, così come esse sono condizionate dal suo
inserimento nel mondo eticamente irrazionale. Nel campo sociale ogni posizione
politica radicalmente rivoluzionaria, soprattutto il cosiddetto sindacalismo ,
procede dal primo postulato, e ogni politica realistica procede invece dal
secondo. Entrambe si richiamano a massime etiche; ma queste massime stanno tra
loro in un eterno contrasto, il quale non può essere affatto risolto senz’altro
con i mezzi di un'etica che abbia il proprio fondamento soltanto in se stessa.
Queste due massime etiche sono massime di carattere rigorosamente formale , in
ciò simili ai noti assiomi della Critica della ragione pratica. Di questi
ultimi si è molto spesso creduto, per questo loro carattere, che non
contenessero indicazioni di contenuto per la valutazione dell’agire. Ma ciò non
è per niente esatto, come già si è accennato. Prendiamo di proposito un esempio
il più possibile distante dalla politica , il quale può forse chiarire che
senso abbia propriamente questo carattere solo formale, di cui si è a lungo
parlato, di tale etica. Supponiamo che un uomo dica, riferendosi alla sua
relazione erotica con una donna, all’inizio il nostro rapporto era soltanto una
passione, ora esso costituisce un valore la temperata oggettività dell’etica
kantiana esprimerebbe così la prima metà di questa proposizione: all’inizio noi
eravamo entrambi, l’uno per l’altro, soltanto mezzi, e considererebbe quindi
l'intera proposizione come un caso particolare di quel noto principio che
stranamente si è volentieri ritenuto un’espressione, condizionata solo
storicamente, dell’ individualismo , mentre in verità esso rappresenta una
formulazione quanto mai geniale di un'infinita molteplicità di situazioni
etiche, che si debbono appunto intendere correttamente. Nella sua enunciazione
negativa, ed escludendo qualsiasi asserzione su quello che deve essere il
contrapposto positivo della considerazione dell’altro soltanto come mezzo , che
eticamente deve venir rifiutata, essa comporta evidentemente: 1) il
riconoscimento di sfere di valori autonome, al di fuori della sfera etica; 2)
la delimitazione della sfera etica nei loro confronti; 3) la determinazione
infine del fatto che e del senso in cui si possono tuttavia attribuire
all’agire al servizio di valori extra-etici delle differenze di dignità etica.
Di fatto quelle sfere, che permettono o prescrivono la considerazione dell’altro
soltanto come mezzo , sono eterogenee rispetto all’etica. L'analisi non può qui
essere ulteriormente proseguita: in ogni caso però risulta che il carattere
formale anche di quella proposizione etica così astratta non rimane
indifferente rispetto al contenuto dell’agire. Ma il problema si complica
ancora. Quel predicato negativo, che è stato espresso con le parole soltanto
una passione , può da un determinato punto di vista venir considerato come un
insulto a ciò che di interiormente più puro e più proprio vi è nella vita,
dell'unica via o almeno della via primaria per uscire al di fuori dei
meccanismi di valore impersonali e sovra-personali, e perciò ostili alla vita,
per uscire dall’incatenamento alla pietra senza vita dell’esistenza quotidiana
e dalle pretese di un’irrealtà imposta . Si può ad ogni modo pensare a una
concezione di questo punto di vista che sebbene abbia a disdegno il termine
valore per designare la concretezza dell’Erleben costituirebbe appunto una
sfera la quale, respingendo come cosa estranea e ostile ogni santità e ogni
bontà, ogni legalità etica o estetica, ogni significatività della cultura o
valutazione della personalità, pretenderebbe tuttavia, e anzi proprio a causa
di ciò, la sua propria dignità immanente nel senso estremo della parola. Quale
che possa essere la nostra presa di posizione nei confronti di tale pretesa, in
ogni caso essa non può venir dimostrata o confutata con i mezzi di nessuna
scienza. Ogni considerazione empirica di questi argomenti condurrebbe, come ha
osservato il vecchio Mill”, al riconoscimento di un politeismo assoluto come la
sola forma di metafisica ad essi adeguata. Una considerazione non più empirica,
ma interpretativa, cioè un’autentica filosofia dei valori, non potreb5. Weber
si riferisce qui alla formulazione dei saggi postumi Nature, the Utility of
Religion, and Theism, London (ma cfr. anche p. 150). Per questo riferimento si
veda il breve articolo Zwisclien zwei Gesetze, pubblicato nella rivista Die
Frau del febbraio 1916 (ora raccolto in Gesammelte politische Schriften, 2° cd.
Tiibingen, 1958, pp. 139-42). be poi dimenticare, procedendo innanzi, che uno
schema concettuale dei valori , per quanto bene ordinato, sarebbe incapace di
rendere giustizia proprio al punto decisivo della questione. Tra i valori,
cioè, si tratta ovunque e sempre, in ultima analisi, non già di semplici alternative,
ma di una lotta mortale senza possibilità di conciliazione, come tra dio e il
demonio . Tra di essi non è possibile nessuna relativizzazione e nessun
compromesso. Beninteso, non è possibile in base al loro senso. Poiché, come
ognuno ha provato nella vita, ve ne sono sempre di fatto, e quindi secondo
l’apparenza esterna, continuamente. In quasi ognuna delle prese di posizione
importanti di uomini reali, infatti, le sfere di valori si incrociano e si
intrecciano. La superficialità della vita quotidiana , in questo senso più
appropriato del termine, consiste appunto nel fatto che l’uomo il quale vive
entro di essa non diventa consapevole, e neppure vuole diventarlo, di questa
mescolanza di valori mortalmente nemici, condizionata in parte psicologicamente
e in parte pragmaticamente; ed egli si sottrae piuttosto alla scelta tra dio e
il demonio, evitando di decidere quale dei valori in collisione sia dominato
dall’uno e quale invece dall’altro. Il frutto dell’albero della conoscenza,
frutto inevitabile anche se molesto per la comodità umana, non consiste in
nient’altro che nel dover riconoscere quell’antitesi e nel dover quindi
considerare che ogni singola azione importante, e soprattutto la vita nel suo
insieme se essa deve non già scorrere via come un evento naturale, bensì essere
condotta consapevolmente rappresenta una catena di decisioni ultime, mediante
cui l’anima (come per Platone °) sceglie il suo proprio destino e cioè il senso
del suo agire e del suo essere. Non a caso il fraintendimento più grossolano,
al quale vanno sempre incontro, di quando in quando, le intenzioni di coloro
che sostengono la tesi della collisione tra i valori, è perciò costituito
dall'interpretazione di questo punto di vista come relativismo cioè come
un'intuizione della vita la quale poggia invece proprio sulla visione,
radicalmente opposta, del rapporto reciproco delle sfere di valore, e può
essere realizzata (in forma coerente) soltanto 6. Weber allude qui al mito di
Er, esposto nel libro X della Repubblica. sul terreno di una metafisica
configurata in maniera molto particolare (cioè di una metafisica organica ).
Ritornando al nostro caso specifico, mi sembra, senza possibilità di dubbio,
che nel settore delle valutazioni pratico-politiche (particolarmente anche di
politica economica e sociale), da cui devono essere tratte le direttive per un
agire fornito di valore, le sole cose che una disciplina empirica può porre in
luce con i suoi mezzi sono le seguenti: 1) i mezzi indispensabili e 2) le
inevitabili conseguenze; 3) la concorrenza reciproca, in tale maniera
condizionata, di più valutazioni possibili, considerate nelle loro conseguenze
pratiche. Le discipline filosofiche possono in proposito, con i loro mezzi
concettuali, determinare il senso delle valutazioni, cioè la loro struttura
dotata di senso e le loro conseguenze dotate di senso, indicando quindi il loro
luogo entro la totalità dei valori ultimi che sono possibili in generale e
delimitando le loro sfere di validità significative. Ma già questioni molto
semplici per esempio in quale misura uno scopo debba sanzionare i mezzi che
sono per esso indispensabili; oppure in quale misura debbano venir messe in
conto le conseguenze non volute; oppure come si debbano appianare i conflitti
tra più scopi in concreto contrastanti, che sono oggetto di volontà o di dovere
sono in tutto e per tutto questioni di scelta o di compromesso. Non c'è nessun
procedimento scientifico (razionale o empirico) di qualsiasi specie, che
potrebbe qui fornire una decisione. E meno ancora la rostra scienza, che è
rigorosamente empirica, può pretendere di risparmiare all'individuo questa
scelta; per cui essa non deve neppure suscitare l'apparenza di poterlo fare.
Occorre infine osservare esplicitamente che il riconoscimento di questa
situazione è, per le nostre discipline, del tutto indipendente dalla presa di
posizione di fronte alle considerazioni di teoria dei valori prima accennate
con molta brevità. Non c’è infatti nessun punto di vista logicamente
sostenibile in base a cui esso possa venir rifiutato, se si prescinde da una
gerarchia di valori univocamente prescritta mediante dogmi ecclesiastici. Debbo
aspettarmi che si trovi realmente della gente capace di affermare la
zon-diversità di senso dei due gruppi di questioni seguenti da un lato questioni
come: un fatto concreto avviene così o altrimenti? perché la situazione
concreta in esame si è configurata così e non altrimenti? a una data
situazione, secondo una regola dell’accadere di fatto, segue di solito
un’altra, e con quale grado di probabilità? e dall'altro questioni come: che
cosa si deve praticamente fare in una concreta situazione? da quali punti di
vista quella situazione può apparire praticamente auspicabile oppure no? vi
sono proposizioni (assiomi) formulabili, in qualsiasi maniera, generalmente, a
cui si possano ridurre questi punti di vista? Debbo aspettarmi che. sia
sostenuta l'identità della questione concernente la direzione in cui una
situazione di fatto, concretamente data (o in generale una situazione di un
determinato tipo, in qualche modo accessibile), si svilupperà con probabilità e
con quale misura di probabilità (cioè è solita svilupparsi tipicamente) e
dell’altra questione concernente invece il dovere di contribuire affinché una
determinata situazione si sviluppi in una determinata direzione sia essa di per
sé probabile, oppure opposta o un’altra qualsiasi? Debbo aspettarmi infine che
sia sostenuta l’identità della questione concernente l’opinione che determinate
persone in certe circostanze concrete, o un numero indeterminato di persone
nelle medesime circostanze, si formeranno con probabilità (o anche con
sicurezza) su un problema di qualche specie, e dall’altra parte della questione
concernente la correttezza di questa opinione, che si forma con probabilità o
con sicurezza? Debbo cioè aspettarmi che vi sia della gente la quale affermi
che le questioni di ognuna di tali coppie antitetiche abbiano anche soltanto
qualcosa a che fare l'una con l’altra, e che esse realmente come ogni tanto si
ripete non possano essere separate l’una dall'altra ? e che quest’ultima
asserzione 207 sia in contraddizione con le esigenze del pensiero scientifico?
Se qualcuno, il quale pur concede l'assoluta eterogeneità delle due specie di
questioni, tuttavia pretende di esprimersi nel medesimo libro, nella medesima
pagina, magari in una proposizione principale o secondaria di una medesima
unità sintattica, da un lato sull’uno e dall’altro sull’altro di quei due
problemi tra loro eterogenei questo è affar suo. Ciò che da lui si esige è
semplicemente che egli non illuda senza volerlo (o anche per volontaria
mordacità) i suoi lettori sull’assoluta eterogeneità dei problemi.
Personalmente resto del parere che nessun mezzo al mondo è troppo pedantesco
per essere impiegato allo scopo di evitare confusioni. Il senso delle
discussioni intorno a valutazioni pratiche (degli stessi partecipanti alla
discussione) può essere dato soltanto dalle operazioni seguenti: a)
L'elaborazione degli assiomi di valore ultimi, internamente coerenti , da cui
procedono le opinioni tra loro contrapposte. Abbastanza spesso ci si inganna
non soltanto sugli assiomi dell'avversario, ma anche sui propri. Questo
procedimento costituisce un'operazione che, nella sua essenza, parte dalla
valutazione particolare e dalla sua analisi dotata di senso, per procedere
sempre più in alto verso prese di posizione valutative più fondamentali. Esso
non opera con gli strumenti di una disciplina empirica e non apporta nessuna
conoscenza di fatti. Esso vale nello stesso modo in cui vale la logica. b) La deduzione
delle conseguenze connesse alla presa di posizione valutativa, che derivano da
determinati assiomi di valore ultimi, quando essi, ed essi soltanto, sono posti
a fondamento della valutazione pratica di un certo stato di cose. Essa è
puramente dotata di senso in riferimento all’argomentazione logica, ma d’altra
parte è vincolata a osservazioni empiriche per quanto riguarda la casistica più
esauriente possibile di quelle situazioni empiriche che possono venir prese in
considerazione, in generale, in una valutazione pratica. c) La determinazione
delle conseguenze di fatto che produce la realizzazione pratica di una data
presa di posizione valutativa nei confronti di un certo problema: 1) a causa
del legame con determinati mezzi indispensabili; 2) a causa dell’inevitabilità
di determinate conseguenze concomitanti, non direttamente volute. Questa
determinazione puramente empirica può avere come risultato, tra l’altro: 1)
l'assoluta impossibilità di qualsiasi realizzazione, per quanto solo molto
approssimativa, del postulato di valore, in quanto non è possibile escogitare
nessuna via per realizzarlo; la maggiore o minore improbabilità di una sua
realizzazione compiuta, o anche soltanto approssimativa, o per gli stessi
motivi oppure perché esiste la probabilità che si verifichino conseguenze
concomitanti non volute, che sono tali da renderne direttamente o
indirettamente illusoria la realizzazione; 3) la necessità di accettare tali
mezzi o tali conseguenze concomitanti, che il sostenitore del postulato pratico
in questione non aveva considerato, di modo che la sua decisione valutativa tra
scopo, mezzo e conseguenza diventi per lui stesso un nuovo problema, e perda la
sua forza coercitiva sugli altri. d) Infine possono presentarsi nuovi assiomi
di valore, e di conseguenza nuovi postulati, che il sostenitore di un certo
postulato pratico non ha osservato, e di fronte ai quali non ha quindi preso
posizione, sebbene la realizzazione del proprio postulato entri in collisione
con essi, sia in linea di principio oppure per le conseguenze pratiche che ne
derivano, cioè per il loro senso o praticamente. Nell’un caso (contrasto di
principio) si tratta, nella discussione ulteriore, di problemi del tipo 4);
nell’altro (contrasto di conseguenze) si tratta di problemi del tipo c). Ben
lungi dall'essere prive di senso , le discussioni valutative di questo tipo
hanno, se sono intese correttamente nel loro scopo €, a mio parere, allora
soltanto un'importanza molto rilevante. L'utilità di una discussione intorno a
valutazioni pratiche, condotta al luogo giusto e nel giusto senso, non è però
affatto esaurita con tali diretti risultati , che essa può recare a
maturazione. Se è condotta correttamente, essa feconda nel modo più duraturo il
lavoro empirico, in quanto gli fornisce le impostazioni problematiche di cui ha
bisogno per la propria ricerca. I problemi delle discipline empiriche debbono
certo venir risoli, da parte loro, in maniera avalutativa . Essi non sono
problemi di valore. Ma tuttavia stanno, nell’ambito delle nostre discipline,
sotto l'influenza della relazione della realtà ai valori. Sul significato
dell’espressione relazione di valore debbo riferirmi alle mie precedenti
formulazioni, e soprattutto alle ben note opere di Heinrich Rickert. Sarebbe
impossibile riprendere qui ancora una volta tali questioni. È sufficiente
quindi ricordare che quell’espressione relazione di valore rappresenta
semplicemente l’interpretazione filosofica di quello specifico interesse
scientifico che dirige la selezione e la formulazione dell'oggetto di
un'indagine empirica. Nell'ambito dell’indagine empirica, questa circostanza
puramente logica non legittima in ogni caso nessuna valutazione pratica . In
concordanza con l’esperienza storica essa pone però in rilievo che sono gli
interessi culturali, e perciò gli interessi di valore, a indicare la direzione
anche al lavoro delle scienze empiriche. È chiaro che questi interessi di
valore possono svilupparsi nella loro casistica mediante le discussioni
valutative. E queste possono diminuire di molto, o almeno rendere più facile,
al ricercatore che lavora scientificamente, e soprattutto allo storico, il
compito dell’interpretazione di valore che per lui è un aspetto preliminare
così importante del suo lavoro propriamente empirico. Infatti non soltanto la
distinzione tra valutazioni e relazioni ai valori, ma anche quella tra
valutazione e interpretazione di valore (cioè lo sviluppo delle prese di
posizione dotate di senso, che sono possibili di fronte a un dato fenomeno),
sovente non è compiuta chiaramente, e quindi ne derivano oscurità per la
determinazione dell’essenza logica della storia: mi sia consentito di rinviare
a questo proposito alle osservazioni già fatte altrove* (senza ritenerle del
resto in alcun modo conclusive). Invece di inoltrarmi ancora una volta nella
discussione di questi fondamentali problemi metodologici, vorrei prendere in
esame alcuni punti particolari, che sono praticamente importanti per le nostre
discipline. È ancora sempre diffusa la fede che si debba, o che sia necessario,
oppure che si possa derivare delle indicazioni per le valutazioni pratiche da
tendenze di sviluppo . Solo che da tali tendenze di sviluppo , per quanto
univoche esse siano, si possono trarre imperativi univoci dell’agire soltanto
rispetto ai mezzi che si prevedono più appropriati per date prese di posia. Nel
saggio Kritische Studien auf dem Gebiet der Rulturwissenschaftlichen Logik,
Archiv fir Sozialwissenschaft und Sozialpolitik [ora in Gesammelte Aufsitze zur
Wissenschaftslehre. zione, non però rispetto a quelle prese di posizione.
Certamente qui il concetto di mezzo è il più ampio che si possa concepire. Chi
per esempio considerasse gli interessi di potenza dello stato come un fine
ultimo, dovrebbe in rapporto alla situazione data considerare una costituzione
assolutistica oppure una costituzione democratico-radicale come il mezzo
(relativamente) più adatto; e sarebbe estremamente ridicolo prendere un
qualsiasi mutamento nella valutazione di questo apparato statale come mezzo per
un mutamento nella presa di posizione ultima . È però inoltre evidente, come
già si è detto, che al singolo sì presenta sempre nuovamente il problema se
egli debba lasciar cadere la speranza nella realizzabilità delle sue
valutazioni pratiche di fronte alla conoscenza del sussistere di una tendenza
univoca di sviluppo, la quale condiziona lo scopo cui egli aspira all'impiego
di muovi mezzi che, per motivi etici o di altra specie, gli appaiono eventualmente
dubbi, o all’accettazione di conseguenze concomitanti da lui aborrite, oppure
la rende così improbabile da fare apparire il suo lavoro, misurato in base alla
possibilità di successo, una sterile donchisciotteria . Ma la conoscenza di
tali tendenze di sviluppo , più o meno difficilmente mutabili, non occupa
affatto una posizione particolare. Ogri nuovo fatto singolo può parimenti avere
per effetto di configurare in maniera nuova l'equilibrio tra lo scopo e i mezzi
indispensabili, o tra il fine voluto e la conseguenza concomitante inevitabile.
Se ciò debba accadere e quali conclusioni pratiche se ne possano trarre è una
questione che non rientra in una scienza empirica, e anzi, come si è detto, in
nessuna scienza in genere, di qualsiasi specie. Si può per esempio dimostrare
tangibilmente al sindacalista convinto che il suo agire non solo è socialmente
inutile , cioè non promette alcuna conseguenza per il mutamento della
situazione esterna di classe del proletariato, ma la peggiora inevitabilmente
provocando disposizioni reazionarie con questo però non gli si dimostra nulle,
se egli è realmente fedele alle conseguenze ultime della sua convinzione. E ciò
non perché egli sia un insensato, ma perché può aver ragione dal suo punto di
vista come dovremo discutere. In complesso gli uomini inclinano abbastanza
fortemente ad adattarsi interiormente al successo, 0 a ciò che promette di
volta in volta il successo, e non soltanto come è evidente nei mezzi o nella
misura in cui si sforzano di realizzare i loro ideali ultimi, ma anche nella
rinuncia a questi medesimi. In Germania si crede di poter fregiare questo
comportamento con il nome di politica realistica . In ogni caso non si riesce a
comprendere perché proprio i rappresentanti di una disciplina empirica debbano
sentire il bisogno di appoggiarlo, fornendo la propria approvazione alla
tendenza di sviluppo di volta in volta prevalente e trasformando l’ adattamento
a questa tendenza da problema di valutazione vitimo, da risolversi caso per
caso da parte della coscienza dell’individuo, in un principio che si suppone
coperto dall’autorità di una scienza . È esatto se correttamente inteso che una
politica la quale rechi al successo è sempre l’ arte del possibile . Ma non
meno esatto è che il possibile molto sovente è stato raggiunto solo in quanto
si è mirato all’impossibile che sta al di là di esso. Infine, non è stata la
sola etica realmente coerente dell’ adattamento al possibile, cioè la morale
burocratica del Confucianesimo, che ha prodotto le qualità specifiche della nostra
cultura qualità che probabilmente noi tutti, nonostante ogni altra differenza,
stimiamo (soggettivamente) in maniera più o meno positiva. Da parte mia,
almeno, non vorrei dissuadere sistematicamente la nazione, proprio in nome
della scienza, dal ritenere che come prima si è posto in luce accanto al valore
di successo di un’azione stia anche il suo valore di intenzione . In ogni caso,
però, il disconoscimento di questa circostanza danneggia la comprensione dei
fatti reali. Poiché, per rimanere all'esempio prima addotto del sindacalista, è
anche logicamente un’assurdità commisurare a scopo di critica un atteggiamento,
che se coerente deve avere come regola il suo valore di intenzione ,
semplicemente con il suo valore di successo . Il sindacalista realmente
coerente vuole semplicemente mantenere in se stesso, e per quanto è possibile
suscitare in altri, una determinata coscienza, che gli appare dotata di valore
e sacra. Le sue azioni esterne, proprio quelle che in partenza sono condannate
anche a un'assoluta mancanza di successo, hanno in ultima analisi lo scopo di
dargli, di fronte al proprio foro, la certezza che tale coscienza è pura, che
essa ha cioè la forza di comprovarsi in azioni e non è solo una mera
smargiassata. Per tale scopo (forse) c’è soltanto il mezzo costituito da tali
azioni. Per il resto se egli è coerente il suo regno, come il regno di ogni
etica dell’intenzione, non è di questo mondo. Scientificamente si può solo
determinare che questo modo di concepire i propri ideali è il solo internamente
conseguente, e non è confutabile mediante fatti esterni. Io ritengo che con
questo sia stato reso, sia ai sostenitori sia agli avversari del sindacalismo,
un servizio e precisamente quel servizio che essi a buon diritto pretendono
dalla scienza. Mi sembra invece che nulla si possa ottenere, nel senso di
zessuza scienza di qualsiasi tipo, a trattare con locuzioni del tipo da un lato
dall’altro di sette motivi a favore e di sei contro un determinato fenomeno
(per esempio uno sciopero generale), e a discuterlo secondo il modo della
vecchia mentalità giuridica oppure dei moderni memoriali cinesi. Con quella
riduzione del punto di vista sindacalistico alla sua forma il più possibile
razionale e internamente coerente, e con la determinazione delle sue condizioni
empiriche di nascita, delle sue possibilità e delle sue conseguenze pratiche
conformi all’esperienza, è in ogni caso esaurito il compito della scienza
avalutativa nei suoi confronti. Se si debba essere o non essere un
sindacalista, ciò non si può mai provare senza far ricorso a premesse
metafisiche ben determinate, le quali non sono dimostrabili, e in questo caso
non lo sono certo mediante qualsiasi scienza, quale che essa sia. Così pure,
che un ufficiale preferisca saltare in aria con il suo fortino anziché
arrendersi, può nel caso specifico risultare assolutamente inutile sotto ogni
riguardo, se commisurato alla conseguenza. Ma non sarebbe indifferente che sia
esistita o no l'intenzione che lo ha spinto a ciò, senza indagarne l'utilità.
Essa risulta priva di senso tanto poco quanto lo è quella del sindacalista
coerente. Quando il professore, dalla comoda altezza della cattedra, vuole
raccomandare un catonismo di tale specie, ciò non apparirebbe certo
particolarmente appropriato. Ma non è neppure indicato che egli apprezzi
l’opposto, facendo un dovere dell’adattarsi degli ideali alle possibilità
offerte appunto dalle tendenze di sviluppo attuali e dalle attuali situazioni.
È stato qui innanzi ripetutamente usato il termine adattamento , che nel caso
specifico risulta, data la formulazione scelta, abbastanza privo di
fraintendimento. Ma si deve rilevare che di per sé ha un duplice significato:
da un lato designa l'adattamento dei mezzi di una presa di posizione ultima a
date situazioni ( politica realistica in senso stretto) dall’altro designa
l'adattamento nella scelta delle medesime prese di posizione ultime, che sono
in genere possibili, alle possibilità momentanee che una di esse realmente o
apparentemente possiede (ed è quel tipo di politica realistica con cui la
nostra politica, da ventisette anni in qua, è pervenuta a così curiosi
successi). Ma con ciò il numero dei suoi possibili significati non è ancora
esaurito. Sarebbe perciò piuttosto opportuno, a mio parere, in ogni discussione
dei nostri problemi, sia di questioni di valutazione che di altre, togliere di
mezzo questo concetto di cui si è tanto abusato. Infatti esso è sempre del
tutto frainteso come espressione di un argomento scientifico, nella cui forma
si presenta ognora rinnovato sia a scopo di spiegazione (per esempio della
sussistenza empirica di certe intuizioni etiche presso certi gruppi umani in
determinate epoche) sia a scopo di valutazione (per esempio di quelle
intuizioni etiche, esistenti di fatto, in quanto oggettivamente adattate e perciò
oggettivamente corrette e fornite di valore). In nessuno di questi sensi esso
serve però a qualcosa, perché sempre ha bisogno a sua volta di interpretazione.
Esso ha la sua patria nella biologia. Se fosse realmente preso in senso
biologico, per designare la possibilità data dalle circostanze, e relativamente
determinabile, che un gruppo umano possiede di mantenere la propria eredità
psico-fisica mediante una grossa riproduzione, allora gli strati popolari
economicamente meglio provvisti, e capaci di regolare più razionalmente la loro
vita, sarebbero i meno adattati , secondo le note esperienze fornite dalla
statistica delle nascite. Adattati alle condizioni dell'ambiente della zona di
Salt Lake erano, in senso biologico ma anche in ognuno dei numerosi altri
significati puramente empirici i pochi Indiani che vi vivevano prima
dell’arrivo dei Mormoni, e lo erano nella stessa maniera, altrettanto bene e
altrettanto male, le più tarde e numerose popolazioni mormoniche. In virtù di
questo concetto noi non perveniamo affatto a una migliore comprensione sul
piano empirico, ma ci immaginiamo facilmente di farlo. E soltanto nel caso di
due organizzazioni per il resto assolutamente equivalenti sotto 0gr: rispetto
questo può venir stabilito fin d'ora si può dire che una concreta differenza
particolare è capace di condizionare una situazione empiricamente più opportuna
per la permanenza di una di esse, e quindi in tal senso più adattata alle
condizioni date. Per ciò che riguarda la valutazione si può tanto essere dell’opinione
che il maggior numero e le prestazioni e qualità materiali e di altra specie,
che i Mormoni portarono sul posto e vi svilupparono, siano una prova della loro
superiorità sugli Indiani, quanto essere invece del parere di colui che aborre
incondizionatamente i mezzi e le conseguenze concomitanti dell’etica dei
Mormoni, la quale è almeno corresponsabile di quelle azioni, e quindi può
pienamente preferire la romantica esistenza degli Indiani nella prateria senza
che nessuna scienza al mondo, di qualsiasi specie, possa pretendere di
dissuaderlo. Qui si tratta già, infatti, dell’irresolubile equilibrio tra
scopo, mezzo e conseguenza concomitante. Soltanto quando la questione concerne
i mezzi appropriati per un dato scopo, stabilito in maniera assolutamente univoca,
essa può realmente venir decisa sul terreno empirico. La proposizione x è il
solo mezzo per y è infatti la semplice inversione della proposizione a x segue
y . Però il concetto di adattazione (e tutti gli altri affini) non fornisce in
nessun caso e questa è la cosa principale la minima informazione sulle
fondamentali valutazioni ultime, e anzi semplicemente le cela; lo stesso fa,
per esempio, il concetto in fondo confuso, e di recente prediletto, di economia
umana. Adattato nel campo della cultura è, secondo il modo in cui il concetto
assume un significato, tutto o nulla. Poiché non si può eliminare la lotta da
ogni vita culturale. Si possono mutare i suoi mezzi, il suo oggetto, anche la
sua direzione fondamentale e i suoi portatori; ma non si può metterla da parte.
Essa può costituire, anziché un conflitto esterno di uomini ostili per cose
esterne, un conflitto interno di uomini che si amano in vista di beni
interiori, e quindi non una costrizione esterna ma un'oppressione interna
(appunto anche in forma di dedizione erotica o caritativa), o rappresentare
infine un conflitto interiore dell’anima dell'individuo con se stessa ma sempre
c’è, e sovente con conseguenze tanto maggiori quanto meno viene notata, cioè
quanto più il suo corso assume la forma di un'ottusa o di una comoda
indifferenza o anche di un’auto-illusione, oppure si compie mediante la
selezione . La pace non significa nient'altro che un differimento delle forme
di lotta o degli avversari o degli oggetti di lotta, o infine delle possibilità
di selezione. Se e quando spostamenti del genere passino la prova di fronte a
un giudizio valutativo, etico o di altra specie, non può ovviamente essere
stabilito in termini generali. Soltanto una cosa è fuori dubbio: che ogni
ordinamento, di qualsiasi tipo, di relazioni sociali, se si vuole valutarlo,
deve in ultima analisi essere sempre esaminato in riferimento al #po umano a
cui esso, attraverso una selezione (di motivi) esterna o interna, dà le
migliori possibilità per diventare predominante. Altrimenti l'indagine empirica
non è realmente esaustiva, e neppure c’è la base di fatto necessaria per una
valutazione, sia essa consapevolmente soggettiva oppure pretenda invece una
validità oggettiva. Questa circostanza sia ricordata almeno a quei numerosi colleghi
i quali credono che si possa operare, nella determinazione delle linee di
sviluppo sociali, con un preciso concetto di progresso . Ciò ci conduce dinanzi
al compito di un'analisi più ravvicinata di questo importante concetto. Si può
naturalmente usare il concetto di progresso in maniera assolutamente
avalutativa, se lo si identifica con il progredire di un qualsiasi concreto
processo di sviluppo, considerato isolatamente. Ma nella maggior parte dei casi
la cosa è sostanzialmente più complicata. Noi prendiamo qui in esame alcuni
casi in cui, in campi eterogenei, la congiunzione con questioni di valore è la
più intrinseca possibile. Nel campo dei contenuti irrazionali, sentimentali,
affettivi del nostro. atteggiamento psichico, l'accrescimento quantitativo e la
moltiplicazione qualitativa che nella maggior parte dei casi vi è legata delle
possibili forme di atteggiamento possono venir designati in modo avalutativo
come progresso della differenziazione psichica. Ma ad esso si unisce ben presto
il concetto di valore di un accrescimento della portata o della capacità di un’
anima concreta oppure il che già rappresenta una costruzione tutt'altro che
univoca di un’ epoca (come avviene nel libro di Simmel, Schopenhauer und
Nietzsche”). È fuori di dubbio, naturalmente, che quel progredire della
differenziazione esiste di fatto con la riserva che non sempre esso c'è là dove
si crede alla sua presenza. L'attenzione per le sfumature del sentimento, che
viene crescendo nel periodo attuale sia come conseguenza dell’aumentata
razionalizzazione e intellettualizzazione di tutti i settori della vita, sia
come conseguenza dell’aumentata importanza soggettiva che l'individuo
attribuisce alle proprie manifestazioni di vita (per gli altri spesso
estremamente indifferenti) facilmente illude sull’esistenza di una crescente
differenziazione. Essa può rappresentare questa differenziazione, oppure
promuoverla; ma l'apparenza inganna con facilità, e io confesso che vorrei
stimare abbastanza alta la portata di tale illusione. Ad ogni modo il fatto
esiste. Designare una differenziazione progressiva come progresso è di per sé
una questione di opportunità terminologica. Ma che essa debba venir valutata
come progresso nel senso di una crescente ricchezza interiore , non può in ogni
caso essere deciso da nessuna disciplina empirica. Infatti queste discipline
non hanno competenza per stabilire se le nuove possibilità di sentimento che si
vengono sviluppando, o che sono tratte alla coscienza, con le nuove tensioni e
i nuovi problemi che in certe circostanze comportano, debbano venir
riconosciute come valori . Chi però non voglia assumere una posizione
valutativa di fronte al fatto della differenziazione in quanto tale cosa che
certamente nessuna disciplina empirica può proibire ad alcuno e cerchi un punto
di vista adatto allo scopo, viene di conseguenza condotto, anche da alcuni
fenomeni contemporanei, di fronte alla questione del prezzo che questo
processo, in quanto è diventato qualcosa di più di un'illusione
intellettualistica, è costato . Egli non potrà ad esempio dimenticare che la
caccia all’Erlebzis questo valore alla moda peculiare della Germania
contemporanea può essere in misura assai forte il prodotto di una diminuzione
della forza di sostenere interiormente la vita quotidiana, e che quella
pubblicità, che l’individuo sempre più sente 7. Schopenhauer und Nietzsche, ein
Vortragszyklus, Leipzig. il bisogno di dare al suo Erleden, potrebbe pure
essere valutata come una perdita nel sentimento della distanza, e quindi dello
stile e della dignità. In ogni caso, nel campo delle valutazioni dell’Erleben
soggettivo il progresso della differenziazione è identico con l’aumento del
valore soltanto nel senso intellettualistico di un accrescimento dell’Erleden
consapevole, oppure dell’accrescimento della capacità di espressione e della
comunicabilità. Le cose sono alquanto più complicate a proposito
dell’applicabilità del concetto di progresso (nel senso di valutazione) al
campo dell’arse. Essa viene talvolta contestata con violenza; e, a seconda del
senso in cui viene intesa, a ragione o a torto. Non c'è mai stata nessuna
considerazione valutativa dell’arte che potesse procedere con l’antitesi
esclusiva di arte e nonarte , facendo a meno delle distinzioni tra tentativo e
riuscita, tra il valore delle diverse riuscite, tra la riuscita compiuta e
quella che risulta infelice in qualche punto specifico, oppure in parecchi e
anche importanti, ma tuttavia non è senz'altro priva di valore e ciò non
soltanto per una concreta volontà di creazione artistica, ma anche per la
volontà artistica di epoche intere. Il concetto di un progresso , applicato a
queste situazioni, appare banale, a causa del suo impiego in riferimento a puri
problemi tecnici. Ma esso non risulta di per sé privo di senso. Assai
differente appare il problema per la storia dell’arte e per la sociologia
dell’arte, condotte in modo puramente empirico. Per la prima non c’è
naturalmente un progresso dell’arte nel senso della valutazione estetica di
opere d’arte come opere riuscite in maniera dotata di senso; poiché questa
valutazione non può venir compiuta con i mezzi della considerazione empirica, e
si pone completamente al di là del suo lavoro. Invece proprio essa può
impiegare un concetto di progresso. puramente tecnico, razionale e quindi
univoco, del quale si deve adesso parlare e la cui utilità per la storia
empirica dell’arte deriva dal fatto che questo si limita esclusivamente alla
determinazione dei 72e2z1 tecnici che una determinata volontà artistica usa per
una data intenzione. L'importanza per la storia dell’arte di queste analisi
così rigorosamente definite è facilmente sottovalutata, oppure fraintesa nel
senso di identificarle con una supposta conoscenza , del tutto subalterna e non
genuina, che pretende di aver inteso un artista quando ha sollevato la tenda
del suo laboratorio ed esaminato i suoi mezzi esteriori di rappresentazione,
cioè la sua maniera . Soltanto il progresso tecnico , preso nel suo significato
corretto, è di competenza della storia dell’arte, poiché proprio esso e la sua
influenza sulla volontà artistica costituisce ciò che di empiricamente
determinabile vi è nel corso dello sviluppo dell’arte, senza implicare il
ricorso a una valutazione estetica. Prendiamo alcuni esempi che possano
illustrare i reali significati dell'elemento tecnico , nel senso genuino del
termine, per la storia artistica. L'origine del gotico fu in prima linea il
risultato della soluzione tecnica di un problema di copertura degli spazi, in
sé di pura tecnica architettonica la questione dell’ottimo, dal punto di vista
tecnico, per l’edificazione di contrafforti di sostegno di una volta a croce,
congiunta ad alcuni altri particolari che non occorre qui discutere. Vennero
risolti problemi architettonici molto concreti; e la conoscenza che in tale
maniera diventava possibile una determinata maniera di copertura di spazi non
quadrati suscitò l’entusiasmo appassionato di quegli architetti, per adesso e
forse per sempre ignoti, ai quali è dovuto lo sviluppo del nuovo stile di
costruzione. Il loro razionalismo tecnico condusse il nuovo principio a tutte
le sue conseguenze. La loro volontà artistica lo utilizzò come possibilità di
risolvere compiti fino allora impensati, e spinse quindi la plastica sulla via
di un nuovo senso del corpo, suscitato in primo luogo dalle nuove elaborazioni
di spazio e di piani dell’architettura, Che questa trasformazione, di carattere
in primo luogo tecnico, si sia incontrata con certi contenuti di sentimento,
condizionati in forte misura sociologicamente o dalla storia religiosa, fornì gli
elementi essenziali di quel materiale di problemi con i quali lavorò la
creazione artistica dell’epoca del gotico. Allorché la considerazione storica e
sociologica dell’arte ha posto in luce queste condizioni oggettive, tecniche o
sociali o psicologiche, del nuovo stile, essa esaurisce il suo compito
puramente empirico. Ma essa non valuta » con ciò lo stile gotico in rapporto a
quello romanico oppure a quello rinascimentale, anch'esso fortemente orientato
in vista del problema tecnico della cupola, e insieme in vista dei mutamenti
dell'ambito di lavoro dell’architettura, condizionati pure sociologicamente; né
valuta » esteticamente, finché rimane una storia empirica dell’arte, la singola
costruzione. Anzi, l’interesse per le opere d’arte e le sue particolari qualità
esteticamente rilevanti, quindi il suo oggetto, è ad essa eteronomo, cioè dato
4 priori in base al valore estetico che, con i suoi mezzi, essa non può affatto
stabilire. Lo stesso avviene per esempio nel campo della storia della musica.
Dal punto di vista dell’inzeresse dell’uomo europeo moderno (riferimento di
valore »!) il suo problema centrale è questo: perché la musica armonica si sia
sviluppata dalla polifonia, affermatasi quasi ovunque su base popolare,
soltanto in Europa e in un determinato spazio di tempo, mentre altrove la
razionalizzazione della musica si è incamminata per un’altra strada, il più
delle volte precisamente opposta, e cioè per la strada di uno sviluppo degli
intervalli mediante la divisione delle distanze (per lo più una quarta) anziché
mediante la divisione armonica (una quinta). Al centro si colloca il problema
dell'origine della terza nella sua interpretazione armonica, cioè come elemento
della triade, e inoltre il problema del cromatismo armonico e ancora della
ritmica musicale moderna (della cadenza lenta e veloce) invece della cadenza
puramente metronomica vale a dire di una ritmica senza la quale è impensabile
la moderna musica strumentale. Si tratta qui di nuovo prevalentemente di
problemi di progresso » razionale, e puramente tecnico. Che per esempio il
cromatismo fosse noto molto prima della musica armonica, come mezzo di
rappresentazione della passione », risulta infatti dall'antica musica cromatica
(presumibilmente mono-armonica) per gli appassionati Sé,uror del frammento di
Euripide di recente scoperto. Non nella volontà espressiva artistica, bensì nei
mezzi espressivi tecnici stava la differenza di questa musica antica nei
confronti di quella cromatica che i grandi innovatori musicali del Rinascimento
crearono in un’impetuosa aspirazione razionale alla scoperta per poter appunto
dare forma musicalmente alla passione ». La novità tecnica era però che questo
cromatismo diventava quello dei nostri intervalli armonici, e non già quello
delle distanze melodiche di semitono, o di quarto di tono, degli Elleni. E che
potesse diventare tale, ha a sua volta il fondamento in precedenti soluzioni di
problemi tecnico-RAZIONALI; cioè soprattutto nella creazione della notazione
razionale (senza la quale nessuna moderna composizione sarebbe nemmeno
concepibile), e già prima nella creazione di determinati strumenti che
costrinsero all’interpretazione armonica di intervalli musicali, nonché, in
particolare, del canto polifonico razionale. Un contributo molto importante a
queste scoperte lo aveva però fornito, nel primo Medioevo, il monachesimo
dell’area missionaria nord-occidentale, il quale, senza presagire la posteriore
portata della propria opera, razionalizzò per i suoi scopi la polifonia
popolare, invece di organizzare la propria musica come fece il monachesimo
bizantino sul modello del uerorotég tratto dagli Elleni. Le caratteristiche
concrete, condizionate sociologicamente e dalla storia religiosa, della
situazione esterna e interna della chiesa cristiana in Occidente consentirono
qui che da un razionalismo proprio soltanto del monachesimo occidentale
sorgesse questa problematica musicale, che era nella sua essenza di carattere
tecnico». Dall'altra parte l'adozione e la razionalizzazione della misura di
danza, che è la fonte delle forme musicali sfocianti nella sonata, furono
condizionate da certe forme di vita della società rinascimentale. Infine lo
sviluppo del pianoforte, cioè di uno dei più importanti portatori tecnici dello
sviluppo musicale moderno e della sua diffusione nella borghesia, si radicò
nello specifico carattere intra-domestico della cultura nord-europea. Sono
tutti progressi dei mezzi tecnici della musica, che hanno così fortemente
determinato la sua storia. La storia empirica della musica potrà e dovrà
appunto seguire queste componenti dello sviluppo storico, senza avanzare, da
parte sua, una valutazione estetica delle opere musicali. Il progresso tecnico
si è molto spesso compiuto in prodotti che, valutati esteticamente, appaiono
del tutto insufficienti. Ma la direzione di interesse, cioè l'oggetto da
spiegare storicamente, è data alla storia della musica eteronomamente, mediante
la sua significatività estetica. Per il campo dello sviluppo della pittura, la
nobile modestia dell’impostazione problematica di Die k/assische Kunst di
Wélfflin® costituisce un esempio eminente delle fecondità di un lavoro
empirico. 8. Heinrich von Woélfflin, storico dell’arte tedesco, autore dei
Prole La piena separazione della sfera dei valori dalla realtà empirica emerge
poi in maniera caratteristica dal fatto che l’impiego di una determinata
zecnica, per quanto progressiva , non implica nulla sul valore estetico
dell’opera d'arte. Opere d'arte create con la tecnica più primitiva per esempio
quadri privi di ogni nozione di prospettiva possono risultare esteticamente di
eguale dignità di quelle più perfette prodotte mediante la tecnica razionale,
se si presuppone che la volontà artistica si sia limitata a quelle formulazioni
che sono adeguate a tale tecnica primitiva . La creazione di nuovi mezzi
tecnici rappresenta soltanto una crescente differenziazione, e dà soltanto la
possibilità di una crescente ricchezza dell’arte, nel senso di un incremento di
valore. Di fatto essa ha avuto, non di rado, l’effetto opposto di un
impoverimento del senso della forma. Ma per la considerazione empirico-causale
è proprio il mutamento della tecnica (nel senso più alto del termine) che
costituisce l'elemento di sviluppo più importante dell’arte, che si può
determinare in linea generale. Non soltanto gli storici dell’arte, ma gli
storici in genere replicano di solito che essi non possono rinunciare al
diritto di una valutazione politica o culturale o etica o estetica, né sono in
grado di compiere, senza di essa, il proprio lavoro. La metodologia non ha né
la forza né il proposito di prescrivere a chicchessia ciò che egli intende
offrire in un’opera letteraria. Essa si prende, da parte sua, soltanto il
diritto di stabilire che certi problemi hanno un senso tra loro eterogeneo, che
il loro scambio reciproco conduce la discussione a uno sterile gioco di
contrapposizioni, e che quindi una discussione condotta con i mezzi della
scienza empirica o della logica per gli uni è fornita di senso, e per gli altri
è invece impossibile. Forse si può qui aggiungere, senza per ora inoltrarci
nella sua dimostrazione, un'osservazione generale: un'analisi attenta di lavori
storici mostra con facilità che lo sforzo di seguire la catena causale,
storico-empirica, viene quasi senza eccezione interrotto, a danno dei risultati
scientifici, allorché lo storico comincia a gomena zu einer Psycologie der
Architektur (1866), di Renaissance und Barock, di Die Klassische Kunst, dei
Kunstgeschichtliche Grundbegrifle, dei Gedanken zur Kunstgeschichte e di varie
altre opere. valutare . Egli incorre allora nel pericolo, per esempio, di
spiegare come conseguenza di una mancanza o di una caduta ciò che forse era
effetto di ideali a lui eterogenei del soggetto che agisce, e pecca quindi di
fronte al suo compito più proprio quello dell’ intendere . Il fraintendimento
si spiega per due ragioni. In primo luogo per il fatto che, restando all’arte,
la realtà artistica è accessibile, oltre che alla pura considerazione
valutativa estetica da un lato e dall’altro alla pura considerazione empirica,
mirante alla determinazione delle cause, anche a una terza specie di
considerazione all’interpretazione di valore (sulla cui essenza non occorre qui
ripetere ciò che si è detto in altra sede). Sul suo valore specifico, e sulla
sua indispensabilità per ogni storico, non sussiste alcun dubbio; e così pure
non c’è alcun dubbio che il consueto lettore di studi di storia dell’arte si
aspetta di trovare anche, e per l’appunto, questa trattazione. Soltanto che
essa, presa nella sua struttura logica, non è identica con la considerazione
empirica. Questo però si deve riconoscere: chi vuole svolgere indagini di
storia dell’arte, per quanto puramente empiriche, deve possedere la capacità di
intendere la produzione artistica e questo non è assolutamente concepibile
senza quella capacità di giudizio estetico, cioè senza la capacità di
valutazione. La stessa cosa vale pure per lo storico della politica o della
letteratura o della religione o della filosofia. Ma ovviamente ciò non implica
nient'altro sull’essenza logica del lavoro storico. Di ciò si dirà oltre. Qui
si doveva discutere semplicemente la questione del senso in cui, a/ di fuori
della valutazione estetica, si può parlare di progresso in sede di storia
dell’arte. È risultato che questo concetto acquista un senso tecnico e
razionale che designa i mezzi necessari per un certo proposito artistico, e può
diventare come tale significativo per la storia dell’arte empiricamente
condotta. È ora tempo di indagare questo concetto di progresso razionale nel
suo campo più proprio, considerandolo nel suo carattere empirico o
non-empirico. Poiché quanto si è detto è soltanto un caso particolare di una
circostanza molto universale. La maniera in cui Windelband ha delimitato il
tema della sua Geschichte der Philosophie il processo mediante cui l'umanità
europea ha formulato la sua concezione del mondo in concetti scientifici
conduce nella sua pragmatica, a mio parere assai brillante, all'impiego di uno
specifico concetto di progresso che deriva da questo riferimento a valori
culturali (e di cui egli trae le conseguenze); e questo concetto da un lato
risulta nient’affatto evidente per ogni storia della filosofia, dall'altro, se
si assume un corrispondente riferimento a valori culturali, vale non soltanto
per una storia della filosofia, e neppure soltanto per la storia di qualsiasi
altra disciplina, ma diversamente da quanto Windelband sostiene! per ogni
storia in generale. Ciononostante, qui di seguito dobbiamo parlare soltanto di
quei concetti razionali di progresso , che occupano un posto nelle nostre
discipline sociologiche ed economiche. La nostra vita sociale ed economica,
europeo-americana, risulta razionalizzata in un modo e in un senso specifico.
Spiegare questa razionalizzazione, e elaborare i concetti ad essa corrispondenti,
è quindi uno dei principali compiti delle nostre discipline. Perciò ricompare
il problema toccato nell’esempio della storia dell’arte, ma lasciato in quella
sede aperto: che cosa vuol dire propriamente la designazione di un processo
come progresso razionale ? Si ripete anche qui la combinazione di progresso nel
triplice senso: 1) di un mero progredire nella differenziazione; 2) di una
progressiva razionalità tecnica dei mezzi; 3) di un incremento di valore. In
primo luogo un comportamento soggettivamente razionale non è identico con un
agire razionalmente corretto , che impieghi cioè oggettivamente mezzi corretti,
in conformità alla conoscenza scientifica. Ma esso di per sé significa soltanto
che il proposito soggettivo è diretto a un orientamento ordinato in vista di
mezzi ritenuti corretti per un dato scopo. Una progressiva razionalizzazione
soggettiva dell’agire non è quindi, di necessità, anche oggettivamente un
progresso nella direzione verso l’agire razionalmente corretto . La magia, per
esempio, è stata sistematicamente razionalizzata al pari della fisica. La prima
terapia deliberatamente razionale ha significato quasi ovunque un disprezzo per
la 9. Lelrbuch der Geschichte der Philosophie, Frciburg, i.B. cura dei sintomi
empirici con erbe e bevande provate solo empiricamente, a favore dello sforzo
di scacciare le cause (magiche o demoniache) vere e proprie della malattia.
Essa aveva perciò, formalmente, la medesima struttura razionale che rivestono
parecchi dei più importanti progressi della terapia moderna. Ma noi non potremo
valutare quelle terapie magiche di sacerdoti come progresso verso un agire
corretto , in antitesi a quell'empiria. E d’altra parte non ogni progresso
nella direzione verso l’impiego dei mezzi corretti è conseguito mediante un
progredire nel primo senso, cioè nel senso soggettivamente razionale. Che un
agire più razionale soggettivamente progressivo conduca a un agire
oggettivamente più conforme allo scopo , è soltanto una tra più possibilità, e
rappresenta un processo da aspettarsi con una (diversamente grande)
probabilità. Se però nel caso specifico è corretta la proposizione la quale
asserisce che la regola x è il mezzo (possiamo assumere il solo) per
raggiungere l’effetto y ciò che costituisce una questione empirica, poiché si
tratta della semplice inversione della proposizione causale: a x segue y e se
ora questa proposizione viene consapevolmente assunta da certi uomini per
l'orientamento del proprio agire in vista dell’effetto y il che è pure
determinabile empiricamente 4/lora il loro agire risulta orientato in modo
tecnicamente corretto . Se l’atteggiamento umano (di qualsiasi specie) è
orientato in qualche punto particolare in modo tecnicamente più corretto di
prima, ha luogo un progresso tecnico . Se questo sia il caso, è naturalmente
presupponendo sempre l’assoluta univocità dello scopo che viene stabilito una
determinazione che una disciplina empirica deve compiere di fatto con i mezzi
dell’esperienza scientifica, ossia una questione empirica. Vi sono quindi, in
questo senso ben inteso, dato un certo scopo 4nivoco concetti univocamente
determinabili di correttezza tecnica, e di progresso tecnico nei mezzi (dove
qui tecnica viene intesa nel suo senso più ampio, cioè come comportamento
razionale valido in tutti i campi, anche in quelÈ, della manipolazione e del
dominio politico, sociale, educatio, propagandistico sulle masse). Si può in
particolare (per accennare soltanto alle cose che ci toccano da vicino) parlare
in maniera abbastanza univoca di progresso nel campo specifico chiamato di
solito tecnica, al pari però che nel campo della tecnica commerciale o anche di
quella giuridica, se si assume qui come punto di partenza uno stato
univocamente determinato di una formazione concreta. Approssimativamente,
infatti, i singoli princìpi tecnicamente razionali, come ogni esperto sa,
entrano tra loro in conflitto, e tra di essi si può trovare sì un equilibrio da
qualche punto di vista di coloro che vi sono concretamente interessati, ma non
mai in maniera oggettiva. E assumendo dati bisogni, stabilendo inoltre che
tutti questi bisogni in quanto tali, nonché la valutazione della loro
importanza soggettiva, debbano essere sostrazti alla critica, infine
presupponendo una data maniera di ordinamento economico di nuovo con la riserva
che per esempio gli interessi alla durata, alla sicurezza e alla fecondità del
soddisfacimento di questi bisogni possono entrare, ed entrano, in conflitto c'è
anche un progresso economico verso un optimum relativo di copertura del
fabbisogno nel caso di date possibilità di mezzi disponibili. Ma c’è soltanto
in base a questi presupposti e a queste limitazioni. È stato fatto il tentativo
di derivare da ciò la possibilità di valutazioni univoche, e perciò puramente
economiche. Un esempio caratteristico in merito è il caso, citato dal prof.
Liefmann ", della distruzione di proposito dei beni di consumo scesi al di
sotto del prezzo di costo, nell’interesse della redditività dei produttori.
Questa distruzione dovrebbe essere valutata anche come oggettivamente corretta
dal punto di vista economico . Ma tale illustrazione e tutte le altre simili
questo è quanto ci interessa assumono come evidenti una serie di presupposti
che non lo sono; assumono cioè non soltanto che l'interesse dell'individuo vada
oltre la sua morte, ma anche che esso deve valere come tale, una volta per
sempre. Senza questa trasposizione dall’ essere al dover essere la valutazione
in questione, che si pretende puramente economica, non potrebbe venir
effettuata univocamente. Poiché senza di essa, per esempio, non si può parlare
degli interessi dei produttori e dei consumatori come di interessi di persone
che si 12. Liefmann, economista tedesco, autore dell’opera Die
Unternchmungsformen e di altri scritti. perpetuano. Che l'individuo prenda in
considerazione gli interessi dei suoi eredi, non è però più una circostanza
puramente economica. Agli uomini viventi vengono qui sostituiti piuttosto degli
interessati, i quali utilizzano il capitale nelle loro imprese ed esistono per
queste imprese. Ciò costituisce una finzione utile per scopi teorici; ma anche
come finzione non si adatta alla situazione dei lavoratori, e in particolare di
quelli senza figli. In secondo luogo essa ignora il fatto della situazione di
classe la quale, sotto il dominio del principio di mercato, può assolutamente
peggiorare (non che debba necessariamente), non già nonostante ma proprio ir
conseguenza della distribuzione ottima di capitale e lavoro nei diversi rami
produttivi ottima in quanto valutata dal punto di vista della redditività il
rifornimento di beni per certi strati di consumatori. Infatti quella
distribuzione ottima della redditività, che condiziona la costanza
dell’investimento di capitale, dipende a sua volta dalle costellazioni di forze
esistenti tra le classi, le cui conseguenze possono nel caso concreto (non già
che debbano necessariamente) indebolire la posizione di quegli strati nella
lotta per i prezzi. In terzo luogo essa ignora la possibilità di durevoli
antitesi di interessi, prive di possibilità di composizione, tra i membri di
diverse unità politiche; e quindi prende partito 4 priori per l’ argomento
della libertà di commercio , che si tramuta così, da mezzo euristico
estremamente utile, in una valutazione tutt'altro che evidente, appena da esso
si traggano postulati concernenti il dover essere. Quando però, per uscire da
questo conflitto, essa presuppone l’unità politica dell'economia mondiale (il
che teoricamente è senz'altro permesso), allora l’ineliminabile possibilità
della critica che suscita la distruzione di quei beni consumabili
nell'interesse dell’optimum di redditività permanente (dei prodotti e dei
consumatori) offerta dai rapporti esistenti quale viene qui presupposto si
sposta semplicemente nella sua ampiezza. La critica si dirige cioè contro
l’intero principio del rifornimento del mercato in base a tali direttive,
risultanti dall’optimum di redditività, esprimibile in denaro, di singole
economie in rapporto di scambio si dirige contro il principio în quanto tale.
Un'organizzazione di rifornimento dei beni, non organizzata in forma di
mercato, non avrebbe alcun motivo per tener conto della costellazione di
interessi economici individuali data in base al principio di mercato, e perciò
non sarebbe neppur costretta a sottrarre al consumo quei beni già esistenti.
Soltanto se si presuppongono le seguenti condizioni: 1) esclusivi interessi di
redditività permanenti, di persone concepite come costanti e con bisogni
anch'essi concepiti come costanti per lo scopo; 2) esclusivo dominio
dell’organizzazione di rifornimento dei beni fondata sul capitale privato,
mediante uno scambio di mercato completamente libero; 3) una potenza statale
non interessata come mero garante giuridico soltanto a queste condizioni la
concezione del prof. Liefmann risulta corretta anche solo dal punto di vista
teorico, e perciò giusta in maniera ovvia. Infatti la valutazione concerne
allora i mezzi razionali per la migliore soluzione di un problema tecnico
particolare di distribuzione dei beni. Le finzioni dell’economia pura, utili a
scopi teorici, non possono però essere trasformate in base di valutazioni
pratiche di fatti reali. Rimane stabilito che la teoria economica non può
asserire assolutamente nient’altro che questo: per il dato scopo tecnico x la
regola y è il solo mezzo appropriato, oppure lo è insieme a yy e a y, e
nell’ultimo caso tra y, yi e y. vi sono differenze del modo di operare ed
eventualmente di razionalità; la loro applicazione e il conseguimento dello
scopo x obbligano a tener conto delle conseguenze concomitanti 2, z, e 2. Tutto
ciò è il risultato di semplici inversioni di proposizioni causali; e nella
misura in cui si possono riferire ad esse delle valutazioni , queste risultano
esclusivamente valutazioni del grado di razionalità di un’azione prospettata.
Le valutazioni sono univoche soltanto quando lo scopo economico e le condizioni
di struttura sociale appaiono date, quando si tratta soltanto di scegliere tra
diversi mezzi economici, e quando questi sono diversi soltanto in riferimento
alla sicurezza, alla rapidità e alla produttività quantitativa dell'effetto, ma
funzionano in maniera del tutto identica sotto ogni altro rispetto che possa
risultare importante per gli interessi umani. Soltanto allora un mezzo deve
essere anche valutato incondizionatamente come quello tecnicamente più corretto
, e questa valutazione risulta univoca. In ogni altro caso, che non sia
puramente tecnico, la valutazione cessa di essere univoca, e si presentano
valutazioni che non possono venir determinate su base puramente economica. Ma
con la determinazione dell’univocità di una valutazione tecnica entro la sfera
puramente economica z0n si perviene, naturalmente, a una univocità della
valutazione definitiva. Piuttosto, al di là di queste discussioni comincerebbe
il turbine della infinita molteplicità di possibili valutazioni, che possono
venir controllate soltanto riportandole ad assiomi ultimi. Infatti per
menzionare una cosa soltanto dietro l’azione sta l’uomo, per il quale il progredire
della razionalità soggettiva e della correttezza tecnico-oggettiva dell'agire
in quanto tale può valere, al di sopra di un certo grado e anzi, in base a
certe concezioni, in maniera del tutto generale come un pericolo a cui vengono
esposti i beni importanti (ad esempio quelli etici o religiosi). Difficilmente
qualcuno di noi condividerà l’etica (estrema) buddistica, che respinge ogni
azione diretta a uno scopo perché essa è tale, cioè in quanto allontana dalla
redenzione. Ma confutarla , nel senso in cui si confuta un falso esempio
aritmetico oppure un’errata diagnosi medica, è semplicemente impossibile. Pur
senza ricorrere a esempi così estremi, è però agevole comprendere che i
processi di razionalizzazione economica, per quanto senza dubbio tecnicamente
corretti, non sono in nessuna maniera legittimati di fronte al foro della
valutazione per questa loro qualità. Ciò vale per tutti i processi di
razionalizzazione, nessuno escluso, comprendendovi pure campi in apparenza
puramente tecnici come quelli della banca. Coloro che si oppongono a tali
processi di razionalizzazione non sono affatto necessariamente dei pazzi.
Piuttosto, ogni qual volta si voglia valutare, si deve prendere in
considerazione l’influenza dei processi di razionalizzazione tecnica sulla
modificazione dell’insieme delle condizioni di vita, esterne e interne. Sempre,
e senza eccezione, il concetto di progresso legittimo nelle nostre discipline
riguarda l’aspetto tecnico , il che vuol dire come si è accennato il mezzo
necessario per uno scopo dato univocamente. Mai esso si innalza alla sfera
delle valutazioni ultime . Dopo quanto si è detto, io ritengo l’impiego del
termine progresso » di per sé inopportuno anche nel campo limitato della sua
applicabilità empiricamente incontestabile. Ma non è mai possibile proibire ad
alcuno l’uso di un termine; sono soltanto da evitare i possibili
fraintendimenti. Rimane ora da discutere, prima di giungere alla fine, un
ultimo gruppo di problemi concernenti la posizione dell’elemento razionale
entro le discipline empiriche. Quando ciò che è normativamente valido diventa
oggetto di indagine empirica, allora perde, in quanto oggetto, il suo carattere
di norma; esso viene considerato come esistente », non come valido ». Per
esempio, qualora la statistica volesse stabilire il numero degli errori
aritmetici» entro una determinata sfera di calcolo professionale il che
potrebbe pur avere un senso scientifico i princìpi fondamentali della tavola
pitagorica varrebbero » per essa in due sensi del tutto diversi. Per un verso
la loro validità normativa è naturalmente il presupposto assoluto del suo
proprio lavoro di calcolo. Ma per un altro verso, per cui si indaga il grado di
applicazione corretta » della tavola pitagorica in quanto oggetto
dell'indagine, le cose stanno, considerate logicamente, in maniera del tutto
diversa. Qui l’applicazione della tavola pitagorica da parte di quelle persone,
i cui calcoli sono oggetto di analisi statistica, viene studiata come una
massima effettiva di comportamento, divenuta loro abituale mediante
l’educazione; e si deve pertanto stabilire la frequenza della sua applicazione
di fatto, proprio come possono essere oggetto di determinazione statistica
certi fenomeni di pazzia. Che la tavola pitagorica valga normativamente, sia
cioè corretta , non è oggetto di discussione in questo caso, in cui l’ oggetto
è invece la sua applicazione; ed è anzi logicamente del tutto indifferente. Lo
statistico, nel corso della sua analisi statistica dei calcoli delle persone su
cui indaga, deve da parte sua naturalmente adeguarsi a questa convenzione, di
calcolare secondo la tavola pitagorica . Ma egli dovrebbe parimenti impiegare
un procedimento di calcolo falso , quale risulta se valutato normativamente,
nel caso in cui esso fosse stato ritenuto corretto in un gruppo umano ed egli
dovesse indagare statisticamente la frequenza della sua applicazione di fatto,
che appariva corretta dal punto di vista di quel gruppo. Per ogni
considerazione empirica, sociologica o storica, la nostra tavola pitagorica,
nel caso in cui si presenti come oggetto dell'indagine, è una massima di
comportamento pratico valida convenzionalmente in un gruppo umano, e seguita
con maggiore o minore approssimazione, e nient'altro. Ogni esposizione della
dottrina pitagorica della musica deve anzitutto assumere il calcolo falso per
il nostro sapere che 12 quinte siano eguali a 7 ottave. Così pure ogni storia
della logica deve assumere l’esistenza storica di asserzioni logiche (per noi)
contraddittorie, ed è umanamente comprensibile, ma non rientra tuttavia nel
compito di un'analisi scientifica, che si possa accompagnare tali assurdità con
esplosioni di sdegno, come ha fatto uno storico assai eminente della logica
medievale 13 Questa metamorfosi di verità normativamente valide in opinioni
valide convenzionalmente, alla quale sottostanno intere formazioni spirituali,
anche i princìpi logici o matematici, metamorfosi che ha luogo quando tali
verità diventano oggetto di una considerazione che si riferisce al loro essere
empirico, e non già al loro senso (normativamente) corretto, avviene in maniera
del tutto indipendente dalla circostanza che la validità normativa delle verità
logiche e matematiche costituisce d’altra parte l’a priori di ogni scienza
empirica. Meno semplice è la loro struttura logica nel caso di quella funzione
già prima accennata, che loro spetta nell'indagine empirica di connessioni
spirituali, e che deve di nuovo essere distinta con cura dalle altre due, cioè
dalla loro posizione come oggetto di ricerca e dalla loro posizione come 4
priori della ricerca. Ogni scienza di connessioni spirituali o sociali
costituisce una scienza del comportamento ma7z0 (facendo rientrare nell’ambito
di tale concetto, in questo caso, ogni atto spirituale e ogni abito psichico).
Essa vuole intendere questo comportamento e per questa via interpretare
esplicativamente il suo corso. Non possiamo qui trattare il difficile concetto
di intendere; a noi interessa, in questo contesto, soltanto una sua specie
particolare, cioè l'interpretazione razionale . Noi intendiamo ovviamente
senz’altro che un pensatore risolva un determinato problema nel modo che noi
stessi riteniamo normativamente corretto , che per esempio un uomo calcoli in
maniera. Weber allude qui alla Geschichte der Logik im Abendland di Prand,
Leipzig corretta o che impieghi per uno scopo che si propone i mezzi, a nostro
parere, corretti . E la nostra comprensione di questi processi è quindi
particolarmente evidente, poiché si tratta appunto della realizzazione di ciò
che è oggettivamente valido . E tuttavia ci si deve guardare dal credere che in
questo caso ciò che è normativamente corretto appaia, dal punto di vista
logico, nella medesima struttura che riveste nella sua posizione generale come
4 priori di ogni indagine scientifica. Piuttosto la sua funzione come mezzo
dell’intendere è precisamente la stessa che la penetrazione simpatetica
puramente psicologica compie nelle connessioni logicamente i irrazionali dei
sentimenti e degli affetti, allorché si tratta di conoscerle attraverso la
comprensione. Non già la correttezza normativa, bensì da una parte le abitudini
convenzionali del ricercatore e del docente a pensare così e non altrimenti,
dall’altra però anche, nel caso in cui sia richiesta, la sua capacità di poter
penetrare simpateticamente , a scopo di comprensione, in un pensiero che si
discosta da quel modo, e che gli appare quindi normativamente falso secondo le
sue abitudini, rappresentano qui il mezzo della spiegazione comprendente. Già
il fatto che il pensiero falso, cioè l’errore , sia in linea di principio
accessibile alla comprensione al pari del pensiero corretto , dimostra infatti
che ciò che vale come normativamente corretto viene qui considerato non 12
quanto tale, ma soltanto come un tipo convenzionale, assai facilmente
intelligibile. Ciò conduce ora a un'ultima constatazione sulla funzione di ciò
che è normativamente corretto nell’ambito della conoscenza sociologica. Già
allo scopo di intendere un calcolo, oppure un’asserzione logica falsa, e di
stabilire e di rappresentare il suo influire in quelle conseguenze di fatto che
ha avuto, si dovrà ovviamente non soltanto provarlo calcolando correttamente ,
oppure pensando logicamente in maniera corretta, ma anche indicare
esplicitamente, con i mezzi del calcolo corretto o della logica corretta , quel
punto in cui il calcolo o l’asserzione logica in esame diverge da ciò che
l’autore considera da parte sua come normativamente corretto . E ciò non di
necessità soltanto per quello scopo pratico-pedagogico, che per esempio
Windelband pone in primo piano nell’Introduzione alla sua Geschichte der
Philosophie" (stabilire tavole di ammonimento contro vie errate ), e che
costituisce soltanto un’auspicabile prodotto secondario del lavoro storico. E
ciò neppure perché ogni problematica storiografica, nel cui oggetto rientri no
conoscenze logiche o matematiche o scientifiche di altro genere, debba
inevitabilmente avere a propria base come unica possibile relazione di valore
ultima, decisiva per la selezione, soltanto il valore di verità da noi
riconosciuto valido, e quindi il progresso in direzione di questo; sebbene poi,
se questo fosse effettivamente il caso, rimarrebbe da tener presente la
circostanza sovente constatata da Windelband, che il progresso in questo senso
ha varie volte imboccato, invece della strada diretta, quella che in termini
economici si può dire la deviazione più redditizia attraverso errori, cioè
attraverso confusioni di problemi. Ciò accade invece perché (anzi solo in
quanto) quei punti in cui la formazione spirituale, indagata come oggetto,
diverge da ciò che l’autore deve ritenere corretto , diventeranno di regola per
lui importanti vale a dire specificamente caratteristici ai suoi occhi, e
quindi, dal suo punto di vista, o riferiti direttamente ai valori oppure legati
in rapporto causale con altri aspetti riferiti ai valori. Ciò avverrà
normalmente quanto più il valore di verità di certi princìpi è il valore
direttivo di un'esposizione storica, particolarmente della storia di una
determinata scienza (per esempio della filosofia o dell’economia politica
teorica). Ma questo non è affatto il caso esclusivo. Una situazione almeno
analoga sì presenta ovunque un agire soggettivamente razionale, secondo il suo
proposito, forma in genere l’oggetto di una rappresentazione, e ovunque errori
di pensiero o errori di calcolo possono costituire delle componenti causali del
corso dell’agire. Per intendere per esempio la condotta di una guerra si dovrà
inevitabilmente immaginare da entrambe le parti sebbene non necessariamente in
forma esplicita o dettagliata un ideale comandante supremo, al quale sia nota
la situazione generale e la dislocazione delle forze militari contrapposte, e
siano pure note e continuamente presenti le possibilità che ne derivano di
conseguire il fine, in concreto univocamente determinato, della distruzione
della potenza militare avversaria e che in base a questa conoscenza abbia agito
senza errori, e anche senza sbagliare logicamente. Soltanto allora si può
stabilire con precisione quale influenza ha avuto sull’andamento delle cose la
circostanza che i comandanti reali non abbiano posseduto né quella conoscenza
né questa immunità dagli errori, e non siano stati in genere delle macchine per
pensare razionali. La costruzione razionale ha qui pertanto il valore di
servire come mezzo di corretta imputazione causale. Il medesimo senso hanno
quelle costruzioni utopiche di un agire razionale rigoroso e privo di errori,
che crea la teoria economica pura . Allo scopo dell’imputazione causale di
processi empirici noi abbiamo bisogno appunto di costruzioni razionali,
tecnico-empiriche o anche logiche, le quali rispondano a questa questione:
come, nel caso di una correttezza e non-contraddittorietà assolutamente
razionale, sia empiricamente sia logicamente, potrebbe configurarsi (oppure
essersi configurata) una certa circostanza, che rappresenta o una connessione
esterna dell’agire o anche una formazione concettuale (per esempio un sistema
filosofi co). Considerata dal punto di vista logico, la costruzione di una
siffatta utopia razionalmente corretta è però soltanto una delle diverse
formazioni possibili di un tipo ideale come ho definito (in una terminologia
per me preferibile a ogni altra espressione) tali costrutti concettuali.
Infatti non soltanto è possibile concepire, come si è detto, dei casi in cui
una conclusione caratteristicamente fa/sa oppure un determinato atteggiamento
tipico contrario allo scopo possono rendere, come tipo ideale, un migliore
servizio; ma soprattutto vi sono intere sfere di atteggiamento (le sfere dell’
irrazionale ), nelle quali può meglio servire a tale proposito non già il
massimo di razionalità logica, bensì semplicemente una univocità conseguita
mediante l’astrazione isolante. Di fatto il ricercatore impiega assai spesso
dei tipi ideali costruiti in maniera normativamente corretta . Considerata
logicamente, però, la correttezza normativa di questi tipi non è cosa
essenziale. Ma un ricercatore può, per caratterizzare per esempio una forma
specifica di coscienza tipica agli uomini di un’epoca, costruire sia un tipo di
coscienza che gli appare personalmente conforme alla normasotto il profilo
etico, e quindi in tal senso oggettivamente corretta , sia un tipo che gli
appare invece eticamente opposto alla norma per comparare con esso
l'atteggiamento degli uomini sui quali sta indagando oppure può infine
costruire anche un tipo di coscienza a cui egli personalmente non attribuisce
nessun predicato positivo o negativo di qualsiasi specie. Ciò che è
normativamente corretto non ha nessun monopolio per questo scopo. Infatti,
quale che sia il contenuto di un tipo ideale razionale sia che esso rappresenti
una norma di fede etica, giuridica, estetica o religiosa, oppure una massima di
politica giuridica o sociale o culturale, oppure una valutazione di qualsiasi
specie espressa nella forma il più possibile razionale la sua costruzione ha
sempre, nell’ambito delle indagini empiriche, soltanto lo scopo di comparare
con esso la realtà empirica, e di stabilire il suo contrasto o la sua
lontananza da essa oppure il suo relativo accostarsi ad essa, per poterla
descrivere e intendere mediante l'imputazione causale e quindi spiegarla,
facendo uso di concetti intelligibili 11 più possibile univocamente. Queste
funzioni esplica, per esempio, l’elaborazione concettuale della dogmatica
giuridica per la disciplina empirica della storia del diritto, e così pure la
dottrina del calcolo razionale per l’analisi dell’atteggiamento reale delle
singole economie nell’economia acquisitiva. Entrambe le discipline dogmatiche
ora citate hanno naturalmente inoltre, in quanto dottrine tecniche , scopi
eminentemente pratico-normativi. Ed entrambe sono, in tale loro qualità di
scienze dogmatiche, così poco empiriche nel senso qui discusso come possono
esserlo la matematica o la logica, l’etica normativa o l’estetica, da cui del
resto esse differiscono, per altri motivi, tanto quanto queste sono anche
diverse tra loro. La teoria economica, infine, è ovviamente una dogmatica in
senso logicamente assai diverso da quello, per esempio, della dogmatica
giuridica. I suoi concetti si riferiscono alla realtà economica in maniera
specificamente diversa da quella in cui i concetti della dogmatica giuridica si
riferiscono alla realtà dell’oggetto della storia o della sociologia del
diritto. Ma, come i concetti dogmatici della scienza giuridica possono e
debbono venir impiegati da queste ultime come tipi ideali , così questa specie
di impiego per la conoscenza della realtà sociale presente e passata
costituisce addirittura il senso esclusivo della teoria economica pura. Essa
formula determinati presupposti, che nella realtà non si trovano quasi mai
attuati in forma pura, ma che si riferiscono ad essa con un diverso grado di
approssimazione, chiedendosi come in base ad essi verrebbe a configurarsi
l’agire sociale degli uomini, qualora esso procedesse in maniera strettamente
razionale. Essa assume, in particolare, il predominio di puri interessi
economici ed esclude quindi l'influenza di orientamenti politici o di altra
specie non economica. In essa ha però avuto luogo il tipico procedere di una
confusione di problemi . Infatti quella pura teoria non-statale , amorale ,
individualistica , che è stata e sarà sempre indispensabile come strumento
metodico, è stata concepita dalla scuola liberistica radicale come una copia
esauriente della realtà naturale, cioè della realtà che non è stata falsata
dalla stupidità umana, e inoltre, in base a ciò, come un dover essere come un
ideale valido nella sfera normativa, che si poneva al posto di un tipo ideale
utilizzabile per la ricerca empirica intorno a ciò che è. Allorché i mutamenti
di valutazione dello stato, prodottisi nella politica economica e sociale,
provocarono una ripercussione nella sfera valutativa, questa ripercussione
colpì di nuovo la sfera dell’essere; di modo che la teoria economica pura fu
rigettata non soltanto come espressione di un ideale sebbene essa non avesse
mai potuto pretendere tale dignità ma anche come metodo per la ricerca sulla
realtà di fatto. Considerazioni filosofiche di specie più diversa dovevano
sostituire la pragmatica razionale; e l’identificazione di ciò che è
psicologicamente con ciò che vale eticamente rendeva ineseguibile una precisa
distinzione della sfera della valutazione dal lavoro empirico. Le straordinarie
prestazioni degli esponenti di questo sviluppo scientifico nel settore storico
o sociologico o politico-sociale sono ormai universalmente riconosciute; ma chi
giudichi in maniera impregiudicata deve pur riconoscere la completa caduta,
durata per decenni, del lavoro teorico e in genere di una rigorosa scienza
economica, che quella mescolanza di problemi ha avuto per sua naturale
conseguenza. Una delle due tesi principali, con cui lavoravano gli avversari
della teoria pura, sosteneva che le costruzioni RAZIONALI di questa fossero
pure finzioni , le quali non asseriscono nulla sulla realtà dei fatti.
Correttamente intesa, questa affermazione è valida. Infatti le costruzioni
teoriche sono soltanto al servizio della conoscenza della realtà che da sole
non possono fornire; e anche nel caso estremo questa realtà, per la
cooperazione di altre circostanze e serie di motivi, non contenute nei loro
presupposti, risulta soltanto approssimata rispetto al corso così costruito.
Ciò non dimostra certamente nulla, secondo quanto si è detto, contro l’utilità
e la necessità della teoria pura. La seconda tesi sosteneva che non potesse
esserci in ogni caso una dottrina avalutativa concernente la politica
economica, formulata scientificamente. Essa è naturalmente del tutto falsa,
tanto falsa che proprio l’ avalutatività nel senso precedentemente illustrato
rappresenta il presupposto di ogni considerazione puramente scientifica della
politica, in particolare di quella sociale ed economica. Non occorre qui
ripetere che è evidentemente possibile, e scientificamente utile e necessario,
formulare proposizioni di questo tipo: per conseguire l’effeto (politico-economico)
x, y è il solo mezzo, oppure date le condizioni di, 52, d3 Yi Y yY: sono i soli
mezzi, o i mezzi più appropriati. E c’è soltanto bisogno di accennare che il
problema consiste nella possibilità di un'assoluta urivocità di designazione
dello scopo a cui si tende. Se questa ha luogo, allora si tratta di una
semplice inversione di proposizioni causali, e quindi di un problema puramente
tecnico . Proprio perciò la scienza non è affatto costretta, in tutti questi
casi, a concepire queste proposizioni teleologiche di carattere tecnico
diversamente che come semplici proposizioni causali, cioè in questa forma: a y
segue sempre, oppure a Yi, Ya 7: Se gue, nelle condizioni è;, 6, 6, l’effetto
x. Infatti ciò vuol dire precisamente la stessa cosa, e l’uomo pratico può
facilmente derivarne dei precetti . Ma la dottrina scientifica dell'economia ha
pure alcuni altri compiti, accanto alla determinazione di pure formule
tipico-ideali da un lato e dall'altro alla determinazione di tali connessioni
economiche particolari, di carattere causale poiché si tratta senza eccezione
di connessioni di questo genere, se x è abbastanza uzivoco, e se quindi
l'imputazione dell’effetto alla causa, cioè del mezzo allo scopo, dev'essere
abbastanza rigorosa. Esso deve inoltre indagare la totalità dei fenomeni
sociali nel modo in cui sono condizionati da cause economiche; e ciò mediante
l’interpretazione della storia e della società sotto il profilo economico. E
d'altra parte essa deve pure determinare il condizionamento dei processi e
delle forme di economia da parte dei fenomeni sociali, secondo le loro diverse
forme e i loro diversi stadi di sviluppo; e ciò mediante la storia economica e
la sociologia dell'economia. Entro questi fenomeni sociali rientrano
evidentemente, e certo in prima linea, le azioni e le formazioni politiche, in
particolare lo stato e il diritto garantito statalmente: ma, è pure ovvio, non
soltanto quelle politiche bensì la totalità di quelle formazioni che
influenzano l’economia, in n grado abbastanza rilevante per l'interesse
scientifico. Indicare l'insieme di questi problemi come una dottrina della «
politica economica sarebbe naturalmente assai poco appropriato. L’uso che
tuttavia se ne fa a tale scopo può soltanto venir spiegato esteriormente in
base al carattere delle università come istituti educativi per funzionari
statali, e interiormente in base agli enormi strumenti che lo stato possiede
per influire in modo intensivo sulla vita economica, e quindi in base
all'importanza pratica della sua considerazione. Non occorre constatare di
nuovo che in tutte queste indagini è sempre possibile invertire le asserzioni
sul rapporto « causa-effetto in asserzioni sul rapporto « mezzo-scopo , quando
la conseguenza in questione può essere stabilita con sufficiente univocità. In
tale maniera il rapporto logico tra sfera della valutazione e sfera della
conoscenza empirica non risulta naturalmente affatto mutato. E solo più a una
cosa rimane, al termine di questa analisi, da accennare. Lo sviluppo degli
ultimi decenni, e specialmente gli avvenimenti senza precedenti di cui siamo
oggi testimoni, hanno potentemente accresciuto il prestigio dello stato. Ad
esso soltanto, tra tutte le comunità sociali, viene oggi attribuita una forza
«legittima sulla vita, la morte e la libertà; e i suoi organi ne fanno uso, in
guerra contro i nemici esterni, in pace e in guerra contro gli oppositori
interni. Esso è in pace il maggiore imprenditore economico e il più potente
esattore di tributi dei cittadini; in guerra dispone nella maniera più illimitata
di tutti i beni economici che gli sono accessibili. La sua moderna forma
razionale di organizzazione ha reso possibile, in numerosi settori, compiti che
senza dubbio nessun agire associato di altra specie avrebbe potuto eseguire,
neppure in modo approssimato. Non poteva non accadere che da ciò si traesse la
conseguenza che lo stato deve anche essere soprattutto nelle valutazioni che si
muovono entro il campo della politica il valore ultimo, e che ogni agire
sociale deve, in ultima analisi, venire commisurato ai suoi interessi di
esistenza. Solo che anche questo processo costituisce una trasposizione, del
tutto indebita, di fatti della sfera dell’essere in norme della sfera della
valutazione pur prescindendo qui dalla mancanza di univocità delle conseguenze
tratte da quella valutazione, come appare subito da ogni considerazione dei
mezzi (per la conservazione o l’incremento dello stato ). Entro la sfera dei
puri fatti oggettivi si deve far valere anzitutto, di fronte a quel prestigio,
la constatazione che lo stato 207 può certe cose. E ciò anche nei campi che
risultano i suoi domini più propri, come in quello militare. L'osservazione di
alcuni fenomeni che la guerra attuale ha reso manifesti negli eserciti di stati
razionalmente eterogenei ci insegna che la libera dedizione dell'individuo al
compito che il suo stato rappresenta una dedizione che lo stato non può imporre
è tutt'altro che indifferente per il successo militare. E per il campo
economico basta accennare che la trasposizione di forme e di principi
dell’economia bellica in forma di fenomeni permanenti di pace potrebbe
rapidamente avere conseguenze che condurrebbero in rovina, proprio per i suoi
sostenitori, l'ideale di uno stato espansivo. Su questo, tuttavia, non occorre
soffermarci più a lungo. Nella sfera della valutazione è però possibile
sostenere, in maniera pienamente dotata di senso, il punto di vista che
vorrebbe veder rafforzata il più possibile la potenza dello stato come mezzo
coercitivo contro ogni resistenza, ma che d'altra parte gli nega qualsiasi
valore proprio e lo qualifica come un mero strumento tecnico per la
realizzazione di valori del tutto diversi, dai quali soltanto esso potrebbe
prendere in prestito la sua dignità e mantenerla anche solo finché non cercasse
di spogliarsi di questo suo compito ausiliario. Naturalmente qui non si deve né
svolgere né sostenere questo o qualsiasi altro possibile punto di vista
valutativo. Si deve però soltanto ricordare che, se ce n'è qualcuna,
l'obbligazione più particolarmente appropriata a pensatori di professione
consiste nel mantenere di fronte agli ideali dominanti al momento, anche di
fronte ai più forniti di maestà, una mente fredda, nel senso di rimanere
personalmente capace di nuotare contro la corrente . Le idee tedesche furono un
prodotto da letterati”. Il socialismo del futuro è una frase per la
razionalizzazione dell'economia, da attuarsi mediante una combinazione di
burocratizzazione ulteriore e di amministrazione da parte di un gruppo
organizzato di individui interessati. Quanto il fanatismo dei patrioti di
ufficio della politica economica invoca per queste misure puramente tecniche,
in luogo di una discussione oggettiva della loro opportunità, in buona parte
condizionata semplicemente dalla politica finanziaria, la consacrazione non
soltanto della filosofia tedesca ma anche della religione come oggi avviene in
ampie proporzioni ciò non rappresenta altro che una ripugnante degenerazione di
gusto di letterati che si reputano importanti. Come possano 0 debbano apparire le
reali idee tedesche, alla cui elaborazione avranno parte anche i reduci dalla
guerra, nessuno può oggi ben prevedere. Ma da queste dipenderà appunto il
futuro. 15. Weber si riferisce qui al manifesto nazional-socialista pubblicato dal
sociologo Plenge, col titolo 1789 und 1914: die symbolische Jahre in der
Geschichte des politischen Geistes, nel quale le idee tedesche del 1914 erano
contrapposte ai princìpi della Rivoluzione francese. Per assecondare il vostro
desiderio, dovrò parlare della scienza come professione . Ebbene, è una specie
di pedanteria di noi economisti, alla quale voglio attenermi, quella di prender
sempre le mosse dalla situazione esteriore, e quindi, nel caso nostro, dalla
domanda: come si configura la scienza come professione nel senso materiale
della parola? E questo, in sostanza, oggi praticamente significa: qual è la
situazione di un laureato che abbia deciso di dedicarsi per professione alla
scienza nell’ambito della vita accademica? Per comprendere in che cosa consista
su questo punto la particolarità della situazione tedesca, è opportuno
procedere comparativamente, rendendoci conto di come stiano le cose nel paese
straniero che sotto questo aspetto presenta la più recisa antitesi con le
nostre condizioni, e cioè negli Stati Uniti. Da noi come tutti sanno un giovane
che si dedichi alla scienza come professione, inizia normalmente la sua
carriera come libero docente . Dopo essersi consultato col professore titolare
della materia e averne avuto l'approvazione, egli consegue l’abilitazione in
una università, in base a un libro e a un esame, per lo più semplicemente
formale, da parte della facoltà, dopo di che tiene lezioni senza stipendio,
compensato soltanto mediante le tasse d'iscrizione al suo corso intorno
all'argomento da lui scelto entro i limiti della sua verza * Wissenschaft als
Beruf (conferenza tenuta all’Università di Monaco), raccolto nel volume
Gesammelte Aufsitze zur Wissenschaftslehre, Tiibingen, J. C. B. Mohr (a cura di
Johannes Winckelmann) (La scienza come
professione, tr. it. Giolitti, in Il lavoro intellettuale come professione,
Torino, Einaudi). legendi. In America la carriera universitaria comincia
normalmente in modo del tutto diverso, e cioè con l'assunzione in qualità di
assistente: qualcosa di simile a quel che avviene di solito nei nostri grandi
istituti delle facoltà di scienze naturali e di medicina, dove è soltanto una
frazione degli assistenti ad aspirare spesso solo dopo parecchio tempo alla
formale abilitazione a libero docente. La differenza significa praticamente che
da noi la carriera di un uomo di scienza poggia interamente su presupposti
plutocratici. Giacché, per un giovane studioso privo di disponibilità
patrimoniali, è estremamente arrischiato esporsi, in linea generale, alle
condizioni imposte dalla carriera accademica. Egli deve poter tirare avanti
almeno un certo numero di anni senza sapere in nessun modo se avrà in seguito
la possibilità di riuscire a raggiungere una posizione che gli permetta di
provvedere al proprio mantenimento. Viceversa, negli Stati Uniti vige il
sistema burocratico. Là il giovane è pagato fin dall’inizio. Modestamente, si
capisce: lo stipendio, il più delle volte, raggiunge appena il livello del
salario di un operaio a un grado minimo di specializzazione. Tuttavia egli
comincia pur sempre con una posizione apparentemente sicura, giacché percepisce
un compenso fisso. Ma è previsto che possa essere licenziato, come i nostri
assistenti, e tale sorte lo attende spesso inesorabilmente se non corrisponde
alle aspettative che si ripongono in lui. Tali aspettative però si limitano a
che insegni ad aula esaurita . Ciò non può capitare a un libero docente
tedesco. Una volta che egli lo diventa, non ci si libera più di lui. Certamente
egli non ha diritti. Tuttavia ha motivo di pensare che, dopo un'attività di
alcuni anni, gli spetti una specie di diritto morale a esser preso in
considerazione: anche e ciò è spesso importante quando si tratti dell’eventuale
abilitazione di altri liberi docenti. La questione se in linea di principio si
debba dare l’abilitazione a qualunque studioso di provata capacità o se invece si
debba tener conto dei bisogni dell’insegnamento , attribuendo così ai docenti
già abilitati un monopolio dell’insegnamento, è un penoso dilemma connesso con
quel doppio aspetto della professione universitaria a cui ora accenneremo. Di
solito, si decide per la seconda alternativa. Ma ciò aumenta il pericolo che il
titolare della materia în questione, nonostante la massima coscienziosità
soggettiva, dia la preferenza ai propri scolari. Personalmente, io ho seguito
il principio sia detto di passaggio che uno studioso laureato con me debba dar
prova di sé e conseguire l'abilitazione presso n altro professore e in un’altra
università. Ma il risultato fu che uno dei miei più valenti allievi venne
respinto perché nessuno credette che tale fosse il motivo del suo trasferimento.
Un'altra differenza rispetto all'America è la seguente: da noi, il libero
docente è in generale meno occupato con le lezioni di quanto egli stesso
desidererebbe. Senza dubbio avrebbe il diritto di tenere tutte le lezioni della
sua materia. Ma ciò viene considerato una sconveniente mancanza di riguardo
verso i docenti più anziani, e di regola le lezioni importanti sono tenute dal
titolare della cattedra, mentre il docente si accontenta di lezioni 4 latere.
Egli ne trae il vantaggio, sia pure involontariamente, di poter disporre degli
anni della giovinezza per il lavoro scientifico. Tutto ciò in America è
organizzato in maniera fondamentalmente diversa. Proprio nei primi anni il
docente è assolutamente sovraccarico di lavoro, appunto perché è pagato. In un
dipartimento di germanistica, per esempio, il professore ordinario terrà un
corso di tre ore settimanali su Goethe e basta, mentre l'assistente più giovane
sarà ben contento se con dodici ore settimanali, oltre all'insegnamento
elementare della lingua tedesca, gli verrà assegnato qualche altro argomento su
un poeta della levatura di Uhland'. Infatti sono gli organi ufficiali della
facoltà a prescrivere il programma di insegnamento, al quale l’assistente
americano è altrettanto vincolato quanto da noi l’assistente d’istituto.
Possiamo ora vedere chiaramente come da noi il più recente sviluppo
dell’organizzazione universitaria in vasti settori della scienza segua
l'orientamento di quella americana. I grandi istituti per gli studi di medicina
o di scienze naturali sono imprese capitalistiche di stato . Non possono esser
amministrati senza grandi mezzi. E anche lì si verifica, come in ogni 1. Johann
Ludwig Uhland, poeta romantico tedesco, autore anche di drammi storici, di
studi sull’antica letteratura tedesca e di volumi sulla mitologia germanica:
prese parte alla vita politica dell'età della Restaurazione, aderendo a
posizioni nazionali-liberali, e nel 1848 fu membro dell'assemblea di
Francoforte. impresa capitalistica, la separazione del lavoratore dai mezzi di
produzione . Il lavoratore, vale a dire l’assistente, è ridotto a servirsi
degli strumenti che lo stato mette a sua disposizione; egli viene pertanto a
dipendere dal direttore d’istituto allo stesso modo dell’impiegato in una
fabbrica giacché quel direttore s'immagina, in perfetta buona fede, che
l'istituto sia swo e vi fa da padrone e la sua posizione è spesso altrettanto
precaria come quella di un qualsiasi proletaroide o di un assistente di
università americana. La nostra vita universitaria tedesca va
americanizzandosi, come la nostra vita in generale, in certi punti assai
importanti, e questo sviluppo ne sono convinto si estenderà in seguito anche a
quei campi dove, come avviene ancor oggi in larga misura nel mio, è l’artigiano
stesso a possedere lo strumento di lavoro (essenzialmente la biblioteca), in
modo del tutto analogo all’artigiano d’altri tempi nell’ambito del suo
mestiere. Il processo è in pieno sviluppo. I vantaggi tecnici sono
assolutamente indiscutibili, come in ogni azienda capitalistica e al tempo
stesso burocratizzata. Ma lo spirito che vi domina è tutt'altro dall’antica
atmosfera tradizionale delle università tedesche. C'è un abisso
straordinariamente profondo, esteriormente e interiormente, tra il dirigente di
una simile grande impresa capitalistica universitaria e il solito professore
ordinario di vecchio stile: anche nell’atteggiamento interiore. Non posso qui
dilungarmi su questo punto. Tanto all'interno quanto all’esterno l'antico
ordinamento universitario è diventato fittizio. Ma è rimasto, e anzi si è
sostanzialmente accentuato, un motivo caratteristico della carriera
universitaria: il fatto che un simile libero docente, divenuto ormai un
assistente, riesca finalmente a insediarsi nella posizione di ordinario o di
direttore d'istituto, costituisce un’opportunità che è un mero caso. Senza
dubbio non domina soltanto il caso, ma esso ha tuttavia un'influenza
straordinariamente grande. Non conosco quasi altre carriere al mondo dove esso
abbia una parte così grande. Tanto più sono in grado di dirlo io che
personalmente devo ad alcune circostanze meramenti accidentali di esser stato
chiamato giovanissimo, ai miei tempi, alla cattedra di una materia nella quale
allora altri della mia età avevano senza dubbio acquisito meriti maggiori dei
miei. E in base a questa esperienza presumo di avere una vista più acuta per
scorgere l’immeritata sorte dei molti ai quali il caso ha giocato e ancora
gioca il tiro opposto e che, nonostante tutta la loro capacità, non giungono
attraverso quell’apparato selettivo al posto che loro spetterebbe. Che il caso
e non la capacità in quanto tale abbia una parte così grande, non dipende
soltanto, e nemmeno prevalentemente, dalle debolezze umane che naturalmente
s'incontrano in questo processo di selezione come in tutti gli altri. Sarebbe
ingiusto attribuire a deficienze personali di facoltà o di ministeri la
responsabilità del fatto che indubbiamente vi siano tante mediocrità a
esercitare una parte preponderante nelle università. Ciò fa parte delle leggi
dell’agire in comune degli uomini, e specialmente di più organismi, cioè nel
caso nostro delle facoltà proponenti e dei ministeri. Eccone una riprova:
possiamo seguire attraverso i secoli le vicende delle elezioni papali, ossia il
più importante esempio che ci sia dato controllare di una selezione personale
del medesimo tipo. Soltanto di rado il cardinale di cui si dice che è il
favorito riesce eletto: di regola tocca al candidato numero due o numero tre.
La stessa cosa avviene col presidente degli Stati Uniti: per lo più è il numero
due e spesso il numero tre, e solo eccezionalmente l’uomo più quotato ma anche
più eminente, quello che entra nella nomination delle convenzioni di partito e
quindi nel processo elettorale. Gli Americani hanno già creato espressioni sociologiche
tecniche per queste categorie e sarebbe davvero interessante cercare in questi
esempi le leggi di una selezione mediante la formazione di una volontà
collettiva. Non lo faremo ora. Ma esse valgono anche per i corpi accademici, e
c'è da meravigliarsi non già che ne scaturiscano frequenti errori, bensì del
numero pur sempre assai rilevante, da un punto di vista relativo, delle nomine
giuste. Soltanto dove si ha l'intervento per motivi politici, di parlamenti
come in alcuni paesi o, come prima da noi, di monarchi (entrambi operano allo
stesso modo), oppure, come adesso, di rivoluzionari impadronitisi del potere,
si può esser certi che tutte le probabilità di successo vanno soltanto alle
accomodanti mediocrità o agli arrivisti. Nessun professore universitario
ripensa volentieri alle discussioni per le nomine, perché di rado sono
piacevoli. Tuttavia posso affermare che in numerosissimi casi di cui sono a
conoscenza, mai è mancata la buona volontà di far dipendere la decisione da
motivi puramente oggettivi. Bisogna infatti mettere in chiaro che non dipende
soltanto dall’inadeguatezza della selezione in virtù di formazione di una
volontà collettiva se nella decisione delle sorti accademiche ha tanta
importanza il caso . Ogni giovane che senta la vocazione dello studioso deve
piuttosto rendersi ben conto che il compito a cui si accinge presenta un
duplice volto. Deve avere non soltanto i requisiti dello studioso ma anche
quelli dell'insegnante. Non è affatto detto che gli uni e gli altri coincidano.
Si può essere uno studioso insigne e al tempo stesso un pessimo maestro. Basta
rammentare l’attività d’insegnamento di uomini come Helmholtz e come Ranke. E
non si tratta di eccezioni rare. Ma le cose stanno ora in modo che le nostre
università, specialmente quelle piccole, si fanno la concorrenza più ridicola
per le frequenze. Le affittacamere delle città universitarie celebrano come una
festa il millesimo studente, e il duemillesimo possibilmente con una
fiaccolata. Gli interessi di propina dei singoli corsi bisogna ammetterlo
apertamente risentono della nomina di un titolare di grido in qualche cattedra
affine, e anche prescindendo da ciò il numero degli uditori fornisce una
tangibile testimonianza in cifre, mentre le qualità di dottrina sono
imponderabili e spesso (com'è del tutto naturale) addirittura contestate nel
caso di arditi innovatori. Perciò nella maggior parte dei casi tutto soggiace a
questa suggestione della benedizione e del valore incommensurabili del numeroso
uditorio. Se di un docente si dice che è un cattivo maestro, ciò equivale per
lo più alla sua condanna a morte nel campo universitario, quand’anche si tratti
del primo dotto del mondo. Ma la questione se egli sia un buono o un cattivo
maestro trova risposta nella frequenza di cui lo onorano i signori studenti.
Sta però di fatto che, se gli studenti si affollano intorno a un professore,
ciò è determinato in larghissima misura da circostanze meramente esteriori,
come il temperamento o perfino l’inflessione di voce e ciò a un punto tale che
non si crederebbe possibile. Dopo un'esperienza in ogni modo abbastanza lunga e
una fredda riflessione, ho concepito una profonda sfiducia verso i corsi
universitari di massa, per Max Weber nel 1919. quanto non si possa certo farne
a meno. La democrazia dev’essere applicata dove si conviene. Ma l’insegnamento
scientifico, quale dobbiamo esercitarlo nelle università tedesche in conformità
alla loro tradizione, è una faccenda non dissimuliamocelo di aristocrazia dello
spirito. D'altra parte è certamente vero che saper esporre i problemi
scientifici in modo da renderli accessibili a una mente incolta ma capace
d’intendere, e da metter questa in grado di farsene un'idea propria ciò che per
noi è l’unica cosa decisiva costituisce forse il compito pedagogicamente più difficile.
Senza dubbio: ma non è il numero degli uditori a decidere se esso sia stato
risolto. E quest’arte costituisce appunto per ritornare al nostro argomento un
dono personale e non coincide affatto necessariamente con le qualità
scientifiche di uno studioso. A differenza dalla Francia, però, noi non abbiamo
alcuna corporazione degli immortali della scienza, ma per la nostra tradizione
sono le università che devono soddisfare a entrambe le esigenze: quella della
ricerca e quella dell’insegnamento. Ma è un puro caso che le capacità
necessarie a questo scopo si ritrovino tutte nello stesso individuo. La vita
accademica è quindi abbandonata al cieco caso. Quando dei giovani studiosi
vengono a chiedere consiglio per l'abilitazione, la responsabilità che ci si
assume accedendo alla richiesta è quasi intollerabile. Se si tratta di un
ebreo, gli si risponde, naturalmente: lasciate ogni speranza . Ma anche a
chiunque altro bisogna domandare, in coscienza: credete di poter sopportare di
vedervi passare avanti, di anno in anno, una mediocrità dietro l’altra, senza
amareggiarvi e intristirvi l'animo? E ogni volta la risposta è evidentemente la
stessa: naturalmente, io vivo solo per la mia vocazione; ma per mio conto ho
saputo solo di pochissimi che abbiano retto senza risentirne un danno
interiore. Questo mi sembrava necesssario dire intorno alle condizioni
esteriori della professione di studioso. Credo però che voi vogliate in realtà
sentir parlare di qualcosa d'altro, e precisamente della vocazione interiore
alla scienza. Al giorno d'oggi l’esercizio della scienza come professione è
condizionato, sul piano interiore, dal fatto che la scienza è pervenuta a uno
stadio di specializzazione prima sconosciuto, e tale rimarrà sempre in futuro.
Non soltanto esteriormente, no certo, ma proprio interiormente, le cose stanno
in modo che soltanto nel caso di un’estrema specializzazione l’individuo può
avere sicura coscienza di produrre qualcosa di realmente perfetto nel campo
scientifico. Tutti i lavori che sconfinano in campi contigui, come talvolta ci
capita di fare, e come per esempio noi sociologi dobbiamo sempre fare, sono
gravati dalla rassegnata coscienza di fornire tutt'al più allo specialista
un'’utile impostazione di qualche problema nel quale non gli sarà tanto facile
imbattersi nel suo campo specifico, cosicché il proprio lavoro non potrà non
rimanere estremamente imperfetto. Soltanto attraverso una rigorosa
specializzazione l’uomo di scienza può giungere una volta e forse mai più nella
vita a dire con sicura coscienza: ho prodotto qualcosa che durerà. Un'opera
realmente definitiva e valida è oggi sempre un'opera specializzata. Resti
quindi discosto dalla scienza chi non è capace di mettersi, per dir così, dei
paraocchi, e di pervenire all’idea che il destino della propria anima dipende
appunto dall’esattezza, poniamo, di questa congettura proprio di questa
rispetto a quel passo di quel manoscritto. Altrimenti egli non avrà mai fatto
dentro di sé ciò che può chiamarsi l’ esperienza vissuta della scienza. Senza
questa strana ebbrezza, derisa dai non iniziati, senza questa passione, questo
dovevano passare millenni prima che tu venissi al mondo, e altri millenni
attendono in silenzio* tutto per il successo di questa tua congettura m0n c’è
vocazione per la scienza e bisogna scegliere un’altra via. Infatti per l’uomo
in quanto uomo, nulla ha valore di ciò che non può fare con passione. Ora,
però, sta di fatto che, per quanto grande, genuina e profonda possa essere tale
passione, il risultato appare ancora lontano. Essa è certamente una condizione
preliminare per il fattore decisivo: l’ ispirazione . È vero che oggi negli
ambienti giovanili è assai diffusa l'opinione che la scienza sia diventata un
esercizio di calcolo da eseguirsi nei laboratori o nelle cartoteche statistiche
col solo ausilio del freddo intelletto e non con tutta l’ anima , allo stesso
modo di quel che avviene in una fabbrica. A questo proposito si deve anzitutto
osservare 2. Il passo citato è di Carlyle. che per lo più queste persone non
hanno un'idea chiara di quel che avviene in una fabbrica più di quanto
l’abbiano di ciò che avviene in un laboratorio. Nell’uno o nell’altra all'uomo
deve venire in mente un'idea e proprio l'idea giusta per produrre qualcosa che
abbia veramente valore. Ma quell'idea non si ottiene per forza. Non ha nulla a
che fare con un qualsiasi freddo calcolo. Senza dubbio anche questa è una
condizione imprescindibile. Nessun sociologo, per esempio, avrà da pentirsi se,
anche nei suoi tardi anni, avrà speso qualche mese intorno a molte decine di
migliaia di elementi di calcolo del tutto banali. Non si può ricorrere
impunemente ai soli mezzi meccanici, se si vuol conseguire qualche risultato; e
quel che in definitiva si ricava è spesso irrisorio. Ma chi non ha un'idea
determinata sullo scopo del calcolo e, durante il calcolo stesso, sulla portata
dei risultati singoli, non ne trae neppure quel minimo. Normalmente l’ idea si
prepara a germogliare soltanto sul terreno del duro lavoro. Non sempre,
s'intende. L’idea di un dilettante può avere un'importanza identica o maggiore
di quella di uno specialista. Molte delle nostre impostazioni e delle nostre
conoscenze più importanti sono dovute proprio ai dilettanti. Il dilettante si
distingue dallo specialista — come ha detto Helmholtz a proposito di Robert
Mayer? — solo in quanto gli manca la precisa sicurezza del metodo di lavoro e
non è quindi in grado di controllare 2 posteriori la portata della sua idea e
di apprezzarla o applicarla. L'idea non sostituisce il lavoro. E il lavoro dal
canto suo non può sostituire 0 suscitare a forza l’idea più di quanto non possa
farlo la passione. L'una e l’altro — e specialmente tutti e due insieme — la
maturano. Ma essa viene quando le aggrada e non quando pare a noi. È infatti
vero che le cose migliori vengono in mente, come dice Ihering, fumando il
sigaro sul divano oppure — come narra di sé Helmholtz con precisione di
naturalista — passeggiando per una strada lievemente in salita, e via dicendo,
ma sempre, comunque, quando non si sta in loro attesa, non già durante l’ansia
e lo sforzo di ricerca a tavolino. Mayer, medico e fisico tedesco, autore del
volume Dic organische Bewegung in ihren Zusammenhinge mit dem Stoffwechsel,
contribuì alla formulazione del principio della conservazione dell'energia: fu
oggetto di aspra critica da parte di Helmholtz, Certo, però, non sarebbero
venute in mente senza i precedenti appassionanti problemi e senza quel tormento
a tavolino. Comunque sia, l’uomo di scienza deve anche tener conto di quel caso
che non va disgiunto da qualsiasi lavoro scientifico: verrà o no l’ispirazione?
Si può essere un impareggiabile lavoratore e non avere mai avuto una propria
idea originale. Ma è un grave errore credere che ciò avvenga soltanto nella
scienza e che in un’azienda, per esempio, le cose stiano diversamente che in un
laboratorio. Un commerciante o un grande industriale privo di fantasia negli
affari, cioè senza idee, senza idee geniali, rimarrà per tutta la vita, nel
migliore dei casi, un semplice commesso o un impiegato tecnico: non creerà mai
qualcosa di vitale nell’organizzazione. Nel campo della scienza l’ispirazione
non ha affatto un'importanza maggiore — come immagina la presunzione degli
studiosi — che nel campo dei problemi della vita pratica che deve padroneggiare
un imprenditore moderno. E d'altra parte la sua importanza non è minore — come
spesso erroneamente si crede — che nel campo dell’arte. È puerile pensare che a
tavolino, munito di un regolo o di altri mezzi meccanici o di macchine
calcolatrici, il matematico giunga a un risultato di qualche valore
scientifico; la fantasia matematica di un Weierstrass* si presenta naturalmente
orientata in modo del tutto diverso, nel suo senso e nel suo risultato, da
quella di un artista, e anche sotto il profilo qualitativo è fondamentalmente
differente. Non però quanto al procedimento psicologico. Entrambi sono
esaltazione (nel senso della mania di Platone) e ispirazione . Ora, che uno
abbia ispirazioni scientifiche, dipende da un destino a noi ignoto, ma
soprattutto da un dono, Un atteggiamento, di cui è ben comprensibile la
popolarità specialmente tra i giovani, si è schierato — e quell’indubitabile
verità non è certo l’ultima ragione di ciò — in favore di alcuni idoli il cui
culto vediamo oggi trionfare a tutti gli angoli di strada e in tutte le
riviste. Tali idoli sono la personalità e l’esperienza vissuta . L'una e
l’altra sono strettamente connesse: 4.Karl Theodor Wilhelm Weicrstrass,
matematico tedesco, autore di numerosi scritti raccolti nelle Gesammelte
Abhandiungen, diede importanti contributi alla teoria delle funzioni.
l'opinione dominante è che la seconda sia costitutiva della prima e le
appartenga. Ci si tormenta per vivere la propria esperienza — giacché questo fa
parte del modo di vivere che si addice a una personalità — e non potendo
riuscirvi bisogna almeno fare come se si possedesse questa grazia. Una volta
questa esperienza vissuta si chiamava in tedesco Sensation. E di quel che fosse
e significasse la personalità , si aveva allora — ritengo — un'idea più esatta.
Egregi ascoltatori! Nel campo scientifico ha una sua personalità soltanto chi
serve puramente la causa. E ciò non si verifica soltanto in campo scientifico.
Non conosciamo alcun grande artista che non si sia interamente dedicato alla
propria causa e che abbia servito altri all’infuori di questa. Perfino una
personalità della levatura di Goethe non ha potuto impunemente per quel che
concerne la sua arte prendersi la libertà di voler fare un’opera d’arte della
propria vita. Ma se pure non si voglia ammetterlo, bisogna tuttavia essere un
Goethe per poterselo permettere, e ognuno dovrà convenire almeno sul fatto che
nessuno mai ne è uscito immune, neppure lui, la cui figura è unica nel corso di
millenni. Le cose non stanno altrimenti in politica: ma di ciò non si parlerà
oggi. Nel campo della scienza non è certo una personalità colui il quale, al
modo di un impresario, porta se stesso alla ribalta insieme alla causa a cui
dovrebbe dedicarsi, e vorrebbe giustificare se medesimo col vivere la propria
esperienza , e domanda: come dimostrerò di essere qualcosa di più di un
semplice specialista, come riuscirò a dire qualcosa che non sia stato ancor
detto da nessuno nella stessa forma o con lo stesso contenuto? Un fenomeno,
questo, che oggi si osserva su larga scala e che lascia ovunque un’impronta di
meschinità, avvilendo colui che si pone una simile domanda, laddove soltanto
l’intima dedizione al proprio compito, e ad esso soltanto, può innalzarlo
all’altezza e alla dignità della causa che pretende servire. Né diversamente
avviene per l'artista. Contrapposto a queste condizioni preliminari che il
nostro lavoro ha in comune con l’arte, esiste un destino che lo differenzia
profondamente dal lavoro dell’artista. Il lavoro scientifico è inserito nel
corso del progresso. E viceversa nessun progresso in questo senso si attua nel
campo dell’arte. Non è vero che un’opera d’arte di un'epoca in cui siano stati
elaborati nuovi mezzi tecnici o, per esempio, le leggi della prospettiva, si
trovi per questa ragione a un più alto livello, sul piano puramente artistico,
di un’opera d’arte priva di ogni conoscenza di quei mezzi e di quelle leggi se
questa non è formalmente o materialmente manchevole, cioè se ha scelto e
plasmato il proprio oggetto come era possibile fare a regola d’arte senza
l'applicazione di quelle condizioni e di quei mezzi. Un'opera d’arte veramente
compiuta non viene mai superata, non invecchia mai; l’individuo può attribuirvi
personalmente un significato di diverso valore; ma di un’opera realmente
compiuta in senso artistico nessuno potrà mai dire che sia superata da un’altra
pur essa compiuta. Al contrario, ognuno di noi sa che, nella scienza, il
proprio lavoro dopo dieci, venti, cinquant'anni è invecchiato. Questo è il
destino, 0 meglio, questo è il senso del lavoro scientifico, il quale, rispetto
a tutti gli altri elementi della cultura di cui si può dire la stessa cosa, è
ad esso assoggettato e affidato in modo del tutto specifico: ogni lavoro
scientifico compiuto comporta nuove questioni e vole essere superato e
invecchiare. A ciò deve rassegnarsi chiunque voglia servire la scienza. Senza
dubbio vi sono opere scientifiche che possono conservare durevolmente la loro
importanza come mezzi di godimento a causa della loro qualità artistica, oppure
come mezzo di addestramento al lavoro. Ma esser superati scientificamente è
giova ripeterlo non soltanto il destino di noi tutti, ma anche il nostro scopo.
Non possiamo lavorare senza sperare che altri si spingeranno più avanti di noi.
In linea di principio, questo progresso tende all’infinito. E con ciò siamo
giunti al problema del senso della scienza. Infatti, non appare di per se
stesso chiaro come possa avere in sé un senso e una ragione qualcosa che è
sottoposto a una simile legge. Perché mai ci si adopera intorno a quello che,
nella realtà, non giunge e non può mai giungere alla fine? Ebbene, anzitutto
per scopi puramente pratici, cioè per scopi tecnici nel senso ampio della
parola: per poter orientare la nostra azione pratica in base alle aspettative
che ci fornisce l’esperienza scientifica. Sta bene. Ma questo ha un significato
solo per l'uomo pratico. Qual è ora la posizione interiore dell’uomo di scienza
di fronte alla propria professione, ammesso che egli cerchi di averne una in
generale? Egli risponde: la scienza per amore della scienza e non per
consentire ad altri di raggiungere successi nel campo degli affari di carattere
tecnico, per potersi meglio nutrire, vestire, illuminare, governare. Quale
opera fornita di senso crede egli dunque di produrre in tal modo, con queste
creazioni sempre destinate a invecchiare, col lasciarsi incanalare in questa
attività divisa in settori specializzati, e protraentesi all'infinito? A questo
proposito bisogna fare alcune considerazioni generali. Il progresso scientifico
è una frazione, e senza dubbio la più importante, di quel processo di
intellettualizzazione al quale siamo sottoposti da secoli e contro il quale
oggi di solito si prende una posizione così straordinariamente negativa.
Anzitutto rendiamoci chiaramente conto di che cosa propriamente significhi, dal
punto di vista pratico, questa razionalizzazione intellettualistica ad opera
della scienza e della tecnica orientata scientificamente. Vorrà forse significare
che oggi noi altri, per esempio ogni persona presente in questa sala, abbiamo
una conoscenza delle condizioni di vita nelle quali esistiamo maggiore di
quella di un Indiano o di un Ottentotto? Ben difficilmente. Chiunque di noi
viaggi in tram non ha la minima idea a meno ch'egli non sia un fisico di
mestiere di come la vettura riesca a mettersi in moto: né, d’altronde, ha
bisogno di saperlo. Gli basta di poter fare assegnamento sul modo di
comportarsi di una vettura tranviaria, ed egli orienta in conformità la propria
condotta; ma nulla sa di come si faccia per costruire un tram capace di
mettersi in moto. Il selvaggio ha una conoscenza dei propri utensili
incomparabilmente migliore. Se oggi spendiamo del denaro, scommetto che,
perfino se vi sono colleghi economisti qui presenti, ognuno avrà pronta una
risposta diversa alla domanda: come avviene che qualcosa ora poco, ora molto
possa esser comperato con il denaro? Il selvaggio sa in quale modo riesce a
procurarsi il nutrimento quotidiano e quali istituzioni gli servano a questo
scopo. La progressiva intellettualizzazione e razionalizzazione n0n significa
dunque una crescente conoscenza generale delle condizioni di vita che ci
circondano. Essa significa bensì qualcosa di diverso: la coscienza o la fede
che, se soltanto si volesse, si potrebbe in ogni momento provare che non vi
sono forze fondamentalmente misteriose e imprevedibili le quali intervengano in
modo da impedire che si possa dominare in linea di principio tutte le cose
mediante la previsione razionale. Ma ciò significa il disincantamento del
mondo. Non occorre più ricorrere a mezzi magici per dominare o per ingraziarsi
gli spiriti, come fa il selvaggio per il quale esistono potenze del genere. A
ciò sopperiscono i mezzi tecnici e la previsione razionale. È soprattutto
questo il significato dell’intellettualizzazione in quanto tale. Questo
processo di disincantamento proseguito per millenni nella cultura occidentale
e, in generale, questo progresso del quale la scienza è un elemento e un impulso,
contiene un qualche senso che vada al di Ià del fatto puramente pratico e
tecnico? Questa domanda la trovate formulata come questione di principio
soprattutto nelle opere di Lev Tolstòj. Egli vi giunse attraverso una propria
via. Il problema centrale intorno al quale egli si tormentava era la questione
se la morte fosse o no un fenomeno dotato di senso. E la sua risposta, nei
confronti degli uomini civili, è negativa. Ciò appunto in quanto la vita del
singolo individuo civilizzato, inserita nel progresso, nell’infinito, non può
per il suo stesso senso immanente avere alcun termine. Giacché c'è sempre un
ulteriore progresso da compiere per chi c'è dentro; nessuno muore dopo esser
giunto al culmine, che è situato nell'infinito. Abramo e un qualsiasi contadino
dei tempi antichi moriva vecchio e sazio della vita perché si trovava nel ciclo
organico della vita, perché la sua vita, anche per il suo significato, alla
sera della sua giornata gli aveva portato ciò che poteva offrirgli, perché non
rimanevano per lui enigmi da risolvere ed egli poteva perciò averne abbastanza
. Ma un uomo civile, il quale partecipa all’arricchimento progressivo della
civiltà in idee, conoscenze, problemi, può diventare stanco della vita ma non
sazio. Di ciò che la vita dello spirito sempre nuovamente produce egli coglie
soltanto la minima parte, e sempre qualcosa di provvisorio e mai definitivo:
quindi la morte è per lui un accadimento privo di senso. Ed essendo la morte
priva di senso, lo è anche la vita culturale come tale, in quanto appunto con
la sua assurda progressività fa della morte un assurdo. Ovunque, nei suoi
ultimi romanzi, quest'idea costituisce il motivo fondamentale dell’arte di
Tolstòj. Quale posizione si può assumere in proposito? Al progresso, come tale,
può riconoscersi un senso che va al di là della tecnica, cosicché avrebbe
significato la professione dedicata al suo servizio? È un quesito che va posto.
Ma non si tratta soltanto del problema della professione e della vocazione ne:
riguardi della scienza, e cioè del problema: che cosa significa la scienza come
professione per colui il quale vi si dedica? bensì anche di questo: che cos'è
la professione della scienza nell’ambito dell'intera vita dell'umanità? e qual
è il suo valore? L’antitesi tra passato e presente è qui enorme. Vi ricorderete
di quella meravigliosa immagine al principio del libro VII della Repubblica di
Platone: quegli uomini in una caverna incatenati, col viso rivolto alla parete
di roccia, che la luce colpisce alle spalle e che non possono vederla e si
preoccupano perciò soltanto delle ombre che essa getta sulla parete e cercano
di stabilirne la causa. Finalmente uno di loro riesce a spezzare le catene, si
volta e mira: il sole. Abbagliato brancola all’intorno e descrive balbettando
quel che ha veduto. Gli altri gli dànno del pazzo. Ma a poco a poco egli impara
a vedere nella luce e allora si adopera a scendere tra gli uomini delle caverne
e a trarli su verso la luce. Egli è il filosofo e il sole è la verità della
scienza, che sola non va in caccia di fantasmi e di ombre ma persegue il vero
essere. Ebbene, chi tiene oggi un simile atteggiamento verso la scienza? È
proprio la gioventù a manifestare oggi un sentimento opposto: le formazioni
concettuali della scienza sono un mondo sotterraneo di artificiose astrazioni
che cercano di cogliere con le loro mani esangui, senza mai riuscirvi, la linfa
e il sangue della vita reale. È qui nella vita, in ciò che per Platone
costituiva il gioco d’ombre sulle pareti della caverna, che palpita la vera
realtà: il resto sono fantasmi senza vita astratti da quella, e null’altro.
Come si è effettuato un tale mutamento? L’appassionato entusiasmo di Platone
nella Repubblica si spiega in ultima analisi considerando che allora per la
prima volta si era scoperto consapevolmente il senso di uno dei più importanti
mezzi di ogni conoscenza scientifica: il concetto. Socrate ne ha rivelato tutta
l’importanza. Ma non è stato il solo: in India potete trovare saggi di una
logica del tutto simile a quella di Aristotele. Mai però con questa coscienza
del suo significato. Allora per la prima volta sembrò disponibile un mezzo per
stringere chiunque nella morsa della logica così da non lasciarlo uscire senza
ammettere o di non saper nulla o che questa e non altra è la verità, l'eterna
verità, che non è transeunte come l’agire e l’indaffararsi degli uomini ciechi.
Fu questa la straordinaria esperienza vissuta dai discepoli di Socrate. Da ciò
sembrava conseguire che, ove si fosse trovato l’esatto concetto del bello, del
buono, come pure del coraggio, dell’anima, e via dicendo, se ne potesse
cogliere anche il vero essere, e ciò sembrava di nuovo aprire la via per sapere
e per insegnare il modo giusto di agire nella vita, soprattutto come cittadino.
Infatti la mentalità completamente politica dei Greci riduceva tutto a questo
problema. Perciò si coltivava la scienza. Accanto a questa scoperta dello
spirito greco si presenta ora frutto del Rinascimento il secondo grande
strumento del lavoro scientifico, l'esperimento razionale, come mezzo per
l’esperienza rigorosamente controllata, senza il quale sarebbe impossibile la
scienza empirica moderna. Anche precedentemente era stato adottato il metodo
sperimentale: nella fisiologia, per esempio, in India, per servire alla tecnica
ascetica dello Yogi; nella matematica, tra gli antichi Greci, ai fini della
tecnica bellica; per i lavori nelle miniere, durante il Medioevo. Ma aver
innalzato l'esperimento a principio della ricerca come tale è un prodotto del
Rinascimento. Ne furono pionieri i grandi innovatori nel campo dell’arte:
Leonardo e i suoi pari, e caratteristici soprattutto gli sperimentatori di
musica del Cinquecento con i loro clavicembali sperimentali. Da questi
l’esperimento passò nella scienza soprattutto ad opera di Galilei, e nella
teoria ad opera di Bacone; lo adottarono poi le singole discipline delle
scienze esatte nelle università del continente, in primo luogo in Italia e in
Olanda. Che cosa dunque significava la scienza per quegli uomini alla soglia
dell’età moderna? Per gli sperimentatori nel campo dell’arte, come Leonardo e
gli innovatori nella musica, significava la via per giungere alla vera arte,
ciò che per loro equivaleva alla vera natura. L'arte doveva esser elevata alla
dignità di una scienza, e cioè al tempo stesso, e soprattutto, l’artista al
rango di un dotto, dal punto di vista sociale e riguardo al senso della sua
vita. È questa l’ambizione che sta per esempio alla base anche del Trattato
della pittura di Leonardo. E oggi? La scienza come via per giungere alla natura
questa frase suonerebbe come una bestemmia alle orecchie dei giovani. No,
tutt'al contrario: liberiamoci dall’intellettualismo della scienza per
ritornare alla nostra propria natura e quindi alla natura in generale! Sarà
forse allora la via per giungere all'arte? A questa domanda è superflua
qualsiasi critica. Ma all’epoca dell’origine delle scienze esatte della natura,
ci si attendeva dalla scienza qualcosa di più. Se rammentate il detto di
Swammerdam® vi reco qui la prova della provvidenza di Dio nell’anatomia d’un
pidocchio , capirete ciò che il lavoro scientifico, sotto l'influenza
(indiretta) del Protestantesimo e del Puritanesimo, considerasse allora come
proprio compito: la via per giungere a Dio. Questa, allora, non la si trovava
più nei filosofi, nei loro concetti e nelle loro deduzioni: che non si potesse
trovare Dio per la via tentata dal Medioevo, ben lo sapeva tutta la teologia
pietistica di quel tempo, Spener* soprattutto. Dio è nascosto, le sue vie non
sono le nostre vie, i suoi pensieri non sono i nostri pensieri. Ma nelle vie
esatte della natura, dove si poteva cogliere fisicamente la sua opera, là si
sperava di poter rintracciare i suoi disegni in relazione al mondo. E
oggigiorno? Chi ancor oggi tranne alcuni grandi fanciulli, quali è dato
incontrare proprio nelle scienze naturali crede che le conoscenze
dell'astronomia o della biologia o della fisica o della chimica possano
insegnarci qualcosa intorno al serso del mondo, o anche soltanto intorno alla
via per la quale si possano rintracciare gli indizi di un simile senso , se pur
ve n'è uno? Quelle conoscenze sono semmai più adatte a soffocare in germe la
fede che vi sia qualcosa di simile a un senso del 5. Jan Swammerdam,
naturalista olandese, autore del Tractatus physico-anatomico-medicus de
respiratione usuque pulmonum, del Miraculum naturae seu uteris muliebris
fabrica, della Ephemerae vita © di varie altre opere, diede importanti
contributi allo studio degli insetti, all'embriologia, all'anatomia umana, e fu
tra i pionieri del microscopio. Spener, teologo protestante tedesco, autore di
Pia desideria, di Dus geistliche Priestertum, della Evangelische Glaubenslehre,
delle Evangelische Lebenspffichten c di varie altre opere, fu il fondatore del
movimento pietistico. mondo! E finalmente, la scienza come via per giungere a
Dio? Essa, la potenza specificamente estranea alla divinità? Che tale essa sia
nessuno oggi, nel suo intimo, può dubitarne, pur essendo più o meno disposto a
confessarlo. L’emancipazione dal razionalismo e dall’intellettualismo della
scienza costituisce il presupposto fondamentale della vita in comunione con il
divino: questa massima, o qualcosa di significato identico, è una delle parole
d’ordine che si ritrovano ovunque nel sentimento dei nostri giovani dotati di
animo religioso o che aspirano a un'esperienza religiosa. Ed essa vale non
soltanto per l’esperienza religiosa, ma per l’esperienza in generale.
Paradossale però è la via seguita: si elevano ora alla coscienza e si
sottopongono alla sua lente proprio quelle sfere dell’irrazionale, le sole che
finora l’intellettualismo non aveva ancora toccato. A ciò conduce infatti, in
pratica, il moderno romanticismo intellettualistico dell’irrazionale. Questa
via per liberarsi dall’intellettualismo porta a un risultato esattamente
opposto al fine immaginato da coloro i quali la percorrono. Che infine per un
ingenuo ottimismo si sia celebrato nella scienza, ossia nella tecnica per il
dominio della vita su di essa fondata, la via per giungere alla felicità, posso
passarlo sotto silenzio dopo la critica demolitrice rivolta da Nietzsche a
quegli ultimi uomini i quali hanno trovato la felicità. Chi ci crede più,
tranne alcuni grandi fanciulli sulle cattedre o nei comitati di redazione?
Torniamo al punto di partenza. Dati questi presupposti intrinseci, qual è il
senso della scienza come professione, dal momento che sono naufragate tutte quelle
precedenti illusioni la via per il raggiungimento del vero essere, la via verso
la vera arte, la via verso la vera natura, la via verso il vero Dio , la via
verso la vera felicità ? La risposta più semplice è stata data da Tolstòj con
queste parole: essa è priva di senso perché non risponde alla sola domanda
importante per noi: che cosa dobbiamo fare? come dobbiamo vivere? Il fatto che
non vi risponda è assolutamente incontestabile. Si tratta soltanto di
domandarsi in quale senso non dia nessuna risposta, e se in luogo di questa
essa non possa per caso dare un qualche aiuto a chi si ponga la questione nei
suoi termini esatti. Oggi si suole sovente parlare di una scienza senza
presupposti. Ce n'è una? Dipende da quel che si vuol intendere. Presupposto di qualsiasi
lavoro scientifico è sempre la validità delle regole della logica e della
metodologia, di questi fondamenti generali del nostro orientamento nel mondo.
Ora siffatti presupposti, per lo meno quanto alla nostra questione particolare,
non sono affatto problematici. Si presuppone inoltre che il risultato del
lavoro scientifico sia importante nel senso che sia degno di essere conosciuto
. E qui evidentemente hanno la loro radice tutti i nostri problemi. Infatti
questo presupposto non può essere a sua volta dimostrato con i mezzi della
scienza. Può essere soltanto interpretato nel suo senso ultimo, che bisognerà
accogliere o respingere a seconda della personale posizione ultima di fronte
alla vita. Assai diverso, inoltre, è il tipo di relazione del lavoro
scientifico con questi suoi presupposti, a seconda della loro struttura. Le
scienze naturali come la fisica, la chimica, l’astronomia, presuppongono come
evidente che le leggi ultime dell’accadere cosmico costruibili, fin dove arriva
la scienza siano degne di esser conosciute. Non soltanto perché con queste
nozioni si possono raggiungere successi tecnici, ma se devono essere
professione per se stesse . Questo presupposto a sua volta non è assolutamente
dimostrabile; e meno che mai si può dimostrare se il mondo da esse descritto
sia degno di esistere, se cioè esso abbia un senso , e se abbia un senso
esistere in esso. Di ciò quelle scienze non si preoccupano. Oppure prendete
un'arte pratica così sviluppata scientificamente come la medicina moderna. Il presupposto
generale dell'esercizio della medicina è in parole povere che sia considerato
positivo, unicamente come tale, il compito della conservazione della vita e
della riduzione al minimo della sofferenza. E ciò è problematico. Il medico
cerca con tutti i mezzi di conservare la vita al moribondo, anche se questi
implora di essere liberato dalla vita, anche se la sua morte è e dev'essere
desiderata più o meno consapevolmente dai suoi congiunti, per i quali la sua
vita è ormai priva di valore mentre insopportabili sono gli oneri per
conservarla, ed essi gli augurano la liberazione dalla sofferenza (si tratta,
poniamo il caso, di un povero folle). Ma i presupposti della medicina e il
codice penale impediscono al medico di desistere. La scienza medica non si pone
la domanda se e quando la vita valga la pena di esser vissuta. Tutte le scienze
naturali dànno una risposta a questa domanda: che cosa dobbiamo fare se
vogliamo dominare tecnicamente la vita? Ma se dobbiamo e vogliamo dominarla
tecnicamente, e se ciò, in definitiva, abbia propriamente un senso, esso lo
lasciano del tutto in sospeso oppure lo presuppongono per i loro scopi.
Prendiamo, se volete, una disciplina come la scienza dell’arte. Il fatto che vi
siano opere d’arte costituisce, per l’estetica, un dato. Essa cerca di
stabilire a quali condizioni quel fenomeno si verifichi. Ma non si pone la
domanda se il dominio dell’arte non sia per avventura un regno di magnificenza
diabolica, un regno di questo mondo, e perciò intimamente opposto al divino e,
per il suo carattere intrinsecamente aristocratico, allo spirito di fraternità.
Essa non si domanda quindi se debbano esservi opere d’arte. Oppure prendiamo la
giurisprudenza: essa stabilisce ciò che è valido secondo le regole del pensiero
giuridico, in parte coercitivamente logico e in parte vincolato da schemi
convenzionali; vale a dire, stabilisce se sono riconosciute obbligatorie
determinate regole giuridiche e determinati metodi per la loro interpretazione.
Non decide se debba esservi il diritto e se debbano esser formulate proprio
quelle regole; essa può indicare soltanto che, se si vuol conseguire un
risultato, il mezzo appropriato per raggiungerlo ci è dato da questa regola
giuridica, secondo le norme del nostro pensiero giuridico. O prendete ancora le
scienze storiche della cultura. Esse ci insegnano a comprendere i fenomeni
della cultura politici, artistici, letterari e sociali in base alle condizioni
del loro sorgere. Ma non rispondono di per sé alla questione se questi fenomeni
culturali fossero e siano degni di sussistere, e neppure all’altra questione se
valga la pena di conoscerli. Esse presuppongono che abbia un interesse
partecipare, mediante tale procedimento, alla comunità degli uomini civili . Ma
che così stiano le cose, esse non sono in grado di dimostrarlo scientificamente
a nessuno, e che esse lo presuppongano non dimostra affatto che ciò sia
evidente. E infatti non lo è per nulla. Soffermiamoci ora su quelle discipline
alle quali sono più vicino, e cioè la sociologia, la storia, l'economia, la dottrina
dello stato, e su quelle forme di filosofia della cultura che si propongono di
darne un’interpretazione. Si afferma e io lo sottoscrivo che la politica non si
addice all’aula di lezione. Non vi si addice da parte degli studenti. Io vorrei
deplorare per esempio che nell’aula del mio vecchio collega Dietrich Schéfer? a
Berlino gli studenti pacifisti si accalcassero intorno alla cattedra e
facessero un chiasso simile a quello che devono aver inscenato gli studenti
anti-pacifisti davanti al professor Fòrster®, dalle cui opinioni le mie
divergono radicalmente in molti punti. Ma la politica non si addice all'aula
neppure da parte degli insegnanti: meno che mai quando l’insegnante si occupa
di politica dal punto di vista scientifico. Infatti la presa di posizione
politica pratica e l’analisi scientifica di formazioni e partiti politici sono
due cose diverse. Quando uno parla sulla democrazia in una riunione popolare,
non fa mistero della propria presa di posizione personale: anzi, è questo il
dannato obbligo e dovere, prender partito in modo chiaramente riconoscibile. Le
parole di cui ci si serve non sono in questo caso strumenti di analisi
scientifica, bensì mezzi di propaganda per trarre dalla nostra parte gli altri.
Esse non sono un vomere per smuovere il terreno del pensiero contemplativo,
bensì spade contro gli avversari, strumenti di lotta. Ma in una lezione o in
un'aula sarebbe un misfatto usare la parola in questa maniera. Se.vi si parlerà
di democrazia , si osserveranno le sue diverse forme, si analizzerà il modo in
cui esse funzionano, si stabilirà quali siano le conseguenze particolari
dell’una o dell’altra per le condizioni della vita, e poi vi si contrapporranno
le altre forme non democratiche di organizzazione politica e si cercherà di
giungere fino al punto in cui l'ascoltatore sia in grado di poter prendere
posizione secondo i suo: ideali ultimi. Ma il vero maestro si guarderà bene dal
sospingerlo, dall'alto della cattedra, a prendere una qualsiasi posizione, sia
esplicitamente sia con suggerimenti poiché naturalmente il metodo più sleale è
quello di far parlare i fatti. 7. Dietrich Schifer, storico tedesco allievo di
Treitschke, di oricntamento nazionalistico, 8. Friedrich Wilhelm Forster,
filosofo e pedagogista tedesco, autore di Lebensfiihrung, di Autorità und
Freiheit, di Erziechung und Selbsterziehung, di Hauptaufgaben der Erziehung e
di numerose altre opere di argomento etico-pedagogico ed etico-politico, fu
sostenitore del pacifismo e quiodi oggetto di violenti attacchi da parte degli
studenti nazionalisti. Ma per quale ragione, precisamente, dobbiamo astenercene
? Premetto che diversi tra i miei stimatissimi colleghi sono del parere che una
siffatta discrezione non sia attuabile e che, se anche lo fosse, sarebbe follìa
pretenderla. Ora a nessuno può dimostrarsi scientificamente quale sia il suo
dovere di professore universitario. Da lui si può pretendere soltanto la probità
intellettuale, per cui sappia comprendere che la constatazione dei fatti, la
determinazione di rapporti matematici o logici o della struttura interna di
beni culturali da una parte e dall’altra la risposta alla questione del valore
della cultura e dei suoi contenuti particolari e quindi del modo in cui si deve
agire nell’ambito della comunità civile e dei gruppi politici sono due problemi
assolutamente eterogenei. Se poi egli domanda perché non debba trattarli
entrambi nell'aula di lezione, ecco la risposta: perché il profeta e il
demagogo non si addicono alla cattedra. Al profeta e al demagogo è stato detto:
esci per le strade e parla pubblicamente . Parla, cioè, dov’è possibile la
critica. Nell’aula di lezione, ove si sta seduti di faccia ai propri ascoltatori,
a questi tocca tacere e al maestro parlare, e reputo una mancanza di senso di
responsabilità approfittare della circostanza che gli studenti sono obbligati
dal programma di studi a frequentare il corso di un professore dove nessuno può
intervenire a controbatterlo, per inculcare negli ascoltatori la propria
personale concezione politica invece di recare loro giovamento, come il dovere
impone, con le proprie conoscenze e le proprie esperienze scientifiche. Può
certamente avvenire che l'individuo riesca solo imperfettamente a nascondere le
proprie simpatie soggettive. Allora, egli si espone alla critica più spietata
davanti al foro della sua coscienza. E ciò d'altronde non prova nulla, poiché
anche altri errori puramente di fatto sono possibili e non possono contrastare
al dovere di ricercare la verità. Io mi rifiuto di ammetterlo anche e
precisamente per l'interesse puramente scientifico. Sono disposto a provare
sulle opere dei nostri storici che, ogni qual volta l’uomo di scienza mette
innanzi il proprio giudizio di valore, cessa la perfetta comprensione del
fatto. Tuttavia, ciò esula dal tema di questo discorso ed esigerebbe lunghe
considerazioni critiche. Io domando semplicemente: come può da una parte un
cattolico credente e dall’altra un massone in un corso sulle forme di chiesa e
di stato o sulla storia della religione come possono mai questi due esser
condotti a un’eguale valutazione di tali oggetti? È impossibile. Eppure, il
professore universitario deve desiderare e proporsi di giovare con le sue
conoscenze e i suoi metodi tanto all'uno come all’altro. Ora voi direte
giustamente: neppure riguardo ai fatti relativi all'origine del Cristianesimo
il cattolico credente potrà mai accettare l’opinio ne prospettatagli da un
maestro che non condivida i suoi presupposti dogmatici. Senza dubbio! Ma la
differenza consiste nel fatto che la scienza priva di presupposti , nel senso
che riftuta ogni vincolo religioso, non riconosce di fatto, dal canto suo, il
miracolo e Ia rivelazione . Altrimenti essa tradirebbe i propri presupposti .
Il credente li riconosce entrambi. E quella scienza priva di presupposti non
pretende da lui meno ma anche niente di più del riconoscimento che bisogna
seguire la via tentata dalla scienza, se si vuol spiegare quell’avvenimento
prescindendo da quegli interventi soprannaturali, che per una spiegazione
empirica devono essere esclusi come momenti causali. Ciò il credente può
ammetterlo senza tradire la propria fede. Ma la funzione della scienza non avrà
allora alcun senso per chi è indifferente al fatto in quanto tale e reputa
importante soltanto la presa di posizione pratica? Forse sì. E anzitutto: un
abile maestro considererà suo primo compito insegnare ai propri allievi a
riconoscere i fatti scomodi, e cioè tali, intendo dire, che siano scomodi per
la sua opinione di partito; e per ogni partito per esempio anche per il mio vi
sono fatti del genere, estremamente imbarazzanti. Credo che il professore
universitario, se avvezza i propri ascoltatori a questa necessità, compia una
funzione non soltanto intellettuale, ma oserei dire una funzione etica , per
quanto una simile espressione possa suonar troppo patetica applicata a un fatto
così semplice e ovvio. Finora ho parlato soltanto dei motivi pratici che
consigliano di evitare di imporre una presa di posizione personale. Ma non è
tutto qui. L’impossibilità di presentare scientificamente una presa di
posizione pratica eccetto nel caso di una discussione dei mezzi per uno scopo
che si presuppone già dato deriva da ragioni ben più profonde. Una simile
impresa è in linea di principio priva di senso, in quanto i diversi ordini di
valori che esistono al mondo stanno tra loro in una lotta inconciliabile. Il
vecchio Mill la cui filosofia non intendo peraltro lodare, ma che su questo
punto ha ragione dice in qualche luogo: partendo dalla pura esperienza si
giunge al politeismo. Il principio è formulato superficialmente e sembra un
paradosso, tuttavia contiene una qualche verità. Di questo, se non altro, oggi
siamo certi: che qualcosa può essere sacro non soltanto anche senza essere
bello, ma perché e in quanto non è bello (potrete trovarne le prove nel cap. 53
del Libro di Isaia e nel Salmo 21) e che qualcosa può essere bello non soltanto
anche senza essere buono bensì in quanto non è tale, come abbiamo imparato da
Nietzsche e come anche prima potete trovare illustrato nelle Fleurs du mal,
come chiamò Baudelaire il suo volume di poesie; ed è infine una verità di tutti
i giorni che qualcosa può essere vero sebbene e in quanto non sia bello, né
sacro, né buono. Ma questi sono soltanto gli esempi più elementari di tale
lotta tra gli dèi che presiedono ai diversi ordinamenti e valori. Come si possa
fare per decidere scientificamente tra il valore della cultura tedesca e di
quella francese, io lo ignoro. Anche qui c'è un antagonismo tra divinità
diverse, per tutti i tempi. Avviene come nel mondo antico, ancora sotto
l'incanto dei suoi dèi e dei suoi demoni, anche se in un altro senso: come i
Greci sacrificavano ora ad Afrodite e ora ad Apollo, e ciascuno in particolare
agli dèi della propria città, così è ancor oggi, senza l’incantesimo e
l’ammanto della forza plastica, mitica ma intimamente vera, di
quell’atteggiamento. Su questi dèi e sulle loro lotte domina il destino, non
certo la scienza . È dato solamente intendere che cosa sia il divino nell’uno e
nell’altro caso, ovvero in un ordinamento e nell’altro. Ma con ciò la questione
è assolutamente chiusa a qualsiasi discussione in un’aula di lezione e per
bocca di un insegnante, quantunque naturalmente non sia affatto chiuso l’enorme
problema di vita che vi è racchiuso. Qui però la parola spetta a potenze
diverse che non alle cattedre universitarie. Chi vorrà provarsi a confutare
scientificamente l’etica del Sermone della Montagna, per esempio la massima: non
far resistenza al male , oppure l’immagine del porgere l’altra guancia? Eppure
è chiaro che, dal punto di vista intra-mondano, vi si predica un'etica della
mancanza di dignità: bisogna scegliere tra la dignità religiosa, che questa
etica comporta, e la dignità virile, che predica qualcosa di ben diverso: devi
far resistenza al male, altrimenti sei anche tu responsabile se questo prevale
. Dipende dalla propria presa di posizione rispetto al fine ultimo che l’uno
sia il diavolo e l’altro il dio, e spetta all’individuo decidere quale sia per
lui il dio e quale il diavolo. E così avviene per tutti gli ordinamenti della
vita. Il grandioso razionalismo della condotta etico-metodica della vita, che
sgorga da ogni profezia religiosa, aveva detronizzato questo politeismo a
favore dell’ Uno, che è necessario, e poi, di fronte alle realtà della vita
esteriore e interiore, si è visto costretto a scendere a quei compromessi e a
quelle relativizzazioni che tutti conosciamo dalla storia del Cristianesimo. Ma
ciò è oggi una realtà quotidiana per la religione. Gli antichi dèi, spogliati
del loro incanto e perciò ridotti a potenze impersonali, si levano dalle loro
tombe, aspirano a dominare sulla nostra vita e riprendono quindi la loro eterna
lotta. Ma ciò che per l’uomo moderno è appunto tanto difficile, e sommamente
difficile per la giovane generazione, è saper far fronte a siffatta realtà
quotidiana. Tutto quell’affannarsi in cerca dell’ esperienza vissuta deriva da
questa debolezza. Infatti è una debolezza non poter tenere levato lo sguardo al
volto severo del destino dei tempi. Ma il destino della nostra cultura è
appunto quello di essere diventati oggi nuovamente e più chiaramente
consapevoli di ciò che per un millennio l’orientamento esclusivo vero o
presunto verso il grandioso pathos dell'etica cristiana aveva celato ai nostri
occhi. Ma basta ora con questi problemi che ci conducono troppo lontano.
Poiché, quando una parte dei nostri giovani volesse dare a tutto ciò questa
risposta: già, ma noi veniamo a lezione per ricavarne un'esperienza che non
consista soltanto in analisi e in constatazioni di fatto , essi incorrerebbero
nell’errore di cercare nel professore qualcosa di diverso da ciò che sta loro
di fronte e cioè un capo e non un maestro. La cattedra ci è conferita solamente
in qualità di maestri. Si tratta di due cose ben diverse, e di ciò è facile
convincersi. Permettetemi di condurvi ancora una volta in America, dove queste
cose si possono spesso vedere nella loro più pesante originarietà. Il ragazzo
americano impara incomparabilmente meno del nostro. Nonostante un'incredibile
quantità di esami, il senso della sua vita scolastica non è ancora diventato
tale da ridurlo un tipo da esami , come avviene per il ragazzo tedesco. Infatti
la burocrazia, la quale esige il diploma di esame come biglietto d’ingresso nel
regno delle prebende degli uffici, è laggiù ancora agli inizi. Il giovane
americano non porta rispetto a nulla e a nessuno, a nessuna tradizione e a
nessun ufficio, salvo che alla prestazione personale: questa è per l’Americano
la democrazia, Per quanto la realtà possa comportarsi pur sempre in maniera
distorta rispetto a questo contenuto di senso, esso risulta però tale e di
questo dobbiamo qui tener conto. Dell’insegnante che gli sta di fronte il
giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni e i suoi
metodi per il denaro di mio padre, così come l’erbivendola vende i cavoli a mia
madre. Con ciò è detto tutto. Tuttavia, se il maestro è per avventura un
alipone di football, in questo campo egli è anche un capo. Ma se non è tale (o
qualcosa di simile in altri sport), egli è semplicemente un insegnante e nulla
più, e a nessun giovane americano verrà in mente di farsi vendere da lui delle
intuizioni del mondo o delle regole per la sua condotta di vita. Ora, noi
respingeremo una simile opinione formulata in questi termini. Bisogna però
domandarsi se in questo modo di sentire, che di proposito ho voluto spingere
all'estremo, non si annidi un nocciolo di verità. Fratelli d'armi e sorelle
d'armi! Voi venite alle nostre lezioni con la pretesa di trovare in noi qualità
di capi, senza aver riflettuto che, di cento professori, almeno novantanove non
pretendono e non possono pretendere di essere non soltanto campioni di football
della vita, ma neppure in generale capi nelle faccende della condotta della
vita. Pensate che il valore dell'uomo non dipende certo dal fatto di possedere
le doti di un capo. E comunque, le qualità che fanno di qualcuno un eminente
studioso e un professore universitario non sono quelle stesse che ne fanno un
capo sul terreno dell’orientamento pratico della vita o, più specificamente,
della politica. È un puro caso che qualcuno possegga anche questa qualità, ed è
una cosa assai preoccupante quando chiunque stia in cattedra si sente posto di
fronte alla pretesa che egli la possegga. E ancor più preoccupante, poi, è
quando a ogni professore universitario viene data facoltà di assumere nell’aula
la posizione di un capo. Infatti coloro che si ritengono di esserlo più degli
altri lo sono spesso meno di tutti; ma soprattutto la cattedra non può offrire
alcuna possibilità di conferma. Il professore che si senta chiamato a dare il
suo consiglio ai giovani e goda della loro fiducia, dovrà procurare di mettersi
alla prova discutendo con loro in un rapporto personale da uomo a uomo. E se si
sente chiamato a partecipare alle lotte tra le intuizioni del mondo e le
diverse opinioni di partito, lo faccia al di fuori, nell’agone della vita:
nella stampa, nelle assemblee, nei circoli, dove gli pare. È troppo comodo però
dar prova del proprio coraggio di confessore della fede là dove gli astanti, e
fors'anche quelli di diversa opinione, sono condannati al silenzio. Voi mi
porrete infine la domanda: se così stanno le cose, che offre allora la scienza
di veramente positivo per la vita pratica e personale? E con ciò siamo daccapo
al problema della vostra professione . Anzitutto, naturalmente, la scienza
offre cognizioni sulla tecnica per padroneggiare la vita, rispetto agli oggetti
esterni e rispetto all’agire dell’uomo, mediante la previsione razionale:
ebbene, voi replicherete che con ciò siamo pur sempre al punto dell’erbivendola
del ragazzo americano. Sono perfettamente della vostra opinione. Ma c’è in
secondo luogo qualcosa che quell’erbivendola non è tuttavia capace di fare: i
metodi del pensare, l’attrezzatura e l'addestramento a quello scopo. Direte
forse che, se questi non sono proprio gli ortaggi, non sono tuttavia più che i
semplici mezzi per procurarseli. Bene, diamolo oggi per ammesso. Ma
fortunatamente la funzione della scienza non è ancora finita, bensì noi siamo
in condizione di aiutarvi a conseguire un ulteriore risultato: la chiarezza. A
patto, naturalmente, di possederla noi stessi. Se questo è il caso, possiamo
renderlo chiaro: rispetto al problema del valore, intorno al quale sempre ci si
aggira per comodità vi prego di riferirvi, come esempio, ai fenomeni sociali —
si possono prendere praticamente diverse posizioni. Se si assume l’una o
l’altra, bisogna applicare — secondo le esperienze della scienza — certi mezzi
o certi altri per attuarla praticamente. Ora questi mezzi possono essere di per
sé tali che voi crederete di doverli respingere. Allora, bisogna appunto
scegliere tra lo scopo e i mezzi indispensabili. Lo scopo giustifica o no
questi mezzi? L'insegnante può mostrarvi la necessità di questa scelta, ma non
può fare di più, in quanto voglia rimanere insegnante e non diventare un
demagogo. Naturalmente, può ancora dirvi: se volete questo o quell'altro scopo,
dovete mettere in conto anche questa o quell’altra conseguenza concomitante che
si verifica in conformità all'esperienza; la situazione, cioè, è sempre la
medesima. Tuttavia, tutti questi sono pur sempre problemi del genere di quelli
che possono sorgere anche per ogni tecnico, il quale in innumerevoli casi deve
decidere secondo il principio del minor male o del meglio relativo. Ma per lui
una cosa, quella principale, è di solito già data: lo scopo. Non così avviene
per noi, non appena siano in questione problemi realmente ultimi . E con ciò
siamo giunti alla funzione più alta che la scienza in quanto tale può assolvere
in servizio della chiarezza, e contemporaneamente anche ai suoi confini. Noi
possiamo — e dobbiamo — anche dirvi: questa o quest'altra posizione pratica può
essere derivata con intima coerenza e quindi con serietà, per quanto riguarda
il suo senso, da questa o da quest'altra fondamentale concezione del mondo —
magari da una soltanto o forse anche da più — ma non mai da quell'altra. Voi
servite questo dio — per parlar figuratamente — e offendete quell'altro, se vi
risolveteper questa presa di posizione. Infatti perverrete necessariamente a
queste e a quest’altre conseguenze ultime dotate di senso, se rimarrete fedeli
a voi stessi. Quest'opera, almeno in linea di principio, può esser compiuta. A
ciò tendono la disciplina speciale della filosofia e le discussioni di
principio, per loro essenza filosofica, delle singole discipline. Possiamo
quindi, se abbiamo ben capito il nostro compito (il che dev’esser qui
presupposto), costringere l'individuo — o almeno aiutarlo — a renderst conto
del senso ultimo del suo proprio operare. Questo non mi sembra sia troppo poco,
anche per la vita puramente personale. Di un insegnante che riesca in questo
compito sarei tentato di dire che si è messo al servizio di potenze etiche, del
dovere di promuovere la chiarezza e il senso di responsabilità, e credo che ne
sarà tanto più capace quanto più coscienziosamente eviterà di fornire bell'e
pronta o di suggerire per proprio conto all'ascoltatore una presa di posizione.
Senza dubbio la soluzione che qui vi ho prospettato riposa su questo
fondamentale dato di fatto: che la vita, in quanto deve fondarsi su se stessa
ed essere compresa in base a se stessa, conosce soltanto la lotta eterna di
quelle divinità tra loro — cioè, fuor di metafora, l’inconciliabilità e quindi
l’insolubilità della lotta tra le posizioni ultime possibili in generale
rispetto alla vita, vale a dire la necessità di decidere per l’una o per
l’altra. Se in queste condizioni la scienza sia degna di diventare una
professione e se essa stessa costituisca una professione fornita di valore
oggettivo ecco un altro giudizio di valore sul quale non è dato pronunciarsi
nell’aula di lezione. Per l'insegnamento, infatti, la risposta affermativa è un
presupposto. Io personalmente, col mio stesso lavoro, rispondo
affermativamente. E ciò vale anche per quel punto di vista che la gioventù oggi
professa, o meglio che per lo più s'immagina semplicemente di professare il
quale odia l’intellettualismo come il più nero dei diavoli. Giacché ad esso si
conviene il detto: il diavolo è vecchio, pensateci: invecchiate e lo capirete
°. Ciò non s'intende nel senso dell’atto di nascita, ma nel senso che, anche
riguardo a questo diavolo, se si vuol farla finita con lui, non vale ricorrere
alla fuga, come oggi si fa così volentieri, ma bisogna scrutare bene a fondo
tutte le sue vie prima di poter vedere la sua potenza e i suoi confini. Che la
scienza sia oggi una professione spectalizzata, posta al servizio
dell’auto-riflessione e della conoscenza di situazioni di fatto, e non una
grazia di visionari e profeti, dispensatrice di mezzi di salvezza e di
rivelazioni, o un elemento della meditazione di saggi e filosofi sul serso del
mondo è certamente un dato di fatto ineluttabile dalla nostra situazione
storica, al quale, se vogliamo restare fedeli a noi stessi, non possiamo
sfuggire. E se di nuovo sorge in voi Tolstò) a domandare: se dunque non è la
scienza a farlo, chi risponde allora alla domanda: che cosa dobbiamo fare? e
come dobbiamo dirigere la nostra vita? , oppure, nel linguaggio che testé 9.
Goetne, Faust, vv. 6817-18 (tr. it. di F. Fortini). abbiamo usato: quale degli
dèi in lotta dobbiamo servire? o forse qualcun altro, e chi mai? , bisogna dire
che la risposta spetta a un profeta o a un redentore. Se questi non è tra noi o
se il suo annuncio non è più creduto, non varrà certo a farlo scendere su
questa terra il fatto che migliaia di professori tentino di rubargli il
mestiere nelle loro aule di lezione, come tanti piccoli profeti privilegiati o
pagati dallo stato. Ciò servirà soltanto a nascondere tutto l'enorme peso del
significato del fatto decisivo, che cioè il profeta, che invocano tanti della
nostra più giovane generazione, zon esiste. L'interesse interiore di un uomo
davvero musicale in senso religioso non sarà mai e poi mai soddisfatto, io
credo, dall’espediente per cui si cerca di nascondergli con un surrogato come
sono tutti questi falsi profeti in cattedra il fatto fondamentale che il
destino gli impone di vivere in una epoca lontana da Dio e priva di profeti. La
serietà del suo sentimento religioso dovrebbe, mi sembra, ribellarvisi. Ora,
voi sarete indotti a domandare: ma come ci si deve comportare di fronte al
fatto dell’esistenza della teologia e delle sue pretese a porsi come scienza?
Cerchiamo di non sottrarci alla risposta. Teologia e dogmi non si trovano certo
sempre e ovunque, ma neppure esclusivamente nel Cristianesimo. Li incontriamo
(guardando dietro di noi nel tempo) in forme molto sviluppate anche nell’Islam,
nel Manicheismo, nella Gnosi, nell’Orfismo, nel Parsismo, nel Buddismo, nelle
sette indù, nel Taoismo, nelle Uparishad e naturalmente anche nell’Ebraismo.
Com'era naturale, essi sono sviluppati sistematicamente in misura assai
diversa. E non è un caso che non soltanto il Cristianesimo occidentale li abbia
costruiti, o tenda a costruirli in forma più sistematica a differenza della
teologia, per esempio, dell’Ebraismo ma anche che il loro sviluppo abbia avuto
qui un significato storico di gran lunga più importante. È questo un prodotto
dello spirito greco, dal quale deriva tutta la teologia dell’Occidente come
(evidentemente) tutta la teologia orientale deriva dal pensiero indiano. Ogni
teologia consiste nella razionalizzazione intellettuale del patrimonio
religioso della salvezza. Nessuna scienza è assolutamente priva di presupposti
e nessuna può stabilire il fondamento del proprio valore per chi rifiuti tali
presupposti. Tuttavia, ogni teologia aggiunge alcuni presupposti specifici per
il proprio lavoro e quindi per la giustificazione della propria esistenza. In
diverso senso e con diversa portata. Per ogni teologia, per esempio anche per
quella induistica, vige il presupposto che il mondo deve avere un senso; e la
questione da risolvere è la seguente: come bisogna interpretarlo, perché ciò
possa esser concepito? In modo del tutto simile alla teoria della conoscenza di
Kant, la quale muoveva dal presupposto che c'è una verità scientifica, ed essa
vale e quindi si domandava: in virtù di quali condizioni del pensiero ciò è
possibile (in modo dotato di senso)? Oppure al modo degli estetici moderni i
quali (esplicitamente come per esempio Georg von Lukics!” oppure di fatto)
muovono dal presupposto che vi sono opere d’arte e si domandano: come ciò è
possibile (in modo dotato di senso)? Tuttavia, le teologie non si accontentano
di regola di quel presupposto (appartenente essenzialmente alla filosofia della
religione); esse muovono di regola dal presupposto ancor più remoto per cui
determinate rivelazioni devono essere assolutamente credute in quanto fatti che
rivestono un’importanza per la salvezza come tali, cioè, che soli rendono
possibile una condotta nella vita dotata di senso e per cui determinati modi di
essere e di agire possiedono la qualità della santità, ossia costituiscono una
condotta di vita dotata di senso religioso o sono elementi di questa. La
domanda che si pone la teologia è allora di nuovo: come possono essere
interpretati in modo dotato di senso, nell’ambito di un'immagine complessiva
del cosmo, questi presupposti che vanno accettati in modo assoluto? Quei
presupposti sì trovano per la teologia al di là di ciò che è scienza. Essi non
sono un sapere nel senso corrente, bensì un possedere . Non possono esser
sostituiti la fede o gli altri stati di grazia da nessuna teologia, per chi non
li possieda . Meno che mai, poi, da un’altra scienza. Anzi, in ogni teologia
positiva il credente giunge al punto dov'è valida la massima agostiniana: credo
non quod, sed quia absurdum est. La capacità di compiere questo estremo
sacrificio dell’intelletto costituisce il carattere decisivo dell’uomo che
appartiene a una religione 10. Weber si riferisce qui ai primi volumi di
Lukics, Die Seele und die Formen (1911) e Die Thcorie des Romans. positiva. E
così stando le cose, è chiaro che, ad onta (o piuttosto in conseguenza) della
teologia (che svela questo stato di cose), la tensione tra la sfera di valore
della scienza e quella della salvezza religiosa è insuperabile. Il sacrificio
dell'intelletto lo compie, com'è naturale, il discepolo al profeta e il
credente alla chiesa. Ma non è ancora mai sorta una nuova profezia riprendo qui
di proposito questa immagine che ha urtato molte suscettibilità semplicemente
per il fatto che molti intellettuali moderni abbiano sentito il bisogno di
arredare, per così dire, la loro anima con oggetti antichi garantiti come
autentici, e si siano ricordati in quest'occasione che tra questi vi è anche la
religione, che essi certamente non possiedono, ma che sostituiscono con una
specie di cappella privata addobbata come per gioco con immagini sacre di tutti
i paesi, oppure con ogni sorta di esperienze vissute alle quali conferiscono la
dignità di un patrimonio mistico di salvezza e che vanno a vendere in piazza.
Tutto ciò è semplicemente ciarlataneria o auto-illusione. Ma non è davvero una
ciarlataneria, bensì qualcosa di assai serio e sincero quantunque non esente,
talvolta, da qualche fraintendimento del suo stesso significato il fatto che
alcune di quelle comunità di giovani, sorte nel silenzio di questi ultimi anni,
diano alle loro relazioni reciproche il senso di un legame religioso, cosmico o
mistico. È vero che ogni atto di genuina fratellanza può connettersi con la
consapevolezza che con ciò viene in certo qual modo accumulato in un dominio
sovra-personale qualcosa che non andrà perduto; ma altrettanto mi sembra dubbio
che la dignità delle relazioni puramente umane tra i membri di una comunità
venga elevata attraverso siffatte interpretazioni religiose. Tuttavia, questo
non rientra più nel nostro tema. È il destino dell’epoca nostra, con la sua
caratteristica razionalizzazione e intellettualizzazione, e soprattutto col suo
disincantamento del mondo, che proprio i valori ultimi e più sublimi siano
diventati estranei al gran pubblico per rifugiarsi nel regno extra-mondano
della vita mistica o nella fraternità di relazioni immediate tra gli individui.
Non è accidentale che la nostra arte migliore sia intima e non monumentale, e
che oggi soltanto in seno alle più ristrette comunità, nel rapporto da uomo a
uomo, nel piazissimo, palpiti quell’indefinibile che un tempo pervadeva e
rinsaldava come un soffio profetico e una fiamma impetuosa le grandi comunità.
Proviamoci a forzare e a inventare un senso monumentale dell’arte, ed ecco
nascere un pietoso aborto come quello dei numerosi monumenti commemorativi
degli ultimi vent'anni. Qualcosa di simile si riproduce nella sfera interiore,
con effetti ancor più deleteri, se si cerca di escogitare nuove formazioni
religiose senza una nuova genuina profezia. E la profezia formulata dalla
cattedra potrà forse dar vita a sette fanatiche, mai però a un'autentica
comunità. A chi non sia in grado di affrontare virilmente questo destino della
nostra epoca bisogna consigliare di tornare in silenzio, senza la consueta
conversione pubblicitaria, ma schiettamente e semplicemente, nelle braccia
delle antiche chiese, largamente e misericordiosamente aperte. Esse non gli
rendono il passo difficile. Comunque, egli dovrà in qualche modo compiere è
inevitabile il sacrificio dell’intelletto . Non glielo rimprovereremo, se egli
ne sarà realmente capace. Infatti un simile sacrificio dell’intelletto in
favore di un’incondizionata dedizione religiosa è pur sempre qualcosa di
moralmente diverso da quel modo di evitare la semplice probità intellettuale
che si verifica quando, non avendo il coraggio di rendersi chiaramente conto
della propria posizione ultima, si allevia questo dovere con una debole
relativizzazione. E lo considero anche più rispettabile di quella profezia
dalla cattedra che non ha capito che entro le pareti dell’aula di lezione
nessun'altra virtù ha valore al di fuori della semplice probità intellettuale.
Questa ci impone di mettere in chiaro che oggi tutti coloro i quali vivono
nell’attesa di nuovi profeti e nuovi redentori si trovano nella stessa
situazione descritta nel bellissimo canto della sentinella idumèa durante il
periodo dell’esilio, che si legge nell’oracolo di Isaia: Una voce chiama da
Seir in Edom: sentinella quanto durerà ancora la notte? E la sentinella
risponde: verrà il mattino e anche la notte; se volete domandare, tornate
un’altra volta !. Il popolo, al quale veniva data questa risposta, ha domandato
e atteso ben più di due millenni, e sapIr. Isaia. 716 piamo il suo tragico
destino. Ne vogliamo trarre insegnamento che anelare e attendere non basta, e
ci comporteremo in altra maniera: ci metteremo al nostro lavoro e adempiremo al
compito quotidiano nella nostra qualità di uomini e nella nostra attività
professionale. Ciò è semplice e facile quando ognuno abbia trovato e segua il
démone che tiene i fili della sua Vita. SPENGLER nasce a Blankenburg, ai
confini della Sassonia, figlio di un ingegnere minerario e di una madre con
forti inclinazioni artistiche. Dopo aver compiuto gli studi liceali a Halle,
frequenta le università di Monaco, di Berlino e di Halle. Consegue il dottorato
a Halle, con una dissertazione sul pensiero d’Eraclito. Insegna al liceo di
Amburgo; dopo di che si trasfere a Monaco. Durante la grande guerraSpengler si
dedica alla stesura della sua opera maggiore, Der Untergang des Abendlandes, di
cui il primo volume compare al termine del conflitto (Miinchen; tr. it.
Milano). Il titolo di quest'opera che incontra subito un enorme successo
esprime la sua connessione con il clima politico della sconfitta tedesca: il
crollo della Germania si traduce nel tramonto della civiltà occidentale,
interpretato come il necessario momento di decadenza a cui ogni cultura è
condannata. I presupposti filosofici generali dell’opera di Spengler possono
essere rintracciati per un verso nel pensiero di Dilthey sviluppato in senso
relativistico e per l’altro verso in Goethe e in Nietzsche, i due autori di
Spengler. Da Dilthey deriva la rivendicazione di una via di accesso alla storia
che sia irriducibile al metodo della scienza naturale, così come deriva
l'affermazione del carattere storico di tutte le manifestazioni del mondo
umano. Spengler non soltanto accoglie l’antitesi tra due modi di considerare la
realtà, ma dà alla distinzione tra natura e storia un rilievo ontologico;
d'altra parte egli si richiama alla tesi diltheyana dell’auto-centralità delle
epoche storiche, applicandola alle culture e facendo così di ogni cultura un
organismo chiuso in se stesso, privo di rapporto con le altre culture. Da
Goethe deriva invece la prospettiva biologica in base alla quale la storia
viene interpretata come un processo organico, contrapposto all’uniformità delle
vicende naturali nel cui ambito vale il principio di causalità: la natura
vivente di Goethe si trasforma nel mondo come storia , definito in antitesi al
mondo come natura, e la sua logica è intesa come una logica organica,
eterogenea alla logica meccanica della natura. Da Nietzsche, infine, deriva lo
schema ciclico di interpretazione della storia, per cui il processo di ogni
cultura appare come la ripetizione di un processo sempre eguale: la dottrina
dell'eterno ritorno viene tradotta nell’affermazione dell'identità del ciclo
biologico degli organismi elementari della storia, cioè delle culture. Queste
diverse componenti confluiscono in una mescolanza talvolta eclettica a
costituire l'impianto teorico di Der Untergang des Abendlandes. In base ad esse
Spengler si propone di dimostrare che ogni cultura, essendo un organismo
biologico, nasce, si sviluppa, decade e muore, secondo la legge ineluttabile
della sua specie: perciò ogni cultura anche quella dell'Occidente è destinata,
a un certo momento, a perire. E nulla valgono gli sforzi degli uomini rivolti a
sottrarla a questa sorte, poiché la logica organica della storia incarna il
volere del destino, al quale l’uomo non può che sottomettersi. Però, se il
ciclo evolutivo è comune a tutte le culture, diverso è il patrimonio biologico
di ognuna: ogni cultura dà origine a un proprio mondo simbolico, le cui
manifestazioni valgono soltanto all’interno di essa e non sono partecipabili
dai membri delle altre culture. Da ciò la conclusione relativistica a cui
Spengler perviene: tra le culture non è possibile alcuna comunicazione, poiché
non vi sono valori comuni tra di esse. Ogni cultura crea i propri valori, che
sono del tutto diversi da quelli delle altre culture. In questo quadro la
civiltà occidentale si presenta come una cultura particolare ormai pervenuta al
proprio tramonto, e inarrestabilmente avviata alla fine. Analizzando i fenomeni
politico-economici che caratterizzano il mondo contemporaneo l'affermazione
della classe borghese, il prevalere dell'economia sulla politica, la
dernocrazia, l’organizzazione capitalistica Spengler cerca di porre in luce i
sintomi di questa decadenza, in virtù della quale la civiltà occidentale si
presenta non più come una cultura ma come una civiltà in declino , ossia come
una Zivilisation. Il tentativo di costruire una morfologia della storia
universale (come Spengler definisce la sua impresa filosofica) mette così capo
alla profezia, in chiave pessimistica, dell'imminente conclusione del ciclo
storico della civiltà occidentale. Benché oggetto di numerose critiche e
confutazioni, l’opera di Spengler ebbe una larga accoglienza positiva, e le sue
idee contribuirono in misura rilevante a preparare quel clima ideologico da cui
trarrà origine e alimento il nazismo. Nei volumi successivi a Der Untergang des
Abendlandes da Preussentum und Sozialismus (Miinchen, 1919) a Politische
Pflichten der deutschen ]ugend (Miinchen) e a Neubau des deutschen Reiches
(Miinchen, 1924), e poi ancora da Der Mensch und die Technik (Miinchen; tr. it.
Milano) a Jahre der Entscheidung (Miinchen; tr. it. Milano) Spengler conduce
un'aspra polemica contro il liberalismo, il regime parlamentare, i partiti
politici, affermando la necessità di restaurare l’autorità dello stato e di dar
vita a un socialismo coerente con la tradizione prussiana. È pur vero che egli
non aderì mai al nazismo; ma l'opposizione alla repubblica di Weimar e
l’esaltazione del primato della politica, della superiorità della razza bianca,
del cesarismo, ne fanno uno dei padri ideologici del regime. Negli ultimi anni
Spengler vive ritirato, ritornando sui temi della morfologia della storia
universale e dedicando una particolare attenzione al passaggio dalla preistoria
alla storia e all’origine delle culture: questi scritti, rimasti inediti per
lungo tempo, sono stati pubblicati soltanto in epoca recente (Urfragen,
Miinchen, 1965; tr. it. Milano, 1971; e Friihzeit der Weltgeschichte, Minchen,
1966). Muore a Monaco l'8 maggio 1936. Di Der Untergang des Abendlandes esiste
una recente riedizione in un volume, Miinchen, nonché un’edizione economica nei
Deutsche Taschenbiicher , 1973; anche Der Mensch und die Technik è stato
ristampato. Gli altri scritti del periodo sono stati raccolti nel volume
Politische Schriften, Miinchen, 1933. Ai volumi già menzionati si devono
aggiungere le Reden und Aufsitze (a cura di H. Kornhardt), Minchen, 1937, 1938
?, 1951° che comprende anche Preussentum und Sozialismus e i Gedanken (a cura
di H. Kornhardt), Miinchen, 1941. L'epistolario di Spengler è stato pubblicato
col titolo Briefe (a cura di A. M. Koktanek, in collaborazione con M.
Schròter), Minchen, 1963. Sul dibattito a cui diede origine la pubblicazione di
Der Untergang des Abendlandes riferisce ampiamente M. ScHnòrER, Die Streit um
Spengler, Miinchen, 1922, ora ristampato come prima parte di Metaphysik des
Untergangs (Eine kulturkritische Studie tiber Oswald Spengler), Miinchen. Tra
la vasta letteratura critica concernente l’opera e il pensiero di Spengler
segnaliamo gli studi seguenti: Logos , IX, 1920-21, n. 2 (fascicolo speciale
dedicato a Spengler), con articoli di K. JoéL, E. ScHwartz, W. SpreceLBere, L.
Curtius, E. Frank, E. Mezcer. T. L. Harins, Die Struktur der Weltgeschichte, Tibingen, Messer, Oswald
Spengler als Philosoph, Stuttgart, Fauconnet, Oswald Spengler, Paris, Corrinewoon
COLLINGWOOD – cited by H. P. Grice, P. F. Strawson, and D. F. Pears, ‘Metaphysics’,
in D. F. Pears, The nature of metaphysics, London, Macmillan, Spengler and the
Theory of Historical Cycles, Antiquity: a Quaterly Review of Archaeology. V.
Bronio-BroccHieri, Spengler. La
dottrina politica del pangermanesimo post-bellico, Milano, tr Fenvre, De
Spengler à Toynbee: quelques philosophies opportunistesde l’histoire, Revue de
métaphysique et de morale Giusso, Spengler e la dottrina degli universi
formali, Napoli, . . Gaune, Spengler und die Romantik, Berlin, 1937. Scunoter, Mesaphysik des
Untergangs (Eine kulturkritische Studie ber Oswald Spengler), Miinchen, Hucnes,
Oswald Spengler: a Critical Estimate, New York, Barrzer, Oswald Spenglers
Bedeutung fiir die Gegenwari, NeheimHiisten, Stutz, Oswald Spengler als
politischer Denker, Bern, Waismann, E? historicismo contemporaneo: Spengler,
Troeltsch, Croce, Buenos Aires, 1960, parte I. Barrzer, Philosoph oder Prophet?
Oswald Spenglers Vermichtnis und Voraussagen, Neheim-Hiisten, Mitter, Oswald
Spenglers Bedeutung fiir die Geschichtswissenschaft, Zeitschrift fir
philosophische Forschung. Spengler-Studien: Festgabe fiir Manfred Schròter zum
85. Geburtstag (a A. cura di A. M. Koxraner), Miinchen, . M. Koxraner, Oswald
Spengler in seiner Zeit, Miùnchen, 1968. Un elenco completo degli scritti di Spengler è dato da A. M. KorraNEK,
Oswald Spengler in seiner Zeit. Manca invece una bibliografia aggiornata degli
scritti su Spengler: si vedano però le indicazioni contenute nei volumi sopra
menzionati di M. ScHRòTER e di H. S. HucHs. È ora finalmente possibile compiere
il passo decisivo e abbozzare un'immagine della storia non più dipendente dalla
posizione accidentale dell’osservatore in un determinato presente il suo
presente e dalla sua qualità di membro interessato di una particolare cultura,
le cui tendenze religiose, spirituali, politiche, sociali lo inducono a
ordinare il materiale storico sulla base di una prospettiva temporale e
spazialmente delimitata, e a imporre quindi a ciò che è accaduto una forma
arbitraria e superficiale, ad esso intimamente estranea. Ciò che finora mancava
era la distanza dall’oggetto. Nei confronti della natura essa era stata
acquisita da lungo tempo; ma qui era anche più facile acquisirla. Il fisico
traccia il quadro meccanico-causale del suo mondo come cosa ovvia, come se egli
non esistesse affatto. La stessa cosa è però possibile anche nel mondo formale
della storia. Fino ad oggi noi non lo sapevamo. Caratteristico degli storici
moderni è l'orgoglio dell'oggettività; ma con ciò essi tradiscono quanto poco
siano consapevoli dei propri pregiudizi. Perciò si può forse dire (e lo si farà
in avvenire) che è fino ad oggi mancata una reale considerazione della storia
di stile faustiano, ossia una considerazione che possegga la di* Der Untergang
des Abendlandes: Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte, cap. I: Das
Problem der Weltgeschichte, sezione 1: Physiognomik und Systematik, Miinchen,
C. H. Beck'sche Verlagsbuchhandlung, ed. definitiva 1923, vol. I, pp. 125-151
(traduzione di Sandro Barbera e Pietro Rossi, autorizzata, per gentile
concessione della Casa Editrice Longanesi). stanza sufficiente per osservare,
nell'immagine complessiva della storia universale, anche il presente che è tale
solo in rapporto a una delle innumerevoli generazioni umane come qualcosa di
infinitamente distante ed estraneo, come un lasso di tempo che non ha un peso
maggiore di tutti gli altri, senza il criterio falsificante di qualche ideale,
senza il riferimento a se stessi, senza desiderio, preoccupazione e intima
personale partecipazione, come li pretende la vita pratica; una distanza,
quindi, che consenta per dirla con Nietzsche, che però non la possedeva a
sufficienza di considerare il fatto uomo da una lontananza immensa; un colpo
d’occhio sulle culture, anche sulla propria, come quello che si dà sulla serie
di vette di una catena di montagne all’orizzonte. Per far questo bisognava,
ancora una volta, portare a compimento un'impresa simile a quella di Copernico,
una liberazione dall’apparenza in nome dello spazio infinito come quella che da
tempo lo spirito occidentale aveva compiuto nei confronti della natura,
allorché passò dal sisterna tolemaico del mondo al sistema che oggi è il solo
per lui valido, eliminando in tal modo come formalmente determinante la
posizione accidentale dell'osservatore su un particolare pianeta. La storia
universale è suscettibile, e ha bisogno, del medesimo distacco da una posizione
di osservazione accidentale dall’ età moderna . Certo, il secolo x1x ci appare
infinitamente più ricco e importante che non, per esempio, il secolo xIx avanti
Cristo; ma anche la Luna ci sembra più grande di Giove e di Saturno. Da lungo
tempo il fisico si è liberato dal pregiudizio della distanza relativa; non così
lo storico. Noi ci permettiamo di designare la cultura dei Greci come antichità
in rapporto alla nostra età moderna. Lo era forse anche per i raffinati Egizi
alla corte del grande Thutmosi!, che si trovavano al culmine del loro sviluppo
storico un millennio prima di Omero? Per noi gli avvenimenti che si sono svolti
dal 1500 al 1800 sul terreno dell'Europa occidentale riempiono il terzo più
importante della storia universale. Per lo storico cinese che 1. Thutmosi (o
Tutmosi) III, faraone della Diciottesima dinastia vissuto intorno al 1600 a.
C., sotto il cui regno la potenza egiziana raggiunse il suo culmine,
estendendosi fino alla Siria e a Cipro. guarda indietro ai quattromila anni di
storia cinese e giudica in base ad essa, non sono che un breve e poco
significativo episodio, neppure lontanamente così importante come i secoli
della 10, Depp dinastia Han che fanno epoca nella sua storia universale .
L'intento delle pagine che seguono è di svincolare la storia dal pregiudizio
personale dell’osservatore, che nel nostro caso la riduce essenzialmente alla
storia di un frammento del passato, assumendo come fine ciò che è
accidentalmente presente ’ P nell'Europa occidentale, e come criteri di ciò che
è stato raggiunto e dev'essere raggiunto gli ideali e gli interessi validi in
questo particolare momento. II Natura e storia: in questo modo si
contrappongono tra loro, agli occhi di ogni uomo, le due possibilità estreme di
ordinare in un'immagine del mondo la realtà circostante. Una realtà è natura in
quanto subordina ogni divenire al divenuto, è storia in quanto subordina ogni
divenuto al divenire. Una realtà può essere vista nella sua forma ricordata
così sorge il mondo di Platone, di Rembrandt, di Goethe, di Beethoven oppure
può essere concepita criticamente nella sua esistenza sensibile presente ed
ecco i mondi di Parmenide e di Descartes, di Kant e di Newton. Conoscere, nel
senso rigoroso del termine, è quell’atto dell'esperienza vissuta il cui
risultato compiuto si chiama natura. Il conosciuto e la natura sono identici.
Ogni conosciuto è equivalente come dimostra il simbolo del numero matematico a
ciò che è meccanicamente limitato, a ciò che è esatto una volta per sempre, a
ciò che è posto. La natura è il complesso di ciò che è necessario in virtà di
leggi: vi sono soltanto leggi maturali. Nessun fisico che sia consapevole della
propria funzione vorrà procedere al di là di questo limite. Il suo compito è
quello di determinare la totalità, il sistema ben ordinato di tutte le leggi
che si possono ritrovare nell'immagine della su4 natura e, più precisamente,
che rappresentano in maniera esauriente e senza residuo l’immagine della sua
natura. D'altra parte l'intuire e rimando al detto di Goethe: l’intuire va ben
distinto dal guardare ? è quell’atto dell’esperienza vissuta che, in quanto si
compie, è esso medesimo storia. Ciò che viene immediatamente vissuto è l’accaduto,
è storia. Ogni accadere è singolare e irripetibile. Esso reca in sé la
caratteristica della direzione (del tempo), dell’irreversibili tà. L’accadere,
contrapposto come ormai divenuto al divenire, come realtà irrigidita alla
realtà vivente, appartiene irrevocabilmente al passato: il sentimento di ciò è
l'angoscia cosmica. Ogni cosa conosciuta è però atemporale, né passata né
futura, bensì semplicemente esistente e perciò di validità permanente. Questa è
la struttura interna di ciò che è oggetto di leggi naturali. La legge ciò che è
posto è anti-storica; essa esclude il caso. Le leggi naturali sono forme di una
necessità priva di eccezione, e quindi inorganica. È chiaro il motivo per cui
la matematica, come ordine quantitativo del divenuto, si riferisce sempre alle
leggi e alla causalità, e soltanto ad esse. Il divenire non ha numero .
Soltanto ciò che è privo di vita e il vivente soltanto se si prescinde dal suo
essere vivente può venir contato, misurato, analizzato. Il puro divenire, la
vita, è in questo senso illimitato. Esso si pone oltre l'ambito della causa e
dell’effetto, della legge e della misura. Nessuna profonda e genuina ricerca
storica va in cerca della legalità causale; in caso diverso non ha compreso la
sua essenza più propria. E tuttavia la storia osservata non è puro divenire;
essa è un'immagine, una forma del mondo che irradia dall’essere desto
dell'osservatore, e nella quale il divenire domina il divenuto. È sulla
presenza in essa del divenuto, e quindi su una deficienza, che poggia la possibilità
di ricavarne scientificamente qualcosa; e quanto maggiore è tale presenza,
tanto più essa appare meccanica, intellettualistica, causale. Anche la natura
vivente di Goethe un'immagine del mondo completamente estranea alla matematica
conteneva tanto di morto e di rigido da poterne trattare scientificamente
almeno la facciata. Se questo contenuto diminuisce molto, se essa è prossima al
2. Goerne, Lettera a Wilhelm von Humboldt del 3 dicembre 1795. puro divenire,
allora l’intuire è divenuto un puro Erlebnis che consente soltanto modi di
elaborazione artistica. A ciò che vide con il proprio occhio spirituale come
destino dei mondi, Dante non avrebbe potuto dare forma scientifica; neppure
Goethe avrebbe potuto darla a ciò che scorse nei grandi attimi del suo abbozzo
faustiano; e altrettanto poco Plotino e Giordano Bruno alle loro visioni, che
non sono state il risultato di ricerche. Qui sta la causa più importante del
conflitto concernente la forma intima della storia. Di fronte allo stesso
oggetto, allo stesso materiale di fatti, ogni osservatore ha, secondo la sua
disposizione, una diversa impressione della totalità, inafferrabile e
incomunicabile, che sta a base del suo giudizio e gli conferisce un colore
personale. Il grado del divenuto sarà sempre diverso nella visione di due
uomini: motivo sufficiente per cui essi non possono mai intendersi sul compito
e sul metodo. Ognuno dà all’altro la colpa per la mancanza di chiarezza di
pensiero, e tuttavia ciò che è designato con questa espressione, e sulla cui
struttura nessuno ha potere, non è qualcosa di peggio ma una diversità
necessaria. La stessa cosa vale per tutta la scienza naturale. Ma si tenga ben
presente che pretendere di trattare scientificamente la storia è, in ultima
istanza, sempre qualcosa di contraddittorio. La scienza genuina si estende fin
dove hanno validità i concetti di vero e di falso: ciò vale per la matematica,
e vale pure per la disciplina di raccolta, di ordinamento e di esame del
materiale, che è preliminare rispetto alla storia. Ma lo sguardo storico vero e
proprio, che procede soltanto di qui, appartiene al regno dei significati, in
cui i termini decisivi non sono il vero e il falso, ma il superficiale e il
profondo. Il vero fisico non è profondo, ma acuto . Solamente quando abbandona
il campo delle ipotesi di lavoro e sfiora le cose supreme, può essere profondo;
ma allora è diventato ormai anche lui un metafisico. La natura dev'essere
considerata scientificamente, mentre la storia deve essere oggetto di poesia.
Il vecchio Leopold von Ranke avrebbe detto, una volta, che il Quentin Durward
di Scott? rappresenta la vera storiografia. E Scott, pocta e romanziere
scozzese, autore di famosi romanzi storici che ebbero larga influenza anche
sugli storici romantici: il Quentin Durward, qui citato, è del 1823. le cose stanno proprio così; una buona opera
storica ha il suo vantaggio nel fatto che il lettore può diventare il suo
proprio Walter Scott. D'altra parte, dove dovrebbe dominare il regno dei numeri
e del sapere esatto, Goethe aveva chiamato natura vivente proprio ciò che era
un'intuizione immediata del puro divenire e del formarsi, e che quindi era
storia nel senso qui definito. Il suo mondo era anzitutto un organismo, un
essere vivente; e si comprende che le sue ricerche, anche quando recano
esteriormente un’impronta fisica, non hanno come scopo in sé numeri né leggi né
una causalità fissata in formule, e in generale nessun’analisi, ma sono
piuttosto morfologia nel senso più alto ed evitano perciò il mezzo
specificamente occidentale (e nient'affatto antico) di ogni considerazione
causale, l'esperimento misuratore, senza però farne mai lamentare l’assenza. La
sua considerazione della superficie terrestre è sempre geologia, mai
mineralogia (che egli chiamava scienza di ciò che è morto). Diciamolo ancora una
volta: non esiste nessun confine preciso tra i due modi di concepire il mondo.
Se è vero che divenire e divenuto sono antitetici, altrettanto sicuro è il
fatto che essi sono presenti entrambi in ogni specie di intendere. Rivive la
storia colui che intuisce entrambi i termini come divenienti e in via di
compimento; conosce la natura chi li analizza come divenuti e compiuti. In ogni
uomo, in ogni cultura, in ogni grado di cultura è presente una disposizione
originaria, un’originaria inclinazione e determinazione a preferire una delle
due forme come ideale di comprensione del mondo. L’uomo dell’Occidente è in
alto grado disposto storicamente *, mentre l’uomo antico lo fu in misura
minima. Noi consideriamo tutto ciò che è dato in rapporto al passato e al futuro,
l’antichità riconobbe come esistente soltanto il presente nella sua puntualità:
il resto diventaa. L’anti-storico come espressione di una decisa disposizione
sistematica dev'essere nettamente distinto da ciò che è astorico. L'inizio del
quarto libro di Die Welt als Wille und Vorstellung di Schopenhauer è indicativo
di un uomo che pensa in modo anti-storico, che cioè reprime, in base a
fondamenti teoretici, l'elemento storico che è presente in lui e lo respinge
contrapponendogli l’astorica natura ellenica che non lo possiede e non lo
comprende. va mito, In ogni nota della nostra musica, da Palestrina‘ fino a
Wagner, abbiamo davanti a noi anche un simbolo del divenire; i Greci avevano in
ogni loro statua un'immagine del puro presente. Il ritmo di un corpo poggia sul
rapporto simultaneo delle parti, il ritmo di una fuga sul corso temporale. III
In questo modo i principi della forma e della legge ci si presentano come i due
elementi fondamentali di ogni configurazione del mondo. Quanto più decisamente
un’immagine del mondo reca in sé i tratti della natura, tanto più
illimitatamente valgono in essa la legge e il mumero. Quanto più puramente un
mondo viene intuito come un esterno diveniente, tanto più l’inafferrabile
ricchezza del suo processo di formazione è estranea al numero. La forma è
qualcosa di mobile, di diveniente, di transeunte. La dottrina della
trasformazione. La dottrina della metamorfosi è la chiave per penetrare tutti i
segni della natura si dice in un’annotazione postuma di Goethe, Così la celebre
fantasia sensibile esatta di Goethe, che lascia il vivente agire su di sé*, si
distingue già sotto il profilo metodologico dal procedimento esatto e mortifero
della fisica moderna. Il residuo dell’aliro elemento che si troverà sempre si
manifesta nella scienza naturale rigorosa sotto forma di scorie e di ipotesi
inevitabili, il cui contenuto intuitivo riempie e sostiene tutto ciò che è
rigidamente numerabile e aderente a formule; e nella ricerca storica si
manifesta come cronologia, vale a dire come una rete di numeri intimamente del
tutto estranea al divenire (e qui mai tuttavia percepia. Vi sono fenomeni
originari, che noi non dobbiamo turbare e pregiudicare nella loro divina
semplicità (GoetHE, colloquio con Falk, citato da J.D. Fark, Goethe aus naherm
persònlichem Umgange dargestellet, Leipzig, 1832 [ed. Artemis]). 4. Giovanni
Pierluigi da Palestrina, compositore italiano, autore di celebri messe, di
magnificat, di inni, di mottetti, di lamentazioni ecc., è la principale figura
della musica sacra del Cinquecento. S. GortHe, Fragmente zur vergleichenden
Anatomie (morfologia), in Natur wissenschafdlichen Schriften, Zurich ta nella
sua estraneità), che avvolge e penetra il mondo delle forme storiche come uno
scheletro di date o come statistica, senza che si possa parlare di matematica.
Il numero cronologico designa ciò che è reale singolarmente, il numero
matematico designa ciò che è costantemente possibile. Il primo delimita forme
ed elabora per l’occhio del comprendere i contorni di epoche e di fatti; è al
servizio della storia. Il secondo è esso stesso la legge che deve stabilire il
termine e il fine della ricerca. Il numero cronologico è preso in prestito,
come mezzo di una scienza preliminare, dalla scienza per eccellenza, cioè dalla
matematica; nel suo uso si prescinde tuttavia da questa qualità. Si colga la
differenza tra i due simboli seguenti: 12 x 8 = 96 e 18 ottobre 1813 °. Qui
l’uso del numero si distingue completamente, proprio come l’uso linguistico
nella prosa e nella poesia. Ancora un’altra cosa occorre qui osservare. Poiché
a base del divenuto sta sempre un divenire e la storia rappresenta un
ordinamento dell'immagine del mondo nel senso del divenire, la storia è la
forma del mondo originario, mentre la natura nel senso di un meccanismo
elaborato del mondo è una forma successiva, che può essere realmente realizzata
soltanto da parte dell’uomo appartenente a culture mature. Di fatto l’ambiente
oscuro e animistico dell'umanità primitiva, di cui ancor oggi testimoniano i
suoi usi e i suoi miti religiosi, quel mondo completamente organico e pieno di
arbitrio, di demoni ostili e di potenze capricciose, costituisce una totalità
vivente, inafferrabile, enigmaticamente fluttuante e imprevedibile. Si può
anche chiamarlo natura, ma esso non è la nostra natura, non è il riflesso
irrigidito di uno spirito conoscente. Questo mondo originario risuona ancora talvolta,
come un frammento di umanità da lungo tempo passata, soltanto nell’anima
infantile e nei grandi artisti, in mezzo a una natura rigorosa che lo spirito
cittadino delle culture mature ha costruito con tirannica energia intorno al
singolo. Qui sta il motivo della tensione irritata tra intuizione scientifica (
moderna ) e intuizione artistica ( non pratica ) del mondo, nota a ogni epoca
tarda. L’uo6. Data della battaglia di Lipsia, in cui Napolcone fu sconfitto dal
generale prussiano Blicher. mo aderente ai fatti e il poeta non perverranno mai
a intendersi reciprocamente. Qui dev'essere cercato anche il motivo per cui
ogni ricerca storica che aspiri alla scientificità, mentre dovrebbe sempre
recare in sé qualcosa della fanciullezza e del sogno, qualcosa di goethiano,
sfiora il rischio di diventare una mera fisica della vita pubblica cioè una
storia materialistica , come si è essa stessa chiamata senza alcun sospetto.
Natura nel senso esatto del termine è il modo più raro, limitato agli uomini
delle grandi città di culture più tarde, il modo maturo e forse già senile di
possedere la realtà; la storia è invece il modo ingenuo e giovanile, e anche
più inconsapevole, proprio di tutta l'umanità. Così almeno la natura
numerabile, priva di mistero, analizzata e analizzabile di Aristotele e di
Kant, dei Sofisti e dei darwinisti, della fisica e della chimica moderna si
contrappone a quella natura immediatamente vissuta, illimitata, sentita di
Omero e dell’E444”, dell’uomo dorico e di quello gotico. "Trascurare questo
vorrebbe dire disconoscere l’essenza di ogni considerazione della storia. Essa
è la natura propriamente zazurale, mentre la natura esatta, ordinata
meccanicamente, è una concezione artificiale dell'anima di fronte al suo mondo.
Ciononostante o proprio per questo la scienza naturale è facile per l'uomo
moderno, mentre la considerazione della storia gli è difficile. Le spinte del
pensiero meccanicistico, che procede completamente sulla base della
delimitazione matematica, della distinzione logica, della legge e della
causalità, compaiono assai per tempo. Si trovano nei primi secoli di tutte le
culture, per quanto ancora deboli, isolate, ancora tendenti a svanire nella
ricchezza della coscienza religiosa del mondo; basti citare il nome di Ruggero
Bacone®. Presto esse assumono un carattere più rigoroso; non manca loro come a
tutto ciò che è conquista spirituale e sottoposto alla minaccia della natura
umana 7. Raccolta di canti mitologici ed epici, redatti in Islanda tra il
secolo x e il secolo xur, a cui fa seguito un trattato di arte poetica composto
dall'islandese Snorri Sturluson: è la principale fonte di conoscenza
dell’antica religione germanica, che si presenta tuttavia già in forma
dottrinalmente elaborata. 8. Bacone, filosofo inglese e monaco francescano,
autore dell'Opus maius, dell'Opus minus, dell'Opus tertium e di vari altri
scritti, è considerato il maggior rappresentante dell'orientamento empiristico
nella Scolastica del secolo xuI. l'aspetto tirannico ed esclusivistico. In modo
non percepibile il regno di ciò che è espresso in concetti spaziali infatti i
concetti sono per loro essenza numeri, di costituzione puramente quantitativa
penetra il mondo esterno del singolo, produce nelle, con e tra le semplici impressioni
della vita sensibile una connessione meccanica di tipo causale e numerico,
sottoponendo in ultimo la coscienza desta degli uomini civili delle grandi
città si tratti della Tebe egizia o di Babilonia, di Benares, di Alessandria o
delle metropoli dell'Europa occidentale a una costrizione continua da parte del
pensiero fondato sulle leggi naturali. In tal modo nulla più si oppone al
pregiudizio di ogni filosofia e di ogni scienza (giacché di un pregiudizio si
tratta) secondo cui questa situazione è /o spirito umano e ciò che gli sta di
fronte, l’immagine meccanicistica del mondo circostante, è il mondo. Logici
come Aristotele e Kant hanno elevato questa visione a visione dominante, ma
Platone e Goethe vi si oppongono. IV Il grande compito della conoscenza del
mondo, che per l'uomo appartenente alle culture superiori è un bisogno, una
specie di penetrazione della sua esistenza che egli crede dovuta a sé e ad essa
sia che il suo procedimento venga chiamato filosofia o scienza, sia che la sua
affinità con la creazione artistica e con l’intuizione della fede venga sentita
con intima certezza oppure venga contestata è in ogni caso sicuramente il
medesimo: quello di rappresentare nella sua purezza il linguaggio formale
dell'immagine del mondo che è determinato anteriormente all'essere desto del
singolo e che questi, finché non la pone a confronto con altre, deve
considerare come il mondo. Tenendo conto della differenza tra natura e storia,
questo compito deve essere duplice. L'una e l’altra parlano il proprio linguaggio
formale, differente sotto ogni riguardo; in un’immagine del mondo non ben
caratterizzata come di regola avviene i due linguaggi possono sovrapporsi e
confondersi, mai però congiungersi in un’unità intima. Direzione e estensione
sono le caratteristiche dominanti in virtù delle quali si distinguono
l'impressione storica e quella naturalistica del mondo. L’uomo non è affatto in
grado di lasciarle operare contemporaneamente nella loro azione formativa. Il
termine lontananza ha un doppio senso indicativo: da un lato significa futuro,
dall'altro distanza spaziale. Si osserverà che il materialista storico
percepisce quasi di necessità il tempo come dimensione matematica. Per
l'artista nato, al contrario come dimostra la lirica di tutti i popoli le
lontananze panoramiche, le nuvole, l'orizzonte, il sole calante sono tutte
impressioni che si legano irresistibilmente col sentimento di qualcosa di là da
venire. Il poeta greco nega il futuro e di conseguenza non vede, non canta
tutto questo: dal momento che appartiene del tutto al presente, appartiene
anche del tutto alla vicinanza. Lo scienziato naturale, l’uomo di intelletto
produttivo in senso proprio sia egli uno sperimetatore come Faraday”, un
teorico come Galilei o un calcolatore come Newton trova nel suo mondo soltanto
quantità prive di direzione che egli misura, vaglia e ordina. Soltanto ciò che
è quantitativo sottostà alla formulazione numerica, è determinato in modo
causale, può diventare concettualmente accessibile ed essere formulato in
leggi. Con ciò sono esaurite le possibilità della pura conoscenza della natura.
Tutte le leggi sono connessioni quantitative o come si esprime il fisico tutti
i processi fisici si svolgono nello spazio. Senza modificare il dato di fatto,
il fisico antico avrebbe corretto tale espressione nel senso dell’antico
sentimento del mondo, negatore dello spazio, dicendo che tutti i processi Hanzo
luogo tra corpi. Tutto ciò che è quantitativo è estraneo alle impressioni
storiche. Il suo organo è diverso. Il mondo come natura e il mondo come storia
hanno i loro propri modi di apprendimento. Noi li conosciamo e li usiamo
quotidianamente, senza però essere stati finora consapevoli della loro
antitesi. Ci sono una conoscenza della natura e una conoscenza dell’uomo, vale
a dire l’esperienza scientifica e l’esperienza della vita. Si segua Faraday,
fisico e chimico inglese, autore della C/hemical Manipulation, delle
Experimental Researches in Electricity, delle Experimental Rescarches in
Chemistry and Physics, diede contributi fondamentali allo sviluppo della teoria
dell'elettricità e del magnetismo. quest’antitesi fino alle sue ultime
profondità e si comprenderà che cosa intendo. Tutti i modi di concepire il
mondo possono essere definiti, in ultima analisi, come morfologia. La
morfologia di ciò che è meccanico ed esteso, cioè una scienza che scopre e
ordina leggi naturali e relazioni causali, si chiama sistematica; la morfologia
di ciò che è organico, della storia e della vita, vale a dire tutto quanto reca
in sé direzione e destino, si chiama fisiognomica. V Il modo sistematico di
considerazione del mondo ha raggiunto e oltrepassato il suo culmine in
Occidente durante il secolo scorso; il modo fisiognomico ha invece ancora
davanti a sé il suo grande momento. Tra un centinaio di anni tutte le scienze
ancora possibili su questo terreno sono destinate a diventare frammenti di
un’unica immensa fisiognomica di tutto quanto è umano. Questo significa una
morfologia della storia universale . In ogni scienza, dal punto di vista del
fine come del materiale, l’uomo racconta se stesso. Esperienza scientifica vuol
dire auto-conoscenza spirituale. Da questo punto di vista la matematica è stata
considerata poco prima come un capitolo della fisiognomica. Non abbiamo preso
in esame ciò che si proponeva il singolo matematico: il dotto in quanto tale e
i suoi risultati in quanto esistenza di una somma di sapere si differenziano
reciprocamente. Il matematico come uomo la cui operosità costituisce una parte
del suo manifestarsi, e il cui sapere e opinare costituisce una parte della sua
espressione, è qui il solo ad avere importanza, e precisamente come orgazo di
una cultura. Essa parla di sé per il suo tramite. Come personalità, come
spirito, nel suo scoprire, nel suo conoscere, nel suo formare egli appartiene
alla fisiognomica di quella cultura. Ogni matematica che, in quanto sistema
scientifico oppure come nel caso dell'Egitto nella forma dell’architettura,
rende manifesta a tutti l’idea del suo numero, inerente al suo essere desto, è
la confessione di un’anima. Quanto è certo che la funzione che si propone
appartiene soltanto alla superficie della storia, altrettanto certo è che il
suo elemento inconscio, cioè il numero stesso e lo stile dello sviluppo che la
conduce alla costruzione di un mondo formale chiuso, costituisce un’espressione
dell’esistenza, del sangue. La sua storia vitale, il suo fiorire e sfiorire, la
sua relazione profonda con le arti figurative, con i miti e i culti della
medesima cultura, tutto ciò appartiene a una morfologia del secondo tipo, cioè
a una morfologia storica, finora ritenuta quasi impossibile. La facciata
visibile di ogni storia ha perciò lo stesso significato dell'apparenza
esteriore dell’uomo singolo, vale a dire della statura, del volto, del
portamento, dell’andatura: non il linguaggio, ma il parlare; non lo scritto, ma
la scrittura. Tutto ciò è ben presente al conoscitore di uomini. Il corpo con
tutte le sue operazioni, il limitato, il divenuto, il transitorio, è
espressione dell'anima. Ma essere conoscitore di uomini vuol dire anche
conoscere quei grandi organismi umani di stile superiore che chiamo culture;
vuol dire cogliere il loro volto, il loro linguaggio, le loro azioni, nello
stesso modo in cui si colgono quelle di un uomo singolo. La fisiognomica
descrittiva e figurativa è arte del ritratto trasferita all'elemento
spirituale. Don Chisciotte, Werther, Julien Sorel! sono i ritratti di un’epoca.
Faust è il ritratto di un'intera cultura. Lo scienziato naturale, il morfologo
in quanto sistematico, conosce il ritratto del mondo soltanto come compito
imitativo; la stessa cosa vale per la fedeltà alla natura e la somiglianza nel
caso dell’artigiano che dipinge, il quale, in fondo, si accinge alla sua opera
in modo puramente matematico. Ma un ritratto genuino nel senso di Rembrandt è fisiognomica,
cioè storia racchiusa in un attimo. La serie dei suoi autoritratti non è altro
che un’autobiografia autenticamente goethiana. Così si dovrebbe scrivere la
biografia delle grandi culture. La parte imitativa, il lavoro dello storico di
mestiere sulle date e sui numeri è soltanto mezzo, non fine. Ai tratti del
volto della storia appartiene tutto ciò che è stato finora valutato soltanto in
base a criteri personali, in base all’utilità e alla dannosità, al bene e al
male, al piacere e al dispiacere: forme statali e forme economiche, battaglie e
arti, scienze e divinità, matematica e morale. Tutto ciò che è divenuto in
generale, tutto 10. Personaggio principale de Le ronge et le noir di Stendhal.
ciò che si manifesta è simbolo, è espressione di un’anima; aspira a essere
considerato con l’occhio del conoscitore di uomini, a non essere ricondotto a
leggi, ma sentito nel suo significato. In tal modo l’indagine si eleva a una
certezza ultima e suprema: tutto ciò che è transitorio è soltanto un'immagine.
Alla conoscenza della natura ci si può educare, ma conoscitore della storia si
nasce. Il conoscitore coglie e penetra uomini e fatti di un colpo, sulla base
di un sentimento che non s’impara, che è sottratto a ogni influenza
intenzionale, che ben raramente si produce nella sua massima forza. Analizzare,
definire, ordinare, delimitare in base a cause ed effetti, si può sempre farlo,
se si vuole: questo è un lavoro, l’altra è una creazione. Forma e legge,
immagine e concetto, simbolo e formula hanno un organo completamente diverso.
Ciò che si manifesta in quest’antitesi è il rapporto tra vita e morte, tra
generazione e distruzione. L'intelletto, il sistema, il concetto uccidono in
quanto conoscono ; fanno del conosciuto un oggetto irrigidito, che si può misurare
e suddividere. Invece l’intuizione vivifica; incorpora il singolo in un’unità
vivente, intimamente sentita. Il poetare e la ricerca storica sono affini
quanto affini sono il calcolare e il conoscere. Ma come disse una volta Hebbel
!! i sistemi non possono venir sognati né le opere d’arte calcolate o, il che è
lo stesso, escogitate . L'artista, lo storico autentico intuisce il modo in cui
qualcosa diviene. Egli rivive ancora una volta il divenire nei tratti di ciò
che è osservato. Il sistematico sia egli fisico, logico, darwiniano oppure
scrittore di storia pragmatica ha esperienza di ciò che è divenuto. L'anima di
un artista è, come l’anima di una cultura, qualcosa che aspira a realizzarsi,
qualcosa di concluso e di perfetto o nel linguaggio della filosofia antica un
microcosmo. Lo spirito sistematico staccato dal sensibile as-tratto è un
fenomeno tardo, ristretto e perituro, e appartiene agli stadi più maturi di una
cultura. È un fenomeno collegato alle città, in cui la sua vita si concentra
sempre di più: esso appare e di nuovo scompare insieme con esse. La scienza
antica sussiste Hebbcl, poeta e drammaturgo tedesco, autore di vari drammi di
argomento storico, di poesie, dì saggi estetici, nonché di Tagedécher: il suo
pensicro è ispirato da Gocthe e dalle tcorie idcalistiche, in particolare da
Schelling c da Hegel. soltanto nel periodo che va dagli Ionici del secolo vi
fino all’epoca romana; di artisti antichi ve ne furono per tutta l’antichità.
Possa servire da ulteriore chiarimento lo schema seguente: Anima Mondo
Esistenza Possibilità Compimento Realtà (Vita) Divenire Divenuto Essere
Direzione Estensione desto Organico Meccanico Simbolo, immagine Numero,
concetto Storia Natura Immagine Ritmo, forma Tensione, legge del mondo
Fisiognomica Sistematica Fatti Verità Se si cerca di pervenire a chiarezza sul
principio di unità in base al quale ognuno dei due mondi viene concepito, si
troverà che la conoscenza regolata matematicamente si riferisce in tutto e per
tutto, e in modo tanto più deciso in quanto più è pura, a qualcosa che è
costantemente presente. L'immagine della natura, quale il fisico la considera,
è ciò che si dispiega al momento dinanzi ai suoi sensi. Tra i presupposti per
lo più sottintesi, ma non per questo meno saldi, di ogni ricerca naturale vi è
quello secondo cui la natura è la medesima per ogni essere desto e per tutti i
tempi: un esperimento decide una volta per tutte. Non che il tempo venga
negato, ma all’interno di questo orientamento si prescinde da esso. La storia
reale poggia invece sul sentimento, altrettanto certo, del contrario. La storia
presuppone come suo organo un tipo di sensibilità interiore, difficile da
descrivere, le cui impressioni vengono colte in un’infinita trasformazione e non
possono quindi essere raccolte in un punto del tempo (del supposto tempo dei
fisici si parlerà più oltre). L'immagine della storia si tratti della storia
dell'umanità, del mondo degli organismi, della terra o del sistema delle stelle
fisse è un'immagine della memoria. La memoria viene qui concepita come uno
stato superiore che non è affatto proprio a ogni essere-desto, ed è concesso a
qualcuno solo in grado minimo, vale a dire come una forma del tutto particolare
di immaginazione che consente di rivivere l’attimo singolo sub specie
aeternitatis, in continua relazione con tutto ciò che è passato e futuro: essa
è il presupposto di ogni specie di contemplazione retrospettiva, di
auto-conoscenza e di autoconfessione. In questo senso l’uomo antico non
possiede alcuna memoria, e quindi neppure storia, né in sé né intorno a sé.
Nessuno può emettere giudizi sulla storia, se non chi ne abbia fatto esperienza
egli stesso (Goethe !). Nella coscienza del mondo dell’antichità tutto il
passato è assorbito nell’attimo. Si confrontino le teste quanto mai storiche
delle sculture del duomo di Naumburg, delle figure di Direr e di Rembrandt, con
quelle ellenistiche, per esempio con quella della celebre statua di Sofocle. Le
prime narrano l’intera storia di un’anima, mentre i tratti delle seconde si
limitano strettamente all’espressione di un essere momentaneo. Esse tacciono
tutto ciò che ha condotto, nel corso di una vita, a questo essere sempre che se
ne possa in generale parlare di fronte a un uomo genuinamente antico, che è sempre
compiuto, mai un essere diveniente. VI È ora possibile rintracciare gli
elementi ultimi del mondo formale della storia. Forme innumerevoli, che
compaiono e scompaiono, che si stagliano e si dileguano nuovamente in una
ricchezza senza fine; una confusione smagliante di mille colori e di mille
luci, caratterizzata in apparenza dalla più libera accidentalità questa è, a
prima vista, l’immagine della storia universale, quale essa si dispiega nella
sua totalità di fronte all’occhio interiore. Ma lo sguardo che penetra più
profondamente nell’essenziale separa da questo arbitrio quelle forme pure che,
fittamente ricoperte e disvelantisi soltanto controvoglia, stanno alla base di
ogni umano divenire. Dell’immagine del divenire complessivo del mondo con i
suoi orizzonti che si accumulano potenzialmente così come 12. GoerHe, Maximen
und Reflezionen l'occhio faustiano che li abbraccia e quindi del divenire del
cielo stellato, della superficie terrestre, degli esseri viventi, degli uomini,
noi consideriamo ora soltanto l’unità morfologica estremamente piccola della
storia universale nel senso consueto della parola, cioè della storia (poco
apprezzata dal vecchio Goethe) dell'umanità superiore, che abbraccia circa
seimila anni, senza affrontare l’arduo problema dell’analogia interna di tutti
questi aspetti del divenire. Ciò che dà senso e contenuto a questo fuggevole
mondo di forme, e che è rimasto finora profondamente sommerso sotto la massa
quasi impenetrabile di date e di fatti tangibili, è il fenomeno delle grandi culture.
Soltanto quando queste forme originarie siano state individuate, sentite,
elaborate nel loro significato fisiognomico, può ritenersi compresa da noi
l'essenza e la forma intima della storia umana in antitesi all’essenza della
natura. Soltanto partendo da questo sguardo profondo e prospettico si può
parlare seriamente di una filosofia della storia. Soltanto allora si può
cogliere ogni fatto presente nell’immagine storica, ogni idea, ogni arte, ogni
guerra, ogni personalità nel suo contenuto simbolico, e considerare la storia
non più come mera somma del passato, priva di un proprio ordine e di una
interna necessità, bensì come un organismo di struttura quanto mai rigorosa e
con un'articolazione fornita di senso, nel cui sviluppo il presente accidentale
dell’osservatore non indica una semplice sezione e il futuro non appare più
come informe e indeterminabile. Le culture sono organismi; la storia universale
è la loro biografia complessiva. L’immensa storia della cultura cinese o della
cultura antica è morfologicamente l’esatta contropartita della piccola storia
del singolo uomo o di un animale, di un albero, di un fiore. Per lo sguardo
faustiano non si tratta di un’esigenza, ma di un'esperienza: se si vuol
conoscere la forma interna, ovunque ripetuta, la morfologia comparativa delle
piante e degli animali ha già da lungo tempo preparato il metodo adatto. Nel
destino delle singole culture che si succea. Non si tratta del metodo analitico
del pragmatismo zoologico dei darwinisti con la loro caccia di connessioni
causali, bensì del metodo intuitivo e sintetico di Goethe. dono, che crescono
l’una accanto all’altra, si toccano, si ostacolano, si soffocano, viene a
esaurirsi il contenuto di tutta la storia umana. E se passiamo spiritualmente
in rassegna le loro forme, che finora erano troppo profondamente nascoste sotto
la superficie del corso banale di una storia dell'umanità , perveniamo a
scoprire la forma originaria della cultura, libera da ogni elemento
perturbatore e privo di significato, la quale sta alla base di tutte le culture
particolari come loro ideale formale. Distinguo qui l’idea di una cultura, il
complesso delle sue possibilità interne, dalla sua manifestazione sensibile
nell’immagine della storia, che costituisce la sua realizzazione compiuta. Questo
è il rapporto dell’anima con il corpo vivente, con la sua espressione in mezzo
all'universo visibile ai nostri occhi. La storia di una cultura è la
progressiva realizzazione di ciò che ad essa è possibile. Il compimento
equivale alla fine. In questo modo l’anima apollinea che alcuni di noi possono
forse comprendere e rivivere stava in rapporto con il suo dispiegamento nella
realtà, con l’ antichità della quale l’archeologo, il filologo, lo studioso di
estetica e lo storico indagano i resti accessibili all’occhio e all’intelletto.
La cultura è il fenomeno originario di tutta la storia universale passata e
futura. La profonda e poco apprezzata idea che Goethe scoprì nella sua natura
vivente, e che ha sempre posto a base delle sue ricerche morfologiche, deve qui
venir applicata, nel suo senso più preciso, a tutte le formazioni della storia
umana pienamente maturate, morte mentre ancora stavano fiorendo,
semi-sviluppate o soffocate ancora in germe. Si tratta di un metodo fondato sul
sentire simpatetico, non sull’analisi. Il massimo a cui l’uomo può pervenire è
la meraviglia; perciò sia soddisfatto quando il fenomeno originario lo pone in
uno stato di meraviglia; non gli è concesso niente di superiore, e neppure.deve
cercarvi qualcosa di più: qui sta il limite !. Fenomeno originario è quello in
cui l’idea del divenire sta dinanzi agli occhi nella sua purezza. Goethe vide
chiaramente, davanti al suo occhio spirituale, l’idea della pianta originaria
nella forma di ogni pianta singola, nata accidentalmente o anche solo
possibile. Nella sua indagine sull’os intermazillare 13. GoerHe, Gespriche mit
Eckermann. egli partì dal fenomeno originario del vertebrato, e in altro campo
partì dalla stratificazione geologica, dalla foglia come forma originaria di
ogni organo vegetale, dalla metamorfosi delle piante come immagine primordiale
di tutto il divenire organico. La medesima legge si potrà applicare a tutti gli
altri esseri viventi !* scrisse da Napoli a Herder, comunicandogli la sua
scoperta. Si trattava di uno sguardo sulle cose che Leibniz avrebbe potuto
intendere; il secolo di Darwin ne restò invece il più possibile distante. Non
esiste però ancora una considerazione della storia che sia completamente libera
dai metodi del darwinismo, cioè dalla scienza naturale sistematica poggiante
sul principio causale. Mai si è discusso di una fisiognomica rigorosa e chiara,
compiutamente consapevole dei suoi mezzi e dei suoi limiti, i cui metodi
dovevano essere ancora trovati. Questo è il grande compito del secolo xx: porre
accuratamente in luce la struttura interna delle unità organiche attraverso le
quali e nelle quali si compie la storia universale; distinguere ciò che è
morfologicamente necessario ed essenziale da ciò che è accidentale, cogliere
l’espressione degli avvenimenti e scoprire il linguaggio che sta alla sua base.
VII Una massa sterminata di esseri umani, una corrente senza sponde che
scaturisce dall’oscuro passato, là dove il nostro sentimento del tempo perde la
propria capacità ordinatrice e l’inquieta fantasia o l’angoscia ha suscitato
come per magia in noi l'immagine di epoche geologiche per nascondere un enigma
insolubile; una corrente che va a perdersi in un futuro altrettanto oscuro e
atemporale questo è il substrato dell’immagine faustiana della storia umana. L’onda
uniforme di innumerevoli generazioni muove questa vasta superficie. Fasci di
luce si estendono abbaglianti. Effimeri bagliori passano e danzano,
scompigliano e turbano il chiaro specchio, si trasformano, balenano e
scompaiono: sono ciò che abbiamo chiamato 14. GoerHE, Italienische Reise,
lettera a Herder.generazioni, stirpi, popoli, razze. Essi abbracciano una serie
di generazioni in un ambito delimitato della superficie storica. Quando si
spegne la forma plasmatrice in esse presente e questa forza è assai diversa, e
predetermina un’assai diversa durata e plasticità di queste formazioni si
dissolvono anche le caratteristiche fisiognomiche, linguistiche, spirituali, e
il fenomeno si risolve di nuovo nel caos delle generazioni. Arii, Mongoli,
Germani, Celti, Parti, Franchi, Cartaginesi, Berberi, Bantù, sono tutti nomi
che designano formazioni estremamente differenziate di tale ordine. Ma su
questa superficie le grandi culture tracciano i loro maestosi cerchi di onde.
Esse compaiono all’improvviso, si estendono seguendo direttrici fastose, si
acquietano, scompaiono lasciando di nuovo solitario e stagnante lo specchio
della marea. Una cultura nasce nell’attimo in cui una grande anima si desta
dallo stato psichico originario dell’umanità eternamente fanciulla e se ne
distacca, come una forma da ciò che è privo di forma, come qualcosa di limitato
e di perituro dall’illimitato e dal permanente. Essa fiorisce sulla base di un
territorio delimitabile in modo preciso, al quale rimane vincolata come una
pianta. Una cultura perisce quando quest'anima ha realizzato l’intera somma
delle sue possibilità sotto forma di popoli, di lingue, di dottrine religiose,
di arti, di stati e di scienze, ritornando quindi nel grembo della spiritualità
originaria. Ma la sua esistenza vivente, cioè quella successione di grandi
epoche che designano in una linea retta il suo compimento progressivo, è una
lotta interiore e piena di passione per l’affermazione dell'idea contro le
potenze del caos verso l'esterno, e verso l'interno contro l’inconscio in cui
esse si sono astiosamente ritirate. Non è soltanto l’artista a combattere
contro la resistenza della materia e l’'annientamento dell’idea entro di sé.
Ogni cultura si trova in una relazione profondamente simbolica e quasi mistica
con ciò che è esteso, con lo spazio nel quale e attraverso il quale essa vuole
realizzarsi. Quando il fine è raggiunto e l’idea, la molteplicità delle sue
possibilità interne, si è compiuta e si è realizzata verso l'esterno,
improvvisamente la cultura si irrigidisce; essa muore, il suo sangue si
coagula, le sue forze vengono meno ed essa diventa una civiltà in declino.
Questo è ciò che sentiamo e intendiamo parlando di egizianismo, di
bizantinismo, di mandarinismo. Così essa può ancora, come un gigantesco albero
marcito nella foresta, protendere i suoi rami fradici per secoli e millenni. È
quello che vediamo in Cina, in India, nel mondo islamico. In questo modo
l’antica civiltà in declino dell’epoca imperiale si elevava gigantesca, con
apparente forza giovanile e apparente ricchezza, sottraendo aria e luce alla
giovane cultura araba dell’Oriente. Questo è il senso di tutti i tramonti della
storia del compimento interno ed esterno, dell’esaurimento che sovrasta ogni
cultura vivente. Di essi quello che ci appare più chiaro nei suoi contorni è il
tramonto dell’antichità , mentre già oggi avvertiamo chiaramente in noi e
intorno a noi i primi indizi di un avvenimento ad esso del tutto analogo per
corso e durata, che appartiene ai primi secoli del prossimo millennio: il
tramonto dell’Occidente ?. Ogni cultura percorre le età dell’individuo: ognuna
ha la sua infanzia, la sua giovinezza, la sua maturità e la sua vecchiaia.
Un’anima giovanile, timida, ricca di presentimenti si manifesta negli albori
del romantico e del gotico. Essa riempie di sé il passaggio faustiano dalla
Provenza dei Trovatori fino al duomo di Hildesheim del vescovo Bernward”. Qui
soffia un vento di promavera. Nelle opere dell’antica architettura tedesca dice
Goethe! si vede il fiorire di una situazione straordinaria. Chi si trovi
immediatamente di fronte una fioritura del genere, non può che stupirsi; ma chi
penetri nella segreta vita interna della pianta, nel muoversi delle forze,
seguendo passo passo lo sviluppo della fioritura, vede la cosa con occhi del
tutto diversi; sa quello che vede . L'infanzia ci a. Non si tratta della
catastrofe delle migrazioni dei popoli che costituisce come nel caso della
distruzione della cultura maya da parte spagnola un caso privo di necessità più
profonda, bensì dell'intimo disfacimento che sopravviene fin da Adriano, e
corrispondentemente in Cina sotto la dinastia orientale. 15. Hildeshcim è una
città della Bassa Sassonia, sede episcopale dall'epoca di Carlo Magno: San
Bernward vi fu vescovo, facendo costruire le mura intorno alla città e
favorendo lo sviluppo della metallurgia. 16. GoerHE, Gespricke mit Eckermann,
21 ottobre 1823. parla in modo simile e con voci del tutto affini, con l’arte
dorica pre-omerica, con quella cristiana antica, cioè arabo-primitiva, e con le
opere dell’antico regno egizio che ha inizio con la quarta dinastia. Qui una
coscienza del mondo mitica lotta con tutto ciò che di oscuro e di demoniaco è
presente in essa e nella natura come con una colpa, per poter maturare fino
alla pura luminosa espressione di un'esistenza finalmente conquistata e
compresa. Quanto più una cultura si avvicina al mezzogiorno della sua
esistenza, tanto più il suo linguaggio formale finalmente assicurato diventa
maturo, aspro, controllato, denso, tanto più essa è certa nel sentimento della
propria forza e tanto più chiari diventano i suoi tratti. Nell’epoca primitiva
tutto ciò era ancora sordo e confuso, procedeva per tentativi, pieno al tempo
stesso di nostalgia e di angoscia infantile. Si consideri la decorazione dei
portali delle chiese romanico-gotiche della Sassonia e della Francia
meridionale: si pensi alle catacombe cristiane primitive, ai vasi in stile
diploico. Ora, nella piena coscienza della forza plasmatrice giunta alla
maturità come si manifesta nelle epoche dell’inizio del Medio Impero, dei
Pisistrati, di Giustiniano I, della Controriforma ogni singolo tratto
espressivo appare scelto, rigoroso, misurato, di una meravigliosa levità e
naturalezza. Qui troviamo ovunque attimi di perfezione luminosa, attimi in cui
sono sorti la testa di Amenemhet III ” (la sfinge di Hyksos di Tanis), la
cupola di Santa Sofia, i dipinti di Tiziano. Ancora più tardi, delicati, quasi
fragili, della dolcezza dolorosa degli ultimi giorni d’ottobre, sono l’Afrodite
di Cnido e la sala dei cori dell’Eretteo, gli arabeschi degli archi saraceni a
ferro di cavallo, lo Zwinger di Dresda", Watteau! e Mozart. Infine, nella
vecchiaia della civiltà in declino, il fuoco dell’anima si spegne. Per una
volta ancora la forza calante trova l’ardire, pervenendo con parziale successo
a una grande creazione nel classicismo, che non è estraneo a nessuna cultura in
via di estinzione; Amenembet II, faraone della Dodicesima dinastia. Lo Zwinger
è il castello rcale di Dresda, costruito nell'età barocca, sede di celebri
collezioni. 19. Jcan-Antoinc Wattcau, uno dci maggiori pittori francesi del
Settecento. l’anima ripensa ancora una volta dolorosamente nel romanticismo
alla propria infanzia. Alla fine stanca, neghittosa, fredda, essa smarrisce la
gioia dell’esistenza e come nell’epoca imperiale di Roma aspira a fare
nuovamente ritorno dalla luce millenaria nell’oscurità della mistica spirituale
originaria, nel grembo materno, nella tomba. Questa è la magia della seconda
religiosità , che i culti di Mitra, di Iside, del Sole hanno esercitato una
volta sull'uomo della tarda antichità i medesimi culti che in Oriente un’anima
appena albeggiante aveva riempito di un’interiorità completamente nuova,
facendone l’espressione primitiva, sognante, angosciata della sua solitudine in
questo mondo. VII Si parla dell’abito di una pianta e con ciò si intende la
forma di apparenza esterna propria ad essa soltanto, cioè il carattere,
l'andamento, la durata del suo manifestarsi nel mondo visibile ai nostri occhi
l'elemento per cui ognuna si distingue, in ogni sua parte e in ogni fase della
sua esistenza, dagli esemplari di tutte le altre specie. Applicherò questo
importante concetto fisiognomico ai grandi organismi della storia, e parlerò
dell'abito della cultura, della storia o della spiritualità indiana, egiziana,
antica. Un sentimento indeterminato di esso è stato da sempre a base del
concetto di stile; e quando si parla dello stile religioso, intellettuale,
politico, sociale, economico di una cultura, e dello stile di un'anima in
generale, ci si limita a chiarirlo e ad approfondirlo. Questo abito
dell’esistenza nello spazio, che nell'uomo singolo si estende al fare e al
pensare, al portamento e alla disposizione spirituale, abbraccia nell'esistenza
di intere culture l’espressione complessiva della vita di ordine superiore,
come la scelta di determinati generi artistici (la scultura e l'affresco da
parte dei Greci, il contrappunto e la pittura a olio in Occidente) e il riftuto
deciso di altri generi artistici (l’arte plastica da parte degli Arabi), la
propensione all’esoterismo (in India) o alla popolarità (nel mondo antico), al
discorso orale (nell’antichità) o allo scritto (in Cina e in Occidente), come
forme di comunicazione spirituale, nonché il tipo di costumi, di
amministrazione, di mezzi di trasporto e le forme di rapporto sociale. Tutte le
grandi personalità antiche costituiscono un gruppo a sé, il cui abito
spirituale è rigorosamente distinto da quello dei grandi uomini appartenenti al
gruppo arabo o occidentale. Si confronti un Goethe o un Raffaello con gli
uomini dell’antichità, ed Eraclito, Sofocle, Platone, Alcibiade, Temistocle,
Orazio, Tiberio ci appariranno subito come raccolti in un’unica famiglia. Ogni
metropoli antica dalla Siracusa di Gerone fino alla Roma imperiale in quanto
incarnazione e simbolo di un medesimo sentimento della vita, è profondamente
diversa per piano urbanistico, per la struttura delle strade, per il linguaggio
dell’architettura privata e pubblica, per il tipo delle piazze, dei vicoli, dei
cortili, delle facciate, per il colore, il chiasso, il traffico, per lo spirito
delle sue notti, dal gruppo delle metropoli indiane, arabe, occidentali. A
Granada molto tempo dopo la sua conquista si poteva ancora sentire l’anima
delle città arabe, di Bagdad e del Cairo, mentre nella Madrid di Filippo II si
incontrano già tutte le caratteristiche fisiognomiche delle immagini di città
moderne come Londra e Parigi. In ogni diversità di questa specie c'è un alto
grado di simbolismo: si pensi alla propensione occidentale per le prospettive e
i tracciati stradali rettilinei, come lo scorcio possente dei Champs Elysées
visti dal Louvre o la piazza di San Pietro, e alla loro antitesi rispetto alla
confusione e alla ristrettezza quasi intenzionale della Via Sacra, del Foro
romano e dell’Acropoli con il loro ordine asimmetrico e aprospettico delle
parti. Anche la struttura della città ripete o per un oscuro impulso (come
avviene nel gotico) o consapevolmente (come dopo Alessandro e Napoleone) qui il
principio matematico leibniziano dello spazio infinito, là quello euclideo dei
corpi isolati. Ma all’abito di un gruppo di organismi appartiene anche una
determinata durata della vita e un determinato ritmo di sviluppo. Questi
concetti non possono mancare in una dottrina della struttura della storia. Il
ritmo dell’esistenza antica era diverso da quello dell’esistenza egizia o
araba. Si può parlare dell’ andante dello spirito ellenico-romano e dell’
allegro con brio di quello faustiano. Al concetto di durata della vita di un
uomo, di una farfalla, di una quercia, di un filo d'erba si connette, del tutto
indipendentemente da ogni accidentalità del destino individuale, un determinato
valore. Nella vita di tutti gli uomini dieci anni costituiscono una sezione
approssimativamente equivalente, e anche la metamorfosi degli insetti è legata,
nei casi singoli, a un numero di giorni già noto con precisione in anticipo. I
Romani ricollegavano ai loro concetti di pueritia, adulescentia, juventus,
virilitas, senectus una rappresentazione fornita di precisione quasi
matematica. Senza dubbio la biologia del futuro farà della durata
predeterminata della vita delle varie specie e dei vari generi in antitesi al
darwinismo, e con un'esclusione di principio dei motivi causali di finalità
riguardo all'origine delle specie il punto di partenza di una problematica
completamente nuova. La durata di una generazione poco importa di quali esseri
è un fatto di significato quasi mistico. Queste relazioni posseggono anche, in
maniera finora mai percepita, una validità per tutte le culture superiori. Ogni
cultura, ogni sua epoca iniziale, ogni crescita e ogni declino, ognuna delle
sue fasi e dei suoi periodi internamente necessari possiede una durata
determinata, sempre eguale, sempre ricorrente con l'insistenza di un simbolo.
In quest'opera si dovrà rinunciare a svelare questo mondo di connessioni piene
di mistero, ma i fatti che verranno in seguito sempre più in luce sveleranno
tutto ciò che qui rimane celato. Che cosa significa il sorprendente periodo di
cinquant’anni, che si riscontra in ogni cultura, nel ritmo del divenire
politico, spirituale, artistico? *® Che cosa significano i periodi di trecento
anni del barocco, dello ionico, delle grandi matematiche, dell’arte plastica
attica, della pittura a mosaico, del contrappunto, della meccanica galileiana?
Che cosa significa la durata ideale di un millennio nella vita di ogni cultura,
in confronto a quella dell'individuo, in cui la vita dura settant'anni ? a. Mi
limiterò a fare qui riferimento alla distanza delle tre guerre puniche e alla
serie, anch'essa da intendersi in maniera puramente ritmica, della guerra di
successione spagnuola, delle guerre di Federico il Grande, di Napoleone, di
Bismarck e della guerra mondiale. Affine a ciò è il rapporto spirituale tra
nonno e nipote. Di qui trae origine la convinzione dei popoli primitivi che
l’anima del nonno ritorni nel nipote e il costume diffuso di dare al nipote il
nome del nonno, che con la sua forza mistica ne rievoca l’anima nel mondo
corporeo. Nel modo in cui le foglie, i fiori, i rami, i frutti recano ad
espressione nella loro forma, nella loro foggia e nel loro portamento l’essere
vegetale, lo stesso fanno le formazioni religiose, intellettuali, politiche ed
economiche nell’esistenza di una cultura. Ciò che per l’individualità di Goethe
significa una serie di manifestazioni così differenti quali il Faust, la
Farbenlehre, il Reineke Fuchs, il Tasso, il Werther, il viaggio in Italia,
l'amore per Federica, il West-ostliche Divan e le Ròmische Elegien, per
l’individualità del mondo antico significano le guerre persiane, la tragedia
attica, la polis, il dionisiaco, al pari della tirannide, delle colonne
ioniche, della geometria di Euclide, della legione romana, dei combattimenti
tra gladiatori e del panem et circenses dell’epoca imperiale. In questo senso
ogni esistenza individuale in qualche modo significativa ripete, con profonda
necessità, tutte le epoche della cultura a cui appartiene. In ciascuno di noi
la vita interiore si desta in quell’istante decisivo a partire dal quale si sa
di essere un Io nel punto e nel modo in cui si è destata l'anima dell'intera
cultura. Ognuno di noi, uomini dell’Occidente, ancora rivive da fanciullo, nei
suoi sogni ad occhi aperti e nei giochi infantili, il suo gotico, le sue
cattedrali, i castelli feudali e le saghe degli eroi, il Dieu Je veut delle
Crociate e il tormento del giovane Parsifal’. Ogni giovane greco aveva la sua
epoca omerica e la sua Maratona. Nel Werther di Goethe, immagine di una svolta
giovanile nota a ogni uomo faustiano, ma a nessun uomo antico, ritorna l’epoca
di Petrarca e del Minnesang”®. Quando Goethe abbozzò l’Urfaust, egli era Parsi
fal; quando finì la prima parte, era Amleto; soltanto con la seconda parte
diventò l’uomo universale del secolo x1x, quale 20. Eroc di una leggenda
popolare di origine celtica, poi collegato con il ciclo di Re Artà o dei
cavalieri della tavola rotonda : in questo nuovo contesto Parsifal diventa il
personaggio principale della ricerca del Graal, dando così il titolo nel secolo
xt a un noto pocma cavalleresco di Chrétien de Troyes. A quest'ultima versione
si è richiamato Wagner nella sua ultima opera, il Parsifal. Designazione
collettiva della lirica tedesca dei secoli xir e xm, affine alla poesia
trobadorica provenzale, che si ispira all'ideale dell’ amor cortese . La parola
è composta dai termini Minne (= Liebe, amore) c Sang (= Gesang, canto o
canzone); essa si riferisce all'omaggio reso dal cavaliere alla sua dama,
cspresso con la parola Minnedienst. Byron lo intese. Perfino la senilità, quei
secoli capricciosi e infecondi dell’Ellenismo più tardo, la seconda
fanciullezza di un'intelligenza stanca e svogliata, si può studiare in più
d’uno dei grandi vegliardi dell’antichità. Nelle Baccanti di Euripide è
anticipato molto del sentimento della vita, e nel Timeo di Platone molto del
sincretismo religioso dell’età imperiale. Il secondo Faust di Goethe e il
Parsifal! di Wagner svelano in anticipo quale forma la nostra spiritualità
assumerà nei prossimi secoli, negli ultimi secoli creativi. Per omologia degli
organi la biologia intende la loro equivalenza morfologica, in antitesi
all’analogia, che si riferisce invece all’equivalenza della loro funzione.
Goethe ha concepito questo concetto importante, e così fecondo nelle sue
conseguenze, il cui sviluppo lo ha condotto a scoprire nell'uomo l’os
intermaxillare; Owen? ne ha dato una formulazione rigorosamente scientifica. Io
introduco questo concetto anche nel metodo storico. È noto che a ogni parte del
cranio umano corrisponde in modo preciso in tutti i vertebrati fino ai pesci
un’altra parte, in modo tale che le pinne pettorali dei pesci e i piedi, le
ali, le mani dei vertebrati terrestri sono organi omologhi, anche se hanno
perduto ogni più piccola parvenza di somiglianza. Omologhi sono i polmoni degli
animali terrestri e la vescica natatoria dei pesci; analoghi sono invece in
riferimento all’uso i polmoni e le branchie®. Qui si manifesta un talento a.
Non è superfluo aggiungere che questi fenomeni puri della natura vivente sono
estranei a ogni elemento causale, e che il materialismo dovette pervertirne
l'immagine con l’introduzione di cause finali, per ottenere un sistema adatto
all'intelletto comune. Goethe, che del darwinismo aveva grosso modo anticipato
ciò che di esso rimarrà ancora tra cinquant'anni, escluse completamente il
principio di causa. Egli caratterizza la vita reale priva di cause e di scopi
in modo tale che i darwinisti non si sono qui affatto avveduti dell'assenza del
principio. Il concetto di fenomeno originario non permette nessuna assunzione
causale, a meno che non si voglia fraintenderlo in senso meccanicistico. Owen,
biologo inglese, autore della Memoir on the Pearly Nautilus, della Odontography
(1840-1845), della History of British Fossil Mammals and Birds, della History
of British Fossil Reptils e di varie altre opere, diede importanti contributi
alla paleontologia degli animali vertebrati. morfologico approfondito, ottenuto
attraverso una rigorosissima educazione dello sguardo, che è del tutto estraneo
all’attuale ricerca storica con la sua comparazione superficiale, tra Cristo e
Budda, tra Archimede e Galilei, tra Cesare e Wallenstein”?, tra i piccoli stati
tedeschi e quelli ellenici. Nel corso di quest'opera diventerà sempre più
chiaro quali immense prospettive si aprano allo sguardo storico, non appena
questo metodo rigoroso venga compreso ed elaborato anche all’interno della
considerazione della storia. Formazioni omologhe sono per menzionarne qui
soltanto alcune l’arte plastica antica e la musica strumentale dell'Occidente,
le piramidi della Quarta dinastia e le cattedrali gotiche, il Buddismo indiano
e lo Stoicismo romano (mentre Buddismo e Cristianesimo z07 sono neppure
analoghi), l'epoca degli stati in lotta della Cina, degli Hyksos e delle guerre
puniche, le epoche di Pericle e degli Omeiadi, le epoche del Rigveda”, di
Plotino e di Dante. Omologhi sono la corrente dionisiaca e il Rinascimento,
analoghe sono invece la corrente dionisiaca e la Riforma. Per noi lo ha
giustamente sentito Nietzsche Wagner riassume la modernità . Di conseguenza dev’esserci
qualcosa di corrispondente anche per la modernità antica; ed è l’arte di
Pergamo. Dall’omologia dei fenomeni storici deriva nel medesimo tempo un
concetto del tutto nuovo. Io definisco contemporanei due fatti storici che,
ognuno nella sua cultura, compaiono esattamente nel medesimo luogo (relativo) e
hanno perciò un significato esattamente corrispondente. Si è già mostrato come
lo sviluppo della matematica antica e di quella occidentale siano avvenuti in
piena coerenza. In questo caso Pitagora e Descartes, Archita* e Laplace,
Archimede e Gauss” dovrebbe23. Albrecht Wenzel Euscbius von Waldstein o
Wallenstcin, condottiero delle armate imperiali durante la guerra dei
Trent'anni, in seguito accusato di tradimento e ucciso, La sua vita ispirò la
trilogia di Schiller che da Wallenstein prende il nome. 24. Prima parte dei
Veda, raccolta di inni e di racconti cosmogonici anteriori all'800 a. C., che
costituiscono il primo nucleo della letteratura metafisica indiana. 25. Archita
di Taranto, matematico greco della prima metà del secolo Iv, sviluppò l’opera
di Pitagora e fu in relazione con Platone. Gauss, matematico c astronomo
tedesco, autore delle Disquisitiones arithmeticae e di numerosi altri scritti,
dicde una nuova impostazione alla teoria dei numeri e aprì la strada alle
geometrie non cuclidec. Non meno ro essere designati come contemporanei; la
nascita dello ionico e del barocco si compie contemporaneamente; Polignoto” e
Rembrandt, Policleto” e Bach sono contemporanei. Contemporanei appaiono, in
tutte le culture, la Riforma, il Puritanesimo, e soprattutto la svolta che reca
alla civiltà in declino. Nell'antichità quest'epoca porta i nomi di Filippo e
di Alessandro; nell'Occidente l’avvenimento ad essa contemporaneo compare nella
forma della Rivoluzione francese e di Napoleone. Alessandria, Bagdad e
Washington vengono costruite contemporaneamente; l'apparizione delle antiche
monete e della nostra contabilità a partita doppia, della prima tirannide e
della Fronda, di Augusto e di Shih Huang Ti”, di Annibale e della guerra
mondiale avvengono contemporaneamente. Spero di dimostrare che tutte senza
eccezione le grandi creazioni e forme della religione, dell’arte, della politica,
della società, dell'economia, della scienza sorgono, si compiono e periscono
contemporaneamente nelle diverse culture; che la struttura interna di una
corrisponde completamente a quella delle altre; che nell'immagine storica di
ogni cultura non c’è un solo fenomeno fornito di profondo significato
fisiognomico di cui non si possa rintracciare la contropartita, in una forma
rigorosamente definibile e in un luogo ben determinato, anche nelle altre. Ma
per cogliere l’omologia tra due fatti occorre un approfondimento e
un’indipendenza dall’apparenza della facciata completamente diversi da quelli
finora consueti tra gli storici, i quali non si sarebbero mai sognati che il
Protestantesimo trova il suo corrispettivo nel movimento dionisiaco e che il
Puritanesimo inglese dell'Occidente corrisponde all’Islam nel mondo arabo. Da
questo aspetto deriva una possibilità che va molto al di là dell’ambizione di
ogni ricerca storica precedente, la quale si importanti sono le sue ricerche
astronomiche: calcolò per primo l'orbita del pianetino Ccrere cd elaborò un
nuovo metodo di calcolo dell'orbita dei piancti. Polignoto di Taso, pittore
greco vissuto nella prima metà del secolo v. 28. Policleto, grande scultore
greco del secolo v. 29. Shih Huang Ti, primo imperatore sovrano , è il titolo
assunto dal re Cheng dello stato di Ch'in dopo l'unificazione della Cina e la
soppressione degli altri stati indipendenti. A lui si devono la semplificazione
della scrittura cinese, l'estensione del sistema giuridico Ch'in a tutto
l'impero, l'organizzazione amministrativa dell'impero, nonché il completamento
della Grande muraglia. limitava essenzialmente a ordinare il passato, nella
misura in cui esso era conosciuto, secondo uno schema unilineare cioè la
possibilità di procedere oltre il presente come limite dell’indagine e di
determinare in anticipo anche le epoche zoz ancora trascorse della storia
occidentale nella loro forma interna, nella loro durata, nel loro ritmo, nel
loro senso, nel loro risultato, ma anche la possibilità di ricostruire con
l’aiuto di connessioni morfologiche le epoche da gran tempo scomparse e
sconosciute, e perfino intere culture del passato. Si tratta di un procedimento
non dissimile da quello della paleontologia che oggi è in grado di fornire,
sulla base di un singolo frammento del cranio, nozioni ampie e sicure sullo
scheletro e sull’appartenenza del frammento a una specie determinata. Una volta
presupposto il ritmo fisiognomico è del tutto possibile ritrovare, sulla base
di particolarità disperse della decorazione, dell’architettura e della
scrittura, e di dati isolati di natura politica, economica, religiosa, i tratti
organici fondamentali dell'immagine storica di interi secoli; è possibile
ricavare da elementi del linguaggio formale dell’arte la forma statale ad essa
contemporanea, dalle forme matematiche il carattere delle corrispondenti forme
economiche. Si tratta di un procedimento genuinamente goethiano, che riporta
all’idea goethiana di feromeno originario, e che è corrente nel limitato ambito
della zoologia e della botanica comparativa, ma che può venir esteso, in misura
finora mai sospettata, all'intero campo della storia. Sul concetto di politica
abbiamo riflettuto più di quanto fosse opportuno, e tanto meno ci siamo intesi
sul modo di considerare la politica reale. I grandi uomini di stato sono soliti
agire immediatamente, sulla base di un sicuro intuito dei fatti. Per essi ciò è
tanto evidente che non viene loro neppure in mente la possibilità di riflettere
sui concetti generali fondamentali di questo agire posto che tali concetti
esistano. Essi sapevano da sempre che cosa dovevano fare. Una teoria in
proposito non corrispondeva né al loro talento né al loro gusto. Ma i pensatori
di professione che posavano lo sguardo sui fatti creati dagli uomini erano così
intimamente distanti da questo agire che perdevano tempo almanaccando di
astrazioni preferibilmente in immagini mitiche come quelle di giustizia, virtù,
libertà e in base ad esse misuravano l’accadere storico del passato e
soprattutto del futuro. Essi dimenticarono che si trattava in fondo di semplici
concetti, e pervennero alla convinzione che la politica esista per dare forma
al corso del mondo secondo una ricetta ideale. E poiché una cosa simile non è
avvenuta mai e in nessun luogo, l’agire politico apparve loro così ristretto in
confronto al pensiero astratto che nei loro libri disputavano sul fatto se
possa in qualche modo esserci un genio dell’azione . * Der Untergang des Abendlandes:
Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte, cap. Il-iv: Der Staat, sezione 3: Philosophie der Politig,
Minchen, C. H. Beck'sche Verlagsbuchhandlung, cd. definitiva (traduzione di Sandro Barbera e Pietro Rossi,
autorizzata, per gentile concessione della Casa Editrice Longanesi). Qui si
compirà invece il tentativo di creare, anziché un sistema ideologico, una
fisiognomica della politica quale è stata realmente fatta nel corso della
storia intera, e non così come avrebbe dovuto essere fatta. Il compito era
quello di penetrare il senso ultimo dei grandi fatti, di vederli, di sentire e
di circoscrivere il loro elemento simbolicamente significativo. I progetti di
miglioramento del mondo non hanno nulla a che fare con la realtà storica?. Noi
chiamiamo storia le correnti dell’esistenza umana nella misura in cui le
concepiamo come movimento; le chiamiamo generazione, ceto, popolo, nazione
nella misura in cui le concepiamo invece come qualcosa di mosso. La politica è
il modo e la maniera in cui quest’esistenza che scorre si afferma, cresce,
trionfa sulle altre correnti della vita. Tutta la vita è politica, in ogni suo
tratto istintivo, fino al midollo. Ciò che oggi designiamo volentieri come
energia vitale (come vitalità), quel qualcosa in noi che vuole ad ogni costo
avanzare e sollevarsi, il cieco, cosmico, nostalgico impulso alla validità e
alla potenza che rimane legato a mo’ di pianta e di razza alla terra, alla
patria », quell’essere diretto e quel dover necessaria mente agire costituisce
quello che ovunque, tra gli uomini superiori, cerca ed è costretto a cercare,
come vita politica, le grandi decisioni per essere oppure per subire un
destino. Infatti o si cresce 0 si muore: non c'è una terza possibilità. Per
questo motivo la nobiltà come espressione di una razza forte è il ceto
propriamente politico: la disciplina, non la cultura è la forma propriamente
politica di educazione. Ogni grande politico, che è un centro di forza nella
corrente di ciò che accade, ha qualcosa di nobile nel modo di sentire la
propria a. I regni passano, un buon verso rimane» così si esprimeva Wilhelm von
Humboldt sul campo di battaglia di Waterloo. Ma la personalità di Napoleone ha
plasmato in anticipo la storia dei secoli successivi, Per ciò che riguarda i
buoni versi, egli avrebbe dovuto interrogare in proposito un contadino per
strada. È vero che essi rimangono, ma per l'insegnamento della letteratura.
Platone è eterno, ma per i filologi. La figura di Napoleone domina però
interiormente noi tutti, i nostri stati e i nostri eserciti, la nostra opinione
pubblica, tutto il nostro essere politico e in misura tanto maggiore quanto
meno ne abbiamo coscienza. vocazione e nel proprio legame interiore. Invece
tutto ciò che è microcosmico, tutto ciò che è spirito», è anche apolitico;
perciò ogni politica programmatica e ogni ideologia hanno qualcosa di
sacerdotale. I migliori diplomatici sono i fanciulli quando giocano o vogliono
avere qualcosa. Allora la sostanza cosmica presente nell'esistenza singola si
fa strada immediatamente e con una sicurezza da sonnambulo. Col destarsi della
giovinezza gli uomini non imparano, ma anzi disimparano questa maestria dei primi
anni di vita: proprio per questo motivo l’uomo di stato è cosa rara tra gli
uomini. Queste correnti dell’esistenza nell’ambito di una cultura superiore
perché soltanto all’interno di essa e tra di esse vi è grande politica — sono
possibili solo al plurale. Un popolo esiste realmente soltanto in rapporto ad
altri popoli. Ma proprio per questo motivo il rapporto naturale, razziale, tra
di essi è la guerra. Si tratta di un fatto che nessuna verità cambierà mai. La
guerra è la politica originaria di ogzi essere vivente, fino al punto che la
lotta e la vita sono in fondo tutt'uno e che con la volontà di lotta si spegne
anche l'essere. Vi sono antiche parole germaniche come orrusta e orlog che
significano serietà e destino, in antitesi allo scherzo e al gioco: è un
rafforzamento, non una differenza di essenza. E se ogni alta politica vuol
essere una sostituzione della spada con armi spirituali, se l'ambizione
dell’uomo di stato alla sommità di tutte le culture è quella di rendere quasi
non più necessaria la guerra, rimane pur sempre l’affinità originaria tra
diplomazia e arte della guerra: il carattere di lotta, la medesima tattica, la
medesima astuzia bellica, la necessità di avere sullo sfondo forze materiali
per dare peso alle operazioni. Anche il fine rimane lo stesso: la crescita
della propria unità vitale — ceto o nazione — a spese delle altre. Ogni
tentativo di escludere questo ele- mento razziale conduce soltanto alla sua
trasposizione in un campo diverso: anziché tra partiti c'è la lotta tra
territori o, quando la volontà di crescita viene meno anche qui, tra bande di
avventurieri a cui il resto della popolazione volontariamente si rassegna. In
ogni guerra tra potenze della vita si tratta di stabilire chi debba governare
il tutto. È sempre una vita e mai un sistema, una legge o un programma, che
fornirà il ritmo nella corrente dell’accadere ®. Essere il centro di azione, il
centro attivo di una massa, elevare la forma interiore della propria persona a
forma di interi popoli e di intere epoche, avere il comando della storia per
poter condurre il proprio popolo e la propria stirpe, con i suoi fini, al
culmine degli avvenimenti — questo è l'impulso inconsapevole e irresistibile
operante in ogni essere individuale fornito di vocazione storica. C'è soltan-
to storia personale, e quindi anche soltanto politica personale. La lotta non
di princìpi ma di uomini, non di ideali ma di caratteri razziali per esercitare
il potere costituisce il presuppo- sto e il fine della politica: le rivoluzioni
stesse non costituisco- no un'eccezione, poiché la sovranità popolare non è che
una parola per esprimere il fatto che il potere dominante ha assun- to il
titolo di capo-popolo anziché quello di re. Con questo non muta il metodo di
governare, e neppure la posizione dei gover- nanti. Anche la pace universale,
tutte le volte che c’è sta- ta, non è stata altro che la schiavitù dell’umanità
intera sotto il governo di un piccolo numero di nature forti decise a dominare.
Il concetto di esercizio del potere implica già tra gli animali che un’unità
vitale si frantumi in soggetti e oggetti di governo. Ciò è talmente ovvio che
questa struttura interna di ogni unità di massa non va perduta neppure un
istante, anche durante le crisi più gravi come quella del 1789. Soltanto il
detentore del potere scompare, non però l’ufficio; e quando nel corso degli avvenimenti
un popolo perde realmente ogni guida e si spinge in avanti senza regola, ciò
significa soltanto che trasferisce all’esterno la propria guida, perché è
diventato oggetto nella sua totalità. Non vi sono popoli politicamente dotati;
vi sono soltanto popoli che sono saldamente in mano a una minoranza gover-
nante e che quindi si trovano bene nella loro costituzione. Come popolo, gli
Inglesi sono altrettanto privi di giudizio, ristretti e poco pratici di cose
politiche che qualsiasi altra nazio- ne, ma posseggono, pur con tutto il loro
gusto per i dibattiti pubblici, una tradizione di fiducia. La differenza
consiste sem- plicemente nel fatto che l’Inglese è oggetto di un governo che a.
È questo il significato della frase inglese men not measures, che indica il
segreto di ogni politica che ha successo.ha consuetudini assai antiche e ricche
di successo, a cui egli acconsente perché ne conosce per esperienza il
vantaggio. Da questo consenso, che dal di fuori appare come accordo, non c’è
che un passo per arrivare alla convinzione che tale governo dipenda dalla
volontà popolare, anche se all’inverso è proprio esso che gli inculca sempre,
per motivi tecnici, questo punto di vista. La classe di governo inglese ha
sviluppato i suoi fini e i suoi metodi in piena indipendenza dal popolo ; essa
lavora con e in una costituzione non scritta le cui finezze nient’affatto
teoriche, nate dall’uso, sono impenetrabili e in- comprensibili al profano. Ma
il coraggio della truppa dipende dalla fiducia nella guida una fiducia che vuol
dire rinuncia non arbitraria alla critica. È l'ufficiale che rende eroi i
codardi o codardi gli eroi: ciò vale per gli eserciti, per i popoli, per i ceti
come per i partiti. Il talento politico di una massa non è altro che fiducia
nella sua guida. Ma essa dev'essere guadagna- ta; deve maturare lentamente,
venir mantenuta in virtù del successo e diventare tradizione. Il difetto di
capacità direttive nello strato dominante si manifesta come scarso sentimento
di sicurezza presso i dominati, cioè come quella specie di critica priva
d'istinto e petulante, che mette fuori forma un popolo con la sua semplice
presenza. II Come si fa politica? L'uomo di stato nato è soprattutto un
conoscitore: un conoscitore di uomini, di situazioni, di cose. Egli possiede lo
sguardo che abbraccia integralmente, senza esitare, l'ambito del possibile. Il
conoscitore di cavalli saggia con ro sguardo il portamento dell’animale e sa
quali prospettive esso possiede nella corsa. Il giocatore lancia uno sguardo
all’avversario e ne conosce la prossima mossa. Fare ciò che è giusto senza
saperlo , la mano sicura che allenta imper- cettibilmente o lascia andare del
tutto la redine tutto ciò è l'opposto dell’uomo teoretico. Il ritmo segreto di
ogni divenire è il medesimo in lui e nelle cose storiche. L'uno ha sentore
dell’altro, l’uno esiste per l’altro. L'uomo di azione non si trova mai in
pericolo di condurre una politica sentimentale o programmatica. Non crede alle
grandi parole: egli ha continuamente sulle labbra la domanda di Pilato. Verità
ma l’uomo di stato nato sta al di là del vero e del falso, non scambia la
logica degli avvenimenti con la logica dei sistemi. Le verità o gli errori ,
che sono qui la stessa cosa vengono da lui considerate soltanto come correnti
spirituali, riguardo alla loro efficacia: egli ne scorge la forza, la durata e
la direzione, e le mette in conto per il destino della potenza da lui diretta.
Certamente possiede convinzioni che gli sono care, ma come uomo privato; nessun
politico di statura si è mai sentito dipendente da esse mentre agiva. Colui che
agisce è sempre privo di coscienza; nessuno ha coscienza come ne ha l’uomo
contemplativo !. Ciò vale per Silla e Robespierre così come per Bismarck e
Pitt. I grandi papi e i capi-partito inglesi, finché dovevano dirigere il corso
delle cose, non seguivano princìpi diversi da quelli dei conquistatori e degli
agitatori di tutti i tempi. Si tragga dalle azioni di Innocenzo III, che ha
condotto la Chiesa vicino al dominio del mondo, la loro regola fondamentale, e
se ne ottiene un catechismo del successo che rappresenta l’estremo opposto di
ogni morale religiosa, ma senza il quale nessuna chiesa, nessuna colonia
inglese, nessun patrimonio americano, nessuna rivoluzione vittoriosa, infine
nessun stato e nessun partito, nessun popolo si troverebbe in una situazione
sopportabile. La vita, non l’individuo, è priva di coscienza. Perciò occorre
intendere il tempo per il quale si è nati. Chi non avverte e non coglie le sue
potenze più segrete, chi non sente in se stesso qualcosa di affine che lo
spinge in avanti per un cammino che non si può circoscrivere con concetti, chi
crede a ciò che sta in superficie, all'opinione pubblica, alle grandi parole e
agli ideali del giorno, non è all’altezza dei suoi avvenimenti. Allora questi
lo hanno in loro potere, e non viceversa. Mai guardarsi alle spalle e mai
trarre il criterio dal passato! e tanto meno di fianco, da un qualsiasi
sistema! In epoche come l’attuale o come quella di Gracco vi sono due specie di
idealismo infausto: quello reazionario e quello democratico. L'uno crede nella
reversibilità della storia, l’altro nella presenza in essa di un fine. Ma per
il necessario insuccesso in cui entrambe gettano la nazione sul cui destino
hanno acquisito potere, è indifferente 1. GorrHe, Maximen und Reflexionen, 241.
che la si sacrifichi a un ricordo o a un concetto. L’uomo di stato genuino è la
storia fatta persona; è il suo orientamento in forma di volontà singola, la sua
logica organica in forma di carattere. Ma l’uomo di stato di valore dovrebbe
anche essere un educatore in senso elevato: non come rappresentante di una
morale o di una dottrina, ma come modello nel suo agire. È un fatto noto che
nessuna religione nuova ha mai mutato lo stile dell’esistenza. Essa ha
penetrato l’essere desto, l’uomo spirituale, ha gettato nuova luce su un mondo
al di là, ha creato una felicità incommensurabile con la forza della modestia,
della rinuncia e della sopportazione fino alla morte; ma sulle forze della vita
non possedeva alcun potere. Soltanto la grande personalità la sostanza
impersonale, la razza in essa presente, la forza cosmica che le è connessa
opera creativamente sul vivente, non istruendo ma disciplinando, trasformando
il tipo di interi ceti e di interi popoli. Non /e verità, # bene, i sublime,
bensì i;7 Romano, # Puritano, : Prussiano costituiscono un fatto. Il sentimento
dell’onore, il sentimento del dovere, la disciplina, la decisione sono tutte
cose che non si imparano dai libri; esse vengono destate, nel fluire
dell’esistenza, da un modello vivente. Perciò Federico Guglielmo I? fu uno dei
più grandi educatori di tutti i tempi e il suo portamento personale, plasmatore
di una razza, non è più scomparso nel susseguirsi delle generazioni. Ciò che
distingue l’uomo di stato genuino dal semplice politico, dal giocatore per
diletto, dal cacciatore di felicità che opera sulle sommità della storia,
dall’avido e dall’ambizioso, dal maestro di scuola che va predicando un ideale,
è il fatto che egli può esigere il sacrificio e lo ottiene perché il sentimento
di essere necessario all’epoca e alla nazione viene condiviso da migliaia di
uomini, li plasma fin nel loro intimo e li rende capaci di imprese alla cui
altezza non si sarebbero altrimenti mai sollevati*. a. Ciò vale, in definitiva,
anche per le chiese, le quali sono qualcosa di completamente diverso dalle
religioni, cioè elementi del mondo dei 2. Federico Guglielmo I, re dì Prussia
dal 1713 alla morte, pose le basi dell’amministrazione dello stato prussiano:
la sua parsimonia e la sua vita frugale servirono di esempio a generazioni di
funzionari del nuovo stato. Ma il momento supremo non consiste nell’agire,
bensì nel poter comandare. Soltanto con questo il singolo cresce al di sopra di
sé, diventando il punto centrale di un mondo attivo. C'è una specie di
comandare che fa dell’obbedire una consuetudine fiera, libera e nobile e che
Napoleone, per esempio, non ha posseduto. Un residuo di mentalità subalterna
gli ha impedito di educare degli uomini e non degli strumenti di registrazione,
di dominare tramite personalità anziché mediante decreti; e poiché non era
capace di questa sensibilità sottile del comandare e doveva quindi fare da solo
tutto quanto era veramente decisivo, doveva a poco a poco fallire a causa della
sproporzione tra i compiti della sua posizione e i limiti della capacità di
azione umana. Ma chi possiede questa dote suprema e ultima dell’umanità più perfetta
come Cesare o Federico il Grande alla sera di una battaglia, quando le
operazioni vanno incontro all’esito voluto e la campagna si decide con la
vittoria, oppure nell’ora in cui si conclude, con l’ultima firma, un’epoca
della storia, prova un sentimento di potenza meraviglioso che rimane per sempre
precluso agli uomini della verità. Vi sono attimi che indicano i punti più alti
delle correnti cosmiche in cui l’individuo è consapevole di essere identico al
destino e di stare al centro del mondo, e percepisce la sua personalità quasi
come il manto di cui la storia futura è in procinto di avvolgersi. Il primo
compito è di fare qualcosa da sé; il secondo, meno appariscente ma più
difficile e più grande nella sua efficacia remota, è di creare una tradizione,
di coinvolgere altri affinché proseguano la propria opera, il suo ritmo e il
suo spirito; scatenare una corrente di attività unitaria che non ha più bisogno
del primo capo per mantenere la propria forma. Con ciò l’uomo di stato cresce a
un’altezza che l’antichità ha definito come divinità: diventa il creatore di
una vita nuova, il capostipite spirituale di una razza giovane. Dopo pochi anni
egli scompare, come essere singolo, da questa corrente. Ma una fatti e quindi
nel carattere della loro guida fenomeni politici e non religiosi. Non la
predica cristiana, ma il martire cristiano ha conquistato il mondo, e del
possesso di questa forza egli era debitore non già alla dottrina, ma
all’esempio dell'Uomo sulla croce. minoranza da lui suscitata, un altro essere
di specie assai rara, subentra al suo posto per un tempo indeterminato. Un
individuo può produrre e lasciare come eredità questo elemento cosmico,
quest’anima di uno strato dominante; in tutta la storia questo ha sempre dato
effetti durevoli. Il grande uomo di stato è raro: se egli venga, se si affermi,
se troppo presto o troppo tardi tutto ciò è affidato al caso. I grandi
individui spesso distruggono più di quanto non abbiano costruito, e ciò a causa
del vuoto che la loro morte lascia nella corrente dell’accadere. Ma creare una
tradizione vuol dire escludere il caso. Una tradizione alleva un tipo medio
elevato su cui il futuro può fare sicuro affidamento: non un Cesare, ma un
senato; non un Napoleone, ma un corpo incomparabile di ufficiali. Una forte
tradizione attrae da tutte le parti i talenti e consegue grandi successi con
ridotte capacità: lo dimostrano le scuole pittoriche italiane e olandesi non
meno dell’esercito prussiano e della diplomazia della curia romana. È stata una
grande debolezza di Bismarck in confronto a Federico Guglielmo I che egli abbia
sì saputo agire, ma non formare una tradizione, che non abbia creato accanto al
corpo di ufficiali di Moltke® una razza corrispondente di politici che si
identificasse con il suo stato e con i nuovi compiti da esso posti, che traesse
continuamente dal basso uomini importanti incorporando per sempre il loro stile
di azione. Se ciò non avviene, anziché uno strato di governo formato di un sol
getto si avrà un insieme di teste che affronta disarmata l’imprevisto. Ma se
ciò riesce, allora sorge un popolo sovrano nell’unico senso che è degno di un
popolo e che è possibile nel mondo dei fatti; una minoranza ben integrata e
altamente selezionata, provvista di una tradizione sicura e maturata attraverso
una lunga esperienza, che attrae c utilizza sul suo cammino ogni talento e che
proprio per questo motivo si trova in accordo con il resto della nazione da
essa governato. Una minoranza siffatta diventa a poco a poco una razza genuina
anche se una volta era stata un partito e 3. Moltke, generale prussiano, prestò
dapprima servizio nell’esercito turco; ritornato in Germania nel 1840, diresse
le armate prussiane nella guerra del 1866 conuo l’Austria e poi nella guerra
franco-tedesca del 1870-71. A lui si deve l’organizzazione in forma moderna
dell’esercito prussiano: grande stratega, ebbe una parte decisiva nell'esito
vittorioso delle due guerre. decide con la sicurezza del sangue, non
dell’intelletto. Proprio per questo motivo tutto accade in essa da sé: non ha
più bisogno del genio. Ciò significa, se così si può dire, la sostituzione del
grande politico con la grande politica. Ma che cos'è la politica? Essa è l’arte
del possibile: è una formula antica, che dice quasi tutto. Il giardiniere può
trarre una pianta dal seme o nobilitarne la specie; può dispiegare o lasciar
deperire le disposizioni in essa latenti, la sua crescita e la sua foggia, la
sua fioritura e i suoi frutti. Dal suo sguardo per il possibile, e quindi per
il necessario, dipendono la perfezione, la forza, l’intero destino della
pianta. Ma la forma fondamentale e la direzione della sua esistenza, le sue
fasi di sviluppo, la sua velocità e la sua durata, la legge secondo cui si
manifesta 70n sono in potere del giardiniere. Essa deve realizzarla, oppure
muore; e la stessa cosa vale per quell’immensa pianta che è la cultura e per le
correnti dell’esistenza di generazioni umane racchiuse nel suo mondo di forme
politiche. Il grande uomo di stato è il giardiniere di un popolo. Ogni
individuo che agisce è nato in e per un determinato tempo. In tal modo è
determinato anche l’ambito di ciò che può venir conseguito da /ui. Il nonno e
il nipote hanno di fronte cose differenti; anche il loro fine e il loro compito
sono quindi differenti. L'ambito si restringe ulteriormente a causa dei limiti
della sua personalità e delle qualità del suo popolo, della situazione e degli
uomini con cui deve lavorare. Ciò che qualifica il politico di statura è il
fatto che di rado egli deve fare sacrifici per essersi ingannato su questi
limiti, ma anche il fatto che non tralascia nulla di quanto può essere
realizzato. In ciò rientra pure e proprio tra Tedeschi non si ripeterà mai
abbastanza il fatto che egli non scambia ciò che dovrebbe essere con.ciò che
sarà. Le forme fondamentali dello stato e della vita politica, la direzione e
il luogo del suo sviluppo sono dati con un determinato tempo, e sono
immutabili. Tutti i successi politici vengono conseguiti con questi clementi,
non già a loro spese. Gli adoratori degli ideali politici creano dal nulla:
essi sono nelle loro teste sorprendentemente liberi; ma i loro edifici ideali,
costruiti su concetti vuoti come quelli di saggezza, giustizia, libertà,
eguaglianza sono in definitiva sempre gli stessi, e ricominciano sempre da
capo. A chi è padrone dei fatti basta dirigere in modo impercettibile ciò che
gli è semplicemente presente. Questo sembra poca cosa; e tuttavia soltanto qui
comincia la libertà in senso elevato. Ciò che conta sono le piccole mosse,
l’ultima cauta pressione sul timone, la fine sensibilità per le sfumature più
sottili dell’anima dei popoli e degli individui. L'arte dello stato è da un
lato chiara visione delle grandi linee tracciate in modo irrevocabile;
dall’altro è mano sicura per ciò che è singolare e personale, per ciò che in
questo quadro può trasformare un disastro che si approssima in un successo
decisivo. Il segreto di ogni vittoria risiede nell’organizzazione di quanto non
appare. Chi sa far questo può dominare il vincitore come rappresentante dei
vinti, al pari di Talleyrand a Vienna. Cesare, la cui posizione era allora
quasi disperata, ha posto a Lucca al servizio dei propri fini, senza farsi
accorgere, la potenza di Pompeo, scavandogli così la fossa. Ma vi è un
pericoloso limite del possibile, che la perfetta sensibilità dei grandi diplomatici
dell’epoca barocca non ha quasi mai toccato, mentre è privilegio degli ideologi
inciamparvi continuamente sopra. Vi sono svolte nella storia da cui il
conoscitore si lascia trascinare per un intero periodo, pur di non perdere il
dominio. Ogni situazione possiede la propria misura di elasticità, sulla quale
non ci si può ingannare in nessun modo. Una rivoluzione giunta al suo scoppio
dimostra sempre una deficienza di sensibilità politica, sia dei governanti sia
dei loro avversari. Il necessario dev'essere fatto al tempo giusto, cioè fin
quando è un dono con cui il potere del governo si assicura la fiducia, e non
dev'essere fatto come un sacrificio che manifesti debolezza e desti disprezzo.
Le forme politiche sono forme viventi che si trasformano inesorabilmente in una
determinata direzione. Si cessa di essere in forma quando si vuol ostacolare
questa marcia oppure deviarla in direzione di un ideale. La nobiltà romana
possedette questa sensibilità; non così quella spartana. Nell’epoca dell’ascesa
della democrazia si è sempre pervenuti all’attimo fatale in Francia, in
Germania in cui era troppo tardi per presentare una riforma necessaria come un
libero dono, e quindi si sarebbe dovuto rifiutarla con energia priva di
esitazione in quanto ora, come sacrificio, preparava la dissoluzione. Ma chi
non vede per tempo la prima necessità, disconoscerà ancora più sicuramente la
seconda. Anche il viaggio a Canossa può avvenire troppo presto o troppo tardi;
in ciò risiede, per interi popoli, la decisione se essi saranno in futuro un
destino per gli altri, oppure se dovranno subirlo da altri. Ma la democrazia in
decadenza ripete lo stesso errore di voler tenere fermo ciò che era l’ideale di
ieri: questo è il pericolo del secolo xx. Su ogni sentiero che conduce al
cesarismo si trova un Catone. L'influenza che anche un uomo di stato in posizione
eccezionalmente forte può avere sui metodi politici è assai ristretto; è
proprio del valore dell’uomo di stato non farsi illusioni in proposito. Il suo
compito è di lavorare con e dentro le forme storiche presenti; soltanto il
teorico si entusiasma a scoprire forme più ideali. Nell’essere in forma
politico rientra però l’incondizionato padroneggiamento dei più moderni. Qui
non c'è nessuna scelta: i mezzi e i metodi sono dati dal tempo, e appartengono
alla forma interna di un’epoca. Chi si sbaglia su di essi, chi consente al suo
gusto e al suo sentimento di prevalere sulla propria sensibilità, perde di mano
i fatti. Il pericolo di un’aristocrazia è di essere conservatrice nei mezzi; il
pericolo della democrazia è di scambiare la formula con la forma. I mezzi del
presente sono ancora per molti anni quelli parlamentari: le elezioni e la
stampa. Su di essi si può avere l’opinione che si vuole, si può onorarli o
disprezzarli, ma bisogna padroneggiarli. Bach e Mozart padroneggiavano i mezzi
musicali del loro tempo: questo è l’indice di ogni specie di maestria. Le cose
non stanno diversamente per l’arte dello stato. Ma quella che importa non è, in
ogni caso, la forma esteriore generalmente visibile, bensì ciò di cui è il
rivestimento. Perciò essa può venir mutata senza che sia mutato qualcosa
nell’essenza dell’accadere; può venir tradotta in concetti e in testi
costituzionali senza neppur incidere sulla realtà; e l’ambizione di tutti i
rivoluzionari e dottrinari si riduce a immischiarsi in questo gioco di diritti,
di princìpi e di libertà alla superficie della storia. L'uomo di stato sa che
l’estensione del diritto di voto è del tutto inessenziale rispetto alla tecnica
ateniese o romana, giacobina, americana e ora anche tedesca, di fare le
elezioni. Comunque suoni la costituzione inglese, ciò è indifferente di fronte
al fatto che la sua applicazione è controllata da un piccolo strato di famiglie
nobili, di modo che Edoardo VII‘ era un ministro del proprio ministero. Per
quanto riguarda la stampa moderna, il visionario può ben appagarsi del fatto
che essa è costituzionalmente libera ; il conoscitore si domanda soltanto chi
ne dispone. La politica è infine la forma in cui si compie la storia di una
nazione in una pluralità di nazioni. La grande arte consiste nel mantenere
internamente in forma la propria nazione in vista degli avvenimenti esterni.
Non soltanto per i popoli, gli stati e i ceti, ma per le unità viventi di ogni
specie fino ai gruppi di animali più semplici e al corpo dell'individuo, questo
è il rapporto naturale tra politica interna e politica estera: la prima esiste
esclusivamente per la seconda, e non viceversa. Il democratico genuino tratta
di solito la politica interna come uno scopo in sé, mentre il diplomatico di
media levatura pensa soltanto alla politica estera. Ma proprio per questo
motivo i risultati particolari di entrambi restano sospesi in aria. Senza
dubbio il maestro nell’arte politica si rivela nel modo più marcato nella
tattica delle riforme interne, nella sua attività economica e sociale, nell’abilità
di mantenere in accordo, e al tempo stesso funzionante, la forma pubblica della
totalità diritti e libertà con il gusto dell’epoca, e nell'educazione di
sentimenti senza i quali non è possibile che un popolo si mantenga in buona
costituzione: fiducia, rispetto dei capi, consapevolezza della propria potenza,
soddisfazione e, se diventa necessario, entusiasmo. Ma tutto ciò mantiene il
suo valore soltanto in riferimento al fatto fondamentale della storia
superiore, cioè al fatto che un popolo non è solo al mondo e che per il suo
futuro è decisivo il rapporto di forze con altri popoli e altre potenze, non il
semplice ordinamento interno. E poiché lo sguardo dell’uomo comune non giunge
tanto in là, è la minoranza governante che deve possederlo anche per il re4.
Edoardo VII, re d’Inghilterra a partire dal rgor, alla morte della madre regina
Vittoria, promosse una politica di entenze con la Francia e la Russia: il suo
regno come allude qui Spengler si ispirò ai più rigorosi principi
costituzionali. sto del popolo: quella minoranza in cui l’uomo di stato trova
lo strumento con cui può realizzare i suoi propositi *. III Per la politica
primitiva di ogni cultura le potenze direttive rappresentano un dato di fatto.
L’intera esistenza riveste una forma rigorosamente patriarcale e simbolica; i
condizionamenti del territorio materno sono così forti, il vincolo feudale e
anche lo stato fondato sul ceto sono, per la vita così circoscritta, una cosa
talmente ovvia che la politica dell’epoca omerica e dell’epoca gotica si limita
ad agire nel quadro di forme date. Queste forme mutano, in certa misura, per
proprio conto. Che questo sia un compito della politica non perviene mai
chiaramente alla coscienza, anche quando una monarchia è rovesciata o una
nobiltà è assoggettata. Esiste soltanto una politica di ceto, una politica
imperiale, papale, di vassalli. Il sangue, la razza, parla con imprese
impulsive e semi-consapevoli, poiché anche il sacerdote, nella misura in cui fa
politica, agisce qui come uomo di razza. I problemi dello stato non si sono
ancora destati. La signoria e i ceti originari, l’intero mondo di forme
primitive, sono dati da Dio, e soltanto in base a questo presupposto si
combattono minoranze organiche, fazioni. È proprio dell’essenza della fazione
che non le venga neppua. Non ci sarebbe neppure bisogno di sottolineare che
questi non sono i princìpi di un governo aristocratico, ma del governare in
genere. Nessun capo di masse fornito di talento né Cleone5 né Robespierre né
Lenin ha mai considerato diversamente il suo ufficio. Chi si sente realmente
l’incaricato della moltitudine anziché il dirigente di coloro che non sanno
quello che vogliono, non sarà padrone in casa propria neppure per un giorno. La
questione è soltanto quella di stabilire se i grandi capi-popolo facciano uso della
loro posizione a vantaggio proprio o degli altri; e su quest'argomento ci
sarebbe parecchio da dire. 5. Cleone, uomo politico ateniese del secolo v a.
C., pervenuto al potere dopo la morte di Pericle (429 a. C.), capeggiò il
partito favorevole a una guerra offensiva contro Sparta. Morì in battaglia ad
Amfipoli nel 422 a. C., dopo che le sorti del conflitto già volgevano a sfavore
di Atene. re in mente l’idea di poter mutare secondo un programma l’ordine
delle cose. La fazione vuol conquistare un posto all’in- terno di quest'ordine,
vuole conquistare potenza e possesso, co- me tutto ciò che cresce in un mondo
che cresce. Si tratta di gruppi in cui hanno un ruolo la parentela tra i
casati, l'onore, la fedeltà, i vincoli di un’interiorità quasi mistica, e da
cui rimangono del tutto escluse le idee astratte. Di questo genere sono le
fazioni dell’epoca omerica e gotica, Telemaco e i Proci di Itaca, gli Azzurri e
i Verdi sotto Giustiniano, i Guelfi e i Ghibellini, i casati di Lancaster e di
York, i Protestanti?, gli Ugonotti, e ancora le potenze che hanno suscitato la
Fronda e la prima tirannide. Il libro di Machiavelli poggia completamen- te su
questo spirito. Una svolta subentra non appena assume la guida con le grandi
città il non-ceto, cioè la borghesia. Ora, al contrario, è la forma politica
che assurge a oggetto della lotta, a proble-ma: fin allora era maturata, ora
dev'essere creata. La politica si desta; non soltanto viene concepita, ma anche
tradotta in concetti. Contro il sangue e la tradizione si sollevano le poten-
ze dello spirito e del denaro. Al posto dell'organico subentra l'organizzato,
al posto del ceto subentra il partito. Un partito non è una formazione
razziale, ma un insieme di teste e per- ciò tanto superiore agli antichi ceti
nello spirito, quanto più povero nell’istinto. Esso è il nemico mortale di ogni
articolazio- ne sviluppata in base al ceto, la cui semplice presenza ne con-
traddice l’essenza. Proprio per questo motivo il concetto di partito è sempre
legato con il concetto incondizionatamente negatore, dissolutore e socialmente
livellatore dell'eguaglianza. Non si riconoscono più ideali di ceto, ma
solamente interessi professionali ®. Ma esso è legato anche a quello,
altrettanto ne- gatore, della libertà: / partiti sono un fenomeno puramente
cittadino. Con la completa liberazione della città dalla campa- gna la politica
di ceto lascia ovunque il passo alla politica di partito poco importa che ne
abbiamo conoscenza oppure a. I quali erano, in origine, un'alleanza di
diciannove principi e città libere. b. Perciò sul terreno dell’eguaglianza
borghese il possesso di denaro prende subito il posto che prima occupava il
rango genealogico. no: in Egitto con la fine del Regno di mezzo®, in Cina con
gli stati combattenti”, a Bagdad e a Bisanzio con gli Abassidi*. Nelle capitali
dell'Occidente si formano i partiti di tipo parla- mentare, nelle città-stato
antiche i partiti del foro; partiti di stile magico li conosciamo nel Maali® e
presso i monaci di Teodoro di Studion *"°. Ma è sempre il n0m-ceto,
l’unità della protesta contro l’essen- za del ceto in generale, la cui
minoranza dirigente cultura e possesso si presenta come partito fornito di un
program- ma, di uno scopo non sentito ma definito, e che rifiuta tutto quanto
non si lascia cogliere intellettualmente. Esiste perciò, in fondo, un unico
partito quello della borghesia, quello liberale; ed esso è anche pienamente
cosciente di questo rango. Esso si identifica con il popolo . I suoi avversari,
soprattutto i ceti genuini, Juzker e preti, sono nemici e traditori del popolo
, mentre la propria opinione è la voce del popolo , che viene iniettata a
questo con tutti i mezzi della manipolazio- ne politica di partito come il
discorso del foro o la stampa occidentale, per poterla quindi rappresentare. a.
Cfr. anche J. WeLLHausen, Die religiòs-politischen Oppositionspar- teien im
alten Islam, Gòttingen. Periodo della storia egiziana che abbraccia
l'Undicesima e la Dodicesima di- nastia, dal secolo xx1 a. C. all'invasione
degli Hyksos: in quest'epoca la capitale del- l'Egitto fu trasferita da Memfi a
Tebe, c il nuovo stato raggiunse un maggior grado di unità attraverso il
controllo esercitato sulla nobiltà feudale delle province e le sue ten- denze
centrifughe. 7. Con l’espressione Clan-kso ( stati combattenti ) si designano
gli ultimi duc secoli e mezzo di dominio della dinastia Chou vale a dirc il periodo
che va dal 500 circa al 249 a. C. caratterizzati da una situazione di anarchia
feudale e di lot- te tra i diversi regni che costituivano l'Impero cinese. 8.
Dinastia araba succeduta a quella omeiade, che salì al potere nel 750 trasfe-
rendo Ja capitale del mondo arabo da Damasco a Bagdad. Il suo dominio entra in
erisi verso la fine del secolo, giungendo al termine nel 1055, quando i Turchi
selgiu- cidi da tempo convertiti alla fede islamica conquistano Bagdad.
Tuttavia il ca- liffato abasside continuerà formalmente a esistere fino al
1258, quando sarà soppresso dai Mongoli che subentreranno ai Turchi nel
possesso di Bagdad. 9. Il Maali (o Mali) è una regione dell’Africa a sud del
Sahara, sull'alto corso del Niger, dove nei secoli xiv e xv si sviluppò un regno
reso particolarmente fiorente dal- la posizione strategica di alcune
città-mercato come Timbuktu c Gao. 10. Tcodoro di Studion, monaco bizantino,
abate del monastero di Stu- dion a Costantinopoli, fu coinvolto nella disputa
sull’iconoclastia e assunse posizione favorevole al culto delle immagini:
scrisse tre Légoi antirretikoì, inni sacri e varie lettere. I ceti originari
sono la nobiltà e il clero. Il partito origina- rio è quello del denaro e dello
spirito, il partito liberale, il partito della grande città. Qui risiede la
giustificazione profon- da dei concetti di aristocrazia e di democrazia, e ciò
per tutte le culture. Aristocratico è il disprezzo per lo spirito delle cit-
tà, democratico è il disprezzo per il contadino, l’odio per la campagna. È
questa la differenza tra politica di ceto e politica di partito, tra coscienza
di ceto e mentalità di partito, tra razza e spirito, tra crescita e
costruzione. Aristocratica è la cultura compiuta, democratica è l’incipiente
civiltà in declino della metropoli, finché l’antitesi non viene superata nel
cesarismo. Come è certo che la nobiltà è :/ ceto, e che il terzo stato non
perverrà mai a essere realmente in forma in questa maniera, così è certo che la
nobiltà riuscirà sì a organizzarsi in partito, ma non a sentirsi tale. Ma la
rinuncia a ciò non le è consentita. Tutte le costituzioni moderne rinnegano i
ceti e sono organizzate sulla base del partito come l’ovvia forma fondamentale
della politica. Il secolo x1x, e nello stesso modo anche il n a. C., è l’apogeo
della politica di partito. Il suo carattere democratico impone la formazione di
partiti contrapposti, e mentre una volta ancora nel secolo xvi il terzo stato
si costituiva come ceto secondo il modello della nobiltà, ora invece la
formazione difensiva del partito conservatore sorge in base al modello del
partito liberale ® completamente dominato dalle forme di esso, borghesizzato senza
essere borghese, costretto a una tattica i cui mezzi e i cui metodi sono
esclusivamente determinati dal liberali smo. Esso ha soltanto la scelta tra
maneggiare questi mezzi meglio dell'avversario © o soccombere. Ha però profonde
radici a. Alla democrazia inglese e americana è essenziale il fatto che in
Inghilterra i contadini sono scomparsi e che in America non sono mai esistiti.
Il farmer è spiritualmente un abitante dei sobborghi, e praticamente esercita
l'agricoltura come un'industria: in luogo dei villaggi vi sono soltanto
frammenti di metropoli. b. Ed essa sorge ovunque tra i due ceti originari
sussiste anche una antitesi politica, come in Egitto, in India e in Occidente,
e anche dove c'è un partito clericale, cioè non una religione ma una chiesa,
non dei fedeli ma un clero. c. E il suo più forte contenuto di razza gliene dà
tutte le prospettive. nell’essenza di un ceto il fatto che esso non colga
questa situazione e voglia combattere non il nemico, ma la forma: di qui un
appello ai mezzi estremi che ha devastato, all’inizio del declinare di ogni
civiltà, la politica interna di interi stati, consegnandoli inermi
all’avversario esterno. La necessità, propria di ogni partito, di essere
borghese nell’apparenza diventa caricatura non appena, a fianco degli strati
cittadini forniti di cultura e di possesso, si organizza come partito anche il
resto del popolo. Così, per esempio, il marxismo, che in teoria è una negazione
della borghesia, come partito è invece del tutto piccolo-borghese nel suo
comportamento e nella sua guida. Vi è un conflitto permanente tra la volontà,
che esce necessariamente fuori del quadro della politica di partito e quindi di
ogni costituzione entrambe sono esclusivamente liberali e che può venir
designata in modo onorevole solo come guerra civile, e il suo modo di
presentarsi, al quale ci si crede obbligati e che in ogni caso bisogna tenere
per conseguire in quest'epoca qualche risultato durevole. Ma il modo di
presentarsi di un partito nobiliare in parlamento è intimamente tanto poco genuino
quanto quello di un partito proletario. Qui soltanto la borghesia è a casa
propria. A Roma patrizi e plebei hanno combattuto essenzialmente come ceti,
dall’istituzione dei tribuni fino al riconoscimento del loro pieno potere
legislativo nella rivoluzione del 287 a. C. A partire da quel momento
l’antitesi ha un’importanza soltanto più genealogica, e si sviluppano partiti
che si possono a buon diritto designare come partito liberale e partito
conservatore: il populus che dava il tono al foro® e la nobiltà che aveva il
proprio sostegno nel senato. Quest’ultimo si trasforma da consiglio di famiglia
delle antiche stirpi in un consiglio di stato dell’aristocrazia amministrativa.
Vicini al populus .sono i comizi centuriati, organizzati in base al posa. La
plebs corrisponde al terzo stato borghesi e contadini del secolo xvin, mentre
il populus corrisponde alla massa metropolitana del secolo xix. Questa
differenza si esprime nel comportamento nei confronti degli schiavi liberati,
in gran parte di origine non italica, che la plebs come ceto cerca di relegare
nel minor numero possibile di tribus, mentre nel populus come partito essi
avranno ben presto un'importanza determinante. sesso, e il gruppo dei grandi
finanzieri, gli equites; vicino alla nobiltà è invece la classe contadina,
influente nei comizi tributi. Si pensi da un lato ai Gracchi GRACCO (vedasi) e
a MARIO (vedasi), dall’altro a Caio FLAMINIO (vedasi); e basta guardare un po’
più attentamente per osservare la posizione del tutto mutata dei consoli e dei
tribuni. Essi non sono più gli uomini di fiducia nominati dal primo e dal terzo
stato, il cui comportamento è determinato da questo fatto, bensì rappresentano
e cambiano il partito. Vi sono consoli liberali come Catone il Vecchio e
tribuni conservatori come Ottavio, l'avversario di Tiberio GRACCO (vedasi).
Entrambi i partiti stabiliscono i loro candidati per le elezioni e cercano di
imporli con tutti i mezzi di manipolazione demagogica; e se l’uso del denaro
non ha avuto successo nelle elezioni, avrà miglior sorte sugli eletti. In
Inghilterra tories e whigs si sono costituiti come partiti all’inizio del
secolo x1x, borghesizzandosi nella forma e assumendo entrambi alla lettera il
programma liberale: in tal modo l'opinione pubblica era, come sempre,
completamente convinta e soddisfatta. In virtù di questa conversione
magistrale, e compiuta al tempo giusto, non si arrivò alla formazione di un
partito nemico del ceto, com’era avvenuto nella Francia del 1789. I membri
della camera bassa diventarono, da emissari dello strato sociale dominante,
rappresentanti del popolo che ne dipendevano d’ora in poi finanziariamente; ma
la guida rimase nelle stesse mani e l’opposizione tra i partiti, per la quale
fin dal 1830 vennero spontaneamente coniati i termini liberale e conservatore,
poggiò su una questione di più o di meno, non già su un alternata Sono i
medesimi anni in cui l'aspirazione letteraria alla libertà della Giovane
Germania si trasformava in una mentalità di partito; gli anni in cui
nell’America del presidente Jackson " il partito repubblicano si
organizzava contrapponendosi a quello democratico, e il principio che le
elezioni sono un affare e che tutti gli uffici pubblici sono bottino del
vincitore veniva riconosciuto formalmente *. a. Contemporaneamente la chiesa
cattolica passa silenziosa dalla politica di ceto alla politica di partito, con
una sicurezza strategica che non 11. Jackson, presidente degli Stati Uniti:
sotto la sua presidenza si consolidò la struttura bipartitica della vita
politica americana. SPENGLER Ma la forma della minoranza dirigente si sviluppa
izarrestabilmente dal ceto, attraverso il partito, fino a diventare un seguito
di individui. La fine della democrazia e il suo trapasso al cesarismo si
manifesta quindi nel fatto che non scompare tanto il partito del terzo stato,
il liberalismo, bensì il partito come forma in generale. La mentalità, il fine
popolare, gli ideali astratti di ogni genuina politica di partito si dissolvono
e in loro luogo subentra la politica privata, la sfrenata volontà di potenza di
pochi uomini di razza. Un ceto ha un istinto, un partito ha un programma, un
seguito ha un padrone: questa è la strada che dal patriziato e dalla plebe,
passando attraverso ottimati e popolari, conduce ai pompeiani e ai cesariani.
L'epoca del genuino dominio dei partiti abbraccia a malapena due secoli e
presso di noi è, dopo la guerra mondiale, già in piena decadenza. Che l’intera
massa dell’elettorato mandi avanti, per un impulso comune, uomini che devono
sostenere la sua causa come è detto ingenuamente in tutte le costituzioni era
possibile soltanto all’inizio, e presuppone che non siano presenti neppure le
premesse dell’organizzazione di determinati gruppi. Così era nel 1789 in
Francia, e nel 1848 in Germania. All’esistenza di un’assemblea è però subito
legata la formazione di unità tattiche la cui coesione poggia sulla volontà di
affermare la posizione dominante acquisita e che non si considerano più affatto
portavoce dei propri elettori, ma, al contrario, li rendono docili con tutti i
mezzi di propaganda per disporli ai propri scopi. Una tendenza del popolo che
si sia organizzata è con ciò già diventata lo strumento dell’organizzazione, e
sarà mai ammirata abbastanza. Nel secolo xvi essa era stata completamente
aristocratica per ciò che riguardava lo stile della sua diplomazia,
l'assegnazione delle grandi cariche e lo spirito dei suoi circoli più elevati.
Si pensi al tipo di abate e ai principi della chiesa che diventarono ministri e
ambasciatori, come il giovane cardinale di Rohan !?. Ora, in modo del tutto
liberale , alla nobiltà dell'origine si sostituisce Ia mentalità, al gusto la
capacità di lavoro, e i grandi mezzi della democrazia stampa, elezioni, denaro
vengono da essa manipolati con un'abilità che il liberalismo vero e proprio ha
raggiunto ben di rado, e mai superato. 12. Louis René Edouard cardinale di
Rohan (1734-1803), fu ambasciatore speciale a Vienna dal 1771 al 1774, e in
seguito arcivescovo di Strasburgo. procede inarrestabilmente su questa strada
finché anche l’organizzazione non è diventata strumento dei capi. La volontà di
potenza è più forte di ogni teoria. All’inizio, la guida e l’apparato sorgono
in funzione del programma; poi vengono difesi dai detentori a causa della
potenza e del bottino come oggi avviene generalmente, dato che in tutti i paesi
migliaia di persone vivono del partito, degli uffici e degli affari che esso
offre; infine il programma scompare dal ricordo e l’organizzazione lavora soltanto
a proprio profitto. Nel caso del più vecchio degli Scipioni SCIPIONE (vedasi) e
di Quinto FLAMINIO (vedasi) possiamo ancora parlare di amici che li seguono in
guerra, ma SCIPIONE (vedasi) minore si è formata una colors amicorum certamente
il primo esempio di un seguito organizzato che lavora poi anche davanti al
tribunale e nel corso delle elezioni * Analogamente, il rapporto di fedeltà tra
patrono e clienti, in origine del tutto patriarcale e aristocratico, si
sviluppa fino a diventare una comunità di interessi basata su un fondamento
assai materiale; e già prima di GIULIO (vedasi) Cesare vi sono contratti
scritti tra candidati ed elettori con la precisa determinazione del compenso e
della prestazione corrispondente. D'altra parte si costituiscono esattamente
come nell’America odierna® i circo- li e le associazioni elettorali dei tribuni
che dominano o spaven- tano la massa elettorale del distretto per poter
negoziare l’affa- re elettorale con i grandi capi (i precursori dei Cesari) da
poten- a. Per quanto segue cfr. Getzer, Die Nobilitàt der ròmischen Republik,
Leipzig, e A. Rosemsero, Untersuchungen zur ròmischen Zenturienverfassung,
Berlin. Universalmente nota è la Tammany Hall a New York; ma in tutti i paesi
governati da partiti la situazione si avvicina a questa. Il caucus americano
che distribuisce gli uffici pubblici tra i suoi aderenti costringendo la massa
degli elettori a confluire sui loro nomi, è stato intro- dotto in Inghilterra
da Chamberlain !* con il nome di National Liberal Federation, e è in rapido
sviluppo anche in Germania. Sede di riunione della Società di St. Tammany, che
costituì il primo nucleo del partito democratico; per tutto l’Ottocento, e
ancora nei pri- mi decenni di questo secolo, fu un importante circolo e gruppo
di pressione nella vita politica degli Stati Uniti. 14. Joseph Chamberlain,
uomo politico inglese, fu tra l’altro segreta- rio alle colonie durante la
guerra anglo-boera; ebbe una parte importante nella questione irlandese. za a
potenza. Questo non è il naufragio, bensì il senso e il necessario risultato
finale della democrazia; e il lamento che gli idealisti estranei al mondo
levano su questa distruzione delle loro speranze indica soltanto la loro cecità
di fronte all’inesorabile divergenza tra verità e fatti e all’intima
connessione tra denaro e spirito. La teoria politico-sociale è soltanto un
substrato, ma un substrato necessario, della politica di partito. L’orgogliosa
serie che da Rousseau va fino a Marx ha il proprio corrispettivo nell'antichità
in quella che dai Sofisti giunge fino a Platone e a Zenone. In Cina si possono
ancora ritrovare nella letteratura confuciana e taoistica i tratti fondamentali
di dottrine corrispondenti: basti menzionare il nome del socialista Mo Ti”.
Nella letteratura bizantina e araba del periodo abasside, dove il radicalismo
si presenta sempre in una formulazione rigidamente ortodossa, esse occupano
largo spazio e agiscono come forze motrici in tutte le crisi del secolo rx; in
Egitto e in India la loro presenza è dimostrata dallo spirito degli avvenimenti
del periodo di Budda e degli Hyksos. Esse non hanno bisogno di una formulazione
letteraria; altrettanto efficace è la loro diffusione orale, la predicazione e
la propaganda da parte delle sette e delle leghe, come avviene generalmente
all'origine delle correnti puritane, nonché nell’Islam e nel Cristianesimo
angloamericano. Se queste dottrine siano vere o false è una questione senza
senso si deve sottolinearlo sempre per il mondo della storia politica. La
confutazione del marxismo, per esempio, rientra nell’ambito delle discussioni
accademiche o dei dibattiti pubblici, in cui ognuno ha ragione e gli altri
hanno sempre torto. Ciò che importa è se queste dottrine sono efficaci, cioè da
quando e per quanto tempo la fede nel miglioramento della realtà mediante un
sistema di idee costituisce, in generale, una potenza con cui la politica deve
fare i conti. Noi ci troviamo in un'epoca di fiducia illimitata nell’
onnipotenza della ragione. I grandi concetti generali di libertà, di giustizia,
15. Mo Ti (o Mo Tsc), filosofo cinese vissuto tra la seconda metà del secolo v
e i primi decenni del secolo 1v a. C., all’epoca degli stati combattenti , si
distaccò dal Confucianesimo per elaborare, nell'opera che da lui trac il nome
il Mo-tse una teoria dell'amore universale. di umanità, di progresso, sono
sacri; le grandi teorie sono vangeli. La loro forza di convinzione non poggia
su motivi, poiché la massa di un partito non possiede né l’energia critica né
la distanza necessaria per sottoporle a una prova seria, bensì sul crisma
sacramentale delle loro parole d’ordine. Ma questa magia si limita alla
popolazione delle grandi città e all’epoca del razionalismo, di questa
religione dei dotti . Essa non agisce però sulla classe contadina, e sulle
masse cittadine ha influenza soltanto per un certo periodo, con la violenza di
una nuova rivelazione. Ci si converte, si aderisce con fervore alle parole e ai
loro annunciatori, si diventa martiri sulle barricate, sui campi di battaglia,
sul patibolo; allo sguardo si apre un aldilà politico e sociale, e la critica
spassionata sembra bassa e profana, degna di morte. Ma con ciò scritti come il
Contract social e il Manifesto comunista diventano strumenti di potenza di
prim’ordine nella mano di uomini energici, che si sono affermati all’interno
della vita di partito e che sanno formare e utilizzare le convinzioni della
massa da essi dominata. Ciononostante questi ideali astratti hanno una potenza
che si estende appena oltre i due secoli il periodo della politica di partito.
Non che vengano confutati, ma diventano noiosi. Rousseau lo è già da lungo
tempo, tra breve lo sarà anche Marx. Alla fine si abbandona non questa o quella
teoria, ma la fede nelle teorie in generale, e con questa anche l’ottimismo
esaltato del secolo xvitI, convinto di poter correggere i difetti della realtà
mediante l’applicazione di concetti. Quando Platone, Aristotele e i loro
contemporanei definivano le forme di costituzione antiche e le mescolavano per
ottenere la costituzione più saggia e più bella, tutto il mondo li ascoltava;
ed è stato proprio Platone, col suo tentativo di riformare Siracusa secondo una
ricetta ideologica, a rovinare questa città ®. Altrettanto sicuro mi sembra che
gli stati meridionali della Cina sono stati messi fuori forma a causa di
esperimenti filosofici dello stesso tipo, e si sono così posti alla mercè
dell’imperialia. Sulla storia di questo tragico esperimento cfr. E. MerEr,
Geschickie des Althertums, Stuttgart. smo Ch’in®!. I fanatici giacobini della
libertà e dell’eguaglianza hanno consegnato per sempre la Francia, dopo il
Direttorio, al mutevole dominio dell’esercito e della borsa, e ogni rivolta
socialista apre nuove vie al capitalismo. Ma al tempo in cui Cicerone scrisse
il suo De republica per POMPEO (vedasi) e SALLUSTIO (vedasi) le sue esortazioni
a GIULIO (vedasi) Cesare, più nessuno vi poneva attenzione. In Tiberio GRACCO
(vedasi) si può forse ancora scoprire un'influenza di quello stoico entusiasta,
Blossio, che morì più tardi suicida dopo aver condotto alla rovina anche
Aristonico di Pergamo"; ma nell’ultimo secolo prima di Cristo le teorie
sono diventate un abusato tema scolastico, e d’allora in poi conta soltanto la
potenza. Nessuno deve illudersi: l’epoca della teoria volge al termine anche
per noi. I grandi sistemi del liberalismo e del socialia. I progetti degli
stati combattenti , il Ch'un-ch'iu Fan lu e le biografie che si trovano in
Ssu-ma Ch’ien sono pieni di esempi di uno scolastico immischiarsi della
saggezza nella politica !*. b. Sulla sua città del sole formata di schiavi e di
salariati giornanalieri cfr. PauLy-Wissowa, Real-Encyclopidie der classischen
Alterturmswissenschaft. In modo analogo il rivoluzionario re Cleomene III di
Sparta subì l’influenza dello stoico Sfero!9. Si capisce perché il senato
romano mise ripetutamente al bando filosofi e retori , cioè politicanti,
acchiappanuvole e mestatori. 16. Lo stato di Ch'in si affermò, alla fine
dell’epoca degli stati combattenti , come nucleo di riunificazione dell’impero,
sconfiggendo c sottomettendo a sé gli stati meridionali: ciò condusse alla
deposizione dell'ultimo imperatore Chou c, tre anni dopo, all'ascesa al trono
di Shih Huang Ti, che fondò la nuova dinastia Ch'in. 17. BLOSSIO (vedasi) di
Cuma, filosofo stoico della seconda metà det secolo Il a. C., allievo di
Antipatro di Tarso, fu amico di Tiberio Gracco; dopo la sua morte si rifugiò a
Pergamo, dove Aristonico, fratello del defunto re Attalo III (che aveva
lasciato i suoi domini in eredità a Roma), aveva rivendicato per sé il regno,
appoggiandosi sui proletari e sugli schiavi e vagheggiando la formazione di uno
stato socialista, detto MALéTOALE, città del sole . Nel 130 l'intervento romano
mise fine al tentativo di Aristonico, che fu fatto prigioniero, condotto a Roma
e giustiziato; Blossio si tolse invece la vita. 18. Il Ch'un-ch'iu Fan lu è il
titolo dell'opera principale di Tung Chung-shu (179104 2. C.), filosofo
confuciano del periodo Han. Ssu-ma Ch’ien fu autore, insieme con il padre
Ssu-ma T'an, della prima grande storia cinese, i SMik Chi. 19. Cleomene III, re
di Sparta dal 235 al 219 a. C., tentò una riforma politico-sociale dello stato
spartano estendendo la cittadinanza ai pericci e redistribuendo le terre;
combattè contro la lega achea e contro Antigono Dosone, re di Macedonia,
rimanendo però sconfitto. Suo ispiratore c consigliere fu il filosofo stoico
Sfero, discepolo di Clcante. smo sono sorti nell’insieme tra il 17750 e il
1850. Quello di Marx è oggi vecchio quasi di un secolo, ed è rimasto l’ultimo.
Con la sua concezione materialistica della storia esso rappresenta internamente
l’estrema conseguenza del razionalismo, e perciò anche una conclusione. Ma come
la fede rousseauiana nei diritti dell’uomo ha perduto la sua forza all’incirca
nel 1848, così la fede in tale concezione l’ha perduta con la guerra mondiale.
Chi confronta la dedizione fino alla morte, che le idee di Rousseau hanno
incontrato nella Rivoluzione francese, con il comportamento dei socialisti,
costretti a conservare di fronte ai loro seguaci e a se stessi una convinzione
che non possedevano più e non in vista dell'idea, ma in vista della potenza che
da essa dipendeva può vedere già tracciata in anticipo la via su cui cadrà alla
fine ogni programma, in quanto intralcia la lotta per il potere. La fede in un
programma aveva dato distinzione all’avo; per il nipote è una dimostrazione di
provincialismo. Al suo posto spunta già oggi, dal bisogno dell’anima e dal
tormento della coscienza, una nuova rassegnata pietà che rinuncia a fondare un
nuovo mondo terreno, e che in luogo di concetti acuti cerca il mistero, per
trovarlo finalmente nella profondità di una seconda religiosità. IV Questo è un
aspetto, l'aspetto linguistico, di quel grande fatto che è la democrazia.
Rimane da considerare l’altro fatto decisivo, quello della razza. La democrazia
sarebbe rimasta nelle teste e sulla carta se tra i suoi apostoli non vi fossero
state nature genuine di dominatori per cui il popolo non era che un oggetto e
gli ideali non erano che mezzi, anche se spesso non ne erano consapevoli. Tutti
i metodi, anche i meno sospetti, della demagogia, che è nel suo intimo la
stessa cosa della diplomazia dell’ancien régime soltanto che si fonda sulle
masse anziché sui prìncipi e ambasciatori, su opinioni, disposizioni,
esplosioni di volontà disordinate anziché su spiriti eletti, e quindi sembra
un'orchestra di ottoni anziché antica musica da camera sono stati elaborati da
democratici onesti ma pratici; e i partiti della tradizione li hanno appresi
soltanto da loro. La via della democrazia è però caratterizzata dal fatto che gli
autori delle costituzioni popolari non hanno mai avuto sospetto dell'efficacia
reale dei loro progetti; né l'hanno avuto il creatore della costituzione
serviana ? di Roma o l’Assemblea nazionale di Parigi. Poiché tutte queste forme
non sono cresciute come il feudalesimo, ma sono state escogitate, e non già
sulla base di una conoscenza profonda degli uomini e delle cose, bensì sulla
base di rappresentazioni astratte del diritto e della giustizia, un abisso
separa lo spirito delle leggi dalle consuetudini pratiche che si formano
silenziosamente, sotto la loro pressione per adattarle al ritmo della vita
reale o per tenerle distanti da questa. Soltanto l’esperienza ha insegnato al
termine dell’intero sviluppo che i diritti del popolo e l’influenza del popolo
sono cose differenti. Quanto più universale è il diritto di voto, tanto più
ristretto è il potere di un elettorato. Agli inizi di una democrazia il campo
appartiene soltanto allo spirito. Non c’è nulla di più nobile e di più puro
della seduta notturna e del giuramento della pallacorda o della mentalità
presente nella chiesa di San Paolo a Francoforte?! dove, avendo già in mano il
potere, si discusse tanto a lungo su verità universali da dare il tempo alle
potenze della realtà di riunirsi e di spazzare via i sognatori. Ciononostante,
l’altra grandezza di ogni democrazia si annuncia abbastanza presto e rammenta
il fatto che si può far uso dei diritti costituzionali soltanto se si ha del
denaro ?. Il funzionamento approssimativo del diritto di voto presuppone,
qualsiasi cosa ne pensi l’idealista, che non esista alcuna dirigenza
organizzata la quaa. La democrazia primitiva, caratterizzata da progetti
costituzionali pieni di speranza e che per noi giunge fino all’epoca di
Lincoln, Bismarck e Gladstone, deve faure quest'esperienza; la democrazia
successiva che per noi è quella del parlamentarismo maturo prende le mosse da
essa. Da_allora, verità e fatti si sono separati definitivamente nella forma
dell'ideale di partito da un lato, della cassa del partito dall’altro. Il
parlamentare genuino si sente, in virtà del denaro, svincolato dalla dipendenza
che è contenuta nella concezione ingenua che l’elettore ha dell’eletto, 20.
Questa costituzione trac il proprio nome da Servio TULLIO (vedasi), il sesto
(secondo la tradizione) re di Roma. Luogo di riunione dell'Assemblea
costituente tedesca nel 1848. le agisce sugli elettori nel proprio interesse e
assumendo come criterio il denaro disponibile. Ma se questa esiste, il voto ha
ancora soltanto il significato di una censura che la massa esercita sulle
singole organizzazioni; sulla loro formazione essa non possiede però più la
minima influenza. Analogamente, il diritto ideale delle costituzioni
occidentali, cioè il diritto della massa di determinare liberamente i propri
rappresentanti, rimane mera teoria, poiché in realtà ogni organizzazione
sviluppata si completa da sé. Si desta infine il sentimento che il suffragio
universale non contiene alcun diritto reale, neppure quello della scelta tra i
partiti, poiché le formazioni di potere cresciute sul suo terreno dominano col
denaro tutti i mezzi spirituali del discorso parlato e scritto e così dirigono
a piacimento l’opinione dei singoli sui partiti, mentre questi allevano da
parte loro, attraverso la disponibilità dei pubblici uffici, l'influenza e le
leggi, una schiera di partigiani fedeli cioè appunto il caucus che esclude
tutti gli altri individui inducendoli a una fiacchezza elettorale che alla fine
non potrà più essere superata neppure nelle grandi crisi. Apparentemente
sussiste una forte differenza tra la democrazia parlamentare occidentale e
quella delle civiltà egizia, cinese, araba, nel periodo del loro declino, a cui
è completamente estranea l’idea di elezioni condotte con il suffragio
universale. Ma per noi, in quest'epoca, la massa come elettorato è in forma nel
medesimo senso in cui lo era stata precedentemente come insieme di sudditi,
cioè come oggetto per un soggetto, e in cui lo era stata a Bagdad e a Bisanzio
come setta o come monacato, e altrove come esercito governante, come associazione
segreta o come stato particolare all’interno dello stato. La libertà è, come
sempre, semplicemente negativa. Essa consiste nel rifiuto della tradizione
della dinastia, dell’oligarchia, del califfato. Ma l’esercizio della potenza
trapassa subito intatto da questi poteri ad altri nuovi, cioè a capi-partito, a
dittatori, a pretendenti, a profeti e ai relativi aderenti, e di fronte ad essi
la massa rimane ancor sempre incondizionatamente ogget?. Il diritto del popolo
all’auto-determinazione è un modo a. Se ciononostante si sente invece liberata,
ciò dimostra nuovamente la profonda incompatibilità tra spirito metropolitano e
tradizione, mentre di dire cortese: di fatto con ogni suffragio universale non
organico cessa anche il senso originario dell’eleggere in generale. Quanto più
vengono dissolte politicamente le articolazioni dei ceti e delle professioni,
tanto più priva di forma e inerme diventa la massa degli elettori, tanto più
incondizionatamente essa è alla mercé dei nuovi poteri, cioè delle direzioni
dei partiti, che dettano ad essa la loro volontà con tutti i mezzi di
coercizione spirituale, per decidere tra loro la lotta per il dominio cioè con
metodi di cui in fondo la massa non vede né comprende nulla e che utilizzano
ognuno a proprio vantaggio l'opinione pubblica come un’arma da essi stessi
forgiata. Ma proprio per questo una spinta irresistibile muove la democrazia su
tale via, che conduce alla propria auto-dissoluzione °. I diritti fondamentali
di un popolo antico ($fuog, populus) si estendevano fino alla possibilità di
occupare gli uffici pubblici più elevati e di amministrare la giustizia®. A tal
fine si era in forma nel foro in modo del tutto euclideo, come massa
fisicamente presente riunita in un punto: qui si diventava oggetto di una manipolazione
di stile antico, effettuata cioè con mezzi fisici, diretti, sensibili, con una
retorica che agiva in tra la sua attività e l'essere governata dal denaro
sussiste un’intima relazione. a. La costituzione tedesca, sorta quindi già
sulla soglia di una democrazia declinante, contiene in piena ingenuità una
dittatura delle macchine di partito, che hanno trasferito a sé ogni diritto e
che non sono seriamente responsabili di fronte a nessuno. Il famigerato voto
proporzionale e la lista nazionale assicurano ad esse l’auto-integrazione. In
luogo dei diritti del popolo come idealmente li conteneva la costituzione del
1848 esistono soltanto i diritti dei partiti: ciò suona come innocuo, ma
racchiude in sé il cesarismo delle organizzazioni. In questo senso essa è però
la più progredita costituzione di quest'epoca; lascia giù riconoscere la fine;
alcune piccolissime trasformazioni, ed essa concederà ai singoli il potere
illimitato. b. Al contrario, la legislazione è connessa con un ufficio. Anche
quando l'accoglimento o il rigetto di una legge spettano formalmente a
un'assemblea, la legge può essere introdotta soltanto da un magistrato, per
esempio da un tribuno. Le aspirazioni della massa al conseguimento di un
diritto spesso suggerite dai detentori del potere si manifestano quindi in
occasione delle elezioni a qualche carica, come ci insegna l'età dei Gracchi.
modo immediato sull’occhio e sull’orecchio di ognuno e che con i suoi
strumenti, a noi diventati in parte disgustosi e difficilmente sopportabili,
con lacrime studiate, con vesti stracciate =, con la lode spudorata dei
presenti, con menzogne insensate sull’avversario, con un repertorio fisso di
brillanti locuzioni e cadenze armoniose, con giochi e con doni, con minacce e percosse,
ma soprattutto con denaro è sorta esclusivamente in questo luogo e a questo
scopo. Noi ne conosciamo gli inizi dall’Atene del 400° e la fine, in misura
spaventosa, dalla Roma di GIULIO (vedasi) Cesare e di CICERONE (vedasi). È come
sempre: le elezioni si sono trasformate da nomina di rappresentanti di ceto in
una lotta tra candidati di partito. Ma con ciò è ormai data l’arena in cui
penetra il denaro e dopo Zama con un enorme incremento di dimensioni. Quanto
maggiore era la ricchezza che si poteva concentrare nelle mani dei singoli
individui, tanto più la lotta per la potenza politica diventava una questione
di dena10 °. Con ciò è detto tutto. Ma in un senso più profondo sarebbe
tuttavia falso parlare di corruzione. Non è la degenerazione del costume, ma il
costume stesso quello della democrazia matura che assume con una necessità
fatale forme del genere. Il censore APPIO (vedasi) Claudio senza dubbio un
genuino ellenista e ideologo della costituzione (come potevano essercene
soltanto nel circolo di Roland?) ha sicuramente pensato nelle sue riforme ai
diritti elettorali e non all’arte di fare le elezioni; ma quei diritti
preparano soltanto la a. Ancora a cinquant'anni Cesare dovette recitare una
commedia siffatta davanti ai suoi soldati sul Rubicone, perché essi erano
abituati a questo se si voleva qualcosa da loro. Ciò corrisponde più o meno
alla voce sincera della convinzione nelle assemblee odierne. b. Ma il tipo
Cleone era ovviamente presente a Sparta come a ROMA al tempo dei tribuni
consolari. c. GELZER. Insieme al César di Merer, questo saggio fornisce il
migliore sguardo d’insieme sul metodo della democrazia romana. Phlipon, moglic
dell'uomo politico Jean-Marie Roland, ministro nel governo girondino: fu
arrestata dopo la fuga del marito e in seguito ghigliottinata, durante il
Terrore: nel carcere scrive un Appel è l'impartiale postérité. Le sue Mémoires sono
pubblicate postume. strada a quest'arte. La razza si manifesta soltanto in
essa, e ben presto si afferma completamente. All’interno di una dittatura del
denaro il lavoro del denaro non può però essere definito come decadenza. La
carriera dei pubblici uffici romani richiedeva, da quando si svolgeva nella
forma di elezioni popolari, un capitale che rendeva il futuro uomo politico
debitore verso tutto il suo ambiente. Ciò valeva soprattutto per la carica di
edile, nella quale si doveva superare in magnificenza i predecessori attraverso
l'offerta di pubblici giochi, per poter ottenere più tardi i voti degli
spettatori. Silla fallì la prima canditatura alla pretura perché non era stato
edile. C'era poi lo splendido seguito con cui ci si doveva quotidianamente
mostrare nel foro per far colpo sulla massa oziosa. Una legge impediva la
scorta dietro pagamento; ma ancora più costoso era obbligarsi i nobili mediante
i prestiti, mediante la raccomandazione agli uffici e agli affari, mediante la
difesa davanti al tribunale, che li impegnava a far da scorta e alla visita
quotidiana del mattino. POMPEO (vedasi) è patrono di mezzo mondo, dai contadini
del Piceno fino ai re orientali; egli rappresentava e proteggeva tutti. Questo
era il suo capitale politico, che poteva mettere in campo contro i prestiti
senza interesse di CRASSO (vedasi) e contro l’ indoramento ° di tutti gli
ambiziosi da parte del conquistatore della Gallia. Si facevano servire agli
elettori colazioni estese all’intero circondario”, si concedevano posti
gratuiti per assistere ai giochi dei gladiatori o si mandava perfino
direttamente in casa del denaro come faceva Milone. Cicerone chiama tutto ciò
rispettare i costumi dei padri . Il capitale elettorale assunse dimensioni di
tipo americano, raggiungendo talvolta la somma di centinaia di milioni di
sesterzi. Nel corso delle elezioni del 54 a. C. il tasso di interesse salì dal
4% all’8%, perché la maggior parte dell'enorme massa di liquido disponibile a
Roma fu investita nella propaganda. GIULIO (vedasi) Cesare, quand'èedile, aveva
speso tanto che Crasso è costretto a garantire per venti milioni affinché i
creditori gli consentissero di partire per la provincia, a. Inaurari: a questo
scopo Cicerone raccomandò a Cesare il suo amico TREBAZIO (vedasi). b. Tributim
ad prandium vocare (CICERONE (vedasi), Pro Murena, SPENGLER e ancora
nell’elezione a pontefice massimo aveva talmente oltre: passato il suo credito
che il suo avversario Catulo poté offrirgli del denaro perché si ritirasse, dal
momento che in caso di sconfitta sarebbe stato perduto. Ma la conquista della
Gallia che egli intraprese anche per questo motivo e il relativo sfruttamento
fecero di lui l’uomo più ricco del mondo: così è stata realmente ottenuta la
vittoria di Farsalo *. Infatti GIULIO (vedasi) Cesare ha conquistato tutti
questi miliardi avendo di mira la potenza, come Rhodes, e non per il piacere di
ricchezza, come Verre e in fondo anche Crasso, il quale era un grosso
finanziere che faceva parallelamente anche il politico. Egli comprese che, sul
terreno di una democrazia, i diritti costituzionali non significano nulla senza
denaro, tutto col denaro. Mentre Pompeo ancora sognava di poter trarre legioni
dalla terra, GIULIO (vedasi) Cesare le aveva da lungo tempo tradotte in realtà
con il suo denaro. Egli aveva trovato già pronti questi metodi: li
padroneggiava, ma senza identificarsi con essi. Si deve aver ben chiaro il
fatto che, fin dal 150 a. C., i partiti riuniti sulla base di princìpi si
dissolvono in seguiti personali raccolti intorno a uomini i quali avevano un
fine politico privato e conoscevano bene le armi del loro tempo. Tra di esse
rientra, accanto al denaro, anche l'influenza sui tribunali. Dato che le
antiche assemblee popolari votavano solamente, ma senza discutere, il processo
di fronte ai rostra è una a. Si tratta di miliardi di sesterzi, che passarono
da allora per le sue mani. Le offerte votive dei templi della Gallia, che egli
fece vendere in Italia, provocarono un crollo nel valore dell’oro. GIULIO
(vedasi) Cesare e POMPEO (vedasi) costrinsero il re Tolomeo a versare, per il
suo riconoscimento, 144 milioni (e altri 240 gliene fece versare Gabinio). Il
console EMILIO (vedasi) Paolo fu comperato con 36 milioni, Curione con 60
milioni. Da ciò si possono inferire le invidiabilissime possibilità
dell'ambiente che circondava Cesare. Per il trionfo del 46 a. C. ognuno dei
suoi oltre centomila soldati ricevette 24.000 sesterzi, mentre agli ufficiali e
ai capi toccarono somme ben superiori, Ciononostante, alla sua morte il tesoro
pubblico era così ricco da garantire la posizione di Antonio. 23. Rhodes, uomo
politico e finanziere sud-africano di origine inglese, fu primo ministro della
colonia di Città del Capo dal 1890 al 1896. Diede una spinta decisiva allo
sviluppo dell'industria diamantifera nel Sud-Africa, soprattutto nella regione
che da lui prese il nome. STORICISMO TEDESCO. forma di lotta di partito e la
scuola vera e propria di eloquenza politica. Il giovane politico iniziava la
sua carriera accusando e, se possibile, annientando una grossa personalità ®,
come fece Crasso a diciannove anni contro il famoso Papirio Carbone, amico dei
Gracchi, che era passato più tardi dalla parte degli ottimati. Per tale motivo
Catone fu accusato quarantaquattro volte e sempre assolto. La questione
giuridica passa qui in secondo piano *. La cosa determinante è la posizione di
partito del giudice, il mumero dei patroni e l’ampiezza del seguito; il numero
dei testimoni serve propriamente a mettere in luce la potenza politica e
finanziaria dell’accusatore. Tutta l’eloquenza di Cicerone contro Verre vuol
convincere i giudici, sotto Ja maschera di un magnifico pathos etico, che la
sua condanna è nel loro interesse di ceto. Secondo la generale concezione
antica è ovvio che il seggio in tribunale debba servire agli interessi privati
e a quelli di partito. Ad Atene gli accusatori democratici erano soliti
avvertire i giurati popolari, al termine del loro discorso, che assolvendo
l’accusato ricco avrebbero messo in forse i loro onorari processuali ©. La
grande potenza del senato romano poggia in gran parte sul fatto che esso aveva
in mano, attraverso la nomina di tutti i tribunali, il destino di ogni
cittadino; su questa base si può misurare la portata della legge graccana del
122 a. C., che trasferiva i tribunali al a. GELZER. Si tratta in gran parte di
concussione e di corruzione. Dal momento che ciò faceva allora tutt'uno con la
politica, che giudice e accusato avevano fatto la stessa cosa e che tutti lo
sapevano, l’arte consisteva nel tenere nelle forme di una ben recitata passione
morale un discorso di partito il cui scopo vero e proprio era inteso soltanto
dall’iniziato. Ciò corrisponde del tutto alle moderne usanze parlamentari. Il
popolo rimarrebbe molto stupito se vedesse come, dopo gli accaniti discorsi
durante la seduta (destinati alla stampa), gli avversari di partito si
intrattengono amabilmente tra di loro. Si pensi anche ai casi in cui un partito
scende in campo con passione a favore di una proposta dopo averne assicurata,
mediante un accordo con gli avversari, la disapprovazione. A Roma la sentenza
non importava affatto; bastava che l’accusato abbandonasse in precedenza
volontariamente la città, escludendosi così dalla lotta di partito e dal
concorso agli uffici. c. Cfr. R. von Ponumann, Griechische Geschichte, Miinchen,
5° ed. 1914, pp. 236-37. ceto dei cavalieri e metteva quindi la nobiltà, cioè
le alte cariche, alla mercé del mondo della finanza. Nell’82 a.C. Silla
restituì al senato, contemporaneamente alle proscrizioni dei grandi finanzieri,
anche i tribunali come arma politica, beninteso; e la lotta finale tra i
detentori del potere trova la sua espressione anche nel continuo mutare della
scelta dei giudici. Ma mentre l’antichità e il foro di Roma in testa
raccoglieva la massa popolare in un corpo visibile e compatto per costringerla
a fare dei suoi diritti l’uso che si voleva fosse fatto, contemporaneamente la
politica europeo-americana introduceva mediante la stampa un campo di forza di
tensioni spirituali e finanziarie esteso a tutta la terra, nel quale ogni
individuo è inserito senza averne coscienza e in modo da dover pensare, volere
e agire come ritiene opportuno da qualche parte, di lontano, una personalità
dominante. Questo è dinamica contrapposta alla statica, sentimento faustiano
del mondo contrapposto al sentimento apollineo, pathos della terza dimensione
contrapposto al puro presente sensibile. Non si parla da uomo a uomo; la stampa
e, collegato con essa, il servizio elettrico di informazioni mantengono
l’essere desto di interi popoli e di interi continenti sotto l’assordante fuoco
di fila di frasi, di parole d'ordine, di punti di vista, di scene, di
sentimenti, giorno per giorno, anno per anno, cosicché ogni io diventa mera
funzione di un'immensa entità spirituale. Il denaro prende la sua strada
politica non come metallo che passa di mano in mano; non si converte più in
giochi e in vino. Esso si trasforma invece in forza e determina, mediante la
sua quantità, l'intensità di questa manipolazione. Polvere da sparo e stampa
sono connesse l’una con l’altra, in quanto entrambe sono inventate nell'antico
periodo gotico e scaturite dal pensiero tecnico germanico, come i due grandi
strumenti della tattica faustiana della distanza. La Riforma conobbe all’inizio
dell'età successiva i primi manifesti e le prime artiglierie da campagna; la
Rivoluzione francese conobbe, all’inizio del declinare della civiltà, la prima
ondata di opuscoli a. In questo modo Rutilio Rufo poté essere condannato nel
famigerato processo del 93 a. C. perché come proconsole, aveva doverosamente
proceduto contro le concussioni delle società di appalto. dell'autunno 1788 e a
Valmy il primo fuoco di massa di un’artiglieria. Ma con ciò la parola stampata
impiegata in forma massiccia ed estesa su superfici infinite diventa un’arma
infida nelle mani di chi sa dirigerla. In Francia, nel 1788, si trattava ancora
di un'espressione spontanea di convinzioni private, ma in Inghilterra si era
già al punto di suscitare intenzionalmente un'impressione nei lettori. La
guerra condotta contro Napoleone da Londra, su territorio francese, con
articoli, libelli, memorie inautentiche, ne costituisce il primo grande
esempio. I fogli isolati dell’età illuministica si trasformano nella stampa ,
come si dice con indicativa anonimità *. La campagna di stampa nasce come la
continuazione o la preparazione della guerra condotta con altri mezzi, e la sua
strategia fatta di scontri di avamposti, di diversivi, di sorprese e di
attacchi a ondate viene elaborata durante il secolo xix fino al punto che una
guerra può già essere perduta prima ancora che parta il primo colpo, perché la
stampa l’ha vinta nel frattempo. Oggi noi viviamo senza possibilità di
resistenza sotto l’azione di questa artiglieria spirituale, di modo che quasi
nessuno acquisisce la distanza interiore necessaria per rendersi conto
dell’enormità di tale spettacolo. La volontà di potenza in veste puramente
democratica ha compiuto il suo capolavoro facendo sì che il sentimento di
libertà degli oggetti venga addirittura adulato pur nella schiavitù più
completa che sia mai esistita. Il senso borghese liberale è fiero dell’abolizione
della censura, che costituiva l’ultimo limite, mentre il dittatore della stampa
Northcliffe! * assoggetta la folla di schiavi dei suoi lettori alla frusta dei
suoi articoli di fondo, dei suoi telegrammi e delle sue illustrazioni. La
democrazia ha completamente soppiantato il libro con il giornale nella vita
spirituale delle masse popolari. Il mondo dei libri, con la sua ricchezza di
punti di vista che costringevano il pensiero alla selezione e alla critica, è
un possesso reale ancora soltanto per circoli ristretti. Il popolo legge
l’unico giornale il suo giornale che quotidiaa. E quasi in analogia con
l'artiglieria . 24. Alfred Charles William Harmsworth, visconte di Northcliffe,
creatore del giornalismo moderno: a lui si deve la fondazione del Daily Mail c del Daily Mirror. S’assicura pure il
controllo del Times . namente penetra in ogni casa in milioni di esemplari,
attraendo di buon mattino gli spiriti nella propria orbita, facendo passare nel
dimenticatoio i libri con i propri supplementi e, se questo o quel libro
compare ancora all’orizzonte, eliminando la sua influenza con una critica che
arriva prima di esso. Che cos'è la verità? Per la massa è ciò che si legge e si
ascolta continuamente. Può ben esserci da qualche parte un povero minchione che
se ne sta seduto e raccoglie motivi per stabilire la verità questa rimarrà
sempre la sua verità. L’altra verità, la verità pubblica del momento, che sola
importa nel mondo reale degli effetti e dei risultati, è oggi un prodotto della
stampa. Ciò che essa vuole, è vero. Coloro che la comandano producono,
trasformano, cambiano Ja verità. Tre settimane di lavoro di stampa, e tutto il
mondo ha riconosciuto la verità*. I suoi argomenti sono inconfutabili finché si
dispone del denaro per ripeterli senza interruzione. Anche la retorica antica
faceva conto sull’impressione e non sul contenuto Shakespeare ha brillantemente
mostrato, nell’orazione funebre di Antonio, di che cosa si trattasse ma essa si
limitava al presente e al momento. La dinamica della stampa esige effetti
duraturi. Essa deve mantenere durevolmente gli spiriti sotto pressione. I suoi
argomenti vengono confutati non appena una potenza finanziaria maggiore sposa
gli argomenti contrari e li pone ancora più spesso davanti a tutte le orecchie
e a tutti gli occhi. Nello stesso attimo l’ago magnetico dell’opinione pubblica
si orienta verso il polo più forte. Ognuno si convince subito della nuova
verità: all'improvviso ci si sveglia da un errore. Alla stampa politica si
connette il bisogno di un'istruzione a. L'esempio più forte sarà sempre, per le
future generazioni, la questione della responsabilità della guerra mondiale,
vale a dire la questione di chi possiede attraverso il dominio della stampa e
dei cavi telegrafici di ogni parte della terra il potere di stabilire davanti
all'opinione mondiale la verità di cui ha bisogno per i suoi scopi poli tici, e
di mantenerla in vita finché ne ha bisogno. Questione completamente diversa,
che soltanto in Germania viene confusa con la prima, è quella puramente
scientifica di sapere chi aveva interesse a provocare proprio nell’estate 1914
un avvenimento, sul quale esisteva già allora un'intera letteratura. scolastica
generale, che mancava completamente all’antichità. È una pressione del tutto
inconsapevole per avvicinare le masse, in quanto oggetti della politica di
partito, a quello strumento di potere che è il giornale. All’idealista degli
inizi della democrazia ciò appariva come illuminazione priva di intenzioni
recondite, e ancor oggi vi sono qua e là degli sciocchi che si entusiasmano al
pensiero della libertà di stampa; ma proprio in questo modo hanno via libera i
futuri Cesari della stampa mondiale. Chi ha imparato a leggere soccombe alla
loro potenza, e la tarda democrazia si trasforma, dalla sognata
auto-determinazione, in una radicale determinazione dei popoli da parte dei
poteri a cui la parola stampata obbedisce. Oggi ci si combatte per sottrarre
agli altri quest'arma. Agli ingenui inizi della potenza giornalistica, questa
era ancora ostacolata dai divieti della censura, con la quale i rappresentanti
della tradizione si difendevano; la borghesia protestava che la libertà dello
spirito era in pericolo. Ora la massa percorre tranquillamente la sua strada:
ha finalmente conquistato questa libertà, ma sullo sfondo le nuove potenze
combattono, non viste, per comperare la stampa. Senza che il lettore lo
avverta, il giornale e con esso anche il lettore cambia di padrone *. Anche qui
il denaro trionfa costringendo al suo servizio gli spiriti liberi. Nessun
domatore ha mai avuto meglio in suo potere i propri animali; si scatena il
popolo come massa di lettori, ed esso si precipita per le strade, si getta
sull’obiettivo indicato, minaccia e spacca le finestre. Un cenno all’apparato
della stampa e il popolo tace e ritorna a casa. La stampa è oggi un esercito
con proprie armi accuratamente organizzate, con giornalisti come ufficiali, con
lettori in qualità di soldati. Ma anche qui accade come in ogni esercito: il
soldato obbedia. Durante la preparazione della guerra mondiale la stampa di
interi paesi cadde finanziariamente sotto il controllo di Londra e di Parigi; e
quindi i relativi popoli caddero sotto una rigorosa schiavitù spirituale.
Quanto più democratica è la forma interna di una nazione, tanto più facilmente
e completamente essa si espone a tale pericolo. Questo è lo stile del secolo
xx. Un democratico di vecchio stampo oggi non richiederebbe più libertà per la
stampa ma dalle stampa; nel frattempo i capi sono mutati in arrivati ,
costretti a garantire la propria posizione di fronte alla massa, sce ciecamente,
i mutamenti di obiettivi bellici e di piano operativo si compiono senza che
egli ne venga a conoscenza. Il lettore nulla sa di ciò che si vuol fare con
lui, e non deve neppure sapere quale sarà il suo ruolo. Non esiste una satira
più tremenda della libertà di pensiero. Un tempo non si poteva osare di pensare
liberamente; ora ciò è permesso, ma non è più possibile. Si può pensare
soltanto ciò che si deve volere, e proprio questo viene percepito come libertà.
L’altro aspetto di questa tardiva libertà è che a ognuno è permesso di dire ciò
che vuole, ma la stampa è libera di prenderne conoscenza oppure no. Essa può
condannare a morte ogni verità rifiutandosi di comunicarla al mondo: una
spaventosa congiura del silenzio, tanto più onnipotente quanto più la massa
servile dei lettori di giornale non si accorge affatto della sua presenza*. Qui
affiora, come sempre durante le doglie del cesarismo, un frammento dell’epoca
primitiva perduta. Il cielo del divenire è in procinto di chiudersi. Come nelle
costruzioni di cemento armato e di acciaio ricompare ancora una volta la
volontà espressiva del primo gotico ora però fredda, dominata, civilizzata così
qui la ferrea volontà di potenza della chiesa gotica sopra gli spiriti si
annuncia nella forma della libertà della democrazia . L’età del libro è
compresa tra la predica gotica e il giornale moderno. I libri sono
un’espressione personale; la predica e il giornale obbediscono a uno scopo
impersonale. Nella storia universale gli anni della Scolastica offrono l’unico
esempio di una disciplina spirituale in grado di impedire in tutti i paesi la
comparsa di scritti, di discorsi, di pensieri che contraddicono l’unità voluta.
Tutto ciò è dinamica spirituale. Gli uomini antichi, indiani, cinesi avrebbero
guardato inorriditi a tale spettacolo. Ma proprio questo ritorna come risultato
recessario del liberalismo europeo-americano, quale l’intese Robespierre: il
dispotismo della libertà contro la tirannide . Al posto dei roghi subentra il
grande silenzio. La dittatura dei capi-partito si appoggia sulla dittatura
della stampa. Mediante il denaro si cerca di sottrarre schiere di lettori e
popoli interi all'influenza nemica, portandoli nella propria sfera di idee. Qui
essi vengono a conoscere soltanto ciò a. Al confronto i grandi roghi di libri
dei Cinesi sono cosa innocua. che devono sapere, e una volontà superiore plasma
l’immagine del loro mondo. Non occorre più obbligare i sudditi al servizio
militare, come facevano i principi dell’età barocca. Con articoli, telegrammi,
immagini Northcliffe! se ne fustigano gli spiriti, finché essi stessi
richiedono le armi e costringono i loro capi a una lotta a cui questi volevano
essere costretti. Questa è la fine della democrazia. Se nel mondo delle verità
la dimostrazione è l'elemento decisivo, nel mondo dei fatti lo è il successo.
Successo vuol dire il trionfo di una corrente dell’esistenza sopra le altre. La
vita ha affermato i suoi diritti; i sogni dei riformatori sono diventati
strumenti di nature dominatrici. Nella tarda democrazia la razza irrompe
asservendo gli ideali oppure gettandoli con scherno nel baratro. Così è
avvenuto nella Tebe egizia, a Roma, in Cina; ma in nessun’altra civiltà in
declino la volontà di potenza assume una forma tanto inesorabile. Il pensiero,
e quindi anche l’agire della massa, viene tenuto sotto una pressione ferrea.
Per questo motivo, e soltanto per questo, si è lettori ed elettori, sotto una
doppia schiavitù, mentre i partiti diventano seguiti obbedienti di pochi, sui
quali il cesarismo getta ormai la sua prima ombra. Come la monarchia inglese
del secolo x1x, così i parlamenti del secolo xx diventano a poco a poco
spettacoli solenni ma vuoti. Come là scettri e corone, così qui i diritti
popolari vengono presentati alla massa con un grande cerimoniale e rispettati tanto
più scrupolosamente quanto minore è la loro importanza. Questo è il motivo per
cui l’astuto Augusto non ha mai perduto occasione di celebrare le usanze avite
della libertà romana. Ma già oggi il potere si trasferisce dai parlamenti nei
circoli privati, e le elezioni si riducono inarrestabilmente a una commedia,
per noi come per Roma. Il denaro ne organizza il corso nell’interesse di coloro
che lo posseggono* e l’azione a. Qui risiede il mistero del perché tutti i
partiti radicali e quindi poveri diventano necessariamente gli strumenti delle
potenze finanziarie, a Roma degli equites, e oggi della borsa. Teoricamente
essi attaccano il capitale, ma in pratica attaccano non già la borsa bensì,
nell'interesse di questa, la tradizione. All'epoca dei Gracchi le cose andavano
né più né meno di oggi, e lo stesso vale per tutti i paesi. La metà dei capi
delle masse, e con loro l’intero partito, può essere comperata con denaro,
uffici, partecipazioni ad affari. elettorale diventa un gioco convenuto in
precedenza, inscenato sotto forma di auto-determinazione popolare. Se
originariamente un’elezione era una rivoluzione in forme legittime, questa
forma si è esaurita e, quando la politica del denaro diventa insopportabile, si
elegge nuovamente il proprio destino con i mezzi primitivi della violenza
sanguinaria. La democrazia annienta se stessa con il denaro, dopo che il denaro
ha annientato lo spirito. Ma proprio perché sono svaniti tutti i sogni di
migliorare la realtà mediante le idee di uno Zenone” o di un Marx, e si è imparato
che nel regno della realtà una volontà di potenza può essere piegata soltanto
da un'altra volontà questa è la grande esperienza dell’epoca degli stati in
lotta sorge alla fine una profonda nostalgia per tutto ciò che ancora vive
delle vecchie e nobili tradizioni. Si è stanchi fino al disgusto dell'economia
monetaria. Si spera in una liberazione da qualsiasi parte venga, in una nota
genuina di onore e di cavalleria, di nobiltà interiore, di rinuncia e di senso
del dovere. Viene allora il tempo in cui le potenze del sangue ricche di forma
si ridestano nel profondo, dopo essere state cacciate dal razionalismo delle
grandi città. Tutto ciò che si è conservato per il futuro della tradizione
dinastica e dell’antica nobiltà, tutto ciò che si è conservato del costume
superiore che si mantiene al di sopra del denaro, tutto ciò che è in sé
abbastanza forte per essere secondo il detto di Federico il Grande servitore
dello stato in un lavoro duro, pieno di rinunce, scrupoloso, anche nel possesso
del potere illimitato, tutto ciò che ho designato come socialismo in
contrapposizione al capitalismo tutto ciò diventa all'improvviso il punto di
raccolta di immense forze vitali. Il cesarismo cresce sul terreno della
democrazia, ma le sue radici affondano nel substrato del sangue e della
tradizione. L’antico Cesare deve il suo potere al tribunato, ma la sua dignità
e quindi anche la sua durata la possiede in quanto princeps. Anche qui si
ridesta l’anima del a. Cfr. O. SrencLER, Preussentum und Sozialismus, Miinchen.
Zenone di Cizio, fondatore della scuola stoica, autore di numerosi scritti
pervenutici in forma frammentaria. gotico primitivo: lo spirito degli ordini
cavallereschi supera lo spirito vichingo avido di bottino. Per quanto i futuri
detentori del potere possano dominare il mondo come possesso privato, essendo
ormai irrimediabilmente caduta la grande forma politica della cultura, questa
potenza priva di forma e di limiti contiene tuttavia un compito: quello di
un’instancabile cura per questo mondo, che costituisce l’opposto degli
interessi propri dell’età del dominio del denaro e che richiede un elevato
sentimento dell’onore e un'alta coscienza del dovere. Ma proprio per questo si
scatena ora la lotta finale tra democrazia e cesarismo, tra le potenze
dominanti di un'economia monetaria dittatoriale e la volontà ordinatrice
puramente politica dei Cesari. Per intendere questa lotta finale tra economia e
politica, in cui la politica riconguista il suo regno, occorre uno sguardo alla
fisiognomica della storia economica. TROELTSCH nasce a Hauenstetten, presso
Augusta. Frequenta le università di Erlangen, di Goòttingen e di Berlino,
dedicandosi soprattutto sotto la guida di Ritschl e Lagarde agli studi
teologici. Conseguì il dottorato con la dissertazione Geschichte und Metaphysik
(Gòttingen). Dopo esser stato pastore luterano a Monaco, ottiene l’abilitazione
a Géttingen, con “Vernunft und Offenbarung bei Johann Gerhard und Melanchton”
(Géòttingen). Inizia la carriera accademica a Bonn, e viene chiamato a coprire
la cattedra di teologia sistematica a Heidelberg, impegnandosi anche nella vita
politica e sedendo per due legislature alla camera alta del Baden. I saggi di
Troeltsch mostrano chiaramente il prevalere degli interessi religiosi e
teologici, i quali si incontrano e si scontrano, talvolta in maniera
drammatica, con la consapevolezza della storicità della vita religiosa. Fin
dall'inizio egli prende posizione nei confronti della concezione idealistica
della religione, denunciando il carattere fittizio della conciliazione da essa
operata tra il processo storico e l’assolutezza della fede religiosa. Nel
saggio Die christliche Weltanschauung und ihre Gegenstromungen (1894) egli
respinge insieme l'idealismo e il positivismo, a causa della loro incapacità di
intendere la vita religiosa e di dare una giustificazione filosofica
dell'autonomia della religione. Al centro del pensiero di Troeltsch si colloca,
in questo periodo, il problema del rapporto tra storia e religione, concepiti
come termini antitetici: da una parte la coscienza storica ci mostra il
condizionamento di ogni forma di vita religiosa e la sua appartenenza a un
processo di sviluppo, dall'altra la religione avanza una pretesa di validità
assoluta. Quest'antitesi viene illustrata nei successivi scritti del periodo di
Hcidelberg, da Die Selbstindigkeit der Religion a Christentum und
Religionsgeschichte e a Uber historische und dogmatische Methode in der
Theologie, da Die wissenschafiliche Lage und ihre Anforderungen an die
Theologie (Tibingen) ai Grundprobleme der Ethik (tr. it. Napoli) e al volume
Die Absolutheit des Christentums und die Religionsgeschichte (Tiibingen; tr.
it. Napoli). L’urto della coscienza storica mette in crisi non soltanto la fede
religiosa, ma anche la teologia: da un lato la religione cristiana ha perduto
la sua fondazione soprannaturale, dall'altro lo sforzo di darne una
giustificazione teologica non può più prescindere dalla coscienza storica.
Questa giustificazione viene cercata da Troeltsch considerando il Cristianesimo
non come la religione assoluta, ma come la religione più alta, cioè come quella
in cui si realizza non già il possesso, bensì il grado maggiore di
partecipazione alla verità. Muovendo da questa prospettiva Troeltsch interviene
con il saggio Was heisst Wesen des Christentums ? (tr. it. Napoli) nel
dibattito suscitato dalla pubblicazione dell’opera di Adolph von Harnack, e
successivamente prende parte alla discussione sul modernismo. Negli scritti
posteriori, dal volume Psychologie und Erkenntnistheorie in der
Religionswissenschaft (Tibingen) al saggio Wesen der Religion und der
Religionswissenschaft, il problema della religione e della sua validità viene
ricondotto al quadro di un’impostazione neocriticistica, modificata però
attraverso l'assunzione di un fondamento 4 priori autonomo della vita religiosa
che viene individuato in un complesso di valori irriducibili a quelli
conoscitivi o etici o estetici. La ricerca delle condizioni di possibilità
della religione mette così capo alla determinazione della sua autonomia nei
confronti degli altri campi dell’attività umana. In questo stesso periodo, a contatto
con Max Weber, Troeltsch ha sviluppato il proprio interesse per la religione
anche sul terreno storiografico, studiando le relazioni tra il Cristianesimo e
lo sviluppo politico ed economico della società europea. Il punto di partenza
della sua analisi è la Riforma protestante, considerata nel suo distacco dal
Cristianesimo medievale e nel suo rapporto con il processo di formazione del
mondo moderno. Nel saggio Protestantisches Christentum und Kirche in der
Neuzeit (Leipzig-Berlin) e nel volume Die Bedeutung des Protestantismus fiir
die Entstehung der modernen Welt (Miinchen; tr. it. Venezia) egli prende in
esame le differenze di orientamento che caratterizzano la religione protestante
e la cultura moderna; in seguito la sua attenzione si estende, investendo tutto
il processo storico del Cristianesimo, con particolare riguardo alle origini della
fede cristiana e alla figura di Cristo come termine di riferimento dello
sviluppo ulteriore indagata nel volume Die Bedeutung der Geschichtlichkeit Jesu
fiir den Glauben (Tibingen) o all’opera di Agostino studiata in Augustin, die
christliche Antike und das Mittelalter (Minchen; tr. it. Napoli, 1970). Ma il
contributo storico di maggior rilievo fornito da Troeltsch è l'ampia analisi
delle dottrine politico-sociali cristiane, condotta in Die Soziallehren der
christlichen Kirchen und Gruppen (Tiùbingen; tr. it. Firenze). In quest'opera
la quale raccoglie una serie di saggi apparsi dapprima nell' Archiv fiir
Sozialwissenschaft und Sozialpolitik Troeltsch si propone di studiare le
dottrine che, dal Cristianesimo primitivo alla Riforma protestante,
caratterizzano sotto il profilo sociale lo sviluppo della religione cristiana,
ponendo in luce il rapporto di condizionamento reciproco che in tal modo si
instaura tra la vita religiosa e la vita economica che la religione intende
regolamentare, ma dalla quale viene nel medesimo tempo influenzata. Troeltsch
si accosta alle indagini weberiane sulla sociologia della religione,
riconoscendo l'appartenenza del Cristianesimo al processo di sviluppo di una
data civiltà e la dipendenza delle sue dottrine dalla struttura sociale che questa
è venuta creando. Ma, a differenza di Weber, egli fa valere il postulato
dell'autonomia della vita religiosa, avanzando l'esigenza di delimitare
l'ambito storico proprio della religione. Come risulta anche dal saggio
Religion, Wirtschaft und Gesellschaft, che enuncia i presupposti metodologici
di questa impostazione, il condizionamento reciproco tra religione e vita
economico-sociale viene a configurarsi come l’incontro di serie causali
indipendenti una delle quali è appunto la serie dei fenomeni religiosi. Troeltsch
lascia Heidelberg, chiamato all’Università di Berlino a insegnarvi filosofia.
Il mutamento di cattedra rispecchia il mutamento di interessi che si determina,
in questi ultimi anni, nel pensiero di Troeltsch, e che lo spinge ad affrontare
in termini generali il problema dello storicismo. Del resto, egli aveva
espresso la sua adesione di massima alla posizione di Rickert nel saggio
Moderne Geschichtsphilosophie (tr. it. Napoli). Ritornando sui problemi della
storia e della conoscenza storica a distanza di circa un decennio, in una serie
di saggi che hanno inizio nel 1916 (e che saranno poi raccolti col titolo Der
Historismus und seine Probleme, Tiibingen), Troeltsch sottolinea le conseguenze
relativistiche dello storicismo, e quindi la crisi del pensiero storico che
esso esprime. Lo storicismo, inteso come relativismo storico, riduce i valori a
prodotto storico e porta quindi all’ anarchia dei valori . Contro questo
pericolo egli si richiama alla teoria dei valori, e in particolare a Rickert,
rivendicando il rapporto di ogni momento del processo storico con valori
assoluti, capaci di dare un senso alla successione degli eventi. Ma questo
rapporto non comporta come per Rickert una trascendenza metastorica dei valori,
bensì la loro immanenza a ogni oggetto storico, considerato nella sua
individualità. Il punto di arrivo di Troeltsch è quindi il significato
romantico di individualità, recuperato attraverso il riferimento alla nozione
leibniziana di monade. Questa impostazione viene in parte ripresa nei saggi
postumi Der Historismus und seine Uberwindung (Berlin), nei quali è riaffermata
l’esigenza della restaurazione di un sistema di valori, da compiersi attraverso
il richiamo a una determinata tradizione culturale. Il dopoguerra vede
Troeltsch intensamente impegnato nella vita pubblica, come deputato al parlamento
prussiano e come sotto-segretario per gli affari evangelici presso il Ministero
dell'educazione. Egli partecipa alla fondazione del partito democratico, e difende
la costituzione della repubblica di Weimar in una serie di lettere pubblicate
sulla rivista Der Kunstwart (e poi raccolte col titolo di Spektator-Briefe,
Tùbingen). Muore a Berlino. Le opere di Troeltsch sono state raccolte, anche se
soltanto parzialmente, nelle Gesammelte Schriften, edite dalla casa editrice
Mohr: dopo la guerra la Scientia Verlag di Aalen ne ha dato una ristampa
anastatica. Il primo volume contiene Die Soziallehren der christlichen Kirchen
und Gruppen; il secondo raccoglie, sotto il titolo Zur religiòsen Lage,
Religionsphilosophie und Ethik, numerosi saggi di argomento religioso e
storico-religioso, tra cui Die theologische und religiòse Lage der Gegenwart,
Die Kirche im Leben der Gegenwart, Religion und Kirche, Die christliche
Weltanschauung und ihre Gegenstrimungen, Christentum und Religionsgeschichte,
Was heisst Wesen des Christentums ?, Wesen der Religion und der
Religionswissenschaft, Grundprobleme der Ethik, Moderne Geschichtsphilosophie,
Uber historische und dogmatische Methode in der Theologie; il terzo racchiude
Der Historismus und seine Probleme; il quarto comprende, sotto il titolo
Aufsitze zur Geistesgeschichte und Religionssoziologie, diversi saggi di storia
religiosa e intellettuale, tra cui Religion, Wirtschaft und Gesellschaft,
Epochen und Typen der Sozialphilosophie des Christentums, Das stoisch-christliche
Naturrecht und das moderne profane Naturrecht, Das Verhdltnis des
Protestantismus zur Kultur, Luther, der Protestantismus und die moderne Welt,
Renaissance und Reformation, Das Wesen des modernen Geistes, nonché numerose
recensioni a libri di argomento analogo. Rimangono al di fuori di questa
raccolta diversi volumi e saggi, i più importanti dei quali sono stati
menzionati nella nota biografica. Ad essi occorre aggiungere le lezioni sulla
G/aubenslehre, Miinchen-Leipzig, e la raccolta di saggi Deutscher Geist und
Westeuropa (a cura di H. Baron), Tibingen. In epoca recente sono stati
ristampati i seguenti volumi: Die Absolutheit des Christentums und die
Religionsgeschichte, Minchen; Augustin, die christliche Antike und das
Miztelalter, Aalen; Der Historismus und seine Uberwindung STORICISMO TEDESCO. Aalen,
; Spektator-Briefe, Aalen; Deutscher Geist und Westeuropa, Aalen. Dell’ampia
letteratura critica concernente l'opera e il pensiero di Troeltsch segnaliamo
gli studi seguenti: E. Vermelt, La pensée religieuse de Troeltsch,
Strasbourg-Paris, A. Passerin d’EnTrÈèvEs, Il concetto del diritto naturale
cristiano e la sua storia secondo E. Troeltsch, Atti della R. Accademia delle
Scienze di Torino , Hintze, Troelisch und die Probleme des Historismus,
Historische Zeitschrift, ora raccolto nel volume Soziologie und Geschichte (a
cura di G. Oestreich), Gòttingen, Liesricn, Die historische Wahrheit bei Ernst
Troeltsch, Giessen. W. BracHmann, Ernst Troeltschs historische Weltanschauung,
Halle. D. Frerssero, Das Problem der historischen Objektivitàt in der
Geschichtsphilosophie von Ernst Troeltsch, Emsdetten, Koncer, Ernst Troeltsch,
Tibingen. J. J.
ScHaar, Geschichte und Begriff (Eine kritische Studie zur
Geschichtsmethodologie von Ernst Troeltsch und Max Weber), Tiubingen. E.
Fiuino, Geschichte als Offenbarung (Studien zur Frage Historismus und Glaube
von Herder bis Troeltsch), Berlin, v. W. Bopenstein, Neige des Historismus:
Ernst Troeltschs Entwicklungsgang, Giitersloh, DrescHer, Das Problem der
Geschichte bei Ernst Troeltsch, Zeitschrift fir Theologie und Kirche, WAIsMann,
E? historicismo contemporaneo: Spengler, Troeltsch, Croce, Buenos Aires, 1960,
parte II. I. E. ALserca, Gewinnung theologischer Normen aus der Geschichte der
Religion bei E. Troeltsch, Miinchen, KascH, Die Sozialphilosophie von Ernst
Troeltsch, Tiibingen, Lessinc, Die Geschichtsphilosphie Ernst Troeltschs,
Hamburg-Bergstedt, Rest, Toward a Theology of Involvement: the Thought of E.
Troeltsch, Philadelphia, WincgeLHaus, Kirchengeschichte und Soziologie im
neunzehnten ]ahrhundert und bei Ernst Troeltsch, Heidelberg, G. von ScHLIppe,
Die Absolutheit des Christentums bei Ernst Troeltsch auf dem Hintergrund der
Denkfelder des 19. Jahrhunderts, Neustadt a.d. Aish, Henrno, Max Weber und
Ernst Troeltsch als Geschichtsdenker, Kantstudien. L'elenco completo degli scritti di Troeltsch si trova
nelle Gesammelte Schriften. Manca invece una bibliografia aggiornata degli
scritti su Troeltsch: si vedano però le indicazioni contenute nei volumi sopra
menzionati di I. E. ALserca e di E. Lessinc, nonché nella traduzione de
L’assolutezza del Cristianesimo e la storia delle religioni (a cura di A.
Caracciolo), pp. LXI-LXIv. CRISTIANESIMO E STORIA DELLA RELIGIONE* Il carattere
più generale della situazione religiosa che può essere riconosciuto da ognuno e
che si impone a ognuno consiste in una decomposizione della religione ecclesiastica
la quale, nonostante il dominio esterno che all’occasione incide assai
profondamente, si è seriamente allentata nelle sue strutture interne e non
riesce più a dominare la vita interna degli ambienti che spingono
spiritualmente in avanti. La misura di devozione soggettiva e di bisogno
religioso non è oggi presumibilmente molto inferiore a un tempo. Sono soltanto
caduti i mezzi di coercizione esterna e il generale attaccamento alla chiesa
che suscitavano, nelle epoche di forte dominio esteriore delle chiese e di
rigorosa subordinazione della scienza alla teologia, la parvenza di una fede
diffusa. Là dove prima c’era semplicemente una sottomissione indifferente o una
fede consuetudinaria priva di sentimento, troviamo oggi un’antitesi aperta e
una consapevole emancipazione, oppure la medesima fede consuetudinaria in
teorie anti-religiose oppure la stessa indifferenza, soltanto diventata
dominante e che si ritiene interessante o progredita. La differenza importante
consiste piuttosto nella scossa subìta dalla fede anche presso i credenti e
coloro che vogliono credere, nella lotta risolutiva delle nuove grandi
conoscenze e dei nuovi metodi scientifici contro i concetti fondamentali e i
metodi espositivi della fede cristiana così come si era fin allora presentata.
Certamente, questi effetti sconcertanti * Christentum und Religionsgeschichte,
Preussische Jahrbicher, raccolto in Gesammelte Schriften, Tibingen, Verlag von
1.C.B. Mohr (traduzione di Barbera e R.). non procedono soltanto dalla scienza,
ma procedono in egual misura dalle reazioni etiche, e più spesso anti-etiche,
contro la morale qual è stata finora, dall’impulso precipitoso di una felicità
indirizzata in senso puramente intra-mondano e all’interno della quale manca
alla fede la risonanza corroborante nella coscienza complessiva e in una
tradizione avita universalmente venerata. Ma, ciononostante, in tutti gli
spiriti gravi € profondi le conseguenze della scienza costituiscono i motivi
autentici di questa situazione precaria, almeno per quanto riguarda il
Protestantesimo. Da quando nell’età illuministica si è creata una fondazione
completamente nuova del pensiero scientifico, e quindi una nuova forma di
cultura europea, il Protestantesimo ha concluso con la scienza in parte per
un’intima concordanza, in parte a causa della sua minore chiusura ecclesiastica
un’alleanza indissolubile, che lo ha legato ad essa in una lotta perpetuamente
oscillante, dove talora prevale l’influenza della scienza moderna, talora
quella della tradizione. Il Cattolicesimo ha invece, dopo alcuni imbarazzi
transitori, annientato la scienza moderna all’interno del suo ambito di potere
e poiché anch'esso doveva naturalmente concludere un compromesso con il mondo
moderno lo ha fatto non già con la scienza, ma con le correnti politiche,
giuridiche e sociali dell’età moderna, con le potenze del suffragio universale;
e a condizione di ottenere un franco riconoscimento della sua esistenza,
concede ai dotti una posizione privata molto differenziata nei confronti delle
sue dottrine. Il suo destino dipende in primo luogo dallo sviluppo delle
conseguenze che farà scaturire la politica che esso ha impostato nel corso del
nostro secolo. Il destino del Protestantesimo, invece, dipende in primo luogo
dallo sviluppo degli effetti che sono derivati e che derivano tuttora
dall’alleanza contratta con la scienza nel secolo xvi. Non si deve però
dimenticare che oggi l’interesse per la situazione religiosa non si esaurisce
affatto nell'interesse per il destino di queste due confessioni. Anche se ha
preso prevalentemente le mosse dal Protestantesimo, e se è possibile solamente
in base a questo, si è tuttavia venuto formando un ambito più ampio di persone
le quali estranee alle chiese piuttosto che irreligiose indagano oggettivamente
la questione religiosa nel suo rapporto con i problemi scientifici e cercano di
districare e, per quanERNST TROELTSCH 807 to è possibile, di chiarire la
situazione. Anche chi, come me, è fermamente convinto che un risanamento delle
condizioni religiose sia in definitiva possibile soltanto muovendo dal terreno
delle comunità religiose, deve tuttavia ammettere che al presente il centro di
gravità di tutte le trattazioni concernenti la religione risiede in questo
gruppo di persone, e non nella teologia corporativa. Chi vuole ottenere
chiarezza sulla situazione, deve cominciare l'indagine di qui. Le pagine
seguenti devono illuminare la situazione, appunto nel senso di una
considerazione nient’affatto corporativa, per un aspetto la cui importanza
diventerà ogni anno più chiara. Il fondamento della scossa critica non è la
nuova speculazione sorta con l’Illuminismo, la quale poneva al posto della
filosofia ecclesiastica costruita con elementi neoplatonici, aristotelici e
biblici una nuova metafisica che assumeva in modo autonomo la tradizione antica
ponendo al tempo stesso le premesse di una metafisica la quale preparava la
moderna scienza della natura e della storia. Speculazione e teologia sono
affini per natura. Entrambe scaturiscono dall’impulso della natura umana verso
l’infinito e il soprasensibile, che l’una cerca di cogliere scientificamente e
l’altra religiosamente. Laddove c’è un generale senso speculativo, si comprende
anche ciò che vuole la tcologia; e dove nell’uomo è presente un forte bisogno
religioso, vi è anche l'impulso più forte alla speculazione. Per quanto possano
divergere nei risultati e ciò particolarmente a partire dall’Illuminismo, dove
la speculazione assunse elementi del tutto nuovi, sconosciuti all’antichità e alla
Bibbia essi si ritrovano sempre e si rafforzano a vicenda. L’Illuminismo si è
imposto con una nuova speculazione proprio perché, in base alla tradizione
precedente, l'interesse religioso agiva come elemento dominante; e proprio
perché la speculazione e la teologia sono affini nonostante qualsiasi antitesi,
esso è pervenuto a soluzioni pacifiche e di compromesso, che a molti tra gli
uomini migliori del secolo xviti apparvero una soluzione durevole del problema
posto dall’epoca e l’inizio di un periodo magnifico. L'epoca di Schleiermacher
e di Hegel parve approfondire questa soluzione pacifica, e porla su una base di
principio. Il frutto principale della nuova speculazione, la formulazione in
termini di immanenza metafisica del rapporto tra Dio e il mondo e la
diffusio808 ERNST TROELTSCH ne etica del contenuto spirituale sull’ambito
complessivo della vita intra-mondana, sembrava debitore della sua essenza a
influenze cristiane, oltre che antiche, e suscettibile di essere agevolmente
assimilato dal principio cristiano. Pareva così aprirsi un luminoso campo di
nuove indagini teologiche e filosofiche, a cui come indicano le biografie di
quel tempo prendevano parte attiva uomini di ogni professione. Questa pace e
questo interesse sono scomparsi da tempo, in parte perché la chiesa e la
religione popolare non volevano accettare un compromesso del genere, che
incideva assai profondamente, preferendo isolarsi dalla vita scientifica, ma in
parte, e soprattutto, perché la speculazione fu sconfitta dalla crescita autonoma
degli elementi che all’inizio aveva saputo subordinare a sé e tenere al proprio
servizio. Le due nuove creazioni dell’Illuminismo, la scienza
matematico-meccanica della natura e la scienza critico-comparativa della
storia, si svincolarono e conobbero una diffusione straordinaria, che assorbiva
ogni attività e ogni interesse. La speculazione precedente non era più in grado
di affermarsi nei loro confronti. La conseguenza di ciò fu che nella cultura
respinta dall’ortodossia rinnovata insieme alla speculazione andò perduto anche
il senso del soprasensibile vissuto e insegnato dalla religione, e un pensiero
educato in modo completamente empiristico non seppe più avvicinarsi a quei
problemi. Ma ancora più importante fu l’altra conseguenza, che ognuna delle due
scienze suscitava un’enorme trasformazione dell'immagine del mondo e della
storia, la quale sembrava dover distruggere passo a passo i concetti religiosi
di Dio e dell'anima, e nello stesso tempo minava i fondamenti storici su cui
aveva poggiato la precedente intuizione che il Cristianesimo aveva di se
stesso. La lotta così scoppiata è molto più violenta e pericolosa di quella con
la speculazione nemica, ma pur sempre affine: si tratta di una lotta con una
conoscenza e una concezione dei fatti differente, che penetra in tutti i campi
della vita. La discussione richiesta da questa situazione fa tutt'uno con esse.
La speculazione compare soltanto in secondo piano. Delle due nuove scienze, la
scienza della natura sembra a molti l'avversario autentico; essi si rallegrano
o si dolgono dei trionfi che fanno arretrare ogni giorno di più la fede. Il
tentativo di generalizzare e di trasferire conoscenze e metodi che hanno
dimostrato nel loro campo una straordinaria capacità di prestazione costituisce
però una delle illusioni maggiori tra quelle che di solito accompagnano i
successi inattesi. Non c'è dubbio che la legalità autonoma e la regolarità del
processo naturale, poste in luce dalla scienza della natura, hanno reso
impossibili le vecchie rappresentazioni antropomorfiche dell’azione divina. Ma
queste rappresentazioni sono già state scosse da altri motivi, e in parte
proprio da motivi religiosi, e possono ritrarsi dinanzi a una concezione
approfondita del concetto di Dio. Nello stesso tempo i tentativi di sottomettere
la vita spirituale alle leggi naturali hanno mostrato soltanto che essa
possiede una sua propria legalità e un suo proprio modo di agire, del tutto
differente e nient’affatto coincidente con quello della natura. Certamente,
anche la scienza della natura ha rafforzato l'impressione che la natura proceda
insensibile soltanto in base alle proprie leggi, senza curarsi affatto della
vita spirituale, dei suoi scopi e dei suoi beni, e che sembri capricciosamente
talora prepararla e favorirla, talora però anche annientarla brutalmente. Ma
questa impressione è antichissima, e proprio in essa la nostalgia religiosa si
compiace soprattutto di mettere radici nel fondamento più profondo della vita
spirituale per non rimanere soffocata da quei grandi enigmi e per diventare
libera nei riguardi della semplice natura. Del resto, ogni indagine seria ha
mostrato che, per quanto tutte le connessioni possano essere concepite come
puramente meccaniche, per quanto si escluda ogni derivazione e deviazione in
vista di particolari scopi arbitrari, nelle forme di questa connessione
agiscono tuttavia idee organizzatrici; che, almeno nella vita organica, il caso
meccanico non spiega nulla; che ogni spiegazione fondata su leggi naturali
concerne soltanto l’elemento di regolarità generale tratto dall'esperienza, ma
non l’esperienza stessa nella sua realtà concreta. Ciò che il mondo reale offre
è, in verità, un dualismo di elementi razionali e forniti di valore da un lato,
di elementi irrazionali e puramente fattuali dall’altro. Le leggi generali e i
contenuti forniti di senso si compenetrano. Le prime ricoprono ogni realtà con
la rete orientativa delle loro lince direttrici, i secondi stanno nelle maglie
di questa rete. Che uno di questi due aspetti sia parvenza, oppure che uno
soltanto sia veramente dominante, è cosa impossibile da dimostrare: decidere in
un senso o nell’altro è, e rimane sempre, una questione di fede. Che però la
fede secondo cui la natura e la materia sono tutto, e che da esse deriva tutto
il resto, sia impossibile da sostenere, lo mostra l’effettiva autonomia del
mondo spirituale. Questa soltanto è la questione che dobbiamo porre alla
scienza della natura se il mondo spirituale, con il suo dover essere e i suoi
valori culturali, sia qualcosa di autonomo e fornito di una propria forza
rispetto alla natura; per il resto possiamo lasciare che essa percorra
tranquillamente il suo cammino, il quale resta precluso a chiunque si occupa di
scienza dello spirito. La risposta di tutti gli studiosi realmente importanti è
affermativa, anche se diverse sono le intuizioni più precise in merito a tale
rapporto. Per la ricerca naturale, i problemi particolari confluiscono nelle
questioni relative al rapporto tra cervello e anima e alla presenza di idee
teleologiche oganizzatrici nello sviluppo della natura, che mostrano una natura
al servizio almeno in generale degli scopi dello spirito. Entrambi i problemi
possono essere risolti soltanto da scienziati e filosofi uniti; essi sono
ancora oggi, come tutti sanno, straordinariamente dibattuti. Ma lo storico e
l’indagatore della vita spirituale non ha bisogno di attendere queste
soluzioni. Per lui è un punto fermo non soltanto ciò che costituisce al
presente un patrimonio comune nei confronti di ogni tipo di materialismo, cioè
il fatto che lo spirito è una forza autonoma inderivabile dalla natura, ma
anche il principio più importante che questa potenza autonoma non manifesta la
sua forza specifica in un adattamento formale alla natura, ma contiene
piuttosto di per sé anche contenuti spirituali, disposizioni e impulsi
autonomi, dai quali sorge, in un'azione reciproca con le esigenze della realtà
sensibile, il ricco mondo della storia. Nel suo campo l'autonomia, la legalità
autonoma e la forza creativa meno familiari allo studioso della natura dello sviluppo
spirituale nella religione, nella morale e nella cultura si presentano così
chiaramente che egli può applicarsi a questo campo considerandolo almeno
relativamente autonomo, e trattare i suoi problemi come problemi del mondo
spirituale. In questo nostro campo d’indagine risiede però anche il vero e
proprio centro di gravità della questione religiosa. Poiché la religione è un
elemento costitutivo della vita storica, le questioni principali che la
riguardano si collocano in campo storico. La scienza storica moderna, che si
estende a epoche e a regioni prima sconosciute, ha anche posto la fede
cristiana di fronte a problemi del tutto nuovi; e il sorgere di una storia
comparativa delle religioni l’ha scossa profondamente alla base. Fino al secolo
xviri la teologia, e la scienza in generale, conosceva soltanto con eccezioni
scarse e prive di influenza il presupposto rigorosamente soprannaturale del
mondo cristiano, cosicché il Cristianesimo riposava su una rivelazione
comunemente ritenuta soprannaturale e legittimata da miracoli che
interrompevano il corso della natura. Il pensiero scientifico si estendeva
soltanto alla sua interpretazione, non alla sua realtà di fatto. Di fenomeni
concorrenti, non cristiani, si conoscevano soltanto la mitologia greco-romana e
l’Islam. La prima veniva però considerata come la corruzione peccaminosa di
residui di una conoscenza risalente all’Eden, e il secondo come un’eresia del
Cristianesimo. I suoi miracoli erano, come quelli dell’eretico, scimmiottamenti
del demonio. Al contrario, la credenza in dio della filosofia greca non
comportava alcuna concorrenza alla rivelazione cristiana, ma rappresentava il
frutto del pensiero naturale , il prodotto normale e canonico del lumen
naturale, che costituiva nei confronti della rivelazione un’analogia e un grado
preliminare più o meno amichevolmente apprezzato, di cui non si poteva fare a
meno per la definizione € l’esposizione del contenuto della rivelazione. Questo
mondo angusto e ristretto, dai presupposti storici semplici ed evidenti, fu
distrutto dal secolo xvi. Certamente, furono in primo luogo la moderna scienza
della natura e la metafisica moderna a porre in questione il miracolo e il
soprannaturale, ma ben presto questo effetto derivò in misura sempre crescente
dalla ricerca storica. Accanto al Cristianesimo, all’antichità e all’Islam si
collocavano le altre grandi religioni del mondo antico con le loro analoghe
dottrine teologiche; e, al di fuori del mondo cristiano, uno sterminato mondo
pagano si apriva nelle parti della terra recentemente dischiuse al commercio e
descritte da resoconti di viaggi molto ammirati. Ne venivano così posti
doppiamente in dubbio gli analoghi miracoli ed elementi soprannaturali della
storia ebraica e cristiana, e la pretesa unicità della Chiesa. Voltaire e
Montesquieu amavano procedere mediante questi paralleli tra religione cristiana
e religione pagana. L'applicazione dei nuovi metodi pragmatici e critici,
approntati dal deismo ed energicamente approfonditi dai teologi tedeschi del
secolo xvi, si mostrava possibile anche per la storia del Cristianesimo, e
distruggeva sia la finzione cattolica secondo cui la chiesa sarebbe la semplice
prosecuzione del Cristianesimo primitivo, sia la finzione protestante secondo
cui la Riforma ne costituirebbe la restaurazione. Tutte le impostazioni della
precedente visione confessionale della storia furono negate c sostituite da una
nuova impostazione, che inseriva la storia della rivelazione e della chiesa nel
generale pragmatismo storico. Ciò che il secolo xvilt aveva cominciato a fare
ancor sempre esitante, cercando in ogni cosa un’immutabile verità di ragione e
onorando in tutte le religioni, ma particolarmente nel Cristianesimo, la
religione naturale , fu proseguito dal secolo xIxX con crescente successo e con
una smisurata estensione. Esso ha dissolto la vita dell'umanità in una corrente
ininterrotta di divenire storico, di trasformazioni continue, mostrandone il
frammento a noi accessibile nel suo movimento interno, e per le parti a noi
ignote che si collocano prima e dopo tale frammento dispiegando agli occhi
della fantasia l’immagine di trasformazione senza fine. Ma esso ha soprattutto
fornito sia ai singoli campi sia alla considerazione complessiva della storia
metodi storico-filologici concreti e in luogo del metodo pragmatico quello
genetico, che poggia sul presupposto di uno sviluppo continuativo e omogeneo
della vita spirituale, indaga le leggi di formazione della tradizione presso i
popoli antichi € proprio qui mostra come, muovendo da queste tradizioni le quali
offuscano ogni sviluppo e ogni condizionamento naturale, si possa chiaramente
ricostruire il corso reale delle cose. In quella corrente impetuosa anche le
religioni piccole e grandi alle quali si aggiungeva con l’inizio del secolo
anche la religione indiana appena scoperta, insieme alle varie religioni ad
essa imparentate apparvero nient'altro che onde che si alzano e si abbassano,
infinitamente diverse e senza quiete. Infatti dal nuovo metodo filologico
scaturì naturalmente anche un’indagine del tutto nuova delle religioni antiche.
E le antichità religiose nella loro stretta connessione con il diritto, la
politica, l'articolazione della società, l’arte e la scienza dei popoli
antichi, costituiscono il corpo principale della tradizione. Miti e tradizioni,
culti e leggi religiose vengono sempre più riconosciuti nella loro connessione
naturale con la vita complessiva. Di qui scaturirono, alla fine, le indagini
degli etnologi e degli antropologi sui popoli senza storia , le quali hanno
mostrato la presenza presso di questi di un gran numero di tratti molto
prossimi alle tracce più antiche dello sviluppo culturale e religioso dei
popoli civili e gettato nuova luce sui loro inizi. Dalla cooperazione tra
scienza dell’antichità, filologia orientale ed etnologia è così sorta una nuova
grande disciplina, la storia delle religioni, che è certamente elaborata in
modo ancora molto incompleto e diseguale, ma da cui provengono già ora,
direttamente o indirettamente, gli effetti più forti. I suoi metodi sono
profondamente penetrati nell’analisi della religione israelitica e cristiana.
Nessuno poteva più mettere in dubbio la sua splendida influenza nel campo
profano ed extra-cristiano; non appena la si applicò a fondo alla totalità
della tradizione cristiana, si vide che questa chiave, capace di aprire tutte
le porte, si adattava anche qui alla serratura. La storia del Cristianesimo è
così stata inserita irrevocabilmente nella storia generale della religione, per
quanto si cercasse di nuovo di sottrarlo ad essa nei punti più importanti.
D'altra parte, anche l’indagine di principio sull’essenza e sulla verità delle
conoscenze religiose aveva bisogno di abbracciare con lo sguardo la
molteplicità storica delle religioni. Lo spirito del pensiero moderno,
orientato in senso storico, ha costretto in ogni campo filosofi e teologi a
considerazioni storiche, soppiantando il vecchio e più elementare procedimento,
puramente logico-speculativo. In tal modo il cerchio della considerazione
storica religiosa si è chiuso da tutte le parti intorno al Cristianesimo. Gli
effetti di tutto ciò sono evidenti; ma essi sono più importanti di quel che si
è in un primo tempo supposto e di quel che ancora oggi spesso si suppone. La
conoscenza prossima fu che tutti gli elementi soprannaturali, e in particolare
le relazioni causali asserite dal pensiero giudaico-cristiano, sono scomparsi
dalla concezione della storia del Cristianesimo, e che questa storia è stata
studiata secondo l’analogia con altre tradizioni, mantenendo in pieno
l’importanza che prima rivestiva. In tale maniera il Cristianesimo ha però
perduto la fondazione soprannaturale che lo distingueva da tutte le altre
religioni; la sua storia primitiva era solo più la fonte, non più la sua prova.
I suoi fondamenti storici, che avevano avuto un’importanza decisiva per la sua
precedente concezione di se stesso, hanno cominciato a vacillare, e ciò ha
trasformato tutta la sua essenza. In tale maniera, però, era minacciata non
soltanto la sua soprannaturalità, ma anche come presto è risultato la sua singolarità
e il suo valore esclusivo di verità. Esso diventava solamente una delle grandi
religioni universali accanto all'Islam e al Buddismo, una religione che, al
pari di queste, si è sviluppata attraverso una lunga preistoria e che ha
raccolto l'eredità di formazioni storiche di larga portata. Dov'è rimasta
allora la sua verità esclusiva o anche soltanto la sua posizione di privilegio,
dov'è rimasta soprattutto la fede nella sua rivelazione esclusiva e unica? La
questione dell’autenticità dell’anello diventava ancora più grave di quanto era
stata per la religione razionale di Lessing. Ma la conseguenza va ancora più in
là. Non soltanto la validità e la verità del Cristianesimo, ma anche quella
della religione in generale come campo autonomo e particolare della vita viene
trascinata via da questo vortice della molteplicità storica. Come può esserci
comunque una verità nella fede religiosa, la quale si manifesta in mille forme
diverse, chiaramente dipendenti dalla situazione e dalle circostanze, e si
riporta a rivelazioni che si presentano tutte come infallibili e universalmente
valide, o almeno come un'opera soprannaturale immediatamente procedente dalla
divinità, e che al tempo stesso si contraddicono completamente? Come può
esserci ancora una religione nell’infinita molteplicità e nelle profonde
differenze delle religioni, se la religione deve significare in verità una
comunità con la divinità? Non si dovrebbe almeno dire, con le note parole di
Schiller: Quale religione riconosco? Nessuna di tutte quelle che mi nomini. E
perché? per religione '? Oppure con le parole di Goethe, che certamente non
esprimono tutta la sua autentica intuizione al riguardo: Chi possiede scienza
ed arte ha anche la religione; 1. ScuitLer, Epigramme, Mein Glaube. chi non ha
né Vl’una né l’altra s'abbia la religione ?? Si tratta di una storia di follia
e di superstizione, nel migliore dei casi del rozzo precedente e del surrogato
popolare della filosofia e dell’arte, scaturito esclusivamente dal pensiero e
dall’errore umano, non dell’opera della divinità per lo meno non più e non
diversamente di quanto lo sia qualsiasi altro evento dal momento che la
divinità non può mettersi in dissenso con se stessa. Ma con ciò le questioni
riprendono da capo: perché allora queste innumerevoli vie traverse delle
religioni per giungere alla verità della filosofia e dell’arte? perché la
necessità di un surrogato popolare? donde viene l’enigmatica autonomia e la
forza propria delle religioni, che ora si accordano con l’arte e la scienza
ispirandole alle più alte imprese, ora le annientano nel loro fiorire e ne
prendono il posto? donde viene il caratteristico contenuto interno di relazioni
coercitive e viventi con la divinità, che non può essere vissuto altrove e che
la scienza e l’arte possono soltanto trarre dalla religione ? Qui stanno
infatti i problemi veri e propri per chi ha visto che la scienza naturale non
può decidere nulla in merito alla possibilità o impossibilità della religione,
o può decidere soltanto le questioni preliminari più generali. Essi costituiscono
anche la base più profonda della crisi attuale, sebbene la cultura media
continui ad attribuire questo progresso o questa sfortuna secondo il punto di
vista solamente alla scienza della natura. Come la scepsi, che invade oggi
tutti i campi, ha il suo fondamento principale nel relativismo prodotto dal
diffondersi degli studi storici, così ha qui la sua radice, ora più
consapevolmente, ora più inconsapevolmente, anche la posizione contraddittoria
della nostra migliore cultura nei confronti della religione, che oscilla avanti
e indietro tra un mezzo riconoscimento e una mezza contestazione, riconoscendo
in qualche modo la verità e la necessità di un fenomeno storico così potente e
tuttavia non impegnandosi seriamente con nessuna delle sue forme concrete. 2.
GoetHE, Xenien. Ma le grandi crisi storiche guariscono spesso come Ja lancia di
Odino le ferite che hanno inferto. Come la moderna scienza della natura
costringeva, proprio in virtù della sua coerente elaborazione, a indagini
gnoseologiche sulla causalità e sulla sostanza, conducendo perciò al
superamento del suo carattere materialistico e naturalistico, così anche la
nuova scienza storica ha costretto a cercare con maggiore profondità di prima
le forze propulsive e unitarie della storia. Se 1’Illuminismo, ancora
sottoposto all’influenza del soprannaturalismo, aveva riposto il contenuto
della storia in una verità di ragione sempre eguale, rigida, spiegando a
partire da essa tutte le deviazioni e tutti i mutamenti in base a motivi
puramente soggetti vi, la nostra intuizione della storia procedeva all'indietro
sotto l’influenza delle nuove idee poetiche di Lessing, Herder, Goethe dai
variopinti e molteplici fenomeni esterni alle tendenze spirituali di fondo
della natura umana che stanno alla loro base e che sono in essi soltanto
incorporate, e insegnava poi a riconoscere di nuovo queste tendenze nella loro
interna connessione come il dispiegarsi della ragione umana complessi va, che
nel corso dello sviluppo dispiega il proprio contenuto spirituale come un
grande individuo attraverso la successione delle generazioni. In tal modo è
stata fondata la grande intuizione moderna della storia, che costituisce il
presupposto nuovo di ogni scienza dello spirito: essa racchiude ancora in sé
gravi problemi, ma si è già dimostrata estremamente feconda. Da essa è sorta
anche una nuova intuizione della religione e del suo sviluppo storico. Anche
nella religione si è pervenuti, muovendo da forme fenomeniche infinitamente
diverse, a un nucleo interno, sempre presente e almeno formalmente identico,
agli Er/ebnisse interni della coscienza, che si cristallizzano e si ramificano
a formare quelle forme fenomeniche soltanto in virtù della cooperazione di
varie condizioni esterne. Era questo Erlebnis fondamentale ciò che occorreva
comprendere e analizzare. In base alle rivelazioni originarie e acquisite di
questo Erlebnis si doveva comprendere la formazione dei gruppi di religioni; e
nel sorgere di gruppi di religioni sempre più grandi e comprensivi si doveva
riconoscere il dispiegarsi dell’idea religiosa. C'erano naturalmente vie molto
differenti per procedere a quest’analisi, e numerosi sono stati gli errori. Il
presupposto di un’indagine di questo tipo è naturalmente la conoscenza
approfondita della storia empirica delle religioni, ma di tale conoscenza si
può finora parlare solo parzialmente. Nel complesso questa è la strada che si
accorda con la tendenza del pensiero scientifico, e che ha già condotto a molte
conoscenze fornite di valore.Dobbiamo soltanto imparare a considerare la
religione con occhio sempre più amorevole, sempre più libero da presupposti
dottrinali, razionalistici e sistematizzanti, e a studiarla in modo sempre più
penetrante proprio nei suoi caratteristici e appariscenti fenomeni e
personalità specificamente religiosi, anziché nell'uomo comune. Allora ci si
disvela come il nucleo più profondo della storia religiosa dell'umanità un
Erlebnis non suscettibile di essere ulteriormente analizzato, un fenomeno
originario ultimo che, al pari del giudizio etico e dell’intuizione estetica,
rappresenta un fatto ultimo e semplice della vita psichica, ma che è
caratteristicamente diverso da entrambi. Noi riconosciamo leggi particolari
proprie di questo campo della vita nella formazione di idee e di norme, nella
produzione di simboli e di azioni religiose, nell’allargamento, nella crescita
e nell’elaborazione, nella contrapposizione e nella lotta con forze estranee o
antitetiche; nell’alienazione e nell’approfondimento, nell’intreccio con altri
sistemi di vita e della concentrazione che ne viene di nuovo fuori, nella
formazione della tradizione e della comunità nonché nella produzione originale
che continua sempre a sussistere accanto a queste, nel rapporto degli spiriti
produttivi con i fedeli ad essi subordinati. In tutte queste formazioni
diversissime vive pur sempre una realtà fondamentale unitaria, ossia la
religione, il contatto indeducibile, puramente fattuale, sempre nuovamente
vissuto, con la divinità. Si può passare da una religione all’altra: anche le
religioni tra loro più opposte possono comprendere, con qualche attenzione, il
linguaggio religioso l'una dell’altra. Si tratta sempre della stessa realtà,
che viene colta in diversi gradi e da diversi lati. Ma questa unità non è
l’unità rigida della religione naturale come aveva ritenuto la concezione della
storia del secolo xvi e non si basa sull’accordo tra operazioni intellettuali
coscienti; essa è invece fondata su una comune tendenza di movimento dello
spirito umano, la quale spinge avanti in direzioni diverse e si compie
attraverso il movimento dello spirito divino che opera misteriosamente nella
profondità inconscia dello spirito umano unitario. Incapace di raggiungere il
suo fine nel breve tratto della vita individuale, questo movimento si compie
attraverso il lavoro in comune di innumerevoli generazioni che, afferrate e
condotte dall’agire divino, si affidano ad esso vivendone sempre più riccamente
e profondamente l’intimo contenuto. Questo movimento è uno sviluppo perturbato
in vario modo, ma che in tutte le perturbazioni si riprende sempre di nuovo,
reca a realizzazione il contenuto posto come possibilità e come nucleo nel
sistema religioso di vita, mostra i diversi gruppi di religioni nella loro
relazione reciproca e nella loro graduale successione, e nel corso stesso della
storia porta alla luce con la contrapposizione di diverse religioni il criterio
della loro valutazione. In tal modo si innalza davanti ai nostri occhi, anziché
il caos, un cosmo di religioni, a proposito del quale non si deve dimenticare
che qui la successione di gradi indica non soltanto una serie temporale, ma
anche una contemporaneità. Questo cosmo è stato spesso considerato un gioco che
presenta in sfumature quanto mai variopinte e ricche la realtà fondamentale
comune, oppure come una cooperazione di diverse verità parziali che
costituiscono la bella totalità. Ma questa considerazione estetica, che faceva
della storia delle religioni uno spettacolo ricco e bello per la divinità,
contraddice sia il vero senso dell’idea di sviluppo sia l’essenza reale delle
religioni. L'idea di sviluppo, tratta attraverso diverse idee mediatrici dai
fenomeni spirituali del movimento di un fine unitario, si spinge fino al
conseguimento di questo scopo finale a cui sempre si tende e che sempre agisce;
e le grandi religioni tanto meno si arrestano in sé quanto più hanno compreso
il loro fine, ma anzi tendono con passione spesso struggente verso la verità
totale e intera. Soltanto dove l’idea di sviluppo viene mantenuta nel suo senso
pieno, essa non opera in modo snervante e distruttivo; e soltanto dove le
religioni sono animate da questa passione, esse hanno una vitalità intima che
le spinge in avanti. Perciò occorre in ultima analisi, e soprattutto,
rintracciare il fine o almeno la tendenza al fine della storia delle religioni,
la quale non può trovare il suo termine nei sistemi della scienza e dell’arte
ad essa prossimi oppure in un concetto astratto di religione elaborato in base
a varietà delle religioni, ma soltanto in una religiosità concreta,
particolarmente profonda e potente, particolarmente forte e coniata in forma
pura. Essa deve contenere i momenti di verità delle altre o potersene
appropriare, e deve in ogni caso incorporare in modo vivente l’idea centrale
che emerge dal loro sviluppo. In quale misura essa sia configurata
unitariamente e in quale misura possa penetrare universalmente, nessun
postulato può stabilirlo 4 priori. Si tratta soltanto di un postulato che
deriva dallo stesso sviluppo religioso, in modo tale da fornire una tendenza al
fine e da fare sì che essa si renda riconoscibile, almeno come avviamento e
come tendenza verso il futuro. Il vecchio metodo della teologia
soprannaturalistica ne risulta pertanto capovolto. Essa muoveva dal
presupposto, assunto come ovvio, che il Cristianesimo costituisce a causa del
suo carattere soprannaturale l’unica verità, e si curava soltanto di porre le
altre poche religioni conosciute in un rapporto tollerabile con questa
religione soprannaturale, ed essa sola vera. La sua filosofia della storia
collegava immediatamente il Cristianesimo, inteso come restaurazione
soprannaturale, al perfetto e semplice inizio dell’umanità; la molteplicità
delle altre religioni non era che un prodotto dell’offuscamento successivo al
peccato, e i loro elementi di verità erano residui dell’antica perfezione dello
stato originario. Il Cristianesimo era non soltanto la suprema e più profonda
redenzione, ma l’unica redenzione operata immediatamente da Dio, mentre tutte
le altre religioni nascevano esclusivamente dal pensiero e dall’errore umano, e
la loro fede di redenzione doveva essere stata soltanto auto-redenzione in base
a una forza naturale. La ricerca storica moderna costringe a percorrere il
cammino inverso. Essa mostra che questo soprannaturalismo e questa forma di
fondazione costituiscono un modo, comune a tutte le religioni superiori, di
esprimere la loro convinzione della propria verità. Essa distrugge l’idea di un
semplice inizio soprannaturale dell’umanità, e mostra anche presso i devoti
dell’Indo e delle montagne persiane la forza profondissima e vivissima della
fede redentrice e della comunanza immediata con Dio. Essa percorre in tal modo
la via dall’universale al particolare, dall'indagine della religione come
contatto particolare con la divinità, che ha luogo ovunque, all’indagine dei
particolari ambiti concreti di religione. Cercando di coglierli nel loro
rapporto interno, in una prospettiva storico-evolutiva, essa va alla ricerca
del prodotto supremo di questa storia, guidata dalla convinzione certamente
indimostrabile, e che rappresenta essa stessa una fede etico-religiosa che la
storia non è un gioco di varianti senza fine, bensì il dispiegarsi del
contenuto più profondo e unitario dello spirito umano. Ai suoi occhi la storia
della religione è una storia di Dio con gli uomini, una storia della redenzione
che eleva l’umanità e l’uomo singolo al di sopra del legame con la mera natura
sensibile, con il bisogno e con l’aspirazione puramente naturale, fino alla
comunità con Dio e alla libertà dello spirito sul mondo e sulla mera, ottusa
fattualità dell’esistenza. In quanto la storia della religione raggiunge in
questo modo, o meglio realizza, la verità in grado diverso secondo la
situazione e le condizioni vincolando l’uomo con il fondamento più profondo
della sua esistenza e con l’insieme dei suoi beni spirituali, ne è nata la
convinzione che in essa, e in essa soltanto, si raggiunge un reale progresso
della storia e che essa può credere, del tutto diversamente dalla storia degli
altri campi della vita, nel conseguimento di uno scopo definitivo e semplice.
Mentre la morale, il diritto, la cultura, la scienza e l’arte si riferiscono a
una situazione mondana sempre mutevole e sono perciò sempre costrette a
comportare nuovi impercettibili adattamenti, innumerevoli dissoluzioni e nuove
formazioni, la religione ha invece a che fare con il fondamento eterno, sempre
identico a se stesso, della vita. Penetrandolo sempre più profondamente, essa
può ritenere possibile raggiungere quella misura di verità e di unificazione
interna che è in generale concessa all’uomo sulla terra certamente sempre
intrecciata, in relazioni continuamente mutevoli, con la situazione complessiva
che si trasforma, in lotta con le potenze contrapposte dell’inerzia, del
peccato, dell’esteriorizzazione egoistica, e creando, in base alla verità una
volta raggiunta, una sempre nuova e più profonda forza vitale, ma pur sempre
nella certezza di avere vissuto ed esperito il nucleo del mondo soprasensibile.
Si tratta di un postulato di cui nessuno, che abbia riconosciuto nella
religione un campo autonomo della vita, può fare a meno. Certamente, a questo
punto si aprono i problemi ultimi e più profondi, le questioni fondamentali
della storia: perché abbia luogo in generale una storia; perché gli uomini
debbano essere tratti fuori e liberati dalla balia della natura e delle
sofferenze da essa a noi inflitte, dall’inerzia e dall’egoismo, soltanto in
virtù della religione; perché le condizioni di questo processo e i suoi effetti
siano talmente differenti e non si possa parlare di una possibilità identica
per tutti di partecipare al suo frutto; perché innumerevoli generazioni e
individui debbano venir consumati in esso, e pur sempre rimanere differenze di
grado; se, e come, tutta questa diseguaglianza potrà mai essere appianata. Queste
sono le questioni ultime e più profonde che un’epoca fornita del coraggio della
speculazione cercherebbe di illuminare mediante una speculazione che muova dai
fatti della vita interiore, e nelle quali un’epoca stanca di speculazione come
la nostra venera invece rassegnata i limiti della conoscenza umana; questioni a
cui risponde in modo oscuro e logoro, ma profondo e comprensivo, la religione
stessa attraverso la dottrina dell’amore creativo di Dio e della vita dopo la
morte, dell’auto-redenzione di Dio nell’elevazione dei regni degli spiriti
finiti alla comunità con lui. Non sono quindi queste questioni ultime a dover
essere ancora indagate se si deve risolvere il problema posto dalla
considerazione storico-religiosa. E neppure può trattarsi di garantire
l'assunzione fondamentale qui presupposta cioè che la religione è un campo di
vita autonomo, un contatto interiore con la divinità contro le obiezioni che
dalla pienezza delle particolarità storiche traggono l’occasione per una
spiegazione di tipo illusionistico la quale deriva la religione, intesa come
prodotto secondario, da altri fatti fondamentali. Ogni D spiegazione del genere
naufraga sempre dinanzi al fatto che la religione non può essere derivata dal
pensiero causale o dall’impulso filosofico, e neppure dalla fantasia e dal
bisogno di felicità: ciò risulta particolarmente chiaro nelle più eminenti
personalità religiose, in cui opera ancora la forza completa dell’ispirazione e
la religione non si è ancora risolta in teologia, in etica o in culto, ma anche
ogni fedele può constatarlo in se stesso, nella sua propria esperienza. Egli
segue una coercizione che lo trascende, una tendenza verso qualcosa che non
trae origine dal mondo delle esperienze sensibili e dai bisogni sensi bili, ma
che doveva già essere contenuto nel sentimento prima di poter essere
manifestato o postulato. Per una spiegazione realmente di tipo illusionistico
resterebbe soltanto l’ipotesi che è stata anche tentata e che da molti punti di
vista sarebbe ancora la più accettabile che si richiama a una follia
contagiosa, ad allucinazioni di visionari invasati, le quali poi si sarebbero
trasmesse, in forma più debole, ai comuni fedeli mantenendo sempre
un’enigmatica forza di contagio. Su un'ipotesi siffatta non si può naturalmente
discutere: essa significa soltanto il riconoscimento del fatto che nella
religione siamo sempre di fronte al fenomeno fondamentale ultimo non
ulteriormente risolubile, che rimane sempre enigmatico e incommensurabile della
vita spirituale, e che in esso è presente un proprio autonomo principio di
sviluppo condizionato sì dal resto della vita, ma non esclusivamente prodotto
da essa. Si può quindi restare fermi, in generale, all’intuizione fondamentale
già ricordata, ossia alla filosofia della storia di Hegel, di Schleiermacher e
di Humboldt, che riconosce nella religione un fenomeno universale della vita
spirituale e applica alla sua storia l’idea di sviluppo, che può condurre
soltanto a uno studio sempre più realistico e impregiudicato dei fenomeni
specificamente religiosi e che dev'essere liberata dalla connessione troppo
stretta e ancora dominante della religione con intuizioni complessive di
carattere metafisico ed estetico. Le questioni che scaturiscono da tale
concezione sono piuttosto quelle che si riferiscono, in modo particolare, al
rapporto della molteplicità e relatività storica con l’unità ultima e con la
propria verità, postulato della fede religiosa. E proprio per gli storici che
si immergono nella pienezza della realtà sorgono sempre di nuovo certi problemi:
come si possa, da questo punto di partenza, Spiegare o piuttosto sostenere, in
rapporto a quella tendenza all’assoluto, l'effettiva diversità delle concezioni
religiose fondamentali, la diversità di intensità e di purezza, la debolezza di
vita religiosa che caratterizza talvolta interi periodi e interi popoli.
L’altra questione, che tocca in maniera ancora più immediata l’interesse
generale, è se realmente una delle religioni concrete oppure dal momento che
esso rappresenta la grande religione storica dell'ambito di cultura
europeo-americano, € può praticamente costituire per noi il culmine dello
sviluppo religioso, collocandosi sicuramente, per interiorità e attività
religiosa, ali sopra del Giudaismo, dell'Islam, del Buddismo e del Bramanesimo
se il Cristianesimo possa essere realmente considerato il punto di convergenza
della vita religio sa e il fondamento di ogni sviluppo ulteriore. Per
rispondere alla prima questione occorre riflettere che il concetto di religione
è rimasto, con quanto si è detto, ancora assai indeterminato e incompiuto. La
storia della religione mostra piuttosto chiaramente, per quanto è possibile,
che la religione non può essere un’azione di Dio sul sentimento, chiusa
internamente in sé a ogni altra realtà, immediata e sempre riproducentesi in
modo spontaneo. Che essa sia questo, lo afferma ovunque soltanto la teoria
della mistica, cioè di quel particolare risultato di complicati sviluppi
storico-religiosi che compare ogni volta che si è smarriti dinanzi alle singole
forme concrete della fede in Dio e si ritorna a un'azione ineffabile e sempre
eguale di Dio sull’anima, oppure quando, rifuggendo paurosamente da ogni
esteriorità e da ogni mediazione, si aspira a una comunanza il più possibile
interiore e immediata con Dio. Il vuoto e l’auto-limitazione priva di rapporti
comunitari di questa devozione, la concentrazione artificiosa che si punisce
con l’irritazione e la spossatezza, il distacco dal mondo mostrano fin
dall’inizio quanto poco si tratti di fenomeni normali. Una teoria del genere
passa anzi sopra fatti di importanza fondamentale. Quell’influenza divina non
si compie cioè in ogni uomo in maniera nuova e autonoma, e in modo puramente
interiore come se fosse una specie di magia dell'anima, ma si compie attraverso
mediazioni di vario genere. L'impressione religiosa o per impiegare un’immagine
tratta dalla psicologia empirica lo stimolo religioso scaturisce sempre
soltanto da avvenimenti e da esperienze vissute di tipo esterno e interno,
nella natura e nella storia, nella coscienza e nel cuore. Per la grande
maggioranza degli uomini l’elemento mediatore dello stimolo religioso è la
tradizione religiosa, accanto alla quale stimoli religiosi indipendenti
rivestono un'importanza solitamente più ristretta. L’enigma proprio dello sviluppo
religioso individuale consiste nel vedere come da tradizioni non comprese,
dapprima estranee e interpretate in modo infantile, sorga gradualmente la
devozione autonoma, interiore e personale, la quale è cosciente, almeno nei
punti più alti, della sua comunanza interiore e della sua relazione reciproca
con la vita divina. Se ci si riferisce però all’origine di questi ambiti di
tradizione talvolta racchiusi l’uno nell’altro © incrociantisi tra di loro ci
si imbatte, dove è possibile risalire fino agli inizi di una religione, in
personalità straordinariamente originali che, legate meno strettamente alla
mediazione della tradizione, ricevono dai grandi avvenimenti della natura o
della storia, dai destini della vita individuale o dai processi della loro vita
interiore lo stimolo a nuove grandi intuizioni, attraendo le altre sotto la
potenza della loro devozione e della loro personalità. Quanto più queste
concezioni fondamentali, che compaiono in modo puramente fattuale e non possono
venir derivate da altre, sono profonde e personali, e collegate con avvenimenti
grandi e importanti, tanto più esse si presentano come nuclei di grandi
contenuti di vita, come princìpi che si dispiegano nel lavoro di molte
generazioni. I visionari, gli estatici e gli ispirati delle antiche religioni,
i profeti, i riformatori e i santi sono di solito personalità di questo genere,
e la loro caratteristica principale è un’enorme unilateralità che respinge
tutto il resto, e mediante la quale soltanto essi possono produrre tale
effetto. Ma, una volta dischiusa da essi in questo modo determinato, la
comunanza con Dio crea un allargamento e una diffusione straordinaria dei
rapporti fondamentali così dati. Essa si sviluppa finché possiede una forza di
sviluppo non ancora utilizzata e finché non viene sopraffatta da impressioni
più potenti. Il fatto che nel campo della religione, come in tutti gli altri,
le disposizioni e le capacità siano diverse, che il contenuto e la portata di
un principio religioso possano essere sviluppati soltanto mediante il lavoro di
appropriazione di molte generazioni, che l’esperienza religiosa scaturisca da
elementi diversi di una realtà infinitamente varia, e che in tale maniera
l’unica verità sia colta diversamente in differenti concezioni fondamentali
tutto ciò è inerente all’enigma stesso della storia, la quale distribuisce il
contenuto della vita spirituale nel lavoro di miliardi di uomini, e il cui
mistero è noto soltanto a Dio. Ma tutto ciò non cancella la fede che in questa
molteplicità sia vissuta una verità unitaria. Procedendo dalle differenze
condizionate dal luogo e dal tempo, da particolarità personali e
storico-culturali, dalla mescolanza dei nomi di divinità e delle mitologie, da
alienazioni e da deformazioni infantili e rozze, o egoistiche e sacrileghe,
fino al nucleo unitario, troviamo sempre una verità molto affine. Osserviamo il
grande terrore dinanzi al mistero di un mondo soprasensibile che si introduce
nel corso della vita quotidiana e che desta l’uomo, ora spaventandolo ora
consolandolo, dal sonno di un'esistenza puramente intra-mondana; la
manifestazione di forze divine nella natura, da cui scaturisce in definitiva
una sensibilità panteistica; l'autorizzazione di norme etiche e giuridiche da
parte della divinità, la quale si rivela come sacra ed esige anzitutto purezza
e verità, dirittura e rigore nell’agire. In particolare, beni superiori e
beatificanti si collocano al di sopra del mondo sensibile, un elemento
permanente ed eterno si eleva sul mutare del desiderio e del bisogno, e da ciò
sorge la fede nella redenzione, che nella religione in generale riconosce la
redenzione dal dolore e dalla colpa, dal carcere dell’insoddisfazione
eternamente mutevole. Tutte queste cose possono essere viste come
oggettivamente connesse, come impulsi verso una concezione unitaria; e la
questione del perché gli individui prendano parte in modo così diseguale alla
piena verità oggettivamente connessa non può turbare questa conoscenza, in
quanto è una questione eternamente insolubile sulla terra. In base al medesimo fatto
fondamentale della mediazione di tutte le spinte religiose si spiegano però, in
collegamento con un secondo fatto fondamentale, anche gli altri fenomeni che
abbiamo menzionato: la diversa intensità e direzione dell’interesse religioso,
la debolezza della vita religiosa, che non sempre dipende soltanto da ottusità
e da rifiuto nei confronti dell’elevazione ideale o da una consapevole
opposizione. Non parleremo qui, in quanto si tratta di cose ovvie, di
quest’ultimo condizionamento da parte dell’inerzia, dell’egoismo, della
rozzezza e dell’esteriorità, né degli effetti della lotta continua della
religione contro gli impedimenti ad essa opposti dalla volontà. Occorre
considerare piuttosto altre cose. L'intuizione di Dio non è isolata in sé, e
neppure è un'esperienza vissuta accolta passivamente. Essa è fin dall’inizio
rivestita di determinati tratti di simbolizzazione poetica, e opera mediante
riferimenti concreti a certi campi di fenomeni naturali o etici e con
determinati strumenti di espressione linguistica. Agendo come stimolo
sull’anima in virtù di questo contenuto concreto, essa suscita immediatamente
al pari di ogni altro stimolo una quantità di reazioni, cosicché non può mai
liberarsene in tutta la sua purezza, ma in ogni momento della sua influenza è
sempre indissolubilmente collegata con le più svariate reazioni psichiche. La
connessione è qui più stretta e ramificata di quanto non avvenga per qualsiasi
altro stimolo, perché l’esperienza religiosa è l’esperienza dominante, che
attrae o respinge ogni cosa, e perché eccita più di ogni altra il sentimento in
tutte le sue sfumature. Esiste anche un' appercezione religiosa in virtù della
quale lo stimolo religioso penetra immediatamente nella connessione di tutte le
rappresentazioni e di tutti i sentimenti, e ne viene influenzato nella sua
direzione, nella sua forza e nel suo ambito, anche se poi dà a sua volta nuove
linee direttive e nuove intonazioni all’intera struttura. È noto che le nature
specificamente religiose intrecciano impetuosamente, nelle loro idee religiose
fondamentali, tutto ciò che è vicino e ciò che è lontano, oppure respingono
tutto quanto si oppone, o che non si connette immediatamente, come cose del
mondo e cure quotidiane; allo stesso modo coloro che hanno il loro centro di
gravità in altre disposizioni, adattano la religione a interessi scientifici,
etici, estetici, cercando di mediarla con il resto oppure, dove
quest’adeguazione risulta impossibile, di respingerla. Nelle condizioni di
quest’appercezione, differente in ogni individuo, risiede per lo più il motivo
delle enormi diversità individuali all’interno di ogni particolare ambito
religioso, delle diverse rappresentazioni e sensazioni religiose, della diversa
posizione e forza dello stimolo religioso all’interno del contenuto psichico
complessivo, della prevalente dipendenza dalla tradizione e dal simbolo, della
prevalente autonomia e reazione, della diversa misura di forza trascinante e di
appropriazione riflessiva. Quanto più sviluppata e più ricca è la vita
spirituale, tanto più intricate e impenetrabili diventano le condizioni di
quell’appercezione, e tanto più energicamente la religione richiede quel
raccoglimento e quell’attenzione silenziosa allo stimolo religioso, che si
chiama devozione e preghiera. Non si deve quindi dimenticare che gli individui
non stanno soli, ma innalzano, nella più stretta relazione reciproca, certe
inclinazioni e certe tendenze a potenze socialmente dominanti. Così anche dal
punto di vista religioso vi sono epoche prevalentemente conservatrici ed epoche
prevalentemente critiche, in cui ora la tradizione consolidata nel culto e
nella chiesa domina ogni cosa con il sentimento di una sacralità intangibile,
ora un'autonomia critica suscitata da sconvolgimenti generali della vita
spirituale si ribella mettendo in questione la legittimità e la connessione di
ogni idea. Così può esserci alla fine, dopo violente lotte religiose, un
periodo di fastidio che si rivolge alle cose del mondo e di più facile
acquisizione; può esserci, sotto l’influenza di grandi movimenti materiali,
politici e sociali, o sotto l'influenza di conoscenze scientifiche, una
crescente ripugnanza di grandi masse nei confronti della religione, come
dimostrano per esempio la cultura dell’età imperiale romana, la morale
confuciana delle classi superiori della Cina non areligiosa ma assai povera dal
punto di vista religioso e le moderne condizioni della vita europea. In modo
analogo si devono intendere anche le situazioni di debolezza della vita
religiosa di alcuni popoli primitivi, a cui se ne contrappongono altri forniti
di un fervore molto più vivo e relativamente puro. Anche qui ci sorprende di
nuovo, naturalmente, la partecipazione misteriosamente diseguale dell'individuo
al valore ultimo dell’esistenza e l’inevitabile unilateralità di tutto cid che
è umano; ma di per sé la religione è, e rimane, essenzialmente la stessa. Non
abbiamo nessun motivo di dubitare della sua essenziale unità interna. Si tratta
della medesima verità, che viene raggiunta da diverse parti e in un diverso
rapporto con gli altri elementi della vita spirituale. Con ciò siamo di fronte
alla seconda questione precedentemente accennata: se cioè vi sia un punto di
convergenza, un culmine che emerga in modo visibile, tra queste diverse
concezioni parziali della verità o, più precisamente, se il Cristianesimo che
vuole esserlo possa anche realmente valere come tale. Il motivo che ci induce a
formulare in modo così determinato la questione non è la propensione ad
assolutizzare la religione in cui siamo nati e siamo stati educati, e che sola
ci è completamente familiare, facendone l’essenza della verità in generale.
Infatti il suo dominio non è più così ovvio e ingenuamente immediato che si
debba senz'altro sottostare a questo impulso di universalizzazione. L'ottimismo
del sentimento panteistico della natura che sempre si sprigiona dall’arte
antica e, dall’altro lato, l'impressione delle religioni pessimistiche e piene
di mistero dell'Oriente agiscono tra di noi in modo abbastanza forte da
costringerci a una decisione pienamente consapevole. Da questa impostazione
viene fuori anche non soltanto il necessario postulato che la piena verità
della religione deve pur rivelarsi in qualche luogo. In sé e per sé, ciò
potrebbe essere forse riservato solamente a un lontano futuro. Se impostiamo così
la questione, il motivo è che soltanto il Cristianesimo nel suo sviluppo ha
avanzato in modo sempre più netto e penetrante questa pretesa. Sorretto
dall’autorità del tutto interiore e personale ma che conteneva in sé un residuo
di incommensurabilità del suo maestro, esso si rivolge esclusivamente al nucleo
interiore dell'individuo, ai bisogni più universali, più profondi e più
semplici di quiete e di pace del cuore, a un senso positivo, ultimo, definitivo
dell’esistenza; si rivolge a ogni individuo senza eccezione, poiché presuppone
presente in ciascuno questo nucleo essenziale ed è sicuro di poter educare
tutti a tali bisogni. Pace dell’anima con Dio, e quindi superamento della
sofferenza del mondo e di tutti i dolori della coscienza, ma anche viva e attiva
realizzazione della volontà divina; il comandamento dell’amore verso i
fratelli, che sono fratelli in virtù del Padre comune: ecco il suo vangelo. Da
ciò scaturisce anche la comunità più salda e comprensiva, in quanto esso fa
derivare l’origine dell'essere umano dallo spirito divino e lo riconduce al
fine della comunità con Dio e con i fratelli, costringendo ogni credente a
collaborare a quella universalità e al fine della perfezione comune. Esso è
quindi l’unica religione che pretenda una universalità assolutamente
incondizionata, l’unica che abbia perciò prodotto dal proprio seno una
filosofia della storia che connetta inizio, metà e fine della storia
dell'umanità, e che in questa storia riconosca una realtà in sé internamente
connessa, irripetibilmente specifica e al servizio di fini incondizionatamente
validi. Ma soprattutto si tratta di una validità universale non asserita
solamente in linea di fatto: essa scaturisce per il suo sentimento dall’intima
necessità dell'essenza di Dio, che creando il mondo deve poi ricondurre a sé le
sue creature traendole dal mondo e dall’errore, dalla colpa e dallo scoramento.
La sua grazia non è arbitrio, e i suoi comandamenti non sono una mera
statuizione; l’una e gli altri emanano dalla sua essenza e si realizzano dall’interno
median-te l’amore per Dio, che per primo ha amato i suoi figli. Qui la tendenza
della religione alla validità universale ha raggiunto la sua vetta: tutto ciò
che è particolare, proprio di un popolo, condizionato dal mondo, è spazzato
via; ogni dipendenza da una situazione meramente data, sempre incoerente, è
superata dall’universalità di un fine ancora da raggiungere, ma già fondato
nella sua determinazione e nella sua essenza. Certamente, ciò mostra anche
l’unilateralità del tipo di vita determinato in modo prevalentemente religioso.
Ma, secondo la legge che domina anche la religione della differenziazione
dell’essenziale, questo non costituisce nulla di sorprendente, e neppure
costituisce un limite. Non si può concepire come essenza dei gradi supremi un
monismo di valori culturali che non differenzia nulla, ma soltanto una
costituzione dello spirito che sviluppi coerentemente le singole tendenze
riequilibrando le tensioni che ne sono derivate. Proprio in quella
unilateralità il Cristianesimo raggiunge la piena interiorità e l’universalità
puramente umana. La tensione così determinatasi, e ora più che mai aperta, nei
confronti dei valori culturali intra-mondani dà al tutto il carattere della
vita spirituale superiore, si riunifica sempre di nuovo nel lavoro vivente e
consapevole. In tutte le sue trasformazioni e le sue mescolanze, in tutte le
caricature e gli abomini, in tutte le stagnazioni e gli irrigidimenti, il
Cristianesimo annunciava tuttavia questa tendenza superiore a ogni cosa verso
ciò che è individuale-personale, verso ciò che è universalmente umano, verso
ciò che è totale e ricco di tensione. Lo conferma anche lo sguardo alle altre
grandi religioni universali, che soltanto possono essere prese in
considerazione accanto al Cristianesimo. L'Islam, il fratello più giovane
scaturito dal Giudaismo insieme con il Cristianesimo, ha accolto da essi in
modo puramente estrinseco questo universalismo, insieme alla forma della
rivelazione scritturale e ai frammenti della sua filosofia della storia. Esso
gli inerisce soltanto per l’unità del suo dio e per la semplice intelligibilità
dei suoi pochi e poveri comandamenti morali, ma non discende dall’intima
necessità dell'essenza del suo dio, che anzi è un dio caratterizzato da un duro
e imprevedibile arbitrio. L'Islam rappresenta una regressione rispetto al
Giudaismo e al Cristianesimo, e non ha mai potuto nascondere del tutto il suo
carattere di religione guerriera nazionale araba. Il Buddismo per vari aspetti
parallelo al Cristianesimo è fin dall'inizio soltanto la religione di un ordine
monastico, al quale possono e devono accostarsi tutti coloro che hanno
riconosciuto la nullità della volontà di vivere, e dal quale scaturisce quindi
un vivo impulso missionario. Ma la sua validità universale è conseguenza
semplicemente della validità universale di questa conoscenza, non già
dell’essenza di una divinità che chiami tutti a un fine comune al cui posto si
presenta qui piuttosto un ordine impersonale di redenzione. L’ordine degli
illuminati presuppone pur sempre la grande massa degli sprovveduti e dei laici,
che forniscono sostentamento al monaco. La grande maggioranza ritorna sempre
nel circolo della migrazione delle anime e costituisce soltanto la massa da cui
i sapienti si separano e della cui carità vivono fin quando scompaiono nel
Nirvana uscendo dal cielo delle anime. Questo processo si ripete senza fine e
senza connessione in periodi cosmici che si susseguono all'infinito; ma sempre
alcuni illuminati si separano dal mondo della parvenza, e sempre la massa
rimane imprigionata in questo stesso mondo della parvenza. Come il mondo non ha
nessun fine positivo unitario, così non l’hanno la vita e la devozione. Si
aspira all’ordine e si apprezza la pace della redenzione, ma nessuna necessità
interiore costringe tutta l’umanità a unirsi in vista di essa. Per quanto
l'universalità della religione possa farsi valere in esso, così come
nell’Islam, e per quanto venga talvolta reclamata, la pretesa dell'uno e
dell’altro è per estensione di fatto e nella sua fondazione meno intensa che
quella del Cristianesimo. Questo è l’unica religione che si riconosce e si
afferma incondizionatamente, in virtù della propria forza religiosa, come
verità universalmente valida, e che perciò consegue di fatto ciò che è insito
nella tendenza della religione in generale. Esso è l’unica religione che, in
base al proprio impulso vitale, ottiene sempre la vittoria sull’inclinazione
all’irrigidimento dogmatico e rituale; l’unica che non si irrigidisce nella
legge, né si fissa, nel concepire l’idea di redenzione, semplicemente nella
negazione. Che essa sia veramente conclusiva, e immutabile nella sua essenza
per tutto il futuro, non si può certo dimostrare mediante una semplice
costruzione storico-filosofica. Per quanto convinti possiamo essere che nella
storia delle religioni ha luogo un progresso continuativo, il quale poggia sul
movimento interno dello spirito divino in quello umano, non possiamo tuttavia
proporre un concetto generale della religione come forza di questo sviluppo, e
presentare il Cristianesimo come il suo necessario compimento. Quel concetto
potrebbe essere proposto sulla base di un’esperienza difettosa ed essere
trasformato in modo sostanziale da sviluppi futuri. Né possiamo indicare nel
Cristianesimo la convergenza effettivamente realizzata delle diverse serie di
sviluppo, per quanto possiamo trovarvi la trascendenza astratta del Giudaismo
attenuata mediante l’assunzione degli inevitabili elementi panteistici del
paganesimo, e l’antitesi superata mediante un'unità superiore. Infatti soltanto
ai nostri giorni si profila l’incontro tra gli abitanti del nostro pianeta, e
quindi una convergenza delle diverse linee di sviluppo. La discussione e la
convergenza del Cristianesimo con le religioni orientali appartiene ancora al
futuro, e accentuerà forse in modo sorprendente nel Cristianesimo aspetti
rimasti finora non sviluppati. Tutte le costruzioni del genere poggiano su
un’intuizione della storia che risulta inevitabile nella sua idea fondamentale
per ogni considerazione religiosa e idealistica, ma non sono sufficienti a
fornire una prova. Questa sarebbe forse possibile soltanto alla fine dei
giorni. L'unico elemento che può essere fatto immediatamente valere a conferma
della pretesa del Cristianesimo è la circostanza che a questa sua singolare
pretesa corrisponde anche un'effettiva singolarità del suo contenuto e della
sua essenza, che si presenta chiaramente a una ricerca storico-religiosa.
D'altra parte le religioni costituiscono un'unità che progredisce nel suo
complesso, e si può riconoscere una tendenza generale diretta a una
spiritualizzazione, interiorizzazione, eticizzazione e individualizzazione
crescente, e quindi poiché questa è la necessaria conseguenza al formarsi di
una fede sempre più profonda nella redenzione: a ciò si è già accennato sopra.
In tutte le grandi religioni ha luogo uno sviluppo caratterizzato in questo
modo. Attraverso la liberazione dai fenomeni naturali esso spiritualizza le
divinità, fino al tramonto di tutte le divinità particolari in un’essenza
divina universale, in cui esse diventano forme del suo agire; attraverso
l’eticizzazione delle singole divinità e la compenetrazione religiosa della
morale esso traduce in forma etica la divinità, facendone il nucleo e il
custode delle leggi etiche, e subordina la fede negli spiriti alla fede negli
dèi in un’escatologia più o meno influenzata da motivi etici, mentre le
divinità che non si inseriscono in questo processo diventano dèi locali, demoni
e spiriti cattivi. Facendo sì che gli dèi si rivolgano alla coscienza e alla
volontà, anziché semplicemente all’obbedienza culturale e alla scrupolosità
cerimoniale, esso pone la divinità in relazione con l’individuo in quanto tale,
non più soltanto con la famiglia, la stirpe, lo stato e la conclusione di
un'alleanza. Con l’individualizzazione comincia infine a emergere il carattere
universalistico della religione. Ma proprio con questo esso innalza Dio sopra
il mondo e sopra la natura, facendone la fonte originaria più profonda, che si
fa valere al di là di ogni finitudine e di ogni confusione, e con la divinità
solleva al tempo stesso l’uomo dalla frammentarietà, dalla dispersione e
dall’inquietudine del finito, così come dalla colpa e dal destino della vita
terrena. Secondo la quantità di forza che fin dall’inizio ha posto nella
concezione fondamentale, questo processo va più o meno avanti: qui si arresta
prima, là più tardi. Ma anche dove le religioni pervengono a una completa
altezza e maturità, dove sboccano nella mistica e nella fede nella redenzione,
il limite inerente al fatto di essere sorte dall’adorazione della natura non
viene per lo più superato. Esse conservano le tracce della loro origine
particolaristica e naturalistica, capovolgendosi in speculazioni sacerdotali
fantastiche, in una filosofia monistica, in una mistica acosmistica o com'è il
caso del Buddismo in una metodica scettica della redenzione. L’eticizzazione
già conseguita sprofonda di nuovo nell’abisso del panteismo, e la religione
popolare decade in culti orgiastici o in una rigogliosa superstizione sincretistica,
che la riporta all'antico politeismo. Soltanto ra religione ha rotto
completamente l’incanto della religione naturale e si presenta, in quanto tale,
in forma singolare: la religione di Israele e il Cristianesimo. Davanti
all'imminente decadenza del suo popolo, la religione di Israele si è
sostanzialmente svincolata dai suoi fondamenti particolaristici e
naturalistici, collegando la fede in Jahvè con la purezza del cuore e con la
certezza di una chiarificazione risolutiva del corso della vita terrena alla
fine dei giorni. Da questo nucleo è venuto fuori, nella persona di Gesù, il
Cristianesimo, che, pur sentendo Dio più prossimo ai singoli cuori e
immediatamente operante nel mondo, è però impedito da questo fondamento di
ricadere nel panteismo e nella mistica di una compiuta religione della natura e
che, pur donando al cuore la beatitudine e la quiete in Dio, si aspetta
tuttavia nella certezza della transitorietà dell’esistenza sensibile un mondo
superiore ed esclude quindi un immergersi puramente immanente in Dio. In quanto
esso libera non soltanto dalla sofferenza della finitudine e dalla pressione
della natura, ma soprattutto dall’ostinazione e dalla pusillanimità del cuore
umano, dalla debolezza e dalla coscienza della colpa, in quanto con questa
liberazione del cuore e con la certezza di una comunità con Dio che supera il
tempo conferisce forza per agire e amare sulla terra, il Cristianesimo
rappresenta una religione della redenzione di ordine superiore che sovrasta in
egual misura sia il pessimismo buddistico sia la mistica neoplatonica i due
prodotti estremi della devozione extra-cristiana. In virtù di questa rottura di
principio con ogni specie di religione della natura, esso porta a compimento
unico tra tutte le religioni la tendenza alla redenzione, nello stesso modo in
cui ha recato a compimento, in connessione con questa, la tendenza a una
validità universale puramente interiore. In virtù di questa specificità di
fatto, di questo accordo intimo tra esigenza ed essenza, noi riconosciamo nel
profetismo e nel Cristianesimo il culmine, o meglio un nuovo punto di partenza
nella storia della religione il sorgere del sole dopo l'aurora, non conclusione
e fine che porta alla quiete, ma inizio di un nuovo giorno con nuovo lavoro e
nuove lotte. Vi sono ancora molti lati oscuri da chiarire, occorre ancora
conoscere con maggiore purezza la sua luce propria. Un lavoro sterminato sta
ancora di fronte ad esso, e dalla sua forza interna risulterà, nel contatto con
la mutevole situazione del mondo e con le altre religioni, un'ulteriore
crescita della religione, certamente non costruibile 4 priori. Il fatto stesso
che ne sia capace, che possieda questa capacità di costante ringiovanimento e
adattamento, costituisce appunto un'ulteriore conseguenza della sua particolarità.
In quanto religione dello spirito che a differenza da ogni religione della
natura, sia essa approfondita in senso panteistico o configurata eticamente si
riferisce al nucleo interno, spirituale ed etico, sempre vivente e attivo,
dell’essenza degli uomini, il Cristianesimo possiede la forza dell’autocritica
e della purificazione, dell’approfondimento e del rinnovamento; esso può sempre
richiamarsi attraverso le scorze mitologiche alla sua essenza intima e
purificarsi sempre di nuovo dalle inevitabili contaminazioni con ambiti di
pensiero ad esso estranei, Il Cristianesimo non è vincolato a determinate
concezioni della natura e a formazioni sociali transitorie e particolari; esso
contiene un impulso di aspirazione, di attività e di perfezionamento che manca
a qualsiasi mistica che si immerga soltanto nell’unità data dell’universo;
contiene fini positivi che il quietismo buddistico volto solo al pessimismo non
conosce; abbraccia infine la fede universalistica con una profondità ricca di
impulso, di cui l'Islam ha potuto acquisire soltanto l’aspetto superficiale.
Poniamo per esempio il caso in sé possibile che l’astronomo Schiaparelli® ha
ipotizzato per il nostro pianeta, traendo lo spunto dai cosiddetti canali di
Marte, che cioè con il raffreddamento della terra e il restringersi dei mezzi
di sussistenza che essa offre possa diventare necessaria un’analoga enorme
unificazione del lavoro umano; e che soltanto tali lavori di protezione,
intrapresi con un'estrema fatica collettiva, rendano possibile ancora
l’esistenza: in tal caso dovremmo pensare immediatamente a infinite
trasformazioni nel diritto, nella morale, nella società e nello stato; e
sicuramente anche nella religione. Non è verosimile che un'impresa del genere
possa svolgersi sotto la protezione della benedizione papale o sotto l'impulso
di disposizioni di istanze ecclesiastiche superiori, o che possa essere
disturbata da una disputa sul Simbolo apostolico. Nulla ci impedisce però di
pensare che la forza dello spirito comune, necessaria per quest'opera,
scaturisca da una viva 3. Schiaparelli, astronomo italiano, autore de Le stelle
cadenti, delle Norme per le osservazioni delle stelle cadenti e dei bolidi e di
varie altre opere, studiò in particolare i pianeti intorno alla Terra e osserva
per primo i canali di Marte. I suoi ultimi studi sono dedicati a L'astronomia
nell'Antico Testamento. dzione teistica, quali che siano le forme che potrebbe
assumere in un’epoca siffatta, Come si è detto, è il significato effettivo del
Cristianesimo tra le religioni, l’elaborazione di una religione della redenzione
di tipo personalistico in antitesi a ogni religione della natura, non già una
costruzione storico-filosofica conclusa, che autorizza questa fiducia. A tale
fiducia non si può quindi obiettare il fatto che essa indulga al caso, il quale
ci fa appunto apparire il sole della verità sopra il piccolo frammento di
storia a noi noto, come sopra un'isola nel mare sconfinato. Non si tratta
perciò tanto di una determinata forma storica del Cristianesimo, quanto
piuttosto dell'idea della religione personalistica della redenzione, la cui
forma odierna essendosi formata nel tempo sicuramente non è nulla di eterno. Ma
nel profetismo e nel Cristianesimo quest'idea è diventata una forza storica e
si svilupperà ulteriormente, muovendo da questa forma fondamentale, verso
risultati che oggi non conosciamo ancora, né abbiamo bisogno di conoscere.
Basti il fatto che, così come sono, essi significano il trapasso alla religio
ne della redenzione di tipo personalistico, e che possiamo sentire l’eterno in
questo elemento temporale. Possiamo ben ammettere che l’origine delle grandi
religioni in generale avvenga nella giovinezza dell’umanità, quando la vita è
più semplice e più facile è l’incondizionato immergersi nella religione, quando
le connessioni dell’esistenza sulla terra sono ancora meno intricate e la pura
formazione di forze religiose è meno disturbata. L’origine delle religioni
della natura si perde in oscure epoche primitive che si sottraggono
all'indagine. La religione di Israele con la sua duplice progenie Cristianesimo
e Islam è una religione giovane e ha impostato il tema del futuro, in base a
cui il Cristianesimo ha elaborato, come fondamento di ogni ulteriore sviluppo,
la decisiva e universale verità religiosa. A ciò si aggiunge un’altra
considerazione. Le variazioni della vita e del pensiero umano sono
imprevedibili nel particolare, assai limitate in una prospettiva ampia. Così
anche la fantasia rivolta al futuro potrà rappresentarsi non già un gioco
infinitamente oscillante di contenuti di vita spirituale fondamentalmente
diversi, bensì un’elaborazione sempre più ardua e intricata, sempre più estesa
e complicata di idee fondamentali acquisite. Tra queste idee fondamentali la
più salda e la più forte sarà quella della devozione cristiana, poiché essa
sola collega l’umanità con il fondamento permanente ed eterno della vita
spirituale in maniera puramente interiore, e in questa connessione supera, con
un'attività redentrice, al tempo stesso la necessità e la sofferenza
dell’esistenza terrena. In questo modo l’intreccio della storia della religione
si rischiara, e viene in luce una tendenza di sviluppo in cui possiamo
riconoscere la direzione del futuro. Disperso e isolato, in lotta con la natura
per la vita, commosso da impressioni e da avvenimenti nella natura, nella vita
collettiva e nella vita individuale, il mondo primitivo dell’uomo produce
innumerevoli religioni, esteriormente assai diverse, ma intimamente
imparentate, la maggior parte delle quali si sono indurite con la vita delle
orde, delle stirpi e dei popoli a cui appartengono, arrestandosi al loro
livello. Qui la natura e l’uomo vengono presi così come si presentano
immediatamente, e da questa situazione scaturiscono impressioni religiose
fornite di una capacità di sviluppo molto ristretta. Soltanto pochi grandi
popoli realizzano, con la loro più ampia coesione nazionale e linguistica, una
prosecuzione e un approfondimento rispetto a questo grado di religione, in
quanto i tratti fondamentali suscettibili di sviluppo vengono estesi e
approfonditi, la rozza mitologia e il culto superstizioso vengono eliminati o
depotenziati e tutti gli impulsi religiosi che procedono dalle nuove
impressioni di vita e di cultura vengono fusi nella tradizione precedente. Essi
sfociano nella religione della moralità, nel panteismo, infine nel pessimismo e
nella mistica, ma si arrestano ancor sempre al mondo e all'uomo lasciandolo
così come l’hanno trovato, senza indicargli fini positivi che superino la
natura. Soltanto la nostalgia e il presentimento accennano in essi a tali fini.
Soltanto za religione ha definitivamente sciolto il legame che la univa
immediatamente con la natura e, riconoscendo un dio creatore che, in quanto
spirito, si distingue dalla natura, ha indicato al tempo stesso all’uomo il
fine di un’elevazione positiva sulla natura materiale e la natura spirituale in
esso innata. Questa è stata la religione di Israele, che rappresenta uno dei
fatti più importanti all'interno della storia universale a noi nota. In quanto
conclusione dello sviluppo interno di Israele e congiunzione con il monoteismo
filosofico ellenico, il Cristianesimo si è posto saldamente sul campo di rovine
delle religioni nazionali distrutte dagli imperi universali, mentre in Israele
il profetismo si rattrappiva nel Giudaismo e accanto ad essi l'Islam raccoglieva
i suoi credenti, intorno a poveri frammenti di queste religioni, sul campo di
rovine dell'Asia e dell’Africa. Con il sorgere di questi grandi princìpi
religiosi, la produzione religiosa è diventata sempre più ristretta, e si muove
soltanto più nella creazione di formazioni intermedie di tipo sincretistico o
di varianti. Il futuro appartiene alla lotta delle grandi formazioni religiose.
Tra di queste il Cristianesimo, in quanto punto di partenza di un grado
sostanzialmente nuovo, costituisce però la forza che ricca di tensioni con la
cultura più elevata e tuttavia inscindibilmente legata ad essa sta al centro
della grande lotta mondiale, non già come sistema finito e rigido, bensì come
una potenza vivente che forma il punto di riferimento di ogni ulteriore
conoscenza e di ogni ulteriore impulso religioso, sviluppandosi ancora nel
futuro secondo la legge imprevedibile della vita religiosa. Una gran parte di
questo processo di sviluppo, che ha già prodotto mutamenti di grande rilievo,
si trova alle nostre spalle; mentre un momento importante di esso, cioè la
progressiva differenziazione, la dissoluzione dal legame immediato con lo stato
e la politica, con il diritto e la morale mondana, con la scienza e la
spiegazione del mondo, la concentrazione nel suo contenuto puramente religioso
e la rinnovata influenza di questo contenuto sulla situazione complessiva, si
compie davanti ai nostri occhi. Il Cristianesimo si raccoglie in se stesso e si
tramuta in una nuova operosità. Perciò non deve indurci in errore la miseria
ecclesiastica della sua realtà momentanea e la ripugnanza morale per le lotte
interne al clero. Si tratta della tendenza al futuro che sempre ritorna di
nuovo alla luce, non già della sua attuale confusione confessionale. È evidente
che, come l’intera intuizione della storia fino ad oggi dominante rimanda alla
nostra letteratura e filosofia classica, così questa intuizione della storia
delle religioni in particolare ha stretti punti di contatto con le idee di
Lessing, Goethe, Herder, Kant, Hegel, Schleiermacher e di altri pensatori
affini. Essa cerca solamente di liberare la concezione della religione dalla
prossimità eccessiva in cui questi l'avevano collocata con altre potenze
spirituali. Lessing ha concepito il suo evangelium aeternum secondo un
“analogia troppo stretta con la libera scienza dell’Illuminismo, che si reggeva
da sé pervenendo a dimostrazioni in base alla propria connessione interna.
Herder ha accostato troppo la religione al concetto etico di umanità e, iché
vedeva questa umanità ovunque, ha troppo sfumato i confini delle religioni,
mentre Schleiermacher l’ha dissolta troppo in uno spinozismo romantico che
nelle religioni vedeva soltanto i modi individualmente diversi in cui si è
consapevoli dell’immanenza in Dio. Analogamente, Hegel ha conformato in modo
eccessivo la religione al monismo metafisico e ha soprattutto derivato in
maniera dottrinaria e rigida il suo sviluppo dalla necessità logica del
movimento delle idee, pregiudicando così l'originaria realtà di fatto dei suoi
diversi sviluppi e la sua misteriosa potenza. Anche Goethe questo spirito
universale ha troppo commisurato la particolarità del Cristianesimo tra le
altre religioni, da lui chiaramente riconosciuta, alla propria concezione
poetica e organica della matura, e ne ha invece respinto sullo sfondo gli
elementi pessimistici, nella sua avversione artistica per le rotture e le
catastrofi, le tensioni e le lotte. E tuttavia la saggezza della sua vecchiaia
ha una serie di visioni profonde, alle quali la fede e la miscredenza attuale
si richiamano volentieri come a indicazioni di uno sviluppo più soddisfacenti.
Ne è testimonianza, invece di molti altri, questo brano spesso citato dei
Warderjahre: Ma quanto ci è voluto non solamente per lasciare la terra sotto di
sé e per richiamarsi a un luogo di nascita più alto, ma anche per riconoscere
come cose divine pure l’abiezione e la povertà, la beffa e il disprezzo,
l’ignominia e la miseria, il dolore e la morte; per considerare il peccato e il
delitto non già come ostacoli, ma per venerarli e amarli come incrementi del
sacro! In tutte le epoche si trovano tracce di quest’atteggiamento; ma una
traccia non è il fine, e una volta raggiunto quest’ultimo l’umanità non può più
tornare indietro e si può dire che una volta fatta la sua comparsa la religione
cristiana non può più scomparire: una volta preso corpo divino, non può più
venir dissolta *. I suoi misteri dovevano appunto diventare un epos
simboleggiante 4. Goetne, Wilhelm Meisters Lehrund Wanderjahre, libro I, cap. 1
la storia della religione, che doveva essenzialmente contenere le idee
fondamentali qui prospettate e che, in un frammento compiuto, rappresenta con
il simbolo della Croce circondata di rose il Cristianesimo come scopo finale,
analogamente alle considerazioni dei Wanderjahre. Certamente, la scienza
moderna si è nel frattempo allontanata in larga misura almeno nella sua parte
più cospicua da questi fondamenti profondi della nostra cultura. Determinanti
ai fini di questo allontanamento sono state non tanto le conseguenze scientifiche,
quanto invece gli effetti di condizioni esterne che procedono dalle enormi
trasformazioni pratiche del nostro secolo. Le operazioni della nuova tecnica,
che tutto modificano, le scottanti questioni sociali che ne derivano, il
risvegliarsi dell’egoismo nazionale, non da ultima la popolazione che si è
accresciuta in queste condizioni pervenendo a un sostentamento migliore, hanno
distolto l’interesse verso questioni culturali pratiche e posto al centro il
problema della felicità intramondana. Il dogma del progresso della cultura,
l’ottimismo culturale, domina l’opinione odierna, e tutte le conquiste
scientifiche vengono viste alla luce di esso. Si fa in fretta a trarre dal
periodo di pensiero storicizzante, aperto dalla nostra grande epoca, la conseguenza
del relativismo, ma soltanto per togliere valore alle potenze ideali finora
operanti, e in particolare al Cristianesimo, mentre si crede tranquillamente
nel progresso e in una felicità assoluta del futuro. Si applica con
sollecitudine la scienza naturale allo scopo di sottoporre ogni esistenza e
ogni vita alle leggi naturali , ma soltanto per ridurre a favole tutti i valori
spirituali che vanno oltre la felicità intra-mondana, mentre si attribuisce
alla volontà umana nei confronti della medesima legalità naturale un potere
enorme, in grado di sottometterla artificialmente alla felicità culturale. Ci
si innalza molto al di sopra dei sogni fantastici di una metafisica alla
ricerca della connessione tra mondo sensibile e mondo soprasensibile, e si assume
senza alcuna precauzione la propria situazione come il logico fine ultimo della
storia, contrapponendo al periodo della spiegazione religiosa, e quindi
metafisica, del mondo il periodo positivo , al servizio di scopi pratici
puramente intra-mondani. Contro questi stati d'animo collettivi non si può fare
nulla in modo diretto, tanto meno indicando le loro contraddizioni. Essi devono
dispiegare le loro conseguenze pratiche ancor più chiaramente di quanto non sia
avvenuto finora. La devastazione e l’inaridimento della vita spirituale, la
progressiva decadenza della forza etica e della serietà religiosa, l’ottusità
che si consuma nel godimento di sempre nuovi desideri devono mostrarci dove ci
stiamo dirigendo in questo modo, nonostante tutti i progressi esteriori, e che
una completa felicità intra-mondana è la più illusoria delle chimere. Allora ci
si richiamerà di muovo al nostro migliore possesso spirituale, e in base ad
esso sapremo valutare i progressi scientifici. Allora i gravi pericoli
impliciti nella storicizzazione di ogni scienza, e anche della scienza della
religione, potranno essere superati più facilmente di adesso. Non è questa la
sede adatta per indagare in quale misura le intuizioni qui sviluppate possano e
siano in grado di influire sulla teologia ufficiale delle chiese e delle
facoltà universitarie. Finora esse agiscono in misura abbastanza forte nella
configurazione delle ricerche di critica biblica o di storia del dogma, le cui
conseguenze di rado vengono tratte fino in fondo. D'altra parte esse hanno
appena modificato, più che trasformato realmente, le loro strutture
sistematiche. Ma la teologia, per sua stessa natura, è qui di fatto costretta a
una maggiore prudenza, e deve imporsi un certo ritegno. Essa non è pura
scienza, e in ogni caso non è scienza libera; ma è piuttosto vincolata alle
determinazioni giuridiche, alla tradizione effettiva, ai rapporti e agli scopi
presenti, e costituisce pertanto più un compromesso con la scienza che una
scienza vera e propria. I suoi compiti sono in primo luogo compiti pratici,
posti dallo stato effettivo dell’istituto ecclesiastico; ed essa può rendere
operanti sulla sua materia le conoscenze scientifiche in modo soltanto
indiretto, eliminando le antitesi troppo aspre, e per il resto mediando ed
equilibrando. Certamente i teologi possono, in quanto uomini di cultura,
promuovere in modo significativo le grandi questioni; ma in quanto devono
servire scopi ecclesiastici, sono vincolati da compiti e da rapporti pratici.
In realtà, pur tenendo conto dell'importanza della collaborazione dei teologi,
le grandi questioni scientifiche sono sempre state decise al di fuori della
teologia. Queste decisioni reagiranno poi sulla teologia, dando luogo a una
specie di equilibrio delle temperature. Il singolo teologo potrà, in queste
condizioni di antitesi, distinguere tra teologia essoterica e teologia
esoterica nella misura in cui è consapevole di volere in entrambe, in verità,
il medesimo scopo; ma non potrà spezzare il circulus vitiosus per cui ogni
chiusura della teologia rafforza l’avversione della scienza e ogni ostilità
della scienza rafforza la chiusura della teologia, almeno fin quando la
straordinaria importanza della questione ecclesiastica rimane celata alla vita
complessiva di un’indifferenza illuminata. All’interesse generale importano
cose ben diverse che non le indagini specificamente teologiche. Ciò richiede
che il relativismo storico, che in tutti i campi della vita intellettuale cerca
di soffocarci nell’erudizione e di paralizzare ogni forza creativa, venga riconosciuto
come il nemico più pericoloso anche nel campo della religione, e venga quindi
superato. Da tutte le parti aumentano i segni che si comincia a esserne
stanchi. Si cerca di superarlo mediante l’entusiasmo patriottico, mediante
l'ideale della giustizia sociale, mediante le fantasie del futuro, mediante un
altruismo areligioso; si ha sete di ideali semplici, assoluti e universalmente
validi. Ma tutto ciò non sarà sufficiente. Su tale strada si riconoscerà che la
patria autentica di tutti questi ideali è la religione, e che quindi occorre
riacquistare la fede sicura e gioiosa in un fine assoluto soprattutto in seno
ad essa. Certamente questo non può avvenire ignorando di colpo la storia e
rinnegando i suoi metodi. Può invece avvenire se riprendiamo le grandi idee
fondamentali della nostra letteratura, filosofia e storiografia classiche e se
scorgiamo nella storia il dispiegarsi di un contenuto spirituale unitario e
semplice nel suo nucleo; se nelle religioni più grandi e più potenti non
cerchiamo semplicemente il fenomeno storico interessante, ma la connessione con
quel nucleo eterno della vita spirituale. Allora si riconoscerà di nuovo che
anche la storia delle religioni non ha soltanto elementi, ma anche un legame
spirituale, e che questo non è così difficile da trovare come ritengono le
persone prudenti le quali suppongono che la verità storica sia accessibile
soltanto allo studio specialistico. Non si avrà più terrore della possibilità
che il capo di questo filo stia in mano nostra e richieda da noi soltanto di
venire tirato in modo schietto e semplice. Se la storia è, di fatto, soltanto
la lotta infinitamente complicata per il dispiegarsi di un contenuto spi-
rituale semplice, ci sarebbe poi tanto da stupirci se fossimo pervenuti nel
Cristianesimo al nucleo di tale contenuto, e doves- simo dar forma alla nostra
realtà in base ad esso e nell’ambito della sua forza? Ci resterebbe ancora
abbastanza lavoro da com- piere per riempire una dozzina di millenni. Religione
ed economia è un tema che tempo addietro sarebbe suonato assai strano.
Filosofia ed economia , musi- ca ed economia, matematica ed economia non
avrebbero suscitato stupore. Fin quando s’intendeva la religione in modo
puramente ideologico come dogma o come dottrina o come metafisica, o come una
morale vincolata a determinate rappre- sentazioni del cosmo, il tema non poteva
che essere privo di senso. I dotti dell’Illuminismo si sarebbero riferiti con
un sorri- so pieno di ironica intelligenza all'economia finanziaria dei papi,
agli interessi materiali degli ecclesiastici e dei principi devoti, e in questo
tema avrebbero scorto soltanto la questione dell'impulso assai comune che sta
sotto cose in apparenza tanto sublimi: così Hume ha considerato la Riforma come
conseguen- za di una polemica sul denaro per le indulgenze. Intorno alla metà
del secolo scorso, quando per la prima volta le conseguen- ze del sistema
capitalistico urtarono apertamente con le esigen- ze tecniche del
Cristianesimo, si aveva certamente una compren- sione più profonda del problema.
Ma qui esso si presentò come una questione puramente etico-pratica, cioè come
il problema del modo in cui si potevano superare, dal punto di vista del senti-
mento cristiano dell'amore e dell’educazione cristiana del carat- tere, le
conseguenze devastatrici del liberalismo economico man- chesteriano.
Kingsley'!, Maurice ?, Carlyle alzarono la bandiera di una riforma cristiana
della società; e ad essi fece seguito, in Religion, Wirtschaft und Gesellschaft
(conferenza tenuta alla Gehe-Stiftung di Dresda), in Gesammelte Schriften,
Tibingen, Verlag von J.C.B. Mohr (traduzione di Sandro Barbera e Pictro Rossi).
Kingsley, sacerdote anglicano, pocta e scrittore inglese, au- Germania, il
socialismo cristiano di Stòcker® e di Friedrich Naumann ‘. Ma neppure questo è
il senso del tema, quale oggi lo poniamo. Con questo tema si allude a una
questione pura- mente teorica di storia della religione e di storia della
cultura: l'impostazione scaturisce dalla teoria economica della storia della
cultura per lo più designata erroneamente come materia- lismo storico che dalle
grandi opere di Karl Marx si è diffusa a tutte le concezioni storiche
dell’epoca. Essa era stata già pro- posta da qualche storico, come per esempio
Karl Nitzsch', e aveva trovato rispondenza in particolare nella storia politica
e nella storia del diritto. Essa non ha quindi nessuna connessione necessaria
con il vero e proprio sistema del socialismo. Si tratta, in verità, di una
questione che in parte è scaturita dall’affina- mento e dall’ampliamento avvenuto
nella ricerca delle relazio- ni causali nella storia, e in parte ci è imposta
dalle influenze della struttura economica sulla vita complessiva ovunque
percepibili nella nostra esperienza odierna. Nella storia poli- tica essa è
diventata oggi ovvia. Ma il suo significato è molto più profondo. La
connessione con i fondamenti economici ri- sulta particolarmente chiara
soltanto nella storia politica e nella storia del diritto. Ma essa sussiste di
fatto anche nel campo della cultura spirituale fino ad arrivare al suo centro,
cioè alle intui- zioni religiose e metafisiche del mondo. Essa è in massima
parte tore di numerosi romanzi, sermoni religiosi e saggi politici, fu uno dei
principa- li rappresentanti del socialismo cristiano in Gran Bretagna. 2. John
Frederick Denison Maurice, sacerdote anglicano e teologo in- glese, autore
della History of Moral and Metaphysical Philosophy, dei TAco- logical Essays,
delle Lectures on Ecclesiastica! History, di What is Revelation, di The
Conscience, di Social Morality e di varie altre opere, svolse un'intensa azione
educativa rivolta verso le masse operaie e ispirò il movimento del socialismo
cristiano. Stòcker, teologo protestante e uomo politico tedesco, autore di vari
saggi e discorsi, fondò la Berliner Bewegung, di ispirazione cristiano-sociale,
opponendosi alla politica bismarckiana e criticando pure la social-dernocrazia.
4. Friedrich Naumann, teologo protestante e uomo politico tedesco, autore di
Demokratie und Kaîisertum, dci Briefe tiber Religion (1903), di Mit- teleuropa
(1915), nonché di numerosi altri scritti in parte raccolti sotto il titolo
Gotteshilfe, fu esponente di un socialismo cristiano che aderiva ai principi di
espansione imperialistica della politica guglielmina; in seguito il suo
pensiero si spostò verso posizioni liberali. Fu amico di Weber e di Trocltsch.
Nitzsch, storico tedesco, allievo c continuatore di Nicbuhr, autore della
Geschichte der ròmischen Republik (pubblicata postuma) e di altre opere. una
connessione inconscia e non intenzionale, ma le connessioni di questo genere
sono appunto le più forti e durature nella vita dello spirito. Proprio in
questo Marx non ha imparato invano dalla fine arte di Hegel, che con
straordinaria acutezza sapeva portare alla luce gli intrecci e le mescolanze
del complesso dei contenuti dell'anima, e ricostruire le forze fondamentali di
quelle mescolanze. Non c’è dubbio che proprio una attenzione maggiore a queste
connessioni sia in grado di gettare moltissima luce sulla comprensione della
religione come potenza pratica della vita. Forse non si esagera se si afferma
che soltanto in questo modo diventa possibile una comprensione reale della
religione e del suo significato per la vita. Con ciò perviene alla coscienza un
aspetto di essa che naturalmente agiva anche prima di questa chiarificazione
teoretica, ma che si sottraeva alla coscienza scientifica, e se ne sottrae in
gran parte anche oggi. Finora la concezione della religione era, soprattutto
tra i Protestanti, puramente ideologica e dogmatica. I Cattolici avevano una
comprensione più profonda almeno per il suo aspetto culturale e organizzativo.
Il culto e l’elemento irrazionale in essa presenti sono stati sottolineati in
misura sempre più forte dalla ricerca etnografica, e in tal modo è stata sempre
più delimitata l’intuizione puramente ideologico-dogmatica dell'oggetto. Ma la
stretta connessione con la vita sociale e poiché questa è in gran parte
condizionata da motivi economici anche con la vita economica è stata
considerata troppo poco. Fa eccezione qui soltanto la brillante opera di Fustel
de Coulanges’ La cité antique, apparsa nel 1864, che però non ha avuto il seguito
che avrebbe meritato. Soltanto la storia socialistica della cultura e le
influenze da essa derivanti hanno recato il problema a un più ampio anche se
non si può ancora dire più generale riconoscimento. 6. Numa-Denis Fustel de
Coulanges, storico francese, autore de La cité antique (1864), della Histoire
des institutions politiques de l'ancienne France, poi rielaborata in una
successiva edizione in tre volumi (La Gaule romane del ’gr, L'invasion
germanique et la fin de l'empire del *g1, La monarchie frangaise dell'88), de
L’Alleu et le domain rural pendant l'époque mérovingienne (1889), de Les
origines du systeme féodal: le bénéfice et le patronat, de Les transformations
de la royauté pendant l'épogue carolingienne, nonché di alcune raccolte di
saggi, studiò in particolare le basi religiose della struttura politico-sociale
romana, aprendo la strada a una considerazione antropologica della città antica.
Di ciò è certamente colpevole in larga misura il modo in cui tale compito è
stato affrontato nella letteratura socialistica, per esempio nelle opere di
Kautsky” sulle origini del Cristianesimo. Qui domina, nonostante alcune buone
intuizioni particolari, la più pedantesca dogmatica della ben nota costruzione
della storia: i puri rapporti economici sono la causa della stratificazione di
classe; ogni classe si rispecchia in una metafisica e in una religione che
proteggono la sua esistenza e i suoi interessi; il Cristianesimo è il
rispecchiamento utopico-trascendente della plebaglia disorganizzata e inerme
della tarda antichità; questa organizzazione puramente religiosa, e quindi
impotente, del proletariato, in disaccordo con lo sviluppo sociale dell’epoca,
fu poi sottomessa dalle classi dominanti e assoggettata, attraverso certe
trasformazioni della sua dogmatica e della sua etica, agli interessi della
proprietà e del potere; soltanto a tratti si è manifestato e si manifesta ancor
oggi l’originario carattere proletario del movimento cristiano. Questa è
certamente una ricostruzione del tutto fantastica dell’origine del
Cristianesimo. Ma anche nell’esposizione molto più raffinata ed esperta che
degli stessi processi ha fornito Maurenbrecher*, la derivazione della religione
cristiana dalla psicologia di massa proletaria viene trattata come un ovvio
principio di ricerca della causalità storica, e di conseguenza al Vangelo viene
attribuito un significato proletario del tutto astorico. Anche qui appare, come
presupposto dogmatico, la teoria di una dipendenza unilaterale dell'elemento
religioso dalle situazioni di classe 7. Kautsky, teorico socialista tedesco,
fondatore della rivista Die neue Zeit, fu uno dei maggiori esponenti della
Seconda Internazionale e critico aperto del revisionismo social-democratico,
contro il quale difese la tesi della necessità della rivoluzione. Dopo il 1917
prese posizione contro la rivoluzione sovietica e contro Lenin. È autore di
numerose opere, come Das Erfurter Programm in seinem grundsdtzlicheri Teil
erldutert, Bernstein und das sozialdemokratische Programm, Der Weg zur Macht,
Vorlàufer des Sozialismus, Der politische Massenstreil, Die Internationale und
der Krieg, Die Diktatur des Proletariats, Ethik und materialistische
Geschichtsauffassung, Materialistische Geschichtsauffassung. Troelisch si
riferisce qui al volume Der Ursprung des Christentums, Stuttgart. Maurenbrecher,
storico tedesco, autore di Von Nasareth nach Golgota: Untersuchungen tiber die
weltgeschichtlichen Zusammenginge des Urchristentums, Berlin-Schéneberg, a cui
si riferisce qui Trocltsch e di altri volumi di argomento storico. condizionate
economicamente: la religione è, nella sua essenza, il rispecchiamento di
situazioni di classe. Qui e anche altrove nella letteratura socialista non si è
tentato di illustrare e di provare questo principio in base al materiale
generale della storia della religione. Esso viene in fondo utilizzato soltanto
a scopo di polemica contro il Cristianesimo. Ma soltanto con un’indagine che si
estenda a tutta la storia della religione si può mostrare il significato reale
di questo principio, e anche la trasformazione quanto mai diversa di tale
significato ai differenti gradi della vita religiosa *. Il problema è molto più
complicato. Non può esser fatto coincidere con un problema così ampio quale
quello dell’origine della religione. Infatti esso non può venir risolto in modo
puramente storico e psicologico, e conduce a costruzioni puramente astratte,
ben distanti da ciò che effettivamente ci mostra la realtà concreta e vivente.
Esso dev'essere riferito alla vita reale delle religioni a noi note, e qui
trova sicuramente abbastanza materiale per la sua trattazione. La questione
puramente filosofico-religiosa della nascita e dell’origine può quindi essere
risolta. Si tratta piuttosto di chiederci: in quale misura la vita reale delle
religioni ci rivela un condizionamento interno ed essenziale dell’elemento
religioso da parte della vita economica, nonché da parte della struttura di
classe e della stratificazione sociale in larga misura determinata da essa? e
viceversa, in quale misura la vita economica ci rivela la presenza di effetti
essenziali e interni dell'elemento religioso sul lavoro economico? Occorre
pertanto lasciar da parte i contatti semplicemente accidentali e transitori, e
piuttosto considerarli soltanto nella a. Un sociologo acuto e sensibile come
Simmel ha cercato di acquisire e di fondare, in questa maniera più generale, le
conoscenze storico-religiose. Egli indica nel sentimento della dedizione dei
singoli membri di una connessione sociologica alla sua potenza presente in modo
non sensibile, onnipenetrante, la radice psicologica della religione, derivando
quindi la fede nei miracoli dall’inafferrabilità di tale potenza, percepita con
stupore. Soltanto attraverso l’autonomizzazione dell’elemento religioso
soprasensibile qui racchiuso nascerebbe la religione propriamente detta. Ma
anche questa è semplicemente una fantasia spiritosa, che oltre tutto assume dal
marxismo soltanto la sopravvalutazione delle connessioni dei grup pi e delle
masse, ma non il loro fondamento esclusivamente economico. misura in cui ne
scaturisce qualcosa di durevole e di intimo. Un tale significato di
accidentale, cioè quello dell’incontro di due direzioni di sviluppo del tutto
separate e tra loro indipendenti, ma che s’incrociano in un determinato punto,
non è raro nella storia, e proprio nel nostro campo dobbiamo aspettarcelo,
poiché le due forze che qui si toccano sono fin dall’inizio prevalentemente
estranee l’una all'altra. Ma proprio se si riconosce questo fatto occorre
escludere dalla nostra indagine quegli clementi accidentali meramente
transitori che rimangono, per così dire, esteriori e che il pragmatismo
illuministico collocava volentieri in primo piano anche se essi costituiscono
una parte pratica, tutt'altro che priva di importanza, del nostro problema. Con
questa impostazione si presuppone che nelle religioni considerate storicamente
l’elemento religioso presente nel mito e nel culto, nel mondo della
rappresentazione e del sentimento, sia qualcosa di relativamente autonomo ed
entri in connessione con tutti gli interessi economici, ma non coincida mai
pienamente con essi. Tale è il caso di tutte le religioni evolute. La ricerca
etnografico-antropologica sulla religione è ancora assai poco orientata verso
questa impostazione, e non è perciò in grado di rispondere alla questione. Essa
deve quindi restare al di fuori della nostra considerazione. Ciò è possibile,
del resto, perché qui abbiamo di fronte cose che devono essere comprese non già
sulla base dell’originario sviluppo preistorico dello spirito, bensì in base
agli intrecci di una cultura in qualche misura ormai differenziata. In essa si
può riconoscere ovunque la tendenza a un’autonomizzazione della vita e del
pensiero specificamente religioso e a un’analoga autonomizzazione del lavoro
economico, che diventa così comprensibile in base al suo scopo pratico. La
nostra questione può sorgere soltanto a partire dalle influenze reciproche, in
parte consapevoli e in parte inconscie, e dal compenetrarsi delle due tendenze.
Ma se queste due tendenze sono distinte nella loro essenza, il loro contatto
non può essere affatto diretto. Né le religioni sono ideali economici, né le
forme e gli interessi economici sono leggi religiose. I contatti sono soltanto
mediati. La questione consiste allora nel determinare in che cosa consista
quell’entità mediatrice; e la risposta è molto semplice. Essa consiste nelle
grandi forme TROELTSCH sociologiche dell’esistenza, che da un lato vengono
continuamente create dalla religione e, una volta assicuratesi tale fondamento,
incidono nel modo più profondo su ogni lavoro economico, dall’altro sorgono su
fondamenti economici tra gli altri assorbendo nella loro onnipotenza il mondo
della rappresentazione religiosa. Già Fustel de Coulanges aveva posto la
questione in modo straordinariamente chiaro e aderente. Egli mostra come tra
gli Indiani, i Greci e i Romani la forza organizzativa del culto religioso dei
morti o degli antenati pone i fondamenti della famiglia patriarcale, del
diritto familiare e privato, della proprietà privata del suolo, dell’economia
domestica o familiare chiusa, della posizione giuridica delle donne, dei figli
e degli schiavi. Una volta consacrate e vincolate religiosamente, queste regole
conservano un potere enorme sulla vita pratica. In base ai loro princìpi si
compie l'associazione in curie e in fratrie e infine, con forme di culto del
tutto analoghe, il sinecismo verso la città, mentre tutta la vita della polis
rimane nel diritto e nel costume, in guerra e in pace vincolata a un sistema
rituale che ha la massima importanza per tutta la vita politica, per tutto il
diritto e, attraverso di questo, anche per ogni lavoro economico. Qui è
chiarissima l’iniziativa fortemente determinante dell’idea religiosa e
dell’organizzazione sociologica da essa creata. A questo punto ci si può
certamente domandare se, all’inverso, questa configurazione del culto degli
antenati non dipenda dall’acquisizione di una dimora stabile e dalla
transizione dell'agricoltura, cosicché l’iniziativa sarebbe di nuovo dalla
parte della vita economica e questa fornirebbe le condizioni necessarie per la
tendenza decisiva di sviluppo del culto religioso degli antenati. Una
comparazione con lo sviluppo del culto presso popoli nomadi e semi-nomadi, come
i Tartari e i Mongoli, dovrebbe dare qui un chiarimento. In relazione agli
Israeliti, il sociologo americano Wallis*® ha di fatto mostrato come la
venerazione religiosa del dio-clan della grande famiglia e la comunità nomade
che stava sotto la sua protezione abbiano durevolmente impresso al popolo di
Israele il carattere 9g. Wallis, sociologo americano, autore del volume
Messiahs: Christian and Pagan, Boston, 1918 al quale allude qui Troeltsch e di
vari manuali di sociologia e di antropologia. di una morale economica
primitivo-conservatrice o di una religione della solidarietà tribale contrapposta
a una religione cittadina. Questa morale primitiva della fratellanza, colorata
di socialismo, che si pone in antitesi alla cultura della città e del regno
mondano, sarebbe poi stata sublimata e interiorizzata dai profeti nella morale
religiosa umanitaria che conosciamo dalle più nobili leggi e profezie
dell’Antico Testamento. A questi esempi si potrebbe accostare la struttura
delle caste indiane e la loro connessione con il mondo della rappresentazione
religiosa, da cui è determinato il carattere economico dell’India; © anche il
culto familiare cinese, che possiede una grandissima importanza per la
struttura sociale dell'impero e quindi per ogni modo e direzione di lavoro
economico. In ogni caso è chiaro che abbiamo qui davanti relazioni
straordinariamente strette, ma sviluppate e mediate in modo piuttosto vario,
che incidono profondamente da entrambi i lati da quello della religione e da
quello del lavoro economico sulla totalità dello spirito e del senso della
vita. Si tratta come ha posto giustamente in luce Fustel de Coulanges di un
rapporto di azione reciproca che può essere determinato sempre soltanto caso
per caso e in cui è molto difficile, a causa del carattere inconscio dei
processi, stabilire l'iniziativa dell’uno o dell’altro elemento. Il medesimo
studioso indica però anche, in modo non meno chiaro e intuitivo, la graduale
rottura dell’ordinamento sociale, condizionato dalle originarie potenze
sociologico-culturali, da parte del razionalismo degli interessi economici e
politici il quale impara a seguire i propri impulsi non appena vi siano masse
sufficientemente vaste i cui bisogni non vengono più soddisfatti nel vecchio
sistema socio-culturale. In base all’esempio dei Greci e dei Romani, egli
descrive le rivoluzioni rivolte contro l’ordinamento e il legame religioso
della società, il razionalismo dei bisogni che in esse si sprigiona e i
tentativi di nuove ricostruzioni razionali della società che poi, reagendo
sull’etica e sulla dottrina sociale della filosofia, cercano di crearsi un
nuovo ideale etico. A ciò si può aggiungere che una rivoluzione siffatta si è
relativamente affermata ed è penetrata soltanto in Grecia e a Roma. Nel resto
dell’umanità dominano ancor oggi prescindendo dagli ambiti delle religioni
universali di cui avremo occasione di parlare tra poco quelle stesse situazioni
di vincolo sociologico-culturale della società e dell’economia. Basta fare
riferimento, per esempio, al libro di viaggi dell'americano Henry Frank"
Peter the Hermit (New York), con le sue immagini della società colte dal basso,
per avere l'impressione immediata dell’effetto di queste cose sulla vita
economica pratica e, reciprocamente, prove stupefacenti della divinizzazione
religiosa degli ordinamenti esistenti. In questo consistono le difficoltà
politico-religiose del Giappone moderno, il quale ha scelto il razionalismo
dello stile economico europeo e non può conciliarlo con i fondamenti
sociologico-culturali della sua vita precedente. Da ciò derivano gli
esperimenti religiosi che ora intendono creare artificialmente una nuova
religione statuale e imperiale, ora cercano un appoggio nel Cristianesimo, ora
si accontentano dell’indifferente ateismo europeo. Non è però possibile seguire
qui il tema in questa sua enorme estensione; si deve piuttosto fare riferimento
a un singolo punto determinato. A ciò siamo indotti anche dal fatto che la
religione etnica del culto degli antenati e dello stato la sola che abbiamo
finora toccata non è affatto dominante in modo esclusivo. Essa ha subìto
rotture in singoli punti, ad opera di religioni universali e spirituali, la cui
essenza consiste soltanto nell’idea di Dio, nell’ethos, nel sentimento,
nell’intuizione religiosa del mondo, e che producono di conseguenza forme
sociologiche del tutto differenti. In luogo della comunità di culto coincidente
con determinati gruppi naturali, compare qui la comunità religiosa di idee e di
sentimenti cioè una comunità universale e propagandistica. Pertanto anche il
rapporto tra religione ed economia è completamente diverso. Si tratta del
Buddismo e delle tendenze ad esso affini in Oriente, del Giudaismo con le sue
due grandi ramificazioni Cristianesimo e Islam in Occidente. Certamente, anche
queste nuove formazioni religiose non sono sorte senza una preistoria 10.
Frank, predicatore prima metodista e poi congregazionalista, passò infine a una
forma di religione liberale con simpatie positivistiche. Fondatore della
Rationalist Society di New York nel 1897, scrisse tra l'altro numerosi romanzi
filosofici (tra cui quello citato nel testo) e un poema allegorico dal titolo
The Last Enigma (1924). sociale, e quindi anche economica, che le
condizionasse. Qui però non possiamo approfondire ancora quest’elemento: basti
rilevare che emerge ora un concezione e una posizione in linea di principio
nuova del nostro problema. Qui l’idea religiosa è essa stessa un'idea etica e
metafisica; essa comporta non più soltanto in modo mediato, attraverso le sue
conseguenze sociologiche, ma anche in modo immediato, attraverso la sua valutazione
religiosa della vita, una presa di posizione nei confronti della vita sociale
ed economica. Tuttavia essa è diversa nelle diverse religioni che abbiamo
elencato. Il Buddismo considera i vecchi ordinamenti di casta conservati dal
culto come indifferenti; li lascia comunque sussistere e non crea affatto una
propria autonoma comunità religiosa. Così esso agisce con la piena coerenza
della sua idea che consiste nella totale assenza di proprietà soltanto
attraverso i suoi specifici portatori, i monaci; per il resto lascia sussistere
gli ordinamenti così come sono, e impedisce solamente il sorgere di ogni vita
razionalistica diretta al profitto, che potrebbe distruggerlo. Tra le religioni
occidentali il Giudaismo ha acquistato notoriamente un’enorme importanza
economica, la quale in parte è fondata sull’accettazione attiva del mondo
implicita nella sua fede nella creazione e sulla considerazione religiosa delle
virtù della diligenza, dell’operosità, della sobrietà, ma per la maggior parte
è scaturita dai suoi destini storici? In verità, nel Giudaismo la religione
rimane anzitutto legata a un saldo contesto popolare, e la sua etica economica
e il suo atteggiamento verso l’economia sono influenzati da quest'idea
fortemente terrena del futuro e della destinazione del popolo eletto. Qui la
frattura dell’elemento religioso con l’elemento sociale e quindi anche con
quello economico non si è ancora compiuta. Ma essa non è avvenuta neppure
nell'Islam, che rimane internamente legato, attraverso il Corano e il suo specifico
diritto, a gradi primitivi di organizzazione della società e a livelli
primitivi di economia. a. Nel ben noto e per molti versi illuminante libro di
Sombart!! quest'ultimo elemento è sottovalutato, almeno quanto è sopravvalutato
il primo. 11. Troeltsch si riferisce qui alle tesi sostenute da Sombart in Die
/uden und das Wirtschaftsleben, Munchen. Ciò costituisce la base della forza e
del successo della sua missione tra le razze inferiori, ma anche della sua
debolezza e della sua ostilità nei confronti dello stile economico europeo.
Questo non è infatti conciliabile già con la natura primitiva del diritto
islamico e con i suoi giudizi da cadì. La liberazione reale dell’interiorità
religiosa e della comunità religiosa separata da tutti gli elementi sociali ed
economici ha avuto veramente luogo soltanto nel Cristianesimo, ma pur sempre in
modo tale che essa non significa una completa negazione ascetica del mondo, ma
si richiama nel medesimo tempo insieme con il Giudaismo alla bontà della
creazione e al significato del mondo come luogo di lavoro. In ciò è però
contenuta non già una soluzione particolarmente chiara del problema, ma
piuttosto un’impostazione più difficile e complicata del compito. In
particolare si deve badare ai seguenti punti di rilievo. In primo luogo, con
questa totale interiorizzazione e spiritualizzazione della religione, essa
viene liberata dalle sue implicazioni con la vita sociale ed economica. Ma ciò
significa anche che influenze e determinazioni dirette su questo mondo profano
della vita possono svilupparsi dall'idea religiosa soltanto con grande
difficoltà. Tale idea si muove sempre a un'altezza ideale che si contrappone
indifesa ai concreti rapporti della vita e alle loro potenti formazioni di
interesse. In particolare ciò significa, reciprocamente, che il lavoro
economico rimane ora abbandonato a se stesso e può sviluppare, del tutto
indisturbato, il suo razionalismo degli interessi e delle opportunità come un
principio puramente mondano. Ma dato che il razionalismo della vita economico-sociale
si configura, in ultima analisi, come lotta economica per l’esistenza 0 come
concorrenza, questa etica religiosa si contrappone ovunque alla lotta razionale
per l’esistenza, che non può mai impedire direttamente. Il mondo delle idee
religiose non possiede nessun mezzo suo proprio e diretto per organizzare € per
interrompere tale lotta, e si rivolge ai mezzi razionali con cui la stessa
visione profana degli scopi si propone di regolarla. La santificazione
religiosa del carattere e l’amore fraterno non sono in grado di risolvere in
modo diretto, e di per sé soli, questi problemi. Il libro dell'inglese Benjamin
Kidd Social Evolution!" a suo tempo oggetto di larga considerazione, e a
cui lo zoologo A. Weismann ha premesso un’introduzione ha riconosciuto in modo
molto aderente questo stato di cose, contrapponendo il razionalismo della lotta
per l’esistenza, come principio puramente razionale, al principio religioso
dell’autorità e dell’ordine sulla base dei sovrastanti princìpi dell'amore. Se però
le cose stanno in questo modo, allora la soluzione del problema riposerà sempre
su qualche mezzo atto a far tacere, o almeno a regolare, la lotta per
l’esistenza, ma che la religione non può mai sviluppare semplicemente da se
stessa. Essa dovrà sempre fare affidamento su qualche auto-regolamentazione
razionale o accidentale di quella lotta per l’esistenza che sia ad essa
favorevole e che le venga incontro, ma che essa può soltanto cogliere e
fissare. Si tratterà però sempre di compromessi e di equilibri con la vita
reale. In secondo luogo, l’idea religiosa dominante sembra qui essere, in sé e
per sé, di natura puramente religiosa e ideologica. Infatti il punto di
partenza non è un vincolo immediato della vita naturale da parte del culto, una
coincidenza tra certe forme naturali e le forme culturali della comunità, bensì
l'ideale etico. Ma la sua indipendenza è anche qui molto condizionata. Il
rapporto reale è molto più complicato di quanto non appaia a prima vista. In
verità, anche qui gli ideali fondamentali non sono affatto così liberi dal
sostrato reale e concreto sul quale, e nei confronti del quale, si elevano. Gli
ideali di Gesù sono connessi con il grado di economia e con le situazioni
climatico-naturali della Galilea: non sarebbero potuti nascere in una grande
città moderna. In modo analogo, tutti i successivi ideali economici dell’epoca
cristiana recano, inconsapevolmente e involontariamente, l'impronta del suolo
su cui sorgono. Essi contengono sempre qualcosa che appartiene all’epoca e alla
situazione, ma che non percepiscono come tale e che fissano in forma di verità
eterne, di comandamenti divini, di interpretazioni della Bibbia. Come il mondo
ideale della Bibbia lascia ovunque trasparire il fondamento sociale ed
economico 12. Social Evolution, London; tr. ted. col titolo Soziale Evolution,
Jena. La prefazione di Weismann è premessa a questa traduzione. su cui poggia,
così tutte le successive interpretazioni della Bibbia sono da parte loro
condizionate dalle idee ovvie che le circondano e che esse presuppongono.
Cattolicesimo, Luteranesimo, Calvinismo, sette e mistici leggono la Bibbia in
base a certi determinati presupposti sociologici, considerati come ov-vi, che
vogliono vedere confermati e regolati dalla Bibbia. All'inverso, anche i tipi
di azione in apparenza soltanto filosofici e razionalistici, o che si
presentano come costume e come prassi, sono inconsciamente determinati da
presupposti cristiani, e nei sistemi che pretendono di essere completamente
profani vi è una ricchezza di spirito cristiano. Il rapporto deve qui essere
ogni volta illuminato e stabilito caso per caso. Qui non vi sono quelle leggi e
formule generali di sviluppo progressivo, tanto care al moderno bisogno di
generalizzazione. Si tratta di un gioco di forze che oscilla avanti e indietro,
il cui risultato dev'essere determinato in ogni caso particolare di un'idea
economico-sociale che domina i grandi periodi. In terzo luogo, occorre
considerare che, proprio per la sua pura interiorità e per l’autonomia
dell'elemento religioso che viene qui elevata al massimo grado, l’idea
cristiana non possiede alcun mezzo di influenza diretta, e che anche le
esigenze etiche molto idealistiche non sono, di per sé sole, un mezzo del
genere. Essa esercita le sue influenze principali nonostante la pretesa spesso
avanzata di un condizionamento diretto puramente ideologico non già attraverso
l’esigenza etica ma indirettamente, attraverso le forme di comunità religiosa
da essa create. Queste scaturiscono da idee dogmatiche, di culto e puramente
religiose, e non vengono mai progettate a scopi sociali profani; tuttavia
possiedono una potenza organizzatrice e vincolante, che nessuna formazione
sociale del puro razionalismo possiede. Con queste forti forme sociologiche
esse abbracciano però anche analogamente a quanto ha mostrato Fustel de
Coulanges per gli antichi culti degli antenati e della città la vita
complessiva, e costituiscono la sua ovvia base etico-spirituale. Nel
Cattolicesimo e nel Protestantesimo è certamente presente qualcosa del terreno
sociale da cui traggono la loro linfa vitale. Ma l’organizzazione
sociologico-religiosa dell’autorità, dell’istituzione, dell’individualismo ha
determinato in misura ancora maggiore la generale atmosfera culturale, e
soltanto per il suo tramite è stata influenzata la vita profana nell'economia e
nella società. Nonostante l’apparente autonomia dell’ideologia etica sussiste
anche qui il problema marxistico, ma in modo che esso non significa
semplicemente la dipendenza dell’elemento religioso da quello sociale ma anche,
reciprocamente, la dipendenza dell'elemento sociale da quello religioso. Ciò
che si presenta nel caso singolo non può venir chiarito da una teoria generale,
ma soltanto da un’indagine condotta caso per caso. Partendo da ciò risulta
parimenti chiaro che il razionalismo economico, laddove perviene a un'autonomia
illimitata, si volgerà contro questi vincoli sociologico-religiosi e cercherà
di rendersene del tutto indipendente. Non sono dunque soltanto l'impossibilità
di abbracciare il problema in tutta l'ampiezza della sua realtà
storico-religiosa, la limitazione della sua osservazione e della sua conoscenza
ai pochi punti finora accessibili, e la necessità di indagarlo sempre
concretamente caso per caso, che hanno in ultima analisi limitato l’indagine
all’unica religione che ci è, da questo punto di vista, perfettamente
familiare. E neppure è la sua importanza per la nostra cultura che ha peso
pratico soltanto per noi. Si tratta piuttosto, in primo luogo, della
particolare importanza intrinseca che, da questo punto di vista, il
Cristianesimo riveste. Esso si è sviluppato sulla linea di confine tra Oriente
e Occidente, dall’umanità religiosamente fondata e dalla speranza di redenzione
dei profeti di Israele, e si è quindi configurato svincolandosi completamente da
tutte le condizioni naturali e sociali nella forma della più pura interiorità
religiosa e della fratellanza umana, e al tempo stesso nella forma di una
radicale speranza di redenzione, che si aspettava dal cielo lo stato
corrispondente ai suoi ideali come un’imminente fondazione miracolosa del regno
di Dio. Questo ethos e questa speranza di redenzione si sono uniti con la
venerazione religiosa del nunzio del regno di Dio, dando così luogo a una nuova
comunità umana puramente religiosa e culturale ed essendo poi costretti, per il
mancato avvento del regno di Dio, ad applicare il loro ideale come regola di
vita della Chiesa alla vita pratica e duratura nella società e nell’economia.
In tal modo ha avuto immediatamente inizio il problema, che perdura fino ai nostri
giorni. STORIA E DOTTRINA DEI VALORI Il problema è quello della creazione della
sintesi culturale contemporanea sulla base dell’esperienza e della conoscenza
storica. Ciò ha condotto alla connessione del comprendere storicoindividuale
con l’idea di un criterio. Questo criterio si è però dimostrato complicato, in
quanto racchiudeva in sé una duplice applicazione all’accaduto e al futuro,
assumendo un diverso significato nei due casi. Esso comportava da un lato la
misurazione dell’accaduto in base agli ideali ad esso di volta in volta propri,
dall’altro la direzione verso il dover essere da produrre nel presente, il
quale non può scaturire da un’astratta ragion pura, ma solamente in stretto
contatto con le possibilità e le tendenze effettive del momento. La connessione
di questi due momenti del criterio risultava infine nell’idea
dell’individualità di ogni formazione presente di un criterio, in quanto questa
è anche, da parte sua, una formazione e creazione della vita storica. Tale essa
apparirà agli storici futuri, e fin da ora dobbiamo comprenderla e sentirla in
questo modo. Tutto poggia perciò anche qui sull’idea di individualità; solo che
ora in questa idea non compare soltanto la fatticità del particolare e del
singolare, come avviene prevalentemente nella logica empirica della storia, ma
l’individualizzazione di volta in volta di un ideale, la concrezione di un
dover essere. In questo nuovo e più profondo senso dell’individualità idea e
fattualità sono ora, già nell’accaduto, una cosa sola; e lo sono l’una e
l’altra anche, ® Der Historismus und seine Probleme, 1. Uber Masstàbe zur
Beurteilung historischer Dinge und ihr Verhdltnis zu cinem gegenwirtigen
Kulturideal, sezione 5: Geschichte und Werilehre, in Gesammelte Schriften,
Tiùbingen von J. C. B. Mohr (traduzione di Barbera e R.). e con un interesse
pratico ben altrimenti rafforzato, nella formazione di un criterio e nella
sintesi culturale contemporanea; in tale senso poggia infine anche la
connessione delle tendenze ideali trascorse con quelle da creare muovendo dal
presente. La comprensione di questa connessione è però una questione di azione
e di creazione intuitiva, per la quale non esiste nessun’altra oggettività al
di fuori della coscienza del fatto che, essendo creata da un tratto interno della
storia stessa, si conferma nella coscienza come vincolante e nell’esperienza
come feconda. È chiaro ed è stato più volte sottolineato che in questo modo si
passa dal terreno della pura logica storica al terreno di una nuova regione
scientifica. È il terreno della dottrina dei valori o assiologia, come oggi si
usa dire. L’intestazione di questo capitolo avrebbe quindi potuto anche essere
Storia e dottrina dei valori esattamente come quello precedente avrebbe potuto
anche intitolarsi Storicismo e naturalismo . Se sono stati preferiti i titoli
sopra segnati, lo si è fatto per ottenere la massima prossimità ai problemi
della vita di oggi e per evitare un’astrattezza troppo esangue. Ma da un punto
di vista puramente logico si è compiuto, in questo capitolo, il trapasso dalla
storia alla dottrina dei valori; si è cioè entrati in questa nuova regione
scientifica attraversando la porta del concetto di individualità, che solo può
condurre dall’una all’altra. E lo può perché il concetto di individualità non
significa soltanto la particolarità puramente fattuale di un complesso
storicospirituale dato di volta in volta, ma significa al tempo stesso
un’individualizzazione dell’ideale o del dover essere, che certo non si
realizza compiutamente in ogni forma particolare, ma che aspira a realizzarsi e
che in essa si incorpora, secondo le circostanze, più o meno felicemente.
Entrare nella regione a. Sulla. progressiva scoperta del regno
dell’individuale, che lo spirito tedesco intraprese con focoso zelo , si veda
F. MEINEcKE, Weltbiirgertum und Nationalstaat, Miinchen und Berlin, 1908, p.
277. Significativa è anche l'osservazione sulla duplicità dell’individuale che
viene qui presupposto, cioè il suo aspetto fattuale e l'aspetto della
doverosità: si veda a p. 281, dove si rimanda a Novalis! e a Ranke (nonché a
Humboldt). Hardenberg, detto Novalis, uno dei maggiori poeti romantici
tedeschi, autore degli Hymnen an die Nacht, del romanzo incompiuto Die
Lekrlinge zu Sais, di un altro romanzo anch'esso non condotto a della dottrina
dei valori per questa porta non costituisce la regola; e tuttavia ciò è
imprescindibile per una filosofia materiale della storia, cioè per poter
pensare e porre il valore in base alla storia. Si tratta del primo grande
problema di ogni filosofia della storia, rispetto al quale tutti gli altri
passano in seconda linea. Rimane da dire ancora qualche parola polemica in
merito alla consueta configurazione della dottrina dei valori nella filosofia
moderna. Che cos'è la teoria generale dei valori o assiologia? Come si coordina
con le scienze della natura e dello spirito entrambe scienze del reale,
fortemente e coercitivamente determinate nel loro rapporto con l'oggetto nel
g/obus intellectualis delle scienze? È una scienza empirica o @ priori, formale
o materiale? Questa impostazione influenzata dal neokantismo, e oggi così
predominante, è però troppo semplice ed esclusiva. In verità nessuna scienza è
puramente empirica, ma ognuna è frammista di princìpi di elaborazione @ priori;
e d'altra parte nessuna scienza è puramente formale, ma comporta sempre
un'elaborazione dei fatti dell'esperienza e delle realtà vissute, con la cui
materialità sta al tempo stesso in stretta connessione prescindendo
naturalmente dalla logica formale (si può qui trascurare l'ardua filosofia della
matematica, ossia la questione se sia puramente formale e 4 priori, oppure
anch'essa carica di sensibilità e di intuizione). In ogni caso la dottrina dei
valori non può quindi essere una scienza puramente 4 priori e formale.
Anch’essa rivela princìpi di elaborazione della realtà vissuta che stanno in
stretta connessione con questa e che possono venir trovati soltanto in base
all’analisi della vita reale. La sua distinzione dalle altre scienze della
realtà consiste soltanto nel diverso significato e nella diversa posizione che
i princìpi di elaborazione a cui essa fa riferimento hanno nei confronti della
realtà vissuta. Questi si propongono non già il collegamento esistenziale e
oggettivo del reale, ma la sua valutazione e formazione soggettiva e normativa.
Ma, come quelle forme di collegamento si connettono strettamente con l’essenza
del reale, così anche queste norme di valutazione e di formazione si
connettotermine su Heinrich von Ofterdingen (1799) c di Fragmente di argomento
filosofico. Il suo pensiero storico-politico è esposto in Die Clristenheit oder
Europa (1799), romantico vagheggiamento dell'unità del mondo cristiano
medievale. no indissolubilmente con le tendenze di contenuto già presenti nella
vita reale. Perciò, come quelle forme possono essere astratte soltanto dalle
scienze già esistenti e reagiscono poi sulle scienze in forma più raffinata e
sistematizzata, così anche queste vengono tratte da valutazioni e formazioni
effettive. Ciò può accadere soltanto in virtù di una fenomenologia comprensiva,
quale è stata oggi ormai intrapresa, soprattutto da parte della scuola
fenomenologica. Tutte le valutazioni, anche quelle più soggettive, più
accidentali e più legate ai sensi, vengono in tal modo collocate su un terreno
comune insieme con quelle più oggettive, più ideali e più svincolate dalla
sensibilità, per poter poi rintracciare su questa base le diverse classi di
valori e la loro legge essenziale, e per poter infine ricondurre il rapporto
reciproco delle varie classi di valori a una legge universale, che naturalmente
è una legge concernente non l’essere ma il dover essere, pur essendo, in quanto
tale, sempre profondamente radicata nell’essere. Non è qui il caso di
inoltrarci in particolari assai spinosi. È necessario sottolineare la cosa
principale, cioè che questo inquadramento complessivo dei valori ha il
significato di mostrare fondamentalmente l’essere vivente non già come un
essere contemplativo e riflessivo, ma come un essere che agisce praticamente,
che sceglie, lotta e tende a qualcosa, in cui ogni mera intellettualità e ogni
mera contemplazione si pone, in ultima istanza, al servizio della vita, sia
essa animale o personale-spirituale. Ciò è importante, nel suo significato
assolutamente decisivo, anche per il nostro argomento. Altrettanto importante è
però mettere in rilievo che, a un’analisi più prossima, l’unitarietà di questi
valori pratici inizialmente ammessa si articola immediatamente nei valori
meramente animali e nei valori personali-spirituali della cultura, ai quali
appartiene il carattere formale della doverosità e dell’impegno
allarealizzazione. Particolarmente significativa è poi, sempre all’interno di
questi ultimi, la scissione tra le conseguenze tratte dalla doverosità formale
le quali, in quanto doveri individuali e doveri comunitari, designano
l’elemento morale in senso stretto® e i contenuti culturali, di cui si a. Di
questa scissione si dovrà ancora parlare nell'analisi conclusiva sull’etica e
sulla filosofia della storia. tratta nelle scienze della cultura o nelle scienze
sistematiche dello spirito relative allo stato, al diritto, all'economia,
all’arte, alla religione e alla scienza (per lo meno nella misura in cui questa
è bene culturale e non logica). Il fine ultimo di quest’analisi è perciò
naturalmente, come ogni volta che si confidi nell’unità e nel senso del reale,
la sintesi in vista di una costruzione e di un sistema dei valori in cui il
presupposto di questa fiducia che è, in ultima analisi, una fiducia religiosa
non dev'essere dimenticato, e in cui anche l’intera questione dell’esistenza e
dell’origine di questi valori nell’essere vivente finito deve riportare al
rapporto della coscienza assoluta o Dio con la coscienza finita. La dottrina
dei valori conduce necessariamente a sfondi metafisici in cui dev'essere risolto,
in particolare, anche il problema del rapporto tra vita e materia della vita,
tra dover essere ed essere ?, a. Purtroppo lo sviluppo e la formazione storica
della dottrina dei valori non sono ancora stati studiati in maniera
sufficiente. Sarebbe urgente un libro in proposito del tipo della Geschichte
des Materialismus di Lange? o dell’Erkenntnisproblem di Ernst Cassirer3. Le
esposizioni attuali prendono invece le mosse soprattutto da Lotze, che ha dato
inizio al mutamento propriamente moderno della metafisica in una dottrina dei
valori e ha quindi inserito, come in ultima istanza decisive per il contenuto
della metafisica, le idee della dottrina kantiana della ragion pratica su una
base metafisica alquanto più ampia. La dottrina dei valori costituisce di per
sé un problema molto più antico e comprensivo, e l’inserimento
kantiano-lotziano nella metafisica è soltanto una delle molte forme possibili
di collegamento con la metafisica. Il suo problema ultimo, più caratteristico e
generale consiste quindi nella permanente conversione dell’essere
nell’aspirazione e nel dovere, e di questi ultimi nuovamente nell'es2. F. A. Lance, Die Geschichte des
Materialismus und Kritik seiner Bedeutung in der Gegenwart, Iserlohn. Friedrich
Albert Lange, filosofo tedesco di orientamento neokantiano, fu altresì autore
di Die Grundlagen der mathematischen Psychologie, di Die Arbeiterfrage in ihrer
Bedeutung fiir Gegenwart und Zukunfe, dei Neue Beitrige zur Geschichte des
Materialismus e delle postume Logische Studien. 3. E. Cassirer, Das ErZenntnisproblem in der
Philosophie und Wissenschafe der neueren Zeit, Berlin, (il quarto e ultimo
volume sarà pubblicato in inglese a New Haven). Cassirer, filosofo tedesco di
orientamento neokantiano, autore di Stbstanzbegrif und Funktionsbegriff (1910),
della Philosophie der symbolischen Formen, di Zur Logik der
Kulturwissenschaften, di An Essay on Man e di altre importanti opere di storia
della filosofia, in particolare sul Rinascimento e sull'Illuminismo, sviluppò
l'impostazione neocriticistica propria della scuola di Marburg nel senso di una
filosofia della cultura . In tal modo non è stata ancora caratterizzata
abbastanza la specificità di questa scienza, e soprattutto non è stata
illustrata la particolarità dell’attuale stato del problema, sottoposto a
oscillazioni così sensibili. Essa pure riesce a fare completa chiarezza sul metodo
e sul fine soltanto se, anche qui, si ritorna alle radici dei punti di vista e
delle terminologie moderne, cioè alla svolta cartesiana verso la filosofia
della coscienza, da cui abbiamo già visto scaturire il naturalismo e lo
storicismo. Ciò che qui inganna è soltanto la circostanza che l’equiparazione
terminologica di tutte le reazioni pratiche, sia del sentire sia del volere, in
quanto valori, è dovuta alla filosofia moderna successiva a Lotze e
all’influenza dell'economia politica. In sé e per sé, invece, l'impostazione è
antica e coincide con il cartesere un problema che non può venir risolto in
base ai presupposti della logica puramente formale e astratta della
riflessione, ma che rimanda a quel piano meta-logico giù sopra accennato. Se
viene mantenuto sul piano della logica astratta della riflessione, esso conduce
sempre ad antinomie e a impossibilità, a semplici accostamenti tra essere e
dover essere, tra causalità e teleologia, tra determinismo e libertà, tra
immobilità e movimento, tra rappresentazione e volontà in breve, a un dualismo
insostenibile, in cui alla fine rimane soltanto l'essere come il più facile da
rappresentare e da elaborare logicamente. Tra le esposizioni storiche cfr. K.
WieperHoLp, Wertbegriff und Wertphilosophie (Erginzungs-Heft alle Kantstudien ,
Berlin); E. HevpE, Grundlegung der Wertlehre, Leipzig, (dal punto di vista
della filosofia dell’immanenza di Grefswald); W. SrricH, Das Wertproblem und
die Philosophie der Gegenwart (Diss.), Leipzig; G. Picx, Die
Ubergegensdtzlichkeit der Werte, Tibingen (si richiama a Lask e a Rickert).
Accanto ai lavori più volte citati di Ehrenfels, Meinong, Miinsterberg,
Volkelt, si devono segna- lare E. von Hartmann, System der Philosophie im
Grundriss, vol. V: Grundriss der Axiologie, oder Wertwigungslehre, Sachsa; E.
von Srrancer, Lebensformen, Halle, 2° ed.; M. ScHeLER, Der Forma- lismus in der
Ethik und die materiale Wertethik, Halle; D. von Hitpesranp, Sittlichkeit und
ethische Werterkenntnis, Jahrbuch fiir Philosophie und phinomenologische
Forschung, (trattazione di finissima psicologia cattolica da cura dell'anima,
intesa co- me legge essenziale dell'ordinamento dei valori); T. Lessine,
Studien zur Wert-Axiomatik, Leipzig, (di
tendenza anti-psicologistica e indifferente a ogni reale, con conseguenze
pessimistiche). Sono lar- gamente d’accordo con J. VoLkeLr, di cui si veda il
System der Asthetik, Miinchen. Lo stesso problema ritornerà in seguito dal
punto di vista del concetto di sviluppo, e ci costringerà a menzionare e a
distin- guere le diverse scuole e i diversi gruppi: per ora basti un accenno.
sianesimo. Se il punto di partenza decisivo è la coscienza, l'analisi dei suoi
contenuti e dei suoi principi formali e la costruzione filosofica della realtà
in base agli clementi e ai princìpi in essa trovati, allora le
rappresentazioni, i sentimenti e le volizioni vale a dire la cosiddetta
esperienza interna ed esterna diventano il solido nucleo di ogni pensiero, e i
fatti teoretici e pratici della coscienza si accostano gli uni agli altri come
datità in larga misura omogenee, a partire dalle quali soltanto si può
procedere a un'articolazione e a una distinzio- ne. Le cose stavano in modo
completamente diverso nella filoso- fia antica e medievale. Qui non c’era una
dottrina della ragion pratica o dei valori, bensì una dottrina dei beni e degli
scopi, rispetto ai quali la vita affettiva sensibile apparteneva fin dall’i-
nizio all’aspetto finito e sensibile, inessenziale, dell’esistenza. In Platone
e Aristotele i beni erano scopi cosmici, contenuti nella ragione divina, che si
realizzavano nello sviluppo teleolo- gico attraverso la partecipazione dello
spirito finito alla ra- gione divina. Non diversamente stavano le cose con la
legge naturale dello Stoicismo, che era una legge cosmica e alla qua- le la
ragione umana partecipava in una maniera particolare. Anche l’edonismo, che si
esprimeva in forma collaterale, sfocia- va in un'imitazione dell'armonia e
della bellezza dell’universo, e per di più non riuscì ad affermarsi. La
dottrina cristiana fondava i beni su un ordine cosmico e su una gerarchia dei
beni, accogliendo così fondamentalmente le idee antiche, e svi- luppava il suo
sistema gerarchico dei beni come una copia dei gradi di realizzazione della
vita di Dio nel mondo. In ultima analisi essi non procedono più qui in base
alla mera partecipa- zione al sistema soprasensibile delle idee e delle leggi,
ma scaturiscono da una conciliante auto-partecipazione di Dio nella creatura,
che si esprime in valori umanitario-naturali e in valori
religiosi-soprannaturali. Identità e diversità tra spirito divino e spirito
finito vengono qui affermate contemporaneamente, e da questa coincidentia
oppositorum scaturisce il sistema dei beni come manifestazione di un movimento
di vita divino *. Soltan- a. Cfr. il mio Augustin. Die christliche Antike und
das Mittelalter, Miinchen, e H. Hemsòra, Die sechs grossen Themen der abendlin-
dischen Metaphysik und der Ausgang des Mittelalters, Berlin.to la svolta
cartesiana ha trasformato i beni in fatti esclusivi di coscienza. L’empirismo
inglese ne ha subito tratto la conseguen- za dell’equiparazione di tutte le
reazioni pratiche in quanto sensazioni di piacere e si è sforzato di costruire
l’etica e il sistema culturale sulla base del piacere. I grandi razionalisti
continentali si attennero certamente, anche nella filosofia prati- ca, alla
scissione tra sensibilità e ragione, ma nel complesso cercarono di ricondurre i
valori all’intelletto, e cioè di sviluppa- re l’etica in base al fatto
immanente alla coscienza dell’in- telletto e quindi della sua antitesi rispetto
alla sensibilità. An- che un metafisico dogmatico come Spinoza non faceva eccezio-
ne, poiché tutta la sua metafisica è, in definitiva, il dispiega- mento
dell’essenza formale del pensiero, e in quanto tale proce- de da parte sua
dalla coscienza. La terminologia si muove ancora all’interno del linguaggio
antico e cristiano, mescolata con la terminologia del piacere anch'essa del
resto derivante dall’antichità. Ma il principio è già quello dei valori. La
dottrina kantiana produsse infine i concetti universali della ra- gione
teoretica e della ragione pratica, distinguendo poi all’in- terno di
quest'ultima tra scopi ipotetici e scopi categorici e sovra-ordinando in linea
generale il pratico al teorico. Anche la speculazione post-kantiana non è tanto
distante come può sem- brare, poiché la sua dottrina dell'identità procede
ancora dalla conoscenza e cerca di derivare i valori dall’essenza formale della
ragione, non dalla ricchezza ontologica dell’idea di Dio. I valori non sono
partecipazione o derivazione della grazia, bensì produzione e creazione umana
in base all’impulso della ragio- ne. Infine le dottrine del positivismo, che è
assai vicino all’utili- tarismo inglese, fanno egualmente sorgere nello
sviluppo i valo- ri culturali dall’intelletto e dal senso comune, cioè spiegano
tutto sulla base di dati fondamentali psicologici e delle loro implicazioni
evoluzionistiche, per fondare in definitiva con la maggiore sobrietà possibile
una sistematica dei fini sociali così posti sulla base di una conoscenza
positiva delle leggi della natura e della società. La naturale conseguenza di
ciò è stata alla fine la terminologia dei valori, cioè la riunione oggi
consueta di tutte le reazioni e formazioni pratiche nella teoria dei valori; e
l’indagine sistematica del significato del valutare poteva ora essere
intrapresa non soltanto per la coscienza, ma per la filosofia nel suo complesso
come è accaduto 2 partire da Lotze, fino a confluire oggi con la filosofia
pratica di Kant. La filosofia dei valori in senso stretto, sviluppatasi oggi in
seguito a questa confluenza, la quale edifica l’intera dottrina dei valori in
base al valore teoretico o al valore di validità dell’elemento logico e la pone
in questa forma al posto della metafisica ci riferiamo in particolare alle
teorie di Miinsterberg, di Rickert e di Lask rappresenta pertanto un tentativo
di spremere dall’elemento soggettivo o immanente alla coscienza l’elemento
oggettivo: tentativo che esprime, con tutta la sua acutezza, soltanto la
precarietà di un siffatto punto di vista dell’immanenza. Queste teorie
costituiscono, entro la dottrina dei valori, soltanto una specificazione acuta
ma poco feconda. Questo fondamentale soggettivismo non costituisce però
l’elemento decisivo per la connessione che abbiamo ora di fronte. Esso non
potrà venir mutato nel suo punto di partenza analitico-coscienziale finché dura
il pensiero moderno, e si potrà discutere soltanto dei suoi risultati e del
modo delle sue conclusioni metafisiche in quanto mutamenti siffatti non sono
mai mancati e vengono oggi ripresi in modo sempre più pressante, senza
dimenticare l'applicazione assai approfondita di Malebranche alla conoscenza in
Dio anche dei valori pratici *. Per il nostro argomento è però decisivo un
altro punto. Dato il carattere immanente-soggettivo dell’utilitarismo, della
ragione pratica e del positivismo, il solo mezzo per distinguere i valori
oggettivi, oggetto di dovere, o i valori culturali etici dai valori animali e
sensibili della vita e dell’utilità diventa l’universalità a. In Spranger e in
Scheler* i punti di contatto con Malebranche sono innegabili. Sulla genesi dell'idea
di individualità in Leibniz ScHmaLENBACH, Leibniz, Mùnchen, libro molto
istruttivo, anche se l’asserita connessione con il Calvinismo non mi sembra
abbastanza persuasiva. Scheler, filosofo tedesco, autore di Die transzendentale
und die psychologische Methode, di Der Formalismus in der Ethik und die
materiale Wertethik, di Wesen und Formen der Sympathie, di Die Wissensformen
und die Gesellschaft, della Philosophische Weltanschauung c di varie altre
opere, appartiene al movimento fenomenologico: egli si propose soprattutto di
costruire un'etica materiale , fondata sulla determinazione di una gerarchia di
valori e contrapposta quindi all'etica formale kantiana. delle valutazioni — da
un lato l’uziversalità empirica e di fatto, dall’altro la validità universale
ideale, che dev'essere riconosciuta. La maggiore utilità possibile del maggior
numero possibile di persone oppure la validità universale formale della ragion
pura, libera dalla sensibilità, o ancora la vittoriosa diffusione riconoscibile
nel corso dello sviluppo: questi diventano gli strumenti di distinzione, e
quindi i criteri di valutazione. Ma con ciò viene scartato il concetto di
individualità. Esso diventa un insieme di punti d’intersezione accidentali di
leggi psicologiche generali da cui si deve estrarre, in modo faticoso e
artificioso, l’universale dover essere; o diventa intorbidimento, adattamento e
individualizzazione storica, che perviene alla norma in sé, atemporale e
universalmente valida. Nell’uno e nell'altro caso non c’è alcuna via verso l’individuale,
inteso come unità intima di fattuale e di ideale. Una via siffatta non è stata
ancora trovata neppure nelle odierne considerazioni fenomenologiche, le quali
prendono tutte quante le mosse da norme, dalla visione dell'essenza e dalla
legalità atemporale, per aggiungervi soltanto in seguito il rattoppo
dell’individualizzazione empirica. Proprio perciò queste dottrine dei valori
urtano sempre, senza speranza, contro la storia. Esse disconoscono l'autentica
individualità presente nella storia, come stato particolare e determinato di un
intreccio reciproco di essere e dover essere, di fattuale e ideale;
disconoscono l’inesauribile e imprevedibile produttività della storia, la quale
produce sempre nuovi elementi individuali e quindi non individualizza leggi
generali, ma ci pone di fronte a formazioni di valori sempre nuove e
imprevedibili. Questo è il nucleo in cui, più che altrove, la moderna dottrina
dei valori ha bisogno di una riforma. Ciò che insegnarono i Romantici,
Schleiermacher, Wilhelm von Humboldt, Goethe, dev*essere sempre riconosciuto di
nuovo come il suo problema principale, e posto al centro® per cacciare via gli
a. Si veda il Politisches Gesprich di Ranke in Werke: Zur Geschichte
Deutschlands und Frankreichs (a cura di A. Dove), Leipzig: Senza una tensione,
senza un nuovo inizio non si può pervenire dall’universale al particolare. Lo
spirituale, che ti sta improvvisamente davanti nella sua imprevista realtà, non
si lascia derivare da nessun principio superiore. Partendo dal particolare puoi
clevarti, con cautela e risolutezza, all’universale; ma dalla teoria spettri di
leggi generali e atemporali, con le quali la storia e la vita non possono
cominciare nulla e che aprono sempre nuovi abissi immaginari tra storia e
dottrina dei valori, le quali tendono invece a unificarsi. Il fatto che le
teorie fenomenologiche, nella loro aspirazione ben consolidata a leggi generali
di essenza, pervengano, nei diversi pensatori, a risultati diversi nonostante
la conclamata visione dell'essenza costituisce la prova di questo stato di cose
assolutamente decisivo. È del tutto impossibile, partendo dalla fragile,
isolata e vuota coscienza per quanto si possa attenuarla e dissolverla mediante
la teoria della non-sostanzialità o dell’inconoscibilità dell'io ottenere in
virtù di una semplice psicologia delle reazioni la comprensione
dell’individualità, che dovrebbe appunto avere la sua sede principale nella
dottrina dei valori. Di qui si perviene sempre soltanto ad acuti sofismi o a
nullità tautologiche, alla disputa se il valore risieda nell’oggetto o nel
soggetto o nella relazione tra i due termini, se esso sia una sensazione e una
percezione oppure una disposizione e una reazione soggettiva, se sia fondato su
un giudizio di esistenza o di non-esistenza, se sia semplicemente momentaneo o
costante, semplicemente relativo o se scaturisca dal sentire o dal volere o dal
rappresentare o da un elemento psichico ad esso proprio, se sia meramente
accidentale e personale oppure sovrapersonale e oggettivo, e così via. Tutte
queste difficoltà artificio se e insolubili, oppure solubili soltanto
introducendo di soppiatto valori dogmaticamente normativi (e proprio per ciò
oggetto di fede), cadono qualora si concepisca in modo diverso il punto di
partenza, cioè il cosiddetto io, qualora lo si consideri non più come qualcosa
di isolato e di vuoto, provvisto soltanto delle facoltà formali del
rappresentare, del sentire e del volere, ma come virtualmente comprensivo e
ogni volta in un ambito assai diverso della totalità della coscienza, oppure si
consideri quest’ultima come comprendente in sé l'io, qualora si ritorni (in
qualche forma oggi possibile) all'idea leibniziana della monade, e in
particolare della monade umana, che assume in base generale non c'è strada che
conduca all’intuizione del particolare . Si veda inoltre p. 327: Natura della
cosa, opportunità, gezio e fortuna coopePriz/e OPp 6 P rano [al sorgere di
nuove forme] . alle sue complicazioni una posizione particolare. Allora è
possibile intendere i valori nella loro ovvia soggettività e nel loro carattere
relazionale, che deriva dal carattere pratico e dai fini pratici di ogni
essere, cioè dalla vita che tutto riempie. Allora le valutazioni estranee,
passate e future, possono venir sentite come proprie, perché portiamo al tempo
stesso in noi gli io estranei. Allora possono esserci coincidenze nelle
valutazioni, in quanto noi tutti deriviamo dal medesimo fondamento della
totalità della vita, e possiamo quindi sentire allo stesso modo. Allora è
possibile distinguere i valori animali, cioè i valori meramente vitali che
derivano dalle relazioni ambientali, rispetto ai valori oggettivi o spirituali,
poiché questi ultimi esistono per la totalità dello spirito divino nella sua
totalità che comprende la finitudine, e poiché l’essere individuale partecipa a
questa totalità dello spirito. Allora possono esserci medie e sedimentazioni
sociologicamente condizionate di queste valutazioni, oscurità, turbamenti e
disordini dei conflitti tra motivi, da cui scaturiscono alla fine sempre soltanto
il rischio e l’auto-riflessione, cioè una propria disposizione la quale non è
tuttavia invenzione. Psicologia e sociologia possono descrivere tutte queste
forme di realizzazione, ma non possono fondare alcun valore particolare e
scoprirne le origini ultime. Ma, soprattutto, soltanto in questo modo si può
cogliere il senso autentico dell’individualità, così come i Romantici e i
poeti, i filosofi e gli storici in primo luogo Wilhelm von Humboldt lo hanno
sottratto all’intellettualismo leibniziano, ancora chiuso in sé senza finestre.
Questo essere individuale che partecipa alla totalità della vita rappresenterà
e realizzerà nella sua situazione, nel suo ambiente e nella sua influenza
particolare il fondamento comune della vita in una maniera ad esso propria sia
sotto l'aspetto animale del soddisfacimento dei bisogni e della promozione
della vita, sia sotto l’aspetto della comprensione del mondo delle idee divine.
L'uomo, nel suo grado di realizzazione della coscienza, diventerà quindi un
essere storicamente individualizzato, nonostante i mille aspetti di omogeneità
e di comunanza che ha con altri uomini, e possiederà in tal modo non soltanto
una determinatezza di fatto, ma anche un compito che è oggetto di dovere, nella
cui realizzazione crca e acquisisce la sua essenza. Rimangono naturalmente le
questioni ultime come Dio o l’assoluto o la totalità della vita pervenga a
questo movimento costante dell’essere verso i valori, che altro non è se non la
vita, e come questa totalità della vita pervenga all’auto-divisione nelle
monadi finite. Si tratta di questioni a cui nessuno può rispondere, ma che non
possono neppure essere sostituite da altre impostazioni più corrette e più
facilmente suscettibili di risposta. Esse sono eterne come il pensiero:
soltanto l’auto-divinizzazione e l’auto-svuotamento dello spirito moderno due
momenti strettamente connessi tra loro hanno potuto dimenticarle o considerarle
mal poste. Si ritornerà ancora su di esse trattando della teoria della
conoscenza storica. Qui ci limitiamo per ora ad accennare al significato
decisivo di questa impostazione per l’individualizzazione storica di tutti i
valori. Essa vale sia per gli individui particolari che per gli individui
collettivi, senza i quali non si potrebbero concepire neppure i primi e che, da
parte loro, possono essere concepiti soltanto in base ai presupposti indicati.
In tal modo il concetto centrale della dottrina dei valori diventa quello
dell’individualità, nel senso di un’unificazione di fattuale e di ideale, di
dato naturalmente e in conformità alle circostanze e, nel medesimo tempo, di
eticamente imposto. In questo senso il concetto di individualità coincide con
quello della fondamentale relatività dei valori. Ma relatività dei valori non
vuol dire relativismo, anarchia, caso o arbitrio, bensì designa l’intreccio
sempre mobile e creativo, e perciò mai deter- minabile atemporalmente e
universalmente, di ciò che esiste di fatto e di ciò che dev'essere. Questo
intreccio può e dev'essere colto ogni volta sia che si tratti dell’individualità
singola di una persona, sia che si tratti dell’individualità collettiva di un
popolo e di una comunità culturale mediante l’auto-rifles- sione e
l’approfondimento in se stessi, nonché mediante la com- prensione e la
conoscenza della situazione e del condizionamen- to storico. Non è senz'altro a
portata di mano, ma dev'essere creato; non si tratta quindi di un naturalismo
di tipo vegetale. Proprio perciò questo intreccio non è qualcosa di estetico,
che induca all’auto-godimento o alla semplice curiosità come viene spesso
frainteso ma è un compito e un dovere, e al tempo stesso anche un orientamento
universale, assai sobrio e pratico, sulle possibilità e sui presupposti della
situazione. Esso esige un sapere spassionato, una volontà chiara, uno sguardo
acuto. Tanto meno l’individuale, inteso in questo senso, costituisce una mera
categorica logica, che debba essere applicata a qualsiasi oggetto in virtù di
una coercizione logica, a fianco di una considerazione dal punto di vista di
leggi generali che derivi dalla medesima coercizione. Esso è piuttosto una
creazione umana e una realtà metafisica, l’intreccio di fatto e di spirito, di
natura e di ideale, di necessità e di libertà, di universale e di particolare.
Esso emerge con forza e importanza molto diversa dagli sfondi nascosti dei
processi storici. Vi sono uomini e periodi, strati sociali e gruppi ricchi di
individualità e poveri di individualità; i primi sono sempre caratterizzati da
una salda fede in questo loro procedere dall’universale. Essi percepiscono la
loro particolarità come missione divina e come compito, e non badano
all’interesse della propria personalità, ma alla specificità del loro compito.
Si apre così, muovendo dall’individuale, lo sguardo verso la metafisica, del
quale non si ritiene di aver bisogno quando ci si attiene a ciò che è
astrattamente generale, poiché questo in apparenza sostituisce la metafisica.
Il costante procedere dell’individuale e dei suoi criteri da uno sfondo
oggettivo e universale è però un’idea che non si può formulare senza la
metafisica, a meno di non farla rientrare nell’ambito del resto impossibile del
mero accidentale o dell’interessante auto-compiaciuto. A questo punto si
stabilisce la relazione della dottrina dei valori con la metafisica, che in
altri punti appare meno pressante. Ma la relatività dei valori ha senso
soltanto se in questo relativo c'è qualcosa di assoluto che vive e che crea;
altrimenti essa sarebbe soltanto relatività, non già relatività dei valori.
Essa presuppone un processo vitale dell’assoluto, nel quale questo può essere
colto e formato in ogni punto nella maniera corrispondente a tale punto.
L’assoluto dev'essere colto ovunque e in primo luogo dev’'essere anche formato.
Infatti esso è una volontà di creazione e di forme, la quale negli spiriti finiti
diventa auto-formazione in base a un fondamento e a un impulso divino. E questi
diversi punti devono connettersi e succedersi secondo una determinata regola,
che costituisce l’essenza del divenire dello spirito divino e che si afferma,
nonostante tutto, nelle vicende accidentali e negli erramenti o nei cedimenti
della volontà. Tutto ciò inerisce al concetto d’individualità, di relatività
dei valori, di criterio e di sempre nuova creazione. Questa connessione con
l’assoluto può essere un mito, com'era un mito la dottrina platonica della
partecipazione Ia quale conteneva già il nucleo di una dottrina
dell’individualità, almeno nella misura in cui lo consentiva lo spirito
dell’antichità, che ipostatizzava i valori e li considerava come affari
generali dello stato. Anche la dottrina cristiana dell’auto-disvelamento di uno
spirito divino vivente nello spirito finito costituisce un mito; però essa ha
condotto alle più fini e profonde osservazioni psicologiche, che chiariscono
gli enigmi dell'anima molto più profondamente di quanto non possano farlo le
aride teorie psico-genetiche o aprioristiche con cui si sono sostituiti gli
antropomorfismi e i dualismi, certamente sovente rozzi, di questo modo di
pensare. Con mezzi semplici come la derivazione psicologica dal piacere o da un
altro principio analogo, o come l’estrazione dei caratteri meramente formali,
non si può cogliere il miracolo dei valori, dell’individualità e della
relatività, che la storia pone in mille modi davanti ai nostri occhi?. a. Su
tutta questa tematica si veda T. Lit, Geschichte und Leben, Leipzig, assai
vicino al punto di vista qui sviluppato. Stimolante e per molti versi affine è
pure R. MicLer-FrerenFELS, Philosophie der Individualitàt, Leipzig. In questo
libro si percorre energicamente fino in fondo la strada, sovente tentata, della
trasformazione del punto di partenza cartesiano, sostituendo la coscienza con
il concetto di inconscio, e con la correlazione tra soggetto e oggetto
nell’universale corrente cosmica della vita, che lampeggia nell’io singolo, nel
singolo momento della coscienza. Ma in tal modo il concetto di individualità
viene dissolto in quello del semplice io o dell'essere singolo, e quest'ultimo
viene poi radicato nell’universale corrente della vita, al di sopra o al di
sotto della coscienza. Si dissolve così l'intreccio di generale e di
particolare, di assoluto e di relativo, che mi raffiguro; l’individuale diventa
immediatamente caos e turbine, e la valutazione diventa anche qui qualcosa di
semplicemente razionale-generale, che deve poi essere una razionalizzazione
sempre soltanto parziale e relativa, sempre fittizia, inevitabile per gli scopi
della vita. Nessuno sa da dove questa possa venire, in queste circo stanze, dal
momento che l’autore non vuole vedervi semplicemente delle finzioni utili sotto
il profilo biologico. Analoghe obiezioni continuo a mantenere contro le idee
affini esposte da G. Simmer in Lebensanschauung, Miinchen und Leipzig. Qui
l’individuale diventa un felice caso di coincidenza della vita con una forma
che la penetra. Anch'egli conosce In tal modo siamo ritornati alla storia. Di
fatto l’uomo che agisce e la storia che parla di lui non possono affatto essere
compresi senza il concetto della relatività dei valori. Per quanto riguarda
l’uomo che agisce basta fare riferimento a Goethe, la cui dottrina
dell'attività sempre nuova e vivente, che scaturisce dall'esigenza quotidiana,
che trova conferma nella sua fecondità ed è, in ultima analisi, fondata su un
impulso divino, rappresenta addirittura il vangelo della relatività dei valori.
Da tutt'altro versante Kierkegaard ha formulato, nelle sue discussioni
estremamente istruttive con Hegel e con il Romanticismo, la stessa idea: L'elemento
storico è l’unità del metafisico e dell’accidentale. Io divento a un tratto
consapevole di me stesso, nella mia necessità e nella mia finitudine
accidentale (in quanto io, questo essere determinato, nato in questa regione e
in quest'epoca, sono sotto l’influenza molteplice di tutte queste mutevoli
circostanze). E quest’ultimo aspetto non può essere trascurato, anzi la vera
vita dell'individuo è l’apoteosi quindi nella storia soltanto le epoche di
grazia, cioè le poche isole in cui si raggiunge tale felice coincidenza. Per me
l’individuale come fatticità è distinto dali’individualità che dev’esserne
formata come suo compito: risulta così possibile vedere un’aspirazione e un
travaglio continuo attraverso cui queste isole si riuniscono a formare dei continenti.
Le isole simmeliane sono soltanto le vette di questo massiccio montuoso che le
connette. È facile scorgere quanto la mia idea sia vicinissima alla concezione
di Wilhelm von Humboldt. Ma ja fondazione gnoseologica e la valutazione
relativa all'etica e alla filosofia della storia sono differenti. Su Humboldt
si veda l'opera citata di E. SpranceER e l’analisi (condotta da un punto di
vista antitetico) di J. GoLDFRIEDRICH, Die historische Ideenlehre in
Deutschland, Berlin, che costituisce del resto la sola analisi utilizzabile del
libro. Per il modo in cui il problema si configura presso un pensatore
evoluzionista che rifiuta l’individualismo storico, si può vedere Hans DriescH
5, Si svaluta la storia, e si hanno criteri soltanto in base all'unico elemento
che si sviluppa, cioè al sapere, Driesch stesso (nella Wirklichkeitslehre,
Leipzig) si riferisce a Schopenhauer e agli Indiani. Sui diversi concetti di
individualità ScHmaLENBACH, Indi vidualitit und Individualismus, Kantstudien.
Driesch, zoologo, biologo e filosofo tedesco, autore di Der Vitalismus als
Geschichte und als Lehre, della Philosophie des Organischen, della
Ordaungslehre, di Leib und Scele, della Wirklichkeitslehre, della MerapAysik
der Natur e di numerose altre opere, formula una concezione vitalistica della
realtà in opposizione al punto di vista del meccanicismo. della finitudine, la
quale non consiste nel fatto che l’io privo di contenuto esca di soppiatto da
questa finitudine per volatizzarsi e svaporare nella sua emigrazione celeste,
ma nel fatto che il divino abita e si trova nelle finitudine . Dal lato
dell’uomo questo divino individualizzato non può essere colto, secondo lo
stesso Kierkegaard, solamente nel salto e nel rischio esistenziale; non si
tratta di una concrezione estetico-panteistica, ma di un prodotto dell’azione e
dell’auto-formazione che si deve rischiare nel pericolo dell'errore e che ci si
deve ogni volta riproporre per acquisire, nella ripetizione, una connessione e
una consistenza *. Interessanti sono anche le considerazioni con cui il
generale von Radowitz® guarda retrospettivamente al suo lavoro, e che si
possono qui citare per le osservazioni che vi aggiunge a commento uno dei nostri
storici più significativi. Radowitz aveva combattuto per la realizzazione di un
sistema di norme religiose e razionali di politica e di cultura, e nei suoi
Neue Gespriche, in genere veramente istruttivi, era pervenuto a questo
risultato: la verità non è assoluta, bensì relativa allo spazio e al tempo ma,
beninteso, rimane pur sempre verità. Osserva in proposito Meinecke: Tutte
queste idee erano onde nella corrente del movimento generale dell’epoca, che
era diretto a frantumare dogmi, speculazioni e costruzioni astratte, e a
sostituire l'elemento di assoluta verità e guida nella vita con ciò che è
storicamente vero e vivente. Così Radowitz, nell’ultimo stadio del suo sviluppo,
si approssimava al moderno realismo storico *. E alcune pagine prima: Due a.
Cfr. H. Reuter, S. Kierkegaards religionsphilosophische Gedanken im Verhéltnis
zu Hegels religionsphilosophischem System, Leipzig. Si veda anche Ranke
(Politisches Gespràch): Ogni vita reca in sé il proprio ideale: l'impulso
intimo della vita spirituale è il movimento verso l'idea, verso una maggiore
eccellenza. Questo impulso è innato, radicato nella sua origine... Quante
comunità spirituali terrene, tratte alla luce dal genio e dall'energia morale,
comprese entro uno sviluppo inarrestabile, ognuna a proprio modo! Guarda a
queste costellazioni nei loro corsi, nella loro azione reciproca, nei loro
sistemi! . Radowitz, uomo politico tedesco, ebbe una parte importante nella
politica prussiana; fu per alcuni mesi ministro degli affari esteri, conducendo
una politica apertamente anti-austriaca. Meinecge, Radowitz und die deutsche
Revolution, Berlin.compiti strettamente connessi tra loro si ponevano allo
spirito e alla volontà di quell’epoca: ricollegare alla realtà la sfera delle
massime ideali, minacciate di isolamento, e riunire organicamente all’interno
di tale realtà le potenze vitali antiche e nuove, passate e future *. Si tratta
della fondamentale teoria del realismo storico di cui Meinecke parla qui e in
altri passi, e con cui si indica la trasformazione della storia ideale di tipo
hegeliano e della storia organicistica di tipo schellinghiano, ma anche della
storia politica troppo soggettivamente diretta agli scopi del presente, nel
realismo universale della metà del secolo xix. Questo realismo storico è,
almeno in Germania, qualcosa di completamente diverso dall’equiparazione della
storia con le scienze della natura. Esso non si esaurisce affatto nel forte
rilievo dato agli elementi economici e sociologici nella comprensione storica 0
nell’apprezzamento dell’accidentale, dell’irrazionale e della personalità. La
sua essenza più propria non è altro che l’idea dominante della relatività dei
valori e dell’individuale, sia che si tratti di individualità particolari o di
individualità collettive. Esso risulta quindi completamente autonomo dal
realismo delle scienze naturali; e anche con la politica realistica di Bismarck
ha a che fare soltanto nella misura in cui questa ha contribuito a rendere diffidenti
verso le risoluzioni troppo idealistiche del reale e dei suoi conflitti in
generalità ideali e in contraddizioni meramente logiche. Per il resto, questo
realismo è quanto mai lontano dalla concezione amorale e cinico-scettica della
storia: esso vede nelle formazioni storiche il divino nelle sue concrezioni e
nella sua lotta contro il caos e la malvagità, come mette in rilievo lo stesso
Meinecke. Certamente, esso è stato finora troppo poco indagato sotto il profilo
teoretico, ed è difficile estrarre i suoi tratti fondamentali più generali
dalla smisurata letteratura storica. Esso è ancora molto insicuro nel cogliere
l’assoluto nel relativo, e perciò non trova o non cerca la via verso una
sintesi culturale contemporanea®. Non si può tuttavia disconoscere a. Sul
relativismo storico si veda G. P. Goocn, History and Historians in the
Nineteenth Century, London, nonché J. E. E.D. Acton, The 8. che proprio con la
più stretta connessione tra storia politica e storia della cultura alla quale
tende tutta la storia moderna il realismo storico si dirige soprattutto
all’idea dell’individualità nel senso qui descritto, e quindi anche all’idea
della relatività dei valori. Risulta quindi chiaro che tutta questa storia non
ha affatto rinunciato all'idea di una connessione interna e di un profondo
fondamento spirituale dello sviluppo, ma anzi scorge almeno in linea di principio
nell’individuale un universale e nel relativo un assoluto, anche se, per il suo
timore dinanzi alla filosofia, di rado si arrischia a determinare in modo più
preciso e concreto questo rapporto. Anche qui si deve osservare che questo
relativismo dei valori e questo realismo appartengono in modo preponderante
alla storia e all’etiGerman Schools of History, English Historical Review , I,
1886, trad. ted. col titolo Die neuere deutsche Geschichtswissenschaft (a cura
di J. Imelmann), Berlin, 1887, nonché E. RorHacger, Einleitung in die
Geisteswissenschaften, Tùbingen. Rothacker riconosce giustamente in esso uno
costituzione spirituale, un atteggiamento di valore e una dottrina dello
sviluppo, senza però mai giungere a una caratterizzazione vera e propria che
muova dal punto centrale. Un'indagine approfondita risulta qui impossibile.
Basterà accennare a varie osservazioni di Meinecke, che più di tutti accompagna
il pensiero storico con una riflessione su di esso e che spiega da parte sua il
realismo storico come uno specifico atteggiamento spirituale. Del suo Radowitz
ho sopra riferito i punti importanti. Da Weltbirgertum und Nationalstaat cit.
prendo nota dei punti seguenti: carattere decisivo del concetto di
individualità (p. 138); il sorgere dello spirito moderno e in particolare del
passaggio dal pensiero costruttivo al pensiero empirico, dal pensiero
idealistico-speculativo a quello realistico (p. 265); la relatività dei valori
e tuttavia l’insostituibilità dell’individuale (p. 271); il panteismo
ottimistico-realistico, che del sentimento trapassa subito ai fatti. E ancora:
Alla fine si pervenne alla giusta delimitazione, per cui ideale ed esperienza,
oggetto considerato e soggetto considerante furono distinti in modo da rendere
a tutti giustizia: una delimitazione si può quasi dire nello spirito di Kant,
anche se si trattava di un confine fluido e dileguantesi. Ma questo fluire del
particolare nel generale, dell'esperienza nella speculazione, era fondato sulla
natura vera e propria delle cose. L'elemento principale in tutto questo era che
il regno dell’esperienza veniva liberato, mentre veniva allontanato
ulteriormente quello dei tentativi di interpretazione universale e speculativa
(p. 289). Noto poi da Preussen und Deutschland, Miinchen: Ciò che finora
sembrava intelligibile soltanto come emanazione di determinati princìpi, si
traca tedesca, che ci hanno insegnato con Kant la separazione tra ciò che è
dato naturalmente e ciò che è imposto idealmente, e con il Romanticismo
l'intreccio organico delle forze storiche in un’individualità di volta in volta
creativa, e che quindi cercano il loro compito nell’unificazione delle due
tendenze. La posizione di primario rilievo attribuita allo stato e alla
politica realistica costituisce perciò soltanto 40 dei suoi tratti
caratteristici, ma non quello decisivo. Anche senza questa particolare
inclinazione il relativismo dei valori è sempre il punto più importante nel
diritto, nell’economia, nella società, nella religione e nell’arte, anche nelle
idee ultime e più generali di razze e di ambiti culturali. Le idee del
Politisches Gesprich di Ranke conservano tutta la loro verità anche se le si
applica non solamente o non prevalentemente allo stato. Invece la storia
delsformò agli occhi di una considerazione realistica delle cose nel risultato
di necessità momentanee, in adattamenti alla situazione (p. It1); quel flusso
del divenire che lascia scorrere ciò che nello spirito è saldo non già per
farne gioco di onde, ma perché l’eterna e aremporale natura divina venga
riconosciuta nella ricchezza e nella connessione interna delle sue produzioni
semporali (p. 114). Meinecke scorge molto chiaramente anche la stretta
connessione della sintesi culturale contemporanea con la conoscenza storica
dell’individuale passato, dove un elemento determina l’altro. La fonte della
luce che cade sul passato risiede negli ideali di vita dell'osservatore: così
la storia e la vita, l'io e il mondo confluiscono in modo misteriosamente
vivente, in un gioco di riflessi contrapposti (p. 104). Il nostro pensiero
storico e il nostro ideale culturale vivono e si muovono nell’intuizione della
molteplicità e dell’accostamento di stati, nazioni, culture libere e forti...
In questo specchio della divinità noi guardiamo ancora oggi, affascinati e
creduli come cent'anni or sono. Certamente, da questa correlazione data insieme
con l’idea della relatività dei valori Meinecke si solleva al pari di Ranke a
una concezione puramente contemplativa, assoluta, della storia in sé: ma di ciò
si parlerà in seguito. Sull’antitesi del realismo storico tedesco, che è al
tempo stesso mistica, rispetto al pensiero anglo-francese si veda l’acuto
scritto di E. KaurMann, Kritik der neukantischen Rechtsphilosophie, Tibingen, dove
sono sottolineate anche le deficienze di realizzazione. Ma anche in quel campo
vi sono posizioni diverse. Cfr. anche il saggio di E.R. Curtius, Das
franzòsische Universitàtsleben, Frankfurter Zeitung , 22 maggio 1918 (edizione
serale), il quale scrive: è interessante che questi Francesi vedano nella
Germania di Goethe, del Romanticismo e dell’età successiva un modello per la ‘
giusta sintesi tra speculazione ed esperienza” . l’Europa occidentale vive
piuttosto nella prosecuzione dell’Illuminismo, il quale tendeva a sviluppare il
dover essere dall’elemento naturale e quindi a rifarsi a fini astrattamente
universali, mentre il suo realismo si faceva valere nella considerazione dei
condizionamenti naturali e sociologici e l’individuale veniva per lo più
nascosto o assunto in maniera inconsapevole nell'inserimento dei propri ideali
in quei valori universali naturali . Di qui è nata una vasta polemica: ciò che
agli uni appare insieme cinicamente brutale e mistico, agli altri appare come
superficialità e ipocrisia. Ma in verità il realismo privo di pregiudizi
risulta ovunque molto diffuso. Ciò appare chiaramente dall’eccellente libro di
G. P. Gooch * il quale si distingue per il limpido panorama dei risultati
conseguiti dai diversi studiosi anche se nella storiografia inglese e francese
emerge innegabilmente una preponderanza dei valori nazionali, di partito o
naturali rispetto all’universale relatività dei valori. E non di rado ciò
accade anche da noi. È evidente che questa relatività storica dei valori
presenta una certa analogia con la dottrina della relatività fisica, che oggi
prevale in tutto il mondo nell’impostazione problematica così fortemente
potenziata da Einstein. Ciò non avviene a caso, né è privo di fondamento
oggettivo, anche se la relatività dei valori si è formata dall’epoca del Romanticismo
e del realismo storico senza alcuna relazione con la seconda. Il fondaa. G. P.
GoocH rimprovera per esempio a Sismondi? la mancanza di relatività (op. cit.,
p. 137), e a Carlyle che egli non si rese mai conto che il dovere principale di
uno storico non è né l'apologia né l’invettiva, ma l’interpretazione dei
processi complessivi e degli ideali in conflitto, che hanno costituito la
varietà delle vita umana (p. 339). Questo è il realismo storico; certamente,
nella formula interpretativa che spesso ricorre in Gooch vi sono problemi
filosofici in cui egli non si addentra. b. Anche in me mancava qualsiasi
relazione del genere, e me ne sono reso conto solamente a fatto compiuto. Altri
l'hanno rilevato prima di me: A.C. Bouquet (Is Christianity the Final
Religion?, London, p. 241) mi 9. Jean-Charles Simonde de Sismondi, storico ed
economista svizzero, autore della Histoire des républiques italiennes au Moyen
dge, dei Nosveaux principes d'économie politique, dell'Histoire des Frangais e
di numerosi saggi raccolti negli Etwdes sur les constitutions des peuples
libres (1836) e negli Erudes sur l’économie politigue (1837), nonché di varie
altre opere. mento interno dell’incontro risiede nel fatto che la relatività
fisica è la forma d’individualità decisiva sul terreno della scienza fisica,
cioè è la particolarità della posizione da cui si deve ogni volta stabilire e
calcolare il sistema di riferimento. Ciò accadeva già nel sistema
galileiano-newtoniano, ma qui la validità universale del principio d’inerzia,
considerato come una specie di assoluta verità di ragione, poteva nascondere le
conseguenze della relatività della posizione. Se, come avviene in Einstein,
l'inerzia viene dissolta e si afferma una velocità crescente dei movimenti, la
posizione stessa viene immessa da ogni parte in un movimento reciproco e
mutevole, diventando così del tutto singolare. Ma anche questa relatività non è
un relativismo illimitato, bensì nella misura in cui il sistema di riferimento
viene calcolato da ogni posizione ed è possibile determinare matematicamente,
nonostante la sua mobilità, la relazione con gli altri oggetti permane
l’assoluto nel relativo, il carattere di sistema e di riferimento della realtà
naturale, a cui contribuisce anche la costanza della velocità maggiore di
tutte, la velocità della luce. Ma anche se non fosse possibile conservare
quest’ultimo principio, si potrebbe certamente stabilire attraverso il calcolo
il suo mutamento e costruire in tal modo la possibilità di una sistematica,
diversa soltanto da una posizione all’altra. In tutto il resto le due dottrine
della relatività sono certo fondamentalmente diverse. Ma il punto principale
del loro accordo è abbastanza importante: l’incontro del relativo e
dell’assoluto nell’individuale qui come fatto, lì come compito. Alla posizione
particolare corrisponde l’individualità della situazione storica; al sistema di
riferimento universale, diverso di caso in caso, corrisponde lo sviluppo
interno o la connessione del divenire storico, che dev'essere costruita di
nuovo a partire da ogni momento culturale e da ogni nuovo ideale. Questo
secondo punto, cioè l’immagine dello sviluppo storidefinisce una specie di
Einstein del mondo religioso . Cfr. anche A. Dierericn, Die neue Front, Berlin.
In entrambi i casi si tratta del problema del criterio, su cui ha attirato la
mia attenzione, subito dopo la conferenza, uno dei più eminenti fisici. Invece
il raffronto tra Einstein e Spengler, che si trova spesso, è del tutto insenx
sato. Einstein non è un scettico! co-universale che corrisponde alla sintesi
culturale contempora- nea, rappresenta quindi il secondo tema centrale della
filosofia materiale della storia, già presente da sempre nel primo tema, ma che
adesso richiede una considerazione a parte. Per chi proviene da Kant, Fichte,
Schiller, Nietzsche il primo punto è da tempo in posizione di rilievo; per chi
proviene da Schel- ling, Hegel, Ranke*, Comte e Spencer lo è invece il secondo.
Ad esso sarà dedicata un’analisi particolare nel prossimo capito- lo, dove
avremo a che fare con un'elaborazione letteraria mol- to più ricca del tema, e
tratteremo in modo più approfondito le teorie relative. a. Ranke sottolinea
però entrambi gli aspetti: Ciò che importa è che si rimanga sempre fedeli a se
stessi, collegando il nuovo con il vecchio, la resistenza con il procedere in
avanti, incamminandosi sicuramente e grandiosamente sul cammino dello sviluppo
(Reflexionen iiber die Theorie [ossia sul sistema dei valori assoluti della
ragione], in Werke). Ma Ranke tende a privilegiare lo sviluppo ri- spetto alla
propria e contemporanea creazione sintetica. La forza vera, storicamente
fondata, è per lui identica con l'energia morale. Potrai menzionarmi poche
guerre importanti per le quali non si possa dimo- strare che la vera energia
morale ha riportato la vittoria. Certamente, che cosa voleva dire energia vera
? Le due cita- zioni contengono entrambi i temi di cui qui si tratta, e i loro
sfondi devono essere presi in esame separatamente. Quando assolutisti morali e
di altro genere designano Ranke come adoratore del successo , que- sto non è
del tutto sbagliato. Ma ciò dipende dal prevalere del concetto di sviluppo che
si può riscontrare in lui, in Hegel e in molti alui. Ma anche questo non è
propriamente corretto: infatti Ranke conosceva la correlazione del concetto di
sviluppo con il concetto di valore, e se non ha determinato con precisione
quest'ultimo, lo ha sempre coscientemente presupposto. Tale correlazione
costituisce il problema vero e proprio; e uno degli scopi principali del mio
libro è di chiarirla e di trarre le neces- sarie conseguenze pratiche da questo
chiarimento. Certamente soltanto il secondo volume conterrà le conseguenze
pratiche, vale a dire l’atteggiamento che ne risulta nei confronti della
storia; ma già il quarto capi- tolo di questo primo volume le prepara. MEINECKE
nasce a Salzwedel, presso Magdeburgo. Si trasferì a Berlino, dove Meinecke
compe gli studi liceali e (eccetto per due semestri passati a Bonn) anche
quelli universitari, seguendo tra gli altri l’ultimo corso di Droysen. Dopo
aver conseguito il dottorato a Berlino con una dissertazione sull’autenticità
di un documento della storia tedesca entra nell'amministrazione degli archivi
prussiani. Alla morte di Sybel che guida i suoi primi passi di storico Meinecke
assume la direzione della Historische Zeitschrift, destinata a diventare, sotto
la sua guida, il maggiore organo della storiografia tedesca. Risale a questi
anni la preparazione della monumentale biografia di un generale delle guerre
napoleoniche, Das Leben des Generalfeldmarschall Hermann von Boyen (Stuttgart).
Ottiene l’abilitazione a Berlino, con il primo volume di questa biografia, e
nel 1901 viene chiamato all’Universi- tà di Strasburgo, da dove passerà a
Friburgo e a Berlino. Erede della tradizione storiografica prussiana
dell'Ottocento, ammira- tore di Bismarck e della sua costruzione politica,
Meinecke ha ben presto concentrato il proprio interesse sulla resistenza al
dominio napoleo- nico e sul processo di formazione della Germania come stato
nazionale. Rientrano in questo filone di ricerca il volume Des Zeitalter der
deu- tschen Erhebung (Bielefeld-Leipzig) e i saggi raccolti in Von Stein zu
Bismarck (Berlin), nonché il successivo volume Radowitz und die deutsche
Revolution (Berlin) e numerosi altri studi sui rap- porti tra Prussia e
Germania. Ma esso trova la sua maggiore espressione nella prima grande opera di
Meinecke, Weltbiirgertum und National stat (Miùnchen-Berlin, ; tr. it. Firenze),
dedicata all’esa- me del processo di traduzione in termini politici dell'ideale
nazionale tedesco, e del contemporaneo processo di allargamento
dell’atteggiamento politico prussiano che fa suo quell’ideale c gli offre una
base concreta di realizzazione. La nazione culturale tedesca e la nazione
territoria- le prussiana appaiono qui i termini dialettici di una relazione in
virtù della quale la Germania perviene a costituirsi come stato nazionale. Il
punto di arrivo di tale processo viene indicato nell'opera di Bismarck, di cui
Meinecke fornisce una giustificazione storico-politica, riconoscen- do in essa
la confluenza di uno sforzo storico secolare. Nel corso di quest’analisi
Meinecke enuncia una concezione dello stato che appare fondata sull’attribuzione
ad esso del carattere dell’individualità: in quan- to individuo, lo stato
possiede il diritto all'auto-determinazione, e il suo compito è quello di
provvedere alle condizioni che garantiscono la permanenza e l’accrescimento
della sua potenza. Il distacco dal cosmopo- litismo illuministico appare quindi
la premessa indispensabile per il riconoscimento del valore autonomo dello
stato, del suo diritto ad affer- marsi e a farsi valere nei confronti degli
altri stati. Questa prospettiva, al tempo stesso politica e filosofica, è stata
posta in crisi dalla guerra e dalla sconfitta tedesca. Se già negli anni di
Strasburgo, e soprattutto in quelli di Friburgo, Meinecke aveva corretto in
senso liberale il giovanile nazionalismo conservatore di stampo prussiano, egli
appoggia la repubblica di Weimar, pronunciandosi in favore della democrazia.
Ciò lo spinge sulle tracce di Weber e di Troeltsch, suo collega a Berlino ad
assumere un atteggiamento critico verso la soluzione bismarckiana del problema
nazionale tedesco e a ricono- scerne le insufficienze. Fin dai saggi raccolti
nel volume Nach der Revolution (Minchen-Berlin) egli intraprende così un'opera
di revisione delle prospettive storiografiche tradizionali, da lui stesso
condi- vise negli anni precedenti, la quale si tradurrà, sul piano politico, in
una costante opposizione al nazismo. Questo diverso orientamento di pensie- ro
si rivela chiaramente nella seconda grande opera di Meinekce, Die Idee der
Staatsrison in der neueren Geschichte (Minchen-Berlin; tr. it. Firenze), che ha
il suo motivo conduttore nell’antitesi tra krdtos ed éthos, tra potenza e
spirito. Quest’antitesi si presenta, agli occhi di Meinecke, come costitutiva
del mondo della politica; e nel prevalere della potenza sullo spirito quale si
è avuto appunto nella storia tedesca da Bismarck in poi egli addita il demone
intrinseco alla politica. Lo stato è nel medesimo tempo potenza e spirito; ma
proprio per questo motivo non deve smarrire la propria essenza spirituale,
riducendosi a mera potenza. In quanto condizionata da una situazione oggettiva,
e quindi inserita in una serie di rapporti causali, l’esistenza dello stato
sorge su una base naturale; ma lo stato è pure orientato verso la realizzazione
di valori, e perciò si eleva a una vita spirituale. La ragion di stato (che dà
il titolo all'opera) è il ponte gettato tra la potenza e lo spirito allo scopo
di risolvere la loro antinomia e di garantire la permanenza dello spirito
nell’ambito della politica. Ma tale antinomia non è altro che un caso specifico
di un contrasto più generale, quello tra il fondamento naturale della storia e
il compito, ad essa inerente, di realizzare valori culturali. In questi stessi
anni, attraverso la collaborazione con Troeltsch e lo studio dell'idea della
ragion di stato , Meinecke approda anch'egli alla teoria dei valori. Fin dal
saggio Personlichkeit und geschichiliche Welt, egli aveva rivendicato
l'autonomia della personalità, definendola in base al rapporto tra necessità e
libertà, poi ripreso per qualificare la potenza e lo spirito nella loro
antitesi; in seguito, in Ernst Troeltsch und das Problem des Historismus e in
Kausalitàten und Werte in der Geschichte (1924), l’affermazione dell'autonomia
dei valori rispetto alle serie causali che costituiscono il processo storico lo
conduce a doverne giustificare l’assolutezza, messa in questione dalle
conseguenze relativistiche dello storicismo. Dopo essersi opposto all'avvento
del nazismo, Meinecke è costretto al silenzio, e deve lasciare Ia direzione
della Historische Zeitschrift . Il problema dello storicismo e del suo rapporto
con i valori diventa, in questo periodo, l'oggetto principale della riflessione
e dell'analisi storica meineckiana. Convinto che lo storicismo non conduca
necessariamente al relativismo, ma possa coesistere con la fede in valori
assoluti secondo l'insegnamento che egli trova in Goethe e in Ranke Meinecke
traccia, in Die Entstehung des Historismus (Minchen-Berlin, 1936; tr. it.
Firenze), un ampio quadro dello sviluppo dello storicismo dalle sue origini
settecentesche fino alla cultura romantica. Al suo inizio, lo storicismo si è
affermato in antitesi al giusnaturalismo e al suo presupposto di una ragione
umana immutabile, depositaria di un sistema di verità eterne: l'atteggiamento
giusnaturalistico appare così il grande antagonista dello storicismo. In
seguito lo storicismo ha fatto valere, nel pensiero tedesco della fine del
secolo xvitt, una diversa forma di considerazione della realtà, fondata su due
princìpi il principio dell’individualità di ogni fenomeno storico e il
principio dello sviluppo. Ma questa concezione individualizzante ed evolutiva
del processo storico non riveste senz'altro un significato relativistico; e
proprio la lezione di Goethe e di Ranke ci dimostra che lo storicismo non
esclude la possibili tà di considerare ogni epoca, ogni momento della storia in
riferimento a valori assoluti. In vari saggi, poi raccolti in Vom
geschichtlichen Sinn und vom Sinn der Geschichte (Leipzig; tr. it. Napoli) e
negli Aphorismen und Skizzen zur Geschichte (Leipzig; tr. it. Napoli, 1962),
Meinecke ha ribadito richiamandosi soprattutto a Ranke la presenza
dell’assoluto nella storia, e al tempo stesso la sua irriducibilità al processo
storico. Ma in tale maniera il rapporto tra immanenza e trascendenza dei valori
viene a configurarsi come un mistero, la cui soluzione può essere fornita non
già in termini razionali, ma soltanto dal ricorso alla fede. Dopo la fine della
guerra e il crollo del nazismo Meinecke ha ripreso la critica dell’edificio
politico bismarckiano, cercando in Die deutsche Katastrophe (Wiesbaden; tr. it.
Firenze) una spiegazione del fenomeno nazista che ne individuasse le radici
profonde nella storia tedesca. Questa critica lo ha pure condotto a moderare
l’entusiastico richiamo a Ranke delle opere precedenti, e a rivalutare invece
l’importanza di Burckhardt. In seguito ebbe gran parte nella costituzione della
Freie Universitit di Berlino-Ovest, di cui fu il primo rettore. Morì a
Berlino-Dahlem, più che novantenne. Gli scritti di Meinecke sono stati raccolti
nei Werke, pubblicati per iniziativa del Meinecke-Institut della Freie
Universitit di Berlino, ad opera dell'editore Oldenbourg di Minchen, della
Toeche-Mittler Verlag di Darmstadt e della Koehler Verlag di Stuttgart. Il
primo volume (a cura di W. Hofer, Miinchen) contiene Die Idee der Staatsrison
in der neueren Geschichte; il secondo (a cura di G. Kotowski, Darmstadt, 1958)
racchiude le Politische Schriften und Reden, ordinate cronologicamente; il
terzo (a cura di C. Hinrichs, Miinchen, 1959) comprende Die Entstehung des
Historismus; il quarto (a cura di E. Kessel, Stuttgart) raccoglie, sotto il
titolo Zur Theorie und Philosophie der Geschichte, i principali saggi
metodologici e filosofici, tra cui Persòonlichkeit und geschichiliche Welt,
Kausalititen und Werte in der Geschichte, Geschichte und Gegenwart, gli scritti
minori sulla storia dello storiciimo e in particolare su Goethe, Schiller,
Schleiermacher, Ranke, Dilthey, Troeltsch, Spengler ecc.; il quinto (a cura di
H. Herzfeld, Miinchen, 1962) contiene Weltbirgertum und Nationalstaat; il sesto
(a cura di L. Dehio e P. Classen, Stuttgart) racchiude un'ampia scelta di
lettere, col titolo Ausgewdhlter Briefwechsel; il settimo (a cura di E. Kessel,
Miinchen) raccoglie, sotto il titolo Zur Geschichte der Geschichtsschreibung,
numerosi saggi su Ranke, Burckhardt, Droysen, Sybel, Treitschke, Lehmann,
Delbriick, Baumgarten, Schmoller, Lamprecht, Dove, Below, Neumann ecc.
Rimangono al di fuori di questa raccolta diversi volumi, in particolare la
monografia su Boyen, il volume Das Zeitalter der deutschen Erhebung, il volume
Radowitz und die deutsche Revolution, e altri già menzionati nella nota
biografica. Ad essi si devono aggiungere î due libri di memorie Er/ebtes,
Leipzig, e Strassburg-FreiburgBerlin, Stuttgart, poi raccolti in unico volume
col titolo Erlebtes, Stuttgart (tr. it. Napoli). Dell’ampia letteratura critica
concernente l’opera e il pensiero di Meinecke segnaliamo gli studi seguenti: F.
CHÙiasop, Uno storico tedesco contemporaneo: Federico Meinecke, Nuova rivista
storica. E.
Seeserc, Zur Entstehung des Historismus: Gedanken zu Friedrich Meineckes
jiingstem Werk, Historische Zeitschrift. W. Horer, Geschichtsschreibung und
Weltanschauung: Betrachtungen zum Werk Friedrich Meineckes, Miinchen, Goetz,
Friedrich Meinecke: Leben und Persònlichkeit, Historische Zeitschrift (l’intero
fascicolo è dedicato a Meinecke, ma contiene anche saggi di altro argomento). L.
Denio, Friedrich Meinecke: der Historiker in der Krise, Berlin. H. Hottpack,
Friedrich Meinecke: das Machiproblem in der neuesten deutschen Geschichte,
Hochland. F. CuÙason, Meineke, Rivista storica italiana , Wotrson, Meinecke,
Journal of the History of Ideas , SterLIino, Ethics in a World of Power (The
Political Ideas of Meinecke), Princeton. A. Neeri, Saggi sullo storicismo tedesco: Dilthey e Meinecke, Milano. S.
Pistone, Meinecke e la crisi dello stato nazionale, Torino, Tessitore, Meinecke
storico delle idee, Firenze, 1969. Un'ampia bibliografia degli scritti di e su
Meinecke è fornita da A. M. Reinotp nel fascicolo speciale della Historische
Zeitschrift dedicato a Meinecke; successive indicazioni si possono trovare nei
volumi sopra menzionati di S. Pistone e F. TESssITORE. Quando ho accettato di
svolgere il tema della conferenza odierna, ho subito chiarito a me stesso che
le applicazioni pedagogiche (che ci si attende forse in primo luogo da questa
conferenza) potevano esaurirsi in breve tempo, mentre i princìpi e le
convinzioni generali da cui esse devono scaturire si affacciano su problemi che
oggi toccano non soltanto lo storico, ma ogni uomo che aspiri alla personalità.
Parlare di questi problemi e prima ancora confrontarmi con essi, mi stimolava
tanto più fortemente quanto più le tempeste di quest'epoca, nel mezzo della
lotta e della preoccupazione senza respiro a cui ci costringono, hanno
ridestato in noi tutti una nuova prepotente nostalgia per il raccoglimento
interiore e per l’auto-riflessione. La questione principale sarà quindi la
seguente: che cosa significa il mondo storico per la formazione della
personalità? Dalla risposta che ne seguirà si potranno trarre subito, e
facilmente, le conseguenze per lo spirito e il metodo dell’insegnamento della
storia. Ma che cos'è dobbiamo chiederci anzitutto la personalità, che cosa
vuole e deve essere? Il detto di Goethe, che la personalità è la felicità
suprema dei figli della terra, risuona * Die Bedeutung der geschichtlichen Welt
und des Geschichtsunterrichts fiir die Bildung der Einzelpersonlichkeit,
Geschichtliche Abende im Zentralinstitut fir Erzichung und Unterricht , 2,
Berlin, E.S. Mittler und Sohn, col titolo Personlichkeit und geschichtliche
Welt, poi raccolto in Staat und Persònlichkeit, Berlin, E. S. Mittler und Sohn,
e in Schaffender Spiegel (Studien zur deutschen Geschichtsschreibung und
Geschichtsauffassung), Stuttgart, K. F. Kochler Verlag, infine in Werke, vol.
IV: Zur Theorie und Philosophie der Geschichte (a cura di Kesscl), Stuttgart,
K. F. Koehler Verlag (traduzione di Sandro Barbera e Pietro Rossi).
all'orecchio come il suono di campana di una chiesa che ci dà, nelle dispersive
cure quotidiane, una promessa quieta e regolarmente ripetuta, una promessa che
è però, al tempo stesso, una richiesta. E invero essa promette e richiede da
noi una certa costanza interiore in mezzo a tutte le cose esterne che ci
assediano e che ci pongono in uno stato di attività o di compartecipazione,
ossia un limite saldo che possiamo e dobbiamo custodire tra l’interno e l’esterno,
e che deve non già chiudere ermeticamente l’interno, ma regolare e guidare il
suo rapporto con il mondo esterno, un santuario interiore con vie di entrata e
di uscita, egualmente adatto per riposare tranquillamente e raccogliere le
forze in noi stessi come per scaricare attivamente tali forze verso l’esterno;
in breve, un mondo autonomo e tuttavia organicamente connesso con il grande
mondo, singolare e insostituibile, e tuttavia soltanto configurazione
particolare di forze universali della vita, libero in sé e tuttavia dipendente
dalla totalità, che abbraccia contemporaneamente, al di là di tutto questo,
l'elemento più reale e vivente che abbiamo e che nessuna critica della
conoscenza può sottrarci, vale a dire l’io consapevole di se stesso. Questo
elemento più vitale di ogni altro ci è dato dalla natura come un dono
miracoloso. Un miracolo altrettanto grande, ma che richiede un’elaborazione
attiva, è quello di costruire in base ad esso la personalità e di elevarci in
tal modo al di sopra della semplice natura. Si comprende che la personalità
dev'essere la felicità suprema dei figli della terra soltanto quando si diventa
consapevoli di questo duplice miracolo. Mentre la natura costringe tutta la
vita di altro genere che essa reca alla luce nei ferrei vincoli della
determinatezza, all’uomo essa lascia la possibilità di sciogliere questi
vincoli, di costruire in sé un mondo della libertà, di curare in esso il bene
supremo della libertà peculiarità inimitabile senza però perdere la connessione
con tutto il resto della vita. Non si può essere felici nell’isolamento
completo, ma non si può esserlo neppure nella completa fusione con il mondo
esterno. Per diventarlo si deve sentire nella libertà il legame e la
partecipazione alla totalità della vita e sentire di nuovo in ogni legame e in
ogni comunanza la libertà e l’unicità della propria vita. In questo rapporto
della personalità con il mondo è prefigurata al tempo stesso la forma
originaria di ogni buona e vitale costituzione dello stato e della società. Il
singolo e la totalità, l'io e l’ambiente nella loro azione reciproca, nella
loro auto-conservazione reciproca all’interno di una connessione inseparabile
scorre anche la vita storica. Sorgono così due problemi: che cosa significa la
personalità per il mondo storico? e che cosa significa il mondo storico per la
formazione della personalità? Viene subito in luce che il primo problema è
stato trattato molto più di frequente, e in modo manifestamente più interessato
del secondo. Forse che in ciò si manifesta un certo sentimento di fondo che la
prima questione sia più importante della seconda? Bisognerebbe ammettere che la
totalità ha maggior valore del singolo e che si tratta anzitutto di indagare
questa totalità del mondo storico nei fattori in essa operanti? Non c’è dubbio
che in questo privilegiamento del primo problema si palesano sia lo spirito
storico del secolo x1x sia l’allargamento della vita storica complessiva che ha
avuto luogo nel corso di esso. Agli inizi e fino al culmine della filosofia
idealistica si muoveva ancora dai bisogni della personalità; in Kant e in
Fichte era quindi dominante il problema della libertà etica. Ma già in Hegel il
processo storico complessivo, che travolge gli individui lo vogliano o no nella
sua corrente, diventava il tema predominante. Con lo sviluppo della moderna
scienza storica e con l’importanza crescente delle masse si giunse quindi alla
grossa disputa tra tendenza collettivistica e tendenza individualistica. Il
collettivismo e in intimo accordo con esso il positivismo e la nuova scienza
sociologica presero le mosse, nella loro impostazione dei problemi,
dall’importanza predominante delle collettività rispetto agli individui. La
tendenza individualistica della scienza storica e la filosofia ad essa prossima
si sentivano, nei confronti di quelle tendenze, più in difesa che all'attacco,
e si sforzavano al tempo stesso coscienziosamente di riconoscere il nucleo di
legittimità presente nelle tesi dei collettivisti. In tal modo sulla nostra
immagine della storia è stata distesa una robusta rete di nozioni
collettivistiche e, di fronte alla pressione esercitata dalle grandi forze
della vita storica complessiva sul singolo individuo, sempre più fievole è
diventata la questione del senso e dello scopo del mondo storico per la
formazione delle personalità libere e singolari. Quest'ultima minacciava di
fatto di perdere importanza e di recedere da scopo in sé a mezzo subordinato
nei confronti del corso complessivo. Dovremo ancora occuparci della situazione
che ne risultava per il rapporto della moderna personalità con il mondo
storico. Una cosa è però certa, cioè che le due questioni dell'importanza della
personalità per la storia e dell’importanza della storia per la personalità
sono connesse tra loro, e che la risposta all'una pregiudica sempre la risposta
all’altra. Coloro che sostenevano l’importanza della personalità per la storia
lo facevano proprio perché sentivano profondamente l’importanza del mondo
storico per la loro propria vita personale. Essi nascondevano con pudore il
loro interesse etico-pratico mascherandolo sotto un problema di pura
conoscenza. Ora noi torniamo a districarlo chiarendoci le conseguenze del
collettivismo e dell’individualismo per il nostro problema. Il collettivismo
nella sua forma più netta vede nell’individuo solamente un punto di
intersezione e di passaggio delle varie forze sociali. Le grandi istituzioni, i
costumi e le opinioni diventati stabili dei gruppi sociali e delle comunità dei
popoli trascinano e attraversano l’individuo inerte, che dalla natura ha ricevuto
il carattere di un individuo da gregge. Pertanto progresso e sviluppo verso
nuove istituzioni e nuove intuizioni non sono l’opera di singoli uomini, ma
l’espressione di mutati rapporti di vita esterni. Gli individui, che sembrano
rappresentare € realizzare questi rinnovamenti, sono soltanto gli esponenti di
rapporti e di tendenze più generali. Il mondo storico, così come viene
praticamente vissuto nella sua pienezza di istituzioni tramandate e di forze
vitali, ha quindi sì un’importanza enorme e addirittura predominante per
l’individualità, ma non lascia spazio né materia alla costruzione di una libera
e singolare personalità da parte dell'individuo. Ciò che appare sotto forma di
personalità libera e incomparabile viene costruito piuttosto dall'ambiente, e
tutti i materiali dell’edificio derivano da questo. La composizione di tali
elementi all’interno del singolo individuo può essere singolare e individuale,
ma soltanto come la composizione dell'immagine multicolore nel caleidoscopio.
Inoltre il mondo storico, così come può essere vissuto teoricamente
nell'indagine e nell’intuizione del passato, darà alla testa pensante la seria
e rigorosa nozione fondamentale che l’uomo è fatto di materia comune e che
l’abitudine è la sua nutrice. Tuttavia un deprimente determinismo di tal genere
non è rimasto l’ultima parola delle teorie positivistiche e collettivistiche.
Piuttosto, proprio dal loro centro risuona il richiamo al progresso e
all’ascesa, alla liberazione dell'umanità dalla gravosa pressione del passato.
Ma la sua speranza si collega in tal modo non alle forze etico-individuali, ma
a quelle etico-sociali. Esse credono alla presenza e alla crescita graduale di
una ragione collettiva, di una disposizione generale dell'umanità o di certe
razze dell'umanità a sollevarsi dallo stato di pura naturalità, attraverso lo
stadio di semi-civiltà, fino a uno stato di popoli compiutamente civili. E
questo processo di incivilimento raggiunge poi anche il singolo individuo, lo
arricchisce e lo libera in qualche misura, crea il moderno uomo civile e il
moderno soggettivismo ma sempre soltanto in virtù di un’organizzazione generale
che sta al di sotto di esso e lo spinge in avanti. Anche ogni etica pratica che
si connetta a questo modo di vedere procede in maniera caratteristica
dall’affermazione di possibilità generali, di diritti universali, di libertà e
di miglioramenti della situazione sociale, economica e politica che devono
mettere l’individuo in grado di partecipare, secondo la misura delle sue doti,
a tutti i beni culturali elaborati dalla collettività. Questo è il processo
ideale della moderna democrazia occidentale, la quale riposa ampiamente su
presupposti positivistici e collettivistici. Ma con questo tipo di costruzione
teoretica e pratica del mondo storico dobbiamo ora chiederci si può sviluppare
la piena felicità di ciò che Goethe intendeva parlando di personalità? Ciò è
possibile soltanto se essa dimentica i tetri presupposti di questa costruzione,
se essa si sente non soltanto come prodotto di uno sviluppo generale, come
compartecipe dei suoi frutti dei dividendi da esso in certa misura versati ma
anche come portatrice di uno sviluppo individuale del tutto specifico, come
detentrice di un grado elevato di libera auto-determinazione, come proprietaria
di una fonte nascosta di vita spontanea. Un positivismo intelligente si spinge
anche fino ad ammettere che una fede siffatta è utile per suscitare
nell’individuo il massimo di forza e di felicità, perché l'illusione di essere
liberi ha lo stesso effetto di esserlo veramente. Quest'illusione può poi
aggirarsi nella luce crepuscolare del dubbio e della fede, come ama fare il
moderno uomo di cultura, spiritualmente differenziato e soggettivisticamente
eccitabile. Su tale via si possono ottenere molteplici sensazioni e impressioni
sul rapporto tra io e mondo, un raffinato auto-godimento, anche uno slancio
ostinato verso uno stato di superuomo con prove svariate e perfino eroiche:
spesso incontriamo queste disposizioni nei profili dei nostri giovani in
uniforme, e la nostra poesia e la nostra arte più recenti ne sono piene. Ma una
quieta e profonda chiarezza sul rapporto del mondo storico con la personalità,
un’armonica sicurezza della personalità, un vittorioso superamento del dubbio
paralizzante e distruttivo sul valore della vita storica non possono essere
ottenuti in questo modo.Per sciogliere tale dubbio occorre partire da un’altra
concezione della personalità proprio da
quella che sviluppavo in apertura. Essa non si fonda soltanto sul fatto che ci
è gradita e forse ci aiuta nella lotta della vita, ma sul fatto che viene
richiesta sia da un’auto-osservazione immediata sia da una considerazione
impregiudicata della vita storica. L’auto-osservazione ci insegna che la ferrea
legge causale, entro cui vediamo incatenata senza eccezioni la vita storica, ha
tuttavia la sua radice ultima solamente nella profondità dello spirito umano, e
che da questa stessa profondità scaturiscono anche altri bisogni, altrettanto
costrittivi, che non permettono di considerare il mondo storico soltanto come
una sezione dalla generale connessione causale della natura. Lo spirito umano
crea, ed è costretto a creare in base a
un impulso spontaneo e a una disposizione originaria un mondo di valori spirituali ed etici i cui
destini sono sì sottoposti nella vita alla legge causale e al mutare delle
cose, ma la cui esîstenza in sé rivela nell'uomo una sfera superiore alla
connessione naturale e causale. Costruire questa sfera non vuol soltanto dire
creare la cultura e la storia, ma vuol dire anche creare la personalità; poiché
alla personalità spetta conservare e continuare i valori della cultura una
volta creati questa è la sua funzione
storica. Tali valori culturali non sono solamente, come vuole il positivismo,
puri prodotti causali di rapporti e di forze generali certamente, questi vi cooperano potentemente
e devono essere assolutamente riconosciuti
ma sono affidati, per mantenere la loro vitalità ed essere incrementati,
al lavoro comune di innumerevoli individui singoli. Non è soltanto la grande personalità
dominante, l’eroe nel senso di Carlyle, che fa la storia e produce la cultura;
ogni singolo uomo in cui si è destata una vita spirituale, liberata dal vincolo
naturale, vi coopera e può contribuire ad essa con qualcosa di originale e di
proprio. In tutte le nuove formazioni della vita storica la ricerca deve
sempre, quando vi riesce, indagare più a fondo la loro genesi; deve sentire il
respiro della vita individuale e personale
uomini che non erano soddisfatti di sopportare ancora pazientemente il
passato, di essere mera impronta dell'ambiente e di rimanere un numero nella
massa oscura, ma che aspiravano inquieti, con nostalgia e desiderio, ad
acquistare per sé un frammento di libertà e il dominio sull’ambiente, di
imprimere nell'ambiente un frammento del proprio io, creando il bene come il
male ma diventando con ciò fermento della storia. Certamente, si deve subito
aggiungere che ogni elemento di novità che la personalità singola può imporre
alla vita storica si trova nella più stretta continuità e connessione causale
con l’antico, con ciò che è tramandato, e ne è a ogni passo condizionato e
delimitato. La libertà di movimento e il carattere specifico della personalità
possono sì apparire talmente piccoli che si capisce che si sia voluto eliminarli
dalla storia considerata come fattore essenziale; ma sono abbastanza grandi per
poter comprendere il miracolo per cui lo spirito si è sollevato al di là dei
limiti della natura, nonostante ogni legame con essa, e ha potuto produrre un
mondo storico. Soltanto a questo punto possiamo dare una risposta all’altro
aspetto, oggi dominante, del duplice problema e cercare di chiarire
l’importanza del mondo storico per la costruzione della personalità. Fin dal
principio esso assume ora, per l’individuo, colori più chiari e gioiosi che in
una concezione rigorosamente positivistica del mondo storico. E gli fa cenno
dicendo: entra in me, io non ti soffocherò se ti farai coraggio e se vorrai
guardarmi nel cuore. Io non sono per te un ferreo destino che non ti lascia scelta
alcuna nel pensiero e nell'azione, ma sono un compito alla cui soluzione sei
chiamato a collaborare. Devi servirmi, ma non come schiavo, bensì come uomo
libero; poiché solamente in quanto innumerevoli altri prima di te l'hanno
fatto, sono diventato ciò che sono e sono in grado di offrirti la mano per
liberarti dall’oppressione della legge naturale. Guardami inoltre nella
pienezza delle mie configurazioni, nessuna delle quali è eguale all’altra e che
pure sono tessute tutte insieme da me. Da ciò trai la speranza che anche il tuo
elemento più proprio € più peculiare sarà conservato in me, anche se costituirà
soltanto un piccolo filo nel mio manto regale. E perciò ti dico: diventa
libero, diventa te stesso. Il mondo storico pone quindi alla singola personalità
una richiesta generale e una richiesta individuale. Essa deve compiere qualcosa
di universalmente valido, impiegando tutto ciò che di soltanto istintivo è in
essa presente come materia e mezzo per scopi etici e spirituali ed erigendo
così in sé il dominio di ciò che è ideale. Anche questi scopi ideali compaiono
anzitutto come qualcosa di universale, imposti alla personalità dall’esterno.
Tutti i doveri e i compiti la famiglia,
il lavoro, la società, la patria, lo stato e la cultura rientrano in questo ambito. In essi si nasce
e non si può sceglierli a piacimento, perché fin dall’inizio ci assalgono
imperiosamente. Se dalla personalità non si richiedesse altro se non che, opprimendo
i suoi impulsi egoistici, essa si elevasse
in virtù dell’auto-determinazione etica nel senso kantiano a organo degli interessi universali e agisse
soltanto secondo massime di una legislazione universale, non si sarebbe ancora
fatto abbastanza. Si otterrebbe soltanto una libertà formale, non ancora
riempita di contenuto; poiché il contenuto di questo agire eticamente libero ci
sarebbe fornito dal mondo esterno. E all’osservatore critico gli uomini che
volessero accontentarsi di questa specie di libertà non potrebbero ancora
apparire come personalità compiute, ma soltanto come inservienti volontari di
scopi oggettivi forse molto grandi, ma pur sempre formati dall’esterno. Inoltre
questi scopi storici sfocerebbero facilmente in una rigidità priva di vita, e
diventerebbero simili a quel carro degli dèi indiano il quale stritola le masse
dei fedeli che si buttano davanti ad esso. In questa maniera i nostri nemici
hanno rappresentato, durante la guerra, il rapporto del Tedesco con il suo
stato tramandato e ci hanno attribuito un cieco, fanatico servilismo verso lo
stato, che per fortuna è lungi da noi ma che
comunque lo Friedrich Meinecke intorno si consideri può essere ammesso come possibilità estrema
di certi germi di sviluppo presenti in noi. La personalità stessa e il mondo
storico che la circonda soffrirebbero di questa specie di rapporto, perché
dalla personalità non si potrebbe trarre fuori tutto quanto c’è in essa, tutto
ciò che potrebbe servire e contribuire al mondo storico. La dottrina dell’imperativo
categorico questa legge fondamentale di
formazione della personalità dev'essere
quindi integrata, così come la legge del Vecchio Testamento ha trovato il suo
compimento nel Nuovo Testamento. Diventa te stesso dice questa legge del Nuovo Testamento alla
personalità. Coltiva la tua peculiarità non con l’amore animale, senza capacità
di scelta, per tutto ciò che ti spinge verso la peculiarità e vorrebbe
affermarsi contro il mondo esterno, poiché ciò conduce soltanto alla
soggettività vana o all’ostinata eccentricità. Riconosci invece la legge
organica in base a cui le tue forze individuali e i beni vitali tratti dal tuo
ambiente possono connettersi in un mondo unitario, in sé concluso; cerca un
principio direttivo, un’idea della tua vita in te stesso che possa valere
solamente per te e per nessun altro allo stesso modo, perché a ogni passo
decisivo nella vita devi interrogare solo te stesso e la tua coscienza in
merito al tuo dovere. Questa formazione in noi di un’idea individuale della
vita permette anche come lo permetteva
già l'imperativo categorico la lotta
contro gli impulsi inferiori, sensibili, non già per reprimerli bensì per
ordinarli ed educarli, per dare anche al bisogno presente in noi, indifferente
e gregario, una nota particolare, un valore consono con la totalità della vita.
Nel concetto di individualità non è possibile infatti conservare la divisione
netta tra spirito e materia. La dote naturale della natura sensibile-spirituale
complessiva è e rimane il terreno che alimenta la personalità; e soltanto in
base all’armonia, alla reciproca compenetrazione e illuminazione dei sensi e
dell'anima cresce la sua peculiarità, la sua bellezza e la sua forza. È
un’acquisi-zione della sensibilità moderna che essa non pretenda più di
dividere questa connessione data e vivente con un atto di violenta ascesi dello
spirito nei riguardi del mondo sensibile. In tal modo le svolte storiche del
secolo xtx penetrano nella formazione del moderno ideale di personalità. Il
carattere rigoristico 5 dell’etica kantiana tradisce ancora la sua origine
dall’ascesi cristiana. Ma contemporaneamente già nasceva, con Rousseau e
Goethe, un nuovo sentimento della vita
la coscienza dell’unità ultima di natura e spirito, dello stretto e
misterioso intreccio di forze sensibili e forze spirituali, dell’accresciuta
pienezza vitale dell’uomo, che si immerge gioioso in questo sentimento di
unità. In stretta connessione con tutto ciò Herder, Goethe, Wilhelm von
Humboldt e i Romantici scoprivano il valore insostituibile dell'individuale, di
ciò che è cresciuto in modo originale e singolare nella storia e nella vita. Lo
spirito realistico del secolo x1x fece uso pratico di queste nuove sensazioni e
conoscenze in quanto, distruggendo dottrine e pregiudizi, riconobbe il diritto
alla propria esperienza e osservazione della vita, colse e sfruttò ovunque ciò
che c’è di attivo, di naturalmente dato e di potente, e cercò così anche di
dispiegare in pieno la forza dell’individuale e della personalità. Ne è
derivata certamente con alcune riserve
che dobbiamo ancora avanzare una più
robusta ondata di sangue vitale per il nostro ideale di personalità. La
situazione storica che si presenta di volta in volta ha quindi un’importanza
enorme per la formazione della personalità. La disposizione e l’impulso a
diventare personalità è universalmente umano e opera a tutti i livelli dello
sviluppo, anche a quelli più bassi, sebbene la pressione del mondo esterno e
della tradizione permetta che su questi si dispieghino soltanto pochi germi,
particolarmente forti. Inoltre la specificità dell’ambiente storico agisce in
modo da destare in primo luogo le disposizioni che hanno una corrispondenza con
esso e da lasciar cadere altre disposizioni, non circondate dal favore della
costellazione. Intere pleiadi di pittori o di dotti, di teste politiche o di
nature religiose possono prosperare stupendamente in un'epoca, mentre l’epoca
successiva ricopre nuovamente quelle strade già aperte alla personalità. Un
Goethe potrebbe diventare ancor oggi Goethe? Appartiene alla tragicità della
vita storica che la vocazione di un’epoca
si potrebbe dire la sua predestinazione
tocchi sempre soltanto alcuni lasciando invece altri, che in epoca
diversa avrebbero potuto attingere una grandezza umana, nell'esercito
sonnolento della massa. Ma un'autentica natura gocthiana metterebbe in moto i
suoi clementi e mediterebbe la propria ascesa anche in epoca sfavorevole.
Perciò anche le masse non possono mai essere considerate nella storia come
masse del tutto morte. Esse sono piene di personalità potenziali che, se anche
non possono risplendere, gettano tuttavia un barlume di luce sul loro ambiente.
Anche i guerrieri dell'esercito sonnolento sognano la vittoria e la
gloria. Buona e cattiva stagione per la
personalità si alternano quindi nel corso della storia. I tempi più favorevoli
al suo sviluppo sono quelli dell’albeggiare tra vecchie e nuove epoche, quando
forme vitali, idee e istituzioni da tempo dominanti si rilassano e si
trasformano, perdendo la loro forza vincolante. Allora il bisogno sociale,
politico e spirituale procede incerto alla ricerca di nuove vie; ma presto,
come in un'alta marea, spumeggia il coraggio di un pensiero e di un agire
nuovo, fresco e perfino rivoluzionario, e brulicano d’un tratto teste vitali e
originali. Così avvenne quando la Grecia passò dall’epoca arcaica a quella
delle guerre persiane: le rigide costituzioni aristocratiche delle sue
città-stato furono turbate dal nuovo fermento della democrazia, e
contemporaneamente si destò il dubbio verso l’antica fede negli dèi. La stessa
cosa accadde nel mondo romano-germanico alle soglie tra Medioevo ed età
moderna, anzitutto nella vivace Italia del Rinascimento, ma anche sul pesante e
più duro terreno della Germania agli inizi dell’Umanesimo e della Riforma.
Sarebbe però errato cercare in queste epoche l’esigenza e la capacità di
produrre nuova vita personale esclusivamente presso i rinnovatori e le loro
nuove idee riformatrici. Si potrebbe piuttosto azzardare la tesi che, con
quanta maggiore forza e personalità irrompe la nuova vita, tanto più forza
vitale dev’esserci ancora in ciò che è vecchio. Le nuove idee non scaturiscono
mai da situazioni totalmente marce e senili. La Chiesa romana non era marcia e
senile quando Lutero se ne distaccò. Proprio ciò che vi era ancora di vitale
nel Cristianesimo medievale gli ha dato un infinito travaglio, e Lutero non si
è mai completamente sottratto al suo dominio. Tutte le grandi personalità
riformatrici sono state uomini di transizione, la cui interiorità era campo di
battaglia tra due epoche e il cui mondo
ideale di penetrante ricerca mostra spesso una continuità sorprendente con la
tradizione dalia quale si sono liberati. Di regola il rinnovatore respinge
consapevolmente soltanto una parte di ciò che è vecchio, e non ne abbandona mai
completamente il terreno. Ma i conflitti che ne derivano sono adatti, come
nessun altro, ad agitare l’assopita profondità dell’uomo, spingendolo a
raccogliere saldamente e a organizzare gli elementi della sua natura per poter
affrontare la lotta con il passato e il mondo esterno e costruire così la personalità. Allora anche
nature di media forza e di medio talento possono innalzarsi al di sopra di se
stesse. Ulrico di Hutten' non era affatto un pensatore profondo né un carattere
armonico, e probabilmente in tempi normali non sarebbe andato oltre una certa
varietà problematica di impieghi del suo focoso impulso vitale; nella sua nuova
missione crebbe nel volgere di pochi anni, quasi di colpo, fino a diventare una
personalità orgogliosa, libera e sicura di sé. Con un grande senso delle
condizioni di vita della personalità Conrad Ferdinand Meyer? ha contrapposto
allo Hutten morente il giovane Loyola?, uno dei massimi maestri della storia
universale per quanto riguarda la costruzione della propria personalità. Anche
il vecchio mondo può infatti mostrare, in queste epoche rivoluzionarie, di che
cosa sia ancora capace, e gettare contro l'epoca nuova potenti caratteri
rappresentativi. Quando un secolo fa la Prussia muoveva i primi passi decisivi
da stato organizzato in base a ceti a stato borghese-nazionale e tutta una
serie di importanti personalità si sollevava storicamente all'altezza di questo
compito, era al tempo stesso uno spettacolo magnifico vedere lo Junker Marwitz*
impegnarsi in una lotta cavalleresca, da antico gentiluomo della Marca, come in
1. Ulrico di Hutten, umanista tedesco, autore dell’Ars versificandi, del Mordus
gallicus e di vari altri scritti, fu coinvolto nella vita politica c nelle
polemiche letterarie della Germania del primo Cinquecento; fu tra i maggiori
collaboratori della raccolta di Epistelae obscurorum virorum (1517). Allo
scoppio della Riforma prese posizione contro la Chiesa romana, cd ebbe un'aspra
polemica con Erasmo. 2. Conrad Ferdinand Meyer, poeta c romanziere svizzero,
autore di Balladen, di Romanzen und Bilder, del poema Muttens letzte Tage e di
un altro pocma su Engelberg, nonché di numerose altre poesie e di romanzi,
soprattutto di argomento rinascimentale, come /iirg Jenatsch (1876) c Der
Heilige (1880). Mcinccke si riferisce qui, ovviamente, al pocma su Hutten.
Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, una delle più cminenti figure della
Controriforma cattolica. 4. Friedrich August Ludwig von der Marwitz, generale
dell'esercito prussiano dal 1817, vagheggiò la restaurazione della vecchia
società organizzata in base ai ceti : le sue opere sono apparse postume nel
1852. un’armatura sferragliante, contro l’epoca nuova. Anche il contenuto
vitale della vecchia epoca può essere spesso toccato dalle nuove idee,
nonostante la sua resistenza esterna, e presentarsi quindi in modo
particolarmente ricco d’interiorità e raffinato. I colti amici di Federico
Guglielmo IV, accesi di entusiasmo per l’autorità di diritto divino e per il
vecchio stato patrimoniale, vedevano nel soggettivismo e nel panteismo dei
moderni un peccato mortale; tuttavia non sempre potevano, alla luce di una
sottile indagine psicologica, assolversi l’un l’altro da questo peccato. Per
comprendere tale gioco riflesso di idee la semplice storia delle idee non è
sufficiente, perché essa non può non cedere alla tentazione di vedere
l’individuale come qualcosa di soltanto ideale. Solamente la domanda relativa
all’effetto che questi intrecci di idee hanno avuto sulla formazione della
personalità conduce nel cuore dell’uomo. Ogni epoca produce anche i suoi
particolari tipi di personalità. Nei periodi di ampio e inarrestato
dispiegamento delle forze nazionali, quando le lotte di liberazione e di
unificazione gloriosamente condotte a termine, la fine dei disordini cittadini,
la prosperità economica elevano il sentimento di sé, risvegliano la fiducia in
sé e nell’epoca, stimolano il senso imprenditoriale, la personalità si sviluppa
in modo diverso che nei tempi di lotta e di transizione. L'Atene di Pericle, la
Roma augustea, l’Inghilterra nell’epoca di Elisabetta e l'Olanda nel suo secolo
d’oro hanno vissuto periodi del genere. Allora recedono le tensioni interne e
le lotte psicologiche, in cui il singolo cerca se stesso seguendo la sua legge;
si appianano le rughe dei volti e gli uomini ci appaiono più armonici e
pacifici, più ricchi e rigogliosi. Allora spiriti grandi, medi e piccoli
possono dispiegarsi l’uno accanto all’altro in una pienezza brulicante e recare
alla luce tutto quanto è in essi presente. Un Sofocle e un Orazio, uno
Shakespeare e un Rembrandt crebbero in queste condizioni. Anche i caratteri
politici possono, in queste epoche che scorrono tranquille o il che è assai simile alla testa di piccoli stati non scossi
fortemente dalle lotte per la potenza, perdere qualcosa della rigida
unilateralità della loro 5. Federico Gugliclmo IV, re di Prussia dal 1840 alla
morte, amante dell'antichità e delle arti. volontà, e apparire più rilassati,
più inclini al compromesso e più disposti al godimento e a una cultura più
varia. Pericle non ha sviluppato la sua poliedrica personalità durante le
guerre persiane e neppure in quelle peloponnesiache, ma negli opulenti decenni
intermedi. E le repubbliche cittadine italiane e tedesche, i piccoli e medi
stati tedeschi, la Svizzera, hanno prodotto non pochi uomini di stato forniti
di una certa forza mite, di costante avvedutezza e di equilibrio
spirituale dal borgomastro strasburghese
Jakob Sturm ai moderni uomini di stato del Baden all’epoca della fondazione
dell'Impero. Non si deve certo dimenticare che un'epoca di lotta e di
transizione non è mai esclusivamente tale, c che non vi sono neppure epoche e
situazioni di pura fioritura e raccolta. Ogni epoca storica ha sopra di sé
diversi strati atmosferici disposti l’uno sull’altro, tempestosi o sereni, e i
contemporanei cercano ora nell’uno ora nell’altro la collocazione della loro
personalità. Spesso però i caratteri più grandi e più ricchi possono muoversi
contemporaneamente con eguale energia in tutti questi strati. Occorre ancora
una volta pensare al Rinascimento italiano, in cui si vedono sovrapposti
immediatamente gli strati di una forza che erompe rigogliosamente, di una
contemplazione dimentica del mondo, di conflitti appassionati di idee e di
tenza. Nella sua qualità di uomo di stato in esilio Machiavelli racconta come
passava il tempo nel suo villaggio giocando per alcune ore al giorno con gente
del popolo, per poi ritornare nel suo santuario e alzare con venerazione lo
sguardo alle opere degli antichi. Contemporaneamente, però, scriveva il libro
sul Principe, che conteneva una forza la quale avrebbe mosso il mondo. In
questa doppia vita di passione politica e di godimento spirituale egli ebbe un
precursore nell’imperatore Federico II”, certamente la personalità più colta
del Medioevo. Sturm, giurista e uomo politico tedesco, fu uno dei capi della Riforma
protestante in Germania. Avviato alla carricra ecclesiastica c poi a quella
diplomatica, studiò diritto a Liegi c a Porigi; rientrato a Strasburgo, fece
parte del Senato c quindi, a partire dal 1526, del Consiglio dei Tredici; in
seguito fu varie volte presidente del Senato. Convertitosi alla dottrina
luterana, prese parte alle controversie religiose dell'epoca, e svolse
un'intensa attività diplomatica, rappresentando Strasburgo alla prima dicta di
Spira e in varie altre occasioni. Federico Il di Svevia, re di Germania c, imperatore
del Sacro Romano Impero, viene qui ricordato per i suoi interessi culturali,
che fecero Anche questi viveva in un secolo intimamente duplice, in cui c'era
la compenetrazione e l'accostamento di vecchie e nuove idee, il rigoglioso
dispiegamento della vita e lo scontro più violento; in tutte queste sfere
Federico II si muoveva con eguale virtuosismo, artista nella vita e uomo di
volontà a un tempo, e di durezza diamantina nel nucleo del suo essere. Emerge
qui la personalità, per alcuni aspetti comparabile, di Federico il Grande, che
dal suo secolo prese sia gli ideali filantropici e i gusti spirituali della
filosofia illuministica sia il lavoro di formazione dello stato e della potenza
che disprezza gli uomini, mescolando eroicamente queste contraddizioni nelle
prove imposte dal destino alla sua personalità. Attraverso l’irradiarsi della
sua natura e delle sue azioni egli diventò uno degli elementi di formazione
delle personali tà della nostra epoca classica. Nulla agisce in modo così
immediato sul destarsi della personalità nell’uomo come il modello di una
personalità estranea. Tutta la vecchia concezione della storia e la vecchia
etica della storia non conoscevano consiglio migliore che quello di fare come ha detto Machiavelli come l’arciere che dirige il suo arco più in
alto del bersaglio, e di scegliersi a modelli della propria condotta di vita i
maggiori eroi, i grandi eroi irraggiungibili del passato. Da allora noi sappiamo
che con la semplice imitazione di tratti estranei non si è fatto ancor nulla, e
che non basta l’imitazione da sola a mediare le influenze di una personalità
sull’altra. Tutti i materiali e gli stimoli del mondo storico, che l’individuo
trae da esso per formare la sua personalità, equivalgono agli elementi del
terreno che la pianta estrae scegliendo secondo il bisogno della propria legge
di formazione organica e respingendo ciò che non le si confà. Federico il
Grande aveva tratti quanto mai estranei, addirittura antipatici, a Goethe,
Schiller, Kant e Fichte: non si appassionavano per lui, anzi lo rifiutavano in
vari modi, ma lo rivivevano. Non potevano fare a meno del miracolo che aveva
reso possibile un uomo del genere eroe e
filosofo al tempo stesso nella loro
epoca, che ritenevano della sua corte palermitana uno dei maggiori centri della
vita intellettuale della prima metà del secolo xt. Fu egli stesso uomo esperto
di matematica e di scienza naturale; le sue liriche ne fanno uno dei primi pocti
italiani, esponente della scuola siciliana. Alla sua iniziativa si deve il
codice. troppo colta e raffinata. Sicché Federico il Grande non ha solamente
rafforzato la loro coscienza nazionale e l'orgoglio di essere Tedeschi, ma ha
anche consolidato cosa ancor più
necessaria per loro la fede che la loro
vocazione e il loro dovere consisteva nel rompere i limiti della convenzione, i
pregiudizi dell’epoca, e diventare uomini seguendo la propria legge. Anche dai
tempi in cui vissero essi e le altre personalità della loro generazione
attinsero la linfa di cui avevano bisogno, secondo le leggi della più
individuale affinità elettiva. Essi vissero successivamente un’epoca di
dispiegamento, un’epoca di lotta e poi ancora una pacifica età di dispiegamento
nei giorni dell’ancien régime al tramonto, della Rivoluzione francese e di
Napoleone, e poi della Restaurazione una
molteplicità d’impressioni di incomparabile vantaggio non soltanto per coloro
che da esse furono chiamati ad agire e ad affrontare la vita, ma anche per
coloro che vollero accoglierle in sé soltanto con anima silenziosa e indipendenza
interiore. Dapprima si vinse con uno sviluppo interiore la pressione esercitata
sulla vita personale dalle invecchiate articolazioni di ceto della società e
dalla tutela da parte dello stato assistenziale; si edificò in sé un autonomo
mondo spirituale, così saldamente fondato sull'essenza dello spirito umano da
poter affrontare tutte le scosse e i rivolgimenti successivi delle situazioni
storiche senza suscitare alcun dubbio sulla giustizia e sulla fecondità dei
suoi princìpi fondamentali. La vita interiore dei nostri grandi poeti e
pensatori procedette regolare e potente senza mai deviare, pur in mezzo a tutte
le esperienze dell’epoca, dalla convinzione che lo spirito si costruisce il
corpo ed è in grado di riedificare secondo il proprio bisogno qualsiasi forma
distrutta. Perciò, non appena questo compito si presentò allo stato prussiano
dopo il 1806,.le forze erano immediatamente disponibili. Ora essi non avevano
altro pensiero se non quello di risollevare lo stato caduto in basso
risvegliando nella nazione una nuova vita personale. Non già che si
immaginassero di poter creare delle personalità ad opera dello stato: ciò che
si voleva creare era soltanto la possibilità, per l'individuo, di diventare una
personalità, liberandolo dalle catene di un mondo storico invecchiato,
offrendogli nuove forme di azione e confidando per il resto nell’alito dello
spirito. E per quanto la distruzione delle vecchie forme di stato e di società
e la costruzione di quelle nuove non giungessero allora neppure a metà cammino,
questa fiducia conservò tuttavia la sua legittimità. Anche nell’ibrido mondo
dell’età della Restaurazione, che da alcuni fu sentito e vissuto come prospero
dispiegamento, come bonaccia alcionesca , da altri come indegna vittoria delle
forze del passato sulle forze del futuro, le personalità eruppero trovando in
essa sia il sereno silenzio di cui gli uni avevano bisogno, sia la lotta
turbinosa di idee che per gli altri costituiva l’aria vitale. Fin dopo la metà
del secolo x1x l’idealismo e l’individualismo classico hanno così fecondato,
attraverso l’influenza immediata delle loro idee originali, lo sviluppo
dell’individuo a personalità. Anche la rappresentazione dell’essenza della
personalità in generale, di cui si è detto all’inizio, si è sviluppata su questo
terreno. Ma prima essa dovette essere riconquistata perché come abbiamo visto correva il pericolo di venir svalutata da un
nuovo modo di pensare dannoso alla personalità. Questa crisi non era però altro
che l’aspetto parziale di una svolta di tutta la nostra vita storica, che da
una considerazione puramente teoretica ci conduce sempre più ai problemi
pratici del nostro tempo e ci ripropone una duplice questione: che cosa
significa il mondo odierno, così com’è storicamente divenuto, e che cosa
significa il mondo storico del passato, così come esso ci si rappresenta oggi,
per la formazione della personalità moderna? Queste due questioni sono ancora
una volta strettamente connesse tra loro. Paragoniamo i vantaggi e gli
svantaggi della nostra situazione storica odierna con quella in cui Goethe e
Wilhelm von Humboldt poterono formarsi come personalità. Anzitutto si mostrano
alcuni parallelismi. Come quell’epoca dopo la pace di Hubertusburg, così anche
noi abbiamo vissuto un'epoca di indisturbato e rigoglioso dispiegamento delle
forze nazionali. Ciò che per quell’epoca fu la personalità di Federico il
Grande, per noi è stato con un'influenza
ancor più 8. È la pace che conclude la guerra dei Sctte anni, assicurando fino
allo scoppio della Rivoluzione francese
pur con alcune interruzioni un
lungo periodo di pace in Europa. costrittiva e più ampia la personalità di Bismarck. Come quell’epoca
fu risvegliata dalla sua pace dalla catastrofe mondiale delle guerre
rivoluzionarie, così noi siamo stati risvegliati dalla catastrofe della guerra
mondiale. Alcune somiglianze più sottili potranno un giorno svelarsi, sulla
base di questi fatti comparabili, allo sguardo dello storico. Oggi ancora non
riusciamo a vederle; abbiamo l’impressione che prevalgano le differenze
interne. Molti degli impedimenti esterni che allora ostacolavano lo sviluppo
della vita individuale sono scomparsi
soprattutto le barriere sociali e i legami della società organizzata in
ceti dell’ancien régime. Il nobile non opprime più il borghese, i contadini
sono da un secolo liberi dal giogo. Nella vita statale ed economica l’impulso
produttivo dell’individuo, fecondato dagli impulsi di una grande e potente
esistenza nazionale, può agire in modo incomparabilmente più libero e più
ricco. Anche il costume e la condotta della vita si sono da allora allentati in
modo che ogni forte bisogno personale può manifestarsi liberamente. Le
possibilità esterne di dispiegamento della personalità sembrano quindi essersi
moltiplicate, mentre l’ambiente che avrebbe potuto ostacolarlo sembra diventato
più pieghevole e flessibile. Abbiamo messo un individualismo di massa al posto
dell'individualismo della nostra epoca classica, limitato a piccoli strati e a
piccole cerchie; e nelle masse del quarto stato, da poco comparse sulla scena,
si è oggi largamente diffuso l’impulso a prender parte a tutti i beni culturali
secondo la misura della propria possibilità e del proprio desiderio. E tuttavia,
nonostante tutte queste facilitazioni e moltiplicazioni di possibilità, la
nostra epoca non può competere con la grandezza dell’opera di quella, che pur
in mezzo a tutti gli ostacoli esterni e all’angustia della vita nazionale e
sociale era in grado di costruire l’autonomo mondo spirituale della
personalità. Forse che, in presenza di un’accresciuta fecondità esterna, siamo
diventati interiormente più piccoli e infecondi? Può essere; ma solamente le
generazioni successive potranno giudicare in modo definitivo. Possiamo tuttavia
forse dire, acuendo lo sguardo, che il compito di diventare personalità è per
l’uomo moderno non già più facile, ma più difficile; che lo sviluppo moderno
non soltanto ha liberato la strada da vecchi ostacoli, ma ha ammassato ostacoli
nuovi e forse maggiori. L’ideale classico di umanità e di personalità fu creato
con la risoluzione di ignorare l’ambiente storicamente divenuto con i suoi
ostacoli e con la sua meschinità, di collocarsi al di sopra di esso, di
metterlo in disparte per potersi accingere indisturbati alla costruzione del
mondo interiore e della libera personalità. Questa risoluzione fu allora
possibile perché nell’ancien régime al tramonto lo stato e l’individuo potevano
ignorarsi reciprocamente e fare a meno l’uno dell’altro, perché non avevano
ancora nulla di essenziale da offrirsi. Altrettanto poco sviluppati erano lo
scambio e l’azione reciproca tra il concreto mondo economico-sociale e il mondo
spirituale. Questa distanza dalla vita e dalla realtà, in cui da noi si dispiegò
all’inizio la libera personalità propria dell’ideale di umanità, non poteva
però durare. La personalità stessa si spinse ben presto nel calore e nella
pienezza della vita che a sua volta aveva bisogno di essa, la invocava e le
poneva compiti grandi e fecondi nello stato, nella società e nell’economia.
Questa prossimità vitale tra personalità e ambiente concreto, acquisita nella
prima metà del secolo x1x e da allora ancor sempre accresciuta, rappresentava
per la personalità come sempre
avviene tanto un guadagno quanto una
perdita. Essa acquistò in fini creativi e in impulso creativo, sviluppando un
gran numero di forze e di capacità prima sonnolenti, che non ci si sarebbe mai
aspettato dai Tedeschi; perdette in indipendenza interiore, in auto-riflessione
e in auto-determinazione interiore e quindi, in ultima analisi, anche in intima
forza spontanea e rigenerativa. Essa correva ora, di fatto, il rischio di
diventare mera funzione al servizio dei nuovi compiti sui quali si gettava, di
cessare di essere scopo autonomo e di diventare mezzo per altri scopi, certo
assai grandi ma pur sempre impersonali. Tutte le istituzioni che spingono gli
uomini a raccogliersi in una massa
pensava il giovane Wilhelm von Humboldt
sono oggi più dannose che mai per la formazione degli individui, e
l’uomo non dovrebbe essere sacrificato al cittadino. Humboldt non poteva
immaginare fino a qual punto il secolo xrx avrebbe riunito gli uomini in masse
e li avrebbe trasformati in cittadini. E non soltanto la vita politica borghese
contribuiva a raccogliere gli uomini in masse, ma anche le diverse professioni
cominciavano a impegnare la personalità con forza maggiore che nell’epoca
classica. La divisione del lavoro agevolava il lavoro collettivo e in apparenza
anche il lavoro individuale, ma danneggiava le radici della loro forza. Essa
costringeva l'individuo a scomporsi in se stesso, a restringere la sfera della
pura vita personale il rifugio
dell'anima in sé per soddisfare le
accresciute pretese del mondo esterno. Ne sono nate tensioni spesso assai
feconde per la formazione del carattere, perché si voleva ora bastare insieme a
se stessi e al compito di vita oggettivo, e nel complesso la vita tedesca è
risultata più ricca di tipi di personalità professionalmente differenziati. Il
moderno imprenditore, il moderno politico di professione, e inoltre i vecchi
tipi del funzionario amministrativo, dell’ufficiale, del dotto tedesco adattati ai nuovi tempi presentano nel loro insieme un quadro
incomparabilmente più ricco di varie forme di personalità oggi possibili che
non quello, per esempio, della società nobiliare dei ceti superiori che compare
nel Wilhelm Meister di Goethe. Ma ora è anche facile che il tipico sopraffaccia
il singolare e l’individuale. È chiaro che queste difficoltà, con cui deve
combattere la formazione della personalità moderna, sono prodotte da essa in
virtù del suo proprio lavoro storico, Costruendo a poco a poco le singole sfere
della cultura moderna, consacrando loro il proprio sangue vitale, accrescendo
il loro contenuto e la loro importanza, essa fece sì che queste diverse sfere
ottenessero per sé anche individualità e personalità, che entrassero in lotta
tra loro per il proprio potere, per la propria auto-affermazione. Procedendo
dalla comunità spirituale-mondana ancora originariamente unificata nel corpus
christianum del Medioevo, vennero dapprima a separarsi tra loro una sfera
statuale e una sfera ecclesiastica; ma anche la scienza, l’arte, l'economia, le
classi sociali ecc. si costruirono a poco a poco sedi proprie, e tale processo
si è moltiplicato nel secolo x1x. Queste diverse sfere culturali crescono come gli atolli corallini in virtù del lavoro di milioni di personalità
grandi e piccole; ciò che prima era vivente opera personale diventa ben presto
opera rigida, inflessibile, convenzionale, costringendo sotto il suo dominio la
personalità che per la prima volta si presenta al posto di lavoro. Proprio una
considerazione unilaterale di questo processo fu quella che produsse la
dottrina positivistica della personalità. AI contrario, noi dicevamo che le
diverse sfere culturali e i beni culturali che in esse hanno la loro sede
possono conservarsi e accrescersi soltanto attraverso l’opera delle
personalità. È chiaro però che l’epoca più favorevole per il pieno, libero,
vivente manifestarsi della personalità nel mondo culturale è appunto quella in
cui quest’ultima viene costruita per la prima volta e non è ancora edificata
troppo compiutamente. Dov'è possibile scoprire un nuovo territorio, là
compaiono in gran numero i grandi costruttori di cultura. Ma la nostra
situazione è simile a quella di una città vecchia e densamente abitata che
esige sì, anche nelle sue parti antiche, parecchie trasformazioni e muove
costruzioni, ma con compromessi continui, travagliati, che paralizzano il
libero volo dei progetti. Oggi il mondo storico è costruito tutto intorno alla
personalità questo è il nostro destino.
Guai a te se sei un nipote! Oppure c'è una possibilità di liberarsi dalla
pressione del passato, dalle opera operata, e di dispiegare di nuovo
liberamente l’ala della personalità? Forse che ci affanniamo troppo intorno a
questo passato, che sappiamo troppo di esso e lo rispettiamo con eccessivo
timore? è forse il cosiddetto storicismo a tormentarci e a renderci deboli? Ne
deriva la questione di ciò che significa per la formazione della personalità la
conoscenza, l'intuizione del mondo storico passato e l’immergersi in esso con
amore forse con troppo amore di cui ci vantiamo come di una delle grandi
conquiste del secolo xrx. È noto che Nietzsche cominciò la sua carriera di
sovvertitore dei valori con un attacco appassionato allo storicismo, quando scrisse
la dissertazione sull’utilità e sullo svantaggio dello studio della storia’. La
moderna formazione storica egli
asseriva indebolisce gli istinti
creativi della personalità perché la forza plastica riposa sul dimenticare, sul
poter dormire. La sazietà della storia condurrebbe a una fede da epigoni, rende
l'individuo spaurito: la storia è sopportata soltanto dalle forti personalità,
mentre dissolve completamente quelle deboli, poiché essa confonde il sentimento
dove questo non è abbastanza 9g. Meinecke si riferisce qui alla dissertazione
Vom Nutzen und Nachteil der Historie fiir das Leben, che costituisce la prima
delle Unscitgemasse Betrachtungen, Leipzig. forte da commisurare a sé il
passato. I Greci sono stati un popolo eminentemente astorico. Nietzsche avrebbe
anche potuto fare riferimento alle generazioni della nostra epoca classica, che
hanno prodotto la maggiore ricchezza in fatto di personalità. Anch’esse erano
in alto grado astoriche; o almeno esse cominciarono come tali. Come tennero il
più possibile distanti lo stato e l’ambiente sociale concreto, così esse
trascurarono, anche nella formazione dei loro ideali, il passato storico. Esse
fecero eccezione solamente per la Grecità, elevandola a proprio canone ma non per la Grecità storica, bensì per la
Grecità plasmata secondo i loro propri ideali, la quale diventò così
un’ipostasi di questi ideali. Agiva qui un potente istinto plastico che non si
sottometteva al passato, ma che sottometteva a sé il passato trasformandolo in
leva della propria volontà di vita. Ma
miracolosamente in questa lotta
tra la personalità e il passato accadde che anche il passato acquistò forza, la
sua ombra si riempì di sangue vitale, acquistò forma e linguaggio e cominciò a
dare testimonianza di sé. Dal movimento di pensiero dell’idealismo tedesco e
dal Romanticismo, che ad esso si collega, sono infatti scaturite la nuova
concezione della storia e la nuova ricerca storica culminata in Ranke. Questo
movimento di pensiero era nello stesso tempo strettamente connesso con quelle
grandi svolte che condussero le personalità più in profondo nella vita concreta
dello stato e della società. La contemplazione storica e Ja creazione
politico-sociale del secolo xIx non devono essere separate nella loro origine,
e si sono pure continuamente fecondate tra loro. Potenti e istintivi bisogni
fondamentali spinsero la personalità dapprima ad acquistare la propria libertà
e autonomia in una distanza vitale priva di storia e di stato, per inserire in
seguito nel mondo storico, con l’azione e il pensiero, la forza così acquisita.
Nietzsche ha completamente trascurato il fatto che lo storicismo, il quale
uccide a suo parere gli istinti creativi, era in ultima analisi scaturito
proprio da istinti creativi quali quelli che egli esigeva. Si è a buon diritto
obiettato a Nietzsche, anche sul piano personale, che lui, il critico amaro
della cultura storica, ha poi tratto la sua forza da una cultura storica di
inconsueta finezza. Una delle conoscenze più sottili che la cultura storica
potesse fornire era appunto la capacità di apprezzare anche la forza e il
significato degli istinti non storici nella vita storica. Nessuno che abbia
spinto lo sguardo fin dentro i suoi abissi potrà negarlo. E neppure si potranno
negare i pericoli dello storicismo che Nietzsche ha scoperto. Si può tuttavia
porre in dubbio la possibilità di liberarsi dalla cultura storica una volta che
la si è accolta in sé. Si può definire un paradiso il mondo degli istinti
creativi non gravati dal sapere storico; ma una volta che si sia mangiata la
mela della conoscenza storica, non possiamo più far ritorno in questo paradiso.
Come nel volgersi della personalità verso la vita produttiva, anche qui c'è una
necessità storica che ha prodotto dal suo seno gli irrobustimenti e gli
indebolimenti della nostra vita. Noi veniamo indeboliti dalla cultura storica
quando ci lasciamo ridurre a puri suoi recipienti, quando ci lasciamo
sopraffare da un’erudizione massiccia che però non riusciamo a penetrare del
tutto spiritualmente. Noi veniamo ancora seriamente indeboliti nella nostra
intima forza produttiva quando non osiamo più svincolarci dalle dande della
tradizione storica e dei modelli storici o quando ci immaginiamo di poter
padroneggiare spiritualmente la nostra erudizione con quel relativismo rapido e
virtuosistico che crede di comprendere tutta la realtà storica, al pari del
presente, attraverso un’elegante illustrazione della sua necessaria causalità e
quindi attraverso la sua giustificazione. A chi crede di poter in questo modo
chiudere le questioni, a chi non è capace di tacere di fronte agli enigmi e
agli abissi spaventosi dell’umanità storica, e anche di fronte ai miracoli
divini che in essa si manifestano, la cultura storica ha di fatto tolto dalle
ossa ogni midollo. Nietzsche ha allora ragione: essa è veleno per il debole, e
nutrimento per il forte. In definitiva ogni cultura, e quindi anche ogni
educazione, deve in primo luogo pensare ai forti e non ai deboli. Ma spesso la
forte personalità trova oggi proprio nel mondo storico la consolazione e il
sostegno minacciati dal gravoso e opprimente presente. Essa trova consolazione
€ sostegno partecipando interiormente alle lotte del passato, lasciandosi
scuotere dagli oscuri destini e dai poteri sotterranei che irrompono nella vita
dello spirito, lasciandosi sollevare dall’immortale volontà dello spirito, per
sconfiggere il destino e costruire un proprio mondo in mezzo al mondo della
ferrea connessione causale. Allora si riconosce che il problema della vita
individuale non è diverso da quello della storia universale cioè la
contrapposizione tra libertà e necessità. Ma si riconosce pure che libertà e
necessità non soltanto si contrappongono, ma al tempo stesso si intrecciano, e
che senza il fecondo impulso coercitivo della necessità non è possibile alcuna
libertà. Ciò che importa è penetrare il necessario con la libertà. Quelle
potenze storiche vitali dello stato, della società, delle sfere culturali e
delle professioni, che oggi sembrano minacciare più fortemente che mai la
libertà e la specificità della persona, hanno quest’effetto, ossia sprofondano
nel regno della rigida necessità, solamente quando la personalità rinuncia a
trasporre in esse il suo elemento più proprio, sia sfuggendole codardamente,
sia sottomettendovisi ciecamente. Ma la pressione e la coercizione
dell’ambiente storico cedono e diventano una benefica atmosfera vitale se la
personalità comprende la sua posizione organica e il suo compito nel processo
storico complessivo, e riconosce la possibilità di rimanere libera e se stessa
anche al servizio della totalità. Tuttavia lo stesso processo storico
complessivo è il grande modello e la camera del tesoro dell’individualità.
L'aspetto di ricchezza infinita di forme umane ch’esso offre dischiude spesso
nell’osservatore come una bacchetta magica forze affini, scioglie impedimenti e
pregiudizi interni, lo rende indulgente e comprensivo. E per quanto il senso
affinato della multiformità individuale della vita storica possa indurre nature
più deboli a perdersi in essa, il bisogno dell’individuo più forte non si
acquieterà finché non scopre la struttura interna di questa pienezza
brulicante, finché non scorge nella loro lucentezza dorata i più alti tra tutti
i fenomeni individuali le idee sorretti da personalità. Ma allora scocca la
scintilla dentro la vita personale, destando anche in essa l’infinita esigenza
di venir governata dalle idee. Questa via alla personalità, che passa
attraverso la cultura storica, è quindi diversa, più faticosa e più minuziosa
di quella che indicano gli istinti elementari di una vita tutta immersa nel
presente. Qui la riflessione deve per più versi sostituire ciò che la fresca
natura non è più in grado di fare. Essa lotta continuamente con la zavorra del
materiale storico. Prima di essere in grado di diventarne signore, lo spirito
deve sottoporsi alla pressione di un’educazione rigorosa e faticosa, la quale
deve renderlo capace di creare la vita passata dalla fonte stessa, anziché da
torbide derivazioni. Questo tipo di educazione rischia a sua volta di
snaturarsi in mero addestramento, perché il carattere di massa della vita
moderna lo spinge a rivolgersi più alla media degli uomini che alla
individualità. Tutte le difficoltà e le contestazioni con cui deve oggi
combattere l’insegnamento storico-umanistico, tutti i tormenti e le
manchevolezze dell'esame devono qui essere presi in considerazione. In
definitiva, però, il valore o disvalore di questo processo di formazione può
venir riconosciuto soltanto dai frutti che matura; e qui, ancora una volta,
decide non la quantità, ma la bellezza e la dolcezza del frutto. E presso di
noi esso continua pur sempre a crescere verso una nobile perfezione. Chi tra
noi, che l’abbia gustato, potrebbe rinunciarvi? Tra noi, se non vogliamo
diventare più poveri e ritornare in basso, non può scomparire quel tipo di
personalità che nel mondo storico si allarga fino all’infinità dello spirito e
del senso, fino a una dolce e forte sensibilità per tutto ciò che è umano.
Anche la vita moderna si preoccupa che altri tipi si pongano a fianco di questo
e lo conservino vivo con la loro concorrenza reciproca. È emerso, senza vincoli
e risoluto, il moderno uomo di volontà e di potere, che aspira a governare con
mano salda le leve rafforzate della civiltà, dell'economia e della tecnica
odierna, apprezzando tutti i valori culturali in base alla utilità ed
effettualità immediata. Non è solamente un utilitarismo sensibile-egoistico
quello che fa qui la sua comparsa e che, se pervenisse al dominio, minaccerebbe
nel modo più pesante la vita della personalità. Anche l’utile della comunità
può diventare un motivo che spinge la personalità; e per sua fortuna lo diventa
in larga misura, perché i bisogni della moderna vita comunitaria sono cresciuti
così infinitamente e sono diventati talmente prepotenti che nessuno può più
sottrarvisi del tutto; essi sono in grado di sollevare al di sopra di sé anche
chi all’inizio perseguiva soltanto il proprio utile. Questa socializzazione
della nostra vita, che è rapidamente cresciuta nel corso della guerra e che
crescerà ancor di più per le sue conseguenze, minaccia certamente anche la
personalità come abbiamo osservato con il destino di perdersi nella totalità e
di diventare una semplice funzione di essa. Ma meno di tutti ne sono minacciati
proprio i più forti tra gli uomini di volontà e di azione. Lo ha dimostrato già
Bismark, che sotto vari aspetti prefigurava questo tipo. Certamente egli aveva
ancor sempre un sentimento di partecipazione alla cultura storica più vivo di
quel che possiede di solito il moderno uomo di volontà. Questo tipo si trova
ancora in fase di sviluppo, ed è ancora troppo presto per valutare le
possibilità di una umanità superiore che sono in esso presenti. Ma qui e là si
manifesta in lui la buona volontà di ricostruire i ponti spezzati con la
cultura storica, di diventare al tempo stesso uomo di volontà e di spirito.
Allora da un istinto veramente plastico nascerebbe tra noi qualcosa di nuovo e
di grande. Si vorrebbe concedere la stessa fiducia anche a un terzo tipo di
aspirazione moderna alla personalità, che condivide con il corso della cultura
storica il bisogno di un contenuto culturale interiore e con l’utilitarismo il
rifiuto di una formazione storica rigorosa. Si tratta del soggettivismo moderno
che, adirato contro la rigida disciplina di questa formazione, si abbandona,
seguendo Nietzsche, agli innati istinti originari della natura e
dell’individualità e il giorno innanzi a me, la notte alle mie spalle 1! esce
allo scoperto. Ad esso si affidano soprattutto le nature dotate artisticamente.
La loro mancanza di rispetto per la cultura storica e il mondo storico ha le
proprie radici, in ultima analisi, nelle esperienze storiche del secolo x1x e
nella situazione tragica che esso ha creato per lo spirito artistico. In esso
sono state distrutte e lacerate le salde forme di vita della vecchia società al
pari dei saldi stili della creazione artistica. Il nuovo, ciò che ne prese il
posto nella società e nell’arte, assomigliò a edifici a scopo di utilità o di
moda, rapidamente costruiti per i bisogni della massa, senza quella patina
dignitosa, senza un gusto delle forme, ma sfigurati piuttosto dal gusto rozzo
degli arricchiti. La vecchia forma irrevocabilmente perduta e il ritorno ad
essa afflitto dalla maledizione propria degli epigoni; la nuova forma
insufficiente e ripugnante, e in verità l'assenza di forma accompagnata
tuttavia da un insopprimibile bisogno di forma: non c’era da 1o. Goetne, Faust
(tr. it. di F. Fortini), meravigliarsi che il soggetto dotato di sensibilità
artistica, senza sostegno nel mondo storico e rigettato su di sé, si
abbandonasse a un’irrequieta sperimentazione e all’escogitazione di nuove forme
arbitrarie, trovando la libertà della personalità nella mancanza di legami.
Ogni volta ci viene assicurato di nuovo che ora il tempo della ricerca è
finalmente passato e che è stata trovata la nuova sintesi della vita con la
nuova forma artistica. E quando ci avviciniamo pieni di aspettative, ogni volta
ci accorgiamo di una lotta di nature altamente dotate, che però sembra
condannata a una tragica mancanza di radici e all’artificiosità. Noi
comprendiamo il fatto che la loro personalità tormentata si rivolta contro la
pressione che viene dall’ambiente odierno non soltanto socializzato, ma anche
utilitaristico e meccanizzato; e a questo proposito non si deve neppure
dimenticare la pressione del falso storicismo, scolasticamente meccanizzato. Ma
i mezzi di difesa a cui ricorre lo spirito soggettivistico ci sembrano violenti
e spasmodici. La distanza dalla vita e dalla realtà, in cui esso ritorna in
varie guise a perdersi, non è comparabile a quella in cui vivevano gli uomini
della nostra epoca classica, perché viene soltanto artificiosamente estorta a
una vita alle cui potenti correnti complessive nessuna personalità sana e forte
può più sottrarsi. Spesso in luogo dell’interiorità cercata e preesistente
emerge soltanto una nuova esteriorità dall’acconciatura moderna, una mera moda
culturale. Nel moderno espressionismo ci si sottrae nel modo più coerente a
tutti i diritti e a tutte le catene della tradizione e della realtà. Ma ancor
più immediatamente la cultura storica è minacciata dalle esigenze di riforma
educativa e scolastica avanzate dal movimento giovanile. Invece noi chiediamo:
è realmente impossibile pensare al tempo stesso in modo moderno e storicamente?
ed è impossibile tuffarsi nella corrente della vita moderna senza perdere la
solitudine sacra della vita interiore? Occorre anzitutto riconoscere
liberamente e coraggiosamente la difficile situazione in cui oggi si trova la
personalità. Noi viviamo in una cultura vecchia, ma probabilmente ancora
lontana dall’essere decrepita. Proprio perché oggi sentiamo di nuovo con tanta
passione il problema della personalità, possiamo aver fiducia che sotto la lava
irrigidita degli strati culturali del passato, che sovrastano la nostra vita,
esso arde ancora potentemente. Noi viviamo altresì in un’epoca di rivolgimenti
inauditi delle condizioni di vita esterna, e come potevamo già definire una
rivoluzione ciò che avevamo vissuto nei decenni prima della guerra, così
possiamo farlo per ciò che è accaduto dopo di allora e per ciò che dobbiamo
ancora aspettarci. Si susseguono nuove libertà e nuove estensioni, ma anche
nuove forme di dipendenza e nuove restrizioni della vita individuale. Affermare
il carattere aristocratico del tipo tedesco di formazione della personalità,
come si è configurato finora, è inevitabile, ma anche infinitamente faticoso.
Noi abbiamo vissuto la successione e la mescolanza di epoche di rigoglioso
dispiegamento e di epoche di transizione e di lotta. Questi possono essere come
abbiamo già chiarito tempi in cui le personalità prosperano, ma noi percepiamo
soprattutto la pressione e la minaccia a cui siamo esposti. Contemporaneamente
sentiamo però ancora il potente appello che la nostra epoca rivolge alla
personalità. Intorno a noi si è accumulato un vecchio vivente, un vecchio
irrigidito, un vecchio distrutto un mondo insieme di vita e di ruderi, oggi
scosso più fortemente che mai dalle tempeste distruttrici e purificatrici del
nuovo. Qui l’individuo deve scegliere e distinguere, secondo la propria
coscienza e il proprio impulso, ciò che vuol affermare, ciò che vuol lasciar
andare, ciò che vuol riprendere di nuovo. Egli può farlo solamente se si
conserva libero dalla coercizione gravosa del passato, ma in profonda
compartecipazione con tutti i valori vitali del passato. Pensare al tempo
stesso in modo moderno e storicamente è, in una situazione del genere, non
soltanto possibile ma necessario. Soltanto così all'impeto dall'esterno è
possibile opporre la più possente ma nello stesso tempo sempre elastica. forza
interna, e conservare il nerbo vitale della personalità, l’auto-determinazione
interiore. Mai è stata più impellente l’esortazione rivolta ad essa: diventa
libera, diventa te stessal . Possiamo adesso trarre le conseguenze per
l'odierno insegnamento della storia. S'intende che qui non parlo soltanto
dell’insegnamento della storia in senso stretto, ma di tutte le discipline che
tramandano un contenuto storico, delle lingue antiche e moderne così come
dell’insegnamento della religione. Esse costituiscono un’unità in cui un
elemento deve integrare l’altro e in tutti quanti devono essere presenti le
stesse idee direttrici. In primo piano si colloca il desiderio che l’insegnante
di discipline storiche abbia egli stesso l'impulso alla personalità. Fin
dall’inizio il mondo storico può diventare vivo ai nostri occhi soltanto
attraverso la mediazione di una personalità estranea, che sta con esso in un
rapporto immediato. A ciò si collega l’ulteriore desiderio che questo rapporto
immediato con le fonti del passato, a cui l'insegnante di storia si è accostato
durante i suoi studi, non lo abbandoni durante la sua professione pedagogica.
Non già che pretenda dall’insegnante di storia un lavoro produttivo di ricerca,
per quanto questo sia benvenuto quando deriva dall’impulso del talento. Ma
desidero che l’insegnante di storia si faccia un diletto personale non soltanto
del leggere, ma anche del gustare le fonti del passato in cui si rispecchiano
in modo particolarmente individuale lo spirito e la situazione propri di
un'epoca. Un’influenza particolarmente feconda mostrano qui le opere dei
pensatori dominanti dei secoli precedenti. La cultura storica si rafforza fino
a diventare formazione della personalità per colui che, durante tutta la sua
vita, non può fare a meno di Platone e di Agostino, di Lutero, Machiavelli e
Montaigne, di Federico il Grande e Rousseau, dei grandi idealisti tedeschi e di
Bismarck. In una lettura siffatta, derivante sempre da una scelta guidata dal
bisogno più intimo, ripongo maggior valore che nell’attenzione che l’insegnante
di storia dedica alla letteratura specialistica e alle controversie
scientifiche. Egli non potrà mai evidentemente sottrarsi del tutto a
quest'ultime; ma per conservarsi interiormente fresco, per poter riempire
l'insegnamento con fermenti di vita personale, non esiste miglior mezzo della
familiarità con i grandi. L'allievo ben dotato sa distinguere con precisione
l'insegnante colto da quello che è soltanto ben informato. Se nell’insegnante
l'impulso ad arricchirsi interiormente con la materia che tratta, ad acquistare
nell’umanità storica la propria umanità, non diventa visibile attraverso tutto
il suo sapere, l’effetto dell'insegnamento della storia per il destarsi della
personalità futura dell’allievo può ridursi a niente. Ai fini della formazione
della personalità non mi aspetto nulla da una preparazione intenzionale e
sistematica all’insegnamento della storia. Ciò significherebbe voler ottenere
frutti dall’oggi al domani attraverso un’irradiazione violenta. Si diventa una
personalità mediante la vita, non già mediante la scuola; attraverso il lavoro
su di sé, non attraverso l’influenza da parte di altri. L'insegnamento può
soltanto gettare i primi semi in un terreno di cui egli stesso non conosce
affatto le possibilità di sviluppo, le capacità e i bisogni. Ma egli dev'essere
pieno di questa intenzione magnanima del seminatore della parabola, e quando il
suo cuore è pieno del valore delle personalità storiche, può anche esprimersi
in parole. Egli sa bene che nulla prende l’animo dell’allievo quanto lo
spettacolo dei grandi uomini e degli eroi che lottano con se stessi e con la
loro epoca. Il senso storico dell’individuale si avvinghia in generale
all’intuizione della loro peculiarità. Nel complesso l’insegnamento della
storia rappresenterà più ciò che vi è di concluso e di compiuto nelle
personalità storiche, e non potrà evitare una certa stilizzazione. La psiche
non ancora sviluppata dell’allievo richiede anche una tale raffigurazione
semplice e monumentale. Ai gradi superiori dell’insegnamento l'insegnante può
anche osare di fargli gettare uno sguardo sui problemi del divenire, delle
antitesi insolute, dello Sturm und Drang: gliene offriranno l’occasione gli
anni dello sviluppo di Lutero, di Federico il Grande, di Bismarck. Ma nel
complesso alcune parole significative, che il maestro lascia cadere, possono spesso
trasportare lo spirito dell’allievo in uno stato di vibrazione più forte di
quanto non possa una psicologia portata avanti con minuzia. Ciò vale in modo
particolare anche per la trattazione delle grandi poesie classiche
nell’insegnamento del tedesco e delle lingue straniere. Esse sono piene di
problemi della personalità; ma tutti sappiamo anche quanto si pecca di
pedantesca prolissità nell’affrontare la materia, e quanto spesso l’allievo non
soltanto non viene introdotto alle fonti di vita personale che ne scaturiscono,
ma ne viene distolto con spavento. E non lo si tormenti con componimenti su
conflitti psicologici per la cui valutazione egli dispone soltanto di mezzi
primitivil Un'unica parola accortamente allusiva dell’insegnante, che lo induca
a riflettere in maniera autonoma, lo aiuta qui molto di più della riproduzione
maldestra di interi processi di pensiero che l’insegnante cerca di inculcargli.
Soprattutto, però, si inciti l’allievo alla lettura personale e lo si incoraggi
a fondare comunità di lettura con amici e compagni. Questi tentativi
costituiscono spesso il primo moto della personalità dell’allievo, il suo
incontro più peculiare con il mondo storico. All’insegnante di storia è
affidata una professione particolarissima, che richiede al tempo stesso piena
dedizione e rigorosa sobrietà. Egli sta come nessun altro immediatamente in
mezzo tra il mondo storico e le personalità del futuro. Spesso si domanderà,
guardando i suoi scolari negli occhi: quale vita storica avvenire dorme dentro
di voi? Soltanto questa domanda può suscitare ritegno e rispetto, in modo da
non fare violenza alle radici di ciò che può dispiegarsi unicamente secondo la
propria legge. Lo stesso timore contenuto si confà anche di fronte al mondo
storico e ai suoi miracoli. Individuum est ineffabile. Soltanto la venerazione
e l’amore possono saldare il legame spirituale tra le personalità del passato e
quelle del futuro. Nell’odierno stadio di sviluppo delle scienze storiche
crediamo di poter percepire due grandi tendenze che non operano però
isolatamente, ma ognuna delle quali reca con sé, in misura maggiore o minore,
anche elementi dell’altra tendenza. Nessuna di queste tendenze può essere
perseguita in modo unilaterale: per ottenere il suo fine, ognuna ha bisogno
dell'altra. Ciò che per l’una appare come fine, per l’altra costituisce una
via, una guida verso il fine. Una tendenza vuol indagare relazioni causali;
l’altra vuol comprendere e rappresentare valori. Non è possibile una ricerca di
relazioni causali nella storia senza far riferimento ai valori, ma neppure è
possibile una comprensione dei valori senza un'indagine sulla loro origine
causale. Che cosa sono le relazioni causali? che cosa sono i valori? Noi ci
poniamo, a torto o a ragione, dal punto di vista dell’osservazione storica
immediata, e distinguiamo tre differenti tipi di causalità: quella meccanica,
quella biologica e quella etico-spirituale. La causalità meccanica poggia su
un’equivalenza completa di causa ed effetto (causa aequat effectum); la ®
Kausalititen und Werte in der Geschichte, in Historische Zeitschrift, poi
raccolto in Staa und Persònlichkeit, Berlin, E. $. Mittler und Sohn, 1933, pp.
28-53, c in Schaffender Spiegel (Studien zur deutschen Geschichtsschreibune und
Geschichtsauffassung), Stuttgart, K. F. Kochler Verlag, infine in Werke, vol.
IV: Zur Theorie und Philosophie der Geschichte (a cura di E. Kesscl),
Stuttgart, K.F, Kochler Verlag, (traduzione di Barbera e R.). causalità
biologica lascia apparentemente che l’effetto oltrepassi la causa, mediante il
pieno dispiegamento dei germi della vita a esseri viventi forniti di una
propria struttura, di una propria conformità a uno scopo e di una propria
legalità; ma soltanto la causalità etico-spirituale spezza la connessione
causale puramente meccanica, rappresentando impulsi spontanei della
personalità, diretti a determinati scopi, che non possono essere spiegabili né
in termini meccanicistici né in termini biologici, che influenzano l’agire
umano e incidono quindi anche sulla connessione causale di tipo meccanico la
quale tuttavia, d’altra parte, si presenta di nuovo al nostro pensiero come
onnipotente e continua, escludendo ogni frattura. Miracolo su miracolo.
Infatti, nella sua profondità ultima, ognuno dei tre tipi di causalità rimane
enigmatico. Il nostro pensiero viene così posto di fronte a contraddizioni che
non può risolvere o che può risolvere soltanto in modo illusorio e apparente.
Nella vita storica, ognuno dei tre tipi di causalità si impone, in modo
indimostrabile, come operante agli occhi del ricercatore impregiudicato. Egli
ha continuamente a che fare con tutti e tre i tipi di causalità. Se indaga le
cause della povertà e della ricchezza dei popoli, delle vittorie e delle
sconfitte nelle battaglie, egli incontrerà e dovrà indagare una serie di cause
operanti in modo puramente meccanico, e comprensibili in quanto tali. La sua
attenzione aumenterà allorché nei fenomeni studiati sembra compiersi un
processo interno di crescita, allorché ai suoi occhi si manifestano determinate
forme e figure di vita della comunità umana che si dispiegano, si organizzano,
fioriscono in pieno e poi di nuovo decadono secondo un proprio processo di
crescita. Ogni esistenza umana, ogni fenomeno della vita storica gli appare, in
definitiva, determinato morfologicamente ma non soltanto determinato
morfologicamente: infatti al di là di quelle relazioni causali meccaniche,
operanti spesso in maniera accidentale, intervengono anche le azioni spontanee
degli uomini, le quali possono quindi interrompere, stornare, rafforzare o indebolire
l’accadere morfologico, conferendo così alla vita storica quel carattere
intricato e singolare che si fa beffa di tutti i tentativi di spiegarla secondo
leggi prive di eccezioni. Su di essa si imprimono perciò successivamente tre
diversi sigilli: a ogni lettera, a ogni immagine che uno di essi imprime, si
sovrappone quella degli altri. Soltanto il dilettante crede di poter
distinguere tra loro in modo agevole e non soggetto a obiezioni questi scritti
e queste immagini. Più semplici e chiare, meno discutibili possono essere le
impressioni del primo sigillo, ossia della causalità meccanica. Ma quando si
tratta di distinguere il secondo e il terzo, è fin troppo facile incorrere
nell’errore di leggerne soltanto uno e di trascurare l’altro. La più antica concezione
della storia, fino all’Illuminismo, vide in essa prevalentemente l'impronta di
decisioni e azioni individuali e cercò quindi in quanto era una trattazione
cosiddetta pragmatica della storia di ordinare razionalmente la confusione di
queste azioni con il filo rosso di scopi razionali o irrazionali dell'agire. La
moderna concezione della storia, che ha scoperto le relazioni causali e le
formazioni sovra-individuali della vita storica, poteva nuovamente inclinare se
applicata in maniera dilettantesca e sbrigativa a sottovalutare l’influenza
autonoma dell’individuo e a considerarlo soltanto come organo di grandi potenze
e forze collettive della vita che si potevano rappresentare come più o meno
viventi, co- me sorte e operanti in modo prevalentemente meccanico oppu- re
prevalentemente organico. Il positivismo inclinava a una concezione piuttosto,
anche se non certo esclusivamente, meccani- ca delle forze collettive; la
tendenza più moderna, orientata invece verso l’elemento organico che ha
raggiunto il suo culmine con Spengler presumeva di spiegare tutti i fenome- ni
storici particolari in base alle differenti leggi biologiche di formazione
delle grandi culture. La trattazione scientifica del- la storia, che procede da
Ranke, rinunciava invece a qualsiasi spiegazione causale univoca e generale, e
di conseguenza doveva sopportare il rimprovero di fare a meno della
scientificità vera e propria; ma così vedeva in modo più fresco e immediato
l’in- treccio delle tre impronte della causalità meccanica, della causa- lità
biologica e della causalità individuale-personale. Anch’essa non poteva
rinunciare al tentativo di distinguerle tra loro e di mostrare la prevalenza
dell’azione ora dell’una ora dell’altra; ma aveva un timore naturale di
opprimere e di risolvere l’una nell'altra. Nella spiegazione dei singoli
fenomeni e nella loro disposizione i in grandi serie e formazioni essa si
lasciò guidare più da un istinto indefinibile che da un atteggiamento
consapevole, assunto in linea di principio. Essa considerava l’intuizio- ne
artistica e la raffigurazione artistico-intuitiva dell’accadere non soltanto
come un ornamento bello, ma in ogni caso super- fluo, della sostanza della
storia indagata secondo un procedi- mento puramente causale ma come uno
strumento di lavo- ro essenziale e indispensabile di fronte all’intreccio delle
tre impronte intreccio che si può sciogliere solo in parte, mai del tutto. La
scienza assume qui dunque come strumento l’arte. Essa vuol completare la
conoscenza con mezzi che si pongono al di fuori della sfera del conoscere vero
e proprio. In altre parole, essa non rimane pura scienza che vuol spiegare
soltanto causal- mente, ma si trasforma in qualcosa d’altro. Perciò il
rimprove- ro di non-scientificità che il positivismo muove alla scienza sto- rica
condotta nello spirito di Ranke non è, dal punto di vista formale, del tutto
ingiusto. Ma questa non- “scientificità può giu- stificarsi in base al fatto
che proprio la matura delle cose, e in certa misura la complicata situazione
delle fonti storiche nel suo complesso, spinge verso tale procedimento, che
ogni tentati- vo di padroneggiare il materiale storico con mezzi conoscitivi
esclusivamente causali conduce, se portato avanti con radicale immodestia, a
violentare la materia, a cancellare un’impronta causale con un’altra, mentre se
viene intrapreso con una mode- stia rispettosa deve ben presto arrestarsi,
perplesso, di fronte alla Ayle della realtà. Soltanto una via non più puramente
scien- tifica, cioè non più puramente causale, ci conduce d’un sol tratto nelle
sue profondità; e anche se non può certo dischiuder- cela completamente può
tuttavia darci, attraverso un’intuizio ne vivente, un senso partecipante di
essa. Alla scienza è più utile ricorrere a uno strumento sopra-scientifico dove
lo stru- mento scientifico vien meno, anziché applicare questo anche dove una
sua applicazione conduce necessariamente a falsi risul- tal. Ma il diritto di
applicare strumenti sopra-scientifici nelle scienze storiche può essere fondato
ancora più profondamente che attraverso la semplice indicazione dell’intreccio,
non padro- neggiabile in altro modo, delle tre impronte causali. Se queste
scienze volessero rimanere pure, cioè scienze che spiegano in modo
esclusivamente causale, sarebbero costrette a considerare come proprio campo di
ricerca e a rivolgersi, almeno in linea di principio, alla totalità
dell’accadere umano. È noto che non lo fanno; esse scelgono invece da questa
massa enorme e ster- minata soltanto una parte assai piccola, quella che si
ritiene essere essenziale, e giustamente ritengono un’oziosa micrologia
occuparsi di processi umani inessenziali. Ma che cosa significa qui essenziale?
soltanto ciò che è casualmente essenziale? sol- tanto ciò che ha influenzato in
modo particolarmente incisivo e potente i destini degli uomini e dei popoli? A
volte lo si intende così, e si ritiene che soltanto ciò che è diventato
partico- larmente efficace meriti l’attenzione dello storico. Ma di- ce con
ragione Rickert l'efficacia non può mai fornire da sola il criterio di ciò che
è storicamente essenziale ®. Da un punto di vista puramente causale, le
condizioni e i bisogni della vita di carattere fisico suolo e sole, fame e
amore sono i fattori più efficaci dell’accadere umano; mentre lo storico almeno
lo storico non materialista li considera di regola soltanto come un ovvio
presupposto causale di quei pro- cessi che propriamente lo interessano, e li
ritiene degni di atten- zione soltanto laddove essi incidono in misura
particolare e non comune. Dal punto di vista causale sono pure particolarmente
effica- ci, accanto a questi fattori originari della vita umana, anche le
grandi decisioni nelle lotte di potenza dei popoli e degli stati, alle quali da
sempre fin dalla storiografia più primitiva è andata l’attenzione degli storici,
e perciò anche l’intero ambito delle istituzioni dello stato e della società,
che a ragione attrae l'interesse comune di tutte le tendenze della moderna
ricerca storica, di quella positivistica come di quella idealistica, della
storia della cultura come della storia politica. Ma se qui si suole porre in
rilievo in quanto essenziale ciò che è efficace , mettendo da parte come
inessenziali altre masse di processi umani, di regola si combinano due diverse
accezioni del termine efficace . Da un lato con esso si intende ciò che a suo
tempo ha esercitato effetti causali sulla vita dell'umanità e qui si rimane
nell’ambito della pura ricerca di relazioni a. H. Ricgerr, Kulturiwvissenschaft
und Naturwissenschaft, Tubingen. causali. Ma con esso si intende anche ciò che
agisce in modo durevole e che anche oggi opera su di noi che viviamo. E questa
specie di influenza su di noi ha un significato insieme causale e sovra-causale
®. Ha un significato causale in quanto i grandi e potenti avvenimenti del
passato per esempio la fondazione dell'Impero romano determinano ancora
causalmente, attraverso mille influenze secondarie, la nostra esistenza
odierna; ha un significato sovra-causale in quanto la catena delle relazioni
causali non ci interessa da un punto di vista puramente scientifico, ma perché
ne vogliamo trarre un vantaggio particolare per la nostra propria vita. Questo
vantaggio può essere soltanto di tipo pratico, tale da renderci atti a incidere
con maggiore efficacia nella vita attiva, oppure può consistere in una pura
contemplazione, libera da scopi pratici immediati; ma in entrambi i casi si
tratta di valori, di valori vitali che vogliamo ricavare dalla storia; in
entrambi i casi essa ci fornisce dovremo ritornarci sopra con maggiore
precisione più avanti contenuto, insegnamento e guida per la nostra vita. E
questo bisogno è quello che ci spinge in fondo da sempre, ma in modo
particolarmente forte nell'epoca moderna accanto e dietro al puro impulso
conoscitivo rivolto alle relazioni causali verso la storia. Soltanto a questo
punto comprendiamo del tutto che la ricerca delle relazioni causali, in quanto
tentdi svelare l'intreccio delle tre impronte in fondo direta. Storico dice
Eduard Meyer nella Geschichte des Altertums è quel processo del passato la cui
efficacia non si esaurisce nel momento della sua comparsa, ma che agisce ancora
in modo riconoscibile in periodo successivo, producendovi nuovi pro cessi . In
questo passo decisivo si fa purtroppo riferimento soltanto all’elemento
causale, e non all'elemento di valore, nella determinazione concettuale di ciò
che è storico . Tuttavia un paio di pagine dopo viene menzionato anche il
valore interno , cioè la maggiore formazione di una specificità individuale,
come criterio di selezione di ciò che è storico. Si tratta di una discrepanza
interna che è caratteristica dello stato del pensiero che domina la scienza
specialistica. Si scorge sì l’intreccio di causalità e di valore presente
nell'interesse storico, ma non lo si affronta in modo intrinseco soggiacendo
così, dove si fornisce la definizione principale, a una pura idea di causalità.
Per una critica a Meyer si veda anche H. Ricgert, Probleme der
Geschichtsphilosophie, Heidelberg, 3? ed. 1924, P. 59. ta dal più personale
impulso vitale oltrepassa la ricchezza degli strumenti conoscitivi puramente
causali e cerca di avvicinarsi allo stesso modo dell’artista, con l’intuizione
e la raffigurazione vivente, ai fenomeni storici. È il suo valore per noi e per
la nostra propria vita che cerchiamo di conquistare per questa strada. Il
bisogno teoretico di conoscenza causale e il bisogno di valori vitali si sono
sviluppati in modo strettamente, anzi inseparabilmente connesso, nell'interesse
storico. Forse che il bisogno teoretico non è già in sé anche il bisogno di un
valore vitale, del valore di verità? Certamente, ogni scienza deve servire in
modo coerente e rigoroso, senza lasciarsi disturbare da intenti pratici
collaterali, alla ricerca della verità, delle vere relazioni causali. Ma per
noi servitori della scienza la nostra vita non sarebbe una vita completa se non
fosse riempita da questa pura aspirazione alla verità. Per questo motivo noi
l’accresciamo e l’approfondiamo, e la nostra teoria si trasforma in prassi
vivente e in formazione della vita. La tendenza pratica non può introdursi
troppo presto in essa, e influenzare la ricerca di relazioni causali. Prima la
via delle relazioni causali deV’essere percorsa con sicurezza fino all’ultimo
punto raggiungibile, e solamente allora si può, anzi si deve ricorrere a quei
mezzi sovra-causali per soddisfare il bisogno di valori vitali che opera dal
profondo. Che l’ essenziale nella storia comprenda però non soltanto relazioni
causali, ma anche valori vitali, può essere illustrato con un esempio
ipotetico. Poniamo il caso che si scopra l'opera di un autore sconosciuto del
passato, di grande forza e profondità spirituale ma rimasta completamente
ignota agli stessi contemporanei e quindi completamente priva di influenza
causale sul suo tempo: la dichiareremo perciò storicamente ines-senziale e inefficace?
Essa potrebbe agire nel modo più forte su di roi e comincerebbe quindi ad agire
ora causalmente tra di noi, ma soltanto perché rappresenta per noi un valore
vitale. Questo è perciò l'elemento primario per il nostro interesse, e si
realizza in noi né potrebbe avvenire altrimenti attraverso la causalità. Ma il
nostro interesse storico non è diretto qui alla ricerca di questa causalità,
bensì alla comprensione e alla rianimazione di un grande valore spirituale del
passato. Questa comprensione deve naturalmente applicare ancora strumenti
causali e tentare di mediare l’origine storico-temporale dell’opera in
questione; ma la ricerca causale è qui soltanto un mezzo diretto allo scopo del
pieno ripristino di un valore spirituale. Un fanatico della causalità potrebbe
obiettare che si può e si deve certo indagare quell’opera rimasta causalmente
inefficace nella sua epoca, ma per il fatto che essa vale come effetto di
relazioni causali, e riporta alla luce forze impulsive di quell’epoca finora
ignote, le quali soltanto potevano produrre una tale opera. Ma queste relazioni
causali si risponderà subito non ci interesserebbero affatto se qui non fosse
appunto presente un grande valore, che ci avvince di per sé arricchendo così la
nostra vita. No: sotto ogni ricerca di relazioni causali sta, mediatamente o
immediatamente, la ricerca di valori, la ricerca di quella che si chiama
cultura nel senso più alto irruzioni e manifestazioni dello spirituale
all’interno della connessione causale della natura. La terza delle tre impronte
del corso storico è quella che produce questi valori. La piccola selezione di
ciò che consideriamo degno di indagine nella sterminata massa dell’accadere si
compie come ha mostrato Rickert in conformità alla relazione che questo
accadere ha avuto con i grandi valori culturali. Egli ci insegna che lo storico
indaga soltanto fatti in relazione a valori; e aggiunge che lo storico deve
soltanto indagarli e rappresentarli, non già valutarli, se vuol rimanere entro
i limiti della sua scienza. La seconda tesi scaturisce dalla preoccupazione per
la conservazione del carattere scientifico della ricerca storica, dalla
preoccupazione verso la penetrazione di tendenze soggettive. Ma è possibile
rispettare tale prescrizione? Essa è irrealizzabile *. Già soltanto la
selezione di fatti in a. H. Ricgerr (Probleme der Geschichtsphilosophie cit.,
p. 67) ammette sì l’ inseparabilità psicologica del valutare dalla designazione
di valore , ma vuol separare il valutare dall’essenza /ogica della storia. Ora,
ciò che è psicologicamente inseparabile dall’attività dello storico dev'essere
riconosciuto anche dal logico per quanto egli possa separarlo con i suoi
strumenti come psichicamente connesso con tale attività in modo essenziale. E
il valutare non è una funzione accessoria superflua nell'attività dello
storico. Io concedo a Rickert che lo storico riferimento a valori non è
possibile senza una valutazione. Lo sarebbe solamente se i valori a cui i fatti
si riferiscono consistessero come ritiene Rickert in categorie tanto generali
quanto lo sono la religione, lo stato, il diritto. Ma lo storico non sceglie il
suo materiale soltanto secondo queste categorie generali, ma anche in base
all'interesse vivente per il loro contenuto concreto. Egli lo concepisce come
più o meno fornito di valore, cioè lo valuta. La rappresentazione e
l'illustrazione di fatti culturalmente importanti non è affatto possibile senza
la più viva sensibilità per i valori che in essi si manifestano. Per può
astenersi da ogni giudizio valutativo sui suoi oggetti , ma una siffatta
storiografia, libera da valutazioni, o è soltanto raccolta di materiale e
lavoro preparatorio per la vera e propria storiografia oppure, se ha la pretesa
di essere storiografia, appare del tutto insulsa a meno che il temperamento
dell'autore non la colori e la renda viva di nuovo con valutazioni non
arbitrarie, come avviene per esempio nelle straordinarie ricerche ed
esposizioni storiche di Max Weber. Anche Heinrich Maier (Das geschichiliche
Erkennen, Gòttingen, 1914, p. 34) ritiene, pur discostandosi fortemente da
Rickert, che cadere in giudizi di valore non è affare della storia ; ma spiega
contemporaneamente che vietare giudizi di valore allo storico pieno di
temperamento è soltanto noiosa pedanteria. Egli distingue cioè tra una
posizione propriamente storica, la quale esclude i giudizi di valore, e
un'altra posizione di fronte alla storia, anch'essa legittima, di carattere
etico-estetica e quindi valutativa. Deve lo storico assolvere
contemporaneamente entrambi i compiti nello spazio della stessa opera, anche se
il primo il compito propriamente storico esclude il secondo? Ciò è impossibile
e ibrido, una specie di doppia morale professionale che rompe l’intima
connessione psichica presente nell'attività dello storico. Una logica della
storia che voglia raggiungere il suo fine deve partire da questa, deve
analizzare lo storico reale, vivente, non lo storico costruito logicamene ed
egli di regola si comporta, anche se non lo vuole, in maniera valutativa. Chi
sta dentro la prassi ininterrotta della storiografia percepisce questo elemento
in modo completamente differente dal filosofo G. von Below (Die deutsche
Geschichtschreibung von den Befreiungskriegen bis zu unseren Tagen:
Geschichtschreibung und Geschichtsauffassung, Miinchen und Berlin) scrive: una
connessione di fatti non può essere effettuata senza giudizi di valore .
Quest'affermazione si spinge forse troppo in là. Certe connessioni causali di
tipo semplice possono essere effettuate anche senza giudizi di valore; quelle
di tipo più complesso per esempio la constatazione delle cause della Riforma,
della Rivoluzione francese e, ora, del crollo vengono sempre determinate
insieme da giudizi di valore. quanto lo storico possa, almeno formalmente,
anche sospendere il proprio giudizio di valore su di essi, questo è tuttavia
presente tra le righe, e in quanto tale influenza il lettore. Sovente esso agisce
quindi particolarmente in Ranke in modo più profondo e incisivo di quanto non
accadrebbe se fosse rivestito della forma di una censura immediata, ed è perciò
da raccomandare come espediente. Il giudizio di valore soltanto implicito dello
storico stimola l’attività valutativa propria del lettore in maniera più forte
di quello apertamente dispiegato. Nella misura in cui si presentano in
apparenza soltanto relazioni causali, tanto più immediatamente e creativamente
lampeggia in esse l'elemento di valore, la manifestazione di una potenza
spirituale all’interno della connessione causale. Ma spesso il giudizio diretto
di valore non dev'essere evitato, per recare a piena chiarezza il valore di ciò
che è accaduto. Avviene qui come in quelle forme di culto divino in cui il
silenzio sacro e la parola del sacerdote si alternano nella venerazione del
divino. E la ricerca storica è precisamente culto del divino, preso nel senso
più ampio. Si vuole vedere confermato nel mondo, attraverso la sua rivelazione,
ciò che si percepisce per sé come fine spirituale della vita. Si vuol diventare
consapevoli della forza e della continuità della corrente spirituale della
vita, che per l'individuo sfocia sempre in lui stesso; si vuol trovare la via
per cui l'uomo è venuto, per indovinare quella che percorrerà. Si vuol venerare
le potenze che consentono di innalzare la nostra esistenza dal vincolo naturale
alla libertà dell’elemento spirituale. In qualsiasi modo si rappresenti la
divinità, si vuol cercarla nella storia. Anche il ricercatore che fa valere
soltanto la connessione causale spogliata del carattere divino, e che nella
storia cerca quindi soltanto relazioni causali, è spinto come abbiamo chiarito
dal bisogno di un valore superiore e comprensivo, anche se si tratta soltanto del
valore della verità in sé. Certamente anche lo scienziato naturale è spinto dal
valore della verità, e può tuttavia lavorare libero da tutti gli altri valori.
Ma delle tre funzioni del distinguere, scegliere e giudicare ', che
costituiscono il compito specifico dell’umanità, egli 1. Allusione a una coppia
di versi di Goetne, Das Gòtiliche. deve esercitare nel suo ambito di lavoro
soltanto quella del distinguere. Lo studioso della cultura deve invece
esercitarle tutte e tre, perché i processi che indaga scaturiscono dalla natura
umana nel suo complesso, si sono costituiti in virtù di un distinguere,
scegliere e giudicare e sono comprensibili soltanto attraverso le medesime
operazioni. Se lo scienziato naturale può lavorare libero da valori, lo
studioso della cultura deve lavorare vincolato ai valori, anche quando vuol
trattarla secondo il metodo dello scienziato naturale — e perfino al semplice
raccoglitore di materiale ciò viene risparmiato di rado. Diventa ora chiaro che
nella storiografia possono esserci due tendenze principali: la prima è attratta
dalle relazioni causali, anche se non può mai spogliarsi dei valori e quasi mai
dei propri valori; la seconda si sente attratta dai valori, pur senza potersi
sottrarre alle relazioni causali. Ognuna di esse presenta dunque una duplice
polarità, e in entrambe sono possibili e presenti sfumature e transizioni,
mescolanze diverse dei due elementi. La distinzione delle due tendenze è
risultata più chiara soltanto quando la storia cominciò a venir esercitata secondo
metodi rigorosamente scientifici, e si approfondirono le questioni riguardanti
l’essenza della storia e i compiti dello storiografo. La più antica
storiografia politica mescolava, narrando gli eventi in forma epica, valori
ingenuamente sentiti e relazioni causali®. La storia illuministica voleva porre
in luce i a, Il punto di vista valutativo come criterio di selezione del
materiale storico fa la sua comparsa in modo significativo in Machiavelli.
Nella prefazione alle /storie fiorentine egli biasima i suoi predecessori
Leonardo Bruni? e Poggio Bracciolini* per aver narrato soltanto la storia
esterna, e non la storia interna, della città di Firenze, con tutte le sue
lotte movimentate: Né considerarono come le azioni che hanno in sé grandezza,
come hanno quelle de’ governi e degli stati, comunche elle si trattino,
qualunque fine abbino, pare sempre portino agli uomini più onore che biasimo .
BRUNI (vedasi), filosofo, uomo politico c umanista italiano, è cancelliere
della Repubblica fiorentina; traduttore di Platone c di Aristotele, autore
degli Episcolarum libri VIII, del De studtis et litteris e del trattato di
ctica Isagogicon moralis disciplinae, nonché di duc importanti opere storiche,
gli Historiarum florentini populi libri XII e il Commentarius rerum suo tempore
gestarum. BRACCIOLINI (vedasi), filosofo, uomo politico e umanista italiano. È
dapprima segretario apostolico e in seguito, cancelliere della Repubblica
valori della cultura progressiva dell'illuminismo come l’unico oggetto
veramente degno della storiografia, ma non fu in grado di penetrare con essi lo
spessore dell’accadere politico — che pure non osò mettere da parte — e in tal
modo accostò i due elementi in maniera disorganica. La storia politica di
tendenza vuole proprio porre in luce dei valori, cioè i valori dei suoi ideali
politici, ma dev'essere completamente esclusa dalla nostra considerazione
perché il concetto di valore storico, nel senso in cui lo intendiamo, non
abbraccia soltanto i nostri propri ideali politici o apolitici, ma ogni forte
manifestazione di vita propriamente spirituale, e quindi anche gli ideali
dell’avversario. Humboldt è stato forse il primo a richiedere una storiografia
del genere, rivolta a tutti i valori spirituali dell'umanità — questo sono
infatti le sue /deen — e fondata sull’indagine di tutte le relazioni causali
conoscibili. Ranke ha realizzato questa storiografia riunendo tra loro
organicamente, in maniera ideale, la ricerca delle relazioni causali e la
rappresentazione dei valori, in ultima analisi cercando quindi Dio nella
storia; cosicché lo si può far rientrare in quella tendenza che, nel suo
fondamento ultimo e decisivo, si lascia attrarre dai valori. Il positivismo del
tardo Ottocento scatenò la controffensiva e pretese una trattazione avalutativa
e puramente causale della storia: esso riuscì soltanto sporadicamente a farla
penetrare in pieno nel lavoro della storiografia scientifica, tuttavia rafforzò
in essa la tendenza a porre in primo piano la ricerca delle relazioni causali.
Ne conseguì una ricerca sterminata e specializzata del particolare, che è in
auge ancor oggi. Nei fatti indagati causalmente lampeggiavano sì nuovi valori
sconosciuti del passato, ma la loro indagine fu eccessivamente meccanizzata
dall’inevitabile divisione del lavoro, e la loro massa diventò troppo grande
per poter essere padroneggiata e gustata spiritualmente. Ne derivò quindi e ne
deriva ancor oggi un contraccolpo che spinge a più forti e appassionate
sensazioni di valore, la tendenza alla raccolta e al vaglio dei valori, al rifiuto
dei valori minori, all’accentuazione (e anche alla sofiorentina; infaticabile
scopritore di codici, autore di saggi filosofici come il De gvaritia, il De
varietate fortunae, i! De nobilitate, il De infelicitate principum – cf. Grice
on Wilde on The Happy Prince -, il De miseria humanae conditionis. Redatta gli
Historiarum florentini populi libri VII. pravvalutazione) dei valori
culturalmente superiori. Ciò consente, in linea di principio, la fondazione
mediante una solida indagine di relazioni causali, ma qua e là, nella prassi
degli storici più giovani, si comincia a trascurarla in modo preoccupante. La
sintesi è la parola d’ordine con cui dall’angusto lavoro dell’indagine causale
si aspira ai grandi valori dominanti della vita e del passato. Si mettono in
moto sensazioni soggettivistiche e mistiche le quali premono, senza la strada
faticosa della ricerca del particolare, verso la riunificazione immediata con
l’anima del passato. Si vuol trarre da essa come ci si esprime volentieri
soltanto l’ eterno e l’ atemporale , lasciandone cadere i presupposti
storico-temporali. Si costruisce senza molta induzione, in base ad alcune
vestigia impressionanti della tradizione e con l’aggiunta esorbitante dei
propri ideali, e poi si abbraccia l’immagine fantastica che ci si è creati da
sé. Quest’aspirazione agli alti e supremi valori culturali contrassegna in modo
peculiare la scuola dei cosiddetti georgiani , cioè i seguaci di Stefan George*
anche perché essa si pone pretese rigorose, rimanendo nelle sue opere migliori
intatta dagli errori di un modo di lavoro negligente e attingendo varie volte
un'alta perfezione formale, ma con una tendenza all’eccessiva raffinatezza e
all’assottigliamento dell’atmosfera spirituale, in cui si dissolvono le rozze
relazioni causali terrene. Il lavoro di ricerca della corporazione vera e
propria degli storici è ancora relativamente poco toccata da queste tendenze,
ma chi conosce i bisogni della giovane generazione sa che qui spesso si agita,
in modo prepotente, qualcosa di esse. È la costellazione spirituale complessiva
della nostra epoca che ha prodotto queste tendenze la reazione di ciò che si
può chiamare anima contro la minacciosa meccanizzazione civilizzatrice della
vita e contro gli sterminati poteri delle masse, che si sono manifestati nella
guerra mondiale e durante il crollo. Essi si gonfieranno presumibilmente in
misura ancora più forte, diventando un fattore importante nel futuro delle
scienze storiGeorge, pocta lirico tedesco, autore di numerosi volumi di versi
come gli Hymnen, Algabal, Das Jahr der Scele, Der Teppichk des Lebens und die
Lieder von Traum und Tod, Der siebente Ring, Stern des Bundes, Das neue Reich,
raccolse intorno a sé un cenacolo letterario che prese il nome di George-Kreis
e in seguito di George-Bund. che. E dato che anche i miei tentativi si muovono
in questa direzione, posso ben parlarne in base alla mia propria esperienza,
poiché avverto personalmente la loro grande necessità interna al pari dei loro
pericoli. Da un lato calcificazione corporativa, dall’altra imbarbarimento
soggettivistico, sono i due scogli su cui potrebbe frantumarsi la nostra
scienza nel corso della prossima generazione. La bussola può essere sempre e
soltanto questa: nessuna causalità senza valori, nessun valore senza relazioni
causali. Senza una robusta fame di valori l’indagine delle relazioni causali si
trasforma, anche se condotta con tecnica virtuosistica, in mestiere triviale.
Senza il piacere immediato della realtà concreta e delle sue connessioni
causali, rozze o raffinate, la rappresentazione di valori ideali perde il suo
terreno naturale, diventando vuota e arbitraria. L'equilibrio tra le due
tendenze non si realizzerà stando così le cose in modo ideale com'era possibile
in Ranke, perché la problematicità della situazione moderna e del pensiero
moderno ha distrutto le armonie in cui egli viveva interiormente ed
esteriormente. Oggi sembra che solamente una certa unilateralità possa
proteggere l’uomo spirituale dallo sconcertante predominio dell'ambiente. Ma
l’aspirazione all’armonia deve restare operante e potrebbe estinguersi soltanto
con la decadenza o il crollo completo della nostra cultura. II Quando Rickert
ha aperto il cammino con la sua teoria dei valori culturali e ha collocato
questo concetto al centro della dottrina della storia, Alfred Dove ha parlato
con diffidenza e sospetto della sua anguillesca elusività, Un diretto scolaro
di Ranke qual egli era, abituato a porre l'intuizione al di sopra della
comprensione concettuale, e che per giunta viveva e si muoveva familiarmente
tra i valori culturali, non aveva bisogno di un nome per ciò che già recava in
sé. Ma il pensiero concettuale segue da vicino il pensiero intuitivo e non può
a. A. Dove, Ausgewàhlte Aufsitze und Briefe (a cura di F. Meinecke ce O.
Damman), Miinchen rinunciare al tentativo di delimitare in modo più preciso ciò
che ci stava dapprima davanti agli occhi soltanto in modo intuitivo e vivente.
Se come in questo caso di chi pensa piuttosto in modo intuitivo si deve dire
che non raggiunge il suo scopo e che rende non già più chiaro, ma più confuso
l'oggetto di cui si tratta, ci si può sì scusare della povertà dello strumento
linguistico che costringe anzitutto all’uso di una parola equivoca, ma si deve
anche tentare di sanare l’indistinzione del nuovo concetto con più precise
determinazioni particolari. Tentiamone alcune. Come spesso avviene, una nuova
parola d'ordine, nata dalla vita e all’inizio assai cangiante, non sviluppa una
fecondità inaspettata, in quanto induce piuttosto a unificare in connessioni
determinate i fenomeni particolari che erano dispersi. Chiarimento e
delimitazione, nella misura in cui sono possibili, seguono sempre soltanto
gradualmente. Umanità, umanesimo, nazionalità, nazionalismo, storicismo,
individualismo e così via non sono che parole d’ordine e concetti familiari,
equivoci e sfuggenti ma tuttavia fecondi, indispensabili, che si chiariscono e
si approfondiscono a poco a poco, anche se mai in modo definitivo, attraverso
l’uso. Determinare l’essenza dei valori è l'impegno scottante della filosofia
moderna. Lo storico tenterà di imparare da essa, ma non per questo può e deve
rinunciare a formare in base alle sue esperienze più proprie la sua immagine
dell’essenza dei valori, che dal punto di vista del filosofo apparirà molto
sommaria, equivoca e perciò lacunosa, ma che proprio perché creata dalla prassi
della ricerca storica possiede forse una maggiore sicurezza di istinto rispetto
a quella che nasce da sforzi di carattere più logico-astratto. Con Troeltsch
noi distinguiamo i valori inferiori della vita, puramente animali che lo
storico può prendere in considerazione soltanto sotto forma di relazioni
causali dai valori superiori della vita, dai valori spirituali o culturali *
che costituia. Non posso condividere picnamente le distinzioni di H. Rickert
(Lebensiwerte und Kulturwerte, Logos , II, 1911-12, pp. 131-66, e Philosophie
des Lebens, Tiibingen, 1920, p. 156 sgg.), secondo cui non esisterebbero in
fondo valori che siano soltanto valori vitali, e i valori culturali sarebbero
più o meno distanti o anche opposti alla vita per quanto scono la sfera
d'interesse propria dello storico, e la cui comprensione è il suo fine supremo.
Con il termine spirito non intendiamo semplicemente l’elemento psichico bensì
secondo il significato antico la vita psichica altamente sviluppata, ossia
appunto ciò che distingue, sceglie e giudica , producendo in tal modo cultura.
La cultura è pertanto rivelazione e irruzione di un elemento spirituale
all’interno dell’universale connessione causale. Tra la vita culturale e la vita
naturale dell’uomo sta un campo intermedio che partecipa di entrambe, che
designiamo con il termine (oggi sempre più impiegato in questo senso) di
civiltà e che distinguiamo dalla cultura superiore, spirituale in senso pieno
mentre un uso linguistico più vago, ma anche molto più diffuso, confonde tra
loro i due concetti *. La civiltà si innalza al di sopra della mera natura, la
quale viene trasformata dall’intelletto spinto dalla volontà vitale e rivolto
all’utile. In essa rientra anzitutto l’intero ambito delle scoperte tecniche.
Come scoperte, come realizzazioni di una mente spiritualmente produttiva e
originale, sono anche opere di cultura. Ma esse possono venir spiegate anche
biologicamente, in base a ciò che si chiama adattamento . L’atto stesso delle
scoperte ha quindi un aspetto biologico e un aspetto culturale. Una volta
compiute, applicate ed estese, esse minacciano, se non le sorregge una vita
spirituale autonoma, di sprofondare di nuovo nell’elemento meramente naturale e
infatti una tecnica applicata si trova anche presso gli animali. Ho cercato di
illustrare questo campo intermedio dell’utilitario con un esempio, quello della
ragion di stato. Lo storico dovrà avere continuamente a che fare con esso, non
soltanto perché la parte di gran lunga maggiore delle relazioni causali mi
senta vicino, anche nel contenuto, alla sua concezione dell'essenza della
cultura. In fondo, qui ci separa più la terminologia che non una differenza
sostanziale. a. Si dovrebbe una buona volta indagare l'origine e la storia
delle distinzione tra cultura e civiltà. A quanto mi risulta, essa è stata
espressa per la prima volta da Kant nella sua /dee 2u ciner allgemeinen
Geschichte in weltbitrgerlicher Absicht. Nella settima tesi si legge: L'idea di
moralità rientra ancora nella cultura; ma l’uso di questa idea, che riguarda
soltanto ciò che è conforme al costume nell'amore dell'onore e nella
correttezza esteriore, costituisce semplicemente la civiltà . che deve indagare
appartiene a questo ambito, ma anche perché i processi in esso presenti possono
diventare, in virtù di un incremento spesso non percettibile, opere di cultura.
Se ciò che è soltanto utile deve diventare bello e buono, l’anima deve vibrare
non abbiamo davvero altro termine; altrimenti esso rimane appunto prestazione
intellettuale senz'anima e senza spirito, mera civiltà e non cultura. La
cultura compare soltanto dove l’uomo intraprende la lotta con la natura
impegnandovi tutta la sua interiorità, non soltanto la volontà e l’intelletto,
dove agisce valutando nel senso più alto, ossia dove crea o cerca qualcosa di
buono o di bello in quanto tale, oppure cerca il vero in quanto tale*. Tutto
quanto l’uomo compie valutando in tal senso, è fornito di valore anche per lo
storico”, e gli offre conferma della continuità e fecondità dell’elemento
spirituale nella storia, gli indica la via che il suo dispiegarsi ha preso fino
a lui. Ma per poterlo comprendere completamente, lo storico deve come abbiamo
detto indagare l’intero campo in cui si radicano processi causali che in gran
parte non hanno nulla a che fare con la cultura. All’interno della sua
rappresentazione se questa procede onestamente ciò che è legato ai valori e
fornito di valore risplenderà quindi soltanto qua e là, al pari che nella vita,
come una gemma rara tra ciò che cresce. Ma quanto sono rari in confronto alla
massa di processi umani in generale, altrettanto incomparabilmente numerosi
sono all’interno della storia queste realizzazioni e questi valori a. Pongo qui
a fondamento l'antica tripartizione dei beni ideali, anche se essa non
esaurisce il loro ambito e il loro contenuto. Ma essa può venir utilizzata a
scopo di abbreviazione. b. Identifico quindi realizzazione culturale e valore
culturale. I valori culturali non soltanto aderiscono come ritiene Rickert alle
realtà storiche senza essere essi stessi realtà, ma costituiscono un fattore
integrante delle realtà storiche, poiché queste possono venire alla luce
soltanto in virtù della cooperazione della causalità etico-spirituale,
realizzatrice di valori, con la causalità meccanica e biologica. Si veda anche
la critica che E. TroeLTscH ha rivolto (in Der Historismus und seine Probleme,
Tibingen) alla dottrina rickertiana della mera aderenza dei valori culturali ai
fenomeni storici reali. La questione se al di là della realtà storica esista un
sistema di valori oggettivi, è un problema metafisico che lo storico deve
lasciare al filosofo. culturali. Ogni anima umana individuale è infatti in
grado di produrre valori culturali si tratti anche soltanto dei valori del semplice
adempimento del dovere a causa del bene. Secondo quali princìpi si compie qui
la selezione dello storico? Anzitutto, certamente, secondo il principio
dell’efficacia causale. Tutte le realizzazioni culturali che hanno influenzato
con maggior forza e permanenza la conservazione e l'ulteriore sviluppo della
cultura sono degne d’indagine e di rappresentazione. Il confine tra ciò che è
importante e ciò che non è importante risulta quindi fluido, e dipende dalla
sensibilità e dalla posizione dello storico. Dipende dalla posizione perché, a
seconda che si riferisca a formazioni storiche più limitate o più comprensive,
egli deve vagliare in modo diverso il materiale dei fatti: ad esempio, per
l’esposizione della storia di una città assumerà come importanti fatti che su
un piano superiore, come in una storia nazionale, devono essere senz’altro
ritenuti non importanti*. Altrettanto fluida e dipendente dalla sensibilità è
l’applicazione del secondo criterio di selezione delle realizzazioni culturali,
del quale abbiamo già parlato prima in un altro contesto: quello del valore
culturale proprio dei fenomeni storici. Mai e poi mai le grandi realizzazioni
culturali e le manifestazioni di un elemento spirituale possono essere valutate
esclusivamente in base al grado della loro influenza causale sul progresso
della cultura. Esse poggiano del tutto indipendentemente dal fatto che abbiano
influito o no sulla loro epoca anche su se stesse, e sono di per sé degne di
indagine, di rappresentazione e di venerazione. Di esse vale ciò che il poeta
dice dell’antica lampada, che non ha più nessuna utilità ma che lo incanta: ma
ciò che è bello, sembra felice in se stesso 5. Questo è il punto che le
abituali intuizioni degli storici su ciò che è degno di indagine non sono
ancora giunte a decidere. Ho spesso discusso con Troeltsch in merito alla
sopravvalutazione delle rea. Heinrich Mater ha richiamato l'attenzione, in modo
molto istruttivo, su questa specie di procedimento cartografico: si veda Das
geschichiliche Erkennen cit., p. 33. s. Mòrire, nella lirica Auf cine Lampe, in
Werke in drei Binden, Miinchen. lazioni causali che ancor oggi domina la scelta
del materiale* Si sopravvalutano le relazioni causali particolarmente quando si
disconosce il momento individuale dell’origine dei valori culturali e si
trascurano quindi quelle relazioni causali che scaturiscono dalla spontaneità
dell’agire etico-spirituale personale e che non sono perciò così facili da
inserire nella connessione causale come le relazioni causali di natura meccanica
e biologica. I valori culturali nascono sempre soltanto dall’irruzione di una
forza spirituale specifica entro le serie causali meccanicamente o
biologicamente determinate. Ogni elemento spirituale, ogni valore culturale è
specifico, individuale, insostituibile da altri. Chi gusta l’individuale in
esso presente proverà anche subito il senso del suo valore e lo apprezzerà
quindi non soltanto come un elemento importante della catena causale, ma anche
di per se stesso. Certamente c’è pure un’individualità indifferente e libera da
valori ogni oggetto ne ha una. Individualità storiche sono però soltanto quei
fenomeni che hanno in sé qualche tendenza al bene, al bello o al vero, e che
perciò diventano per noi fornite di significato e di valore. Esse lo diventano
tanto più quanto più fortemente questa tendenza si aggiunge, nobilitandola,
alla mera tendenza all'affermazione della vita e all’auto-affermazione delle
formazioni umane. La comprensione più profonda dell’individualità, sia della
personalità singola sia delle formazioni umane sovra-personali, fu la grande
acquisizione realizzata in Germania dall’idealismo e dal Romanticismo, e che
creò lo storicismo moderno. Soltanto in virtù di questa comprensione anche
l’idea di svilupa. Tale era anche il pensiero di Alfred Dove. Alludo alla sua
bella lettera a Rickert del 2 gennaio 1899 (in Ausgewahlte Aufsitze und
Briefe). Lo storico in essa si dice dedica alla vita passata un interesseche è
del tutto indipendente dalla questione relativa alla misura in cui ha preparato
la nostra vita presente. E perché vuol far questo? La relazione che essa ha con
noi è presente anche senza una causalità del genere: se appena la vita passata
che si prende in considerazione è in sé significativa, essa desta il nostro
sentimento di partecipazione, in quanto fornita di valore dal punto di vista
umano in generale. Noi non ci poniamo in relazione con il passato in modo
meramente causale, anzi saltiamo l’intero spazio causale intermedio in virtù
della semplice simpatia . po che a torto viene spesso considerata criterio
principale dello storicismo moderno, ma che è troppo versatile ed equivoca per
poterlo essere trovò il suo retto cammino *. Lo sviluppo del feto umano è uno
sviluppo biologico, non uno sviluppo storico. Uno sviluppo storico ha luogo
soltanto dove compare il fattore spontaneo dell’uomo che agisce in base a
valori e che produce quindi qualcosa di specifico e di singolare. Perciò
l’individualità storica si sviluppa e ciò che si sviluppa storicamente sono
sempre soltanto individualità, le quali si manifestano nello sviluppo *. Anche
la storia universale intesa per esempio nel senso rankiano che possiamo ancor
sempre difendere, con alcune correzioni e riserve è soltanto un'unica grande
individualità, piena di innumerevoli individualità grandi e piccole. Tutti i
valori culturali di questa storia sono al tempo stesso individualità storiche,
fino all’individualità suprema della storia universale, e quindi pienamente
comprensibili sempre soltanto in connessioni storico-universali. Tutto nella vita
lotta per avere forma e figura, e viene sospinto da leggi di formazione. Questa
conoscenza morfologica che per quanto riguarda la storia è stata sostenuta nel
modo estremo e più unilaterale da Spengler domina sempre più il pensiero
moderno. Storicamente fornite di valore diventano però soltanto quelle forme e
figure della vita umana che a. H. Ricgert ha potuto distinguere ben sette
diversi tipi di sviluppo! Cfr. Die Grenzen der naturwissenschlichen
Begriffsbildung, Tùbingen. Contro la sopravvalutazione dell'idea di sviluppo si
rivolge anche la lettera sopra citata di Alfred Dove a Rickert, ma con una
motivazione che non posso condividere. Egli scrive: dall’individuale
all’individuale non c'è sviluppo . Qui si dimentica che ogni individualità è
inserita in un’individualità di grado superiore, e che lo sviluppo che ha luogo
entro questa individualità superiore collega tra di loro, con filo spirituale,
anche le individualità più concrete che si sviluppano separatamente le une
dalla altre. Così esiste di fatto, per esempio, uno sviluppo dall’individuo
Lutero all'individuo Kant, ossia lo sviluppo che si è compiuto nel mondo dello
spirito tedesco-protestante. In merito al modo di vedere la storia proprio di
Dove, si vedano le mie osservazioni nella Historische Zeitschrift , CXVI, 1916,
p. 83. b. Gli sviluppi storici non sono altro che individualità storiche
concepite nel loro divenire e nel loro crescere (H. Ricxert, Probleme der
Geschichtsphilosophie cit., p. 47). servono non soltanto alla sua necessità
vitale, ma anche a un qualsiasi ideale e a valori etico-spirituali. Non appena
dalla forma traspare qualcosa di individuale-spirituale, essa desta l’interesse
dello storico; altrimenti rimane circoscritta alla sfera biologica della
semplice affermazione della vita, e lo storico può considerarla soltanto da un
punto di vista causale, per spiegare altri valori e non come valore in sé.
Però, almeno per l’occhio umano, la sfera biologica e la sfera dei valori
etico-spirituali non sono tra loro separate chiaramente e univocamente, ma
spesso si sovrappongono in modo impercettibile. È quanto abbiamo mostrato mi
riferisco di nuovo al mio libro sulla Idee der Staatsrison a proposito del
campo intermedio dell’utilitario. Questa impossibilità di determinare confini
netti tra le due sfere è propriamente ciò che ha prodotto tutte le differenze
presenti nel moderno pensiero relativo alle scienze dello spirito. Ognuno può
infatti interpretare e tracciare in modo diverso questi confini, riconoscerli o
non riconoscerli. Questa è la questione più tormentosa che perseguita lo
storico. Troppo spesso egli deve lottare con l’incertezZa se questo o
quell’elemento che egli indaga debba essere spiegato in base alla mera
necessità vitale e naturale, oppure facendo anche ricorso a fattori etico-spirituali,
a fattori di valore. Le necessità vitali e naturali, le relazioni causali di
tipo biologico, attraversano da capo a piedi anche colui che agisce in base a
valori e lo minacciano di intorbidare i valori, di far passare valori apparenti
per valori autentici. La cosa più inquietante è che spesso un vincolo causale
strettissimo unisce tra loro le due sfere, che spesso valori culturali grandi e
benefici hanno un’origine comune e sporca, vengono su faticosamente dalla notte
e dalla profondità cosicché sembra, in certo senso, che Dio abbia bisogno del
diavolo per realizzarsi. Se poi si è d'accordo nel credere di nuovo nel senso
goethiano all’unità della natura-dio, una luce più confortante cade anche su
queste connessioni. Dove i processi naturali della vita umana non entrano in
contraddizione con i precetti dell'etica, e quindi non diventano peccato, essi
possono apparire come lo sfondo naturale indispensabile, gentilmente
alimentante, per la produzione delle più splendide fioriture. Anche Goethe ha ben
sfogato la sua sensibilità nella sua arte così elevata poco importa se ciò sia
avvenuto con o senza peccato. È caratteristico il fatto che proprio in tale
questione anche la ricerca storica che è abitualmente più rivolta alle
relazioni causali dimentichi la causalità operante sui valori, cioè ignori o
nasconda le grandi acquisizioni della cultura rispetto alla sua origine spesso
spaventosa e disgustosa. Soltanto pochi storici hanno l’acuta sensibilità
posseduta da Burckhardt quando scoprì i presupposti politici e sociali della
cultura del Rinascimento in tutto il loro orrore, rimanendo egli stesso turbato
da questa connessione demoniaca. Soltanto allora si cominciano a registrare con
una certa equanimità i successi della politica di potenza che hanno trasformato
e rifecondato la vita culturale, e a considerarne i presupposti e gli effetti
collaterali più machiavellici come una conditio sine qua non. E in apparenza
essi lo sono anche ma con ciò va perduto il sentimento della tragicità della
storia. La cultura che si fonda sulla spontaneità, sulla causalità la quale
produce valori etico-spirituali ed è quindi di nuovo strettamente connessa alle
relazioni causali di tipo biologico e meccanico questo è l’enigma che lo
storico non può risolvere. Cultura e natura possiamo anche dire Dio e natura
costituiscono sì un’unità, ma un’unità scissa in sé. Dio si solleva al di sopra
della natura con lamenti e gemiti, e carico di peccati; e perciò si trova ogni
momento in pericolo di ricadere nella natura. Questa è l’ultima parola per
colui che osserva le cose spregiudicatamente e onestamente ma non può essere
l’ultima parola in generale. Soltanto una fede che è però diventata sempre più
generale nel suo contenuto e che deve lottare in permanenza col dubbio può
offrire il conforto che esista una soluzione trascendente del problema per noi
insolubile della vita e della cultura. Ma noi abbiamo perduto la fiducia che
qualche filosofo abbia fornito o possa ancora fornire questa soluzione
trascendente. Il valore di verità dei sistemi filosofici e delle ideologie è
quindi dubbio; indubbio rimane invece il loro valore culturale. Le formazioni
ideali dei grandi pensatori sono quasi le più alte vette dello spirito in mezzo
alla natura che lo sorregge, quasi sempre le realizzazioni supreme del misero
essere umano, assetato di verità e sempre errante: soltanto l’opera della
grande religiosità e l’opera d’arte stanno più in alto di esse. Se si riflette
su quanto si è detto, ne risultano due specie di valori culturali. Gli uni
vengono intenzionalmente elaborati in uno sforzo già prima diretto a tale
scopo: formazioni ideali di tipo religioso e filosofico, politico e sociale,
opere d’arte, scienza. Gli altri fioriscono mediatamente, e non secondo un
intento precedente, dalle necessità della vita concreta, indirizzata in senso
pratico. Con i primi l’uomo cerca il cammino più diretto e rapido dalla natura
alla cultura; con i secondi rimane sul terreno della natura, ma con lo sguardo
rivolto alle alte vette dei valori che lo guidano. Soddisfacendo le necessità
della vita, egli cerca alla fine di soddisfarle in modo che si realizzino
contemporaneamente i valori del vero o del bene o del bello. Vale quindi a
questo proposito quanto ha detto Aristotele a proposito dello stato: è stato
costituito per poter vivere, ma esiste per vivere bene. Ed è in primo luogo
nello stato che la natura diventa in questo modo, capovolgendosi, cultura. Nel
lavoro immediato o mediato entro la cultura sorgono così ovunque degli esseri
spirituali, individualità storiche, delle quali lo storico indaga
contemporaneamente l’origine e l’efficacia causale al pari del valore. La
soggettività, che è ora connessa a tutti i valori, viene posta almeno in
secondo piano per il fatto che si apprezza in primo luogo il valore del fenomeno
che essa reca in sé, come rivelazione specifica e insostituibile di vita
spirituale *. Occorre inoltre trasferirsi nell'anima stessa di chi agisce per
poterne osservare l’opera e la realizzazione culturale in base ai presupposti
che gli sono propri, e in ultima analisi per rianimare con l'intuizione
artistica la sua vita passata il che non è possibile senza la trasfusione del
proprio sangue vitale. Solamente un senso aperto con amore e tolleranza a tutto
quanto è umano raggiungerà quindi quel grado di oggeta. In ciò consiste anche
la protezione contro la pericosa tendenza dei moderni sintetici a considerare
il fenomeno individuale soltanto come elemento e rappresentante dello sviluppo
universale, vale a dire nella prassi soltanto come punto di incrocio di tanti
ismi astratti. In tal modo si arriva nuovamente a una pericolosa vicinanza con
il positivismo, che pure si crede di aver superato. Nella più recente storia
della letteratura e dell’arte questa tendenza spadroneggia ormai in modo
inquietante. tività che è possibile. Qui si inserisce allora anche la teoria
della relatività dei valori, che Troeltsch ha formulato ?. Relatività dei
valori non vuol dire relativismo, anarchia, caso o arbitrio, bensì designa
l’intreccio sempre mobile e creativo, e perciò mai determinabile atemporalmente
e universalmente, di ciò che esiste di fatto e di ciò che dev'essere . Ciò
significa che la relatività dei valori non è altro che l’individualità in senso
storico, l’orma, in sé fornita di valore, di un assoluto ignoto poiché esso varrà
per la fede come il fondamento creativo di tutti i valori in ciò che è relativo
e legato alla natura temporale. Dal valore proprio delle individualità storiche
si deve logicamente distinguere il valore che esse hanno per noi e per la
nostra vita. Nella determinazione di questo valore deve naturalmente agire con
forza maggiore il bisogno soggettivo. Trarre dalia storia un insegnamento, un
modello e un’esortazione rientra quindi tra i motivi ineliminabili che hanno da
sempre condotto alla storiografia. Di qui i pericoli più gravi che minacciano
il suo carattere scientifico: la distorsione tendenziosa, l’idealizzazione o la
deformazione. Un senso storico purificato, che riconosca la legittimità sia del
carattere scientifico sia di quello sopra-scientifico della storiografia,
concederà che noi vogliamo imparare dalla storia anche per la nostra vita. Già
lo studio delle relazioni causali offre insegnamenti pratici in gran quantità.
Tutte le cause generali e ricorrenti in modo tipico, che operano nella storia,
possono ripetersi anche nel presente ed essere quindi considerate in base alle
esperienze compiute nel passato ®. Ciò che nel corso storico è individuale,
inimitabile, a. Cfr. Der Historismus und seine Probleme. În questo contesto
rinunciamo ad approfondire quelli che si chiamano i pericoli dello storicismo,
cioè gli effetti relativizzanti del pensiero storico nei riguardi di tutti i
valori, e ci limitiamo a quest'unica osservazione: che soltanto anime deboli e
di poca fede possono scoraggiarsi e fallire sotto il peso di questo storicismo
relativizzante. La fede in un assoluto ignoto non può venir scossa da esso. Ma
la pretesa che questo assoluto ignoto si sveli, in modo da poter essere toccato
con mano, è un residuo di rappresentazione antropomorfica della divinità. b.
Hegel ha sì negato che popoli e governi abbiano mai appreso qualcosa dalla
storia e abbiano agito secondo gli insegnamenti che se ne potevano trarre. Ma è
più giusto dire che di rado essi hanno imparato ciò che insostituibile, non
sopporta invece una tale applicazione pratica. Può però diventare contenuto
spirituale, modello ideale per coloro che possiedono un’individualità affine e
rispondente, e contribuire in tal modo alla loro più profonda e più ricca
formazione. Epoche e generazioni intere possono anche nutrirsi dei valori
culturali di un determinato passato, ad esse particolarmente affine. Le culture
tarde di regola hanno bisogno di sostegni siffatti. Ma sempre incombe allora il
pericolo di una mancanza di autonomia da epigoni, il pericolo di soccombere
interiormente agli spiriti del passato. Al contrario, uno spirito forte come
Max Weber poteva motivare il suo disegno immaginario di indagare la storia in
modo avalutativo con uno scopo altamente carico di valori: voglio vedere fino a
qual punto posso resistere. L'insegnamento più raffinato e più alto che la
storia ci dà è però quello che scaturisce senza essere cercato come lo abbiamo
descritto sopra dalla pura valutazione delle individualità storiche in sé. Il
suo valore proprio è allora ciò che diventa valido anche per noi. Esso non
consiste in altro che nella conferma dell’infinita forza creativa dello
spirito, la quale non ci garantisce certamente un processo rettili neo, bensì
all’interno dei limiti della natura un’eterna rinascita di individualità
storiche fornite di valore. In quanto queste individualità sono tutte
causalmente connesse tra loro e l'osservatore desidererebbe che avessero
imparato. Bene o male, Bismarck lo ha riconosciuto: Per me la storia è servita
anzitutto a imparare da essa qualcosa. Anche se gli avvenimenti non si
ripetono, si ripetono tuttavia le situazioni e i caratteri, in base al cui
spettacolo e al cui studio si può stimolare e formare il proprio spirito
(Gesprich mit Memminger, , in Die gesammelten Werke, Berlin). a. Marianne
Weser, Max Weber. Ein Lebensbild, Tibingen, 1921, p. 690. b. A questo proposito
si veda l'acuta osservazione di G. von BeLOw, Deutsche Geschichtsschreibung
cit., p. 113, nota. Non posso quindi considerare, con Troeltsch, la comprensione
del presente sempre come il fine ultimo di ogni ricerca storica (cfr. Die
Bedeutung des Protestantismus fiir die Entstchung der modernen Welt, Minchen,
1911, p. 6). Essa è certo un fine assai giustificato e necessario, ma non è né
l’unico né il più alto. Ho spesso polemizzato con Troeltsch su questo punto; e
anche nel suo Historismus (p. 696) egli mi rimprovera la tendenza a evadere
verso una contemplazione oggettiva e pura . formano nel loro insieme la grande
individualità complessiva della storia universale, anche l’individualità
storica della nazione, dello stato, della società, della chiesa ecc. entro le
quali viviamo storicamente e alle quali cooperiamo diventa cosciente del
proprio radicarsi nel processo complessivo. Proprio questa consapevolezza può, a
sua volta, sviluppare le più robuste forze etiche. La tradizione, che per conto
proprio e inconsapevolmente si potrebbe dire naturalmente opera come legame tra
le generazioni, come custode dei valori culturali acquisiti, soltanto ora si
spiritualizza veramente, diventando valore culturale in senso pieno: E così il
vivente acquista di passo in passo nuova forza °. Da quanto abbiamo detto
risulta che la storia non è altro che storia della cultura, dove cultura
significa produzione di valori spirituali di volta in volta specifici, ossia di
individualità storiche. La polemica tra gli orientamenti storiografici della
storia politica e della storia della cultura ha potuto aver luogo soltanto
perché da entrambe le parti non si era chiarito il rapporto tra relazioni
causali e valori nella storia. La storiografia politica vedeva nello stato il
fattore centrale della vita storica e, dal punto di vista causale, con pieno
diritto, perché le influenze causali più forti anche sulla vita culturale
provengono sempre dallo stato. E in quanto ogni comunicazione di valori
culturali ha bisogno della più ampia fondazione causale, già per questo motivo
anche lo stato dovrà rimanere sempre al centro della ricerca storica. Ma esso è
anche il valore culturale più alto possibile? Una certa inclinazione a elevarlo
a valore supremo era presente fin da Hegel, anche se trovò sempre un limite nel
giusto sentimento che, come valore, la religione gli è superiore. Lo stato non
può essere quindi il valore supremo, perché è vincolato in modo più forte di
quasi tutte le altre individualità storiche a necessità naturali, biologiche,
che gli impediscono di spiritualizzarsi e di eticizzarsi completamente. La
religione nelle sue forme più pure e l’arte nelle sue realizzazioni più alte
costituiscono i 6. GorrHE, Zur Logenfeier des 3. September 1825, Zuwischengang.
valori culturali supremi. Solamente dietro di esse la filosofia e la scienza
possono reclamare la loro posizione. Ma ci si chiederà immediatamente la vita
attiva e produttiva dell’uomo non viene con ciò sminuita nel suo valore a
profitto delle attività meramente contemplative e spirituali dell’uomo? Forse
che la fuga dalla vita, la quale è sempre in qualche misura connessa con
queste, deve porsi più in alto della formazione della vita? La risposta a tale
interrogativo non può essere semplicemente un sì o un no. Si manifesta qui il
peculiare incrociarsi dei valori. Se si chiede in quali sfere l’uomo può
maggiormente innalzarsi al di sopra della natura, occorre indubbiamente
indicare le sfere della religione, dell’arte, della filosofia e della scienza.
La vita produttiva lega l’uomo più fortemente alla natura: i valori culturali
che l'uomo produce in essa recano su di sé più polvere terrena, sono più
torbidi e impuri di quelli delle sfere contemplative che rifuggono dal mondo.
Il compito di produrli non è soltanto più difficile, ma è anche più pressante e
inevitabile che quello di portare alla luce i valori culturali delle sfere
puramente spirituali. Il compito stesso di creare il valore culturale della
religione acquista la sua piena urgenza e inevitabilità se essa non rimane
auto-godimento mistico del divino, ma penetra nella vita produttiva e ne
diventa fermento. Analogamente, dagli altri valori culturali elaborati in modo
contemplativo cioè l’arte, la filosofia, la scienza si pretende a buon diritto
che essi fecondino non immediatamente, ma mediatamente, la vita produttiva.
Tutti i valori culturali supremi sono tenuti a servire questa vita. Possiamo
anche dire che la vita produttiva non crea certamente di per sé i valori
culturali supremi, ma che il compito primo e più urgente è di creare in essa
valori culturali. La vita contemplativa forma soltanto immagini della vita, non
la vita stessa. Per questo motivo essa può creare qualcosa di più spirituale e
di più perfetto di quanto non possa fare la vita produttiva. Queste immagini
devono e possono servire come guida alla vita produttiva nella sua lotta per i
valori culturali. Lo storico deve quindi rivolgere la massima attenzione a
questo problema: fino a qual punto e in quale grado la vita connessa alle
necessità naturali venga in tal modo trasformata e mutata in cultura.
Attraverso queste considerazioni l’importanza centrale della storiografia
politica all’interno delle scienze storiche risulta fondata più profondamente
riteniamo che non mediante gli argomenti finora addotti a tale scopo. Essa ha a
che fare con valori culturali più imperfetti che non la storia della religione,
dell’arte ecc. Ma non invidia certamente a queste la fortuna di muoversi sulle
vette dell'umanità. Indagando lo stato, il fattore causalmente più efficace
della vita storica, e al tempo stesso cercando i valori che questo è in grado
di produrre, essa deve sempre guardare contemporaneamente alle profondità e
alle vette della vita, e per farlo è costretta a porsi pensosa nel centro della
vita stessa. Essa è la più prossima alla vita tra le scienze storiche. Si può
discutere in base al concetto che si ha della vita storica se la storia
economica o la storia sociale non siano ancora più vicine alla vita. Per vita
storica noi intendiamo però l’intreccio di natura e cultura; quanto più
accanita è quindi la loro lotta fecondatrice, tanto più è presente la vita
storica. Noi vediamo questo dualismo agire, nella sua forma più intensa, nello
stato. Esso non lo conduce ai supremi trionfi della cultura, ma allo spettacolo
più memorabile e più commovente della sua lotta con la natura. Spiritualizzare
ed eticizzare lo stato in cui si vive, anche se si sa che non ci si può
riuscire del tutto, costituisce insieme all’esigenza di elevare spiritualmente
ed eticamente la propria personalità la più alta delle pretese che si possano
porre all’agire etico; perché lo stato costituisce la comunità di vita più
influente e comprensiva e perché l’uomo che aspira alla perfezione può
respirare liberamente soltanto in uno stato che aspiri anch'esso alla
perfezione. E proprio l’elemento problematico, l'elemento di insicurezza e di
precarietà presente nei valori culturali dello stato è ciò che attira con forza
magnetica lo storico politico, per lo più in modo a lui stesso inconsapevole,
verso i grandi uomini di stato della storia universale, nei quali il conflitto
tra natura e cultura diventa grandioso. C'è poi ancora un campo intermedio tra
la storia politica, che rappresenta la lotta per i valori culturali nella vita
statale, e la storia dei valori culturali creati contemplativamente: il campo
delle idee politiche. Qui vita attiva e vita contemplativa si fondono. Dalle
necessità della vita politica attiva scaturiscono gli impulsi diretti a formare
immagini di questa vita nelle quali si mescolano tra loro realtà e ideale.
Secondo il desiderio di chi le forma, esse devono reagire sulla vita
immediatamente e non soltanto mediatamente, come accade per le immagini formate
dall’arte e dalla scienza. Quando vi riescono, esse diventano preludi di
processi storici reali e sono già per questo motivo degne di essere indagate,
in quanto rappresentano relazioni causali importanti. Con quanto zelo si è
andati alla ricerca degli inizi dell'idea di sovranità popolare e dell’ideale
socialistal Ma esse derivano il loro valore culturale peculiare dal fatto di
rappresentare tentativi rettilinei e ardui come quelli compiuti dagli uomini
dediti alla vita contemplativa di elevarsi al di sopra di ciò che è meramente
naturale e di spiritualizzare lo stato, almeno nel desiderio. Esse devono
perciò venir considerate, rivissute e rappresentate di per sé, nel loro specifi
co valore individuale, e non solamente nella loro efficacia causale, con tanto
sangue vitale quanto sarebbe necessario per infonderlo di nuovo in loro. Altri
possono essere presi in misura più forte da altri tratti della vita storica
concreta; io sono sempre stato profondamente commosso dallo spettacolo delle
idee individuali che nell’urto delle rozze forze terrene della vita statale si
destano e lottano per sottrarsi alla loro pressione. Anche queste idee sono
ancor più vincolate all’elemento terreno, più fortemente intrecciate con le
realtà effettive che non le formazioni spirituali della pura vita
contemplativa. Per questo motivo, a contatto con esse si diventa più
consapevoli dell’indispensabile terreno della realtà naturale, senza il quale
non è possibile nessuna formazione culturale, neppure la più alta. Esse
riuniscono l’odore della terra e il profumo dello spirito. È quanto fanno anche
gli stati concreti quando si elevano come ci ha insegnato Ranke a esseri
spirituali forniti di realtà. Dove poi cresca il valore culturale più alto se
nello stato stesso oppure nell’idea del pensatore che lo percorre, se nella
città-stato greca o nell’ideale platonico dello stato che da quella è sorto
sarebbe pedantesco volerlo decidere ogni volta. Talvolta è senza dubbio lo
stato, altre volte è invece l’idea politica che ne è scaturita, accettandolo o
negandolo, a rappresentare la realizzazione spirituale più alta; in molti altri
casi, come nell’esempio indicato, ci si asterrà dal giudizio di valore. La
disposizione dei valori culturali in un ordine progressivo può essere in genere
effettuato soltanto in modo sommario: lo esige il loro carattere individuale,
che si fa gioco di un criterio generale univoco. In quanto tutti i valori
culturali vengono concepiti come individualità, ci si accorge sommariamente che
in essi è presente una misura maggiore o minore di potenza spirituale o di
vincolo naturale, senza però poterlo valutare con precisione. Bastano già a
impedirlo quelle impenetrabili zone intermedie tra natura e cultura. Individuum
est ineffabile. Il fascino infinito del mondo storico consiste appunto nel
fatto che esso produce, in modo insieme misterioso e manifesto, sempre muove
entità spirituali, senza tuttavia ordinarle in una serie progressiva con una
successione ascendente. Infatti ogni epoca, come insegnava Ranke, è in rapporto
immediato con Dio. Vogliamo chiudere con le parole che egli fa seguire in
questa frase, poiché esattamente intese esse dicono la stessa cosa che abbiamo
cercato di illustrare in polemica con un’opinione ampiamente diffusa nella
corporazione degli storici: # loro valore non sta affatto in ciò che da esse
scaturisce, ma nella loro stessa esistenza, nel loro proprio io *. a. Ùber die
Epochen der neueren Geschichte (a cura di A. Dove), Leipzig. Storia e presente
costituiscono un’unità, che viene concepita dallo storico come fornita di una
duplice polarità. Un polo definisce la rigorosa concentrazione ascetica sulla
conoscenza del passato umano, con tutti gli strumenti di comprensione storica e
di ricerca critica, la quale può condurre fino all’ascesi entusiastica che
Ranke ha espresso con la frase, molto spesso richiamata, che egli voleva
dissolvere il proprio io per poter vedere le cose nella loro purezza. L’altro
polo cioè la sfera in cui lo storico vive definisce al contrario la rinnovata
consapevolezza di questo io, non però del proprio piccolo io egoistico, ma
dell'io nutrito dal passato, riempito e allargato dai grandi compiti del
presente. La scienza storica è perciò sempre, al tempo stesso, scienza e più
che scienza. Abbiamo imparato più volte e ciò rientra nei caratteri
fondamentali della moderna impostazione delle scienze dello spirito a guardare
al di là delle ristrette delimitazioni concettuali con cui dobbiamo sempre
orientarci in via preliminare. In ogni formazione storica si chiami essa
scienza o stato, arte o religione, Germania o Occidente c’è una forza motrice
che spinge oltre i confini che sembrano esserle imposti nella realtà. Si
potrebbe quasi dire che ogni essere storico desidera essere qualcosa di diverso
da ciò che realmente è. Questa è la dinami* Geschichte, Staat und Gegenwart, in
Logos, poi raccolto in forma mutata e col titolo Geschichte ind Gegenwart nel
volume Vom geschichtlichen Sinn und vom Sinn der Geschichte, Leipzig, Kochler
und Ameland, 1939, pp. 7-22, c infine in Werke, vol. IV: Zur Thcorie und
Philosophie der Geschichte, Stuttgart, K.F. Kochler Verlag, 1959, pp. 90-91
(traduzione di Sandro Barbera e R.). ca della vita storica, per cui avviene che
le cose della storia trapassano tutte le une nelle altre, cosicché noi vediamo
sussistere tra di esse zone più o meno larghe di confine anziché linee nette di
separazione, e il singolo fenomeno storico può spesso apparire tanto
contradditorio in sé, e tuttavia quanto mai pieno di vita. È ciò che chiamiamo
coincidentia oppositorum, e su cui fondiamo, a partire da Ranke e da Hegel, la
moderna immagine della storia. Essa è molto più complicata, molto più difficile
da intendere che non l’immagine che del passato si erano fatte tutte le
generazioni precedenti e che ancora oggi sta dinanzi al pensiero inesperto
quando questo tratta di uomini, tendenze, situazioni e idee come di entità
circoscritte e facilmente calcolabili. Dobbiamo quindi avere ben chiaro che
esiste un pensiero storico, una forma di trattazione delle realizzazioni della
cultura umana che devia dall’abitudine ingenua e quotidiana di considerare le
cose nella loro cosalità e come qualcosa di immutabile anziché di fluido, cioè
fuse tra loro e determinate da innumerevoli relazioni enigmatiche. Si può qui
ricordare il rivolgimento avvenuto nel moderno pensiero naturalistico: quanto
più la materia diventava oggetto di un’indagine affinata, tanto più si
risolveva in funzioni e in relazioni enigmatiche. Il rivolgimento avvenuto nel
pensiero storico, che ci ha condotto da una visione meccanica a una visione
dinamica delle cose, ha avuto luogo molto prima dell’analogo rivolgimento nel
pensiero naturalistico cioè oltre un secolo e mezzo fa, all’epoca dello Sturm
und Drang, dello scoppio della Rivoluzione francese. Di quell’epoca Goethe ha
così riferito, più tardi, in Dichtung und Wahrheit: Un sentimento che prevaleva
violentemente in me, e che non poteva esprimersi in modo abbastanza
meraviglioso, era la sensazione dell’unità di passato e presente! Qui abbiamo
l’inizio del processo di fusione nel pensiero, la coincidentia oppositorum,
l'influenza dinamica dell'elemento storico sul presente e viceversa. All’inizio
si trattava soltanto del sentimento, della sensazione dell’uomo geniale, non
ancora di un principio che trasformasse tutta l’immagine del mondo. Del resto
questa trasformazione è avvenuta soltanto gradualmente, allargandosi da cerchie
ristrette a cerchie più 1. GoerHt, Dichtung und Wakrheit. ampie, ed è ancora
ben lontana dal termine dei suoi effetti. Ma di fronte a tutte le altre
trasformazioni della vita di tipo politico, sociale, economico e tecnico che
abbiamo vissuto dall'epoca della Rivoluzione francese, questo nuovo modo di
pensare dello storicismo dinamico ricorda il raffinato motivo melodico di una
sinfonia gigantesca, che spesso può scomparire nel tumulto degli ottoni e dei
tamburi ma che, riproposto da un nobile violino, penetra nell'intimità del
cuore. Non c’è più nulla di saldo e di concluso in sé, tutto è divenire. Chi sa
dove si va? si ricorda appena da dove si è venuti per riferirci ancora a
Dichtung und Wahrheit e alle sue parole conclusive?: tale è la parola d’ordine
che da allora risuona nel mondo. Si rimane sempre scossi da capo quando si
riflette profondamente su questo mutamento e sulle sue conseguenze. Qui voglio
parlare soltanto delle conseguenze che toccano il rapporto tra storia e
presente. Mi riferisco ancora una volta alla frase di Goethe, secondo cui nella
sua sensazione passato e presente confluivano in un'unità. Goethe aggiungeva
che questa intuizione aveva introdotto nel presente qualcosa di spettrale. Essa
è stata benefica per la sua poesia. In altre parole, egli ne presagiva la
meravigliosa forza vivificatrice. Ma agli altri aggiungeva sarebbe apparsa, nel
momento in cui si esprimeva immediatamente zella vita, strana, inspiegabile,
fors’anche sgradevole. Qui Goethe ha di nuovo avvertito, con geniale
presentimento anche se coglieva soltanto un aspetto del nuovo potente problema
il carattere a doppio taglio degli effetti del nuovo sentimento della vita e
della storia. Questo nuovo storicismo dinamico, che superava i limiti interni
frapposti tra passato e presente e rovesciava entrambi, con tutti i loro
contenuti, nell’eterno crogiolo di un divenire, di un’influenza e di una
conversione reciproca, ci ha dischiuso i mondi incantati di una nuova
comprensione storica per tutto ciò che reca sembiante umano; ma ha anche scosso
in lungo e in largo, non tutto di un tratto ma gradualmente, il saldo terreno
di determinati ideali assoluti su cui l'umanità aveva creduto fin allora di poggiare.
Basterà ricordare per accennare soltanto all’elemento più importante 2. GoetHE,
Dichtung und Wahrheit, libro XX. quanto difficile è diventata la posizione del
Cristianesimo rivelato dopo che la critica storica ha scoperto il divenire
delle religioni, le loro influenze reciproche e le molteplici forme di
transizione delle religioni orientali della redenzione. Se poi ci si rende
conto del modo in cui tutto questo prolunga i suoi effetti fino ai problemi
religiosi del presente e quanto oscuro sia il futuro religioso che ci sta
dinanzi, allora può ben riassalirci quella sensazione di spettrale che Goethe
aveva provato al primissimo balenare della nuova visione della storia. Lo
storicismo ha suscitato un relativismo che viene a considerare ogni singola formazione
storica, ogni istituzione, ogni idea e ogni ideologia soltanto come un momento
transitorio nell’infinito corso del divenire. Tutte le cose hanno perciò
solamente valore relativo. Come può prosperare la fede salda e la fiducia in
colui che crea di tendere a qualcosa di fornito di valore in sé? La parola
d’ordine dovrebbe essere simile a quella degli uomini di affari in epoca di
inflazione: rimanerne fuori! . Ciò può condurre a effetti che dissolvono e
minano in modo pericoloso: infatti può un giorno scaturirne uno scetticismo
sfiduciato e stanco, un dubitare del senso di questo eterno divenire e passare,
dal momento che il senso di ogni formazione storica particolare viene
immediatamente posto in questione dal senso che appare altrettanto giustificato
delle formazioni in lotta con essa; tanto più se, come abbiamo già detto,
queste diverse formazioni che si succedono l’una all’altra non si distinguono
tra loro in modo preciso e determinato, ma trapassano l’una nell’altra. Può
inoltre scaturirne un opportunismo svelto e privo di princìpi, che non conosce
nessun saldo vincolo superiore, e acchiappa perciò veloce la preda dell’attimo
soddisfacendo l’interesse momentaneo. Non già che intenda ricondurre tutti i
fenomeni sgradevoli della nostra vita alla causa ideologica dello snervante
modo di pensare relativistico. Questo modo di pensare è anzi connesso
causalmente, a sua volta, con tutte le altre trasformazioni, in gran parte
assai elementari e materiali, della nostra esistenza. Esso rientra però nel
motivo melodico di quel potente processo che minaccia di sradicare gli uomini e
di farne mere funzioni nella dinamica complessiva della vita storica. Ma l’uomo
non vuole lasciarsi sradicare, non vuole diventare una mera funzione, vuol
rimanere un individuo di per sé, anche se sa che la sua individualità è sempre
intrecciata con tutto ciò che è sovra-individuale. Egli non è soddisfatto
neppure del punto di vista secondo cui ogni cosa agisce sull’altra e trapassa
in essa, ma vuole « distinguere, scegliere e giudicare . Alla conoscenza
eraclitea che « tutto scorre deve immediatamente subentrare l’esigenza di
Archimede: « dammi un punto di appoggio ». Ma in tal caso anche i compiti per i
quali lavora, anche le idee per cui combatte devono acquistare di nuovo
qualcosa di stabile. Possiede lo storicismo questa è la grande questione e il
particolare tipo di relativismo da esso prodotto la forza di guarire da solo le
ferite che ha inferto? Soltanto chi abbia avuto realmente una volta nella sua
piena profondità originaria come in passato Goethe quella sensazione
meravigliosa dell'unità di passato e presente, risponderà senza esitare di sì
prima ancora di aver disposto tutti gli argomenti in un ordine logico. Ciò che
ci rende interiormente più ricchi, che ci porta a un contatto vitale immediato
con gli uomini e i tesori del passato, che ci insegna a comprendere o per lo
meno a scorgere attraverso il ritmo dell’eterno divenire e trasformarsi le
profondità dei destini degli uomini e dei popoli, non può recare in sé soltanto
una forza distruttiva, ma deve anche possedere una forza costruttiva. Ma come
si dovrà definire questa forza costruttiva? com'è possibile per dirla in modo
semplice e rozzo mostrare l'utilità della storia e del pensiero storico per il
presente? Non voglio importunare il lettore con le consuete triviali verità o
mezze verità con le quali si cerca di solito di dimostrare l’utilità della
storia per la vita produttiva. Nella situazione spirituale odierna si deve
cercare di assumere un punto di vista più elevato. Non si deve mai perdere di
vista il fatto che nello storicismo, il quale relativizza ogni cosa, è
certamente presente un veleno corrosivo, il cui effetto può essere eliminato
solo mediante altri forti ingredienti. E non si deve neppure dimenticare che
nei centocinquant’anni durante i quali il pensiero storico è fiorito nella
cultura tedesca gli effetti di quel veleno non sono stati riscontrati, e sono
stati tenuti indietro dagli effetti positivi e creativi del pensiero
storico-genetico. Esso diventò un’arma anzitutto per i creatori dello stato
nazionale tedesco. Da Dahlmann® e da Droysen fino a Treitschke, furono gli
storici politici a preparargli il cammino, e Bismarck era pieno di intuizioni
storiche che ricordano la saggezza di Ranke. Per Ranke come per Hegel e per
Droysen la storia rappresentava il corso del divenire che tutto muove,
trasforma e forma in modo nuovo. Come sono essi riusciti dobbiamo chiederci a
far fronte, nonostante tutto, ad esso e a non naufragarvi dentro, ma piuttosto
a trarne forze positive e costruttive? Dobbiamo perciò formulare la questione
in termini ancor più generali: dove si può cercare, in generale, l'antidoto al
veleno del relativismo? Vi sono stati tre diversi modi di coprire la
prospettiva relativistica del puro divenire e fluire delle cose mediante
principi che tendano all’assoluto, cioè mediante valori che possano resistere
alla transitorietà temporale e fecondare così più profondamente la vita
produttiva. Prendiamoli sommariamente in esame e chiediamoci quindi se, e in
quale misura, possiamo ancor oggi adottarli. Il primo modo è quello romantico,
la fuga nel passato. Si trasfigura e si idealizza un determinato momento di
esso, lo si trasforma per quanto è possibile in un’età dell’oro, lo si pone in
contrasto con l’oscuro presente; e nel caso che non ci distolga da questo
trasognati o mal contenti, si può agevolmente acquisire da un grande passato
anche impulsi creativi per il proprio tempo. Allorché il barone von Stein‘
diede quell’ordinamento cittadino che fece epoca e concepì la grande idea,
rivolta verso il futuro, dello stato nazionale tedesco, a tale impresa
cooperarono i ricordi romantici della libertà municipale Dahlmann, storico e
uomo politico tedesco, autore della Quellenkunde der dentschen Geschichte
(1830), delia Politik, auf den Grund und das Mass der gegebenen Zustinde
zuriickgefiihrt, della Geschichte von Dinemark, della Geschichte der englischen
Revolution, della Geschichte der franzòsischen Revolution e di altri scritti,
appartiene alla storiografia liberale del primo Ottocento. Fece parte
dell'assemblea nazionale di Francoforte, cd ebbe gran parte nell'elaborazione
del progetto di costituzione tedesca. Karl barone von Stein, uomo politico
tedesco, diede un contributo decisivo alla riforma dello stato prussiano prima
nel 1807-1808 e poi nel 1813-14, dopo la sconfitta di Napolcone; sostenne la
necessità dell'unione nazionale tedesca su base prussiana. Meineckc sì
riferisce qui alla riforma municipale del novembre 1808, che concedeva
l'autonomia locale alle città della Prussia. delle antiche città tedesche della
potenza imperiale del Medioevo. L'intero mondo conservatore vive
spiritualmente, in misura non piccola, di valori del passato idealizzati. In
generale, a un popolo pervenuto alla coscienza di se stesso è indispensabile un
frammento di culto del passato e degli antenati. Comprendere la storia del
proprio popolo non soltanto con visione storica, ma anche con l’animo, è un
processo salutare e profondamente giustificato. La mancanza di pietà verso il
proprio passato è innaturale e dannosa. Ma pietà senza critica non dovrebbe
esistere, allo stesso modo in cui non dovrebbe esistere critica senza pietà.
Rispondo così alla questione se sia possibile sottrarsi agli effetti
sgretolanti del relativismo con la fuga romantica nel passato, dicendo che in
ogni caso la vita dell’uomo moderno è povera e triste senza qualcosa del senso
romantico della storia, in generale del Romanticismo. Ma non appena si sviluppa
in modo eccessivo, esso ostacola la vita anziché promuoverla. Passato e
presente non confluiscono più in unità: il passato uccide allora il presente. E
se ci interroghiamo soltanto sul valore conoscitivo del senso romantico della
storia, anche in questo caso dovremo dire che tale elemento ci dischiude
profondità del passato che non sarebbero accessibili alla mera conoscenza
causale. Ma non appena un qualsiasi momento del passato viene elevato a norma e
a criterio di valore dell’intero processo storico e del presente in
particolare, sorge un dogma arbitrario che crolla immediatamente sotto la
critica corrosiva del relativismo. Cerchiamo dunque ancora il punto saldo che
ci permetta di far fronte al relativismo. Si può anche procedere al contrario
del Romanticismo e cercare il valore non già nel passato bensì nel futuro, cercarvi
cioè il fine della storia, che deve dare un senso al corso altrimenti privo di
significato del divenire. Emerge qui una quantità di volti di filosofi della
storia, tutti tesi a riconoscere nella storia un progresso reale verso un
ideale determinato e assoluto. Alcuni credono che questo ideale sia
raggiungibile e conduca a uno stato duraturo di perfezione dell'umanità, mentre
altri si accontentano di avvicinarsi a que- sto fine in un’approssimazione
infinita. Ma nell’uno come nel- l’altro caso è stato questo ottimismo del
progresso ad agire potentemente nei secoli xvi e xix, diventando la bandiera
dell’umanità in marcia. Molte sarebbero le cose da dire a que- sto proposito;
ma qui mi limito a quest’unica domanda: abbia- mo oggi ancora questa fede
nell’ascesa continua dell’umanità verso gradi superiori? Possiamo possederla
ancora? A molti di noi il coraggio qui viene meno di colpo, e all'orizzonte si
levano le ombre della moderna problematica culturale. In Ger- mania abbiamo
sentito parlare, nel periodo successivo alla guer- ra, del tramonto
dell’Occidente. Ritengo queste profezie di de- cadenza altrettanto precarie e
soggettive quanto le prognosi di ascesa. Una volta colto il loro sfondo
psicologicamente soggetti- vo e legato a uno stato d’animo, scompare anche il
loro fasci- no. E di nuovo siamo di fronte alla corrente infinita del diveni-
re e del trasmutare storico. «Chi sa dove si va? non ci si ricorda neppure da
dove sì è venuti ». Questa corrente del divenire, che tutto relativizza e tut-
to dissolve nel suo movimento, relativizza appunto anche i due tentativi
compiuti dall’aspirazione umana a padroneg- giarlo spiritualmente, cioè il
Romanticismo rivolto al passa- to e l’ottimismo del progresso. È loro
caratteristica ed è pure la loro debolezza — di immergersi essi stessi nella
corren- te, per nuotare sia contro di essa sia insieme ad essa. Ciò è
possibile, e non dev’essere respinto senza appello; si può ben pro- cedere in
avanti, praticamente, di un pezzetto. Ma la corrente ha la meglio sul
nuotatore. In altri termini, entrambe queste visioni della storia procedono in
direzione orizzontale e soccom- bono perciò alla corrente del divenire, che si
muove orizzontal- mente. Ma si può considerare la questione anche in senso
verti- cale e tentare di costruire un solido ponte al di sopra della corrente?
Non si può forse guardare la corrente dall’alto di questo ponte e scorgere ciò
che c'è di saldo e di sicuro nel mutamento? Non vedo nessun’altra via. Ed essa
è stata percorsa da pro- fondi pensatori. Proprio in Goethe si trovano le
indicazioni più precise in tal senso, e Ranke l’ha imboccata, dopo essersi
immerso nella vita storica ancor più profondamente di quel che era stato
possibile a Goethe. L'ha poi di nuovo ritrovata, con i più moderni strumenti
filosofici, Ernst Troeltsch, e nella medesima direzione si lavora oggi da
parecchie parti. Per accen- nare la direzione in cui dev'essere trovata la
soluzione del no- stro problema voglio qui mettere a confronto due espressioni,
l’una di Goethe e l’altra di Ranke. Nella tarda poesia di Goe- the che egli
stesso chiama Vermdchtnis e che comincia con le parole « Nulla può mai
distruggersi, annullarsi », si dice: «Ed il passato è allora duraturo, il
futuro previve nel presente, l'attimo è eternità » 5. Anche qui si esprime di
nuovo il senso universale della storia proprio di Goethe, che percepiva l’unità
di passato e presente. Ma l’elemento di spettralità è scomparso e nella pie- na
coscienza della corrente infinita del divenire, che unisce tra loro passato e
futuro, un’idea di eternità prevale sull’infinito meramente temporale; e non si
tratta di un’idea di eternità soltanto trascendente e speculativa, bensì di
un’idea radicata nel cuore della realtà e dell’esperienza vissuta. L'attimo è
eternità. Veniamo ora alla famosa frase di Ranke: «ogni epoca è in rapporto
immediato con Dio ». Anche questa frase ci sottrae alla mera corrente del
diveni- re e ci spinge a cercare ciò che nella storia è affine a Dio
nell’attimo — nell’impulso all’eccelso di volta in volta presente nel singolo
uomo, nei singoli popoli e stati in ogni loro epoca e momento. Verticalmente,
non già orizzontalmente, la vita storica tende a quell’altezza di cui è capace.
In ogni epoca, in ogni formazione individuale della storia si muovono forze
spiri- tuali che aspirano a elevarsi al di sopra dell’ottusa natura e del mero
egoismo, verso un mondo superiore. Il loro volo si com- pie più in alto o più
in basso, ma ciò che esse realizzano è ogni volta qualcosa di interamente
individuale, distinto da tut- te le realizzazioni precedenti e successive della
storia; ed esse raggiungono tale scopo anche quando esteriormente falliscono.
Il loro valore consiste nella loro stessa esistenza e azione, indi-
pendentemente dal loro successo temporale — si tratti pure di S. GorrHe,
Verméchtnis (trad. it. di F. Amoroso). un andare a fondo con la bandiera che
sventola. In ultima analisi opera qui la convinzione che, almeno per noi,
l’elemen- to spirituale non è qualcosa di universalmente valido nel sen- so
delle verità matematiche, ma si concreta sempre e soltan- to in individualità.
Questa prospettiva ci spinge a cercare e a creare l’eterno nell’attimo, nella
costellazione individuale del- la vita. Possono certamente sorgere dubbi se sia
giusto fare dell’ele- mento più fuggevole, l’attimo, il portatore dei valori
dell’eterni- tà. Ma proprio questa paradossalità ci libera dalla pressione
paralizzante della transitorietà, dando a ogni momento e a ogni formazione
ricca di spirito della corrente del divenire stori- co la sua particolare dignità
e il suo valore peculiare e svilup-pando un impulso etico più profondo della
nostalgia di un passato più bello o della speranza di un regno millenario. In
qualsiasi modo pensiamo la divinità, sia che ce la rappresentia- mo in forma
personale o in forma impersonale, sia che osiamo cancellarne la parola stessa e
parlare soltanto di valori supremi — in ogni attimo ognuno può sentirsi in
rapporto immediato con tali valori, e quanto più fortemente si sente in
rapporto, tanto più sicuramente troverà la sua strada e tanto più gioiosa-
mente compirà il dovere che l’attimo gli impone. Egli può infatti abbandonarsi
a una stella che lo protegge infallibilmente dallo sviamento di una visione
della vita pura- mente relativizzante — vale a dire, per usare le parole di
Dilthey, alla « mirabile facoltà presente in noi che chiamiamo coscienza »: e
la coscienza è, per dirla con Fichte, «il raggio con cui proveniamo
dall’infinito ». Ma qui noi ne parliamo in una prospettiva di teoria della
storia, poiché una concezione storica priva di un saldo fondamento etico
diventa gioco di onde. Nella voce della coscienza tutto quanto è fluido e
relati- vo diventa, d’un sol tratto, saldo e assoluto nella sua forma. «
Soltanto la propria coscienza — è detto nell’Historik di Droy- sen — è per
ognuno l’assolutamente certo, è per lui la sua verità e il centro del suo mondo
». Il contenuto di ciò ch’essa dice al singolo uomo dovrà essere, sotto vari
punti di vista, 6. J.G. Droysen, Historik - Vorlesungen liber Enzyklopidie und
Methodologie der Geschichte (a cura di R. Hiibner), Miinchen und Berlin, 1937,
p. 178. individuale e temporalmente condizionato. Ma ogni esame con- dotto su
di sé mostra che la coscienza traccia ogni volta limiti esatti nei confronti
della mera soggettività, dell’arbitrio e di tentatori ancora peggiori. Per
bocca della coscienza parlano agli individui anche le potenze storiche
superiori — il popolo, la patria, lo stato, la religione e così via — e accanto
a ciò che esse dicono c'è di nuovo, nonostante l’essenza individuale di tali
potenze, quel mirabile carattere assoluto e vincolante che protegge anche la
vita comunitaria dal rischio di precipita- re nell’anarchia del volere
individuale. Se si arriva poi a conflit- ti di coscienza tra il volere
individuale e il volere delle forme superiori di comunità, la coscienza è
ancora l’unica istanza che decide interiormente in proposito e che deve quindi
porre fon- damentalmente il bene comune al di sopra del bene dell’individuo.
Così la coscienza è il potente mezzo connettivo della socie- tà umana, e al
tempo stesso l’autentica sorgente metafisica pre- sente nell'uomo. Nella
coscienza l’individualità si fonde con l'assoluto, e l'elemento storico con il
presente. E così mediante la coscienza è dato all’attimo quel contenuto di eternità,
di cui abbiamo parlato. Tutti i valori di eternità della storia scaturisco- no,
in ultima analisi, dalle decisioni della coscienza degli uomi- ni che agiscono.
Il senso della storia nella totalità dell'universo ci è ignoto. La coscienza,
in quanto costituisce l’elemento più affine a Dio presente in noi, ci mostra
per così dire soltanto un’orlatura dorata al cui interno esso deve risiedere.
Da questo senso assolu- to della storia distinguiamo il senso che può avere per
noi. Esso non si esaurirà nel soddisfacimento del nostro bisogno causale, ma
culminerà nell’accogliere e nel rivivere in noi, com- prendendola, la
rivelazione dell'elemento affine a Dio che è presente nell’umanità. Qualcosa di
questo vive — come abbia- mo chiarito parlando del fatto della coscienza — in
innumere- voli anime, in lotta continua con tutto ciò che le trascina verso il
basso e che spesso può sembrare preponderante. Anche nelle formazioni
individuali che cerchiamo di comprendere storica- mente scegliendole dalla
pienezza della vita complessiva, ciò che è affine a Dio — cioè la cultura nel
senso più alto — equivarrà in una prospettiva spaziale a una sottile vena d’oro
in mezzo a masse di minerale, mentre dal punto di vista temporale rappresenterà
spesso soltanto degli attimi fuggevolissimi della storia universale. Ma nella
misura in cui abbiamo guardato verticalmente verso l’alto, abbiamo anche potuto
dare all’attimo storico e alla sua individualità un contenuto di eternità. Chi
sa dove si va? - diciamo di nuovo pensando a tutti gl’abissi della storia. E
tuttavia non ci è consentito di spaventarci. Pietro Rossi. Rossi. Keywords: lo
storicismo, la critica della ragione storica, la storia della filosofia –
l’antichita – filosofia romana, filosofia antica, gl’antichi, la filosofia romana,
filosofia italica – indice al volume ‘L’antichita’ nella ‘Storia della
filosofia” – “L’antichita” – storiografia filosofica – l’origine della
filosofia italica, l’origine della filosofia romana. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Rossi” – The Swimming-Pool Library.
Commenti
Posta un commento